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SENZA PACE

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Andrea Angeli

Senza pace Da Nassiriyah a Kabul, storie in prima linea

Rubbettino


© 2011 - Rubbettino Editore 88049 Soveria Mannelli - Viale Rosario Rubbettino, 10 tel (0968) 6664201 www.rubbettino.it


Indice

Prefazione di Enrico Mentana

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Introduzione

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Dolce Skopje

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Ritorno nei Balcani Sotto la bandiera europea Slalom tra i nomi La ·dolce vita di Skopje Se ne va Rugova Misteri occidentali Tue Land of the Sleeping Crocodile

L'esilio ai confini del mondo Bagni con brivido Bom Dia Senhor Nel nome del Padre Un occhio in Medio Oriente Grandi leader per un piccolo Paese Di nuovo al fronte

Ritorno alla grande attualità Terrore five stars Paranoia sicurezza Passato che ritorna La deriva Guerra lontana

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21 24 28 31 36 39 41 44

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Un italiano a Kabul

Ettore Sequi, l'uomo che univa Italia nel mirino I.:avventura europea Afghanistan ultimo atto

Serrare le file Alpini versus parà Agguato alla Folgore Voli ITALFOR Da Casal di Principe a Kabul Provaci ancora Staffan Il Caso Emergency Come andrà a finire

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Indice dei nomi

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Documentazione fotografica

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Prefazione

C'è stato un tempo in cui il mondo, con le sue guerre, i suoi confini, le differenze istituzionali e di sistemi, era solo una materia iniziatica, delegata ai saperi e alle astuzie delle diplomazie professionali, alle dispute di convenienza, di propaganda, di strategia e di vanagloria dei potenti, e all'ardore o all'incoscienza dei generali. I popoli erano pedine, numeri; le opinioni pubbliche erano spettatori da vellicare con la retorica patriottarda o da spaventare con la propaganda sulle mire dei nemici o sull'orrore dei sistemi avversi. A viaggiare erano solo i commercianti e gli emigranti, e la spinta del lavoro sollevava gli uni e gli altri dal giudicare le nazioni in cui facevano affari o che gli davano un'ocèupazione e una speranza di affermazione. La stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta compiva il suo ciclo di vita senza mai lasciare il proprio paese. Le conoscenze sugli "altri" erano di tipo salgariano, romanzesche ed esotiche, oppure politiche, col sogno dell'America patria della libertà e del quattrino o della Russia terra dell'uguaglianza e del socialismo realizzato. Oggi il mondo è incredibilmente più piccolo; la navigazione aerea low cost e le occasioni turistiche last minute permettono a chiunque di conoscere i suoi angoli più remoti; e il web ci illude di poterlo scrutare metro per metro con le mappe dal cielo. La globalizzazione ha spazzato via i sistemi che non si reggevano economicamente e ha de-ideologizzato gli altri. Ma il mondo non è più affratellato e pacifico di prima, anzi. rultimo decennio del Novecento ci ha portato la convulsione finale dei regimi dell'est europeo e le guerre balcaniche. Il primo decennio del Duemila ci ha sbattuto in faccia la sfida islamista alle Torri Gemelle e le guerre conseguenti in Afghanistan e Iraq. Quello appena cominciato ci ha già sorpreso con le rivoluzioni del nord Africa. 7


Sui libri di storia abbiamo imparato a conoscere le grandi strategie delle potenze planetarie o regionali, che davano un movente o un vettore a ogni guerra, a ogni insurrezione, a ogni tensione. Oggi il presente - nonostante la messe di informazione che ci inonda - è molto più difficile da decifrare, e a volte si ha la fondata sensazione che nessuno riesca a guidare i fenomeni, o a orientarli. Insomma che le dinamiche di aggressività o di intolleranza fuoriescano dalle pieghe dei popoli, spinte dall'odio etnico o religioso, come dei soffioni boraciferi dalle pieghe del terreno, senza che nessuno riesca a elaborarle o a mediarle. E così esplodono i conflitti, e diventano endemici, e l'unica cosa che può fare l'organizzazione degli stati è cercare di tenerli sotto controllo, come si fa con una malattia cronica nel tentativo di evitare almeno che peggiori e diventi letale. Questo ha fatto nascere la più clamorosa e contraddittoria novità del nostro tempo: gli eserciti della pace, le forze armate addestrate alla guerra che invece vengono dispiegate per sedare o evitare i conflitti. Non più solo la logica dei "caschi blu" che ha contraddistinto la .politica dell'Onu dopo le carneficine del Ventesimo Secolo, l'interposizione, il cordone sanitario che frena le emorragie e cauterizza le ferite. Ma proprio un ruolo attivo di peacekeeping, responsabilizzato e temperato dall'esperienza. Questo ha permesso di dare un ruolo e una continuità alle forze armate dei paesi che, come l'Italia, hanno bandito l'uso della guerra come strumento per regolare i conflitti internazionali, e hanno poi conseguentemente abolito la leva obbligatoria, professionalizzando così gli eserciti e indirizzandoli verso la doppia missione della protezione civile e appw1to dell'interposizione pacifica nei teatri caldi. Questo nuovo ruolo ha portato alla creazione di figure inedite e indispensabili nell'era della comunicazione. Se le guerre del Novecento sono state immortalate dagli Hemingway e dalle Fallaci, il peacekeeping del nostro tempo ha avuto bisogno degli Andrea Angeli. La sua esperienza non ha eguali, il suo curriculum è più eloquente di ogni racconto: in 25 anni di missioni ha lavorato in Cile, Cambogia, a Sarajevo, a Mostar, in Albania, nel Kosovo, nell'Iraq di Nassiriyah, in Afghanistan. Dovunque le Forze internazionali di pace abbiano avuto un ruolo, lì è stato inviato Andrea Angeli. Un testimone attivo dei punti di frizione più importanti del pianeta, 8


un professionista della pace capace di tenere le fila e divulgare le ragioni e i problemi, in tempo reale. Ma poi anche di sedimentare dentro di sé le esperienze, di dare a ciascuna di loro logica e sentimento, e poi di renderle sotto forma di narrazione. Per la seconda volta Angeli ci conferma che lo sa fare, raccontandoci una scelta di vita straordinaria, e facendoci conoscere mondi diversi, visti in ogni notiziario, letti su ogni giornale, e però solo apparentemente già noti. E insieme a loro un lavoro esaltante e faticosissimo, di alta professionalità, a contatto con chi forse fa la storia, ma certamente illustra il nostro paese e la nostra gente, davanti ai pericoli e spesso anche alle cecità dei potenti, alla rapacità dei predoni, alle esigenze primarie di chi della guerra è stato vittima e del dopoguerra rischia di esserlo ancora di più. Anche per chi fa il mio lavoro questo libro è fonte di scoperte ed elementi nuovi e preziosi. Davvero, la storia del Duemila passa da racconti come questi molto più che dai volumoni ufficiali.

Enrìco Mentana

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Introduzione

Questo libro si sarebbe dovuto chiamare Professione peacekeeper 2, trattandosi della continuazione di un percorso professionale al servizio delle Nazioni Unite iniziato nell'87 in Cile e proseguito in Iraq, Namibia, Cambogia, New York, per dieci anni consecutivi nei Balcani e quindi Nassiriyah. Il tutto racchiuso in un volume uscito qualche anno fa. Dubitavo che la vita potesse nuovamente riservare esperienze degne di essere raccontate. Atterrando a Kabul per la prima volta in un gelido gennaio 2008, un veterano del 7° reggimento carabinieri Armando Apollo - al termine del suo periodo ISAF, mi salutò sulla pista augurandosi di poter leggere nuovi racconti dal fronte. Non ci feci caso.Lo abbracciai ridendo, dandogli appuntamento in Val Gardena, a due passi dalla sua caserma, piuttosto che in libreria. E invece di cose da scrivere, mio malgrado, ne ho avute ancora. Altre volte ho dovuto attraversare vicende che hanno segnato la nostra storia recente, in particolare quella afghana, il nuovo Vietnam, secondo alcuni osservatori, che vede coinvolti migliaia di militari italiani. Una crisi lungi dall'essere risolta, spina nel fianco dell'Amministrazione Obama e banco di prova per il futuro della NATO. El' Italia nel guado, stretta tra un'opinione sempre più scettica e un obbligo di fedeltà atlantica. Nel mezzo i peacekeepers, uomini e donne in prima linea, con le loro storie, dubbi, speranze, successi e sconfitte. Alcuni hanno lasciato un impronta forte nei teatri dove hanno operato. Ho cercato di tratteggiarne le figure ed gfi episodi che li hanno visti protagonisti, affinche' la traccia del loro cammino in sentieri impervi venga seguita da altri. Senza pace, come dice lo stesso titolo, non nasconde i limiti nell'azione delle forze internazionali in alcune aree. Al contrario, 15


evidenzia le difficoltà delle missioni con obiettivi troppo ambiziosi e senza limiti temporali. Ma lascia aperta la speranza che l'impegno non sarà vano e che i semi gettati per un avvenire migliore diano un giorno i loro frutti. Che t'avevo detto? Così mi apostrofò lo stesso amico brigadiere, incontrandomi giorni fa qui in Kosovo, dove siamo entrambi riapprodati. Sapevo che non potevi non scrivere la continuazione, gli episodi da raccontare non ti mancavano davvero. A.A.

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Dolce Skopje

L'avventura, al termine del mandato dell'Autorità di coalizione a Nassiriyah, si sarebbe dovuta concludere conflùendo nella missione delle Nazioni Unite; questo almeno Giandomenico Picco ed altri osservatori avevano ipotizzato quando m'imbarcai nella spedizione a guida anglo-americana del dopoguerra iracheno. Così non fu. L'ONU dopo l'attentato che decapitò i vertici della missione - tra cui lo stesso rappresentante speciale Sergio Vieira de Mello - disorientata dal tragico fatto, per un certo tempo si tenne alla larga dal Paese. Non mi restò che tornare a New York e presentarmi col cappello in mano al Palazzo di Vetro per farmi perdonare il fatto di aver preso parte ad una missione non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, perorando un rientro in tempi brevi nell'organizzazione. Questi in realtà erano i miei piani. Tuttavia accadde qualcosa d'inatteso; infatti, non feci in tempo ad atterrare al JFK che giunse da Bruxelles una telefonata da parte di Francesco Bruzzese del Pozzo, un ufficiale dei carabinieri da parecchio distaccato all'ufficio operazioni dell'Unione europea. Anche se non lo sentivo da una decina d'anni, lo ricordavo benissimo quale comandante del contingente déll'Arma di supporto all'Amministrazione europea di Mostar, una presenza internazionale che aveva evitato il peggio nel capoluogo erzegovese durante l'ultima fase della guerra. Ciao Andrea, ti ho seguito nelle varie peripezie balcaniche - esordì - ho apprezzato l'equilibrio con cui hai gestito l'informazione da Nassiriyah, abbiamo un posto vacante di addetto stampa nella nostra missione a Skopje e volevo sapere se la posizione poteva interessarti. Lasciando Pristina, nell'autunno del 2003, pensai che l'esperienza nella ex Jugoslavia sarebbe terminata definitivamente. A distanza di 17


tempo, una certa nostalgia per luoghi e persone era rimasta. Non mi sembrò vero sentire che c'era una possibilità di ritorno oltre Adriatico. Misi da parte gli svantaggi derivanti da una prolungata uscita dai ranghi delle Nazioni Unite ed accettai, seduta stante. Dovrai superare due colloqui - aggiunse il colonnello UE - se selezionato, sarai infatti alle dipendenze del rappresentante speciale dell'Unione e del comandante della missione di polizia. E sopratutto, dovrai arrivare là più veloce del vento; è previsto che il prescelto prenda servizio lunedì prossimo, improrogabilmente. Good luck. All'indomani fui svegliato alle sette dalla telefonata di Michael Sahlin, diplomatico di rango che da un anno sovrintendeva all'attuazione degli Accordi di Ohrid, una brillante mediazione graziealla quale proprio la UE era riuscita a mettere fine alla rivolta armata della consistente minoranza albanese nella più meridionale delle ex repubbliche jugoslave. Aveva il mio cv davanti agli occhi. Tuttavia, invece della classica domanda di routine sulle prime esperienze di un qualsiasi candidato, iniziò dall'ultima pagina, dove nella terna delle referenze era citato Carl Bildt,former High Representative in Bosnia-Herzegovina. Conosci bene Mr. Bildt? Mi chiese subito. Spiegai che in realtà lo avevo incontrato prima che assumesse, nel dopoguerra, l'incarico di alto rappresentante. La nostra più assidua frequentazione risaliva all'ultimo semestre del conflitto bosniaco, periodo in cui con Richard Holbrooke era impegnato nella shuttling diplomacy che mise fine a tre anni di guerra. Insieme all'inviato USA, da Sarajevo atterrava ogni settimana all'aeroporto di Spalato, dove io ero di base e spettava a me organizzargli l'incontro stampa. Lintervista - brevissima - finì lì; seppi dopo che Sahhn era stato vice ministro della Difesa nel quadriennio del gabinetto Bildt ed immagino che abbia preferito chiamare il suo ex primo ministro, per saperne di più. Il giorno successivo fu la volta di un generale della Polizei. Bruzzese mi aveva brevemente accennato al carattere piuttosto duro del capo tedesco della componente di polizia. Dal tono della prima domanda compresi che non gradiva una pubblica informazione aggressiva. Lo assecondai, affermando che i rapporti con la stampa nelle aree balcaniche erano tutt'altro che semplici (cosa peraltr:o ' 18


piuttosto vera) e che occorreva muoversi con cautela. Andò tutto liscio e ventiquattro ore dopo dall'ufficio del personale di Bruxelles mi comunicarono l'avvenuta selezione, ricordandomi la disponibilità data to report on duty lunedì mattina.

Ritorno nei Balcani Da giorni bufere di neve spazzavano sia la costa orientale USA che l'intera Europa. Era solo giovedì: in qualche modo sarei arrivato a destinazione. Gli aeroporti, seppure a singhiozzo, rimanevano operativi. Assai più arduo era arrivarci in auto, cosa che mi prefiggevo di fare, per avere poi la mia autonomia e portare al seguito più agevolmente quello che mi sarebbe servito in una permanenza di dodici mesi. Nonostante il caos riuscii ad imbarcarmi la sera stessa nell'unico AZ in partenza dal Kennedy. L'alba di Roma era gelida e nei titoli dei giornali campeggiava il maltempo. Di Skopje e dintorni sapevo che erano in una morsa di ghiaccio; decisi di avventurarmi lo stesso. Preferii una vettura che tenevo custodita nelle Marche, in qualche modo - pensai - ci sarei arrivato al porto di Ancona e da lì, mal di mare a parte, avrei raggiunto l'altra sponda dell'Adriatico; già un pezzo avanti quindi. Tuttavia non potevo immaginare che anche il viaggio in treno sarebbe stato alquanto travagliato. Il diretto si fermò per un'ora buona, causa neve, in prossimità del valico della Somma, nello spoletino, e ancor di più, lungo la salita che da Fossato di Vico conduce a Fabriano. Ci volle quasi una giornata, ma alla fine arrivai a destinazione. Salutai mia madre, chiedendo di poter cenare più tardi. Volevo dare una riassettata all'auto ferma da un anno e riempirla alla bell'e meglio di effetti personali per la nuova missione. Naturalmente mamma non capì quale fosse il senso di un'andata-ritorno così fulminea da New York. Tantomeno comprese bene dove mi sarei avventurato l'indomani con strade piene di neve su una fragile Panda dell'87 con 200.000 km alle spalle. Non perse tempo a chiedermelo: dopo vent'anni di vita disordinata oltre confine non era il primo viaggio sconsiderato che intraprendevo, né sarebbe stato l'ultimo. 19


Sabato mattina m'infilai dal primo gommista di campagna, il quale tirò fuori da un soppalco una coppia di vecchie chiodate. Non aveva di meglio e non c'era tempo da perdere. Provvidenzialmente era in servizio al porto dorico un finanziere italo-americano compagno di svariate missioni. Where the hell are you going with this weather? Mi disse ridendo Paul Giaquinto, davanti al portellone della Minoan Lines in partenza per Igoumenitsa. Non era il momento per le spiegazioni; occorreva scegliere subito destinazione e traghetto. In realtà a Skopje ci si va sbarcando a Durazzo e risalendo verso il lago di Ohrid, ma immaginavo che il passo fosse chiuso - cosa che mi venne confermata senza indugio dai camionisti in sosta. Gli stessi mi dissero che, anche passando dalla Grecia, non sarebbe stato agevole. A causa del mare mosso, la partenza slittò di qualche ora e con l'amico finanziere ce ne andammo in una fumosa bettola sopra il porto, dove si mangia il miglior stoccafisso all'anconetana. Con Paul il saluto fu un arrivederci; di lì a poco mi raggiunse, tornando per la terza volta con la polizia ONU in Kosovo. Il maltempo non diede tregua. rattraversamento della Grecia settentrionale, come preannunciato, fu assai travagliato: neve ovunque. La vecchia Panda che per dieci anni aveva arrancato sulle peggiori strade balcaniche non tradì. Al di là della nota affidabilità dell'utilitaria torinese, dovevo ringraziare il meccanico semi-autorizzato Fiat Ghani di Pristina. Seppur scassata, la presenza in officina della Pandina targata Roma di un funzionario ONU era un buon biglietto da visita: voleva dire che era un vero servizio Fiat. Nei quattro anni trascorsi in Kosovo fu trattata con le premure degne di una Ferrari. Prova ne è che ancora circola. Al tramonto raggiunsi l'autostrada Salonicco-Skopje: era fatta! Non c'erano più valichi da superare. Varcato il confine m'infilai in uno di quei motel, in puro stile socialista, che ancora s'incontrano in quell'angolo di ex Jugoslavia e dove il tempo sembra essersi fermato. Fu il primo cibo della giornata; ingurgitai anche un bicchierino di slivovica - cosa che mi capita raramente - per scaldarmi, dopo tanto freddo accumulato. Bravo, gliel'hai fatta, non l'avrei detto, siamo semi-isolati da una settimana. Con queste parole mi accolse a casa sua, prima della mezzanotte, Alessio Zuccarini, un brillante poliziotto italiano in forza 20


alla missione europea. Ero ritornato a Skopje esattamente quindici mesi dopo che l'avevo lasciata per andare a Nassiriyah. Dalla sabbia del deserto ai ghiaccio! i dei cornicioni.

Sotto la bandiera europea Per chi ha lavorato a lungo con le Nazioni Unite, soprattutto se in missioni di pace, l'approdo in ambienti comunitari riserva piacevoli sorprese. A cominciare dal luogo di lavoro. All'ONU comunemente ci si arrangia alla meglio, spesso in caserme semi-fatiscenti assegnate dalle autorità locali, dove i mobili rasentano l'antiquariato. Viceversa all'Unione europea tutto è moderno e di un certo lusso. Il solo bagno della villa a tre piani dove era ospitato il comando della missione europea era più largo dell'ufficio ONU di Pristina che per quattro anni avevo diviso con due colleghi. Ricordo di averci passato i primi tempi più del dovuto, contemplando la mastodontica vascaidromassaggio ed il luccichio di specchi e rubinetteria. Dopo pochi giorni, andando in aeroporto a bordo di una fiammante Audi A8 blu a ricevere una delegazione, l'inappuntabile autista Toni Petrovski mi chiese se gradivo il riscaldamento del sedile. Io, che a malapena avevo sentito parlare di quelle diavolerie moderne e che ero abituato a viaggiare nei modi più improbabili, scoppiai a ridere. Ma a parte lo status UE, la città in sé era una svolta per la mia vita. Un benpensante che dovesse essere trasferito a Skopje da New York o Londra è pÒssibile che cada in depressione semi-istantanea. Approdandovi, dopo otto anni tra Tuzia, Pristina e Nassiriyah, si bacia per terra ogni nuova alba vissuta in quella terra. Così perlo meno fu per me. Skopje è una piccola capitale europea, dove si vive piacevolmente. Io la definisco una Foligno con le ambasciate. Come la cittadina umbra ha Palazzo Trinci, anche la capitale macedone, prima del disastroso terremoto del '63, vantava palazzi liberty di pregio; ora è davvero tutta moderna. A misura d'uomo, ordinata, semplice, gente divertente, una certa vita notturna e sopratutto problemi zero. D'inverno si va a sciare nella vicina Mavrovo; d'estate, in due ore, ci sono le spiagge di Salonicco. In primavera ci si ritempra sul lago di Ohrid 21


e, alle brutte, si prende il comodo volo per Roma, assicurato per anni dalla mitica MAT. Il recente fallimento di quest'ultima ha lasciato nel panico parecchi viaggiatori; miracolosamente lo storico caposcalo Rados Nedié (detto Rasko) si è riciclato alla guida della Montenegro Airlines, inventando su due piedi un Fiumicino-Podgorica-Skopje. Ricordo di aver rimesso per la prima volta i mocassini dopo non so quanto tempo. Per troppi anni ero stato condannato a scarpe alte a causa di terreni fangosi e/o ultrapolverosi, pericoli di zanzare malariche, se non addirittura di serpenti. A Skopje finalmente se ne poteva fare a meno, anche se non sapevo quasi più come camminare con i mocassini. Erano dei Delgado, acquistati nell'elegante calle Florida di Buenos Aires vent'anni prima ed ancora in ottimo stato, proprio perché usati pochissimo. Riprendevo la tenuta semi-desert quando preso da nostalgie war-zone o quasi costretto da giornalisti in visita, tornavo nel vicino Kosovo. Avevo a disposizione una vecchia Land Rover a passo lungo riverniciata del colore azzurro dell'Unione e con targa EUR + stelline, grazie alla quale potevo spostarmi agevolmente nella dissestata strada che conduce a Pristina. Al comando KFOR regnava il veneziano Giuseppe Valotto, un generale molto rispettato in ambito NAT O e benvoluto dalla popolazione locale; era sempre un piacere trascorrere qualche ora con lui e il suo team, si apprendevano cose utili da sapere per chi prestava servizio nel Paese confinante. Con il capomissione svedese l'intesa fu subito ottima e si creò, fin dall'inizio, una simpatia ed amicizia che durano tuttora. Anche con l'austero generale Jtirgen Scholz i rapporti erano buoni; ogni mattina, allo staff meeting facevo il riassunto delle notizie locali e internazionali, oltre a informarlo delle notizie di rilievo che venivano fuori nel corso della giornata. Non aveva smanie personali di pubblicità e non era preso - contrariamente a tanti colleghi internazionali impiegati in altre spedizioni - dall'ansia di increase the visibility della propria missione. Quella di voler a tutti i costi conquistare le prime pagine dei rotocalchi è una febbre che ha contagiato molti plenipotenziari internazionali in zone di conflitto. In passato non era così. Allora si cercava di portare avanti nel migliore dei modi il mandato affidato, se ciò veniva riconosciuto dai media tanto meglio, ma se si rimaneva in ombra non era un dramma. Probabilmente ciò 22


scaturiva da una presenza più discreta delle forze di pace all'interno di un'area di crisi. In ~poche recenti si è andati invece meno per il sottile. Inondare le redazioni di comunicati stampa, anche per le più piccole attività di cooperazione o mediazione, ha secondo me sortito l'effetto opposto. Invece di generare maggiore consenso, una pubblica informazione ossessiva aliena le simpatie, genera sospetto e rischia di urtare l'orgoglio nazionale del Paese in difficoltà. Ma non tutti sono d'accordo. Il primo impatto con la stampa locale, per rimanere in tema, non fu dei più semplici. Il nuovo addetto stampa di una missione diplomatica di rilievo proveniente da zone calde era in qualche modo presagio di nuvoloni in arrivo. La paranoia su possibili nuove guerre è sempre dietro l'angolo nei Balcani. Ma sopratutto il mio nome - per quanti ricordavano l'episodio - si legava ad una vicenda che aveva irritato particolarmente le autorità di Skopje. Nel febbraio del·2002 era riemersa una vecchia diatriba mai risolta (risalente ai tempi di Tito) relativa a 700 metri di confine tra Kosovo e Macedonia. Sollecitato, quale press officer ONU a Pristina, da alcuni giornalisti sulla vicenda, avevo dichiarato pubblicamente che ogni accordo tra Skopje e Belgrado (formalmente competente per i confini kosovari) non aveva validità fintanto che il Kosovo fosse rimasto sotto amministrazione internazionale. Sulla S!essa linea si era, in precedenza, schierato il genérale Keith Huber, capo delle forze USA dispiegate a ridosso della frontiera. Apriti cielo: i macedoni reagirono furio samente, contestando l'autorità delle Nazioni Unite e dell'Alleanza atlantica in materia. Io avevo agito, come comunemente accade, su input del direttore degli affari politici, l'ex ambasciatore maltese all'ONU Alexander Borg-Olivier. Data la delicatezza della questione, avrei dovuto tuttavia prendere tempo e coinvolgere tutti i vertici della missione sulla linea da seguire. Sebbene formalmente esente da colpa, fu certamente uno sbaglio da parte mia non aver pensato all'impatto di certe parole. Per settimane dovetti convincere i giornalisti locali che, in occasione di quell'incauta dichiarazione, non vi era stata da parte mia alcuna avversione verso il loro amato Paese. Motore dell'ufficio era il trentacinquenne preparato e capace Jesper Tomsen. Un danese, in parte de-scandinavizzato da una gio23


vane dottoressa macedone, che diventò poi sua moglie. La levantinità scaturita dall'unione aveva ammorbidito certe ruvidezze nordiche: era ormai un perfetto compagno d'ufficio ed un caro amico. Lo affiancava Costa Cakioussis, un consigliere d'ambasciata greco molto affabile, di qualche anno più grande. Immagino fosse stato imposto ali' Unione dal governo di Atene per tenere d'occhio quello che la UE faceva in un Paese confinante con cui pendeva un notevole contenzioso. Quale che fosse il suo mandato, fu sempre molto professionale e sopratutto leale all'ufficio.

