Sergio Pedemonte (1950), geologo. Ha pubblicato alcuni saggi di storia locale tra cui Per una Storia del Comune di Isola del Cantone e Han fatto la guerra.
Stefano Denegri Sergio Pedemonte
Storia recente di Isola del Cantone
Stefano Denegri Sergio Pedemonte
Stefano Denegri (1966 - 2016), luogotenente dei Carabinieri. Ha scritto Sta sempre alegro che il tempo pasera più presto, corrispondenza di un caduto della Grande Guerra; una biograia del Generale Emilio Magliano e ha collaborato a Verso casa. Cronache di soldati isolesi oltre a vari articoli per giornali locali.
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Biblioteca del Centro Culturale
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Stefano Denegri
Sergio Pedemonte
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A Francesco, Luisa, Mario, Paola e Vera
Ringraziamenti Ringraziamo gli amici che, come sempre, ci hanno dato materiale, suggerimenti, aneddoti. Una menzione speciale va a Nanni Sangiacomo di Costante che ha messo a disposizione il suo archivio personale e la sua ricca mole di ricordi. Mauro Balbi Bruno Bertuccio Vanda, Gian e Pino Camicio Davide Canazza Francesco Cosso Vera Delprato Carla Gaiardo Pierfranco Malfettani di Genova Fabio Mignone Andrea Musso di Genova Pietro Piana di Genova G.B. (Giorgio) Repetto Marilli Rivara Andrea Sangiacomo Luigi e Renato Seghezzo Lorenzo Torre di Genova Francesco Tuo di Genova Charles Watkins di Nottingham In copertina L’albergo Rolla, poi Picollo e infine bar della Guglielma, alla fine degli anni ’40. Era di Stefano Denegri, lo chiamavamo il museo, perciò abbiamo pensato, con un fotomontaggio, di inserire il nostro coautore sul portone perché a lui così sarebbe piaciuto. In quarta di copertina La processione del Corpus Domini davanti alla cappelletta della Strada Vecchia negli anni ‘50.
Progetto e videoimpaginazione Studio grafico Andrea Musso | Daria Pasolini
Finito di stampare gennaio 2017
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Ricordo di Stefano
Al termine di questa fatica è mancato Stefano Denegri. Insieme, ma il motore era lui, abbiamo pubblicato Sta sempre alegro cosi il tempo pasera più presto, la storia di un nostro ascendente morto nella Grande Guerra. Dire che lo conoscevo da sempre è scontato: scavò al Castello della Pietra, collaborò per le campagne archeologiche di Santo Stefano e con molti altri del Centro Culturale ha tenuto viva la ricerca storica nel nostro paese. Personalmente mi ci sono affezionato ancora di più negli ultimi tempi quando in casa sua, praticamente un Archivio di Scrittura Popolare e Museo, o nel mio studio, spulciavamo quello che aveva di documenti, lettere, manifesti, giornali, dischi vecchi, libri. Teneva tutto in cartelle con il contenuto scritto in bella calligrafia sulla copertina e forse non condivideva il mio disordine, ma con la gentilezza che lo contraddistingueva non diceva nulla. Aveva sempre un vaso di fiori per Paola o mia madre e mi fece ridere quando portò la pianta carnivora perché aveva sentito che ci lamentavamo delle mosche, mentre per me l’ultimo regalo fu un pacchetto di caramelle di menta comprate a Serravalle. L’avrò trattato come meritava? Si aspettava più affetto da me? Queste sono le domande che mi pongo ogni volta che scompare una persona a cui voglio bene e non so mai cosa rispondermi. Purtroppo non credo, a causa del mio maledetto scetticismo, di vederlo di là ed eventualmente scusarmi. Ma per lui, per valorizzare la sua opera che sarebbe continuata se una tragica fatalità non l’avesse fermato, devo portare a termine questo libro. Specifico che il mio intervento si è limitato a mettere in ordine tutto quanto aveva a disposizione. In più andavamo spesso da Nanni Sangiacomo in quella bella casa, altrettanto Archivio e Museo, con la finestra prospiciente sui tetti vicini e sulla piazza Vittorio Veneto. Un’ora di serenità con loro che magicamente mettevano sul tavolo la storia di Isola dai primi dell’Ottocento agli anni ’70 del secolo scorso. Con l’estate ci siamo concessi una pausa non sapendo che non avremmo più ripreso. Non ho il coraggio di tornare da
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Nanni perché finiremmo per parlare di Stefano e ricordare fatti e facezie, stupori e curiosità, di quei giorni in cui avevamo assunto anche dei posti fissi rispetto alla cattedra che era stata di un geologo come Alberto Parodi, professore all’università di Arequipa in Perù: Stefano a destra, Nanni al centro e io sulla sinistra. Sarebbe troppo vuota la stanza.
Stefano Denegri, a sinistra, e Nanni Sangiacomo in uno degli incontri per la storia di Isola.
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Indice
Introduzione Strada Prenapoleonica, Regia e attuale Sugli abitanti isolesi del XIX secolo Su alcune opere pubbliche e private Un piemontese sulla Transiberiana La seconda guerra mondiale Miscellanea Indice dei nomi di persona Indice dei nomi di luogo Indice dei nomi di Associazioni Indice dei nomi di navi Bibliografia
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Stefano Denegri a Sella Prevala, vicino a Bovec in Slovenia, nel 2003. Era una delle escursioni organizzate dal Centro Culturale di Isola sui teatri della prima guerra mondiale.
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Introduzione
Questo è il terzo volume, dopo Per una Storia del Comune di Isola del Cantone e In margine a una Storia di Isola, dedicato alle vicende del nostro paese. L’approfondimento forse è stato eccessivo ma l’obiettivo era quello di raccogliere più notizie possibili perché non andassero perdute. Spetterà a qualcun altro setacciare e sintetizzare quanto da noi scritto e rendere il tutto più omogeneo e leggibile. Le lacune della storia di Isola sono numerose e non solo per l’antichità, ma anche per la storia recente: basti pensare al periodo fascista e a quello della seconda guerra mondiale. Le interviste fatte a decine di abitanti per gli studi sulle tradizioni religiose e per i reduci di guerra, erano troppo mirate; un po’ per la nostra inesperienza, un po’ per la ritrosia degli intervistati a parlarne. Dal 1921 al 1945 quale fu l’adesione spontanea dei nostri concittadini alle idee mussoliniane? Ci furono episodi di violenza squadrista all’inizio di quell’era? Quanti approvavano le azioni partigiane che innervosivano tedeschi e repubblichini? E alla fine del conflitto, cosa successe veramente? Come vedrete più avanti, la consegna dei fascicoli della Corte di Assise Speciale all’Archivio di Stato di Genova, ha dato inizio a una ricerca non più basata solo sulle fonti orali, ma anche su atti ufficiali. Non è un resoconto equilibrato, perché chi risponde a un interrogatorio cerca di difendersi o nascondere alcuni fatti, ma è già qualcosa. Dovrebbe succedere man mano la stessa cosa con i fascicoli provenienti dalla Questura. Già oggi abbiamo potuto attingere alle notizie sull’unico antifascista schedato, nato a Isola: Natale Campi. Forse ce ne furono altri e lo verremo a sapere ufficialmente dopo aver sfogliato le centinaia di documenti. Anche per il periodo postbellico stanno emergendo da questi dossier i retroscena della politica nazionale anticomunista: Lorenzo Torre, giovane ricercatore, ma già autore di studi partigiani, ha reperito i rapportini su Ebo Ruiz, il
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partigiano Cacciatore, che villeggiò per anni a Giretta e sposò Emilia Repetto figlia di Maria Bargelli. Riporto di seguito una frase di un mio racconto che pubblicai anni fa1: «Alla sera a casa parlo con la Lilli che è un po’ la memoria storica della famiglia ed al nome di Iselle-Trasquera ride: “C’è nata nel ‘900 la madre della Milia, la Maria. Si chiamava Bargelli e i suoi erano dello stesso paese toscano del Remo Vitali; sono venuti qui per la costruzione della galleria ferroviaria tra Ronco e Arquata.” “Nooh! Ma la Milia non era di Serré?” “Sì, lei è nata a Serré perché sua madre ha sposato un Repetto. Un fratello della madre è morto proprio nella galleria di Borlasca un po’ prima del ‘15”». Citando Emilia si entra quindi in un altro argomento interessante ma negletto: l’immigrazione dovuta alle cave di Pietrabissara e Settefontane, alla ferrovia e alla camionale prima, al raddoppio dell’autostrada dopo. Oppure agli arrivati per lavorare nelle industrie locali (Bulloneria, Asborno a Ronco, Iuta ad Arquata) o gli impiegati pubblici (ferrovieri, maestri, dazieri, notai) che si fermarono qui. La piccola storia dei Tartagni, Mangani, Ciaccio, Capelli, Mignacco, Bondi, Perri, Carminati etc etc, è ancora tutta da scrivere. Insomma: c’è tanto da lavorare.
Foto e cartoline, se non specificato, sono degli autori.
1
“Altri uomini di galleria” e si trova in Come una volta la sera, pag. 46.
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Strada Prenapoleonica, Regia e attuale
Il secolo XVI fu importante per l’assetto territoriale della Valle Scrivia e Val Lemme: nel 1585 furono ultimati i lavori in muratura della strada per la Bocchetta che permettevano il passaggio ai veicoli a ruote. È evidente che in precedenza il trasporto di merci avveniva con muli e quindi potevano essere privilegiate le strade di crinale. La necessità di vie in fondovalle può dipendere anche dall’approvvigionamento di legna, cereali, frutta, castagne, di cui aveva bisogno Genova, soprattutto nei periodi di espansione: i campi e i boschi sui piani quaternari dello Scrivia o del Lemme fornivano questi prodotti in maggior quantità che non le terre vicino ai crinali. Perché la Bocchetta fu costruita e non la strada dei Giovi? Perché la Val Lemme era interamente della Repubblica di Genova ed era un itinerario più breve tra il porto e Novi Ligure (circa 52 km rispetto ai 57 dei Giovi). Il problema consisteva nella pendenza del 14% del valico a 772 metri. La strada dei Giovi invece aveva una pendenza del 7% ma era dominata dai Marchesi Spinola che dipendevano dal Sacro Romano Impero ed erano autonomi rispetto a Genova. Quest’ultima sembrerebbe essere stata aperta solo nel 18102. Ma a Isola, in località Giretta, esistono dei muri di sottoripa, ad altezza maggiore della strada attuale, che Tiziano Mannoni, esperto archeometra, ha datato al secolo XV o XVI. Essi erano a sostegno di un itinerario largo almeno quattro metri e in alcuni punti scavato nella roccia. Significa che per alcuni tratti la via di Valle Scrivia era percorribile in carrozza. Nel XVI secolo un documento dell’Archivio Vescovile di Tortona ci fornisce l’indicazione che tra Isola e Busalla c’è una strada sui fianchi dello Scrivia sottintendendo che è percorribile agevolmente (i tratti precedenti sono specificati con il trasporto “in sedia” oppure che non si può neppure andare 2
PALUMBO, 2003.
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con questo mezzo, altrimenti con “strada a cavallo”). Teniamo presente che in quei secoli il risveglio sociale era dimostrato dalla costruzione dei Palazzi marchionali e delle numerose chiese e cappelle. Un altro tratto di strada prenapoleonica lo troviamo al Giro del Romano tra Isola e Ronco, dove attualmente c’è il nuovo ponte davanti al cimitero di Ronco. Entrambi, Giretta e Giro del Romano, sono sovrastanti l’attuale ex SS 35 dei Giovi. La Strada Regia, subito dopo la Trattoria Balostro, verso Arquata, prima del 1853 passava più a valle di adesso: la costruzione della ferrovia l’ha spostata verso monte (foto 1). Rimane un sottopasso sul Rio della Scala a conferma di ciò (foto 2).
Foto 1: il flesso della strada provinciale provocato dalla costruzione della ferrovia nel 1853.
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Foto 2: il sottopasso alla Strada Provinciale 35 dei Giovi, ora sovrastato da un percorso interpoderale, a valle della ferrovia.
Pietro Piana di Genova, che ha svolto il dottorato in geografia all’Università di Nottingham in Inghilterra, ci evidenzia che WILLIAM BROCKEDON nel 1835 scriveva: «… Isola and its bridge over the Scrivia are highly picturesque ...». Ovviamente era il ponte travolto dalla piena nel 1834 di cui rimane solo la spalla destra3. Con l’occasione pubblichiamo anche altri disegni del 1829 opera di Elisabeth Fanshawe4 che illustrano la strada prenapoleonica a Giretta (foto 3) nonché la Strada Regia a Creverina e al Giro del Romano a Ronco Scrivia (foto 4 e 5). 3
Il disegno del ponte originale è sulla copertina di PEDEMONTE, 2012.
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PIETRO PIANA, 2015.
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Foto 3: Giretta con la vecchia strada prenapoleonica a monte dell’attuale. Sullo sfondo si vede Prarolo (disegno di Elisabeth Fanshave nel 1829. Per cortese concessione del Prof. Charles Watkins dell’Università di Nottingham).
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Foto 4: Giro del Romano tra Creverina e Ronco (disegno di Elisabeth Fanshave nel 1829. Per cortese concessione del Prof. Charles Watkins dell’Università di Nottingham).
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Foto 5: Creverina (disegno di Elisabeth Fanshave nel 1829. Per cortese concessione del Prof. Charles Watkins dell’Università di Nottingham).
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
Lo Stato Civile Napoleonico fu introdotto in Italia a partire dal 1806, a seguito dell’annessione di molte regioni all’Impero francese, e rimase in vigore fino al 1815; la tenuta dello stato civile da parte dei Comuni dell’epoca ha prodotto una serie di registri di nascita, matrimonio e morte consegnati in copia ai Tribunali competenti per territorio e successivamente confluiti presso gli Archivi di Stato delle rispettive Province. È all’Archivio di Stato di Genova che FamilySearch ha potuto microfilmare i registri isolesi dal 1866 al 1910. FamilySearch è un’organizzazione di storia genealogica gestita dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. È la più grande organizzazione di genealogia in tutto il mondo ed ha una collezione di dischi, risorse e servizi progettati per aiutare le persone a sapere di più sulla loro storia familiare. Offre accesso gratuito alle sue risorse e ai servizi online ed ha sede a Salt Lake City, Utah, USA. Abbiamo quindi attinto dal sito web di FamilySearch i dati che ci sono serviti per questo lavoro e abbiamo aggiunto quelli ricavati dalle Liste di Leva presenti nell’Archivio Storico del Comune di Isola che partono dal 1806. Spesso, accanto ai registri, negli archivi sono presenti numerosi allegati agli atti di morte e, soprattutto, agli atti di matrimonio. Questi ultimi contengono dati interessanti e non reperibili altrove, come la paternità e la maternità dichiarate dai genitori nell’atto di consenso al matrimonio dei figli, che consentono di risalire alle generazioni precedenti nate nella seconda metà o alla fine del XVIII secolo. In alcune regioni la registrazione dei movimenti demografici rimase in capo alle autorità civili anche durante la Restaurazione, dopo la disfatta francese del 1815. I registri prodotti, analoghi per tipologia e struttura a quelli del periodo francese, sono ugualmente confluiti negli Archivi di Stato. A partire dal 1866 i Tribunali del Regno ricevono da ciascun Comune su cui hanno giurisdizione, per la conservazione di sicurezza, una
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copia delle serie di registri annuali dello Stato Civile Italiano – istituito a partire dal 1864 – insieme ai registri con le Pubblicazioni di Matrimonio e ai rispettivi allegati. Ecco perché FamilySearch ha trovato i registri solo a partire dal 1866. Anche in questo caso gli allegati contengono dati di prima mano, come, a volte, i certificati medici relativi agli atti di morte. Rispetto ai registri compilati per scopi militari o da comunità religiose, quelli civili riguardano i cittadini di entrambi i sessi e di qualsiasi confessione religiosa, nonché gli atei e i non battezzati, che dalla seconda metà dell’Ottocento iniziarono a costituire una presenza significativa. Essi sono corredati da indici e rubriche decennali che agevolano la ricerca dei singoli atti. Riportano infine atti di stato civile registrati presso i consolati da parte di cittadini italiani che si trovavano a soggiornare all’estero. Presso numerosi Archivi di Stato si conservano le Liste di Leva, redatte ogni anno dai Comuni in duplice copia – sulla base dell’anagrafe – contenenti l’elenco di tutta la popolazione maschile residente che aveva raggiunto l’età prescritta per la visita militare (compresa tra il diciassettesimo e il ventesimo anno di età, a seconda delle regioni). Una copia veniva inviata da ciascun Comune all’Ufficio di Leva esistente nel capoluogo di Mandamento o di distretto giudiziario, per gli adempimenti delle visite di leva. Tale Ufficio provvedeva ogni anno a rilegare le liste in volumi, organizzati al loro interno per Comune e, nel caso di Isola, abbiamo trovato solo i fogli annuali staccati uno dall’altro. Dal 1855 il Consiglio di Leva iniziò a compilare le Liste di estrazione con i nominativi degli stessi coscritti posti nell’ordine dato dall’estrazione a sorte, come prescritto dalla legge sull’arruolamento. Accanto ai dati già indicati dal Comune per ciascun nominativo, le Liste di Estrazione contengono i dati rilevati nel corso della visita: livello di istruzione, professione, caratteri somatici come il colore degli occhi e dei capelli, la forma del naso, le misure della statura e della circonferenza toracica nonché l’esito della visita stessa: abile e arruolato in una delle tre categorie previste, rivedibile alla ventura leva, riformato o renitente. I registri delle Liste di Leva e delle Liste di Estrazione vengono consegnati agli Archivi di Stato competenti per territorio trascorsi 70 anni dall’anno della leva. Spesso accanto alla Liste di Leva sono presenti i Ruoli Matricolari Militari, compilati dai Distretti, che contengono i dati degli arruolati per attribuire a ogni soldato un’identificazione univoca tramite l’assegnazione di un numero. Per ogni soldato il ruolo
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riporta infatti numero di matricola, corpo, data di arruolamento, gradi, eventuali onorificenze o sanzioni comminate o diserzioni. In questi registri annuali i singoli sono inseriti in base all’anno di inizio della ferma militare, e non all’anno di nascita, pertanto riguardano coloro che hanno prestato il servizio militare, ma non vi risultano i riformati (giudicati inabili al servizio per motivi di salute), gli esentati (per motivi familiari), i renitenti (coloro che non si sono presentati alla visita di leva o alla chiamata per l’arruolamento). I ruoli matricolari dei Distretti militari, corredati da rubriche alfabetiche che costituiscono lo strumento fondamentale per effettuare le ricerche, sono versati all’Archivio di Stato della Provincia di pertinenza allo scadere del settantesimo anno dall’immatricolazione, dove sono consultabili nel rispetto delle norme a tutela della riservatezza dei dati personali. Informazioni ulteriori rispetto ai ruoli matricolari sono reperibili nei fascicoli personali dei militari, ugualmente prodotti dai Distretti militari e versati agli Archivi di Stato. Subito dopo l’Unità d’Italia, con il primo censimento nazionale (1861), la tenuta dello stato civile diventò un’esigenza: si rese necessario conoscere sesso, condizione sociale e livello di istruzione degli italiani per formare le liste elettorali, i consigli comunali, per assolvere all’obbligo della leva militare, per esigere le tasse; così un decreto del 1864 attribuì ai Comuni il compito di registrare i movimenti demografici, senza tuttavia rivestire un carattere obbligatorio, per cui non tutti i Comuni vi ottemperarono. Una seconda legge del 1871 richiese l’anagrafe obbligatoria per tutti i Comuni che da questa data in avanti furono preposti alla tenuta dei registri di nascita, matrimonio e morte della popolazione residente. Nel nostro caso per ricerche più antiche bisogna rifarsi ai registri delle singole Parrocchie: quello dei battezzati della Parrocchia di S. Michele di Isola inizia nel 1600. L’esame di 8.247 certificati di morte, nascita e matrimonio, redatti tra 1810 e 1910 fatta tramite FamilySearch, ha consentito di trarre alcuni risultati sociologici di seguito riportati. Tutti questi dati anagrafici sono reperibili su www.academia.edu alla pagina di Sergio Pedemonte.
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TABELLA 1: risultati del Censimento del 21 aprile 1931, divisi per Parrocchie Parrocchia 1) Isola
Popolazione delle frazioni parrocchiali
Capoluogo Cascine Creverina Griffoglieto Noceto Settefontane Vobbietta 2) Borlasca Capoluogo Pinceto Pietrabissara Serrè Villa 3) Marmassana Capoluogo Busti Cascissa 4) Montessoro Capoluogo Borgo Cafforenga Montecanne Piazzo Spinola 5) Mereta Capoluogo 6) Prarolo Capoluogo Albora Assenze temporanee dal Comune Totale del Comune
1.102 28 128 78 29 16 126 171 62 180 43 26 97 24 52 115 28 46 68 78 8 99 177 6
Popolazione delle Parrocchie
Totale
1.507
Totale
482
Totale
173
Totale Totale
343 99
Totale
183 521 3.308
Cognomi e Nomi I numerosi N.N. da noi rilevati portavano cognomi anche da toponimi (Borlaschina, Creverina, Debusti) oppure nomi strani (Novembrino, Capra, Torella, Spintone, Satiro …) addirittura uno era stato chiamato Pipino Magno Pratoverde! Parte dei morti entro l’anno di nascita sono proprio figli di
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ignoti, segno che molte famiglie li adottavano. Nomen nescio è un’espressione latina (da nescio: “non conosco” e nomen: “nome”) abbreviata in N.N., che si usa per indicare l’anonimato o la non completa identificazione di una persona. Indubbiamente era positivo, sia dal punto di vista psicologico che da quello sanitario, il fatto che nella seconda metà dell’Ottocento la maggior parte dei trovatelli vivesse presso tenutari esterni piuttosto che all’interno degli istituti; tuttavia si deve tener presente che le famiglie ritiravano dai brefotrofi questi bambini quasi unicamente perché li ritenevano un buon investimento. E non erano tanto le retribuzioni, in alcune zone veramente esigue, a invogliare le balie e i tenutari, quanto la prospettiva di potersi valere, in un futuro imminente, di una forza-lavoro gratuita o di una nuova fonte di entrate che integrasse i magri bilanci familiari. È infatti significativo che soprattutto le famiglie contadine adottassero degli esposti, i quali fin dalla più tenera età venivano avviati ai lavori strettamente campestri o alle attività manifatturiere connesse con l’agricoltura5. Molti bambini venivano lasciati nelle “ruote” con qualche segno particolare: una medaglia, l’immagine di un santo, un foglio con una frase qualsiasi, un biglietto in cui si avvertiva che erano già stati battezzati e si precisava il nome che era stato loro imposto. Le amministrazioni dei brefotrofi o gli incaricati comunali che si occupavano degli esposti annotavano scrupolosamente, accanto al numero d’ordine con cui bambini venivano registrati negli atti d’ingresso, tutti questi potenziali elementi di riconoscimento; si riteneva infatti che indicassero la volontà, da parte delle madri, di rintracciare un giorno i propri figli. Questi bambini venivano dati a baliatico su richiesta e veniva corrisposta nel 1888 una somma mensile di lire 10 ad Alessandria o di lire 11 a Genova. Quindi nelle nostre statistiche non possiamo tenere il conto, in percentuale rispetto alla popolazione, di questi infelici dati a balia agli isolesi (tra gli altri ne troviamo 6 a Mereta, 3 a Serrè, 2 a Montecanne, uno ai Tuè, uno a Borlasca, uno a Isola, uno a Pinceto, uno al Piazzo e uno a Villa). Due fratelli, Gemma Pennone nata a Genova ed Edoardo nato a Torino, figli di chincaglieri che probabilmente giravano i paesi per la loro professione, muoiono nel 1869, a distanza di un mese uno dall’altra, nella Ferrea di Camposaragna dove erano a balia dalla famiglia Bartolomeo 5
GORNI, 1974.
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Tibaldi. Per Isola abbiamo numerosi casi di orfani viventi presso le famiglie contadine perché addirittura attestati nei documenti come, ad esempio, Nino Nicoletta, morto a Villa nel 1876 a 5 anni nelle cui note è scritto: “bambino appartenente all’Ospizio dell’Infanzia Abbandonata di Genova”. Quel “appartenente” gela il sangue nelle vene. Si tenga presente che il fenomeno assunse in Italia dimensioni preoccupanti giungendo nel 1866 al 5% dei nati vivi. A questi infelici venivano dati nomi come Esposito a Napoli, Innocenti in Toscana, Casagrande o Casanova in Liguria, Proietti a Roma. In corrispondenza del dominio napoleonico, considerando quei cognomi come un marchio infamante, si diede disposizione che i bambini abbandonati ricevessero un nome di fantasia. I figli di ignoti a Isola, ben 59 in quel mezzo secolo senza contare quelli di cui è sconosciuta la sola madre o il solo padre, avevano certificati di nascita particolari. Ne diamo conto di uno del 1871: «È comparso Bisio Giacinto fu Francesco, d’anni 75, campanaro, domiciliato e residente in questo luogo di Isola del Cantone, il quale mi ha dichiarato che questa mattina 17 settembre essendo solo ha trovato sulla finestra della cantina del signor Parroco in un cesto ripieno di foglie di meliga coperto di una vecchia coperta di lana, il fanciullo che mi presenta fasciato con una fascia di bambagio bigio turchino, con camicia e due cuffiette, una bianca e l’altra gialla picchiettata in nero. Dopo aver visitato il fanciullo ho riconosciuto esser vivo, di sesso maschile dell’apparente età di giorni due, e non gli ho trovato nel corpo segno o contrassegno alcuno. Ho tosto ricevuto il fanciullo che sarà rimesso all’Ospizio di Pammatone di Genova, rilasciando al dichiarante una copia dell’atto presente perché sia consegnata al Direttore dello Stabilimento insieme al bambino, ed alle vesti e agli altri oggetti ritrovati presso il medesimo, ed al quale in vista dell’articolo 374 del C.C. viene dato il nome di Stefano ed il cognome di Canonico». Sulle condizioni di vita di questi sfortunati basta ricordare che in Toscana, dove erano chiamati innocentini, durante il pasto rimanevano in piedi appoggiati a un muro e mangiavano per ultimi, da soli. Per quanto riguarda i bambini riconosciuti dal padre e dalla madre si trovano nomi ormai desueti come Abramo, Melchissedech, Processo, Cleonice,
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Silla, Pazienza, Estilde, Quintina, Riguardata, Bibbiana, Augino, Balbora, Abigaille, Deodato, Sitronina, Marziano; erano frequenti i nomi patriottici come Mentana, Italia, Roma, Garibaldi, Orazio Coclite, Cairoli. I cognomi venivano frequentemente storpiati: Accerbo > Acerbi > Acerbo, Dallegri > Allegri, Quglia > Quaglia, Buzallino > Busallino, Ponte > Punta, Mutto > Motto, Picullo > Picollo, Cattalano > Catalano, Polastro > Pollastro, Balestrero > Ballestrero, Barizzone > Barisone > Barisione, Soma o Somma, ecc. Negli elenchi non c’è nessun cognome spezzato, escluso D’Allegri, mentre tutti i Denegri sono Denegri, o Delorenzi o Delprato. Era possibile avere lo stesso nome del padre: Cornero G.B. fu G.B. e così via. Per i cognomi (tabella 2) possiamo dire che quelli come Bottaro, Bisio, Traverso, Repetto, Bagnasco, Clerici, Quaglia, Siri e Pietrafraccia siano decisamente d’importazione. Per quelli locali notiamo che il numero dei cognomi provenienti da paesi posti sulla destra dello Scrivia (Montessoro, Vobbietta, Montecanne ecc.), sulla sinistra e di Isola capoluogo è 2.950, 1.826 e 911. Ovviamente anche il numero di insediamenti è maggiore sulla destra. Isola provoca un sinecismo delle popolazioni del suo territorio che è eterogeneo nella distribuzione dei suoi abitanti. Il Comune raggiunge il numero più alto di residenti nel 1871 con 3.890; nel 1931 ne ha 3.308 e le parrocchie sono così popolate: Isola: 1.507; Borlasca: 482; Marmassana: 173; Montessoro: 343; Mereta: 99; Prarolo: 183 (assenze temporanee: 521). Il dato, pur non avendo il numero di Creverina e Cascine, conferma lo sbilanciamento tra le due zone a Est e Ovest dello Scrivia. Poi con gli anni i cognomi di Isola scompaiono: Rolla, Isolabella, Zino, Cotella, Porta, Ponte, subiscono drastiche diminuzioni, come Ferrari, Camposaragna, Bregata e Catalano. Tra l’altro i Camposaragna il cui cognome
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sembrerebbe derivare dall’omonimo toponimo sul bivio Isola – Prarolo, per la massima parte sono nati a Isola, esclusi sei a Prarolo, uno in Svizzera, uno a Buenos Aires e uno a Genova. Si perdono anche alcuni di quelli allogeni: Quaglia, Clerici, Pietrafraccia. Caso significativo è che all’Albora di Prarolo sono nati solo dei Desirello (ben 20) mentre alla Cascina Il Passo solo dei Balbi (14) e alla Bertesca tre Morando. I Merlo e i Repetto “avanzano” di cascina in cascina da Ovest verso Est, di generazione in generazione. TABELLA 2: principali cognomi isolesi riscontrati nella ricerca (1810-1910) Cognome
Numero
Luogo
Zuccarino
385
Cascine, Settefontane, Creverina, Noceto, Costa del Salice, Isola
Tavella Delorenzi Persano Desirello Sangiacomo Picollo Denegri Molinari Mignone Bertuccio Simonotto Balbi Rolla Cornero Seghezzo Guglielmino Casella Argenta Traverso Semino Torretta Repetto
303 258 238 276 225 225 214 197 192 188 181 177 166 162 152 145 141 135 113 108 102 87
Griffoglieto, Vobbietta Cascissa, Busti, Barma, Marmassana, Isola Pinceto, Serrè Mereta, Prarolo, Albora Montecanne Borlasca, Pietrabissara, Isola Mereta, Isola Villa, Pietrabissara Montecanne Montessoro, Piazzo, Cafforenga Mereta Isola, Creverina, Settefontane, Il Passo Isola Prarolo, Mereta, Isola Cascine, Creverina, Isola Pinceto, Serrè Cascissa, Busti, Marmassana Marmassana Alpe, I Piani, Cascine Isola Montecanne Sparsi
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Cognome Affranchino Camposaragna Ferrari Bugatto Rivara Guido Bagnasco Bottaro Ansaldo Busallino Ferretto Tassara Bisio Scarlassa Catalano Allegri Ponte Motto Rossi Bregata Dallegri o D’Allegri Campi Chiarella Rodano Casassa Piazzo Imperiale Parodi Clerici Porta Punta Ratto Zino Cino Quaglia
Numero 80 79 77 71 68 59 56 55 52 49 47 45 44 43 42 41 40 39 34 37 37 35 34 32 29 28 28 26 25 24 24 23 23 23 21
Luogo Borlasca Isola Serrè, Isola Piazzo Isola Marmassana Riè, Borlasca, Mereta Borlasca Griffoglieto Isola Isola, Montessoro Piazzo Isola Marmassana Piano e Cantone Cafforenga, Marmassana Isola e Montessoro Griffoglieto Piazzo, Isola Isola Montessoro, Borgo Montessoro Isola Montessoro e Isola Creverina, Isola Piazzo Cascissa Isola Isola Isola Isola Isola Isola Cascine Pietrabissara
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Cognome Tibaldi Demattei Demaestri Pietrafraccia Isolabella Acerbo Calvi Cotella
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Numero 21 20 20 20 18 16 16 15
Luogo Isola Piazzo Borlasca Isola Isola Montecanne Isola Isola
Anagrafe Molti bambini erano portati a balia da Genova nelle nostre frazioni e, purtroppo, incrementavano il già alto numero di morti di età inferiore ai due anni; avevano, ovviamente, cognomi non isolesi (Bertora, Brinaso, Campodonico, Noli, Piazza, Pratoverde). A causa delle morti precoci tra i neonati, i genitori davano a un successivo loro figlio lo stesso nome del precedente. Il più anziano delle liste che abbiamo esaminato è Giacomo Picollo di Giuseppe, anni 98, deceduto a Borlasca nel 1868 e quindi nato nel 1770, prima dell’avvento napoleonico a Isola. È seguito da Giuseppe Affranchino di G.B., morto a 97 anni nel 1902 a Borlasca, da Agostino Montaldo di Giuseppe, 95 anni morto a Vobbietta nel 1953, da Rosa Guglielmino di Bartolomeo, anche lei morta a Borlasca a 93 anni nel 1877 come Benedetto Desirello di Domenico, 93 anni, morto ad Albora nel 1874. Prima del 1876 molti certificati riportano la dicitura “morto a 86 anni circa”, segno evidente di un anagrafe ancora incerta. Su 1.513 cittadini di cui si conosce l’età alla morte, la media di vita è 42 anni senza contare i 60 “nati non vivi”; se togliamo i morti entro il 1° anno diventa 48 anni e se si eliminano quelli fino a 5 anni (compresi) saliamo a 53; in un nostro precedente studio su 758 isolesi le classi di età furono6 quelle di tabella 3; ad esempio nel 1884 su 68 decessi 13 erano bambini inferiori all’anno e 6 inferiori ai 5 anni; nel 1889 su 89 decessi vi furono 6
PEDEMONTE, 2005.
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36 bambini tra 1 giorno e 2 anni e altri 18 fino a 14 anni; nel 1883 su 101 nati, ne morirono 33 inferiori ai 5 anni. Nel 1882 su 84 decessi vi furono 21 bambini inferiori all’anno e 13 tra 1 e 10 anni cioè il 40%. Si deve tenere presente che un semplice morbillo poteva essere letale in organismi denutriti o che vivevano in ambienti di scarsa igiene e poco difesi dal freddo. Ovviamente mancano gli emigranti che nel periodo 1864-1876, secondo la Tesi di Laurea di Maria Rosa Allegri, furono 90, ma che aumentarono sempre di più negli anni successivi. Quindi la percentuale effettiva è minore. Nel 1884 si verificò un’epidemia di colera a Novi Ligure, ma non toccò Isola perché i 68 decessi furono nella media. Sulle condizioni di vita e di salute negli anni ’30 del secolo scorso in frazioni come le nostre, esiste un’interessante pubblicazione del medico di Vobbia Pietro Gatto inerente la località Selva. Ne riportiamo alcune parti7: «... Le case non sono scadenti relativamente al paese ed alla zona in cui ci si trova: si pensi che siamo alle radici dell’Antola! Ve ne è di vecchie, magari di quelle con copertura tutt’ora di paglia e di nuove belle, dipinte allo esterno anche se poco civettuole; la gran massa sono case tipicamente rurali, prive di intonaco. I vani sono di scarsa cubatura con finestre mal esposte ed assai piccole onde la luce e l’aria penetrano assai insufficientemente; tendine e drappi confacenti allo stato economico di ciascuna famiglia tappano ancora quei buchi quasi a sbarrare vieppiù l’ingresso alla luce ed all’aria; ironie della civiltà! Non si può parlare di addensamento in quanto salvo casi rari non più di una persona dorme per vano. La pulizia non è trascurata essendo la coscienza igienica individuale sufficientemente presente; grave difetto di tutte le case è la mancanza di scolo del materiale escrementizio e la ubicazione delle stalle: queste ora sono al pianterreno della casa e la invadono colle loro esalazioni e cogli insetti che abbondanti si sviluppano al tepore dei calori dovuti alle fermentazioni, ora sono situate lateralmente alla casa ma ad essa attaccate onde aggiungere alla loro funzione normale quella di letamaio e di ritirata per le persone. É buona fortuna se non fungano anche da dormitorio come altrove suole accadere. In tal modo la vita delle persone qui non si svolge in comunità cogli animali anche se con questi è in intimo e stretto quasi indivisibile contatto. 7
GATTO, 1934.
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L’alimentazione è alquanto curata; il pane, la pasta, il latte, le uova, sono notevolmente consumate; certo accanto a questi cibi si consuma pure la verdura, la polenta, le castagne anche se in minore proporzione; meno ancora si consuma la carne. Si può dire nel complesso che l’alimentazione è mista anche se prevalentemente vegetariana. Lo stato di ricchezza non è assolutamente deficiente; come in ogni contadino, tanto più se ligure, vi è il senso del lavoro, della parsimonia e della economia; questo abito mentale porta a lungo andare ad un certo benessere economico. Vi è una corrente emigratoria temporanea per cui a Giugno ed a Settembre i più validi, uomini e donne, si recano nelle risaie a scopo di lavoro; per questa emigrazione tempi addietro vi furono parecchi casi di malaria che attualmente è scomparsa. Altra emigrazione temporanea è rappresentata da numerose ragazze che vanno a servizio in città. Per lo più d’estate ritornano al lavoro dei campi ma qualche volta vi restano definitivamente e finiscono poi per maritarvisi. La corrente emigratoria definitiva ha notevolmente assottigliate le file della popolazione, almeno quando questa era permessa. L’emigrazione era fatta sia verso le Americhe sia verso la Riviera ligure ed il Genovesato. Si è verificato casi di famiglie emigrate in blocco e restate definitivamente nel luogo di emigrazione, lasciando deserti casa e podere che non erano riusciti a vendere. Il desiderio di lasciare la montagna è quanto mai vivo in piccoli e grandi e lo andare in città od in riviera è l’ambizione di tutti. È una gran festa il giorno della partenza: la ragazzotta va a servire i signori; il giovanotto va ad impiegarsi lavorando in giardini, in orti, od anche si adatta ad umili mestieri; poi ritorneranno col gruzzoletto, ben vestiti nella bella stagione e saranno l’invidia dei coetanei che sono restati in paese. I poveri montanari di qui non hanno tutti i torti. La montagna, così come è qui nella vallata Vobbiese, Selva quindi compresa è veramente inospitale ed il conseguente problema dello spopolamento dovrebbe impensierire le autorità locali. Si pensi: ancora senza strade, rotabile, ancora senza telegrafo, solo da pochi anni il telefono, solo da pochi anni la luce elettrica e neanche in tutte le frazioni. Molte frazioni bevono ancora acqua piovana, altre acque facilmente inquinabili per mancanze di adatte condutture. Ci troviamo, in altre parole, in quella situazione che è già stata lumeggiata da Vidoni per le popolazioni dei nostri monti. Più grave è ancora il problema della denatalità non solo a
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Selva ma in tutto il Comune: una falange imponente di giovani ormai trentenni affoga in un celibismo inquietante. Pur troppo il male è vecchio perché, tra i celibi, gli anziani sono in numero assai rilevante. Si pensi che nel 1904 il Comune di Vobbia faceva circa 2.400 abitanti ed attualmente non ne conta che 1.600 scarsi. Non ho potuto trovare cifre relative alla popolazione della frazione Selva esclusivamente ma case vuote e diroccate non mancano e queste certamente stanno ancora a testimoniare qualche cosa. É buona fortuna se gravi malattie non serpeggino, se l’indice di mortalità sia piuttosto basso. In cinque anni su di un centinaio di abitanti presenti sono morti in tutto sei persone; una quarantenne per otite media complicatasi, una bambina di cui dovrò parlare per pertosse complicatasi con broncopolmonite, una settantenne per linfomi Tbc, un settantenne per paralisi cardiaca, un ottantenne per congestione polmonare. L’indice medio di mortalità sarebbe dunque 1,2%: come si vede alquanto basso; di fronte al quale l’indice di natalità è di 1,4 essendone nati 7. In tempi passati la Tbc ha mietuto qualche vittima; era tubercolosi importata, trattandosi di ragazze che andavano a servire in città e poi ne ritornavano ammalate. Attualmente le malattie che prevalgono sono quelle dell’apparecchio cardiovascolare, e qualche caso di tubercolosi fibrosa. Non sarà inutile riportare le cifre dei riformati per ipertrofia della tiroide nel Comune di Vobbia. É un vero peccato se per forza di cose debba riferirmi solamente a pochi anni non essendomi stato possibile trovare le liste di leva al completo. Negli anni 1900, 1901, 1902 furono visitati complessivamente 94 individui; di questi 14 furono riformati dei quali 5 per gozzo e 4 per deficiente statura. Dal 1923 al 1933 compreso furono visitati 250 individui; di questi 22 ne vennero riformati dei quali 3 per gozzo, 2 per idiozia, 1 perché sordomuto, 11 per deficiente statura. Dal controllo accurato delle liste di leva ho rilevato che ben 7 furono fatti rivedibili per ipertrofia della tiroide e poi dichiarati idonei. Dalle cifre suesposte risulterebbe una netta diminuzione del gozzo dal 1900 al 1933. Frattanto ho dovuto notare con vero stupore che alcuni coscritti fatti ad es. rivedibili per ipertrofia della tiroide per uno, due, tre anni furono poi riformati per altra ragione. Dovrebbe essere sperabile che questi accennati fatti rappresentino una vera anche se non ammissibile eccezione diversamente le statistiche attualmente in corso avrebbero un valore assolutamente relativo.
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Dò anche le primizie della inchiesta nelle scuole: Vobbia: alunni 30 di cui 20 con fatti di gozzismo: 66,6%; Arezzo: alunni 18 di cui 8 con fatti di gozzismo: 44,4%; Alpe: alunni 14 di cui 6 con fatti di gozzismo: 43% Vallenzona: alunni 55 di cui 21 con fatti di gozzismo: 38%; Salata: alunni 29 di cui 11 con fatti di gozzismo: 37,8%. Totale generale del Comune: alunni 146 di cui 66 con fatti di gozzismo: 45,2%. Sarà utile riportare i dati della mia vecchia inchiesta fatta nel 1931 prima di iniziare nelle scuole la terapia iodica in quanto apparirà assai evidente una netta diminuzione del gozzismo. I dati furono pubblicati poi nel 1932 in Liguria Medica e negli Annali dell’Ospedale psichiatrico di Perugia e qui brevemente li riassumo: Scuola di Vobbia: alunni 26 di cui 85,11% con gozzismo; Scuola di Salata: alunni 24 di cui 83,3% con gozzismo; Scuola di Arezzo: alunni 13 di cui 81,25% con gozzismo; Scuola di Alpe: alunni 14 di cui 51% con gozzismo; Scuola di Vallenzona: alunni 54 di cui con gozzismo 90,7%; Scuola di Noceto: alunni 7 di cui 71,42% con gozzismo; Totale generale: alunni 138 di cui 77% con gozzismo». Per Isola abbiamo i dati ricavati dalle Liste di Leva8: «Il numero dei coscritti isolesi presi in esame dal 1807 al 1910 è 3.564 di cui 3.363 nati a Isola (94%): l’anno più prolifico fu il 1859 con 59 nati mentre il 1812 ne ebbe solo 21. La mortalità prima della leva nei maschi iscritti era molto alta: circa il 6% (224 unità) e le condizioni di vita si possono desumere anche dai riformati (15%). Prendiamo in esame gli inidonei e la loro causa: essi furono 517 di cui per la statura ben 114. Si era riformati se inferiori a m 1,488 (rinviati all’anno successivo se dotati di taglia non superiore a m 1,543 ma riformati se l’altezza restava a 1,542). Nella prima guerra mondiale si arruolarono gli alti 1,47 m. 8
PEDEMONTE, 2012, pag. 267.
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Il più basso dei visitati del nostro paese risulta essere stato 1,20 metri e il più alto 1,84 m. Le medie negli anni furono: 1807-1829: 1,60 m 1830-1839: 1,62 m 1880-1900: 1,64 m 1901-1907: 1,65 m. Poi abbiamo i riformati per debole costituzione (100 ma 171 citati), gozzo (64 ma 89 citati), ernia (34 ma citati 40), difetti agli occhi (17 citati 18), atrofia degli arti (12), varici (11), fratture mal composte (6), mancanza di denti e notevole carie (6), gobbo (5)». TABELLA 3 Periodo 1931-1955 1968-1997
Età media uomini 54 73
Età media donne 56 78
Tra il 1° gennaio 1866 e il 31 dicembre 1910 nacquero 4.365 bambini di cui 2.042 femmine e 2.323 maschi in linea con i dati ricavati dai bollettini parrocchiali9, che però iniziano nel 1927, e con quelli mondiali in cui il rapporto uomini/donne è 1,01185 (fonte: WOLFRAM ALPHA, agosto 2010); nei certificati si riscontrano 64 celibi e 81 nubili, mentre 38 uomini hanno avuto due diverse mogli e solo 16 donne due mariti. Il Bollettino Parrocchiale Fides Nostra, n. 2, del 1928 riporta alcuni dati demografici per la Parrocchia di Isola: nel decennio 1918-1927 si sono avuti 269 nati con un massimo di 37 nel 1924 e un minimo di 20 nel 1918. Per i matrimoni dal 1918 al 1927 ve ne furono 126 con il massimo di 21 nel 1920 e il minimo di 5 nel 1918. Nello stesso periodo vi furono 234 morti con il massimo di 47 nel 1918 (causa la febbre “spagnola”) ed un minimo di 11 nel 1927. Dal 1870 al 1900 la media dei decessi era di 30 all’anno. Il Comune di Isola nel 1871 aveva 3.890 residenti, il massimo di popolazione raggiunto. I risultati su 4.365 nati tra il 1866 e il 1910 fornisce i risultati nelle frazioni (tabella 4). Da notare che non vengono citati Casaleggio, Preghè e Bregain. Un altro dato interessante è il bilanciamento nati/morti (tabella 5). 9
PEDEMONTE, 2012, pag. 345, 346, 347.
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TABELLA 4: località di nascita Località Borlasca Pietrabissara Prarolo Marmassana Montessoro Montecanne Mereta Piazzo Casissa Vobbietta Pinceto Creverina Villa Cascine Borgo Cafforenga Serrè Vari caselli delle ferrovie Spinola Settefontane Busti Noceto Piano Albora Cascina Battaglia Alpe di Buffalora Cascina Cornareto Cascina Il Passo Cascina S. Lazzaro Cascina Costa del Salice Cascina I Riè Cascina Strinà Curlo Cascina I Tuè Barma Cascina I Piani Cascina dei Gatti Cascina Braghina
Numero nati dal 1866 al 1910 301 265 237 222 203 191 146 146 114 103 97 95 83 69 67 60 59 43 35 38 37 33 28 20 19 15 15 14 13 11 10 10 9 8 8 7 7 6
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Località Cascina Baro Cascina S. Stefano Cascina Piancastello Cascina Camposaragna Fontanella Cascina Bertesca Cascinette Costa Pelata
Numero nati dal 1866 al 1910 6 5 4 4 3 3 3 3
TABELLA 5: bilanciamento nati/morti Anno 1892 1893 1894 1895 1896 1897 1898 1899 1900 1901 1902 1903 1904 1905 1906 1907 1908 1909
Nati 101 91 103 89 112 71 92 68 98 74 89 89 85 91 75 ? 73 92
Morti 46 74 85 60 69 65 61 59 63 66 56 52 46 58 43 44 59 79
Differenza 55 17 18 29 43 6 31 9 35 8 33 37 39 33 32 ? 14 13
Abbiamo appurato che molte volte ci si sposava con membri dello stesso paese o addirittura della stessa famiglia. L’alternativa era ricercare il coniuge nelle frazioni vicine (Montessoro con Piazzo o Cafforenga ecc.; Griffoglieto con Vobbietta; Borlasca con Pinceto o Serrè; Prarolo con Mereta; Cascissa con Busti); matrimoni fuori dall’ambito comunale erano frequenti tra Montessoro e località vicine come Roccaforte; oppure Barma, Busti e
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Cascissa con Vobbia; Borlasca con Voltaggio; Creverina con Ronco. Ovviamente non mancano cittadini genovesi o, per ferrovieri e impiegati pubblici, le nozze con qualcuno che proveniva da più lontano. Si nasceva e si moriva nella propria casa: tra 1810 e 1910 solo 37 isolesi sono deceduti in ospedali come il S. Andrea, il Pammatone, Quarto o il San Raffaele di Genova oppure La Chiappella, che era militare, Buenos Aires, Firenze, Vercelli e gli ospedali da campo durante la Grande Guerra (ben 13 isolesi vi perirono); un isolese morì nel carcere di Alessandria nel 1886; sui relativi certificati non vi era la causa di morte se non per coloro che avevano incidenti come annegamenti (4), trovati morti (5) oltre a uno investito da un treno e un suicida. D’altronde a Isola abbiamo notizia solo nel 1899 di un’Opera Pia in cui, probabilmente, erano portati i malati cronici. In questo intervallo di tempo vi furono 57 parti gemellari, due trigemellari e uno quadrigemellaro.
