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STORIA DEL REGNO D'ITALIA

Page 1

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S

Dl^L

RGGNO BITALIA *

BiTisi ur

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(fuimo uni. «I

*

*

«

DI

FABIO MUTIXELLI

^oj

.

*

W. €•’

tipi ii

eSm. CeedOal, *

-

\

4848.

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•

^

LETTORI.

A’ '

—-rxOOOOx

Paolo figlinolo di ff ’arncfrido

e di

Teodolinda,

*

tialo iu Cividale del Friuli,

Aguileia,

monaco

diacono della chiesa di

Monle-Cusino,

di

e

'

famigliare

prima

di Desiderio ultimo re Longobardo, poi di Carlomagno, che secarlo condusse in Francia, è il

solo che dei

Iramandato

ci

Longobardi. Senza

diacono,

il

,

ubbia la storia del regno la fatica

pertanto del buon

quale {abbenchè poco ^esatto nell’ordine

cronologico e narratore di più cose, che or

dono favolose

)

.si

cre-

giunse a raccogliere molte impor-

tanti notizie,, che altrimente sarebbero perite, noi di quel regno,

il

quale durò dugenlosei anni, india '

adesso sapremmo.

Ugualmente

.

dell’altro

regno appellato Italico

nulla, forse, avrebbero potuto sapere stri ove

i

,

posteri no-

continuato avesse a mancare, come finora,

una particolare

storia di esso, e

maggiormente an-

aumentata avrebbesi Vignoa differenza del Longobardo,

zi col volger dei secoli

ranza in quanto

che,

*

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« •

41

deWItalico può dirsi sia stata

la esistenza

mamen-

tanea.

Per questo nói credemmo non inutile seguir fe-

^

seìupio di Paolo, giocanduci, nel togliere, ta,

U

vacuo, che sarebbe stalo

pur degno

una

vol-

di scusa

nei barbari e sciagurati tempi del diacono, in questi

non mai, gioikindoci

delle leggi, allora pubbli-

cate, della Storia delle cainpagoc c degli assedii de«grilalìaDi in

«

Spagna di Camillo Facani, dei Cenni 1796 al 1814 sulla milizia Ci-

slorìco-^slatbliei dal ,

salpina-ilaliana del barone Alessandro Zunoli, delle

biografie di molli illustri vissuti in quei giorni, e

finalmente, delle scritture di alcuni contemporanei. m

%

0 *

*

«

t

m »

•

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t

lilBBO PRIMO.

f

!,

La ‘

condizione dell’

mollavo era li,

i

quali

avesse

trovavano alle di

Piemonte

il 1’

Gne, del secolo deci-

Italia alla

»

seguente. Cominciando da que’due Sta-

la

si

fosse privo tiva,

CAUSE,

E

erario

di

una

lei

estremiti, abbencliè

polizia

vigilante ed at-

esausto, per debili

e per dispen-

dio esorbitante, c odiosa a lutti fosse la superiorità dei nobili, dell’

ad ogni

modo paciGcamente

viveva all’ombra

sue leggi, avendo eserciti mollo grossi

antiche

questi però, sotto sembianza forte,

si

;

trovavano in de-

bolezza non poca, avvegnaché, se erano pieni di buoni soldati, biltà

erano governati da capitani più notabili per no-

ohe per esperienza di guerra. La repubblica

Venezia, la quale per gran

corso di secoli

si

di

era con-

servata salva fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti, e sebben percos-

sa da nazioni potentissime, fosse uscita, sempre illesa in *

mezzo a tante tempeste senza aver avuto mai bisogno alterare gli ordini antichi, per quindi immobile e tranquilla tra 1^ acque contemplare il ^ succedersi delle

*

di

invasioni continentali, peri!,

il

il

nascere e

tramontar degl’ im-

il

rimutarsi delle stirpi dominatrici, tutto in soiut

.

•

.

.

'

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a

ma

prospetto

volubil

il

umani accadimenti;

degli

la

repubblica di Venezia non aveNTi allora eserciti, nè grossi,

nè deboli, nè piccoli. Diminuita

posato

essa interamente

avea

preservar salva

tersi

nei

cose

le

d’Italia,

reputando po-

armi,

le

pericoli

Turchesca

potenza

la

composte 4 quiete da lungo tempo

e

sola

colla

civile sa-

pienza e colla sola prudenza. Ammolliti perciò

mancando

mi,

buoni, e già

duta tutta

uomini

gli

per sostenere

forti

molle del vecchio

le

1’

elasticità loro, e

la

pressoché senza

puntello,

ordini

edificio politico per-

edificio stesso rimasto civile sapienza

la' sola

prudenza erano divenute, senza

sola

un perniciosissimo

Più saviamente equilibrato

governo

dell’ altra

forti

animi,

gli

d’oro, chiuso in Venezia e.ssi,

era

mica

la

si

attente

la

fortuna

menti, c

le

ad ogni

il

commercia

mondo

del

ivi

libro

modo Genova non

mostrava più ciò ch’era stata quando

sputato aveva

il

avuto più a-

a chi avesse

:

repub-

aperto in Genova ad

a’ plebei,

un possente stimola

natura che

la

vizio.

parli avean

blica di Genova, le sette, le fazioni, le

mantenuto

e

l’abilità della forza

e delle gagliarde risoluzioni, il

ani-

gli

gli

a

Venezia di-

imperocché dal

;

secolo decimoquinto, splendidissimo negli annali di Venezia, comincialo già

do

i

di lei

traffici.

avevano a dibassare

Quanto

poi

alle

a

grada a gra-

genovesi

opinioni

intorno alle ecclesiastiche discipline, molto sapevan esse di

cambiamento, essendo colà

insigni

in favore

i

libri

dei più

aderenti alle dottrine di Gomelio Giansenio,

Arnauld

cioè, di*Nicole, di

Dughet,

di

di

Gourlin e di Ques-

nel,’e molto largamente suH’autorilà del papa pensandosi.

Era

deva per

allor

papa Pio sesto, e

lui •rifiorita Pagricollura,

strazione delle finanze, prosciugale

lo stato

romano ve-

migliorata ramminile

paludi

*ecresciula la sontuosità del Valicano con

Pontine,

un singolare

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%

«

7

Museo, le

e

maggiormenle adornala

l’

Roma,

antica

qua-

la

giustamente cresciuta in bellezza ed in isplendore, se

non poteva più comandare

mandava

colle

armi

debolmente^ co-

e

molto evidentemente in

colla fede, perciocché

quell’età appariva nei popoli la inclinazione alla miscre-

denza, nondimeno comandava ancora, e potentemente colle

pompe.^

Occupato

trono di Napoli da Ferdinando quarto,

il

poco instrulto di ciò che imporla

alla vita civile

ed

al *

governo dei popoli, offeriva quello stalo più busi degli ni,

Soggetto per

altri.

godevano

i

ritoriali

,

baro-

regia au-

freno della

il

a’

ed a-

nobili privilegii innumerabili ed

un buon governo,

di pedaggi

e di

balzelli

;

quali di il

inter-

diritti

clero

,

che parir

un immenso potere, ne abusava sovendanno di un popolo semplice ed incollo le

mente godeva temente

maggior parte

la

conoscevano appena coloro

torità;

compatibili con

vizii

a

di

;

abbandonate

finanze, stabilite senza regole fisse, erano

modi

all’arbitrio;

^er

legittimi,

gaggi, la seduzione, la scelta dai condannati

i

levar soldati

0 dai prigionieri,

comando

la

presa

si

dei

dei baroni, quindi

i

usavano

vagabondi,

antiche leggi Langobarde,

nè dismesse essendo

le

i

eletti al

Normanne ed Arragonesi, le Spagnuole e le Au-

Angioine,

opposte 0 contradditorie, lasciavan esse

una immensità minata una

lite

di sutterfugii, :

mi-

alla giustizia

nè mai veniva quindi

ter-

desiderio ardentissimo universalmente

sorgeva di veder lo stato a miglior forma.

Parma

più

vivendo ancora

striache, incoerente mescolanza di disposizioni e di re

il-

l’arbitrario

pessimi erano

nobile uffizio dei cittadini; finalmente, le

tutti

Il

ducato di

era ben lontano di presentare l’aspetto della pro-

sperità, e tà dotta

sebben Parma e gentile, e

si

.erudisse, e si mostrasse cit-

più perfetti ordini

si

stabilissero

»

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•

•

,

8 nella Oniversilà degli studii, e creata fosse fica librerìa,

una magni-

ed aperta un’ accademia di belle

mo-

arti,

lesta jiientedimeno riusciva ai popoli la instiluzione del

tribunale della inquisizione, ed insopportabile l’eccessi-

vo rigore che

usava per far osservare certe pratiche

si

di esteriore disciplina ecclesiastica le

:

il

prìncipe poi dava

udienze in sagrestia, cantava in coro coi

bava

altari,

gli

sonava

le

campane

frati,

e ordinava

addobSanti

i.

nei calendario dell'anno. Ultimo rampollo della illustre

casa di Este,

il

duca Ercole Rinaldo

cipe degno dei suoi maggiori ; pure

relavano di lui

si i

mostrava prìn-

ìdodenesi

que-

si

per una cosi grande strettezza

nello

spendere cbe sapea di miseria, volendo però alcuni che '

'

ciò

awenise per solo

essendo

il

effetto di previdenza,

tempo dicendo scorgere non lontana t

siccome che,

duca grande osservatore, andava da molto la dissoluzione del

proprio stato. Introdotte finalmente nella Lombardia, governata per l’Àustria dal conte di Firmian, alcune riforme, avean queste destato, più che altrove, nei

bardi la brama di nuovi e più adatti miglioramenti

rò nessun esercizio di armi avevano sa

i

Lombardi,

utili

Lom;

pe-

di gui-

che quando Francesco secondo cercò milletrecento

reclute, lo stato esibiva piuttosto centomila zecchini per

esserne dispensalo. Intanto

i

siderati miglioramenti sotto

il

Toscani ottenevano

de-

i

pacifico e dolce governo

di quel prìncipe, tutto vólto a gratificare alla umanità,

che fu

il

granduca Leopoldo.

Trascorsa alquanto chi e tapini erano re, molti e ricchi

nuova tre

la religione nella disciplina,

po-

gli utili

operai della vigna del Signo-

gli oziosi,

frequenti le feste religiose di

istituzione da scandalezzare le

con quelle diminuito vedevano

il

anime devote, mendecoro e

il

concor-

so alle più gravi e più necessarie solennità della Chiesa.

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SpariU frallanlo efficace milizia

i

Gesuiti, e privata cosi Roma*della più

che avesse, andavasi meditando

di ridur-

re la Chiesa di Cristo alla semplicità antica, di allarga-

scemar quella

re l’autorità dei vescovi e dei parochi, di

del pontefice

bo dei

;

e

si eliceva,

esser favola Pelagiana

fanciulli, trovato scolastico

il

il

lim- >

tesoro delle indul-

genze, chimerica invenzione l’averlo voluto applicare ai defunti, dover essere in chiesa,

un

secondo

1’

antico

rito,

solo altare, doversi recitare ed esporre la liturgia in

lingua volgare. Eran queste le dottrine di Cornelio Giansenio, le quali presso

popolo facilmente ottenevano ac-

il

coglienza, perciocché

quelli,

che

le

professavano e

le

andavano diffondendo, facevan mostra

di

una maraviglio-

sa austerità e semplicità di costumi,

e,

ciò che presso

il

buon popolo più

un sommo

valeva, di

disinteresse.

Condannale da Pio papa sesto siccome erronee e

sci-

smatiche quelle proposizioni, insorgeva d’altra parte una voce, ed era voce di prete spretato, per far sapere, che la

predicata da Cristo tende ad ac-

religione quale fu

crescere

la

somma

dei piaceri sociali, perchè insinua la

fraterna affezione e la reciproca tolleranza, perchè proscrive l’orgoglio ed ogni specie di odio, perchè tien vi-

va l’idea di una stessa origine, di

un medesimo

fine; così

*di

una

non essere

stessa natura e la religione pre-

dicata dagl’inquisitori e dai loro seguaci, perchè intenta

ad accrescere

sollecita di

di

al

i

servi poi

me

la

alle

sociali,

le opinioni altrui, i

perchè

perchè impo-

proprii figliuoli, ai sudditi

autorità legittime,

lor giuramenti.

una

dei dolori

persecuzione contro coloro non

padre di accusare

non obbedire

violare

somma

ad ammettere

inclinati

neva

la

muovere

ai

sovrani di

Aggiungeva quella voce, es-

religione di molti settarii, la quale sicco-

articolo fondstmentale di

fede vantava

il

disprezzo

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9

mondezza, condannava l’uso delle ca-

di ogni osleriore

micie, volea che lunga ed incolla

si

lasciasse la barba,

quasi che in cielo entrar non potesse chi preceduto non

non

fosse da stomachevole puzza, e

, lo dalla lesta sino alle piante. Alla

si

mostrasse bisun-

voce dello spretato

sopraslava una più tremenda, e diceva:

credere in

il

Dio non aver nociuto a nessun popolo mai

nulla

;

to-

gliere quella credenza alle persone di robusto animo, riu-

scire di conforto e di puntello alle fiacche.

essere la cristiana religione per se al libero vivere, la

le

Nientedimeno

medesima sfavorevo-

cattolica poi riuscire quasi

incom-

patibile col viver libero.

In

l’

mezzo ad

inclinazioni ed a

massime

tal sor-

di

erano in quel tempo, per inesplicabile circolo del-

te,

umano

intelletto, e

per accidentale vivere simultaneo

d’uomini ingegnosissimi, rinate

Luce

le

dell’ età loro e dell’avvenire,

lettere e le

scienze.

avean già vissuto a

Napoli negli anni primi del secolo stesso Pietro Giannone, stòrico civile, che si mostrò tro l’autorità della Chiesa;

sempre acerbissimo con-

Giovan Vincenzo Gravina, ce-

lebre autore dell’ Origine del diritto civile, balista Vico, miracolo di sapienza, ed

ma

nello stesso

avuto di

tempo

uno

e

Giovam-

dei più grandi

-dei più arcani filosofi

che abbia

vivevano o da poco erano spenti, Raimondo

l’Italia;

Sangro, principe di Sansevero, strategico, epistolografo

ed antiquario, Francesco Maria Spinelli, principe di Scalea,

chiaro filosofo e settario

ardentissimo

di

Cartesio;

Giuseppe Aurelio de Gennaro, giureconsulto, Ferdinando Galliàni ed Antonio Genovesi,

timo però più ingegno, per raziocinare. rio

il

Ed

dell’ altro

ambedue

economisti, l’ul-

preclarissimo per

il

suo fecondo inventare e per usciti alla luce

i

suo vivido il

Saggi Politici

sottile

di

Pagano, preziosa reliquia della grave mente di

Malui,

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.

n Scienza della legislazione del pubblicista Gaetana

e la

Filangieri’, s’ intesero

finalmente per essi

te

dei

ragioni

soggetti e del principe, laonde le generose dottrine po-

nevano tre

i

già,

rnassime

fra

i

legisti, radici saldissime.

Men-

Napoletani ingegni per migliorare lo stato avanza-

vano nelle buone opere, Pietro Verri c conte,

il

quale però considerava

obbligo di esser migliore, e

la

di Milano,

nobile

corbe

la nobiltà

un

magistratura più dovere

che onore, Pietro Verri incessantemente,

Medita-

colle

zioni sull’ economia politica, col Dialogo sulle monete, colle Riflessioni sulle leggi circolanti, specialmente nel

commendo

dei grani? colle Considerazioni sul lusso, e

con altre dotte scritture, osteggiava

i

pregiudizii del suo

medesimo tempo che Cesare Beccaria col suo Trattato dei delitti e deUe pene, nel quale si trovano

paese, nel

esposti con molla filosolia diritto criminale,

da

lui

principii

i

fondamentali del

orrende piaghe sanava, riconoscendosi

un immenso bene fatto nella parte più cruda e umana legislazione. Quindi per Verri dein Lombardia un forte impulso verso gli

terribile dell’ .

stalo

anche

skidii

relativi

all’arte sociale, e la

Europa domandando

ai

parte più

pensatori cognizioni

dai falli e confacenti ai bisogni della

era stabilito che

Melchione

r impulso anzidetto. Dotalo

colta

di

avvalorate

cresciuta

civiltà,

Gioia, di Piacenza, sentisse di

una

forza prepotente, se-

greta e trionfatrice degli appetiti e delle volgari delizie, fattosi cittadino di

Milano, cominciava

allora

a consa-

crare tutte le fatiche sue alle esigenze del tempo; pérciò

r economia,

la statistica e le

convivenza richiamarono tutta

cando

la via dei

fatti,

l’

personali maniere della

attenzione di

linguaggio scientifico, pensava, senza ciale, di

ridurla

lui, e cal-

e spogliando la filosofia dell’irto

popolare,

e

alla

renderla superfi-

comune

intelligcnzsu

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i due Fabbroni. Giovanni Vasempre ad operare a benefizio umanità e dogli studii, possessore

Risplendeva Firenze per lentino Mattia, intento della patria sua, della

di più idiomi, e facondo, laonde

ma-

suoi discorsi a

i

raviglia rispondevano alla vivacità, alla moltiplicità, alla

chiarezza e alla pieghevolezza delle sue idee, compilava

r Epitome della Legislazione

filosofica

Toscana

della

;

Angelo, grande veneratore del Sarpi, ed atnmiratore di

un

che avea insegnato cose che allora

filosofo,

ravano 0

disprezzavano, saliva

si

in

sterità dei costumi,

raccomandata

maggiormente

bliche, e

considerala venne dai

allora

ira,

sebbene inutilmente

zo,

il

a Venezia

momento,

il

le

che

nè più

al

sole,

repub-

Veneziani

siccome

e grandissima, fecero ogni sfor,

affinchè

anatematizzato e di-

Se non che, giunto

in cui posale,

siccome vedemmo,

armi, più volentieri correasi all’ombra,

interamente

i

corpi alla fatica e al dolore indu-

ravansi, laonde le mollizic la

grandemente

aveano

irritato

fame delle ricchezze, inlendeano alcuni poveri

uomini, specialmente d’ Italia,

sua

l’au-

fatta alla licenziosa lor vita, di

libro del Fabbroni.

strutto fosse

alle

igno-

la

Ma

divulgata dal' Fabbroni,

gentiluomini

una censura gravissima guisa che accesi d’

Focione

«la

s’

nome per

versione dei Dialoghi di Focione del Mably.

nei

gentil-

borghi e nelle piccole

terre

meglio nelle ollramarine provincie, cui regge-

vano siccome podestà o capitani, intendevano ad acquistar r oro con ogni sorte d’ infami ed ingiusti mezzi, al fin di supplire alle gravi

spese portate dai loro

vizii

e

dal lusso. Sozza parimente di quelle vergogne la stessa

Venezia,*ove li

se

si

avesse fatto sonar oro agli orecchi di quel-

che sedevano nei magistrali, ed ove donala

gemma

riffa,

o vesta

lacerato

il

alla

si

ave^

concubina, era diminuita la

processo, prosciolto

il

reo

;

ta-

infamie abbo-

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15 minevoli

pena

ma

noie anche adesso,

,

di soppiatto usate, più

senza verecondia commesse.

per timore di giusta

abbominevoli allora perchè

Non osando però alcuno

inalzar pubblicamente querela

contro

di

concussionarii,

i

certamente Francesco Mengolli, nel suo libro sul Com-

mercio dei Romani dalla prima guerra Punica a Costantino, intese di porgerla ingegnosamente coperta. Di-

ceva quindi Mengolli,

solili

di considerare le provincie

accumulare ricchezze molto incerto se

in

essere

i

governatopi romani

siccome un

tempo

di

fertile

pace

campo

essendo

,

di

poi

provincie stesse abbiano sofferto più

le

dal furor delle legioni, che

avevano conquistate

le

dall’ avarizia dei pretori e dei proconsoli

navano, perciocché

la

guerra aveva un

che

line,

ma

,

o

gover-

le

la

pace

‘

era per le provincie una guerra senza fine. Ricordava indi

come

Cesare, partito da

Roma

Spagna ulteriore con un debito

per

di

governo della

il

dugentocinquanta mi-

conseguenza della prodigalità e del

lioni dì sesterzii,

bertinaggio di che

fatto

li-

aveva professione in gioventù,

predata, succiata e spremuta la provincia, uscisse, al di lui ritorno, di debito,

ed immense largizioni facesse

popolo affine di comperare

.il

Consolato;

ricordava

ruberie e le espilazioni di Verro nella Sicilia, di di Lucullo, di

Cassio nell’Asia

Macedonia,

Pompeo, ;

nell’

i

di

al

-

le

Siila,

Marcantonio, di Bruto e di

ladronecci del proconsole Pisone nella

Àcaia e in tutta

la

Grecia

;

quelli di

Ap-

pio Claudio, che nelle isole dell’Arcipelago e dell’Egeo rapiva ciò che sfuggito era alla cupidità dei suoi

decessori

;

le estorsioni di Sallustio nella

pre-

Numidia, nella

qual ricca provincia entralo egli povero, usciva ricco dalla provincia povera, riè inaspriti

avevano di

conchiudendo che tante ribaldesi fatto

modo

tutti

i

popoli da

detestare la barbara dominazione dei Romani, e da con-

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14

come

siderarli

maniera che appe-

allrellanli tiranni; di

na giunto in Asia Mitridate, que’ popoli,

mavanlo loro

una de-

terminata ora ben centocinquantamila Romani, trovavano nelle diverse parti

dell’ Asia,

chia-

quali

i

dio, loro liberatore, uccisero ad

che

si

anticipando cosi

quegli uomini, stanchi di patire e giunti alla disperazione, gli orrori dei Vespri Siciliani e del san Bartolomeo.

Continuando Mengotti, nella lussuria della scaduta Ve-

Roma, dicea che

nezia, a parlare di

decadenza divenuta era una

di lei

moltitudine innumerabile ciurmadori,

di

bi,

di

eziandio

città

mendichi,

cosmete, di psecadi, di

bertoni,

a

Roma

era succeduto

1’

di

moderazione,

il

ozio alla fatica,

mente

la

alla

di

il

Artificiosamente rovi-

che

a maraviglia calzavano

fatti,

que’ giorni, porgeva di

che giusto ed onesto;

novembre

anno nel quale

bile,

cui, oltre

a’

un

e dalla regia

e belle lettere di Parigi

dell’

sud-

go-

Aca’

dì

anno millesettecento ottanta-

novatori di Francia cominciarono

i

ad agitarsi, giudicalo degno di premio gotti, in

così

conoscere perfetta-

vera lor condizione, e di risentirsi di

quattordici

alla

pudicizia.

un agevole mezzo

tutt’ altro

laonde

sonno

alla

cademia delle inscrizioni

sei,

il

mo-

avvenimenti

veneziani

finalmente

fasto alla semplicità, la licenza alla

stando Mengotti questi

verno

di

bnf-

dissipamento

destia, la libidine

cogli

di

eunuchi, di

tutta

prostituzione;

vigilanza, la gozzoviglia alla frugalità,

diti

mimi,

adulatori,

vestiplici, di

cinedi, di ruffiani, e

di

sozza e meretricia turba della

la

la

parassiti, di uuguentarii, di bagnaiuoli, di cuo-

foni, di

chi, di

nella

oziosi, di fur-

di

aslrologi, di saltatori, di

di

musici, di sonatori, di gladiatori, di •

Roma

mostruosa por

un merito

il

libro del Men-;

incontrastabile,

inestima-

abbondantemente ascondevasi un veleno non discaro

ai delti

novatori, fu

il

libro (dedicalo a tre amplissimi

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*

'

.

•

15

.

«

senatori e stampato col pentiesso dei Riformatori dello

Studio di Padova, che attestav•^^no non esservi cosa

cuna contro e

principi) fu

i

maggiormente

,

libro pii!

il

avidamente

Conlempofaneàmcnte

diffuso.

al-

letto,

chiaro

al

Autore del Commercio dei Romani, Gaspare Gozzi, emuglorioso di Luciano c di Orazios

la tor

non

lasciava, pres-

soché ad alzala visiera, nel suo Osservatore, nella sua Gazzetta Veneta e nei suoi Sermoni, di censurare ama-

ramente

le

basse abitudini,

l’

ignoranza, la boria,

‘

la fa-

misura piacendo

tuilà e la lussuria dei Veneziani, fuor

quelle opere di^ lui e perchè scritte con uno stile pur-

gato e, nervoso, e perchè

il

vizio,

specialmente dei gran-

ferocemente Veniva sferzalo più col salso ridicolo

di,

di

quello siasi con sanguinolente invettive. Alcuni anni addietro Zaccaria Sceriman, prete di

acutissimo

avea già corsa, però in diverso modo,

pubblicando

il

suo

la

romanzo

filosofico

ingegno,

medesima

inlilolalo

i

via,

Viag-

gi di Enrico W'anton ai regni delle scimie e dei cinocefali. Superiore a Gozzi nel al

gagliardo fare Dantesco,

nella satira, solilo

abbondante

forte,

quindi

e

Giuseppe Parini,

di pensieri pretti e

ad usare una pura lingua, e come

i

inclinalo

suoi pensieri

parimente sublime, esercitava a Milano uguale

officio del

Gozzi, ed armalo di terribile flagello fulminava

costumi affine

di

ridurli

ad una

Di questa guisa insinuandosi nali’ alla islru;^ione,

ed inspirando

la filosofia i

alle

agir sforzi, e il

l'

molli

nei libri desti-

versi dei poeti,

della

moveva

nobiltà

feroci pratiche della intolleranza, e gli sforzi

seguire l’

i

robustezza.

virile

costante guerra alle orgogliose pretese

primo

il

sublimi, e

e

uniti

applicazione costante di molli uomini a

medesimo oggetto vivamente procedevano

fra

ignoranza, abbenchè essa, a certi periodi, lenta'ssè di

estinguere

la

fiaccola del genio,

che

l’

abbaglia e

la

of-

I

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16

*

fende.

Ma

rar voleva

•

-

.

-

.

.

innamo-

chi meglio, di tulli per le scntlute gl’ Italiani

di • forti *e liberi sentimenti era Vit-

^li. Errabondo per tutta Europa, da

torio Alfieri di

passare dàlia sontuosità dell’ Escoriale e dai lavacri dell’Alcazar a trastullarsi fra le selve 'del Settentrione i

ghiacci della Botnia, dettava egli in que’ di della

libri

e*d

famosi

Tirannide, del Principe e delle Lettere, di-

cendo non esser gl’

i

lui eccitalo

ad

offendere

colla

penna

^

imperii da incalzante povertà, o da quella vana aura

di ambizione, in

che hanno pace solamente

gli

stolli,

bensì dalle angosce e dai travagli del libero di lui spi-

che non poteano aver mai tregua nè pace qualora

rilo,

vergalo non avesse assai aspre carte ad eccidio dei ranni: compiva

no sacerdozio

poi

esso

appo

strisciar sulla terra, e

uomini quello

gli

colle sue tragedie.

Sdegnando

sprezzando

le

li-

^

.

sira-

Alfieri

.

di

idee comuni, aspi-

rò ad afferrarne la cima, ed a sovrastare alla turba vol-

gare; avvalorato anzi dall’estro inquieto e dall’ indomito

animo, maravigliosamente sostener, seppe l’aspetto

della sublimità, avvivando

quanto creava, ed inspirando

forza e novità ad ogni sentimento.

E

per queste prero-

gative, e per la copia dei tiranni e degli usurpatori

ehe

nelle tragedie di lui indifferenti e tranquilli

ealpestano

quanto v’ha di più caro e di sacro

uomini, e

per lo spargere colle

furie

gli

il

tra

gli

disprezzo nelle reggie, e per l’agitar

scellerati,

e

per esprimere con atroci

sensi ed infocale parole furibondi affetti, le tragedie del

Sofocle italiano, nelle quali egli pressoché sempre sdegnò

introdurre l’amore, solamente innestalo alcuna volta,

ma

eziandio con riserbo e severità, le tragedie del Sofocle italiano esercitavano allora za,

una morale

e politica influen-

eccitandp nelle ardènti anime e negli spirili esaltati

quella effervescenza che precede ed annunzia l’incendio.

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jr

'

« •

I

Conchiudeudo

•

pacchi e malatUenle governati

:

vavano in generate

i

varii stati ,d’ Italia,'

era la fede, contaminato

K arroganza dei trine; laonde non

le

il

ma

face,

sufficiente ad accender

pubblico costume, insoffribi-

abbondante

nobili,

si tro-

poca ò svisata

povera

di subito

la novità delle dot-

favilla

e»a più che

immensa

la

catasta di

tante e così gravi miserie.

In quel mezzo anche la nazione francese riconosce-

va è voleva

la

riforma di molti abusi inveterati, riforma

che, intrapresa più con empito di quello siasi con senno, gittata l’aveva nella sanguinata arena delle

fazioni.

.

Crollato l’edifizio monarchico, venne 11 governo dell’As-

semblea nazionale, poi quello della Convenzione', surse la tirannide di Robespierre; decollato il

in cui

passò

potere a cinque appellati Direttorio. Allora, cessate le

atrocità, la

lui,

da cui per tempo non corto era stata

Francia, ebbe

ma

grate,

il

di lei

governo sembianze

alla

intelligenza dei popoli, e tanto meglio

che

la

stessa,

attristata

meno

in-

perchè più adatte

più da’ principi abbòrrite

temute quanto

nazione francese, non trovando più riposo in sè

minacciava di uscir da’ proprii confini e di

al-

lagare con rovina universale l’Europa. Or la nazione medesima accoppiar volendo alle armi le lusinghevoli pro-

messe e sì

disordinate opinioni, spediva in Italia agenti

le

pubblici che segreti a promulgare la libertà e a

strare ai sudditi iuti di

detti

era,

il

modo

mo-

promettendo loro

di unirsi,

a-

consiglio, di danaro e di potenza. Conosciuto dai

agenti che

il

vizio

siccome vedemmo,

principale la

degli

mollezza

che ne deriva, non omettevano

di

e

l’

stati

Italiani

indebolimento

svelarlo

ai

cittadini

specialmente della classe mezzana, agli avvocati cioè, agli artisti

e ai commercianti cui la lettura dei

libri Italiani

recenti

e di oltramonte rendeva più disposti ad ac-

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9

tg

‘

.

.

•

T

cogliere le novelle dottrine, e che per professioni

impazientemente

più

indole delle lor

di 'qualsivoglia

sopportavano un giogo; non era poi svelato nobili,

nè

ai

preti,

chezze, oppor potevano una resistenza

infima^del

stentamento, vivendo

due ultime

;

falliti,

classi,

volentieri si

non per desiderio' di da

si

ogni

modo

e

classe

.alla

univano libertà

il

possedere,

i

il

in

alla

suo so-

un deplo-

tristi

di'que-

nobili, indebitati

mezzana

alla

ma

classe,

però

per quello solo di pre-

venuto

e,

essa

alquanti

particolarmente

ambizione, avvisandosi che

e di

mandare lire

non

immersa

d’ altronde

Ad

rabile abbrutimento.

0

altro

vizio, ai

popolo perchè, servilmente sommessa

aristocrazia, ripeteva in gran parte da

ste

il

avvegnaché possessori di grandine-

dolce

fosse

il

tempo

il

co-

propizio, sa-

dai bassi gradi ai sublimi. La catasta orrendamente

accese.

Al calore ardentissimo

di

quelle

fiamme

si

desta-

rono, finalmente, molti principi di Europa dal loro sonno,

ma

tanto forti

non furono da contenere

francesi, che, già superate le Alpi,

gli eserciti

scendevano ad occu-

pare, malgrado gli ostacoli della natura e delle armi, le

pianure d’Italia; ad ogni

abbenchè vittorioso

in

modo

al

governo

di Francia,

Piemonte, mancava un condottie-

ro capace di mente, invitto di animo, c di audacia pari alle difficoltà

che

si

prevedevano. Correndo quindi l’anno

millesettecentonovanlasei mandavasi alla grande impresa

un giovane, che

di

poco avea scorsi venticinque anni,

ch’era nato in un’isola del Mediterraneo, che appartene'va a

modesto casato,

nel parteggiare

armi durante

la

ma

che aveva

acquistata

della città di Parigi, e nelle sue

espugnazione

di

no, 'sin allora pressoché sconosciuto,

poleone Buonaparte. Giunto egli

fama prime

Tolone: questo capita-

al

si

chiamava Na-

campo,

si

compose

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19

non dimesticandosi con nissuno, parprimo fra gli uguali, bensì il superiore

tosto a dignità, e

ve non più

il

laonde

fra gl’inferiori,

i

nodi dell’esercito, fiorito già di

ben cinquantamila combattenti, maggiormente sero, furono fetto

venne

i

si

ristriit-

soldati più pazienti all’obbedire, e più per-

stabilito

Le

concerto.

il

battaglie di Monte-

notte, di Millesimo, di Mondovì, di Lodi, di Castiglione, di

Roveredo, di Arcole, di Rivoli e del Tagliamento

gnalarono con ripetute vittorie

abbondanti giorni

i

di

coraggio e

forti di volontà,

che da prima avean mosso dileggio verso facili

maraviglia e di paura,

e

Venezia,

la

onde in pochi

sensi in

il

giovane Buo-

altri

più veri di

tempo, non esclusa

in breve

quale stando in mare inaccessibile

si

credeva

Francia, e reputava potersi in quei pe-

ai battaglioni di

preservar salva còlla sola civile sapienza, occupata

veniva dai repubblicani francesi da lia.

ma

vecchi capitani delle case di Austria e di Savoia,

naparte, mutarono quc’

ricoli

se-

armi dei Francesi, po-

le

veri si di arnese e penuriosi di vesti e di vettovaglie,

Appoggiale dalla

vittoria

le

un capo

all’altro l’Ita-

loro dottrine, meglio, e

presto pullularono in terreno già disposto a riceverne

semi, ed ovunque e facilmente ri.

Agitate le

ruppero allora

abbenchè

essi

Uguccioni, raresi, ai

si

i

propagarono co’vincito-

genti tutte d’ Italia dal bisogno di libertà, i

legami, che le univano

veramente non fossero

gli Scaligeri,

nè

i

ai loro

sovrani,

stati gli Eccelini, gli

Visconti, nè

che tante e tante lacrime avean

i

Pepoli, nè

i

Car-

fatto già versare

miserabili loro sudditi. Sursero quindi (e Reggio del

ducato

di

Modena

fu

la città

prima che inalberò

lo sten«-

dardo della indipendenza), sotto il vario norhe di repubbliche Lombarda, Cispadana, Transpadana, Bolognese,

Modenese, Romana, Ligure e Partenopea, degli

stati effi-

meri e senza consistenza, essendo poi stato, quantunque

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20 energico e fatale per ruberie ed espilazioni di famose ricchezze, breve il delirio a Venezia, avvegnaché la sucittà, con quasi tutto il di lei territorio, passava poco appresso, per trattato fermato il diciassette ottobre a Campo-Formio, villagmillesettecentonovantasette del

perba

In gio poco da Udine discosto, in dominio deU’Austria. quel subitane arrovesciamento d’ idee, di principati, di di leggi, amatori caldissimi di libertà si

ordini e

strarono

a

I

dimo-

Milano, Luigi Piantanida, Domenico Pino,

Melchiorre Gioia,,

il

giureconsulto Negri, Francesco Salfi

Calabrese, l’avvocato Francesco Reina, il conte Giuseppe Gerani, il medico Pietro Moscati, V abate Giuseppe Parini, stodi,

il il

pittore

Andrea Appiani, l’economista Pietro Cu-

profondo legista Bellerio,

giureconsulto e

il

fi-

il prete lologo Fedele Sopransi, l’avvocato Sommariva, Michele Daverio e Francesco Visconti ; a Venezia i pa-

trizii

vanni

Tommaso Gaspare Condulmer, Widman ed Alvise Mocenigo,

Nicolò Cornare, Gioi

segretarii dell’ an-

Senato Rocco San fermo e Francesco Alberti, il meche non mandico Melacini, l’avvocato Pietro Maniago, vita di mostrarsi blancò poscia per tutta la lunga sua ossequiosissimo del potere, 1 altro avvocato Tom-

tico

ditore

Vincenzo Dandolo, il prete Anmercatante di droghe Pier Tómmaso Armano, il daziere Andrea SpaZorzi, il botanico Antonio napoletano Massa, il greco Giorgio Ricchi ; a Bre-

maso

Gailini, lo speziale

tonio Collalto,

da,

il

il

scia,

Giuseppe e Teodoro Lecchi,

tonio Sabatti, Luigi Scevola

Butturini

vanni

;

uom

il

di

conte Fenaroli, Anlettere,

a Verona, Alessandro Carlotti

;

a

il

grecista

Modena, Gio-

Benincasa, Achille Paradisi, il conte Bartolomeo giureconsulto Giuseppe Luosi, il poeta Lui-

Fontanelli,

il

gi Cerretli; a

Novara, Luigi Bossi;

nibaie Locatelli,

il

a

Bergamo, Luca An-

conte Pietro Caleppio,

il

poeta e

ma-

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21 lematico Mascheroni, l’idraulico Tadini; finalmente nelle pontificie'

legazioni

il

vecchio marchese Francesco Al-

bergati Capacelli, Ferdinando Marescalchi, Giovambatista

Guastavillani

francescano Nani da Loiano,

il

,

Francesco Gianni, tonio Aldini,

il

il

il

poeta

pubblico diritto An-

professore di

conte Caprara, Giuseppe Compagnoni,

il

giureconsulto Gambari e l’avvocato Giovanni Greppi.

Ma

nel

molo primo

di quella effervescenza

cadde in

balia dello scherno dei novatori quanto fino a quel

mento era

il

chie costumanze, aboliti

culto, sfregiale e derise le i

titoli,

vec-

perciocché essi desta-

vano idee

di vizii, di viltà e di corruzione di ogni spe-

cie, nella

guisa stessa che

aveva

le stesse

furono i -

mo-

stato oggetto della pubblica venerazione, e per?

ciò sfregialo e deriso fu

le

idee al

il

tempo

nome

palazzi de’ ricchi, arsi

i

i

;

svegliato

contaminate

di pietà, guastati

de’ poveri, ripetendosi fatto,

di sangue, di cui gl’ Italiani

ciarsi le

Romano

monti

ca.solari

cosi quanto in Francia era stalo

mento

di

dei Langobardi

più sante cose, rubati

meno

lo spargi-

non osarono

insudi-'

mani. In quella durissima condizione di vera

rannide, non mai di libertà, onde

0 attediati cedono da per loro

abbandonano

il

limone

ai

più

i

tristi,

ti-

cittadini più virtuosi,

stessi, il

o cacciati per forza

popolo instupidilo

contemplava tante nefande opere senza indagarne

le

cau-

se e senza prendervi parte, perdendo però ogni autorità, anzi divenendo

uomini

si

odiose

appresso

Francesi che

Italiani,

di i

lui

le

parole degli

quali predicavano la

libertà e si vantavano di darla, perciocché nel

medesimo

tempo

e da quegli stessi uomini era il povero popolo gravemente offeso nelle sostanze, nelle persone e fatto segno di una continua violenza. Per i quali scelleratis-

uomo

simi

fatti,

fieri

andava sdegnosissimo contro coloro che

quell© stesso liberissimo

di Vittorio Alsì

grande-

'gBLlQTEcT^ Digilized by

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22

mente abusavano della libertà: « Ed io sono profonda• mente addoloralo» diceva «perché vedo continuamente » la »

sacra e sublime causa della libertà in tal

dila,

cd

filosofi;

»

modo

tra-

scambiala e posta in discredito da questi semi-

sono stomacato dal vedere ogni giorno

io

mezzi lumi, tanti mezzi

»

tanti

»

d’ intero se

»

zione,

»

mai condurre

»

mente, dal vedere

»

e insolenza

»

di libertà. »

non

d’

la

Or per una specie

buon

a

la

esito

ed

;

imperizia di

io

ma

sono

una napuò

nulla

atterrilo, final-

prepotenza militare, e

la licenza

avvocatesca posate stupidamente per basi

questi disordinali moli di atonia, si senti

erano dichiarate libere, si

è dato

si il

ben presto

venuta

bisogno di associarsi

il

qualche forza; laonde

fine di acquistar

cui da prima

somma

nulla in

delitti, e

ogni parte

che di tutto può chiacchierare,

le

che

città,

afsi

unirono sotto un solo governo

nome

di

Comitati riuniti, poi,

cosi ordinando Buonaparte, di Repubblica Cisalpina, la

cui sede era stabilita a Milano. Nientedimeno questo go-

verno, anziché essere giustamente schietto italiano e reggersi di sua btilia,

non solamente era

sì)ggelto airauto-

rità di alcuni direttori eletti dallo stesso

non mancarono

di attirarsi

il

Buonaparte, che

pubblico odio,

ma

ezian-

dio a quella degli ambasciatori della repubblica francese, incaricali di stargli

gia dei generali,

porre e parlar da eserciti,

i

no quello

sopra cogli occhi

die per

diritto

padroni, e

al

lesi, airalteri-

reputavano potergli impassaggio

continuo di

quali siccome paese di conquista consideravadella Repubblica Cisalpina;

era perciò mollo

infelice la di lei condizione.

Peggiorarono a doppio le tanta servitù gli

affaticavansi

di

sorti degl’italiani,

chiamarsi

Austriaci, soggiogando Buonaparte

l’

liberi,

che in

quando

Egitto e renden-

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^5

,

<1d1o intanto abile d’insperata civiltà, ci collegati a’ l’Italia

quando

Austria-

gli

Russi facevano così terribile sforzo contro

da giugnere,

venlotto di aprile del millesette-

il

centonovantanove, a Milano

gloriosi-

per

che compiva quelle

toria di Cassano,

gnano, e tanto faceva crescere in

la

di

splendida

Verona e

Italia stessa

il

vit-

Ma-

di

nome

imperiale. Marescalchi, Sopranri, Verlemali-Franchi, Direttori della repubblica, partivano, scortati d’alcuna squa-

dra di cavalleria, per

volta

alla

Torino, riparando

di

poscia a Ciamberi, e con loro partivano quasi' tutti quelli,

che, 0 fossero nei gradi, o no, avevano maggioiroen-

governo repubblicano, rimise

le partecipato del lidi

alcuni per avere sdegnato

cocchi dorali

Grave

i

c squal-

ladronecci, ricchi ed in

altri.

gli

dolorosissima riuscendo

a

Francia

per-

la

dila delle tanto predilette regioni dell’ infelice Italia, sor-

geva tosto colà dall’ Egitto,

pensiero

il

di-

far

tornare

Buonaparte

siccome quello, che solo rinverdir poteva

perduta gloria. Salpava egli pertanto dagli egiziani

la

lidi,

cupidamente avviandosi alle sue nuove e straordinarie sorti. Mutala prima in più fermo governo la repubblica francese, e divenuto Buonaparte

stesso,

col

nome che

primo Consolo, un vero dittatore ond’ ebbe un reggimento dispotico e soldatesco, scendeva con eletto esercito e poderose artiglierie nuovamen-

si

diò

di

principio

te in Italia

per

le

due san Bernardo tragittar

con

Goltardo,

dei

Monte Cenisio, operando

nel

quattro valli del san e

del

tanti armali

per quelle rupi, dove solamen-

te si

vedevano ghiaccio e

sotto

a’

cielo, e le

nuvole addensarsi

piedi dei riguardanti, veri prodigii di previdenza,

Tramontava il sole del giorno dell’ anno mille ottocento, e in quell’istante Buonaparte nei campi di Marengo, per una

di costanza e di senno.

decimoquarto

di

giugno

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24 maravigliosa battaglia, riconquislava d’Italia, e coglieva

i

di Austria, divenuto sventurato veterano di

diceva spesso nel suo dolore

ra,

maggior parte

che Melas, generalis-

le carezze della fortuna; di guisa

simo

la

benefizii lutti della vittoria, e tutte

per noi,

ma

mo

destino

del

— La

guer-

battaglia era vinta

quegli (accennando di Buonaparte) è Tuo-

—

Di

fallo

mezzo del conflitto di Marengo rala, può dirsi che abbia vinto

in fortuna quasi dispe-

Mario, detto con terribile voce

al

dito per ucciderlo,

—

zione si

—

cader fece

guisa

nella

che

stessa

soldato Cimbro spe-

son Mario lerror della tua na-

io

spada di

la

.

trovandosi Buonaparte a

risovvenne dei tanti mali

mano

recali

al

che

soldato,

Cimbri da quel

ai

furibondo capitano. Entralo e ricevuto Buonaparte a Milano qual trionfatore, insti tuiva tosto in

luogo del Direttorio Cisalpino

un Comitato provvisorio di governo, chiamando a comporlo un Sommariva, un Ruga e un Visconti. Ma il contegno di Buonaparte, allora primo Consolo, era ben

dif-

non accarezzava

gli

allontanava

da

ferente dall' antico, avvegnaché più

amatori ardenti di rivoluzioni, anzi

gli

chiamando invece a se coloro, eh’ erano in voce di arislocrali, purché fossero di una moderala natura e di buona fama; del resto, quantunque quel procedere pase,

resse più civile, e le

nuovamente antico, e

il

la

Non potendo mento mantenersi quasi

sembianze più oneste, cominciò

Repubblica Cisalpina

prendere e

il

a patire del

male

dilapidare fu lo stesso.

pertanto quella condizione a lungo, e trovandosi

la

di

reggi-

repubblica

come nave abbandonala senza bussola a tutti i un governo più sta-

venti, apparve la necessità di dare bile, e si trovò di

compilare una costituzione,

la

quale

sapesse di quella dì Francia, e delle antiche costituzioni

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25 Immaginaronsi quindi tre Collegii Elettorali^ permanenti ed a vita, i quali, quando la morte di alcun membro lasciato -vi avesse un vacuo, dovessero per

Italiane.

loro

medesimi completarsi. Compor dovevasi

il

primo

degli anzidelti Collegii di grandi e ricchi possidenti

numero

di trecento;

tanti in

numero

uomini

dotti,

mero

di

dugento;

di lettere

di dugento

:

in

secondo dei più notabili merca-^

il

il

terzo

dei

più distinti

ed ecclesiastici, parimente in nu-

dovean poi

tutti

e tre i Collegii trar-

una Commissione di ventun membro, appellata Commissione di Censura, di cui fos^ uf-

re dal proprio seno

nomina

fizio la

di tutte le magistrature dello stato.

Suc-

cessivamente questa autorità creaMce nominar doveva col titolo di Consulta di stato t|lKSenato, di otto bri, incaricato di

soprantendere

liberare in casi straordinarii, di

gni sospetta Costituzione

sopra blica

:

i

e il

paese che

trattati e di

uno

il

dalla

avesse meritato, di risolvere

nominare

stranieri.

Consiglio di stato, col

le leggi

1’

de-

l’arresto di o-

escludere

il

Presidente della repub-

dei senatori esser doveva di diritto ministro

degli affari

composto

orbare

persona, di

pericolosa

mem-

alla Costituzione, di

di dieci

Oltre titolo

a

ciò di

esser

vi

doveva un

Consiglio Legislativo.

membri, cui appartenesse l’esame del-

proposte dal presidente, e di sostenerle presso

Corpo Legislativo; questo Corpo, formato di settan-

tacinque cittadini, scrutar doveva le leggi stesse, assoggettate al voto di lui, per quindici oratori.

Importando

moltissimo di dare agl’ Italiani con notabile solennità la nuova Costituzione, pensava Buonaparte di adunare in una gran dieta buon numero di essi Italiani a Liene, siccome città, che per esser posta tra Milano e Parigi,

meglio

di qualsivoglia altra mostravasi all’

uopo

adatta,

perciocché troppo disagevole sarebbe stato per gl’Ila-

Di'iitized

ty C'ioglt


S6 recarsi a Parigi, troppo diffìcile in quel tempo per Buonaparte di recarsi a Milano. Per siffatto modo partita la distanza, si formavano tosto nella repub-

Ijani di

deputazioni di

blica delle

ecclesiastici,

grandi pro-

di

grandi trafficanti, di dotti e di uomini ad-

prictarii e di

detti alle Università, ai tribunali e

guardia nazio-

alla

Sommando

nale, da spedirsi a Lione.

gli

eletti

a

quat-

trocentocinquantadue, lasciavano nel dicembre del milleottocentuno

1’

Italia

,

formicolando

perciò

del Milanese^ della Svizzera e del Jura

queUtempo

e in quella stagione, più

per nevi e per sentanti

il

(singoiar cosa in

che altrove colà rappre-

geli austerissima) di viaggiatori

popolo Italiano. La novità del viaggio,

portanza dello scopo di esso, fatto

strade

le

-lungo

cammino

il

la

l’

im-

lautezza del trattamento

e nella città di Lione

de-

alle

putazioni, la magnificenza delle suppellettili e degli ad-

dobbi delle

che

sale, in

la delle aule delle

si

adunavano, da uguagliar quel-

vecchie sessioni reali di Francia, allora da

vista dell’esercito tornato

che

Egitto,

per molti Negri, per arabi destrieri e per varie

la

di sè,

fogge

turchesche, faceva inusitata e bellissima apparenza, quella

maggiormente splendida, per

ricchezza delle assi-

la

se di molti giovani Lionesi uniti in lieri

affìn di

onorare

ce e carezzevole di

l’ambizione e

il

lui,

drappelli

primo Consolo, posero

l’entusiasmo

al

c

colmo

il

degl’italiani.

di

cava-

parlar- dol-

maraviglia,

la

Destramente

profittandone Buonaparte, che già tutto avea preveduto, traspirar fece la

brama

di esser lui stesso

il

presidente

della repubblica, per affidarne la vice-presidenza a Melzi

di Eril, milanese,

ma

di nobile famiglia originaria di

Spagna. Ricevuto con gioia

il

voto

del

primo Consolo

e tramutato sull’istante in progetto di decreto,

era

il

giorno appresso, venticinque gennaio del milleottocento-

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27 due, presentato

assemblea degl’italiani,

all’

cettavano con acclamazioni

il

i

ac-

quali

progetto stesso, e

imme-

diatamente proclamavano Napoleone Buonaparle a presidente della repubblica. Soddisfattissimo solo di

quella

deliberazione,

giorno all’aula delle

recavasi

generali

il

primo Consusseguente

nel

degl’italiani,

sessioni

e

cirCpndato di splendido corteo di uomini di Francia, po-

sopra un eminente seggio, diceva, in

stosi a sedere

liano

semplicemente

ma

chiaramente, di accettare

feritagli presidenza, e di

esser

pronto

a

la

ita-

con-

cooperare

al

-migliore e più prospero governo della repubblica. Suc-

cessivamente a

passò alla lettura della

si

nomi

quella dei

dei cittadini

Costituzrone

e

che dovevano porla in

esercizio, laonde quella tanto solenne ed importante ses-

sione fu veramente la

quale da quel

il

principio della nuova repubblica,

momento

pubblica Italiana. Formalo nese, dal

Comasco,

in poi il

dal Novarese,

Bresciano, dal Cremonese,

doveva appellarsi Re-

di lei territorio dal Mila-

dal

Bergamasco, dal

dal Reggiano, dal Modenese,

dal Mantovano, dalla parte del Veronese, eh’ è a diritta

dell’Adige,

dal Polesine, dal

Ferrarese,

dal

Bolognese

e da quel di Faenza, di Ravenna, di Rimini, di Cesena

e di Forlì,

il

nuovo governo costituzionale intraprende-

va, a' dì ventìcinque febbraio dell’

due, le sue funzioni.

Ma

anno milleotlocenlo-

per giugnere

al

grado

una

di

vera interna prosperità e di una esteriore considerazione, '

zi,

uopo

perciocché ingenuamente e pubblicamente

fessava, vi

fu aguzzare le menti, e raddoppiarne gli sfor-

che

la

.già si

con-

nazione non era ancora nazione, che non

aveva governo e bisognava crearlo, che non vi aveva

amministrazione ordinala e bisognava ordinarla

(i)

Proclama a5 febbraio i8oa anno

(1).

.

I.

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28

Ad ne

si

ogni modo, abbenchè

ordini statuiti in Lio-

gli

veramente manchi, insufficienti e

qualificassero

non conducevoli

a cosa,

che

fosse duratura e

buona,

la

repubblica Italiana fu governata pel corso di quasi quat-

con molta moderazione e saviezza, senza tem-

tro anni

peste e senza scosse, di guisa che molti

pensando che fosse venuto

il

tempo

quella spezie di reggimento che

si

una opinione anticipata

e

servi di

andavano sognando una perpetua in

mezzo

alla

moderazione e

gere, che pessimo

compagno

si

di

un dolce

era facile scorera

libertà

delirio,

Se non che

felicità.

alla saviezza

di

rallegravano

veder in opera

di

avevano concetto, e

il

•

terribile

apparato delle armi di Francia, pessimo quello dell’autorità militare fatta il

padrona di ogni cosa, e in modo che

Presidente dovea spesso interporsi affine di conciliar-

la colla civile;

che

i

cittadini si

mostravano o perfet-

tamente indifferenti o grandemente erano

esaltati;

che pochi

moderali, e molto imbarazzali nell’esercizio dei

i

loro doveri, posti siccome erano fra nobili ancor devoti agli antichi governi, fra repubblicani ardenti e fra

mas-

se di popolo unicamente sensibili al peso delle gravezze; che, finalmente, sotto te

instituzioni

democratiche apparenze

andavano insensibilmente a

le

da-

stabilire

la

potenza di un solo, mentre Buonaparle, presidente della repubblica, avea le

l’

iniziativa di tutte le leggi e di tulle

diplomatiche negoziazioni, era esclusivamente incari-

calo del potere esecutivo, nominava

il

vicepresidente,

ministri, gli agenti civili e diplomatici, cito,

di

i

generali, era in

monarchia, di re e

temente

i

i

capi dell’ eser-

somma, senza esprimere i nomi il potere di un solo for-

di trono,

costituito, di guisa

che

gl’illusi

repubblicani

si

trovarono senz’accorgersi ricaduti sotto un novello giogo assai più duro dell’antico.

Ecco

il

sogno, da cui vengono

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29 ottenebrati gl’ intelletti di

pongono fiducia

coloro, che

nel concionar clamoroso degli stranieri, intenti soltanto,

oltreché per la forza, per le blandizie, allo sperpero delle

innocenti nazioni; ed ecco le conseguenze di una

gione vilipesa da’ suoi seguaci o svisata

reli-

per forestiere

dottrine, le conseguenze della scostumatezza e della de-

bolezza degli stati, dell’idiotismo, dei privilegii e dell’ar-

roganza dei nobili; perciò fede, forza, unione, giustizia, uguaglianza

buone opere,

civile, carità,

sfideranno

stati

arme

le

magnanimi

e

e le arti dei lor più

fieri

gli

ne-

mici, e rimarranno inconcussi, e saran salvi.

Nel secondo giorno di dicembre dell’anno milleotcentoquattro

chiesa di Nostra

la

Donna

a Parigi, quell’an-

tica regina delle cattedrali di Francia, la

quale ricevuto

omaggi dei

re e dei prin-

aveva per secoli

il

tributo degli

che recati

cipi francesi

vi si fossero

ad invocare

il

divino

aiuto, 0 a render grazie per averne provati gli effetti, la

chiesa di Nostra gnifici

Donna

a Parigi risplendeva tutta di

to d’oro,

che

dall’ eccelse vòlte di

sino

lei

al

pavimento

scendevano. AU’apparire nella basilica di Pio papa

mo,

il

vigii,

quale, recato

affili

si

di

punto

Roma

fra

una nazione mo-

ribelle all’ autorità del cielo e

della terra, cinquecento musici salutavano con

ne cantico

il

un

solen-

successor di san Pietro, e sessanta vescovi

della chiesa di

F rancia andavano

Poco appresso

cristianità

setti-

rendere alla religione nuovi ser-

era dalla sua

stratasi sino a quel

piedi.

ma-

panni di velluto, sparsi di api lavorate a trapun-

1’

a

tempio

mondo; Napoleone Buonaparte, polo imperatore dei Francesi,

vi

prostrarsi a’ di

lui

primo pontefice della

arrivo del

giugneva nel

il

già si

primo capitano del proclamato dal

po-

recava per esserne

solennemente consegrato e incoronato dalle mani dello stesso pontefice. Quindi

una repubblica,

la

quale avuto

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30 aveva dodici anni di

monarchia le, sul

cedeva allora

vita,

concorso della nazione

ammissione ristabilite.

il

luogo ad una

militare, fondala però sulla uguaglianza cìvh

di

alla legge, e sulla libera

ciaschedun cittadino

Or tramutala

alle sociali

grandezze

Repubblica Francese in Mo-

la

narchia, la Repubblica Italiana, la quale potea- dirsi

ma

a lungo in quella sua condizione, guir doveva

il

desiino della propria

antivedere, che

cile era

l’

uomo,

solo a vita in Francia fatto ce.si,

non avrebbe lardalo

;

oltreché fa-

era imperatore dei Fran-

si

cangiar

di

necessariamente se-

madre

quale da primo con-

il

il

titolo di presidente

muta-

della Repubblica Italiana nell’ altro di re d’Italia,

zione tanto più agevole

veduto, era e

il

conosceva

e conosceva

quanto che, siccome abbiamo

potere fortemente costituito nel presidente, egli

paese e

il

come

umori che

gli

vi

correvano,

in molti operasse la peste dell’ambi-

come uno

zione, e soprallutlo

me

fi-

non potea certamente rimanere più

gliuola della prima,

stato disordinato, siccó-

quello eh’ è temporaneo di natura, lascia di per sé

stesso appicco a

gnoria forestiera.

cambiamento da signoria nativa La solennità della incoronazione

a e

si-

le

allegrezze latte in quella circostanza aveano offerto oc-

casione

di riunire- a Parigi

pubblica Italiana, e sciatosi re,

i

il

vice-presidente della Re-

principali di que’ cittadini

intendere Buonaparte da

essi

che

il

:

or

la-

chiamassero

que’repubblicani non frapposero indugio ad assecon-

dare

il

desiderio, o ad obbedire al

comando

del

nuovo

monarca.

Venuto quindi dell’anno

il

giorno

decimosetlimo di

milleollocenlocinqne,

Repubblica Italiana Melzi d’Eril, di Stato Marescalchi, bili,

vice-presidente

il i

marzo della

inembri della Consulta

Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costa-

Luosi e Guicciardi;

i

membri

del Consiglio Legis-

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*

Lambertenghi, Carlolli e Dabrowski; quelli del

lalivo,

Cprpo Legislativo Rangonc e Caleppio;

i

del

deputati

Collegio Elettorale dei possidenti, Lillà, Fè, Alessandri del Collegio dei dotti, Salimbeni ed Appiani

commercianti. Busti e Giulini,

gio dei

deputati per ghi,

si

i

;

del Colle-

finalmente,

i

Corpi costituiti Negri, Sopransi e Valdri-

recavano con grande apparato

Stando

leric.

e,

;

il

al

palazzo delle Tui-

nuovo imperadore sul trono circondato

dai ministri, dai più cospicui cortigiani e dai consiglieri di stalo, faceasi Melzi h

pronunziare

la

seguente diceria,

che noi fedelmente riportiamo, avvegnaché l’accrescere, detrarre o

il

il

temperare in

tali

gravi materie,

così

e

reputiam essere colpa inescusabile ed arditezza soverchia: cr «

a

mi àvetc ordinalo

all’

imperatore favellava.

di unire la

Consulta di Stalo

deputazione della Repubblica Italiana, e

prendere

per lei

vice-presidente così

ii

Sire, voi

e la

il

in

considerazione l’oggetto

il

di lei destino presente e futuro, la

governo. Ilo

l’

il

sibile era

a

meno

il

di

costanza,

lia

colpito gli

indusse l’assemblea a convincersi, che impos-

conservar più lungamente la forma attuale,^ non restar molto indietro nel rapido corso

degli avvenimenti

viviamo. La gli attributi

di

volo ch’esse hanno for-

mato. La prima considerazione, che tosto lutti,

forma del

onore, pertanto, di presentarvi. Sire,

nel risultato del loro lavoro

animi

d’ invitarle

più importante

che tanto caratterizza l’epoca

costituzione di Lione, la di provvisoria,

non

fu

in cui

quale aveva

che un’opera

lutti

di cir-

un sistema costituzionalmente troppo debole

per corrispondere alle viste di durata e di conservazione.

L’urgente necessità di cambiarlo tanto è dimostrala riflessione, quanto'

generalmente è

sentita.

questo punto, lutto diveniva semplice:

na monarchia costituzionale

ci

il

alla

Partendo da sistema di u-

era indicato dal progres-

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52 so

(lei

4umi e

dal risultalo dell’ esperienza, e nel

stesso, da tutti

i

tempo

sentimenti di riconoscenza, di amore e di

fiducia era eziandio indicato

monarca. Sire, in un paese,

il

che voi avete conquistato, riconquistalo, creato, ordinato

un

e governato sinora ;-in

ove tutto ricordale

paese,

imprese vostre gloriose, ove tutto attesta ove tutto spira

le vostre

che un voto solo, omise r assemblea le viste,

che

la

e questo voto è

genio vostro,

stato espresso.

di pesare colla più

le

aveva indica-

sommamente

esse fossero

Non

matura attenzione

profonda sapienza vostra

ma quantunque

le;

il

beneficenze, non potea formarsi

importanti,

e perfettamente d’accordo coi nostri più cari interessi,

non

fu difficile di

convincerci,

che

le

sorti

nM

erano

ancora mature abbastanza per giugnere a quésr ultimo

grado di politica indipendenza.

E

nell’

ordine naturale

che la Italiana Repubblica debba per alcun tempo soggiacere alla condizione di lutti gli nuovamente formali: la più leggiera nube, che sul-

delle cose tratto di stati

l’orizzonte sollevisi, lei

r allarme, e

glior

pegno

in

deve necessariamente provocare in tale condizione,

ove trovare un mi-

di quiete e di felicità, ove trovare

solenne guarentigia della di

lei

stabilità ? Sire, voi continuale

una più

esistenza e della di

lei

ad esserne una condizione

necessaria. Solo ai consigli dell’ alta vostra sapienza ap-

partiene

il

fissarne

il

termine per disarmare ogni estera più generosa modera-

gelosia.

Apparteneva soltanto

zione

consentire di trovar questo termine precisamente

il

alla

in quello appunto dei pericoli nostri. Penetrata l’assem-

blea da tutte le prove dell’ interessamento vostro, a quello si è

e di

abbandonala colla fiducia, che a voi

r ultimo

di lei voto,

chiedervi

1’

costituzioni,

ultima di nelle

lei

si

dovea:

preghiera sono

quali., consegra ti

siano

quei principii, che avete già proclamato, che richiamati

Digitizec

by L :iOgk


^

35

.

vefigODO dall’ eterna ragione, e senza i^qualt delle nazioni rimarrebbe

volo dell’ assemblea cui ebbi

il

umane

alle

pas-,

o Sire, di accogliere, degnatevi di

siohi. Degnatevi,

saudire

abbandonato

destino

il.

sedere. Interprete di tulli

l’

che agitano

sentimenti,

i

e-

onore di preil

questo voto, ve, ne

cuore degl’

Italiani cittadini, ella in

presenta

più sincero omaggio, ella con giubilo rappor-

il

terà ad essi,

che voi

nell’ accettarlo

che

forza dei vincoli

legano alla

vi

addoppiata avete conservazione,

la

alla

difesa e alla prosperità della nazione. Così è. Sire; voi

voleste che la repubblica Italiana ei^tesse

ce, e lo sarà. »

Terminata

leggeva’^uesto volo. tati

per

conciono

la

La Consulta

•

Collegii efl^er

i

di cui a il

foli-

ed

di stalo

i

depu-

Corpi conSliluili della repub-

i

sono

giunto r instante di

ha

ella

sia

vicepresidente

il

blica Italiana, considerando la posizione

quella della patria,

ed

che T Italiana Inonarchia

esistito: vogliale ora

Europa

dell’

concorde opinione^ che

di

dar compimento

Lione furon gittate

le-

alle

e

sia

iuslituzioni,

•

basi, dichiarando perciò,

governo della repubblica Italiana monarchico eredita-

rio,

dell’

seguendo

i

che

;

l’

Alla

conclone ed

quale noi

fummo

per

dipendente

la

la il

voto

stra

«

rispondevasi*dal

Dal momento, nel

prima volta nei

vostri

paesi,

pensiero di render libera e in-

nazione Italiana, e fra

le

più grandi incer-

ebbimo sempre questo grande da prima i popoli della de-

tezze degli avvenimenti

oggetto di mira.

governo

Italiana, sia dichiaralo re

al

proclamato re con questi accenti:

abbiam sempre avuto

il

imperatore Napoleone pri-

mo, fondatore della repubblica d’Italia.'^

che formano

principii stessi,

imperio francese

Adunammo

sponda del Po in repubblica Cispadana, quelli della

sinistra in

Transpadana

misero

riunire quegli stati e formarne la repubblica

di

;

poi, circostanze più felici ci per-

3

Digilized by

Googli


34 Tra

Cisalpina. .allora,

i

le sollecitudini

molte, che ci occupaviha

nostri popoli d’ Italia

si

mostrarono

grati all’ in-

teressamento che noi prendevamo per tutto ciò che assicurar poteva la 'loro prosperità; e

appresso sulle rive del Nilo

r opera nostra era ai

mali che

fummo

stala distrutta, assai sensibili

comparimmo

a

virtù

la

Milano mentre

gli

credevano ancora sulle spiaggie del mar Ros-

so, e fu allora che, intrisi

ancora del sangue ed aspersi

della polvere delle battaglie, noi

r ordinamento

•

quando pochi anni la novella che

giugnea

opprimevano; se non che per

vi

^dei nostri eserciti noi Italiani ci

ci

abbiamo

tosto

della patria Italiana. Gli statuti di

voluto

Lione

commisero la sovranità alla Consulta ed ai Collegii, sui quali noi avevamo riuniti gli elementi diversi, Clie compongono le nazioni; voi allora credeste utile ai vostri bisogni che noi fossimo alla cima del vostro governo, -

ed oggi, persistendo nella idea stessa, volete che siamo il

primo dei

La

separazione, ad

ogni

modo,

corone di Francia e d’Italia, utile ad assicurare

(Ielle l’

vostri re.

indeperidenza dei vostri discendenti, sarebbe

ora

alla

esistenza e alla tranquillità vostra funestissima. Io per-

buon grado questa corona, però per quel tempo soltanto che lo esigerà il.voslro interesse; e vedrò poscia con piacere giugnere il momento, tiel quale potrò collocarla sopra una più giovane testa, che, ani'rnala dal medesimo mio spirilo, abbia a continuare l’otanto ritengo di

pera mia, e sia .sempre pronta a sagrificare

sona

alia sicurezza

(jiiale

la

e alla

Provvidenza,

le>

felicità

di

volontà lo avran chiamalo a regnare.

Consumato

quel

la

sua per-

popolo, sul

costituzioni del regno e la

di questa

guisa

un

mia

»

allo

già da

lungo

imposto da una forza insuperabile, e anziché dair’abbiezione (come vorrebbero alcuni, i quali si di-

tempo

•

DÌgjtÌ7oH

he-

:

tiOgU


55 menlicano quanto terribilmente arredata fosse allora di

talia

anni straniere) e anziché

dall’

l’I-

abbiezione pro-

vocato piuttosto dalla soprastante necessità di ottener, finalmente,

uno

reggimento,

i

depu-

dei Collegii e dei Corpi conslituiti, ritornando alla

tati

patria,

chiamavano

biettissimi) ad gioia re

stabile ed ordinato

,

gl’italiani

aprire

questo furono

in

al)-

loro cuore alla speranza e alla

clìiamavanli a correre in folla innanzi al nuovo

ed a tributargli

,

il

(ed

atti

di

amore

e di gratitudine, di

esser dovevan compresi. (1) Era poi nel giorno trentun di marzo, giorno che sarà sempre me-

cui

gli

animi

tutti

morabile nella storia d’Italia, solennemente pubblicato a Milano, e in tutte lo

le

altre città dell’antica repubblica,

Statuto costituzionale monarchico.

Perfettamente raggiunto dal re lo scopo,

al

quale

cupidissimamente mirava, e lasciando che a grado loro e le menti accendessero in favore della

gridassero,

no

in

orrore

per rispetto lui

forme

la

mo-

momento avuto

avea-

regia autorità, cominciava allora,

anche

narchia coloro, che sino a quel

all’ Italia,

di creatore.

ad agir veramente nelle solite di

Mantenuta pertanto

la costituzione

data nel milleottocentodue alla repubblica, nella riserva di attemperarla, o di aggiungervi, per via di Statuti, cose

conformi all’

alla

cia.

novella

instituzione

,

accignevasi a dare

amministrazione del regno l’impulso medesimo, che

avea già dato

all’

amministrazione dell’impero di Fran-

Tutto ciò opportunamente e circostanziatamente ve-

dremo; seguitiamo intanto il re nei primi presi da lui affine di mandare ad effetto

passi il

intra-

vasto suo

concepimento. Sulle

li)

amene

rive del-

Lambro

Proclama 19 marzo i8o5.

antichissima e nobi-

,


,

36 lissima sede Monza, città da Ire leghe discosta di Mi> lano. Ivi, nel tesoro di quella insigne basilica, gelosa-

mente

regai corona

serba

si

di cui^

,

Ambrogio santo

nella orazione recitata nei funerali di Teodosio impera-

dore, in questo di

,

modo

co’ quali fu

ragiona:

Signor

il

«

Cercò santa Elena

crocifisscr, e

i

chio-

rinvenne. Di

li

uno di essi fece formar un freno , d’ altro intessè un diadema quello ad ornamento, questo a divozione. Mandò pertanto al figlio suo Costantino il diadema ornato di preziose gemme, la più preziosa delle quali era l’in:

terno

ferro,

islrumento

e mandògli anche

già

Costantino, tramandatane egli ri. »

mo

redenzione,

divina

della

freno ; dei quali due doni

il

fede

la

a’

valse

si

suoi successo-

Or, destinata Teodolinda figliuola di Garibaldo, pri-

duca di Baviera, a consorte di Childeberto re dei

Franchi, e stornate quelle nozze da^ Brunechilde madre del- detto Childeberto,

grande faccendiera e

della corte dei re Franchi,

gobardi chiedesse

sov.vertitrice

avvenne che Aulari re dei Lan-

mano

la

di Teodolinda, la

quale_ di-

venne sua sposa. Morto Autari, continuò Teodolinda a lo stato, e

reggere in lei,

concesso

poiché moltissime virtù risplendevano

le

venne dai Langobardi

novello marito degno di

vrebhe giustamente

ma non Torino,

Iròvaudosene alcuno tra dei più

Ariano.

particolarmente va

la

loro

assennali,

Ed per

sede del di

lei

salubrità

regno,

della i

ivi,

di eleggersi

un

Desiderato

a-

siccome era,

medesima fede;

Langobardi, segui

e sposò

invaghitasi la

re.

cattolica

compagno un principe

di avere a

consiglio

essere

Teodolinda,

della

città

dell’aere,

conforme

il

duca di

Agilulfo di ivi

Monza

,

stabili-

alle di lei

brame, vide Agilulfo divenir cattolico, ed ivi nell’ anno bambino, cui nel battesimo

seicentodue partoriva un fu

im[toslo

il

nome

di

Adaloaldo.

Per

le

quali

cose

Digitized by

Google


37

grandemente

rallegratosi

il

chiamato per

le singolari

sue doli

si

dono

di spedire in

tra' cui era

quie,

appellato per

1’

grande, affrettava-

a Teodolinda alcune preziose reli-

diadema

anzidetto

cerchiello di ferro,

il

il

.

Gregorio primo,

pontefice

di sante

ch’entro

gli

Elena, ag-

si

Corona ferrea. Passato questo diadema dalle madeir imperadore Costantino Tiberio Augusto in queldi san Gregorio Magno, intendeva il pontefice che

gira,

ni le

incoronar

mente

il

si dovessero con esso i re d’Italia. Probabilprimo a farne uso fu Adaloaldo, figliuolo di

Teodolinda, l’ultimo,

venlidue

a’ dì

no millecinquecentotrenta

era

,

domimi non tramontava

ne’ cui

febbraio dell’anquell’ imperatore,

stato il

sole giammai, vogliam

dire Carlo quinto. L’antichità e la celebrità di quella corona

non po-

lean giungere pertanto più opportune a chi per accen-

der

umane menti maravigliosamente

le

le più

semplici

circostanze, a chi,

alle,

piramidi

di Djyzelh,

loro

== Andate

e pensate

numenti quaranta quindi;

il

lica di

Monza

quindi

maggio

ci

disse

mo-

contemplano.

= Deliberava

nuovamente dal tesoro della basifampsa corona, dopo quasi trccent’anni

la

vi era oziosa, e di

porsela ^ul capo. Ordi-

ponvocazioné a Milanp per

la.

per

il

legii elettorali,

il

Milano, a re d’Italia.

sone di accompagnamento del

re,

i

le-

legislativo,

il

A

quel-

ministri e le per-

doveano assistere

Collegii elettorali, la Consulta di stato,

Corpo

Corpo

bandiva che nel vigesimo sesto sarebbe*

grande e notabile solennità, oltre

il

giorno 15

diciottesimo giorno quella dei tre Col-

incoronato, parimente a

lativo.

soldati, di questi

ai

che dalla cima

di quell’anno milleottocentocinque del

gislativo, e

la

giunto coll’esercito

additandole

re di levar,

che rimasta nala

secoli

sapea valersi del-

il

i

tre

Consiglio legis-

Tribunale di cassazione,

•

Digilized by

Googlc


58 gli arcivescovi,

vescovi,

i

generali,

i

i

prefetti,

i

presi-

denti dei Tribunali di revisione e di appello, quelli dei Consigli e delle Amministrazioni dei Dipartimenti, le De-

putazioni deir Instituto

te

nazionale di scienze, lettere ed

Università di Pavia e di Bologna, e finalmen-

arti, delle

di tutti

i

corpi dell’esercito.

persone ordinato era nel

rie

lor verde, trapuntalo di oro,

no co

di seta, ;

parimente

vestire di quelle va-

colore, con frangia

membri di co-

soppannalo di bian-

d’oro, lattughe di merletto, e cap--

ornato di candide penne, alla

foggia

del Consiglio

pannq verde oscuro, trapuntato

di

I

con un mantellino di pan-

di color verde,

vestimento dei membri

doveva

seguente.

dovevano un abito

brache di seta bianca, fascia dello stesso

farsetto e

pello Il

Il

modo

della Consulta di stato portar

di

di

Spagna.

stalo esser

di seta di

un

color verde più chiaro, agguagliandosi poi neU’altre parli

dell’abbigliamento

ai

membri

della Consulta di stalo,

eccettuatsb;)a fascia, di color rosso con frangia di argento.

Parjaiénte di panno verde,

trapuntalo di oro, esser

doveS la veste dei membri del Corpo le

’br^he, bianco

il

legislativo, verdi

farsetto, verde la fascia

con frangie

d’ofb, manlellmo, cappello e lattughe alla maniera stes-

sa degli

altri

doveano

le vesti

ne

di

primi.

I

membri

poi dei

Collegii

vestir

convenienti propriamente alla condizio-

ciascheduno di

essi,

portando però fasce chi bian-

^che, chi rosse e chi azzurre con frangie d’oro (I). In questo mezzo intendendo Napoleone di farsi rappresentare '

in Italia

queir eminente

da un viceré, trovava di confidare

uffizio

ad Eugenio di Beauharnais (2), tutti gli onori annessi a quel-

per adottarlo poscia, con

(i)

Decreti 32 e 24 marzo

(3)

Decreto 7 giugno i8o5.

i8o5.

C

,

Gixwk


59 la

adozione, a figliuolo (i). .Eugenio, che in conijeguen-

za dell’aUo anzidello aggiugneva

al

suo

nome

il

di

Na-

poleone, nasceva dal visconte Alessandro di Beauliarnais, e da Giuseppina

Tascher de

Pagerie,

la

allora

moglie

del re, e coniava precisamente venticinque anni di età.

Aiutante di

campo

del re

quando questi era ancora sem-

condolliere, seguitalo

plice

lo

nominato

d’Italia e di Egitto;

aveva

sue guerre

nelle

caposquadrone delle

indi

guardie dei Consoli, mollo virtuosamente avea combattuto a Marengo, sapendo inoltre a quella bravura unire

grande rettitudine ed aggiustatezza

campi

di

di

una mente ma, avvezzo :

maniere soldatesche, ed educalo nei

sin dall’ infanzia alle

battaglia, era affatto straniero all’

zione e alla politica. Nominato pertanto

amministra-

viceré d’Italia,

padre dargli una guida, e gliela diede nella per-

volle

il

sona

di Stefano

affabile,

Méjan

propenso

al

di Mompellieri,

uomo

integerrimo,

benefizio, però facile ad illudersi, e

mancante ikd necessario coraggio per ascoltare e per dire la verità. Pochi mesi appresso, cioè nel dodicesimo gior-

no

di gennaio dell’

anno milleollocenlosei, Eugenio spo-

sava Angusta Amalia, figliuola di Massimiliano Giuseppe re di Baviera e di Maria Guglielmina Augusta dèlia casa granducale di Assia-Darmstadt, giovanetta che, oltrapassato di soli tre anni rar

s-i

faceva

il

terzo lustro, mollo

ammi-

per avvenenza, meglio per ilolcezza, per

amenità di modi e per naturale modestia, inspirando quindi per tulle quelle diverse virtù una profonda venerazione.

Or, dati dal re

tutti gli

ordinamenti anzidetli,

sciava egli nei dì primi di aprile

Fontainebleau, e in

(j)

compagnia

l’

la-

imperiale castello di

della

regina

avviava si

Quarto Statuto costà uiioiiale i6 febbraio iSoC.

’

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versò quella

oggetto

Italia,

di tutte le

pompe

sue prime vittorie,

già teatro delle

allora dei suoi

più grandi

disegni.

italiani indirizzi di

molto meno'

il

per

tutte le attrattive del

supremo potere, andava ricevendo per ti

Circondato

della sovranità, e facendo sfoggio,

abbagliare e sedurre le genti, di

congratulazione,

voto dei popoli, che

la

via dai magistra-

quali provavano

i

tendenza e

la vo-

memorabile di Marengo, assisteva dall'alto di un trono, eretto nel mezzo di que’ campi, nei quali cinque anni addietro guada-

lontà della

forza.

gnalo aveva

Recatosi

villaggio

al

dominio, assisteva, con diletto grandissi-

il

mo, ad una sembianza moderator delle mosse

famosa battaglia, essendo»

della

maresciallo, e cui prendevano

mori delie fatiche sopportale

Terminata re la

la

bellica

prima pietra

di

armeggiamenti Cannes

e degli

parte in

molli

soldati

uh monumento destinato

moria dei valorosi spenti su quel terreno, ed nianza nei posteri della vittoria, volgeva cillà di lei i

e

Milano, ricevuti prima a Pavia

le

ivi

alla

giudizii imperscrutabili di Dio,

Giuseppina Tascher de

che fecero più

più,

la

crudeltà e Tavarizia,

a testimo-

dei di

per

Napoleone Buonaparte

Pagerie magnificamente pro-

tristo

ma

dal

me-

passi verso la

omaggi

magistrali. Così per bizzarria di fortuna, o meglio

cedevano verso una reggia di i

i

gli

me-

pianure.

quelle stesse

rappresentazione, e posta

il

antichi signori, malvagi

servaggio

colle

lascivie,

che pur mirarono, anche per

^ambizione, per interesse e per emulazione, a render fiorehte

il

ni, dei

paese; procedevano verso

la

reggia dei Torria-

Visconti e degli Sforza, nella quale per nascila

non avrebbero certo potuto mai penetrare. Perciocché ben lontano il re dì uscire da principesca 0 assai cospicua stirpe, modestamente in Aiaccio, città

deir isola

di

Corsica,

da Carlo Pyonaparte e da

Dlyiìized *


41 Letizia Ramolino, era nato a’ di 15 agosto del milleset-

sessantanove. Allogato, sul decimo anno, alun-

tecento

no

scuola

nell’antica

di Brienne,

militare

d’onde partiva sottotenente

di artiglieria,

Francia,

in

era destinato,

neU’anno millesettecentonovantatrè, a comandare siccome tenente colonnello le artiglierie nell’assedio di Tolone, datasi già per tradigione alle forze inglesi, ed oc-

cupata oltreché dagl’inglesi, per effetto di alleanza, da Spagnuoli, da Sardi e da Napoletani.

mandante Buonaparte

cosi

gli assalii

dal co-

Disposti

che

breve tem-

in

po ottomila bombe cadessero sopra piccolo spazio, e trenta

ro

i

da

pezzi

che

Salito

collegati.

guastassero e spianasse-

ventiquattro

ripari, fu la città in

e le artiglierie

la

meno

di

due giorni espugnata,

guardavano vòlte da’ Francesi

a’

nome

di

Buonaparte per quo’

fatti

in

buon guerriero, ed aggiungendosi a questo il matrimonio, ch’ei fece, grato a Barras, uno dei quinqueviri di Francia,

sposandosi

con Giuseppina,

gli

fu

commessa

Per questo avvenimento

l’opera di conquistare l’Italia.

principalmente, e per fingegno raro, smisurato, acutis-

simo che fervea nel capo

di

Buonaparte, e per

il

gran-

de animo suo intraprendente fino ad affrontar l’impos.sibile, e per l’ardentissima sua cupidità di dominio, e per conoscere

gli

uomini

in guisa

ch’ei potè fare tutto

quello che volle, giunse egli da guerriero di ventura a salire in

Francia sopra

»in

novello trono ereditario ed as-

soluto, quasi uguale a quello che

il

popolo sotto immen-

•

se rovine avea già sepolto, ed a recarsi in Italia affin di

cingersi di.

le

tempie colla corona degli antichi re Langobar-

Venendo

alla regina, era essa Creola

europea nata in America, ed avea tutte difetti ordinarii alle

leggiera,

non bella

femmine

ma

di nascita,

cioè

le grazie e tutti

di quella origine.

i

Buona,

perfettamente elegante, sapea ren-

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Godigli


42 qualunque

dersi aggradevole mollo più di

che per bellezza e per

altra

donna,

Le

ispirilo le fosse stala superiore.

prodigalità senza limiti e

le

spaventevoli imprudenze alle

quali essa frequentemente

si

abbandonava cagionavano

re dei egli

movimenti

impazienza

d’

al

nientedimeno non poteva

:

rimaner lungamente sdegnalo contro una femmina,

che avea diviso seco

lui

i

momenti primi

della nascente

sua grandezza, e che sembrava avergli recato con sè fortuna.-

Ma non

seppina di aver

lasciando figliuoli,

i

e

la

medici più speranza a Giu-

ben conoscendo essa che

il

proposito di suo marito era quello di dare alla Francia e alla Italia

un governo

pronunziare più volte

stabile il

ed ereditario, avea già udito

fatale

nome

di divorzio.

La sven-

turata che le regine di Europa, a giudicar soltanto dall’esteriore splendore di cui era circondala, avrebbero potuto invidiare, viveva allora agitala dai più crudeli pensieri.

come venne

Ravviandoci,

un maestro

di

il

cerimonie del re

giorno venlidue maggio, recava a

si

Monza con

tre

carrozze regie a ricevere la Corona di ferro. Tolta essa dal tesoro della basilica, era

degnamente collocala

delle delle carrozze, ponendovisi a sedere

Consiglio Municipale di Monza, il

il

in

una

presidente del

sindaco dei fabbricieri,

detto maestro di cerimonie, e l’arciprete della basilica

in abiti pontificali

del

medesimo

nelle

:

due

altre

sedevano due membri

consiglio municipale, due fabbricieri e

canonici in vesti corali. •

il

due

Postasi in viaggio la comitiva,

splendida scorta le faceano sessantadue cavalieri, venti-

cinque della guardia imperiale di Francia, venticinque della guardia reale d’ Italia, ed altri dodici scelti fra

notabili cittadini di

famoso diadema

i

più

Monza. AU’awicinarsi a Milano del

lo salutavano co’ loro spari le artiglierie

dell’esercilo, lo salutavano,

tutte della città, e

sonando

come giugneva

a gloria, le

alla

campane

porla della calte-

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Gt)ogIe


45 drale, ossequiosamente era accolto daH’arcivescovo e dal clero, e portalo processionalniente al santuario. Nella notte vegliarono

intorno a lui

da Monza, nel

dì, tra

il

le

persone che recato aveanlo

profumo degl’incensi e

dore dei ceri, cittadini e stranieri portarono ad

lo splen-

incessantemente

si

ammirarlo e a devotamente baciarlo, di insigne santità di lui solennemente venne

guisa che la

proclamala meglio allora, che nel tempo di quel Carlo quinto^

quale volle chiamarsi cattolico,

il

san Giusto;

solilarii di

morir

e

fra

avvegnaché nel detto tempo

i

la

Ferrea Corona era stala da Monza recala a Bologna senalcuna di venerazione da un laico, sicco-

za apparenza

me

era

marchese

il

di Monferrato.

Seguirono nel giorno ventisei della incoronazione del

colonne

dell’

re.

solenni cerimonie

le

Celate le vòlte, le pareli e le

ammirabile duomo, per opera

di

Luigi Ca-

gnola, sotto ricchissimi drappi e cortine di velo, con fran-

ge d’ oro e festoni di seia, era

tempio

il

folto di araldi, di

uscieri, di paggi, di ciamberlani, di scudieri, di magistrali,

di guerrieri e di bellissime gentildonne, risplendenti di

diamanti, tutte sedute in acconce gallerie. Accollo porla del

duomo da

nfedetli

all’ altare,

ove a

prima dal cardinale, riceveva

come poi gli

si

re alla

il

Giovambalista cardinale Caprara ar-

civescovo, procedeva

mano i

a

mano, be-

ornamenti

regii

offeriva la spada, consegnavaia tosto

:

ad Eu-

genio figliuolo suo adottivo, volendo cosi pubblicamente significare

che suo delegato e difensore ad un tempo co-

stituiva quello, al quale torità. Indi,

rimaner doveva

senza attendere che

re aU’allare

la

corona, saliva

la

poneva in capo, dicendo;

= Dio me Un

il

la

1’

suprema au-

la

arcivescovo

gli

desse

fieramente se

e, presala,

= = Napoleo-

diede , guai a chi la tocca.

araldo d’arme gridò allora, e forte

:

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Ai ne imperadore dei Francesi è sul Irono

d’ Italia

= = Vie gli

astanti risonar fecero le divote vòlte rispondendo

=

va Napoleone.

•

Postosi poscia

pronunziava '

le

il

un magnifico trono

re a sedere sopra

seguenti sacrosante parole

»

mantenere

»

rispettare la religione dello stato

la

integrità del regno ;

;

giuro di

« Io

di rispettare e

;

far

di rispettare e far ri-

spettare l’uguaglianza dei diritti, la libertà politica e ci>

vile, rirrevocabilità delle

»

di

beni nazionali

vendile dei

;

•

non esigere alcuna gravezza, nè stabilire alcuna lassa che in virtù della legge di governare colia sola

>

vista dell’interesse, della felicità e della gloria del

>

polo italiano.

;

andò

nell’ altra

dicala,

»

(1)

Terminata cosi

solenne corteggio a cantare

il

insigne basilica al

l’

medesimo santo vescovo de-

abbandonandosi poi tutta Milano in quel

gli altri

susseguenti a canti, a suoni, a

ad altre infinite allegrezze.

po-

la incoronazione.,

inno di Ambrogio

di

«

ne-

tripudii e

balli, a

Ed intendendo anche

il

re di

festeggiare la incoronazione di lui, lo fece colla indulgenza e colla generosità.

Accordò quindi amnistia a coloro^

che fuggiti erano dalla

milizia,

condannali per pubblici

delitti,

diminuzione di pena

posseduto arme vietate, e a chi reso re alle leggi di finanza (2).

reale

Ad

ai

assoluzione a chi aveva

ogni

si

era oontravvenlò-

modo

in

mezzo

magnanimità ebbesi a travedere alcun che

alla

di dispo-

tismo. Berini, incisore di pietre dure, allievo del famoso Pickler, di

Roma, lavorava una

bella

gemma

copte Caprara, fratello del cardinale, afiincbè

sopra

la testa del re.

durante

1’

incidesse

Or per innocente caso manifestatasi

opera una macchia di sangue dalla parte del

collo della effigie, e fattosene (i)

datagli dal v’

un

delR^p a Berini, già co-

Secondo Sfatato couituzìonàle 17 tì. e 3o maggio i8o5.

mano

i8o5.

(a) Decreti

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45 nosciuto per

uomo

di ardentissimi principii repubblicani,

veniva egli ritenuto e cacciato in carcere per tutto

po

in

che durarono

cerimonie e

le

le feste dell’

il

tem-

incorona-

zione.

Fra tanto festeggiare adunatosi giugno

il

Corpo

legislativo

nione, e pronunziò

Corpo

medesima

re a quella u-

ri

Signori del

render ragione delle diverse

legislativo; fattomi

parti dell’ amministrazione

quella

settimo giorno di

il

presedette

,

discorso seguente.

il

trovai d’ introdurre in esse

,

me

semplicità, già da

recata alle costi-

tuzioni fermate a Lione. Ciò eh’ è -buono, ciò eh’ è bello

sempre il risultalo di un sistema semplice ed unifome. Niun oggetto pertanto che riuscir possa di vantaggio al mio regno fu da me trasandato anzi, prima di valicar nuovamente le alpi, scorrerò volentieri una parte del paeè

;

se,

affm di conoscere più da vicino, e da

gni dei miei popoli, la

della costante risoluzione,

to essi attendono da

vadano

essi

che ho

me. Voglia

ad occupare

stra gioventù

stali.