Slalom tra i nomi Grazie a Jesper e Costas, il teamwork con Sahlin fu perfetto. Va tuttavia detto che era un lavoro meno gravoso e delicato rispetto alle missioni precedenti. Gli Accordi di Ohrid, alla cui negoziazione insieme a Javier Solana aveva partecipato l'ex ministro della Difesa francese François Léotard, erano stati accettati dalle parti in causa. Solo alcuni aspetti rimanevano oggetto di diversa interpretazione ed andavano seguiti. Certo, le attese degli albanesi per una maggiore rappresentatività nelle strutture statali e le resistenze dei macedoni ad aprire nuovi spazi alla minoranza, creavano ricorrenti tensioni, ma la situazione rimaneva, tutto sommato, sotto controllo. La missione di polizia filava liscia, senza scossoni nel monitoraggio delle riformate forze di sicurezza civili. Mi aiutavano molto anche i due senior italiani, il vicequestore Giorgio Butini e il parigrado dei carabinieri Mario Vignati. I rapporti con i vertici UE erano eccellenti, dato che facevo capo alla celebrata portavoce di Javier Solana, la catalana Cristina Gallach. Il mio primo incontro con i due risaliva a dieci anni prima, quando, in piena guerra bosniaca, dovetti organizzare in fretta e furia una conferenza stampa all'aeroporto di Spalato per l'allora capo della diplomazia iberica e presidente di turno UE. Da allora avevo incontrato periodicamente l'affiatata coppia in varie parti dei Balcani. Con loro ero a mio agio. Non credo di esagerare, dicendo che uno degli aspetti più spinosi nell'attività quotidiana di un funzionario europeo, in quegli anni, era di pensare bene a ciò che si diceva sia in discorsi ufficiali che 24


in conversazioni semi-private. Molti nel mondo non sanno, altri l'hanno forse dimenticato, ma il nome ufficiale di quella che comunemente viene chiamata Macedonia è in realtà FYROM (per esteso: Tue former Yugoslav Republic of Macedonia). Così al Palazzo di Vetro, così nei palazzi di Bruxelles. Fu Atene, all'indomani della proclamazione d'indipendenza nel '91, a opporsi al riconoscimento della denominazione Republika Makedonija, perché foriera di rivendicazioni territoriali verso la regione della Grecia settentrionale così chiamata. Anche la bandiera, adottata ufficialmente nel '95 (che ricordava il sole di Vergina, emblema di Alessandro Magno), venne contestata da Atene ed i raggi di sole dovettero essere ridotti da 16 a 8. Da allora, nonostante vari tentativi di mediazione, la questione del nome è rimasta irrisolta. Ciò comportava che la parola Macedonia, come pure l'aggettivo, non potessero essere pronunciate (è tuttora così), né tantomeno scritta, pena un'immediata démarche della rappresentanza greca presso l'Unione europea, con la denuncia del funzionario tal dei tali, reo di aver usato il nome improprio, nel tal giorno e durante la tal riunione. Da Bruxelles arrivavano poi, inevitabilmente, lavate di capo; fino a due svarioni venivano perdonati, al terzo si rischiava di essere richiamati. Parallelamente, se si usava il termine FYROM, scendeva immediatamente il gelo con l'interlocutore nazionale. Chi ripeteva l'errore, rischiava di essere dichiarato persona non grata dal Paese ospitante e di dover fare le valigie in meno di 48 ore. La scappatoia era dire/scrivere sempre the Skopje government o the country. Anche se poi qualche testata il giorno dopo non mancava di rimarcare ironicamente che il tal oratore, nel suo discorso, aveva pronunciato tot volte la parola country. Ricordo un improvvido alto funzionario di Bruxelles scandire Macedonia con tanto di microfono alla cerimonia ufficiale di consegna delle medaglie UE ai membri della missione di polìzia, presente l'intero corpo diplomatico. La rappresentante greca, un'avvenente signora bionda, che sedeva nelle prime file, si alzò di scatto e, dopo poco, con sgommata non casuale si allontanò. Pe'r completezza, va aggiunto che sulla Mercedes nera della legazione greca, così come sulle altre vetture CD della rappresentanza ellenica, Atene aveva coperto con nastro adesivo la sigla MK presente nelle targhe automo25


bilistiche: uno stratagemma su cui la polizia macedone chiudeva un occhio, seppur malvolentieri. Per pura coincidenza, la stessa sera andai ali' Hunters Lodge, un ristorante tipico sulle colline della periferia est della capitale. Tra gli avventori c'era Dora Grossomanidou, capo del liaison office della Grecia (Atene, per marcare le distanze, non aprì mai un'ambasciata vera e propria) e protagonista involontaria dell'increscioso episodio della mattina. Cercai di svicolare, anche per il fatto che la conoscevo poco e male. Ma gli sguardi s'incrociarono e, con il massimo possibile di nonchalance, mi avvicinai al suo tavolo. I feel very sorry, your excellency, far what happened this morning, esordii, baciandole la mano. Lo sguardo corrucciato si ammorbidì e, nel salutarmi, abbozzò un mezzo sorriso. Non meno semplice era tenere i rapporti con le altre presenze europee in teatro. La stessa coabitazione del rappresentante speciale e del capo della missione di polizia poteva a volte risultare problematica. Il primo aveva il controllo politico dei poliziotti UE. Una definizione di compiti non sempre chiara, o forse ]asciata volutamente vaga, che a volte creava malintesi e dissapori. Nei momenti di tensione toccava spesso a me - essendo l'unico funzionario con doppia dipendenza - e al politica[ officer della polizia Florian von Konigs (molto stimato da Sahlin) mediare tra un piano e l'altro. Non fu mai impresa ardua, dato che erano sia l'ambasciatore che il generale due gentiluomini dotati di notevole professionalità. Più complesse le relazioni con l'ufficio gemello, la delegazione della Commissione. Infatti, nella dozzina di luoghi dove sono stati inviati rappresentanti speciali UE, hanno sempre continuato ad operare quelle che tradizionalmente vengono chiamate le ambasciate di Bruxelles. Una diarchia europea dagli equilibri delicati. Entrambi col rango di an1basciatore: uno, privo di portafoglio, ma con alle spalle il Consiglio europeo e forte della guida di Javier Solana; l'altro, con molte risorse economiche, facente capo alla subordinata Commissione. I rapporti tra Michael Sahlin e l'italiano Donato Chiarini non furono mai facili. Non c'era feeling tra il diplomatico con passato di governo e l'euroburocrate. Fu il quotidiano «Utrinski Vesnilo> a metterlo in piazza titolando in prima pagina EU ambassadors fighting far power nell'edizione del primo aprile 2005. E non era un pesce d'aprile. 26


Conoscevo Chiarini da Sarajevo, dove aveva guidato la delegazione UE nel dopoguerra, ma mai mi balenò l'idea di mancare di lealtà al mio capomissione svedese in favore di un connazionale. Anche perché, volente o nolente, la supremazia del Consiglio sulla Commissione era fuori discussione. Ci furono dei tentativi di ricomporre la querelle, ma senza grandi risultati. Il dissidio rimase nella sua interezza, e non giovò a nessuno dei due. Nell'EU circus s'inserivano anche l'ambasciatore del Paese che deteneva la presidenza di turno, l'Agenzia europea per la ricostruzione - diretta dal pordenonese Luigi Sandrin - nonché la European Union Monitoring Mission, una pattuglia di osservatori militari alla cui guida l'Italia aveva inviato l'ufficiale dell'aeronautica Carmelo Giardina, un colonnello sopravvissuto nei fronti più pericolosi dai Balcani a Nassiriyah, dal Darfur alla Georgia, ma cui è sfuggita, per una manciata di voti, la poltrona di sindaco nella nativa Giardini Naxos la scorsa primavera. Bizantinismi linguistici a parte, i primi anni del 2000 furono segnati da una forte volontà di allargamento ad Est dell'Unione, su impulso dell'allora presidente Romano Prodi. Era materia di pertinenza della Commissione, ma anche l'inviato speciale aveva voce in capitolo. Fu un periodo di grande fermento all'interno della pubblica amministrazione macedone per la corsa ad ostacoli della UE, un'ambizione prioritaria insieme all'ingresso nell'Alleanza atlantica. Si narrava che fosse stato proprio l'ex primo ministro italiano a sollecitare nel '94 la domanda di adesione, quando gli stessi governanti di Skopje la ritenevano prematura. Sta di fatto che, in meno di due anni, la prima grossa barriera veniva superata e la Macedonia acquisiva lo status di Paese candidato all'ingresso. Un indubbio successo per la diplomazia nazionale. Tuttavia l'adesione di Bulgaria e Romania raffreddò molto l'idea di un ulteriore allargamento. Il vento in Europa iniziò a cambiare e, da allora, la Macedonia insieme alla Croazia, come pure la Turchia, sono rimaste al palo. Non è andata meglio con la NATO, alle cui missioni di peacekeeping, peraltro, l'ex repubblica jugoslava partecipa attivamente. Ad ogni summit annuale dell'Alleanza sembra sul punto di entrare ed invece è sempre fumata nera. Nessuno lo dice esplicitamente, ma il nodo del nome continua a pesare ed è molto probabile che le porte 27


di Bruxelles si apriranno solo se e quando ci sarà una denominazione concordata. Un cruccio questo per Prodi. Avrei voluto fare di più per la Macedonia - disse l'illustre professore bolognese in un incontro cui ero presente anch'io - purtroppo non ne ho avuto il tempo. Ma a Skopje lo slancio europeistico dell'ex capo della Commissione di Bruxelles non l'hanno mai dimenticato.

La dolce vita di Skopje Le prime settimane in ogni missione sono come il decollo di un aereo: si spinge forte sull'acceleratore, per raggiungere la velocità di crociera. Un po' di full immersion per mettersi al pari con colleghi già presenti. Dopo nove anni di ex Jugoslavia ed uno di Albania l'apprendistato fu breve. Dato il lungo periodo trascorso in Kosovo, molte problematiche mi erano piuttosto note. Anche se, in realtà, non si finiJce mai di scoprire le tante complessità balcaniche. Non avrei, ad esempio, mai immaginato che fosse inopportuno chiamare slavi i macedoni dell'etnia maggioritaria, esattamente come si fa in altre zone dell'ex Jugoslavia. Invece no: ethnic macedonian era il termine da usare. Per fortuna, non ho mai avuto la cattiva abitudine di chi, per aver fatto un annetto in una qualsiasi missione, ripete con sicurezza e di continuò: perché a Sarajevo si faceva così, perché a Baghdad era quello il modo, ecc. Salvo rendersi conto dopo, spesso troppo dopo, delle inevitabili diversità tra conflitti, anche se relativi a Paesi vicini. Una volta avviato il lavoro, mi diedi da fare per impostare una vita regolare: avevo una voglia arretrata di normalità. Skopje e la UE facevano proprio al caso mio. Casa in centro, ufficio in cinque minuti a piedi, pasti regolari, alle cinque e mezzo del pomeriggio libertà.. Può forse suonare strano che uno trovi la normalità a Skopje, eppure! Avevo già una discreta schiera di amici in loco. Nel quadriennio trascorso in Kosovo le puntate nel Paese confinante erano state parecchie. Lo spumeggiante ambasciatore Antonio Tarelli aveva ceduto il posto al più compassato Giorgio Marini; l'atmosfera nella rappresentanza d'Italia restava sempre di grande armonia. La squadra era rimasta di prim'ordine, con le meravigliose Diana e Martina sempre impeccabili e at the centre of things. Il prestigio delfambasciata e le 28


ottime relazioni tra i due Paesi venivano da lontano ed erano anche frutto del gran lavoro di Faustino Troni, il diplomatico che assistette ai primi sconvolgimenti in quella parte dell'ex Jugoslavia e che riuscì come dicono gli americani ad entrare negli hearts and minds dei macedoni in una fase così delicata. I successori fecero il resto. Furono gli anni in cui si svilupparono notevolmente gli scambi commerciali e gli investimenti, facendo diventare l'Italia uno dei principali esportatori in Macedonia. Non ininfluente fu il richiamo del premier Berlusconi - con interim agli Esteri - ad una maggiore coesione fra ambasciate e rappresentanze dell'Istituto per il commercio estero. L'ambasciatore Marini, peraltro assai attento alle questioni economiche, aveva sempre al suo fianco il direttore ICE Rocchelli. Villa Skaperda, mirabile edificio liberty e già comando delle truppe di occupazione bulgare durante la Seconda guerra mondiale, si trovava nel tragitto casa-ufficio. Era una famiglia: la mattina ci si salutava, andando al lavoro; la sera mi fermavo dai carabinieri Dino e Lorenzo a far due chiacchiere, ma anche per alleggerire il pacco giornali, che quotidianamente arrivava. Il caposcalo Alitalia Petraroli ogni pomeriggio dall'aeroporto portava all'addetto amministrativo Francesco Recchioni, non quattro/cinque quotidiani come talvolta capita, ma un blocco intero di quelli d'aereo, legati con fustella metallica. I due erano buoni amici, ma c'era anche un certo timore reverenziale del giovane uomo AZ nei confronti di uno dei cancellieri decani della Farnesina. Non contento della mazzetta degna di un ministro, recapitata su vassoio d'argento, Recchioni talvolta aveva addirittura da ridire perché mancava il prediletto «Il Tempo». I bar erano tra i pezzi forti di Skopje. Spariti quasi del tutto, almeno dal centro, quelli di stile socialista, i nuovi punti di aggregazione non avevano nulla da invidiare ai caffè delle blasonate capitali europee. C'era sempre una gran vita e buona musica a tutte le ore. Di locali vuoti ne ho sempre visti raramente a Skopje. Al tramonto, attorno al corso principale, la Marsal Tito, un fiorire di gioventù e, fino a tarda notte, il movimento non mancava. Punto d'incontro fisso serale era da Gino, che per me era di solito proprio Gino stesso, ovvero Gino Guazzini, dato che spesso e volentieri mangiavo al suo tavolo. Toscano, proprietario di altri 29


ristoranti ma sopratutto di alcuni calzaturifici, Gino aveva scelto un largo spazio con ampia terrazza all'interno del centro commerciale nel cuore della città. I camerieri alla sola vista di una faccia latina scattavano sull'attenti, azzardavano qualche frase in italiano e, ad ogni richiesta, anche se non comprendevano bene tutto, dicevano puntualmente di sì. Più pretenzioso e formale il Mulino, molto apprezzato dall' establishment e dai manager rampanti della capitale. Piatto forte: brodetto alla vastese. Ci andavo ogni tanto per salutare Stojan Filipovski, un macedone più marchigiano di me, avendo passatQ 30 anni a due passi dalla Rotonda di Senigallia. Era molto orgoglioso di poter vantare l'onoreficenza di cavaliere al merito della Repubblica italiana, incorniciato ad arte ed appeso in sala. Per pochi intimi invece la Taverna Toscana, localino sul parco dove lo chef e proprietario Vlado scodellava solo piatti super ricercati, roba da veri gourmet. Era talmente ferrato in materia che, a volte, metteva in difficoltà l'avventore italico. Dava per scontato che noi espatriati sapessimo tutto di cucina e delle varie ricette regionali. Figuriamoci con me, andato avanti per anni con riso in bianco e patate alla schipetara. Mi parlava di cose mai assaggiate, né tantomeno sentite. Gli davo ben poca soddisfazione. Ma le serate più divertenti erano a casa del primo segretario della nostra legazione Maurizio Antonini e della futura moglie Liljana. Aveva una collezione musicale tra le più assortite della capitale. Grazie a lui, Skopje, in quegli anni, è stata il crocevia di numerosi artisti italiani di calibro: da Mauro Pagani a Gianluigi Trovesi, da Enrico Rava a Paolo Fresu. Ospiti fissi: Alessandro Tedesco e Angela Bargellini dell' oscE, l'avvenente producer Rai Natasha Sardzovzki, l'ex console a Vienna passato anche lui alla UE Francesco di Majo, il geologo romagnolo Pierpaolo Leoni, il capo della cooperazione Aloisio Sciortino e chiunque altro fosse in visita dall'Italia. Della Skopje by-night facevano parte anche i militari dei vari contingenti presenti in Macedonia. Una volta tanto non dovevano fare fughe di mezzanotte, ma potevano godere di regolare libera uscita (e in borghese). Graduati inclusi. Un giorno incontrai un gruppetto di giovani italiani che marcavano stretto un trio di donzelle in fiore lungo la Marsal Tito. Erano 30


dei caporali della Sassari; si sganciarono per venirmi a salutare. Non perdete di vista le ragazze - dissi loro. Ma no, tanto tornano indietro - rispose spavaldamente un geniere di Macomer con cui avevo diviso i giorni difficili di Nassiriyah. Mi raccontarono che quella era la missione più bella svolta finora. Assicuravano i collegamenti da e per Salonicco alle truppe di base in Kosovo e due o tre giorni la settimana avevano la sera libera. Il sabato successivo m'invitarono ad una festa che avevano organjzzato ai bordi di una piscinetta di periferia: sembrava di stare a un'ed~zione di Miss Macedonia. Gli ufficiali, invece, frequentavano locali più eleganti. Ma le scorribande, per molti di loro, duravano poco. Non appena le mogli realizzavano che Skopje non era l'ultima trincea, piombavano con il primo volo utile per controllare la situazione. Così perlomeno fece giudiziosamente la consorte del più alto in grado, il maggiore Michele Lombardi della Garibaldi.

Se ne va Rugova La telefonata giunse poco dopo le sette di una gelida sera di gennaio. Da qualche ora aveva iniziato a fioccare. Hello Andrea, this is Torbjorn, sono in aeroporto, l'aereo dell'Austrian Airlines, causa neve, è atterrato qui a Skopje; ho urgenza di raggiungere Pristina per i funerali del presidente Rugova, troppo complicato far venire i miei dal Kosovo a prendermi, c'è forse qualcuno dei vostri autisti che può portarmi? Brillante diplomatico svedese, Torbjorn Sohlstrom, attuale vice-ambasciatore a Mosca, ~ra stato per molto tempo capo del desk Macedonia al Consiglio UE e quindi nostro superiore diretto. Da un paio di mesi aveva sostituito l'italiano Fernando Gentilini, quale delegato a Pristina dell'Alto rappresentante UE. La notizia della morte del leader storico dei kosÒvari lo aveva colto a Bruxelles e cercava di rientrare, precipitosamente. Guarda Torbjorn, credo saprai che la scorsa settimana una frana ha trascinato via un pezzo di strada e fatto crollare il ponte nella valle che conduce al confine dalla parte del Kosovo. Dubito che ci sia modo di passare. Bisogna entrare prima in Serbia e fare il giro 31


dalla valle del Presevo. Non è il caso di mandare autisti macedoni da quelle parti e non so neanche se conoscono bene la strada. Preferisco accompagnarti io, in mezz'ora sono da te. Ordina intanto una bistecca al ristorantino dell'aerostazione, non è proprio il massimo, ma per strada nelle prossime tre ore non troveremo nulla. Dovrai accontentarti della spartana Land Rover- lo avvertii prima di mettere giù la cornetta - e, soprattutto, tira fuori tutti i maglioni che hai in valigia, il riscaldamento lascia a desiderare. Alle nove eravamo già al confine di Kumanovo, le varie guerre erano finite da un pezzo, ma le vecchie abitudini alla frontiera erano rimaste, dato che non era mai così spedito, per gli occidentali, il passaggio dalla Macedonia in Serbia. Quella strana targa EUR peraltro non piaceva molto: generava sospetti e diffidenze. Chi saranno mai questi e sopratutto dove vorranno andare, specialmente in una notte da lupi così? Era ciò che si leggeva nello sguardo dei doganieri. Naturalmente ci guardammo bene dal dire che andavamo a rendere l'ultimo omaggio all'uomo simbolo dell'irredentismo kosovàro, anche se è probabile che lo immaginassero. Lasciando l'autostrada Salonicco-Belgrado, dopo aver percorso qualche decina di chilometri in Serbia, si entra in uno dei territori più infidi d'Europa, la valle del Presevo, appunto. Un'enclave etnica albanese dove l'integrazione è sempre stata un'utopia e dove gli scontri tra la popolazione locale e le forze di sicurezza jugoslave sono stati una costante negli ultimi trent'anni. Un evidente senso d'insicurezza pervade l'automobilista non appena ci si addentra. L'idea di trovarsi in una sorta di terra di nessuno si fa strada. Ed è proprio così; la polizia raramente ci si avventura, la gente vive quasi allo stato brado, poche leggi e rari controlli. La carenza di strutture pubbliche si traduce in marcata miseria, abbandono e traffici di ogni tipo. Imperativo tirare dritto e fermarsi solo al punto di controllo situato prima dell'ingresso in Kosovo. Quella sera fu impossibile mantenere l'andatura consigliata: procedemmo a passo d'uomo, in mezzo alla neve, con i vetri appannati e i deboli tergicristalli della vecchia Land impotenti di fronte alla bufera. Dopo un'ora buona, dietro un tornante, riconobbi lo sgangherato container dove una mezza dozzina di soldati serbi vigilano sui movimenti sospetti. Mi fermai per precauzione, sebbene non ci fosse 32


nessuno di guardia. Sbucò difatti, da lì a poco, un graduato della Milicija dai modi spicci; fummo registrati come da prassi su un librone: altre domande in cagnesco, un'attesa di un quarto d'ora e quindi il via libera per accedere al Kosovo. Poco prima della mezzanotte arrivammo finalmente a Pristipa, lasciai Torbjorn alla residenza UE per raggiungere poco dopo all'hotel Grand l'inviato del «Corriere della Sera» Francesco Battistini che mi aveva chiamato un paio d'ore prima. Fammi un piacere - mi qisse subito - accompagnami a casa di Rugova, ci sono ancora migliaia di persone che cercano di entrare nella camera ardente. È un muro umano insormontabile, magari tu tiri fuori qualche tesserino e passiamo. Dubito molto, risposi, non siamo più così ben visti noi internazionali, figurati se ci fanno scavalcare la fila, va bene comunque, proviamo. Ci tenevo anch'io, in realtà, a portare un ultimo saluto al Presidente. Nei quattro anni di servizio in Kosovo, svariate volte avevo accompagnato truppe di giornalisti nella sua residenza-ufficio; ci salutavamo sempre con molta cordialità: era un piacere incontrarlo, in più occasioni mi fece omaggio della classica pietra del Kosovo, che solitamente regalava agli ospiti di riguardo. Alla spontanea simpatia reciproca si aggiungeva la riconoscenza per il Paese, che si era preso cura di lui in un momento di grande difficoltà e pericolo personale. Era stato l'ambasciatore d'Italia a Belgrado Riccardo Sessa, durante l'intervento della NATO in Kosovo ad incaricare un super-007 genovese di prelevarlo nella Pristina i~ fiamme e portarlo al sicuro nella splendida villa Doria-Pamphilj al Gianicolo. Anche l'auto blindata su cui viaggiava nei mesi precedenti era una Lancia Thema V6 grigia, appartenuta ai nostri servizi di sicurezza.1utto questo non lo aveva mai dimenticato. Lo stradone in salita sulla collina di Velanja era pieno di gente in veglia da ore. Riuscimmo ad arrivare a un centinaio di metri dalla grande casa bianca del presidente, poi la ressa. Non mi attentai a chiedere di passare, mi sembrava un'arroganza gratuita. Non ve ne fu bisogno. Urdhroni zotri, prego signori. Si aprì un varco nella folla e dal gesto della testa e dalle parole, alcuni mostrarono di apprezzare che anche qualche internazionale a quell'ora della notte e sotto la neve volesse manifestare cordoglio al loro padre della patria. 33