Incarichi pubblici e mestieri Ecco un primo elenco di medici condotti che troviamo come testimoni nei certificati di nascita: • nel 1815 Antonio Volpara; • nel 1866 Lorenzo Murtula di Luigi; • nel 1871 Piana Giovanni Piras; • nel 1875 Giuseppe Assale; • un Desirello fu medico in Egitto nel 1883; • nel 1906-1907 Costante Persano; • nel 1907 Francesco Seghezzo fu Giovanni. Furono gestori della farmacia nel 1889 Felice Bona e 1897 Ernesto Cazzulini. Maestri: • Eugenia Lombardi nel 1884 di Torino; • Luigia Panellati nel 1892 di Brescia; • Giacomo Cortesi nel 1903 di Pontelagoscuro a Isola; • Teresa Berino nel 1909 di Genova che insegnava a Borlasca.
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I sacerdoti trovati nei certificati di nascita e morte del Comune dal 1866 al 1910 sono: • Stefano Porta nato a Isola e morto a Genova nel 1867, che fu Curato nella nostra Parrocchia dal 1832 al 1846; • Giuseppe Grino da Missano, Castiglione Chiavarese, morto nel 1868 a Isola dove fu Curato dal 1847 al 1864; • Filippo Rolla di Isola, morto a 75 anni nel 1869 che dal 1820 al 1828 fu Rettore di Marmassana e alla sua iniziativa si deve la costruzione del Santuario di Tuscia (da non confondere con il Filippo Rolla Curato a Isola dal 1864 al 1870); • Emanuele Zuccarino di Isola, morto a 74 anni nel 1872. Fu Parroco di Montessoro dal 1830 al 1836. • Pietro Alferano deceduto nel 1877 a Mereta (nato a Frugarolo); • Carlo Vincenzo Ponta deceduto nel 1897 a Mereta (nato a Ronco Scrivia); • Giuseppe Ratto deceduto nel 1900 a Isola (nato a Crocefieschi) che fu Curato di Isola dal 1876 al 1894. Ovviamente Isola ha avuto altri religiosi: citiamo ad esempio Don Giuseppe Maria Rolla (1788-1812) che fu Parroco a Marmassana e poi ad Albera (notizia fornitaci da Nanni Sangiacomo). Un altro sacerdote isolese fu Giacomo, parroco a Rigoroso10 nel 1457. Alcuni Segretari Comunali furono: • Gio. Antonio Porta nel 1866; • il figlio Luigi Porta dal 1877 al 1893; • Eugenio Persano dal 1895 al 1907; • Umberto Tallone nel 1910. Mestieri oggi scomparsi in Isola: scalpellino, falegname, cavaniolo, arrotino, mattoniere, vermicellaio (faceva gli spaghetti), fornaciaio (artigiano che produceva calce). Pochi i militari di carriera: Giuseppe Rolla di Giovanni, Reale Carabiniere nel 1866, Pasquale Simonotto fu Gaetano, capo calzolaio presso l’8° reggimento artiglieria nel 1871 a Verona e Giovanni Rossi di Deodato nel 1874 a Savona, luogotenente di fanteria. 10
TACCHELLA, 1985.
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Vincenzo Traverso di Giuseppe, 44 anni, minatore, morì al traforo del Frejus nel 1866 e così Luigi Domenico Denegri di Luigi, anni 38, assistente. Anche per Giovanni Semino, la cui figlia Alessandrina nacque a Modane nel 1864, dobbiamo presupporre la stessa odissea. I lavori della grande galleria erano iniziati nel 1857 e finirono nel 1870 (la linea fu inaugurata poi nel 1871). Evidentemente qualche isolese aveva conosciuto German Sommelier che diresse i lavori nella galleria ferroviaria di Pietrabissara nel 1853 e l’aveva seguito. Rimandiamo alla tabella 6 per i mestieri comuni. Tale sintesi specifichiamo che non può essere esaustiva per la mancanza di dati completi nei certificati di nascita o morte o per la loro approssimazione. Ovviamente la stragrande maggioranza degli abitanti di Isola erano contadini e non vi sono rappresentati; a volte viene usato il termine agricoltore, ma non sappiamo se ciò significa proprietario di terre che coltiva o se è semplicemente un sinonimo di contadino. Per i nati fuori Isola rimandiamo alla tabella 7. TABELLA 6 Professione (1810-1910) N° Ferrovieri
114
Proprietari, benestanti o 61 agiati Negozianti, bottegai, 42 commercianti Conciapelli 35 Scalpellini
33
Calzolai
29
Fabbri
28
Osti
28
Mugnai
20
Muratori 19 Carrettieri e mulattieri 18
Località 17 a Prarolo e 5 a Mereta
Provenienza Anche provenienti da altre regioni
Tutti a Isola Pietrabissara, Settefontane e Villa Tutti a Isola Isola, Vobbietta, Pietrabissara, Borlasca e Serrè Due albergatori Chiappa, Montessoro, Pietrabissara, Vianuova
4 originari del Canton Ticino, 2 dalla Toscana e uno da Verona
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
Professione (1810-1910) Cantonieri stradali Falegnami Giornalieri Pensionati Pollaioli Minatori Macellai Operai Sarti Braccianti Barbieri Pescatore
N° 15 14 9 8 7 7 4 4 4 3 2 1
Località
Tutti a Isola
Tutti a Isola A Isola A La Spezia
TABELLA 7 Località di nascita (1810-1910) Argentina Arquata Scrivia Busalla Cairo d’Egitto Campomorone Casaleggio Boiro Casalpusterlengo Cassano Spinola Ceranesi Chiavari Crocefieschi Eureka (Nevada, USA) Finale Ligure Fraconalto Francia Gavi Genova Grondona Lerma Londra Mignanego
Numero 34 27 7 2 2 3 4 4 2 3 7 2 4 18 11 6 115 3 4 1 4
Provenienza
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Località di nascita (1810-1910) Milano Mongiardino Ligure Novi Ligure Parodi Ligure Paveto Pertengo (Vercelli) Puno (Perù) Roccaforte Ligure Ronco Scrivia Rossiglione San Pietro Cellino Savona Serra Riccò Serravalle Scrivia Stazzano Svizzera
Numero 4 14 22 9 2 2 4 12 55 4 2 3 5 11 7 32
Emigrazione Più avanti cercheremo di dar conto, in termini statistici, dell’emigrazione isolese all’estero. Prima però dobbiamo prendere spunto attraverso uno scritto di Costante G. Sangiacomo (Custantin) di cosa affrontavano questi concittadini per lavorare in terre straniere. Sintetizziamo i suoi appunti: ai primi del ‘900 Costante Parodi di Isola si portò a Puno da Buenos Aires per aiutare lo zio G.B. Beroldo di Vobbia. A lui si unirono i fratelli Aurelio e Gerolamo nonché Giuseppe Traverso (Pin), poi Costante Sangiacomo nel 1913 e infine nel 1926 Giuseppe Sangiacomo (Pippo). Dopo il 1945 arrivò anche Giumin Firpo di Savignone. La colonia della Valle Scrivia in Perù era quindi nutrita: le loro attività si svolgevano tra il negozio di Costante Parodi che questi aveva aperto a Juliaca, sull’altipiano del lago Titicaca a 3.812 m slm, o a Puno e Camanà. «Insieme a Pin Traverso e a sua moglie Giuseppina, col vapore Duca di Genova, via Buenos Aires, Los Andes, Valparaiso, Mollendo, Arequipa, Puno andai in Perù. Avevo 17 anni compiuti da poco».
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Così scrive nel suo diario Custantin Sangiacomo. Un viaggio che è anche oggi difficile e allora sarà durato chissà quanto perché il canale di Panama non era ancora percorribile. Gerolamo Parodi ritornò a Isola nel 1924 e gestì il negozio da ferramenta del padre Biggi che poi passò a Renzo e Rinaldo Parodi. Con la Grande Guerra un altro Parodi, Aurelio, si dedicò a quello che veniva chiamato “oro bianco”, cioè il cotone. Iniziò a coltivare una grande estensione di terreno a Camanà, incolto e formato per la maggior parte da paludi salmastre perché confinanti col mare, che aveva comprato da una famiglia di Arequipa. Nel 1920 in quella zona non vi erano strade carrozzabili e per raggiungerla occorreva viaggiare a cavallo o mulo per più giorni partendo da Arequipa, oppure andare a Mollendo col treno, imbarcarsi su una lancia a motore che una volta alla settimana faceva servizio: dopo otto ore si raggiungeva la caletta di Quilia dove si pernottava alla meglio in un piccolo albergo. Al mattino presto si partiva in comitiva con cavalli a nolo e si arrivava a Camanà nel pomeriggio. A Quilia l’acqua era a più di un chilometro e la portavano gli indios al mattino: era così poca che più persone si lavavano il viso con la stessa acqua. L’azienda di Aurelio era colpita dalla febbre “terzana” a causa delle paludi, ma anche da liti giudiziarie: infatti non appena egli ebbe bonificato con fatica e risorse quelle terre, si fecero avanti molti pretendenti accampando diritti. Nonostante queste difficoltà l’azienda si strutturò con case, magazzini, essicatoi e divenne prospera. Aurelio morì a Lima nel 1957 senza essere riuscito a tornare in Italia. Ma tra il 1968 e il 1975 il governo di sinistra di Juan Velasco Alvarado espropriò gran parte dell’azienda pagandola con “Bonos” di nessun valore. Ci sembra di aver tracciato sufficientemente le fatiche, le speranze, la caparbietà, il coraggio, di chi emigrò in quegli anni. I racconti di Custantin continuano e descrivono le sue esperienze a Puno: egli lavorava nella ditta di G.B. Beroldo che trattava viveri, secchi o confezionati, coloranti, solventi, petrolio, alcool e attrezzi di ogni tipo. Un’altra attività era l’acquisto di oro che gli “indios mineros” traevano dalle miniere abbandonate. Nel 1921 egli andò a Lima perché nel porto di Callao era giunto il capitano Alberto Queirolo (1887-1978) che è sepolto nel cimitero di Isola perché sposò Natalina Sangiacomo del Carlin11. In tale occasione 11
Vedere Storie di uomini e immagini isolesi di SERGIO PEDEMONTE, 2013, pag. 199.
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portò alla “Casa de Moneda” (la Zecca) di Lima, 14 kg di oro appartenente a vari commercianti: «Si può immaginare come si possa viaggiare tranquilli con un simile bagaglio, specialmente allora che per il viaggio a Lima occorrevano diversi trasbordi: Puno – Arequipa in treno, Arequipa – Mollendo sempre in treno, il giorno seguente, Mollendo – Callao, dopo diversi giorni in vapore e finalmente Callao – Lima col trenino da 20 centavos (tram). Da notare che a Mollendo e Callao non vi erano ancora moli di attracco di modo che i vapori si ancoravano fuori, in rada, e si raggiungeva il “desembarcadero” a mezzo di scialuppe a remi. Quando arrivai a Lima mi recai subito all’hotel dove alloggiava il capitano Queirolo e potei così cominciare a stare più tranquillo specialmente perché il proprietario sig. Simonetti di Chiavari e amico del Queirolo mi fece depositare la valigia nel suo appartamento». Ma non erano solo questi viaggi pericolosi che dovevano fare i nostri concittadini in Perù. Essendo Puno vicina alla Bolivia, molti clienti del negozio pagavano con la sua moneta. «Solamente la moneta di carta si portava a La Paz per il cambio con soles peruviani o anche sterline inglesi se il cambio era favorevole. La moneta boliviana d’argento (araña) invece, si cambiava in Puno con i commercianti di bestiame che venivano dal Cile … quando nella Ditta si avevano in cassa una certa quantità di questa carta moneta, si faceva il viaggio a La Paz con i vapori del lago che facevano servizio diretto due volte la settimana, partendo alla sera da Puno, subito dopo l’arrivo del treno da Mollendo e al mattino presto del giorno seguente si arrivava a Guaqui, porto boliviano, dove si raggiungeva La Paz in treno, verso mezzogiorno». Custantin ebbe l’occasione di vedere le isole galleggianti fatte di canne (totora) su cui vivevano indigeni che discendevano dal popolo preincaico Uras e che parlavano la lingua quechua. L’ultima rappresentante di questa etnia è morta negli anni ’70 e oggi sulle isole vive una popolazione di lingua aymara.
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«Fu così che una domenica, con la piccola barchetta a motore fuoribordo che avevamo per diporto … partimmo di buon’ora in cerca dell’isola di totora … navigammo più ore, quando finalmente scorgemmo lontana la punta della capanna in mezzo al totoral … Nell’isola trovammo una vecchia, forse la madre, con un giovane indio e un piccino di circa tre, quattro anni al quale feci segno di avvicinarsi sporgendogli qualche galletta, ma quale non fu il mio stupore quando vidi l’indio alzarsi e venirmi incontro in forma quasi minacciosa, brontolando parole che non capivo; il sig. Arze e l’amico Aranjo rimasti più indietro, udito ciò che l’uomo diceva, mi fecero segno di ritornare fra loro mentre lui ripeteva ad alta voce “che non avevano bisogno delle nostre gallette e perché eravamo andati a importunarli nella loro dimora”, mentre la vecchia piangeva e teneva stretto un brutto cane … Poco tempo dopo ritornammo in quei paraggi con l’ing. Williams e mio cugino Carlo Parodi, e trovammo altre isole, poco lontano dalla prima e questa volta fummo ricevuti meno male dagli indios, sempre con molta diffidenza ma senza minacce, anzi trovammo un indio, mas abierto12, che rispondeva alle nostre domande e che ci diede notizie sulla loro vita in mezzo al totoral». Si moriva anche sulle navi tra il Sud America e l’Italia come successe il 27 novembre 1894 a Mario Camicio di Francesco e Carolina Balbi, dell’età di 14 mesi, sulla motonave Russia in navigazione da Genova a Montevideo – Buenos Aires. Riportiamo il certificato di morte di un altro isolese perito in nave: «Noi Lavarello Vittorio Emanuele, di anni 48, nato, domiciliato e residente a Recco, Provincia di Genova, capitano comandante il piroscafo Sud America, della Società G.B. Lavarello di Genova … partito da Buenos Aires il 7 settembre 1981 e da Montevideo l’8, ora diretto per Genova facendo gli scali di Rio de Janeiro, San Vincenzo di Capo Verde, Marsiglia con carico generale di merci e passeggeri trovandosi attualmente alla latitudine di 24° 06’ Sud e di longitudine 43°40’ Ovest di Greenwich. In seguito a relazione del medico chirurgo di bordo Signor Ronchey 12
Più aperto.
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Dott. Giovanni, d’anni 33, domiciliato e residente in Borgo San Domino, Provincia di Parma … dichiariamo di essere morto a Bordo alle ore sette e minuti trenta antimeridiane di oggi 12 settembre Mutti Domenico, Italiano, Passeggero di terza classe imbarcato a Buenos Aires per Genova, contadino, di anni 37, diretto a Genova domiciliato nel villaggio di Vobbietta (Italia), in seguito a Indocardite (sic)». Nei certificati abbiamo trovato 11 isolesi morti in Svizzera, 10 in Francia, 9 in Argentina. Ovviamente non tutti i parenti hanno inviato l’atto di morte al Comune di provenienza. Dai registri, fortunatamente salvaguardati per anni dagli eredi di Francesco Camicio13, ricaviamo i nomi degli isolesi che attraverso La Veloce Navigazione Italiana a Vapore di Genova emigrarono negli anni dal 1907 al 1949. Francesco Camicio e il figlio Luigi ebbero la concessione di vettore da parte della Società sopra nominata, della successiva Società Italia ma anche della American Export Lines inc. nel 1952. La Veloce, fondata nel 1884, venne poi assorbita dalla Navigazione Generale Italiana e si trasformò nella Italia – Società di Navigazione di Genova nel 1936. Su indipendent.academia.edu/Sergio Pedemonte abbiamo messo tutti i nomi ricavati da tali registri. Elenchiamo nella tabella 8 anche abitanti isolesi che sono emigrati negli Stati Uniti. I dati sono ricavati dagli interessanti siti di Ellis Island, My Heritage e di http://www.ciseionline.it/KMS/default.asp.
13
Un sentito ringraziamento a Vanda Camicio e Bruno Bertuccio.
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
TABELLA 8: alcuni emigranti a New York Cognome Molinari Scarlassa De Lorenzi Argenta Argenta Argenta Guglielmini
Nome Carolina Ernesto Carlo Angela Margherita Marietta Giovanni
Anni 18 24 24 4 6 20 26
De Lorenzi
Pietro
21
De Lorenzi
Virginia
21
Molinari Molinari Bertuccio Bertuccio Demattei Ponte Sangiacomo Sangiacomo Desirello Guglielmino Allegri Argenta Argenta Sangiacomo Montaldo De Mattei Semino De Lorenzi Delorenzi Bertuccio Piazzo De Lorenzi
Edoardo Giuseppe Andrea Paolo Modesto Alfredo Angelo Santino Giuseppe Santina Emilio Giovanni Vittorio Giuseppe Andrea Celestino Domenico Angelo Natale O ... Antonio G.B.
5 24 24 20 23 24 39 33 23 22 30 19 27 47 30 18 44 46 45 23 20 18
Nave Saale La Touraine L’Aquitaine La Lorraine La Lorraine La Lorraine La Savoie Principe di Napoli Principe di Napoli Hoenzollern Hoenzollern La Touraine La Touraine La Touraine La Touraine La Savoie La Savoie La Savoie Montevideo La Lorraine Lombardia Lombardia Lombardia Equita Equita Sicilia La Gascogne La Savoie Re d’Italia Re d’Italia La Provence
Porto partenza Genova Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Napoli Napoli Genova Genova Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Le Havre Genova Le Havre Genova Genova Genova Genova Genova Genova Le Havre Le Havre Genova Genova Le Havre
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Cognome
Nome
Anni
Nave
Porto partenza
De Lorenzi
G.B.
18
La Provence
Le Havre
Picollo
Angela
48
Konig Albert
Genova
Picollo
Angelo
17
Konig Albert
Genova
Guglielmino
Alessandro
25
Nord America
Genova
Picollo
Santina
1
Nord America
Genova
Sangiacomo
Francesco
18
Re d’Italia
Genova
Piazzo
Alessandro
25
San Giovanni
Napoli
Molinari
Amelio
18
La Savoie
Le Havre
Molinari Desirello
Teresa Claudina Chiara Palmira
21 20
Duca degli Abruzzi Duca degli Abruzzi
Genova Genova
Delorenzi
Luigi
22
La Savoie
Le Havre
Delorenzi
Onorato
17
La Savoie
Le Havre
Bertuccio
Carlo
23
America
Genova
Bugatto
Amedeo
18
America
Genova
Mignone
Giuseppe
25
America
Genova
Campi
Anselmo
23
America
Genova
Bertuccio
Carlo
24
Chicago
Le Havre
Allegri
Emilio
35
Duca d’Aosta
Genova
Molinari
Stefano
31
Duca d’Aosta
Genova
Argenta
Giuseppe
9
Mendoza
Genova
Argenta
Luigi
34
Mendoza
Genova
Argenta
Matilde
8
Mendoza
Genova
Demattei
Virginio
22
La Savoie
Le Havre
Balbi
Giorgio
27
Chicago
Le Havre
De Paolini
Maria
26
Rochambeau
Le Havre
Bertuccio
Luigi
38
America
Genova
Campi
Angelo
23
America
Genova
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
Cognome
Nome
Anni
Nave
Porto partenza
Campi
Stefano
29
America
Genova
Bugatto
Angelo
45
La Provence
Le Havre
Torretta
Paolo
32
La Provence
Le Havre
Persano
Marcello
26
Oceania
Napoli
Delorenzi
Giuseppe
19
France
Le Havre
Bertuccio
Edoardo
22
America
Genova
Allegri
Paolo
26
America
Genova
Bertuccio
Rocco
22
La Provence
Le Havre
Molinari
Giuseppe
28
Barbarossa
Genova
Argenta
Carlo
24
Regina d’Italia Genova
Cotella
Michele
23
Regina d’Italia Genova
Montaldo
Gerolamo
36
Verona
Genova
Tavella
Antonietta
19
Stampalia
Genova
Delorenzi
Giovanni
22
Chicago
Le Havre
Mignone
Giacomo
22
Stampalia
Genova
Mignone
Giuseppe
30
Stampalia
Genova
Desirello
Giuseppe
41
Duca degli Abruzzi
Genova
Argenta
Maria
21
Re d’Italia
Genova
Campi
Barbara Vittoria
25
Rochambeau
Le Havre
Sangiacomo
Matilde
22
Rochambeau
Le Havre
De Paolini
Caterina
31
Rochambeau
Le Havre
Argenta
Maria Rosa
22
Pesaro
Genova
Allegri
Bartolomeo
23
Europa
Genova
Repetto
Andrea
25
Colombo
Genova
Sangiacomo
Emanuele
24
Colombo
Genova
Desirello
Giuseppe
37
Colombo
Genova
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TABELLA 9: alcune delle navi che trasportarono gli emigranti in America Stazza Disarmata N° Varata Linea (ton) o affondata Passeggeri 1942 Genova – 8.996 1908 2.650 affondato Buenos Aires
Nave
Armatore
America
La Veloce, Genova
Augustus
Navigazione Generale 32.582 1926 Italiana, Genova
1946
1.675
Rotte per il Nord e per il Sud America
Giulio Cesare
Navigazione Generale 24.760 1913 Italiana, Genova
1944 affondata
2.373
Rotte per il Nord e per il Sud America
Duilio
Navigazione Generale 24.281 1916 Italiana, Genova
1944 affondata
1.550
Genova – Buenos Aires
Orazio
Navigazione Generale 11.300 1927 Italiana, Genova
1940 affondata 980 per incendio a bordo
Genova – Valparaiso
25.661 1927
1960
Genova – Napoli – New York dal 1932 con il Sud America
9.900
25/10/1927 affonda al largo del 1.600 Brasile con 314 persone
Genova – Buenos Aires
Conte Grande
Principessa Mafalda
Lloyd Sabaudo
Lloyd Italiano
1908
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
TABELLA 10: valore del biglietto tra Genova e Buenos Aires14 Destinazione
Anno
Nave
Biglietto intero lire
Buenos Aires
1925
Giulio Cesare
220
“
1924
“
1913
Città di Milano
181
”
1914
Duca di Genova
213
”
1922
Europa
284
“
1908
Savoia
196
”
1909
Europa
201
“
1907
Italia
190
215
Ovviamente non erano solo isolesi quelli che si imbarcavano sulle navi della Società La Veloce. Lo notiamo dai passaporti rilasciati in altre Province e anche da Argentina o Perù, segno che vi erano emigranti che facevano viaggi in Italia per affari o per ritrovare le famiglie (tabella 11). Alcuni registri riportano il Comune di residenza di chi acquistava il biglietto (tabella 12). Forniamo altri dati nelle tabelle 13 e 14. L’età media degli emigrati fu di 29 anni, il più anziano salpò a 81 anni.
TABELLA 11: luogo di rilascio dei passaporti Passaporto rilasciato da Argentina Novi Ligure Tortona Nord America Alessandria Perù San Francisco
14
1 Lira del 1924 corrisponde a 1,5 € attuali.
N° 43 15 1 1 4 6 5
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Storia recente di Isola del Cantone
TABELLA 12: alcuni Comuni di residenza degli emigranti Comune
N°
Isola del Cantone (GE)
245
Roccaforte Ligure (AL)
6
Mongiardino Ligure (AL)
4
Ronco Scrivia (GE)
17
Savignone (GE)
2
Arquata Scrivia (AL)
5
Pontecurone (AL)
4
Vobbia (GE)
5
Rivarolo (GE)
2
TABELLA 13: destinazione degli emigranti Destinazione
N°
Buenos Aires (Argentina)
622
New York (USA)
112
San Francisco (USA)
14
Perù
21
Uruguay
4
Venezuela
9
Belgio
1
Cile
1
Santos (Brasile)
2
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
TABELLA 14: numero di emigranti per anno Anno 1904 1905 1906 1907 1908 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922
N° 8 9 0 17 63 20 54 25 69 25 28 2 4 0 1 1 5 4 48
Anno 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1948 1949
N° 57 56 41 32 33 19 12 3 3 8 18 12 12 3 11 6 5 16 32
Dalla fine della seconda guerra mondiale il traffico passeggeri per le Americhe mutò notevolmente: ci furono sempre degli emigranti, ma aumentarono le famiglie degli oriundi che ritornavano temporaneamente per le vacanze o per trovare i loro cari. Molti passarono l’Oceano più volte, probabilmente per motivi di lavoro. I cognomi non erano più quelli di Isola e dintorni, ma aumentarono quelli di altre località come Mignanego, Pontedecimo, Cornigliano e Pegli, Frugarolo, Bosio e Albera (AL), Montepulciano (Siena), La Spezia, Paderna (AL). Anche i passaporti erano emessi sempre più da Argentina, Stati Uniti, Brasile, Venezuela, Perù, Cile e addirittura da Tangeri (Marocco). Pure l’età aumentò, segno che le famiglie si ricongiungevano oppure erano genitori e zii che andavano a trovare i figli e nipoti soprattutto a Buenos Aires. Alcuni fecero fortuna come Angelo Sangiacomo, a San Francisco che acquistò il palazzo con
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torretta di Borlasca. Nell’Archivio della famiglia Camicio troviamo un suo viaggio a New York nel 1929, a 12 anni, con il padre Domenico, la madre Adelina Affranchino e i fratelli Rosa e Giovanni. I passaporti erano stati rilasciati a San Francisco e, presumibilmente, Domenico Sangiacomo era già cittadino statunitense. Anche Angelo Affranchino, nato nel 1834, è un emigrante da citare: appartenente alla Compagnia di Gesù insegnò inglese, latino e greco al St Ignatius College di San Francisco. Ma i più antichi emigranti li abbiamo nel secolo XIII nelle colonie genovesi di Caffa in Crimea: sono due isolesi insieme a uomini di Ronco, Savignone, Carrosio, Persi, Mongiardino, Montoggio e Sant’Olcese. L’ennesima prova che il territorio appenninico e le frequenti avversità sociali ed economiche costringevano i cittadini dell’Oltregiogo a cercare una vita migliore oltre i propri orizzonti. Anche i Bollettini della nostra Parrocchia di San Michele Arcangelo seguirono le vicende degli emigranti: nel 1927, ad esempio, Silvio Zuccarino tornò in Italia per accompagnare la salma della moglie Santina Zuccarino fu Luigi, deceduta a Buenos Aires, mentre il Dott. Francisco Pietrafraccia inviava una cospicua offerta. Il referente del Parroco a Buenos Aires per la raccolta delle iscrizioni al Bollettino era Timoteo Seghezzo. Fides Nostra riferisce che con il Conte Biancamano, l’11 aprile 1928 giunsero a Isola Giuseppe Picollo e Francesco Buonalancia, mentre il 26 con il Giulio Cesare anche Paolo Traverso con la figlia Rosetta. Il 3 maggio con il Conte Verde ritornava Francesco Rolla di Emanuele. Invece partirono il 12 aprile con l’America, per Buenos Aires, Giuseppe Traverso di G.B. e Ubaldo Desirello di Giovanni, socio del Circolo Giovanile Cattolico “Silvio Pellico”. Traverso per questo suo secondo viaggio in Argentina offrì alla Parrocchia una sterlina, cioè 92,43 lire, per il terzo centenario dei Corpi Santi. Ad agosto e settembre è la volta di ritornare in America di Francesco Rolla di Emanuele e di Paolo Zuccarino. Anche i decessi venivano comunicati dagli emigrati tramite il Bollettino Parrocchiale: il 30 giugno 1928 si dà notizia della morte della bambina Anna Iris Zuccarino di Giovanni e Maria Chiarella avvenuta in Buenos Aires. Quando morì Michele Bregata a Buenos Aires, il Bollettino del settembre 1952 ne riportò la notizia spiegando che nel 1949 egli aveva raccolto fra i concittadini emigrati L. 80.000 per l’Asilo Infantile e nel 1951 in occasione delle sue nozze d’argento elargì L. 5.000.
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Addirittura i concittadini d’America venivano informati che il mese di agosto 1928 era stato favorito da un’abbondante raccolta di funghi, parte dei quali “varcheranno l’oceano ad allietare le mense dei cari lontani”. Questo significava un legame fortissimo e continuo, fatto non solo per la ricerca di offerte, ma per una effettiva necessità.
Diffidenza verso gli alberi genealogici Da questa fatica ed esperienza abbiamo capito che provare a compilare un albero genealogico, pur avendo tutti i documenti anagrafici, è molto difficile, soprattutto per quei cognomi come Zuccarino, Desirello, Mignone, Molinari, Bertuccio e altri, tipici del nostro Comune. Sono frequentissimi i certificati di morte che hanno nomi differenti da quelli del certificato di nascita: ad esempio un Santino era stato registrato come Francesco Santo; Maria Rosa Zuccarino alla nascita, diventa Maria Teresa alla morte. Oppure Marina Chiarina diventa Chiarina Maria, e si riconoscono che sono le stesse persone dal padre e dalla madre o dall’età; Maria Caterina Molinari, nata nel 1879, per chi redige il certificato di morte nel 1896 diventa Elvira; inoltre le innumerevoli Maria Maddalena, Maria Paola, Maria Anna, compaiono negli atti di morte a volte con il solo secondo nome. Questi certificati di morte non hanno la data di nascita e i genitori del defunto sono riportati con nome e cognome, ma non con la loro paternità. Segno evidente che il segretario comunale o lo scrivano non si peritavano di controllare sui registri delle nascite la corrispondenza delle generalità. Dal 1866 al 1869 frequentemente, soprattutto per chi decedeva oltre i 50 anni, si ignorava il nome della madre, forse perché i registri di nascita erano quelli parrocchiali. Vi fu poi il segretario Eugenio Persano che operò dal 1895 al 1907 lasciando gli Atti, da lui trascritti, lacunosi, disordinati, con numerose cancellature e date di compilazione palesemente errate; un vero disastro: sarà protagonista di uno scandalo nel 1907 di cui trattiamo nel capitolo seguente. Invece i certificati scritti dal sindaco Anselmo Rivara nel 1875 sono ordinati, completi e ricchi di dati anche non obbligatori. Districarsi tra i vari Giuseppe Mignone sposati alle Sangiacomo o Mignone, oppure ai G.B. Tavella con madre Tavella e moglie Tavella, non è semplice.
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Storia recente di Isola del Cantone
Addirittura si ha una Caterina Tavella vedova di Giuseppe Delorenzi fu Sebastiano che sposa in seconde nozze Giuseppe Delorenzi fu Giovanni! O un Luigi Ferrari, figlio di Caterina Simonotto, che sposa una Caterina Simonotto... Tenete conto che nascite e morti sono in due registri separati, scritti in maniera frettolosa, con cancellature e sviste notevoli, e occorre passare da uno all’altro per cercare il filo della propria parentela. Rivara Giovanni Michele Giuseppe Anselmo di Luigi (n. 1879) conosciuto solo come Anselmo, fu registrato alla morte come Giovanni. C’è un ulteriore complicazione: nel secolo XIX si poteva dare al proprio figlio il nostro stesso nome. Così Maria Bagnasco ha una figlia che si chiama Maria o Francesco Desirello fu Francesco: insomma, solo trascrivendo i cittadini isolesi su un database, in cui si può ricercare con facilità e confrontare i dati anagrafici, è probabile che non si facciano errori, ma l’aleatorietà sussiste comunque. Partendo ovviamente dai nonni di cui si conosce il patronimico, arrivati al bisnonno cominciano i guai e allora si cerca tra queste pagine ammuffite, ritornando sempre più spesso ai riassunti annuali, con il dubbio delle omonimie, delle famiglie che hanno dieci figli, alcuni morti nei primi anni di vita e il cui nome è stato poi dato al figlio seguente! Vi sono ad esempio, due Margherita Tavella di Francesco fu Angelo e di Maria Tavella fu Francesco nate a Griffoglieto il 14/9/1885 e il 16/8/1889, ma non ne ho trovato l’atto di morte. Un paesino come Montecanne ebbe quattro Teresa Mignone nei tre anni 1866, 1867 e 1869! Come distinguerle? Gli esempi di questo tipo sono parecchi: diffidate, dunque, dagli alberi genealogici! Anche con il database da noi utilizzato (File Maker Pro), è molto arduo districarsi in questi gineprai.
Uno scandalo a Isola Per tutto questo capitolo ci rifaremo alla Relazione della Commissione d’inchiesta nominata dal Consiglio Comunale di Isola del Cantone, per indagare sulla situazione finanziaria, il 24 novembre 1907, confermata il 10 gennaio successivo e approvata dal Prefetto di Genova il 19 gennaio 1908, redatta dal Prof. Giuseppe Cavalli, perito ragioniere liquidatore.
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Sugli abitanti isolesi del XIX secolo
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Essa è stata pubblicata con i tipi della Società Poligrafica di Alessandria nel 1908. Era composta da Stefano V. Bregata (Presidente), Bartolomeo Denegri, Francesco Camicio sostituito poi da Michele Argenta. I membri della Commissione erano coadiuvati appunto dal Prof. Cavalli. Sindaco era Federico Denegri che rimase in tale carica fino al 1910. Intanto il 21 dicembre 1907 il Segretario Comunale, Eugenio Persano, dette le dimissioni e venne sostituito dal Cav. Umberto Tallone. La Commissione trovò l’archivio di deposito in parecchi cestoni di vimini, messo alla rinfusa e rosicchiato dai topi, mentre quello corrente era nel disordine più completo. Addirittura mancavano o erano inutilizzabili il registro di cassa, quello dei ruoli e dei titoli di riscossione, il libro mastro delle entrate e delle spese. Il commissario prefettizio Avv. Efrem Ferraris attribuì la causa di questi disservizi e irregolarità all’insufficienza dei locali e non risparmiò elogi al Segretario Persano. Ma la Commissione, pur riconoscendo la ristrettezza degli uffici, non giustificò il disordine e la mancanza dei registri prescritti dalla legge. La situazione finanziaria del Comune era, a seconda dei pareri, discorde: alcuni affermavano che vi fosse un avanzo di 8 o 10mila lire, altri che il deficit non era precisabile. La relazione presentata dal Ferraris per la chiusura del conto 1906 affermava che il bilancio era puro di debiti, ma che vi erano degli impegni da soddisfare per circa 6.000 lire alle quali bisognava far fronte con maggiori entrate. Stefano V. Bregata e i suoi collaboratori misero in risalto il fatto che a Isola i contribuenti avevano già una sovraimposta che superava il limite legale, che si era fatto ricorso alla tassa di famiglia, al dazio, alle tasse sulle vetture, sui domestici, sui cani ecc. Esaminando i bilanci, furono riscontrate spese di cui l’Amministrazione Comunale rimandava lo stanziamento e pagamento dal 1901: il deficit a quel punto raggiungeva le 13.794,61 lire. Le responsabilità del segretario e del tesoriere diventavano sempre più gravi anche alla luce dei richiami fatti dalla Prefettura di Genova sui conti presentati. Riferì la Commissione: “... E si comprende benissimo come il Consiglio comunale, composto essenzialmente di persone poco competenti in fatto di legislazione e di finanza, approvasse senza fare alcuna osservazione le spese già effettuate sotto il titolo di Convalidazione di mandati emessi senza fondo, come se si trattasse di
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cosa assolutamente normale ...”. Succedeva così che il tesoriere pagava i mandati senza sapere se vi fosse o non vi fosse uno stanziamento di bilancio, se vi fosse un fondo disponibile: in tal modo il controllo voluto dalla legge ero del tutto inutile. Risultarono anche pagamenti con causali diverse da quelle vere: ad esempio Costante Rolla dichiarò alla Commissione che i mandati a suo nome per “Pagamento tavole occorse per la strada di Vobbia” erano invece serviti a coprire le spese per pranzi e vetture al Segretario ed a altre persone. Si venne così a scoprire che le ricevute o le fatture erano solo rarissimamente firmate dagli interessati. Purtroppo non sappiamo come finì, ma senz’altro vi furono strascichi giudiziari.
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La Piazza Vittorio Veneto e la Scuola Comunale Da una foto della famiglia Delorenzi - Fregosi di Isola, scattata alla fine degli anni ’30, si vede l’accesso al ballo con pergola (foto 6 e 7), una struttura di cui non conosciamo nulla e che avrebbe potuto essere un residuo del giardino precedente alla costruzione delle scuole comunali facente
Foto 6: la scala di accesso alla pergola dove era stata costruita la Casa Littoria e oggi c’è il municipio (foto famiglia Delorenzi - Fregosi).
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parte delle pertinenze della Villa ex Spinola poi Berolla. Questo palazzo seicentesco... «...chiamato la Villa perché era circondato da un giardino con pergola a colonne, simile alle ville di Albaro in Genova – afferma Bice De Lorenzi in uno studio inedito – dovette subire la distruzione del bellissimo ingresso con la cancellata che immetteva in un ombroso cortiletto, nel quale un pozzo a forma di torretta dava un’acqua freschissima. Una scalinata con un portoncino portava nella villa propriamente detta. La costruzione della Piazza Vittorio Veneto e del palazzo Comunale avvenuta nel 1927 ha privato Isola di uno dei suoi angoli più suggestivi e romantici...». Su questa pergola fu iniziata la Casa Littoria nel 1940 (foto 9): la costruzione doveva essere sede del Partito Fascista, ma non fu mai finita e sui suoi ruderi vi è l’attuale municipio inaugurato nel 1959. In precedenza il municipio era al primo piano delle scuole comunali e ancora prima alloggiava in una casa oggi occupata dalla Cassa di Risparmio di Genova.
Foto 7: sulla destra il ballo con pergola tra il 1936 e il 1940. Sullo sfondo la casa di Costante Parodi (oggi Beroldo – Sangiacomo) di cui parleremo più avanti (ingrandimento di una cartolina).
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Foto 8: la scuola comunale in costruzione.
Foto 9: lo scheletro della Casa Littoria negli anni ’50 (ingrandimento di una cartolina).
Luigi Carlo Daneri (1900-1972) che era nato a Ronco Scrivia, più precisamente a Borgo Fornari, fu un apprezzato progettista e tra le sue opere ricordiamo il Biscione a Genova. Egli costruì anche la casa di Costante Parodi sulla Piazza Vittorio Veneto: nel 1929 la parte a monte e nel 1931 quella dove oggi c’è la banca CARIGE (foto 10).
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Nel 1928 provvide al disegno dell’ampliamento fino allo Scrivia dell’Asilo Infantile15 e anche per l’Ospedale Ricovero nel 1935, in Via Ferrea, l’Arch. Daneri redasse (gratuitamente) il progetto approvato dalla Commissione Medica Provinciale16.
Disegno 1: l’area della Piazza Vittorio Veneto nel XIX secolo. La suddica (in alcuni documenti suddega) era l’unico passaggio tra Via Postumia e Via Roma. Il toponimo forse vuol dire “sotto casa”.
Disegno 2: il prospetto della casa di Costante Parodi lato Via Roma nel progetto di Luigi Carlo Daneri (Archivio Nanni Sangiacomo). 15
Bollettino Parrocchiale Fides Nostra, n. 4, 1928.
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Archivio Nanni Sangiacomo.
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Foto 10: la casa di Costante Parodi in Piazza Vittorio Veneto nel 1937. Più a monte il palazzotto seicentesco Spinola poi passato ai Berolla. Sullo sfondo le scuole comunali. L’area prospiciente la casa Beroldo – Sangiacomo, era l’orto dei Delorenzi.
Foto 11: il muro che delimitava l’orto della famiglia Delorenzi, oggi Piazza Vittorio Veneto.
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Nanni Sangiacomo ci ha fatto notare che le aquile che sovrastano il monumento ai caduti della Grande Guerra sulla Piazza Vittorio Veneto sono tutte e quattro rivolte a Nord-Est, cioè verso il Piave e Vittorio Veneto (foto 12). Le simbologie erano parte sostanziale dei monumenti, delle chiese, degli antichi palazzi, ma oggi ci dimentichiamo di lasciare messaggi ai posteri, ci preoccupa solo l’estetica.
Foto 12: il monumento ai caduti dopo l’inaugurazione avvenuta nel 1927.
Il ponte stradale per Prarolo Anche il ponte stradale sullo Scrivia che porta a Prarolo (foto 13), è stato progettato da Luigi Carlo Daneri: l’opera fu inaugurata l’11 ottobre 1936. Alcuni dati tecnici indicano una luce di 50 metri, l’altezza di 14,82, larghezza 5 metri e costo 110.500 lire. L’impresa costruttrice fu la Soc. An. Costruzioni ing. Andreotti & C. di Cremona. Da notare che l’importo fu in gran parte coperto dalla sottoscrizione volontaria della popolazione di Prarolo.
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Foto 13: il ponte di Prarolo a servizio della strada comunale realizzato in calcestruzzo armato con sullo sfondo il possente ponte a torre della ferrovia costruito in pietra, mattoni e calce. Due epoche, divise da meno di 100 anni, due mondi costruttivi agli antipodi.
La strada Isola – Vobbia Caterina Bisio nel 1984 scrisse su un supplemento ai Rendiconti 1984, pubblicazione dattiloscritta del Centro Culturale di Isola del Cantone, una ricerca sugli antefatti che portarono alla costruzione della strada Isola – Vobbia. Da appunti e lettere di Giuseppe Rivara17 ha potuto così risalire ai fatti salienti per spostare l’attenzione dal tracciato Vobbia – Crocefieschi – Busalla e scegliere quello di cui adesso parleremo. Ovviamente tale strada era un desiderio dei cittadini dei due paesi da molti anni perché la presenza della ferrovia permetteva la spedizione e l’arrivo di merce, oltre ovviamente al trasporto di persone. Ma fu dal 1910 che Giuseppe Rivara iniziò a fare pressioni su vari personaggi pubblici come il deputato Gallino, eletto in Valle Scrivia, o l’avvocato Canepa oppure l’onorevole Carugati o membri della Giunta dei Lavori Pubblici. Gli dette aiuto il sindaco 17
Giuseppe Rivara (1860 – 1933), impresario del cuoio, sindaco di Isola dal 1901 al 1907.
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Armando Montobbio, in incontri quasi carbonari durante le processioni, convincendo anche con elargizioni consiglieri comunali di Vobbia indecisi sul percorso da proporre. Secondo i nostri concittadini la Val Vobbia con la strada sarebbe diventata industriale, tali erano le speranze e le illusioni che l’epoca consentiva e sollecitava. Il 13 ottobre 1910 il Consiglio Comunale di Isola, presenti 16 consiglieri e il sindaco, votò all’unanimità di concorrere anche per metà della spesa che dovesse spettare al Comune di Vobbia. Il 6 novembre fu la volta di Vobbia accettare all’unanimità l’offerta isolese e scegliere il percorso “Vobbia – Isola, esclusa Busalla”. Purtroppo la soluzione era ancora lontana e i Busallesi tornarono alla carica, ma i fautori della Val Vobbia non si dettero per sconfitti e nell’agosto 1911 il Prefetto di Genova comunicò al Sindaco di Vobbia di compilare il progetto seguendo il tracciato per Isola. Seguirono anni di inazione e solo nel 1927 su iniziativa del Parroco, arciprete Costantino Assali, gli uomini di Vobbia si impegnarono a lavorare per la costruzione della strada18 e molti altri sottoscrissero offerte. Si formò un comitato presieduto dal podestà Antonio Caprile e i lavori iniziarono il 13 dicembre proseguendo con giornate offerte dagli abitanti di Vobbia, Torre e Noceto. Si utilizzò la polvere da mina per vincere la resistenza del conglomerato e finalmente nel 1934 la ditta Molinari di Borgo Fornari si aggiudicò l’appalto per l’ultimo tratto dei lavori. Il 28 marzo 1935, verso sera, si vide arrivare un’auto che aveva “osato” partire da Isola e arrivare a Vobbia attraverso un percorso che era ancora azzardato chiamare strada: era Leopoldo Profumo, proprietario dell’albergo della Posta del nostro capoluogo: la prima auto arrivata a Vobbia! Nel 1932 furono stanziate 142.000 lire per la costruzione del ponte di Cavanella sul Vobbia. Il ponte è in cemento armato, lungo 14 metri e largo 5 oltre i marciapiedi. Il 20 dicembre 1935 cominciò a funzionare il servizio postale Isola – Vobbia. Fino ad allora la posta di Vobbia si appoggiava a Busalla attraverso Crocefieschi. Quindi la corrispondenza da quel momento partiva alle 9 da Isola e alle 10 era già a Vobbia19.
18 Questa parte è tratta dall’articolo “Gli anni della realizzazione della strada Isola – Vobbia”, di Maria Ratto, II Supplemento ai Rendiconti del Centro Culturale, 1984. 19
Bollettino Parrocchiale del 1935.
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Altre strade A completamento della nuova strada che doveva mettere in comunicazione la frazione di Montessoro con Isola, il Ministero dei Lavori Pubblici stanziò nel 1927 la somma di lire 80.000 per il ponte sul fiume Vobbia20. Nel 1953 vennero stanziati 40 milioni.
Caserma Carabinieri La prima stazione dei Regi Carabinieri nel nostro paese fu istituita negli Orti nel 1934. La casa oggi è posta davanti all’ex Fonderia Cavalleri. Era di proprietà di Giorgio Rolla fu Giovanni e la locazione ammontava a L. 1500 annue. Il Comune si impegnò a corrisponderle con relativo adattamento a caserma, compresa camera di sicurezza, alloggio del comandante e dei militi, fornitura di due stufe, inferriate e serramenti.
Foto 14: alcuni carabinieri posano davanti alla caserma. Sullo sfondo la camionale già costruita.
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Bollettino Parocchiale Fides Nostra, 1927.
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La seconda caserma, dopo la guerra, venne portata in cima d’Isola nell’edificio riprodotto nella foto 15.
Foto 15: la seconda caserma dei Carabinieri in cima a Isola.
Infine nel 1965, su quelli che erano i ruderi dell’ex Casa Littoria venne costruita a tempo di record (circa sei mesi) l’attuale stazione dei carabinieri. A inaugurarla fu il generale Giovanni De Lorenzo che in seguito divenne Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Fu implicato nel “Piano Solo” che nel 1964 prevedeva un colpo di stato e conseguente controllo militare della Nazione da parte dei militari. In quell’estate a Isola confluì una compagnia di carabinieri richiamati che effettuavano esercitazioni sulle nostre alture: erano alloggiati nelle scuole comunali. Per i ragazzini di allora era una curiosità e un divertimento assistere all’alzabandiera o vedere, a Sant’Anna, arrivare in Alpe una squadra di militi in tenuta da campagna con
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fucili, zaini e pantaloni corti. Nel caso di golpe forse ci saremmo divertiti molto meno… In quell’occasione tenne un discorso il Sindaco Guglielmo Lauro che in parte riportiamo: «Sig. Generale, è con legittimo orgoglio, e con giustificata commozione che oggi 31 Ottobre 1965 Le consegno la nuova Caserma dei Carabinieri di Isola del Cantone. La mia Amministrazione, i miei Amministrati sono fieri di averLa, oggi qui con noi e accolga perciò il nostro benvenuto ed il nostro sentito grazie. Sig. Prefetto, Sig. Presidente della Provincia, Autorità Militari e Civili, Sindaci carissimi, a Voi un cordiale saluto ed un particolare ringraziamento. Signori, mi sia permesso prima di tutto rivolgere a S. Ecc. il Ministro Paolo Emilio Taviani21, a S. Ecc. il Prefetto Russo, al Sig. Colonnello Torelli, che non sono oggi qui presenti i sensi della mia stima immutata e della doverosa riconoscenza, per quanto hanno fatto affinché la nuova Caserma potesse realizzarsi al più presto. A soli sei mesi di distanza dalla posa della prima pietra, mercé la fattiva collaborazione delle Autorità Civili e Militari, della serietà dell’Impresa Molinari e del progettista Geom. Giorgio Chiarella, del costante interessamento del Comandante la Stazione, del particolare appoggio del mio Segretario Rag. De Angeli e della Giunta Comunale, l’opera è stata felicemente compiuta. All’Ecc. il Prefetto Risso, al Sig. Colonnello Vallosio, al Sig. Colonnello Pasini ed al Sig. Capitano Abramo, che mi hanno seguito in questi ultimi mesi, rivolgo la mia gratitudine e riconoscenza. Non voglio intrattenervi con delle parole, tanto più che difficilmente potrei trovarle idonee per giustamente interpretare i sentimenti miei e della popolazione tutta. Lascio quindi col mio cordiale saluto, col mio più vivo ringraziamento per tutti, il posto alla consegna della nuova Caserma, a Lei Sig. Generale ed a Lei caro e stimato Comandante la stazione. All’Arma dei Carabinieri, “Nei secoli fedele”, l’augurio di sempre maggiori fulgide glorie. VIVA L’ITALIA - VIVA L’ARMA BENEMERITA». 21
Storico uomo politico democristiano genovese e partigiano, all’epoca era Ministro dell’Interno.