,

E

fino a

armi

il

mio Consiglio

rità, offerite al

1’

a

quan-

non che

principale

Corpo

una

guerra,

volta, in condizio-

che

legislativo

di slalo^ e

ozii delle

le fatiche della

patria» se vuole

la

rispettala. Signori del

so di volontà verso

biso-

quando, signori, cotesta vo-

rimarrà anneghittita negl’infami

ne di far rispettare

i

ch’io nella mia

arriva se

si

delle

pericoli delle battaglie, e pongasi,

zelo col

adempiere

di

quel posto,

la forza

grandi città? cessi essa di paventar i

stesso

Cielo che in ricambio

il

niente loro destino, posto,. cui non

ben persuadendosi esser sostegno degli

me

quali avranno cosi una prova novel-

i

,

la patria sia

fate a gara di

mediante quesl,o concor-

unico scopo della pubblica prospe-

mio rappresentante

1’

appoggio, che deve

ricevere da voi. Possa durevole mantenersi la pace

però necessaria divenisse per vicissitudini

di

;

guerra

se la

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46

mia presenza

in Italia^.io sarò tosto

alla salvezza del

assemblea,

la

mio regno.

nuovainenle

Così parlava

»

voi

fra

una

re ad

il

quale illusa di partecipare veramente

al

po-

permessosi poco tempo appresso di attemperare un

tere,

progetto di legge, credendo di usare del proprio diritto,

addosso

si tirò

in

l’ira e le ingiurie

una completa inazione. Or,

del re stesso, e rimase

fornito

il

regio parlare, nel

quale da chi usciva appena dalle forme repubblicane udito si era

con raccapriccio ripetere più volte un pronome,

per cui traspirava

l'

autorità assòluta di

un monarca

Eugenio

to sciolto dai vincoli costituzionali,

di

affat-

Beauhar-

nais di questa guisa, e modestamente, imprese a favella-

Chiamato ben giovane ancora a rimaner presso

re. «

di

un tempo corregge la Francia e l’Italia, siccome esecutore della sua volontà, io non posso presentevoi da chi ad

mente

offerirvi

che delle speranze

gnori, ai sentimenti che

saranno deluse, e assistilo li,

e guidato da colui,

scopo ed un bisogno

la

obbedienza zioni nel

porre.

alle

leggi, e

momento

se però credete, o si-

dall’

ci

opera di

è sovrano,

i

magistra-

al re, fedeltà alla costituzione,

prometto

stesso che

il

di lasciare le

re

me

lo

mie fun-

avesse ad im-

»

Poste, così le basi di

un nuovo governo, che

reale valore aggiugneva una prodigiosa re,

tulli

non avrò che uno

gloria e la felicità del regno di

Giuro quindi fedeltà

Italia. '

che :

;

mi animano, queste speranze non

che

in

sommo

magia

suo

al

di forme,

mente ne usò per accarezzar

i

popoli e rendersi loro ac-

cetto quando, siccome aveva promesso, si accinse a sitar le provincie:

non

lasciò quindi città alcuna

aver prima soddisfallo con un decreto desiderli degli abitanti, creti,

il

grado possedeva quell’ arte, grande-

ai

bisogni

rimanendo però molli

vi-

senza e ai

di que’ de-

0 per mancanza di mezzi, o per non previsti osta-

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47 •

A

modo

Bergamo

e Verona,

vide Mantova, Bologna e Modena, d’ onde, per

Parma e

coli, ineseguiti.

questo

vide

Piacenza, giugneva alla superba Genova, la quale per le

macchine ed

i

di lui, e per concerti per-

comandamenti

dopo essere stala già bello ed antico ornamen-, uno dei più illustri stati di lei, era fatta miseramente in que’ dì provincia francese. fidissimi,

to d’ Italia, ed

Comunque

tutti

i

re amici della Francia

ed

prin-

i

da quel caso, e maggiornuovo regno, ad ogni modo nella incoronazione aveano mandato amba-

cipi Italiani addolorati fossero

mente

dall’altro del

circostanza- della sciatori a

Erano però

Milano.

terra, già

minacciata dal

re

ap-

quelli apportatori di

parente .allegrezza; perciocché per

sussidii dell’Inghil-

i

segretamente

d’ invasione,

'

contro

il

re stesso

l’

poli si collegavano.

parti

r

orizzonte,

Austria, la Russia, la Svezia e Na-

Annebbiandosi pertanto da tutte

non appena

il

re fu di ritorno a Pa-

rigi,-sguerni subito le coste dell’ Oceano, ove da

tempo erano attendate stinate a valicar

le

.

con piccole navi

Manica

la

fece per le vie più spedile in. Olanda,

in Italia, za, e

ordinando che ributtassero

specialmente soccorressero

dall’ Austria. Postosi poi

r esercito

di

Alemagna,

della guerra in Italia,

lungo

maggiori milizie di Francia deaffine di as-

saltar l’Inghilterra, e colla celerità sua solita le

esso

la

alla

forza

Danubio, colla

medesimo

ribellione, trovò di

di

for-

Baviera minacciata alla

e lasciato a Massella

siccome assai

camminar

sul

gl’

testa il

del-

governo

importava di con-

tenere in quel paese, di fresco a regno costituito,

lunque moto

‘

le

qua-

aggiugnere all’appa-

rato spaventevole delle armi eziandio quello del terrore.

Venuto quindi

a

sapere

che

gli

abitanti

di

Crespino,

•

.

piccola terra sulla sinistra riva del Po, accolto avevano

con esultanza grandissima

gli

Austriaci,

ordinava:

che

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-

48

«

V

abilanti di Crespino privati

gli

cittadinanza,

non potessero

fossero dei

della

diritti

in caso alcuno invocar quelli

della costituzione, dovessero trattarsi siccome colonia del

regno, composta di gente senza patria, venissero solda-

lescamente governati, pagassero doppie

le gravezze, si

pu-

nissero col bastone nei casi in cui per gli altri cittadini

era applicata la pena del

carcere,

marmorea, collocata

lapida

sull’

finalmente

mune; portar dovesse questa durissima leone imperatore dei Francesi e re d’ lo: Gli ni (1).

abitanti di

= Cominciati

centocinque in

avean

essi

che una

uscio della Casa del Coscritta

= Napo-

ha decreta-

Italia,

Crespino non sono cittadini

italia-

già nell’ottobre dell’anno railleotto-

Germania ed in Italia combattimenti, il secondo giorno di dicembre per una che ricordi la storia di quei

termine

delle più grandi battaglie

tempi, fieramente combattuta in quel dì stesso nei

sti

campi varono

di Austerlitz in Moravia, nella quale la

rengo. Or, da quella breve

ma

sei dello stesso

mese

ratore di Austria il

a*

Ma-

il

regno

*

d’Ita-

venne a quesl’ultimo, anziché danno, benefìzio gran-

dissimo; imperciocché per

e

nemici tro-

sterminata guerra, con-

giurata contro l’imperio di Francia ed lia,

i

nazione medesima, che trionfato aveva

di

gli

accordi stabiliti

venti

a’

dicembre a Presburgo,

impe-

l’

•

riconosceva senza più l’Italico regno,

territorio di lui accresciuto veniva di santa ragiono

coll’unione degli

stati

Veneti, già per

i

trattati

Cam-

di

po Formio e di Luneville posseduti dall’Austria.

Deposte

le

armi, ed inalzato subitamente Eugenio

viceré alla nuova dignità di prfncipe di Venezia (2), or-

dinava (i) li.

.io

il

re che

-gli

anzidetti stati Venbti col

Deticlo 11 febbraio

1806., abrog-ilo poi

primo

ttall'aliro

1

i

di

geli-

1807. (a)

Decido io

inario 1806.

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49

maggio déUt'anno mille oltocentosei formar dovessero integrai parie del regno, e che i terrilorii della Dalmazja, deirislria, del Friuli, del Cadore, di Belluno, di Conegliano, di Treviso, di Fellre, di Bassano, di Vicenza, di

Padova

e di Rovigo eretti

fossero in ducali gran feudi

deU’impero francese, riserbandosi veslilura, da Irasmcllersi,

mi

in favor

di coloro

e nalurali

darne l’in-

discendenli maschi, legilti-

ai

ed in caso

avesse, disposto,

dirillo di

il

per ragione di eredilà e per

ordine di primogenilura,

di

dei quali

estinzione

esso re ne

deila

discen-

denza loro maschile legittima, naturale* fossero stessi

il

feudi

i

Corona di Francia

imperiale

alla

riversibili

Di questa guisa

(1).

territorio veneziano, frutto della con-*

quista, dovea servire, ed in perpetuo, d’ indennizzamenlo al

vincitore che in quel glorioso

ti

chiamalo Giove, dai

momento

veniva dai poe-

preti braccio di Dio,, dai princi-

pi fratello e signore.

Fatte conoscere cosi

le

rio di

maschio

in

turale 0 adottiva,

trono di lui eredita-

il

maschio per linea escluse

per cui ebbe vita

cagioni

ed ampiezza l’Italico regno, era

na-

retta, legittima,

per sempre

le

femmine

e

i

discendenli loro, non potendo la corona essere unita a quella di Francia se non che

poleone Buonaparte, facoltà di

maschi

il

legittimi, fossero naturali

ciotto anni compiuti

sua naturale, era in

i

grandi

(1)

2)

i

figliuoli

od adottivi

(2).

suoi"

A

di-

lui

un Reggente, da mancan-

principi della Casa reale, o, in

scegliersi tra

(

tra

era stabilita la maggiorità del re,

dovendovi essere nella minorità di za loro, fra

i

Na-

nella sola persona di

quale, vita

nominarsi un. successore

Decreto 3 o

uffiziali della

niar/.o

corona,

quale pri-

il

1806.

Primo Statuto costituzionale i5 marzo iSnó. 4

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Cinigie


50

ma

di

assumere

condo

vangelii di amministrare gli affari se-

i

mantenere

leggi e le costituzioni, e di

le

integrità

la

sue funzioni dovea giU"

l'esercizio delle

rare a Dio sopra

loro

territorio,

il

in tutta

nazione* e

della

diritti

i

quelli della feal dignità: però la custodia della persona

minore era serbata

del re

canza di questa

alla

madre

man-

di lui, e in

destinato dal prede-

principe a ciò

al

cessore del re minore (1). Depositario dell’autorità civi-

supremo

e capitano

le e militare,

viceré, presedendo egli eziandio

era

dell’esercito

il

Consiglio di stato o-

il

gni qualvolta lo avesse giudicato opportuno, e dividen-

do

lavoro co’ ministri

il

in tutti gli oggetti relativi al-

dopo

l’amministrazione loro affidata (2). Immediatamente il

viceré ed

i

principi avevan posto

regno, ed erano na,

il

Cancelliere

il

grande elemosiniere,

giore,

gfandi ufficiali del

il

grande scudiere,

triarca di Venezia, gli arcivescovi di Milano,

na

,

di

Bologna

Ferrara,

e di

sidenti,

più

scelti fra

cinquanta,

gravezza, e che

forte

resi distintissimi:

del Collegio dei

pos-

una

loro

il

erano

Sesia

e

l’Adda,

terza sulla destra

(i) Secoiiilo

in

lire la

riva

Consi-

grande scu-

di

provvisionc^quatlro

commen-

[irima

posta tra

di

rendita,

seconda del Po,

fra la

la

l’Adda e l’Adige,

quarta fra

Stalutu coslii ii^ionalo aB

(i) Dccii'lo 7

il

Ai carichi poi di cancel-

gran ciamberlano e

di trentaseimila

fossero

si

formavano

uffiziali

privato.

liere guardasigilli, di

diere stabilite

pa-

Raven-

di

che pagato avessero

glio del re, e quello

de

magil

nell’esercizio

ministri

per l meriti

grandi

i

i

membri

delle loro funzioni, e sei

Coro-

della

guardasigilli

gran maggiordomo

il

gran ciambcrlano,

il

i

mano

i

il

la

Santer-

8o'>.

giugno i&oi.

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51

no e

un

il

Rubicone, assegnandosi al grande elemosiniere

ecclesiastico benefìzio (1).

Ordinala già ta l’antica ni,

la

pompa

corte dell’ impero francese con tut-

monarchia dei Borbo-

di quella della

furono tosto rivolle

le sollecitudini

anche per

stemazione deU’altra corte del nuovo regno

fine di procedere pertanto a ciò eh’ esigeva lo

del trono, versava ogni

somma

rona la

di sei

ben poco in confronto che

bili

ra,

il

anno

tulli il

o segreti

;

ma

ciò

era

immo-

beni mobili ed

i

diritto di

acquistava per conquiste, o per

blici

splendore

l’erario in quello della Co-

milioni di lire (2): di

esercitando

re,

la si-

d’ Italia. Af-

pace e di guer-

pub-

Irallali, fossero

questi beni andavano a comporre

il

così

demanio straordinario. Oltre questo eravi poi il demanio privalo del re, formalo di beni provenienti da donazioni, da successioni e dà acquisti conformemente

detto

alle regole del diritto civile;

e

due demanii supplivano

dei principi (3).

i

beni immobili di questi

spese degli appannaggi

alle

Or, l’appannaggio

del

yicerè

constava

di tanti degli anzidelli boni, quanti in ragione del cin-

que per cento dessero l’annua rendita di un milione di Dichiarati proprietà della Corona i boschi del

'

lire (4).

Ticino, le valli prossime a quel fiume, tanto alla destra

che

alla sinistra di esso, e

i

lerrilorii circondanti

co di Monza, inlilolavansi quelle quei

lerritorii caccia riservala (5),

ammazzare o

quello

camminar per que’

parvalli,

caprioli,

sentieri con

(2)

Seroiiilo Statuto cnslìtiiwonale 29 mario iFo 5 Tprzo Statuto costituzionale 5 giugno i 8o 5

(J)

Ottavo Statuto costituzionale

t/\)

Nono Statuto

(

il

laonde vietalo era di

di accalappiare colà cervi, daini,

cinghiali e fagiani, e di

'0

selve,

.

.

costituzionale

5 ) Decreto 3 o giugno

i

i

5 marzo 1810.

5 marzo 1810.

i8o(».

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52 con archibusi o con altre armo ed

cani,

menti da caccia

insidiosi istru-

cacce riservate

alla custodia di quelle

:

soprantendevano molti guardacaccia, soggetti ad un capitano delle cacce reali

no

palazzi a

i

natori, l’altro,

naparte, il

Di proprietà della Corona era-

(1).

Milano ed a Monza degli antichi gover-

parimente

Buo-

a Milano, appellato Villa

palazzo già ducale a Mantova, l’altro del Te,

il

un palazzo un palazzo a Vene-

palazzo in addietro dei duchi di Modena,

un

a Brescia,

Bologna

altro a

(2),

finalmente uno collocato sulle sponde del Brenta

zia, e

a Strà, villetta in quel di Padova; le

gioie,

vavano

i

quei palazzi,

in

Se non che

(3).

chezza e venustà

mandano una Dove

suppellettili,

le

perle, si

tro-

carrozze,

le

i

della dotazione della

parte

la infinita

magnificenza,

ric-

giustamente do-

dei palazzi anzidetti

nei tempi dell’antica repubblica milanese sor-

palagio dei consoli, ed eravi Varengo per

il

blici

parlamenti, Azone

Visconti

nel

i

pub-

milletrecentoven-

fermava sua dimora, esteriormente cignendola in

quadro

di

portici, e rinforzandola di

Spagnuoli, stavano to:

diamanti,

particolare menzione.

geva

t’otto

le

similmente

cavalli facevano

Corona

i

quadri, le pietre incise, le statue, che

quando poi

do, terzogenito

vernatore

e

il

vi si

dell’

capitan

governatore ed

torri. il

Ivi,

sotto gli

Consiglio segre-

pose l’austriaco arciduca Ferdinan-

augusta Maria Teresa, siccome gogenerale,

abbenchè facesse usò

di

l’

architetto

Piermarini,

una maniera minuta e rotta

da frequenti riquadri, ridur sapea quell’anlica stamberga degna veramente di accogliere

(1) Dcrirli 2 e (2) (

3 giugno

Tpi'70 Stalulo

una

corte.

Vincendo

t8o8.

cosili u7.ion.ilc

3 ) Oliavo Statuto cosliliuionalo

giugno i8oV

,'i

i

5 iuar7;i

1810.

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53 ingegnosamente

pertanto

mo

un

difficoltà di

le

ristrettissi-

facea sorgere vestibuli, corti, portici,

spazio, vi

scalone magnifico,

uno

cui vòlta era vagamente dipinta a

la

fresco dal Traballesi, appartamenti di regolare e nobilis-

sima forma con pitture di Martino Knoller e del detto Traballesi, e sale, fra cui zi,

ammirava quella

si

degli afaz-

*

cosi detta per gli arazzi eccellentissimi, alcuni Raffaelle-

schi che vi erano, e

per decorazioni, e

modellate dal parmigiano Caiani, e condan-

le Cariatidi,

nate a gemere

sotto

ghiera. Aggiunte

una

derie ed

Appiani a spiegarvi

Ed

il

peso di una elegantissima

successivamente

cavallerizza,

laonde

doppio in ampiezza,

be quasi del

nello.

d’ordine corintio, maestosa

l’altra,

più grande fra tutte, appellata del-

la

le bellezze

al

rin-

palagio vaste scuregio edilìzio creb-

il

chiamava Andrea

si

del sublime di lui pen-

il primo frescante dell’età una inesauribile varietà, con una

Appiani, ch’emerse

presente, pigneva con

fecondità di concetti e con una inarrivabile maestria, in

una la

sala gli

emblemi

della Forza, della-Grandezza e del-

Potenza; nella sala, appellata dei principi. Minerva

offerente alla stòria

uno scudo, sopra

efGgiate le imprese del re;

il

nella sala

(e nella testa del padre dei numi

il

quale stavano

del trono Giove pittore

ritrasse

quella del re) inalzato in seggio dalla Vittoria, e coro-

nato di alloro

dalle Virtù

e dalle

Ore danzanti; nella

sala delle Cariatidi molte delle guerriere geste paripiente del re.

Ma

in quel bellico e politico

lasciato illeso a Venezia

il

amore e

le

ma

rispetto

perchè

verso

antiche e memorabili

l’edifizio di Filippo

avrebbe potuto prestarsi

ai

perturbamento,

palazzo dei dogi, non già per

-

sedie,

Calendario poco o nulla

monarchici

riti,

e agli usi e

comodi di una corte, si volgeva invece il pensiero alle Procurane nuove. Decretato aveva il senato nel

ai

9

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54 millecìnquecenlo ollantaquatlro di continuare fica fabbrica della libreria sulla piazza sino

di san

Geminiano, dividendola in otto abitazioni per otto

di que’ magistrali,

che appellavansi Procuratori di san

Marco. Commesso •

il

disegno a Vincenzo Scamozzi, ed

ottenutane l’approvazione dei padri, esecuzione zio,

magni-

la

alla chiesa

che

dell’opera,

estese con trenlasei

si

ordinata

venne

formò un solo

quale

la

la

edifi-

archi sino aH’estremilà

della piazza, girando di là con altri sette archi fino alla

chiesa

anzidelta.

Procurane nava che

si il

Come adunque

fu

che quelle

preso

tramutassero in un regio palazzo,

tempio

di san

si

ordi-

Geminiano, bella ed ultima

opera del Sansovino, fosse abbattuto affine di dar luo-

go ad una appariscente e magnifica

scala.

Questa scala che

per due disgiunti rami ascendeva ad un grandioso ripiano, dal quale

si

progrediva a salire, per altro ramo fra

molto abilmente

primi,

Soli, professore di

dena, a sinistra di luogo.

del

stà

Il

veniva

collocala

un

atrio

ordini, ionico e dorico, :

ma

due

veramente degno della mae-»

prospetto poi sulla piazza del nuovo

palagio naturalmente andava a ricevere

cio

i

da Giuseppe

disegno nella reale Accademia di Mo-

fu sciagura

che

i

medesimi due

già ricorrenti neH’anlico gli

si

edifi-

soprapponesse un attico,

per eccessiva altezza e per soverchio lusso di ornamenti,

nocevolissimo alla leggiadria del secondo ordine, pe-

santissimo alla massa intiera della fabbrica. Demin, Hayez. Moro, Borsaio, Giani,

Bertolani, odierni pittori di

bella fama, mollo lavorarono su quelle regie tre vi si dri

di

mura, menappendevano ricchissimi drappi, e reputali qua-

Alberto Durerò,

di Bonifacio,

Paolo, di Jacopo Bassano,

di

Marconi, di Zuccarelli e dell’Aliense. vòlta della

sala, in cui era

di

Tinlorelto,

di

Giambellino, di Rocco

stata la

Ad

ogni

modo

la

biblioteca, vinceva

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in

ed in bellezza

sonluosllà

qualsivoglia

altro

lavoro

d! interna decorazione. Divisa' già la di lei superficie in

ventun compartimento, ciaschedun entro

il

campo un quadro

di

questi accoglieva

circolare, simile ad

una me-

daglia, di figure ad olio graziosamente legate da diversi

rabeschi. Affinchè poi

condotto

alla

to più savi!

questo singolare lavoro venisse

maggior perfezione,

vecchi Veneziani, mol-

i

ed avveduti de^i ultimi lor discendenti

quali, al termine del

passalo

un astronomo perchè

volesse, riparare

acque del Brenta,

secolo,

alle

lavoro Paolo, lo Zelotti, lo Schiavone, lio Licinio,

medesimi

il

Franco ed

disordinale

aveano ad eseguire

ctiiaraato

il

eccellenti maestri

una

il

Salviati,

Varotari, aprendo

il

i

avean ricorso ad

bella gara, e

fra

detto

Giuquei

ponendo

arbitra e distributrice della meritata corona la imparzialità

degli stessi concorrenti.

Avuto

effetto

il

giudizio, cadea

sopra Paolo di uniforme sentenza l’onor della palma; laon-

de fregio principale ed inestimabile della noveHa reggia

,

Veneziana era certamente quell’ antica opera commessa nell’aurea età della repubblica.

Nè manco

celebre é deco-

rosa era la reggia di Mantova, architettata c dipinta in gran parte da Giulio, prediletto discepolo di Raffaello, che terribile

ed illustre specialmente

rese

si

nella

capricciosa

stanza del suburbano palazzo del Te, nella quale con am-

mirabile forza e poetica espressione pinse in ardili e portentosi atti le deità dell’

Olimpo fulminale da Giove. Il romano Girola-

palagio reale di Modena, già condotto dal

mo

Rainaldi, e stanza,

un tempo,

della famosa Notte feli-

ce 0 Notte del Correggio, era pure assai pregialo; lo era

ugualmente quello

di Brescia, già dei conti Bargnani, di

architettura magnifica, grandiosa e ricco dei migliori e

più vaghi

mo

marmi

della provincia

era Taltro di Bologna

;

finalmente stimatissi-

maestrevolmente edificalo da

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n<;

Francesco Terribilia, o Trebilia, e cui maggior bellezza recavano

celli

di

Alfonso Torregiani, Giuseppe

gli altri architetti

Torri ed Antonio Laghi, ed

i

pittori Petronio e Pietro

Fan-

degni seguaci, negli ornamenti e nelle quadrature^

3Iauro Tesi lor maestro. Appartenente

miglia Gaprara,

il

il

palazzo alla fa-

re lo dava in appannaggio, col titolo di

principessa di Bologna, a Giuseppina Massimiliana figliuola

primogenita del viceré, presentemente regina di Svezia,

Passando volle

il

emular

quali eziandio

nelle

alle ville,

si

fasto de^li antichi sovrani, accoppiali si trovavano

in esse alla

grandezza dell’arle

lutti

i

favori della.natura.

Inalzalo aveva Leopoldo Polack, archilelfo di

tm

fare ele-

gante, nell’anno millesellecenlo novanta a Milano tra

la

via

Risarà e Marinar, per Lodovico Beigioioso un palazzo di delizie,

il

quale riuscì opera mollo nobile e dilicata, ed

i

cui

ornamenti, abbenchè soverchi, risultarono bene pronun-

ben

ciali e

distribuiti

della Corona, col

bero allora

:

nome

divenuto' di Villa

il

Parnaso,

si

maniera inglese, giardino

si

la

di

una

folla di

il

rappre-

•

primo giar-

presentasse condot-

composizione inge-

di

gnosissima, e in cui r anima provava, per oggetti,

accreb-

isi

di Ajipiani

trovò quindi in esso

dino, che allo sguardo dei Milanesi to alla

palazzo di proprietà

il

Buonaparte^

decorazioni e le magnificenze. Vidcsi quin-

r ultima pittura a fresco

di in esso

sentante

le

la varietà

degli

piacevolissime sensazioni. Se non che

maraviglia a dismisura aumentava

nell’ altra regia villa

Monza. Amplissimo palagio, edificalo

dall’ anzidetto

Piermarini, racchiudeva una cappella, un teatro e dei vasti

appartamenti, nei quali per

masserizie risplendevano Diviso in tre parli era

giardino di piacere l’orlo

ed

il

1’ ;

fruitelo.

il

la

abbellimenti e per

gli

spnluosilà e

giardino :

il

arboreto ed

la

le

squisitezza.

giardino dei cedri e

il

giardino botanico

Nel giardino di piacere

si

il

;

presenta-

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C

57 vano scene di magico

effetto, ricinli

ameni, grotte, risonanti

acque, un placido laghetto ed aiuole tutte dipinte di mille varietà di rarissimi fiori, che spiravano

Su

l’ala

settentrionale della reggia

congiungeva laonde colà

un soavissimo olezzo.

una vaghissima Rotonda

alla reggia stessa gli stanzoni degli

agrumi,

rinveniva nel verno più aspro

ridente

si

gioventù deir anno

do nella vòlta e nelle lunette della Rotonda

Amore

la

Appiani accresceva l’incanto pingen-

:

la storia

di

e Psiche. E, quasi che povere ancor fossero quelle

tante e

dilettevoli cose, davasi in que’ giorni

sì

mento ad un parco, della tri. Tutto cinto di muro, sole porte

si

;

comincia-

periferia di oltre tredicimila si

me-

lasciavano ad ingresso quattro

piantavano undici milioni di alberi; cervi,

poncano a caccia Lambro, che per lungo tratto scorre

daini, caprioli, lepri, conìgli e fagiani si e

vaghezza

;

sopra

serpeggiando per i

il

il

parco,

si

gittavano sei ponti

in tutti

;

sensi formavansi viali, stradicciuole e sentieri, che pre-

sentavano scene vaghissime specialmente lungo anzidetto

;

e pel clivo e

per

il

piano ove mulini

il

fiume

si

disse-

minavano, ove abitazioni, quali lasciale nella rusticità

lo-

ro naturale, quali esteriormente rivestile di architettoni-

co carattere, concorrendo cosi alla ricchezza della prospettiva e ad cini,

un gradevole legame

cogli oggetti circonvi-

senza affettazione di Aritmia. L’ ultima Italica reg-

gia era

cesco

il

palazzo di Slrà. Trafficato da Alvise e da Fran-

fratelli

Pisani

,

fu

chiamato dal nome del viceré

Villa Eugenia. Edificato nel princìpio dello scorso secolo sulla sinistra

sponda del Brenta, con disegno del Padova-

no Girolamo Frigimelica, superava esso per vaghezza e per magnificenza quante-altre fabbriche nezia,

i

palrizii di

Ve-

con animo e con larghezza meglio che principesca,

eretto aveano a lor diporto lungo quella ridentissima riviera. Cortili,

con lodevolissimi chiaroscuri di Fabio Ga-

Diyii(z«d c

j<

**


o8 naie e di Iacopo Gnarana, Cesari,

i

i

primi rappresenlanlì dodici

secondi parecchi uomini di lettere

vagamente adornata con pitture

nobile

;

sala

Milanese

a fresco del

Pietro Visconti e di Giovambatista Tiepolo, pittore di le

originale,

che ridestò Caliari

;

di

sti-

sicuro pennello, di pronta esecuzione e

a Venezia

leggiadrissime idee del

le felici e

nella sala stessa cancelli di metallo, e intorno la

di lei ringhiera

una balaustrata, pur

di metallo, preziose

opere ambedue di Giuseppe Cesa e di Pietro Danieletti,

Padovani scultori ta

ed

che

al

lusso

;

;

appartamenti aperti a’comodi della

Turchi, dei Chinesi e dei Persiani, e

fatte ricche di eccellenti

quadri e di stimati busti di mar-

mo; una camera destinata

alla

musica,

all’

al

trovava

in cui si

bisogno per qualsivoglia copiosa orchestra nata

vi-

stanze guernite in guise diverse, fin an-

alla foggia dei

;

il

altra desti-

gioco, e varii colà erano gli arnesi corrispondenti

alternare dei genii

le provveduta di

nalmente

;

arme

altra alla caccia,

ahhondevolmen-

e d’insidiosi istrumcnli

;

altra

fi-

alla pittura, e modelli, e matite, e pennelli, e

colori stavano colà pronti per chi voluto avesse usarne,

mentre a scorta mirar potea dalle pareli molte

tele dei

più c'elebrali autori: era questo Pinlerior della reggia. Di fuori,

lunghi

viali

di

folti

ombra anche quando più vedevansi di alberi e di ra, e

robusta e varia

la

carpini offerivano

allo era

il

una

sole, e mille

fresca

maniere

fiori, e labirinti, e teatri di

verdu-

vegetazione delle piante, ed

ammi-

rabile, oltreché ricchissima,

per

la

peregrina rarità del-

le frutte, la raccolta dei cedri e degli aranci.

Sotto le magnifiche vòlte, pertanto, di quegl’ istorici

palagli, e nell’

amplitudine di quel parco, e nell’a-

menilà di quei giardini, e

tra

il

profumo

di que’ fiori an-

dava ad albergare a vicenda una corte quanto splendida altrettanto gentile,

che ormai adempiere sapeva con

dis-

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59 involti le

te

modi, quasi già

pompe

tisala alle regali

e cerimonie

dalla famiglia

ciando tigiani

comprese

tutti,

volute

del re

(

dame,

le

dai

grandezze, a tut-

far

Comin-

principi.

che

e si avverta

doveano

il

i

cor-

servigio

presso le persone del viceré e della viccregina) era es-

composta del grande elemosiniere,

sa

quattro

nieri vescovi, di altri tore, di

pellani:

generale

un maestro

grande elemosiniere era

il

il

un predica-

assistito

da un vicario

da un segretario. Veniva appresso

e

maggiordomo maggiore, venivano lazzo,

due elemosi-

di

ordinari!, di

cerimonie e di quattro cap-

delle

governatore del

del palazzo

di

i

due

il

prefetti

gran

di pa-

palazzo di Milano e l’aiutante

Monza, due marescialli degli

alloggi,

il

maestro delle cerimonie, introduttore eziandio degli ambasciatori,

il

capo degli araldi d’arme e due

totto ciamberlani e dodici scudieri il

gran ciamberlano ed

lani

ed

agli scudieri

aveano

Vencima loro

araldi.

alla

grande scudiere. Ai ciamber-

il

susseguivano sedici paggi, soggetti

ad un governatore, ad un sottogovernatore e ad uno deelemosinieri ordinari!: nove precettori

gli

vano nelle lingue ria

e geografia,

nelle

li

ammaestra-

latina e francese,

italiana,

matematiche, nel bello

nella stoscrivtjre,

.

scherma e nella equitazione. Governavano i beni della Corona un intendente generale, un amministratore, un tesoriere, un cassiere; aveanvi quatnel disegno, nella

tro

architetti

dei palazzi;

vi

erano due

medici e

"'due

chirurghi ordinari!, un primo medico, un primo chirurgo, un medico consulente, un chirurgo consulente, un primo farmacista; scelti musici, finalmente, ricreavano

con dilettevolissimi

canti

principi e dei cortigiani.

e

con suoni lo spirito dei

Erano

in servigio della regina

due elemosinieri, quattro ciamberlani e quattro scudieavea pure la regina un cavaliere di onore, ventiqualri :

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GO tro

dame,

chè

che presso

e quella principale,

addomandala d’atour,

insliluila

Francesi è

i

ne’ vecchi lempi affin-

regine e le principesse osservar dovessero scru-

le

polosamente

le leggi

dell’eleganza e in pari

tempo

delta

decenza. Fra quelle dame, fra que’ ciamberlani, fra quegli

scudieri e

nomi

que’ paggi antichi

fra

d’ illustri,

principesche famiglie d’Italia sonavano: di guisa che

o la

celebrità della contessa Matilde, di Vittor Pisani, dei Trivulzio, dei Bentivoglio^ dei Frangipane, dei Martinengo,

dei Visconti, dei Montecuccoli, e dei dogi di Venezia Michiel,

Gradenigo e Mocenigo, accrescea di riverbero

la

splendidezza della reggia novella.

Una. guardia, oltreché per pompa, per sicurezza, compiva la famiglia del re.

Guardie di

di onore, di

Era questa composta

Veliti, e di tutti,

sfarzosamente

Guardie di onore,

quali

esclusivamente

le

servigio presso la persona del

di

Guardie

Guardie di grossa or-

dinanza, begli uomini

principe,

si

Le

divisati.

facevano

il

dividevano in

cinque compagnie (ciascheduna di cento uomini, sessanta a cavallo, quaranta a piedi), denominate la prima di Milano, la ,

seconda di Bologna,

quarta della Romagna, i

soldati tra

gliuoli e

i

i

I

Veliti in

sommavano

gnie, di cento battaglione.

figli,

i

nipoti,

dei tre Collegii

regii palazzi, in

la terza di Brescia,

la

quinta di Venezia, prendendosi

nipoti di coloro

avere.

notabile

del re, e

i

fratelli,

membri

gini dei

dia dei

i

la

i

pronipoti e

elettorali,

o

tra

i

cu-

i

11-

che avessero posseduto un

tempo

di

pace erano a guar-

guerra alla difesa della persona

a tre battaglioni

:

quattro compa-

uomini per ciascheduna, componevano un

Le Guardie di grossa ordinanza, trascelte fra che avessero avuto più di cinque

soldati dell’esercito,

anni di servigio, e che distinti

si

ferivano due squadroni di dragoni,

fossero per valore, of-

un reggimento

di fanti,

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61

due

parlilo in

battaglioni,

granatieri,

primo

il

cinque compagnie

di

secondo di altrellanle

di

cacciatori; a

queste schiere annodalo era un drappello

di artiglieria

di

un

leggiera,

gendarmi

il

una squadra

allro di attiragli, ed

di eletti

(1).

Nata quella corte

conseguenza della imposizione

in

sul capo del re della ferrea Corona, intese egli di per-

mercè la inslituzione di un nuovo ordine cala memoria del celebre avvenimento. Dopo

petuare,

valleresco,

che

l’oggetto degli già Parigi di

che

rivoluzione,

era divenuta

sguardi di tutta l’Europa,

e traboccava

acquetata

Francia,

la

la

recavano a visitare

si

osservalo,

e d’illustri personaggi,

ministri forestieri

che

popolo,

il

il

primo Consolo, aveva pure, eh’ erano

e molli

sopra del popolo, avidamente ammiravano

egli

di

al

splendide

le

e svariale cavalleresche insegne di quegli stranieri. Ave-

va quindi argomentalo

pompe

religiose,

fossero

idolatrie

quelle idolatrie, quali

si

potean

quali virtù

deva

si

che

amava

comunque

e

tivi,

e

a

erano lutto

il

nascere delle

pur quelle vanità e genere umano, dalle

che se

al

grandi virtù, e

sentimento

pii

alle

al

nobile sen-

visibili.

di questi priucipii inslituito in

In conse-

Francia dal pri-

Consolo l’ordine della Legion d’onore, per

medesimi,

ed affine

di

è indi-

religioso

spensabile un cullo, necessarie son pure

timento della gloria delle distinzioni

mo

le

democrati appellali

conveniano dei segni esteriori: conchiu-

pertanto,

guenza

ama

popolo, siccome

lìlosofi

vanità,

comuni far

il

del pari quegli onorevoli distindai

essi

perpetuare

la

i

princi-

memoria

del

d’Italia rinnovato antico rito della incoronazione dei re * • col

diadema (i) Dccieli

di

Costantino c dei

20 giugno

i

Langobardi,

il

primo

8o 5 e 2 agosto 1806.

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62 Consolo, divenuto

meritare

i

un Ordine, per

insliluiva

re,

cui

ri-

tanto nelle armi e

servigli resi dagl’italiani

nelle magistrature, quanto nelle scienze, nelle lettere e nelle arti. Quest’ordine,

denominato appunto della Coro-

na ferrea, era composto di cavalieri, di commendatori e

con uq annuo onorario per

di dignitarii,

trecento, per

i

secondi di

quattrocentomila

i

:

primi di

i

lire settecento,

per

lire

terzi di

i

essendo perciò una rendita di

lire tremila, applicata

d’Italia

re

n’

lire

gran maestri.

erano

Constava l’insegna dell’ordine neU’emblema della Coro-

na Langobarda, intorno

mose parole

= Dio

to

proferite

me

la

quale stavano sculte

alla

dal

diede,

del

all’atto

re

le fa-

coronamen-

guai a chi la tocca

=,

ed era

sostenuta da un’aquila, e sospesa ad un nastro di color d’arancio,

argento, rii

il

coi

lembi verdi.

commendatori

i

gran cordone

cavalieri

I

d’oro.

la

portavano di

Usavano poi

al

fianco sinistro, e al cui e-

stremo era appesa l’aquila colla corona; sopra i

dignita-

i

parimente dello stesso colore, che

dall’omero diritto passava

mantelli portavano

pure

le vesti

una piastra ricamala

ed

in ar-

gento, in mezzo alla quale erano in giro tre corone tra-

mezzale da tre aquile d’oro, e nel centro circolarmente

re,

chiudendo aquile,

lesta

la

e

del

lesta

corone

le

parole del molto dell’ordine. Nel giorno dell’Ascensione di

ciaschedun anno

tulli

i

cavalieri,

i

commendatori e

i

dignitarii si raccoglievano in capitolo generale nella chie-

sa

metropolitana di Milano affine di provvedere alle va-

canze, e per udir le notizie storiche dei trapassali frain quella circostanza

telli

:

pii,

sopra

ti

i

l’oratore ricordava

i

princi-

quali era fondalo l’Ordine, e gli avvenimen-

che ne avevano preceduto

(] TtT/ii Stalutu

cusliluziuiiiilc

la instituzione.

5 giagiio

(l).

Per-

i8o5.

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fìnaljnente, la qualità di cavaliere per le

devasi,

medesime che perder facevano quella le

seguenti parole:

si

pronun-

«voi avete mancato all’ono-

nome dell’Ordine che membro (1).»

»

re; vi si dichiara quindi in

*

te cessato di

esserne

cause

citladitio Ita-

cerimonia della degradazione

liano, e nella

ziavano

di

Incessantemente moltiplicandosi

tutti

ave-

questi fatti in-

nanzi agli occhi degli antichi zelatori della repubblica e della libertà, intendeva

il

non avessero a

re, affinchè essi

nuocere, ed affogassero nella bonaccia, di chiamarli più eminenti seggi della corte e del regno ridotti

i

rono tosto per quegli allettamenti levati, e si tà

ma

:

ai

di guisa che,

repubblicani in abbiettissima servitù, dimenticala

causa per cui

si

eran

avverò quindi che non per desiderio di liber-

solamente per brama

di

ambizione, e per salire dai

bassi ed ignorati gradi ai sublimi, molti Italiani abbracciato

avevano In

le

quel

dottrine della rivoluzione.

tempo un’addolorata donna, tristamente

camuflata in gramaglia, inalzar facea dg^anova, in santa

Croce di Firenze, poco discosto dal sepolcro di Michelangelo,

un

altro sepolcro

tato col gridare ,stro Petrarca,

=

che

:

Alfieri,

che

Italiani, Italiani,

alla

era tanto sfia-

si

udite

grandezza italiana

i

vi

detti del vo-

esortano, del

vostro Petrarca sublime per disdegno della servitù della patria, per altezza di te corti la

vista

=

animo

Alfieri, quasi

dell’ Italiana

e per fastidio delle conosciu-

che sopravvivere non potesse

viltà,

al-

repubblicano incontaminato,

discendeva nel famoso sepolcro.

(i)

Decreto

IO jetlcinbie

1807.

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1

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.

V

%

l*XBRO SSGONDO.

LE LEGGI. *

Era

la

impresa del regno

sparso di mazzolini di

dema

fiori d’

Italico

un gran manto

argento, coronato dal dia-

imperiale, e diagonalmente attraversato di sotto da

due alabarde, che sopravanzavano ai quattro angoli: entro manto stava un’ aquila colle ali spiegate, la quale strignea la folgore negli artigli. Comprendeva essa aquila un il

grande scudo circondato della collana Legione di onore, da cui pendea

con sopra

detto scudo in cinque più

dell’

Ordine della

la stella della

nome

la lettera iniziale del

piccoli

,

insegna

del re. Suddiviso

mezzo

il

ferro

quello in alto, alla destra, le chiavi pontificie, quel

;

serpente dei Visconti

,

^

il

.

presentava’ quel di

tagliato dalla

Corona di

r aquila Estense. Presentava 1’ altro scudo alla sinistra, in alto il Leone di san Marco, di sotto la doppia croce di Piemonte , arme tutte che indicavano i diversi stati i quali, divisi un tempo, componevano allora il nuo-

’

di sotto

,

vo regno.

Era

il

regno della superficie di miglia quadrate

tantacinqueinilasettecentoquarantasei. Confinava riente colle provincie Illiriche ed

Austro col regno

di Napoli, colla

il

set-

ad

mare Adriatico

;

,

0ad

catena degli Appennini,

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.

’

66 che

•

lo divideva dagli stati

Romani,

To- «

col gran ducato di

scana, col principato di Lucca, è col dipartimento" del

Taro, impero Francese

mento francese

;

ad Occidente coll’altro diparti-

del Sesia e colla repubblica del Vallese

;

ad Aquilone col paese dei Grigiohi, col Cantone Ticir», colla Confederazione Elvetica, col

nuovo

colle provincie Illiriche,

ventiquattro

dipartimenti,

in

regno di Baviera' e di

Era

regno partito in

il

divisioni

sei

milharr,

in

quattro divisioni di artiglieria, in otto sindacali marittimi, in sessantauna

menti avean per

il

lor

diocesi.

nome

dal

territorio,

Pressoché

tutti

i

diparlF-

fiume principale che scorreà

quindi

si

chiamavano dell’Olona,

deH’Adrialico, del Mella, del Reno, dell’Agogna, del Lafio,

Ru-

del Crostolo, del Metaiiro, del Mincio, del Panaro, del

bicone, del Serio, deìI’Adda, dell’Adige, deU’Allo Adige,

deH’AUo Po, del Basso Po, del Bacchiglione,del Brenta, del Passeriano, del Piave, del Tagliarnento, del Musone, del Tronto. La prima divisione militare conaprendeva i dipartimenti dell’Agogna, dell’Olona, del Lario e dell’Ad«

da

;

la

seconda del Mella, del Serio

terza del Mincio, dell’Adige c del

del Reno, del Rubicone, del

la

to,

deU’Adrialico e del

Passeriano

comprendeva

i

(1).

seconda quelli del Mincio, dell’Adige,

-

del

del Passeriano, lico, del

V

(>)

Panaro

e

del

la

la

la

;

sesta

Tagliamen-

La prima Dire-

dipartimenti doll’Ad-

da, dell’Agogna, dell’Olona, dei Lario e

del Crostolo,

;

quarta

Panaro e del Crostolo

quinta del Metauro, del Musone e del Tronto; del Bacchiglione, del Brenta, del Piave, del

zione di artiglieria

Po

e deU’Allo

Basso Po;

Reno

;

deH’AUo Po

;

la

dell’ Allo

Adige,

terza

quelli

la

del Piave, del Tagliarnento, dell’Adria-

Bacchiglione, del

Brenta e del Basso Po

;

la

Decreto io ottobre i8oy.

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67

-

quarta gU

Rubicone

del

bracciavano

Musone, del Metauro e

del Tronto, del

altri

primi tre

I

(1).

le coste dal

Sindacati

to quelle da Cattolica sino

a Rimini

del Basso Po, -da Primaro

al

quelle dal il

Po

di Maistra

di Treporti

Po

sino

il

;

il

;

il

;

il

fiume 'Isonzo

(2).

Erano

;

di Ferrara, di Urbino, di

Fermo,

di

quest’ul-

le diocesi: di

di Udine, di Bologna,

di Milano,

sesto

porto di Malamocco

al

l’ottavo, finalmente, le coste tra

;

timo porto ed

quar-

quinto, quelle

di Maistra

porto di Malamocco sino aH’altro

settimo quelle dal

Venezia,

marittimi -ab-

Tronto sino a Cattolica

di

Camerino

Ravenna,

—

(patriar--

cale la prima, arcivescovili le altre), di Brescia,- di Ber-

gamo,

di Pavia, di Trento,

di Vigevano,

vara,

di

di

Como,

Cremona,

di

Crema,

di Lodi,

No-

di

di Caorle^

di

Cbioggia, di Torcello, di Modena, di Reggio, di Guastal•

di Cesena, di Forti, di

di Aulla, d’ Imola, di Carpi,

la,

Faenza, di Rimino, di Cervia, di Mantova, di Comacchio, di Adria, di Belluno, di

tro,

di

Ceneda, di Concordia, di Fel-

Padova, di Treviso, di Verona, di Vicenza, di

Sant’Angelo in Vado ed Urbania, di Cagli, di Fano, di

Fossombrone,

di

Gubbio, di Pesaro,

cerata e Tolentino, di Sanseverino,

Montalto, di Ancona ed e Matellica, di Jesi,

di

Umana, Osimo e

di Sinigaglia, di di,

Ma-

Ripatransone, di

di Ascoli, di

Fabriano

Cingoli, di Recanati e

*

Loreto.

Era ta

di

la

regione del regno

montagne,

fertile, ricca

e felice, lie-

di colli, di piani, di foreste, di boschi,

e di dolce, e salubre aria,

però all’alpe aspra e verne-

reccia per ghiacci eterni e per nevi, abbacinata, gravis-

sima nelle poche maremme.

(i) Df-crelo (a)

I

fiumi Po, Adige, Liven-

g gennaio 1811.

Decreto aa giugno »8o8.

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-

68 za, Ticino, Oglio,

Potenza, Adda, Tagliamento, Mincio,

Piave, Chienti, Reno, Brenta, altri

minori, e

Crostolo ed Asone, molti

ampii laghi Maggiore,

Como fecondavano

da e di le

gli

sue mercatanzie, e

i

i

Adriatico, facile a solcarsi nell’estate, e

i

Il

mare

seni e le lacu-

ne formate per esso abbondevolmenle davano inQnità di covili e

Gar-

d’ Iseo, di

suoi campi, trasportavano

lavori della sua industria.

sale, e

per

profondo delle acque,

di alghe nel

saporiti pesci, esimii, eccellenti. Inesauste miniere vi avea-

no, quali per ricchezza, quali per medicina

per ricchez-

:

za quelle di ferro, di rame, di piombo, di zinco, di al-

lume,

di

fossile, di

giallamina, di lavagna, di spato

adamantino

-

marmo

carbone, di pietre da mola, di

statuario,

di diaspro nei dipartimenti dell’Adda, del Serio, del Mella,

dell’Adige, del Bacchiglione, del Piave

per medicina quelle di Bormio, Battaglia, di Recoaro.

e del Passeriano

;

Abano, di

di Caldiero, di

Amplissime pianure nei dipartimenti

dell’Olona, deU’Alto Po, del Mincio, del Rubicone, del

R^

no, del Musone, del Mella, del Lario, del Basso Po, dell’Adige, del Brenta, del Bacchiglione, del Tagliamento e del

Passeriano indorate erano con

superbe per

viti,

aggravate di

di gelsi, di fruite, di

campi

pompa folti

di bella

chie, e quale ancora, nei più avvallati

napa

mietitura,

racemi, e ricchissime

a pastura, di armenti, di pecdi riso.

siti,

in copia, ed assai reputata, prodiiccva

il

Ca-

suolo dei

dipartimenti del Brenta, deH’Adigc, del Panaro, del Croslolo, del

Mella, del Basso Po e del Reno;

cedri, le melerance, a vicenda cogli olivi, gli no nelle acque del Garda menti del Melauro, del Musone

olivi

;

mente incoronavano Ascoli 0 di Loreto. Ottanta

città,

nreglio

limoni,

i

i

specchiavariei

diparti-

e del Tronto, leggiadra-

le deliziose

Erano

si

pure,

nella

di duemila

cime

di

Macerata, di

regione del

regno da

ccntocinquantacinque

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C9

Comuni

Milano, città antica, nobile, ricca, bella e pos-

;

'

sente, dichiarata veniva metropoli.' Trovavansi nellà re-

gione del regno archi

Tr^ano,

di Gallieno;

chiamato da Gelilo teatro edificato da

inalzati in

onore di Augusto, di

la villa di

Cajo Valerio Catullo,

più elegante tra

il

i

un

poeti;

anfi-

Augusto Cesare, o dai Legionarii Tre-

dicesimani, o da Antonio Primo Vero o da Massimiano; e

il

poggio, sul culmine del quale l’augure Cornelio va-

ticinava

combattimento di Farsaglia, e tutto agitato

il

da furor sacro diceva

:

Cesare, hai vinto, ed a te die-

Trovavansi

«lero gl’ iddii illustre vittoria. dii,

;

gno

il

campi Caus’

inalzarono

virtù di Livio

Brebiacq, ove nell’aspra pusalutato

di Vitellio,

co’ soldati

la vittoria

sulti

di

gli altri

za legione

guerriera

testimoni! della

quelli

Salinature;

gna

i

nei quali a Mario, vincitor de’ Cimbri,

trofei

appena dalla

ter-

sole nascente, ebbe Vespasiano assicurata

e l’imperio, Vedevansi nella regione del re-

le rovine

d’una

città

dei barbari del

che, a riparo d’Italia dagl’ in-

settentrione,

era stata

eretta da

P. Scipione Nasica, da C. Flaminio e da L. Manlio Aci-

dino, triumviri, città cara ad Augusto ed a Livia, città

famosa per

il

suo foro, per

circo, per le sue

terme e per

il i

per

suo teatro,

il

suo

suoi templi sacri a Gio-

ve fulminante, ad Iside, a Mitra, a Feronia, a Marte, al

Fato ed

al

Sole.

Erano finalmente,

regno, manifesti ancora della Germanica, della

stumia,

della Claudia

nia, sulle quali

gli

avanzi

Via Gallica,

Gamica, della Gemina, della PoAugusta Altinate e della Flami-

due ultime

nobia, regina di Paimira,

vie Italia scorse, un' di, Ze-

seguir prigioniera

carro dì Aureliano imperatore, e fra te legioni, e

regione del

nella

della

una caterva

le

il

trionfai

coorti di

di cavalieri Parti,

mol-

Armèni

e

Persiani, di servi, di eunuchi, di femmine, di zanzeri e di

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70 schiavi scorse Tiridate recarsi a

da

lei

la

abitanti (tale

era incirca

maggior parte dei le,

Roma

ricevefé

affin di

corona di Armenia. Sei milioni setlecentomìla

notissimo era

la

popolazione del regno) alla

quali, per lettura già fatta alle scuoil

forte ardire di Trasea, di Arria, di

i quali seguendo le austearmar seppero l’animo d’invincostanza contro la malvagità degli uomini e dei

Elvidio Prisco e di Fannia,

re

massime

cibile

degli Stoici,

tempi, sei milioni settecentomila abitanti contemplava-

no

allora

con reverenza quelle gloriose memorie dei grannè

di lor avi,

mignoli delle

si

curavan delle solitarie abbadie, dei cogotiche absidi, delle bertesche

torri, delle

e dei trabocchetti delle rocche, delle Stinche di Firenze,

0 dei Pozzi di Venezia, che nacquero ed ebber

nome

sol-

tanto nei rozzi e disavventurali tempi degli eremiti, dei trovatori, dei peregrini, delle suore, degl’ inquisitori, delle bariJute, dei berrovieri, dei frati, dei bravi;

nonimi d’ignoranza,

tempi

si-

di pugnali, di superstizione, di san-

gue, di veleni, di prostituzioni, di stupri, d’incesti; tempi,

non ha guari da chi

vive oltre alpe, e oltre

Mani-

ca specialmente, a diletto delle femmine e dei civettoni evocati da’lor vilissimi avelli. Tutto l’oro, tutte le arti, tulle le

armate della poderosa Inghilterra,

tolto

il

in qualsivoglia altro luogo resa allora impotente,

levano a far giugnere in Italia a di

lei

corruttela

i

mare,

non valetterari

raffazzonamenti, tanto avidamente adesso ricerchi, di que’ forestieri, le

i

cui padri, per abbrutimento estremo, avean

anche dipinte quando Tullio perorava dai

rostri, e sul

Sebelo 'cominciava a cantare Virgilio. Oltrapassalo

avea

la

siccome abbiamo veduto, voli:

ma

la religione di

rivoluzione in fatto tutti

Gesù

i

religioso,

limili giusti e. ragione-

Cristo,

da cui ebbe a sca-

turire quel corpo d’invariabile dottrina, spesso assalito.

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s

71

costantemente trionfante, che Unità Cattolica

ed

a’ cui piedi

i

più bei genii andarono

a

appella,

si

prostrarsi, e

lutti

i

popoli civilizzali a sottomettersi, che formalo a-

veva

i

costumi loro, inspiralo

soggetto alle lor poesie,

una grande tempesta

Velala

dello spirito

momentaneamente, umano, da quelle

sche nubi, che sogliono talvolta rubar

come

abbonacciò

si

la

dispensabile e naturale, e

come

lei

altare,

la

proprio divei'so cullo) (1) fu

romana,

la

i

popoli per alcun

la

l’esercizio

già accese in

privato del

religione cattolica, apo-

religione direllamcnle recata agl’ Ita-

perciò vergine e pura, da quelle

liani,

veneràbi-

il

religione pubblicamente professala

nel regno (libero a ciascheduno

stolica,

sole,

il

legittima e salutare rea-

Rialzato quindi

allontanali da essa.

le di

mondo

fede riconosdula siccome in-

*ione quella di ricondurre alla fede

tempo

al

in fo-

rinvenne la fede nel

la procella, si

fondo delle anime, e fu

il

loro quadri, alle loro statue,

ai

quella religione easleva.

prestato

lor cantici,

i

Gerusalemme col fuoco

stesse

fiaccofe

Amore:

del divino

onde per Gesù Cristo nella contraddizione dei secoli imporporala

si

di soldati, di noi- del

matrone e di

sangue di Giuslina,

Non

(i)

si

Philippe, Cla ipkie

-

—

les raarclien

E

soggiugnc

oiit

eo Fraace,

il

la

disait

vcrnemeuts en Allemagne

PC

ies coDsidèrc toujours

<(

Napoleon,

nature des bomines »

plaie des paysaas: il,

ils

quels

pour

=

lais-

«eroat partOMt les inai-

=

CapeCgue: « Toutes

leurs motirs, et

la

Europe depuit P auénemtmt du roi LIX) avait c*lé obligé de lancer des

tres (le l'argent et des fortuaes. »

res

Erocina, di Eu-

~

décrcis contre les juifs d’Alsace, ser.

di donzelle,

e particolarmente tra

di Tecla, di

profonde ifilelligence de

Capeligue nella sua

Louis

leviti,

portanio, ad onta di questa tolleranta,

qui avait une (cosi

sangue

terra del

vide ritalica

les

que soient le respect

repngnanccs populailes

eObrts des gou-

des juifs,

peuple

le

que comioe uoe race maudite.

»

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7-2

femia, di Dorolea, di Forlnnato e di Ermagora, di Ales-

sandra, di Torpele, di Paolino, di

Romano,

di Gerrasio

Na-

e di Prolasio, di Maurizio, di Vitale, di Valeria, di

zario e di Gelso, vittime tutte

stupidi

immolate dalla rabbia di

e feroci regnanti, innanzi

ai

quali e donzelle e

matrone, degne veramente di appar-

soldati, e leviti e

tenere a Gesù Cristo e airitalia, presentarono di le

una sapienza e degli

una

di

tesori

i

virtù ancor più pregevoli di quel-

pertanto, in

Restituita

stoici.

tutto

di

il

lei

splendore, nel regno la cattolica fede, immacolato sem-

pre se ne mantenne lascivie, a

gani gravi e -srmi,

che

il

gli

fra le

mimiche gli

or-

santi inni della Chiesa, scandali pessimis-

i

mondo

scorse di poco, e non avrebbe veduto,

se opportunamente, ziare

dogma; nè mai

il

popolar dolcezza, sulle scene sonarono

un giorno, pensato

si

avesse di

sa--

appetiti sfrenatissimi dell’ ambiziosissimo e al-

tiero frate di Eisleben.

Ma,’ ritornando ai dipartimenti, era quel dell’Olona

formato dalla maggior parte del Milanese e del Pavese e dalla Lomellina

quello dell’ Adriatico dalla provincia di

;

Venezia, e da parte del Friuli, del Trivigiano, del Padova-:

no

e del Polesine

Riviera di Salò di

;

;

quello del Mella dal Bresciano e dalla

Reno

quello del

dai territorii di Bologna,

Ceplo, d’ Imola e da porzione degli

Modenese

;

altri

Ferrarese e

quel dell’ Agogna dalle provincie dell’Alto e

Basso Novarese, dal Vigevanasco, dalla Val Sesia, tra di

Domodossola

;

quel-

quello del Grostolo dal Reggiano,' dal Cor-

reggiasco, dal Novellarese

porzione della Lunigiana ra provincia di

Urbino

,

;

,

dal Guastallese e da

buona

quello del Melauro dalla inte-

e da

Ancona quello del Mincio ;

;

contado di Como, e da porzione

lo del Lario dall’antico

del Milanese

dall’ al-

e dalla riviera del lago d’ Orta

un

ritaglio della

Marca

di

dal Mantovano, dal territorio di

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73 Asola e da frazioni degli

Bresciano e Veronese;. quel-

altri

Panaro dal Modenese, dalla Mirandola, dal Carpi-

lo del

giano e dalla provincia del Frignano; quello del Rubico-

ne dai di

lerrilorii di

Ravenna

camonica; quel Chiavenna ,

Faenza, di Forli, di Cesena, di Rimini e

quello del Serio dal Bergamasco e dalla Val-

;

e di

dell’ Adda dalla Valtellina e dai contadi di Bormio; quello dell’Adige dal Veronese e

da parte del Polesine

e del Vicentino; quello deH’Alto

dal Tirolo meridionale di

Crema,

di

Cremona,

stato di Piacenza

Ferrara

;

;

quello deU’Alto

di

Adige

dalle provincie

Lodi e da alcune terre deU’anlico

Po

quello del Basso

del Polesine

e

Po

;

dalle province di

quello del Baccliiglione, dalla

provincia di Vicenza, e da parte di quella di Treviso; quel-

Brenta dal Padovano

lo del

Friuli

;

re e di Feltre; quello del lo del

;

quello del

Passeriano dal

quello del Piave dai territorii di Belluno, di Cado-

Musone

dalla

Tagliamenlo dalTrivigiano; quel-

Marca

di Macerata, dall’antico

duca-

to di Camerino, dai governi di Sanseverino, di Fabriano, di Loreto, di Sassoferrato

e da porzione della provincia

di

Perugia; finalmente, quello del Tronto dalle provincie

di

Fermo, di Montalto e di Ascoli. Erano dipartimenti costituiti i

strati

da municipalità. Nei Comuni

ponevasi

la

cui davasi

dai di

Comuni, ammini-

prima classe com-

municipalità di un podestà e di sei persone,

il

nome

un podestà

di Savii; nei

Comuni’di seconda clas-

negli altri Comuni di un sindaco assistito da due Anziani. Ciaschedun Comune aveva un Consiglio, di quaranta membri nei Comuni di

se di

prima

e di quattro Savii

classe, di trenta in quelli di seconda, di quindici in

quelli di terza

:

i

Consigli comunali

dinariamente ogni qual volta sto, i

;

il

si

adunavano straor-

bisogno lo avesse richie-

ordinariamente due volte all’anno affine di rivedere

conti, di stabilire le spese e le gravezze

stesso

da pagarsi dallo

Comune.

C»

-

yCi-yU


74 Era

(liparlimetilo governato da

il

nario, che

come

viceprefetti.

me

un pubblico

funzio-

chiamava Prefetto, da cui dipendevano,

si

sic-

suoi delegali per Tamministrazione dei distretti,

e la

Il

Prefetto, assistilo da

decisione delle

appellato Consiglio di

spondenza

un Consiglio per

i

l’esa-

quislioni di amministrazione,

prefettura, teneva diretta

corri-

di lettere col ministro dell’ interno.

Aveva

il

ministro

dell’

interno una segreteria gene-

e due divisioni: era la segreteria generale partita due sezioni, parimente la prima divisione in due, la seconda in tre. Spellava alla sezione prima della segre-

rale

in

teria la decisione intorno alla cittadinanza, alle

cerimonie pubbliche,

feste e

seconda

agli archivii, spettava alla

la decisione intorno alle spese annuali del ministero, e alle

persone addette alle Prefetture e viceprefellure. Ap-

parteneva alla prima sezione della prima divisione beneficenza, alla

blica

alle carceri ed

alle

seconda lutto ciò che

spese della giustizia punitiva

sezioni della seconda divisione

nomia

si

la

pub-

riferivasi ;

le tre

occupavano della eco-

politica, del pubblico ornato, della pubblica sa-

lute, dei registri dello stato civile e dei confini.

Luigi Yaccari, da Modena, sotto la repubblica italiana, era

il

già segretario di stalo

ministro dell’ interno:

probo, ordinato e risoluto nelle azioni,

uomo

si

mostrava però

contegnoso,- e forse di aspre ed altere maniere.

Nè

al

solo ministero dell’interno limitandosi le prov-

videnze chieste dalle esigenze diverse dei dipartimenti, vi

aveano eziandio tre Direzioni generali, che di lor

lento, senza

l’

ta-

interposizione del ministero anzidetto, eser-

citavano le funzioni rispettive nei dipartimenti medesimi.

Quella

della pubblica

instruzione, alla cui

cima stava

Giovanni Scopoli, quella delle acque e strade, che aveva

per capo Antonio Cossoni, e

l’altra

deU’amminislrazione

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75 dei

Comuni moderata da Benedetto Bono,

fum

cui pochi

zionarii pubblici uguagliavano in zelo ed in attività.

La

Direzione generale della pubblica instruzione sopranten-

deva

dell’insegnamento; quella delle acque

alle parti tutte

e strade alle opere delle strade, dei ponti, degli argini, dei porti, dei moli, alla conservazione e tutela loro, ed a quella dei fiumi, dei torrenti e dei canali di naviga-

zione; era di attributo della Direzione generale dei Co-

muni

comparto del

il

territorio, le proposizioni dei re-

golamenti di amministrazione Comunale, dei legati, le transazioni,

ì

l’accettazione

Comuni,

contratti dei beni dei

La

e le pensioni e gratificazioni agl’impiegati.

Polizia,

finalmente, dava origine ad una quarta Direzione gene-

ovvio è comprendere

rale, di cui

modo ria,

la Polizia, severa

i

le

opinioni, e

meno ancor

quali

sostituiti a

un .tempo concordavano spesse

co’ malfattori, sapeva prevenire e reprimere

Le

ad ogni

Al contrario, vigilante, attiva e maraviglio-

samente assecondata da numerosi gendarmi, que’ birri,

:

senza essere' molesta e vessato-

non andava ad investigar

le coscienze.

le attribuzioni

i

volte

delitti.

primo elemento della forza e dell’ordine pubblico, abbenchè eccitassero non poche querele per l’eccessivo aumento delle spese, e abbenchè si trovasfinanze,

mezzo

sero in

mento

agli

attriti delle

guerre ed

dei valori territoriali, serbavano

vimento

:

un

ciò era dovuto airequitibrio fra

di contributo, alle

i

allo stagna-

regolare

mo-

diversi

rami

consumazioni, sostenute dalla massa

delle pubbliche opere e dagl’incoraggiamenti dati

maniera

ad ogni

di lavoro, alla severità deU'amministrazione, alla

fede pubblica. Or, in ciaschedun dipartimento, col

nomo

d’intendenza delle finanze, eravi un magistrato, che amministrava le dogane, i sali, i tabacchi, le polveri ed i nitri,

i

dazii di

consumo,

il

bollo della carta, quello dei %

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76 pesi e delle misure,! pedaggi e

diritti di

i

navigazione;

un secondo magistrato, chiamato Direzione del demanio e diritti uniti, che soprantendeva aU’amministra-

eravi

zione dei beni demaniali, al riscotimento dei crediti,- e vegliava sopra stato

i

boschi nei dipartimenti, in cui non fosse

un apposito Conservatore

dei boschi

;

eranvi uffizii

del Registro e della Conservazione delle ipoteche. siere della Intendenza riceveva

il

Direzione del demanio, versando l’esatte cassa della tesoreria

le

;

cas-

Il

prodotti delle gravezze

i

indirette d’ogni natura; altrettanto faceva

Intendenze poi e

cassiere della

somme

nella

le Direzioni del

demanio tenevano corrispondenza con due Direzioni generali in Milano.

Uguale corrispondenza tenevano cinque

Amministrazioni particolari del lotto risedenti a MHano, a

Venezia, a Bologna, a Mantova e ad Ancona;

Zecche

Venezia e di Bologna; e

di Milano, di

fondi

Dire-

ciaschedun Dipartimento.

poste esistenti in

zioni delle

L’amministrazione dei

tre

le

le

per

la

consolidazione del

debito pubblico era denominata Monte Napoleone, cui ap-

parteneva

registro del debito pubblico sopra gli stati

il

di liquidazione approvati dal re,

il

rilascio degli estratti

d’inscrizione e rescrizione, la verificazione e l’annulla-

mento

delle rescrizioni

demaniali, le annotazioni, il

pagamento

versate i

nell’

acquisto dei beni

trasporti del debito inscritto,

delle rendite perpetue, vitalizie, delle pen-

sioui ecclesiastiche, civili e militari, e finalmente l’am-

roinistrazione dei fondi della dotazione dell’Ordine della

Corona di

ferro: la liquidazione poi del debito pubblico

ad una Direzione

apparteneva condensare, sulle

come

persone

obbligato

gamento

sino

meno

allora

agiate o

generale. s’

più

Ben lunge

miserabili,

ciaschedun cittadino indistintamente di quelle

;

mentre

i

di

era usato, le gravezze

grandi,

tenne

si

al

non avvezzi

pa-

a’ tri-

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77 bali,, se* il

ne quereiavano, non

popolo» perciocché

che vessino eziandio le

si

ama

popolo

il

doleva péVò gran fatto le leggi gravi

le classi superiori.

E

pur

raccogliendosi

gravezze a mezzo di più combinazioni ideali, per lo

passato quasi ignote, e possibilmente con minore spro*

porzione nel riparlo, e con minore ne, inslituila era a questo fine

spesa nella esazio-

una Direzione generale

del censo e delle imposizioni dirette, la

quale

si

occu-

pava della formazione e conservazione del catasto e degli estimi, dei trasporti del censo, dei ruoli per l’esazione, delle gravezze sui predii, degli altri per l’esazione delle

gravezze sulle persone e sugli esercenti le liberali professioni, le arti e

il

commercio.

Un

pubblicano esigeva

queste gravezze in ciaschedun dipartimento,

non riscosso,

versava a proprio

le

risico e

scosso o

e,

spesa nella

cassa dell’erario.

Tulle queste amministrazioni diverse metteano

il

capo in grembo a Francesco Prina, ministro. Nato ad Intra, avvocato a Novara, e poi regolatore delle finanze

della repubblica Italiana, era

uomo

lumi e di

di grandi

profonde vedute nella politica economia, operoso, fecondo combinazioni della

in espedienti e dotto nelle di quegli stati,

montare delle spese a

farsi,

Nel presentare

detti stati l’abile

al

re

i

e

i

mezzi per comportarle. ministro usava

sempre assai industriose e adulatorie parole. » in mezzo alle diflìcili circostanze (chiudeva »

l’indirizzo

»

mezzo

»

europei,

legge e

che determinavano in ciaschedun anno l’am-

dell’anno milleottocenlosette

alle difficili circostanze

uno nascente

si

)

«

Quando

egli

cosi

quando

che stringono

in

gli stati

consolida, crea eserciti e

ma-

» rina,

apre strade e canali, dà vita alle

»

città

senza formar nuovi debiti e pagando

»

quasi spenti dal turbine dei tempi, e che potrebbero

arti,

abbellisce gli antichi

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78

non ^oi,

> dirsi

conto dello

pubblicazione del

la

ivi

un nuovo titolo alla riconoscenza della nazione. La nazione italiana, Sire, è degna di esservi cara; sensibile e giusta, riconosce da Vostra Maestalo è per chi regna

»

*

»

> stà

sua indipendenza,

la

sua

la

un nome che

prosperità, la reinte-

associa

»

grazione di

»

grandezza e del sapere

»

cui è chiamata come parte della grande confederazio-

•

ne,

^

licita. (1) »

non sono

clogii,

sofferisse

il

secoli delia

ai

leggieri sagrifizii,

i

modo operando

meritava

fiducia del re,

la

il

solo fra lutti

i

Ma

al

più volte

l’

possibile,

fidenza dei

esigenze del re divenute

venne

la

da far

tali

giorno, e

il

vedremo, nel

’l

uomini

principi (se

loro

)

che

pure il

investili della congli

storici

estender pure gli

si

esempii

dover loro non dee già

limitarsi ad obbedir ciecamente agli ordini del

sopra

finì

più deplorabile vittima: tremendo esem-

valgono a qualche cosa

ma

i

non

ministri, che

ministro, ad onta della sua abilità, la mi-

pio, fatto per insegnare agli

narlo

fe-

ministro, resosi l’oggelto del pubblico odio,

coir esserne

ca,

sua

la

ministro, go-

il

mai alcuna contraddizione, anche minima, nei

oUrapassare

quale

questo

ed era

suoi progetti.

sura del

che

ella sa

:

ignoti a voi, nè perduti per

A

deva di tutta suoi

si

monar-

deve a coraggiosamente illumi-

errori nei

quali

facilmente

può esser

tratto dal fatale prestigio della possanza.

Regolata dal ministero delle finanze le

la

esazione del-

gravezze dirette ed indirette, era ufficio deU’altro mi-

nistero, detto

mento

del

Tesoro pubblico,

(i)

di

curare

il

versa-

del prodotto loro nella cassa generale del regno,

regolarmente giustificandone

l’uscita,

cui,

sopra richie-

Conio dtlC Amministrazione delle finanze dtl regno d'I-

talia nell

anno 1807

—

Milano 1808. Dalla stamperia

reale.

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79 sta degli

ammetteva

ministri,

altri

alle diverse spese dello Il

affine di sovvenire

stato.

Tesoro pubblico era affidato ad Antonio Venerio,-

personaggio integro, caratterizzava

di ordine

che lo

acconcio a quelle

gelose

e per lo. spirito

perfettamente

funzioni.

Basato

il

sistema giudiziario sopra un piano eccel-

lentemente concepito

per

lenni,

forme dei bunali

una guarentigia

offeriva

,

tadini di tutte le classi,

si

le

Erano nel regno giudici di pace, triprima istanza, tribunali di commercio. Corti

di

una Corte

giudice di pace giudicava in materie

terie

so-,

manifestavano

giudizi!.

di giustizia. Corti di appello ed Il

cit-

ai

mentre più imponenti e più

pubblici dibattimenti,

i

correzionali e criminali.

In

.

'

di cassazione.

ma-

e in

civili,

materie

civili

:

sullé

uomini o dagli animali ai raccolti; sulla rimozione od altera-

azioni per danni recati dagli

campi,

alle frutta, ai

zione di termini, sugli usurpamenti di terreno, di alberi e di siepi, avvenuti entro l’anno; sulla

denunzia di nuove

opere, sulle innovazioni e sugli attentati commessi pur

entro l’anno; sul corso dell’ acque inservienti coltura, e sopra

minio

;

qualunque

altra azione di

all’

agri-

semplice do-

sulle quistioni di riparazione di case, o di altri

fondi cadenti

sotto

il

contratto

di locazione

sulla ri-

;

storazione dei danni pretesi dai conduttori per impedito

uso della cosa locata, o pretesi dai locatori per abuso della

medesima, quando

fosse sulla

la

controversia però aggirata

esistenza o liquidazione del danno,

diritto di ristorazione.

Giudicava parimente

pace sul pagamento dei

salarii

e delle

il

non

si

sul

giudice di

mercedi

;

sulla

pretesa diminuzione di prezzo dipendentemente da vendita di animali; sulle quistioni insorte tra

albergatori.

Le sentenze,

viandanti ed

appellabili, proferite dal giudi-

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80 ce

(lì

pace , sino

concorrenza dì

alla

Irecenlo, era-

lire

no provvisoriamente eseguite non ostante appellazione.

Procurava

por termine

risse,- di

zie dei delitti,

e

zii

raccoglieva gl’indi-

le tracce,

avessero contro

esistito

le

riceveva le denun-

incol-

gl’

pati, arrestava

coloro che fossero stati cólti in atto di

commettere un

delitto,

li

^

die

interposta

la

pace di sopir

di

alle nimicizie;

ne rilevava

prove,

le

giudice

il

fossero

o che dalle grida del popolo sta-

dichiarali siccome autori

r interrogava,

li

del delitto

zione del processo, ed indi con quegli

Era

tribunali.

il

inviava

alti

rei ai

i

giudice di pace, nella sua giurisdizione,

eziandio giudice di Polizia; laonde lità

stesso,

udiva, compieva gli alti tutti d’instru-

conosceva e giudicava

i

in

quella sua qua-

trascorsi, puiìfeili col car-

cere per dieci giorni, ovvero con una multa, non maggiore

pe*rò

di

cinquanta.

lire

sentenza allorché

la

Inappellabile era

sua

la

condanna non avesse avuto per

ef-

fetto la prigionia, in

caso diverso poteva aver luogo l’ap-

pello; nientedimeno

si

tenza, a

meno che

il

eseguiva provvisoriamente

condannato non avesse

sen-

la

offerta ido-

nea malleveria. Ogni dipartimento aveva una Corte di giustizia civile

di lei

e criminale.

seno una sezione

Ciascheduna Corte formava nel cinque giudici,

civile di

giudicava tutte le cause personali,

quale

la

reali e miste, eccet-

tuale quelle che attribuite erano ai giudici di pace, inappellabili

essendo

le

sentenze di

lei

se

il

valore della co-

sa quislionala ecceduto non avesse

la

leduecento,

rendita, superalo

0,

trattandosi

avesse quella di

vea luogo

no

pure

il

lire

ricorso

le Corti di

correzionale,

sessanta; eccedendd alla

la

giustizia

le

funzioni

tulle le cause

deliberazione,

si

di lire mil-

non

somme

tali

Corte di appello.

e giudicavano

minale. Segreta

una

di

somma

a-

Esercitavadi

tribunale

di allo

cri-

volgeva essa pri-

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C'nogk


81

ma

sul

pena

la

sul diritto per

indi

fatto,

determinava

;

ro

pari,

giudizio

il

zione intima dei giudici

essi

;

applicazione

sul fatto

ma

se

ne,

non

il

convin-

pronunziavano in numepiù

permessa l’appellazione qua-

fosse trattato di delitto portante

si

la

del-

e in parità di voti si adottava l’opinione

favorevole al reo, cui era lora

l’

pena

delitto fosse stato d’incendio o di

giustizia giudicavano

i

trascorsi e

i

le Córti

che

delitti,

morte;

aggressio-

Per ultimo,

v’era luogo ad appello.

di

di

leg-

la

ge puniva in via correzionale, e che non erano di appartenenza del giudice di Polizia

le

;

sentenze erano

aj>-

Dipartimento,

pellabili. Nelle città poi e nelle terre del

non avesse esistito una Corte di giustizia, i tribunaprima Istanza costituivano altrettante sezioni della

in cui li

di

Corte stessa

;

finalmente

i

tribunali di

commercio giulé doman-

dicavano in prima ed ultima Istanza di tutte de,

il

non avesse oltrapassato

il

valore

dugento, e tutte quelle, in cui

le

parti

cui oggetto

mille

lire

di

di-

chiarato

avessero

mente

senza appello. Cinque erano te Corti di appel-

e

di voler

essere

giudicate

definitiva-

lo e

sedevano a Milano, a Venezia, a Bologna, a Bre-

scia

e ad Ancona.

Divise in due sezioni,

una

per

decisione delle cause correzionali e di alto criminale, tra

per quella degli

affari civili,

la

l’al-

giudicavano sulle sen-

tenze appellabili, ed esercitavano l’inspezione loro sopra gli

aspiranti

al

gli archivii e le

notariato, sulla disciplina dei notai, su-

Camere

notarili.

vesse reputato conveniente, la giustizia

presedeva

le

il

Ogni qualvolta

il

re lo a-

Gran-Giudice ministro del-

Corti di appello.

La Corte di man-

cassazione, sedente in Milano, era instituita affin di

tenere l’esatta osservanza delle leggi, di richiamare all’esecuzione di esse

i

giudici,

i

tribunali, le Corti, e

decidere, non dell’ interesse dei litiganti,

ma

per

di quello del-


*

"

82

legge medesima. Per le quali cose la Corte di cassa-

la

zione non conosceva del merito delle cause, bensì delle

sentenze

decisioni e delle

pronunziate

e

tribunale

dai

o

dalle Corti, all’unico fine di rilevare se fossero state,

no corrispondenti

abrogando perciò

alla legge,

tutti

i

giudicati inappellabili, in cui fossero state violate le for-

me

manifestamente contravvenuto

essenziali, o

al testo della

legge ed

ministrazione. Presso

^

ai

giudici,

i

fosse

si

regolamenti di pubblica

am-

tribunali e le Corti e-

i

ranvi degli agenti del Governo, siccome officiali incaricati del minislero

pubblico,

quali

i

aveano

titolo di

il

ed e-

regii Procuratori generali, e di regii Procuratori,

rano senlili in tutte

cause e quislioni chje

le

riferito

si

avessero all’ordine pubblico, aH’interesse dblla nazione,

Comuni, dei pubblici stabilimenti, dei minori, degl’interdetti, delle femmine non autorizzate

della Corona, dei

dai

lor

mariti a stare

soldati se lasciato te.

I

rosa

regii Procuratori

mano teneano per

vano di

offizio,

ed

Procuratori

i

vigo-

generali

l’esecuzione dei giudicati; agi-

e dietro

istanza

che avessero interessalo

qualsivoglia

assenti e dei

degli

quanto a quelli che interessato avesse-

ro l’ordine pubblico, altri

in giudizio,

non avessero legittimo rappresentan-

modo

e in tulli

delle parti negli

privati,

i

casi a chi

i

ordinando in occorreva

dì

prestarsi agli alti opportuni, e facendo accorrere, allor-

ché fosse sialo necessario» anche .

Tulli que’ varii sacerdoti di

ste, già dalla -

ni

milizia.

la forza della

Temide vestivan

la

ve-

più rimota età, e dalle piu incivilite nazio-

ad essi esclusivamente atlribuila, siccome

alla gravità

del rainisterio loro giustamente confacente, la toga, fica questa

di color

nero per

quelli dei tribunali e delle

verde per

i

i

giudici

Corti

di

e per

pace,

di giustizia

;

di

color

giudici delle Corti di appello; di color ros-

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83 so per

a tozzo e

le

la'

:

berretta

lattughe di merletto usate venivano

stintamente da

tutti

Abbigliati

giudici.

i

indi'-

pertanto

in

proporzionata ed onorabile guisa, avveniva, esem-

così

pigrazia,

che

Corte

la

vasta

nella

te

di cassazione

giudici della Corle

i

appello di Venezia,

di

e superbissima

Senato, •

reverenza nei clienti, negli avvo-

inspirasse più grande

cati e nel popolo anche per

denza della

sala dell’ antico

seden-

la

maravigliosa corrispon-

maestà delle toghe dei suoi giudici con

quella degli ornamenti della sala medesima, e coll’altra

pur delle

rappresentati

’reli

di Dolabella, di

Duce uomini

di

>

vesti dei personaggi ivi nel cielo e nelle pa-

dai

portentosi pennelli di Tintoretto,

Palma

di schiera si

il

giovane e dell’Aliense.

numerosa,

direm anche, per

e,

acuto ingegno, e di profonda ed alta dottri-

na, elettissima, sapientissima, era

Giuseppe Luosi, Gran-

Giudice ministro della giustizia. Sortito il natale in quella città medesima, che fu patria a Giovanni Pico, detto la

Fenice degl’ingegni, era Luosi giureconsulto illumi-

nato, e, siccome

ahbiam veduto, era

stato di libertà a-

matore caldissimo ed un dei primi a dichiararsi per

le

novelle idee di politica riforma, laonde, nella Cisalpina

repubblica, avea tenuto l’officio di ministro di giustizia e di polizia, e poi era stalo

membro

del Direttorio. Leg-

giadro di modi, lindo nelle vesti, squisito nelle suppellettili,

sontuoso nei conviti e nei

fuor di economico fasto ministeriale,

stro biti.

i

equilibrio

:

festini,

ma

il

re,

cadeva

spesso

che amava

lunge di biasimarlo, forniva

al

mezzi di sostenerlo, e di sovente gli pagava

il

minii

de-

Se non che mirabilmente associar sapendo Luosi

pomposa grandezza i suoi suo ministero, non fu mai per

a quelle leggerezze e a quella

sludii e la gravità del

piaceri distolto dall’adempiere

i

con

somma

inteHigenza,


84 con talento non comune e col più fervido zelo le grandi c assai gelose funzioni che gli erano affidate. Oltre la

sopranlendenza pertanto su tutto l’ordine giudiziario,

sulla forense disciplina e sulla giustizia in generale af-

.

fosse

finchè essa

bene amministrata, spettava a Luosi

nella sua qualità di Gran-Giudice la conoscenza dei casi

per

grazia o per

quistioni

commutazione

che esigevano

di

,

quella

delle

delle

leggi,

neU’amministrazione della

giustizia, quella delle osservazioni,

'

pena

la interpretazione

quella degli abusi introdotti

che

aves-

riferito si

sero alle diverse parti della legislazione, quella dei casi nei quali

segna dei

si

avesse dovuto

rei,

ra potenza

concedere o negare

la

con-

nel territorio del regno o presso un’este-

rifuggiti.

In aggiunta a tanti esimii servigii che l’ordine giudiziario rendeva allo stato, soddisfaceva egli eziandio per

una Commissione, chiamala Legale, alle inchieste tutte falle dal Governo, a mezzo dei ministri, sopra ogni ra-

mo

della pubblica amministrazione.

Le funzioni di ministro segretario di stato erano ooh molto accorgimento e finezza sostenute dal bolognese Antonio Aldini, giurista già molto accreditato, ed antico

professore

della sua patria

;

pubblico diritto

di

me

ministro

a Milano da

degli affari

un

nella

Università

Ferdinando Marescalchi, parimente

Bologna, slava di continuo

Testi,

a Parigi presso

esteri,

il

di

re sicco-

venendo rappresentato

consigliere

di stalo

e senatore.

Finalmente Giovanni Bovara, che aveva professato

dirit-

to canonico nella Università di Pavia, era ministro per il

to i

culto, appartenendo perciò alle attribuzioni di lui lut-

che aveva attenenza culli guarentiti

per

il

colla religione dello stalo, e

con

libero esercizio.

Ni un francese però, mercè di Dio, ebbe mai a sedere in

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85 quéi tanti e

mente'

agl’ Italiani, e agl’italiani onorati e d’ingegno,

donde avveniva che

politica,

grandemente

un

di

fetti

i

funzionarii

pubblici

mostrassero animati e zelantissimi ne-

si

officii loro,

gli

il

candidato: avvedutissima misura di giustizia e

titolo di

di

magistrali; riserbalo essendo unica*

si diversi

e che

trono, oltreché provare gli ef-

il

assai utile ed eccellente servigio, trovasse in

Pretoriani,

affezionatissimi

essi degli

-

sempre a

pronti

circondarlo per difenderlo.

Un

esercito prode, disciplinato e retto da condottieri

valorosi ed instrutti, un’armata eccellentemente agguerri-

ancorché forse non molto ben capitanata, provarono

ta,

l’altitudine,

indarno contrastata, degl’ Italiani all’arte della

guerra, e quanto da essi avrebbesi potuto attendere se

consumato non temerarie

in

si

avesse l’ardor loro in

conquiste.

Àvea

.

imprese e

folli

l’esercito

arme

in

sei

reggimenti di fanti di grossa ordinanza, quattro di fanti

armati

alla

un reggimento

leggiera,

altro appellato Coloniale,

Dalmati,

di

un

tre battaglioni di veterani, sei

reggimenti di cavalli, quattro cioè di cacciatori, o cavalleggieri, e ri

due

di dragoni

;

un reggimento

di artiglie-

compagnie per gli attiarmaiuoli, di bombardie-

a piedi, fra cui si trovavano

ragli, ri,

compagnie

di operai, di

di fabbricatori

di fuochi

altro di artiglieri a cavallo, ri,

e

artificiati e di

un

mi, cui era affidato

l’officio di

mantenere l’ordine pubblico

mavano

eziandio parte

tre legioni,

dar forza

la

i

;

un

gendar-

alla legge, di

dell’ esercito,

ed erano

divisi in

essendo ogni legione composta di due squa-

gaggi, 0 per

per

:

e l’interiore tranquillità, for-

droni, ciascheduno di quattro compagnie.

ma

ponti

battaglione di guastato-

da dugentocinquanla guardie del Genio

i

condannati a pena

legge della coscrizione

;

si

Né per

tiravano

i

gl’in-

soldati,

cosi si levavano quanti

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86 uomini occorso avessero a compiere

l’esercito,

od a

surrogare coloro che avessero avuto diritto ad assoluto

congedo. Avean perciò

soldati stimolo e

i

desiderio di

onore, intendimento pari al proprio stato, erano audaci,

animosi nelle sventure, di

superbamente cevano per

vestiti,

i

bell’ aspetto,

bene in arme e

laonde assembrati ammirar di pelo

caschelti

cuoio, per le Ombrie, per gli spallacci, per

per le bandoliere, per

per

seta,

gli

si

fa-

d’orso o di lucidissimo i

pennacchi,

galloni di oro, di argento e di

i

elmi di terso acciaio con lunghe e folte

criniere, per gualdrappe di panni varii o di dorsi di ti-

gre

:

e,

abbenchè servir dovessero ambiziosi disegni, e

combattere per causa altrui in lontane regioni, tra pericoli e travagli,

più che della guerra, di genti barbare

e climi nuovi, pur sotto verde, bianco

e rosso,

un

vessillo

proprio, di

color

e sotto le spiegate ale dell’an-

aquila Latina, che risorta siccome fenice nuovamente annidata si era tra le schiere, lietamente e animosamente marciavano. E marciavano cantando canzotica

da Quirico Viviani da Soligo, villaggio del

ni (scritte

Trivigiano oltre Piave) le quali, oltreché essere maravi-

gliosamente acconcie

all’

indole dei tempi, tutti concita-

zione ed esaltamento di spirito, e distinti per grandi ed arrischiate imprese di guerra,

vacità

d’immagini

pagnandosi fetti

il

rilucevano per molta vi-

accom-

e spontaneità di espressioni,

marziale entusiasmo alla delicatezza di af-

più miti. Sedia primaria dell’armata era Venezia. Poderosa di

ciurme, di un battaglione di cannonieri marinai, di

.

altro di veterani di marina, .

reale

uno

dava eziandio

scelto drappello di marinai,

80 arsenale largamente offeriva

pronto e di armare virilmente

il

un

alla

mentre

mezzo

un

Guardia il

faifto-

di mettere in

navilio.

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87 Trapassato

soldato sul mare, o sopra

il

battaglia, o defunto in

se fatiche, erano in

conseguenza

una casa a Milano, che

di

di

lunghe e periglio-

gratuitamente accolli

figliuoli di lui

i

campi

i

denominò Reale Collegio

si

degli orfani militari. Sulle pareti di quella casa belle inscrizioni spiccavano, atte alti

ad accender nei giovanili

dicevano

le, così

=

Gattamelala

di Narni,

fornaio, discepolo di Braccio, capitan

dimore accortissimo,

neti, nelle utili

rò

petti

sensi di onore e di marziale virtù; e dettate da Gio-

vambatista Giovio di Como, filologo, alcune, tra

Senato, e più

il

mol-

figlio di

un

generale dei Vecui morte ono-

la

pennello di Mantegna, coloritore

il

del pianto e della

costernazione del popolo.

Capponi

maestrato,

firentino,

le

che

=A

Pier

impeto

gallico

il

di

Carlo ottavo represse, laceralor sublime dei patti iniqui proposti. ni,

= Questi

ferito a

stanza gloria

morte

= Non è sacro

è

il

Canevari di Genova. Repubblica-

in quel giovane.

specchiatevi

nel viso, a

le il

monumento

stro, condolliere fortissimo, a’ Galli, le maggiore Andrea Boria, ammiraglio

gine

mo, che vinse ia

di

spavento

Lodovico

= Ad

magno.

= A Carlo arciduca

ornamento, esemplare

dati, apprezzatore del lo,

mini-

abil

Turchi, ar-

e padre della patria felicissi-

concordia e libertà genovese.

Italico

il

abba-

all’ Itala

molli, e se stesso, restitutore del-

rivali

= Grande anima

ai

nemici,

i

vissi

ma ben

ricordante le

te

cor vivente, per Lamagna salvata, tali,

Egli, fugati

ebbe voce per dire

Eugenio Sabaudo,

in

valore

il

ai

duci,

amor

dei sol-

nemico, adorato da quel-

membra auguste

riero di Vilellio racchiuse

an-

Germanico, pe’ na-

il

discepol guer-

Guido Rangone, conte

;

prov-

vido, acuto, pronto, nelle truppe venete, firenline, pontificie,

galliche orrevole a tutti, prode

gesLe, con piccol drappello, pel

sempre

;

fur sue

primo Francesco scalar


ss •

Genova,

il

Piemonte occupare, liberare Torino.

= L’

in-

slruzione poi degli anzidelli orfani militari (ed era giustamejite quella che

si

conveniva a teneri discepoli) coprogrediva

minciava dal leggere e dallo scrivere; leggiere ed elementari

per

notizie di storia e belle lettere,

passava alParitmetica, indi all’algebra e alla geometria,

erano tanto

nelle quali scienze gli alunni

la

militare di Pavia (i). Mantenuti

i

mezza pensione (era milledugento re,

)

quan-

l’intera

anche pagamento

giovanetti

questa scuola gratuitamente, ovvero

*

instruiti,

per essere ammessi nella regia scuo-

to bastato avesse

col

pensione di

venivano ammaestrali nelle

lire

in di

milanesi

umane*lelte-

nella storia, nel disegno, nella geografìa, nella

ma-

tematica applicata, nella ginnastica militare e nella lin-

gua francese. Quanto lettura

za la

alla storia sceglievasi a preferen-

delle vite

dei più

illustri

condottieri,

la

narrativa delle guerre più celebri, quella delle battaglie ^

più rinomate, dilucidando particolarmente la topografìa del terreno, sul quale erano state combattute, e dimostran-

do r influenza che avea essa potuto

esercitarvi.

