IstItuto storIco della resIstenza e dell’età contemporanea In provIncIa dI pIstoIa
Lorenzo Pera
Squadrismo in grigioverde I battaglioni “squadristi” nell’occupazione balcanica (1941-1943)
PISTOIA 2018
Indice
Prefazione, Roberto Barontini
7
Premessa, Lorenzo Pera
11
1. Squadristi in albania: La nascita dei primi battaglioni squadristi
19
2. Il 7° Battaglione squadristi “Milano” in Croazia
33
3. «Vecchi e fascisti»: La nascita degli altri battaglioni squadristi
51
4. Squadrismo operante: La primavera-estate del 1942
69
5. Squadrismo operante: La seconda metà del 1942
111
6. Squadrismo operante: Il 1943
143
Conclusioni
167
Appendice biografica
197
Appendice documentaria e fotografica
205
Abbreviazioni
223
Fonti archivistiche
225
Fonti a stampa e bibliografia
229
5
Prefazione
Leggendo le bozze del libro di Lorenzo Pera ho apprezzato quanto il tema dello squadrismo nei Balcani, in tempo di guerra, sia stato affrontato in maniera encomiabile per la dovizia delle fonti e per la chiarezza e la semplicità dell’esposizione. Io non sono uno storico, ho fatto politica tutta la vita ma la mia professione è stata quella di medico; dati questi limiti, conoscevo abbastanza bene lo squadrismo nero e ho voluto rafforzare le mie conoscenze leggendo le fondamentali opere di Mimmo Franzinelli. Ignoravo lo squadrismo in grigioverde e ho scoperto quante poche differenze vi fossero tra esso e quello nero degli anni ’20: tra esse, forse la sola età degli squadristi, più giovani quelli in camicia nera, più “maturi” quelli in grigioverde. Francesco Perfetti nella Storia contemporanea dell’Italia diretta da Renzo de Felice ricorda esaustivamente come agivano i primi: Le squadre e le spedizioni punitive punteggiarono la vita politica del Paese e dettero vita ad una forma di guerriglia che aveva il suo acme nel triangolo Bologna-Ferrara-Piacenza, ma che interessava anche altre zone della penisola come, per esempio, la Puglia. Le squadre che, spesso, venivano costituite per l’occasione, avevano i loro centri di approvvigionamento e le loro basi in città da dove partivano, a bordo di automezzi, per incursioni nei paesi, nelle campagne, nei centri finitimi. Formate soprattutto di giovani o di giovanissimi provenienti dalla borghesia agraria, di ex-combattenti o ex-arditi, avevano come obiettivo la distruzione sistematica delle organizzazioni politiche e sindacali socialiste per mezzo della devastazione di Case del popolo, sedi di leghe operaie, sezioni, circoli e giornali. Nel libro di Lorenzo Pera si legge che i battaglioni in camicia nera erano composti prevalentemente da ex-squadristi, da personaggi che avevano cominciato la loro vita e le loro azioni al servizio dell’autoritarismo fascista e in ossequio alla violenza politica. I battaglioni in camicia nera 7
elencati in maniera completa dall’autore si comportarono con i soliti metodi che avevano usato le squadre in camicia nera, con una differenza evidente. Quando questi reparti combattevano in battaglie frontali in Albania, in Grecia, in Dalmazia, in Slovenia, non apparvero composti da eroici combattenti pronti a dare la vita per i loro “ideali”. Furono invece efficaci quando furono incaricati - e si avrà modo di vedere da chi e come - di compiere azioni di “pulizia” sistematiche e programmate, in seno ad una vera e propria cultura del terrore e della violenza di Stato. Voglio citare, riferendomi a quanto scritto da Gianni Oliva nel libro Si ammazza troppo poco, quanto fu fatto il 21 ottobre 1942 dai fascisti in grigioverde del 68° Battaglione “Toscano”. Essi eseguirono un’operazione di rastrellamento nella zona di Gustjierna-Nadograd: Il fascista Ugo Bettini, attendente del comandante Castellani, puntò il fucile ad un partigiano prigioniero, partì un colpo che colpì al collo il prigioniero, al che Castellani ordinò all’attendente di sparargli contro un altro colpo per finirlo e non avere noie per quanto commesso. L’ufficiale avvertì che i presenti avrebbero dovuto dichiarare che si era fatto fuoco contro l’individuo perché questi non aveva obbedito al regolare fermo. Lo stesso battaglione “Toscano”, il 12 giugno 1942, in un pogrom contro la comunità ebraica di Spalato, devastò e distrusse la sinagoga e le abitazioni degli ebrei e i suoi componenti malmenarono a sangue gli ebrei presenti. Si considerino anche gli ordini tassativi che venivano ai fascisti in grigioverde. Il 31 luglio del 1942 Mussolini disse ai suoi ufficiali più vicini: «Io penso che sia meglio passare dalla maniera dolce a quella forte, piuttosto che essere obbligati all’inverso. […] Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta. […] Questa popolazione non ci amerà mai.» L’alto commissario Grazioli e il comandante dell’11° Corpo d’Armata Robotti erano spesso in discordia fra di loro. Si sarebbero tuttavia trovati d’accordo nel compiere insieme una repressione brutale. Il 26 giugno del 1942 Robotti scrisse: A qualunque costo deve essere stabilito il dominio e il prestigio italiano, anche se dovessero sparire tutti gli sloveni e distrutta la Slovenia. […] Non un ribelle che sia stato raggiunto deve sfuggire alla punizione estrema. Anche i sospetti siano annientati. 8
In seguito Robotti affermò: Non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Ricordarsi che, per infinite ragioni, anche questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario. […] Resta inteso che il provvedimento di internamento non elimina il provvedimento di fucilare tutti gli elementi colpevoli o sospetti di attività comunista. Ma il personaggio più significativo, il cui nome appare in tutte le vicende atroci della guerra degli “italiani brava gente” è rappresentato dal Generale Roatta, colui che disse e scrisse «non dente per dente ma testa per dente». Roatta che partecipò alla guerra civile spagnola comportandosi da fascista senza pietà, lo stesso che ordinò ai soldati di sparare ad altezza di uomo contro i manifestanti antifascisti. Roatta che nei Balcani fu il prototipo del militare senza pietà, senza ideali, colui che partecipò alla lotta contro la Resistenza. Roatta, colpevole di tanti crimini, sarebbe tuttavia morto nel suo letto, senza quella punizione esemplare che avrebbe meritato e che avrebbe rappresentato la giustizia per i tanti morti, soprattutto per quelli che si erano sacrificati per difendere la propria libertà e la propria vita. Consentitemi, infine, di voltare pagina. In quei Balcani, dalla Slovenia alla Grecia, dalla Croazia alla Bosnia, dalla Serbia alla Macedonia, dal Montenegro all’Albania, ci furono anche storie di eroi italiani, di nostri soldati e ufficiali che rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale italiana: gli Internati militari italiani. Morirono in 60.000 di fame, di malattie e di disperazione (come medico posso testimoniare che si può morire anche di disperazione). Decisero quasi tutti di non tornare in Italia, nell’Esercito della Repubblica sociale italiana; rimasero fedeli al loro giuramento. Troppo in ritardo ce ne siamo ricordati. In una calda sera d’estate di due anni fa al Chiostro in Piazza San Lorenzo furono ricordati inaugurando la loro bandiera e suonando nella notte il silenzio fuori ordinanza. Di loro veramente si poteva dire, e scrivere, «italiani brava gente».
Roberto Barontini Presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Pistoia
9
Premessa
Pur in presenza di notevoli eccezioni, solo negli ultimi anni la storiografia italiana ed internazionale si è dimostrata maggiormente attenta alle politiche di occupazione (e repressione) attuate dal regime fascista e dalle Forze Armate italiane nello scacchiere balcanico. All’indomani dei pioneristici (ma tuttora fondamentali) lavori di Teodoro Sala ed Enzo Collotti1, la ricerca sul tema è in parte corsa in parallelo con il ben più fortunato filone legato alla «guerra ai civili» scatenata dagli occupanti tedeschi e collaborazionisti italiani su tutto il territorio italiano, recentemente segno di numerosi studi e riflessioni oggi confluiti nel prezioso Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia2. La puntuale attenzione al caso italiano ha trovato però ben poco riscontro, almeno per il momento, per il pur vicino fronte balcanico, dove gli italiani, non vittime ma invasori3, condussero un’occupazione dura e decisamente violenta nei confronti di partigiani e civili. All’indomani dell’attacco dell’Asse alla Jugoslavia nell’aprile del 1941 e della disgregazione della preesistente realtà statuale jugoslava4, ciò
1 Per un’esaustiva visione d’insieme sull’ormai relativamente vasta produzione legata al fronte balcanico rimandiamo ad Eric Gobetti, L’occupazione italiana in Jugoslavia. Fonti e archivi, in «Italia contemporanea», settembre-dicembre 2008, n. 252-253, pp. 591-602 e AA.VV., Sull’Italia fascista nei Balcani: archivi, storiografie, memorie locali, in «Italia contemporanea», dicembre 2015, n. 279, pp. 423-498. 2 Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue. L’atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), il Mulino, Bologna 2016. Oltre al volume, la lunga stagione di ricerche ha prodotto una vasta e preziosa banca dati, consultabile all’indirizzo: www.straginazifasciste.it (consultato ottobre 2016) 3 Il rimando è al titolo dell’edizione italiana del lavoro di Thomas Schlemmer, Invasori, non vittime: la campagna italiana di Russia 1941-1943, Laterza, Bari 2009. 4 «Si dimentica» ricorda Sala «che il crimine primo e massimo stava nella guerra d’aggressione alla Jugoslavia», in Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, in «Italia contemporanea», marzo 1980, n. 138, p. 98.
11
che le Forze Armate italiane si trovarono inaspettatamente a fronteggiare fu un’occupazione «non solo non immaginata, ma nemmeno preparata psicologicamente e materialmente»5, contraddistinta ben presto da una guerriglia condotta da uomini e (in misura certo minore, ma comunque significativa nel caso jugoslavo) da donne che non vestivano una divisa militare e agivano al di fuori della copertura istituzionale convenzionalmente riconosciuta ai soggetti statuali tipici del «sistema vestfaliano» di monopolio della violenza6. Come giustamente ricorda Giorgio Rochat, la cultura e l’addestramento di un esercito regolare vanno […] in crisi quando [questo] si trova a occupare un paese ostile con una resistenza di popolo, dove ogni civile è un potenziale nemico, e deve fare fronte a una guerra partigiana condotta secondo regole tattiche e codici di comportamento differenti da quelli «regolari»7. Un contesto, quello balcanico, caratterizzato fin dagli inizi da una profonda crisi economica e una miseria dilagante, che vide le truppe italiane operare tra il peso e l’invadenza tedesca da un lato e lo scomodo alleato croato dall’altro, quest’ultimo rivale diretto per il futuro della costa dalmata. In una complessa situazione di alleanze mutevoli tra i vari attori, affermatasi nel corso dei mesi sul campo, la bestiale pulizia etnica condotta dalle forze ustaša già a partire dalla primavera del 1941 fu poi un volano per la successiva ondata di violenza8: quella che si combatte in Jugoslavia è, in realtà, una guerra dove la lotta di liberazione contro l’occupante si intreccia alla guerra civile, determinando la conseguente esasperazione della violenza. […] La complessità etnico-politica dell’area balcanica e l’imbarbarimento della lotta sono elementi che colgono impreparate le autorità civili e militari italia-
5 Ibidem, p. 50. 6 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani 1940-43, Mondadori, Milano 2006, p. 108. Sulla nascita e successiva erosione del modello vestfaliano nel quadro dell’ordinamento politico-giuridico moderno cfr. Alessandro Colombo, La guerra ineguale. Pace e violenza nel tramonto della società internazionale, il Mulino, Bologna 2006. 7 Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero di Etiopia alla disfatta, Einaudi, Milano 2008, p. 366.
8 «Politica di sradicamento etnico» è la drammatica espressione utilizzata in Ajmone Finestra, Dal fronte jugoslavo alla Val d’Ossola. Cronache di guerriglia e guerra civile 1941-1945, Mursia, Milano 1995, p. 7.
12
ni, le quali hanno come riferimento la situazione dell’Albania del 1939, quando l’intervento del Regio Esercito avviene nelle forme di un’occupazione condotta secondo gli schemi della guerra regolare9. L’espansione territoriale italiana in Jugoslavia si caratterizzò quindi, secondo l’efficace definizione di Sala, per un’«asfittica gestione coloniale dei territori» annessi e occupati10, presto riscontrabile anche nei metodi di repressione della montante minaccia ribelle11. Senza soluzione di continuità con l’ormai ventennale politica di snazionalizzazione condotta dal fascismo in territorio giuliano, la tipologia e la violenza delle azioni repressive messe in campo dall’Italia non furono poi molto diverse da quelle delle truppe tedesche: certo minori per quantità, risposero però spesso a logiche differenti, risultando essere «risvolto della […] sostanziale debolezza» italiana e dell’incapacità di affermare un sistema di autorità riconosciuta e coerente nella sua azione12, finendo così per avere «un carattere più difensivo che offensivo»13. L’applicazione delle dure direttive non fu comunque sistematica e dipese dalle circostanze e dalle differenti zone considerate, fornendo un «quadro dei comportamenti adottati […] in sostanza tutt’altro che omogeneo»14. In questa clima di violenza diffusa, saltano agli occhi gli accenni attestanti la «particolare ferocia» che paiono assumere i «reparti di cami-
9 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., pp. 113-114. Anche Sala concorda sulla «differenza sostanziale» di questo fronte rispetto agli altri: «quella che gli italiani si trovano a dover combattere […] non è una qualsiasi guerriglia di sabotatori o terroristi che si trasforma poi in guerra classica: è una guerra sociale e nazionale al contempo che coinvolge masse enorme di uomini e donne d’ogni età ed estrazione», in Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., pp. 90-91. 10 Teodoro Sala, Guerra e amministrazione in Jugoslavia 1941-1943: un’ipotesi coloniale, in Bruna Micheletti, Pier Paolo Poggio (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992, p. 86. 11 Teodoro Sala, Guerra e amministrazione in Jugoslavia 1941-1943: un’ipotesi coloniale, cit., pp. 86-89. Cfr. anche Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, in Leonardo Paggi (a cura di), La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, La nuova Italia, Firenze 1997, p. 189 e Eric Gobetti, L’occupazione allegra: gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), Carocci, Roma 2007, pp. 184-185. Elementi di differenziazione con la situazione etiopica sono sottolineati in Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, cit., pp. 367-368. 12 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., pp. 188-189. Cfr. anche Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 398. 13 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., p. 123.
14 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 179.
13
cie nere» della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.) schierati nello scacchiere balcanico15: tra questi, precisa Sala, «si distinsero […] reparti di anziani squadristi inviati da alcune regioni italiane e quasi tutti rimpatriati per gli eccessi compiuti»16, una mobilitazione comunque solo accennata e che, tra l’altro, si inseriva in una più generale, e pressoché ancora inesplorata, stagione di “squadrismo di ritorno” parallela all’attività repressiva dei reparti ordinari, per ovvie ragioni particolarmente acuta nelle provincie di confine presto coinvolte nella spirale della lotta partigiana17. Citiamo non a caso lavori ormai datati: se lo stesso Collotti lamentava quasi venti anni or sono come non fossero «mai state realizzate ricerche che possano convalidare queste testimonianze» circa gli eccessi delle camicie nere18, ben poco è stato fatto negli ultimi anni lungo questo pur interessante filone di ricerca; paradossalmente, come vedremo, gli unici tentativi di sistematizzazione hanno in realtà fornito risultati in buona parte inaspettati19. Da queste considerazioni preliminari si dipana la nostra ricerca: chiarite le motivazioni che spinsero verso la formazione, in diverse fasi e in parte rispondendo ad una spinta “dal basso”, di veri e propri battaglioni squadristi nati su base volontaria, cercheremo di ricostruirne in maniera quanto più possibile sistematica l’intero ciclo operativo che li vide protagonisti, con un occhio certo di riguardo verso il contegno tenuto nei lunghi mesi trascorsi sul fronte balcanico: obiettivo ultimo sarà infatti cercare di chiarire se la loro azione possa contraddistinguersi per un “di più” di violenza messa in campo rispetto agli altri reparti operanti in loco. Una rapida panoramica sulla produzione propagandistica e memorialistica, nonché al bagaglio ideologico e valoriale portato in dote dagli squadristi, fornirà poi 15 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., p.195. 16 Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., p. 103. 17 Alcuni accenni sparsi si riscontrano in Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, 1918-1943, Laterza, Bari 1966. 18 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., pp. 195-196. L’autore si riferisce in modo particolare al diario di don Pietro Brignoli, cappellano in forza al 2° reggimento della divisione “Granatieri di Sardegna” dislocato tra il 1941 e il 1942 in Croazia e Slovenia. Il precedente articolo di Sala risale invece al 1980. 19 Ci riferiamo agli appunti di Tone Ferenc e Amedeo Osti Guerrazzi relativi ai risultati conseguiti durante le operazioni in Slovenia nel luglio-settembre 1942, in Tone Ferenc, Si ammazza troppo poco. Condannati a morte – ostaggi – passati per le armi nella provincia di Lubiana. 1941-1943. Documenti, Istituto per la storia moderna, Lubiana 1999, p. 26 e Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943. Strategie di repressione antipartigiana, Viella, Roma 2011, pp. 85-86.
14
gli strumenti per capire come, e se, questo ingombrante “fardello” possa aver condizionato la loro opera nel campo della repressione.
Alcune considerazioni e note di metodo Come in parte accennato, ci muoviamo comunque su un terreno di ricerca accidentato, procedendo (almeno in parte) quasi “a tentoni”: contrariamente ad una sempre più attenta storiografia, quella balcanica con il suo asfissiante mito del «bono ‘taliano» è infatti una «memoria debole»20, contraddistinta da un’«amnesia epidemica» significativamente testimoniata dalla limitatissima selezione di memorialistica specifica, pur in presenza di centinaia di migliaia di uomini a vario titolo schierati in questo sterminato teatro bellico21. Interessante poi notare come, se per gli altri fronti di guerra esistano comunque alcuni contributi (minori) redatti da reduci della Milizia22, praticamente niente sia stato scritto sull’occupazione balcanica, teatro che, lo anticipiamo, vide tra l’altro il più gravoso impiego da parte della M.V.S.N. Riguardo l’operato dei battaglioni squadristi è stato possibile rintracciare solo alcune pubblicazioni edite durante il conflitto ed un unico, seppur significativo, volume di memorie redatto da una camicia nera del battaglione squadristi “Nizza”23. Anche dal punto di vista archivistico lavoriamo su un terreno “di confine”, gravato in primo luogo dalla scarsità di fonti documentali relative alla Milizia24: dispersosi, probabilmente per causa bellica, la quasi totalità 20 La fortunata espressione è di Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 21. Precisa l’autore come «l’epopea che si vuole ricordare è sempre la stessa: quella di un popolo di straccioni mandati al massacro. E in tutti questi testi […] affiora il mito degli “italiani brava gente”», che solo in ultima istanza ricorsero ad una violenza spesso declinata in toni (auto)difensivi. 21 Mutuiamo l’espressione utilizzata in Sonia Residori, Una legione in armi. La Tagliamento tra onore, fedeltà e sangue, Cierre Istrevi, Verona 2013. Gobetti censisce circa 30 opere di memorie pubblicate sino ad oggi, in buona parte comunque di difficile reperibilità, in Eric Gobetti, L’occupazione italiana in Jugoslavia. Fonti e archivi, cit., p. 594. Sulla memorialistica legata al fronte balcanico cfr. anche Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, cit., p. 360.
22 Per una pressoché completa panoramica sulla bibliografia attinente alla M.V.S.N. rimandiamo a Filippo Lombardi, Alberto Galazzetti, Studio bibliografico sulla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. 735 voci bibliografiche su un esercito dimenticato, Marvia Edizioni, Voghera 2009.
23 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, Marpeg (stampa), Genova 2002. Il piccolo contributo è frutto della raccolta e riordino (da parte del figlio) degli appunti scritti da Paglieri durante i mesi di vita al fronte; l’autore sarebbe infatti morto pochi giorni dopo il definitivo congedo, alla vigilia dell’8 settembre 1943. 24 Forse non a caso, e pur in presenza di notevoli contributi, non esiste ad oggi un’organica ricostru-
15
dell’archivio del Comando Generale, punti di riferimento obbligati sono fin da subito apparsi l’Archivio Centrale dello Stato (A.C.S.) e soprattutto l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (A.U.S.S.M.E.), tanto ricco quanto di non facile accesso e consultazione. L’A.C.S. è risultato particolarmente prezioso soprattutto per le numerose tracce relative al perturbamento dell’ordine pubblico nelle provincie di recente annessione (a tutti gli effetti territorio metropolitano italiano)25, nonché per la presenza della superstite documentazione dei comandi italiani in Jugoslavia rastrellata dai tedeschi dopo l’armistizio, recuperata dagli americani ed oggi disponibile (in microfilm) presso l’archivio romano26. Nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito sono stati invece rintracciati nel fondo “N1-11” i Diari Storici delle Grandi Unità che, di volta in volta, videro alle proprie dipendenze i battaglioni squadristi: segnaliamo purtroppo fin d’ora la pressoché totale assenza di documentazione prodotta dai singoli battaglioni squadristi (come di molti battaglioni cc.nn. non indivisionati), con l’unica, notevole, eccezione del D.S. del 215° battaglione squadristi “Nizza”, purtroppo mutilo delle ultime settimane di vita del reparto27. Nel tentativo di circostanziare, a livello locale, il caso del battaglione squadristi “Toscano”, non privi di risultati sono stati inoltre lo spoglio delle serie “Carteggio ed atti per categorie” e “Sussidi militari” dell’archivio storico del Comune di Lastra a Signa (conservatosi, quantomeno per la documentazione visionata, pressoché integralmente), nonché dei fondi “P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina” e “P.N.F. – Federazione dei Fasci di
zione della natura e dell’attività della quarta Forza Armata dello Stato, una lacuna che si aggrava in particolar modo riguardo gli anni bellici. Segnaliamo comunque, tra gli altri, i lavori di Virgilio Ilari e Antonio Sema, Marte in Orbace. Guerra, Esercito e Milizia nella concezione fascista della Nazione, Nuove Ricerche, Ancora 1988 e soprattutto la tesi di dottorato di Gian Luigi Gatti, L’anima militare del fascismo: la milizia volontaria per la sicurezza nazionale, Tesi di dottorato discussa presso il Dipartimento di Storia, Università degli studi di Torino, a.a. 2003-2004, tutors Giorgio Rochat, Mario Isnenghi. Il pur pregevole lavoro di Gatti si esaurisce però con l’inizio dell’impegno bellico mondiale. Rimandiamo comunque al già segnalato testo di Filippo Lombardi e Alberto Galazzetti per un’adeguata bibliografia sull’argomento. 25 Oltre ai riferimenti rintracciati nel fondo P.C.M., si segnala in particolar modo la ricchissima (e pressoché inesplorata) serie “H2 – complotti e attentati” della Direzione Generale Pubblica Sicurezza. 26 Trattasi delle oltre 500 bobine della serie T821 del fondo Collection of Italian Military Records. Gli originali, raccolti nel fondo M-3, sono ora disponibili presso l’A.U.S.S.M.E.. Poco meno di un centinaio di bobine microfilmate (purtoppo in numeri sparsi) sono disponibili anche presso l’Istituto Storico per la Resistenza in Toscana (I.S.R.T.), conservate nel fondo Wehrmacht. 27 Il D.S. si conclude improvvisamente il 17 giugno 1943.
16
Combattimento di Livorno”, rispettivamente conservati presso l’Archivio di Stato di Pisa e Livorno: particolarmente preziosa è risultata infatti la superstite documentazione relativa agli arruolamenti volontari nella M.V.S.N., ricca di piccole, ma significative, storie personali di squadristi volontari. Altrettanto utile, pur con evidenti limiti legati alla lingua, si è rivelata la monumentale mole di documenti originali tradotti e pubblicati in Jugoslavia durante la lunga parabola socialista28; sono invece completamente disponibili in italiano le raccolte documentali redatte dallo storico sloveno Tone Ferenc, per lo più relative alle strutture militari e politiche operanti in Slovenia e nel territorio giuliano. Nel tentativo di ricostruire le singole traiettorie biografiche dei quadri di comando, sono stati recuperati (seppur con alterne fortune) gli stati di servizio ed i ruoli/fogli matricolari di numerosi ufficiali29. Tra le fonti a stampa, oltre ad un piccolo (e presumibilmente inedito) nucleo di lettere inviate dalla Croazia da un milite del battaglione squadristi “Milano”30, relativamente fruttuosa è risultata la ricerca tra i periodici di alcune federazioni fasciste toscane, emiliane e lombarde, maggiormente interessate dal fenomeno del volontariato squadrista. a cura di Lorenzo Pera
28 Sono i circa 200 volumi della serie Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, per la quasi totalità scaricabili all’indirizzo www.znaci.net (consultato ottobre 2016). Una seppur limitata selezione di documenti, ancora presente negli archivi jugoslavi, è qui riportata in originale (in copia anastatica). 29 Ci riferiamo in particolar modo ai fascicoli personali conservati presso la Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito. Particolarmente feconda si è poi dimostrata la ricerca, presso i locali Archivi di Stato e Centri Documentali dell’Esercito, dei fogli (o ruoli) matricolari di numerose cc.nn., capaci di gettar luce sulle spesso non secondarie esperienze militari pregresse dei singoli. 30 Le lettere cui accenniamo, inviate dalla c.n. Daniele Gussoni di Busto Arsizio, sono state rintracciate nell’archivio del museo storico (fondo Calcaterra) della Fondazione Bergamo nella Storia.
17
1 Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
«Fra poco tocca a noi Squadristi di Milano E sfonderemo il fronte, pugnale e bombe a mano. *** Il Duce ha garantito che adesso viene il bello e i greci assaggeranno il nostro manganello»1.
«Cuore da “volontari”»2 Quello del volontariato di guerra, nell’ormai vastissima produzione storiografica relativa al secondo conflitto mondiale, è un aspetto ancora del tutto inesplorato; nel problematizzare la paradigmatica posizione di Federico Chabod, secondo cui «nella guerra 1940-43 l’Italia non [aveva] conosciuto un fenomeno caratteristico della sua storia, cioè i “volontari di guerra”»3, lo stesso Renzo De Felice – tra i pochissimi ad aver quantomeno approfondito la questione – sottolineava come «manc[asse] qualsiasi studio scientifico»
1 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, Società Nazionale Editrice Propaganda, Milano 1941, pp. 56-57. 2 Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944, Rizzoli, Milano 1989, p. 247. 3 Federico Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi, Torino 1961, p. 103. Con ciò l’autore traeva la conclusione, certo degna di approfondimento, secondo cui «la guerra del 1940-43 non era una guerra nazionale, bensì esclusivamente fascista», in Dianella Gagliani, Giovinezza e generazioni nel fascismo italiano: dalle origini alla Rsi, in «Parolechiave», n. 16, aprile 1998, p. 135.
19
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
su un argomento comunque di non facile interpretazione4, capace (eventualmente) di scardinare uno dei più diffusi «luoghi comuni» secondo cui, in occasione della seconda guerra mondiale, «il fenomeno del volontariato sarebbe stato assai più modesto che nel 1915-18»5. Un quadro comunque «contraddittorio» secondo Teodoro Sala, in cui emergevano punte di «esasperato volontarismo […] ideologicamente più qualificante» rispetto agli analoghi, eppur qualitativamente distanti, fenomeni registratisi durante la prima guerra mondiale6. Comune alle due esperienze sarebbe invece stata la perdurante ostilità dell’autorità militare nei confronti del volontariato di guerra: questa «affondava ideologicamente le sue radici indietro nel tempo (vivi erano ancora gli echi delle contrapposizioni e dei contrasti tra “regi” e “garibaldini”), ma aveva anche giustificazioni tecniche alle quali l’autorità militare avrebbe fatto appello anche nel 1940-43»; depauperando infatti le classi di leva che sarebbero state via via richiamate (è il caso in particolare dei più giovani), il fenomeno andava ad immettere nella macchina militare soggetti politicizzati e spesso indisciplinati7. Se da un lato la Milizia, per sua stessa natura, «si adoperò (sia sotto Starace sia ancor più sotto Galbiati) per sollecitare, d’accordo col partito, il volontariato, […] le armi tradizionali cercarono in vario modo di scoraggiarlo e renderlo il più difficile possibile», frapponenendo nel contempo impedimenti, lungaggini burocratiche e generando vivaci contrasti che si trascinarono poi per tutto il corso della guerra8. 4 Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, Einaudi, Torino 1990, pp. 904905. Sul tema cfr. anche Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, cit., pp. 316-320. 5 Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. I. L’Italia in guerra 1940-1943, Einaudi, Torino 1990, p. 32. D’altra parte, se un confronto col primo conflitto mondiale appare complesso, «il gran numero di volontari della guerra fascista non ha alcun valore. Quelli autentici furono sopraffatti dalla pletora di volontari per legge o altri inghippi», come nel caso degli universitari iscritti ai G.U.F., in Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, cit., pp. 318-319. 6 Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., p. 91. Si rimanda ancora una volta alle considerazioni espresse in Dianella Gagliani, Giovinezza e generazioni nel fascismo italiano,cit., pp. 135-136 7 Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, cit., pp. 905-906. 8 Ibidem, p. 905. A titolo di esempio citiamo la richiesta inviata a Mussolini i primi di aprile 1941 dallo squadrista livornese Marzo Luigi Gino: «Duce! È per la terza volta che mi onoro di chiederVi di poter essere richiamato alle armi, per dare anche io il modesto contributo alla immancabile Vittoria. Alla precedente richiesta mi faceste rispondere esser d’uopo rivolgessi domanda al Ministero della Guerra, in competente bollo: ciò che subito feci. A questa istanza però non vi fu seguito alcuno, certo, a causa della mia minoranza fisica, contratta nella grande guerra. Non ritengo però che questa minoranza fisica mi precluda ogni e qualunque attività alle armi o faccia di me una povera cosa inutile ed inerte; possedendo ancora braccia, cuore ed animo saldissimi. Duce! Non ho paura della morte. Nessuno può ostacolarmi a combattere, e, se necessario, cosciente morire per la mia Terra, per la mia Idea,
20
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
In un conflitto sbandierato quale «sviluppo logico»9, quasi il «collaudo di una […] Rivoluzione, che nasce[va] da una guerra e sfocia[va] in una guerra»10, lo spinoso nodo legato al volontariato bellico squadrista assumeva altresì una rilevanza del tutto particolare, presto rilevata (ed ingigantita) dalla stampa di partito. In Toscana fu in particolare Il Bargello, periodico della federazione fascista fiorentina, ad offrire dagli inizi del 1941 la tribuna per un’insistente, e a tratti velatamente critica, richiesta di mobilitazione volontaria della compagine squadrista, rimasta fino ad allora troppo spesso inevasa11. Sembrava infatti impossibile che non potesse esserci «un posto anche per noi [gli squadristi], per soddisfare il nostro desiderio d’azione per la Patria, per il DUCE, per il bene che ci moveva nei tempi dello squadrismo»12. Precisa e diretta era la richiesta: essere chiamati a preferenza di chiunque altro, anche più giovane, anche più idoneo nel corpo, in formazioni di guerra, senza visita medica, senza formalità burocratiche, con un semplice «a Noi» […]. Un reparto formato da noi non potrebbe che essere lanciato contro il nemico più valoroso perché la nostra vita di fascisti non può aver che temprate le virtù innate che ci consentirono di essere le avanguardie armate del Regime. Questo chiediamo di poter fare, accogliendo tutti noi anche dai più lontani villaggi, senza differenze di grado sociale […], perché tutto è possibile anche ad un fisico non giovanissimo che inguaina un’anima d’acciaio13. per Voi, Duce, come allora» in Archivio di Stato di Livorno, Fondo P.N.F. - Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, lettera di Marzo Luigi Gino a Benito Mussolini, Livorno, s.d. (ma sicuramente databile tra il 6 e il 10 aprile 1941). 9 «Popolo italiano corri alle armi….», in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXIX, La Fenice, Firenze 1959, p. 404. «Siamo in guerra dal 1922» avrebbe non a caso ribadito lo stesso Mussolini nel discorso tenuto il 23 febbraio 1941 al teatro Adriano a Roma, durante il rapporto delle gerarchie del fascio capitolino, in Il discorso al teatro Adriano di Roma, in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXX, La Fenice, Firenze 1960, p. 51. 10 Gianni Calvi, Fede nel domani, in «Il Popolo di Lombardia», anno XX – n. 12, 22 marzo 1941. 11 Il primo articolo rintracciato sul settimanale risale al 2 febbraio 1941, all’indomani del 18° anniversario della fondazione della M.V.S.N.: gli ormai non più giovanissimi squadristi fiorentini, ricordando il loro impegno (in Italia e all’estero) tra le fila della «superba 92ª [legione] Francesco Ferrucci», chiedevano infatti «al Duce […], in questo anniversario molto caro al nostro cuore di fondatori credenti e fedeli, di mandarci più oltre, dove vi è posto e gloria per tutti», in Vittorio Sorbi, Voci squadriste, in «Il Bargello», anno XIII – n.14, 2 febbraio 1941. 12 Rino Del Pela, Invocazione squadrista, in «Il Bargello», anno XIII – n.15, 9 febbraio 1941. L’autore, centurione della Milizia, era stato tra i fondatori del fascio di Castelfiorentino (Fi), di cui aveva assunto poi la guida, in Roberto Bianchi (a cura di), La Valdelsa fra le due guerre. Una storia italiana negli anni del fascismo, Società Storica della Valdelsa, Castelfiorentino 2002, p. 340. Cfr. anche Cronaca, in «Miscellanea Storica della Valdelsa», a. XLVI (1938), f. 2, p. 98. 13 Rino Del Pela, Invocazione squadrista, cit. Si noti il ricorrente uso della prima persona plurale,
21
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
Una «brontolata» che, dilungandosi per settimane, non avrebbe risparmiato il sempreverde richiamo alle vicende risorgimentali14, nonché un larvato contrasto generazionale tra fascisti vecchi e nuovi, in alcuni casi padri e figli15: l’inquadramento in reparti combattenti degli studenti universitari, a loro volta (tecnicamente) volontari16, rinfocolò infatti le richieste a mezzo stampa della compagine più intransigente dello squadrismo fiorentino: Affinché si rinnovi la gloriosa tradizione del nostro Risorgimento, c’è un’altra classe che deve essere accontentata. Nei battaglioni toscani del Quarantotto non vi erano soltanto goliardi; con essi partivano, confusi nei ranghi, anche gli anziani, ardenti di amor patrio. […] Il Fascismo ha un po’ messo da parte gli anziani (così doveva essere) e gli anziani non se ne sono mai lagnati; ma oggi nel periodo duro che attraversa la patria, reclamano anch’essi il loro posto. […] Anche queste persone dovrebbero essere accontentate: è ingiusto che le loro domande vengano accolte soltanto con un sorriso benevolo e non abbiano corso17. Speculari, ma decisamente meno rumorose, le vicende registrate dalla stampa della capitale lombarda, culla del fascismo primigenio: fu qui, tra le fila dell’associazionismo degli arditi e per bocca del comandante del nucleo milanese Aldo Resega18, che in occasione del rapporto per il 21° annuale della fondazione dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia – svoltosi il 18 gennaio 1941 – si arrivò per la prima volta a richiedere di «ricostituire alcuni dei vecchi battaglioni o […] associarsi cameratescamente alle gio-
quasi a voler cementare la comunque eterogenea base squadrista. 14 Non infrequente era infatti l’accostamento, se non la diretta filiazione, tra l’epopea garibaldina e la nascita del fenomeno squadrista e poi della M.V.S.N.: «Le camicie nere che seppero lottare e morire negli anni dell’umiliazione, sono anche politicamente sulla linea ideale delle camicie rosse e del loro condottiero. […] Mi piace sperare che egli [Garibaldi] riconoscerebbe la discendenza delle sue camicie rosse nei soldati di Vittorio Veneto e nelle camicie nere che da un decennio continuano, sotto forma ancora più popolare e feconda, il suo volontarismo», in Epopoa Garibaldina, in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXV, La Fenice, Firenze 1958, pp. 109-111. 15 Per una panoramica riguardo le generazioni del fascismo si rinvia a Dianella Gagliani, Giovinezza e generazioni nel fascismo italiano, cit. 16 Probabilmente per prendere le distanze da simili casi, Il Ferruccio (periodico della federazione fascista pistoiese) sgombrava il campo da ogni possibile «equivoc[o] sulla parola “volontarismo”», utilizzata non a sproposito per i costituendi reparti squadristi, in Squadrismo, in «Il Ferruccio», anno X – n.15, 2 febbraio 1941. 17 Luigi Tenca, Brontolata, in «Il Bargello», anno XIII – n.17, 23 febbraio 1941. 18 Come vedremo, sarà proprio Resega il comandante del battaglione squadristi milanese.
22
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
vani schiere del G.U.F. e della Gioventù Italiana del Littorio nell’onore di battersi in prima linea»19. La minor copertura “mediatica” sulla stampa milanese sarà in questo caso mitigata dalla pubblicazione – sul finire del 1941 – del testo di Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, che ripercorre le vicende del neonato battaglione squadristi milanese sul fronte greco-albanese20. La retorica era la stessa incontrata per il caso toscano: l’età anagrafica dei volontari squadristi li collocava in una continuità, certo non solo ideale, con i combattenti del precedente conflitto mondiale nonché, per definizione, con la parentesi “rivoluzionaria” del 1919-192221. Il topos che già animava la narrazione legionaria dei primi anni ‘20, ritornava adesso prepotente: lo squadrismo, parte migliore della nuova e fascista «Nazione in armi», avrebbe fornito ancora una volta i suoi «veterani-reclute»22: serrati i denti e stretti i pugni, i veterani del Carso e del Piave […] fecero insieme un passo avanti ed offrirono la loro esperienza e il loro entusiasmo guerrieri per vincere ancora, subito. Vincere! Il proposito è già un grido. È il grido di tutto il popolo pronto a lasciare il piccone o il libro per il moschetto, pronto a dare la vita dove e come il Duce comanda. Ma tutto il popolo non poteva partire. E agli squadristi che rappresentano la fede sostenuta pugnando, venne concesso l’onore reclamato. Si ritrovarono così gli arditi di Sdricca di Manzano23 insieme ai difensori del Grappa e i meno anziani che, prima
19 Un’ora di fervido entusiasmo tra le “Fiamme Nere” ansiose di combattere, in «Corriere della Sera», 19 gennaio 1941. Piuttosto tiepida la risposta del federale di Milano Andrea Ippolito, comunque riportata nell’articolo: «qualunque sia la sorte che il Duce loro riserba, essi [gli arditi] devono considerarsi mobilitati per una azione di propaganda in mezzo al popolo. Ogni posto che oggi si tiene con fede è una trincea». 20 Pur appesantito da una forte carica ideologica, il volume lascia comunque trasparire spiragli onesti e perfino critici, non indugiando sulle numerose deficienze emerse nella costituzione e mobilitazione del primo reparto squadrista. Uscendo dal locale circolo reducistico, il lavoro di Crespi sarà recensito anche su Milizia fascista, settimanale della Milizia a tiratura nazionale, in Enzo La Canna, Squadristi in Albania, in «Milizia Fascista», anno XVIII – n. 4, 23 novembre 1941. 21 «Il filetto rosso di squadrista spicca sui paramani e il Sansepolcrismo ha la sua rappresentanza: Svanoni e Frattigiani», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 17. Una fettuccia rossa, appuntata sulla manica della giacca, distingueva infatti le camicie nere dotate del brevetto di squadrista. 22 Ibidem, p. 15. 23 Il riferimento è al campo di addestramento sito nell’omonima località in provincia di Udine, dove vennero costituiti ed addestrati i primi reparti arditi nell’estate del 1917. Lo stesso nome di arditi per gli uomini delle unità d’assalto fu adottato a Sdricca, assurta quale «“culla” degli arditi nella realtà […] e poi nella leggenda», in Giorgio Rochat, Gli arditi della Grande guerra. Origini, battaglie e miti, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 29-30.
23
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
della marcia su Roma, ripulirono con loro l’Italia dal bolscevismo. […] Con la stessa baldanza dei vent’anni questi uomini, che recano ognuno un fardello di quasi mezzo secolo, marciarono e si addestrarono in Piazza d’Armi e al poligono di tiro24. Combattentismo, arditismo e squadrismo erano di nuovo indissolubilmente legati in questi «Battaglioni di Arditi Squadristi, che per spirito, stile e divisa (“pugnal fra i denti – le bombe a mano”) sono la riproduzione dei nuclei di arditi dell’ultima guerra, gli arditi della trincea e della riscossa nelle piazze»25. Più che le precedenti campagne africane e spagnola, quello in corso veniva infatti percepito come un conflitto che si «combatte sulle orme della grande guerra, della nostra guerra»26, esperienza (direttamente o indirettamente) qualificante per un’intera generazione: Non sarebbe giusto che fossimo noi [squadristi], con i camerati tedeschi, fra i primi che metteran piede sulla terra di quel dominio inglese che tanto ha contribuito a far soffrire la vita intera della generazione cui apparteniamo? È sul sangue sparso da noi e dalla nostra generazione che è stato sputato l’insulto di Versaglia. […] Facci combattere [duce], dacci la soddisfazione di trovarci anche un minuto solo testimoni della nostra vittoria, la vera Vittoria che lava l’onta di quella del 1918. […] Essi non sanno, i morti di Verdun e dello Chemin des Dames italiani e francesi, che alla loro testa oggi marciano i due vendicatori il DUCE e il Führer, verso il domani imperiale di cui essi furono il germe. Lasciate che sia qualcuno di noi a portar loro la lieta novella27. Una precisa e caratterizzante connotazione psicologico-temporale quindi, che se da un lato elevava e rinsaldava nel panorama fascista questi «aristocratici della lotta rivoluzionaria»28, dall’altro contribuiva ad approfondire il solco nei confronti di «quelle rispettabili persone “falsamente convertite” dal cuor di coniglio», «anime moderate» lontane dal «popolo vero»29.
24 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 14-15. 25 O battaglione…, in «Il Bargello», anno XIII – n.17, 23 febbraio 1941. «Arditismo operante» è l’espressione usata dall’anonimo autore dell’articolo. 26 Rino Del Pela, Invocazione squadrista, cit. 27 Ivi. Si noti, sintomo di una comunità d’armi che esulava dal concomitante conflitto, il riferimento ai caduti d’oltralpe e alle grandi battaglie del fronte occidentale; nel settore continentale, a partire dal 1917, avrebbe infatti operato anche un cospicuo contingente italiano. 28 Squadrismo, in «Il Ferruccio», cit. 29 Giuseppe Damiani, Ai fedelissimi della Rivoluzione, in «Il Popolo di Lombardia», anno XX – n.
24
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
Battaglioni “4/B” Sull’onda lunga dell’indiscriminata mobilitazione dei gerarchi (grandi e piccoli) «volontarizzati per forza» dietro decisione dello stesso Mussolini30, cominciò quindi a fine gennaio 1941 la formazione dei primi due reparti organici di squadristi, sorti non certo casualmente nei capoluoghi lombardo e toscano: genericamente denominati battaglioni (o reparti) “4/B”31, la loro mobilitazione e inquadramento fu affidata, non senza difficoltà, alla Milizia, con il supporto e la mediazione delle singole federazioni fasciste provinciali32. Propaganda a parte, un “debutto” non certo facile vista l’avanzata età dei papabili volontari, tradottasi in una risposta all’arruolamento generalmente tiepida. A Milano in particolare, la convocazione degli squadristi appartenenti ad alcuni dei gruppi rionali cittadini – fissata per il 28 gennaio – dava infatti risultati tutt’altro che incoraggianti: eccezion fatta per i componenti della squadra “Arditi”, nella totalità disponibili a presentare domanda di arruolamento, le squadre dei gruppi “Volante”, “Carnaro”, “Randaccio”, “Battisti” e “Tonioli” si dimostrarono invece ben più attendiste, con risultati in alcuni casi decisamente deludenti33. Difficoltà affioranti anche sulla carta stampata e ripetutesi nelle altre provincie lombarde interessate dalla mobilitazione34: «nel gruppo Squadristi di Busto [Arsizio]», ricorderà in6, 8 febbraio 1941. Come vedremo, la polemica antiborghese (qui ancora in nuce) accompagnerà nel 1942 la mobilitazione degli altri reparti squadristi. 30 Galeazzo Ciano, Diario 1937-43, Volume secondo, Rizzoli, Milano 1950, p. 21. Bottai riporta già al 9 gennaio 1941 le prime «voci» di mobilitazione dei gerarchi, decisione resagli poi nota dal duce il 17 gennaio (stessa data riportata da Ciano). Estremamente negativo per entrambi il giudizio su questa «guerra comandata», legata nell’opinione del gerarca romano ad un tentativo di ulteriore accentramento della dittatura nelle mani di Mussolini, in Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944, cit., pp. 246-247. 31 La sigla, riportata in tutti gli stati di servizio e fogli/ruoli matricolari consultati (anche nella formula “esigenza 4/B”), era con ogni probabilità riferita al previsto impiego sul fronte greco-albanese. 32 Dietro disposizioni del Ministero della Guerra, intervenne già agli inizi del 1941 il vaglio del segretario federale nel valutare le singole «domande dei Fascisti che chiedono il richiamo in servizio e l’invio in reparti combattenti», in P.N.F., «Foglio di disposizioni», n.73, 7 marzo 1941. 33 A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 208, f. 2 (M.V.S.N.), Domande volontari squadristi, Roma, 3 febbraio 1941. Dal “totalitario” «tutti» relativo alla squadra “Arditi”, si passava alle 35 domande presentate dagli squadristi del gruppo “Battisti” (su un totale di 42 presenti), proseguendo poi con le 20 del gruppo “Tonoli” (120 presenti), 3 del gruppo “Carnaro” (60 presenti), 1 del gruppo “Randaccio” (non riportato il dato della presenza) e nessuna del gruppo “Volante” (19 presenti su 64 iscritti). Cfr. anche, relativamente alla convocazione degli squadristi del gruppo “Tonoli”, Vita Fascista, in «Il Popolo di Lombardia», anno XX – n. 5, 1 febbraio 1941. 34 Il Crespi in particolare riporta alcuni casi di interessate domande di arruolamento seguite poi da
25
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
fatti la c.n. Daniele Gussoni, «ve ne sono tanti che potevano avere l’ambito onore di vestire il grigioverde. Di questi ce ne furono solo 2 [che risposero all’appello]»35. Rinfoltiti i ranghi attraverso l’immissione di volontari privi (quantomeno per ragioni anagrafiche) della qualifica di squadrista36, le circa 600 camicie nere affluite nella capitale meneghina venivano acquartierate nella caserma “Carroccio” (sede dell’omonima 24ª legione della Milizia), in pieno centro cittadino: qui, pur scontrandosi con gravi deficienze di armi e materiali37, iniziarono un accelerato periodo di addestramento di circa un mese, ricevendo nel mentre la visita del segretario del partito Adelchi Serena38. Il comando dell’unità in formazione venne affidato al seniore Aldo Resega, pluridecorato reduce di tre guerre e membro del direttorio del fascio milanese, che ne avrebbe mantenuto la guida del reparto fino alla smobilitazione39. Le tre compagnie erano invece rispettivamente guidate dai centurioni Bernardi, Galanti40 e Galeotti41, mentre piuttosto folta appatentativi «con tutti i mezzi» di ottenere l’inabilità; questi «sono i bocciati nell’esame della fede, sono i disertori dell’Idea, sono i pavidi ghiottoni che preferiscono il grasso arrosto bottegaio all’asciutta santa galletta del combattente», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 16, 84. 35 Fondazione Bergamo nella Storia, Archivio del museo storico, fondo Calcaterra, serie Enrico Calcaterra, b. 79, record 5657, lettera di Daniele Gussoni a Enrico Calcaterra, P.M. 16A, 21 maggio 1941. Enrico Calcaterra era il comandante del gruppo squadristi del fascio della cittadina lombarda. 36 A titolo di esempio, citiamo il caso del capo manipolo Giordano Santagostino, classe 1909. La regione di reclutamento del battaglione milanese fece inoltre sì «che nei suoi ranghi militassero rappresentanti di quasi tutte le regioni d’Italia che negli anni erano emigrati nel capoluogo lombardo», in Filippo Lombardi, Alberto Galazzetti, Storia della 7ª Legione “Cairoli” della M.V.S.N. di Pavia, Marvia, Voghera 2008, p. 239. 37 Pesante limite della Milizia tutta, assunse in questo caso una particolare gravità: lo stesso battaglione squadristi milanese arrivò in Albania equipaggiato col solo armamento individuale. In merito alla fornitura del materiale bellico, la vicenda pare intrecciarsi con la concomitante (e altrettanto convulsa) costituzione dei reparti combattenti della G.I.L., posticipata anche per permettere la creazione dei primi reparti squadristi, in Giuseppe Mugnone, I ragazzi di Bir El Gobi, La lucciola, Padova 1968, p. 70.
38 Il Segretario del Partito a Milano, in «Corriere della Sera», 12 febbraio 1941. A fianco di numerosi reduci delle campagne africane e spagnole, per molti legionari l’ultimo contatto con il mondo militare risaliva al servizio militare o alla prima guerra mondiale, in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 17. 39 Una sintetica biografia è riportata in appendice. 40 Trattasi con ogni probabilità del centurione Ugo Galanti, «iscritto al P.N.F. dal 15 giugno 1920, squadrista, Marcia su Roma, volontario di guerra», in Nomine di gerarchi, in «Corriere della Sera», 9-10 ottobre 1941. 41 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 73. Oltre al nome dell’aiutante di battaglione, Marenghi, l’autore elenca anche i capi manipolo, qui riportati nell’ordine seguito nel testo. Dove possibile è stata indicata la mansione e il nome completo: Svanoni Gino (salmerie), Diamantini, Montecroci, Castellani, Celani, Palieri, Pozzi Aurelio, Fossati (medico), Poppelmann (fureria), Fon-
26
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
riva la schiera dei volontari provenienti dallo “strato attivo” del fascismo locale42: segretari politici, ispettori di zona, fiduciari dei gruppi rionali e comandanti le squadre d’azione erano ben rappresentati tra le file del battaglione, probabilmente in numero decisamente superiore rispetto ai reparti “ordinari” della Milizia43; a causa poi della sovrabbondanza di quadri di comando, «molti, già Ufficiali della Milizia, [erano] ora inquadrati come semplici Camicie Nere»44. Un passato certamente ingombrante e fin dalle prime settimane foriero di un contegno (potenzialmente) violento, anticipatore dell’operato di lì a breve registratosi sul fronte balcanico: già sul finire di febbraio, «prolungandosi l’attesa della partenza», giungevano infatti le prime segnalazioni «di insofferenza e di indisciplina» da parte dei militi del reparto, tenuti «per la necessaria preparazione spirituale […] in uno stato morale di euforia»45: questi, secondo diverse fonti fiduciarie, avrebbero in animo, prima di partire da questa città [Milano], di compiere manifestazioni contro elementi ritenuti disfattisti, vociferatori, o di dubbia fede politica. Alcuni, più violenti, avrebbero deciso di fare un’incursione in alcuni ritrovi mondani del centro, […] per dare una lezione ai frequentatori più assidui, secondo essi ritenuti tiepidi verso il Regime, e di danneggiare qualche negozio di vendita di articoli di lusso non intonati all’attuale momento46.
tana, Santagostino Giordano, Prampolini, in Ibidem, pp. 73-75. Come già accennato, il capo manipolo Svanoni appariva tra i fondatori del «Fascio primigenio» e aveva militato, insieme al comandante Resega e ad altre cc.nn. ora riunite nel battaglione squadristi, nella 220ª legione cc.nn. durante la campagna etiopica, in Ufficiali milanesi in A.O. decorati sul campo, in «Corriere della Sera», 17 novembre 1936. Torneremo in seguito sulla figura del capo manipolo Aurelio Pozzi. 42 L’espressione è mutuata da Ernesto Ragionieri, Il partito fascista (appunti per una ricerca), in La Toscana nel regime fascista (1922-1939), Olschki, Firenze 1971, p. 81. 43 Per una pur limitata panoramica si rimanda in particolare alla rubrica “Il Fascio Primogenito”, in «Il Popolo di Lombardia», anno XX – n. 7, 15 febbraio 1941 e anno XX – n. 11, 15 marzo 1941. Cfr. anche, a titolo di esempio, Il nobile testamento di una Camicia nera, in «Corriere della Sera», 7-8 agosto 1941. 44 A.C.S., D.G.P.S., AA.GG.RR., 1941, b. 32/B, ctg. G1 (Fasci), f. “Milano”, R. Questura di Milano, Foglio n. 01141 di prot., Oggetto: Relazione sullo spirito pubblico, Milano, 4 marzo 1941.
45 A.S.MI., fondo Prefettura – Gabinetto II° vers., b. 102, f. 029 (Battaglione Speciale costituito da Squadristi e Gerarchi), Foglio n. 029/3378 di prot. , Promemoria per l’Eccellenza Buffarini, s.l. [ma Milano], 4 marzo 1941. 46 A.C.S., D.G.P.S., AA.GG.RR., 1941, b. 32/B, ctg. G1 (Fasci), f. “Milano”, R. Questura di Milano, Foglio n. 021413 di prot., Milano, 1 marzo 1941. Cfr. anche A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 208, f. 2 (M.V.S.N.), Foglio n. 02230 di prot., Oggetto: Arruolamento nella M.V.S.N.,
27
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
In un preoccupante crescendo di intenti, «alcuni di tali squadristi avrebbero manifestato il proposito di chiedere, alla fine della guerra ed al ritorno dal fronte, ai Gerarchi del partito ed al Governo conto del loro operato, al fine di liberarli dai profittatori e da coloro che hanno nascosto la verità al Duce»47. La partenza per il fronte, caldeggiata dalle stesse autorità meneghine e concretizzatasi il 6 marzo, avrebbe (per il momento) disinnescato la minaccia48.
«Ma questa volta si va!»49 Bari, punto di arrivo della tradotta proveniente dalla capitale lombarda, era stata a sua volta raggiunta dall’omologo «Battaglione Squadristi di Firenze», a suo volta costituito ad inizio febbraio con volontari provenienti dalle province toscane50. Così riuniti, i due reparti di squadristi affrontavano nella notte dell’8 marzo la traversata a bordo del piroscafo Puccini, giungendo il giorno successivo nel porto di Durazzo51. Benché ancora lontane dalla prima linea, le camicie nere si scontrarono immediatamente con l’inclemente clima locale, tristemente noto nella memorialistica del conflitto greco-albanese e reso ancora più gravoso dalla disorganizzazione imperante e dalla scarsità di adeguato materiale: Si diguazza in un fango tenacissimo che trattiene i passi. Prima di spostare il sinistro si deve affrancare bene il piede destro e le gambe bisogna tirarsele dietro a strappi come i forzati di un tempo per la palla di ferro fissata alla caviglia. Si procede a fatica, nel pericolo continuo di cadere e si ride intanto di chi cade. Quanto fango. […] Ci tornano alla mente quei bol-
Milano, 28 febbraio 1941.
47 A.C.S., D.G.P.S., AA.GG.RR., 1941, b. 32/B, ctg. G1 (Fasci), f. “Milano”, R. Questura di Milano, Foglio n. 021413 di prot., cit.. Del pesante clima creatosi tra gli squadristi milanesi sarebbe stato informato il duce stesso. 48 Saluto ai volontari partenti, in «Il Popolo di Lombardia», anno XX – 15 marzo 1941. 49 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 87. 50 Scarsissime in questo caso le tracce documentali utili nel ricostruire questa prima mobilitazione dello squadrismo toscano. Oltre ai già citati articoli apparsi sulla locale stampa di partito, cfr. Effebi, Dialogo fra Legionari, in «Il Bargello», anno XIII – n.21, 23 marzo 1941 e A.O., Arruolamento squadristi, in ivi, ma soprattutto cent. Raffaello Niccolai, Sul fronte greco-albanese gli squadristi di Pistoia hanno manenuto il patto, in «Il Ferruccio», anno X – n.34, 21 giugno 1941. 51 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 27-34.
28
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
lettini che denunciarono il fango, il freddo e la neve, quali peggiori nemici dei nostri soldati e ne comprendiamo ora, benissimo, tutta la tragica verità. Nulla come il pantano smorza lo spirito e fiacca; nulla avvilisce in guerra come il freddo e il bagnato dei panni52. Avviati in tempi diversi verso Pobrat, nella piana tra Fier e Berat, le due compagini di squadristi poterono qui completare la propria organizzazione ed un – si intuisce necessario – nuovo ciclo addestrativo53, nel mentre visitati dal folto stuolo di gerarchi a loro volta presenti in Albania54. La fine del mese di marzo vide però per entrambi i reparti la perdita della propria autonomia. Gli squadristi lombardi andarono infatti a rinsanguare le fila dell’esausta 26ª legione cc.nn. d’assalto (formata dal 7° e 53° battaglione e la 267ª compagnia mitraglieri), praticamente distrutta nel corso di quasi due mesi di intensi combattimenti55: «il battaglione Squadristi di Milano forni[va] uomini per il 53° battaglione ed altri ancora per ricostituire la 267ª compagnia mitraglieri pesanti. La rimanenza diventa[va] il 7° battaglione a sua volta rifornito di uomini del vecchio reparto già esperti quali conducenti per salmerie»56. 52 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 47. Alla pioggia incessante e al fango, «elemento principale del paesaggio e del ricordo», il Crespi dedicherà un intero capitolo del suo volume. Sulla costante meteorologica, universalmente presente nella memorialistica dei reduci, cfr. Mario Cervi, Storia della guerra di Grecia. Ottobre 1940 ~ Aprile 1941, Rizzoli, Milano 2000, pp. 214-225.
53 Visitando il reparto milanese, il generale Archimede Mischi (ufficiale di collegamento della Milizia presso l’11ª Armata) ebbe infatti a precisare: «Siete venuti per combattere e combatterete, ma per assestare colpi duri, bisogna aver solidi muscoli e padronanza assoluta delle varie armi. Ho dato disposizioni perché immediatamente siate addestrati ed allenati e non appena avrò conferma che siete a punto, sarete utilizzati in un settore degno di voi», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 55. 54 Il Crespi ricorda, tra gli altri, il Capo di Stato Maggiore della Milizia Starace e Farinacci (sul fronte greco in qualità di ispettore generale della Milizia): piuttosto interessanti, visti i futuri sviluppi, le parole di quest’ultimo, che parlando «da squadrista [,] vuole assicurarci che il Duce segue la nostra fatica e che l’intera Nazione ci guarda. […] Vorremmo gridargli la nostra impazienza. L’Eccellenza ci previene dicendo che anche il nostro momento è prossimo. “Poi torneremo in Italia…” e nella sospensione è tutto un programma», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 67. 55 Mobilitata dai primi di gennaio 1941 e composta da più di 1300 uomini, la 26ª legione venne impegnata dal 23 gennaio nel settore della divisione “Legnano” (sostituita da fine febbraio dalla divisione alpina “Julia”), dissanguandosi in continui combattimenti. Ridottasi a poco più di 100 effettivi al comando di 4 ufficiali, fu ritirata dalla prima linea il 17 marzo e trasferita a Pobrat per essere ricostituita, in Ettore Lucas, Giorgio De Vecchi, Storia della unità combattenti della M.V.S.N., cit., pp. 296-303. Cfr. anche Ufficio storico della 26ª legione cc.nn. d’assalto, La 26^ legione d’assalto Alberto da Giussano nella campagna greco-albanese, Il Resto del Carlino, Bologna 1943 e Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 82-83. 56 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 82-83. Il «nuovo stile menefreghista» si concretizzava nella nascita, presso entrambi i battaglioni legionali, di due reparti arditi; quello del 7°
29
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
Il più esiguo gruppo di squadristi toscani – primo ad entrare in linea – raggiunse invece l’83° battaglione cc.nn., unità a sua volta duramente provata dai combattimenti invernali e posta in secondo scaglione nel settore di Vuno (all’estrema destra dello schieramento italiano)57, cui destinò i necessari complementi58. Andava nel frattempo evolvendosi la situazione politico-militare dell’intera regione balcanica: all’indomani dell’infruttuosa offensiva primaverile italiana sul fronte ellenico, il 6 aprile le truppe tedesche attaccavano contemporaneamente la Jugoslavia e la Grecia, travolgendo il fronte greco in Macedonia orientale. Incapaci di contrastare efficacemente l’avvolgente manovra tedesca sviluppatasi sul confine con la Jugoslavia, e temendo una concomitante offensiva delle armate italiane in Albania, i vertici militari greci ordinarono alle forze dell’Epiro di iniziare un progressivo ripiegamento; l’arretramento nemico spinse i comandi italiani a rompere gli indugi, spronando un’offensiva unitaria59. Il 13 aprile, Pasqua, arrivava quindi anche per la 26ª legione l’ordine di movimento: rimpolpato dai nuovi effettivi, il reparto giungeva il 15 aprile a Turano, ponendosi alle dipendenze tattiche del raggruppamento cc.nn.
battaglione, «composto tutto di arditi delle altre guerre» che facevano «rivivere la vecchia tradizione della grande guerra e dell’arditismo milanese», venne affidato al capo manipolo Pozzi, in Ufficio storico della 26ª legione cc.nn. d’assalto, La 26^ legione d’assalto Alberto da Giussano nella campagna greco-albanese, cit., pp. 95-98. 57 Relativamente alle gravose fatiche precedentemente patite dall’83° battaglione cc.nn. sul fronte greco-albanese, rimandiamo ancora una volta ad Ettore Lucas, Giorgio De Vecchi, Storia della unità combattenti della M.V.S.N., cit., pp. 317-323. I ruoli matricolari consultati situano tra il 24 ed il 25 marzo l’incorporazione dei militi toscani nel ricostituendo reparto. 58 «Quasi completamente costituita da pistoiesi» sarebbe ora risultata la 2ª compagnia del reparto, comandata dal centurione Raffaello Niccolai, in cent. Raffaello Niccolai, Sul fronte greco-albanese gli squadristi di Pistoia hanno manenuto il patto, cit.. Cfr. anche Saluti di legionari, in «Il Ferruccio», anno X – n.34, 21 giugno 1941. Niccolai, classe 1900 e a sua volta originario di Pistoia, risultava iscritto al P.N.F. dal marzo del 1920, squadrista e partecipante alla marcia su Roma. Ingegnere nella vita civile, avrebbe ricoperto tra le altre le cariche di vice podestà e di vice federale di Pistoia. Combattente sul fronte greco-albanese, all’indomani dell’armistizio entrava a far parte del battaglione volontari italiani “Ettore Muti”, formazione autonoma attiva nel fiorentino. Al momento dello sfollamento del capoluogo toscano, assumeva il comando del VI° battaglione G.N.R., in trasferimento verso Bologna, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 264, fasc. Niccolai Raffaello di Luigi, Prefettura di Pistoia, Foglio n. 02754 di prot., Oggetto: Foglio di aggiornamento per il casellario politico centrale – NICCOLAI RAFFAELLO di Luigi, Pistoia, 3 aprile 1948. Cfr. anche Niccolai Raffaello di Luigi, in Squadrismo in armi, P.N.F. Federazione dei fasci di Pistoia, s.l. [ma Pistoia] s.d. [ma 1941], e Marco Cigni, Il fascismo repubblicano fiorentino. L’organizzazione politica e militare negli undici mesi della R.S.I. (settembre 1943 – agosto 1944), Becocci, Firenze s.d., pp. 66-67. 59 Mario Montanari, L’Esercito Italiano nella campagna di Grecia, Ufficio Storico S.M.E., Roma 1991, pp. 715-718.
30
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
“Galbiati”60. Quella stessa notte iniziò l’avvicinamento alle prime linee italiane, attraversando una Tepeleni ormai deserta e ridotta in macerie61. Incuneato tra i reparti della divisione “Ferrara”, il raggruppamento imboccava la stretta valle del fiume Dhrinos, prendendo contatto con il nemico alle prime luci del 16 aprile, al «Km. 21» dell’asse viario Tepeleni-Argirocastro62, meta dell’offensiva italiana. Nei duri scontri conseguenti, le posizioni greche venivano pian piano espugnate, ma a caro prezzo: della sola 26ª legione 22 legionari rimanevano uccisi e 64 feriti, fra cui 5 ufficiali63. Il 17 aprile, constatata la ritirata nemica e libera ormai la strada per Argirocastro, iniziava l’inseguimento delle truppe greche; sotto il tiro dell’artiglieria e dei mortai nemici, che causarono ulteriori lutti all’unità, le camicie nere superarono nella mattina del 22 aprile il confine greco, proseguendo poi lungo la direttrice per Gianina64. A poche decine di chilometri di distanza, nel settore del litorale, anche l’83° battaglione cc.nn. partecipava all’offensiva italiana, pur prestando opera essenzialmente di retroguardia; la successiva avanzata del reparto, superando le residue resistenze avversarie, raggiungeva Porto Edda il 21 aprile per concludersi, all’indomani del di poco successivo armistizio, in territorio greco ad Arta65. Ricongiuntosi con la propria legione divisionale, la 36ª, il battaglione era successivamente impegnato in compiti di presidio ed 60 Comandato dall’omonimo luogotenente generale, di lì poche settimane nominato Capo di Stato Maggiore della Milizia in sostituzione di Achille Starace. 61 «Tutte le case hanno vuoti e più neri della notte i vani delle finestre. Qualche muro è a terra e qualche tetto scoperchiato innalza neri mozziconi di travi. Misere suppellettili sono abbandonate qua e là fra i sassi della strada e pochi carri sconquassati giacciono di fianco o capovolti», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 92. 62 Così verrà ricordato il conseguente scontro, unico fatto d’arme che vide coinvolte le camicie nere del (fu) battaglione squadrista milanese. 63 Tra gli squadristi caduti figurava il csq. Giuseppe Colombi, classe 1897, «ardito di guerra, partecipe all’adunata in Piazza San Sepolcro […]. Dapprima fra i dirigenti degli arditi, veniva chiamato poi come fiduciario al “gruppo Tonoli”». Come diversi altri commilitoni del reparto, avrebbe militato durante la guerra d’Etiopia nella 220ª legione cc.nn., impegnata sul fronte somalo, in L.E. Gianturco, Arditi e squadristi milanesi in guerra, in «L’ardito d’Italia», anno XI – n. 115, giugno 1942. Per un resoconto puntuale dell’azione bellica cfr. Ufficio storico della 26ª legione cc.nn. d’assalto, La 26^ legione d’assalto Alberto da Giussano nella campagna greco-albanese, cit., pp. 101-109 e Ettore Lucas, Giorgio De Vecchi, Storia della unità combattenti della M.V.S.N., 1923-1943, G. Volpe, Roma 1976 cit., pp. 303, 385-386. Si segnalano inoltre le poco conosciute memorie di Antonio Piero Fioravanti, c.n. del Raggruppamento “Galbiati”, in Antonio Piero Fioravanti, Dalla “marcia della giovinezza” alla vittoria in Grecia (Lettere a Enrico), Torre [stampa], Genova 2001, pp. 50-61. 64 Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., pp. 128-129. 65 Cent. Raffaello Niccolai, Sul fronte greco-albanese gli squadristi di Pistoia hanno manenuto il patto, cit.
31
Squadristi in Albania: la nascita dei primi battaglioni squadristi
occupazione, sciogliendosi però nel settembre dello stesso anno per carenza di organico; i pochi squadristi toscani ancora in forza al reparto transitavano quindi tra le fila del 36° battaglione cc.nn., a sua volta dislocato in Epiro66. Giungeva invece per la 26ª legione immediato ordine di ricongiungimento all’originaria divisione di appartenenza, la “Legnano”, distante ormai circa 200 chilometri67; Kumani, sede della Grande Unità, veniva raggiunta il 5 maggio ma solo il 27 giugno il reparto poteva imbarcarsi da Valona, sbarcando a Brindisi il giorno seguente. Qui ritrovava il luogotenente generale Galbiati, che passava in rassegna l’intera legione a poche ore dallo sbarco. Le parole pronunciate dal nuovo Capo di S.M. della Milizia, fresco di nomina, seguivano la nuova stagione apertasi con la concomitante offensiva dell’Asse contro l’Unione Sovietica: stravoltesi completamente le coordinate ideologiche del conflitto (e dei legionari), «la lotta tra il Fascismo e il bolscevismo, base della Rivoluzione delle Camicie Nere, [entrava] nella sua fase risolutiva»68; in quest’ottica lo stesso Galbiati rimarcava (e forse anticipava) il «nuovo volto della Guardia armata della Rivoluzione»69, presto concretizzatosi con un rinnovato impegno sul fronte russo e la nascita di reparti ideologicamente sempre più compatti. Iniziava comunque il 29 giugno il rientro in sede della 26ª legione: il 7° battaglione cc.nn., distaccatosi definitivamente dagli altri reparti, giungeva il 1° luglio a Pavia, sede dell’originaria legione di mobilitazione, dove si acquartierava pur rimanendo mobilitato70.
66 Ettore Lucas, Giorgio De Vecchi, Storia della unità combattenti della M.V.S.N., cit., pp. 316-317. A giudicare dalle rubriche dei ruoli matricolari del distretto di Pistoia consultati, molti furono infatti i militi smobilitati all’indomani della fine della campagna bellica. 67 È «il crollo della Grecia» chiosava il Crespi, e «noi torneremo indietro. Per noi, la guerra finisce dove finisce la resistenza del nemico», in Riccardo Crespi, Squadristi in Albania, cit., p. 135. Nonostante il posticipato arrivo al fronte, alcune camicie nere del 7° battaglione cc.nn. venivano comunque prescelte per «costituire un plotone di rappresentanza che andrà ad Atene per una parata delle truppe vittoriosa. […] I filetti rossi della vecchia guardia fascista» sottolineava Crespri «sfileranno fra le truppe dell’Asse», in Ibidem, pp. 130-131. 68 Ispezione del gen. Galbiati, in «La Gazzetta del mezzogiorno», 29 giugno 1941. 69 Ufficio storico della 26ª legione cc.nn. d’assalto, La 26^ legione d’assalto Alberto da Giussano nella campagna greco-albanese, cit., p. 139. 70 Filippo Lombardi, Alberto Galazzetti, Storia della 7ª Legione “Cairoli” della M.V.S.N. di Pavia, cit., pp. 245-246.
32
2 Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia «Oggi […] anche la Dalmazia tradita e disperata che l’Orbo Veggente non poté redimere, per ignavia di passati governi, può essere riscattata dagli Italiani nuovi da un giogo odioso, sulla punta dei nostri pugnali»1.
La disgregazione della Jugoslavia Come già ricordato, il 6 aprile 1941 la Germania apriva, senza dichiararle formalmente guerra, le ostilità contro la Jugoslavia, immediatamente seguita da Italia, Ungheria e Bulgaria. L’attacco, scattato all’indomani del colpo di stato orchestrato dagli ambienti jugoslavi filo-inglesi, rompeva la consolidata politica tedesca di «neutralità strumentale» dell’area e si inseriva nel quadro dei tentativi germanici di sostenere l’alleato in difficoltà, cercando altresì di preservare le tempistiche di attuazione dell’operazione “Barbarossa”2. Da parte italiana, gli scontri più duri si registravano lungo la frontiera jugoslavo-albanese, complice un maggior atteggiamento offensivo del nemico; sul fronte giulio l’attacco scattava invece soltanto l’11 aprile, con l’esercito jugoslavo ormai in rotta e Zagabria già occupata dai tedeschi: in una corsa contro il tempo per precedere gli alleati, i primi reparti italiani entravano a Lubiana quella sera stessa, mentre un’altrettanto rapida avanzata si sviluppa1 A.S. LI., Fondo P.N.F. - Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, lettera di Marzo Luigi Gino a Benito Mussolini, cit. 2 Teodoro Sala, Fascismo e Balcani. L’occupazione della Jugoslavia, in AA.VV., La dittatura fascista, Teti, Milano 1984, pp. 436-438. Cfr. anche Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 41.
33
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
va lungo la costa dalmata, occupata nei giorni immediatamente successivi3. Il 17 aprile i vertici militari jugoslavi chiedevano la resa; «lo stato anacronistico, sopravvissuto sulle rovine di Versaglia»4 cessava di esistere, destinato alla disgregazione: «la peggiore che l’Italia fascista, complice nel determinarla, potesse aspettarsi»5. Benché infatti le richieste di Mussolini venissero nella quasi totalità soddisfatte, Hitler riusciva ad imporre il controllo tedesco (diretto o indiretto) sulle zone più industrializzate e ricche di giacimenti dell’area, approfondendo il già schiacciante predominio economico germanico sul mercato jugoslavo6. Venivano comunque immediatamente annesse all’Italia la regione slovena della Carniola (con Lubiana, capitale poi dell’omonima provincia) e la piccola provincia di Cattaro, mentre il Montenegro rientrava nella sfera italiana sotto forma di protettorato militare; il Kosovo, la Ciamuria e alcune regioni macedoni erano invece accorpate all’Albania. La parte maggiore del territorio jugoslavo fu invece diviso tra due nuove entità statuali: la Serbia, ridotta ai minimi termini ed occupata militarmente dalle truppe tedesche, e lo Stato Indipendente Croato (Nezavisna Država Hrvatska, N.D.H.) – realtà multietnica affidata al protetto italiano Ante Pavelić e al suo movimento ustaša7 – a sua volta suddiviso dai vincitori in due zone di occupazione8. Con il Poglavnik (equivalente croato di “duce”) vennero siglati i successivi accordi di Roma del 18 maggio 1941, che sancirono l’annessione italiana di buona parte del litorale dalmato e delle isole costiere, «linea di compromesso tra le varie istanze italiane che non teneva però affatto conto
3 Sul fronte giuliano-dalmata operavano i reparti della IIª Armata del generale Vittorio Ambrosio, su 5 C. d’A.: V°, VI°, XI°, Autotrasportabile e Celere. Per una dettagliata ricostruzione dell’offensiva italiana contro la Jugoslavia rimandiamo comunque a Salvatore Loi, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1978. 4 Italo Marra, Il dramma della Jugoslavia, in «Il Ferruccio», anno X – n.24, 11 aprile 1941. 5 Teodoro Sala, Fascismo e Balcani. L’occupazione della Jugoslavia, cit., p. 438. 6 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 54-55. 7 Sulla nascita e successivi sviluppi dei rapporti tra Italia e N.D.H. rimandiamo ad Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943), Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012. Benché incerte e comunque datate, le stime demografiche parlavano di una popolazione variabile tra i 6 e i 6,6 milioni di abitanti per una superficie di 115.133 km², di cui i croati cattolici rappresentavano una maggioranza molto esigua, i serbi circa un terzo, i restanti musulmani di Bosnia e, in misura decisamente minore, ebrei e rom, in Ibidem, p. 59. 8 L’ordine di Hitler del 23 aprile 1941 fissava la linea di demarcazione tra le aree di occupazione italiana e tedesca: da nord-ovest questa scendeva in direzione sud-est, passando per Samobor, Bosanki Novi, Banja Luka, Sarajevo fino al confine col Montenegro, in Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., pp. 59-60.
