La Shoah: il genocidio degli ebrei d’Europa
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_ il Saggiatore Collana diretta da Michel Serres e Nayla Farouki Edizione italiana a cura di Giulio Giorello e Marco Mondadori
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©il Saggiatore, Milano 1998 Realizzazione: Norma snc, Parma
Bruno Segre
LA SHOAH IL GENOCIDIO DEGLI EBREI D’EUROPA
Un manuale per capire Un saggio per riflettere
Bruno Segre Nato a Lucerna nel 1930, ha studiato filosofia a Milano alla scuola di Antonio Banfi. Si è occupato di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell’ambito del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Dal 1991 presiede l’Associazione italiana Amici di Nevé Shalom / Wahat al-Salam. Nel quadro di un’intensa attività pubblicistica, ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei. È autore di Gli Ebrei in Italia (1993; 2^ ediz. 2001).
Sommario
Premessa Un manuale per capire Quando l’uomo divora l’uomo L’escalation della persecuzione La trappola mortale Gli ebrei d’Occidente di fronte al Reich Verso la “soluzione finale” La deportazione degli ebrei italiani Un saggio per riflettere La Storia, le storie L’amnesia della Shoah Varianti di antisemitismo: l’Italia di Salò e la Francia di Vichy Il silenzio delle Chiese Il non intervento degli Alleati Glossario 115 Bibliografia Indice analitico
7 15 16 28 38 44 57 63 68 73 84 96 L’ambiguità del bene
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Testi citati non compresi in bibliografia p. 9: E. Nolte, La questione ebraica, “Liberal”, 17 agosto 1996, pp. 14 ss.; p. 14: G. Scholem, Ebrei e tedeschi [1966], “Lettera internazionale”, A. 6, n. 26, 1990, pp. 41-5; p. 16: P. Levi, Testimonianza per Eichmann, “Il Ponte”, aprile 1961, pp. 646 ss.; p. 64: T. Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano 1978, pp. 561 ss.; p. 70: E. Mendelsohn, The Jews of East Central Europe between the World Wars, Indiana University Press, Bloomington 1983; p. 71: F.M. Cataluccio, Polonia dopo Shoah, “Ottavogiorno”, n. 2-3 aprile-settembre 1987, pp. 62 ss.; p. 78: G. Bottai, Vent’anni e un giorno, Garzanti, Milano 1949; G.B. Guerri, Bottai. Un fascista critico, Feltrinelli, Milano 1976; p. 80: A. Grynberg, Les camps da la honte. Les internés juifs des camps français, 1939-1944, La Découverte, Paris 1991; p. 81: S. Klarsfeld, VichyAuschwitz. Le rôle de Vichy dans la solution finale de la question juive en France, 2 voll., Fayard, Paris 1983, 1985; H. Rousso, Le syndrome de Vichy de 1944 à nos jours, Paris 1990; p. 82: P. Péan, Una jeunesse française, Fayard, Paris 1994; p. 87: G. Angelozzi Gariboldi, Il Vaticano nella seconda guerra mondiale, Mursia, Milano 1993; R. Graham (a c. di), Les Actes et Documents du Saint Siège relatif à la Seconde Guerre Mondiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1966-81; p. 88: J.F. Morley, Vatican Diplomacy and the Jews during the Holocaust 1939-1943, Ktav, New York 1980; p. 94: G. Niebuhr, Undoing the Legacy of Nazi Courts, “The New York Times”, 11.2.96; p. 95: A. Grosser, Le crime et la mémoire, Flammarion, Paris 1989, pp. 119-20; p. 101: The Extermination Center, “Jewish Frontier”, novembre 1942; Y. Bauer, Holocaust in Historical Perspective, Seattle 1978, pp. 18-9; pp. XX: D.S. Wyman, The Abandonment of the Jews: America and the Holocaust, 1941-1945, Pantheon, New York 1984; p. 103: J. Karski, Non salvai sei milioni di ebrei, “Ottavogiorno”, n. 2-3 aprile-settembre 1987, pp. 51 ss.; p. 106: W.D. Rubinstein, A History of the Jews in the English-Speaking World. Great Britain, Macmillan, London 1966.
La prima occorrenza di ogni termine specialistico presente nel glossario è indicata in corsivo e seguita dal simbolo *
Prologo Il campo di Buchenwald occupa uno spazio seminascosto su una collina boscosa che si affaccia sopra il romantico panorama della città di Weimar. Dove lo sguardo di Goethe si posò innumerevoli volte, i nazisti incarcerarono duecentocinquantamila persone, in grandissima maggioranza ebrei ma anche zingari e oppositori politici, come il leader comunista Ernst Thälmann (1886-1944). Assieme a lui morirono di fame, di stenti, di malattia, o furono uccisi in vario modo sessantacinquemila prigionieri, compresi molti bambini, vittime di esperimenti medici compiuti senza anestesia. A oltre mezzo secolo di distanza dalla Shoah1, i Lager non sono solo entità statiche, museali, che vengono conservate per tramandare il ricordo degli orrori nazisti e delle loro vittime. I Lager continuano a condurre una vita che si connette in termini dinamici alle svolte della storia, ispirando sentimenti variabili, cioè influenzando e subendo i mutamenti ideologici, le viltà, gli sdegni, gli smemoramenti, i travagli delle società e delle generazioni che si succedono. L’universo dei Lager resta ad ogni modo una macchina infernale che può sfuggire di mano: mai come in questo caso la percezione-interpretazione del passato proietta la sua ombra sull’avvenire. Nei decenni che precedettero la riunificazione della Germania, i campi della morte situati sul territorio tedesco vennero presentati in modo diverso. Nella Germania occidentale (dove c’è per esempio Dachau, in Baviera), l’immagine dei Lager risentì dell’agitato rapporto della Repubblica federale con la storia del nazismo. Spesso le autorità locali resistettero alla richiesta di dare a quei luoghi di morte un adeguato significato, promovendo così nella popolazione un diffuso processo di rimozione. Più in generale, le generazioni che alla guerra e alla Shoah avevano preso parte, o avevano assistito, conservarono per oltre vent’anni su questa pagina infame della storia tedesca un silenzio al limite dell’omertà. Soltanto dopo il cambio di generazione, simbolizzato dal ‘68 e dall’avvento al potere (1969) di un antinazista come il socialdemocratico Willy Brandt (1913-1992), caddero molte reticenze ad affrontare il passato. Nella Germania orientale, cioè nella defunta Repubblica democratica a regime comunista, la storia venne trattata con disinvoltura persino maggiore. Lo sterminio di massa soleva essere presentato come un crimine del nazismo capitalista: così la responsabilità ereditaria della Shoah veniva scaricata sull’altra Germania, quella federale, in virtù della sua ‘continuità capitalista’ con il Terzo Reich2 , e la DDR traeva la sua illibatezza dalla sua identità comunista. Con la caduta del Muro di Berlino e il crollo del comunismo storico, sul piano politico e anche su quello storiografico si sono riaperti, com’era inevitabile, i conti con le principali 1
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Note: Prologo
In ebraico, ‘distruzione, annientamento, catastrofe’. Il termine indica oggi in particolare lo sterminio degli ebrei europei messo in atto dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. 2 Regime instaurato dal nazismo. Dopo avere assunto la carica di Cancelliere (30 gennaio1933), Adolf Hitler (1889-1945) puntò a esercitare i pieni poteri, il che gli riuscì allorché, alla morte (2 agosto 1934) dell’anziano Presidente Paul von Hindenburg (1847-1934), assunse anche la presidenza della Repubblica. E utilizzando come pretesto complotti e attentati attribuiti ai comunisti, diede avvìo alla costituzione del cosiddetto Terzo Reich (i due ‘Reich’ precedenti erano stati rispettivamente quello su cui regnò Ludovico il Germanico dopo la tripartizione dell’impero carolingio – sancita dal trattato di Verdun, agosto 843 – e quello fondato da Guglielmo I Hohenzollern dopo la vittoriosa guerra con la Francia nel 1871).
vicende che hanno contrassegnato il secolo mortifero da poco terminato. Così, nel modo più doloroso, sono riemersi (favoriti anche dai frequentissimi ‘corti circuiti’ tra vedute storiografiche e opinioni politiche) i dilemmi irrisolti, le ambiguità, le doppiezze del rapporto della Germania (e del resto d’Europa) con il periodo nazista. In particolare alcune scuole di storici (in Germania ma anche in altri paesi, comprese la Francia e l’Italia), ponendo gli orrori perpetrati dai regimi nazifascisti a confronto con quelli dei regimi comunisti, si sono adoperate a sottolineare le analogie, che innegabilmente esistono, tra le azioni delittuose ascrivibili ai due grandi totalitarismi del XX secolo. Ma per questa via hanno perseguito una progressiva ‘normalizzazione’ del nazismo, relativizzando i crimini della Germania hitleriana sino al punto di rimettere in discussione la singolarità perversa della Shoah e giustificare, in termini neppure troppo velati, lo sterminio di sei milioni 3 di esseri umani innocenti. Nell’antiebraismo nazionalsocialista, sostiene per esempio lo storico Ernst Nolte (celebre per le sue tesi ‘revisioniste’) 4, era presente un “nucleo razionale” che “consistette nella realtà fattuale del grande ruolo che un alto numero di singole personalità di origine ebraica – spesso non in ultimo a causa delle tradizioni universalistiche e messianiche dell’ebraismo storico – giocavano nel movimento mondiale socialista e comunista”. Noncurante del fatto che il genocidio ebraico era inscritto in profondità nell’ideologia e nei programmi politici di Adolf Hitler, Nolte ravvisa nello sterminio di sei milioni di ebrei niente più che l’imitazione e quasi la prosecuzione di altri eccidi di massa, e di classe, compiuti dopo la Rivoluzione d’ottobre dal potere bolscevico. “Se qualcuno” sentenzia lo studioso tedesco “si riproponeva veramente di contrapporre al bolscevismo un regime ‘di eguale fermezza e coerenza’, allora doveva esservi anche un’analogia con quell’’annientamento di classe’ così palese a tutti e così chiaramente richiesto dall’ideologia, e il cui oggetto principale poteva difficilmente essere un altro gruppo che non gli ebrei.”5 Come si vede, la storiografia della Shoah è chiamata a misurarsi con un’insidiosa politica di ‘alterazione della memoria’, attivamente presente su diversi fronti. È una politica che, passando attraverso un surrettizio uso di criteri analogici e l’annullamento di varie contrapposizioni del passato, può arrivare a un inaccettabile azzeramento della storia; è una politica i cui sostenitori più estremi (mi riferisco in particolare ai cosiddetti ‘negazionisti’) 6 non esitano a dichiarare che i crimini contro l’umanità commessi dal regime nazista non hanno mai avuto luogo, e che a null’altro essi si riducono se non a un fantasioso parto della propaganda fatta circolare subito dopo la guerra dai vincitori del ‘45, con la complicità dell’’internazionale giudaica’. Ma oggi, a oltre cinquant’anni dagli eventi che sono sfociati nella Shoah, la diffusa impazienza con la quale ci si sforza di mettere in circolazione una cultura con connotazioni, Per quanto concerne le dimensioni della mortalità ebraica nel corso della Shoah, gli storici hanno versato fiumi d’inchiostro nel tentativo di determinarle. Normalmente si parla di sei milioni di vittime: è il numero menzionato dal Tribunale militare internazionale di Norimberga nella sua sentenza definitiva. A questo proposito si vedano le conclusioni piuttosto problematiche proposte in: Michael R. Marrus, L’Olocausto nella storia [1987], Il Mulino, Bologna 1994, pp. 277-282. Secondo quanto rivelano documenti britannici riservati, resi noti nella primavera del 1997 (cfr. Paolo Filo della Torre, Sette milioni di ebrei uccisi, “la Repubblica”, 21 maggio 1997, p. 15), gli ebrei sterminati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale furono quasi sette milioni, e non sei. Il primo ministro Winston Churchill e il capo del Foreign Office Anthony Eden erano al corrente della tremenda realtà della Shoah ma tacquero. Le rivelazioni emerse dagli archivi di Stato di Londra non mancarono di suscitare grande imbarazzo in tutta la classe dirigente britannica. Churchill sarebbe stato persuaso a mantenere il segreto e a rinunciare a condannare pubblicamente quanto stava avvenendo nei campi di sterminio tedeschi poiché gli premeva evitare che a Berlino si scoprisse la capacità di decodificazione, da parte dell’Intelligence Service, del codice segreto ‘Enigma’ attraverso il quale i comandanti della marina, dell’esercito e dell’aviazione tedesca comunicavano direttamente con il Führer o con i suoi luogotenenti a Berlino. 3
insieme, ‘postfasciste’ e ‘postcomuniste’ reca in sé qualcosa di più pericoloso delle stesse argomentazioni confezionate dagli storici ‘revisionisti’. Il rischio maggiore è quello, a mio avviso, della banalizzazione storiografica, ossìa della facilità con cui vasti settori della coscienza europea (e cristiana), per costruirsi una sorta di ‘rete di protezione’ dai fantasmi inquietanti di un passato che si vuole rimuovere, elaborano modelli di interpretazione storica nei quali gli esiti più tragici dell’antisemitismo vengono isolati dalla loro lunga preistoria, fatti oggetto di una generalizzata semplificazione e infine relegati entro i confini dell’’episodio’ odioso, ma ormai concluso, del nazionalsocialismo. La Shoah, insomma, come mero incidente di percorso. La brutale e irreparabile scomparsa dall’Europa centro-orientale dei grandi focolari tradizionali dell’ebraismo aschenazita7 e la successiva fondazione in Palestina di un nuovo e vitale Stato ebraico hanno segnato nel destino degli ebrei una cesura senza precedenti. Le comunità stanziate nel vecchio continente, che sino alla fine degli anni Trenta erano maggioritarie rispetto alla totalità degli ebrei nel mondo, costituiscono ormai poco più che un’esigua rimanenza, con un peso e un rilievo ben scarsi a fronte dei due poli principali della vita ebraica che oggi si trovano in Israele e negli Stati Uniti. Ma anche l’Europa, e in particolare la Germania come centro geopolitico e problema storico dell’Europa, sono uscite irrimediabilmente segnate dalle tragiche vicissitudini del XX secolo. Dopo avere scatenato due guerre mondiali la Germania, lanciata in una folle conquista del potere planetario, riuscì solo nell’impresa di distruggere l’Europa come potenza e se stessa (per quasi cinquant’anni) come Stato nazionale unitario. Così, mentre l’Europa cessava nel 1945, dopo molti secoli, d’essere l’ombelico del mondo, l’eredità dello spirito europeo veniva raccolta al di là dell’Atlantico, dove gli Stati Uniti assunsero la custodia dell’identità occidentale. Abraham B. Yehoshua, uno degli scrittori israeliani più noti, ha asserito che “ ‘normalità’ non è una parola spregevole ma, al contrario, l’ingresso in un’epoca nuova e piena di possibilità, in cui il popolo ebraico potrà [...] associarsi alla formazione dell’umanità come un membro di pari diritti nella comunità internazionale. Si dimostrerà il modo migliore per essere altri e diversi, unici e particolari (come lo è ogni popolo) senza preoccuparci continuamente di perdere l’identità.”8 Ansia di normalità e bisogno di chiarire sempre meglio a se stessi la propria identità. Su questo duplice terreno, ritengo che da parte degli ebrei (tanto nella diaspora 9 quanto in Israele) vi sia modo oggi di incontrarsi e di avviare un dialogo proficuo con i cittadini della vecchia Europa: anch’essi alla ricerca di una nuova normalità e alle prese con una diffusa crisi d’identità. Comune agli uni e agli altri è il bisogno di prendere le distanze da una storia densa di sciagure e di liberarsi delle scorie del passato: per puntare non già al riconoscimento o al recupero di improbabili innocenze, bensì a forme responsabili e finalmente decenti di coesistenza, all’interno di un mondo sempre più simile a un multicentrico villaggio planetario. Delle scorie del passato, tuttavia, non ci si libera illudendosi di ‘superarle’, giacché il passato, proprio perché è passato, non è purtroppo superabile. Il modo forse più giudizioso per fare davvero i conti con il passato è quello di accostarsi a esso con studio e con pazienza, e tentare di capire. Sono convinto che la Shoah rappresenti un fenomeno troppo complesso perché sia possibile racchiuderlo in un giudizio sintetico. Il genocidio ebraico non è certo l’unico inferno cui il secolo scorso abbia dato luogo (anche se non mi sembra casuale il fatto che il termine Si chiamano aschenaziti gli ebrei originari della Germania (‘Ashkenàz’ in ebraico), diffusi nell’Europa orientale già nel corso del Medioevo, con una loro specifica lingua, lo yiddish. Da queste regioni, cospicui gruppi di aschenaziti si trasferirono nel corso degli ultimi due secoli in Occidente e in Israele. A séguito della Shoah, il tradizionale grande centro est-europeo dell’ebraismo aschenazita è virtualmente scomparso. 7
‘genocidio’ sia stato coniato dal giurista americano Raphael Lemkin nel 1943). Pur senza risalire nel tempo sino all’eccidio degli armeni (1894-1918), rammento che nei Lager nazisti furono sterminati anche gli zingari, i testimoni di Geova, i malati mentali, gli omosessuali. E poi ci furono gli inferni comunisti dei Gulag, ci furono i genocidi nell’Ucraina collettivizzata, ci furono le stragi perpetrate in Cambogia dai khmer rossi di Pol Pot. E poi, in tempi più vicini a noi, l’Europa è stata il teatro delle ignobili ‘pulizie etniche’ inscenate dai popoli balcanici, condannate retoricamente da tutti e ben presto dimenticate dai più. Ancora una volta, ‘pulizie etniche’ quali semplici incidenti di percorso. Ancora una volta, come già negli anni della Shoah, eventi catastrofici lasciati accadere in un clima di diffusa apatia e insensibilità. Detto ciò, a mio parere il genocidio ebraico, compiutosi nel cuore stesso di quella cultura europea che era stata la culla della modernità, è e continuerà a essere la matrice fondamentale per la comprensione del nostro tempo storico. Evento rivelatore del contrasto tra il potere spaventoso degli uomini e la loro inettitudine a crescere sul terreno della civiltà, si porrà per sempre quale paradigma e testimonianza della millenaria follia del mondo. Come ha scritto Gershom G. Scholem (1897-1982), “per quanto sublime possa essere l’arte di dimenticare, noi non possiamo praticarla”. Queste parole sono un monito a non lasciare che le memorie dello sterminio si inabissino nel rimosso della storia. Ne accolgo la necessità, insieme con l’auspicio e la convinzione che “solo conservando la memoria di un passato che per altro non potrà mai essere compreso veramente fino in fondo, potremo coltivare la speranza [...] di una riconciliazione tra coloro che sono stati separati”. 10
La dialettica dei bicipiti: botte e lacrime a Vienna e a Berlino Vienna, febbraio 1921. L’impero austro-ungarico ha cessato di esistere da meno di tre anni. In un teatro viene messo in scena Girotondo, e fulmineamente si scatena una gazzarra sessuofobica, sùbito strumentalizzata sul terreno politico. Girotondo è una pièce che quel ‘sudicione ebreo’ di Arthur Schnitzler (1862-1931) ha scritto circa venticinque anni prima, e che nel frattempo gli ha procurato una serie di processi in tribunale e noie senza fine con la censura. Gli scritti teatrali di Schnitzler – probabilmente le espressioni drammaturgiche più significative nella Vienna a cavallo dei due secoli – brillano soprattutto per la penetrante capacità di rappresentare la decadenza della borghesia viennese: donne e uomini tesi con disperata vuotaggine a soddisfare i propri desideri immediati, come nelle operette di Strauss e di Lehar; un mondo esteriormente scintillante, ma minato alla radice da un egoismo diffuso e da un’insuperabile difficoltà nel comunicare. In Girotondo Schnitzler illustra con ironia graffiante proprio tale tematica. Mette infatti in
scena un intreccio fittissimo di rapporti sessuali interdipendenti fra dieci personaggi che incarnano l’intero spettro della società viennese della Belle Époque (il conte, la prostituta, il soldato, la cameriera e così via), che danno vita a un carosello erotico sfrenato, nel quale si rivelano capaci di un unico genere di comunicazione interpersonale, quella sessuale. Un sesso senza amore, ridotto a semplice rituale meccanico.1 Questo approccio non vittoriano al tema dei costumi sessuali viene percepito come scandaloso negli ambienti clericali e nazional-conservatori austriaci, i cui organi di stampa si affrettano a incitare gli ‘apaches del cardinale’ viennese Piffl a mettere fine a quell’oscenità. “Il senso morale del nostro popolo cristiano, radicato nella propria terra, viene di continuo ferito nel più grave dei modi dalla rappresentazione di una sordida commedia uscita dalla penna di un autore ebreo”, tuona monsignor Ignaz Seipel, leader dei cristiano-sociali (il maggiore partito borghese austriaco) e futuro cancelliere dell’Austria. Ancora più esplicitamente gli fa eco la Reichspost, organo ufficioso del suo partito, con un bel sillogismo: Schnitzler è ebreo, Dernau (il regista) è ebreo, Neumann (il borgomastro socialdemocratico di Vienna) è ebreo. “La socialdemocrazia si è di nuovo presentata come usbergo del giudaismo. Anche il pubblico è composto quasi esclusivamente di profittatori e pescecani ebrei. La socialdemocrazia, in ossequio alla sua missione, si è di nuovo posta dietro quel giudaismo che vuole annientare sul piano morale ed economico il nostro popolo. Lo si dovrà tenere bene a mente!” La sera del 10 febbraio, durante la rappresentazione scoppia il tumulto, con fischi e urla: “Porci, fuori marmaglia di profittatori, canaglie ebree!” Vòlano fialette puzzolenti e gusci d’uovo pieni di catrame; dalle porte spalancate per l’acre tanfo irrompono varie centinaia di energumeni inferociti che fracassano finestre e specchi, scaraventano dal loggione suppellettili e poltrone sul palcoscenico e sugli spettatori, già presi a bastonate, a ceffoni e insulti, trascinano le donne per i capelli, fanno assaggiare tirapugni e manganelli ai loro accompagnatori che tentano di difenderle. La polizia interviene molto tardi arrestando sette dimostranti e sospendendo le rappresentazioni ‘per ragioni di pubblica sicurezza’. In Parlamento socialdemocratici e cristiano-sociali si affrontano con virulenza e senza costrutto. Ma là dove fallisce la dialettica parlamentare prevale la dialettica dei bicipiti in un autentico ‘pogrom teatrale’:2 una prima pallida prova generale delle imminenti (ma non ancora prevedibili) aggressioni dei nazisti. L’anno successivo, 1922, nelle librerie di Vienna è in vendita un’opera narrativa, arguta e breve ma carica di premonizione. Si intitola La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani. L’autore è Hugo Bettauer (1872-1925), uno scrittore di origine ebraica che negli ambienti intellettuali viennesi gode di larga notorietà per le sue spregiudicate provocazioni. Redatto in uno stile disinvolto e brillante, questo piccolo capolavoro viene tradotto in più lingue e va incontro a un successo fulmineo: oltre 250 mila copie vendute nel giro d’un paio d’anni.3 La vicenda narrativa è presto riassunta: il Parlamento au-
striaco approva all’unanimità una legge che sancisce il bando degli ebrei dall’Austria. Vienna immiserisce subito; le banche, le industrie, i negozi, i leggendari teatri e i caffè più celebri chiudono i battenti; le vivaci ragazze viennesi rimpiangono i loro corteggiatori ebrei, audaci e generosi; la moda propone squallidi Loden e scarponi chiodati; la letteratura, la musica e il teatro approdano allo strapaese montanaro. Insomma, l’esodo degli ebrei viene sperimentato come la rovina di Vienna. E così, questo scintillante divertissement letterario termina descrivendo il richiamo a furor di popolo degli espulsi, che rientrano in città in una cornice di gioiosa tolleranza. La Storia, come sappiamo, sarà molto meno clemente. Ma al di là d’ogni loro più o meno vago presagio, né Bettauer, ucciso nel 1925 da un militante nazista rimasto praticamente impunito, né Schnitzler, che morirà sei anni più tardi, sono in grado di immaginare il destino che il regime pantedesco instaurato da un loro giovane compatriota di provincia – Adolf Hitler – riserverà agli ebrei d’Europa tra la fine degli anni Trenta e il 1945.4 È vero che la neonata Repubblica Austriaca è un Paese di déracinés sull’orlo della carestia e dell’universale declassamento, scosso da aspre lotte sociali, in preda a un’inflazione disastrosa, mutilato nella sua geografia e nei corpi dei reduci; ed è anche vero che in questo Paese basta la rappresentazione di un testo teatrale ‘pornografico’, scritto un quarto di secolo prima da un autore “debosciato, asiatico, degenerato”, per dare ai peggiori filistei l’occasione di indignarsi moralmente, offrendo loro pretesti per una strumentalizzazione politica e per la comoda individuazione di un capro espiatorio. Ma per il momento, l’immagine degli ebrei inginocchiati per terra a Vienna – come saranno nel marzo 1938 – a cancellare con la spazzola gli slogan contro l’annessione al Terzo Reich, è ancora lontanissima. Nei Paesi di lingua tedesca, l’itinerario che dalla meschinità filistea conduce al nazismo è per ora soltanto agli inizi. Non sarebbe corretto giudicare la condizione degli ebrei austriaci e tedeschi, negli anni a cavallo della prima guerra mondiale, solo sulla base dell’antisemitismo völkisch (etnico) di cui grondano molti dei libri e opuscoli che le tipografie vanno allora sfornando; così come sarebbe sbagliato affermare che la vita dell’ebreo medio sia condizionata in quei Paesi da sofferenze e discriminazioni continue. Di solito l’antisemitismo non si configura come una minaccia attiva, ma come un tormento superficiale, anche se tedioso e irritante. “Si consideri ad esempio il caso di Gustav Mahler [1860-1911]”, ricorda in un’intervista Ernst H. Gombrich, “particolarmente il fatto che Mahler abbia dovuto battezzarsi per poter assumere la direzione dell’Opera di Vienna. [. . .] Pressioni perché gli ebrei si convertissero erano pressoché all’ordine del giorno in Austria. Mio padre mi raccontò un giorno che, a una persona desiderosa di ottenere una posizione più elevata nell’amministrazione statale, il responsabile del personale rispose – e la risposta è meno rozza e diretta di come potrebbe essere oggi: ‘certo, lei ha ottime referenze e tutti i titoli per ambire al nuovo incarico, Le manca però un documento’. Si riferiva al certificato di battesimo. Si poteva comunque scegliere se battezzarsi o meno: non tutti peraltro
si battezzavano. Alcuni erano così ricchi da potersi permettere di non battezzarsi.”5 Tra ebrei e austriaci (e tedeschi), la cooperazione e la comprensione non sono l’eccezione bensì la regola: non soltanto nel mondo degli affari, delle banche, dell’editoria e delle arti, ma anche, cosa più importante, nei rapporti interpersonali. Tedeschi ed ebrei si sposano tra loro e fanno figli assieme; le statistiche germaniche mostrano che, negli anni che precedono la prima guerra mondiale, un terzo dei matrimoni celebrati da ebrei sono in realtà matrimoni misti. Tedeschi ed ebrei frequentano le stesse scuole, lavorano nelle stesse aziende, scrivono per gli stessi giornali, si arruolano volontari nello stesso esercito, subiscono mutilazioni e vengono uccisi fianco a fianco negli stessi fatti d’armi. A Berlino – dove prima della Grande guerra gli ebrei sono in proporzione meno della metà che a Vienna – “lo splendore dell’impero del Kaiser, la sua ricchezza interiore ed esteriore, erano dovuti in larga misura alla parte ebraica della popolazione”. Così scriverà nell’autobiografia Doppelleben (“Doppia vita”, 1950) un nazista ‘pentito’, il poeta tedesco Gottfried Benn (1886-1956). Quanto agli anni del dopoguerra, Benn rileva che “la valanga travolgente di stimoli, di improvvisazione artistica, scientifica e commerciale che tra il 1918 e il 1933 elevarono Berlino all’altezza di Parigi, provenivano in gran parte da questa minoranza, dai suoi legami internazionali, dalla sua sensibilità irrequieta, e, soprattutto, dal suo infallibile istinto per la qualità”.6 Quello che le notazioni di Benn registrano è un rapidissimo ma problematico processo di sviluppo socio-culturale che, iniziato con l’emancipazione ottocentesca, ha condotto in pochi decenni gli ebrei tedeschi e austriaci – usciti finalmente dal lungo isolamento fisico e mentale dei ghetti – ad aprirsi un varco verso “orizzonti imprevedibili” (come scriverà in Idee e opinioni, 1957, Albert Einstein). Si tratta di un processo che coincide temporalmente con l’apogeo che la cultura di lingua tedesca (soprattutto durante la Repubblica di Weimar)7 tocca in tutti i campi: dalla musica alla letteratura, dalle arti figurative alla ricerca scientifica e tecnologica. Si badi, però, che entro questo contesto di primato culturale tedesco, l’apporto degli ebrei, pur essendo straordinariamente significativo, non è di certo prevalente (basti qui ricordare due figure-guida di non ebrei: Thomas Mann e Max Planck). Ciò nondimeno, l’attiva presenza di ebrei a tutti i livelli della vita culturale e pubblica suscita le gelosie di molti ‘veri’ tedeschi. Se ne rende conto con lucidità, sin dal 1911, il critico Moritz Goldstein, che scrivendo sul settimanale Kunstwart ammonisce: “Quando i cristiani permisero ai paria della loro società di ritagliarsi la propria parte all’interno della cultura europea, non avevano previsto, né voluto, un fenomeno di questo genere. Allora cominciarono a ostacolarlo, ripresero a chiamarci stranieri e a considerare pericolosa la nostra presenza nel tempio della loro civiltà”. E stigmatizzando “quegli ebrei che sono completamente ignari, che continuano a prendere parte alle attività culturali come se niente fosse, che fingono e si convincono di non essere identificati”, conclude: “Noi ebrei stiamo amministrando le proprietà spirituali di una
nazione che ci nega il diritto e le capacità di farlo.” 8 A ciò si aggiunga che nella mente del pubblico medioborghese – appartenga esso alla destra estrema o a quella moderata – , tutto quanto appare ‘audace’, ‘moderno’ o ‘scandaloso’ nei campi delle arti figurative, della musica e della letteratura viene identificato con gli ebrei. Tant’è che, quando subito dopo la morte di Frank Wedekind (1864-1918), che non era un ebreo, va in scena a Monaco (dicembre 1919) il suo Schloss Wetterstein, un dramma ‘sessualmente esplicito’, la destra politica non esita a definirlo ‘spazzatura ebraica’. Anche se è corretto ritenere che scrittori e artisti ebrei non esprimano un modernismo più estremo dei loro colleghi non ebrei, rimane tuttavia innegabile che il modernismo fiorisce in un contesto culturale nel quale gli ebrei esercitano una funzione di notevole rilievo. Per tutti coloro che, nella Germania degli anni Venti, vedono nel modernismo culturale l’insolente rifiuto dei valori e delle norme di fondo della tradizione, gli ebrei sono i latori di una minaccia gravissima. Ancor più minacciosa del modernismo culturale, però, appare la cultura di sinistra in tutti i suoi aspetti. Come rileva Istvan Deak, autore di un’importante indagine circa gli intellettuali di sinistra nella Germania di Weimar 9, “se il contributo culturale degli ebrei fu fortemente sproporzionato rispetto alla loro forza numerica, la loro partecipazione alle attività intellettuali di sinistra lo fu ancora di più. A parte la letteratura comunista ortodossa, rappresentata in maggioranza da non ebrei, gli ebrei erano responsabili della gran parte della letteratura di sinistra prodotta in Germania. [Il periodico] ‘Die Weltbühne’ non era, sotto tale aspetto, un caso isolato; gli ebrei pubblicavano, controllavano e in gran parte scrivevano le altre riviste intellettuali di sinistra. Essi svolgevano inoltre un ruolo decisivo nei movimenti pacifista e femminista e nelle campagne di liberazione sessuale”. Nell’immediato dopoguerra, tuttavia, la vera insuperabile difficoltà con cui gli ebrei tedeschi devono fare i conti è la stessa Repubblica di Weimar. È vero che sotto quel regime – chiave di volta del sistema politico istituito in Europa (Versailles, giugno 1919) dai vincitori del primo conflitto mondiale – la Germania, superate le prove della tempesta inflazionistica e del crollo del marco (1922), realizza una spettacolare ripresa economica: meno di dieci anni dopo la fine della guerra, il Paese è di nuovo la più forte potenza economica del continente, in testa sia all’Inghilterra che alla Francia. Ma politicamente è un colosso con i piedi d’argilla, incapace di darsi un governo vigoroso e stabile. La sua struttura istituzionale, priva di radici storiche, manca del consenso delle masse. L’inflazione del 1922-23 aggrava la situazione sociale, portando alla rovina le classi medie. L’industria tedesca è in grande espansione, i suoi prodotti ricompaiono sui mercati mondiali, i salari crescono, ma i ceti medi – gli agricoltori e i professionisti – non partecipano a questa prosperità e imputano alla Repubblica il loro progressivo impoverimento. E soprattutto, nell’immaginario di molti tedeschi il regime di Weimar, nato dalla disfatta, rimane indissolubilmente vincolato alla disfatta, e in particolare agli ebrei, odiosi “autori di tale scelleratezza” (come asserisce Hitler in Mein Kampf, 1924). Weimar, dunque, come Judenrepublik. È innegabile che alcune grosse case editrici e influenti organi
di stampa d’orientamento liberal (come il Berliner Tageblatt, la Vossische Zeitung e la Frankfurter Zeitung) sono diretti da ebrei. Così come ebrei sono numerosi giornalisti, critici teatrali, musicali, artistici e letterari, nonché i responsabili di importanti gallerie d’arte e di altri centri culturali. Ma sia chiaro: nella vita politica di Weimar, se si escludono i primissimi tempi, gli ebrei svolgono una parte piuttosto irrilevante. I primi e ultimi politici ebrei di qualche peso della neonata Repubblica sono Walther Rathenau (18671922; ministro della Ricostruzione nel 1921 e degli Esteri nel 1922, anno in cui viene assassinato da estremisti di destra) e Rudolf Hilferding (1877-1941; ministro socialdemocratico delle Finanze nel 1923 e nel 1928-29, morto suicida in Francia durante la seconda guerra mondiale, allorché la polizia del regime di Vichy 10 lo consegnerà ai carnefici di Hitler). È vero che il Partito comunista tedesco viene costituito grazie al contributo decisivo di ebrei; ma con l’avvento a Mosca dello stalinismo essi sono presto rimossi dai vertici dell’organizzazione, proprio come nell’Urss. E nelle elezioni del 1932, quando il partito presenta cinquecento candidati riuscendo a farne eleggere un centinaio, neppure uno di questi è ebreo. Secondo un’indicazione di Klaus Voigt11, durante la Repubblica di Weimar gli ebrei votano in prevalenza per i partiti liberali. Nella fase finale della Repubblica, quando ormai la dimensioni di questi partiti sono ridotte ai minimi termini, gli ebrei vanno spostando i loro suffragi verso il partito socialdemocratico e a volte persino verso il partito cattolico di centro. Simili orientamenti elettorali non sono legati tanto al fatto che gli ebrei si riconoscano nei programmi politici di questi due partiti, quanto al fatto che, negli auspici dell’elettorato ebraico, tali partiti dovrebbero essere in grado di difendere la Repubblica contro il nazionalsocialismo. Correnti nazionaliste e autoritarie non trovano molto séguito fra gli ebrei; le adesioni rimangono essenzialmente limitate alla Lega dei soldati ebrei combattenti al fronte (Reichsbund Jüdischer Frontsoldaten) e all’Associazione degli ebrei tedeschi nazionalisti (Verband Nationaldeutscher Juden), che sono l’espressione di orientamenti ultra-assimilatori e tentano persino, senza successo, di allacciare contatti con i nazionalsocialisti. Nel rapporto assai complesso tra il mondo germanico e i suoi ebrei, la svolta decisiva si registra alla fine degli anni Venti in occasione della grande depressione (1929-32), che colpisce la Germania più duramente di molti altri Paesi, forse più degli stessi Stati Uniti. Protagonista di questa virata, foriera di un’atroce catastrofe, è Adolf Hitler.
Hitler va al potere (Berlino 1933) con un programma pantedesco e antisemita
“Provvidenziale e fortunata mi appare oggi la circostanza che il destino mi abbia assegnato come luogo di nascita 20 aprile 1889 precisamente Braunau sull’Inn”, scrive Hitler in Mein Kampf ricordando la propria località natale. E prosegue: “Giace infatti questa cittadina sulla frontiera dei due Stati tedeschi la cui riunione sembra, se non altro a noi giovani, un còmpito fondamentale che va realizzato a tutti i costi [...]. Questa minuscola città di frontiera mi sembra il simbolo di una grande missione”. Figlio di un piccolo funzionario delle dogane asburgiche, Hitler va a vivere giovanissimo a Vienna per tentare l’avventura sognata: diventare pittore. Cerca nel 1907 d’entrare all’Accademia di Belle arti, ma all’esame d’ammissione viene respinto per due volte. Disoccupato, trascorre le giornate nelle biblioteche pubbliche a leggere libri d’ogni genere, scelti a caso, quasi con furore, com’è tipico degli autodidatti. È affascinato dal mondo della magìa, dell’occulto, del paranormale, dell’iniziatico; e seppure confuso nelle motivazioni e proclive al fanatismo, manifesta precocemente un vivo interesse per la politica. Dotato di una memoria ferrea, ordinata, catalogatrice, divora la stampa socialdemocratica, gli opuscoli antisemiti e pubblicazioni di storia ed economia. A quest’epoca il suo ideale è rappresentato dal pangermanesimo fumoso di Georg Ritter von Schönerer (1842-1921), un ideologo austriaco che – ossessionato dal timore di un accerchiamento delle popolazioni tedesche da parte degli slavi, considerati culturalmente inferiori e barbari – fonda la sua dottrina sul nazionalismo, sull’antisemitismo, sull’antisocialismo, sull’Anschluss (unione dell’Austria alla Germania), sull’opposizione agli Asburgo e al Vaticano.1 Esposto a simili influenze e animato da sentimenti di avversione per il mondo, tipici di un individuo socialmente isolato, Hitler non tarda a precisare alcuni degli orientamenti che caratterizzeranno la sua visione politica negli anni della maturità: supremazia della razza tedesca, pangermanesimo, condanna senza appello della democrazia e, sopra ogni cosa, avversione per gli ebrei. In questi, Hitler ravvisa il principio stesso del male e della distruzione, l’“elemento spurio”
che cerca di assicurarsi l’egemonia mondiale attraverso la corruzione sistematica, il delitto intenzionale contro la razza germanica e l’intossicazione metodica della vita pubblica. “Quella fu per me l’epoca di maggiore elevazione spirituale che abbia mai vissuto”, annoterà. “Cessai di essere un incerto cosmopolita e divenni un antisemita”. Nel 1913 si trasferisce a Monaco di Baviera poiché gli Asburgo, secondo lui, impediscono lo sviluppo dei ‘veri’ tedeschi e favoriscono le altre nazionalità.2 In Mein Kampf egli ricorda l’entusiasmo con cui ha accolto nell’agosto 1914 lo scoppio della Grande guerra, offrendosi volontario per combattere sotto le bandiere di re Luigi III di Baviera. Profondissima sarà quattro anni più tardi, nel novembre 1918, la collera che lo animerà al momento della capitolazione. La sconfitta gli appare come il prodotto di un tradimento delle retrovie. Si tratta di un’esperienza traumatica, che in tutto il corso della sua carriera continuerà a evocare con un’intensa carica emotiva. È significativo che nel passo di Mein Kampf in cui riferisce la sua reazione agli eventi del novembre 1918, egli utilizzi la parola “odio”. Fu allora che “crebbe in me l’odio per i responsabili dell’avvenimento!” Il passo è seguito da questa conclusione: “Con l’ebreo non si può scendere a patti, ma solo decidere: o tutto o niente! Quanto a me, decisi di entrare in politica”. Così, l’anno seguente aderisce alla Deutsche Arbeiterpartei (Partito dei lavoratori tedeschi), fondato nel gennaio 1919 dal giornalista sportivo Karl Harrer (1890-1926) e dal fabbro ferraio Anton Drexler (1884-1942): una delle tante formazioni partitiche che pullulano nella Baviera conservatrice, nazionalista e separatista del primo dopoguerra. Deciso a impadronirsi di questo partitello, il futuro Führer non tarda a farne lo strumento per la conquista del potere: un fine che egli persegue con un accanimento non temperato da alcuno scrupolo, da alcun impegno sociale. All’inizio del 1920, le tessere distribuite dalla Deutsche Arbeiterpartei sono circa cento. Fra i nuovi iscritti figurano il generale Erich Ludendorff (1864-1937), già capo di Stato maggiore e ‘cervello’ del feldmaresciallo von Hindenburg (1847-1934) nella battaglia dei laghi Masuri (1914); Hermann Göring (1893-1946), l’ex asso dell’aviazione militare tedesca; i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasser; l’architetto Alfred Rosenberg (1893-1946), un tedesco del Baltico; l’ex universitario Rudolf Hess (1894-1987); il fanatico antisemita Julius Streicher (1885-1946). Nel dicembre 1921, grazie a un prestito accordatogli dalla russa Gertrude von Seidlitz, Hitler può acquistare il bisettimanale Völkischer Beobachter (“Osservatore popolare”) e dargli la veste di un quotidiano antisemita. Poi cambia nome al partito e lo trasforma in ‘Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi’ con la sigla ‘Nsdap’; raduna attorno a sé ex ufficiali, soldati disoccupati e piccoli borghesi inaspriti dagli stenti del dopoguerra per creare, con la connivenza di importanti settori della Reichswehr (l’esercito regolare), un reparto paramilitare, le SA3, destinate a proteggere i suoi comizi e a sciogliere con la forza quelli dei suoi oppositori, e disegna personalmente l’emblema del partito ponendo una svastica – l’antica croce runica o ruota del Sole, un tempo usata in tutta l’Asia – in mezzo a un disco bianco su una bandiera a sfondo rosso. Oratore
prolisso e infaticabile, dalla voce dura e aspra ma capace di trascinare l’uditorio, Hitler si rivela abilissimo nel cogliere e far confluire a proprio vantaggio le più svariate fonti di potere e nel conseguire un risultato superiore alla somma delle parti. In tal modo gli riesce l’operazione d’unire un gruppuscolo di pseudo-socialisti a un manipolo di violenti ex militari, d’imporre al tutto una piattaforma antisemita e trasformarlo in un partito di massa, dotato di uno straordinario dinamismo politico. Nel quinto anniversario della proclamazione della Repubblica tedesca (novembre 1923), forte degli appoggi dei circoli conservatori preoccupati della spinta a sinistra delle masse lavoratrici, Hitler dà inizio in una birreria di Monaco a un colpo di Stato teso ad abbattere il governo di Weimar. Monaco è la città che nel 1918-19 ha visto represso nel sangue un tentativo di instaurare un regime modellato su quello dei soviet in Russia, e nella quale un governo regionale socialdemocratico è stato fatto cadere nel 1920, sostituito dalla compagine di destra capeggiata da Gustav von Kahr. In séguito a ciò, la capitale bavarese diventa il polo d’attrazione di tutti coloro che, nella Germania umiliata dalla sconfitta, rifiutano la democrazia di Weimar cui attribuiscono la responsabilità di tutti i cedimenti. Molti di questi uomini, guardando nel 1923 alla vicina Italia – dove l’anno precedente ha trionfato il fascismo –, sognano di servirsi del governo bavarese di von Kahr per dare scacco matto al regime della giovane repubblica. Il Putsch della birreria, l’ultimo di una serie di conati sovversivi dello stesso tipo, fallisce; ma proprio grazie al clamoroso processo e alla condanna di Hitler al carcere, che ne segue, il nome della Nsdap e quello del suo oscuro capo travalicano per la prima volta i confini della Baviera, e grazie ai fratelli Strasser e a un abile propagandista, l’ex studente di teologia Joseph Goebbels (1897-1945), conquistano un’immagine nella potente Prussia, cioè in quello che nella Germania guglielmina aveva funzionato da Stato-guida. L’indulgenza dei giudici consente a Hitler di scontare appena un quinto della pena comminatagli. Ottenuta la libertà condizionata alla vigilia del Natale 1924, egli riceve nuovo danaro da coloro che, poi, lo finanzieranno sempre (i Krupp, i von Thyssen e gli altri esponenti di spicco del mondo degli affari e della grande industria tedesca). Intimamente convinto di dover compiere ‘una missione’, pronto a condurre tutta la Germania sulla via della dittatura, Hitler ricostituisce le strutture del partito creando speciali organizzazioni per i giovani, le donne, gli studenti, gli intellettuali. E poiché le SA si dimostrano turbolente, attraversate da ideologie socialistoidi e fondamentalmente infide, dà vita nel novembre 1925 a una milizia personale, le SS,4 che indossano l’uniforme nera come i fascisti di Mussolini e che, comandate a partire dal 1929 dall’ex allevatore di polli Heinrich Himmler (1900-1945), costituiscono la sua guardia del corpo. All’interno del partito, e più tardi del regime nazista, l’azione di Hitler si caratterizza per la sua costante volontà di essere il Führer, cioè il capo unico, di esercitare un’autorità piena e indivisa, di giocare sulle rivalità fra i dirigenti, di imporsi quale arbi-
tro di ogni situazione. La sua filosofia politica – che esalta l’individuo, il capo indicato dal destino – è il riflesso di questa volontà tesa all’affermazione di sé. In tale prospettiva, le idee e i programmi hanno un valore relativo: sono soltanto mezzi che si possono abbandonare secondo le circostanze. Hitler è, insieme, un dottrinario e un opportunista. La dottrina comporta alcuni elementi costanti: bisogna conquistare il potere, assicurare la vittoria della Germania, dimostrare la superiorità della razza ‘ariana’. Ma più che momenti di una teoria, questi elementi sono obiettivi politici e militari che lasciano la più ampia libertà di manovra. “Ogni idea”, scrive Hitler nel Mein Kampf, “anche la migliore, diventa un pericolo se diventa essa stessa un fine”. La Nsdap conta nel 1926 49 mila iscritti, però nel 1928 le tessere distribuite sono già più del doppio (110 mila). Alle elezioni del maggio di quell’anno i nazisti raccolgono 810 mila suffragi e ottengono 12 seggi al Reichstag.5 Sono pochi, ma di lì a cinque anni Hitler sarà Cancelliere. Nella sua ascesa al potere, il fattore che lo aiuta in modo decisivo è senza dubbio la crisi economica del 1929, una recessione rovinosa che nel giro di tre anni riduce a metà la produzione industriale tedesca, costringendo alla chiusura migliaia di imprese e gettando sul lastrico milioni di lavoratori. In quel triennio – attraverso un processo che ancora oggi, a oltre settant’anni di distanza, riesce difficile spiegare – un popolo ricco di cultura e di tradizioni civili, e con una relativa esperienza di democrazia, accetta di sottomettersi a un regime totalitario e criminale. È vero che, a partire dal ‘mercoledì nero’ di Wall Street, il grosso della borghesia capitalistica germanica si schiera senza remore con l’estrema destra favorendo l’ascesa di Hitler e mettendo in atto, entro una situazione che pare disperata, un rischiosissimo giuoco d’azzardo. Ma sul terreno dei numeri, è incontestabile che Hitler e il suo partito trovino il loro sostegno più ampio in una sorta di ‘terra di nessuno’ sociale, rappresentata in particolare dalla piccola borghesia impoverita, ma più in generale dalle masse dei malcontenti, degli affamati, dei disoccupati, nelle città e nelle campagne: masse cui gli altri partiti politici e le gerarchie delle Chiese cristiane non sembrano allora capaci di proporre né vie d’uscita percorribili né programmi di riscatto credibili. A rendere più facile la vittoria di Hitler – dovuta comunque all’incosciente aberrazione dei responsabili delle forze armate e delle supreme istanze dello Stato, che al momento giusto gli apriranno le porte –, contribuiscono in modo notevolissimo le ambivalenze nella valutazione del movimento nazista da parte dell’episcopato cattolico e del clero luterano, ma soprattutto le gravi insufficienze degli altri partiti. Invece di unirsi per fare fronte al pericolo comune, essi coltivano con miopia le reciproche inimicizie: i tedesco-popolari contro i socialdemocratici, i socialdemocratici contro i comunisti, i comunisti contro i socialdemocratici, il Zentrum cattolico contro i marxisti in generale, che siano comunisti o socialdemocratici. A partire dai primi mesi del 1929, quando la crisi economica investe la Germania, gli agricoltori, che costituiscono ancora quasi il
30 per cento della popolazione attiva, danno chiari segni di un profondo malcontento. Schiacciati dal peso di debiti che, in un periodo di prezzi bassi, appaiono insopportabili, essi rappresentano una base sociale già predisposta ad accogliere con favore la propaganda degli avversari politici della Repubblica di Weimar. Ciò spiega come mai il movimento di Hitler consegua i suoi primi importanti successi proprio nelle regioni prevalentemente rurali, attraverso la rapida sottomissione delle associazioni agrarie all’organizzazione nazionalsocialista. Lo strumento di integrazione è qui soprattutto l’ ‘apparato di politica agraria’ della Nsdap, sotto la direzione di Richard Walther Darré (1895-1953), ideologo della razza e della classe contadina. Questa deve divenire il “motore vitale” del dominio nazista e la “fonte biologica di rinnovamento del sangue del corpo sociale”, e infine è destinata a colonizzare lo “spazio orientale” da strapparsi agli slavi, come Darré propone a Hitler già nel 1930.6 Alle elezioni parlamentari del 14 settembre 1930 il partito nazista realizza un risultato strabiliante, passando a 6 milioni e 490 mila voti con 107 seggi al Reichstag e divenendo il secondo partito del Reich, superato soltanto dalla socialdemocrazia. Dopo questo successo Hitler, ottenuta con un giochetto formale la cittadinanza tedesca, si pone in gara (siamo nella primavera del 1932) come candidato alla presidenza della Repubblica tenuta da Hindenburg. Alle folle che va arringando da un capo all’altro della Germania, e che lo acclamano, l’agitatore ex austriaco ripete instancabile i punti fondamentali del suo programma: un futuro potere gestito dai nazisti non pagherà le riparazioni di guerra, straccerà il trattato di Versailles, ripristinerà i vecchi confini del Secondo Reich, darà lavoro agli operai, fisserà prezzi alti per i prodotti dei contadini (“una solida stirpe di contadini piccoli e medi ha costituito in tutti i tempi la migliore difesa contro i mali sociali di cui ora soffriamo”, si legge nel Mein Kampf), creerà un esercito forte per soddisfare l’orgoglio dei militari, sconfiggerà i comunisti all’interno e si occuperà anche delle donne: “Nel nostro Reich”, promette parlando al Lustgarten di Berlino, “ogni ragazza tedesca troverà marito”. Pur non riuscendo a sconfiggere Hindenburg, Hitler vede aumentare di ben 5 milioni i consensi al proprio partito. Nelle elezioni politiche del luglio 1932 i nazisti ottengono addirittura 13 milioni e 700 mila voti, pari al 37,2 per cento del suffragio espresso e 230 dei 608 seggi del Reichstag: un risultato che fa della Nsdap il maggiore partito della Germania. Hermann Göring viene nominato presidente del Reichstag, ma il vecchio feldmaresciallo von Hindenburg rifiuta per ora fermamente di chiamare Hitler al cancellierato. La profonda confusione che pervade la scena politica tedesca esige una nuova prova elettorale. Si va a votare il 6 novembre, e la Nsdap registra un netto arretramento perdendo 2 milioni di elettori e attestandosi sulla percentuale del 33,1. Segue una situazione di stallo che Hindenburg risolve affidando a Hitler, il 30 gennaio 1933, la carica di Cancelliere, con il compito di formare un esecutivo di ‘coalizione nazionale’. Nella compagine governativa Hitler è fiancheggiato da una maggioranza di rappresentanti della destra conservatrice, che certo intendono tenergli la briglia
ben stretta. Ma si illudono. Quantunque il vice Cancelliere Franz von Papen – un ‘uomo di mondo’ cattolico e nazionalista, senza esperienza politica ma ben introdotto negli ambienti industriali e bancari – rassicuri gli amici dicendo: “Abbiamo legato l’Adolf al nostro carro”, comincia proprio allora la dittatura di Hitler: un potere che sa demagogicmente scaricare su comodi capri espiatori – gli stranieri e gli ebrei – l’animosità popolare per la recente depressione economica; un potere che, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di consolidarsi, non tarderà a rivelare la sua vocazione tirannica e sanguinaria, e riuscirà, nell’arco di soli dodici anni, a devastare la Germania e a sconvolgere il mondo.