Ci accolse con un abbraccio il collaboratore più stretto Skender Hyseni. Thanks far coming Andrea e benvenuto al «Corriere della Sera», un giornale che Rugova apprezzava - ci disse con gli occhi umidi. Skender - divenuto ministro degli Esteri, dopo la dichiarazione d'indipendenza - era stato, per anni, la sua ombra e ne condivideva il carattere mite e pacato. Ci trattenemmo in silenzio per una buona mezz'ora; la commozione era enorme. Uscendo, stringemmo mani di anonimi kosovari dallo sguardo perso. Non venne seppellito entro un giorno come prescritto dal Corano. Si tenne un solenne funerale di Stato, laico appunto. E qui molti meditarono sul percorso spirituale di Rugova. Era culturalmente vicino alla fede cristiana - disse in quei giorni il sacerdote cattolico Lush Gjergji - la sua mente e il suo cuore erano profondamente cristiani. Don Lush, che tutti in Kosovo chiamano il confessore del presidente (ora divenuto vicario della diocesi), rimase evasivo su una possibile conversione del Gandhi dei Balcani, si limitò a dire che, negli ultimi mesi, aveva offerto la sua sofferenza a Dio e a madre Teresa. Ma il dubbio che Rugova potesse aver abbracciato il cristianesimo rimase forte, peraltro corroborato da un incontro a sorpresa una settimana prima di morire, quando era già allo stremo, con il patriarca di Venezia in visita pastorale nel Kosovo. Il cardinale Angelo Scola definì i 20 minuti trascorsi insieme un evento emozionante, annotando il bacio dell'anello in devozione a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Di pi!'.1 non trapelò. Un giornale del luogo scrisse che era stato battezzato addirittura nell'aprile del '94 col nome di Pjeter. Ma le indiscrezioni non imbarazzarono la popolazione, in maggioranza musulmana. La popolarità di Rugova non venne scalfita da quello che fu visto dai più come un fatto privato. D'altronde, al funerale del vescovo kosovaro Mark Sopi, scomparso poco tempo prima, si erano viste decine di migliaia di musulmani. La piazza strapiena, in una comunità che ha pochi cattolici dichiarati. Il problema per i musulmani del Kosovo erano e sono gli ortodossi. Alle esequie presero parte delegazioni di quaranta Paesi. Non furono i funerali di Tito, ma i kosovari fecero del loro meglio nel . palazzetto dello sport, riadattato per l'occasione. Si tennero alla larga 34


solo alcuni veterani dell'ucK, l'esercito di liberazione, rimarcando la loro storica distanza dal presidente-pacifista. I governi UE decisero di farsi rappresentare da viceministri. Con il risultato che i più identificarono come capodelegazione personaggi del calibro di Bernard Kouchner e Massimo D'Alema, invitati in realtà a titolo privato, per il loro ruolo durante l'intervento NATO e nel primo dopoguerra. Dignitari e semplici cittadini si strinsero attorno al francese primo governatore ONU del Kosovo - che era accompagnato dalla ex assistente italiana Marina Catena - al popolare premier di Roma ai tempi dei bombardamenti e, sopratutto, al capo della diplomazia UE Javier Solana che, con voce spezzata, aveva poco prima nell'allocuzione, salutato Rugova nella maniera più semplice e toccante: riposa in pace, amico mio. Pochi si accorsero del sottosegretario per i rapporti con il Parlamento Gianfranco Conte, che invece rappresentava ufficialmente l' Italia. Sorte analoga toccò al poco conosciuto segretario USA per lo Sviluppo urbano Alphonso Jackson. Per i kosovari l'America erano Bill Clinton e il segretario di Stato Madeleine Albright, punto. Sulla via del ritorno dalla Macedonia, a tarda sera, commisi un'imprudenza che mi sarebbe potuta costare cara. A Pristina si diceva che era stato riadattato un percorso sterrato, bypassando così il ponte crollato sulla strada per Skopje, ma erano voci. L'idea di rifare la lunga, tortuosa e poco rassicurante strada dell'andata proprio non mi aggradava. Fui tentato. Sì, cerchiamo di arrivare a Skopje il più presto possibile - convenne Francesco Battistini, che mi aveva chiesto un passaggio - è da due giorni che sono congelato; non vedo l'ora di arrivare in un albergo con riscaldamento decente. Giunti in prossimità del confine un poliziotto kosovaro ci sbarrò la strada, incrociando le braccia a x. Chiesi se una strada che s'intravedeva sulla sinistra fosse la deviazione alternativa: annuì. Ma si passa, non c'è troppa neve? Nuk ka problem, va tutto bene, fu la risposta. Sapevo che non c'era mai da fidarsi troppo delle indicazioni frettolose, ma decisi di andare avanti, almeno per un po~ Fui confortato dalla vista di una berlina del Kosovo Police Service proveniente in senso contrario: se passano loro senza 4x4 - pensai - con il fuo ristrada vado tranquillo. Alla prima saUtina, provvidenzialmente, inserii le ridotte, anche se non sembrava che dovessimo inerpicarci 35


chissà dove. Invece poco dopo ci trovammo su una mulattiera innevata sempre più stretta e pendente, senza possibilità di fermarsi e tornare indietro. Sulla destra un precipizio con il fiume Sitnica in fondo. Avanzai, tenendo costante l'acceleratore e facendo attenzione anche ad un sol grado di variazione dello sterzo. Tra me e l'inviato del «Corriere» che vedeva il burrone proprio sotto di lui sulJa destra scese il silenzio più assoluto. La lunga Land slittò un po'; parve sul punto di fermarsi, ma alla fine arrancando lentamente raggiunse la sommità. Mi fermai per respirare: eravamo, letteralmente, rimasti col fiato sospeso nell 'ultima parte del cammino. Francesco ebbe esattamente la mia stessa impressione: gliel'avevamo fatta per un pelo. Percorsi il tratto in discesa in prima e senza mai accelerare, procedendo assai lentamente, ma ormai il peggio era passato. In dogana ci fecero il terzo grado su com'eravamo riusciti a passare, avvertimmo di sconsigliarlo a chiunque altro. Di li a poco Skopje, ancora una volta dolce Skopje.

Misteri occidentali La questione di cui dovetti occuparmi nell'ultimo periodo di servizio a Skopje fu tutt'altro che noiosa o burocratica. Insieme al consigliere politico fui convocato di buon mattino dal nuovo capomissione Erwan Fouéré. I:Europarlamento -ci disse l'ambasciatore irlandese tra il sorpreso e il preoccupato - ha deciso di inviare qui da noi la commissione temporanea sulle attività della CIA in Europa, ossia quella che indaga sulle presunte extraordinary renditions. Questo termine, strano e un po' sinistro, era già piuttosto conosciuto in Italia. Ne avevano parlato diffusamente le cronache in occasione della rocambolesca sparizione dal suolo nazionale dell'imam di Milano Abu Omar, una delicata vicenda che vide contrapposti pezzi dello Stato e sfociò in un procedimento giudiziario per 23 cittadini americani (tutti nel frattempo riparati negli USA) e due agenti del SISMI. Il tribunale del capoluogo lombardo, dichiarò alla fine del dibattimento, di non poter procedere contro di loro a causa del segreto di Stato imposto dai governi Prodi e Berlusconi su alcuni atti istruttori rilevanti. 36


In pratica si trattava, secondo i denuncianti, di arresti arbitrari condotti da agenti americani all'estero di sospetti terroristi internazionali, una pratica incoraggiata - sempre secondo le accuse - dall'amministrazione Bush come risposta concreta all'attacco delle torri gemelle. La vicenda che i parlamentari di Bruxelles volevano approfondire risaliva al dicembre 2003 e riguardava il tedesco di origine araba Khaled el-Masri, suppostamente prelevato in Macedonia e finito nel carcere della base USA di Bagram, in Afghanistan. Solo dopo alcuni mesi di detenzione, nei quali fu sottoposto a ripetuti interrogatori, venne rilasciato in Albania. Di casi come questi ne furono sollevati parecchi. Tuttavia l'assemblea di Strasburgo decise di intervenire sulla specifica alleged rendition trattandosi di cittadino comunitario. Fouéré m i chiese se conoscessi il rapporteur della delegazione, l'italiano del gruppo socialisti europei Claudio Fava. Non l'avevo mai . incontrato di persona, ma ricordavo il suo impegno politico svolto a Montecitorio e prima ancora l'intensa attività giornalistica, sulla scia del coraggioso padre Pippo, direttore del «Giornale del Sud» e p oi dei «Siciliani», trucidato dalla mafia nella buia Catania degli anni '80. I vertici comunitari si erano chiamati fuori dalla questione. Non abbiamo competenza in materia, si disse nei palazzi della Commissione e del Consiglio. Tuttavia dalla capitale europea fu chiesto alla nostra rappresentanza di prestare assistenza alla delegazione. Anche se la questione era assai spinosa non si poteva chiudere le porta in faccia ad europarlamentari. Salvo poi stare a noi collocare bene la linea di demarcazione fra la loro attività e la nostra. Prudentemente quindi, il capomissione a Skopje preferì non esporsi troppo, per evitare un suo coinvolgimento diretto in una questione di un certo imbarazzo per il governo macedone. Nei quattro giorni di permanenza i parlamentari furono comunemente accompagnati da me ed altri funzionari di medio rango. La visita non fu particolarmente ben vista dalle autorità nazionali e la stessa stampa locale diede risalto limitato. Ma un Paese candidato UE non poteva che fare buon viso a cattivo gioco. Salvo defilarsi negli appuntamenti più sgraditi. Cosa che avvenne in occasione della ricognizione all'anonimo hotel Skopski Merak, luogo 37


dove si riteneva che el-Masri fosse stato «parcheggiato», prima di volare verso la prigione afghana. Calberghetto a tre piani, poco distante dall'ambasciata USA, era davvero vuoto, zero avventori, solo un anziano portiere e una cameriera, nessuna traccia del responsabile. Le loro risposte agli onorevoli furono assai laconiche. Fava e gli altri si arresero presto all'evidenza. Nonostante le smentite del ministro dell ' Interno di Skopje Ljubomir Mihajlovski, nella conferenza stampa conclusiva il relatore UE affermò di avere strong evidence sulla veridicità dell'odissea del tedesco-libanese, lamentando altresì la mancata risposta delle autorità ad alcune domande della commissione. Fava proseguì denunciando la violazione della convenzione aerea di Chicago, che prevede la notifica obbligatoria dei voli di polizia. Molti Paesi chiusero un occhio sulle pratiche disinvolte degli americani - concluse Fava. Al di là di ciò che ciascuno possa pensare sulle misure per fronteggiare il sempre più agguerrito terrorismo internazionale, l'iniziativa degli eurodeputati fu una nobile battaglia di civiltà giuridica, nonché un primo passo concreto nella direzione di un rafforzamento del Parlamento europeo, un' istituzione quest'ultima destinata agiocare un più esteso ruolo di controllo sulle istituzioni comunitarie.

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Tue Land of the Sleeping Crocodile

Nella primavera del 2006, la maggioranza dei Paesi UE ritenne che ìl mandato del rappresentante speciale dell'Unione a Skopje fosse giunto al termine. Tuttavia, data la situazione politica ancora fragìle nella ex repubblica jugoslava, a Bruxelles si tentò l'esperimento del doppio cappello. Ossia, avere una sola persona a rappresentare la Commissione e il Consiglio europeo. Una prova generale dell'Europa del futuro, di cui stiamo vedendo ora i primi cambiamenti, a seguito dell'approvazione del Trattato di Lisbona. Dopo una fumata nera, a causa del veto inglese, nel giro di pochi mesi l'esperimento vide la luce. Per evitare attriti, fu nominato un terzo - il funzionario di Bruxelles Fouéré, appunto - e i due uomini UE che avevano convissuto separati in casa migrarono verso altri lidi. La posizione di portavoce passò ad un macedone e, dopo un periodo di affiancamento, venne per me il momento di fare le valigie. Non la presi bene; sapevo che era un incarico a tempo determinato, ma dopo anni di posti difficili, speravo di potermi godere più a lungo la quiete di Skopje. Di tanto in tanto, amici scatenati mi chiedevano cosa stessi facendo in un posto dove non succedeva niente e si stupivano che rispondessi che stavo una meraviglia. Per la seconda volta, lasciavo i Balcani per un destino incerto. Tornai a New York, dove nel frattempo, dopo una lunga e tormentata trattativa, era stato dato l'ok definitivo alla missione in Darfur. LONU, in realtà, già da qualche anno, aveva un proprio corpo di spedizione in Sudan, a seguito dell'inasprirsi della guerra civile nel sud del Paese, che ha poi portato nello scorso gennaio al referendum per l'indipendenza. Per molto tempo invece gli era stato negato l'accesso nelle province occidentali, dove i miliziani arabi janjaweed, periodicamente, mettevano a ferro e fuoco paesi e villaggi abitati da africani 39


neri. Un conflitto di notevoli dimensioni, che aveva scosso l'opinione pubblica mondiale. Da settimane si lavorava a pieno ritmo per dare una risposta adeguata ed in tempi rapidi al dramma dei civili in fuga. Alcune critiche si erano levate nei confronti delle Nazioni Unite per la loro inazione. Tuttavia, in mancanza di assenso dello stesso Sudan, oltre che di unanimità all'interno del Consiglio di sicurezza - Cina e Russia si opponevano - non potevano essere dispiegati caschi blu. Al piano terra del Palazzo di Vetro era stata allestita la task force Darfur, dove convergevano tutti i volontari per quella che non si prospettava certo una missione facile. Non fui preso in considerazione come addetto stampa. Essendo la missione in coabitazione con truppe dell'Unione africana, si ritenne che le relazioni esterne dovessero essere gestite da funzionari del continente, almeno nella prima fase. Viceversa fui selezionato come addetto agli affari politici e messo in stand-by. Nonostante la luce verde del governo ospitante, i visti d'ingresso per lo staff ONU venivano dati col contagocce, specialmente trattandosi di occidentali. Altro personale in quei mesi era richiesto per il Libano, a seguito del cessate il fuoco dell'estate 2006, che aveva visto nascere UNIFIL n, una missione notevolmente rafforzata e lanciata con il contributo decisivo del governo di Roma. Una delle più brillanti pagine di politica estera italiana degli ultimi vent'anni e forse più. Sarei partito di gran carriera per Beirut, ma la posizione era già stata coperta da un valido connazionale, Andrea Tenenti. Ero oramai rassegnato ad andare in Africa, quando a sorpresa una sera mi chiamò Susan Manuel, una delle responsabili delJa pubblica informazione ONU e mia superiore in Kosovo. Andrea, c'è stata una rinuncia, si è liberato un posto di addetto stampa a Timor Est, so che parli un po' di portoghese, se vuoi il posto è tuo, pensaci stasera e domattina mi dici. Se accetti, fa i vaccini subito e parti entro tre giorni. Già in passato ero stato interpellato per Timor, la prima volta nel '99. Seppur affascinato dal quel luogo esotico, avevo sempre dovuto declinare, troppo preso dai vari impegni balcanici. Questa era l'occasione buona. Il Darfur sarebbe stato per un'altra volta. . Salii al quinto piano dell'ONU per l'iniezione contro l'encefalite giapponese, salutai gli amici ne·wyorkesi da Antonucci, angolo 40


ital-trendy nell' Upper east side. :Cultimo bacio alla dolce Lory e all'alba del giorno dopo ero già su un jumbo della Japan Airlines. Nella breve sosta a Tokyo chiamai Maurizio Fusillo, un brigadiere romano della missione in Cambogia di una quindicina di anni prima. Aereo per Timor in tre ore, salta su al volo come ai vecchi tempi, cambio. Non sai come verrei - rispose divertito - la vita d'ambasciata alla lunga diventa noiosa, ho nostalgia delle giungle. Andre' sei n'amico, fa' conto che stia già lì co'tte, occhio ai serpenti, ciao, passo e chiudo. A sera arrivai a Bali, dopo una giornata passata in aria. Notai subito un cambio di clima per le strade, la ricordavo diversa. Gli attentati dei primi del duemila avevano dimezzato il flusso turistico. La mattina successiva, dopo altre due ore di volo, atterrai finalmente nella capitale Dili.

Lesilio ai confini del mondo Dopo aver fatto pochi passi, nel vialetto d'ingresso al comando ONU, sentii da dietro una voce. Non ci posso credere: mi ha chiesto di te una settimana fa a Bali la portavoce del tribunale dell'Aja, Florence Hartmann e ora ti vedo qui? Mi abbraccia quasi incredulo; era Max Moroldo, un trentino ben piazzato, addetto alla sicurezza della missione. Lavevo incontrato una prima volta sulle barricate di Mitrovica nell'inverno del '99. Era l'uomo di fiducia di Mario La Mura, il capo di un manipolo di carabinieri impiegati a fronteggiare l'incandescente situazione nella città divisa del Kosovo. A seguito del reggimento di Bolzano-Laives era stato anche lui a Nassiriyah, nei giorni dell'attentato. Poi per amore di una giovane serba dell'ONU, la bionda Sanja, aveva lasciato l'Arma per i caschi blu. Si erano sposati in Eritrea e poi entrambi trasferiti a Timor. Ci raccontammo le nostre cose per due ore buone: il tempo scorre lento da quelle parti. Era contento della nuova vita, anche se qua e là riaffiorava nostalgia per la divisa con gli alamari. In realtà, avrebbe voluto mettersi in aspettativa, una pratica tuttavia invisa alla Benemerita. La attese invano per quattro mesi, poi per non perdere l'incarico con le Nazioni Unite dovette per forza congedarsi. Alla 41


fine mi diede quei quattro/cinque consigli chiave, che risultano assai preziosi quando s'inizia una nuova missione. La presenza massiccia di forze ONU risaliva alla fine degli anni Novanta, quando gli indonesiani avevano dato finalmente via libera al referendum per l'autodeterminazione, mettendo fine a ventiquattro anni di occupazione dell'ex colonia portoghese. La consultazione finì in un bagno di sangue con devastazioni e saccheggi generalizzati. Ci vollero parecchi mesi per riportare la situazione sotto controllo. Sergio Vieira de Mello prese le redini del Paese come governatore delle Nazioni Unite e le forze internazionali dell'rNTERFET - in primis australiani e neozelandesi - stabilizzarono il territorio. Anche i paracadutisti italiani del colonnello Maurizio Mazza diedero un significativo contributo, insieme ad altri contingenti europei. Formalmente indipendente nel 2002, Timor Est vide progressivamente decrescere la presenza straniera, fino al ritiro completo tre anni dopo. Ma la storia non era finita, visto che nel 2006 emersero problemi interni, in precedenza sottovalutati. Sostenitori dei due principali schieramenti politici si scontrarono in varie parti del Paese ed alcuni villaggi furono incendiati. Si sfiorò la guerra civile e le truppe straniere dovettero tornare rapidamente. In quel contesto l'ONU si apprestava a organizzare, sotto la propria supervisione, una nuova consultazione elettorale. Rimasi a Diii solo due giorni. Il tempo stringeva, le urne si sarebbero aperte di lì a poco. Mi venne dato un vecchio pick-up Toyota ed una piantina per raggiungere l'altro lato della mezza isola: ovvero Suai, terza città, unico porto del sud e mia destinazione. Ci volJero più di dieci ore per percorrere i 247 chilometri che la separavano dalla capitale; strade tortuose e strettissime, asfaltate negli anni d'oro della dominazione portoghese, ma prive di manutenzione da mezzo secolo. Pernottai in una posada coloniale, dove il tempo si era fermato e tutto era come duecento anni prima. Si trovava alle pendici del Tatamailau, catena montuosa di tremila metri che divide il Paese. Dopo aver guadato un paio di fiumi, all'indomani arrivai finalmente a Suai. Sapevo che non mi sarei dovuto aspettare un granché e tuttavia rimasi abbastanza sconcertato. Chiamarla terza città e porto del sud era un eufemismo. Si trattava più che altro di un agglomerato di 42


capanne, sparse in un raggio di tre chilometri. Nella collina centrale un poverissimo mercato, una mastodontica cattedrale rimasta a metà ed una mezza dozzina di edifici governativi: tutto qui. Il porto, . a otto chilometri, era un vetusto molo di cemento che non usava davvero nessuno. Anche i poco amati australiani (gli aussie, come li chiamano in senso velatamente dispregiativo) nel '99 sbarcarono con mezzi anfibi sulla spiaggia adiacente. Mi sistemai nell'unico alberghetto, una costruzione su un piano che uncino-malese aveva edificato con l'arrivo delle truppe internazionali. Ora che sei qui, ci toccherà tirare la cinghia - mi salutò così il capo di una pattuglia di osservatori militari ONU distaccati al sud. Era Rogério Rosas, un tenente colonnello dell'esercito brasiliano cui avevano promesso l'ambito comando territoriale di Salvador de Bahia, a patto che tenesse le posizioni per un anno nelle ostili foreste di Timor. Insieme ai suoi sottoposti aveva assoldato una cozinheira locale che si premurava di portare a tavola ... quello che trovava. Il problema erano, infatti, i rifornimenti. Da Diii si riusciva a far arrivare ogni mese trenta polli congelati, che poi venivano conservati alla meglio. Il polletto quotidiano doveva bastare a sei persone: per il resto riso e verdure. La sera, solo queste ultime. Ogni tanto si affacciava al comando qualche timorense con un pesciotto legato nel portapacchi della bici e con pochi danari arricchivamo il desco ed era festa grande. Volendo, la sera si poteva mangiare anche in albergo, ma il chinese-style e l'igiene rendevano la cosa poco raccomandabile. Già dopo la prima settimana, i pantaloni iniziarono ad allentarsi e nuovi buchi della cintura si resero necessari. Presto mi resi conto che, proprio come immaginavo, c'era ben poco da fare, anche dal punto di vista professionale. Unico giornalista in città era il corrispondente della radio-tv nazionale, il cui segnale peraltro non arrivava e comunque le case con corrente elettrica erano una minoranza. I pochi televisori funzionanti ricevevano trasmissioni indonesiane dai vicini ripetitori di Timor Ovest. Di cronisti di passaggio nei mesi successivi se ne videro assai pochi. Fu quasi un evento quando, per la prima volta, mi chiamò Fabio Scarpello, un giovane milanese stabilitosi a Bali, da dove collaborava con varie testate, tra cui l'Adnkronos International, l'agenzia italiana 43


molto attiva nel sud-est asiatico. Un'altra volta m'intervistò «PeaceReporter», giornale attento alle varie guerre dimenticate. Data la scarsa attenzione giornalistica, l'attività si concentrò nel tenere informato il quartier generale circa eventi di qualche rilievo e nell'organizzare un paio di assemblee pubbliche al mese, per dibattere temi d'attualità: queste erano le direttive che ricevevo da Elena Drozdik, una tedesca che da Dili coordinava le outreach activities. La sensazione, dopo pochi giorni, era di essere al confino; in cinque minuti andavo da una parte all'altra del paese e lì finiva tutto.