34
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
di quelle croate»9: di lì a breve le provincie di Zara, Spalato e Cattaro sarebbero andate a formare il Governatorato della Dalmazia, affidato a Giuseppe Bastianini, diplomatico e fascista della prima ora10, mentre l’entroterra orientale di Fiume e le isole di Veglia ed Arbe venivano accorpate alla provincia del Carnaro. La questione dalmata avrebbe altresì avvelenato le relazioni tra i due Paesi, generando fin dall’inizio un diffuso «sentimento antitaliano, non solo tra le popolazioni slave soggette all’Italia, ma anche in tutti i livelli degli organi amministrativi e di governo dell’NDH»11. Rimanevano inoltre per il momento schierate nel Paese le truppe italiane: queste cessavano dal 20 maggio di «possedere carattere et prerogative di forze di occupazione», assumendo quello «di truppe stazionanti nel territorio dell’amico ed alleato Stato indipendente di Croazia»12, formula inconsueta che privando di fatto i reparti italiani dei poteri civili nonché di compiti militari effettivi, avrebbe entro pochi giorni messo in seria difficoltà comandanti e soldati.
L’estate dei massacri e la rivolta: la nascita della “Repubblica di Drvar” Riconoscendosi nel sistema valoriale proprio del fascismo italiano, il partito ustaša stava intanto portando avanti un programma politico – in realtà piuttosto debole – sostanzialmente costruito attorno ad un «nazionalismo
9 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 45. Interessante sottolineare la posizione del generale Roatta, allora Capo di S.M.R.E. e futuro vertice della IIª Armata operante in loco, che «caldeggia[va] una soluzione politica con la Croazia» giudicando «pericolosa qualsiasi richiesta estremista in fatto di Dalmazia», in Galeazzo Ciano, Diario 1937-43, cit., p. 24.
10 Al vertice di «un’unità amministrativa del tutto particolare», il Governatore avrebbe goduto di «ampi poteri legislativi, esecutivi e giudiziari» ed una larga autonomia, rispondendo direttamente a Mussolini, in Eric Gobetti, Le nuove province: Lubiana e il Governatorato della Dalmazia, in Mario Isnenghi e Giulia Albanese [direzione scientifica], Gli italiani in guerra: conflitti, identità, memoria dal Risorgimento ai nostri giorni, vol. 4/II, Il ventennio fascista. La seconda guerra mondiale, UTET, Torino 2008, p. 212-213. Sulla figura di Giuseppe Bastianini rimandiamo (pur con alcune cautele) a Renzo De Felice, BASTIANINI, Giuseppe, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 7, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1970, consultabile all’indirizzo: www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-bastianini_(Dizionario-Biografico)/ (consultato gennaio 2018). 11 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., pp. 45-46. Di un «clamoroso errore», che indebolì il prestigio di Pavelić e contribuì ad accrescere «ulteriormente l’intesa tra Zagabria e Berlino», parla Becherelli in Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 98. 12 AUSSME, fondo N1-11, b. 580, D.S. Comando VI° C.d.A., Telescritto n. 4550, Da Comando 2ª Armata, P.M. 10, 19 maggio 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1985, p. 406.
35
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
estremista con una forte matrice cattolica, parte fondamentale dell’identità croata contrapposta a quella serba»13. Se uno dei primi decreti del governo riconosceva ai soli croati (cattolici e musulmani) la cittadinanza, serbi ed ebrei videro di lì a poco limitate le proprie libertà civili, mentre iniziarono le espulsioni dagli impieghi pubblici e privati e l’imposizione di misure di riconoscimento delle minoranze14. L’esclusione dalla comunità nazionale si accompagnò alle prime violenze: arresti indiscriminati e condanne ingiustificate erano all’ordine del giorno, mentre le milizie ustaša instaurarono un «regime di violenza e terrore» perdendo ben presto «ogni senso di misura»15: in particolare nelle zone più periferiche del Paese queste agivano in maniera del tutto arbitraria e brutale, spalleggiate anche da gruppi irregolari, «seviziando, uccidendo e inducendo alla fuga centinaia di migliaia di persone», senza riguardi al sesso e all’età e nascondendo spesso, con il pretesto politico, rancori e interessi personali16. Il consolidamento dello Stato Indipendente Croato in tutte le sue regioni permise all’attività terroristica delle milizie ustaša di imporsi ed organizzarsi su scala nazionale, seguendo un preciso disegno di pulizia etnica spesso appoggiato dai reparti tedeschi presenti in loco: scrivendo una delle pagine più barbare e allucinanti dell’intero conflitto, di villaggio in villaggio centinaia di migliaia di persone vennero uccise, mentre altrettante furono costrette ad emigrare in Serbia, Montenegro e nella Dalmazia annessa dall’Italia17. Ancora presenti, come già accennato, in numerosi presidi in territorio croato, i militari italiani si trovarono «impreparati, sia politicamente, sia psicologicamente ad affrontare il drammatico evolversi della situazione in Croazia»18; informate della grave situazione già dai primi di giugno, le gerarchie militari romane e il M.A.E. precisarono comunque che dovunque stazionassero unità dell’Esercito non si sarebbe dovuto in alcun modo pro-
13 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 55. 14 Ivi. 15 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 232. 16 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 57. Ancora ben vive erano infatti le ferite apertesi tra croati e serbi durante il precedente regno di Alessandro I Karađorđević (dinastia di origini serbe), capace di imporre un governo fortemente centralizzato e una dura repressione che radicalizzò i contrapposti nazionalismi. 17 Le stime, seppur di complesso calcolo, vanno da un minimo di 300.000 a un massimo di 700.000 serbi uccisi nella sola estate del 1941, in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 66.
18 Stefano Bianchini, Francesco Privitera, 6 aprile 1941: l’attacco italiano alla Jugoslavia, Marzorati, Milano 1993, p. 69.
36
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
teggere le popolazioni civili19. Le continue violenze, assurde e arbitrarie, indussero comunque le autorità militari italiane in loco – Vittorio Ambrosio, comandante della IIª Armata, in primis – ad intervenire autonomamente, quantomeno per via indiretta, essendo spesso «la sola presenza italiana […] sufficiente a frenare gli eccessi in molte località»20. La richiesta di istruzioni chiare, volte anche ad evitare accuse di debolezza e tacita complicità degli italiani nei confronti dei massacri del regime ustaša, si scontrarono però col perdurante immobilismo dei vertici politici e militari21: andò quindi delineandosi la coesistenza di «due linee di condotta da parte italiana, una militare ed una politica, che in contrasto tra loro recavano serio danno agli interessi di Roma nel settore balcanico e rappresentavano un serio pericolo per l’esecuzione degli accordi stretti con le autorità croate»22. L’iniziale mancanza di reazione da parte della seppur numerosa comunità serbo-ortodossa lasciò ben presto spazio al proliferare di piccole e spontanee bande di autodifesa, sviluppatesi in particolare lungo la fascia confinaria tra Bosnia-Erzegovina e Dalmazia23. Da queste regioni periferiche, a maggioranza serba e sottoposte ad un minor controllo da parte delle autorità di Zagabria, prese avvio quella che, già alla fine di luglio, poteva definirsi una sollevazione estesa in gran parte della Croazia24: benché ancora poco defini19 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 234. 20 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 127. Se da un lato si invocava una generica diminuzione del «prestigio italiano» tra le popolazioni che subivano e deploravano tali violenze, dall’altro i comandi di divisione sottolineavano il rischio di non poter «garantire che di fronte a qualche atto di violenza compiuto in nostra presenza, non vi sia un intervento energico che potrebbe urtare anche la suscettibilità ed il sentimento di “padroni di casa” delle autorità locali». Gli stessi comandi chiusero spesso un occhio di fronte ad azioni spontanee a difesa dei perseguitati da parte dei ranghi inferiori dell’Esercito, in Ibidem, pp. 127, 131. Cfr. anche Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., pp. 63-64. 21 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 235. Cfr. anche Raoul Pupo, Le annessioni italiane in Slovenia e Dalmazia, in «Italia contemporanea», giugno 2006, n. 243, pp. 191-192. 22 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 138. Eugenio Coselschi, capo delegazione del P.N.F. presso il Partito ustaša, avrebbe sottolineato come «un orientamento ostile al movimento degli Uscasci esista in taluni dei nostri ambienti militari in Croazia», arrivando a raccomandare l’allontanamento di quegli ufficiali superiori «esponenti di una ostilità preconcetta contro il regime di Pavelic», in ISRT, fondo Wehrmacht, serie T821, bob. 395, Delegazione del P.N.F. presso il Partito Ustascia, Foglio n. 5/C Ris. di prot., Zagabria, 21 agosto 1941. 23 «La tardiva reazione serba alle persecuzioni fu dovuta probabilmente in parte al “fattore sorpresa”, in parte a un profondo e acritico rispetto per l’autorità. In ogni paese erano convinti fino all’ultimo che niente avrebbe potuto succedere loro, se fossero rimasti pacifici e avessero rispettato le leggi del nuovo Stato», in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 61, 72. Gobetti sottolinea come l’atteggiamento delle truppe regolari croate e della maggioranza della popolazione fosse solitamente non collaborativo, smentendo l’ipotesi di «un’adesione spontanea di massa al programma di sterminio»; attiva fu invece la collaborazione alle violenze da parte di larghe fette del basso clero cattolico locale, in Ibidem, pp. 59-60. 24 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 69-72. Cfr. anche Gino Bambara, La guerra di libe-
37
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
ta, la ribellione poteva però già contare su sempre più frequenti contatti tra i diversi gruppi, spesso organizzati attorno al movimento serbo-nazionalista dei četnici di Dragoljub “Draža” Mihailović, a loro volta ben presto «protagonisti di efferati crimini contro la popolazione croata e musulmana»25. Al fianco dei primi nuclei četnici andava altresì delineandosi una sempre maggior presenza di partigiani del Partito comunista jugoslavo, dal 1937 guidato nella clandestinità dal croato-sloveno Josip Broz, detto Tito, «praticamente l’unica struttura politica [di opposizione] ancora funzionante a livello nazionale»26. Recependo le direttive emanate del Comintern all’indomani dell’invasione dell’Unione Sovietica, questi diede il via alle prime azioni di resistenza cercando anche, almeno inizialmente, la collaborazione dei četnici contro le forze occupanti e collaborazioniste, sulla base dalla comune idea panslavista (sebbene concepita su basi ideologiche molto diverse)27. In questa difficile situazione, nei primi giorni del luglio 1941 i reparti italiani ancora stazionanti in territorio croato ricevettero l’ordine di sgomberare: nella Lika in particolare, lo sganciamento della divisione “Sassari”28, «se determinò tra ufficiali e soldati un senso di sollievo» generò profonda preoccupazione tra le popolazioni serbe; Drvar, Gračac e numerosi centri minori furono infatti ben presto investiti dalla furia ustaša, mentre la popolazione scampata alle persecuzioni si rifugiava nei boschi e sulle montagne limitrofe, oppure si riversava nella Dalmazia italiana, complicando il già difficile controllo del litorale e imponendo il rafforzamento dei presidi militari29. razione nazionale in Jugoslavia (1941-1943), Mursia, Milano 1988, pp. 71-74. Come giustamente rileva Gobetti, «nonostante sia chiaro il rapporto tra stragi ustaša e le sollevazioni nello Stato indipendente croato, le cause della rivolta generalizzata sono molteplici e non ci fu un processo causaeffetto così lineare […]. Nel complesso si può parlare si una specie di movimento di rivolta che si diffuse per ondate successive in tutto il paese e il cui successo iniziale spinge gli altri ad agire», in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 76.
25 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 143. Il termine četnik apparteneva alla tradizione nazionale serba, indicando gli appartenenti alle bande in lotta contro i turchi durante le numerose guerre contro l’Impero Ottomano. Cfr, anche Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., pp. 65-67. 26 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 76.
27 Bambara sottolinea la capacità di “adattamento” del messaggio veicolato dal partito comunista jugoslavo, capace di rivolgersi «ai popoli della Jugoslavia senza pregiudiziali etniche e con un programma di rinnovamento radicale del paese» in Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., p. 83. Cfr. anche Elena Aga Rossi, Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani. 1940-1945, il Mulino, Bologna 2011, pp. 45-46. 28 Solo Knin rimase presidiata dalle truppe italiane. 29 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 501-502.
38
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
La conseguente reazione serba nell’area, nella seconda metà di luglio, si trasformò rapidamente in aperta ribellione30: rinforzati da gruppi armati provenienti dalla vicina Bosnia, i rivoltosi attaccarono il 26 luglio la cittadina di Drvar, travolgendo il presidio croato grazie anche all’aiuto dei numerosi operai ortodossi impiegati nella locale fabbrica di cellulosa, mentre i pochi elementi comunisti imponevano che fosse «proclamata una repubblica e sulle ciminiere delle fabbriche […] issata la bandiera rossa»31. L’insurrezione si ingrandì con l’afflusso di ulteriori formazioni četniche e partigiane, diffondendosi velocemente in particolare verso sud e arrivando a minacciare la stessa Knin, mentre le truppe croate inviate ad arginare l’avanzata nemica, mal inquadrate e poco efficienti, ripiegavano praticamente senza combattere32. Preso contatto con le truppe italiane, gli esponenti ribelli ebbero comunque a ribadire come lo «scopo del loro movimento [fosse] quello di liberare i serbi dalla ferocia dei croati e di ottenere l’annessione all’Italia», rigettando altresì ogni preminenza della pur presente componente comunista33. Essendo la difesa di Knin ormai affidata ai reparti della divisione “Sassari”, veniva altresì confermata l’assoluta volontà di non arrecare «nessuna offesa […] alle truppe italiane»34. Andava delineandosi una sorta di patto di non aggressione: i reparti del Regio Esercito si impegnarono a disarmare le formazioni ustaša locali, mentre i ribelli, evitando qualsiasi azione che potesse giustificare una reazione italiana, poterono consolidare il loro potere su una vasta area circostante Drvar35. 30 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 134. Come sottolinea Gobetti, la rivolta nell’N.D.H. fu «in gran parte spontanea e disorganizzata», presentando «caratteristiche molto differenti, per tempi e modi» da quella sviluppatasi in Serbia e Montenegro. Se qui la feroce repressione italiana e tedesca permise di reprimere velocemente le insurrezioni, «in Croazia l’esercito domobran [militari croati, nda] non riuscì a tener testa agli insorti e in pratica abbandonò ad essi larghe aree del paese», in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., pp. 70, 75. 31 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 503. Con circa 18.000 abitanti, Drvar ospitava uno dei maggiori centri europei di produzione di cellulosa, sfruttando la gran quantità di legname presente nell’area. Come in molti altri casi, anche a Drvar i serbi si vendicarono delle violenze subite uccidendo centinaia di croati. 32 Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., pp. 72-73. 33 Secondo gli interlocutori serbi, le bandiere rosse erano state adottate quale «emblema di rivolta», in AUSSME, fondo N1-11, b. 523, D.S. Comando divisione “Sassari”, Notiziario giornaliero, P.M. 86, 30 luglio 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 578-580. 34 Ivi. 35 La paradossale situazione creatasi era dettata tra l’altro dalla cronica mancanza di precise e tempestive direttive dal centro, che lasciavano l’azione nelle mani della sensibilità degli ufficiali sul
39
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
I gravi disordini registratisi e il sempre maggior afflusso di elementi ribelli nell’area – in futuro potenzialmente ostili – spinsero comunque i vertici della IIª Armata e lo stesso Bastianini ad interessare Roma sulla necessità di rioccupare larghe zone all’interno dell’N.D.H., nella speranza di pacificare le regioni adiacenti alla Dalmazia annessa e rendere sicure le comunicazioni ferroviarie36. Non confidando nella capacità croata di pacificare l’area, Mussolini impartì quindi il 13 agosto gli ordini relativi la rioccupazione di una larga fetta dell’area di competenza italiana nello stato croato, abbandonata quasi per intero poco più di un mese prima. Pavelić, indebolito dai recenti fallimenti militari nel contenimento della ribellione e dal mancato sostegno tedesco, si vide costretto a ratificare gli accordi37: a partire dal primo settembre i reparti della IIª armata avrebbero assunto i poteri militari, e dal 7 quelli civili, nella cosiddetta «IIª zona» – inizialmente conosciuta come «zona demilitarizzata» – una lunga fascia di territorio croato (24.300 km² per quasi un milione di abitanti) larga alcune decine di chilometri e comprendente il Gorski Kotar, la Lika, l’entroterra dalmato, buona parte dell’Erzegovina ed il litorale appartenente all’N.D.H.. Le truppe regolari croate sarebbero qui transitate sotto le dirette dipendenze italiane mentre per i reparti ustaša veniva previsto il disarmo e il completo sgombero dall’area. Ad est, e fino alla linea di demarcazione con l’occupa-
campo. Interessante notare come in Erzegovina, a differenza che nella Kninska Krajina, le truppe italiane affrontarono i rivoltosi al fianco delle truppe croate: secondo Gobetti «fu una scelta dovuta probabilmente al fatto che in Erzegovina orientale operavano truppe della milizia, più fedeli alle direttive di partito» e meno coinvolte negli avvenimenti locali, in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 76. 36 Bastianini, in un appunto al Duce dell’11 agosto, registrava ormai la presenza di «una vera e propria guerriglia nella quale sono impegnate da parte dei ribelli bande di decine di migliaia di uomini […] il giorno che fossero cresciuti di forza si riverserebbero anche contro di noi. Ci troviamo di fronte a una guerriglia la quale minaccia di trasformarsi in una vera e propria guerra». Date queste (profetiche) premesse e vista la precaria organizzazione difensiva della Dalmazia annessa, consigliava di «portare la difesa al di là del nostro confine, organizzando una fascia difensiva […] da Fiume al Montenegro», in ASDMAE, Jugoslavia 1941, b. 109, f. 10, Appunto, s.d. [ma sicuramente 11 agosto 1941], citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 592-593. Cfr. anche Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., pp. 140-142. 37 Il duce stesso intendeva, attraverso un efficace e risolutivo intervento italiano che normalizzasse l’area, scongiurare il rischio d’ingerenza tedesca nella propria zona di competenza, in Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 152. Pur nell’impossibilità di sviluppare la pur centrale questione dei rapporti italo-tedeschi nei Balcani, dobbiamo comunque ricordare come, per tutta la durata della guerra, «non vi sarà praticamente iniziativa italiana verso la Jugoslavia che non sia condizionata, deviata, bloccata dall’alleato tedesco», in Teodoro Sala, Fascismo e Balcani. L’occupazione della Jugoslavia, cit., p. 436.
40
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
zione tedesca, si estendeva la IIIª zona (18.000 km² per 825.000 abitanti), dove i poteri civili restavano, per il momento, in mano ai croati38. Contando molto sulla «collaborazione sia da parte del governo croato che da parte degli insorti [serbi]» contro la comune minaccia comunista39, la politica di occupazione italiana avrebbe ora mirato a «spezzare» in primo luogo «il fronte insurrezionale fra chi voleva combattere solo contro gli ustaša […] e chi intendeva combattere anche gli occupanti [italiani]»40, spianando di fatto la strada all’applicazione di norme repressive sempre più gravose41.
Il VII° battaglione squadristi “Milano” all’attacco di Drvar Probabilmente in previsione della ventilata rioccupazione di vaste aree della Croazia42, il 14 agosto 1941 era partito da Pavia il VII° battaglione cc.nn. squadristi “Milano”, rimasto mobilitato dopo il rientro dal fronte greco-albanese43; giunta in Dalmazia il giorno successivo e inizialmente accantonatasi a Zara44, l’unità veniva inizialmente impegnata in mansioni di 38 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., pp. 149-153. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 517-532 e Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 127. 39 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., p. 156. 40 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 84. 41 Parallelamente alla rioccupazione della zona demilitarizzata, il generale Ambrosio emanava già il 7 settembre un bando per la popolazione (in realtà non particolarmente severo) tendente al «rapido ripristino dell’ordine e della sicurezza del territorio […] mediante un duplice ordine di provvedimenti: a) disarmo della popolazione; b) severa e pronta [sottolineato in originale] repressione di fatti commessi con il fine di creare disordini, o di attentare alla sicurezza delle Forze armate italiane»; contando su una «rigida, ma equilibrata applicazione delle gravi sanzioni» previste, l’uso delle armi era ritenuto «mezzo estremo di prevenzione», mentre per la convocazione dei tribunali straordinari era demandato «uso ponderato» e «oculata e serena valutazione del comandante», in AUSSME, fondo N1-11, b. 583, D.S. Comando VI C.A., Comando 2ª Armata, Istruzioni riservate per l’applicazione del bando in data 7 settembre 1941, P.M. 10, 20 settembre 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 611-614. Cfr. anche Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 83. 42 Nel già citato promemoria di Bastianini inviato al duce l’11 agosto, questi consigliava, tra le altre, di «aumentare le truppe di presidio in Dalmazia», in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 593. 43 A giudicare dagli stati di servizio e fogli/ruoli matricolari consultati, è proprio durante questo breve interludio che le sigle “squadristi” e “Milano” vennero ufficialmente aggiunte alla denominazione dell’unità. 44 Ce.Doc. di Milano, Stato di servizio di Santagostino Giordano di Attilio, classe 1909. A Zara il battaglione veniva passato in rivista dal governatore Bastianini, in Gli squadristi milanesi a Zara, in
41
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
ordine pubblico nelle città del litorale annesso, alle dirette dipendenze del Governatore Bastianini45. La relativamente tranquilla situazione dalmata era andata nel contempo deteriorandosi: appoggiandosi (strumentalmente) al sentimento nazionale croato, “ferito” dall’annessione e dall’energica politica di snazionalizzazione portata avanti dalle autorità italiane, la dirigenza del partito comunista caldeggiò infatti un salto di qualità nella lotta contro l’occupante. Dagli sporadici episodi di propaganda anti-italiana – condotti a loro volta anche da parte di emissari ustaša – si giunse alla fine dell’estate a veri e propri atti di sabotaggio e (pur ancora limitati) agguati con armi da fuoco, costati presto la vita ai primi militari italiani46. In particolare a Spalato, la sera del 14 settembre «uno sconosciuto lanciava una bomba a mano in direzione di alcuni militari in transito ferendo lievemente cinque soldati» e tra questi una camicia nera del VII° battaglione squadristi47. Procedeva invece senza particolari difficoltà né opposizioni la prevista rioccupazione della IIª zona: già sul finire di agosto alcuni incontri ad alto livello tra ufficiali della IIª armata e delegati degli insorti avevano garantito un passaggio dei poteri indolori tra autorità croate e italiane, cementando il fronte anti-comunista e approfondendo le scissioni nel movimento resistenziale. Ben diversa si era invece rivelata la situazione nella Bosnia occidentale, complicata dalla maggior influenza della componente comunista e dell’opposizione di alcune bande četniche: si palesò quindi la necessità di predisporre un ciclo di operazioni che permettesse la rioc«Corriere della Sera», 3-4 settembre 1941. 45 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 76, Telegramma n° 37003, da Bastianini a Presidenza Consiglio Ministri, Zara, 24 novembre 1941. 46 Relativamente alla nascita e allo sviluppo della resistenza partigiana in Dalmazia si rimanda in particolare a Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), in «Qualestoria», n. 1 – giugno 2003, pp. 47-71. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 662-667. Queste prime scaramucce erano ritenute dalle autorità italiane un preoccupante «indizio della evoluzione che si stava registrando nella Dalmazia annessa, direttamente influenzata dalla caotica situazione […] al di là della frontiera», in Ibidem, p. 667. 47 Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, Vojnoistorijski Institut, Beograd 1969, tom XIII, knjiga 1, pp. 500-501. A seguito di questi primi (ed impressionanti per la popolazione) incidenti «la federazione fascista autorizzò la costituzione delle prime “squadre d’azione” formate da spalatini con l’intendimento di esercitare un controllo più diretto sulle reazioni dei fascisti. Ma, come facilmente prevedibile in quel clima, non sempre rimasero alla mano del federale [Ferruccio Cappi]», in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 670. Cfr. anche Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, in «Storia contemporanea», 1987, n. 6, p. 1370. La violenza degli squadristi spalatini troverà man forte nel 1942 con l’arrivo in Dalmazia degli altri battaglioni squadristi.
42
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
cupazione della zona a nord di Knin fino a Drvar stessa, sede di comando partigiano48. Il 7 settembre ebbero avvio le prime operazioni, in parte facilitate dai precedenti accordi: da sud una colonna di reparti della divisione “Sassari” avanzò senza intoppi su Strmica, procedendo poi su Bosansko Grahovo senza incontrare particolare resistenza49; qui le unità italiane si attestarono, procedendo nei giorni successivi a puntate esplorative volte a riconoscere il terreno antistante, geograficamente tormentato e adatto alle imboscate. Era stato nel frattempo aggregato alla colonna anche il VII° battaglione squadristi, i cui reparti concorsero agli scontri sviluppatesi attorno a Resanovci, località a pochi kilometri a sud-ovest di Drvar posta lungo l’unica rotabile percorribile. Messa in sicurezza l’area e rese percorribili le strade, si avvicinava il momento dell’investimento di Drvar, azione complicata dal sistema di alti ed aspri rilievi che dominavano la cittadina e dal folto numero di partigiani presenti nell’area, valutati in circa 2500 e ben armati50. L’attacco ebbe inizio alle prime ore del 25 settembre: compito degli squadristi del “Milano”, componenti lo scaglione destro della colonna principale proveniente da sud, conquistare la quota di Palež. L’azione, pur con l’appoggio dell’aviazione e dell’artiglieria, fu fortemente contrastata dagli insorti, costando la vita al c.m. Aurelio Pozzi comandante la 1ª compagnia del battaglione51; vistesi occupate anche le quote circostanti, i partigiani do-
48 Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., p. 106. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 530-534 e Umberto Salvatores, Bersaglieri sul Don, Tipografia Compositori, Bologna 1958, pp. 29-30. 49 «Il nemico sembrava sparito, come ingoiato dalla natura», in Umberto Salvatores, Bersaglieri sul Don, cit., p. 32. Come vedremo meglio in seguito, il rapporto con la natura “ostile” sarà un topos ricorrente nella memorialistica del fronte balcanico. 50 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 544. Cfr. anche Umberto Salvatores, Bersaglieri sul Don, cit., pp. 38-40. Bambara, citando stime jugoslave, ipotizza invece la presenza di circa 6000 armati, in Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., pp. 106-107. 51 Quella del c.m. Pozzi, benché non certo rara in questa particolare unità, è per molti versi una biografia “esemplare”: milanese, classe 1894, «nella grande guerra […] aveva combattuto come ufficiale dei bersaglieri e come ardito, e ne era tornato mutilato». Animatore del primo fascismo milanese, nel 1921 aveva fondato (e comandato) la squadra d’azione «Benito Mussolini», dando poi alla luce nello stesso anno «il primo gruppo rionale fascista d’Italia». Partecipante alla marcia su Roma, aveva nel corso degli anni ricoperto numerose cariche di partito nel fascio e nella federazione fascista milanese. Come già ricordato, si era offerto volontario nel battaglione squadristi milanese combattendo sul fronte greco-albanese, in La gloriosa morte dello squadrista Aurelio Pozzi fondatore del primo Gruppo fascista, in «Corriere della sera», 9-10 ottobre 1941.
43
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
vettero comunque abbandonare le posizioni, garantendo alle truppe italiane un rapido ingresso a Drvar52. La cittadina appariva duramente provata dalle incerte settimane di occupazione e dai recenti scontri: quando entrammo in città bruciavano le fabbriche di cellulosa e la segheria. In città c’era il caos e la più nera miseria. L’acquedotto era stato avvelenato53. […] In fosse comuni vennero trovate le salme dei giustiziati dal Tribunale del popolo (ma non vennero trovate le sentenze). Non c’era più nessuna autorità. […] A Drvar fummo accolti con cordialità ma l’ambiente era cambiato. C’era grande tristezza. Era passata di là la guerra di razza, di religione e di ideologia. Non c’era casa in cui non si piangesse qualcuno54. L’azione su Drvar fu registrata in presa diretta anche nelle lettere di Daniele Gussoni, c.n. della 1ª compagnia del “Milano”; in queste traspaiono chiaramente le coordinate ideologiche che animavano il milite, spingendolo verso una manichea semplificazione di una realtà comunque complessa e sfaccettata. Parafrasando la fortunata espressione di Osti Guerrazzi, «l’equazione partigiano=comunista» veniva qui già ampiamente accettata e risolta55: La nuova diana mi ha concesso l’orgoglio di battermi col nostro nemico più diretto a Drvar[;] i comunisti che avevano giurato di sbarrare ad ogni costo la via alle Legioni di Roma, non hanno saputo far altro che darsi ognominosamente [sic] alla fuga non senza prima aver lasciato il marchio 52 Umberto Salvatores, Bersaglieri sul Don, cit., pp. 40-41. Oltre all’ufficiale del 7° battaglione squadristi, perivano altri 3 militari. Le perdite nemiche erano stimate in almeno 19 insorti, in Zbornik dokumenata, cit., tom XIII, knjiga 1, pp. 430-431. 53 Il presunto autore dell’«osceno delitto» (a quanto si intuisce in realtà mai portato a termine) venne arrestato e fucilato, AUSSME, Fondo N1-11, b. 583, D.S. Comando VI° Corpo d’armata, Foglio n. 1591/OP di prot., Situazione di Dervar, P.M. 39, 29 settembre 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 619-621. 54 Anteo Lenzoni, La rioccupazione militare italiana di Drvar. Il servizio di presidio a Bosansko Grahovo, in «L’Arena di Pola», anno 48 – n.2748, 1 agosto 1992. L’autore fa riferimento alla precedente occupazione italiana a seguito del collasso del Regno jugoslavo, prima dello sgombero della zona demilitarizzata deciso con gli accordi di Roma. Dello stesso avviso i vertici del VI° C.d’A., che riferivano dello scollamento tra i vertici comunisti «che sono riusciti a ghermire il potere» del movimento insurrezionale e la popolazione locale, che per «la grande maggioranza […] non può essere considerata comunista» e «tiene un atteggiamento favorevole alle truppe italiane» in AUSSME, Fondo N1-11, b. 583, D.S. Comando VI° Corpo d’armata, Foglio n. 1591/OP di prot., cit. 55 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 18.
44
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
della loro infamia dando fuoco allo stabilimento da cui traevano vita più di 5000 operai. […] In questa azione alla testa della sua compagnia trovò gloriosa morte il mio comandante Pozzi56.
L’occupazione della IIIª zona: l’inverno partigiano a Ključ Benché ora, con la caduta della roccaforte di Drvar, i territori della zona demilitarizzata potessero considerarsi nella gran parte pacificati e l’attività ribelle fortemente ridotta di intensità, ben lontano era ancora il ritorno alla normalità. La 2ª Armata non riuscì infatti «a stabilire una presenza credibile sul territorio», soprattutto a causa delle resistenze croate: le miserevoli condizioni di vita da un lato e le difficoltà nel rientro alla vita civile dall’altro, spinsero numerosi uomini a passare tra le file partigiane o četniche, ponendo le basi per l’intensificarsi del fenomeno ribellistico nei mesi a seguire57. Il perdurante e ormai radicalizzato antagonismo tra i gruppi etnico-religiosi nella parte più interna dell’N.D.H., unito alla diffidenza tra italiani e croati e la totale mancanza di cooperazione, contribuirono infine alla decisione di occupare anche la IIIª zona – gli ordini vennero diramati il 7 ottobre – fino alla linea di demarcazione con l’alleato germanico58. Per le operazioni di penetrazione e presidio nella Bosanska Krajina ven56 Fondazione Bergamo nella Storia, Archivio del museo storico, fondo Calcaterra, serie Enrico Calcaterra, b. 79, record 5648, lettera di Daniele Gussoni a Enrico Calcaterra, s.l., 19 ottobre 1941. Lo stesso servizio politico della Milizia, relazionando sulla situazione a Drvar, calcava la mano sulla pur esigua (ma influente) presenza comunista tra le fila degli insorti, in A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, informativa s.t., s.l., s.d. [ma probabilmente novembre 1941]. 57 Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., pp. 156-157. Il gran numero di profughi «rientrando, trova[va] le case svaligiate o danneggiate o distrutte […] trova[va] inoltre negozi manomessi e gestiti da commissari croati», mentre l’opera di restituzione dei beni sottratti «procede[va] con una lentezza esasperante», in AUSSME, Fondo N1-11, b. 724. D.S. Comando 2ª Armata, Foglio n. 2340/AC/Segreto di prot., Oggetto: Situazione nella zona demilitarizzata dalla pubblicazione del Bando 7 settembre 1941 XIX ad oggi, P.M. 10, 7 ottobre 1941, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 625-628. 58 Già ventilato alla fine di settembre, l’intervento italo-tedesco andava a coordinarsi con il ciclo di operazioni tedesche in Serbia, volte a reprimere la ribellione locale: l’occupazione dell’area, complicata dalle asperità del terreno e dalla distanza dalla costa, non prevedeva il passaggio dei poteri civili ai comandi militari italiani e si svolse senza incontrare particolare resistenza nemica. L’occupazione adesso integrale dell’N.D.H. non mancò comunque di suscitare vive proteste da parte di Zagabria, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 888-889. Cfr. anche Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato, cit., pp. 158-159, 165-172 e Francesco Fatutta, Cronache di guerriglia in Jugoslavia. Parte 1ª. Luglio-dicembre 1941, in «Studi storicomilitari», 1992, p. 494.
45
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
ne impegnato anche il VII° battaglione squadristi: lasciata Drvar e passato alle dipendenze del VI° C. d’A.59, il reparto rientrava provvisoriamente a Bosansko Grahovo per giungere poi a Ključ (presidio tra i più avanzati) il 13 ottobre, dove sarebbe rimasto acquartiero fino al maggio dell’anno successivo60: la cittadina, a grande maggioranza musulmana, accolse freddamente le truppe italiane, benché le autorità locali e le bande četniche nell’area si dimostrassero comunque disponibili a rispettare l’occupante nel tentativo di pacificare l’area61. La minoranza serba, stretta tra i reiterati attacchi di musulmani e croati, chiedeva invece la protezione attiva degli italiani: anche questa zona era stata infatti (e continuava ad essere) sconvolta dalla spirale di violenza etnica62, tanto che gli stessi legionari si trovarono di fronte a scene raccapriccianti, pur filtrate attraverso la propria (distorta) sensibilità: in un paese di montagna [Ključ] vi è una aula dove i rossi trucidavano uomini donne e bambini[,] i muri sono tutti chiazzati di sangue e di materia celebrale, una cosa assurda a vedere, le popolazioni benediscono [sic] il nostro arrivo ineggiano [sic] al nostro amato Duce. L’ora del vile è suonata, la giustizia di Roma sarà inesorabile verso gli inetti e vigliacchi63. Un vero e proprio “scannatoio” in cui, secondo le autorità militari italiane, «gli ortodossi trucidati […] ammonta[va]no a 500»64.
59 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, Foglio n. 119726 di prot., Oggetto: Dipendenze amministrative del 7° btg. cc.nn., P.M. 9, 7 novembre 1941.
60 Filippo Lombardi, Alberto Galazzetti, Storia della 7ª Legione “Cairoli” della M.V.S.N. di Pavia, cit., p. 254. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 892. Oltre al “Milano”, facevano parte del presidio reparti di fanteria e artiglieria della divisione “Sassari”. 61 Zbornik dokumenata, cit., tom XIII, knjiga 1, pp. 458-459.
62 Sulla lunga stagione di sangue sviluppatasi nell’area, inaugurata già dai tedeschi durante le primissime fasi dell’occupazione militare del Paese, cfr. Elio Ricciardi, I bersaglieri in Dalmazia e il battaglione bersaglieri “Zara”, in «Studi storico-militari», 2004, pp. 221-222. 63 Fondazione Bergamo nella Storia, Archivio del museo storico, fondo Calcaterra, serie Enrico Calcaterra, b. 79, record 5648, lettera di Daniele Gussoni a Enrico Calcaterra, s.l., 19 ottobre 1941. Come già accennato non dovrebbe ormai sorprendere, nell’ottica della c.n. Gussoni, il “naturale” riconoscimento delle bande comuniste quali autori degli efferati omicidi. 64 Il rinvenimento di questa vera e propria casa degli orrori veniva così riportata nel D.S. della divisione “Sassari”: «Si tratta di una casa con campo attiguo […]. Il pavimento e lo zoccolo di legno imbevuti di sangue, una parete crivellata da colpi di arma da fuoco, tutte le pareti chiazzata di sangue con numerose tracce di materia cerebrale […]. Il quadro che si presenta a chi ancor oggi visita questa casa è veramente raccapricciante ed atroce. Alla vista di tali atrocità si comprende come mai più vi potrà essere una convivenza tra croati ed ortodossi. Gli ortodossi trucidati a Ključ ammontano a
46
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
Ancora più complessa appariva la situazione nei piccoli presidi limitrofi, circondati da bande ribelli di notevole entità frammiste ad elementi comunisti sfuggiti al crollo della “repubblica di Drvar”65. In queste remote aree della Croazia la confusa lotta armata tra četnici, croati e musulmani continuava senza sosta, arrivando a coinvolgere anche i reparti italiani; lo stesso VII° battaglione squadristi avrebbe fornito in più occasioni elementi per le frequenti (ma spesso infruttuose) operazioni di rastrellamento nelle zone limitrofe, dando manforte alle truppe disperse nei presidi più isolati66. Su tutto stava però scendendo una lunga e rigidissima stagione invernale, capace di isolare completamente i territori più interni della regione. Nel lontano presidio di Ključ67, già ad inizio novembre «l’intemperie il freddo e il fango sono amici comuni, che però noi possiamo sopportare perché accantonati, non eccessivamente bene ma quel tanto che basta per poter resistere»68. Le condizioni di vita sarebbero ben presto ulteriormente peggiorate: le rigidissime temperature e le abbondanti nevicate resero infatti impraticabili le già disagevoli vie di comunicazione, interrompendo i rifornimenti e isolando quasi completamente molti presidi avanzati69. La campagna passò in mano ai ribelli ed il contegno difensivo assunto dai reparti italiani in virtù della loro ridotta capacità operativa favorì l’attività degli insorti, rafforzandone la compagine più intransigente inizialmente minoritaria. Il «profondo disagio morale e materiale delle popolazioni» divenne infatti terreno fertile per la «propaganda degli agenti bolscevichi»,
500», in AUSSME, fondo N1-11, b. 569, D.S. Comando divisione “Sassari”, notiziario giornaliero, P.M. 86, 18 ottobre 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 898-899. L’estensore del documento riconduceva (fondatamente) le violenze alla precedente azione ustaša. 65 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., p. 899. 66 Elio Ricciardi, I bersaglieri in Dalmazia e il battaglione bersaglieri “Zara”, cit., pp. 223-224. L’autore segnala in particolare l’azione del 16 dicembre 1941, all’indomani di uno scontro avvenuto nella zona di Kamengrad con gruppi armati non identificati. Al di là dei (comunque limitati) fatti d’arme in sé, gli stessi comandi militari dei presidi avanzati sottolineavano l’estrema complessità del panorama ribellistico che interessava l’intera area. 67 Il piccolo centro bosniaco si trovava a quasi 150 chilometri da Knin, sede della divisione “Sassari”. 68 Fondazione Bergamo nella Storia, Archivio del museo storico, fondo Calcaterra, serie Enrico Calcaterra, b. 79, record 5651, lettera di Daniele Gussoni a Enrico Calcaterra, P.M. 86, 7 novembre 1941. 69 In questo periodo la IIª Armata arrivò a contare nel complesso 166 presidi, con conseguenti enormi difficoltà nel rifornimento di viveri, foraggi e carburante; «la situazione […] operativamente sfiorò la crisi», in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1990, pp. 30-31.
47
Il 7° battaglione squadristi “Milano” in Croazia
favorita anche dal concomitante complicarsi delle relazioni tra i comandi italiani e i maggiori esponenti četnici70. La stessa Kliuč, «stretta da colline che la dominano ed agevolano la presenza dei ribelli»71, poteva dirsi durante la stagione invernale doppiamente assediata dall’impenetrabile coltre di neve e dalla sempre più minacciosa attività partigiana, costringendo il presidio ad una sostanziale inattività in cui «oppressori e oppressi pa[revano] confondersi»72.
70 ASDMAE, Jugoslavia 1941, b. 109, f. 1, Foglio n. 26 di prot., Oggetto: Movimento comunista nella zona occupata dalla 2ª Armata, P.M. 10, 18 novembre 1941, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), cit., pp. 1016-1018. Come ricorda Gobetti, l’attivismo dei nuclei comunisti nell’area «determinò un cospicuo passaggio di uomini dalle bande nazionaliste a quelle comuniste», in Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 97. 71 Elio Ricciardi, I bersaglieri in Dalmazia e il battaglione bersaglieri “Zara”, cit., p. 226. 72 Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., p. 91.
48
La Jugoslavia occupata, 1941-43 (Salvatore Loi, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia, cit., schizzo n. 11)
49
Il Governatorato della Dalmazia, 1941-43 (Alberto Mori, La Dalmazia, Cremonese, Roma 1942, p. 112)
50
3 «Vecchi e fascisti»1: la nascita degli altri battaglioni squadristi «Eravamo belli, fieri e felici. Per tutto l’oro del mondo non avremmo ceduto il moschetto e l’emetto a nessuno dei nostro camerati rimasti a casa»2.
La Milizia al vaglio della guerra Dopo la relativamente poco onerosa campagna contro una Francia ormai agonizzante, i mesi a cavallo tra il 1940 e 1941 avevano rappresentato per la Milizia un tragico e gravoso banco di prova, sia in termini materiali che morali3: parallelamente alla quasi totale scomparsa dei reparti di camicie nere dai fronti africani4, fu in particolare il fronte greco-albanese a determinarne 1 Giordano Bruno Guerri, Rapporto al duce: l’agonia di una nazione nei colloqui tra Mussolini e i federali nel 1942, Mondadori, Milano 2002, p. 125. 2 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 23. 3 La non esaltante prova sul campo della Milizia, coincidente con la “reggenza” Starace, suggeriva a Carlo Scorza – suo antagonista tra le fila del partito – una critica riflessione nel maggio del 1941: al di là delle deficienze rilevate – quadri ufficiali e sottufficiali «tecnicamente impreparati», struttura «pleonastica» ed equipaggiamento «superatissimo» – il futuro ultimo segretario del P.N.F. denunciava in particolare l’ormai consolidato sistema di reclutamento, un arruolamento solo tecnicamente volontario per 10 anni nei locali battaglioni cc.nn. con richiami dettati dalle esigenze militari dei comandi: «l’attuale sistema di reclutamento non è né fascista, né militare nel senso tradizionali. Il volontarismo obbligatorio raggiunge questi due effetti: toglie l’ardore e lo slancio, non dà la disciplina [sottolineato in originale]». Non ultimo segnalava, specie nei quadri, una generale «mancanza di una nitida coscienza della funzione storica della Milizia», deplorando (forse non involontariamente, visto il recente ma limitato apporto della compagine squadrista) «garibaldinismi ed arditismi solamente esteriori – anacronistici ed improduttivi anche se brillanti», in A.C.S., J.A.I.A., microfilm serie T586/12, bob. 268, lettera di Carlo Scorza, 24 maggio 1941-XIX. Di tutt’altra natura, benché comunque critici, gli appunti di Roatta sull’arruolamento dei riservisti dell’Esercito nei battaglioni cc.nn. nella Milizia, in Mario Roatta, Otto milioni di baionette, cit. p. 49. 4 Se con la caduta dell’A.O.I. andavano infatti completamente persi i 30 battaglioni cc.nn. qui dislocati, le iniziali alterne vicende in Africa settentrionale spazzarono via in poche settimane le 3 divisioni della Milizia, quasi completamente fatte prigioniere durante la controffensiva inglese, in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra
51
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
un vero e proprio stillicidio di uomini, ingoiando ben 56 battaglioni cc.nn. di cui 27 irrimediabilmente persi5. Secondo le stime dello stesso Galbiati, «nel giugno del ’41 la […] Milizia aveva già perduto tra morti, feriti, dispersi, prigionieri tre quinti degli effettivi delle sue Unità di linea»6; nell’impossibilità di reintegrare autonomamente i propri ranghi con coscritti e volontari, a causa delle già accennate difficoltà frapposte dai vertici militari, furono poste in essere misure tampone per riorganizzare i reparti combattenti, alimentati anche attraverso la richiesta di materiale umano al Regio Esercito7. Un relativo successo ottenne invece la trasformazione dei reparti maggiormente distintisi durante la campagna contro la Grecia in battaglioni “M”, formazioni particolarmente selezionate ed addestrate create a partire dall’estate del 1941 – la data di costituzione ufficiale sarà fissata nel primo ottobre – anche attraverso l’immissione di personale “politicamente” affidabile e giovanissimi8. Seppur con numeri in lieve flessione rispetto all’anno precedente, al primo febbraio 1942 la «Milizia legionaria» (escluse quindi le specialità) mobilitava comunque 104 battaglioni cc.nn., di cui 26 schierati nelle sole Croazia, Dalmazia e Slovenia, per un totale, tradotto in termini umani, rispettivamente di 75.224 e 14.780 camicie nere (ufficiali compresi)9. A questi si sarebbero presto aggiunti i 5 battaglioni squadristi creati nel corso del 1942. civile, BFS, Pisa 2004, pp. 41-42. 5 Di questi 20 erano i battaglioni complementi assorbiti per ripianare le perdite, mentre 7 quelli sciolti in quanto consunti dalle perdite, in Ugo Cavallero, Diario 1940-43, Ciarrapico Editore, Roma 1984, p. 234. Per un puntuale spaccato dell’operato della Milizia nei primi mesi di guerra si rimanda alla relazione stilata da Starace in A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 208, f. 2 (M.V.S.N.), Relazione al DUCE in occasione del XVIII Annuale di fondazione della M.V.S.N. – 1 febbraio XIX. 6 I.S.R.T., fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 24, La milizia dinnanzi al colpo di Stato del 25 luglio, relazione di Enzo Galbiati a Benito Mussolini, Roma, 24 settembre 1943. La cifra, probabilmente esagerata, è comunque sostanzialmente in linea con quelle restituite in A.C.S., fondo G.N.R, b. 58, XX Annuale della M.V.S.N. Relazione al DUCE, 1 febbraio 1943-XXI, p. 15 e Ugo Cavallero, Diario 1940-43, cit., p. 234. L’alimentazione dei reparti combattenti della Milizia veniva complicata anche dall’indisponibilità di decine di migliaia di camicie nere richiamate all’inizio del conflitto tra le fila del Regio Esercito. 7 Stante le numerose segnalazioni pervenute da tutta Italia dagli informatori della polizia politica, ai giovani e agli ex-militari intenzionati ad iscriversi al P.N.F., sarebbe stato «fatto obbligo di chiedere anche la ammissione alla Milizia», in A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 208, f. 2 (M.V.S.N.), Iscrizioni al P.N.F., Milano, 16 febbraio 1941.
8 Enzo Galbiati, Il 25 luglio e la M.V.S.N., Bernabò, Milano 1950, pp. 117-123. Cfr. anche Francesca Fatutta, Battaglioni “M”, in RID – Rivista italiana difesa, dicembre 1992, pp. 88-89 e Piero Crociani, Pier Paolo Battistelli, Le camicie nere. 1935-1945, LEG, Gorizia 2011, pp. 37-38.
9 A.C.S., fondo G.N.R., b. 58, XX Annuale della M.V.S.N.. Relazione al DUCE, 1 febbraio 1943, pp. 13-14. Italia a parte, la penisola balcanica rappresentava di gran lunga il più oneroso fronte per la Milizia, capace di impegnarne 43 battaglioni contemporaneamente (Grecia esclusa).
52
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
Giovinezza che ritorna In questa complessa situazione, cui «la tonalità di colore non potrebbe definirsi che grigia»10, maturarono i primi progetti per la costituzione di ulteriori battaglioni squadristi in seno alla M.V.S.N., con ogni probabilità condotti a cavallo tra dicembre 1941 – gennaio 1942: se da un lato le suddette difficoltà di organico incontrate dalla Milizia consigliarono infatti di attingere personale anche dalle classi anziane11, dall’altro la sempre più complessa situazione del litorale dalmato spinse a più riprese il Governatore Bastianini ad interessare i vertici romani nell’invio di nuovi reparti di camicie nere – in particolare battaglioni “M” e, più tardi, squadristi – da affiancare in mansioni di O.P. alle forze di polizia e Carabinieri già alle proprie dipendenze, liberando così i reparti dell’Esercito dislocati nelle città costiere12. L’invio nei Balcani di questi reparti “speciali” rispondeva altresì alla volontà, come vedremo fortemente radicata soprattutto nel Governatore, di “politicizzare” un fronte sempre più investito dalla minaccia partigiana comunista; per assicurare il buon funzionamento dell’organizzazione politicoamministrativa del Governatorato, minacciata dalla «situazione di rivolta che esiste[va] immediatamente al di là del confine», Bastianini precisava infatti: È stato ed è mio assoluto proposito evitare per quanto possibile di chiedere che vengano distratte truppe per servizi di ordine pubblico e per questo ho chiesto i Btg. Squadristi che mi sono stati assegnati. Con tali Btg. io mi propongo, non solo di essere pronto a qualunque eventuale improvvisa necessità, ma anche di assicurare i servizi ordinari di 10 A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 208, f. 2 (M.V.S.N.), M.V.S.N., Roma, 14 febbraio 1941. L’anonimo informatore, portando all’attenzione la già citata relazione inviata da Starace al Duce in occasione del 18° annuale della Milizia, ne criticava duramente i contenuti ritenuti tutt’altro che rispondenti alla reale situazione della quarta FF.AA.. 11 Piero Crociani, Pier Paolo Battistelli, Le camicie nere. 1935-1945, cit., p. 58. 12 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 76, Telegramma n. 40099, da Governatore Dalmazia Bastianini a Presidenza Consiglio Ministri, Zara, 22 dicembre 1941. Nel telegramma, oltre a rilevare la mancanza di «precise istruzioni sulla dipendenza et impiego battaglioni così nominati [battaglioni “M”]», il Governatore sottolineava la mancata restituzione del battaglione squadristi “Milano”, ormai stabilmente impegnato tra le fila del VI° C. d’A.. Sull’impiego dei battaglioni cc.nn. da parte del Governatore cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 76, Telegramma n. 8383, da Bastianini a Presidenza Consiglio Roma, Zara, 21 marzo 1942.
53
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
O.P. richiesti dalla speciale configurazione topografica di Spalato e Sebenico e dalla situazione politica […]. Ho appreso che la Germania ha in uso nei territori del Governatorato di Polonia e delle provincie annesse ex-francesi un sistema uguale a questo, impiegando in servizi di O.P. le formazioni del Partito in unione alle forze di Polizia ordinaria13. Un tentativo che trovava solida sponda nello stesso Mussolini, a sua volta impegnato – seppur in un ruolo non chiaramente definito – nell’attiva mobilitazione dello squadrismo, «nerbo [del P.N.F.] sul quale si può contare» soprattutto in un conflitto dal «carattere […] di una guerra di religione»14. Seppur interessante non sembra invece convincente, almeno nelle tempistiche, la ricostruzione (interessata) fornita da Galbiati all’indomani dell’armistizio: Col perdurare della guerra si avverte la necessità di formare reparti sceltissimi che possano servire anche per la tutela dell’ordine pubblico nel territorio metropolitano, cosicché il I° Ottobre del ’41 nascono i battaglioni “M” e, in seguito, i battaglioni squadristi15. Più credibili appaiono altresì gli accenni del Capo di S.M. della Milizia alle reazioni suscitate da questi movimenti di reparti, messi in campo all’indomani dei primi rovesci militari e scricchiolii nella fiducia del regime: I battaglioni “M” e i battaglioni Squadristi turbano i sonni, fin dal loro nascere, del Re, dei membri della Corona, del Comando supremo e di tutta l’acco= [manca: probabilmente “lita facente”] capo a De Bono16. Devo 13 AUSSME, fondo N1-11, b. 647, D.S. Comando 2ª Armata, Dal Governatore della Dalmazia (Giuseppe Bastianini), Zara, 19 aprile 1942-XX, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 326-329. 14 Al Direttorio Nazionale del P.N.F., in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXXI, La Fenice, Firenze 1960, p. 70. Se nel discorso citato, pronunciato il 18 maggio 1942, il duce affermerà di aver «chiesto che gli squadristi formassero dei battaglioni inquadrati», in altre occasioni avrebbe lasciato intendere una «germinazione spontanea» di questi reparti, in Giordano Bruno Guerri, Rapporto al duce, cit., p. 126. Cfr. anche Nel diciannovesimo annuale della fondazione della M.V.S.N., in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXXI, cit., p. 9. 15 I.S.R.T., fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 24, La milizia dinnanzi al colpo di Stato del 25 luglio, cit. 16 L’ormai anziano Emilio de Bono, tra i “padri fondatori” della Milizia, si era progressivamente
54
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
[Galbiati], pertanto, concedere d’urgenza un’intervista al “Popolo d’Italia” per dichiarare che il legionario “M” servirà solo per la guerra e far capire che non avrà veste di “anticarabiniere”. Devo gridare in molte piazze d’Italia che gli squadristi riuniti in battaglioni, uomini di 45-55 anni, andranno a versare l’ultimo loro sangue alle dipendenze dell’esercito sui fronti di battaglia17. A partire dai primissimi giorni del 1942 veniva comunque approntato, dietro assenso dei vertici militari, l’inquadramento dei nuovi reparti squadristi, avvenuto sostanzialmente in due fasi e non senza difficoltà18: in un ordine cronologico certo non casuale, cominciò infatti col 14 gennaio la mobilitazione dei battaglioni “Toscano” ed “Emiliano”, rispettivamente I° (68°) e II° (83°) battaglione cc.nn. squadristi19, mentre tra il 29 aprile e il 1° agosto venivano costituiti i battaglioni “Vespri” (170°), “Tevere” (112°) e per ultimo “Nizza” (215°)20. La retorica che avrebbe accompagnato questa nuova mobilitazione volontaria fu in parte diversa (e sicuramente meno originale) rispetto a quella messa in campo l’anno precedente per la nascita dei battaglioni squadristi
distaccato dal regime nel corso degli anni ’30, dichiarandosi a più riprese contrario alla guerra, in Elvira Valleri Scaffei, DE BONO, Emilio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 33, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1987, consultabile all’indirizzo: www.treccani.it/enciclopedia/ emilio-de-bono_(Dizionario-Biografico)/ (consultato agosto 2016). 17 I.S.R.T., fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 24, La milizia dinnanzi al colpo di Stato del 25 luglio, cit.. L’intervista a cui Galbiati fa riferimento uscì su “Il Popolo d’Italia” del 12 settembre 1941. Riguardo ai battaglioni “M”, ancora in fase di costituzione, si accennava ad un generico «processo di selezione degli ufficiali e gregari che hanno già combattuto» e ad loro un «perfezionamento addestrativo», sottolineando chiaramente l’impiego dei nuovi reparti tra le file delle G.U. del Regio Esercito, in X, Il gen. Galbiati illustra i nuovi battaglioni “M”, in «Il Popolo d’Italia», 12 settembre 1941. 18 Appuntava Alfredo Bossini, legionario del battaglione squadristi “Vespri”: «in ogni Federazione si accumularono le domande di volontariato perché si pensò alla probabile costituzione di reparti organici di squadristi. Senonché tali reparti che, col «Milano», erano già stati provati nella guerra di Grecia, […] non poterono essere immediatamente organizzati perché le disparate esigenze della nuova guerra […] fecero marcare il passo alla rapida costituzione dei reparti squadristi», in Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia. 1 giugno 1942 - 23 maggio 1943, Ferramola [stampa], Salsomaggiore 1943, p. 9. 19 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E. Ufficio mobilitazione. Sezione 3^, Foglio n. 131790/3 di prot., Oggetto: Mobilitazione dei battaglioni cc.nn. 68° e 83°, P.M. 9, 2 luglio 1942. Se la denominazione I° e II° rispecchiava con ogni probabilità l’ordine di costituzione dei due reparti squadristi, la successiva numerazione riprendeva invece quella di reparti della Milizia (68° e 83° battaglione cc.nn.) disciolti per carenze di organico all’indomani della guerra di Grecia. 20 Per gli ordini di costituzione e mobilitazione dei singoli reparti si rimanda a AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2. Anche in questo caso si utilizzò la numerazione (ordinaria) di battaglioni già smembrati o non mobilitati.
55
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
fiorentino e milanese (quest’ultimo ora in Bosnia con funzioni presidiarie), adattandosi alla mutata natura di un conflitto entrato ormai nel suo terzo anno21: seguendo le direttive dello stesso Minculpop22, scomparivano ora quasi del tutto i riferimenti alla Grande Guerra e all’arditismo, mentre veniva dato ossessivo risalto all’età ormai avanzata dei legionari, uomini dalle «tempie già brizzolate dall’incalzare del tempo»23 ma ancora una volta «riuniti nella strade [sic] già percorsa fulmineamente nelle giornate del ’22»24. E si insisteva presentando uno «sguardo di insieme» fatto di volontari anziani – vecchia guardia della rivoluzione – tutti capi famiglia, già sistematisi nella vita civile, prevalentemente come professionisti, impiegati, funzionari, operai, molti dei quali gerarchi nella rispettiva provincia per il settore politico o amministrativo25. Un quadro funzionale anche a creare una netta contrapposizione con chi, pur potendo arruolarsi, era rimasto a casa, quelli stessi «che dormono su riempitissimi materassi di lana, […] che si lamentano perché i punti [delle carte annonarie] son pochi, perché i generi sono razionati», ma soprattutto «i soliti gagarelli smidollati che, orgogliosi della unta zazzera alla Paganini, sciupano le suole delle scarpe lustrando da mattina a sera il Corso o il molo, allungando il collo da gallina ogni qualvolta vedono passare una donna»26. 21 A cavallo tra il 1941 e il 1942 si assistette peraltro ad una generale perdita di vivacità tra i fogli locali delle federazioni toscane, che assunsero «l’aspetto di semplici bollettini federali, di “fogli d’ordine” del tutto uniformi nel tono e nell’impostazione», in Renzo Martinelli, Il Partito nazionale fascista in Toscana. 1939-1943, in «Italia contemporanea», marzo 1985, fasc. 158, p. 41. 22 Nicola Tranfaglia, La stampa del regime. Le veline del Minculpop per orientare l’informazione, Bompiani, Milano 2005, p. 129. Nel «dare rilievo ai comunicati sui battaglioni squadristi», si consigliava in particolare di «rilevare come, a una distanza di tempo che non può non essere sensibile nella vita individuale degli squadristi stessi, lo squadrismo serbi intera la sua volontaria dedizione e il suo amore al combattimento». 23 Luigi Ventura, Sempre all’avanguardia, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia: numero unico in occasione del ventennale della Marcia su Roma, Tumminelli, Roma 1942, p. 20. 24 II° Battaglione Squadristi Emiliano, in «Santa Milizia», Anno XXI – n.5, 31 gennaio 1942-XX. 25 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 11. Come per il battaglione squadristi milanese, anche in questi nuovi reparti era probabilmente rilevantissima la quota di cc.nn. con incarichi di partito: riportiamo a titolo di esempio il caso pratese, da dove partirono volontari nel “Toscano” il segretario politico, il vice segretario e un componente il direttorio del fascio cittadino, in Entusiasmo degli Squadristi pratesi mobilitati, in «Il Bargello», anno XIV – n.15, 8 febbraio 1942. 26 Squadristi Toscani, in «Il Ferruccio», anno XXI – n.30, 19 maggio 1942. Numerosi gli articoli apparsi nella prima metà del 1942 che utilizzavano una prosa pressoché identica, in particolare cfr.
56
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
«I veterani della rivoluzione» invece, «ritornano in guerra contro lo stesso nemico di ieri»27 e di oggi, «l’accozzaglia degli ebrei, dei massoni, dei bolscevichi, dei ricchi»28. Pur in presenza di molti “giovani” volontari (per lo più reduci dalle campagne etiopica e spagnola), riemergeva ovviamente con forza il richiamo al passato squadrista, consacrato con il “ritorno” a Roma del battaglione squadristi “Toscano” in occasione del XIX° anniversario di fondazione della Milizia29; lo stesso battaglione vedeva poi intitolato il proprio gagliardetto a Giovanni Berta, «nome fatidico» nel martirologio fascista fiorentino30. Il ponte gettato tra questa ben viva memoria squadrista (col suo pesante bagaglio ideologico) e il riaffacciarsi della «barbarie asiatica» comunista nei Balcani31, contribuirà come vedremo a caratterizzare in maniera nefasta il “discorso sul nemico” una volta al fronte, spingendo verso forme anche estreme di violenza che, come nel caso antisemita, non troveranno molti altri emulatori tra le truppe italiane.
Appunti sul caso toscano La sostanziale assenza dell’archivio della Milizia, del P.N.F. e delle singole federazioni provinciali non consente al momento una puntuale disamina sulla costituzione dei battaglioni squadristi32. È stato però posBattaglioni squadristi, in «Stile fascista» [settimanale della federazione dei fasci di Fiume], anno II – n. 26, 28 aprile 1942 e Enzo La Canna, Come nascono i Battaglioni “M” e i battaglioni Squadristi, in «Milizia Fascista», anno XVIII – n. 26, 26 aprile 1942.
27 A.S.PI., Fondo P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina, b. 7, f. 15, Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Comando Generale – Reparto Ordinamento e Mobilitazione, Foglio n. 6070/ OM/RSM, Oggetto: Reparti Squadristi, Roma, 21/04/1942. Dello stesso tono, cfr. II° Battaglione Squadristi Emiliano, in «Santa Milizia», anno XXI – n.5, 31 gennaio 1942-XX. 28 Squadristi in armi, in «Il Ferruccio», anno XXI – n.16, 9 febbraio 1942. 29 Nella ricorrenza, che avrebbe trovato largo spazio sulla stampa quotidiana nazionale, Mussolini esordiva: «Prima di procedere alla consegna delle medaglie alla memoria e ai viventi, voglio salutare voi, squadristi delle province toscane, veterani della rivoluzione, che avete chiesto e ottenuto il meritato onore di riprendere le armi», in Opera Omnia di Benito Mussolini, XXIX, La Fenice, Firenze 1960, p. 9. 30 Gli Squadristi toscani, in «Il Bargello», anno XIV – n.20, 15 marzo 1942. Il ricordo della «schiera dei Martiri toscani» e del «nero gagliardetto della Disperata» sarebbe riapparso anche nella lirica di Oliviero Papi, Cuori e motori, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 18. 31 Bruno Dudan, Giovinezza che ritorna, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 14. 32 Per una panoramica sugli archivi del P.N.F. rimandiamo a Linda Giuva, Storia di carte attraverso
57
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
sibile, soprattutto attraverso lo spoglio di alcuni fondi conservati in archivi “periferici”, restituire un convincente spaccato della mobilitazione e strutturazione dello squadrismo toscano in armi – riunito nei primi mesi del 1942 nell’omonimo I° (68°) battaglione squadristi – capace altresì di fornire un quadro sostanzialmente valido per gli altri contesti locali interessati dal fenomeno33. Parallelamente a quanto verificatosi l’anno precedente, la regione non avrebbe tradito la propria natura «fascistissima»: già il 26 gennaio 1942, a nemmeno due settimane dalla costituzione del reparto, Galbiati poteva infatti affermare con soddisfazione come «le domande presentate dagli squadristi toscani per l’arruolamento nel 68° btg. cc.nn. “Squadristi” [abbiano] superato gli organici stabiliti per il btg. stesso»34. Numeri certamente rilevanti ma che nascondevano una situazione in realtà ben più complessa ed articolata di quella propagandata dalle edulcorate cronache fasciste: se da un lato l’arruolamento non venne limitato ai soli squadristi brevettati e gerarchi35 – grazie all’accoglimento tra le fila del reparto di reduci dei fronti etiopico e spagnolo, in forza dell’esperienza maturata36 – dall’altro le domande dei volontari, raccolte attraverso la capillare opera dei fasci di combattimento (o dei G.R.F.) e convogliate presso la competente federazione provinciale, subirono a loro volta una complessa (ed assai burocratica) opera di vaglio
carte. Le vicende degli archivi del Partito nazionale fascista conservati negli Archivi di Stato italiani, in «Italia contemporanea», giugno 2006, n. 243, pp. 227-241. 33 Sono stati consultati in particolare i fondi P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno (conservato presso l’A.S.LI.), P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina (presso l’A.S.PI.) e la serie carteggio comunale del Comune di Lastra a Signa (A.S.C.L.S.), 34 «Poiché, per ragioni di opportunità», continuava lo stesso Capo di S.M. della Milizia, «ritengo che le domande del personale in parola – che risulti idoneo agli accertamenti sanitari – debbano essere tutte accolte, chiedo di voler consentire il richiamo alle armi […] della 94ª cp. di complementi cc.nn.». Detta compagnia «assumendo in forza tutti gli squadristi esuberanti agli organici del 68° btg. cc.nn., potrà assolvere le funzioni di reparto deposito per l’alimentazione dei btg. cc.nn. “Squadristi” 7°, 68° e 83°», in AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, M.V.S.N. Comando Generale. Reparto Ordinamento e Mobilitazione. Foglio n. 2844/OM/RSM/153 di prot., Oggetto: Btg. cc.nn. “Squadristi”, Roma, 26 gennaio 1942. 35 Seppur non verificabile, l’unico dato in tal senso riporta in circa il 50% i militi effettivamente partecipanti alla marcia su Roma, in Aldo Viroli, Un romagnolo difensore di Zara, in «La Voce di Romagna Rimini», 10 gennaio 2011. 36 In assenza di ulteriori titoli, la mancata partecipazione alle precedenti campagne belliche fasciste fu (almeno inizialmente) motivo di esclusione dall’arruolamento, in A.S.LI., Fondo P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, M.V.S.N. Comando 88^ Legione cc.nn. – Centro di Mobilitazione, Foglio n. 557/Mob/17 di prot., Oggetto: PANATTONI Bruno di Carlo, Livorno, 12 febbraio 1942. Il previsto limite di età di 42 anni, valido anche per gli squadristi, sembra invece aver avuto un’applicazione quantomeno schizofrenica.
58
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
delle singole posizioni, necessaria per l’eventuale ammissione alla Milizia e successiva incorporazione nei reparti squadristi mobilitati37. L’arruolamento incontrava inoltre notevoli difficoltà ed impedimenti frapposti alle camicie nere dalle rispettive aziende o amministrazioni pubbliche di impiego, soggette in molti casi a mobilitazione civile38. Le carte restituiscono infatti un vero e proprio braccio di ferro tra la Milizia ed i vari organi del P.N.F., del governo e dell’Esercito, tesi a facilitare, o nel caso impedire, l’arruolamento degli squadristi; alle questioni prettamente economiche e strategiche si aggiungeva inoltre, in qualche caso, una sottaciuta considerazione negativa che circondava i volontari nelle formazioni della M.V.S.N.39. Dichiarava infatti il legionario Giovanni Delli: Il giorno 17 gennaio 1942 XX avendo avuto la cartolina precetto quale volontario a Voi [fiduciario del G.R.F.] dichiaratomi, mi presentai all’ufficio personale dello stabilimento S. [Società] Metallurgica Italiana, dove lavoro in qualità di operaio per farmi liquidare. Dall’impiegato addetto agli esoneri mi fu risposto che non potevo partire perché avevo l’esonero. Domandai di voler partire dato che mi ero reso volontario alla Vostra chiamata; allora essi
37 Moltissimi risultavano infatti gli squadristi mai iscrittisi alla Milizia, condizione resa ulteriormente complessa per coloro provenienti dalle armi o corpi speciali dell’Esercito. Per regolare le non semplici operazioni di mobilitazione, i vertici fascisti arrivarono ben presto a precisare come le «domande di squadristi che risultino iscritti milizia siano trasmesse ai competenti comandi legione alt gli elenchi da trasmettere al direttorio debbono [invece] comprendere i nomi di quegli squadristi che appartengono alle altre forze armate o che siano dichiarati indisponibili per esigenze varie», in A.S.PI., Fondo P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina, b. 7, f. 15, M.V.S.N. Comando Generale – Reparto Ordinamento e Mobilitazione, Foglio n. 6080/OM/RSM, Oggetto: Reparti “Squadristi”, Roma, 22 aprile 1942. Per la pratica attuazione della normativa segnatala, si rimanda in particolare a A.S.LI., Fondo P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, Fascio di combattimento di Rosignano Solvay, Foglio n. 214 R/S di prot., Rosignano Solvay, 26 agosto 1942 e documenti seguenti. 38 La condizione di squadristi, viatico spesso per posti di lavoro privilegiati e qualificati, complicava paradossalmente la mobilitazione di questi reparti, ancor più in quei contesti – è il caso di Livorno – in cui numerosi erano gli stabilimenti soggetti a mobilitazione civile (con conseguente esonero degli operai dipendenti dal servizio militare). Per ovviare allo stallo prodottosi, successive disposizioni del P.N.F. precisarono che «agli squadristi che non abbiano fatto alcuna guerra non si può negare il diritto di partecipare al combattimento; le loro domande debbono pertanto essere sempre accolte, anche contro l’avviso delle amministrazioni interessate», in A.S.LI., Fondo P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, Segreteria Politica [della Federazione dei fasci di combattimenti di Livorno], Foglio n. 1-41758 di prot., Oggetto: Mobilitazione Squadristi, Livorno, 18 settembre 1942. Cfr. anche P.N.F., «Foglio di disposizioni», n. 92, 28 luglio1942. 39 Secondo Andrea Rossi era «cosa nota nelle masse popolari che la milizia sarebbe stata mobilitata per ultima e comunque avrebbe ricevuto un trattamento di favore rispetto all’esercito», in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 32.
59
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
mi fecero uscire dall’ufficio dicendomi che non avevano tempo da perdere. Allora io risposi che non era quello il modo di agire e dissi se siamo tra gli imboscati e uscii. L’indomani mi recai dal Capitano che si occupa degli esoneri. Come mi presentai egli mi accolse dicendomi: ora devi dire quello che hai detto ieri, che siamo tutti imboscati. Allora io risposi che era la prima volta che lo conoscevo. Egli allora mi disse: mettiti sugli attenti e non parlare se no ti metto sotto consiglio di disciplina e riprese: hai detto che volevo partire colla M.V.S.N. per imboscarti. Ora ti faccio portare via dai carabinieri. La sera di detto giorno alle ore 17 mi presero i carabinieri e mi portarono in caserma dove mi trattennero dalle ore 11 alle ore 17 [sic]40. Sorta di anticipazione (su scala ridotta) della «questione degli iscritti al partito disimpegnati militarmente», esplosa a due anni di distanza con la militarizzazione del P.F.R. e la nascita delle Brigate nere41, si impose nel corso del 1942 la volontà di coinvolgere nella mobilitazione tutta la compagine squadrista, sia per l’onerosa alimentazione degli ormai numerosi battaglioni squadristi, sia per un eventuale puntellamento del sempre più precario fronte interno. Già nell’aprile del 1942 Galbiati disponeva quindi che «ovunque esista un presidio della Milizia questi abbia il suo nucleo di “squadristi”», invitando i comandi di legione affinché «tali nuclei siano tenuti pronti per essere inquadrati in reparti organici mobilitati (perfezionamento delle pratiche relative alla iscrizione alla Milizia – accertamenti sanitari – vestizioni – istruzioni periodiche etc.)»42. Pur senza spingere troppo l’acceleratore sulla «militarizzazione forzata»43, i vertici fascisti provinciali avrebbero di conseguenza svolto nei mesi seguenti capillare opera di convincimento nei confronti degli squadristi non ancora alle armi: limitatamente alla provincia di Livorno, questi venivano convocati nel corso dell’estate dai rispettivi fasci e G.R.F. ed «invitati a presentare domanda di arruolamento»44. Se le (numerose) risposte 40 A.S.LI., Fondo P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, lettera di Giovanni Delli al fiduciario del G.R.F. “Nazareno Giovannucci” di Livorno, Livorno, 28 gennaio 1942.
41 Dianella Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 174. 42 A.S.PI., Fondo P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina, b. 7, f. 15, M.V.S.N. Comando Generale – Reparto Ordinamento e Mobilitazione, Foglio n. 6070/OM/RSM, cit.
43 Rimandiamo ancora una volta a Dianella Gagliani, Brigate nere, cit., p. 169.
44 A.S.LI., Fondo P.N.F. – Federazione dei fasci di combattimento di Livorno, b. 45, Fascio di Combattimento di Gabbro, Foglio n. 265 di prot., Oggetto: Arruolamento squadristi, Gabbro, 9 settembre 1942.