L’escalation della persecuzione
“Pensate: non più di venti anni fa, e nel cuore di questa civile Europa, è stato sognato un sogno demenziale, quello di edificare un impero millenario su milioni di cadaveri e di schiavi. Il verbo è stato bandito per le piazze: pochissimi hanno rifiutato, e sono stati stroncati; tutti gli altri hanno acconsentito, parte con ribrezzo, parte con indifferenza, parte con entusiasmo. Non è stato solo un sogno: l’impero, un effimero impero, è stato edificato; i cadaveri e gli schiavi ci sono stati”.1 Così annota Primo Levi (1919-1987) in una testimonianza del febbraio 1961. La conquista del potere, in Germania, da parte di un regime dichiaratamente antisemita non presenta, come s’è visto, i caratteri dell’inevitabilità. Ma dopo avere consolidato la sua dittatura personale e di partito – e per fare ciò Hitler impiega esattamente diciotto mesi, durante i quali si sbarazza di tutti gli avversari, fuori e dentro il partito – il tiranno incomincia a dare forma al suo attacco sistematico contro gli ebrei. Dichiarata la Nsdap partito unico, sciolte tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali, abolita la libertà di parola e di stampa, cancellato l’ ‘habeas corpus’ dal diritto penale, Hitler inizia a gettare la sua rete sulla popolazione, per controllarla e inculcarle il nuovo vangelo della nazione e della razza superiore. Nel diffondere un clima d’esaltazione patriottico-nazionalista e razzistica, il dittatore può avvalersi anche dell’adesione di ampi settori del clero e del milieu cattolico. Nel luglio 1933, infatti, la Santa Sede e il Reich concludono il Concordato, che rappresenta il primo importante riconoscimento conseguito da Hitler sul terreno internazionale. Ma già qualche mese prima, in una di-
chiarazione del 2 aprile 1933, il movimento operaio cattolico offre la sua partecipazione alla creazione di “un ordinamento popolare conforme alla natura cristiana e tedesca” con forti accenti di condanna delle “forze distruttrici del materialismo, del liberalismo, del marxismo e del bolscevismo”. La morte di Hindenburg, nell’agosto 1934, offrirà a Hitler la possibilità di fregiarsi anche del titolo e dei poteri di presidente del Reich, consentendogli di mettersi legalmente alla testa delle forze armate. Come ogni regime assoluto, il potere nazista ha bisogno di un anti-potere, di un anti-Stato su cui scaricare le colpe di tutti i guai, presenti e passati, veri e presunti, di cui i tedeschi soffrono. Hitler è convinto che tutte le rivoluzioni, come la sua, abbiano bisogno di un punto focale di ostilità per dare espressione “ai sentimenti di odio delle masse”. Gli ebrei sono l’anti-Stato ideale. La scelta del dittatore cade su di loro non solo per convincimento personale, ma anche per un calcolo politico razionale. Verso gli ebrei, indifesi e sentiti come ‘altri’ da molti, è infatti possibile indirizzare l’aggressività del regime (e delle masse che esso controlla) incanalandola, contemporaneamente o alternativamente, su due piste distinte: quella della violenza spontanea, altamente emotiva e ‘non programmata’ del pogrom, e quella fredda, legale e disciplinata dallo Stato, governata dalla legge e dal potere poliziesco. Da un lato ci sono i bravacci del partito, e in particolare le camicie brune (SA), forti di più di mezzo milione di adepti ancor prima della fine del 1932, che seminano il terrore nelle strade lanciandosi sui passanti ebrei, picchiandoli selvaggiamente, rapinandoli spesso del loro denaro, e talvolta assassinandoli (45 ebrei vengono uccisi in questo modo nel corso del 1933 e centinaia di altri sono feriti in maniera più o meno grave). Dall’altro ci sono le SS, per amministrare la complicata struttura della violenza di Stato e gettare addosso agli ebrei, agli oppositori politici e a ogni altra sorta di ‘indesiderabili’ (zingari, omosessuali, malati di mente e altri infermi) il peso dell’oppressione poliziesca, chiudendo fin d’allora molti sventurati nei recinti dei campi di concentramento. Due mesi dopo l’ascesa di Hitler al cancellierato, già esiste Dachau (nell’alta Baviera), il Lager primogenito, a cui molti altri faranno séguito. Oltre a recuperare e a rilanciare i temi antigiudaici tradizionali di matrice cristiana, cioè l’ ‘insegnamento del disprezzo’ e le superstizioni demonologiche ereditate dal medioevo, la propaganda nazista contro gli ebrei fa proprie ed enfatizza le fantasiose teorie pseudobiologiche della ‘superiore razza ariana’. Ma ciò che contaddistingue i nazisti da altri gruppi politici che in Germania si colorano di antisemitismo, e che pure attribuiscono all’impegno antiebraico una certa importanza, è il fatto che soltanto i nazisti considerano l’antisemitismo una Weltanschauung, una concezione esauriente del mon-
do, facendone il centro e lo scopo del loro programma. 2 Hitler vi edifica sopra un’intera ‘filosofia della storia’, un’interpretazione dell’esistenza umana dalle origini in poi, che rivela una certa truce originalità.3 Secondo lui, la storia umana fa parte della natura e segue le stesse leggi del resto della natura. Lotta, sottomissione, distruzione sono realtà naturali immutabili. Ma mentre la natura, che non è immorale, richiede disuguaglianza, gerarchia, subordinazione dell’inferiore al superiore, la storia umana ha partorito una serie perniciosa di rivolte contro questo ordine naturale, ispirate a un egualitarismo politico che Hitler assimila a una malattia, alla disastrosa intossicazione provocata da un bacillo. La forza che sta dietro questa degenerazione letale è lo spirito ebraico, “che è stato presente fin dall’inizio”. Già nell’antico Egitto i figli di Israele inquinarono unaó società sana e “naturale”; lo fecero introducendo il capitalismo (Giuseppe fu il primo capitalista) e soprattutto spingendo le plebi alla sedizione, fino al momento in cui gruppi di egiziani animati da spirito nazionalista insorsero, e gonfi d’ira cacciarono dal Paese quei fomentatori di disordini. Se questo è – nel morboso immaginario del dittatore tedesco – il significato autentico dell’Esodo biblico, non è errato vedere in Mosè il primo bolscevico e il vero precursore di Lenin, che secondo Hitler sarebbe stato un ebreo (mentre non lo era per nulla). In epoca moderna gli ebrei, spasmodicamente protesi al dominio mondiale, hanno ripetuto la stessa manovra più e più volte, precisa Hitler, e i risultati sono stati la rivoluzione francese, il liberalismo, la democrazia e alla fine il bolscevismo. Insomma, è giusto individuare nel giudeo il nemico universale, il colpevole assoluto: se non ci fosse l’ebreo, afferma Hitler, “dovremmo inventarlo. Occorre un avversario visibile, non basta un nemico invisibile”. Nella sua ossessiva descrizione di una presunta strategia ebraica volta alla conquista del mondo, uno dei suoi modelli è certamente costituito dai famigerati Protocolli dei Savi Anziani di Sion: una storica contraffazione, un falso notorio ma molto duro a morire, che più d’ogni altro, nel XX secolo, ha fatto male agli ebrei a partire dalla sua redazione avvenuta intorno al 1897 a Parigi per mano di uno sconosciuto agente dell’Ochrana, la polizia segreta zarista. In nome di tutte queste allucinate fandonie, camuffate da verità scientifiche, nella Germania che ormai si è consegnata nelle loro mani i nazisti adottano contro gli ebrei gli stessi metodi collaudati nella Spagna del XIV e XV secolo: singoli atti di violenza vengono promossi e incoraggiati onde poi servirsene quali pretesti per introdurre misure legali antiebraiche. Sotto la spinta della demagogia oratoria e dei media controllati da Joseph Goebbels – il ministro della Propaganda che si fa carico di aizzare le masse –, gli attacchi contro gli ebrei da parte delle camicie brune e dei membri del partito, i boicottaggi e le azioni terroristiche contro le imprese ebraiche si sviluppano e raggiungono il loro acme nell’estate del 1935. Hitler fa sapere che disapprova queste ‘azioni individuali’, ma le lascia impunite. E
in tale contesto fa emanare il 15 settembre 1935, in occasione di un congresso nazionale della Nsdap, la ‘Legge per la tutela del sangue e dell’onore tedesco’ e le ‘Leggi di Norimberga’: un insieme di norme che sanciscono per la prima volta il concetto di ‘arianità’ e definiscono con minuzia maniacale chi si debba considerare ‘ebreo completo’ (Volljude), chi ‘ebreo-per-metà’, chi ‘ebreo-per-un-quarto’. 4 Esse privano gli ebrei dei diritti essenziali, li escludono da ogni settore della funzione pubblica e danno così inizio al processo della loro netta separazione dal resto della popolazione, mettendo efficacemente in pratica il programma nazista originario (del 1920). Vengono anche messi al bando i matrimoni e le relazioni sessuali tra ebrei e tedeschi. Si stabilisce così un’equazione rigida e meccanica: tedesco uguale ariano. Non hanno rilevanza il passato, la lingua, la cultura, la nascita, la guerra fatta in uniforme tedesca. Tutto ciò che non è ariano è contro la nuova legge tedesca, che peraltro ha un unico interprete, il Führer. Perciò i giudici, che a livello giurispruidenziale offrono a Hitler un solido supporto, possono decretare: ...la tesi secondo cui ogni singolo provvedimento contro gli ebrei possa emanare soltanto dal governo non è corretta. Se la si volesse accogliere, allora un’interpretazione della legge sfavorevole agli ebrei non potrebbe avere luogo e di conseguenza gli ebrei diventerebbero oggetto di particolare protezione. È evidente che ciò è privo di senso.
In un discorso importantissimo nel quale giustifica l’introduzione delle nuove normative, Hitler ammonisce che se quelle disposizioni volte a favorire “una soluzione laica separata” non dovessero reggere (ossìa, se i burocrati dell’amministrazione statale non procedessero con zelo sufficiente), allora sarebbe necessario promulgare una legge che “passasse il problema nelle mani del Partito nazionalsocialista per la soluzione finale”. A carico degli ebrei tedeschi segue, nei due o tre anni successivi, una pioggia di soperchierie legali, alcune crudeli, altre di carattere apertamente derisorio, atte a convalidare una delle tesi di fondo del nazismo: gli ebrei sono bensì una tenebrosa potenza universale, l’incarnazione di Satana, ma qui in Germania, nelle nostre mani, sono ridicoli e impotenti. Possono sedere solo sulle panchine pubbliche con su scritto “nur für Juden” (solo per ebrei); le vacche degli ebrei non sono ammesse alla monta presso il toro comunale, un regolamento del 17 agosto 1938 stabilisce che dal 1° gennaio 1939 gli ebrei possano assumere solo i nomi propri riportati in un apposito elenco predisposto dal ministero degli Interni del Reich: chi possiede un nome proprio non contenuto nella lista deve aggiungere a esso il nome ebraico di Sara (se è donna) o di Israel (se è uomo). Nell’aprile 1938 vengono censiti i beni patrimoniali degli ebrei, nel giugno le imprese commerciali di loro appartenenza; nel luglio e nel settembre, sull’onda di una politica che nel gergo nazista si chiama di ‘arianizzazione’, sono tolte agli ebrei le abilitazioni all’esercizio della professione medica e le autorizzazioni a svolgere l’attività di avvocato e di procuratore legale. Nell’autunno del 1938 gli ebrei vedono gravemente compromessa ogni possibilità di sopravvivere decorosamente nel mondo tedesco. Sui 500 mila ‘ebrei completi’ censiti nel Reich nel 1933, oltre 200
mila hanno lasciato ormai la Germania, ma l’annessione dell’Austria (marzo 1938) aggiunge al totale altrettanti ebrei austriaci, lasciando in tal modo irrisolta la ‘questione ebraica’. A quel punto Hitler affronta con decisione lo stadio successivo: la gestione della ‘questione’ a livello internazionale. Se il potere ebraico in Germania è ormai azzerato, il potere degli ebrei all’estero diviene uno dei temi centrali dei discorsi e delle cure del Führer. Nell’ottobre 1938, pochi giorni dopo che Gran Bretagna e Francia hanno firmato gli accordi di Monaco5 con cui accettano che parte della Cecoslovacchia sia annessa al Terzo Reich, la Gestapo6
arresta ed espelle brutalmente dalla Germania circa 17 mila ebrei di nazionalità polacca: una mossa propiziata dalla decisione del governo di Varsavia di bloccare il loro rientro in Polonia. Il figlio di uno dei profughi, Herschel Grynszpan, ha trovato rifugio da tempo a Parigi. Ha solo 17 anni, è un mistico e un esaltato: ritenendosi chiamato a fare vendetta, il 7 novembre uccide un diplomatico tedesco a Parigi. È il gesto che i nazisti attendono. È la conferma della tesi del ‘complotto internazionale giudaico’ ai danni della Germania. La risposta è immediata: “Ora il popolo agirà”, annota Goebbels nel suo Diario. La pubblicazione nel 1992 delle pagine dei Tagebücher di Goebbels relative alla ‘Notte dei cristalli’ (come gli stessi nazisti denominano pudicamente quell’evento, nell’intento di sdrammatizzarlo) aggiungono importanti elementi interpretativi sull’interazione esistente tra Hitler, i suoi più stretti collaboratori, le organizzazioni di partito e i più ampi settori della società in rapporto all’inizio e alle modalità di espletamento della violenza antiebraica. 7 Nella notte tra il 9 e il 10 novembre si scatena il pogrom in tutta la Germania. Vengono devastati e saccheggiati 7.500 botteghe e magazzini appartenenti a ebrei, si distruggono migliaia di case, 167 sinagoghe subiscono la stessa sorte, 91 ebrei sono uccisi, la polizia arresta e invia in campo di concentramento più di 26 mila persone, scelte fra gli ebrei più facoltosi; verranno rilasciati nelle settimane successive in cambio della promessa scritta di emigrare al più presto. Tra il 10 e il 13 novembre il solo campo di Buchenwald, vicino a Weimar, ne riceve 10.454, che vengono trattati con estrema brutalità, mentre un altoparlante ripete: “Ogni ebreo che intenda impiccarsi è cortesemente pregato di introdursi in bocca un pezzo di carta recante il proprio nome al fine di consentire l’identificazione”. Nelle prime ore del pogrom gli aggressori sono in divisa, ma poi vengono frettolosamente mandati a casa a indossare panni civili: hanno capito male le istruzioni, l’indignazione deve scaturire dal popolo, deve essere ‘spontanea’. La polizia, dappertutto, sta a guardare; i vigili del fuoco intervengono solo là dove le fiamme minacciano edifici o proprietà ‘ariane’. Singoli funzionari locali imbastiscono variazioni sul tema. A Krumbach presso Augsburg, donne ebree vengono trascinate alla sinagoga e costrette a estrarre dall’arca i rotoli della Legge e a calpestarli: devono commettere il sacrilegio cantando, quelle che si rifiutano sono uccise. A Saarbrücken gli ebrei vengono obbligati a portare paglia nel tempio, a cospargerla di benzina e ad accenderla. Qualche ‘indignato’ va oltre il programma e si dà al saccheggio privato, e allora la polizia interviene, ma la magistratura manderà tutti a casa con pene irrisorie. Non così per gli zelanti che stuprano donne ebree. Questi vengono esclusi dal partito e puniti duramente, non già per la violenza commessa sulle loro vittime, bensì per essersi essi stessi contaminati contravvenendo alla sacra legge del sangue.8 Joseph Goebbels, “50, dann 75 Synagogen brennen”: Tagebuchschreiber Goebbels über die “Reichkristallnacht”: “Der Spiegel”, 13 luglio 1992. 7
All’indomani della ‘Notte dei cristalli’ la soluzione del ‘problema ebraico’non può più essere differita. Il 12 novembre ha luogo una riunione interministeriale finalizzata a concludere il processo di emarginazione degli ebrei tedeschi. Sotto la presidenza di Göring – incaricato del Piano quadriennale e supremo controllore dell’economia tedesca – viene elaborata una serie di provvedimenti oltremodo gravosi e umilianti. Un primo decreto impone agli ebrei un’ammenda collettiva di un miliardo di marchi a titolo di espiazione per “l’atteggiamento ostile dell’ebraismo nei confronti del popolo e del Reich tedesco, che non arretra neppure davanti all’omicidio vigliaccamente perpetrato”. Un secondo decreto esige che gli ebrei facciano fronte personalmente ai danni causati dal pogrom e restituiscano al Reich gli indennizzi corrisposti dalle compagnie d’assicurazione. Un terzo decreto elimina definitivamente gli ebrei dalla vita economica della Germania, disponendo l’arianizzazione coatta di tutte le imprese, di tutte le attività commerciali e le aziende artigiane di proprietà ebraica, ossìa la loro vendita (o svendita a prezzo irrisorio) ad ‘ariani’. Infine, a carico degli ebrei viene imposta una serie di ulteriori limitazioni: il deposito coatto di titoli, valori mobiliari e azioni; la vendita coatta di gioielli, monili e opere d’arte; il divieto di partecipare a tutte le ‘manifestazioni della cultura tedesca’; il divieto di frequentare cinema, teatri, mostre d’arte, conferenze, concerti, e così via; l’espulsione degli ebrei da tutte le scuole tedesche; il ritiro delle patenti di guida e il divieto di possedere autoveicoli a motore; l’imposizione di aliquote fiscali più gravose; il divieto di esercitare le professioni di farmacista, dentista e veterinario. Con il pogrom del novembre 1938 la vita pubblica della collettività ebraica tedesca non ha più modo di esprimersi. Le organizzazioni ebraiche sono messe fuori legge, i loro funzionari vengono arrestati, qualsiasi pubblicazione da parte di ebrei è bloccata. Cessano persino quelle forme di collaborazione timide e larvate tra gli uffici ebraici e le autorità dello Stato, che sin lì avevano continuato ad avere luogo, quanto meno nel settore dell’emigrazione.
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La trappola mortale
Cresciuta in misura significativa nell’atmosfera di panico seguita alla ‘Notte dei cristalli’, l’emigrazione degli ebrei tedeschi costituisce, almeno per il momento, l’obiettivo dichiarato dei nazisti, e per gestirla viene creato nel gennaio 1939 un ufficio centrale ad hoc. Lo scoppio della guerra (1° settembre 1939) non sembra modificare quest’obiettivo, ma modifica radicalmente le possibilità della sua realizzazione. La conquista fulminea, a opera della Wehrmacht1, della maggior parte della Polonia (le regioni rimanenti del territorio polacco, in virtù del patto Ribbentrop-Molotov, 23 agosto 1939, passano sotto il controllo dell’esercito sovietico le cui truppe si attestano lungo il corso del fiume Bug, che diventa così la provvisoria linea di frontiera tra le due zone d’occupazione) conferisce alla ‘questione ebraica’ connotazioni e proporzioni assolutamente inedite. L’emigrazione forzata degli ebrei comincia a presentarsi come un’opzione problematica, mentre diventano difficilmente praticabili, per esempio, i piani di quei gerarchi nazisti che pensano di ‘vendere’ gli ebrei tedeschi in cambio di valuta estera.2 Dopo avere accarezzato l’idea di rendere il territorio germanico Judenrein (‘immune da ebrei’), i nazisti si trovano ora a fare i conti con circa due dei tre milioni e mezzo di ebrei complessivamente stanziati, prima della guerra, in Polonia (dove costituivano attorno al 10 per cento dell’intera popolazione). D’altro canto, non essendovi più a questo punto seri motivi per preoccuparsi delle reazioni straniere, il trattamento che i nazisti riservano agli ebrei polacchi raggiunge livelli di barbarie molto superiori a tutto ciò che si è visto sin qui in Germania o in Austria.
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Note: La trappola mortale 1
In tedesco, ‘forze armate’. Appena giunto al potere, Hitler si preoccupa di mettere le forze armate alle proprie dirette dipendenze, e di curarne con estrema celerità il riarmo, a dispetto dei limiti imposti alla Germania dal trattato di Versailles del 1919. Così, allo scoppio della seconda guerra mondiale, il dittatore si trova a disporre di una forza militare dotata di una potenza di fuoco e di una velocità di comando mai raggiunte prima da nessun esercito. 2 Nel periodo 1938-1939, sullo sfondo della crescente tendenza degli inglesi a limitare, e persino ad arrestare, l’immigrazione degli ebrei in Palestina, fra esponenti nazisti quali Adolf Eichmann e singoli ebrei rappresentanti di organizzazioni sioniste, o soltanto di se stessi, si registra una peculiare serie di contatti intesi a incrementare l’emigrazione degli ebrei dal Reich e l’immigrazione in Palestina. Per contro, a partire dall’invasione della Polonia al 1942 inoltrato – ossìa durante il periodo del massimo predominio tedesco – nessuna importante istituzione nazista si interessa a trattative con gli ebrei. La politica del nazismo verso gli ebrei passa dall’espulsione coatta alla strategia dello sterminio. Cfr. a questo proposito: Yehuda Bauer, Ebrei in vendita? Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei, 19331945 [1994] , Mondadori, Milano 1998, pp. 56 e ss.
Gli ebrei polacchi hanno infatti il torto d’essere ‘ebrei orientali’: donne e uomini spogliati della dignità di esseri umani, fatti oggetto di un disprezzo speciale in quanto ritenuti la più bassa forma d’esistenza all’interno di un paese nemico vinto, già di per sé disprezzato. In Polonia, inoltre, al pari che nelle altre regioni dell’Europa centro-orientale, gli ebrei vivono concentrati in vaste comunità, facilmente identificabili per la lingua (lo yiddish)3, le abitudini, la foggia del vestire. In più, la professione religiosa costituisce un dato dello stato civile. Rispetto all’Europa occidentale, perciò, la persecuzione dei nazisti, favorita anche dal radicato sentimento antiebraico di ampi strati delle popolazioni locali, non richiede né un lavoro particolarmente gravoso di censimento delle vittime designate, né lunghe operazioni di ‘cosmesi’ volte ad ‘anestetizzare’ la sensibilità generale. Con la capitolazione di Varsavia (27 settembre 1939) i tedeschi riguadagnano la loro frontiera orientale anteriore al 1914 annettendosi, nel quadro del Reich della Grande Germania, la Prussia occidentale, Posen, Łódź e parti della Galizia occidentale: territori che ora i nazisti chiamano Warthegau, e dai quali intendono espellere entro una precisa scadenza tutta la popolazione non tedesca, ossìa più di 8 milioni di persone. Quel che resta del territorio polacco occupato dai tedeschi viene chiamato ‘Governatorato generale’, con Cracovia come capitale, e affidato all’amministrazione di Hans Frank (che finirà giustiziato a Norimberga il 16 novembre 1946). Le zone di confine della Prussia occidentale, il Warthegau e la Slesia nordorientale devono ospitare una popolazione tedesca pura, e ciò attraverso l’espulsione di tutti i polacchi, gli ebrei e gli zingari, e attraverso il reinsediamento di gruppi etnici tedeschi, o Volksdeutsche, dall’Europa orientale. I polacchi devono essere deportati più a oriente, in quello che diventa il ‘Governatorato generale’, e privati delle loro potenziali élite politiche per mezzo di esecuzioni sistematiche. Quanto agli ebrei, essi devono essere deportati nelle aree più lontane dell’impero germanico, nella regione di Lublino, tra i fiumi Bug e Vistola, predisponendo per alcuni di loro l’espulsione oltre la linea di confine con l’Unione Sovietica. Il piano nazista prevede dunque – in progressione da occidente a oriente – tre fasce di popolazione: tedesca, polacca, ebraica.4 Sin dall’inizio delle operazioni belliche, l’obiettivo dei nazisti è l’annullamento dell’identità politica e culturale dei polacchi, ossia la progressiva ‘germanizzazione’ anche dei territori nei quali per il momento i polacchi andranno concentrati. Questi sudditi ‘alieni’ vengono trattati alla stregua di Untermenschen (‘sottouomini’), che è lecito spostare o eliminare senza remore. Già vari mesi prima di scatenare la guerra, Hitler indica senza mezzi termini gli scopi che intende perseguire: annessione e germanizzazione di almeno una parte della Polonia, distruzione della nazione polacca. Nei deliranti disegni del dittatore, i polacchi devono fornire al Reich le braccia di cui esso ha bisogno, e quindi sono votati al destino di manodopera non qualificata, in grado appena di leggere e scrivere. Vanno pertanto privati di una coscienza nazionale che, nella visione hitleriana, trova sostanza soprattutto nell’influenza delle classi dirigenti. Diversamente dalla modalità che adotteranno in altri paesi occupati, i tedeschi non insediano qui un governo-fantoccio, ma procedono alla liquidazione brutale di una parte della classe dirigente locale, assumendo direttamente le redini dell’amministrazione civile. Così, ancora prima della conclusione della campagna di conquista, Hitler inizia a realizzare nel paese invaso l’apparato esteriore del suo progetto razzista. La missione viene affidata a Heinrich Himmler, il quale crea nel settembre 1939 l’ RSHA (Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale del Servizio di sicurezza del Reich), riunendo sotto la direzione di Reinhard Heydrich (1904-1942) la Sicherheitspolizei (Polizia di sicurezza), organo dello Stato da cui dipende la Gestapo, e l’SD (Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza), organo del partito. 4
Cfr. Christopher R. Browning, Verso il genocidio [1992], il Saggiatore, Milano 1998, p. 21.
Heydrich (lo stesso gerarca che, in veste di ‘protettore del Reich’ in Boemia e Moravia, cadrà in un agguato dei partigiani boemi a Lidice, il 29 maggio 1942), mette in piedi delle Einsatzgruppen,5 come ha già fatto in occasione dell’invasione dell’Austria, dei Sudeti e poi delle rimanenti regioni della Cecoslovacchia. Avanzando al seguito della Wehrmacht, tali gruppi hanno il compito di catturare le personalità ostili al Reich e, in generale, di eliminare fisicamente i nemici ideologici del nazismo. Muniti di elenchi preparati in precedenza, gli uomini di Heydrich arrestano e fucilano a migliaia le persone appartenenti alle élite polacche. E sui circa 16 mila civili polacchi giustiziati nelle sei settimane che seguono l’attacco tedesco, si stima che almeno 5 mila siano ebrei. Un decreto amministrativo del 21 settembre 1939, in cui Heydrich fissa le linee generali della persecuzione antiebraica in Polonia, distingue tra un Endziel (“obiettivo finale”) di lungo periodo, non ulteriormente specificato e da tenersi rigorosamente segreto, e “misure preliminari” di breve periodo. Lo scopo di tali misure di pronta applicazione è quello di concentrare gli ebrei il più rapidamente possibile nei centri urbani maggiori, attorno ai nodi ferroviari, onde poterli agevolmente controllare nell’immediato e poterli in seguito deportare in vagoni-merce, come le stesse istruzioni di Heydrich ai capi delle Einsatzgruppen precisano. Il 23 novembre 1939, in tutto il ‘Governatorato generale’ gli ebrei sono obbligati a portare il contrassegno distintivo: un bracciale alto 10 centimetri su cui è montata una stella gialla a sei punte. Si tratta di una sorta di marchiatura, della quale molte testimonianze parlano (soprattutto in Germania, ove il distintivo verrà imposto soltanto nel 1941) come del provvedimento più infamante e degradante, per quanto ancora fisicamente indolore. La politica di concentramento provvisorio degli ebrei in vista di un’ulteriore deportazione (forse verso qualche regione-riserva posta ai margini del costituendo Grande Reich, o addirittura nel Madagascar, come ipotizzano dalla primavera del 1940 diversi gerarchi del regime)6 conduce alla creazione di ghetti7, il primo dei quali viene istituito a Piotrków il 28 ottobre 1939. Gli ebrei che vivono nella città sono costretti ad abbandonare le loro case e a trasferirsi nell’area assegnata, che risulta sùbito tragicamente sovraffollata; da parte dei tedeschi, ci si preoccupa di mantenere i rifornimenti di cibo e medicinali al livello minimo. Un’identica sorte tocca agli oltre 200 mila ebrei che abitano a Łódź, la città più industriale della Polonia, dove il ghetto viene istituito l’8 febbraio 1940. Più o meno nello stesso periodo, tutti gli ebrei presenti nel ‘Governatorato generale’ (compresi quelli trasferiti in territorio polacco dalla Germania, dalla Cecoslovacchia, dall’Austria) sono assoggettati al lavoro obbligatorio. I due momenti congiunti, della ghettizzazione e del lavoro coatto, prefigurano parte della dinamica che contrassegnerà più tardi la ‘soluzione finale’. Nel settembre 1940 il quartiere ebraico di Varsavia, che di lì a poco sarà trasformato in ghetto, è posto in quarantena. Ubicato a nord della città, nella zona industriale, esso copre un’estensione di circa quattro chilometri quadrati, pari al 2,4% della superficie urbana complessiva. Vi si trovano 240 mila ebrei e 80-90 mila polacchi cristiani. A questi ultimi, il 16 ottobre viene intimato di sloggiare entro due settimane per fare posto ad altri ebrei, costretti ad abbandonare, sotto pena di morte, le loro abitazioni dislocate in zone diverse della città e della provincia. Il filo spinato e lo steccato che, sin dai primi mesi dell’occupazione tedesca, delimitano il quartiere vengono progressivamente sostituiti dalla più solida costruzione di un muro; e con il 15 novembre 1940 entro quel perimetro viene ufficialmente istituito il ghetto, in cui finisce concentrata e rinchiusa tutta la popolazione ebraica del territorio varsaviano composta per lo più di piccoli artigiani, venditori ambulanti, commercianti, operai e professionisti con le loro famiglie. Nel ghetto si trovano in tal modo insediate poco meno di 400 mila persone che nel maggio 1941, con i nuovi arrivi, diventeranno oltre 430 mila, di cui 50 mila bambini. All’esterno del recinto il controllo è esercitato dal comando militare tedesco, mentre all’interno viene imposta un’ ‘autogestione’
ebraica affidata a un Judenrat8 di 24 membri e a un corpo di circa due mila poliziotti ebrei dotati di soli randelli. Come altri Consigli ebraici istituiti dai nazisti per amministrare ghetti e comunità, lo Judenrat di Varsavia persegue a lungo l’illusorio obiettivo di rendere meno brutale la realtà della progressiva liquidazione. In pratica, esso funziona soltanto da strumento passivo d’esecuzione delle direttive tedesche. Se altri ghetti della Polonia sono dichiarati ‘aperti’, nel senso che da essi ci si può allontanare quotidianamente per ragioni di lavoro con regolari lasciapassare, il ghetto di Varsavia è ‘chiuso’, cioè non offre alcuna possibilità di uscire. Gli ebrei che vi sono ammassati, perciò, sono condannati a un assoluto distacco dal mondo esterno, senza alcuna possibilità di partecipare alla vita economica della città e del paese. In queste condizioni la maggioranza degli abitanti, già costretta a confrontarsi con tassi di sovraffollamento inverosimili (in alcune fasi, 10-12 persone per locale), cade ben presto sfinita dalla fame e dagli stenti. Tra il gennaio e il giugno 1941, oltre 13 mila persone soccombono per fame. La vita in comunità di coabitazione promiscua, l’insufficiente alimentazione, la sporcizia e il freddo fanno rapidamente registrare i primi casi mortali di tifo. Nell’aprile 1941 i decessi superano di sette volte quelli del novembre 1940. Gli abitanti cominciano ad abituarsi passivamente alla morte: “Quasi ogni giorno per le strade c’è gente che sviene o stramazza morta” annota nei suoi Appunti Emmanuel Ringelblum (1900-1944), l’impavido organizzatore degli ‘archivi’ del ghetto di Varsavia. “La cosa non fa più tanto effetto. Le strade sono sempre più affollate di nuovi profughi. I carri e i camion carichi di materassi degli ebrei poveri costituiscono una scena impressionante.”9 Il 5 luglio 1942 così riassume la situazione il giornale clandestino “Sturme”: “Siamo stati rinchiusi fra le mura soffocanti dei ghetti, spesso non sappiamo che cosa accade ai nostri vicini e i nostri vicini non sanno come noi veniamo assassinati”.10 Per la gran massa di questi sventurati, lo Judenrat è un’istituzione decisamente impopolare che, oltre a non combattere efficacemente il mercato nero, le speculazioni e la corsa agli accaparramenti, non riesce a risolvere neppure in parte i vari problemi che affliggono il ghetto, e tanto meno ad alleviare la disastrosa situazione sanitaria e alimentare. Ma soprattutto il Consiglio ebraico, il cui presidente Adam Czerniaków morirà suicida nel luglio 1942, si rende odioso poiché è ritenuto colpevole di favorire i benestanti e discriminare i meno abbienti. Il danaro diventa infatti l’arbitro sovrano di una lotta sempre più angosciosa per la sopravvivenza. Chi dispone di un po’ di danaro o di situazioni facilmente sfruttabili trova il modo di individuare, tra i funzionari dello Judenrat, alleati condiscendenti; tutto allora può risolversi con la corruzione, con il patteggiamento: si può comprare, per esempio, l’accesso a una fabbrica, a uno di quei tanto ambiti posti di lavoro, erroneamente ritenuti la più sicura difesa contro qualsiasi deportazione da cui sono esenti gli addetti alle industrie legate all’economia di guerra. E, sempre dietro compenso, si evitano la requisizione della propria casa, i campi di lavoro coatto, la possibilità di cadere in uno dei continui rastrellamenti condotti con il sistema ‘a pettine’ (Durchkammung) ‘per il trasferimento a Est’. Tuttavia, dopo l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica nel giugno 1941, le retate di giovani da avviare ai lavori di fortificazione sul nuovo fronte diventano ormai una consuetudine quotidiana. E poco più di un anno dopo, tra il 22 luglio e il 3 ottobre 1942, ossia nel breve spazio di settantuno giorni, a Varsavia verrà messa in atto la cosiddetta ‘grande azione’, cioè la deportazione, mascherata da ‘trasferimento a scopo di lavoro’, di 310 mila ebrei a Treblinka, nelle cui camere a gas saranno eliminati al ritmo di 5-7 mila al giorno. È abbastanza straordinario che, pure in questo contesto di disumana ferocia, per un paio d’anni un pugno d’esseri umani oppressi, cenciosi, umiliati e votati allo sterminio si riveli ancora capace di iniziative comunitarie di rilievo: scuole clandestine, primarie e secondarie, o
addirittura corsi universitari, conferenze, assistenza sociale, stampa e vita politica clandestina. Nel perimetro maledetto del ghetto si riesce ad allestire un’orchestra sinfonica, si mettono in scena alcune rappresentazioni teatrali in yiddish e in lingua polacca, vi sono pittori che continuano a produrre, viene raccolta una documentazione d’archivio di grande importanza per gli storici di domani. Janusz Korczak, un’eccezionale figura di educatore, fa in modo che la vita dei giovanissimi ospiti dell’orfanotrofio da lui diretto continui a svolgersi in un clima il più possibile sano, libero e normale. Tutte queste iniziative devono considerarsi autentici momenti di autodifesa spirituale e costituiscono, in embrione, le occasioni di aggregazione attiva e responsabile da cui trarranno alimento le sparute forze che, all’inizio del 1943, daranno vita alla rivolta disperata del ghetto di Varsavia contro i tedeschi. Dopo la ‘grande azione’ dell’estate 1942, rimangono nel ghetto 50-60 mila persone, di cui una parte vive nascosta, nella clandestinità, mentre l’altra viene impiegata nel ‘ghetto industriale’, cioè nelle fabbriche dirette dai tedeschi. E “sinché le fabbriche hanno ordinazioni” annota Ringelblum “gli ebrei hanno diritto di vivere”. 11 Ma gli operai ebrei sono in balia degli imprenditori che, facendosi forti di avere loro salvata (provvisoriamente) la vita, si sentono autorizzati a ogni sopruso, specialmente in fatto di alimentazione, taglieggiando sulle assegnazioni annonarie. E non v’è dubbio che i principali gruppi industriali del Terzo Reich sono più che disposti ad approfittare della concentrazione della manodopera ebraica nei ghetti polacchi, e ben lieti di avere carta bianca per un’utilizzazione a costi irrisori di un lavoro servile che il regime offre loro con straordinaria generosità. Per quanto concerne, in termini più generali, il programma del lavoro coatto, non v’è dubbio che esso costituisca una forma di sfruttamento che sfocia nell’assassinio di massa, e che tale sia considerato dalle gerarchie naziste. L’espressione “Vernichtung durch Arbeit” (“annientamento tramite il lavoro”) ritorna varie volte durante gli incontri che il dottor Otto Thierack, il ministro della Giustizia che morirà suicida nel 1946, ha con Goebbels e Himmler nel settembre 1942. Fritz Sauckel, il plenipotenziario del Lavoro che sovrintende alla distribuzione della manodopera, ordina che gli ebrei siano “trattati in modo da sfruttarli al massimo con la minima spesa”. E una volta che questi schiavi potenziali siano stati deportati da ogni angolo d’Europa e concentrati nei campi di lavoro del ‘Governatorato generale’ (il territorio che Hitler definisce “un grande campo di lavoro polacco”), il programma del lavoro forzato può essere messo in atto. Coperti di stracci e alimentati con pane, una sbobba acquosa e patate condite talvolta con avanzi di carne, gli ebrei vengono fatti lavorare dall’alba al tramonto per sette giorni la settimana.12 La prima grande opera realizzata mediante il lavoro coatto è la costruzione, nel febbraio 1940, di un enorme fossato anticarro costeggiante la nuova frontiera orientale. Da quel momento il sistema si diffonde in ogni ramo della produzione. Le grandi imprese industriali germaniche, che partecipano senza riserve allo sforzo bellico del regime, sfruttano nella maniera più selvaggia le risorse sia umane che materiali dei territori conquistati. Heinrich Himmler, nel corso della sua prima ispezione al campo di concentramento di Auschwitz, il 1° marzo 1941, decide di destinare all’ IG Farben, il colosso dell’industria chimica, 10 mila detenuti per la costruzione di una zona industriale a Dwory (un sobborgo di Auschwitz) in cui si produrranno metanolo (carburante surrogato) e caucciù artificiale. La stessa IG Farben riesce a farsi spedire su carri-merce, proprio come se si trattasse di inerti materie prime, 250 ebree olandesi da Ravensbrück a Dachau, mentre gli stessi carri-merce riportano 200 polacche da Dachau. Le vittime del lavoro coatto sono costrette a tenere ritmi doppi rispetto alla norma, anche quando il còmpito sia quello, per esempio, di trasportare sacchi di cemento che pesano 50 chili. A Mauthausen, non lontano da Linz, nell’Alta Austria, dove Himmler fa apprestare un campo di lavoro nei pressi della cava di pietra municipale, i lavoratori, dotati soltanto di picconi e asce, devono cavare pesanti blocchi di granito che poi sono tenuti a sollevare dalla
cava al campo su per centottantasei ripidissimi gradoni. Il tasso di sopravvivenza di questa manodopera servile oscilla tra le sei settimane e i tre mesi, senza tenere conto dei decessi da imputarsi a punizioni, incidenti o suicidi. Il programma del lavoro coatto è dunque una fase, un primo momento della ‘soluzione finale’, giacché l’uccidere tramite il lavoro costituisce il fondamento stesso del sistema concentrazionario creato dai nazisti.