Quanto

al

disegno, limilavasi l’insegnamento alla maniera di formare carte topografiche, e alla copia dei sistemi di fortifica-

Quanto

zione. le

insegnava

umane

alle

lettere, obbligo speciale di chi

era d’inslruire

i^

discepoli ad esser chiari

nel discorso, chiari nello scritto, però

si

nell’uno che

neH’allro concisi. Uniti o partili in più manipoli, facean gli

alunni sovente

i

none

cammini

di battaglia,

tiro di pistola, di

(i)

militari esercizi

arme

to tratto, gravi di

ghissimi

;

il

;

sopportavano

trat-

e di bagaglio, la fatica di lun-

addeslravansi a maneggiare

cannone

il

can-

di assedio e di spiaggia, al

archibugio e di carabina; occupavansì

Decreto ii maggio 1807.

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89 ad inalzar batlerie, fascinate, gabbioni, palizzate, piatte^ forme, a scavar fosse a zappa, a costruir ridotti e trincee, a far uso di grafometri,di teodoliti, delle tavolette pretoriane, a misurar distanze e

ad eseguire qualsivoglia ope-

razione di geodesia. In ciaschedun autunno scorrevan per

cinque dì

E

la

campagna

armeggiamenti

in continui

(1).-

interamente compiuto quell’arduo e laborioso tirocinio,

andavano ad accrescere degnamente nelle varie ordinanze dell’esercito

il

militari fasti

i

al

numero dei capitani, riviver facendo nei nomi degli onorati lor padri. Parimente

genio ed aH’arliglieria dava capitani abilissimi l’altra

Modena, nella quale i giovani erano per ben quattro anni instruiti nelle matematiche sublimi, regia scuola di

nel disegno di architettura, nella geometria descrittiva, nella

scienza delle fortificazioni ed in quella dell’ arti-

specialmente,

glieria. Altri giovanetti, figliuoli di soldati

intendevano ad apprendere in un Collegio, instituito a Venezia, tutto ciò che alla diffìcile arte nautica appartiene, e la istruzione,

che

prendeva r aritmetica, tilineare sferica, fluidi, la

l’

compiva

in

un

geometria,

la

trigonometria ret-

si

la

grafia, l’astronomia,

lo

com-

algebra, la meccanica dei solidi e dei

nautica secondo

te dei cavigli,

triennio,

il

il

metodo

disegno ed

il

studio delle opere

di Bezout, la georilievo delle pian-

sulla

costru-

lor

zione, e sull’ arte di attrazzarli e di armarli.

L’immensa mole

di questa rilevantissima

militare

amministrazione, cui aggiugnevasi la soprantendenza alle vettovaglie, ai foraggi, alle rimonte, alle caserme, agli

ospedali, alle stazioni e ai convogli, era diretta dal ministro della Guerra e della Marina, posto che per

non breve, e

(i)

fino

al

tempo

termine del regno, fu tenuto dal

Decretn ^ luglio i8o5.

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90

.

modenese Achille Fontanelli, soldalo anlico, valoroso ed accorto, di modi assai cortesi e di piacevole aspetto. Gonch'ìudendo , virtù di

un ordine

tutti

i

vani anzidetti ministeri, in

del re, far doveano comunicazione degli

oggetti più importanti al Consiglio di stato,

composto dai

Consiglio dei consultori, dal Legislativo e daH’altro degli Uditori, e diviso in tre sezioni, di Legislazione e del Cullo,

deir Interno e delle Finanze, della Guerra e della Ma-

rina (1).

Abbenchè Napoleone Buonaparte avesse detto voler essere re degl’ Italiani fintantoché

gl’ interessi

loro l’aves-

sero richiesto, nientedimeno da quanto abbiamo sin qui raccontato manifestamente appare ch’egli non era

da non usare efficacemente solidarla, e re,

che

il

la

uomo

sua fresca potenza per

suo procedere veramente era già da

da nuovo Liutprando. Pure un’ombra di nazionale

sovranità lasciar

si volle

agl’ Italiani,

ombra che bastava

a soddisfar l'amor proprio di molte persone, mettendo in luce

talenti più distinti,

i

ed aprendo un’ampia via ad

ogni specie di merito. Esclusi assolutamente dalla influenza sopra la

somma

dei pubblici affari

ed abbietti uomini, affinchè posto in pericolo da

un

lo stalo

e ciò per l’amara esperienza che falla già gli

no

uomini nel tempo

miserabili

i

non potesse esser un ambizioso,

raggiratore o da

della

rivoluzione,

aveva de-

si si

chiamaro-

soltanto quelli, che seco portalo avessero

Quindi

rentigia.

la proprietà, eh’ è la principal

l’ordine sociale, figurava per prima, le tenean

sapere,

i

prietà. In

talenti e l’industria,

base deldietro

il

che sono pure una pro-

conseguenza di queste idee, siccome oliano

primitivo della nazionale sovranità,

(i)

una gua-

si

conservarono

i

tre

Terào Statuto costituzionale 5 giugno i8o5.

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91 Gollegii elettorali dei possidenti, dei

é dei com-

dotti

mercianti, già instituiti nei comizii di Lione, legii

composti nel

erano

modo

possidenti constava di cittadini scelti tra

che avessero avuto nore di

in beni stabili

lire seimila,

uno per ogni trentamila totalità della

membri

quanti, in ragione di

abitanti, avessero corrisposto alla

sua popolazione

quello dei dotti era di uo-

;

di liberali e

mec-

in materie ecclesiastiche o in morali, in le-

ed in àmminislrative; quello dei com-

gali, in politiche

mercianti era di accreditati trafficanti e di distinti

dei

proprietarii,

i

una rendita non mi-

mini celebri in ogni sorta di scienza, arti,

quali Col-

ed ogni dipartimento era in diritto

di avere nel Collegio tanti

caniche

i

Quello

seguente.

manifattori

per T importanza del loro commercio, di maniera

membri

che

la totalità dei

tata

pressoché a quattrocenlonovantacinque possidenti,

dei Gollegii elettorali era por-

a trecentoventinove dotti e ad altrettanti commercianti.

Adunati questi Gollegii separatamente, ed in conseguenza

d’un ordine

del re,

di essi quello fosse di la

nomina

può

possidenti, sei

di

la

Censura; e

Governo

la

Censura era

le

accuse d'inconsti-

scialacquaìnento del

danaro pubblico,

incaricata di ricevere dal tuzionalilà, o di

di quello dei

quello dei dotti, e sei

commercianti formavano

ed autorizzala a cassar

dall’officio

per quattro anni co-

se ne fossero resi colpevoli.

L’idea della

in-

Romani,

ma

stituzione di codesta Censura era presa dai il

officio

da presentarsi per

dovean comporre i Gonsigli geNove membri del Gollegio dei

nerali dei dipartimenti.

^e

che principale

le liste

di coloro che erano designali alla dignità se-

natoria, e di quelli che

loro,

dirsi

formare

potere dei censori a

Roma

era

immenso, ben sapen-

com’essi fossero incaricati del mantenimento dei costumi e della , disciplina, e come escluder potessero

dosi

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92 che

dag4i ordini loro que’ senatori e que’ cavalieri,

fos-

sero stali reputali indegni di appartenervi, e degradare

Ma

non avea di censura che il nome, mentre ripetendo dal Governo la di lei missione, la esercitava sotto la influenza del Governo stesso laonde non v’ era da temere eh’ essa ecceduto i

plebei.

la

Censura del regno

*d’ Italia

;

avesse

ed ove ciò fosse

limiti del potere conferitole,

i

accaduto, nulla era più facile che di reprimere

La Censura ed

traviamenti.

i

Collegii

si

quale, co-

il

andava dicendo, veniva instituito affine di provo-

care tutte

le utili

ambizioni, affine di riunir tutti

ed oflerire uno stimolo a lutti

di lei

erano

nazione,

alla

ed una giunteria parimente era quel corpo,

me

i

elettorali

pertanto una giunteria solennissima fatta

i

alla

i

meriti

emulazione e una guarentigia

dipartimenti, affine di rappresentare a chi re-

gnava, senza arrestare l’azione del Governo,! bisogni della nazione e

gli

abusi, che, per avventura,

fossero intro-

si

dotti nell’amministrazione, ir Senato.

Gomponevasi

il

Senato dei principi della famiglia

reale, dei grandi officiali della corona, del

patriarca di

Venezia, degli arcivescovi di Milano, di Bologna, di Ra-

venna, di Ferrara, e di benemeriti

cittadini quanti, in

ragione di otto per ciaschedun milione di abitanti, corrisposto avessero alla popolazione del regno: le proposizioni

per

vedemmo

la

nomina

dai Collegii

a

dinario, le cui funzioni liere custodiva

i

senatore venivàn fatte siccome

elettorali. Il

modo

dal re; ad ogni

Senato era preseduto

aveavi sempre

un presidente or-

duravano un anno. Un cancel-

registri, gli archivi!,

il

;

ed esterna polizia del corpo. Presen-

tori alla interiore

tavansi al Senato

un tedue pre-

sigillo;*

soriere soprantendeva alle rendite e alle spese

i

progetti di statuti e di leggi,

di pace, di alleanza, di

commercio,

le

i

trattali

dichiarazioni

di

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05 guerra,

conli dei ministri e le convenzioni relative alla

i

cambio

di alcuna

cessione, o

al

nunziava

Senato sopra

il

dei Collegii elettorali, sopra

parte del territorio

:

pro-

inconslituzionalilà degli alti

le

ricorsi per eccesso

i

od abuso

della giurisdizione ecclesiastica, sulla rimozione dei giudici dall’ officio loro

grave delitto, attentato tolto

c,

contro

per

corruzione o di altro

titolo di

per una Giunta, reprimeva qualsivoglia libertà

la

aire anche

l’

Conslituilo pertanto zi

appropriò

si

Consulente, di guisa che rimaneva

re consultante di adottare o

e

il

,

fosse

attemperare o di riget-

di

tare le deliberazioni del Senato, gli di

Ma perchè

civile (1).

imbarazzo

nò

sempre

voto. del

il

il

nome

libero al

consultalo.

Senato senza volontà, senza mez-

senza virtù, cercava sempre o di antivenire

assecondare

i

desiderii del re, e

non cessando

di

o di

mo-

strarsi ossequioso adulatore dei prepotenti voleri di lui,

continuatamente rispondeva con un servilissimo Così Eccettuali quindi

gli

strani fantasmi di

nale sovranità rappresentali dai Collegii

Senato,

gl’ Italiani,

che aspettavano

elettorali e dal libertà,

la

sia.

uua naziocaddero

invece sotto un melodico dispotismo, però frenalo, però ordinalo ed intento pure ad abbellire liani,

la

servitù: e gl’ita-

che per tempo non breve e per l’ambila libertà promali di sorti sempre incerte, di predo-

vato aveano lutti

i

minio di opinioni diverse,

d’ interessi

zioni tormentale, d’ illusioni da

una

rovinali, di affe-

parte, d’ inganni e di

fraudi daH’allra, e che aveano veduto correrie e saccheggi stranieri, sollevazioni intestine, reggimenti temporanei, e città e provincie conculcale,

l’uomo, ora in

doveano

(i)

nome

ora in

nome

dei diritti del-

dei governi legittimi, riconfortar

si

dei delti mali nel dispotismo. Dimenticati perlan-

Sestu Statalo costiluzionale al

mano

i8o8.


94 to

i

tempi di malaugurate divisioni, di feroci guerre,

seguenza di i

varii municipii, si

diti dei

resi,

di

mal animo, che in conquelle vecchie vergogne covava ancora Ira

detestabili crudeltà, e sparito

il

trovarono finalmente

gli

antichi sud-

Torriani e dei Visconti, dei Veneziani, dei Carra-

degli

Scaligeri,

dei Benlivoglio, degli Alidosi, dei

Manfredi, dei Polenta, degli Ordelaffi, dei Malatesta, dei Feltrensi,

dei

Gonzaga e degli Estensi

sola famiglia sotto le stesse leggi, colle di

una medesime forme

fusi tutti in

amministrazione e di giudi zii, colle stesse armi,^colle

stesse ricchezze, cogli stessi desiderii vita e di forza di

(elementi tutti di

un popolo) per assaporar

nel dispotismo

di civiltà e d’insperata

e nella servitù sconosciuti fruiti

grandezza. Vediamli. Al giagnere

cese era

rivoluzione la legislazione fran-

della

un vero lavoro

a

musaico Le provincie setten-

trionali si regolavano colle leggi

ridionali colle scritte.

consuetudinarie,

le

me-

Le prime, senza numero, stavano

raccolte in centoltanta statuti; le seconde erano svariatis-

sime, ed abbenché prese in parte dal diritto comune, quelle di

un codice non somigliavano a quelle degli altri tempo le leggi romane, specialmente nei

statuti: in pari

contratti, materia trasandata

suetudine, godevano di le

delle leggi scrìtte e di con-

un qualche

favore, siccome

ordinazioni, o decreti, dei re e dei Parlamenti

i

pure quali

offerivano alcune speciali deliberazioni, e nulla più. Perite colla rivoluzione le pretensioni della nobiltà e del clero,

doloroso avanzaliccio dell’ antico diritto feudale, cessala ogni maniera di privilegii e di concessioni, e provincie e

non fu difficile ordinare un codice generalmente uniforme. Destinalo Cambacérés

cittadini ridotti allo stesso livello,

a meditarvi colla profondità

giunse egli

la

degna dei suoi

talenti,

rag-

meta, e nel Codice Napoleone, cosi chiama-

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95 lo

perché Napoleone volle dargli

il

suo nome,

offeri di-

sposizioni prese dalle leggi romane, o da quelle di con-

suetudine della Francia, non omesse que’ re e

saico presentava nei paesi

ordinazioni di

le

decreti dei Parlamenti. Uguale lavoro a

i

legislazione

la

che aveano appartenuto

in

Italia,

mu-

specialmente

repubblica di Ve-

alla

nezia, cui le provineie in gran parte assoggettate si era-

no colla espressa condizione della integrità delle gi,

che

integrità,

questo,

c

perchè

era stata rispettata

saggio dagli antichi

emanate

leggi

le

avvenuto pas-

nuovo governo erano

al

cessità ostili, parziali e distruttive, e

lor leg-

dall’Austria. Per

nell’

state di ne-

perchè poste in di-

uomini non

avea

menticanza

le private

mirato che

al

solo oggetto politico e generale, e perchè

governati non

uomini stessi con quella sa-

viezza,

si

relazioni degli

avevano

gli

alle durevoli instituzioni, e

che presede

principii di quella equità naturale, di cui

devon essere che interpreti

i

si

secondo

rispettosi, l’Italia

pure

i

non

legislatori

alla-'

mente chiedeva un codice regolare ed uniforme. Si die’ pertanto anche aH’Italico regno il Codice Napoleone, nella -

riserva di fòsse

attemperare ciò che in

difettoso. (1)

perfetto, ciò prova,

esso riconosciuto

può certamente opera alcuna turità e lo scrupolo,

con cui

irreprensibile; però la le leggi in

rono analizzate prima che ottenessero zione,

mostrano

ro, tentati di

il

si

Che s’egli non era assolutamente che dalla mano dell'uomo uscir non

ridicolo di coloro,

ma-

esso raccolte fu-

la

desiderata san-

che furono, o fosse-

considerarlo quale opera affrettata o leggiera,

e le modilicazioni

che

si

volevano introdurre mostrano

l’intendimento di togliere molte disposizioni, che supponevano usi e costumi non esistenti, o di provvedere a

(i)-

Tcrto

Statuto rcslituzionale 5 giugno i8o5.


96 quelli proprii degl’italiani ed a locali esigenze. Dividevasi il

codice civile nelle due parli, cui

si

annodano

le relazio-

ni sociali, persone e cose. Del titolo delle persone era prin-

matrimonio, delle cose era principio l’uguaglianza

cipio

il

fra le

persone, nella quale risedè

la giustizia

più stretta o

commercio^ maravigliosamente

necessaria. Nel codice di

e diligentemente ordinata la parte interna, erano antive-

dute 0 punite le frodi, e soccorse le perdite provenienti da avversa fortuna : per furor di guerra e di sdegno colla In-

mancava.

ghilterra, la parte esterna

sentava difettive

soverchio la

i

supplizii, prodigato quello di morte, prodigala

pena della barlina, forse giusta, siccome dice un nostro

gravissimo storico, di

«

dov’ è

comune

vergogna, ingiustissima

nulla per

fra cittadini

troppa

o

zia

che puniva

i

piccoli

falli

giere, violenze al pudore, già

nw

timento per

,

la

ritegno, dal isvariati

pubblico,

ésempH, finalmente,

alle

,

baililure

leg-

come

falli

lo passalo, al il

morale convincimento nei

grido

Ma

n

parte della giusli-

ingiurie

per

pregio 'grandissimo era

il

senso

per natura,

da scontarsi dal ricco o da perdonarsi impuniti;

il

noi dove la vergogna è

tra

guasti costumi,

pregio grandissimo del codice era •

codice penale pre-

Il

e delle pene, aspri di

le scale dei delitti

forte, tollerali,

pubblico dibatgiudici, per

il

inique sentenze, per-

di vera e

somma

grandilo-

quenza, in ogni maniera degnissimi d’ imitazione.

Nè solamente tivenuti erano

omicidio. 'colui,

che

i

Bravi al

puniti

delitti

di

ma

eziandio sapientemente an-

ferimento, di

nobile od

avergli ricusata la figlia, negato

il

recare

saluto, ucciso

ne, erano andati pressoché sin a que’ di, nelle case o nei solitarii sentieri,

pubbliche, sui mercati e

uccisione e di

la morte a el^^^^o avesse dispiaciuto per

stipendiati-'; affi-a di

fin

ma

nelle

il

ca-

non solamente

eziandio sulle piazze

chiese a

trucidar le

Hi.

tizf-:*


Meno

villime loro.

scellerati

que’ cagnotti, però altret-

eli

tanto pronti di mano, trovavansi pure fra

bellumori,

femmine senza

essere inconsiderati, amanti delle

a frapporsi in ogni

tori zelanti, solleciti

ma non

sofferenti le soperchierie,

portar sotto

un

farsetto

il

sbilan-

senza minarsi, amici fervidi, protet-

ciarsi, dei sollazzi

ne,

popolo certi

il

quali splendidi senza profusione, allegri senza

i

cosa per

be-

il

accostumavano od

coltello inastato

di

a molla,

per valersene di santa ragione nel caso di un sopruso. Il

portare,

fabbricare, l’introdurre ed

il

gnali, coltelli

,

vendere pu-

il

e stili palesi o celali in bastoni

stocchi

e in guaine, e generalmente ogni insidioso ferro alto a

gravemente

ferire,

non

se

telli

veniva proibito, nè usar poleansi col-

lama con forma quadra o rotonda, hè

di

portar poleasi archibugio o qualsivoglia altra

non

co, se

si

arma da

avesse goduto buon nome, se non

si

fuo-

avesse

avuto -una proprietà o esercitala alcuna professione. Or

che venduto, introdotto, fabbricalo e portalo

colui

addosso

le

arme da punta

una Casa

era in

condannato

a

di

pena per

tre anni; era

lo spazio di

lavori chi, sorpreso

sei di pubblici

mesi

aves.se

e da taglio anzidetto ritenuto

con arme da fuoco, giustificato non avesse Tot tenuta autorizzazione di usarle se arrestalo, punivasi

casso

dal servigio (1).

;

il

con

gendarme, che non

Alla promulgazione

un

questi severissimi editti caddero ad

ed

ai

bellumori

umane

lo negava,

si

arme

le

di

mano, ed incodardirono

strignessS a dare

nò fu più mestieri che

petessero del

sommo •

(t) Decreti ar

fra

pertanto di

tratto ai cagnotti

nè fu più mestieri che da’ pulpiti a forza vine ed

lo aves-

mesi di prigionia ed era

tre

gli

le belle

oratori

•

novembre i8o6

di

parole

Italiani,

•

e

;

ragioni di-

perdono chi, offeso,

il

4 »gosto

1810.

il

si

ri-

quale,


98

non senza circostanziatamenle descrivere delle

vendette usate

mando

a’

suoi di, fervoroso

le arti

veniva escla-

Oh guardiamo un poco intorno a che si va a tanta gente, la qual o^i mette sua gloria. nel«

;

perdere

lo stare di

sopra

a’

proprii nemici, neirabbatterli, nel-

atterrarli Questa, che gli uomini nel loro sciocco linguaggio chiamano gloria, dinanzi a Dio è abbominazione. Ma, quand’ancora giugneste fino a scacciar via dal 1

!

mondo dano

vostro nimico,

il

non rimangon altri che prenRare volle una vendetta riesce feAvrete spento il vostro avversario, ma vi

sua parte

la

lice appieno.

?

avrete irritala la sua famiglia, irritati i suoi fautori: e per uno, che cade morto, può essere che ne solcano cento vivi. Pensavano vincendo di assicurarsi, e poi si accorgono di non aver fatto altro più, che recidere il capo all idra ; tanto i pericoli sono ogni di maggiori.^ Quindi si

oh che torbida vita convien menare, non volendo aver pace con un uom solo! Bisogna perdere gli

amici, con dimostrarsi sdegnato a tutte quelle persone che gli

appartengono. Bisogna perder le ricreazioni con tenersi lontano da tutte quelle adunanze dov’egli pratica. Bisogna

perder

la libertà

mentre non

rezza dove vorrebbesi; zi

a spiare chi vi è,

venga

ma

:

ma

ire

con sicu-

chi è probabile che vi ogni volto nuovo mette in sospetto ed ogni ar-

vicina reca timore. Se

si

mangia, bisogna sospettare

di acquetta frodolenta ne’ cibi

temer

può nemmen

si

convien sempre mandare innan-

chi vi fu,

(1

;

se

si

cammina, bisogna

insidie nelle strade

se si dorme, bisogna dubi; tare di tradimento nel letto : bisogna consumare il più certo delle sue rendile in riianlener servidori, i quali

difendano

;

in regalar confidenti,

i

quali ragguaglino

;

in

ahrnenlare sicarii

i quali assaliscano » . Tale e si miserabile essendo stata fio quasi al principio del presente

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99 secolo

condizione di vita

la

(1)

degl’ Italiani

per

,

la

quale, siccome soggiungeva Segneri, • erano messe a fon-

do

case, scialacquati

le

disertati

i

parentadi,

vo regno affrancati

da

volta,

essa,

magna, nè

i

nè

i

per

videro

si i

patrimonii, spente

fortunatamente

»

i

dette

le

famiglie,

le

sudditi del nuo-

una Ro-

leggi,

Lombardia e

signorotti di

di

gentiluomini di Venezia trovarono più bra-

vi, che lavassero loro la macchia dell’onta ricevuta col sangue di chi l’avea fatta. Ma già alla patrizia gente, che era stata tenuta in

per

istima soltanto

spese

le

che faceva^ per

che mettevasi intorno, levato era anche co orgoglio.

Non

riguardata

tolo di merito, perciocché

la

lustro

il

di testa l’anti-

come

nascita nobile

ti-

essa suol esser vantata uni-

camente da chi manca di qualità personali, ma riconosciuta nella società una gerarchia, sopra i cui gradini tutti gli

uomini, senza differenza

a collocarsi

secondo

arme

tratto le vecchie e in

merito

il

di

nascita, andassero

aU’ombra

gentilizie,

ricca

alla ignoranza, alla

mèzzo mai generosa opposizione ad

trovar

ad un

sparirono

loro,

delle quali

vacuità

e senza

com-

ingiusti voleri,

erano tante crudeltà, tanti illeciti sverginamenniun suddito potè più ti, tante lascivie, tante violenze arrogarsi titoli e qualificazioni, ed usare stemmi che, per

messe

si

:

lettere patenti di

» gi

»

nuova instituzione, non fossero

stati

Germania (così diceva il chiarissimo Saverio Bettinelli nella Parte Prima del suo Risorstata rimproverata 1 ’ immi è Nota) XLllI pimento <t Italia p. volte in Francia e in

(i) «

punita degli oroicidii in Italia prodiiorìtf yrt^uentif di giorno e nè sol per mano d’assassini di stra-

» di notte, in città e fuori, n li

1.

da .... e le

la

più cresce

poteva io

protcìione dei nobili data la

violenta

rispondere?

»

e

l’

ai delitti,

audacia dei

per

la

intorno

qua-

Che

sicarii

Bettinelli scriveva

al

1786.


100 a lui conferiti dal re. Quindi, senza bisogno di derivare

da magnanimi lombi, aveva

il

titolo di

duca colui che

per tre volte fosse stato presidente di un Collegio elettorale generale; avevano

Corona,

ficiali della

i

di stato incaricati di

nistrazione

ne te

il

conte

i

Grandi Uf-

senatori,

i

consiglieri

titolo di

ministri,

i

e gli arcivescovi

aveano

;

presidenti dei Collegii elettorali,

i

ed

il

pello,

i

questi

il

ed

primo presiden-

ed alcuni podestà: accordavansi poi

vescovi

a tutti que’ sudditi

titoli

primi

i

delle Corti di ap-

procuratori generali

i

baro-

titolo di

il

procuratore della Corte di cassazione,

presidenti

ammi-

alcuna parte delia pubblica

,

i

quali

per segnalati

servigii se

ne fossero resi meritevoli, autorizzati pure

dignitari!,

i

la

commendatori ed

Corona di

di lire tremila, a trasmettere alla di-

scendenza loro diretta di

maschio

e legittima, naturale o adottiva,

maschio, per ordine di primogenitura,

in

i

cavalieri dell’Ordine del-

che avessero provato di possedere

ferro,

una rendila nétta

i

il

titolo di cavaliere (1).

Se non che, miseramente per vainolo

fero

degli

uomini

pareggiate

circa dell’umana

ma

di'

lui

;

erano

potendosi

dir

,

le

il

sozzo

e morti-

disuguaglianze

tutte

che un quattordicesimo

specie ne’ passali secoli perisse vitti-

chi poi n’era risparmialo rimaneva o brut-

tamente contraffatto, o condannalo ad infermità che amarissima rendeano la vita. Il terribile flagello non passò inosservato

;

fatti

tìplicì, squillinato,

dai chirurghi più

eseguire pertanto esperimenti mol-

provato

ed assentilo dai medici e

illuminati che

l’innesto

del vainolo

vaccino era decisamente superiore all’innesto del vainolo

umano, (j)

si

ordinava,

che

i

fanciulli

tutti

indislinla-

Decreto ai settembre i8u8.

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9

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m mente

fossero assoggettati

inoculazione del primo;

alla

sospendevano per un anno

e si

professione

medici e

i

zioni dei soccorsi

dall’ esercizio della- lor

chirurghi,

i

vessero vaiuolo umano, e

si

pubbliche

e delle

miglie, che avessero trascuralo

cinazione

i

non fossero

stali

vaccinali.

Un

conservala le le

la

il

vaiuolo

direttore

ne vegliava

umano, o

generale soi

progressi,

inslruiva chi da esso dipende-

gli ostacoli,

diminuita

va, e cosi

beneficenze le fa-

proprii figliuoli, ed escludevansi questi dai

prantendeva alla vaccinazione, ne toglieva

quali inoculato a-

di presentare alla vac-

ove passato non avessero

collegii

i

posponevano nelle distribu-

era

la

mortalità

degli

Poste con

loro bellezza (1).

uomini e

ragione

tra

cause, che mantengono o distruggono le forze, quel-

che dipendenti dalla qualità

tulte<

dallo

dell’aria,

spirar dei venti, dalla estensione delle paludi, dal fred-

do

calore, agiscono

e dal

za e frequenza sulla teasi senza

con maggiore o minor veemen-

macchina umana, tramutar non po-

particolare licenza

un terreno

in risaia, in

prato a marcita od in prato irrigatorio, venendo poi de-

terminala nella licenza tato, e proibito

ro

che

nell’ interior

gli

la

nelle cantine letame ed tato,

come

fabbriche

distanza delle risaie dall’abi-

anzidelli prati trovar si dovesse-

dei paesi (2).

Ammassar

cortili e

nei

immondizie era parimente

eziandio proscritte erano dai popolosi

manifatturiere

e

gli

altri

vie-

sili le

stabilimenti,

che

avessero sparso odore incomodo ed esalazioni malsane, riserbato toli

sempre

a

ciascheduno

di presentare

i

suoi

ti-

di opposizione (3).

Conseguenza del (i) Decreti

(3)

falso

modo

di ragionare sulle parte-

5 novembre 1803 e 9 maggio 1804.

Decreto 3 febbraio 1809.

(3 ) Decreto 16 gennaio 1811.


102 cipazioni dei beni religiosi erano state sin allora le sepol-

ture nelle chiese. Considerato

il

danno che da quell’uso

derivava alla pubblica salute, tumulati nei cimiteri. Solitarìi ed isolati

i

si

vollero

i

cadaveri

mura,

cimiteri, cinti di

chiusi con porte, o con ferrei cancelli, aveano fosse pro-

fonde un metro, e in quelle f(»se seppellir non poteasi più

d’un cadavere, ed in

modo pure che

la superficie del ter-

reno presentar non dovesse cavità da impedir

l’esito delle

acque. Proibita qualsivoglia piantagione di alberi, qualsivoglia coltivazione del suolo, e tolto agli animali di pascer

che fossero cresciute, non

l’erbe le

non dopo

fosse se

trascorsi

si

doveano rinnovare

dieci anni

in cui

era

tumulazione nel cimitero, se non verificata intera consumazione delle parti mol-

stata incominciata la

dopo li

la

dei cadaveri, se

non dopo

la

combustione delle se-

polte bare e la deposizione dei carcami in separata pro-

fondissima buca:

i

come una

Ma

il

i

figli,'

cimiteri sic-

alle

la sen-

generazioni pas-

sentimento generale della rico-

noscenza, che accrescono

ed

i

che estendono

generazione attuale

che alimentano

padri

considerati

di quelle instituzioni,

sibilità della

sate,

non potevano

cimiteri abbandonati

vendersi od appigionarsi.

i

affezione

vincoli di

tra

i

che diminuiscono quell'egoismo, per

cui l’uomo tende a concentrarsi in se stesso e insensibile

ditene aH’altrui sorte, e che

mio rinforzano

in

stigo in chi è

malvagio

mura

la

chi è virtuoso, e ,

speranza di preil

permettevasi

,

timore di ca-

che lungo le

dei cimiteri stessi, o in particolari celle si eriges-

sero dei cenotafii e

delle

tombe.

Niun cadavere per-

tanto poteva essere seppellito fuor dei cimiteri, eccettuati quelli dei vescovi

do

i

quali avean riposo, aspettan-

la resurrezione, nelle cattedrali (1). (i)

Se non che se-

Decreto 3 geDoaio t8ii.

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103

condo

povero nostro avviso

il

con

tolta veniva eziandio

questo interdetto una assai grande e temeraria profanità.

Mandava dicendo Salomone ad Irammo

Datemi degli

re di Tiro

:

=

che taglino dei cedri del Libano,

artefici,

ch’io voglio fabbricare

un tempio

al

nome

di Dio.

Il

tem-

pio è grande, e voglio procurare di renderlo, per quanto

mi

sarà possibile, degno della maestà di Dio

ché se

;

non sono capaci di conuna casa? tempio dopo sette anni e mezzo di lavoro,

cielo e

il

percioc-

i

cieli dei cieli

tenerlo, chi son io per prendere a fabbricargli

= Terminato

il

e fattane la dedicazione, la ta

Gasa del Signore restò riempiu-

da una nuvola, di guisa che

dimorarvi, nè esercitarvi

il

i

sacerdoti non osavano

loro ministero. Era la nuvola

simbolo della presenza del Signore, che prendeva

il

il

pos-

sesso del suo tempio e lo santificava colla medesima sua

Or

presenza.

se in quel tempio

non

si

trovava che la sola

arca dell’alleanza, coperta dalle ale dei cherubini d’oro,

non v’erano Mosè sopra il Sl-

stese dal settentrione al mezzodì, se nell’arca

che

le tavole della

legge date da Dio a

ad ogni modo, per

nai, e se

non osavano

bolica nube,

la

sola

comparsa

di quella sim-

sacerdoti dimorarvi, quanto

i

di mezzo e nei susseguenti l’umana sfacciataggine d’inalzar mausolei e di scavar

grande certamente fu nei secoli

sepolcri nelle chiese, nelle chiese molto

più sante del

tempio di Salomone per trovarsi in esse sotto cie del

Sagramento

concomitanza vinità, e

il

il

la spe-

corpo vero di Gesù' Cristo, e per

suo sangue,

la

sua anima e

non potendo Gesù Cristo

star

la

sua

di-

mai separato dal

Padre nè dallo Spirilo santo, essendo una medesima

di-

vina essenza, per trovarsi tutta la santa Trinità, pertanto

Dio stesso?

mo,

Come mai

si

osò porre la tomba

dell’

uo-

mausoleo del gentiluomo, che forse non si mostrò pio se non quando fu moribondo, non solamente e

il

uy

vjOO^Ic


104 »

neU’abilazione

ma

sanla di Dio,

di lui tabernacolo, e si spinse

l’

eziandio sin

iniquità,

tombe, que’ mausolei con istatue di nudi

le

presso

il

adornando quelspiritelli,

e

femmine pur nude, da offendere la pudicizia della vergine e da far risovvenire le abbominande feste dei Lu-

di

percali! Condannati pertanto

anche

i

cadaveri dei gen-

tiluomini ad alimentar colla loro putredine cimitero, nè più contaminata la santità del

il

topo del

tempio au-

gusto di Dio con sepolcri adorni di marmi, di vani

titoli

e di licenziose immagini, riserbato era invece ad alcuni

cadaveri l’onor della sepoltura in ispecial sito, nel Pan-

teon Italiano. Eretto questo del

Panteon nell’antica chiesa

Pappone a Milano, circondalo

di

filari

di cipressi,

reso sacro da giornaliero incruento sagrifizio

e da. an-

nuali solenni preci espiatorie, doveva esso accogliere le

ceneri dei Grandi Uffiziali della Corona, dei ministri, dei

Senatori e dei Consiglieri

di Stalo

morti

delle lor funzioni, le ceneri dei cittadini,

nell’ esercizio

che nella col-

tura delle scienze, delle lettere e de)lé arti avessero onoralo la patria loro. Cosi, e con molla religiosità, operava

un governo, ch’era figliuolo legittimo della rivoluzione (1). Ad ogni modo, se ottimo consiglio era quello di collocare le reliquie dei grandi uomini in distinti avelli,

diminuivasi però l’efficacia della instituzione conceden-

do ir diritto

di sepoltura nel

ministri anzidelti, perciocché rito

Panteon

non

ed ai

ai dignitarii

alla classe

ma

al

me-

personale riconosciuto nel funzionario esser deve at-

tribuito l’onore.

.

/

Ravviandoci, un Magistrato centrale sedente a Milano, una Commissione in ciaschedun capoluogo di Di-

.

r

partimento, una

Deputazione in ciaschedun

Comune dU r

(i)

Decreto aa giugno 1809.

Digilizecl

lyGongli


,

105 rigevano

e custodivano

pubblica salute (1); a bene-

la

poi della stessa salute, dei sociali usi e dell’ agri-

ficio

coltura insegnavasi in una scuola veterinaria, aperta in

Milano,

cura delle malattie delle bestie

la

(2). Instituito

nell’anno mille quattrocento ottantacinque era a Venezia

un Magistrato sopra dente

la Sanità; però sin dal secolo prece-

aveano piantate

ivi si

quelle savie institu-

le basi di

che valsero poi a preservare non solamente

zioni

penisola,

ma

flagello della peste

da un popolo,

meglio

l’Italica

eziandio ogni civilizzata gente di Europa dal

bubbonica. Stabilite

quale per estesissimi

il

le dette instituzioni

traffici coll’Oriente,

di qualsivoglia altro, si era trovato

nua necessità

nella conti-

accuratamente dalla peste

guardarsi

di

erano state sempre dalle altre nazioni tenute in reputa-

Che

zione grandissima, venerate e prese ad esempio.

ora da alcuno considerar

si

se

vogliono qual frivola e quasi

chimerica opera, diversa sentenza però intorno ad esse portava

de

il

re d’Italia,

come

ciò

non facendo

gino spesso in mali per di, in

delle

mezzo

i

i

come con gran-

mali dei governali

governanti.

la

pe-

si

can-

Non solamente

quin-

arrovesciamenlo dei troni, dei regni e

all’

dinastie

quale ben sapea

il

debba per tenere in distanza

attività agir si

ste, e

mantenuto incolume, da chi travolto

fu

aveva e troni, e regni, e dinastie, l’antico e rispettato Magistrato, vali

ma

la

volle anzi

si

che

gli

ordini di lui osser-

ed eseguiti fossero siccome suprema legge in

porli e in tulli

Dalmazia; che a

siccome ad oracolo,

lui,

timi

;

i

ricorresse

si

per consigli, per lumi, per inslruzioni; che a lui vessero rivolger

lutti

punti del litorale del regno compresa

i

lutti

i

si

do-

Prefetti dei Dipartimenti marit-

ch’egli dal Ministero dell’ interno direttamente di-

fi) Decreto 5 (?) Decreto

settembre i8o6.

a5 maggio^ i8o^,

,

.

*

^

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Google


-,

m pendesse. (1) Cosi annientala la repubblica di Venezia, verso cui Napoleone avea detto voler dimostrarsi un Attila

novello, ossequioso rispettò

strato, e

famoso

il

di

lei

Magi-

Magistrato, in mezzo alle rovine di tutta Eu-

il

ropa, divenuto unica e bella

memoria deH’anlica

sapienza,

continuò tranquillo e non profanalo nella primitiva sua forma, mentre, per alcun tempo ancora, continuarono torno a lui

gli strepiti e la licenza dei

si

E

salute,

non meno importanti mancavarepentinamente colpito l’uomo da morte,

volgevano del pari

precauzioni salutari, no.

in-

popoli e dei soldati.

Provvedutosi di questa guisa alla pubblica

perciò,

le

cure

alle

quali pressoché alTatto

le

non si seppelliva il cadavere di lui, nel timore che la morte stessa potesse essere soltanto apparente, se non dopo quarantotto ore il di lei avvenimento, nè alcuna anatomica sezione facevasi prima che fosse trascorso quel periodo di tempo, tolti quei casi, nei quali raprimenlo del cadavere

avesse

si

reso necessario per

la

salvezza

del feto, 0 per gli effetti della punitiva giustizia. (2)' Era-

no poi

instiluite

ingegnosissime

macchine

affin

di ac-

correre airaflbgato non ancora estinto, e macchine per

soccorrere

pompieri, li,

le

a

destinati

fabbri

i

e

fra i

i

le

muratori,

magnani,

scamente, sparsi in punti presso

i

e compagnie di uomini , fiamme, chiamali Zappatori

incenso

case

spegner

tolti

i

carpentieri,

vestili

ed

legnaiuo-

i

armali

varii delle città,

soldale-

possibilmente

pubblici edifizii, ed obbligali nottetempo di pat-

tugliar di tre ore in tre ore per vegliare al

fuoco (3).

E perché sino allora avevasi sonato a mal tempo siccome il mezzo più efficace per allontanar i fulmini è le tem(i) (a) I

(

3

)

Decreto 19 febbraio 1808. Decreto 3 gennaio 181 1.

Decreto 10 dicembre 1811.

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GotjjiU


107 peste (senza calcolare che

il

volte colpito dalla folgore)

rampane son benedette,

campanaio rimaneva spesse perciocché da una parte

e dall’altra

celle suscitate fossero dal

si

le

ritenea che le pro-

demonio, rigorosamente, e con

molta sapienza, venia proibito

di far

uso delle campane

nel furiare delle bufere. Moltiplicate le feste all’annunzio vero o falso di, vit-

invece una

toria, si osservava

grande parsimonia nelle

Prova la storia, specialmente quella dei secoli di mezzo, esser proprio dell’ignoranza la moltiplicazione altre.

delle feste, da cui necessariamente, oltre

i

lucri cessanti,

risultano molti delitti; prova la storia, che le feste, desti-

nate a ravvivare

il

sentimento della sanzione religiosa ed

a ristabilire le forze consunte dalla fatica della settimana, allorché superano

il

settimo dell’anno, sono occasione di

crapule, di furti, di risse

;

provano

essi

sono più frequenti nei giorni

que

le feste, tollerati poi

satempi di sangue,

i

che

le liste dei delitti, festivi.

non furono

Ristrette

in alcun

combattimenti cioè dei

adun-

modo

tori,

pas-

i

avanza-

ticcio degli antichi spettacoli gladiatorii (specialmente in

uso e appetiti a Venezia) siccome quelli, che non facean molto onore alla sensibilità del popolo, mentre giusta-

mente sembrava, che una immaginazione, avvezza a comnon dovesse restar punto commossa alla vista delle altrui angosce mino-

piacersi sulla inutile effusione del sangue,

ri.

Così molti voti furono finalmente* esauditi, fra

gli altri

che nella sua opera della Umanità del secolo decimottavo, a buon diritto declamava contro del gentile Roberti,

queir uso crudele. S’ interdissero parimente processioni, perchè,

scemando

la notte

il

le

notturne

timore del pub-

blico sguardo, profittato aveva alcuna volta la dissolutezza, spezzando,

vincoli del

con

infinito

danno

matrimonio, perchè

le

delle famiglie,

i

sagri

processioni offerivano

à.


108 occasione di concedi, e perchè gratuita ad esse

la intro-

duzione e giustificata dalla santità del motivo, restava luo-

go a qualunque concorrente. Tutto ciò valse a dirizzare maggiormente

Ma

in via di salute.

.spregevole I

come

il

già

il

il

costume

costume, anziché rozzo, molle e

passato, era forte, aggentilito, lodevole.

sacerdoti regolari, secolarizzati per Tabolizione degli ordi-

ni religiosi,

siccome vedremo, ed

maggior parte erano vissuti

secolari,

i

quali per la

i

oziosi in grandi ricchezze, di cui

non solo avevano usalo ma spesso ancora abusalo, come videro scaduti, piamente, o dottamente,

si

si

esercitarono per

sé medesimi, o in sussidio dei parochi, nel divino mini-

stero

;

laonde mentre

i

popoli maravigliavano nel vederli

specchio di onestà e di disinteresse, specchio di terno, singolarmente

spargendo

tra

di vera virtù, frulli.

i

i

di

carità

(juali

fra-

buone opere semi

producevano degnissimi ed utilissimi

Or, a bnlfa inalzala poco tenero di religione

strandosi colui, che

sorti reggeva,

le italiane

corifeo apertamente appalesandosi lui,

amor

e pazienza, andavan essi

popoli con quelle lor

i

più

mo-

ed uguali

al

seguaci di

fidi

certo nella pubblica moralè quella franca manifesta-

zione molto più valeva di

almeno con chi

si

una

religiosa ipocrisia

aveva a trattare, nè

i

:

sapevasi

grandi erano ai

piccoli maestri d’infernale infignimento. Chi credeva a-

dunque

nella cattolica fede, credea

daddovero, e chi non

voleva credere rimanea,con suo danno, incredulo veramente,

perchè non era obbligato

picchiarsi, contro sua voglia,

Emancipala per

si

fallo

di apparir credente, nè di il

modo

petto innanzi agli altari. la

Chiesa militante dallo

scandalo e dal gentame degli spigolistri e dei cedea invitta e gloriosa, pronta ad

offrire,

ove

farisei, le

pro-

circostan-

ze lo avessero imposto, nuovi martiri e confessori. Tale la fede, lo spirito

guerresco eccitava

all’

entusiasmo dèlia


i09> gloria e della speranza;

premii, che d*^ànno in anno

i

nifatturieri,

mate

feste

rendean questi più diligenti ed

meno

distraili;

attivi, le

uno

gli

il

termine di

stabile mestiere (1); assottigliale le

borse dei ricchi per spesse e tean più

sce*

non v’erano vagabondi nè men-

dicanti perchè precettali ad applicarsi, entro

giorni dieci, ad

si

ma*

distribuivano ad incoraggiamento degli artigiani e dei

forti

gravezze, non permel-

scialacquamenti prodotti dai larghi censi;

le

ingenti sostanze, spezzale per rabolizione delle priinoge-

^

nilure, operosi facean altri ricchi, molti dei quali (poiché

•

il

primo nato era

il

felice, l’erede,

vuto prima ingannare

i

il

signore) avean do-

giorni col donneare, col far

i

de-

0 col darsi compagni di soverchieria e di liberti-

voti,

naggio a qualche prepotente, per uscir dalla classe degli oppressi ed entrar in quella degli oppressori. Si cercaro-

no quindi impieghi

i

allo stato, molti si diedero al

divennero geometri ed ingegneri, e

altri

primi bellissime aringhe, e faticarono

simento delle provincie, intorno strade. Rivolto il

il

pensier delle donzelle

tolti

per alimentare

allori,

e chi

ferite, della

si

alle

pensier delle madri

la

guerra, chi

rammaricava

si

ai

figliuoli, rivolto

mie e

alle altre

compiaceva dei loro

della lor morte, delle lor

lor prigionia, tulle però e nel gàudio, e nel si

fosse

mostralo

dolcissimo segno dello lor più care affezioni. Da tutto

ciò necessariamente venivan e

foro,

pronunziarono secondi nel cen-

acque, intorno alle

ai fidanzati, alle

dolore gloriandosi che imbelle non il

i

il

meno

le

danzo, o sallazioni,

tripudio allo e clamoroso, tenuto in pregio soltanto,

come

dice

il

chiaro autore del Commercio dei

Romani

dalla prima guerra Punica a Costantino, tenuto in pregio soltanto presso le genti zotiche e rusticane; venivan

()

Decreto o8 agosto 1811.

Di-:

::

-

jU


410

meno

turpi ozii, le ambizioni superbe^ le ridicole lezio-

i

saggini, gl’iracondi contrasti, i

che

altro

la

scena viva e inco-

avvenimenti volgeva l’interesse su

dei pubblici

stante

cinguettar ne’crocchii,

il

somma,

passerai delle donne; in

le frivolezze, e

crescea la curiosità della let-

tura.

Per soddisfare

alla quale, oltre

innumerabili ed eccel-

opere moderne di varia dottrina, chè

lenti

gli scrittori

siccome opportunamente vedremo,

allora abbondavano,

eranvi in copia Giornali letterarii e scientifici, ed in o-

gni dipartimento un Giornale di notizie politiche, le

aveva per titolo

cui era pubblicato. lanese.

il

nome

il

Poligrafo^

gli

let-

Giornale di giurispru-

il

Giornale d^ indizio, e

il

il

Corriere Mi-

Annali delle scienze e delle

tere. quelli di agricoltura,

denza.

qua-

il

dello stesso dipartimento, iu

Giornale Italiano^

Il

il

Corriere delle

dame

uscivano periodicamente nel solo dipartimento dell’Olo-

na

(1),

ma

i

nè

forti

gli

estensori o compilatori eran già frasche,

ed acuti ingegni di Giuseppe Cuoco, di Ur-

bano Lampredi,

Francesco Pezzi,

di

siciliano Melli e del

di Filippo Re, del

parmigiano Leoni.

Un

direttore ge-

nerale, dipendente dal Ministro deU’inlerno, sopranten-

deva a tutto ciò che relativo era

mercio dei tuto

libri

offendere

alla

stampa ed

al

com-

;

nulla potevasi stampare che avesse po-

i

doveri

pubblici costumi,

dei sudditi

la religione

o

verso

il

gl’ interessi

sovrano,

i

dello stato,

e gli stampatori erano obbligati a dar giuramento ed a giustificare la lor capacità, la lor

ne

fbma e

la loro affezio-

al re e alla patria (2). -

La

severità delle

(i)

Decreto

p)

Decreti 3 o

pene portate dal codice,

novembre i8ii. novembre i8io

e 17 luglio

la

sop-

1806.

Digilized by

Googic


pressione degli

e delle immunità, l’abbandono alla

asili

le^ge indistintamente

del

maggior ricco e del più mi-

che avesse commesso un delitto, la moltitudine degli uomini chiamata all’arme e sperperata nei serabile,

campi

di battaglia, la persecuzione incessante del vaga-

bondaggio,

e, nella

universale operosità, la indispensa-

occupazione della mente e del corpo, erano freni a

bile

delinquere, e cagioni di un assai minor

numero

di gra-

"

‘

vi colpe.

Siccome però questo infelice pianeta, che chiamanon è privo giammai di scellerati, cosi anregno d’Italia non potea vantarsi di esser salvo

terra,

si

che da

il

delitti, e

perciò vi volean carceri, in cui, per

po statuito dalla legge, fosse custodito avesse

nacciato

Era

no.

nezia

il

riposo e

il

pensò finalmente di

si

ro di aria,

la

sicurezza del

raillecinquecentonovantasette'

molo,

di

di

consolazione: savio ed

cittadi-

quando a Ve-

non privare

luce e di alcuna

tem-

il

che mi-

colui,

il

prigionie-

altra

umano proponimento,

povera

scaturito

certamente dall’idea concepita nelle pareti di una povera cella

me

(la

pilando

frate,

il

quale inlendenlissimo sicco-

che

com-

vigesimosetlimo capo delle conslituzioni del

il

suo- ordine,

a

un

era della canonica e della civile giurisprudenza,

che

tratta dei giudizii, stabiliva la

massima,

carcere esser deve ad emendazione del reo, non

il

sua distruzione, massima con più ampia luce

lica, ripiCHlolta

flloso-

poi da Beccaria, da Filangieri, e con ar-

*

dorè accettata da Dumonl, inslitulore della maravigliosa

carcere di penitenza in Ginevra sua patria. Si ordi-

nava -pertanto dai Veneziani aU’architelto Antonio dal

Ponte

di

edificare

una carcere, solida e robusta bensì •

ma

d’allontanare dai prigionieri ogni tentativo di fuga,

con un

cortile, in cui

liberamente l’aria spaziar poles- *

D

tized by

Googlc


112 se,

ma

con una cisterna dei

conforti

colpevole non dovesse es-

il

dei

e

benefizii

Questa carcere, avuta considerazione tempo, in cui venne eretta di

grande onore

alia

ma

pura e salutifera acqua,

di

con una chiesuola affinchè ser privo

,

della

religione.

abitudini del

alle

eccellente in vero, risulta

repubblica di Venezia, a fra Paolo

Sarpi è aH’architetto dal Ponte. Pressoché due secoli dopo alzavasi a Milano una Gasa di correzione, bene ordinata, pulita e con buoni fègoteraenti. Ma tolta questa Casa, Howard, che per carità dei prigionieri visitava le carceri di Europa, le vedevà in Italia tutte forti, tutte

oscure, tutte orribili e perciò tale agli occhi del benefico visitatore

apparve eziandio quella ordinata dai Ve•

me-

neziani. Or, guidato l’Italico governo dal principio

desimo, che a favor dei

rei

animato aveva

non intendendo

gli

uomini finché eran

egli

maner dovessero zii

che

fra

Paolo, e vivi ri-

sepolti, procurò, nell’ inalzare gli edifi-

destinati a Case di pena, di seguire gli avvertimenti

già dati dal Milizia,

belle arti

il

quale diceva

:

=

hanno da sapersi imbruttire.

nelle prigioni le Il

rustico

il

più

ruvido, le proporzioni più massicce, aperture anguste ed

anche informi, ingressi

ributtanti, tutto deve spirare spa-

vento per freno alla scelleratezza. netto ^

e

salubre;

perciò

Ma

un buon chiostro con piànte

axornatiche nel mezzo, nei portici officine,

e,

^varie "carceri secondo le classi dei delinquenti

chè si

gli

uomini finché son

vivi

.

l’interno dev’esser .

dietro, le

= E pp-

devon lavorare, iihpiegate

vollero nelle arti e nei mestieri quelle tante braccia,

che sin

allora

miseramente e inutilmente languito ave-

vano inoperose nella servitù della pena, non senza' speranza di ricondurre cosi a virtù uomini traviati, abbrutiti e colpevoli. Diligentemente, pertanto, invigilata la “ dezza della Casa, esattamente osservati gli ordini del

monme-

by

Gnogle


H5 ma-

dico e del cliirurgo, sia per la cura di ciaschedun lato, sia

per

la sanità di

con equità distribuito

lavoro applicato veniva per

un

se della Casa,

i

prigionieri, era fra loro

*

lavoro, e determinata la misu-

giornalmente; e

eseguirsi

ra 'da

tutti

il

un

il

prodotto di questo

terzo a sollievo delle spe-

terzo lasciavasi settimanalmente a be-

nefizio del condannato, e l’altro terzo era tenuto in de-

posito affine di

momento catene,

restituirlo al

condannato medesimo

Non

in cui fosse stato rimesso in libertà.

prigioniero ne portava

il

una leggiera

a’

al

usate piedi,

assicurata però in maniera da impedirgli la fuga, sola-

mente quando avesse cinto

in quello era

ed

;

dovuto uscire dal

mente ogni commistione differenti gradi

nati a

comunicazione

c

di

carcerario re-

ed impedita assoluta-

vietata

pena

(1),

tra

condan-

i

sapientissimo prov-

vedimento, che meriterebbe di essere imitato. Conciosove fatto

siacliè

avesse diversamente,

si

stodito per lievi trascorsi, appreso

dal malandrino,

campagne

e

dei

preso avrebbe

le

il

monello, cu-

il

avrebbe

malandrino, abitante per boschi e

la

crudeltà

lo più delle

perciò di zotica natura

ap-

,

macchine dal monello, dal monello

di

maliziosa indole per esser vissuto nei trebbii, nelle bi-

sche e

nelle taverne delle città.

bedue all’umano consorzio,

la

am-

Restituiti poscia

malvagità del monello sa-

rebbe riuscita perfezionata dalla crudeltà, quella del malandrino dalla insidia, e ciò unicamente per

no

di que’

due

fatto nel

medesimo

carcere.

il

soggior-

Erano

le

di lavoro forzato nelle città di Milano, di Venezia, di

logna e di Padova (2); a

Modena ed

a

'

Case

Mantova un

Boer-

)

(i) Articoli

8, y,

10,

(3)

8 eJ

1 1

del decreto

2 febbraio

i8o8;

articoli

13 deir altro decreto 7 luglio 1807.

Decreto 35 luglio 1806. 8

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114 gaslolo ricevea coloro, che per delillo di alto criminale,

•erano condannali alla pena dei lavori pubblici ed a quella dei ceppi;

laonde colà, eziandio

gaslolo, strascinar si

nell’ interior dell’er-

dovean sempre catene, e pesanti.

Finalmente, nel piccolo borgo di Palanza, presso Novara e sopra

il

Lago maggiore, sorgeva il carcere per Mentre in una parte d’ Italia umanità

fatta guisa operavasi a benefizio della

pri-

i

gionieri di stato (1).

di sì

colla sa-

lutare riforma delle carceri, in altra parte invece alcuni sciagurati stavano ancora in una affatto buia segreta, c cosi bassa

e stretta,

che nè star

nè giacere

ritti

distesa potevano. Sorgeva l’acqua lutto il

suolo aspro di acuti sassi, pestilente

ai prigionieri

un misero panicciuolo

all’

l’aria.

al

alla

intorno, era

Ministralo

giorno, davansi

loro droghe da procurar la notte spaventevoli sogni, da

cui erano

svegliali

con brace, o con arroventate pia-

avendo poi lacerate

strelle, chi

membra

scottate con ferri, chi le

le carni

con nerbi, chi

orribilmente tirale dalla

colla, e chi la pelle tagliata fino al cranio

da funicelle

slrellissimamente avvinte. Dalla doloro.sa narrazione di

questo lungo e mul-

tiforme martirio, onde in eterno esecrala sarà

che nel duodecimo anno

ria di colui,

secolo seppe esserne a Messina, per

mo

il

di

la

memo-

questo medesimo

Borbone, crudelissi-

ministro, passiamo a qùe’ pubblici spazii destinali ad

aumentare siamo

i

valori,

alle strade.

de soltanto potean

ed

a

facilitare le

comunicazioni, pas-

Sino a quell’epoca alcune grandi stradirsi

mantenute; nientedimeno sparse

di macigni, collocati da inesperti lavoratori, e solcale

(i) Articolo 4 del decreto a febbraio decreto j luglio i8o-.

i8o8, ed art.

ti

da

del

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GoogI(


H5 profonde rotaie, avveniva che sconciamente

vetture vi

le

mareggiassero sopra, ovvero inabissassero. Tolte poi quelle

ben misere eccezioni,

rare e

al

sopraggiugnere dell’autun-

no e nel verno, era veramente pressoché impossibile traprendere

il

e la fatica di

un

pericoli. Intanto

Tommaso un

gio ad

cammino, molti e reali erano i Comuni, lasciando gridare a Guglielmo

lento

i

Raynal, che, ove non

da una

facili

casale,

trovano comunicazioni

si

ad un borgo, ed anche da un villag-

città

popolo é barbaro,

il

di aver

fare a gafa tra loro

vano

d’ in-

più piccolo viaggio, imperocché oltre la noia

nell’ inalzare

più

i

alti

dun Comune credeva che

la

i

Comuni, anziché

le migliori

vie, gareggia-

campanili; laonde ciasche-

sua

civile

importanza esser

dovesse misurata dall’altezza del campanile della propria parrocchia. Or, in

trovandosi no, i

ma

fu

le

sì

miserabile e perigliosa condizione

pubbliche

sollecito

non

vie,

istette inerte

gover-

il

d’imitare l’esempio dei

Romani,

quali usavano di prolungar tosto nei conquistati paesi le

strade consolari e le militari, terreni, agevolar

camminare più In quanto al

come

gere,

e,

maggiormente

alla spedila e

modo

diboscali e

più sicuramente

di esecuzione,

fatto si era

fatti

sodi

i

comunicazioni e far

le

ben lunge

per l’addielro,

gli

le legioni.

di costrin-

agricoltori a

costruire ed a conservare le strade, obbligando cosi degli

uomini a lavorar senza mercede, e togliendo

momento

pi, nel

forse del

maggior bisogno,

e le bestie necessarie alla loro coltivazione,

che

i

ai

cam-

le braccia

stabiliva

si

lavori tulli di strade fossero eseguili a

mezzo

di

appalli regolali da apposite discipline e dà capitoli nor-

mali, e che deviar da quel metodo non

un espresso ordine mettere

la

del Governo,

eccezione dovea

il

si

potesse senza

quale prima di am-

sempre riconoscere

il

caso

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116 Dividevansi le strade in

e la necessità (1).

comunali e

a particolar uso di le

private, in

prime erano quelle aperte

in nazionali; le

uno o più

possidenti nei predii loro;

seconde quelle, che servivano principalmente a co-

modo

del

Comune un

centrale di

al

le postali, quelle,

un Dipartimento

altro, e quelle

servivano

frequentale

erano

le terze

centrale di

cui dalla città alla

;

si

per

passava

che per essere molto

commercio: quindi

spesa

la

della costruzione e della conservazione era sostenuta o co’ danari dei privali, altri

deH’erario.

costanze

quello delle

piano della strada, per quanto

Il

permesso, slabilivasi

avessero

lo

o con quelli dei Comuni, o cogli

campagne

laterali,

più

le cir-

alto di

distendendosi in lunghez-

za orizzontalmente; la superficie era dolcemente piegata

ad arco in

mente

modo che

le

acque scolar potessero

si

piantavano lungo

le

ponendosi inscrizioni ovunque incontralo territorio di altro

fine del di

Comune

una strada nazionale ovvero

minore

di

quella di

A

facil-

negli adiacenti fossati; alberi da bosco o da frutta

e termini miliarii

metri

5,949, nè

rimover poi

la principale

postale,

la

forma

avesse

La

il

con-

larghezza

non polca esser di

metri

di metri

8,329;

4,759

(3).

cagione, che contribuisce

forse al deperimento delle vie,

terminava

si

(2).

maggiore

una comunale non minore

strade postali,

una espressa legge de-

e la larghezza delle ruote dei carri

e delle vetture (4). In conseguenza di questi provvedi-

menti, di queste sollecitudini, ebbe

comode

(1)

(2) (

3)

(4 )

e belle, tra cui

Decreti

il

certamente

6 maggio 1806 e

Decreto 27 maggio 1811, Decreto 20 maggio 1806.

i".

regno strade assai

primeggiavano

la

maggio 1807.

titolo

VI.

Decreto 23 agosto 1810.

by Gr-Ogli


117 Vercellina, quella di Genova,

Mantovana,

la

Romana

avean principio

tutte

Sempione,

e l’altra del

Partiva

Milano.

a

dal Corso di Porta Vercellina, valicava

gnea per Novara

mine

,

imperio

dell’

cominciava

alla

Pavia, lasciava

il

sotto Vercelli di

porta

Como,

Venezia, di

di

,

Vercellina

la

Ticino e giu-

fiume Sesia, ter-

al

La

Francia.

il

la

le quali

strada

Genova

di

appellata Marengo, passava per

confine del regno a Mezzana Corte, e

per Alessandria proseguiva a Genova. La strada di Venezia partiva dalla porta chiamata Orientale, e per Bre-

Verona, Vicenza e Padova arrivava a Lizza-fusina

scia, al

margine

stel

della lacuna di Venezia: al villaggio di Ca-

nuovo, in quel di Verona, aveva origine da questa

strada l’altra di Trento; a Mestre quella che per Treviso ed

il

Friuli metteva a Trieste; a Valvasone, terric-

ciuola posta sopra quest’ultima via, l’altra detta di Ger-

mania, confinante a Pontebba con quel dei Tedeschi. La strada

di

Como

principiava

per Barlassina, per ritorio

Svizzero

Como

a Porta Comasina, passava

e terminava

di Chiasso.

giugnendo

La Mantovana

al ter-

partiva dal

Corso di Porta Romana, transitava per Lodi, per Casalpusterlengo,

per Cremona, per

Mantova. Colà a

Verona,

il

si

Bozzolo

divideva in tre rami:

secondo a Modena,

il

e

uno

giugneva si

a

dirigeva

terzo a Guastalla, d’

onde

si staccavano altri due rami per Reggio e per Parma. La strada Romana, sino a Casalpusterlengo, era la Mantovana. Da Casalpusterlengo poi metteva a Piacenza,

ed attraversava per quarantaotto miglia l’

il

territorio del-

imperio francese sino a sant’ Bario. Rientrata in quel

punto nel regno, continuava per Reggio e per Modena indi, per

Bologna, per

Incoia,

;

per Faenza, per Forlì,

per Cesena, per Rimini, per Pesaro, per Fano, per Senigaglia e per

Ancona arrivava a Fermo, quindi

al coii-

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118 fine del

reame

di Napoli.

Se non che sopra qualsivoglia importanza grandissima quella

strada acquistava

altra

maravigliosa del Sempione, la quale tra le più inospite

ed alte rocce apriva un cia.

facile adito dalla Italia

Fran-

alla

Opera piuttosto d’anteporsi che da pareggiarsi

più belle ed

tuamente

utili degli

antichi

alle future età la

del secolo

Romani,

potenza di chi sul principiar

decimonono volgeva Foro Bonaparte,

vasi quella dal

alle

e d’attestar perpe-

le

umane

all’arco

sorti, stacca-

presentemente

detto della Pace, allora del Sempione, e

Arena. Da colà, secondando

giugneva a Fariolo. Seguitava, lungo a’

piè

delle alpi

dell’ Ossola, e

di

giugneva ad Lago Maggiore, Toce e lo Sirena,

del

le rive

il

Mergozzolo; penetrava

nella

valle

giugneva a Domo. Poi, d’ improvviso inal-

zandosi a Crevola, continuava a salire, tra le bellezze e la

maestà

di

una selvaggia natura ed

valle del Vedrò,

i

rivolgimenti della

costantemente servendo di sponda ora a

destra, or a sinistra al fiunae Divedrà.. Lascialo Varzo, inoltravasi, per Isella e Paino, sino a

ove, ollrapassato

il'

Gondo

nel Vallese,

confine del regno, proseguiva al vil-

laggio del Gabio unendosi alla via di Francia, che con-

tinuava a Ginevra. Cosi per questo ardito, ingegnoso e

stupendo cammino,

il

cui punto più elevalo era a due-

milacinque metri sopra

il

livello

del

pressoché ad annientare tra Francia ed

mare,

si

veniva

Italia la difficile

un di insuperabili ed erte comodo passaggio ai viandanti, a ristoro s’instituiva sul monte Sempione un ospizio. Col-

barriera delle alpi, e fra creste

veniva aperto un dei quali

localo l’ospizio in quel maraviglioso, sublime ed indescrivibile teatro della onnipotenza del Creatore, della magnifi-

cenza della natura- e dell’ingegno dell’uomo, andava esso

provveduto di un’annua rendita di franchi ventimila, ch’era quella dei predii in Guardabate e Corbesate, già del

mo-

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119 nasiere Senatore di Pavia e di in

quelli in Carpigano

ed

Torre del Mangano, già deiraltro monastero Pavese

fondato da Gian Galeazzo Visconti, l’ammirabile e celebrata Certosa (1

).

In

somma, mentre

si

gettavano le basi

di questa parte di pubblica amministrazione, to, fino a

quel punto, affatto sconosciuto di

strumen-

civiltà e di

spendevano nel regno, dal milleottocento-,

ricchezza,

si

cinque

milleottocenloquattordici, intorno alle strade

ed

al

acque ben seltanladue milioni

alle

quali ventidue in nuove costruzioni

:

di

franchi, dei

a conservar poi la

lunghezza di sei milioni quattrocento settantanovemila trecento

strada

si

spendevano

due milioni e mezzo,

di

maniera che

ottantacinque metri di

annualmente

altri

construtte e mantenute accuratamente le vie, ed insti-

con eccellenti discipline,

tuite,

Diligense^e

le

le

Mes-

saggerie (2) (lontana prospettiva di utilità agli uomini di azione e di genio, ed aurora di un giorno, in cui

maggiormente sarebbesi zioni

sero e al

), i

più solleciti, viaggi,

stretta

l’

afiratellanza delle na-

più agiati e più dilettevoli

meglio

popoli e le città

i

si

si

re-

accostarono

unirono, e si venne a recare immenso giovamento commercio e all’ agricoltura. Già per sè medesima questa ultima grandemente prospe-

si

rava.

Amplissime lande appartenenti

ai

Comuni date erano

a fitto 0 a livello perpetuo (3); molle lame e paludi, fonti per lo passato di miasmi e di contagli, venivano per asciugamento 0 per colmala bonificale (4); un’apposita legge prov-

vedeva (1)

(2) (

Decreto i6 luglio

3 ) Decreto

(4 ) (

alla custodia e alla sorveglianza dei “boschi (5)

;

Decreto i3 novembre i8oi. i

8 i3

.

luglio 1806.

Decreto 20 novembre 1810.

5 ) Decreto 2^ maggio i8u.

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.

130 guardie stipendiale dai Comuni o dai possidenti^ e legittimale dal Governo, erano intente alla conservazione dei raccolti, dei frutti pendenti, delle proprietà rurali d’o-

gni sorta, ed incaricale di scoprire zioni,

i

delitti e le

che avessero allentato ad esse

contravven-

In quel mezzo

(1).

Dandolo e Re sorgevano ad ammaestrare

Gautieri,

po-

il

polo sul governo dei boschi, delle greggie, dei bachi, sulla fabbricazione dei vini e sull’ agricoltura in generale; la robinia, rini

il,

platano, la catalpa, la balata,

accrescevano per

degl’ Italiani

;

prima volta

il

colsat e

le agricole

i

me-

ricchezze

novanlasei premii erano distribuiti ad

trettanti coltivatori,

in

la

al-

che per primi avessero introdotto

un Dipartimento Tavvicendamenlo

deU’agricollura, ed

avea premio chi avesse piantalo ed allevalo quattrocento olivi,

e chi aumentalo avesse

Abbenchè

nel

furor

il

numero

di guerra e

degli alveari (2).

sdegno colla

di

Inghilterra rimasta fosse imperfetta la parte esterna del

codice di

commercio, non rimase però trasandato, nè

senza padrocinio ghilterra, per

rade e

il

il

commercio

stesso. Or, poiché l’In-

blocco alle città marittime,

alle foci dei

ai porti, alle

fiumi del regno impediva le

nicazioni colle regioni d’oltramare,

si

comu-

opposero ad In-

ghilterra le armi stesse ch’ella adoperava, e

combatterla nella guisa medesima di’ essa

si

venne a

combatteva.

Si dichiararono quindi le Britanniche isole in istalo di

blocco, si proibi

il

commercio

delle mercatanzie d’ In-

ghilterra, 0 provenienti dalle di lei fabbriche e dalle lei

colonie',

esse (3).

e si ordinò

la

presa e la confiscazione

Sembrarono queste rappresaglie

(r)

Decreto i3 settembre i8ii.

(a)

Decreto ao agosto i8ia.

(3) Decreti i-j luglio i8o5,

io giug^ao e ai

d di

alla mollitudi-

novembre i8q£k

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121

no

ne> «osi assevera

umano; ma sebben

spirito

nuovo

illustre storico,

delirio dello

suggerite da,sdegno e da .ven-

detta, furon del re ponderato concetto, furono sapienza

di stato,

e mezzo

tale di guerra, olie fiaccava

che dal rigoroso le

traessero

sistema

proibitivo,

anziché

manifatture,

nazionali

un più grande

un Deposito franco

cettuate

sempre

di

di

vita.

mancare, S’ ìnstilui

mercatanzie forestiere, ec-

le inglesi (1),

tramutandosi poscia quel

Deposito in un Porto-franco, favore che eziandio se alle

due

il

Ministero

dell’

generale di cottimercio, di arti e di manifatture,

composto

di venti

fabbricatori ed

i

membri nominati

commercianti, o

dal re, presi tra

fra le

strutto in quelle materie. Si ordinò che glio fosse

il

setificio,

il

il

detto Consi-

che

un rappresentan-

lanificio e le fabbriche di lino, di ca-

napa, di cuoi e di Si statui

i

persone più in-

formato in modo, che ogni genere d’industria

prevalente nel regno vi avesse almeno te:

si este-

Ancona (2). Si interno, un Con-

altre città di Senigaglia e di

creò a Milano, presso siglio

arme

maggiore presso Ve-

allora neirùsoletla di san Giorgio

nezia

o

invilire,

principio

le

Avvenne pertanto commercio e il

più potenti del nemico, le ricchezze.

doveano però averne almen due.

pelli

officio del Consiglio fosse quello di

cogliere e di riunire le nozioni tutte

rac-

intorno alla con-

dizione del commercio, delle fabbrìche e delle manifatture, ed intorno alle difficoltà

che avessero potuto op-

porsi allo sviluppo e progresso loro, e che uguale offi-

Camere di commercio di MilaAncona, di Bologna, di Vicenza, di

cio affidato venisse alle

no, di Venezia, di

Verona, di Vigevano, di Bolzano,

(1)

Decreto a 5

(2) Decreti

ajirile

1806.^

d’ Intra, di

,

Bergamo e

-

19 febbraio e 3 o giagao 1808.

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GoogU


122 di

Como

(

Per

1 ).

farla poi «vedere

com-

centro del

al

mercio e delle manifatture inglesi di cotone, per vedere a Manchester, e per fare

stillare

delle Colonie, determinavasi la

somma

il

farla

cervello a que’

dr lire

dugento-

mila per l’acquisto di macchine proprie alla filatura non

solamente del cotone, pa

(2), e si

ma pur

bandiva, che

lire

lana e della cana-

della

centocinquantamila

si

ac-

corderebbero a colui, che introdotta e promòssa avesse la

coltivazione del cotone

mila

quattro

ai

medesimo

e'

(3),

cinquanta-

che mediante l’uva dato

fabbricatori

avessero zucchero in copia (4), ed ugual somma ad altri quattro che fabbricato ne avessero colle barbabietole (5).

Era il

in

finalmente

guiderdonato, e generosamente, colui,

quale nei lavori di ferro avesse consumato per primo

un anno

centomila di carbon

libbre

nelle miniere del regno, e colui,

fossile

scavato

che provato avesse di

ottenere da piante alcaline per esso coltivate libbre tre-

mila di cenere di soda videnze pertanto, ’

come

(6).

Tutte queste diverse prov-

del pari le industrie chiamate e

moltiplicate dal bisogno ed allettate da smisurato gua-

dagno, valsero ad imprimere gran moto

ed abbenchè

vi

continentale, ed

pure

tico,

fortune,

il

i

pregiudicassero il

numerosi impiegati,

si'

(2)

(

commercio;

le

l’

an-

sminuzzamento delle ,

e

isfarzo',

un cinquantasi armavano

e

produzioni, e cresciute

Decreto 27 giugno i8ji. Decreto 24 ottobre 1810.

3 ) Decreto

12 settembre 1810.

4 ) Decreto suddetto. Decreto 27 settembre i8t

(5 )

(6)

lo

vestivano con

compiutamente, aumentarono

(

al

impacci del blocco

lusso crescente e volubile

mila soldati, che

(1)

gl’

commercio nuovo disordinasse

1.

Decreto 20 agosto 1812.

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123 le

produzioni migliorarono le condizioni della vita e della

civiltà.

Ad

modo

ogni

nelle commerciali relazioni si sentiva

mo-

l’inconveniente di avere in corso una quantità di nete alterate nel rispettivo valore. Altro tanto, ed altro

dei

benefizio per-

caratteri essenziali ad

fu quello di stabilire, in

mezzo

a

una nazione

monete

differenti, a

diversa proporzione fra l’oro e l’argento nella specie dello stesso metallo, fra

poche monete

fine

ed un

indigene

biglione moltiplicato oltre dovere e con arbitrario valo-

una moneta uni-

re, altro benefizio fu quello di stabilire

ca.

Cinque denari

costituivano la

f

di argento del peso di cinque

dieci

lira,

grammi due

lire,

grammi

venticinque

monete d’oro di venti e rame puro, di un cente^imo, di due, di tre, di cinque ovvero di un soldo: pesava il centesimo due grammi, diie centesimi quattro grammi, tre centesimi sei, il soldo dieci grammi. Sopra la superficie della moneta era impressa la regia effigie Napoleone imperatore ere e l’anno colla leggenda della fabbricazione; sopra 1‘ altra lo stemma del regno colla leggenda : nelle monete poi di Regno d'Italia

lo

scudo, 0 cinque

di

quaranta

lire;

lire

;

monete

eranvi di

—

= =

^

rame, in luogo dello stemma del regno, vedeasi l’im-

magine

rame

della

Corona

monete d’oro e

di ferro. Nelle

la effigie del re

guardava

tore, in quelle di argento la destra

:

finalmente,

il

torno delle monete d’oro, degli scudi e delle due

portava la leggenda

di

la sinistra dello spetta-

= Dio protegge

l’Italia. (1)

conlire

= Bat-

monete d’oro con torchi d’invenzione tute venivano di un Gengembre; lo scudo e il due lire con macchine le

immaginate dal meccanico Morosi, per cui (i) Decreti

si

otteneva

ai e a4 marzo i8o6.

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124 grande risparmio di tempo e di spesa;

nuove

erano

insliluile

officine di raffinamento, di partizione ed

una scuo-

venivano gl’incisori, e perfe-

la di assaggi; accresciuti

zionala cosi eccellentemente la fabbricazione deU’acciaio

nazionale da surrogare l’inglese (1).

Per lutto ciò prestamente nel regno ebbero a cansiccome disse Leibnizio,

giar faccia le cose; e poiché,

fàcilmente raggiugner può questo scopo colui,' sia

padrone della educazione,

quale

il

necessariamente a

lei

si

rivolsero con grande e singolare alacrità le sollecitudini.

Abbandonala esclusivamente

pubblica inslruzione quasi

fin allora la

clero,

al

non polca certo quella consue-

tudine garbare ad un Governo, il

desiderio di veder diminuita

scorgeva

nelle corporazioni

il

quale, oltreché nodrire influenza

la

preti,

dei

sebbene per lo

religiose,,

passato reso avessero grandi servigi! nell’aminaeslramenlo,

due grandi

estranee

difetti

:

erano estranee

erano

alla società,

Governo. Nulla avevano, o poco, di comune

al

colla società in

mezzo

quale erano

alla

collocale

;

non

interessi simili, nessuna partecipazione alla vita sociale,

e ciò per individuali.

non

il

celibato e per la

Erano estranee

al

mancanza

sto per esse, se

Comprese quindi

non una proiezione il

Governo, che

il

slruzione avea bisogno esser dovea

unito a vita

lutti

sociale,

gl’interessi

della

aver gl’interessi

possedimenti comuni col

(i)

possedimenti le

dirigeva,

inefficace, indiretta.

corpo onde laico',

società, sociali

di

vale

la in-

a

dire

partecipe della famiglia e di

rimanente dei cittadini; che

questo corpo appartener doveva

talia

di

Governo, che non

governava e non esercitava sopra esse, o piutto-

le

al

Governo, tener da lui

Conto deir amministrazione delle finanze del regno d’I-

nel 1808.

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G;JOgli


,

125 i

sopravveduto, sindacato e

suoi poteri*, esser diretto,

rinnovato da lui;

che

numero

al

che mirar dovevasi più

pio, colle scuole retoriche

alla qualità

mentre, a modo di esem-

delle scuole,

può decrescere

nella nazione

senso comune, quando infallibilmente dee crescer colle

il

scuole logiche,

aumentano

mentre venti cattedre

di

non

teologia

lo spirito di osservazione e di combinazione,

e forse tra

i

cittadini

fomentar possono

discordie,

le

matema-

quando

colle cattedre' di fisica, di chimica, di

tica, di

meccanica,' di economia e di agricoltura

sono ottenere degli eccellenti

risilfcali,

e

si

pos-

dei sapienti

amministratori.

Ferme queste massimo,

e severamente interdetto di

uscir dal regno affin di recarsi altrove a fare qualsivoglia corso di studio

i

(

1 ),

erano largamente

instituiti gin-

con convitto e senza convitto (2j

nasii e licei

giovani partili dai ginnasii

fossero

;

sempre

e

perchè

in

condi-

zione di mettere a profitto le lezioni eh’ erano date nei licei,

che avessero voluto

e quelli parliti dai licei,

re-

carsi alle Università, per prendervi le lauree, le licenze

0 permessi di esercitare professioni scientifiche, ugual-

mente potessero Università

Irar profitto dai corsi di studio in dette

prescritti, si stabiliva

un uniforme sistema d’insegnamento,

che

lutti

i

gradi c

i

rami diversi

una connessione, senza

la

in

tutti

i _

uguale nel

il

primo

quale assolutamente imper-

(i)

ginnasii uguale

modo d’insegnare

le

secondo anno,

si

e

li-

in tal guisa

di lui avessero fra loro

fetta si ravvisava la inslruzione della gioventù.

di

nei

nei ginnasii e

cei

Era quin-

numero dei maestri medesime cose; laonde,

il

ammaestravano

i

giova-

Decreto 7 luglio i8o5.

(i) Decreto

14 marto 1807.

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i26 grammatica' latina,

netti nella calligrafia, nella

e francese, e nell’ aritmetica nelle

umane

lèttere

parimente

e

,

nel

inferiore;

italiana

anno

terzo

nell’ aritmetica

quarto nella retorica, negli elementi di

;

nel

storia, e di geo-

Era ne’ licei l’ordine moderato nel modo seguente. Primo anno,

grafia e nei principii del disegno.

degli studii

per

instituzioni di lo-

indistintamente:

tutti gli scolari

gica e morale, storia, geografia, principii generali delle belle arti, elementi di matematica e principii di disegno.

Secondo anno, per

che

quelli

TOmenli

naturali: disegno,

chimica

fisica riunita alla

destinavano alle scienze

si

delle scienze naturali, cioè

ed

naturale

storia

alla

ele-

mentare, continuazione della storia e dei principii delle

che

belle arti; per quelli,

denza, instituzioni

civili

si

destinavano alla giurispru-

elementi

,

di

scienze naturali,

continuazione della storia e dei principii delle belle

E

qui

avverta, che

si

soltanto

all’

-il

arti.

corso di storia non era limitato

insegnamento di certe epoche e dei princi-

pali avvenimenti,

ma, abbracciando

l’istoria generale dei

popoli e dei lor costumi, dovea particolarmente intertenersi sui casi e sugli uomini italiani, conoscer facendo

modo

in singoiar .scienze,

quelli,

i

quali

colle

scoperte

nelle

o coi lavori nelle belle arti e nelle belle lettere

aveano concorso

gloria della lor patria. Gli scolari

alla

dei ginnasii e dei licei venivano esaminati ogni tre

r esame

dei primi

si

teneva

al

i

maestri

e

cospetto

due

scolaresca,

di

stabiliti dal

Podestà del Comune; l’esame

lutti

ugualmente facevasi presenti

gli

di

mesi ;

tutta la

di

colli cittadini

secondi

dei

scolari tulli,

i

profes-

sori e tre colte persone, scelte dal Prefetto del diparti-

mento. Terminato l’anno scolastico dei fetto, alla

licei,

il

detto Pre-

presenza di tulle le autorità dipartimentali e

municipali, solennemente distribuiva

il

premio

ai

giova-

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«

127 che n’erano

ni,

pure ogni anno

stati riconosciuti meritevoli,

Ministro dell’ interno selle grandi pre-

il

mii a favore di chi, tra stato giudicato

ricompensa andava unito

palma dai

fregiali di

i

più eccellente.

il

impartendo

il

A

licei,

fosse

questa straordinaria

benefizio della esenzione delle

tasse stabilite nelle Università per roltenimenlo di cia-

scheduno dei gradi accademici

(1).

Affinchè poi dalla scolaresèa, per lo più scherzevole e invereconda, tenuto fosse maggiormente in concetto

il

corpo insegnante, doveano

i

professori dei licei

sempre una toga

nell’esercizio delle loro funzioni vestir di

stamigna nera, portando sulla spalla

pur

tolo

di

diritta

un ba-

stamigna di color violaceo con orlatura

montato da nappa

di

capo un berrettino quadralo, sor-

velluto nero, ed in

di seta del colore del batolo (2).

Ma raccoglimento di un giovane nella Università non modo alcuno seguire se non avesse egli pro-

poteva in

vato di aver compiuto con frutto in

un

preparatorii, necessarii per la facoltà

liceo gli studii

alla

quale avesse

voluto dedicarsi, e se dimostrata non avesse l’onestà dei

costumi di locale

di Polizia

avea fallo di

per testimonianza scritta del magistrato

lui

e dei

gli studii (5).

Padova e

di Pavia

professori del

liceo, nel

Le antiche Università

di

quale

Bologna,

erano quelle del regno. In que’ vene-

randi recinti di sapienza venivano insegnate, a chi voleva essere ingegnere, architetto

stronomia,

la

,

idraulico, agrimensore, l’a-

matematica applicata, l’introduzione

al cal-

colo sublime, la fisica generale, la sperimentale, la storia naturale, l’agraria, l’architettura civile e militare;

5 novembre i8i

(i)

Decreto

(a)

Decreto ai ottobre i8ii.

3 ) Decreti (

i

i

5

adii

i.

novembre 1808

e

1®.

giugno i8io.

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»'

128 voleva dedicarsi alla medicina, alla chirurgia' o

farmaceutica, la chimica generale, la patologia e la

medicina legale,

Tanalomia umana,

arie

clinica chirurgica,

la

materia medica,

la

all’

medica,

clinica

la

chirurgiche in-

le

com-

slituzioni e la ostetricia, la fisiologia e l’anatomia

parata, la storia naturale, la botanica e la chimica far-

maceutica; finalmente, a chi esercitar voleva

prudenza

secondo

insegnavano

s’

nuovo codice,

il

diritto e la

il

la giuris-

procedura penale

diritto naturale e sociale,

il

il

codice Napoleone comparato al diritto romano, la pro-

cedura di

civile

procedura

secondo civile,

codice stesso ed

il

l’economia pubblica del regno e

commerciale conformemente

diritto

mercio,

il

diritto

regolamenti

i

il

comregno. Siccome codice

al

pubblico interno del

di

poi dar volevasi al regno stesso una militare attitudine e trovarvi

una perenne sorgente

gli

in

compagnie, era prescritto ch’essi, due volte

studenti delle Università

mana

e per

due ore

Affidata la

battaglione, partito

giorno, facessero

al

militari eser-

i

il

sore col titolo di Reggente, che stava in carica divisi

i

conveniente

un

alle

batolo,

matematica

ugualmente

il

un

abito particolare,

alle e nobili funzioni, di cui

Era quest’abito una toga

lino, sulle spalle.

Per

di i

di

stamigna,

erano ri-

stamigna nera, con fregiato di

professori della

facoltà

armelfisico-

batolo era di color verde chiaro; per quelli

della facoltà medica, di color della facoltà legale, nero

(i'

un anno, me-

professori in tre collegii fisico-matematico,

dico e legale, usavano aneli’ essi

vestiti.

la setti-

corso .dell’anno scolastico (1). direzione delle Università ad un profes-

durante tutto

cizii,

forman-

di soldati, cosi,

un

do

chermesino;

siccome

la

toga

e :

per

in

gli altri

capo

tutti

Decreto 7 luglio i8o5.

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m ì

professori portavano

dei licei,

usato già da quelli

berrettino

il

con nappa del colore del batolo proprio. Il

Reggente usava pure

ma

toga di stamigna nera,

la

sotto

una lunga vesta di seta, parimente di color nero, e fermata a’fianchi da un largo cingolo di seta bianca con

'vestiva

fiocchi alle estremità;

di lui batolo, di color bianco,

il

era fregiato di nere pelli, bianca era la nappa del berrettino,

monile In

maestosamente pendendogli dal collo un aureo (1).

aggiunta

poi

tutte

a

con tanta

instituzioni

le

lautezza in altualilà negli Studii del regno, erano a Mi-

lano eziandio delle scuole spedali di ostetricia, di chirurgia, di chimica applicata alle arti, di diritto pubblico

e commerciale nei rapporti dello stato cogli stati esteri, di

alta legislazione civile e criminale, nei suoi

colla pubblica amministrazione, di eloquenza pratica

legale*

e'

rapporti

una scuola finalmente ammettevansi,

nella quale

per esercitarsi sopra soggetti dati dai professori, giovani che, ottenuti

gradii

i

lutti

i

accademici, inteso avessero

di appigliarsi alla via del foro (2).

Da ultimo, poiché, siccome abbiam dello, vi erano con convitto, mantenuti venivano in questi dall’e-

licei

trenta

rario

giovani

scegliendosi però

sero

una

savia

pensione

a

sempre

piegati civili e militari,

i

i

interamente gratuita,

figliuoli

di

benemeriti im-

quali inoltre accoppialo

condotta e lasciala speranza

riuscita nelle scienze, o nelle arti: altri giovani

di

avesfelice

pure po-

tevan essere accettati qci convitti a spese delle rispettive

famiglie.

Se

(i)

non che più

Decreto

(a) Decreti

ii i

5

efficaci

i8n. novembre 1808,

provvedimenti altamente

ottobre

1.®

i

8i3

.

0

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* i30

dimandava

educazione delle fanciulle. Trasandata di

la

assai per aversi reputalo sin allora

che

bastare che saputo

un giorno obbedir senza ragionare

avessero

credulo

non esser necessario

ma

fanciulle fossero instruile,

le

si

ai loro mariti,

aveva di abbandonarle ciecamente alla direzio-

ne di monache ignoranti e indiscrete, o di quelle altre fem-

mine, peggiori delle prime, che tener sogliono a dozzina le

ragazze unicamente per mangiar col capo in sacco, ap-

pallafrici, speculalrici, depravatrici,

missima

non

pure

dei

ciocché in quel convento, nel quale non 'la

la

educatrici. Pessi-

educazione delle venali donne, era ben lon-

la

tana dalla perfezione quella

osservanza,

regolare

vedean

le

si

mondo come

di

avesse serbala

giovaneWe onorala

vanità, cosa eh’ è la più sottile di tulli

tian parlare del

Imper-

chiostri.

i

veleni, e sen-

una specie d’incantesimo,

v’

ha cosà che faccia impressione più perniciosa

di quella

immagine ingannatrice che mirasi da lunge

e

non

con isluporc e eh’ esagera

tutti

i

piaceri senza farne

stesso. Se, al

che temer si un monastero mondano, che del mondo contrario, si avesse mantenuto in un con-

vento tutto

fervore e la severità primitiva della regola,

vedere

gli

doveva più

errori di

il

e le amare.zze, di guisa

oltreché per quella rigidezza,

che vietava

alle

insegna-

una certa coltura della mente, poco o -nulla le ragazze apprender potessero , crescevan esse in una pro-

trici

fonda ignoranza del mondo, che sarebbe stala felice se avesse dovuto durar sempre

;

ma

passando ad un tratto

nermondo, c in una età, nella quale la non avea ancor gettalo forti radici , abbarbagliala veniva la lor vista da uno splendore, cui non era stala dal convento

virtù

mai avvezza,

e facilmente eran tentate di credere

avesse loro nascosto ciò che Or, conoscendo

il

v’

ha

di più

che

si

maraviglioso.

Governo quanto importasse che una

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m gìovanclla poco a poco

accostumasse

si

persone, che opportunamente

sapendo che che potean donne,

mondo

il

le

scoprissero

le

è

1’

unione di tutte

sopravvedono a tutte

stretta relazione

pubblico

con tutto

di quelle

casa da regolare,

da ben educare)

anche

alla

ben ;

più minute do-

le

il

educazione

eccellente bensì

uoniini

degli

un marito da render or,

ma

E

figliuoli

validamente,

e

divise

la

quanto

avendo una

,

felice,

governo provvide, femminile.

di

umano ( laonmeno impor-

genere

il

occupazioni delle donne son niente

le

tanti al

e

le famiglie

mestiche faccende, e per conseguenza decidono

de

difetti di

i

famiglie essere rovinate o sostenute dalle

le quali

ha più

presso

che abbisognava vedere;

e le additassero ciò

lui,

mondo

al

in

una,

acconcia soltanto alle mezzane for-

tune, ed in altra molto più squisita; col quale sapien-

tissimo disponimento intese di risparmiare a non poche fanciulle la ni nella

use

all’

non rara mortificazione

d’ insudiciarsi le

fuliggine della pentola paterna,

ebano

dopo averle

magià

un clavicem-

e aU’avorio della tastiera di

balo. Si stabilirono quindi per le giovanette tre collegi!,

uno

a Bologna,

1’

altro a Verona, ed

un

terzo, appellato

Reale, a Milano. Nei due primi, nei quali cetlare ben cento fanciulle

e

gratuiti ed altri venticinque semigratuiti, i

principi! della religione, della

leggere, lo scrivere,

il

dell’ incontrarsi

morale e

disegno e

collegi! furon cagione dei glie e ’

si

potean ac-

'

v’eran venticinque posti

il

s’

insegnavano

della storia,

il

ricamo (1), e quei

costumi migliorati delle fami-

spesso virtuose consorti, provvide

madri ed amorose delle domestiche dolcezze. Nel terzo poteano ammettersi sino a cinquanta

fanciulle,

di

cui

ventiquattro erano accolte gratuitamente, dandosi di pre-

(i)

Decreto 8 febbraio

i8ia.