Bagni con brivido La prima domenica cercai di consolarmi con il mare. Sarà una favola - dissi tra me - erano anni che non vedevo spiagge dorate tra equatore e tropici. Dopo un quarto d'ora da Carnei Trophy raggiunsi Suai Loro, un villaggetto di qualche centinaio di anime, da cui - dopo aver attraversato un ponte pericolante - si accedeva al mare. Il colpo d'occhio della baia era notevole ed appena sceso dalla jeep mi fermai per dieci minuti buoni a contemplarla. Un panorama reso ancor più bello dall'assenza totale di genere umano. Solo un paio di case diroccate e qualche canoa ricavata da tronchi cui erano state apposte delle barre laterali per equilibrarle. Fin da piccolo, avevo sempre amato le spiagge isolate e non mi sembrava vero di averne una tutta per me, a due passi dalla base. Eppure c'era qualcosa di strano nell'aria: tao good to be true, come si dice in inglese e anche in italiano quando qualcosa è troppo bello per essere vero. Mi tuffai con gioia. L'acqua era ovviamente pulita, sebbene non limpida. Ma dopo poche bracciate il sesto senso mi spinse a tornare indietro. Scrutai l'orizzonte, senza vedere ancora anima viva, chissà perché, mi domandai. Mezz'ora dopo sopraggiunsero due camionette verdone con dei militari australiani a bordo. Avrei voluto parlarci subito, ma si misero a giocare a rugby in riva al mare. Per la prima volta non detestai l'arrivo d'intrusi nella spiaggia solitaria. Volevo sapere di più di quel posto: qualcosa non mi convinceva. A match terminato, uno di loro mi venne a salutare. How you doing - esclamò con quell'accento 44


particolare e spesso di non facile comprensione che caratterizza la parlata australiana. Dopo i primi convenevoli mi chiese se fossi al corrente dei crocs. Che cosa? Replicai io. Yeah, the crocs - ripeté. Ci misi un po' a capire che si trattava dell'abbreviativo di eroeodiles, ovvero coccodrilli. Ma scusa, quei bestioni stanno nei fiumi, non qui? Tutti così voi europei, non sei il primo che me lo dice - rispose il graduato aussie. Ci sono eccome nel mare e soprattutto sono più grandi ed aggressivi di quelli di acqua dolce. Costatata la mia totale ignoranza in materia, si soffermò sull'argomento. Vedi - mi spiegò - se tu sei in movimento a cinque metri dalla riva il eroe non attacca. È capace di vedere da lontano e scruta mimetizzato nell'acqua verde, difficilmente te ne accorgi. Se ti stendi a prendere il sole sei a rischio. Teoricamente potrebbe sopraggiungere anche da quella boscaglia dietro la spiaggia. Il eroe ha un grande scatto ed è capace di inseguire la preda a terra per un po'. Se riesci a correre a lungo la scampi, se ti fermi prima di cento metri sei fregato. Non far caso a noi che adesso ci tuffiamo. Apparteniamo al ih regiment, l'equivalente dei vostri incursori del 9° Col Moschin, siamo un po' matti, ci piace rischiare anche nei momenti di relax. You better don't follow us - concluse. Mi tornò alla mente il cartellone agli arrivi dell'aeroporto: Weleome to the Land of the Sleeping Crocodile. Non ci avevo prestato molta attenzione; pensai svagatamente che si riferisse alla presenza massiccia di alligatori negli anni che furono. Tutta un'altra storia invece; si trattava di un'antica credenza popolare, secondo cui un coccodrillo gigante si era posato in quella parte del globo, lasciando la sagoma del muso, che s'intravvede guardando sulla cartina la configurazionè di Timor Est. La domenica seguente studiai il percorso con la sabbia più dura per arrivare in riva al mare in sicurezza. Mi piazzai sul tettino della Toyota, non ci si sta poi così male ed è ventilato, scesi solo un paio di volte per una spruzzata d'acqua sul bagnasciuga. Quello fu il mio mare nei momenti di svago. Sempre meglio di niente. Di timorensi a mollo ne avrò visti uno al mese; nei giorni del mio arrivo un eroe aveva capovolto una canoa riducendo in poltiglia il povero pescatore. Troppo rischioso anche per chi da mangiare aveva ben poco. I eroeodiles saranno stati sleepingall'aeroporto, lì invece erano molto svegli. 45


Bom Dia Senhor A New York erano contenti che sapessi un po' di portoghese. Ti aiuterà, mi dissero prima di partire. In realtà è un bluff comune, per chi parla la lingua spagnola, quello di vantare una conoscenza del portoghese. Si legge con una certa facilità, ma al momento di dialogare quel che viene fuori è spesso un misto d'italo-spagnolo di difficile comprensione, nella migliore delle ipotesi esce un dialetto parlato al confine tra Argentina e Brasile. Difficilmente comprensibile a Timor. Capire un portuguese-speaking è ancor più arduo. Non è la lingua facile che sembra. Ma a prescindere da questo, la diffusione del portoghese a Timor è un luogo comune. Lingua ufficiale secondo la costituzione, ma di fatto, gli under cinquanta non l'hanno mai parlato. La lingua in uso è il tetum, idioma locale infarcito di parole portoghesi. I giovanissimi si esprimono discretamente in inglese, la generazione di mezzo, cresciuta sotto il regime di Giacarta parla anche il bahasa, l'indonesiano. Insomma una babele. Anche gli sforzi di Lisbona con i 180 docenti del Programa de reintegraçào da lingua portuguesa non hanno dato finora i risultati sperati. Comunque fino al bom dia senhor ci arrivano tutti. Furono quelle frasi di rito che mi colpirono molto. Non che in altre parti del mondo non salutassero, ma quel pur semplice buongiorno denotava distintamente rispetto e buona educazione. Chissà, forse l'arretratezza, l'isolamento o le passate repressioni, sta di fatto che raramente mi era capitato di avere a che fare con un popolo così ben disposto con gli stranieri. Anche se spesso si comunicava ad intermittenza, quel feeling epidermico di vivere a contatto con persone amiche era palpabile nei rapporti con i timorensi. Non credo di ricordare persona che nei mesi lì trascorsi non mi abbia salutato con un cenno del braccio passando in auto o con un bom dia senhor, incontrandola per strada. Naturalmente, qualche screzio tra i locali e i membri della missione non poteva mancare. Furtarelli, scippi al più. Niente bombe o cecchini, si raccontava solo di qualche attacco ad auto UN in zone rurali con arco e frecce (non so se avvelenate). Anche il rancore nei confronti dell'ex potenza occupante era contenuto. La storia di Timor ha delle similitudini con quella del

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Kosovo. Tuttavia, mentre a Pristina e dintorni l'avversione a tutto ciò che rappresenta la Serbia è totale, in questo lembo di sud-est asiatico si guarda al passato con maggiore serenità - e sì che massacri etnici ve ne sono stati anche lì. Uno degli addetti alla pulizia della nostra casermetta spesso si presentava indossando una maglietta sdrucita con su scritto Si a la anexaçao. Non potevo credere che fosse una t-shirt dei tempi del referendum per l'indipendenza. Proprio così invece, se la mettevano i sostenitori della dominazione indonesiana. Chiesi ad un interprete se la persona in questione fosse talmente povera da non avere altro per vestirsi. Sicuramente il giovane non se la passa bene - mi rispose il collega timorense - ma non c'è niente di strano a girare così, non ci fa caso nessuno.In realtà, il referendum del '99 aveva registrato il 21,5 per cento di contrari all'indipendenza. Alcuni per antichi legami con l'Indonesia - collaborazionisti o gente in affari - altri semplicemente non credevano nella capacità, per un Paese così piccolo e sottosviluppato, di reggersi con le proprie gambe. Tesi, quest'ultima, condivisa anche da alcuni analisti internazionali. Nel solo settore sanitario, tanto per citare uno spaccato della pubblica amministrazione, la partenza degli indonesiani aveva comportato il vuoto del personale medico e in buona parte anche infermieristico. Completamente senza dottori, dall'oggi al domani. Dovette venire in soccorso il vecchio Fide!, paladino del terzomondismo, inviando 350 cuban doctors. Un programma d'assistenza destinato a durare almeno sei anni, ossia per il tempo in cui i primi medici timorensi si saranno laureati all'Università dell'Avana. Per tutte queste ragioni si era voltato pagina, cercando di dimenticare al più presto gli anni bui senza riaccendere vecchi conflitti. Viceversa a Pristina ancora oggi, a più di dieci anni dal ritiro dei serbi, sarebbe poco raccomandabile andare in giro con un Kosovo je Srbija stampato sul petto. Credo che ciò abbia a che fare anche con una diversa filosofia orientale. Un ex ambasciatore italiano in Vietnam, Alfredo Matacotta, racconta spesso di non aver mai notato freddezza nei suoi confronti dalle autorità di Hanoi e dalla popolazione per il fatto di essere sposato con una cittadina americana. Nessuno rinvangò mai vecchie storie di guerra né a lui né alla consorte Pamela. Capitolo chiuso. Senza dimenticare, ma guardando avanti. Nei Balcani ogni discorso inizia invece dal 1300 o giù di lì. 47


Nel nome del Padre La presenza portoghese portò con sé la diffusione pressoché totale del cattolicesimo nella popolazione. A Suai la più alta costruzione è proprio la cattedrale, mai terminata per mancanza di fondi. Per le celebrazioni si usava un'adiacente mega-capanna, senza pareti e con tetto di foglie di palma. Alla mia prima messa passai quasi inosservato; mi guardarono con curiosità solo i vicini di una delle panche in fondo. Almeno così pensavo. La domenica successiva, arrivando leggermente in anticipo, fui accolto da una suora che mi fece accomodare in prima fila, non potei tirarmi indietro. Ero l'unico occidentale, oltre che il solo bianco, sul migliaio di fedeli che affollavano la chiesa. Al termine - la messa durava quasi due ore - un gruppo di bambini si avvicinò per baciarmi la mano. Non mi avevano preso per un prelato di passaggio, era un segno di rispetto per lo straniero amico. La stessa religiosa, una filippina, m'invitò a visitare la casa parrocchiale. All'entrata una targa: Canossian Sisters Suai, erano dell'ordine fondato da Maddalena di Canossa. Già il fatto di essere italiano per loro era cosa notevole; quando poi le dissi che conoscevo bene alcuni discendenti dell'antica casata longobarda - tuttora presenti a Verona, dove c'è anche la casa madre dell'ordine - divenni interlocutore privilegiato, oltre che persona fidata. Non potei mancare una liturgia domenicale, né d'altronde vi erano particolari distrazioni in grado di far perdere l'appuntamento. A fianco dell'altare vi era un ritratto di santa Maddalena e, dalla parte opposta, quello di una religiosa di colore. Nella mia ignoranza pensai fosse una qualche raffigurazione della prima in chiave locale - i timorensi sono piuttosto scuri di carnagione - ci misi del tempo per comprendere che si trattava della seconda religiosa canossiana, dopo la fondatrice, ad essere santificata. Era suor Bakhita, un'ex schiava sudanese-darfuriana portata in Veneto alla fine dell'800 da un agente consolare di Schio e da lì avviata al noviziato. Giovanni Paolo II la proclamò santa nel 2000, ma il grosso degli italiani conobbero la sua storia solo un paio di anni fa, grazie ad una fiction Rai a lei dedicata. Le mie quotazioni presso le missionarie di Timor crebbero molto al primo rientro in Italia, dopo tre mesi. In occasione di un convegno 48


al circolo ufficiali di Verona - storica struttura sulle rive dell'Adige - esaltai l'opera delle suore nella turbolenta Timor Est. Due giorni dopo il settimanale diocesano di grande diffusione «Verona Fedele» titolava Le Nazioni Unite lodano le Canossiane. Il lungo articolo, pieno di dettagli sull'attività delle religiose, tratti dai miei racconti, rimbalzò a New York, oltre che a Dili. Il nunzio apostolico all'ONU Celestino Migliore mi ringraziò per l'intervento. Caro Angeli - mi scrisse l'arcivescovo-diplomatico - so che le sorelle stanno compiendo una mirabile opera umanitaria, ha fatto bene ad evidenziarlo. Al ritorno in missione la superiora suor Jolanda mi volle incontrare e nel giorno della sosta nella capitale andai a trovarla. Era alloggiata in un grande edificio di un povero quartiere di Dili. Mi raccontò che, durante i disor4ini del '99, un migliaio di persone terrorizzate e numerosi feriti avevano chiesto rifugio a loro. Si erano accampati alla meglio in uno spiazzo con una larga tettoia e per mesi le canossiane avevano provveduto con un piatto di minestra e quant'altro potessero rimediare. Una seconda ondata era giunta dopo gli scontri del 2006, un centinaio erano ancora li. Mi chiese poi notizie di un avventuroso magistrato udinese, Francesco Florit, membro del team speciale che aveva provvisoriamente amministrato la giustizia per conto delle Nazioni Unite e di Giorgio Cornacchione, il generale comandante di ITALFOR-Timor Est, che le era stato molto vicino nel dopoguerra. Conoscevo bene l'ufficiale in questione, ora alla guida del Comando operazioni all'estero, il co1. Era stato il capo dell'avanguardia italiana a Sarajevo e poi eravamo stati insieme a Nassiriyah. Fornii loro indirizzo e-mail e cellulare, come pure quello di alcuni amici della Folgore, che erano nelle preghiere delle suore per quanto avevano fatto a Dili.

Un occhio in Medio Oriente Le sere da esiliato erano dure da riempire. Al termine della giornata lavorativa si poteva andare a fare una corsetta sotto le palme, una chiacchierata con le suore oppure far visita alla Casa de Professores, una vilJa curata dove sei giovani insegnanti inviate da Lisbona aiutavano i docenti locali nei corsi di portoghese. Fine dei giri. Non 49


restava che tornare in ufficio, per il parco rancio serale ed aggrapparsi a internet - quando funzionava. Altro legarne col mondo era la linea telefonica interna ONU. Marcando un prefisso a tre cifre e l'interno desiderato si poteva comunicare senza limitazioni di tempo con le altre missioni in giro per il mondo. La prima chiamata era per Oriano Micaletti, un vecchio arnico teramano ex Kosovo anche lui. Da un anno guidava i protection officer ONU nei villaggi del Darfur sotto tiro - dove è stoicamente tuttora presente. Ci facevamo compagnia vicendevolmente da avamposti solitari e comunque, in previsione di un approdo da quelle parti dopo l'assignment temporaneo a Timor, mi interessavano gli sviluppi nella provincia sudanese. Poi mi sentivo con vari italiani di UNIFIL. Il desiderio di poterci approdare era rimasto ed in ogni caso ci tenevo a seguire una missione che aveva rilanciato l'immagine delle Nazioni Unite e in cui credevo molto. In Italia, tuttavia, le opinioni erano state discordanti durante la fase di avvio della spedizione. Una corrente di pensiero all'interno delle forze armate aveva sconsigliato di imbarcarsi in una impresa su grande scala gestita dall'ONU. Lo stesso comandante del coi Fabrizio Castagnetti, in seguito alla guida dell'Esercito, espresse pubblicamente le proprie riserve in una intervista al «Corriere della Sera», ben poco apprezzata ai piani alti del Palazzo di Vetro. Anche tra i politici dell'allora opposizione di centro-destra si registrarono molte voci critiche circa il nuovo impegno militare, il più delle volte con argomentazioni inconsistenti. In sostanza si riteneva, con una certa superficialità, che solo regole d'ingaggio più che robuste avrebbero assicurato il successo dell'operazione Libano. A prescindere dal fatto che sarebbe stato praticamente impossibile, in sede ONU, ottenere quello che è in sostanza il diritto di sparare per primi, e l'alternativa sarebbe stata rinunciare alla missione, gli anni a venire hanno mostrato - basti pensare all'Afghanistan - i guai provocati da peacekeepers dal grilletto facile. Dopo qualche settimana le polemiche si stemperarono. A destra alla fine compresero che il destino aveva fatto sì che Berlusconi si fosse dovuto occupare di una spedizione scomoda e controversa - quella irachena - , Prodi, invece, di una più lineare e gestibile. Attaccare e criticare non serviva a nulla, anzi era controproducente. 50


A mettere fine alle discussioni aveva anche contribuito l'inizio lusinghiero della nuova avventura nel Paese dei cedri. Io ero dell'idea che a Roma avrebbero fatto meglio a cercare per tempo gli uomini giusti per il nuovo impegno, piuttosto che perdersi in diatribe senza fine sulle regole d'ingaggio. Ormai c'eravamo dentro: impensabile tornare indietro. La chiave del successo fu in buona parte quella. Il comando dei duemila italiani e lo sbarco dei fucilieri del San Marco furono affidati a due tra gli ufficiali più esperti in operazioni di questo tipo, gli ammiragli De Giorgi e Confessore. A terra, diedero manforte ai cugini mar6 i collaudatissimi lagunari del colonnello Motolese. Nel giro di poche settimane il dispiegamento sul territorio fu completato in maniera esemplare e il primo ITALFOR - i cavalieri del generale Gerometta - insieme a rinforzi francesi stabilizzarono le zone calde del Libano meridionale. Nel frattempo, il titolare degli Esteri Massimo D'Alema, consapevole delle complessità e della delicatezza dell'intera operazione, aveva affiancato ai nostri soldati una vecchia volpe di quella parte del mondo arabo. Giuseppe Cassini, che era stato ambasciatore a Beirut nel quadriennio '98-02, fornì parecchie dritte agli ufficiali in prima linea, ma sopratutto si adoperò per creare un clima di fiducia reciproca tra il contingente italiano ed i leader delle varie fazioni libanesi. Parallelamente, l'Italia fece pressione per avere al quartier generale di New York una cellula esclusivamente dedicata a seguire la missione. Nonostante le resistenze iniziali del Segretariato, la proposta fu accettata e militari dei Paesi maggiormente impegnati in UNIFIL furono inviati in pianta stabìle al Palazzo di Vetro per monitorare l'attività delle forze ONU nel sud del Libano. Alla guida della neonata struttura fu chiamato il comandante delle forze operative del Nord Italia Giovanni Ridinò. Dopo il primo semestre, il comando di UNIFIL passò al generale italiano Claudio Graziano, un alpino di grande spessore. Per tre anni diresse le operazioni con professionalità e determinazione, superando, una dopo l'altra, le inevitabili e periodiche incomprensioni con le autorità israeliane e libanesi. Mi sentivo spesso col portavoce della missione, il màggiore Diego Fulco e si notava distintamente, al telefono, l'ottimismo é l'entusiasmo della grande squadra italiana-ONU. 51


Una sfida vittoriosa rattristata dalla scomparsa per un male incurabile, poco dopo il ritorno dalla missione, del comandante in seconda del San Marco, Stefano Cappellaro. Una storia forse d'altri tempi quella di Cappellaro, veneziano quarantaseienne, pugliese d'adozione per aver trascorso più della metà della sua breve vita con i mar6 brindisini (fu proprio lui nel '97, dal tetto dell'hotel Bologna di Valona, a difendere armi in pugno i giornalisti internazionali attaccati dai rivoltosi). Alla vigilia della partenza per il Libano, il veterano capitano di fregata aveva avuto sentore che qualcosa stesse minando il suo fisico. Ma voleva a tutti costi essere in prima linea, ancora una volta, per un nuovo delicato impegno oltreconfine. Mi raccontarono i suoi - incontrati tempo dopo nel chiostro di San Francesco di Ostuni, in occasione di un incontro sulle missioni di pace - che delle macchie bianche iniziarono a manifestarsi sul suo corpo durante la missione. Ne parlò con pochi. Soffrì molto, in silenzio, specialmente negli ultimi tre mesi. Tirò avanti con sedativi ed altri medicinali, ma non perse un colpo. Volli ricordarlo in quella serata salentina con un minuto di raccoglimento; sulle guance di molti fucilieri di marina scesero le lacrime: era il loro mito. A oggi, tuttavia, quella è ancora una missione che fa discutere, soprattutto a destra. La dicono lunga i giudizi di due ministri della Difesa, entrambi del PDL. Cattuale responsabile del dicastero Ignazio La Russa ha dichiarato di recente che UNIFIL è la missione che ha dato maggiori soddisfazioni. li predecessore nel Berlusconi II Antonio Martino mantiene tutte le riserve espresse al tempo del dispiegamento. Io rimango dell'opinione che l'esperienza libanese recente sia il migliore esempio di ciò che il peacekeeping può ragionevolmente ottenere. Ma non tutti sono d'accordo su quest'analisi; mi è capitato più volte di dissentire pubblicamente sull'argomento con l'amico del TGS Toni Capuozzo. Il mondo non è perfetto e difficilmente lo potrà essere; bisogna ogni tanto accontentarsi dei risultati ottenuti in operazioni per il mantenimento della pace. Pensare che uomini e donne in armi ed un manipolo di civili possano ribaltare radicalmente le sorti di un Paese in rovina è forse un'utopia. 52


Grandi leader per un piccolo Paese Nonostante i timori della vigilia, le tlezioni presidenziali a Timor Est si svolsero in relativa tranquillità. Qualche preoccupazione la causò Alfredo Reinado, un maggiore rinnegato dell'esercito, caporione della rivolta antigovernativa del 2006. Da allora si era rifugiato nella provincia più ostile - Maubisse - e da lì minacciava sfracelli. .Cesercito regolare e la polizia, dopo alcuni tentativi falliti, non osarono più arrestarlo (si presentò anche spavaldamente al seggio elettorale). In cambio, lui rimandò a tempi migliori il desiderio di sovvertire la coalizione governativa, cosa che, in effetti, poi fece - disastrosamente, lasciando così una lunga scia di sangue - nel 2008. Vinse, come da previsioni, l'ex primo ministro e premio Nobel per la pace ]osé Ramos-Horta. Non si trattò, tuttavia, di un plebiscito. Solo al secondo turno fu proclamato presidente con il 75 per cento dei voti. Persona d'indubbio valore, conosciuto e apprezzato dalle cancellerie di mezzo mondo, uomo simbolo della lotta dei timorensi e tuttavia con l'handicap domestico di essere un mestiço, ossia con sangue portoghese nelle vene (frequenti erano i matrimoni misti all'epoca della colonizzazione). I timorensi «puri» hanno sempre guardato con diffidenza i mezzi -europei dalla pelle più chiara. Ad allargare il solco tra i due gruppi si è aggiunto l'orientamento politico generalmente più a sinistra degli autoctoni. Ci sono zone ad est e sud del Paese dove i mestiços, specie se governativi, sono praticamente banditi. Il tour elettorale del candidato di punta a Suai, provincia in parte ostica, non fu una passeggiata. Nella notte uno striscione pro Ramos-Horta nel vialone principale sparì. Il comizio sulla spianata della cattedrale fu carico di tensione. Tutto andò liscio anche nelle parlamentari, che si svolsero due mesi dopo. Prevalsero i social-comunisti del Frente Revolucionaria de Timor-Leste Independente, storico partito dei combattenti per l'indipendenza (finanziato un tempo dai cinesi) . Non senza polemiche, tuttavia, il neo presidente affidò la formazione del governo al suo predecessore Xanana Gusmao, ex uomo forte del FRETILIN, passato su posizioni più moderate e giunto secondo con una coalizione di centro. Il tentativo andò in porto e il risultato finale fu che i due 53


uomini di punta si scambiarono le cariche che avevano ricoperto quasi ininterrottamente dall'indipendenza. Entrambi i leader quando vennero a Suai, pernottarono nell'albergo dove alloggiavo anch'io - non essendoci di meglio. Stavo prendendo un caffè col colonnello Rosas nella capanna-bar quando fece il suo ingresso Ramos-Horta. Rispettosamente ci alzammo per andarlo a salutare. Avevo peraltro già conosciuto il candidatopresidente nel '97 a Tuzia. Era stato invitato ad un anno dal Nobel per una conferenza sulla democrazia dal responsabile regionale oscE Ilario Ciardi, un generale della riserva con lunghi trascorsi nell'organizzazione per la sicurezza paneuropea. Parlammo per un po' del suo tour balcanico, per passare poi alla situazione attuale nel sud del Paese. Intellettuale raffinato, ci intrattenne per un paio d'ore buone. Fu un piacere ascoltarlo, un vero paladino della pace. Si parlò di lui, infatti, anche come possibile segretario generale ONU nell'ultima elezione. Poco chiaro, invece, fu ciò che accadde all'altro simbolo della lotta timorense, il vescovo Carlos Filipe Ximenes Belo, co-prerniato Nobel insieme a Ramos-Horta. Ebbe un ruolo di primissimo piano dalla metà degli anni Ottanta. Si poteva ipotizzare per lui un ruolo quantomeno onorifico, una volta conquistata l'indipendenza. Ed invece a sorpresa si trasferì prima a Lisbona, per presunti motivi di salute, e quindi in Mozambico come missionario. Ogni volta che chiedevo lumi sull'assenza continuata dell'alto prelato, notavo una certa reticenza, sia da parte di laici che di religiosi. L'arrivo a Suai di Xanana Gusmao fu più rumoroso, come da personaggio. Teorico disarmato dell'indipendenza Horta, ex combattente (ma anche poeta) Gusmao, peraltro anche lui mestiço. Che ci fa un romano sperduto quaggiù? Mi accolse così, in un discreto italiano. Gli avrei voluto rispondere che me lo chiedevo tanto anch'io, ma dovetti fare la parte del bravo burocrate-peacekeeper, illustrando le attività de!Ja missione UN a Suai e dintorni. Uomo di grande simpatia a prima vista e spiccata comunicativa, il comandante Xanana volle subito che io e gli altri osservatori militari delle Nazioni Unite rimanessimo con lui nel bar dell'hotel. Alternò incontri con notabili locali a conversazioni con noi. A me chiese della situazione in Europa, Italia inclusa. Ricordava bene An54


dreotti, naturalmente. E guardava con molta curiosità a Berlusconi. Aveva un buon feeling con l'ambasciatore italiano in Indonesia Roberto Palmieri, accreditato anche a Timor. Palmieri, diplomatico allergico ai palazzi romani - una vita tra Cina.i. Giappone e Nuova Zelanda - faceva il possibile per stringere i rapporti, ma i duemila chilometri tra Giacarta e Dili non erano poca cosa. A sorpresa - era già passata la mezzanotte, il cameriere non abituato a ore piccole si era addormentato con la testa sul tavolo - mi chiese se fosse finalmente stato trovato il corpo di Enzo Baldoni, il pubblicìtario-pubblicista milanese rapito a Falluja ed in seguito assassinato. Rimasi colpito dal fatto che conoscesse un episodio, trattato come minore della tragedia irachena. Gli raccontai ciò che sapevo, spiegando che avevo lasciato l'Iraq un paio di mesi prima del tragico fatto di sangue. Enzo era un caro amico di famiglia - mi disse ricordandolo affettuosamente - la prego di portare i miei saluti ai suoi, se ha modo. Cosa che riuscii a fare all'indomani, comunicando con l'inviato del TG1 Pino Scaccia, testimone oculare del sequestro, rimasto poi sempre in contatto con la famiglia Baldoni, a Preci, in Umbria. Appresi dopo che Baldoni era stato uno dei pochi, se non l'unico, ad intervistare Gusmao, rifugiatosi semiclandestinamente a Giacarta durante i disordini di Timor nel '99. Uno dei vari reportage di guerre dimenticate che avevano costellato la carriera del giornalista part-time. Le tornate elettorali marcarono un punto a favore per la spedizione delle Nazioni Unite. Le grandi potenze riconobbero il contributo della missione per la stabilizzazione del Paese ed il consolidamento della democrazia. Nei mesi successivi iniziò il progressivo· disimpegno di buona parte del personale internazionale, me compreso. Ma il capitolo non era chiuso. Agli inizi dell'anno successivo, un commando guidato dall'indomito maggiore Reinado fece fuoco contro la residenza privata di Ramos-Horta, lasciando in fin di vita il neo presidente. I sanitari dell'ospedale australiano di Darwin riuscirono miracolosamente a salvarlo e con lui i sogni del suo Paese. Xanana Gusmao invece uscì indenne da un simultaneo attacco. Vari colpi s'infransero sulla sua automobile, ferendo solamente il caposcorta. Timor Est tornò così in bilico. 55


I problemi del primo nuovo Stato sovrano del terzo millennio sono ancora tutti lì: divisioni etniche, sottosviluppo, piccole dimensioni, isolamento. Un peso sul futuro di Timor avrà sicuramente lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi off-shore. Dopo la ridefinizione dei confini marittimi, un buon numero di concessioni sono state date a varie compagnie, tra cui anche l'ENI. Ma ci vorranno degli anni prima che l'oro nero produca introiti per le casse statali, sperando poi che la classe dirigente sappia amministrarli con saggezza. La vera sfida di Timor Est è solo all'inizio.