Gli ebrei d’Occidente di fronte al Reich
Nella primavera del 1940 la macchina bellica tedesca si rimette in moto nell’Europa settentrionale e sul fronte occidentale. In aprile cadono la Danimarca e la Norvegia. In maggio è la volta del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo, che i tedeschi invadono e occupano per attirare verso il nord le forze anglo-francesi che difendono la linea Maginot, e chiuderle in una sacca mediante un’enorme manovra a tenaglia. Tra il 29 maggio e il 4 giugno, 350 mila militari inglesi e francesi in ritirata riescono, abbandonando ingenti quantità di materiale bellico, a imbarcarsi a Dunkerque. La Francia, attaccata militarmente anche dagli italiani (10 giugno), si avvia ad arrendersi. Niente sembra resistere al rullo compressore dell’esercito di Hitler. Niente a eccezione dell’Inghilterra, che pure dista poche miglia dalle coste di quell’Europa che ormai è quasi tutta dominata o controllata dalle armate naziste. Queste completeranno l’opera di conquista occupando nella prima metà del 1941 anche la Bulgaria e, assieme agli italiani, la Jugoslavia e la Grecia. In Norvegia e in Olanda i sovrani spodestati fanno salva la loro legittimità rifugiandosi in Gran Bretagna con i rispettivi governi. Mentre il Lussemburgo è annesso direttamente alla Grande Germania, l’Olanda viene affidata al governo del Reichskommisar Arthur SeyssInquart. In questo paese il destino della numerosa collettività ebraica sarà, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, il più denso di tragedia. Nonostante le molte manifestazioni di coraggiosa solidarietà da parte della popolazione, che si oppone attivamente all’occupazione nazista e alla deportazione degli ebrei, 115 mila uomini, donne e bambini (pari ai due terzi dell’intera collettività ebraica olandese) finiranno ad Auschwitz, Sobibór e Theresienstadt. I sopravvissuti saranno 1070. In Danimarca il re Cristiano X (1870-1942) rimane al suo posto e cerca, pure spogliato d’ogni potere, di organizzare la protezione della popolazione, soprattutto dei cittadini ‘di razza ebraica’: una collettività di circa 6.500 persone, comprendente anche i 1.350 ebrei tedeschi che, nel corso degli anni Trenta, in Danimarca hanno trovato rifugio. A tutta prima le forze germaniche che occupano il paese accordano al monarca, al governo, ai tribunali ed allo stesso parlamento un sorprendente margine di libertà. Per un certo tempo, nemmeno gli ebrei subiscono molestie. Ma con il passare degli anni i danesi si rendono conto che con i brutali invasori ogni forma di collaborazione, anche gelida, è impraticabile. Nel paese prende corpo la consapevolezza che, dopo tutto, la Germania non potrà vincere la guerra e che la piccola Danimarca non è inesorabilmente condannata a divenire uno Stato vassallo nel quadro del ‘Nuovo Ordine’ hitleriano. Durante l’estate del 1943 i danesi danno vita alla resistenza. Le autorità germaniche promulgano la legge marziale, nel cui contesto progettano di deportare in Polonia l’intera comunità ebraica. Si tratta però di una misura che la popolazione danese ostacola con ogni mezzo. Dal pulpito, numerosi esponenti delle chiese
evangeliche incoraggiano i fedeli ad aiutare gli ebrei. Le università dell’intero paese vengono chiuse per consentire agli studenti di prendere parte alle operazioni di soccorso. Secondo i piani dei nazisti, l’arresto e la deportazione degli ebrei dovrebbe avere luogo nella notte tra l’1 e il 2 ottobre 1943. Preavvisati e consapevoli di poter contare su una collaborazione vasta e capillare da parte della popolazione, i funzionari e i massimi responsabili dell’amministrazione civile di Copenhagen procurano agli ebrei nascondigli sicuri e organizzano un’operazione di salvataggio fra le più straordinarie mai registrate nel corso della storia. Mobilitata l’intera flotta dei pescherecci danesi per consentire agli ebrei di raggiungere le coste della neutrale Svezia, in meno di un mese riescono a traghettare al di là del Sund 5919 ‘ebrei completi’, 1301 ‘ebrei-per-metà’ o ‘per-un-quarto’ e 686 non-ebrei legati a ebrei da matrimonio. Nel corso della retata messa in atto tra l’1 e il 2 ottobre, i tedeschi riescono a mettere la mani soltanto su 477 ebrei. Si tratta per la maggior parte di anziani che, troppo deboli per affrontare la traversata via mare, vengono trasportati dopo la cattura a Theresienstadt, in Boemia.1 Gli ebrei messi in salvo al di là del mare dai loro concittadini danesi vivranno in Svezia indisturbati, così come altri 3 mila rifugiati che hanno raggiunto la Svezia prima dello scoppio della guerra, dalla Germania, dall’Austria e dalla Cecoslovacchia. In Belgio il re Leopoldo III (1901-1983) si arrende e viene fatto prigioniero in qualità di capo dell’esercito, mentre il governo legale si trasferisce a Londra. Nel giro di quattro anni, la comunità degli ebrei residenti nel paese (circa 52 mila persone), sottoposta a una serie impressionante di retate e deportazioni, subirà perdite pesantissime. Il trasporto di ebrei ad Auschwitz continuerà anche quando gli Alleati, sbarcati in Normandia il 6 giugno 1944, staranno avanzando verso le frontiere belghe. Entro il 31 luglio 1944 – data di partenza dal campo di Malines dell’ultimo convoglio di ebrei – ben trentuno treni avranno lasciato il Belgio alla volta della Polonia. Alla fine della guerra, le comunità ebraiche belghe constateranno d’avere perso con la deportazione oltre 25 mila persone, cioè circa la metà dei propri membri.2 Particolarissimo è il caso della Francia, dove il governo di Paul Reynaud (1878-1966), dimissionario, viene sostituito da un ministero presieduto dal reazionario e clericale maresciallo Henri-Philippe Pétain (1856-1951) con l’incarico di chiedere a tedeschi e italiani l’armistizio, che entra in vigore il 25 giugno 1940. Nella maggior parte del territorio francese i tedeschi impongono un regime di occupazione. Nella parte rimanente, a sud della Loira, si insedia una forma autoritaria di governo di estrema destra, con sede a Vichy. Pétain, quale capo dello Stato, chiama alla guida dell’esecutivo Pierre Laval (1883-1945); cosicché, nel contesto di un’Europa sottomessa al giogo della Germania nazista, la Francia è l’unico grande paese che goda del privilegio di mantenere uno Stato sovrano, con un governo legale che legifera in suo nome. Una fortuna che non tarderà a trasformarsi in disonore. Per quanto concerne gli ebrei, per esempio, il governo di Vichy adotta fin dall’inizio (estate 1940) una serie di misure che rivelano una disposizione a sottomettersi, un desiderio di subalternità nei confronti del vincitore germanico che vanno ben al di là delle attese degli stessi tedeschi. Nel momento del tracollo di fronte ai nazisti, in Francia gli ebrei costituiscono un insieme piuttosto composito di circa 270 mila persone, nel quale, accanto a un nucleo di ebrei che hanno ricevuto la cittadinanza sin dai tempi della Costituente (1791) (patrioti e amanti dell’ordine, per lo più integrati nella borghesia francese e nella sua cultura), vi è un secondo numeroso gruppo, quello degli ‘stranieri’: immigrati dall’Europa orientale, in grande maggioranza originari dalla Polonia e dalla Russia, di lingua yiddish e talvolta, non sempre, di cultura propriamente ebraica. Questo secondo gruppo aveva fornito, nella Francia tra le due guerre, il nerbo del proletariato ebraico, coinvolto molto attivamente nella vita politica con una marcata propensione per le tendenze di sinistra. Da subito e con grande cinismo, il governo di Vichy si dà a opporre gli uni agli altri, ‘francesi’ e ‘stranieri’. Senza la minima sollecitazione da parte tedesca, sin dal 22 luglio 1940
il guardasigilli Raphaël Alibert sottopone a revisione tutte le naturalizzazioni intervenute dopo la legge del 1927. Il 27 settembre il governo decide di rinchiudere in campi di internamento amministrativo tutti i maschi ‘stranieri’ dai 18 ai 55 anni “in sovrannumero nell’economia nazionale”. Con una strana fretta, che nulla e nessuno impone, il 27 agosto viene abrogata la legge antirazzista del 1939 che penalizzava gli eccessi antisemiti sulla stampa.3 E lo stesso Pétain fin dal 3 ottobre, quando non c’è ancora stata alcuna richiesta da parte dei tedeschi, vara lo statuto degli ebrei che ben presto consentirà di spedire migliaia di francesi, ma soprattutto di ‘stranieri’, ai forni crematori dei campi della morte. “Nessuno può contestare”, commenta autorevolmente Robert O. Paxton, “che le prime misure antiebraiche del 1940 sono state una iniziativa puramente francese, e che è stata Vichy stessa, nel 1942, a insistere per cooperare alle deportazioni degli ebrei stranieri verso Est.” 4 Prima della fine della guerra saranno 76 mila gli ebrei deportati dalla Francia, dei quali ben due terzi saranno ‘stranieri’. In questo macabro conteggio vanno annoverati più di 10 mila tra bambini e ragazzi: 1900 d’età inferiore ai 6 anni, 4200 tra i 6 e i 12 anni e altrettanti tra i 13 e i 17 anni. I sopravvissuti saranno meno di 2000. Molte delle vittime transiteranno da Drancy, a nord-est di Parigi, che in ogni caso non è l’unico centro di deportazione istituito sul suolo francese: Vichy allestirà infatti diversi campi nel Midi, ossia in zona non occupata dai tedeschi, nei quali oltre 3000 ebrei troveranno la morte. Nel dare la caccia all’ebreo in terra di Francia e fornire ai nazisti i predestinati allo sterminio, il concorso dato dalle autorità di Vichy, in particolare nelle persone di Pétain, Laval e Xavier Vallat, primo commissario generale alle ‘Questions juives’, avrà un’importanza determinante: sia per assicurare l’isolamento degli ebrei in seno alla popolazione francese attraverso il censimento, il numerus clausus e altre operazioni preliminari, sia per sollevare i tedeschi dal peso delle retate, che verranno condotte dalla polizia francese (ordinaria e politica) non solo nella zona libera, ma anche in quella occupata. Xavier Vallat, l’ultrasciovinista chiamato a occuparsi degli Affari ebraici, era un grande invalido della prima guerra mondiale. Negli anni tra le due guerre, si era messo in evidenza nelle organizzazioni degli ex combattenti di estrema destra e nella Fédération nationale catholique del generale Curières de Castelnau, e non aveva mai nascosto il suo antisemitismo. Quando Léon Blum divenne presidente del Consiglio del Fronte popolare, nel giugno 1936, Vallat era insorto per far rilevare che “questo momento storico” era il primo in cui “questo vecchio paese gallico-romano” sarebbe stato governato da un “sottile talmudista”. Il suo sciovinismo era tale da infastidire persino le autorità occupanti germaniche. In un’occasione ritenne di avvertire un ufficiale delle SS con il quale si intratteneva: “Io sono un antisemita più vecchio di voi. Potrei essere vostro padre in questa materia”.11 Un crimine di matrice francese che non può essere dimenticato in questo contesto è il famigerato rastrellamento di 13 mila ebrei che la polizia parigina rinchiude nel Velodromo d’inverno il 16 luglio 1942, affinché vengano poi deportati nei campi di sterminio tedeschi. Altrettanto degna di memoria è la responsabilità personale di un alto funzionario come Maurice Papon – che ai tempi di Vichy era segretario generale della prefettura della Gironda, e quindi gestiva a Bordeaux anche le ‘Questions juives’ – nella deportazione di 1690 ebrei, tra cui oltre 200 bambini. È, quello di Papon, un caso davvero straordinario (ma non unico in Francia) di collaborazionista che, dopo la Liberazione, riesce in modo misterioso a farsi scagionare e a far dimenticare i propri crimini, riproponendosi per vari decenni come grand commis de l’État: prefetto della polizia di Parigi sotto de Gaulle dal 1958 al 1967 – e responsabile in tale veste dell’uccisione, da parte delle forze dell’ordine, di oltre duecento algerini residenti nella capitale –, deputato e poi addirittura ministro del Bilancio tra il 1978 e l’81, durante il settennio di Giscard d’Estaing. Protetto per decenni dall’intera classe politica francese, molto reticente nel confrontarsi con le nefandezze del regime collaborazionista di Pétain, Papon comparirà soltanto nel 1997 dinanzi a una Corte d’Assise, accusato di crimini
contro l’umanità. Al termine di un processo clamoroso protrattosi per novanta udienze, verrà condannato il 2 aprile 1998 a dieci anni di prigione: una pena alla quale l’ex ufficialeburocrate del regime di Vichy, ormai quasi novantenne, tenterà di sottrarsi fuggendo in Svizzera (ottobre 1999). Acciuffato e riconsegnato alle autorità francesi, Papon subirà l’estrema delusione di vedersi respinta, nel marzo 2000, la domanda di grazia rivolta al presidente Jacques Chirac. Nel periodo 1940-1943, per le autorità germaniche la collaborazione con le forze francesi di polizia sarà persino più facile di quella stabilita con i comandi del Regio Esercito italiano che, a partire dal novembre 1942, presidiano una decina di dipartimenti della Francia meridionale, nominalmente sotto la sovranità del governo di Vichy. In questa zona, prima dell’armistizio del 1940, la presenza di ebrei non superava le 15-20 mila unità. Ma il loro numero aumenta considerevolmente subito dopo, quando nel sud della Francia si riversano parecchie decine di migliaia di profughi provenienti dalle zone occupate dai tedeschi in Francia, Olanda e Belgio. Le iniziative del Regio Esercito per mettere in salvo interi gruppi di ebrei sono significative e numerose, al punto da provocare un’aperta rottura con il prefetto di polizia francese del dipartimento delle Alpi Marittime, un funzionario ferocemente antisemita e filonazista, e cagionare interventi durissimi dei tedeschi che si vedono sottrarre dai soldati italiani le ‘unità’ destinate alla deportazione. Si calcola che prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943, nelle regioni occupate o amministrate dagli italiani (non solo in Francia, ma anche in Tunisia, in Grecia e in Dalmazia), vengano consapevolmente salvati oltre 50 mila ebrei, sfidando gli ordini dei tedeschi e dello stesso Benito Mussolini. 6 È una politica pianificata e messa in atto dai comandi dell’Esercito e concordata con alcuni dei dirigenti più influenti del Ministero degli esteri, a seguito dei rapporti sull’eccidio degli ebrei in Polonia giunti a Roma sin dall’autunno 1941. L’uomo chiave della strategia italiana a favore degli ebrei è il conte Luca Pietromarchi. Si deve a lui, in quanto responsabile dell’ufficio destinato a trattare le relazioni con i territori occupati, la messa in atto, in collaborazione con il generale Mario Roatta (18871968), comandante della Seconda Armata in Slovenia e Dalmazia, di tutti i possibili cavilli burocratico-amministrativi che consentano di ‘insabbiare’ gli ordini di consegnare gli ebrei alle truppe tedesche, che lo stesso Mussolini va impartendo. 7 Una vicenda parallela e molto simile a questa vede come protagonista Dimitur Peshev, vicepresidente del parlamento bulgaro, che con astuzia ed energia riesce, praticamente da solo, a inceppare dall’interno, nel marzo 1943, la macchina burocratica della deportazione e dello sterminio, opponendosi alla decisione del re Boris III (1894-1943) di consegnare gli ebrei bulgari ai tedeschi. Tant’è che la Bulgaria, assieme alla Danimarca, è l’unico Stato sotto occupazione militare nazista in cui quasi tutti gli ebrei (ve ne sono poco meno di 50 mila) scampano alla persecuzione. Originario di Kjustendil, una cittadina dove ebrei e bulgari avevano vissuto in stretti rapporti per generazioni, Peshev “può essere considerato l’antiEichmann per eccellenza [. . .]. Egli infatti ha dimostrato che anche nelle condizioni estreme in cui la coscienza umana è offuscata da un conformismo generale, perché ‘leggi, usi e costumi morali non hanno più forza vincolante’; anche all’interno di un gruppo dirigente che ha accettato per ragioni ‘irredentistiche’ la logica nazista sugli ebrei; anche all’interno di un sistema burocratico che ha acconsentito allo sterminio e lo gestisce tecnicamente senza porsi domande; anche in una situazione in cui un altissimo funzionario è tenuto a rispettare la logica degli ordini e la disciplina, è possibile riconoscere il male e opporvisi. Alla fine è sempre la persona umana che può decidere moralmente, anche in un contesto dove l’immoralità è diventata la norma generale.”8
Verso la ‘soluzione finale’
La cosiddetta ‘operazione Barbarossa’, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica avviata il 22 giugno 1941, apre il capitolo più brutale dell’impegno nazista teso ad assicurare alla Germania il suo Lebensraum (‘spazio vitale’). Le forze che varcano il confine tra il Reich nazionalsocialista e le province polacche occupate dai sovietici costituiscono la più potente armata che sia stata mai messa assieme in Europa: circa 4 milioni di uomini, 3300 carri armati, 5000 aerei. Con tutta evidenza, la mobilitazione di una macchina da guerra di simili dimensioni non sarebbe possibile se l’intero apparato produttivo tedesco, e in particolare i grandi colossi dell’industria, non aderissero in pieno agli orientamenti espansionistici della dirigenza nazista: orientamenti che promettono loro i frutti di una gigantesca ‘battuta di caccia’ nelle risorse di manodopera e di materie prime presenti in un territorio che, nei deliranti progetti di Hitler, dovrebbe estendersi dall’Atlantico alle foreste della Siberia. Ma la mera indicazione delle spinte e dei condizionamenti economici non sembra sufficiente a spiegare il carattere e l’andamento dell’aggressione tedesca all’ URSS. E benché sia difficile tenere separate le necessità economiche e strategico-militari dai postulati politico-ideologici del regime, è indubbio che soltanto l’odio ideologico per il ‘bolscevismo ebraico’, che i nazisti hanno per anni inculcato nel popolo tedesco, spiega il carattere spaventosamente feroce della ‘guerra di annientamento’ condotta a oriente per tre anni e mezzo. “I russi non sono esseri umani ma un conglomerato di animali” osserva Goebbels nel suo Diario. Dei 5 milioni di soldati sovietici fatti prigionieri lungo tutto il corso della guerra, circa 2 milioni moriranno in prigionia e 1 milione sparirà senza lasciare tracce. Ma già nel Mein Kampf Hitler assimila lo slavo, razza inferiore, all’ebreo, razza maledetta, e al comunista, che sarebbe l’espressione suprema dello spirito semitico, l’ultimo “tentativo dell’ebraismo del XX secolo per estendere il suo dominio sul mondo”. Combattere contro l’Unione Sovietica significa dunque, insieme, affermare il diritto di una razza superiore a dominare la ‘sottoumanità’ degenerata e abbattere i fondamenti stessi del potere giudaico, incarnati nel movimento comunista mondiale: “La razza nordica ha il diritto di dirigere il mondo [. . .]. Per questo non potremo mai ammettere una cooperazione con la Russia che è un corpo di bestia tartara sormontato da una testa d’ebreo”. Genocidio per gli ebrei, abbrutimento e servitù perpetua per i popoli vinti: questo è ‘l’ordine nuovo’ promesso dai nazisti. Come osserva Klaus Hildebrand, “con l’aggressione alla Russia – sia quando tra il giugno e l’agosto-settembre sembrò delinearsi la vittoria, sia in seguito sotto il trauma del disastroso fallimento dell’operazione Barbarossa – la politica razziale nazionalsocialista raggiunse il suo punto culminante.” 1 Tre settimane dopo l’inizio delle operazioni, il 14 luglio 1941, le avanguardie tedesche sono penetrate lungo le direttrici di Leningrado, Mosca e Kiev così profondamente nel territorio sovietico che Hitler può impartire ordini affinché le armate all’est vengano
“considerevolmente ridotte nel prossimo futuro” per essere impiegate contro la Gran Bretagna; e il 18 settembre è già in grado di ordinare che Mosca sia cancellata dalla faccia della terra. Mentre l’esercito si inoltra nelle sconfinate pianure russe e ucraine, quattro Einsatzgruppen delle SS, designate con le lettere A, B, C e D e a loro volta suddivise in Einsatzkommandos con un organico complessivo di circa 9 mila uomini, operano nelle retrovie per dare attuazione a un ordine, emanato da Hitler, di passare per le armi sommariamente i commissari politici e i funzionari comunisti dell’ URSS: un ordine che viola deliberatamente le convenzioni di Ginevra e dell’Aia, e che Himmler e Heydrich estendono a tutta la popolazione ebraica delle regioni invase.2 Così, in condizioni di incredibile barbarie, a carico degli ebrei sovietici hanno inizio quelle che Léon Poliakov definisce “le eliminazioni caotiche”. 3 Per esempio, il 29-30 settembre 1941, nel vallone di Babi Yar presso Kiev una squadra dell’Einsatzgruppe C, coadiuvata da miliziani ucraini, falcia a raffiche di mitragliatrice 33 771 uomini, donne e bambini, gettandoli poi nel vallone e ricoprendoli di terra, mentre il 30 novembre l’Einsatzkommando 2 dell’Einsatzgruppe A elimina a Riga, la capitale lettone, 10 600 ebrei, in parte deportati dalla Germania. Con l’avvio della campagna di Russia, il potenziale omicida del nazismo si scatena in tutta la sua ampiezza. Su 4,7 milioni di ebrei presenti nel territorio dell’ URSS prima dell’invasione, si calcola che siano uccise dai tedeschi o dai loro alleati oltre 2 milioni e 200 mila persone. Di queste, circa 700 mila sono liquidate nella prima ondata delle “eliminazioni caotiche”, dall’estate 1941 alla primavera 1942: 500 mila per mano delle Einsatzgruppen e 200 mila a opera di altri carnefici tedeschi o indigeni (ucraini, lettoni, lituani ecc.); circa 360 mila ebrei cadranno nella seconda ondata, che avrà luogo tra l’agosto e il novembre 1942. Il comandante dell’Einsatzgruppe B, Artur Nebe, che in séguito pagherà con la vita la partecipazione al complotto del luglio 1944 per uccidere Hitler, in un rapporto del 23 luglio 1941 inviato all’RSHA, riferisce che nel territorio della Bielorussia risiede un milione e mezzo di ebrei. “In quest’area, proprio per lo straordinario numero di ebrei che vi sono, una soluzione della questione ebraica durante la guerra appare impossibile. Essa può essere raggiunta solo con le deportazioni.”4 Nell’autunno del 1941, cioè tre mesi prima della conferenza di Wannsee, Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann5 , che nell’RSHA dirige la sezione IV-B-4 incaricata di gestire l’arresto e i trasporti degli ebrei, procedono alla ‘evacuazione’ per ferrovia di molte decine di migliaia di ebrei tedeschi, austriaci, boemi, moravi verso i ghetti di Lódz, Varsavia e Lublino e verso le città ex sovietiche di Minsk e Riga: località in cui l’ordinanza hitleriana sull’esecuzione sommaria consente ogni sorta di ‘esperimenti’, compreso il ‘trattamento particolare’ (da tradurre con ‘massacro’). Una volta avviato, l’omicidio di massa degli ebrei si intensifica rapidamente. Nell’estate del 1941, probabilmente in luglio, Hitler doveva già avere dato la sua approvazione allo studio di un piano per lo sterminio di tutti gli ebrei dell’Europa sotto il controllo nazista, ma non è possibile stabilire quando e in quali termini ciò sia stato comunicato a Himmler e a Heydrich. In ottobre il piano per la soluzione finale si presenta sotto forma di deportazione verso i campi di sterminio equipaggiati con gas velenoso, e in questa direzione si compiono i primi importanti passi, come il trasferimento dalla Germania alla Polonia di personale già adibito all’esecuzione del programma del Terzo Reich per l’eutanasia, in codice ‘azione T4’.6 È chiaro che l’eliminazione fisica dell’intera popolazione ebraica europea ha assunto ormai caratteri di priorità. In questa cornice fanno la loro comparsa (8-14 dicembre 1941) le prime camere a gas mobili, montate su speciali autocarri denominati nei documenti tedeschi ‘Gaswagen’ (furgoni a gas), camuffati da automezzi della Croce Rossa, all’interno dei quali viene immesso il monossido di carbonio dello scarico della combustione dei motori a nafta, provocando la morte di chi vi è rinchiuso. Il primo ‘esperimento’ viene realizzato a Chełmno, un villaggio polacco a occidente di Varsavia, dove vengono utilizzati cinque forgoni, tre dei quali con una
capienza di 150 persone e due di 100. Le vittime (ebrei che abitano nei villaggi dei dintorni) muoiono lungo il tragitto che li porta alle fosse comuni, ubicate in un bosco a qualche chilometro di distanza. Pochi giorni dopo, un identico ‘esperimento’ è avviato a Zemun, nei pressi di Belgrado, dove nel giro di sei mesi vengono gassati circa 15 mila ebrei provenienti dalle varie regioni della Serbia.7 Il 20 gennaio 1942, in un elegante villa Jugendstil di Wannsee, poco fuori di Berlino, Reinhard Heydrich convoca una quindicina di professionisti dello sterminio a una riunione con colazione di lavoro. Il tema all’ordine del giorno è uno solo: mettere a punto i dettagli organizzativi della ‘soluzione finale’ del problema ebraico. La radicalizzazione della soluzione del problema ebraico coincide con la radicalizzazione della guerra. L’incontro di Wannsee si tiene infatti tre settimane dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, in una fase del conflitto in cui l’esercito hitleriano sta subendo pesanti rovesci sul fronte russo. Attorno a Heydrich e ai suoi principali collaboratori (a cominciare da Adolf Eichmann), la conferenza vede riuniti gli esponenti dell’amministrazione del ‘Goveratorato generale’ e i rappresentanti di tutti i dicasteri e gli uffici del Reich (per la precisione: degli interni, della giustizia, dei territori dell’Est, degli esteri, della cancelleria del Reich, del piano quadriennale, della segreteria del partito nazionalsocialista) coinvolti nella gigantesca operazione di deportazione e annientamento degli ebrei d’Europa. Heydrich, nella sua relazione, chiarisce che se in passato si trattava di ottenere “l’epurazione dello spazio vitale tedesco” mediante misure quali l’emigrazione e la deportazione degli ebrei, ora si tratta di trovare una “soluzione definitiva della questione ebraica” per tutta l’Europa, a cominciare dai territori occupati o sottoposti all’influenza del Terzo Reich. Il piano che egli si propone di attuare su incarico del feldmaresciallo Göring investe il destino di 11 milioni di ebrei dei vari paesi europei, fra i quali figurano non solo i paesi alleati o occupati, ma anche quelli nemici, come la Gran Bretagna, e quelli neutrali come il Portogallo, la Turchia europea, la Svezia e la Svizzera.8 La maggior parte degli storici concorda nel rilevare che, tipicamente, Hitler e i suoi luogotenenti ammantano le loro attività più criminali di un linguaggio eufemistico, fanno di tutto per mantenere segreti i loro piani omicidi e sono notoriamente imprecisi quando si tratta di definire le competenze delle diverse autorità, specialmente riguardo alle questioni più delicate.9 Pertanto nell’agghiacciante protocollo della conferenza di Wannsee – quindici pagine di verbale stilate da Eichmann –, la parola ‘eliminazione’ non compare mai, preferendosi pudicamente sostituirla con un eufemismo: “evacuazione”. Gli ebrei, sostiene Heydrich, dovranno essere condotti in treno verso ghetti di transito e poi trasferiti, quando le condizioni tecniche lo permetteranno, in campi nelle regioni orientali, dove dovranno, separati gli uomini dalle donne, lavorare ad attività (quali la costruzione di strade) capaci di eliminarne un gran numero “per naturale indebolimento”. E qui viene l’idea centrale del progetto. A questo punto “il nucleo che alla fine sopravvivrà a tutte le vicende, poiché in questo caso si tratterà della parte più capace di resistenza, dovrà essere trattato in maniera conforme dato che, costituendo il frutto di una selezione naturale, qualora fosse lasciato in libertà, andrebbe considerato come la cellula germinale di una nuova rinascita ebraica (vedi l’esperienza storica)”. Tradotto in chiaro, questo discorso significa che la macchina mortale è ormai in moto. Tutti i personaggi presenti a Wannsee approvano a grandi linee il progetto esposto da Heydrich, teso a eliminare gli ebrei per “indebolimento naturale” e tramite “ogni altro sistema che prevenga la rinascita di una comunità ebraica in Europa”. E in tal modo avallano Per la documentazione sulla conferenza di Wannsee e sui suoi precedenti è da vedere: K. Pätzold, E. Schwartz (a cura di), Tagesordnung: Judenmord. Die Wannsee-Konferenz am 20. Januar 1942, Metropol-Verlag, Berlin 1992. 8
l’istituzione di una serie di fabbriche di cadaveri perfettamente organizzate: i campi di sterminio. Dopo avere sperimentato altri metodi omicidi, dopo l’invenzione dei furgoni a gas con i quali le Einsatzgruppen e altri reparti uccidono gli ebrei a migliaia, i nazisti decidono di costruire impianti a gas permanenti. Diversamente da quanto in generale si ritiene, la decisione di usare il gas in impianti mobili o permanenti non è dettata da considerazioni di efficienza, ma dalla ricerca di un metodo che eviti alla truppa il peso psicologico delle uccisioni cosiddette ‘selvagge’. Testimonianze fornite nel dopoguerra chiariscono che già a metà agosto del 1941 lo stesso Heinrich Himmler ha dato facoltà di esperire metodi di esecuzione capitale diversi dalle fucilazioni di massa, causa di abbrutimento tra gli effettivi delle Einsatzgruppen.10 Il primo grande centro di eliminazione mediante camere a gas permanenti viene allestito a Bełżec (Galizia orientale), dove le esecuzioni vengono avviate a partire dal 17 marzo 1942. Gli autori dei crimini di massa sono uomini delle SS, assistiti da miliziani ucraini ed estoni; le vittime sono soprattutto ebrei evacuati da Lublino e Leopoli. I campi della morte vedono la luce soprattutto in Polonia poiché, in tutta Europa, la Polonia è il paese con la massima concentrazione demografica di ebrei e si offre perciò, sotto il profilo logistico, come l’ambiente più adatto a ospitare gli impianti dello sterminio. La collocazione dei vari campi obbedisce a precise considerazioni strategiche, in quanto ognuno dei Lager è destinato a eliminare gli ebrei di una determinata regione: gli ebrei del Warthegau finiranno a Chełmno, gli oltre due milioni di ebrei del ‘Governatorato generale’ nei tre campi di Bełżec, Sobibór (presso i confini dell’Ucraina) e Treblinka (un centinaio di chilometri a oriente di Varsavia), e quelli dell’Europa occidentale, meridionale e sudorientale ad Auschwitz. Sobibór e Treblinka entrano in funzione rispettivamente nel maggio e nel luglio 1942. Questi centri utilizzano camere a gas alimentate dall’ossido di carbonio emesso da motori a nafta. Le cifre dei morti sono elevatissime, soprattutto a Treblinka, dove viene consumata la ‘grande azione’ a carico degli ebrei già ammassati nel ghetto di Varsavia. Ma il programma di sterminio approvato dalla conferenza di Wannsee trova la realizzazione più micidiale e tecnologicamente più raffinata ad Auschwitz (Oswiecim, in polacco), una cittadina a ovest di Cracovia, da cui dista circa 50 chilometri. Sorge nei dintorni di Auschwitz quel Lager che, come è noto, è destinato a diventare il più grande cimitero ebraico del mondo. Di Auschwitz si parla generalmente come di un unico campo, ma in realtà si tratta di un complesso concentrazionario che copre una superficie di 40 chilometri quadrati, suddiviso in tre distinti Lager di grosse dimensioni: Auschwitz 1; Auschwitz 2 o Birkenau; e Auschwitz 3, noto come Monowitz, cui vanno aggiunti oltre quaranta sottocampi. Auschwitz 2 diventa il centro dello sterminio di massa a partire dal 1942, mentre ad Auschwitz 3 la fabbrica del complesso chimico IG Farbenindustrie, che produce gomma sintetica, assorbe molti dei prigionieri idonei al lavoro pesante. Il nucleo originario (Auschwitz 1) è un campo di concentramento simile a molti altri, istituito nella primavera del 1940 tramite il riuso di una vecchia caserma dell’esercito polacco. Il primissimo trasporto di 30 prigionieri vi viene effettuato il 20 maggio 1940. Si tratta di criminali comuni (Berufsverbrecher) di nazionalità tedesca, trasferiti dal Lager di Sachsenhausen e destinati, come vuole la pluriennale pratica imperante nei campi di concentramento nazisti, a svolgere ‘funzioni ausiliarie’ nel nuovo campo. Del ruolo che costoro andranno in realtà ad assolvere testimonia il fatto stesso che i militi delle SS li informano – appena arrivati – che avranno il còmpito di sorvegliare dei ‘delinquenti’ polacchi. In tutta evidenza si tratta di una provocazione, cinica e calcolata: infatti nei ricordi e nelle relazioni dei detenuti internati allora nel campo, abbondano le violenze e le varie forme di vessazioni inflitte ai prigionieri polacchi proprio da parte dei delinquenti comuni (oltre che, naturalmente, dal personale delle SS del quale i criminali sono una sorta di longa
manus, incaricata di compiere un’opera di crudele e diretto controllo dei detenuti e delle squadre di lavoro). Fin dai primi giorni, a capo del campo viene messo il capitano delle SS Rudolf Höss: classe 1900, già aiutante nei Lager di Dachau e Sachsenhausen, condannato infine a morte da un tribunale polacco e impiccato nell’aprile 1947, non a Varsavia ma ad Auschwitz “in una delle tante forche che l’imputato aveva fatto drizzare”. Auschwitz 1 inizia a operare come campo di lavoro e di internamento, non quindi, in origine, come campo di sterminio. È comunque un campo duro, con le sue esecuzioni sommarie, la sua routine micidiale. A partire dal 14 giugno 1940, giorno in cui vi arrivano 728 detenuti, i primi trasporti vi concentrano prigionieri politici polacchi. Durante il trasporto, ad alcuni prigionieri vengono messe le manette o legate le mani, rendendo ancora più gravose le già difficili condizioni di viaggio. E certo, già in questo periodo i non moltissimi ebrei via via aggregati agli altri deportati ‘ariani’ hanno una probabilità media di sopravvivenza che non supera i dieci giorni. Ma per il momento, tutto ciò nulla ha a che fare con la ‘soluzione finale’. Auschwitz 2, ossia il campo di sterminio vero e proprio, viene allestito nella prima metà del 1942 a Birkenau, qualche chilometro a ovest della cittadina, e molto lontano dagli impianti industriali cui dovrebbe fornire la manodopera servile. Ma contemporaneamente ai recinti e ai baraccamenti, sorgono anche le prime camere a gas, con annessi i due primi crematori. Quando inizia a funzionare regolarmente, al principio dell’estate del 1942, il campo consiste di due impianti ben distinti: da una parte i baraccamenti per alloggiare gli ‘abili al lavoro’; dall’altra gli stabilimenti per l’eliminazione degli ‘inabili’ e per la distruzione dei cadaveri. Entrambi gli impianti saranno ampliati e perfezionati nel corso dei due anni successivi. Ai primi recinti (separati per gli uomini e per le donne) ne saranno via via aggiunti dei nuovi, spesso improvvisati e orrendamente sovraffollati; e si appronteranno due nuove camere a gas con i relativi crematori. I primi ebrei deportati a Birkenau dall’ovest vi giungono il 26 marzo 1942 dalla Slovacchia.11 Il 31 marzo arriva un primo carico di ebrei da Drancy (Francia); non si tratta di francesi ma esclusivamente di ‘stranieri’ che vengono internati nelle baracche: le camere a gas entreranno in funzione soltanto il 4 maggio. Il primo convoglio di cui è attestata la selezione immediata, e che inaugura così il periodo di funzionamento sistematico del campo, è quello di circa 1000 ebrei francesi che raggiungono Auschwitz il 22 giugno 1942: quel giorno ne vengono messi a morte solo 200. Fino all’agosto del 1942, è raro che venga gassato più del 30% dei nuovi arrivi. Ma già in agosto si raggiungono punte di 700 persone al giorno, con un salto della percentuale verso l’indice del 65%, sul quale finirà per attestarsi. Ad Auschwitz, così come negli altri grandi campi di sterminio, il centro nodale dell’intera struttura è il luogo di selezione, situato a poche centinaia di metri dalle camere a gas. L’estrema semplicità delle selezioni, su cui si fonda la loro letale efficacia, costituisce il segreto dell’elevatissima ‘produttività’ di queste fabbriche di morti. Ma nella preparazione del genocidio non va sottovalutato il ruolo che il Ministero tedesco dei trasporti riesce in quegli anni a svolgere. Senza il suo contributo non sarebbe mai possibile, in pieno conflitto mondiale, trasportare ai centri di sterminio milioni di persone da ogni angolo di Europa. L’intero movimento, realizzato su comuni carri-merce ermeticamente sigillati dall’esterno, è coordinato dalla sezione IV-B-4 dell’RSHA, di cui è responsabile Adolf Eichmann. Allorché i deportati, al termine di viaggi massacranti, giungono nei pressi dei Lager di destinazione, viene operata una prima selezione, solitamente sulla banchina stessa dello scalo d’arrivo. Da una parte vengono allineati gli uomini, dall’altra le donne con i bambini. Pianti e grida disperate si levano dalle file per l’inaspettata, improvvisa separazione che non lascia neppure il tempo per un addio, un bacio, una parola di incoraggiamento. I deportati devono poi avvicinarsi a turno ai medici SS che, secondo l’aspetto fisico, decidono
della loro attitudine al lavoro. Con un gesto inviano gli uni a destra, gli altri a sinistra. Gli infermi, le mamme con i bambini, le donne gravide, gli anziani e quanti appaiono di costituzione debole sono destinati al gas. Fatti salire su camion, sulle cui fiancate è dipinta una croce rossa, oppure talvolta anche a piedi, vengono condotti al centro di sterminio. Quanti riescono a superare la selezione iniziale, essendo considerati adatti al lavoro, vengono avviati ai blocchi dove sono situati i bagni; si spogliano, consegnando ai sorveglianti ciò che hanno addosso. Poi, nudi, dopo essere stati completamente rasati da squadre di barbieri, entrano nelle docce. Il tutto deve svolgersi di corsa sotto una pioggia di botte e di improperi, cosa particolarmente penosa per le donne, che devono effettuare queste operazioni sotto gli sguardi e i dileggi delle SS di guardia. Dopo la doccia avviene la distribuzione dei vestiti e, infine, l’immatricolazione. I dati del deportato sono trascritti su un formulario, e il prigioniero riceve un numero che viene tatuato sull’avambraccio sinistro. Auschwitz è l’unico campo in cui è introdotta la pratica del tatuaggio per contrassegnare i prigionieri, e ciò avviene poiché l’elevato tasso di mortalità di questi ultimi (varie centinaia ogni giorno) rende difficile l’identificazione dei cadaveri. Con l’introduzione del tatuaggio i prigionieri vengono identificati sulla base dei numeri impressi sull’avambraccio, e a Birkenau i morti sono disposti davanti ai blocchi in modo da rendere visibile il braccio con il tatuaggio. Oltre ad agevolare l’identificazione dei cadaveri, i tatuaggi facilitano naturalmente anche il riconoscimento degli evasi (in caso di cattura). Il numero di matricola che ogni detenuto registrato riceve è infine impresso su due pezzi di tela che vengono cuciti rispettivamente sul lato sinistro della casacca, all’altezza del torace, e sulla cucitura esterna della gamba destra dei pantaloni In data 23 ottobre 1943, il Kalendarium di Danuta Czech registra12: “Con un trasporto dell’RSHA proveniente da Bergen-Belsen sono giunti 1800 ebrei polacchi – uomini, donne e bambini –, che sono muniti di passaporti con il visto per i paesi dell’America Latina. La maggior parte di loro ha ricevuto questi visti in cambio di un’alta somma di denaro pagata con l’autorizzazione della Gestapo nell’Hotel Polski di Varsavia, da dove sono stati poi portati nel campo di transito di Bergen-Belsen. Si tratta di cosiddetti Austauschjuden (ebrei ‘di scambio’). A Bergen-Belsen un rappresentante dell’RSHA, il dr. Seidl, ha controllato i loro documenti e ha poi deciso che i numerosi componenti delle singole famiglie non erano parenti. I passaporti con l’autorizzazione all’espatrio avevano solo lo scopo di salvare i loro proprietari dall’annientamento. Li si invita a prepararsi per la partenza per il campo di Bergau, presso Dresda, e si comunica loro che il loro bagaglio gli sarebbe stato spedito successivamente. All’ultimo istante, al trasporto vengono aggiunti altri 70 ebrei giunti a Bergen-Belsen. Solo dopo il loro arrivo sulla rampa di scarico, comprendono di essere stati portati ad Auschwitz, un luogo ben noto agli ebrei polacchi. Sulla rampa uomini e donne vengono separati. Le donne vengono portate al crematorio II e gli uomini al crematorio III. Dopo un controllo dei documenti di viaggio e un annuncio che prima avrebbe dovuto esserci ancora una disinfezione, gli uomini delle SS conducono le donne allo spogliatoio. L’ordine di spogliarsi provoca inquietudine tra le fila delle donne. Tuttavia, le SS incominciano a strappare loro di dosso anelli e orologi. A questo punto una delle donne, che capisce di trovarsi in una situazione senza via d’uscita, scaglia una parte dei vestiti che già si è tolta in faccia all’SS-Oberscharführer Schillinger, gli strappa la pistola e gli spara tre colpi. Viene colpito anche l’SS-Unterscharführer Emmerich. Le altre donne si gettano a mani nude addosso alle SS; a uno feriscono a morsi il naso, a un altro graffiano il volto. Le SS chiedono soccorso. Dopo che questo è giunto, una parte delle donne viene abbattuta a colpi d’arma da fuoco mentre le altre sono trascinate nelle camere a gas e uccise. L’SSOberscharführer Schillinger muore mentre viene trasportato all’ospedale; l’SSUnterscharführer Emmerich guarisce dopo qualche tempo, ma resta paralizzato a una gamba.”