60
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
negative dovevano comunque essere accompagnate da «una dichiarazione […] nella quale dovranno essere specificatamente [sottolineato in originale] indicati i motivi della rinuncia»45, il segretario federale dettava ai propri sottoposti precisi limiti da esercitare nei confronti degli squadristi, risorsa ora più che mai preziosa: nessuna pressione dovrai fare sugli interessati per determinare il loro arruolamento. Metti anzi bene in evidenza a ciascuno che il Segretario del Partito – interessandosi per far ottenere la possibilità di partecipare alla guerra attuale anche a coloro che non vi avrebbero potuto prender parte in dipendenza di speciali condizioni derivanti dalla mobilitazione interna del Paese – ha inteso, soprattutto, che fosse riconosciuto agli squadristi il diritto – dico il diritto – di impugnare ancora le armi per quella Rivoluzione che fu da loro stessi iniziata e che non sarà compiuta se non dopo la nostra immancabile vittoria46. Benché caso estremamente limitato, può essere comunque interessante accennare alla composizione anagrafica dei volontari residenti nel comune di Lastra a Signa (FI), mobilitati nel battaglione squadristi “Toscano” nel gennaio 1942: l’età media dei 19 volontari si attestava sui 40 anni, presentando come estremi una camicia nera classe 1897 e una 1907. L’età media aumentava leggermente, raggiungendo i 41 anni, se consideriamo anche i 7 legionari della compagnia complementi, mobilitati nel giugno dello stesso anno47.
45 Ibidem, Segreteria Politica [della Federazione dei fasci di combattimenti di Livorno], Foglio n. 1-40329, Oggetto: Mobilitazione Squadristi, Livorno, 11 settembre 1942. Il segretario politico della piccola frazione di Gabbro, ad esempio, precisava: «nessuno di essi [squadristi] ha presentato domanda e mi hanno riferito che in assenza di essi non rimarrebbe nessuno nelle loro case per il sostenimento delle propria famiglia, tanti di essi hanno i figlio [sic] alle armi, i rimanenti sono inabili ai lavori», in Ibidem, Fascio di Combattimento di Gabbro, Foglio n. 265, Oggetto: Arruolamento squadristi, Gabbro, 9 settembre 1942. 46 Ibidem, Segreteria Politica [della Federazione dei fasci di combattimenti di Livorno], Foglio n. 1-37649, Oggetto: Arruolamento squadristi, Livorno, 19 agosto 1942. 47 A.S.C.L.S., Serie Carteggio ed atti per categorie, b. 361, 372, 373 e Ibidem, Serie Sussidi militari, b. 82-84. Nel computo sono considerate tutte le cc.nn. effettivamente mobilitate, benché in alcuni casi scartate dopo pochi giorni per deficienza fisica.
61
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
Il raggruppamento dei presidi: il rientro in Dalmazia del VII° battaglioni squadristi “Milano” Come già precedentemente accennato, il 1941 si chiudeva con un’ulteriore estensione del controllo italiano sul territorio croato, complicato dalle avverse condizioni atmosferiche e da un movimento resistenziale rafforzatosi di giorno in giorno, capace ormai di cingere d’assedio i presidi più esposti ed isolati. L’inizio del nuovo anno coincideva però con il cambio al vertice della IIª Armata e un deciso mutamento dello schieramento operativo: il 19 gennaio 1942 veniva nominato al comando della G.U. il giovane ma spregiudicato Capo di S.M.R.E. Mario Roatta48, già assertore nelle settimane precedenti della necessità di contrarre e nel contempo rafforzare i presidi sparsi sul vasto territorio croato49. Oltre a ragioni di carattere prettamente operativo – l’alleggerimento di una sempre più onerosa occupazione – contava ormai il riconoscimento di un notevole peggioramento della rivolta insurrezionale, paradossalmente aggravata dalle operazioni tedesche in Serbia e Bosnia Orientale capaci di far refluire nuovi elementi partigiani verso le zone di occupazione italiana. In previsione di una situazione primaverile «sostanzialmente modificata in peggio»50, venivano quindi impartiti a fine febbraio gli ordini di ripiegamento per i presidi più avanzati, di poco preceduti da una ristrutturazione dell’Armata stessa: si costituiva infatti, con sede a Spalato, il XVIII° Corpo d’Armata – comandato dal generale Quirino Armellini e formato dalle divisioni “Sassari”, “Bergamo”, “Perugia” e dalle “Truppe Zara” – che si inseriva tra il V° e il VI° C. d’A., quest’ultimo trasferito a Dubrovnik con giurisdizione sulla sola Erzegovina51. Pur con notevoli difficoltà, ad inizio marzo iniziarono anche nella Bosanska Krajina le operazioni di sgombero, presto accompagnate dai penosi
48 Questi andava a sostituire Vittorio Ambrosio, a sua volta destinato a ricoprire la carica lasciata vacante dal collega. Sulla figura del generale Roatta si rimanda a Costantino di Sante, Un generale all’altezza dei tempi: Mario Roatta, in Mario Isnenghi [direzione scientifica], Gli italiani in guerra: conflitti, identità, memoria dal Risorgimento ai nostri giorni, vol. 4/II, cit., pp. 442-449. Cfr. anche Mario Roatta, Diario. 6 settembre – 31 dicembre 1943 (a cura di Francesco Fochetti), Mursia, Milano 2017, pp. 32-43. 49 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 26-27. 50 ASDMAE, Jugoslavia 1942, b. 132, f. 3, Foglio n. 26 di prot., Oggetto: Politica croata nei territori della 2ª e 3ª zona, P.M. 9, 23 gennaio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 124-131. 51 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., p. 105.
62
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
appelli della locale popolazione croata e musulmana terrorizzata dalle probabili vendette incrociate degli ortodossi, četnici e partigiani comunisti52. Ultimo a ritirarsi tra i presidi avanzati nell’area, arrivava in maggio anche il turno di Ključ, dove avevamo lasciato il VII° battaglione squadristi “Milano” stretto nella morsa della neve e dei partigiani: «finalmente l’inverno che ci ha tenuto per diversi mesi privi di comunicazione se né [sic] andato», commentava la c.n. Gussoni, e poteva cominciare lo sgombero del presidio verso Drvar53. Prima del movimento diveniva però indispensabile rendere sicuro il nodo di Bosanski Petrovac (lungo la rotabile tra i due centri), ormai circondato da consistenti gruppi armati comunisti: all’operazione, iniziata il 4 maggio, partecipavano due colonne della divisione “Sassari”, una proveniente da Ključ, l’altra da Drvar. Benché rallentato dalle numerose interruzioni stradali incontrate, il battaglione squadristi “Milano” (accorpato alla prima colonna) raggiungeva per primo il piccolo centro di Bravsko, dove, incontrata resistenza, reagiva saccheggiando ed incendiando un gruppo di case poco fuori l’abitato54. Qui, mentre la colonna procedeva (non senza difficoltà) verso Bosanski Petrovac, il “Milano” si attestava ma nella mattinata del 7 maggio era nuovamente attaccato da preponderante forze partigiane, stimate in circa un migliaio. Il battaglione riusciva a respingere il nemico ma un plotone di circa 50 cc.nn., uscito per il rifornimento idrico, veniva sorpreso e sopraffatto: «24 morti, 19 feriti» era il lapidario responso dell’azione, durata circa un’ora55; inaugurando una macabra consuetudine, sui cadaveri dei militi venivano riscontrate «vessazioni di ogni sorta e torture»56. L’invio 52 La sorte dei civili era ulteriormente aggravata dalla mancanza di accordi tra Roma e Zagabria in merito alla sostituzione dei presidi italiani, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 59-60. 53 Fondazione Bergamo nella Storia, Archivio del museo storico, fondo Calcaterra, serie Enrico Calcaterra, b. 79, record 5666, lettera di Daniele Gussoni a Enrico Calcaterra, P.M. 86, 27 maggio 1942 [ma sicuramente precedente, il timbro postale recante la data 25 maggio 1942] . 54 Non è purtroppo chiara la dinamica di questo primo episodio violento da parte del battaglione squadristi, sintomo probabilmente del mutato approccio alla controguerriglia dettato da Roatta. L’azione è accennata in Ricciardi, I bersaglieri in Dalmazia e il battaglione bersaglieri “Zara”, cit., p. 226-227 e Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, Vojnoistorijski Institut, Beograd 1953, tom IV, knjiga 5, p. 54.
55 AUSSME, fondo N1-11, b. 769, D.S. Comando divisione “Sassari”, 7 maggio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 411. Lo scontro, condotto dal battaglione partigiano «Petar Škundrić» dell’odred (distaccamento) Krajinski, è riportato anche in Zbornik dokumenata, cit., tom IV, knjiga 5, pp. 54-55 e Francesco Fatutta, Cronache di guerriglia in Jugoslavia. Parte 2ª. Gennaio Giugno 1942, in «Studi storico-militari», 1993, pp. 275-276. 56 AUSSME, fondo N1-11, b. 769, D.S. Comando divisione “Sassari”, 7 maggio 1942, citato in
63
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
di rinforzi permise comunque di disperdere la formazione ostile ed iniziare, il giorno successivo, il definitivo sgombero di Ključ57; il 12 maggio il VII° battaglione squadristi poteva infine riunirsi alla colonna in ritirata che, recuperate le salme dei numerosi caduti, giungeva in serata a Bosanski Petrovac. Nei giorni successivi l’unità sarebbe rientrata in territorio zaratino, schierandosi a presidio delle località di Trebocconi (Tribunj), Morpalazza (Morpolača), Ponti di Brèbera (Bribirske Mostine) e Geversche (Đevrske), tornando alle dipendenze del Governatorato della Dalmazia58.
«Non sappiamo usare la maniera forte»59: l’inasprimento della controguerriglia e il “sistema degli ordini” Prima di procedere ad una puntuale ricognizione dell’attività operativa dei battaglioni squadristi, risulta necessario soffermarci brevemente sull’esperienza e le pratiche di controguerriglia sviluppate dal Regio Esercito in questo «anormale» teatro bellico a cavallo tra il 1941-194260. Muovendosi lungo coordinate profondamente segnate dal «virulento spirito antislavo» fascista61, la già ricordata debolezza dell’impianto occupatorio italiano e l’impreparazione politica, materiale, nonché dottrinale degli apparati militari e civili condussero in pochi mesi ad una vera e propria escalation di violenza, dettata dall’esasperazione nei confronti di un movimento insurrezionale di giorno in giorno più strutturato ed aggressivo62. «Direttamente pro-
Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 411. Come avremo modo di approfondire, sarebbe stato solo il primo caso di una pratica che, benché non sistematica, avrebbe in particolar modo colpito le cc.nn. della Milizia. 57 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 413. 58 Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945. Zbornik dokumenata, Institut za historiju radničkog pokreta Dalmacije, Split, 1982, knjiga 2, pp. 666-668. Tale scaglionamento si riferiva al 18 maggio 1942. 59 «31 luglio [1941]. Si rinnovano giornalmente atti di sabotaggio, moti, diserzioni, manifesti di impronta comunista. […] Parlo con il comandante dei carabinieri. È seriamente preoccupato. L’impressione generale è che non sappiamo usare la maniera forte. Il Governatore lo sa e scalpita, ma lamenta di essere scarsamente coadiuvato soprattutto negli spiriti, e ha di fronte a sé scelte non facili», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1370. 60 James H. Burgwyn, General Roatta’s war against the partisans in Yugoslavia: 1942, in «Journal of Modern Italian Studies», Volume 9, 2004, p. 317.
61 Brunello Mantelli, Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie e crimini di guerra, in «Qualestoria», n. 1, giugno 2002, p. 34. 62 Il Regio Esercito scontava una pressoché totale assenza di studi e riflessioni in merito alle opera-
64
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
porzionali alla forza dei movimenti di ribellione» furono quindi gli ordini repressivi emanati inizialmente a livello locale, spesso in maniera scomposta63; sorta di “teatro di sperimentazione” per una nuova fase della lotta antipartigiana, la Slovenia patì per prima la cancellazione di «ogni distinzione tra combattenti e non combattenti […] in zona di combattimento», dettata dalle nuove direttive emanate dall’ XI° C.d’A. sul finire del 194164. Se le premesse erano quindi già ampiamente sul terreno, il vero e proprio «salto qualitativo nella lotta antipartigiana» coincise con l’avvicendamento tra Ambrosio e Roatta al vertice della IIª Armata, giunto in un momento particolarmente difficile e cruciale per l’occupazione italiana nell’intera regione. La scelta stessa del nuovo comandante della G.U. rispose a precise logiche di contesto, essendo Roatta «il più sensibile e preparato degli alti ufficiali ai problemi della lotta anticomunista visti i precedenti al S.I.M. e nella guerra di Spagna»65. Da un lato egli, assieme ai suoi collaboratori, curò meticolosamente «la predisposizione alla pratica repressiva sin dal momento preliminare della preparazione propagandistica e psicologia della truppa», attraverso in particolar modo la stampa destinata a combattenti spesso scarsamente addestrati e motivati66; dall’altro riuscì, grazie soprattutto alla famigerata circolare “3C” (emanata il primo marzo 1942) a generalizzare «ordini preesistenti […] adeguandoli alle nuove necessità che si profila[va]no», sistematizzando l’applicazione di una pratica repressiva già inaugurata dal predecessore67. Al di là del «ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”», della «grinta dura» demandata ai reparti e della formula «testa per dente» zioni contro-insurrezionali: «il tema era ritenuto peculiare dell’ambito coloniale e non erano previste forme non convenzionali di combattimento in un contesto europeo». La materia venne invece molto studiata dall’esercito jugoslavo che «per ragioni storiche, aveva dato un notevole impulso al combattimento di guerriglia ed alla lotta sovversiva», in Federica Saini Fasanotti, L’Esercito alla macchia. Controguerriglia Italiana 1860-1943, Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma 2015, pp. 209-211. 63 Davide Rodogno, La repressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, in «Qualestoria», n. 1, giugno 2002, p. 46. 64 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 30. 65 Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., p. 98. 66 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., p. 197. 67 Comando 2ª Armata (Stato Maggiore), Circolare No. 3 C, P.M. 10, 1 marzo 1942, riportata in Massimo Legnani, Il “ginger” del generale Roatta. Le direttive della 2ª armata sulla repressione antipartigiana in Slovenia e Croazia, in «Italia contemporanea», dicembre 1997 – marzo 1998, n. 209-210, p. 159. Sulla circolare “3C” cfr. anche Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 31 e Davide Rodogno, La repressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, cit., p. 67.
65
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
applicabile al «trattamento da fare ai ribelli», chiara risultava la volontà di squarciare il velo che, nella mente dei quadri italiani, distingueva i civili dai partigiani: questi ultimi agivano infatti in un «ambiente di notevole sicurezza, in quanto le popolazioni, volenti o nolenti, direttamente o indirettamente, danno ai ribelli informazioni sulla nostra dislocazione sui nostri movimenti», effettuati in un ambiente ormai «generalmente ostile»68. Una «guerra guerreggiata» a tutti gli effetti quindi, che nei suoi aspetti tattico-operativi richiamava ora sempre più l’esperienza «coloniale», comune tra l’altro a molti ufficiali italiani69. Simili risultavano inoltre le misure precauzionali e repressive previste da Roatta, a doppio filo legate al raggiungimento degli scopi politici sottesi all’occupazione70: comprendendo (tra le altre) il saccheggio del bestiame, gli internamenti, la presa di ostaggi, la distruzioni di intere località e la fucilazioni di sospetti, queste fornivano un complesso di norme scalabili, “a geometria variabile”, capace però di dotare le truppe sul campo di “strumenti” che non lasciassero spazio «ad atteggiamenti di debolezza o di mediazione»71. Tuttavia «una volta scatenata la violenza, i vertici non riuscirono più a frenare alcuni dei loro sottoposti»72: a distanza di appena un mese, Roatta stesso era costretto a precisare i termini della circolare “3C” in merito al «trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono», rilevando «distruzioni indesiderate ed inutili [sottolineato in originale]» nonché «saccheggi individuali» tali da costituire un’«arma a doppio taglio» per gli occupanti73. Gravida di conseguenze sarebbe inoltre risultata l’immunità ex-post concessa ai propri subordinati: se eccessi vi erano stati, Roatta precisava comunque di non voler «esaminare caso per caso, non intendo “fare il processo” al passato, e non ho neppure l’intenzione di legare le mani ai comandanti dipendenti»74. 68 Comando 2ª Armata (Stato Maggiore), Circolare No. 3 C, cit., pp. 159-160, 168. 69 Ivi, p. 159, 170. Cfr. anche Teodoro Sala, Guerra e amministrazione in Jugoslavia 1941-1943: un’ipotesi coloniale, cit., p. 89. 70 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 401. 71 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., p. 117.
72 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 55. 73 Comando della 2ª Armata (Ufficio Operazioni), Foglio n. 7000 di prot., Oggetto: Trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono, P.M. 10, 7 aprile 1942, reperibile all’indirizzo: www.campifascisti.it/scheda_provvedimento_full.php?id_provv=55 (consultato agosto 2016). 74 Ivi. Non convince invece la “clausola dell’impunità” rilevata da molti autori nella stessa circolare “3C”: gli «eccessi di reazione […] mai perseguiti» si riferiscono infatti chiaramente ai soli (e circostanziati) casi di «sostegno del compagno minacciato», in Comando 2ª Armata (Stato Maggio-
66
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
Le iniziali direttive di Roatta non furono peraltro un punto d’arrivo, offrendo anzi lo spunto per un’ulteriore estensione e radicalizzazione della pratica repressiva, certo condivisa da Mussolini e dai vertici del P.N.F.75: il duce stesso avrebbe il 31 luglio “benedetto” la politica attuata dalla IIª Armata, «avallando misure repressive estreme» funzionali a stroncare il movimento insurrezionale e liberare così nuove unità da dislocare su altri fronti76: Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. […] Come avete detto [Roatta] è incominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del Paese ed il prestigio delle forze armate. Questa popolazione non ci amerà mai. […] Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze77. Il “superamento” delle norme fissate nella “3C” era in realtà già intervenuto nel corso delle settimane precedenti: parallelamente alle speciali disposizioni emanate dal generale Robotti (comandante l’XI° C. d’A.) in vista del lungo ciclo di rastrellamenti che avrebbe sconvolto l’intera provincia di Lubiana78, anche in Dalmazia l’aumentata attività partigiana spingeva il Governatore Bastianini ad emanare il 7 giugno un bando che colpisse duramente i ribelli latitanti e le loro famiglie, attraverso internamenti, confische di beni e fucilazioni79. La durezza della repressione, ben lontana dal fermare l’aggressività nemica e scompaginarne permanentemente le fila, finì invece per aumentare re), Circolare No. 3 C, cit., p. 164. 75 Il segretario del partito Vidussoni, a colloquio con Ciano, esponeva già il 5 gennaio 1942 «truci propositi contro gli sloveni. Li vuole ammazzare tutti. Mi permetto [Ciano] osservare che sono un milione. Non importa – risponde deciso – bisogna fare come gli ascari e sterminarli tutti. Io spero che si calmi», in Galeazzo Ciano, Diario 1937-43, cit., p. 110. Come giustamente ricorda Rodogno, «non va dimenticato né sottovalutato il fatto che la condotta della guerra fu compito politico del duce», in Davide Rodogno, La repressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, cit., p. 65. 76 Massimo Legnani, Il “ginger” del generale Roatta, cit., p. 158. Da ricordare come la IIª Armata contasse, da sola, una forza ben superiore ai 200.000 uomini. 77 Ugo Cavallero, Diario 1940-43, cit., pp. 443-444. 78 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 81-84. 79 Davide Rodogno, La repressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, cit., pp. 49-50.
67
«Vecchi e fascisti»: la nascita degli altri battaglioni squadristi
ancor più l’ostilità delle popolazioni civili, avvelenandone i rapporti con l’autorità militare e spingendo costantemente verso l’alto l’asticella dello scontro e della conseguente violenza80.
80 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., pp. 120-121.
68
4 Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
«Noi solamente sappiamo ciò che dobbiamo fare»1.
I conflitti tra le autorità e l’aggravarsi della situazione in Dalmazia L’arrivo in Dalmazia dei primi reparti squadristi si inseriva, come già accennato, nel bel mezzo di un acceso braccio di ferro tra Bastianini, Roatta e soprattutto Armellini (comandante il XVIII° C. d’A.)2, dissidio legato soprattutto alla delicata questione della definizione delle rispettive competenze e dipendenze in materia di ordine pubblico e controllo del territorio tra autorità civili e militari3. Benché poi la situazione del Governatorato si presentasse relativamente sotto controllo agli inizi del 1942, il nuovo schieramento della IIª Armata, con la soppressione di molti presidi minori e di frontiera, pone-
1 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Comando XVIII Corpo d’Armata, Foglio di prot. N. 59/RP, Incidenti provocati in Spalato da militi del I° btg. squadristi “Toscana”, P.M. 118, 17 giugno 1942. 2 Ricordava Egidio Ortona come «il comandante del XVIII° Corpo d’Armata», tenesse «un atteggiamento critico e distante» nei confronti dei vertici politici del Governatorato, in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1375. 3 Il contrasto esplodeva già all’indomani dell’emanazione del bando di Mussolini del 19 gennaio 1942: per risolvere il nodo dello status dei soldati schierati nei territori balcanici occupati, nonché dei rapporti tra autorità militari e civili in maniera di pubblica sicurezza e ordine pubblico, il decreto dichiarava “zona di operazioni” il territorio croato presidiato dalle truppe italiane e le nuove provincie annesse, affidando all’autorità militare la difesa dell’ordine pubblico. La reazione di Bastianini, vistosi scavalcato, portava alla modifica del proclama stesso, rafforzando di fatto la posizione del Governatore, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 215, 317.
69
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
va maggiormente a rischio la tutela di numerose attività civili vitali per l’organizzazione politico-amministrativa dei territori annessi4. La diatriba arrivava a coinvolgere anche l’impiego (e relativa dipendenza) dei reparti della Milizia: se i due battaglioni “M” presenti nell’area rimanevano «a disposizione dell’Armata che può impiegarli in operazioni di guerra», i battaglioni squadristi richiesti da Bastianini sarebbero invece stati impiegati «pienamente alle dipendenze del Governatore» attraverso il proprio Gabinetto Militare – organo di collegamento con il comando della IIª Armata – ben presto centro propulsore dell’attività operativa dei reparti a disposizione dell’autorità civile e causa di ulteriori complicazioni con i vertici militari5. In questo clima tutt’altro che disteso, a partire dal mese di maggio anche la Dalmazia annessa veniva investita dalla rinnovata attività ribelle, già foriera di numerosi lutti nella Croazia occupata: dagli atti intimidatori o meramente delinquenziali di stampo prettamente politico, che ormai da tempo interessavano le provincie del litorale, i ribelli passarono infatti a vere e proprie operazioni militari in grande stile, impegnando a più riprese l’Esercito a ridosso del confine con il territorio croato e causando decine di vittime tra le truppe italiane6. L’ «atmosfera di psicosi» rapidamente diffusasi a Zara e nelle altre città
4 La nuova disposizione delle truppe italiane, oltre a prevedere il progressivo ritiro dalla IIIª e parte della IIª zona, disponeva il concentramento in presidi meno numerosi ma di forza maggiore, assicurando nelle previsioni maggior dinamismo, movimento e capacità di reazione alle forze sul campo. Precisava Armellini, scatenando la prevedibile reazione dei Bastianini, come «le importanti ragioni militari del provvedimento hanno imposto di tagliar corto su considerazioni di carattere “campanilistico” e sulle conseguenze di carattere locale da esso provocate», in ISRT, fondo Wehrmacht, serie T821, bob. 55, Foglio n. 1248/06 di prot., Oggetto: Nuova organizzazione militare del territorio – Raggruppamento presidi, P.M. 118, 23 marzo 1942. Ben diversa la concezione operativa del Governatore, maggiormente conservativa e votata ad una sorta di «palificazione del confine» della Dalmazia annessa, in AUSSME, fondo N1-11, b. 647, D.S. Comando 2ª Armata, Foglio n. 2047/OP di prot., Nuova organizzazione del territorio - Situazione, P.M. 118, 17 aprile 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 225. Per un inquadramento puntuale della questione rimandiamo comunque ad Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 211-279. 5 AUSSME, fondo N1-11, b. 647, D.S. Comando 2ª Armata, Dal Governatore della Dalmazia (Giuseppe Bastianini), Zara, 19 aprile 1942-XX, cit.. Al 12 maggio le forze a disposizione del Governatore ammontavano ad oltre 2.700 uomini, fra CC.RR., G.D.F., agenti di polizia e militi del battaglione squadristi “Toscano”, l’unico presente in Dalmazia a quella data, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 228. Nel totale non sono probabilmente inserite le cc.nn. mobilitate dalla locale 107ª legione della milizia. 6 Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., pp. 59-60. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 229-234.
70
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
costiere, ormai «minacciate direttamente»7, se da un lato rinfocolava le preoccupazioni e le critiche mosse da Bastianini ai vertici militari8, venne dall’altro ulteriormente aggravata dalla morte del prefetto di Zara Vezio Orazi, (casualmente) ucciso in un’imboscata il 26 maggio durante un’ispezione nei luoghi teatro degli scontri con i partigiani dei giorni precedenti9. La morte del funzionario, mettendo a nudo la «forza dei partigiani» e l’inadeguatezza dell’approntamento difensivo italiano, avrebbe di lì a breve inasprito la dura reazione italiana, ora affidata anche ai battaglioni squadristi10.
7 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1375. Relativamente a Spalato rimandiamo alle vivide relazioni stilate dal comando del 29° battaglione cc.nn. “M”, impegnato in mansioni di rappresentanza e O.P. nella città, in A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, in particolare PRO-MEMORIA per il Capo di Stato Maggiore [Galbiati], Relazione pervenuta dal 29° btg. “M” dislocato a Spalato, P.M. 151, 31 marzo 1942.
8 AUSSME, fondo N1-11, b. 647, D.S. Comando 2ª Armata, Lettera n. 04675 di prot., da Giuseppe Bastianini e Mario Roatta, Zara, 22 maggio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 330-331. Nella dura lettera inviata al vertice della IIª Armata, il Governatore lamentava in particolare l’inadeguatezza delle proprie forze e l’insicurezza del confine, indifendibile per tutta la sua lunghezza. Altrettanto drastiche le successive considerazioni del generale Armellini: questi, pur riconoscendo nel ritiro italiano dai presidi avanzati una delle cause di gravitazione in Dalmazia del movimento partigiano, dichiarava che «di ribelli la Dalmazia è già piena»; un concentramento che traeva mezzi e sostentamento dalle stesse provincie annesse, in AUSSME, fondo N1-11, b. 642, D.S. Comando XVIII C. d’A., Foglio n. 3788/OP di prot., Situazione, P.M. 118, 25 maggio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 237. 9 Squadrista e già segretario federale di Roma, Orazi era amico personale di Bastianini, rimasto duramente colpito dalla morte del prefetto, in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1376. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 238241, 294. «Nella morte di Vezio Orazi» ricorderà qualche mese più tardi il numero unico del Gruppo Battaglioni Squadristi, «si suggella ancora la fatalità religiosa e limpida della guerra combattuta dall’Italia. È il vecchio nemico, affrontato sulla piazza dello squadrismo, che torna nella boscaglia a tirare a tradimento su quel giovane [Orazi], divenuto, per virtù di intelligenza, di lavoro e di purezza di vita, Prefetto del Regno d’Italia; è lo stesso piombo pagato dallo stesso fetido oro, sobillato dalla stessa squallida e ossessionante abnegazione», in Fulvio Palmieri, Rievocazione di Vezio Orazi, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 4. 10 All’indomani dell’agguato, Zara appariva «turbata» e «la situazione dello spirito pubblico [era] non poco complicata», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1376. Gli echi della morte del prefetto destavano «vivissimo sdegno e impressione» anche tra l’opinione pubblica italiana; in particolare negli «ambienti romani […] si commenta che questo grave delitto è conseguenza di una certa debolezza delle nostre Autorità in quei territori occupati, e dappertutto si ripete che l’Italia […] avrà a provare sempre di queste dolorose e luttuose sorprese perché intende sempre adoperare dei sistemi cavallereschi tra popoli barbari ed incivili», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 215, f. 1 (zone occupate dalle truppe italiane), informativa s.t., Roma, 31 maggio 1942.
71
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Squadrismo toscano a Spalato Mobilitato il 14 gennaio 1942 dalla 94ª legione di Pistoia (facente vece di centro di mobilitazione), il I° (68°) battaglione squadristi “Toscano” trovava nei tre mesi successivi acquartieramento a Montecatini Terme (PT), completando il proprio organico ed addestramento. Organizzate su 4 compagnie (di cui una mitraglieri) più un comando di battaglione11, le circa 680 camicie nere alla guida del forlivese – ma fiorentino d’adozione – primo seniore Pietro Montesi Righetti12 lasciavano il 15 aprile la città termale, giungendo a Traù (Trogir, pochi chilometri ad ovest di Spalato) il 26 aprile13; qui veniva impiantato il comando del reparto mentre le compagnie dipendenti erano scaglionate soprattutto nella zona dei “Castelli” – il litorale tra Traù e Spalato – per dare manforte all’esigua aliquota di carabinieri rimasti in loco dopo il recente ritiro del presidio militare14. L’arrivo degli squadristi toscani in Dalmazia correva di pari passo con l’aggravarsi della situazione lungo il litorale spalatino, teatro a sua volta dei primi, audaci, colpi di mano condotti dal movimento partigiano15. La
11 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E. Ufficio mobilitazione. 1^ Sezione, Foglio n. 103722/1 di prot., Oggetto: Ricostituzione dei battaglioni cc.nn. 68° e 83°, P.M. 9, 21 marzo 1942. L’organico del reparto ricalcava quello dei cosiddetti battaglioni “di copertura” (o “da montagna”), in Guido Rosignoli, MVSN: storia, organizzazione, uniformi e distintivi, Ermanno Albertelli, Parma 1995, pp. 43-44. 12 Una sintetica biografia è riportata in appendice. Oltre al comandante conosciamo purtroppo soltanto i nomi di alcuni ufficiali: centurione Gugliemo Bertarelli (aiutante maggiore di battaglione), centurione Francesco Franchi (già segretario politico del fascio di Prato), centurione Arnaldo Cantini e c.m. Torello Dei (comandante il plotone comando). Quest’ultimo, classe 1905, originario di Certaldo (FI) e brevettato “squadrista” e “marcia su Roma”, era reduce dalla campagna grecaalbanese, combattuta tra le fila della Milizia stessa, in Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito, Stato di Servizio di Dei Torello.
13 A.S.PT., fondo Archivio di Gabinetto della Sottoprefettura poi Prefettura di Pistoia, b. 1725, Foglio n. 1849 di prot., Ringraziamento, Montecatini, 15 aprile 1942. Cfr. anche A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 455, Comando divisione di fanteria “Perugia” (151ª), Foglio n. 01/3483 Op. di prot., Oggetto: Spostamento unità, P.M. 151, 26 aprile 1942.
14 AUSSME, fondo N1-11 – Commissione d’inchiesta per i criminali di guerra italiani secondo alcuni Stati esteri, b. 2255M, f. 2 (Scalchi Ivan), Comando del XVIII° C. d’A. CC.RR., Oggetto: Promemoria, P.M. 118, 22 maggio 1942. La soppressione del presidio di Traù (centro con oltre 20000 abitanti) seguiva il già ricordato “snellimento” imposto dai vertici militari; tra le figure messe ora maggiormente a rischio figuravano le «varie decine di iscritti al P.N.F.» presenti nel piccolo centro spalatino, in A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, PRO-MEMORIA per il Capo di Stato Maggiore [Galbiati], Relazione pervenuta dal 29° btg. “M” dislocato a Spalato, cit., p. 3. 15 «Dalle notizie pervenute [...] pare che [...] sia l’inizio del passaggio da parte degli appartenenti alle organizzazioni comuniste-partigiane dalla fase di propaganda e di organizzazione a quella attiva
72
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
risposta italiana non si sarebbe certo fatta attendere: se già il 6 maggio si registrava la prima vittima da parte del “Toscano”, sorpresa e uccisa durante un pattugliamento poco fuori Traù16, l’attività ribelle nei piccoli centri interni di Mitlo e Vinovac scatenava un rastrellamento condotto nella zona la notte del 22 maggio da due compagnie di squadristi, carabinieri, aliquote di finanzieri e agenti di polizia17; questa prima operazione si concludeva con la scoperta di un piccolo bivacco di partigiani, uno dei quali rimaneva ucciso durante la fuga18. Di pari passo con l’attività di presidio del litorale spalatino, e non tradendo la natura stessa del reparto, le prime settimane di attività del “Toscano” furono altresì caratterizzate da una spiccata azione di matrice squadrista, condotta col supporto degli sparuti nuclei di fascisti locali e foriera di ulteriori tensioni nei già pessimi rapporti tra le autorità civili – alle cui dipendenze operava il battaglione – e militari. Sin dal primo maggio infatti, a poche ore dal loro arrivo nella frazione di Castelvecchio (Kaštel Stari), «alcune cc.nn. […] si davano a malmenare pubblicamente dei civili, adducendo di non essere stati salutati». Neppure l’abito talare salvava dalle violenze il sacerdote della vicina Castel Stafileo (Kaštel Štafilić), a sua volta duramente «aggredito e malmenato mentre usciva da un pubblico esercizio di Castel Vecchio»19; gli agguati, presumibilmente condotti «a titolo di rappresaglia verso elementi che erano stati loro indicati come comunisti», avrebbero ben presto generato «in pubblico
armata», in AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (III° bimestre 1942), 19 maggio 1942. 16 «Ore 21 ieri [6 maggio 1942] pattuglione primo battaglione squadristi Toscana [sic] imbattevasi campagna at Monte Comune Trau at circa chilometri tre abitato con tre sconosciuti che at intimazione fermo davansi fuga sparando pattuglione stesso un colpo arma da fuoco punto Pattuglione rispondeva con sei aut sette colpi di fucile colpendo uno degli sconosciuti punto Questi apparente età anni 18 durante trasporto at Trau decedeva punto», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 13312, da Prefetto Zerbino a Governo Dalmazia Gabinetto, Spalato, 7 maggio 1942. Lo sconosciuto veniva di lì a poco identificato quale «ladr[o] di ortaglie», in Ibidem, Telegramma n. 13498, da Prefetto Zerbino a Governo Dalmazia Gabinetto, Spalato, 8 maggio 1942. 17 Oltre all’opera di attiva propaganda, i partigiani rapivano il locale capovilla (di origini italiane), in AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (III° bimestre 1942), allegato n. 11 al D.S. 18 Ibidem, allegato n. 13 al D.S. 19 L’uomo di chiesa, secondo il rapporto dei CC.RR., «fu colpito anche col calcio del fucile ma non sembra attendibile che le cc.nn. avessero intenzione di sopprimerlo», in AUSSME, fondo N1-11 – Commissione d’inchieste per i criminali di guerra italiani secondo alcuni Stati esteri, b. 2255M, f. 2 (Scalchi Ivan), Comando del XVIII° C. d’A. CC.RR., Oggetto: Promemoria, cit.
73
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
serie apprensioni ed aspri quanto prudenti e riservati commenti»20. Inquietudine della popolazione aggravatasi già la sera del 9 maggio, quando nei pressi della Piazza del Comune in questa città [Traù], alcuni militi del I Battaglione Squadristi “Toscano”, qui di stanza, non ancora identificati, accompagnati da RADIC Stefano di Stefano di anni 18 del Fascio di Trau, dopo aver costretto ad uscire di casa tale OSTOICH Giuseppe detto [illeggibile], di ignoto di anni 32, ammogliato del luogo, lo malmenavano uccidendolo, quindi, con una pugnalata alla schiena. Subito dopo, gli stessi militi sempre accompagnati dal detto RADIC, invitavano fuori abitazione tale NOVAK Gerolamo detto BUNDE di Nicolò di anni 32 da Trau, e dopo averlo condotto nei pressi dei giardini pubblici lo malmenavano esplodendogli contro due colpi di moschetto che si ritiene siano andati a vuoto anche perché nessuna traccia si ha dei proietti. L’OSTOICH e il NOVAK, che mai avevano dato luogo a rilievi in linea politica, erano stati indicati, ai militi di cui sopra come elementi comunisti, dal componente del direttorio il Fascio di Trau [illeggibile] Giovanni21. Tra i servizi d’istituto affidati al battaglione squadrista figuravano inoltre le esecuzioni capitali comminate dal Tribunale Speciale della Dalmazia22: il 22 maggio, a Sebenico, camicie nere del “Toscano” e della 107ª legione zaratina eseguivano in due turni la fucilazione di 26 condannati a morte23. In linea di continuità con le testimonianze precedentemente citate, il peso del bagaglio ideologico portato in dote dai militi del reparto affiorava prepoten-
20 Ivi. 21 Comando dei CC.RR. della Dalmazia-Zara, Foglio di prot. N. 77/I, Oggetto: Uccisione di OSTOICH Giuseppe di ignoto da parte di militi del I Battaglione Squadristi “Toscano”, Trau 10 maggio 1942, riportato in copia anastatica in Federative People’s Republic of Yugolavia, Report on italian crimes against Yugoslavia and its peoples, The State Commission for the investigation of war crimes, Belgrado 1946, p. 23. 22 Sulla nascita di questo tribunale politico, istituito dallo stesso Bastianini nell’ottobre del 1941 a seguito dell’insoddisfacente «operato del Tribunale militare di Sebenico, accusato di atteggiamento debole e lassista», cfr. Luciano Monzali, Antonio Tacconi e la comunità italiana di Spalato, in «Atti e memorie della società dalmata di storia patria», volume XXXIV, luglio 2007, p. 367. di Sebenico, accusato di atteggiamento debole e lassista, 23 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Telegramma n. 15115, da prefetto Orazi a Ministero Interni Sicurezza Roma, 22 maggio 1942. Cfr. anche A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, informativa s.t., s.l., 29 maggio 1942 e Ventotto terroristi di Spalato condannati a morte dal Tribunale Speciale della Dalmazia, in «Ti con nu, nu con ti. Foglio d’ordini della federazione dei fasci di combattimenti di Spalato», anno II – n. 15, 15 giugno 1942.
74
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
temente nell’agghiacciante ricostruzione dell’episodio – tratteggiata qualche giorno più tardi dalla c.n. Guglielmo Ricci – contribuendo ad imporre una manichea visione della società locale, filtrata attraverso un feroce antibolscevismo ed inasprita dall’irregolare condotta bellica dell’avversario. Scriveva infatti lo squadrista, al «carissimo camerata Fasolino»: come son cierto saprete che mi trovo in terra di Dalmazia e proprio nella città di Spalato. Qui facciamo la guerra al Comunismo e non gli diamo pace poiché, escruso gli italiani, sono tutti comunisti e come son vili spesso ci fanno delle imboscate e a tradimento uccidono tanti nostri fratelli. Però quando ne prendiamo qualcuno li cambiamo i connotati tanto basti che anche pochi giorni orsono si andò a Sebenico e si fece il plotone di eseguzione e se ne fucilò ventisei e con buona soddisfazione a me tocò proprio il capo di tutti i comunisti della Croazia. Se avessi visto Fasolino che sciena tanto e che per aver tirato tanto bene che non ci fu bisogno del colpo di grazie si ebbero molti elogi, e fra tanti quello del governatore S.E. Bastianini24.
Il gruppo battaglioni cc.nn. squadristi “Dalmazia” Andava nel frattempo completandosi il rapido ciclo addestrativo del 170° battaglione squadristi “Vespri”, formato (almeno inizialmente) da volontari provenienti dalle province siciliane; mobilitata il primo maggio 1942 dalla 171ª legione di Palermo (centro di mobilitazione)25, l’unità era articolata su 3 compagnie ed un plotone comando, per un totale di 439 legionari – 18
24 La lettera, datata 26 maggio 1942, è per la prima volta riportata in Lettera di un fascista, in «Società», anno 1, n. 3, 1945, p. 251. Di ben diverso avviso le annotazioni raccolte dal colonnello De Renzi del Servizio Informazioni dell’Esercito: l’esecuzione aveva infatti, per il fermo contegno tenuto dai condannati a morte, «dato occasione ad una dimostrazione collettiva di fede politica» presto giunta alle orecchie della popolazione locale, in A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, s.f. 4, Colonnello De Renzi – S.I.M., S.I.E. Sebenico, informativa, s.d. [ma con ogni probabilità fine maggio 1942]. 25 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E. Ufficio Mobilitazione. Sezione 3^, Foglio n. 123790/3 di prot., Oggetto: Costituzione e mobilitazione dei battaglioni CC.NN. squadristi 112° “Tevere” e 170° “Vespri”, P.M. 9, 3 giugno 1942. Sembra anche in questo caso determinante, per la formazione del reparto, l’interessamento del duce: durante il rapporto ai segretari federali siciliani, convocati a Roma il 12 gennaio 1942, e commentando «le cifre […] per quello che riguarda lo squadrismo», Mussolini suggeriva: «mi domando se non sia possibile formare anche in Sicilia un battaglione di squadristi, come ne è stato formato uno in Lombardia ed altri due nel centro e nord Italia», in Ai segretari federali della Sicilia, in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXXI, La Fenice, Firenze 1960, p. 2.
75
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
ufficiali, 33 sottufficiali e 388 camicie nere – comandati del seniore Santi Taglierini26. Sbarcato a Zara il 2 giugno, il battaglione veniva subito incorporato nel neonato gruppo battaglioni cc.nn. squadristi “Dalmazia”, organo di coordinamento tra i reparti squadristi della Milizia ed il Regio Esercito formato alla data dai 3 battaglioni presenti in loco – “Vespri”, “Toscano” e “Milano”, alle dirette dipendenze del Gabinetto Militare del Governatorato – e comandato dal console Ivan Scalchi27, «vecchio amico del governatore [Bastianini] dai tempi dello squadrismo» e da circa un anno alla guida della 107ª legione di Zara28. Con le nuove forze a disposizione veniva quindi rafforzata e ampliata la rete di presidi stesa a difesa del litorale annesso e il gruppo battaglioni squadristi, dietro ordine dello stesso Bastianini, schierava in profondità i propri reparti suddivisi in numerosi presidi a nord (“Vespri” e “Milano”) e a sud del fiume Krka (“Toscano”)29. Il continuo stillicidio di attacchi ed imboscate ai reparti italiani, ma soprattutto l’uccisione del prefetto Orazi, avevano intanto (provvisoriamente) appianato le divergenze tra i vertici militari e civili nel Governatorato: parallelamente al rafforzamento dell’apparato difensivo nel territorio annesso, veniva inaugurato con la fine di maggio un esteso ciclo di operazioni di rastrellamento, mentre ben più pesanti sanzioni per gli insorti e regole di condotta delle truppe occupanti venivano sancite dalla già segnalata ordi-
26 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 9-10. Il comandante, «squadrista, reduce di due guerre, noto ed apprezzato Ufficiale nell’ambiente dello squadrismo isolano» manterrà la carica per circa 3 mesi, poi sostituito dal primo seniore Otello Gaddi. Di poco inferiori le cifre fornite dal Co.Ge.Mi., attestanti in 18 ufficiali e 410 cc.nn. la forza del battaglione, in AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, M.V.S.N. Comando Generale, Reparto Ordinamento e Mobilitazione, Foglio n. 7639/OM/RSM di prot., Oggetto: Btg. cc.nn. squadristi “VESPRI” (170°), Roma, 27 maggio 1942. Contrariamente al “Toscano”, il reparto assumeva infatti ordinamento ed organici propri dei battaglioni “legionali”, privi cioè della compagnia mitraglieri. 27 Costituito il 20 maggio 1942 con sede inizialmente a Zara, il gruppo si articolava semplicemente su un plotone comando ed i battaglioni squadristi dipendenti. Più che funzioni prettamente operative (rese tra l’altro difficoltose dalla distanza tra la sede del comando, Zara, e le unità subordinate), aveva compiti essenzialmente di ordinamento e mobilitazione dei reparti squadristi in Dalmazia, in AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 511, cart. 1, S.M.R.E. Ufficio Ordinamento – 3^ sezione, Foglio n. 0037950/3 di prot., Oggetto: Costituzione e mobilitazione del gruppo btg. cc.nn. squadristi “Dalmazia”, P.M. 9, 19 giugno 1942. Cfr. anche AUSSME, fondo Gasparotto, b. 2255M, f. 2 (Scalchi Ivan), Relazione di Ivan Scalchi, Roma, 11 giugno 1948. 28 Ortona lo ricorda come «ciecamente fedele a Bastianini, anch’egli come i prefetti e i segretari del partito di provincia superficialmente infarcito di cesarismo fascista», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1374. In appendice una breve biografia del console Scalchi. 29 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio n. 25/G.M. di prot., Oggetto: Costituzione di nuovi presidi, Zara, 4 giugno 1942.
76
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
nanza emanata il 7 giugno da Bastianini30: conformemente alle nuove disposizioni, coloro i quali avessero «abbandonato il Comune di residenza nel territorio annesso della Provincia di Zara, per unirsi ai ribelli», sarebbero stati «inscritti in apposite liste» compilate da ogni comune31; i latitanti successivamente catturati sarebbero stati passati per le armi, mentre i membri delle proprie famiglie – «considerat[i] quali ostaggi» – non avrebbero potuto allontanarsi senza lasciapassare dal proprio comune di residenza, pena la morte. Immediata era invece la confisca degli averi dei mancanti all’appello, nonché la fucilazione di coloro accusati di prestare «assistenza, aiuto o [che] in qualsiasi modo favoriscano l’azione dei ribelli»32. Se l’ordinanza concedeva ai partigiani due settimane di tempo – poi protrattesi a tre – per consegnarsi spontaneamente alle autorità italiane avendo salva la vita, procedeva spedito il tentativo di “politicizzare” il già violento scontro sul campo, da condursi secondo il Governatore stesso «con lo stesso spirito squadrista del vecchio tempo mostra[ndo] ai nemici del Fascismo che qui si fa sul serio applicando il metodo squadrista che est il solo nel quale il comunismo et la sua guerriglia possono essere stroncati»33; parole che seguivano la rabbiosa azione disposta da Bastianini il 30 maggio nelle aree più interne della provincia zaratina, vera e propria rappresaglia per l’imboscata a Orazi condotta dal console Scalchi con militi della 107ª legione zaratina ed una compagnia dell’85° battaglione “M”34. 30 Frank P. Verna, Notes on Italian Rule in Dalmatia under Bastianini, 1941-1943, in «The International History Review», vol. 12, n. 3 (agosto 1990), p. 538. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 242-247. 31 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Ordinanza del Governatore sui ribelli, Zara, 7 giugno 1942. Inizialmente limitate alla provincia di Zara, le sanzioni sarebbero state estese dal febbraio 1943 alle restanti provincie del Governatorato. 32 Ivi. Dall’esame di alcuni documenti trovati addosso al cadavere di un comandante ribelle, risultava infatti ormai evidente come «la maggior parte degli uomini [delle locali formazioni partigiane] erano fuoriusciti dalla Dalmazia», ora rientrati nel loro territorio d’origine, in AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Telescritto n. 3109, P.M. 141, 5 giugno 1942. 33 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Telegramma n. 16252, da Bastianini a Presidenza Consiglio Ministri Roma, Zara, 31 maggio 1942. Il telegramma era rivolto direttamente al duce.
34 Nella zona di Chistagne-Ervenico, a ridosso della frontiera con la Croazia, le cc.nn. scovavano e fucilavano 12 «individui appartenenti bande armate datisi fuga at vista militari», distruggendo «80 case abitazione elementi comunisti aut sospetti» e confiscando numerosi capi di bestiame appartenenti ai molti civili sfollati a causa degli scontri dei giorni precedenti, in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16294, da Stracca a [Ministero] Interni Gabinetto et Sicurezza, Zara, 1 febbraio [recte: giugno] 1942. Nella relazione sull’episodio inviata al Co.Ge.Mi, il console Scalchi riportava come, pur in assenza di «veri e propri combattimenti armati con i ribelli […], sedici partigiani che si nascondevano nel bosco, scovati, vengono
77
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Gli scarsi successi ottenuti nei successivi rastrellamenti, incapaci di bloccare gli ormai quotidiani attacchi contro le truppe occupanti ed aggravati dalle allarmanti (e spesso fuorvianti) voci di sempre maggior concentramenti nemici in Dalmazia35, spingevano quindi lo stesso Roatta ad imbastire un’ulteriore grande operazione di rastrellamento ad ampio raggio, sviluppatasi a più riprese a partire dall’11 giugno nell’intera provincia di Zara ma inizialmente rivelatasi (nuovamente) infruttuosa36. Le recenti disposizioni del Governatore fornivano però nuove frecce all’arco della sempre più violenta controguerriglia, lasciando altresì «grande discrezionalità alle forze sul terreno»37: relativamente al contegno del gruppo battaglioni squadristi, il 10 giugno due compagnie del “Milano” operavano una ricognizione nella zona di Morpolača, dove nella stessa mattinata «era stato assassinato il proprietario di una casa che fino al giorno 8 [giugno] aveva ospitato il Presidio del 7° btg. [squadristi]»; nel piccolo centro le cc.nn. arrestavano quindi i familiari di due latitanti incendiandone poi le case, mentre «altri 8 individui fortemente sospetti [erano] passati per le armi38». Due giorni più tardi, all’indomani del rapimento di una maestra italiana a Putičanje, il reparto entrava nuovamente in azione: dopo le prime battute di ricerca, mal coordinate e tragicamente contrastate dalle forze ribelli,
finiti sul posto, 68 case incendiate», citato in AUSSME, fondo Gasparotto, b. 2255M, f. 2 (Scalchi Ivan), Stralcio della relazione Commissione Regionale della Croazia per l’accertamento dei Crimini dell’occupatore e dei suoi satelliti, Sebenico, 1945. Ricorda inoltre Ortona come «entusiasmo diciannovista, fervore di azione, desiderio di vendetta» animavano i militi zaratini; nel «variopinto resoconto» fattogli dal console Scalchi l’azione «assu[meva] carattere non molto marziale […] quando dopo aver saccheggiato qualche casa i partecipanti si sono caricati le spalle di ogni ben Dio. È stata certo una manifestazione di forza, ma mi domando quali risultati avrà alla lunga e quali impressioni avrà suscitato nelle popolazioni locali», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., pp. 1376-1377. 35 La forza dei partigiani era valutata in circa un migliaio dai vertici militari, mentre per le autorità civili toccava i 4000 uomini, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio n. 4002/OP di prot., Operazioni nella provincia di Zara. (Carta al 100.000 della zona), s.l., 10 giugno 1942. 36 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 250-252. Numerosi i sospetti tratti in arresto, ed altrettante le case bruciate perché abbandonate dai proprietari, ma «nessun incontro con ribelli». Il XVIII° C. d’A. sottolineava comunque come le «popolazioni hanno fatto causa comune con ribelli» e che di loro «non ci si possa assolutamente fidare», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Telescritto n. 56/OP/T, da Comando Tattico XVIII° Corpo Armata, s.l. 14 giugno 1942. 37 Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., p. 61. 38 A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, informativa s.t., s.l., 12 giugno 1942.
78
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Bastianini inviava infatti in supporto elementi del “Milano” che rastrellavano assieme a carabinieri e finanzieri il bosco di Guduća e l’area di Mala Cišta39; un nuovo contatto con un’unità partigiana, risoltosi con numerosi feriti da parte italiana (tra cui 5 squadristi), spingeva quindi il Governatore ad organizzare con le forze a propria disposizione una più estesa operazione nell’area tra il lago di Aurana e la foce del Krka, «per eliminarvi i gruppi di ribelli che da qualche giorno in essa agiscono»40. Al rastrellamento, della durata di due giorni e personalmente comandato dal console Scalchi, parteciparono i battaglioni squadristi “Vespri” (dall’8 giugno attendato nei pressi di Zemonico) e “Milano”, una compagnia della 107ª legione e 80 agenti di P.S., più altri reparti dei CC.RR., dell’Esercito e natanti di supporto della Marina41. Nemmeno questa azione, sviluppatasi tra il 15 e il 16 giugno su un territorio di oltre 130 km², avrebbe dato i risultati sperati: sfuggiva infatti l’agganciamento con i ribelli, benché «14 comunisti [venissero] passati per le armi» e 25 fossero le persone «fermate per accertamento loro posizione. Incendiate varie case di comunisti latitanti rilevando scoppio munizioni ed esplosivi in esse contenuti in specie a Vodizze»42. Erano inoltre arrestati «tutti i famigliari (ventinove persone adulte) di due dei rapinatori [della maestra rapita] ai quali viene fatto sapere che se maestra Pelluti non verrà restituita sarà proceduto contro loro familiari»43.
39 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Telegramma n. 18053, da Capitano CC.RR. Comandante Compagnia Bungaro a Interni Roma, Sebenico, 15 giugno 1942. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 17899, da Agnesina a [Ministero] Interni Sicurezza Roma, Zara, 13 giugno 1942. Il dilettantismo e la scarsa prontezza di reazione delle truppe italiane spingevano Ortona a nefaste considerazioni: «la cosa ha dato modo di sperimentare la rudimentalità dei nostri mezzi per una pronta reazione. […] C’è da mordersi le mani di furore e di dolore. Ci mancano i mezzi – per tutto», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1378. 40 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Governo della Dalmazia. Gabinetto Militare, Foglio n. 81 di prot., Operazioni di polizia nella zona tra Pirovazzo ed il Kerka, Zara, 13 giugno 1942. 41 Ivi. Cfr. anche Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 15. 42 Ibidem, Telescritto n. III, da Bastianini a Comando Supersloda [“Comando Superiore FF.AA. Slovenia-Dalmazia”, denominazione assunta dalla IIª armata dal 9 maggio 1942.], s.l., 17 giugno 1942. Il resoconto dell’operazione redatto dalla Marina aiuta a fare chiarezza sulla dinamica del rastrellamento: un ribelle soltanto risultava infatti «ucciso in conflitto», mentre la sorte di 13 catturati vedeva «6 fucilati sul posto a Zaton e gli altri 7 incarcerati», in Ibidem, Rapporto sull’azione di rastrellamento effettuata nei giorni 15 e 16 giugno 42 XX°, Sebenico, 17 giugno 1942. Accenni alla fucilazione di «sei persone risultate favoreggiatrici dei ribelli» si riscontrano anche in AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. XVI° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (VIII° bimestre giugnoluglio 1942), 16 giugno 1942. 43 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 18304,
79
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Roboanti proclami a parte44, la prima vera sortita del gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia” si risolveva con diverse critiche e ben poco lustro dimostrato da questi reparti poco disciplinati e ancor meno efficienti: i carabinieri al seguito del reparto siciliano segnalavano infatti la scarsa organizzazione e superficialità nella conduzione dei rastrellamenti, nonché l’opera di razzia condotta dai militi45, mentre piuttosto dure apparivano anche le considerazioni di Egidio Ortona (capo della segreteria di Bastianini), registrate in presa diretta sul proprio diario: 14 giugno Stiamo preparando accuratamente l’azione in grande stile con più di mille uomini per rastrellare il territorio in cui è stata rapita la maestra. Non voglio insistere nel pessimismo, ma c’è disorientamento nel comando (Scalchi mi pare perplesso e titubante), i battaglioni squadristi recano con loro dissensi interni e si gonfiano di retorica tratta dal passato e non ancora corroborata dal presente. […] 16 giugno Ritorno dall’azione di rastrellamento: località abbandonate, gli uomini scomparsi. In effetti azione infruttuosa. […] Il Governatore è meditabondo, ma non ha la sua solita reazione vivace e polemica. Lo vedo oppresso dagli avvenimenti. Oggi siamo di fronte a difficoltà sempre più gravi perché a difenderci i battaglioni squadristi inviatici non sono adatti. Bizzosi, retorici, indisciplinati, male organizzati46.
da Bastianini a PCM, Zara 18 giugno 1942. 44 «Il “Vespri” battendo, palmo a palmo, tutta la zona assegnata alle sue cure, scrutando dietro rilievi di roccia, in ogni caverna, in ogni tugurio, in ogni bosco, braccò per la prima volta il partigiano, che sentito l’odor di polvere, se la squagliò evitando così quel “contatto” che i legionari andavano cercando». Durante l’azione il battaglione siciliano «liquid[ava] due ribelli catturati», subendo però la prima perdita, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., pp. 17-18. 45 «Risulterebbe che rastrellamenti siano stati limitati strade et immediate adiacenze [sottolineato in originale]; effettuate numerose razzie compreso bestiame e molto vino». Nella serata del 15 giugno si segnalava inoltre un fortuito scambio di colpi tra un natante della Marina e militi del “Vespri” stazionanti a Zaton, che «secondo notizia non controllata» avevano causato la morte di una camicia nera, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Fonogramma n, 367, s.l. [ma Sebenico], 16 giugno 1942. Trattasi con ogni probabilità della c.n. Luciano Bologna, morto proprio quella sera – secondo Bossini per mano nemica – a Zaton, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., pp. 17-18. 46 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1379.
80
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Le parole di Ortona, sconfessando l’intero impianto propagandistico fin allora sbandierato, venivano tra l’altro suggerite dai concomitanti, gravissimi, episodi registratisi nella vicina Spalato ad opera dei legionari del battaglione squadristi “Toscano”.
Il pogrom di Spalato All’indomani delle prime manifestazioni di intemperanza registratisi nel mese di maggio, tornava ad abbattersi lungo il litorale spalatino la violenza degli squadristi toscani, con una serie di gravissimi episodi che avrebbero destato notevole scalpore e “riaperto la ferita” tra Bastianini ed Armellini47: probabilmente durante la notte del 9 giugno, alcune camicie nere della compagnia accampata sulla spiaggia Castel Vitturi [Kaštel Lukšić], vietavano ad alcuni pescatori di stendere le reti, benchè fossero muniti di regolare permesso per la pesca. Mentre l’imbarcazione si allontanava, uno dei militi sparava tre o quattro colpi di moschetto, ferendo un pescatore all’avambraccio sinistro48. Il giorno successivo, secondo anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, si celebrava a Spalato la “Giornata della Marina”, con relativo raduno dei locali vertici civili e militari: lo sfregio di una lapide commemorativa ma soprattutto il rinvenimento di alcune armi nella soffitta di una stabile limitrofo al palco delle autorità49, scatenavano nuovamente la reazione delle camicie nere del I° battaglione squadristi. Un gruppo di queste, riferiva Armellini in una lunga relazione inviata a Roatta, portatosi nello stabilimento balneare (Botticelle), ne bloccavano le uscite e malmenavano i bagnanti adducendo, come motivo, che questi si erano
47 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 253. Cfr. anche Luciano Monzali, Antonio Tacconi e la comunità italiana di Spalato, cit. , p. 374. 48 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Comando XVIII Corpo d’Armata, Foglio n. 59/RP di prot., cit.
49 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, R. Prefettura di Spalato, Foglio n. 010083 di prot., Oggetto: Mancato attentato alla Riva Hitler in occasione della Festa della Marina del 10 giugno 1942, Spalato, 25 ottobre 1942.
81
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
astenuti dall’assistere alla [predetta] manifestazione che in quel momento aveva luogo in Riva Hitler50. «Alle 22 dello stesso giorno 10 [giugno]» continuava poi il comandante del XVIII° C. d’A., un altro gruppo di militi percorreva una strada del centro della città e, per motivi che s’ignorano, dava inizio ad una sassaiola contro le insegne dell’albergo “Iadran” frantumando le vetrine. Alcuni clienti dell’albergo […] si affacciavano dalle finestre per rendersi conto di ciò che accadeva: i militi puntavano contro loro i moschetti, li obbligavano a ritirarsi, allontanandosi poi ridendo e schiamazzando51. Non era che l’inizio: nel tardo pomeriggio del giorno successivo, nella centralissima Piazza dei Signori del capoluogo spalatino, affollatissima per il consueto passaggio, alcuni militi colpivano con pugni dei cittadini che sostavano in un angolo della piazza provocando vivo panico nel pubblico, che si allontanava precipitosamente. Nella fuga alcune donne cadevano riportando lievi contusioni. Due Capo Manipoli del btg., presenti, non intervenivano. Il capo squadra che capeggiava il gruppo dei militi così rispondeva ad una pattuglia di carabinieri colà in servizio e che aveva chiesto a lui il motivo dell’incidente: “non sono affari che vi riguardano; noi solamente sappiamo ciò che dobbiamo fare”. Alle ore 22 dello stesso giorno 11 [giugno], un pattuglione di militi, sempre del btg. squadristi, si recava nell’abitato di certo PIVALIZZI Velko, calzolaio, invitandolo a seguirli. Giunti in prossimità di un quadrivio lo bastonavano e gli sparavano contro un colpo di moschetto (andato a vuoto) mentre l’individuo, lasciato in libertà, si dava alla fuga. Poiché il fatto si era verificato non lungi dalla sede del Comando del Corpo d’Armata, un brigadiere della 388^ sez. CC.RR. si recava nell’accantonamento del btg. squadristi e chiedeva informazioni ad un ufficiale di quanto accaduto. Questi gli rispondeva che il fatto non riguardava l’Arma, ma solo la questura52.
50 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Comando XVIII Corpo d’Armata, Foglio n. 59/RP di prot., cit. 51 Ivi. 52 Ivi.
82
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Quella stessa notte funzionari di P.S. e squadristi perquisivano la casa dei presunti artefici del mancato attentato del 10 giugno; probabilmente a causa della scarsa collaborazione fornita dai familiari – i giovani figli del padrone di casa risultavano infatti latitanti – l’abitazione veniva devastata e gli occupanti, compresi donne e bambini, malmenati e tratti in arresto53. La furia squadrista giungeva infine ad abbattersi contro la (storica) comunità ebraica di Spalato, numericamente esigua ma da mesi infoltita dall’afflusso di profughi in fuga dalle persecuzioni oltreconfine54; una presenza mal tollerata dalle locali autorità civili e già ripetutamente segnalata – dallo stesso servizio politico della M.V.S.N. – quale centrale di «attività antitaliana ed antifascista»55, nonché complice del «rilassamento della moralità di alcuni strati della popolazione»56. Prendendo a pretesto una presunta provocazione da parte di alcuni ebrei57, ed infiammati da un antisemitismo non solo sbandierato dalla propaganda di regime, molti militi del “Toscano” (al comando di alcuni ufficiali) e fascisti locali si riversavano la sera del 12 giugno contro il tempio israelitico della città58, a quell’ora pieno di fedeli riunitisi per le funzioni del venerdì: Ad un tratto si udirono dalla strada sottostante i passi cadenzati e alle porte del Tempio si presentarono agli occhi esterrefatti dei presenti degli Ufficiali delle Camicie nere, seguiti da uno stuolo di militi in pieno assetto di guerra. Il Comandante del drappello stette sull’uscio e con gesto impe-
53 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, R. Prefettura di Spalato, Foglio n. 010083 di prot., cit.. Il vescovo di Sebenico, in un’accorata lettera di proteste rivolta ad Armellini, avrebbe lamentato come «tutto il mobilio e vettovaglia (anche la farina – la famiglia aveva forno e bottega) [fosse] stata asportata e ancor ieri [12 giugno] si demolivano i pavimenti sotto la sorveglianza di soldati (milizia – berretta nera)». Gettando tinte ancor più fosche sull’intera vicenda, continuava il prelato, durante la perquisizione «nel vicinato sentivano soltanto i loro gridi e lamenti», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, lettera del vescovo di Spalato Quirino Bonifacic a Quirino Armellini, Spalato, 13 giugno 1942. 54 Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. II, La nuova italia, Scandicci 1996, pp. 259-260. L’autore quantifica in 425 gli ebrei «residenti da lungo tempo a Spalato». 55 A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, La situazione in Dalmazia, Roma, 2 agosto 1941. 56 Ibidem, Comando Geneale M.V.S.N.. Servizio politico, Situazione generale, politica ed economica di Spalato alla data 30/11/41–XX, Roma 1 dicembre 1941. 57 Luciano Monzali, Antonio Tacconi e la comunità italiana di Spalato, cit., p. 374. 58 Nella sua lunga ricostruzione del 17 giugno, Armellini individuava «una ventina di militi, al comando di un ufficiale», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio di prot. N. 59/RP, cit.. Le altre fonti citate parlano invece di diverse decine tra legionari e fascisti spalatini.
83
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
rioso, levata la mano, ordino: “Fuori tutti!”. I fedeli lentamente si levarono e si avviarono all’uscita. Giunti alla porta i due ufficiali che si erano posti ai lati di questa levarono le mani e percossero prima l’uno e poi l’altro il primo che si presentò e cosi di seguito con tutti quelli che si presentavano. Dietro gli ufficiali si trovavano i militi in doppia fila […]. Erano 50 fino a 60 militi e tutti, l’uno da un lato l’altro dall’altro colpivano i poveri innocenti disarmati che passavano fra di loro, al viso, alla schiena colle mani e coi calci dei fucili. Chi tutto insanguinato e contuso resisteva od affrettava il passo per sfuggire al più presto al tormento di quella via dolorosa, chi più debole, cadeva e veniva calpestato e tempestato di colpi col calcio del fucile, incalzato dai seguenti, che accecati dal dolore e dal sangue che colava loro per le guance, seguivano incespicando sui caduti59. Sgomberata la sinagoga, i «forsennati» vi procedevano ad una sistematica demolizione e saccheggio di locali e arredi, gettati dalle finestre: il materiale sacro preso da questa gentaglia fu portato nella vicina piazza dei Signori e ciò diede luogo ad una processione burlesca, tra lazzi e balli, invettive e grida lubriche: ad un orribile e sacrilega festa intorno alle reliquie che il culto ebraico venera da secoli60. Nella totale acquiescenza delle forze di pubblica sicurezza e dei militari presenti61, militi del “Toscano” e fascisti spalatini concludevano il macabro rituale appiccando il fuoco alle suppellettili e agli oggetti sacri (molti dei quali di pregevole valore storico); quasi contemporaneamente altri gruppi di fascisti assaltavano alcuni vicini negozi di proprietari ebrei, che venivano a loro volta devastati e saccheggiati62.
59 Relazione riservata sui fatti di Spalato del 12 giugno 1942, riportata in Settimio Sorano, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941). Contributo alla storia della Delasem, Carucci, Roma 1983, pp. 227-228. 60 Luciano Morpurgo, Caccia all’uomo! Vita sofferenze e beffe. Pagine di diario 1938-1944, Dalmatia, Roma 1946, p. 77. Cfr. anche Relazione riservata sui fatti di Spalato del 12 giugno 1942, cit., pp. 228-229. 61 Incitati dai legionari, alcuni militari presenti si unirono anzi alle manifestazioni violente (venendo poi successivamente puniti). Parallelamente gli squadristi si opponevano «anche minacciando, agli ufficiali dell’Esercito che cercavano di indurli a più miti consigli», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 63, Foglio n. 5693/pers. di prot., Incidenti a Spalato, P.M. 118, 30 giugno 1942. 62 Relazione riservata sui fatti di Spalato del 12 giugno 1942, cit., pp. 229-230. Ricorda inoltre Morpurgo: «con i libri asportati da essa [una libreria ebraica] alimentavano il fuoco, mentre altri,
84
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Conclusosi il pogrom, le parole del presidente della comunità ebraica spalatina Vittorio Morpurgo sancivano la gravità, non solo materiale, della violenza antisemita: nell’immane disastro tutto è scomparso: tempio, sacri arredi, bibbie, banchi e lampadari, uffici, archivi e biblioteca, registri di stato civile e corrispondenza. Molti sono i feriti, alcuni gravemente. […] Di tutto il patrimonio religioso, storico, artistico e sentimentale di questa Comunità secolare, non esiste più nulla, salvo il ricordo63. La lunga serie di incidenti imputati ai legionari toscani, aggravata da analoghi episodi avvenuti nello zaratino ad opera dei militi del “Vespri” (colpevoli di aver «ucciso – sembra senza alcuna ragione – uno o due uomini»64), spingeva un furente Armellini ad informare il proprio diretto superiore Roatta: «qua e là – ovunque vi sono squadristi – avvengono soprusi, violenze etc.», tali da produrre «vivo allarme nella popolazione» e dar luogo a «sfavorevoli commenti» anche tra l’elemento italiano65. Constatando «la tolleranza, anzi – tale è almeno l’impressione generale – […] la tacita adesione delle Autorità Politiche» durante gli incresciosi incidenti di Spalato66, il comandante del XVIII° C. d’A. si recava a colloquio
tenendosi per mano a catena, ballavano attorno al falò, come si usa nelle regioni più barbare della terra d’Africa, cantando le loro sconce canzoni e lanciando contumelie, offese e minacce agli Ebrei di Spalato», in Luciano Morpurgo, Caccia all’uomo!, cit., p. 78.
63 Luciano Morpurgo, Caccia all’uomo!, cit., pp. 78-79. Relativamente ai feriti, «nelle varie private abitazioni giacciono le vittime. Si sa che a diversi furono spezzati dal colpi col calcio del fucile 6 o 7 denti, altri hanno ferite aperte, ammaccature, contusioni e lesioni interne e per diversi anche “quo ad vitam” la prognosi […] è riservata», in Relazione riservata sui fatti di Spalato del 12 giugno 1942, cit., p. 228. 64 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Comando XVIII° Corpo d’Armata, Foglio n. 59/RP di prot., cit.. Non è chiaro a cosa si riferisca il comandante del XVIII° C. d’A.; trattasi probabilmente di episodi verificatisi durante il soggiorno del battaglione nei pressi della capitale dalmata, durante i primi giorni di giugno.
65 Ivi. Citando ancora Morpurgo: «i vecchi spalatini osservavano esterrefatti [le violenze contro la comunità ebraica]. Una cosa simile non si ricordava da nessuno dei più anziani: la piccola Comunità di Spalato era sempre vissuta nel migliore accordo con i conterranei d’altra fede», in Luciano Morpurgo, Caccia all’uomo!, cit., p. 77. 66 Le indagini non chiarirono comunque le esatte motivazioni alla base dell’attacco alla comunità ebraica: oltre ad una generica «eccitazione» dei fascisti conseguente ai recenti eventi cittadini, si indicavano le «continue manifestazioni di antitalianità dei comunisti locali che a torto o a ragione si ritenevano essere sostenuti dagli ebrei», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 63, Foglio n. 5693/pers. di prot., cit.. Piuttosto «chiare», benché mai confermate, apparivano comunque «le responsabilità dei vertici del fascismo spalatino» in Luciano Monzali, Antonio
85
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
col Governatore, contestando quanto «questi sistemi [fossero] dannosi; che anche a questi sistemi si deve la rivolta; che dobbiamo aspettarci, dopo ogni nuova esplosione inconsulta, il manifestarsi di nuovi focolai di ribellione»; l’evasiva risposta di Bastianini, che pur assicurando «di aver dato ordini perché queste manifestazioni cessino», aggiungeva che «esse, se sono dannose per il 60%, sono utili per il 40%», scatenava la (ormai ricorrente) dura reazione di Armellini, bocciatura in toto della strategia politico-operativa dei vertici civili in Dalmazia: siamo quindi di fronte ad una mentalità “squadrista” [quella del Governatore] ancora viva in chi crede che qui si possano applicare i sacrosanti sistemi che hanno salvato l’Italia; senza tener conto che questa situazione non si può paragonare in alcun modo a quella di quel tempo e di quegli ambienti; senza sapere prevedere le conseguenze alle quali si può giungere. La creazione del Governo e delle Prefetture, i sistemi di governo instaurati sono tra le cause della ribellione che qui è accesa e che potrebbe divampare. Credo mio dovere rappresentare la necessità che, bando alla retorica, si riconosca la situazione vera, si riconoscano gli errori e si cambi sistema67. Nonostante i richiami, il contegno dei legionari toscani di stanza a Spalato continuò ad essere fuori controllo: pochi giorni più tardi, nella serata del 21 giugno, si scatenava un grave alterco tra un gruppo di militi ed un sottotenente della divisione “Perugia”, salvato solo dal pronto intervento di alcuni carabinieri nei paraggi68. Era la goccia che faceva traboccare il vaso: trasferita la compagnia incriTacconi e la comunità italiana di Spalato, cit., p. 375. 67 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio n. 59/RP di prot., cit.. «In tutto ciò vi è la superiorità veramente deplorevole del dominatore», avrebbe annotato sul proprio diario Egidio Ortona il 13 giugno, in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1370. 68 Illuminante per comprendere lo spirito che animava le cc.nn. del battaglione squadristi “Toscano”, la ricostruzione dell’incidente fatta dal locale comando dei CC.RR.: il giovane ufficiale della “Perugia”, richiamato dagli schiamazzi di alcuni squadristi riunitisi in piazza Piazza dei Signori, si rivolgeva al capo squadra chiedendo lumi sul comportamento tenuto dai militi. Questi, «con fare spavaldo […], rispose che era meglio per lui, cioè per l’ufficiale di andarsene via, chè loro, cioè i militi squadristi, erano venuti a Spalato solamente per rompere teste». Circondato minacciosamente l’ufficiale, le camicie nere venivano riportate all’ordine dall’intervento di alcuni carabinieri sopraggiunti nel frattempo. Il sottotenente, allontanatosi, veniva poi raggiunto da due fascisti locali che riprendevano l’ufficiale per il comportamento tenuto con gli squadristi, in ACS, Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio n. 123/16/Ris. di prot., Incidente toccato ad un ufficiale ad opera di militi squadristi, Spalato, 24 giugno 1942.
86
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
minata, ulteriori (non meglio specificati) incidenti provocati dal nucleo di squadristi giunto in sostituzione consigliavano lo stesso prefetto di rinunciare all’opera delle cc.nn. per le mansioni di ordine pubblico nel capoluogo spalatino69.