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Foto 16: la madrina della caserma, Costantina Picollo, pone la prima pietra, sotto lo sguardo del Sindaco Guglielmo Lauro.
Varie A proposito di opere pubbliche, Michele Mignacco (1817-1901) che acquistò il Castello Spinola del Piano nel 1865 (oggi di Maria Linda Rivara), ebbe come figli Edoardo, Luigi, Bice, Linda e Adele. Edoardo nel 1887 fece il piazzale della chiesa, mentre Luigi, di cui con sicurezza sappiamo che fu ingegnere nonché sindaco di Isola nel 1895, costruì il parco ferroviario del Campasso tra Certosa di Rivarolo e Sampierdarena nel 1882, ancora oggi in funzione. Lavorò anche alla costruzione della Stazione Brignole inaugurata nel 1905. Fu direttore della rete tramviaria genovese e nel 1902 sistemò il ponte tra Isola e Cantone sullo Scrivia. Negli stessi anni un Mignacco progettava il ponte di Mereta e quasi certamente era sempre Luigi. Una figlia di Michele, Linda, sposò Disma Rivara ed è per quello che oggi il Castello si chiama Spinola-Rivara. Il padre di Michele Mignacco, Pietro, veniva da S. Antonino di Salata. Di lui, per la cortesia di Maria Linda Rivara, abbiamo un decreto del prefetto di Genova che lo nominava capitano della 1a Compagnia della
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Guardia Nazionale. Tutti i sudditi italiani, nel periodo 1861-1876, di età compresa tra i 21 e i 55 anni erano obbligati a prestare servizio nell’unità della Guardia Nazionale esistente nel Comune ove erano domiciliati; erano esclusi gli ecclesiastici ed i chierici, i militari in servizio attivo, i pompieri, le guardie comunali.
Mulini Cogliamo l’occasione per riportare un disegno ottocentesco per la richiesta di costruzione di un mulino alimentato da un canale dello Scrivia in località Camposaragna. È stato reperito da Davide Canazza presso l’Archivio di Stato di Torino (disegno 3).
Disegno 3: località Camposaragna (Archivio di Stato di Genova).
Sempre dalla stessa fonte e della stessa epoca, abbiamo il progetto di costruzione del mulino attuale posto sul Vobbia di fronte al Castello Spinola
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– Rivara (disegno 4). L’acqua veniva convogliata da un canale che partiva all’incirca da Tuscia. Alcuni ruderi, forse di questa opera, si vedono ancora ai “Tre Laghetti”, cioè poco prima di Tuscia (verso Isola). Sono stati individuati da Enrico Righi.
Disegno 4: progetto del mulino nel Vobbia (Archivio di Stato di Torino).
Nel 1953 il Bollettino Parrocchiale ci informa che il Comune aveva messo mano agli acquedotti del Capoluogo, di Borlasca e Montecanne mentre a Griffoglieto è ultimato. Vengono inoltre stanziati 15 milioni di lire per le scuole comunali.
Turbine Secondo Nanni Sangiacomo, che ha fornito questi dati, Alessandro Savio era di Dronero e forse della famiglia di S. Domenico Savio. Iniziò a Isola con i concimi fosfatici ricavati dalle scorie Thomas: aveva i frantoi e i mulini
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per macinarle nei capannoni degli Orti (foto 17). Brevettate da Sidney Gilchrist Thomas sono un sottoprodotto proveniente dalla lavorazione della ghisa per la trasformazione della stessa in acciaio; contengono notevoli percentuali di anidride fosforica (20%) e di calce (10%); è il concime più indicato per i terreni acidi. Inoltre ci ha dato la tabella 15 con l’elenco delle turbine utilizzate a Isola22. TABELLA 15: alcune delle turbine utilizzate a Isola Proprietario e località Alessandro Savio Isola Giuseppe Rivara Isola Giuseppe Rivara Isola Alessandro Savio Isola Alessandro Savio Isolarotonda Alessandro Savio Isolarotonda
N°
Tipo turbina
Caduta Portata Potenza Velocità Anno (M) (L/Sec) (CV) (G/Min)
1007 Francis
35
425
149
600
1904
Pelton
200
6
11
1000
1906
Diagonale
12,5
120
15
245
1910
1710 Francis
35
425
149
600
1911
2181 Francis
68,5
700
500
750
1917
2258 Francis
68,5
700
500
750
1918
Foto 17: i capannoni di Savio agli Orti. Negli anni ’50 furono abbattuti e vi fu adattato un campo da calcio. Successivamente vennero costruiti due palazzi. A sinistra la casa della famiglia Assale (ingrandimento di una cartolina).
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UCCELLI, 1961.
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Foto 18: la diga di Vobbietta (Lago di Savio) in costruzione, poi inaugurata nel 1931. Il camminamento è a metri 317,60 sul livello del mare mentre lo scarico di fondo è a 306,62. Quindi lo sbarramento è alto 11 metri. Il canale su cui sono i due osservatori prendeva l’acqua da uno sbarramento provvisorio poco prima di Vobbietta. I resti si possono osservare ancora oggi.
Foto 19: la centrale elettrica sul Vobbia in località Isolarotonda.
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Pietro Chiesa A Borlasca, in località Parigi, vi è una piccola casetta (foto 20) che ospitava il deputato socialista Pietro Chiesa per le sue vacanze. Sulla facciata, come si vede nella foto, vi sono state murate due lapidi. Nel 1953 ci furono aspre polemiche tra il P.S.I. di Isola e l’allora amministrazione comunale (sindaco Giulio Cattaneo). Sappiamo solo che i socialisti tentarono di fermare la posa del marmo antagonista aiutati da Vannuccio Faralli arrivato con un treno a Pietrabissara e accompagnato velocemente, ovviamente a piedi, sino a Borlasca. Faralli era un militante del Partito Socialista Italiano sin dal 1907 e partecipò alla prima guerra mondiale come tenente d’artiglieria. Decorato sul campo, fu degradato nel corso del conflitto per aver svolto propaganda socialista a favore della pace. Dopo la guerra riprese la sua attività compresa la direzione ligure dell’Avanti! Arrestato nel dicembre del 1944 fu torturato e gli rimasero i segni sul corpo per tutta la vita: divenne nel 1945 il primo sindaco di Genova. La lapide dei socialisti fu dettata da Gian Guido Triulzi, anche lui primo sindaco dopo la Liberazione, ma di Isola.
Foto 20: la casetta dove risiedeva Pietro Chiesa durante l’estate.
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A PIETRO CHIESA EDUCATORE E RAPPRESENTANTE DEGLI UMILI NEL COMUNE NELLA PROVINCIA NEL PARLAMENTO IL POPOLO DI ISOLA DEL CANTONE ATTRAVERSO LA PROPRIA CIVICA RAPPRESENTANZA VOLLE DEDICATO QUESTO MARMO IN OSSEQUIO DI ETERNO RICONOSCENTE RICORDO MCMLIII * * * IN QUESTA UMILE CASA CHE LA CALUNNIA BORGHESE QUALIFICAVA VILLA PER MOLTI ANNI ABITO’ NELL’ESTIVA STAGIONE PIETRO CHIESA ATTINGENDOVI NOVELLA LENA PER LE ULTERIORI LOTTE A PRO DEI SACROSANTI DIRITTI DEGLI UOMINI DEL LAVORO A CURA DEL P.S.I. DI ISOLA DEL CANTONE 1953
Pietro Chiesa nacque ad Asti il 27 gennaio 1858 da Luigi e da Antonia Audisio. Di famiglia poverissima, rimase presto abbandonato a se stesso: la madre infatti morì nel darlo alla luce, del padre non si ha notizia. Fino a cinque anni fu allevato da una nonna; dopo la morte di questa fu affidato ad alcuni parenti di Casale Monferrato, con i quali rimase fino a nove anni, quando fuggì di casa. Iniziò una vita randagia, facendo svariati mestieri: dapprima lavorò a Novara nelle risaie; a dodici anni risiedeva presso una famiglia di Casale come domestico; a sedici, di nuovo a Novara, diventò operaio verniciatore. Si trasferì poi a Sampierdarena sempre esercitando questo mestiere. Qui entrò in contatto con le società operaie di ispirazione mazziniana: ma dal mazzinianesimo si staccò ben presto. Nel 1897, denunciato per attività sediziosa ed eccitamento all’odio fra le classi, fu condannato a tre mesi di carcere; nel 1898, per sfuggire a un altro arresto, riparò in Francia. Tornato in Italia nel 1899, fu eletto consigliere comunale di Sampierdarena. Nel giugno 1900 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di Sampierdarena e fu quindi il primo rappresentante operaio al Parlamento italiano. Il grande sciopero
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di Genova per lo scioglimento della Camera del lavoro, che il Chiesa aveva da pochi mesi riorganizzato, fu l’occasione del suo primo discorso in Parlamento il 5 febbraio 1901. In Parlamento si batté soprattutto per la protezione del lavoro femminile e minorile, per l’allargamento della legge sugli infortuni e per un’efficace opera di tutela (oltre che di risarcimento) della salute e dell’incolumità dei lavoratori. Nel 1903 fu tra gli artefici del contratto fra negozianti di carbone e scaricatori, una delle categorie più misere del porto di Genova. Nello stesso anno fu tra i promotori dell’Unione regionale ligure delle Leghe, delle cooperative e delle mutue e tra i fondatori del quotidiano genovese Il Lavoro, portavoce delle idee riformiste. Fu rieletto alla Camera nel marzo 1909, in seguito al riaffermarsi della corrente riformista, in due collegi: Genova e Sampierdarena, optando per quest’ultimo. In questi anni difese con vigore la riforma elettorale e l’indennità parlamentare, sostenendo tra l’altro il principio della segretezza del voto contro la proposta governativa. Nel 1914, scoppiata la guerra mondiale, seguì la linea del partito, contraria all’intervento; ma, quando l’Italia entrò nel conflitto, mentre il P.S.I. mantenne la sua posizione neutralistica, egli partecipò all’attività degli organi di mobilitazione civile: tra l’altro parlò ai combattenti delle trincee del Selisce, alle falde del Mrzli, e tenne un discorso ai soldati in partenza da Casale Monferrato. Il partito stava per adottare dei provvedimenti disciplinari nei suoi confronti, quando morì a Genova il 14 dicembre 1915. Egli lasciò alcuni brevi scritti teatrali, poetici e politici. Tra gli altri: La vispa Teresa: bozzetto, Sampierdarena 1895 (2a ed., con prefaz. di Andrea Costa, ibid. 1902); Ginnastica e miseria in Italia: critiche e contro critiche, ibid. 1900; Parla il lavoro, Firenze 1901; Reclamate la legge in difesa del lavoro delle donne e dei fanciulli, Genova 1902; La voce del proletariato alla Camera dei Deputati, Roma 1904. La sezione del Partito Socialista di Isola fu a lui dedicata fino allo scioglimento nel 1992, dopo le tristi vicende degli scandali legati al finanziamento dei partiti: con la Seconda Repubblica scomparì quel Partito che fu speranza e sostegno dei lavoratori italiani. I vecchi della sezione isolese ci hanno sempre raccontato della chiusura della sede, voluta dai fascisti all’inizio del ventennio, e uno degli aneddoti riferi-
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toci da Giovanni (Ninni) Delprato23 (1909-1980), era quello che alcuni socialisti isolesi nel 1911 avrebbero pagato da mangiare, in Via Prè a Genova, a un Benito Mussolini affamato dopo un comizio contro la Guerra di Libia. Oggi i valori perseguiti da uomini come Pietro Chiesa appaiono a noi in una nebbia che sembra quella che avvolge le Guerre per l’Indipendenza, le Crociate o le vittorie di Carlo Martello. Fortunatamente non esiste più la retorica nelle aule delle nostre scuole, ma disgraziatamente non esiste neanche più l’insegnamento di principi universali come la solidarietà.
Sui circa 8.000 atti di nascita e morte consultati e scaricabili su academia.edu/SergioPedemonte nessun cognome è staccato: Delprato, Delorenzi, Denegri e così via. Però su alcuni documenti come la carta d’identità un probabile errore dell’ufficiale d’anagrafe può averlo ricopiato errato ed essere diverso da padre a figlio e così via. Per uniformità mettiamo tutti i cognomi “attaccati”.
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Un piemontese sulla Transiberiana
Molti hanno conosciuto la Siberia attraverso il corriere dello Zar Michele Strogoff, celebre personaggio di Jules Verne, e ne hanno giustamente colto la grandiosità: essa ha una superficie 25 volte più estesa della Francia e costituisce, ancora oggi, un paradiso inesplorato di boschi, tundre, ghiacciai, paludi che passano dai –50 o –60 °C dell’inverno ai +35 °C dell’estate. Terra di deportati, ma anche di grandi ricchezze inutilizzate perché fino alla metà del secolo XIX era percorsa a cavallo o con primitive vetture tipo il tarantas o la telega, carri piuttosto rozzi e poco confortevoli. Il primo segno del progresso arrivò con una linea telegrafica di 8.536 chilometri; poi l’apertura, il 10 maggio 1869, della ferrovia Transcontinentale americana, diventò un esempio da seguire. Si tenga presente che già nel 1836 era presente in Russia una ferrovia a scartamento di 1,82 metri (in Europa è di 1,43 m) di circa 30 Km che collegava Pietroburgo ad una residenza dello Zar. Solo nel 1851 però venne inaugurata la Pietroburgo-Mosca di circa 600 km con una velocità commerciale di 32 km/h. Ma l’idea di costruire una ferrovia nelle province più orientali dell’impero fu del conte Mouraviev-Amurski, governatore generale della Siberia orientale dal 1847 al 1861. Furono poi inglesi e americani a presentare progetti per aprire una via commerciale, ma anche sudditi russi, imprenditori, militari, affaristi di dubbia fama. Ma convincere il Ministro delle Comunicazioni non era facile: troppi interessi, troppi tracciati impedirono una scelta inoppugnabile. Nel 1878 venne inaugurata la linea degli Urali da Perm a Ekaterinburg passante per i centri industriali e carboniferi, mentre nel 1885 terminò il tronco da Ekaterinburg a Tjumen. Fu l’imperatore Alessandro III (1845-1894) a dare la spinta decisiva nel 1891, dopo anni di discussione sul miglior tracciato, alla posa della prima pietra: incaricò il figlio Nicola (1868-1918) di inaugurare personalmente i lavori a Vladivostok al termine di un viaggio nell’Estremo Oriente. La linea venne divisa in sei sezioni: la Transiberiana occidentale, la Transiberiana centrale, la Circumbajkaliana,
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la Transbajkalia, la linea dell’Amur e la Ussuriana. Il 9 luglio 1892 iniziarono i lavori per la Transiberiana occidentale: partendo da Celjabinsk essa passa per Kurgan (257 km), poi Petropavlovsk (522 km), Omsk (795 km) e Kansk (1.119 km) e venne completata il 13 ottobre 1896. La Transiberiana centrale, dal fiume Ob all’Irkutsk, ha come caratteristica principale i lavori di sterro e le opere d’arte: 18.761 mc per chilometro in media e ben 82 ponti in 71 Km eppure entrò in servizio già il 13 gennaio 1899! Ma a Est c’è il lago Bajkal, un vero e proprio mare interno, che dovette essere costeggiato da sud costruendo gallerie: il 13 giugno 1900 si arrivava in ferrovia sino a Kabarovsk. Da Vladivostok a Mouraviev e Amurski ci sono 404 km che vennero conclusi il 13 febbraio 1896, mentre il tratto fino a Kabarovsk fu terminato nel 1917: la priorità era data alla Ferrovia dell’Est cinese che permetteva di raggiungere Vladivostok attraverso la Manciuria risparmiando 549 chilometri. Ma è proprio la Transiberiana che costeggia il fiume Amur ed il confine tra Impero russo e Manciuria ad interessarci: vediamo il perché.
Foto 21: Giacomo Scala (Archivio di Giacomo Scala Coa).
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Giacomo Scala Coa si ricorda molti aneddoti che il padre gli raccontava di quanto il nonno passò in giro per il mondo: la slitta inseguita dai lupi ad esempio, il lavoro nelle gallerie e poi quella parola magica e inquietante, Siberia. È con curiosità, ma anche con commozione, che un giorno trova nel classico solaio di casa in Vobbietta di Isola del Cantone, le lettere che qui, in parte, riproduciamo. Insieme a quelle vi è anche un resoconto manoscritto che è il riassunto delle avventure di Giacomo, il nonno paterno, originario di Rueglio in Provincia di Torino, dove era nato il 12 luglio 1878 da Domenico e Maddalena Scala, ed era stato compilato per poter avere un indennizzo ai danni subiti a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Cominciamo dall’inizio: da un certificato, che ne testimonia l’ottima condotta e l’industriosità, sappiamo che dapprima Giacomo lavorò in qualità di picconiere dal 9 dicembre 1895 al 25 ottobre 1896 nella miniera di ardesia “Kronprinz” a Oberwesel/Reno. Poi partì dall’Italia per la Siberia nell’aprile del 1901 e fu coinvolto nei lavori di un tunnel di quattro chilometri: si fece notare dal Generale Ingegnere Bociarova, comandante di tutta la linea, e con il suo aiuto diventò cottimista. Nel 1902 era sul lago Bajkal con l’impresa Persoff e nel 1903 partì per l’Italia dove rimase tre mesi. Al suo ritorno prese in appalto una galleria di 400 metri che gli permise di risparmiare una discreta somma: la terminò nel 1905 quando venne chiamato da Domenico Andrioletti, impresario di Milano ma cittadino russo, per rimediare ai problemi di stabilità di un altro tunnel. Evidentemente Giacomo aveva già fama di esperto costruttore e organizzatore di lavori in sotterraneo. Finita questa esperienza trascorse un po’ di tempo al paese natio e nel giugno 1908 iniziò a lavorare sulla linea dell’Amur: «... lunga circa 4.500 chilometri dove la mia arte non a più avuto tregua fino al marzo 1915 arrivando a linea ultimata alla città di Cabaravca24 ...». Continuò la sua attività fino a Vladivostok quando il 1° marzo 1917 «... questo data fu il principio della mia rovina, si voleva subito fermare i lavori, ma gli Ingegneri del Governo Russo anno insistito di continuare, 24
Riportiamo fedelmente in corsivo gli scritti di Giacomo Scala comprese sottolineature ed errori.
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dicendo, che se non c’era più lo Zar, c’era un governo da fidarsi, che avrebbero pagato i lavori eseguiti, e quei da eseguirsi. Io mi trovavo in quel tempo sborsato d’un mucchio di denaro, oltre venti mesi di lavori già eseguiti, gli operai cominciavano a cantar la Marsigliesa; Sul lavoro non facevano più nulla, si è dovuto aumentarci la paga il doppio, poi il triplo, mentre si tira si mola, e si arriva alle elesione ecco spuntar Lenin ...». All’inizio del 1917 la Russia, dopo tre anni di guerra, era stremata. Le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e tranne alcune vittorie sul fronte austriaco essa aveva subito una grave serie di sconfitte che comportarono la perdita della Polonia, spostando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini. Nelle città mancavano viveri e combustibile e nelle campagne l’inquietudine dei contadini aumentava a causa del sempre maggior numero di reclutati per la guerra. Il regime zarista aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia, al punto che anche molti degli elementi più conservatori delle classi tradizionalmente alleate del monarca stavano prendendo coscienza che solo un’uscita di scena di Nicola II avrebbe loro permesso di mantenere il controllo dello Stato. Gli eventi noti come Rivoluzione di febbraio, che portarono alla caduta del regime zarista, avvennero principalmente a Pietrogrado, l’allora capitale dell’Impero russo. Per quanto riguarda le date bisogna tenere presente che nell’Impero russo era ancora in vigore il calendario Giuliano, indietro di 13 giorni rispetto al nostro. Questa parte della rivoluzione fu un movimento spontaneo della popolazione di Pietrogrado e delle truppe stanziate nella città, nel senso che nessuno pianificò e organizzò la protesta o ne definì gli scopi. Nella notte tra il primo e il due marzo, lo zar Nicola II firmò un manifesto che prometteva una Costituzione e la formazione di un gabinetto responsabile verso la Duma. Il 2 marzo Soviet e Comitato della Duma raggiunsero un accordo sulla deposizione dello zar e sulla formazione di un governo provvisorio che indicava le elezioni per l’Assemblea Costituente. Lo stesso giorno venne presentato l’elenco dei nuovi ministri. Il governo, retto dal principe Lvov, era composto principalmente da figure provenienti dalle fila del partito di centro dei “Cadetti” e dai menscevichi, oltre che da alcuni socialisti rivoluzio-
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nari come Kerenskij e Cĕrnov, rispettivamente ministro della giustizia e dell’agricoltura. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo Nicola II abdicò in favore del fratello, il Granduca Mikhail, ma questi lo stesso giorno rinunciava al trono. Il passaggio dei poteri dal granduca al Governo e l’arresto immediato di Nicola II suggellarono la fine della monarchia in Russia e di tre secoli di dominio della dinastia Romanov. Solo il 3 di aprile Lenin giunse a Pietrogrado dove ebbe inizio la sua ascesa che con l’ottobre 1917 vide la conquista del potere da parte dei bolscevichi. I guai continuarono per Giacomo perché a un certo punto scomparvero gli ingegneri del vecchio governo zarista senza onorare i crediti maturati e in più, come dice lui: «...Qui si adoperava carbone per il funzionamento delle macchine a estrarre acqua e materiali, oltre 15 vagoni andò distrutto, oltre a questo tutto il legname per la costruzione del tunel andò distrutto, completamente. Trovandosi Vladivostoc città sprovvista di legname oltre 30 chilometri di raggio qui la plebaglia si sfogo sui miei legnami dicendo che erano del governo Russo, ed ora che erano loro i padroni ...». Gli furono requisite le case costruite per gli operai e 45 cavalli con relative slitte o carri compreso il foraggio che aveva fatto arrivare dalla Manciuria; inoltre, dovendo fermare i lavori a causa di tutte queste sciagure, le gallerie non più drenate dalle pompe a carbone si allagarono per 1.600 metri sommergendo le attrezzature. Il 15 settembre (calendario russo) si trovava nel suo ufficio con lo scritturale che da dieci anni era al suo servizio quando irruppe un Commissario del Popolo con delle Guardie Rosse armate: «... il primo saluto che mi fecero mani in alto si è dovuto ubbidire, questo commissario comincio a sfogliare, registri, tabelle di paghe operai, non basta ordina di aprire la cassaforte ove io conteneva quasi come sicuro i documenti più importanti con sessantaduemila rubli Romanof tutti questi ne anno fatti due o tre pachi e se le portarono via, non valsero le mie proteste, ma il commissario mi disse che aveva bisogno di una verifica sommaria su tutto, e che mi fosse presentato al commissariato tra otto giorni, che mi avrebbe restituito tutto. Mi presentai dopo otto
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giorni mi dissero che non c’era, che fossi ritornato tra due giorni, mi feci forza, forse perché mi doleva perdere denari e documenti mi presentai al commissario (potrei dire al carnefice) mi disse che i denari ne avevano bisogno troppo lui e che i documenti erano distrutti, io mi irritai un po’ quasi pronto arrivare sulle furie, ma il commissario mi disse che se tornavo ancora25 ...». Come finì possiamo immaginarlo: Giacomo dovette andarsene e il nipote ricorda che da Vladivostok sbarcò sulla costa occidentale degli Stati Uniti perché in Europa c’era ancora la Grande Guerra in corso. Poi in treno arrivò a New York e infine a Genova nel luglio 1918 da dove spedì due cartoline alla moglie Desolina Oggeri e ai figli Rino e Aly. Delle lettere che mandava in Italia se ne sono conservate 36 oltre a taccuini, disegni e certificati; possiamo dedurre da esse quale coraggio aveva Giacomo Scala Coa e cosa doveva patire in quelle terre lontane e inospitali. Vediamone alcune: «... Guarda di conservare i bambini e di coprille bene che non abbiano freddo io li sogno qualche volta, che li vedo che mi chiamano se sapessi quanto soffro e quando mi sveglio piango tanto, e sto male tutto il giorno non o mai sofferto come adesso. quando mi ramento e che sono solo mi tocca piangere un po, per isfogare il dolore - non mi fa paura tutto l’altro ma se non avessi più da rivedervi tutti tre sarebbe il più grande dispiacere della mia vita solo per voialtri tre vivo e avrei il piacere di vedervi ancora un giorno uniti al papà. scrivimi sovente Desolina e fa scrivere il Rino e Aly’ che tanto mi consolo a veder quelle poche parole mi fanno un grande coraggio e mi sollevano un po’ dal dolore per il resto poco per molto farò tutto per adesso il principio non cie male e crede che continua, ho la forte speranzaVi bacio tutti tre - Vostro Giacomo - Dzalinda 17-XII-1910
Purtroppo il documento, una copia provvisoria su quattro facciate di un protocollo a righe, termina così. 25
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Cara Desolina e figli Visto che non arrivano vostre notizie, voglio darvene delle mie ti metto in questa lettera ruboli venticinque spero che li ricevi non posso mandarti altri denari che fra due mesi, stò a dirti che stava al lavoro il giorno 10 Luglio rompendo un sasso mi si scaliò un pezzo e mi colpì al ginocchio sinistro all’interno, e a tutto oggi non pote più continuare il lavoro, che qualche volta che mi faccio menare con i vagoni, ora è un poco di giorni che comincio camminare con il bastone, spero che fra due o tre giorni che possa riprendere il lavoro. Il ginocchio l’è ancora molto gonfio ma mi fa più poco male spero di guarire presto, il dolore che abbia visto non te lo posso descrivere e che mai fare bisogna aver pazienza, chi avesse creduto uno colpo della sorte, Bene fa coraggio Desolina io faccio tutto quel che posso, cie il fratello che mi sgrida perche voglio sforsarmi andare al lavoro eppure vedi mi pare che il lavoro patisce, ora ti saluto bacia i bambini, non posso continuare perche la gamba mi dole stando seduto, saluta la mamma e Vittorio - tuo Giacomo - Dzalinda 3-8-1911». Ma non era facile procurarsi il lavoro: nella lettera seguente Giacomo spiega cosa ha dovuto fare per ottenerlo. «Desolina e figli Dopo una lunga e penosa vita oggi mi trovo un momento di tempo per scrivere, sto a dirti che il Marra e Baciarof mi anno mandato sui lavori nuovi per esplorare le gallerie per via dei materiali. Dunque è dal dieci di Ottobre che corro per dei boschi a piedi e più di 300 chilometri a piedi tutto solo. Ora cie qualche giorno che sono a Pasqua, che aspetto notizie dal Baciarof e Marra come vanno gli incanti dei lavori, non o potuto saldare i conti del lavoro vecchio che il Baciarof mi feci partire in fretta e anche si trovavano scarsi di denaro, più ancora debbo aspettare la misura del governo, dunque o detto al Marra che ti avesse spedito da città dei denari, spero che ti abbia spedito qualche cosa, quando abbia terminato i conti ti spedirò quanto posso ma ci andrà ancora più di un mese io qui mi pagano le spese e il mese tutto a conto del Baciarof e Marra... Giacomo - Pasqua 14-11-1911---».
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La solitudine pesa ed allora egli pensa di far arrivare la moglie in Siberia: «Cara Desolina e figli ... guarda di cercare qualcheduno che possa rilasciarci la procura per la vostra partenza fino alla fine di aprile non si può perche cie ancora il fiume gelato, di al mio Cugnato Ghitola che si tenga pronto per quell’ora, guarda che ho scritto a ... che ti rimette la firma e me la porterai, e dirai al mio cugnato che porta due o tre pipe di legno, o anche di gesso, passando per milano, mi comprerete un orologio, il vero Roscof, che costa 32 franchi, se voi prenderete il baule in Russia costa pochissimo, bisogna cercar la maniera, di aver tanti biglietti quanti puit è il baule il puit è 16 chilogrammi, poi d’altronde fai come ti pare, non dimenticar che sono senza camicie e sottocamicie, passando dal console Russo a milano, presenterai i due ragazzi, ed il console ti dara una dichiarasione di quanti anni anno cosi in Russia pagherai poco e niente di biglietto, vi prego però quando entrerete in Russia di prendere la 2a Classe, perche le terze sono molto indecenti, ti comincio avertire adesso di non lasciare affaciare ai finestrini del treno i ragazzi, (non dimenticarlo) di tutto questo fate silenzio chi vuol sapere come è la Siberia faccia come ho fatto io. Non sta a prenderti tanta roba di dietro due o tre vestiti il più che sia ed anche per i ragazzi. altre robe camicie lenzuole non fa bisogno. sai due grembiali per essere più comodo sul treno per dormire con una piccola trapunta per i ragazzi quello poi che occorerà verrò io in città a prendervi allora ve lo comprerò. Bacia i bambini, saluti la mamma e Vittorio tuo Giacomo 24/2/12 - Cari Desolina e figli ... io direi che sarebbe meglio viaggiare sull’espres costa di più ma il viaggio e molto più corto e si sta meglio, sopra questi treni ce l’interprete che parla Italiano ti puoi far capire e non mette più di 12 giorni invece con gli altri metti 1 mese e più, ed io verrò a prendervi in città a Vladivostok, dunque credo che m’intenderai quello che ti voglio dire le per via dei denari che ti tocca aspetar un pò,- ora se il cugnato vuol partire dille che mi porta 6 lampe a cetilena per galeria più deve fare uno sforso, sai perche l’Ingigniere che si è racomandato a noi di fargli avere due vestiti di velluto come il mio che ho comperato a Torino di veluto in seta dunque
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se puoi andare a Torino a comperarlo e darlo al mio cugnato e se non puoi per via dei denari lo porterai poi te, questo guarda di non dimenticare perche sono cose che non bisogna dare in dietro, mi racomando molto, intendiamoci, solo la stoffa per fare due vestiti, la fattura li faranno poi qui, e se caso dasse anche spedirla per posta fra pochi giorni ti scriverò di nuovo ora non ho più tempo, qui insieme tengo l’Ingigniere che mi vede scrivere per i vestiti. bacia i bambini - Tuo Giacomo - 22 aprile 1912---». Tra le carte ritrovate vi è anche l’orario dei treni compilato dall’Agenzia Chiari-Sommariva che riportiamo in tabella 16. TABELLA 16
Milano Centrale Venezia Vienna West Bhf Vienna Nord Bhf Varsavia Wiener Bhf Varsavia Brest Bhf Mosca Mosca Koursk Vladivostok
Arrivo --12,15 7,40 --7,47 --15,50 --14,45 (21,31 ora locale)
Partenza 7,35 14,10 --15,50 --15,18 --21,10
domenica domenica lunedì lunedì martedì martedì mercoledì mercoledì
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2° venerdì seguente
Ma Desolina non partì: non sappiamo di chi fu la decisione, ma riteniamo fosse la più giusta. «Cara Desolina e Figli Col cuore che mi spezza vi dò mie notizie, dopo aver fatto una vita miserabile. Perdonate miei cari se non vi ho scritto a lungo, il vostro papà è molto stanco, e sul finire per dirvi tutto io sono stato maledetto da qualcuno. Desolina, io non ho mai fatto una vita simile tutto dove ho messo le mani tutto mi resta vuoto, cie un anno che giro, e o lavorato tre mesi col Morello Pietro e poi niente anche là.
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Il giorno che ho ricevuto la vostra lettera con la fotografia ero di partenza, ho pianto molto al vedervi, a non esservi vicini, avrei voluto mandarvi qualche cosa, e poi non sapevo più neanche io se poteva trovar lavoro presto o tardo. in fine sono partito a cavallo ho fatto cento e venti Chilometri prima di fermarmi con la vostra fotografia in tasca mi pareva che anche voialtri mi dovevate aiutarmi stetti via sette giorni, non ho potuto fare niente, feci il viaggio di ritorno, e dopo qualche giorno andai da l’altra parte, e feci quatrocento chilometri tutto a cavallo stetti via ventidue giorni, facendo il viaggio di ritorno incontrai l’Ingignere che aveva lavorato l’anno scorso e m’a detto vieni che parlo io con l’impresario, per via della muratura, allora mi fermai, credono che potessi terminare subito, viceversa capitò il ministro delle ferrovie da Pietroburgo e mi toccò aspettare fin tanto che è stato passato, perché quando passa quella gente non ascoltano più nessuno, io era sulle spine voleva scrivervi e dirvi che avevo lavoro e non poteva terminare quanto ho sofferto Desolina! Dormir male spender denari, infine la pazienza la durata mi sono poi arrangiato con questo impresario di lavoro ho preso la muratura ma non tutto perché la galleria è un chilometro e mezzo, i prezzi non si può dire che siano cattivi, solo mi ci vorrebbe un po’ di fortuna, è questa che a me mi manca, infine colla speranza e l’aiuto di dio se vuole, io faccio il possibile ho gia cominciato a lavorare, pare che non abbia d’andar male, Desolina fa coraggio io non sono amalato, come dicono a Rueglio non sono mai stato cosi bene, solo che sono magro ma di salute ne ho tanta, ringrazio iddio solo per questo, il Fratello non ha ancora potuto fare niente, ora è a Vladivostok, anche là ciè una galleria e mi a scritto che se non si arangia la che viene con me, ora aspetto sue notizie. Ora cari abbiate pazienza perdonate il papà se vi ha fatto soffrire e aspettare sue notizie vorrei mandarvi qualche cosa, ma non posso Desolina, ma andare alla fine dell’anno farò il possibile di aiutarvi. Non posso più continuare Desolina ciò il cuore che mi scoppia, e medesimo tempo ciò molto lavoro, tengo setanta muratori puoi capire e sono solo, con uno scrivante io non vedo passare il giorno, per essere sempre occupato, bacia i bambini Desolina che mi piaciono tanto, dille che vadano a scuola, e che stiano bravi. tanti baci a tutti tre - tuo Giacomo - 5-XII-1913
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Cara Desolina e figli Dopo tanto aspettare ebbi l’onore di ricevere vostra lettera, ho - quanto mi è stata cara - mi è molto dispiaciuto della malatia di Rino; Desolina, io mi trovo molto contento di lui lascielo che si riposa è ancora giovine cia tempo di studiare e addempire l’idea tua, prego di far bene attensione sia che per uno che per l’altro che non si ammalano, ho avuto piacere di Aly’ che studia già volentieri (poverino...). Per ora noi non abbiamo ancora ricevuto nessun ordine, di partire, io faccio voti che l’Italia abbia a far progressi mi dispiace molto a non trovarmi a casa, essendo che la mia fortuna non mi vuol accompagnare, sarebbe pronto a partire coi miei compagni per il destino della nostra Patria. darei l’anima a Dio volentieri, ma dopo aver fatto una buona partita, ma se in caso il governo pensasse di rimpatriarmi questo mi duole perche sarebbero tre mesi crudeli prima di toccare la terra Italiana. ma a tutto oggi non si sa ancora nulla. Viva L’Italia, Viva casa Savoia, moltissimi auguri —- bacia i bimbi, saluti a quei di casa, ti bacio. Tuo Giacomo - 20-VIII-1915». È l’ultima lettera ritrovata: immaginiamo che dal rientro in Italia abbia continuato a lavorare come capomastro finché giunse a Vobbietta di Isola del Cantone dove costruì alcune opere sulla strada per Vobbia. Morì il 28 aprile 1931 di silicosi.
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La seconda guerra mondiale
Antifascismo a Isola del Cantone Il fascismo a Isola, soprattutto quello anteriore alla seconda guerra mondiale è tutto da studiare. Non sappiamo nulla del suo avvento, se non per sussurri e notizie che hanno a volte il sapore della leggenda metropolitana: fu imposto? fu ben accetto? da chi? vi furono oppositori, arresti, discriminazioni? Anche qui la progenie tende a semplificare: “Mio padre (o mio nonno) non è mai stato iscritto al Fascio… l’olio di ricino… quella volta che...”. Come erano formati i quadri del Partito Nazionale Fascista? E i “Sabati fascisti” avevano consenso? Per adesso ricordiamo le frasi mussoliniane dipinte sui muri delle case: in cima del paese “In alto le insegne, il petto ed i cuori a salutare l’Impero fascista26” mentre sulla Ciappa vi era scritto “Sono felice quando vedo un sentiero tramutarsi in una strada”. Illeggibile è quella sul Palazzo Spinola nel Cantone27, parete che dà sullo Scrivia. A Rigoroso vi è “Romano è il nostro orgoglio”. Per quanto riguarda gli antifascisti, sicuramente conosciuti e come tali anche perseguiti, possiamo solo segnalare Natale Campi di Marcello e Rosa Figini, nato a Isola il 20 dicembre 1904 e mortovi il 3 novembre 1937 (foto 22). Egli era un cattolico di profonde convinzioni liberali. Dal volume Profonde radici ricaviamo: «Dottore in Scienze Economiche e Commerciali. Fuoriuscito a Parigi nel luglio 1928, a Friburgo (Svizzera) sempre nel 1928, ancora a Parigi nella primavera del 1930 e sino a dicembre, a Clocque (Pas de Calais) fino all’estate del 1931, nel quartiere Caudéran a Orleans (Francia) sino alla primavera del 1932, a Bordeaux sino a novembre del 26
Notizia avuta da Emma Rivara.
Vi era, non sappiamo se in cima d’Isola o proprio nel Cantone anche “É l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”.
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La seconda guerra mondiale
1936 e in Argentina. Vigilato speciale. Ascritto nella Rubrica di Frontiera e nel Bollettino delle Ricerche per il provvedimento arresto a vista. Arrestato il 18/06/37 a Genova mentre sbarcava dal piroscafo Conte Grande proveniente da Buenos Aires. Ammonito il 29/07/37 (Archivio Centrale di Roma, Fondo CPC b. 984)».
Foto 22: Natale Campi di Marcello.
«(08/1936) ...Sempre secondo le sue dichiarazioni egli appartiene alla LIDU28 e nutre sentimenti avversi al Regime. In realtà si tratta di un anarchico esaltato, e capace di atti criminosi29, che a mio parere, conviene iscrivere in Rubrica di Frontiera per le necessarie provvidenze. Per quanto concerne quest’Ufficio ho disposto per la sorveglianza del predetto, riservandomi di riferire ogni ulteriore notizia. (09/1936) ...ha segnalato come assiduo frequentatore di quella sezione della LIDU ed in rapporti col noto anarchico Emilio Strafelini30, certo 28 La Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (LIDU) è una associazione italiana impegnata nella diffusione della conoscenza e l’applicazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Istituita nel 1919 su iniziativa di Ernesto Nathan. Ernesto Nathan (1845 - 1921) è stato un politico italiano, sindaco di Roma dal novembre 1907 al dicembre 1913. Ebreo di origini anglo-italiane, cosmopolita e repubblicano, fu il primo sindaco di Roma estraneo alla classe di proprietari terrieri (nobili e non) che aveva governato la città fino al 1907. 29
Come detto era tutt’altro che un anarchico ma un sincero democratico.
Nato a Rovereto nel 1897 morì nel 1964. Fu disertore dall’Imperial Regio Esercito austro-ungarico durante la prima guerra mondiale. Si rifugiò a Napoli, dove conobbe Sandro Pertini e Pietro Nenni. Entrò a far parte del Partito Socialista Italiano nel 1916. Partecipò alla guerra civile spagnola. Fu mandato al confino durante il ventennio fascista a Ventotene e successivamente internato in Francia, dove continuò la sua attività partigiana. 30
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Campi Natale giunto a Bordeaux nel marzo 1933 ed impiegato in qualità di cameriere nel convitto Paul Doumer. (09/1937) In una perquisizione domiciliare eseguita dall’Arma nell’abitazione dell’antifascista in oggetto è stata rinvenuta una busta indirizzata a Monsieur Luigi Fornari [n. 1847, socialista] 16 rue Pertinax, Nice (Francia)». Sulla sua tomba, nel cimitero di Isola, vi è scritto: Solo in Dio e negli studi diletti trovò luce e conforto Con fortezza sopportò i dolori della vita, con rassegnazione accettò la morte prematura L’altro antifascista, isolese di adozione, Guido Giovanni Triulzi, per tutti a Isola U Sciù Ninnettu (1888-1965), avvocato, era nato a Genova da Carlo e Fanny Malinverni. Laureato in Giurisprudenza, sindaco di Isola nel dopoguerra, fu tra i fondatori de A Compagna e collaboratore del Caffaro, del Lavoro, della Voce Repubblicana come di tanti altri giornali (foto 23). Membro del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) di Isola, del Consiglio Nazionale dell’Associazione Mazziniana Italiana, presidente del Centro Regionale Ligure della Lega Pacifista Italiana. Da I precursori della lotta per la libertà nella Liguria contemporanea la sua scheda riporta31: «Figura nota di antifascista, che i genovesi ben conoscevano ed era divenuta caratteristica e familiare. Repubblicano, seminatore, mazziniano, poeta, fu dal fascismo osteggiato in tutti i modi. La sua accesa opposizione alla dittatura, il suo battagliero spirito libertario, ne fecero un frequente bersaglio delle camicie nere. Partecipò alle lotte operaie del dopoguerra (la prima guerra mondiale, N.d.R.) pagando di persona, sempre perseguitato: più volte fu brutalmente aggredito e percosso e praticamente inibito a dedicarsi alla professione forense. Non volle mai scendere a compromessi 31
BIGA E ALTRI, 1994.
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col fascismo, e quando venne l’ora del riscatto, militò attivamente nella Resistenza, partecipando tra l’altro alla liberazione dei generali inglesi e italiani, detenuti nella fortezza di Gavi. A guerra finita, rappresentò il P.R.I. (Partito Repubblicano Italiano, N.d.R.) in numerosi consessi e diresse la Tribuna del Popolo, quotidiano dello stesso partito. Nel 1946 passò al Partito Socialista (questo non ci risulta, N.d.R.), nelle cui liste venne eletto Sindaco di Isola del Cantone». Egli portava sempre la cravatta svolazzante come tutti i mazziniani storici: a Genova abitava in una casa di Campo Pisano piena di libri e documenti storici.
Foto 23: Giovanni Guido Triulzi.
Sappiamo che la sede del P.S.I. era davanti alla Piazza oggi Giacomo Matteotti e che fu chiusa dai fascisti ma la data è sconosciuta. Agostino Zuccarino (Tino), classe 1923, nel dicembre 1995 ci consegnò un memoriale riguardante il periodo 1943-1945. Ne riportiamo una breve parte: «Allego un elenco di qualche nome di antifascisti: Avv. Guido Triulzi (Sciù Ninettu), sindaco di Isola del dopoguerra; Calvi Giovanni (Pinfru)
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calzolaio; Scala Coa Brillantino (Rino di Vobbietta) vicesindaco e assessore; e poi altri ancora: ebbene questi cittadini isolesi, insieme ad altri di Ronco S. (Repetto Vittorio, Saè), Balbi Luigi di Ronco, il Tavellun di Busalla, ogni anno il 1° Maggio si riunivano in Vobbietta, al Mulino di Michele Delprato a fare una merenda a base di pane e uova sode, ciò come scusa, ma in verità la giornata passava parlando di antifascismo. All’elenco di antifascisti di Isola potrei aggiungerne altri, fra questi mio padre, che gli fu negato il posto di lavoro all’Ansaldo perché sprovvisto di tessera del fascio, preferì lavorare saltuarmente per mantenere la famiglia. Non potevo non includere in questo elenco altri antifascisti che si sono dati alla macchia: Armando e Nene Rondanina, il loro cugino Giorgino, Richin del Mentin32, un Capitano degli Alpini capitato a Isola chissà da dove, questa gente avevano la loro base alla cascina Narghecci, in un vallone alle sorgenti del torrente Spinti. Altro antifascista nonché partigiano il mitico Don Maggiorino Barbieri parroco di Montessoro, emigrato in Sudamerica nel dopoguerra, e il Parroco di Marmassana, soprannominato u Diau (il Diavolo)33. A Marmassana vi era pure Bruno Lanini e un certo Battista di Genova, ospitati da contadini del borgo». Sappiamo di più per quanto riguarda il Circolo Giovanile Cattolico “Silvio Pellico” che fu sciolto nel 1931 perché abbiamo un verbale redatto da Don Antonio Parolini, arciprete, e da Don Stefano Costa, curato: «Addì 1 Giugno 1931 alla sera alle ore 21 si presentarono alla canonica il Brigadiere dei R.R. Carabinieri di Ronco Scrivia ed un milite i quali, richiesti i documenti riguardanti il Circolo si dissero incaricati dalla autorità di P.S. di procedere allo scioglimento del Circolo stesso “perché non aderente alle organizzazioni del Regime”, di sequestrare i documenti e di procedere alla chiusura del locale. Si fece osservare che il locale non è proprietà del Circolo ma della Chiesa (il Circolo …(illeggibile) il Parroco e la Fabbriceria vi teneva le adunanze) e che il titolare del locale è la Fabbriceria parrocchiale la quale è anche proprietaria di tutto il 32
Enrico Zuccarino.
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Dal 1938 al 1947 fu Parroco di Marmassana Don Lorenzo Fazio.
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mobiglio (sic). Ciò fu inserito a verbale con diffida del Parroco di concedere più oltre il locale disciolto Circolo. Fu consegnato ai R.R. Carabinieri a) il Regolamento – b) il libro dei verbali e l’elenco dei Soci – c) il libro cassa e la somma di L. 71,60 risultante dallo stesso. Si fece un plico, da trasmettersi alla R. Questura sigillato a ceralacca colle impronte A.P. – Il Parroco firmò due copie del verbale colla diffida di cui sopra e l’Assist. Eccles. del Circolo S.P. Sac. Stefano Costa – per il presidente (assente per motivi di salute) due copie del verbale di consegna di cui una in bianco che, data l’ora tarda, il Brigadiere disse che avrebbe ricopiato esattamente. Il tutto si svolse alla presenza dei sottoscritti. D. A. Parolini, arciprete - Sac. Stefano Costa».
Foto 24: Don Antonio Parolini.
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Foto 25: Don Costa.
Le Brigate Nere a Isola Per il periodo della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I., 1943-1945), siamo venuti in possesso di circa 400 fotocopie di documenti dattiloscritti e manoscritti che riguardano la vita del distaccamento della Brigata Nera “Silvio Parodi” a Isola del Cantone a partire dall’ottobre 1944 fino al 24 aprile 1945. Sono stati reperiti da Francesco Tuo all’Archivio di Stato di Genova, facenti parte del fascicolo inerente l’inchiesta sull’operato di Camillo Pugni dal 1943 al 1945. Di Camillo Pugni a Isola abbiamo avuto solo notizie positive, di uomo integerrimo che aiutò la popolazione. Sono tutti documenti
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della Corte di Assise Speciale e quindi, come tutti i documenti di questo genere (interrogatori, relazioni di parte, lettere ufficiali, rapporti delle Brigate Nere), sono da prendersi con beneficio di inventario. Ma, in alcuni casi uniti alla memoria dei cittadini, permettono di spiegare il punto di vista delle Brigate Nere e del Partito Fascista Repubblicano a Isola, impersonati da Giovanni Caselli e Camillo Pugni, su episodi, questi sì ricordati da tutti, ma di cui ci sono risvolti soggettivi: i rapporti delle Brigate Nere sono compilati da uomini che volevano mettersi in mostra in certi casi oppure desideravano nascondere i loro errori in altri. Soprattutto i verbali di interrogatorio alla fine della guerra sono delle trappole storiche: bisogna confrontarli con le interviste ai Partigiani (che pubblicheremo in seguito) e con i ricordi dei cittadini. Un uomo chiamato dalla giustizia a rispondere di omicidi, ruberie e vessazioni, darà versioni ovviamente a lui favorevoli. Sono comunque un aiuto anche questi documenti a volte mentitori dei sentimenti che descrivono, ma almeno ci aiutano a identificare nomi e situazioni. Dai primi di ottobre 1944 a Isola vi operò un distaccamento della 3a compagnia del I battaglione della XXXI Brigata Nera “Silvio Parodi”34 dal quale dipendeva il Presidio di Ronco Scrivia. Abbiamo cercato di ricostruire l’organigramma attraverso le carte a noi giunte: comandante del distaccamento era il capitano Giovanni Caselli, nato a Lavagna il 19 luglio 1902, residente a Genova Cornigliano, coniugato con 2 figli, falegname di professione. Alle dirette dipendenze aveva il tenente Livreo Merlo, classe 1901, nato a Pozzolo Formigaro (AL), residente a Genova, coniugato con 2 figli. L’organico dei due distaccamenti di Isola e Ronco era costituito da trentacinque uomini di cui 8 avevano superato i 50 anni (il più vecchio del 1885), 10 ne avevano più di 40, sei erano oltre i 30, due erano di 21 e 24 anni e infine due giovanissimi che militavano nella Brigata Nera insieme ai loro padri (uno di 19 anni e uno di 14!); alcuni erano reduci della prima guerra mondiale, tre avevano partecipato alla Marcia su Roma nel 1922, uno era stato volontario in Grecia, uno volontario fiumano e nella guerra d’Etiopia; dal punto di vista fisico vi era un poliomelitico, un tubercoloso che era fuggito dal sanatorio per arruolarsi ed uno con un piede deformato che non aveva potuto fare il militare. Solo due risiedevano in zona mentre gli altri provenivano da tutta Italia. Le Brigate Nere erano alloggiate nelle attuali scuole in Piazza Vittorio Veneto che allora ospitavano anche il municipio. 34
CIPRIANI, 1998.