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152 ferenza le rii

Corona

piazze alle figliuole

alire

commendatori

dei

,

ferro, dei

di

e dei più illustri

laonde

membri

capitani

memorie

nelle

dei

gran dignila-

dell’

Ordine

della

dei tre Collegii elettorali,

dell’armata

la nobiltà delle fanciulle

e

titoli

cavalieri

e

e

dell’ esercito,

non era ricercata

degli avi, bensi

nei

nella presente

onestà e nel vivere agiato e civile delle famiglie; quindi

ad un tempo

lo stesso tetto accoglieva

per antico lignaggio ed

i

ligione e della morale, stica,

la

nomi più chiari nuova età.

i

più pregiati della

Insegnavansi in quel reale collegio

principii della re-

i

economia dome-

principii dell’

-i

lingua italiana e la

francese,

elementi di

gli

aritmetica, di geografia e di storia, la musica,

gno, la danza,

compiere una dell’ interno,

zionc,

il.

ricamo, in

utile

il

ed

dise-

Ministro

11

Direttore generale della pubblica instruil

l’Arcivescovo e

Presidente il

Podestà

Prefetto dell’ Olona sopranlendevano, for-

di Milano, e

il

mando un

Consiglio,

all’

amministrazione

di

'quella

(1).

Ad

ogni

vati Collègi!,

dovessero lari

il

che potea

tutto ciò

instru'zione.

Grande elemosiniere della Corona,

il

del tribunale di Cassazione,

casa

somma

esimia

dei

ai

modo erano

tollerali altri

con questo però che prescritti

ginnasi! e

esami

in

dei licei (2),

gli

non pochi

pri-

alunni sottoporsi

concorrenza degli scoe tollerate

erano del

pari le Suore della Visitazione, perciocché erano francesi,

perciocché possedeano disinvoltura, franchezza, risoluzione,

un dolce modo di comandare, una severa

pietà, e

perchè

essendo per inslilulo educatrici, eccellente era l’ammae-

(i) (a)

Decreto 19 settembre 1808. Decreto i 5 novesDbic 1811.

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135 slramenlo loro e senza

i

quello dato per lo innanzi negli

Un

altri

medesimo catechismo,

solo e

viziato

cui era

pregiudizi! di

conventi.

nazio-

appellalo

nale, già adottalo c sancito dall’arcivescovo di Milano per la

di

diocesi, era

lui

in

uso presso tulle

scuole e

le

grinstiluli di educazione del regno (i), catechismo nel

come

quale stavano raccolte,

Trento,

cilio di

richiede quello

Con-

del

importanti a sapersi della

cose più

le

cristiana cattolica, purgale da ogni controversia,

verità

ristrette

sugosa brevità

in

e ridotte alla

espressione. Accoslavasi cosi dire usala

dalle sacre

Testamento, per

la

sant’Agoslino, la

sana

Scritture, e

massime

maniera dal

quale, siccome osserva riesce

dottrina

Per

grandi (2).

piccoli, cibo ai

più semplice

esso a quella

di

nuovo grande

il

insieme

latte ai

modo

sbandilo

siffatto-

qualsivoglia altro libro di religioso insegnamento, ^bandita qualsivoglia altra vecchia o

nuova preghiera, d’al-

tronde severamente interdetta e dannala (3), uniforme, senza errori, senza superstizioni era la religiosa instruzionc della gioventù.

Dalle sponde pertanto

a quelle dell’ Isonzo, dalle scaturigini dei

infantili, »

mille voci

aU'eccelso trono di Dio la preghiera seguente.

Gran Dio, noi

stro santo padre

il

re; per tulli quelli li

del Ticino

Brenta alle foci

del Tronto, alzala era ogni sera, da mille e

vi preghiartio

istantemente pel no-

papa, pel nostro pastore e pel nostro

che

ci

governano e

ci

dirigono, per

nostri parenti, amici ed inimici, è generalmente

tutti

i

nostri fratelli assenti. Benediteli tulli, e

per

condu-

ceteli nella via della salute elertia. » »

Noi

vi

preghiamo ancora, o Signore, per

le ani-

•

(ij

Decreto

(i) Pastorale (3)

i4

marzo 1807.

20 febbraio 1807

ilei

Cardinale di Milano.

Decreto 6 maggio 1807.

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,

134

me

dei vostri

che soffrono

delle vostre serve,

servi e

nel purgatorio. Accordate loro la remissione delle pene

dovute

peccati, c

loro

a’

fatele

entrare

nel

soggiorno

hanno sempre aspiralo. Noi ve domandiamo per nostro Signor Gesù Cristo, il quale

della beatitudine, a cui 10

vive c regna con voi nella unità dello Spirilo Santo in tutti

secoli dei secoli. Cosi sia.

i

Mio Dio,

»

che noi

ci

»

teniamo sempre

che incessantemente stiamo

dia, e

ciocché

demonio nostro nemico

il

come un per

fate

in guar-

in attenzione; per-

gira attorno di noi

leone ruggente, per divorarci. Dateci la forza

rimaner fermi nella fede.

resistergli, e

»

Santa Maria Vergine, madre di Dio, pregate per

»

noi. Santi Angeli custodi, abbiale cura di noi.

Santi e

sante, intercedete per noi. »

D

»

Signore onnipotente e misericordioso. Padre, Fi-

gliuolo e Spirito Santo, ci dia

una notte tranquilla ed un

fine beato. Così sia. »

Pregavano

gl’

innocenti e nel

medesimo

istante, si-

lenziosi ed assidui, altri giovanetti, a preparazione

del-

l’esercizio delle arti della pittura e della scultura, dise-

gnavan

colla matita lo sviluppo o

membri

di

un modello

il

e del maraviglioso insieme del rate

le belle

cente pascolo

arti al

l’intrecciamento dei

vivente aflin d’impratichirsi della

più bella opera della natura,

nudo perciò delle forme corpo umano. Conside-

siccome quelle, che porgendo inno-

bisogno di sentire, lasciano intatte ed

esercitale le forze intellettuali, siccome quelle che,. in-

vitando

i

cittadini a frequenti

adunanze, creano

il

bi-

sogno della gentilezza e dei mutui riguardi, non lasciò 11

governo di potentemente incoraggiarle

e proteggerle,

e non pose indugio pertanto ad instiluire nelle città di

Milano

,

di

Venezia e di Bologna una Reale .Accademia

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155 ,(li

un Presidente

belle aili, clirella da

di professori di arcliitcttnra, di

(1)

e

composta

pittura, di scultura, di

ornamenti, di prospettiva, d’incisione, di anatomia e elementi

di

tigli ra.

I

modelli

di

più rinomati ordini

dei

fabbriche antiche, quelli ne-

greci e delle più celebri

cessarii per la stereolomia, per la dimostrazione dei più utili

metodi di costruzione e

elementari geometriche chitettura; in

automati per ed altre

quella di le

vesti,

si

cartoni

varii

colle figure

trovavano nella scuola di

ar-

aveanvi gessi, quadri,

pittura

pieghe, tuniche,

pallii,

clamidi, toghe

specialmente di antica foggia greca e ro-

mana, per lo studio dei panneggiamenti, modelli, o disegni, d’arme e di arnesi antichi di ogni genere, di ogni tempo; statue, bassorilievi, busti e macchine per eseguir modelli erano

le

tura; traguardi, ed

per tili

i

suppellettili della scuola di scul-

più

eletti

ordini di

lo studio dei vari effetti delle

ombre,

architettura, le suppellet-

deH’allra scuola di prospettiva; e dei più belli

or-

namenti antichi, principalmente greci e romani, riprodotti in gesso, e delle migliori stampe di tutti i generi, di tutti gli

stili

e delle

più famose statue e tavole ana-

tomiche a dovizia erano provvedute

le

scuole degli or-

namenti d’ incisione e di anatomia. Ciascheduna Accademia aveva una sala appellata delle statue, nella quale stavano raccolti e bellamente disposti

i

gessi delle prin-

cipali staine antiche, dei migliori busti e bassorilievi,

gessi di animali

,

d’ idoli, di

qualsivoglia genere, notabili

erudizione.

A

i

mobili e di ornamenti di

per l’esecuzione e per

questa sala lenea dietro

la

la pinacoteca, la

quale arricchivasi dei più eccellenti quadri. Quindi nella

milanese pinacoteca, (i)

fra

la

moltitudine dei capolavori di

Decreto 27 novembre 1S06.

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156 lulte le scuole, spiccava la tavola, rappresentante

trimonio della Vergine, condotta da colui, che

con ardilo volo inalzandosi

di aquila

al

il

a

ma-

guisa

disopra di Pietro

Perugino suo maestro, saputo aveva allontanarsi da una maniera sterile e secca per dare alle sue figure quella grazia, quella flessibilità e quella eleganza di contorni,

che ben

e di descrivere.

nel rappresentare

gentea

tinta

Abramo lunque

ma

possono ammirare,

si

esprimere

Ed

della

i

vecchi,

luce

gli

crasi,

quadro di

nel

quale meglio

di

qua-

mezzi di un’arte

imi-

il

altro si valse dei grandi

delle

quadro

angeli, le vergini c l’ar-

celeste;

tatrice della natura; crasi, nel

col pittore

impossibile di

Guido Reni, maraviglioso

e di Agar, col Guercino,

Amori,

eh’ è

erasi, appresso, nel

dei santi Pietro e Paolo, con

quadro della Danza degli

Grazie

coll’Ana-

c dei poeti,

creonle della pittura, con Francesco Albano. Quanto di

grande, di bello e di sorprendente nel giro non breve tre secoli avea dato al mondo la famosa scuola veneziana di pittura andavasi diligentemente raccoglien-

di quasi

do nella pinacoteca dell’Accademia di Venczfa; colà, mentre Sanzio primeggiava a Milano nel detto suo quadro del matrimonio della Vergine, primeggiava Vecellio nel secondo dei suoi capolavori (aveva

il

primo trasmi-

gralo a Parigi) rappresentante la stessa Vergine assunta al Ciclo.

E

nella pinacoteca di Bologna, la

cui

inslitu-

zione era già stala per gran

tempo meditala e desideda due chiarissimi di que’ suoi cittadini. Benedetto papa dccimoquarto e Gian Lodovico BLinconi, si vedeano risplendere in copia i preziosissimi lavori di Giorrala

gio Vasari, scolare del Buonarotti, di Giotto di ne, di

Simeone

il

BondoAnni-

Crocifissajo o dei Crocifissi, di

baie e di Lodovico Caracci, del Cavedone e del Francia.

Finalmente presso ogni Accademia era aperta

a

comodo

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137 dei professori e dei discepoli una biblioteca, principal-

mente provveduta avessero di belle

mente

moderne opere, che trattato promuovere maggiordistribuivansi annualmente dei

delle più arti.

Affin poi di

lo studio di esse,

premii, distinti in due classi.

I

premii di

prima classe

davansi per concorso ad opere eseguile sopra programmi, e giudicale

migliori da apposite giunte; quelli di

le

seconda classe conferivansi delle scuole

no: per

ai

accademiebe.

più abili e diligenti allievi

premii di prima classe era-

I

una medaglia d’oro del valore

la pittura

toventi zecchini, di sessanta per

l’

di cen-

architettura, di qua-

ranta per la scultura in plastica, di trenta per la incisione, di allrellanli per

per quello

medaglie

scheduna la

di

ornalo;

disegno della figura, di venti

il

premii di seconda classe erano

argento del valore di due zecchini per cia-

di

(I).

memoria

In

mezzo

a

questo ben

qualità necessaria ad

d' idee, di oggetti, di si

i

avvisava essere

si

un

artista:

memoria

forme, non già di date e di

fatti

;

e

osservava come, per discorsi tenuti senza precisione e

senza certa descrittiva giustezza, mancante, ‘o ben rara fosse questa qualità.

Come

giudicar bene, dicevasi, delle

opere senza una esalta reminiscenza dei principii e delle

forme degli oggetti imitali? Dunque, soggiugnevasi, capolavori di faelli,

i

Roma,

Caracci ed

sibil mente

capitale delle arti belle, ove i

Rubens menarono una

ed intelligenti, e corteggiati da una

poli,

giravano per

della

vita oslen-

folla -'di disce-

monumenti della grande città e delle campagne affine di studiar la bellezza dell’ arte e natura. Dunque a Roma allernalivamenle dalle Ac-

(i) arti,

ai

Raf-

laboriosa e comunicativa, ove vissero fra ar-

tisti

vicine

i

i

Piano disciplinare per

le

Accademie

nazionali

di belle

*

primo settembre i8o3.

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138 cademie del regno ogn’anno s’inviavano tre alunni, affinchè ivi manienuli daU’erano ed alloggiali nel palazzo di quel Consolato ilaliano, stabilissero per quattro anni

loro soggiorno

il

(1).

Nè, dimenticale

le

altre belle arti consorelle, nobile

un

ricetto trovavan esse a Milano in all’

declamazione to,

inslilulo destinato

insegnamento della musica vocale e strumentale, della che

si

e della danza. Diretto

nuovo stabilimen-

il

appellò Qonservatorio di musica, da chi so-

prantendeva

regio teatro, potean gli allievi rimanervi

al

per ben dieci anni, e diciollo piazze, affatto gratuite, eranvi per i

re,

i

giovanetti, sei per zitelle

porgono innocente pascolo

teatri

ed accostando

poiché ove non

quenza

gli

uomini

promuovono

natia rozzezza e

si

;

danno dei

lavori e ad

or, gasiigalo e perfezionalo,

l’adito

di

il

per

gl’

le forze

aumento

insegnamenti

teatro, ed aperto cosi

mag-

soddisfar con minore brutalità al

bisogno del sollazzo rinascente dopo lunga dio per que’ medesimi insegnamenti pedire, 0 di scemare

la

teatri vedesi fre-

ai

perdendosi poi nelle taverne

dati nel detto Conservatorio,

giormente

Or, poiché

diminuiscono

circolazione delle idee;

scorge frequenza

alle taverne,

fisiche ed inlellclluali a di risse

agli la

(2).'

bisogno di senti-

al

altri,

il

concorso

s’

alle

fatica, ezian-

intendeva d’ imtaverne e alle bi-

sche.

Primi a mettere

in

dubbio nelle scienze fisiche e

naturali la dottrina e l’aulorità di Aristotele,

avere argomentato dal particolare supplito colla immaginazione ai

al

il

quale per

generale, e per aver

falli,

era caduto in er-

rori gravissimi, furono nel secolo decimosettiino

fi) Decreto (a)

i

filo-

i5 agosto i8ia.

Decreto i8 settembre 1807.

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159 sofi Napolitaui;

di

particolari

falli

delle

ma non avendo

essi baslanle provvisione'

poterne dedurre

a

conseguenze generali, andarono pur

legillimainenle essi dietro alle

chimere della immaginazione, dovendosi però a loro

il

immenso di avere squarcialo le aristoteliche all’ umano inlellello la libertà. Se non che di ben usare questa libertà per da scoperta del

beneficio

reti, e ridala

l’onore

vero era serbato ai'Toscaiii

filosofi.

Cominciala da Galileo

sublime opera, pochi ed umili uomini,

Galilei la

tulli pe-

un

rò discepoli degni di tanto maestro, secondali da

prin-

cipe generoso, la sostentarono, la promossero; laonde co.

loro che prima di Galileo e dei seguaci di si

aveano nella speculazione delle cose fisiche

trovatisi a fronte del

mondo

vero, rimasero

creduto

lui

tanti dei,

come

tanti

balordi, perchè noi vedevano corrispondere alle preconcette loro opinioni. Sorse quindi allora quella adunanza,

che sotto

il

nome

di

Accademia del Cimento, prima

*

fra

tulle le sperimentali accademie, acquistò tanta celebrità, •

memoria rimarrà

e la cui

eterna,

come

neficio. Sull’esempio pertanto dato nel

quantaselte dalla Toscana, scorgendo Italico

il

gran fruito che

scienze e delle

si

il

sarà eterno

il

be-

inilleseicenlocin-

Governo del regno

cavava dagl’ investigatori delle

naturali cose,

quantunque sparsi

e

da

nissun vincolo uniti, pensò di congiugnerli in un corpo solo col

nome

ze, lettere

ed

d’Instituto Nazionale, o d’Instilulo di scienarti (I).

Fissala lor sede principale a Mi-

lano, dato perciò ad essi

i

stabilite a

Venezia

Titolo

XV,

,

art.

a

Bologna

palazzo, già idea-

Piermarini, determinati

membri, con pensione

a sessanta

(i)

un maestoso

condotto dal

to dal Richieri e

,

a

di lire inilledugento,

Padova ed

a

Verona

121 della Costituzione della Repubblica

Italiana.

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uo I

alcune sezioni dell’Insliluto, dafe regole per

adunanze, l’annua

le

le

somma

di lire

lavori e

i

centovcnlimila per

spese occorrenli, volle che massima deH’Inslilulo fosse

animo per mezzo

quella di cercare con libero

di aliente

osservazioni la verità, di raccogliere le scoperte, di perfezionare le scienze e le arti (1); volle che idee

da quel centro scientifico e marchiate col di lui autorità, si diffondessero a a

emanate

sigillo della

vantaggio della società,

loglimento degli errori nocivi e di mille piccole su-

che sino a quel punto avean potuto

perstizioni puerili,

rendere

uomini pusillanimi,

gli

infelici e

alcuna volta an-

che iniqui; volle che quelle idee investir dovessero tutte' le

teste, inalzar tutti gli spirili,

dirigere lutti

i

animar

tulle le braccia,

lavori e concorrere altamente alla

produ-

zione delle ricchezze del regno; volle, finalmente, che a

quel centro di lume avessero a corrispondere tutte

accademie o società sotto

tre

aH’accrescimenlo delle scienze e delle in in

modo che una ciascheduna '

Così,

si ;

è

compiuto

il

il

di soli

che per

una

nove anni

altre genti fu, e

potè

per amplissimo tratto,

e,

abbenchè non libera

vita propria, ed esser forte e

re d’Italia se coll’orgoglio e colla in-

sazietà d’ imperii corrotto

ma

Italia,

suo spirito pubblico,

del tutto, possedere

ciò

laonde quello veramente

chiamarsi progresso, e potò

possente. Bealo

riformale però

città (2).

conchiudendo, nel giro breve

è vicenda di secoli

nefizii:

arti,

sola, e col titolo di Ateneo, si trovasse’^

maravigliosamente

formare

le al-

qualsi\t)glia titolo destinate

non avesse que’ molli suoi bel’ impelo di sue pas-

incapace di contener

sioni, c perciò furibondo

tenendo sempre impugnalo

(i)

Decreto 55 dicembre i8io.

(a)

Derrelo stesso a5 dicembre j8io.

l’ar-

by

Cooglc


141 co ed apprestate

lo

saette, e

pronte sempre ad ogni suo' cenno legioni fulminatrici, che desolavan per guerra le famiglie, e spopolavan paesi e provincie,

come or

vedremo,

costituito

era

dal

Cielo,

tanto seminare per lasciar altrui a

ora

ch’ei

dovesse solmiglior tempo rac-

còrrò.

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LIBRO TERZO

GLI AVVENIMENTI. Accaduta appena l’aggregazione

al

regno delle provin-

non an-

eie dell’ antica repubblica di Venezia, insorgeva,

cora giunto alla fine l’anno milleottocentosci, gravissimo

avvenimento a turbar del e

nuovo

avendo

le

alla Inghilterra,

seconda linea l’esercito russo, che

in

giornate andava in aiuto di a

guerra contro

il

lei, si

lui, e

la

a

gran

levò improvvisamente

Accorso

re d’ Italia.

vinse la fortuna di

*

cose, e a minacciar la sicurezza

stato. Collegatasi la Prussia

egli tosto al ferro

Prussia fu prostrala a Jena,

a Berlino, e scacciato quel re Federigo in Kònisberga, ed

abbattuta e disfatta interamente

questo

fine

la

potenza di

armi, giugnevano

prussiane

le

aiuto dei vinti amici.

La

lui. i

Avuto

Russi in

Eylau, asprissima

battaglia di

e di esito incerto, preparò l’allra di Friedland, e questa

pose termine

alla guerra,

essendo stato distrutto appieno

l’esercito prussiano, sconfitto

il

russo, presa Kònisberga,

spinto Federigo fuor de’ suoi stati, e data facoltà al re d’ Italia di sovrastare ai

Alessandro. Allora

conchiusa a

Tilsit.

presta guerra

la

i

confini

vinti chiesero

Or

l’aver vinto

Prussia c

la

russo

del

pace, e il

re

con

’

imperadore la

pace fu

sì

grossa e

Russia sembrava

ai

popoli

piuttosto accidente favoloso che vero, c volgendo maravigliali .

nelle

Federigo, e

menti loro la

la gloria

fama sparsa della

ancor

fresca del

gran

invincibilità dei Russi

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14-4

non potevano restar capaci come un solo capitano

aves-

se potuto vincere soldati si valorosi.’ Accresciuto per-

tanto per quelle nuove e cosi splendide vittorie lo stu-

por delle genti verso

il

re, partiva

una deputazione composta Consigliere di

da Milano per Parigi

del Ministro della guerra, del

Coslabili-Containi

stato

e

di

Francesco

Saverio Gainboni, antico vescovo di Capri e di Vigevano, patriarca

allora di Venezia, affine

vincitore l’ammirazione,

la

suoi

d’Italia.

sudditi del

lodando por se

la

regno per

re

il

nuovamente

l’Italia,

sentimenti dei

i

Gamboni,

e

ringraziandolo

pace, benignamente lo pregava venisse e vedes-

stantemenle supplicare dire

al

la fedeltà dei

Favellava

imprese, e

sue

le

esprimere

di

riconoscenza e

questo desiderare,

questo

Rispondeva

gl’italiani.

in-

re gra-

il

d’Italia, verrebbe, e

suoi popoli

Venezia pur volentieri vedrebbe, sapendo quanto

i

Ve-

neziani l’amassero: dieci anni prima scrivendo a Villetard, segretario della legazione di Francia alla di Venezia,

avea detto essere

ciarloni, o

i>

di

»

rotti, e tanto (i)

E

poco

meglio

va *

la

i

Veneziani

a

un branco

pazzi, essere effeminati, cor-

codardi quanto ipocriti (1).»

£i])prc.sso,

loic fraiuese Laugier,

\olcva

di

repubblica

il

rimasto ucciso,

il

ii aprile 1797, t’arnia-

finale a viva foiv,a, contro

il

fallo divieto,

entrare nel porlo di san Nicolò del Lido, tutto iroso scrive-

seguente lettera, che autografa

si

conserva nell’ Archivio ge-

ncralc di quesla citta.

nÉPUBLIQUE FRANCAISE Liberté.

Esalili'.

Au

quartier général h

Gnu'ral en chef de

Palmanova ce

floréal

an 5

.

me

les

Envoyts

la lettre

que vons

Messicurs du Sihial de Eenise.

l'anm'e. cf Italie à

Je n’ai lu qu’avcc. iiidignation, Messicurs, ave/. Cerile

n

relativement à l’assassinal de Laugier. Vous ave* ag-

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145

Tenne

il

re la parola, e disceso poco appresso in Ita-

dopo essere

lia,

stalo già

grandemente festeggiato dai -Toil ventesimonono gior-

rinesi e dairaccella Milano, arrivava

novembre dell’anno milleotlocenloselle a Venezia, Desolali più volto non soio per necessità ma anche per capriccio, non solo per forza ma anche con violenza i mino

di

serandi

apparivano allora interamente

veneti,

terrilorii

mutati da quello che eran prima che urf alluvione roce

gli

e molli rive del Brenta ornale di quanto

hanno che

natura e

la

arte

l’

di più grazioso e di più magnifico, e cosi quello

s’era durato

un secolo ad

edificare

un

aveva distrutto; reso nullo, finalmente, era

mercio

fe-

amene

sobbissasse; guaste ed arse erano state le

solo

momento

famoso com-

il

di Venezia perciocché di continuo e diligentemen-

te sbarrali dagl' Inglesi

i

molti suoi porli.

Ma

le

rare ed

antiche veneziane manifatture di vetrami, di specchi, di cere, di panni d’oro, di seta e di lana grandissimo van-

taggio coglievano allora per l’assoluta esclusione dei prodotti della industria forestiera;

ma

rinnovazione di esempio, natante

Venezia,

città,

senza

disopra 'del mare e

al

perciò dalla Provvidenza destinata ad occuparsi quasi uni{’rave

ralrocité de cel c>éiiemeiit

exemple dans

sans

les annales

des natìons modernes,

par le lìssu de mensonges q«e voire gou-

veriiemeiit

pour cherclier à se

a fabrirpié

Je ne pu1s pas c(es degoulans

,

francais.

ines niains Taniirail qui a daiit

de

la

donne

Quand voas l’ordre

plus court dclai

le

était relatif h

vous présentér chei moi.

si le

ea

aarct.fait remettre Taire feu, la

le

commaii-

polke de

Ve-

Vpus voudrea bicn évacuer dans

continent de

Cepeiidanl, Messieurs,

de rccevoir

de

tour et les ìnquisitears qui dirigent

nise, j’érouterai vos juslifìcations. le

juslifier.

Messieurs, vous recevoìr. Vous et vulre Séiiat

du sang

l’italie.

nouveau tourrier que vous

vene/,

réveneinent de Laugier, vous pourriei ' ’

i

BoSAPARTE.

i

IO

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146 camenle

e necessariamente di marinaresche opere, largo

compenso

traeva dal proprio arsenale per

una così grande

operosità di navali costruzioni da non cedere certamente

tempo spiegata

airattività in pari

r impero

ma

Anversa e dell’Olanda;

di Tolone, di Brest, di

popolo sudando in qne’

il

e dagli spettacoli,

i

negli altri arsenali del-

lavori,

nè travialo dalle feste

quali scuotono

un momento ma non

infondono giovanezza, non avoa uopo dell’aiuto del ricco,

nè mestieri che

proponesse,

si

pratiche a lui distribuir

si

come

dovessero

con quali norme

e

soccorsi della be-

i

neficenza pubblica, principalmente colla mira di giovarne alla fisica e

morale prosperità ;

ma

consistendo

beni di

i

questo popolo nel peculio delle non dissipale mercedi, cer-

come

cava egli sempre

farlo girare e fruttare, e ciò ren-

dea ciascheduno possessore di qualche cosa, laonde nis-

sun era povero drone

afi'allo,

nè servo deU’allro,

per bruttura o laceri per rovina eran que’ tanti pa-

ciali

lagi,

che

rifletton la

tranquille acque del

Moro,

i

Fini,

i

ombra

lor

Gornaro,

i

Vendramin,

i

Rezzonico,

e r Conlarinì vivevano ancora, /io,

i

Beigioioso,

Cicogna e

i

i

Burini,

i

come

specchio delle

nello

Grande Canale; ma

scari,gli Erao,i Grimani, i

ma libero e pama nè scon-

di sè stesso e della propria volontà;

i

Dugnani,

i

i

i

Tiepolo,

Grassi,

Cavalli,

Lilla,

i

Fo-

Farsetti,

Loredan

Botromeo, i

i

i

i

i

Trivul-

Visconti

,

ì

Serbelloni vivon tuttora a Milano, viveano an-

cora, coH’usaJ.0 sfoggio e con famiglia

numerosa

dì val-

ielli,

di staffieri c di gondolieri vestili a ricca livrea, sotto

que’

letti

costrutti ed abitati dai loro maggiori;

conciso ancor non rate bili

matrone;

ma

sì i

ma

cir-

aveva nelle riposte alcove delle ono-

mobili a servigio di persone, e

i

mira-

arredi di busti, di quadri e di statue, preziosa suppel-

lettile di

quei palazzi, e

i

libri,

i

manoscritti e

le

molle e

pregiale arme, frullo di degni studìi e di rimole e bello

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U1 TÌllorle, e le

Immagini

dei gloriosi avi, rilralti da Vecellio

e da Paolo, passale non erano ancora per case di Giuda

ma

;

vii

diminuite 'non erano agli

prezzo nelle artisti le

casioni di mostrar la potenza dell’ intelletto e della

oc-

ma-

no, nè abbisognava quindi con islraordinarii mezzi ani-

marli ad oprare; in

somma non

si

era ancora Venezia

trasformala a vicenda nè in una magnifica tomba, nè in un ritrovo di passatempi e di delizie, nè in un romoroso albergo; non erano perciò gli abitatori di lei

divenuti ancora nè fantasmi erranti fra le rovine, nè avidi albergatori,

nè mimi da

genti fuoruscite o venlurie-

re; presentava ancora Venezia lutto riosa signoria, era

spettacolo e a tra-

offrirsi a

stullo dei forestieri e delle

tipo di

il

Quindi sopra dorale barche, guernile di

una

ancor essa una vera e grande

glocittà.

panni

d’ infiorali

velluto e di seta, e con gheroni di veli a frange d’oro

massiccio, che ad immergersi andavano nell’onda e colle vili

alghe a confondersi e a immedesimarsi, ricca e su-

perba concorreva Venezia

spiaggie di Lizza-fusina

alle

per vedere e salutar con acclamazioni e per intrattenerlo tra le sue

magnifiche.

modo devano

una

Ma

per correggere

i

quali tra

loro doge, ai loro senatori, all’anlica

forestiera soldatesca e re,

il

beneficii.

i

i

mo-

una grandezza venuta meno sotlentrala ve-

di

al

sollecito

feste oltremisura

mali umori, che ad ogni

insorger polcano nei Veneziani,

numenti

novello signore,

il

mura con

un

forestiero

libertà

dominio,

si fe

avveduto com’era, di mostrarsi largo di

Accresciuto veniva

pertanto

il

del

territorio

Dipartimento dell’Adrialico, rinvigorite con ricche dotazioni le rendile del

cenza della

co-giro e mila per

Comune

città, assicurati

la la

i

e degl’ Insliluli di beneficrediti verso l’antico

Ban-

Zecca, assegnate annualmente lire centoriparazione del porlo di Malamocco, per

la

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148 escavazione dei grandi canali, per la conservazione e continuazione di quelle grandi scogliere lungo

assegnale altre

lire

^

l’arsenale

per

1*

di Pel-

Murazzi,

comunicazione diretta tra

di

anzidetto porto di

la erezione di

di

seicentomila, parimenti annuali, per

un canale

rescavazione' di

liti

i

nome

lestrina e di Chioggia, conosciute col

un

Malamocco, centomila

cimitero, qualtrocenlomila per una

passeggiala pubblica' con viali e giardini (1), ventilreraila .

per abilitare

biblioteca Marciana ad

la

pellettile dei libri

con una

relli

:

e gratificato era

vitalizia

pensione di

aumentare

la

sup-

Moannue duemila,

bibliotecario

il

lire

ed innalzalo Alvise Quirini Stampalia, già invialo dalla repubblica Veneziana appresso

del

mondo

uomo

francese, ed

alla

grandemente risplendevano

nel quale

l’

ingegno,

la pratica

politico e l’amore verso la patria,- alla carica

di Consigliere di stato

(2).

Visitale dal re nel Diparti-

mento del Passeriano le opere manova e di Osopo, era presto

di fortificazione di di

Pal-

ritorno a Milano, ove,

nella continuazione delle feste e degli armeggiamenti dei soldati, parlò ai Collegii e parlò di patria l’antica,

accusò

gli

degenere dal-

antenati e disse, che le italiane donne

allontanar* dovevano da sé stesse gli

oziosi

giovani, nè

permettere «che più languissero negl’interni comparissero

,

cicatrici

recessi,

o

cospetto loro, se non quando portassero

al

onorevoli;

aumentò

il

numero

dei dignilarii,

cpmmendalori u dei cavalieri dell’ Ordine della Corona di ferro; fermò sussidii in favor delle parrocclwe

dei

•

una rendila minore di non avendo più bisogno di Melzi,

del regno aventi

lire

cinquecen-

lo; e

ma

ricompen-

,sare

wlendo

era' stato (i) ,

{

il

servigii molti di lui, ricordandosi eh’

i

primo

Decido

7

Italiano,

che sul campo

esso

battaglia '

dicembre 1807.

1 } Decreto 8 dicembre i8c'7.

di ,

' -

.

_

.

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141) *

a Lodi recalo gli aveva di

Milano,

conferiva

gli

Retrocedendo si

era

un solo

il

ed

le chiavi

duca

titolo di

il

voli della -cillà

i

Lodi

di

(1).

re dai paesi veneti intrattenuto

Padova

istante nella città di

:

non

conosciuta

Padova siccome ad Austria devota, non potea ^certo gradirgli.

Dolente quindi e confusa

smacco,

egregia per quello

la città

Milano in deputazione

fu sollecita d’inviare a

al

re affine di placarne lo sdegno un Francesco Fanzago, un Pietro Pelrobelli e un Domenico Lazzara, avvedutamente scegliendo a capo dell’ ambasciata quel virile e

vivido ingegno di Melchior Cesarotti.

Ammessa

la

Agitata da troppo giusta inquietudine

per mezzo nostro alla imperialo e la

ma

devota

città di

si

depu-

—

tazione al reale cospetto, così Cesarotti arringava.

Sire:

presenta, o sire,

regai

Maestà vostra

Padova per implorar da

voi stesso cal-

chela tormenta di avere per imprevedula fatalità perduta una qualche parte della vostra grazia regale e dell’affezione paterna. Appena si e conforto al sospetto

sparse fra noi

il

nete, riempissi

vostro sospirato giubilo

tutta di

arrivo la

terre ve-

alle

patria

nostra

colla

idea di poter bearsi del vostro aspetto, di baciar quella

mano, che alterna beneficenze e affollali

aH’auguslo padre

di esporgli

con fiducia

i

i

bisogni suoi,

e di ottenerne dalla provvida sua bontà solazioni, speranza. lei

presentar

vittorie, di

cuori della devota famiglia,

figliale

i

suoi voti

soccorsi, con-

Or qual dolente sorpresa non

fu per

sentirlo trascorrere in silenzio le nostre obbliate con-

trade, e portare altrove

il

suo lume, lasciando

lei

nelle

tenebre ad ascoltar da lungi con troppo sensibile invidia le

grida dell’esultanza del beato

popolo, che aveva

sorte di possederlo. Incerta, confusa, disanimata

più Padova da quel punto nè mostrarsi, hè alzar (i) Decreti

19,

la

non osò la

voce,

qo e ai dicembre 1807.

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L

Google


i50 e

si

città

che

restrinse a meditar seco stessa ciò

venete potesse aver procacciato a

Fu

stinzione cosi trista.

ella

ben tosto

lei

fra tutte le

sola

una di-

rischiarata,

ma

da

una folgore scagliata da Giovala quale mentre colpisce i rei non lascia di sbigottir gl’innocenti. Lo scoppio della vostra indegnazione sopra que’ pochi malnati; già non più nostri,

e le vostre indeterminate

ma

complessive querele

sparsero in tutt’i buoni l'onorato timore, che la infezione di alcuni

membri avesse sparsa anche

corpo sano un’ombra di macchia,

la

grato all’adorato sovrano l’aspetto e

Una

tale

idea da

nima vostra clemenza, che quel pungolo, che non le il

il

nome

Ah,

sol

degni

sire,

può

men

della città. i

pensieri

la

magna-

quell’istante funestò tutti

della nostra patria umiliata.

fliggerla la

massa del

sulla

quale rendesse

farlo, trarlc dal

cuore

ad

lascia aver pace. Basti

senso di tanta disgrazia. Soffrite, o sire, ch'ella

parli

colla

af-

sua vergogna, senza che venga a corrucciarla generosa

fiducia

vi

No, non

coscienza.

della

vuole la sapienza della vostra giustizia che la colpa dei

pochi divenga

il

supplizio di molti.

mondo sarebbe

Il

troppo fortunato se possedesse una sola fossero nè insensati, nè

tristi.

No,

dova non fu mai diversa da se nella divozione

nome, neH’ammirazione

ove non

città,

sana Pa-

la vera, la

vostro

al

del vostro genio: tutti

i

cuori

ùei veri cittadini, dei magnanimi, degli animosi, dei dotti, di qualunque, alfin,

non è volgo, dei quali solo è

risul-

tato la. patria, in ogni tempo fur vostri. Essi .vi accompagnarono dai primi passi della vostra carriera di gloria

sino all’altezza di quel trono ove solo

al

mondo

v’ in-

nalzarono uniti in triplice lega valore, sapienza e virtù.

Non

è certamente uscito dalla vostra memoria, che altro mai non seppe che scordar le ingiurie, con quale esuberanza di forza al primo apparir delle vostre insegne vittrici si

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151 sviluppò

fra

i

da

nostri, inspirato

voi,' lo spirito fino

allora ignorato di elevatezza e di gloria, si V.

sostenne, con qual dolore

si

con qual fervore

compen^ndo come si rinfor-

compresse,

cogli slanci del cuore la servitù della lingua,

zò nei confronti, con qual impeto poco dianzi e di qual alto c

memorabile applauso

teatro all’annunzio

fe’

si

risvegliò,

risonar

il

pace divina, che

dì quella

pieno

ci tolse

per sempre a un giogo straniero per renderci veramente italiani,

pace coronala da quel faustissimo nodo desti-

nalo a perpetuare

le

virtù e

il

dominio del massimo pa-

dre nella schiatta del ben amato suo

figlio.

£

quella

Padova, di cui tanti cittadim in tempi d’ancora .ambigua fortuna

si

esposero, per la causa più nobile, a vessazione

e disonon. Or che già tutta Europa s’inchina riverente e pacifica re,

al soglio del

portento degl’ imperatori

e dei

vorrebbe ora disonorare e tradir se stessa col sepa-

rarsi di spirito dalla glia italica

?

E

grande e ognor più crescente fami-

quella Padova, che

si

vanta giustamente

di esser patria di quell’aureo scrittore, che abitua tut-

aU’ammi razione del nome romano, può mai non andare singolarmente superba di appartenere

tora la gioventù

per altaccamenlo di sudditanza e di cuore a quell’unico eroe, che racchiude lutti Jn sè solo gli eroi di

E una

Roma?

sede delle scienze, che ode lultogiorno nella bocca

dei sacerdoti di Minerva esaltarsi, e spargersi le dottrine del vero, del bello^ del grande, potrebbe

non che amare^

altro

mai

tollerare,

governo che quello della ragione,

della virtù, della gloria, nè far

omag^

sinceri ad altri

che a quello che verificò primo e solo la già supposta chimera dei filosofi, la perfezione regnante? Ah, sire,

non obbedirvi è

delitto,

non adorarvi è una infamia, Ani-

mali da questo senso, inspirati dalla patria che parla in noi, giuriamo, o sire,

per

il

vostro augusto nome, di cui

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152 niuno impunemente abusa, per toria,

per

le

la vostra

corone di Europa, che

quella Provvidenza, che vi confidò

spada della vitcircondano, per

vi

destino dei regni,

il

giuriamo, dico, ledeltà piena, costante, inviolabile alla vostra sacra imperiale c r^-ale Maestà, osservanza esatta

fenor

alle vostre leggi,

di zelo ai vostri rnstituti, stro-

Giuriamo,

inenti elTicaci di privata e pubblica prosperità. infine,

armonia

di spirito colle

di quella cornila,

Magno

al

nostre

maggior bene

e gara di zelo perii

che passò varcando per

Massimo,

crede,

li

,

ti

,.

tanti secoli

titubante

queste consolanti parole:

cessa di esserti padre

italiche,

dal

noi se ci ò dato al nostro ri-

felici

torno di portar alla patria nostra e speranze,

sorelle

d’Italia, e per L’onor

stende

c-onosce, intende

la

il

tuoi voli,

i

fra

timori

tuo sovrano non

mano li

grazia , té

di

basti.

—E

per

quegli accenti, molti dei quali erano sconvenevoli in boc-r

ca di

un sacerdote

colui,

che di Fingallo e di

il

nome come

Cristo, e per esser

di

altri

eroi, così

pntferiti

.

da

tremendi per

pei falli, era cantor famosissimo, facilmente

vinto lo sdegno daU’ambizione, tanto e in quella strana for-

ma accarezzata, non solamente n* si amicava con Padova, ma con una vitalizia pensione di annue lire quattromila, e con una commenda della ferrea Coi\ma retribuito voil

leva

il

Padovano oratore. Divenuto

allora Cesarotti

per

que’ favori maggtonnenle cortigiano e abbiettissimo, pensò di estendere anclie

alla

già profuse nella prosa,

tutto laudi di

lui

poesia

dedicando

Pronea

s’

biisse

le

al

re

intitolava, e

adulazioni,

un poema ch^ che mostrò

l’universo di quali scandali sian capaci alle volte i

più grandi

e

i

più

sublimi ingegni ove

vertigine della boria e

In quel

tempo

la

la

brama

li

al-

anche

prenda la

degli onori.

Casa di Spagna

si

mostrava de-

bole verso le nazioni esterne, avvilita ne’ suoi stali, coi>

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-

'ooglt


155 rolla nella tra

i

reggia,

le

quale risonando

della

liirjiilmlini

sudditi, più abbiellavano raulorilà dei regnanli. In

quel tempo un esercito di Francia tragittava per la \eccbia Casliglia onde arrecar pene al Portogallo deiramicizia il

britanna

percioccbè

;

vanto di scoprir

che avea posseduto

le

Portogallo, che avuto avea

il

Indie ed

il

ampie terre dell’Africa. ramo di commercio

più prezioso

cui bandiera dominalo avea

mari, pe-

del

mondo,- e

lea

considerarsi allora tanto per le politiche quanto per

le

la

i

mercantili sue relazioni, anzi che regno independenle, I disordini dei Borboni di Spagna, e quel-

colonia inglese. la

opportunità di arme rivolle

posero

in

animo

al

re

danno del Portogallo

a

proponimento

il

aggiugnerc

di

a’

suoi dominii la penisola da’ Pirenei all’Oceano, e di con-

durre

al

trono spagnuolo

A

gnante allora a Napoli.

questo

che

la

pompa

terminare del-

fine, sul

l’anno milleollocenloselle mentre (e vuoisi

Giuseppe re-

fratello di lui

il

spiegata

re viaggiava in Italia

il

circostanza

in quella

abbia avuto per iscopo di dislorre l’attenzione Europea dai disegni che aveva intorno alla Spagna ed. al Portogallo)

adunar faceva nelle vicinanze

esercito capitanalo dal francese

nome A far

di

Perpignano un

Duhesme,

di esercito di osservazione dei

cui fu dato

Pirenei

parte di quell’esercilo eran chiamali

i

'

soldati del

che ap-

regno d’Italia, stando essi in quella ordinanza pcllavasi divisione;

non

gl’italiani reso avessero

blica, e

negli

nei

si

deve però dimenticare come

anche nel tempo della repub-

primordii del regno

eserciti

il

Orientali.

di Francia, e

assai

come

diretta dal lenente Forlis, sia stata

distinti servigii

l’artiglieria Italiana,

quella, che

recò

il

Russi nella giornata di Auslerlilz. Coslituivasi allora una divisione nella .guisa stessa di un’

maggior danno antica legione

ai

romana

,

la

quale riunendo

gli

elementi

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154 tutti di

soldati la

un piccolo

esercito, per avere alla

gravità

dei

pesantemente armati opportunamente commista

mobilità

di altri

armati

alla leggiera, e

per esser prov-

veduta di macchine guerresche, bastar poteva a sé me-

desima

in qualsivoglia circostanza.

quella Italica divisione di

reggimenti di fanti

di

Componevasi pertanto

un battaglione

di Velili, di

cavalli; avea cannoni, artiglieri, attiragli

reale, ed obbediva a

ed esperto soldato,

combattuto

della

il

dicembre del

le alpi

railleot-

Lombarde,

Cozie e per Grenoble, Avignone e Nar-

bona avviavansi a Perpignano. Intanto gli

Guardia

quale avea molto virtuosamente

loc.entosetle, e gl’ Italiani, lasciale le pianure

valicavano

due

altro di

Giuseppe Lecchi, Bresciano, bravo il

Marengo. Cadeva

a

un

grossa ordinanza, di

il

re lusingava

Spagnuoli di amicizia e di proiezione, parlava loro

parole di pace, di prosperità; e proclamando voler egli

proteggere una leale, valorosa ed inerme nazione contro gl’inglesi, ch’egli appellava tiranni dei mari, e di oprar

modo da

contro essi in

ed incapace, ordinava Perpignano,

di

un governo debole

supplire ad

all’esercito di lasciar le stanze di

superare

il

vicino confine della Spagna,

e di camminare alla volta di Barcellona. Gl’Italiani, che

formavano

la

vanguardia, e che ricevuti

Spagnuoli (tanto avea potuto su quegl’

veniano dagli

infelici

l’inganno)

con patenti segni di amorevolezza, giugnevano a Barcellona il dodicesimo giorno di febbraio dcU’anno milleoltocentollo, per impadronirsi fraudolenlemenle, pochi di

famose opere

appresso, di

tutte le

quella città

imperocché da Parigi era stalo

;

di

fortificazione di scritto do-

versi per qual si fosse via torre agli Spagnuoli le stesse.

Per questi lemerarii e disonesti casi

darsi

poco libero

a

Marsiglia quello

di

opere

falle allora

palesi le intenzioni vere del re d’ Italia, e veduto

man-

Spagna Carlo


155 quarto, e prigioniero a Valencey Ferdinando figliuolo di lui,

nazione spagnuola, che rimasta era sin allora im-

la

moti dei forestieri, sdegnò di

perturbabile ai d’altra

mano, con oltraggio

ricevere

dei suoi diritti, governo ed

un me-

instituzioni diverse dalle antiche, e spiegando a

desimo tempo energia, forza e costanza, respinse quella mano non richiesta, che violentemente si proponeva d’ i-

Era certo prosontuoso

nalzarla a nuovi destini. siero

degli

ben ammaestrati soldati,

numeroso

e agguerrito

ma una

:

alla

vendetta, e pur che

per

lei

a

le privazioni,

combattere quella

i

lottare

di

ove sia oltraggiata non

ta,

il

pen-

Spagnuoli, poveri siccome erano allora

di

contro un esercito

nazione, grande ed uni-

che a un solo punto,

fissa

questa

pericoli,

si i

compia, nulla sono

travagli, la morte.

generosa ed irata

furono nella lunghissima guerra

Or

nazione inviati

ben trentamilacentot-

tantre soldati Italiani di cui ottomilanoveccntocinquantotto

soltanto

hanno riveduto

epoche diverse

in

la

patria. Di

questa guisa può dirsi che gl’italiani abbian preso ve-

ramente

una

assai distinta

e risplendente

parte nella

guerra anzidetto, confermando poi maggiormente sulla terra già illustrala da Scipione,

e da

Pompeo

la

da Sartorio, da Cesare

militare loro virtù. Perciocché essi non

dovean già venire a quelle giornale ordinarie nelle quali delle migliaia di

fanti schierali

con trombe e tamburi, stali

doveano

di

contro nemici

rammentando sagramenlo

la

in

due

linee paralelle

scagliano addosso mal aggiu-

colpi di archibuso c di

conoscer bene lere

si

cannone, e muoion senza

causa per cui muoiono, continuo, e

le

ma combaU

più volte alla spicciolala,

prodighi della vita e con cittadini, che le azioni

fatto

sopra

degli avi loro, spontanei e con gli

altari

e

le

santi davansi io olocausto per la difesa

immagini dei deUa religione,

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--

1

156 •

Fu

e del trono.

della patria

quindi veramente

imprese

nelle

Spagne

stizia

abbianle ognora siccome

le

acerbo

magnanime siano

destino, chè per quanto dure e

state

Italiane, la violenza e la ingiu-

compagne

indivisibili se-

guite.

Compiutamente sgominati

a

Manresa ed

al villaggio

del Bruch, alla distanza di dodici leghe da Barcellona,

due battaglioni tonò per

liani

di fanti di Francia,

prima volta

la

in

cannone degl’ita-

il

Ispagna

la notte

l’undici al dodici di giugno del milleottocentotto.

maggiormente animo

occupato aveano

toria,

che

Spagnuolì per

gli

le

sponde del Llobregat (fiume,

lei

circonvicine; affine di

snidarli usci Lecchi da Barcellona, e

i

poggi

e^

i

pienamente posti-

sgombri dalla presenza loro

in disordinata fuga, rese

campi circonstanti

Poscia gl’Ila-

alla città.

presero d’assalto in brevissimo tempo Mongat, ca-

liani

stello sopra

ro a sacco

una roccia a perpendicolo del mare, posericca e commerciante Matarò, e fatto un

la

danno

inutile tentativo a

trecento soldati, facean

dendo gli

del-

Fattosi

ottenuta vit-

scarica nel Mediterraneo, presso la stessa Barcel-

si

lona) ed eziandio le alture a

li

la

il

di

Gerona, colla perdita di ben

ritorno a Barcellona.

supremo condottiere Duhesme

'di

Ma

inten-

rinnovare

attacchi contro Gerona,^ e valendosi a questo fine di

una porzione logna

dell’esercito d’Italia per iscorta delle arti-

avvenne che

glierie,

rimanesse

tremila

Italiani,

la difesa

affidata

schiata, ed ardui molto

una popolazione

della

di

i

capitale della Cata-

per non breve tempa

la cui sorte fu

doveri

a soli

veramente molto arriper essersi trovati fra

centomila abitanti

a

mala pena fre-

nata, e circondati al di fuori di animosi nemici (i). (i)

'gnerc

In questo mezzo Vives, generale spagnuolo, faceva giu-

all’

italiano LeccUi la lettera seguente:

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157

Ardeva

•

do

Spagna

spinto daH’ambiicione, appeten-

e,

anche Roma,

re

il

la

cui

il

dava bisbigliando esser

nome

egli nei

tant’alto suona, an-

diritti e

nei

suc-

fatti

cessore nell’ imperio di €arlomagno. Con questa insegna in fronte

si

avventava contro Pio papa settimo, princi-

pe debole per soldati, le

per coscienza

mandava dicendo esser

Carlomagno, per questo

le

Ornerai Lecchi.

Francesi

siccome quel-

ta.

Le

appuntamenti

gli

tale, siete

pericoli,

temiate di cadere

un

eroe, e in

vi

forma e

tà della

la

Ame-

ciicondauo.

per

il

mani

nelle

l'arriccliirvi.

perpetua e

Se desiderate

vi

Dipende da

Se

voi accet-

siete liberato dai

trattare o far proposi-

latore del presente indicandomi

persona, a cui accorderete la vostra Qducia.

nazione Spagnuuia,

dei

rendete alla nazione oltraggia-

la

tempo

ugii.il

sicuro di uni fortuna

che

cui

di

asilo per-

prometto e garantisco, se voi conse-

io vi

del Montjoui e

zioni, avvertitemi

vi

un

vostre truppe lo desiderano, esse vi seguiranno.

voi l'essere

la

qualora

ecco ciò che

;

la forter.^.a

re

gli stati pontificii,

vostro irasferiineiilo in Inghilteria o in

il

se piu vi piace,

rica.

gnate

il

successore' di

egli

godete, un ricchissimo fondo, un milione di piastre,

petuo in Ispagiia,

e fra

;

il

vostro grado,

Il

fortissimo

mono stimava che

molte allegazioni, che niuno

stesso, gli

ed

suo

in

nume

il

il

luogo,

La

leal-

generale in capo

garantiscono l’effetto di (|ueslc promesse, v ViVES. • Irritato

il

generale italiano per

sto foglio, rispondeva tosto nel Il

Ho

stra liriua.

traditori

£

indegno

di

un militare

a degli

incontrarvi, e qualora

la

seguente.

una lettera che porta

ricevuto, signor generale,

fiammezzu

imlegnità contenute in que-

le

modo

il

la

vo-

cercare dei colpevoli e dei

Se un giorno potrò

d'onore.

uuiiiini

veramente vostra, voi mi ren-

lettera sia

derete conto di un tale infamissimo insulto.»

Giuseppe Lecchi. (

Osserwazioui, Jg^iunte, Schiarimenit,

ra iiiiiiolaia Iti

in

~ Storia

Spagna

delle

campagne

Firenze 1828,

p. 3

i

Emende

eco. alC ope-

e degli assedii degVlialia-

4 -)

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m li

ch’erano

appartenere era

all’

imperio

come

francese

Roma,

signore di

il,

a lui

stati 'parte dell’ imperio di

n’era

egli

esso Carlomagnò,

die se

;

l’

pontefice

il

impetalore, e che

a successore di Carlomagno

il

pontefice do-

come egli al ponche uno dei diritti ine-

veva obbedienza nelle cose temporali, tefice le

doveva nelle spirituali

renti alla sua

zare

il

;

coróna era quello di esortare anzi di sfor-

Roma

signor di

con

a far

lui

una lega difensiva

'ed offensiva, e deH’avcre per nemici tutti coloro, che di lui,

il

A

nemici.

re, fossero

quelle argomentazioni, affin

di

provare più chiarameute la necessità, in cui

la

Chiesa Romana, di serbare la neutralità, e l’indipen-

si

trova .

denza del dominio temporale, a quelle argomentazioni rispondeva.si dal Vaticano col seguente passo di Bossuet. «

Volle Iddio che questa Chiesa,

madre comune

di tut-

non fosse dipendente da alcun regno nel temporale, e che la Sede, a cui tutti i fedeli devono conti

i

regni,

.

correre affin di conservare 'l’unità della fede, fosse posta al di le

sopra delle parzialità che gl’interessi diversi e

gelosie degli stati potrebbero generare.

La Chiesa

dependente nella persona del suo capo-da tutte tenze temporali

si

liberamente, per

le

in-

pò-"-

trova cosi in istato di esercitare più

comun bene,

il

e sotto

la

protezione

le anime, mezzo a tanti imperii spesse volte fra loro nemici, mantiene l’unità in tutti i corpi, ora per mezzo di decreti inflessibili , ora per mezzo di sa vii temperamenti. » Ma le parole del

dei re cristiani

e tenendo in

,'

la

mano

celebre vescovo di

potenza celeste

la

di'

regger

giusta sua bilancia in

Meaux non

valsero a rimuovere

il

-

re

dalla presa deliberazione. Cieco, e tratto dall’inevitabile

suo destino, faceva entrare in colore di marciare verso

per cominciare a ridurre

il il

Roma

seimila soldati sotto

regno di Napoli,

ma

nel vero

papa in condizione pressoché

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m di carcerato. al

Ed afGnché maggiormente impedito

fosse

pontefìce di esercitare, senza consiglieri e senza im-

temporale c

piegati, la

la spirituale autorità, e

-

principio

avesse’ il^ disfacimento 'della sovranità di lui, decretava,

che

tutti

cardinali, prelati, ufGzìali ed impiegati qual-

i

sivpgliano appresso alla

gio, di rientrare

beni loro posti

nel

regno,

fisco, e

al

Roma

corte di

d’Italia, fossero tenuti, passato

il

gl’

mag-

inobbedienti avessero

sequestro

il

regno

nati nel

di venticinque di

verificasse

si

i

il

giorno cinque giugno. Nell’istante medesimo, conside-

rando

il

che

re,

il

sovrano temporale di

temente aveva ricusato

di

far guerra

Roma

costan-

agl’inglesi,, e di

coHegarsi col re d’Italia e con quello di Napoli per la difesa

penisola

della

Italiana;

che

l’

interesse

del due

regni e degli eserciti d’ Italia e di Napoli esigeva che la

comunicazione non venisse interrotta da una potenza nemica, e che

la

donazione di Carlomagno dei paesi com-

ponenti lo stato pontificio era stata fatta a profitto della Cristianità,

non

dei nemici

a vantaggio

religione, gl’ Inglesi, decretava

che

le

della cattolica

provincie di Urbi-

**

no, di Ancona, di Macerata e di Camerino (le quali for-

mavano appunto «

l’avvisata' interruzione di

perciò di libera comunicazione tra

i

territorio e

due reami

anzidetti)

irrevocabilmente ed in perpetuo unite fossero al regno (I) Era questo Solamente l’indizio dell’ altra maggior tempesta che, circa un anno appresso, per uso d’Italia.

di ragionevole potenza trascorso in abborrìta tirannide,

scoppiar doveva colla miserevole prigionia del pontefice, iniqua siccome dice Pietro Colletta -perchè stolta pur anco in politica. Alla

promulgazione

di que’ regii decreti Pio

papa settimo mediante nota diretta da Gabrieli cardinale «

(i) Decreto a aprile i8.<8.

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160 •prosegretario di statola quel Francesco Alberti, incaricalo «

allora di aflari del regno d’Italia a

Roma, che, immemore

.dei benefizii molli ricevuti dalla sua repubblica, già Ira le schiere dei di lei

menle, e in

l'accia a tutta la terra

mansueto

come capo que’

fieri

solennemente

suo

poter essere consideralo

mano medesima,

in cui egli

Nostra Donna di Parigi posto aveva

la

l’esercizio di pos-

forza gli toglieva

dominio delle

di

il

condiscendenza

lo scettro e la verga della giustizia, e di-

chiarava che se e

re, di

il

alta-

una potenza nemica, protestava contro

di

ordini scritti dalla

a’ pie’ dell’altare di

sesso

Ben lontano, per

e pacifico, e i)er la

dimostrala sempre verso

vedemmo

papa selUmo

protestava contro la in-

quegli stessi decreti.

giustizia di

carattere

ubelli, Pio

i

rapitegli

provincie, intendeva

però di serbarlo intatto nell’animo suo, perchè sede ripigliar ne potesse

il

santa

la

quando ciò

reale possesso

fosse piaciuto a qqel Dio, fedele e verace, che rettamente

giudica e pugna, e che nelle veslimeula e nel femore

porla* scritto

testava

il

rammarico

;

Re dei

re

e Signore dei dominanti.

infinito dei loro abitanti, già usi

e tranquillo reggimento, erano

per formare

i

e del Melauro. rigi

Pro-

pontefice, e le quattro anzidetto provincie, con

tre

Ad

ad un dolce

regno

d’Italia

Dipartimenti del Tronto, del

Musone

ogni

modo

unite al

que’ paesi inviavano a Pa-

Stefano Benincasa, Pacifico Camerata, Giulio Evan-

gelista, Flavio Corbelli ed

perchè umiliassero

al

uno Spada siccome deputati,

novello signore la professione di

vassallaggio dei loro concittadini, e le assicurazioni della fedele lor sudditanza.. Ai quali deputali dalle

continue lodi che

gli

si

il

re,

ingannalo

prodigavano, e i)erSua-

so che le genti, le quali andavano

genuflesse

a

prote-

veramente fortunale di appartenergli, rispondeva: Aggradire sentimenti espres-

stargli la lor divozione, fossero

i

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161

nome

sigli in

dei suoi popoli del Melauro, del. Tronto e

del Musone; confortarsi di vederli

nella

felici

condizione ; essere stalo già testimonio dei

gimento d’onde uscivano, perciocché parano

preti, destinali soltanto

i

spirituali,

non

Assicurassero

che poteano tezione.

Ma

offre loro

che im-

governo delle cose

al

deputali

gli

il

reale sua pro-

abbenchè tenesse

re,

della ecclesiastica

effetti

figliuolo

civile.

lor concittadini

i

far conto sugli effetti della

paventando, non poco

quel principesco discorso,

-

del reg-

norma alcuna per quello

pertanto' essi

resistenza, ordinava al

nuova lor

vizii

teologia,

la

Eugenio

recarsi con

di

diligenza nei nuovi Dipartimenti onde colla sua presenza

maggiormente l’asprezza

mitigar animi.

A

quella di

e la

irritazione

degli

questo fine prima cura del giovane principe fu

annunziare con

suo patrocinio

la

decreto di prendere

Santa Gasa, ovvero

Loreto, nel quale da Parigi

era

già

sotto

il

santuario di

il

tornata

celebre

la

statua della Vergine, però in abito più modesto di quello

col

quale uridicà anni prima era partita, perciocché

dai Francesi, aiutali le

^preziose

gemine

da

alcuni

di

che innumerabili

,

spogliala del-

Italiani,

genti

e

di

tempo devotamente fregiala; poi ordinava la insliluzione di tre licei, uno a. Macerala, il secondo ad Urbino, il terzo a Fermo; poi la costruzione di due nuove strade, da Sinigaglia ad Ancona, da Pesaro ad Urbino, e il compimento dell’altra patrie diverse aveanla per lungo

detta

della Palombella

nel Dipartimento

Gettale cosi le prime basi di

eziandio le cure alla conservazione di

numento. Aveva Teodorico pretendono sua

figlia

del

necessaria

un

Amalassunla per

mausoleo, nel quale furono riposte

le

|

volse

interessante

fallo inalzare a

Goto. Questo edifizio, tutto costrutto di

Melauro.

civiltà

Davenna

lui)

mo-

(altri

un sontuoso

ossa di quel re

marmò,

è diviso

n

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,

162 in

due ordini da un terrazzo ricorrente. L’ordine inferiore forma decagona, circolare

è di

pilastri

un di

ed archi massicci.

Il

superiore, con robusti

il

coperto dell’edifizio è di

solo sasso di sterminata grandezza, lavorato a foggia

gran calino con

risalii

sasso stesso. Gia-

tagliali nel

cendo quel monumento negletto, ed immerso, per oltre putride acque di

uno

stagno, da dover certamente perire per vituperoso

ab-

la

metà del primo ordine, entro

le

bandono, volle Eugenio, passando per di ritorno dai

mausoleo

nuovi Dipartimenti

,

la città di

Ravenna

ristorato eziandio

il

non togliendosi però allora le cagioni principali del danno, cui provveduto veniva soltanto di Teodorico,

all’anno milleollocenloquarantaquallro per le dini del cardinale Saverio -dei

sollecitu-

Massimo, e per

principi

l’opera e gli sludii del Milanese Severo Canevali.

Divenuto ormai urgentissimo all’

esercito

il

bisogno di rinforzi

gucrreggianle di Spagna, tra

stinate a ristorar ivi la fortuna delle

una nuova divistone

vasi

reggimento

di

le

milizie

armi del

de-

re invia-

d’italiani costituita del

quarto

fanti di grossa ordinanza, di molti batta-

glioni di fanti armali alla leggiera, di

mezzo migliaio di

dragoni, di altro mezzo migliaio di cavalleggieri, di artiglieri

no

a

di copiosi

e

attiragli:

i

combattenti ascendeva-

tredicimiladuecenlollanla. Erano

i

fanti

partili

in

comandale una dal conte Luigi l’altra da Giacomo Fontanes di Mompellieri; Palombini, Romano, slava alla cima dei dra-

due schiere, o

brigate,

Mazzucchelli di Brescia,

goni, Vìllala, Milanese, reggeva

dendo poi

e l’uno e

l’

i

cavalli leggieri,

dipen-

altro dal generale Balabio, pari-

mente Milanese. Domenico Pino, appartenente ad una fabanco mollo onorataraente

miglia che a Milano tenea

ed

uom

che assecondalo aveva

con

grande ardore la

rivoluzione d'Italia, desiderala la independenza di lei

a

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165 pugnato per quella causa, facendosi sem-

forlemenle

da’ soldati, era^^uida dell’ eserci-

stimare

pre .amare e

prima impresa del quale

to,

fu di vettovagliare,

gueras per indi accingersi all’assedio

trovandosi

le

da un lato sorge

;

fronti

verso

il

;

la

una,

mare,

erano verso

vano

E

Rosas

le

la

alle

che dolcemente declinano al masmurata, ad ogni modo con

la città

un piccolo propugnacolo un marese. Presentavano que

Rosas,

opere di fortificazione sulla spiaggia ed

falde di alcune colline,

re

di

con buon porto- e baia nella Catalogna,

forliflcata,

città

ad onta

città di Fi-

dell’opposizione degli Spagunoli, la piccola

appellato la Trinità, dall’altro quelle difese all’assediante cin-

più ampia e

due

altre,

la città e

il

accessibile si

era

,

collegavano,

due ultime dominaaggiacenti colline. Rosas

strada di Figueras e le

aveva un presidio di

meno

che a questa

marese,

le

era sostenuta

tremila soldati, ed

Cochrane con due navi di primo ordine e con alcune bombarde. Cominciata da Mazzucchelli a’ di sei novembre la espulsione delle vanguardie nemiche, e dall’ inglese

continuati sotto salti,

un

cielo

sempre rigido

di trentamila palle, di mille

di cinque migliaia

bombe,

di polvere

‘e

da bocca, cadeva in mano degl’ dicembre. Investita

di

e piovoso gli as-

Rosas, ricca di sessantacinque pezzi di artiglieria,

intanto

duemila obizzi,

di

di copiose

Italiani

provvigioni

quinto giorno

il

Barcellona

da ogni

la-

urgentemente chiedeva aiuto, e gl’italiani accorsi lor pericolanti compagni'assicuravano all’esercito, per

to, a’ la

vittoria di

Molinos de Rey,

il

possedimento della detta

Barcellona, città importante siccome centro delle militari operazioni della Catalogna, e necessaria per mante-

nere una diretta comunicazione con Francia. Per Italiani fatti il re pubblicamente applaudiva agl’ quelli, cui eran

dovute principalmente e

la

i

quali

come

presa di Ro-

Digitìzed by

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164 sas e la salvezza di Barcellona, asserendo di loro, c soprallullo dei Velili, aver essi coraggiosamente pugnato,

egualmente

ed essersi mostrati in ogni caso di guerra disciplinali

che prodi; avere, in somma,

avuta mai alcuna epoca, dopo

i

gloriosa della guerra di Spagna. ni

sempre ed

per essere

gl’

indomiti Catalani,

le

ville

i

Ma

sonavano a stormo ed

da-

dalle città e dal-

usavano

vit-

co’ prigionieri

non auto-

nella milizia e

guerra, poiché essi Italiani alia

rizzali dalle leggi della

impensata, e con grandissima furia

assalili

si

videro da-

vicinanze di Caldas, giudicarono che

gli abitatori delle

s’era

inferociti gl’italia-

guisa molestati

emigrando

modi crudelissimi, sconosciuti

non

di ques.ta

nascondevano qualsivoglia

asportavano, o

tuaria,

Romani, più

in ogni

quali

gl’ Italiani

imprudente sostener

ivi

un

non era però

conflitto,

loro disdetto di esercitare in diritto la rai)presaglia, e di

vendicarsi delle offese nemiche; appiccarono

fuoco

al

sdegno e

sacco. Saziato così lo vidcsi tutta sola

rovine -

camminar

una donna

grave languente,

cieca,

la

soldatesca

affin di sottrarla a

Continuava

i

avarizia,

inedia, e per

età

quale maledicendo lo straniero, che

la

Cavea priva del lugurio,'magnauima ricusava

e in pari

il

sulle ceneri e barcollar tra le

macera per

di chi, fra gl’ Italiani, pielosameiite le

la.

quindi

paesello di Caldas, e spietatamente lo posero a

nuove sciagure,

la cieca di

si

il

soccorso

era avvicinalo

e sovvenirla e ristorar-

Caldas, spalernoslrando sottovoce,

tempo orrende imprecazioni frammettendo contro

nemici della sua patria, continuava

ad aggirarsi

tra le

la cieca,

tentennando,

muricce, quasi cercar volesse in quel-

l’eccidio alcuna cosa di

grande preziosità; e rinvenuto,

lìnalmenle, un abisso anqno di lìauune, lullora stridenti (era quello

il

alte

tesoro, di cui diligeulemenle

va in traccia) animosamente

vi si

e

anda-

lanciava entro, e periva.

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165 Quanto più prospere camminavano per in Ispagna, tanto più

re le cose

il

minacciose divenivano per

guer-

i

reschi apprestamenli, che alacremente faceansi, oltreché e nella Svezia, nell’

in Inghilterra, in Sicilia

saggia

ad una

fatta

indipendente nazione. L’Austria specialmente,

e

animata dai consueti suoi desiderii per vecchie monarchie, ed

la

re nelle diverse parli di

Europa, corse aU’arme, ben prevedendo che fuori sto partito inevitabile

delle

libertà

altamente spaventata dagl’ inu-

cambiamenti introdotti dal

diti

impero di

desistere da

Austria affin di costringere lo stesso re a

una guerra micidiale, rovinosa ed ingiusta

sarebbe stata

di

que-

Siccome

la servitù.

pertanto quel cimento esser potea forse l’ultimo per

un

cosi faceva apparati potentissimi, destinando

grossissimo, sotto

occupar

la

dell’arciduca

condotta

Carlo, ad

Baviera, la quale perseverava nell’amicizia del

la

mandando

e

're,

lei,

esercito

simamente

di

altro esercito del pari

cavalli,

numeroso, mas-

guidato dall’arciduca Giovanni,

ai

passi della Carniola e della Carintia in alto di sboccare

per que’ di Tarvis e di Ponlebba sulle terre del d’ Italia. Recatosi lo stesso re

con

regno

isqiiisite legioni alla

guerra Germanica, avvegnaché vedesse, che nissun altro

nome

fuorichè

il

suo pareggiar poteva quello deiranzidello

arciduca Carlo, lasciava al

re.

viceré,

il

il

governo della guerra

in Italia

quale da lungo tempo agognava queU’ono-

Avea quindi Eugenio sotto

i

suoi ordini Macdonald,

Grenier, Vignolle, Seras, Broussier, Pully ed altri molli

esperimenlali capitani di Francia con fortissime schiere, oltre le italiane, di quella gente, senza

la

quale, tolto

qualche raro caso specialmente avvenuto nelle Spagne, ove,

ammessa

la

guerra, preferito

pertinacia, e perciò la fcrudellà della era d’inviar

al

nuovi a risparmio dei vecchi, non

si

si

macello è

mai dai

i

sudditi soli Ila-

,

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166 liani

A

giuslamenle alcuna formale ballàgHa.

comballula

torlo quindi certi odierni scrillori, intendendo di tra-

mandar

stampe

colle

la narrativa delle belliche

Ma come

imprese

che da se

degli stessi Italiani, vogliono far credere

abbianle eseguite.

soli

leggonsi quelle storie nelle

quali la confusione dei racconti è indicibile, perciocché

sforzandosi lo storico di voler dire degl’ Italiani, necessa-

riamente è costretto a parlar dei Francesi, coi quali

i

primi eran sempre commisti, di leggieri appare' essere

erroneo

titolo di que’ libri,

il

risplendendo in essi sol-

tanto la funesta verità della sprecata bravura dei guerrieri d’ Italia anzi uno di que’ medesimi storici apertamente confessa, che per invidia e per gelosia erano ;

gl’ Italiani tenuti

più

come appartenenti

a nazione schia-

va e tributaria, che a libera nazione. Andavano pertanto gl’ Italiani,

anche

come

ve, uniti,

in quella guerra del milleoltocentono-

di consueto, all’anzidetto esercito di

Eu-

genio in tre divisioni. La prima delle quali, comandala ‘

da Achille Fontanelli,che fu poi, siccome abbiamo veduto, ministro della guerra e della marina del regno, era po-

derosa di quattro battaglioni di fanti armati alla leggiera, di

un

battaglione di cacciatori d’ Istria, di due bat-

taglioni di fanti di grossa ordinanza, di

di cavalli leggieri, di di

e di

due

due compagnie

due squadroni

di artiglieri a

pie-

altre di guastatori e di attiragli. Severoli,

Faentino, uffiziale generale distintissimo, moderava la se-

conda divisione, composta

di olio battaglioni di fanti di

grossa ordinanza, di altri tre del reggimento Dalmalo, di

uno squadrone

di cavalli leggieri, di

una compagnia

di artiglieri a cavallo, e di un’ altra degli attiragli.

Due

squadroni delle Guardie di onore, un battaglione di Velili,

due

di fanti,

pagnia di

due squadroni

artiglieri a

cavallo

di dragoni, ed

con

attiragli,

una com-

tutti

della

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167 Guardia Reaic, formavano

la

per duce Teodoro Lecchi,

fratello di

colonnello dei

di brigata e

Reale. le

che uvea

terza divisione,

Giuseppe, generale stessa Guardia

fanti della

Corso Fiorella, comandante un tempo di tutte

Il

truppe della Repubblica Cisalpina, guidava per

serva

cinque battaglioni di

valleggieri,

una compagnia

uno squadrone

fanti, tli

la ri-

di ca-

una

piedi ed

artiglieri a

degli attiragli: tre battaglioni di fanti leggieri e quattro

squadroni di dragoni agir dovevano separatamente, ed ove

bisogno

il

ed

la riserva

Quindi

lo avesse richiesto.

il

le tre divisioni,

corpo staccato presentavano ventiquattro-

mila uomini, tremilaseicento cavalli, e trentadue cannoni

da campo. AJl’alba del giorno undici di aprile un trorhbettiere Austriaco consegnava alle vedette di Francia,

stavano sulle rive

dell’ Isonzo, la

che

carta della disfida, e la

dichiarazione, .che gli Austriaci à^evan ordine di avanzare, e di trattar

come nemici

che

tutti quelli

sero resistenza: mezz’ora appresso cominciò cia.

Intanto Fontanelli, lasciati

i

campi

fatto aves-

la

scaramuc-

di Montechiaro,

correva a raddoppiale naarcie verso Trento affin di contenere poli

sempre que’ po-

Tirolp. Perciocché affezionali

il

ad Austria, e desiderosi di riscuotersi dalla signoria

dei Bavari, cui per volontà del re d’Italia erano stati soggetti, mossi da

capo

al

una mente sola e da un solo ardore,

erano improvvisamente

levali si

tutti

molo un Andrea Hofer,

montagna,

ma uomo

di retta

terribile nelle battaglie,

in armi,

mite co’

vinti,

e

nel

splendevano due doti molto notabili, l’amor

mor

della patria. Accresciuti

fierissime avvisaglie,

i

di

dai

quale

ri-

di Dio, l’a-

soldati Italiani,

dopo

Tirolesi presidi!, frettolosi si ri-

traevano affin di raggiugnere a Caldiero

muoveva

facendo

albergatore

pov'ero

mente, d’incorrotta virtù,

lento contro l’inimico.

Non

il

era

viceré

il

quale

ancora nella

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168 primavera

di cpiell’anno ritornata la

campagne

del di lei canto le delle

tombe

rondine a rallegrar

d’Italia,

dei Faraoni a collocar

nè dai comignoli

nuovamente

il

mara-

viglioso suo nido sotto gli umili tetti delle nostre capan-

ne; in queH’anno, sebben corresse Taprile, mostravasi cielo

sempre

triste

era l’aere, cadea la fie i

e minacciose

it

e nuvoloso come nel verno, freddo pioggia senza posa e a dirotta, gon-

acque menavano,

invalicabili,

torrenti, le vie, per quegl’ insoliti

fiumi

i

sdegni di

e

natura,,

eran lubriche, rotte. Malagevolmente pertanto procedendo l’esercito, e a più gran

arrivavano

i

pena

le

bagaglie e le artiglierie,

soldati destinati alla difesa del regno, lutti

che

stanchi e immollati, a'di sedici aprile, nella pianura,

‘per alcune miglia divide la terra di Sacile dalfaltra di

Pordenone. Giunti pur erano Austriaci, laonde, loro

ivi

precedentemente gli

imporjàndo moltissimo

ratlenere

di

cammino, ordinava Eugenio, abbencbè

poco di forae, e perciò anteponendo raudacia denza, di antivenire Tattacco nella certezza

alla

il

non

inferiore

pru-

di ricevere

un considerevole rinforzo di cavalliSeras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier nel mezzo, Broussier a sinistra, formando gl’italiani gran nel corso del giorno

parte della destra. Alle nove del mattino era quest’ala la

4)rima ad assaltar

taglia, Severoli

ditamente

si

i

nemici, ed impegnata così

con uno squadrone

avanzava verso

il

la

bat-

di cavalli leggieri

villaggio

penetrava di viva forza dopo un feroce

di False, e

arvi

combattimento.

Attaccalo allora Severoli vivamente dai nemici di fronte, e minacciato da’ lor cavalli sul destro lato

primo molo con fermezza,

ma

terreno. Avvedutosene Seras,

,

niva con gente fresca in aiuto, di guisa che

non

solo era contenuto,

ma

sostenne

il

poi era costretto a ceder opportunamente sopravveil

nemico

eziandio rispinto oltre Por•^

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169 feudale dei signori di quel

eia, antico castello

sciando

cosi

Ma

in

spinti allora

avanti, e

taglioni

il

riuscito

vero egregiamente, glo-

nemico

terribile

formidabile legione, divenne

lutti

i

suoi bat-

l’empito di quella

la battaglia,

su tutta

la

fron-

generale, grave e sanguinosa, concentrando special-

te,

mente

lutto

il

suo furore nel punto del castello anzi-

primo reggimento

detto. Quattro battaglioni del i

la-

Severoli agio d’inoltrarsi verso Porde-

a

none: gintaliani pugnavano riosamente.

nome,

cavalli leggieri e

i

di fanti,

dragoni Italiani facean prodigii di

valore; Severoli era ferito;

Porcia veniva

castello di

il

preso e ripreso, e finalmente perla terza volta conqui-

nio. ai

quale per ben sei ore avventalo

il

Eugemezzo

Veduto quel duro caso da

stalo dagli Austriaci.

si

era in

più grandi pericoli, nel timore che la gravezza delle

sue perdite non

gli

togliesse la confidenza e la benevo-

lenza del re, ordinava che

si

sonasse a raccolta,

e, la-

sciando sopra quegli sciagurati campi da dodicimila uo-

mini morti,

feriti

e prigionieri, rilraevasi,

però

molto

'ordinatamente, sino a Verona. Poco appresso, nel suo dolore diceva Eugenio (e stificar

possono come

biano pugnato •

o

Ah

!

se

» liani,

il

i

le

parole di quel principe te-

Francesi assai mollemente ab-

in quella giornata)

mio esercito

non avrei certo

poco appresso diceva;

a Sacile fosse stato di patita

la-

soli Ita-

vergogna di una dis-

• fatta. »

Strette già di assedio le fortezze di

Palmanova

Osopo, procedea quindi l’arciduca Giovanni vittorioso

nei

di

e di

Austria

Dipartimenti del Passerianp, del Taglia-

mento, del Brenta ed in parte

di quelli dell’Adriatico

e

del Bacchiglione, avendo pur tentalo, nel suo passaggio

per

la

terra di Mestre, di

espugnar

la vicina

Harghera, appena inalzala a difesa della

città di

rocca di

Venezia:

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170

ma

per

fanti

il

valore degl’ Italiani del settimo reggimento di

vano tornava, dopo sanguinosissima

abbenchè

non fossero ancora

forniti

cessibile perciò da varie parti

Difluso era intanto

i

lotta, l’assalto,

terrapieni, ed ac-

mostrasse

si

la

fortezza.

Euge-

terrore nel regno. Scriveva

il

nio scorato alla vice-regina lettere, che portavano

gni della più fiera disperazione; rispondeva

i

se-

la vice-re-

gina al marito, chiedendogli se abbandonar dovesse Milano, e rifuggirsi oltre

Po; chi sedeva nei magistrati

il

affardellava con cura, giudicando

che

dovessero già nel cuor d’

penetrare

Italia

di giorno in giorno gli Austriaci.

Questi però nel colmo di quegli eventi prosperosissimi

un

e delle maggiori speranze sospendevano a a grande maraviglia,

i

comodità

le

di riunire

ed

tratto,

lor passi, lasciando 'così al viceré

schiere sgominate, e di ricom-

porre l’esercito. Causa di quell’ inaspettato avvenimento era la notizia giunta aU’arciduca delle vittorie ottenute dal re in Germania, di guisa che

il

saggio e valoroso

condolliere Austriaco fu costretto, e ^ ben

con quanto e quale cordoglio, lia,

e a difendersi invece di assaltare.

mezzo

a

tanto

si

può credere

trarsi indietro dall’Ita-

a

Ad

ogni

modo

in

tumulto e a tanto precipizio delle cose

mente immota, e

Austriache serbata

l’arciduca

schiere oniinatc,

propose di far qualche resistenza ai

luoghi

forti

munizioni e ciò

il

passo

si

affine di

Giunto

le bagaglie. al

la

condurre in salvo al

Piave, ne contese per-

viceré, cui già colle speranze, sin allora

consueto ardimento. Molto

smarrite, tornato era

il

ramente pertanto

Eugenio

tra

e Giovanni,

ambo

e di valor pari, sopra quelle amplissime lande alle

le

le artiglierie, le

mani, distendendosi

la

si

fie-

di età

venne

battaglia, lunga, accanita, dal

ponte della Priula sino a Conegliano. Continuando poi l’arciduca a ritirarsi, c

il

viceré a seguitarlo, sciolto

Eu-

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171

Palmanova

Osopo, superava

il

passo di Tarvis, ed entrava in Carinlia, per annodare

a’

genio

l’assedio di

di ventisei

maggio

e di

sulle balze del

Semering

ai

primi corpi

del grande esercito di Francia, condotto dal re, Italiani, e

i

suoi

per vendicar poscia a Raab stupendamente

con

essi, già vincitori

una

battaglia,

Karako ed a Papa, in combattuta il giorno an-

a Gian, a

con egregia' arte

niversario della vittoria di Marengo, l’acerba onta della

giornata di Sacile. In queste alternative di guerra Ilofer, fatto

i

Tirolesi guidati da

ad Hall e ad Innsbruck un cosi fiero ed im-

provviso impeto contro molti Bavari, Francesi ed Italiani

da obbligar quei soldati a depor

armi, passavano le

le

altezze del Brenner, e baldanzosi e spavaldi

non solamente

scendevano

nelle terre del Tirolo italiano,

ma

ezian-

dio in molte altre dei dipartimenti dell’Adda, del Mella', del Serio, del Bacchiglione, del. Piave e dell’Adige affm

muoverle a romore;

di

sfortunatamente

tanti

di fatto

non pochi

parteggiarono

di quegli abi-

co’ Tirolesi.

sfortunatamente, perciocché mentre confortati i

si

Dico

voleano

cittadini dei danni lor cagionati dalla guerra colla pro-

roga, nei Dipartimenti dell’Adriatico, del Bacchiglione, del Brenta, del Piave, del Tagliamento e del Passeriano, del

pagamento

delle pubbliche gravezze (1), ordinavasi,

importando moltissimo

frenare

di

abitanti dei Dipartimenti,

quali

i

dagli Austriaci, e che seguiti

li

quel moto, che

erano

stati

gli

occupati

avessero nella lor

riti-

rata, rientrar dovessero entro quindici giorni nel regno,

rimanendo privo dei

diritti

tutti della cittadinanza,

con

sequestro dei beni, chi non avesse obbedito (2); che

(i)

(a)

le

Decreto 27 maggio i8og. Decreto 18 maggio 1809.

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172 Corti di giustizia civile e criminale nei Dipartimenti del-

l’Adriatico,

Adda,

dell’

del

Brenta, del Basso Po, del

Mella e del Panaro costituite fossero in Corti speciali affin

conoscere indistintamente

di

to (1) re,

che, finalmente, tutte

;

che fossero stale ritenute

regno come formanti parie a

turbare

la

di

di le

lutti

delitti di sta-

i

persone suddite ed este-

in qualsivoglia

luogo del

un attruppamento tendente

tranquillità e la sicurezza

dei

cittadini, e

a minacciar Tordinc pubblico, fossero giudicale da

commissioni nelle venliquallro ore successive

litari

r arresto le

loro (2).

carceri tutte, e

voli,

tramutali furono in carceri

per più tempo la

po

i

i

al-

conventi, contristando

patiboli, inalzati nelle

letizia delle città. la

mi-

Furono quindi popolate ad un tratto non bastando quelle a capir i colpe-

Ma

pubbliche piazze,

rimessa alquanto

la

guerra, do-

famosa pugna di Wagram, e già intraprese dal re

trattative di concordia coU’Auslria, più virilmente si agì

danno dei Tirolesi. Fatte quindi soltenlrare continuamente genti fresche alle genti uccise, si costrinsero que-

a

a riparare

gl' insorti

nei lor montani ricetti; e trovalo,

dopo molle ricerche, in un povero casale, fra nevi altissime, Hofer, per cui cagione molle famiglie italiane erano immerse nel lutto il più profondo, passalo veniva egli per Tarmi nella fortezza di Mantova. In quella estrema fine Tardilo montanaro apparve non che intrepido, tranquillo,

quasi che presentisse che dal versalo sangue di lui

germinar dovessero un giorno amorevolezze

e favori as-

sai grandi verso chi fanciiillo, o adolescente ancora, in

patria lasciava. il re per le sue vittorie al più elevato punto sembrò che quella grande prosperità gli acere-

Salilo di forza,

ti) Decreti (2)

ii

luglio e

6 novembre i8og.

Decreto 18 maggio 1809.

;d

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175 scessc l’accecamento e l’ambizione. Sagrificamlo quindi gli

sensi

alti

mentre

un animo spesse

di

un

pretensioni di siero,

tica cupidigia di

Boma,

simulazione, che

gli

uniti all’

sublime

volte

alle

insaziabile orgoglio, venutagli in pen-

trovava nella capitale dell’Austria, l’an-

si

impero

ormai ogni

decretava, doposta

stati

del papa fossero e restassero

che

di Francia, e

Roma

fosse città

li-

bera ed imperiale. Pubblicato l’insano editto, e pel re

seme

stesso

ed

in credito

alta

venerazione

era in

agirsi così ostilmente

stupo-

di

contro chi

del medesimo regno indirettamente avea magnanimo predicando nel mille settecen-

esistenza

coadiuvato,

tonovantotto »

cui

papato, fremette di orrore e

il

Fremette vedendo

re.

miglior parte dei sud-

distruzione, la

di

regno d’Italia, presso

del

diti

dalla

la

libertà cara a

che fu donata

vescovil

Dio e

cattedra

uomini

agli

d’ :

Imola

esser

«

essere una facol-

all’ uomo, e un dominio di poter non fare, però sotto la legge divina ed umanon repugnare il governo democratico al vange-

»

tà

»

faro, 0

»

na

»

lio,

»

s’

»

se religiosamente

»

la

;

esiger anzi tutte quello sublimi virtù, le (piali

imparano che

alla

scuola di Gesù Cristo, e

sono praticale formano

una repubblica;

gloria e lo splendore di

annichilato vedendo chi, dietro

rorme

le

la »

non

quali

felicità,

fremette

dei gloriosi suoi

gelosamente siccome capo

dovea

antece.sson,

custodir

de’ Guelfi

libertà d’Italia, e difenderla dai soprusi

la

dalle depredazioni dei Ghibellini

dalla

freinellc

,

e

pensando

,

un popolo può nascere alcuna volta guerra, non può mai dal disprezzo delle coso per

che se

il

bene

di

lunga età tenute stali

;

adunque

risi)ellahili

da

intere

nazioni.

dal re nell’ accennata guisa

una possessione

di mille anni

minio, e vista già abbassarsi,

,

del

a’ di

i

Spode-

papi, dopo

temporale loro dodicci

giugno,

tra

lo

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174 sparo delle artiglierie del castello Sant’Angelo

papale

la

impresa, Pio papa settimo con la pontificale sua voce gridava a tutto

il

mondo

sono adunque compili

a

:

tenebrosi disegni dei nemici dell’ apostolica sedia.

domimi, noi

siderabile parte dei nostri pretesti indegni, c

ramente

nostra temporale

spogliali della sovranità

cui

indipendenza.

spirituale nostra

la

In mezzo a persecuzione

però

si fiera ci conforta

il

pen-

che incontriamo una così grave sciagura non per

offesa alcuna falla a Francia,

r oggetto al

vediamo con

ci

con tanta maggiore ingiustizia inte-

strettamente legala è

siero,

i

Dopo

ed ingiusta invasione della più bella e con-

la violenta

delle

signore di Francia

na politica, veri e

la

quale è stata sempre

la

amorose nostre paterne

ma

;

sollecitudini,

non per alcuna mena

per non aver voluto tradire

coscienza nostra

se non lice a

:

di

i

nè

monda-

nostri do-

chiunque proDio per pia-

fessa la cattolica religione di dispiacere a

meno

cere agli uomini, mollo religione

medesima

è

capo

conviensi

'a

chi di questa

ed insegnalore

supremo.

Debitori pertanto a Dio e alla Chiesa di tramandare lesi

ed

intatti

i

diritti

nostri

,

questo nuovo spoglio violento, e nullo, rigettando collo spirilo

lunque assegnamento che

s.’

protestiamo

noi

il

lo

dichiariamo

il-

contro irrito

e

più fermo e deciso qua-

intendesse di fare a noi e alle

persone del nostro Collegio. Ci copriremmo

tutti di

obbro-

brio in faccia alla Chiesa se dipender facessimo la sussistenza nostra dalla

ma. Noi

ci

mano delFusurpalore

dei beni della medesi-

abbandoniamo interamente alla Provvidenza e saremo conienti di terminar così po-

alla pietà dei fedeli e

veramente r amaro corso dei nostri giorni penosi. Adoriamo con profonda umiltà

i

decreti imperscrutabili di

Dio, invochiamo le sue misericordie sopra diti

nostri,

che saran sempre

il

i

buoni sud-

gaudio nostro e

la

uo-

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sira còroria;

o'dopo’avtr falla

risiinaa ciocché

salvar inlaCta affine

;la

religione*, e la

r

aliare

degni di cangiare

tori,

questa circostanza du-

'dovari nostri esigevano,

li

esortiamo a

fedo,, e .ad unirsi

con noi

di scongiurare coi gemili

vestibolo e si

i

Dato luogo

j>

busta protesta

,

il

e colle lagrime tra il Padre supremo dei lumi, affinchè

i

pravi consigli dei nostri persecu-

a* queste lamentazioni

sguainava

Pio papa

e a questa ro-

settimo

spada

la

della severità della Chiesa, e coll’ autorità dell’onnipotente Dio, degli apostoli Pietro c Paolo e sua, fulminava

scomunica maggiore, stabilita dai sacri canoni, dalle apostoliche costituzioni, dai decreti dei Concilii generali, pariicolarmenlé da quelli del Tridentino, contro coloro la

tulli,

che avessero cooperalo all’occupazione degli

della Chiesa la bolla di

massimamente

scomunica

alle

della città di

porte

Roma.

stali

Affissa

delle tre basiliche di

San

Pietro, di Santa Maria Maggiore c di San Giovanni Laterano, a quelle della Cancelleria apostolica, della Curia generale in Monte Cilorio ed in Campo di fiore

in

onde cosi pubblicata ed lutti cui essa

mente ravasi

affissa

talmente astringesse coloro

concerneva come se stala fosse momentanea-

e personalmente intimala a ciaschedun di essi, il

rili-

pontefice nei penetrali del Quirinale per aspettar

tranquillamente quello che si fosse per ordinare di lui. Passale di trentacinque minuti le ore due antimeridiane del sesto giorno di luglio,

una mano

e di vecchi masnadieri, guidala

lava le

mura ^ei

di sbirri, di galeotti

da Siry colonnello, sca-

pontiticii giardini,

ed entrava nel mag-

gior cortile del Quirinale, aprendo a Radei, generale e direttore dell’ impresa,

il

portone. Procedendo Radei con

molti gendarmi e soldati di grossa ordinanza di appar-

tamento in appartamento, di ascia le porle,

di cui

giugneva fino

romper faceva

all’

a colpi

anlicamerju della sala

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’

<Ìel

Irono, appellala

Svizzerf

ràfltà

armi, e

oppor

mera

gli

dell^,

^ahlifiéeiziom, oxe IroTaìi.qoa-

gjiÀrdia,

clell^^

inlihjavEt loro

rcsisleriza,

4 Ql>dn. le

di

Tordine ri^a(?uto'd'r

Sviz3,éri4 fiseguendfi

abWssaVanle. Olire l’anzidelta antica-

delle Santi (ìcazioni slava

pontefice nell’ ailt;^^

il

cui solea dar udienza. Pio sellimo vestiva le pontr(ì«ali

insegne ed

avea

a’

Pacca ejJJespuig cardinali;

fianchi

alcuni prelati e scrittori della segreXfiria di stalo lor'fe-

ceano riverenleinenle corona. Postosi Radei innanzi pontefice, e

i

di

satelliti

lui

rimpello

ai

ebbe luogo per alcuni minuti un universale

prelati,

lenzio, silcnzjo cagionalo

al

cardinali e ai si-

sbalordimento inerente

dallo

ad un

atto còsi inudito, ed ir più condS^abile che il re avesse commesso, silenzio che Radei pallido e tremante rompeva per annunziare al papa accettasse un

aasegnamento, revocasse

la

scomunica, altrimenti sareb-

be preso e condotto in Francia. Sdegnosamente ricusala da Pio papa selli^^|a prollerlH pacatamente soggiugiieva a Radei:

«Gené fete,^se 1

vpi credeste di dover eseguire gli

»

ordini d<4l*|^'bslfo signore per

»

fedeltà e tii'obbedienza,

»

biam noi sostenere

»*

legati

con

i

il

fattogli

Romana,

è della Chiesa

'amministratori,

fallo

n

'

santa Sede, cui siamo

diritti della

tanti giuramenti.