«Se tu vedessi mamma che macello abbiamo fatto»70 Mentre i reparti dell’Esercito e i due battaglioni “M” continuavano lungo il confine con l’N.D.H. l’opera di rastrellamento e «penetrazione» tra la popolazione locale71, la conclusione delle operazioni del 15-16 giugno vedeva nuovamente il gruppo battaglioni squadristi posto a difesa del litorale e dell’immediato entroterra dalmato: pressoché confermata la dislocazione del “Toscano” nella zona dei “Castelli”, il battaglione “Vespri” vedeva ora le proprie compagnie schierate a presidio dell’area appena rastrellata, mentre il “Milano” era di lì a poco trasferito a Zaravecchia (Biograd na Moru)72. Raggiungeva nel frattempo la Dalmazia anche il CXII° battaglione squadristi “Tevere”, costituito dal centro di mobilitazione della 112ª legione romana il 15 maggio 1942 con volontari laziali, marchigiani ed umbri, riuniti in 3 compagnie più un comando affidato al primo seniore Fernando Vallarino73: intitolata alla memoria del (da poco scomparso) prefetto romano Vezio 69 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 63, Telescritto n. 66/Rp di prot., Da XVIII° Corpo d’Armata a Supersloda, s.l., s.d. [ma con ogni probabilità 8 luglio 1942]. 70 Lettera di «un combattente al fronte per la madre a Firenze» del 20 giugno 1942, citata in Enzo Collotti (a cura di), Razza e fascismo. Vol. 2. Documenti, Carocci, Roma 1999, p. 168. Non è stato possibile appurare a quale «spedizione» si riferisca l’autore, milite del battaglione squadristi “Toscano”. 71 AUSSME, fondo N1-11, b. 628, D.S. Comando Supersloda, Telescritto n. 176/Op./T, Da comando tattico XVIII° Corpo d’Armata a Supersloda, P.M. 118, 21 giugno 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 342-343. Talpo stima in «alcune decine» il numero dei fucilati durante queste operazioni di rastrellamento, in Ibidem, p. 252. 72 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio di prot. N. 106 G.M., Dislocazione reparti CC.NN., Zara 16 giugno 1942. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 772, D.S. Comando XVIII° Corpo d’Armata, Situazione descrittiva delle unità ed enti dipendenti al giorno 1° luglio 1942 – XX, 1 luglio 1942. Il “Vespri”, impiantato il 20 giugno il comando a Vodice, scaglionava le proprie compagnie tra la località omonima, Pirovazzo (Pirovac) e Gacelesi (Gaćelezi). Il “Milano”, concentrato a Zaravecchia, distaccava un plotone a Timeto (Smilčić) e uno a Possedaria (Posedarje). 73 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, M.V.S.N. Comando Generale. Reparto Ordinamento e Mobilitazione, Foglio n. 6751/OM/RSM di prot., Oggetto: Costituzione e mobilitazione del Btg. cc.nn. Squadristi “Tevere” (112°), Roma, 7 maggio 1942. La numerazione del reparto rispettava in questo caso quella della legione centro di mobilitazione, il cui battaglione cc.nn. era stato
87
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Orazi, l’unità lasciava Roma il 15 giugno, giungendo a Zara due giorni più tardi74. Da qui raggiungeva la propria zona di impiego, schierandosi nell’entroterra zaratino tra i battaglioni “Milano” e “Vespri” (il comando di battaglione venne impiantato nell’abitato di Morpolača)75. Il nuovo schieramento, con l’accentramento in presidi più robusti (seppur, alla prova dei fatti, ancora insufficienti) e relativamente più mobili, inaugurava un nuovo sistema di controllo del territorio capace, nelle intenzioni del Governatore, di coniugare le azioni repressive contro gli insorti con l’opera di «penetrazione», normalizzazione e censimento delle popolazioni locali, già duramente provate dalle lunghe settimane di scontri nell’area76: se effettivamente la parte più interna della provincia ritrovava con la fine di giugno una relativa tranquillità, il litorale tra Zaravecchia e Vodice continuò ad essere molestato dalla presenza di (più o meno) piccole e sfuggenti squadre partigiane, comunque capaci in più occasioni di impensierire seriamente gli occupanti77. A partire poi dalla fine di giugno, scadenza ultima del bando emanato da Bastianini il 7 giugno78, l’“ordinaria” attività operativa dei reparti si disciolto in Grecia l’anno precedente. Una breve biografia del comandante è riportata in appendice. 74 Il Btg. “Tevere” degli squadristi romani partito per la zona d’impiego tra fervide manifestazioni di popolo, in «Milizia Fascista», anno XVIII – n. 34, 21 giugno 1942. Cfr. anche Archivio di Stato di Chieti, Distretto Militare de L’Aquila, ruolo matricolare di Rossetti Enrico di Giovanni, classe 1916. Si noti la relativamente giovane età del milite, reduce dal fronte etiopico e quindi qualificato, in assenza di altri meriti, per l’arruolamento nei reparti squadristi. 75 Assieme al comando si installava a Morpolača una delle compagnie, mentre le altre avevano sede rispettivamente a Ponti di Breberio e Radussino (Radošinovci), meno un plotone dislocato a Lisano (Lišane Ostrovičke), in AUSSME, fondo N1-11, b. 772, D.S. Comando XVIII° Corpo d’Armata, Situazione descrittiva delle unità ed enti dipendenti al giorno 1° luglio 1942, cit. 76 AUSSME, fondo N1-11, b. 628, Comando Supersloda, Foglio n. 05274 di prot., Azione politica verso le popolazioni e i ribelli, Zara, 12 luglio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 346-350. Secondo le (ottimistiche) aspettative di Bastianini, le «Compagnie [dei battaglioni squadristi] poste alla distanza massima di otto o nove chilometri l’una dall’altra, dalla costa fino alle spalle dei Reparti del Regio Esercito, hanno formato una catena entro le cui maglie incappano anche gl’individui isolati e che si stringe immediatamente intorno alle località dove si produce uno scontro», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 74, Appunto per il DUCE, Roma, 10 luglio 1942 (con allegata relazione di Giuseppe Bastianini, Zara, 9 luglio 1942). 77 AUSSME, fondo N1-11, b. 628, Comando Supersloda, Telescritto n. 176/Op./T., cit.. Si rimanda inoltre al D.S. delle “Truppe Zara” (giugno-luglio 1942), in particolare alla conclusiva «Relazione sull’attività svolta nella zona operativa», in AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Relazione sull’attività svolta nella zona operativa, P.M. 141, 31 luglio 1942.
78 Visto il relativo successo (con la presentazione di una trentina di ribelli), la scadenza del bando governatoriale venne posposta, dietro suggerimento di Armellini, dal 22 al 28 giugno, in AUSSME, fondo N1-11, b. 628, Comando Supersloda, Telescritto n. 176/Op./T., cit.. In realtà, se in alcune zone
88
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
intrecciò con i frequenti «rastrellamenti per fermo e successivo internamento» dei familiari dei latitanti, trasferiti a migliaia soprattutto nel vicino – e presto famigerato – campo di concentramento di Melada (Molat), approntato sull’omonima isola a nord-ovest di Zara79: si andava infatti delineando, nel rapporto con le popolazioni civili, una vera e propria dicotomia di trattamento (del tutto arbitraria) tra i «succubi» che aiutavano i partigiani per paura di «scontare con la vita qualunque tentativo di resistenza» e i «famigliari dei ribelli tutti sicuramente rifornitori, informatori e agenti del nemico»80. Date queste premesse, decisamente intensa risultò l’attività del gruppo battaglioni squadristi nelle settimane successive, qui ripercorsa – per ovvie ragioni di spazio – per sommi capi. Come già accennato, fu soprattutto nel circondario di Vodice, tutt’altro che pacificato, che si concentrò l’attività dei reparti81: già nel pomeriggio del 18 giugno un’autovettura civile, guidata da un milite del “Vespri”, cadeva in un’imboscata poco fuori Pirovazzo e gli occupanti, mortalmente feriti tranne uno (fintosi morto), venivano cosparsi di benzina e bruciati82. Nell’immediato rastrellamento si registrò effettivamente un sensibile riflusso di latitanti, a livello più generale i risultati dell’amnistia furono comunque scarsi, in Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., pp. 60-61. 79 Bastianini informava il duce che «col giorno 1° del corrente mese [luglio 1942] ha iniziato il suo funzionamento il campo di concentramento di Melàda per i famigliari dei ribelli», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 74, Appunto per il DUCE, 10 luglio 1942, cit.. Sul campo di Melada, tomba per circa 1000 internati, cfr. Roberto Spazzali, Il campo di concentramento dell’isola di Melada (Molat) (1941-1943), in «La Rivista dalmatica», vol. LXVII (1996), n. 3, pp. 210-223 e Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004, pp. 271-273. 80 Se verso i primi Bastianini arrivava a raccomandare moderazione, evitando «ogni azione contro le abitazioni e i beni delle persone e […] esecuzioni sommarie», contro i secondi sponsorizzava l’internamento in «un campo di concentramento [Melada] lontano dalle località dove si svolge l’azione antipartigiana», in AUSSME, fondo N1-11, b. 628, Comando Supersloda, Foglio n. 05274 di prot., cit. 81 Il legionario Bossini del “Vespri” attribuiva la pericolosità di questo «vespaio» alla «maggior produttività e reddito […] della zona, bonificata, intensamente coltivata. […] Qui pertanto il banditismo poteva più facilmente foraggiarsi e mimetizzarsi», in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 19. 82 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 18588, da Agnesina a Ministero Interno Gabinetto et Sicurezza, Zara, 19 giugno 1942. Leggermente diversa (e forse funzionale alla propria narrazione) la versione fornita da Bossini: secondo l’autore infatti, «lo squadrista Cusmà [Piccione Carmelo], ferito, viene arso vivo sulla macchina nella quale si trovava». Sottolineando la particolare violenza riservata dai partigiani nei confronti delle camicie nere catturate, il gesto dimostrava «un’altra volta l’odio feroce del comunismo selvaggio e distruttore contro il fascismo», identificato nello sventurato milite, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 18.
89
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
successivo all’attacco, condotto da due compagnie dello stesso battaglione squadristi, venivano incendiate per rappresaglie alcune case, pur mancando il contatto con il nemico83. Il violento agguato non rimaneva però a lungo impunito: un oste originario di Trebocconi, fermato il 20 giugno ed «indiziato di favoreggiamento ai ribelli», veniva infatti condotto – dietro ordine del comandante del “Vespri” – nella vicina Vodice; nel centro costiero, notoriamente polo di reclutamento partigiano e da poche ore nuova sede del reparto, l’uomo veniva fucilato pubblicamente il giorno successivo, probabilmente per lanciare un forte monito alla popolazione84. Gli scontri che impegnarono il “Vespri” nella zona tra Trebocconi e Grabovci tra il 24 e 25 giugno85, precedettero la lunga serie di rastrellamenti condotti in ampie porzioni della provincia di Zara dalle forze dipendenti dal Governatorato con il supporto del R.E.: una violenta «azione di disinfezione» – concentratasi soprattutto nei primi giorni di luglio – da condursi parallelamente al previsto arresto e deportazione dei familiari dei latitanti, nel tentativo di «impedire il rifornimento, il collegamento e il trasferimento rapido dei partigiani che è la loro specifica caratteristica»86. Già il 30 giugno, ad opera di militi del battaglione squadristi “Tevere”, venivano così uccisi in due distinti episodi 9 «sospetti» favoreggiatori di partigiani: il primo durante un rastrellamento nei dintorni di Scardona (Skradin), colpito in quanto «all’intimazione del fermo» cercava di sottrarsi alla cattura87; i restanti 8, fermati nella poco distante Lisane e tradotti nel presidio di Breberio, venivano invece giustiziati dalle camicie
83 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Telegramma n. 18723, da Comandante Int. Gruppo Zara Cap. CC.RR. Mizzau a Ministero Interno, Zara, 19 giugno 1942. I rastrellamenti nella zona continuarono anche il giorno successivo, con l’appoggio di reparti del R.E. e dei CC.RR., senza però rilevare nulla di anormale, in AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, 18-19 giugno 1942.
84 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Foglio n. 0011166 di prot., Oggetto: Attività di bande armate nella provincia di Zara, Zara, 22 giugno 1942. Cfr. anche Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945, Zbornik dokumenata, cit., knjiga 2, pp. 757, 759. 85 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Fonogramma n. 3559/OP, 25 giugno 1942. Cfr. anche Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 20.
86 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 74, Appunto per il DUCE, 10 luglio 1942, cit.. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 19583, da Bastianini a Presidenza Consigli Ministri.
87 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Foglio n. 0011363 di prot., Oggetto: Attività di bande armate nella provincia di Zara, Zara, 3 luglio 1942.
90
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
nere durante un non meglio chiarito tentativo di fuga88. Due giorni più tardi, mentre un centinaio di camicie nere del “Milano”, di concorso con carabinieri e finanzieri, iniziavano il rastrellamento dei congiunti di latitanti di Zaravecchia89, una compagnia del “Vespri” impegnata nello stesso compito si scontrava nella mattinata con una consistente unità ribelle presso Ledine (tra Gaćelezi e Vodice), riportando ben 7 vittime e 17 feriti90. Ancora il 4 luglio, un plotone della compagnia del “Vespri” stanziata a Pirovazzo compiva un’incursione nell’antistante isola di Morter (Murter): perquisite le abitazioni dei latitanti, ne venivano asportati viveri e bestiame, mentre due persone venivano uccise. Palesando forse la volontà di rivalsa nei confronti del recente agguato subito dai commilitoni, altri 3 contadini del piccolo centro isolano di Betina, «siccome congiunti e favoreggiatori dei ribelli» venivano fucilati nelle adiacenze del cimitero della vicina Stretto (Tisno)91. Anche nell’entroterra zaratino si sviluppava parallelamente l’opposta violenza partigiana ed italiana: allertati da un collaborazionista locale, miracolosamente scampato all’esecuzione da parte dei ribelli92, il 4 luglio elementi della compagnia del “Tevere” di stanza a Radussino uscivano per recuperare le salme degli altri volontari anticomunisti che si ritenevano invece uccisi; sorprese da una consistente unità partigiana, le camicie nere riportavano nello
88 Ibidem, Foglio n. 0011463 di prot., Oggetto: Attività di bande armate nella provincia di Zara, Zara, 3 luglio 1942.
89 Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945, Zbornik dokumenata, cit., knjiga 2, pp. 782-783. 90 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, 2-3 luglio 1942. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 20068, da Stracca a Ministero Interni. Lo scontro, della durata di 2-3 ore e condotto contro ribelli forniti di armi pesanti, palesava l’inadeguatezza dell’armamento del battaglione (composto dalle sole armi individuali, fucili mitragliatori e mortai d’assalto), in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., pp. 20-22, 25. Decisamente critica anche l’annotazione di Egidio Ortona, che riferiva di «azioni condotte molto disorganicamente da inesperti. Fino a quando i nostri uomini sapranno cibarsi solo di retorica avremo la peggio», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1381. 91 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Foglio n. 0011508 di prot., Oggetto: Attività di bande armate nella provincia di Zara, Zara, 9 luglio 1942. Cfr. anche Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945, Zbornik dokumenata, cit., knjiga 2, p. 794. 92 Questi, assieme ad altri due «elementi […] che avevano fatto parte di squadre di volontari nella lotta anticomunista», era stato prelevato da una banda partigiana nella frazione di Velina (Velim), presso Stancovazzo. Condotti nel bosco, erano stati interrogati: «non soddisfatti delle risposte i ribelli pugnalavano e gettavano in un burrone i tre volontari». Benché ferito, uno di questi riusciva a tornare verso la strada, venendo poi raccolto da una pattuglia di cc.nn., in A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, informativa s.t., s.l., 24 luglio 1942.
91
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
scontro 7 feriti (mentre 8 partigiani venivano uccisi). Rientrate nel presidio, la battuta veniva ripresa il giorno successivo, con l’appoggio di due compagnie del battaglione “Rismondo” giunte in supporto: preceduto da una mitragliamento aereo, il rastrellamento, spintosi fino al lago di Aurana, portava alla cattura di 8 individui «confessi comunisti», subito passati per le armi93. Lungo il litorale anche il VII° battaglione squadristi, il 20 luglio, incontrava resistenza durante un rastrellamento in località Punta Ostia (forse italianizzazione di Pakoštane), e nello scontro sviluppatosi col nucleo ribelle cadeva un partigiano94. Era però soprattutto la zona attorno Vodice a presentare la situazione più instabile e pericolosa per gli occupanti, con il presidio del “Vespri” di Gacelesi cinto «in una vera posizione d’assedio» per circa due settimane95; la continua minaccia ribelle ed il riuscito abbordaggio di un traghetto civile transitante il 18 luglio sul Krka nei dintorni di Zaton96, spinsero quindi il comando delle “Truppe Zara” ad imbastire un vasto rastrellamento della zona adiacente Dazlina, individuata quale centro di irradiamento degli elementi ribelli97. Al comando del colonnello Giovanni Cardona venivano quindi posti due battaglioni dell’Esercito e il battaglione squadristi “Tevere”, mentre il “Vespri” e una banda anticomunista avrebbero agito di concorso evitando l’eventuale deflusso di elementi nemici sfuggiti all’accerchiamento: ben chiaro l’obiettivo dell’operazione, «liberare la zona da detti elementi [ribelli] accerchiandoli per distruggerli»98. L’azione scattava all’alba del 24 luglio, seguendo un andamento concentrico dalle basi di partenza di Trebocconi (battaglione bersaglieri “Zara”), 93 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, fonogramma n. 3894/OP, 6 luglio 1942. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Foglio n. 0011508 di prot., Oggetto: Attività dei ribelli in provincia di Zara, Zara, 9 luglio 1942. Solo un uomo sarebbe risultato effettivamente armato di pistola. 94 Ibidem, D.S. Comando “Truppe Zara”, 21 luglio 1942. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n° 21657, da Bastianini a Presidenza Consiglio Ministri, Zara, 21 luglio 1942. 95 Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 22. 96 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 579-580. 97 Già all’indomani dell’aggressione alla moto-maona, costata la vita a numerosi civili e un carabiniere, era stata condotta da parte delle “Truppe Zara” un infruttuosa battuta del circondario di Dazlina, in AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, 20-22 luglio 1942. La segnalazione della suddetta località quale «epicentro del comunismo per la zona costiera» veniva attribuita al fascio di combattimento di Vodice, in Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, Vojnoistorijski Institut, Beograd 1954, tom V, knjiga 5, p. 655. 98 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Foglio n. 4282/OP di prot., Oggetto: Operazioni di rastrellamento zona Dazlina, P.M. 141, 23 luglio 1942.
92
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Mala Čista (III° battaglione del 26° reggimento fanteria) e Stancovazzo (battaglione squadristi “Tevere”) verso i rilievi attorno Putičanje, Dazlina e Grabovci (quote di Sopalj, Gradina e Malinica)99; il cospicuo nucleo ribelle veniva questa volta sorpreso nei propri baraccamenti e pressoché annientato, benché diversi elementi riuscissero a sfuggire all’accerchiamento per la lentezza nel movimento del “Tevere”, mossosi in ritardo e attardatosi durante la marcia100. Ne risultava comunque un bagno di sangue, con almeno 83 morti da parte nemica (tra cui 16 donne e 5 bambini, «al seguito della banda per i rifornimenti») e un imprecisato numero di feriti, mentre le truppe italiane lasciavano sul terreno 13 morti e numerosi feriti. La pur puntuale documentazione reperita non permette di discernere tra gli uccisi in combattimento ed eventuali (pur probabilissimi) passati per le armi: da segnalare comunque come, a fronte di combattimenti anche piuttosto duri, venissero recuperati solo «alcuni moschetti»101, mentre il solo battaglione squadristi, pur relativamente poco coinvolto negli scontri, riportava ben 27 nemici uccisi a fronte di 3 camicie nere ferite e un solo fucile recuperato102. Con la fine del mese di luglio nuovo impulso avrebbe poi registrato l’azione di fermo ed internamento dei familiari dei latitanti: mentre i reparti dell’Esercito rastrellavano metodicamente le isole zaratine103, una compagnia del “Vespri” assieme ad aliquote del battaglione “Zara” e carabinieri rastrellavano per tutta la giornata del 29 luglio il litorale tra Vodice e Trebocconi, fermando «per successivo internamento» 194 persone104. Nella
99 L’episodio è appunto solitamente ricordato come “combattimento di Monte Sopalj”, la quota maggiormente contesa dell’intera operazione. 100 Ibidem, Foglio n. 1091 di prot., Oggetto: Relazione sulle operazioni svolte il 24 luglio c.a. dai btgg.: “Zara” – III/26° - CC.NN. “Tevere”, P.M. 141, 28 luglio 1942. Piuttosto critico il giudizio del colonnello Cardona nei confronti del battaglione squadristi, il cui comportamento nell’azione veniva giudicato «quasi negativo». Quale giustificazione allo scarso rendimento, il comandante del battaglione primo seniore Vallarino adduceva la parziale mancanza di collegamento radio ma soprattutto «le menomate condizioni delle truppe per l’eccezionale sforzo fisico […], che ha avuto notevole ripercussione sull’età della truppa (dai 38 ai 45 anni)», in Ibidem, Foglio n. 839/11/R di prot., P.M. 141, 26 luglio 1942. 101 Ibidem, D.S. Comando “Truppe Zara”, 25 luglio 1942. Altre fonti, probabilmente meno precise, parlano di 120 o addirittura 156 partigiani uccisi, in Zbornik dokumenata, cit., tom V, knjiga 5, p. 655 e A.C.S., PCM, anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 22149, da Agnesina a Interni Gabinetto et Sicurezza, Zara, 25 luglio 1942. 102 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Foglio n. 839/11/R di prot., Oggetto: Relazione sull’operazione di rastrellamento zona Dazlina, P.M. 141, 26 luglio 1942. 103 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 586-588. 104 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, 29-30 luglio 1942. E’ probabilmente da collegarsi a questa operazione la comunicazione del XXII° battaglione dei CC.RR., datata
93
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
vicina Zaton, il giorno successivo, finiva invece nel sangue l’arresto di alcuni contadini «confessi detentori di armi»: durante una perquisizione domiciliare, condotta da carabinieri, elementi del “Vespri” e volontari anticomunisti, venivano infatti scoperte alcune munizioni; secondo la ricostruzione successivamente fornita dalle autorità italiane, i tre fermati – l’anziana padrona di casa, il figlio e un altro uomo – «mentre venivano condotti in un luogo da essi indicato come nascondiglio di armi, tentavano di evadere percui [sic] i militari erano costretti a fare uso delle armi». Solo il figlio della donna, pur probabilmente ferito, riusciva a dileguarsi105. Altrettanto cruenta si presentava la situazione nella zona dei “Castelli”, tra Spalato e Traù106: qui il 28 giugno una compagnia del battaglione “Toscano”, coadiuvata da carabinieri e finanzieri, impegnava durante un pattugliamento a nord est di Traù una «banda comunista […]: 14 cadaveri comunisti» rimanevano sul terreno, mentre molti partigiani venivano fatti prigionieri senza che i reparti italiani riportassero alcuna perdita107. Se luglio si apriva con l’esecuzione, da parte di un plotone del battaglione, di 3 individui condannati dal Tribunale Speciale della Dalmazia «per costituzione e partecipazione [a] banda armata»108, il 18 del mese si registrava un altro “successo” per gli squadristi toscani: durante un appostamento presso Castelvecchio veniva infatti sorpreso ed ucciso «il capo banda Antonio Savin notissimo comunista nativo Spalato»109. 29 luglio, attestante l’internamento nel campo di concentramento di Melada di «210 latitanti famigliari latitanti Vodizze et Trebocconi nonché 26 da Sebenico». Impietosa la ripartizione anagrafica dei fermati, «così suddivisi: - uomini: 35, donne: 88, bambini da uno a dieci anni: 55, ragazzi da 11 a 18 anni: 58», in Zbornik dokumenata, cit., tom V, knjiga 5, p. 673. 105 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Foglio n. 0012273 di prot., Oggetto: Attività Racunica Spiro ed altri – detenzione di armi, Zara, 6 agosto 1942. Anche in questo caso, appare poco convincente il tentativo di fuga di una contadina di 55 anni.
106 All’indomani dei tragici eventi di Spalato ed il conseguente allontanamento dal capoluogo di provincia, le 4 compagnie del battaglione squadristi “Toscano” erano scaglionate tra Traù (ancora sede del comando), Castelvecchio, Castel Vitturi e Castel Stafileo, in AUSSME, fondo N1-11, b. 772, D.S. Comando XVIII° Corpo d’Armata, Situazione descrittiva delle unità ed enti dipendenti al giorno 1° luglio 1942, cit. 107 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 19583, cit.. Cfr. anche AUSSME, Fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (IV° bimestre 1942), allegato n. 36 al D.S.. Al di là dell’esito dello scontro, venivano recuperati solo un fucile, una pistola e materiale bellico vario. 108 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 20024, da Stracca a Ministero Interno Sicurezza, Zara, 3 luglio 1942. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98, b. 186, Telegramma n. 19616, da Governatore Bastianini a Presidenza Consiglio Ministri, Zara, 29 giugno 1942. 109 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n.
94
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
La nascita del corpo volontari anticomunisti e la sostituzione di Armellini Gli incresciosi fatti di Spalato ad opera del “Toscano” avevano nel frattempo, come già accennato, gettato ulteriore benzina sui già infiammati rapporti tra i vertici militari locali ed il Governatore Bastianini, non certo facilitati dal dualismo maturato nel corso dello stesso giugno nella gestione del fenomeno ribellistico: se Roatta stigmatizzava la condotta delle operazioni attraverso «due eserciti e due teste in una stessa zona e con stessi compiti»110, Armellini tornava invece ad attaccare da un lato la precoce formazione e «fittizia» normalizzazione delle provincie annesse del litorale, dall’altro i metodi utilizzati dal Governatore nella gestione della repressione: l’invettiva colpiva in particolare proprio l’invio in Dalmazia dei battaglioni squadristi, fenomenologia ultima di un maldestro tentativo di «italianizzazione e […] fascistizzazione di questi abitanti ferocemente antitaliani e antifascisti». Ma se «lo squadrismo [aveva] salvato l’Italia», i sistemi «del manganello e dell’olio di ricino sacrosanti allora non sono più buoni ora», specialmente nell’«ambiente del 1941-42 in Dalmazia»111. La vittoriosa azione del battaglione “Toscano” nello scontro con i ribelli del 28 giugno, «prima buona notizia sostanziale» in un giugno particolarmente fosco112, rafforzava invece la dicotomica politica operativa di Bastianini, ormai orientato verso un «processo [di] chiarificazione» – o per meglio dire selezione – della stessa componente civile della popolazione, attuato per mezzo del «concentramento delle famiglie dei settecento comunisti della Dalmazia italiana arruolatisi fra i ribelli»: per far questo, precisava il Governatore, «le Camicie Nere […] inviate in Dalmazia [erano] l’elemento determinante»113.
21657, da Bastianini a Presidenza consiglio Ministri, Zara, 21 luglio 1942. Cfr. anche AUSSME, Fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (IV° bimestre 1942), allegato n. 20 al D.S. 110 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Oggetto: Questione eccellenza Bastianini-XVIII [C.d’A.], P.M. 10, 25 giugno 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 266. 111 AUSSME, fondo N1-11, b.629, Comando Supersloda, Foglio n. 2625/I di prot., Oggetto: Organizzazioni militari in Dalmazia, P.M. 118, 2 luglio 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 360-363. 112 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1380. Continuava poi l’estensore del diario: «nel Governatore affiorava la sua fede e il suo impulso di credente nelle nostre forze». 113 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 19583, cit.
95
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
In questa prospettiva può essere quindi vista la concomitante nascita, ad opera di Bastianini stesso, delle prime bande armate del “Corpo dei volontari anticomunisti della Dalmazia italiana”, formalmente costituite il 23 giugno ed inizialmente destinate alla «tutela dell’ordine pubblico specialmente nei compiti in cui, per conoscenza dell’ambiente e del terreno, meglio si prestano gli elementi locali»114. Poste inizialmente alle dipendenze del colonnello Eugenio Morra, già capo del Gabinetto Militare del Governatorato, le prime 4 squadre di volontari (tre formate da cattolici ed una da ortodossi) parteciparono ad un breve ciclo addestrativo condotto durante il mese di luglio da istruttori tratti dai battaglioni squadristi115. Pur scontrandosi con gli intoppi frapposti dalle autorità militari116, e contrariamente al loro scopo originario, già dal 24 luglio la prima banda anticomunista costituita veniva impegnata nel sanguinoso rastrellamento tra Putičanje, Dazlina e Grabovci, seppur in funzione di supporto117. Fonte di ulteriore attriti118, l’organizzazione della M.V.A.C. (Milizia Volontaria Anti Comunista) sotto l’egida del già inviso Gabinetto Militare governatoriale contribuì alla «rottura completa» tra Bastianini e il comandante del XVIII° C.d’A. 119: a metà del mese di luglio si raggiungeva il punto di non ritorno, con nuove, reciproche ed ormai sterili scambi di accuse gravitanti per lo più attorno all’annosa – ma mai risolta – questione della gestione strategicooperativa delle operazioni nella Dalmazia annessa. Erano gli ultimi scambi di un contrasto protrattosi ormai per mesi: risolutivo risultò infatti l’interessa114 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Foglio n. 242/G.M di prot., Oggetto: Costituzione del corpo volontari anticomunisti della Dalmazia italiana, Zara, 23 giugno 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 355-359. Sull’argomento cfr. anche Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 371-372 ma soprattutto Stefano Fabei, Il collaborazionismo anticomunista nella Dalmazia “italiana”, in «Nuova Storia Contemporanea»,n. 4, anno 2008, pp. 53, 57-59. 115 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 21657, cit.. Il fenomeno del collaborazionismo nella Dalmazia annessa rimase comunque piuttosto esiguo; contrariamente alle aspettative italiane, non si può altresì ritenere che «si sia verificata una profonda polarizzazione della società croata pro o contro il movimento di liberazione, destinata a sfociare in una guerra civile come in Croazia e in buona parte della Jugoslavia. La lotta contro l’Italia permetteva infatti di coagulare attorno ai comunisti buona parte della società», in Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., p. 63. 116 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 265. Cfr. anche Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1382. 117 AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Foglio n. 4282/OP di prot., cit. 118 Per il loro buon funzionamento, le bande anticomuniste dovevano essere inquadrate da ufficiali e sottufficiali italiani, nonché equipaggiate con materiale proveniente dai magazzini militari (spesso di preda bellica), entrambi ceduti con reticenza dai comandi militari, in Stefano Fabei, Il collaborazionismo anticomunista nella Dalmazia “italiana”, cit., pp. 54-56. 119 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1382.
96
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
mento di Mussolini da parte del Governatore il 18 luglio, seguito meno di una settimana dopo dal definito allontanamento di Armellini120. Mentre il generale Umberto Spigo assumeva il comando del XVIII° C.d’A., ulteriori riunioni di vertice avrebbero definitivamente chiarito l’unitarietà del comando militare in Dalmazia, ponendo – sorta di moneta di scambio nella trattativa – gli stessi battaglioni squadristi alle dipendenze operative della nascente divisione “Zara”.
«Una pace apparente»121: squadristi emiliani sul Carso Parallelamente al “Toscano”, il 14 gennaio 1942 vedeva la luce il II° (83°) battaglione cc.nn. squadristi “Emiliano”, mobilitato tra le fila dell’81ª legione di Ravenna e formato con volontari affluiti dalle provincie emiliane e romagnole122. Al comando del forlivese seniore Ercole Santucci123, l’unità perfezionava nei tre mesi successivi il proprio organico e l’addestramento, ricevendo nel mentre, tra gli altri, la visita del principe Umberto di Savoia124. Lasciata la città romagnola il 16 aprile, il reparto raggiungeva Cossana 120 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Oggetto: Questione eccellenza Bastianini-XVIII [C.d’A.], cit. Puntuale ricostruzione degli avvenimenti in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 268-277. Cfr. anche Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., pp. 1382-1384 e Giacomo Zanussi, Guerra e catastrofe d’Italia. Giugno 1940–Giugno 1943, Corso, Roma 1945, pp. 246-248. 121 Ten. Arrigo Poggiali, Eroismo italiano nelle terre occupate, in «Santa Milizia», a. XXI, n. 21, 23 maggio 1942. 122 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E. Ufficio mobilitazione. Sezione 3^, Foglio n. 131790/3 di prot., cit.. Cfr. anche Il rito guerriero alla Caserma “I. Balbo” per la consegna delle ricompense al V.M. e della Fiamma al II Btg, Squadristi emiliani, in «Santa Milizia», anno XXI, n. 6, 7 febbraio 1942-XX. Seguendo il consueto reclutamento (più o meno) locale proprio dei reparti della Milizia, «la prima compagnia, [era] formata dagli squadristi bolognesi, la seconda dai modenesi, la terza dai ferraresi, la quarta dai reggiani, piacentini e parmensi, il plotone comando formato da romagnoli», in G.A.F., Storia e gloria de “L’Emiliano”, in «Gazzetta dell’Emilia», 11-12 giugno 1943-XXI. L’autore dell’articolo è con ogni probabilità il c.m. Guido Angelo Facchini, ufficiale del battaglione stesso e firma di altri articoli sul reparto. Facchini, classe 1904 ed originario di Ferrara, risultava iscritto al P.N.F. dal 21 aprile 1921; brevettato squadrista e partecipante alla marcia su Roma, avrebbe negli anni ricoperto svariati incarichi nelle organizzazioni fasciste, arrivando ad assumere, tra il 1935 ed il 1937, la segreteria della federazione fascista di Ferrara. Amico personale della famiglia Balbo, fu inoltre collaboratore del Corriere Padano, di cui divenne direttore amministrativo. Seppur iscritto alla Milizia dal 1923, al momento della mobilitazione con l’“Emiliano” non aveva alcuna diretta esperienza bellica, in A.C.S., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. personali, b. 471 (Facchini dr. Guido Angelo di Aldo), R. Questura di Ferrara, Foglio n. 014874 di prot., Oggetto: FACCHINI Guido Angelo di Aldo e di Paparella Eugenia, nato a Ferrara il 24/9/1904, Ferrara, 27 dicembre 1939. Si ringrazia inoltre la famiglia Facchini per le preziose note biografiche fornite. 123 Una sintetica biografia è riportata in appendice. 124 Umberto di Savoia visita la Scuola Allievi Ufficiali ed il Battaglione Squadristi Emiliano, in
97
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
(Košana), piccolo centro della provincia di Trieste situato al confine con la (ora notevolmente ingrandita) provincia di Fiume125. L’arrivo dell’“Emiliano” nella regione carsica coincideva con l’acuirsi di una lenta, ma inarrestabile, ondata di lotta partigiana filtrata soprattutto dalla vicina provincia di Lubiana e ormai in grado di valicare gli argini del vecchio confine nazionale: già durante l’estate dell’anno precedente, emissari del neonato “Fronte di Liberazione” sloveno – Osvobolidna Front (O.F.), fondato a Lubiana il 26 aprile 1941 – giungevano infatti in Istria e Venezia Giulia, riuscendo ben presto a fare proseliti soprattutto nei comuni di recente annessione (Castua – Podhum) o storicamente ostili all’Italia (soprattutto il circondario di Villa del Nevoso)126. Dalle prime, non violente, manifestazioni di propaganda antitaliana, breve fu il passo verso l’attuazione di forme di resistenza armata, organizzate già sul finire del 1941 soprattutto grazie a fuoriusciti slavi provenienti dalla Slovenia, riunitisi in piccoli e mobili gruppi ben presto rinforzati da elementi locali, molti dei quali renitenti alla leva127. Con il nuovo anno l’azione partigiana acquistò intensità e continuità, ottenendo risultati di una certa consistenza128: imboscate seppur di lieve entità e piccoli colpi di mano furono infatti capaci di mettere in allarme le forze di sicurezza italiane, che risposero con il rafforzamento degli approntamenti militari difensivi e l’istituzione di reparti mobili di polizia129. Centri nevralgici per la repressione, «Santa Milizia», anno XXI, n. 16 – 18 aprile 1942. 125 L’entusiastico saluto di Ravenna al II Btg. Squadristi Emiliano partito per la zona d’operazioni, in Ivi. 126 Relativamente ai primi sviluppi del movimento resistenziale in provincia di Fiume rimandiamo in particolare a Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, 1941-1942, in «Contemporanea», n. 3, luglio 2013, pp. 387-407. Secondo l’autore la struttura di potere impiantata nei centri di recente annessione «fu percepita dalle popolazione locali come un corpo estraneo ed invasivo; un malcontento non antitaliano ma antioccupante, che di lì a poco sarebbe stato cavalcato dal Partito comunista jugoslavo e incanalato nella lotta di liberazione popolare». 127 Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, 1918-1943, cit., pp. 395-397, 411-412. Cfr. anche Amleto Ballerini, Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), Ministero per i beni e le attività culturali, Roma 2002, pp. 48-49 e Giacomo Scotti, “Bono Taliano”. Militari italiani in Jugoslavia dal 1941 al 1943: da occupatori a “disertori”, Odradek, Roma 2012, pp. 119-120. 128 Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 412-413. Sulla nascita delle prime compagnie partigiane giuliane cfr. in particolare Giacomo Scotti, “Bono Taliano”, cit., p. 119-127. 129 Gian Carlo Bertuzzi, «Quasi un fronte di guerra». Le operazioni antiguerriglia dalla Venezia Giulia alle provincie di Gorizia e di Udine 1942-1943, in Bruna Micheletti, Pier Paolo Poggio (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992, pp. 310-311. Cfr. anche Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 390-394.
98
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
pur in presenza di ingenti forze militari operanti sul territorio, si sarebbero inizialmente affermate le prefetture triestina e soprattutto fiumana, affidate rispettivamente a Tullio Tamburini e Temistocle Testa, funzionari provenienti dagli ambienti dello squadrismo e dalla Milizia130. Tra aprile e maggio 1942, parallelamente all’opera di rastrellamento condotta in Venezia Giulia da forti contingenti italiani (con scontri anche di notevole entità)131, si inasprirono inoltre gli strumenti repressivi messi in campo dalle autorità civili e militari, con un vero e proprio salto di qualità nella violenza ricalcante la ben più preoccupante situazione creatasi nella (comunque limitrofa) provincia di Lubiana132. Scaglionato nei dintorni di Cossana, sede del comando, e posto sotto la «protezione» della locale autorità prefettizia133, il battaglione squadristi “Emiliano” concorreva fin dalla fine di aprile alla gravosa opera di sorveglianza del ribollente entroterra triestino, intervenendo in alcuni casi con estrema durezza. Già l’11 maggio, durante una perlustrazione condotta con alcuni nuclei di carabinieri lungo il confine con la provincia del Carnaro, in zona Monforte del Timavo-Sagoria (Ostrožno Brdo-Zagorje), veniva rinvenuto il cadavere di un agente esattoriale presumibilmente ucciso dai partigiani ai primi di aprile; nel rastrellamento immediatamente imbastito dalle forze italiane trovavano la morte tre contadini «favoreggiatori […] che at intimazione fermo fuggivano»134.
130 Per entrambi si rimanda a Alberto Cifelli, I prefetti del Regno nel ventennio fascista, Quaderni della Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma 1999, pp. 268-269. Relativamente a Temistocle Testa cfr. anche Ugo Pellini, Temistocle Testa, in «Ricerche storiche», anno 2006, f. 101, pp. 45-55 e Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi, Torino 2017, pp. 189-192. 131 Il più grave si registrò a metà aprile sul monte Nanos (o monte Re, poco lontano da Vipacco), dove circa 700 uomini agganciavano e disperdevano un’unità partigiana composta da una cinquantina di membri, uccidendone cinque e catturandone sette, in Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 413. Cfr. anche i documenti riportati in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, Drustvo piscev zgodovine NOB, Lubiana 2004, pp. 169-181. 132 Gian Carlo Bertuzzi, «Quasi un fronte di guerra», cit., pp. 310-311. 133 In assenza di più specifica documentazione, ci rifacciamo alle dichiarazioni rese nel dopoguerra dal c.m. Giusto Galanti (2ª compagnia dell’“Emiliano”), interpellato dallo S.M.E. durante le indagini in merito alla strage di Podhum. Secondo l’ufficiale, il reparto scontava lo scarso addestramento con il trasferimento in un’area del fronte balcanico sino ad allora relativamente tranquilla, in AUSSME, Fondo H8, b. 57, f. 421 (Slovenia – Podhum), Relazione n. 507 – Lettera di Giusto Galanti a Ministero della Guerra, Roma 18 dicembre 1946. 134 Legione territoriale dei CC.RR. di Trieste, Foglio n. 437/I di prot., Oggetto: Telegramma, Postumia Grotte, 10 maggio 1942, citato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., pp. 230231. La documentazione riportata non chiarisce in realtà l’esatta dinamica e le tempistiche dell’azio-
99
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Sul finire di maggio, all’indomani di un agguato portato ad un pattuglia di carabinieri transitanti lungo la rotabile Senosecchia-Prevallo (SenožečeRazdrto), un forte contingente di squadristi raggiungeva la zona, rastrellata nella giornata del 27; i due sospetti fermati, «durante traduzione Senosecchia si davano fuga et non avendo ubbidito [all’] intimazione [di] fermarsi» venivano raggiunti dai colpi dei militi e uccisi135. Simile dinamica si ripeteva il 2 giugno durante un rastrellamento nei dintorni di Cossana, operato da carabinieri e squadristi: nell’occasione un operaio della vicina Primano (Prem), datosi alla fuga per evitare la cattura, veniva a sua volta ucciso136.
«Picchiare sodo»: la strage di Villa del Nevoso-Primano Era però nella vicina provincia di Fiume che le draconiane misure di controguerriglia messe in campo dalle autorità italiane avrebbero tragicamente toccato l’apice. Soprattutto nei comuni di recente annessione – la cui incorporazione aveva inserito nella provincia circa 90000 abitanti a larghissima maggioranza allogeni137 – la repressione del movimento partigianato sarebbe corsa di pari passo con il tentativo di «sbalcanizzazione» e «bonifica etnica» di un territorio comunque oggetto di futura colonizzazione italiana, attuato anche attraverso il progressivo internamento di migliaia e migliaia di persone ormai ritenute (direttamente o indirettamente) conniventi con gli insorti138. Inserendosi in un quadro ormai da mesi delineato, l’«unità di intenti tra l’autorità civile e quella militare» condusse nel corso della primavera del 1942 ad una drastica accelerazione nel campo della repressione139, dando ne, né dell’incontro con i presunti «ribelli». 135 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/105 III°, b. 172, Legione territoriale dei CC.RR. di Trieste, Foglio n. 246/18 di prot., Oggetto: Segnalazione, Sesana 27 maggio 1942. 136 Ibidem, Legione territoriale dei CC.RR. di Trieste. Compagnia di Postumia, Foglio n. 12/425 di prot., Oggetto: Uccisione favoreggiatore note bande GASPARSICH Luigi di anni 37 da Primano, Postumia, 2 giugno 1942. 137 Amleto Ballerini, Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), cit., p. 28. 138 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 401, 498-500. Le prime forme di internamento dei familiari dei latitanti risalivano addirittura all’ottobre 1941, in Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 393-394. 139 Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., p. 397. Contrariamente alla disastrosa gestione dei rapporti tra vertici civili e militari registratasi in Dalmazia, i contatti tra Testa e gli ambienti della IIª Armata (con sede nel sobborgo fiumano di Sussak) sarebbero
100
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
il via a quella «mano forte» che nell’intenzione del prefetto Testa avrebbe dovuto spazzar via la «vecchia mentalità»140. Parallelamente ad analoghe disposizioni emanate in territorio sloveno, il duro assetto legislativo approntato in funzione antipartigiana nella provincia di Fiume si concretizzò in particolare con i bandi del 24 aprile e del 20 maggio: se col primo, «per ogni delitto a carattere politico commesso contro militari e civili» veniva prevista «immediata rappresaglia passando per le armi ostaggi comunisti» in numero variabile «a seconda della gravità del delitto», con il secondo proclama si ordinava l’immediata denuncia di ogni tentativo di «intimazione, da parte di bande ed elementi irregolari, di lasciare il paese […] per raggiungere i ribelli»; i nuclei familiari che non avessero ottemperato alle disposizioni «subiranno la confisca dei beni, la distruzione della propria casa ed uno o più i componenti della stessa [famiglia] saranno fucilati, mentre gli altri saranno internati»141. Probabilmente trascinato dalle simili considerazioni espresse dal duce stesso durante l’incontro con Roatta tenuto il 23 maggio a Fiume142, Testa inaugurò il nuovo corso della propria politica repressiva già sul finire del mese: l’abitato di Jelenje (pochi chilometri a nord di Fiume) veniva infatti sconvolto – come ricordato nel manifesto fatto affiggere il 30 maggio dal prefetto – dall’internamento di numerose famiglie di latitanti, dalla distruzione delle loro case ma soprattutto dalla fucilazione di «20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli»; misure eccezionali contro la popolazione civile dettate proprio dalla riscontrata assenza dalla cittadina di alcuni abitanti, «allontanati[si] dalle loro abitazioni per raggiungere nei boschi i ribelli»143. risultati decisamente più collaborativi, in Giacomo Zanussi, Guerra e catastrofe d’Italia, cit., p. 238.
140 Telegramma n. 1835 Gab., da prefetto Testa a Eccellenza Buffarini, Fiume, 25 maggio 1942, citato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., p. 237. Nel telegramma Testa lamentava l’«impotenza e […] mancanza di comprensione di una situazione grave che invece si risolverebbe se si avesse coraggio e fede». Confermando inoltre, come nel caso spalatino, la presenza di una sorta di fenomeno squadrista “di ritorno”, al fianco delle già zelanti autorità civili e militari operarono nel Carnaro vere e proprio colonne armate organizzate dal federale Genunzio Servidori, formate da fascisti e (più o meno) volontari tratti tra le fila dei reparti giovanili, in Giacomo Scotti, “Bono Taliano”, cit., p. 125. 141 Entrambi i bandi sono conservati in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/33 I°, b. 168. 142 «Occorre disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario» avrebbe ricordato Mussolini, in Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 403-404. 143 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/33 I°, b. 168, Manifesto n. 2796 di prot., a firma del prefetto Testa, Fiume, 30 maggio 1942. «Qualora gli appartenenti alle suddette famiglie […] dovessero continuare nella loro attività di banditi e rapinatori» – concludeva il proclama – «sarà
101
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Pochi giorni più tardi fu invece il circondario di Villa del Nevoso ad essere teatro della fino ad allora più efferata rappresaglia perpetrata in Venezia Giulia dalle forze armate italiane: area stragicamente rilevante144 nonché principale arteria di collegamento tra le organizzazioni territoriali partigiane della Venezia Giulia e del fiumano145, la zona era stata di recente teatro di numerose – ed in alcuni casi eclatanti – azioni di guerriglia146, tali da far ritenere, secondo il prefetto Testa, «questa popolazione […] composta di elementi infidi che ubbidiscono solo quando sentono il prestigio et la forza»147. Detonatore della violenza fu però l’agguato subito all’alba del 4 giugno da alcuni militari italiani in località Merecce (Mereče), costato la vita a 3 di questi148. Il fermo nel capoluogo del comune, Villa del Nevoso, di alcuni sospetti da parte dei carabinieri dava modo ai soldati superstiti di riconoscere due dei propri assalitori, scatenando così l’immediata reazione149: dietro ordine del prefetto, secondo cui l’uso della forza sarebbe stato funzionale a «riprendere con prestigio […] animo soldati depressi da questo continuo stillicidio di aggressioni»150, il generale Navarra (comandante la Difesa Territoriale di Trie-
continuata inesorabilmente la rappresaglia». Sull’escalation di violenza registratasi nella primavera del 1942 nel Carnaro cfr. in particolare Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 394-397. 144 Vi correva infatti il tracciato ferroviario che da San Pietro del Carso (Pivka) raggiungeva il litorale adriatico e il capoluogo fiumano. 145 Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., pp. 414, 426. Cfr. anche Giacomo Scotti, “Bono Taliano”, cit., p. 124. 146 Avrebbe in particolar modo destato scalpore il di poco precedente disarmo del piccolo distaccamento militare di Bucovizza Piccola (Mala Bukovica), avvenuto il 20 maggio: nell’occasione, «il Maggiore Vannelli […] da frate francescano si est comportato quando alla vista dei ribelli […] anziché da soldato svenne et fu rincuorato dagli stessi ribelli che senza scarpe gli fecero attraversare la frazione composta tutta di sloveni», in telegramma s.n., da prefetto Testa a Eccellenza Buffarini Sottosegretario di Stato Interni, Fiume, 20 maggio 1942, citato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., pp. 234-235. 147 Ivi. 148 Telegramma n. 21-373, da Sottotenente RR.CC. Vizini a Ministero dell’Interno, Villa del Nevoso, 4 giugno 1942, citato in Ivi. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16705, da prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto, Fiume, 5 giugno 1942. 149 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/105 III°, b. 172, Telegramma n. 16653, da S. Ten. CC.RR. Vizzini a Ministero Interno, Villa del Nevoso, 4 giugno 1942.
150 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16705, cit.. Oltre al «prestigio» e alla «forza» da dimostrare nei confronti della popolazione locale, elemento ricorrente nella narrativa di Testa è il richiamo al «morale» delle truppe impegnate a fronteggiare la guerriglia, «che comprend[ono] di non essere attrezzat[e] allo scopo togliendogli quel mordente che sta completamente scomparendo in tutta la Seconda Armata», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG. RR., ctg. H2/33 I°, b. 168, Telegramma n. 11415, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto e
102
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
ste) inviava nella zona il battaglione squadristi “Emiliano” ed alcune unità del 151° reggimento fanteria, dando avvio alla feroce rappresaglia. I reparti procedettero inizialmente alla distruzione di due piccole frazioni (tra cui probabilmente la stessa Merecce), ma il rinvenimento nei centri limitrofi di presunti «viveri preparati per i ribelli» estendeva il raggio dell’operazione: seguendo le precise direttive di Testa, che alla vigilia dell’azione dava mano libera affinché «si bruciassero le frazioni per le quali si riteneva utile [la] rappresaglia», questa assumeva carattere di massa, andando a colpire un’intera comunità ritenuta ormai senza appello connivente con il nemico151. L’azione degli squadristi dell’“Emiliano” si concentrava quindi soprattutto nel vicino comune di Primano: le frazioni di Bittigne di Sotto (Dolnja Bitnja), Bittigne di Sopra (Gornja Bitnja), Monte Chilovi (Kilovče) e Rattecevo in Monte (Ratečevo Brdo) venivano quasi completamente date alle fiamme, mentre la violenza, seppur discriminata, si abbatteva contro i «maschi maggiorenni» (in età militare) abitanti delle case «dove [erano] state trovate armi et viveri per ribelli»152: durante le «operazioni di distruzione», avvertiva il commissario prefettizio di Primano furono fucilati nella frazione di Bittigne di Sotto n. 4 persone […], mentre nella frazione di Monte Chilovi è stata fatta una esecuzione di massa di n. 24 persone appartenenti alle frazioni di Monte Chilovi e Rattecevo in Monte. [sottolineato in originale] […] Altri morti forse saranno sparsi per le campagne, ma non conoscendosi l’indicazione esatta e non potendo fare un vero rastrellamento per mancanza di uomini, è necessario lasciare le cose come si trovano, finché non saranno inviati rinforzi153. Conclusosi il massacro, tra le frazioni di Villa del Nevoso e Primano il numero dei morti avrebbe superato i 70 uomini, mentre centinaia di civili (in maggioranza congiunti delle vittime) venivano internati ed il bestiame requisito154.
Sicurezza, Fiume, 21 aprile 1942. 151 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16705, cit. 152 Ivi. 153 Municipio di Primano. Provincia del Carnaro, Foglio senza n. di prot., s.t., s.l. [ma Primano], 5 giugno 1942, riportato in Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, cit., p. 119. 154 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n.
103
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Contrariamente alle asettiche fonti documentali, le vive testimonianze della strage restituiscono in toni apocalittici un massacro per certi versi quasi inaspettato, quanto meno in forme fino ad allora mai sperimentate dalle comunità locali. Conclusesi infatti le celebrazioni per il Corpus Domini, ricorderà in presa diretta Cesare Razza, testimone delle violenze a Villa del Nevoso, ecco, verso Primano, […] sollevarsi nere colonne di fumo. Una voce si sparge in un baleno: “I fascisti, gli squadristi, stanno bruciando i paesi vicini.” Era la verità. Arrivati improvvisamente su degli autocarri, si erano sparsi nelle frazioni dei Comuni di Villa del Nevoso e di Primano dando inizio – con vivezza drammatica – alla loro orgia di sangue. Con bombe a mano e benzina, avevano appiccato il fuoco a tutte le case delle frazioni […]. L’ondata di terrore durò tutto il pomeriggio. Era terrificante: fuoco, bombe a mano, mitraglia, fucilate! Pretto, nudo, sanguinoso terrore! Questa vorrebbe essere un’operazione di polizia contro le famose bande di partigiani, che operano da qualche tempo nelle vicinanze!! Invece non è altro che una rappresaglia, un eccesso di reazione, verso delle popolazioni inermi, che nulla hanno commesso e che hanno l’unica colpa di essere slave. Terrore dunque! Terrore! Terrore! Chi cercava salvezza con la fuga veniva mitragliato, senza riguardo al sesso e all’età. […] Cadaveri, in ogni modo, dappertutto. Cadaveri con le pancie [sic] all’aria, morti, con gli occhi aperti e la bocca storta, sanguinante, buttati sui cigli delle strade o sui dirupi dei monti, come tante carogne, in attesa di essere seppelliti in qualche fossa comune, senza nome. I pochi rimasti, i superstiti di questa giornata di lutto e di terrore, dopo essere stati spogliati dei loro beni e delle poche cose che avevano addosso, […] sono stati buttati a suon di calci sugli autocarri e, senza acqua né cibo, trasportati in qualche campo di concentramento155.
16741, da sottotenente RR.CC. Vizzini a Ministero dell’Interno, Villa del Nevoso, 5 giugno 1942. Alcune fonti riportano in 462 gli abitanti internati in campo di concentramento, in Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, cit., p. 118. 155 Archivio I.R.S.M.L.F.V.G., b. XL, doc. n. 9126, Testimonianza di Cesare Razza, Villa del Nevoso, 4 giugno 1942. Il documento è (parzialmente) riportato in appendice.
104
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Anche a Rattecevo in Monte, direttamente investita dalla violenza squadrista, la rappresaglia assumeva caratteri catastrofici: Assieme ai vecchietti, massaie e bambini arrestati dovetti assistere a quelle atrocità guardata a vista dalle sentinelle. Sembrava un finimondo. Vedevo i soldati italiani che rubavano per le case e si impossessavano del bestiame. Poi un gruppo con latte di benzina irrorarono le abitazioni e le fattorie e poi con il lancio di bombe a mano le incendiarono. In pochi minuti il nostro villaggio era in fiamme. Gli abitanti tenuti sotto la minaccia delle armi gridavano come impazziti. Qualcuno tentò di raggiungere la propria casa per salvare qualcosa, ma pochi ci riuscirono poiché arrivati all’interno furono attaccati con bombe a mano lanciate attraverso le finestre e perirono arsi vivi. […] Nel villaggio viveva un giovane italiano adottato da una famiglia di ferroviere [sic] del mio paese che era stata trasferita in Calabria ed era ritornata quando egli era ancora bambino. Vedendo che la madre adottiva non usciva dalla casa in fiamme si precipitò all’interno e comparve subito dopo con la povera donna sulla schiena. Un’ufficiale [sic] che aveva seguito i movimento del giovane gli tolse la donna dalla schiena e quindi lo uccise sul posto. Un’inferno [sic], un vero inferno: grida e preghiere di villici, esplosioni di bombe, grida di soldati che sembravano godere di quello che accadeva156. «Tutto questo scempio di cose e di essere umani indifesi» – concludeva amaramente la giovane testimone, quasi incredula – «non poteva essere fatto da persone normali, […] tutto faceva credere che prima dell’azione delittuosa erano stati ubriacati, infatti, solo gente ubriaca o fanatizzata poteva comportarsi in quel modo bestiale»157. Fanatismo che chiaramente traspariva in un di poco successivo articolo scritto dal centurione Umberto Del Greco – squadrista fiorentino ora ufficiale del battaglione squadristi “Emiliano” – e sfacciatamente pubblicato qualche settimana più tardi su “Stile Fascista”, settimanale della federazione fascista fiumana158. Auspicando «di farla finita con la tradizionale longanimità 156 Testimonianza di MarijaValenčič, riportata in Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, cit., pp. 115-116. 157 Ivi. 158 Umberto Del Greco, Squadristi in armi, in «Stile fascista», anno II, n. 38, 23 luglio 1942. Del Greco, fiorentino classe 1901 (o 1902), fu squadrista particolarmente violento e fanatico; successivamente nominato fiduciario del G.R.F. “Gustavo Mariani” ed ispettore della federazione fascista
105
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
latina, da questa gente non apprezzata, e di adottare il sistema duro e inflessibile che solo può avere efficacia nei confronti di certa mentalità», Del Greco tornava a ripercorrere «uno dei tanti episodi», la tragica giornata del 4 giugno 1942: Tre soldati di un posto di guardia sono stati proditoriamente trucidati con il solito sistema […]. La notizia è stata appresa dal Battaglione Squadristi con senso di viva indignazione, gli animi sono effervescenti ed anelano la vendetta. Si sa bene che il gruppo degli aggressori non potrebbe a lungo agire se non fosse rifornito di generi alimentari da elementi locali, se i suoi componenti non fossero talvolta ospitati in case della zona e se non regnasse l’omertà più assoluta fra attori e favoreggiatori, i quali, durante il giorno, possono avere anche l’aspetto di pacifici campagnoli. Vero è che il favoreggiamento avviene spesso non per volontà di collaborare con i ribelli ma per le minacce di morte e di distruzione […] rivolte contro chi non si sottometta alle ingiunzioni o si renda responsabile di avere fornito informazioni sui loro movimenti alle nostre forze armate. Gli squadristi non possono soffermarsi troppo a valutare queste considerazioni: è soprattutto necessario eliminare al massimo ed alla radice la possibilità di azione degli elementi ribelli e dare alla popolazione la sensazione che qualsiasi aiuto od atto d’omertà nei loro confronti è punito con severità esemplare. Giunge l’ordine di agire e di compiere immediata rappresaglia. Finalmente capita ancora di picchiare sodo e di dare una esemplare lezione. […] Gli autocarri si caricano di reparti Squadristi saturi di elettricità. È una forza tremenda che quando è scatenata, agisce con violenza di un ciclone su tutto quanto può creare ostacolo. Ufficiali, sottufficiali e militi hanno tutti una stessa espressione, uno stesso lampo di volontà negli occhi. […] di Firenze, partecipò quale volontario al conflitto etiopico in un reparto automobilisti della Milizia. Trasferitosi nel 1941 nel ravennate, quale segretario dell’Unione dei lavoratori dell’industria, si renderà nuovamente disponibile per l’arruolamento nel battaglione squadristi “Emiliano”. Transitato quale ufficiale d’amministrazione tra le fila della G.N.R. di Ravenna, troverà la morte alla fine del conflitto nell’eccidio di Codevigo (PD), in A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 47, f. 516 (Del Greco Umberto), lettera di Umberto del Greco ad Alessandro Pavolini. Lavezzola (RA), 30 dicembre 1944. Cfr. anche Marco Palla, Firenze nel regime fascista (1929-1934), Olschki, Firenze 1978, pp. 225226, Aspetti di vita cittadina, in «Firenze rassegna mensile del Comune», anno V n. 4, aprile 1936, pp. 49-50 e Aspetti di vita cittadina, in «Firenze rassegna mensile del Comune», anno X n. 2-3, febbraio-marzo 1941, p. 90.
106
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
In breve gli autocarri giungono ad un punto convenzionale. I reparti si dividono i compiti e circondano alcune località. Comincia la «pulizia» di una zona che per molto tempo è stata covo e centro di assistenza di partigiani. Gli uomini vengono interrogati e perquisiti: si accertano le responsabilità. Ora le fiamme epuratrici stanno divorando un caseggiato che aveva ospitato i ribelli. […] Oggi non s’insulta più impunemente la maestà e la potenza italiana, né il Fascismo è disposto a tollerare, qualsiasi prepotenza terroristica. A sera, il sangue italiano versato dai soldati era ampiamente vendicato. Gli squadristi avevano fatto piazza pulita e lanciato il loro ammonimento. Sugli autocarri polverosi, nella via del ritorno, le Camicie Nere cantavano a pieni polmoni le canzoni della Vigilia come ai loro vent’anni fra cui si elevava – ammonitore e solenne, pieno di passione e di fede – il saluto al Duce159. All’indomani del gravissimo episodio, si intuisce turbatore di più di una coscienza, il prefetto Testa rassicurava il generale Navarra e i vertici romani riaffermando di «assume[rsi] completa la responsabilità» e ribadendo il valore dell’azione, servita quale monito per tutti dimostrando che il profondo senso di umanità del popolo e del soldato italiano non deve essere frainteso da questa gentaglia. […] Fra le popolazioni della Slovena [sic] delle terre annesse e delle vecchie provincie [della] Venezia Giulia l’esempio sarà salutare e non esagero se affermo che non passeranno mesi che i ribelli si arrenderanno tutti per fame. Purché in questo momento così doloroso si pensi ad una sola cosa che cioè unicamente col prestigio e con la forza si soffocherà qualsiasi ribellione soffocando anche qualsiasi pietismo consono con il nostro temperamento160. 159 Umberto del Greco, Squadristi in armi, cit.. Il giorno immediatamente successivo la strage, tra Villa del Nevoso e Bucovizza Piccola, venivano inoltre pubblicamente impiccati – dietro ordine di Testa – cinque uomini, tra i quali i due sospetti partigiani riconosciuti dai militari vittime dell’agguato del 4 giugno, in telegramma n. 21/382, da Tenente Vizzini, s.l. [ma Villa del Nevoso], 29 maggio 1942 [ma in realtà successivo], citato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., p. 248 e A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16705, cit.. Si rimanda inoltre alla testimonianza di Cesare Razza, cit., e ad Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, cit., pp. 96-97. 160 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 16705, cit.. Furono (paradossalmente) soprattutto le impiccagioni seguite alla strage a scatenare le pur tiepide reazioni da parte di Mussolini; appuntava infatti Ciano nel suo diario, riferendosi al colloquio avuto il 10 giugno con Testa: «anche nel Fiumano c’è molto fermento. Ho parlato con Testa che è un uomo energico e sa prendersi la responsabilità. Adesso Mussolini è furioso con lui, perché, senza nemmeno una parvenza di processo, ha impiccato cinque ribelli, che ha trovati sul fatto e che
107
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
Ben più preoccupante appariva però la situazione nella vicina Slovenia all’indomani dell’offensiva partigiana della primavera 1942161: ricevuti i rinforzi richiesti, Roatta e Robotti elaboravano quindi un vasto ciclo di operazioni di rastrellamento interessanti l’intera provincia di Lubiana e coordinate con i C. d’A. stazionanti nei territori limitrofi, con l’obiettivo di normalizzare i territori annessi spezzandone definitivamente la resistenza162. Per concorrere all’azione avrebbe operato nel fiumano sin dal 12 luglio – 4 giorni prima l’inizio delle azioni in Slovenia, fissate per il 16 luglio – un raggruppamento agli ordini del generale Umberto Fabbri (comandante del raggruppamento della Guardia alla frontiera del V° C. d’A.), impegnato in un «accurato rastrellamento» che nelle settimane successive avrebbe sconvolto l’entroterra del Carnaro fino al confine con la provincia di Lubiana163. Il duro ciclo operativo, interamente gestito dalle autorità militari, sarebbe stato inaugurato con la strage compiuta proprio il 12 luglio nell’abitato di Podhum (comune di Jelenje), concordata dallo stesso prefetto Testa con i vertici della IIª Armata e costata la vita a circa un centinaio di uomini164, fucilati in piccoli gruppi nei pressi del paese stesso165. Contrariamente alle attribuzioni jugoslave intervenute nell’immediato dopoguerra (e in buona parte recepite dalla stessa
avevano ancora ai piedi le scarpe dei nostri soldati uccisi. Impiccagione a parte, che effettivamente non è nei nostri costumi e che richiama troppo alla mente la vecchia Austria, egli riesce a tenere un pò d’ordine e i ribelli tremano quando sentono pronunciare il suo nome», in Galeazzo Ciano, Diario 1937-43, cit., p. 171. 161 Tone Ferenc, Gli italiani in Slovenia 1941-1943, in Bruna Micheletti, Pier Paolo Poggio (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, cit,, p. 161. 162 Sintesi della preparazione e dei piani operativi disposti dal XI C.d’A. in Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943, SME Ufficio Storico, Roma 1998, pp. 204-219. Cfr. anche Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 81-84.
163 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 62, Comando V° Raggruppamento G.A.F. – Stato Maggiore, Foglio n. 02/724 di prot., Oggetto: Ordine op. n° 1(prima fase operativa), P.M. 10, 10 luglio 1942. Sulle operazioni sviluppatesi in agosto nell’entroterra fiumano cfr. Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 406-407 e Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 87-89. 164 Sulle corresponsabilità del prefetto cfr. in particolare A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 20966, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto P.S., Fiume, 13 luglio 1942 e Costantino Di Sante, Italiani senza onore, cit., p. 239.
165 Sulla strage di Podhum rimandiamo in particolare a Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 401-406 e Giacomo Scotti, Una strage di settanta anni fa nella Jugoslavia occupata. Quando i soldati italiani fucilarono tutti gli abitanti di Podhum, in «Patria indipendente», n. 2, 19 febbraio 2012. Il tragico episodio è ricostruito, attraverso numerose testimonianze dirette, anche nel documentario di Ken Kirby, Fascist Legacy, realizzato dalla BBC nel 1989.
108
Squadrismo operante: la primavera-estate del 1942
storiografia italiana), il tragico episodio si consumava sostanzialmente ad opera dei soli reparti del R.E.166: il battaglione squadristi “Emiliano”, indicato tra le unità partecipanti al rastrellamento, avrebbe infatti come vedremo raggiunto il fiumano solo a partire dal 20 luglio.
166 Il massacro fu perpetrato da un battaglione di formazione composto da personale del I° battaglione del XXVI° settore G.A.F. ed altre unità di supporto, al comando del maggiore Giorleo. Solo successivamente intervennero le cc.nn. del battaglione confinario “M”, per lo sgombero delle centinaia di internati fatti defluire da Podhum, in AUSSME, Fondo H8, b. 57, f. 421 (Slovenia – Podhum), Relazione n. 518 (lettera del Ten. Colonnello S.P.E. Armando Giorleo), Oggetto: Presunti criminali di guerra secondo gli jugoslavi, Roma, 16 gennaio 1947.
109
5 Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
«A me va bene, sempre lo stesso entusiasmo, però il fiato comincia a… risentire delle fatiche. Sai com’è, siamo vecchi!»1.
La nascita della divisione fanteria “Zara” e la riorganizzazione dei reparti squadristi Il mese di luglio si chiudeva in Dalmazia – o meglio a Roma – con la defenestrazione del generale Armellini, sostituito al vertice del XVIII° C. d’A. dal generale Umberto Spigo. Si profilava altresì all’orizzonte una pressoché definitiva soluzione all’annoso nodo della gestione strategico-operativa delle operazioni nella Dalmazia annessa: il primo agosto, in un confronto tra Cavallero (Capo di S.M.G.), Roatta e Bastianini, veniva infatti raggiunto l’accordo sulla futura trasformazione delle “Truppe Zara” in una vera e propria divisione – la 158ª divisione fanteria “Zara” – capace da un lato di integrare sotto il proprio comando tutte le truppe operanti in Dalmazia, comprese quelle ancora dipendenti dal Governatorato, dall’altro (e conseguentemente) di risolvere la spinosa questione dei battaglioni squadristi2. Bastianini, blandito dalla concreta possibilità di ottenere nuove forze, avallò quindi la decisione che poneva di fatto fine alla capacità operative del proprio Gabinetto Militare, pur ottenendo alcune concessioni minori3. 1 Archivio privato dell’autore, Lettera di Mario Natali (c.n.s. del battaglione squadristi “Toscano”) a Paolo Barsanti, P.M. 73, 3 ottobre 1942. 2 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 617-620. Certo riferendosi ai recenti incidenti in terra spalatina, Roatta nel colloquio con Cavallero «lamenta[va] che i battaglioni squadristi danno fastidio e la popolazione è seccata», in Ugo Cavallero, Diario 1940-43, cit., p. 445. 3 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 620-622. Oltre ai reparti della
111
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Il previsto passaggio sotto le dipendenze dell’Esercito, accolto con perplessità dal comandante il gruppo battaglioni squadristi, console Scalchi, coincideva inoltre con un generale riordinamento dei reparti squadristi dislocati in Dalmazia4: l’impegnativa attività dei mesi precedenti aveva infatti «finito col provare la fibra di molti quarantenni», mentre emergeva sempre più palese la deficienza di addestramento, materiali ed armamento «di reparti sempre soggetti all’imboscata»5. Non ultimo, le spesso dure condizioni di vita patite al fronte dai militi palesavano ora non isolati casi di scarso mordente e morale, ancor più preoccupanti vista la particolare natura di queste unità: lo squadrista Salvatore Medici (della 1ª compagnia del “Vespri”), nei giorni del già ricordato “assedio” del presidio di Gacelesi, indirizzava al duce una missiva decisamente polemica, lamentando «anche a nome di altri Squadristi - di essere stati arruolati con promessa che sarebbero stati adibiti a servizi d’ordine pubblico e di propaganda, in considerazione della loro avanzata età»6; invece, precisava il legionario, «dopo 13 giorni di non [sottolineato in originale] istruzione [erano] stati trasferiti in linea “al macello”», trovandosi «di fronte ad un nemico bene armato, mentre essi non avrebbero un adeguato armamento e mancherebbero perfino dei medicinali»7. Tenendo in debito conto anche segnalazioni di questo tipo – la lettera sarebbe approdata infine sulla scrivania di Galbiati8 – il Co.Ge.Mi. provveMilizia, passavano infatti alle dipendenze dell’Esercito tutte le unità dei CC.RR., della Finanza e le bande A.C.. Il reclutamento di quest’ultime rimaneva comunque di competenza del Governatore, mentre il territorio di competenza della divisione “Zara” veniva esteso anche alla provincia di Spalato, realizzando così un comando militare unico per la Dalmazia centrale annessa, in AUSSME, fondo N1-11, b. 993, D.S. Comando Supersloda, Foglio n. 16502 di prot., Oggetto: Trasformazione del Comando “Truppe Zara” in comando di Divisione, P.M. 10, 6 agosto 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 698-700. 4 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1385. 5 Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 25. 6 A.C.S., S.P.D., C.O., b. 2143, f. 539874, lettera di Nicolò de Cesare a Enzo Galbiati, Roma, 8 agosto 1942. La lettera (purtroppo mancante in originale) era stata inviata alla segreteria di Mussolini il 16 luglio 1942. 7 Ibidem, cartoncino informativo del 23 luglio 1942. Durante la prima metà di luglio, ricordava Bossini, l’isolato presidio di Gacelesi patì una grave «deficenza [sic] di materiali e di viveri», in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 22. 8 Le dovute precisazioni del Capo di S.M. della Milizia non confutavano nella sostanza le lamentele mosse dallo squadrista siciliano. Il regolamentare «armamento stabilito […] per i Btg. cc.nn. impiegati in guerra» non prevedeva infatti la dotazione di mitragliatrici pesanti, fornite solo a livello di legione divisionale o ad alcuni battaglioni cc.nn. selezionati (cosiddetti “di copertura”). Galbiati riconosceva inoltre come, almeno il 170° battaglione squadristi, «lascia ancora a desiderare in alcuni suoi elementi», disponendo «l’allontanamento dal reparto dei malcontenti e dei tiepidi sostituendoli con legionari del continente». Il Medici, animato da «sentimenti assolutamente contrari allo spirito
112
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
deva nel corso dell’estate alla ristrutturazione dei battaglioni squadristi, sia grazie all’immissione di complementi, sia attraverso l’accorpamento di compagnie mitraglieri ai battaglioni che ne erano sprovvisti: al battaglione “Vespri” andava quindi affiancandosi la 230ª compagnia mitraglieri cc.nn.9, costituita il 20 giugno con militi «prevalentemente […] pugliesi, abruzzesi, calabresi, marchigiani e lucani»10, mentre al “Tevere” i rinforzi arrivavano dal centro di mobilitazione della 58ª legione di Trieste, attraverso la mobilitazione della 158ª compagnia mitraglieri cc.nn. “San Giusto”11; lo stesso dicasi per i battaglioni “Toscano” e “Milano”, le cui compagnie complementi venivano attivate rispettivamente tra maggio e luglio 194212. L’avvicendamento avrebbe inoltre riguardato, almeno nel caso del 170° battaglione squadristi, anche il comando, passato in agosto nelle mani del modenese seniore Otello Gaddi, ufficiale della Milizia in S.P.E.13. La generale riorganizzazione dei reparti coincise con un breve periodo di relativa calma lungo il litorale dalmato, a seguito delle operazioni di luglio: la «nuova tattica dei ribelli […] evita[ndo] le aggressioni e le imbo-
di sacrificio che deve animare un fascista che proviene dalle vecchie squadre di azione», veniva a sua volta allontanato dal fronte, in A.C.S., S.P.D., C.O., b. 2143, f. 539874, lettera di Enzo Galbiati a Nicolò de Cesare, Roma, 11 agosto 1942. 9 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 7879/ OM/RSM di prot., Oggetto: cp. mtr. cc.nn. per il Btg. cc.nn. Squadristi “Vespri” (170°), Roma, 7 giugno 1942. 10 Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 26. Cfr. anche AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E., Foglio n. 0037660/3 di prot., Oggetto: Trasformazione del 170° btg. cc.nn. squadristi “Vespri”, P.M. 9, 16 giugno 1942 e Con una Compagnia di mitraglieri squadristi a Sulmona, in «Milizia Fascista», anno XVIII – n. 41, 9 agosto 1942. Al comando del centurione Filomeno Vitale (classe 1893, dirigente sindacale e consigliere nazionale del P.N.F.), la 230ª compagnia mitraglieri veniva mobilitata dalla 130ª legione aquilana, giungendo a Vodice il 14 agosto. 11 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E., Foglio n. 0041400/3 di prot., Oggetto: Trasformazione del 112° btg. cc.nn. squadristi “Tevere”, P.M. 9, 25 luglio 1942. L’arruolamento nella “San Giusto”, aperto a «“Squadristi”, “Antemarcia” e reduci delle campagne d’Africa, di Spagna ed attuale», coinvolse in particolar modo volontari delle provincie di Trieste e Fiume, in Arruolamento Squadristi e Confinari, in «Stile fascista», anno II, n. 34, 25 giugno 1942. Cfr. anche Scrivono gli squadristi, in Ibidem, anno III, n. 7, 17 dicembre 1942. 12 I.S.R.T., fondo Euro Salvadori – P.C.I. Castelfiorentino, b. 1, f. 42, Foglio n. 1308/MT/7 di prot., Ordine permanente n° 5, Empoli, 31 maggio 1942. Cfr. anche Il federale al campo tra gli squadristi milanesi, in «Corriere della Sera», 1 agosto 1942 e Il federale saluta gli squadristi milanesi partenti, in Ibidem, 11-12 agosto 1942. Relativamente al “Toscano” si segnalava inoltre l’attività della 295ª compagnia complementi, costituita in il 7 luglio 1942 quale bacino di raccolta per le cc.nn. di volta in volta mobilitate. 13 Una breve biografia è riportata in appendice. L’arrivo del più esperto Gaddi al comando del reparto rispondeva con ogni probabilità alle critiche e ai malumori registratesi tra le le cc.nn. siciliane nelle settimane immediatamente precedenti.