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La Guardia Nazionale Repubblicana invece aveva il 625° Comando Provinciale di Genova che comprendeva la 3a Compagnia Ausiliaria di Busalla, operante dall’estate 1944, e successivamente, nel dicembre 1944, denominata 3a Compagnia del Battaglione “O.P.T.” (Ordine Pubblico Territoriale). Da tale Compagnia dipendeva il personale della G.N.R. operante nei Comuni genovesi della Valle Scrivia. Nell’estate 1944, inoltre, vi fu in zona il battaglione giovanile della G.N.R. “Lombardia”, agli ordini del Comando tedesco di Savignone e incaricato di servizi di guardia a quel Comando stesso e a strade, ponti, ferrovie. Operò anche, nel settembre 1944, un reparto del Battaglione Volontari Presidiario “Goffredo Mameli” costituito da elementi delle classi dal 1895 al 1925 che non avevano obblighi militari, agli ordini del tenente Giorgio Passadore35.
Don Franco Repetto Una versione dei tragici fatti accaduti al Sacerdote36 venne data dal Bollettino della Parrocchia di S. Michele Arcangelo di Isola del Cantone del settembre 1954 riportando la testimonianza di Don Francesco Macciò: «Ieri sera (24 settembre 1944) – alle ore 19,50 – mentre il Curato ed io ci avviavamo verso casa, sulla piazza del Municipio, siamo stati fermati e fatti oggetto d’una tremenda sparatoria. ... La notte dell’altro ieri i partigiani, in un’azione di disturbo, erano scesi in paese ed avevano completamente disarmato la Milizia, asserragliata nei locali del Municipio (nelle attuali scuole, N.d.R.), sicché ieri sono arrivati i soldati della Brigata Mameli, armati fino ai denti. Il coprifuoco era alle 20. Come ogni sera, prima di ritirarmi in casa, mi sono recato sotto la finestra della Canonica per salutare il Curato. Nonostante le mie proteste per l’ora tarda, ha voluto accompagnarmi lo stesso: aveva il lasciapassare e poi c’era la possibilità di tornare ancora in tempo. Lentamente, al centro della strada, serenamente 35
TUO, 2008, pag. 220.
È una ricerca eseguita con Francesco Tuo e pubblicata su In Novitate, n. 53, 2012. Per questo episodio vedere il più completo ed esauriente studio di REPETTO, 2014.
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conversando, ci siamo diretta verso la piazza del Municipio! Per eccesso di gentilezza, spostandomi di peso, mi ha obbligato a pormi alla sua destra, tentando io di passare alla sua sinistra. Quasi all’ingresso della piazza abbiamo risposto al saluto di qualcuno che tornava a casa. Giunti di fronte al Municipio, stando in mezzo alla strada, ci è stato intimato il “Chi va là”. Ci siamo fermati immediatamente senza impressionarci (ormai ci si era abituati). Don Franco ed io, fermi fianco a fianco, rivolti verso il palazzo del Comune, abbiamo gridato insieme che eravamo preti muniti del lasciapassare. L’ora del coprifuoco non era scaduta. Prima un vociare confuso e poi un fuoco infernale è stata la risposta. Fucili e mitragliatrici sparavano a tutta forza. Mille fiammelle si accendevano e si spegnevano intorno a noi. “Vorranno intimorirci, abbiamo detto, e ci sparano intorno”. Purtroppo non era così. Poco dopo Don Franco ha lanciato un urlo straziante ed è corso al riparo della casa del signor Medeo37, il ciclista, a dieci passi da noi. Mentre scappava gli ho gridato di non scappare perché stando fermi, non ci avrebbero fatto niente. Era invece fuggito per reazione al colpo ricevuto in pieno petto. Io sono rimasto sotto i colpi, senza la minima scalfittura. Giunto presso il distributore della benzina Don Franco ha girato su se stesso e a me, fermo in mezzo al fuoco, ha tentato di dire qualcosa premendo le mani sul petto: non vi è riuscito ed è caduto indietro di schianto sfregando lo zigomo sull’orlo del marciapiede. Resomi immediatamente conto della gravità del caso sono corso presso di Lui. Il sangue gli usciva a fiotti dalla bocca e dal colletto. Rantolava e si dibatteva. L’ho chiamato con tutta la forza della disperazione, ma non mi ha risposto più. Allora, preso dal panico, non sapendo come soccorrerlo, ho invocato aiuto a gran voce. Ho tempestato di pugni e di calci tutte le porte perché ci dessero ricovero ... nessuno apriva e quelli continuavano a sparare. Finalmente, dopo aver trascinato il moribondo presso il portone dell’Albergo Picollo, sono riuscito a farmi aprire. Le proprietarie erano sfollate, ma c’era il medico che ha dovuto constatare che Don Franco stava ormai spegnendosi. Gli ho aperto la veste insanguinata e bucata, ma non c’era più nulla da fare. Tra gli spari sono corso a chiamare l’Arciprete Don Cavo che è giunto in tempo, mentre il Curato dava gli ultimi segni di vita, ad amministrarGli l’Estrema Unzione. Poi ... la morte. Aveva 28 anni». 37
Amedeo Zuccarino.
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Foto 26: il ricordo per la morte di Don Franco.
Dobbiamo soffermarci sugli antefatti e ci viene in aiuto il poderoso studio di Giorgio Gimelli38: «... 19 settembre 1944. Diario di Romeo (Eraldo Olivari, classe 1925). Una pattuglia al comando di Toscano39 fa prigionieri sulla Camionale 1 B.N. e 2 questurini di stanza a Isola. Il Comando di distaccamento decide di andare subito a Isola del Cantone. Alle 16,30 arriva Scrivia40 di ispezione e decide di intervenire anche lui. Prende il comando dell’azione. Si va ad Isola con un questurino per guida. 38
GIMELLI, 1985. pag. 176, II vol.
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Lilio Giannecchini, classe 1925, vice comandante, al termine del conflitto, della Brigata “Oreste”.
Aurelio Ferrando, classe 1921. Divenne comandante della divisione “Pinan-Cichero” l’8 marzo 1945. Nel dopoguerra aderì al partito della Democrazia del Lavoro e diventò amico di Enrico Mattei. Nel 1947 fondò il Circolo “Bisagno” di Genova e divenne segretario nazionale dell’organizzazione partigiana cattolica FIVL (Federazione Italiana Volontari della Libertà), presieduta da Paolo Emilio Taviani. Rifiutò sempre incarichi politici di rilievo. Gli è stata dedicata una via a Novi Ligure.
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L’accordo con i due questurini è questo: “Se uno di voi ci accompagna e collabora, al ritorno lasciamo liberi entrambi”. Ci fermiamo poco prima di Isola sulla strada Vobbia-Isola. Il questurino va ad Isola con l’impegno di cercare di convincere i suoi compagni ad arrendersi e di portare tutte le armi verso la strada di Vobbia. Al posto di tutti i questurini viene solo il Maresciallo che comanda la caserma di Isola. Chiede a Scrivia, tra l’altro, “quanto percepisce un maresciallo in montagna?”. È logico che il maresciallo venga preso in consegna da due partigiani. I partigiani guidati da Scrivia si portano rapidamente a Isola. Nel centro di Isola, sulla via principale, ci imbattiamo in una macchina di tedeschi che ci getta la luce dei fari addosso, a distanza di pochi metri. Noi abbiamo paura, ma paura devono avere i tedeschi che improvvisamente accelerano; ad elevata velocità la macchina prosegue in direzione di Genova. Arriviamo alla caserma. Come si entra troviamo tutte le armi ben disposte da una parte ed i questurini tutti da un lato. Scrivia viene chiamato per nome da un questurino che pare sia stato il suo attendente. Scrivia lo porta fuori e gli parla. I questurini ci chiedono molte notizie sulla vita partigiana; molti sono genovesi. Portiamo via molte armi e usciamo. Mi trovo al buio completo e non mi avvedo che la scalinata più breve è senza ringhiera e cado. Un ginocchio mi gonfia e mi fa un male del diavolo. Scrivia stesso mi aiuta ad allontanarmi ...». Mentre nel diario di Bice De Lorenzi troviamo sempre per il 19 settembre41: «... Ho saputo al ritorno che i ribelli scesi dai monti hanno ingaggiato battaglia coi repubblicani - bombe a mano e mitragliatrici hanno funzionato dalle quattro alle cinque - La Mamma s’è spaventata molto perché una mitragliatrice sparava davanti alla casa sul muretto della chiesa - Parecchi repubblicani sono stati fatti prigionieri - Gli altri sono fuggiti ...». Pertanto dopo la cattura e il disarmo degli agenti di polizia giunsero a Isola truppe nuove costituite da elementi del Battaglione “Mameli” (da 41
DE LORENZI, 2011.
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non confondersi con il battaglione bersaglieri “Mameli” di stanza a Verona, N.d.R.). Sull’uccisione di Don Franco, Bice De Lorenzi è ancora più precisa: «... Mercoledì 27 (settembre 1944). Giornate tragiche e dolorose. Lunedì mattina alle 5 mentre con X mi avviavo verso Creverina per il treno siamo stati fermati dal Chierico Macciò che mi ha consegnata una lettera da far avere al Cardinale Arcivescovo - Domenica sera, un po’ prima delle 9 ànno ucciso il giovane Curato Don Franco Repetto - Accompagnava a casa il suo amico Macciò quando i militi dai balconi del Municipio hanno dato l’alt. Don Franco ha risposto ma quelli hanno sparato lo stesso con la mitragliatrice malgrado non fosse ancora dato il coprifuoco e sebbene Don Franco avesse il foglio di libera circolazione. Colpito al polmone ha fatto di corsa ancora qualche metro e poi è stramazzato in un lago di sangue sulla piazzetta ... Don Repetto era un santo stimato ed amato da tutti. Nel pomeriggio di Lunedì l’ing. Giulio Cattaneo ha protestato coll’ufficiale comandante dei militi, il quale aveva il coraggio di affermare che la colpa era dei ribelli. È stato condotto in Municipio - percosso e minacciato di fucilazione. Il paese è indignato per un così atroce delitto ma guai a chi parla. Ieri arrivo di tedeschi - Nel paese girano Bande nere e marinai della S. Marco - facce poco sicure - Rubano galline e conigli minacciando chi protesta ... Stamane funerali imponenti del povero Curato - Tutti piangono all’elogio funebre fatto dall’Arciprete. Si conosce ora che Don Franco era un giovane Santo - Viveva in assoluta povertà donando ai poveri anche il suo necessario sostentamento - Non ha lasciato che £ 9 - dico nove lire - era tutta la sua ricchezza. Che strazio vedere la sua vecchia madre presso la bara! Speriamo che dal Cielo preghi per noi perché amava tanto Isola ed era felice di esservi ...». Le autorità competenti cercarono di addebitare l’uccisione ai partigiani anche con un telegramma di Camillo Pugni, Commissario Prefettizio, al Comando del I Battaglione della Brigata Nera: «... Protocollo 3447. Informo che ieri a riprese dalle ore 20 minuti trenta alle prime ore mattino sbandati armati dalle alture circostanti e dall’interno Capoluogo hanno aperto fuoco contro accantonamenti. Nella
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mischia colpito da pallottola di rimbalzo cadeva Vice Parroco alt Per circostanze ambientali necessita autorizzazione per immediata tumulazione alt Alla energica reazione gli sbandati si ritiravano alt Per mantenere ordine et fronteggiare situazione occorre siano potenziati i reparti et muniti di armi e munizioni alt ...». Ma il 3 ottobre lo stesso Pugni inviava un rapporto riservato al Procuratore di Stato a Genova e al Capo della Provincia, di altro tenore: «... Per quanto concerne i fatti svoltisi nella notte del 24 settembre posso precisare che già nelle notti precedenti i Patrioti avevano operato nelle immediate vicinanze dell’accantonamento dando luogo a sbarramenti di fuoco. Precedenti fatti gravi già segnalati furono: l’uccisione del milite della compagnia “Mantova” Ghidoni Nerino, avvenuta nel pomeriggio del 20 agosto u.s. sulla sponda del lago di Savio ...; la cattura di due metropolitani e di una guardia repubblicana il 18 settembre nella frazione Creverina; l’occupazione, la notte del 19, da parte di numerosi banditi del Municipio, sede dell’accantonamento degli agenti metropolitani, sui quali la sorpresa e il disorientamento per l’assenza del comandante Maresciallo Mannucci Ugo, catturato precedentemente fuori dell’accantonamento con due agenti, determinavano la resa con la consegna delle armi, delle coperte e d’indumenti personali, venivano asportati circa 30 moschetti con munizioni ... Orbene la sera del 24 settembre il reparto del Batt. Mameli, che aveva sostituito i metropolitani, adottava misure di sicurezza, poco prima del coprifuoco, concentrando tutti gli uomini nell’accantonamento e richiamando con i segnali di allarme quelli che si trovavano fuori in servizio e ciò perché era stata segnalata la presenza di banditi i quali da diverse direzioni sparavano verso l’abitato. ... Verso le ore 21, richiamato dalla sparatoria, uscii di casa ed entrai nell’albergo Rolla (ovvero Picollo, N.d.R.): steso a terra nella stanza di entrata era il corpo del Vice Parroco che era stato ivi trasportato dal Chierico Macciò Francesco che lo accompagnava e dal Sig. Verlato Antonio dimorante nell’albergo stesso. Accanto al ferito si trovava il Medico (Leonida, N.d.R.) Meloni intento a rianimarlo. Il Rev. Repetto era stato colpito a poca distanza dall’albergo sulla Via Roma, dirimpetto alla Piazza Vittorio Veneto dove eravi la sede dell’accantonamento. Recatomi immediatamente
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nell’accantonamento, constatai come gli uomini al comando dei due ufficiali e dei graduati fossero al loro posto e inconsapevoli del grave accaduto. Uscii scortato dagli ufficiali e da militi, disposi perché fosse subito avvertito il Parroco che, scortato, venne immediatamente. Su concorde parere trasportammo quindi il corpo del Repetto nel salone “Silvio Pellico”, dove venne composta la salma. Verso la mezzanotte nuovi indizi, luci, spari di mitra e quindi di bombe a mano fecero por mano nuovamente le armi. Messici in comunicazione a mezzo di segnali luminosi prestabiliti con il comando della G.N.R. questa intervenne con raffiche di mitragliatrice verso la collina alle spalle dell’accantonamento disperdendo le luci che vagavano nella notte. Al mattino con gli ufficiali ed il Comandante del Presidio rendemmo omaggio alla salma portando le condoglianze all’Arciprete. Dando notizie dell’accaduto richiesi il permesso dell’immediata inumazione, poiché andava determinandosi un pietismo, giustificato in parte data la stima della quale era circondato da tutti il povero Vice Parroco, ma che poteva prestarsi a speculazioni di carattere politico. Il giorno di mercoledì si effettuarono le esequie davanti a grande numero di cittadini ed alle Autorità. Dalle indagini esperite non si può in coscienza determinare se il Reverendo sia stato colpito dai banditi, o, come vorrebbe parte della voce pubblica, da militi della Mameli. Sta di fatto che gli uomini preposti alla guardia dell’accantonamento lanciavano ai passanti le rituali intimazioni, sparando per ammonimento e per difesa; può essere che il Reverendo, che transitava sulla strada nazionale e cioè a una discreta distanza dall’accantonamento, non abbia udito le intimazioni o quantomeno, fidandosi dell’ora (risulterebbe mancasse ancora qualche minuto alle nove) e quale ministro del culto, abbia proseguito inconscio del fatto che l’attendeva. Pare, dal racconto del Macciò che lo accompagnava, che il Vice Parroco abbia risposto qualificandosi, ma data la distanza e la sparatoria da tutte le parti le sue frasi possono non essere state udite. Non è invece da escludere che la pallottola, che ha colpito il Sacerdote di rimbalzo, provenisse dalla Via Roma, incrocio della strada di Vobbia, o dalle alture retrostanti l’edificio scolastico dove, da persone abitanti nei dintorni, furono udite raffiche di mitra, spari di moschetto e di bombe a mano che non potevano provenire se non dai banditi. È stato questo un tragico incidente per il quale non è possibile determinare la responsabilità. Il reparto del Mameli, che nelle giornate
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di sua permanenza agli ordini di due ottimi ufficiali ha saputo cattivarsi la simpatia, ha operato in quella notte con calma e con determinata sicurezza rispondendo pienamente agli ordini che dal comandante venivano, anche in mia presenza impartiti». Diamo anche alcuni stralci della copia del rapporto steso dalla Curia Arcivescovile di Genova, presentato da S.E. Monsignor Giuseppe Siri, recatosi a Isola il giorno dopo la tragedia, alle autorità della Repubblica Sociale: «... Alla terza intimazione del “Chi va là” seguì una nutrita sparatoria (il Macciò crede siano stati sparati una quarantina di colpi, alcuni dei quali rimbalzarono sulle pietre del terreno ove i due si trovavano). Lo stesso Macciò afferma recisamente di avere lui stesso visto sparare dall’ultimo piano del municipio e nella direzione in cui si trovava il Curato che era poco discosto. Mentre ancora durava la sparatoria il Chierico udì un gemito del Curato. Lo vide quindi prendere una piccola corsa verso Genova, fare circa 10 metri di strada, voltarsi verso di lui, comprimersi il petto e quindi stramazzare a terra. Si precipitò verso di lui e vedendo che perdeva sangue, gridò nella direzione dei militi: “Avete ferito il Curato!”. La sparatoria durò ancora poco tempo e quindi cessò. Erano le 20,50. Il Curato rantolante dava sangue dalla bocca e dal naso: il rantolo durò dai sette agli otto minuti senza che il Sacerdote prendesse conoscenza. Il Macciò si diede allora a gridare “Aiuto!”, ma nessuno si fece vivo ... per una decina di minuti diede qualche segno di vita (movimento degli occhi) e poi si abbandonò esanime. Ad uccisione ormai avvenuta, al ristorante vennero i soldati che erano in municipio. Ad essi il Macciò fece osservare perché avevano sparato e ne ebbe in risposta che essi avevano sparato perché non si erano fermati al “Chi va là”. Il sergente di servizio giustificava la sparatoria dicendo che aveva avuto dal suo tenente l’ordine di sparare su chi non si fosse fermato all’intimazione regolare ... Il tenente che accorse quasi subito ed accompagnò il Macciò in cerca dell’Arciprete gli disse: “I soldati hanno sparato perché non vi siete fermati!”. Il Macciò invece dice che si fermarono sull’atto. Al mattino seguente la versione data dai soldati era un po’ diversa. Tenuto conto che il proiettile aveva ferito il sacerdote diagonalmente, si disse che il proiettile poteva provenire da una direzione diversa da quella del municipio. Se in paese fossero, al momento del fatto,
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presenti altri a cui addebitare la responsabilità dello stesso, non è possibile dirlo con esattezza. Sta di fatto che un quarto d’ora prima ci fu una sparatoria abbastanza nutrita da due parti; a mezz’ora di distanza dal fatto stesso ci fu una seconda sparatoria non meno nutrita, mentre verso le 20,30 seguì una terza più intensa. Il medico del paese interrogato depose quanto segue: “Il Curato presentava un foro ovulare della grossezza di un centesimo di moneta, all’altezza del terzo spazio intercostale sulla linea parasternale destra. Il colpo fu preso in direzione diagonale, effetto di una palla che colpendo prima il terreno, rimbalzò poi diagonalmente sul Curato rimanendo infissa nel di lui petto. La posizione della ferita fa presumere, con probabilità che il colpo sia partito dall’alto. Tra il punto di percussione sul terreno, infatti ed il soggetto colpito, corre più di un metro di altezza. Il fatto sarebbe di difficile spiegazione se si fosse trattato di un colpo tirato dal basso”. Tutto questo trova conferma in quanto ha detto sopra il Macciò, teste oculare, e in quanto hanno ammesso i militari subito dopo il fatto”. Firmato M. Siri ...». La foto 26 ritrae il ricordo stampato in occasione del suo funerale.
L’episodio di Creverina42 La tragica fatalità compiutasi a Creverina il 22 ottobre 1944 ha alimentato, e alimenta ancora, polemiche, accuse e numerose versioni dei fatti. Le vittime furono: Antonio Casassa nato nel 1938, suo padre Giuseppe del 1896 (deceduto a seguito delle ferite il 9 novembre seguente) e sua madre Carolina Casella del 1898 (foto 27), Bartolomeo Trotti di Chiavari (Brigadiere della 3a Legione G.N.R. Polizia Ferroviaria, classe 1891) e il sergente George Hippold nato nel 1913 a Hagenbach (Germania)43. Cominciamo da quanto scrive Giovanni Daglio44: Anche questa è una ricerca eseguita con Francesco Tuo e pubblicata su In Novitate, n. 53, 2012.
42
43 Fino a pochi anni fa si potevano vedere nel cimitero le due tombe di Trotti (con foto) e del soldato tedesco. 44
DAGLIO, 2006.
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«... l’“Oreste” 45 organizza una grossa spedizione, che però non va a buon fine. La guidano Scrivia e Minetto46 con l’intento di far saltare una polveriera nella zona di Isola del Cantone. I tedeschi scoprono l’agguato e sparano. Il partigiano tedesco Rudy (Rodolf Enghelhardt, classe 1922) è ferito. I suoi compagni lo trasportano, ora in spalla, ora in una barella improvvisata, infine con una slitta e riescono a portarlo, il giorno dopo, all’ospedale di Rocchetta. È stato colpito in tre punti: alla mano destra, alla coscia sinistra e al fianco sinistro. Riesce fortunatamente a guarire ...”.
Foto 27: la famiglia Casassa. 45
Brigata Partigiana “Oreste”.
Erasmo Marré, classe 1920. Dopo l’addestramento a Brindisi fu paracadutato nel luglio 1944 nei pressi del Monviso. Il suo compito era di raccogliere informazioni militari sul triangolo Genova - Albenga - Alessandria e di collegarsi con i partigiani. Dopo una breve sosta a Ovada, Gavi e Gorreto sistemò la sua radio in frazione Piancerreto di Cabella Ligure. Nel gennaio 1945 fu incaricato del comando della brigata garibaldina “Arzani”, schierandosi sulle prime alture dello Scrivia, tra Arquata Scrivia e Tortona, che alla liberazione occupò parte della Valle Scrivia e Novi Ligure. Nel 1947 fondò con Aurelio Ferrando il Circolo “Bisagno”. Successivamente ottenne la cattedra di Fisiologia vegetale alla Statale di Milano e divenne scienziato di fama internazionale entrando nell’Accademia dei Lincei. 46
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Continua poi: “Dionisio Garibaldi (Nebbia) di Cabella, con lui (Minetto, Nd.R.) e con i suoi sabotatori scende spesso sulla camionale ad attaccare i convogli militari in transito. Un giorno scendono a Crevelina (sic) in Valle Scrivia per far saltare una polveriera e assalgono un gruppo di tedeschi, che si arrendono. Mentre, pistola alla mano, sta legando i polsi a un soldato con una corda, gli parte accidentalmente un colpo, che gli spappola un dito di una mano. Viene medicato all’ospedale di Rocchetta ...». Nel suo diario Bice De Lorenzi descrive così l’episodio: «... Lunedì 23 (ottobre 1944). Tragica domenica a Creverina. Tre sconosciuti - pare ribelli sono entrati alle 8 di sera nella trattoria del Checco Casazza e hanno incominciato a sparare su tutti - cioè uno squadrista certo Trotti che pare fosse l’obiettivo della spedizione - è rimasto ucciso un polacco pure morto un tedesco ferito - La Carola è morta sul colpo, Checco ed il bambino di sette anni feriti gravemente - Il bambino è morto stamane all’ospedale di Quarto - Checco ferito anche ai polmoni forse se la caverà - In totale 4 morti e due feriti gravi - In conseguenza è stata arrestata tutta la famiglia dei Carminati che abitano al di là della Scrivia verso il Curlo perché tracce di sangue sono state seguite sino alla loro casa. Pare uno dei ribelli sia stato ferito e portato colà per una prima medicazione. Martedì 24 (ottobre 1944). Sono stata a trovare il povero Checco - Se la caverà ma in quale stato - È l’immagine del dolore - Tra l’altro pare gli abbiano rubata una somma forte - cosa spiegabile perché la casa è rimasta tutta la notte alla mercé di tutti ... Mercoledì 25 (ottobre 1944). funerali grandiosi e commoventi alla Carola ed al bambino in mattinata - Nel pomeriggio abbiamo accompagnato il polacco - Giorgio Hyppold ed il Trotti ...». Mentre il medico dell’ospedale partigiano di Rocchetta Ligure, dott. Tito Tosonotti47, ci informa sulle condizioni di Rudy: 47
TOSONOTTI, 1967, pag. 11.
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«Il partigiano tedesco Rudy è ferito in una ardita azione presso Isola del Cantone il 21/10 (sic); trasportato dai compagni, ora a spalle, ora in barella improvvisata, infine con slitta, giunge al nostro ospedale al 22/10, dopo più di ventiquattro ore dal ferimento. Esso ha riportato tre ferite di rivoltella, due a canale completo alla mano destra ed alla coscia sinistra, una a fondo cieco al fianco sinistro; qui il proiettile ha attraversato obliquamente l’addome fermandosi nel sottocutaneo, ove si palpa in corrispondenza del quadrante addominale inferiore destro ... Esso mi ha dato, dopo la Liberazione, sue buone notizie dalla Germania». I documenti che abbiamo potuto studiare, provenienti dagli archivi delle Brigate Nere e da carte processuali forniscono una lettura più ricca di particolari. Ecco il rapporto di Giovanni Caselli, comandante del distaccamento della Brigata Nera di Isola: «Questa mattina alle ore 7 sono stato avvertito dal Comando Tedesco che in località Creverina i banditi alle ore 8,15 circa di ieri sera avevano commesso un efferato eccidio. Portatomi subito sul posto che è l’albergo Casazza (sic) ho trovato 3 morti e cioè Trotti Bartolomeo, Capo Tecnico FS, squadrista, Lipold (sic) George di nazionalità tedesca, Casella Carolina fu Vittorio in Casazza i quali erano stati colpiti con colpi di mitra Stein (sic) cal. 12 e pistola Beretta 9. Il primo con colpi alla schiena, il secondo alla testa e la terza colpita alla testa. Mi è stato portato a conoscenza che vi erano stati pure tre feriti cioè il proprietario dell’albergo, il figlio e un sergente tedesco. Prese le prime informazioni mi risulta che i banditi fossero 5 i quali provenienti dai monti a levante della Scrivia si sono portati alle porte dell’albergo dove la padrona aprendo fu immediatamente freddata poi rivolgendo le armi verso la saletta dove si trovavano gli altri 5 ad ascoltare la radio e spararono circa 40 colpi all’impazzata e dopo rubarono la borsa valori che la proprietaria portava con sé che i parenti presumono contenere almeno mezzo milione. Nel locale si trovavano in un’altra saletta tre vecchi i quali dopo la sparatoria sono scappati per paura ed invece tale Fabbri Pietro fu Antonio abitante a Creverina si mise a chiamare aiuto e sono accorse alcune persone che provvidero ad avvertire il vicino distaccamento tedesco il quale a sua volta
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avvertiva il Comando di Isola che ordinava il trasporto dei feriti a Ge Quarto e ordinando che nessuno si muovesse dalle case. Ma però un milite ferroviario che abita al casello ferroviario n. 130 cercava di venire ad avvertirmi strada facendo è stato fermato da tre individui a circa un Km da Isola i quali l’intimarono di andare immediatamente a dormire. Cercare immediatamente un certo Pasquale orologiaio abitante in Via Prè 64/2 che fino a ieri abitava a Creverina e dei suoi due nipoti non meglio identificati. Cercare dell’osteria Perosio di Via Prè presunto informatore dei movimenti fascisti della zona Ronco-Isola. Firmato Giovanni Caselli». Il 22 novembre 1945 la Questura di Genova indagò sull’episodio e interrogò alcuni dei protagonisti. Vi proponiamo la deposizione di Leopoldo Datovo48, nato a Trento nel 1921: «Presi parte all’azione ordinata da Minetto e da Scrivia per far saltare la polveriera di Creverina e far prigionieri 12 tedeschi di guardia. Arrivati di fronte al paese di Creverina sull’imbrunire, venni inviato in paese per constatare la situazione e riferire ai partigiani miei compagni che erano in attesa dell’azione. Riferii di aver visto nell’osteria due tedeschi che stavano bevendo una bottiglia di vino. Appena riferito insieme a Minetto, Scrivia, Gianni49, Rudy, Mina50 e Nebbia siamo arrivati alle prime case del paese e lì incontrammo un uomo anziano che usciva dalla propria abitazione con una lampadina tascabile accesa. Ci riferiva che in casa sua vi erano due militari tedeschi. Subito entrammo nell’abitazione e senza far uso delle armi e resistenza da parte dei tedeschi li catturammo prigionieri, e da Nebbia Leopoldo Datovo (Poldo) e il fratello Nino provenivano dalle file di “Giustizia e Libertà” e si unirono a Minetto quando questi fu paracadutato nella zona del Monviso il 18 luglio 1944. Durante il rastrellamento del dicembre 1944 Poldo fu catturato, torturato dai tedeschi e costretto ad accompagnarli a Piancerreto (TOMPKINS, 1995, da pag. 376 in poi). Secondo TACCHELLA, 2004, pag. 69 e 129, fu Poldo a guidare il maresciallo tedesco Giuseppe Peters dell’Ufficio Antiribelli delle SS di Genova, il 23 gennaio 1945, a Cabella per catturare lui e Carlo (G.B. Lazagna). Poldo rientrò comunque nei partigiani con il nome di Piroscafo (TOMPKINS, 1995, pag. 382; vedere anche TACCHELLA, 2004, pag. 161 e 195). Dopo la guerra Datovo emigrò in Sud America. 48
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Carlo Cuneo, classe 1924.
Giovanni Violante, classe 1914. Era un maresciallo del Genio Militare della caserma di Novi Ligure.
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ed altri due partigiani accompagnati al di là dello Scrivia. Terminata questa prima operazione unitamente a Gianni, Rudy e Mina ci siamo portati sul pianerottolo dell’osteria. Prima di entrare nell’osteria incontrammo una ragazza la quale ci chiedeva, vedendoci in divisa e armati, che cosa volevamo fare. Noi consigliammo la stessa di allontanarsi, ma questa affermava di avere la propria sorella all’interno dell’osteria e subito io, Rudy e Gianni entrammo nell’osteria lasciando all’uscita Mina di guardia. La signorina entrò quasi subito dopo di noi. Appena dentro la cucina semi oscura – forse per abbassamento di tensione della corrente elettrica - intimammo “Mani in alto”. In testa c’era Rudy, seguito da Poldo51 e Gianni. Entrati in cucina trovai, seduti sul sofà, alla sinistra dell’entrata, due militari tedeschi ed un borghese in abito scuro, sembrava una divisa o qualcosa del genere, mentre oltre il tavolo, sito al centro della cucina e di fronte ai due tedeschi, stavano i borghesi e cioè una donna con un bambino mentre un’altra ragazza e cioè quella incontrata di fuori, sostava sull’uscio. Ci disponemmo per la nostra azione di disarmo di fronte ai tedeschi dando le spalle ai borghesi. Il borghese, con ogni probabilità in divisa da lavoratore o da ferroviere, si trovava dalla stessa parte dei tedeschi. Non potrei dire chi abbia sparato per primo, ricordo che alla nostra intimazione di “Mani in alto” il soldato tedesco alla nostra sinistra tentò di estrarre la propria rivoltella mentre nello stesso tempo tentava di colpire con un pugno Gianni. Immediatamente il tedesco si gettò sotto il tavolo, aprendo il fuoco nella direzione dell’uscita, dove si trovava Gianni, il quale venne colpito al primo colpo, sopra la mammella destra, scaricando sopra Gianni stesso l’intero caricatore. Gli altri colpi andarono a colpire la ragazza ferma sulla porta, la quale cadde immediatamente a terra. Tutto questo venne fatto in pochi secondi. Mentre Gianni, ferito, cercava di colpire il tedesco sotto il tavolo, io e Rudy eravamo alle prese con l’altro tedesco che pure lui, aveva iniziato, seguendo l’esempio del suo camerata, il fuoco contro di noi scaricando la propria rivoltella nella nostra direzione. Rudy venne colpito da quattro colpi, mentre gli altri colpi andavano nella direzione dei borghesi, che si trovavano alle nostre spalle. Il soldato tedesco riuscii a metterlo fuori combattimento con un colpo della mia P.45 adoperando solo due colpi in tutta l’azione. Gianni scaricava, colpo a colpo, diciannove cartucce in direzione del tedesco riuscendo a metterlo fuori 51
È lo stesso Leopoldo Datovo.
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combattimento. L’azione fu brevissima e durò pochi secondi. Non ci curammo di nessuno per quanto riguardava i militari tedeschi e i borghesi. Abbandonammo in tutta fretta l’osteria in quanto gli spari potevano aver dato l’allarme in Creverina stessa o alle Brigate Nere di Isola e Ronco e in quanto poi l’azione stessa era stata preparata per far ogni cosa in silenzio. Appena usciti fuori Rudy accusava dei dolori fortissimi al ventre e cominciò a lamentarsi e a chiedere aiuto. Gianni pure lui accusava di essere ferito. Prima di arrivare allo Scrivia incontrammo Minetto e Scrivia ed altri compagni. A stento ci siamo portati dall’altra parte mentre Rudy andava a cadere nell’acqua del fiume. Soccorso da Scrivia raggiunse anche lui il bosco dove ci fermammo in attesa di una slitta a buoi52. Nella mattinata seguente raggiungemmo Cabella. Letto, confermato e sottoscritto Leopoldo Datovo. Il funzionario di P.S. Pietro Tanino». Lo stesso giorno venne interrogato Erasmo Marrè (Minetto), nato a Genova, studente, il quale rispose: «Dichiaro che nell’ottobre 1944 facevo parte della missione alleata Meriden53 di base a Cabella Ligure quale capo della missione. Venne segnalato a Creverina un deposito di munizioni collocate nella fornace di Gabba54 ... I componenti la pattuglia erano: Scrivia, Mina, Carlo (Carlo Cuneo), Poldo Datovo e Rudy ed il sottoscritto55 ...». La lesa fu recuperata al Curlo di Ronco ma non fu data spontaneamente. E’ ovvio che in simili frangenti i partigiani non avessero il tempo di convincere qualcuno ad aiutarli. Per loro era necessario salvare Rudy. 52
53 In questa missione americana operò anche lo storico Lorenzo Tacchella, Rafles, nato a Ronco Scrivia nel 1922 e deceduto a Isola del Cantone nel 2008. Nel dopoguerra avviò a Verona una agenzia di viaggi che intitolò proprio “Meriden”.
Felice Gabba di Casale Monferrato fu il fondatore della fornace da calce di cui ancora oggi si notano le ciminiere in mattoni, subito dopo Creverina verso Isola: proseguirono l’attività i figli Pietro e Gino. Il primo nato, nel 1906 a Casale, fu segretario del Partito Nazionale Fascista a Isola negli anni 1927 e 1928 ed era un giocatore fuoriclasse dotato di un tiro talmente potente che Giampiero Combi (l’allora portiere di Juve e Nazionale) dichiarò, a fine carriera, che era stato il suo più grande incubo. Giocò pure con Bologna e Legnano ma fu rallentato da un terribile infortunio ad una gamba. Morì a Torino nel 1986. Pietro, classe 1902, era meno dotato tecnicamente e giocò tra le riserve del Casale e nella Novese (notizie avute da Fabio Mignone di Isola del Cantone). 54
Sappiamo che vi erano altri: uno era Carlo Torre (Speranza) di Cantalupo Ligure. Rimase di guardia alla passerella nello Scrivia.
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Minetto ricostruisce poi la scena della sparatoria sulla falsariga della deposizione di Poldo Datovo sottolineando che i borghesi erano stati colpiti dai tedeschi. Secondo lui Gianni aveva un’arma lunga automatica ma sparò 19 colpi uno alla volta e non come raffica, mentre Rudy sparò 5 colpi e Poldo solamente due. L’interrogatorio più interessante fu quello di Giobatta Casassa, nato nel 1899 e fratello dell’oste di Creverina che dichiarò: «Ho assistito all’ospedale di Quarto mio fratello Giuseppe, ivi trasportato insieme al suo figliolo Antonio ed a un militare tedesco. Durante la degenza di mio fratello all’ospedale ebbi modo di parlare con lo stesso e malgrado la grave disgrazia capitatagli, lo stesso mi raccontò i seguenti particolari sul fatto accadutogli e che portarono alla completa distruzione della sua famiglia. Mio fratello si trovava, dopo consumata la cena, al solito posto nella cucina dell’osteria, giocando con il proprio figlio. Altri avventori si trovavano nell’osteria: due militari tedeschi, un borghese, la moglie Casella Carolina – stando alle testuali dichiarazioni di mio fratello – era uscita dalla cucina per far vedere una camera ad una persona del paese. Erano circa le 20,15... 20,30. Serata buia e luce elettrica molto bassa di tensione. Ad un certo momento mio fratello vide aprire l’uscio, scorgendo un’ombra (data la scarsa luce) che intimava improvvisamente “Mani in alto”. Non ebbe il tempo di riaversi dalla sorpresa che seguì una violenta sparatoria. Istintivamente si gettava sul bambino, evidentemente per cercare di proteggerlo col proprio corpo. Mio fratello rimaneva subito colpito da un proiettile che gli perforava il polmone in vicinanza del cuore. Terminata la repentina ed improvvisa sparatoria, senza evidentemente rendersi conto dell’accaduto, scorgendo per terra solamente dei corpi esamini, mio fratello raccoglieva il bambino, che accusava dei dolori al ventre, e riusciva benché ferito, a portarsi al piano superiore nella propria camera. In quel momento chiamava la propria moglie forse con la speranza che la stessa si fosse rifugiata in qualche altra camera. Non avendo avuto nessuna risposta al suo appello, intuì subito che la moglie Carolina era stata colpita pure essa. Quando poi vide arrivare i primi soccorsi, allora ebbe la certezza che la moglie era stata uccisa ed allora mio fratello fece presente ad una persona accorsa, di ritirare le 33 mila lire, che la Casella Carolina,
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teneva nascoste sul ventre. Difatti detta somma venne trovata. Più tardi, a mezzo di ambulanza, mio fratello, assieme ad altri feriti, venne trasferito all’ospedale militare di Quarto. Questo è tutto quello che ho saputo per bocca di mio fratello. Chiesi pure a mio fratello se avesse avuto qualche vecchio rancore o altri futili motivi, per giustificare l’accaduto, ma lo stesso mi assicurava nel modo più assoluto di no. Testualmente mi disse: “Non credo che questo lo abbiano fatto per me”. Questo per giustificare la tremenda sciagura. Mi risulta che mio fratello nutrisse sentimenti tutt’altro che fascisti, perciò non vedo né lo scopo politico dell’uccisione né quello a scopo diverso o di rapina. All’ospedale mio fratello mi fece osservare il disagio morale di trovarsi ricoverato in un ospedale militare e per di più vicino di capezzale al capitano della Brigata Nera Caselli56. All’osteria e all’abitazione di mio fratello vennero apposti i sigilli da parte dell’autorità giudiziaria e dopo la rimozione degli stessi, venne trovato tutto intatto. Nulla mancava e ciò in contraddizione alle voci messe in circolazione nel paese di rapina a mano armata e della spartizione di una borsa contenente una cifra addirittura favolosa per la modesta famiglia di mio fratello. Da parte mia, allora, smentii subito ogni cosa e la consistenza di detta somma. Effettivamente la borsa venne ritrovata al suo posto contenente una somma modestissima. Pertanto era falso e calunnioso della voce sparsa sull’avvenuto furto della suddetta borsa da parte di chicchessia». In queste ultime frasi probabilmente sta il dramma di una guerra civile: G.B. Casassa è impaurito e sminuisce verosimilmente l’accaduto. Anche se i responsabili del furto non sono stati i partigiani, qualcuno ha comunque approfittato dell’occasione e non può altro che essere un uomo pericoloso. Questa forse è la dimostrazione che lui intuiva chi poteva essere il colpevole, non di certo gli sprovveduti partigiani (come li definì Lorenzo Tacchella in una nostra intervista) che avevano partecipato all’azione, ma qualcuno che egli conosceva bene.
56 Giovanni Caselli fu ferito il 31 ottobre 1944 in un rastrellamento che da Isola doveva arrivare a Griffoglieto. I partigiani che lo colpirono erano della “Volante Balilla” (GIMELLI, 1985, vol. II, pag. 95 e BALESTRERI, 1971, pag. 63)
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Natale Gaiardo Natale Gaiardo (classe 1922), originario veneto, sarto a Isola del Cantone per decenni, lo intervistammo molti anni fa e ci colpì la pacatezza con cui raccontò la sua storia: «Purtroppo capita la faccenda di Creverina, dei Casassa, e io vado su a lavorare (a Cornareto, Curnè in dialetto, N.d.R.), senza saperne niente, il 23 ottobre 1944, per fare un blusotto ricavato da una coperta militare a Lucitto Sangiacomo, il fratello di Nanni. Io all’epoca ero antifascista, frequentavo l’Azione Cattolica, ero dell’idea che si dovesse e potesse dire quello che si pensava. Mi interessava la libertà. Al pomeriggio capitano le Brigate Nere che seguono delle tracce di sangue: trovano me e i Carminati. Buttano all’aria la casa. Mi portano in Via Orti a Isola dove ho dormito su un tavolaccio.
Foto 28: Natale Gaiardo a militare. Si nota il fregio sul berretto del 152° reggimento fanteria “Sassari” che, dal 1941 al 1943, era impegnato in Jugoslavia mentre l’8 settembre era a Roma.
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Il 24 mi portano a Sampierdarena nelle scuole: ero su un camion e un milite delle Brigate Nere mi dice: “Se fai un gesto ti piazzo dentro mezzo chilo di piombo”. Lì ho conosciuto il futuro sindaco di Ronco, poi Cervetto57, sindaco di Busalla dopo la guerra. Stanno otto giorni senza interrogarmi. Il 1° novembre sono alla Casa dello Studente a Genova. Ci sto solo un giorno e alla sera mi portano alla IV Sezione di Marassi, matricola 2088, sempre senza interrogarmi. La cella alla Casa dello Studente era 1x2 metri e piena di scritte. A Marassi, di fianco alla mia cella c’era Renzo Parodi ma io non lo conoscevo ancora, ce lo siamo detto alla fine della guerra. Il cambio biancheria era una volta alla settimana, in cella eravamo in otto, brodaglia e pane. Cucio per i tedeschi. Quando mi interrogano mi dà una mano l’interprete Luzzato che mi dà una spintarella per farmi capire come dovevo parlare. L’8 dicembre 1944 in camion scoperto ci portano via. Eravamo ammanettati due a due. Al ponte di S. Fruttuoso qualcuno scappa: eravamo destinati tutti a Flossenburg in Germania. Siamo partiti di mattina e siamo arrivati a Bolzano la mattina dopo. Sono passato davanti a casa mia, dalla camionale si vede benissimo, ma non ho visto nessuno, era troppo presto, poi era giorno di festa, era l’Immacolata. Ci siamo fermati a Verona dove abbiamo potuto fare i nostri bisogni sorvegliati da un tedesco che ci puntava il fucile. Il camion su cui ero lo guidava M., il fratello di R., che avevo conosciuto già a Marassi. Io avevo una valigetta e basta. Arrivati al campo di Bolzano ci hanno contati e preso tutti i dati». Quel terribile viaggio è descritto anche da Athos Comanducci58 nel suo Per non dimenticare: «Alle primissime ore del mattino dell’8 dicembre 1944 ... ci misero le manette ai polsi, destra con destra, così era più difficile camminare e fuggire. Fummo condotti fuori dal carcere sul piazzale di Marassi: era notte fonda e pioveva; non c’era anima viva. C’erano, in fila, una decina di autotreni con rimorchio, carichi di fusti di carburante. Io facevo coppia 57 Probabilmente Florio Ghersi (fratello del futuro sindaco di Ronco, Pietro) e Antonio Cervetto (notizia fornitaci da Giovanni Balbi). 58
COMANDUCCI, 1989, pag. 67 e segg.
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con il signore di Busalla59, che era molto anziano; ci caricano sui camion come fossimo bestie, e ci fecero sedere allo scoperto, sui fusti. Pioveva e dopo pochi minuti avevamo già l’acqua sulla pelle ... Quando fummo tutti sistemati sui camion un ufficiale tedesco passò vicino ad ogni mezzo fermandosi per dire: “se uno scappa, dieci morire”. Era molto freddo c’erano anche delle donne con noi. La colonna si mise in moto lentamente, eravamo scortati in modo inverosimile. Su ogni cabina c’era un tedesco con una mitragliatrice leggera e fra ogni autotreno un mezzo leggero con mitragliatrice e truppe, così dall’inizio della colonna alla fine. Attraversammo il centro di Genova ed arrivammo a Principe. Qui fermarono la colonna, e precisamente in Via Adua: erano scappati alcuni nella zona di Caricamento ... Era notte fonda e la colonna mosse verso Sampierdarena. Si percorse Via Milano e si fece una breve sosta sul piazzale della Camionale ... si ripartì, il tempo era sempre pessimo: iniziava a piovere ed a nevicare insieme, noi eravamo allo scoperto seduti sui barili. Mi sentivo l’acqua giù per la schiena e dal freddo cominciavo a parlare con fatica, la bocca non mi stava ferma, era un continuo batter di denti. Guardavo quel povero vecchio di Busalla che divideva con me le manette: il freddo gli aveva cambiato fisionomia, non parlava più, non rispondeva quando gli rivolgevo la parola, inclinava la testa come a dire che non ce la faceva più ... la colonna proseguì in direzione dei Giovi: appena passata la galleria Campora nevica abbondantemente. Io speravo che da un momento all’altro si facessero vivi i partigiani di Battista. Purtroppo ciò non avvenne: imboccammo la galleria dei Giovi ed arrivammo a Busalla. Guardai il vecchio che stava muovendo la bocca ma non udii nulla, allora porsi l’orecchio e con una voce fioca sentii che diceva in genovese: “Ciao bella mia Busalla, non ti rivedrò mai più”. Purtroppo così sarà ... Quando fece giorno eravamo nei pressi di Serravalle; la gente ci guardava, la neve che continuava a cadere faceva di noi dei fantocci bianchi ed immobili ... Su quel camion restammo circa 45 ore e sempre sotto la neve, senza muoversi, con un freddo da morire. Arrivammo a Enrico Macciò, nato a Busalla il 13 novembre 1883 e morto a Mauthausen il 6 aprile 1945. Industriale, iscritto al PCI, insigne figura della Resistenza è citato più volte anche da CARRASSI, 1995 e da BENELLI, 1945. Recentemente a opera di MAURO VALERIO PASTORINO, LORENZO TORRE E GIOVANNI TRAVERSO è uscita la biografia di Enrico Macciò. 59
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Bolzano e la colonna entrò nel campo di concentramento: era il 10 dicembre 1944 alle prime ore del mattino...».