Noi non possiamo ceder nè

•^^'jtnunziare quello che non è nostro

»

giuramcmlo di

immaginatevi in qual modo dob-

e noi

Delle queste

;

il

dominio icmpo-

non ne siamo che

parole, fu

gli

pontefice

il

scender dal Quirinale onde portarlo celeremenle pei

cavalli delle poste alla volta della

Toscana. Arrivalo Pio

portone del palazzo, amorosamente benedisse de', sooi carceratori,

i

(piali

mp- piazza; di ilonlecavallo, benedisse

la diletta

al

schiere

le

assiepavano armati

la

prossi-

sua Ro-

ma, e 'unilamenle a Pacca e a Radei ascese nella carrozza,

ch'’v'i*S

stala apparecchiata a

quel fine, e di cui

si

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'

cìiìudevano a chiave gli sporleìlì e chiodavaosi Je Jj/mdinei/ ^

Fuori di Porta del popolo pensando

le.

il

ponle,fi6e al viatfr

non vi rinvenne che soli mostrando a Radei carceriere qile’

'

•/

^

co, e frugalo perciò nelle lasche, venti baiocchi, laonde

poveri danari, dissegli col sorriso sulle labbra » le

quello che or noi possediamo di lutto

* cipalo. »

E

quel

il

«

:

nostro prin-

sorris'o, e quella 'serenità di.

animò

nel---

la

gravezza della tribolazione eran certamente effètto del-'

la

consolazione, che ineffabile e dolce scendea nel cuore

del venerando pontefice,

il

*

Vede-

quale considerava avverarsi

.

.

al-

lora interamente in lui ciò che Nostro Signore, annunziato

aveva a san Pietro dicendogli

— Quando

nile età stenderete le mani, ed

porterà ove non volete.

— Da

un

sarete nella se-

altro vi cignerà e vi

Toscana, per Genova, per

Grenoble, per Avignone, per Aix e per Nizza di Provenza traevasi

pontefice a Savona, strano Viaggio da

il

Francia a Savona, però richiesto dalla

temendo

ma

lebile

castello di Fonlainebleau accogliere

il

doveva per ultimo

quale,

pon voleva la fadi'd^r sempre la par-

prev??|jij,

del viaggio stesso, ed intendea

tenza e Tarrivo:

la

opinlme,

la religiosa

Roma ^r

politica, la

generoso cttlivo. Di guisa che inde-

il

rimasta nel pontefice

memoria

la

di que’ fatti per

grave loro acerbità, indelebile rimasta nel re per Tacii-

lo rimordimenlo di averli disposti, come giunsero ambedue alTcslremo passaggio, udito fu il primo mormorar nel

delirio dell’agonia le parole

udito fu

nomi

di

il

secondo

Màssena e

— Savona, Fonlainebleau — — capo — ed —

di

‘

•

tra le voci

esercito

,

i

Desaix mormorar quello di Pio pa-

pa settimo. Ma già Francesi ed

Italiani,

ad onta dell’ap-

paralo terrìbile delle arme, e dell’osservalo mistero, ono-

ravano con riverente osservanza di

lui

cammino,

anzi

petto delle vendette di

trionfale-

Urbano

il

pontefice nel doloroso

cammino

;

perciocché a

sesto, dell’ ire di Ronìfacio li

*

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.

178 pllavo, delle guerre e delle occulte leghe di Giulio se-

condo, delle lascivie e dei veleni di Alessandro sesto valse, finalmente,

cammino

quel

a far traboccare Iq bilancia

umane menti

a favor della Chiesa, a cancellar dalle

mente nella debita venerazione corte di

la

città

la

cattedra di san Pietro e

Roma. Furon pertanto

seminate

di fiori, e

le

bergo dell’oltraggiato Vicario sprezzando

i

di Cristo; salirono

per averne

cavalli

i

pontefice, impartendola, diceva a tutti

al

il

figli,

energiche e

pontefice a

gio del

lui coc-

:

il

Coraggio e pre-

«

»

terribili

^

G res

le,

un

sol

parole; una"

«

vuole

^krva

?

due sole, Giunto

dica. »

Spagnuoli,

di soldati

inginocchiava ad un tratto,

ivi. prigionieri,

se fosse stata

al-

popoli,

la benedizione, e

dalle moleste sue scorte, gli bisbigliò que.sle

ma

i

Nè mancò tale un ardilo, che acpapa aver egli animo bastante di liberarlo

ghiera, miei

cennando

not-

Iji

povero

il

gendarmi, sulle ruote del di

ferri dei

chio, saliron sopra

»

contrade di molte

sfarzosamente illuminale

nel cui silenzio sonaron cantici intorno

te,

gli

maggior-

scandali antichi del Vaticano, e a ricondurre

uomo,

al

mostrarsi di lui

;

al

come

passag-

Varo diecimila parsone, parimente genuflesse, lo

attendevano nel più profondo e religioso silenzio, e fra que' diecimila, circondata da’fìgliuoli, vedeasi Maria Luisa, infanta di Spagna e già reina di Etruria, quasi che Spagna devotissima all’apostolica sedia trovar si dovesse sempre una delie prime a porgere alcuna consolazione al tribolato pontefice. Non avendo poi sudditi del regno d’Italia potui

to venerarlo

adunque

i

presente,

fedeli del

la

lui,

non cessarono mai

a

il

re stesso ordinata

Gran Dio, noi

vi

.san

Pie-

di fare orazione

e di ferver raddoppiarono nel porgere

domanda che

chismo:

veneraron lontano,; Imitarono

primo secolo, in cui essendo

tro ritenuto in carcere,

per

il

al cielo

aveva nel cate-

preghiamo istantemente pel

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179 »

nostro santo Padre

»

nella via della salute eterna. »

il

papa, beneditelo e conducetelo

Questo deplorabile avvenimento, e novelle vittorie ottenute dal

gliavano e perivano nella

sperando

gli

era avvenuta re,

re nella

regno dimenticar quasi

fatto nel

Spagnuoli

difficil

m

i

lo

splendóre delle

Germania avèano che si trava-

fratelli,

guerra, di Spagna. Molto

Germania, da cui

quella di

una considerevole divisione delle forze del la famosa epoca, nella quale sotto un

ricordarono

solo dominio uniti coll’ imperio

tenuto

un nemico

Alemanno avevano con-

vicino ed operoso

;

si

prpposero per-

tanto di ravvivar da loro stessi in Arragona la guerra;

destinando ai

la

piazza di Gerona a sostenerla ostinatamente

confini della Catalogna^ Giace la città

di

Gerona

^iìi

terreno largo e circondato tutto di propugnacoli; alcune

prominenze,^ che vanno poi ad avvallarsi in tello appellalo Galligan, .

al

cui punto estremo

s’

torren-

formano quasi un grande arco inalzava

tre torri circolari; la città

il

Monjoui, castello con

che rimane

te era difesa dal bastione la

testabile,

un

a’ pie’ di,un

Mercede, c dai

Regina Anna e Cappuccini,

forti

situati sopra

il

monCon-

monte

Avea Gerona a presidio quattromila soldati, di cui era duce don Mariano Alvarez quanto virtuoso castesso,

pitano altrettanto

magnanimo

cittadino; avea quattordi-

cimila abitanti, obbligali con giuramento di

perire an-

ziché arrendersi, ed uniti in compagnie destinate ad ac-

correre preti ed

ai soldati, delle i

frati,

vanni Ramirez [»qrimenle sotto

quali formavan parte, eziandio

i

a ciò esortati da quel loro vescovo Giodi Avellano; avea il

una donna Lucia

titolo di

femmine, còngregale

santa Barbara, c dirette da

di Filz- Gerard, dalle Arligas, dalle Vi-

vern e dalle Gusti, destinate a recar provvigioni da guer-, ra e da

bocca

ai

difensori,

a trasportar, dai

siti

delle

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180 battaglie

i

Ad espugnar quindi Ge-

e a curarli.

feriti,

rona, resa validissima dalla natura, dall’arte e dalla su-

blimila degli animi de’ suoi cittadini, di guisa che la di

conquista notar

lei

gne

si

deve siccome quella che nelle Spa-

ha maggiormente esercitato

valore

il

ad espugnar Gerona spcdivansi,

Italiani,

maggio, dieci battaglioni

al

composti

di fanti

dei

soldati

principiar di

Renani, di

di

Wùrlzburgliesi e di Westfaliani; spcdivansi alcuni battaglioni c cavalli di Francia, e liani del

corpo

gravissimo già

di Lecchi.

tiche dell’assedio.

I

danno cagionato dalle Germani, che mancanti affatto il

spirito guerriero, dimostrato si salti, vacillanti nelle difese,

distrutti;

i

tremilacinquecento Ita-

Se non che a -mezzo agosto

appalesava

si

fa-

di

aveano fiacchi negli as-

erano pressoché interamente

Francesi, grandemente indeboliti per febbri,

impor non poteano

alle lasse

membra

di

obbedire

ai

vi-

gorosi impulsi deH’animo; e gl’ Italiani, oltreché ridotti a

mille e non più, partir vedeano

il

lor condottiero,

che

recava in Francia a ristorare una inferma salute. In

si

quella assai triste condizione di cose accorreva Pino colla

ogni

sua divisione; ad

modo anche

truppa era

quella

molto, non offrendo che settemila

scemata

di

tenti, ai

quali

si

Lecchi, rappresentati da

combat-

il

povero avanzo dei soldati di

soli

ventiquattro Veliti, da cen-

aggiunse

lociuquantolto fanti del quinto reggimento, e da cenfo-

trentacinque cavalli leggieri. Correva allora e le

settembre,

il

da quel mese sino alf’aspro dicembre continue furono fazioni, le avvisaglie,

i

fuochi delle artiglierie, che

battevano in breccia, lo scagliar delle

seguimento dei lavori del

due

al tre

leggiera, del

di assedio.

dicembre seicento

primo

e del

bombe

e

il

pro-

Finalmente, nella notte fanti Italiani

armati alla

secondo reggimento, riuscivano

ad impadronirsi del sobborgo appellato

la

Marina, c chiù-


181

dendosi in quelle case operavano così da porle tutte teriormente in comunicazione onde giugnere al

più vicino punto della

città.

Avvedutisi

in-

coperto

al

Spagnuoli

gli

della gravità del pericolo, costruirono in fretta delle barricate nelle strade, accrebbero le artiglierie ed apparec-

chiaron travi per iscagliarle airuopo sulle scale degli assàlitori.

Apprestandosi questi animosamente all’impresa,

fermavasi però, che essa seg^iir dovesse nel Cuor della notte, affinchè riuscita;

che

meno nocesse

vagar dei fuochi

il

granatieri del

ai

primo reggimento

alla

di fanti

leggieri ed agli altri del sesto di grossa ordinanza, pro-

ceder dovessero alcuni guastatori e moschettieri, più abili

a maneggiar

ogni impedimento la

salita;

che

un manipolo pi di sta, la

il

al

le

cammino ed

capitano Beffa

alla

agevolare

il

modo

del-

dovesse dirigere con

si

colonna

assalitrice;

che que-

guidala da Mazzucchelli, fosse divisa in tre schiere:

prima delle quali composta delle carabine dei secondo reggimento,' sotto

leggieri del

pitano Trolli, dovesse minacciare la

i

porta, e rovesciatala a col-

di artiglieri alla

petardo aprissela

fra

scuri e le scale per toglierò

il

gli

fanti

ordini del ca-

forte Contestabile;

seconda dei granatieri del primo reggimento leggiero

e del sesto di grossa ordinanza,

comandata

mover dovesse, verso

pitano Olini,

il

dall’altro ca-

ridotto della

ci

Uà

e scalarlo; la terza dei granatieri del quario e del set-

timo reggiménto capobattaglione,

di gròssa ordinanza, condotti si

volgesse sopra

lato della porta. Giunta la notte,

timo giorno

tamente e Marina, e rassallo.

di in

al Il

il

ridotto

da Sausse

*

stesso' dal

che precedeva

il

set-

dicembre, adanavansi gl’italiani ordinasilenzio agli

sbocchi del

sobborgo' della

convenuto segno arditamente avviavansi ridotto era preso;

ma

voltando

gli

al-

'

Spagnuoli

tutte le artiglierie loro contro la perduta opera

,

e

per

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la

ris(rellezw) dello spazio

cilnri,

soverchianienlc uniti

rin-

i

o per dir meglio ammucchiali, nel nuovo allog-

gio avveniva, che le palle di quelle artiglierie facessero

un

loro di

sì

cattivo giuoco 'da persuader Pino, a risparmio

maggiori' perdite, di

compagnie

sesto

del

lasciar ivi a

reggimento

Apparecchiavansi frattanto

specialmente

sortita, diretta

ma

alla

porta di lui stava

granatiere,

il

gli

quale

il

fattosi

al

di

due sole

presidio

grossa

ordinanza.

Spagnuoli ad una generale reciiperamento del ridotto

:

bolognese Bianchini, semplice caporione dei compagni, va-

lorosamente c da lungo tempo combatteva per impedire al

nemico d’inlrodurvisi. Accortisi

alla

gl’ Italiani, ritornali

Marina, dei disegni degli Spagnuoli, sollecitamente

mossero 'loro incontro, e divenuto campo sanguinosissimo di battaglia lo spazio compreso tra il contrastalo ridotto, -la città e

il

forte Contestabile, ivi

aspramente e

lungamente pugnossi ad arma bianca, morti e vulnerali

rimanendo molli

Italiani, tra cui_ Giorgi e

Testa capitani,

Mazzucchelli e Spinola lenenti. Se non che per lempe-

con sì grave roinore rinforzalo avendo gli Spagnu(»li imprudentemente i lor battaglioni con parte dei presidii

.slar

degli altri

due

ridotti appellati

il

Calvario ed

il

Capitolo,

diedero abilità alle genti del capitano Favalelli di stabilirsi

negli stessi ridotti per fulminar con fracasso e

palle spagnuole

gli

per proteggere in

Spagnuoli del

pari

tempo

ridotto all’altro, ed impedire nesi.

I

le

comunicazioni da

alfallo la sortita ai

quali fatto ancora per tre giorni

ultimo sforzo, poiché videro

le

un vigoroso,

rese vane le speranze d’ invocali soccorsi, e

gione e lite

la

e

un

Gero-

ma

difese demolite, fracas-

sale 0 lacere, la città sfasciala ed aperta da

•

con

forte Contestabile,

ogni lato, la

guarni-

cittadinanza divenute inabili perchè indebo-

dalle malattie, perchè

consumate dalla carestia dei

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185 viveri,'

perchè assoùlgliale dalle stragi, venivano

final-

mente, nella notte del dieci dicembre, dopo un assedio di sette mesi e cinque giorni, alla lor dedizione agl’ita-

Tutta di essi assolutamente

liani.

presa, senza

la

gloria di quella im-

che niun invidioso o nemico abbia mai osato

di contestarla, consegnate furono giustamente agl’italiani le

nove bandiere, che in* unione ad alcune migliaia di

tiglieria, si

erano trovale in Gerona

recar

a’ pie’

samente

a poca

commettendosi

,

di ar-

polvere'

Pino di

à.

duramente ma glorio-

del re que’ trofei si

acquistati.

Era

siala già a’ di quattordici ottobre dell’anno mil-

leotloèenlonove fermata a Vienna in

dugento pèzzi

a

fucili e

.la

pace

coll’ Austria;

conseguenza della quale, e di un particolare trattalo Baviera veniva aumentalo

colla

il

territorio del

d’Italia, coll’unione a lui del Tirolo meridionale,

attraversalo 'dalle ciaie,

per montagne, per ghiac-

alpi, offre

per laghi e per

valli

regno

paese che

profondissime un assai

:pit-*

tofesco e dilettevole aspetto, pari a quello della Svizzera,

ed è bastantemente opere di

seta.

industre, specialmente in

fertile e

Formando quindi

partimento, 'che

si

il

Tirolo

un nuovo

Di-

appellò deirAllo Adige (I), s’inviava

tosto colà Antonio Smaucini, consigliere di stato,' affin-

chè

regno educasse quelle genti, e nelle

nelle leggi del

foggie d’Italia stabilita

le

inslruisse.

concordia avevano

Ugualmente per effetto una novella

della

gl* llalfani

regi-

na. Perciocché prevalendo nell* imperatore di Austria ad

ogni altro rispetto

anche

a ciò,

la

salute dello stato, consentito aveva

che era

duro ancora che

1

ulte le altre

ctìmlizioni, al congiungere-cioè la propria figliuola Maria

Luigia in matrimonio al

(i)

re,

il

Decreto 28 maggio 1810.

quale dimentico della pro*

*

.

-

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iSA sperila e della grandezza, che gli

avea

recale

Giusep-

pina nei momenti primi delle sue guerriere e politiche

imprese, sciolto voleva stretto il

con

il

lei, 'facendo

luogo alla ragione di

sacro nodo già

solennemente

così che la gratitudine cedesse

brama

stato:, alla

di

un

avere

crede, e alla boria di profumarsi di una maggiore gentilezza

sangue imparentandosi con una delle più an-

di

tiche case regnanti di Euj^pa. I sospetti, in cui vissuta

era sempre,

come vedemmo,

la

buona Giuseppina avve-

ravansi, ed essa, generosamente sagri fi candosi per

ne della Francia e della e

scontenta,

Italia,

mentre Maria

quelle nozze, ch'ella ingrata

poi non

ricordare

del

matrimonio

e sola

brullo

della propria

.

be-

rimanea libera, mesta

Luigia ammirala era

e dispregiare.

Parigi a testimonio del

il

mondo

nel

Chiamato

il

per

'dovea

viceré a

scioglimento

allo dello

•

madre, ed a spettatore delle

no-

feste magnificentissime, colle quali si

celebrava

il

vello imeneo, ebbe Eugenio

recarvisi;

ma

animo

di

la

condotta osservala in quella circostanza, certamente per cosi savia, cosi nobile, cosi prudente^

lui penosissima,’ fu

d’accrescere non poco fra gl'italiani

la

.

stima, che con-

cepito già avevano per la di lui persona.

Venne

poi nel

regno contrassegnato quelPavvenimenlo, siccome quello della- incorcmazione, a

coloro

.lutti,

milizia, e ai

da una remissione generale dì pena

che avevano abbandonalo furtivamente

la

condannali per porlo di arme vietale, e per

contravvenzione

alle leggi di

scrizione-

finanza, di sanità e di co-

'

Per decreto del ventollo luglio

dell’

anno

railleol-

-

locento sei erano già stati abrogali, o-con certo riserbo concentrati, molli conventi e monaslerii. Consolidala ‘allora

maggiormente

sciogliere

senza

la signoria, del

pericolo

alcuno

re, credette di tulli

gli

ordini

poter reli-

Oigiti^fKl

by

Googic


185 ciò

e

giosi

influenza

stica

per genio ed

e

,

scemare sempre più

di

affili

avarizia

l’

ecclesia-

finanziera, af-

demanio pubblico, non pensando però, che era quello un seminare e un molfin di

accrescere

tiplicar li,

tristi,

i

che

rimasti

rendite del

le

inviando '

dito

che, eccettuali

:

seminarii,

i

espulsi ad annodarsi a quel-

gli

sempre

nuove forme, già

avversi alle

per tristissimi nel regno

conosceano. Era quindi ban-

si

vescovati,

i

arcivescovati,

gli

i‘

capitoli delle collegiate più insigni, le par-

rocchie, gli ospedalieri, le suore della Carità e

le

Case

per r educazione delie femmine, da conservarsi però’ con ordinanze

ispcciali

tulli

altri

gli

insliluli, corporazioni,

congregazioni cd associazioni ecclesiastiche, di qualsivoglia

natura e denominazione, fossero cassi ed abrogati;

'

che ninno quindi potesse più vestir fratesche o mònache

sliche vesti;

i

forestieri

religiosi

fossero inviati alle patrie loro

che

;

d’ambo

gli

altri

si

i

sessi

presen-

tassero ai propri! vescovi aflìn di servire le chiese parrocchiali

;

che

tutti

venisse pagala dal

nio del '

Monte

gl’ insliluli

a

si

avessero una pensione; che questa

Monte Napoleone, aumentasse co’ beni

abrogali (1). Di

percuolere e

a

(perciocché altra volta

se

volcan vivere

non

che

^

patrimo-

il

degli ordini c de-

guisa, se andavasi

disperdere alcuni nidi e sciami di oziosi i

chiostri erano stali per gli uo-

mini'santi, e per que’soli zioni

falla

sì

e

la

,

che

vita

tra cilicii

separalamenle

e^morlifica,

e

allora

,

fosse alcun cappuccino, o altro appartenente ad

ordine di eguale penitenza, erano non pochi chiostri slanza di uomini,

i

quali. miralo

non aveano che

•

a liberarsi

onorevolmente dalle miserie del mondo rispelto'a qual-

che grande numero

di

fratelli

(») Decreto a5 aprile i8io.'

o sorelle, e nel

medesimo ‘ .

Digitijcd by

Googli


186

tempo ad avanzarsi in gradi, in dignità, in credilo e buon concetto nelle corti dei principi) pessimamente -

sconsigliatamente però

e

si

andavano ad abrogare

molti monaslerii, già stimoli a virtù, fonti di proventi e

uomini

di soccorsi, ricoveri di

fastidili dal

mondano

zo, ospizi! di viaggiatori,’ primi fra le tenebre del

evo a portar

le

lez-

medio

cognizioni delle scienze e delle lettere,

e nei quali, per seco^, senza differenza alcuna di padri

0 di

fratelli, di

superióri o d’ inferiori, dolci, quieti, be-

nefici perseverato

randi.

Non

aveano uomini assai sapienti e vene-

mano

basta. Posta

suppelleltile

que’ cenobii

di

,

al

rapimento della ricca

suppellettile

testimonio incontrastabile dell’amore

,

che era

il

del padroeinio

e

accordalo sempre in essi alle scienze, alle -lettere e alle arti;

molti e molli capolavori

miseramente pér

le altrui

si

andar vagando

videro

terre tapini siccorne Israello,

senza aver più patria, più tempio, siccome, un giorno, Israello

diciamo un -giorno: chè Rolschild , (per non .

dire di altri ricchissimi-Ebrei) banchiere famosìssimo a

questi dì per imprestiti liere di molli ordini, all’

falli ai re,

per ciò barone e cava-

mezzo

è ora principal

imperio assoluto dei governi, e

in

Europa

alla rovina degli stali.

Così, per tacer di città .molle, chè troppo vasto ed ar-

duo sarebbe

l’.-assunlo, così

di papiri, di

pergamene

,

avvenne

tutti rari, preziosi tulli, di cui

monadiche .

di libri, di codici,

di palinsesti

e

di

furono espilate

portolani^ le

famose

librerie della egregia città di Venezia

avvenne di opere

,

così

di pennello stupendissime, rapite alle

chiese di quegli anlicjii monaslerii, di quelle ricche Confraternite, ed eran opere di Tintorelto, di Bonifacio, dei

Bassano, di Lattanzio Cremonese, dei Vivarini, di Paolo, ..

di Giorgione, di Carpaccio, di

di Tiziano, dei

Palma,

di

Pordenone,

di

Mansueti,

Peranda,.dei Bellino, di

Andrea

Dividi^ ed

by Cjt

**


,

187 da Murano, di Donalo veneziano, di Cima da Conegliano, del Malombra , del Basaili può argomentare come senza il

Sebastiani, delPAliense

di

laonde agevolmente

si

,

potente ausilio dell’ oro dei monasterii

confra-

e delle

ternite veneziane, più potente assai *di quello odierno di

alcuni ricchi,

i

cuna rara volta

quali per sola albagia

di tramutarsi in mecenati, nulla o

poco operalo avrebbero que’ sommi,

suona

fama per lutto

la

In questo

Gerona

al-

ben

di cui ora tanto alta

mondo.

il

mezzo ottenutosi

già per

scopo di scioglier tulle

lo

accostumano

le

conquisto di

il

più

masse

forti

degl’ insorti Catalani, Severoli, la cui marziale virtù bril-

eminentemente nella giornata

lato

aveva

cile,

recatosi da Italia nelle Spagne, ed assunto

tanto

di Bail

go-

verno della divisione Pino, accignevasi a sollometlere

sempre

anche

la

più

le

comunicazioni con Barcellona e quindi con

eia.

Lontana

rocca

la

di Hoslalrich, affin di facilitare

sopra balza assai aspra

le

e cosi riesce più

chiamava de

e si

Fram

detta rocca otto leghe da Gerona, si estol;

è di

piccola

circonferenza,

unita e più alla a difesa

;

una

terre,

los Frailes, alta cento piedi, a tre' ri-

sommo, potentemente fianMinata la torre, ma' impossibile

piani e con piattaforma al

cheggiava

un i

la

fortezza.

assalto, era Hoslalrich stretta di blocco dagl'italiani,

quali,

rendo

dopo quattro mesi, se ne impadronivano, assestorici che più sollecita stata sarebbe la lor

gli

vittoria se

meno

zione

maresciallo francese, Augereau, cui

del

incerto fosse stato

il

piano di operaSeveroli

era tenuto a obbedire.

Ma

considerando

i

Catalani

come estremo punto

salvezza, nella inferier parte dell’ infelice lor

Tarragòna, resa

1’

non prima. Posta presso

il

città di

di

paese, la

aTevano più formidabile

che

mare Mediterraneo sopra

ua

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GoogU


.

188 terréno ronchioso, che per un lato tlolcemenlc

verso

il

fiumicello Francoli, per

fortificazioni unite da cortine e

allora lutto

che

artiglierie altre fortificazioni,

san Giorgio,

lo

Slarhemberg,

lila, il

si

chiamarono

Piazza d’armi, la Croce,

la il

san Pietro,

Cervantes o

il

il

Réding,

la

Spagnuoli

d’ inalzar ivi

pure un

Rosario,

il

1’

Pe-

detto

il

quale

per

assediante a in-

dirizzare a quel punto gli attacchi affinchè

che quello avesse

la

il

aveano reputato

forte,

sua elevatezza costringer dovesse

sparmiate, sin a

Regina,

la

san Ceroni,

il

Milagrp. Sopravanzando poi

colle deirOlivo qualsivoglia altro poggio, gli

e di

da strade coperte, avean-

iAtorno costruite ed armale di grosse

all’

il

inchina ripido al

sale

mura antichissime

colle dell’Olivo; circondala di

si

l’altro

fossero ri-

resistilo,

altre

le

opere di difesa. Avea Tarragojia trecento cannoni, quatcomballenli, era abbondevolmenle provve-

tordicimila

dula di munizioni da guerra e da bocca

mare incessantemente

Ad un

offesa

le

esercito di dieiollomila uomini, tra

cinquemilaottantadue

a cui merito a’ di quattro

undici, avveniva

sopra di sé avveduti

si

1’

la

del

generale

Palombini,

maggio del milleoltocenlo-

gli

degli

assedienti,

siccome già

Spagnuoli, fu sentenza non potersi

combattere Tarragona senza aver prima vinto quel forte avèa presidio validissimo e

cinquanta pezzi di grossa artiglieria. del ventotto di

dere incerti

continuo

1

maggio

colpi di

dalla

Chia?

città.

particolare posizione del forte Olivo-

attenzione

erano

quali v’-erano'

i

quattrocentosettanladue

primo investimento della

il

mala' ben presto

e

fanti,

divisione

cavalli Italiani della

Inglesi dal

Suchet, moveva

Tarragona, condotto da

di

gl’

;

porgeano soccorsi e consigli.

e le tenebre

Olivo

Come venne

:

ben

la

sera

cominciarono a ren-

cannone, che

città, Camillo

1’

presentava

si

scagliavano di

Vacani, sapiente e va-

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m loroso soldato Italiano

verso

forte anzidetto co' suoi

il

schiere, di cui eran capi

cTietamenle

genio, avviavasi

diil

due

guastatori, divisi in

sergenti Gandolfi eGratlaroli:

i

alquanti granatieri di Francia seguivano que’bravi per so-

Tempestato

stenerli.

drappello da

l’ardito

granale, da

scaglie e da palle, feriti sette guastatori, tra cui

Gandolfi, superati ostacoli infiniti, c

il

sforzi

falli

dello

illuditi,

specialmente dal Grallaroli, da un De Paoli, da un Baccliclli,

da un Monzani, da un

da un Dal Prato, arrivava

l’

Villa,

da un Franchini e

intrepido Vacani nell’ inter-

no del ridotto con poco più di (piaranla soldati era falla

agevolava essa

1’

intanto

assalto, al quale, impazienti già di par-

teggiare alla vittoria, subitamente

si

avventavano, sotto

Marogna, del colonnello

ordini del capo battaglione

gli

;

una breccia. Ancorché angusta, nientedimeno

Bossi e dell’ aiutante maggiore Salvini, cinquecento granatieri,

e

fosso sopra

dugetilo

carabine

due ponti

in

d’Italia, attraversando

fretta

eretti, e

parte composti co’ cadaveri degli

uccisi

per

la

compagni.

Gli

Spagnuoli succumbevano; e perdeano milleduecento dati

ammazzati

d’

arma

bianca, e mille altri

il

maggior

fatti

soli)ri-

gionieri, e quaranlaselle cannoni, c tre bandiere, e 'dieci

migliaia di polvere, e copiosa raccolta di altre munizioni

guerra e da bocca. Bianchini, quel forte granatiere,

tla il

quale

si

era tanto distinto a Gerona, facea da se solo

prigionieri quattro ulììziali e cinque soldali, laonde chiesto (piale ricompensazione desiderasse»,

nore

che

di gli

montar

[ter

primo

all’

rispondeva:

l’o-

assalto della città, onore

veniva assicuralo. Divenuta per

gli

Spaglinoli

la

perdila del forte Olivo funesto presagio della inevitabile loro rovina, continuati senza posa dagli assedienti vori a

danno

della

città,

lavori

i

la-

immensi, e giustamente

tenuti in pregio da chi professa la difficile arte del

for-

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190 finalmente,

aperta,

tìficare, 'ed

giugno una spaziosa breccia Giovanni e

r

màndo

^

volta

alla notte,

le

pene

ventotto di

giorno

bastione detto di san

san Paolo,

si

disponeva

per

dall’ esercito

dell’ assedio.

Mancavano

ed uscito Bianchini dal campo de-

andava ramnmntando a Suchet, condottiere

gl’ Italiani,

supremo,

di

il

ardentemente desiderato

assalto, già

terminare una

due ore

chiamato

altro

l’

nel

tra

la fattagli

promessa,- laonde avea tosto

il

c.o-

di trenta granatieri di Francia, co’ quali arditis-

simamente, velocissimamente

A

.ascendea sulla breccia.

,

il

primo innanzi

a tutti,

quella vista migliaia di soldati

salutarono ad una voce con istrepitosi applausi Bianchinella guisa stessa

ni,

solea poco

che popolo innumerabile salutar

allorché gioconda ritornava a noi

fa,

la. stagione

novella, chi sollecito intendeva a sollazzarlo e rimettendo

andava

gli

nazionali bagordi: popolo povero, che nei gior-

i

non fu capace di gridare ai suoi pa« armi, armi ci vogliono e non dateci armi se non vi volete salvar da voi salveremo noi, e noi con voi » popolo non

ni antichi del pericolo Irizii,

come

»

parole

»

altri, vi

;

quello di Genova, :

;

dissimile gran fatto dal prisco popolo di

sempre mendico diceva agrimperaderi frumento, ciò

che

i

Roma,

=

quale

il

avrò

io

il

giuochi e/gli spettacoli, e voi farete tutto

vi .piace.

=

L’,imperadore dava

il

frumento,

i

gli spettacoli, e il popolo gli applausi, c quanprimo udiva quelle salutazioni e que’ ringraziar menti della canaglia s’immaginava che l’impero tutto

giuochi e

do

il

stesse ottimamente, e che fossero blica felicità.

Ma

ritornando alla

e al più nobile e virtuoso

un segno

della

pub-

breccia di Tarragona,

allo del granatiere Italiano,

era egli ben presto fatto segno dei colpi degli Spagnuoli, i

quali senza pietà lo feriano con lancia, chi nel petto,

chi nel volto, chi nella gola. Prevedendo allora

i

seguaci

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m di lui

sciagura incvilabile, indielreggravano, laonde rima'

sto in piedi

il

solo Bianchini nel

breccia, tulio l’esercilo

mezzo

del pendio della

dipender faceva

destino del-

il

da quel soldato,^ avvegnaché o ceduto avesse

l’-irapresa

terreno, o guadagnato ne avesse gli altri certamente

egli

seguilo lo

avrebbero sempre o nella sconfitta

Fu però

vittoria.

nella

Perciocché videsi ben presto Bianchini sollevarsi

rata.

ad un tratto,

farsi del

capo e

dell’

archibuso quasi

ariete e cosi gagliardamente introdursi tra-

dietro a

tirar

se

tutti

gnuoli la più sicura

via

del

un ,

e

loro

sangue' degli

Spa-

ad una compiuta

una nuova e profonda

àllora

nemici

i

accennando

gli assalitori,

sulle tracce dello scompiglio e

ta-

o

quella trepidazione* di assai corta du-

ferita,

vittoria.

Avu-

Bianchini, nato

umile contadino in una povera capanna del Dipartimendel

to

Reno, trapassava

Tarragona. Chiuse ancora

\e

porte della

città,

i

di

dragoni

comandali da Schiasselti, mal sofferendo

Italiani, l’

breccia

illustre oroe sulla

quel'-^

indugio, precipitavansi a cavallo sulla breccia mede-

sima, e saltali fossi profondissimi e superali assai sleccalr,

mente

il

alti

accesero cosi con quell’audacia loro maggiorcoraggio, dei fanti francesi

,

ed

il

più grande

quali non immaginando mai che i cavalli potuto avessero penetrare nella città per un canvmino sì malagevole come quel di una breccia, ma che le poile fossero stale già spalancate a lutto l’esercito assediante, stimarono non avere più scampo che nella fuga, ritraendosi perciò frettolosamente alla marina. Stupiti gli' anni avvenire di questo

spavento impressero, nell’animo dei nemici,

i

.

operare degl’italiani, più ancora stupiranno del non poter

vedere a che abbia riuscito appresso quel tanto ope-

rare.

Presentando Tarragona

il

dimani, colle sue nmira

aperte e rotte, colle sue case diroccate e annerite dalle

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192

bombe,

e colle sue vie luride, per sangue, per cadaveri

accalaslati, per

umane membra

suppelletlili infrante

simo sterminio,

si

il

cruente,'

e

per armi e-

doloroso aspetto di un crudelis-

chiamarono^da Reus,

città vicina,

alcuni

di quegli abitanti àffinchè specchiandosi in quel disola-

mento,

.

meglio apprendessero a quali danni e a quali

sventure andassero-

rando e

a

soggiacere

Spagnuoli perseve-

gli

nella resistenza toro e nella Inglese amicizia. I

chiamali videro, tacquero; e nel dignitoso lor silenzio,

non piegarsi

fermi di

delle rovine

a

servitù, e

anzi alla

fatti

degli estinti di Tarragona

e.

pensarono

saldi nella devozione verso la patria,

vista

maggiormente ai

mezzi

novelle 'e più alte vendette.'

di

Sconcertali gl’inglesi a tarragona nei lor disegni,

e

percossi

ivi

dagl’ Italiani a sghimbescio, avevasi già

inteso di combatterli anche nell’Adriatico, risoluzione in

vero assai ardila, mentre se. era solo re, in rilisi.

mano

mano

in

del

costoro di bissa, una .delle isole antemurali della

Dalmazia, sicuro

,

fatta vi

aveano una stanza ferma, ed un nida

dove e donde potean

ritirarsi

minar TAdrialico, e a danneggiar le.

la terra

dei soli Inglesi eran le acque. Insignof

maremme

r arsenale

del

regno.

di .Venezia

lontanar qpe’ nemici

una sì

le

,•

ed uscire a do-

costiere,

i

porti

e

Apparecchiavasi pertanto nelbella squadra destinata

costanti

ad

al-

ed implacabili dalla

delta isola, già patria di altri antichi nemici, gli Usco-

chi, avidi uomini, rapaci, taccagni, molesti sempre al Golfo, e della

prosperità altrui, specialmepte-di quella

dei Veneziani, grandemerite invidiosi. Piacesse a Dio

mo, che

perita la razza antica delle

Uscoche

som-

genti e per

incivilimento spente nella nuova lo vecchie rapine, spenta

pur

fosse

in

essa la

libidine degli odii

e dei

rancori.

Veleggiò perianto Tarmala da prima per Ancona, onde

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195 imbarcare colà arme, munizioni da guerra, e un ballaglione del terzo reggimento dei fanti Italiani di

ordinanza del colonnello Giflenga, e per ricevere ni del viceré,

Musone

il

c del

quale recato

Melauro

grossa ordi-

gli

era nei Dipartimenti del

si

affine di sopranlendere più dili-

gentemente air impresa

;

marzo

poi, agli undici di

l'anno niilleqttocentoundici, salpava alla volta di

del-

Lissa.

Capitanata essa armata dal francese Dubordieu, era co-

gantino

Danae e

fregate la Favorita, la Flora, la

stituita dalle

Corona, dalle corvette

la

Bellona e

la

Principessa Augusta, dalle golette

la

pessa di Bologna e l’Aurora, dallo sciabecco

Eugenio e daU’AAviso l’Allodola novantotto cannoni;

tra

;

era forte

Danae issavano

la

lutti

altri

gli

dalle fregale

il

Favorita, la

dell’imperio,

mese

marzo

di

facevasi a rincon-

Guglielmo Hoste,

for-

Cerbero, l’Anfione e PAtliva, e dal

Volage, con

il

dugento-

di

la

;

bandiera

sole

tro alTarmala iGnavile inglese di

l)rigantino

Principe

legni bandiera d’ Italia. All’alba del giorno

deciniolerzo del detto

malo

Princi-

la il

ciurme e soldati annoverava due-

milaseicenlocinquanlacinque combattenti Flora e

la

Carolina, dal bri-

centovenliquallro cannoni

soli

ed ollocentoscltantanove marinai.

Avvedutisi

Inglesi

gl’

della notabile inferiorità di lor forze, già ritraevansi. Allora

Dubordieu, accignendosi con un male inteso furore

all’attacco, ordinava lo,

si

facesse

damento

rompere

a

imperocché che più

affatto l’ordinanza

navigli più veloci

i

lardi al

gl’ italiani

andarono

degl’ inglesi.

si

di guisa

squadra;

della

che

alla spicciolata

i

il

si

astennero

di

nemico

legni francesi e

ad aiironlar quelli

Agevolmente conosciuto da questi

Dubordieu,

di ve-

coman-

separarono da quelli,

moto raggiunger non poleano

con eguale sollecitudine,

di

una maggior forza

e gl’ Inglesi si perseguitassero. Valse questo

l’

errore

più trarsi indietro, e postii3

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m si

invece in linea di battaglia,

tiva celerilà,

ad una ad una

vorita, sopra cui slava

di traverso

prese;

;

accostavano loro. La Fa-

il

timone, e ingombro

Bellona e

Carolina riparava a Lesina;

la

si

il

cassero

temerario suo capitano, an-

il

la Flora, la

nori prudentemente

i

tempesta di palle, e rovinala

di uccisi, tra cui vedeasi

dò

si

Dubordieu, provava per prima

terribili effetti di quella

negli alberi, e perduto

fecero a percuotere con

si

che in ragione della rispet-

tutte le artiglierie le navi,

la

gli

Danae erano

altri

legni

Rimanevano

allontanavano.

i

misoli

La Corona, bella e forte fregata, che avea per comandante il veneziano Nicolò Pasqua-

Italiani della Corona.

ligo,

Angelo Emo, ammiraglio famosisamalo sopra ogni altro, offeriva raspelto distruzione, avendo inoltre la ciurma ridotta ad un già

allievo di

simo, e da della

decimo.

lui

In. quella

assai

compassionevole condizione, alle

ore tre dopo il mezzogiorno, era la Corona presa tra i due fuochi dell’artiglieria dell’Attiva e del Cerbero. Ben

lontano Pasqualigo di poter rivendicare l’onore della giornata,

ma

liani,

continuò per altre due ore a difendersi

gnare

intentò soltanto a salvare

alla portata di pistola.

bile a più resistere, e, a tosi nelja sfragellala te,

la

levar

il

Ma

colmo

il

decoro degl’itae

a

pu-

inabile a ritrarsi, e inadi

-

sciagura, manifesta-

nave un incendio, dovea, finalmen-

vessillo e darsi ai trionfatori.

Condotta a Lissa

vinta Corona, era Pasqualigo presentalo ad Hosle, e

consegnar volendogli, siccome di uso, la spada, Hoste che ammirato aveva per lunghe ore la prodezza di Paben essere degno

squaligo, non permettevalo, dicendo: di serbar

quella

spada chi saputo avea

prarla. Trasferito poscia

sarono

gl’

Inglesi

il

si

bene ado-

prigioniero a Malta,

db usargli

tulli

non ces-

que’ riguardi e quella

stima, che le sue nobili qualità aveano

loro inspirato.

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195 e Tu allora che Byron ebbe a chiamarlo, e ben conve-

nienlemente, l’ullimo

Ma

veneziana repubblica.

figlio della

còro e necessario Pasqualigo

al

regno, venia ben pre-

sto riscattalo, restituendosi ad Inghilterra, in

esso solo, nientemeno soldati cattivi.

Dopo

cambio

di

che quattro dei suoi più degni dopo tanta virtù

tante onorificenze,

venuto a morte Pasqualigo, dieci anni appresso, trapassava sconosciuto siccome un pietra, patria,

guerrier di ventura, non non parola sopra la tomba di lui collocando quella che si dilombò e si è scagliata sin qui per onorar

per far piovere ad ogni lor passo corone

agili sallatrici, e

e ghirlande di

fiori.

Strepitavano

nelle,

Spagne

e nell’ Adriatico

degl’ Italiani, e intanto nelle lor terre

navan

marzo Roma,

le il

cetre.

Avuto

il

cannoni

nel giorno decimonono

re

di

desideralo figliuolo, che appellar volle re di

madre, se-

e che adolescente poi, lontano dalla

paralo per sempre dal padre, volar doveva nei dinavasi

i

dolcemente suo-

ai

alunni dei

coltivatori delle licei

umane

lettere

Cieli, or-

e ai

giovani

con versi l’avvenimento.

di festeggiare

In quel profluvio di canti tutte le magistrature e l’esercito

prosaicamente inviavano

re lettere

al

di congratu-

lazione; partiva eziandio per Parigi una deputazione del

senato;

partivano deputazioni delle

città di

Milano, di

Venezia, di Bologna, di Brescia c di Verona, che lietamente

venivano accolte e grandemente onorate dal Prefetto

del Dipartimento della Senna;

il

viceré stesso, per im-

postagli riverenza, recavasi ad assistere a’ dì

nove giugno,

al

battesimo, che

nella chiesa di Nostra Signora di Pa-

solennemente era dal Cardinal Fcsch amministralo bambino, già destinalo dal padre a salire il trono di

rigi,

al

Augusto. Chi però sedeva su quello di Pietro- durava nel suo

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196 carcere di Savona sempre fermo, ed eziandio nel rifiulo di dare la canonica instituzione ai vescovi delti dal re, 0, piuttosto,

ma

scender non voleva ad alcun patto, se pri-

non

reintegrato

tropoli e di tutti

i

sua

me-

mezzo

della

nella signoria della

fosse

suoi stali: perciò

il

re nel

splendidezza della sua gloria, della^ immensità della sua forza e delle

manifestazioni della pubblica letizia per la

nascila 'del figliuolo,

grandemente andava turbato por

la

costanza invincibile di un vecchio inerme e prigioniero, qual era lutti

il

pontefice, inquietandolo soprattutto, e più

fulmini del Vaticano,

i

detto rifiulo.

il

assai difficile congiuntura pensava ficare

il

affin di

il

che

In quella

re, affine di giusti-

contegno che tenea verso Pio papa settimo, ed rovesciare sulla

persona tutta

la

innocente ed

oppressa

colpa delle perturbazioni, che

sorgeano da quelle controversie, pensava

il

di

lui

già in-

re di citar

innanzi ai vescovi francesi, custodi naturali delle galli-

cane dottrine, le oltramontane pretensioni del pontefice,

convocando perciò a Parigi un Concilio nazionale, cui dovessero, ammettersi eziandio

reputava

devoti

alla

sua

i

vescovi Italiani ch’égli

persona, e

pieghevoli

a’

suoi

disegni. 'Pronunziava allora

il

Capitolo metropolitano di

parere che

si

volea già dato da Bossuet

Parigi, dietro al

il

'

decimoquarto Luigi, nel tempo delle quistioni avute

da quel re con Innocenzio papa duodecimo, pronunziava: che in conseguenza del diritto pubblico inerente alla

Chiesa gallicana, ver mai perire

mento

la

egli

formalmente riconosceva, non do-

episcopale giurisdizione; che

della morte, dei pastori la giurisdizione

al

mo-

medesima

avesse tutta intera e di pieno diritto a trasfondersi nei Capitoli delle metropolitane e delle cattedrali nella va-

canza delle sedie; che, omettendo

i

Capitoli di

eserci-

tare questa giurisdizione, dovesse ella to,sto devolversi

per

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197 ciascheduna

metropolitana

più

al

anziano dei

vescovi

suffraganei, e per ogni cattedrale al metropolitano, o, in

mancanza

di lui, al

vescovo più anziano della provincia

che, finalmente, secondo

non

i

v’era nella Chiesa podestà alcuna indipendente dai

canoni, e che perciò non esisteva podestà alcuna

avesse

diritto di opporsi a

il

una

tefice,

regno, d’

e molti

Italia, presi dalle

minacce dei aderivano

Prefetti,

alle

massime

quale

Manifestamente oppo-

tale dichiarazione airautorità

molti vescovi

la

questa prerogativa, o me-

glio a questo debito dei Capitoti.

sta

;

principii del clèro di Francia,

suprema

del pon-

chiese

Capitoli delle

del

tusingherie, o spaventati dalle

espressamente,

o indirettamente,

del Capitolo metropolitano di Pa-

andando anzi alcuni più lunge, e più gallicani mostrandosi degli stessi Francesi. Avvegnaché a grande sorrigi,

presa dei popoli dichiaravano: essere .scovi in attività quello,

ogni

Umana

che rappresenta

insti tuzione

il

la

corpo dei veChiesa; essere

interamente estranea

alla gerar-

chia ecclesiastica nel governo della Chiesa; non aver mai l’antichità conosciuta la canonica instituzione,

ramento tcfici il

di

fedeltà, cui negli ultimi

assoggettalo avevano

i

tempi

i

non

il

giu-

romani pon-

,

vescovi, imbrigliando così

poter loro divino ed originale. In quella vertigine dei

vescovi Italiani

il

solo Spiridione, arcivescovo di Urbino,

e di casa Berioli, prelato affezionatissimo al in poco concetto a

Roma, non

re, e

solo per questo,

ma

perciò ezian-

dio per aver dato- fuori, nel milleoltocenlollo, certa let-

non era che

tera pastorale, la cui sostanza altro rafrasi della sentenza di

Gesù Cristo

la

pa-

— bisogna rendere Cesare —

a Dio ciò eh’ è di Dio, ed a Cesare ciò eh’ è di il

solo Spiridione

mente

non temette

di

confessare solenne-

e pubblicamente la devozione sua al

tefice, e dichiarare, esser la

romano pon-

Chiesa universale dipendente

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198

A

non può separarsi.

dal triregno, da cui

e franco parlare, forte si arrovellò

il

questo onesto,

sdegno scrivea rampogna, e assai pungente, scovo

ma

:

nel suo

viceré, e

all’

arcive-

senza cancellare, senza rimuoversi, senza

egli

pentirsi, saldo e inconcusso rimase nella sua dottrina,

mostrando

massime già spiegate come suddito decome arcivescovo all’apostolica sedia. Se non

cosi, in coerenza alle

nella lettera pastorale anzidetta, esser

voto

al re,

che ben

altro

che ingenue, che spontanee erano

lo di-

chiarazioni della maggior parte degli altri vescovi e degli altri Capitoli delle

Chiese del regno d’Italia, imperocché

molte di esse, per comandamento del medesimo viceré, erano compilate a Milano, d’onde trasmesse venivano ai

meno

vescovi

più devoti lor firma. tore. •

di

al'

Un

sapienti, e a quelli che si

governo perchè

le

reputavano

i

rispedissero poscia colla

Ferloni, dottissimo ecclesiastico, n’era l’àu-

Nato negli

stati pontificii,

onorato da papa Pio sesto

particolare benevolenza, celebre per

una

istoria delle

variazioni della disciplina della Chiesa, e per

mutamenti caduto

abbandono

indi in

nel regno

vea saputo attirarsi

componendo molte omelie

i

politici

e in deiezione, a-

pubblica

la

attenzione,

in favor della legge di coscri-

zione, nelle quali applicato aveva

molto artificiosamente

quei passi della santa Scrittura, nella cui cognizione era versatissimo, che più facevano a proposito dio

uh

libro intitolato

—

«

la

»

cui

dimostra l’abuso che se n’ è

»

di circoscriverlo

si

:

dettava ezian-

Dell’autorità della Chiesa, se-

condo

»

vera idea che ne ha data l’antichità, libro in

—

Da

qui, per

fatto, e la necessità

comandamento del

principe, la scrittura delle dichiarazioni anzidetto. l’istante

d’Italia

medesimo,

tempo, e per opera

Ma

nel-

in cui Ferloni parlar faceva ai vescovi

ad

un

di lui era destata la maraviglia

nel

un linguaggio

si

eloquente e

si

ardito

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clero di Francia, egli languiva a Milano nella più orribile indigenza, rie

sue

non ricevendo in compenso delle temerase non che lardi, e quando già slava

faliclie,

per calar nel sepolcro, una assai

tenue pensione sulla

mensa

Fedoni

steri

vescovile di Senigaglia

il

triste

esempio

:

cosi

della disistima cui

lasciava a’ po-

vanno incontro

coloro che, obbliando

la

lento, la loro dottrina,

non arrossano di abbassarsi per com-^ potentati e i potenti. Andando dun-

piacere servilmente

que

il

i

lor fede,

il

lor carattere,

il

lor ta-

re lietissimo per la dichiarazione del Capitolo metro-

per quelle non solamente ad essa

politano di Parigi, e

conformi,

ma anche

più ardile degli

altri Capitoli

dell’

im-

non previdenza, affinchè maggiormente

perio e del regno, ordinava l’unione del Concilio,

senza aver avuta docile

za

al

si

zio

andarono

come

la

mostrasse l’assemblea,

materno

di

lui

di affidarne la presiden-

Fesch, cardinale. Nientedimeno

tradite le concepite speranze;

riuniti furono, si

mentre

i

vescovi,

mostrarono tosto ben diversi dai ve-

scovi presi separatamente, ed allacciati dalle principesche

amorevolezze,

si

mostrarono cioè successori degni degli

apostoli, e subordinali al

capo degli apostoli. Or primo

di lutti c ad alla voce innanzi a tulli, pronunziava il

giuramento prescrilloT dalla bolla

il

quale comincia cosi;

di Pio

Fesch

papa quinto,

Giuro e prometto una vera

obbedienza al Pontefice Romano;

—

ripeterono gli altri

vescovi innanzi a Fesch lo stesso giuramento; Gaspare

Massimiliano di Droste, suffraganeo di Mùnsler, prelato di eminente pietà,

non paventò

di

querelarsi dell’alroce

caso del pontefice, della violala libertà di

lui,

delle of-

fese di cui giornalmente era abbeverato; uguali lamenti

avanzava un antico vescovo costituzionale;

le

quattro

proposizioni di Bossuel, poiché non v’era prova alcuna,

che

il

grande

uomo

ne fosse veramente l’aulore, erano

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200 ributtate;

il

diritto «conferitp

Concilio

Tridentino

giungano

a

di

por mano

ai

papi

ai

scomunicare

come dovesse rimaner dimora

nel quale

somma

attaccato

principio

il

sovrani, qualora

beni e ai privilegii della Chiesa,

era riconosciuto nei papi; vedeva in zio

del

dall’ autorità

i

del

vitale

sacerdo-

il

supremo capo,

al

cattolicismo;

vulnerata cosi l’altera ed assoluta indole del re, turJbato

medesima

nei suoi pensieri e vinto nella capitale

impero dal il

papa

saceixlozio, fremeva;

tirato

Francia; e

in

suo

del

Concilio era sciolto;

il

vescovi

i

del

regno, più

onorati, alle sedie loro nuovamente, ed in fretta spediti: i

Dal momento baldi, arcbilello .

rimanean

Gdelfi, gloriosamente, interamente

stato

-e

del secolo decimoseslo, era

pittore

chiamalo in Ispagna da quel

affinchè fabbricar dovesse

gnesse

nell’ Escoriale, era

il

i

secondo

re Filippo

regio palazzo vecchio e pi-

rimasto

spetto, già disegnalo dal Pellegrini

duomo, che

vincitori.

cui Pellegrino Pellegrini, dello Ti-

in

incompiuto

il

pro-

medesimo,

di

quel

dall’anno milletre-

cittadini Milanesi sin

cenlollanlasei inalzalo aveano in guisa degna della gran-

dezza e della magnificenza della

giugno del milleollocentocinque '

penna, decretava quel prospetto

si

loro metropoli; l’otto il

re,

con un

tratto di

compisse. Volea fretta,

quasi presentisse reftìmera sua durata; e perciò occupati

continuamente

cinquecento o|)erai,

falle

quaraula statue, merlature, guglie e basso

dugento.-

rilievi, nei

quali lavori s’impiegarono gli scarpelli di Pizzi, di

Bu-

sca, di Marchesi, di de Maria, di Monti, di Ribossi, di

Carabelli, di Buzzi, di Pasquali, di Solenghi, di Possenti, di Pacelli c di Acquisti, e spesi

due milioni,

milione e mezzo prodotto dalle rendile della fabbrica, in

mine

men

oltre

un

del patrimonio

di selle anni conducevasi a ter-

la stupenda opera, facendo ciò

che in più

di

due

^


201 eccoli

non

si

era mai

Contemporaneamente, nella

fallo.

stessa ìiiilano, era terminala -l’arena,

inento

moderno

di

tal

maggior mcnu-

il

genere, ed edifizio lodatissimo

condotto da Luigi Gagnola, nel quale, a imitazione del Circo di Caracalla,

si

ha una

ellisse

con dieoi ordini

di-

gradanti di sedili. Coronalo lo spallo di alberi, ad una estremità del maggior diametro stanno

carceri fian-

le

cheggiate da torri; aH’altra una porla trionfale dcrica, di granilo,

che emula-

minore

l’asse

uno

dei più insigni portici moderni, cvm

otto colonne corintie di granilo rosso.

rente tra il

il

Sanmicheli. Kel-

porta libilinaria fa fronte al pulvinare,

la

sul quale sorge

le migliori del

Un

rigagnolo, scor-

podio e l’arena, offre acqua per allagare tutto

piano, sia per naumachie, sia per scivolare bizzarra-

mente

sul ghiaccio; l’arena è capace di trentamila spet-

tatori.

Parimente

il

virtuoso Cagnola, arditamente, super-

bamente, dava principio ad una

trionfai

porla di ordine

ionico, ornato di grandi colonne, e Giovanni Zanoia

com-

piva altra porta, appellala Nuova, di ordine corintio, e

con eleganti bassorilievi. Smantellata Iramulava

lo spazio

ampio

passeggiala amenissima, e

già

l’antica

fortezza, si

occupalo da essa

vi si-

in

una

piantavano ben diecimila

alberi; raddrizzale erano le tortuose

vie

della città, si

allargavano le anguste, c casipole ed oscuri viottoli

cam-

biavansi in istrade ed abitazioni magnifiche. Ricevuta le officine

una maggiore, anzi una da prima

sconosciilla

eleganza, alcuni artefici di ollramonle recavano la squisitezza nei lavori di minuteria, di oreficeria, di tarsia e

nelle

masserizie;

lor mezzi, del fica

dalla capitale

sche

le altre

numero

città

minori, in ragióne dei

dei loro abitanti e della geogra-

lor situazione, cercavano di seguire gli csempii dati

del

regno. Ferventi ovunque le gigante-

opere intorno

alle

acque e

alle strade,

mentre

Digitized by

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202 nel Dipartimento

per aprire

dell’

Agogna

varco alla via

il

faceansi

saltar

del

Sempione

,

balze

le

mentre

e

adornava Venezia di pubblici giardini e di un reale

si

palazzo, Prony, Daugicr, Bertin, Sganzin, ingegneri scelti tra

i

più abili di Francia, intraprendevano in quéllo del-

r Adriatico dotte

investigazioni e studii diligentissimi in-

torno alla condizione fisico-idraulica delle lacune e dei porti. Affin poi di

navigli il

un sicuro

procurare

a’ regii

e ai mercatanteschi

e conveniente ingresso e regresso per

porto di Malamocco, porto principale della detta città

mal-

di Venezia^ e per bassi fondi e per scanni di assai

agevole ed anche pericoloso passaggio, avvisavano quegl’

che edificar

ingegneri,

diga

marmorea

all’

si

dovesse

una grandissima

esterno del porto stesso, verso setten-

trione, la quale trasversalmente lo

scanno e fino

giungere una profondità di otto metri, in mare traesse

:

non eseguironsi però

preparatorii

soltanto,

ad

ogni

allora

modo

a ragsi

pro-

che alcuni lavori assai

dotti, assai

che

gravi e di grandissimo costo. Cosi, tolta la guerra,

continuava nelle Spagne, e nella quale gl’italiani raccolsero sì nella bella difesa del con-

fiera

novelle palme

vento della Mercede di Galatayud,

sì

nella battaglia

di

Sagunto, nella espugnazione di Valenza ed in quella della

fortissima Peniscola,

vo matrimonio del

re,

si

di

godeva nel regno, dopo

una pace

di essa. Ripetiamlo, beato

effetti

colla insazietà d’ imperii corrotto

il

il

nuo-

felice, e dei preziosi

re se coll’orgoglio e

non avesse

i

suoi

be-

nefìzii.

le nuove ambizioni di dominio mezza Europa bastandogli, soggiogar in-

Ma, non trasandando e di gloria, nè tese farsi

anche

la

padrone

Russia, per indi, siccome giudicò alcuno, di

Costantinopoli, e spignersi fin alle In-

die Orientali a distruzione degl’ Inglesi. Inviato aveva

il

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,

20? regno d’Italia da pochi mesi in Ispagna, per

di

una nuova divisione guidala da Antonio Ber-

Roncisvalle, toletti,

la via

capitano assai distinto Milanese, e già nei dì primi

dell’anno milleollqcentododici adunavasi nel regno stesco,

per combattere

i

Russi,

un

esercito dr otto battaglioni di

reggimen-

fanti di grossa ordinanza, di tre battaglioni del

to Dalmata, di cinque battaglioni giera, di otto

compagnie

di fanti

armali

alla leg-

cinque compa-

di artiglieri, di cui

gnie erano a piedi e tre a cavallo, di una compagnia di guastatori, tutti

di

otto squadroni

di

cavalli

leggieri

e

di

dragoni della Regina. Annodavasi a questi soldati

i

anche

Guardia reale capitanata da Teodoro Lecchi e

la

forte di

cinque compagnie di guardie di onore, di due

battaglioni di Veliti, di altri quattro di fanti, di

due squa-

droni di dragoni, di compagnie di artiglieri

a piedi e

a cavallo, di altre di marinai, di guastatori, di attiragli, di costruttori

di

ponti e

quell’ Italiano esercito tasette combattenti

di operai.

^

Presentava quindi

ben vèntisetlemilatrecenlonovan-

avea novemilaquaranta cavalli, cin-

;

quantotto cannoni, trecentonovanta cassoni per munizioni

da guerra, sellecenlodue

vernato

dallo

stesso

carri

comando, e formava parte

nel

immensa

;

era saviamente go-

viceré, cui Pino

tosto

succedea

dèi quarto corpo delPoste

di Francesi, di Polacchi, di Prussiani, di

Tede-

schi di tutta la Germania, di Ànnoveresi, di Napolitani e di Spagnuoli, che andava col

pensando alla al

i

soldati d’Italia

verno, non

al

patria,

il

il

Giunta

,

lieti

lasciavano

le

la

primavera

soavi aure della

che spirar più non doveano per Titolo e

la

vittorie, non morta natura, non

consuete alla

freddo orrendo, non alla barbarie cui

andavano incontro per

re.

alle

immensità dei deserti, non

Baviera

ai

essi.

Avviatisi

lor fieri destini, valicarono

Boristene, limite della gloria degli avi loro; posersi a

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204

campo

fra

,

cadaveri

i

sulle fumanti

,

ceneri dell’ arsa

Smolensko; pugnarono virilmente assai nella giornata memorabile di Borodino^ o della Moskova, c la virtù e la fortuna loro furon causa non ultima che vinta fosse la lutta

trionfalmente, e al clanger delle trombe entra-

;

rono nella vea

ultima Europa, ove cominciar do-

città dell’

espiazione

la

una lunga

di

gloria, e scoprirsi

il

più gran tradimento, che mai sia stato fatto dalla sorte;

e piantarono

moso

le lor

aquile sugli spalli del Kremlin, fa-

castello nel secolo decimoterzo eretto da Solari loro

per amore

concittadino; e, per frenesia da barbari, o d’

indipendenza

poli,

incensa dai Russi quella antica metro-

,

cui superbi edifìzii raifronlati colla umiltà

i

molte capanne Indicavano colà essere

il

delle

potere circoscrit-

to a pochi, la schiavitù eredità dolorosa di molli, trat-

combatterono,

forza, indietro daìla conquista,

tisi, a

soli,

e diciassellemila contro novanlamila a Maloiaroslawetz, e

vinsero

(’).

Sopravvenuto inlanlo

di quegl’iperborei paesi, sparita

1’

verno

orridissimo

l'

ultima luce di sole,

brinoso l’aere, coperte le vie di neve e di gelo, periti

(i) roiclic tulli gli sturici

uo nel

come

(lire,

ranipagua «

del

iSiu

ili

;

piu

iiii

briilaiili

Kspp

pnic'aò

l’

(

Italia

i

,

gior

onore

alle

ammirabili

battaglia

;

»

r()iicur<la-

Memorie)

truppe del viceré,

gloria

;

»

ron

medesima,

tratta

,

una

la

dal

r’.ice

e poicliè

i8iu

sua Storia del

le quali

bravura

crediamo non inoppoituno

presente Libro

nella

deve inscrivere nei suoi

trujipe Italiane di

le

nvvei)Issero

cuinballiinento di Maloiaruslawcta reca

chi impetuosi dei Russi

in tìne del

!ie

nelle sue

stesso cojuniiellu russo Bulurliii' (nella il

iijzioiie

(|ii,ilsivugli<i

baltugiia di M.iluìaruslav.'etz lieve cxiiiiilerarsi d’ ni

coperte essendosi

confessa a die

•

la

fiitti

essere stata una giornata che

Tasti, lo-

che

lino dei

sostennero e

)

magatlac-

con una coslan/a

di offerire nella

circostanziata

il

gli

Nota A,

descrizione

HI Volume, Libro HI

delia

degl’/tufiani

in Hussia, Italia, i8i6.

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205 i

cavalli, scavalcali

ed abbandonali

valleria

i

carri

e le arliglierie,

ordini mililari, e divcnule per

gli

scomparsa

cavalieri, e così

i

il

la

ca-

scomposli

freddo alle assiderale

mani

braccia insopporlabile peso le armi, agghiadale le

suH’else dei ferri e gelale, nella miseria, le lacrime culle

una specie di ebelazione, una difficollà di parlare, una debolezza della visla, un pallor della faccia furono gole,

miseranda

della

forieri

i

neirclerno conno solto ve,

Ilaliani,

infelici

il

funereo manlo di una

Wop,

il

Ila

fi

che a poco a poco involgevali. In condizione

sopravvissulì guadarono

i

morie degl’

i

una calma sublime, addormenlavansi

quali, alleggiali in

sì

ne-

dura

e tcrribilmenle lolta-

rono colle acque, coi diacci e colla bellella di quel fiu-

me; passarono fiamme

Beresina sopra

il

ponle,

fragile

con ampii gorghi

fianchi,

ai

di sollo, tra

il

colle

lem-

peslar delle palle dei Russi, Ira sciami di Cosacchi pcrseculori, e gli urli e

i

gemili dei moribondi c

forili

com-

pagni, in cui potevano, anche più del nemico, la nudità,

digiuno

il

gelo e

il

quale non può essere tacciato

il

(1). Civaldini,

cannoniere, chiodava al\

(i) n

I

rontorni di quei luogo (cosi

spaventevoli il

),

d'

il

signor de Vaudoiicourt,

inclinazione per le descrizioni

rontorni di quel luogo oiriivano uno spettacolo

i

cui orrore è difficile a ridiisi. .Kraii essi ingombri di carrozze,

di carri

e cassoni,

la

maggior patte rovesciati

e spezzali. Tparsi di radaveri fra’ ipi.di

veilevaiisi

qm

lli

di

<!’

scinati al seguilo tlelf esercito fino da sta città per seguire

i

gli

uni sugli altri

individui mililari e

non poche donne e

loto compalriotti.

non

militari,-

fanciulli stra--

Mosca, o fuggenti da que-

La morte

colpiti gli aveva

in mille guise diirerenti. Gli uni infranti dalle rote o dai piedi dei cavalli, orrida mostra faceanu dei loro corpi •lallc

dai

palle,

solrliili

o annegati volendo attraversare

nemici, c gillali nudi sulla neve

nava ben tosto

Segnando

i

il

il

;

altri

:

liiimc, ivi

il

percossi

o spogliati

freddo termi-

loro patimenti. »

passaggio dell’ «sercilo per \Vi Ina, una delle più

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206 lora l'ullimo pezzo esclamando vire per

»

medesimo

quel

e in

di quei

tempo un Greco, avanzaticcio

giro di

disaTventuraté ppoclie rare

poiché non puoi ser-

«

:

servirai contro di lui;»

re^non

il

quella can.pagna, cosi rontinaa a nar-

<li

Vaudonrourt.

il

Un

n

gran .numero

di

e soldati esaurito avevano af-

ufliriali

punto

fatto le loro forre, per gìugnere a quest’ultimo

come nido deli’abbondanra e compenso

reputato

di srcurer.ta

smo-

agli aspri,

patimenti soQerti. Quivi speravano riacquistare

derati e lunghi

il

vigore, riprendere quelle armi gloriose cadute dalle lor inani intirirzite, e

conculcare

innanzi

quale

(lei

al

il

superbo vanto che ne menava

un clima superiore

rigore di

il

popoli civilizzati

,

costrigiieva

gli

defraudate anclie in quc.sta città

timo

One dei

loro mali.

no disarmati o

isolati.

|)er l’effetto

del

Il

meno

disgraziati, soprati ulto se era-

loro corpo sfinitu, sostenuto soltanto

momentaneo

quale estinse ben

la

Vedevansi que* miseri giacenti

principio dell’ esistenza.

ove avevano Gnalmente trovalo per

un

riposo,

mem-

die rese aveale torpide,

rimasero colpite da una rapida corruzione, il

da

e nella consunzione'

sollievo incontrato; le loro

bra conservate dall’azione del freddo,

tosto

Ma l’ul-

nelle

asilo

ben presto trovarono

strade, ove

le

tìsiche

a ritirarsi.

comuni Speranze, operato

le

una estrema tensione, cadde neU’abbattiniento

ricovero,

,

Quelli, che incontrato avevano un tetto,

reputato ospitale, non furono

sul posto,

alle forze

fremenilo

soccomberono. Molti non putendo trovare

sforzo,

case ingombre, rimasero per. la

.

nemico,

il

non più in caso

di

la

prima volta un

muoversi per rintracciare

dei tardi soccorsi, e abbandonali alla pietà o all’umanità di co-

loro, che la

li

circondavano.

cupidigia e

e sotto

r egida

il

Fu

qui che

il

fanttismo

hzre carnefici conienlavaiisi di

gitlarli

presto esalarono l’ultimo respiro;

dopo

averli

mani

atrocità gl'israeliti,

riistrali

la barbarie,

popolo russo, andarono a

recar loro la morte con mille iurine diversei

,

Iradimcnlo ravvolti nel manto del patriottismo, dei proclami diretti al

anche

il

spogliati. Segnalaronsi

non degeneri

nei loro annali. Tulli

son eglino ancora per costoro

i

per

I

più moderati fra

le

strade, ove

maggior numero in

dagli

tali

ben

assassinò

ed im-

esempi copiosi sornmi-

popoli, e sòprattulto tb:i

gli

ellcrate

Madianiti

,.

i

disgraziati,

degli Amaleciti ?

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207 pochi miserabili mercenarii, che ziani

quando

sparilo per

sempre

vendevano

si

Vene-

a’

dalle lor menti

verno delle lor guerre, un Greco, tenente

comandante

servigio del regno, e

il

sen-

il

no, c caduta l’antica lor virtù, aftidavano altrui

go-

il

di vascello

in

brigantino Eridanó,

riliulava neH’Adrialico di afì'ronlarc

gl'

fuggiva

Inglesi;

senza tirar colpo, ed era causa della perdita del Rivoli, validissimo naviglio, che nuovamente

moveva

recupe-

al

Per tutte quelle gravissime sciagure

ramento

di bissa.

pertanto

menomato

ben venli-

era Pescrcilo d’ Italia di

scimilalrecenlonovanlasette soldati, avea perduto cavalli, tulle

le artiglierie,

tulli

i

cassoni, lutti

tutti

i

carri,

i

nessuna aquila, nessun vessillo, lutto avea quindi perduto

E

fuorché ronore.

doU’anno

nei primi giorni di gennaio

milleollocenlolredici, a Marienwerder in Prussia,

manevano

non

tanti guerrieri seco lui parlili

al viceré di

ri-

che

venticinque guardie di onore soltanto, alcuni Veliti, pochi granatieri della Guardia,

uno

di

duo drappelli

cavalli leggieri (1): si

principe tutte le aquile, lutti

i

dragoni ed

di

miravano però intorno vessilli,

al

senza che alcuno

ne mancasse, laonde, anche a fronte di quel

si

grande

sterminio, dir poleasi giustamente, essere ancora intatta la

gloria delle

armi

Se non che Costanliiiopoli Kliai'h,

lutto e lo squallore sparsi

vide

nel

1822 trucidare

i

erano nelle

Greci

per

i.spo-

impossessarsi con mani sanguinose delle nobili donzelle Tillime

delle

figlia

il

gli

Italiane.

vilissimo ed f-toTtunale.

35o e seg

).

loro

,

ed esercitare in

un infame bazar

iniquo traifico della prosliluzione di queste

{GC Italiani

il

orfane

in BussiOf Italia, 1827, Toni. IV, p. 255,

*

(i) La condizione poi del IV corpo, cui apparteneva, come vedemmo, l’ esercito d’ Italia, era veramente a Marienwttrder la

seguente bili

I

;

ulCziali

207

,

sotto-uffiziali

e soldati 2637

,

disponi-

200.

Digilized by

Googli


208

,

famiglie tulle del regno, concorso avendo pressoché cia-

scheduna casa a dare loroso chi

sciagurata impresa

avea

funebre

velo

il

padre,- chi

il

suo do-

il

figlio,

l’amico. Steso im-

chi

fratello,

il

un

provvisamente

alla

dato

tributo: chi

marito, chi

il

sopra

tutti

i

Diparti-

si valsero di quel pianto per una jnfluenza nocevole al governo, apertamente chiamàndp il re un nuovo Attila, additandolo siccome

menti, alcuni fomentatori esercitare

autore della prigionia del pontefice, e della religione;

settari

i

e

i

come persecutore

dottrinari politici

stravano desiderosi della caduta di quell’uomo sore della libertà vità di

stato;

la

;

plebe stava

i

e

la

speranza di no-

più discreti, finalmente, mormoravano,

i

non essere onesto che altri

tra

mo-

si

oppres-

si

creassero

sempre

per

soldati

per distruggerete patrie -altrui. In questo mezzo

Prussiani, riveduto sulle lor terre l’esercito del re la-

cero e fuggitivo, c calcolate, dalla moltiplicità delle miserie di lui, le speranze di cui potevano ripromettersi, in-

sorsero impetuosamente per vendicarsi cupidissimamente in libertà, e si strinsero a’ Russi. Ritornato già

sua sede di Parigi, ed assunto da Eugenio di tutto l’esercito, accelerava

nuove divisioni Peyri, mentre

Italiane, la

egli tosto

re nella

governo

arrivo di due

comandate da Fontanclli

Francia, affin

nuovamente formidabile

l’

il

il

a

di poter

e..da

presto uscire

campo, dava grosse sovven-

zioni di danaro, trecentocinquantaraila soldati,

offrendo

inoltre ciascheduna città di quel paese cavalli e cavalieri

compiutamente pero anche dini;

il

il

abbigliati ed armati.

Ad esempio

dell’

im-

regno chiamava aU’armi quindicimila citta-

Senato,

il

Consiglio legislativo,

la

Corte dei conti,

quella di Cassazione, pressoché tutti gli altri magistrali,

podestà e

i

i

Consigli municipali offerivan pure cavalli e

cavalieri, abbigliati

ed armati;

le

compagnie delle Guar-

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209 dìe

dipartimentali chiedevano di esser inviale contro

nemici, e

inesorabile tutti saziabili

mezzi di esazione per soddisfare gl’in-

i

suo signore, e

del

desiderii

maggiormente

si

rendea cosi

in odio ai popoli del regno. In tanta ro-

colmo

vina

il

viltà,

largheggiava di elogi!

«

i

ministro delie finanze moltiplicava intanto

il

senato, giunto

ai

e della

della stoltezza

al re, e gli

mandava dicendo

:

Esser egli nel maraviglioso corso della sua vita appar-

ma

in

impensata sciagura , che

la

so sempre grande agli attoniti occhi dei mortali quegli ultimi tempi

,

nella

;

crudeltà dei climi in ira al sole avea fatto patire

midabile ed invitto suo esercito

magnanimità sua monarca, loro

il

,

aver

in tutto lo splendore,

sé stesso. Consolarsi quindi

il

al for-

egli spiegata

la

ed aver superato

senato nel vedere che un

quale era padre de’ suoi sudditi, trovasse nel

amore e

nel loro entusiasmo valide e sorprendenti

Or, a combattere l’oste Russa e Prussiana, fresche genti delle accennate due divisioni . colle

risorse. » ristorati

e

con quelle

nuova leva

di

schiere Italiane,

si

i

rimasugli delle antiche

aveva un altro esercito di venlolto-

mila quattrocento quarantaquattro uomini, di ollomila

novecento cavalli, di quarantasei cannoni, di cenloquarantotto cassoni e di cenlosedici carri. Postisi a questi Italiani sulle rive dell’Elba,

si

campo

accinsero a guer-

reggiare tostochè la benigni^ della stagione lo permise,

ed uniti

ai soldati dell’

impero, con mollo valore fecero

giornata a Lutzen, a Seffersdorf, a Lienbach, a Laba, a

Oennewitz, a Dresda, a Kulm, a Lipsia e ad Hanau. dietro l’esempio dei Prussiani, corsa la intera nia zia,

con

infinito

francese

e

empito

debitore

Francia, divenuto ottenuta

alle

all’

ma

armi,

del

diadema

improvviso di

l’alleanza dei Russi,

il

ma

lei i

Ma

Germa-

principe di Svealle

fortune di

nemico per aver

popoli amici mili»4

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210 lami sono no, e

medesime insegne ingrossale a pieno gior-

le

svedesi, allo della ballaglia le schiere russe e ad occupar nemichevoìmenle il ter-

all’

e venuti con esse

•

causa di così reno lascialo vuolo per l’abbandono, furon l’esercilo Itagrandi svenlure da ridur in breve lempo cavalli. liano a soli Iremila uomini e a cinqiiecenlo Accoslalosi agli alleali anche

il

padre della slessa

cingere inlanto regina, allesliva egli forlissime schiere da Tirolo, laonde fu lulto il regno Italico, dalla Croazia al perisovrastante al mestieri al viceré di accorrer tosto colo:

il

abbaregno, di guerrieri e di armi già smunto un éstremo sforzo aflìne di rispingere

stanza, fece allora

almeno dalle sue medesime terre una straniera aggresquallromilasione, dando perciò altri ventimila uomini, il dugenlo cavalli e cinquantasei cannoni. Mosse quindi Pino era luogotenente generale, con questi con meglio di trentamila Francesi, conira il nemico nell’ Illirio, e combattè felicemente a Lubiana, infelicemente a Villaco ed 'a' Stein sulla Brava, non senza

viceré, di cui Italiani, e

essere stato accusato da alcuno di avere in piccole fache poco 0 nulla importavano alla soma della

zioni,

guerra, inutilmente consunto ritirati interi

i

soldati

,

e di

non

averli

allunghi più sicuri, e serbati interi insino

che la fortuna definito avesse i destini del re. Di fatto Eugenio, intrepido e -valoroso soldato, ottimo generale, dotato di genio- e di esperienza, avea per abitudine di

a

mantenersi molle riserve, mandando innanzi le truppe in frazioni, onde i suoi trionfi gli sono costati assai uomini e

tempo: non

dati tri

si'

che

era che sull’ ultimo, e

trovavano quasi gli

tulli

apparso ben presto

al

quando

i

suoi sol-

impegnali, ch’egli, cogli al-

rimaneano, decidea

là vittoria.

Se non che

principe che, se più oltre

si

ostinato starsene sulle sponde della Brava, avrebbe

fosse

corso

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211 che

pericolo

gli

fosse vietato

conosciuta

ritorno,* e

il

perciò r impossibilità di' conservarsi neirillirio di fronte

ad un esercito pressoché doppio ritraeva,

ponendo

rive deir Isó’nzo.

campo

il

Scorto

in

numero

del suo,

si

a Gradisca, piccola città sulle

ivi

ad un tempo

il

bisogno di

nuovi soldati e quello di pronti soccorsi di danjiro, perciocché r esazione delle gravezze nel regno o per

diffi-

denza, o per poco buon volere andava assai lenta, anzi

per

mala

la

uomini,

via,

ordinava una leva di

un aumento

di esse, e

la

creazione

'di?

Cassa di ammortizzazione

dodici milioni

(1).

pagamento

in boni' della

Andavano que’

compagnati da un proclama at sudditi, ancora di gloria

quindicimila

altri

di gravezze, Tanlicipalo

decreti ac-

in cui si parlava

ma ormai il presti; ben Sapendo i sudditi^^

d’ independenza

e.

gio di quelle parole era svanito,

continuamente, gravemente e inutilmente nelle persone é nelle proprietà offesi,

Insistendo

intanto

gli

come dovessero Austriaci

principe di non poter ritardare

sue

alle la

esser interpretale. spalle, trovava

il

concentrazione delle

milizie sull’Adige: laonde per aver la ritirata sicura,

fu costretto di combattere a Rosà, villaggio poco discosto da Bassano, ove tgiàufatto

aveano grossa. testa

Austriacf, una grave battaglia,

avendo prima ordinato,

i

affin di rattenere

F incendio

i

persecutòri

.e

gli

^coglier più agio a ri-

che a Bassano avea costrutto Bartolomeo Ferracina, e che fu tale opera da meritare gli encomii dei celebri matematici Lorgnà, Poloni

trarsi,

del pónte,'

e Ricca ti. Cosi, marciando indietro^ parte per Treviso e

per Padova, parte per Cittadella e Vicenza, andava Eugenio,

il

quarto giorno

di,

novembre, ad

Ve-

alloggiarsi a

rona. Era intanto buona porzione del regno signoreggiala A /

(:)

Decidi

li

e uà otial’ie

iBi.a.

-

:

.

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2i2 che

dalle armi austriache di guisa

nel

momento

in

cui

bisogni deir esercito aumentavano, e la difesa del re-

i

gno esigeva immediate provvidenze, mancava assoluta-

mente per alcuni Dipartimenti

prodotto della esazione

il

di qualsivoglia gravezza. Patto riflesso

il

viceré a quel-^

l'improvviso diffalco di mmieta, ricordava ai Milanesi esser dovere ed interesse di ogni

con tutte

le

che

'giusto

forze

buon suddito l’accorrere

salvezza della

alla

patria, ed esser

regno, ragguardevole per do-

la capitale del

e tanto e in ogni maniera dal governo beneficata

vizie,

e distinta, preceder dovesse le altre città in quelle stret-

tezze;

chiamava perciò

pos^denti e

i

Milano ad un prestito

agiati di

per quattro quinti sopra

i

t

trafficanti

più

di tre milioni, distribuito

primi, per

un quinto sopra

i

secondi (i). Venezia intanto in ben più misero termine si

ritrovava.

Occupati dagli Austriaci nel ì

passi, tutti città,

sta'’

di

i

canali,

ritirarsi del viceré tutti

che conducono

alle

lacune di que-

era però rimasta ancor libera una via dalla parte

Chioggia e di Brondolo. Se non che sbarcato a Coro

un Nugent generale

austriaco,

navi a Trieste con grossa Istrioti,

il

quale posto

mano

di

Croati e sbandati Italiani,

era sopra

si

accogliticci Inglesi,

e,

passato

il

Po e '

l’Adige, congiuntosi

col

onde prestamente s’inoltradel Basso Po e del Rubicone giugnendo tolta era, a’dì ventun novembre, eziandio

Dipartimento del Brenta, va negli

altri

sino a Forti,

forte dell’ esercito de’ suoi nel d’

quella povera uscita. Rimase

ché

il

quindi Venezia

,

-

avvegna-

mare, siccome vedemmo, era sempre tenuto dagli con essa Chioggia e l.e

Inglesi, perfettamente bloccata e isole tutte della lacuna,

.

(i)

divenendo cosi imprigionata una

Decreto i6 novembre i8i3.

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213 popolazione dì cenlosessanlamìla persone. Governava torà militarmente e

con soldatesca licenza Venezia

nerale di divisione Seras,

1*

era podestà

lomeo Gradenigo. Or dichiarala assedio

la

conte Barto-

dal viceré in istato di

antecedente, e sospese

città fin dall’ ottobre

per quindici giorni si

il

sopra le grasce

le gabelle

al>

ge-

il

era Gradenigo di quegli ordini per invitare

giovato

, i

cittadini

a provvedersi, ciascheduno nel suo particolare, di vettovaglie almen per sei mesi, e per ordinare ai farinaiuoli, ai vinai e a lutti gli altri venditori ,di aJ

vitto di

provveder largamente

diè troppo importava, die non nopolio delle grasce, e

a

si

fossero

cose necessarie

fonxlachi loro; e per-

i

facesse da taluno

mo-

vendute legittime

esse

e a misura, era instiluila, principialo appena

j)eso

il

blocco, una Commissione aH’annona. Per questi provve-

una grande latitudine di acqua e che abbondevolmenle somministravano saporito

dimenti, e

i>er

cato pesce, e per glesi legni

e

le

la

di valli,

e

dili-

vettovaglia, che, scansandosi gl’in-

esser polea recala

austriache vedette,

da alcuna scorridora per i porli e per gl’ innuraerabili rivolelti delle paludi, non dovean certo gli abitatori di Venezia giugnere, a

pascersi

di

romici, di

lapazii, di

malve, di cicorie salvaliche e di ancor più schifi e più sozzi cibi, già

da altro popolo

italiano, nel principio del

secolo corrente, diligentemente ricerchi e cupidamente,

come

piacevolezze di gola, mangiali. Al contrario,

nerale molto aspramente fallo

la

ancor più

somma

povero dal

ristorarlo coll’ imporre

i

un prestilo

,

ricchi mercatanti e

i

di

ge-

di

ritirala

intendeva Seras

due milioni

di ventiquattro ore, e

però con altrettanto valore

il

Esausto l'erario, e

viceré per averne

di lire centosessanlamila

da versarsi nel tempo sopra

esordiva.

possidenti,

a

di lire

da partirsi

guarentendolo

argento vivò di regia a^v

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GoogU'


214 partonenza. Poi, affinchè le arliglierie della fortezza di

Lido giuocar potessero liberamente, ordinava

mocco facevan

ricca e deliziosa quella marina; ordina-

va, che dirimpetto alle popolose vie di Castello, e delle Zattere gettassero le ancore

zetta il

san Bernardo e

il

miglior parte di Venezia

opportunità

provar potesse

tenibile effetto

il

provvedimento

avesse saputo, o

si

deDa Piaz-

Rigeneratore,

il

Castiglione, vascelli da sessanlaqiiat-

tro, affinchè alla

glierie;

la distru-

fino a Mala-

zione dei molti vignati e delle case, che

la

fosse ricordato,

qualora

che

al

arclubusata sparir già solcano a Venezia guisa di colombe, c volare gli uomini, loro fossero di paglia, con esse;

molte

quelle

di

allatto inutile

il

arti-

generale

una femmine a

tuono

le

come

se

di

i

corpi

ordinava, finalmente,

che ninno, passata mezzanotte, girar dovesse per -la tà

lume.

senza

timo

ordine

di

Seras

ih

vero

San Marco meglio

di

trastullo

,

come scoc-

ad un tratto nella piazza

cava mezzanotte comparvero di

cit-

Volto subito dal leggiero popolo V ul-

duemila

tra

lumiere, lucerne,

lanterne e lanternoni di colori, di fonne e di grandezze

mano, chi sopra il cappello, e oltreché uomini e femmine, eziandio gentildonne, e nobilissime, vedevansi con lanterne, e compagnie numerose non cessavano di sbucar da ogni strada in piazza diverse, e chi lanterna teneva in

con lanterne ad accrescere

la

bizzarria,

schiamazzando,

ridendo c fischiando quasi che fosse quello

bengodi e

la

il

temi>o del

notte del berlingaccio. Sopravveniva Natale,

e tutte le botteghe con sovrabbondanza provvedute

solamente

di

grasce e di altre cose mangerecce,

di ghiottornie, e la letizia solita festa, e lo

me

spendere e

degli altri anni, e

stabilii-si

il

non

ma pur

ad appalesarsi in quella

gozzovigliare secondo

Taprimento

il

costu-

di alcuni teatri, e lo

dei ciurmadori sulla riva degli Schiavoni, noi)

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215 poteva certo persuadere che Venezia fosse in islalo (K blocco;

ma

la

miseria covava.

Non accostumali

i

giovani

soldati del presidio alle fatiche della guerra, nè alla vigilia

delle notti, nè

alla

inclemenza delle stagioni, erano colpili

da dissenteria e da marasmo volgente ben presina mortifero

tifo.