Benché molte informazioni sui massacri in atto nei Lager circolino in Occidente sin dal 1942, le prime relazioni che descrivono in termini esaurienti ciò che sta avvenendo entro il perimetro di Auschwitz-Birkenau vedono la luce nella primavera-estate del 1944 sulla base delle testimonianze rese da cinque evasi: persone che si sono trovate nella condizione di conoscere i meccanismi di funzionamento della vita e della morte ad Auschwitz grazie al fatto che quattro di loro hanno svolto funzioni di scritturale (Blockschreiber) in diversi blocchi del campo e uno di loro ha ricoperto la posizione di anziano del blocco (Blockältester). I resoconti ai quali si fa qui riferimento sono tre: uno stilato da Jerzy Tabeau (un maggiore dell’esercito polacco), fuggito il 19 novembre 1943; un altro reso sulla scorta delle testimonianze di due ebrei slovacchi – Alfred Wetzler e Rudolf Vrba (nome originario: Walter Rosenberg) – evasi insieme il 7 aprile 1944, e un ultimo redatto da altri due prigionieri ebrei – Arnost Rosin e Czeslaw Mordowicz, slovacco il primo, polacco il secondo – fuggiti insieme il 27 maggio 1944. L’evasione di Wetzler e Vrba da Auschwitz è rocambolesca. Rimasti nascosti per tre giorni sotto una pila di legname nel settore di Birkenau chiamato Mexico i fuggiaschi, al termine di un viaggio disperato durato diciotto giorni, raggiungono il 25 aprile la cittadina di Zilina nella Slovacchia settentrionale. Qui riescono a mettersi in contatto con alcuni membri dell’Ustredna Zidov, il Consiglio ebraico della Slovacchia. Il rapporto di sessanta cartelle dattiloscritte, steso dai due ex prigionieri, viene tradotto dallo slovacco e spedito in Ungheria, in Vaticano, in Palestina e in Svizzera. In Ungheria, dove dal 15 maggio sono iniziate massicce deportazioni di ebrei verso Auschwitz, il rapporto inizia a circolare solo nel giugno successivo, mentre in Slovacchia esso viene sùbito consegnato da due leader, Gizi Fleischmann e il rabbino Michael Dov Weissmandel, a monsignor Giuseppe Burzio, incaricato d’affari della Santa Sede a Bratislava, il quale invia a sua volta il rapporto in Vaticano il 22 maggio 1944, quantunque il plico sembri giungere a destinazione soltanto alla fine d’ottobre. Dalla Svizzera Allen Dulles, il capo dell’OSS (Office of Strategic Services, i servizi dell’intelligence americana in Svizzera) indirizza il documento al War Refugee Board di Washington. Qui il rapporto viene fuso con gli altri due resoconti paralleli, quello di Jerzy Tabeau e quello di Rosin e Mordowicz, dando origine a una relazione, nota anche come il WRB Report, che viene resa di pubblico dominio, in 59 pagine, nel novembre 1944. 13 Contemporaneamente il rapporto viene pubblicato anche in Svizzera in due diverse versioni: l’una dal titolo “L’extermination des Juifs en Pologne. Dépositions et témoins oculaires”, edita a Ginevra a cura del dr. Alfred Silberschein (del Comitato di soccorso del Congresso ebraico mondiale), e l’altra dal titolo “Souvenirs de la maison des morts. Le massacre des Juifs”, in 76 pagine, senza indicazioni di data e di luogo d’edizione, ma di sicura matrice elvetica. A séguito della pubblicazione da parte del War Refugee Board, il New York Times offre spazio ad ampi stralci del documento nella sua edizione del 26 novembre 1944: troppo tardi, però, perché la commozione suscitata presso l’opinione pubblica riesca a tradursi in concrete iniziative capaci di offrire salvezza agli oltre 400 mila ebrei già deportati dall’Ungheria. Il WRB Report dà di Auschwitz-Birkenau una circostanziata descrizione, con molti particolari circa la planimetria, gli impianti di sterminio, l’organizzazione interna e il servizio di sorveglianza, il sistema di immatricolazione dei detenuti, la vita d’ogni giorno, le reazioni delle SS alle fughe dei prigionieri, le selezioni iniziali sulla banchina d’arrivo (le rampe), le selezioni interne, le punizioni, le uccisioni, le gassazioni. Nel documento, fra l’altro, si afferma: “[Dalla stanza di preparazione B] una porta e alcuni gradini conducono alla camera a gas C, stretta e molto lunga, situata a livello leggermente inferiore. Le pareti di questa camera sono nascoste da tende che danno l’illusione di un’immensa stanza da bagno. Nel tetto piatto si aprono tre finestre, che possono essere chiuse ermeticamente dal di fuori. L’ambiente è attraversato da rotaie che conducono alla camera dei forni. Così si svolgono le ‘operazioni’. I
disgraziati sono condotti nella stanza B, e gli si dice che devono fare un bagno e spogliarsi in questo locale. Per convincerli che faranno davvero il bagno, due uomini vestiti di bianco consegnano a ciascuno un asciugamano e un pezzo di sapone. Poi vengono spinti nella camera a gas C. Possono entrarci 2000 persone, ma ciascuno non dispone strettamente che dello spazio per restare in piedi. Per riuscire a fare entrare quella massa nel locale, si sparano ripetutamente colpi d’arma da fuoco per obbligare le persone che sono già dentro a stringersi. Quando tutti sono all’interno si chiude con il catenaccio la pesante porta. Si aspettano alcuni minuti, probabilmente perché la temperatura della camera possa raggiungere un certo grado, poi alcune SS, munite di maschere antigas, salgono sul tetto, aprono le finestre e lanciano all’interno il contenuto di alcune scatole di latta: un preparato sotto forma di polvere. Le scatole portano la scritta ‘Zyklon’ (insetticida) 14; sono state fabbricate ad Amburgo. Si tratta probabilmente di un composto di cianuro che diventa gassoso a una data temperatura. In tre minuti tutti gli occupanti del locale sono morti. Finora non è mai stato trovato all’apertura della camera a gas un solo corpo che desse un segno qualunque di vita [...]. La camera viene quindi aperta, aereata, e il ‘Sonderkommando’ comincia a trasportare i cadaveri, su vagoncini piatti, verso i forni crematori, dove vengono bruciati.” Questo Sonderkommando15, un’unità operativa comprendente più di 900 membri divisi in tre squadre che lavorano otto ore ciascuna, è il ‘Commando speciale’ incaricato della gassazione e della cremazione del materiale umano che senza interruzione, con l’arrivo dei convogli, viene destinato al gas. Proprio perché in possesso di questo spaventoso segreto, il Sonderkommando, costituito quasi esclusivamente di prigionieri ebrei, viene eliminato periodicamente ogni tre mesi. Oltre alla mansione di recuperare sui cadaveri gli oggetti d’oro, comprese le protesi dentarie, e di tagliare i capelli alle donne (che vengono utilizzati quale materiale isolante per i veicoli dell’esercito tedesco, aerei e sottomarini), gli uomini che lo compongono hanno anche quella di far credere ai prigionieri destinati al gas che stiano per essere sottoposti a spidocchiamento. Citato come teste al processo di Norimberga, il comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, rivelerà che gli uomini del Sonderkommando “erano abilissimi in questo compito: convincevano le donne e parlavano con dolcezza ai bambini così che questi, rasserenati, entravano nelle camere giocando fra loro. [...] I ‘Sonderkommando’ erano quasi sempre ebrei, spesso provenienti dalle stesse zone dei deportati. Di loro i prigionieri si fidavano: chiedevano informazioni sulla vita nel campo e notizie di altri gruppi familiari giunti prima.”16 Il 7 ottobre 1944, avvalendosi della collaborazione di altri prigionieri, e particolarmente di donne che lavorano alla fabbrica di munizioni Union-Werke, e collegandosi con i partigiani polacchi della zona, operanti all’esterno di Auschwitz, i membri del Sonderkommando (ebrei polacchi, ungheresi e greci) danno inizio a una disperata rivolta durante la quale riescono a incendiare e a fare esplodere il crematorio IV; e dopo avere dato battaglia aperta alle SS, tentano la fuga. I tedeschi li riacciuffano e stroncano la ribellione. In seguito a questo episodio, su ordine verbale di Himmler le selezioni e i trattamenti omicidi con il gas vengono interrotti. In una testimonianza scritta dell’ottobre 1965, Primo Levi e Leonardo De Benedetti ricordano d’avere personalmente assistito, poco prima del Natale 1944, all’impiccagione di tre prigionieri, rei di avere tentato di promuovere una simultanea insurrezione nel Lager di Monowitz (Auschwitz 3). E per parte sua Giuliana Tedeschi rammenta d’essere stata testimone oculare, nel Lager di Auschwitz 1, dell’impiccagione di quattro giovani ebree polacche (5 gennaio 1945), ree di avere sottratto l’esplosivo e di averlo passato ai membri del Sonderkommando.17 Nelle settimane successive, con l’avvicinarsi delle avanguardie dell’Armata Rossa, il complesso di Auschwitz è smobilitato, le SS demoliscono i crematori e le camere a gas e la popolazione residua viene trasferita a scaglioni in altri campi di concentramento ‘normali’
all’interno del Reich. Il 18 gennaio 1945 viene effettuata l’evacuazione in massa dei superstiti verso ovest. Nel cuore dell’inverno, varie decine di migliaia di prigionieri sono caricati su carri ferroviari aperti o avviati a piedi. Alcuni contingenti, come quelli diretti a Dachau e a Bergen-Belsen, marceranno per oltre un mese subendo per via perdite enormi. Ad Auschwitz rimangono 2819 persone ammalate, che i soldati sovietici entrati nel campo il 27 gennaio troveranno vive assieme ai cadaveri di 648 fra ebrei, polacchi e zingari. Un calcolo numerico esatto dell’entità dello sterminio perpetrato ad Auschwitz non si potrà mai compiere. Nella loro criminale ma lucida follia i nazisti riescono spesso a occultare, insieme con le loro vittime, anche le prove. Tuttavia, alla luce di stime recenti, suscettibili di aumentare via via che nuovi documenti verranno reperiti, il perimetro di Auschwitz inghiotte circa 700 mila vite, di ebrei e non ebrei (prigionieri di guerra sovietici, zingari e così via). Sui 750 mila ebrei deportati nel campo, 550 mila, dichiarati inabili, muoiono nelle camere a gas. 18 E, come sempre, l’eliminazione immediata colpisce i più deboli: i bambini, le donne e i vecchi. Ad ogni modo, questo computo non comprende le vittime delle ‘marce della morte’ al momento dell’evacuazione, né coloro che moriranno più tardi nei campi del Reich o dopo la liberazione definitiva dei campi.
La deportazione degli ebrei italiani
“In maggioranza, gli ebrei italiani e gli ebrei stranieri che hanno cercato rifugio in Italia sono sopravvissuti. Tuttavia la tempesta razziale è esplosa in un paese dove la minoranza ebraica, profondamente radicata, era insediata nella vita civile e produttiva, negli ambienti militari, nella magistratura, nelle professioni, nell’insegnamento, nell’industria, e da due secoli non conosceva discriminazioni, appoggiava il governo e non aveva motivo di credere che un giorno sarebbe stata possibile la promulgazione delle leggi razziali. Ma tali leggi furono proposte da un capo del governo che non aveva precedenti di pregiudizi razziali, un re d’Italia le firmò, e divennero una realtà italiana. Vi furono arresti, retate, deportazioni, esecuzioni, migliaia di morti.” Così argomenta Furio Colombo nella prefazione, ampia e molto densa, da lui scritta per l’edizione italiana del saggio di Susan Zuccotti su L’Olocausto in Italia.1 La ‘soluzione finale’ fa la sua comparsa in Italia pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, sotto forma di alcune iniziative definibili come ‘selvagge’. Sulla sponda piemontese del Lago Maggiore stazionano, con il ruolo più o meno dichiarato di forze d’occupazione, alcune compagnie del II Reggimento SS della Panzerdivision Leibstandarte Adolf Hitler. Si tratta di un’unità di fanteria corazzata spostata nell’Italia del nord dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943), proveniente dal fronte russo e quindi abituata ad assistere, se non a partecipare, agli eccidi di massa perpetrati fra le popolazioni ebraiche dalle Einsatzgruppen. Il 15 settembre, uomini in servizio presso tale reggimento arrestano e, dopo una detenzione di alcuni giorni, massacrano 54 ebrei, 15 dei quali fuggiti in Italia da Salonicco per sottrarsi al terrore dell’occupazione tedesca. L’eccidio che i tedeschi, apparentemente, compiono a scopo di rapina o per puro sadismo, viene consumato con risvolti di particolare efferatezza in varie località: Meina, Baveno, Arona, Stresa e alcune altre.2 Il 18 settembre reparti di questo stesso II Reggimento SS rastrellano e catturano nelle valli del cuneese circa 350 ebrei, per lo più d’origine polacca, fuggiti dal sud della Francia nell’illusione che, con l’armistizio, l’Italia possa diventare un’accogliente terra d’asilo. Il 16 settembre, 35 ebrei di Merano e Bolzano cadono in una retata a opera di elementi altoatesini aggregati a un corpo di polizia locale che collabora con le SS. Questi ebrei vengono inviati al campo di internamento di Reichenau, in Austria, ove rimarranno presumibilmente fino ai primi di marzo del 1944, per essere poi trasferiti ad Auschwitz. 3 Susan Zuccotti, L’Olocausto in Italia [1987], Mondadori, Milano 1988, p. 14. Sull’eccidio di Meina e sulle altre stragi perpetrate nello stesso periodo dai nazisti nella regione del Verbano si vedano: Giuseppe Mayda, Ebrei sotto Salò. La persecuzione antisemita 1943-1945, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 79-95; Susan Zuccotti, L’Olocausto in Italia, cit., pp. 35-36; Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano 1991 [III ediz. aggiornata e ampliata 2002], pp. 760-761; Marco Nozza, Hotel Meina, Mondadori, Milano 1993; Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997, pp. 55-79; Giuliana, Marisa, Gabriella Cardosi, Sul confine. La questione dei “matrimoni misti” durante la persecuzione antiebraica in Italia e in Europa (1935-1945), Zamorani, Torino 1998, pp. 3-8. 1 2
Subito dopo è la volta degli ebrei di Roma, su cui si abbatte il 26 settembre l’imposizione di una taglia di 50 chilogrammi d’oro da consegnarsi entro 36 ore, pena la deportazione di 200 membri della Comunità romana. Il 29 settembre, cioè il giorno successivo alla consegna dell’oro affannosamente raccolto, i nazisti irrompono nei locali della Comunità asportando l’archivio corrente, senza per altro trascurare di fare man bassa del denaro contenuto nella cassaforte. Il 13 ottobre è la volta delle due più importanti biblioteche ebraiche che conservano testi antichi e preziosi: la biblioteca della Comunità e quella del Collegio rabbinico italiano. Ma a tutto ciò farà séguito, infine, la grande retata del 16 ottobre, con la quale 1022 persone verranno catturate con un’azione fulminea avente per epicentro l’antico ghetto, e deportate ad Auschwitz. Soltanto 17 riusciranno a sopravvivere, mentre 839 (le prime vittime italiane dello Zyklon-B) subiranno l’immediata eliminazione nelle camere a gas di Birkenau.4 Nel frattempo, tra il 15 e il 22 settembre 1943, nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale occupate dai tedeschi viene varato il nuovo governo fascista della Repubblica sociale italiana (RSI, conosciuta anche come Repubblica di Salò) con a capo Benito Mussolini. Lo Stato neonato è un regime-fantoccio, del tutto asservito alla potenza occupante, e che nei confronti degli ebrei non tarda a seguire una linea molto più dura di quella tenuta dal fascismo italiano dopo l’adozione, nel 1938, delle leggi per la ‘difesa della razza’. Con il manifesto programmatico approvato il 14 novembre 1943 dal Partito fascista repubblicano nel corso del suo Congresso a Verona (la cosiddetta ‘Carta di Verona’), il regime di Salò emana contro gli ebrei, sia ‘puri’ che ‘misti’, sia italiani che stranieri residenti in Italia, una serie di provvedimenti che gli stessi nazisti non avevano osato imporre a taluni dei paesi occupati, quali la Danimarca, e neppure agli altri alleati: non alla piccola Bulgaria che, come s’è visto, si era rifiutata di applicarli; non all’Ungheria che li emanerà soltanto quando Hitler invaderà militarmente il territorio magiaro (19 marzo 1944). Già le leggi razziali italiane del 1938 non appaiono sostanzialmente più miti di quelle nazionalsocialiste; anzi, contengono alcune specifiche disposizioni dal carattere più marcatamente persecutorio – quali per esempio alcune norme sulla proprietà o l’esclusione totale degli studenti dalle scuole pubbliche – rispetto alla legislazione antiebraica vigente in Germania prima della ‘Notte dei cristalli’ (9-10 novembre 1938). 5 Ma i nuovi provvedimenti resi operativi a Verona (al punto 7°, la ‘Carta’ recita: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”) prevedono che gli ebrei, in quanto ‘nemici’, vengano arrestati e chiusi in campi di concentramento, e che i loro beni siano confiscati, vale a dire ‘rubati’: un complesso normativo che non trova precedenti in alcun rapporto internazionale. A questo proposito, Guido Fubini fa notare che al varo del famigerato punto 7° segue prima il bando del duce del 13 dicembre 1943, che ordina a tutti gli ebrei di presentarsi per essere internati nei campi di concentramento e poi, a poco più di un mese di distanza, il decreto del duce del 4 gennaio 1944, n. 2, che dispone la confisca di tutti i beni, mobili e immobili, appartenenti ad ebrei, e “la devoluzione del prezzo di vendita allo Stato a parziale ricupero delle spese assunte per assistenza, sussidi e risarcimenti di danni di guerra ai sinistrati delle incursioni aeree nemiche”. “Con tali provvedimenti, ” scrive Fubini, “gli ebrei venivano sottoposti a una condizione peggiore di quella dei cittadini di paesi dichiaratamente in guerra con l’Italia, protetti dalle norme del diritto internazionale, e per i quali la legge italiana prevedeva di regola non la confisca ma il solo sequestro dei beni: agli ebrei [italiani] veniva infatti negato non solo il diritto di avere ma anche il diritto di essere. I provvedimenti della Repubblica sociale italiana toglievano loro anche la tutela giuridica del diritto alla vita. Non si ravvisano precedenti né nel diritto romano pre e postgiustinianeo, né nel diritto comune. ”6 Un’ordinanza di polizia del ministro degli interni di Salò, in vigore sin dal 30 novembre, prescrive che tutti gli ebrei residenti nel territorio della RSI, qualunque sia la loro nazionalità,
siano “inviati in appositi campi di concentramento”. Tale ordinanza diventa subito operativa con un rastrellamento che porta all’arresto di 150 ebrei a Venezia (5-6 dicembre 1943), cui seguono numerose altre retate portate a termine interamente da militi italiani in tutta l’Italia centro-settentrionale, dal confine italo-svizzero sino alle province di Firenze, Livorno e Perugia. Di qui trae origine la decisione, da parte della RSI, di allestire appositamente per gli ebrei catturati un grande campo di concentramento. La scelta cade su un’area agricola nel territorio di Fossoli, a pochi chilometri da Carpi, dove incominciano ben presto ad affluire i primi gruppi di ebrei arrestati nel corso delle retate. Ma già prima del 15 marzo 1944, data in cui la gestione del campo passa ufficialmente nelle mani delle SS, Fossoli funziona quale principale centro di transito per ebrei e oppositori politici italiani diretti ai campi di sterminio dell’Europa orientale, primo fra tutti Auschwitz. Le testimonianze presentate nel processo (Berlino, aprile 1971) contro il colonnello delle SS Friedrich Bosshammer, capo della sezione IV-B-4 dell’RSHA per l’Italia (l’ufficio di Eichmann) riferiscono in quali condizioni si svolgono questi trasferimenti. 7 Il convoglio partito da Fossoli, cioè dalla stazione ferroviaria di Carpi la mattina del 22 febbraio 1944, trasporta circa 500 ebrei d’ambo i sessi, fra cui molti malati gravissimi e, come testimonia Primo Levi, anche una donna di 88 anni, la veneziana Anna Jona, moribonda. Si tratta di ebrei italiani e stranieri catturati in varie località da agenti italiani della Pubblica Sicurezza, in ossequio alla citata ordinanza di polizia del 30 novembre 1943. Il treno si compone di dodici vagoni-merce e una carrozza viaggiatori, occupata dalle SS che scortano i prigionieri. Trentuno dei deportati sono bambini al di sotto dei 12 anni; il più giovane, Leo Mariani proveniente da Venezia, ha appena compiuto tre mesi; uno fra i più vecchi, un uomo di 75 anni, muore prima di giungere ad Auschwitz, e la stessa sorte tocca ad altri due ultrasettantenni. Una volta al giorno il convoglio si ferma in aperta campagna e la scorta distribuisce pane, marmellata e acqua. Il treno arriva a destinazione dopo quattro giorni, la sera del 26 febbraio, alle 21. La selezione ha luogo l’indomani e, in base ai documenti conservati nell’archivio del Museo di Auschwitz, 95 uomini e 29 donne entrano nel Lager come ‘idonei al lavoro’; gli altri, fra cui tutti gli anziani e le madri con i loro bimbi, vengono gassati. Dei 124 ebrei che passano la selezione si salveranno 15 uomini e 8 donne. Durante l’occupazione tedesca, gli ebrei che risultano presenti nel nostro paese sono poco più di 33 mila; altri 1900 vivono a Rodi e nelle isole dell’Egeo, già possedimenti italiani (Dodecanneso). Dal settembre 1943 all’aprile 1945, nel corso di uno dei più oscuri e sconvolgenti periodi della storia dell’Italia contemporanea, gli ebrei di cui è accertata la deportazione dal territorio ‘metropolitano’ sono 6806, mentre i deportati dal Dodecanneso ammontano a 1820 (pari rispettivamente al 27 e al 96 per cento degli ebrei presenti). Su un totale di 8626 deportati, 7557 periranno nelle camere a gas o nei campi di lavoro coatto. Altri 322 verranno massacrati in occasione di eccidi documentati (come alle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, dove 75 ebrei cadranno assieme a 260 non ebrei). 8 Queste macabre statistiche non riescono a coprire i casi di un altro migliaio di ebrei, residenti o in transito allora in Italia, il cui martirio sembra destinato a restare anonimo. Nei mesi in cui questa tragedia va consumandosi, gli ebrei italiani trovano aiuti, soccorsi e complicità generose, talvolta eroiche, presso la gente del popolo, i soldati, i sacerdoti, i conventi, i funzionari civili, singoli individui che a proprio rischio salvano migliaia di vite e che, talvolta, pagano la loro opposizione alla barbarie spingendosi fino a condividere la stessa sorte toccata agli ebrei. Mirabili ed esemplari restano le iniziative di assistenza ai profughi ebrei assunte a Genova dal cardinale Pietro Boetto e a Firenze dal cardinale Elia Della Costa dopo la chiusura, nelle due città, degli uffici delle rispettive Comunità israelitiche. 9
Al livello, invece, del governo e delle autorità periferiche della RSI, le responsabilità nel processo di sterminio degli ebrei in Italia sono dirette e pesantissime. Dalla polizia fascista che conduce i rastrellamenti di ebrei d’intesa con le SS, ai militi della guardia nazionale repubblicana che scortano i convogli dei deportati dall’Italia fino ai cancelli di Auschwitz; 10 dalla cieca e sorda burocrazia statale che rapina i beni ebraici per finanziare il sottogoverno di Salò, agli organi di stampa che plaudono ai successi delle retate e delle deportazioni: la RSI accetta il proprio ruolo di esecutrice zelante delle direttive naziste senza obiezioni e senza frapporre ostacoli. Mentre lo stesso Mussolini non esita a sottoscrivere di suo pugno l’autorizzazione alle deportazioni, va detto che la persecuzione omicida è realizzata, anche nel nostro paese, da migliaia di fanatici e tollerata da una maggioranza terrorizzata, preoccupata o indifferente. E nelle ore più cupe del genocidio, lo stesso Vaticano, purtroppo, non riesce a esprimere una chiara condanna morale, preferendo osservare un diplomatico silenzio.
Alcune formidabili domande
In uno degli ultimi capitoli del Doctor Faustus (1947) Thomas Mann (1875-1955) espone le proprie riflessioni sui tragici accadimenti del 25 aprile 1945, quando ormai “la nostra resistenza in Occidente sta evidentemente dissolvendosi”; e le esprime attraverso osservazioni attribuite a Serenus Zeitblom, il bravo umanista tedesco, avverso ai nazisti, che nel romanzo funge da portavoce dell’autore. In quelle pagine, 1 scritte nel segno dell’angoscia per la catastrofe nazionale che proprio in quelle ore si stava consumando, Serenus registra il cupo fatalismo con il quale “il nostro popolo sciagurato, emaciato dal dolore e dallo spavento, incapace di comprendere” si pone di fronte al precipitare degli eventi. “L’uomo raccapricciante che or è un anno sfuggì all’attentato di patrioti disperati [. . .] ha ordinato ai suoi soldati di affogare in un mare di sangue l’attacco contro Berlino, di fucilare ogni ufficiale che osi parlare di resa.” Su questo sfondo di ferocia e distruzione, quando “un generale d’Oltre-Atlantico fa sfilare la popolazione di Weimar davanti ai crematori di quel campo di concentramento” (Buchenwald), coloro che vengono costretti a visitare il campo sono “cittadini che hanno tenuto dietro apparentemente con onore ai loro affari e tentato di non saper nulla, benché il vento portasse alle loro nari il puzzo di carne umana bruciata”. Hanno tentato di non sapere nulla, dunque sapevano. “La nostra vergogna è esposta agli occhi del mondo” incalza Serenus Zeitblom. “Chiamatelo tenebrosa possibilità della natura umana, quel che ora si scopre; ma uomini tedeschi, a decine, a centinaia di migliaia hanno commesso ciò che fa rabbrividire l’umanità.” Sul versante opposto a quello delle centinaia di migliaia di “volonterosi carnefici di Hitler” (secondo l’icastico titolo di un’opera, molto discussa, del politologo americano Daniel J. Goldhagen) che misero fisicamente in atto lo sterminio, e dei milioni di europei che ‘non videro nulla’ o assistettero alla Shoah con occhi distratti, vi furono casi non rari, in quei terribili anni, di singole persone prive di potere e lontane da esso che, aiutate talvolta da sparuti nuclei di collaboratori, scelsero a proprio rischio di prodigarsi per sottrarre gruppi di ebrei a un destino di sicura eliminazione. Tre nomi per tutti: Giorgio Perlasca, il ‘fascista buono’ (1910-1992) e Raoul Wallenberg, il diplomatico svedese (1912-?), che a Budapest, tra il 1944 e il gennaio del 1945, salvarono varie migliaia di ebrei ungheresi; e Oskar Schindler (1907-1974), l’imprenditore tedesco dei Sudeti che, facendo lavorare un migliaio di ebrei in alcune sue fabbriche nella Polonia occupata, riuscì a evitare che finissero nei crematori di Auschwitz.2 A Berlino, nel cuore stesso del Terzo Reich, a partire dal 27 febbraio 1943 varie centinaia di donne ‘ariane’ si raccolsero spontaneamente nella centralissima Rosenstrasse dando vita a una protesta impensabile e inaudita nella Germania hitleriana. Le manifestanti erano le mogli e le madri di un migliaio di ebrei ‘mezzosangue’ e ‘imparentati’ (cioè sposati con donne ariane), che la Gestapo aveva prelevato nelle diverse fabbriche in cui erano costretti a lavorare per condurli e rinchiuderli in vari centri berlinesi di raccolta, in vista della deportazione ‘verso est’. Senza gesti di violenza, camminando per giorni interi, nell’arco di una settimana, su e giù in Rosenstrasse davanti all’ex sede amministrativa della Comunità ebraica (in cui era stato allestito il centro principale di raccolta degli uomini da deportare), queste donne audaci riuscirono a ottenere la liberazione dei detenuti al grido di “Ridateci i nostri mariti! Ridateci i nostri figli!”. 3 Alla fine del conflitto, nella stessa Berlino circa 5 mila ebrei risultarono essere stati nutriti, nascosti e messi in salvo da singoli ‘ariani’ animati da 1
Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano 1978, pp. 561 e ss.
coraggio e senso di umanità. Nel mare magnum dell’indifferenza, questi isolati esempi di solidarietà ebbero un’enorme importanza. Ma nell’Europa egemonizzata dai nazisti, al di là di questi casi individuali vi furono alcune nazioni (si pensi alla Bulgaria o alla Danimarca) in cui esponenti dell’élite, interpretando anche gli orientamenti delle popolazioni, osarono opporre varie forme di resistenza alla politica dello sterminio, riuscendo a incepparla efficacemente. Non v’è dubbio che, nel mondo, settori molto ampi di opinione pubblica tardarono parecchio a rendersi conto che le uccisioni sistematiche di ebrei nei paesi baltici e nelle zone dell’Unione Sovietica conquistate dai tedeschi erano in realtà soltanto i primi passi di un piano per dare corso e compimento al genocidio degli ebrei d’Europa. È altresì probabile che sino alla fine della guerra la pratica delle gassazioni di massa rimanesse sconosciuta ai più. Tuttavia i documenti oggi disponibili ci informano che, appena dopo l’inizio dell’’operazione Barbarossa’ (22 giugno 1941), gli alti comandi della Wehrmacht già sapevano degli eccidi compiuti dalle Einsatzgruppen, e che a Berlino la burocrazia ministeriale, anche quella ‘dei piani bassi’, ne era informata. Non più tardi dell’agosto 1942 ne erano al corrente il governo di Roma, molti governi neutrali e quelli delle potenze in guerra con la Germania (Gran Bretagna e Stati Uniti, oltre naturalmente all’Unione Sovietica, sul cui territorio le stragi si stavano compiendo). Lo sapevano le Chiese tedesche (quella cattolica e quelle protestanti) e lo sapeva il Vaticano, come dimostra il promemoria fatto pervenire il 17 marzo 1942 da rappresentanti dell’Agenzia ebraica, del Congresso mondiale ebraico e della Comunità ebraica elvetica (nelle persone di Richard Lichtheim e Gerhardt Riegner) al nunzio apostolico a Berna, monsignor Bernardini.4 Una sensibilissima testimone del nostro tempo, Gitta Sereny – giornalista e saggista viennese di origine ungherese, che per lunghi anni si è data ad analizzare ciò che accadde al popolo tedesco durante il nazismo, cercando poi anche di cogliere i sentimenti dei tedeschi d’oggi nei riguardi del loro passato – sostiene con argomenti apprezzabili che dopo la fine della guerra, a parte la comunità mondiale ebraica, il paese che con maggiore convinzione si è rivelato disposto a considerare la Shoah come il crimine più infame e atroce del secolo è stato proprio la Germania. “È in Germania”, scrive la Sereny, “che sono stati introdotti i provvedimenti legali ed educativi più efficaci per affrontare questo terribile passato.” Ed ella rammenta come nell’autunno del 1958 il Congresso dei ministri della giustizia dei Länder della Germania Ovest abbia costituito a Ludwigsburg, non lontano da Stoccarda, l’Agenzia centrale per le indagini sui crimini nazionalsocialisti. Nei quattro decenni successivi circa 130 pubblici ministeri e giudici, assistiti da 300 funzionari di polizia, indagarono su più o meno 100 mila persone, sospettate di avere commesso crimini nazisti. “Gli svariati processi che ne risultarono – alcuni dei quali durati mesi, perfino anni – hanno rappresentato una pietra miliare nel percorso compiuto dalla Germania Ovest per affrontare il suo passato e cominciare a venire a patti con esso. [. . .] Nel corso degli anni i media e le autorità preposte all’istruzione hanno appoggiato senza mezzi termini i processi per crimini nazisti, ai quali hanno assistito migliaia di studenti dei licei e delle università.” In Germania, sostiene in conclusione la Sereny, la presa di coscienza della natura e delle conseguenze della tirannia hitleriana ha costituito e costituisce una scoperta che coinvolge i tedeschi di tutte le generazioni, non soltanto delle generazioni del tempo di guerra. Si tratta di una scoperta che In: Archivi sionisti, Gerusalemme (MS) (cit. da Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich. Documenti [1964], Feltrinelli, Milano 1965, pp. 103-108). Circa l’uso del Zyklon B e la strategia hitleriana dell’annientamento, sin dall’agosto 1942 Gerhardt Riegner (l’incaricato del Congresso mondiale ebraico in Svizzera) disponeva di informazioni che, con grande tempestività, trasmise ai governi di Londra e Washington; cfr. a questo proposito Arthur D. Morse, Mentre sei milioni morivano. La “soluzione finale” e l’inerzia dell’Occidente [1967], Mondadori, Milano 1968, pp. 13 e ss. 4
in milioni di persone, compresi i giovani d’oggi, ha prodotto una ferita molto profonda che tarda a rimarginarsi. “Il fatto che questa ferita esista e sia stata sentita con tanta profondità per ben mezzo secolo ha alterato quello che solitamente veniva chiamato il ‘carattere tedesco’. E se oggi la Germania (in modo del tutto diverso da quanto pianificato da Hitler) è diventata non la padrona, ma il cuore dell’Europa, ritengo che sia proprio perché è con questa ferita che continuano a confrontarsi ancor oggi i tedeschi di ogni età.” 5 Detto ciò, persistono due formidabili domande di fondo alle quali, a mio avviso, né la celebrazione di processi contro i crimini nazisti né l’apertura di archivi rimasti a lungo sigillati riusciranno mai a offrire risposte esaurienti. Come è stato possibile che un paese quale la Germania abbia dato corso al genocidio ebraico? Quali iniziative si sarebbero potute, o dovute, prendere per impedire il massacro di milioni di vittime inermi? Per quanto imbarazzo lo storico della Shoah incontri nell’affrontare una tematica di questa natura, conviene qui elencare alcuni altri fra i molti quesiti che, ancora dopo più di mezzo secolo, sogliono essere riproposti. Quale fu nei vari Stati dell’Europa continentale occupata, e quale peso ebbe, la collaborazione degli organi locali di governo e di polizia nella deportazione degli ebrei? Quali furono gli atteggiamenti prevalenti fra le popolazioni? Quali furono i gesti e le politiche delle Chiese cristiane, e in particolare del Vaticano? Come reagirono i governi alleati, soprattutto quelli di Londra e Washington, e i loro organi militari quando constatarono la natura e le dimensioni dell’eccidio in corso? Con quanta tempestività si mossero i governi neutrali (in particolare la Svizzera e la Svezia) e le grandi organizzazioni internazionali (come la Croce Rossa)? In che misura gli ebrei destinati allo sterminio vi si opposero mettendo in atto tentativi di autodifesa? Che cosa impedì agli ebrei di Germania, la cui integrazione nella vita tedesca prima del 1933 era da molti considerata esemplare, di avere un’esatta percezione della vocazione criminale dell’antisemitismo che andava emergendo, e quindi di predisporre efficaci contromisure? Le organizzazioni ebraiche non sottoposte al dominio nazista (ossìa i rappresentanti degli ebrei residenti nella Palestina sotto mandato britannico e i dirigenti di molte importanti comunità della diaspora) furono all’altezza delle responsabilità imposte loro dalla più orrenda catastrofe della storia degli ebrei? Nel dedicare a questi temi qualche riflessione, prenderò in esame alcune interpretazioni significative che la critica storica ha espresso negli ultimi anni.
L’amnesia della Shoah
Nel periodo tra la presa del potere da parte di Hitler nel 1933 e la fine del 1940, anno in cui unità delle SS e della Wehrmacht iniziarono a spostare masse di ebrei da varie regioni europee nei territori polacchi recentemente occupati, gli ebrei assassinati dai nazisti furono poco meno di 100 mila (secondo calcoli del politologo americano Raul Hilberg) 1. Nel 1941, a séguito della ghettizzazione, dei massacri periodici in Polonia e degli assalti omicidi delle Einsatzgruppen e di altre unità militari nei territori occupati dell’Unione Sovietica, il numero delle vittime aumentò vertiginosamente raggiungendo 1 milione e 100 mila morti. Ma l’anno in cui la strage raggiunse il picco più elevato fu il 1942: circa 2 milioni e 700 mila morti. Dopo la conferenza di Wannsee (gennaio 1942), venne avviata in marzo la Aktion Reinhard2, coordinata dal generale Odilo Globocnik, comandante delle SS e della polizia del distretto di Lublino (uomo mostruosamente crudele e venale, uno dei peggiori in assoluto fra i criminali nazisti, morto suicida il 6 giugno 1945 al momento d’essere arrestato da una pattuglia britannica in Carinzia), mentre nel corso dell’estate cominciarono a viaggiare treni che da est e da ovest trasportavano gli ebrei verso i campi di sterminio allestiti appositamente in Polonia. Nel 1943 il numero delle vittime scese a 500 mila. Il grande serbatoio polacco dell’ebraismo est-europeo era ormai praticamente svuotato. Dopo d’allora, per procurarsi nuovi ebrei da deportare la burocrazia nazista dovette estendere i suoi tentacoli altrove, nei paesi dell’Europa centrale, meridionale e occidentale. Allo sterminio degli ebrei d’Europa diedero un notevole contributo molti non tedeschi: poliziotti e burocrati locali, persone disposte non solo a manovrare i treni e a fare la guardia ai campi, ma anche a dare la caccia agli ebrei privandoli dei loro beni e a sbrigare il notevole lavoro cartaceo legato alle deportazioni. Nel novero dei collaborazionisti non mancarono i ‘Hiwi’, cioè i membri di diverse formazioni di ausiliari dell’Europa orientale che operavano a fianco dei nazisti e sotto la loro supervisione. Fra questi ausiliari, si segnalarono per particolare efferatezza i cosiddetti ‘trawniki’, cioè quei prigionieri di guerra ucraini che, offertisi volontari al servizio delle SS e della polizia, furono inviati in un campo di addestramento a Trawniki, nel distretto di Lublino. Qui, acquisite le competenze necessarie per fungere da guardie dei ghetti e dei campi di concentramento del ‘Governatorato generale’, contribuirono alle deportazioni e alle fucilazioni in massa e costituirono la componente principale delle forze di sorveglianza nei campi di sterminio di Chełmno, Treblinka, Bełżec e Sobibór, dove (secondo le stime ufficiali polacche, che probabilmente peccano per difetto) entro l’ottobre 1943 vennero eliminati due milioni di ebrei e 52 mila zingari. I nazisti trovarono collaboratori zelanti anche in Lituania, in Lettonia, nelle diverse regioni
Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, cit., pp. 1363 e ss. Fra gli storici che hanno studiato a fondo la Shoah, Hilberg fu il primo a utilizzare in modo sistematico fonti archivistiche della stessa Germania nazista. 2 Nome in codice che connotava le operazioni di evacuazione degli ebrei insediati nel ‘Governatorato generale’ e il loro annientamento nei campi di sterminio di Chełmno, Bełżec, Sobibór e Treblinka; la denominazione ‘Aktion Reinhard’ intendeva essere un omaggio alla memoria di Reinhard Heydrich, morto in séguito a un attentato di partigiani cechi. 1
conquistate dell’Unione Sovietica, in altri paesi dell’Europa centrale e orientale, e anche nell’Europa occidentale, segnatamente in Francia e in Italia. 3 Nei vasti territori dell’Europa dell’est occupati dai nazisti, l’opinione pubblica era pesantemente condizionata da tradizioni antiebraiche che risalivano molto addietro nel tempo. Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, gli ebrei che vivevano negli Stati indipendenti compresi tra la Germania e l’Unione Sovietica erano circa quattro milioni e mezzo: costituivano cioè minoranze importanti. In Polonia, per esempio, erano il 10 per cento circa dell’intera popolazione. Attorno al 1939, secondo Ezra Mendelsohn, autore del migliore studio sulla vita ebraica in queste regioni tra le due guerre 4, gli ebrei erano minacciati da una grave crisi: la base economica della loro esistenza, tradizionalmente legata a determinate funzioni e attività professionali, appariva molto indebolita; i governi andavano moltiplicando a loro carico le interdizioni; ampi settori del mondo politico li incalzavano con attacchi aspri, tesi a ostacolare o a rallentare la loro integrazione sociale. Naturalmente, tra Stato e Stato si registravano differenze rilevanti: mentre in Jugoslavia e nei paesi baltici l’antisemitismo era abbastanza blando, le grandi comunità ebraiche concentrate in Polonia, Romania e Ungheria vivevano in condizioni molto più difficili. Quando questi paesi caddero sotto il dominio nazista, le tensioni del periodo prebellico si esacerbarono. I nazisti facevano di tutto per creare, mediante i ghetti, barriere fisiche e morali che riducessero al minimo le comunicazioni tra ebrei e non ebrei. Come reagirono allora le varie popolazioni alla persecuzione e ai massacri messi in atto dai nazisti? È, questo, un punto delicatissimo, sul quale s’è sviluppato per decenni fra gli storici un dibattito acceso, concentrato soprattutto sulla Polonia dove viveva la comunità ebraica più numerosa e dove i nazisti avevano stabilito le sedi dello sterminio. Gli storici polacchi ebbero spesso a negare che nella società del loro paese vi fosse, durante la Shoah, una rilevante ostilità popolare. Per contro gli studiosi di parte ebraica, pur proponendo un ventaglio di valutazioni diverse, si sono generalmente trovati d’accordo nel sostenere che gli ebrei, mai completamente accettati quale parte integrante della nazione polacca, affrontarono lo sterminio nella diffusa indifferenza della popolazione: intere comunità ebraiche sradicate e avviate al macello senza che la quiete dei villaggi polacchi fosse in alcun modo turbata dalla tragedia. “Una indifferenza”, osserva Francesco M. Cataluccio5, “che ha mille motivazioni, ma che rimane, tutto sommato, ancor oggi inspiegabile. Non si tratta soltanto di antisemitismo, [. . .] ma di qualcosa di molto più profondo e oscuro. Qualcosa che per molti anni è rimasto in ombra.” Questo “qualcosa che per molti anni è rimasto in ombra”, se per un verso chiama direttamente in causa l’antico retaggio dell’antigiudaismo polacco di matrice cattolica, per un altro fa riferimento anche al particolare atteggiamento che i regimi comunisti subentrati dopo il 1945 nell’Europa orientale assunsero verso gli ebrei e verso le memorie della Shoah: un atteggiamento di profonda rimozione, come parte del tentativo di dissolvere la questione ebraica nel mito della creazione dell’’uomo nuovo’. È questo uno dei temi, fra gli altri, che Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim hanno affrontato in Ebrei invisibili. I sopravvissuti dell’Europa orientale dal comunismo a oggi 6: un testo che, ricostruendo per la prima volta la trama delle vicende ebraiche nell’’altra Europa’, ha il pregio di analizzare la dinamica ebreicomunismo senza mai perdere di vista il retroterra dello sterminio nazista. Per quanto concerne specificamente la Polonia, come s’è già detto, prima del 1939 un polacco su dieci era ebreo. Ancor oggi, nella memoria ebraica la Polonia rievoca lo Yiddishland e tutto ciò che vi è legato: lingua, pratica religiosa, shtetl. Per molto tempo il mondo degli ebrei polacchi costituì un faro della cultura ebraica. Terra di accoglienza degli esiliati sin dal IX secolo, il paese fu la culla di alcune delle grandi correnti dell’ebraismo in Europa. Varia e intensa vi si presentava la vita degli ebrei prima che Hitler facesse della Polonia il fulcro del genocidio. Fino ad allora, il paese contava la comunità ebraica quantitativamente più cospicua nel mondo, persino più numerosa di quella dell’Urss. Dei
3.250.000 ebrei polacchi del periodo precedente la guerra, nel 1945 ne erano sopravvissuti solo 250 mila, dei quali 150 mila rimpatriati dall’Urss nel 1946. Questo trauma orrendo, senza precedenti – riacutizzato da una serie di pogrom di cui furono vittime i sopravvissuti, come quello abietto, inammissibile di Kielce il 4 luglio 19467 – indusse molti ebrei, dopo la guerra, a fuggire dal paese, trasformato ormai in un gigantesco cimitero. Sotto il regime comunista, diverse ondate di antisemitismo, in particolare nel 1968-1969, finirono con l’annientare in Polonia ogni parvenza di vita ebraica. (A seconda delle stime, si calcola che nel 1999 vivessero nel paese tra i 2 mila e i 15 mila ebrei). Più in generale, i regimi comunisti dei vari paesi est-europei non ebbero mai, verso i pochi ebrei rimasti nei loro territori dopo la Shoah, un atteggiamento univoco e costante bensì passarono, piuttosto, da momenti di ‘normalità’ ad altri in cui l’antisemitismo, dietro la maschera dell’antisionismo, si dimostrava in perfetta sintonia con l’ideologia comunista. Sul tema specifico del genocidio nazista, la censura impedì per anni la nascita di una pubblicistica che si discostasse dallo schema propagandistico imposto dal potere. Innegabilmente, in Polonia la guerra di Hitler aveva provocato tra i cittadini cattolici un numero di vittime pari a quello registrato presso gli ebrei: tre milioni di morti per ciascuna delle due comunità. Memore dell’atteggiamento di sostanziale indifferenza e passività manifestato dalla popolazione polacca di fronte al massacro degli ebrei, il giornalista e scrittore Konstanty Gebert, autorevole dirigente della piccola comunità ebraica polacca, ebbe acutamente a osservare che “non è vero [che il martirio renda più nobili]. Il proprio martirio rende indifferenti a quello degli altri. I polacchi ne sono stati un esempio magistrale”. 8 Non solo per questo, ma anche per questo, in tutta l’Europa egemonizzata dall’Unione Sovietica si è potuta per decenni privilegiare la diffusione di una storiografia ufficiale, che negava ogni specificità ebraica della Shoah e parlava dell’antisemitismo come di un mezzo usato dai nemici di classe per schiavizzare i lavoratori. Presentandosi quali antitesi radicali al capitalismo, di cui il nazismo e l’antisemitismo sarebbero stati soltanto delle varianti, i regimi comunisti finirono per deresponsabilizzare gli individui, inibendo il formarsi di una memoria storica e di una coscienza critica e autocritica della Shoah. “Vivendo in una simile atmosfera”, commentano Eschenazi e Nissim, 9 “molti ebrei non dovevano più porsi domande inquietanti, né chiedersi come mai i loro amici li avevano abbandonati per saltare, come scrive Hannah Arendt, sul ‘treno della storia’. Potevano liberarsi dalla paura e pensare che chi aveva loro fatto del male era stato condizionato dall’’ambiente’, ma in fondo era innocente. Il dolore che avevano patito perdeva ogni legame con chi lo aveva provocato; diventava una cosa ‘astratta’, senza nome.”