113
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
scate a danno dei militari per non richiamare altre forze in zona», mirava ora a colpire in particolare «gli elementi filo-italiani della popolazione», traducendosi in un deciso peggioramento dell’ordine pubblico soprattutto nei centri abitati14. L’elemento partigiano, sfruttando l’incapacità italiana di controllare efficacemente il territorio del Governatorato15, riuscì però ben presto a rinsaldare le proprie fila, concentrando a partire da settembre la propria azione verso il sabotaggio e la distruzione di opere viarie e servizi di collegamento in genere16. Tra la seconda metà della stagione estiva e l’inizio dell’autunno risultò di conseguenza sempre più intensa, benché decisamente povera di risultati, l’attività del gruppo battaglioni squadristi così come dell’intera divisione “Zara”: in agosto, spesso senza esito furono infatti i pur numerosi appostamenti e rastrellamenti a corto raggio effettuati dai reparti di cc.nn. nel territorio zaratino17, mentre più “movimentata” risultò l’attività del “Toscano”, ancora schierato lungo il litorale dei “Castelli”18: qui il 6 agosto, durante una
14 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 623-627. Seguendo ad esempio l’ordinaria attività dei carabinieri schierati lungo il litorale spalatino, risulta impressionante il numero di omicidi ed aggressioni a collaborazionisti registratisi nel solo bimestre luglio-agosto 1942, in AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (IV° bimestre 1942). 15 Vista l’inconsistenza delle rassicurazioni offerte un mese prima dai militari, il Governatore tornava ad interessare le gerarchie romane lamentando polemicamente come, per le provincie di Zara e Spalato, vi fossero circa «0,7 soldati per chilometro quadrato. […] È evidente» continuava Bastianini, «che i ribelli possano stare tranquilli!», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 136, Foglio n. 05838 di prot., da Giuseppe Bastianini a Luigi Russo, Zara, 3 settembre 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 628. 16 AUSSME, fondo N1-11, b. 857, D.S. Comando divisione “Zara”, Foglio n. 6 di prot. P.M. 118, 16 settembre 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 715-716. Da segnalare come, più che in passato, affiorasse ora tra l’autorità civile e militare in loco la convinzione che la popolazione informasse o fosse comunque connivente con i ribelli. Sui preoccupanti sviluppi del movimento partigiano nella tarda estate del 1942 cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, R. Prefettura di Spalato, Foglio n. 010911 di prot., Oggetto: Attività dei ribelli in provincia di Spalato, Spalato 29 agosto 1942. 17 Riportava il Comando “Truppe Zara” come, nella provincia di Zara nel mese di agosto, «le numerose azioni di perlustrazione e di appostamento effettuate dai reparti […] hanno costretto i ribelli ad una limitazione della loro attività in tutto il territorio. L’iniziativa nemica è stata quasi nulla», in AUSSME, fondo N1-11, b. 857, Comando “Truppe Zara”, Sintesi attività operativa bimestre agosto-settembre, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 626. Non è stato purtroppo rintracciato il suddetto D.S., pur segnalato negli archivi dello S.M.E. e utilizzato dal Talpo stesso. Bossini segnala per il mese di agosto un unico scontro da parte del “Vespri”, un agganciamento coi ribelli il 18 agosto nei pressi di Zaton, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 26. 18 Pressoché identico al mese precedente appariva lo schieramento dei reparti del Gruppo battaglioni squadristi, in AUSSME, fondo N1-11, b. 782, D.S. Comando XVIII C. d’A., Situazione descritti-
114
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
perlustrazione atta a rintracciare gli autori di un omicidio a sfondo politico, cc.nn. e carabinieri uccidevano dopo un breve conflitto a fuoco due individui, incendiando poi le case di alcuni sospettati a loro volta fermati durante l’operazione19; un’altra vittima cadeva l’11 agosto a Seghetto Superiore (Seget Gornji) sotto i colpi degli squadristi, per non aver «ottemperato alla intimazione dello “stoj”»20, seguita a poco meno di un mese di distanza dalla morte di un contadino ucciso a Seghetto Inferiore (Seget Donji) in situazioni analoghe21. Mentre i 4 battaglioni squadristi passavano ad inizio settembre definitivamente alle dipendenze del XVIII° C. d’A.22, si faceva via via più intensa l’attività operativa dei reparti: sempre nella provincia spalatina, venivano affidati al I° battaglione squadristi e al 97° battaglione cc.nn. (organico della divisione “Bergamo” ma provvisoriamente ceduto alla “Zara”) una serie di rastrellamenti condotti tra il 14 e il 17 settembre, con l’obiettivo di «normalizzazione della regione Traù – Marina». L’azione, concentratasi in particolare nei dintorni di Seghetto e condotta anche mediante «infettazione [sic] caverne ed anfrattuosità del terreno sfruttabile da elementi ribelli» da parte di un nucleo chimico aggregato al “Toscano”, non riuscì ad agganciare alcun elemento nemico, concludendosi prima del tempo23; altrettanto infruttuose si rivelarono, va delle unità ed enti dipendenti alla data del 15 agosto 1942-XX. 19 AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. 9° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato (4° bimentre 1942), allegato n. 30 al D.S.. La distruzione delle abitazioni veniva giustificata quale «reazione al contegno ambiguo ed irritante» tenuto dai familiari dei fermati. 20 Ibidem, allegato n. 38 al D.S.. La morte dell’uomo seguiva di poco lo scontro registratosi nella notte del 9 agosto, quando due partigiani erano incappati in uno sbarramento disposto «durante azione rastrellamento eseguita località Sant’Onofrio Comune di Trau [da] due compagnie battaglione squadristi toscano»: nello scambio di colpi prodottosi una c.n. aveva la peggio mentre i ribelli riuscivano a dileguarsi. La reazione dei militi portava al rinvenimento di un ricovero con alcune armi, mentre nel pomeriggio seguente «per rappresaglia», venivano «incendia[te] alcune case disabitate predetta località indicati quali punti appoggio ricoveri partigiani», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 24059, da prefetto Zerbino a Ministero Interni P.S. Gabinetto, Spalato, 12 agosto 1942. Lo stesso Ortona appuntava amaramente: «ogni giorno giungono segnalazioni sconfortanti. Manomissioni, furti, soprusi, una volta da parte della milizia, un’altra da parte dell’esercito. Ogni rastrellamento comporta il suo strascico di impudenze e di fattacci. Si incrociano le accuse reciproche, e chi ne soffre fortemente è il nostro prestigio di fronte alle popolazioni locali», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1386. 21 La vittima, «individuo sospetto, che alla vista dei militi, tentava [di] allontanarsi frettolosamente» veniva in seguito identificata quale un contadino quarantenne del luogo, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, R. Prefettura di Spalato, Foglio n. 018599 di prot., Oggetto: Uccisione di Peovic Giovanni di Vincenzo, Spalato, 14 settembre 1942. 22 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 629. 23 AUSSME, fondo N1-11, b. 857, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, 14-18 settembre 1942. Non è stato possibile accertare in cosa consistesse questo particolare,
115
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
nei giorni successivi, le ulteriori operazioni condotte dalle camicie nere24. Anche a nord del Krka la situazione andò presentando un continuo peggioramento nel corso di settembre: dopo un nuovo, infruttuoso, rastrellamento della zona Pirovazzo–Mala Čista–Zaton il 15 settembre25, una motomaona (barcone da trasporto di piccolo cabotaggio) con a bordo venti cc.nn. del “Vespri” cadeva il 26 settembre in un agguato teso nei pressi di Scardona da alcuni partigiani appostati lungo la riva, costato la vita ad un caposquadra (mentre 4 militi ed un ufficiale rimanevano feriti)26. Dopo alcuni appostamenti senza esito, due bande anticomuniste prendevano contatto con una forte unità ribelle tra Mala Čista e Zaton e nel pomeriggio del 2 ottobre l’intervento di reparti del “Vespri” accendeva un violento scontro che causava due morti da ambo le parti (più numerose cc.nn. ferite)27. Fatte affluire in zona, il giorno successivo due compagnie del “Milano” (da poco traferitosi a Sebenico) catturavano e fucilavano «sei ribelli che avevano partecipato combattimento di ieri contro banda A.C.»28.
Non «solo parole»29: l’ultima fase del 1942 in Dalmazia Inoltrandosi nella stagione autunnale, nubi sempre più tempestose si addensavano sulla Dalmazia annessa: lo stillicidio di azioni violente da parte
quanto inusuale, intervento, forse condotto mediante aggressivi chimici a lunga persistenza. Sull’operazione si rimanda anche al D.S. dell’89ª legione d’assalto cc.nn. (alle cui dipendenze operava il 97° battaglione cc.nn.), consultabile all’indirizzo: www.97legione.siena.it/Diario_Storico_97.html (consultato settembre 2016). 24 Il 21 settembre, a Castelvitturi, la 2ª compagnia traeva comunque in arresto 13 sospetti, mentre a fine mese, a seguito di un agguato portato nei pressi di Castelvecchio contro un carrello della Milizia ferroviaria, un manipolo di squadristi intervenuti sul posto si scontrava senza conseguenze con un’unità partigiana, in AUSSME, fondo N1-11, b. 857, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, 21 e 30 settembre 1942. Cfr. anche ACS, PCM, anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 28674, da prefetto Zerbino a Ministero Interno Sicurezza Roma, Spalato, 30 settembre 1942. 25 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 631. 26 Ivi. Cfr. anche Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 28. 27 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 3 ottobre 1942. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 07699 di prot., Oggetto: Zaton – scontro tra ribelli e militari delle FF.AA., Zara, 14 ottobre 1942. 28 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, comunicato n. 01/659/Op, P.M 141, 2 ottobre 1942. 29 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, Foglio n. 660/I di prot., Oggetto: Relazione periodica, P.M. 118, 13 novembre 1942.
116
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
dei partigiani, nonché la continua opera di sabotaggio di mezzi e infrastrutture, gettavano infatti nuova benzina sul riacceso scontro tra il Governatore e le locali gerarchie militari, ritenute incapaci, quantomeno con i mezzi a loro disposizione, di assicurare una (comunque impossibile) «attività civile» delle provincie del litorale30. Ripetutamente interpellati i vertici romani, le pressioni di Bastianini trovavano nuovamente sponda nel capo del Governo, il cui interessamento faceva sì che nello schieramento del XVIII° C. d’A. affluisse una nuova divisione – la 1ª divisione celere “Eugenio di Savoia”, precedentemente schierata in Croazia – trasferita di lì a breve nello spalatino31. Parallelamente, pur precisandone ancora la scarsa entità numerica, i generali italiani on the spot rilevavano con preoccupazione la crescente vitalità del movimento partigiano, riconoscendone la sempre maggior capacità di presa su una popolazione locale «che è nella grande maggioranza, connivente […] [e] per questo aderisce facilmente alle ingiunzioni ed ordini dei ribelli»32. In un sorta di inversione dei ruoli, mentre Bastianini approdava a più concilianti posizioni nei confronti dei propri cittadini33, si andava facendo strada da parte dei militari la consapevolezza che «la mancata attuazione delle misure di rigore minacciate con i Bandi delle Autorità politiche e Militari» si traducesse nella «convinzione che facciamo solo parole»34. Si dispiegava quindi, a ben guardare, una gestione improvvisata e a tratti schizofrenica del fenomeno ribellistico, che a distanza di una dozzina di giorni vedeva susseguirsi prima espliciti ordini di «non bruciare le case e non sac-
30 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 64, Oggetto: Situazione in Dalmazia, Zara, 11 ottobre 1942. Il rapporto, «fosco e gravissimo», descriveva «lo stato delle provincie di Spalato e Zara, la minaccia incombente, la paralisi, l’inadeguatezza delle forze, la defezione delle popolazioni, la crisi delle comunicazioni, il nulla in cui ci stiamo dibattendo», in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1387. 31 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 640-641. 32 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, foglio n. 245/I di prot., Oggetto: Relazione periodica, P.M. 118, 14 ottobre 1942.
33 Già l’8 settembre il Governatore si interessava affinché «i danni anche notevoli [inferti] a cose di proprietà di persone residenti nel territorio annesso» trovassero pronto risarcimento attraverso lo stanziamento di speciali fondi, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 1137. Lo stessa pratica dell’internamento iniziava inoltre a mostrare i propri (tragici) limiti, spingendo interi nuclei familiari tra le braccia del movimento resistenziale e rivelandosi alla lunga «non efficace al conseguimento dei fini». A ciò contribuivano le «voci poco benevoli sul trattamento che verrebbe usato agli internati nel campo di concentramento di Melada», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, Commissariato pei servizi di polizia frontiera, Foglio n. 4925/ front., Oggetto: Situazione nel Settore di Sebenico, Trieste, 24 ottobre 1942. 34 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, Foglio n. 660/I di prot., Oggetto: Relazione periodica, P.M. 118, 13 novembre 1942.
117
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
cheggiare [sottolineato in originale]» durante il corso delle operazioni35, poi deliberati bombardamenti navali contro alcuni centri abitati del litorale nella durissima ritorsione di Capocesto (Primošten) del 13 novembre 1942. Andavano altresì complicandosi, all’indomani del passaggio alle dipendenze del Regio Esercito, i già non idilliaci rapporti tra i locali vertici militari ed i reparti del gruppo battaglioni squadristi: durante una riunione dei quadri di comando della IIª Armata e del VI° e XVIII° C. d’A., tenutasi a Spalato tra il 12 e 13 ottobre, il generale Spigo segnalava come in merito agli eccessi e saccheggi compiuti dalle forze occupanti nella Dalmazia annessa, successive indagini avessero appurato come la maggior parte degli episodi fossero da ascrivere all’azione delle unità squadriste o di pubblica sicurezza. Se al solo “Milano”, in territorio balcanico da oltre un anno, si riconosceva un certo carattere militare, per il resto dei reparti del gruppo battaglioni squadristi il giudizio era inclemente: seppur conscio dell’impossibilità di rimpatrio per ragioni squisitamente politiche, lo stesso Spigo ne chiedeva quantomeno l’allontanamento dal fronte dalmato per una radicale riorganizzazione e (eventuale) successivo inserimento in legioni divisionali della M.V.S.N.36. Il sentimento era reciproco: scorrendo le pagine del diario di Egidio Ortona, emergono infatti interessanti retroscena legati alla pressoché contemporanea (ed interessata) visita di Galbiati, giunto in Dalmazia proprio per ispezionare i battaglioni squadristi37. I già segnalati dubbi del console Scalchi trovavano ora sponda nel superiore, che «non sembra aver alcuna intenzione di continuare a lasciare i battaglioni squadristi alle dipendenze delle autorità militari»38; in un clima di sempre maggior apprensione per il fronte interno, nonché preoccupazione per le precarie condizioni di salute del duce39, l’arrivo in Dalmazia del Capo di S.M. della Milizia suggeriva 35 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, foglio n. 01/1455 di prot., Oggetto: Direttive per l’azione in zona M.Cista – Zaton – Vodice – Pirovazzo, P.M. 141, 1 novembre 1942. 36 Zbornik dokumenata, cit., tom XIII, knjiga 2, p. 782. Tra le recenti (probabili) intemperanze degli squadristi si segnalava nella sera dell’11 settembre il lancio di una bomba a mano nel centro di Zara, di fronte l’ingresso di un locale riservato ai soli ufficiali ma già teatro di diversi tentativi di ingresso forzato da parte di militi e marinai, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, Governo della Dalmazia, Foglio n. 0013617 Gab. P.S. di prot., Oggetto: Zara – lancio di una bomba dei pressi del “Caffè Centrale” – relazione, Zara, 23 settembre 1942.
37 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1388. Sulla rassegna di Galbiati in Dalmazia cfr. anche Il Capo di Stato Maggiore della Milizia ispeziona i Battaglioni Squadristi dislocati in Dalmazia, in «Milizia Fascista», anno XIX – n. 2, 12 novembre 1942. 38 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., pp. 1385-1388. 39 Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, cit., p. 1078.
118
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
ad Ortona una seppur precoce riflessione sull’importanza di queste fedeli truppe quali puntello per la sopravvivenza del regime. Appuntava infatti il diplomatico il 16 ottobre: «mi pare anche che il viaggio di Galbiati avesse lo scopo di saggiare i battaglioni squadristi ad ogni buon fine»40. Seguendo un pattern ormai consolidato, continuavano nel mentre sul campo i frequenti attentati e sabotaggi alle infrastrutture vitali del Governatorato: pressoché infruttuosa, quanto meno nel settore di Spalato, risultava comunque l’opera dei reparti italiani, con il “Toscano” impegnato a più riprese nel corso di ottobre in alcune operazioni di «normalizzazione» e rastrellamenti a corto raggio svolti in particolare nel tentativo di mettere in sicurezza il locale traffico ferroviario41. Nella notte del 31 ottobre, durante un appostamento condotto da un plotone di cc.nn. nei pressi di Nadograde (Dograde, a poca distanza da Marina di Traù), rimaneva però ucciso un giovane sorpreso nei pressi di una delle postazioni. Successive indagini avrebbero (almeno in parte) chiarito le dinamiche dell’incidente, inizialmente derubricato – come probabilmente molti altri – quale tentativo di fuga a seguito di «regolari intimazioni di alt»42: mentre uno degli squadristi interrogava infatti il ragazzo, un colpo partito forse involontariamente lo feriva mortalmente, provocandone di lì a poco il decesso43. Lo stesso plotone, raggiunta all’alba la vicina borgata di Nadograde, veniva fatta segno da un nutrito fuoco nemico che feriva un caposquadra e, per rappresaglia, venivano incendiate alcune abitazioni dalle quali si presumeva fosse partito l’attacco.44 La rinnovata attività partigiana si palesava nuovamente a distanza di alcuni giorni, il 7 novembre, quando elementi del I° battaglione squadristi, usciti ad ammainare una bandiera rossa issata sulle impervie colline antistanti Castelvecchio e Castelvitturi45, venivano fatti segno di colpi d’arma da fuoco sparati dalle quote vicine. L’attacco in forze del giorno successivo
40 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1388. 41 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, 2 ottobre 1942. 42 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, Telegramma n. 32537, da prefetto Zerbino a Ministero Interni Sicurezza, Spalato, 2 novembre 1942.
43 AUSSME, Fondo H-8 (crimini di guerra), b. 57, f. 415 (Div. Zara), Relazione di Pietro Castellani, Oggetto: Azione di appostamento a sud di Nadograde nella notte fra il 31 Ottobre ed il 1 Novembre 1942, Rovigo, 25 febbraio 1947. Sull’episodio cfr. anche Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., p. 92. 44 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, Telegramma n. 32537, cit.
45 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, 7 novembre 1942.
119
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
contro i suddetti nuclei partigiani concludeva definitivamente l’esperienza del “Toscano” nella provincia spalatina46: mentre affluivano nell’area le prime unità della “Eugenio di Savoia”, il reparto squadrista veniva progressivamente concentrato a Traù per poi trasferirsi in provincia di Zara47. Anche nella provincia sede del Governatorato ancora relativamente incruenta si manteneva l’attività dei 3 battaglioni squadristi presenti, fatta soprattutto di quotidiani appostamenti lungo le principali vie di comunicazione spesso condotti col supporto delle sempre più attive bande A.C.. Nella mattina del 17 ottobre una compagnia del “Tevere”, con l’ausilio di mezzi della Marina, conduceva però un rastrellamento dell’isola costiera di Morter, fermando «35 persone per accertamenti ed altre 14 donne e bambini da tempo latitanti»; durante il seguente appostamento notturno rimaneva inoltre «ucciso un individuo che cercava di scendere a terra da una barca e ne sono stati feriti e catturati altri due»48. Nel corso del 19 ottobre, sempre ad opera degli squadristi del 112° battaglione, trovavano invece la morte tre uomini: i primi due, «sospetti di favoreggiamento ai ribelli», venivano fermati nei dintorni di Pirovazzo ed uccisi in un tentativo di fuga durante il trasferimento nella vicina Stretto. Il terzo, un contadino di Pirovazzo, era a suo volta colpito in situazione pressoché analoga49. Si apriva invece in maniera ben diversa il mese di novembre, decisamente il più luttuoso dell’ultimo trimestre del 1942 nella Dalmazia annessa50: già
46 Ibidem, 8 novembre 1942. All’operazione, risolta grazie all’intervento dell’artiglieria, parteciparono circa 160 squadristi. Non è dato sapere le eventuali perdite avversarie. 47 Ibidem, Foglio n. 858/OP di prot., Oggetto: Trasferimento LXVIII° Btg. Squadristi “Toscano”. Consegne sottosettore, P.M. 118, 5 novembre 1942. L’allontanamento degli squadristi da Traù spingeva l’elemento filo-italiano della popolazione ad «invoc[are]» l’intervento di Mussolini affinché «il Battaglione Squadristi Toscano non sia allontanato per cambio di zona», in A.C.S., S.P.D., C.O., b. 847, cartoncino informativo con mittente: Cittadini di Traù (Spalato) e rappresentanti Cooperativa Pescatori della stessa città, s.d. [ma inizio novembre]. 48 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 18 ottobre 1942. E’ probabile che i «latitanti» fossero familiari di sospetti partigiani. 49 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 08258 Gab. di prot., Oggetto: Gulam Michele e Baric Venceslao, Zara 24 ottobre 1942 e Ibidem, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 12623 di prot., Oggetto: Petrovic Giacomo – uccisione –, Zara, 27 ottobre 1942.
50 Una non certo esaustiva sintesi operativa dell’attività svolta dalla divisione “Zara” nel trimestre ottobre-dicembre 1942, riportava, nel solo mese di novembre, circa 119 individui uccisi (o fucilati) in combattimento, senza contare, come vedremo, le diverse decine di persone morte durante il bombardamento nella zona di Capocesto. Sintomo di un notevole inasprimento della repressione, le vittime erano state “solo” 36 nel mese di ottobre e circa 105 nel mese di dicembre, in Ibidem, Sintesi attività operativa svolta al trimestre ottobre – novembre – dicembre 1942.
120
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
il primo del mese il comando della divisione “Zara”, a seguito dell’accertata (e crescente) presenza partigiana nel già turbolento quadrilatero Pirovazzo – Čista Mala – Zaton – Vodice, disponeva un nuovo, vasto, rastrellamento dell’area affidato a 4 colonne dalla forza di un battaglione circa ognuna, la prima delle quali composta da una compagnia del “Milano”, una del “Tevere”, la compagnia A.C. n. 1 e altri elementi delle bande A.C.51. L’operazione, destinata a «normalizzare definitivamente la situazione nella zona», prevedeva il fermo di ogni «uomo – da 10 a 65 anni – o donna sospetta», successivamente avviati per controllo verso i presidi posti lungo la costa; per arginare spiacevoli quanto frequenti episodi, si precisava (come già ricordato) l’obbligo perentorio di «non bruciare le case e non saccheggiare (responsabili i comandanti di compagnia)»52. I reparti, schierati a semicerchio lungo la direttrice Pirovazzo – Putičanje – torrente Guduča iniziarono il movimento verso sud-est nella prima mattina del 2 novembre53, senza riuscire ad agganciare alcun consistente nucleo ribelle, probabilmente frazionatisi alla vista delle truppe avanzanti. Solo il 4 la colonna di squadristi ne riusciva ad intercettare lungo la costa nei pressi di Trebocconi un piccolo nucleo: nel conseguente conflitto a fuoco le camicie nere del “Tevere” uccidevano 3 partigiani mentre un quarto, catturato, veniva fucilato sul posto. Raggiunta la vicina località di Sovlje, da una casa partivano alcuni colpi diretti contro la colonna ed il proprietario della stessa veniva a sua volta passato per le armi54. Terminato il rastrellamento nel settore costiero, le stesse truppe venivano immediatamente trasferite lungo la sponda settentrionale del lago di Aurana per condurre un’ulteriore battuta. Una grossa formazione partigiana veniva questa volta intercettata e dispersa: nel duro scontro sviluppatosi, la compagnia mitraglieri del “Tevere” intervenuta da Stancovazzo uccideva una ventina di partigiani55.
51 Ibidem, Foglio n. 01/833 di prot., Oggetto: Notiziario n° 198, P.M. 141, 3 novembre 1942. In merito alla formazione di nuove bande partigiane lungo il litorale dalmato cfr. Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 1120. 52 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, foglio n. 01/1455 di prot., cit.. Parallelamente, si spronavano le truppe ad «obbliga[re]» gli abitanti «a dare informazioni sui ribelli […] e qualora non parlino siano presi ostaggi». 53 Ibidem, foglio n. 01/1502-Op. di prot., P.M. 141, 2 novembre 1942.
54 Ibidem, foglio n. 01/864 di prot., Oggetto: Notiziario n° 199, P.M. 141, 5 novembre 1942. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, R. Prefettura di Zara, Foglio n.08845 di prot., Oggetto: Telegramma lettera, Zara, 6 novembre 1942. 55 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/98 II°, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 08858 di
121
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Analoghe operazioni venivano nuovamente condotte sull’isola di Morter, ormai riconosciuta quale sede abituale di nuclei ribelli in stretto collegamento con le unità della terraferma56: la compagnia “Napoletana”, da poco giunta a rinforzo di uno sfibrato battaglione “Vespri”, partecipava dal 4 all’8 novembre al «ripulisti» dell’isola57, conclusosi con lo «sgombero» di circa 330 individui58. Assieme ai circa 600 fermati nella precedente azione nella zona di Mala Čista – Zaton – Vodice59, i civili rastrellati vennero stipati nel «campo di transito» allestito sul campo d’aviazione di Vodice – sotto l’iniziale sorveglianza delle cc.nn. del 170° battaglione squadristi – per permettere i necessari «accertamenti tendenti a precisare la loro posizione, essendo probabile che molti ribelli, vistisi accerchiati, abbiano abbandonato le armi e si siano confusi con la popolazione»60. L’alto numero di reclusi e la scarsa organizzazione dimostrata dall’autorità di P.S. nell’approntamento del campo, sfociarono ben presto in condizioni di vita insopportabili: già il 17 novembre, il vescovo di Sebenico denunciava, in una lunga e toccante lettera a Bastianini, come «a Vodizze il vitto degli internati è di 20 grammi di pane al giorno per persona e nient’altro, e dormono sul cemento»61. Lo stesso cappellano del gruppo battaglioni squadristi, padre Giorgio Zoldan62, rivolse dure parole al conprot., Oggetto: Rastrellamento zona Stancovazzo – Pirovazzo – Aurana – Pacostane, Zara, 10 novembre 1942. Cfr. anche Ibidem, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 14931, Oggetto: Cadaveri ribelli, Zara, 15 dicembre 1942. 56 Ibidem, Foglio n. 01/833 di prot., cit. 57 Prima dell’arrivo dei complementi, il reparto si era ridotto a 24 ufficiali e 280 tra sottufficiali e camicie nere, meno della metà della forza teorica. Come suggerito dal nome della nuova compagnia, di origini soprattutto partenopee erano i 128 squadristi giunti di rinforzo a Vodice il 30 ottobre, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., pp. 32-33. 58 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 7-8 novembre 1942.
59 Il D.S. della divisione “Zara” riporta la cifra di 594 fermati, in Ibidem, 8 novembre 1942. 60 Ibidem, 8 novembre 1942. In linea con le cifre fornite dai comandi militari, Bossini parla di «un migliaio di uomini» concentrati a Vodice prima di essere «avviati […] ai campi di concentramento», in Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., p. 33. Accenni sul (ben poco conosciuto) campo di Vodice in Carlo Spartaco Capogreco, I campi del Duce, cit., p. 271. 61 Lettera di Girolamo Mileta a Giuseppe Bastianini, Sebenico, 17 novembre 1942, citata in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 1228-1231. 62 Zoldan, originario di Trieste e cappellano militare della Milizia fin dalla fondazione, era stato accorpato al Gruppo battaglioni squadristi il 18 ottobre 1942, in sostituzione del cappellano Crisostomo Ceragioli. Rientrato nella Penisola al seguito del rimpatrio dei reparti squadristi, Zoldan avrebbe continuato il proprio ministero sotto il governo Badoglio, rifiutandosi poi di passare agli ordini dei tedeschi, in A.O.M.I., Stato di servizio di Zoldan Giorgio e Ceragioli Crisostomo. Cfr. anche Mimmo Franzinelli, La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica, in «L’impegno. Annali dell’Istituto Veneto per la Storia della Resistenza », a. XV, n.
122
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
sole Scalchi denunciando le tragiche condizioni patite dagli internati nel campo: Mi permetto nuovamente richiamare all’attenzione Vostra – e prego voler insistere presso le competenti autorità – affinché cessi lo sconcio del così detto campo di concentramento di Vodice. Vorrei invitarvi a fare una visita; è troppo umiliante per noi italiani dover assistere ad un simile trattamento disumano verso individui innocenti, che se fossero colpevoli per nostro onore dovremmo passarli per le armi ma non tenerli in simili condizioni. Sotto l’aspetto igienico ritengo possa esser pericoloso anche per le nostre guardie63. Procedendo a rilento gli accertamenti tesi a vagliare la posizione dei singoli internati (al 9 dicembre se ne segnalavano ancora 660 rinchiusi nel campo)64, in una ridda di accuse reciproche tra autorità militari e politiche, queste ultime finirono col rimettere in libertà quasi tutti i reclusi, vanificando secondo il generale Viale (comandante la divisione “Zara”) «lo scopo delle operazioni compiute e riport[ando] la situazione della provincia al punto di partenza»65. Il numero dei rastrellati nelle provincie di Zara e Spalato era però destinato a salire ancora: il 10 novembre venivano infatti fermati, probabilmente con il concorso del battaglione “Tevere”, altri 315 individui (maschi) degli abitati di Pakoštane e Drage, poi concentrati nel «campo di transito» di Zaravecchia66. Finiva invece nel sangue l’azione di «normalizzazione» condotta nell’area di Dubrava – Lovozac – Konjevrate (nord-est di Sebenico): tra i circa 400 fermati concentrati sul posto in attesa di accertamenti, un tentativo di fuga
2, agosto 1995, p. 548. 63 A.O.M.I., fascicolo personale del cappellano Giorgio Zoldan, Promemoria per il Comandante del Gruppo Battaglioni Squadristi, 15 dicembre 1942, citato in Mimmo Franzinelli, La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica, cit., p. 544. 64 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, foglio n. 01/1395 di prot., Oggetto: Notiziario n° 209, P.M. 141, 9 dicembre 1942.
65 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 63, Foglio n. 01/2716/Op. di prot., Oggetto: Azione del 16 novembre in zona Capocesto, P.M. 141, 13 dicembre 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 1136. Quale ulteriore beffa, veniva segnalato come gli elementi partigiani locali attendessero «lungo la strada l’eventuale liberazione degli elementi sospetti concentrati a Vodice […] per costringerli, se la persuasione non basta a seguirli», in AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, foglio n. 01/1395 di prot., oggetto: Notiziario n° 209, P.M. 141, 9 dicembre 1942. 66 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 11 novembre 1942.
123
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
provocava la reazione italiana e sul terreno rimanevano 32 individui67. Se non è chiara la presenza di militi del “Milano” (comunque acquartierati a Sebenico) al fianco dei reparti dell’Esercito che conducevano l’operazione68, quasi certamente da escludere è la loro partecipazione alla di poco successiva strage di Capocesto (Primošten), durissima azione di rappresaglia condotta in risposta al mortale agguato del 13 novembre ai danni di un convoglio di genieri e marinai, usciti per riparare una linea telefonica sabotata e massacrati a pochi chilometri dal piccolo centro costiero. La crescente attività ribelle, sempre più direttamente rivolta contro le truppe italiane69, nonché il crescente afflusso di giovani verso le bande ribelli, spingevano infatti le locali gerarchie militari ad invocare una maggior fermezza, nel già ricordato tentativo di estirpare «la convinzione che facciamo solo parole»70: l’opacizzarsi della distinzione tra partigiani e civili approdava quindi al riconoscimento – da parte dei vertici della divisione “Zara” – di una «sicura connivenza» della popolazione locale con i ribelli71, dando il via libera affinché la zona attorno Capocesto (da tempo sulle cronache della divisione “Zara”) venisse «normalizzata radicalmente con potente azione fuoco artiglieria»72. Il 16 novembre, un nutrito bombardamento e successivo rastrellamento dei reparti sul campo lasciavano tra le numerose frazioni coinvolte nell’operazione un imprecisato numero di vittime civili, comunque stimabile nell’ordine di diverse decine; anche in questo caso, i circa 200 fermati venivano avviati verso il campo di Vodice73.
67 Ibidem, 13 novembre 1942. 68 Oltre a due battaglioni bersaglieri, il rastrellamento era stata condotto da un battaglione di formazione di cui si ignora la composizione. 69 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 1119-1126. 70 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, Foglio n. 660/I di prot., cit. 71 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, Foglio n. 01/1145 di prot., Oggetto: Notiziario n° 205, P.M. 118, 20 novembre 1942. 72 Ibidem, Foglio n. 01/1848/Op di prot., 14 novembre 1942. 73 Nella documentazione consultata, non si fa comunque cenno alla partecipazione di reparti del Gruppo battaglioni squadristi, in Ibidem, Foglio n. 01/1848/Op di prot., 14 novembre 1942. Difficile inoltre fornire una cifra credibile dei morti, variando le stime da un minimo di 55 ad un massimo di oltre 150 tra uccisi e fucilati («parecchi») segnalati dallo stesso console Scalchi, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., p. 1127. La relazione di Scalchi è riprodotta in copia anastatica in Zbornik dokumenata, tom V, knjiga 9, cit., p. 456. Relativamente conservative anche le stime fornite nel dopoguerra dalla Jugoslavia, attestate in 80 morti (ma, si precisava, quasi tutti donne e bambini), in Federative People’s Republic of Yugolavia, Report on italian crimes against Yugoslavia and its peoples, cit., p. 148. Accenni sull’episodio, pressoché ignorato dalla storiografia italiana, anche in Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata,
124
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Giungevano intanto nello zaratino anche i reparti del “Toscano”74, schierati nell’area di Vodice per avvicendare le camicie nere del “Vespri” di lì a poco (temporaneamente) scaglionate, in funzione di presidio costiero, tra le antistanti isole di Morter, Sepurine (Prvić), Zlarino (Zlarin), Zuri (Žirje) e Capri (Kaprije)75. All’indomani della dura repressione lungo il litorale a sud di Sebenico, in una sorta di movimento “pendolare” dei ribelli, tornavano infatti a farsi precarie proprio le condizioni del triangolo Vodice – Zaton – penisola di Srima76: veniva quindi decisa una nuova azione di rastrellamento nella suddetta area, affidata ad un battaglione di formazione del 292° reggimento fanteria, al I° battaglione squadristi (rinforzato da una compagnia del “Vespri”) e diverse bande A.C.. L’operazione, iniziata all’alba dell’8 dicembre e protrattasi fino al pomeriggio del 10, riusciva a smembrare la formazione nemica che perdeva sul campo 54 uomini – 90 secondo successive indagini – al costo di 12 morti da parte italiana (tra cui una cc.nn. del “Toscano”)77; secondo lo stringato resoconto dei CC.RR. al seguito dei reparti, nella giornata del 9 dicembre venivano inoltre fucilati «alcuni favoreggiatori di ribelli»78. Per il gruppo battaglioni squadristi, il lungo 1942 si concludeva con alcuni appostamenti senza esito, mentre il settore di Sebenico passava dal 12 dicembre sotto la responsabilità della divisione “Eugenio di Savoia”, alle cui dipendenze si ponevano quindi i battaglioni “Toscano” e “Milano”79; il “Tevere”, scaglionato attorno al lago di Aurana, e il “Vespri”, presto quasi completa-
cit., p. 103 ed Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1396. 74 Ad inizio novembre, il reparto contava ancora un totale di 431 uomini, in AUSSME, fondo N111, b. 857, D.S. Comando fanteria divisionale divisione “Zara” – Settore Spalato, Indice dei presidi esistenti nel territorio Spalato alla data del 1° Novembre 1942. 75 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 20-21, 27 novembre, 12 dicembre 1942. Cfr. anche Ibidem, Dislocazione dei reparti nel territorio della divisione alla data del 16 dicembre 1943=XXI [recte: 1942] e Alfredo Bossini, Gli squadristi del Vespri in Dalmazia, cit., pp. 33-34. I due battaglioni impiantavano i rispettivi comandi a Vodice (“Toscano”) e Stretto (“Vespri”). 76 Un volontario A.C., sfuggito alla prigionia dei partigiani, riferiva la ricostituzione di una forte unità ribelle operante nell’area, in Ibidem, Foglio n. 01/1395di prot., Oggetto: Notiziario n° 209, P.M. 141, 9 dicembre 1942.
77 Ibidem, Foglio n.01/1421 di prot., Oggetto: Notiziario n° 210, P.M. 141, 12 dicembre 1942 e Ibidem, Sintesi attività operativa svolta al trimestre ottobre – novembre – dicembre 1942. Per una puntuale ricostruzione dell’operazione cfr. Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), cit., pp. 1187-1188. 78 AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. XVI° Battaglione autonomo CC.RR. mobilitato, 9 dicembre 1942. 79 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, 11 dicembre 1942.
125
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
mente riunito a Zaravecchia, rimasero invece alle dipendenze della “Zara” 80. L’inizio del nuovo anno vedeva inoltre al vertice dei battaglioni “Toscano” e “Tevere” due nuovi comandanti, rispettivamente i primi seniori Elio Bernini e Alfonso Trotta81.
Il battaglione squadristi “Emiliano” nel Carnaro Mentre andavano sviluppandosi nell’entroterra le dure operazioni di rastrellamento condotte dal V° raggruppamento G.A.F82, il II° battaglione squadristi “Emiliano” iniziava, dietro interessamento dello stesso Testa83, il definitivo trasferimento verso il fiumano, attuato in due scaglioni a partire dal 20 luglio84.
80 Ibidem, 20 dicembre 1942. Rimasero schierati sulle isole antistanti Sebenico solo alcuni plotoni del 170° battaglione squadristi. 81 Trotta subentrava al seniore Carlo Sciavicco, comandante interinale del reparto dopo la smobilitazione di Vallarino, promosso console nel settembre 1942 e rimpatriato. Le biografie dei due nuovi comandanti sono riportate in appendice. 82 Durante il lungo ciclo operativo (12 luglio – 23 agosto) il raggruppamento si sarebbe distinto per il «comportamento particolarmente duro» adottato nei confronti dei gruppi di civili incontrati durante i rastrellamenti, «che si sospettavano essere favoreggiatori dei partigiani a prescindere da sesso ed età», in Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 87-89. Secondo le stime fornite da Tone Ferenc ed integrate da Amedeo Osti Guerrazzi, il solo V° raggruppamento G.A.F. avrebbe ucciso 172 uomini in combattimento e 245 per fucilazione, catturando (ed internando) 4300 persone e distruggendo 1854 case e 21 accampamenti, in Ivi. Cfr. anche Tone Ferenc, »Si ammazza troppo poco«, cit., pp. 26, 194-195. Il generale Umberto Fabbri, sintetizzando l’operato dei suoi uomini, confermava l’azione di sostanziale «desertificazione» del retroterra fiumano attraverso «la distruzione [...] dei paesi non presidiati dai nostri reparti e con l’internamento del 60% della popolazione», grazie a cui «avevano posto l’avversario in seria crisi», in ACS, Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 276, Foglio n. 184/02/OP di prot., Oggetto: Relazione sul ciclo operativo 1° ottobre – 3 novembre 1942, P.M. 10, 11 novembre 1942. 83 Il prefetto segnalava infatti la necessità di disporre del battaglione squadristi per compiti di «polizia lungo le rotabili […] colle precise funzioni di impedire et garantire eventuali infiltrazioni di ribelli che ora sono quotidianamente sulle rotabili percorse dagli stessi reparti. Compito più delicato et importante per il rischio non poteva essere riservato ai vecchi squadristi emiliani», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/33 II°, b. 169, Telegramma n. 20485, da prefetto Testa a Capo Stato Maggiore S N Roma, Fiume 8 luglio 1942. L’alta considerazione da parte di Testa per il reparto veniva confermata dalla «particolare benevolenza» a questo rivolta, concretizzatasi in una maggior «distribuzione di generi di conforto ai legionari», in AUSSME, Fondo H8, b. 57, f. 421 (Slovenia – Podhum), Relazione n. 507, cit. 84 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 21680, da prefetto Tamburini a Ministero Interno Gabinetto Roma, Trieste, 21 luglio 1942. Secondo gli accordi intercorsi tra il Co.Ge.Mi., il prefetto di Trieste e di Fiume, il movimento dei rimanenti reparti era subordinato all’imminente arrivo in Venezia Giulia del battaglione squadristi “Nizza”, previsto per la prima decade di agosto.
126
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Nei territori di recente annessione il comando del reparto prendeva sede a Zaule del Carnaro (Čavle), nell’immediata periferia del capoluogo, mentre le 4 compagnie si insediavano rispettivamente a San Matteo (Viškovo, 1ª compagnia al comando del centurione Mario Tosarelli)85, Mrzla Vodica (2ª compagnia, centurione Angelo Paltrinieri Colli)86, Gornje Jelenje (3ª compagnia) e Cernik (4ª compagnia mitraglieri)87. Il nuovo schieramento del battaglione rispondeva infatti ad una doppia logica: da un lato «i tre reparti [comando, 1ª e 4ª compagnia] dislocati su di una linea parallela alla costa a una distanza di circa 10 chilometri da questa» dovevano riuscire a «mantenere […] una fascia di sorveglianza e di sicurezza contro gli eventuali tentativi di infiltrazione di partigiani verso le città di Fiume e Sussa»; dall’altro, i «due nell’interno [2ª e 3ª compagnia], a 30 - 35 chilometri dalla costa», avevano la funzione di «proteggere gli operai che assicurano l’approvvigionamento della legna da ardere ai centri urbani e di fare puntate esplorative nelle zone circostanti onde impedire movimenti e concentramenti di ribelli nel pressi delle strade per Crni Lug e Lokve»88. Non ultimo, gli squadristi vennero impiegati per la scorta delle colonne di automezzi che lungo le impervie rotabili portavano rifornimenti ai presidi dell’interno e tornavano «con carichi di legname e bestiame a quattro e… a due zampe»89: individui fermati durante i concomitanti rastrellamenti nell’interno ed avviati verso Fiume per successivo internamento. Il 2 agosto proprio uno di questi convogli, «trasportant[e] 1132 persone» dirette verso il capoluogo di provincia per essere internate, cadeva in un’imboscata tesa da una consistente banda ribelle lungo il tratto di strada 85 Nato a Granarolo dell’Emilia (BO), classe 1902, Tosarelli fu dal 1927 segretario del fascio di combattimento della sua cittadina d’origine e poi, dal febbraio 1940, vice-segretario del fascio e della federazione di Bologna, in Maurizio Degl’Innocenti, Paolo Pombeni, Alessandro Roveri (a cura di), Il P.N.F. in Emilia Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Franco Angelo Libri, Milano 1988, p. 362. Cfr. anche Brunella Dalla Casa, Alberto Preti, Bologna in guerra 19401945, Franco Angeli Libri, Milano 1995, pp. 75-76. 86 Originario di Camposanto (MO), classe 1902, Paltrinieri Colli fu squadrista partecipante alla marcia su Roma. A partire dal 1935 ricoprì le cariche di segretario politico di Camposanto ed ispettore di zona della federazione fascista modenese, in Pietro Alberghi, Modena nel periodo fascista (1919-1943), Mucchi, Modena 1998, pp. 216, 258.
87 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 2787/8 di prot., Oggetto: Relazione quindicinale dal 16 al 31 agosto 1942-XX°, P.M. 10, 6 settembre 1942. Al 31 agosto il battaglione contava 670 uomini, di cui 21 ufficiali, 42 sottufficiali e 607 cc.nn. 88 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 2995/8 di prot., Oggetto: Relazione quindicinale dal 1° al 15 settembre 1942-XX°, P.M. 10, 17 settembre 1942.
89 GAF. [Guido Angelo Facchini], Gloria squadrista nella lotta contro i partigiani. L’agguato alla colonna, in «Santa Milizia», Anno XXI – n. 39, 26 settembre 1942-XX.
127
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Gerovo–Crni-Lug90: tra le circa 100 cc.nn. dell’“Emiliano” di scorta, 12 rimanevano uccise o disperse, compreso lo stesso comandante della colonna (e del plotone comando del battaglione) centurione Dino Guidotti91. Di lì a breve, nella prima mattina del 10 agosto, militi della 2ª e 3ª compagnia ed unità dell’Esercito intervenivano in soccorso di un convoglio di rifornimenti diretto a Gerovo, a sua volta attaccato da un numeroso gruppo di partigiani nei pressi di Mrzla Vodica92. Nel conflitto a fuoco, durato alcune ore, gli squadristi lasciavano sul terreno due morti e alcuni feriti, mentre diversi ribelli venivano uccisi93. La stessa banda partigiana veniva scoperta e scompaginata cinque giorni più tardi ad opera di una compagnia del battaglione confinario “M”, che uccideva 40 ribelli (di cui 28 fucilati dopo la cattura)94.
90 AUSSME, fondo N1-11, b. 824, D.S. Comando XII° battaglione CC.RR mobilitato, 2 agosto 1942. Cfr. anche GAF. [Guido Angelo Facchini], Gloria squadrista nella lotta contro i partigiani, cit..
91 Foglio n. 2475/23, Oggetto: Comunicazione, P.M. 10, 5 agosto 1942, citato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, volume I, cit., pp. 320-321. Originario di Riolo Terme (RA), classe 1901, Guidotti si iscrisse al P.N.F. nell’ottobre 1920. Squadrista, partecipò alla marcia su Roma, ricoprendo fino al 1939 la carica di segretario del fascio del piccolo paese di origine, in Tutte le insegne e i cuori del Fascismo ravennate hanno reso omaggio agli Squadristi caduti nel compimento del dovere, in «Santa Milizia», Anno XXI – n. 33-34, 22 agosto 1942-XX. Anche in questo caso i partigiani infierivano sui militi feriti, «finiti a colpi di pugnale. Al centurione Guidotti una pugnalata ha reciso la carotide», ricorderà il tenente medico Mario Laureati in Giulio Bedeschi (a cura di), Fronte jugoslavo-balcanico: c’ero anch’io, Mursia, Milano 1985, pp. 199-200. 92 L’attacco alla colonna in transito era portato anche con «pallottole perforanti [che] riuscivano bucare corazzatura carri armati», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n° 23513, da prefetto Testa a Ministero dell’Interno Gabinetto e Direzione Generale Sicurezza Roma, Fiume 10 agosto 1942.
93 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n° 23513, da prefetto Testa a Ministero dell’Interno Gabinetto e Direzione Generale Sicurezza Roma, Fiume 10 agosto 1942. Cfr. anche gaf [Guido Angelo Facchini], Squadristi modenesi nella zona d’impiego, in «Gazzetta dell’Emilia», 30 settembre 1942. A seguito dell’agguato, costato la vita ad almeno 17 militari, il generale Fabbri autorizzava un’«azione di rappresaglia sul paese di Mrzla Vodica che, nell’immediato raggio dell’imboscata, era indubbiamente informato dei preparati ribelli». Quattro uomini erano quindi immediatamente fucilati mentre circa 200 persone venivano internate, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 62, Comando V° Raggruppamento G.A.F. Foglio n. 626/02 Op. di prot., Oggetto: Relazione sulla imboscata subita dall’autocolonna rifornimento viveri ai presidi nella mattina del 10 agosto sulla rotabile Mrzla Vodica, P.M. 10, 12 agosto 1942. 94 Il prefetto Testa segnalava infatti come «addosso ad un ribelle ucciso [fossero] stati trovati documenti appartenenti ad uno degli Squadristi uccisi», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 24356, da prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto e Sicurezza, Fiume 16 agosto 1942. Il battaglione confinario “M” venne organizzato per volontà dello stesso Testa nella primavera del 1942, attingendo tra i militi della 4ª legione della Milizia Confinaria e volontari. Sottoposto ad uno speciale addestramento, venne spesso impiegato alle dipendenze del V° Raggruppamento G.A.F., dimostrandosi particolarmente efficace (e spietato) nella lotta anti-partigiana, in Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 425.
128
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Probabilmente in virtù dei recenti successi italiani (nonché del prosieguo delle operazioni lungo il confine sloveno) l’attività ribelle nell’area risultò comunque fortemente ridimensionata, mentre l’azione di scorta ai convogli e pattugliamento poteva proseguire pressoché indisturbata per tutto agosto e settembre. Intensa, benché non altrettanto cruenta, l’opera dei reparti schierati nella «fascia di protezione» disposta attorno «ai centri della costa»: nella seconda metà della stagione estiva, in particolare la 1ª compagnia svolgeva infatti quotidiana attività di perlustrazione, rastrellamento e appostamento notturno nei centri abitati a nord della capitale, arrestando alcuni individui e uccidendo due partigiani (di cui uno passato per le armi)95. L’intera area da Marčelji a Buccari venne inoltre interessata, nella seconda metà di settembre, da un’intensificata attività perlustrativa: soprattutto nel castuano, l’ampio ciclo di rastrellamenti disposto dal prefetto Testa dal 18 al 22 settembre portava alla scoperta, nella zona di Saršoni, di numerosi (e preoccupanti) depositi di materiale e nascondigli ribelli; durante l’azione rimaneva altresì ucciso un ufficiale partigiano96. Benché l’area apparisse ora relativamente tranquilla97, anche nel mese di ottobre la provincia del Carnaro si vide coinvolta in una lunga serie di rastrellamenti disposti dal V° C. d’A., in concorso con le contemporanee operazioni di normalizzazione condotte nella Slovenia meridionale dall’XI° C. d’A. (9°-11° complesso operativo)98. I presidi e i reparti dislocati ad occidente dell’allineamento Risnjak – Mrzla Vodica – Fužine avrebbero quindi inizialmente condotto rastrellamenti a breve raggio, «costituendo una chiusura verso est»99; successivamente, organizzati su due colonne,
95 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 2995/8 di prot., cit.. Cfr. anche ACS, Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 3210/8 di prot., Oggetto: Relazione quindicinale dal 16 al 30 settembre, P.M. 10, 6 ottobre 1942. Da segnalare come, nella prima metà di settembre, l’intero battaglione segnalasse un solo fatte d’arme (senza vittime) accorso ai militi della 3ª compagnia in località Kamenjak. 96 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 3210/8 di prot.. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 27954, da prefetto Testa a Ministero Interni gabinetto et Sicurezza, Fiume, 23 settembre 1942.
97 Il generale Fabbri, pur rilevando nel proprio territorio di giurisdizione «l’infiltrazione di numerosi elementi armati, battuti in altre zone», limitava ormai la loro azione a «sporadiche azioni di piccoli nuclei, sempre prontamente controbattute», in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 276, Foglio n. 184/02/OP di prot., cit. 98 Per una puntuale ricostruzione delle operazioni condotte nella provincia di Lubiana rimandiamo a Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, cit., pp. 239-248. 99 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 276, Foglio n. 02/10680 di prot.,
129
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
avrebbero dovuto setacciare le aree «del Castuano, della fascia costiera e della zona a cavallo e ad oriente della rotabile Mrzla Vodica – Cabar [Čabar] – Prezid e, nella fase finale, del Vinodol [area a cavallo della provincia di Lubiana]»100. Conclusasi la prima fase dell’operazione (1 - 11 ottobre), affidata all’azione dei presidi del V° raggruppamento della Guardia alla frontiera, iniziava il 12 ottobre il movimento dei reparti mobilitati per l’occasione: mentre la «colonna “A”» (battaglione di formazione G.A.F. e battaglione confinario “M”) procedeva rapidamente al rastrellamento della cintura fiumana, il battaglione squadristi “Emiliano” si trasferiva il 12 ottobre a Mrzla Vodica, in attesa dell’arrivo dei reparti con cui costituire la «colonna “B”». Dislocata tra Fužine e Vrata (e successivamente Lokve), la colonna “A” riusciva nei giorni successivi ad agganciare più volte le unità partigiane, infliggendo diverse perdite, mentre pur rilevandone (e distruggendone) alcuni ripari, si dimostravano infruttuosi i rastrellamenti condotti dal battaglione squadristi. Il mancato afflusso delle unità di rinforzo rallentava però le operazioni e solo il 24 ottobre poteva costituirsi, a ranghi ridotti, la colonna “B”, composta da un battaglione di formazione del 311° reggimento fanteria e dalle camicie nere dell’“Emiliano”101. Tre giorni più tardi poteva riprendere il movimento verso la valle della Kupa (delimitante il confine italo-sloveno), accerchiata e rastrellata lungo il tratto Osilnica – Kuželj: se l’azione della colonna “B” risultava infruttuosa, una banda ribelle veniva sorpresa ed annientata dalla colonna “A” sulla sponda sinistra del fiume. Con le operazioni ormai agli sgoccioli, il 31 ottobre il battaglione squadristi rientrava nell’originaria sede di Čavle. Relazionando sull’andamento del lungo ciclo di rastrellamenti, conclusisi senza regalare la «gioia di catturare un gran numero di nemici armati»102, il generale Fabbri segnalava, riguardo al battaglione squadristi posto alle proprie dipendenze, considerazioni già espresse ormai da più parti nei confronti dei Oggetto: Ordine di operazione n.9, P.M. 46, 1 ottobre 1942. 100 Ibidem, Foglio n. 20380 di prot., Oggetto: Operazioni di rastrellamento nel retroterra fiumano, P.M. 10, 11 ottobre 1942. 101 Ibidem, Foglio n. 02/116 Op. di prot., Oggetto: Promemoria operativo del 24 ottobre 1942, P.M. 10, 24 ottobre 1942. Tra le cause della ritardata formazione della colonna “B”, si segnalava la mancata mobilitazione del «Battaglione Fascisti Fiumani», in Ibidem, Foglio n. 38/02/Op. di prot., Oggetto: Btg. Fascisti Fiumani, P.M. 10, 14 ottobre 1942. Oltre a questi fugaci accenni, non è stata rintracciata altra documentazione relativa a questo particolare reparto, organizzato dalla Federazione fascista di Fiume. 102 In totale erano stati comunque uccisi 37 ribelli, mentre 20 erano quelli catturati e 103 quelli consegnatisi spontaneamente ai presidi nell’area considerata, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 276, Foglio n. 184/02/OP di prot., cit.
130
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
reparti “gemelli”: l’«alto spirito ed il notevole mordente» risultavano «purtroppo […] non adeguat[i] alla loro resistenza fisica alle marce per l’età ormai matura della massa», benché il comandante rimanesse «nel complesso […] soddisfatto dal rendimento di tutti, in relazione alle loro possibilità fisiche»103.
Il battaglione squadristi “Nizza” Il mese di ottobre del 1942 vedeva altresì l’arrivo in Slovenia del 215° battaglione cc.nn. squadristi “Nizza”, ultimo tra i reparti squadristi ad essere costituito. L’approntamento del nuovo battaglione, ventilato da Galbiati già sul finire di giugno e da attuarsi attraverso la mobilitazione di volontari provenienti dalle regioni settentrionali104, si concretizzava nel corso della stagione estiva seguendo lo stesso iter già segnalato per le altre unità: gli squadristi genovesi, ad esempio, venivano convocati ai primi di luglio presso la locale federazione fascista; qui, ricorda Vittorio Paglieri nelle proprie memorie, mi dissero che erano alla ricerca di volontari idonei alle armi per costituire una “compagnia squadristi” ligure in occasione del ventennale della Marcia su Roma. L’intento era quello di tracciare una linea ideale di continuità tra la Rivoluzione di allora e la guerra in corso; a tale scopo stavano sviluppandosi analoghe iniziative presso altre Federazioni, con l’obiettivo di formare un battaglione tutto di squadristi105. Fascista convinto ma non certo un violento – nella vita era tra l’altro maestro elementare – Paglieri imputava la propria adesione essenzialmente alla «soddisfazione di aver contribuito, sia pure in forma modestissima data la mia età, alla vittoria i cui frutti godranno i nostri figli»106. Ma contrariamente alla propria «smani[a] di nuove esperienze»107, il reclutamento degli squadristi liguri nella nuova formazione si sarebbe risolto in un vero fallimento: 103 Ivi. 104 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 8916/OM/RSM di prot., Oggetto: Btg. cc.nn. “Nizza”, Roma, 28 giugno 1942. 105 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 22. 106 Ibidem, p. 32. 107 Precisa l’autore: «appena mi assicurarono che saremmo stati impegnati in prima linea e che il servizio territoriale veniva escluso dai programmi della nuova compagnia, firmai la domanda di arruolamento», in Ibidem, p. 22. Si noti l’abisso che separa la suddetta testimonianza rispetto alla pressoché contemporanea missiva inviata a Mussolini dalla c.n. Medici del “Vespri”.
131
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
pensavo alle centinaia di fascisti chiavaresi, uno solo dei quali si era arruolato con me nella compagnia ligure. […] Anche a Genova e nel resto delle Riviere il reclutamento volontario era stato deludente e si era dovuto provvedere altrimenti: trovai nella “Mai Morti” [denominazione della compagnia squadristi ligure] camerati di Tortona e di Voghera […], alessandrini del gruppo rionale di cui era fiduciario mio cugino Elio, novesi, astigiani, casalesi… I veri genovesi andavano cercati col binocolo108. Riallacciando l’artificioso filo che legava il volontariato fascista con quello risorgimentale, contribuivano altresì alla formazione del reparto i «numerosi e rumorosi» irredentisti nizzardi riuniti nei “Gruppi d’Azione Nizzarda” (G.A.N.) di Ezio Garibaldi, organizzati proprio in quei mesi109. Assumendo la denominazione di “Nizza”, il battaglione veniva quindi mobilitato il primo agosto agli ordini del modenese primo seniore Giovanni Tebaldi, ufficiale della Milizia in S.P.E.110. Come accennato, vi confluivano volontari tratti da tutto il Nord Italia: la prima compagnia […] è formata da elementi liguri, piemontesi e lombardi; la seconda e la terza da lombardi (bresciani in prevalenza) e da veneti. Vi è poi la compagnia mitraglieri, composta con elementi delle provincie venete (Treviso, Vicenza e Verona)111. Mentre i volontari della 1ª compagnia “Mai Morti”, al comando del centurione Giuseppe Perrucchetti, si trasferivano (già il 21 luglio) a Sa-
108 Ibidem, p. 23. 109 Pur «in grandissima parte […] artificiale» e alle dirette dipendenze del P.N.F., il movimento riuscì comunque ad aggregare «alcune migliaia di aderenti», in maggioranza dell’Italia Settentrionale (e non originari del Nizzardo). Capo indiscusso dei G.A.N. fu Ezio Garibaldi, nipote di Giuseppe, da sempre vicino (seppur a fasi alterne) al fascismo, in Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. I. L’Italia in guerra 1940-1943, Einaudi, Torino 1990, p. 165. Lo stesso Garibaldi visiterà in più occasioni il battaglione “Nizza”, partecipando perfino ad alcune azioni di guerra. Sullo stretto collegamento tra i gruppi “garibaldini” e la formazione del “Nizza” cfr. anche Alberto Pedroli, Italiani in Jugoslavia (1941-43). L’occupazione in Slovenia–Croazia nei ricordi di Carlo Pedroli, in «Verbanus», anno 2012 – XXXIII, pp. 181-212 e C.N. Cesare Toffanetti, Squadristi del Battaglione “Nizza”: A Noi!, in «Prima Linea», anno I, n. 6, 24 ottobre 1942. 110 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E., Foglio n. 0041410/3 di prot., cit. Cfr. anche C.N. Carlo Pedroli, Squadristi una volta ancora in azione, in «Prima Linea» [periodico della federazione fascista di Lubiana], anno II, n. 8-9, 26 dicembre 1942 – 2 gennaio 1943. Aiutante maggiore in 2ª (e vicecomandante il reparto) era il centurione Riccardo Richter. Una sintetica biografia del primo seniore Tebaldi è riportata in appendice. 111 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 24.
132
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
vona112, il comando del nascente battaglione, la 2ª (cent. Giuseppe Monticelli) e la 3ª compagnia andavano concentrandosi nel campo di addestramento di Godiasco (PV), condiviso con i complementi del battaglione “Milano”113; la 115ª (poi 215ª) compagnia mitraglieri (cent. Ferruccio Spadini) già si trovava da alcune settimane a Sesana, pochi chilometri a nord-est di Trieste e futura meta del reparto114. Il 5 agosto le camicie nere accampate a Godiasco si trasferivano a Brescia, sede della 15ª legione “Leonessa” (centro di mobilitazione del reparto)115, per iniziare di lì a poco il trasferimento alla spicciolata verso Sesana, sede del comando per circa due mesi116. Seguendo le orme degli squadristi emiliani, che andavano a sostituire dopo il loro spostamento nel Carnaro, i militi del “Nizza” furono impegnati fin dal 14 agosto in alcune (pressoché infruttuose) operazioni di polizia e rastrellamento nella parte meridionale ed orientale della provincia, operan-
112 Ivi. Giuseppe Perrucchetti risultava nel 1941 capo della segretaria politica della Federazione fascista genovese, in Il nuovo Direttorio Federale, in «Genova rivista municipale», febbraio 1941, p. 77.
113 Il federale al campo tra gli squadristi milanesi, in «Corriere della sera», 01 agosto 1942. Giuseppe Monticelli, bergamasco classe 1897, aveva combattuto come sottufficiale nella prima guerra mondiale, venendo decorato con una medaglia d’argento al valore; iscritto al P.N.F. dal 1920, aveva comandato una squadra d’azione e partecipato alla Marcia su Roma. Rappresentante di commercio nella vita civile, era componente il direttorio federale della federazione di Bergamo, in Il nuovo Direttorio Federale, in «Rivista di Bergamo», anno XIX, maggio 1940, p. 164 e Il nuovo Direttorio Federale, in «Rivista di Bergamo», anno XXI, luglio-agosto 1942, p. 171.
114 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 513, cart. 2, S.M.R.E., Foglio n. 0041410/3 di prot., Oggetto: Costituzione del 215° btg. cc.nn. “Nizza”, P.M. 9, 25 luglio 1942. La 115ª compagnia mitraglieri, mobilitata dal 5 giugno, era stata aggregata al battaglione solo in corso d’opera. Per un’esaustiva biografia del comandante Ferruccio Spadini cfr. Barbara Spadini, Ferruccio Spadini. Oggi, ieri 2008-1895, TipolitografiaGrafica 5 [stampa], Arco (Tn), 2008, pp. 58-62. In sintesi, Spadini, mantovano classe 1895, fu interventista e volontario durante la prima guerra mondiale, venendo più volte decorato. Docente di scuola superiore a Brescia, si iscrisse nel 1926 al P.N.F. e nel 1929 alla Milizia, pur venendone successivamente radiato. Riammesso al partito, partecipò quale volontario alla guerra d’Etiopia tra le fila della 114ª legione cc.nn.. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo vide nuovamente volontario sul fronte greco-albanese con il 15° battaglion cc.nn.; dopo l’esperienza col “Nizza”, conclusasi anticipatamente, il centurione Spadini avrebbe continuato il proprio servizio presso il comando della 15ª legione di Brescia, transitando durante la R.S.I. nella G.N.R.. Promosso maggiore, veniva infine destinato al comando di un battaglione O.P. operante in Val Camonica. Consegnatosi spontaneamente alle forze partigiane al termine del conflitto, sarà condannato alla pena capitale per collaborazionismo e complicità nella morte di alcuni partigiani; nel 1960 la sentenza verrà però annullata e Spadini riabilitato. 115 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 5 agosto 1942. 116 Ibidem, 11 agosto 1942. Alla data risultavano in Venezia Giulia il solo comando e due compagnie, la 1ª e la 4ª (mitraglieri).
133
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
do spesso al fianco dei reparti mobili della 59ª legione di Sesana117. Se il 21 agosto il battaglione poteva dirsi completamente riunito a Sesana118, non tardarono a presentarsi i primi, gravissimi, incidenti con la popolazione locale; il 2 settembre infatti un milite della seconda compagnia uccise a colpi di pistola prima un cane, poi una ragazza di vent’anni “che non si era messa sull’attenti davanti a una Camicia Nera”. L’autore del gesto doveva essere pazzo e infatti si scoprì che quel milite era già stato in manicomio119. Come già verificatosi in Dalmazia, l’ingombrante retaggio del reparto squadrista collideva infatti con la sempre più delicata gestione delle provincie di confine, inasprendo i già tesi rapporti tra le varie forze repressive attive sul territorio120. Ricorda ancora la c.n. Paglieri: tutto il battaglione finì sotto accusa come se fosse un covo di altri potenziali assassini. Schierati nel campo sportivo di Sesana ascoltammo una dura reprimenda del generale Borghi [comandante la VIª zona della Milizia, con sede a Trieste], che ci invitò a spogliarci “della personalità civile”, intendendo forse dire che dovevamo essere meno fascisti e più soldati. In questo gli diedi ragione, anche se non ci sentivamo coinvolti nel gesto di un pazzo121.
117 Per meglio fronteggiare la minaccia partigiana, la piccola legione era stata riorganizzata dal Co.Ge.Mi. dotandola di un maggior numero di effettivi, miglior equipaggiamento e addestramento, in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., pp. 338-339. Cfr. anche Nino Arena, Soli contro tutti. Friuli-Venezia Giulia 1941-’45. (Guerra-guerriglia-controguerriglia), Ultima Crociata, Rimini 1993, p. 47. 118 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 21 agosto 1942. 119 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 25. 120 Giuseppe Gueli, vertice dell’Ispettorato Generale di P.S. per la Venezia Giulia, inviava sul finire di settembre una dura segnalazione al capo della polizia: nelle pur caute parole dell’ispettore «l’azione dei battaglioni di CC.NN. non coordinata con quella della Forze di Polizia e dell’Esercito e diretta senza alcun criterio tecnico nell’impiego degli uomini e dei mezzi, anzi che dare l’apporto desiderato allo sforzo comune, [veniva] a costituire un elemento disarmonizzato, non convergente sulle finalità da conseguire», in Foglio senza n. di prot., Oggetto: Battaglioni CC.NN. Squadristi, Trieste, 24 settembre 1942, riportato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, cit., pp. 363-364. Da notare come del tragico episodio non rimanga traccia sul D.S. 121 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 25.
134
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Ad inizio settembre l’attività operativa del “Nizza” si concentrò comunque in particolare nella turbolenta parte centrale della provincia, dominata dal massiccio del monte Nanos122. Dal 5 settembre l’intero battaglione effettuava infatti, col concorso della 59ª legione e dei CC.RR, una serie di rastrellamenti nelle zone boscose adiacenti i piccoli centri a cavallo della valle del torrente Raša (al confine con la provincia di Gorizia): l’operazione, conclusasi il 9 settembre con il solo fermo di 3 sospetti, portava alla morte di una c.n. e al ferimento di altre due – colpite in un’imboscata alle prime ore del giorno 6 nei pressi di Gradigne (Gradnje) – mentre la piccola frazione di Machinici (Mahiniči) subiva l’incendio, non meglio chiarito, di un mulino ed alcune case123. All’indomani dell’attacco subito il 21 settembre da una postazione di guardia a Monrupino124, le cc.nn. della compagnia mitraglieri concorrevano inoltre ai conseguenti rastrellamenti nell’area, uccidendo nella notte 24 e 25 un uomo in bicicletta non fermatosi all’alt125. Forse a seguito delle sempre più numerose lamentele sul contegno del battaglione126, il “Nizza” lasciava comunque la provincia giuliana il 5 ottobre, raggiungendo la sera stessa la capitale slovena127. Parchi di risultati tangibili risultavano i circa due mesi trascorsi nella provincia triestina, riassumibili nelle amare parole della c.n. Paglieri:
122 In funzioni di presidio e protezione, reparti del “Nizza” venivano scaglionati nel corso del mese tra Prestrane (Prestranek), Prevallo (Resderta), Villa Mislice (Misliče), Senosecchia (Senožeče) e San Giacomo in Colle (Štjak). 123 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 5-9 settembre 1942. Cfr. anche A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 26481, da s.ten. CC.RR. Geraci Giovanni a Interni Roma et Comando Generale CC.RR., Sesana, 6 settembre 1942. Sugli incendi sviluppatisi a Machinici e riportati nello stesso D.S. del “Nizza”, il già citato telegramma di Gueli ne addossa la responsabilità al reparto squadrista, in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., pp. 363-364. 124 Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 431. 125 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 24-25 settembre. Mortalmente ferito ed interrogato dalle cc.nn., l’uomo «si limitava ad esprimere il proprio rammarico per essere uscito». 126 Relativamente agli incidenti verificatisi nella prima decade di settembre, Gueli segnalava infatti «il giusto risentimento dell’Eccellenza il Prefetto di Gorizia e del Federale di Trieste, che hanno espresso, in maniera ben chiara, la loro disapprovazione». Il suggerimento al capo della polizia da parte dell’ispettore generale era quello di «esaminare l’opportunità di proporre che i Battaglioni di CC.NN. Squadristi [venissero] ritirati dalla Venezia Giulia per essere impiegati proficuamente in altre zone e con altri compiti diversi da quelli squisitamente di polizia che qui si hanno», in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma, cit., pp. 363-364. 127 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 5 ottobre 1942.
135
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
la nostra guerra contro i partigiani sloveni è per ora deludente. Sappiamo che ci sono, ma ben di rado riusciamo ad agganciarli […]. Troviamo nei boschi le tracce del passaggio dei partigiani, qualche volta bruciamo edifici che li hanno ospitati; non riuscendo quasi mai ad affrontare i nostri nemici, cerchiamo insomma di rendere meno facile la loro clandestinità128.
La città assediata Accolto con entusiasmo, il trasferimento nella «grande città» Lubiana finì ben presto per deludere le aspettative delle camicie nere del “Nizza”129. La città, centro nevralgico dell’attività dell’O.F., era stata ormai da mesi trasformata in una sorta di «enorme campo di concentramento» da parte dell’XI° C. d’A.130: a partire dalla notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Lubiana veniva infatti «cinta» con barriere di filo spinato tenute sotto tiro da mitragliatrici, mentre in corrispondenza dei varchi (linee ferroviarie e strade principali) erano istituiti posti di blocco da cui procedere al controllo delle persone in entrata e in uscita dal centro abitato131; parallelamente iniziarono i frequenti rastrellamenti cittadini da parte delle truppe e forze di polizia italiana, con conseguente fermo e internamento di diverse migliaia di abitanti132. Il nuovo scacchiere, in cui già si respirava «un’atmosfera abbastanza opprimente», con «facce ostili e oscure ovunque»133, costrinse fin da subito il battaglione squadrista ad un rinnovato impegno bellico e repressivo, vero salto di qualità rispetto alla relativamente più pacifica situazione giuliana: già il 6 ottobre, due compagnie del “Nizza” (1ª e 3ª, rinforzate da un plotone mitraglieri) partecipavano assieme a reparti del R.E. ad «una operazione di rappresaglia contro il paese Brexie [sic]», cui appartenevano alcuni partigia-
128 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 31. 129 Ibidem, p. 33. 130 Matteo Bressan, Aspetti dell’occupazione italiana in Slovenia (1941-43), in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 2006, n. 1, p. 50. 131 Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, cit., pp. 174-175. 132 Dopo le iniziali, gigantesche operazioni di perquisizioni, un nuovo ciclo di rastrellamenti sconvolse la capitale slovena in giugno: tra i 17076 individui fermati (di cui 2663 successivamente internati), particolare attenzione venne riservata, oltre ai sospetti ribelli, agli operai disoccupati, profughi, studenti universitari e residenti trasferitisi in Slovenia dalla Venezia Giulia dopo il 1922, in Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 48-50. 133 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., pp. 33-34.