Infetti, sozzi

gli

ospedali militari e traboccanti di

meglio

infermi, entrandone giornalmente

meglio di venti moi-endone, tifo

anche

medici e

ai

agl’ infermieri,

i

di

settanta e

ben presto

appigliavasi

il

quali nella città

(specialmente negli umili casolari dei poveri) compassio-

disseminavano. Aumenlavansi intanto a dis-

nevolmente

lo

misura

accattoni,

gli

•per le vie

i

quali nel chieder pubblicamente

elemosina, fame e non altro proferivano, es-

la

sendosi pur veduto negli scassinati alcun sacerdote e alcu-

na persona d’ improvviso caduta

mente

al

basso a stender umil-

mano. Già commciavasi a chiudere alcun fondaco da grasce, chiusa era alcuna osteria, tempestava Seras con una seconda lassa di altro milione, e venuti dì ultimi di carnovale, non cessavano ad ogni modo le maschere, la

i

i

teatri, le musiche, le danze. In questo così strano con-

trasto di lutto e di feste,

in questo dissipamento e in

questa gioia dei ricchi e dei gentiluomini nella miseria di

un popolo per

l’

antico .tradimento travaglialo allora

da fame e da pesteTSopraggiugnev^a a render più cruda la

condizione del povero un insolito freddo, che

glieva in gran parte cibo fino

bondanza e a

vii

r acqua delle

valli, dei

quantità di pesce.

a quel

momento

prezzo goduto; rappigliala per

il

gelo

canali e dei vivai, periva infinita

Nel medesimo

tempo

le

mostravano asciutte; maggiormente scemava .sliluivasi al

gli to-

in ab-

cisterne il

si

vino; so-

vino certo pessimo beveraggio, cosi poi giu-

dicalo da apposita sanitaria Commissione, fatto col versarsi

acqua

bollente

sopra uva

appassita;

difettava

il

DIgitized

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216 pane; per aver pane torme di femmine tumultuavano; a quarantaquattromilacenlosessantasette era giunto

mero

dei poveri

un

;

altro milione e

la

circostanza strìgneva. Cosi venne

la

veramente per Venezia

A

la

il

nu-

mezzo imponevasi

;

Pasqua, e fu quel-

pessima Pasqua.

la

Verona, ove nella Pasqua del milleseltecentono-

vantasette visti già

avean per Venezia animi pronti a

si

coll’

im-

pronta del lione, insegna di quella repubblica, ed

un

n^ppe

belle difese, e darsi a chi ne bramava-

feroce combattere per

mentre

da un

saliti

ma

i

Siciliani vespri rinnovarsi

gentiluomini di Venezia (vergogne, per quanti

i

sforzi si facciano,

stassero,

e

lei,

da non poter cancellare più mai ) as-

timore da non saper più nè dove re-

tale

nè dove gissero, spontaneamente

loro autorità

si

dell’ antichissi-

dispogliavano in quelle

medesime

stanze piene tuttavia delle immagini dei forti loro ante-

quanto da

nati e di

glorioso

si

in pace

come

trastullarsi,

essi era stato fatto di

che in guerra

a Venezia, tutto era bellico agitarsi, e

un

grande e di

a Verona, anziché

fare difesa per la salute del regno.

missarii straordinari! esercito, le

;

un assediò si faceva trambusto, e un generoso

nelle miserie di

compagnie

ne aumentavano

prowedeano

già

Com-

bisogni dello

dei Dipartimenti già

riserva

di

accrescevanle

le file,

ai

gendarmi, le

i

guardie dei boschi e molti battaglioni di volontari!, cor-

rendo intanto alcuni senatori per di sollecitare

radunamento

Giunta nelle Spagne

delle

i

Dipartimenti affine

nuove

la notizia

milizie.

delle

disgrazie del

regno, e non essendo possibile illudersi sull’ uscita degli eventi, fu volta,

il

divisi in

forza ai condottieri di Francia appagare,

desiderio espresso dai soldati d’Italia,

quel

chiedevano

a

momento

alle

i

una

quali,

due estremità dei Pirenei,

grandi grida di riunirei e di avviarsi alla

Digiti'Hd by

Googli


217 nuovamente

difesa della patria fatta

teatro della guerra.

Posto degnamente fine dagl’italiani tiche, preservando

soli i

lunghe

alle lor

far

Tarragona dalle minacce

in que’ di

Murray (era

dell’inglese

presidio della detta città di

il

millequattrocento soldati comandati da Bertoletti, e

nemici diciottomila , e poderosi in mare di

molte fregate,

scelli, di

di quindici

tre va-

cannoniere e di due

bombarde) rivolgevano passi per Mompellieri e Grenoble verso la patria. Marciavano gl’ Italiani, sotto la guii

da di Bertoletti,

a

ristretti

cinquemila settecento-

soli

settantotto combattenti, lasciando perciò addietro molto

sangue inutilmente versato, e monti, e

le valli, e

campi, e

i

i

burroni, e le sponde dei fiumi, e le spiagge

i

della Catalogna, della Navarca, dell’ Arra gona,^ della Gastiglia

biancheggianti

e della Biscaglia

ossa degli estinti compagni, ad

spolpate

delle

modo gran nome

ogni

lasciando dell’ Italico valore e della eccellente perizia denell'arte della guerra (1).

gl’ Italiani

Ma

l’

Italico

regno

(i) Lasciavano pore da qaaUromila compagni nelle mani dei

nemici.

Tratti

,

per

la

più parte

,

quegl* infelici prigionieri alle

Baleari, eran colà sottoposti a governo

sì

crudo da muovere

cun onesto spagnuolo ad alzar la voce perchè impediti fossero gli eccessi che i proprii concittadini commettevano in aggravio di onorati soldati,

quali altra colpa

i

non aveano che quella

di

avere obbedito agli ordini del loro re, e di aver combattuto ge-

nerosamente. a Assai

volle

penna

pigliai la

(

uomo

un

così

,

certamente giusto e virtuoso, scriveva nella Gazzetta di Palma del

agosto i8i3], assai volte pigliai

argomento

a

venni da ciò

penna per

mio credere del maggior momento ritirato

da

molte

giunto di levar dagli occbi^

la

consideraiioui

benda

che male avvisati procacciano contro ....

la

;

,

ma or

agl’ ignoranti il

lor

trattare

altrettante

al vedere

tempo è

il

,

a coloro

e

medesimo

L’ umanità severamente riclama, grida, inorridisce, e

duro s’intenerisce

un

interesse. il

cuor più

abbandonati a sè stessi, ed

al

più

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GoogU


218 consolava

la

perdila di que’ valorosi suoi

ma

acquistato nelle sue milizie;

nomi

figli

coU’ojiorc

citava a sua gloria

i

Mazzucchelli, Severoli, Rougieri, Cornetti, Sant’ Andrea ed altri mille: ma versava fiori di storia, e non lacrime, sulle tombe dei morti in guerra Cotti, Foresti, Ruffmi, Barr dei cittadini fatti chiari

ed

bieri, Sala, Bianchini,

alle città natie di quelle

Lecchi

,

ed

altri

forti

Pino

,

,

All’ avvicinarsi

altri.

che per tempo

schiere,

lungo aveano lottato contro un popolo incitato da nimi-

da volontà e da moto comune,

cizia giusta e universale,

contro un popolo abitualo alle sofferenze, abborrente le genti straniere,

dispregiatore

leggi e ai costumi antichi,

magistrati e gli abitanti,

morte, devoto

della

alle

sacrosanta,

alla religione

e maravigliali,

lieti

i

movevano

crudele desi ino. ire o quHttromila uomini in una isola deserta, u inabitata, esposti agl’insulti delle stagioni, spogliati

pericolo di lor si

non poler

mare

concede

a

vivere

vrem

anni

coll’

nelle

l’

inrottama dei

che di continuo tengon quel

,

già

crurleli

mani vennero ad

nemici della assalirci,

do-

noi usar con loro perciò di rappresaglia, e far loro a san-

gue freddo

soffrire

mili aita morte, e

più atroce dei tormeuti

il

adoperando , che

cosi

travagliata vita, per

si

in gran fortuna.- Se- «si furono

nostra patria, e

tutto,

licevere quel pochissimo e nero pane, che

e la rabbia delle procelle

venti

dì

Qu qui nel feroce

sulle arene cocenti di quelle spiagge, e

iiuili

altro egli è

farli

,

Ed è

fame

mai se non dannare

i

suoi si-

discendere nel sepolcro prima di morire?

'E che altro mai è l’isola di Cabrerà, se non dei prigionieri ?

la

possibile,

knzi

credibile

il

'

tetro

sepolcro

un tanto

delitto

in Ispagna, nel centro (sic) della cattolica religione? »

(Osseruazioni, Aggiunte, Schiarimi mi ,

pera

intitolata Storia delle

liani in Spagna, Firenze,

campagne 1828,

p.

e

'

Emende

ecc.

all'o-

degli assedii degF Ita-

•29--*).

Si avverta iiKiltre che multi di que’ prigionieri «'furono dagli -

Spagnuoli venduti

all’

Inghilterra, che

li

trasportò a coinbat-

tere in suo favore nelle Indie orientali. » Ivi,

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219 ad inconlrarle, e dicean loro:

La condona vostra

«

ha consolali della vostra 'assenza. » ritorno è

che insino

il

per

più bello

allora fra

i

si

estimò

non 4;a

un popolo come

pastura. Secolo

E

Spagna,

la

roraore delle armi non

il

suoi mali, tornata in pace,

i

vedendosi libera e

felice

esser felice

ci

giorno del vostro

patria».

la

moli e

avea fissalo lo sguardo sopra

Il

il

lodala, senza pensare

gregge, cui non

man-

nostro di portenti e di catastrofi,

il

quella meteora stessa, che ad inalzar ebbe al cielo al-

cune moli, ebbe pur ad atterrarle: cosi che

cosi quella Spagna,

Dove finirono pertanto

di lui.

il

re d’Italia,

bravamente schermita

sì

le

gnuole e delle contrarie? Dei

si

era

glorie delle milizie Spa-

chiari Spagnuoli di

più

quel tempo chi, per nuovi sconvolgimenti, fu spento, chi visse prigione o spatrialo, chi, più infelice, fu dan-

nalo

remo;

al

di quella

fuggendo

0

cere,

uomini più famosi

e gli

dell’ altro esercito

guerra dolentemente vissero o chiusi in car-

pena,

la

o fuori

patria sbattuti,

nella patria smarriti; giuochi lutti di

non voluto ed

inevitabile.

cosi frequenti,

che

t<à,

siano

vento

ai

scuok

li

I

quali

o

civile

fortuna

di

diresti natura delle presenti socie-

modesto vivere

di

un turbine

precipizii

agli

ambiziosi, spa-

tristi.

Rinforzalo coi veterani tornati da Spagna l’esercito di te,

Eugenio, corse

ma

egli in Tirolo e vi fece fazioni

go,

ma

superiore

il

nemico

pel

numero

necessità al viceré non di assaltare -

a

tor-

Legna-

delle genti,"

fii

di difendersi, e

mezzo accettata dalTAustrìa Murai re di Napoli, che aveva a

di temporeggiare. In questo

l’amicìzia di Gioachino

moglie Carolina sorella del re •

ma

onora-

ma

senza frutto; liberò Brescia dal nemico,

nossene pòco appresso dond’ era venuto; pugnò

dovea quella corona, che da

d’ Italia, e cui

sei

anni

gli

Gioachino

cigneva la fron-


220

,

anche Gioachino cOn

te,

tre legioni di fanti

ed una di

cavalieri, ventiduemila soldati, furiosamente si avventava

contro

il

povero regno. In conseguenza

visa ribalderia,

questa improv-

di

che giustamente rammaricò ogni animo

onesto c gentile, lo stato delle cose della guerra era seguente. Bellegarde

,

generale austriaco

con quarantamila soldati il

re di Napoli, toccando

il

campeggiava

,

sponda sinistra del Mincio;

la

Po, e guardando

il

menti del Basso Po e del Reno, avanzava

le

i

Diparti-

avanguardie

sino a Reggio ed a Modena, agevolmente comunicando,

per Ravenna, a Ferrara con Bellegarde. Or^

le forze pre-

ponderanti di questo generale, l’accostamento del redi

Napoli

alla

sero

al

lega, e la presenza dei suoi ventiduemila Ita-

regno congiurati

liani nel

cordia ed

amore

danno

a

di nazione

di altri Italiani

gli

alle stanze assai più sicure della cio, stabilendo a

colà,

Mantova

il

tol-

alloggia-

menti di Verona, e perciò tirandosi indietro andava

a porsi

sponda destra del Min-

suo quartier generale. Da

ottimamente ordinato, usciva

braio colla

(con-

veramente ammirabili!),

viceré la possibilità di conservare

principale sua schiera,

egli

il

di otto di feb-

in cui splendeva

la

guardia reale, affine di combattere in una battaglia campale Bellegarde. Ebbero gl’ Italiani

il

vantaggio, uccisero

da ottomila uomini, duemilacinquecenlo ne fecero nieri,

acquistarono molti arnesi di guerra,

ma

prigio-

l’esito fu

che Bellegarde potè tornare ristretto sulla sinistra del Mincio, il che obbligò il viceré a ritirarsi a’ suoi primi alloggiamenti.

Nel

medesimo tempo accorgendosi che non era

più in sua facoltà d’indugiar a soccorrere alle cose d’oltre Po, che diventavano ognora più difficili per istarsene

come vedemmo, il re di Napoli, e Nugent sotto con ottomila Austriaci, ordinava a Grenicr e a Seve-

colà, lui

DIgItized by


221 roli di valicar

cenza

:

dietro

con quatlordicimila soldati

il

Po

a Pia-

Nugent era vinto. Se non che, riordinatosi tosto campi Napolitani, si trovò egli in riserva, in

i'

avanguardia

la

legione del generale Garrascosa, e nel cen-

tro quella del generale

Ambrosio, laonde, giunto

no nove di marzo,

venne nuovamente allearmi sul

si

ponte di san Maurizio presso Reggio

:

gior-

il

la vittoria, di

doveasi l’onore a Garrascosa e a Nugent, fu politani, e Severoli, capitano degl’ Italiani,

per

dopo

i

cui

Na-

essersi

per anni lunghi virtuosamente travagliato per l’onore della lor patria e della loro milizia, ebbe, per

Murat, sventuratamente troncata una

fìdia -del francese

gamba da Volle gina

si

palla di il

fato

la per-

cannone

italiano.

che in que’ crudelissimi di

la vicere-

avvicinasse al termine di sua gravidanza. Gaval-

lerescamente offertosi Bellegarde di proteggerla qualora l’esercito Austriaco avanzato si fosse

regno, e di vietare

del '

palazzo regio di la

ai soldati

Monza ove

verso la

capitale

di approssimarsi al

in quella villa preferito avesse

principessa riparare, rifiutò essa generosamente

ferta, e preferì di rifuggirsi a

Mantova presso

il

in cui la viceregina avea sparso ficenze, in

sero

i

l’of-

naturai

suo protettore. Questa risoluzione immerse Milano,

città,

sempre immense bene-

adizione grandissima e soprattutto se ne dol-

poveri e gli sventurati di ogni maniera, e lacrime

versarono in abbondanza, ben vedendo essi, che perde-

vano una tenera madre e una generosa protettrice. Ac-

compagnata momenti, si lei

la bella e

giovane principessa in quegli

alti

diversi da quelli tanto lieti e sereni del di

primo arrivo

nella metropoli del regno, dall’ univer-

sale compianto, vi usciva a’ dì ventinove marzo, per an-

dar nel suo parto in cerca di asilo in una

città traboc-

cante di soldati, di strumenti di distruzione e dal ne-

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222 mico dì continuo insidiala. In quel guerresco tumulto la buona Amalia si sgravava il giorno decimoterzo di aprile di una principessa, e Teodolinda (fu questo il nome imposto alla bambina) dava

cannoni e

i

primi vagiti

rimbombo

al

dei

allo strepitare degli afchibusi.

In questo mezzo, per le ostilità del cognato e del

ma

suocero, per lo sforzo di tutta Europa,

tradimento di alcuni capi nistro, perciò

per

e

la

fellonia

non tanto dai nemici nè

più per

delle anni quanto dalla ingratitudine di coloro,

nerosamente avea beneficato, vinto abdicare sulle

all’

impero ed

future

sorti

di

andavano agitando. all’

Austria, venuto

al

il

che ge-

re e costretto ad

regno, gravi ed ardili pensieri

quest’ultimo in alcune menti

Annodalo era

il

un mi-

di

dalla sventura

Gioachino

re

per

a quell’ allo

di

si

Napoli

sola

la

am-

biziosa voglia d’ impadronirsi dell’ Italia, e prendere quel

destro a farsi grandissimo; allettalo, o ingannalo,

ceré chè

d’altrui brogliava sottomano pressò gli

fosse

conservalo

degl’italiani desiderava te

fosse libera

regno;

Italia

invitata a

classe più colla e

rompere

il

di libertà,

giogo dei forestieri, temerità che

col sangue.

Se non che

lutti questi di-

versi desiderii furon causa di pessimissimi Il

veramen-

ed una, venendo anche l'anno appresso

fu poscia pagala

lano.

popolo, sconoscendo

mentre quello slava raccolto

il

viceré,

nella

entrato a furia nelle stanze di lui,

moli a Mi-

assali

il

senato

solila

sua sede, cd

lutto

con estrema

rabbia vi ruppe e lacerò; poi abbassò e disfece per città le rità

vi-

tutta senza molti fasli-

da esercito napolitano, con bandiera spiegata '

il

popoli affin-

i

una libera costituzione,

poco allora mancò che

dii

il

la

la

insegno del passato dominio e dispregiò l’aulo-

dei magistrati,, e spietatamente Prina, odialo mini-

stro -delle finanze, uccise, ed ucciso insultò anco lungo

DIu.

by -ji>*

'5^l(


223 tempo

al

acquetarono

e facilmente i'

parliti

tutti

ammorzarono

ed

mantenersi, vittoriosi e

mento va

Ma

suo sanguinoso cadavere.

i

vincitori presto

moli, composero

i

tutte

le

tutti

/oncupiscenze col

com’erano, nel possedi-

forti

Manto-

dei conquistati paesi. Uditi dal viceré in

casi di Milano, indispettito per vedersi offeso nel-

i

l’impero e nella persona, visto già spento del lutto Italiani segregati

regno e dai soldati per patto conchiuso del Cenisio

coll’Austria

Col

del

e

Baviera presso quel

re.

di

il

Francesi, ora mai,

i

(1),

partiti alla volta

Tenda, andava

egli

pure

in

suo congiunto.

Era nelle stanze dell’antica reggia dei Gonzaga, e sotto le vòlte dipinte dal terribile Giulio tre mattutine del giorno

l’anno milleottocentoquattordici atto dell’ Italico regno,'

si

consumava l’estremo

Dopo

il

quale atto

principe alla dolorosa partenza, scender fu

accintosi

il

visto dal

palagio, pietosamente reggendo

matura puerpera, i

ore

alle

consegnando Eugenio a Vismara,

prefetto del Mincio, le reali insegne.

porgeano

che

,

ventesimosettimo di aprile del-

la

la

sposa, im-

quale agli affettuosi saluti, che

le

soldati, già da lei più volte sovvenuti di da-

naro, affinchè, uscenti

dagli ospedali,

avessero potuto

procacciarsi miglior nutrimento ed abbreviare la convalescenza, tutta

disciolse

si

in

Barbara Litla nata Beigioioso,

dame

di

•

un grandissimo pianto. dama di onore, ed altre

palazzo facean mesto corteggio alla principessa;

Lodovico Priuli e Andrea Cornare, ambedue gentiluomini di Venezia, di ordinanza,

primo ciamberlano,

il

accompagnavano

cui venne dato

chiamali Eugenio

(i)

Vengasi

la

poterlo

di i

il

il

secondo

uffiziale

viceré, e furono

seguire.

Passate

le

i

soli,

trincee,

capi dell’ esercito, alcune guardie di

nota Balla line del libro.

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224 onore e alcuni dragoni,

li

lur devozione

ringraziò della

e dei loro servigi!, ed afiettuosamenle stretta a ciasche-

duno e

la

buoni

mano, disse loro anelando : Italiani ».

«

Addio miei bravi

Di questa guisa, tra

un soldatesco dominio,

delle gravezze,

la ingordigia

Tallività data agli

animi, l’eccellenza delle instituzioni e l’accresciuta scienza, ,

passò r Italico regno.

E sorto il cinque maggio dell’anno milleottocentoventuno dopo una notte, in cui la bufera disertato avea pressoché tutta Sant’ Elena, solitaria isola dell’Atlantico, nella quale

il

re si trovava

spegnevasi nel detto giorno stesso, tlutti «

in che

il

dell’Oceano;

tenebre

fitte

cosi la grande

si

da circa la

sei

di

vita

anni cattivo,

lui nell’ istante

sole si spegneva nella immensità dei e,

come poco

fa

scriveva

diffusero sopra la

anima

,

il

terra.

che sognato aveva

l’

Guerrazzi, »

Liberata,

impero del

mondo, anche dalla prigionia del corpo, fu questo nell’anno milleottocentoquaranta tolto dalla Valle della Tomba e trasportato in Francia per essere

degnamente deposto

nella chiesa degl’ Invalidi a Parigi.

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NO T BATTAGLIA

(

Na{)oleone

già

città

si

)

ricognizioni alla sua

abbandonata,

recava a Borowsk c

sinistra,

Parmala

isconirarono che pochi Cosacchi,

questa

(À)

MALOJAROSLAWETZ.

DI

P impcralore

Mentre

spediva numerose

A

non

quali

le

d'Italia

andava

ed

traversava

ad accamparsi ad

una lega più lungi presso Uwarowskoie. La divisione Delzons spinta lino a klalojaroslawetz, vi pervenne ajle e della sera. Alla destra della Lugia,

una

collina

e sopra

in vetta

estremamente scoscesa,

valle nella quale scorre

il

le.

torrente,,

cui

declivio

al

limitano

falde

erge

si

piccola città

la

Malqjaroslawetz. Giace in cima a quel colle e

ai di là

di la

di

del paese

una vasta pianura circondala di boschi. Sboccano da questi boschi tre strade; una di faccia proveniente da Kaluga, e due alla da Spasskoie ed Arislowo.

sinistra procedenti Il

terreno sulla sponda destra della Lugia

narsi dalla valle, insensibilmente la distanza di t(0 tese

s'

innalza.

Il

dappiè del colle, ov'è

,

nello

allonta-

flume giunto al-

la città

fabbricata^

respinto dalle allure opposte al suo corso, quasi retrocede e for-

ma

in

quel punto un angolo

avendogli scavalo' vi s'incanala e

Spasskoie.

Un

sagliente*.

alla sinistra

va a scaricarsi

un

letto

nella

Era

al ii

e profondo,

sufficiente

Prolwa

in

prossimità di

ponte, dai Cosacchi distrutto, e situato

sagliente sopra indicato, univa fra le

guidava

Le sinuosità della valle

paese.

oilmine

.

di

due sponde

-

questo poggio

.

il

solo

la

alt'

angolo

strada che

.

posto tu

dopo

Bo-

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•

aaG.

rowsk, ove potesse Kutusoff impedirci

la

nuova strada

di Ka-

Ioga.

Dcizons, dopo aver fallo accomodare città

con due battaglioni, ve

lasciò

li

que avesse ricevuto IVordine

di

ponte, asceso nella

il

quantun-

per guarnirla,

un

collocarvj

presidio.

forte

Presa quindi posizione col resto della sua divisione

pic-

nella

cola valle alla sinistra della Lugia, vi attese tranquillo

il

futu-

ro nascer del giorno.

Spariva

la notte,

dormiva nel campo

erano

di

ognuno

quattro del mattino ed

le

Delzons

le sole

:

vedette,

le

sentinelle

vegliavano; quando ad un tratto 4 reggimenti di cacciatori russi

escono dai boschi delPaltura, rovesciano

sti,

le sentinelle sul

po-

questi sui battaglioni, che sorpresi son^ cosirelli dopo qual-

che difesa ad abbandonare te dal colle,

la cilth,

a scendere precipitosamen-

e ritirarsi alla divisione.

zons aveva fallo prendere

armi,

le

e

Al primo

fragore,

correva in soccorso

suoi.

Deldei •

Doklorof, poiché era desso che giùngeva prima degli

spiegò

la

sua

della città, affine di battere di Delzons

il

dispose

artiglieria e la il

ritorno offensivo.

sulle

allure

ai

ponte, ed impedire Il

resto del

due

altri, lati

truppe

alle

sesto corpo

venne

La cavalleria del generale Dorokhof

collocalo innanzi alla città.

e quella della divisione leggera della guardia, taglia alla destra della fanteria affine di

vigorosamente da una parte e Delzons, che riceveva lutto

il

Il

posero in bat-

mantenere

cazione col ponte di Spasskoie, ed invigilare gia fra Malojaroslawetz e Spasskoie.

si

ai

la

comuni-

guadi della Lu-

combattimento s’impegnò

dall'altra,

con grave discapito di

fuoco 'dei Russi, senza poter toro

rispondere, perché coperti dalla cresta della collina. Il

le c

principe Eugenio, scortalo dai dragoni della guardia rea-

dai dragoni Regina, erosi già

sarsi a Delzons,

quando

i'

colpi di

ditogli dal predetto generale. Io

posto

in

molo per appres-

cannone, ed un

ufflziale

spe-

prevennero dell'accaduto. Dato

l'ordine alle divisioni di accelerarsi, proseguì frcllolosamenle a

quella volta.

Sboccavano intanto c successivamente dai boschi dietro Ma-

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227 h^roslawelz

del poggio in faccia alla

nella pianura alla velia

colonne di Kutusoff, e

rillà, le

vi si

fece iinmcdiatamenle ergere dietro

schieravano in ballaglia. Egli

la

loro fronte quattro forliui,

i

quali furono coperti durante razione da un parapetto e da un fosso.

La posizione uè più penosa. traversavano }>egnalo.

I

di Delzons

non poteva essere

fuochi dei

Russi

nè più

piombavano addosso, e

gli

fondo della sinuosità nella quale

il

trista,

era

egli

im-

vice*re gli ordinò di uscire da quella critica situa*

Il

segue

zione e recarsi avanti. La strada che parte dal ponte

fondo di un burrone, che

e

inoltra

s’

il

serpeggiando per

sale

quelIVrIo pendio, interrotto da grossi blocchi e massi di pietra staccati, occupati dai alla

numerosi bersaglieri dei Russi, sostenuti

cima dell'erla 'dalla massa delle forze del

^on ostante

il

continualo e

prode e valente generale Delzons posizioni, e già comiiu'iava a

micidial s**

o. corpo.

fuoco del nemico,

impadroni

dar esecuzione

piano d'attacco, quando un colpo di mitraglia Il

suo

fratello

ed ajutanic, volendo prestargli

rimasero pur vittima,

fra le

il

alcune elevate

di

ben concepito

al

lo stese al

suolo.

gli ultimi soccorsi,

braccia del germano, d'un secondo

colpo di cannone. Il

principe Eugenio non cessava di sollecitare l'arrivo delle

sue truppe,

le

quali

per

quanto accorressero frettolosamente,

sembravagli non sarebbero mai giunte sufflcientemente

in

tem-

colonnello Labedoyere tu spedilo per accelerare

la

loro

po.

il

marcia, ed in cgual tempo per avvertire l'imperatore dell'accadulo. La guardia reale, preceduta dalla divisione Pino c Broussier,

trovò questo bravo

sovrasta

la

ufCzia.le alla

valle della Lugla.

discesa

“ Correte,

collina che

dotta

egli disse,

bravi lla-

vostri prodi „ liani, il vice-re vi aspetta impazientemente ; „ compagni son compromessi se non giungete a tempo, c voi „ perdete ropporlunità d'illustrare il vostro valore. „ Un grido universale di gioia parli da tulli i battaglioni,- presagio non i

equivoco di gloriosa ventura. '

la

Correvano

quale

i

le

colonne anziché camminare, e

la

celerilà con

capi le conducevano, sembrava che non fosse mai in

iroporzione delja loro ansietà.

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.

aa8 Le canzoni Discesa

la

rendeva

mililari nazionali

sa la loro gioia, nicn

grave

anelte piò claoioro-

fatica..

la

imboccala

collina,

ad un bosco d'abe-

cisanieiite alla sinistra della strada, presso

trovammo accampala

ti, Il

riserva tutta

in

cannone raddoppiava

Lugta, e prO-

vallala della

la

cavalleria

la

italiana.

lo strepilo, le palle dei bersaglieri russi

fischiavano già al disopra delle nostre leste.

^oi non avevamo

visti

ultimi giorni di settembre

mo

i

;

nostri bravi

Ano

cavalieri

ne sapevamo

glorie,

le

dagli

ed anelava-'

d'abbracciarli e di emularli.

Ló scontro non poteva essere più a proposito.

Appena

essi

ci

scorsero correndo di un passo così

loso, ebrii di gioia pel desio di gloria,

per cercare l'amico, e compire santo, troppo

vantalo,

altrellantò

poco

momento.

Essi

ispecie in cosi sublime

degli alimenti,

scordavano

dei

file

impone in

verificalo,

porgcvanci dei liquori,

degli esempi!,

consigli,

fretto-

mischiarono nelle

si

doveri che questo vincolo così

i

esortazioni;

delle

loro cavalli e venivano senza accorgersene a fram-

i

“ Rammentatevi,

mischiarsi nel pericolo.

essi dicevunci,

che

sia-

„ mo, che siete llaliani; coprite di nuova gloria questo nome!... „ Felici, avventurosi ben voi che siete per uwsurarvi contro lutto l'esercilo

„

ì'c

!

.

Che

.

nemico!... perchè

a partecipare

„ aiutarvi, „ orgogliosi

i

dei

iu>n

possiamo

parenti, gli

le

ariiici,

quelle che dopo l'onore occupavano

gevamo

gli

uni

cogli .altri

perchè commovente era dagli occhi sul petto,

Erano

le

io ìji

i

affetto di

I

un

tale

spettacolo,

ci

i

fiero,

cudcvanci intrepido,

patria.

trovammo già quando

nostri commililoni, die

vevano più rivedere, riprendemmo l'ordine, tesero

questi che

mani; lacrime di commozione,

le fatti

che noi

fra

nostri pensieri. Ci strin-

c pronti a soccorrerli,

dovere abbracciammo

ad

ne saranno

o dei parenti di

ove palpitava un cuore

animalo da un sincero

nostri impegnali

in

;

. .

amanti; „ c

così ci dicevano, eranvi dei nostri congiunti,

venire

dei vostro ono-

pericoli,

vostri

bel giorno per la nostra patria

il.

alla

dei

vista

richia*mati tanti

dal

non do-

silenzio, e

si

at-

comandi del principe.

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aac) •

•

Questi frallanlo, riconosciuta Pìmmensa disparità delle

for-

ce coniballchti, aveva già' disposto di porzione della I4.nia divisione per andare in soccorso della

r incomparabile

che

IS.ma,

privala

del-

suo capo e condolliero, e rimasta vacillante e

indecisa nei suoi movimenti, aveva cedute

una seconda volta

le allure.

capo dello stato maggiore delParmata

Il

generale Guilleniinot,

prese

il

comando

d'Italia,

prode

il

divisione,

della

palmo a palmo

raccozzò dietro alle case, contrastando

e

la

ter-

il

reno. Per conservare quello acquistato, fino alParrivo delle triip-

malgrado

|)e,

svantaggio della posizione e P inferiorità delle

K>

sue forze,‘féoe occupare da alcune compagnie

una

di granatieri

chiesa e due case, situale alP ingresso del paese, che deniina-

vano

burrone pel quale passava

il

vevano

trincerarsi e conservarsi,

per

scacciali dalle allure,

offrire

Questi

la strada.

quand'anche fossero

un appoggio

do-

posti

nostri

i

ai ritorni

offen-^

sivK

L'evento giustificò le volle

che

le

la

saviezza e Pulilità della misura. Tutte

truppe russe oltrepassarono questi

lale olle spalle, si disordinarono,

ed

i

posti,

fensiva ne approlUtavano per rispingerli. Guillemiiiot, to dalla

Le

prima brigala di Broussier, rispinsc tre brigate presero

i

faccia della linea ne-

posizione in

ne è separato da un profondo burrone, che

600 Il

tese lungo

e parallelamente

si

il

estende

alla strada di

ol-

Kaluga.

generale Kulusoff veduto che' Tesilo completo della gior-

di Rajeffskoi, in soccorso di

menlo ricominciò presa e ripresa

Ano

a

quello

il

Doktorof.

Il

il

le

smisurate che il

sue riserve.

di Broussier.

-vice-re

cor-

comballicittà fu

tre volle. Guillemiiiot e Broussier

ponte, dove slava

mosse e preparare

seconda brigata

di^

con uiv nuovo accaniincnlo. La

allora

rispinti dal valóre e dalle forze

vano Ano verso delle^

quale

ad

nata dipendeva da questo punto importante, spedi lutto

nero

of-

raggiun-

La prima e seconda della ts.ma dentro e davanti Malo-

mica.

po

1*

Russi nel paese.

jarostawclz, e l'allra della i4.ina innanzi al sobborgo,

tre

fuci-

nostri riprendendo

ven-

gl' investi-

per giudicare

Spedisce egli tosto

Retrocede allora

il

la

cómbailimento

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200 e si stabilisce sulle alture. Sia ni le case;

sono

appena

dove

circolo

il

punto

i

bàlIagIio>

più grande,

fa

si

éonde

centrale

compariscono nella pianura, dove sono

parliti, e

perto,

appena oltrepassano

scostano dal

essi si

allo sco<

più non basta*

eglino

no. Oppressi dai fuochi di un'intiera armala, sconcertansi e re-

trocedono stre

;

accorrono degli

cedono e

file

altri

Russi continuamente, e le no-

rompono. Accrescono

si

ostacoli del terreno. Gli obizzi scagliati

vcvano

il

il

dalle

loro disordine gli

due

parli posto a-

fuoco a quella eUtà di legno. Slmile avvenimento ter-

minò

di disturbare le evoluzioni ,e gli attacchi delle

sioni.

Furono esse per

I

la

quinta volta costrette a

due

divi-

retrocedere.

Russi guadagnarono sempre più del terreno c la difesa rima-

se paralizzata. In allora

il

• ^

vice-re lanciò ni loro soccorso fa divisione Pino.

Le truppe guidate dal

loro

serrala, con silenzio, ordine,

marciavano

capo,

in

mostrando Tansielà e

la

colonna vera ar-

dente brama di gloria.

Rimase nella piccola

valle, alla sinistra della Lugia, tutta fa

fanteria della guardia reale, più indietro e

all'

ingresso dei bo-

sco la cavalleria leggera d'Ornano c Villata, e Analmente al di

bosco presso

là del la

villaggio di Malockina, la cavalleria del-

al

guardia reale e seco

ria e le

Una

lei

tulle le bagaglie, la grossa artiglie-

munizioni di riserva dell'armata d'Italia. batteria collocala dai Russi sulla punta del colle

sinistra della loro linea,

non

solo

truppe che salivano e penetravano

deva li

in flanco

danneggiava

i

Malojaroslawelz,

reggimenti di fanteria

io tal

alla

cannonava orribilmente in

della

modo, che furono

ma

le

pren-

guardia reale,

e

più volte a

astretti

cambiar posizione. li

contrappose alcuni cannoni

vice-re gli

leggera della guardia 'reale, c noi

avemmo

dell' artiglieria

l'agio in questa cir-

ed il vacome bercontrastando dal basso all'alto, ma-

costanza d'ammirare davvicino

1'

energia, la sagacità

lore dei nostri artiglieri. Inlieramcnle scoperti, esposti sagli ai colpi del

nemico e

novrarono con una

tal

calma, ordine e giustezza,

che

sero quella batteria nemica prima al silenzio e poi

costrin-

a ritirarsi.

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1

a3 Fratlanto glMIoHani dt Pino traversalo

picavano senza

arram-

si

per quelle balze, e snidandone

far fuoco

micasi stabilivano sulPorlo del colle presso Bipreso

ponte,

il

ne-

i

alla chiesa (i).

c riunite le truppe, la prima brigala condot-

flato

ta dallo stesso generai Pino e dal generai Fontana,

portò a

si

destra dentro Malojaroslawetz per proteggere la 15. ma divisio-

ne;

seconda guidala dal generale Lcvier (corso),

la

arram-

si

picò pel rovescio del burrone ad investire le colonne russe, che respinto avevano la ii.ma.

Tosto ch^ebbero oltrepassale

due

le anzidelle

slanciarono aU'assallo, mostrando disprezzare

digando I

^

la loro vita

come

il

divisioni,

si

pericolo, e pro-

il

ricco la sua fortuna.

Russi urlali, senza posa percossi/ sopraffalli e storditi da

un impelo cotanto Inatteso, cedono, e gl'llaliani s'impadroniscono di tulli quei luoghi eh' erano siati loro indicali dal principe e dal generale Gourgaud aiutante dell'Imperatore. La prima brigala penetrala spinse

i-

Bussi e

no

gli

in Ualojaroslawetz incalzò,

mezzo

alle

re-

Una spaventosissima mi-

rovesciò nel paese.

li

schia attaccassi adora in

fiamme, che giò divorava-

edifizii.

Veruna delie due di quelle ruind,

che

si

parti voleva cedere

La pugna succede corpo a corpo, battere

il

all' altra

disputavano col maggiore

non servono ad ab-

le ferite

coraggio degl'italiani; sembra anzi che

sangue sempre

più

gl' inasprisca,

possesso

il

accanimento.

vista

la

del

ed aggiunga loro nuovo vi-

gore. Essi

del loro

che combattevano per

la

prima volta

ppo, mostrar volevano ad

alla posterità di

sentasse. Se

esso, ai

che fossero rapaci quando

ne videro motti

afferrarsi

1'

sotto

mondo,

occasione

si

una mano,

con

occhi

gli

Russi, al

-

pre-

ferire

coIPalIra, e vinti 0 vincitori cadere senza desistere in fondo a

quelle balze e nelle fiamme.

Colà spiravano

dal fumo, 0 divorati dai fuoco. In breve

(1)

Era questo

trare ih paese.

ii

primo

stabile

che

s' .

i

feriti

iocootrasse -

0

soffocati

loro scheletri anne-

1

aranti

di

pene-

,

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.

a 3a rili

e calcinali offrivano

un aspetto

quando

orribile,

occhio

I'

tcnlava ravvisarvi un resto di figura umana.

Avanzavasi frattanto lungo

il

burrone c sotto un fuoco mi-

cidialissimo d'artiglieria e moschelleria, la seconda brigata delia

Abbattendo tutto

divisione Pino.

vanti, essa pervenne a riprendere alture, ove

dopo

ciò che le

parava

si

da-

sobborgo ed a coronare te

il

eroici contrasti vi

vide sventolare

si

aquila

I'

italiana (i).

'Fino da Borowsk aveva udito

nonamento, ed

all'

avviso

Napoleone

recatogli

dell'accaduto, postosi alle il

terribile

il

cammino

al

galoppo, era

giunto col suo stalo maggiore ad un'ora pomeridiana a lUalojaroslawetz, sopra un poggio che circonda

can-

Labedoyere

dal colonnello

i;s in

faccia

in

valle della

la

Lugia.

La strada maestra di Borowsk a Malojaroslawelz due leghe prima di giungere

questa

in

città,

traversa

villaggio di

il

Gho-

rodnia, e approssimandosi immediatamente alla valle della Lugia, dirigesi lungo la cresta

La strada

valle. '

d'un poggio che

primo,

capo

questa

in

di Tarutiiio a Malojaroslawelz, passala la

a Spasskoie, la costeggia per lelo ai

fa

al

la

un

vetta di

Lugia paral-

colle

altro

quale va insensibilmente appressandosi. Napo-

leone collocalo sopra un poggio intermedio alle due strade, era

perfettamente situalo per vedere l'arrivo c le

colonne russe, ed

Non

il

campo

i

movimenti

di tutte

di battaglia.

polevasi dai nostri circondare

lu

città,

per essere

la

collina su cui è fabbricala ripidissima e boschiva a piccola di-

stanza dalla destra, e solcala di burroni alla sinistra. delle

numerose

(i) Il capitano Leonardi, Parmigiiino,

comandante

Carabinieri del a.do battaglione del 3.zo leggero, ttarsi

«otto

dessi

si

Tarmi

batterono

Il

fuoco

batterie russe collocate nella pianura, al di so-

tutt'ora

come

io5 uomini.

leoni. Ferito

Ad

la

compagnia

a»e*a saputo conser-

esempio del loro Capitano,

Leonardi nel principio dell’aiione

da un colpo di fuoco, non volle abbandonare

il

comando

dei suoi ca-

rabinieri fino al termine della battaglia, e alla loro testa s'impossessò di

una posizione importantissima.

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a35 pra di filalojaroslawetz tempestava, fracassava le truppe, nò que*

avevano

ste

da rispondere, non essendovi altro mez-

artiglieria

zo per condurvela che

potevano

si

di farle traversare

per

circondarlo

Faceva d' uopo

Questa

pertanto

unc

non calpestando

alle altre, se

Rus-

erano fulminali

sinistra della

bu-

combat-

di teatro ai

truppe non potevano appressarsi

tenti tino dalla mattina, e le te

I

ponte, poiché

il

dentro Mulojaroslawetz.

battersi

fiamme aveva servilo

città tutta in

Nè

paese.

valle,

sponda

dairartiglieria italiana,, collocala alla gia.

il

verso

dirigersi

tosto che essi sboccavano in visla della

cadaveri, dai quali

i

era

essa ingombra. Napoleone informatone sollecitava l'arrivo delle

giungere

in

la

seconda brigala

di

forze, e presa in flanco

che essendosi avvicinala bare

tuli'

suo fuoco dall'altura in cui

il

file.

Pino

al

trovava

si

molli

sopra

ufflziali

dopo avere opposto

ritirarsi

Il

la

non cedeva però

In Slalojaroslawelz

gata.

lutto

superiori

subalterni, erano stali feriti; essa dovette fìnaimcnic

numero, e

nemico,

destra del

Cziurikowa, faceva piom-

ponte della bugia, b* artiglieria

generale bevier,

Il

attaccala in fronte

fu

dall' ala

alla strada di

rovescio del poggio fino straziava le

ora troppo distanti da

tempo per disporne.

Frattanto

da nuove

erano

però

altre truppe, le quali

generai Pino dopo avere avuto

c. al

più viva resistenza.

fin allora la il

cedere

il

ne

suo

prima bri-

cavallo

ucciso,

posto piede a terra e colla spada alla mano, incoraggiava coll'esempio e colla voce

Un colpo

suoi soldati.

i

di fucile

stende

morto

ài

ne:

suo nipote Fontana, aiutante pure di campo del divisio-

il

suoi piedi

nario, é ferito

;

il

di

il

egli stesso

in

il

colonnello

Laschess,

ed

sono posti fuori di combalti-

di ufflziali

è ferito

capò squadro-

c aiutante

fratello

generai Fontana,

una numerosa quantità menlo:

lui

una mano da un colpo

di fucile,

e rimane ciò non ostante alla testa della sua divisione, copren-

do

il

mente

corpo del in

fratello

che vuol

far trasportare. Ferito

una gamba da un colpo

di fucile,

sostenere, è obbligato ad allontanarsi.

Il

generale Galimberti ac-

compagnalo dal colonnello babedoyere, rimane la

pugna sempre più

s'

inasprisce.

nuova-

non potendosi più

ai

comando, e


25'4 italiana ceròava

colonnello Millo dell' artiglieria

Il

arrampicare

suoi pezzi su quell'altura

i

corsero volontarii ad aiutarli. insistenza,

A

vengono linalmenle a capo

vetta. Quivi

ordinando Milio

:

ai suoi

onde ottenere

di fare

soldati della guardia

di

pervenire

farla

uffiziaii

per recarsi alla lesta della brigata

scia

I

forza di stenti e di coraggiosa

dentro

passaggio.

il

is.ma e I4.ma;

Itt.ma per cacciare

essi si precipitarono

camminando su

moribondi ammucchiali nelle strade,

i

modo

lonnello Peraldi,

secondo dal

il

colonnello

seconda brigata, di modo che

rimasero che I

velili

i

sobborgo;

ma

conda brigata

1

reali e

la

cavalleria leggera.

riserva presso alla

situata

truppe

all'

avanzavano

si

ionetta, bravi Italiani.

sempio del loro capo, ta in resta contro

i

intenzione

truppe che

i

cacciatori, e facendoli insen-

aveva posti

si

il

gridava

scagliano

che

:

“ non

è l'arme della guardia; alla ba-

“ Animati da queste parole e

Russi,

non

’

prode Peraldi precedendo

tirate, cacciatori: la baiònelta

gli

coll'

la ritirata alle

al

della se-

in Malojaroslawelz.

sibilmente spiegare per colonne di battaglioni,

cui

dietro

incontro dei Russi, che

d'impadronirsi del ponte, e tagliare

II

l'altura in faccia al ponte,

chiesa,

di Pino, corsero

contenti del loro primo successo

trovavano

Lugia non

della

cacciatori postisi innanzi alle

lasciati in

W

primo dal

il

Crovi, di rinforzare

alla sinistra

dopo aver superata

granatieri

furono

„

un

non po-

reggimento dei cacciatori ed a

al

quello dei granatieri della guardia, comandali

,,

morti in

vice-re che le truppe della sua sinistra

il

tevano più sostenersi, ordinò

si

i

e mulilandoii

orribile.

Vedendo

la

soldati

i

insieme a quelli della

Russi dal paese.

i

L'artiglieria potè allora traversarlo

e

paese,

al

Lo slancio della divisione Pino aveva rianimato della

alla

di riunirla, la la-

eh' è

i

cacciatori

con

la

dall' e-

baionet-

avanzavano nei disordine in

si

combattimento ostinalo

della

divisione

Pino. L' attacco simultaneo dentro tori,

sboscarono

i

il

paese e questo dei caccia-

Russi da tutte le case ch'essi occupavano.

A

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Gno abbivio

colpi di baionetta furono essi respinti di

detie strade

Marina e di Cziurickowa. cacciatori

I

non prcndon Gaio, inebbriali

dal

hanno

fuochi da essi traversati, dai colpi che

fumo e dal e

scagliati,

dalla

loro vittoria, s'inoltrarono nella pianura superiore e vollero iin*

ma

nemici;

padronirsi dei cannoni

giunti

botro profondo c scosceso^ coperto di

un fuoco

arrestali sotto

che

glia,

nemica, collo

il

destro opportuno,

venne

tutto intiero

giardini del sobborgo. Colà Italiani,

furono

siepi,

trovandosi Scoper-

sopra di loro e cagionò loro gravi perdile. Ansiosi di

trovare un passaggio, disordinarono

sdin 7.mo

foltissinae

da una grandine di mi(ra>

terribile e

batteria della destra dei Russi,

la

ta, scagliò

sponda di un

alla

si

in

gli

Gle;

assalì;

e

linea,

il

si

la cavallèria

corpo di Boro-

respinse

gli

fermarono e

difendendo con accanimento

città dalla furia di

loro

te

serrarono

Gno

un nemico numeroso,

ai

tolti gli

sbocchi inferiori

gli

della

inasprito ed "emulo ve-

ro di tanto valore.

Abbcnchè diminuiti brigala di Pino, e

bandonando

la

i

della metà, raccolse Peraldi la seconda

suoi cacciatori: gli formò' in colonna, e ab-

sua posizione difensiva,

ad

onta dell' immensa

sproporzione del numero dei suoi in confronto di quelli del nemico,

gli

condusse di nuovo contro

le

smisurate colonne russe.

L'entusiasmo nazionale viene a capo di lutto! “ Rammentatevi,

„ „ „

che è questa

egli disse ai suoi soldati,

dati,

zarli

la

come

leoni,

baionetta spianata verso

Gno

cesso.

battaglia degl'

Ra-

1

!

essi di. fatti dai giardini

con

la

vincere o morire ripeterono ferocemente 1 soiSi o vincere o morire. „ “ Tambu'ri, la carica.' „ Uscirono

liani, 0

al di là di

Ma questa

volta

piccolo bosco, ove dagli attacchi

si

i

si

slanciarono nuovamente

nemici, e tornarono ad incal-

quel botro profondo, limile del primo sucil

colonnello Peraldi Ganehegglossi ad

trovò

al

un

riparo dal fuoco della batteria e

delP artiglieria, che

invano tentarono

di

sbo-

scarlo.

Porzione dell' artiglieria italiana- essendosi 'potè

messa

in linea,

Gnaimente verso sera render male per male. Ri allora

vHloria non rimase più dubbia.

I

Russi

la

addossati, ai fortini so-

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aSn spesero

i

loro

attacchi:

gl’ italiani

trincerare gli sbocchi dei paese

e

pensarono frettotosamente a

ad assicurare

loro

la

con»

quisla.

Chiese Peraldi al principe

il

rimanente della guardia, por-

ma

gendogli sicurezza di una compieta viltoriar

desso non volle

privarsi di cosi preziosa riserva. Questa frattanto tenuta inope-

rosamente in un basso fondo sotto

cannone

colpi di fucile e di

disopra dei loro compagni ov'essa trovavasi.

riceveva

paese,

al

tulli

i

dell'esercilo russo, che passando al

venivano a

combattenti,

piombare

Immobile e imperturbabile nella sua perico-

losa posizione, senza poter prender vendetta dei morti e

compagni, perdette molli prodi,

fra

i

quali

feriti

bravo capo balla-

il

glione Maffei, stramazzalo da una palla di cannone.

Mentre

con tanto calore

infieriva

cese erasi. appressala al

rampo

la

pugna,

di battaglia.

1'

armala fran-

La vecchia guardia

aveva preso imsizione a Ghorodnia, Ney e Davoust stavano scaGhorodnia e Halojaroslawelz. Erano

ionali fra Il

e della sera.

le

generale KulusofT che aveva già avuto fino allora la massima

un ultimo

parte dei suoi corpi impegnali, volle tentare

per conquistar

masse che divisioni

si

la città. Egli

sforzo

formò colle riserve delle profonde

avanzarono sostenute dalla lóro

Gerard e Compans del

artiglieria.

Ma

le

corpo di Davoust erano state

inviate da Kapoleone a mettersi In linea: l'una alla destra, Taltra alla sinistra di Malojaroslawelz. ria

gia,

Il

leggera francese, superando

colonnello Serrurier dclParligliele difficoltà del

guado

della bu-

con una ben concepita e meglio eseguita evoluzione, avea

penetralo dentro ad. un boschetto tratto partire riuniti

una grandine

ed ordinati

si

dal

quale fece

di mitraglia e

tutto

GP

di obici.

avanzavano per proseguire

loro

I

ad un Italiani

success

Kutusoff, che non aveva potuto vincere un sol corpo dell'armata Napoleonica, accorgendoci dei sopraggiunti soccorsi, non

si.

credè opportuno di persistere nella sua intrapresa.

mento cominciò lala

allora insensibilmente a diminuire;

non cessò del KutusoiT stabilì

tutto i

che verso

Il

combatti-

ma

la fuci-

le undici.

suoi posti avanzali alPimboccatura del bo-

sco, e prese posizione dietro la Korigea

lungo

z---

la

strada di Ka-

-

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fuga, alla disianza di

due miglia circa da Malojaroslawctz.

Gl'I-

rimasero padroni della pianura esterna e della ciUà,

taliani

la

quale non presentava che un mucchio di ceneri ed una moUitudine di cadaveri. Così

lini

fu seguila

to

da

menomo

il

una tali

hallaglia,.

disastri,

che raialincnie per

llalìani. Egli si

trovò

la

posizione dei Russi eccellente,

suoi

ai

e

stupì

si

fossero lasciati sforzare.

pianura superiore

la

luoghi che aveva-

i

Eugenio ed

dì gloria al principe

ed

In falli quei profondi burroni

no

fat-

Ghorodnia)

riparli (da

IO della mallina per recarsi a visitare

no servito per teatro che

gloria italiana

caso.

Napoleone alle

la

che non ne venne posteriormente

città;

alla

boschi che circondava-

i

un

sua situazione sopra

la

erto pendio interrotto da risalii a picco, ne formavano una fortezza ed

un campo chiuso per ogni

slantenicnte

il

suolo.

Non

vi fu

questo terribilmente eloquente!

guinose rovine,

le

Parlava però ba-'

parte.

mai campo

bili

ora vedevansi uscire dai rottami c trascinarsi

e

i

capelli abbruciali, e le

membra

co in quello stalo raccoglievano

il

ed ultimi onori

i

san-

per

resi dai granatieri

il

fila

che

feriti

coi

lacerale, e che

fiato

„.rimperatore, viva Pllalia; „ finalmente tristi

le

strade che sole riconoscevansi alla lunga

dei morti o di teste infrante dalie rote dei cannoni; tuli'

più di

di ballaglia

prominenti sue forme,

le

loro

a-

pur an-

" viva

gridare

fragore lugubre dei

alle

spoglie

generali e dei loro colonnelli uccisi, tutto provava la

loro

dei

violenza

e l'accanimento del conflitto. In mezzo a quest'orrore ognuno di noi vi scorgeva la propria gloria

:

ve

la

vide pur anco

l'

im-

peratore, che nel passare Ja rassegna deU'armala d'Italia, disse rivolto al vice-re: “ L'onore di questa bella giornata apparlie-

„ ne

totalmente a voi ed

„ deciso una cosi brillante

ai

vostri bravi Italiani,

vittoria.

i

quali

hanno

„

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a38

.

NOTA

(B)

CONVENZIONE MILITARE. soUoscrilfì,

1

dopo aver cambiali

rispellivi

i

pieni

atli .di

poleri, de' quali furono riveslili dai loro generali in capo; con-

vennero negli

sempre salvo

articoli seguenti,

sud-

la ratiQca dei

detti generali in capo.

Articolo

•

I.

A

contare dal giorno che

presente conven-

la

zione sarà siala firmala, vi sarà armistizio fra

che comandate da le

il

sig.

S.

M.

E.

S.

truppe comandale da

comandale da

Art.

11.

S. A.

il

le

lrup|)c francesi

fra le

truppe

delle potenze

durerà otto giorni dopo che

leale e le truppe francesi

alleale in Francia,

e

in

principe vice-re.

Questo armistizio

.truppe francesi avranno jìassalo

mate

sono

re di Napoli, quelle che

sotto gli ordini di S. E. lord Denlink, Italia

truppe austria-

le

maresciallo conte di Bellegarde,' il

delle

le

territorio occupato dalle ar-

il

tenendo

al-

direzione

la

strade che

delle

loro saranno assegnale.

Art.. 111.

Le truppe francesi

facenti parte dell'armata del

principe vice-re rientreranno dalle frontiere dell'antica Francia al

di là delle . Alpi.

le

ratifiche della presente

Art. IV. Se nel termine

due giorni dopo

di

convenzione,

ni,

il

loro

movimento per ritornare

0 per brigate,

secondo che

marciando per giornale

di

cambio del-

il

truppe

lo

in

pennelleranno

si

le

anche

per quelle

precedute dai

che

Tenda siano

le

slra'dc

del

si

fissale

trovano a

ed

commissarii

dello stalo maggiore gcneraie austriaco e francese,

sicureranno prima se

località,

porteranno su-

bito a Torino per le strade di tappa .che toro verranno

Piacenza. Esse saranno

sul mò-‘

Francia a divisio-

lappa, e col soggiorno ordinario.

Art. V. Le colonne deU'armala francese

sulla riva sinistra del Po,

non

francesi

esse) comincieranno

ricevono ordini del loro governo,

mento

le

ufficiali

quali

si

as-

monte Gipevra e Colle

di

praticabili pel passaggio delle truppe

i

e dell' arli-

Sìgilized by

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.

2 In questo caso

glieria nella stagione presente.

39

saranno seguite ,

dall'armata francese; in caso contrario quest'armata passerà pel

Monte Cenisio c per deU'art. a.°, ed

la

Savoia, conformemente

commissarii sopraccennali

i

slenze e

i

alla stipulazione

saranno -incaricati

che concerne

di regolare le loro marcic, e tutto ciò

sussi?

le

mezzi di trasporto cd alloggiamenti, conformemente

ai

regolamenti militari.

Art. VI. Le truppe italiane comandale dal vice-re conti-

'

nueranno ad occupare piazze che vi

si

tutta

parte del

la

regno d'

Italia

trovano, le quali non sono ancora stale

e

le

occu-

pate dalle truppe delle potenze alleale.

Art. VII. Le truppe austriache potranno attraversare

gno

re-

il

sto

d'Italia per la strada di tappa di Cremona e Brescia. Quemovimento non potrà cominciare che dieci giorni- dopo che

le

truppe

francesi

saranno messe in marcia per rientrare in

Francia.

Dei commissarii italiani accompagneranno le truppe austria-

che lungo

il

per far toro fornire

territorio italiano

raggi, alloggi c mezzi di trasporto, cd esse

non

i

viveri, fo-

potranno

esi-

gere altra cosa.

Art. Vili. Una deputazione del regno d'Italia avrà bertà di- trasferirsi

al

grande quartiere generale degli

nel caso che la risposta ch'essa avrà ollcnula

natura da tutto* riconciliare,

le ostilità

non

la

alleati,

fosse

li-

e

di tal

non potranno non ostan-

te incominciare fra l'armata austriaca, le truppe alleale e quelle

del regno d'Ilalia, che quindici giorni

dopo

il

ritorno delle de-

termina/ioni delle potenze alléalc.

Art. IX.

gnago cd

I

Osopo, Palinanova,

La. piazza di

forti

Venezia

e Le-

dipendenti saranno rimessi nel loro stalo at-

tuale all'armnia austriaca subito

dopo

la ratifica

della

presente

convenzione.. Questa consegna sarà eseguita nelle forme ùsilale il

giorno 20 del mese corrente.

Art. X. tulli gli

Le guarnigioni

di

queste

piazze sortiranno

con

onori della guerra, armi, bagagli, casse militari, effetti

d'abbigliamento dei corpi,

artiglieria

carte relative- airamminislrazionc. Gli

di

campagna, cassoni e

ufflziali

del

genio

cd ar-

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2

rimetteranno

delie 'piazze suddette

ti glieria

destinali tutte le carte,

j^rl.

XI. Tutte

a ciò

agli- ufflziaU

ed inventarli del genio ed

piani

i

arti-

medesime.

glieria dipendenti dalle piazze

amministrative

le autorità civili,

giudi-

c

guarnigione, sa-

ziarie,

che desiderassero seguire

ranno

in libertà di sortire, e |>otranno seco portare tutti gli ef-

fetti

e le Olirle relative al loro servizio. Rimetteranno però al

mento i

la sorte della

mo-

della loro partenza alle autorHà austriache tutte le carte,

documenti ed arcbivii concernenti

le

funzioni di cui erano in-

caricate.

Art. XII. Le truppe francesi, che

si

trovano in dette piaz-

ze, seguiranno la sorte dell'armata francese in Italia, e le trup-

pe •

italiane quella

delParmala

di questo regno.

Art. XIII. Nei caso che qualcuna delle piazze soprammen-

cambio della

zionate avesse capitolalo prima del

ratifica

della

presente, convenzione, le. capitolazioni saranno strettamente ese-

conformemente

guile to

al loro

tenore,

francesi che italiane rientreranno

amale

ma

guarnigioni tan-

le loro

senz' altra condizione alle

rispettive.

Art.

Xiy. Le truppe

delle quattro piazze suddette traver-

seranno per giornate di lappa ordinarla

il

territorio

dalle armate austriache, e saranno loro forniti

i

occupato

viveri,- foraggi,

alloggi e mezzi di trasporto.

Art.

XF. Saranno

comandanti

come per i

fatte delle

convenzioni ]>articolari fra

ed

rispettivi delle dette piazze i

tdocchi pel

modo

gli

ammalati e

feriti

comandanti

di

i

evacuazione

1

generali austriaci di

queste piazze,

che lasciassero negli

ospitali,

ed

mezzi di trasporlo da fornirsi loro.

Art.

XFI.

compagnare

le

no cambiale

ne saranno

maggiore

Gli ufflciali dello stato

incaricati d'ac-

diverse colonne di queste guarnigioni veglieran-

no all'oggetto che

le

vetture fornite dai paesi pei trasporti sia-

In ogni luogo di lappa.

I

comandanti delle colon-

risponsabili dell'esecuzione di questo articolo, e pre-

steranno in tutto

la

manó

ai

commissari! austriaci in caso di re-

clami.

Art. XVII. Degli

uffiziali

di stato

maggiore, francese ed

i-

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a4 talìano saranno subilo spedili nelle diverse piazze

noscere

ai

rispelllvi

comandanll delle medesime

il

per

I

far co-

presente ar-

mistizio, e portar Foro l’ordine d’uniformarsi alta esecuzione delia

presente convenzione. jirt.

Xf'lU. La presente convenzione

militare sarà nel ca-

so della sua ralilicazione cambiala nel più breve termine possibile. In fede di

nia, e

il

che

i

sottoscritti vi

hanno apposto

la

loro

llr-

suggello della loro arma.

Fallo al castello di Schiarino-Rizzino davanti di

Maulova

li

16 aprile 1814. cavaliere dell’ordine di Maria Teresa, Il conte di Neipperg, gran croce dell’ordine di sant’Anna di Russia, cavaliere di quello di s, Giorgio, commendatore dell’ordine della spada di Svezia,

ciambellano di S. M.

sciallo,

comandante

la

I.

R.

apostolica,

luogolenenle

vanguardia dell’armala

In virtù de’ miei poteri, ed in qualità di delle armate di S. M. l’imperatore d’Austria

biamo approvato e

ratiQcalo,

mare-

d’Italia.

generale in capo in

Italia,

approviamo e ratilichiamo

noi

ab-

gli

ar-

suddclU della presente convenzione militare.

ticoli

l»ato a

Verooa

li

17

aprile

1814.

Il maresciallo Cu.nte di Bellegarde.

Il

ficiale

generale Dode della flrunnerie, barone dell’ impero, ufdella legion d’onore, comandante in capo del genio del-

l’armata d’Italia.

,

Sottoscritto Dode.

Zucchi, generale di divisione, governatore di .Mantova, ba-

rone dell’impero, ufQciale della legion d’onore e cavaliere della corona ferrea. MaiitoTu

li

16 aprile i8i4.

Ratificato da noi Ficcare d’Italia

Edgemo.

lO

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—

.

LIBRO QUARTO. —oOOlJ^OCxo

GLI UOMINI.

Uno

Stato felice e tranquillo è certamente ai libe-

rali studii

più conveniente, che uno torbido, precario e Le continue discordie tra il senato ed il povario mutamento di governo, di

sconvolto. polo,

il

successivo e

re, di consoli

e

di tribuni

militari,

lo spirilo

di con-

quista, le incessanti guerre, e quindi la stretta necessità

sempre Tarmi

di aver

nemico, lutto

ancora

riflesso,

in tal

che, senza

e di star in faccia al

aveva

considerati

pazione e alla gravità di più

mano

alla

ciò impedito

applicarsi agli studii,

un

ai

primi Romani di

siccome

cittadino

frivola

occu-

non confacente:

venne a confermarli

pregiudizio

il

aver mestieri di studii, già essi di

giorno in giorno ingrandivano, giugnendo colla sola ed esatta militar disciplina, e colla sola costanza a vincere

e a signoreggiare le nazioni

venuti re,

i

del

mondo. Ugualmente,

barbari a travagliar per tempo lungo con guer-

con incendi!

e

con rapine

l’Italia,

e

costretta essa

ad obbedire a re per nascila, per natura, per educazio-

ne

rozzi, fieri e violenti,

i

quali

altra legge

non cono-

,

scovano fuorché quella del lor capriccio e del lor furore, altro

non apprezzavano che

la militare ferocia,

ed

'

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244 ignoranti erano in maniera da non saper soscrivere gli

non

editti,

si

medesima

la

centonovantasei

milleottocentoquatlordici, quasi senza

al

medesima

necessità

mano,

pensare

che dall’anno millesette-

ira di guerra,

posa, agitò tutta Italia, e lo spirito e la

nè pur

potuto, anche allora,

è

Parrebbe quindi pressoché miracoloso come

agli studii. Ira

di

stesso di conquista,

aver sempre

1’

armi

alla

rinvenir dovessero le scienze, le lettere e le arti

splendida protezione, e sorgere a glorioso e florido stato:

modo osserveremo

ad ogni

caduto, mentre alla

Italia

studii

gli

fine del

esser ciò altra volta ac-

minor

tracollo

decimoquinto e

al

soffersero in

principio del se-

colo decimosesto, che nel decimosettimo, in cui essa Itatrovava accidiosa, perciò ‘più tranquilla. Levato

lia

si

re,

uom com’era

di

grande animo e

da sé medesimo a condizione stare gran

si alta,

nome non meno che

il

di gagliarda natura,

e

bramoso

di acqui-

vasto impero, pensò sa-

viamente che, sipcome còl valore delle armi ottenuto secondo, cosi me^zo opportunissimo a conse-

avrebbe

il

guire

primo sarebbe

il

concedere

ai dotti,

stata la protezione e

il

favore da

invitando alla di lui corte, e sollevan-

do ad

ufficii

dii di

ogni maniera avessero avuto più chiara fama. Se

0 ad onori grandissimi coloro, che negli stu-

non che volgendosi talvolta la munificenza dei principi a un genere di studio piuttosto che ad un altro, questo allora si vede sopra gli altri essere coltivato. Finché Roma fu libera l’eloquenza, più che la poesia, venne onorala, e la eloquenza prima che la poesia giunse alla sua perfezione; gli ameni studii più che i'serii piacevano a Mecenate e ad Augusto, e quelli più assai che questi furono .

in fiore a'ior ,sofi,

e

Roma

tempi; Antonino e Marc’ Aurelio erano fu piena allora di

filosofi,

fìlo-

singolarmente

greci; quasi tulli gl’imperatori dei primi tre secoli fu-

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245 dell’ astrologia giudiciaria,

rono seguaci

Roma:

impostori da ogni parte correvano a

accarezzando

tutti

particolarmente

i

e gli astrologhi

dotti, si

delle fisiche e delle naturali, e ciò perchè

unicamente mirava

degli studii loro

re d’Italia,

il

mostrò propejiso a favorire coltivatori delle scienze, matematiche, i

e felice la condizione dell’

uomo,

a

il

risultamento

render piu nobile

e ridondava a benefizio

eziandio del povero, perciò dell’universale; laonde cominciò allora veramente li

il

fervore per quegli studii, dei qua-

adesso cogliam frutti

si

grandi, si maravigliosi, sì

utili.

In que’ giorni pertanto di grandi ardimenti, in cui gli uo-

mini eran superbi siccome Aiace quando sfidava ed in cui ali,

si

i

numi,

lasciava che le aquile spiegar potessero lor

nella pienezza della libertà, per

cielif ridicolo

essendo

il

l’immenso spazio dei

pretender che volino tenendole

chiuse tra cancelli di ferro, quella munificenza e quel favore ebber

la forza di

zione negli studii.

risvegliare

Può bensì

T impegno

trovarsi alcuno

soddisfar solamente al suo genio

si

e la emulail

quale per

volga agli studii,

ma

non sarà questo un fuoco che si dilati an»piamente e alia moltitudine si comunichi se non è dall’onore e dal favor pubblico avvivato: se questi stimoli vengano a mancare gli studii, i quali non si non v’ha uomo che si sottoponga a una fatica, dalla quale non isperi onore o mercede. Quindi, come suole spesso avvenire, portandosi gli uomi-

cesseran tosto e illanguidiranno

coltivano senza fatica, e

ni

naturalmente a ciò che veggono dover loro riuscire

onorevole e vantaggioso, singolarmente in un monarchico governo, in cui ogni cosa dipende dalla volontà del

re,

molti vennero nella speranza di giugnere per gli studii al

grado medesimo

di lieta e ridente fortuna, cui

tanti altri inalzati; gli

miravano

laonde molti, non eccettuati, come ne-

andati tempi, alcuni nobili, a coltivar

si

volsero

gli

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24€ vedeano grandi onori e

studii stessi, ai quali conceduti

grandi ricompense. Cosi sanamente valutati e facendo slima qualità,

non p^r

il

governo di essi per

il

uomini,

siccome già più volte abbiamo

la nascita,

osservato, avvenne che della

gli

le personali loro

suolo

regno, ad onta'

dell’ Italico

continuità delle guerre, fecondo

si

mostrasse di

personaggi dottissimi, dovendosi perciò concbiudere, che la fòrza intellettuale è

maggiore

là ov’è

minore

la intolle-

ranza, e che la munificenza dei principi è cagione principale del fiorir degli studii, la quale se venga

meno

ne-

cessario è eh’ essi languiscano, e a poco a poco in deca-

denza discendano.

Prima

della battaglia di

Marengo,

le scienze, le lette-

re e le arti furono in vero atterrite e fugate dal furore e dalle soldatesche rapine.

Il

Laocoonte, l’Apollo di*Bel-

vedere, la Venere dei Medici, la Tavola Isiaca,

i

disegni di

i

quadri più preziosi di Raffaello, di Coreggio,

di Tiziano,

di Paolo, in somma, quanto di più bello e di

Lionardo,

più pregevole possedeva Italia di scarpelli, di pennelli, di matite e di penne greche, latine, italiane e forestiere, era stato trasportato a Parigi.

Anche

la

lingua era stata in

istrana guisa corrotta per la introduzione di molti gallicismi, laonde

d’Italia

era

più Bel fiore,

il

taglia di

no

Marengo

fu vinta

1’

bell’ornamento piazze',

Ma dopoché

anarchia, e le

un ordinato governo,

gl’italiani

più

calpestato nella polvere delle

pergami, sulle cattedre, nel foro. volsero ad

il

le voci,

sui

per la batcose

si

ri-

che chiamava-

a coltivare la ricca eredità degli avi, eb-

bero ascolto, e colla speranza di veder sorgere un’ era Italiana si diede

mano

tivar le scienze, le

gnaché l’abdicare

a ristaurare la letteratura, a col-

arti e la

a riformare la

lingua, avve-

lingua nazionale sarebbe stato cer-

tamente segno, che più non

si

pensava ad esser nazio-

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247 moralmente distinta. Per le quali cose ci par manifesto, che i tempi, dei quali discorriamo, nonché esser epoca di decadenza, debbano lie

dalle altre politicamente e

come

piuttosto riguardarsi

buoni studii tra

principio al risorgimento dei

noi.

Trapassati già Parini, Gozzi ed Alfieri, fi

i

quali, alla

ne dello scorso secolo,pel rifionmento delle belle lettere

tanto affaticato rotti, viveva

aveano unitamente a Melchiorre Cesa*

si

ancora, al sorger del regno, quest’ ultimo.

Nato a Padova

in quel Seminario con letterarìi,

ma

la

e ancor

lalo la Sapiensa,

germi

non

meno

d’ insegnamento^ se

i

i

suoi studii

tempo maturo. ch’hanno quegli

anzi

trovò lo stesso diletto nella

fi-

matematiche, forse per vizio

nelle

non che

libro di Charron, intito-

il

cooperò a sviluppare nell’anima di Gequella vera

di

prende nelle scuole, ed a spirito,

successo

immaginazione di ciò

studii di seducente,

sarOlU

povera famiglia, compieva

brillante

dando prova d’ingegno

Colma però losofìa,

maggio millesettecento-

quindici di

ai

Irenla d’antica e nobile,

che diresse

la

sua

opere. Professata retorica

filosofia

vita e

nel

che non

si

ap-

ottenere quel filosofico

largii

che caratterizza

le

sue

seminario anzidetto,

di-

chiarossi apertamente contro le prevenzioni e la pratica delle scuole, scegliendo zii

soggetti

che

gli

sempre ne’suoi pubblici

eserci-

porgessero occasione di combatterle.

Apertagli dal celebre letterato Giovanni Antonio Volpi la ricca sua biblioteca, e

pascendo

Io spirito di tutto

quanto

era in essa, raccolse più di dodici volumi di esami, di citazioni e di scelti passi di letteratura antica e

na, greca, latina,

italiana e

francese.

moder-

Abile poeta voltò

in versi italiani alcune tragedie di Voltaire, premettendo

ad esse

tre

d^r arte.

discorsi,

pieni di

filosofia

e

di cognizioni

Mentre a Venezia festeggiato veniva da

tutte le

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248 più

illustri e

colte persone

della città, Carlo Sackville,

i poemi di Ossian. Traducendone Sackville a Cesarotti i pezzi principali, tanta fu r ammirazione, ch’eccitarono essi in quest’ultimo,

conoscere

giovane Inglese,

gli

da determinarlo

sull’ istante

fece

ad imparare l’inglese.

Ora

misura che volgarizzato aveva uno dei poemi del bardo Scozzese, lo ponea tosto in versi italiani, e con celerità sì

prodigiosa da terminare

lavoro rotti,

il

lavoro in

il

più celebre fra tutte

e che veramente ridestò

sopite in que’dì nella sazietà

le

men

di sei mesi,

opere in versi di Cesa-

le Italiane

immaginazioni

ed in una specie di lan-

guore. Volle allora ciascheduno scrivere in quello

stile,

che appellato veniva ossìanesco, e che, ammirabile in un’ opera

sola,,

divenne insipido e insopportabile in tutte.

Sedotto lo stesso Cesarotti da tanto applauso, non più scrisse altrimente, di guisa

.alla

di

che

Omero

fatto sovente parlare

gli si

rimproverò di aver

collo stile dì Ossian. Eletto

cattedra di lingua greca ed ebraica nella Università

Padova, e successivamente nominato segretario per-

petuo

mia

della classe delle belle lettere,

di scienze, lettere ed arti,

adempiere degnamente colle

sue

fatiche la

concittadini.

Perciò

anzidetta, lesse

in

a’

suoi

officii

stima in che

come

,

di quell’ Accade-

non pensò più che ad ed

a

segretario - dell’

ciaschedun

giustificar

lo tenevano

anno, nelle

tornate, quelle Relazioni accademiche, in cui

i

suoi

Accademia pubbliche

mostrò tan-

ta estensione nelle cognizioni e tanta varietà nell’ inge-

gno, e

come

gnamente

la

professore, affin di attestare di sostener de-

cattedra affidatagli, tradusse Demostene, le

aringhe scelte di Lisia e crate,

l’Iliade di

Omero,

e note critiche, delle

d’ Isocrate,, l’apologià di

scelti passi,

So-

con osservazioni

opere di Antifonte, di Andacide,

di Lisia, d’ Isocrate, d’Iseo, di Licurgo, di Eschine, di

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249

Demade egli

e di Dione. Considerato quale scrittore, trovasi

mancar

purezza, abbondar di neologismi, soprat-

di

tutto di gallicismi,

tempo

(

letteratura d’Italia. si

difetti

che hanno avuto

Ad onta però

può negare che Cesarotti non

di queste

una vasta erudizione, illuminata

abbia congiùnto

v’

dalla tilosofia ed

da vezzo di pedante, che, finalmente, non di scrivere

attraente.

mende, non

sia stato dotato delle, più

eminenti qualità dello spirito, che non

maniera

per lungo

forza è confessarlo) conseguenze funeste per la

immune

siavi nella

sua

alcun che di robusto, di brioso e di

Dovea quindi

il

re giustamente apprezzare qpe-

lo apprezzò quando, siccome abbiamo veduto, col poema intitolalo Pronea, e colParinga in prodi Padova ebbe tanto a stuzzicar l'ambizione dì lui, onde a Cesarotti venne la generosa pensione e la commenda dell’ Ordine della Corona di ferro; ricevuti appena que’ reali favori moriva a’ di tre novembre del

st’uomo, e maggiormente

milléottocentollo.

Educalo da Cesarotti, Ugo Foscolo, nato nel millesetlecenloscttantacinque,

Repubblica nova con

Cisalpina,

somma

e

si

trovò

Zante

al

fece soldato

si

all’

assedio

genti di Francia. Venuta la pace per la vittoria di

rengo, Foscolo le

VUime

se

medesimo

si

ridusse a Milano, ed

lettere di tal

ivi

moli

dell’

Jacopo Ortis, nelle quali rappresentò

qual era nei casi della sua

anima sua;

con gagliardia, ed

i

Ma-

diede alla luce

vita, nel-

l’indole, nelle opinioni, negli errori e in tutti stosi

della

dì Ge-

costanza sostenuto per nove mesi dalle

le passioni

quadri vivamente

vi

i

son

coloriti.

temperitratte

Volgariz-

Chioma di Berenice, di Callimaco, cui a^iunse commenti copiosissimi, e, appresa la lingua inglese, belzò la

lamente ed accuratamente volgarizzò .pure

il

sentimentale di Sterne. Lasciala

delle

la

carriera

Viaggio

armi

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250 e rilraltosi in

una

presso

soliludine

Brescia, dettò

Carnie dei Sepolcri^ componimento del quale Italiana

non ha

forse altro più

perfetto, più forte, più

E

musicale, più brillante in colorito.

conservando sempre una getto,

tinta

delle parole, le

Luigi

fu

il

perle;

i

e

al sog-

e imitare colle idee

come pure

colla proprietà

Foscolo nel milleotlocenlotto eloquenza nella Università

professore di

a

di

immagini che volea rappresentare. Mor-.

Cerrelti,

nominalo

filza

oscura conforme

ha saputo l’autore seguire

e col movimento del verso,

to

tutto oro forbito;

possono assomigliare a una

versi si

il

la poesia

Pavia, ove aperse

il

corso

degli

sludii

di

orazione

colla

Dell’origine e dell’ ufficio della letteratura, orazione di

un carattere grave bondevolissima di sinuazioni bella

del

nella

prima parte, nella seconda ab-

lutti gl’ incanti della

eloquenza

ministro dell’ interno e

le

donna acciò Foscolo non trascurasse

;

le in-

preghiere di in quella ora-

zione di tributare al re le solile laudi di formalità, non valsero

(

ardente

nobile fierezza di

abrogala era di

repubblicano com’era) lui, li

a

rimuovere

la

di guisa che, sotto color di riforma,

a poco la cattedra stessa, e

dopo obbligalo Foscolo, per certe

allusioni,

che

due anni si

pretese-

ro nascoste nelV Aiace (tragedia, che rappresentar fece nel teatro della Scala in Milano) ad esular da

e a riparare in Toscana.

Ivi,

Lombardia,

nella stanza di Camaldoli,

scrivea altra tragedia intitolata la Ricciarda, nella quale,

come nelV Aiace, mostrò quanto

collo studio e col-

l’esercizio migliorato avesse nello stile, ch’è fra quello di Alfieri e di Monti.

Stando

il

regno per cadere, Fo-

scolo volò nuovamente a Milano, unendosi a coloro che

dimandavano Eugenio

a

moderatore

dell’Italia.

Ma

riu-

quegli sforzi, bisognoso di tutto, dovette

ri-

coverare in Elvezia, cercando, finalmente, un ullimo

ri-

sciti inutili

D:;!'

by Googli-


251 fugio in

ove

Inghilterra.,

trapassava

il

giorno dieci di

ottobre del milleottocentoventisette.

Non contemplando Ugo Foscolo che un disperato nulla, che l’eterno silenzio la

la Religione,

morte, que’

senza

esse tutti

rona,

a’

le

tombe,

dì tredici

anziché lo sconforto, sparse

e,

Nato Ippolito

della speranza.

novembre

educato a Modena

latre, fu

alla

cui presenza troppo orribili sareb-

la

fiori

i

versi scossero

ferali

quale facendo eco

il

seder invece ne’suoi Sepolcri maestosa

fè

bero a mirarsi

nei suoi Sepolcri

orrore della distruzione e

cetra d’ Ippolito Pindemonle,

voce di Ugo,

fra

della

l’

i

Ve-

sacerdoti della Congre-

manifestò

gazione di san Carlo, ove studio vivissimo amore.

a

del millesettecentocinquanfra

Riuscito

per ogni sorte di

eccellente poeta, so-

buon gusto, i buoni principii e il non levando però sino al millesettecen-

stenne ed avvalorò studii,

gli utili

tottantacinque gran

nome

no altissimo volo,

le

meritaron

le lodi dei

di sé.

Ma

spiegato in quell’an-

Prose e poesie campestri dotti

Italiani,

opere migliori della patria letteratura, e

ad onorarle

anche

i

forestieri.

di lui

vennero poste solleciti

Le Epistole

gli

tra le

furono posero

una seconda corona di alloro; poi scrisse 1’ Arminio, tragedia che appartiene ai più ingegnosi componimenti del Parnaso italiano. Sermoni pieni di forti

sul capo

concetti, e volgarizzò,

finalmente, l’Odissea di

che riuscì lavoro elegante, fedele, castigato

r argomento ogni

il

colla

Omero,

qual volta

domanda, splendido ancora e robusto ; ad

modo non mancarono

ragoni

e,

traduzione

le

critiche e

dell’ Iliade

fatta

i

maligni pa-

da

Vincenzo

animo d’ Ippolito di bei sentimenti e di patrio amore, non accarezzò mai il re, nè alcun altro polente, si tenne sempre lontano dalla corte, e volentieri rinunciato avrebbe anche al titolo, che gli si conMonti. Acceso

l'

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253 coll’ eleggerlo dell’ Islilulo,

feriva

Umor

se

-di

taccialo di orgoglio, o quello forse d’ irritare

non

lo avesse ritenuto.

età,

c

il

essere potere,

setlantacinque anni di

ai

tanto religioso da parere ad alcuni insolenti bef-

mente serena

insino bigotto, colla

fardi di

Giunto

una

e colla

fiducia

vita avvenire, placidamente, ai dieciolto di

novem-

bre del milleotlocenloventollo, addormivasi nel Signore.

Ben diverso da Pindemonte, Luigi Cerretti, più soil quale nasceva à Modena il giorno prinovembre del inillesellecentolrentollo, profanò la sua musa, da prima vòlta alla religione, con soggetti dei più licenziosi. Pur l’Università di Modena lo prenpra accennalo,

mo

di

dea per segretario, destinandolo poscia, e di

cinque anni,

mente lezioni

all’

alla cattedra

altra di

cellente riuscì

Cerretti in

gente correva in

dore

folla

a

tal

di dettar

precetti generali, per

modo

di

commenti,

maniera

arie, in

che

ecla

ad ascoltarlo. Abbracciale con ar-

le parli della

rivoluzione, fu egli nella Repubblica

membro

della Deputazione d’ istruzione pub-

Cisalpina, blica,

ambasciatore

al

duca

e con lode,

abbenchè

quenza nella Università

di

Parma, e direttore degli

Bologna

studi! nella provincia di te,

Usandosi allora

laconicamente disposte in

indi svilupparle verbalmente

soli venti-

romana, successiva-

di storia

eloquenza.

;

nel regno

in avanzata

di

Pavia, della

quale era Reg-

gente,

quando

marzo

del milleotlocenlotto. Riuscì Cerretti

di anni sellanlanove

nuovamen-

età, professò elo-

moriva

a’ di

cinque

molto bene

npl genere lirico, in cui si studiò d’imitare la graziosa

e naturale maniera di Orazio;

avvenne alcuna volta di

nuocere

alla

di

ma

attendendo a ciò

troppo rammorbidire lo

nobiltà della dizione.

Le poesie,

gli

stile e le pro-

se scelte e le Insliluzioni di eloquenza del Cerretti so-

no opere stimabilissime.

-


253

nome

Il

di Luigi

Lamberti

concittadino quasi di

(

CerreUi per esser nato in Reggio di Modena, correndo l’anno millesellecentocinquantollo, moriva nel dicembre del milleoltocentotredici

),

nome

il

Nondimeno

poesie.

rano tutte

le

che per

grazie e la eleganza dello stile nativo, spe-

Nido degli Amori

Cantici militari di

Anacreonte

di

:

membro

del

Milano

Tirteo

quanto

sono tutte dettate con purgatissimo a

del

e

prose

alle

Trasferitosi

stile.

millesettecenlonovanlasette

nel

Congresso Cisalpino; successe

poscia

Parini nella cattedra di belle lettere in Brera, e

Ordini della

insegne degli

Corona

di ferro

edizione di

lìca

Legione

ebbe

onore e della

di

e dodicimila lire dal re per la

;

Omero

fu .al

fu di-

rettore di quella biblioteca; sedette nell’Instituto; le

le

alcuni volgarizzamenti dal greco spi-

cialmente quelli dei

Lamberti

Lamberti

Luigi

di

saliva in grido più per le prose veramente,

magni-

(la più pregevole fra tutte per

nitidezza e bella forma di caratteri) che avea fatto ese-

guire dal Bodoni in

Parma; ammaestrò finalmente

nel-

la italiana letteratura la vice regina.

lAbilitata cosi

a

conoscere

linguale

per quel

valent’uomo

e ad >assaporare

dei;,

nostri

la

le bellezze

principessa della

carmi, dedicata l’era

nostra

una lunga

i Bagni di Abano, d’un giovane, il affaticava in il pane, e che per nutrirsi un assai umile impiego del foro. Venuto in fama per un poema degli Ulivi, non sopportò il governo che quel giovane avesse a continuare in offizii non cob-

anacreontica sopra

quale piativa

•

venienti all’indole e alla coltura del suo ingegno, e lo

nominava liceo

di

tosto sostituto alla cattedra

Brescia,

indi a

storia nello stesso liceo.

nato a Brescia

il

professore

di

di

eloquenza nel

belle

lettere e

Quel giovane era Cesare

Arici,

due luglio milleseltecentottantadue

c

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254 morto

il

due

eccelleule

milleoltocenlotrenlasei,

luglio

nelle lettere, di

anima temperata

alla

mitezza dei sen-

timenti, e d’ ingegno alto a dilettare e ad instruire de-

scrivendo, meglio che

im-

della

colla forza

a colpire

maginazione, o a scuotere colla veemenza delle passio-

Quindi

ni.

palme più gli Ulivi,

il

campo

potè mietere

cui Arici

in

le

sue

poesia didascalica: quindi, oltre

belle fu la

per cui ebbe dai viceré dimostrazioni speciali

aggradimento, cantò della Postar

di considerazione e di

risia, principale dei suoi poemi, dei

rigine delle fonti, ottenendo

la

Coralli e dell'O-

giusta celebrità di ele-

gantissimo scrittore di versi, e di maestro del vestire

poeticamente

le

materie più ritrose a ricevere

fatto

sì

ornamento. Vagiva appena suoni mandava

musa

la

di

Arici, e

quella dell’ ultimo

tuttavia dolci

che rap-

dei poeti,

presentasse ancora l’indole letteraria del secolo scorso,

essendo allora quell’ antica scuola pressoché interamente

scomparsa. Era questi Iacopo

Vittorelli, di

Bassano,

uomo

mansueto, modesto e di una semplicità grandissima di costumi, le cui Anacreontiche ad Irene, spirirendevano più popolare e diffusa

tose, ornate, eleganti, la

fama

di lui,

avendo

cezza del mele, e non giglione.

una ti,

Una grande

somma

evidenza

e particolarmente

tutte,

o pressoché tutte,

mancando

la dol-

nella chiusa del

pun-

sceltezza nelle frasi, congiunta ad la brevità stessa dei componimenuna rara spontaneità, da competere ;

colla metastasiana, facevano queste canzoncine la delizia di ogni

genere di persone. Vittorelli, cui ,l’ Italia conti-

nuerà ad annoverare durerà ad essa

la

tra

i

suoi cari

propria lingua e

l’

era nominato Ispettore agli studii, e gio dei dotti. Nato

il

dieci

fino a

poeti,

amore

membro

novembre

che

della poesia,

del Colle-

del millesettecen-

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255 loquarantaDove, moriva

a’ di

dodici giugno milleottocen-

totrentacinque.

Venendo splendevano i

uomini,

agli

tra

i

ed

lettere

di

retorici^

ai

primi Compagnoni, Mabil e Cornianì, tra

secondi Giardini e Soave.

Giuseppe Compagnoni, nato a Lugo rendersi

sostenendo

Reggi,

ma

Minor conventuale;

gliosi ingegni

tre

il

marzo

deliberato aveva di

del millesettecentocinquantaquattro,

un padre

oppostosi

più parte dei grandi e maravi-

la

spiriti bizzarri, e, soventi

riuscire

volte,

allontanandosi dal retto sentiero, turpemente piegare a

mala

via, si fè prete. Profetò

il

Reggi

come pervenne

strato dalla fortuna,

perciocché, dopo

:

uom

aver Compagnoni condotta vita di

di lettere, bale-

la rivoluzione,

be-

vette egli pure al calice di Babilonia, dimenticando affatto

il

carattere, di cui era

sagro

insignito. Sostenuti

da Compagnoni molto splendidi

pertanto

Repubblica

Cisalpina

e

e

nell’ Italiana,

pubblicati gli Elementi

principii di gius pubblico universale,

tone intitolato del

Epicarmo o

Tasso, era nominato

segretario generale del

Consiglio

dine

alla

instituzione

quello

di

viglia,

di

che nel re destò

:

le

dal

natamente tutti

i

senato, riferire,

membro

e quasi colle

del

prede, e

codici penale,

insegne dell’ or-

da Compagnoni

operate

quale udì

nella

Veglie

aveva per la mara-

la lettura fatta

della relazione verbale delle cose

giorno

le

le

det regno,

delle

dei

avea pur

ferro, e

nella

tempo

dialogo di Pla-

Consìglio di stato,

commercio

Corona

il

Spartane, e

medesimo, giudice

della

pari

lo

chiamato a parte della formazione militare e dì

offìcii

in

repubblicano, ossia

di diritto

il

1’

re

antecedente

molto ordi-

medesime sue

parole,

lunghi ragionamenti ch’egli stesso aveva tenuto.

Aggravato

Compagnoni

di

tanti

incarichi

,

non ebbe

«

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256 agio

(li

faticarsi allora in

gasi l’Orazione scritta in

stato

ma

:

spento

alcun lavoro di lettere, se

morte

pubblica, rientrava nella carriera dei buoni ed dii,

dando

che

gli

fuori

molte opere e

molti

stu-

Avanzalo nella

traviamento antico, ne implorò indul-

il

gliela polea

ventotto

utili

volgarizzamenti,

meritarono fama non peritura.

vecchiaia, detestò

genza da chi solo lano dal

tol-

Mosca, Consigliere di

di

regno, e tolto alle cure della cosa

il

al

concedere, e moriva a Mi-

dicembre del milleotto-

venlinove

centotrentalre.

Pier Luigi Mabil, nato in Parigi

il

trentun agosto

del millesettecentocinquantadue, e di cinque anni di età

condono da un abate

Piovini in Cologna, terra in quel

umane

di

Verona, studiò

la

laurea in legge a Padova.

Non avendo però

per

lui

me

allo studio dell’agricoltura,

zìonc

grandi attrattive,

ai

coltivatori

di diffondere tra rie,

i

Monlagnana e prese

lettere a

si

laonde stampò

le

una Memoria sull’indole dei giardini, voltò in italiano il poemetto latino la

Calliopedia.