Varianti di antisemitismo: l’Italia di Salò e la Francia di Vichy
Nel mondo occidentale, dopo la fine della seconda guerra mondiale il lavoro degli storici del genocidio ebraico si svolse per circa quindici anni in un quadro di relativa solitudine. Si trattava di un lavoro difficile, di raccolta e vaglio critico delle testimonianze dei sopravvissuti (vittime e carnefici), di reperimento di archivi spesso inaccessibili, nonché di scavo paziente in archivi spesso difficilmente reperibili. Un risveglio dell’attenzione e dell’interesse del grande pubblico si registrò soltanto nel 1961, all’epoca del processo Eichmann. La scarsa informazione sin allora disponibile facilitò la diffusione del cosiddetto ‘negazionismo’, il cui primo manifestarsi risale appunto agli anni cinquanta. Quando negli anni settanta Willy Brandt, in veste di cancelliere della Repubblica federale tedesca, andò a inginocchiarsi davanti alle rovine del ghetto di Varsavia, quel gesto simbolico colpì notevolmente l’opinione pubblica mondiale, innescando in Germania un significativo conflitto generazionale tra i figli e i padri ex nazisti, 1 e incoraggiando gli storici a scandagliare in profondità l’universo complesso del Terzo Reich hitleriano. Poco dopo la metà degli anni ottanta lo storico canadese Michael R. Marrus faceva notare che il campo della ricerca sulla Shoah si presentava ormai troppo esteso perché una persona potesse pretendere di dominarlo da sola. A quell’epoca, erano già circa duemila le opere a stampa più importanti che un’ideale selezione bibliografica avrebbe potuto annoverare.2 Ora, varcato l’ingresso nel XXI secolo, abbiamo la possibilità di accedere a una memorialistica ricchissima, che dello sterminio esplora gli aspetti e i momenti più diversi. A prescindere dalle opere di fantasia e propaganda, che pure vi sono, dai numerosi, più o meno triviali prodotti filmici e televisivi riproposti a getto continuo o da una certa sottoletteratura che esibisce forme davvero immonde di sollecitazione al consumo del sadico, in ogni paese abbonda sulla Shoah una produzione storiografica che, spesso, è frutto di un’elevatissima professionalità. Romanzieri e cineasti vi hanno dedicato lavori importanti, né si possono passare sotto silenzio le molte e assai impegnate opere di riflessione metafisica, religiosa e teologica con le quali studiosi e pensatori di varia estrazione hanno voluto affrontare questo tema. Se è lecito istituire confronti di simile natura, si ha oggi l’impressione che nella Germania riunificata circolino sulla memoria del nazismo molte più notizie criticamente 1
1
Per una significativa illustrazione di tale conflitto generazionale, si veda il libro autobiografico di Gottfried Wagner, Il crepuscolo dei Wagner [1997], il Saggiatore, Milano 1998. 2 Michael R. Marrus, L’Olocausto nella storia [1987], cit., p. 20.
vagliate di quante non ne circolino in Italia sulla memoria del fascismo o in Francia sulle memorie del regime di Vichy e delle rispettive politiche antiebraiche. L’Italia La società italiana ha acquisito molto tardi e con enorme riluttanza la coscienza delle responsabilità del regime fascista nella persecuzione antisemita e della sua corresponsabilità persino nella ‘soluzione finale’. Nel nostro paese resiste ostinatamente il mito dell’Italia fascista ‘salvatrice di ebrei’. E del resto, la vulgata degli ‘italiani brava gente’ appare accolta anche da alcuni studiosi stranieri, quale per esempio Meir Michaelis, docente di storia all’Università ebraica di Gerusalemme, che nel suo saggio su Mussolini e la questione ebraica propone una sostanziale subalternità della politica razziale italiana rispetto alla variante del nazismo tedesco.3 Non vi è alcun dubbio che la responsabilità generale della Shoah ricada sul regime di Hitler. Detto ciò, e date per scontate la mancanza di fanatismo antisemita nella tradizione politico-culturale italiana, nonché l’assenza di finalità di annientamento fisico nella tradizione dell’antigiudaismo italiano (d’impronta essenzialmente cattolica), resta il fatto che la Shoah ebbe luogo anche in Italia. È vero che la persecuzione raggiunse il culmine solo durante l’occupazione tedesca (a partire dall’autunno del 1943), allorché le forze d’invasione braccarono gli ebrei italiani e quelli stranieri che risiedevano nel nostro paese, deportandone in Germania varie migliaia. Ma le deportazioni furono in larga misura propiziate dall’attiva collaborazione delle milizie della Repubblica di Salò. E soprattutto, la decisione di trasformare il Regno d’Italia in uno Stato ufficialmente antisemita maturò ed ebbe luogo in una fase storica precedente, in coincidenza con l’adozione delle leggi razziali autonomamente imposte nel 1938 da Mussolini a una popolazione che, almeno in parte, non ne condivideva la stolida violenza: una violenza volta dapprima a colpire gli ebrei nei loro diritti, non già a stroncarne le vite. Il fascismo arrivò con fatica, ma metodicamente, a darsi i capisaldi concettuali del proprio antisemitismo. Già nel maggio 1933 (quattro mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere), il capo squadrista Roberto Farinacci (1892-1945), esponente della componente più aggressiva del fascismo, aveva scritto su Il regime fascista un articolo nel quale caldeggiava l’introduzione in Italia di un numerus clausus ufficioso degli ebrei. E poco meno di un anno più tardi, nel marzo 1934, quando venne arrestato a Torino un gruppo di sedici antifascisti di ‘Giustizia e libertà’ (quattordici dei quali erano ebrei), il quotidiano romano Il Tevere, notoriamente molto vicino al duce, aveva rincarato la dose attribuendo alla ‘razza ebraica’ “il meglio dell’antifascismo passato e presente: da Treves a Modigliani, da Rosselli a Morgari”. Dato che la ‘sovversione ebraica’ veniva imputata con insistenza sempre maggiore all’emergere del sionismo, e poiché questa iniziale campagna della stampa fascista andava ascrivendo la ‘dubbia lealtà patriottica’ degli ebrei al potere dell’’internazionale ebraica’, alla ‘doppia fedeltà’ e via accusando, gli ebrei più ansiosi di dimostrare il proprio zelo verso il regime si affrettarono a offrire un aperto sostegno al fascismo, anche in polemica con i propri correligionari, in particolare con la piccola pattuglia dei sionisti, della quale il più strenuo alfiere era Dante Lattes. Così, nel maggio 1934, nacque a Torino La Nostra Bandiera, organo settimanale diretto da Ettore Ovazza, un ebreo convinto antisionista, che aveva aderito al fascismo sin dal 1920 (finirà catturato in Valle d’Aosta e ucciso dai tedeschi nell’ottobre 1943). Ad ogni modo, l’adozione ufficiale di una politica antiebraica su basi razziali si ebbe soltanto tra la fine del 1937 e il 1938, in séguito al progressivo avvicinamento di Mussolini alla Germania hitleriana. Al razzismo antisemita dei fascisti italiani, uno dei primi tasselli ‘teorici’ fu fornito da un vecchio e bolso poligrafo già di fede cattolica e nazionalista, e
passato poi armi e bagagli nelle file fasciste: Paolo Orano (1875-1945), rettore dell’Università di Perugia. Alla penna di costui si dovette un pamphlet intitolato Gli ebrei in Italia che, quando vide la luce in prima edizione nell’aprile 193712, suscitò una notevole eco nei giornali, non solo italiani, e aprì la strada – non a caso, come vedremo – alla futura politica fascista nei confronti degli ebrei. Il libello di Orano, nel quale si ritrovano tutti gli stereotipi comuni alla giudeofobia tradizionale (gli ebrei che vogliono prevalere con l’oro, gli ebrei razzisti, gli ebrei traghettatori delle mode intellettuali degenerate, e così via), assumeva come suo primo bersaglio polemico la presunta “attività sionistica di gran parte degli ebrei cittadini italiani”, “l’esaltazione degli ebrei ebraizzanti e sionisti per i loro apostoli, le loro tradizioni, la loro razza, il loro sogno, oggi impresa decisiva, di restaurare lo Stato palestiniano”. 13 Secondo l’autore, nel dare una mano al sionismo l’Italia avrebbe dato una mano, in realtà, all’espansionismo britannico e avrebbe preso posizione, a scapito dei propri interessi, contro gli arabi; senza dire poi dei diritti cristiani sui Luoghi Santi: “Essa [la Palestina] è la Terra Sacra perché vi nacque il Redentore che illuminò dall’interno la coscienza latina”, sentenziava Orano. E poco oltre aggiungeva: “Croce e Fascio sono legati dal più intimo spirito e si trovano oggi di fronte un’Inghilterra ebraizzante ed un ebraismo britannizzante”. 14 Sistemati così i sionisti, Orano si dava poi a esortare gli ebrei italiani ad astenersi da manifestazioni di “separatismo”, proponendo loro un futuro di totale assimilazione, quasi nei termini di una resa senza condizioni: “L’ebraismo di razza e sionistico ha la sua specifica esclusiva visione in un orgoglio di genti, come tante altre genti, vinte disperse che non hanno più ragion di vita e di sviluppo che in quella delle patrie territoriali e nazionali”. 15 Ma ecco l’autore cambiare improvvisamente registro per rivolgere i suoi strali anche contro gli ebrei fascisti, e persino contro quell’Ettore Ovazza che proprio due anni prima, nel suo libro Sionismo bifronte,16 aveva preso le massime distanze possibili da Dante Lattes e dal movimento sionista. Anche per la penna di Ovazza – “che io considero, scriveva Orano, l’israelita italiano di più franca parola, il più sinceramente convinto della gravità del problema ebraico anche per l’Italia” – “ritorna la nota del ‘popolo eletto’, missionario, e l’irresistibile senso dell’origine privilegiata . . . , la nota insomma del rabbino Dante A. Lattes”. 17 Il pamphlet di Orano si chiudeva infine con le seguenti parole, criptiche ma cariche di minaccia: “È il problema che deve essere abolito. L’Italia fascista non ne vuole. Il dire di più sarebbe superfluo”.18 Diretta per la prima volta esplicitamente contro gli ebrei italiani, e non più contro le astrazioni chiamate ‘Internazionale ebraica’, ‘alta finanza ebraica’, o ‘cricca giudaicomassonica’, la prosa vacua e aberrante di Paolo Orano ebbe la singolare fortuna di fornire al momento giusto, al regime di Mussolini, quella copertura ideologica di cui aveva bisogno. A cavallo tra il 1937 e il 1938, infatti, il governo fascista, impelagato irrimediabilmente nella guerra civile spagnola e costretto all’interno dell’Asse Roma-Berlino a una partnership sempre più vincolante, andava cercando ormai affannosamente il modo di disfarsi di tutti gli ebrei: non soltanto degli ‘infidi ebrei italiani’, cioè degli antifascisti (che sarebbero stati eliminati comunque), ma anche dei ‘leali italiani ebrei’, considerati fino allora elementi utilissimi. Troviamo già qui l’argomentare duplice, per così dire a tenaglia, di ogni razzismo che si rispetti. Gli ebrei sono pericolosi in quanto costituiscono una minoranza inassimilabile. Ma la loro pericolosità non è minore quando facciano di tutto per omologarsi o mimetizzarsi, com’era il caso, per l’appunto, degli ebrei fascisti. Il Popolo d’Italia di Mussolini, che recensì il libro di Orano in termini entusiastici, fece capire a tutti – ebrei e non ebrei – che era giunto il momento, in Italia, di combattere gli ebrei in quanto tali, compresi i fascisti della prima ora come Ettore Ovazza. Di qui, l’atto riconoscibile di nascita del razzismo italiano di regime.
Sostenuta da pseudo-ideologi della portata di Paolo Orano, Telesio Interlandi (1894-1965) e Giovanni Preziosi (1881-1945), la politica di discriminazione antisemita del fascismo venne inaugurata il 14 luglio 1938 con la pubblicazione del ‘Manifesto degli scienziati razzisti’, scritto di pugno dal duce con la collaborazione di Guido Landra (un giovane assistente di antropologia, 1913-1980), e fatto avallare dalla firma di qualche scienziato compiacente: fra gli ‘autori’, il senatore professor Nicola Pende (1880-1970), direttore dell’Istituto di Patologia medica dell’Università di Roma. In dieci sintetiche proposizioni, il documento affermava che le razze umane esistono, che ce ne sono di grandi e di piccole, che si tratta di un concetto puramente “biologico”, che gli italiani sono ariani puri, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana, che ormai è tempo che gli italiani “si proclamino francamente razzisti”; e concludeva dichiarando che “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo”, e che i matrimoni misti erano ammissibili “solo nell’àmbito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo”.19 “La svolta del 1938”, osserva Michele Sarfatti, 20 “fu voluta da Benito Mussolini. Ciò discende con tranquilla evidenza dal fatto che egli era il dittatore del paese e che la decisione di varare la persecuzione costituiva un evento politico di grande rilevanza. A tutto questo va aggiunto che non sono state identificate tracce di imposizioni hitleriane al riguardo”. Ma anche il passaggio, nell’autunno del 1943, “dalla fase della persecuzione dei diritti alla fase della persecuzione delle vite [. . .] ricadde sotto la piena responsabilità di Mussolini, nonostante la sua maggiore debolezza nel paese, nel fascismo, nel rapporto con Hitler.” Queste osservazioni, cui Sarfatti offre il sostegno di un’analisi minuziosa di tutta la documentazione reperita, consentono di mettere da parte i dubbi, più volte avanzati da alcuni studiosi, circa le presunte imposizioni che il dittatore italiano avrebbe subito dall’esterno. Ma soprattutto mettono in luce la natura ideologica e l’ambiguità di certi sviluppi anche recenti della storiografia revisionista in Italia: una storiografia che appare preoccupata, in particolare, di offrire contributi al cosiddetto ‘sdoganamento’ del fascismo e della sua eredità politico-culturale. E per fare ciò, oltre a ridimensionare l’immagine della Resistenza e a cercare di dimostrare come ormai ‘superato’ il concetto di antifascismo (considerato insidioso in quanto includente la componente comunista), presenta retrospettivamente il fascismo italiano come ‘accettabile’, anche in quanto alieno da cadute nel razzismo e nell’antisemitismo. Un celebre studioso, Renzo De Felice (1929-1996), al quale va riconosciuto in ogni caso il merito di avere offerto i frutti di una ricerca monumentale e molto documentata sulla vita e le politiche di Mussolini, dedicò gli ultimi anni della sua vita a una tenace battaglia per abbandonare il cosiddetto ‘paradigma antifascista’ e proporre un’implicita riabilitazione di Mussolini. “So che il fascismo italiano è al riparo dall’accusa di genocidio, è fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto. Per molti aspetti, il fascismo italiano è stato ‘migliore’ di quello francese o di quello olandese”, ebbe a dichiarare De Felice nel corso di un’intervista, invero poco felice, rilasciata a Giuliano Ferrara per il Corriere della Sera del 27 dicembre 1987.21 Quell’intervista, che fece scalpore, fu seguita da autorevoli interventi che affermavano la necessità di superare l’ideologia antifascista, compromessa con lo stalinismo In questo stesso solco revisionista si collocano i tentativi non rari di restituire dignità a figure segnalatesi, all’epoca della dittatura mussoliniana, per l’abilità con cui seppero attraversare l’esperienza fascista all’insegna dell’ambiguità. È il caso, per citare l’esempio più illustre, di Giuseppe Bottai (1895-1959): un gerarca particolarmente potente, che già durante l’infausto ventennio era in fama di uomo sagace e spregiudicato. Fascista della vigilia (fondò nel 1919 il primo fascio mussoliniano a Roma), ideologo delle ‘Corporazioni’, riuscì a restare in sella molto a lungo, sino alla fatale notte del 25 luglio 1943 quando, assieme agli altri principali seguaci di Mussolini, contribuì a estromettere il dittatore dal potere. E in tutti quegli anni seppe coniugare un cursus honorum brillantissimo entro il partito e il governo con
la capacità di offrire (compatibilmente con il clima chiuso e provinciale della cultura italiana dell’epoca) spazi di espressione apparentemente libera agli sfoghi delle frange meno conformiste, se non frondiste, dell’intelligenza fascista che incominciavano a mostrarsi insofferenti dell’inganno sociale e intellettuale del regime. Troppo ambizioso e titubante per trarre qualche conclusione dalle proprie inquietudini, Bottai rimase un personaggio ambiguo che, pur amando atteggiarsi a difensore dei diritti dell’intelligenza, continuava su un altro versante a predicare la disciplina e la devozione al regime. Tant’è che fu proprio questo ‘eretico prudente’ ad anticipare di un mese la legislazione antisemita italiana firmando nell’agosto 1938, in veste di ministro dell’Educazione nazionale, le circolari che inibivano il conferimento a ebrei di supplenze nelle scuole elementari e medie, vietavano l’adozione di libri di testo di “autori di razza ebraica” ed escludevano gli studenti ebrei stranieri dalle università e dalle scuole del Regno. Con una punta particolare di cinismo, l’11 agosto 1938 Bottai annotava nel suo diario 22: “... Della questione ebraica m’è avvenuto, tra amici, di gittar là questo scherzo. ‘Il problema degli ebrei esiste anche in Italia, ma in piccole proporzioni. Si poteva risolverlo con dei piccoli atti amministrativi, insomma perché sparare un cannone per uccidere un uccellino, anche se si tratta di un uccellino circonciso?’”. Ebbene, in diverse occasioni Giuseppe Bottai è stato fatto oggetto di strumentali conati di riabilitazione. Esemplare è, a tale riguardo, la biografia dal titolo e dal taglio assolutorio, Bottai. Un fascista critico (1976) dedicatagli da Giordano Bruno Guerri: 23 un lavoro che, nell’esaltare il “romanticismo epico” di Bottai e nell’offrirsi quale contributo a una rilettura “più serena” della sua azione nel contesto dell’Italia fascista, si muove in termini sempre brillanti, ma sostanzialmente carenti di impegno critico, verso il proscioglimento di Bottai dalle sue pesanti responsabilità. La Francia Quanto alla Francia, il giudizio storico circa il ruolo attivo che il regime di Vichy ebbe a svolgere nella ‘soluzione finale’ ha potuto farsi largo soltanto con grande fatica. Nel 1969 il regista Marcel Ophüls realizzò a Clermont-Ferrand Le chagrin et la pitié, un film sull’occupazione tedesca e i suoi strascichi, che fino al 1981 le autorità francesi tennero, per così dire, all’indice. Anche in seguito la sua programmazione incontrò seri ostacoli. A dispetto della retorica del dopoguerra, la pellicola chiariva come la polizia di Vichy avesse diligentemente collaborato con i nazisti nell’organizzare le retate e la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio, e mostrava come gran parte dei francesi continuasse, quasi trent’anni più tardi, a ricordare con un misto di indulgenza e ammirazione il maresciallo Pétain (il vegliardo che governò la Francia durante l’occupazione tedesca). Ma ancora all’inizio degli anni novanta, un’inchiesta rivelava che circa il 40 per cento dei francesi conservava un’anima pétainista, ossia aveva una buona opinione dello statista-militare che, alla Liberazione (tre decenni dopo la sua mitica difesa di Verdun), aveva subito la condanna alla pena capitale ‘per intelligenza con il nemico’, per poi essere graziato. Il regime di Vichy, di cui Pétain fu il capo e di cui rimane il simbolo, ha costituito a lungo un’ossessione per i francesi. In una prima fase, dopo il 1945, il dibattito era coperto da quella che molti storici hanno chiamato l’’illusione’: il magico effetto illusionistico di cui fu artefice il generale Charles de Gaulle (1890-1970), il quale seppe costruire una memoria patriottica della Resistenza come immagine collettiva della società francese durante la guerra, creando e diffondendo l’impressione che tra il 1940 e il 1944 (gli anni dell’occupazione tedesca) il paese si identificasse con la ‘Francia Libera’ (il suo governo in esilio a Londra), e non già con lo Stato francese del vecchio maresciallo di Vichy. Questa ‘mistificazione’, non priva di nobiltà e rivelatasi, alla Liberazione, ricca di intelligenza politica (sia sul piano
interno, in quanto riuscì a imprimere vigore alla ripresa democratica, sia sul piano internazionale, in quanto consentì alla Francia di presentarsi al mondo come potenza vittoriosa e di cancellare l’onta della collaborazione con i tedeschi), è stata via via smantellata dagli studiosi, che in molti casi sono riusciti a restituire a Vichy la sua reale dimensione storica. Ma naturalmente, il confronto con la verità che con tanta fatica è venuta emergendo non ha cessato di creare lacerazioni nella coscienza nazionale. Così, tra memoria zoppa e volontà d’oblio, la Francia ha continuato a moltiplicare, sul passato di Vichy, atti mancati e passi falsi. Per esempio, risultò per molto tempo ‘rimossa’ la realtà dei numerosi campi d’internamento che durante l’occupazione vennero allestiti su suolo francese: un fenomeno la cui ampiezza rimase praticamente sconosciuta, almeno fino alla pubblicazione delle indagini sistematiche condotte a questo riguardo da Anne Grynberg.24 Silenzi amministrativi, occultamenti, rimozioni sono stati, nel corso degli anni, gli elementi rivelatori di un senso di colpa che la società francese ha a lungo coltivato, cercando di celarlo a se stessa. Sulle tombe di uomini politici della Francia prebellica, che erano stati trucidati dalla milizia di Vichy nell’estate del 1944 – come Jean Zay, accusato di avere avviato alla sovversione la gioventù francese nella sua qualità di ministro dell’Educazione del Fronte popolare, e Georges Mandel, il ministro più vigorosamente contrario all’armistizio nel giugno 1940 –, vennero dapprima poste delle targhe che descrivevano tali personaggi come vittime dei “nemici della Francia” o della “barbarie nazista”. Dovevano passare ben quarant’anni prima che quelle iscrizioni venissero opportunamente corrette. 25 Non meno degno di menzione è il tentativo di cancellare le tracce di una vergogna nazionale chiamata Pithiviers. In questa cittadina del centro della Francia, non lungi da Orléans, venne eretto nel 1957 un monumento ‘À nos déportés morts pour la France’. E anche qui occorreva attendere sino al 1992 perché la municipalità decidesse di sostituire la placca precedente con una targa nuova, il cui testo recita: “Alla memoria dei 2300 bambini ebrei internati nel campo di Pithiviers dal 19 luglio al 6 settembre 1942, prima che venissero deportati e assassinati ad Auschwitz.” Per risvegliare le memorie sopite ci volle un libro del giornalista Eric Conan,26 nel quale si dimostrava che non furono i nazisti bensì la gendarmeria francese agli ordini di René Bosquet (ex segretario di Stato alla polizia di Vichy tra l’aprile 1942 e il dicembre 1943, ucciso da un presunto pazzo l’8 giugno 1993), a organizzare la reclusione in condizioni disumane di migliaia di bambini che, separati selvaggiamente dai loro genitori, furono poi deportati ad Auschwitz e condannati a morire. Non meno straordinaria è la vicenda della schedatura degli ebrei eseguita dalla prefettura di Parigi a partire dall’ottobre 1940: decine di migliaia di nomi recanti la menzione ‘ebreo’, con le date d’arresto, i numeri di convoglio e le date d’arrivo alla destinazione finale. Depositate a guerra terminata nell’archivio del ministero degli ‘Anciens combattants’, queste schede servirono a indennizzare le vittime di guerra e gli aventi diritto. Ma all’inizio degli anni settanta le cose mostrarono di complicarsi. Un numero sempre più largo di storici e di ricercatori si stava interessando a questa documentazione. Così dapprima, nel 1972, ne venne vietato l’uso da parte di ‘terzi e associazioni’ e poi, un anno più tardi, essa sparì addirittura dai repertori dell’archivio. Seguirono quasi vent’anni di un ‘silenzio amministrativo’ che riesce fin troppo ovvio attribuire a una pervicace volontà di occultamento. Per riportare alla luce quelle schede, nel 1991, fu necessaria una vigorosa campagna di stampa condotta dal quotidiano parigino Le Monde e dall’avvocato Serge Klarsfeld, noto per la sua caccia ai criminali nazisti e ai collaborazionisti di Vichy e autore dell’opera più esauriente sulla deportazione degli ebrei dalla Francia.27
Anne Grynberg, Les camps de la honte. Les internés juifs des camps français, 1939-1944, La Découverte, Paris 1991. 24
Lo storico Harry Rousso28 ha ricostruito con grande penetrazione la difficoltà dei francesi di misurarsi con l’imbarazzante eredità di un regime fascista che, alleato al Terzo Reich, resse per quattro anni le sorti del paese. Secondo Rousso, la memoria di Vichy riemerse in maniera traumatica solo nei primi anni settanta, a mano a mano che nella società francese la visione gaullista della Resistenza andava perdendo vigore. A quel punto il retaggio di Vichy diventò rapidamente materia di disputa e di conflitto politico, punteggiato dal crescere delle varie espressioni francesi del revisionismo storico e segnato, con riferimento alla Shoah, dalla ripresa di un vero e proprio negazionismo: un orientamento che si diffuse anche in ambienti universitari, con Robert Faurisson, dalla metà degli anni settanta e rilanciato in anni successivi dall’ormai vecchio Roger Garaudy. 29 Tardivo e discontinuo, il risveglio della memoria riaccese forti passioni, particolarmente in occasione dei processi che, con l’accusa di crimini contro l’umanità, portarono alla sbarra noti gerarchi nazisti e collaborazionisti francesi come René Bousquet, poc’anzi citato, Klaus Barbie (Obersturmführer della Gestapo a Lione, morto all’ergastolo nel 1994), Paul Touvier (ex capo della milizia pétainista a Lione, morto di cancro il 14 luglio 1996 in carcere a 81 anni) e il già ricordato Maurice Papon (ex segretario generale della prefettura di Bordeaux). La vicenda di Paul Touvier costituisce un caso che getta luce sui rapporti particolari che le istituzioni repubblicane continuarono per oltre mezzo secolo a intrattenere con importanti settori della Chiesa di Francia al fine di coprire aspetti inconfessabili del passato del regime di Vichy. La giustizia transalpina non si mostrò mai solerte nel ricercare Touvier quando questo criminale entrò nella clandestinità, alla fine della guerra. Il presidente Georges Pompidou (1891-1974) addirittura gli concesse la grazia. Soltanto la perseveranza degli scampati, dei figli delle vittime, rese possibile la riapertura del caso da parte della Magistratura. Nel 1989, infatti, Touvier venne arrestato a Nizza, in un convento nel quale aveva trovato protezione. E certo, l’iniziativa pur coraggiosa del cardinale Decourtray, arcivescovo di Lione, d’istituire una commissione di storici con l’incarico di elucidare il rapporto tra Touvier e la Chiesa, non fu sufficiente a far dimenticare il sostegno morale – molto tardivamente sconfessato – che quest’ultima accordò al regime di Vichy. Nel periodico riaprirsi di una piaga nazionale mai completamente cicatrizzata, l’aspetto che si rivelò più arduo da smascherare fu la sistematica amnesia in virtù della quale la Francia postbellica e la sua classe politica tennero ben chiusi nei loro armadi gli scheletri delle corresponsabilità francesi nei crimini nazisti. E proprio ai vari processi va ascritto il merito di avere dato luogo a importanti passi avanti nella scomoda ricerca della verità su Vichy, in quanto misero in luce, per esempio, che più o meno tutti i primi ministri di de Gaulle, da Michel Debré a Georges Pompidou a Maurice Couve de Murville, avevano avuto un qualche ruolo nel regime di Pétain. E proprio quei processi consentirono di capire che in Francia la pluridecennale amnesia collettiva era stata in larga misura incentivata dalle reticenze di ben quattro presidenti della Repubblica (de Gaulle, Pompidou, Giscard d’Estaing e Mitterrand), nessuno dei quali osò mai ammettere che Vichy non costituì una ‘parentesi’, bensì rappresentò la continuità stessa dello Stato francese. Per il popolo transalpino, e soprattutto per il popolo della sinistra, furono particolarmente sconvolgenti le rivelazioni circa l’impegno di François Mitterrand (19161996) nella Vichy degli anni 1940-42. L’uomo destinato a ‘rifondare’ il partito socialista francese e a diventare, come leader della sinistra unita, il primo presidente socialista della Quinta Repubblica aveva infatti cominciato la carriera politica nella destra nazionalista fedele al maresciallo Pétain per poi collegarsi, alla fine del 1943, alla resistenza antitedesca animata da de Gaulle. La verità circa l’itinerario politico complesso, a tratti torbido, di una personalità cui i francesi affidarono per ben due volte il mandato presidenziale, nel 1981 e nel 1988, venne presentata nel 1994 dal giornalista Pierre Péan in una monumentale biografia 30 in cui si
ricostruiva appunto la giovinezza di Mitterrand in una versione fin’allora inedita e approvata dallo stesso anziano presidente. Fra i vari aspetti, che il libro rivela, della giovanile adesione di Mitterrand al regime pétainista, quelli che suscitarono particolare sconcerto furono i legami d’amicizia stretti e mantenuti vivi per molti anni con noti collaborazionisti che durante l’occupazione nazista furono coinvolti, tra l’altro, nella deportazione degli ebrei. Colpì soprattutto il caso di René Bousquet, del quale Mitterrand rimase sempre amico anche quando contro di lui si stava istruendo un processo per delitti contro l’umanità, per le sue responsabilità nell’organizzazione della retata del Velodromo d’inverno, a Parigi (1942): una delle pagine più nere della storia del fascismo francese di quegli anni. Circostanze come questa consentono di percepire con chiarezza quanto importanti siano stati i freni che per tanto tempo hanno impedito alla società civile e al mondo politico francesi di riconoscersi percorsi da una profonda vena di antisemitismo. Paradossalmente, il primo esponente delle istituzioni che si dimostrò sufficientemente libero per riportare la Francia sui sentieri accidentati della verità fu il presidente Jacques Chirac (un gaullista!) che nel luglio 1995, durante una cerimonia di commemorazione delle deportazioni di ebrei ai tempi di Vichy, ammise le responsabilità della Repubblica nel genocidio e riconobbe “il debito inestinguibile del popolo francese verso gli ebrei”. “Ci sono dunque voluti più di cinquant’anni”, commentava il quotidiano Le Monde del 18 luglio 1995, “perché una verità impressa nella memoria di decine di migliaia di francesi sia finalmente detta e riconosciuta dal primo di loro.” Così, proprio nell’estremo scorcio del XX secolo è sembrata prevalere in Francia una certa volontà di recuperare aspetti poco frequentati della storia nazionale, se è vero, come hanno rivelato nel 1997 alcuni sondaggi d’opinione, che 70 giovani su 100 si dichiaravano intenzionati a conoscere quel ‘passato che non passa’, e se persino la Chiesa di Francia, 57 anni dopo la promulgazione delle leggi antisemite di Vichy (1940), si decise finalmente ad ammettere che il proprio silenzio sui misfatti del regime collaborazionista, sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei “fu un errore”.
Il silenzio delle Chiese
La Chiesa cattolica Nel giugno 1938, mentre già infuriava in Germania la campagna razzista e antisemita dei nazionalsocialisti, e anche in Italia il regime mussoliniano andava apprestandosi a introdurre le leggi razziali, il papa Pio XI (Achille Ratti, 1857-1939) affidava a tre gesuiti, un americano, un tedesco e un francese, l’incarico di predisporre un’enciclica dal titolo Humani generis unitas (“Unità del genere umano”). Nelle intenzioni del pontefice, si sarebbe trattato di un documento di chiara denuncia dei pericoli insiti non solo nell’ideologia nazista, ma anche nel fascismo italiano, che sempre più mostrava di volersi adeguare al modello nazista. Prima di assurgere al pontificato (1922), Pio XI era stato nunzio apostolico in Polonia all’indomani della rivoluzione russa del 1917, e per quasi un decennio, da papa, aveva pronunziato taglienti riprovazioni contro i governanti dell’Unione Sovietica e contro quelli del Messico rivoluzionario. Discendente da una famiglia della borghesia agiata e conservatrice della Lombardia, Achille Ratti apparteneva alla sfera di quei cattolici che concepivano ancora l’alleanza del trono con l’altare come la condizione indispensabile di ogni buon ordinamento, chiunque potesse essere alla testa dello Stato: un buon cristiano o un peccatore, un reggitore capace oppure un inetto. Tant’è che, all’indomani del concordato con l’Italia fascista, aveva ravvisato in Mussolini l’uomo “che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare”. La visione che il pontefice aveva del cristianesimo non contrastava con l’esistenza di dittature o di regimi autoritari, anche dei più duri, purché fossero avversi (come si legge nell’enciclica Charitate Christi compulsi del maggio 1932) ai “nemici di ogni ordine sociale, si chiamino essi comunisti o qualunque altro ne sia il nome”. Rimasto tuttavia profondamente contrariato dalla legislazione razziale germanica, l’aveva condannata già nell’enciclica Mit brennender Sorge (“Con viva ansia”) del marzo 1937, esprimendo il suo biasimo per gli orientamenti neopagani dell’ideologia nazista. E il ventilato avvio di un’analoga ‘politica della razza’ in Italia dovette indurlo a rinunziare alla cordialità di fondo dei suoi rapporti con il regime fascista e a intervenire, se non altro, a salvaguardia della cattolicità dei figli dei matrimoni misti tra ‘ariani’ ed ebrei, nonché a tutela della validità del sacramento coniugale in quegli stessi casi. Alla fine del settembre 1938, il progetto della Humani generis unitas, elaborato a Parigi in grande segretezza, venne inviato a Roma per le necessarie valutazioni pontificie e per essere poi reso pubblico. Ma già gravemente ammalato, l’ottantunenne Pio XI si spegneva la mattina del 10 febbraio 1939 senza avere definito il testo di questo documento e quindi senza poterlo far conoscere all’opinione pubblica internazionale. Comincia così, alla vigilia della seconda guerra mondiale, un episodio mal conosciuto della storia del XX secolo. La bozza elaborata dai tre gesuiti scomparve negli archivi vaticani fino
al 1972, quando un’inchiesta del National Catholic Reporter di Kansas City rivelò al pubblico americano e alla stampa internazionale l’esistenza del documento. Un quarto di secolo più tardi, il testo fu alfine reso disponibile dal lavoro congiunto di due ricercatori belgi, Georges Passelecq, monaco benedettino ed ex resistente, e Bernard Suchecky, un ebreo dottore in storia e bibliotecario a Strasburgo 1. La pubblicazione da loro curata offre una significativa testimonianza dell’intenzione, da parte dell’anziano papa, di imprimere in extremis al proprio pontificato un cambiamento di rotta. Ma nel sollevare il velo sul contenuto della bozza di enciclica, il lavoro dei due belgi ha riproposto anche annosi quesiti circa l’atteggiamento della Chiesa romana nei confronti della ‘soluzione finale’. Qualora il papa avesse solennemente proclamato, prima dell’inizio della 1
Note : Il silenzio delle Chiese 1
Georges Passelecq e Bernard Suchecky, L’Enciclica nascosta di Pio XI [1995], Corbaccio, Milano 1997. A proposito di quest’enciclica, si veda anche: David I. Kertzer, I Papi contro gli ebrei [2001], Rizzoli, Milano 2002, pp. 296-298. 4 Preoccupato di normalizzare, se non di riabilitare, il passato tedesco, lo storico conservatore berlinese Ernst Nolte, in sintonia con altri studiosi tedeschi (ma anche italiani), si sforza di sottoporre a revisione la storiografia della Shoah, contestando alla radice la singolarità di quello sterminio e sostenendo che i deplorevoli eccessi di cui Hitler si rese colpevole sarebbero da ascrivere al suo tentativo, storicamente giustificato, di reagire alle violenze dei bolscevichi e di difendere la Germania e l’Occidente dalla minaccia comunista. Il nazismo, secondo Nolte, fu la forma estrema dell’antibolscevismo. Perciò la cosiddetta “guerra civile europea”, nei termini in cui ne parla questo storico tedesco, non ebbe inizio nel 1914 ma nel 1917, al momento della Rivoluzione d’ottobre. In tale prospettiva, a fronte dei criminosi metodi asiatici utilizzati nell’Unione Sovietica dalla Ceka, la Shoah null’altro sarebbe stato se non il semplice sottoprodotto di un maldestro tentativo germanico di rispondere adeguatamennte a quei metodi, imitandoli. E data la tradizionale equazione tra ebrei e potere bolscevico, la messa in opera della Shoah sarebbe stata una risposta alle esigenze di autodifesa del regime nazista. Per l’influsso che il revisionismo di Nolte è andato esercitando in Italia su alcuni orientamenti della scuola storiografica di Renzo De Felice (1929-1996) e su aspetti significativi del lavoro filosofico di Augusto Del Noce (1910-1989), si veda il mio articolo In fondo a destra, “Diario”, A. VI, supplemento al n.18, 4 maggio 2001, pp. 50-57. 5 Ernst Nolte, La questione ebraica, “Liberal”, 17 agosto 1996, pp. 14 ss. 6 Nell’àmbito degli studi miranti a riscrivere la storia della seconda guerra mondiale, e in particolare la storia dello sterminio degli ebrei, il negazionismo è l’orientamento di coloro che, di fronte alla massa enorme di documenti testimonianti ciò che accadeva nei Lager nazisti, ritengono che si tratti per lo più di materiale documentario truccato, e sostengono che la Shoah costituisca la grande impostura del XX secolo. Appartengono a questo filone gli ideologi dei movimenti neonazisti nordamericani, francesi e tedeschi, esponenti del Vlaams Blok (il partito razzista e xenofobo delle province fiamminghe del Belgio), alcuni gruppi di estremisti islamici afro-americani, nonché autori come Paul Rassinier, Robert Faurisson, Henri Roques, Roger Garaudy, Arthur Butz, Pierre Guillaume, David Irving e, in Italia, Carlo Mattogno. A proposito di questi autori si vedano: Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente [1981], Editori Riuniti, Roma 1985, in particolare alle pp. 197-255, e Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Bompiani, Milano 1998, passim. I negazionisti non vanno identificati con i revisionisti. Questi infatti pretendono di rileggere la storia a partire da un punto di vista innovativo; quelli la negano del tutto. 8 Abraham B. Yehoshua, Elogio della normalità. Saggi sulla Diaspora e Israele [1980], La Giuntina, Firenze 1991, p. 139. 9 Termine greco (in ebraico ‘golah’, esilio): indica la dispersione nel mondo di un popolo dopo l’abbandono delle sedi originarie. Si usa far risalire la diaspora degli ebrei alla distruzione del
guerra, l’“unità del genere umano”, non sarebbe forse riuscito, con un simile gesto, a imprimere alla storia un corso diverso, provocando un soprassalto delle coscienze e bloccando la strage che andava preparandosi per gli ebrei d’Europa? E per quali motivi Eugenio Pacelli (1876-1958), che successe al papa Ratti con il nome di Pio XII, non formulò la condanna immediata e recisa del razzismo che il suo predecessore avrebbe avuto in animo di fare? La linea di estrema cautela o di tormentosa incertezza tenuta da Pio XII nei confronti delle atrocità commesse dai nazisti e, più in generale, i rapporti tra questo papa e il regime hitleriano costituiscono temi che, come pochi altri, hanno dato adito a dibattiti aspri e passionali. Santuario di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 d.C., ma in realtà già molto prima sono documentate consistenti presenze ebraiche fuori dalla terra d’Israele. 10 Gershom G. Scholem, Ebrei e tedeschi [1966], “Lettera internazionale”, A. 6, n. 26, 1990, pp. 41-5. 1
Note: La dialettica dei bicipiti: botte e lacrime a Vienna e a Berlino 1
A proposito delle opere giovanili di Schnitzler, scrive Carl E. Schorske, Vienna fin de siècle [1961], Bompiani, Milano 1987], p.8: “Ciò che lo scrittore esplorava, in loro, era la forza perentoria di Eros, le sue gratificazioni, le sue delusioni, la sua singolare affinità con Thanatos, e – specie in Girotondo (Reigen, 1896) – la sua micidiale facoltà disgregatrice di ogni gerarchia sociale”. Sul teatro di Schnitzler si vedano anche le considerazioni di Allan Janik e Stephen Toulmin, La grande Vienna [1973], Garzanti, Milano 1975, pp. 61-2 e passim. 2 Pogrom (in russo, ‘distruzione’), è una sommossa popolare, con massacri e saccheggi, contro le minoranze ebraiche. I pogrom furono frequenti nell’Europa orientale e nella Russia zarista, promossi solitamente da movimenti dell’estrema destra, non senza la connivenza delle autorità. Essi furono uno dei principali incentivi all’emigrazione, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, degli ebrei aschenaziti verso gli Stati Uniti e la Palestina. 3 In Italia quest’opera è stata pubblicata soltanto settant’anni più tardi (Shakespeare and Company, Firenze 1993) a cura di Marino Freschi. 4 Un quadro ampio e articolato della storia dell’Austria nel primo cinquantennio del Novecento è fornito da Angelo Ara, Un’identità in trasformazione: l’Austria fra impero e seconda repubblica, “Rivista storica italiana”, 1998 (110), N° 3, pp. 943-84. Particolarmente ricco l’apparato bibliografico. 5 Da un’intervista in Jüdische Portraits. Photographien und Interviews von Herlinde Koelbl, © 1989 S. Fischer, Frankfurt am Main (ora in: Ernst H. Gombrich, Dal mio tempo. Città, maestri, incontri, Einaudi, Torino 1999, pp. 28-9). 6 Gottfried Benn, Doppelleben, Wiesbaden, 1950, pp. 42 e 43 (cit. in Frederic V. Grunfeld, Profeti senza onore. L’intelligenza ebraica nella cultura tedesca del ‘900 [1979], Il Mulino, Bologna 1986, p. 28). 7 Regime politico instaurato in Germania nel 1919, dopo la sconfitta subita dal Paese nella prima guerra mondiale. La sua carta costituzionale, elaborata da un’assemblea riunita a Weimar e rimasta in vigore fino all’avvento di Hitler (1933), prevede un sistema politico democratico basato sull’equilibrio dei diversi organi e sul decentramento regionale. 8 Leo Baeck Institute, Year Book, London, vol. II, p. 237. 9 Istvan Deak, Weimar Germany’s Left-Wing Intellectuals: A Political History of the Weltbühne and Its Circle, Berkeley, Calif., 1968, p. 28 (cit. in: Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei, vol. I: Gli anni della persecuzione, 1933-1939 [1997], Garzanti, Milano 1998, pp. 116-117). 10 Regime politico di estrema destra costituitosi durante la seconda guerra mondiale in Francia, dopo la sconfitta subita dai tedeschi nel giugno 1940. L’Assemblea nazionale affida pieni poteri all’anziano maresciallo Henri-Philippe Pétain (1856-1951) e fissa la capitale a Vichy.