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Di nuovo al fronte

Tornai da Timor con il volo non-stop più lungo del mondo, Singapore-New York, 18 ore filate. Fa un certo effetto rivedere i grattacieli di Manhattan dopo mesi di foreste equatoriali. Sapevo tuttavia che sarebbe durata poco. Il dispiegamento nel Darfur procedeva spedito e nel giro di settimane, avrei preso anch'io la via del Sudan. Non avevo smanie di nuove avventure: semplicemente non avevo scelta. Poco dopo il ritorno a New York mi chiamò la portavoce UE Cristina Gallach. Hola Andrea, sono venuta con Mr. Solana per alcune riunioni, vieni domani per il breakfast al Palace se puoi. Il giorno successivo, di buon mattino, andai all'hotel sulla Madison con discreto anticipo. Ero assai curioso di sapere cosa aveva da dirmi, probabilmente un incontro di cortesia, ma forse qualcosa di più. Durante le visite di Solana, di tempo per incontri privati ce n'era sempre poco. Queridisimo - iniziò davanti al caffè americano, che feci finta di bere anch'io - tenemos que hablar de Afghanistan. Innanzitutto mi disse che la missione di polizia europea, lanciata pochi mesi prima - denominata EUPOL e simile a quella di Skopje - aveva avuto un inizio stentato. Il primo comandante, un generale delle forze speciali tedesche GSG9, stava per lasciare e sarebbe stato rimpiazzato da Ji.irgen Scholz, lo stesso con cui avevo lavorato in Macedonia. Buona parte del personale dirigente sarà azzerata - mi disse - e c'è una posizione che potresti ricoprire, se te la senti. Sarebbe bene che andassi - aggiunse - non solo perché hai già lavorato con il nuovo capomissione, ma anche per il fatto che proprio un italiano potrebbe essere nominato come rappresentante speciale dell'Unione a Kabul. Mi raccontò un retroscena di poche settimane prima. L'Italia aveva perso due nomine UE su cui aveva 57


puntato con determinazione; di ciò lo stesso Prpdi, in una riunione comunitaria, aveva protestato veementemente con Solana, il quale doveva riparare con il primo posto di peso che si fosse reso disponibile. L'Afghanistan, appunto, dove il mandato dell'inviato Francese Vendrell, ex alto funzionario ONU catalano, era in scadenza. Cristina aveva già in tasca un paio di nomi di potenziali candidati per quel posto, mi chiese se li conoscessi e se ne avessi degli altri.fit for the job. Ci pensai un po' sopra, nel corso della giornata. Tra Darfur e Afghanistan non so dov'è peggio - dissi tra me - ma alla fine decisi di optare per la proposta europea. Dopo una breve telefonata a Bruxelles col colonnello Bruzzese (sempre lui) diedi la disponibilità. Nel giro di una quindicina di giorni, grazie anche al sostegno del capo dell'ufficio UE della Farnesina Lamberto Zannier, si formalizzò l'incarico. I.:avventura afghana poteva iniziare. Lasciai il passaporto al consolato la mattina del 24 dicembre, ricevendo assicurazioni che il visto sarebbe stato pronto in pochi giorni. A Natale m'invitò provvidenzialmente a cena Giandomenico Picco, parlammo fino a tarda notte nella sua villa in Connecticut. Dalle finestre si vedeva fioccare come da tradizione; ne vedrai tanta di neve a Kabul - disse prima di spiegarmi tante cose di quel Paese che era rimasto nel suo cuore. Picco aveva fatto parte dello speciale team UN incaricato di negoziare il ritiro dei sovietici dall'Afghanistan, operazione fiore all'occhiello del decennio di Javier Pérez de Cuéllar alla guida delle Nazioni Unite. È un gran popolo, imparerai molte cose, rimarrai affascinato dalla loro cultura e tradizioni, sono contento che vai, tienimi informato. Mi salutò così davanti al treno AM-TRACK che tornava a Manhattan nella notte. In effetti gli afghani che avevo conosciuto mi erano sempre andati a genio. Fieri, eleganti, ospitali, aperti. La mia migliore amica ONU era proprio un'affascinante afghana-tagika, Shayma Daneshjo, conosciuta vent'anni prima in Namibia. Trascorsi con lei i giorni successivi. Mi introdusse presso l'ambasciatore Zahir Tanin, ex giornalista della BBC divenuto rappresentante di Kabul alle Nazioni Unite. Fu lui a darmi il visto ed un forte incoraggiamento durante un incontro prima di Capodanno. 58


Dal Kennedy chiamai l'amico Micaletti ad Al Fasher. Si stava adoperando per una mia sistemazione adeguata in Darfur. Perdonami Oriano - gli dissi di corsa al telefono - non vengo più, sono destinato a Kabul, cerchiamo di combinare un ritorno a New York nello stesso periodo, così ci vediamo. Ah però - esclamò dall'avamposto nel Sahara - sarai contento immagino, in Afghanistan ci mandano quelli di razza. Grazie per il complimento Oriano, ma non credo sia proprio così; mi sa che di questi tempi ci mandano i più fessi. Appena atterrato a Fiumicino, accesi il cellulare italiano. C'erano dieci chiamate senza risposta, tutte dallo stesso numero. Chi sarà mai? Pensai tra me. Rispose Giovanni Mameli, un maggiore veronese. Sono settimane che le suore canossiane ti cercano - mi disse felice di avermi finalmente rintracciato - sarebbero molto contente se potessi presenziare al bicentenario della nascita di santa Maddalena, è domenica, ossia domani, qui a Verona, vedi tu. Il giorno successivo era fissata la partenza per Kabul, con sosta di un giorno a Bruxelles per rapido briefing. Mancavo molto da Roma e di cose da fare ne avevo parecchie, decisi di andare egualmente. Arrivai in treno a Modena all'una di notte, ora classica in cui sveglio mia cugina Brunella nei blitz al Nord. L'indomani raggiunsi Verona. La cerimonia era imponente; una gran folla nonostante la pioggia battente, attendeva di accedere alla basilica di San Zeno dalla porta centrale. Provvidenzialmente, avevano predisposto un maxi-schermo nella chiesa inferiore. Andiamo in fretta, passiamo dalla porta laterale - mi disse Mameli appena sceso dal taxi - il tuo posto è in prima fila, così mi hanno detto le suore, e mi fece strada tra i fedeli. Dietro di me i capifamiglia discendenti diretti della Santa, Sigifredo di Canossa e Pieralberto degli Albertini. Mi guardarono un po' sorpresi, giustamente. Perché loro dietro ed io avanti? Così aveva dettato il protocollo delle canossiane. Dopo la messa ci spostammo alla casa madre, dove salutai varie religiose timorensi, poi di corsa, nuovamente alla stazione. Alle 20 ero finalmente al check-in del volo di Bruxelles. Avanti a me c'era una vecchia conoscenza di missioni, il colonnello dei carabinieri Luigi Bruno. Dopo anni in prima linea, finalmente andava a ricoprire un incarico «da scrivania» al comando UE. Ah, ti 59


sei imborghesito anche tu? Era ora - mi disse. Scossi la testa: non proprio, Gigi, vado a Kabul. E te pareva, fu la risposta. In aeroporto fummo prelevati da Uberto Incisa, un amico artigliere approdato anche lui alla UE. Ci portò dritti in uno dei pochi ristoranti della capitale belga ancora aperti, dove ci aspettava Michael Giffoni, ascoltato consigliere di Javier Solana e oggi ambasciatore a Pristina. Rimanemmo a parlare a lungo dopo cena, in pratica fino a quando non fummo cacciati dall'ultimo cameriere rimasto. Buona parte della mattinata dedicata ai briefing la trascorsi con Giovanni Manione, un generale degli alpini talmente innamorato dell'Afghanistan (e ottimista) che alla fine del periodo di comando ITALFOR aveva comprato una casetta in un piccolo villaggio fuori Kabul. Poi una lunga chiacchierata con Cristina Gallach e via all'aeroporto, destinazione Dubai.

Ritorno alla grande attualità Gli occidentali che arrivano al mattino nella capitale afghana con il volo da Dubai sono di due tipi: quelli dalle facce stralunate e quelli dai volti straniti. I primi, per la notte insonne dopo il volo intercontinentale che li ha scaricati prima dell'alba negli Emirati, gli altri - i nuovi arrivati - assai preoccupati per quello che li attende. Io, una cosa a metà: detesto i voli notturni, ma avevo dormito tutto il tempo, salito a bordo semidistrutto, dopo il tour de force italobelga-americano. Quanto a quello che mi attendeva più o meno lo sapevo, se non era una Baghdad, poco ci mancava; e poteva anche diventare peggio. Il gelido inverno di Kabul mi fece rimpiangere l'equatore di Diii. Tuttavia ero passato da zero press alla postazione che più conta per gli inviati di tutto il mondo. Tornavo nel grande giro della stampa internazionale. Bastava vedere l'apertura e chiusura dei servizi delle grandi agenzie internazionali. Iniziavano e finivano con l'Afghal)istan; un numero di lanci quotidiani che batteva notevolmente ogni altra zona di crisi. Vi stazionavano giovani freelance ed inviati di prima nomina, ma anche un buon numero di acclamati reporter. I.:ufficio dell'Associated Press di Baghdad trasferito in blocco a Kabul, 60


con Bob Reid e Fisnik Abrashi, sempre a scrivere come forsennati. Tener dietro a tutto quello che accadeva in ogni angolo del Paese era un impresa. Nel quinquennio precedente, l'attenzione dei media era stata relativa sia per la maggiore gravità del conflitto iracheno che per l'apparente tranquillità dell'Afghanistan. Apparente, appunto. Nel corso del 2007, calato il sipario su Baghdad, l'ombra di Kabul si avvicinava sempre più minacciosamente. Un primo segnale in realtà lo avevo registrato, casualmente, l'anno prima a New York. Linviato ONU in Georgia, Jean Arnault, nonché capo delle Nazioni Unite a Kabul nel biennio '04-05, si era riunito alla delegate's lounge del Palazzo di Vetro con un gruppo di ex della missione. Mi trovavo anch'io lì e andai a salutarlo. Non vedevo Jean - francese di grande comunicativa - dai tempi della Namibia; mi chiese di rimanere con loro, cosa che feci volentieri prendendo posto vicino all'amica Shayma. Ascoltai in silenzio cose di cui sapevo poco o niente. Tutti o quasi convenivano sul fatto che alcuni errori della comunità internazionale in Afghanistan nei primi anni post intervento armato sarebbero stati pagati cari e in un futuro neanche troppo lontano. Se non avessi conosciuto il rigore intellettuale di Arnault - in seguito nominato vice direttore politico all'ONU - avrei forse dubitato di previsioni così fosche. Tornandomi alla mente quella riunione di due anni prima realizzai che sapevano bene di cosa stessero parlando Anche in Italia il risveglio del fronte afghano era stato brusco e soprattutto tragico. Sul finire del 2007 i talebani avevano sferrato nei confronti del nostro contingente uno degli attacchi più odiosi mai registrati. In occasione della inaugurazione alla periferia di Kabul di un ponte costruito dai genieri di Piacenza, un attentatore suicida si era fatto esplodere, lasciando sul terreno il maresciallo leccese Daniele Paladini e nove afghani. Che le cose non stessero andando per il verso giusto lo cominciarono a capire anche a Roma. Tuttavia non tutti ebbero la percezione che la situazione si sarebbe progressivamente deteriorata. D'altronde, anche per il governo di centro-sinistra non c'erano molte alternative. Nonostante la coalizione includesse elementi fortemente critici, la solidarietà atlantica su quella missione non si )•

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poteva mettere in discussione. Meglio quindi limitare il dibattito ed ostentare ottimismo. Così almeno si fece da noi, come pure in ambito comunitario.

Terrore five stars Se avevo ancora qualche residuo di ottimismo circa l'evolversi della situazione, pochi giorni dopo il mio arrivo era svanito del tutto. La giornata lavorativa volgeva al termine: mancava poco alle 18. Mi ero trattenuto in ufficio solo per sbrigare un po' di faccende personali; di lì a poco sarei andato nell'albergo, dove alloggiavo provvisoriamente, in attesa che finissero di imbiancare la stanzetta al comando UE. Hai saputo del casino al Serena? Mi disse nel corridoio Massimiliano Bolis, un capitano dei carabinieri in forza a EUPOL. No, che è successo? Un commando ha assaltato l'hotel: ci sono dei morti, i terroristi sono ancora asserragliati, i nostri sono in pericolo, non ne so di più. Feci un rapido giro di uffici per raccogliere un pò d' informazioni. Andai pure dal medico che avevamo con noi, Gianfranca Russo, sempre pronta a intervenire nei momenti di crisi. Volevo saperne di più, prima di chiamare i due italiani della missione, che si presumeva fossero intrappolati, dopo aver lasciato il nostro compound alle cinque del pomeriggio. Il Serena è il miglior albergo della capitale. Un cinque stelle di proprietà del capo spirituale ismailita Karim Aga Khan, costruito dopo la caduta dei talebani. Arredato con grande stile, dotato di due ristoranti, vanta una piscina di 25 metri ed un ampio giardino, pur essendo nel cuore della città. Comodo e confortevole, ma anche molto esposto. Alcuni funzionari internazionali e diplomatici ci vivono per lùnghi periodi e la UE lo usa per alloggiare il proprio staff, in attesa di una sistemazione permanente.Così era stato anche per me. Alessandro De Rienzo, lega[ adviser della missione, mi rispose con un filo di voce. Non posso parlare, Andrea; chiama Francesca che ti dice tutto - e mise giù subito. Francesca lacona, pure dello staff EUPOL ( cugina del regista Rai Riccardo), era nella sua stanza chiusa a doppia mandata più chiavistello e serrande abbassate. Parlava piano anche lei per non essere ascoltata da eventuali assalitori

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in agguato nel corridoio. Mi disse che aveva udito dei botti tremendi, seguiti da raffiche di mitra. Chi poteva era rimasto in camera. Forse gli americani avevano già preso il controllo dell'albergo, ma era meglio aspettare che le cose si fossero calmate prima di uscire. La situazione rimaneva confusa. De Rienzo, invece, al momento dell'attacco si trovava in palestra - mi disse sempre Francesca. Un malintenzionato era arrivato fino a lì, facendosi largo sparando all'impazzata. Dopodiché .. . si salvi chi può; ognuno dei presenti - internazionali ed afghani - aveva seguito l'istinto. L'italiano si era rincantucciato in un angolo della gym, senza luce. Ci rimase per due ore buone fino aJl'arrivo dei militari NATO e non fu una gioiosa liberazione. Ogni avventore del Serena poteva essere un membro del commando e per le procedure d'identificazione non si usarono i guanti bianchi. Solo a tarda sera si riuscì a ricostruire l'accaduto. Il gruppo di assalitori si componeva di quattro uomini, camuffati da poliziotti. Uno si era fatto esplodere davanti al portone principale, aprendo la strada agli altri. Le prime raffiche avevano raggiunto le auto in attesa nel parcheggio interno - tutte fortunatamente blindate. Nella hall la sparatoria si protrasse per un buon quarto d'ora. Venne colpito a morte, tra gli altri, un fotografo norvegese al seguito del ministro degli Esteri di Oslo Jonas Gahr St0re; anche quest'ultimo era ospite dell'hotel e fu condotto di gran carriera nel bunker sotterraneo. Un attentatore si era invece diretto verso la palestra, sapendo di trovarci a quell'ora personale internazionale. La prima persona a cadere fu un'attendente filippina; poi fu centrato un cooperante americano di USA ID. Il bilancio finale fu di sei morti ed altrettanti feriti. Una carneficina. Le speranze di normalizzazione si allontanavano. Per la notte, mi dovetti arrangiare sul tavolo dell'ufficio con sacco a pelo d'ordinanza. Prima di addormentarmi ripensai allo scampato pericolo; a quell'ora sarei potuto stare anch'io alla reception del Serena per prendere la chiave della stanza 307, dove ero alloggiato. La mente tornò alla messa scaligera di pochi ·giorni prima ed alle preghiere delle suore timorensi. L'incidente ebbe un'eco relativa in Italia. La dinamica dell'accaduto non fu subito chiara e le notizie di agenzia risultarono di 63


conseguenza frammentarie. Solo Lorenzo Cremonesi, sempre ben informato su quello che accade tra Kabul e Baghdad, scrisse una mezza pagina sul «Corriere». Fu quel giorno che mia madre venne a sapere che stavo in Afghanistan. Mi era mancato il coraggio di dirle che andavo di nuovo in missione; mi riservavo di farlo in tempi migliori. Bravo che vai a Bruxelles, quello è il posto giusto - mi aveva detto felice nel salutarmi al telefono. Scoprì la verità da una diretta radiofonica con Carmela Giglio del GRl. I.:Afghanistan tornò prepotentemente nelle case degli italiani un mese dopo, a metà febbraio, con un altro tragico lutto. Questa volta toccava a «uno dei 100 del fortino di Surobi» (così li ribattezzò «Il Giornale»). Oltre alle forze di stanza nella capitale, a Camp Invicta, l'Italia - quale Paese responsabile della provincia di Kabul - manteneva un presidio nella valle di Uzbeen, ad est. Una zona considerata nevralgica ma anche molto insidiosa. A tenere le posizioni vi era una compagnia di Pistoia della Folgore ed altri parà alpini di un reggimento denominato Monte Cervino, ma che tutti chiamano all'americana rangers. Con loro, un gruppo di specialisti in attività di cooperazione civile-militare, una branca dell'esercito basata nel trevigiano, a Motta di Livenza, che ha visto un impegno crescente nelle missioni degli ultimi dieci anni. A cadere fu proprio uno del CIMIC, Giovanni Pezzulo, quarantacinquenne maresciallo casertano. Gli fu fatale una sosta durante un trasferimento, nel corso di una distribuzione di viveri; una scarica di fuoco, partita dalle montagne sovrastanti, lo prese in pieno. · Quando vidi la foto, capii che si trattava dello stesso esperto informatico con cui avevo diviso l' ufficio nella palazzina dell'Autorità di coalizione a Nassiriyah. Si occupava anche lì della ricostruzione. La morte lo aveva già sfiorato durante l'attentato del 2003 nella vicinissima base dei carabinieri. Nell'agguato era inoltre rimasto ferito il maresciallo-ranger Enrico Mercuri, marchigiano; la famiglia viveva nella valle che separa Recanati da Macerata. Andai in aeroporto, dirigendomi verso il c-130 italiano, pronto a decollare per portarlo a Ciampino. Riuscii a vederlo all'interno dell'Hercules, dove giaceva sdraiato su una barella ed imbracato per il volo. Conoscevo il capitano medico dell'ae64


ronautica Giuseppe Stella che lo assisteva; mi accordò il permesso di scambiarci due parole. Era lucido, ma molto sofferente per le ferite alla gamba, colpita in più parti. Ci vediamo presto sulla Regina - gli dissi. Mi sorrise a lungo, pensando alla strada di casa. Non appena l'aereo si mise in moto chiamai l'amico governatore marchigiano Spacca. Il responsabile stampa della brigata Taurinense Mario Renna, come spesso si fa in quelle occasioni, si era prudentemente tenuto sul generico circa le condizioni di salute del giovane Mercuri. Le complicazioni sono sempre dietro l'angolo, in caso di ferimenti da arma da fuoco. Perdona il frastuono delle eliche Gian Mario, l'aereo dell'alpino ferito sta decollando adesso. Ci ho parlato personalmente cinque minuti fa: è cosciente, ha una gamba messa male, ma non corre pericolo di vita. Rassicura la famiglia, ciao, ci vediamo ad Ancona. Poco dopo, ebbe luogo il mesto saluto alla salma di Pezzulo, prima dell'ultimo viaggio a bordo di un altro aeromobile della stessa 46a aerobrigata di Pisa. La bara avvolta nel tricolore fu portata a spalla lungo la pista da sei militari, sotto la neve che cadeva dalla mattina. A seguire il cappellano don Marco Galanti, due passi indietro il generale alpino Federico Bonato con l'ambasciatore d'Italia Ettore Sequi, e poi una trentina di soldati impiegati all'aeroporto.

Paranoia sicurezza Questi ed altri episodi allarmanti durante i primi due mesi del 2008 costrinsero la maggioranza degli stranieri ad una vita blindata. Alle preoccupazioni personali si aggiungevano le rigidissime misure di sicurezza, introdotte da ambasciate ed organizzazioni internazionali. Capitava di ricevere telefonate di conoscenti che avevano prestato servizio a Kabul negli anni precedenti e volevano sapere del tal ristorante o del talaltro piano bar. Vagli a spiegare che non si girava più. La maggioranza di quei posti ameni per diplomatici, cooperanti e giornalisti erano off-limits. Il rischio di attentati e sequestri veniva ritenuto alto. Fu il momento delle scelte difficili. Tra l'andare avanti coraggiosamente, seguendo una politica di vicinanza alla popolazione, 65


con tutti i rischi che ciò poteva comportare ed il chiudersi a riccio. Si optò per la seconda strada. Una decisione forse scontata. Da qualche tempo, i vari apparati UN- UE-NATO avevano inserito nei propri ranghi una pletora di security officers e analogamente le rappresentanze diplomatiche erano state imbottite di personale dei servizi di sicurezza, puntando, in primis, sulla quantità (mossa più semplice). Tutte queste figure devono ogni giorno proporre qualche cosa di nuovo - normalmente restrizioni - per giustificare la propria presenza. Preoccupati principalmente che a nessuno fosse torto un capello, non erano interessati più di tanto al fatto che l'attività lavorativa ne risentisse. Sergio Romano ebbe a scrivere su «Panorama» che il diplomatico in molti casi diffida delle iniziative del suo servizio d'intelligence. Detto da un fine studioso quale l'ex ambasciatore c'è da credergli. Tuttavia solo i capimissione con maggior carattere riuscivano a far stare i vari addetti alla sicurezza al loro posto; i più deboli ed insicuri non osavano e ne erano sopraffatti, con buona pace della ragione per cui ci si trovava lì e del rapporto con i locali. Il presidente Karzai fece il possibile per frenare la corsa al rafforzamento delle barriere difensive esterne agli edifici di organizzazioni e ambasciate, nonché la chiusura di strade. Inutilmente. Sempre più lastroni di cemento, terrapieni hesco bastian, sacchetti di sabbia, sbarre di diametri mai visti prima, cavalli di Frisia, reticolati a triplo giro, dossi ad altezza di coppa dell'olio e quant'altro offrisse di nuovo il meréato per le capitali del terrore. Un'avanzata inarrestabile, che continua tutt'oggi, inesorabilmente. Analogamente partì il valzer dei warnings: ogni ambasciata/ organizzazione iniziò ad inondare i propri dipendenti di sms che mettevano in guardia dal visitare il tal posto e, puntualmente, di fare attenzione alla tal Corolla bianca pronta a farsi saltare in aria (di Toyota di quel tipo e colore si stima che nella sola capitale ne circolino alcune migliaia). Spesso poi le rappresentanze intern'azionali si scambiavano le informazioni, moltiplicando ancor di più i messaggini. Insomma una babele di avvertimenti che finiva per far ignorare, se non addirittura cancellare prima ancora di leggere, quanto ricevuto. Rari i tentativi di andar controcorrente. Ricordo una passeggiata a sorpresa nel centro di Kabul senza giubbetto antiproiettile e scorta 66