Municipalità di Padova la

di (Verona,

scorsi

;

e

compose

di Claudio

prima

della

poi segretario generale di queli

due tanto famosi

di-

e Dell’influenza della poesia sui

costumi delle nazioni; assistette nel gennaio dell’anno

membro

Mabil fu

pronunziando colà

Detv emulazione,

Mezzi

i

migliori istruzioni agra-

poc.sie, e

Quillel,

Instru-

la

canapa nazionale,

della

villici

Bartolo

dedicò alle lettere, e insie-

ai

Comizii di Lione; e era chiamato a

milleottocenlosei

insegnare letteratura classica latina e italiana nella Uni-

compose

e re-

citò la pvo\usiontì=^ Dell’ufficio dei letterali nelle

gran-

versità di

ili

Padova;

in quella circostanza

politiche mutazioni, in cui ebbe a spiccare proprietà

e nettezza

di

maniere congiunte a quella

concitata, or maestosa, che riluce c

si

facondia

ammira

in

or

tutte

•

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257

,

le orazioni, la

che indi a non mollo. egli pubblicava. Dal*

cattedra di eloquenza, alle cui lezioni (invaghiti della ele-

ganza e chiarezza, con che Mahil esponeva

la

copia e la

gravità delle cose) associavansi spesso alla scolaresca estranei uditori^

lenne

i

quali

non partivano senza aver prima

modo commendato

i

pregii

in so-

ammirali neirilluslre

professore, dalla cattedra di eloquenza passava egli a coprir quella di

diritto

pubblico interno

•

del regno,

non

durando però in essa' che brevissimo tempo, perciocché il 're lo chiamava ad essere segretario archivista del senato. Di ciò che fece al senato ei non parlò mai, svergognando, forse, di aver appartenuto ad un .corpo, di 'cui conosceva Tassolula nullità: ad ogni modo, riducendosi a poche le

sue (accende,

gli

rimase molto di tempo per attendere

diletti suoi studii,

dando fuori perciò

le

ai

Lettere Stellinia-

ne, opera celebrata e forbita, ed occupandosi della versio-

ne della Vita di Agricola,

«lei

Sogno

di Scipione e di

Mabil moriva Tolto di marzo del milleotlocen-

altri lavori.

mento

dei

mentre pensava di dar mano al volgarizzadue libri dell’Agricoltura di Plinio, quasi lìnir

volesse

la

sua letteraria carriera con quella scienza, con

lolrenlasoi,

cui Tavea cominciala. Scrittore Giovambatisla Corniani (nato agli Orzinovi, nel Bresciano,

Tanno millesctte'cenloquaranladue

e

morto

Tolto di nòvembre del milleollocentotredici) scrittore di tragedie e commedie, di

un

delTA/ewa«wa poe-

trattato

sia, degli elogii de’ suoi amici Duranti,

Cerini,

Carli,

Luciano allora in

e

Cappello, Covi,

Carcano e Brugnoli, di un Saggio sopra

àeW Analisi

del gusto e della

un campo ben maggiore

:

egli

mom/e, entrava dava

alla

luce

quelT.opera, bella e pregevole per istoria c per filosofia, intitolala: l secoli delta

neva dal re

titoli

letteratura italiana, onde otte-

e posti di onore. >7

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258 .

Profanalo da Coinpagnonr

sacerdotale,

caraltere

i!

Elia Giardini lo ebbe invece in tanto pregio da rendersi prele,

come

tredici di

fu vedovalo della moglie.

matica e

il

ad

ancora,

gramcbiamato era,

leggeva

parire. clve

scuole Pavesi,

retorica nelle

giovanissimo

uguale

quella Università diritto civile,

quenza,

Nato in Pavia

gennaio del millesetlecentocincpiantalre, e stu-

diale belle leìtere sotto .suo

ufficio.

Lesse poi

professò storia

in elo-

Compose

finalmente, vi fu bibliotecario.

e,

ed

gli

tratti dalle opere dei miuna Breve introduzione alla toscana

Elementi dell’arte retorica gliori maestri,

*

pubblico diritto le Lettere scelte dei mi-

poesia,

fe’ di

gliori

scrittori Italiani

con una^ breve isCruzione sulcbiamato era a Milano a far parCommissione per il volgarizzamento dal france-

lo stile epistolare, e te della

se in italiano e in latino vita intemerata,

ra morale, piamente ,

Dopo

codice Napoleone.

del

ed ordinala tutta secondo

la più

auste-

moriva nel settembre del milleotto-

cenlotrenladoe. Provati varii casi in Lombardia ed

Napoli

in

in

,

conseguenza della rivoluzione, e scritto moltissimo tanto

quanto nelle

nelle scienze

meggiano

le

lettere, fra

i

quali scritti pri-

Irenlaquatlro Novelle morali da leggersi con

profitto dalla gioventù, Francesco Soave, nato a

Lugano

nel millesettecento quarantasette e* della Congregazione (lei

clierici

regolari di

Giardini nella

Somasca,

era

medesima Università

cattedra dell’Analisi delle idee di logica e metafisica.

:

di Pavia, ove salì la

pubblicò allora un Corso

Annoveralo Soave

mèmbri deirinslilulo di scienze, quando egli seppe che si desideravano trenta

scuole elementari del regno,

grande ingegno,

si

del

collega

fallo

esibì,

di estesa dottrina e. di

fra

lettere libri

prirrli

i

ed

arti,

per tutte

uom com’era

le

di

costumi ingenui

Digitized by

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259 e sìnceri, non solamente

da

Iraltalelli diversi

migliorare e perfezionare

tli

Fui altre volte pubblicati,

A

giugnervi quelli ancora, che mancavano.

un Corso

se

tal

di eloquenza italiana, secondo

un Compendio

di Blair, poi

ma

di storia sacra,

i

uopo

morte

la

lo coglieva

ste-

principii

uno

mitologia, e stava preparando quel della storia

romana, quando

i

di ag-

della

greca

e

diciassette gen-

il

naio del milleottocenlosei. Cosi può dirsi che Soave abbia steso libri per guidar

tornare, ove

vere per

pensi non esser fatica

si

fanciulli,

fino al-

gli

deve

lo

scri-

da poco

sviluppando dalle pesanti forme que-

insegnamenti per porgerli convenienti

gli le

i

fanciulli dall’ abbici

i

che sicuramente gran lode

la Università, del

alle lor picco-

capacità.

mezzo cominciato avevasi

In questo

una

a Milano

vasta collezione di classici Italiani affin di supplire alla

gran costo, o tron-

penuria’ delle vecchie edizioni o di

che, 0 per

la

,

qualità della carta e dei caratteri, o per

l’ortografia fastidiosissime a leggersi. Già nel milleotto-

centotto ristabilita era la Crusca con i buoni grandemente

meritare

scrittori, e

rali

si

il

un assegno per ri-i corpi mo-

Governo ed

della lingua, la quale nella storia, nelle

opere

teatrali, nei

romanzi e negli

novelle,

stessi

veva sino a que’ di un odore francese. agli

A

esempi! degli antichi tennero dietro

puristi viventi,

i

riforma

adoperavano a favor della

quali quasi tutti, tra cui

mostrò Antonio Cesari, uscirono

a

nelle

poemi reso questi le.

fatti

opere

primipilo

fieramente

a-

ed dei si

combal-

ti're.

Nato Cesari

in

Verona

a’ di sedici

gennaio dell’anno

millesetteccntosessanta, morto a san Michele, presso Ra-

venna,

il

primo

di ottobre del milleottocentovcntotto, ed'

iiom tutto riverenza a Dio e carità verso

la patria,

ap-

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260 parleone

alla

Congregazione

dei

Innamoralo

Filippini.

del Passavanli, volle assaggiare degli altri Irecentisli, ed

ebbe

conoscere

a

come

eglino siano stali

autori veri

gli

della italiana favella, laonde a quella foggia voltava dal latino in toscano

i

quattro libri della Imitazione di Cri-

Tommaso da Kempis,

sto di

opera bellissima per

leg-

giadria e per quella mirabile eleganza derivala dai tre-

A

centisti.

questa traduzione lenner dietro

la Elegia di

le altre:

Del-

Callimaco sui lavacri di Pallade; dell'A-

pologetico del Nazianzeno; delle Odi di Orazio; (i’una lettera di Cicerone

di due Comtempo alcune poe-

a Quinto suo fratello;

medie di. Terenzio, dettando

pari

in

sie gravi

e piacevoli, la bella vita del Vannelli

cissimo,

e ristampando le altre dei

mente

suo ami-

santi ‘Padri

a quelle di Tobia e di Tobiuzzo.

più presto maraviglioso che credibile, fu

unita-

Ma un la

lavoro,

ristampa del

Vocabolario della Crusca, coll’aggiunta di quaranla'cinque e

più mila voci, scrivendo eziandio quella dissertazione,

per

la

quale fermò lo stato

na, assegnò le cause, denza,- e

presente della lingua

che portar

mezzi più acconci per

i

la

possono

impedirla

;

italia-

alla

deca-

la

quale

dissertazione coronata veniva daU’Accademia italiana

di'

scienze e lettere, nè mai premio accademico fu con ptù dignità renduto, nè per più giuste cagioni meritato.

ogni

modo

Monti,

il

devoto

al

ro; però,

quell’alto e

quale

terribile

ingegno

di

desiderava Cesari più ragionevolmente

trecento, disse contro lui cose vere e

dopo una

per opera di savii e

non

ve-

libidine di contese, quietando, anzi gentili

uomini abbracciando con

vero amore e riverenza Cesari, riconciliali due, che dìatlagliavano per la gloria del

Ad

Vincenzo

il

solo

amor

si

videro que’

del vero e per

nostro italico idioma. Successivamente scris-

se Cesari molle e molle

altre

opere

comraendabilissi-

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2G1.

me; ed umile

e di spirito semplicissimo,

per lettere venerando, e contro

e per vita

che

que’vizii,

gregge menano a mina, parlatore gagliardo, to innanzi

nella grazia di grandi

nobilissimi:

come

fu

e

uman

1’

fu egli

mol-

e personaggi

letterati

morto, l’Azzocchi, illustre ed elegante

traduttore di Cornelio Nipote, provvide che nella protomoteca del Campidoglio collocala fosse anche

Dal bello dei greci e dei Perticar! veniva l’amore vella, e il

per

i

valor vero delle parole, le

in

classici della

di lui.

Giulio

in

nostra

fa-

quel lungo e sottile studio ch’egli fece intorno

loro, e la ticaci

Torma

latini eziandio

conoscenza dei

Savignano, terra

ragioni

fiori

collegamenti

dei

del parlare. Nasceva Per-

Romagna

di

fra

Rimino

e Ce-

sena, nel giorno decimoqiiinto di agosto del inillesette-

centosettantanove, dando a vedere, sin da giovanetto, co-

me

avesse pei’spicace l’ingegno c pronto T immaginare.

Partito il

nel milleottocentuno

con Bartolomeo Borghesi,

dolcissimo de’ suoi amici, alla volta di

conoscenza delle

ivi

arti

Roma, prese matema-

belle, si applicò alle

tiche, attese alla giurisprudenza, si erudì in ogni varietà

di scienza, essendogli

gravissime (Ielle

c di

la

umane

sollievo

poesia, detta da lui

miserie. Mortogli

buon animo ne accettò

con decoro sino

al

finir del

il

la

di

tutte

occupazioni

un benedetto conforto padre, rivide la patria, podesteria, che

tenne

milleottocentotto. Accortosi

allora della torta via, che, dietro l’usanza, teneva ne’suoi studii, lasciò le scuole dei

moderni, riordinò

c per acquistar pratica nelTarte dello italiano

i

romanzi greci

Filostrato Lennio, dettò la vita del Poliziano, e ciò

una versione delle

mente

la

scrivere, recò in

di Aristencto, di Alcifrone e

satire di Petronio.

(li

comin-

Da quel pun-

to le opere di Perticari furono tutte eleganza

e

tezza, testimonio facendo all’ Italia di questa sua

squisi-

inno-


2tì2

vaia maniera di scrivere la

quale imitò

il

d’ intitolazione a

una Visione

in terza rima, nel-

cantar forte deU’Allighieri, e

Jacopo

Almeriglii.

degli

la

pensiero a toc via dalle carte dei nostri classici

che ne rendevano

gliaia di errori,

lettura; corresse

j

le; ornò

ed

il

Convivio e

illustrò

di

note

la il

il

mi-

le

noiosa

difficile e

Vita

lettera

Poi volse

la

Nuova di Danpoema di

didascalico

Fazio degli Uberli, diede fuori un volume Sugli scrittori del trecento e de’ loro imitatori, e V Apologia del-

l’amor patrio di Dante, opera tutta piena riti

eloquenza

di

e

di caldi spi-

di alta filosofia, e tale per nitidez-

za e’ gravità di sermone, da fare a prova con

quanto

di

jiiù lodato scrissero

anche

le

i

beatissimi nostri

avi

Roma

prose poste nei Giornali di Milano e di

no riccamente ornate

di erudizione,

;

splendo-

sono piene

di

mo-

rale e civile sapienza, piene di affellì, piene di

soavità.

che

ragiona

Sovra

altre è tenuta

le

della fine

bello e

bellissima quella

mollo miserabile

grave

è

il

di

Pandolfo Collennuccio, e

Ragionamento sul

trattato di Dio-

nigi di Alicarnasso, tradotto da Pietro Manzi. Ebbe Perlicari a

ralo

moglie Costanza di Vincenzo Monti,

anche

da’ Pesaresi nei magistrali, e visse

di quarantatre anni,

morendo,

il

fu

adope-

poco

men

venticinque di giugno

del milleottocenlovenlidue, in san Costanzo, presso Fran-

cesco Gassi cugino suo.

Finalmente, Vincenzo Monti, sovrano poeta, egregio volgarizzatore,

facondo oratore,

filologo profondissimo,

critico acutissimo, prosatore eccellente

fu

il

primo

è

vero lume delle italiane lettere in quei giorni. Vincenzo

Monti nasceva nel diciannove di febbraio

del

milleset-

j

Iccenlocinquantaqualtro alle Alfonsine, nel territorio Leonino, d’onde la famiglia sua

non lardò

a

trasferirsi

Maiano presso Fusignano, doviziosa terra della

a

Roma-

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r

263 gna. Deslinalo dal padre alla giurisprudenza, o

cuna

che più

altra scienza,

venne

gli

al-

fosse andata a genio, av-

come di tanti altri grandi poeti, che, commosso da una fiamma insofferente di

sen-

di lui,

tendosi

fredda e pesante disciplina, ziare

negl’

la

immensi campi

quale

della

volgesse

fantasia

del poetico ingegno del Monti

canto improvviso e

ogni

spignevalo a spa-

Le prime

spalle agli studii ne’ quali veniva inizialo. tille

ad

le

scin-

dimostrarono nel

si

per indi

nel verseggiare in latino,

rivolgersi alla poesia meditata e al poetare interamente in lingua italiana.

Trasportato domicilio

Roma,

a

ve-

niva in altissimo grido pel leggiadrissimo canto in terrima, che ha per titolo

za

per

la

i*rosopopea

jteregrino. lo

c ,sa

il il

VAmor

;

La

di Pericle,

bellezza dell’ universo,

per

vergognoso, per

Pellegrino apostolico, per

canzoni l’.4»ior

le

poemetto

il

Galeotto Manfredi, e finalmente, per

Cantica Basvilliana, la quale pose

tica gloria di

lui,

(jd

intitola-

tragedie V Àrislodemo

le

maraviglio-

la

colmo

il

alla

è lavoro di sì allo spirito, che

|X)trebbe dirsi qual altro

raggiunga.

il

Il

poe-

non

torrente della

rivoluzione trascinò seco eziandio Monti; allora egli an-

tepose a

Roma

Milano,

e

colà

compo.se inni, canzoni,

capitoli e sonetti, in cui lasciò trascorrere

sentimenti, che non erari certo conformi suo cuore. Abbandonata Milano quando

centonovantanove

fu

e,

poverissimo,

varcate

le

alpi,

a Parigi, ove ridusse a compimento dia,

il

Caio Gracco,

e

diede

nel millesette-

per

riparò la

le

campa-

finalmente

sua terza trage-

principio alla Maschero-

niana; cantica

nella quale, datone

di Mascheroni

(poeta,

fece le Grazie

a

bontà del

quella città per pochi mesi occu-

pata dagli Austriaci, errò,

gne della Savoia,

penna

la

alla

il

soggetto

la

morte

filosofo e

geometra, che parlar

medesime profonda

filosofia) dipinte sono,

Dt

iU


204 con i

fiere terzine

animale dalla più acre bile Dantesca,

mali di ogni maniera che sotto colore di

libertà op-

pressa avevano la Lombardia. Tre soli canti però di que’

sto sublime

componimento vennero

ché da chi presedea to veniva

lora

si

irritati.

1’

Repubblica Cisalpina consiglia-

alla

autore di sospenderne la stampa, mentre al-

volevano rimettere in calma

gli

più tenebroso e conciso di tulli

il

tori latini, scriveva

Recatosi

re a

il

Milano per

Università

corona,

la

Monti a celebrare quell’avvenimento, scrisse 0

Beneficio.

il

Onorato poscia col

del regno, -fu officio di lui

titolo

Pa-

di

ed la

au-

ed a-

eletto

Visiom,

d’ istoriografo

cantar le vittorie,

il

tra-

gli

Teseo, azione drammatica,

il

la cattedra di belle lettere nella

via.

animi già troppo

tempo egregiamente Moqti

In quel giro di

ducea Persio, vea

avvegna-

in -luce,

ma-

i

trimonii e le nascile dei prìncipi, ed altri simili solenni eventi.

Quindi per

del milleotlocenlosette

Nera

e la

le

vittorie del milleoltocentosei e

si

avevano

Spada di Federico

nio del re la Jerogamia di

quel ti

Roma

i

Api Panacridi, la

per quali

ai

i

Pittagorici.

componimenti mantenne sempre Monti il nome di primo poeta italiano,

successivamente, per

esso durerà fino a che

versione

la

estinta negli

fia

Omero

dell’ Iliade,

che

con

intesa la lingua nostra, e

non

uomini l’ammirazione per

il

deiruniverso. L’ edizione del Vocabolario

e

primo poeta della

Crusca

da Cesari diede a Monti l’impulso ad entrare pur

esso in quell’arringo; perciò, deposli trò

di

componimen-

Palingenesi politica,

è associalo in Italia a quello di

fatta

nascita

la

contemporanei

nome che si

il

Supplica di Melpomene a Talia. ed

In tulli questi fra

le

debbono pure aggiugnere

si

la

di

Bardo della Selva nuovo matrimo-

il

per

;

Creta;

magnanimo

nelle scuole della

i

poetici allori, en-

grammatica, e quella

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265 sua gran forza di fanlasia e

quella

impa-

sua

innata

zienza piegò a minute ricerche intorno alla purità della

Deve

lingna.

Italia

essere a Monti oltremodo grata, poi-

ché provenne l’ottimo

ollétto,

r omaggio prestato loro da

sì

che

questi

eccellente

si udii,

scrittore,

dopo non

sembrarono più indegni di qualunque più forte ingeDa qui nacque la celebre opera intitolata da Monti

gno.

Proposta

(li

alcune correzioni ed aqqiante al Vocabo-

lario della Crucca, alla quale di

lui

dei

Perticar!, e al cui

si

a.ssociò

che davano a Monti vinta

più,

ne sulla Mitologia,

die una scuola

,

pure

Monti

nel quale

venuta da

causa.

la

Il

deplora

genero

il

comparire fu concorde

voto

il

Sermo1’

esilio,

tramontana e detta roman-

volea dare alla mitologia dei Greci e dei Latini, e

tica,

pigne rallontanamento della gioventù italiana dalle antiche intemerate sorgenti d’ogni bella disciplina per farla

modo

imitatrice di altri modelli in tutto divei'si dal

liano di sentire e di scrivere, fu rultiino canto di lui,

rendo nel giorno tredici tisette. Il re,

che portava

avea già nominato

ita-

mo-

ottobre del milleottocentoven-

di

a

membro

Monti amore grandissimo,

lo

dell’ Istituto, e dategli le inse-

gne degli Ordini della Legion d’onore e della Corona

di

ferro.

.

Nè gli mancavano

antiquarii,

i

filologi,

i

bibliografi

e

i

bibliofili

nel regno.

Principe dei bibliotecarii, principe per eccellenza dei letterati,

che non vivea nia regnava nella letteratura, bi-

bliografo senza rivali, ed attenta scolla della letteraria re-

pubblica di cui più fine

la vigilanza esser

arti della

(uno dei più

non potea sorpresa dalle

impostura, era chiamato dal Marini

dotti bibliolecarii della Vaticana), dall’

e dal

Wolf in Germania, dal VVitlenbach

don

la

Rochelle e dal Yilloison

Heyne

in Olanda, dal

Char-

in Francia, era (diiamalo

Dkiui

:

Googic


il

veneziano Jacopo Morelli, nato

le

del

quattordici apri*

a’ di

millesettecentoquarantacinque. Vestilo

ricale,

e frequentate le scuole

rivano

per uomini celebratissimi,

dei

l’abito,

che-

Domenicani, che

fio-

si

diede egli sotto la

guida del celebre de Rubeis, parimente Domenicano, alla erudizione, alla critica,

Passava quindi

lettere. zia,

di

all’

antiquaria e alla storia delle nelle biblioteche di

la vita

che offerivano allora dovizia

Padova, amicandosi

di libri,

Vene-

ed in quelle pur

numismatico Brunacci,

ivi col

Gennari, con Anlon-Maria Borromeo e con

col

altri molti,

il

sapere dei quali conlribui non poco ad estendere

il

e per giugnere al compiuto possedimento della

scienza

suo

;

bibliografica, apprese da Giovambattista Gallicciolli -lin-

gua greca,

in cui esso Gallicciolli era profondissimo,

cosi eccellentemente lo diceva

:

Egli

«

che

mi ha

Eletto nel millesettecen-

»

losetlantotto bibliotecario della Marciana,

stancabilmente si

si

per sistemarla più ordinatamente; perciò

che

si

adoperò in-

per accrescerle ricchezza e splendore,

si

acquistata dal Morelli fece quelli,

e

maestro parlando del discepo-

il

vinto.

che a

si

la riputazione

lui ricorressero tutti

accignevano a stampare nuove opere, e che

perciò egli tenesse epistolare corrispondenza co’ più celebri eruditi di

preziosi

Istoria

Europa. Venuto

monumenti

pregevoli

il

re a Venezia, e visitati

della biblioteca, e

particolarmente

osservato

fra l’

Veneziana del Cardinal Bembo, e

i

i

più

codici

autografo della

l’altro di

quella

del Concilio Tridentino di fra Paolo Sarpi, fu talmente

preso

di

ammirazione per

il

sapere e

la

erudizione vasta

del Morelli da nominarlo sull’ istante cavaliere dell’Ordine della tre

Corona

di ferro, accordandogli,

lo stipendio,

duemila. Morto

il

il

vitalizio

Morelli

come vedemmo,

il

ol-

annue lire giorno cinque maggio del

assegnamento

di

milleoltocentodiciannove, chi lo coadiuvava raccolse

il

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267 suo posto, come Eliseo raccolse col posto la sapienza del Morelli

fondersi,

riposato

come si

col

ma

mantello di Elia;

il

non andò punto

a tras-

mantello di Elia lo spirito di quello

era sopra Eliseo, nel successore di lui.

Contemporaneamente

al

Morelli sedeva in Brera bi-

bliotecario e professore di lettere greche Ottavio Morali, il

quale, nato l’anno millesettecentosessantatre nella pro-

vincia di

Bergamo, viaggiato aveva da giovane per la Frana compiere la letteraria sua educa-

cia, atteso in Parigi

zione, applicandosi principalmente alla greca e latina lologia,

appartenuto avendo

alcun tempo

al

Corpo

al

suo ritorno in

Italia

mi Inno

legislativo. Tolto

a Giove,

di Callimaco, tradotto dal Morali in versi sciolti,

conoscono

di lui altre letterarie produzioni

postille sparse nei classici greci e latini,

:

ma

non

si

molte

le

che sempre ave-

va alle mani, costituir potrebbero per sè

medesime un

ottimo libro, ove fosse chi profittevolmente se ed

fi-

per

le raccoglies-

ordinasse. Dalla scuola poi di Morali uscirono

pochi valentissimi discepoli, talun dei quali

si

non

procacciò

gran fama con belle traduzioni di classici greci.

Oracolo di erudizione, cui ricorreano non solamente studiosi giovani, zie di ogni

ma

provetti uomini, ed artisti per noti-

maniera, rifulgea pure a Milano Luigi Bossi,

nato in quella città

ai

ventotto di febbraio dell’anno mil-

lesettecentocinquantolto. Canonico da prima di sant’Am-

brogio, veniva assunto, resosi

già

distintissimo

nelle

lettere, fra le

cure dello stato, e con pontificale licenza

rcndea

Bossi prese parte

laico.

al

Corpo

incaricato d’ affari a Torino, attese, nerale, alle finanze,

come

si

andò come commissario gelegislativo,

Prefetto agli archivii e alle bi-

blioteche del regno, ebbe grado nel Consiglio di stato, nella

Commissione per

la verificazione delle

monete, nel-

l’ordinamento della pubblica beneficenza, fu insignito di

D„

Googli-


,

268 ammirato per

ordini cavallereschi ed

solerzia ed operosità

mezzo

in ogni genere di gravissimi officii. In

diverse cure, non lasciava però Bossi gli

pubblicava

a tante e sì

stridii

dilettile

importanti memorie, intorno all’origine dei

che

culti, delle arti e del linguaggio, sulle paglie d’oro,

si

trovan nei fiumi, sul sacro catino di Genova che mostrò essere di vetro e non,

come

memorie

l’uso delle frondi nelle feste sacre; turale, di belle arti,

di storia

ed alcune inscrizioni reputate

che, opere tutte brevi

sub

credea, di pietra- dura,

si

come appena

gli

na-

runi-

consentivano

le

sue diverse occupazioni, però tutte assennate ed erudite. Favorito Bossi dalla natura di ferma memoria,

non

gli

scemò per volger

morendo

di età,

il

quale

la

dieci aprile

del milleottocentotrentasette, egli, senza aiuto di libri o dt biblioteche, apriva a lutti

delle

tesori

i

proprie

cogni-

zioni.

Frattanto

quel di Brescia,

in

nel ni

nobile

nella

primo

ollantalre

Stefano

gennaio del

di )

riconduceva

Stilo inscriptionum

di

Chiari,

Antonio Morcelli

(morto

e

felice

terra

milleotlocentoventuno d’an,

per l’opera

le "epigrafi

latine

intitolala

alla

purità

De dei

tempi non ancora corrotti, ed offeria precetti fermi ed esempii irrefragabili da salvare per sempre quell’ importantissima arte da nuove corruzioni. Era rjuesla opera, scrive Benedetto Del Bene,

con entusiasmo non solo letterata, l’arte,

il

«

accolla con ammirazione e

dall’ Italia,

che nel Morcelli riconobbe

legislatore,

il

ma il

da tutta Europa

gran maestro del-

sovrano, cui nessun altro quanto

voglia dotto 0 confidato nel proprio valore potrà za

ima temerità

sconsigliala contenderne

gne poi veniva chiamata lente da

la delta

trono.

»

Insi-

opera dal Marini, eccel-

Ennio Quirino Visconti,

dal Lanzi,. classica dall’ Orioli.

il

si

mai sen-

Ad

in ogni genere perfetta altro grandioso lavoro,

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269 per tacer di molli

altri,

allendea parimente

V Africa christiana, ne\ quale

era re

i

principii e lutto

il

si

il

Morcelli, ed

propose di discorre-

corso della religione cristiana in

Africa da’ suoi primi anni sino alla invasione dei Saracini, e

che mirò a riempiere una lacuna, che restava

ria e nella geografia ecclesiastica.

nella sto-

L’Africa christiana è

oggetto di ammirazione e di studio nelle più rinomate Università di Europa. ‘

Persuasa Giovambattista Giovio, nato

famiglia che diede lo storico Benedetto e lo Giovio, persuaso, sin [>iù

da giovanetto

ignobile (parole sue) che

un

«

il

non esservi cosa

nobile sciocco, dappoco, »

nare r ingegno ed

doti.

il

cuore delle migliori

precettori l’amore allo studio, ed

rio

come la capinera amano lor nidi, volse

ria

del proprio paese, pubblicando

la patria

i

ed

pensò ad or-

Imparato

amante il

il

del

pari

passere solita-

prime sue ricerche

uomini della Comasca

to degli le

(così egli) le

ai

della

famoso Pao-

ruvido ed ignorante delle buone maniere,

dai

Como

in

dicembre del millesettecentoquarantolto, e

dieci di

alla sto-

Dizionario ragiona-

diocesi nelle arti e nel-

lettere illustri, dettò molli elogii di antichi e di

mo-

derni; fece quelle inscrizioni da por sulle pareti del reale

Collegio degli orfani militari, le quali dir

primo alquanto vasto

tentativo

e

generoso

si

possono

di

il

epigrafia

com’era si fece incontro a quella fiche dichiarava guerra alle cose più sante e più

italiana; e religioso losofia

sociali e

e

colle

fino a Dio,

con un Saggio sopra la religione,

Operette interessanti la religione ed

il

cuore.

Parlò Giovio sempre libero e franco, nè, anche dopo stabilito

il

regno, dissimulò alcune verità, che non fanno"bel

sentire all’òrecchio dei potenti. il

maggiore dei quali,

ritirata

Ebbe

e prediletto,

tre figliuoli soldati,

moriva nella tremenda

da Russia, laonde vivamente punto Giovio da quel

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270 caso, raggio gneva a’ diciassetle

locénloquatlordici va poi a

Como

il

maggio

milleol-

del

Non

arriva-

alcun letterato che non fosse certo di trocasa del Giovio, dove

vare generosa ospitalità nella

con tutto

trattava

di

figliuolo nel sepolcro.

il

si

lusso delle famiglie all’antica, e sul

cui prospetto avea fatto a grandi lettere incidere: aedes

Joviae. '

Eccitato Gianiacopo Trivulzio, discendete da ante-

gentiluomo

nati famosi, e

di

anticamera ar servizio del

da sentimenti uguali a quelli del Giovió, leggeva ed

re,

interprelava molte delle migliori opere dei poeti e dei prosatori

greci,

singolarmente di Platone; raccoglieva

d’ogni parte preziosi libri e rare produzioni di tutte le

specie nel fatto di arti e di antichità, delle quali, della

come

letteratura, era intendentissimo; peregrinava

Francia e per

per

in

que’suoi viaggi di pascer

tutti

la

per

Olanda, avendo di mira

l’Italia,

la

l'

animo

colla osser-

vazione delle varie genti e de’ costumi loro, e di conoscere da vicino

operava,

aprendo il

uomini più

gli

finalmente, a altrui

i

benefizio

Rosmini potè pubblicar

e la Istoria intorno alle di Gianiacopo il

poema

di

ogni

illustri di

delle

italiane

paese

;

lettere

tesori della ricca sua biblioteca, laonde la

Vita di Francesco Filelfo,

militari imprese

Trivulzio detto

il

Cresconio Corippo e

Magno,

il

e alla vita

Mazzucchelli,

le lettere del

Caro, ed

stesso, il Trivulzio, il Convito di Dante e un Commento ai primi cinque canti della Divina Commedia,

egli

fattura del celebre in

Milano

il

Lorenzo Magalotti. Nato

ventidue di luglio del

il

Trivulzio

millesettecentoset-

lantaquattro, era da morte tolto alla delizia de’ suoi ed

all’amore de’ buoni nel ventesimonono giorno di marzo del milleottocentoventisetté.

Ma

dagli

ameni

e piacevoli sludii facendo passaggio

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271 ai

più

utili

e gravi,

ampio e nuovo campo

ci

offre

si

innanzi ed al regno gloriosissimo.

Tenendo leggi, e

re in assai allo pregio la scienza delle

il

dar volendo stabilità e vigore

ne

alla giustizia,

Giuseppe Luosi Gran giudice.

cominellcva

l’incarico

Era

Luosi riverito nella sua patria siccome con-

già stato

sumalo avvocato i

sin

a

da quella età in cui lodali vengono

giovani per le sole speranze, di maniera che

i

suoi con-

ammiravano pure per la lealtà e la diligenza nel maneggio dei negozi! , invocato ne aveano spesso l’opera a tutela dei loro diritti. Profondamente cittadini,

che

lo

studiale quelle opere classiche, le quali tanta luce dif-

come

fusero sugli arcani così della giurisprudenza politica, Luosi ne colse di

il

fiore, e

fe’

tesoro in

della

mente

quella sapienza, che la filosofia cominciato già aveva

ad infondere negl’ importantissimi temi delle insliluzioni sorreggenti l’ordine sociale. Avuto pertanto dal re l’incarico anzidetto, prima operazione del profondo, giurisperito

si

fu la presentazione di

un regolamento orga-

i Travaregno d’Italia, prezioso mo-

nico della giustizia civile e punitiva, poi diede gli pel codice penale del

numento

sì

progetto

di

e

della

scienza che «dello

codice

di

zelo di lui, e un commercio, adoperando perciò

giureconsulti e trafficanti dei

più

distinti

per inge-

gno, per lumi e per pratica in quella materia: tanti lavori preparati

prontezza

nella

mente con mirabile accordo,

e

con

•

più mirabile eseguili, meritarono a Luosi di

es.sere salutalo

il

Cocce! dell’

Caduto

Italia.

il

regno,

il

pubblico suffragio accompagnava quell’uomo nel suo privalo ritiro, e tranquillamente moriva in Milano •li

ottobre del

Compagno di

Morbegno

il

primo

milleollocenlolrenla. nelle fatiche al Luosi era

nella

Valtellina, nato

il

Tommaso

Nani,

raillesellecenlocin-

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272 quanlaselle, nali

il

commenti

quale al

molto assen-

a slendere

fece

sì

codice penale. Laureandosi nella Uni-

versità di Pavia, avea già letto in quella circostanza un'

operetta intitolala

De

corumque usu in cagno-

jmliciis

aceudis criminibu4, nella quale, contro giureconsulti, stabili, che

dagli indizii

si

dei

possa

testinoonii: pubblicava

una pruova uguale a .quella dei poscia due Irallalelli,

comune

la

dedur

uno De induigentia criminum

et

praescriplione, l’altro Marine Peregrinae Amoretti, de

pure dotium apud Romanos. Dopo Tu scelto

criminale; nei Comizii di Lione

ritto

membro

Marengo

vittoria di

la

Nani a leggere nella Università di Pavia

di-

veniva acclamato

del Collegio dei dotti; appartenne. al Consiglio

delle prede, a quello di stato, e all’Instituto innanzi al

una dissertazione

quale lesse

Avute

le

insegne

dell’

Ordine

Sul diritto di grazia. della.

Corona

premio degli accennali commenti, come Milano per

la

corona. Nani, reggente

versità anzidetto, gli recitò il

il

il

di ferro in

re si recò a

allora

della. Uni-

solilo discorso elogistico,

quale, a comparazione delle deformi e laide scritture

di quei tempi, fu limpido e al

soggetto

puro

di parole, e di stile

non isconvenienle. Morte coglieva Nani

Nei medesimi giorni

il

re, affine di

fondare e

fondere una nuova giurisprudenza, chiamava

Gian Domenico Romagnosi. Nato Piacenza, l’anno

rilorie di

era

salilo in altissimo

già

non ancora compiuti penale rali

(la

uno

i

ai

millcoltocenlotredici.

diciannove dell’agosto del

sei

in Salso

a

dif-

Milano

Maggiore,

ler-

millesetlecenlosessanlasellc,

nome

per aver pubblicalo,

lustri, la

Genesi del diritto

quale assicurava ad Europa e alle scienze

dei più forti pensatori), e per avere in

mo-

un solo

anno inalzalo pure l’ immenso edifìcio-delia i«<rodM3Jone allo studio del diritto ^pubblico universale, nella

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s <Ì17>

quale edificazione

morale

egli

assunse e Irasporlò

necessità, che presede al

la

nel

mondo

mondo co-

fisico,

stituendo pertanto su ciò Tordinc della moralità e dei diritti.

Era quindi nominato Consultore

nistero di giustizia scelto via,

ed Ispettore

dottrine

professore attese

officii

mi-

il

legali,

Università di Pa-

all’

e di nuovo trasferito a Milano

legislazione. In questi diversi alla

delle

professore di diritto civile

presso

di

alta

Romagnosi

revisione del codice di procedura penale, fece ‘al-

cuni lavori per un nuovo codice penale italiano, e progettò una organizzazione delle scuole legali. Per difibn-

dere poi una giurisprudenza illuminata ed efficace, intraprendeva trattando

le

la

compilazione di un giornale, ove andava

più importanti quistioni di

e di amministrazione; tra

appariscono quelli sulle nafioìii, sulle Prede

i

principali

Fonne

giurisprudenza lavori del quale

teslamentarie, sulle Do-

marittime,

sulla

Cittadinanza, e

tinalmente, sulla Competenza delle Autorità giudiziarie

ed amministrative negli affari contenziosi. Ai sudori di questi ijuelli

di Onofrio

sommi

si

aggiugneano eziandio

Taglioni, nato in Bagnacavallo a’ven-

lundi luglio del mille seltecentottantadue, e stabilito a Milano, ove esercitava Pavvocatura; Taglioni, sebben gio-

vane, arricchiva

la

scienza del gius con un’ opera lodata

da’ vecchi stessi, ed era

il

Codice Napoleone

col

con-

fronto delle, leggi Romane, opera che veniva approvata dal Ministero della giustizia, e dalla Direzione di pubblica instruzione licei la

del regno.

proposta per lesto alle Università e Volle allora

cattedra d’inslituzioni

egli preferì

reggiato

rimanere

il

civili

re

conferire

nel liceo di

nel foro e fu

a’

a Taglioni

Sondrio;

condisceso.

ma

Signo-

da forte melanconia, prodotta forse dal con-

tinuo -meditare, e quindi caduto in accessi di delirio, visi8

4

tf


274 se

miseramente da cinque anni, per cessare

la

notte del sei

di esistere,

novembre milleottocentoventidue

,

nel-

,

l’ospedale di santa Orsola in Bologna, nel quale soggior-

nato avea per diciassette mesi, confortato singolarmente (laU’amicizia di Filippo Leoni Ercolani, pure avvocato e

degnissimo concittadino.

Abbenchè

il

re allesse dire

:

« gli

economisti son de’

»

chimerici, che sognan dei disegni di finanza, per non

»

saper poi sostenere

»

povero villaggio,

scienze

i

loro

fiori.

incombenze

le

spiegarono

»

Ricevitore in

di

pure

un

economiche

le

Risorto l’amore per lo studio delle co-

se italiane, e particolarmente da Melchiorre Gioia

ogni diligenza nel mettere in cielo

la

posta

lettura degli econo-

misti Italiani, raccolto già avevasi, in ben cinquanta vo-

lumi, quanto era stato scritto da’ nostri in fatto di econo-

mia pubblica

dalla fine

del decimosesto

secolo sino al

principio del corrente, di guisa che questo bel gloria nazionale

-to di

restieri, e dir fece a

richiamò tosto

Say, nella introduzione

economia

co trattato

di

sentissero

anche nelle cose

come

fu

politica,

monumen-

l’attenzione-' dei

quanto

al

fo-

suo classi-

gl’italiani innanzi

di pubblica^

economia. Or

della lingua, agli esempli degli antichi tennero

- tosto dietro

le

opere degli economisti viventi,

esser Italiani, sempre amanti del

quali per

i

bello e dell’elegante,

sparsero grazie ed ornamenti eziandio in questa scienza.

Quindi Luigi Valeriani Molinari, bella posta instituita

si

una nuova cattedra

di

di ogni sorta di

Imola, per cui a

economia pubblica,

tenuta finche visse, dava fuori

m’era

d’

aveva nella Università di Bologna

(

e da

conoscitore

lui

esatto

dottrine, profondo nelle

solo co-

econo-

miche scienze, c sostenitore dei più saggi principii di economia a favore sia della libertà d’induslria,-sia di comniercio), dava fuori

molte sapienti opere, cioè sul prezzo *

* Digitized by

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275 delle cose mcrcalabìlì; sulle un>^lrallalo

la

cambio

del

Adamo Smith

contro

monete

di

conto in genere;

e

una dissertazione

traieltizio;

sulla unità monetaria di conto, nel-

quale scende ad una esposizione del sistema moneta-

Romani. Faceva poi

rio degli antichi

il

Valeriani in tutte

queste opere alcune dotte osservazioni sulla proprietà e garanzia sociale di quello

«

il

;

della

assoluta e

della

trattando del prezzo, e particolarmente

volgo crede che

ma

»

della loro essenza

»

avere tutte le cose

;

ed aggiugneva

»

un pregio

Questo uomo, cui

la

legislazione civile e

pnncipii di giustizia, fu

«

dire:

relativo

ai

non negliereino

come

parti

universo chiamia-

deve sopra

si

l’

:

loro assoluto

mondo ed

questo bel lutto, che

legame

di avere riconosciuto lo stretto

loro

non

loro pregio sia

il

dell’ utilità

assoluto, insilo in loro, quasi parte

nostri bisogni

» ino. »

natura

la

speciale delle cose, con

utilità

»

» di

conobbe

moneta,

economica

tutti

vanto

il

che hanno

fra

mezzo

dei

col

modesto e non curante

assai

per accettare rumorosa riputazione, laonde avvenne, die

sue spese poche copie delle opere da

tirate a

blicale, e regalate agli amici e

son esse ieriani

meno

non poste

in

lui

pub-

commercio,

conosciute di quello che meritino. Va-

che intervenne

ai

Lionesi Comizii, e fu

membro

del Collegio dei dotti, moriva nel millcotlocenlovenlollo,

essendo nato nel primo giorno

agosto del millesel-

di

lecenlocinquanlollo.

E demmo tura

la

Giovambattista Corniani che splendidissimo vetra

i

letterali,

legislazione, la

felicemente adattando all’agricolfisica

e

la

chimica, scriveva;

bella legislazione relativamente all\ agricoltura; idee sulla vegetazione; Principii di filosofia agraria appli-‘

cala al Distretto degli Orzinovi

;

alcune

utili

Giunte,

alle trenta giornate di Agostino Gallo; e una Lettera

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27G mille (iramùjrte e sulle canne, opere,

furono reputate degne dai dotti,

di. esser lette

che dal Pacciaoifi

da’ filosofi, e studiale

non dubitando poi Filippo Re

di onorar

Cor-

il

niani del titolo di filosofo pensatore e vero filantropo.

Degno seguace

di que’

due era

Mengotli, già da

il

più anni chiarissimo, siccome abbiamo il

accennato, per

suo Commercio dei Romani dalla prima guerra PuCostantino. Nato

nica a

ai

tosi

allo studio delle leggi,

settembre del

quindici di

millesetteccntoquar^ntanove in q,uel

dedica-

di Feltro, c

non trascurò

di frequentare

nella Università di Padova eziandio le'lezioni'di medicina, di

matematica,

che, da

di

giusti

fisica

e perfino di teologia, di guisa

e sapienti estimatori, era

chiamato

«

il

Messosi

»

più colto e studioso giovane dei tempi suoi.

a

Venezia agli esercizii forensi, ed annunziato dall’Acca-

demia

«se fosse più

dei Georgolili di Firenze:

qualche vincolo

»

ad

utile

smercio dei generi

»

uno

p

greggi per favorire le interne manifatture, o lasciarli

»

in perfetta libertà di

stato por

allo

commercio,

e proposta

»

daglia d’oro in premio a chi sciogliesse gotti,

vedendo che per esso potea

vano sistema

di

il

una me-

quesito,

fronte

che alimenlavasi

di Colbert, sistema

Men-

assalire

il

a sca-

pito dell’agricoltura ed. era fecondo d’incredibili perdite

per una nazione, reni fertilissimi,

come

l’

Italiana, fornita a dovizia di ter-

non indugiò

potenza di arme, da ottenere concorrente.

Nè

fia

di porsi in lotta, il

e con tale

premio sopra qualsivoglia

inutile avvertire,

che qualunque per-

sona, ancorché non abbia la minima cognizione della civile

economia, per poco che

tener dietro

'smo:

al

sia

avvezza a ragionare,

Mengotti in tutto

e chi rilletta

quanto

il

può

discorso sul Colberti-

sia difficile, trattando

una qui-

stione particolare di una scienza, rivolgersi a quelli, che

non sono

già eruditi nei principii, c porli in

grado

di

ra-

Dìgitized by

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277 gìonare con noi, e di fermarsi con cognizione di causa

ad un’ ultima concliiusionc, intenderà facilmente, cgme quell’opera sia divenuta tanto popolare. Sorto clcvavasi tosto

Mengolli

il

regno,

il

d’ispettore gene-

all’officio

membro

rale delle finanze in Venezia, nominavasi a

del

Collegio dei dotti, ed avea le insegne dell' Ordine della

Corona

imponendogli

di ferro,

indugio

senza

regolare

a

però

re

il

finanze nei

le

menti del Musone, del Tronto

e

di

portarsi

tre

Diparti-

Conse-

del Metauro.

guito lo scopo, e cosi maggiormente conosciuto dal

per quel

saggio ed esperto

mandavasi,

affin di

condurre a buon termine

Dipartimenti anzidelti,

gli

gradimento, promovendolo onore, associandolo regno. In mezzo gotti

i

al

manifestava a

il

membro

la

tato più elegante, utile e

applicala

ai

za usare in essa (già

tutto

lo spirilo

casto

stile,

di

quale

^ ^

compiuto

bisogni

dava fuori l’opera ad

oll'erse

della

)

Italia

trat-

il

ch’ella si abbia d’i-

società,

solilo a spargere

Montesquieu

di ridenti

sovrano suo ag-

della Legione

non intermise Men-

prediletti suoi studii, e perciò

draulica

cose nei

le

senato, e dichiarandolo conte

a tante onorificenze

Sulle acque correnti,

re

che addo-

amministratore

di

similitudini e

nei

un di

non sen-

suoi lavori

fioritissimo e

leggiadre e

vi-

vacissime pitture. Opera di molti volumi, di fatica pazientissima, e che stava già

nel milleoltocenloquallor-

dici per essere

pubblicata colle stampe era quella, che

avea per titolo

l’Economia politica messa a calcolo:

ma, riposto sventuratamente

il

manoscritto in una stanza

del palagio del senato, disparve esso in la

rabbia e

la

un

insolenza del popolo, nel

depredazione di quel palagio, e

dell’

per

istante,

giorno

della

ammazzamento

di

Prina, ministro.

Nulla diremo di Melchiorre Gioia, per esser

egli

al-

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278 lora

storiografo del regno, ed incaricalo

lavori di statistica presso

mano con

Dipartimenti, impresa cui Gioia diede

immensa che

e alacrità

attività

tempo più

del regno. Divenuta in quel di lui,

con quel

e

segnalavano, continuandola fino

lo

perocché non interrotta

i

quella

raccoglimento, alla

cessazione

tranquilla la vita

dalle escursioni nei Di-

partimenti, fa allora che a tult’uomo studi! di pubblica economia,

dirigere

di

Ministero dell’ interno e ne»

il

che

diede a quegli

si

lo resero in lutto

mon-

il

do celebratissimo. Era

già, sin dal millesettecenlotlantanove,

Mascagni

l’eccellente opera del nostro linfatici; la

ricerche, già instituile i

portanti

vita

alla

diversa

dilicate

quanto im-

non minore

rilievo si

forma negli organi della

animale, cioè del senso, del molo ed in quelli della

pura vita vegetativa; il

chilo ed

e se in ciò che in

soggetto dì

il

osservazioni; lavori di

facevano intorno

mali

con grande diligenza, dietro

dal Prochaska, dal Rcil e dal

del petto, ed in particolare quelli del cuo-

nervi

formavano pure

re,

intorno ai vasi

struttura del sistema nerveo, e del cervello

in ispecie, esaminala veniva le

Gali;

comparsa

generale,

al

le

che percorrono negli ani-

vie

il

sangue erano pienamente conosciute,

si

riferisce alla ematosi, alle secrezioni

calore animale, alla

derata nella causa

che

la

produce, e

circolazione consi-

nutrizione la-

alla

sciavano non poco a desiderare, esse furono però quelle

che prepararono quanto in seguito potè

desimo tempo

la

cipi!

Nel

me-

nuovi

mentre

la far-

macia sludiavasi a rendere e più sicuri, e

.farsi.

materia medica arricchivasr di

farmaci, e meglio ne calcolava

meno

i

il

valore,

suoi processi più semplici

incerti caratteri assegnava ai prin-

ed alle droghe, molle delle quali furono assoluta-

mente bandite, E con grande sollecitudine

si

attendeva

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*9

279 alla inslituzione degli

allievi; e

nell’

azione

z^e

siap; e pline; e

al gli

nella

modo

il

filosofia

e

;

ospedali

la

triste

-

pari e

a condi-

sottrarli

di

umiliante

ed

del

principiavasi

soccorrimento degli annegati e degli

le cliniche

come

vansi

farmaci

dei

lacrimevole

si

por cura

l’

di rinvenire

loro sorte, e

-

si% agi-

meno

affine di rendere

va a prò; dei mentecatti la

con amor uguale

a

asfis-

erano sottoposti a rigorose disci-

mediche e chirurgiche considera-

parte più importante e più proficua del-

insegnamento; e valutata quale

si

conveniva l^anatomia

patologica, ed aiutala di copiosi e ben ordinali gabinetti,

contribuiva essa non poco all’onore della medicina,

quale certo

non poca

utilità

la

traeva da quelle mediche ,

statistiche, di cui si^concepi in quell’epoca siero.

Non

il

primola-

è pertanto a maravigliare se le varie

gloriose andassero di

sommi

fawtà

maestri, di eccellenti opere,

e di collezioni periodiche importantissime.

Siro Borda di Pavia, ov’era nato nel settembre del

millesettecentosessantuno, cui Tissol fu maestro letto e sotto del nici,

quale

non lasciando

gli

avvenne

di pigliare molti utili

che da Frank per ravviamento

predi-

di fare gli sludii cli-

alla

documenti an-

pratica, saliva

già

nel milleottocento nella patria Università la cattedra di

materia medica, non essendo a dire l’applauso che ot-

^ tenevano le sue lezioni cattedratiche e le cliniche, circondato sempre da una frequenza grandissima di uditori.

,

Borda tulto^si consecrò a sostenere, a propagare e a * convalidare le massime^ella teorica del controstimolo, ^illustri saran sempre

le

sue cliniche esperienze sul-

l’acido idrocianico, sull’acqua coobj^a di

'

laurp

ceraso,

•sulla digitalei Sulle^canlai'idi, sulla valeriana, sul solfato

di ferro e sopra varie cattfrlratico

altre

Cqme maestro e og^ modo soffert

sostanze.

ama|,o e stimalo ;^d

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•280

non tace contro

assaf per la invidia, che mai,

gli

uomini

si

mostrò

merito. Inchinato a vita agiata e splendida,

(li

ottimo marito, tenero padre, cordiale amico, e moriva

Milano

in

due settembre del milleottocentoventi-

a’ di '

quatlro.

medicina teorica, appellata po-

Nell’altra cattedra di

scia di di

sità il

anatomia sublime e Padova, sedea

presso

fisiologia,

l’

Univer-

veneziano Stefano Galiini, nato

il

ventidue marzo del millesettecentocinquanlasei e morto ventisei

il

maggió

del milleoltocentotrcntasei,

quale

il

ir-

resistibilmente portato alto studio dell’anatomia e della

medicina teorica, creduto aveva opportuno, a perfeziona-

mento

della propria scientifica educazione, di portarsi da

prima

alla Università di

anatomico-mediche a

Mompellieri ad udir

que’ professori

di

vano per gici,

la

lezioni

le

a Parigi ed

poi

Londra, dimorando in ciascheduna di quelle

due anni. Tornato

capitali

dal viaggio, e poste insieme le fatte

osservazioni e ridotte in

i

,

mente

circa

un i

tutto le idee,

prediletti suoi

che

gli

anda-

'

studii fisiolo-

mise fuori quel Saggio di osservazioni concernente

nuovi progressi della

eresse per intero

fisica del

corpo umano, col quale

l’edifizio di quella fisiologica dottrina,

che divide l’uomo in vegetante e senziente, e che meritò un primario posto

tra

fisiologi del

i

gli

suo e di

(jualunque secolo. Devotissimo Gailini a libertà, siccome

Tommaso gli

fratello suo, dovette

Svizzeri, a

un giorno emigrar

Parma, a Modena,

a Pisa, ottenendo però

a

tra

Bologna, a Lucca ed

ovunque quelle dimostrazioni

stima, che meritate erano dall’altezza del

di

suo ingegno

e dalla nobiltà del .suo carattere.

Intimamente

legato

Aglietti, restauratore

tomia patologica

,

e

in

amicizia

nella* città

'di

,

con

Venezia

che nato in Brescia

‘a’

Francesco* dell’anadi trentun

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281 ollobrc del millosellecenlocinqiianlasell

sua

Aglietti

scelta a

mente

patria

già

stanza ‘nella

quello degli

città

altri,

di

fer-

Venezia,

di

non durò molto (eccellente-

adottiva,

solo degl’italiani,

slromento

detta

instituilo nella UniversiUì di

Bologna e

tichilo negli ospedali di

molto ad aver nome

ha precedalo

l’amico nel sepolcro, come

di soli ventitré giorni

mò

c,

Padova c impra-

di Firenze),

non durò

medico valente, da vincer presto

non Primo

e da sonar cclehralo sulle lahhra

ma

hen anche dei

forestieri.

di bella riputazione per Aglietti fu

il

Ciornale

per serri re alla storia della medicina di questo secolo, al

quale, idealo da

lui,

poneva

lìsiologi d’Italia, Gailini,

il primo dei non senza concorrere ad aiu-

iriano eziandio

tare e a sostenere quelPopcra

i

migliori medici

e chi-

rurghi di quel tempo. Fondala in Venezia nel millcset-

lecentonovanta una Società di medicina. Aglietti fu Panni vivilìcanle,

che svolse quel germe, lo crebbe

in

pianta

vivace e ne trasse fruiti d’onore e di pubblica utilità, e fu

Aglietti

primo che pronunziò

il

il

nome dcW'Anginn

pectoris, ch’egli studiala aveva negli scritti di lleberden,

tremenda malattia, che seppe ravvisar così da discernerla con sicurezza d’in mezzo

a quel tumulto di sintomi nerche variamente l’accompagnano. Aiutale, siccome abhiam detto, le Prefetture dalle Commissioni diparti-

vosi,

mentali di Sanità, Aglietti fu medico aggiunto a quella dell’ Ailriatico,

nominavasi a medico direttore dell’ospe-

dale civile di Venezia, a e

membro

pensionano dell’Inslituto,

attestano in solenne za

egli

ro

di

fos.se lui.

italiane, cosi

vestire

modo a che

salito, e

Educatosi avanti

si

ed onorilìcenze, che altezza

quale stima

da

se

•

del Collegio dei dotti

offizii

stesso

i

di

rinomali-

'

governanti avesse-

anche

alle

lettere

pose nella lor cognizione, da poter

nohilincnlir la scienza cogli

ornamenti derivali

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c

282 «laUa proprietà

non senza

della parola e dalla eleganza dello siile,

unire

molle cognizioni eziandio delle

frutto dei quali

arti;

modi

di coltura fu per

belle

una parte

la

sua ricchissima biblioteca, per

l’allra

la

sua raccolta,

se

non copiosa, certamente sceltissima,

di

stampe. Par-

rebbe che dottrina di

vata,

lui,

ma

deH’arte;

scritti di Aglietti, raffrontali

gli

per

le

occupazioni della

sempre estesissima,

e per

gli

grande

alla

dovessero essere stali molti in benefizio

allettamenti

sua clinica pri-

e per quelbe dei pubblici offizii, del vivere sociale,

ai

quali

non

rima.se insensibile, furono pochi.

mese

Pietro Moscati, di Mantova, nato nel

deiranno millesettecentolrenlanove

,

era

giugno

di

medico con-

il

sulente del re. Nominato di soli venlidue anni professore nella Università di

Pavia, quest’onore cólto in

si

gio-

vane età v^se ad accenderlo di così straordinario amore ed applicazione per

lo studio,

da scriver molto di medi-

cina, di chirurgia, di veterinaria, di fisica, di chimica, di

notomia, inventando pure una preparazione mercuriale, che porta

il

suo nome, ed

è introdotta

in

uso terapeutico.

dopo aver molto

Zelatore grandissimo di libertà,

meggialo nelle repubbliche Cisalpina ed nel regno ogni maniera

ser medico consulente del re,

fu'

Italiana,

pri-

ebbe

Quindi, oltre es-

di onorificenze.

Consigliere consultore

Gran Dignitario dell’Ordine dellq Corona di fé#* commendatore di quello della Legione di onore,

di stalo. ro,

membro

dell’ Istituto, Direttore

generale della pubblica

inslruzione; fu creato conte, ed ascritto cesi

che

in

tulli questi

altissimi

posti

intelligente, probo, operoso, e favorisse

e

la

diffusione dei lumi. Egli moriva

naio del mi41 e oltocentoventig|yi^ro.-

Medico

il il

al

senato. Di-

si

appalesasse

pubblico bene tredici di ^

gen-

•

di^la corte, e cavaliere deH’Ordine^della

Corona


285 Jacopo Localelli,

di ferro era quel

Mantova,

quale mostrato

il

mantenere

saldi

i

Canneto

di

quel di

in

era l’uomo più idoneo per

si

principii della medicina,

che andavano

a sovvertirsi per la prepotente inlluenza del sistema

Brown. Localelli non attaccò

già la dottrina

di

arme

colle

della logica speculativa e col lusso della erudizione;

ma

fece a mostrare

che

per

la via della

nuda esperienza

Tarlc di medicare,

come

tutte le

si

empiriche

non am-

arti,

mette argomenti e principii a priori, e pone ogni suo fon-

damento nella speciale considerazione dei falli, e neU’ordinamenlo logico delle loro conseguenze. Con queste massi-

me

gettava egli le basi di, sua scuola, essendo stala la in-

fiammazione r elemento morboso che prese a studiare con maggiore impegno e con successo non minore, po-

nendo

massime

in evidenza, coi fatti

dedotti dai mali in-

fiammatorii e dal metodo ch’egli adoperava per curarli, ed

gli errori

Brown onore

i

sofismi che le

menti dei medici seguaci di

esagitavano. Quindi elevala in Milano in altissimo

la perizia di lui,

mità tra

le

ben

fu raro

il

caso di grave infer-

persone agiate od in grado, nel quale non

chiamato ad intervenire o come preside della cura,

fosse

od almeno a consulto, ben di rado trovando colui,

che opposto

laddove

mo

la

fosse a’ suoi consigli,

pienamente convinto,

pratica ed

il

tra

i

colleglli

mentre anche

il

prestigio,

che inspirava

la

sua

suo straordinario valore, toglievano l’ardimento

di combatterla.

stre

si

sentenza di Locatelli lascialo non avesse l’ani-

Grave del suo ottantesimo anno questo

medico scendea

nella

tomba

nel

marzo

illu-

del milleotlo-

cenlolrentasei, seco portando l’universale compianto, e la-

sciando di sè memoria qual mai può dirsi indelebile e cara. Consegratosi Giovanni Rasori di Parma, nato

il

venti

agosto del millesettecentosessantasei, alla medicina, fece nella patria Università progressi

tali,

che facilmente pas-

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284 sò

-

lutti

condiscepoli suoi, andando poscia a perfezio-

i

celebre scuola

narsi a Firenze alla

Nannoni,

alla

chirurgica

due

dei

Università di Pavia ed a Londra, ove non

solamente profittò negli studii dell’arle

ma

salutare,

eziandio nella lingua e nella letteratura di quella gente.

Venuta

la

rivoluzione, Rasori le

ciò veniva tosto nominato

indi

professore

medico

;

patologia

nel-

a Genova,

nel millesellecentonovanlanove gli Austriaci ri-

tornavano

a-

Milano, ebbe colà ad osservare e

una epidemica

a curare

febbre, la qual(> riconobbesi tosto per pe-

tecchiale, e vi dettò quella famosa opera, la quale in

per-

di quell’ospedale,

medica. Riparalo

clinica

di

grembo

gettò in

professore di

l’anzidella Università Pavese e

quando

si

maggior luce

la

riforma di

lui, sì

pone

come

nella teorica

nella pratica dell’arle. Riveduta Milano, fu

nel milleol-

tocenlosei nominalo professore di clinica medica in quel

grande ospedale, e presso che

brogio, di guisa

due grandi cliniche

regno eran dal solo Rasori tenute,

tale del

che

le

l’allro militare di

Am-

E

fu allora

memorabili ed immense esperienze sulla

instituì le

forza e

santo

della capi-

medicamenti, e che pose

potenza dei

pietra angolare della

gran

la

Medicina sperimentale, secondo

principii della filosofia induttiva di

e che scopri e confermò

la

i

Bacone da Verulamio,

legge della suscettività e

tol-

leranza moj^osa, introducendo così a poco a poco quella

medica riforma,

la

quale coslilui.sce

la teoria

Rasori del controsHmolo, e che determina

dine di principile di

fatti

delta dal

un nuovo

or-

più importante

nella parte

dèlia medicina, cioè la terapeutica. Salilo pertanto giu-

stamente in maggior non^, fu nogtiinato Ispettore generale di il

regno

me, e

si

sanici, ,

nel

dal

che dir voleva protomedico

quale

officio

ebbe

nainislro dell’ interno,

»

ingereàie si

tutto

di

mollissi-

da quello della •

«

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,

285 guerra e marina, commissioni non poche e per epizoozie, e per malattie epidemiche e contagiose, e per la instituzione o riforma di ospedali civili e militari, di

caserme c

instituli, di

blici

pub-

Quest’ illustre

di carceri.

pieno diritto di essere considerato, dopo

uomo, che ha (liovanni Brown, per il

secondo riformatore della medi-

il

cina colla sua teoria del controstimolo, moriva

riell’

apri-

milleottocentotrentasette.

le del

Uscito Giuseppe Antonio Testa, nato in Ferrara l’anno millesettecentocinquantasei, e morto nel milleottoquattordici, uscito dalle chiarissime scuole Bolognese o Fiorentina; studiate pri^ipalmenle le patologiche con-

sommersi

dei

dizioni

e degli asfittici, e

mezzi più acconci a salvare questi

imminente si

;

infelici

considerali

da

i

pericolo

pubblicata a Londra un’opera, in cui se non

trova la spiegazione dei fenomeni dello stato sano e

morboso, pur ciate

si

leggi

le

,

veggono,

fin

e anticipale

della

della interruzione e

dove era le

idee

possibile, trac-

dell’

associazione,

rinnovazione spontanea dei

movimenti naturali e morbosi; era il Testa, al nascer del regno, nominato Direttore generale degli ospedali Splendidamente gareggiando

militari.

za

provvedimenti

dei

raltività, nità,

tudini

e

in lui

prontezza delle

la

sapien-

disposizioni

l’amor del proprio paese e quello della umare, cui

il

la

,

le

sconosciute

virtù

ritavano, dar

volle

di

coloro

un

non restavano che ben della

testimonio

le

solleci-

patria

grato animo

di

meal

Testa, nominandolo a professore di clinica medica nella

Università di Bologna, ed associandolo

all’ Istituto.

Giun-

se allora al più allo grado^la celebrità del grande pato-

logo coll’opera sulle azioni e sulle reazioni organiche, c coU’allra, dottissima ed utili.ssima e da il

nome

di lui

render sempre

rispellatofe veneralo presso tutte le colle

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.

'

280 nazioni, Delle malattie del .cuore. In

fu

mezzo a questo non

più ameni

Testa alieno dagli studii

il

delle lettere,

e fu caldo amatore delle belle arti, laonde questa dispo-

animo

sizione del suo

agli studi! è

non

lieve

argomento

di quella perfezionala educazione, di quella civiltà e di

quella gentilezza, che lo distinsero in tutte le sue azio-

che

ni, e

lo resero caro a

esso lui consuetudine di

Anche

sentava" in queir epoca

rurgia

»

meno

mento

d’Italia

di Pisa,

e

dell’ altra arte, pre-

notabili avanzamenti.

«

»

Ed additando

tano

l’arte stessa alla

va:

«

non

dunque

vincoli, che

i

alla

interrogate

le

forze

vi

talvolta

della

i

soavi

i

vostra e

non

principii

che ingannano

rimedio, e siale afletluosi

modi

la

natura,

lasciate sedurre dalle apparenze

senza

perchè sono

cogl’infermi,

una seconda medicina; non

mostrale di disperarne giammai, perchè

la

serenità del-

l’animo giova alla tranquillità dei sensi, e guida più

cilmente alla guarigione.

»

il

assogget-

prudenza, soggiugne-

che per necessità; operale secondo

operale e,

morale o

operale pel bene della umanità, non per

reputazione:

chi-

chirurgia è un'arte di

la

esperienza, essa debbe progredire; cercatene

miglioramento.

« l.a

Andrea Vacca Berlinghieri, orna-

dire

soleva

coloro ch’ebbero con

tulli

vita.

la chirurgia non

fa-

Queste così eccellenti sentenze

Iro^varono uel^regno in Scarpa, in Monleggia e in Palella illustri

e fedeli seguaci.

Antonio Scarpa,

il

quale cerlainenle e grandemente

coqtribuì agli avapzamcnli della chirurgia, in particolare

per

la

sua opera suU’aneurisma

stello del Trivigiano,

il

,

era nato a Motla^ ca-

di tredici di

giugno dell-’anno mil-

lesellecenloquaianlasclle. Studiale medicina ed anatomia nella Università di

Padova sotto

il

celebre Morgagni, as-

sistita più volle, a Parigi alla* operazione

di

cateratta,

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G-)ogk


287 dal Weiizel padre, allo

fatta

vori di Vicq-d’Azyr syl

spedale della Carità

,

ai la-

cervello, alle operazioni di lito-

tomia di frate Cosimo; conosciuto dal Tiphesne l’ordi-

gno

di riparare

congeniti; e grandemente gio-

Londra delle sublimi

vatosi a in

a’ piedi torli

Guglielmo e

di

che

in chirurgia

lezioni si

nolomia umana e comparala

di Gio'

vanni Hunter, Antonio Scarpa saliva la cattedra di no-

lomia nello Studio Pavese. Fatto tosto costruire un teait

Irò .anatomico, dava egli lezioni tro,

che

la

sua scuola

con

tale

mirabile incon-

frequentala era

non solamente

da discepoli, jua da medici e provetti, e da altre persone (li

ceto, le quali

ogni

tulle

ammiravano l’ordine

delle

idee, la oliiarczza della esposizione, la gravità del dire,

l’esattezza e precisione delle cose, e

acconcia e convenevole, colla

quella

erudizione

quale infiorir sapeva

le

sue anatomiche descrizioni, aggentilendo cosi una via di sua natura arida e spinosa. Continuando l’anatomia, era

nominato professore e

della scuola

per far progredire

nesta circostanza,

i

plici e

feriti

quando cioè, dopo

Trebbia e

di Novi, della

Pavia

di

Marengo

sulle percosse

,

numero

in eneslimabile

svariale

pratica

furono pertanto

le

le

assai

membro

fiere battaglie

agli

ospedali

osservazioni

di lui

d’armi da fuoco, molte delle quali del

e,

quattromila annue, dichiaralo suo chirurgo con-

ai

splendide

parli

opere

della

viceregina.

anatomiche,

no una fama europea, c 'da il

re

con una pensione

sulente, di maniera che in tale sua qualità

sempre

di

afiluivano: molte-

del IJjlpsli luto, ornalo delle insegne della Legio-

ne di onore e della Corona ferrea, di lire

;

fu-

nuove ed utilissime. Fu Scarpa nominato dal

lutto

che

chirurgia

di

scienza profittava di

la

le

ha assistilo

Composte diverse

e

quali gli .procacciaro-

farlo riguardai'

poco meno

principe dogli anatomici del suo tempo, Scarpa,


288 dal rnilleoUocenlouno insino agli estremi di sua vita,

spense nel milleoltocenlotrenladue,

si

palmente

moso,

sì

di cose chirurgiche, e vi

che

che

occupò princi-

men

fa-

tenne per uno dei più chiari di Europa;

si

laonde quando

si

divenne non

senno

il

fu

maggiormente maturo, e T in-

telletto più ricco di osservazioni, e vie più addestrato l’in-

gegno

c

la

mano

a conoscere e curare

chirurgica appartenenza, egli tutto

sullodato Vacca Berlinghieri,

medicina e

»

si

la

ipfermità di

«che

quale diceva:

il

chirurgia sono fra loro

si

legate,

precisi dell’una e deH’altra,

nente neU’una di queste scienze, che

»

conoscesse;

soggiugnendo

»

ma non «

vi

la

strettamente

che non solo ninno potè mai stabilire

» »

»

fu

l’altra

i

limiti

uomo

emi-

ancora non

che non sarà mai grande

operatore chi non è divenuto prima grande anatomico,

» »

le

volse alla chirur-

pratica. Avveravasi quindi in lui l’altra sentenza del

gia

‘poiché nella complicatissima struttura della

»

umana,

»

esser cagione d’irreparabili danni.-»

l’oblio o l’olfesa

Altrettanto

della più

piccola

macchina parte

può

avvenne di Giovambattista Monteggia,

nato in Laveno, terra, del Verbano, l’anno raillesettecentosessantadue,

il

quale entralo giovanetto siccome alunno

nell’Ospedale maggiore di Milano affine di attendere

a’

chirurgici studii, divenne, coltivando

le

in pari

tempo

scienze ausiliarie, ed avendo sopra ogni altra cara l’a-

natomia, raro, perspicace e circospetto osservatore dell’arte sua. di

questo

che,

nelle

Collocato secolo,

dalla

famaUra

e dettate

le

quali aveva raccolto

i

primi chirurghi

Inslituzioni chirurgiil

meglio della chirur-

gica erudizione, onde nel regno stabilite veniano per lesto al

pubblico insegnamento cbirurgico, moriva nebgennaio

del milleottocentoquindici.

*

Finalmente Giovambattista Palella, nàto in Monte-

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28» crestese, nello Stalo Sardo, laselle e

Tanno millesellecenloquaran-

morto nel milleoUocenlolrenladue

grande ospedale

di

Milano

campo

il

di

facea

,

^

del

sue nobili e glo-

riose fatiche nell’esercizio della chirurgia

fu alunno,

ivi

:

vicechirurgo, chirurgo.ordinario, lettore di notomia, professore di clinica chirurgica e capo chirurgo. Tali ono-

innumere-

revoli incarichi offrirono a Palella occasioni voli

per rilevanti investigazioni anatomiche, patologiche

e cliniche, oltreché privala sua pratica

molle ancora

non solo

altre delle nostre città,

presentava

gliene

Milano,

a

ma

sin là, ov’era tanta luce di chirurgia, vogliam Parigi,

ed ove

si

e venerazione.

in

dire

a

procacciò, a gloria d’ Italia, molla stima

Involate poche ore a fante

occupazioni, egli

la

eziandio

essendo stato una volta chiamato

si

dava allo studio e

e

cosi gravi

meditazione

alla

quanto osservava ed -esperimentava, facendone il paragone a quello che sopra vari argomenti più anti-

di

i

i

chi e moderni autori avevano scritto: cosi derivarono molti lavori che Palella in epoche varie della

diede

alla

vità, della

luce, nei quali risplende

T impronta

evidenza e della ingenuità, e per

i

sua

i

vita

della no-

quali intese

avanzamenti della scienza. Esalto, diligente, destro e insiem prudente nelTeseguire le chirurgiche operazioni, agli

fu decantalo in

per

fortunatissimo

rinomanza grandissima

tulli

ricorrevano a lui

in quelle,

onde venne

avveduto pratico, ed onde

di

come

a salvezza. Retribuì

il

re

tanto merito c tanta sapienza inalzando Paletta al grado di

Legion

cavaliere degli ordini della

Corona

di

onore e della

di ferro.

Nata appena

in

Francia

cenzo Dandolo, farmacista

la

chimica pneumatica, Vin-

di Venezia,

ove usci alla luce

Tanno millesetlocentocinqtianlaolto, ne conobbe importanza

e' la

verità contro

i

difensori

tosto la

del flogisto e >9

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-

,

della Vecchia

chimica; perciocché nelle fisiche e nelle la verità non è ammessa che dopo aver

morali scienze

soslenulo lunga guerra Svelava

dizii.

contro

l’ignoranza

per

egli pertanto

nuova chimica, volgarizzando

il

primo

opere

le

e

pregiu

i

agl’ Italiani

la

di Lavoisier, di

Guilton-Morveau, di Fourcroy, di Bcrlhollet, e giugneva a tale la stima,

che quegl’

d’ inedite

memorie, che vider

luce in Italia prima che in Francia.

la

versioni pubblicò

uno

professavano

illustri scienziati

per Dandolo da fargli dono

Oltre

scritto originale

damenti della scienza chimico

-

fisica

Fon-

quale

che in

colse tutte le recenti scoperte, scritto,

quali

le

intitolato

nel

rac-

tre anni

ebbe sette edizioni e che, siccome disse Vans-Mons, ampliò i

confini della scienza.

Maggiormente e più fen'orosamente Luigi Brugnaadoperava dando fuori (oltre moltissime

di Pavia,

telli,

opere periodiche, dirette tulle ad alimentare in ispecial

modo

c la chimica,

fisica

la

ottanta volumi)

un

quali

e le

Trattalo di chimica,

corso di quella scienza pubblicalo in

chimica nella

di

patria

formano ben

primo

Italia.

compilò

Università,

originai

Maestro già

Farma-

la

generale, universalmente assai stimata, e citata

copea

siccome

eziandio lata

Litologia

sua

teoria

analizzò

i

autorità

umana;

fe

termossigena

;

scrisse

nascere e

per

la

altra opera

intito-

gran romore per sua

la

nomenclatura

;

sughi gastrici; insegnò, prima d’ogni altro, a

preparare l’acido soverico ^ l’argento fulminante

;

trovò

l’acido urico prodursi dalle falene del baco da seta; os-

servò

il

dello acido convertirsi in altri acidi particolari;

propose nuovi reagenti e nuovi mezzi veleni;

compose nuovi

affin

a

di scoprire

inchiostri-simpatici; apprestò

ve materie coloranti; condusse, finalmente,

la

nuo-

chimica

diverse applicazioni alla società o alle'arli utilissime.

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.

291

Nalo Brugnalelìi

l'

anno mìllesettecentosessanluno

mo-

,

riva nel milleottocenlodieciotlo.

della

Per queste insigni opere, e per le lodi, che udiva nuova chimica Girolamo Melandri-Conlessi di Ba-

gnacavallo, nalo tottanlaquallro,

venlinove marzo

il

si

del

milleseltecen-

decise di applicarsi a quella scienza,

recandosi perciò a Ravenna affin di apprenderla dal Rasi, il

quale esponevala secondo indi alla Università

sato

i

principii di Chaplal. Pas-

Bologna diede opera

dì

allo

studio, oltreché della chimica, della fìsica, della storia

naturale, della botanica, deH’anatomia e della fìsiologia,

esercitandosi

non solamente sui

libri,

ma

sui

falli.

De-

sideroso di più sapere volò aH’aUra Università di Pavia

da Brugnatelli; ed

ivi,

non timido amico

del vero, qui-

slionò con esso sopra la sua teoria lermossigena, e

mase

sulle terre e sopra

i

metalli

;

ed

ivi

giorni e notti vegliò

tra libri, cucurbite e fornelli. Conosciuto

merito di Melandri,

dava

ri-

trionfatore; ed ivi ripetè le sperienze di Klaprolh

i

lo

da Moscati

il

volea seco a Milano, e gli confi-

suoi più cari segreti. Intanto divenuto vecchio

il

Carburi, professore di chimica generale nella Università di Padova,

s’

inviava, nel milleottocentosetle,

ad assisterlo, e morto

messa

la

il

Carburi non ad

il

Melandri

altri fu

cattedra che al Melandri medesimo,

il

comquale,

dato bando

alle vecchie dottrine, pose in seggio la nuova falli, usando sempre, non pure nelle chimiche analisi, ma nell’esporre le cose più nuove e più diffìcili, precisione ed aggiustatezza

chimica tutta bella della luce dei

pressoché matematica. Per l’improvviso scoppio di aneu-

risma nella vena aorta, trapassava

il

Melandri

la

matti-

na del ventitré febbraio milleoltocentolrenladue.

Ma da poco tempo un

agente

poderosissimo della

natura giunto era, in aiuto della chimica, a decompor

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,

292 i

.

l’acqua,

sali,

gli

che prima

basi,

annoverate;

tra

ossidi, gli acidi, gli alcali e certe i

cosi

delti

penetrare

a' far

lo

erano

semplici

corpi

sguardo nella tessitura

più intima delle cose organizzale, a discoprir verità pri-

ma

nè

meno

somma, natura a

supposte, a stringere, in

svelar segreti, che altrimente sarebbero stati impenetra11

bili.

ritrovamento del nuovo apparalo, che dal

nome

del di lui autore fu appellalo Pila Vo//to«a, basterebbe

un

a rendere illustre

Davy aver che

il

la

secolo,

una nazione, sentenziando

pila giovalo alla

microscopio

e alla

fisica

naturale storia

alia

aU’astronomia. Divulgala in Francia

e

,

dùmica piò telescopio

il

novella dottrina,

la

Alessandro Volta, patrizio Comasco, nato braio del millesetlecenloquaranlacinque

ai diciollo ,

o

feb-

chiarissimo

eziandio per quelle altre scoperte deirelellroforo perpe-

tuo

,

del

fisico

r immortalità

mato

era dal re, allora

mostrar volesse scoperte. Simile

veder

e dell’ origine dei fuochi fatui,

condensatore

che sole basterebbero

volle a

far

a

acquistare

a

nome, Alessandro

del

primo Consolo,

a’

Francesi

il

Consolo

la verità

all’

chia-

a Parigi affrnchè

delle anzidette

grande Alessandro

al

pignere Apelle

Volta a dichiarare innanzi

qualsivoglia

Volta

,

piacquegli

di

,

sue

che

ammirar

Istituto quelle invenzioni

e quelle sperienze, per cui era giunto a rapir alle mani dei ciurmadori la fisica elettrica, e a dissipar finalmente invecchiali ed inestimabili pregiudizii. Colpito

da tanta luce

di

verità

glia d’oro, gli facea instituili

,

dono

decretava il

al

l’

Istituto

Volta una

meda-

Consolo di seimila franchi

erano diversi premii a chiunque

ad illustrare

le

si fo.sse

accinto

scoperte del grande Italiano, e stabilita era

una accademia, che esclusivamente si dovesse occupare di quelle. Sopravvenuti i Comizii di Lione, Volta vi rappresentò

l’

Università di Pavia, nella quale, fin dal rail-

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293 lesellecenloseltanlanove, lenea' la calledra di fisica

stanco

nell’ inlellello

ma

:

per l’assiduilà delle occupazioni, ot-

teneva appresso, e dopo molle istanze, che un altro

succedesse, grazia che

qualche

alla soldatesca

campo

mano

medesimo

del

«

i

gli

che

soggiugnendo

lezioni,

grandi gcnii morir deg-

A

di battaglia. »

versale estimazione altre di

re gli concedea col patto,

ancora dar volesse

fiala

con un vezzo giono sul

il

tante prove di

se ne aggiunsero:

era

uni-

Volta

viceré vestito delle insegne di ca-

valiere degli ordini della Corona di ferro e della Legione

d’onore, e, nominalo conte, andava a sedere in senato. Questo posto però non valse a distorlo da’ cari suoi

anche senatore continuò ad

studi!, laonde

fisiche sperienze,

sopra

i

bolidi

c

marzo dell’anno

sulle pietre

dissertazione

meteoriche. Ai cinque di

milleoltocenlovcntisefle tranquillamente

passava alla presenza

di

quel

Creatore, nella contem-

plazione delle cui opere aveva speso Fatta ricca

esercitarsi nelle

componendo pure una

la fisica

la

vita.

degli animali e delle piante delle

più fondamentali verità, anche per

gli studi!

e le ricer-

che del milanese Ermenegildo Pini, annoverato già i più insigni naturalisti del passalo secolo, e che H

comunque

il

fra re,

giorno del Pini corresse alla sera, non lasciò

grandemente onorare, Giuseppe Mangili di Caprino, nei Bergamasco, nato nei marzo del millesettecentosesdi

santasette, andava in cerca per l’Italia, per la Francia,

per

la

Svizzera e sulle coste dell’Oceano dei più grandi

monumenti

della natura,

onde scopri

il

sistema nerveo

delle mignatte e delle conchiglie bivalvi, illustrò

stume sliluì

dei

mammiferi

.soggetti al

il

co-

invernale, in-

esperimenti sul veleno viperino, sulla fecondazione

artiliziale di quegli animalelti

que

letargo

natanti nelle palustri ac-

appellali girini, e sulla circolazione del

sangue nel

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m mesenlen'o delle rane e nelle branchie dei pesci. AscriUa al

Collegio dei dotti, ascese, nella Università di Pavia,

la

cattedra

rendo

altra

tenuta dallo

volta'

novembre

quindici di

il

mo-

Spallanzani,

anno milleoUocen-

dell’

lovenlinove,

E

sempre Tanimo

vólto

Andrea Renier,

di Stefano

nato in Chioggla nel millesettecentoGinquantanove, alla

apprendeva

zoologia,

determinare

dano

veneti

i

sua

te

parte

lo

egli

la d«ffìeili«sima

intorno

i

h

della filosofìa

moHusclù

Linneana, accurato

in dotte investigazioni

dell’Adriatico, valendogli quelle fa-

stima dei dotti in guisa di essere invitato a re-

carsi a Parigi colla ricca suppellettile degli animali rini

da

lui

ed

raccolti

colà molto onori fì co l’invito, era

tolto dalla

promosso

ricusato

cattedra

alla

ma-

fermezza

Università

storia

di

di

più agiatamente

e

al riordi-

che avea dettato soprai molluschi,

degli scrìtti,

che sgraziatamente rimasti mediti, non cessarono

di essere lodatissimi e

per

la

moltiplicità

0 interamente nuove o poco note, che e

con

Padova r cosi, medicina, che professava, abilitato venne ad nella

attendere più liberamente

namento

Ma

per ciò

offerendoglisi

illustrati,

posto.

invece

naturale speciale

scritti,

ben

quindi connaturale in ogni

Resosi

lidi.

studio

ed instancabile passò molti anni

liclie

arte di

animali produziani marine, di cui abbon-

figurate, e per l’originalità del

vi

delle specie*,

sono descritte

metodo, che aveva im-

preso a seguire nella distribuzione delle diverse sue parlL

Non

lasciava intanto' Renier di giovare

zione della licei

gioventù

di collezioni di

del

airrstruii

diversi

animali marini e pubblicando

ve tavole di zoologia, dirette a’

anche

regno, provvedendo

giovani con brevi parole

specie deve avere giusta

il

il

all’

Nuo-

unico scopo d’ indicar

luogo

,

che

ogni singola

metodo fondalo sul sistema

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295

.

scnzìenle proposto da Wirey e perfezionato dallo stesso Renier, cioè conforme ai rapporti più essenziali ricavatidalia comparazione degli esseri organizzati viventi,

Re-

nier moriva nel gennaio del milleollocentotrenta.

In queU’epoca, nella quale

rumano ingegno sem*

brava quasi animato da un nuovo fuoco,

pure prendeva un cammino più

la

mineralogia

filosofico e più sicuro;

e se da un lato servir facevasi l’osservazione alla storia

non più abbaavevano mal

del nostro globo, mirandola con occhio gliato

da quelle idee, che per

lo innanzi

prevenuto anche alcuni dei più sublimi ingegni, tro si facea della scienza

una sorgente novella

nale prosperità. Quindi, senza conoscer prima gia, insegnava

lo

la

dall’al-

di nazio-

mineralo-

Werner (per comune sentimento riguarda-

siccome uno dei fondatori della geologica scienza), non .

potersi far progressi in questa ultima medesima scienza. La geologia nasceva allora, e pochi appena la conosceano di nome, ed altri la confondeano con vane ricerche, quando oggi soltanto essa si presenta sotto un impor-

tantissimo aspetto,

e

ci

scuopre

fatti

degni dell’atten-

zione del filosofo e dell’ammirazione del volgo.

na

la

geologia di arrecar soltanto

essa guida

il

la

i

natura dei

luoghi, ove di preferenza intrafa

acconci

conoscere all’agricoltore alle

sue coltivazioni; è

che inalzar deve una

fabbrica, for-

strada, o intraprendere altro lavoro, nel quale

indispensabile sia

il

conoscere

tribuisce, finalmente, stalo,

i

suoi scavi; terreni

utile all’ingegnere

mare una

Lontapiaceri,

mineralogista ad una più sicura ricerca dei

minerali, additandogli

prender deve

intellettuali

dandone

il

la

natura del suolo; con-

alla statistica

economica

di

uno

catalogo delle ricchezze minerali e

ri-

chiamando in tal modo l’attenzione del governo ove maggiore può essere il lucro. Werner, siccome ahbiam dello,

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296 era di

.

il

fondatore della scienza geologica

Werner, cui aveano

già concorso

e dalla scuoia

,

Humboldt, Brochant,

d’Aubuisson, Bucb, Bonnard, Haussmann, Jameson e Goldfuss, uscian forniti di coraggio,

Tcntù

affin di

di forza e di gio-

percorrere agevolmente

salire su tutte le lor

sommità,

nei burroni e nelle lapidicine,

montagne,

le

di

scender nelle valli,

di

affin

di

penetrare nelle

caverne, di resistere alle variazioni dell’atmosfera, di coricarsi

quando avesse occorso sopra un letto di pietre, un parco cibo sedendo alla mensa del

e di contentarsi di

mano

contadino o del pastore, uscian col martello alla (necessario, la

come inculcava Werner, per indagar ovunque

natura sul luogo) Marzari-Pencati, Brocchi e Gautieri,

intenti tutti a cercar per le parti varie di

e

non più

Europa

falli,

ipotesi.

La vicinanza

al

monte Sumano

del paesello di San-

l’Orso, posto

in quella vaga e ricca

buona ragione

è chiamata

il

provincia,

che a

giardino della Venezia,

in-

vitava Giuseppe Marzari-Pencati, nato a Yiceuza nel mil-

lesettecentosettanlanove, e che in Sant’Orso aveva dere, a fare per diletto delle frequenti

medesimo,

gite

sul

un pomonte

a scorrerne in ogni verso le coste, e a rac-

coglierne l’erbe:

quelle giovanili peregrinazioni, intra-

prese per solo piacere,

si

mutarono

occupazione del Marzari, ed

in breve nell’unica

egli

divenne appassionato

coltivatore della più amabile delle

scienze, la botanica.

Instruitosi pertanto nei di lei principii, e j>ercorso tutto

quel di Vicenza, pubblicando perciò l’elenco delle piante

spontanee da esso osservale,

si

recava a Parigi ad intra-

prendere nel famigerato Giardino delle piante un corso di botanica.

Fallosi ben presto

lutti della scienza

distinguere dai

di quella illustre città,

cultori

praticata gli

venne ogni maniera di facilitazione nelle sue ricerche.

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297 aprendogli la regina stessa

il

magnifico giardino, ch’ella

avea a Malmaison, e nel quale Marzari passava notti, affìn di studiare

merosissime specie

ivi

il

sonno

le

intere

nu-

delle piante nelle

Se non che,

raccolte.

fatta

cono-

scenza dell’Haùy, del Faujas Saint-Fond, dell’Hassenfratz

Werner,

e deiritalìano Tondi, scolare di

della mineralogia, e conversalo spesso stito alle lor lezioni, e visitati

i

coltivatori tutti

con loro, e

pochissimi mesi rapidissimi progressi in della scienza, e divenuto

dell’Haùy,

si

i

scienza da prima coltivala.

per

Dopo una dimora

averne visitale

in

quattro

geologia, specialmente TAlvernia,

la

Italia,

di

regioni più

le

Vivarese, la Provenza e le Alpi della Savoia,

Marzari

discepoli

dichiarava Marzari affatto infedele aH'altra

anni in Francia, e dopo inlere.ssanti

tutte le parli

più diligente fra

il

assi-

lor gabinetti, e fatti in

il

ritornava

pubblicando tosto una piccola parte

che avea allor

delle osservazioni,

fallo

trascorrendo

la

Francia, e specialmente rOrillografia del monte Coiron nel Vivarese, ch’è

una descrizione diligentissima

Tallipiano basaltico, ed intitolò

bacino del Rodano in

e

suo libro

il

:

di quel-

Cor^a per

t7

per la Liguria dell’occidente. Indi,

compagnia del Faujas Sainl-Fond anzidetto, cominciò

montagne del Vicentino e del prossimo esaminando que’ paesi sotto l’ aspetto mineralo-

a percorrere le

Tirolo,

gico, dovendosi a lui

minazione

di

primo

la scoperta e l’esatta deter-

molte specie minerali, di cui van ricchi

Veneti paesi, mentre l’industria doveva a lui

iridizii

i

uti-

lissimi sulle produzioni minerali del suolo, sui metalli, sui combustibili fossili e sopra

i

marmi

più utilizzabili.

Intraprendeva poi nel milleottocentollo per ordine di Eugenio viceré una minerale descrizione degli Euganei,

la

quale é accompagnata da un geologico panorama di quei monti, da una carta geologica e da spaccali di sorpren-

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,

29b dente esattezza. Uguale lavoro eseguiva nel milleoltocen* todieci per

mine

Bergamasco. Affìne poi

il

colia desiderata chiarezza

varne

tutti

zione

di

i

possibili vantaggi,

i

uno strumento

misuratore degli angoli,

appellato, il

di

condurre

a ter-

detti panorami e caimmaginava la costru-

tachigonimetro

o

quale era premiato dalUtsti-

tuto colta medaglia d’oro, venendo del pari tante dotte fatiche del Marzari premiate dal re colla

tore presso

miniere,

Consiglio delle

il

rimaneva sino

al

uomo mancava

il

qual

nel

posto

regno. Questo dottissimo

termine del

a’ vivi

nomina d’ispet-

trenta di giugno del milleotto-

centotrenlasei.

ugualmente

Era

Giambattista

la

botanica quella

Brocchi, nato

che

,

traeva

Bassano nel millesette-

a

centosettanladue, allo studio dei minerali. Peregrinando in cerca di piante, studiava egli quanti sassi,

quante pietre

il cammino, laonde, senza che mai l’amore per la scienza dei vequella aggiungendo pur l’altra della zoo-

incontrato avesse lungo in lui si diminuisse getabili, anzi a

logia, dedicavasi

a tutta possa alla

a professare storia

tava

dell’indole del

primo ad

Italia

trovansi nella

mineralogia.

Eletto

naturale nel liceo di Brescia, profitsuolo, in cui era, per

manifestare

ogni maniera di rocce e di minerali, che

montana parte

diligentemente percorsa, e

di quel paese, già

ciò

stampando

il

per lui

Trattato

mineralogico'chimico sulle miniere Bresciane^ in cui dava

un nobilissimo saggio

gava

le

del suo sapere, e in cui spie-

molle sue forze nella chimica e nella geognosia.

Se non che fra le opere di Brocchi quella, che veramente primeggia, è la Conchiologia fossile subapennina, in cui le ragioni della geognosia anzidetta

mirabilmente

fiancheggiale vengono dalla grave autorità dei petrefatti.

Non

si

conosceva allora che assai imperfettamente

la

«

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299 costHuztonc

fisica

mercè

geognoslico

subapen-

conchigliacee

ai

mare; ora quel terreno, divenuto

del

alla spiaggia

classico

colline

Icngoii lo spazio frapposto agli Apeunini

nine, le (juali

ed

delle

le

cure

di

Brocchi, serve

chi al cadere del regno

Isp. ttore

orizzonte

di

naturalisti delle nazioni tutte.