Foto 29: Natale Gaiardo in prima fila sulla sinistra. Forse era in Jugoslavia.
Un campo, quello di Bolzano, che serviva come tappa verso i luoghi dello sterminio in Germania. Pure Pietro Caleffi60, antifascista genovese, vi passò nell’ottobre 1944: «Scendemmo a Gries, alla periferia di Bolzano. Fummo allineati e chiamati per nome. Sotto la pioggia dirotta non vedevamo altro che la sagoma scura di un piccolo fabbricato e degli alberi svettanti all’ingresso. Un tale alto e robusto, dall’aspetto elegante, il bavero del cappotto alzato, ci fece un discorsetto in italiano. Il capo-campo Maltagliati. Ci fecero attendere oltre mezz’ora sotto l’acqua; poi le donne furono condotte da una parte, noi da un’altra, verso l’interno del campo. Fummo inghiottiti da un camerone vastissimo e squallido, nel quale i castelli a tre piani prendevano quasi tutto il posto: il blocco H. Un SD altoatesino, Lanz, sorvegliava la nostra installazione, diretta dal capo-blocco, l’ingegnere Di Renzo (Di Rienzo; N.d.R.) di Genova … I sacconi nei castelli erano 60
CALEFFI, 1967.
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riempiti di trucioli di legno … poi in drappello nel vasto piazzale, allineati con tutti gli altri blocchi per l’appello: circa mille uomini e un centinaio di donne ...». Il campo di Bolzano era gestito da Verona dall’S.S. Harster61 ed occupava una superficie di circa due ettari in quella che oggi è via Resia al n° 80. Esiste tuttora il muro di cinta e, al di là del fiume Resia, si possono ancora notare i binari da cui partivano i treni di deportati per la Germania. La vita non era certo facile e Natale Gaiardo dovette industriarsi per non finire a Mauthausen o per Flossenburg: «In quel campo c’erano il blocco D (quello delle donne), il blocco E (quello dei pericolosi, laureati, preti ecc.). Io fui assegnato al blocco C. Mi danno un materasso da riempire di trucioli, una coperta e una divisa (casacca di canapa e pantaloni con spago più zoccoli di legno). Il bagno si faceva una volta alla settimana ed eravamo rapati a zero. In ogni baracca c’era una stufa fatta con i bidoni di benzina. Si lavorava in falegnameria o ad aggiustare radio, poi c’erano i sarti, c’era chi tagliava legna ... Ogni tanto c’era una spedizione per Mauthausen o per Flossenburg. Noi non sapevamo che campi erano, pensavamo fossero come quello di Bolzano. Ogni mattina e sera c’era l’appello. Una volta chiedono un sarto e mi faccio avanti: però i tedeschi non volevano uno che lavorava in fabbrica da sarto, volevano proprio un sarto completo, così mi fanno fare un capolavoro, un occhiello, che è difficile fare bene. Passo così in sartoria, la baracca era fuori dal campo e passo nel Blocco A, dove c’erano quelli che lavoravano permanentemente nel campo. C’era anche là la mafia: chi riusciva ad infilarsi si salvava. C’erano russi, rumeni, ebrei, gente di San Marino, donne anziane bellunesi in ostaggio dei tedeschi ... Ognuno aveva un distintivo sulla giacca: io avevo il triangolo rosso dei politici62 con la matricola 6974. Avevamo pure una casacca con una croce rossa dietro. Comandante del campo era il
61
MORIANI, 1996, pag. 178.
HAPPACHER, 1979, pag. 105 troviamo: 6974 C Gaiardo Natale – Via Orti 9 – Isola del Cantone – Genova.
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Maresciallo Hagen63, capo campo era un internato italiano64. Il capo del Blocco C era Marsanasco Achille. Con una votazione abbiamo eletto il capo del Blocco A e mi ricordo che c’erano due correnti: una di sinistra e una di destra che facevano capo rispettivamente a Annesi di Torino e a Di Rienzo65 di Roma; è uscito Annesi. Io avevo due amici: Da Piano Renato di Torino e un certo Nunzio. In sartoria c’erano 10 uomini e 34 donne a lavorare e capo dei sarti era un ebreo filotedesco. C’era rivalità tra di noi. Chi lavorava prendeva mezza pagnotta in più e dell’orzo, però non mi ricordo se alla mattina davano da mangiare. Alla domenica riposo: nel Blocco A si facevano riunioni, soprattutto dei comunisti e sul tavolo c’erano sigarette, marmellata, pane. Allora io e gli amici chiediamo qualcosa da mangiare a Milanesi Carlo che aveva come numero di matricola il 12 o il 13 e che si vantava di aver partecipato al Congresso di Livorno. Lui era lì con il figlio e venivano da Fossoli, l’altro campo. Allora ci chiede di che corrente siamo e noi rispondiamo “Di nessuna”. “Abbiamo un preciso dovere, mi dice, prima aiutiamo i compagni del PCI, poi quelli del PSI e poi quelli di Giustizia e Libertà!”. Una donna ci dice che abbiamo sbagliato tutto: dovevamo scrivere a ogni indirizzo che trovavamo nel campo o all’Arcivescovado di Bressanone chiedendo cibo. Abbiamo scritto e ogni lunedì ci arrivava un pacchetto con sigarette, pane brustolito, carne secca e non sapevamo chi lo mandava. Anche la Falk e la Lancia mandavano agli internati loro ex operai dei pacchi. Noi tre non fumavamo. Una volta ho dato del pane al blocco E dove stavano peggio. Notizie sulla guerra le sapevamo da chi andava fuori a lavorare, nessuna notizia invece delle nostre famiglie. Erano molto uniti gli ebrei, avevano le migliori posizioni perché sapevano più lingue. Io me la sono cavata grazie al mestiere. I numeri più alti erano sui 12.700. Il capo sarto che era un parente dei Caraceni, i famosi sarti romani, era filotedesco: un giorno un tedesco a cui avevo cucito un abito mi dà una sigaretta. Verso la fine della guerra erano più generosi con noi. Bene il capo sarto sa che non fumo e allora vuole la sigaretta per darla a una certa Bice Forse Natale si confonde con Hans Haage che era il responsabile della disciplina del campo (GIACOMOZZI, 1996, pag. 51).
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Pietro Pennacchio (GIACOMOZZI, 1996, pag. 52).
65
Aroldo. Forse è il Di Rienzo citato da Pietro Caleffi a pag. 114.
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e io gli dico di no. Mi minaccia allora di mandarmi in Germania, ma non cedo. Da allora mi guarda in cagnesco. Invece il Prof. Ferrari66, grande medico di Milano, mi ha fatto una fasciatura per un orzaiolo». Come era la vita al campo? Sveglia alle 5 con pulizia personale nei servizi comuni, distribuzione del caffè e riassetto del posto di riposo; alle 6 l’appello sulla piazza centrale; dalle 7 alle 16,30 lavoro con pausa rancio a mezzogiorno; alle 17 rancio della sera, alle 18 nuovo appello, alle 20 rientro ai blocchi e alle 21 il silenzio67. Quando Natale ritornò a casa il primo lavoro che riprese fu proprio il blusotto interrotto di Lucitto. «Venne a casa nostra – dice Nanni Sangiacomo – mia mamma gli fece una caldissima accoglienza e lui completò le misure del blusotto sulle spalle di Lucitto. Era passata la bufera».
Pietro (Renzo) Parodi L’atmosfera tesa tra uomini della Repubblica Sociale e partigiani sfociò in numerosi arresti come quelli di Evelina Grazi a Sampierdarena, da parte della B.N. Francesco Cara, e quello di Pietro Parodi (Renzo). Di quest’ultimo è eloquente un rapporto delle stesse Brigate Nere: «Il 18/10 u.s. (1944) gli squadristi Cara e De Rosas ritornando da Ronco in missione, vestiti in borghese, trovarono un certo Parodi P. abitante a Isola, con il quale parlando del più e del meno si fecero passare per ribelli provenienti da Genova, ed il Parodi alla richiesta dei due camerati accettò di aiutarli per informazioni e altro, mentre si mise a raccontare che la Brigata Nera locale vendeva olio a Lire 100 il Kg aggiungendo che erano una massa di farabutti e di delinquenti. Arrivati al principio del paese avvisò i due camerati di stare in guardia e nel caso avesse incontrato qualcun altro della Brigata Nera gli avrebbe fatto un segno 66
Virgilio.
67
GIACOMOZZI, 1996, pag. 53.
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convenzionale affinché potessero nascondersi, facendogli ancora presente che se avessero avuto bisogno di mangiare alla sera sarebbe stato disposto di accettarli a casa sua per aiutarli». Dopo il fermo c’è l’immediato trasferimento a Genova: «Al Comando Germanico Reparto S.S., Casa dello Studente, Genova. Vi faccio tradurre il nominato Parodi Pietro Renzo fu Gerolamo il quale già si dubitava che avesse contatto con elementi ribelli di Isola del Cantone ... i dubbi che si avevano sul Parodi rispondono a verità e pertanto si chiede che sia inviato ad un campo di concentramento in Germania. Viva l’Italia – Viva il Duce – Hail Hitler (sic) Il Comandante del I Battaglione Brigata Nera Silvio Parodi - Franchi». Come si vede i metodi non lasciavano spazio a dubbi: la colpevolezza era scontata e il seguito potevano essere torture, fucilazione come ostaggio, deportazione. Anche per Renzo esiste la sua denuncia a fine guerra: «Verbale di sommarie informazioni (del 26 aprile 1946). Davanti al sostituto Aldo Boselli e al segretario Tommaso Ferrari, in Isola del Cantone, compare Pietro Parodi detto Renzo, di anni 38, nato a Puno (Perù) e abitante a Isola in Via Roma 83, commerciante: Una sera dell’ottobre 1944 con un pacco di pile mi recavo da Creverina, di ritorno da Genova, ad Isola del Cantone. Facevo parte di un gruppo di amici che mi superarono essendo la mia andatura divenuta più lenta a causa del fardello delle pile. Rimasi pertanto un po’ arretrato rispetto agli altri allorquando mi vidi avvicinare da due individui; uno più basso dell’altro di statura, i quali mi proposero di far loro compagnia fino a Isola. Cammin facendo ebbero modo di confidarmi che erano due perseguitati dalle bb.nn. di Sampierdarena e fecero in tal modo cadere il discorso su argomenti di politica ed in particolare sulle bb.nn. Io che nutrivo sentimenti avversi al fascismo simpatizzai subito con costoro e ritenendoli effettivamente dei perseguitati mi offersi di aiutarli in ogni modo e non feci mistero della mia avversione al fascismo e alle bb.nn. Proseguendo con la simulazione condotta con tanta verosimiglianza ed arte, costoro mi indussero addirittura a precederli, non appena fummo giunti
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in prossimità di Isola, allo scopo di segnalare loro la eventuale presenza di bb.nn. Essi infatti andavano dicendo che intendevano passare con i partigiani. Percorsi un po’ di strada e non li vidi più. A.D.R.68 Non ho avuto più modo di rivedere i due predetti, poiché quel primo incontro avvenne di sera e mi sarebbe difficile riconoscerli adesso. Sulla fine dello stesso mese, mentre in Isola, di sera, chiudevo il mio negozio vennero alcune bb.nn. a prelevarmi. Mi condussero prima nella loro caserma e caricatomi su un camion sul quale vi era altra gente rastrellata nei dintorni, mi portarono fino a Sampierdarena. A.D.R. Nella caserma di Isola del Cantone mi fu chiesto semplicemente se ero stato io a portare un pacco di pile alcuni giorni prima da Rivarolo pel rifornimento del mio negozio. Risposi affermativamente, ma non ebbi alcun chiarimento sui motivi del mio arresto, né io riuscivo a darmene ragione e tanto meno a metterlo in relazione con l’incontro fatto alcune sere prima. A Sampierdarena dovetti esibire le mie carte personali e quanto altro avevo meco. Disgraziatamente fra le carte che trassi dalle mie tasche vi erano alcuni manifestini di propaganda antinazista, che inavvertitamente consegnai loro non avendo rammentato di averli con me. Questo aggravò la mia posizione, che venne resa ancor più drammatica allorquando a seguito di una perquisizione domiciliare eseguita nella mia abitazione furono rinvenute altre carte e documenti compromettenti e fu accertato addirittura come io avessi dato rifugio ad un ebreo. Fui tenuto in cella di rigore per alcuni giorni e quindi trasferito a Genova, alla Casa dello Studente, a disposizione delle SS tedesche. Dopo un mese e più di prigionia ed alterne vicende fui rimesso in libertà. Mentre venivo sul camion condotto a Sampierdarena approfittai di una sosta a Ronco per avvicinare la brigata nera Fea Mario, ex mio compagno di scuola e per raccomandarmi a lui; senza darmi migliori chiarimenti, costui si limitò a dire che la mia situazione era grave ...». Bice De Lorenzi nel suo diario annota l’episodio: «... Giovedì 9 (novembre 1944). Sono a casa per riposare e per fare lezione nella scuoletta - Da qualche giorno Renzo del Biggi69 è stato 68
A Domanda Risponde.
69
Era suo padre Luigi.
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arrestato dalle S.S. e tradotto a Genova sotto l’imputazione di connivenza coi ribelli. Speriamo non gli vada a finir male. La sua casa è stata perquisita. Anche la Carla70 della Carmelina71 è stata arrestata ma poi rilasciata il giorno dopo. Pare per causa del suo innamorato che era nei Mas72 ed è poi fuggito coi ribelli. Vorremmo andare in Val Borbera ma è difficile perché i ribelli fermano tutti e qualche volta impediscono di tornare in giù. Tutte le montagne che vallate dopo Montessoro - Borassi e Caprieto sono in mano ai ribelli ...». Renzo e il fratello Rinaldo nascosero in casa loro una famiglia ebrea perseguitata73. Era la famiglia di Davide Levi di Genova, fornitore del negozio di ferramenta che i due fratelli possedevano. Altri isolesi rischiarono le ritorsioni nazifasciste pur di aiutare fuggiaschi, ricercati, soldati alleati: ricordiamo la famiglia Ferretto – Picollo che ospitò nel suo albergo, per un mese, l’allora colonnello Emilio Magliano pur essendo sede del comando tedesco di Isola. Nel 1995, Stefano Denegri74 scriveva: «... Non appena i familiari del generale Magliano ebbero la notizia della sua cattura e detenzione nel forte di Gavi Ligure, contattarono attraverso la signorina Fanny, sorella del generale, un amico di famiglia, l’avvocato Guido Triulzi di Genova, pregandolo di trovare il modo di far evadere al più presto il generale dal forte di Gavi. L’avvocato Triulzi, contattò a sua volta un suo amico, Armando Rondanina, che conosceva il generale; i due decisero di trovare delle persone fidate unitamente alle quali poter organizzare un piano d’evasione: vennero contattati i fratelli Stefano e Costante Ferretto di Isola del Cantone, amici di famiglia, i quali si dimostrarono disponibili ...».
70
Carla Pedemonte.
71
Carmelina Ferretto.
72
Nella Xa MAS.
Il nome dei rifugiati lo si è potuto dedurre dalla corrispondenza tra Rinaldo Parodi e Davide Levi, prima e dopo la guerra (Archivio Nanni Sangiacomo).
73
74
PEDEMONTE E ALTRI, 1995.
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A loro si unì come guida Alessandro Persano (Sciandrin), di Borlasca. Mentre Tino Zuccarino, classe 1923, intervistato nel 1995 affermò: «... Alla domenica, tanto per levarmi dal paese, m’incamminavo per la strada di Vobbietta, a volte arrivavo fino in Barma, vi era una famiglia di Ronco Scrivia, con due splendide ragazze, lì sfollata a causa dei bombardamenti. Fu proprio una di queste domeniche che incontrai Pino Cavo, lui era rifugiato a Busti. I nostri incontri domenicali divenivano più frequenti, finché una volta mi disse: “Vieni con me, se non dici niente a nessuno ti faccio vedere una cosa”. Ci incamminammo per la strada, giunti al Ponte di Zan prendemmo un sentiero verso Busti finché arrivammo ad un nascondiglio nella fitta boscaglia, lì vi erano due ex ufficiali alleati evasi dal Forte di Gavi e arrivati fin lì non so come, e avevano con loro una radio ricetrasmittente che captavano i messaggi degli alleati ai vari comandi partigiani; questi due ufficiali erano molto sospettosi e da quella volta non vollero più che Pino gli portasse degli amici suoi, infatti non li ho mai più visti, le notizie le sapevo da Pino ...». Aggiungiamo che anche la famiglia Delprato, fabbri e mugnai di Vobbietta, dettero il loro aiuto per questi soldati.
Egidio Dedè Tra gli episodi accaduti durante la seconda guerra mondiale e che maggiormente hanno colpito la popolazione della Valle Scrivia vi è senz’altro quello della morte del giovane partigiano Egidio Dedè, John75. Egli era nato il 18 luglio 1924 a Ronco Scrivia (Genova) e apparteneva alla Divisione partigiana “Pinan-Cichero”: morì il 18 marzo 1945 in Località Barma di Isola del Cantone (Genova) per mano delle locali Brigate Nere. La sua storia è rappresentativa del clima che si era venuto a creare negli ultimi giorni del conflitto tra i difensori della Repubblica di Salò e i ribelli che combattevano alla macchia. Per meglio inquadrare l’episodio occorre premettere che la Questa ricerca è stata fatta con Francesco Tuo e pubblicata sul n. 6 dei Quaderni di Ivo nel 2015. 75
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Valle Scrivia, principale via di comunicazione tra Genova e il Nord, era teatro delle incursioni partigiane che miravano a bloccare i trasporti soprattutto sulla Camionale da Serravalle al mare: per questo era stato costituito un Distaccamento della Brigata Nera “Silvio Parodi” comandato dal capitano Giovanni Caselli che collaborava con un piccolo Presidio tedesco nelle attività di polizia civile e militare. Tra l’ottobre 1944 e l’aprile 1945 numerose furono le azioni partigiane, i bombardamenti alleati (soprattutto sul nodo ferroviario di Ronco Scrivia) e i rastrellamenti locali effettuati da tedeschi e fascisti: la popolazione viveva in un continuo stato di allerta come testimoniato anche da un diario recentemente ritrovato e pubblicato76. In questo contesto si inserisce l’episodio che di seguito analizziamo, soprattutto sulla base di nuovi documenti processuali ritrovati all’Archivio di Stato di Genova77. Conviene iniziare il nostro racconto con la testimonianza di Eraldo Olivari78, Romeo, classe 1925: «Recentemente è stata pubblicata la motivazione di una medaglia d’argento concessa alla memoria del partigiano di Ronco Scrivia Egidio Dedé, caduto a vent’anni per la libertà d’Italia. La motivazione della decorazione dice: “Giovane ardito patriota partecipava a numerose ardite azioni partigiane dimostrando in ogni occasione coraggio, capacità ed elevato spirito di dedizione. Non ancora completamente ristabilito da una precedente ferita in combattimento, si offriva spontaneamente per portare a termine, in zona nemica, una rischiosa azione individuale. Accerchiato da preponderanti forze avversarie, si batteva con estrema audacia finché, ferito più volte, cadeva eroicamente crivellato dal piombo nemico”. È indubbiamente una motivazione che pone in risalto le qualità del partigiano Dedé ma, ci dispiace dirlo, essa non rispecchia l’episodio che gli costò la vita, episodio che rivestì un valore eccezionale, non messo in risalto nelle parole che accompagnano la ricompensa. Non sappiamo se tale insufficienza sia deri76
DE LORENZI, 2011.
Francesco Tuo. I documenti di Archivio sono riportati fedelmente con eventuali errori di punteggiatura, grammatica ecc. Anche le sigle o gli acronimi e le iniziali maiuscole o minuscole vengono riportati come sull’originale.
77
78
OLIVARI, 1971 e OLIVARI, senza data.
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vata dalla proposta iniziale, presentata e giudicata negli anni successivi alla Liberazione, o se sia derivata dalle manipolazioni che le proposte talora subiscono in sede burocratica, per acquisire quella forma letteraria forse più perfetta ma qualche volta più staccata dalla realtà e dalla verità. Potrebbe essere il caso di Dedé e a buon conto segnaleremo al competente Ufficio Partigiani del Ministero della Difesa, il racconto che pubblichiamo scritto molti anni fa da un testimone – Eraldo Olivari (Romeo) – su un giornale della Valle Scrivia, sotto il titolo “Come morì il partigiano John”: “Non venire”; ma non servì il ripeterci: Dedé era stato ferito il 16 gennaio 1945 a Ronco nell’azione che vide la morte di Ferrara79 e il sottoporsi, il 18 marzo, ad una nuova camminata ed alle fatiche di uno scontro non era consigliabile per le sue gambe appena guarite. La sua insistenza ebbe ragione e venne con noi, una decina, fra cui un tedesco partigiano, anche lui aggregatosi dopo molte preghiere: soffriva di cuore e ciò bastava per non essere disposti ad accettarlo in un’azione di guerra, per ragioni comprensibili. Si partì da Mongiardino di buon mattino e si giunse al Minceto, località soprastante Ronco, verso le 8; presso la curva del cimitero ci dividemmo in tre gruppetti per garantirci i fianchi, e non dovemmo attendere molto per attaccare un autocarro tedesco. I tedeschi (una dozzina) risposero debolmente al fuoco, ma le pattuglie fasciste ci impegnarono in un duro combattimento, forse il più lungo avvenuto sulla camionale. Solo dopo un’ora e mezzo circa riuscimmo a catturare due prigionieri (uno dei quali ferito ad una mano) e a rendere inutilizzabile il camion. Risalimmo uniti per 300 metri, mentre i fascisti si affaccendavano attorno al camion nel vano tentativo di riparazione e sparavano a più non posso a casaccio, forse per poter affermare nel rapporto d’aver messo in fuga i ribelli. Quasi contemporaneamente avvennero due fatti molto importanti: il tedesco partigiano subì un collasso e 4 aerei scivolarono giù a mitragliare l’ammassamento repubblichino. Fu un carosello che durò mezz’ora e non mi riesce a descrivere il panico loro e la felicità nostra, offuscata dal malessere che aveva colpito il compagno tedesco. Decidemmo così: in tre ci saremmo fermati con Strapazzo80 (così il nome del tedesco) e gli altri guidati da John e con i 2 prigionieri, sarebbero tornati in zona passando dal Castello della Pietra 79
Antonio Zanellati, classe 1924.
80
Hermann Rehahn, classe 1912.
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e non da Barma, località sulla strada Isola-Vobbia ove si presumevano in agguato le Brigate Nere di Isola del Cantone. Paolo81, vice comandante, ed io, parlammo a John e gli raccomandammo di non passare da Barma. Ci lasciammo così d’accordo, mentre gli aerei continuavano il mitragliamento, e ci dedicammo a Strapazzo che si riprese lentamente. Debole lo trasportammo sino alla cappelletta in vetta al Monte Reale da dove potemmo spaziare con lo sguardo fin laggiù, a Barma e scorgervi alcune persone in bicicletta. Saranno state le 13: il tempo era sereno. Strapazzo si riprese del tutto e piano piano scendemmo al Minceto ove ci rifocillammo fra gente amica e entusiasta per la buona riuscita dell’azione. Ripartimmo verso Barma: a duecento metri dalle case ci appostammo in attesa di qualche passante che ci desse notizie. Bastò un quarto d’ora per conoscere la comunicazione tremenda: fu una donna che ci disse piangendo “Hanno ucciso John”. I particolari li cercammo giù. Veloci fummo sul luogo e davanti ad una linda casetta, sulla strada una gran macchia: acqua che era servita per lavare il sangue di John. Ricostruimmo il fatto dal racconto degli abitanti. Le Brigate Nere, sin dal mattino, si erano appostate nelle case e John, lasciati i compagni, presumendo il pericolo, si presentò col prigioniero tedesco ferito, che perdeva sangue per prestargli le prime cure. Bussò alla porta: gli fu aperto e fu freddato. Non voglio dilungarmi sul fatto che fu gettato in un ruscello e poi riportato sulla strada, posto su un carretto e portato via, a Isola del Cantone, ove le Brigate Nere giunsero a sputare sul suo cadavere. No, ma riterrei mancato lo scopo di queste righe se da esse non risaltasse la bontà di questo ragazzo che non volle vendetta, dopo l’esempio della tragica fine del Suo amico Ferrara. Ferrara ferito, rantolante, è finito vigliaccamente; mentre John, questo ragazzo per soccorrere un nemico ferito, cade ucciso!». In seguito, durante un’intervista fatta il 29 aprile 1997 a Genova, Romeo ci disse: «Dopo l’azione a Ronco, John scorta il tedesco ferito verso Mongiardino. Però si ferma in Barma per farlo curare perché perdeva troppo sangue Paolo Gvasalja, italianizzato in Chessavaglia, classe 1920 (segnalazione di Lorenzo Torre che ringraziamo).
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dalla mano ferita. Una Brigata Nera di Ronco82 lo ammazza. Lo portano giù su un carretto e ogni brigatista si ritaglia un pezzo del suo fazzoletto rosso legandolo alla canna del proprio fucile. Il loro capo manda un certo Percivale di Isola a Ronco con un biglietto per il padre di Dedé: “Vieni a Isola se vuoi vedere tuo figlio!”. Il padre va a Isola e lo stesso fascista gli dice: “Ho gli occhiali, ma tanta vista per ammazzare tuo figlio ce l’ho ancora!” e poi lo costringono a mangiare con loro e alla fine del pranzo gli aprono la bocca e gli buttano giù una bottiglia di vino per ubriacarlo. La padrona di casa Ida Bertolotto, ci racconta che … John arrivò con il tedesco ferito, bussò alla porta. Più lontano Pasquale, un partigiano siciliano che volle seguirlo. Le brigate nere uccisero subito John. Anche il tedesco ferito, per poco non subì la stessa sorte, prima di farsi riconoscere. Pasquale riuscì a salvarsi nonostante l’intenso fuoco ...». Anche la fondamentale opera di Giorgio Gimelli riporta l’episodio83: «... Il distaccamento Villa al comando del commissario Barba84 e di Paolo attacca un trasporto truppa a breve distanza da Ronco. I 30 soldati tedeschi che sono a bordo del camion rispondono al fuoco. Dopo circa un’ora giungono in rinforzo dei tedeschi una quarantina di Brigate Nere di Ronco. Quindi 4 effettivi della pattuglia scendono sulla camionale per porre fine alla resistenza dei tedeschi e fanno due prigionieri. Altri rinforzi (questa volta una trentina di tedeschi in bicicletta) arrivano a Ronco ma sono costretti a ritirarsi. Anche due motocarrozzette sopraggiunte vengono bloccate (una si sfascia contro un muro) mentre arrivano da Isola del Cantone circa 40 Brigate Nere e tedeschi: la sparatoria si intensifica e i partigiani ripiegano. Il trambusto attira l’attenzione di alcuni cacciabombardieri britannici che stanno sorvolando la zona e scendono ad attaccare le forze in movimento sulla camionale, tra cui un camion di truppe in arrivo di rinforzo da Isola. Il traffico sulla rotabile resta bloccato per circa 6 ore. Durante il rientro alla base la pattuglia perde il 82
Vedremo che non era un milite ronchese.
83
GIMELLI, 1985, vol. II, pagg. 569-570.
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Leandro Valentino, classe 1918 (segnalazione di Lorenzo Torre che ringraziamo).
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partigiano John (Egidio Dedé) che, avvicinatosi ad un gruppo di case per far medicare un prigioniero ferito, cade in un’imboscata di Brigate Nere e viene ucciso ...». L’Ordine del Giorno n° 99 del 22 marzo 1945 della Brigata “Oreste” riporta la vicenda nel modo seguente: «... Durante il viaggio di ritorno il partigiano Gion recatosi per far medicare un prigioniero ferito presso un gruppo di case, era attaccato da Brigate Nere di Isola del Cantone appostate nelle case stesse. Il resto della pattuglia non poteva intervenire perché distanziato di molto, sicché Gion colpito mortalmente doveva necessariamente essere lasciato nelle mani dei fascisti che ancora una volta davano prova della loro inciviltà: il cadavere del nostro partigiano veniva spogliato, tempestato di fucilate, buttato nel fiume ripescato e caricato su una carretta veniva portato all’Isola del Cantone dove veniva fatto girare per le vie coperto di sputi ...». Le interviste fatte agli abitanti di Isola del Cantone dal locale Centro Culturale sono concordi. Ecco Tino Zuccarino, classe 1923, intervistato nel dicembre 1995: «Il 15 o 16 marzo, era una domenica, avvenne il fatto più crudele, insieme all’assassinio di Don Franco; verso le 10 un drappello di brigate nere si presentò a Isola tirando un carretto, sopra vi era la salma di un partigiano (Egidio Dedé) ucciso in una casa di Barma, il povero John aveva la testa penzoloni che toccava terra e fu trascinato così da Barma fino a Isola, lascio immaginare in che condizioni era. Fu buttato sulla piazza del Municipio e la gente, che a quell’ora si recava alla Messa, fu costretta a passare davanti a quella salma a vedere il trofeo di guerra di quegli assassini, qualche donna si sentì pure male». Oppure Vincenzina Mangani, classe 1921, intervistata il 28 novembre 1997: «Ricordo che andavo a Messa e vidi Dedè, il carretto, la testa che penzolava, i fascisti che cantavano Bandiera Rossa in spregio al morto. Nel ’44
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era morto mio padre e quello della Dianina Bagnasco. Andiamo al cimitero e mettiamo un fiore anche a Dedè che l’avevano messo lì: sono arrivate le Brigate Nere, ci hanno fermate e col calcio del fucile hanno buttato via i fiori e ci hanno detto di non farci più vedere; erano in Montemoro a fare la guardia per vedere chi andava da Dedè».
Foto 30: Egidio Dedé
G.B. (Giorgio) Repetto, classe 1930, intervistato il 7 marzo 1997: «Mi ricordo anche Dedé nel cimitero su un carretto e una Brigata Nera, certo Mariani85 che raccontava i particolari dell’uccisione: “Gli abbiamo sparato e lui si è seduto sulla panca davanti alla casa, allora io gli ho dato un colpo col calcio del fucile e l’ho buttato giù nel ruscello. Però quel Mariani Pietro fu Pio, nato a Zeri (Apuania), coniugato con 3 figli, sergente, classe 1895. Iscritto al PFR dall’ottobre 1943. Arruolato nella Brigata Nera nel settembre 1944 fino all’8 aprile 1945. Secondo i suoi stessi commilitoni partecipava all’arresto del proprio figlio e lo costringeva all’arruolamento nelle Brigate Nere.
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taglio alla mano ce l’aveva già ...”. Noi eravamo abituati ai morti: in cima d’Isola sono morte ad esempio almeno tre persone che viaggiavano in treno attaccate all’esterno. Il treno si fermava, loro scendevano e non si rendevano conto di essere su un viadotto e cadevano nello Scrivia». Vera Delprato, classe 1924, intervistata il 21 marzo 1997: «A Isola c’erano tedeschi e italiani, stavano dall’Avv. Bordone86. Ricordo anche Dedé: stavamo mettendo le patate in Vobbietta e passano con lui sul carro con la testa che pendeva». La testimone dell’uccisione, Caterina Imperiale, così sintetizzava in una denuncia l’episodio (documento reperito all’Archivio di Stato) di Genova: «Al Comando Plotone 5a Compagnia - Polizia del Popolo - Sampierdarena. Io, sottoscritta Imperiale Caterina, abitante a Genova in Via San Vincenzo 76 r. dichiaro: Il giorno 19 marzo 1945 in occasione dell’uccisione del Partigiano (Jon) mi trovavo in Barma – Isola del Cantone – dove avevo sfollato del mobilio. Verso le ore 9 circa, si presentarono quattro della brigata nera chiedendo di essere accompagnati ai piani superiori. Apersero le finestre e piazzarono le armi. Nel frattempo i due Scarlassa (padre e figlio) si diedero alla fuga. Io e mia sorella Attilia continuavamo il nostro lavoro, quando aperse la porta un Partigiano chiedendo chi era la padrona; non fece in tempo a proferire altro che subito uno della brigata nera piazzato lungo la scala gli sparò a bruciapelo un colpo di moschetto, ferendolo mortalmente al cuore. Contemporaneamente arrivarono altri delle brigate nere che piazzarono immediatamente le armi tutt’intorno alla casa. Il ferito tedesco, che era stato accompagnato dal Partigiano, approfittò del momento per darsi alla fuga. Intanto il Partigiano veniva spogliato del vestito, derubato del portafoglio, dell’orologio, delle scarpe, dello Sten. Successivamente sentimmo un tonfo perché il Partigiano era stato precipitato, già cadavere, dal terrazzo. La signorina Imperiale ebbe occasione, in tale circostanza, di notare la presenza di un giovane sui 19 – 20 anni 86
Una delle sedi requisite dai tedeschi era in Località Orti nella casa dell’Avv. Arturo Bordoni.
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che le dissero essere il figlio del Comandante le Brigate Nere. Questi la consigliò di fermarsi ancora un’ora poiché poteva essere pericoloso uscire immediatamente dopo le Brigate Nere. Ha sentito chiamare con il nome di comandante un individuo con faccia rotonda, scura, un po’ grassoccio, sdentato, con un solo dente nella mascella superiore87. Poco dopo uno delle brigate ingiungeva al padre De Lorenzi Pietro di attaccare il bue per portare il cadavere a Isola, ma egli rifiutava. Allora alcuni della brigata provvedevano un carrettino a mano dove buttavano il corpo di Jon sbottonato e in condizioni pietose, con la testa penzolante fuori del carretto. E lo trasportarono verso Isola gridando: “Bene! Vigliacco! Va ora con i Partigiani”! Letto, firmato e sottoscritto ...». Dal faldone del processo a Giovanni Caselli, comandante delle Brigate Nere di Isola, tenutosi nel dopoguerra, ricaviamo una Lettera al Comando del I Battaglione BN di Genova scritta da lui stesso pochi giorni dopo l’uccisione di Dedé: «... La mattina del 18 corr. su allarme dato dallo squadrista Caselli Lorenzo (era il figlio del Comandante e aveva 15 anni, N.d.R.) che si trovava di guardia all’imbocco del paese verso Creverina alle ore 6 veniva avvertito il Comandante del Distaccamento di Isola il quale credendo di trattarsi di una cosa passeggera partiva con 14 uomini verso il luogo dove si sentiva sparare senza provvedere a tempestivamente ad (sic) avvertire il Comandante di Compagnia però dava incarico al capo posto Maggi di provvedere alla bisogna. Il Comandante della Compagnia immediatamente alzatosi assieme allo squadrista Verlato si portava nella zona tra Ronco e Creverina dove elementi fuori legge sostenevano combattimento dopo avere attaccato di sorpresa un camion e rimorchio delle forze germaniche da un lato e tre Ufficiali tra cui uno italiano della Monterosa dall’altro, senonché i fuori legge vedendoci andare all’attacco verso la posizione da loro tenuta si ritiravano disordinatamente verso la montagna. Il Comandante di Compagnia provvedeva immediatamente a ripristinare il traffico ed a far ritirare su Isola tutti gli squadristi del Distaccamento elogiandoli in special modo per il loro 87
Giovanni Caselli.
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contegno e la loro aggressività. Giunti alla sede del Distaccamento lo stesso chiedeva 10 volontari e tutti volevano andare, a (sic) dovuto giocoforza ordinare di partire soltanto a chi non era impegnato in servizi di guardia e di sicurezza e calcolando il tempo che occorreva ai fuori legge per raggiungere i passi obbligati verso Mongiardino portava i 10 uomini in località Vobbietta ponte di Cavanella Barma lasciando 4 uomini con fucile mitragliatore al ponte di Marmassana al comando dello squadrista Carrara Roberto, 5 uomini da lui comandati con due armi automatiche ai due sentieri che scendono dal Monte Reale verso la Valle del Vobbia e 4 uomini comandati dallo squadrista Mariani appostati nella prima casa delle quattro appartenenti alla località Barma ultimo passo obbligato, alle ore 10,20 questa pattuglia scorgeva due uomini in divisa da inglese e uno da soldato Germanico che poi è risultato essere il Cap. Magg. Napke fatto prigioniero circa tre ore prima dai fuori legge. Onde non sbagliare lo squadrista Mariani non apriva immediatamente il fuoco ma lasciava agli stessi avvicinarsi alla casa intimando la resa dei sopraddetti, senonché uno impugnava immediatamente lo STEIN di cui era armato avendo di fronte lo squadrista Montella88 il quale con una lucidità mentale precisa immediatamente reagiva con un preciso colpo di moschetto che colpiva il fuori legge al cuore e lo freddava. Dopo altre due ore di appostamento e ritenendo ormai inutile restare in quel luogo avendo ormai capito i partigiani la nostra presenza ho fatto rientrare gli uomini portando con noi il cadavere ed il prigioniero liberato. WW L’ITALIA WW IL DUCE. Firmato Giovanni Caselli ...». Ma alla fine della guerra il brigatista Pietro Mariani risponde così in un interrogatorio (Verbale d’interrogatorio, 8 settembre 1945, Questura di Genova, Ufficio Politico della XV Sezione Interrogatori, ore 11): «Innanzi a Noi, Tanino Pietro, funzionario addetto, è presente Mariani Pietro fu Pio e fu Dondini Emilia, nato a Zeri (Apuania) il 30 luglio 1895 e residente a Genova Rivarolo, Via Cernuschi, n. 6/6 di professione insegnante di meccanica, già appartenente alle brigate nere, il quale debitamente interrogato, risponde quanto segue: Montella Mario, nato il 27 ottobre 1914 a Cornigliano Ligure, residente a Serra Riccò, tornitore, coniugato con Margherita Schiavoni. Fucilato a Fraconalto (AL) il 25 aprile 1945.
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A.D.R. = (A proposito della morte di Dedé) Chiesi al Caselli se mi avesse concesso di recarmi in detta cascina (Cà Bianca in Barma) dove si trovava un mio amivo e compagno di lavoro della scuola apprendisti dello stabilimento Vittoria. Detto operaio è certo De Lorenzi Amerigo residente alla Cà Bianca di Barma ... Partiamo io, il Montella, Profumo e Guruglio. Arrivati alla Cà Bianca non troviamo in casa il De Lorenzi. Chiesi alla moglie del De Lorenzi il permesso di accedere alla camera superiore dove meglio potevo vedere verso il greto del torrente Vobbia. Mi sedetti nella camera insieme al Guruglio e Profumo, mentre il Montella volle rimanere di guardia nella scala. Dopo cinque minuti circa vidi attraversare il greto del torrente da alcuni individui provenienti dalla strada di Minceto e diretti alla nostra casa. Si trattava di tre individui e più precisamente un partigiano in testa e un militare tedesco ed un altro che seguiva a breve distanza. Non diedi l’allarme perché era mia intenzione di lasciarli passare, senonché il partigiano venne a bussare all’uscio di casa. Aperta la porta il Montella riconoscendo un partigiano, senza attendere ordine da parte mia, lo freddava con un colpo di moschetto al cuore. Allora accorsi alla finestra sparando colpi in aria per richiamare l’attenzione delle altre brigate nere dislocate nelle nostre vicinanze. Il Montella era fuori di sé e cercava di uccidere anche il tedesco. Nel frattempo gettarono giù dal terrazzino il cadavere del partigiano ucciso. In questo istante sopraggiungevano Caselli e le altre brigate nere. Il Caselli si adoperò per calmare il Montella che voleva ad ogni costo uccidere il tedesco ferito ... il Caselli procedeva al fermo di una ragazza di Ronco certa Lingeri Italia. Il Montella si era impossessato dello Sten e di cinque caricatori vuoti del partigiano ucciso, mentre Guruglio si adornava col fazzoletto rosso del caduto, portandogli via l’orologio e i soldi e le scarpe. Passato il primo momento di confusione si pensò per il trasporto del caduto a Isola del Cantone. Sapendo che il padre del De Lorenzi aveva il carro e il bue mi rivolsi allo stesso pregandolo di portare la salma in paese. Lo stesso mi fece vedere di essere ferito ad una mano e non poter guidare il carro. Allora Caselli trovato un carretto a mano di campagna fece caricare il cadavere del partigiano dando ordine a Carrara di avviarsi verso Isola. Andai avanti col tedesco mentre dietro con la salma e la prigioniera Lingeri Italia seguivano il Caselli padre e Caselli figlio, Carrara che tirava il carretto, coadiuvato da Storelli, Cassini, Lanza, Verlato ed altri che non posso ricordare
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se c’erano. Lungo il cammino il cadavere venne ricoperto con il cappotto, mentre la testa del poveretto pendeva dal carretto strisciando per terra in quanto il Carrara non aveva troppa cura. Al bivio di Montessoro ci fermammo e ci raggruppammo. Inquadrato il reparto si iniziò la sfilata in paese cantando l’inno dei ribelli. Il feretro era in mezzo al reparto seguito dalla Ligeri Italia e dal prigioniero tedesco; in testa al reparto era il Caselli seguito dal Verlato, Guruglio, Montella, Cassini, e tutti gli altri dei quali alcuni avevano adornato i loro moschetti con pezzi del fazzoletto rosso strappato al partigiano. Erano le dodici circa e la popolazione di Isola stava uscendo di chiesa. Il cadavere venne esposto sulla pubblica piazza in modo che tutti potessero vedere e constatare de visu la cattura di un partigiano. Quasi nessuno dei borghesi prese parte al macabro spettacolo, mentre vi presenziarono quasi tutte le brigate nere ivi compreso il Commissario Prefettizio Pugni Camillo, la moglie e la figlia, la moglie del Caselli e rispettiva figlia, il Ten. Merlo ed il Ten. Rizzo della GNR il quale insisteva che il cadavere fosse denudato ed esposto al pubblico, l’amante di Merlo certa Ganza spia delle SS ed altri che non ricordo. Ricordo perfettamente che l’autore dell’omicidio, il Montella, si vantava sulla piazza di essere stato lui a ucciderlo. La brigata nera di Ronco Buiatti identificò il cadavere nel figlio del sarto di Ronco (Aldo, N.d.R.) Dedé, riconoscendolo dalla mancanza di un dito ad una mano ... Quel giorno fu una grande festa per le brigate nere del distaccamento di Isola, si cantò parecchio e si bevette in quanto il tedesco offrì del vino alle brigate nere con le cinquecento lire avute dal suo comando. La salma venne lasciata per circa un’ora sulla piazza e non posso assicurare che venisse fatta a segno di scherno da parte dei familiari delle brigate nere né da parte di alcuno. La popolazione civile non partecipò al triste spettacolo, ritirandosi nelle case per non assistere alla ributtante scena. Mi risulta che il ten. Rizzo della GNR volesse esporre il cadavere denudato sulla panchina della piazza. Pare che l’intervento del Dottore del paese abbia fatto desistere il tenente da tale obbrobriosa intenzione ... Nel pomeriggio arrivarono pure da Sampierdarena Franchi89 e Criscuolo e il Commissario Cicchetti di Ronco con qualche brigata nera e insieme a Pugni Camillo fecero una seduta nella Benedetto Franchi, comandante I Battaglione Brigate Nere, Nicola Criscuolo del Comando Brigate Nere di Sampierdarena.
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segreteria del municipio però non so che cosa avessero deciso ... In seguito venne fatta un’adunata per comunicarci che il comando di battaglione di Sampierdarena e cioè Franchi, aveva messo a disposizione del distaccamento la somma di lire tremila, delle quali mille vennero date al Montella e le altre duemila come miglioramento rancio del distaccamento, mentre mi risulta che servirono per distribuire gratuitamente il vino a mezzogiorno e alla sera ...». Anche un commilitone del Mariani, che ha voluto rimanere anonimo, ci ha detto in una intervista fattagli il 6 settembre 2003: «... Due dei nostri erano appostati dietro un muretto e vedono venire giù due (per la strada di Vobbia, N.d.R.). Danno l’alt. Dedè fa il gesto di prendere una pistola e allora un nostro milite con gli occhiali spessi spara una raffica di mitra. L’altro che era con Dedè scappa (forse Meazza, lo zio di Dedè90). Non c’erano tedeschi feriti. Lo carichiamo su un carro e lo portiamo a Isola cantando perché così era la nostra tradizione quando si marciava. Certo, la testa per un breve tratto ha picchiato in terra, ma non ce ne eravamo accorti, poi lo abbiamo tirato su. Niente dileggio del cadavere ...». Nel dopoguerra venne interrogato in Questura a Genova anche Camillo Pugni (allora Commissario Prefettizio a Isola del Cantone) abitante a Genova, Via Nino Bixio 1/14, impiegato, che dichiarò91: «... A.D.R. Per quanto riguarda la dichiarazione della Brigata Nera Lanza Renato dichiaro che tutto il paese immancabilmente uscendo dalla chiesa vide il cadavere del partigiano Dedè che era esposto sulla piazza. Ho notato che le Brigate Nere in genere apparivano soddisfatti dell’uccisione del Dedè: mi ricordo che la brigata nera Mariani si impossessò del portafoglio del Dedè contenenti soldi e fotografie. Non so se tale portafoglio venne consegnato a qualche autorità ma suppongo che il Mariani lo abbia consegnato al suo superiore Caselli.
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Sergio Anrico, classe 1913.
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Fa parte sempre dei documenti dell’Archivio di Stato di Genova.
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A.D.R. Nella maniera più categorica nego di aver insultato il cadavere del partigiano con ogni sorta di insolenze anzi a onor del vero dichiaro di essermi prestato affinché la salma ricevesse regolare sepoltura. Cosa che avvenne in seguito alla presenza del padre dell’ucciso e del vice parroco di Isola che ha benedetto la salma. A.D.R. Nego di aver dato ordini o comunque organizzato un servizio di pattuglia al cimitero con la speranza di prendere in trappola altri partigiani qualora fossero venuti a recuperare la salma, come pure non diedi ordini a nessuno di segnalarmi se qualche borghese impietosito o simpatizzante portasse dei fiori sulla salma. Aggiungo che in quella occasione diedi al padre il nulla osta affinché la salma del figlio potesse essere trasportata in quel di Ronco ben s’intende previa autorizzazione del Comune di Destinazione ...». Attraverso l’encomio del Presidio tedesco a Giovanni Caselli veniamo a conoscere il nome del tedesco ferito che Dedé stava accompagnando in Barma: DIENSTELLE - Feldp. Nr. 44 865 A, Isola del Cantone, 18/3/1945 Si conferma che il Comandante Caselli della Brigata Nera di Isola del Cantone con i suoi uomini ha liberato in data 18/3/1945 il Caporale Magg. Napke rapito da una banda di fuorilegge. Il fatto avvenne tra Vobbia e Vobbietta. Il Caporale Maggiore suddetto era stato aggredito su un autotreno il 18/3/45 alle ore 6,30 e veniva tradotto nella prigionia dei banditi. La sua liberazione seguì direttamente 3 ore dopo la sua cattura. In questa impresa il Capo banda Dedé Egidio di Aldo venne ucciso dalla Brigata Nera. In questa azione s’è dimostrato il Comandante Caselli con i suoi uomini, molto abile e disinvolto nel comandare i suoi uomini. Oberleutnant u. Adjutant Anche alcuni Verbali di sommarie informazioni dell’aprile 1946, provenienti dalla stessa fonte, ci illuminano sugli avvenimenti: «... In Isola del Cantone avanti a Noi Dott. Aldo Boselli, Sostituto, assistiti dal Cancelliere sottoscritto è comparsa Brigata Rosa di Michele92, di 92
É Rosa Bregata, vulgo Titta, sorella di Teresa (Chiche, pronuncia Cicie) e moglie di Pino Besio.