136
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
ni che avevano attaccato la notte precedente una banda A.C. 134. Giunti gli squadristi sul posto, e seguendo un copione ormai collaudato da parte delle truppe occupanti, abbiamo atteso altre unità con mortai da 81, lanciafiamme e carri armati. Stabilita la cintura d’assedio e sparati una quarantina di colpi di mortaio, siamo andati all’assalto, ma il paese era deserto. L’abbiamo incendiato e alcuni “specialisti” hanno razziato il bestiame135. Affidato alle dipendenze del raggruppamento cc.nn. “XXI Aprile”, al comando del luogotenente generale Renzo Montagna136, iniziavano il 7 ottobre le operazioni di consegna al “Nizza” del settore assegnato della cintura difensiva cittadina. Già nella serata successiva, un posto di blocco istituito dalla 2ª compagnia presso un locale comando collaborazionista veniva fatto segno di raffiche di mitragliatrice e una c.n. rimaneva ferita. La perquisizione delle case circostanti assumeva i tratti drammatici della rappresaglia: riconosciuti e catturati dai volontari A.C., i genitori di tre fratelli partigiani venivano infatti fucilati sul posto dagli squadristi, accorsi in loco la mattina successiva137. Un altro plotone di esecuzione veniva organizzato nel pomeriggio dello stesso giorno (9 ottobre) per fucilare due partigiani; contrariamente alle esaltate parole della c.n. Ricci del “Toscano”, Paglieri, spettatore visibilmente turbato dall’«esperienza mai provata», lasciava toccanti note sul proprio diario: Alle 17 precise giungono dal cortile del comando, incolonnati, il plotone d’esecuzione e i condannati […]. Camminano a passo stanco ma fermo 134 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 6 ottobre 1942. Paglieri situa invece l’azione nel non meglio identificato centro di «Ogje», in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 34. 135 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 34. 136 Ufficialmente costituito il 5 luglio per meglio coordinare l’azione dei reparti della Milizia durante l’imminente ciclo operativo, il raggruppamento cc.nn. “Montagna” avrebbe modificato in agosto la denominazione in “XXI Aprile”, data di ricorrenza del “Natale di Roma”, in Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, cit., p. 218. Cfr. anche A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio senza n. di prot., Oggetto: Raggruppamento CC.NN., P.M. 10, 29 giugno 1942. 137 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 36. Il D.S. del reparto riporta pudicamente la fucilazione di «due fiduciari partigiani», in AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 8-9 ottobre 1942.
137
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
e raggiungono il loro posto davanti al tavolato. Li accompagna il prete, pregano. Quello più bruno appare più calmo, indifferente quasi. Quello biondo si tira la visiera del berrettino sugli occhi e a mani giunte davanti al viso invoca “Madonna Santissima!”. Poi chiama “Mamma! Mamma!” nella sua lingua. […] All’ordine di fuoco una scarica abbatte i due partigiani. Il prete da una smorfia come di riprovazione. Noi usciamo dalla caserma inquadrati come le altre compagnie […]. Udiamo ancora quattro colpi: sono quelli di grazia sparati con la pistola del tenente138. La diversa atmosfera respirata dagli squadristi in questi primi, tragici, giorni sloveni veniva altresì confermata appieno dalle parole rivolte al battaglione da Montagna prima (10 ottobre), Robotti poi (11 ottobre): il luogotenente generale della Milizia, attaccando gli «elementi italiani “malati di pietismo”», aggiungeva «che la città ha 120mila abitanti, tutti nostri nemici, senza distinzioni». Quasi a fugare ogni possibile obiezione «[Montagna] ha detto che bisogna essere inesorabili e che il nostro nemico è il comunismo, anche se i condannati a morte hanno spesso in mano la corona del Rosario»139. Dello stesso tono il discorso del comandante l’XI° Corpo d’Armata, già autore di numerosi “ordini criminali”, che precisava come «con gli sloveni che non hanno saputo apprezzare la generosità del Duce dobbiamo essere inflessibili, inesorabili». Agli squadristi, aggiungeva, «è inutile […] dire anche come va trattato l’avversario catturato con le armi in pugno»140. Nei giorni successivi, mentre buona parte del “Nizza” partecipava (non senza difficoltà) ad alcuni rastrellamenti a largo raggio nelle regioni limitrofe Lubiana141, nuovo lavoro impegnava il plotone di esecuzione formato con
138 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 36. Interessante sottolineare i numerosi rimandi, sparsi in tutto il diario, alle inaspettate manifestazioni di religiosità riscontrate dall’autore (profondamente cattolico) tra i partigiani e la popolazione civile slovena. 139 Seguendo un topos già in precedenza segnalato e particolarmente caro all’ala più intransigente del fascismo (di cui Montagna era fautore), il console generale si soffermava sulla «situazione interna» italiana, sottolineando come «di noi squadristi ci sarà bisogno dopo la guerra. Adesso l’importante è vincere, poi se sarà necessario ripulire il Partito, la Nazione, ciò sarà certamente fatto agli ordini del Duce», in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 37. 140 Ibidem, p. 38. 141 Nel rastrellamento condotto tra l’11 e il 15 ottobre, in cui venivano bruciate alcune case di sospetti partigiani, la scarsa organizzazione lasciava la 1ª compagnia un intero giorno giorni senza viveri, in AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 14 ottobre 1942. Scarso affiatamento affiorava poi nel successivo, infruttuoso, rastrellamento del
138
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
elementi del battaglione: l’assassinio del leader collaborazionista Marko Natlačen portava infatti alla fucilazione di 24 ostaggi sloveni, uccisi «per rappresaglia, sul luogo del delitto»142.
Ombre che si dileguano Proseguendo con ulteriori operazioni di perlustrazione nei quartieri sudoccidentali di Lubiana, nonché rastrellamenti nelle immediate periferie cittadine143, il mese di ottobre si concludeva negativamente per il “Nizza”: parallelamente al rinvenimento, proprio nei giorni del ventennale della marcia su Roma, di volantini «con frasi di odio e con la chiusa “Morte al battaglione fascista” [corsivo in originale]»144, il generale Mario Robotti maturava una durissima presa di posizione riguardo al contegno del battaglione squadrista, messosi negativamente in luce in appena 20 giorni di permanenza in territorio sloveno. Pur scontando il clima di un più vasto (ed avvelenato) conflitto di potere tra il comandante dell’XI° C. d’A. e il luogotenente generale Montagna145,
monte Krim: nella notte del 17-18 ottobre, «il capitano, per ottenere obbedienza, ha minacciato un camerata con la pistola e ne ha fatto mettere un altro al palo», in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 39. 142 Comando CC.RR. dell’XI° Corpo d’Armata, Foglio n. 1/29 di prot., Oggetto: Relazione sullo spirito ed il morale delle truppe e delle popolazioni, P.M. 46, 23 ottobre 1942, citato in Tone Ferenc, »Si ammazza troppo poco«, cit., p. 132. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 13 ottobre 1942. Paglieri riporta inoltre 20 ulteriori fucilazioni eseguite il giorno successivo «in seguito all’uccisione di un agente della questura». Trattasi con ogni probabilità della rappresaglia condotta proprio il 14 ottobre a seguito della morte del commissario sloveno Kukovič, costata però la vita a “soli” 8 ostaggi, in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 38. Cfr. anche Telegramma n. 19884, da Alto Commissario Grazioli a Interno Sicurezza Roma, Lubiana, 14 ottobre 1942, citato in Tone Ferenc, »Si ammazza troppo poco«, cit., p. 132. Non è chiaro, nel silenzio del D.S., se in questo caso il plotone di esecuzione fosse effettivamente composto da militi del 215° battaglione squadristi. 143 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”. Da segnalare in particolare la partecipazione di alcuni manipoli del reparto agli scontri di Horjul, sistema collinare pochi chilometri ad ovest della capitale, in Enzo Cataldi, Le stagioni balcaniche: il II° battaglione complementi granatieri di Sardegna nella guerriglia jugoslava (gennaio 1942-settembre 1943), s.e., Roma 1995, p. 163. 144 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 42. Il gesto spingeva il comandante Tebaldi ad arrestare 265 operai sloveni, interrogati ma rilasciati. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 27-28 ottobre 1942. 145 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 61, Foglio n. 76 di prot. R.P., Oggetto: Situazione in Lubiana, P.M. 46, 26 ottobre 1942. Nel lungo rapporto, Robotti accusava Montagna di condurre «un occulto lavorio politico» mirante a scalzare la sua posizione, nonché
139
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
Robotti segnalava il 26 ottobre al superiore Roatta «lo scarso addestramento delle truppe e degli ufficiali [sottolineato in originale]» del “Nizza”, tale da rendere il «reparto di non utile impiego in operazioni di guerra». La «mentalità di salvatori della situazione in Lubiana» si univa poi ad un «atteggiamento individuale genericamente “strafottente”», dando modo di credere che «al battaglione tutto è permesso, anche di spogliare nude le donne ai posti di blocco col pretesto di perquisirle». La critica si rivolgeva poi in particolare verso il primo seniore Tebaldi, incapace secondo il generale di evitare «rivalità e favoritismi» con conseguente nascita di «fazioni che male si sopportano reciprocamente»; così come per Montagna, Robotti suggeriva di allontanare Tebaldi ed il “Nizza” dalla Slovenia146. La dura reprimenda veniva presto accolta dal comandante la IIª Armata, che seguendo in parte i suggerimenti del collaboratore allontanava il reparto dalla capitale147: il 15 novembre il “Nizza” raggiungeva quindi Ribnica (circa 40 chilometri a sud-est di Lubiana), nuova sede del comando per i due mesi successivi148. Operando ancora alle dipendenze del raggruppamento cc.nn. “XXI Aprile”, a sua volta trasferito nella Slovenia meridionale, il battaglione distaccava numerosi presidi nei piccoli (e disagevoli) centri posti sulle alture a nord di Ribnica; mentre andava esaurendosi il lungo ciclo operativo inaugurato nel luglio precedente149, il reparto concorreva, da solo o con altri battaglioni della Milizia, a frequenti puntate di perlustrazione nelle aree limitrofe, solo in rari casi risoltesi con un contatto nemico150: il 17 novembre, tra Dane e Ravni Dol, veniva dato alle fiamme un capannone che presentava tracce di giacigli nemici, mentre la casa di un sospetto partigiano subiva di lì a poco la stessa
«dominare col terrore la situazione in città». 146 Ivi. Che il clima respirato nel reparto fosse tutt’altro che sereno ne danno conferma i numerosi accenni fatti da Paglieri in particolare in merito alla distribuzione dei permessi, concessi «con palese ingiustizia» a tutto detrimento del morale della truppa, in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 25. Ricorda la c.n. come perfino la banale distribuzione del distintivo della “Mai Morti” concesso secondo uno scadenzario ben preciso che privilegiasse i primi volontari, si risolvesse in «innumerevoli discussioni», in Ibidem, p. 48. 147 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 99.
148 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 15 novembre 1942. 149 Tirando le somme, «l’unico mutamento conseguente all’estenuante serie di operazioni fu, paradossalmente, il rafforzamento del nemico», in Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, cit., p. 251. 150 Più complessa la situazione lungo il vicino tratto ferroviario Trebnje – Novo Mesto, affidato allo stesso raggruppamento cc.nn. e più volte molestato dall’attività partigiana, in Ibidem, p. 249.
140
Squadrismo operante: la seconda metà del 1942
sorte151; una settimana più tardi, anche il rastrellamento del piccolo centro di Zapotok si concludeva con l’incendio del paese152. Il sopraggiungere della rigida stagione invernale spingeva comunque le forze militari dell’O.F. a limitare la propria attività153, e forse non a caso i due soli feriti gravi del periodo si registravano nella mattina del 12 dicembre, durante un’imboscata tesa ad un piccolo gruppo di cc.nn. che trasportavano posta e viveri da Ribnica e Sodražica (uno degli avamposti del battaglione): nel conseguente rastrellamento non veniva però riscontrata traccia degli aggressori154. Con l’espressione «ombre che si dileguano» la c.n. Paglieri sintetizzava la fase finale del 1942, «trascors[o] a dare la caccia ai ribelli in condizioni proibitive, affrontando temperature intorno ai venti gradi sotto zero, affondando in strati di neve sempre più spessi»155.
151 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 17 novembre 1942. 152 Non risultano chiare le ragioni del gesto, pare comunque non legato ad una specifica azione di rappresaglia, in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 53. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 24 novembre 1942. 153 Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia, cit., pp. 251-252.
154 AUSSME, fondo N1-11, b. 1184, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 12 dicembre 1942. 155 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 51.
141
6 Squadrismo operante: il 1943
«Un buon anno – anno di liberazione – augura l’Esercito popolare al suo popolo. Morta al fascismo, libertà al popolo»1.
L’aggravarsi della situazione in Dalmazia Nubi fosche si addensavano sui Balcani tra la fine del 1942 e l’inizio del nuovo, fatale, anno: le sconfitte in Nord Africa, lo sbarco alleato in Marocco e il successivo annientamento dell’A.R.M.I.R. imposero infatti una derubricazione dello scacchiere balcanico a fronte secondario, con il conseguente alleggerimento dello schieramento della IIª Armata2. Parallelamente all’accresciuta minaccia partigiana ciò comportò una profonda «revisione dei criteri strategici»3, articolatasi da un lato nel rinnovato impegno tedesco per mettere fine alla resistenza jugoslava – con l’operazione Weiss, condotta dal 20 gennaio 1943 con la partecipazione di truppe italiane, četnici e croati – dall’altro nella necessità dei vertici militari italiani di ritirarsi su linee difensive più economiche: abbandonando buona parte dei presidi più interni – la cui difesa sarebbe stata devoluta alle comunque inaffidabili truppe dell’N.D.H. – veniva inoltre affidato ai četnici il controllo di un “cordone di sicurezza” di una decina di chilometri posto ad ulteriore protezione del nuovo schieramento, presto privato delle divisioni “Sassari” e “Granatieri di Sardegna”4. 1 Manifestino partigiano affisso a Vodice durante la notte di capodanno del 1942, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., pp. 290-291. 2 Giacomo Zanussi, Guerra e catastrofe d’Italia, cit., p. 281.
3 Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, cit., p. 170.
4 Eric Gobetti, L’occupazione allegra, cit., pp. 203-204
143
Squadrismo operante: il 1943
A riprova del mutamento di priorità da parte italiana, Mario Roatta veniva ora destinato al comando della 6ª Armata in Sicilia, sostituito il 5 febbraio dall’ex comandante l’XI° C. d’A. Mario Robotti5; negli stessi giorni, la Dalmazia perdeva dopo venti mesi il proprio Governatore Giuseppe Bastianini, nominato il 6 febbraio sottosegretario agli Esteri (con Mussolini ministro, in sostituzione di Ciano)6. A sostituirlo giungeva una figura dallo spessore politico certamente minore del predecessore, Francesco Giunta, già legionario fiumano e comandante le squadre d’azione della Venezia Giulia, dall’ormai lunghissima militanza tra le fila del partito7. «Stiamo vivendo nell’acme del dramma», annotava Egidio Ortona sul proprio diario il 28 gennaio 19438, ed effettivamente la situazione sul campo, dalla seconda metà di gennaio, si sarebbe rapidamente deteriorata, traducendosi in un stillicidio di violenti attacchi da parte dei ribelli: fiaccati dalla scarsità di mezzi e materiale umano, nonché incapaci di comprendere fino in fondo l’ambiente e le dinamiche (nonché gli insegnamenti) della guerra partigiana9, i comandi minori tendevano ora a chiudersi nei propri presidi, risparmiando la fanteria con un uso sempre più frequente dell’artiglieria, «perlustrazioni a raggio sempre più corto» e rastrellamenti effettuati spesso «di “rimessa”»10. Salendo un ulteriore gradino nella scala della repressione, il Governatore Giunta avrebbe inoltre reagito alla montante minaccia partigiana inasprendo le misure di rappresaglia “a freddo”, inaugurando anche in Dalmazia la pratica della fucilazione degli ostaggi spesso eseguita nei luoghi degli incidenti ed in presenza della popolazione. L’alba del nuovo anno trovava comunque i reparti del gruppo battaglioni 5 Secondo Osti Guerrazzi, la nomina di Robotti potrebbe ascriversi alla «fermezza» dimostrata nella gestione delle operazioni di controguerriglia in Slovenia, in Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 107. 6 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), S.M.E., Roma 1994, pp. 301-302. Cfr. anche Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1402. 7 Per un’ampia biografia del nuovo Governatore cfr. Mauro Canali, GIUNTA, Francesco, in in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 33, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1987, consultabile all’indirizzo www.treccani.it/enciclopedia/francesco-giunta_(Dizionario-Biografico)/ (consultato settembre 2016). Si rimanda inoltre al pur breve diario dello stesso Giunta, in Oddone Talpo (a cura di), Diario di Francesco Giunta Governatore della Dalmazia, in «La Rivista dalmatica», vol. LXV (1994), n. 1, pp. 1-16. 8 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1401. 9 La dura presa d’atto proveniva dallo stesso Robotti, nuovo comandante l’Armata, in AUSSME, fondo M3, b. IT 385, D.S. Comando XVIII C. d’A., Foglio n. 1086 di prot., Oggetto: Fatto d’armi nella zona di Zaton del 16/01/1943, P.M. 10, 21 gennaio 1943, citato in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p.293. 10 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p. 294.
144
Squadrismo operante: il 1943
squadristi ancora schierati lungo il litorale zaratino, tra Zaravecchia (sede del comando del battaglione squadristi “Vespri”), Pirovazzo (“Tevere”), Vodice (”Toscano”) e Sebenico (“Milano”, presto trasferitosi a Geversche)11. Riconfermando la sua fama di area particolarmente complessa, proprio nei dintorni di Zaton un gruppo di carabinieri e camicie nere del I° battaglione squadristi cadeva vittima il 16 gennaio di un’imboscata tesa da un consistente reparto nemico, costata la vita a 19 uomini (tra cui 3 squadristi)12. Vista l’inconsistenza di risultati del conseguente rastrellamento13, veniva predisposta per il 20 gennaio (4 giorni dopo l’imboscata) l’ennesima, vasta, operazione di ripulitura del settore compreso tra l’allineamento Pirovazzo – Putičanje – Mala Čista e quello di Vodice – Zaton: il battaglione “Vespri”, aliquote del “Toscano”, numerose unità del R.E. e bande A.C. perlustravano l’area per tre giorni, pur con scarsissimi risultati14. Sempre tra Gaćelezi e Mala Čista (nell’area rastrellata la settimana precedente) un’altra pattuglia mista di squadristi del “Toscano” e CC.RR. cadeva il 31 gennaio in un’imboscata, lasciando sul terreno 8 morti (di cui 5 cc.nn.)15; l’aggressività dei partigiani nell’area di Vodice, «centro di propaganda comunista particolarmente attivo data la presenza “in loco” di numerose famiglie aventi dei congiunti tra i partigiani», aveva nel frattempo spinto il prefetto di Zara Barbera ad inasprire le già severe misure restrittive nei confronti della popolazione del suddetto centro: scartata l’ipotesi di internamento per le centinaia di familiari di ribelli16, a partire dal 30 gennaio veniva quindi prolungato il coprifuoco (fissato ora dalle 16 alle 11 AUSSME, fondo N1-11, b. 1065, D.S. Comando divisione “Zara”, Dislocazione dei reparti del territorio della divisione alla data del 16 dicembre 1943 [recte: 1942] e AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, Situazione descrittiva della divisione alla data 1 Gennaio 1943. 12 AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, Foglio n. 314/OP di prot., Oggetto: Combattimento di Zaton, P.M. 18, 19 gennaio 1943. 13 Accertata l’assenza di uomini validi nella zona dell’agguato, venivano comunque arrestate «247 persone tra vecchi, donne e bambini, congiunti [dei] ribelli», successivamente internate. Durante le operazioni, un abitante di Zaton che tentava di fuggire veniva ucciso, in Ibidem, Telescritto n. 312/ OP, P.M. 18, 17 gennaio 1943.
14 Ibidem, Foglio n. 318/OP di prot., Oggetto: Operazioni nella zone del sottosettore Vodice, P.M. 18 17 gennaio 1943. Cfr. anche in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p. 293. 15 AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, cit., 23, 31 gennaio 1943.
16 Ibidem, Foglio n. 601/OP. di prot., Oggetto: Normalizzazione del paese di Vodizze (Vodice), P.M. 18, 30 gennaio 1943. Oltre alle sempre maggiori difficoltà logistiche, l’internamento venne sconsigliato dagli «intendimenti» del Governatore della Dalmazia, maggiormente attento negli ultimi mesi di attività ad evitare misure repressive troppo appariscenti.
145
Squadrismo operante: il 1943
7.30) e vietato agli abitanti «in qualsiasi ora del giorno di uscire od entrare nel centro abitato» pena l’immediata fucilazione17, trasformando di fatto l’«intero paese [Vodice] in campo di concentramento»18. La rigida sorveglianza degli squadristi del “Toscano” lungo la «cinta di sicurezza» cittadina, forse inasprita dai recenti agguati subiti, causava immediatamente diversi incidenti e nei giorni successivi venivano uccisi almeno 5 civili (tra cui una donna, fucilata «perché accusata di aver tentato di prendere contatti con i ribelli»)19. Nel giro di due settimane veniva però nuovamente rotta l’apparente calma scesa nel settore di Vodice dopo l’applicazione del duro bando prefettizio: il 16 febbraio una colonna di rifornimenti rientrante da Gaćelezi a Mala Čista (con a bordo alcuni ufficiali superiori usciti in perlustrazione) e scortata da 60 camicie nere del I° battaglione squadristi, veniva attaccata da ingenti forze nemiche che uccidevano 8 militari (tra cui 4 cc.nn.) e ne ferivano 15 (10 cc.nn.)20; 16 le vittime accertate tra i ribelli. La conseguente perlustrazione, scattata il giorno successivo, non ravvisava alcuna presenza partigiana nell’area, ma la scarsità di effettivi consigliava la soppressione del piccolo presidio di Gaćelezi, retto da un plotone del “Toscano” ed un’aliquota di carabinieri; una volta evacuato, il paese veniva completamente distrutto e la popolazione trasferita a Mala Čista21. Relativamente più tranquilli apparivano agli inizi del 1943 l’entroterra zaratino ed il settore settentrionale della provincia, affidato alla divisione “Zara”: gennaio e febbraio vedevano comunque i battaglioni “Vespri”, “Te17 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 01883 Gab. di prot., Oggetto: Situazione politica di Vodizze, Zara, 5 febbraio 1943.
18 AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, Foglio n. 601/OP. di prot., cit. 19 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 01883 Gab. di prot., cit.. Si segnala, nella relazione del prefetto, il vicendevole utilizzo delle formule «passati per le armi» e «ucciso mentre […] tentava di fuggire»; il bando del 30 gennaio prevedeva effettivamente la fucilazione per coloro i quali, sorpresi fuori dalle proprie abitazioni nelle ore di coprifuoco, avessero tentato la fuga. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, 1 febbraio 1943. 20 Ibidem, 16 febbraio 1943. Cfr. anche ACS, PCM, anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 4667, da Murino a Ministero interno Gabinetto et Sicurezza Roma, Zara, 18 febbraio 1943. L’attacco alla colonna, condotto anche, per la prima volta, con bottiglie incendiarie, rappresentò un vistoso successo per i partigiani, nonché un amaro monito per i vertici italiani: i CC.RR. avrebbero infatti rintracciato, di lì a breve, documentazione comprovante l’esatta conoscenza dei piani italiani per il 16 febbraio, in Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., pp. 297-298. 21 AUSSME, fondo N1-11, b. 1132, D.S. Comando 1ª divisione “Celere”, cit., 20, 22 febbraio 1942.
146
Squadrismo operante: il 1943
vere” e “Milano” impegnati in ripetute operazioni di polizia e rastrellamento, con conseguente arresto di decine di sospetti e uccisione di diversi individui, spesso colpiti durante (più o meno reali) tentativi di fuga: in particolare il 22 gennaio, un plotone del 7° battaglione squadristi procedeva, col supporto di CC.RR. ed elementi di una banda A.C., all’arresto nei pressi di Chistagne di 37 persone «indiziate di attività partigiana», 4 delle quali perivano tentando la fuga22; in circostanze simili rimaneva ucciso il 2 febbraio un contadino, fermato da militi del “Tevere” nei pressi di Pirovazzo e condotto al seguito del reparto quale guida23. Col nuovo anno l’azione partigiana arrivava inoltre sempre più a coinvolgere le isole antistanti il litorale, serbatoio di uomini e sicuro rifugio per i partigiani della terraferma: se tra il 23 e il 26 gennaio un meticoloso rastrellamento dell’isola di Eso (Iž), condotto da reparti del “Vespri”, granatieri e volontari A.C., riscontrava l’allontanamento di 68 giovani abitanti24, il 4 febbraio le camicie nere del suddetto battaglione intervenivano presso il piccolo porto di Berbigno (Brbinj), posto sulla costa orientale dell’Isola Lunga (Dugi Otok) e sede, il giorno precedente, di un agguato ad un battello postale. Prima ancora di toccare terra, i natanti italiani venivano fatti segno di colpi d’arma da fuoco, cui veniva risposto cannoneggiando e successivamente rastrellando gli abitanti del centro costiero (successivamente condotti a Zaravecchia per accertamenti). «Data una grave lezione ai favoreggiatori dei ribelli», il reparto veniva nuovamente attaccato sulla via del ritorno ed anche il vicino abitato di Sauro (Savar) veniva bombardato25. Data la crescente minaccia, nella seconda metà di febbraio andava quindi completandosi il nuovo (ed ultimo) trasferimento del “Vespri” verso le isole di Ugliano (Ugljan), Pasmano (Pašman) e Vergada (Vrgada), immediatamente antistanti la costa zaratina26.
22 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 01531 di prot., Oggetto: Fermo di persone sospette, Zara, 2 febbraio 1943. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 24 gennaio 1943. 23 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 1944 di prot., Oggetto: Uccisione di Saric Pietro di Francesco, da Pirovazzo, Zara, 25 febbraio 1943. 24 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., pp. 345-346. 25 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 35. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 5 febbraio 1942; il D.S. della “Zara” non da comunque notizia di eventuali vittime dell’azione sull’isola. 26 ACS, Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 282, Foglio n. 01/1274 di prot. Op., Oggetto: Nuova organizzazione del settore Isole, P.M. 141, 24 febbraio 1943. Il movimento terminava il 23 febbraio ed il comando del reparto prendeva sede ad Oltre, capitale dell’isola di Ugliano.
147
Squadrismo operante: il 1943
Debolezza e ritorsioni A fianco del rinnovato impegno operativo, le prime settimane del 1943 rendevano ancor più lampanti i limiti dei reparti del gruppo battaglioni squadristi, ormai fiaccati dai lunghi mesi di permanenza sul fronte balcanico. Mentre il sempre più ridotto organico limitava la capacità di proiezione delle unità27, affioravano con sempre maggior frequenza indizi riguardo la scarsa compattezza ed affidabilità dei reparti stessi: il 4 gennaio una lettera anonima indirizzata al duce lamentava come «il btg. squadristi Tevere, mal nutrito, vestito miseramente e moralmente abbattuto, non può resistere ai disagi delle operazioni di rastrellamento in Croazia [sic]»28, mentre una di poco successiva missiva di una c.n. del “Vespri” puntava il dito in particolare contro il comandante, riconfermando le preoccupazioni emerse in seno ai vertici militari in merito al volontariato fascista. Secondo il milite infatti «un Battaglione di volontari può disgregarsi ed essere inefficiente, se i propri comandanti non sono all’altezza della loro mansione»; nel caso del 170° battaglione squadristi, il primo seniore Gaddi veniva infatti accusato «di tradire lo spirito del Battaglione [,] di vigliaccheria e di protezionismo»29. A fronte delle segnalate difficoltà, il gruppo battaglioni squadristi dovette comunque affrontare nel mese di marzo una nuova fase di recrudescenza del fenomeno partigiano, concentratasi soprattutto nell’ormai famigerato settore di Vodice, nuova sede (dalla metà del mese) del raggruppamento stesso30. Già tra il 28 febbraio e il 1° marzo reparti del battaglione “Tevere” rastrellavano l’istmo di Pakoštane, uccidendo un ribelle e due detenuti por27 Già il 9 febbraio la forza stimata del I° battaglione squadristi ammontava a soli 382 uomini, ufficiali e graduati compresi (meno dei 3/5 della forza teorica). Tolte le indispensabili aliquote a difesa dei presidi, l’unità «avrebbe potuto mettere in linea, a stento, appena 200 uomini». Il generale Carlo Lomaglio (comandante la “Eugenio di Savoia”) precisava inoltre come «qualitativamente gli squadristi – uomini di una certa età – non possono essere considerati truppe scelte», in ACS, Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 298, Foglio n. 822/op. di prot., Oggetto: Normalizzazione settore Vodice, P.M. 18, 9 febbraio 1942. In merito al “Vespri”, le cui carenze di organico costringevano all’abolizione del presidio di Kale (Kali, nella parte meridionale dell’isola di Ugliano), cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 16 marzo 1943. 28 A.C.S., S.P.D., C.O., b. 847, lettera di Nicolò de Cesare a Galbiati, Roma, 10 gennaio 1943. Della lettera, girata a Galbiati, si conserva il solo cartoncino riassuntivo. 29 Ibidem, lettera inviata a Galbiati, Roma, 2 marzo 1943. Anche in questo caso si conserva il solo cartoncino riassuntivo. 30 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Foglio n. 01/2000 di prot. Oggetto: Nuova organizzazione della divisione “Zara”, P.M. 141, 10 marzo 1943. Cfr. anche Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p. 307.
148
Squadrismo operante: il 1943
tati al seguito per fornire informazioni (colpiti, secondo la formula rituale, «nel tentativo di fuggire»)31. Il giorno successivo una squadra mista di squadristi e carabinieri cadeva però vittima di un’imboscata nella vicina località di Prosika, al limite meridionale del lago di Aurana, riportando 5 perdite (tra cui 3 cc.nn.)32. Il grave attentato e la contemporanea uccisione di un cittadino italiano e due confidenti, inaugurarono una nuova fase nella repressione: dietro disposizioni del nuovo Governatore Francesco Giunta, deciso ad «iniziare quella azione di governo giusta, ma forte, come si conviene alla mentalità balcanica»33, venivano infatti eseguite le prima esecuzioni «per ritorsione»; sedici detenuti politici, 2 per ogni vittima, venivano quindi fucilati il 4 marzo «nei pressi degli abitati [di Pirovazzo, Peterzane, Chistagne e Cale, sedi degli attentati] ed alla presenza delle popolazioni, alle quali i Commissari civili interessati [avevano] illustrato il provvedimento governatoriale»34. Parallelamente, le disposizioni lasciate in “eredità” da Roatta in un incontro al vertice del 3 febbraio, chiarivano il contegno da tenersi lungo il litorale dalmato: per la «normalizzazione» delle isole e della fascia costiera, il generale suggeriva ai dipendenti di svuotare completamente il settore «da tutti i maschi non del tutto affidabili […] dai 15 anni in su», attraverso massicci internamenti di sospetti o immediate fucilazioni per coloro colti in flagranza35. 31 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 4 marzo 1942. 32 Ibidem, 3 marzo 1942. Tra le vittime del “Tevere” figurava anche il giovanissimo (classe 1925) Oscar Lucangeli, figlio di uno squadrista romano a sua volta inquadrato nel reparto, in E.L.C., La famiglia esemplare di un eroe giovinetto, in «Milizia Fascista», anno XX – n. 22, 28 marzo 1943. Quello di Lucangeli non è l’unico caso di giovanissimi volontari arruolatisi nei battaglioni squadristi. 33 Oddone Talpo (a cura di), Diario di Francesco Giunta, cit., pp. 4-7. Scorrendone le scarne (e cronologicamente confuse) memorie, sembra che il nuovo Governatore fosse rimasto particolarmente colpito dal «modo di uccidere sadico[,] feroce [e] bestiale» dei partigiani (solo in parte confermato dalle fonti documentali). «Passerò alla rappresaglia […] da domani per uno dei miei due di loro» era il laconico appunto di Giunta.
34 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Notiziario informativo n. 31, P.M. 141, 5 marzo 1943. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 03969 Gab. di prot., Oggetto: Detenuti passati per le armi, Zara, 7 marzo 1943. Le esecuzioni avrebbero presto raggiunto le diverse decine: già nella settimana successiva, nel settore della “Zara”, ne venivano eseguite 18, in AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Notiziario informativo n. 34, P.M. 141, 14 marzo 1943.
35 Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., pp. 68-69. Cfr. anche Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945. Zbornik dokumenata, Institut za historiju radničkog pokreta Dalmacije, Split, 1983, knjiga 5, pp. 446-448.
149
Squadrismo operante: il 1943
La nuova stagione di violenza, ben lontana dal sortire gli effetti desiderati, esacerbò ulteriormente l’opposizione nei confronti della autorità italiane, giocando a favore della propaganda comunista e traducendosi immediatamente in un accentuato darsi alla macchia degli uomini validi36. Nel tentativo di anticipare un prevedibile aggravamento nel settore di Vodice, andò quindi sviluppandosi tra il 7 e il 15 marzo un nuovo, metodico, rastrellamento nell’area compresa tra Vodice stessa, Putičanje, Mala Čista, canale del Krka, condotto da reparti del R.E., numerose bande A.C. e due battaglioni squadristi (“Tevere” e “Milano”), col supporto della Marina e dell’aviazione. Al termine delle operazioni, si intuisce particolarmente violente e spintesi fino alla vicina isola di Morter, le perdite nemiche ammontavano a 119 morti, a fronte di soli 7 feriti italiani (tra cui un c.m. del 7° battaglione squadristi)37; il solo “Tevere”, nelle prime ore del 10 marzo, uccideva 29 individui spinti dalla battuta contro lo sbarramento predisposto a nord di Pirovazzo38. Considerata la nettissima sproporzione delle perdite (nonché la cattura, in totale, di soli 17 fucili e 9 pistole), è lecito ipotizzare come l’«aggressività combattiva» dei reparti italiani si fosse concretizzata nella fucilazione indiscriminata di numerosi sospetti catturati, tra i quali apparivano alcune donne (il solo dato specifico, relativo al primo giorno di operazioni, riferisce di 8 «accertati ribelli» passati per le armi); nel corso del rastrellamento veniva inoltre distrutto l’abitato di Srima39. Con il termine delle operazioni si concretizzava inoltre il già segnalato trasferimento da Zara a Vodice del comando del gruppo battaglioni squadristi, ora responsabile della gestione di questo settore. Seppur già devastata dalla precedente azione, l’area era nuovamente interessata da un nuovo rastrellamento condotto tra il 21 e il 24 marzo dal battaglione “Milano” ed il battaglione A.C. “Chistagne”40: in due diverse occasioni venivano uccisi
36 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p. 307. Ciò coincideva con la mobilitazione generale sancita dal Comitato di liberazione popolare della Dalmazia, condotta attraverso una vera (ma solo in parte riuscita) leva partigiana. Nel solo settore della “Zara” si calcolavano comunque, dal 1° febbraio a metà 18 marzo, 161 giovani resisi latitanti, in AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Notiziario informativo n. 34, cit.. Cfr. anche Marco Pessotto, La nascita del movimento di liberazione popolare sotto l’amministrazione italiana della Dalmazia (1941-1943), cit., pp. 66-68. 37 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Notiziario n. 35, P.M. 141, 17 marzo 1943. 38 Ibidem, Telescritto n. 01/1840/Op., 13 marzo 1943 39 Ibidem, 16 marzo 1943. Cfr. anche Ibidem, Telescritto n. 01/1659/Op., 8 marzo 1943. 40 Ibidem, 21-25 marzo 1943.
150
Squadrismo operante: il 1943
un partigiano e 10 civili che «aggirantisi in atteggiamento sospetto intorno all’abitato [di Raslina], tentavano di avvicinarsi ai nostri reparti. Scoperti venivano uccisi mentre tentavano la fuga»41. Benché ora l’area si presentasse relativamente tranquilla, il 27 marzo due compagnie del “Milano” al comando del nuovo comandande il raggruppamento squadristi, console Giuseppe Gelormini42, procedevano durante una perlustrazione alla completa distruzione del santuario della Madonna del Carmine, posta su un’altura nell’entroterra di Vodice (il monte Okit) ritenuta luogo di rifugio ed osservazione dei partigiani43. Nella stessa giornata, nei pressi di Oltre sull’isola di Ugliano, una camicia nera del “Vespri” rimaneva vittima di un agguato assieme ad un marinaio e in serata un pattuglione dello stesso reparto arrestava nella zona un impiegato comunale, che mostrava «un contegno poco riguardoso nei confronti dei militi». Durante il trasferimento al comando del presidio questi veniva ucciso durante un presunto tentativo di fuga44. Per ritorsione alla morte dei due militari italiani, le autorità politiche facevano inoltre fucilare, il giorno successivo, 4 detenuti politici45.
41 Ibidem, 26 marzo 1943. Si riferisce con ogni probabilità alla medesima azione la segnalazione fatta dal capo dell’U.P.I. della 107ª legione (lo stesso console Scalchi) in merito ad un’operazione di rastrellamento condotta dal “Milano” «nella zona di Vodizze-Zatton» sul finire di marzo: secondo una «fonte confidenziale […] 20 ribelli, fra cui una donna, sono stati catturati e, successivamente, fucilati [sottolineato in originale]», in Foglio n. 1406/B/6 di prot., Oggetto: Operazione di rastrellamento nella zona Vodizze-Zaton, Zara, 2 aprile 1943, riportato in copia anastatica in Federative People’s Republic of Yugoslavia, Report on italian crimes against Yugoslavia and its peoples, cit., p. 85. Non è stato comunque rilevato alcun accenno nel D.S. della divisione “Zara”. 42 Gelormini subentrava ad inizio marzo a Scalchi, smobilitato il 5 marzo dalla guida del raggruppamento (ma non della 107ª legione), in Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito, Stato di Servizio di Scalchi Ivan. Una breve biografia del nuovo comandante è riportata in appendice. 43 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, Telescritto n. 01/2295-Op., 28 marzo 1943. Nella relazione dei CC.RR. si sottolineava come la distruzione del luogo sacro avesse provocato una sorda reazione da parte della popolazione, profondamente devota alla Madonna del santuario, in Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945, Zbornik dokumenata, cit., knjiga 5, p. 583.
44 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 4271 di prot., Oggetto: Aggressione e omicidio di Ravatto Agostino e Donati Eolo, Zara, 7 aprile 1943 e Ibidem, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 4270 di prot., Oggetto: Oltre – Uccisione di Manola Girolamo di Giovanni, Zara, 6 aprile 1943. Cfr. anche Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 38. 45 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 03969 di prot., Oggetto: Ostaggi passati per le armi, Zara, 31 marzo 1943. Sulla stessa isola, alcuni giorni più tardi, cc.nn. del presidio di Oltre e carabinieri procedevano al fermo di 38 (sospetti) favoreggiatori dei ribelli, in AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 3 aprile 1943.
151
Squadrismo operante: il 1943
Particolarmente cruenta fu una delle ultime operazioni di rilievo del battaglione squadristi “Toscano”: reparti dello stesso, nuovamente coadiuvati dal battaglione A.C. “Chistagne”, conducevano infatti tra il 31 marzo e il 5 aprile una serie di rastrellamenti nell’area di Vodice, uccidendo in diverse occasioni quasi 30 persone tra partigiani e sospetti favoreggiatori (senza registrare perdite). Nell’occasione, la violenza di squadristi e četnici si abbatteva in particolar modo contro le donne: più della metà delle vittime erano infatti di sesso femminile, nella quasi totalità fucilate dopo la cattura46.
Il battaglione squadristi “Emiliano” da novembre 1942 al rimpatrio Contrariamente alle (pur mutevoli) realtà limitrofe, e all’indomani del vasto ciclo operativo sviluppatosi nel mese di ottobre, lo stato della provincia del Carnaro sul finire del 1942 appariva agli occhi del prefetto Testa relativamente tranquillo47; ben più preoccupante risultava invece la situazione oltre i confini provinciali, degradatasi negli ultimi mesi anche al di qua del vecchio confine prebellico48. Per prevenire il «pericolo delle infiltrazioni» e l’«influenza malefica [delle] zone vicine»49, molto attiva risultava l’opera di sorveglianza dei reparti a disposizione della prefettura fiumana, con il 46 AUSSME, fondo N1-11, b. 1187, D.S. Comando divisione “Zara”, 1-6 aprile 1943. Nella sola giornata del 4 aprile si registravano ben 12 donne uccise: 10 fucilate (in tre diversi episodi) e due uccise mentre tentavano di entrare nell’abitato di Zaton, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 I°, b. 187, R. Prefettura di Zara, Foglio n. 05587 di prot., Oggetto: Telegramma lettera, Zara, 13 aprile 1943. 47 Sbandierando al sottosegretario agli Interni Buffarini i propri risultati raggiunti, il prefetto asseriva come «dal giorno venti agosto […] non un solo colpo di fucile est stato sparato da ribelli contro di noi ma esclusivamente da noi per ripulire gli ultimi angolini senza avere un ferito», in Telegramma n. 4088, da Prefetto Testa a Eccellenza Buffarini Sottosegretario Stato Interni, Fiume, 8 novembre 1942, riportato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, cit., p. 384. 48 R. Questura di Gorizia, Foglio n. 0117160 di Gab., Oggetto: Relazione sulla situazione politico economica della provincia, Gorizia, 31 dicembre 1942, riportato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, cit., pp. 412-414. Cfr. anche Gian Carlo Bertuzzi, «Quasi un fronte di guerra», cit., pp. 311-312. Come giustamente rileva l’autore, la gestione dell’O.P. nelle vecchie provincie era complicata dalla contemporanea azione, troppo spesso mal coordinata, «di tre diverse espressioni del potere statale: carabinieri, esercito e Milizia». A questi si aggiungevano gli organi di polizia e l’opera dei singoli fasci di combattimento e federazioni provinciali, non raramente impegnati in vere e proprio spedizioni punitive. 49 Telegramma n. 4088, cit.
152
Squadrismo operante: il 1943
battaglione squadristi “Emiliano” impegnato ai primi di dicembre nella sorveglianza delle aree vicinori il confine triestino-istriano; il 4 dicembre, nel corso di un vasto rastrellamento condotto nell’area di Apriano (Veprinac) assieme alle cc.nn del battaglione confinario “M”, carabinieri e guardie di finanza, rimaneva ucciso un partigiano, ferito mortalmente durante un tentativo di fuga50. Nell’hinterland quarnarino si riconfermava invece tra le aree maggiormente turbolente quella del castuano, dove tornavano ben presto a palesarsi le «azioni forti, et necessarie» caldeggiate dal prefetto51: il 21 gennaio 1943 un pattuglione dell’“Emiliano”, portatosi a Viškovo, sorprendeva in un cascinale un gruppo di ribelli riunitisi in riunione. Accesasi e perdurando la sparatoria (nella quale rimanevano feriti un centurione e due militi), gli squadristi appiccavano il fuoco allo stabile cinto d’assedio, che veniva completamente divorato dalle fiamme. La mattina seguente tra le macerie venivano «trovati sei cadaveri in parte carbonizzati e irriconoscibili»; sospettando che l’attività dei partigiani fosse nota agli abitanti delle case circostanti, queste venivano a loro volta incendiate dagli squadristi, che procedevano poi al fermo delle famiglie abitanti «cui confronti sarà provveduto denunzia Tribunale Guerra aut internamento»52. Appena venti giorni più tardi, sempre tra le frazioni di Castua, 32 «giovani jugoslavi» venivano prelevati, apparentemente «mediante intimazioni et minacce», da varie bande ribelli durante la notte53. Dopo rapide indagini veniva però appurato che i «giovani [avevano] seguito volontariamente ribelli et che congiunti hanno favorito loro proponimento», mentre «altri giovani
50 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 36302, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto e Sicurezza, Fiume, 5 dicembre 1942. 51 Ribadendo quando più volte esposto, a fine anno Testa tornava a pontificare i propri duri metodi di repressione, sottolineando inoltre la necessità «che [la] linea [di] condotta sia identica con territorio vecchie et nuove Provincie. […] Sono certo che Pola e Gorizia faranno tesoro [delle] esperienze passate per non compromettermi azioni avvenire», in Telegramma n. 4759, da Prefetto Testa a Eccellenza Sottosegretario Ministero Interno, Fiume, 23 dicembre 1942, riportato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, cit., p. 408. In una di poco successiva missiva il prefetto avrebbe definito il Carnaro quale «una goccia d’olio nel mare burrascoso della ribellione che circonda tutti i territori di questa provincia», in R. Prefettura del Quarnaro, Foglio n. 530 di Gab., P.M. 10, 31 gennaio 1943. 52 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 31-1, Telegramma n. 1622, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto et Sicurezza, Fiume, 21 gennaio 1943 e Ibidem, Telegramma n. 1750, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto, Fiume, 23 gennaio 1943. 53 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 8185, Telegramma n. 4072, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto et Sicurezza, Fiume, 13 febbraio 1943.
153
Squadrismo operante: il 1943
apprestavansi [a] seguire [i primi]»54. Quale risposta ad un fenomeno certo non raro nelle altre provincie orientali (ma in tali proporzioni nuovo nel fiumano)55, Testa scatenava un’immediata, «esemplare» rappresaglia, adottando «la medicina del luglio agosto scorso»56: squadristi dell’”Emiliano”, carabinieri e forze di P.S. procedevano infatti alla distruzione delle case dei familiari dei giovani datisi alla macchia e di quelle vicine, requisendo il bestiame ed arrestando (per successivo internamento) «complessivamente circa seicento persone»57. Sempre nei dintorni di Fiume, il primo marzo, una pattuglia mista di squadristi e confinari cadeva in un’imboscata tesa lungo la mulattiera tra Trnovica e Jelenje. La di poco precedente sostituzione del prefetto, con la nomina di Agostino Podestà58, non incideva nella sostanza della repressione: la morte del capo manipolo Carlo Colombo e di un milite nell’agguato scatenava il giorno successivo la rappresaglia e numerose abitazioni «sospette» delle vicine frazioni venivano date alle fiamme e il bestiame requisito; circa 250 persone del luogo erano inoltre rastrellate e successivamente internate59.
54 Ibidem, Telegramma n. 4584, da Prefetto Testa a Interni Sicurezza et gabinetto, Fiume, 17 febbraio 1943. 55 «Una particolare forma di reclutamento è quella conosciuta col “prelevamento”», precisava il Comando della Difesa Territoriale di Udine alla fine del 1942. «Gli elementi che simpatizzano con i ribelli […] si preoccupano delle conseguenze per le famiglie e, d’accordo con i ribelli, inscenano il reclutamento coattivo», in Comando della Difesa Territoriale di Udine, Memorie Storiche dell’anno 1942, Udine, 26 maggio 1943, riportato in Tone Ferenc, La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I, cit., pp. 411-412. 56 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 8185, Telegramma n. 4365, da Prefetto Testa a Ministero Interno Gabinetto, Fiume, 15 febbraio 1943. 57 Ibidem, Telegramma n. 4584, da Prefetto Testa a Interni Sicurezza et gabinetto, Fiume, 17 febbraio 1943. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/34, b. 185, Manifesto n. 615 di prot., Fiume, 17 febbraio 1943. Pur confermando il numero degli internati, il seniore Santucci attribuiva pudicamente la misura al «desiderio» di «gran parte della popolazione del Castuano che assisteva all’operazione stessa […] di essere internata nel Regno al fine di evitare ulteriori violenze ad opera dei partigiani», in Comunicazione del vice commissario Eugenio Colonna e del seniore Ercole Santucci al questore di Fiume, s.l., s.d. [ma probabilmente 17 febbraio 1943], citata in Amleto Ballerini, Mihael Sobolevski (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (19391947), cit., p. 51. Una segnalazione inviata al capo della polizia Senise lamentava però come «le misure di rappresaglia […] colpirono per lo più degli innocenti e furono accompagnate da scassi e da furti perpetrati dagli stessi esecutori», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/34, b. 185, lettera di Mario Roberti [illeggibile] a Carmine Senise, Trieste, 27 febbraio 1943. 58 Come il predecessore, anche Podestà proveniva dalle fila dello squadrismo e del partito, avendo tra le altre ricoperto, prima della nomina a prefetto nel 1936, le cariche di federale di Avellino e Padova, in Alberto Cifelli, I prefetti del Regno nel ventennio fascista,cit., p. 223. 59 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 8185, Telegramma n. 5963,
154
Squadrismo operante: il 1943
Mentre la situazione delle provincie orientali peggiorava sensibilmente (pur senza mai entrare in seria crisi prima dell’autunno 1943)60, il II° battaglione squadristi rimaneva schierato nei dintorni del capoluogo di provincia fino ai primi di giugno, conducendo le ultime, sanguinose operazioni: il 10 maggio, durante un rastrellamento nell’area di Grobnico (Grobnik), un pattuglione di squadristi catturava un membro di una banda partigiana, da tempo ricercato. Condotto al seguito perché indicasse «il rifugio di altri ribelli, il predetto tentava darsi alla fuga […] ed ucciso»61. A pochi giorni ormai dal rimpatrio, l’unità veniva altresì di nuovo impegnata nell’ennesimo rastrellamento dei comuni di Castua e Grobnico e nell’azione, condotta tra il 23 e il 25 maggio, trovavano la morte in diversi episodi altri 13 (sospetti) ribelli62.
Il battaglione squadristi “Nizza” nel 1943 Ancora schierato nei dintorni di Ribnica, il battaglione squadristi “Nizza” iniziava senza particolari sorprese il 1943; dal 6 al 15 gennaio una compagnia di formazione, al comando dello stesso primo seniore Tebaldi, effettuava infatti un ciclo di rastrellamenti a nord-est di Ribnica, giungendo fino a Sodražica (già sede di un presidio del battaglione) e registrando solo alcuni scontri tra pattuglie63. Il 19 iniziava altresì il trasferimento verso Metlika, nella parte sudorientale della provincia, raggiunta due giorni più tardi64. La nuova dislocazione scontava però l’estrema vicinanza al confine con la Croazia: la «sensazione» da Prefetto Agostino Podestà a Ministeri Interni Gabinetto ed Sicurezza, Fiume, 2 marzo 1943. 60 Gian Carlo Bertuzzi, «Quasi un fronte di guerra», cit., p. 314.
61 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/34 II°, b. 185, R. Prefettura del Carnaro, Foglio n. 09233 di prot., Oggetto: Ilovik di Grobnico (zona annessa) rastrellamento eseguito da parte del Btg. CC.NN. Squadristi “Emiliano”, Fiume, 10 maggio 1943.
62 A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.13, prot. 16452, s.fasc. 8185, Telegramma n. 13884, da Prefetto Agostino Podestà a Ministero Interno Gabinetto, Fiume, 24 maggio 1943. Cfr. anche Ibidem, Telegramma n. 13931, da Prefetto Agostino Podestà a Ministero Interno Gabinetto et Sicurezza, Fiume, 25 maggio 1943. 63 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 6-15 gennaio 1943. Sempre attento alle vicende del battaglione, unico reparto squadrista schierato in tutta la provincia, il periodico della Federazione fascista di Lubiana Prima Linea dedicava almeno due articoli al suddetto ciclo di rastrellamenti: cfr. in particolare C.N. Carlo Pedroli, Fra le montagne ricoperte di neve in rastrellamento con gli Squadristi del Battaglione «Nizza», in «Prima Linea», a. 2, n. 13, 30 gennaio 1943 e C.N. Cesare Toffanelli, Squadristi combattenti, in «Prima Linea», a. 2, n. 15, 13 febbraio 1943. 64 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 21 gennaio 1943.
155
Squadrismo operante: il 1943
di trovarsi «in un’area in cui i ribelli siano più numerosi e meglio organizzati» veniva presto confermata e il 24 gennaio l’intero battaglione conduceva, assieme a reparti della divisione “Isonzo”, un duro rastrellamento nella vicina area di Bušinja Vas. Dopo un breve scontro con i ribelli, «la nostra reazione è dura, l’artiglieria spara sul paese, si odono grida di donne. Viene colpita la chiesa e un proiettile danneggia il campanile»65. Terminate le operazioni, il reparto veniva nuovamente trasferito, spostandosi a Ozalj, ad alcuni chilometri di distanza in territorio croato. Qui il “Nizza”, a cavallo tra gennaio e febbraio, partecipava ai duri scontri sviluppatisi nell’area tra Vivodina e Radina Gorica (nord di Ozalj), pagando un cospicuo tributo di sangue: due battaglioni della “Isonzo” e l’85° battaglione cc.nn. “M” cadevano infatti, tra il 29 e il 30 gennaio, in una serie di imboscate tese nella suddetta area dalle unità partigiane che avevano il compito di intercettare, subendo ingenti perdite66. Nel tentativo di soccorrere i reparti ormai accerchiati, anche il battaglione squadristi veniva dirottato nella mattina del 31 su Kusar (Kučer) e Radina Gorica, raggiunta solo nel pomeriggio del 1° febbraio dopo numerosi scontri con le molte unità partigiane presenti nell’area67; agghiacciante la scena che si presentava agli occhi delle camicie nere una volta giunte in contatto degli assediati: scorgiamo morti ovunque, accanto alle batterie [d’artiglieria] e accatastati dietro l’edificio. Sul piazzale c’è un cadavere nudo, un altro è avvolto in un telo, l’elmetto incastrato nella testa. Hanno lo sguardo sereno. Un mulo è ancora vivo e ogni tanto annaspa con le zampe anteriori. Vorremmo finirlo, con un colpo di grazia, ma non abbiamo tempo, l’assedio si è richiuso dietro le nostre spalle68. 65 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 57. Cfr. anche AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 24 gennaio 1943. Pochi giorni più tardi, un milite del “Nizza” avrebbe appuntato in una cartolina: «in questa terra di neve e gelo abbiamo nemici da tutte le parti ma le Camicie Nere sfondano ogni ostacolo e ristabiliscono la tranquillità ovunque», in Archivio privato dell’autore, lettera di Joska Maggi al commissario prefettizio del Comune di Erbusco (BS), P.M. 59, 27 gennaio 1943.
66 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 108-109. Sull’episodio cfr. anche Falco Marin, La traccia sul mare, Istituto per la storia del Risorgimento (stampa), Trieste 1950, pp. 94-103 e Davide del Giudice, L’85° Battaglione Camicie Nere. Storia ed impiego dal 1937 al 1945, in «Storia & Battaglie», n. 22, febbraio 2003, pp. 25-26. Il solo battaglione cc.nn. avrebbe perso in totale 75 uomini.
67 I ritardi e la scarsa coordinazione delle truppe italiane fanno parlare Osti Guerrazzi di «esempio di scarsa efficienza del sistema di aiuto tra presidi», specchietto tornasole di una «situazione [bellica] forse irrimediabilmente compromessa», in Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., p. 108. 68 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 60. Cfr. anche C.N. Carlo Pedroli, Con gli Squadri-
156
Squadrismo operante: il 1943
Sbloccata la formazione intrappolata, anche il rientro veniva molestato dall’incessante fuoco nemico e al termine delle operazioni, conclusesi il 2 febbraio, uno stremato “Nizza” riportava 5 legionari uccisi, 7 dispersi e 26 feriti69. A più di 6 mesi dalla mobilitazione, le ultime fatiche andavano a incidere pesantemente sulla già modesta capacità operativa del reparto: rientrato a Ozalj, la «precaria condizione di salute» della truppa ne limitava infatti l’attività al solo servizio di vigilanza lungo la linea ferroviaria tra Ozalj e Kamanje, condotta da reparti di formazione composti probabilmente con le uniche forze ancora valide70. Proprio in virtù della scarsa efficienza del reparto, questo rientrava tra il 4 e il 5 marzo definitivamente a Lubiana, passando alle dipendenze della divisione “Cacciatori delle Alpi” e collocandosi per alcuni giorni a riposo71. Solo dal 15 marzo il “Nizza” riprendeva il servizio di difesa della cintura difensiva di Lubiana, mentre due aliquote di cc.nn. venivano impegnate in compiti di polizia ferroviaria, senza peraltro riscontrare particolari incidenti. Solo il 29 marzo un plotone di esecuzione composto da 18 legionari fucilava, presso le cave di Tomačevo (sobborghi di Lubiana), un «capo bandito comunista» condannato a morte dal tribunale militare di Lubiana72. In un surreale clima di «calma esteriore»73, i mesi di aprile e maggio trascorrevano senza particolari
sti del 215° btg. CC.NN. “Nizza”, in «Prima Linea», anno II, n. 27, 8 maggio 1943. 69 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 30 gennaio – 3 febbraio 1943. Tra i caduti figurava anche il «balilla» Aldo Pangrazio, giovanissimo volontario (classe 1926) proveniente da Livorno, in C.N. Carlo Pedroli, Con gli Squadristi del 215° btg. CC.NN. “Nizza”, cit. 70 «Dopo la battaglia di Kucev [recte: Kučer] i nostri ufficiali ci hanno concesso di accusare liberamente i nostri malanni», ricorda la c.n. Paglieri ed in effetti una commissione medica inviata al reparto rilevava «una fortissima percentuale» di camicie nere «affetta da malattie, per lo più dipendenti dagli strapazzi del servizio di questi ultimi mesi e dal clima umido e rigido della zona», in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 60. Della 1ª compagnia, appuntava la c.n., «siamo undici disponibili», in Ibidem, p. 63. 71 A riconferma della triste “fama” che circondava ormai il reparto, al rientro nella capitale il nuovo comandante l’XI° C. d’A Gastone Gambara rivolgeva un «perentorio monito» alle cc.nn. del “Nizza”: «Mi hanno detto che nella vostra precedente permanenza a Lubiana ne avete fatte di tutti i colori. Io non lo voglio credere e faccio affidamento sul vostro spirito di disciplina», in Ibidem, p. 68. 72 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 29 marzo 1943. 73 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 30, Foglio senza n. di prot., Appunto per il Duce, Roma, 3 aprile XXI. La breve nota, estratto del rapporto mensile del federale di Lubiana, dipingeva a tinte fosche lo stato delle regioni periferiche della provincia, ormai stabilmente in mano ai ribelli. Anche Paglieri sottolinea la minor percezione di pericolo nella «forse meno insidiosa» capitale, in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 68.
157
Squadrismo operante: il 1943
situazioni di pericolo; ormai in attesa dell’imminente rimpatrio, il 18 maggio cessava in pratica ogni attività operativa del reparto74.
La «valanga»75: il crollo del regime e la smobilitazione dei battaglioni squadristi Ormai sfibrati dai lunghi e gravosi mesi trascorsi al fronte, nel maggio del 1943 si completava il rientro in Penisola dei 6 battaglioni squadristi. L’ordine di rimpatrio, concordato tra il Co.Ge.Mi. e lo S.M.R.E., giungeva sul finire di aprile76: primo tra i reparti ad abbandonare il litorale dalmato, il “Toscano” salpava da Vodice già il 16 maggio 194377, seguito di lì a breve dai battaglioni “Vespri”, “Milano” e “Tevere”78. Il 24 maggio lasciava invece Lubiana il “Nizza”, anticipando di pochi giorni il rimpatrio del battaglione squadristi “Emiliano”79. Seguendo le disposizioni dello S.M. della Milizia, i 6 reparti venivano quindi riuniti (per ricostituzione) in due «Gruppi di Btg. cc.nn. squadristi» dislocati a Fiorenzuola D’Arda (PC) e Vergato (BO), al comando rispettivamente del luogotenente generale Giovanni (Ivan) Doro e del console Gelormini80. Nel piacentino prendevano quindi sede i battaglioni “Tevere”, 74 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 18 maggio 1942. «Nulla di nuovo [o notevole] da segnalare» è la litania che riempie la parte finale del D.S. del “Nizza”. 75 A.C.S., S.P.D., C.R., b. 24, f. 166, Lettera di Giovanni Preziosi a Enzo Galbiati, 22 novembre 1942, citata in Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, cit., pp. 1027-1028. 76 Oddone Talpo, Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), cit., p. 335. L’autore, citando una comunicazione giunta al XVIII° C. d’A. dallo S.M.R.E. il 26 aprile 1943, non chiarisce la paternità dell’ordine. 77 A.S.FI., Distretto Militare di Firenze, Ruolo matricolare di Barucci Giuseppe di Ferdinando, classe 1900. 78 Il “Vespri”, riunitosi a Zaravecchia e portatosi il 23 maggio a Zara, raggiungeva il campo contumaciale di Prestrane (TS) dove stazionava fino all’8 giugno, in Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., pp. 39-40. Il “Milano”, riunito a Zara il 21 maggio, raggiungeva Bologna (via Fiume) il 25 maggio, in Ce.Doc. di Milano, Stato di Servizio di Santagostino Giordano, cit. 79 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 24-25 maggio 1943. Cfr. anche Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 71.
80 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 511, cart. 1, M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 2763/OM/RSM di prot., Oggetto: Rimpatrio Btg. cc.nn. Squadristi, Roma, 10 giugno 1943. Il secondo gruppo battaglioni squadristi, sorto al fianco del raggruppamento “Dalmazia”, nasceva con ogni probabilità per facilitare il riordinamento dei reparti. Sulla figura del luogotenente generale Doro cfr. Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Mondadori, Milano 2003, p. 211 e Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006, pp. 152-153.
158
Squadrismo operante: il 1943
“Vespri” ed “Emiliano” – quest’ultimo giunto il 13 giugno a Fidenza81 – mentre sull’Appennino bolognese si acquartieravano il “Toscano”, il “Nizza” (entrambi a Vergato) ed il “Milano” (a Sasso Marconi dal 25 maggio)82. Al di là dell’ormai precaria situazione dell’organico dei reparti, nonché dei mai sopiti attriti con le autorità militari, non è da escludere che il rimpatrio dei battaglioni squadristi fosse in qualche modo collegato ai paralleli tentativi di puntellamento del regime da parte del partito e, soprattutto, della Milizia stessa: la crisi interna del regime spingeva infatti Galbiati ad approntare sin dal 1942 alcune (pur incerte) mosse nel tentativo di rafforzare e coordinare la comunque capillare presenza della M.V.S.N. sul territorio nazionale, in caso di crisi o «perturbamento all’ordine pubblico»83. Se nelle direttive predisposte dal Capo di S.M. della Milizia un non secondario ruolo veniva riservato agli squadristi84, più di un pensiero doveva essere probabilmente corso ai medesimi battaglioni schierati nei Balcani, come già accennato «saggia[ti] […] ad ogni buon fine» dallo stesso Galbiati durante la
81 Museo Civico del Risorgimento “L. Musini”, Manifesto a nome della Città di Fidenza - Fascio Combatt. di Fidenza, Fidenza, 13 giugno 1943, consultabile all’indirizzo: http://bbcc.ibc.regione. emilia-romagna.it/pater/loadcard.do?id_card=198619 (consultato dicembre 2017). Il volumetto di Bossini fu redatto probabilmente selle settimane immediatamente successive l’arrivo a Fidenza, essendo stampato nella vicina Salsomaggiore Terme. 82 AUSSME, fondo N1-11, b. 1271, D.S. 215° battaglione cc.nn. Squadristi “Nizza”, 24-25 maggio, 3 giugno 1943. Cfr. anche Il Battaglione squadristi “Nizza” festosamente accolto a Vergato, in «Il Resto del Carlino», 26 maggio 1943 e Vincenzo Costa, L’ultimo Federale. Memorie della guerra civile. 1943- 1945, il Mulino, Bologna 1997, p. 34.
83 Enzo Galbiati, Il 25 luglio e la M.V.S.N., Bernabò, Milano 1950, p. 172. Cfr. anche Renzo De Felice, Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, cit., pp. 1028-1030.
84 Secondo accordi intercorsi già dalla metà del 1942 tra la M.V.S.N. ed il P.N.F., «tutti i Fascisti Squadristi debbono far parte della Guardia Armata della Rivoluzione [sottolineato in originale]»; per gli squadristi che ancora non ne facessero parte, veniva quindi disposta «la immissione nella M.V.S.N., anche se non idonei fisicamente», andando così a formare in ogni presidio locale della Milizia «un reparto a parte alle dipendenze – possibilmente – di un Ufficiale o sottufficiale Squadrista», in A.S.PI., Fondo P.N.F. – Sez. di Montecatini di Val di Cecina, b. 7, f. 15, M.V.S.N., Comando 89ª legione cc.nn., Foglio n. 1425/Mob/1/19 di prot., Oggetto: Nuclei Squadristi, Volterra, 2 luglio 1942. A partire da questi primi nuclei di squadristi, sul finire del 1942 sarebbero sorti in ogni legione (almeno sulla carta) i primi «battaglioni mobili», reparti «facilmente radunabili e pronti a muovere nel minor tempo possibile – costituiti di elementi permeati di senso del dovere, di passione e devozione fascista, presidio vigilante della Rivoluzione in ogni Provincia», in A.C.S., S.P.D., C.R., b. 128, Note informative riservate (III – 1943), M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 300/O.M./I di prot., Oggetto: Costituzione di nuclei, co. mtr. e btg. mobili CC.NN., Roma, 28 novembre 1942. Nelle sue memorie, Carmine Senise (allora capo della Polizia) avrebbe comunque liquidato il progetto come «tutte chiacchiere». I suddetti reparti «furono costituiti soltanto in qualche provincia perché i vecchi squadristi non vollero saperne e attesero con assai scarso entusiasmo alla loro preparazione», in Carmine Senise, Quando ero capo della Polizia (1940-1943), Ruffolo, Roma 1946, pp. 145-146. A titolo di esempio, cfr. comunque L. Milizie anziane, in «Il Ferruccio», anno XIII – n.12, 18 gennaio 1943.
159
Squadrismo operante: il 1943
sua visita in Dalmazia dell’ottobre 194285; una volta rientrati in Italia, questi avrebbero infatti potuto fornire una potenziale massa critica di «vecchi fascisti» tra «i più seri e fedeli»86. In realtà, nel corso della prima metà dell’estate, i battaglioni squadristi riuniti in Emilia avrebbero limitato la propria attività a servizi ordinari ed addestramento, mentre larga parte della truppa beneficiava di licenze premio87. Una presenza comunque ingombrante – soprattutto se rapportata al contemporaneo approntamento della divisione corazzata “M”88 – e capace di far drizzare le antenne ai preoccupati vertici militari, fonte fin da subito di voci allarmistiche di ogni tipo: in una nota informativa destinata allo stesso Mussolini, una «fonte certa» arrivava a precisare come le unità squadriste della M.V.S.N. ritirate dalle Croazia [sic] ed attualmente in fase di ricostituzione saranno dotate di mezzi corazzati forniti dalla Germania secondo accordi direttamente presi dal Luogotenente Galbiati con le sfere militari tedesche. Il nostro S.M. – precisava l’anonimo informatore – non è al corrente degli accordi degli accordi intercorsi né della consistenza dei mezzi che saranno forniti alle unità della M.V.S.N. 89. In questo così incerto scenario, andavano nel mentre tessendosi a Roma le trame per la defenestrazione del duce: anche durante la drammatica assise dell’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo, nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943, i battaglioni squadristi tornavano però ad affacciarsi sulla
85 Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1388. 86 Ibidem, p. 1395. Cfr. anche Ajmone Finestra, Dal fronte jugoslavo alla Val d’Ossola, cit., p. 138. Di un fantomatico «progetto per trasportare in Italia, via mare, i battaglioni “squadristi” e “camicie nere” dalla Dalmazia, qualora si fosse tentato un colpo di Stato contro il Fascismo» accenna anche il luogotenente generale della Milizia Renzo Montagna, in Renzo Montagna, Mussolini e il processo di Verona, Omnia, Milano 1949, p. 80. Secondo l’autore, il Governatore Bastianini si sarebbe dimostrato «pienamente d’accordo» con la proposta. 87 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 71. Il D.S. del “Nizza” riporta fino al 17 giugno sola attività di routine, interrompendosi poi improvvisamente. 88 Composta per la quasi totalità da cc.nn. provenienti da battaglioni “M” reduci dalla Russia e dai Balcani, la creazione della G.U. fu caldeggiata dai tedeschi stessi, che la armarono ed addestrarono, in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., pp. 71-73. Dello stesso autore cfr. anche Andrea Rossi, Una divisione “scomoda”. La vicenda della divisione corazzata “M” nella realtà e nella storiografia, in «Nuova storia contemporanea», n. 5, anno 2003, pp. 15-24. 89 A.C.S., S.P.D., C.R.,b. 128, Note informative riservate (III – 1943), informativa s.t., s.d. [ma sicuramente databile tra il 17 ed il 20 maggio 1943]. Chiaro (e significativo) l’equivoco legato alla simultanea costituzione della divisione “M”.
160
Squadrismo operante: il 1943
scena, sorta di incombente minaccia nei confronti dei gerarchi frondisti. Fu infatti il C.S.M. della Milizia ad accennare, sul finire del suo intervento, ad un suo prossimo «incontro» – inizialmente fissato proprio per il 25 luglio – «con i battaglioni squadristi tornati dalla guerra e ancora desiderosi di affrontare il nemico, squadristi che credono più che mai nel Fascismo e nell’Italia»90. Lontani dai centri di comando e ridotti in organico e quadri91, i reparti non opposero invece (almeno nell’immediato) particolare resistenza alla notizia dell’arresto di Mussolini ed al cambiamento di regime92, allineandosi – come del resto la quasi totalità della M.V.S.N. – all’immediata azione “disinnescante” suggerita dallo stesso Galbiati93. Alcuni giorni più tardi si registravano però i primi, preoccupanti incidenti, pur limitati agli squadristi schierati nel piacentino: informava infatti il locale prefetto come nella serata del 27 agosto in Fiorenzuola d’Arda nei pressi della sede del comando del 170° battaglione MVSN sostò un autocarro tedesco […] recante nella parte posteriore 90 Enzo Galbiati, Il 25 luglio e la M.V.S.N., cit., pp. 227-228. Anche i reparti cc.nn. precedentemente ispezionati, riferiva ancora Galbiati, «null’altro hanno nel cuore che il sentimento del dovere, che propositi di combattimento». 91 Aldo Resega, comandante del “Milano” (reparto sicuramente tra i più “temibili”) e da poco nominato vice-segretario federale di Milano, venne sorpreso dall’arresto di Mussolini proprio nella capitale lombarda, raggiunta da alcuni giorni per una licenza: bloccato dai bersaglieri inviati ad occupare la federazione fascista, riusciva a raggiungere Sasso Marconi e il 7° battaglioni squadristi solo dopo alcuni giorni, in Vincenzo Costa, L’ultimo Federale, cit., pp. 6, 34-35. La nomina di Resega a vice-federale risaliva ai primi di giugno, in Le nuove gerarchie del Fascismo milanese, in «Corriere della Sera», 5 giugno 1943. 92 Riguardo la «IV Zona [della Milizia] Bologna» si segnalava: «Milizia disciplinata; nessuna intemperanza»; solo a Faenza si registravano scaramucce con alcuni civili che tentavano di irrompere in una caserma per impossessarsi delle armi, in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.12, prot. 21424, telespresso di Armellini alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 28 luglio 1943. 93 In generale furono relativamente limitate le intemperanze delle cc.nn. una volta appresa la caduta di Mussolini e solo in alcuni casi il «moto di ribellione» sfociò in «veri e propri tentativi di ammutinamento», in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 74. Alcuni incidenti sono segnalati anche in Pietro Cappellari, La guardia della rivoluzione. La Milizia fascista del 1943: crisi militare – 25 luglio – 8 settembre – Repubblica Sociale, Herald, Roma 2013, pp. 92-100. Fondamentale per un passaggio di consegne “indolore” tra Mussolini e Badoglio fu l’operato dello stesso C.S.M. della Milizia, sostanzialmente riconducibile all’intima consapevolezza della conclusione dell’esperienza fascista e alla sopravvalutazione della forza del colpo di stato monarchico, in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., pp. 77-78. Da rilevare come, nella sua (interessata) ricostruzione degli eventi, Galbiati riconduca la propria azione soprattutto alla volontà di «non provocare […] una fratricida guerra civile, nei sussulti della quale gli anglosassoni avrebbero incontrato le più confortevoli premesse per un rapido e forse incruento sbarco nella penisola», in ISRT, fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 24, La milizia dinnanzi al colpo di Stato del 25 luglio, cit.
161
Squadrismo operante: il 1943
e sui laterali scritte in gesso “W Hitler – W il duce – A Noi – Abbasso il comunismo”. L’autocarro, condotto da due militari germanici, venne circondato da una cinquantina di militi che inneggiarono al duce e Hitler, e dopo circa venti minuti, con a bordo sette o otto militi, al canti di inni fascisti ed hitleriani [sic] si avviava verso la località Vignola, da dove faceva ritorno a Fiorenzuola verso le ore 20, restituendo alla propria sede i militi. La sera stessa, su un treno in partenza sempre da Fiorenzuola, presero posto centoventotto legionari del battaglione «Vespri» e cinquantaquattro del battaglione «Tevere» accompagnati da sei ufficiali[,] in trasferimento presso il 65° reggimento fanteria di stanza a Piacenza. Durante il viaggio in ferrovia vennero dai militi cantati inni fascisti, intercalati da grida «Viva il Duce – Viva Hitler»94. Intemperanze e professioni di fedeltà al passato regime a parte, preoccupazioni ben maggiori destava il pesante clima venutosi nel mentre a creare a Fiorenzuola d’Arda, dove a seguito di violenti tafferugli registratisi con alcuni antifascisti locali (soprattutto studenti) i fascisti di Fiorenzuola d’Arda, spalleggiati dai militi dei battaglioni «Tevere» e «Vespri Siciliani» [sic], starebbero preparando azioni di rappresaglia contro antifascisti ed avrebbero a tal’uopo nascosto in diverse case di quel centro armi di vario genere95.