Alla fine del XX secolo, e precisamente nel marzo 1998 (ossìa cinquantatré anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale), la Chiesa di Roma emanò una dichiarazione (Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah)2 che intendeva proporsi quale solenne “atto di pentimento (teshuvà)” (il termine ebraico qui usato sta anche per ‘conversione’, necessaria per ottenere dall’Eterno il perdono del peccato) per “gli errori e le colpe” “dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca”, soprattutto con riferimento allo sterminio degli ebrei perpetrato in Europa dai nazifascisti. In quel documento — il primo dedicato dal Vaticano esclusivamente alla Shoah, e alla cui stesura aveva provveduto la Commissione pontificia per i rapporti religiosi con l’ebraismo presieduta dal cardinale australiano Edward Idris Cassidy —, la suprema gerarchia cattolica non solo ammetteva che durante la persecuzione degli ebrei 11
Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945 [1989], 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1993, vol. I, pp. 195-196. Note: Hitler va al potere (Berlino 1933) con un programma pantedesco e antisemita 1
Un’interessante ricostruzione della genesi e dello sviluppo del pangermanesimo antisemita di Georg von Schönerer si trova in Carl E. Schorske, Vienna fin de siècle, cit., pp. 113-137 e passim. 2 Per un circostanziato racconto degli esordi di Hitler sulla scena politica tedesca, si veda: Eliot Barculo Wheaton, Le origini del nazismo 1933/35 1968 , Vallecchi, Firenze 1973, pp. 38 e ss. 3 Sigla delle ‘Sturmabteilungen’ (squadre d’assalto), formazioni paramilitari del Partito nazionalsocialista che, fondate nel 1921, sono comandate da Hermann Göring e, dopo il 1931, da Ernst Röhm (1887-1934). Intollerante della loro autonomia e timoroso delle loro dimensioni – nel solo corso del 1932-33 i loro effettivi sono saliti dai 300 mila uomini a una cifra che si avvicina ai tre milioni di unità –, Hitler incarica le SS di massacrare l’intero stato maggiore delle SA nella ‘notte dei lunghi coltelli’ (30 giugno 1934). Röhm viene fucilato nella prigione di Stadelheim, a Monaco, il 6 luglio 1934. 4 Sigla di ‘Schutzstaffeln’ (squadre di protezione), formazioni militarizzate del Partito nazionalsocialista, create nel 1925 e poste sotto il comando di Heinrich Himmler a partire dal 1929. Con l’avvento al potere del regime nazista (1933), svolgono prevalentemente compiti di polizia. Le SS sono divise in numerosi Hauptämter (uffici centrali). Uno di questi è, dal settembre 1939, il Reichsicherheitshauptamt, o RSHA (Ufficio centrale di sicurezza del Reich), diretto da Reinhard Heydrich (1904-1942), che riunisce la maggior parte delle funzioni di polizia. Il IV dipartimento dell’RSHA è la Gestapo, diretta da Heinrich Müller. Adolf Eichmann (1906-1962) è l’esperto di ebrei del dipartimento e il capo amministrativo (Referent) della sezione ebraica. Durante la seconda guerra mondiale le SS vengono impiegate anche come unità combattenti. Oltre che costituire la guardia pretoriana di Hitler, con il trascorrere degli anni vanno qualificandosi sempre più come il presidio ideologico e il deposito dottrinario per l’attuazione della politica razziale del nazionalsocialismo. Quantunque particolarmente datata (la prima edizione risale al 1956), la Storia delle SS di Gerald Reitlinger (2 voll., Longanesi, Milano 1969) costituisce ancora oggi una ricchissima miniera di informazioni. 5 Denominazione del parlamento tedesco, dall’alto Medioevo sino alla fine del regime nazista nel 1945. Durante la repubblica di Weimar il Reichstag, eletto a suffragio universale maschile e femminile, diviene l’espressione compiuta della democrazia tedesca. I nazisti incendiano il palazzo del Reichstag il 27 febbraio 1933 attribuendone la responsabilità ai comunisti, che vengono messi fuori legge. 6 Sul costante tentativo dei nazisti di guadagnarsi l’appoggio dei contadini, nonché sul ruolo esercitato in tale àmbito da Walther Darré – un abile agronomo nato in Argentina e autore di Il contadino, fonte di vita per la razza nordica (1929) –, si veda: William L. Shirer, Storia del Terzo Reich [1960], 1
l’atteggiamento di certi cristiani non fu degno dei discepoli di Cristo, bensì assumeva l’impegno a che “i semi infetti dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo” non possano mai più “mettere radice nel cuore dell’uomo”. Nell’autorizzare la pubblicazione di Noi ricordiamo con una lettera ‘a premessa’ del 12 marzo 1998, il papa Giovanni Paolo II affermava che “il crimine diventato noto come la Shoah rimane un’indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo”. La Chiesa, aggiungeva il pontefice, incoraggia i propri figli a purificare i cuori “attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato”. E infine esprimeva la speranza che il documento sulla Shoah aiutasse “veramente a guarire le ferite delle incomprensioni e delle ingiustizie”, augurandosi che cattolici ed ebrei, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, si Einaudi, Torino 1962, pp.282-83. 1
Note: L’escalation della persecuzione 1
Primo Levi, Testimonianza per Eichmann, “Il Ponte”, aprile 1961, pp. 646 e ss; Scrive Klaus Hildebrand, Il Terzo Reich [1979, 1987], Laterza, Bari 1997, p. 51: “Per la Germania nazionalsocialista di Hitler l’antisemitismo, diversamente da ciò che esso era stato nella storia tradizionale d’Europa, era molto più che un semplice strumento di integrazione politica e sociale. Anzi esso si rivelò come la legge dinamica centrale e l’obiettivo finale della politica estera di Hitler e del suo regime”. Una documentazione di straordinario interesse circa la situazione della comunità ebraica in Germania nel 1933 si trova in Die Lage der Juden in Deutschland 1933. Das Schwarzbuch - Tatsachen und Dokumente, Herausgegeben vom Comité des Délégations Juives (Paris 1934), riprodotto fotostaticamente mezzo secolo più tardi da Verlag Ullstein, Frankfurt/M 1983. 3 Su questi aspetti deliranti dell’elaborazione ideologica di Hitler, si vedano le lucidissime considerazioni di Norman Cohn nel suo classico Licenza per un genocidio. I “Protocolli degli Anziani di Sion”: storia di un falso [1967], Einaudi, Torino 1969, pp. 141 e ss. 4 Cfr. La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali (Roma, 17-18 ottobre 1988), Camera dei deputati, Roma 1989, e in particolare la relazione di Wolfgang Scheffler, “La legislazione antiebraica nazista”, pp. 279-91. Da tenere presente anche: Eliot Barculo Wheaton, Le origini del nazismo 1933/35, cit., pp. 417 e ss. 5 Patto siglato negli incontri del 29 e 30 settembre 1938 dai rappresentanti di Gran Bretagna (Neville Chamberlain), Francia (Édouard Daladier), Germania (Adolf Hitler) e Italia (Benito Mussolini) per risolvere pacificamente la crisi prodotta dalla rivendicazione tedesca della regione cecoslovacca dei Sudeti. L’intesa concordata prevede l’occupazione dei Sudeti da parte germanica, con l’impegno di tenere un referendum tra la popolazione, in cambio della rinuncia dei tedeschi ad avanzare altre rivendicazioni territoriali. Tuttavia l’atteggiamento arrendevole di francesi e inglesi induce Hitler ad andare oltre, e nel marzo 1939 i nazisti occupano la Cecoslovacchia. 6 Sigla della ‘Geheime Staatspolizei’ (la polizia segreta dello Stato, nella Germania nazista). Viene istituita da Hermann Göring dapprima in Prussia (aprile 1933) con compiti di repressione dell’opposizione interna. Poi passa sotto il controllo delle SS di Heinrich Himmler. 8 Un quadro articolato e ampio degli eventi che contrassegnano la ‘Notte dei cristalli’ e che fanno séguito al pogrom è offerto da Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei (1933-1938), vol. I, cit., pp. 275 e ss. 2
Idioma parlato dalla maggioranza degli ebrei dell’Europa centro-orientale a partire dall’epoca medievale, il cui lessico è costituito principalmente di vocaboli medio-alto-tedeschi, ebraici e slavi. Ha anche una sua letteratura, tuttora produttiva negli Stati Uniti. 5 In tedesco, ‘gruppi di intervento’: reparti speciali delle SS cui Heydrich affida il còmpito di eliminare sistematicamente, in tutti i territori occupati dalla Wehrmacht, l’intelligentsia delle popolazioni sottomesse e gli ebrei. 3
diano a costruire un mondo dove sia rispettata “la vita e la dignità di ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio”. Pubblicato dopo undici anni di preparazione — “una gestazione francamente eccessiva” fu l’acuto commento di Paolo De Benedetti3 — , Noi ricordiamo non accenna a responsabilità collettive della Chiesa ma rappresenta senza dubbio un coraggioso riconoscimento del peccato di antigiudaismo commesso dai cristiani nel corso dei secoli. Vi si legge fra l’altro: “Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei.” Con l’emanazione di questo documento, la Chiesa compiva pertanto una sorta di rilettura penitenziale della propria storia, riconoscendo Fin dal tardo XIX secolo, il Madagascar esercita un fascino notevole sugli antisemiti, che vedono quest’isola come l’ideale discarica in cui depositare gli ebrei d’Europa. Fra i nazisti, tuttavia, il progetto di una deportazione di massa degli ebrei in Madagascar prende forma concreta soltanto all’inizio di giugno del 1940, quando sembra che la Germania abbia ormai a portata di mano la possibilità di disporre liberamente dell’impero coloniale francese. Nell’ottobre 1940 i nazisti deportano 7600 ebrei tedeschi, per lo più del Baden e del Palatinato, non a est ma a ovest, in Francia. Tale scelta ha senso se il progetto è quello di trasferirli, attraverso porti francesi, in un’ex colonia francese. Poiché per realizzare il piano Madagascar, però, occorre sconfiggere non solo la Francia ma anche la Gran Bretagna, nel giro di qualche mese appare chiaro che tale soluzione non è imminente. E quanto più nei capi nazisti – sui quali grava l’ ‘obbligo’ di risolvere la questione ebraica – cresce la frustrazione per le difficoltà dei progetti di ingegneria demografica nell’Europa orientale, tanto più vicina diventa la soglia oltre la quale prende corpo la prospettiva del sistematico omicidio di massa. In questo senso, il piano Madagascar costituisce un passaggio d’importanza non trascurabile nella direzione della ‘soluzione finale’. Cfr. Christopher Browning, op.cit., pp. 28-29; Yehuda Bauer, op.cit., pp. 72-73. 7 Il ghetto è il tipico quartiere in cui, per vari secoli, furono obbligati ad abitare gli ebrei. L’uso del termine risale al 1516, quando la Repubblica Serenissima ordinò la loro segregazione in uno speciale quartiere di Venezia noto in precedenza come ‘Ghetto Nuovo’, cioè ‘Fonderia Nuova’. Con la bolla Cum nimis absurdum del 1555, il papa Paolo IV (Gian Piero Carafa, 1476-1559) sancì l’istituzione dei ghetti in tutte le località “sottoposte alla Sacra Romana Chiesa”. I ghetti, le cui recinzioni furono ovunque abbattute nel XIX secolo in coincidennza con l’emancipazione civile e politica degli ebrei europei, vennero nuovamente istituiti in molte città dell’Europa dell’est invase dalle armate di Hitler. 8 In tedesco, ‘Consiglio ebraico’ o ‘Consiglio degli ebrei’. Così si chiamano gli organi di autogoverno amministrativo dei ghetti che i nazisti, invadendo l’Europa dell’est, istituiscono in tutte le località in cui ammassano ebrei (le concentrazioni maggiori si registrano a Varsavia e a Łódź, in Polonia). Composto di 24 membri – di 12 membri nelle località con popolazione inferiore ai 10 mila abitanti –, lo Judenrat deve sovrintendere alla vita economica della comunità, alle sue attività sociali, e di fronte all’autorità d’occupazione è responsabile dell’ordine all’interno del ghetto. In pratica, gli vengono affidati i còmpiti più abietti, svolti per mezzo di un corpo di polizia ebraica che esegue ogni sorta di disposizioni dell’occupante, comprese quelle che preludono alla deportazione verso i campi di lavoro coatto e di sterminio. 9 Emmanuel Ringelblum, Sepolti a Varsavia. Appunti dal Ghetto [1952], Mondadori, Milano 1962, p. 142. In un Appunto del 9 settembre 1940 (p. 73) si trova la notizia seguente: “Ai funerali dei piccoli dell’orfanotrofio di via Wolska, i bambini dell’istituto hanno deposto sul monumento una corona con la dedica: Ai bambini che sono morti di fame – I bambini che hanno fame.” 10 “Sturme”, n.1, 5 luglio 1942 (cit. in: Piero Malvezzi, Le voci del ghetto. Antologia della stampa clandestina ebraica a Varsavia (1941-1942), Laterza, Bari 1970, p. 18). 11 Emmanuel Ringelblum, op.cit., p. 304. 12 Benjamin Ferencz, Less than Slaves: Jewish Forced Labour and the Quest for Compensation, Harvard, Boston 1979, pp. 22-25 (cit. in: Paul Johnson, Storia degli ebrei [1987], Longanesi, Milano 1991, pp. 549-550). 6
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gli assalti dei cristiani alle sinagoghe, le “interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza”, il clima di sospetto e ostilità che circondò gli ebrei per secoli, la discriminazione generalizzata di cui essi ebbero così spesso a soffrire nel mondo cristiano, le espulsioni, le conversioni forzate, gli scoppi di violenza nei tempi di crisi, in cui “la minoranza ebraica fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di violenze, saccheggi e persino massacri”. Parole invero mai prima ascoltate in una dichiarazione approvata da un romano pontefice. Ma alla sincera volontà di pentirsi (tipicamente wojtyliana), 4 il documento del Vaticano contrapponeva, come sintomatica alternativa, tutta una serie di ‘silenzi’. Sul passato recente — sul periodo cruciale del nazismo e di Pio XII — esso si rivelava carente, esitante,
Note: Gli ebrei d’Occidente di fronte al Reich 1
Cfr. William L. Shirer, op.cit., pp. 759-760; Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa [1985], Einaudi, Torino 1995 e 1999, pp. 586-595. 2 Raul Hilberg, op.cit., pp. 624-631. 3 Cfr. Roger Errera, “Legislazione antisemita di Vichy”, in: La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, cit., pp. 319-342. 4 Robert O. Paxton, Vichy [1972, 1997], il Saggiatore, Milano 1999, p. 24. 11 Cfr. idem, pp. 167-168. 6 Sulla condizione di quasi assoluta sicurezza in cui vive la popolazione ebraica durante i mesi dell’occupazione italiana della Francia meridionale (giugno 1940 – settembre 1943), si vedano: Léon Poliakov – Jacques Sabille, Gli ebrei sotto l’occupazione italiana [1946], Edizioni di Comunità, Milano 1956; Alberto Cavaglion, Nella notte straniera. Gli ebrei di S. Martin Vésubie e il campo di Borgo S. Dalmazzo, L’arciere, Cuneo 1981, pp. 15-37; Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, cit., vol.II, pp. 293-334. 7 Ricostruzioni analitiche del salvataggio degli ebrei croati rifugiatisi nella Dalmazia sotto amministrazione italiana si trovano in: Jonathan Steinberg, Tutto o niente. L’Asse e gli ebrei nei territori occupati (1941-1945) [1990], Mursia, Milano 1997; Menahem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-1943), a cura di A. Biagini e R. Tolomeo, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, 1991; Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, cit., vol.II, pp. 241-292. 8 Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim, Ebrei invisibili. I sopravvissuti dell’Europa orientale dal comunismo a oggi, Mondadori, Milano 1995, p. 239. Sul ‘miracolo’ del salvataggio degli ebrei bulgari grazie all’iniziativa di Peshev si veda anche: Gabriele Nissim, L’uomo che fermò Hitler, Mondadori, Milano 1998. 1
Note: Verso la ‘soluzione finale’ 1
Klaus Hildebrand, Il Terzo Reich, cit., p. 103. Klaus Hildebrand, op.cit., pp.102-103, scrive: “Già nel discorso che Hitler tenne a oltre duecento ufficiali superiori il 30 marzo 1941, egli aveva posto come obiettivo di guerra nella campagna contro l’Unione Sovietica ‘l’annientamento dei commissari bolscevichi e degli intellettuali comunisti’. [. . .] Famose e famigerate furono le disposizioni riguardanti il trattamento dei commissari politici, la cosiddetta ‘ordinanza sui commissari’ del 6 giugno 1941, la quale prescriveva di ‘passare immediatamente per le armi senza eccezioni’ i commissari politici dell’Armata rossa ‘catturati in battaglia o in attività di resistenza’. Tali disposizioni rendevano evidente che la separazione ancora mantenuta in Polonia e nella guerra a occidente tra settore militare e SS era ormai diventata 2
ambiguo. Non rammentava l’assordante silenzio dei vescovi tedeschi allorché le sinagoghe di Germania andarono in fiamme nella Kristallnacht. Taceva sul ruolo svolto da personalità cattoliche apertamente antisemite, come monsignor Jozef Tišo (1887-1947) in Slovacchia. Faceva i nomi degli eroi cattolici della resistenza spirituale, come il rettore della cattedrale di Sant’Edvige di Berlino, Bernhard Lichtenberg (1875-1943), morto a Dachau e beatificato dal papa Giovanni Paolo II nel giugno 1996, ma non denunciava gli esempi negativi, limitandosi a dire che “l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo”. Laddove lo stesso Giovanni Paolo II aveva già ammesso la colpevole ‘acquiescenza’ dei cattolici di fronte al totalitarismo, il documento evitava del tutto il tema della collaborazione di ambienti cattolici alla persecuzione razziale limitandosi ad affermare: completamente una finzione”. 3 Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei [1951], Einaudi, Torino 1955, pp. 161 e ss. 4 The Einsatzgruppen Reports: Selection from the Dispatches of the Nazi Death Squads’ Campaign against the Jews. July 1941-January 1943, a cura di Yitzhak Arad, Samuel Krakowski e Samuel Spector, Holocaust Library, New York 1989, p. 43 (cit. in: Christopher R. Browning, Verso il genocidio, cit., pp. 103 e 217). 5 Colonnello delle SS, è uno dei principali responsabili degli stermini di ebrei durante la seconda guerra mondiale. Capo della sezione della Gestapo incaricata di gestire l’arresto e i trasporti degli ebrei nell’àmbito dell’RSHA, riesce dopo la guerra (1946) a evadere da un campo d’internamento americano e a rifugiarsi in Argentina. Qui, nel 1960, viene catturato da agenti israeliani. Tradotto in Israele, viene processato per crimini contro l’umanità, condannato a morte e giustiziato. 6 La scelta della sigla “T4” si collega al fatto che il centro di quella che fu per anni l’operazione più segreta del Terzo Reich – il programma di eutanasia per malati incurabili – aveva sede a Berlino nella Tiergartenstrasse 4. Qui erano gli uffici della Gemeinnützige Stiftung für Heil- und Pflegeanstalten, cioè della “Fondazione di utilità pubblica per la cura e il ricovero in istituti”, dove un gruppo di uomini molto particolari – ora tutti morti, la maggior parte per suicidio –, tutti ufficialmente membri della Cancelleria del Führer, progettò prima le ‘uccisioni pietose’ dei malati di mente in Germania e Austria, e in séguito lo sterminio degli ebrei e degli zingari. Nell’àmbito dell’ ‘azione T4’ furono scelti alcuni ospizi e vecchie carceri tedesche (Grafeneck, Hadamar, Brandenburg, Bernburg, Hartheim, Sonnenstein) dove una società di trasporti creata ad hoc trasferiva le persone selezionate. Ai familiari ne veniva poi comunicato, a fatti avvenuti, il decesso e la cremazione. In particolare, nel centro di Hartheim avevano prestato servizio Franz Stangl, poi comandante di Sobibór e Treblinka, Christian Wirth (1885-1944), poi capo di Bełżec, e Franz Reichleitner, poi capo di Sobibór. Sulla politica eugenetica del regime nazista e sulla successione delle misure messe via via in atto per emarginare dalla società tedesca i portatori di malattie ereditarie e i gruppi considerati asociali e/o razzialmente pericolosi (ebrei, zingari, omosessuali), giù giù sino alla sterilizzazione dei pazienti negli ospedali psichiatrici, ritenuti ‘esseri superflui’ la cui vita ‘non è degna d’essere vissuta’, e all’adozione del programma di eutanasia nell’autunno del 1938, si vedano: Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei (1933-1938), cit., pp.209-216; Guenter Lewy, I nazisti e la Chiesa [1964, 2000], I ediz. il Saggiatore, Milano 1965; I ediz.Nuove edizioni tascabili (il Saggiatore), Milano 2002, pp.373-386; Gitta Sereny, In quelle tenebre [1974], Adelphi, Milano 1975, passim; Ernest Klee, Euthanasie in NS-Staat. Die Vernichtung des lebensunwerten Lebens, Fischer, Frankfurt 1983. 7 Christopher R. Browning, op.cit., pp.114-115 (per le gassazioni di Chełmno), e Martin Gilbert, Atlas of the Holocaust [1988], Pergamon Press, Oxford 1989, p. 62 (per le gassazioni di Zemun). 9 A questo proposito si vedano, per esempio, le acute osservazioni di Raul Hilberg, op.cit., pp. 10651070. 10 Numerose testimonianze di parte nazista sui disagi psichici derivanti dalle fucilazioni di massa in: E.Klee, W. Dressen, V.Riess (a cura di), “Bei tempi”. Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l’ha eseguito e da chi stava a guardare, La Giuntina, Firenze 1990, pp. 52 e ss. 11 Un’ampia e articolata ‘introduzione ad Auschwitz’ è stata prodotta dalle Edizioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, che ne hanno allestito anche un’eccellente versione in lingua italiana:
“Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta”. Di papa Pacelli, infine, non era ricordato ‘il silenzio’ bensì si forniva un elenco di testimonianze a suo favore (anche quelle di parte ebraica), e soprattutto veniva enfatizzato ciò che egli “aveva fatto personalmente o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei.” Nel concludere le sue considerazioni su Noi ricordiamo, dianzi citate, Paolo De Benedetti rammentava le parole di Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), l’eroico pastore protestante che verrà poi assassinato dalla Gestapo: “Chi non grida per gli ebrei non può cantare il gregoriano”, e così proseguiva: “Pio XII nei riguardi degli ebrei è stato un buon cristiano Auschwitz, Il campo nazista della morte, lavoro collettivo a c. di Franciszek Piper e Teresa Swiebocka, trad. di Salvatore Esposito, III ediz. riveduta e corretta, 2001. L’opera fondamentale che rende conto, giorno dopo giorno, di tutti i fatti documentabili accaduti ad Auschwitz è: Danuta Czech [storica del Museo Statale di Auschwitz], Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg 1989. Per iniziativa di Fiorenza Roncalli, bergamasca, ex docente in un liceo di Milano, una piccola parte del lavoro della Czech è disponibile in traduzione italiana (a opera di Maria Luisa Ferrario e Luca Piccinini): Calendario degli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 19391945, samizdat d’alice in 30 copie, gennaio 2001. 12 Danuta Czech, Calendario, ediz.it., cit., pp.8-9. 13 The Executive Office of the President, War Refugee Board, Washington, D.C., “German Extermination Camps – Auschwitz and Birkenau”, November 1944. Cfr. John S. Conway, Frühe Augenzeugenberichte aus Auschwitz. Glaubwürdigkeit und Wirkungsgeschichte, “Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte”, vol. 27, No. 2 (1979), pp. 260-284. Ampi stralci di questo saggio sono ripresi in: John S. Conway, “The First Report About Auschwitz”, Simon Wiesenthal Center Multimedia Learning Center Online, Copyright © 1997, The Simon Wiesenthal Center. Sulle circostanze dell’evasione di Vrba e Wetzler da Auschwitz, cfr. anche: Raul Hilberg, Carnefici, vittime, spettatori. La persecuzione degli ebrei 1933-1945 [1992], Mondadori, Milano 1994, pp. 172-173. 14 Si chiama Zyklon-B il prodotto letale a base di acido prussico in cristalli che viene impiegato nelle camere a gas di Auschwitz. Per uccidere i predestinati all’eliminazione bastano da tre a quindici minuti, a seconda della temperatura ambientale. L’uso dello Zyklon-B in luogo del monossido di carbonio, impiegato in altri Lager, è frutto dell’iniziativa di Rudolf Höss, penultimo comandante di Auschwitz. 15 In tedesco, ‘squadra speciale’. Con tale denominazione le SS indicano quel gruppo di prigionieri di un campo di sterminio, di solito ebrei, ai quali è affidata la gestione dei crematori. Ad Auschwitz, a seconda dei periodi, il Sonderkommando risulta composto d’un numero di effettivi che oscilla tra le 700 e le 1000 unità. Tocca a loro mantenere l’ordine fra i nuovi arrivati, introducendoli (spesso del tutto inconsapevoli) nelle camere a gas; estraendo dalle camere i cadaveri; cavando i denti d’oro dalle mascelle; tagliando i capelli femminili; smistando e classificando gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli; trasportando i corpi ai crematori e sovrintendendo al funzionamento dei forni; estraendo ed eliminando le ceneri. Le SS hanno massima cura che nessun uomo che abbia fatto parte del Sonderkommando possa sopravvivere e raccontare. 16 Cfr. anche Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz [1958], Einaudi, Torino 1997, pp.131-132. 17 Giuliana Tedeschi, Primo Levi, Leonardo De Benedetti, Furono i deportati di Birkenau a distruggere i forni crematori, “La Stampa”, 19 ottobre 1965 (nella rubrica “Lettere al Direttore”). Si veda anche: Barbara Jarosz, “I movimenti di resistenza interni e limitrofi al campo”, in Franciszek Piper e Teresa Swiebocka (a c.), Auschwitz, Il campo nazista della morte, cit., pp. 193-210. 18 Per quanto concerne, in generale, la difficoltà di determinare con esattezza le perdite che gli ebrei d’Europa hanno subito nel corso della Shoah, si veda la nota (3) alla Premessa e, con specifico riferimento al Lager di Auschwitz : Franciszek Piper, “Il numero delle vittime del KL Auschwitz”, in Franciszek Piper e Teresa Swiebocka (a c.), Auschwitz, Il campo nazista della morte, cit., pp. 164176.
salvandone, accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di più. Si chiedeva che, dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per gli ebrei. Ed egli non ha gridato.”5 Da parte di autorevoli esponenti del mondo ebraico, specialmente in Israele e negli Stati Uniti, si rilevò tempestivamente che il testo di Noi ricordiamo non conteneva alcun elemento nuovo o chiarificatore circa la dibattutissima questione del ‘silenzio’ di Pio XII, della sua allegata germanofilia, della sua azione diplomatica verso il regime nazista, prima e durante il pontificato. E si notò con stupore come il documento elaborato dalla Commissione vaticana presieduta dal cardinale Cassidy non si fosse avvalso in alcun modo della vastissima documentazione diplomatica pubblicata fra il 1965 e il 1981 dal Vaticano sulla seconda 1
Note: La deportazione degli ebrei italiani Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), cit., pp. 805-808; per i rastrellamenti nelle valli del cuneese, si veda in particolare: Alberto Cavaglion, Nella notte straniera. Gli ebrei di S. Martin Vésubie, cit. 4 Liliana Picciotto Fargion, L’occupazione tedesca e gli ebrei di Roma, Carucci, Roma 1979; Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), cit., pp. 811818. Una narrazione succinta e vividissima della retata nazista nel ghetto di Roma si trova in: Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943 [1944], Il Saggiatore, Milano 1959, racconto che la critica più accreditata considera “un classico della letteratura post-clandestina”. 5 Cfr. a questo proposito: Michele Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Zamorani, Torino 1994, pp. 81 e ss. 6 Guido Fubini, La condizione giuridica dell’Ebraismo italiano. Il ritorno alla diseguaglianza dei cittadini, “La Rassegna mensile di Israel”, vol. XXXVII – N. 7 (Terza Serie), luglio 1971, pp. 426439, soprattutto alle pp. 438 e 439. 7 Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, cit., pp. 697-700; Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), cit., pp. 843 e ss. A oltre mezzo secolo dalla Liberazione, la Fondazione ex campo Fossoli ha promosso la pubblicazione di Leggere Fossoli. Una bibliografia, a c. di Simone Duranti e Letizia Ferri Caselli, Edizioni Giacché, La Spezia 2000, nell’intento di censire nel modo più attendibile possibile le “cronache della stampa quotidiana e periodica” e la “pubblicistica memorialistica e storiografica” relative a quel luogo emblematico per la memoria della deportazione nazifascista dall’Italia. 8 Giuseppe Mayda, Ebrei sotto Salò. La persecuzione antisemita 1943-1945, cit., pp. 235 e ss.; Robert Katz, Morte a Roma [1967], Editori Riuniti, III ediz., Roma 1974. 9 Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), cit., p. 820. 10 Celebre è la testimonianza di Frida Misul in Rugiardi, livornese, sulla collaborazione dei fascisti italiani con i tedeschi nella scorta e sorveglianza del convoglio che nel maggio 1944 la vide deportata da Fossoli ad Auschwitz. Cfr. Giuseppe Mayda, Guerra, fascismo, liberazione. L’Italia dal 1940 al 1945, Ediz. Centrostampa, Torino 1984, pp. 116 e ss. 3
guerra mondiale,6 cioè degli undici volumi di materiali d’archivio raccolti da quattro gesuiti per iniziativa del papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1897-1978), specificamente finalizzati a rispondere alle accuse che nel Vicario (1963) il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth aveva lanciato contro papa Pacelli per i suoi ‘silenzi’: volumi la cui consultazione, peraltro, non era aperta al grande pubblico ma solo agli studiosi. Per oltre trent’anni, da parte ebraica si era insistentemente richiesto al Vaticano che consentisse l’apertura totale e senza censure dei propri archivi sulla seconda guerra mondiale. E da almeno vent’anni, con pari e speculare insistenza il Vaticano andava replicando di avere già offerto al mondo una documentazione esaustiva, grazie appunto alla realizzazione degli undici ‘libri bianchi’sopra menzionati. Si trattava allora semplicemente, secondo la Curia
Note: Alcune formidabili domande 1
Nel 2002, in occasione della ‘giornata della Memoria’ (27 gennaio), Raiuno mise in onda il film in due puntate di Alberto Negrin, Perlasca, un eroe italiano, tratto (oltre che da Impostore, l’autobiografia di Perlasca) dal saggio ampio ed esauriente di Enrico Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, Milano 1991. Con un impegno frenetico e rischiosissimo anche Wallenberg riuscì a mettere in salvo migliaia di ebrei ungheresi, creando per loro una serie di rifugi e trovando il modo di mandarli in Svezia con falsi passaporti diplomatici. La vicenda di Wallenberg, terminata con la sua scomparsa – rimasta poi sempre misteriosa – in coincidenza con l’ingresso a Budapest, il 17 gennaio 1945, dell’Armata Rossa, è stata raccontata estesamente da Jacques Derogy in: Le cas Wallenberg, Ramsay, Paris 1980. La storia di Oskar Schindler, narrata una prima volta dall’australiano Thomas Keneally nel libro Schindler’s Ark (Hodder and Stoughton, London 1982), ha acquisito una notorietà mondiale grazie a Schindler’s List (1994), un lungometraggio del regista americano Steven Spielberg al quale è stato riconosciuto il premio Oscar. Con i ricavi immensi di questo lavoro, Spielberg ha dato vita alla Survivors of the Shoah Visual History Foundation, la fondazione per la storia visiva della Shoah, che si propone di raccogliere mediante un collage di interviste filmate e materiali d’archivio – finché c’è tempo, finché la memoria dura – le testimonianze dei sopravvissuti. Anche le atroci esperienze dei sopravvissuti italiani rivivono nel documentario Memoria, realizzato dal regista Ruggero Gabbai affiancato da Marcello Pezzetti, con la consulenza storica di Liliana Picciotto Fargion e con il sostegno del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Al pubblico televisivo italiano, Memoria venne fatto conoscere grazie a un’emissione di Raidue nell’aprile 1997. 3 Nina Schröder, Le donne che sconfissero Hitler, il Saggiatore, Milano 2001. 5 Gitta Sereny, Germania, il trauma di una nazione. Riflessioni 1938-2001 [2000], Rizzoli, Milano 2002, pp. 16, 18-19. 2
Note: L’amnesia della Shoah
romana, di fare sì che gli interlocutori ebrei prendessero visione della documentazione disponibile. Così, già nelle settimane immediatamente successive alla pubblicazione di Noi ricordiamo (marzo 1998) vennero gettate le basi di un progetto apparentemente audace e innovativo: quello di dare vita a una commissione mista (nominata dalla Santa sede e da un comitato internazionale di leader ebraici), comprendente sei studiosi — tre di parte ebraica e tre di parte cattolica —, con il dichiarato incarico di affrontare la questione delle fonti vaticane in merito alla seconda guerra mondiale e alla Shoah, di verificare congiuntamente quanto era stato unilateralmente pubblicato e ‘chiarire’ finalmente ciò che risultasse ancora ‘problematico’. In buona sostanza, l’obiettivo di fondo dell’indagine sarebbe dovuto essere quello di accertare l’atteggiamento tenuto da papa Pacelli durante lo sterminio degli ebrei e di
Raul Hilberg, Carnefici, vittime, spettatori. La persecuzione degli ebrei 1933-1945, cit., pp. 87-101. Chełmno (Kulmhof in tedesco) fu il primo campo di sterminio di ebrei allestito in Polonia, ma a quanto sembra era destinato in origine a essere un ‘istituto di eutanasia’. Il 1° maggio 1942, il Gauleiter Artur Greiser propose a Himmler di mandare a Chełmno 25 mila polacchi tisici del Warthegau, per il ‘trattamento speciale’. (Cfr. Gitta Sereny, In quelle tenebre, cit., p. 114, n. 28). 4 Ezra Mendelsohn,The Jews of East Central Europe between the World Wars, Indiana University Press, Bloomington 1983. Dello stesso autore, un saggio intitolato “Gli ebrei dell’Europa orientale tra le due guerre mondiali” si trova in: La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, cit., pp. 343353. 5 Francesco M. Cataluccio, Polonia dopo Shoah, “Ottavogiorno”, n. 2-3, aprile-settembre 1987, pp. 62 ss. 6 Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim, Ebrei invisibili. I sopravvissuti dell’Europa orientale dal comunismo a oggi, cit. 7 idem, pp. 156-164. 8 idem, p. 216. 9 idem, p. 6. 3
Note : Varianti di antisemitismo: l’Italia di Salò e la Francia di Vichy 3 Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale in Italia, Edizioni di Comunità, Milano 1982. Un’efficace confutazione del mito degli ‘italiani brava gente’ sta in: David Bidussa, Razzismo e antisemitismo in Italia: ontologia e fenomenologia del “Bravo Italiano”, “La rassegna mensile di Israel”, vol. LIX, N° 3, settembre-dicembre 1992, pp. 136. 12 Paolo Orano, Gli ebrei in Italia, Editrice Pinciana, Roma 1937; il pamphlet ebbe una seconda edizione accresciuta già nel dicembre 1937. 13 idem, pp. 110 e 126. 14 idem, p. 77. 15 idem, p. 127. 16 Ettore Ovazza, Sionismo bifronte, Editrice Pinciana, Roma 1935. 17 Paolo Orano, op.cit, pp.109 e 142. 18 idem, p. 221. 19 Cfr. La difesa della razza, a cura di Ugo Caffaz, numero speciale di “Il Ponte”, A. XXXIV, nn. 1112, 30 novembre-31 dicembre 1978; 1938, le leggi contro gli ebrei, a cura di Michele Sarfatti, numero speciale di “La Rassegna mensile di Israel”, vol. LIV, N° 1-2, gennaio-agosto 1988 La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi
verificare se egli si fosse adoperato abbastanza per bloccare la Shoah. È verosimile che, da parte vaticana, ci si augurasse che i lavori venissero suggellati da un rapporto finale congiunto e pacificatore, tale da portare a conclusione una querelle diplomatico-culturale fra le più imbarazzanti degli ultimi decenni. Questa ‘Commissione storica internazionale cattolico-ebraica’, le cui attività furono avviate formalmente nell’ottobre 1999, emanò dopo dodici mesi di lavoro un ‘rapporto preliminare’ nel cui testo — davvero rivelatore — abbondano non tanto le rivelazioni quanto i dubbi, i problemi irrisolti. 7 Il numero degli interrogativi senza risposta che i sei studiosi denunziano nella loro relazione è impressionante: sono addirittura quarantasette. Ed ecco alcuni dei punti di maggiore rilievo. razziali (Roma, 17-18 ottobre 1988), cit., specialmente alle pp. 11-274; Giorgio Israel e Pietro Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 210 ss. e passim . 20 Michele Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, cit., p.6. 21 Il testo di quell’intervista è riprodotto integralmente in: Il fascismo e gli storici oggi, a cura di Jader Jacobelli, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 3-6. 22 Giuseppe Bottai, Vent’anni e un giorno (24 luglio 1943), Garzanti, Milano 1949 [II ediz. 1977]. 23 Giordano Bruno Guerri, Bottai. Un fascista critico, Feltrinelli, Milano 1976. 25 Un’ampia discussione attorno a questa tematica si trova nel libro-inchiesta di Annette Wiewiorka e Serge Barcellini, Passant souviens-toi!: Les lieux de souvenir de la Seconde Guerre mondiale en France, Plon, Paris 1995. A proposito dell’assassinio di Jean Zay e Georges Mandel, cfr. Robert O. Paxton, op.cit., p. 224. 18 Eric Conan, Sans épargner les enfants, Grasset, Paris 1992. Conan, in collaborazione con lo storico Harry Rousso, ha dato alle stampe anche Vichy: un passé qui ne passe pas, Fayard, Paris 1994. 26
Serge Klarsfeld, Vichy-Auschwitz. Le rôle de Vichy dans la solution finale de la question juive en France, 2 voll., Fayard, Paris, 1983,1985. 28 Harry Rousso, Le sindrome de Vichy de 1944 à nos jours, Paris 1990. 29 Di Robert Faurisson si vedano Mémoire en défense, La Vieille Taupe, Paris 1980, e Réponse à Pierre Vidal-Naquet, La Vieille Taupe, Paris 1982 ; di Roger Garaudy Les mythes fondateurs de la politique israélienne, La Vieille Taupe, Paris 1995. Citato in giudizio dal Movimento contro il razzismo con l’accusa di istigazione all’odio razziale, l’ultra-ottantacinquenne Garaudy venne condannato nel gennaio 1999 a nove mesi di reclusione e a un’ammenda di 160 mila franchi. 30 Pierre Péan, Une jeunesse française, Fayard, Paris 1994. 2 Il testo integrale si trova in “Avvenire”, 17 marzo 1998, pp. 20-21, e anche nel bollettino trimestrale “Amicizia ebraico-cristiana” (di Firenze), nuova serie, XXXIII, 1-2 gennaio/giugno 1998, pp. 3-12. 3 Paolo De Benedetti, Considerazioni su “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà”, “SeFeR” 82, aprile-giugno 1998, p. 8. 4 Sin dall’inizio del 1997, in vista del Giubileo del Duemila Giovanni Paolo II espresse il desiderio che la Chiesa compisse un atto di penitenza collettivo, riconoscendo le colpe storiche dei ‘suoi figli’ e chiedendo perdono. Per studiare la questione, e ogni altro problema teologico legato al Giubileo, venne istituita una commissione ‘teologico-storica’ composta di ventisei specialisti di ogni parte del mondo, presieduta dal ‘teologo della Casa pontificia’, il domenicano Georges Cottier. La commissione decise di convocare due simposi internazionali, dei quali il primo (tra l’ottobre e il novembre del 1997) era destinato a trattare le ‘Radici dell’antigiudaismo nel mondo cristiano’; il secondo (in una data da stabilire nel 1998) doveva affrontare il tema delle ‘Inquisizioni’. A proposito dello spirito con il quale la Chiesa romana andava progettando queste iniziative, cfr.: Luigi Accattoli, Ebrei. Così la Chiesa farà penitenza, “Corriere della Sera”, 10 aprile 1997, p. 31. Il simposio sulle radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano si tenne in Vaticano, come da programma, alla fine dell’ottobre 1997. Vi presero parte sessanta tra vescovi, teologi e biblisti espressamente invitati da Giovanni Paolo II. L’evento era ‘secretato’, cioè chiuso alla stampa e agli 27
Come mai, si chiedono per esempio i membri della Commissione, negli archivi della Santa sede non si trovano tracce di una reazione ufficiale del Vaticano, e tanto meno segnali di condanna, nei confronti del pogrom nazista del 1938 contro gli ebrei tedeschi, noto come Kristallnacht (che pure venne condannato dai vescovi nordamericani)? Altro quesito: papa Pacelli si diede mai la pena di discutere con le massime autorità della Chiesa tedesca i contenuti dell’enciclica che il suo predecessore, Pio XI, aveva fatto preparare sui temi del razzismo e dell’antisemitismo? Si tratta, qui, di uno dei punti su cui i documenti messi a disposizione dal Vaticano tacciono. E ancora: come mai i fondi raccolti dallo United Jewish Appeal negli Stati Uniti “furono destinati al tentativo di salvare gli ebrei convertiti piuttosto che tutti gli ebrei”? E, ancora più grave: quale fu, se vi fu, la reazione di Pio XII quando il governo collaborazionista francese di Vichy gli fece sapere dei suoi sforzi “per limitare la osservatori esterni; erano noti solo i nomi degli invitati e i titoli e gli incaricati delle relazioni. Tra gli invitati figuravano un teologo ortodosso e il protestante Daniele Garrone, docente di Antico Testamento alla facoltà valdese di teologia di Roma. Non erano stati ammessi osservatori di parte ebraica in quanto si riteneva che il ripensamento delle posizioni cristiane nei confronti dell’ebraismo andasse elaborato in una prospettiva di dialogo e confronto ecumenico intra-cristiano. Il 31 ottobre, nel corso del simposio, lo stesso pontefice pronunziò un discorso (pubblicato nell’originale francese dall’“Osservatore Romano” e ripreso dall’“Avvenire”, quotidiano dei vescovi italiani, in traduzione), nel quale fra l’altro affermò: “L’esistenza di questo Popolo [gli ebrei] è un fatto soprannaturale [. . .]. Esso persevera perché è il Popolo dell’alleanza e Dio è fedele [. . .]. Chi considera l’ebraicità di Gesù un fatto di cultura, a cui se ne potrebbe sostituire un altro [. . .] mette in discussione la verità stessa dell’Incarnazione”. Gioachino Pistone, in un’equilibrata valutazione degli esiti del simposio (Il Papa: autocritica per un Giubileo, “Bollettino della Comunità Ebraica di Milano”, A. LII, n. 12, pp. 6-7) faceva rilevare che dal discorso papale era significativamente assente la definizione della Chiesa come ‘nuovo popolo di Dio’: una definizione che è “uno dei noccioli duri dell’antiebraismo cristiano, ma anche il modo principe dell’autodefinizione della Chiesa nel corso dei secoli”. “L’identità ebraica di Gesù”, proseguiva Pistone, “viene affermata come sostanziale, non contingente. È una picconata su un muro che resiste da secoli: per secoli, infatti, il cristianesimo ha affermato che la nascita di Gesù, anzi del Cristo, all’interno del popolo ebraico fosse solo un ‘caso’, che la sua circoncisione, educazione e la sua pratica delle fede di Israele avrebbero potuto essere sostituite da qualsiasi altra tradizione religiosa. [. . .] Per l’ebraismo come tale può non significare molto, ma per il cristianesimo l’affermazione dell’ebraicità di Gesù come costituente della sua identità porta alla necessità di revisioni enormi della teologia e, prima di tutto, al rispetto profondo nei confronti dell’ebraismo: un Gesù fariseo che praticava la Torà non può non creare uno sconvolgimento profondo nell’autocoscienza cristiana corrente.” 5 Paolo De Benedetti, ivi. Le sue parole sembrano riecheggiare, a distanza di decenni, quelle stilate nel secondo dopoguerra da un esponente fra i più rispettati dell’intellettualità cattolica europea, François Mauriac (1885-1970) che, nella prefazione (aprile 1951) al libro di Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi, Torino 1955, p. 10, con dolente crudezza scriveva: “. . . non abbiamo avuto il conforto di sentire il successore del Galileo, Simone Pietro, condannare con parola netta e chiara, e non con allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli ‘fratelli del Signore.’” Vari anni più tardi anche Giuseppe Dossetti, pur esprimendosi con molta cautela, prese criticamente le distanze dalle politiche della Santa sede e di Pio XII durante la guerra nella sua monumentale ‘Introduzione’ (pp. VII-LXVII) al libro di Luciano Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno.1898-1944, il Mulino, Bologna 1986. 6 Pierre Blet, Robert A. Graham, Angelo Martini e Burkhart Schneider, a c. di, Les Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1965-81, 11 voll. Si tratta di una raccolta documentaria nel compilare la quale i curatori sono stati autorizzati a operare una deviazione rispetto alla prassi precedente, che limitava l’accesso agli archivi vaticani a prima del 1846. Paolo VI cambiò quella prassi aprendo gli archivi dell’intero pontificato di Pio IX (1846-1878). In séguito, sulla scorta di quel precedente, Giovanni Paolo II aprì prima gli archivi del pontificato di Leone XIII (1878-1903) e poi quelli di Pio X (1903-1915) e di Benedetto XV (1915-1922).
libertà degli ebrei con leggi antiebraiche”? Fino a che punto il papa influì sulla risposta ambigua e connivente — offerta allora dal sottosegretario di Stato Giovanni Battista Montini e dal segretario della Congregazione straordinaria per gli affari ecclesiastici Domenico Tardini —, secondo cui il Vaticano non poneva obiezioni purché le disposizioni antisemite del governo francese “fossero amministrate con giustizia e carità e non limitassero le prerogative della Chiesa”? Altro punto scottante: alla fine dell’agosto 1942, l’arcivescovo greco-cattolico di Leopoli, Andrzeyj Szeptyckyj, mandò un messaggio al papa descrivendogli in dettaglio i massacri di massa “contro gli ebrei e la popolazione locale. Nessun altro membro degli alti ranghi ecclesiastici cattolici [. . .] fornì testimonianze oculari dirette ed espresse preoccupazione per gli ebrei in quanto ebrei (e in quanto obiettivo primario della ferocia tedesca) come Szeptyckyj, che tra l’altro segnalò al papa di avere espresso la sua protesta con lo stesso Himmler. Alla fine denunciò pubblicamente i massacri degli ebrei in cui alcuni cattolici ucraini avevano collaborato con i tedeschi. Esiste una qualche prova di una discussione [in Vaticano su questo tema] o di una risposta alla supplica di Szeptyckyj?” A ben vedere, i vari problemi sollevati nel loro ‘rapporto preliminare’ dai sei esperti della Commissione avevano un’unica matrice: la constatazione che un limite invalicabile per qualsiasi serio lavoro d’analisi circa le politiche messe in atto da Pio XII e dalla Santa sede era costituito dalla stessa ‘pre-selezione’, operata dalle autorità vaticane, dei documenti resi disponibili ai ricercatori. “Ci sembra che la ricerca della verità”, chiarivano gli studiosi in una nota del rapporto,8 “dovunque questa possa condurre, possa essere promossa nel modo migliore in un ambiente in cui ci sia pieno accesso alla documentazione storica, archivistica e di ogni altro tipo. In fin dei conti la chiarezza è la politica migliore per arrivare a un giudizio storico maturo ed equilibrato.” Di lì a qualche mese (agosto 2001) un comunicato ufficiale della Santa sede riconosceva il fallimento dei lavori della Commissione storica cattolico-ebraica. Il comunicato precisava che i sei ricercatori avevano dovuto sospendere l’attività poiché i documenti successivi al 1922 (anno della morte di Benedetto XV) continuavano (e continuano) a essere esclusi dalla consultazione.9 Evidentemente, l’accertamento storico al quale la Commissione s’era accinta era troppo delicato e importante perché l’indagine riuscisse a procedere senza incontrare gravissimi ostacoli. Ma proprio sulle parti mancanti, sulle zone buie e coperte dalla proibizione si accentra, e continuerà ad accentrarsi (chissà fino a quando), l’attenzione di tutti. In realtà, sono grandi le insidie che si nascondono entro questa sospensione del giudizio circa la figura e l’operato di Pio XII. Da un lato, l’incertezza può alimentare supposizioni e sensazionalismi, autorizzando il pubblico ad aspettarsi non tanto una serena e critica valutazione storica dell’azione del pontefice, quanto una sorta di inappellabile ‘verdetto’: di assoluzione oppure di condanna. Su un altro versante, il prolungarsi dell’incertezza non può se non alimentare le strumentalizzazioni e le polemiche. Particolarmente aspra, in questo contesto, fu la polemica, tutta interna al mondo cattolico, suscitata dalla pubblicazione di Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII:10 un libroshock il cui autore, l’inglese John Cornwell — scrittore, giornalista, ex seminarista, cattolico praticante con ottimi agganci in Vaticano, e fratello di John Le Carré — , riuscì ad avvalersi, per la raccolta di notizie biografiche, di due archivi cruciali, quello della segreteria di Stato vaticana e quello dei gesuiti. Cornwell non si accontentò di riprendere le accuse tradizionalmente mosse a Pio XII, ossìa quelle sui suoi ‘silenzi’ e sulle ambiguità verso la Commissione storica internazionale cattolico-ebraica, Il Vaticano e l’Olocausto, “MicroMega”, 5/2000, dicembre-gennaio, pp. 83-104. 8 idem, p. 85, nota 2. 9 “Corriere della Sera”, 25 agosto 2001, p. 30. 7
Shoah, ma si spinse sino a sostenere che il pontefice, oltre a coltivare una sua personale antipatia per gli ebrei, fu anche — ben prima di diventare papa — un convinto sostenitore dell’ascesa al potere di Hitler e del suo partito. In effetti Cornwell dedica la parte più significativa della sua indagine agli anni in cui Eugenio Pacelli fu nunzio apostolico in Germania e poi segretario di Stato. Fu Pacelli, secondo l’autore, a volere il concordato del 1933 con il Terzo Reich. Così ottenne garanzie per la Chiesa ma, in cambio, smantellò il Zentrum (il partito cattolico), indebolendo l’opposizione a Hitler e obbligando i cattolici tedeschi, che per lo più non erano dalla parte del dittatore, a ritirarsi dalla politica. Pacelli segretario di Stato, sempre secondo Cornwell, mitigò — nella fase della stesura finale dell’enciclica Mit brennender Sorge — l’orientamento di ferma contrarietà al nazismo che Pio XI professava e intendeva affermare, mediante quel documento, nel 1937. Quanto agli ebrei, l’autore sostiene che fin dall’immediato primo dopoguerra il futuro Pio XII appariva animato da forti pregiudizi razziali. Cornwell fa riferimento in particolare a una lettera che egli afferma di avere scoperto negli archivi vaticani, nella quale il nunzio Pacelli, scrivendo da Monaco al cardinale Gasparri in data 18 aprile 1919, palesava un robusto antisemitismo. Il nunzio, sostiene Cornwell, disprezzava gli ebrei e li temeva, ritenendo che fossero all’origine di tutti i mali: bolscevismo ateo, materialismo e via elencando. Appena uscita nella traduzione italiana, la biografia di Cornwell venne minacciata di querela da parte di una docente di storia contemporanea presso l’università romana della Sapienza, Emma Fattorini. Costei poté farsi forte del fatto d’essere stata la prima a pubblicare, fin dal 1992,11 il testo integrale della lettera che Cornwell sosteneva di avere scoperto negli archivi vaticani. Ma per smontare ad una ad una le argomentazioni di Cornwell, cercando di dimostrare in qual misura lo scrittore inglese avesse fatto un uso selvaggio dei documenti e si fosse comportato non da storico ma da polemista, il Vaticano si affidò alle competenze del padre francese Pierre Blet S.J.: uno dei gesuiti che a suo tempo avevano curato la pubblicazione degli undici ‘libri bianchi’ degli Actes et Documents du Saint Siège. Autentica colonna portante della storiografia ufficiale della Santa sede, il padre Blet era riuscito a condensare i contenuti degli Actes et Documents in un corposo libro apologetico,12 che nell’ottica della Santa sede presentava la duplice virtù di porre papa Pacelli al riparo dalle ricorrenti frecciate polemiche circa i suoi ‘silenzi’, e di mettere a disposizione del più vasto pubblico un’immagine decisamente rassicurante e positiva di questo pontefice. In campo cattolico sono stati numerosi gli storici che si sono sforzati di dimostrare che i ‘silenzi’ di Pio XII sarebbero stati il frutto di una decisione coraggiosa e sofferta. A questo riguardo, sono esemplari gli argomenti sviluppati da Giorgio Angelozzi Gariboldi, 13 il penalista che difese la memoria di papa Pacelli contro lo storico americano Robert Katz (che in un suo libro aveva accusato il pontefice di non essere intervenuto per impedire la rappresaglia nazista che portò alla strage delle Fosse Ardeatine). 14 Secondo Angelozzi Emma Fattorini, Germania e Santa sede, Il Mulino Bologna 1992. Per quanto concerne la minaccia di querela a Cornwell da parte della Fattorini, si veda l’articolo di Luigi Accattoli, Pio XII antisemita? I documenti di Cornwell erano noti, “Corriere della Sera”, 12 settembre 2000, p. 35. 12 Pierre Blet S.J., Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani [1997], edizioni San Paolo, Milano 1999. Un’ampia esposizione delle critiche del padre Blet all’opera di Cornwell si trova in un’intervista concessa a Luigi Accattoli, Il gesuita Blet contesta le rivelazioni: [Pio XII] “Fu amico dei tedeschi, non del regime”, “Corriere della Sera”, 8 settembre 1999, p. 31. 10 John Cornwell, Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII [1999], Garzanti, Milano 2000. 13 Giorgio Angelozzi Gariboldi, Il Vaticano nella seconda guerra mondiale, Mursia, Milano 11
1993. 14
Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Editori Riuniti, Roma 1967.