(nelle immediate vicinanze) dell'ambasciatore USA Karl Eikenberry. Così dovrebbero fare tutti da domani - esclamò l'inviato americano ai giornalisti increduli che lo filmavano. Lettera morta. Singolare anche il rifiuto del caparbio ambasciatore spagnolo, José Turpin (recentemente nominato capomissione a Baghdad), di modificare la struttura esterna della propria residenza. Pur trovandosi a fianco del comando NATO, quindi vicino ad un obiettivo sensibile, il bianco muro di cinta della legazione di Madrid è rimasto tale e quale a quando fu edificato trent'anni fa. Molte altre ambasciate sono invece irriconoscibili. Un militare di stanza a Kabul nel 2003 mi ha raccontato, tornatoci cinque anni dopo, di aver fatto su e giù varie volte, prima di ritrovare quella italiana. Gran parte delle sedi diplomatiche erano diventate delle mini Sing-Sing. Se solo vent'anni fa avessero mostrato al cinema la Kabul del 2008 ( come pure la capitale irachena) gli spettatori avrebbero immaginato di assistere a un film di fantascienza. Credo che dovremmo fermarci tutti per un attimo e riflettere su com'è cambiato in poco tempo il mondo in termini di sicurezza. E pensare che si era ipotizzata una grande stagione di pace con la caduta del muro di Berlino. Le uscite durante il giorno erano limitate al massimo (più ancora nelle prime ore del mattino, momento in cui si verificavano normalmente gli attentati). Andavo ogni tanto all'accademia di polizia ed al ministero degli Interni. Quest'ultimo posto era uno dei più a rischio di attentati; ma dovevamo necessariamente visitarlo: rientrava nel nostro mandato. Vari membri della missione rimasero coinvolti ·in attacchi contro quel dicastero. Nel più grave di questi, venne ferito un poliziotto finlandese; la scampò per .un pelo il suo collega di pattuglia, il maresciallo dei carabinieri Giovanni Màncino. Ogni altro spostamento non era permesso o fortemente scoraggiato. Si lavorava molto con e-mail e cellulare - quando funzionavano. Le giornate venivano riempite da frequenti riunioni tra internazionali, sempre gli stessi: finivan10 per parlarci solo tra noi. Il mondo vero era fuori dai reticolati. A due passi e lontanissimo allo stesso tempo. Dovevamo declinare quasi tutti gli inviti delle controparti afghane, senza parlare di quelli degli amici. Le prime volte si adducevano impegni pregressi, poi - a malincuore e con un certo imbarazzo - l'amara ammissione di non essere autorizzati. L'impatto 67


psicologico delle nostre restrizioni sui partner nazionali era notevole. I rapporti rimanevano inevitabilmente formali. Confidenze, indiscrezioni e consigli spassionati difficilmente ci giungevano dagli afghani, compresi quelli che lavoravano per noi. Di quel che accadeva nelle lontane province meridionali avevamo sporadiche notizie da un manipolo di coraggiosi dispiegati a Kandahar e Helmand, oltre che, occasionalmente, dalle corrispondenze di giornalisti embedded con le truppe USA (Francesco Semprini e Gina Di Meo vi trascorsero lunghi periodi nel 2009). Qualcosa io riuscii ad ottenere dal collaboratore locale che avevo in ufficio con me, il giovanissimo Aziz Basam. Lo trattavo come un fratello, dividevo con lui ogni cosa, mi divertivo a ripetere che era lui il mio capo, in virtù della (più sbandierata che attuata) politica di Afghanization, di cui i vertici delle missioni internazionali parlavano con insistenza. Ci vollero mesi per conquistare la sua fiducia. Alla fine, capii quanto spesso fosse, al di là della facciata, il muro che ci divideva. Per contare i luoghi delle puntate serali bastavano le dita di una mano. L'ISAF HQ, ossia il comando NATO, era il più gettonato; già circolo sportivo delle forze armate afghane, requisito dalle forze della coalizione nel dopo-talebani. Alle costruzioni originarie in muratura facevano corona una miriade di container per alloggiare i quasi duemila soldati dei vari contingenti che vi stazionavano. La sicurezza esterna era affidata ai fanti di Skopje. Nonostante la promessa adesione alla NATO fosse slittata regolarmente ogni anno, i macedoni mantenevano fedelmente le posizioni. Li salutavo sempre nella loro lingua (che non è esattamente il serbo-croato), cosa che li inorgogliva. Ogni nazione rappresentata ha il proprio angolo ricreativo, 30 mq con quattro sedie, due tavolini ed una tv. A volte, era quello il punto d' incontro, ma più spesso ci si vedeva nei due posti dove si poteva mangiare un boccone. Le alternative consistevano nel poco saporito polletto con patate fritte in un prefabbricato rialzato o una discreta pizza da Ciano, lo spaccio militare gestito dall'omonima ditta livornese. L'ambiente piuttosto latino di questo secondo ritrovo lo rendeva assai popolare per chi aveva voglia di rimanere a far due chiacchiere e non solo mangiare e scappar via. 68


Temi preferiti delle conversazioni, con italiani e non, erano il calcio ed i giorni mancanti alla fatidica fine mix (termine della missione) o le date dei voli ITALFOR per andare in licenza. Si va prima a Herat, quanto si starà fermi ad Abu Dhabi? Farà scalo ad Amendola per lasciare gli avieri dei predator, a che ora arriveremo a Pratica di Mare? Queste erano le domande tipo che si sentivano tra una pizza e l'altra. L'apatia semi-generalizzata di militari e affiliati non era causata dal disinteresse per la missione. Derivava in buona parte dal protrarsi indefinito della stessa e dalle prospettive nebulose all'orizzonte. Raramente si parlava degli affari correnti in Afghanistan e dintorni. Lo facevamo, inevitabilmente, in occasione degli attacchi più sanguinosi. Uno di questi fu condotto proprio ai danni di ISAF HQ. Si pensava che il fortino NATO fosse sufficientemente al riparo, trovandosi nella zona protetta e con uno sbarramento supplementare. Non era così. Gli assalitori, grazie ad una jeep ISAF rubata, raggiunsero indisturbati l'ingresso principale, facendo detonare le centinaia di kilogrammi di esplosivo occultato nel bagagliaio. Un boato squassò l'intera zona verde, demolendo le mura d'ingresso. Sette morti e 91 feriti, tra cui vari internazionali. Un carabiniere della polizia militare di guardia ai varchi d'accesso, l'appuntato di Altamura Domenico Matrone, si salvò grazie ad una colonna, riportando tuttavia lesioni ai timpani. Da quel giorno il clima divenne più teso. L'aria s'incupì. Il fatto che gli attentatori - talebani o chi altri - fossero arrivati fin lì, voleva dire che erano capaci di tutto, o quasi. Qualsiasi cosa poteva accadere in futuro. A rendere ancora meno allegra l'atmosfera contribuì poco tempo dopo la draconiana decisione del nuovo comandante Stanley McCrystal (Stan per gli intimi, soprannominato Swarovski dagli italiani) di proibire vendita e consumo di alcolici all'interno del quartier generale. Si racconta che avesse trovato poco lucido un ufficiale in servizio la sera in cui i tedeschi ordinarono il bombardamento di una sospetta postazione talebana (informazione rivelatasi poi errata, che causò la morte di numerosi civili innocenti e le conseguenti dimissioni dei vertici della Difesa di Berlino). Inizialmente l'ordine di bandire birra e vino fu diramato a tutte le basi sparse nel Paese e dopo vibranti proteste di vari contingenti si ridusse al comando centrale di Kabul. Da quel giorno i due ristorantini di ISAF HQ si svuotarono. Molti soldati ci andavano prima 69


solo per mangiare con l'accompagnamento di un qualcosa di alcolico. Senza di quello tanto valeva andare alla pur non entusiasmante mensa militare (ma c'era qualcuno che scolava in camerata qualche bottiglia entrata di straforo). Cliente abituale di Ciano, a ridosso dell'ora di chiusura era Fernando Gentilini, un funzionario della Farnesina con lunghi trascorsi all'Unione europea. Con la caduta di Romano Prodi, di cui era stato consigliere diplomatico aggiunto, aveva lasciato Palazw Chigi per approdare poco dopo a Kabul come rappresentante civile delJa NATO. Viveva e lavorava pure lui all'interno di ISAF. Con qualche privilegio in più, dato il rango di ambasciatore NATO, ma sostanzialmente nella stessa barca dei soldati. Anche noi due ci limitavamo a qualche commento sui fatti del giorno, per poi ricordare eventi balcanici, tramonti romani e libri vari (Gentilini ne ha scritti due e ne ha in cantiere altrettanti). Cercavamo di estraniarci, momentaneamente, da quel teatro ostile. Potenzialmente più rischioso era andare alla base italiana di Camp Invicta, al km 7 della Jalalabad Road e non solo per la maggiore distanza. La strada, di per sé, era poco raccomandabile; il pericolo lungo quel tratto aumentava per la presenza degli accampamenti americani, britannici e di alcune compagnie di contractors. Tutti bersagli in cima alla lista degli obiettivi da colpire. Cosa peraltro già awenuta in passato, ma nulla impediva il bis o anche il tris. Tuttavia ne valeva la pena. Sebbene un po' sinistro - cinque casermoni dai muri spessissimi, costruiti dai russi negli anni '80 - lo aveva reso più accogliente la continua presenza italiana. Padrone di casa al mio arrivo era Michele Risi, da poco alJa guida degli alpini di Cuneo. Fresco di servizio nella cellula UNIFIL al Palazzo di Vetro, portava con sé, oltre a doti militari non comuni, una notevole apertura internazionale. Frequenti le cene ufficiali con comandanti ISAF, diplomatici e funzionari. Più informali invece le tavolate della polizia militare. Non mancava settimana che il comandante Querini non invitasse il capo dei carabinieri UE Nicola Mangialavori. La pratica s'intensificò con l'arrivo in EUPOL del generale Umberto Rocca; al grado apicale corrispose una maggiore attenzione alla cucina. Anche se l'alto ufficiale non aveva particolari pretese culinarie, il rancio degli appuntati MP Novelli & Nellini fu sempre superlativo. 70


Rocca era un pioniere delle missioni di pace dell'Arma. Aveva guidato il primo contingente di carabinieri dispiegato in una missione ONU, nel '92 in Cambogia, dove peraltro c'eravamo conosciuti. Anni dopo, altra esperienza alla guida dei carabinieri in Cisgiordania. Tuttavia preferiva alternare lunghi periodi in patria. Stare in missione troppo fa perdere il contatto con la realtà - ammoniva spesso. Tu ed altri come te che ho incontrato - ripeteva a volte nei tragitti notturni sulla Jalalabad - vivete in una specie di mondo artificiale. Dovreste tornare più spesso a vedere le cose da un'altra prospettiva. Probabilmente aveva ragione, anche se nel mio caso la prolungata permanenza in prima linea non era sempre dipesa da me. Molto apprezzate anche le serate dagli sminatori. Da buoni genieri avevano costruito un forno a legna modello. Unico problema era che non sapevi mai se saresti riuscito a finire la pizza in santa pace. I sottufficiali operativi, Filippo Loiacono e Giuseppe Casella vivevano in costante allerta, pronti a scattare ad ogni emergenzaordigni, ossia molto spesso nella Kabul del nuovo millennio, dove l'esplosivo era un genere di largo consumo e facile reperibilità. I due artificieri superspecializzati rappresentano le colonne di quel gruppo di angeli custodi che, per una ventina d'anni, ha vigilato sullo sfondo delle principali spedizioni italiane. Sono anche quelli che, in patria, accorrono ad ogni ritrovamento di qualche residuato bellico. Solo loro sanno quanti attentati hanno sventato, bonificando i terreni di azione dei nostri soldati. Ora che avete i robottini e questo bestione del Buffalo il vostro lavoro è più sicuro - commentai io una delle prime volte che ci incontrammo, guardando il blindato USA alto quattro metri a prova di tutto (o quasi) e da poco in dotazione all'esercito italiano. Sì, in parte è vero - mi risposero - ma non sai quante situazioni dobbiamo fronteggiare, molte ma molte di più che in Bosnia e Kosovo: qui è allarme continuo. E me ne resi conto nelle serate trascorse nella loro cantinetta. Quando la radio chiamava Prontoskorpio-Prontoskorpio, volavano fuori come razzi. C'era stato un nuovo attentato o la minaccia di un'imminente esplosione. L'Italia si accorse di questi eroi silenziosi nell'estate del 2010. Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, riuscirono a disattivare un primo ordigno - probabilmente un'esca - nella piana di lnjil, alle porte di Herat, ma furono dilaniati da un altro, occultato a poca distanza. 71


Avevano entrambi seguito, a più riprese, i vari contingenti alpini avvicendatisi in Afghanistan. Gigli, quarantunenne sassarese, era il maestro dei guastatori di stanza in Piemonte. Si era fatto le ossa in Mozambico e Balcani con la brigata Taurinense, poi caposquadra ai primi del 2000; sei mesi a Torino e sei mesi tra Kabul e Herat negli ultimi dieci anni. Lui e il suo diretto assistente - solo loro, nessun altro - potevano mettere mano su quella che si sospettava essere una trappola esplosiva. Fecero in tempo ad accorgersene in extremis ed a far allontanare gran parte degli altri commilitoni ed abitanti del luogo. Due soldati afghani persero la vita con loro, mentre il capitano Federica Luciani rimase ferita da alcune schegge. Il terzo posto dove si andava, era l'ambasciata italiana, normalmente la domenica. Centralissima, a cento metri dal comando NATO, la sede diplomatica racchiude la cancelleria, la residenza e la chiesa della Madonna della Divina Provvidenza. La storia del luogo di culto all'interno del compound si perde nella notte dei tempi. Risale al 1919, quando l'Italia fu il primo Paese occidentale a riconoscere l'Afghanistan indipendente. A fronte di questo gesto, il sovrano Amanullah volle gratificare Roma, accogliendo la richiesta di edificare una cappellina nel perimetro della propria rappresentanza. Papa Pio x1 affidò la cura ai barnabiti, che da allora hanno mantenuto una presenza costante. Era una storia che peraltro ricordavo bene dalle conversazioni con Gianni Picco. Mi raccontava spesso di padre Panigati, leggendario sacerdote degli anni '70-80. Fluente nelle varie lingue parlate nel Paese, dialogava con tutte le etnie e le varie tribù. Altri tempi. Le cose erano cambiate, ovviamente in peggio. La presenza cattolica, nel frattempo elevata a Missio sui iuris afghanistaniensis, soffriva di riflesso l'intolleranza religiosa, affiorante in vaste aree del mondo islamico. Non avevano aiutato alcune discutibili iniziative di cappellani militari protestanti e organizzazioni non governative d'ispirazione cristiana. Nonostante ciò, il superiore ecclesiastico, padre Giuseppe Moretti, continuava imperterrito l'opera pastorale. Aveva superato - con qualche ammaccatura, rimase ferito durante un bombardamen to - gli anni della guerra civile, salvaguardando la chiesa dalla furia talebana. Non era il nuovo clima, sebbene poco rassicurante, ad impensierirlo. 72


La messa domenicale radunava un centinaio di fedeli di estrazione composita: lavoratori indiani e filippini, suore di vari ordini, funzionari internazionali, diplomatici e cooperanti. Alla destra dell'altare, accucciato in silenzio, il pastore tedesco Benji, ombra fedele del celebrante. In prima fila, pur avendo il proprio servizio religioso in caserma, il capo di ISAF Dan McNeill con a fianco il suo vice Alberto Primicerj, di recente nominato comandante delle truppe alpine. Che si ricordi, McNeill (detto bomber) non mancò una liturgia. Lo legava un rapporto speciale con padre Moretti, ma probabilmente cercava anche conforto religioso alle discusse iniziative militari che ISAF ed Enduring Freedom stavano intraprendendo. Fu quello, infatti, il periodo in cui la pratica degli air strikes contro obiettivi talebani fu intensificata, con l'inevitabile aumento del numero di vittime civili. Sebbene l'esistenza della chiesa fosse regolata da una clausola, inserita nel trattato italo-afghano del '21 (tuttora in vigore), i rapporti tra l'ambasciata e il barnabita pro-tempore ebbero andamenti altalenanti. Già negli anni '30, come narra nel suo libro di memorie il grande diplomatico Pietro Quaroni - spedito a Kabul dal regime poiché ritenuto frondista - la richiesta del governo italiano di avere un luogo di culto piuttosto che altri privilegi era stata secondo lui assai singolare. Punti di vista. Sta di fatto che la sempre più tesa situazione nel Paese generò qualche attrito tra impulsivi funzionari ministeriali italiani e l'assai più fatalista religioso. Una presenza, quella della chiesa, a volte ritenuta ingombrante, specialmente in occasione della affollata messa domenicale. Ci fu un momento in cui a padre Moretti fu chiesto di spostarla al venerdì (giornata festiva per i musulmani, e quindi teoricamente più tranquilla), la risposta fu perentoria: dominica dies Domini! La discussione finì lì, prima ancora di cominciare. La tempra del reverendo recanatese - ex rettore del prestigioso collegio «Alla Querce» di Firenze - era peraltro ben nota ai suoi interlocutori nazionali. Quando fu introdotta la richiesta scritta per uscire dal perimetro dell'ambasciata - sempre per motivi di sicurezza - Moretti con vis chiaramente polemica riempì il modulo in latino (in cancelleria ancora lo conservano). Nei momenti di tensione non rimase tuttavia mai solo; i carabinieri addetti alla vigilanza - Dario, 73


Alessandro e Cesare - durante i turni di riposo, si tramutarono in guardie svizzere, provvedendo alle necessità del presule. Fedeli alla Repubblica, ma anche a monsignor Moretti.

Passato che ritorna Incontrare civili o militari conosciuti in precedenti missioni è circostanza comune. È quasi sempre piacevole rivedersi ed anche interessante scambiare opinioni sulle diverse esperienze, ma anche ripercorrere a mente fredda eventi passati vissuti insieme. Cosi fu con Rory Stewart, giovane britannico con cui avevo condiviso la drammatica primavera 2004 a Nassiriyah. Pochi giorni dopo il mio arrivo mi dissero che era il responsabile della Turquoise Mountain Foundation, un'organizzazione sponsorizzata da Carlo d'Inghilterra e dal presidente Karzai che si occupa del restauro di edifici storici e della valorizzazione dell'artigianato tradizionale. Alla prima occasione utile andai a trovarlo. Lavorava e alloggiavanell'antico palazzo di re Abdulrahman Khan, sopra la vecchia ambasciata britannica, uno spettacolare complesso medioevale dove volontari internazionali assistevano pittori, restauratori, tessitori, ceramisti ed altri afghani esperti di arti manuali. Lo sforzo principale della fondazione consisteva nel preservare le antiche pratiche artigiane di valore. Ci stavano riuscendo egregiamente. Fuori dalla sede un team di architetti e ingegneri si prendevano cura di alcuni progetti miranti a salvare case e palazzi di pregio. Sembrava una corte rinascimentale, ricordava la Urbino di Federico u. D'altronde Rory è personaggio assai particolare, tutto fuorché banale. Ai tempi dell'università era stato precettore dei giovani Windsor. Nel 2001, a soli 28 anni, aveva lasciato il Foreign Office e, affascinato dall'Afghanistan, in sedici mesi lo aveva percorso a piedi da Herat a Kabul (accompagnato solo dal cane lupo Babur), una traversata raccontata nel The Places in Between che ha spopolato nelle librerie di mezzo mondo. In seguito aveva racchiuso l'esperienza irachena nel suo secondo libro, The Prince ofthe Marches (pubblicato anche in italiano da Ponte alle Grazie). Pure quest'ultimo volume destinato al grande pubblico. 74


Grazie Andrea per la schiettezza dei commenti - esordì il giovane Stewart. Non sempre ho condiviso le tue posizioni, ma apprezzo che ti sia voluto confrontare con me a viso aperto. All' indomani dell'uscita del libro, in cui ricostruiva dettagliatamente l'offensiva dei seguaci di Al Sadr contro il contingente italiano, gli avevo infatti scritto per congratularmi sull'opera di approfondimento di quei giorni drammatici. Rory sosteneva che la risposta della brigata italiana Ariete fosse stata assai blanda e che le istruzioni della divisione britannica venissero troppo spesso disattese. Io risposi che, alla luce di quello che era avvenuto poi, non so quanto sarebbe valsa la pena arrivare allo scontro aperto con i guerriglieri. L'attendismo italiano non mi sembrava poi così fuori luogo. Non entrai tuttavia più di tanto nel merito della querelle con gli inglesi, si trattava di questioni militari di cui sapevo fino a un certo punto. Fu Rory a ribadire che grazie all'ausilio di ricognizioni aeree i suoi connazionali erano stati in grado di monitorare tutti i movimenti delle forze tricolori. Quello che invece rimproverai all'amico inglese fu di aver solo fugacemente accennato alla morte di un militare italiano negli scontri in oggetto. Caro Rory, so che voi inglesi sopportate le perdite, ma quel soldato che menzioni en passant è morto per difendere proprio noi che eravamo assediati all'interno della palazzina della coalizione. Ha nome, cognome e grado: Matteo Vanzan, caporalmaggiore lagunare; e merita di essere ricordato. Nessuna fonte italiana o analista di difesa commentò le affermazioni contenute negli scritti di Stewart. Solamente l'ambasciatore a Londra Gian Carlo Aragona, a seguito di un programma rievocativo della BBC in cui Rory ribadì le sue posizioni, scrisse una lettera aperta a un quotidiano londinese per smontarne le accuse. Terminata la lunga parentesi irachena passammo all'Afghanistan. Non mi nascose tutto il suo pessimismo ed anche la sua profonda amarezza su come sì era evoluta la situazione. Lui, che aveva girato indifeso gli angoli più remoti del Paese, si sentiva un leone in gabbia con tutte le restrizioni in vigore. Nei due anni successivi rimase su posizioni critiche nei confronti dell'intervento internazionale, e non ha cambiato idea neanche ora che siede alla Camera dei comuni, eletto nella contea di Cumbria con i conservatori di David Cameron. 75


La deriva Con spazi di manovra sempre più limitati, l'azione internazionale non poteva che segnare il passo. Ogni nuovo attacco da parte degli insorti comportava inevitabili battute d'arresto ai programmi di assistenza. Le maggiori ripercussioni si ebbero dall'assalto alla foresteria delle Nazioni Unite nell'ottobre del 2009. Un raid commando-style, condotto all'alba da un gruppo armato fino ai denti. Ancora una volta fu un falso poliziotto a eludere la sorveglianza. I compagni scalarono le mura di cinta, per poi fare fuoco, una volta all'interno. Chi poté sgattaiolò fuori in pigiama; molti non ebbero scampo, altri rimasero materialmente sotto il letto quasi tutta la giornata. Gli assalitori tennero testa, per quasi tre ore, ai rinforzi intervenuti, prima di essere sopraffatti dalle forze regolari afghane. Alla fine si contarono dodici morti, di cui sei dipendenti internazionali delle Nazioni Unite ed una cinquantina di feriti. Il più grave attacco nella storia della presenza ONU in Afghanistan, annotò sconsolato il portavoce Adrian Edwards. Notevole lo sdegno al Palazzo di Vetro e l'apprensione che ne scaturì sul terreno. Una parte consistente del personale fu evacuata a Dubai, altre organizzazioni fecero altrettanto. Il governo afghano espresse riserve sulla decisione degli internazionali e chiese il rientro, in tempi brevi, dello staff allontanato. Ma ci vollero mesi, prima che le condizioni lo rendessero possibile. Al di là della precaria situazione sul terreno, ciò che ha influito negativamente sull'assistenza al Paese, sono state le contraddizioni dei tanti attori impegnati nello scacchiere afghano. Analizzando, come facevo io quotidianamente articoli e lanci di agenzie, si registravano con frequenza dichiarazioni divergenti. Non passava giorno che un premier europeo non esprimesse opinioni in contrasto con quelle di un omologo occidentale. Spesso le posizioni tra i titolari di Esteri e Difesa all'interno della stessa nazione risultarono differenti. Quando leggevo queste notizie al briefing mattutino, i volti del capomissione e del senior staff erano tra l'incredulo e lo sbigottito. A seguire, elencavo le perdite delle ultime 24 ore. Impressionanti. Raramente, nell'arco di una giornata, non si registrava un caduto: il più delle volte un americano, inglese o canadese, nelle regioni sud 76


ed est. Uno stillicidio. Notizie che le agenzie di stampa liquidavano con poche righe, lasciandole fuori dalla portata del grande pubblico. Gli incidenti dei britannici, in particolare, avevano tragicamente la stessa dinamica. Sempre le IED improvised explosive device. Non so chi abbia inventato questa denominazione, che lascia intendere scarsa professionalità dell'operatore. Mai ho visto mezzi improvvisati riuscire così bene nel loro intento. Sembrava proprio non esserci scampo per i soldati di Sua Maestà a bordo delle vetuste Land Rover blindate, ma anche le larghe HUMVEE americane non tenevano. Per un buon periodo di tempo sembrò andar meglio ai Lince, blindati rvEco in dotazione alle truppe tricolori. Ventinove di questi incappati in incidenti gravi - mine, razzi e bombe varie - finirono rottamati, riuscendo tuttavia a far evitare il peggio agli occupanti. Il trentesimo attacco in cui fu coinvolto un Lince fu fatale. :Cordigno, piazzato sulla strada per Farah, lo squarciò: non ci fu nulla da fare per Alessandro Di Lisio, guastatore paracadutista molisano. La quattordicesima vittima italiana di ISAF. I militari tricolori si scoprirono ali' improvviso nudi. Anche «san Lince», così soprannominato per lo scampato pericolo in ripetute occasioni, non teneva sempre. Forse i talib avevano affinato la tecnica o, più semplicemente, aumentato la quantità di esplosivo. Un altro episodio che creò un certo nervosismo in ambito ITALFOR fu la polemica a distanza tra Silvio Berlusconi e il chief of staff ISAF Marco Bertolini. Nell'ambito di un piano di rafforzamento della sicurezza dei centri urbani il presidente del Consiglio aveva annunciato l'impiego dei soldati nelle grandi città. «Invece di essere un esercito che fa la guardia al "deserto dei tartari" sarà utilizzato per combattere l'esercito del male, ovvero la criminalità», così il premier a margine di un comizio a Sassari. Parole che non erano andate giù al generale della Folgore, il quale prese carta e penna e rispose per le rime. Bertolini - figlio di un sergente maggiore sopravvissuto ad El Alamein, e con grandissimo seguito all'interno delle forze armate - in una lettera aperta al «Corriere» rilevò che quanto affermato dal primo ministro «avvilisce i soldati che, come me, operano fuori area, nonché quanti in patria, senza munizioni, senza carburante e senza ricambi per i mezzi si preparano a sostituirci», salutando ama77


reggiato «dall'avamposto della Fortezza Bastiani in Afghanistan», con ironico riferimento al romanzo di Buzzati citato da Berlusconi. La sortita dell'italiano ISAF più alto in grado poteva anche passare in sordina, trattandosi di lettera al direttore come tante, firmata solamente da nome e cognome. Fu un attento caposervizio della redazione romana de «La Stampa», Francesco Grignetti, ad accorgersene, ricostruendo la vicenda nella sua interezza in un paginone del quotidiano torinese. L'impatto in ambienti militari fu notevole, tanto che nei vari siti di congedati (e non) si aprirono dei forum, presto subissati di e-mail pro-generale. Lo stesso ministro della Difesa La Russa prese in qualche modo le distanze dalla battuta del suo diretto superiore. Dagli scranni del Senato l'ex comandante ISAF Mauro Del Vecchio, nel frattempo eletto nelle file del PD, si schierò immediatamente a fianco dell'ex collega. E non fu un caso isolato. Da ampi settori d'opposizione arrivò prontamente solidarietà. Forse un po' troppa per essere sincera, se si pensa alle storiche diffidenze tra sinistra e paracadutisti. Anche da destra qualcuno andò a ruota libera. Il deputato forzista bergamasco Gregorio Fontana adom brò sospetti di un'imminente discesa in campo di Bertolini con il centro-sinistra, ipotesi - per chi lo conosce - lontana anni luce dalla realtà. Altri fedelissimi del premier si scagliarono contro il generale, accusandolo di lesa maestà. Più cauti gli ex AN, restii a contrapporsi a una gloria della Folgore. Mi venne in mente quel che Toni Capuozzo ripete spesso in dibattiti pubblici: tanti nostri politici parlano di Kabul, Nassiriyah e Libano perché a Palazzo Chigi o Montecitorio intendano. Difficile non dargli ragione. D'altra parte le uscite di Bertolini avevano sempre fatto rumore; forse i nostri parlamentari erano di memoria corta o semplicemente non lo sapevano. Nel '97 al ministro della Difesa Beniamino Andreatta che definì omertosi i comportamenti di alcuni parà nella vicenda delle presunte torture in Somalia, Bertolini aveva replicato secco che «il termine omertà andava usato in altri ambienti e in altre occasioni». Due anni più tardi, raggiunto a Skopje - dove era il vice della forza NATO pronta a entrare in Kosovo - da Andrea Nicastro del «Corriere», dichiarò candidamente che gli imminenti raid aerei «non avrebbero risolto il problema, in assenza di una forte azione civile di supporto». Parole poco gradite al primo ministro dell'epoca 78