94 A.C.S., D.G.P.S., AA. GG. RR. , sezione I, anno 1943, C2H, pc. 38, lettera di Senise ad Armellini, Roma, 31 agosto 1943, citata in AA.VV., L’Italia dei quarantacinque giorni, cit., pp. 226-227. Nel capoluogo piacentino, la sera del 29 agosto gli stessi militi «cantarono a gruppi, a voce alta, gli inni fascisti, acclamando al Duce». Le stesse manifestazioni si ripetevano anche durante il rientro a Fiorenzuola, in A.C.S., D.G.P.S., AA.GG., 1920-45, A5G, b. 144, f. 214, R. Prefettura di Piacenza, Foglio n. 09782 di prot., Oggetto: Battaglioni “M”, Piacenza 31 luglio 1943. 95 AA.VV., L’Italia dei quarantacinque giorni, cit., pp. 226-227. Cfr. anche Franco Sprega, Il filo della memoria. Fatti e cronache di Fiorenzuola dal movimento socialista agli albori della Resistenza, Tipografia Le.Co. (stampa), Piacenza 1998, pp. 132-134. Interessato dal capo della polizia Senise, il nuovo C.S.M. della Milizia Armellini tendeva invece a minimizzare gli incidenti occorsi nel piacentino, nel tentativo di presentare una visione “legalitaria” delle forze sotto il proprio comando. Le violenze e le manifestazioni di fedeltà al passato regime, registratesi ad opera degli squadristi, venivano quindi ridotte a «qualche manifestazione di carattere fascista», condotte «non per spirito partigiano, ma esclusivamente per reazioni a gravi provocazioni sovversive cui erano stati fatti segno da parte di dimostranti comunisti», in A.C.S., D.G.P.S., AA.GG., 1920-45, A5G, b. 144, f. 214, M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 240 di prot., Oggetto: Battaglione M.V.S.N. dislocato a
162
Squadrismo operante: il 1943
Decisamente più tranquilla appariva invece la situazione nel bolognese, dove nessuna violenza veniva infatti segnalata tra i più isolati battaglioni squadristi accampati tra Vergato e Sasso Marconi; tra i legionari sembrava invece aver prevalso smarrimento e rassegnazione e all’indomani del «grande sconvolgimento», Paglieri appuntava: dopo la caduta di Mussolini e la fine del Fascismo, non sappiamo esattamente in quale situazione ci verremmo a trovare, ma tutti quelli che hanno la coscienza a posto e appartengono, come me, a classi non ancora richiamate desidererebbero una sola cosa: tornare alle proprie famiglie. […] Noi pensiamo che il dovere degli italiani sia quello di obbedire, tacere e recare il proprio apporto per il conseguimento della vittoria. Se così non sarà il nemico farà di noi un popolo di servi96. Sui reparti squadristi stava però per abbattersi la mannaia imposta dal nuovo comandanate generale della Milizia, paradossalmente lo stesso generale Armellini che tanto si era battuto per una loro “normalizzazione” durante i primissimi mesi di attività del gruppo battaglioni squadristi in Dalmazia. Subentrato a Galbiati il 26 luglio, Armellini e Badoglio cercarono subito di «blandire» e tranquillizzare i pur dubbiosi ambienti della Milizia97, imponendo una sorta di linea di continuità con il vecchio regime ma procedendo nel mentre al tentativo di «liquidare la M.V.S.N. [sottolineato in originale]», confortati dall’assenza di iniziative apertamente ostili da parte delle camicie nere98. Cessando «quale Forza Armata dello Stato […] ogni attività o dipendenza d’ordine politico», venivano «conseguentemente» aboliti tutti i richia-
Fiorenzuola, Roma 19 agosto 1943. 96 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., pp. 67, 71. 97 ISRT, fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 228, Relazione sull’attività svolta dalla Guardia Nazionale Repubblicana nel periodo dicembre 1943-febbraio 1944 XXII, s.l., 1 marzo 1944. Nel suo lungo proclama diffuso a tutti i comandi periferici il 30 luglio, Armellini esordiva (piuttosto infelicemente): «La Milizia è nata allo squadrismo la cui azione e i cui meriti sono a tutti noti e che solo gente ignara o in mala fede potrebbe dimenticare», in A.C.S., G.N.R., b. 12, f. Anno 1943 – agosto, M.V.S.N. Comando Generale, Foglio n. 211/C.I. di prot., Oggetto: Direttive, Roma, 30 luglio 1943. Il testo della circolare è riportato anche in Pietro Cappellari, La guardia della rivoluzione, cit., pp. 102-105. 98 P.C.M., A.C.S.F., Titolo XI, b. 411, f. 4, s.f. 20 (Pasetti Alessandro), lettera di Quirino Armellini a Umberto Spigo, Roma, 1 settembre 1943. Per le entusiastiche (ed in molti casi interessate) reazioni dei quadri locali della Milizia si rimanda in particolare a A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 5, f. 28, s.f. 20 (generali della Milizia che dopo il 25 luglio telegrafarono al gen. Armellini). Sulla devitalizzazione della M.V.S.N. cfr. anche Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., pp. 78-79 e Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio – 8 settembre, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 169-170.
163
Squadrismo operante: il 1943
mi (esteriori) al fascismo; trasformati in «legionari», i militi toglievano la camicia nera indossando il grigioverde, mentre le stellette sostituivano al bavero i fascetti99. «Non siamo più un battaglione squadristi», appuntava amaramente Paglieri, aggiungendo come (simbolicamente) il «29 luglio del ’43 […] il “Nizza” ha prestato il giuramento di fedeltà al Re nella piazza principale di Vergato»100. Pur nel timore di una scarsa affidabilità generale – presagio tragicamente confermato all’indomani dell’8 settembre 1943101 – i vertici militari italiani si trovarono probabilmente impossibilitati a disarmare o comunque ridimensionare sensibilmente la stessa Milizia, ancora presente (e duramente impegnata) in praticamente tutti i teatri bellici102. Certo è che, nel tentativo di disinnescare le maggiori criticità, vennero comunque posti in essere alcuni provvedimenti di immediato impatto103, rimandando al futuro prossimo le questioni più strettamente organizzative104: tra questi rientrava anche lo scioglimento dei battaglioni «già squadristi», reso ancora più impellente dal pericoloso clima venutosi a creare nel piacentino ed attuato con una serie
99 A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 282, Foglio n. 148050 di prot., Oggetto: Disposizioni preliminari relative al nuovo ordinamento e funzionamento della M.V.S.N., Roma, 1 agosto 1943. 100 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 67. Il giuramento aveva in realtà un valore meramente “confermativo” in un periodo certo delicato, essendo la Milizia dal 1924 vera e propria FF.AA. dello Stato fedele al sovrano. Anche Resega, per bocca di Vincenzo Costa, ricorda come «al 7° squadristi di Sasso Marconi, come a tutti i reparti delle Camicie nere, fu imposto di sostituire camicie e fasci littori con camicie grigio-verdi e stellette», Vincenzo Costa, L’ultimo Federale, cit., p. 34. 101 Il primo seniore Tebaldi, ad esempio, pur diramando dopo il 25 luglio un proprio «ordine del giorno nel quale invitav[a] i legionari a continuare come per il passato a servire la Patria», avrebbe «sempre tenuta viva la fede fra i […] legionari» durante i 45 giorni del «traditore Badoglio», in A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), Questura di Bologna, Foglio n. 109/ R.R., s.t., s.l. [ma Bologna], 13 aprile 1944. 102 L’ultimo specchio della forza rintracciato, relativo al 1° maggio 1943, riporta ben 111 battaglioni cc.nn. mobilitati, di cui 81 dislocati fuori dalla Penisola, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 2, M.V.S.N. – Quadro di battaglia alla data del 1° maggio 1943=XXI. Cfr. anche Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 80. 103 Oltre alla sostituzione di numerosi ufficiali superiori, venivano soprattutto smantellati (almeno sulla carta) il servizio politico del Co.Ge.Mi. e i relativi uffici periferici, in A.C.S., Collection of Italian Military Records, serie T821, bob. 282, Foglio n. 148050 di prot., cit.. Cfr. anche ISRT, fondo Wehrmacht, serie T586, bob. 228, Relazione sull’attività svolta dalla Guardia Nazionale Repubblicana nel periodo dicembre 1943-febbraio 1944 XXII, cit. 104 Nel corso di agosto andavano infatti maturando i primi progetti di definitiva incorporazione della M.V.S.N. nell’Esercito, patrocinati dallo stesso Badoglio. La riunione al vertice per definire la futura sistemazione della Milizia, fissata per il 26 agosto, non fu probabilmente mai tenuta a causa dell’incedere degli eventi armistiziali, in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.12, prot. 21424, Foglio n. 6/R, s.l. [ma Roma], 18 agosto 1943.
164
Squadrismo operante: il 1943
di ordini e disposizioni diramati già dal 12 agosto105. Seppur con alcune eccezioni, entro la fine del mese i reparti venivano definitivamente smobilitati, mentre i militi, rientrando presso i rispettivi centri di mobilitazione, sarebbero stati trasferiti ad altri reparti o (per la quasi totalità) congedati106.
105 AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 511, cart. 1, S.M.R.E., Foglio n. 20/82120/3 di prot., Oggetto: Unità cc.nn. squadristi, P.M. 9, 12 agosto 1943. 106 Ivi. Nelle linee guida elaborate da Badoglio, gli squadristi smobilitati avrebbero dovuto «segui[re] la sorte della propria classe di leva», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.12, prot. 21424, Foglio n. 6/R, cit.. Considerata l’avanzata età dei militi, ciò avrebbe solitamente comportato l’immediato congedo ed il rientro alle proprie abitazioni.
165
Conclusioni Una narrazione squadrista Tracciata per sommi capi l’attività operativa dei battaglioni squadristi, risulta ora illuminante gettare uno sguardo d’insieme sulla produzione propagandistica e la memorialistica legata a questa così particolare esperienza bellica; pur rispettando gli stilemi della coeva pubblicistica fascista relativa al (comunque secondario) fronte balcanico, questi vengono infatti in parte adattati ad un ambito dalle caratteristiche anagrafiche e politiche certo peculiari, costituendone un insieme piuttosto ben delineato1. La stessa mobilitazione dei reparti squadristi agli inizi del 1942 risultava infatti indissolubilmente legata, quasi dettata, dall’eruzione del fenomeno partigiano in Jugoslavia. Ora «il redivivo comunista […] ricompariva con propositi megalomani nella cosiddetta polveriera d’Europa»2: in un ideale cerchio destinato a chiudersi con la guerra in corso, «il nemico» dinnanzi agli squadristi era «lo stesso di ieri»3, «sotto varie spoglie – ma sempre in odio mortale al fascismo ed all’Italia»4. E se nelle nuove provincie italiane «il processo di fascistizzazione [era] ai suoi inizi»5, ancora una volta necessaria sarebbe risultata l’opera dello squadrista, l’«uomo adatto» in quanto «vecchio conoscitore del comunista e dei suoi sistemi che rifuggono per viltà della lotta a viso aperto»6.
1 In merito alla pubblicistica e propaganda fascista relativa alla IIª Armata rimandiamo in particolare ai pregevoli lavori di Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., pp. 190-197 e Teodoro Sala, Guerriglia e controguerriglia in Jugoslavia nella propaganda delle truppe occupanti italiane (1941-43), in «Il movimento di liberazione in Italia», anno 1972, f. 108, pp. 91114. 2 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 13. 3 Enzo Galbiati, Legionari Squadristi, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 3. 4 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 13. 5 Bruno Dudan, Giovinezza che ritorna, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., pp. 14-15. 6 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., pp. 13-14.
167
Conclusioni
La continuità d’azione, la comune memoria di una “rivoluzione” che ritornava prepotente contribuivano quindi a riportare alla ribalta i simboli della mitologia squadrista: se riapparivano sulle uniformi i distintivi dalla foggia tipica dello squadrismo e le “teste di morto” di ardita memoria, il richiamo ideologico alla stagione “rivoluzionaria” ritornava anche, in forma immaginifica, in una cartolina stampata dalla federazione fascista di Parma per commemorare le gesta del battaglione squadristi “Emiliano”: in questa una camicia nera (con fettuccia rossa in bella vista sulla manica) è accompagnata nell’azione da un defilato squadrista, forse egli stesso in gioventù, armato di manganello e recante il gagliardetto di una squadra d’azione7; lo stesso dicasi per il frequente richiamo al mezzo di trasporto per eccellenza delle spedizioni della vigilia, il camion8, componente essenziale del «nuovo clima» respirato al fronte, «che importa» poi «se non era il fedele camerata “15 ter”?»9. Anche in La tragica guerriglia di Aldo Centofanti, raccolta di brevi racconti «inspirati alla realtà della guerra contro la guerriglia partigiana»10, riaffiorano magistralmente i temi della ventennale parabola squadrista e del volontariato di guerra, affidati alle gesta del fantomatico Toni Fuser, montanaro della Carnia già alpino nella prima guerra mondiale e squadrista11. Egli infatti, finita la [Grande] guerra, un’altra ne aveva cominciata quando gli dissero che le bestie, i suoi boschi, i suoi pascoli, più non sarebbero stati suoi se fossero venuti i “comunisti”. Come? […] I “comunisti”? Gliela dava lui ai “comunisti”. 7 La cartolina è riportata in appendice. Come già segnalato, frequente era il richiamo ai «martiri» della “rivoluzione” fascista, soprattutto (e certo non casualmente) ad opera del battaglione squadristi “Toscano”. 8 Mimmo Franzinelli, Squadristi, cit., p. 50.
9 GAF. [Guido Angelo Facchini], Gloria squadrista nella lotta contro i partigiani, cit.. Cfr. anche Enzo La Canna, Come nascono i Battaglioni “M” e i battaglioni Squadristi, cit.. In un’altra cartolina, dal chiaro titolo Ritornano gli Squadristi, questi seguono (in una sorta di ideale passaggio di consegne) un camion su cui prendono posto sorridenti soldati dell’Esercito. Anche questa cartolina è riportata in appendice. 10 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., p. 192. Centofanti era un ufficiale superiore addetto alla propaganda della IIª Armata. 11 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, Cappelli, Bologna 1943, pp. 51-63. La figura di Fuser è con ogni probabilità frutto della fantasia (o quanto meno manipolazione) dell’autore; il nominativo del milite, deceduto nel racconto, non compare infatti nella banca dati dei caduti e dispersi della 2ª Guerra Mondiale, consultabile all’indirizzo: www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Pagine/Amministrativo.aspx (consultato settembre 2016).
168
Conclusioni
Gli dettero un fez nero al Fascio del suo paese e via, in “camion” come dicevano allora, a fare lo squadrista. Forte razza di Carnia. Poi tornò al suo lavoro12. A distanza però di quasi due decadi, «scoppiava un’altra guerra. Ma lui era “vecio”. Toccava ai giovani, ai “bocia”. Era giusto»13. Nel tentativo di esaltazione di un volontarismo disinteressato senza peraltro accenni a moventi politici, continuava Centofanti: però, su, allo “staulo” lo coglieva, la sera uno struggimento strano, come un soffocamento dolce di ricordi. […] Non parlò con nessuno. Sposato non era. Un giorno al “vecchio” […] disse secco: - Sapete, pari, vado anch’io! Non c’era bisogno di domandarlo dove andava. […] Pochi giorni dopo Fuser era incorporato in un Battaglione Squadristi14. L’esaltazione del rinnovato impegno delle non più giovani camicie nere si dimostrava inoltre funzionale, come già accennato in precedenza, a creare una netta polarizzazione con coloro che, spesso a loro volta “ardenti” fascisti, rimanevano «imboscati» nelle retrovie o direttamente a casa. Un sentimento trasversale di autoaffermazione comune a tutti i reparti squadristi, strombazzato dalla propaganda ma presente anche nei più intimi recessi della memorialistica e nelle lettere spedite dal fronte: mentre Vittorio Paglieri ritornava infatti in più occasioni «agli inguaribili mormoratori che imperversano a Chiavari, […] che il giorno della vittoria marceranno in testa ai cortei con le bandiere ed i gagliardetti15, l’amara considerazione espressa da un commilitone della 215ª compagnia mitraglieri cc.nn. finiva tra le maglie della censura: quando penso che taluni si guadagnano la campagna di guerra standosene in un ufficio a Treviso, penso che sono un fesso. […] Il Federale ci aveva promesso di venirci a trovare, ma finora non lo abbiamo visto. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. In fondo per me è anche tanta esperienza. È
12 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, Cappelli, Bologna 1943, pp. 52-53. 13 Ibidem, p. 53 14 Ibibem, pp. 53-54. 15 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 48.
169
Conclusioni
facile affermare una fede con le parole. Vorrei vedere qui alcuni gerarchi e tastare loro il polso16. Anche in Dalmazia, l’infervorato resoconto di un’azione da parte di un milite fiorentino del “Toscano” si concludeva con la raccomandazione alla madre di dir[e] a quegli impiegati del comune che si vergognino a rimanere ancora imboscati mentre la Patria ha bisogno di tutti i suoi figli, che vengano anche loro qua a dar botte da orbi a questi assassini ebrei e comunisti che stermineremo a costo di rimetterci la vita17. La spiccata intransigenza politica, acuita dalla gravosa esperienza bellica, rafforzava inoltre una sorta di retorica “dell’esclusione” messa a nudo durante le (rare) licenze attraverso il contatto con il sempre più traballante «fronte interno». Un significativo articolo apparso su Santa Milizia arrivava infatti a denunciare il «bagaglio di malumori, di mormorazioni» maturato durante la licenza, «che […] pesa cento volte più della cassetta che contiene tutte le tue poche cose»; solo il «tornare al battaglione, tra le proprie camicie nere», permetteva di «purificare la propria anima dalle scorie di un soggiorno tra gente meschina»18. Un disagio che andò acuendosi durante la parabola discendente della guerra fascista ed i cui echi vennero percepiti anche nei Balcani: lo stesso comandante del “Milano” Aldo Resega, di ritorno da una breve licenza in Italia nei primi mesi del 1943, manifestava alle proprie camicie nere «la sua inquietudine e preoccupazione per il negativo andamento della guerra e, in particolare, per la scarsa tenuta del fronte interno, minato anche nei vertici militari e politici più elevati, da un pericoloso e insinuante disfattismo»19. Una disfatta militare del regime maggiormente temuta proprio dagli artefici di quella “rivoluzione”: anticipando quello scollamento dalla società civile 16 Lettera di M. Pilotto Fermo a Francesco Bellusi, Sesana, 6 agosto 1942, citata in Ivo Dalla Costa, L’Italia imbavagliata: lettere censurate , 1940-1943, Pagus, Treviso 1990, pp. 84-85. 17 Enzo Collotti (a cura di), Razza e fascismo. Vol. 2. Documenti, cit., p. 168. 18 Stelio Bassi, Ritorno al battaglione, in «Santa Milizia», Anno XXI – n.40, 3 ottobre 1942-XX. Accenni al basso «morale […] dei chiavaresi, tra i quali aumentavano le persone che […] tenevano a dire di essere “italiani e non fascisti” [corsivo in originale] e che ormai davano per scontata la nostra sconfitta» sono riscontrabili anche in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 70. 19 Le considerazione di Resega sono riportate in Ajmone Finestra, Dal fronte jugoslavo alla Val d’Ossola, cit., p. 138.
170
Conclusioni
che avrebbe caratterizzato l’intera esperienza dell’ultimo fascismo repubblicano e prefigurandone lucidamente i tragici esiti, un centurione del “Nizza”, congedandosi dai propri uomini, augurava infatti il buon esito del conflitto «perché se la guerra dovesse andar male, noi squadristi ci passerebbero per le armi, venendoci a prendere di casa in casa»20.
«Bonifica umana»21: il “discorso sul nemico” tra i battaglioni squadristi Tassello imprescindibile nella comprensione della violenta repressione del movimento partigiano, la propaganda e l’«ideologia di guerra del fascismo»22 attingevano a piene mani, senza soluzione di continuità, nella «ventennale campagna d’odio» antislava promossa dal regime23. Lo stesso (inaspettato) mutamento ed inasprimento del conflitto sul fronte balcanico determinò infatti una crescente attenzione verso la produzione di una sempre più folta pubblicistica dedicata alla truppa, inizialmente scarsamente diffusa – anche per la secondaria importanza dello stesso fronte nell’economia dello sforzo bellico italiano – ma successivamente centrale nel tentativo di arginare possibili cedimenti e di non trascurabile importanza nell’imbarbarimento del conflitto su questo fronte24. Immagine pressoché comune in tutta la produzione esaminata, pur limitata per lo più al fenomeno squadrista in armi, è quella del peculiare paesaggio fisico del comunque variegato fronte balcanico: quel che emerge in maniera ripetitiva, quasi ossessiva, è infatti (utilizzando un’efficace immagine di Collotti) «lo spettro della Balcania tenebrosa»25, seppur declinato a seconda delle caratteristiche dei territori d’operazione affidati agli squadristi. Si passa infatti dal «fitto bosco complice» della Slovenia e del Carnaro26, «che
20 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 45. L’appunto è dell’11 novembre 1942. 21 Augusto Cricchi, Bonifica umana, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., pp. 22-23. 22 Teodoro Sala, Guerriglia e controguerriglia in Jugoslavia nella propaganda delle truppe occupanti italiane (1941-43), cit., p. 91 23 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., p. 190. 24 Teodoro Sala, Guerriglia e controguerriglia in Jugoslavia nella propaganda delle truppe occupanti italiane (1941-43), cit., pp. 92-93. 25 Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, cit., p. 192. 26 Gaf [Guido Angelo Facchini], Squadristi modenesi nella zona d’impiego, cit.
171
Conclusioni
[…] nascond[e] l’insidia mortale»27, al litorale dalmato «arido regno della caverna, del muretto e della roccia» dal «desolante aspetto lunare»28. Tratto particolarmente interessante, la consapevolezza che proprio la guerra, o meglio la resistenza partigiana, avesse «trasformato il sogno in un incubo»29: «infidi» diventavano infatti i boschi innevati, «che, visti così sotto la neve, sono tanto pittoreschi e tranquilli»30, mentre le isole dinnanzi il litorale annesso, nel «mare di sogno» della Dalmazia, si tramutavano in un «inferno» e «come fosse passata una maledizione la terra da mesi s’è fatta sterile»31. Tutt’altro che scontate, queste tipizzazioni ambientali erano difatti funzionali alla caratterizzazione di un preciso “discorso sul nemico”, relativo ad un avversario che abitava, condizionava e a sua volta veniva condizionato dalla natura che lo circondava, ostile come egli stesso. Una costruzione retorica adattata al tipo di lotta partigiana ed episodica, sia politicamente che socialmente ben strutturata, ora interpretata attraverso le spesse lenti inforcate dalla più intransigente compagine del fascismo: collegandosi alla dimensione squadrista dei reparti cui era destinata, la propaganda presentava infatti un nemico «insofferent[e] di ogni legge e di ogni disciplina»32, un «comunista ribelle e fuggiasco»33 che adottava gli «stessi sistemi di lotta» già sperimentati (e sconfitti) dalle camicie nere durante la “vigilia”34. Nel restituire un’immagine semplificata dello scontro, il partigiano assumeva una sorta di dimensione ferale, dettata dall’ambiente ostile in cui si muoveva: «sudici, con ceffi orribili»35, «debbono vivere» perché braccati «nel cuore del bosco, nelle caverne, […] vestiti di stracci»36. Si arrivava infine, nel numero unico Battaglioni Squadristi “Dalmazia” edito in occasione del ventennale della marcia su Roma, ad elaborare una
27 Carlo Pedroli, Fra le montagne ricoperte di neve in rastrellamento con gli Squadristi del Battaglione «Nizza», cit.. 28 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., pp. 12, 17. 29 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, cit., p. 68. 30 Carlo Pedroli, Fra le montagne ricoperte di neve in rastrellamento con gli Squadristi del Battaglione «Nizza», cit.. 31 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, cit., pp. 68-69. 32 Lino Mirko Pacchioni, Ventennale d’armi, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 13. 33 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 8. 34 Lino Mirko Pacchioni, Ventennale d’armi, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 13. 35 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, cit., p. 62. 36 Gaf [Guido Angelo Facchini], Squadristi modenesi nella zona d’impiego, cit..
172
Conclusioni
vera e propria «varietà di tipi» di ribelli, maturata sulla base di un confuso bagaglio ideologico-razzista e dalla quotidiana esperienza sul campo delle camicie nere: accanto ai capi partigiani, «al soldo della criminosa alleanza tra plutocrazia e bolscevismo» e spesso «espressione genuina della razza semitica», troviamo in prima linea gli «intellettuali [corsivo in originale], adepti della bugiarda e superata utopia bolscevica, per la maggior parte studenti». Segue poi il «ceffo sinistro che la delinquenza ha scelto a suo mestiere abituale», l’«ingenuo, rozzo, analfabeta popolano» e, non ultimo, benché «non propriamente partigiano […] quel tipo di cantastorie cieco che a Spalato o Sebenico gracchia […] il motivetto cretino di calunnie e di menzogne ai danni dell’Italia e del Fascismo»37. Una propaganda in ogni caso eclettica, capace dunque di distinguere agevolmente tra la «tara genetica» propria dei popoli slavi38, dall’«odore indefinito di Balcania»39, e i «dalmatini illuminati dalla luce d’Italia», arruolatisi nelle bande A.C. e ritenuti «gli Squadristi della nuova Dalmazia italiana»40. Mutuando le comunque valide riflessioni di Omer Bartov, l’affermarsi della guerra partigiana comunista sul fronte balcanico produsse quindi «un mutamento fondamentale nel carattere dell’indottrinamento delle truppe»41, immediatamente rilevabile anche nella pubblicistica destinata ai reparti squadristi: seguendo quanto finora accennato, il nemico venne infatti caratterizzato sia dal punto di vista etnico, sia (soprattutto) dal punto di vista politico, aspetto quest’ultimo che emergeva con forza probabilmente in virtù della spiccata caratterizzazione delle unità cui era destinata questa propaganda e dalla natura aliena degli squadristi “regnicoli” rispetto alla complessa realtà etnica delle regioni di confine42. Pur considerando il peso capitale di queste argomentazioni nel dipanarsi delle pratiche repressive, l’immagine deformata del partigiano, strombazzata dalla pubblicistica fascista, si scontrò con inaspettate forme di rispetto
37 Cesare Bocchini, Questi ribelli, in Ibidem, pp. 16-18. 38 Ibidem, p. 16. 39 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, cit., p. 70. 40 Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 36. 41 Omer Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra (19411945), Il Mulino, Bologna 2003, p. 107. 42 Riguardo al tema si rimanda inoltre agli estratti delle lettere e della memorialistica riportata nel testo. Se il rapporto comunismo-razzismo è anche qui fortemente sbilanciato verso il primo aspetto, il diverso tono delle pagine di Paglieri restituisce comunque una realtà tutt’altro che omogenea.
173
Conclusioni
per il nemico e di empatia verso la popolazione locale43. L’«effetto della guerriglia», dove «non vedi nessuno e ti pare che mille occhi guardino e ti vedano»44 portava infatti ad ingigantire ogni dettaglio di azioni militari magari lontane e deformate nel ricordo, così che l’azione sul «ben noto» monte Re, di alcuni mesi precedente l’arrivo degli squadristi del “Nizza” nel Triestino, diveniva secondo Paglieri un’operazione condotta da «ben tre divisioni»45. Emergeva poi, nell’unico, toccante, incontro della camicia nera genovese con un partigiano ancora vivo (benché ferito), la consapevolezza di trovarsi davanti un nemico tanto umano quanto determinato nella lotta, ben lontano dagli strali della propaganda: Vado a vederlo [il partigiano] dopo il primo interrogatorio […]. Appena avverte la mia presenza volge il capo verso di me e mi guarda con occhi in cui mi pare di leggere un lampo di odio. Gli domando se è di Lubiana, se è studente come mi hanno detto, se ha una famiglia laggiù: mi risponde affermativamente. […] Avrà una ventina d’anni. Di quando in quando muove la coperta che gli ricopre il ventre ferito, tira su le gambe e abbozza una smorfia di dolore. Mi riferiscono che ha chiesto di essere fucilato subito46. Rapporti mutevoli emergevano inoltre nel complesso rapporto con il locale mondo femminile, «presenza quotidiana» nella vita al fronte47. Rappresentate dalla propaganda quali virago solite «indossare abiti maschili, a tagliarsi i capelli e a convivere con i compagni [corsivo in originale] […] in omaggio alla teoria del libero amore»48, nella realtà il sesso femminile assumeva carattere ben più complesso, in alcuni casi vittima delle violente azioni belliche ma al contempo considerato «fondamental[e] per la […] sopravvivenza» delle stesse truppe occupanti49. 43 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., p. 202. 44 Aldo Centofanti (Alce), La tragica guerriglia, cit., p. 56. 45 Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 31. Al rastrellamento parteciparono in realtà circa 700 uomini. 46 Ibidem, p. 57. 47 Ibidem, p. 52. Sul tema cfr. anche Teodoro Sala, Occupatori e donne. Italiani in Jugoslavia 1941-1943, cit., p. 17. 48 Cesare Bocchini, Questi ribelli, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 17. 49 «Le donne […] ci lasciano riposare sul pavimento delle loro cucine e qualche volta tirano fuori dai nascondigli un po’ di cibo per noi», in Vittorio Paglieri, Verrà pure il giorno, cit., p. 53.
174
Conclusioni
Violenza inflitta, violenza subita Costruendo questa immagine del nemico (e dello slavo in generale), la propaganda risultò ben presto funzionale nel riaffermare l’uso di ricette sempre più brutali nella repressione di un avversario comunque non riconosciuto quale belligerante alla pari; seguendo l’orientamento dell’autorità militare e politica operante in loco, ed attingendo a piene mani dalla precedente esperienza coloniale (non necessariamente fascista), sulla stampa “squadrista” si arrivava dunque ad invocare una risposta «all’italiana: a dente di cane, dente di lupo! Legge della montagna: quella del taglione». La ricetta era quella già sperimentata «in Libia nel 1912 allorché [i soldati] dovettero stroncare una guerriglia molto più pericolosa di questa […]. Chi ha interpretato la bontà e la generosità italiane come segno di debolezza, ha sbagliato di grosso. Nessuno crede più al falso appello amicale del dobro italiansko [trad: buono italiano, corsivo in originale]»50. Un proclama palesatosi anche nelle lettere inviate dagli squadristi ai gerarchi locali e prontamente pubblicate sui periodici delle locali federazioni: «gli squadristi di Apuania» inquadrati nel “Toscano” – si leggeva sul foglio della federazione fascista di Massa-Carrara – «potranno scrivere pagine superbe se un falso pietismo non vorrà far mordere loro il freno»51; «la lotta che il 68° Btg. assieme ai camerati degli altri Btg. Squadristi ha accettato sarà portata fino in fondo; […] lotteremo fino al completo annientamento della teppa rossa al servizio del nemico»52. Erodendone la già labile linea di demarcazione, la violenza arrivò ben presto a coinvolgere anche la popolazione civile, sempre più ritenuta connivente con un nemico sfuggente e chiamata a rispondere delle presenza di quest’ultimo: nel caso della strage di Villa del Nevoso-Primano a nulla valeva infatti la consapevolezza che «il favoreggiamento» avvenisse spesso «non per volontà di collaborare con i ribelli ma per le minacce di morte e di distruzione»; Gli squadristi non possono soffermarsi troppo a valutare queste considerazioni: è soprattutto necessario eliminare al massimo ed alla radice la 50 Cesare Bocchini, Questi ribelli, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., pp. 16-18. 51 Lettera di Piero Castellani al Federale di Apuania, 1 maggio 1942, riportata in «Il popolo apuano», anno XXII, n. 29, 18 maggio 1942. 52 Lettera al Segretario Federale, riportata in Ibidem, anno XXII, n. 40, 8 settembre 1942.
175
Conclusioni
possibilità di azione degli elementi ribelli e dare alla popolazione la sensazione che qualsiasi aiuto od atto d’omertà nei loro confronti è punito con severità esemplare53. Si dipanava quindi, recuperando ancora le parole del centurione Del Greco, la necessità dell’«immediata rappresaglia», con gli squadristi emiliani che intervenivano come «una forza tremenda che […] agisce con la violenza di un ciclone su tutto quanto può creare ostacolo», civili (ovviamente) compresi54. Una fanatica intransigenza, il cui peso nella repressione rimane in parte ancora da indagare, alimentata da un lato dalla logorante natura stessa della guerra partigiana55, quella «guerra delle vespe» – citando l’aulica definizione del prefetto di Spalato – «nella quale questi veliti del brigantaggio, hanno sempre il sopravvento»56; dall’altro, da una palpabile insensibilità nei confronti della violenza particolarmente diffusa proprio tra le schiere del primo squadrismo, a suo tempo interiorizzata e ora capace di riemergere con forza in un conflitto volutamente accostato, per l’impianto politico e le quotidiane dinamiche sperimentate al fronte dai reparti squadristi, al ribollente contesto del primo dopoguerra italiano57. La «forbice nel giudizio tra la violenza che si subisce e la violenza che si infligge»58 si allargava infine con la consapevolezza del rischio personale corso dalle camicie nere in caso di cattura da parte del nemico: «i soldati [dell’Esercito] che cadono in mano dei ribelli vengono spogliati, disarmati e liberati, mentre le CC.NN. ed i Carabinieri vengono senz’altro uccisi», segnalava già nel febbraio 1942 il servizio politico della M.V.S.N., sotto53 Umberto del Greco, Squadristi in armi, cit.. 54 Ivi. 55 La spiccata componente ideologica dei reparti squadristi avrebbe inoltre funto da argine nei confronti di condizioni operative e morali sempre più difficili. 56 A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/101 II°, b. 170, R. Prefettura di Spalato, Foglio n. 010911 di prot., cit.. I veliti erano truppe romane specializzate nell’azione di disturbo dello schieramento nemico prima dello scontro finale. 57 Sull’interiorizzazione della violenza e l’adattamento alla brutale realtà della guerra sul fronte balcanico cfr. in particolare Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 218-221. Rimandiamo inolte alle riflessioni di Dianella Gagliani in merito alla violenza imperante durante l’esperienza saloina, in Dianella Gagliani, Biografie di “repubblichini” e continuità e discontinuità culturali e politiche, in Sergio Bugiardini (a cura di), Violenza, tragedia e memoria della Repubblica Sociale Italiana, Carocci, Roma 2006, pp. 205-213. 58 Ibidem, p. 212. Cfr. inoltre, a titolo di esempio, Alfredo Bossini, Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia, cit., p. 18.
176
Conclusioni
lineando poi il «senso di leggerezza […] incoscienza ed indifferenza» con cui l’indiscrezione andava diffondendosi negli ambienti militari59. Secondo «voci» captate dalla polizia politica nell’ambiente romano, «qualcuno» arrivava addirittura a caldeggiare la pubblicazione e distribuzione ai militi «di un libro sulle atrocità balcaniche contro i soldati d’Italia e contro i fascisti, [la] Milizia»60, capace altresì di far luce «sulle astuzie, sui metodi, sul modo di fare la guerriglia dei croati»; nel mentre, ma «a parte, a voce», sarebbe stato utile «insegna[re] il modo di ribatterli»61. Una percezione palpabile di minaccia a sua volta alimentata dalla stessa propaganda comunista, rivolta a scavare un fossato tra i soldati del Regio Esercito e le camicie nere della Milizia, simbolo percettibile della dura occupazione fascista62.
Tempi e luoghi della violenza Delineato il sistema valoriale e la distorta percezione dell’ambiente in cui si trovarono ad operare i battaglioni squadristi, risulta più che mai necessario interrogarci sulle dinamiche e sulle tempistiche della violenza scatenata da questi reparti nei lunghi mesi di occupazione. Una precisazione preliminare appare (purtroppo) d’obbligo: la parziale affidabilità della oltremodo lacunosa documentazione archivistica, nonché la forzata assenza di riscontri sulla pur copiosa bibliografia jugoslava, difficilmente accessibile
59 A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, informativa s.t., s.l., 20 febbraio 1942. Cfr. anche Ibidem, Colonnello De Renzi S.I.M., S.I.E. Sebenico, s.d. [ma con ogni probabilità fine maggio 1942]. In una di poco successiva informativa della polizia politica, un «giovanotto» riferiva: «vengo dalla Jugoslavia; là ne ho viste di tutti i colori! Si è sempre continuamente in lotta con i ribelli! I soldati li rispettano, a la Milizia no [sic]. Anzi quando riescono a prenderne qualcuno lo legano ad un albero e poi lo tagliano a metà», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 215, f. 1 (zone occupate dalle truppe italiane), informativa s.t., Bologna, 4 giugno 1942. 60 Ibidem, Voci, Roma, 25 giugno 1942. Su questa falsariga vedrà appunto la luce nel 1943 il già citato volume La tragica guerriglia. 61 Ibidem, Voci, Roma, 26 giugno 1942. 62 «[Soldati italiani] Uccidete le camicie nere[,] ritornate alle vostre case e salvate dalla fame e dalla miseria le vostri [sic] famiglie», esortava un manifestino di propaganda comunista sequestrato nel 1942, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/33 II°, b. 169, Manifestino con intestazione Soldati italiani!, s.d. [ma probabilmente settembre-ottobre 1942]. Il documento è riportato in appendice. L’invito a rivolgere le proprie armi contro le cc.nn. (e i carabinieri) ricorreva già in un annuncio del comitato partigiano bosniaco del 31 agosto 1941, in Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, Beograd 1951, tom IV, knjiga 1, pp. 163-164.
177
Conclusioni
agli studiosi occidentali63, rendono infatti in molti casi complesso discernere la natura, la dinamica e gli esiti – spesso assai cruenti – delle azioni repressive condotte dagli squadristi; limiti che pur vanificando per il momento la fattibilità di un censimento sistematico della violenza scatenata da questi reparti, non inficiano comunque la possibilità di una riflessione più generale64. Ci muoviamo lungo i binari tracciati nel corso del monumentale progetto dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, cui riprendiamo, pur in minima parte ed adattandoli ad un contesto per molti aspetti assai diverso, l’impianto e le categorie utilizzate65. Fatta questa doverosa premessa, appare lampante innanzitutto come la pratica della repressione, pur solitamente legata ad un’effettiva presenza partigiana, risulti tutt’altro che omogenea, distinguendosi per tempistiche, luoghi e tipologie di esecuzione. Limitandoci ai settori di competenza dei battaglioni squadristi, è possibile suddividere l’intero ciclo operativo sostanzialmente in tre fasi: una prima, breve, stagione di violenza diffusa protrattasi dal maggio al luglio del 1942, che coinvolse (e sconvolse) numerose comunità locali con stragi anche di notevole entità e dalla polimorfica tipologia. La seconda fase, circoscrivibile sostanzialmente alla seconda metà del 1942, vide invece l’attività dei reparti squadristi ricondotta sotto la diretta dipendenza dell’Esercito, presentando una condotta bellica più “ordinaria” ed in molti casi riconducibile alle dinamiche proprie di un sistema di occupazione. Nei primi mesi del 1943 sembra invece aprirsi una nuova stagione di violenza, inasprita dall’aumentata minaccia della resistenza partigiana e dall’incapacità italiana di gestione del territorio annesso. Alla scansione temporale (tre diverse fasi) possiamo anche sovrapporre una più precisa localizzazione della repressione (due diverse zone), condotta in modi piuttosto diversi. L’apice della violenza prettamente squadrista coincise infatti con l’inasprirsi delle pratiche di controguerriglia nella 63 Si rimanda nel caso alla comunque limitata selezione di opere segnalate in Eric Gobetti, L’occupazione italiana in Jugoslavia. Fonti e archivi, cit., pp. 596-598. 64 Risulta in particolar modo complesso, se non pressoché impossibile, districarsi in molti casi tra la natura delle vittime e le responsabilità delle singole azioni violente, spesso condotte da reparti di diverso tipo in concorso con gli squadristi: la stessa fondamentale distinzione tra «partigiani caduti in combattimento» e «persone inermi» uccise nel corso o a seguito di operazioni belliche – per limitarci alla macroscopica categorizzazione operata dal progetto dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia – scompare spesso a favore di formule asetticamente convenzionali e difficilmente decifrabili in assenza di ulteriori riscontri. 65 Rimandiamo in particolare al recente volume di Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, cit.
178
Conclusioni
provincia di Fiume nella primavera-estate del 1942: pur in presenza di una resistenza montante ma relativamente ancora contenuta, quella del Carnaro è difatti una situazione del tutto peculiare, sia per il «ruolo […] politico» di una provincia centrale nell’«immaginario fascista», sia per la presenza di un prefetto (Temistocle Testa) fanatico, ben inserito tra le gerarchie romane e capace di fare della prefettura un «centro direttivo» della repressione, relativamente svincolato dal controllo delle gerarchie militari66. Qui il processo di italianizzazione violenta dei territori recentemente annessi alla provincia si saldava con la volontà di rompere il fronte partigiano attraverso ritorsioni contro i familiari stessi dei ribelli, sia tramite l’internamento e la distruzione dei beni materiali (pratica comunque diffusa in tutto lo scacchiere balcanico), sia, soprattutto nel caso di rappresaglie seguite ad agguati contro militari italiani, attraverso l’immediata esecuzione dei congiunti maschi in età militare. Pur in assenza di un fronte “mobile” o retrovie da bonificare, possiamo comunque considerare la provincia del Carnaro quale un grande “fronteterritorio”, collocando la strage di Villa del Nevoso-Primano (il più grave episodio attribuibile ai reparti squadristi) in corrispondenza di “linee di frattura” particolarmente sensibili: già centri di reclutamento e rifornimento di partigiani, nonché abitati da un’altissima percentuale di popolazione di etnia slava67, i due comuni si collocavano infatti al confine tra le già turbolente provincie di Trieste, Fiume e Lubiana, punto di passaggio (e travaso di partigiani) tra Slovenia e Venezia Giulia68. All’indomani dell’inasprimento delle misure repressive, l’uccisione dei 3 militari nei pressi di Villa del Nevoso per mano di partigiani locali diveniva quindi il detonatore per una “classica” rappresaglia, compiuta dagli squadristi dell”Emiliano” e dai militari dell’Esercito con una reazione certo brutale, ma immediata e discriminata69.
66 Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, cit., pp. 388-391. 67 Foglio n. 721/1 di prot., Prospetto della popolazione della Provincia del Carnaro divisi per razza – presente al 28 febbraio 1942, s.l., s.d., riportato in Antun Giron, Talijanske vlasti o stanovništvu Kvarnerske pokrajine 1940. i 1942. Godine, in Journal of Historical Archives in Rijeka and Pazin, volume 26, November 1983, p. 146. A fronte di 7535 abitanti nei due comuni, solo 998 risultavano di «razza italiana». 68 Elio Apih, Italia, Fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, cit., p. 426. 69 La rappresaglia, secondo i criteri adottati dal citato Atlante delle stragi, «definisce tutte quelle stragi e uccisioni commesse in risposta ad un’azione armata da parte di partigiani o civili […], nelle quali il rapporto tra azione e repressione è chiaro e localizzato nel tempo e nello spazio», in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, cit., p. 69.
179
Conclusioni
Soprattutto (ma non solo) per il caso giuliano, tutt’altro che secondari appaiono poi i continui accenni, da parte di Testa, al «prestigio» delle truppe italiane infangato dalla montante attività partigiana; «l’uso calcolato della violenza» – per rifarsi alle riflessioni di Michael Geyer in merito alla strage di Civitella in Val di Chiana – veniva agganciato «a una dimensione simbolica […]. Le “misure di rappresaglia” avevano dunque in sostanza una funzione dimostrativa – e precisamente una funzione dimostrativa verso la propria parte [corsivo in originale]»70. In un contesto bellico in continuo peggioramento e all’interno di un meccanismo repressivo condotto da molteplici organi autonomi, appare quindi plausibile che la violenza scatenata nel fiumano dal prefetto Testa contro la popolazione civile divenisse un vero e proprio mezzo di autoaffermazione per la leadership locale. Ben diversa, almeno in questa prima fase, la situazione in Dalmazia, pur coinvolta in una lotta partigiana numericamente ben più preoccupante che nel Carnaro: nel Governatorato non vennero infatti imbastite, almeno fino al 1943, vere e proprie rappresaglie su obiettivi dichiaratamente civili: la violenza squadrista ebbe però modo, almeno nel periodo maggio-luglio 1942, di dispiegarsi in forme molto diverse, spesso svincolata da operazioni militari e assumendo in alcuni casi un forte connotato ideologico – è il caso, in particolare, dell’azione del battaglione squadristi “Toscano” – fomentato dal supporto dei fascisti locali e dalla strumentale acquiescenza dei vertici politici. Non certo casualmente, solo in questo contesto si registravano uccisioni dal carattere sostanzialmente «punitivo» e una violenza – solo incidentalmente non omicida – di «stampo razziale» rivolta verso la comunità ebraica spalatina, vero e proprio “terremoto” per la già difficile convivenza tra autorità civile e militare nell’area71. Mutava invece sostanzialmente, all’indomani del passaggio alle dipendenze del Regio Esercito nel settembre 1942, la tipologia della violenza messa in campo dagli squadristi: il coordinamento operativo imposto dal 70 Michael Geyer, Civitella in Val di Chiana, 29 giugno 1944, in Leonardo Paggi (a cura di), La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, cit., pp. 40-41. Come già sottolineato, il caso jugoslavo presenta contesti e finalità molto diverse rispetto alla successiva occupazione tedesca in Italia. Ciò non toglie, per le stesse intrinseche dinamiche di ogni occupazione militare, che alcune considerazioni e generalizzazioni possano essere mutuate con profitto. 71 Per «uccisioni punitive» si fa riferimento ad «esecuzioni preordinate di partigiani, antifascisti o «nemici», catturati nel corso di operazioni mirate o già detenuti in carcere», in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino, Zone di guerra, geografie di sangue, cit., p. 74. Oltre alle violenze di marca squadrista del “Toscano”, in almeno altri due casi (l’esecuzione a Vodice, il 21 giugno 1942, di un oste fermato a Trebocconi e la fucilazione dei 3 «favoreggiatori di ribelli» nel cimitero di Stretto il successivo 4 luglio) i militi del “Vodice” fucilano civili catturati in azioni precedenti.
180
Conclusioni
rigido ordine militare ne inserì compiutamente l’azione in un sistema repressivo maggiormente strutturato e parcellizzato (benché condotto in molti casi in maniera presumibilmente indiscriminata), facendo sì che le uccisioni di civili, pur relativamente numerose, rispondessero solitamente a logiche di «controllo del territorio»72; una violenza a bassa intensità concentratasi non a caso nei pressi di centri urbani e vie di comunicazione, in più di un caso legata a (presunti) tentativi di fuga registratisi prima o dopo il fermo, di per sé ritenuti «sinonimo di autoaccusa»73. Logiche legate al controllo del territorio contraddistinsero anche diverse uccisioni registratisi nello zaratino nel corso dei primi mesi del 1943, frutto della rigida applicazione di sempre più restrittive norme di sicurezza imposte sul territorio a causa della debolezza dell’impianto occupatorio italiano74. Lo stillicidio di agguati partigiani e la stanchezza dei reparti squadristi stessi, duramente provati dai lunghi mesi di operazioni, furono poi probabilmente alla base del “colpo di coda” registratosi nella repressione tra febbraio ed aprile: episodi pur numericamente limitati, nel corso degli ultimi rastrellamenti del settore di Vodice sembrava infatti imporsi la pratica dell’indiscriminata fucilazione dei sospetti favoreggiatori, segnalata dalla netta sproporzione tra caduti italiani ed armi recuperate a fronte di numerose uccisioni e la presenza, tra le decine di vittime, di diverse donne75. Anche il fiumano, all’indomani del duro ciclo operativo sviluppatosi nel luglio 1942, vide un progressivo subentro dell’autorità militare nella gestione della repressione76: parallelamente alla relativa normalizzazione del territorio, l’azione dell’”Emiliano” sviluppava una violenza sostanzialmente episodica e comunque legata allo sviluppo delle operazioni di rastrellamento di volta in volta eseguite. A conclusione di questo primo tentativo di caratterizzazione della vio72 «La logica di questi episodi rimanda alla necessità di mantenere l’ordine pubblico, garantire la sicurezza dei soldati e governare il territorio […] legandosi alla sorveglianza di obiettivi sensibili», in Ibidem, pp. 59-60. 73 Ibidem, p. 58. Il numero delle vittime per episodio è in questo caso solitamente molto basso, con uccisioni solitamente registratisi durante appostamenti o pattugliamenti. 74 Riportiamo a titolo di esempio il caso di Vodice, trasformato dal 30 gennaio 1943 in una sorta di campo di concentramento rigidamente sorvegliato dai militi del “Toscano”. Nei giorni immediatamente successivi, almeno 5 civili sarebbero stati uccisi avendo contravvenuto alle rigide disposizioni che regolavano l’ingresso/uscita dall’abitato ed il coprifuoco. 75 Come già segnalato, nei soli due maggiori rastrellamenti interessanti il settore di Vodice tra marzo ed aprile si registravano circa 150 morti; la documentazione consultata non chiarisce però in maniera soddisfacente la dinamica delle azioni e soprattutto la natura delle vittime. 76 Milovan Pisarri, Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, 1941-1942, cit., p. 406.
181
Conclusioni
lenza, sorge spontaneo domandarsi se possa in qualche modo parlarsi di una “tara violenta” dei reparti squadristi, seppur maturata in un contesto bellico già di per sé estremizzato e brutale. Il quesito, solo in apparenza banale, si scontra però con gli attuali limiti imposti da una ricerca storiografica sulle stragi italiane nei Balcani ancora agli albori, raramente capace di scandagliare in profondità le pur diverse anime delle forze di occupazione77: se fonti documentali e memorialistica sembrerebbero confermare il maggior «mordente» dei reparti della Milizia78, tale che «una compagnia di camicie nere è sufficiente a risolvere situazioni per le quali non basta un battaglione di soldati»79, la presunta efferatezza di questi reparti non trova comunque, almeno al momento, alcuna conferma definitiva80. Gli unici tentativi di analisi in tal senso, pur con tutti i limiti del caso, sembrano anzi andare nella direzione opposta: gli apporti di Tone Ferenc e di Osti Guerrazzi relativi alle operazioni in Slovenia nel luglio-settembre 1942 restituiscono infatti la «figura da moderati» fatta dai reparti di camicie nere nei confronti degli altri reparti dell’Esercito, a loro volta impegnati nel vasto ciclo di rastrellamenti81. Risulta quindi complesso, vista la già segnalata frammentarietà e qualità delle fonti consultate, fornire una qualche generalizzazione riguardo quel “di più” di violenza che avrebbe contraddistinto l’operato dei reparti squa77 Fa in questo caso eccezione la ricerca condotta da Osti Guerrazzi sulla controguerriglia in Slovenia, che muove i primi passi su un terreno ancora in buona parte da percorrere. Cfr. Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit.
78 «C’erano gli “M” [dell’85° battaglione cc.nn. “M”]», appuntava sul proprio diario Falco Marin, giovane sottotenente di artiglieria della divisione “Isonzo”, «un po’ scalcinati, quasi tutti toscani e perciò un po’ fanfaroni, ma sembravano abbastanza decisi. Li ho stimati molto; se la nostra fanteria fosse così, ci sarebbe da placare la Slovenia in pochi giorni», in Falco Marin, La traccia sul mare, cit., pp. 100-101. Dello stesso tenore alcune considerazioni espresse in Enzo Cataldi, Le stagioni balcaniche, cit., pp. 137-139 e Mario Terrosi, La casa di Novach, Feltrinelli, Milano 1956, pp. 62-63.
79 A.C.S., M.V.S.N., Comando Generale – Servizio politico, b. 1, f. 1, s.f. 4, Pratica Dalmazia, Colonnello De Renzi S.I.M., S.I.E. Sebenico, cit. Dello stesso tenore una di poco successiva informativa della polizia politica, riportante le «considerazioni» del seniore Vincenzo Pannuti del comando Milizia Artigliera Marittima di Sebenico: «la situazione in Balcania […] è sostenuta completamente dagli alpini, dai carabinieri e dalla Milizia i cui meravigliosi battaglioni “M” e quelli di “Squadristi” vanno compiendo miracoli di forza, di coraggio e di abnegazione. Non ugualmente opererebbero gli altri reparti del R.E. ed a tale proposito il Seniore Pannuti diceva che la fede con la quale combattono i nostri Legionari, è superiore a qualsiasi immaginazione», in A.C.S., M.I., D.G.P.S., Pol. pol., fasc. per materia, b. 215, f. 1 (zone occupate dalle truppe italiane), informativa s.t., Roma, 22 giugno 1942. 80 È a nostro avviso azzardata la netta posizione espressa da Andrea Rossi, secondo cui «già nel 1941 la M.V.S.N. si distingueva per il suo zelo nella repressione [e] per il comportamento spietato nei confronti dei civili», in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 51.
81 Amedeo Osti Guerrazzi, L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943, cit., pp. 84-86. Cfr. anche Tone Ferenc, Si ammazza troppo poco, cit., p. 26.
182
Conclusioni
dristi in armi82, la cui esigua consistenza e dispersione sul territorio rendono oltremodo difficoltoso ogni confronto con altre unità impegnate nella repressione. In linea con le suddette considerazioni, quella sviluppata appare paradossalmente una violenza meno “efficace” rispetto a quella messa in campo dal Regio Esercito, frutto probabilmente della minor capacità operativa dei reparti squadristi e del loro conseguente ruolo relegato spesso in posizioni di supporto o sbarramento durante i rastrellamenti più impegnativi. Quel che affiora con decisione è semmai il contegno decisamente indisciplinato e una predisposizione ideologica incline alla sopraffazione, tradottasi spesso in un uso politico della violenza – pur solitamente “limitata” a dimostrazioni di forza, razzie ed isolati (seppur gravi) incidenti – spesso fomentata dalla tacita tolleranza delle locali autorità politiche. Volendo (brutalmente) generalizzare, appare inoltre credibile ipotizzare come il contegno degli squadristi contro i non combattenti appaia maggiormente grave laddove i funzionari fascisti riescano a ritagliarsi una maggior autonomia d’azione – è il caso della prima fase ipotizzata – mentre si faccia più “ordinaria” (ma non necessariamente meno violenta) quando è affidata alle gerarchie militari.
“Politici soldati” Tema già affiorato nel corso della trattazione, seppur in maniera carsica, appare chiarificatore per concludere riflettere sulla natura di questa compagine squadrista prestata al fronte. Risulta innanzitutto lampante come la partecipazione di questi reparti al conflitto sul fronte balcanico si connoti in maniera decisamente diversa rispetto a quella dei «contadini in grigioverde»83, dichiaratamente cosciente della sua natura di “guerra fascista” e sostanzialmente «politica»84. Non può d’altra parte sfuggire, né essere sottovalutata, la presenza tra le fila squadrista di numerosi quadri medi e piccoli delle gerarchie locali del P.N.F. – in numero probabilmente superiore a qualsiasi altro reparto – non82 Rimandiamo ancora una volta alle posizioni di Sala, in Teodoro Sala, 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, cit., p. 103. 83 Armando Mafrici, Guerriglia sulla ferrovia del petrolio (Croazia 1942-1943), Corporazioni arti grafiche, Roma 1981, p. 259. 84 La camicia nera, secondo Galbiati, «sa che questa guerra, al di sopra delle particolari ragioni territoriali ed economiche, è guerra politica», in Enzo Galbiati, La milizia al vaglio della guerra: conferenza tenuta dal generale Galbiati nella sede centrale dell’Istituto di cultura fascista il 31 gennaio XX (17ª legione milizia artiglieria controaerei), Italiana, Cagliari 1942, p. 16.
183
Conclusioni
ché la biografia personale dei quadri di comando, per la quasi totalità fascisti (e squadristi) della prima ora con esperienza di combattimento sul fronte coloniale o spagnolo85. Ribaltando i termini di una fortunata espressione, possiamo quindi con fiducia ricondurre i battaglioni squadristi alla categoria interpretativa di «politici soldati»86: la naturale e spiccata sensibilità politica dei «depositari del “fascismo autentico”»87, nonché l’elitismo proprio di una «minoranza che crede»88, ne facevano infatti, nella volontà dello stesso Galbiati una vera e propria «milizia politica […] non sottoponibil[e] ad un impiego di truppa»89. Un carattere in parte diverso da quello della Milizia stessa ed in cui l’elemento della «professionalità militare», utilizzando la definizione di Bernd Wegner90, si faceva decisamente secondario – da qui il ribaltamento di termini della locuzione – a favore di uno «stile di vita» intimamente legato al regime fascista e nuovamente messo (volontariamente) al servizio della «Guardia della Rivoluzione»; un impegno di «politici in armi» in un conflitto balcanico volutamente giocato anche sul piano ideologico che sembravano anticipare, pur con tutti i distinguo del caso, la definitiva militarizzazione del P.F.R. intervenuta sul finire del 1944 con la nascita delle Brigate nere91.
85 Colpisce in particolar modo la comune esperienza maturata da diversi ufficiali e legionari (soprattutto del battaglione squadristi “Milano”) nei ranghi 220ª legione cc.nn. durante la campagna etiopica. La legione, inquadrata nella 6ª divisione cc.nn. “Tevere” operante sul fronte somalo, era non casualmente composta da un battaglione “Mutilati” e un battaglione “Arditi d’Italia”. 86 Accenni in Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 82. 87 Enzo Galbiati, Legionari Squadristi, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 3. 88 Celebrazione del Ventennale a Zara, in Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia, cit., p. 7. 89 Le parole del C.S.M. della Milizia, pronunciate in occasione della sua visita al Gruppo battaglioni squadristi nell’ottobre 1942, sono riportate in Egidio Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia, cit., p. 1388. Dello stesso avviso le considerazioni espresse da Mussolini nel maggio 1942, riferendosi al rientro in Dalmazia del battaglione squadristi “Milano”: «i bolscevichi si sono trovati di fronte agli squadristi coi loro simboli, il loro grido di battaglia; hanno capito che non avevano più di fronte il semplice soldato, animato da un senso di dovere più o meno generico, ma degli uomini di fede che credevano», in Al Direttorio Nazionale del P.N.F., in Edoardo e Duilio Susmel (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, XXXI, cit., p. 70. 90 Carlo Gentile, La divisione Hermann Göring in Toscana, in Gianluca Fulverri, Francesca Pelini (a cura di), La politica del massacro, L’ancora, Napoli 2006, p. 419. L’espressione è mutuata da Bernd Wegner, Hitler Politische Soldaten: Die Waffen-SS 1933-1945, Schöningh, Paderborn 1990. 91 La calzante espressione di Pavolini, estratta da una lettera al duce del 27 giugno 1944, è citata in Roberto D’Angeli, Storia del partito fascista repubblicano, Castelvecchi, Roma, 2016, p. 202. Sulla formazione delle Brigate nere rimandiamo all’ormai classico volume di Dianella Gagliani, Brigate nere, cit.
184
Conclusioni
La «coerenza» di questi “politici soldati” trovava altresì riscontro all’indomani delle tragiche vicende armistiziali92, intervenute solo pochi giorni dopo la smobilitazione dei reparti squadristi: relativamente ai destini dei quadri superiori di comando – cui rimandiamo alle note biografiche riportate in appendice – tutti gli ufficiali giuravano infatti fedeltà alla neonata repubblica fascista, pur andando a ricoprire cariche di diversa natura. I vertici del gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia”, consoli Scalchi e Gelormini, nonché i comandanti di battaglione Montesi Righetti, Bernini (comandanti il “Toscano”), Gaddi (“Vespri”), Santucci (“Emiliano”) e Vallarino (“Tevere”), continuarono infatti la loro militanza tra le fila della ricostituenda Milizia prima, Guardia Nazionale Repubblicana poi, assumendo anche importanti ruoli di comando a livello locale. Il primo seniore Otello Gaddi avrebbe altresì partecipato, in qualità di giudice, al processo di Verona, tenutosi tra l’8 e il 10 gennaio 1944 per giudicare sei membri del Gran Consiglio che nella notte del 25 luglio sfiduciarono Mussolini93. Le benemerenze fasciste e la lunga esperienza combattentistica maturata per lo più tra le fila della M.V.S.N. furono invece viatico politico per Aldo Resega e Giovanni Tebaldi, comandanti rispettivamente dei battaglioni squadristi “Milano” e “Nizza”94: il primo, già vice-federale della capitale lombarda, all’indomani dell’armistizio si era speso per la rinascita del fascismo milanese, ricevendo il 30 settembre, dalle mani dello stesso Mussolini, la carica di commissario federale dei neonati fasci repubblicani della provincia milanese95. Figura moderata nel pur ribollente fascismo repubblicano milanese, Resega cadeva vittima il 18 dicembre 1943 di in un mortale agguato teso da un nucleo di gappisti; alla sua memoria veniva successivamente intitolata l’omonima brigata nera sorta nella capitale lombarda96.
92 Andrea Rossi, Le guerre delle camicie nere, cit., p. 82. 93 Il luogotente generale Montagna, giudice a sua volta, avrebbe annoverato il collega tra gli esponenti della «fazione più accesa del Partito [fascista repubblicano]», in Renzo Montagna, Mussolini e il processo di Verona, cit., p. 83. 94 Come giustamente puntualizza Andrea Rossi, furono «numerosi i federali, prefetti e questori del risorto fascismo che arrivavano dalla M.V.S.N.», in Andrea Rossi, La milizia e l’8 settembre. Le camicie nere passano ai tedeschi, in «Patria indipendente», 11 maggio 2003. 95 Vincenzo Costa, L’ultimo Federale, cit., pp. 34-36. 96 Il commissario federale Resega proditoriamente assassinato per istrada, in «Corriere della Sera» , 19 dicembre 1943. Sul ruolo di Resega durante il pur breve interludio quale commissario federale di Milano cfr. Luigi Ganapini, Una città, la guerra (Milano 1939-1951), Franco Angeli, Milano 1988, pp. 109-111.
185
Conclusioni
Da Pontelagoscuro (FE), sede del “Nizza” all’atto della smobilitazione , il primo seniore Tebaldi rientrava invece in Umbria – la moglie era originaria di Terni – collaborando attivamente per la riorganizzazione delle prime strutture fasciste repubblicane nella regione98: messosi a disposizione del comando tedesco di Perugia, veniva da questo nominato comandante provinciale della polizia99. Nella seconda metà di novembre 1943 era quindi inviato a Bologna per ricoprire il ruolo di questore, distinguendosi per la violenta opera di repressione del movimento antifascista e resistenziale condotta anche attraverso l’azione di reparti di polizia ausiliaria posti al comando del famigerato Renato Tartarotti100. Entrato in rotta di collisione con l’ispettore regionale del P.F.R. per l’Emilia Romagna Franz Pagliani (spalleggiato dal segretario del Partito Pavolini), nell’ottobre 1944 veniva trasferito presso la questura di Trieste, qui prendendo contatto negli ultimi mesi di guerra con il locale movimento partigiano101. 97
97 Da Vergato, e dopo un breve stazionamento a San Pietro in Casale, il 215° battaglione raggiungeva il 12 agosto Pontelagoscuro, in A.C.S., G.N.R., b. 12, f. Anno 1943 – agosto, M.V.S.N. Comando 15ª Legione, Foglio n. 820/Ord. di prot., Oggetto: Indirizzo postale 215° Btg. “Nizza”, Brescia, 12 agosto 1943. 98 Relazionando al duce sul proprio operato all’indomani dell’armistizio, lo stesso Tebaldi ricordava come «dal giorno 9 settembre [1943], […] in uniforme di Ufficiale della Milizia in Terni e Perugia ho arrestato Generali, Colonnelli, Prefetti, questori, traditori […] con un pugno di uomini di provata fede decisi a tutto quando ancora non si parlava di Governo Fascista, ne [sic] di Partito Fascista», in A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), Questura di Bologna, Foglio n. 109/ R.R., cit.. Tra i collaboratori di Tebaldi avrebbe figurato, tra gli altri, il console Fernando Vallarino, posto al comando della 102ª legione perugina nell’autunno del 1942 dopo la smobilitazione dal battaglione squadristi “Tevere”, in A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 356, fasc. Tebaldi Giovanni, R. Prefettura di Perugia, Foglio n. 102376 U.P. di prot., Oggetto: TEBALDI Giovanni fu Luigi e di Zanesi Argia, nato a Modena il 24.7.1943, Perugia, 18 ottobre 1946. 99 A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 356, fasc. Tebaldi Giovanni, R. Prefettura di Perugia, Foglio n. 102376 U.P. di prot., cit.. 100 Sull’operato del questore Tebaldi a Bologna cfr. in particolare Nazario Sauro Onofri, Bologna combatte (1940-1945) dalla dittatura alla libertà, sapere 2000, Roma 2003 e Isabella Manchia, La Compagnia autonoma speciale e il suo capitano Renato Tartarotti. Analisi delle carte processuali della Corte d’assise straordinaria di Bologna, in «Percorsi Storici», 0 (2011), scaricabile all’indirizzo: www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/30-isabellamanchia-la-compagnia-autonoma-speciale-e-il-suo-capitano-renato-tartarotti-analisi-delle-carteprocessuali-della-corte-dassise-straordinaria-di-bologna (consultato ottobre 2016). 101 A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), Questura di Bologna, Foglio n. 109/ R.R., cit.. Cfr. anche A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 356, fasc. Tebaldi Giovanni, Polizia della Venezia Giulia – Divisione criminale investigativa, Foglio n. 01276 di prot., Oggetto: TEBALDI Giovanni di Luigi nato a Modena il 24.7.1943, già qui residente – ex Questore fascista repubblichino, Trieste, 8 gennaio 1947. Tra le accuse mosse al questore Tebaldi, particolare rilevanza avrebbero assunto i sospetti di tradimento durante la permanenza al comando del “Nizza” nei 45 giorni badogliani.
186
Conclusioni
Oltre al comandante Tebaldi, sono soprattutto gli squadristi del “Nizza” – come ricordato provenienti per la quasi totalità dalle regioni dell’Italia settentrionale – ad offrirci la possibilità di seguire alcune delle traiettorie biografiche sviluppatesi nei tragici mesi della guerra civile, fornendo un quadro quanto più possibile circostanziato102. Tra il compatto gruppo di reduci milanesi del reparto, molti trovavano presto spazio tra le fila della Guardia Nazionale Repubblicana, portando in dote la pesante esperienza di controguerriglia e “grande polizia” maturata sul fronte balcanico: tra gli ufficiali, in particolare, il vice-comandante centurione Riccardo Richter avrebbe infatti comandato il battaglione O.P. della G.N.R. varesina103, mentre il centurione Carlo Gandolfo prendeva servizio presso il comando provinciale della G.N.R. milanese104. Tra le fila della legione autonoma mobile “Ettore Muti”, di cui si qualificava «il Vice Comandante in terza e tra i fondatori»105, avrebbe invece prestato la propria opera Giuseppe Bufalini; «squadrista della primissima ora» e maestro nella vita civile106, così ricordava la scelta fatta nelle settimane immediatamente successive l’armistizio, un’esperienza per molti versi comune a quella di molti squadristi di secondo piano ora riaffacciatisi tra le fila del rinato fascismo: ultimo ad essere smobilitato» dal “Nizza” […] il 10 detto mese [settembre 1943] raggiunsi mia moglie a Riccione e d’allora rimisi il distintivo [del P.N.F.] all’occhiello e non lo levai più. Ardente di rabbia e feroce come un leone, mai nessuno si è azzardato ad avvicinarsi[,] ero guardato come bestia rara. Rientrando a Milano «sono stato il primo Ufficiale che ha comandato la “Muti” attraverso i quartieri di Milano, ed uno tra i primi a fondare il Fascio Repubblicano di Milano»107. 102 Utili confronti ed approfondimenti sono stati possibili grazie alla rubrica personale che la c.n. Carlo Pedroli, milite del “Nizza”, avrebbe redato prima della smobilitazione del reparto. Si ringrazia il figlio Alberto per la disponibilità dimostrata nel fornirci il documento. 103 Franco Giannantoni, Fascismo, guerra e società nella Repubblica sociale italiana (Varese 1943-1945), Franco Angeli, Milano 1984, p. 83. 104 A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), Dichiarazione, s.l., s.d. [ma probabilmente marzo 1944]. Tra i 13 firmatari della missiva citata (tra cui lo stesso Gandolfo), inviata all’ex-comandante Tebaldi, almeno 8 riportavano la propria attuale posizione tra le fila della G.N.R. 105 A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), lettera di Giuseppe Bufalini a Giovanni Tebaldi, Milano 4 aprile 1944.
106 Nelle Sezioni dell’A.N.I.F., in «La scuola fascista settimanale di politica scolastica», anno V, n. 9, 29 novembre 1928. 107 A.C.S., S.P.D. – R.S.I., C.R., b. 35, f. 314 (Tebaldi – Questore), lettera di Giuseppe Bufalini a
187
Conclusioni
Tra gli altri ufficiali del reparto Isolino Morsiani veniva invece nominato segretario politico del fascio repubblicano di Saronno (VA)108. Concludiamo la nostra pur rapida carrellata con un ultimo accenno alla (in parte obbligata) «coerenza» dimostrata delle camicie nere siciliane reduci dall’impegno al fronte con il battaglione squadristi “Vespri”. Concentrati nel piacentino ed impossibilitati a rientrare nella regione natia a causa della rapida avanzata alleata109, furono probabilmente molti i militi che, in assenza di alternative, proseguirono la loro militanza dopo l’armistizio tra le fila dei locali reparti della Milizia: tra il 1944 ed il 1945 almeno tre reduci del “Vespri” trovavano altresì la morte durante il servizio presso la compagnia O.P. della G.N.R. piacentina110.
(Presunti) criminali di guerra Mentre molti tra gli squadristi autori delle brutali violenze perpetrate sul fronte balcanico sceglievano di continuare la guerra tra le fila del risorto fascismo, iniziavano a tessersi le prime, complesse trame relative alla consegna dei cittadini italiani responsabili di crimini di guerra, impegno assunto dalle autorità del Regno del sud con la firma del cosiddetto «lungo armistizio» il 29 settembre 1943111. Giovanni Tebaldi, cit.. Pur decantando un ruolo di primo piano nella “Muti”, il suo nome non appare nel volume di Massimiliano Griner, La «pupilla» del duce. La Legione autonoma mobile Ettore Muti, Bollati Boringhieri, Torino 2004. 108 Franco Giannantoni, Fascismo, guerra e società nella Repubblica sociale italiana (Varese 19431945), Franco Angeli, Milano 1984, p. 518.
109 Contrariamente agli altri reparti, il “Vespri” ed il comando del Gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia” venivano infatti «appoggiati per lo scioglimento (anziché ai centri di mob[imitazione] originari) alla 83ª legione M.V.S.N. di Piacenza in funzione di centro di mobilitazione», in AUSSME, Fondo M-7 (circolari), racc. 511, cart. 1, S.M.R.E., Foglio n. 20/82120/3 di prot., cit.. Il questore di Piacenza, all’indomani dello scioglimento dei reparti squadristi, riportava comunque la presenza in Fiorenzuola d’Arda di «circa 20 ufficiali i quali sono generalmente malvisti dalla popolazione», in A.C.S., P.C.M., anni 1941-43, posizione 1.1.12, prot. 21424, lettera del questore di Piacenza al capo della polizia Carmine Senise, s.l., 6 settembre 1943. 110 Pino De Rosa, Piacenza nella R.S.I.: con elenco dei caduti militari e civili, La biga alzata, Piacenza 1998, pp. 122, 194, 206. Riportiamo, a titolo di esempio, il significativo caso di Salvatore Sanfilippo, classe 1910, capo squadra della Milizia in S.P.E.: già reduce dei fronti etiopico e spagnolo, partecipava col “Vespri” a tutta la campagna balcanica, venendo infine smobilitato assieme al reparto stesso. Assunto in servizio, sul finire di settembre, nell’83ª legione piacentina, veniva assegnato al battaglione territoriale legionale e successivamente promosso sottotenente; tra le fila del reparto trovava la morte nel febbraio del 1945 durante un’operazione antipartigiana., in A.S.PA., fondo Distretto Militare di Palermo, Guardia Nazioanle Repubblicana, Note di servizio di Sanfilippo Salvatore. 111 L’articolo 29 dell’armistizio recitava infatti: «Benito Mussolini, i suoi principali associati fa-
188
Conclusioni
Reagendo alle durissime accuse rivolte in particolare dalla Jugoslavia, il governo Badoglio inaugurava infatti fin dall’autunno del 1943 una proficua attività diplomatica tesa da un lato a rivendicare il proprio diritto a procedere autonomamente all’accertamento (e all’eventuale punizione) dei crimini segnalati dai Paesi occupati durante il conflitto, dall’altro a dimostrare la sostanziale correttezza ed umanità delle truppe italiane, rilanciando nel contempo la palla nel campo degli accusatori – in primo luogo proprio gli jugoslavi – a loro volta indicati quali autori di indicibili violenze ed atrocità nei confronti degli ex-occupanti112. Linee guida sostanzialmente confermate nei mesi successivi e destinate ad incidere profondamente sulla narrazione stessa della «guerra fascista», attraverso il consolidamento nella coscienza storica del Paese di un’immagine autoassolutoria coagulatasi attorno al mito del «bravo italiano», habitus paradossalmente osteggiato proprio dai vertici politico-militari durante le più cruente fasi dell’occupazione balcanica113. In tal senso, e pienamente consapevole «della gravità del comportamento […] in Jugoslavia» di molti esponenti militari di primo piano114 – in alcuni casi riconfermati in importanti posizione di comando – il governo italiano cercò altresì di sostenere «una ricostruzione dell’esperienza bellica […] che addebitava ogni responsabilità alla Germania e a Mussolini», dipingendo «il popolo […] e i soldati italiani come vittime innocenti» e scaricando le maggiori responsabilità sui reparti maggiormente ideologizzati e legati al passato
scisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati». 112 Filippo Focardi, Criminali impuniti. Cause e responsabilità della mancata Norimberga italiana, in Luigi Borgomaneri (a cura di), Crimini di guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili nei territori occupati, Guerini e associati, Milano 2006, p. 136. Sulla (mancata) punizione dei crimini di guerra italiani cfr. inoltre Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer, La questione dei «criminali di guerra» italiani e una Commissione di inchiesta dimenticata in «Contemporanea», anno IV, n. 3, luglio 2001, pp. 497-528, Filippo Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra italiani, in Luca Baldissara, Paolo Pezzino (a cura di), Giudicare e punire, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005, pp. 185-214 e Costantino Di Sante, Italini senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte, Verona 2005. 113 Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer, La rimozione dei crimini di guerra dell’Italia fascista: la nascita di un mito autoassolutorio (1943-1948), in Luigi Goglia, Renato Moro, Leopoldo Nuti (a cura di), Guerra e pace nell’Italia del Novecento. Politica estera, cultura politica e correnti dell’opinione pubblica, il Mulino, Bologna 2006, pp. 265-266. 114 Filippo Focardi, Criminali impuniti, cit., p. 141.