Era Broc-

generale delle minie-

scematasi con quel caso la fortuna di lui, e scortosi, dopo essere stato già universalmente salutato a principe mineralogia, trasandato nella terra natale, si prore

;

.

della

pose animoso di cercarne altra più rimota

,

e

di vedei

c quindi cogli occhi proprii anche i monti, le miniere fiumi di Egitto, e di toccar quindi colle stesse sue i

mani

i

per

veneiiihili avanzi di

umana

ogni le

della

grandezza.

Ma

quell antichissima culla di

divenuto vittima

tlell

ardore

naturali scienze, che alla gentilezza e aU’amenità sua patria gli avea fatto preferire l’orridezza di

Kharlem, paese del Sennaar, ove

il

fiume Bianco

si

congiunge col Nilo, ivi iiitelice esule nvoriva il terzo Alla giorno di dicembre dell anno milleolioceulovenlitre. dopo averla notizia della qual morte Giuseppe Barbieri, » 0 narrata, così,^con affettuosa eloquenza, prorompeva :

»

»

oloeautruce Africa, o terra inospitale, terra d’umani sono infami i sti non sazia mai, di quante morti non

»

tuoi lidi, le tue solitudini, le tue rupi

»

dolce

amico, e

generoso fautore

l

E

tu pure,

dei studii

mio

miei, tu

»

d’ogni arte perito e delle naturali scienze nobilissimo incremento, o Giovambattista Brocchi^ tu pure cadesti

»

vittima di quel cielo avverso e di quel suolo nefando!

»

E

«

patria, riverito

.

le

»

e confonde.

»

forse ([uelle ossa onorate,

ossa

il

che dovevano posare

in

segno di bella emulazione, forse quelvento del deserto fra l’aride sabbie disperde »

Anziché per

la

botanica, siccome avvenne in Mav-

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500 zari.ed in Brocchi, era perla medicina che in Giuseppe

Gaulieri

per

Novara,

di

,

un intensissimo amore

desiava

si

naturali scienze. Recatosi

le

millesellecentono-

nel

vanladue a Vienna di Austria affin

di perfezionarsi nel-

l’arte di sanare gl’infermi, l’amicizia strettissima, in che

visse con Jacquin, con Creutzer, con Fichtel prender lo fece del detto amore,

non se

estinse se

che andò sempre crescendo, nè si il che accadeva nel

colla vita di lui,

ventesimoterzo giorno di febbraio dell’anno milleoltocentrenlatre,

dopo averne

utilmente, su questa della le

dottrina,

novella

miniere,

le

sessa ntaqualtro, e

trascorsi terra.

Quindi

percorreva

tutto

,

Transilvania

soggiornava a Freyberg nella scuola

la

il

riconosceva tutte

e

fonderìe e le zecche dell’ Ungheria, del Ba-

nale, della Galizia, della

sitava

e la Franconia,

Werner, poi

conduceva

si

nella Svevia, e per ultimo nella Svizzera,

ad ogni

della Boemia';

e

di

restante della Sassonia, da dove

Weslfalia

ben

infervoralo

modo

in que’ lunghi e diversi

vi-

passando per nell’ Alsazia,

non posponendo viaggi la medi-

_

cina alla mineralogìa, ed ammaestrandosi pure nella scienza forestale, cui attese nel famoso insliluto di Walthers-

hausen

dopo

in Sassonia. Ricco di tante

otto

anni di

lontananza

,

l’

cognizioni rivedeva, Italia

;

e la rivedeva

per combattere e per togliere i pregiudizii , che si opponevano alla introduzione della vaccinazione; e per ordinare, nominalo Ispettore generale dei boschi del regno, r amministrazione di quelli nei Dipartimenti dell’Allo-Adige,

del Tronto, del

Musone

per sopranlendere particolarmente

e

del Melauro; e

agli altri dell’Agogna,

dell’Olona, dell’Adda, del Lario, del Serio, del Mella, dell’Allo-Po e del Mincio; e per pubblicare le Nozioni

elementari dei boschi-; e per ridurre plice intelligenza le. tavole del

a più

Nourry per

chiara e semla

cubatura

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Gì lOgle


a,

301 dei legnami; c per

promuovere ed

illustrare,

con varie

(lollissime ed importanti scrillure, la scienza e la pratica forestale, la mineralogia c in '

perocché

ministro

il

l’

agricoltura; e per giovare,

Imcommetteva un

e in ogni guisa allo stalo.

somma, grandemente

delle finanze

gli

lavoro intorno alle saline e alle fonti salse di Radein, nel Dipartimento deH’Allo-Adige; il ministro della guerra

una relazione sulla pozzolana del Tronto; l’altro dell’interno una compiuta raccolta delle miniere e delle acque minerali deH’Allo-Adige per gli avvertimenti di Gau:

migliora vasi, finalmente, nel Dipartimento del

lieri

tauro

Ed essendo deipari tava

ed

lo stalo

alla

mente

gl’ interessi del

reggere

il

Me-

vinificazione.

la

di coloro, cui spet-

popolo Italiano, presentì

progressi della scienza dei campi, da con-

i

' •

siderar

sempre sotto un doppio punto

quanto

a politica

ed

essi invocassero a tal

anziché temere

i

in

di vista, cioè in

quanto a dottrina, avveniva che

uopo

il

soccorso dei più veggenti,

filantropici loro consigli.

Abbandonavasi Vincenzo Dandolo con trasporlo

a’

suoi chimici studii allorché, divenuta Italia per la rivol^uzione teatro

trasporlo di guisa

si

avvenimenti grandissimi, con uguale

di

abbandonava

alle

che era costretto

di

nuove polilicbe dottrine riparare

a

Milano, poi'

Varese, deliziosa campagna a dieci leghe da quella città, firialmenle in dagli

uomini

Francia ove a braccia aperte era accollo di

glalo e dai dotti.

Ricomposte

cose, Dandolo rivedeva Varese, ed

sua occupazione noi

i

l’

ivi, scelta a

agricoltura, introdusse per

in Italia le

principale

primo

tra

merini, ed insegnò l’arte di allevarli e moltiplicarli

Del governo delle pecore spain un suo gnuole. sviluppando in pari tempo, nei suoi Discorsi su varii oggetti importanti di pubblica e privata economia libro intitolalo

:

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f

302 i

pomi

vantaggi, che derivauo dalla coltivazione dei

terra, gl’

modo

il

di procacciarsi ingrassi e di

inconvenienti dei beni comunali e

il

bisogno di creare

tra gl’italiani novelle industrie. In quel

rala

mezzo, conside-

re la infelice condizione della Dalmazia, che, in

il

ricompensa di una repubblica

alla

di

servirsene,

devozione da

illimitata

di

lei

mostrata

Venezia, crudelmente era stata

la-

senz’ agricoltura, senza traffici, senza arti, senza

sciala

popolazione, pensò egli di rimarginar quelle stimmate spe-

dendo colà un governatore, 6 dissimo

titolo di

legislatore,

ma

tempo, cercato

legislatore, collo splendi-

Provveditor generale. Venezia dava quel

inutilmente si

il

nome

siccome un

di lui,

avrebbe nel famoso e tanto apprezzalo

Libro d’oro, avvegnaché, facendosi allora stima (ripeliam-

uomini per

lo) degli

la nascita,

il

le

personali loro

Provveditore

non per

qualità,

Dalmazia era

generale della

uno degli antichi e fastosi palagii una umile officina di farmacista. E fu i Dalmati andarono debitori di leggi,

anziché da

tratto,

della città, da

Dandolo,

quale

al

di tribunali, del prosciugamento delle vaste paludi

costanti

de

cir-

fiume Kerka, della instiiuzione di una gran-

al

nitriera in Zernonio, del risloramento delle saline di

Pago, della pastorizia migliorata, e della piantagione di gelsi e di molli alberi da frullo.

ulivi, di

que anni dovea

di così

attiva

ed utilissima

Dopo

soli cin-

amministrazione

per inferma salute desistere

egli

grande

dalla

opera; e lasciando nel cuore dei Dalmati scolpila

moria del bene, che aveva lor insignito del

come

poi

onorevole

doppio

titolo di

quest’ ultima

posto

di

dursi a’ suoi geniali lavori;

nare

i

altro

cosi il

bachi da seta assicura

me-

regno

conte e di senatore. Sic-

dignità

riposo,

la

fatto, ritornava nel

non

era che

fu abilitato

un

a ricon-

libro iìeW Arte di goverall’Italia

non

il

privilegio

Digilized

Cìoogl


«

qhe •

le

3Ó3

deriva dal sùo clima

ma

gliori sete,

l’incalcolàbile’ vantaggio di

prezioso prodotto tutto sione di

st^ittor

^

benemcrild, Dandolo

^

Magistrato

integra,

filantropico,

scienziato

dodici dicembre nttilleottocentodiciannove.

e

illustre

Dandolo

Governava

Dalmazia c Filippo Re,

la

Reggio nel Modenese, pubblicava coltura, opera che universali. Volle

il

^

dare^a quei

trapassava

il

.

mi-

le

perfezionamento e tutta l’esten-

il

suscettivo.

è

cui

produrre

felici di

di

Elementi di agri-

gli

mancava aH’llalia, e che ottenea lodi monarca rimunerar tosto il heneme-

e lo sceglieva a professare, agricoltura nella

rito autore”:

"Università di Rologna, e lo creava cavaliere deH’ordine della

Corona

di

tuto.

Per

quali

agli

le

studii, ed

ferro', e lo

affin

di

giardinaggio una guida sicura,

viato; pòi dettava

procurare il

e

Saggio

il

sui,

quali opere diede a conoscere

delljg

quanto sapesse della

ma-

pratico sulle

lattie delle piante, ['Ortolano dirozzato, e

/e/ami. '^’ella prima

dilettanti

ai

suo Giardiniere av-

Saggio teorico

il

dell’ Isti-

maggiormente

datosi

Bologna stessa un eccellente

inslifuito a

Orlo agrario, componeva, di

nominava membro

onorificenze

fisiologia vegetabile, nella

seconda

indicò,! niQdi di migliorare la coltura degli orti, nella terza la

finalmcrilc esaurì, pér quanto era jio^sibile,

materia dei soversci, e tolse agli stranieri

biasimare eziandio

l’Italiana il

melodi

usali

i

quali,

presso

anzi, da

gli

ci

•

uopo scriveva

tale

come

con tanta pompa

tutta

foga di

rafùonato di agricoltura

veterinaria, nel quale insediò i

A

agricoltura.

Dizionario

la

tutti,

o quasi

vieti

e di tutti

detto essere

sle^i stranieri, fossero già conosciuti,

lungo tempo, usali in

restieri cono.<rce.s.sero

Ilajtia.

Indi,

perché

i

fo-

immaginò di Annali delTagricoltu-

quanlcr essa valesse,

compilare un Giornah; col

titolo di

ra Italiana, per cui nel regno tutto •

si

sparsero osser-

»

%

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504

•

**

•

j

vazioni ulilissitue ed^csperimenli atti praliclie, ad u collivare

in

più acconcia maniera (|uelle, che fossero al quali Annuii aggiugneva opporlune

siale già jn uso;

«

a togliere viziose

nuove pianle, nuove sementi, od,

iiUrodiirre

prefazioni ed olire a quaranla Memorie,

pre una lingua pura ed'^un colligsitno

adoperando semstile.

Moriva

il

Re

ciiiqnanlaquallm nel venlesimo giorno di marzo

di anni

del yiilleollocenlodiciassèUe.

»

Figliuolo di è debilricc dpi

(juel RieliNj, cui

suo Orlo

rUnivorsilà di Padova

agr;jrio. Luigi

Arduino seguiva

'

la

segna liv, dal padre, e con

si

rapidi e sicuri passi

ollencro nel millcollocenloselle

la

calledra di agricollura,

si rada

da

già dal genilore coperla nella Università anzidc'lla. Salila la

quale piaceva

al re di

'

'

consullare a quando a quando

l’Arduino Hilorno alla più ulile collura dei campi, alle mi-

^r

sure da prendei^

niigliorarè la condizione dei bo-

quanto avesse credalo

schi, e a

j)iù

opi>orluno afììn di

rendere maggiormente ulile l^lTidalogli ammSeslramenlo.

Noii. conlcnlo però l’Arduino d’insegnar solamente,

far volle ^cuna^'^Co.sa di più,

*

l^nde

dciralliludlfie sua. di,

eslender^'là professala sci^za a prezzo di nuove osservazioni fan fede

molle gcrillure:

co -geortji Cip sopra la

tali

una Memuria^botani-

coltura c gli

usi'

tà € gli

usi del Sulanuin Guinense,

maniera più semplice tr

^

economici del-

L'Avena aUissima, una Dissertazioue intorno

le prop-rie-

'

una Islrutlone sulla

più utile di ggremare le api. ima Lettera relativa alla '*'col tura ed agli irsi del frumentone Americano ossia wmis.'-Merila però speciale ri-, e.

'

Solanum Guinense per aver l’Ardui-^ pral^a quantÒ^ leoricameulc av^vp dello,

,i:ordanza quella del

no esteso

alla

riuscendogli cioè, per alcuni ingegnosissimi pfocessi, di Irar dalle

bacche

di qifella pianta oflimi

l’arte linloria e alla pittura, qolori di

colori *ulili al-

un rosso

vivo, di

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venie carico e di un turchino, che mollo

daco dell’India ed

ahbiam

dello,

generi

i

anche imprendimenlo

lo zuqjjfliero, di

all’ in-

siccome

Colonie Inglesi, e

delle

Ira quelli l’

un processo

accosta

sì

a quello di Berlino. Proscrilli,

quindi

solo Anluino riuscì nel-

il

ollenere dall’olco di CalTicria, con

assai più Tacile e pronlo degli allri, e quin-

di a portala di

opportuna

più. miti j^trezzi, lina

sostili!-^

zione allo zucchero stes^p. In Pad(3fa, ov’ era nàto, moriva PArduino nel luilleollocenlolrenlaquallro di anni set-

lantacinque.

^

.

Chi valorosamente ^seguiva^e •

un monagp,

era

Albcrlitìo

ornie

Bellèhghi, nato

di Nicosia nel niilleollocenlolrenlanove.

anche l’antico

come r le

arti

;

IrovìRra egli di

Fabrrano, c di dedica rsi^affi ne di tornar Utile

vblòsse meglio agli uomini,

plicandone

Abrogalo

Camaldolese dell’A-

e celebre nionaslero

vellana, di cui esso Beflenghi era trasTerirsi a

Ardbino Forlim-

a

morto arcive-

popoli nel uiilTcseflefcert!ocinquanlaselle,

scovo

dell’

le

ai

geologici sludii, ap-

scoperte a vantaggio deH’agricollun^c del-

dì questa «guisa

non

si

mostrava dissimile dagli

antichi suoi confratelli, da citila società riconoscer deve

dijpzzamento dei popoli,

la

conservazione dei clas-

l’amena ed utile collivazione dP tanti monti, di tante selve editante inabitabili lande. Pubblicava adunque Bellenglii due opuscoli intorno alle tinte ed a’ processi onde trarneje dalle piante nostrali, tentativi ritenuti dalP Istituto meritevoli del premio di una mesici

•

il

autori e

daglia di argento.

A

questi scritti lenean dietro

“Iri: Siila coltivazione-dci boschi nel (h’ijli

medicina,

la

domestica economia;

le

lo

Riflessioni

al-

gli

Piceno e nell’Um-'

albori indigeni

bria c sulla utilità note risguardanli

’

arti stil

,

'con erudite

meccaniche

e

la

granito trovato

alle basi del Cafria, p le Indagini circa

i-

fossili dello

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506

•

^

stesso Catria ed

•

monti adiacenti. Era Bellenghi vin-

i

Mauro Cappellari, alMurano presso Venezia,

colato’in amicizia dolcissima con

monaco' in san Michele

tro

di

innocente nei costumi, saQlo ed austero nella vita,

che

nobile c generoso nell’ animo,

peritissimo

nelle teologiche,

va, olirechè

nelle

si

dimostra-

dottrine.

fisiche

A

quella Ionie di sapienza; perento, per un vivo^commer-

cio^di lellero, la

volgeva spesso Bellenghi

si

e se a quel-

;

somnia sapienza aggiunta si fosse una maggiore samaggior pratica di negozii politici, una mag-

gacilà, untì

dei tempi

gior conoscenza ((pialilà

impossibili, o

,

uomini e

degli

ben rare a trovarsi

delld” corti

in

personag-

gio educalo e cresciuto nel silenzio dei chio^ri) ed aperto odio aggiunto restiera

avesse per

si

Mauro

scadici

anni,

tefici

col

Cappellari,

andò a^ederc

nome

so[)ra

il

i

trono dei

suoi popoli; e

avellilo mollo per

gnifico, ui aver abbellita

ad crudimenlo delle lettere e delle edifizii,

fama

aflreltanla

lasciala

per quasi

sommi pon-

gr’atifìcalo a-

come

lasciò

fama

lenendo del ma-

la religione,, c,

^oma, avendo

sì fo-

parass^li^ e degli

quale ìndi, e

il

di GregoriOji.decimosesto,

vrehbt grandemente di

vilissima lornia,

la

che suddita, dei barattieri, dei

Miniatori',

fallo inalbar cóla,

arti

,

avrebbe

sonjiiosissimi di

lodevoli7di

magnaniilfe e di ammirale azioni politiclie, e ^iù*^celebralo e più compianto c più benedetto sarebbe disceso nella oscurità della

(i)

gnralamrnlc per c

a

-di

«

scritta i

83

if,

i

tomba. (1)

Nel pcmliGialo di Gregorio papa la

chiesa,

Questo cavalierino

da

per

Clemente Papa

SCI

» (così

il

mondo

XVI

si

c ripelulo, scia-

e per lui,

il

del

limo. nella wita di Benvenuto Cellini

lui medesimo. Fiienre stamperia di Guglielmo Piatti,

p. 108) era già stato servitore della stalla di Filippo Strox-

era fianc<*sc,

persona nata

vilissit^ia

;

e,

per essere gran ser-

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507

Ma

senza ‘più curarci dì quesla povera valle di la-

crime, ove non vediam

che malvagità, che mise-

altro

solleviamci per poco ad altra più purgata, più su-

rie,

hlime e più splendida regione del mondo, solleviamoci r occhio del Veronese Antonio Gagnoli, mentre per caso si trovava a Parigi, a quelle immense regioni, nelle quali in vastissimo steccato combattono

al ciclo. Fiso

generano

venti, si

i

le nevi,

fulmini,

i

si

accolgon le

più singolare dei celesti fenomeni,

rimaneva

sorpreso

egli così

della generosa

brama

Comincialo quindi

mala

alla

mente

di

per se

la

lo

l’aij.ello

d’ accendersi

ivi

di Saturno,

un punto

in

studio deiraritmelica, richiaproposizioni di Euclide,

serie delle

famosa Astronomia

la

veduto

stelle,

di conoscere appieno la fisica ce-

leste.

studiò

grandini,*

le

tuoni, e portandolo a quelle ancor

i

più eccelse entro cui il

rugiade, le pioggie,

le

'

Lalande: e

di

Lalande, ottimo maestro di quella scienza, non lasciò di tener infervorato

il

Gagnoli, e coH’offerirgli tutti

mezzi che aver poleansi

giori

mag-

i

in Parigi, e col far

cal-

colo di ogni dubbio che nello studio della sua Astrono-

mia si

si

afiacciava al Gagnoli, o per oscurità nel lesto clic

polean togliere

re al

fine

,

o per calcoli più

per gìugne-

facili

deHe dimostrazioni. Gagnoli diveniva padrone dare una prova non

della scienza; e, per

dubbia delle

acquistate cognizioni, pubblicava a Parigi a più riprese,

vilore,

papa (demente

vuuic di se stesso io

riiicliiusi

con e le

:

in

lo

aveva Gllo

modo

die

tutta quella gran quantità

mi coniincsse, erano

le

di’ io le

Ed io cucimmo

legate.

ciascune, e

il

nella detta stana», mi di

riveli issi

Papu

mo

dello e

,

e se ne il

messono innanzi gioie della

lì,

lava

cavaliere ed i

detti

Regni

Camera Apostolica

^

dovessi sfasciare tutte dcU’oro, in die

così

feci; dipoi le rinvolsi in

in certe farse

poca carta

addosso al Papa e

al

r/eo#

ca^>alierino. »

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GvjOglv


508 varie astronomiche memorie, e la classica opera intitalata

Trigonometria piana

:

grande merito, Iraslalala

e sferica^ la quale, per

tosto veniva

lingua francese. Restituitosi in patria •

deva la

ili

immensità del

'il

penoso lavoro

mezzo fitto

i

illustri

di

meteorologiche ossenazioni. In quel

mavano Gagnoli ad francamente esporre

la la

si

di

uno

cesi, e

le

riparo

al

dei

guasti

acque del Brenta, chia-

ma

accorrervi co’ suoi consigli;

egli

scusava rispondendo di non poter, senza lui

probità, dire opinione in materia di

quale eragli

affatto ignota.

Quanta ignoranza

quanta rara ingenuità e modestia

nei nobili Veneziani! in

meri-

gli

gentiluomini Veneziani credendo di meiter a pro-

che frequentemente recavano

acque,

che

accademie, e ad intraprendere

sapere di un astronomo!!

il

per

a viaggiare

a farvi scoperte,

cielo,

in

Gagnoli, ripren-

no suo astronomico ossenatorio

tarono premii da

suo

il

Chomprè

dal il

scienziato! Giunti intanto a Verona

fulminando Balland dai

roventi la misera città,

una

castelli

i

primi Fran-

anche con palle

di esse veniva

piombare

a

poco discosto dalla specola del Gagnoli da ruinar quella e la casa di lui. Sfogava allora Gagnoli tutta la sua

rezza -a Lalande, e per costui

mezzo giunte

ama-

condot-

al

tiere delle genti di Francia, poi re d’ Italia, le querele,

non solamente questi accorse

ma

volle

alla riparazione dei

che Gagnoli trasferisse

il

danni,

suo domicilio a Mi-

lano, ove subito gli diede posto tra gli astronomi di qucl-

rOsservatorio, e tra

i

membri

del corpo legislativo.

riuscendo a Gagnoli assai pesante

la

catte-

dra di matematica sublime nella scuola militare di

dena, c

ivi

Ma

quest’ ultimo officio,

cercò di esimersene, accettando più volentieri

Mo-

pubblicando un trattato delle Sezioni coniche

conducendo

non che, stanco

a

termine un catalogo

dalle diuturne fatiche,

di stelle

domandava

fìsse.

Se

a riparo

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o09 mal Ferma salute un riposo

deìl.1

ministero della guerra

malincuore

a

.

il

accordava nel milleolloccnlo-

gli

Gagnoli, crealo già

selle.

che

,

dal

re

cavaliere

dell’

ordine

della Corona di ferro, rendeva lo spirilo al cielo, da lui

tanto conleinplalo, nel sei agosto del

dopo setlanlalre anni

dici,

inilleoltpcenlose-

celebratissima vita.

di

Ilerscbel aveva scoperto Urano;

chi però determi-

nava l’orbila di quell’ astro, ne perfezionava, anzi ne creava di

la

spargendo così ovunque nome chiarissimo

teorica,

astronomo, era Barnaba Oriani,

di cui la scienza è

debitrice alle sollecitudini, che per l’ccclesiaslica e sofica instnizione di lui preso avevano

della Certosa di Garegnano,

i

filo-

buoni monaci

poco discosto da

paesello

Milano, ove Barnaba nel milleselleccnlocinquanladue po-

veramente nasceva. Trovavasi nell’

gava

egli

unitamente

al

Gagnoli

Osservatorio di Milano, e mentre quest’ ultimo pre-

cure del Corpo Legislativo,

di tesser sollevato^||Jle

verso

egli, rOriani,

il

quale

si

adoperava ogni maniera

di cortesie e di profferte, pregava pure

continuare in pace

suoi sludii,

i

gli

lasciassero

si

e di venir dispensalo

dal giuramento, che imponeva odiò

al

governo dei

re,

e ciò per andar debitore, se alcuna cosa avea potuto operar nelle scienze, alla generosità di un monarca l’Austriaco ), e perchè d* alLi'a parte comprendere non ( poteva vare le

come

fosse necessario giurar quell’odio per osser-

stelle.

attemperata, e

Per Oriani la

la

formula del giuramento era

franca ed onorata maniera

dere deir astronomo

,

e

l’

eccezione

fatta

a

di

proce-

riguardo di

quel sapiente dal governo della repubblica Cisalpina servir possono, in uguali congiunture, a’ sudditi

che

ai

governanti.

saldezza di volontà e di nel regno, a presedere

la

di

bell’esempio

si

Piacque anzi tanto quella

animo

dell’Oriani da destinarlo,

Commissione

regolatrice dei

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^

,,

510 pesi e delle misure

Università

di

da sceglierlo

,

Pavia e di Bologna

due

riordinare le

a

membra

da crearlo

,

deir Istituto, e da essere, finalmente, in ogni guisa accarezzato ed onorato dal re, da cui era

insignito

ordini della Corona di ferro e della Legione di e<l

degli

onore

inalzalo ai sublimi gradi di senatore e di conte.

ogni

modo

sava

il

vado di Vigevano j meridiano compreso

inslrnzione e

amor

contraria per

al

lo

fra

zenit

sissimo dono. Liinge quegli

non cessava

blicando perciò

la

scien-

della

Rimini e quel di

di

incarico di cui tanto lodevolmente

egli di

olTicii

meditare

d»

si

sdebitò

e

un prezio-

pubblici

di dislorre

ricevere dal viceré lettere onorevolissime

Oriani,

vesco-

il

T incarico di misurar l’arco del

za volentieri accettava

Roma,

Ad

per modestia e per amore della scienza ricu-

ministero della pubblica

e

di comporre, pub-

Trigono-

classica opera intitolala la

metria sferoidica, ed inserendo sempre nelle Effemeridi di

Milano produzioni del forte suo ingegno e delle astro-

nomiche sue

ricerche.

Compiuti già

gli

anni

ottanta,

senza turbarsi e colla tranquillità dell’uorao giusto, spirava

il dodici di novembre del milleotlocenlolrenlad'ue. Apparendo anche allora la scienza delle matemati-

che degna

di quella

regione, da cui erano usciti Sarpi

e Galileo, Pietro Cessali, italiani del

ne

uno

dei più chiari matematici

decimollavo secolo, autore della dissertazio-

SulTequilibrio esterno ed interno delk macelline

acreostatiche

dclT algebra

e della

Storia

dell’origine

(immenso lavoro,

e

progresso

nel quale die’

le

mag-

giori prove di forza d’ ingegno, di profondità di sapere, d’ instancabilità di studio, e

che

derlo annoveralo dal Delambre

che,

le

quali primeggiano

gli

tra

merilò l’onore di vela

opere matemati-

nel passalo

Cossali professava nel liceo (S

Verona

le

secolo)

Pietro

matemalicbe

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SII e provvedeva

co' suoi

consigli agli idraulici

bisogni di

quel Diparlimenlo. Indi, nel milleollocentosei, ascende-

va nella Università

blime, e dato onorario delle

Padova

di

veniva

gli

gli elogii di Poloni, di

Verona

ai

cattedra di Calcolo su-

la

d’ispettore

titolo

il

acque e strade, scrivendo

generale

in quegli anni

Nato

e di Lagrangio.

Stallini

a

ventiquattro giugno del milleselteccntòquaran-

lotto, visse cortese,

umano, benefico e zelante per

la reli-

gione sino al venti di dicembre del milleoltocentoquindici.

Pubbliche lezioni di Calcolo sublime dava nella Università

di

Pavia

Vincenzo

Brunacci,

fiorentino,

avea tenuto già, e mollo giovane ancora,

che

cattedra di

la

professore straordinario di fisica nella Università di Pisa, l’altra di

matematica e nautica

nell’ Istituto

di

marina

a Livorno, e che stretto era in intima arnicizia co’ più celebri geometri e matematici di Francia, Bossut, Legen-

drc, Cousin, Leveque e coll’ italiano Lagrangio, Inconta-

nente riformato da Brunacci lo studio delle matematiche nella Università anzidetta,

assunse l’officio di dare

si

eziandio lezioni d’ idrometria

non

faceasi ivi alcun cenno.

e geodesia

,

prima

di cui

Quindi pubblicava

il

suo

corso di matematica sublime, ed altre opere di minor

mole

ma non

di

minor pregio, e

menti di algebra e di geometria, ron per testo in alla

tutti

contemplativa e

i

licei

tra i

queste

quali

del regno.

Ele-

Sapendo unire

anche una

quieta vita

gli

adottali fu-

vita attiva,

adoperato era in molte pubbliche faccende, laonde veniva scelto a distendere

il

progetto

da Milano a Pavia, a riformare le

di i

un canale navigabile matematici studii per

Università del regno, a regolare l’attivazione del nuo-

vo sistema dei pesi e delle misure, e ad essere Ispettore generale di acque

e

strade. Ri|punerate furono dal re

le

dotte fatiche di Brunacci colle indegne degli ordini della

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^

312 Legione .

onore e della Corona

di

daH’accademia

di

di ferro fu rimunerato Padova per un’ opera intorno alla me-

melodi, che formano

lafisica dei

;

fondamento del

il

cal-

colo differenziale ed integrale; fu rimunerato dalla Società Italiana per l’altra

Collegio dei dotti, e per tre volle sostenuto

Ascritto

al

grado

di

il

compiuto bita

opera sulla Dispensa delle acque.

reggenle l’Università

suo decimo lustro

il

morte

il

di

non ancora mancava per sugiugno dell’ anno

di Pavia, elà,

giorno dicciottesimo di

milleotlocenlodiciollo.

Dopo sopra il

il

il

Cessali, leggeva nell’ Università

il

di

Padova

Calcolo sublime Antonio Collallo, nato a Venezia

venlidue di aprile

del

quale tanto addentralo

millesellecenlosessantacinquc, si

era nella scienza d’ annun-

anni autore di un Metodo anali-

ziarsi di soli quindici

per conoscere la fallacia di alcune dimostrazioni alquanti Discorsi sul metodo di studiare le mate-

tico

di

matiche, ed illustratore in certe parli delle Transazioni filosofiche di

Londra.

Collallo,

che

pure maestro di

fu

matematica applicala nella scuola del Poligono e degli artiglieria, si rese

uffiziali di

famoso per

altre repula-

lissime opere, quali L'identità del calcolo differenziale

con quello delle serie, ovvero

mente piccoli di Leibnizio pratica degl'ingegneri coordinate

;

;

il

metodo degl' infinita-

Dell' instruzione

La Geometria

teorico-

analitica a due

Le nuove lezioni di Geometria analitica a nuovo Saggio di Poliedrimetria anali-

tre coordinate e II

tica

;

giovandosi

il

governo dell’opera

volta avesse occorso di

alcuna scoperta, o

di

lui

ogni qual-

un parere sicuro intorno all’

esattezza

di

merito

al

alcuna macchina.

Sacerdote da prima, indi marito e padre, perciò dall’universale tenuto in disislima, visse Collallo sino

cimoquiuto

di luglio del milleallocenlovenli.

dì de-

al .

»

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5<5 Professando Angelo Luigi LoUeri

nato in Bollate,

,

villaggio in quel di Milano l’anno millesettecenlosessanta,

contemporaneamente

lui

nell’ altra

al

uguale

Collalto

discepoli la

scienza

stessa,

medesimo

Collalto, di supplirvi.

dava fuori il

più famiglia'rc

di

ai

immaginava, d’accordo col

all’ invilo,

tica, e Lotleri

scienza

inmiaginava affin di

Università di Pavia,

rendere, nella mancanza di un lesto,

quest’ ultimo

Arresosi

indicata sua Geometria anali-

la

suo Trattato delle serie

equa-

e delle

zioni con diverse altre teoriche tulle attenenti alla scien-

due

za del calcolo: cosi

dotti, stimolati

promuovere e migliorare

nel

la

da

ugual zelo

parte d’ insegnamento

ad essi loro affidata, vidersi lanciati in una nobile e generosa gara onde olferire alla

scolaresca

un compiuto

corso delle loro lezioni. Abbenchè l’abolizione degli ordini religiosi tolto avesse dal chiostro ancor giovane Lol-

(era Gerolimino), nientemeno

teri

libertà, in cui si trovò

posto,

nè

non abusò mai si

lasciò

della

mai, come

era avvenuto al suo collega Collalto, illudere dalle politiche novità, gli

ma

sempre accuratissimo nell’adempiere

fu

obblighi dello stato

tranquillamente* e

che aveva abbracciato

senza rimorsi

spirava

,

laonde

Ed

insliluila a

Milano

la reai

-

Casa de’ paggi,

mava r insigne matematico Urbano Lampredi

.

ventile

a’ dì

gennaio del milleottocenlotrentanove.

,

si

J

chia-

nato a

Firenze nel millesellecentosessanlauno (già professore in

Siena nel celebre collegio Tolomei, poi

nella scuola di

Soreze in Linguadoca), ad ammaestrare que’ regii donzelli

Nè ometteremo di Lampredi fosse eziandio dottissimo (onde grandemente giovò a Monti nella versione

nella scienza da lui professala.

accennare come ellenista

deU’Iliadè),

come

il

si

appalesasse critico giudizioso e se-

vero, e^vissulo abbia amico dei più famosi uomini del-

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Mi morendo

l’età sua, a’ di

Napoli nel milleoUocenlolreuloUo

a

venlidue febbraio.

Finalmente, in quei giorni assai celebre nelle filosoficbe scipline,

nelle

dato pure alcun tributo

matematiche

di-

quanto anche potesse

un uomo che

nelle teologiche,

un personaggio

viveva e

quale avea mostralo

il

quando a quando avea poesia, che era entralo nei

alla

a

segreti della politica, che avea insegnalo Parte di gover-

nare, date lezioni di filosofia a Bologna,

metafisica

di

neU’archiginnasio della Sapienza di Roma, che avea quin-

assunto

di

or

parli di

le

filosofo, or

oratore, or di matematico, e

esclusivamente

scienza

certamente

apice

all’

di

poeta,

servilo, sarebbe giunto

avesse

celebrità. Quest’

della

or di

che se a questa ultima

uomo

era

Francesco Maria Francesebinis della Valle, nato ad Udi-

ne nel millesellecenlocinquanlasei, ed antico Barnabita. Confortalo dal re di quel favore che dovuto era distinti tica'

applicala

Padova, e

insliluita

d’

provincie

Venete, e

tornare

lea

per

i

fiumi

e

la

ta

infrenarli.

torrenti

delle

antiche

che meglio po-

Beggenle nel milleollocen,

una intempestiva urba-

verso alcuni Austriaci nel

momento

del-

lemporaria loro invasione nel Dipartimento del Bren,

gli

costò

la

e dei regii- favori,

di

di

i

per suggerir ciò

tonove dello Studio anzidetto nità, praticala

suoi

una Commissione idraulica

occhio

per tener

professore di

a

eletto

nella Università

segretario di

lo

a’

matemanomina-

talenti, veniva

perdila della cattedra

morendo

poi,

il

,

degl’ impieghi

vigesimoquarlo giorno

dicembre del milleollocenloquaranla, nel cenobio dei

Barnabiti di Monza, da cui, per imperiose circostanze e

per l’imperversar delle politiche procelle, con pontificia licenza

si

era diviso.

sollecitudini

^

immense prese

dal governo per la

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515 Accademie

insliluzione delle

che

spiegalo,

le

di belle arti, e

idee

utili

desiderio

il

diffuse fossero nei popoli

eziandio col mezzo di pitture, d’ incisioni, di sculture e di

monumenti, furono impulsi

cizio delle arti belle

Non avendo

.

secolo

tali

i

invigorire nell’eser-

alti a

maestri, ed a far sbocciare

Lombardia dopo

la

la

i

talenti.

'metà del passalo

che guidar potessero

pittori,

i

giovani mollo

avanti nella cognizione dell’ arte, Andrea Appiani, nato nel millesetlecenlocinquantaquallro nel villaggio di Bo-

che venticinque anni innanzi dato aveva

sizio,

alle let-

r immortale Giuseppe Parini, dovette esser guida a medesimo nello studio dei grandi originali, sui quali fortunatamente formava uno stile castigato, e prendea

tere sé

quelle

leggiadre

maniere che invano cercato avrebbe

nei moderni. Affidatogli, nel milleselleccntonovanladoe,

r importantissimo lavoro

Donna

stra

in

Bordone,

ma

di

di

freschi nella chiesa di

dei

san Celso di Milano,

confronto del Cerano,

in

di

,

Antonio Campi e dei Procaccini,

mente

delle

andava

arti,

di

volle, pri-

Tornava da Ronag,

tulle le bellezze di quel

santtf^o

ed a spargerle

in quello

a ripeterle

Dio, eseguendo in san Celso, e in tre

soli

mesi,»»

più bei freschi che da oltre un secolo in Milano cessero. Continuando le varietà

dessi

le

vaghezze

a

spiegare

dell’ arte

,

con

una

in cui risplender

grande monarca rendeva col portentoso di

le

reali palazzi di

Milano e

sale e in quelle

di

lui

Monza conducendo

stanze vari e

fa-

si

inesauribi-'

un genio superiore e i talenti maggiormente degno domicilio

veramente

eccellente artista,

i

Paris

Coreggio, dei Canic-

di Michelangelo.

Raffaello e

e calda la

di

No-

che dovea porsi

cimentarsi in cosi pericoloso esperimento, cono-’

scere le grandi opere a fresco di ci, di

egli,

Fiamminghini

dei

sorprendenti

ve-

di

un

di

«n

pennello in qtfel-

freschi.

Hi.

'

zcr‘-

-L


316 nei quali per

comune consentimento non

quante pitture

Lombardia altre

di tal

genere eransi

superò

solo

da

fatte

prima

in

dai più famosi artefici, -ma eziandio tutte le

sue opere.

precedenti

Per

Appiani in altissimo grido, era

quali cose asceso

le

ammesso

nel Collegio dei

nominalo pittore

dotti, ascritto all’Istituto, e caro al re,

di corte, e cavaliere della Legione di onore c della Co-

rona di ferro.

Nè

limitandosi alla sola pittura a fresco,

conduceva pure bellissimi quadri ad

olio,

morendo

sullo

«cordo del milleotlocenlodiciasselte.

me-

Eccellente Giuseppe Bossi nel comporre, assai

Roma

schino nel colorire, era venuto a

manza per r indefesso suo studio e

di

quelle dei

Leone, in

tal

sommi

delle

in

grande rino-

opere antiche,

maestri del tempo di Giulio e di

guisa che lo studio particolarmente fatto

sul classico lavoro pittorico di Michelangelo strappò le lodi dalla bocca degli stessi più severi intelligenti. Stretta ivi

amicizia co’ più chiari artisti, ebbe agio di raccoglie-

re

una ricca suppellettile

tati

di disegni,

quali furono repu-

i

meritevoli di aggiugnere ornamento alla reale Accadi belle arti a Venezia. Trasferitosi Bossi alla

me-

tropoli del regno, cui apparteneva, essendo nato in

Bu-

demia

sto Arsiccio, affidata gli era la direzione di quell’ altra reale- Accademia, cui giovò grandemente, e

commessagli

dal viceré una- copia del Cenacolo di Lionardo, fece sopra quel rinomato dipinto indagini artisti e gli eruditi

elegante per lo sciata

n’

r Accademia

,

si

notizie e di critica.

trovava di aprire in sua casa

scuola di pittura affin d' insegnare agli vetti le

porre, di

sublimi teorie dell’ arte ed

morendo

di

grandi, che

soli

gli

aveano un grandissimo volume,

stile c ricco di

trentotto

i

artisti

precetti

anni,

il

La-

una

più prodel

noH>o

com-

giorno

dicembre del milleottocentoquindici.

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3i7 Infanto fra gli stenti e nell’ angoscia della miseria

preparando

andava un nuovo genere

si

di pittura. Gio-

vanni Migliara, nato in Alessandria di Piemonte

gli

ornamenti,

la

era presso

si

che per

Calcari, celebre pittore teatrale,

gusto

di

avea reso gigantesca quell’arte. INotalo da Calcari del pennello di Migliara ristica, prcdile.ssc

vori.

Ma

il

gli affidò

più ardui la-

i

un

cosi fiera, cosi pertinace da tenerlo per più anni in

che per scaldargli

chi andavano arsi sul focolare

ad un tratto da sé con uno

lo,

ripetendo in piccolissime dimensioni

tendo cosi

fama che tosto migliorare

il

(piasi

con

il

l’infermo

gli

miniatura

la

in

pennel-

cento ed una

spirilo

La

pittura prospettica.

diedero que’ lavori

genere trovato da

uno

le

il

teatro dipinto aveva col maestro, ripein

lui,

prospettica tutta sua, nella quale ritratte

letto

farma-

quegli sforzi,

di

seduto sul suo giaciglio, riprese

scene, che per

i

disegni del povero pit-

i

che tengono del prodigioso, e trovatosi istato di star

,

brio

Migliara collo veniva da infermità

e privo di tutto in maniera,

tore. Risorto

il

siccome una qualità sua caratte-

discepolo, e

il

in quello

il

inspira-

forti

che tutto per isqnisita elezione

e più

,

quin-

appresi

prospettiva e gli elementi di architet-

tura nell’Accademia di Milano, allogalo

zioni

il

ottobre del millesettecentoltantaciiiqiie,

dici di

incoraggiò a

lo

,

una pittura

e creò

unendo

le

inacchietle,

epigrammatico, riprodusse

piccolo la società co’ suoi mille episodi!, creò

il

in

roman-

zo storico della pittura. Accolla con universale applauso la

innovazione,

si

prese a qualificarla col

nome

nere del iMifjliara, o di pittura alla MifiHara, più ragione forse da JJefendcnle Sacelli,

bana.

pure la

Migliara, salutalo qual il

di

di e,

Ce-

con

pittura ur-

caposcuola, e chiamalo

signor delta luce per aver

egli

saputo dominar-

con sapienza cosi mirabile die nessuno potè imitare.


518 moriva sul calare del diciollo di aprile del milleottocen* tolren lascile.

Finché saranno lore e la scienza

in

onore presso

uomini

gli

che dalle

il

va*

ballaglia di Arcule sarà ce*

iiiililare, la

iebralissima e sliraala uno dei più esimi!

guerra^

falli di

storie siano Iramandali ai posteri.

Sfragellali

Francesi da un’ immensa grandine di palle austriache

i

e di scaglia, disordinali e lilubanli già

per cui potevano avere

dal ponte,

Smontato Italia,

da cavallo

allora

e dato di

il

l’

si

allontanavano

adito

ad Arcole.

lor condolliere, poi re di

mano ad una

insegna, c postosi in capo

alla stretta fila, che, sull’argine, insistendo si avviava al

dello ponte,

animò

»

non

»

stro coraggio?

mente

i

Lodi

soldati di

i

A

»

dicendo:

suoi a seguitarlo,

i

siete voi più

quella voce

?

Or dov’

soldati,

i

è

« il

Or vo-

massima-

granatieri, coraggiosi per indole, furibondi per

resistenza, serrandosi attorno al novello vessillifero, tre-

mar

fecero co’

col

e

tiri

numeroso

calpestio

la destra

sponda del contrastalo ponte, ed ottenevano quella

vit-

toria,

per cui r Europa rimase attonita, spaventala l’Au-

slria.

Or,

il

maraviglioso intaglio del ritratto del re, rap-

magnanimo

presentalo in quel

Giuseppe Longbi, lo nel

e storico alto,

disegno dal Franchi e dal Traballesi, ed unito stichezza coir Appiani,

valeva

il

quale intaglio,

tra

le

in

dime-

posto di professore di

incisione neirAccademia di belle il

valeva a

Monza, già eccellentemente educa-

di

maneggio del bulino da Vincenzo Vangelisti, nel

in

arti

cinquanta,

e

Milano.

Dopo

forse più opere

calcografiche del Longbi, con cui ebbe ad onorar tanto sé stesso c la professala arte,

devesi por tosto

l’altro

del ritratto del viceré, ove, fra le altre cose mirabilmente

eseguile, spiccano ctilibile leggerezza

le

c

piume

della berretta di uriaùmper-

condotte in

una maniera nuova,

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3i9 laonde quella slainpa Il ritratto delle

piume. Era Longlii per quel suo «raro

nominato cavalieré dell’ordine

valore

ai

due

di

Corona

della

morendo

ferro, ed accollo nell’ Islilulo,

tuno

veniva dagl’ inlelligenti

inlilolala

gennaio del milleollocenlolrentuno colla

modo, che

gloria di aver ristorala l’affidatagli scuola in la

di

di anni sellan-

segna

storia dell’incisione

fra noi

da lui solo

prin-

il

che per essa era da prima

cipio di quello splendore,

sconosciuto in Europa.

Contemporaneamente

al

Longhi Francesco Rosaspi-

na, nato a Monlescudolo, piccola terra sulle colline circostanti a Rimini,

due

il

di

gennaio

del milleseltecen-

tosessantalre, rinnovava quasi nell’Accademia di Bologna

parimente

lo studio dellsf incisione;

beneme-

questa

a

renza aggiugnea l’altra di dar fuori le stampe dei set-

lanladue più bei dipinti di quella pinacoteca, dei quali egli

stesso venlisei

der

le

sete,

il

no

esprimere mollo bene

com’

è a

Poco

incideva.

l’oro,

ferro, il

velluti,

i

carattere dei

nel ren-

felice

sapeva

sommi

invece

dipintori,

vedere nelle sue incisioni dei Caracci, del Guer-

cino, dell’AIbano

e del Corcggio.

mente

alla

al

Longbi,

Rosaspiria

Consulta di Lione, e

fu, unita-

tra le

occu-

pazioni dell’arle ingentili l’animo colla coltura degli ottiini

studii,

per cui

si

mostrò veramente

morendo

maestri, l^asciava,

il

gemma

tra

i

due settembre del mille-

otlocenloquaranlauno, seicento incisioni, e lodali discepoli.

Decaduta era tura tico,

cosi

da

alla

non

metà

tener

appagandosi perciò,

del

più s

passato secolo alla

la

natura, nè

scul-

all’

an-

nza curarsi di bellezza e di

purità di disegno, solamente di

un

fare di

uso conven-

zionato. Chi trasse la scultura da quella miserabile con-

dizione fu Antonio Canova, nato nel millesettccentocin-

quanlasille a Possagno, grossa

e

lieta

villa

del Trivi-

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320 giano,

il

quale, abbenchè educato sopra lavori dell’anzi-

detla gaglioffa maniera, non ebbe

nerose

si

dovessero

ge-

Greci,

i

quali nulla ebbero di esagerato, di duro, e che carne

che siccome carne avevano inteso

era quella,

presentare, divenne quel

mondo

nazioni tutte del

lume da

render

ma, non

quante insinuazioni

volle per

dUà

lasciar quella

fra le

gno. Di guisa che chiamato a Parigi per

che

bisogna

la

capitale;

=

Canova rispondeva:

mia

spesa

Manca

Voi

tosto che avrò

è qua, qua

si

re:

il

qua

siete,

la

—

re,

statua della

Parigi ora è

bene;

farete

e

sire,

compiuto

Soggiugneva

il

padrone

trovano

tutti

i

lavori

i

il

re:

=

di torper”

,

=11

i

cen-

capolavori antichi.

solo l’Èrcole Farnese, eh’ è a Mapoli,

riserbato per me.

il

se piace al re che sia essa adoperata

quali son qua venuto. tro

=

restiate

suo servigio, bisogna che mi conceda

Roma

nare a

ma

vita,

al

Ro-

a

facesse

gli

per tramutarsi in Francia, o nel re-

regina Maria Luigia, e dicendugli

della

rap-

di

Italia

Partito Canova

splendidissima.

giovanissimo dalla sua terra, e stabilito domicilio

e

le

del grande e del bello, die nel petto suo

.scintille

trovavano, c persuaso che imitar

si i

mente corrotta tanto

la

credere di doverla seguine. Secondando quindi

da

me

sono

lo

Ripigliava Canova, con fuoco:

=

almeno qualche cosa all’ Italia. I monumenti antichi formano collezione e catena con una infinità di altri, che non si po.ssono trasportare da Rolasci

sire,

deh

!

lasci

ma, nè da Napoli.

— Canova

scita suddito Italico,

pertanto, sebben per

non dimorò giammai

na-

nel territorio

del regno.

Veniva invece a cetti

,

nato

molte

duto

copie si

nel

stabilirvisi

il

romano Camillo PaEseguendo

millesettccentocinquantotto.

dello

era pur egli

più

sculture

belle

quanto

1’

antiche

arte lontana si

avvetrovasse

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521 imitazione

in que' giorni dalla vera

natura e del

della

abbenchè non collo stesso genio

bello stile; laonde,

Canova, intraprendeva pur

una

egli a battere

di

via assai *

diversa da quella seguita dai maestri di allora, e fruito '

ben corrispondente sotto

simbolo della

il

toma

di

plastica.

era la Minerva che,

questi studii

a

infonde l’anima dell’au-

farfalla,

Prometeo, pregevolissimo lavoro eseguito Insistendo Canova nel rifiuto di recarsi nel

in

re-

gno, e specialmente a Milano ad assumere in quell’ Ac-

cademia

belle arti

di

direzione della scuola di scul-

la

tura, accettava invece quell’ incarico

ebbesi a ravvisar presto per giovani scultori una

somma

quindi

fabbriche molle, che

si

regno, e meglio rifulse in

lo

per

miglioramento

il-

scalpello

di

Pacelli nelle

conducevano nella capitale del in un gruppo, in una Italia ed

un Pastor buono che lavorò per

mede,

ministero dell’ in-

abilità nel

segnamento, ed un insigne zelo del gusto. Rifulse

Pacelli, nel quale

il

più distinti progressi dei

i

in varii busti, fra

i

nella bellissima statua, in

un Gani-

re, in

il

quali quello dell’ Appiani, e

marmo

di

Carrara, di santa'

Marcellina per la chiesa di Sant’ Ambrogio

,

racchiudon quei canoni di proporzioni e

vaghe e gen-

di

,

forme che tanto sapientemente aveva

tili

dagli antichi. Pacetti moriva

il

venlisei

di

opere che

egli

desunto

maggio

del

milleotlocenloventisei.

Viveva allora eziandio a Milano Angelo Pizzi. Egli era nato colà

il

ventitré di

toseltanlacinque mollo

che addulto da stremo

dicembre del milleseltecen-

mi.serabilmenle di

povertà,

si

,

e

vuoisi

allogasse

anzi,

presso

l’Appiani, occupandosi del basso mestiere di stemperargli

i

colori

sè dovesse

:

ciò che farebbe prova che il

non ad

proprio inalzamento, e fosse

altri

ei

•

che a

solo l’au-

tore di sua fortuna. Certo è, che, spiegato ardente desi31

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322 (lerio d’ iniziarsi

stessa

nell’ arie statuaria,

primi rudimenti

i

duomo, comunque che in

lei

faceva,

:

i

marmi

ne apparò in patria poi scolpiti per quel

marcano il mollo progresso ed una mente appalesano nata e credecorativi,

sciuta a grandi cose, la quale più ancor

simulacro di san Matteo, ne, dottrina anatomica e tra

le

la

presto

Pizzi

,

dimostra nel

panneggiamento tener Per

migliori opere di quella età.

era ben

si

cui espressione, proporzio-

scelto

al

grado

lo fecero

quali cose

le

di

professore di

scultura ntdl’ accademia di Carrara, da dove nell’anno millpotlocenloselle l’allra

grado medesimo nel-

trasferiva col

si

di Venezia. Colà scolpiva alquanti busti, nei quali

vedeasi la vita e l’anima dell’originale; tracciava losso del re, e

una

incompiute.

il

co-

allegoria di Vittoria allusiva a lui,

opere queste ultime, che per

le

mutale

A’ dì ventitré marzo

del

sorti

rimaneano

milleotlocentodi-

ciannove era Pizzi rapito da morte aH’arle e agli studii. Passata già in decadimento, siccome

che rarchilellura, alcuni precetti aveano allora i

ai

il

la

scultura an-

rigidi osservatori dei Vitruviani

merito di ridonare all’arte stessa

pregii suoi ordinarii, e di mettere in capo pei primi,

minori

artisti

non ancora scrupolosi nel seguire

ragione in ogni cosa, un barlume di

Antonio Selva (|ue’ valorosi

Nato

il

,

filosofia.

la

Giovanni

Luigi Gagnola e Giuseppe Zanoia erano

e benemeriti uomini.

Selva

il

tredici di

giugno del millesellecen-

-tocinquanlalre in quella singolare città tanto ammirata

per le moli inalzale da Calendario, da Palladio,

Tommaso Temenza.

affinchè alla vista di quegli antichi

spiegar

si

Sanmicheli, da

da Sansovino e dallo Scamozzi,

del dotto architetto

fu discepolo

Spedito a

Roma

monumenti meglio

potessero le facoltà del suo ingegno, estese

'pellegrinare

anche

a Napoli, a

Pompeia,

a Pesto, a

il

Ca-

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323 seria, indi in Inghillerra, in

Olanda ed

in Francia.

collo abbondante frullo da que’ suoi viaggi, cito d’introdurre nelle molle fabbriche,

fe'

si

da

Rao-

solle-

poscia

lui

eseguile in patria- od altrove, nuove e gradile forme, ragionevoli e ben adatti scompartimenti, e coniodilà lino allora ignote,

scelto

lìn

onde resosi veramente esimio neirarle, era

dalla

inslituzione

Accademia

reale

della

di

belle arti in Venezia a professore di archilellura, posto,

che

sin alla morte, avvenuta nel principio del milleollo-

centodiciannove, con distinto zelo e sapienza sostenne. Luigi Gagnola di Milano, per esser nato

giugno

del

millesellecenlosessanladue

marchese, dato

nove

il

era di nascosto a coltivare rarchitel-

si

tura, perchè trattenuto dai pregiudizii dominanti in

tempo, nel quale ignobile arti, il

si

da cui illuminate vengono ed eziandio

i

marchesi,

le

Ma

nazioni.

lascialo

caffè e nei crocchii, divenuti a

parali diretti da Gagnola

afiin

il

recatosi

qne’ pregiu-

cinguettar nei

un

tratto operosi,'gli ap-

di

addobbare in quella

duomo,

circostanza colla massima splendidezza l’insigne

maravigliosamente corrisposero

remonia come

alla

poco appresso

le

sontuosità

alla

grandezza della ce-

dell'edificio.

nozze del viceré,

il

l’erezione pre.sso la porla Orientale

di

Mi-

le altre

cose

un grande arco

di

legno e tela dipinta, e ne affidava

Gelebralesi

municipio

lano a dimostrazione di gioia ordinava fra

in

un

giudicava l’esercizio delle

re per la corona a Milano, e già spenti

dizii,

di

accidentalmente

il

pensiero

al

Ga-

gnola; riuscita questa opera di tanta magnificenza e bellezza da invogliare

il

dello municipio ad eternarla con

più solida costruzione, sceglievasi a teatro di quel

mento r immensa piazza d’armi, formala

demolite fortificazioni deH’anlico castello. Posta

quarlodecimo

di ottobre del

monu-

in parte sulle il

milleollocentoselle,

giorno al

rim-

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524

bombo

delle

artiglierie,

prima pietra deU'edifiziaf

la

norme degli archi di trionfo eretti daRomani nell’epoca della maggior loro gran-

sorse esso sulle gli antichi

in poi ogni

dezza. D’ allora

pubblica

anche

nobilissimo, laonde

del re, e poscia per la

geva

spese

a

i

te a ricreazione del

esclusivamente tissime

il

ingegno suo

l’

secondo noaritaggio quel dr

Roma,

eri-

Milanese municipio colonne ed ar-

del

chi stuiiendissimi,

per

nascita di

presentò al

festa

Gagnola una nuova occasione di esercitar

all’

vagamen-

quali veniano nella notte

popolo illuminati. Consegrato quasi architettura

e celebri opere,

,

conduceva

non cessando

mol-

altre

studiare

di

la

eccellenza degli antichi, e cercando la perfezione tanto in riguardo alla creazione

che

aU’elfetto;

quanto poi

alla

esecuzione, concorreva cogli architetti suoi contemporanei

a

spignerla

Finalmente, a

al

miglior punto, cui possa arrivare.

vantaggio degli studiosi di architettura,

teneva aperta scuola in sua casa, porgendo eziandio a chi ne avesse abbisognato gratuitamente le cose occorrenti

per

il

disegno: in

somma, amante

dell’arte,

cui erasi

dedicalo, che promosse e favori sempre e grandemente nelle pubbliche opere. Gagnola è stalo

un

dei pochi,

i

quali provarono, che gli agii e lo splendore della con-

dizione non intorpidiscono

il

re cavaliere dell’ordine della

vero genio. Nominalo dal

Gorona di

ferro, fu dell’ Isti-

tuto, dell’Accademia reale di belle arti, della patria

missione del pubblico ornato, c moriva

il

Gom-

quattordici

agosto del milleollocentotrenlatre. .

Gosi

egregiamente adoperando

il

precetti teorici dettava nell’Accademia

Gagnola, ottimi di

belle

arti in

professore Giuseppe Zanoia, originario di Or-

Milano

il

megna

neU’alto Novarese,

ma

nato in Genova

nove gennaio del inilleseltecentocinquantadue

,

il

dician-

il

quale

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525 per far cosa grata lo

suo fosso prete,

abbraccialo aveva da Ascoltale

stalo ecclesiastico.

dello Zanoia

desideroso che

padre,

al

non pure

maturi cultori delle

giovanetto lo

buon grado

di

figlino*

il

le

lezioni

dalla scolaresca, ina eziandio da

venuto

egli

ogni di meglio

in voce di eccellente artista, eletto era,

morto Leopoldo

arti,

Polak, architetto del

e

duomo

e segretario dell’

Accademia

anzidelta. Ampliala a cura di lui la instruzione,' e sta-

nuove pratiche porgli architettonici* delineamenti,

bilite

Accademia

saliva essa

da formare dei

in tanto splendore

suoi allievi eccellenti maestri. Venula a cognizione del r«i

le

prosperità di quell’ Inslilulo, conferiva allo Zanoia

la

insegne cavalleresche dell’ordine della Corona di

ro, onore,

accendeva l’amore

alle

liberali discipline,

dio colla pratica rafforzava

scuola

:

fer-

che nell’animo del beneficato maggiormente

da ciò ebbe

i

onde ezian-

insegnamenti della

teorici

Porlanuova in Milano,

a sorgere, a

'un arco ottimo nelle modanature e con bellissimi orna-

menti lo, si

di

antico sapore. Oltreché essere valente architet-

mostrava

lo

Zanoia eziandio

sommo

nella sagra elo-

quenza e nella poesia, vivendo sin all’anno sessantesi-

moquiulo dell’elà sua, ben accetto ai grandi e ai ministri e nel medesimo tempo stimalo dalla gioventù che frequentava le scuole dell’Accademia.

Storico e scrittore delle belle ferrarese

Leopoldo

losessanlaseltp, e >

Cicognara

che

avea

anzìdctte era

arti

nato nel

,

già

blica Cisalpina, nei Comizii di Lione e

Stalo. Provveduto

ca nelle belle

di

arti, scriveva,

su

tale

,

repub-

nel Consiglio di

molta prati-

intitolandolo al re,

ddlla natura e dell’ arte

Bello e degli scrillori

nella

molla dottrina e di

sul Hello diviso in selle Ragionamenti;

quali parla

il

millesellecen-

figuralo

nel

nel

materia,

un

libro

primo dei

secondo del

nel

terzo del-

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326 le

forze

misure del Bello assoluto, nel quar-

delle

e

to del Bello relativo e degli effetti

delle

d’ imita-

arti

zione, nel quinto della Grazia, nel sesto del Sublime, nel

settimo ed ultimo

del Bello ideale

e

cause che

delle

possono svilupparlo. Per questa non comune cognizione delle liberali arti, e per esser Cicognara magnifico per

natura, dignitoso e scioltissimo nel portamento, di sguar-

do acuto, indagatore, vivace, della compiacenza, non atto

di

labbro facile

sorriso

al

a quello dello scherno, di

fisdnomia apertissima, abitualmente ilare, grave talora,

ma non mai di

scoraggiante

,

convenevolissimo

trovava

si

posto di presidente deH’Accademìa di beile arti

egli al

Venezia, di cui faceva nell’agosto del milleottocen-

totto, la

solenne apertura, pronunziando un discorso so-

pra l’Origine delle Accademie. Proferito quel discorso in

*una Venezia

si

ricca di chiari

monumenti, che per

la

mirabile lor costruzione hanno sfidato l’urto di tanti secoli, proferito

in

un

maestà eretto da Palladio, proferito

magico pennello quadro che

ci

di Tiziano colorito

e

di lui,

resti

ma

con grande

edifizio

da

in

semplice

un luogo, ove

si

vede

il

Cicognara

dal

più bel proferito

molto valse ad eccitare negli animi della gioventù, che

r ascoltava,' emulazione

affin di spignersi a rapidi e. dif-

ed ardimento per apprestarsi a laboriosi eser-

ficili voli,*

Intendeva indi a rendere all’Instituto da esso pre-

cizii.

seduto

grandissimi

benefìzii

riordinandone

originali

marmi

disegni,

con pregiali

dipinti,

regola-

ì

menti, ampliandone l’edificio, arricchendone

con

le

pareli

con bronzi

non senza intraprendere fra tante occupazioni l’opera della Storia della scultura che mancava aU’Ilalia. Parlila in cinque epoche, toccava nella e con

prima ed

'il

antichi,

nascer dell’arle associata

edifizii

dell’Europa fino

ai piii

al calare del

grandi templi sècolo decimo-

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327 quarto; nella seconda mostrava zione salisse per e

marmi

i

come

essa

come

vedere

Iacea

terza

perfe-

migliori maestri che lavorarono bronzi

duomo

in san Giovanni di Firenze, nei

lano, nella Certosa di Pavia e nelle chiese nella

alla

siano

si

di

di

Mi-

Venezia;

trasandati

gli

sludii della natura e que’ dei buoni modelli, e sorto de-

siderio del grande alla vista delle opere di Michelangelo,

vagheggiato abbiano novità, e come vagheg-

gl’ imitatori

giandole posti

si

siano sugli-

un

orli di

come

era inabissare, e

tacile i

di

precipizio, in

che

fatto inabissaron coloro

nell’epoca quarta cioè nel secento;

quali son vissuti

come, finalmente, venuto Canova, autore della novella rigenerazione, abbia egli del suo nome segnala l’epoca quinta ed

suo secolo.

il

Comunicale anche

al

teatro le vertigini della rivo-

luzione, acceso avevano esse Italiani,

e

i

quali

musa

tranquilla

le facili

immaginazioni degli

non lardarono ad annoiarsi di

della gioconda

Goldoni per dare

la

preferenza

siccome vedemmo, eser-

alle tragedie di Alfieri, le quali,

citavano una morale e politica influenza, ed eccitavano

una grandissima effervescenza. Fat-

negli esaltati spirili tasi

pertanto

1*

indole del popolo inquieta

sbandiva dalle scene

be e

le altre

le

incomposle rappresentazioni

e sorprendenti di que’ giorni gli spettatori,

Prima .subilano

come

gli

ed orgogliosa

buffonerie degli arlecchini,

vicende gravi

componevano

a serietà così

autori ed

di qualsivoglia

le fia-

le

i

;

comici.

altro ad avvedersi

questo

di

cambiamento era Camillo Federici, nato

a Ga-

resio nella Liguria Piemontese, nel nove aprile del mil-

lesellecentoquaranlanove,

il

quale scelto a principale mo-

dello dei di lui studi! Terenzio, e ricorso ai classici greci e

latini,

schi,

si

e ai migliori scrillori

moderni francesi

e tede-

formava un parlicolar piano drammatico del lutto

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528 nuovo, per dipignere sioni, gli errori,

le

le

cilladinesche e domestiche pas-

sciagure, per ricercare le vie del

cuore, per suscitare azioni tenere e virtuose, e per di-

mostrare che

la

virtù è

premio

a

sè stessa, che

il

mal-

vagio è tosto 0 tardi punito, che l’uomo esente da’ ri-

morsi è

più felice, e colui che non

il

scellerato. Federici coglieva nel si

segno

sente è

li

e

;

il

nome

il

più

di lui

diffondeva presto per tutta Italia ed oltre, e comici,

e dilettanti, e società private, e collegii, c case di edu-

cazione recitavano e replicavano

le

commèdie

di

Fede-

che vuoto di desiderii e tranquillo rendeva in Pa-

rici,

dova, ove da più anni era domiciliato, nel ventitré di-

cembre del milleoltocentodue, Rivolgeva pure

Greppi

vanni

occhi

gli

lo spirito al teatro

il

aH’Etemo. bolognese Gio-

nato nel millesettecentocinquanluno da

,

tiche,

ma povera famiglia, ricco di belle immagini poema perseguitato sempre dal bisogno. Stabilita di-

mora

a Milano,

onorata

scrisse

varii

drammi, che potrebbero

essere rappresentati anche adesso e degni certamente di

essere anteposti a molte ribalderie, che ci vengono da

oltramonti

;

ad ogni modo

tragedia, e di

si

mostrò Greppi debole nella

un verseggiar basso, perciò inconveniente

a quella composizione. Egli

moriva nel milleottocento-

undici.

Diversamente Antonio Simeone Sografi, nato a Pa-

dova nel millesettecentocinquantanove, ed

ivi

morto

il

quattro di gennaio del milleotlocentodiciotto, entrava nel

primo rango dei drammatici autori per

cemente

la

commedia

trattar feli-

nobile, e per aver provato ezian-

dio un altro genere di commedie, che storiche

cque

intitolare

,

per

le

gli

pia-

quali intendeva d’ inslruire gli

spettatori coll’unire piacevolmente la verità storica alla favola; tale fu l’Ortensia, in cui

fe’

mostra dei privati

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329

Ma

costumi degli autichi Romani.

sue commedie esprimere lo stato al

di

morale esaltamento,

quale conducono le straordinarie passioni, avvenne,

che per dare maggior forza oltre

Dimostratosi

dialogo lo spinse molto

al

limiti della natura in

i

tato.

maniera da non esser imi*

molte occasioni immaginoso e colto

in

poeta, scriveva eziandio i

volendo Sografì nelle

drammi per

teatro musicale, fra

il

Orazii e

Gli

quali voglionsi preferire

Curiazii e le

Danaidi Romane. Chi però allora giustamente emergeva nei drammi *

per musica era Angelo Anelli, di Desenzano, nato nel millesettecentocinquanluno

e

aprile del milleottocentovenli,

morto il

il

terzo giorno di

quale trovandosi a Mi-

lano professore di eloquenza forense imprendeva a scri-

Abbenchè

vere per quel teatro della Scala molte opere.

esse nello stile e nella lingua siano trascurate, siano pie-

ne di

amoracci, di scherzi da piazza, di allusioni

liberi

ambigue,

e

eziandio

indecenti

morale che sono

i

teatri,

nella misera scuoia

non sono però mancanti

brio, di festività, di spontaneità di verso,

gute e di poetici

do quindi

come il

di

di satire ar-

sali.

Composti, siccome abbiam detto, a serietà cosi spettatori,

di

gli

teatro

autori ed

i

gli

comici, e domandan-

un rappresentante

dei mutamenti,

cui soggiaciuta era la comica arte, lo aveva in Giusep-

pe de Marini, nato a Milano lesettecentosettantadue. za, poi fra

i

a’ tredici

agosto del

Educato nel Collegio

nelle scuole di Brera, veniva posto

gabellieri

,

dalla cui professione

era

di

mil-

Mon-

dai parenti di

continuo

disviato per l’amore dei drammatici spettacoli, manife-

stando, Analmente, a Lodi sulle pubbliche scene gl’indizii di

quella potenza d’ imitazione

steggiata con tanto

romore

,

che venne poi

fe-

di applausi. Bello della per-

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oSO sona, bello in ogni suo allo, arnechìto di facile ingegno,

animo,

di gentile

di spirilo pronto, di sensi sveglialissi-

mi ed insegnalo da

provvidi maestri, francò de Marini le

che eran cadute, non

italiane scene dalla vergogna in

senza però essere stalo rimproveralo

di

alcune mende,

e la maggiore certamente era quella di mostrar troppo

studialo apparecchio,

allo spettatore

lo

difficoltà tutte

della pratica dell’arle sua,

un

dito senza

ad alcun

il

facile

consenso del pensiero, e non dandosi

niere colte e modeste,

accagionandola

arte,

dei

condannava

si

trascorsi

De Marini, che aveva

ca, giovane gentilissima di

a

comica

la

comici

di

tristi

ed

moglie Virginia Tron-

Santa Maria di Capua, mo-

nella casa di lei nella notte del nove

riva

comici

i

pubblico con ma*

al

ammorbidila venne per esso

e

rigidezza di quell’odio, cui

ignoranti.

e le

fatica

non movendo

abbandono. AiT ogni modo

appresero da esso ad annunciarsi

la

la

maggio del

railleollocenlovenlinove.

Un

cerusico doveva essere

il

degno emulo

Marini, ed era questi Luigi Veslri, nato a Firenze tiquattro aprile del tosi

fra le

vantaggiò

soldatesche comandale da Macdonald, fra

di

de

ven-

il

millesettecenlottanluno. Immischia-

le battaglie,

gli

assedii,

i

trionfi

e

s’

av-

ca-

i

daveri nella conoscenza dell’uomo e della sventura. Atterrilo alla Trebbia e visti in fuga

affìn di

tazione,

va

la

cono al

sul

campo d’ imi-

che non

comica di

Veslri

Francesi sul Varo,

i

condurre sulle scene quella maraviglia

conobbe meglio sé stesso, e si

lasciò

feriti

i

vide nè prima, nè poi. Comincia-

carriera

padre nobile;

agendo

ma

per

le

parli, che di-

de Marini associato insieme

conosceva qual maggior successo avrebbe po-

tuto conseguire col lasciare la rappresentazione dei padri

nobili ed assumere invece

quella

dei

caratteristi.

In

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.

3S1 4

pochi dì Vestri

si

cambiava sulle scene, e salutalo èra

veramente da quell’epoca siccome primo attore

d’Italia,

essendo stala universale sentenza che Vestri facesse pia-

gnere e ridere con uguale destrezza,* e che dotato fosse

somma

di

perciò più degno di

Parve

spontaneità.

comio che de Marini, avvegnaché meglio

all’

e certi rozzi abljandoni,

rapparecchio e

oltramontana.

la

più

si

ma

Vestri certa uniformità

che sapevano di scuoEntrambi mirabili e rari, ma Vestri

perchè nella

efficace

al

noceva mollo più a de Ma-

la squisitezza,

imitazione

più

vicino a sè

moriva a

stesso, quindi più spontaneo, più vero. Egli

Bologna

il

attaccava

idea e al sentimento, de Marini pigliava trop-

po dalla forma. Noceva, forse,

rini

en-

l’arte era da Vestri

soggiogala e a de Marini era giogo. Vestri

diciannove

agosto

del

mìlleollocentoqua-

ranluno.

A prima

que’ due insigni attrice della

Anna

Fiorilli Pelandi,

compagnia del

veronese e

re, felicemente ri ac-

coppiava. Dotata di molto sentimento e di valore, spie-

gava essa un’abilità sorprendente nei

drammi

e

nelle

tragedie, soprattutto distinguendosi in quelle deH’Alfieri,

e segnatamente ne) rappresentare sì

difficile

bili

a sostenersi per

passioni; trovavano

il

poi

i

il

personaggio di Mirra

contrasto delle più teni-

per lungo tempo ancora sarà opera profitto. il

sommo

comici un altro

maestro nell’autore della Storia critica dei letta

teatri,

che

con piacere e

Era questi Pietro Napoli-Signorelli, napolitano,

quale condotto a Milano professore di poesia rappre-

sentativa, ne pubblicava gli Elementi,

dando pur

fuori

libro intitolalo Delle migliori tragedie greche e cesi,

un

frati-

traduzioni ed analisi comparative.

E

fattosi

più generale

il

gusto del teatro, e per

pubblica opinione di maggior peso

le

la

cose rappresen-»

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532 tate,

veduta -si era dal goveruo la necessità della insli-

tuzione di una Compagnia

drammatica permanente,

il

cui repertorio, sopravveduto da illuminati censori, soddisfacesse alta conTune espellazione di

educato che prima a sentire delle parole e dei

ed a far

bello

ragione

Veniva pertanto ogni anno stan-

fatti.

una provvisione per

ziata

il

un pubblico più

la

Compagnia appellata Reale da un Fabbriche-

Italiana, la quale abbenchè diretta si,

mediocrissimo comico ed affezionato oltre ogni cre-

dere

a’

zale, si

clamorosi drammi e ad ogni maniera di roman-

andava di grado in grado perfezionando

tanto

rispetto alla scelta dei componimenti, quanto in riguar-

do

alla disciplina degli allori e delle

recitazioni, affati-

candosi nientemeno che Monti, che Lamberti

per

mare un repertorio delle o tradotte, che al duplice

originali

migliori- produzioni

intento

ricreare gli animi ed educare

Compositore rità, di

il

musica

di vera

soavità, di- grazie

era

corrispondessero

italiana, piena di

e maestro

bellissimi

di

un gran nu-

di fantasie, di variazioni, di sonate per di

ve-

Cor-

Bonifacio Àsioli di

cappella e di camera del re, fu autore di

mero

di

costume.

reggio. Direttore del reale Conservatorio,

cembalo, e specialmente

for-

il

gravi-

una

notturni,

delle più dolci cose, che uscite siano da cuor dolcissi-

mo. Immaginazione feconda e studio annunziavano

le

la

per

musica da misurala e

ri-

spontanea ed abbondante (quanta eccelsa facoltà

creatrice

sola Nina di lui !) aveva esso compagno in virtù quel Gioachi-

non trovasi nella

negli ultimi suoi anni

no Rossini,

di

Pesaro, da

cui doveva esser vinto.

Rossini colla musica composta per felice,

maestri

molle produzioni del Generali; e

Giovanni Paisiello divenuta stretta,

dei grandi

il

Tancredi e

il

i

drammi

l’

Già

Inganno

Demetrio^ e Polibio, cominciava

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,,

535 regno

a far le delizie dei teatri del

ad

e

,

acquistare

nome che è divenuto immortale.

quel

Finalmente, volendo pur dire delle danze sapere

devesi to

fosse

alla

come Onoralo Viganò metà

del

circa

teatrali

Napoli giun-

di

passato

secolo

a

gua-

dagnarsi larga fama in Ilalìa c grandissima in Francia

come compositore

di balli

per

però che a togliere in parte balli

non ghignendo

si

curava

per lo contrario assai

un

tutto,

la

imitazione

l'agilità, di

Eran

quei

di parli

serie

difetti.

un mescuglio poco mcn che sciocco

c di buffe, poco

diava

teatro,

il

loro

i

della

natura

guisa che non

si

vola, e con appropriati materiali la conducesse a line.

Riserbala era

Onorato Viganò stui di

mollo

quanto

la

alla

intera

fama acquistata

buone

nella

dan-

non digiuno

lettere, e perciò si

da

Dotato co-

ammaestrato dal padre

conveniente filosofia

fa-

buon

in parte

a Salvatore figliuolo di lui.

talento,

za, educatosi alle di

stu-

che ragionevolmente esprimesse una

occorreva per

composizione dei balli, e mollo innanzi nella

la

musica

(perciocché sin da fanciullo conosciuto aveva che nel-

r arte della danza malamente può avanzare colui che non vi unisca lo studio della musica ) vide come sarebbe stalo possibile di ridurre

Scrivendo pertanto sempre

la

i

balli

soda ragione.

a

musica per

le

sue sce-

niche danze, usò della imitazione volendo esprimere passioni, studiò

cessando

la

vera esposizione

d’ inslillarla

nell’

animo

degli

delle

affetti,

le

non

ignorantissime

persone, di cui per necessità dovea valersi, compose un

danze che servissero bensì di

legame novello

di

integrante

nello stesso

ina

Tunica assoliUamenle, uni

i

tempo non ne

parie

formassero

gruppi con grande maestria

d'avvicinarsi e da sciogliersi senza confusione, ed ordi-

natamente dispose

le parli

del soggetto, che

impren-

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354 deva a trattare, laonde con ragione

succedevano

si

gli

avvenimenti. Per tutte queste prerogative convenne pur

non essere

dire innanzi di Salvatore Viganò

nosciuto che

cosa

ballo da scena.

principale

campo

Mirra, e

e la

la

Scala

della

Vestale, e

Psammi

il

il

il

moriva

re di Egitto lo

i

sessi

una schiera

di

lasciando

,

ripetere

in cerca dell’

in

eletti discepoli.

Giunti alla fine della nostra meschina

possiamo non Italiani

inarri-

cinquantadue

di anni

dieci agosto del milleotlocentoventuno

ambi

il

Prometeo^

proclamarono principalmente siccome egregio ed Egli

un

Milano fu

in

della gloria di Viganò, e

vabile compositore.

co-

stato

comporre

fosse la vera arte di

teatro

Il

non

fatica,

una osservazione: andando

ambila libertà

,

provarono

gli

tutti

i

mali di sorti sempre incerte, di predominio di opinioni tormentate, di

diverse, d’interessi rovinati, di affezioni illusioni

da una parte, d’inganni e di fraudi daU’allra,

avvegnaché, come con Alfieri abbiam già osservalo, avean potuto essi chiacchierar sempre di lutto,

ma

nulla avean

potuto mai condurre a buon esito. Assoggettali ce, da chi perfettamente conosciuto già aveva gli

umori che vi correvano che in molti operava,

zione,

il

inve-

paese, e

ambiun dispotismo, però fre-

(1) e la peste dell’ a

nalo, ordinalo ed intento ad offerire alla patria unità, forza e potenza contro

(i)

A modo

di

i

disordini interni e gli

esèmpio, menlre

trare in grazia dei generale

i

demagngbi

Italiani per

Buonaparle eran larghi

d'

en-

incomposti

discorsi contro le più elette classi della società, lo stesso

parte,

assalti

Buona-

scrivendo al suo Governo, andava intanto dicendo: « io

non ho meco che millecinquecento

Italiani al più,

—

che sono l’am-

Corrispondenza del masso dei bricconi delle grandi città. » Governo francese col generale Buonaparle nel Supplemento alla Istoria d' Italia di Carlo Bolla. Lettera

CXXI,

p. 33g._

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,

335 degli stranieri, inaspettatamente in quel dispotismo as-

saporaron

versi

e

reale

despota, conforme

il

i

di-

poeti Giove, dai preti braccio di Dio,

dai

affetti,

dai principi fratello

signore, fu dato intanto agl’ita-

.e

un codice regolare

liani

d’insperata, di

di civiltà, e

frulli

maschia grandezza. Chiamato

e uniforme, suscettibile di es-

sere attemperato alle abitudini,

ai

costumi e

alle locali

esigenze della nazione. Si acquistò l’uguaglianza innanzi alla legge

ogni

penale, e

e

civile

servitù feudale.

A

si

ottenne

di

1’

abolizioi>e di

miglioramento della economica

condizione maggiormente fu divisa

la

proprietà

sciolti

gli

fidecommissi, e

antichi

nitura aboliti, e le fiizii

rigore, erano rifletteva,

avuto

genio e

il

ecclesiastici, di

ministri,

che se

;

rustiche scrizione

to,

la necessità dei

tempi, o piut-

hanno reso non pochi milioni di beni

non per questo

provenienti delle

il

cullo .è rimasto scarso

dell’abolizione

esazioni, la

feudalità,

dalla

quali

le

comunità

territoriale

;

libertà

del

quello

non solo

procurala col fatto, della

aver

da uno dei

non per questo è rimasto senza

gravezza

ma

quello

affetti

la finanziera avarizia del re,

contrattazione

aggravare

della

stabili

Al benefizio della maggior divisione

onore.

primoge-

di

diritti

poleano con aritmetico

famiglie nobili e molle plebee

prietà si aggiunse quello

per

i

antiche svincolale, bene-

si

maggior parte degli

la

libera

alla

non

non pertanto giustamente stimali da chi

tulle le

vincoli anzidelti

tosto

commende

se calcolar

quali

i

affine

Furono

renderla più produttiva e meglio assicurata.

pro-

servitù

quello della pro-

scaricavano della

stabilita

dei

alcuni

uguaglianza

ordinando nuovi

commercio

dovuto

il

delia

delle

in

dirit-

catasti;

commestibili

dove pienamente riconosciuta, e dove alleggerita da assurde catene; quello delle tante vie aperte

ai traffici

e

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536 all’

agricoltura

quello dell’ insegnamento del popolo nel

;

governo dei boschi, delle greggie, dei bachi e nella fabbricazione dei vini ca, altro

dei

pas.sando

ai

quello di stabilire una moneta uni-

una

ad

essenziali

materiali godimenti d(dla

ornate

città

;

caratteri

a

ridotte

,

maggior

nazione.

polizia

E,

furono

vita,

le

ed abbellite

,

con pubblici giardini, ed esteso generalmente fu l’uso d’ illuminarle

ne alla

morale e

pubblica

gnaché

pubbliche

a

Pari a questi

l’edilità.

perfezionala

e

spese,

domestica podestà.

alla

scemalo quel funesto spirilo

fu

di

l’odio del

un tempo manifestalo, e non

era

che dalle Alpi aH’estremo Piceno di concordia

semplicità, liti, gli

o

capo

l’affetto alla

si

per malizia

,

più raro

amore

voci di

che se per

;

e

troppa

alcuni cercavauo cagioni di t

resse sul timore, che

si

ma

sforzasse ad incutere,

sulla

stima e sul-

che sapeva inspirare. Le violenze, che riguardo

elezione dello stato dei figliuoli, praticale

no senza za

municipio

fu

assennali non vi abbadavano, o le disprezzavano.

L’ordine delle famiglie non più il

alle

rispondesse

un’ eco

resi

Avve-

vicino che per l’amor del natio

che più per luogo

si

ven-

furono quelli

benefizii

furon

rimorso fatte

vedute

e

erano

si

era-

si

con indifferen-

più rare e dall’ opinione pubblica

venne manco

tamente disapprovale;

nerazione dei cavalieri serventi;

i

la

al-

stoltissima ge-

costumi dei nobili non

furon più a quel segno di depravazione già ottimamente descritto dal Parini la

sapienza e

personale con

la

;

cercarono essi impieghi allo stato;

generosità dello stalo premiò

alti

bacinali da queste nè dalle stolti dalle

il

minislerii e con onorificenze;

cure e dai

pompe

della corte,

fastidii degli altri,

merito

non ab-

non

di-

Volta, Mabil,

Luosi, Perlicari, Corniani, Bossi, Trivulzio, Mengolli, Dan-

dolo e Oriani

non intermisero mai

le predilette e

dot'e

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337

* •

9

Ad insegnamento

loro fatiche.

durre

costumi ad una

i

menle propagati frasciie, n’erano

scorrere

la

giornali

robustezza, furono larga-

ma

ingegni forti ed acuii, non

;

scurrilità e a quelle le

pagine

periodiche scritture del rozzo milleseltecenlonovan-

moderno Charivari, senza

laseltc (senza la fantasia del il

il gagliardo c sublime non fosse a grande vergogna d’Ita-

salso ridicolo del Gozzi, senza

fare del Parini, cosi lia,

medesimi

in questi

'preziose ed

utili

sciaguratamente

dì

giurisprudenza illuminala ed efficace, a

atti

pubblica instruzione

la

energicamente patrocinale furon scienze: laonde per Volta

la

bili

le

andò facendo ogni

si

e,

ad impedire

la

come sovrano

di lei

decadenza.

poeta, e

lorc in que’ giorni giurisperiti, e

;

dì nel-

l’

E

siccome

di^ensalore

il

salutalo fu Monti sic-

il

di

delle italiane lel-

più profondo dei quella sapienza,

comincialo già aveva ad infondere negli

importantissimi temi delle inslituzioni som‘ggenli

fisiologi,

;

e salutalo fu Gallini

come

ed Aglietti

il

medicina

,

e

Testa

siccome

il

l’(»r-

primo

dei

restauratore dell’ anatomia

patologica a Venezta, e Rasori tore della

Italia-

mezzi più acconci

i

come vero lume

c Luosi

come

filosofia

dine sociale

ed

salutari elfetti dei lunghi e sottili sludii di

i

quo’ due e del Perticari, e conobbe

la

,

arti, le

surte le no-

zuffe tra Cesari e Monti, provò, finalmente,

na favella

che

foga di biasi-

lettere,

r imperio della scienza alcuna conquista;

os-

l’Italiana

universale

resa

le

Re

e Filippo

perfezionare

agricoltura, e a togliere agli stranieri

Fu

rinnovate)

per ciò Romagnosi una

spargea

servazioni ed esperimenti

^

andavano diffondendo a be-

discipline

nefizio della nazione:

marla.

'

quali, anziché lasciar tra-

i

penna a quelle selvaggic

sanguinolente invettive, che bruttalo già aveano (Ielle

.

e affin di con-

virile

compilatori,

i

ampio

più

come il secondo riformacome il più grande ed il

•n

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'

338 più illustre

come mejl

patologi, e Scarpa, Monteggia e Paletta

principe della mineralogia; c Dandolo e

me supremi

insegnatori di agricoltura

Re

sicco-

ed Oriani come

;

creatore della teorica di Urano^, c Zanoia,

Selva, Ca-

gnola e Pacetti quali difensori degli antichi

pregìi del-

il .

(lei

più insigni cerusici di Europa; e Brocchi sicco-

i

’

architettonica

arte e della scultura;

inventore di un nuovo genere di pittura, e

^gnor

come

della luce; ed Appiani

come

e Migliara

come

il

si-

più abile e mara-

il

^viglioso frescante dei nostri tempi; e Vestri e de Marini comìf' splendori, che dissiparon era caduta, la comica palestra; pritor

primo

della vera arte di

le

vergogne nelle quali

c

Viganò siccome sco-

comporre un

ciò fu effetto del patrocinio anzidetto

resero

,

ballo.

talché

Tutto

lumi

i

si

proprietà del popolo, di quella cl^sse^ di per-

la

sone, che un dì tenevasi involta nella ignoranza e nel pregiudizio.

Da

gitori degli

stati di

si

utili

che per

ciò

risultamenti essi si

rebbero non

si

vede quale obbligo corra

favorire dei mezzi, ;

e cosi adoperando, al

meno

a se

medesimi,

dal rimorso, invece anzi dei popoli, e da encomii

cosa di

sì

lo studio,

tempo

delle

all’

stesso

interesse dell’ uni-

fondamenta della gloria

solida e la più durevole; di

se la storia

reg-

curerebbe futile dei particolari, giove-

versale, e stabilirebbero le

E

a’

che conducono a

la più

una gloria non mai turbata

accompagnata

dalla benedizione

non deturpali dall’adulazione.

nazioni

considerata

alta importanza, nè' si cessa di

viene stjifpme

commen^me

abbenchè ad ogni passo contaminala

sia essa

da lutto ciò che di più nefando può imtnaginarsi, e ^che, a ben mirare la cosa, essa '

ai

ci

traviamenti del nostro cuore,

consolino almeno nella storia

i

si

rappresenta, in quanto

al

di sotto dei bruti, ci

fasti del

ove lutto è innocenza, tutto è diretto

al

nostro spirito,

bene

dell’ uni-


559 egoismo è straniero, ove a niun

•versale, ove ogni

guerra, se pur non ò all’egoismo stesso, che

per ciò

un giorno

Un

que’ lumi

sforza di arrestar

si

gli

uomini

periodo di

tutti fratelli e concittadini fra loro.

giammai

non

finalmente, provò a tutto

non eran que’ vili nivano da alcuni

il

parla

si

un

avvegnaché ad

esistito,

fierissima lotta successe,

siccome suole sern-

un

pre accadere, una età d’indifferenza e d’ignavia, cito,

fa

appunto

che ridurranno

esercito, lìnalmente, di cui adesso più

quasi non avesse

si

mondo, che

eser-

gl’ Italiani

e que’ poltroni quali rappresentali ve-

forestieri, uon^ini e

donne, che da molli

anni in qua scendevano in Italia a fare

i

danteggiare gl’italiani ed a

panni addosso,

i

dottori, a pe-

venendo ad ogni modo que’ dottori, per

accolli

dell 'ambizione, liane,

tagliar loro

con grandissime

onore da quelle mani stesse,

rimente senza ribrezzo, non a loro danno.

cartucce vessillo

(

E

si

quali ora

le

son ricusale

di

,

pa-

apprestare

un

scorta di quell’esercilo fu

ripetiamlo, affinché gl’italiani abbiano ad an-

oramai

teporlo

veleno^

l’olezzar di eletti fiori spiccali, senza ribrezzo,

tra

in loro

il

feste in certe case Ita-

al

rancido

ori fiamma

e al municipale

carroccio, funesti segni di quelle fazioni, di quelle ire,

che

di quelle perfidie,. di quegl’ insigni tradimenti, natici frali

abbaiatori, dimenticati

facilmente

i

fa-

grandi

oggetti di religione, miseramente attizzando e accendendo

andavano ferita

tra

nasceva

ferita

,

omicidio

scorta di queiresercilo fu rosso, dei

rito

un

il

sangue,

generava omicidio

vessillo

quale, adolescente ancora, e

il

frati,

tani di

una volta

noi, onde# .versato

)

di

e

verde, bianco e senza

il

braccio

astrinse Russi ed Austriaci ad affogar nei pan-

Austerlilz, e, fatto adulto, sventolò poscia, rive-

sempre c temuto,

res alle gelale della

dalle tiepide

Moskova,

acque del ManzanaTarragona

'dagli spalti di

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340 ai

campi memorabili

Lienbach, di Laba,

di

di

Raab, di Lulzen, di Seflcrsdorf, di

Dennewitz,

di

Dresda, di Kulm, di

Lipsia e di Haoau.

Furono questi

i

progressi

falli

nove anni

in soli

nella morale, nell’economia pubblica, negli ordini civili,

negli studii, nella milizia. Se

l’

illustre Botta

storia d’ Italia dal millesettecentollanlanove

al

nella sua

milleot-

tocentoqiiattordici, invece di tanti lamenti sulle miserie

dei tempi, e di tante riflessioni soverchiamente ripetute sulle

illusioni

degli

progressi, che gli

uomini,

spiriti

notali

superficiali

avesse questi veri e

le

persone

si-

gnoreggiate dalla immaginativa a veder cominciano sola-

mente adesso, maggior all’Italia dalla

utile

certamente sarebbe tornato

sua storia.

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