D'Alema, che stigmatizzò l'intervista. Ricordo la mattina che uscì il pezzo incriminato; lo feci vedere al suo ex comandante Luigi Cantone, insieme a cui lavoravo a Tirana. Marco è fatto così - mi disse l'ex capo della Folgore passato alla guida degli addestratori militari italiani in Albania - pane al pane. Un carattere schietto che gli aveva causato incidenti di percorso, ma anche una valanga di ammiratori. Bravo Marco, ad ognuno il suo. Tutti di questo tenore i messaggi di approvazione. L'eco non poteva non rimbalzare anche nella più remota postazione italiana in Afghanistan. Durò comunque lo spazio di una giornata. Con tutto quello che succedeva sul terreno, di tempo per pensare a vicende domestiche ce n'era poco. Al di là della battuta più o meno felice del presidente Berlusconi, si trattava di una proposta innovativa da prendere nella dovuta considerazione e, del resto, una riflessione sul futuro ruolo delle forze armate prima o poi non poteva non essere fatta. Statistiche alla mano, l'impiego dei soldati nelle strade e il conseguente recupero dalla vigilanza fissa di unità di polizia e carabinieri, ha fatto scendere il tasso di criminalità in molti centri. Perplessità rimangono sui costi dell'operazione, giacché le spese per le trasferte di molte compagnie e battaglioni non sono trascurabH.

Guerra lontana Sebbene sul terreno il barometro volgesse verso il basso, il sostegno per la missione nelle opinioni pubbliche occidentali rimaneva ancora considerevole. Mentre sull'Iraq di voci critiche se n'erano alzate parecchie, l'Afghanistan veniva ancora visto come «la guerra giusta». Un giudizio che per molti voleva essere un punto di equilibrio. Approvare ambedue gli interventi era da guerrafondai, condannarli entrambi da pacifisti incalliti. Uno sì e uno no metteva a posto le coscienze. A rendere meno vivo in Italia il dibattito sulla missione contribuì anche l'uscita di scena di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, a seguito delle elezioni parlamentari del 2008. Il PD aveva ben altri problemi cui pensare e comunque anche ai tempi di os e Margherita le posizioni sull'Afghanistan erano state sostanzialmente in linea con quelle del -centro-destra. 79


Di quel che accadeva da noi se ne tornava a parlare in occasione di eventi luttuosi. E neanche tanto. Al primo levarsi di una voce scomoda, interveniva puntualmente qualcuno dalla maggioran za di governo per dire che «quello era il momento del cordoglio». Giustamente. Rimane tuttavia il fatto che in un Paese distratto, perennemente avviluppato in questioni interne, se non si fa il punto sullo stato di una missione nei momenti tragici, è difficile pensare di poterlo fare in seguito. Passano un paio di giorni e di quanto avvenuto in una valle sperduta tra Herat e Farah non se ne parla più. A smuovere un po' le stantie acque afghane in Italia, ci pensò l'anno successivo la coppia di governo Bossi-Calderoli. I.:occasione fu un ennesimo attacco portato a segno contro i nostri soldati e poi le controverse elezioni presidenziali. Denunce di massicci brogli da parte dello sfidante di Hamid Karzai, l'ex ministro qegli Esteri Abdullah Abdullah ed anche della commissione elettorale indipendente, crearono sconcerto nelle capitali occidentali. Il ministro per le Riforme, con il linguaggio diretto che lo contraddistingue, lanciò un «tutti a casa». Il suo braccio destro, in un'intervista a «la Repubblica», elaborò la posizione leghista. «Occorre fare il bilancio dei risultati raggiunti e rendersi conto che la democrazia non si esporta e non s'impone - ragionava il senatore Calderoli - ed anche pensare bene se saremo in grado di sostenere ulteriori missioni». «In ogni caso - concludeva - non illudiamoci che l'intervento sia risolutivo». Lo stesso presidente del Consiglio, sulla scia della conferma finale del ritiro nel giro di dodici/diciotto mesi dei contingenti canadese e olandese, ma anche per avvicinarsi alla linea dell'importante alleato, parlò di transition strategy, «per caricare di maggiore responsabilità il nuovo governo afghano». D'altronde in Europa, ma - seppur in maniera minore - anche in America, a livello di opinione pubblica, i dubbi sull'efficacia della missione crescevano. Ricordo che, qùando partii, solo qualche amico di sinistra espresse avversione per la spedizione afghana. Uno in particolare, tra il serio e il faceto, mi chiese se ero specializzato in «missioni fallimentari in fase terminale». Una voce fuori dal coro: i più mostravano di apprezzare quello che si stava facendo li. 80


Dodici mesi dopo, non pochi dubbi sembravano affiorare anche in ambienti conservatori. Molti li esternavano più o meno sottovoce, a seconda della posizione rivestita, nei miei fugaci rientri in Italia. Anche un alto diplomatico di provata fedeltà atlantica, l'ex rappresentante alla NATO Giovanni Jannuzzi, nel suo volume Servizio di Stato, riconosce che «la richiesta di una parte politica di ridiscutere a fondo le ragioni e i metodi della presenza italiana, nel quadro di quella occidentale, non è poi tanto incongrua». Qualche asprezza si era registrata anche da parte delle famiglie di caduti al fronte. A commilitoni che si recavano a portare conforto, veniva sbarrata la porta. Arduo spiegare ad un genitore che suo figlio aveva perso la vita per difendere tutti noi da ipotetici attacchi terroristici o - ancora peggio - per esportare la democrazia. Episodi sporadici. Tant'è. Tutti segnali che un partito con forte radicamento sul territorio come la Lega Nord aveva captato in pieno. Un serrato dibattito era peraltro in corso anche in seno alla stessa amministrazione USA, come pure al Congresso. Il presidente Obama esitò non poco, prima di ordinare l'invio dei rinforzi richiesti dai comandanti sul terreno. Analogamente, non fece mistero della necessità di lower the expectations, ossia concentrarsi su obiettivi più a portata di mano. Appariva chiaro che la ricetta magica per pacificare il Paese non l'aveva in mano nessuno. Alcuni esponenti del PDL, critici delle posizioni dei loro alleati leghisti, sembravano essere poco informati della crescente complicazione del quadro afghano e dell'approccio più realistico che stava avanzando nelle principali capitali. Di lì a poco, sull'Afghanistan sarebbe caduto il governo olandese, seguito dalle dimissioni del presidente tedesco. Un altro partner di peso della coalizione, la Polonia, avrebbe annunciato l'intenzione di ritirarsi. Il tempo delle certezze non era più tale. La stessa ISAF e buona parte dei singoli Paesi membri iniziarono a modificare il proprio vocabolario ed anche alcuni concetti base. Mi avevano sorpreso ripetute affermazioni pubbliche da parte di vari esponenti su una permanenza ventennale della NATO in Afghanistan. Anche alcune espressioni le ritenevo inopportune e, a volte, controproducenti. Chi proviene dalla scuola ONU fa a volte fatica ad adeguarsi al linguaggio dell'Alleanza. 81


L'occasione per djbattere questi aspetti deUa comunicazione fu offerta nell'ottobre del 2009 da un seminario sulla pubblica informazione, organizzato presso il NATO Defense College. Nella sessione del mattino, presi la parola per contestare la pratica comune di usare il termine victory. Siamo sicuri, mi chiesi, che la popolazione non intenda vittoria della NATO, delle potenze della coalizione o, ancor più rischioso, dei valori occidentali? Mark Laity, spin doctor di vari segretari generali e comandanti dell'Alleanza, diede relativo peso alle mie osservazioni, mentre l'assistant secretary-general for public diplomacy Jean-François Bureau, un diplomatico di carriera francese, mi disse in disparte che le aveva trovate interessanti. Nel pomeriggio, in un gruppo di lavoro cui partecipavano il presidente del Comitato militare Giampaolo Di Paola insieme al suo portavoce Massimo Panizzi, contestru l'opportunità di insistere con la parola enemy. In una fase di riconciliazione - sostenevo io - non è forse consigliabile qualificare unicamente come insurgent chiunque si opponga al governo Karzai e alla coalizione internazionale? Il pluridecorato ammiraglio riconobbe che quest'ultimo termine, piuttosto neutro, sarebbe stato preferibile, aggiungendo tuttavia che è difficile non definire nemico chi ti spara contro. Il dibattito rimaneva aperto. Quale che fosse la terminologia più appropriata, sta di fatto che, da un po' di tempo, non si sente più un uomo-NATO parlare d'impegno fino al 2020 o dintorni. Il «New York Times» annotò che nel discorso all'accademia di West Point del 1 dicembre 2009, il presidente degli Stati Uniti per la prima volta non aveva pronunciato la parola victory. Nello stessa circostanza Barack Obama annunciò che, a partire dal luglio 2011, sarebbe iniziato il progressivo disimpegno USA daU'Afghanistan. La svolta era iniziata.

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Un italiano a Kabul

Operando ne11a pubblica informazione, si ha a che fare con una varietà di interlocutori: dalla stampa ai militari, dalle istituzioni governative al volontariato, dalle organizzazioni internazionali all'imprenditoria. Non di rado, m'è capitato di registrare commenti poco lusinghieri - tra gli italiani - nei confronti di una certa categoria. Il tal giornalista che boccia in toto i diplomatici, un ambasciatore che considera quella italiana una stampa di serie B, il colonnello che non si fida dei funzionari internazionali di casa nostra e cosi via. Si generalizza - in negativo - su un determinato gruppo di persone, senza fare un minimo di autocritica nel proprio cortile, senza accorgersi che siamo - salvo rare eccezioni - lo specchio del Paese, nel bene e nel male. Come al MAE non sono tutti dei Ducci, nelle redazioni non abbondano i Bernardo Valli, come alla Difesa di ammiragli Venturoni ce ne sono stati pochi, all'oNu Gianni Picco rappresenta un esempio italiano unico e forse irripetibile. Concetti condivisi, si dirà. Ma non sempre. Di personaggi chiusi a riccio nel loro mondo, in circolazione ce ne sono ancora. I connazionali, in posti difficili e lontani, pur operando in organismi.diversi, si dovrebbero aiutare fra loro. Spesso funziona così. Tuttavia c'è anche una vecchia massima, secondo cui i peggiori nemici degli italiani all'estero sono proprio gli italiani. Un detto, certo, ma con un fondo di verità. Mai sottovalutare invidie e gelosie che covano sotto la stessa bandiera. Ogni atteggiamento disfattista, se così vogliamo chiamarlo, ma potremmo anche definirlo divisivo o separatista, ha un effetto negativo sulla capacità di fare gruppo. I danni maggiori, tuttavia, sono quelli originati da rappresentanti delle istituzioni. Il capomissione di una sede diplomatica, che tratta con sufficienza i compatrioti 83


presenti a vario titolo in una missione di pace, dà un inequivocabile segnale di sciogliete le righe all'interno della comunità nazionale. Lincoraggiamento a cooperare deve partire da lì. Se c'è una forte iniziativa da parte dell'autorità nazionale, metà dell'opera di raccordo è compiuta. Può anche capitare che qualche ambasciatore operante in un contesto dove è forte la presenza di truppe internazionali, pur con tutta la buona volontà, abbia difficoltà ad affermare quel ruolo guida che l'ordinamento dello Stato gli riconosce all'estero. Non riesco - mi è capitato di sentire - con uno staff ridotto all'osso e con fondi da sopravvivenza a tener testa ad un contingente militare grande ed organizzato come il nostro: l'Italia, prima di tutto, sono loro. Tra Esteri e Difesa, ossia tra ambasciata e contingente militare, le competenze ed i rapporti gerarchici sul campo, non sempre sono definiti con chiarezza. Il quadro all'interno del quale le due espressioni italiane debbono interagire non è mai tracciato abbastanza precisamente. Molto, al momento, è lasciato al buon senso di ciascuno ed ai rapporti personali che s'istaurano tra diplomatici e personale con le stellette. Se qualcosa va storto, se il feeling è scarso, i due binari rischiano di procedere parallelamente, senza incontrarsi mai, o quasi. A rimetterci è il cosiddetto sistema Paese, termine tanto evocato quanto poco messo in atto. Accade a volte che sia il funzionario internazionale - italiano sì, ma senza legami istituzionali - a fare da messaggero informale tra le due entità scarsamente dialoganti. A Kabul non era così. Il primo contatto con l'ambasciatore d' Italia in Afghanistan non poteva essere migliore. Pochi giorni dopo il mio arrivo, inviai le rituali due righe per segnalare la presenza in teatro. Nel giro di poche ore, ricevetti dall'email personale un «Ben arrivato Angeli, sono contento che sia qui, vediamoci presto. Ettore Sequi». Il vediamoci presto, non fu una generica frase di cortesia. Neanche due giorni dopo, mi veniva recapitato un cartoncino con stemma della Repubblica bordato d'oro per un pranzo in onore dei parlamentari europei Giulietto Chiesa e Romano La Russa. Più ancora, l'assistente Carmela Russi, mi chiamò lo stesso giorno per chiedere se potevo anticipare l'arrivo in residenza per un incontro privato con l'ambasciatore. 84


Caro Andrea - mi disse esortandomi a dargli subito dd tu - sono rimasto colpito dalla descrizione che nel tuo libro hai fatto dei soldati dimonios nei difficili giorni della strage di Nassiriyah. So che sei amico di molti sardi, spero lo sarai anche mio; abbiamo bisogno di essere uniti noi italiani, ci attendono periodi burrascosi. Puoi stame certo - risposi. Poco dopo arrivarono i primi ospiti e, a suggellare l'accordo di massima collaborazione, gli strinsi la mano pronunciando Forza Paris, l'antico motto della brigata Sassari che vuol dire forza-avanti insieme. La lunga tavola ovale era apparecchiata per ventotto. I sottopiatti d'argento con stemma sabaudo (ancora in uso in molte sedi diplomatiche) scintillavano su una tovaglia afghana ricamata a mano. Fiori ed alcune maschere carnevalesche veneziane dell'illustre artigiano di Scutari, Edmond Agoni, facevano il resto. Non fu solo il consistente numero d'invitati a colpirmi, quanto il mix di persone radunate attorno al tavolo. Erano rappresentati proprio tutti. Tra i militari, le quattro forze armate (più la sempre presente GDF) a vari livelli gerarchici. In quello, come ad altri convivi cui partecipai, accanto al generale, sedeva sempre anche un maresciallo ed un graduato, una svolta in senso americano del protocollo, che da noi ancora privilegia la separazione tra ufficiali e non. I camerieri Ghafar e Mohammad, in ricercati abiti tradizionali, servirono impeccabilmente. Al termine, Sequi si alzò in piedi per pronunciare il saluto agli illustri ospiti. Come da consuetudine, mi dissero, consegnò preziosi omaggi agli invitati d'onore ed altri due regali: il primo, ad un militare che si apprestava a lasciare l'Afghanistan e l'altro al nuovo arrivato (che poi ero io). Seguirono i discorsi dei due eurodepu~ati. Sebbene di posizioni politiche radicalmente opposte - ex corrispondente de «l'Unità>> e poi de «La Stampa» da Mosca, Chiesa era stato eletto con Rifondazione; stirpe di missini storici l'altro - entrambi illustrarono con serenità e pacatezza le loro posizioni sulla crisi afghana. Lo stesso La Russa jr. ed il capo dell'uNHCR Salvatore Lombardo, su sponde opposte, ai tempi delle vacanze estive alle pendici dell'Etna, conversarono amabilmente ricordando la Laverda 750 arancione del primo e il vespina del secondo. Le risse televisive nei tanti talk show politici di casa nostra erano lontane anni luce in quel salotto afghano. Per via della 85


distanza da Roma? Può darsi. Ma anche per quel clima di tolleranza e pluralismo che, nel quadriennio Segui, si è respirato all'ambasciata d'Italia a Kabul. Tornai alla base UE rinfrancato, con la consapevolezza di far parte di un grande Paese che univa gli sforzi per aiutare l'Afghanistan a uscire dalle secche. Carmonia, la cordialità, il rispetto reciproco, la comunità d'intenti tra i vari interlocutori nazionali, notato nella serata appena trascorsa, mi aveva colpito favorevolmente. A Kabul nel 2008, di Italia ce n'era una sola, coesa e determinata.

Ettore Segui, l'uomo che univa Ettore Francesco Segui nasce nel 1956 a Ghilarza, cittadina di cinquemila anime in provincia di Oristano che ha dato i natali all'ambasciatore Angelino Corrias e a Mario Cassari, un nunzio apostolico in prima linea nel conflitto balcanico, oltre che essere luogo d'infanzia di Antonio Gramsci. Ma la famiglia proviene da Oliena, più a est, nel nuorese. Era uno dei più brillanti studenti di Scienze Politiche - ricorda Michele Manca di Nissa, attuale responsabile UNHCR in Chad e suo collega d'università a Cagliari. Da lì il balzo in diplomazia. Muove i primi passi in carriera nella Teheran di Khomeini, un assignment - quello iraniano - che ha portato fortuna a tanti giovani di belle speranze del MAE. Le ossa se le fa a New York, alla missione presso le Nazioni Unite, nella celebrata stagione di Francesco Paolo Fulci. Segui è uno dei più stretti collaboratori dell'ambasciatore di ferro, passato alla storia per le sue battaglie contro l'allargamento, a spese dell'Italia, del Consiglio di sicurezza. Sono anni di lavoro senza sosta - i ritmi di Pulci sono impressionanti, chi si ferma è perduto - ed è li che si abitua a non far più differenza tra giorno e notte. Lo si vede, di frequente, uscire dalla missione italiana alle tre di notte e rientrare all'alba. Un impegno che dà i suoi frutti, come squadra ed anche singolarmente. Sequi gode della fiducia totale di Fulcì: insieme gestiscono i dossier più delicati. Al termine di quell'esperienza, fondamentale per la sua forma zione, torna alla Farnesina, dove al timone c'è Lamberto Dini. Ed è proprio al gabinetto del ministro che Segui viene assegnato. Con l'ex direttore generale di Bankitalia si crea un sodalizio che dura tuttora.

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Nel 2000 approda a Tirana come vice capomissione. In Albania Sequi affina l'arte del comando, affiancando ambasciatori che giocano un ruolo di primissimo piano. Nel Paese delle aquile si trova ancora una consistente e variegata guarnigione italiana, i rapporti con i militari s'infittiscono. Alla vita da caserma dell'ONU (così veniva definita la rappresentanza di New York ai tempi di Pulci) fa seguito quella vera con soldati, avieri, carabinieri, marinai e finanzieri, impegnati nell'assistenza alle forze di sicurezza albanesi e nel contrasto all'immigrazione clandestina. Ma è anche un posto dove si fa politica e spesso un diplomatico si ritrova a fare l'equilibrista, tra i giri di valzer italici ed i colpi di scena schipetari. indomito Sali Berisha torna al potere e Sequi, che con lui aveva sempre mantenuto il dialogo aperto - a differenza di chi lo aveva già considerato al capolinea - ne diventa interlocutore privilegiato. Alla fine del 2004 arriva la feluca. Non ha ancora 50 anni: ha solo il grado di consigliere d'ambasciata, qualcuno è scettico, troppo giovane per un posto delicato come Kabul. Si ricrederà presto. Approda in Afghanistan al crepuscolo dell'epoca romantica dell'intervento internazionale. Un quadriennio pieno di speranze, nel quale la vita sembra tornare pressoché normale in tutto il Paese. Insieme con lui giunge alla guida del contingente internazionale Mauro Del Vecchio; l'intesa è perfetta, lavorano all'unisono. D'altronde, il generale bersagliere è uomo di mondo: ha guidato la brigata Garibaldi a Sarajevo ed è stato alla testa del contingente ITALFOR ,c he ha fatto l'ingresso in Kosovo dopo il cessate il fuoco. Si muove bene, è stimato e rispettato. A Sequi si spalancano le porte di tutte le caserme, italiane e non. In ambasciata trova uno staff molto giovane; di funzionari pronti ad andare a Kabul non ve ne sono parecchi. Alcuni suoi stretti collaboratori sono «acerbi» - come li definisce lui - ma la maturazione sarà rapida, il luogo non permette lunghi apprendistati. Ed è quello che accade. Pierluigi Gentile, primo segretario, riconosce che un anno con Sequi «vale triplo». Ho avuto difficoltà a stargli dietro - annota .Gentile, ora consigliere a Brasilia - ma l'orgoglio di essere inserito in una squadra vincente mi ha dato la forza per non mollare mai. Un notevole aiuto lo riceve dagli addetti militari