189
Conclusioni
regime115. Relativamente al fronte dalmato, già nel gennaio 1944 il tenente colonnello Luigi Venerandi (già comandante del gruppo CC.RR. di Spalato dal 5 ottobre 1942) arrivava quindi ad esprimere giudizi durissimi sulle autorità civili e politiche operanti nella provincia spalatina, chiamando in causa (tra gli altri) l’operato del battaglione squadristi “Toscano”; pur ammettendo l’incapacità dei vertici militari di comprendere un fenomeno resistenziale complesso, l’ufficiale dell’Arma segnalava infatti come la stessa attività partigiana, contenuta in modesti limiti quando per alcuni mesi del 1941 avevano operato soltanto truppe del R. Esercito simpaticamente viste dalla popolazione per la correttezza del loro contegno, si era poi notevolmente intensificata al giungere dei battaglioni squadristi toscani [sic] e dei battaglioni “M” per le angherie, crudeltà e razzie da essi commesse116. La recrudescenza dell’azione partigiana, volano per la successiva ondata di violenza, trovava quindi conseguentemente risposta nelle pur non taciute «misure di ritorsione che venivano sistematicamente adottate» dalle truppe italiane117. Mentre giungevano, a complicare la già precaria situazione italiana, sempre più insistenti notizie riguardo l’istituzione in Jugoslavia di un’apposita Commissione tesa a stilare lunghe liste di presunti criminali di guerra – non solo italiani, ma anche tedeschi, ustaša e četnici118 – l’Alto commissariato 115 Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer, La rimozione dei crimini di guerra dell’Italia fascista, cit., p. 265. 116 A.C.S., Min. Difesa, S.M.E., Ufficio segretaria e personale, Sezione accertamenti, b. 24, Comando Arma CC.RR. dell’Italia liberata, Foglio n. 3/140 di prot., Oggetto: Relazione su eventi bellici del ten. colonnello dei CC.RR. VENERANDI Luigi, già comandante del gruppo CC.RR. di Spalato, P.M. 67, 2 gennaio 1944. Si ringrazia il dott. Louis Luciani per averci segnalato il documento. 117 Ivi. La lunga relazione del ten. col. Venerandi, pur tentando di minimizzare le responsabilità dell’Arma, non nascondeva in alcun modo la durissima controguerriglia scatenata dalle forze di occupazione italiana in Dalmazia. Al di là delle singole responsabilità segnalate, colpisce la franca ammissione delle fucilazioni indiscriminate perpetrate ai danni di civili durante i rastrellamenti: nel caso di un attacco ad un reparto italiano infatti, «se non si riusciva ad agganciare i partigiani, cosa rara, si fucilavano ostaggi o coloro che venivano trovati nei paraggi o si bruciavano delle case. Analogo provvedimento veniva preso quando i partigiani commettevano atti di sabotaggio». Le prime testimonianze rilasciate alle autorità italiane dai reduci del fronte balcanico, ricorda non a caso Di Sante, erano «meno reticenti» nell’ammettere i crimini commessi; «questo era dovuto, quasi sicuramente, al fatto che erano state chiamate a fornire testimonianze persone non direttamente [o non ancora, come nel caso di Venerandi] citate come criminali di guerra», in Costantino di Sante, Italiani senza onore, cit., p. 20. 118 Le prime notizie sull’attività di inchiesta jugoslava sarebbero pervenute al Ministero degli Esteri nell’autunno del 1944, in Costantino di Sante, Italiani senza onore, cit., pp. 14-20. Cfr. anche Filippo
190
Conclusioni
per la sanzioni contro il fascismo intraprendeva l’unico (e del tutto fallimentare) tentativo di procedere contro italiani responsabili di crimini di guerra. All’inizio di maggio del 1945 furono infatti arrestati un gruppo di funzionari di P.S. (tra cui lo stesso Testa) ed alcuni squadristi del battaglione squadristi “Tevere”, questi ultimi accusati dalle autorità jugoslave di aver «passato per le armi», il 24 luglio 1942, «numerosi civili ed internato tutte le donne» del piccolo villaggio di Matesicic, durante la più vasta operazione di rastrellamento del rilievi attorno Putičanje, Dazlina e Grabovci119. Pur ritenendo plausibili le accuse mosse agli squadristi – e senza perdere occasione di sottolinearne le «tante noie» che i «battaglioni squadristi o “M” […] dettero alle nostre autorità militari di occupazione in Jugoslavia» – l’intervento del sottocapo di S.M.R.E. Ercole Rondo (e del ministro della guerra Alessandro Casati), riusciva a vanificare la potenzialmente esplosiva azione dell’Alto commissariato e tutti gli indiziati venivano in breve tempo scarcerati120. Proprio a partire dalle durissime accuse jugoslave, le autorità italiane riuscivano altresì a rilanciare la rivendicazione di giudicare in proprio gli accusati: ferma restando la necessità che Stati Uniti e Gran Bretagna procedessero «per proprio conto […] all’azione punitiva per i crimini commessi contro i loro prigionieri di guerra»121, il Ministero della Difesa approntava nell’aprile del 1946 l’istituzione della Commissione d’inchiesta per i crimini di guerra italiani, vero e proprio cavallo di troia capace al contempo di dilatare i tempi degli eventuali giudizi e rassicurare nel mentre gli Alleati122. I compiti della Commissione sarebbero quindi stati quelli di accertare, deducendoli dalle relazioni jugoslave, se si fossero verificati i crimini di guerra, […] se i reati ascritti fossero da ritenersi contrari agli Focardi, Lutz Klinkhammer, La rimozione dei crimini di guerra dell’Italia fascista, cit., pp. 257-260. 119 Massacratori di istriani e di slavi assicurati alla giustizia, in «L’Unità», anno XXII (nuova sere) – n. 112, 15 maggio 1945. Scorrendo la relazione redatta all’indomani dell’operazione del comandante del “Tevere” Vallarino, veniva in effetti riportato il pacifico arrivo a Matesicic di militi la 1ª compagnia del “Tevere”. Da segnalare però come la stessa compagnia, in un di poco precedente scontro con i partigiani, avesse inflitto ben 27 morti, in AUSSME, fondo N1-11, b. 732, D.S. Comando “Truppe Zara”, Foglio n. 839/11/R di prot., cit.. Rimandiamo comunque, per una più precisa contestualizzazione dell’episodio, al quarto capitolo del presente volume. 120 ACS, P.C.M., A.C.S.F., titolo XV-2, S.M.R.E. Ufficio informazioni, Foglio n. 64707/3/1 di prot., Oggetto: Criminali di guerra italiani, P.M. 3800, 19 maggio 1945. Sull’episodio cfr. anche Filippo Focardi, Lutz Klinkhammer, La rimozione dei crimini di guerra dell’Italia fascista, cit., pp. 264-265. 121 Filippo Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra italiani, cit., pp. 192-193. 122 Costantino di Sante, Italiani senza onore, cit., pp. 31-32.
191
Conclusioni
usi e alle leggi di guerra, se fossero stati commessi “in dipendenza di esigenze belliche”. Verificato il reato, si sarebbe provveduto a identificare […] i responsabili per segnalarli al Ministero della Guerra, al quale spettava il diritto di emanare l’ordine di procedere in giudizio […]. La Commissione aveva inoltre il compito di appurare se anche gli jugoslavi avessero commesso medesimi reati. Pur configurandosi in sostanza «come uno strumento di accusa verso gli jugoslavi e di difesa degli italiani incriminati»123, la Commissione condusse effettivamente un’attività istruttoria capillare, scandagliando le dichiarazioni provenienti dai Paesi accusatori e confrontandole con la coeva documentazione superstite e le testimonianze (seppur interessate e non del tutto affidabili) di accusati e testimoni. Tra le centinaia di presunti criminali di guerra italiani segnalati alla United Nation War Crimes Commission – assise costituita nell’ottobre del 1943 e deputata, pur con funzioni unicamente consultive, al vaglio delle accuse di crimini di guerra presentate dagli stati membri124 – figuravano tra gli altri alcuni membri dei reparti squadristi: se per la c.n. Luigi Belioni del battaglione squadristi “Nizza” ed il centurione Mario Tosarelli dell’“Emiliano” – entrambi identificati quali «war criminals» ed accusati di omicidio125 – non veniva imbastiva da parte italiana alcun indagine126, la Commissione di inchiesta del Ministero della Difesa approfondiva invece la più complessa posizione del console Ivan Scalchi: quale comandante della 107ª legione cc.nn. di Zara e del gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia”, l’ufficiale veniva infatti accusato dalle autorità jugoslave di arresti e fucilazioni in-
123 Ibidem, pp. 34-35. 124 Nell’ottobre del 1947 si contavano infatti 759 italiani già segnalati alla Commissione delle Nazioni Unite. 125 L’Index of war criminals approntato dall’U.N.W.C.C. distingueva infatti i singoli accusati tra war criminals, suspects e witnesses, in U.N.W.C.C. archives (copie in microfilm), bob. 39, United Nations War Crimes Commission, Alphabetical index of war criminals No 1-40, July 1946, Vol. 1 (A-F). Parte della copiosa documentazione prodotta dalla Commissione delle Nazioni Unite è consultabile all’indirizzo: www.unwcc.org/unwcc-archives/ (consultato dicembre 2017) 126 Belioni veniva accusato dell’omicidio della giovane uccisa il 2 settembre 1942 nel triestino, in Ibidem, p. 51. Su Tosarelli pendevano invece generiche accuse di omicidio riguardo le violenze perpetrate nel castuano tra il 1942-’43, in U.N.W.C.C. archives (copie in microfilm), bob. 39, United Nations War Crimes Commission, Second alphabetical index of war criminals, suspects, and material witnesses No 41-45 50-60, August 1946 – July 1947, Vol. 2 (S-Z), p. 124. Entrambi i nominativi non compaiono negli elenchi di militari e civili interpellati a vario titolo dalla Commissione di inchiesta italiana.
192
Conclusioni
discriminate di partigiani e civili127, di aver autorizzato (in partecipazione con le autorità militari locali) i violenti rastrellamenti dell’area di Vodice e Capocesto nonché aver comminato, in qualità di comandante dell’U.P.I. della 107ª legione, pesanti sanzioni di natura economica ad alcune comunità del litorale zaratino128. Alle attribuzioni (in alcuni casi meramente strumentali) da parte jugoslava, Scalchi rispondeva con una lunga relazione di difesa: rigettando in parte le accuse mossegli, vi opponeva ragioni sostanzialmente legate alla genesi degli ordini ed alla necessità, per un inferiore, di obbedirvi. Non ultimo l’ex-console rispolverava gli ormai “classici” temi autoassolutori sedimentatisi nella coscienza degli stessi perpetratori della violenza, ricordando le innate qualità dei «soldati italiani, i quali hanno nel sangue la generosità e l’umanità». Se eccessi si erano in alcuni casi registrati, questi erano incorsi solo «dinnanzi ad un nemico spietato, crudele e che agiva in dispregio delle più elementari norme che regolano gli eserciti belligeranti e legittimano la qualifica e la qualità di “combattente”»129. La breve istruttoria condotta dalla Commissione d’inchiesta forniva poi l’occasione per mettere sotto inchiesta l’operato stesso dei reparti al comando dell’ex-console, sfogando mai sopiti rancori e fornendo utili capri espiatori; secondo il tagliente (ed interessato) giudizio del generale Spigo – già comandante del XVIII° C. d’A. ed a sua volta indicato quale criminale di guerra da parte jugoslava – i battaglioni squadristi, «composti prevalentemente di facinorosi e di poveri spostati […] con la loro indisciplina, difficilmente domabile dai comandanti, davano luogo ad inconvenienti di ogni genere, per vessazioni abusi ed altri atti arbitrari, con relative reazioni e proteste da parte della popolazione». Il clima di sostanziale impunità benedetto dal Governatore Bastianini «riusciva di grave pregiudizio […] al prestigio dell’autorità militare e, quel ch’è peggio, al buon nome italiano nella regione, moltiplicando odii e rancori»130.
127 Venivano in particolar modo contestate le rappresaglie eseguite dai militi italiani durante il rastrellamenti del 30 maggio 1942 nella zona di Chistagne-Ervenico, a seguito dell’uccisione del prefetto Orazi, in AUSSME, fondo Gasparotto, b. 2255M, f. 2 (Scalchi Ivan), Legation de la Republique Federative Populaire de Yugoslavie, Nota verbale n. 427/47, s.t., Roma, 30 dicembre 1947. Si rimanda al quarto capitolo del testo per i riferimenti del caso. 128 Ivi. Oltre alla strage di Capocesto, il riferimento era in questo caso al rastrellamento imbastito in vaste porzioni del litorale zaratino tra il 15 ed il 16 giugno 1942, cui parteciparono i battaglioni squadristi “Vespri” e “Milano”. 129 Ibidem, Relazione difensiva di Ivan Scalchi, Roma, 11 giugno 1948. 130 Ibidem, Relazione di Umberto Spigo, Roma, 14 ottobre 1946. Nella sua dichiarazione, Spigo
193
Conclusioni
Benché il suo nominativo non comparisse direttamente tra le liste dei presunti criminali di guerra, la Commissione d’inchiesta italiana approfondiva pur rapidamente anche la posizione del c.m. Pietro Castellani (in forza al battaglione squadristi “Toscano”), accusato dalle autorità jugoslave dell’esecuzione di un civile accidentalmente ferito durante un appostamento nei pressi di Marina di Traù, nella notte del 31 ottobre 1942131. Se dalle (contraddittorie) relazioni dello stesso Castellani e dei testimoni interpellati dalle autorità italiane la dinamica della morte del giovane non venisse del tutto chiarita132, quel che emergeva era invece «un’atmosfera pesante di tensione e di sospetto, […] dove risulta[va] minimo il margine tra accidentalità e volontà di uccidere»133; nel confermare l’involontaria uccisione del fermato da parte del proprio attendente, il Castellani si preoccupava infatti di ricordare i numerosi sabotaggi ed attentati registratisi nei giorni precedenti nell’area, tali da farvi ritenere uno spostamento del locale comando partigiano. La stessa vittima, mostrata ai «maggiorenti del paese », veniva riconosciuta «per uno dei più audaci ed attivi ribelli della zona», a dimostrazione dei «modi arroganti e [il] fare di chi la sà [sic] lunga» tenuti durante l’interrogatorio134. I crimini perpetrati nel corso dell’occupazione sarebbero alla fine rimasti del tutto impuniti: nel progressivo disinteresse degli alleati occidentali, le rinnovate richieste da parte jugoslava avrebbero subito una vera e propria battuta d’arresto con la rottura dei rapporti tra Tito e Stalin, unico leader ad aver fino a quel momento realmente sostenuto le intransigenti posizioni jugoslave. La guerra fredda segnava quindi la fine della stessa Commissione d’inchiesta italiana: per i 39 individui – tra militari e funzionari civili, tra cui lo stesso ex-prefetto Testa – verso i quali erano state effettivamente riscon-
imputava l’azione del gruppo battaglioni squadristi al solo volere di Bastianini e dei prefetti, dichiarando di aver fatto il possibile affinché i reparti fossero allontanati dalla Dalmazia. Se effettivamente pressioni in tal senso ci furono, è pur vero che dal settembre 1942 il gruppo battaglioni squadristi veniva a dipendere per l’impiego dalla neonata divisione “Zara”. 131 Le accuse jugoslave sembravano prender le mosse dal rapporto redatto dai due carabinieri al seguito del plotone di squadristi, probabilmente recuperato dagli archivi italiani sequestrati all’indomani dell’armistizio. 132 Facciamo riferimento alle relazioni dell’accusato e dei carabinieri Giovanni Scoditti e Mario Bragaglia, conservate in AUSSME, Fondo H-8 (crimini di guerra), b. 57, f. 415 (Div. Zara). 133 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, cit., p. 92.
134 AUSSME, Fondo H-8 (crimini di guerra), b. 57, f. 415 (Div. Zara), Relazione di Pietro Castellani, Oggetto: Azione di appostamento a sud di Nadograde nella notte fra il 31 Ottobre ed il 1 Novembre 1942, Rovigo, 25 febbraio 1947. Rimandiamo comunque alle considerazioni espresse nel quinto capitolo del presente volume.
194
Conclusioni
trate pesanti responsabilità per le accuse di crimini di guerra, un’eccezione procedurale sollevata dagli avvocati difensori riusciva nel corso del 1951 a far archiviare tutti i procedimenti, chiudendo di fatto questa triste pagina della storia repubblicana italiana135.
135 Costantino di Sante, Italiani senza onore, cit., pp. 36-41. Sugli esiti nefasti di questo mancato giudizio si rimanda a Davide Conti, Gli uomini di Mussolini, cit...
195
Appendice biografica Ivan Scalchi Perugino, classe 1896, Ivan Scalchi fu interventista e partecipò alla prima guerra mondiale quale soldato di leva, combattendo tra le fila nell’8° reggimento artiglieria da fortezza. Precocemente iscrittosi al P.N.F., fu tra i fondatori del fascio di Perugia, prendendo parte a numerose spedizioni punitive e rimanendo ferito il 23 marzo 1921 durante i gravi tumulti a San Giovanni Valdarno (AR). Dopo aver partecipato alla marcia su Roma, fu dalla fondazione ufficiale in S.P.E. della Milizia, giungendo nel 1932 al comando di una legione col grado di console1. Nel dicembre 1940, quale volontario (e rinunciando al grado), assumeva il comando del CIX° battaglione cc.nn. (109ª legione cc.nn. d’assalto) schierato in Albania alle dipendenze della divisione “Tridentina”; a distanza di appena due mesi era però ricoverato in ospedale ed abbandonava il fronte per le precarie condizioni sanitarie. Dopo lunga convalescenza, nel giugno 1941 giungeva in Dalmazia quale comandante della 107ª legione di Zara, assumendo dal maggio del 1942 anche il comando del gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia”, incarico che avrebbe abbandonato nel marzo del 1943; assegnato nel maggio dello stesso anno al Co.Ge.Mi di Roma, veniva nominato durante la R.S.I. comandante provinciale della G.N.R. di Ravenna2.
1 Seppur ufficiale superiore della Milizia, ed in virtù di questo, solo nel 1935 fu promosso ufficiale anche nel R.E. 2 Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito, Stato di Servizio di Scalchi Ivan e Annuario ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., Comando Generale M.V.S.N., Roma 1943, p. 19. Cfr. anche Giulio Borrello, Il circondario di Orvieto dall’età giolittiana al fascismo. 1911-1923, Giboll, s.l. 2014, pp. 167-168 e Giampaolo Pansa, L’ esercito di Salò nei rapporti riservati della Guardia nazionale repubblicana, 1943-44, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano 1969, p. 175.
197
Appendice biografica
Giuseppe Gelormini Originario di Roma, classe 1899, Giuseppe Gelormini fu combattente nel primo conflitto mondiale, squadrista brevettato e partecipante alla marcia su Roma; iscrittosi alla Milizia fin dalla fondazione, ne divenne ufficiale in S.P.E., partecipando tra le sue fila alla breve offensiva contro la Jugolsavia nell’aprile del 1941, al comando del CXVII° battaglione cc.nn. (98ª legione cc.nn. d’assalto). Promosso console, avrebbe guidato il gruppo battaglioni “M” del raggruppamento cc.nn. “XXI Aprile” in Slovenia, per essere poi destinato, nel marzo del 1943, al comando del gruppo battaglioni squadristi “Dalmazia”. Giurata fedeltà alla R.S.I., veniva nominato sul finire di aprile del 1944 comandante provinciale della G.N.R. di Firenze, per concludere la propria esperienza bellica ricoprendo, a partire dall’ottobre dello stesso anno, omologa carica nel milanese3.
Aldo Resega Milanese, classe 1896, Arnaldo “Aldo” Resega partecipò come volontario al primo conflitto mondiale: dopo oltre un anno quale militare di truppa in un reparto di fanteria, veniva promosso ufficiale, prendendo parte a numerose azioni sul fronte di Gorizia, Carso e Caporetto. Successivamente riuscì ad ottenere il comando del reparto d’assalto (arditi) reggimentale del 121° reggimento fanteria. Iscrittosi nel 1921 al P.N.F., fu comandante di una squadra d’azione milanese, partecipando alla marcia su Roma e arruolandosi dalla sua fondazione nella M.V.S.N. quale ufficiale nei quadri4. Dirigente industriale nella vita civile, partì nuovamente volontario nel 1935, destinato al comando di una compagnia del CCXX° battaglione “Arditi d’Italia” della 220ª legione cc.nn., inquadrata nella 6ª divisione cc.nn. «Tevere» impegnata sul fronte somalo. Componente del direttorio del fascio di Milano, a lungo animatore e comandante del reparto milanese della federazione naziona3 Annuario ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., cit., p. 25. Cfr. anche Marco Cigni, Il fascismo repubblicano fiorentino, cit., p. 59 e Marino Viganò, Donne in grigioverde. Il Comando generale del Servizio ausiliario femminile della Repubblica sociale italiana nei documenti e nelle testimonianze [Venezia/Como 1944-1945], Settimo sigillo, Roma 1995, p. 178. 4 Gli ufficiali nei quadri seguitavano nelle loro abituali occupazioni civili, dedicando il proprio tempo libero alle attività della Milizia (in cui conservavano un effettivo comando di reparto). Venivano retribuiti solo nei periodi in cui erano richiamati in servizio.
198
Appendice biografica
le arditi d’Italia, l’entrata in guerra dell’Italia lo vide nuovamente mobilitato quale comandante del XXIV° battaglione cc.nn. di Milano (unità che comandava anche in tempo di pace), inserito nell’organico della divisione «Cuneo» durante l’offensiva sul fronte occidentale. Nuovamente mobilitato (a domanda) nel costituendo battaglione squadristi “Milano” nel gennaio del 1941, ne conservava il comando fino alla smobilitazione; all’indomani dell’armistizio, nominato commissario federale del fascio repubblicano di Milano, cadeva vittima il 18 dicembre 1943 di un agguato partigiano5.
Ercole Santucci Forlivese, classe 1891, Ercole Santucci partecipava quale soldato di leva alle ultime fasi della guerra italo-turca (11° reggimento fanteria) e alla prima guerra mondiale, combattendo dapprima in fanteria (93° reggimento fanteria), poi nel Corpo Aeronautico quale pilota. Congedato nell’agosto del 1919 ed iscrittosi nel 1922 al P.N.F., prendeva parte alla marcia su Roma arruolandosi, nel marzo del 1923, alla Milizia. Promosso capo manipolo (nei quadri) nel 1927, veniva assunto dal 1929 in S.P.E., prestando servizio nell’82ª legione cc.nn. di Forlì; tra le fila della M.V.S.N. prendeva parte quale volontario alla guerra civile spagnola, venendo più volte decorato al valore e concludendo la campagna col grado di seniore. Resosi nuovamente disponibile alla mobilitazione, combatteva dal marzo del 1941 sui fronti greco-albanese e jugoslavo quale comandante del 3° battaglione cc.nn. e del 67° battaglione cc.nn.. Rimpatriato nel dicembre dello stesso anno, veniva nel gennaio del 1942 assegnato al comando del II° battaglione squadristi “Emiliano”, carica che conservava fino alla smobilitazione del reparto. All’indomani dell’armistizio, probabilmente in linea di continuità con la carica di capo dell’ufficio stralcio del battaglione “Emiliano” che aveva nel mentre mantenuto, assumeva il comando del battaglione squadristi “Ettore Muti”, attivo nella parte occidentale della provincia ravennate. Tra le fila della G.N.R., promosso colonnello, sarebbe stato assegnato inizialmente all’ufficio stralcio della 71ª legione di Faenza, operando successivamente quale comandante del raggruppamento presidi del comando provinciale di Ravenna e, dal luglio del 1944, di Verona6. 5 Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito, Stato di Servizio di Resega Arnaldo. Cfr. anche Giuseppe Rocco, Uomini di un tempo, Greco & Greco, Milano 2000, pp. 91-98. 6 Archivio privato famiglia Santucci, Stato di Servizio di Santucci Ercole. Cfr. anche Annuario
199
Appendice biografica
Otello Gaddi Originario di San Felice sul Panaro (MO), classe 1901, Otello Gaddi si iscrisse al P.N.F. nell’aprile del 1921; squadrista, partecipò alla marcia su Roma, arruolandosi poi dalla fondazione nella Milizia, in cui avrebbe militato quale ufficiale in S.P.E. in diverse legioni del Veneto. Partecipava volontario alla guerra civile spagnola, venendo ferito e più volte decorato; nel dicembre 1940 raggiungeva il fronte greco-albanese, quale nuovo comandante dell’LXXXIII° battaglione cc.nn., carica mantenuta solo per pochi giorni a causa di una nuova, grave, ferita riportata il 30 dicembre. Destinato nell’agosto del 1942 al comando del battaglione squadristi “Vespri”, ne seguiva le sorti fino alla smobilitazione; durante la R.S.I., inizialmente destinato al comando della 44ª legione di Schio, partecipa quale giudice al processo di Verona; successivamente nominato comandante provinciale della G.N.R. nel vicentino, dal luglio 1944 veniva trasferito presso il Comando Generale della G.N.R.7.
Pietro Montesi Righetti Appartenente ad una nobile famiglia romagnola, Pietro Montesi Righetti era nato nel 1891 a Savignano sul Rubicone (Forlì). Trasferitosi a Firenze, si arruolava volontario nel luglio 1915, venendo assegnato al 12° reggimento di artiglieria da campagna; promosso ufficiale nel 1916, fu successivamente decorato e promosso capitano per meriti di guerra. Ingegnere meccanico nella vita civile, fu altresì squadrista e partecipante alla marcia su Roma, membro del direttorio della federazione fascista fiorentina e fiduciario del G.R.F. “Annibale Foscari”. Durante il secondo conflitto mondiale, nel gennaio del 1942, era nominato (a domanda) comandante del battaglione squadristi “Toscano”, da cui veniva smobilitato all’inizio del 1943; promosso ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., cit., p. 163 e A.C.S., M.I., D.G.P.S., S.I.S., b. 167, fasc. Santucci Ercole, Foglio n. 47/I di prot. –Div-R.P., Oggetto: Arresto dell’ex-colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana SANTUCCI Ercole fu Luigi, Rovereto, 6 settembre 1945. 7 Annuario ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., cit., p. 45. Cfr. anche Andrea Rizzi, La valle della giovinezza. il “campo dux” e i reparti addestrativi repubblicani nella valle dell’Astico - estate 1944, Tesi di laurea discussa presso la Facoltà di lettere e filosofia, Università Cà Foscari, a.a. 20072008, relatore Mario Isnenghi, pp. 150-151.
200
Appendice biografica
console e destinato, nel maggio del 1943, alla guida della 107ª legione zaratina, all’indomani dell’armistizio si poneva con i propri uomini alle dipendenze della 114ª divisione Jaeger tedesca; tra gli ultimi ad abbandonare Zara, nel novembre 1944 Scalchi raggiungeva Trieste e poi Fiume, quale comandante del 3° reggimento della Milizia di Difesa Territoriale8.
Giovanni Tebaldi Nato a Modena nel 1903, Giovanni Tebaldi si arruolò volontariamente nel 1922 nel Regio corpo truppe coloniali in Libia rientrando poi, nello stesso anno, in Italia per frequentare il corso allievi ufficiali di complemento. Iscritto al P.N.F. dal 1920, fu squadrista e partecipò alla marcia su Roma, iscrivendosi poi alla Milizia già nel febbraio 1923. Tra le sue file, quale ufficiale in S.P.E., tornava nel 1934 in Libia (nella 1ª legione libica permanente), per poi transitare, un anno più tardi, sul fronte etiopico, inquadrato quale comandante di compagnia nel CXXXV° battaglione cc.nn. (135ª legione, 1ª divisione cc.nn. “23 Marzo”). Nuovamente in Libia, nel febbraio 1939 partecipava quale volontario alle ultime fasi della guerra civile spagnola nel battaglione “arditi C.T.V.”. Allo scoppio della seconda guerra mondiale prendeva parte ai combattimenti in Africa settentrionale, dapprima tra le fila dell’Esercito, poi quale comandante (interinale) della 3ª legione libica prima, I° battaglione cc.nn. poi. Rientrato in Italia nel dicembre 1941, tra maggio e luglio del 1942 fu comandante dell’8ª legione di Varese, venendo quindi assegnato al comando del battaglione squadristi “Nizza”. Smobilitato assieme al proprio reparto, all’indomani dell’armistizio collaborava attivamente con i tedeschi per la ricostituzione delle strutture fasciste in Umbria, venendo quindi nominato questore di Bologna nel novembre del 1943; nell’ottobre dell’anno successiva era trasferito presso la questura di Trieste9.
8 A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 254, fasc. Montesi Righetti Pietro fu Alessandro, Prefettura di Firenze, Foglio n. 09849 di prot., Oggetto: MONTESI-RIGHETTI Pietro fu Alessandro e Tossani Enrica, nato a Savignano sul Rubicone (Forlì) il 22 settembre 1891, Firenze, 22 luglio 1947. Cfr. anche Aldo Viroli, Un romagnolo difensore di Zara, cit.. 9 Direzione Generale per il Personale Militare, V° Reparto – 10^ Divisione Documentazione Esercito, Stato di Servizio di Tebaldi Giovanni. Cfr. anche Annuario ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., cit., p. 38 e A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 356, fasc. Tebaldi Giovanni, Polizia della Venezia Giulia – Divisione criminale investigativa, Foglio n. 01276 di prot., cit..
201
Appendice biografica
Fernando Vallarino Nato a Civitavecchia (RM), classe 1902, Vallarino fu squadrista e partecipò alla marcia su Roma, iscrivendosi alla Milizia sin dalla fondazione; ufficiale in S.P.E. della stessa, partecipava alla Guerra d’Etiopia. Capo di S.M. della Xª zona della Milizia, durante il secondo conflitto mondiale veniva posto al comando del battaglione squadristi “Tevere”, da cui era smobilitato a seguito della promozione a console nel settembre del 1942. Nominato comandante della 102ª legione di Perugia, all’indomani dell’armistizio entrava in contatto con le truppe germaniche che avevano occupato la città, venendo da queste incaricato delle funzioni di Capo di S.M. del locale Comando Zona Militare10.
Elio Bernini Originario di Bologna, Bernini partecipava al primo conflitto bellico in un reparto di arditi. Ufficiale nei quadri della Milizia, partecipava al conflito spagnolo al comando della 535° bandera “Tempesta”, venendo più volte decorato. Membro del direttorio della federazione fascista di Bologna, all’inizio del 1943 veniva destinato al comando del battaglione squadristi “Toscano”; durante la R.S.I. avrebbe ricoperto la carica di comandante la 50ª legione G.N.R. di Parma11.
Alfonso Trotta Originario di Roccasecca (FR), classe 1897, Trotta partecipava alla prima guerra mondiale quale ufficiale dei bersaglieri, iscrivendosi già nel 1919 al P.N.F.. Squadrista, fu funzionario della Banca Commerciale Italiana, ri10 A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 370, fasc. Vallarino Fernando di Pietro, Questura di Roma, Foglio n. 055665 U.P. di prot., Oggetto: VALLARINO Fernando di Pietro e di Dogni Amalia, nato a Civitavecchia il 18.11.1902, ex console della milizia, Roma, 27 novembre 1947. Cfr. anche Annuario ufficiale delle Forze Armate del Regno d’Italia, Anno 1943 – XXI. IV. Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. I. Ufficiali in S.P.E., cit., p. 25 e Pietro Cappellari, La guardia della rivoluzione, cit., p. 234. 11 Nazario Sauro Onofri, La strage di Palazzo d’Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese: 1919-1920, Feltrinelli, Milano 1980, p. 17. Cfr. anche Brunella Dalla Casa, Alberto Preti, Bologna in guerra 1940-1945, Franco Angeli Libri, Milano 1995, p. 75.
202
Appendice biografica
coprendo altresì nella capitale numerosi incarichi di partito e nei sindacati fascisti di categoria. Quale ufficiale nei quadri della M.V.S.N., partecipò (volontario) al conflitto etiopico tra le fila della 220ª legione cc.nn., comandante la 3ª compagnia del CCI° battaglione “Mutilati”; durante la seconda guerra mondiale, nominato comandante del battaglione squadristi “Tevere” agli inizi del 1943, si trasferiva successivamente a Milano per ricoprire la carica di commissario della Confederazione dei lavoratori delle aziende di credito e della assicurazione. Negli ultimi mesi del conflitto veniva assegnato ai servizi logistici di una brigata nera12.
12 A.C.S., M.I., D.G.P.S., Affari riservati, Ctg. B, b. 367, fasc. Trotta Alfonso fu Vincenzo, M.I. D.G.P.S., Foglio n. 224/51305 di prot., Oggetto: Appartenenti alle bb.nn. e al p.f.r. – Trotta Alfonso fu Vincenzo, Roma, 5 febbraio 1947 e Ibidem, Questura di Roma, Foglio n. 052056 U.P. di prot., Oggetto: TROTTA Alfonso di Vincenzo e di Ruggeri Rosa, nato a Roccasecca il 3.8.1896, Roma, 17 marzo 1947.
203
Appendice documentaria e fotografica SQUADRISTI IN ARMI (da «Stile fascista», anno II, n. 38, 23 luglio 1942) Ancora una volta l’antidoto squadrista sta dimostrandosi particolarmente efficace contro il veleno comunista. Perché? Si può pensare che qualsiasi specie di truppa, purché abbia elevato grado di spirito combattivo, potrebbe avere utile impiego contro questo nemico irregolare, agente nell’ombra e di sorpresa, che segue i sistemi cari a Mosca e da lungo tempo conosciuti dagli squadristi e cioè colpire alle spalle. Ma non è così, perché non si tratta di formazioni consistenti, che accettano il combattimento con facilità e si comportino nella lotta con quel minimo di rispetto alle convenzioni internazionali di guerra che qualsiasi esercito regolare osserva. I comunisti balcanici sono individui che spinti dal vivo istinto brigantescoterroristico unito a quel fanatismo incosciente ed indice di arretrato grado di civiltà che è proprio di certi popoli di balcania, agivano in funzione comunista ma avrebbero agito per le direttive di chiunque e di qualsiasi movimento che sapesse trarre profitto da tali loro innate e caratteristiche qualità. Naturalmente il bolscevismo moscovita ha avuto in passato buon giuoco sfruttando abilmente questa possibilità di lotta, oscura, imperniata su aspetti tattici e psicologici di marca ben nota, da opporre al sistema di combattimento lineare e civile dell’Asse. Lo squadrismo ha una sua particolare esperienza di azione anticomunista. Il bolscevismo, con l’agguato, il colpo alle spalle, la bomba nel locale pubblico, ha inteso, in ogni tempo, creare negli animi quel senso di smarrimento che può far presa anche sui più temprati. Ma lo squadrismo ha controbattuto con la rappresaglia immediata ed inesorabile ha teso diritto allo scopo di rovesciare il principio di porre l’avversario nell’alternativa di desistere o di subire in tutto ciò che lo può interessare la conseguenza di una ritorsione moltiplicata. 205
Appendice documentaria e fotografica
Si tratta, in altre parole, poiché siamo in presenza di un tal genere di avversario, di farla finita con la tradizionale longanimità latina, da questa gente non apprezzata, e di adottare il sistema duro e inflessibile che solo può avere efficacia nei confronti di certa mentalità. Però, ed in questo è la inconfondibile e lungimirante impronta latina, lo Squadrismo non ha agito mai e non agirà mai ciecamente poiché adotta un sistema e non obbidisce ad un naturale impulso: colpisce con estrema violenza, non perdona mai l’offesa ma colpisce a segno, avendo sempre presente il fine di annientare il nemico e di destare però il favore di chi intenda lealmente collaborare con il Regime. Ecco perché l’azione dei Battaglioni Squadristi, impegnati in questa dura lotta, è da ritenere particolarmente efficace e ottiene risultati veramente considerevoli. Ed ecco uno dei tanti episodi. Tre soldati di un posto di guardia sono stati proditoriamente trucidati con il solito sistema. La notizia è stata appresa dal Battaglione Squadristi con senso di viva indignazione, gli animi sono effervescenti ed anelano la vendetta. Si sa bene che il gruppo degli aggressori non potrebbe a lungo agire se non fosse rifornito di generi alimentari da elementi locali, se i suoi componenti non fossero talvolta ospitati in case della zona e se non regnasse l’omertà più assoluta fra attori e favoreggiatori, i quali, durante il giorno, possono avere anche l’aspetto di pacifici campagnoli. Vero è che il favoreggiamento avviene spesso non per volontà di collaborare con i ribelli ma per le minacce di morte e di distruzione, più volte spietatamente attuate, rivolte contro chi non si sottometta alle ingiunzioni o si renda responsabile di avere fornito informazioni sui loro movimenti alle nostre forze armate. Gli squadristi non possono soffermarsi troppo a valutare queste considerazioni: è soprattutto necessario eliminare al massimo ed alla radice la possibilità di azione degli elementi ribelli e dare alla popolazione la sensazione che qualsiasi aiuto od atto d’omertà nei loro confronti è punito con severità esemplare. Giunge l’ordine di agire e di compiere immediata rappresaglia. Finalmente capita ancora di picchiare sodo e di dare una esemplare lezione. Il Comando di Battaglione dispone immediatamente e gli autocarri si caricano di reparti Squadristi saturi di elettricità. È una forza tremenda che quando è scatenata, agisce con violenza di un ciclone su tutto quanto può creare ostacolo. Ufficiali, sottufficiali e militi hanno tutti una stessa espressione, uno stesso lampo di volontà negli occhi. Sono tutti vecchi camerati che si 206
Appendice documentaria e fotografica
conoscono per aver agito insieme, in circostanze analoghe, nel tormentato periodo della Vigilia e non c’è bisogno tra loro di comandi imperiosi né di punizioni: si intendono con lo sguardo e la disciplina è osservata, e bene, per mutua comprensione dei reciproci doveri. In breve gli autocarri giungono ad un punto convenzionale. I reparti si dividono i compiti e circondano alcune località. Comincia la «pulizia» di una zona che per molto tempo è stata covo e centro di assistenza di partigiani. Gli uomini vengono interrogati e perquisiti: si accertano le responsabilità. Ora le fiamme epuratrici stanno divorando un caseggiato che aveva ospitato i ribelli. S’odono delle esplosioni, si tratta di esplosivi nascosti in un fienile. I militi si aggirano tra le rovine arroventate e fumanti, sempre vigili e pronti ad ogni sorpresa. Passa sulla vicina ferrovia un treno di viaggiatori, fra i quali sono molti ufficiali e civili della zona. Lo spettacolo della punizione squadrista è visibilissimo dal treno e dai finestrini si levano segni di saluto e di entusiastiche approvazioni, specie dai cittadini delle città costiere che finalmente vedono vendicate tutte le sofferenze e le angherie patite in una lotta secolare di difesa dell’italianità rimasta aggrappata con le unghie nei centri costieri contro l’invadenza oppressiva degli slavi. Oggi non s’insulta più impunemente la maestà e la potenza italiana, né il Fascismo è disposto a tollerare, qualsiasi prepotenza terroristica. A sera, il sangue italiano versato dai soldati era ampiamente vendicato. Gli squadristi avevano fatto piazza pulita e lanciato il loro ammonimento. Sugli autocarri polverosi, nella via del ritorno, le Camicie Nere cantavano a pieni polmoni le canzoni della Vigilia come ai loro vent’anni fra cui si elevava – ammonitore e solenne, pieno di passione e di fede – il saluto al Duce. Umberto del Greco (Dal «Bargello»1)
1 Sul periodico della federazione fascista fiorentina l’articolo veniva pubblicato il 12 luglio 1942 (anno XIV – n.37).
207
Appendice documentaria e fotografica
Testimonianza di Cesare Razza sulla strage di Villa del Nevoso-Primano1 Villa del N. 4 giugno 1942
CORPUS DOMINI!
Giornata meravigliosa quella di oggi, piena di sole e d’azzurro come non ne ho viste mai da quando mi trovo a Villa del Nevoso. Sono uscito prestissimo questa mattina, perché tutto invitata a lasciare questa mia stanza, triste e nuda, per andare incontro alla benigna e buona natura; il sole caldo, la giornata bella e calma. Appena in paese, vedo uomini e donne, fanciulli e fanciulle, affaccendati a piantare alberelli ai margini delle strade, a preparare altari ai crocicchi, a esporre candelabri e crocefissi sui davanzali delle finestre, fiori di ogni genere e di ogni colore. Anche le case, dunque, quest’oggi, sono in fiore, come le campagne, come gli orti, come i giardini. Fiori in ogni dove; dalle margherite alle primule, dai biancospini ai fiori di melo e di pesco! Il vento porta un profumo fresco e suggestivo d’erba, di fiori e di foresta. Tutto canta: usignoli, grilli, fringuelli! Il sole è già alto quando la folla, a gruppi, si avvia verso la chiesa, per partecipare a questa processione, a questa festa di Cristo. Spettacolo di tutti gli anni, ma toccante e commovente, in quanto qui, tutta la popolazione vi partecipa con vera fede, per ringraziare, per chiedere favori per lo spirito, assistenza materiale, protezione. Ma nessuno, tra questa folla, è tranquillo. Sembra che quest’oggi tutti sentano nell’aria qualche cosa e vogliano raccostarsi a Dio con più amore, con più fede del solito, piegando il capo e aprendo le loro coscienze. Questa loro preoccupazione è dovuta, forse, alla paura di qualche rappresaglia, perché – verso le prime ore dell’alba – a pochi chilometri dal paese – i partigiani avevano assalito un posto di blocco militare per togliere le armi ai militari di servizio, e ne avevano uccisi quattro. Soldati, gente del popolo che – come tanti altri, come tutti gli altri – erano stati strappati alle loro case e buttati nelle “tradotte” per essere portati, a tutta velocità, verso l’ingeneroso oblio. Tutti quattro padri di famiglia, richiamati 1 Archivio I.R.S.M.L.F.V.G., b. XL, doc. n. 9126, Testimonianza di Cesare Razza, Villa del Nevoso, 4 giugno 1942. Si ringrazia la dott.ssa Fulvia Benolich per aver gentilmente fornito la documentazione.
208
Appendice documentaria e fotografica
per partecipare ad una guerra non sentita e imposta da un uomo, che ha capovolto ogni valore ideale e che da venti anni va impaurendo le coscienza con la instaurazione di un regime di persecuzioni e di corruzione. Questa folla, che durante le processioni si vedeva spiata e seguita non si sbagliava. Infatti, non appena questa ebbe termine con la benedizione eucaristica, ed il numeroso stuolo di fedeli era rincasato e le campane ancora suonavano a festa, ecco, verso Primano, che si distingue da lungi per il suo castello che s’innalza, grigio come le rocce del Carso, sollevarsi nere colonne di fumo. Una voce si sparge in un baleno: “I fascisti, gli squadristi , stanno bruciando i paesi vicini.” Era la verità. Arrivati improvvisamente su degli autocarri, si erano sparsi nelle frazioni dei Comuni di Villa del Nevoso e di Primano dando inizio – con vivezza drammatica – alla loro orgia di sangue. Con bombe a mano e benzina, avevano appiccato il fuoco a tutte le case delle frazioni di Bittigne di Sotto, Bittigne di Sopra, Postegna, Merecce, Ratecevo in Monte e altre. L’ondata di terrore durò tutto il pomeriggio. Era terrificante: fuoco, bombe a mano, mitraglia, fucilate! Pretto, nudo, sanguinoso terrore! Questa vorrebbe essere un’operazione di polizia contro le famose bande di partigiani, che operano da qualche tempo nelle vicinanze!! Invece non è altro che una rappresaglia, un eccesso di reazione, verso delle popolazioni inermi, che nulla hanno commesso e che hanno l’unica colpa di essere slave. Terrore dunque! Terrore! Terrore! Chi cercava salvezza con la fuga veniva mitragliato, senza riguardo al sesso e all’età. Anche il bestiame, quello che si era potuto liberare nelle stalle e cercava di mettersi in salvo dalle fiamme, veniva ucciso a colpi di moschetto, di bombe, di mitragliatrice. È stata una giornata, quella del 4 giugno, il cui ricordo non andrà mai perduto. Quante case sono andate distrutte? Quante persone assassinate? E chi lo sa? Nel solo piccolo Comune di Primano vi furono sessanta morti. Queste disgraziate e innocenti vittime, quasi tutte, erano padri di famiglia. Delle altre frazioni non ho potuto sapere, né ho cercato di sapere, per ovvie ragioni. Cadaveri, in ogni modo, dappertutto. Cadaveri con le pancie all’aria, morti, con gli occhi aperti e la bocca storta, sanguinante, buttati sui cigli delle strade o sui dirupi dei monti, come tante carogne, in attesa di essere seppelliti in qualche fossa comune, senza nome. I pochi rimasti, i superstiti di questa giornata di lutto e di terrore, dopo essere stati spogliati dei loro beni e delle poche cose che avevano addosso, 209
Appendice documentaria e fotografica
denaro, anelli, orologi, orecchini, strappati dalle dita e dagli orecchi, sono stati buttati a suon di calci sugli autocarri e, senza acqua né cibo, trasportati in qualche campo di concentramento. Chi ha assistito a questa sarabanda, chi ha potuto vedere questi poveri paesi, ridotti in un cumulo di maceria in poche ore, non può non stringere i denti e maledire. E queste popolazioni, già prima oppresse e angariate da ogni sorte di soprusi e di camorre, terrorizzata da ogni sorta di minacce, non dimenticheranno di certo questa giornata. L’odio arderà nei loro cuori e sarà giornalmente rinnovato affinché non si spenga, affinché questi delinquenti sentano sempre nelle orecchie il rimprovero dell’umanità offesa. Onta per sempre, non solo di fronte a noi, ma di fronte a tutto il mondo civile. La scia di rancore che si scaverà tra italiani e slavi di queste terre non si spegnerà certo quando la tormenta di questa guerra si sarà placata. Ci vedremo intorno, anche tra un secolo, sguardi torvi e bocche malediche. Ed avranno ragione. È necessario ricordare per chiedere un giorno severo conto di questi misfatti, e per vendicarsi. Gesù predicava il perdono e non la viltà. Quindi, per chi è uomo, la reazione e la vendetta sono molto più generose della rassegnazione per impotenza o paura. I maltrattamenti, le uccisioni, le deportazioni, hanno assottigliato spaventosamente le fila di queste popolazioni. E i pochi rimasti, quelli dei paesi risparmiati dalla furia devastatrice, valgono meno di quei rospi, che nella notte, imbragati nei pantani, zufolano non si se d’amore o di pena. E tutto questo sotto il bel sole d’Italia in fiore! Così va bene! Per il Duce e per il Re.
210
Appendice fotografica
Appendice fotografica
Cartolina commemorativa del II° battaglione cc.nn. squadristi “Emiliano”, a cura della federazione dei fasci di combattimento di Parma (Archivio privato)
Cartolina commemorativa “Tornano gli Squadristi”. Sul retro: «…Nessuna meraviglia se noi oggi innalziamo la bandiera dell’antibolscevismo. Ma questa è la nostra vecchia bandiera…! M. …E gli squadristi tornano: con lo stesso cuore, con la stessa fede di un tempo» (Archivio privato)
213
Appendice fotografica
Copertina del numero unico Battaglioni squadristi “Dalmazia” edito dall’Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze)
214
Appendice fotografica
Il distintivo della 1ª compagnia “Mai Morti” del 215° battaglione squadristi “Nizza” (Archivio privato)
Manifestino di propaganda comunista del 1942 (A.C.S., M.I., D.G.P.S., AA.GG.RR., ctg. H2/33 II°, b. 169)
215
Appendice fotografica
216 Battaglioni cc.nn. schierati per le celebrazioni del XIX° annuale della Milizia in Piazza della Bocca della Verità a Roma (1 febbraio 1942). All’estrema destra, il battaglione squadristi “Toscano” (Istituto Luce)
Appendice fotografica
Addestramento del battaglione squadristi “Toscano” presso cava Lorenzi, Montecatini Terme (1 aprile 1942) (Archivio privato)
Cerimonia per la consegna della fiamma di combattimento al battaglione squadristi “Toscano”, Montecatini Terme (11 marzo 1942) (Archivio privato)
217
Appendice fotografica
Il primo seniore Pietro Montesi Righetti (sx) ed il capo manipolo Torello Dei (al centro) durante la sosta a Fiume del battaglione squadristi “Toscano” (24 aprile 1942) (Archivio privato)
Il Capo di S.M. della Milizia Galbiati (sx) ed il primo seniore Fernando Vallarino (dx) passano in rassegna uno schieramento del battaglione squadristi “Tevere” in un cortile della caserma Mussolini a Roma (15 giugno 1942) (Istituto Luce)
218
Appendice fotografica
Il Capo di S.M. della Milizia Galbiati consegna il gagliardetto intitolato a Vezio Orazi all’alfiere del battaglione squadristi “Tevere” in un cortile della caserma Mussolini a Roma (15 giugno 1942) (Istituto Luce)
Sul retro: «Fotografia eseguita dal capo manipolo Facchini Guido Angelo del II° batt. squadristi “Emiliano”. Un reparto che da a compiere un’azione a S. Vito di Vipacco, verso la fine di maggio. (Sgomberate due o tre case di favoreggiatori di ribelli che rifornivano la banda durante l’azione sul Monte Nanos – Le case sono state vuotate, il materiale rotto gettandolo dalla finestra ed i proprietari consegnati ai CC.RR.) (Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste – H2204)
219
Appendice fotografica
«Nostri reparti di battaglioni squadristi, a fianco di unità dell’Esercito, operano in decisive azioni di polizia per la liquidazione dei ribelli nelle impervie zone della ex-Jugoslavia» (22 maggio 1942) (Centre for Historical Research and Documentation on War and Society, Bruxelles)
Tragiche sequenze del rastrellamento di Bittigne di Sopra (Primano) ad opera del battaglione squadristi “Emiliano” (4 giugno 1942) (Archivio privato)
220
Appendice fotografica
Miliri del battaglione squadristi “Emiliano” in località Kamenjac, nell’entroterra fiumano (settembre 1942) (Archivio privato)
Il Capo di S.M. della Milizia Galbiati ed il comandante la IIª Armata Mario Roatta visitano i militi del battaglione squadristi “Emiliano” a Mrzla Vodica (Ottobre 1942) (Archivio privato)
221
Appendice fotografica
Sul retro: «Il Gagliardetto del BTG. NIZZA con la scorta dei trombettieri d’onore, in attesa dell’arrivo del Gen. Ezio Garibaldi. Zona di operazioni [Lubiana]» (4 novembre 1942) (Archivio privato)
Sul retro: «Nella fitta foresta presso Turiack e Staro Apno / La pattuglia di punta s’inoltra nel bosco» (17 dicembre 1942) (Archivio privato)
222
Abbreviazioni A.C. A.C.S. A.C.S.F. A.N.A.I. A.O.I. A.O.M.I. A.S. A.S.C.L.S. A.S.D.M.A.E. A.S.FI. A.S.LI. A.S.PA. A.S.PI. A.S.PT. A.U.S.S.M.E. AA.GG.RR. b. B.A.C. bob. C. d’A. c.m. c.n. c.n.s. C.O. C.R. cc.nn. CC.RR. Ce.Doc. Co.Ge.Mi.
Anti-comunista Archivio Centrale dello Stato Alto commisariato per le sanzioni contro il fascismo Associazione nazionale arditi d’Italia Africa orientale italiana Archivio ordinariato militare per l’Italia Archivio di Stato Archivio storico del Comune di Lastra a Signa Archivio storico-diplomatico del ministero degli affari esteri Archivio di Stato di Firenze Archivio di Stato di Livorno Archivio di Stato di Palermo Archivio di Stato di Pisa Archivio di Stato di Pistoia Archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Affari generali e riservati (divisione) busta Banda anti-comunista bobina Corpo d’armata capo manipolo camicia nera camicia nera scelta carteggio ordinario carteggio riservato camicie nere Carabinieri Reali Centro documentale Comando generale della Milizia 223
Abbreviazioni
D.G.P.S. D.S. fasc. G.A.F. G.A.N. G.D.F. G.I.L. G.N.R. G.R.F. G.U. G.U.F. I.R.S.M.L.F.V.G. I.S.R.T. J.A.I.A. M.A.E. M.V.A.C. M.V.S.N. n. N.D.H. O.F. O.P. p. P.C.M. P.M. P.N.F. Pol. pol. R. R.E. reg. S.M. S.M.E. S.M.G. S.M.R.E. S.P.D. U.N.W.C.C. U.P.I. V.A.B.
Direzione generale di pubblica sicurezza Diario storico fascicolo Guardia alla frontiera Gruppi d’azione nizzarda Guardia di Finanza Gioventù italiana del littorio Guardia nazionale repubblicana Gruppo rionale fascista Grande unità Gruppi universitari fascisti Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia Istituto storico per la resistenza in Toscana Joint allied intelligence agency Ministero degli affari esteri Milizia volontaria anti-comunista Milizia volontaria per la sicurezza nazionale numero Nezavisna država hrvatska (Stato indipendente croato) Osvobolidna front (Fronte di Liberazione) Ordine pubblico pagina Presidenza del Consiglio dei Ministri Posta militare Partito nazionale fascista Polizia politica Regia Regio Esercito registro Stato maggiore Stato maggiore dell’Esercito Stato maggiore generale Stato maggiore del Regio Esercito Segreteria particolare del duce United nation war crimes commission Ufficio politico investigativo Vojnoistorijski arhiv Beograd (Archivio storico militare di Belgrado) 224
Fonti archivistiche 1. Archivio dell’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito N1-11, Diari Storici della seconda guerra mondiale: b. 732, 771, 772, 824, 857, 1065, 1067, 1132, 1184, 1187, 1271 N1-11, Commissione d’inchiesta per i criminali di guerra italiani secondo alcuni stati esteri: b. 2255M H-8, Crimini di guerra: b. 57 M-7, Circolari: b. 511, 513 2. Archivio Centrale dello Stato MINISTERO DELL’INTERNO D.G.P.S., DIVISIONE AFFARI GENERALI E RISERVATI, A5G seconda guerra mondiale: b. 129, 144 D.G.P.S., DIVISIONE AFFARI GENERALI E RISERVATI, 1941: b. 32/B D.G.P.S., DIVISIONE AFFARI GENERALI E RISERVATI, H2: b. 168, 169, 170, 172, 185, 186, 187 D.G.P.S., DIVISIONE POLIZIA POLITICA, Fascicoli per materia: b. 208, 215 D.G.P.S., DIVISIONE POLIZIA POLITICA, Fascicoli personali: b. 471 D.G.P.S., DIVISIONE AFFARI RISERVATI, Ctg. B, Fascicoli personali: b. 254, 356 D.G.P.S., DIVISIONE SERVIZI INFORMATIVI E SECIALI – SIS: b. 111, 167
225
Fonti archivistiche
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI AFFARI GENERALI, 1940-43 (riferimento numerico al singolo fascicolo): 1.1.12 –21424, 1.1.13 – 8185, 1.1.13 – 16452.31-1, 1.1.13 – 16452.74, 1.1.13 – 16452.76 ALTO COMMISSARIATO PER LE SANZIONI CONTRO IL FASCISMO (riferimento numerico al singolo fascicolo): I – 25.1, XI – 4, XV – 2
ARCHIVI FASCISTI SEGRETERIA PARTICOLARE DEL DUCE, Carteggio Ordinario: b. 847, 1228, 2143 SEGRETERIA PARTICOLARE DEL DUCE, Carteggio Riservato: b. 128 SEGRETERIA PARTICOLARE DEL DUCE – RSI, Carteggio Riservato: b. 5, 35, 47 MILIZIA VOLONTARIA SICUREZZA NAZIONALE, Comando Generale, Servizio politico: b. 1 RSI, GUARDIA NAZIONALE REPUBBLICANA, Archivio generale, b. 12, 58 MOSTRA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA, Raccolta di documenti: b. 173 MINISTERO DELLA DIFESA STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO, UFFICIO SEGRETERIA E PERSONALE, Sezione accertamenti: b. 24 NUCLEI DOCUMENTALI IN COPIA JOINT ALLIED INTELLIGENTE AGENCY, serie T586/12 (copie microfilmate), bob. 268 COLLECTION OF ITALIAN MILITARY RECORDS, serie T821 (copie microfilmate): bob. 2, 30, 61, 62, 63, 64, 234, 276, 282, 298, 347, 366, 395, 455
226
Fonti archivistiche
3. Archivio di Stato di Livorno PARTITO NAZIONALE FASCISTA – FEDERAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO DI LIVORNO: b. 45 4. Archivio di Stato di Firenze DISTRETTO MILITARE DI PISTOIA, Ruoli matricolari classi 1871-1908: reg. 243, 246, 256, 261, 272, 276, 281, 283 5. Archivio di Stato di Milano PREFETTURA, Gabinetto – II° versamento: b. 102 6. Archivio di Stato di Pisa PARTITO NAZIONALE FASCISTA – SEZIONE DI MONTECATINI VAL DI CECINA: b. 7 7. Archivio di Stato di Pistoia PREFETTURA, Gabinetto: b. 233 8. Archivio Storico del Comune di Lastra a Signa SERIE CARTEGGIO ED ATTI PER CATEGORIE: b. 347, 361, 371, 372, 373 SERIE SUSSIDI MILITARI: b. 80 – 84 9. Archivio Storico Comunale di Empoli SERIE CARTEGGIO ED ATTI PER CATEGORIE: b. 555
227
Fonti archivistiche
10. Archivio dell’Istituto Storico per la Resistenza in Toscana EURO SALVADORI – P.C.I. CASTELFIORENTINO: b. 1 WEHRMACHT, Segreteria Particolare del Duce, serie T586 (copie microfilmate): bob. 6, 24, 228 11. Archivio del Museo storico, Fondazione Bergamo nella storia: CALCATERRA, serie Enrico Calcaterra: b. 79
Fonti a stampa e bibliografia Letteratura coeva: Bossini A., Gli squadristi del “Vespri” in Dalmazia. 1 giugno 1942 - 23 maggio 1943, Ferramola (stampa), Salsomaggiore 1943. Centofanti A. (Alce), La tragica guerriglia, Cappelli, Bologna 1943. Crespi R., Squadristi in Albania, Società Nazionale Editrice Propaganda, Milano 1941. Galbiati E., La milizia al vaglio della guerra: conferenza tenuta dal generale Galbiati nella sede centrale dell’Istituto di cultura fascista il 31 gennaio XX (17ª legione milizia artiglieria controaerei), Italiana, Cagliari 1942. Ufficio propaganda del Gruppo battaglioni squadristi Dalmazia (a cura di), Battaglioni squadristi Dalmazia: numero unico in occasione del ventennale della Marcia su Roma, Tumminelli, Roma 1942. Ufficio storico della 26ª legione cc.nn. d’assalto, La 26^ legione d’assalto Alberto da Giussano nella campagna greco-albanese, Il Resto del Carlino, Bologna 1943. Periodici: Arena di Pola: quotidiano democratico d’informazioni. Corriere della Sera. Foglio di disposizioni del P.N.F. Gazzetta dell’Emilia. Il Bargello: settimanale della Federazione fiorentina dei Fasci di Combattimento. Il Ferruccio: foglio d’ordini della federazione dei Fasci di Combattimento di Pistoia. 229
Fonti a stampa e bibliografia
Il Popolo Apuano: Foglio d’Ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Apuania. Il Popolo d’Italia. Il Popolo di Lombardia: settimanale del fascismo milanese. Il Resto del Carlino. La Gazzetta del Mezzogiorno. La Stampa. La Voce di Romagna Rimini. Milizia Fascista. Prima Linea. Santa Milizia: Foglio d’Ordini della Federazione dei Fasci di Combattimento di Ravenna. Sentinella Fascista: Foglio d’Ordini della Federazione fascista della provincia di Livorno. Stile Fascista: settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento del Carnaro, Fiume. Raccolte di documenti: Collotti E. (a cura di), Razza e fascismo. Vol. 2. Documenti, Carocci, Roma 1999. Federative People’s Republic of Yugolavia, Report on italian crimes against Yugoslavia and its peoples, The State Commission for the investigation of war crimes, Belgrade 1946. Ferenc T., »Si ammazza troppo poco«. Condannati a morte – ostaggi – passati per le armi nella provincia di Lubiana. 1941-1943. Documenti, Istituto per la storia moderna, Lubiana 1999. Ferenc T., La legge inflessibile di Roma: il fascismo e la lotta di liberazione degli Sloveni nella Venezia Giulia 1941-1943, volume I-II, Drustvo piscev zgodovine NOB, Lubiana 2004. Guerri G. B., Rapporto al duce: l’agonia di una nazione nei colloqui tra Mussolini e i federali nel 1942, Mondadori, Milano 2002. Narodnooslobodilačka borba u Dalmaciji 1941-1945. Zbornik dokumenata, Institut za historiju radničkog pokreta Dalmacije, Split, 1981-1986. Susmel E. e D. (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze, 1951-1963 e Volpe, Roma 1978-1981. Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilačkom ratu Jugoslovenskih naroda, Vojnoistorijski Institut, Beograd 1952-1982. 230
Fonti a stampa e bibliografia
Diari e memorie: Bottai G., Diario 1935-1944, Rizzoli, Milano 1989. Cataldi E., Le stagioni balcaniche: il II battaglione complementi granatieri di Sardegna nella guerriglia jugoslava (gennaio 1942-settembre 1943), s.e., Roma 1995. Cavallero U., Diario 1940-43, Ciarrapico Editore, Roma 1984. Ciano G., Diario 1937-43, Volume secondo, Rizzoli, Milano 1950. Costa V., L’ultimo Federale. Memorie della guerra civile. 1943- 1945, il Mulino, Bologna 1997. Galbiati E., Il 25 luglio e la M.V.S.N., Bernabò, Milano 1950. Morpurgo L., Caccia all’uomo! Vita sofferenze e beffe. Pagine di diario 1938-1944, Dalmatia, Roma 1946. Ortona E., Diario sul Governo della Dalmazia, in «Storia contemporanea», 1987, n.6. Paglieri V., Verrà pure il giorno, Marpeg (stampa), Genova 2002. Roatta M., Otto milioni di baionette, Mondadori, Milano 1946. Salvatores U., Bersaglieri sul Don, Tipografia Compositori, Bologna 1958. Senise C., Quando ero capo della Polizia (1940-1943), Ruffolo, Roma 1946. Zanussi G., Guerra e catastrofe d’Italia. Giugno 1940–Giugno 1943, Corso, Roma 1945 Letteratura secondaria: AA.VV., L’Italia dei quarantacinque giorni. Studio e documenti, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano 1969. AA.VV., Sull’Italia fascista nei Balcani: archivi, storiografie, memorie locali, in «Italia contemporanea», dicembre 2015, n. 279. Aga Rossi E., Giusti M. T., Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani. 1940-1945, il Mulino, Bologna 2011. Alberghi P., Modena nel periodo fascista (1919-1943), Mucchi, Modena 1998. Apih E., Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, 1918-1943, Laterza, Bari 1966. Arena N., Soli contro tutti. Friuli-Venezia Giulia 1941-’45. (Guerraguerriglia-controguerriglia), Ultima Crociata, Rimini 1993. 231
Fonti a stampa e bibliografia
Ballerini A., Sobolevski M. (a cura di), Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), Ministero per i beni e le attività culturali, Roma 2002. Bambara G., La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia (19411943), Mursia, Milano 1988. Bartov O., Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra (1941-1945), il Mulino, Bologna 2003. Becherelli A., Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943), Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012. Bertuzzi G. C., «Quasi un fronte di guerra». Le operazioni antiguerriglia dalla Venezia Giulia alle provincie di Gorizia e di Udine 1942-1943, in Micheletti B., Poggio P. P. (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992. Bressan M., Aspetti dell’occupazione italiana in Slovenia (1941-43), in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 2006, n. 1. Burgwyn J. H., General Roatta’s war against the partisans in Yugoslavia: 1942, in «Journal of Modern Italian Studies», Volume 9, 2004. Capogreco C. S., I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004. Cappellari P., La guardia della rivoluzione. La Milizia fascista del 1943: crisi militare – 25 luglio – 8 settembre – Repubblica Sociale, Herald, Roma 2013. Cervi M., Storia della guerra di Grecia. Ottobre 1940 ~ Aprile 1941, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2000. Cifelli A., I prefetti del Regno nel ventennio fascista, Quaderni della Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma 1999. Collotti E., Sala T., Le potenze dell’Asse e la Jugoslavia. Saggi e documenti 1941/1943, Feltrinelli, Milano 1974. Collotti E., Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, in Leonardo Paggi (a cura di), La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, La nuova Italia, Firenze 1997. Conti D., L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Odradek, Roma 2008. Crociani P., Battistelli P.P., Le camicie nere. 1935-1945, LEG, Gorizia 2011. Cuzzi M., L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), SME Ufficio Storico, Roma 1998. Dalla Casa B., Preti A., Bologna in guerra 1940-1945, Franco Angeli Libri, Milano 1995. 232
Fonti a stampa e bibliografia
Dalla Costa I., L’Italia imbavagliata: lettere censurate, 1940-1943, Pagus, Treviso 1990. De Felice R., Mussolini l’alleato. I. L’Italia in guerra 1940-1943, Einaudi, Torino 1990. De Felice R., Mussolini l’alleato. II. Crisi e agonia del regime, Einaudi, Torino 1990. De Rosa P., Piacenza nella R.S.I.: con elenco dei caduti militari e civili, La biga alzata, Piacenza 1998. Degl’Innocenti M., Pombeni P., Roveri A. (a cura di), Il P.N.F. in Emilia Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Franco Angelo Libri, Milano 1988. Del Giudice D., L’85° Battaglione Camicie Nere. Storia ed impiego dal 1937 al 1945, in «Storia & Battaglie», n. 22, febbraio 2003. Di Giovanni M., I volontari paracadutisti tra miti bellici e guerra reale, in Bruna Micheletti, Pier Paolo Poggio (a cura di), L’Italia in guerra, 194043, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992. Di Sante C., Italiani senza onore. I crimini in Jusoglavia e i processi negati (1941-1951), Ombre corte, Verona 2005. Fabei S., Il collaborazionismo anticomunista nella Dalmazia “italiana”, in «Nuova Storia Contemporanea», n. 4, anno 2008. Fatutta F., Battaglioni “M”, in RID - Rivista italiana difesa, dicembre 1992. Fatutta F., Cronache di guerriglia in Jugoslavia. Parte 1ª. Luglio-dicembre 1941, in «Studi storico-militari», 1992. Fatutta F., Cronache di guerriglia in Jugoslavia. Parte 2ª. Gennaio Giugno 1942, in «Studi storico-militari», 1993. Ferenc T., Gli italiani in Slovenia 1941-1943, in Micheletti B., Poggio P. P. (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992. Finestra A., Dal fronte jugoslavo alla Val d’Ossola. Cronache di guerriglia e guerra civile 1941-1945, Mursia, Milano 1995. Francesconi T., Gorizia 1940-1947, Edizioni dell’Uomo Libero, Milano 1990. Franzinelli M., La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica, in «L’impegno. Annali dell’Istituto Veneto per la Storia della Resistenza », a. XV, n. 2, agosto 1995. Franzinelli M., Quel silenzio sospetto sulle guerre del fascismo, in «Millenovecento: mensile di storia contemporanea», n.3, gennaio 2003. Franzinelli M., Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Mondadori, Milano 2003. 233
Fonti a stampa e bibliografia
Fulvetti G., Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma 2009. Fulvetti G., Pezzino P., Zone di guerra, geografie di sangue. L’atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), il Mulino, Bologna 2016. Ganapini L., Una città, la guerra (Milano 1939-1951), Franco Angeli, Milano 1988. Gobetti E., L’occupazione allegra: gli italiani in Jugoslavia (19411943), Carocci, Roma 2007. Gobetti E., L’occupazione italiana in Jugoslavia. Fonti e archivi, in «Italia contemporanea», settembre-dicembre 2008, n. 252-253. Legnani M., Il “ginger” del generale Roatta. Le direttive della 2ª armata sulla repressione antipartigiana in Slovenia e Croazia, in «Italia contemporanea», dicembre 1997 – marzo 1998, n. 209-210. Loi S., Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1978. Lombardi F., Galazzetti A., Storia della 7ª Legione “Cairoli” della M.V.S.N. di Pavia, Marvia Edizioni, Voghera 2008. Lucas E., De Vecchi G., Storia della unità combattenti della M.V.S.N., 1923-1943, G. Volpe, Roma 1976. Manchia I., La Compagnia autonoma speciale e il suo capitano Renato Tartarotti. Analisi delle carte processuali della Corte d’assise straordinaria di Bologna, in «Percorsi Storici», 0 (2011). Montanari M., L’Esercito Italiano nella campagna di Grecia, Ufficio Storico S.M.E., Roma 1991. Monzali L., Antonio Tacconi e la comunità italiana di Spalato, in «Atti e memorie della società dalmata di storia patria», volume XXXIV, luglio 2007. Mugnone G., I ragazzi di Bir El Gobi, La lucciola, Padova 1968. Oliva G., Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani 1940-43, Mondadori, Milano 2006. Osti Guerrazzi A., L’esercito italiano in Slovenia 1941-1943. Strategie di repressione antipartigiana, Viella, Roma 2011. Palla M., Firenze nel regime fascista (1929-1934), Olschki, Firenze 1978. Pansa G., L’ esercito di Salò nei rapporti riservati della Guardia nazionale repubblicana, 1943-44, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Milano 1969. Pedroli A., Italiani in Jugoslavia (1941-43). L’occupazione in Slovenia– Croazia nei ricordi di Carlo Pedroli, in «Verbanus», anno 2012 – XXXIII. 234
Fonti a stampa e bibliografia
Pisarri M., Occupazione italiana e violenza ai civili nel Carnaro, 19411942, in «Contemporanea», n. 3, luglio 2013. Pupo R., Le annessioni italiane in Slovenia e Dalmazia, in «Italia contemporanea», giugno 2006, n. 243. Ricciardi E., I bersaglieri in Dalmazia e il battaglione bersaglieri “Zara”, in «Studi storico-militari», 2004. Rochat G., Gli arditi della Grande guerra. Origini, battaglie e miti, Feltrinelli, Milano 1981. Rochat G., Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero di Etiopia alla disfatta, Einaudi, Milano 2008. Rodogno D., Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003. Rodogno D., La repressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, in «Qualestoria», n. 1, giugno 2002. Rossi A., La milizia e l’8 settembre. Le camicie nere passano ai tedeschi, in «Patria indipendente», 11 maggio 2003. Rossi A., Le guerre delle camicie nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, BFS, Pisa 2004. Saini Fasanotti F., L’Esercito alla macchia. Controguerriglia Italiana 1860-1943, Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma 2015. Sala T., 1939-1943, Jugoslavia «neutrale», Jugoslavia occupata, in «Italia contemporanea», marzo 1980, n. 138. Sala T., Fascismo e Balcani. L’occupazione della Jugoslavia, in AA.VV., La dittatura fascista, Teti, Milano 1984. Sala T., Guerra e amministrazione in Jugoslavia 1941-1943: un’ipotesi coloniale, in Bruna Micheletti, Pier Paolo Poggio (a cura di), L’Italia in guerra, 1940-43, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1992. Sala T., Guerriglia e controguerriglia in Jugoslavia nella propaganda delle truppe occupanti italiane (1941-43), in «Il movimento di liberazione in Italia», anno 1972, f. 108. Sala T., Occupatori e donne. Italiani in Jugoslavia 1941-1943, in Melita Richter, Maria Bacchi (a cura di), Le guerre cominciano a primavera: soggetti e genere nel conflitto jugoslavo, Rubbettino, Sovaria Mannelli (Cz) 2003. Scotti G., “Bono Taliano”. Militari italiani in Jugoslavia dal 1941 al 1943: da occupatori a “disertori”, Odradek, Roma 2012. Scotti G., Una strage di settanta anni fa nella Jugoslavia occupata. Quando i soldati italiani fucilarono tutti gli abitanti di Podhum, in «Patria indipendente», n. 2, 19 febbraio 2012. 235
Fonti a stampa e bibliografia
Talpo O., Dalmazia: una cronaca per la storia (1941), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1985. Talpo O., Dalmazia: una cronaca per la storia (1942), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1990. Talpo O., Dalmazia: una cronaca per la storia (1943), Ufficio Storico S.M.E., Roma 1994. Tranfaglia N., La stampa del regime. Le veline del Minculpop per orientare l’informazione, Bompiani, Milano 2005. Zidar A., Il popolo sloveno ricorda e accusa: i crimini compiuti dallo stato fascista italiano contro gli Sloveni, Koper, Lipa 2001. Documentari: Ken Kirby, Fascist Legacy (Eredità fascista), Regno Unito, 1989. Sitografia: www.campifascisti.it/ www.decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/ www.97legione.siena.it/Diario_Storico_97.html www.diecifebbraio.info/2012/03/pubblicazioni-sui-crimini-italiani-in-jugoslavia/ www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Pagine/Amministrativo.aspx www.unwcc.org/unwcc-archives/
236
Stampato nel mese di aprile 2018 Tipografia GF PRESS snc - Masotti - Serravalle Pistoiese - PT 0573 518036 - www.gfpress.it - gfpress@libero.it