Gariboldi, l’apparente debolezza palesata da Pio XII nei confronti di Hitler sarebbe stata l’unico mezzo a disposizione del Vaticano per evitare un ulteriore inasprimento delle persecuzioni naziste contro gli ebrei. Si tratta qui di una tesi che, nel corso degli anni, è stata ripresa innumerevoli volte. Nel panorama italiano, l’opera più recente che la ripropone è un saggio del vaticanista Andrea Tornielli, che nel titolo stesso (Pio XII, il Papa degli ebrei)15 sembra volersi porre in diretta antitesi rispetto a Il Papa di Hitler di John Cornwell. Tuttavia, anche in campo cattolico si segnalano ormai da decenni sviluppi storiografici che vanno in tutt’altra direzione. Per esempio John F. Morley, un sacerdote cattolico americano, docente di scienze religiose alla Seton Hall University (New Jersey), nel suo libro Vatican Diplomacy and the Jews during the Holocaust 1939-1943 16 analizza partitamente gli interventi a favore degli ebrei che i nunzi apostolici, in particolare quelli accreditati nei vari paesi sotto il dominio nazista, riuscirono a realizzare. Nell’interrogarsi sul significato e la portata della politica vaticana nei confronti della Shoah, Morley adotta un approccio che, al di là dell’apprezzamento per il numero delle vite poste qua e là in salvo, tiene conto soprattutto della valenza etica dell’appoggio offerto ai perseguitati dalla diplomazia vaticana. E qui l’autore giunge a conclusioni diffusamente critiche. In particolare rileva che il papa, malgrado numerosi appelli, si astenne pervicacemente dal denunziare lo sterminio degli ebrei, o dal rivolgersi direttamente ai nazisti per chiedere la cessazione del massacro. Eugenio Pacelli, secondo Morley, non era animato da malevolenza o da antisemitismo ma era incapace, persino in fasi di emergenza, di prendere le distanze dalle tradizionali politiche della Chiesa romana, contraddistinte da prudenza e diplomazia. Così limitò i propri interventi a vaghi appelli tesi a mitigare la sorte degli ebrei convertiti al cattolicesimo presi nella rete della persecuzione. E che cosa ci si poteva del resto attendere da un papa che era rimasto impassibile persino di fronte alle preghiere dei vescovi polacchi quando, fin dall’inverno 1939-40, chiesero angosciosamente che egli denunziasse le atrocità che i nazisti andavano perpetrando contro i cattolici (compreso il clero) nel loro paese? Quanto ai rappresentanti diplomatici della Santa sede, essi non si comportarono meglio del papa, a parte alcune illustri eccezioni (degne di nota quelle di monsignor Andrea Cassulo, nunzio a Bucarest, e di colui che sarà papa Giovanni XXIII, il monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, 1881-1963, delegato apostolico a Istanbul ma con competenze estese alla Bulgaria e alla Grecia). In generale, i responsabili delle nunziature vaticane “si fecero coinvolgere dal problema ebraico” conclude Morley “in una maniera che fu tangenziale nel migliore dei casi e minimale nel peggiore. Con la mancanza di una risposta totale agli ebrei nel momento del loro maggiore bisogno, i nunzi non si dimostrarono all’altezza dell’elevata vocazione che proclamavano di avere.” Resta vero, in ogni caso, che durante la seconda guerra mondiale il Vaticano fu, probabimente assieme alla Svizzera, la migliore agenzia di informazioni del mondo, e che il pontefice fu sicuramente, con la segreteria di Stato, il primo a venire sempre informato sui minimi particolari degli avvenimenti bellici. Perciò, soltanto aprendo i propri archivi la Chiesa di Roma sarà finalmente in grado di offrire un contributo decisivo al lavoro di quei ricercatori che intendono chiarire quali dimensioni ebbero le complicità attive e passive di molti prelati cattolici con gli esecutori materiali del genocidio degli ebrei, e quali funzioni svolsero, dopo la fine del conflitto, autorevoli ambienti vaticani nel facilitare il trasferimento clandestino dei criminali nazisti (tedeschi, croati, slovacchi, ungheresi e così via) dall’Europa all’America del Sud. Dato per scontato che qualsiasi valutazione, comunque orientata, circa la politica vaticana degli anni di guerra non sopporta facili e demagogiche schematizzazioni, ritengo che continuino a essere sostanzialmente valide le risultanze che Guenter Lewy trasse nel 1964 John F. Morley, Vatican Diplomacy and the Jews during the Holocaust 1939-1943, Ktav Publishing House, New York 1980. 16
dall’esame critico dei rapporti tra Chiesa cattolica e Reich hitleriano. 17 Estesa su tutto l’arco di tempo dal 1933 al 1945, la ricerca di Lewy, uno studioso ebreo tedesco emigrato nel 1939 in Palestina e di lì negli Stati Uniti, scruta con estrema cura analitica le fonti cui l’autore poté a suo tempo attingere (un’ampia quantità di documenti inediti dello Stato tedesco e del partito nazionalsocialista, sequestrati dagli alleati alla fine della seconda guerra mondiale, nonché materiali reperiti in nove diversi archivi diocesani). E grazie all’equilibrio sempre controllato dei giudizi espressi, le conclusioni caute ma ferme cui allora pervenne hanno poi trovato ampia convalida in molte delle ricostruzioni storiche rese possibili dalle successive aperture dei vari archivi nazionali. L’indagine di Lewy è puntata in particolare sulla gerarchia episcopale in Germania e sul papato. Come si comportarono di fronte al nazismo coloro cui spettavano le responsabilità più elevate? Come poté accadere che l’episcopato e le organizzazioni cattoliche tedesche non si avvedessero della natura totalitaria del regime di Hitler, che non ammetteva alcuna forma di pluralismo politico? C’era, come Lewy documenta, la fiacca adesione del cattolicesimo germanico alla democrazia weimariana, per cui molti consideravano “la continuazione dei sussidi statali alla Chiesa e la difesa delle scuole confessionali molto più importanti della difesa della democrazia.”18 E perciò, pur di preservare l’organizzazione cattolica, in una prima fase i vescovi cercarono di realizzare un accomodamento con il nuovo regime. Inoltre, l’atteggiamento della gerarchia discendeva da più profondi motivi di affinità e di convergenza politica o, se si vuole, da un equivoco originario e fatale, consistente nella “incomprensione della vera natura del regime nazista, nel quale per molto tempo la Chiesa vide [...] semplicemente uno dei tanti regimi autoritari”. Lo scrittore cattolico Hans Kuth, che nel 1932 si chiedeva: “Perché non si deve poter raggiungere in Germania quella soluzione che in Italia si è dimostrata così benefica per il paese, per il popolo e per la Chiesa?”, 19 si faceva portavoce delle aspirazioni all’autoritarismo e all’anticomunismo di settori non trascurabili del mondo cattolico tedesco, lasciando anche intendere quanto limitate fossero le riserve di tali ambienti nei confronti del nazismo. Ma ci si poteva limitare al piano politico e non vedere l’immoralità e la barbarie del Reich hitleriano? Nella sanguinosa epurazione del 30 giugno 1934, quando le SS di Himmler decapitarono le SA (reparti d’assalto) di Ernst Röhm, furono assassinate alcune centinaia di persone, fra cui eminenti cattolici come il dottor Erich Klausener, capo dell’Azione cattolica di Berlino, e il leader della Gioventù cattolica Adalbert Probst. “I cattolici tedeschi e il mondo intero attesero con ansia la reazione della Chiesa. Ma non ci fu nessuna reazione.” 20 Persino riguardo ai campi di concentramento “non troviamo negli archivi nessuna traccia di un’azione svolta da parte dell’episcopato cattolico da potersi giudicare idonea a tentare di impedire queste mostruosità.”21 Dal 1933 il numero delle persone rinchiuse era andato costantemente aumentando. Dapprima le vittime furono soprattutto comunisti, socialisti e altri avversari politici del regime. Ma dopo l’entrata in vigore della legge del dicembre 1934 che proibiva “la critica malevola dello Stato e del partito”, 22 furono imprigionati anche molti religiosi cattolici. L’unico sacerdote che levò la voce contro queste atrocità fu il preposto berlinese Bernhard Lichtenberg, che affrontò il martirio durante il trasporto al campo di Dachau per avere dichiarato che la deportazione degli ebrei era inconciliabile con la legge morale cristiana. Infine, neppure di fronte alla persecuzione e poi allo sterminio degli ebrei la Chiesa tedesca seppe andare al di là di “dichiarazioni di carattere assai generico, che non cambiarono né la politica del governo, né il comportamento dei cattolici”. Lewy ha buon gioco nel ricordare che, fin dal discorso del 23 marzo 1933 davanti al Reichstag, “Hitler subordinava completamente i diritti delle Chiese e delle loro 18 19
idem, p. 35. idem, p. 37.
organizzazioni alle esigenze e agli interessi dello Stato. Esse sarebbero state lasciate indisturbate a patto di eseguire il còmpito di infondere lealtà e patriottismo ai cittadini, secondo i desideri del nuovo regime. Sembra che i vescovi cattolici non si siano resi conto di queste idee di Hitler...” 23 Un capitolo assai poco edificante fu quello degli sforzi degli opportunisti tesi a dimostrare le affinità tra nazismo e cattolicesimo: un compito nel quale si distinsero, oltre all’arcivescovo di Friburgo in Brisgovia Konrad Gröber (noto come “l’arcivescovo bruno”), vescovi (per esempio l’austriaco monsignor Alois Hudal, capo della Chiesa tedesca a Roma), teologi (Michael Schmaus, Karl Adam) e giornalisti (Axel Emmerich). Non mancò neppure chi fece propri i simboli del regime, compresa la svastica, che a detta del noto teologo Konrad Algermissen di Hildesheim era “un simbolo delle qualità naturali, avute in dono da Dio, del popolo tedesco”.24 Per parte sua, la maggioranza dei vescovi palesava un acceso nazionalismo; “tutti avevano opinioni fondamentalmente conservatrici” nota Lewy “e diffidavano del liberalismo e della democrazia”, per non parlare dell’odio del socialismo e del comunismo. Indubbiamente il fattore principale che impedì alle gerarchie cattoliche tedesche, su su fino al vertice romano della piramide ecclesiale, di opporsi con qualche vigore al Reich hitleriano e ai suoi orrori fu l’ostilità nei confronti del bolscevismo e il timore di aprire varchi all’irrompere sulla scena mondiale dell’Unione Sovietica. Sotto questo profilo, la lettera pastorale espressa dalla conferenza plenaria dei vescovi tedeschi, riunita a Fulda dal 30 maggio 1933, costituisce un documento illuminante. 25 Dopo avere sottolineato che “il valore e il significato dell’autorità è particolarmente alto proprio nella nostra santa Chiesa cattolica” e che “perciò non è affatto difficile per noi cattolici apprezzare la nuova e grande importanza che viene data all’autorità nello Stato tedesco”, le gerarchie episcopali offrivano l’alleanza dei cattolici nella lotta per liberare l’“anima germanica” dal bolscevismo e dall’immoralità a condizione che alla Chiesa, alle sue organizzazioni, alle sue scuole, alla sua stampa venisse assicurata la più completa libertà. La Chiesa protestante Lewy prende lo spunto da tale documento per rilevare che l’episcopato cattolico non fu il solo a non rendersi conto, in quell’arco di anni, delle mire totalitarie del movimento nazista e delle aspirazioni aggressive della politica estera di Hitler. “Le Chiese protestanti, la maggioranza degli intellettuali e molta gente all’estero non dimostrarono maggiore acume politico.” I protestanti, che negli anni trenta costituivano poco meno dei due terzi della popolazione germanica, con l’avvento del nazismo si scissero in vari tronconi. I nazisti più fanatici, dando vita al movimento dei ‘cristiani tedeschi’ (Deutsche Christen), sostennero senza riserve la dottrina nazista sulla superiorità della ‘razza ariana’ e il Führerprinzip. Il loro progetto ‘teologico’ intendeva ‘arianizzare’ il cristianesimo e proporre una lettura del nazionalsocialismo quale vero e proprio ‘evento di rivelazione’. Nei loro propositi, la Chiesa si sarebbe dovuta liberare da tutto ciò che nel culto è ‘non tedesco’, nonché dalla ‘morale ebraica della retribuzione’ e dalle ‘storie di mercanti di bestiame e di lenoni’ che sarebbero caratteristiche dell’Antico Testamento. Nel definire il loro programma, affermavano che esso rappresentava il compimento della Riforma di Martin Lutero, ‘la definitiva vittoria dello Spirito nordico sul materialismo orientale’. Il movimento incontrò sin dall’inizio un consenso molto largo, sia a livello di base sia fra i pastori e i teologi. Molti videro nella ‘rinascita’ della Germania sotto il regime di Hitler un tempo qualificato, un momento decisivo in cui la presenza di Dio si manifestava nella storia con eccezionale chiarezza. La Chiesa, secondo costoro, non sarebbe potuta restare spettatrice neutrale, ma doveva darsi la missione
d’interpretare ‘profeticamente’ eventi storici del tutto particolari, assumendo la svolta storica in atto come cornice ideale del proprio annuncio. Su un versante diverso e relativamente indipendente venne formandosi un gruppo minoritario denominato ‘Chiesa confessante’ che, retto per qualche anno dal pastore Martin Niemöller, prese via via le distanze dalle teorizzazioni naziste, denunziando come anticristiani i progetti di coloro che riecheggiavano le tesi sostenute da Alfred Rosenberg nel suo Mito del XX secolo circa la creazione di una Chiesa germanica fondata non su dogmi e principi astratti bensì sulle forze concrete del sangue, della razza e della terra. Tra questi due schieramenti stava la maggioranza dei protestanti, troppo timorosa per unirsi all’una o all’altra delle parti in dissidio. Alla fine, tuttavia, i più si gettarono nelle braccia di Hitler, accettando il suo intervento negli affari delle Chiese e obbedendo alle sue direttive. Certamente non mancarono i credenti che dai loro pastori attendevano una presa di posizione moralmente orientatrice. Ma negli stessi ambienti della Chiesa confessante, le reazioni alle leggi di Norimberga contro gli ebrei furono isolate e, molto spesso, ambigue. Uno dei pochissimi a chiedere alle gerarchie dei confessanti non soltanto di aiutare le vittime dell’antisemitismo, ma di arrestare l’ingranaggio che andava schiacciandole fu il celebre teologo Dietrich Bonhoeffer: un pastore che seppe opporsi strenuamente al regime e che, condannato per tradimento da un tribunale delle SS, venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg meno di un mese prima della capitolazione della Germania. 26 Nel febbraio 1996, quarantun’anni dopo la morte di questo eroe della Resistenza antinazista, un gruppo di membri della Chiesa luterana e di militanti tedeschi per i diritti civili ebbe a chiedere per l’ennesima volta che il verdetto emesso a suo tempo a carico di Bonhoeffer venisse finalmente dichiarato nullo, giacché, a norma della legislazione vigente in Germania, questo martire continuava a essere considerato un ‘traditore’. 27 Con ogni evidenza, una circostanza come questa va considerata uno degli ultimi brandelli di un retaggio che ormai nessuno sembra davvero interessato a custodire. Il recupero della memoria Per quanto concerne più specificamente il recupero e la conservazione della memoria della Shoah, le varie Chiese cristiane hanno indubbiamente compiuto nell’ultimo mezzo secolo un lungo percorso. Tale cammino è stato propiziato dal graduale instaurarsi di un clima di attenzione e di reciproco rispetto tra cristiani ed ebrei, ma soprattutto dal desiderio delle Chiese di fare in qualche modo ammenda per il greve antigiudaismo (il sistematico ‘insegnamento del disprezzo’ verso gli ebrei) diffuso per troppi secoli urbi et orbi. Lungo l’arco degli ultimi decenni, sia nel mondo cattolico sia in quello protestante si sono registrati numerosi pronunciamenti ufficiali circa l’atteggiamento dei cristiani di fronte all’antisemitismo nazista e ai suoi esiti rovinosi. In campo protestante, un rilievo particolare ebbe la risoluzione Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed ebrei, approvata nel 1980 dal sinodo evangelico della Renania. Questo testo segnò una svolta nei rapporti tra protestanti ed ebrei. Innanzitutto vi si riconoscevano con chiarezza la corresponsabilità e la colpa della cristianità tedesca nella Shoah; in secondo luogo, si cercava di affermare una nuova visione cristiana di Israele, sostenendo la permanente elezione del popolo ebraico come popolo di Dio in aperta opposizione alla tradizionale visione secondo cui la Chiesa cristiana avrebbe soppiantato Israele; in terzo luogo, il tono e il linguaggio di questa risoluzione evocavano quelli delle confessioni di fede.28 Non meno significativa fu la pubblica assunzione di responsabilità che i vescovi cattolici della Repubblica federale tedesca, riuniti in un sinodo congiunto, compirono nel 1975: “Noi siamo il paese la cui recente storia è oscurata dal tentativo sistematico di distruggere gli ebrei. Durante questo periodo di regime nazionalsocialista siamo stati una comunità religiosa che,
nonostante il comportamento esemplare di pochi, è stata principalmente interessata alla propria sopravvivenza, a che tutto andasse liscio nelle proprie istituzioni, ed è rimasta in silenzio di fronte ai crimini commessi contro gli ebrei. Molti, preoccupati per la propria vita, si sono gravati del peso della colpa. La cosa straziante è che i cristiani parteciparono a questa persecuzione.”29 Ma ancora più significativi, forse, furono gli atti di pentimento e la richiesta di scuse che i vescovi francesi resero pubblici il 30 settembre 1997 per avere taciuto sui misfatti del regime collaborazionista di Vichy. Dinnanzi al memoriale del ‘campo di transito’ di Drancy, in piedi su quel che resta del binario dal quale 75 mila ebrei francesi mossero per intraprendere tra il 1942 e il 1944 il loro viaggio verso la morte, monsignor Olivier de Beranger, vescovo della diocesi di Drancy, espresse il rammarico della Chiesa di Francia per il silenzio dei cattolici “di fronte all’ampiezza del dramma e al carattere inaudito del crimine.” Un mea culpa radicale che, al di là delle circostanze storiche, denunziava le radici religiose “di questa cecità”e “il ruolo, se non diretto quanto meno indiretto,” che ebbero “i luoghi comuni antiebraici colpevolmente coltivati in seno al popolo cristiano nel processo che ha condotto alla Shoah.” Infatti, ammettevano i vescovi francesi, “a dispetto (e in parte a causa) delle radici ebraiche del cristianesimo, e della fedeltà del popolo ebraico testimone del Dio unico attraverso la sua storia, lo ‘scisma primordiale’, sorto nella seconda metà del I secolo, ha portato al divorzio, poi a una animosità e a un’ostilità plurisecolare fra i cristiani e gli ebrei. [. . .] Secondo il giudizio degli storici, è un fatto attestato che, durante i secoli, nel popolo cristiano ha prevalso, fino al Concilio Vaticano II, una tradizione di antigiudaismo che ha segnato a livelli diversi la dottrina e l’insegnamento cristiani, la teologia e l’apologetica, la predicazione e la liturgia.” Per i vescovi francesi, “su questo terreno è cresciuta la pianta velenosa dell’odio per gli ebrei.” Nel caso francese “le autorità spirituali, impantanate in un lealismo che andava molto al di là dell’obbedienza tradizionale al potere stabilito, si sono, in maggioranza, limitate a un atteggiamento di conformismo, di prudenza e di astensione, parzialmente imposto dal timore di rappresaglie contro le opere e i movimenti della gioventù cattolica. [. . .] E se resta vero che si possono citare in abbondanza gesti di solidarietà, bisogna chiedersi se gesti di carità e di sostegno sono sufficienti a onorare le esigenze di giustizia e il rispetto dei diritti della persona umana.” In ogni caso, secondo i vescovi, ci fu allora un “ripiegamento su una visione ristretta della missione della Chiesa”, cui si aggiunse “una mancanza di comprensione dell’immenso dramma planetario in atto, che pregiudicava il futuro stesso del cristianesimo.”30
Omissione di soccorso. Gli ‘spettatori’ come Ponzio Pilato
Quando, nell’analizzare i vari aspetti della Shoah, l’attenzione degli storici si sposta dalle gesta dei carnefici alle reazioni delle vittime e ai comportamenti degli ‘spettatori’ (le varie Chiese cristiane, la Santa Sede, gli Alleati, gli Stati neutrali), il discorso storiografico cambia inequivocabilente registro. Nel considerare il ruolo degli ‘spettatori’, infatti, gli storici devono tenere conto soprattutto di vicende che non ebbero luogo: atti non compiuti, interventi non operati, appelli non uditi o mai pronunciati. Si tratta di vicende che agli occhi degli studiosi si presentano, per così dire, in negativo: il mancato asilo agli ebrei da parte di questo o quello Stato neutrale, la diffusa ‘omissione di soccorso’, l’inspiegabile inerzia di grandi organizzazioni internazionali (come la Croce Rossa), il rifiuto delle aviazioni alleate di bombardare gli accessi ai campi di sterminio, le insufficienze o carenze di solidarietà all’interno delle comunità ebraiche, la quasi universale incomprensione della qualità e delle dimensioni del massacro che andava compiendosi in Europa, e così via. Ed è praticamente inevitabile che, alla luce degli esiti catastrofici delle politiche di sterminio messe in atto, gli storici siano indotti a valutare tali vicende di inerzia o di indifferenza aderendo pregiudizialmente o al partito degli accusatori o a quello degli apologeti. Come rammenta Michael R. Marrus, “c’è un forte pericolo che lo storico applichi ai suoi oggetti di studio i criteri, i sistemi di valori e il punto di vista del presente, invece di quelli che appartenevano al periodo trattato”. 1 Ma, soprattutto, lo storico rischia di ricostruire gli eventi, o i ‘mancati eventi’, sulla base di qualche ingegnoso teorema dietrologico o di supposizioni di comodo, confezionando ex post discorsi che obbediscono a un orientamento politico spesso non confessato, anche se ben riconoscibile. Decisamente diverso è il caso di chi, vivendo gli eventi della Shoah in prima persona e trovandosi nel contempo a ‘scrivere storia’, considerava il proprio stesso fare storiografia un’operazione investita di chiare valenze etico-politiche. L’esempio probabilmente più illustre di questo caso è quello dello storico ebreo Emmanuel Ringelblum (militante nella sinistra sionista), che la Gestapo fucilò il 7 marzo 1944 insieme con la moglie, il figlio dodicenne e altri trentacinque ebrei che avevano trovato da nascondersi in una cantina tra le rovine del ghetto di Varsavia. Ringelblum animò tra il 1940 e il 1943 un’articolata iniziativa clandestina di ricerca e raccolta multidisciplinare di materiale documentario (condotta con l’appellativo in codice di Oneg Shabbat, ‘le delizie del Sabato’) destinata a costituire un ‘archivio’ a futura memoria delle sofferenze, delle speranze, delle miserie, dell’agonia insomma, degli abitanti del ghetto di Varsavia e delle altre comunità ebraiche polacche durante quel triennio infernale. Nella primavera del 1943, poco prima della completa distruzione d’ogni sorta di presenza ebraica in Polonia, il gruppo degli intellettuali attivi nell’operazione Oneg Shabbat nascose il materiale d’archivio e gli Appunti dal ghetto di Varsavia di Ringelblum in una ventina di bidoni di latta sigillati, che vennero seppelliti sotto le macerie del ghetto. Ritrovato dopo la fine della guerra, questo materiale rappresenta, nel quadro della storiografia della Shoah, la più remota documentazione disponibile che sia stata messa a punto con approccio e intenti di tipo scientifico. 2
Non v’è aspetto saliente della vita del ghetto che Ringelblum non abbia registrato nei suoi Appunti. Gran parte del materiale da lui raccolto gli veniva da fonti esterne: amici politici, naturalmente, ma soprattutto profughi con i quali aveva modo di parlare durante il suo lavoro quotidiano, membri dei comitati di caseggiato, uomini dell’inviso Judenrat (il Consiglio ebraico), e persino gli universalmente odiati agenti della polizia ebraica. Pur senza dissimulare i propri sentimenti, Ringelblum si sforzava di scrivere nel modo più obiettivo: “tutta la verità [...] per quanto amara [...], le nostre fotografie sono genuine, non ritoccate”. Il tono che egli si imponeva era di “calma epica: la calma del cimitero”. La sua visuale, amplissima, cercava di cogliere anche ciò che avveniva nel resto della Polonia: l’insorgere, il diffondersi e lo spegnersi del tifo; i diversi metodi di accattonaggio, dei bambini e degli adulti; le varie forme di contrabbando ‘sopra il Muro’, tra il ghetto e ‘l’Altra Parte’; i comportamenti dei soldati tedeschi ricoverati negli ospedali situati nel ghetto; l’atteggiamento degli esattori delle tasse. Di contro agli infiniti esempi di coraggio, di socialità, di immensa solidarietà dei quali Ringelblum offre la testimonianza (come l’eroico sacrificio del dottor Janusz Korczak, immolatosi con i duecento orfani affidati alle sue cure), vi sono negli Appunti molte pagine dedicate a una tematica quanto mai dolorosa, quella del collaborazionismo e della corruzione degli Judenräte e della polizia ebraica: fenomeni che contribuirono a rendere ancora più miserabile, se possibile, l’esistenza dei morituri del ghetto. “Gli ebrei delatori e servi della Gestapo” annotava Ringelblum nel maggio 1942 “si stanno dando da fare per trovarsi un alibi. Cercano in ogni modo di avere l’aria di persone di buon cuore, o di dimostrare, almeno, che sono veri ebrei, ebrei autentici, ebrei che pensano all’interesse comune.”3 E ancora: “Gli agenti [della polizia ebraica] si sono distinti per la loro corruzione e immoralità. Il vertice della perfidia, tuttavia, lo hanno raggiunto durante il trasferimento. Non hanno pronunciato una sola parola di protesta contro il disgustoso incarico di condurre i loro fratelli al macello. A questo lavoro lercio gli uomini della polizia erano psicologicamente preparati e l’hanno eseguito a puntino. [. . .] Da dove hanno tratto gli ebrei tanta violenza omicida? Quando mai, nella nostra storia, abbiamo prodotto tante centinaia di assassini, di uomini capaci di rapire i bimbi per la strada per caricarli sui carri e trascinarli alla Umschlagplatz4 ? [. . .] Non c’è ebreo di Varsavia, non c’è donna o bambino che non possano citare atti di crudeltà inumana e di violenza da parte degli uomini della polizia ebraica. Sono atti che i sopravvissuti non dimenticheranno mai, atti che bisogna punire e saranno puniti.”5 Il 26 giugno 1942, Ringelblum scriveva: “Oggi è stato un gran giorno per gli Oneg Shabbat. Stamattina, la radio inglese ha dato annuncio, in una trasmissione, della sorte che stanno subendo gli ebrei di Polonia. [. . .] Erano mesi che pativamo perché il mondo era cieco e sordo alla nostra tragedia senza pari. [. . .] Ma adesso pare che finalmente i nostri interventi abbiano raggiunto lo scopo. [. . .] Oggi c’è stata una trasmissione in cui si è fatto il punto della situazione: si è parlato di 700 000 ebrei uccisi in Polonia. [. . .] Il gruppo degli Oneg Shabbat ha assolto un grande compito storico. [. . .] Abbiamo inferto al nemico un fiero colpo. Abbiamo smascherato il suo disegno satanico di annientare la collettività ebraica di Polonia, un disegno che egli voleva attuare nel massimo silenzio. [. . .] E se l’Inghilterra manterrà la parola, ricorrendo ai formidabili bombardamenti a tappeto che ha minacciato, allora, forse, saremo salvi. . .”6 A Varsavia dunque, alla fine di giugno del 1942, gli ebrei ‘sapevano’ che gli Alleati anglo-americani ‘sapevano’. Non v’è dubbio che per i prigionieri del ghetto tale consapevolezza costituisse un appiglio, sia pure tenue, cui aggrapparsi: tant’è che nelle frasi di Ringelblum che ho ora riferito si accennava ancora a qualche vaga probabilità di salvezza, era avvertibile insomma un barlume di residua speranza. Ma proprio di lì a tre settimane i nazisti diedero inizio alla cosiddetta ‘grande azione’, nel corso della quale trasferirono 310
mila ebrei da Varsavia alle camere a gas di Treblinka. E nei settantun giorni in cui la ‘grande azione’ si consumò, non venne messo in campo dagli Alleati alcun intervento sicuramente dissuasivo. A Londra il governo non si commosse. Contro i tedeschi non vi furono attacchi tali da infliggere loro alcun ‘fiero colpo’. In effetti, nessuna delle grandi potenze impegnate a combattere militarmente la Germania hitleriana riuscì a emergere dalla vicenda della Shoah con le mani pulite. Gli Alleati occidentali, i cui servizi di informazione non mancavano di trarre vantaggio dalle storie di morte che, con tetra regolarità, trapelavano dall’Europa sotto occupazione nazista, non fecero nulla per aiutare in pratica le vittime; addirittura, in più d’un caso, negarono agli ebrei ogni via di scampo. Pio XII, è vero, tacque in pubblico ma, in modo coperto, contribuì a salvare la vita di qualche migliaio di ebrei consentendo che conventi, monasteri e parrocchie li ospitassero nell’ora di maggiore pericolo. Winston Churchill (1874-1965) e Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) fecero discorsi in pubblico, ma la loro politica consistette nell’abbandonare gli ebrei al loro destino. In sede storica è stato ormai dimostrato inequivocabilmente come le informazioni circa i massacri degli ebrei in Polonia e nell’Unione Sovietica giungessero in Inghilterra fin dall’inizio del 1942. Pubblicate dapprima da organi della stampa ebraica di Londra (come il Jewish Chronicle e la Zionist Review), queste notizie venivano riprese quasi subito anche dai giornali statunitensi e di altri paesi. In Europa circolavano in quei mesi informazioni il cui significato difficilmente poteva essere frainteso dai servizi segreti degli Alleati o dai responsabili della Croce Rossa internazionale. Una lettera datata 27 luglio 1942, indirizzata da Gisi Fleischmann del Consiglio ebraico di Bratislava al dottor Adolf Silberschein, direttore a Ginevra del ReliCo (il Comitato di soccorso del Congresso ebraico mondiale), informava che 60 mila ebrei slovacchi, comprendenti vecchi, donne incinte, bambini e lattanti, erano stati deportati nel Governatorato generale e nella parte orientale dell’Alta Slesia, cioè ad Auschwitz.7 A cura di Silberschein, questo messaggio venne subito trasmesso alla Croce Rossa internazionale. Il 20 agosto il New York Times, citando il quotidiano francese Paris Soir del giorno innanzi, segnalava che gli ebrei di Francia stavano per essere deportati nella Slesia polacca. Un rapporto inviato a Londra dalla Lega socialista ebraica polacca nel maggio 1942 riferiva per la prima volta che gli ebrei del distretto di Łódź, venivano uccisi con i gas all’interno di un ‘autoveicolo speciale’ presso il villaggio di Chełmno, in Polonia. Il periodico newyorkese Jewish Frontier, riprendendo la notizia nel novembre 1942 con una descrizione più particolareggiata dell’eccidio di Chełmno, offriva precise informazioni circa le camere a gas mobili montate su autocarri. 8 A seguito di queste notizie, i quotidiani ebraici di Palestina del 23 novembre uscirono listati a lutto. Secondo Yehuda Bauer, “non vi possono essere dubbi circa il fatto che chiunque leggesse i giornali, ascoltasse la radio o leggesse i resoconti quotidiani della Jewish Telegraphic Agency potesse disporre di tutte le informazioni sugli ebrei europei necessarie per capire che era in corso un omicidio di massa”. 9 Così, finalmente consapevoli che la ‘soluzione finale’ era una pesantissima realtà, undici governi dell’alleanza antitedesca, affiancati anche dal Comitato nazionale francese facente capo al generale de Gaulle, emanarono il 17 dicembre 1942 una dichiarazione (pubblicata contemporaneamente a Washington, Londra e Mosca) che condannava la “bestiale politica di sterminio” delle “persone di razza ebraica”, “eseguita a sangue freddo” dalle autorità tedesche, e annunciava che i responsabili non sfuggiranno “alla sanzione”. Tale dichiarazione era in gran parte frutto delle informazioni ricevute dalla Croce Rossa internazionale a Ginevra, il cui vicepresidente, Carl J. Burckhardt, in un colloquio con il diplomatico americano Paul C. Squire (7 novembre 1942), aveva ufficialmente dichiarato che i nazisti stavano effettivamente uccidendo gli ebrei. Ma ancora più importante fu il rapporto fatto uscire dalla Polonia dal corriere clandestino polacco Jan Karski , sul quale riferirò più avanti. 10
Dopo lunghe ricerche condotte negli archivi del Dipartimento di Stato di Washington, David S. Wyman giunse alla conclusione che l’’intelligence’ statunitense era perfettamente informata dello sterminio sistematico degli ebrei europei fin dal novembre 1942. Ma nell’aprile del 1943, durante un convegno di funzionari britannici e americani, si decise ufficialmente di non fare nulla per fermare la Shoah e vennero scartati tutti i piani per mettere in salvo gli ebrei. Il Foreign Office e il Dipartimento di Stato temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente, verso la libertà. Non più tardi del 1943, il Foreign Office ‘rivelò in via confidenziale’ al Dipartimento di Stato il suo timore che, se si fossero esercitate troppe pressioni sulla Germania per liberare gli ebrei, sarebbe potuta succedere proprio una cosa del genere. E del resto il presidente Roosevelt, che pure era straordinariamente popolare presso la comunità ebraica americana ma non era disposto a correre rischi per gli ebrei d’Europa, si astenne per ben tredici mesi dall’assumere alcuna concreta iniziativa atta a salvarli. Quando venne finalmente istituita un’agenzia per i rifugiati di guerra, con lo scopo di mettere in salvo gli ebrei e le altre vittime del nazismo, quest’organismo non poté avvalersi di alcun serio appoggio da parte dell’amministrazione di Washington, né sul piano operativo né su quello finanziario. I fondi per il suo funzionamento vennero messi a disposizione per il 90 per cento da associazioni ebraiche.11 Durante i tre anni e mezzo di guerra contro la Germania, i profughi ebrei ammessi negli USA furono solo 21 mila: un numero che non superava il 10 per cento delle già misere quote ‘nazionali’ autorizzate. Nel 1944, quando non potevano esservi più dubbi circa l’annientamento sistematico degli ebrei europei, il ministero americano della Guerra ignorò diversi appelli che chiedevano con disperazione che si bombardassero le camere a gas dei campi di sterminio, nonché le linee ferroviarie lungo le quali centinaia di migliaia di persone erano portate a morire. Il pretesto che veniva addotto, secondo i documenti ufficiali dell’aviazione USA, era che missioni di quel tipo avrebbero indebolito il sostegno aereo da assicurare ad altre operazioni già programmate. Oltre a ciò, si affermava che l’aviazione americana non disponesse di basi adatte per consentire agli aerei di raggiungere quegli obiettivi. Tutto ciò non era vero, giacché dal maggio 1944 la 15a squadriglia dell’aviazione USA,
di stanza nell’Italia meridionale, era perfettamente in grado di bombardare Auschwitz e gli altri campi: tant’è che questi aerei riuscirono a colpire obiettivi militari a ottanta chilometri dai campi, spingendosi per ben due volte a soli otto chilometri dalle camere a gas. Secondo Wyman il presidente Roosevelt, chiamato a fare i conti − all’indomani della grande depressione dei primi anni trenta − con l’isolazionismo e la profonda ostilità degli americani nei confronti dell’immigrazione, paventava che un’ondata di profughi potesse mettere a repentaglio il consenso di cui godeva. Di qui la sua indifferenza nei confronti degli ebrei europei, sulla cui sorte era perfettamente informato: un’indifferenza che, a giudizio di Wyman, costituì il più grave errore della sua presidenza. Nella sua ricerca, Wyman chiama in causa la stessa comunità ebraica americana: una collettività di ben 5 milioni di persone (di cui quasi la metà concentrata a New York), che di fronte alla tragedia degli ebrei d’Europa si rivelò sostanzialmente incapace di esercitare sul governo di Washington una pressione politica efficace. Divisi al proprio interno fra le diverse etnie, timorosi che un’eccessiva pressione su Roosevelt potesse dare luogo a reazioni improntate ad antisemitismo, gli ebrei americani non riuscirono a mettere in atto una mobilitazione vincente per il salvataggio dei correligionari europei, anche perché gli sforzi in tale direzione trovarono un parziale ostacolo ‘interno’ nella componente sionista, la quale, più compatta e organizzata delle altre, naturalmente tendeva a considerare prioritario l’impegno per la creazione dello Stato ebraico in Palestina.
Negli anni cruciali della Shoah vi furono, in Palestina e altrove, gruppi ebraici che si diedero da fare per scoprire se all’interno delle politiche naziste di assassinio di massa non vi fosse qualche sorta di discontinuità, qualche crepa o anche solo qualche smagliatura, penetrando nella quale si potesse bloccare la macchina omicida e salvare vite, poche o tante, persino mediante il ricorso alla corruzione dei carnefici. Vite umane in cambio di soldi, insomma. Già nel 1933, qualche mese dopo l’ascesa di Hitler al potere, diversi alti dirigenti sionisti si erano recati a Berlino per negoziare con i nazisti l’immigrazione in Palestina degli ebrei tedeschi e il trasferimento dei loro beni. A quell’epoca, tuttavia, l’accordo sulla haavarah (in ebraico ‘trasferimento’) – così chiamato anche nei documenti nazisti – era il frutto della complementarità fra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina. Non va però neppure taciuto il fatto che i desideri dei sionisti non coincidevano inizialmente con le aspirazioni degli ebrei tedeschi, la maggior parte dei quali avrebbe preferito, in quei primi anni, restare nel proprio paese. Questo tipo d’operazione diede frutti più tardi, soprattutto nel periodo 1938-1939. Sullo sfondo infatti della crescente tendenza degli inglesi a limitare, e persino ad arrestare, l’immigrazione ebraica in Palestina, fra singoli ebrei rappresentanti di organizzazioni sioniste, o soltanto di se stessi, ed esponenti nazisti quali Adolf Eichmann vi furono negoziati intesi a incrementare l’esodo di ebrei dalla Germania e dall’Austria e la loro immigrazione in Palestina. Per contro, a partire dall’invasione della Polonia, nel settembre 1939, sino al 1942 inoltrato – ossìa durante il periodo del massimo predominio tedesco –, questa ‘compravendita di ebrei’ (ma si trattava, in realtà, della
‘collaborazione’ tra un persecutore e gli esponenti di gruppi di vittime che tentavano con qualsiasi mezzo di sfuggire a una trappola mortale) andò incontrando ostacoli vieppiù seri, giacché da parte delle principali istituzioni naziste l’interesse ad avviare negoziati con ebrei si rivelava sempre più tenue. Le trattative, è vero, non furono mai interrotte completamente, dato che il capo delle SS Heinrich Himmler intendeva servirsene per tenere aperto uno spiraglio a eventuali negoziati di pace separata con gli Alleati occidentali. Tuttavia, la politica del nazismo verso gli ebrei era ormai passata dall’espulsione coatta alla strategia dello sterminio, cosicché molti fra i tentativi di salvataggio – in particolare quelli a favore delle comunità ebraiche in Slovacchia e in Ungheria – andarono incontro a penosi fallimenti.