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anni 17 da Buenos Aires, residente a Isola del Cantone, Via Postumia n. 16, studentessa; a domanda risponde: Alcuni giorni dopo il seppellimento del partigiano Dedè mi recai assieme alla mia compagna Marisa Scarsi, residente a Bolzaneto, Via Teglia, a deporre dei fiori sulla tomba di Egidio Dedè. Nell’entrare mi sono incontrata con due militi delle BB.NN. che uscivano dal recinto. Non feci loro caso, ma evidentemente costoro hanno spiato la mia mossa. Ebbi occasione di ripetere il gesto qualche giorno dopo, ma questa volta non mi vide nessuno, senonché di ritorno dal cimitero, in Piazza, fui chiamata dal milite Mariani Pietro. Costui accompagnò me e l’amica Marisa Scarsi nella caserma e si accertò che eravamo noi a deporre i fiori facendoci riconoscere da uno di quei militi che avevamo incontrato la prima volta. Avutane conferma ci rimproverò duramente, ma per l’intervento del di lui figliolo ci lasciò andar via. Per l’affare dei fiori ebbe molestia anche mio padre che venne diffidato alquanto bruscamente affinché c’impedisse di rinnovare il nostro gesto. A domanda risponde: Fui presente in Piazza il giorno in cui fu deposto il cadavere del Dedè. La gente che si raccoglieva intorno commentava a bassa voce l’accaduto e manifestava sentimenti di pena. Ebbi modo di notare la moglie e la figlia del Caselli, le quali, come gli altri assistevano silenziosamente alla scena. Letto, confermato, sottoscritto, Brigata Rosa, Aldo Boselli e (firma illeggibile)». Oppure: «... In Isola del Cantone avanti a Noi Dott. Aldo Boselli, Sostituto, assistiti dal Cancelliere sottoscritto è comparso Cavo don Camillo fu Giacomo di anni 45 da Voltaggio, residente a Isola del Cantone, Parroco; a domanda risponde: Conformemente a quanto ho deposto al Funzionario della Questura di Genova che mi ha precedentemente interrogato in merito, dichiaro che il Caselli successivamente all’uccisione del partigiano Dedè non ebbe mai ad interessarsi perché al cadavere del predetto giovane fosse data onorevole sepoltura o fossero comunque celebrate funzioni religiose in sua memoria. Letto, confermato, sottoscritto Sac. Camillo Cavo, Aldo Boselli e (firma illeggibile) ...».
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Ancora: «... In Ronco Scrivia avanti a Noi Dott. Aldo Boselli, Sostituto, assistiti dal Segretario Ferrari Tommaso è comparso Dedè Aldo fu Carlo di anni 47 da Levanto, residente in Ronco Scrivia, Corso Italia, n. 51, operaio; a domanda risponde: Per quanto concerne le somme e gli altri oggetti rinvenuti sul cadavere di mio figlio insisto nel dire che nulla mi fu restituito. A domanda risponde: Notai che oltre alle ferite di arma da fuoco mio figlio presentava una lesione all’altezza del polso destro; lesione che io ritengo gli sia stata provocata dopo la morte. A domanda risponde: Le BB.NN. sono state con me cordiali ad eccezione del Caselli che con me fu inumano. Letto, confermato, sottoscritto (seguono tre firme)». Una lapide ricorda il partigiano nel punto dove fu ucciso: A 21 ANNI EGIDIO DEDE’ (JON) PARTIGIANO DELLA BRIGATA GARIBALDINA “ORESTE” IL 18 - 3 - 1945 QUI PER SOCCORRERE UN NEMICO FERITO CADDE COLPITO VILMENTE DA TRADITORI FASCISTI IL POPOLO DELLA VALLE SCRIVIA ADDITA QUESTO SUO FIGLIO IL CUI ALTRUISMO EROICO È LUMINOSA SINTESI DELLA RESISTENZA A.N.P.I. VALLE SCRIVIA APRILE 1955
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La vita in tempo di guerra Giovanni (Nanni) Sangiacomo è inesauribile fonte di ricordi isolesi. Ecco cosa ci scrive sulla vita di quel periodo: «Quando ho letto il commovente diario della Bice De Lorenzi93, al di là dei fatti cruenti della guerra in corso (bombardamenti, scontri tra “ribelli”, tedeschi, fascisti, uccisioni di inermi cittadini ecc.) una delle cose che più mi colpì (e che avevo in parte dimenticato) fu l’assillo quotidiano che vivevano i tanti pendolari di allora (ed erano tanti per via anche degli sfollati) per recarsi al lavoro a Genova. Quanta strada fatta a piedi e quasi sempre in condizioni pericolose! Allora le automobili erano rarissime e solo circolavano quelle autorizzate per industrie con produzioni ausiliarie belliche: a Isola, per esempio, circolava quella a gasogeno dei Cattaneo della bulloneria, condotta dal loro meccanico Emilio Quaglia94; per essere forse l’unica circolante nel paese faceva anche le funzioni di ambulanza per la popolazione come le attuali ambulanze della Croce Rossa».
Foto 31: auto a gas
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DE LORENZI, 2011.
Originario di Arquata Scrivia aveva sposato Aldina Gorreri e dopo la guerra aprì un’officina automobilistica all’uscita dell’autostrada.
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Al tempo della seconda guerra mondiale era pratica diffusa, e in parte obbligata dal regime, convertire la propria automobile per alimentarla con il gas sviluppato dalla combustione di legna. Il gasogeno era nient’altro che una caldaia. In essa andavano inseriti dei blocchetti di legno (il faggio era particolarmente adatto) che, bruciando a fuoco lento, producevano il gas necessario al motore. Quest’ultimo doveva però essere sottoposto ad alcune modifiche: era infatti necessario aumentare il rapporto di compressione, rimpiazzare il carburatore con uno specifico miscelatore, installare filtri per eliminare ceneri e vapore, modificare le candele ed aggiungere un aspiratore, necessario per portare il carburante al motore in fase d’avviamento. Un simile sistema di alimentazione presentava comunque varie criticità: su tutte le scarsa potenza e l’altrettanto insufficiente autonomia, ma anche la sfavorevole distribuzione dei pesi, la pericolosità e la notevole produzione di residui della combustione. L’utilizzo del legname prevedeva comunque anche molteplici aspetti positivi. Innanzitutto la semplicità e l’accessibilità del carburante – privo inoltre di alcun trattamento chimico –, il minor utilizzo di energia per raccoglierlo o raffinarlo e un più contenuto impatto sull’ambiente, in quanto la gassificazione del legno rappresenta un processo meno impattante rispetto alla sua bruciatura. La cenere e gli scarti possono inoltre essere utilizzati come fertilizzante. Riprendiamo il discorso di Nanni: «Il treno era praticamente l’unico mezzo di trasporto a meno di rari passaggi su auto e camion. Per piccole e medie distanze si utilizzava la bicicletta con tanti disagi nei freddi mesi invernali (per proteggere le mani dal freddo si montavano sul manubrio dei manicotti ottenuti con pelli di coniglio rovesciate). Mio padre, citato nel diario della Bice come compagno forzato di “camminate”, si fece da pendolare tutta la guerra per andare nella Conceria Rivara di Genova San Gottardo. Ricordo le paure e le ansie di mia mamma quando la sera tardava molto a rientrare; negli ultimi mesi di guerra le sparatorie all’imbrunire erano quasi quotidiane. Ricordo ancora con commozione la serenità che scendeva tra noi quando, finalmente a casa, si sedeva al tavolo per cenare».
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Foto 32: pubblicità per uno spettacolo dei soldati tedeschi a Isola.
Si lavorava anche: la bulloneria degli Orti impiegava buona parte della popolazione e procurava esoneri dal militare per tanti giovani specializzati. Venivano costruite ogive per bombe e anche sci. Ecco una testimonianza ritrovata da Roberto Bobbio, giornalista del Secolo XIX, su una bancarella e che riportiamo nella foto 33.
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Foto 33: Scritto che fa riferimento a una fabbrica di sci a Isola.
Unita a questa nota vi era anche la fotografia della bulloneria (foto 34).
Foto 34: la bulloneria nel 1942.
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Storia di un volontario nella seconda guerra mondiale La seconda guerra mondiale ha generato, anche a livello locale, una ricca produzione di saggi sulle vicende umane dei nostri concittadini dell’Oltregiogo coinvolti nelle vicende della ritirata di Russia, nelle battaglie sugli altri fronti o nella Resistenza. Ben poco conosciamo invece della memorialistica inerente le Camicie Nere, un corpo di volontari95 che operò su tutti i teatri di guerra sino all’8 settembre 1943. In buona parte ciò è dovuto al filtro naturale generatosi a partire dal 25 aprile 1945 nei reduci di questi reparti che, perdenti e negletti, non hanno voluto spontaneamente tramandare i loro ricordi. Ma è anche responsabilità di una censura, immotivata dal punto di vista storico, a livello accademico ed editoriale risalente a motivi politici. Certo, succede sempre che i vincitori abbiano a disposizione la ribalta della Storia e confinino i vinti in spazi angusti, però in questo caso il silenzio e la disattenzione sono stati veramente eccessivi. Tra l’altro, molte volte i Battaglioni Camicie Nere venivano, e vengono, confusi con le Brigate Nere della Repubblica Sociale. Ma non è nostro compito né nostra intenzione tracciare un bilancio morale di ciò che fu la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (MVSN), bensì ricostruire, se possibile, le loro motivazioni e la loro vita. Si pensi che a fronte di 8.000 volontari residenti in Italia che parteciparono alla prima guerra mondiale96 nel 1940 erano arruolate ben 313.000 Camicie Nere combattenti (oltre alle Milizie Speciali ferroviaria, forestale, della strada, portuale, confinaria ecc). A Isola non ci fu un solo volontario nella Grande Guerra, ma ci furono almeno 20 Camicie Nere che operarono soprattutto presso la 3a Legione Milizia Contraerea oltre a un appartenente alle Brigate Nere e a un volontario del 1° Battaglione “Giovani Fascisti”. Anche chi fece parte dell’Esercito di Salò, nelle divisioni “Monterosa” o “Littorio”, ha deciso di tacere e i suoi ricordi e sensazioni, le motivazioni delle scelte e l’atmosfera in cui maturarono non li potremo più conoscere. 95
FRANCESCO FATUTTA E SERGIO PEDEMONTE, 2006.
SCALA, 1955. A questi bisogna aggiungere gli emigranti che tornarono dalle Americhe per combattere, ma il divario è comunque incolmabile. 96
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Ci aiuta, nell’impresa di sapere come vivevano la loro esperienza di guerra questi soldati, un epistolario corposo e interessante che fa capo a un serravallese d’adozione (poi abitante a Ronco Scrivia). Quello che ci è giunto, conservato dai figli, consta in ben 232 lettere e cartoline in franchigia (qualche telegramma), il foglio matricolare, il diploma di Croce al Merito di Guerra, il Foglio di Congedo Illimitato rilasciato dal Deposito del 90° reggimento fanteria “Salerno” a Savona il 22 agosto 1939 e da una carta topografica dell’ansa di Werch Mamon dove risiedeva il suo battaglione in Russia. Ci sono poi tutte le lettere di risposta della moglie Nella Giubellini e alcune fotografie. Di seguito vengono riassunti i dati principali della vita militare di Roberto Maluberti fu Enoch dedotti dalla copia autenticata del foglio matricolare: «Nato a Parma il 13 settembre 1912, alto 1,70 m, torace 0,85 m, capelli castani e lisci, grado di istruzione 7a elementare, di professione commesso, n° di matricola 32857 del Distretto di Parma • soldato di leva in congedo illimitato il 21-11-1932 e assegnato alla ferma minore di 3° grado (mesi 3); • dispensato dal compiere la ferma il 8-8-1933; • chiamato alle armi per mobilitazione e giunto al 65° reggimento fanteria “Valtellina” a Piacenza il 25-9-1935; • mandato in licenza straordinaria di mesi tre, senza assegni, rinnovabile il 28-1-1936; • in congedo illimitato 1-7-1936; • richiamato alle armi e giunto al 90° reggimento fanteria “Salerno” a Sanremo il 10-4-1939; • ricollocato in congedo illimitato il 22-8-1939; • messo a disposizione del Comando Generale della Milizia (plotone comando 5a Legione) il 10-4-1940; • richiamato alle armi e giunto, comandato a frequentare il corso Marconisti per la MVSN, presso il 7° reggimento genio in Firenze il 27-8-1940; • giunto in territorio dichiarato in stato di guerra il 6-4-1941 (Jugoslavia); • cessa di trovarsi in territorio dichiarato in stato di guerra il 30-5-1941; • tale partito per la Russia con il V battaglione CC.NN. il 20-6-1942; • giunto in territorio dichiarato in stato di guerra il 22-6-1942; • cessa di trovarsi in territorio dichiarato in stato di guerra il 23-3-1943;
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• ricoverato all’ospedale militare di Alessandria il 20-8-1943; • dimesso e dichiarato NON IDONEO alle fatiche di guerra per infermità occhio destro per aggravamento in zona di guerra ed inviato in congedo illimitato il 27-8-1943». Al momento della chiamata alle armi Roberto abita a Parma e il periodo di leva per lui dura quattro mesi: è il tempo della guerra d’Etiopia ma riesce a scamparla e viene congedato nel 1936. In questo periodo invia comunque 30 lettere a casa che riportano fedelmente il suo stato d’animo: «30-9-35, XIII, ore 13. Abbiamo avuto tutti la nuova divisa e siamo andati in libera uscita… siamo vere reclute; in generale siamo tutti goffi, sembriamo tutti provinciali 10-1-36, ore 22. Tutti sono a letto a riposare dalla fatica che oggi hanno fatto, una lunga marcia di addestramento a cui io non ho preso parte data una mia indisposizione che dura da più giorni». Nessun accenno alla situazione politica o a una fede patriottica particolare, sono solo le lettere di una qualunque recluta che protesta per il rancio o si stupisce nel vedere lo spettacolo dei commilitoni all’arrivo della corrispondenza. Ma il suo carattere evidentemente lo porta a scontrarsi con le regole di caserma e troviamo annotate anche le giornate di punizione che subisce. Le istruzioni e le marce lo sfiancano, ma finalmente arriva il giorno del congedo e il ritorno a casa. Roberto inizia a lavorare sulla camionale come bigliettaio, si trasferisce a Serravalle Scrivia, ma dopo tre anni è di nuovo richiamato e questa volta finisce in un reggimento ligure: il 90° fanteria che ha sede a Sanremo. Anche qui dalla corrispondenza non traspare una volontà guerresca o una particolare passione politica; prevalgono la malinconia, le esigenze finanziarie della famiglia, le aspettative per un congedo richiesto per motivi di lavoro e soprattutto le cattive condizioni di casermaggio con il ritardo nell’avere la divisa o la necessità di dover dormire per terra. L’11 giugno 1939 annuncia alla moglie che il congedo è vicino e in effetti troviamo un vuoto di circa tre mesi dalla lettera seguente che viene spedita però dal 7° reggimento genio di stanza a Firenze. Evidentemente in questo lasso di tempo è maturata la decisione di Roberto: infatti l’indirizzo del mittente non riporta più la dizione “soldato” ma “Camicia Nera”.
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Cosa è successo? Non lo sappiamo ma possiamo supporre che le vittorie tedesche su tutta Europa, la prospettiva di essere richiamato a militare in qualunque momento, la paga maggiore e, ovviamente, lo spirito patriottico, abbiano convinto Roberto ad arruolarsi a Tortona nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Da lì viene mandato al corso da radiotelegrafista a Firenze: «… Io non sono considerato come richiamato per esigenze di guerra, ma solamente per un breve periodo di istruzione, e quindi ogni probabilità di avere lo stipendio intero (del lavoro che facevo da civile, N.d.R.), la perderei. Da considerare poi che non faccio parte al personale di ruolo ad organico, ma solamente giornaliero. Tu però avrai diritto ugualmente al sussidio di 6 lire al giorno …». Alle dolenti note economiche adesso si sovrappongono anche le ansie per la guerra che non risparmia i civili: Genova è stata bombardata. Ma il corso finisce e, rientrato al corpo, riparte per la campagna di Jugoslavia. La sua 5a Legione CC.NN., mobilitata con la divisione di fanteria “Ravenna” il cui 38° reggimento fanteria era alla caserma “Passalacqua” di Tortona, parte infatti da Serravalle nell’aprile 1941 per Chiusa di Piedimelze e S. Lucia di Tolmino arrivando fino a Retjie. Nelle lettere non troviamo cenno a combattimenti, ma ai soliti problemi dei prezzi elevati. Dopo un mese finisce questa piccola parentesi e lo ritroviamo nei dintorni di Borgo S. Dalmazzo fino all’ottobre del 1941. Il trasferimento da Cuneo a Ovada, sede evidentemente del suo reparto, viene effettuato a piedi: per lui fortunatamente è concesso, per motivi di servizio, il viaggio in treno. Ma gli eventi precipitano e c’è un nuovo trasferimento a Racconigi: «… Ora con la trasformazione del Battaglione in Battaglione M avremo in seguito tanti privilegi. Dovremo sottoporci però a veri sacrifici, ma lo faremo mia cara, fiduciosi che l’avvenire ci porti tanta fortuna ...». Da lì, il 21 giugno 1942, inizia l’avventura più pericolosa: la Russia. Roberto è diventato vice capo squadra al XXXIV Battaglione CC.NN. di Savona che fa parte del Gruppo CC.NN. “Valle Scrivia” costituito l’11 febbraio 1942 a Ovada con elementi provenienti per la maggior parte dalla
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disciolta 5a Legione CC.NN. d’Assalto “Valle Scrivia” e risulta composto anche dal V Battaglione d’Assalto e dal XLI Battaglione armi anticarro. Il numero maggiore di lettere lo scrive in questo periodo (anche più di una al giorno) e il tentativo è quello di tranquillizzare la moglie. Non parla mai di politica, né fa accenni, se non di maniera, all’andamento della guerra. Descrive minuziosamente la marcia di avvicinamento al Don, il paesaggio, gli amici e si interessa di quanto succede a casa. Il viaggio in treno ha termine il 1° luglio a Nerefa, presso Charkow in Ucraina97. Tra il 10 e il 13 luglio il XXXIV Battaglione compì, con altre unità del II Corpo d’Armata, il trasferimento (circa 300 km) dalla zona di Charkow a quella del bacino minerario industriale del Donez. Nei giorni del 20, 21 e 22 luglio, invece, si trasferiva in quella di Debalzewo – Novo Grigorjewka distante circa 60 chilometri: «27-6-42. È il 7° giorno di viaggio e finalmente ci avviciniamo alla meta. Siamo da oggi in territorio russo e precisamente a Minsk 29-6-42. Sono ancora in viaggio 30-6-42. Finalmente sono giunto alla stazione di arrivo: ora rimane il più bello, ossia le marce a piedi che saranno lunghe per giungere alla meta 1-7-42. Vedessi quanta ansia dimostriamo all’ascoltare la voce dalla cara Patria lontana!! … Siamo in attesa di partire per il trasferimento a piedi che da Charkov ci porterà a Stalino 3-7-42. Siamo qui in mezzo ad un bosco, tra abeti e sabbia, ove abbiamo piantato le tende… siamo vicinissimi al fronte e già si sentono i rombi delle artiglierie 5-7-42. Viene prestissimo la notte, ma in compenso è già giorno alle 3 del mattino. Il paesaggio è assolutamente brutto, terreno sabbioso e boschi … e boschi. Oggi dovevamo continuare la marcia, invece è stato sospeso l’ordine». Roberto ha una calligrafia ordinata e leggibilissima con pochissime correzioni e un ottimo linguaggio; nei suoi scritti non viene mai menzionato il fascismo, adempie alla comunione e partecipa alla Messa perché la moglie 97
LUCAS E DE VECCHI, 1976, pag. 524 e 525.
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ci tiene, inoltre le sue missive non vengono mai censurate. Ma in questo periodo viene avvertito dalla moglie che aspettano un figlio: le cartoline in franchigia e le lettere si riempiono così di speranza e sogni. «14-7-42. Dopo 5 giorni di viaggio in autocarro, viaggio che non desidero nemmeno descriverti i suoi particolari in fatto di disagi, siamo giunti in questa località, distante ancora 500 km da dove eravamo … si è sofferto tanto la sete … ti ho spedito un modesto vaglia di £ 167, a mezzo dell’Ufficio Postale Militare. È la somma corrispondente a 22 Marchi tedeschi, ossia, dell’importo superiore della mia paga quindicinale … ci danno 5 sigarette al giorno 16-7-42. Non sono in zona pericolosa, ma ben distante dal fronte 18-7-42. Siamo in mezzo all’acqua perché piove da due giorni 19-7-42. Domani partiremo nuovamente a piedi per tre tappe 24-7-42. Le fotografie sono state prese dalla macchina cinematografica da presa dell’Istituto LUCE e se stai attenta, tra breve, tale pellicola sarà proiettata nei cinematografi italiani 26-7-42. Abbiamo subito un altro spostamento facendo una marcia di 40 km nella giornata di ieri … Scriverò di più la prossima volta almeno avrò la testa più a posto e sarò calmo eppoi sono tanto stanco 28-7-42. Ho ricevuto stamane quando ero in marcia il tuo telegramma in data 23 con il quale confermi, quanto ardentemente desiderato … dopo 4 anni di matrimonio il nostro desiderio è coronato nel modo più ambito … domani ho un’altra tappa e cosi arriviamo a Voroschilograd 1-8-42. Siamo sempre in marcia 2-8-42. Non ho potuto rispondere prima, in quanto, stamattina all’alba eravamo già in marcia per un’altra tappa a piedi. È la vita di tutti i giorni … non mi preoccupa soverchiamente, in quanto, riconosco che il mio fisico resiste a meraviglia; ciò che non avrei mai immaginato … Oggi stesso ho riscosso lo stipendio militare, che assomma in tutto a £ 403, essendo io Vice capo squadra 17-8-42. Sono esattamente a metà strada tra il Donetz e il fiume Don … in questi giorni sono stato un po’ indisposto a causa di una forte diarrea che abbiamo avuto tutti. Senz’altro è la mancanza di acqua buona, perché quella che si beve non è potabile, nonostante sia sterilizzata».
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L’avvicinamento al Don termina alla metà di agosto, dove troviamo il XXXIV a Kusmenkoff di riserva alla 294a Divisione di Fanteria tedesca e alle nostre “Cosseria” e “Ravenna” formate in gran parte da liguri e piemontesi. Il 20 agosto i russi sferrano un’offensiva nell’ansa di Werchnje Mamon e il XXXIV si sposta, autotrasportato, verso la valle di Bogutschar pronto ad essere impiegato. Il 23 agosto il gruppo tattico formato intorno al XXXIV può lasciare le immediate adiacenze della linea spostandosi a Filonowo, dove sosta anche nel giorno successivo. In quella giornata l’azione dell’artiglieria sovietica gli causa la perdita di 1 caduto e 2 feriti. L’episodio è registrato anche da Roberto: «25-8-42. Ti dirò che da alcuni giorni eravamo in linea, però di rincalzo, in un fronte che pareva quasi “morto”. Ieri, mentre attendevamo su un’autocolonna, l’ordine di spostamento per delle posizioni arretrate, in quanto non c’era necessità del nostro reparto, siamo stati investiti da alcune scariche di artiglieria, la quale ha causato soltanto un po’ di improvviso panico fra il reparto. Ci siamo subito riparati, ma qualche sfortunato è stato colpito da detti tiri. Per l’esattezza abbiamo avuto un morto e 2 feriti non gravi. Così, ieri è stato per me il battesimo del fuoco e per dirti la verità, la mia calma mi ha un poco sorretto. Abbiamo subito cambiato posizione ed ora siamo nuovamente al sicuro». Infine il XXXIV si sposta a Popowka a disposizione della “Ravenna” come riserva per eventuali contrattacchi. L’11 settembre il nemico attacca nel settore della divisione “Cosseria” e riesce a penetrare sulla sponda destra del Don: il XXXIV si sposta così a Pereschtschepnji. Gli italiani contrattacano il 12 settembre, in particolar modo le Camicie Nere, e riescono a respingere i russi sulle posizioni di partenza. Il Gruppo “Valle Scrivia” perde 14 uomini (tra i quali il centurione Angelo Oriani, comandante la 1a compagnia del V Battaglione) ed ha 52 feriti. Roberto lavora in fureria e deve relazionare sui fatti: «17-9-42. Abbiamo avuto tanto lavoro in seguito alle relazioni sul fatto d’arme dei giorni 11 e 12, che come saprai, ne ha parlato persino il Bollettino.
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3-10-42. È un momento di tranquillità perché il Battaglione è uscito in marcia per andare a salutare l’arrivo del Segretario del Partito Ecc. Vidussoni… Come saprai sino da Ovada faceva parte del V Battaglione (che dipende pure lui dal Gruppo “Valle Scrivia”) il fratello di Bruni. Egli (Iddio voglia farlo riposare in pace) è morto in combattimento nello stesso giorno e nella stessa azione cui ho preso parte anch’io. È stato colpito al ventre da una grossa scheggia di mortaio e ferito così gravemente da morire poco dopo … Egli è morto da Eroe, dimostrando di possedere alto spirito di sacrificio 11-10-42. Siamo giunti ieri sera in questa nuova località dopo una marcia a piedi molto faticosa… riprendo a scrivere dopo aver sistemato l’ufficio. Come al solito, è sotto una vasta tenda, ma riparato abbastanza bene dal vento, che fischia … prepotentemente». L’11 ottobre, in effetti, si attua finalmente lo schieramento invernale e il XXXIV si sposta a Dubowikoff. Le nove divisioni binarie (cioè con due reggimenti di fanteria) italiane e quella tedesca fronteggiano 11 divisioni ternarie sovietiche di prima schiera, più tre divisioni e una brigata in seconda schiera. Inoltre, 600 carri armati (circa sei brigate corazzate) in posizione di attesa rendono il nemico ancor più minaccioso e pericoloso. Qualche rinforzo giunge al II Corpo d’Armata italiano, ma si tratta di truppe tedesche in via di ricostituzione provenienti dai combattimenti di Stalingrado e con soli 30 carri armati. Anche il “generale inverno” si prepara: «17-10-42. Incomincia a fare freddo davvero, ma finalmente ieri c’hanno consegnato le mutande di lana, le calze di lana ed un paio di guanti 31-10-42. Come ti ho già detto, il governo ci passa gli indumenti di lana e con quelli che ho già e quelli che mi stanno per giungere penso che saranno sufficienti per coprirmi dal freddo 4-11-42. Il guaio è che alle 4 del pomeriggio c’è già buio pesto … come vedi l’orario è un po’ sballato; ma purtroppo c’è una diversità di due ore da qui in Italia 8-11-42. In questi giorni è arrivato il primo freddo e siamo già a 12 sotto zero 12-11-42. Ci è stato assegnato 2 paia di mutande di lana, 4 paia di calze di lana, 1 maglione, 1 paraorecchi. A giorni ci daranno i calzettoni,
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i calzini paraneve e forse il passamontagna … ha preso fuoco il ricovero … 15 gradi sottozero 16-11-42. Non metterci più i guanti, perché ne abbiamo già 2 paia: uno di lana e l’altro di tela con pelo dentro. I calzettoni invece non ce li hanno ancora dati ma spero che in seguito ce li forniranno. Per quanto riguarda il casco di lana, non importa, perché abbiamo il paraorecchi e poi ci daranno forse il passamontagna di lana». L’11 dicembre 1942 iniziano i combattimenti e subito il XXXIV si deve spostare a sostegno della “Ravenna” sulla rotabile per Krassno Orechovo. Alcuni dei capisaldi costituiti dagli italiani cadono e il giorno 13 aliquote del XXXIV affluiscono al caposaldo n° 21, altre al n° 10 e la riconquista del n° 7 costa alla 3a compagnia un ufficiale morto e due feriti nonché la metà dei legionari. Durante la giornata la temperatura massima è di –5 °C nel settore della “Cosseria” e di –13° in quello della “Ravenna”. Nella notte si scende a –24°. Gli attacchi sovietici, comunque, continuano per tutto il giorno 14 e anche il 15 quando i legionari del “Valle Scrivia”, disseminati quasi in ogni caposaldo, frazionati persino a squadre, combattono spalla a spalla con i fanti della “Ravenna”. Il mattino del 16 un’ondata di carri armati si abbatte sulle nostre difese ormai assottigliate dalle perdite non ripianate, ma la linea non si sfascia. Solo nelle prime ore del 17, con una temperatura discesa a –30 °C, il nemico riprende l’azione con reparti corazzati. Alla sera viene dato l’ordine di ritirata e i superstiti, incalzati e a volte sopravanzati dai carri russi, iniziano la ritirata che durerà praticamente due mesi. «2-12-42. Ieri è nevicato tanto e oggi fa anche freddo 12-12-42. La posta molto probabilmente ritarderà, ma non devi preoccuparti per nulla. Ci siamo spostati per un trasferimento, ma nulla di speciale 23-12-42a. Sono sempre in marcia e non so dove andremo. La salute è buona ma la fatica è enorme 23-12-42b. Da alcuni giorni siamo in continuo trasferimento per un’altra zona del fronte e questo è il motivo perché da 10 giorni ho mancato di darti mie notizie. Però mia cara stà tranquilla che tutto è andato bene ed il Signore mi ha assistito e mi assisterà ancora
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25-12-42. È stato un trasferimento improvviso per una zona del fronte Siamo in viaggio verso una grande città, ove potremo finalmente sistemarci nuovamente e riposarci le ossa». Come quasi sempre accade, il combattente evita di riferire a casa i momenti di tensione e pericolo che attraversa. Roberto dirada la corrispondenza perché ha iniziato la faticosissima marcia nella neve che porterà alla disfatta l’Armata Italiana in Russia. Troppo note sono le vicende delle nostre divisioni di fanteria e alpine per ripeterle qui: tra dicembre 1942 e gennaiofebbraio 1943 la steppa si riempie di cadaveri congelati con pochi superstiti laceri che vagano verso ovest. A Nikolajewska e a Walujki eroismo, sfortuna, disperazione, portano gli ultimi a morire o proseguire verso l’Italia o verso la prigionia. Roberto riesce a salvarsi e il 21 gennaio 1943 lo troviamo con i legionari in trasferimento, soprattutto a piedi, a Rykowo e il 23 febbraio nella zona di Gomel.
Foto 35: Roberto Maluberti con la moglie Nella
«14-1-43. Stamane il barometro segnava 33 gradi sotto zero … come ancora non ti ho detto, in questo ultimo mese di dicembre abbiamo duramente combattuto e vinto … ciò che ho visto e vissuto è bene che non te lo scriva
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20-1-43. Nulla posso dirti tranne che siamo in marcia di trasferimento, il quale durerà alcuni giorni. Si cammina a piedi e così manteniamo i muscoli in allenamento 25-1-43. Siamo ancora in marcia … sono senza tue notizie da 20 giorni 26-1-43. Siamo ancora in sosta in una discreta città russa 2-2-43. Sono sempre in viaggio 19-2-43. Dopo circa 50 giorni di mancanza, finalmente è giunta un po’ di posta, ma però di data arretrata … nonostante abbia trovato infiniti ostacoli anche durante questo lunghissimo viaggio (ora terminato finalmente) sempre ho potuto spedirti mie notizie Se sapessi mia adorata, quanto sono impaziente di notizie e di sapere se sono già diventato papà e se tutto è andato bene come ho sempre sperato». Trascriviamo soprattutto la lettera in cui racconta dei combattimenti e della ritirata (che è l’unica giunta senza data, ma probabilmente risale alla metà di febbraio 1943): «... La fotografia che asserisci di avermi spedito non l’ho ricevuta ancora e sarà andata smarrita come tanta altra posta ... Mi hai parlato dei vaglia che da molto tempo non ne ricevi ed anche questo è spiegato – ancora dobbiamo riscuotere il danaro di 3 mesi ed appena possibile saremo pagati ed in seguito spedirò i vaglia. ... Sono tanto addolorato nel sentire che il Natale non l’hai trascorso bene. Non ti dico come l’ho passato io; ma credo di avertelo già scritto molto tempo fa, vero, mia cara? Oramai il passato non conta più! ... Quando riceverai questa mia, sarai molto più felice, anche perché avrai la compagnia del tesoro che per tanto tempo hai desiderato. Esso crescerà bene ne sono certo perché c’è una voce interna che me lo dice. Non vedo l’ora di ricevere la comunicazione della nascita e sapere finalmente come è andato tutto quanto. Sarà un maschio? Una femmina? ... Mi dici che hai sentito le notizie tanto dalla radio quanto dai giornali che il nostro Battaglione è stato impiegato nei combattimenti dal 12 al 17 Dicembre 1942. Effettivamente tutto questo è vero ed abbiamo combattuto superbamente infliggendo anche al nemico perdite sanguinosissime. Da quel giorno, è incominciata la nostra odissea; il trasferimento da quella zona del fronte ad una zona calma per poter godere quel meritato riposo. Come vedi, mia cara, dopo ben 2 mesi, finalmente siamo giunti in
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una discreta cittadina russa a pochi kilometri da Gomel. Qui si mangia finalmente quanto chiede l’organismo, si dorme in lettini, siamo in una bellissima caserma e durante la libera-uscita possiamo persino recarci a Teatro, ove una compagnia di varietà tedesca e russa, ci allieta la serata, facendoci ricordare la nostra bella Italia. Mi auguro che questa vita di calma e di pace duri a lungo e che possiamo anche metterci veramente a posto. Appena giunti qui, abbiamo subito una accurata disinfezione e bagno, perché a dir la verità eravamo carichi di pidocchi. Sembra che qui, se non verrà di meglio ... rimarremo minimo due mesi, ossia, sino alla primavera ove con essa inizieranno le operazioni in grande stile e potremo vendicare i nostri morti. Non mi dilungo in questo argomento, perché al solo pensare ai poveri camerati caduti, mi si accappona la pelle. Abbiamo avuto veramente delle perdite e ci siamo ritirati in posizioni molto arretrate, ma non credere a quanto possano dire i disfattisti o persino la famosa “radio fantasma”. Gli italiani hanno combattuto da veri eroi. Il nemico persino ha dovuto riconoscerlo, suo malgrado. Anche il freddo e la stagione era contro di noi. Tanto per darti una idea della prima impressione, appena giunto ai nostri fortini per combattere, mi sono imbattuto con il tenente comandante di plotone ove era effettivo mio cugino Franco. Mi disse che appena pochi minuti prima, esso era stato ricoverato all’ospedaletto perché ferito in combattimento. Mi ha garantito però che non era grave, promettendomi di recarsi da lui e portargli la notizia che io stavo bene e fargli i miei più fervidi auguri di pronta guarigione. Cinque giorni, siamo stati in quei capisaldi, sotto un fuoco infernale e micidiale, ove vedevamo cader colpiti più o meno gravemente i nostri bravi camerati. Nonostante l’impeto degli attacchi nemici, si resisteva sempre e sempre si respingevano infliggendo loro gravi perdite. Cinque giorni, siamo rimasti così, sotto la neve e il gelo, mangiando ogni qualvolta era possibile un pezzo di galletta; il rancio, nonostante fosse stato preparato giornalmente non poteva giungere sino a noi benchè l’avessimo sognato persino di notte. Intanto il nemico incalzava sempre con forze nuove e mezzi preponderanti. All’inizio del quinto giorno, anche i carri armati nemici vengono in azione, ma contro i nostri moschetti e le nostre mitragliatrici, rese quasi inservibili, nulla si può fare. Intanto, i camminamenti si ingombrano sempre più di morti. I nostri vengono portati via con le slitte ed i feriti sono medicati
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istantaneamente. Ma molti sono i gravi e le nostre forze diminuiscono … Non posso più continuare, mia adorata. Ho già detto tanto e temo persino che la censura mi cancelli ogni cosa. Speriamo di no, perché dopo tutto sono già notizie rese note dalla stampa. Ciò che è avvenuto dopo è stato un susseguirsi di marce forzate per raggiungere zone sicure e calme. Dopo 2 mesi, finalmente siamo giunti, ma quello che abbiamo provato, mai lo dimenticheremo, mai !! Noi serravallesi, siamo tutti quanti sani e salvi. Dico tutti, ad eccezione di nessuno! Non così, invece è stato per i bravi parmensi ... Essi hanno avuto poca fortuna e molti di loro non ritorneranno più. Ed ora basta!!!! Mi chiedi se mi sono piaciuti i calzettoni; avessi almeno avuto la fortuna di vederli. I pacchi mi sono giunti tutti quanti, ed a parte una modesta quantità di sigarette che mi sono fumate in quei giorni, nessuna altra cosa ho potuto godere. Le caramelle ed il liquore le avevo risparmiate per Natale, come avrei risparmiato per quelle feste anche i cioccolatini e la cioccolata che mi erano giunti con il tuo ultimo pacco. Gli indumenti, invece mi avrebbero servito per i giorni freddi e proprio quando ne avrei avuto bisogno, mi sono mancati. Per fortuna che il nostro equipaggiamento invernale è eccellente e la lacuna è stata lieve. Però, ora sono privo di tutto quanto è corredo personale. Soltanto due fazzoletti mi sono rimasti. Ma l’inverno russo è quasi terminato ed il freddo non mi dà più da pensare. Appena riapriranno i pacchi e l’organizzazione sarà ripristinata, spero che vorrai inviarmi qualche cosa, in modo da mettermi a posto anche con la persona. Mi raccomando un temperino purché sia e qualche sigaretta ...». La fine della ritirata coincide con la nascita del figlio Maurizio: un segno del destino? Doppia gioia quindi per il nostro Roberto: «11-3-43. Finalmente ho ricevuto il telegramma con cui mi comunichi la gioiosa notizia. Sono papà di un maschietto che sarà la nostra vita e l’invidia di tutti quanti … a giorni partiamo e appena giunto in Italia ti avviserò con un telegramma 13-3-43. TELEGRAMMA: Entusiasta per il felice evento Oggi partiamo per Bologna ove rimarremmo una quindicina di giorni per la contumacia».
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Finalmente il 17 marzo le unità di Camicie Nere, non più comprese nel II Corpo d’Armata italiano, partono per l’Italia in treno sotto un bombardamento aereo nemico: Roberto salirà su quei vagoni tanto agognati il 23 successivo. Le perdite (caduti, feriti, congelati, dispersi) subite dal XXXIV Battaglione CC.NN. dall’11 al 24 dicembre 1942 furono di 10 ufficiali, 23 sottufficiali e 294 legionari, tenendo conto che la forza originaria era di circa 550-560 uomini. In tabella 17 riportiamo i caduti della M.V.S.N. nati nell’Oltregiogo genovese. Dal campo contumaciale “Due Madonne” di Bologna abbiamo gli ultimi scritti: «24-3-43. Finalmente sono giunto in questo bellissimo posto ove abbiamo ogni possibile cura ed assistenza 27-3-43. Letti con lenzuola, lavandini con acqua corrente 3-4-43. Partiremmo il giorno 15 prossimo 13-4-43. Arriverò al massimo venerdì mattina». A differenza di altri reduci, Roberto dovrà tacere fino alla fine della sua vita (muore il 26 febbraio 1993 a Ronco Scrivia dove è sepolto): lui e tanti altri come lui dovranno scontare le colpe di un regime dittatoriale che ha anche perso ingloriosamente una guerra ingiusta. Dalla fine del conflitto non esisteranno più i “distinguo”. Le Camicie Nere che hanno intrapreso molte volte un cammino difficile, abbagliate dagli slogan di Mussolini e Starace, non avranno appelli: bravi o cattivi, giusti o ingiusti, dovranno silenziosamente tornare al lavoro e non poter neanche affermare: “L’ho fatto solo perché credevo che fosse un bene per la Patria”.
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TABELLA 17: Caduti nella seconda guerra mondiale di Novi Ligure, Tortona e zone limitrofe appartenenti alla MVSN. Grado
Cognome e nome
Nato
Scomparso Reparto
Luogo
Motivo
Luogo di nascita
camicia Albera nera Stefano
06-08-1910 17-12-1942
V Btg CC.NN.
Russia
disperso
Borghetto Borbera
camicia Bassano nera Dante
27-10-1909 16-12-1942
V Btg CC.NN.
Russia
disperso
Gavi
1° capo Bisio sq. Andrea
14-04-1910 01-03-1943
V Btg CC.NN.
Russia
prigionia
Vignole B.
v. capo Calabri squadra Paolo
Gr. 04-09-1907 21-12-1942 CC.NN. Russia Tagliamento
disperso
Novi L.
camicia Capelli nera Elio
XXXIV 19-06-1905 16-12-1942 Btg CC.NN.
disperso
Tortona
camicia Consalvi nera Adolfo
17-01-1908 13-03-1941
115a Leg. Grecia CC.NN.
combatti- Serravalle mento Scrivia
camicia Fasciolo nera Antonio
02-10-1908 28-11-1942
CCII Btg MediterCC.NN. raneo
prigionia
Ferrarazzo camicia Luigi nera Candido
02-07-1911 23-06-1940
V Btg CC.NN.
Francia
combatti- Borghetto mento Borbera
camicia Ferrari nera Francesco
24-12-1913 10-03-1944 MVSN
Africa orien.
prigionia
Cabella L.
camicia Flerio nera Cesare
Gr. CC.NN. 27-10-1915 16-12-1942 Valle Scrivia
Russia
disperso
Tortona
camicia Mantelli nera Guido
05-04-1922 17-11-1941 Enti Vari
Africa sett.
disperso
Novi L.
camicia Marenco nera Prospero
Gr. 30-07-1904 22-12-1942 CC.NN. Russia Tagliamento
disperso
Tortona
v. capo Milano squadra Egidio
1909
Gr. CC.NN. Russia Tagliamento
disperso
Pasturana
1942
Russia
Novi L.
camicia Montobbio V Btg 19-09-1913 12-09-1942 nera Francesco CC.NN.
Russia
combattiTortona mento
camicia Moro nera Rinaldo
Russia
disperso
23-08-1908 17-12-1942
V Btg CC.NN.
Borghetto Borbera
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Grado
Storia recente di Isola del Cantone
Cognome Nato e nome
Luogo di nascita
Luogo
Motivo
camicia Pedrazzani XXX Btg 27-01-1906 10-12-1942 nera Angelo CC.NN.
Russia
combattiTortona mento
camicia Pelizza nera Angelo
15-05-1907 25-11-1940
CIX Btg CC.NN.
Albania
combattiVignole B. mento
camicia Pestarino nera Francesco
10-08-1899 17-03-1941
4a Legione Italia CC.NN.
combattiNovi L. mento
camicia Picollo nera Emilio
13-02-1910 17-12-1942
V Btg CC.NN.
Russia
disperso
v. capo Priore squadra Felice
03-04-1905 20-04-1943
X Btg CC.NN.
Africa sett.
combattiTortona mento
camicia Repetti nera Lino
Gr. 21-05-1914 28-02-1943 CC.NN. Russia Montebello
sergente
Repetto Antonio
camicia Repetto nera Paolo
Scomparso Reparto
28-07-1910 31-12-1942
V Btg CC.NN.
XXVI 04-10-1924 02-07-1943 Btg CC.NN.
disperso
Cabella L.
Russia
disperso
Arquata S.
Albania
combattiArquata S. mento
Gr. camicia Serra Carlo 13-06-1900 22-12-1942 CC.NN. Russia nera Tagliamento CLXX camicia Ticozzi 28-02-1900 21-03-1943 Btg nera Domenico CC.NN. camicia Tortonese nera Armando
XXXIV 09-01-1923 17-12-1942 Btg CC.NN.
Vignole B.
disperso
Novi L.
Sud Africa prigionia
Tortona
Russia
Tortona
disperso
Dopo la guerra Questo capitolo lo abbiamo già sviluppato in un precedente studio98 ma vogliamo ampliarlo con altre notizie. Dal manifesto che il Comitato di Liberazione Nazionale isolese divulgò il 18 novembre 1945, quando concluse la sua missione, possiamo notare con stupore la relazione morale, probabilmente scritta dal Presidente Gian Guido Triulzi, e quella economica: un atto di trasparenza e di alto valore sociale che oggi non immaginiamo neanche. Cominciava una nuova era e chi aveva 98
PEDEMONTE, 2012, pag. 307.
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La seconda guerra mondiale
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combattuto con onore l’affrontava con fierezza. L’estensore della relazione sottolineava: «Abbiamo operato sempre, nel modo che abbiamo creduto il migliore pel bene della nostra Isola, cercando di contemperare – anche nei momenti più scabrosi – l’intransigente atteggiamento politico inerente al mandato, di cui siamo investiti, con la più serena tolleranza: e perciò, a differenza di altre località, qui non si possono registrare fatti rappresaglia, da noi voluti, consentiti o avallati, che, seppure giusti o giustificabili, avrebbero potuto lasciare negli animi strascichi di odii e rancori». La sottolineatura è nostra: la frase prende le distanze, in un clima come quello dell’epoca, con cosciente coraggio, da quanto successe. Così scrivemmo nel 2012: «La guerra purtroppo non finì il 25 aprile 1945: in vicende che non conosciamo sufficientemente ma che comunque sono da esecrare, scomparvero per mano di ignoti, probabilmente partigiani non isolesi o qualificatisi come tali, Fermo Balbi (50 anni) di Prarolo, Cataldo Ciaccio (62 anni) di Isola, Italo Gori (34 anni), carabiniere residente a Isola e ucciso a Genova e Maria Pendibene (39 anni), nata a Isola ma residente a Torino e ivi scomparsa. Anche loro, vittime fino a ieri dimenticate, devono comparire nel bilancio di un conflitto che ha spaccato la memoria del popolo italiano dividendo ufficialmente i buoni dai cattivi. Ci furono invece solo italiani da una parte e dall’altra, con il loro carico di rabbia, odio, paura o velleità che solo una guerra di cinque anni può generare». Il nostro Comitato di Liberazione Nazionale era composto, oltre che da Giovanni Guido Triulzi, anche da Armando Rondanina, Luigi Punta, Pietro Bisio e Costante Ferretto: esso, come detto, rese pubblico il bilancio della sua gestione con quel manifesto dettagliato. Riportiamo alcune cifre: • Oblazioni fatte al Comitato per inneggiare all’avvenuta liberazione, 1.335.000 lire (in questa voce compare la cifra di Guido Borrione oltre ad altre che vanno dalle 500.000 alle 1.000 – N.d.R.); • Versamento “Pro Reduci”, 20.682 lire; • Raccolta fatta dalle signorine V. Punta (Virginia?) e A. Rolla, 2.185 lire;
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• Raccolta fatta dalle signorine O. Barabino, M. Carozzine, C. Picollo (Costantina?), 4.899 lire; • Raccolta fatta dalla signora N. Boscaro Bozzolan (Ninny?) e dalla signorina R. Bennati, lire 4.575; • Raccolta fatta dalla signorina Carola Castria, 758 lire; • Raccolta fatta dalle signorine L. Affranchino e L. Bartolo, 1.582 lire; • Ricavo vendita merci varie, 76.695,40 lire; • Totale generale, 1.446.376,40 lire. Le uscite furono: • 25.000 lire suddivise tra i cinque partigiani isolesi accertati (Duilio Siri di Armando, Giovanni Degl’Innocenti, Paolo Serratto di Stefano, Don Maggiorino Barbieri, Emilio Delorenzi di Giovanni); • 25.000 lire ai famigliari dei militari caduti (tenendo presente che i caduti in Russia erano ancora considerati dispersi) e cioè Filippo Ferrando fu Luigi, Michele Repetto di G.B., Dario Conte fu Luigi, Corrado Zanetti di Iginio e Giovanni Bondioni fu G. Maria99; • Al grande invalido Ferdinando Bertuccio di Giacomo (era mutilato di entrambe le gambe, N.d.R.); • Alla famiglia Ponzoletti per il figlio Luigi100; • Ai reduci di Russia; • Ai reduci dalla Germania; • Ai prigionieri degli Alleati; • Ai combattenti al servizio degli Alleati, lire 3.000; • Alle famiglie bisognose del paese; • Spese ospedaliere; • Debiti pagati nell’interesse del Comune. Totale generale lire 1.224.800,35. Vi furono poi donazioni di grano e meliga e la rimanenza di cassa fu depositata su un libretto della Cassa di Risparmio di Genova. Inoltre i documenti giustificativi erano in libera visione a chiunque volesse esaminarli presso la Segreteria Comunale. Un esempio di correttezza che è una lezione per i tempi odierni. Il ricercatore Francesco Tuo ha reperito un documento dattiloscritto nel99 I militari deceduti nati a Isola risulteranno poi essere 24 e altri 11 residenti, ma non nati nel Comune. 100
Morì sulla nave Gioberti il 9 agosto 1943; il fratello Giuseppe scomparve invece in Grecia.
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l’Archivio della Fondazione RSI, Istituto Storico di Terranova Bracciolini (AR). «R.S.I. - Isola del Cantone (GE) taglieggiamenti dei partigiani della zona ai danni di Guido Borrione proprietario di una piccola conceria. Il BORRIONE (già squadrista) (aderì alla RSI?) assumendo varie forme di collaborazione “spontanea” salvò la vita, non gli averi. (Testimonianza del figlio del 10-5-1989)». Sono allegate tre dichiarazioni autografe: «Comando V a Zona Operativa SIP Il cittadino Borione Guido ha consegnato a questo Comando q.li due – di cuoio ed ha versato la somma di £ 50.000 (cinquantamila) quale contributo per la Lotta di Liberazione Nazionale. f. Il Comando Attilio101 - 13-2-1945 Comando 3a Brigata Garibaldi Oggetto: Vendita … (?) Il Sig. Guido Borione ha venduto alla 58a Brigata Garibaldi kg 204 di cuoio (kg duecentoquattro). Il prezzo lo stabilirà la Brigata stessa alla fine della guerra di liberazione. (?) Lino P.S. col consenso di Livio (?) - 24-9-44 Ricevo dal Sig. Guido Borione, nella mia qualità di Presidente del Comitato di Liberazione locale, la somma di lire centomila (£ 100.000), quale acconto sulla somma che egli … (?) al Comitato stesso, spontaneamente si è offerto di versare, come tangibile dimostrazione della propria partecipazione all’esultanza degli italiani per l’avvenuta liberazione, per sopperire agli immediati e più urgenti bisogni del Comitato e del Comune. Isola del Cantone, 8 maggio 1945 Il Presidente avv. Guido Triulzi». Alla fine Guido Borione dette ancora 2.000 lire e 288,50 kg di grano. 101
Amino Pizzorno comandante del Servizio Informazioni Partigiano.
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Miscellanea
La parte che segue, lo riconosciamo, è fin troppo analitica. L’idea però è quella di dare notizie che, pur frammentarie, possono servire a capire come è cambiato il paese in poco tempo.
Segnature e credenze popolari Ancora poco tempo fa vi erano persone che “segnavano” le storte, i vermi, il fuoco di Sant’Antonio o le rosipole. Mentre per le prime è immediato capire di cosa si trattasse allargando il campo a contusioni, stiramenti, lussazioni, per le seconde e terze la comprensione è più ardua. Secondo Massimo Angelini102, i vermi sarebbero gli ossiuri, parassiti intestinali, che si credeva potessero arrivare al cuore e soffocare il bambino: i sintomi sono pallore, malessere, inappetenza e difficoltà di respirazione. Secondo Paolo Giardelli103, quanto all’elmintiasi, i “vermi” nella credenza popolare erano considerati una componente utile e indispensabile del corpo umano, presenti in ognuno di noi: era lo spavento a scombinarli, provocando il disordine causa della malattia. Venivano assimilati anche a comportamenti diversi dal solito, oppure dovuti a una forte paura e oggi sappiamo che sono caratterizzati clinicamente da anemia, disturbi gastroenterici, talvolta anche con manifestazioni cutanee e turbe nervose. Gli elementi pratici delle segnature sono l’acqua, il sale, l’olio, ma soprattutto la fede di chi esegue l’operazione. Sempre Angelini afferma che «l’acqua, il sale e l’olio non agiscono per le loro caratteristiche chimiche o fisiche ma per il valore sacramentale che la benedizione gli ha conferito e ne ha intriso la natura, rendendole veicolo di grazia... Esse sono eseguite da curatori che appartengono al popolo, qualche volta 102
ANGELINI, 2011, pag. 144.
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Comunicazione personale, 2016.
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Miscellanea
analfabeti, spesso dotati di caratteristiche particolari derivate dalla nascita: nati con la secondina104 … o settimini perché nati al settimo mese di gravidanza o ultimi nati di sette figli; oppure che hanno ricevuto il dono della cura trasmesso da un anziano, spesso un familiare, in punto di morte o in una notte di grande potere, come sono le notti di Natale o di san Giovanni Battista, o in un giorno di luna particolare». Erisipela, rosipol o risipola, viene dal greco e significa “pelle rossa”, perché si tratta di un’infiammazione del derma. Dove c’è l’arrossamento, se usi la moneta, resta attaccata nel punto dove l’appoggi. Quanto diciamo varia senz’altro nei sintomi, ma anche tra paese e paese. Questa “segnatura” poteva essere fatta con fili annodati intorno a un arto, oppure immersi in acqua e poco olio o ancora utilizzando una moneta da riporre dove vi era il male.
Foto 36: la moneta usata per guarire.
Tutto questo era accompagnato da giaculatorie proferite in silenzio e segrete. Esse venivano tramandate solo sul letto di morte. É ovvio che in un mondo chiuso, dove l’assistenza medica era quasi nulla, anche la speranza di una guarigione attraverso un esorcismo era comprensibile. Giampietro Bernuzzi racconta che una donna di Cascissa sofferente di tremendi dolori al ventre (peritonite?) venne adagiata all’incrocio di alcune strade perché si Nascere con le membrane addosso (o nascere con la camicia): esse dovrebbero rompersi da sole al momento della nascita e venire poi espulse dopo di essa.
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Storia recente di Isola del Cantone
pensava che tale luogo era indicato per guarire questo tipo di malattie105. Siamo riusciti a trovare una di queste giaculatorie insieme a una moneta d’argento del 1872 che, appunto, era utilizzata in frangenti simili (foto 36). La giaculatoria la riportiamo nell’italiano scritto dall’allora autrice, questo solo abbiamo saputo, probabilmente all’inizio del ‘900 e si intitola Segni: «1 In nome di Gesu questo male non cresca più 2 in nome della Santissima Trinita questo male sene va 3 in nome di S. Lucia e S. Maria questo male vada via quindi facendo tre cerchii e tre croci intorno al male, acompagnato da pater ave gloria il male deve sparire». Oggi è facile sorridere di questi metodi: bisognerebbe aver provato cosa significava avere i calcoli renali, il più semplice mal di denti, emicranie continue, in paesi come Marmassana oppure Alpe di Buffalora o il Passo, dove il medico, se c’era, arrivava dopo qualche giorno e poteva praticamente diagnosticare solo il male, ma fare ben poco se non comporre fratture, incidere ascessi e raccomandare anche lui dei palliativi. Vi erano poi altre credenze e tradizioni e ne citiamo alcune106: • non si poteva fare il bagno nel Vobbia prima del 29 giugno, pena congestione; • occorreva aver sempre in casa una candela benedetta alla Candelora il 2 febbraio, perché alla fine del mondo sarebbe stata l’unica fonte di luce; • se ci si faceva male a una gamba o a una caviglia e di conseguenza si camminava rigidi, veniva u quigun, male, crediamo, mai conosciuto dalla scienza medica; • all’inizio dell’estate ci si poteva imbattere nell’Aspo Sordo, specie di serpente con cresta che ti guardava negli occhi e ti paralizzava; era probabilmente un semplice ofide durante la muta della pelle; • ci si chiamava Paolo o Giovanni o Lucia, ma le mamme davano un secondo nome, non ufficiale, per preservare i fanciulli da eventuali stregonerie; 105
BERNUZZI, 2010.
Molte di queste sono tratte dal libro sulle Tradizioni religiose isolesi, edito a cura del Centro Culturale di Isola del Cantone nel 1990.
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• se una donna cuciva o lavorava a maglia il Martedì Grasso le marcivano le dita; • in certe case non si doveva andare perché “ci si sentiva”, il più delle volte erano frequentate da morti in pena; • se una donna incinta si trovava paura, il bambino nasceva con una voglia in faccia; • al Lago di Savio di notte si vedevano delle luci (forse gli occhi di un annegato?) e un cane nero ringhioso passeggiava nei dintorni; • non bisognava promettersi che il primo che fosse morto avrebbe rivelato agli scampati cosa c’era nell’aldilà; • se una donna pativa il mal di denti, tagliandosi una ciocca di capelli il Giovedì Santo non ne avrebbe più sofferto per un anno; per gli uomini valeva il Venerdì Santo. Una credenza simile era che se ci si radeva il Venerdì Santo e non ogni venerdì dell’anno la cura sarebbe stata efficace contro il mal di denti; • il Sabato Santo i contadini legavano i tronchi degli alberi con rami di salice perché così avrebbero tenuto più frutta; • all’Ascensione si usava tenere un uovo perché non marciva e proteggeva la casa dai tuoni e lampi. Le piantine di erba dell’Ascensione, se fiorivano l’anno dopo, erano propizie alla famiglia, altrimenti ci sarebbe stato qualche lutto. Se fosse piovuto i raccolti sarebbero stati scarsi; • a S. Pietro se si metteva un albume in una scodella di acqua la mattina dopo doveva essere a forma di barca, pena un lutto; • dal 15 al 29 agosto (tra le due Madonne, l’Assunta e quella della Guardia) si tenevano da parte le uova per l’inverno e si conservavano nel grano perché non sarebbero marcite; • un fidanzato non regalava mai fazzoletti alla futura sposa perché erano presagio di lacrime e dolori; • il canto della civetta o del gufo presagivano la morte dei moribondi. Idem il tarlo che si sentiva rodere forte un mobile o l’ululato notturno continuo del cane di casa oppure se si seccava il rosmarino; • una lunga agonia era riservata a chi spostava i segni dei confini; • a sperlengoia (quattro fondine piene di acqua ai quattro angoli della casa) veniva gestita da una vecchia che intingeva il dito nell’olio e lo lasciava cadere nell’acqua: serviva a togliere il malocchio; • se uno tardava a morire e soffriva molto si scoperchiava il tetto per per-
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mettere all’anima di uscire con facilità dalla casa. Quando spirava si spalancavano le finestre per permettere agli angeli di portare l’anima in cielo; si velavano gli specchi per non farvi specchiare il diavolo; si spegneva il fuoco e si fermava l’orologio; • una donna sterile doveva indossare la camicia da giorno di un’altra che aveva avuto figli; • nel periodo della gestazione la donna non poteva toccare i fiori pena il danneggiamento degli stessi; • occorreva accontentare le donne incinte altrimenti al nascituro sarebbe rimasto impresso un segno o sarebbe stato deformato; • una placenta sotterrata vicino a casa era auspicio che il figlio non si allontanasse dalla famiglia; • la puerpera e il neonato erano attaccati dalle fate cattive, quindi il lume doveva essere acceso tutta la notte e si chiamava una vicina a vigilare; • per tenere lontani gli spiriti maligni si metteva tra le fasce un fazzoletto del padre; • fino ai 40 giorni le fasce del bimbo non dovevano prendere rugiada, altrimenti era possibile che le streghe facessero un sortilegio; • la persona che portava il bambino alla fonte battesimale lo reggeva con il braccio destro se maschio o con il sinistro se femmina e non doveva mai voltarsi indietro altrimenti sarebbe cresciuto pauroso; • il Credo doveva essere recitato con convinzione e correttamente pena avere un bambino balbuziente; • per non parlare del passare sotto le scale o dei gatti neri che attraversano le strade. Finisco questo elenco con due giaculatorie che devono essere ripetute in continuazione per averne beneficio: “Sant’Antognu vestiu de velluo feime truvà quellu che ho perduo + un Pater Noster”; “San Scimun, San Scimun, avardeine da u lampu e da u trun”.
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Miscellanea
Notizie varie La Cappella del Cantone, dedicata alla SS. Concezione e a S. Bernardino risalente al 1674, è stata restaurata pochi anni fa. All’interno il rosone dell’abside presenta al centro tre lettere: G (rovesciata) R e A. Sono le iniziali di Gio. Antonio Rolla che la restaurò nel 1864.
Disegno 5: disegno del rosone (Archivio Nanni Sangiacomo).
Ai caduti isolesi del Risorgimento riportati in vari nostri testi, occorre aggiungere Francesco Tavella di Francesco e di Maddalena Rolla, morto a 29 anni nella battaglia di Custoza il 24 giugno 1866. Apparteneva al 2° reggimento “Granatieri di Sardegna”, 12a Compagnia, granatiere di 1a classe, deceduto per fucilata alla testa107. Nella Terza Guerra d’Indipendenza le truppe impegnate erano al comando del Generale Alfonso Lamarmora108 e raggiunsero il ragguardevole numero di 220.000 uomini: oltre alle 5 classi sotto le armi (1841-1845), furono richiamate anche 5 classi di riservisti109 tra cui Francesco Tavella. L’altezza minima richiesta per i Granatieri era di 1,80 metri: nelle Liste di Leva del Comune di Isola (1807-1910) su 3.564 esaminati il più alto era 1,84 mentre 107
Archivio Comunale, atti di morte.
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Suo fratello Alessandro fondò il corpo dei bersaglieri.
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PIERI, 1962.
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Storia recente di Isola del Cantone
la media, tra 1880 e 1900, era di 1,64 metri. Il nostro Tavella doveva quindi essere un’eccezione tra i suoi compaesani. Isola sconfina anche nella Val Lemme con la località ormai diroccata dei Riè e che dall’analisi degli atti di nascita del Comune di Isola dal 1866 al 1910, si deduce che la frazione Curlo di Sopra è isolese: si trova praticamente sul confine con Ronco.
Lo Scrivia Lo Scrivia è stato per generazioni l’area dei divertimenti dei giovani isolesi: Gianfranco Camicio ci ha svelato alcuni segreti. Dal lago du Turtaiò110, alla confluenza del Rio Cagnola nello Scrivia, i ragazzi salivano per la ravezza (dove il torrente corre più velocemente e l’acqua è bassa sotto l’Ospedale Ricovero), fino al baraggio che è la briglia dall’Asilo Infantile. Mettevano le mani sotto le pietre per pescare i pesci nelle loro tane: ebbene, queste erano ruvide se gli ospiti erano cavedani viceversa erano lisce se c’erano i barbi. Solo due tane erano di questi pesci. Ne catturavano 7-8 kg, ma quelli buoni erano i barbi. Un altro aneddoto è quello che dà l’idea dei rapporti interfamigliari e le osterie. I due fabbri, Cirra (Francesco Delprato di Vobbietta) e Luensin (Lorenzo Delorenzi di Isola), erano fratellastri: quando si incontravano, magari ogni due o tre settimane quando Cirra veniva a comprare Isola, si ritiravano nel bar di Caccian nella parte più buia e ordinavano una carnera (micca di pane piuttosto grossa), 6 o 7 etti di gorgonzola e un fiasco di vino. Le vicende famigliari e professionali che si raccontavano scorrevano fino al termine dei commestibili. Tanto, con il duro lavoro che facevano, colesterolo e diabete non erano un problema.
U turtaiò è il vortice che si forma nell’acqua. Evidentemente la confluenza del Rio Cagnola provocava questo fenomeno.
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Notizie dai Bollettini Parrocchiali 1927 Cariche della Confraternita del SS. Sacramento per il 1927: Priore Antonio Zuccarino fu Francesco; Vice Priore Bartolomeo Sacco di Lazzaro; Cassiere Emanuele Zuccarino fu Giacomo. Serie cronologica delle Visite Pastorali negli ultimi 100 anni a Isola: 1822 Mons. Lambruschini; 1838 Card. Tadini; 1876 Mons. Magnasco, Mons. Reggio e Mons. Pulciano; 1911 Mons. Pulciano; 1927 Mons. Carlo Dalmazio Minoretti. Il Comune, per il decoro cittadino, sollecita la Parrocchia alla decorazione della facciata della chiesa e dell’oratorio. Il 20 agosto viene inaugurato il campanile della chiesa di Griffoglieto restaurato dalla ditta di Giorgio Rolla. Nasceva l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, sezione di Isola. Elezione cariche del Circolo Giovanile Cattolico “Silvio Pellico”: Presidente Antonio Rivara di Luigi; Vice Presidente Gino Semino di Domenico; Cassiere Giorgio Casassa di Michele; Segretario Denegri Gaetano fu Antonio. Il 15 febbraio accadeva una sciagura presso la Ditta Gabba a Creverina: venivano ritrovati morti Pietro Picolla, Celestino Scansetti e Eugenio Costanzo, tutti di Casale Monferrato da dove provenivano i proprietari dello stabilimento di calce. Causa di tutto ciò una stufa a legna. Sempre nel 1927 vi è il cambio del Capostazione: ad Arturo Profeti succede Vittorio Mora proveniente da Acquasanta. Assemblea generale nell’Asilo. Furono eletti tre nuovi consiglieri: Natale Rivara di Giuseppe, Gerolamo Parodi fu Luigi e Michele Zuccarino di Giovanni. 1928 Norme per il suono delle campane: • con la campana maggiore si suonerà l’Ave Maria al mattino, a mezzogiorno e alla sera di ogni giorno; • con la campana maggiore e le due piccole si suonerà alle funzioni domenicali e festive, al sabato sera, la sera delle vigilie di festa, l’annuncio delle novene, dopo l’Ave Maria; • con la campana seconda si suonerà la Messa privata nei giorni festivi e feriali,
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la dottrina ai ragazzi al giovedì e la dottrina della Prima Comunione nonché il S. Viatico; • colla campana seconda e le due piccole si suonerà la Messa e la benedizione del mattino, il Rosario e la benedizione alla sera nei giorni feriali; • il segno della benedizione sarà dato con sei tocchi lenti della campana piccola. Rifatto il muro di sostegno del Santuario di Tuscia. Le donne isolesi donano dell’oro per l’urna dei Corpi Santi. Il 6 e 7 ottobre a Mereta si scatenò un incendio in 4 fienili spento anche per l’arrivo di abitanti di Prarolo e di Isola. Decisivo fu il funzionamento della pompa comunale. Diamo notizia di alcune cariche per sottolineare come all’epoca la vita sociale fosse ben più sviluppata di oggi. Leggendo questi fogli stilati dai Parroci si intravede un’attività continua, di tanti isolesi, in varie associazioni. Riportiamo: Madri Cristiane: Presidente Silvia Porta in Rolla, Tesoriera Giuseppina Rivara vedova Denegri, Consigliere Francisca Balbi in Desirello e Elisa Cornero in Guglielmino. Figlie di Maria: PresidenteTeresa Bagnasco di Stefano, Tesoriera Rosetta Denegri di G.B., Consigliere Maria Campi di Marcello e Maria Punta di Francesco. C’erano anche l’Asilo Infantile con le Visitatrici, la Congregazione di Carità, la Confraternita, il Circolo “Silvio Pellico”, la Croce Verde e probabilmente altre associazioni che non conosciamo. La biblioteca circolante ha distribuito 750 libri. Viene ampliato l’Asilo fino allo Scrivia e costruiti all’interno i servizi igienici. Il 14 aprile viene riaperto, restaurato, il negozio di commestibili di Giuseppina Rivara vedova Denegri. Il 14 luglio c’è invece l’inaugurazione della casa e del negozio di macelleria, al centro del paese, di Carlo Semino. Il figlio Oreste era attivo socio del Circolo “Silvio Pellico”. 1933 Furono immessi nel Lago di Savio in Vobbietta avanotti di trota forniti dall’incubatoio di Rigoroso.
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1934 Dal Bollettino Parrocchiale del 1934 deduciamo dalle offerte che la Croce Rossa di Isola era già esistente. Nata nel 1922 come Croce Verde, fu dal fascismo trasformata in CRI. 1935 Le erosioni e le alluvioni dei ruscelli preoccuparono la popolazione isolese: il Comando della Milizia Forestale effettuò un sopralluogo al ritale di Tuscia ed a quello di Lavaggio di fronte a Vobbietta per progettarne la sistemazione. Il 18 dicembre si celebrò la Giornata delle “Fedi” nel salone del Fascio dove una folla di spose consegnò l’anello d’oro e ritirò quello di acciaio. La giornata fu breve per la temperatura rigida e la neve che ricopriva tutto. L’Arciprete Stefano Costa benedisse gli anelli e pronunciò il discorso. Cominciarono lo scambio le Madri e le Vedove dei caduti in guerra. Il Bollettino Parrocchiale Fides Nostra del gennaio 1936, da cui abbiamo ripreso la notizia, specifica che la sala del Fascio era proprio innanzi al Monumento ai Caduti; deduciamo che sono gli attuali locali CRI o la ex palestra. 1947 Visita Pastorale di S.E. Rev. Mons. Giuseppe Siri e ingresso del Rev. Don Stefano Patrone come Arciprete. 1948 A settembre arrivarono le nuove campane fuse da Roberto Mazzola di Valduggia collaudate dal maestro organista Don Stefano Ferro. La benedizione fu a cura di Monsignor Reverdini, Vicario Generale dell’Archidiocesi. 1950 Si fece il campo da bocce sul piazzale allestito da Giovanni Aragone, Michele Repetto, Enzo Rolla, Bartolomeo Sacco, G.B. Punta, Enrico Delorenzi, Giorgio Chiarella. 1952 Il 15 luglio nell’Ospedale si insediò la nuova Amministrazione con Presidente Gerolamo Denegri (Sciù Gigin) e consiglieri Santo Camposaragna, Renzo Parodi, Natale Ratto, Arturo Bordoni (rappresentante dell’Ente Comunale di Assistenza), Giuseppe Delorenzi (rappresentante del Comune), Giovanni Tavella (rappresentante della Camera del Lavoro).
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Storia recente di Isola del Cantone
1953 Lo svago dei giovanissimi veniva assicurato dai Campi CIF (Centro Italiano Femminile) che duravano un mese dell’estate. A Isola nel 1953 lo organizzarono per 30 ragazzi: la segretaria Costantina Picollo, Anna Bordoni, Giuseppina Denegri, Etta Repetto, Maria Zuccarino. Virginia Tavella e Costantina Marelli che hanno “ogni giorno ammanito minestre e pietanze a cui hanno fatto onore i bimbi...”. TABELLA 18: Nuovo orario dei treni della stazione di Isola del Cantone dal 15 maggio 1933111 Treni per Genova 3311 1051 2501 105 1971 Merci 3315 1043 1395 1963 Merci 1039 Treni per Novi Torino - Milano 1970 1032 1038 1394 3314 1396 2050 1960 Merci 3320 1056
111
Arrivo a Isola 5,07 6,45 7,26 8,16 8,59 10,03 12,43 16,28 19,32 22,35 Arrivo a Isola 1,47 2,19
Partenza da Isola 5,08 6,55 7,27 8,17 9,01 10,04 12,44 16,30 19,35 22,36 Partenza da Isola 1,48 2,20
Via Busalla Mignanego Mignanego Mignanego Busalla Mignanego Busalla Busalla Busalla Busalla
Periodo effettuazione
Dal 1 luglio al 31 ottobre Dal 1 luglio al 31 ottobre
Destinazione Periodo effettuazione Milano Torino Milano e 5,08 5,09 Torino Milano 7,17 7,18 e Alessandria 9,03 9,04 Novi Milano 12,56 12,57 e Alessandria 17,34 17,35 Novi Dal 1 luglio al 31 ottobre 18,15 18,16 Torino 18,57 18,58 Novi Dal 1 luglio al 31 ottobre 20,09 20,10 Novi Sospeso la Domenica Capostazione Sig. Vittorio Mora
Dal Bollettino Parrocchiale.
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TABELLA 19: Corriera di Vobbia (1953)112 Partenza per Busalla da Isola Ore 6,30 Ore 13 Ore 18
Partenza per Vobbia da Isola Ore 8,15 Ore 16 Ore 19 (circa)
Foto 37: la copertina del Bollettino Parrocchiale Fides Nostra. 112
Dal Bollettino Parrocchiale.
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Notizie da La Stampa Fabio Mignone ci ha fatto conoscere il sito di www.archiviolastampa.it dove abbiamo trovato numerosi fatti accaduti nel Comune di Isola e, pertanto, lo ringraziamo (tabelle 19 e 20)113. TABELLA 19: notizie varie 09/01/1908 Alle ore 23,31 a Isola deraglia il treno passeggeri 73 da Milano a Geno-
va. Danneggia 300 metri di linea e la locomotiva finisce fuori dai binari. Dopo solo ¾ d’ora riparte. La locomotiva era la n° 6820 e il macchinista si chiamava Ferrero 23/05/1923 Il 5 novembre 1922 il Rag. Martini delle F.S., dopo aver pagato lo sti-
pendio ai ferrovieri isolesi, va a piedi verso Ronco lungo i binari. È accompagnato da un sorvegliante e da un cantoniere. Cinque individui però lo assaltano e lo rapinano di 123.000 lire. Al processo si appura che essi erano: Giuseppe De Luisi, Raffaele Milesi, Luigi De Ambrosis e due sconosciuti. Ma su La Stampa del 18 dicembre 1926 in un’intervista alla sorella del famoso bandito Sante Pollastri di Novi Ligure, si accerta che anche quest’ultimo era presente insieme ad un certo Comollo 03/05/1941 Michele Casella, 44 anni, di Marmassana, si ferisce tagliando un albero 11/08/1955 Muore a Ronco, dove abitava, Domenico Pitto nato a Isola il 17 otto-
bre 1855. Entrato nelle ferrovie nel 1882 come manovale fu allievo di San Giovanni Bosco e diventò capo stazione. Aveva 10 figli ed era in pensione dal 1922 21/06/1958 Ines De Maestri vince il Premio “Idrolitina” di 1 milione di lire 02/09/1959 Cade un aereo da turismo (monomotore PIEL sigla BI-SL) a Pinceto
di Borlasca. Il pilota era Jean Marie Rous di 35 anni. Con lui vi era Lerio Melloni di 31 anni da Rovigo. Sebastiano Repetto sentì il boato della caduta. Il velivolo fu trovato da Emilia Picollo con la nipotina Elda. L’aereo aveva seguito la rotta Reggio Emilia – Parma – Tortona ed era diretto ad Albenga e poi da lì in Francia 16/05/1961 Rapinato Don Giovanni Garaventa, Rettore del Seminario di Stazzano,
da due sconosciuti che gli rubano anche l’auto 10/11/1965 Giovanni Torretta di Montecanne si ferisce con il suo fucile da caccia 17/07/1967 Due turisti cecoslovacchi vengono rapinati sull’autostrada 113
La data indica il giorno in cui è uscita La Stampa.
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06/12/1974 Trovato un deposito di armi tra Isola e Ronco in un cascinale abbando-
nato 09/11/1975 Il 7 novembre cade sul Monte Cagnola un elicottero Agusta 109 Hi-
rundo. Muoiono il pilota Renato Rossetto Aiello, 40 anni da Gallarate e il motorista Marco Genoni, 36 anni di Varese. Con loro c’era l’Ing. Robert Lafouasse di 35 anni, francese 14/08/1976 Due fratelli di 13 e 11 anni annegano nello Scrivia 15/11/1976 Frana a Montessoro minaccia il paese 21/11/1979 La CEMENTIR vuole aprire una cava a Mereta 25/06/1992 La RAMOCO intende installare un centro trattamento rifiuti a Mereta 05/05/1994 Un geometra dell’ANAS viene processato per una malversazione su un
appalto concernente la casa cantoniera di isola
Foto 38: l’annuncio della premiazione di Ines De Maestri (da La Stampa, 21 giugno 1958).
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TABELLA 20: incidenti stradali 22/02/1955 Muore un motociclista sulla statale 04/12/1958 Due camion si scontrano sulla camionale: 2 morti 13/03/1959 Sulla Statale muore un motociclista 06/05/1959 Autocisterna nello Scrivia: autisti incolumi 11/05/1959 Cade nello Scrivia dalla A7 dopo un incidente: muore una donna 23/06/1961 Quattro feriti sulla camionale per un camion nello Scrivia 27/02/1962 Muore a Pietrabissara, precipitando dalla camionale nello Scrivia, un
assessore di Novi Ligure, Franco Rossi 07/08/1962 Sulla camionale incidente con un morto 25/03/1964 Un morto sull’autostrada 16/10/1967 Ernesto Fassio, nipote dell’armatore genovese, muore precipitando nel25/05/1968 17/09/1968 15/04/1951 18/06/1972 22/06/1977 18/02/1977 09/12/1979 23/02/1980 13/11/1980 07/10/1983 28/05/1985 19/09/1985 13/04/1987 28/05/1987 01/04/1989 23/05/1989 05/01/1991 19/06/1995 03/12/1997 08/09/1998
lo Scrivia dalla camionale a Pietrabissara Sulla statale muoiono due giovani di Novi L. Una Maserati con due tedeschi si schianta sull’autostrada: due feriti Incidente con un morto sulla Statale dei Giovi A Prarolo sull’autostrada in un incidente in moto muore una donna Un’autocisterna piena di tetracloruro di carbonio, viaggiante sull’autostrada, precipita nello Scrivia Un camion si rovescia sull’autostrada e s’incendia Un’auto precipita dall’autostrada nello Scrivia: due morti 25.000 litri di fenolo finiscono da un camion sull’A7 nello Scrivia A Creverina muore, precipitando con la sua auto dalla Statale nello Scrivia, il Dott. De Cicco, medico di Isola Un camion di solvente finisce nello Scrivia dall’autostrada Un motociclista morto sulla A7 Due morti per l’incidente di un camion sull’A7 Sulla Statale in fondo a Isola muore un motociclista Un TIR sull’A7 precipita nello Scrivia: un morto Sull’A7 un autocarro si rovescia: sversamento di veleni nello Scrivia In autostrada incidente con due morti Cade con l’auto in un burrone e muore un 39enne di Novi L. Due giovani decedono in un incidente sulla A7 Sulla Statale incidente a Giretta: muore Don Giovanni Zinellu di Recco Un camion precipita nello Scrivia carico di polvere di carbone
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20/12/1998 Sulla Statale, Gaetano Balbi di Ronco, muore in un incidente 27/12/1998 Laura Cherubini, 16 anni di Ronco, muore in un incidente autostradale 08/03/1999 Incidente sulla Statale: un morto 23/11/1999 Muore travolto da un’auto, sull’autostrada, un taxista di Arquata 11/12/2000 Sulla A7 muoiono madre e figlia 16/09/2001 Un uomo muore travolto da un’auto sulla A7 20/01/2003 Un albanese muore sull’autostrada in un incidente 24/07/2004 Un TIR nello Scrivia dalla A7 a Giretta: un morto 01/10/2011 A Pietrabissara, sulla Statale, una moto finisce sull’A7: un morto
Questa incompleta statistica ci consente di verificare l’estrema pericolosità delle nostre strade e autostrade; un altro dato è evidente: le tortuose strade delle frazioni, anche per l’esiguo traffico rispetto a quelle di fondovalle, non sono di certo un pericolo visti i pochi incidenti successi.
Notizie da L’Operaio Ligure L’Operaio Ligure di Genova è una testata giornalistica fondata nel 1884. Da allora, con alterne vicende, è conosciuta come una voce libera del cattolicesimo sociale ligure attento ai problemi sociali ed economici, letti alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa. Corrispondente da Isola fu Gaetano Denegri che scriveva anche su Il Cittadino. Di seguito riportiamo alcune notizie ricavate dai suoi numerosi articoli. 24 gennaio 1919. Sono tornati dalla prigionia, in buona salute: Bartolomeo Ansaldo, Agostino Argenta, Carlo Campi, Luigi Picollo. 23 marzo 1919. Agli abitanti di Prarolo è stato proibito il passaggio sul ponte della ferrovia a Giretta. Non essendo ancora stato costruito quello stradale a Camposaragna, per passare su questa sponda dello Scrivia essi devono andare a Mereta o passare dall’Albora. Inoltre la strada pubblica nel capoluogo è stata trasformata dai giovani in un campo di calcio con noia e danno per molti. 6 aprile 1919. Sono stati decorati al valore con Medaglia d’Argento il soldato Santo Vittorio Chiarella, con la Croce di Guerra il sergente maggiore Agostino Casella, il caporal maggiore Angelo Campi di Marcello e il soldato Armellino Bottaro.
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4 maggio 1919. Due militari del presidio in località Braghina furono investiti da una tradotta di soldati americani. Uno restò morto sul colpo e l’altro ferito fu trasportato con lo stesso treno all’ospedale di Novi. Luglio 1919. Vertenza risolta tra operai e proprietari delle Concerie Rivara e Delorenzi. Il Circolo Silvio Pellico si è ricostituito dopo la parentesi dovuta alla guerra. 10 agosto 1919. Troppi teppisti a Isola rubano e bestemmiano con i genitori che gli tengono il sacco. “Vuol dire dunque che (se non intervengono le Autorità, N.d.R.) il fatto nostro lo difenderemo da noi”. 24 agosto 1919. Si deplora l’uso della dinamite e della calce nella pesca a Isola. 7 settembre 1919. Scoprimento della lapide ai Caduti in Consiglio Comunale (che era in una casa di Via Roma, forse dove oggi c’è la banca CARIGE). 16 novembre 1919. É arrivato finalmente il pacco vestiario per i soldati smobilitati ma molti ne sono ancora privi. 23 novembre 1919. “Sentiamo il dovere di elevare una fiera e dignitosa protesta contro l’indegno mercato di voti tentato dai galoppini di alcune liste che si vantavano di avere l’appoggio delle Autorità”. 8 febbraio 1920. Nel 1919 in parrocchia ci sono state 21 nascite, 26 morti, 9 matrimoni su 1.300 abitanti. L’effetto della febbre spagnola si faceva ancora sentire. 4 gennaio 1920. Inaugurazione dell’impianto elettrico in chiesa realizzato dall’impresa Aurelio Parodi del Ponte di Savignone. 15 febbraio 1920. Ci si lamenta per la qualità del pane dovuta al grano scadente consegnato dal Municipio. Evidentemente si risentiva ancora delle ristrettezze dovute alla guerra e quindi al razionamento dei generi alimentari. 23 maggio 1920. Un ennesimo furto in ferrovia: un carro vicino a Mereta è stato spiombato e furono asportati notevoli quantità di tessuto. 21 novembre 1920. Nel Cantone, causa la siccità non si bagnano le strade: il Municipio ha dato ordine di non farlo e gli abitanti protestano. Da questa corrispondenza sembrerebbe che ci fossero dei prigionieri (ancora della Grande Guerra?) a Isola, ma l’articolo non è esplicativo. 30 gennaio 1920. Nel 1920 in parrocchia ci sono stati 22 nati, 16 morti e 21 matrimoni.
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23 gennaio 1921. In questo caso scrive al giornale anche Don Stefano Costa che protesta per il prezzo del latte che è di 1,40 lire, annacquato e scremato. Inoltre a Ronco la carne costa meno: l’Autorità cittadina deve prendere provvedimenti! 8 maggio 1921. Da qualche settimana sono cominciati in stazione i lavori per il prolungamento del binario morto abbattendo due case. 26 febbraio 1922. Da più di un anno è stata chiusa la fabbrica di tessitura agli Orti e trasferita a Ronco. Forse ne verrà impiantata una di turaccioli. 30 luglio 1922. Sono cominciati i lavori per l’erezione dell’altare – monumento ai Caduti da parte di Rodolfo Gambini che già affrescò l’intera chiesa. 5 novembre 1922. La celebrazione per l’anniversario della fine della Grande Guerra si è svolta in modo imprevisto perché il 28 ottobre si svolse la “Marcia su Roma” e numerosi fascisti in massima parte giunti da fuori Isola hanno quasi impedito di finire il discorso all’On. Paolo Cappa. L’oratore ufficiale sarebbe stato l’avv. Filippo Guerrieri, Presidente Regionale dei Reduci di Guerra. Dato il temperamento molto battagliero e temendo che potesse provocare disordini rinunciò all’incarico e tutto poté terminare in un clima di reciproca tolleranza. Alla sera qualche scalmanato tentò di turbare l’atmosfera ma non vi riuscì. 18 febbraio 1923. Sono stati sostituiti i cancelli del passaggio a livello con delle sbarre ma rimangono chiuse troppo tempo. Necessita un cavalcavia o un sottopassaggio. 9 settembre 1923. Da molto tempo era da rifare il piazzale del Santuario di Tuscia, distrutto da una piena del Vobbia. Vi lavorarono volontariamente numerosi uomini di Isola e Noceto. 6 gennaio 1924. Collaudo dell’organo rimesso a nuovo dal sig. Negri di Novi Ligure. 25 gennaio 1925. Nel 1924 ci sono state in parrocchia 37 nascite e 26 decessi con 8 matrimoni. 9 agosto 1925. Sono state collocate le vetrate artistiche dei finestroni centrali e dell’altare di S. Antonio. 16 agosto 1925. Pervengono altre offerte per le vetrate della chiesa (le 12 del cornicione, quella dell’altare del Carmine e dei Corpi Santi) che presto verranno collocate al loro posto. Ancora oggi si possono ammirare con la relativa scritta di chi le ha donate. 17 gennaio 1926. Nel 1925 risultano in parrocchia 35 nati, 31 decessi e 22 matrimoni. Di quest’ultimi per trovarne un uguale numero bisogna risalire al 1876.
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21 marzo 1926. Subito dopo Isola, verso Arquata, sorgono case e se ne decorano altre, secondo l’articolista ci si sta avviando a una progressiva trasformazione di una “landa deserta”. A Giretta è inaugurata una piccola fabbrica di blocchetti di cemento grezzi creata da Carlo Bregata fu Michele. Vi è una macchina elettrica che li pressa a 800 kg, poi si mettono ad asciugare. All’Albora invece una frana sta creando pericolo alle case che sono state sgombrate. 20 giugno 1926. Pellegrinaggio al Santuario dell’Acquasanta sopra Voltri.
Foto 39: il pellegrinaggio all’Acquasanta (Archivio del Centro Culturale).
18 luglio 1926. Per il terzo centenario della donazione dei Corpi Santi, che cade nel 1929, gli isolesi emigrati in Argentina donarono 6.200 lire. 23 gennaio 1927. Nel 1926 la parrocchia ebbe 24 nascite, 25 decessi e 13 matrimoni. Inizia così il bilancio negativo tra nati e morti. 29 marzo 1928. “Ben volentieri diamo una parola di lode all’egregio Capo Stazione Sig. Arturo Profeti che ebbe la felice idea di adornare l’edificio della stazione con numerose piante… ha fatto costruire una bellissima peschiera tutta contornata di fiori. Anche sul piazzale esterno vennero piantati alcuni alberi…”.
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Giochi e giocattoli… “allora” (di Nanni Sangiacomo114) Allora l’autarchia, anni dal 1940 al 1950, non era soltanto una soluzione economica adottata dall’Italia per far fronte alle sanzioni economiche che ci erano state imposte, ma anche uno spontaneo stile di vita dei ragazzi, nei loro giochi e giocattoli, questi ultimi quasi sempre fatti in casa e con materiali di recupero. I più comuni e usati erano: il carretto (u carrettu), la fionda (u cacciafruste), l’arco e le freccie, la cerbottana, le agrette, il carro armato, il cerchio (u serciu), lo slittino (a traza), le biglie e i biglioni, le figurine (ciclismo, calcio e altri sport), le marionette, il pallone, la corda, il pampano ecc. Vediamone alcuni tra i più curiosi. Il carretto. Spesso ottenuto con i cuscinetti a sfera, abbastanza grandi, dismessi dalle officine meccaniche. Venivano movimentati ovviamente a spinta e traino, ma spesso per gioco nelle discese (da U Ruccun sino da Baraccu, in cima di Isola); venivano anche usati dai ragazzi come mezzo di trasporto ad esempio per a fascetta da dare alla pecora o del pane da cuocere al forno di Campi115.
Disegno 6: u carrettu e u cacciafruste.
La fionda. Per la forcella (furchin) si avevano due soluzioni. Se fatta in legno veniva spesso utilizzato un rametto di frassino, albero con belle ramificazioni simmetriche oppure corniole (curnè) dal legno antispacco; qualche altra volta si faceva con tondino di ferro opportunamente e sapientemente attorcigliato. Gli elastici venivano ritagliati da vecchie camere d’aria dei camion e il cucchiaio era ottenuto da pezzi di tomaia di vecchie scarpe dismesse. 114
Tutti i disegni sono di Nanni Sangiacomo.
115
Il forno di Campi era sull’attuale Piazza Giacomo Matteotti.
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Un cacciafruste, se usato male, poteva far danni e diventare anche un’arma impropria. L’arco e le frecce. Per l’arco si preferiva un rametto di castagno selvatico inarcato e tenuto teso con un cavetto ricavato dal filo della luce o con spago. Le frecce erano ottenute dalle stecche di vecchi ombrelli (che allora non erano in lamierino ripiegato, ma in tondino) opportunamente appuntite. Le gare di tiro a segno erano frequenti e vivaci. La cerbottana. Richiedeva la fortuna di trovare, in cantina o in solaio, un tubicino di circa 10-15 mm di diametro interno e una lunghezza di almeno 30 o 40 cm, in rame, ferro, legno o altro; allora la plastica (celluloide) era poco frequente. Le frecce (cannunetti) si facevano con striscioline di carta arrotolata a forma di cono. In genere non era un gioco pericoloso. Le frecce di carta non recavano alcun danno a differenza della fionda o dell’arco. Il carroarmato. Un gioco, a dispetto del nome, innocuo. Il giocattolo veniva ricavato ingegnosamente da un rocchetto di filo in legno del tipo che non usano più. Il moto veniva trasmesso mediante un’astina di legno con cui si era preventivamente attorcigliato, a mo’ di precarica, un elastico passante nella gola interna. Per migliorare la rotazione veniva utilizzato un cuscinetto, ante litteram, formato da un anello circolare di cera ricavato da un ofizietu116 o una fettina circolare di candela. Per migliorare la capacità di superare asperità venivano praticati dei denti sulla corona (quasi dei cingoli rudimentali) da cui forse deriva il nome del giocattolo. Si facevano gare su percorsi difficili e tortuosi.
Disegno 7: il carroarmato e le agrette.
L’ofiziètu è quella specie di stoppino incerato, anche a colori e fatto a gomitolo (vedere PEDE2013, pag. 75), acceso durante la recita dell’ofizio in memoria dei defunti (da cui il nome ofiziètu). 116
MONTE,
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Le agrette (grette). Sono i tappi metallici delle bottiglie di bevande varie opportunamente recuperati e personalizzati coi colori delle squadre di ciclismo (verde – squadra Legnano e Bartali, bianche e celesti – squadra Bianchi – Coppi ecc.). Servivano per giocare al Giro d’Italia. Il tracciato veniva disegnato col gesso lungo i marciapiedi, reso difficile dalle trappole che rinviavano alla linea di partenza. Potevano essere usate anche per le squadre di calcio (un subbuteo al nascere) con bottoncini al posto del pallone. Il cerchio. Come molti giochi seguiva le mode. Un bel giorno vedevi girare un ragazzo a fare commissioni con un cerchio davanti a sé spinto con un righello o con un elaborato fil di ferro. Il cerchio qualche volta era in legno, ricavato dal cerchione in legno delle ruote da bicicletta privato dei raggi. Era un gioco per solitari, non un gioco di gruppo. Il pallone. Stiamo parlando del pallone in cuoio, allora non tanto comune ed economico come oggi. Quello più diffuso era fatto con 18 pezze di cuoio, con la camera d’aria asportabile (non era ancora disponibile il sistema di gonfiaggio con ago e autosigillatura). La cucitura sul lato camera d’aria, fatta con gli inevitabili stralen (cinghie), rendeva il pallone più simile a un geoide117 che ad una sfera e i rimbalzi erano sempre un’avventura statistica.
Disegno 8: u ballun e a trazza.
Lo slittino (a trazza). A Isola, negli anni trenta, la Bulloneria Cattaneo118 aveva fatto una fornitura all’esercito di sci di legno completi di attacchi e racchette. 117
Praticamente una sfera schiacciata ai poli.
118
Vedere PEDEMONTE (2012) e PEDEMONTE (2013) e a pag. 139 di questo libro.
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Alcuni esemplari erano rimasti alla popolazione, disponibili per adulti forti e coraggiosi (gli attacchi militari erano, in caso di caduta, degli spaccagambe garantiti). Nei solai di Isola ne esistono certamente ancora, conservati come ricordo. Per i ragazzi c’era lo slittino fatto da ingegnosi padri e falegnami: era praticamente una lesa contadina in miniatura. Per farla i ragazzi procuravano nelle cataste di legna un lensin, legno ricurvo che era il punto di partenza delle successive lavorazioni. Esistevano in paese anche due slittini del tipo classico in canne di bambù e fettuccie di metallo che i generosi proprietari rendevano gentilmente disponibili, ma erano troppi a desiderarli. La pista principale per la discesa era il Prou Canun, sopra Montemoro (dalla Cascin-a du Roccu in su, fino al traliccio dell’ENEL). Oggi non esiste più, la vegetazione di alberi, rovi e sterpaglie ha invaso tutto rendendo il Prou impenetrabile.
Disegno 9: u garricciu e a palmin.
Billie e billiun (biglie e biglioni). Le biglie erano in terracotta o, più rare, in pasta di vetro di circa 12 mm di diametro. Il biglione era una sfera di acciaio ricavata da cuscinetti a sfera avariati del diametro da 25 a 30 mm circa. Con le prime il gioco più diffuso era a garricciu. Si faceva su terreno battuto un buco semisferico, il garricciu appunto, di circa 10 cm ruotando il tacco del piede sul terreno stesso. Da una riga di confine i partecipanti tiravano la propria biglia nel garricciu. Chi arrivava più vicino aveva la precedenza a micellare119 le biglie nel garricciu. Se non ci riusciva cedeva il passo. Le biglie mandate nel garricciu erano, via via, del micellatore di turno sino ad esaurimento. 119 Micellare è un termine intraducibile in italiano: si poneva la biglia sul pollice che stava in parte sotto l’indice. Il repentino movimento verso l’alto del pollice scagliava la biglia lontano quel tanto che decideva il giocatore.
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Col biglione il gioco più diffuso era a palmin (a palmo) che si giocava in due lanciando ognuno alternativamente il proprio biglione cercando di avvicinarsi a quello del compagno a meno di un palmo di distanza. Ogni palmo ottenuto riscuoteva il pedaggio in biglie. Con questo gioco si facevano piacevoli passeggiate lungo le stradine laterali. Le marionette. “Allora” non c’era il cinema, non c’era la televisione, non c’era la radio (era solo per pochissimi), non c’era… quasi niente, in compenso c’era la guerra.
Disegno 10: il proscenio del teatrino di Giuliano Sciutti.
Ogni tanto, una volta ogni due o tre anni, veniva la Compagnia di marionette Pallavicini120 di Novi Ligure e si fermava anche una settimana e più, facendo spettacolo tutte le sere, o quasi, per la gioia specialmente dei piccoli e dei ragazzini. La bravura, la creatività, la professionalità della famiglia Pallavicini 120
Vedere CARAMAGNA, 1983 e POGGIO, 1994.
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era altissima. Le rappresentazioni, storiche, serie o comiche incantavano tutti, bambini, giovani e adulti. Passata la festa restava nei ragazzi la voglia di continuare a giocare con le marionette e si recuperavano i teatrini dal solaio, si restauravano le marionette (testa, mani e piedi di terracotta colorata), ricucendo alla meglio i vestiti di stoffa che ne costituivano anche il corpo snodato e si organizzavano spettacolini pomeridiani nelle cantine o nel portico (u portegu) delle case. Ricordo ancora con emozione il proscenio del teatrino realizzato da Giuliano Sciutti. Allora mi era piaciuto tantissimo e l’ho ridisegnato per farlo conoscere anche a voi. Le figurine. Il gioco e la raccolta delle figurine è un diletto che dura nel tempo, basti pensare alle figurine Liebig, vere antesignane di questa passione da oltre un secolo. “Allora”, a parte le figurine per raccolta (Fidass, Galbani, ecc.) che erano oggetto di scambio, si giocava con quelle sportive che riproducevano i campioni di quegli anni: ciclismo (Guerra, Binda, Girardengo, Bartali ecc.), dell’auto (Nuvolari, Ascari ecc.), del motociclismo (ad esempio Omobono Tenni) e del calcio (le squadre e i singoli giocatori). Il gioco era analogo a quello delle biglie (che fantasia!). Si lanciavano, trattenute tra le dita indice e medio, con un colpo di polso, verso il muro prescelto. Chi arrivava più vicino aveva la precedenza al “testa o croce” di tutte le figurine lanciate in aria, via via gli altri sino ad esaurimento delle figurine stesse.
Foto 40: una figurina della squadra del Casale. Il calcio isolese è stato influenzato in modo particolare da questa compagine al punto che ancora oggi l’ASD Isolese ne mantiene la stella sulla maglia.