In questa materia singolarmente delicata e controversa affonda la sua sonda − con acutezza ma anche con molto equilibrio − Yehuda Bauer, docente di storia all’università di Gerusalemme e direttore della ricerca allo Yad Vashem (il museo della Shoah in Israele). Al termine di un’indagine lunga e approfondita, costui ha pubblicato una monografia 12 che, attingendo a fonti mai prima consultate, riesce a riannodare in modo magistrale i fili di una vicenda complicatissima di ‘patti con il diavolo’ e di oscuri intrighi diplomatici. Lo scenario entro cui si muove la storia che Bauer ricostruisce è popolato da una folla di personaggi per la maggior parte ambigui i quali, pure tra una congerie di imbrogli, ricatti, tradimenti e furti, ebbero qualche volta il merito di mettere in salvo migliaia di vite. Proprio nell’autunno del 1942, durante il quale i nazisti riuscirono a massacrare oltre un milione di ebrei, da Varsavia giunse prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti Jan Kozielewski, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Jan Karski, un membro dell’Ufficio di informazione e propaganda (Bip) dell’Esercito dell’interno (Ak), principale organizzazione della Resistenza polacca. Quest’emissario venne ricevuto a Londra da varie personalità, fra cui il ministro degli Esteri Anthony Eden (1897-1977). Oltre Atlantico incontrò il presidente Roosevelt. Fra i compiti affidatigli v’era anche la denuncia presso le autorità alleate dello sterminio in atto degli ebrei polacchi. Prima di iniziare l’avventuroso viaggio che doveva condurlo in Inghilterra, Karski riuscì a visitare il ghetto di Varsavia e il campo di sterminio di Bełżec, dove si rese conto di persona di ciò che stava accadendo. “Mi recai nel ghetto due volte” racconterà 45 anni più tardi.13 “Vidi scene spaventose, e non solo di terribile fame e miseria. Fui anche testimone
delle ‘cacce all’uomo’, con i ragazzi della ‘Hitlerjugend’ che sparavano addosso alla folla che fuggiva terrorizzata. Sono scene che ricorderò per tutta la vita, mi sono rimaste davanti agli occhi per molti anni dopo la guerra.” Karski ebbe un drammatico colloquio anche con esponenti delle due maggiori organizzazioni politiche degli ebrei polacchi (il Bund e i sionisti). Costoro lo informarono che nel ghetto di Varsavia i giovani stavano progettando e preparandosi a dare vita a una rivolta. E inoltre lo invitarono a farsi portavoce, presso i governi dei paesi alleati, di una richiesta di misure eccezionali, quali: iniziative tese a informare la popolazione tedesca mediante la radio, il lancio di volantini eccetera, circa i delitti perpetrati dal governo nazista contro gli ebrei; un appello ufficiale al popolo tedesco perché facesse pressione sul proprio governo per bloccare idem, p. 262. Così nel ghetto di Varsavia veniva indicata la piazza, sede della ‘stazione di trasferimento’ da cui i nazisti facevano partire i treni che trasportavano gli ebrei ai campi di sterminio. 5 idem, pp. 313-315. 20 idem, p. 244. 21 idem, p. 247. 22 ivi. 15 Andrea Tornielli, Pio XII, il Papa degli ebrei, Piemme, Milano 2001. 17 Guenter Lewy, I nazisti e la Chiesa [1964, 2000], I ediz. il Saggiatore, Milano 1965; I ediz.Nuove edizioni tascabili (il Saggiatore), Milano 2002. Nell’edizione del 2002 si trova anche, tradotta in italiano, l’’Introduzione’ che Lewy scrisse per l’edizione in lingua inglese del 2000. Le citazioni che seguono fanno riferimento all’edizione del 1965. 23 idem, p. 81. 24 idem, p. 234. A proposito del tentativo compiuto dal vescovo Alois Hudal, in un libro pubblicato nel 1937, di aprire la via “per una comprensione del nazionalsocialismo dal punto di vista cristiano”, e delle sue ‘iniziative caritatevoli’ tese ad agevolare, dopo il 1945, la clandestinità a Roma e la fuga dall’Europa di criminali nazisti – fra i quali vi furono Otto Wächter, capo dell’amministrazione militare tedesca in Italia, e Franz Stangl, comandante dei campi di sterminio di Sobibór e Treblinka –, si veda in idem (Milano 2002), p. XXII nell’’Introduzione all’edizione 2000’. 25 Si veda, a questo proposito, idem, pp. 144 e ss. (cioè l’intero capitolo IV. La grande riconciliazione). Un’analisi minuziosa dei legami antichi e profondi tra il Vaticano e lo Stato tedesco si trova in: Annie Lacroix-Riz, Le Vatican, l’Europe et le Reich de la Première Guerre mondiale à la Guerre froide, Armand Colin, Paris 1996. La Lacroix-Riz fonda il proprio lavoro sullo studio delle fonti diplomatiche, soprattutto francesi. 26 Sulla vicenda di Dietrich Bonhoeffer e dei suoi familiari nel quadro della resistenza tedesca al regime nazista, si veda il saggio ampio e molto documentato di Fulvio Ferrario, “Gruppo di famiglia contro Hitler” che fa da introduzione (pp. 5-52) al volume Ultime lettere dalla Resistenza. Dietrich Bonhoeffer e i suoi familiari nella lotta contro Hitler [1997], a c. di Eberhard e Renate Bethge, Claudiana, Torino 2001. 27 Gustav Niebuhr, Undoing the Legacy of Nazi Courts, “The New York Times”, February 11, 1996. 28 Informazioni e considerazioni interessanti circa il valore di questo documento delle Chiese protestanti tedesche si trovano in: Daniele Garrone, Lezioni di catechismo antiebraico dal pulpito cristiano, “il manifesto”, supplemento (intitolato “La Croce di David”) al numero del 29 ottobre 1997, p. X. Nel chiarire il proprio pensiero, Garrone sottolinea che “non c’è soltanto l’antisemitismo dei criminali e il silenzio degli indifferenti e dei complici; c’è anche una negazione degli ebrei fatta a tavolino e sul pulpito, un annientamento teologico di Israele davanti a Dio (popolo reietto, maledetto, ‘deicida’, destinato a soffrire per il suo rifiuto di riconoscere Gesù come Messia, accecato, orgoglioso) che assume una luce sinistra nella Shoah. [. . .] Non basta stigmatizzare l’antisemitismo come peccato, bisogna cambiare il modo di parlare di ebrei e Israele intervenendo al cuore del discorso cristiano e non solo sulle sue deviazioni. [. . .] Per questo il cammino iniziato dalle Chiese (solo dopo Auschwitz!) ha una portata epocale.” 3 4
lo sterminio (e se ciò non fosse avvenuto, la responsabilità delle stragi sarebbe ricaduta sull’intero popolo tedesco); una dichiarazione pubblica e ufficiale volta a informare la popolazione tedesca che, qualora lo sterminio non fosse stato fermato, i governi alleati avrebbero bombardato determinati obiettivi in Germania, attribuendo a tali bombardamenti il valore di atti di rappresaglia per i crimini commessi contro gli ebrei. Della sua visita al Lager di Bełżec, Karski rammentava che gli ebrei vi venivano sterminati “con l’uso dei gas di scappamento dei motori smontati dai carri armati sovietici. Era un metodo assai poco efficace; i motori si surriscaldavano e il processo di uccisione durava molto a lungo. Accadeva che non si fosse ancora finito di liquidare un trasporto, che arrivava già quello successivo; in tal caso lo si rispediva a Sobibór, dove la macchina della morte funzionava molto meglio.” Nel rievocare i numerosi colloqui politici che ebbe a Londra, Karski ricordava che gli interlocutori gli avevano posto molte domande, nessuna delle quali, peraltro, concerneva in qualche modo la sorte degli ebrei. Soltanto Lord Selbourne, responsabile dei contatti con i movimenti di Resistenza nell’Europa occupata dai tedeschi, “mi dimostrò maggiore interesse. Mi disse tuttavia, molto francamente, che le misure eccezionali richieste dagli ebrei polacchi non erano realizzabili, poiché l’obiettivo fondamentale degli Alleati era vincere la guerra. 29
Citato in: Guenter Lewy, I nazisti e la Chiesa, Milano 2002, ‘Introduzione all’edizione 2000’, cit., p. XXIII. 30 La “Dichiarazione di pentimento” della Chiesa francese. Parigi, 30 settembre 1997, “SeFeR” 80, ottobre-dicembre 1997, pp. 8-9. Cfr. anche: Franco Fabiani, La Chiesa chiede scusa agli ebrei di Francia. “Un errore il silenzio sui crimini nazisti”, “la Repubblica”, 1 ottobre 1997, p. 15. 1
Note: Omissione di soccorso. Gli ‘spettatori’ come Ponzio Pilato 1
Michael R. Marrus, L’Olocausto nella storia [1987], cit., pp. 219-220. Emmanuel Ringelblum, Sepolti a Varsavia, cit. 6 idem, p. 283-284. 7 Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, cit., p. 1330, n. 191. La Fleischmann, pur essendo un’osservatrice particolarmente attenta, chiedeva a Silberschein vestiti e cibo essendo evidentemente convinta che i deportati stessero soffrendo gravi privazioni. Ignorava, in buona sostanza, che le vittime deportate nel Governatorato generale erano destinate a Maydanek (Lublino) e a Sobibór, ossìa a due campi dotati di camere a gas, e probabilmente non s’era ancora perfettamente resa conto del fatto che Auschwitz era un campo di sterminio. Cfr. Raul Hilberg, Carnefici, vittime, spettatori, cit., p. 297, n. 23. 8 The Extermination Center, “Jewish Frontier”, November 1942. Il testo del rapporto della Lega socialista ebraica polacca è in: Yehuda Bauer, When Did They Know? “Midstream”, April 1968, pp. 57-58. 9 Yehuda Bauer, Holocaust in Historical Perspective, Seattle 1978, pp. 18-19. 10 Cfr. Yehuda Bauer, Ebrei in vendita? Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei 1933-1945 [1994], cit. p. 103. Il testo della dichiarazione degli undici governi dell’alleanza antitedesca sta in US State Department Bulletin, 1942, p. 1009, cit. da: Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich. Documenti, cit., pp. 120-121. 11 David S. Wyman, The Abandonment of the Jews: America and the Holocaust, 1941-1945, Pantheon, New York 1984, pp. 103, 342 e passim. 12 Yehuda Bauer, Ebrei in vendita? Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei 1933-1945 [1994], cit. 13 Jan Karski, Non salvai sei milioni di ebrei, “Ottavogiorno”, nn. 2-3 aprile-settembre 1987, pp. 51 e ss. Cfr. anche Richard Breitman, Il silenzio degli Alleati. La responsabilità morale di inglesi e americani nell’Olocausto ebraico [1998], Mondadori, Milano 1999, pp. 179-185 e passim. 2
Tutto ciò che non aveva un significato strettamente militare doveva essere considerato come una ‘side issue’, una faccenda marginale”. W.D. Rubinstein riprende a oltre mezzo secolo di distanza il medesimo punto di vista che Lord Selbourne aveva espresso, parlando con Jan Karski, nei mesi a cavallo tra i 1942 e il 1943.14 Rubinstein presenta la politica degli Alleati, e in particolare quella della Gran Bretagna a fronte dell’eccidio degli ebrei d’Europa, in termini decisamente apologetici. Per porre un termine alla follia della Shoah, si domanda quest’autore, che altro avrebbero potuto davvero fare i britannici se non concentrare ogni proprio sforzo nell’abbattere il regime hitleriano con le armi? Rubinstein ritiene che, a partire dal 1933, la comunità ebraica inglese abbia fatto tutto il possibile per allertare e mobilitare l’opinione pubblica britannica contro i nazisti e per sottrarre allo sterminio, mediante una politica accorta, cospicue masse di ebrei che rischiavano il massacro. È vero che, dopo lo scoppio della guerra, la maggior parte delle comunità ebraiche d’Europa si trovò chiusa in una morsa letale, ma su un totale di 525 mila ebrei tedeschi, circa 350 mila riuscirono a salvarsi prima che i nazisti bloccassero (nel maggio 1941) l’emigrazione; e di questi profughi dalla Germania (nonché dai territori ex austriaci ed ex cecoslovacchi), 56 mila trovarono rifugio in Gran Bretagna, e poco più di 70 mila riuscirono in qualche modo a raggiungere la Palestina. Rubinstein ricorda correttamente che, proprio a séguito di vigorose pressioni del governo di Londra, la Spagna franchista (un paese che, almeno sulla carta, si considerava alleato di Hitler e Mussolini) consentì a oltre 35 mila ebrei, che da ogni parte d’Europa fuggivano verso occidente, di attraversare il proprio territorio; ma su un altro versante l’autore sembra sottovalutare i pesantissimi riflessi che, sugli esiti della Shoah, ebbero le drastiche limitazioni imposte dagli inglesi all’immigrazione ebraica verso la Palestina: quella Palestina che, dopo la prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni aveva affidato in mandato alla Gran Bretagna e che, alla fine degli anni trenta, molti ebrei consideravano ormai come l’ultimo rifugio possibile. È vero che il ‘Libro bianco’ sulla Palestina del maggio 1939, con il quale gli inglesi imponevano severe restrizioni all’immigrazione degli ebrei, fu dettato al governo di Londra dall’esigenza di mantenere la calma nel sovreccitato mondo arabo alla vigilia di una guerra a tutto campo contro i nazisti. Ma non v’è dubbio che, nel contesto globale dell’impegno bellico degli inglesi, e anche degli americani, il salvataggio e l’accoglienza degli ebrei europei non ebbero mai la dignità di obiettivi prioritari. Per tutta la durata del conflitto, inglesi e americani dimostrarono una grande perizia nel rimandare qualsiasi serio tentativo di soccorso. E così la sorte degli ebrei venne sistematicamente sacrificata sull’altare di esigenze strategiche considerate più importanti. In conclusione, ritengo che vada riconosciuto a Yehuda Bauer il merito di avere chiarito con sicurezza la natura della trappola entro cui rimasero mortalmente schiacciati, durante la seconda guerra mondiale, gli ebrei d’Europa. Nell’epilogo del suo magistrale Ebrei in vendita? troviamo il seguente passaggio: “Gli Alleati non capirono veramente mai la politica antiebraica dei nazisti. [. . .] Pensavano che l’antisemitismo nazista fosse uno strumento per conquistare il potere e mantenerlo: non si resero conto che, per loro, esso non era un mezzo, bensì uno scopo. Si creò così uno squilibrio: i nazisti vedevano negli ebrei i propri principali nemici, quelli che stavano dietro a tutti gli altri e li controllavano; gli Alleati non compresero, e forse non potevano comprendere, che quella demonizzazione, puramente illusoria, che trasformava una minoranza impotente e indifesa in una minaccia globale, era presa sul serio. Per loro gli ebrei erano solo una seccatura, e per gli inglesi una minaccia ai propri interessi nazionali in Palestina e Medio Oriente. La storia si prese la sua vendetta: gli inglesi non persero solo la Palestina, ma tutto l’Impero.”15
L’ambiguità del bene
Nella scia del dramma di Rolf Hochhuth Der Stellvertreter (Il vicario in italiano) (19621963) e delle aspre polemiche attorno ai rapporti tra la Chiesa cattolica e la Germania nazista che ne seguirono, lo storico israeliano Saul Friedländer pubblicò nel 1967 un’affascinante ricerca sul personaggio che Hochhuth aveva messo in scena all’apertura del dramma stesso: il trentasettenne ufficiale delle SS Kurt Gerstein, arruolatosi per ‘vedere ciò che accadeva’ nell’inferno hitleriano e poterne informare il mondo 1. Friedländer, che vi aveva già fatto cenno brevemente nel suo Pio XII e il Terzo Reich, dedicò il nuovo libro a un più profondo lavoro di scandaglio nella vita di quest’inquieto e contraddittorio spirito religioso: una vita sconcertante, sotto molti aspetti indecifrabile. “Attraverso la vita di un uomo” scriveva Friedländer “cercheremo di penetrare i dilemmi di un’intera società.”2 Figlio di un funzionario prussiano all’antica (un Landgerichtspräsident, cioè un presidente di tribunale, ossequiente per tradizione all’autorità), Gerstein nacque a Münster (Westfalia) nel 1905. Crebbe a Saarbrücken, Halberstadt e Neu Ruppin presso Berlino, si laureò in ingegneria mineraria e dal dicembre 1936 all’inizio della guerra seguì studi regolari di medicina. Fervente evangelico, trascorse la giovinezza nei circoli e nei campeggi delle organizzazioni protestanti fino a che, nel 1933, il nazismo giunse al potere. Suo padre, un profugo espulso dalla Saar dai francesi, salutò con entusiasmo l’avvento di Hitler, nel quale vide il riparatore delle ingiustizie di Versailles. Anche il giovane Gerstein fu attratto dalle promesse rinnovatrici del nazismo. Si iscrisse alla NSDAP il 2 maggio 1933, ma un anno e mezzo dopo era già pentito del suo gesto. Attivissimo nell’organizzazione dei “Bibelkreise” (circoli biblici), si trovò ben presto in contrasto con l’arroganza totalitaria del regime. Agli inizi del 1935, la gioventù hitleriana aveva organizzato a Hagen la rappresentazione di un lavoro teatrale di Edmund Kiss, d’ispirazione anticristiana, intitolato Wittekind. Durante lo spettacolo Gerstein si alzò in piedi e gridò qualcosa in difesa del cristianesimo. Un gruppo di fanatici gli balzò addosso e lo tempestò di pugni. Fu allontanato dalla sala con il volto sanguinante e qualche dente in meno. Con il passare degli anni, la sua opposizione al regime prese slancio. Accusato d’avere preparato e, in larga misura, realizzato nel luglio 1936 la diffusione massiccia di opuscoli proibiti della Chiesa confessante, venne incarcerato una prima volta il 26 settembre 1936 per quattro settimane e interdetto dai pubblici uffici. Incolpato con altre sei persone di preparare una restaurazione della monarchia, fu arrestato nuovamente dalla Gestapo il 14 luglio 1938 e internato nel campo di concentramento di Welzheim. Ne uscì sei settimane dopo, con la diffida a non partecipare a pubbliche manifestazioni. Nel settembre 1939 il governo hitleriano decretò segretamente l’eliminazione dei malati di mente e dei portatori di handicap psichici (con il cosiddetto ‘programma di eutanasia’, o ‘Azione T4’): un’iniziativa cui il regime fu costretto poi a rinunziare, almeno ‘ufficialmente’, nell’agosto 1941, soprattutto sotto la spinta della vasta risonanza che ebbero in Germania le prediche di vibrante condanna pronunziate dal vescovo protestante del Württemberg, Theophil Wurm (19 marzo 1940), dal vescovo cattolico di Berlino, Konrad von Preysing (9 marzo 1941) e dal vescovo cattolico di Münster, conte Clemens August von Galen (3 agosto 1941).3 Dal gennaio all’agosto 1940, nelle apposite ‘stazioni di eutanasia’ di Grafeneck, Hadamar e di altri luoghi, dotate delle prime camere a gas funzionanti a ossido di carbonio,
vennero uccisi più di 70 mila malati di mente, tra i quali anche una cognata di Gerstein, Berta Ebeling. “Fu allora che decisi di entrare nelle Waffen SS” egli dichiarerà nel giugno1945 “per condurre una battaglia attiva e conoscere meglio gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti.” 4 Arruolato il 10 marzo 1941 non tardò, grazie alla sua elevata competenza tecnica e alla preparazione medica, a fare una rapida carriera quale responsabile della disinfezione nell’Ufficio del capo dell’igiene delle Waffen SS, di stanza a Berlino. Così fu assegnato alla costruzione di apparecchi per la disinfezione e di filtri per l’acqua potabile destinata alle truppe e ai campi di prigionia e di concentramento. E finalmente nell’agosto 1942 arrivò il giorno tanto atteso. Gerstein ricevette l’ordine riservatissimo di curare personalmente il trasporto di 100 kg di acido prussico da una fabbrica situata a Kolín, in Boemia, verso una località segreta della Polonia, Bełżec, nei pressi di Lublino. Qui conobbe il comandante di brigata Odilo Globocnik, capo delle SS e della polizia nella regione di Lublino, che gli disse: “È un’affare dei più segreti, anzi il più segreto di tutti. Chi ne parlerà sarà fucilato. Proprio ieri due chiacchieroni sono stati fucilati”. Globocnik aggiunse che, fra gli incarichi di Gerstein, v’era anche quello di “migliorare il servizio delle nostre camere a gas, che funzionano per mezzo dello scappamento di un motore Diesel. Occorre un gas più tossico e di più rapido effetto, quale l’acido prussico. [...] Il Führer ordina di accelerare tutta l’operazione!”. Il 17 agosto 1942, Gerstein si trovò per la prima volta dinanzi a un campo di sterminio. Più tardi ebbe a rammentare: “Quel giorno non si videro morti, ma un odore pestilenziale ammorbava tutta la zona.”5 L’indomani mattina, alle 7, assistette all’arrivo da Leopoli di 45 vagoni ferroviari con un carico di 6 mila ebrei, 1450 già morti al loro arrivo. Duecento ucraini incaricati di questo servizio aprirono le porte e con fruste di cuoio cacciarono gli ebrei fuori dalle vetture. Un altoparlante dava le istruzioni. I prigionieri dovevano spogliarsi, consegnare occhiali, dentiere, orologi, oggetti di valore, denaro, le donne e le ragazze dovevano farsi tagliare i capelli nella baracca del ‘parrucchiere’, e poi avviarsi, tutti completamente nudi, verso le cosiddette ‘docce e inalazioni’ (così venivano denotate le camere a gas). In un angolo, un robusto SS ripeteva: una volta dentro, “dovete solo respirare molto profondo, questa inalazione fortifica i polmoni, è un mezzo per evitare le malattie contagiose.”6 Gerstein era annichilito. Che poteva fare? “Molti recitano le loro preghiere [...]. Io prego con loro. Mi stringo in un angolo e imploro il mio e il loro Dio. Come avrei voluto entrare con loro nelle camere a gas, come mi sarebbe stato caro morire condividendo la loro sorte! Si sarebbe trovato nelle camere a gas un ufficiale delle SS in uniforme: si sarebbe creduto a un incidente, e l’affare sarebbe stato archiviato.”7 In quel preciso frangente Gerstein maturò la decisione di sabotare la macchina di morte del nazismo (con un pretesto fece in modo che il suo quintale di acido prussico non fosse utilizzato), e di informare il mondo sulle atrocità dei campi di sterminio. Di ritorno da Bełżec, il 20 agosto 1942, per una circostanza del tutto fortuita incontrò sul treno Varsavia-Berlino il barone von Otter, a quel tempo segretario della legazione svedese. “Tutti gli scompartimenti erano occupati; passammo la notte nel corridoio. Là, sotto un’impressione tanto recente, gli raccontai ogni cosa, con la preghiera di riferire tutto al suo governo e agli Alleati. Mi chiese una referenza sul mio conto. Gli detti perciò l’indirizzo a Berlino del vescovo evangelico dottor Otto Dibelius, capo dell’opposizione protestante contro il nazismo.”8 Il barone von Otter, allora trentacinquenne, si mise in contatto con Otto Dibelius; redasse inoltre un rapporto dettagliato del suo colloquio con Gerstein, e lo trasmise ai suoi superiori. Ma in quel momento il governo di Stoccolma era timoroso di irritare Hitler (il documento stilato da von Otter fu reso pubblico solo tre anni dopo, il 7 agosto 1945, quando Gerstein era già morto), anche se la Svezia non chiuse mai le sue frontiere agli ebrei che cercavano rifugio nel suo territorio.
Gerstein non si limitò a tenersi in relazione con von Otter (che incontrò una seconda volta a Berlino). Tentò di mettersi in contatto anche con monsignor Cesare Orsenigo, nunzio apostolico a Berlino. “Mi si domandò se ero soldato. Allora mi si rifiutò qualunque colloquio e mi si chiese di lasciar stare la legazione di Sua Santità. Riferisco ciò per mostrare quanto fosse difficile anche a un tedesco che fosse nemico acerrimo dei nazisti arrivare a screditare quel governo criminale...” Informò ancora la famiglia del pastore Martin Niemöller; l’addetto stampa della legazione svizzera a Berlino, dottor Hochstrasser; il dottor Winter, consigliere giuridico del vescovo cattolico di Berlino, Konrad von Preysing (“perché trasmettesse le mie informazioni al vescovo e al papa”); il dottor Otto Dibelius. Fece anche in modo d’avvertire il governo inglese, che però era già informato attraverso i dispacci fatti pervenire, fin dall’agosto 1942, dal Bureau del Congresso mondiale ebraico di Ginevra. I governi alleati proclamarono che, dopo la vittoria, avrebbero punito i criminali, ma rifiutarono di adottare misure immediate, per esempio di favorire l’esodo degli ebrei dalla Bulgaria verso la Palestina.9 Gerstein riteneva che gli Alleati avrebbero dovuto lanciare sulle città tedesche manifestini che informassero la popolazione dello sterminio degli ebrei, ma la proposta non fu accolta. La Svizzera, con una circolare confidenziale del Consiglio federale del 13 agosto 1942, ordinava di ricacciare chiunque varcasse clandestinamente il confine, tranne i prigionieri di guerra evasi, i disertori e i profughi politici accertati. “Coloro che sono fuggiti solo a motivo della loro razza, per esempio gli ebrei” si precisava “non devono essere considerati rifugiati politici.”10 La Finlandia invece, informata da Gerstein (secondo una testimonainza resa dalla moglie Elfriede il 16 febbraio 1961), rifiutò di consegnare i suoi ebrei all’alleato tedesco. Costretto a condurre una doppia vita, di esemplare ufficiale delle SS nell’apparenza, ma di antinazista convinto nelle sue attività segrete, Gerstein non tardò a dare segni di un’intensa depressione. Dietro le sembianze di un tipo decisamente ‘germanico’, biondo, alto (1 metro e 86) e capace di parlare come ‘loro’, con il tono giusto, si nascondeva un uomo malato, torturato dall’ansietà e ben presto al limite delle sue forze. Voleva informare il più gran numero di persone, ma nello stesso tempo sapeva che, se fosse stato scoperto, sarebbe stato torturato e ucciso. Non poteva rivelare il suo segreto al padre, nazista convinto, doveva nasconderlo in larghissima misura anche alla moglie per evitare che, scoperto lui, fosse perseguitata la sua famiglia. Verso la fine della guerra, viveva nel continuo terrore d’essere assassinato dalle SS e appena poté, il 22 aprile 1945, si consegnò alle truppe francesi di stanza a Reutlingen, raccontando tutto. Dapprima fu trattato con riguardo, ma poi, il 5 luglio, fu incarcerato come criminale di guerra ‘per assassini e complicità’ nella prigione militare parigina di Cherche-Midi. Il 25 luglio 1945 fu trovato morto nella sua cella. La tesi ufficiale, sostenuta dalla polizia francese, fu che si trattasse di suicidio. Ma le lettere e i documenti che avebbero dovuto avvalorare questa tesi non vennero mai rinvenuti. Qualcuno sostenne che Gerstein, un personaggio decisamente scomodo, fosse stato ucciso dagli altri prigionieri nazisti. 11 Il rapporto che egli scrisse dopo il suo arresto il 22 aprile 1945 (il cosiddetto Gerstein Bericht), destinato agli ufficiali francesi cui si era consegnato, pur con qualche inesattezza rimane una delle testimonianze più importanti sulle atrocità naziste nei campi della morte. 12 “Il vero dramma di Gerstein” scrive in conclusione del suo libro Friedländer “è stato quello di trovarsi solo nella sua azione. Il silenzio e la completa passività dei tedeschi, l’assenza di qualunque reazione da parte degli Alleati e degli Stati neutrali, o per dir meglio dell’intero Occidente cristiano di fronte allo sterminio degli ebrei, fanno di Gerstein un personaggio altamente tragico, chiuso in un cerchio invalicabile di solitudine e di incomprensione: come i suoi appelli erano stati senza eco, così il suo sacrificio apparve ‘inutile’ e divenne ‘colpevole.’ ”13
Epilogo Quasi sei decenni ci separano dai giorni in cui le armate alleate raggiunsero i campi di sterminio nazisti, restituendo la libertà ai pochi prigionieri scampati al massacro: da allora la memoria della Shoah rappresenta un elemento costitutivo dell’identità per una parte cospicua degli ebrei1. Ormai la generazione dei testimoni diretti (su entrambi i versanti: quello delle vittime e quello dei persecutori) va estinguendosi. Ma anche gli ebrei della nuova generazione, apparentemente estranei alla paura, affrancati – tanto nella diaspora quanto in Israele – dalle ansie dei genitori, continuano a confrontarsi con la memoria della Shoah, condannati a ritornarvi lungo la propria cronistoria, nelle proprie associazioni mentali, nelle proprie decisioni morali, nei codici di comportamento. “Una mia amica, sopravvissuta come me alla Shoah – scriveva Doris Papier in una lettera da Herzliya (Israele) al Jerusalem Post nel dicembre 1990 –, ha visitato recentemente la località nella quale erano vissuti e dove vennero assassinati i miei familiari. Il luogo non è lontano da Rovno, in Ucraina. Mentre si trovava lì, la mia amica registrò con una cinepresa la boscaglia in cui migliaia di ebrei furono passati per le armi”. E soggiungeva: “Quando vidi il filmato rimasi inorridita nell’osservare che un po’ ovunque, sul terreno, affioravano le ossa delle vittime e, inoltre, che la popolazione del luogo andava frugando fra i resti umani alla ricerca di denti d’oro e di oggetti di valore”. [. . .] “Trovo quasi incredibile che per tutto questo tempo nulla sia stato fatto dalle autorità sovietiche e/o ucraine per porre rimedio a tale situazione.”2 Oswiecim, in Polonia (‘Auschwitz’ in tedesco). Qui, nell’agosto 2000, viene inaugurata la discoteca ‘System’, nella quale ogni fine settimana si danno appuntamento centinaia di giovani. La nascita della discoteca innesca l’ultima di una lunga serie di diatribe che, per tutto il secondo dopoguerra, hanno avvelenato i rapporti tra polacchi ed ebrei: la malcelata invidia dei primi, che non si sono sentiti abbastanza considerati nel ruolo di vittime del nazismo, l’antisemitismo strisciante dei governi comunisti di Varsavia, l’atteggiamento a volte ostile verso gli ebrei della Chiesa cattolica di Polonia e, soprattutto, il destino di Auschwitz, l’uso e la tutela di un luogo che la tragedia della Shoah ha inscritto per sempre nella storia degli ebrei e nella coscienza del mondo. La ‘pista da ballo sopra le tombe’ – come viene definita la discoteca dai suoi critici – riaccende la guerra per la memoria della Shoah: una vicenda conflittuale fatta di simboli, di controversie religiose e strumentalizzazioni politiche, le cui radici vanno cercate nelle pieghe profonde della recente storia d’Europa. Già negli anni Ottanta un convento di carmelitane, che si era insediato entro il perimetro dell’ex campo di sterminio, fu trasferito al di fuori dei fili spinati in séguito alle proteste delle comunità ebraiche. Nel 1996, gruppi di pressione ebraici ottennero che fosse annullato il progetto di costruzione di un centro commerciale, mentre nel 1998 vennero rimosse trecento croci in legno piantate ad Auschwitz dagli attivisti del ‘Movimento per la salvezza del popolo polacco’, un gruppuscolo ultranazionalista che fa dell’antisemitismo e del radicalismo religioso il proprio cavallo di battaglia. Nel 2000, a chiedere l’immediata chiusura della discoteca ‘System’ scese in campo niente meno che il Centro Wiesenthal di Vienna. Spesso gli ebrei vengono rimproverati di fare di Auschwitz, della Shoah un mito, un monumento. A ben vedere le cose non stanno esattamente così. Per i sopravvissuti e per i loro eredi la Shoah, assai più che un monumento rappresenta il ricordo incancellabile di un disastro, di una vicenda di rovinosa umiliazione, di impotenza e solitudine. Innanzitutto è impossibile dimenticare che la Shoah ha inghiottito sei o sette milioni di persone: approssimativamente la metà degli ebrei europei, ossìa circa un terzo degli ebrei del
mondo, fra i quali un milione e mezzo di bambini. Ma soprattutto, nella Shoah è andata distrutta una civiltà, quella degli ebrei dell’Europa centro-orientale. Dell’antico scenario fisico entro il quale si mossero e fiorirono numerose comunità estremamente vitali e creative, oggi non rimangono che i muri delle sinagoghe, i cimiteri, i libri, gli oggetti rituali e d'uso quotidiano, le carte: documenti di una storia durata poco meno d'un millennio. Pagine della storia degli ebrei, certamente, ma anche, a pieno titolo, della storia d'Europa e – vorrei aggiungere – della storia dell'intera umanità. Come ha scritto Yosef Hayim Yerushalmi, docente alla Columbia University di New York, la necessità di ricordare è divenuta più urgente da quando hanno alzato la voce “coloro che fanno a brandelli i documenti, gli assassini della memoria e i revisori delle enciclopedie, i cospiratori del silenzio, coloro che, come nella bellissima immagine di Kundera, possono cancellare un uomo da una fotografia in modo che ne rimanga solo il cappello”. Quella che ci risulta intollerabile è l'idea che persino i crimini più atroci possano cadere nell'oblìo. In sostanza, il bisogno di ricordare riguarda il male. Da più parti si sostiene che, in quanto ‘male assoluto’, la Shoah sia qualcosa di indicibile, di irrapresentabile. Si tratta, in questo caso, di un’opinione che non condivido. Ritengo infatti che anche il lavoro di coloro che fanno storiografia avrebbe uno spessore molto inferiore se non potesse fare riferimento proprio alle narrazioni dei testimoni diretti, dei deportati, dei sopravvissuti. Ai fini della conservazione e trasmissione della memoria, il racconto individuale offre spunti e risorse di una vitalità unica, insostituibile: basti pensare alle narrazioni e alle riflessioni preziosissime di un grande testimone quale fu Primo Levi. In un mondo sempre più orientato a rimuovere e a banalizzare il male – qual è il mondo in cui viviamo –, è importante che un sano impegno pedagogico dia vita a strategie educative capaci di offrire alle generazioni più giovani il senso concreto di un legame tra la vicenda dello sterminio nazista e situazioni di violenza, di offesa ai diritti umani, di eccidi di massa che accadono oggi, pur con tutte le differenze rispetto alla Shoah. Il ricordo del male passato non può e non deve ridursi a retoriche manifestazioni in chiave celebrativa: una sorta di illusori compensi postumi elargiti alle vittime e ai loro eredi. Manifestazioni di questa natura sono i prodotti di una memoria statica, capace soltanto di dare corso a rievocazioni del male che, per essere meramente commemorative ed esorcistiche, rivelano una radicale sterilità. Da esse occorre distinguere le forme di una memoria dinamica, preoccupata di tenere viva la consapevolezza del male al fine di favorire, semmai, la progettazione di un futuro diverso e migliore. Infatti il ricordo dell'orrore, seguito dalla rituale invocazione ‘ciò non deve accadere mai più’, appare destinato a rimanere privo di reale efficacia quando non si saldi a un'interrogazione argomentata e analitica circa il presente e non si apra con spirito critico e creativo alla progettualità. Alla fine del 1997 Sergio Romano pubblicò in Italia un saggio che, a onta del tenore benevolo del titolo (Lettera a un amico ebreo) e dell’orgoglioso “laicismo liberale” ostentato dall’autore, apparve sùbito abbondantemente farcito dei più abusati luoghi comuni antiebraici. L’autore pretende di spaziare in lungo e in largo nella storia degli ebrei fino a giudicarne lapidariamente la religione: “Un catechismo fossile [. . .] di una delle più antiche, introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente” (p. 84). Fra le numerose bizzarrìe proposteci da questo pamphlet, occupa un posto centrale la tesi, non priva di malizia, secondo la quale il genocidio degli ebrei d’Europa si sarebbe ormai trasformato, per l’opinione pubblica dell’Occidente (cristiano), in una sorta di ricatto permanente. Nell’imputare tale fatto al culto ebraico della memoria, Romano articola le sue argomentazioni nei termini seguenti: “[Il genocidio] è diventato il peccato del mondo contro gli ebrei, una colpa incancellabile di cui ogni cristiano dovrebbe chiedere perdono quotidianamente, il nucleo centrale della storia del XX secolo. Grazie a questa prospettiva storica, ogni paese e ogni istituzione vengono giudicati per il loro ruolo in quella vicenda e
finiscono, prima o poi, sul banco degli accusati” (p. 90). Dopo avere elencato varie stragi analoghe o paragonabili per dimensioni o crudeltà (lo sterminio armeno, le vittime dello stalinismo, del colonialismo, della seconda guerra mondiale, dei conflitti interetnici in Bosnia o in Ruanda), Romano lamenta che, mentre la memoria di questi e altri massacri “impallidisce e si appanna, l’olocausto continua ad agitare le coscienze” (p. 27). Insomma, “non è più un episodio storico da studiare nelle particolari circostanze in cui quelle vicende ebbero luogo” (p. 90). Di fronte alla ricerca storica, afferma Romano, molti ambienti ebraici si rivelano animati da una “ostilità iniziale” dettata, fra l’altro, dal “timore che gli studi storici finiscano per «storicizzare» il genocidio riducendolo, prima o dopo, ad una gigantesca «notte di San Bartolomeo»“ (pp. 16-17). Con l’attribuire agli ebrei, in buona sostanza, la colpa di collocare la Shoah in una dimensione teologica e metastorica, Romano avanza l’ipotesi che la “strategia della memoria” sia stata per lo Stato d’Israele “una straordinaria arma diplomatica, una preziosa fonte di legittimità internazionale” (p. 32). Inoltre, secondo Romano, tale strategia è “il terreno su cui l’ebraismo e la sinistra possono incontrarsi e collaborare”, consentendo agli ebrei di “tenere in vita una sorta di «comitato permanente di vigilanza antirazzista»”(p.117). È, questa di Romano, un’ipotesi semplicistica se non del tutto falsa, che oltre a recuperare alcuni topoi del connubio giudaico-comunista tanto cari alla pubblicistica fascista degli anni Trenta, ha il torto di enfatizzare il sostegno offerto allo Stato d’Israele dalle comunità diasporiche e di sottolineare oltre misura la volontà d’Israele di tenere viva, nel proprio esclusivo interesse di Stato, la memoria del genocidio: riducendo in tal modo il grande esame di coscienza che il mondo continua a compiere di fronte alla Shoah a una meschina macchinazione politica degli ebrei. In realtà, l’urgenza con cui Sergio Romano preme per la “storicizzazione” della Shoah sembra rivelare un’ansia di “archiviazione”, tesa a liquidare una memoria troppo ingombrante con il toglierne finalmente il peso dalle spalle dei tanti europei che, per proclamarsi innocenti, pongono il genocidio a esclusivo carico della defunta ideologia nazista. Certo, nel caso della Shoah il rapporto fra memoria e storia è particolarmente complesso, giacché l’elaborazione dei lutti provocati dalla tragedia è lunga e dolorosa. Se è vero, ad ogni modo, che il genocidio ebraico appartiene alla storia, i cultori di storiografia della Shoah sogliono considerare del tutto acquisito il fatto che il loro lavoro sarebbe gravemente penalizzato qualora non potesse fare ricorso alla memoria delle singole persone coinvolte, e soprattutto dei sopravvissuti. Concordo anch’io che sia legittima la preoccupazione di non cadere in “eccessi di memoria”, che rischierebbero di schiacciare sul passato la progettazione di un qualsiasi avvenire. Né intendo qui negare che in àmbito ebraico siano oggi presenti, tanto in Israele quanto nella diaspora, frange disposte ad abbandonarsi a pericolose derive fondamentaliste e a chiusure di natura confessionale. Tuttavia, il piccolo universo degli ebrei continua, nel suo insieme, a essere ricco di interne tensioni, di una vivacissima dialettica, di spinte e controspinte, e presenta connotazioni complesse, diversificate e troppo difficili da cogliere perché sia consentito accostarsi a esso con un approccio del tipo di quello adottato da Romano. Il problema, in sostanza, è quello di conciliare il còmpito morale di evitare che il passato cada nell’oblìo con l’impegno a operare perché le nuove generazioni si possano costruire un futuro vivibile e decente, da condividere responsabilmente e fraternamente con tutti i figli degli uomini. In àmbito ebraico, alcune strade in questa direzione appaiono già tracciate. Mi riferisco, in primo luogo, all’esperienza di Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme: un’istituzione che, fin da quando vide la luce nel 1957, volle ricordare accanto alla memoria delle vittime anche i ‘giusti’, ossìa i protagonisti del bene, quanti a rischio della
propria vita si prodigarono per la salvezza dei perseguitati. Le vicende dei ‘giusti’ hanno permesso a molti fra i sopravvissuti di ritrovare la speranza nell’umanità. Per numerosi ebrei e per i loro figli è stato possibile ritornare nei Paesi che li avevano perseguitati e traditi, solo dopo avere saputo di uomini che si erano comportati diversamente. I ‘giusti’ sono diventati così il tramite di un riavvicinamento tra le vittime della violenza e i popoli che li hanno oppressi. In una direzione non dissimile si colloca il lavoro del Post-Holocaust Dialogue Group: un’associazione internazionale creata all’inizio degli anni Novanta da Gottfried Wagner, pronipote di Richard e figlio ‘degenere’ dell’attuale direttore del Festival di Bayreuth (in Germania), e da Abraham Peck, direttore amministrativo e dei programmi dell’Archivio ebraico-americano di Cincinnati (negli Stati Uniti). Le iniziative di questo gruppo mirano non già a ricomporre le memorie della Shoah – ancor oggi profondamente divise – in una fittizia unità sotto l’etichetta di una ‘comune memoria’ (un’operazione che, qualora venisse proposta, recherebbe offesa a tutte le persone coinvolte a vario titolo nella tragedia), bensì a dare luogo al lavoro difficilissimo, e tuttavia necessario, di reciproco riconoscimento – di dialogo, appunto – tra i figli di coloro che la Shoah l’hanno subita e i figli di coloro che, invece, l’hanno architettata e inflitta. Un dialogo, dunque, tra persone nate dopo lo sterminio. Uno dei membri ebrei del gruppo, lo psichiatra newyorkese Yehuda Nir, ha pubblicato The Lost Childhood [L’infanzia perduta], un’autobiografia che è stata tradotta in nove lingue. In un’introduzione all’edizione olandese, composta con un pensiero rivolto in particolare agli studenti, Nir interpella idealmente Gottfried Wagner con parole che esprimono tutt’intera la tensione e la fatica di un lavoro congiunto di ricostruzione morale e psicologica, portato avanti con estrema delicatezza dagli uni e dagli altri attori di questo dialogo straordinario: “Gottfried, io ti vedo come un rappresentante di questo [nuovo] mondo. Tu sei l’antiLohengrin, che non nasconde il suo passato e dice: ‘Per favore, Yehuda, chiedimi che cos’hanno fatto i miei genitori’. In modo sincero ti definisci un figlio dei persecutori, un tedesco nato dopo la Shoah. Hai affermato di essere legato alla storia della Germania. Non chiedi perdono. Tutto ciò che desideri è impegnarti in un dialogo per capire che cosa e come è successo, e se è possibile evitare che possa accadere di nuovo. Sei un tedesco che vuole aiutare a creare un mondo in cui noi ebrei possiamo prendere in considerazione il perdono”.
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Note: L’ambiguità del bene
1
Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, Feltrinelli, Milano 1967.
L’enigmatica figura di Kurt Gerstein ha attirato l’attenzione anche di altri biografi, quali Olga Wormser-Migot, Le système concentrationnaire nazi (1933-1945), Presses Universitaires de France, Paris 1968, e Pierre Joffroy, L’Espion de Dieu, Grasset, Paris 1972. idem, p. 10. Notizie circostanziate circa il ‘programma di eutanasia’ e i suoi sviluppi si trovano in: Gitta Sereny, In quelle tenebre, cit., pp. 80 e ss. Per l’opposizione delle Chiese cristiane all’attuazione di quel programma, si vedano in particolare le pp. 99-102. 4 Saul Friedländer, op.cit., p. 60. 5 idem, pp. 80-81. 6 idem, pp. 81-82. 7 ivi. 8 idem, p. 91. 9 idem, pp. 94 e ss. 10 idem, p. 112. 2 3
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Shirer, William L., Storia del Terzo Reich [1959, 1960], Einaudi, Torino 1962 11
idem, pp. 150-152. Per le obiezioni avanzate dai negazionisti – primo fra tutti, Paul Rassinier – contro il rapporto Gerstein e la sua autenticità, cfr. Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, cit., in particolare alle pp. 85-129. 13 Saul Friedländer, op.cit., p. 155. 12
Note: Epilogo In questo ‘Epilogo’ riprendo in parte il testo del mio contributo allo ‘speciale’ Mi ricordo che il settimanale “Diario” dedicò alla ‘Giornata della Memoria’ del 2001. (Cfr. Bruno Segre, È stato sterminio, non olocausto, “Diario”, A. VI, suppl. al n. 4, 27 gennaio 2001, pp. 36-43). 2 Con il titolo Desecration (nelle Readers’ Letters) in: “The Jerusalem Post International Edition”, N° 1572, Week ending December 29, 1990, p. 22. 1
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