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I giochi di corsa. Non sono stati descritti i giochi che i bimbi e i ragazzi praticavano spesso, basati sulla corsa. Il più diffuso e comune, il gioco del pallone, è stato brevemente citato, ma altri giochi venivano effettuati, correndo, specialmente d’estate e nel fresco della sera: a nascundise (a nascondersi), guardia e laddri, castellettu, liberi tutti, ai quattro canti e altri ancora. Senza dubbio oggi si corre meno da ragazzi, si passa molto più tempo davanti allo schermo del PC o del cellulare. Una considerazione un po’ semplicistica: i grandi campioni del calcio, sport dove il correre con scioltezza è basilare, escono da paesi dove lo stile di vita è ancora abbastanza vicino a quello di “allora”. Vuol dire che in futuro avremo più Einstein e Gauss e meno Piola e Meazza. Sono rimasti per ultimi, quasi involontariamente dimenticati, due giochi che si facevano, anche se raramente, sul piazzale della Chiesa: a cavallin-na e a bun-na. Due giochi antichi, che si trovano descritti nel quadro “I giochi di bimbi” di Bruegel il Vecchio del millecinquecento. A cavallin-na (la cavallina). I ragazzi si chinavano a schiena e testa in giù, a distanza di due o tre metri l’uno dall’altro a formare una catena e venivano saltati in successione. Chi saltava continuava a sua volta la catena chinandosi sino al suo nuovo turno di salto. Durante i salti si recitavano filastrocche: «uno alla luna, due al bue, tre al re, quattro al gatto, cinque al principe, sei a to galante l’ho vista vei (l’ho vista ieri), sette baxia u cù au Beppe (sette bacia il culo al Beppe), ottu t’è na merda mi in biscottu (otto sei una merda io un biscotto), nove ove (nove uova), dexe u sgambettu (dieci lo sgambetto) e poi di nuovo: uno alla luna ecc». Lo sgambetto era il decimo salto, il più difficile perché bisognava, in volo, dare un colpetto col piede destro (di tacco) sul sedere del cavallo di turno. Si andava avanti finché la stanchezza non ci fermava. A bun-na (la buona?). Per fare questo gioco bisognava essere almeno in otto – dieci. Ci si divideva in due squadre e ci si giocava a testa e cruxe a chi toccava stare sotto per primi, dopodiché i perdenti facevano una catena umana a partire dallo zoccolo della facciata dell’Oratorio. Ogni ragazzo si chinava e abbracciava il compagno davanti tenendo la testa giù ben protetta. Si formava così una catena di quattro o cinque ragazzi (come un centopiedi) che partiva dallo zoccolo dell’Oratorio. La seconda squadra, uno alla volta, prendeva la rincorsa e cercava di scavalcare in volo il più possibile in avanti, la catena. Quando tutti i ragazzi della seconda squadra avevano saltato sulla
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catena formata dalla prima, incominciava una gara di resistenza: quelli sotto, oppressi dal peso di quelli sopra, quelli sopra che non dovevano assolutamente toccare con i piedi il terreno. Chi cedeva per primo gridava in segno di resa bun-na e il gioco ricominciava col perdente sotto e il vincente sopra. Era un gioco di forza abilità e furbizia. I primi a saltare erano sempre i più agili per portarsi il più possibile avanti a fare spazio ai compagni. I più forti si mettevano in fondo alla catena per sopportare il maggior numero di saltatori che normalmente restavano sulla coda. Col ricordo di adesso è questo uno dei pochi giochi in cui c’era scontro fisico diretto tra i partecipanti.
Disegno 11: a cavallin-na e a bun-na.
Il ricordo di Fausto Coppi a Isola Forse oggi il ciclismo non ha tanti tifosi come il calcio, la Formula1 e lo sci, ma chi ha passato i 70 anni non dimentica di certo la famosa frase pronunciata dal radiocronista Mario Ferretti al Giro d’Italia del 1949: «Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco celeste; il suo nome è Fausto Coppi».
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Del corridore di Castellania (AL) ormai la leggenda si è impadronita: la sana rivalità con Gino Bartali, le vicende con la Dama Bianca Giulia Occhini che gli guadagnò una condanna morale da Pio XII, la sua morte prematura e quasi inspiegabile sono stati oggetto di discussione nei bar, sui giornali, in molti libri e alla TV. Non stupisce quindi che Coppi sia entrato anche nella toponomastica: a Isola del Cantone, in località Giretta, c’è la fontana a cui si fermava durante gli allenamenti con i suoi gregari Ettore Milano e Francesco Carrea. Luigi Camicio, il titolare della famosa pasticceria isolese “Caccian”, frequentata anche da Luigi Veronelli, grande conoscitore di vini, conobbe a Novi Ligure, prima della guerra, Biagio Cavanna allenatore di ciclisti come Costante Girardengo e Leandro Guerra nonché lo stesso Fausto Coppi. Da lì, ma la storia è lunga e meriterebbe un libro, la frequentazione del Campionissimo a Isola. Esiste anche una foto in cui molti abitanti si accalcano attorno a Coppi (vicino appunto a Luigi Camicio) per testimoniarne quasi l’aurea di celebrità. I fratelli Camicio, Giuseppe (Pino) e Gianfranco, ricordano un aneddoto singolare. Durante un passaggio d’allenamento, Coppi e Milano, transitano nel centro di Isola. Seduti su una panchina il farmacista Stefano (Nucci) Seghezzo e il postino Stefano (Regiu) Ferretto commentano con il sorriso sulle labbra, bonariamente, le avventure del Campione con la Dama Bianca. Quest’ultimo sente e ritorna indietro. Si ferma davanti a loro e ne nasce una discussione educata in cui i protagonisti dimostrano il loro savoire-faire, lasciandosi senza rancore. Solo che appena Coppi e Milano arrivano davanti alla Pesa Pubblica, esce dal suo negozio, tra l’altro di biciclette, Giannino Zuccarino: era un tipo a dir poco eccentrico che si buttò dal ponte di Pian con un paracadute fatto in casa e che teneva le galline nel suo taxi (FIAT 600 multipla). Certamente i commenti di Giannino non furono di un tono paragonabile ai precedenti del farmacista e del postino ma più, diciamo, popolari e irriverenti. Coppi a questo punto ritorna indietro seccato e prende la pompa della bicicletta dirigendosi verso Zuccarino con la chiara intenzione di ammansirlo con uno strumento che lui stesso vende. Le grida crescono, forse anche gli insulti, da una parte e dall’altra. L’intervento di Milano è provvidenziale, trascina via Coppi costringendolo a rimontare in sella ed allontanarsi. Intanto il padre di Giannino, Medeo Zuccarino, uscito pure lui dalla bottega, prende le parti di Coppi e apostrofa rudemente il figlio. Era ora di pranzo, ma la strada che poco prima era deserta, si riempie di isolesi che parteggiano per l’uno o per l’altro, con
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protagonista una nubile signora che propende per il nostro Fausto lanciando grida che nascondono (neanche troppo velatamente) forse anche giudizi sull’igiene corporale e la finezza semantica di Giannino. Le cronache non ci raccontano quante discussioni ci furono nei bar Picollo, Caccian e Poldo nei giorni seguenti. Rimane la fontana di Coppi a Giretta, segnalata sulla casa vicina da un’insegna scolpita nel legno, e che, come la cascina dove Napoleone dormì prima della battaglia di Marengo, è entrata a far parte della toponomastica di quasi ogni paese del circondario di Novi.
Foto 41: Fausto Coppi in posa con gli ammiratori davanti alla pasticceria Caccian: inginocchiato Pino Camicio e, alle sue spalle con i capelli bianchi, il padre Luigi (Archivio della famiglia Camicio).
Una croce sul Monte Ebro (1700 slm) I viaggi dei pendolari sul treno sono, si sa, forieri di propositi e avventure. Così in Francesco Cosso, Giuseppe Punta, Emanuele Delorenzi (Manuelin) e Mauro Salvarezza di Busalla, marito di Giuliana Imperiale, una mattina andando a lavorare nacque l’idea di mettere una croce sul Monte Ebro.
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Foto 42: il trasporto con i muli (Archivio di Francesco Cosso).
Foto 43: il lavoro è quasi finito (Archivio di Francesco Cosso).
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Innanzitutto coinvolsero per la sua realizzazione Stefano Tavella di Vobbietta e poi parecchi abitanti di Isola: tra cui Giacomino Taroldi e Vincenzo Raddi di Pietrabissara. Il 19 giugno 1966 l’opera fu terminata e oggi sulla croce, portata su con i muli da Capanne di Cosola, è saldata una piastra con il Crocifisso e una frase recante i versi del Salmo 84: «Beato l’uomo che ha in Te la sua forza e nel cuore le ascensioni». Ogni anno vi viene officiata la Messa e i partecipanti sono numerosi. Si faceva anche la passeggiata fino al Giarolo e la discesa a Borgo Adorno.
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Indice dei nomi di persona
Abramo … (capitano), 65 Afranchino Adelina, 50 Afranchino Angelo, 50 Afranchino Giuseppe di G.B., 26 Afranchino L., 158 Aiello Renato Rossetto, 173 Albera Stefano, 155 Alessandro III (zar), 75 Alferano (don) Pietro, 35 Allegri Bartolomeo, 45 Allegri Emilio (1), 43 Allegri Emilio (2), 44 Allegri Maria Rosa, 27 Allegri Paolo, 45 Alvarado Velasco Juan, 39 Andrioletti Domenico, 77 Annesi … di Torino, 116 Anrico Sergio (Meazza), 133 Ansaldo Bartolomeo, 175 Aragone Giovanni, 169 Aranjo … 41 Arze … 41 Argenta Agostino, 175 Argenta Angela, 43 Argenta Carlo, 45 Argenta Giovanni, 43 Argenta Giuseppe, 44 Argenta Luigi, 44 Argenta Margherita, 43 Argenta Maria, 45 Argenta Maria Rosa, 45 Argenta Marietta, 43 Argenta Matilde, 44
Argenta Michele, 53 Argenta Vittorio, 43 Assale (famiglia), 69 Assali (don) Costantino, 62 Assale Giuseppe, 34 Bagnasco Dianina, 127 Bagnasco Maria, 52 Bagnasco Teresa, 168 Balbi Carolina, 41 Balbi Fermo, 157 Balbi Francisca in Desirello, 168 Balbi Gaetano, 175 Balbi Giorgio, 44 Balbi Giovanni di Ronco, 112 Balbi Luigi di Ronco, 90 Balbi Mauro, 4 Barabino O., 158 Barbieri (don) Maggiorino, 90, 158 Bargelli Maria, 10 Bartali Gino, 187 Bartolo L., 158 Bassano Dante, 155 Bennati R., 158 Berino Teresa, 34 Bernuzzi Giampietro, 161 Beroldo Aurelio, 38 Beroldo Gerolamo, 38 Beroldo G.B. di Vobbia, 38, 39 Berolla (famiglia), 56, 59 Bertolotto Ida, 125 Bertuccio Andrea, 43 Bertuccio Bruno, 4, 42 Bertuccio Carlo (1), 44
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Bertuccio Carlo (2), 44 Bertuccio Edoardo, 45 Bertuccio Ferdinando di Giacomo, 158 Bertuccio Luigi, 44 Bertuccio O., 43 Bertuccio Paolo, 43 Bertuccio Rocco, 45 Bisio Andrea, 155 Bisio Caterina, 61 Bisio Giacinto fu Francesco, 22 Bisio Pietro, 157 Bobbio Roberto, 139 Bociarova … (generale russo), 77 Bona Felice, 34 Bondioni Giovanni, 158 Bordoni Arturo, 128, 169 Bordoni Anna, 170 Borrione Guido, 157, 158 Boscaro Bozzolan N. (Ninny?), 158 Bosco (san) Giovanni, 172 Boselli Aldo, 118, 135 Bottaro Armellino, 175 Bregata Carlo, 178 Bregata Michele, 50 Bregata Rosa (Titta), 134 Bregata Stefano V., 53 Bregata Teresa (Chiche), 134 Brockedon William, 13 Bugatto Amedeo, 44 Bugatto Angelo, 45 Buiatti …, 132 Buonalancia Francesco, 50 Calabri Paolo, 155 Calei Pietro, 114 Calvi Giovanni (Pinfru), 89 Camicio Francesco, 42, 53 Camicio Gianfranco, 4, 166, 187 Camicio Giuseppe (Pino), 4, 187 Camicio Luigi di Francesco, 42, 187 Camicio Mario di Francesco, 41 Camicio Vanda, 4, 42 Campi Angelo (1), 44 Campi Angelo (2), 175
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Campi Anselmo, 44 Campi Barbara Vittoria, 44 Campi Carlo, 175 Campi Maria di Marcello, 168 Campi Natale di Marcello, 9, 86 Campi Stefano, 45 Camposaragna Santo, 169 Canazza Davide, 4, 67 Canepa … (avvocato), 61 Canonico Stefano, 22 Capelli Elio, 155 Cappa Paolo, 177 Caprile Antonio (podestà), 62 Cara Francesco, 117 Caraceni (famiglia), 116 Carminati (famiglia), 104, 111 Carozzine M., 158 Carrara Roberto, 130, 131 Carrea Francesco, 187 Carugati … (onorevole), 61 Casassa Antonio, 102 Casassa G.B., 109 Casassa Giorgio, 167 Casassa Giuseppe, 102 Casella Agostino, 175 Casella Carolina, 102 Casella Michele, 172 Caselli Giovanni, 93, 105, 110, 122, 129, 130, 131, 134, 136 Caselli Lorenzo, 129, 131 Cassini Giovanni, 131, 132 Castria Carla, 158 Cattaneo (fratelli), 137 Cattaneo Giulio (sindaco), 71, 98 Cavalli Giuseppe, 53 Cavanna Biagio, 187 Cavo (don) Camillo, 95, 135 Cavo Pino, 121 Cazzulini Ernesto, 34 Cervetto Antonio, 112 Ciaccio Cataldo, 157 Cherubini Laura, 175 Chiarella Giorgio, 65, 169
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Indice dei nomi di persona
Chiarella Maria, 50 Chiarella Vittorio, 175 Chiesa Pietro, 71 Ciaccio Cataldo, 157 Cicchetti …, 132 Comanducci Athos, 112 Combi Giampiero, 108 Comollo …, 172 Consalvi Adolfo, 155 Conte Dario, 158 Coppi Fausto, 186, 187 Cornero Elisa in Guglielmino, 168 Cortesi Giacomo, 34 Cosso Francesco, 4, 188 Costa (don) Stefano, 90, 92, 169, 177 Cotella Michele, 45 Criscuolo Nicola, 132 Cuneo Carlo (Gianni), 106 Daglio Giovanni, 102 Daneri Luigi Carlo, 57, 58, 60 Da Piano Renato, 116 Datovo Leopoldo (Poldo), 106 Datovo Nino, 106 De Ambrosis Luigi, 172 De Angeli … (segretario comunale), 65 De Cicco …, 174 Dedè Aldo, 125, 132, 134, 136 Dedè Egidio (John), 121, 126, 127, 134, 136 Degl’Innocenti Giovanni, 158 Delorenzi Amerigo, 131 Delorenzi (famiglia), 58, 59 De Lorenzi Angelo, 43 De Lorenzi Bice, 56, 97, 137 Delorenzi Carlo, 43 Delorenzi Emanuele (Manuelin), 188 Delorenzi Emilio di Giovanni, 158 Delorenzi Enrico, 169 De Lorenzi – Fregosi (famiglia), 55 De Lorenzi G.B. (1), 43 De Lorenzi G.B. (2), 44 Delorenzi Giovanni, 45 Delorenzi Giuseppe, 45
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Delorenzi Giuseppe (sindaco), 169 Delorenzi Giuseppe fu Giovanni, 52 Delorenzi Giuseppe di Sebastiano, 52 Delorenzi Lorenzo (Luensin), 166 Delorenzi Luigi, 44 Delorenzi Natale, 43 Delorenzi Onorato, 44 De Lorenzi Pietro (1), 43 Delorenzi Pietro (2), 129 De Lorenzi Virginia, 43 De Lorenzo Giovanni (generale), 64 Delprato (famiglia), 121 Delprato Francesco (Cirra), 166 Delprato Giovanni (Ninni), 74 Delprato Michele, 90 Delprato Vera, 4, 128 Deluisi Giuseppe, 172 Demaestri Ines, 172, 173 De Mattei Celestino, 43 Demattei Modesto, 43 Demattei Virginio, 44 Denegri Bartolomeo, 53 Denegri Federico, 53 Denegri Gaetano, 167, 175 Denegri Gerolamo, 169 Denegri Giuseppina, 170 Denegri Luigi Domenico di Luigi, 36 Denegri Rosetta di G.B., 168 Denegri Stefano, 120 De Paolini Caterina, 45 De Paolini Maria, 44 De Rosas Giovanni, 117 Desirello … medico in Egitto, 34 Desirello Benedetto di Domenico, 26 Desirello Chiara Palmira, 44 Desirello Francesco di Francesco, 52 Desirello Giuseppe (1), 43 Desirello Giuseppe (2), 45 Desirello Giuseppe (3), 45 Desirello Ubaldo di Giovanni, 50 Di Rienzo Aroldo (capo blocco), 114, 116 Enghelhardt Rodolf (Rudy), 103, 104, 109 Eugenio Costanzo, 167
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Fabbri Pietro di Antonio, 105 Fanshawe Elisabeth, 13 Faralli Vannuccio, 70 Fasciolo Antonio, 155 Fassio Ernesto, 174 Fazio (don) Lorenzo, 90 Fea Mario, 119 Ferrando Aurelio (Scrivia), 96, 103, 108 Ferrando Filippo, 158 Ferrarazzo Luigi Candido, 155 Ferrari Francesco, 155 Ferrari Luigi, 52 Ferrari Tommaso, 118, 136 Ferrari Virgilio, 117 Ferraris Efrem, 53 Ferrero …, 172 Ferretti Mario, 186 Ferretto – Picollo (famiglia), 120 Ferretto Carmelina, 120 Ferretto Costante, 120, 157 Ferretto Stefano (Regiu), 120, 187 Ferro (don) Stefano, 169 Figini Rosa, 9, 86 Firpo Giumin di Savignone, 38 Flerio Cesare, 155 Fornari Luigi, 88 Franchi Benedetto, 118, 132, 133 Gabba Felice, 108 Gabba Gin, 108 Gabba Pietro, 108 Gaiardo Carla, 4 Gaiardo Natale, 111 Gambini Rodolfo, 177 Ganza … (spia delle SS), 132 Garaventa (don) Giovanni, 172 Garibaldi Dionisio (Nebbia), 104 Gatto Pietro, 27 Genoni Marco, 173 Ghersi Florio, 112 Ghersi Pietro, 112 Ghidoni Nerino, 99 Giacomo (parroco a Rigoroso), 35 Giannecchini Lilio (Toscano), 96
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Gimelli Giorgio, 96, 125 Girardengo Costante, 187 Giubellini Nella, 142, 150 Gori Italo, 157 Gorreri Aldina, 137 Grazi Evelina, 117 Grino (don) Giuseppe, 35 Guerra Leandro, 187 Guerrieri Filippo, 177 Guglielmino Alessandro, 44 Guglielmini Giovanni, 43 Guglielmino Rosa di Bartolomeo, 26 Guglielmino Santina, 43 Guruglio Lorenzo, 131 Gvasalja Paolo (Paolo), 124 Haaege Hans, 105 Harster … (direttore campo di Bolzano), 115 Hippold George, 102 Imperiale Attilia, 128 Imperiale Caterina, 128 Imperiale Giuliana, 188 Lafouasse Robert, 173 Lanini Bruno, 90 Lanz …, 114 Lanza Renato, 131, 133 Lauro Guglielmo (sindaco), 65 Lavarello Vittorio Emanuele, 41 Lazagna G.B. (Carlo), 106 Levi Davide, 120 Lingeri Italia, 131 Lombardi Eugenia, 34 Luzzato … (interprete), 112 Macciò Enrico, 113 Macciò (don) Francesco, 94, 98, 99 Maggi Mario, 129 Magliano Emilio (generale), 120 Magliano Fanny, 120 Malfettani Pierfranco, 4 Malinverni Fanny, 88 Maltagliati … (capo campo), 114 Maluberti Maurizio, 153 Maluberti Roberto, 142
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Mangani Vincenzina, 126 Mannoni Tiziano, 11 Mannucci Ugo, 99 Mantelli Guido, 155 Marelli Costantina, 170 Marenco Prospero, 155 Mariani Pietro, 127, 130, 135 Marrè Erasmo (Minetto), 103, 108 Marsanasco Achille, 116 Martini …, 172 Massarotti G.B. Mattei Enrico, 98 Mazzola Roberto, 169 Meloni Leonida, 99 Melloni Lerio, 172 Merlo Livreo, 93, 132 Mignacco (famiglia) Mignacco Adele, 66 Mignacco Bice, 66 Mignacco Edoardo, 66 Mignacco Linda, 66 Mignacco Luigi (sindaco), 66 Mignacco Maria Linda (Marilli), 4, 66 Mignacco Michele, 66 Mignacco Pietro, 66 Mignone Fabio, 4, 108, 172 Mignone Giacomo, 45 Mignone Giuseppe (1), 45 Mignone Giuseppe (2), 44 Mignone Teresa, 52 Milanesi Carlo, 116 Milano Egidio, 155 Milano Ettore, 187 Milesi Rafaele, 172 Molinari Amelio, 44 Molinari Carolina, 43 Molinari Edoardo, 43 Molinari Giuseppe (1), 43 Molinari Giuseppe (2), 45 Molinari Stefano, 44 Molinari Teresa Claudina, 44 Montaldo Agostino di Giuseppe, 26 Montaldo Andrea, 43
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Montaldo Gerolamo, 45 Montella Mario, 130, 131, 132 Montobbio Armando, 62 Montobbio Francesco, 155 Mora Vittorio, 167, 170 Moro Rinaldo, 155 Murtula Lorenzo, 34 Musso Andrea, 4 Mussolini Benito, 74 Mutti Domenico, 42 Napke …, 130, 134 Nathan Ernesto, 87 Negri …, 177 Nenni Pietro, 87 Nicoletta Nino, 22 Nunzio …, 116 Occhini Giulia, 187 Oggeri Desolina, 80 Olivari Eraldo (Romeo), 96, 122 Pallavicini … (compagnia di marionette), 182 Panellati Luigia, 34 Parodi Alberto, 6 Parodi Aurelio, 38, 39 Parodi Carlo, 41 Parodi Costante, 38, 56, 57, 59 Parodi Gerolamo, 38, 39, 167 Parodi Luigi (Biggi), 39, 119 Parodi Pietro (Renzo), 39, 112, 117, 120, 169 Parodi Rinaldo, 39, 120 Parolini (don) Antonio, 90, 91 Pasini … (colonnello), 65 Pasquale (partigiano), 125 Pasquale (orologiaio di via Prè), 105 Passadore Giorgio, 94 Patrone (don) Stefano, 169 Pedemonte Carla, 120 Pedrazzani Angelo, 156 Pelizza Angelo, 156 Pendibene Maria, 157 Pennacchio Pietro, 116 Pennone Edoardo, 21
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Pennone Gemma, 21 Percivale … di Isola, 125 Persano Alessandro (Sciandrin), 121 Persano Costante, 34 Persano Eugenio, 35, 51, 53 Persano Marcello, 45 Pestarino Francesco, 156 Peters Giuseppe, 106 Piana Pietro, 4, 13 Piazzo Alessandro, 44 Piazzo Antonio, 43 Picolla Pietro, 167 Picollo Angela, 44 Picollo Angelo, 44 Picollo C. (Costantina?), 158 Picollo Costantina, 66, 170 Picollo Elda, 172 Picollo Emilia, 172 Picollo Emilio, 156 Picollo Giacomo di Giuseppe, 26 Picollo Giuseppe, 50 Picollo Luigi, 175 Picollo Santina, 44 Pietrafracca Francisco, 50 Pio XII, 187 Piras Piana Giovanni, 34 Pitto Domenico, 172 Pizzorno Amino (Attilio), 159 Pollastri Santa, 172 Ponta (don) Carlo Vincenzo, 35 Ponte Alfredo, 43 Porta Gio. Antonio, 35 Porta Luigi, 35 Porta (don) Stefano, 35 Porta Silvia in Rolla, 168 Ponzoletti Luigi, 158 Pratoverde Pipino Magno, 20 Priore Felice, 156 Profeti Arturo, 167, 178 Profumo Felice, 131 Profumo Leopoldo, 62 Pugni Camillo, 92, 98, 132, 133 Punta G.B., 169
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Punta Giuseppe, 188 Punta Luigi, 157 Punta Maria di Francesco, 168 Punta V. (Virginia?), 157 Quaglia Emilio, 137 Queirolo Alberto, 39 Raddi Vincenzo, 190 Ratto (Don) Giuseppe, 35 Ratto Maria, 62 Ratto Natale, 169 Rehann Hermann (Strapazzo), 123 Repetti Lino, 156 Repetto Andrea, 45 Repetto Antonio, 156 Repetto Emilia di Maria Bargelli, 10 Repetto Etta, 170 Repetto (don) Franco, 94, 98, 126 Repetto G.B. Giorgio (Mecco), 4, 127 Repetto Michele, 169 Repetto Michele di G.B., 158 Repetto Paolo, 156 Repetto Sebastiano, 172 Repetto Vittorio (Saè), 90 Reverdini … (mons.), 169 Righi Enrico, 68 Rivara Anselmo Giovanni Michele Giuseppe (sindaco), 51, 52 Rivara Antonio di Luigi, 167 Rivara Disma, 66 Rivara Emma, 86 Rivara Giuseppe (sindaco), 61, 69 Rivara Giuseppina ved. Denegri, 168 Rivara Maria Linda (Marilli), 4, 66 Rivara Natale, 167 Risso … (prefetto), 65 Rizzo … (tenente), 132 Rolla Costante, 54 Rolla Enzo, 169 Rolla Filippo (curato a Isola), 35 Rolla Filippo (rettore di Marmassana), 35 Rolla Francesco di Emanuele, 50 Rolla Giorgio, 167 Rolla Giorgio di Giovanni, 63
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Indice dei nomi di persona
Rolla Gio. Antonio, 165 Rolla Giuseppe di Giovanni, 35 Rolla (don) Giuseppe Maria, 35 Ronchey Giovanni, 41 Rondanina Armando, 90, 120, 157 Rondanina Nene, 90 Rossi Franco, 174 Rossi Giovanni di Deodato, 35 Russo … (prefetto), 65 Rous Jean Marie, 172 Ruiz Ebo, 9 Sacco Bartolomeo, 167, 169 Salvarezza Mauro, 188 Sangiacomo Andrea, 4 Sangiacomo Angelo, 43, 49 Sangiacomo Domenico, 50 Sangiacomo Francesco, 44 Sangiacomo Giovanni, 50 Sangiacomo Giovanni (Nanni), 4, 5, 58, 60, 68, 117, 120, 137, 165, 179 Sangiacomo Giovanni Costante (Custantin), 38, 39 Sangiacomo Giuseppe, 43 Sangiacomo Giuseppe (Pippo), 38 Sangiacomo Lucitto, 111, 117 Sangiacomo Matilde, 45 Sangiacomo Natalina del Carlin, 39 Sangiacomo Rosa, 50 Sangiacomo Santino, 43 Savio Alessandro, 68, 69 Savio (santo) Domenico, 68 Scala Aly, 80 Scala Angelo (Battista), 113 Scala Coa Giacomo, 76, 77, 80 Scala Coa Brillantino (Rino), 80, 90 Scala Giacomo, 76 Scansetti Celestino, 167 Scarlassa (padre e iglio), 128 Scarlassa Ernesto, 43 Scarsi Marisa, 135 Schiavoni Margherita, 130 Sciutti Giuliano, 182, 183 Seghezzo Francesco di Giovanni, 34
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Seghezzo Luigi, 4 Seghezzo Renato, 4 Seghezzo Stefano (Nucci), 187 Seghezzo Timoteo, 50 Semino Alessandrina, 36 Semino Carlo, 168 Semino Domenico, 43 Semino Gino, 167 Semino Giovanni, 36 Semino Oreste, 168 Serra Carlo, 156 Serratto Paolo di Stefano, 158 Simonetti … di Chiavari, 40 Simonotto Caterina, 52 Simonotto Pasquale di Gaetano, 35 Siri Duilio, 158 Siri (mons.) Giuseppe, 101, 169 Sommelier German, 36 Storelli Francesco, 131 Strafelini Emilio, 87 Tacchella Lorenzo (Rales), 106, 108 Tallone Umberto, 35, 53 Tanino Pietro, 130 Taroldi Giacomino, 190 Tavella Antonietta, 45 Tavella Caterina, 52 Tavella Francesco di Tavella, 161 Tavella Giovanni, 169 Tavella Margherita, 52 Tavella Margherita di Francesco, 52 Tavella Stefano, 189 Tavella Virginia, 170 Tavellun … di Busalla, 90 Taviani Paolo Emilio (onorevole), 65, 96 Tenni Omobono, 184 Tibaldi Bartolomeo, 22 Ticozzi Domenico, 156 homas Gilchrist Sidney, 69 Torre (Vobbia), 62 Torre Carlo (Speranza), 108 Torre Lorenzo, 4, 9, 124, 125 Torretta Giovanni, 172 Torretta Paolo, 45
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Tosonotti Tito, 104 Tortonese Armando, 156 Traverso Giuseppe (Pin), 38 Traverso Giuseppe di G.B., 50 Traverso Paolo, 50 Traverso Rosetta, 50 Traverso Vincenzo di Giuseppe, 36 Triulzi Giovanni Guido (sindaco), 71, 88, 89, 120, 156, 157, 159 Trotti Bartolomeo, 102 Tuo Francesco, 4, 92, 94, 122, 158 Valentino Leandro (Barba), 125 Vallosio … (colonnello), 65 Verlato Antonio, 99, 129, 131 Veronelli Luigi, 187 Vidoni … (medico), 28 Violante Giovanni (Mina), 106 Vitali Remo, 10 Volpara Antonio, 34 Watkins Charles, 4, 14, 15, 16 Williams … (ingegnere), 41
Storia recente di Isola del Cantone
Zanellati Antonio (Ferrara), 123 Zanetti Corrado, 158 Zinellu (don) Giovanni, 174 Zuccarino Agostino (Tino), 89, 121, 126 Zuccarino Amedeo (Medeo), 95, 187 Zuccarino Anna Iris di di Giovanni, 50 Zuccarino Antonio fu Francesco, 167 Zuccarino (don) Emanuele, 35 Zuccarino Emanuele fu Giacomo, 167 Zuccarino Enrico (Richin), 90 Zuccarino Giovanni (Giannino), 187 Zuccarino Maria, 170 Zuccarino Michele di Giovanni, 167 Zuccarino Paolo, 50 Zuccarino Santina fu Luigi, 50 Zuccarino Silvio, 50
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Indice dei nomi di luogo
Acquasanta (santuario), 178 Adua (via di Genova), 113 Albera Ligure (AL), 35, 49 Albergo della Posta di Isola, 62 Albergo Picollo (ex Rolla) a Isola, copertina e 95, 99 Albora, 20, 24, 26, 32, 175, 178 Alessandria, 34, 47 Alpe di Bufalora, 32 Alpe di Vobbia, 30 Amur (iume siberiano), 76, 77 Arequipa (Perù), 6, 38 Arezzo di Vobbia, 30 Argentina, 37, 42, 47, 50 Arquata Scrivia (AL), 10, 37, 48, 137, 156, 175 Asilo Infantile di Isola, 58 Asti, 72 Baikal (lago), 77 Balbi (via di Genova) Balostro (trattoria), 12 Barma, 32, 33, 121, 128 Baro (cascina), 33 Battaglia (cascina), 32 Belgio, 48 Bertesca (cascina), 24, 33 Biscione a Genova, 57 Bocchetta (passo e strada), 11 Bolivia, 40 Bolzaneto, 135 Bolzano, 112, 115 Borbera (valle), 120 Bordeaux (Francia), 86
Borghetto Borbera (AL), 155 Borgo di Montessoro, 20, 32 Borgo Fornari, 57 Borgo San Dalmazzo (Cuneo), 144 Borgo San Domino (Parma), 42 Borlasca, 20, 23, 26, 32, 33, 34, 36, 50, 68, 71, 121 Borlasca (galleria F.S.), 10 Bosco Marengo (AL) Bosio (AL), 49 Braghina (cascina), 31, 32, 176 Brasile, 46, 48, 49 Brescia, 34 Bressanone, 116 Buenos Aires (Argentina), 24, 34, 38, 41, 46, 47, 48, 50, 87, 135 Bulloneria agli Orti, 137, 139, 140 Busalla, 37, 62, 94, 112, 113 Busti, 20, 121 Cabella Ligure (AL), 103, 104, 106, 155, 156 Cà Bianca di Barma, 131 Caccian (bar), 166, 187, 188 Cafa (Crimea), 50 Caforenga, 20, 32, 33 Cagnola (monte), 173 Cagnola (rio), 166 Cairo d’Egitto, 37 Callao (Perù), 39 Camanà (Perù), 38 Campo di concentramento di Bolzano, 112, 114 Campo Pisano (Genova), 89
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Campomorone, 37 Camposaragna di Isola, 33, 67, 175 Cantalupo Ligure (AL), 108 Cappella della SS. Concezione e di San Bernardino nel Cantone, 165 Capriata d’Orba (AL) Caprieto, 120 Carcere di Alessandria, 34 Carcere di Marassi (GE), 112 Carrosio (AL), 50 Casa Beroldo – Sangiacomo o di Costante Parodi, 56, 57, 58, 59 Casa dello Studente di Genova, 112, 118 Casa Littoria a Isola, 55, 56, 57, 64 Casale Monferrato, 72, 108, 167 Casaleggio Boiro (AL), 37 Casaleggio di Isola, 31 Casalpusterlengo (Lodi), 37 Cascine di Isola, 20, 24, 32 Cascinette, 33 Cascissa, 20, 32, 33, 161 Caserma dei Carabinieri a Isola, 63, 97, 119, 135 Cassa di Risparmio di Genova a Isola (sede), 56, 57, 158, 176 Cassano Spinola (AL), 37 Castellania (AL), 187 Castello della Pietra, 5, 123 Castello Spinola del Piano, 66, 67 Cavanella (ponte e località), 62, 130 Ceranesi, 37 Certosa di Rivarolo, 66 Chiappa o Ciappa (a Isola), 36, 86 Chiavari, 37, 40, 102 Chiesa di Isola, 66, 167, 176, 177, 185 Chiusa di Piedimelze (Slovenia), 144 Cile, 40, 48 Cloque (Pais De Calais), 86 Cornareto o Curnè (cascina), 32, 111 Cornigliano (GE), 49, 93, 130 Costa Pelata di Borlasca, 33 Costa Salice, 32
Storia recente di Isola del Cantone
Creverina, 13, 15, 16, 20, 32, 34, 99, 102, 104, 118, 129, 174 Crimea, 50 Croceieschi, 35, 37, 62 Cuneo, 144 Curlo, 32, 104, 108 Curlo di Sopra, 166 Custoza (VR), 165 Dronero (CN), 68 Dzalinda (Siberia), 80, 81 Ebro (monte), 188 Egitto, 34 Eureka (USA), 37 Ferrea di Camposaragna, 21 Ferrea (via), 58 Finale Ligure, 37 Firenze, 34 Flossemburg (Germania), 112 Fonderia Cavalleri, 63 Fontanella o Fontanelle (cascina), 33 Fraconalto (AL), 37, 130 Francia, 37, 42, 72 Frejus (galleria del), 36 Friburgo (Svizzera), 86 Frugarolo (AL), 35, 49 Gatti (cascina dei), 32 Gavi (AL), 37, 89, 103, 120, 121, 155 Genova, 24, 34, 35, 37, 41, 45, 88, 94, 103, 113, 117, 124, 137, 157 Genova San Gottardo, 138 Giacomo Matteotti (piazza a Isola), 89 Giovi (strada dei), 11 Giretta, 10, 11, 14, 174, 175, 178, 187, 188 Giro del Romano, 12, 13, 15 Gorreto, 103 Gries (Bolzano), 114 Grifoglieto, 20, 33, 52, 110 Grondona (AL), 37 Guaqui (Bolivia), 40 Hagenbach (Germania), 102 Il Passo, 24, 32 I Piani, 32 Iselle – Trasquera (Domodossola), 10
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Indice dei nomi di luogo
Isolarotonda, 69, 70 Jugoslavia, 111 Juliaca (Perù), 38 Kabarovsk (Siberia), 76 La Paz (Bolivia), 40 La Spezia, 37, 49 Lavaggio (rio), 169 Lavagna, 93 Le Havre, 44, 45 Lemme (valle), 11, 166 Lerma (AL), 37 Lima (Perù), 39, 40 Londra (Inghilterra), 37 Los Andes (Sud America), 38 Marmassana, 20, 23, 24, 32, 35, 90, 130, 172 Marsiglia (Francia), 41 Matteotti Giacomo (piazza), 89, 179 Mereta, 20, 21, 23, 32, 35, 36, 66, 168, 173 Mignanego, 37, 49 Milano, 38 Minceto (Ronco Scrivia), 124, 131 Missano (Castiglione Chiavarese), 35 Modane (Francia), 36 Mollendo (Perù), 38, 40 Mongiardino Ligure (AL), 38, 48, 50, 123, 124, 130 Montecanne, 20, 21, 32, 52, 58, 172 Montemoro di Isola, 127, 182 Montepulciano (Siena), 49 Montessoro, 20, 23, 32, 33, 35, 36, 63, 120, 173 Montevideo (Uruguay), 41 Montoggio, 50 Mosca (Russia), 83 Mrzli (monte), 73 Mulino della Ciappa nel Vobbia, 67 Mulino Delprato, 90 Municipio di Isola, 55, 56, 94, 95, 99, 101, 176 Napoli, 44, 45, 46 Narghecci (cascina), 90 New York (USA), 43, 44, 45, 46, 48, 80
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Nice (Francia), 88 Noceto di Isola, 20, 24, 32, 177 Noceto di Vobbia, 30, 62 Nord America, 47 Nottingham (Inghilterra), 13 Novara, 72 Novi Ligure (AL), 11, 27, 38, 47, 106, 155, 156, 172, 174, 187 Orleans (Francia), 86 Orti di Isola, 63, 69, 111, 128, 139, 177 Orto dei Delorenzi, 59 Ospedale della Chiappella di Genova, 34 Ospedale di Quarto a Genova, 104, 106, 109, 110 Ospedale di Pammatone a Genova, 34 Ospedale di S. Andrea di Genova, 34 Ospedale di S. Rafaele di Genova, 34 Ospedale partigiano di Rocchetta, 103, 105 Ospizio dell’Infanzia Abbandonata di Genova, 22 Ospizio di Pammatone di Genova, 22 Ovada, 103, 144, 148 Paderna (AL), 49 Palazzo Spinola nel Cantone, 86 Palazzo Spinola o Villa in Piazza Vittorio Veneto a Isola, 56, 58, 59 Panama (canale), 39 Parco Ferroviario del Campasso, 66 Parigi a Borlasca, 70 Parma, 143 Parodi Ligure (AL), 38 Parrocchia San Michele Arcangelo (Isola del C.), 19, 50 Pasturana (AL), 155 Paveto, 38 Pegli, 49 Perosio (osteria), 106 Persi (Borghetto Borbera, AL), 50 Pertengo (Vercelli), 38 Perù, 38, 47, 48 Piancastello (cascina), 33 Piancerreto di Cabella Ligure (AL), 103, 106
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Piave (iume), 60 Piazzo, 20, 21, 32, 33 Pietrabissara, 10, 20, 32, 36, 71, 174 Picollo (bar), 188 Pinceto, 20, 32, 33, 172 Poldo (bar), 188 Pontecurone (AL), 48 Pontedecimo, 49 Pontelagoscuro (Ferrara), 34 Ponte stradale sullo Scrivia a Prarolo, 60, 61 Postumia (via di Isola), 58, 135 Pozzolo Formigaro (AL), 93 Prarolo, 20, 23, 24, 36, 60, 157, 174 Prè (via di Genova), 74 Preghè, 31 Prou Canun, 182 Puno (Perù), 38, 118 Quilia (Perù), 39 Reale (monte), 124, 130 Recco, 41, 174 Riè (cascina), 32, 166 Rigoroso (Aquata Scrivia, AL), 35, 86, 168 Rio de Janeiro (Brasile), 41 Rivarolo (GE), 48 Roccaforte Ligure (AL), 33, 38, 48 Rocchetta Ligure (AL), 104 Roma, 87 Roma (via di Isola), 58, 99, 100, 111, 118, 176 Ronco Scrivia, 13, 38, 48, 50, 57, 93, 108, 112, 119, 121, 123, 125, 129, 132, 142, 154, 166, 172, 173, 175, 177 Rossiglione, 38 Rovereto (Trento), 87 Rueglio (TO), 77 Russia, 150 Salata di Mongiardino (AL), 30 Salt Lake City (USA), 17 Sampierdarena, 66, 72, 112, 117, 118, 128 Sant’ Antonino di Salata, 66 San Francisco (USA), 47, 48, 50 San Lazzaro di Isola, 32 San Pietro Cellino (TE), 38
Storia recente di Isola del Cantone
San Vincenzo di Capo Verde, 41 Sant’Olcese (GE), 50 Santo Stefano (cascina), 33 Santos (Brasile), 48 Savignone, 38, 48, 50 Savio (capannoni e centrali elettriche), 69, 70 Savio (lago), 70, 99, 163, 168 Savona, 35, 38, 142 Scala (rio della), 12 Scuole Comunali di Isola, 55, 56, 57, 59, 68, 93 Scrivia (torrente), 13, 60, 66, 67, 128, 166, 173, 174, 175 Selva di Vobbia, 27 Serra Riccò, 32, 38, 130 Serravalle Scrivia (AL), 38, 143, 144, 155 Serrè, 10, 20, 21, 32, 33, 36 Settefontane, 10, 20, 32, 36 Siberia, 75, 77 Spinola (località), 20, 32 Spinti (valle), 90 Stazione di Genova Brignole, 66 Stazzano (AL), 38, 172 Strinà (cascina), 32 Suddica a Isola, 58 Svizzera, 24, 38, 42 Tangeri (Marocco), 49 Titicaca (lago), 38 Torino, 34, 157 Torre di Vobbia, 62 Tortona (AL), 47, 144, 155, 156 Transiberiana, 75 Tre Laghetti a Tuscia, 68 Trento, 106 Tuè (cascina), 21, 32 Turtaiò (lagu du), 166 Tuscia (santuario), 35, 68, 168, 169, 177 Ucraina, 145 Uruguay, 48 Valparaiso (Chile), 38, 46 Varsavia (Polonia), 83 Venezuela, 48, 49
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Indice dei nomi di luogo
Vercelli, 34 Verona, 35, 112 Vianuova (mulino), 36 Vienna (Austria), 83 Vignole Borbera (AL), 155, 156 Villa, 20, 21, 22, 24, 32, 36 Villa ex Spinola a Isola, 56 Vittorio Veneto (città), 60 Vittorio Veneto (piazza), 55, 56, 57, 58,
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59, 60, 93, 99 Vladivostok (Siberia), 76, 77 Vobbia, 27, 29, 30, 34, 48, 61 Vobbia (iume), 63, 67, 162 Vobbia (Valle), 62 Vobbietta, 20, 26, 32, 33, 36, 42, 70, 77, 85, 90, 121, 128 Voltaggio (AL), 34, 135 Zeri (Apuania), 127, 130
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Indice dei nomi di Associazione
Accademia dei Lincei, 103 American Export Lines, 42 Archivio Centrale di Roma, 87 Archivio della Fondazione della RSI, 159 Archivio di Stato di Genova, 9, 17, 92, 122, 128, 133 Archivio di Stato di Torino, 67, 68 Archivio Storico del Comune di Isola, 17, 165 Archivio Vescovile di Tortona, 11 Asilo Infantile di Isola, 50, 58, 166, 167, 168 Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, 167 Battaglione Volontari Presidiario “Gofredo Mameli” di Genova, 94, 97, 100 Brigata Garibaldina “Arzani”, 103 Brigata Nera “Silvio Parodi”, 92, 98, 105, 111, 117, 122, 129 Brigata Partigiana “Garibaldi”, 159 Brigata Partigiana “Giustizia e Libertà”, 106, 116 Brigata Partigiana “Oreste”, 103, 126, 136 Brigata Partigiana “Volante Balilla”, 110 Centro Culturale di Isola del Cantone, 5, 61, 126, 162, 178 Centro Italiano Femminile, 170 Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, 17 Circolo Giovanile Cattolico “Silvio Pellico”, 50, 90, 100, 167, 168, 176 Circolo Partigiano “Bisagno”, 96, 103 Commissione d’Inchiesta del Comune di Isola del Cantone, 53
Compagnia di Gesù, 50 Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), 156, 157, 159 Confraternita del SS. Sacramento, 167 Corte d’Assise Speciale di Genova, 9, 92 Croce Verde e Croce Rossa, 169 Distaccamento Partigiano “Villa”, 125 Ditta Gabba di Creverina, 108, 167 Ditta o Impresa Molinari di Borgo Fornari, 62, 65 Divisione Alpina RSI “Monterosa”, 129 Divisione Garibaldina “Pinan-Cichero”, 96, 121 Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL), 96 Guardia Nazionale, 67 Guardia Nazionale Repubblicana, Battaglione “Lombardia”, Compagnia “Mantova”, 94, 99 Impresa Aurelio Parodi di Ponte di Savignone, 176 Italia - Società di Navigazione Genova, 42 La Veloce Navigazione Italiana a Vapore, 42, 46, 47 Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (LIDU), 87 Lloyd Italiano, 46 Lloyd Sabaudo, 46 Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale o Camicie Nere (MVSN), 141 Navigazione Generale Italiana, 42, 46 Ospedale Ricovero di Isola, 166, 169 Partito Comunista Italiano (PCI), 113, 116
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Indice dei nomi di Associazioni
Partito della Democrazia del Lavoro, 96 Partito Fascista Repubblicano, 93, 127 Partito Nazionale Fascista, 56, 108 Partito Repubblicano Italiano (PRI), 89 Partito Socialista Italiano (PSI), 71, 73, 87, 89, 116 Repubblica Sociale Italiana (RSI), 92, 93, 159 Rete Tranviaria Genovese, 66 Servizio Informazioni Partigiano (SIP), 159
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Società An. Costruzioni ing. Andreotti & C., 60 Società G.B. Lavarello di Genova, 41 Società Italia, 42 St Ignatius College di San Francisco, 50 Università di Nottingham (inghilterra), 13 152° Reggimento Fanteria “Sassari”, 152 Xa MAS, 120 XXXIV Battaglione Camicie Nere “Valle Scrivia”, 144, 147
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Indice dei nomi di navi
America, 44, 46, 50 Augustus, 46 Barbarossa, 45 Chicago, 44 Città di Milano, 47 Colombo, 45 Conte Biancamano, 50 Conte Grande, 46 Conte Verde, 50 Duca d’Aosta, 44 Duca degli Abruzzi, 44 Duca di Genova, 38, 47 Duilio, 46 Equita, 43 Europa, 45, 47 France, 45 Gioberti, 158 Giulio Cesare, 46, 47, 50 Hoenzollern, 43 Konig Albert, 44 Italia, 47 L’Aquitaine, 43 La Gascogne, 43 La Lorraine, 43
La Provence, 43, 44 La Savoie, 43 La Touraine, 43 Lombardia, 43 Mendoza, 44 Montevideo, 43 Nord America, 44 Oceania, 45 Orazio, 46 Pesaro, 45 Principe di Napoli, 43 Principessa Mafalda, 46 Re d’Italia, 43, 44 Regina d’Italia, 45 Rochambeau, 45 Russia, 41 Saale, 43 San Giovanni, 44 Savoia, 47 Sicilia, 43 Stampalia, 45 Sud America, 41 Verona, 45
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Bibliografia
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Storia recente di Isola del Cantone
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Pubblicazioni a cura del Centro Culturale
Lorenzo Tacchella Il Feudo Imperiale di Pietrabissara nella storia 1981
Lorenzo Tacchella Gli Spinola di Pietrabissara nella storia dei Feudi Imperiali Liguri 1984
AA.VV. Tradizioni religiose isolesi 1991
Sergio Pedemonte e altri Verso casa. Cronache di soldati isolesi 1995 (1a e 2a edizione)
Sergio Pedemonte Storie di uomini e immagini isolesi 2013