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Valentino Buttazzo e Federico D'Apuzzo, entrambi paracadutisti di lungo corso. Il secondo, in particolare, ha trascorsi di comando nella missione Nibbio, nel sud-est, a Khost. Al servizio di Enduring Freedom - la missione parallela a NATO-ISAF che gli angloamericani conducono in funzione antiterrorismo - apprende molti elementi utili per una visione d'insieme dell'impegno militare internazionale. Come ogni ambasciatore italiano ad alto rischio è scortato, obbligatoriamente, da una squadra di otto marcantoni del «Tuscania», il reggimento di carabinieri paracadutisti. Molte facce le conosce già dall'Albania, dove non mancavano le minacce agli inviati di Roma. E vari carabinieri ex Tirana vanno volontari a Kabul, sapendo che c'è Segui. Con lui, anche in capo al mondo - dice Luigi Quarta luogotenente caposcorta leccese con vari periodi insieme all'attivo. Mi piace, perché rispetta il nostro lavoro - gli fa eco il parigrado Marco Landi. È la mia famiglia - dice di loro Segui - siamo un tutt'uno. Infatti è così, vivono in simbiosi, otto fratelli più uno. Tanto l'affiatamento che, per molto tempo, avevo pensato che fos se lui stesso uno dei vari ufficiali di complemento dell'Arma presenti in diplomazia. In realtà aveva più che altro molti parenti carabinieri. Solo un inconveniente in sei anni. Capita anche nelle migliori famiglie. Era previsto un collegamento telefonico alle tre del mattino con il rotocalco Lineanotte. Attorno alle 22.30 da Saxa Rubra comunicano che è preferibile fare un audio-video e, pertanto, all'ora stabilita, l'ospite deve recarsi negli studi dell'Associated Press per la diretta. Uno zelante sottufficiale della scorta argomentò che i tempi per la ricognizione erano stretti e l'uscita senza preavviso avrebbe compromesso l'andata al Parlamento, prevista per la mattina successiva. Segui non fece una piega, mi prese in disparte e ci accordammo per andare aJl'ora convenuta da soli. Con l'autista Bechir, in due minuti, raggiungemmo l' AP e Giovanna Botteri da New York condusse l'intervista in triangolazione con Roma. Alle tre e mezzo eravamo già di ritorno alla base; avevamo incontrato solo un paio di cani che rovistavano nell'immondizia. La notte era il momento più sicuro per girare e comunque di Kabul Segui conosceva anche le pietre: difficile sbagliar strada. Ciò che colpisce subito del diplomatico sardo è la rapidità e precisione decisionale. Risponde con prontezza e compiutamente 88


alle innumerevoli e-mail che gli arrivano. Raramente dice vedremo: una cosa si fa o non si fa. Qualcuno sostiene che, in diplomazia, occorre riflettere a fondo. È possibile, ma nelle cancellerie c'è, a volte, chi riflette troppo (o si nasconde dietro alla dovuta riflessione per non decidere affatto). A ciò Sequi aggiunge una notevole elasticità mentale, merce che non abbonda in taluni ambienti. Ricordo una visita di Solana, in concomitanza con il tour di saluto alle missioni del ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi. Verifico i programmi: si potrebbero incontrare nel tardo pomeriggio, quando l'Alto rappresentante UE lascia il Paese e l'altro decolla per Herat al termine degli incontri in capitale. Mi sembra un gesto di cortesia nei confronti dell'uomo di governo italiano, che per due anni ha avuto costanti e proficui rapporti con lo stesso Solana. Il mancato incontro potrebbe sembrare il gesto intenzionale nei confronti dell'esponente di un esecutivo dimissionario. Ne parlo informalmente con i militari, registro facce poco convinte. Troppo complicato - mi dicono d'istinto - il programma di Parisi è fitto d'incontri (quando non lo sono le visite ufficiali!). E poi che c'entra Solana? Il nostro è in visita a ITALFOR. Non mi dò per vinto, chiamo Sequi sul cellulare. Ottima idea - esclama subito, anzi doveroso, Parisi apprezzerà. Coordinati con i miei a Camp Invicta; per telefono ci dici a che ora dobbiamo arrivare e, se necessario, aggiusto io i tempi della visita. Conoscendo tuttavia le difficoltà di uno scalo in zona di guerra, coinvolsi un addetto della torre di controllo ISAF, il capitano dell'aeronautica David Miranda e il parigrado della gestione transiti COI, Vincenzo di Tommaso. Ci riuscimmo, per una manciata di minuti. Il ministro italiano scese dall'elicottero, quando il c - 130 della Fuerza aérea de Espafia stava per mettere in moto. Solana ringraziò calorosamente il professore sardo-bolognese per il grande contributo dell'Italia alle missioni di pace e strinse vigorosamente la mano al generale Valotto, che conosceva bene dai tempi del suo comando KFOR in Kosovo. I pessimisti della vigilia si affrettarono a manifestare apprezzamento per l'iniziativa estemporanea. Sono poche le ONG tricolori in Afghanistan. Sequi comprende bene che non ci può essere missione di pace senza organizzazioni non governative e le sostiene con determinazione. 89


Da qualche tempo, l'Italia si è divisa in cairoti e stradisti, in altre parole tra i simpatizzanti del fisioterapista del Comitato internazionale della Croce Rossa Alberto Cairo ed i fedelissimi del chirurgo d'emergenza Gino Strada. Secondo la migliore tradizione nazionale, da Coppi e Bartali a Mazzola e Rivera, non è frequente trovare connazionali che ammirano o quantomeno hanno rapporti con entrambi. Ci sono giornalisti che intervistano solo lo schivo piemontese e politici che parlano unicamente di Emergency. Non si comprende perché, essendo ambedue espressioni della migliore Italia che s'impegna da anni a fianco della popolazione afghana più bisognosa. Ovvero tutto si capisce, ricordando che da noi è abitudine buttarla sempre in politica e Strada non fa mistero di essere uomo di sinistra. Poco importa che Cairo tenga per sé le proprie convinzioni. Per il centro-destra quest'ultimo diventa automaticamente il suo paladino, in funzione anti-Strada, ossia anti-sinistra. Salvo poi, tempo dopo, accorgersi che, su un tema centrale quale la (pericolosa) commistione di civili e militari nell'assistenza umanitaria, le posizioni di Cairo, come sottolineato in un recente intervento su «la Repubblica», sono assai simili a quelle del barbuto medico milanese. Sequi non segue le diatribe italiche, a prescindere dal governo in carica (nominato durante il Berlusconi 11, rimane per tutto il Prodi n e termina l'esperienza afghana sotto il Berlusconi m). Ha una solida amicizia con Alberto Cairo - che, peraltro, ogni settimana è in ambasciata per la santa messa - e visita periodicamente le tre strutture di Emergency operanti nel Paese. Normalmente, alla vigilia di Natale, l'uomo ICRC è a cena in residenza, il 25 a colazione tocca ai cooperanti di Strada. Oltre all'assistenza Sequi guarda allo sviluppo. Abbraccia l'idea che gli sembra migliore fra quelle prospettate dai suoi collaboratori: il recupero dell'oleificio di Jalalabad. Un vecchio impianto costruito dai sovietici e mai utilizzato. Allerta gli amici dell'aeronautica e nel giro di pochi giorni i torchi, forniti all'epoca dalla Rapanelli di Foligno, sono caricati su un c-130 e rispediti in Italia per la manutenzione. Il capo progetto, l'agronomo fiorentino della Cooperazione Giuliano Masini, si appassiona all'opera e a tempo di record l'oleificio avvia la produzione. :t: l'unico frantoio industriale dell'Asia meridionale, capace 90


di sfruttare i 2.200 ettari dell'oliveto della vicina Nangarhar, un potenziale di 800 tonnellate l'anno d'olio di buona qualità. Nel 2005 vengono prodotte le prime 20.000 bottiglie, ma si può andare ben oltre. I campioni, analizzati in Italia, hanno riportato la qualifica di extra vergine secondo gli standard UE. Centocinquanta operai trovano occupazione, fra loro anche qualche donna. Tempo dopo il programma si estenderà anche a Pakistan e Nepal. Alla fine l'iniziativa viene a costare solo 100.000 dollari, parte dei quali peraltro rientrati in Italia per l'acquisto di macchine agricole. Rappresenta un'alternativa concreta alla coltivazione del papavero, dato che in vaste zone semiaride dell'Afghanistan l'ulivo selvatico cresce spontaneamente. I.:esperienza al Palazzo di Vetro gli torna utile per stringere rapporti con la missione delle Nazioni Unite. Ma non basta. Alla guida di UNAMA c'è un tedesco piuttosto ostico, il verde di Francoforte Tom Konigs. Nella precedente esperienza ONU - quale direttore dell'amministrazione civile in Kosovo - ha avuto relazioni difficili con gli italiani della sua struttura. Forse dal '99 qualcosa è cambiato; tant'è che questa volta ha un assistente toscano, Alberto Brunori. Ed è con lui che il fidato braccio destro di Sequi, Nicola Minasi, allaccia una duratura amicizia, portando, di conseguenza, la missione ONU nell'orbita dell'ambasciata. Il legame forte con Konigs, tuttavia, si creerà quando viene aperto un procedimento penale nei confronti di Abdul Rahman, un quarantunenne operatore umanitario afghano convertitosi al cristianesimo. L'uomo rischia la pena capitale, le Nazioni Unite prendono posizione, il braccio di ferro con le autorità nazionali è duro. In Afghanistan l'apostasia è reato gravissimo. Konigs sa di rischiare molto. Ci penserà Sequi a togliere le castagne dal fuoco, sensibilizzando i ministri degli Esteri Fini e degli Interni Pisanu, affinché concedano, nel giro di breve tempo l'asilo politico a Rahman. Sarà un Falcon dei Servizi a portarlo a Roma in una notte di fine marzo del 2006. Una questione per la quale Sequi dovrà dare il meglio di sé, è quella riguardante la composizione del Provincia! reconstruction team, la struttura che ogni Paese mantiene nell'area di responsabilità del proprio contingente. È w1 dossier molto ingarbugliato; i risultati arriveranno a fatica. 91


Roma ha aperto il PRT a ovest, a Herat, dove è previsto il dispiegamento del grosso di ITALFOR. Ogni nazione decide il personale da inviare; di civili ce ne sono parecchi in molte di queste strutture (in quello turco sono circa il 90 per cento). Quello italiano nasce sbilanciato. Opera bene, ma sono i soldati a farla da padroni. Qualitativamente valida la presenza civile - all'inizio andò anche un ambasciatore in congedo, fluente nelle due lingue locali, Carlo Ungaro - ma assai ridotta numericamente. Di fatto ci fu una separazione, suggellata dal titolo, ufficialmente assegnato al rappresentante diplomatico di Herat: capo della componente civile del PRT. Una divisione che rischiava di rappresentare una contraddizione in termini. Il PRT è studiato per essere un'entità dove si lavora insieme, senza distinzioni tra civili e stellette. Fu Enrico de Maio - ambasciatore in Pakistan sul finire degli anni Novanta e successivamente inviato speciale italiano in Afghanistan - a pianificare la nostra presenza civile-militare per la ricostruzione. Ottima scelta Herat, all'epoca regione piuttosto stabile e con maggiori prospettive di sviluppo economico, ma la coabitazione appare difficile, fin dall'inizio. Ricorda de Maio che i militari risposero prontamente alla richiesta di personale per il PRT, mentre si fece fatica a mettere insieme un gruppo consistente di civili pronto impiego per una missione così impegnativa. Dissapori e incomprensioni nacquero anche da questo. L'anomalia ebbe serie conseguenze con l'avvento del governo Prodi, nel 2006. La poltrona di vice ministro con delega per la cooperazione toccò alla pasionaria di Rifondazione Patrizia Sentinelli, una teorica della separazione dell'azione umanitaria civile da quella dei militari. Non è dato sapere quale posizione avrebbe preso la senatrice comunista alla vista di una consistente pattuglia di civili ben integrati con i soldati nell'aiuto alla popolazione; sta di fatto che, nel giro di poco tempo, ordina ai cinque cooperanti di lasciare il PRT e trasferirsi nella struttura separata della cooperazione italiana.Il team italiano rimane totalmente militarizzato. A prescindere dalle pregiudiziali ideologiche di base sull'azione umanitaria condotta a braccetto con uomini e donne in mimetica, appare subito evidente che le priorità dei militari - impegnati con rotazioni quadri/semestrali - non coincidono con quelle di più lungo 92


periodo del personale MAE. Alcune scelte su singoli progetti vengono prese senza previa consultazione. Molti fondi sono inutilizzati.La stessa coabitazione è difficile, i cooperanti si lamentano delle eccessive limitazioni dettate dalla sicurezza nelle ricognizioni operative. Un buon numero di ONG italiane sono indisponibili ad operare nella regione ovest. :razione congiunta civili-militari, creata con il PRT, li espone a rischi d'identificazione con ISAF - argomentano alcuni cooperanti - con tutti gli inconvenienti che ciò comporta. È una fase delicata: la viceministro prospetta di concentrare nella capitale l'assistenza italiana. Sono mesi in cui Sequi fa la spola con Herat. Da Roma fa venire Massimiliano D'Antuono, suo stretto collaboratore ai tempi dell'Albania. Insieme cercano di appianare le divergenze, preparando il terreno per un reintegro, a pieno titolo, dei civili nel PRT. Dopo nottate a discutere con i militari e telespressi rassicuranti inviati alla direzione per la cooperazione della Farnesina, la frattura si ricompone. La Sentinelli, seppur convinta a metà, ritorna sui suoi passi dopo breve tempo. Di lì a poco, tuttavia, il governo perde la fiducia e sarà il nuovo esecutivo di centro-destra a rimandare, senza riserve, il grosso del personale civile con gli alpini del PRT. Pur rimanendo la diarchia, il clima e la fiducia reciproca migliorano. Sequi riesce ad assicurare mezzo milione di euro comunitari per progetti nella regione occidentale. Un suo medico di fiducia, l'italo-afghano Arif Oryakhil, affianca i dottori in divisa nella fase di avvio dell'ospedale pediatrico, una struttura costruita ex-novo dal PRT di Herat. È un progetto molto ambizioso: il coinvolgimento dell' AISPO, la ONG del San Raffaele di Milano, risulta determinante ed i militari sono riconoscenti della preziosa collaborazione fornita dagli Esteri. Il coinvolgimento della cooperazione governativa è decisiva nella ristrutturazione del carcere femminile, su cui si era molto investito. In ambasciata è tempo di abbellimenti. La prima feluca italica del nuovo corso, Domenico Giorgi, ha lavorato sodo per renderla vivibile. Non è stato facile. Nonostante i talebani avessero rispettato l'inviolabilità delle rappresentanze straniere, tutto era fatiscente dopo la lunga chiusura. Si racconta che nei giorni dell'insediamento lo stesso Giorgi, insieme a Vittorio Sgarbi - inviato del governo 93


per la riapertura della sede diplomatica - abbiano dormito su delle tavolacce di legno con sacchi a pelo militari portati dal maggiore Stefano Iasson. Anche spostarsi non era facile, la spartana Regata blu di servizio partiva solo a spinta. Grazie a qualche pezzo di valore, sollecitato al provveditorato del MAE e dei tappeti antichi avuti in regalo da capitribù, Segui fa diventare la residenza uno dei più eleganti e accoglienti salotti della capitale. Ma il colpo da maestro è il recupero di uno dei sedici monomotore venduti da~a regia aeronautica nel '38, periodo in cui i nostri uomini azzurri addestravano gli avieri di re Amanullah. Con notevoli sforzi il vetusto aeroplano IMAM RO 37, rinvenuto durante un pattugliamento dai carristi di Cordenons, viene trasportato nel giardino dell'ambasciata, dove fa bella mostra a memento di un'antica cooperazione tra i due Paesi. C'è tuttavia una persona con cui Sequi non riuscirà mai a legare. Alla fine del 2004 ha luogo l'avvicendamento alla guida del Justice Sector Reform, l'organismo che sovrintende alla riforma dell'ordinamento giudiziario afghano e del quale l'Italia ha la guida. Giuseppe di Gennaro - presidente di Cassazione ed ex capo dell'Antidroga ONU - lascia il posto a Jolanda Brunetti. Quest'ultima è un diplomatico all'apice della carriera, dotata di forte personalità. Il Consiglio dei ministri l'ha appena nominata - insieme alla collega Graziella Simbolotti - ambasciatore di grado; di fatto, una dei top twenty della Farnesina, un traguardo mai raggiunto da una donna. Alloggia in residenza, date le difficoltà di trovare una sistemazione adeguata e sicura. Tra i due c'è incompatibilità di carattere. Succede. Non sono mai semplici i rapporti, quando ad un capomissione viene affiancato un collega senior, seppur con altro incarico. Anche se, con molto stile da parte di entrambi, le ruggini affiorano solo di tanto in tanto e mai all'infuori dell'ambasciata. Di scontri in pubblico non se ne ricordano. La coabitazione durerà comunque poco più di un anno; a metà del 2006 il programma viene ridimensionato, confluendo nella Cooperazione e l'ambasciatore Brunetti tornerà in Italia al termine dei diciotto mesi del suo mandato. Grazie a Tirana e Kabul, ma anche alla sua comunicativa, Segui è molto popolare in Italia. Me ne accorgo al primo ritorno a Roma; 94


tanti mi chiedono di portargli i loro saluti, perdo il conto. La volta successiva, per non dimenticare, prendo appunti. Molti amici comuni sono giornalisti. Con loro ha maturato un rapporto particolare, tutto sviluppato in Afghanistan. Ne ha incontrati parecchi negli anni del Palazzo di Vetro e di Tirana, ma la prova del nove è a Kabul. È lì che dalla stampa sei giudicato per quello che vali. Facile intrattenere relazioni cordiali in posti tranquilli, molto più complessa la gestione dell'informazione in situazioni estreme. Da diplomatico italiano che si rispetti, sebbene con un passato di giornalista sportivo in Sardegna con l'emittente«Voce Sarda», anche lui è cresciuto portandosi dietro la naturale diffidenza per i cronisti. È un'impostazione che traspare in occasione del sequestro Cantoni, il suo primo vero banco di prova con la stampa. Il portone dell'ambasciata dopo il rilascio di Clementina rimane chiuso a oltranza. In realtà non si aprirà mai. Racconta Enzo Nucci, allora al TG3 ed ora corrispondente da Nairobi, che lui e la collega del primo canale Rai Tiziana Ferrario, sotto la pioggia battente, persero la pazienza in quelle ore concitate. In Italia erano assetati di notizit; su una vicenda che aveva suscitato l'apprensione dell'intero Paese, male dìchiarazioni ufficiali tardavano ad arrivare. Dall'ambasciata si continuava a promettere un incontro a breve con la giovane cooperante. Invece, all'improvviso, un gippone con vetri oscurati guidato da uomini dei Servizi uscì sgommando lasciando tutti a bocca asciutta. Gli operatori Rai Carlo Ruggiero ed Enrico Bellano nell'innocuo tentativo di filmare furono quasi travolti dalla vettura CD. La lezione è imparata presto, di reporter accalcati all'ingresso dell'ambasciata non se ne vedranno più. Di lì a poco Segui acquista fiducia nei giornalisti. Non si fa mai negare. Il suo cellulare è noto alla grande firma come al giovane freelance. Parla con tutti, sempre; anche nei momenti più scomodi, ne accetta i rischi. È così nel dicembr:e '09, quando si siede sullo scomodo sgabello di Otto e mezzo, superando indenne il fuoco incrociato di Lilli Gruber e del vignettista d'assalto Vauro. Dopo un paio d'anni di Afghanistan non ha davvero più bisogno del portavoce, è capacissimo di gestire la PI in prima persona. Ha anche un profondo rispetto del ruolo e del rango della stampa. Non manca di invitare a colazione quando può, i giornalisti 95


in transito. Ricordo un pranzo speciale in onore di Ettore Mo del «Corriere». Lo storico inviato di via Solferino, accompagnato dal fedele fotografo Luigi Baldelli, tornava ancora una volta, a 76 anni suonati, a scarpinare per i sentieri tortuosi dell'Afghanistan. Era commosso nell'essere ricevuto in pompa magna dall'ambasciatore del suo Paese, lui popolano e anticonformista che si era sempre aggirato fra le bettole di Mazar e le stamberghe di Kandahar. Con Hamid Karzai è simpatia a prima vista. Lei sembra proprio un afghano - gli dice sorridendo il presidente, nel ricevere le lettere di credenziali. E pure noi abbiamo molte tribù - aggiunge Sequi - riferendosi alla sua Sardegna, terra da cui ha ereditato la carnagione scura. L'amicizia si sviluppa nel corso degli anni e non verrà mai meno neanche nei momenti di attrito tra i due Paesi e con l'Occidente - e sì che ve ne sono stati. Nel frattempo, però, è tornato Zahir Shah, l'anziano monarca vissuto in esilio a Roma dal '73. Era ad un passo dal riprendere la corona; questa almeno l'indicazione scaturita dalla Loya Jirga, l'assemblea tribale degli anziani. Ma gli americani si mettono di mezzo e l'ex sovrano dovrà accontentarsi del titolo onorifico di padre della patria. Sequi non dimentica il profondo legame del re spodestato e dei monarchici con l'Italia. Regolari e affettuose sono le sue visite al palazzo a lato di quello del presidente, dove Zahir Shah risiede. Sequi è in prima fila al solenne funerale nel 2007 e il giorno prima di lasciare definitivamente l'Afghanistan, accompagnato dal capo del protocollo Hamid Sidiq, depone una corona di fiori sulla tomba, nel grande mausoleo di Tapa-e-Maranjan sulla collina che domina la capitale, dove sono sepolti vari membri dell'ex famiglia reale. Un gesto che commosse afghani di diversa estrazione sociale. Profondamente europeista, e non a parole, Sequi corre in soccorso della missione EUPOL in ripetute occasioni. Il nostro comandante, Jiirgen Scholz, sa che ci può contare ed a ogni passaggio delicato chiede l'appoggio del rappresentante italiano. Sponda naturale per il capo della missione di polizia uE dovrebbe essere, in realtà, il rappresentante dell'Unione Vendrell, ma il feeling tra i due è scarso e tocca all'ambasciatore italiano fare da tutore diplomatico. Il capo della diplomazia europea Solana, durante una visita a Kabul nell 'aprile del 2008, gli esprime riconoscenza per il concreto appoggio a EUPOL.

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Sostiene gli organismi internazionali anche in un momento di grave imbarazzo. Il vice di Vendrell, il britannico Michael Semple, viene fermato dalla polizia insieme con un funzionario ONU per gli affari politici nel sud del Paese. Entrambi accusati di contatti non autorizzati con elementi talebani di Kandahar, vengono successivamente espulsi con decreto presidenziale. Anche se gli inglesi, per la loro politica spesso disinvolta e solitaria, forse non lo meriterebbero, per $equi la solidarietà europea viene prima di tutto. Si prodiga per evitare che l'allontanamento dei funzionari internazionali - evento del tutto inusuale - pregiudichi le future relazioni del governo afghano con EU e ONU. Nonostante la notevole quantità di interlocutori occidentali, i più profondi conoscitori della complessa realtà afghana sono i russi. E il giudizio complessivo della popolazione verso di loro e rispetto al decennio di occupazione non è così negativo come noi in Occidente siamo sempre stati abituati a pensare. Cambasciatore di Mosca, che curiosamente si chiama Zamir Kabulov, frequenta l'Afghanistan dagli anni '70 ed ha ricoperto diversi incarichi a Kabul, diplomatici e non. È uomo di grande humour: famose le sue battute nei momenti di maggiore difficoltà della NATO, riprese dai principali mezzi d'informazione: «I.:Occidente sta facendo i nostri stessi errori, ma almeno noi l'Afghanistan l'abbiamo aiutato concretamente». E ancora, in occasione d'incidenti nel centro di Kabul: «Noi russi abbiamo alméno avuto il buon gusto di piazzare le guarnigioni sovietiche fuori dalle città». Insomma, una vecchia volpe. Sequi lo sa bene e riesce a entrare nelle sue grazie. Non c'è colazione o pranzo ufficiale importante, dove l'uno non inviti l'altro. Una profonda amicizia che risulta preziosa nelle fasi delicate.

Italia nel mirino La stagione delle speranze volge al termine e, a pochi mesi dal suo arrivo - nella primavera del 2005 - Sequi affronta la prima grande crisi. Nella tarda serata del 16 maggio, un'esperta di diritto umanitario, impegnata in un progetto dell'organizzazione americana CARE viene rapita. Si tratta, l'abbiamo ricordato sopra, di Clementina 97


Cantoni, milanese trentaduenne, prelevata da uomini armati mentre percorre con l'auto di servizio una via del centro di Kabul. Enorme lo sconcerto in patria. Dopo l'Iraq dei sequestri Pari-Torretta (ovvero le due Simone) e quello di Giuliana Sgrena, chiuso tragicamente con la morte di Nicola Calipari, è ora l'Afghanistan a tenere gli italiani col fiato sospeso. La pressione si concentra sull'ambasciata. Si cerca di capire se si tratti di criminalità comune o, come sembra confermare la polizia afghana, sia opera del boss locale Timor Shah, che userebbe la giovane per far liberare alcuni suoi parenti detenuti a Kabul. I giorni passano, le voci più disparate si accavallano, Clementina è data per morta dall'agenzia Reuters. Sono notti insonni per Sequi e i suoi. Punto fermo il no al blitz per liberarla, ammesso che la posizione rilevata dagli 007 di Karzai sia quella giusta - e avanti con iniziative frenetiche, a tutto campo. Carlo Azeglio Ciampi scrive a Zahir Shah, Benedetto xvi rivolge un vibrante appello per la liberazione della cooperante all'A ngelus del 5 giugno. La madre Germana si appella a tutte le madri di Kabul. CARE manda in onda un video sull'attività della loro dipendente. Fanno intervenire addirittura Michele Placido, popolarissimo anche a quelle latitudini grazie a La Piovra, trasmessa dopo la lunga astinenza tv sotto i talebani. Il commissario Cattani ritorna nelle case degli afghani, chiedendo la libertà di Clementina. Niente viene lasciato intentato e, alla fine, il 10 giugno, l'avventura si conclude felicemente. Le autorità di Kabul negano di aver fatto concessioni, e se ci sono state, non sembrano essere trascendentali. Clementina è sana e salva, già in volo per Milano. È stato un importante banco di prova, tutto ha funzionato. A Kabul giungono gli apprezzamenti di varie forze politiche e del volonlariato. La stampa italiana riconosce che le trattative sono state condotte con professionalità. Ma test più difficili attendono Sequi ed i suoi. · Non sono tuttavia solo i civili ad essere nel mirino; pochi mesi dopo, due alpini, a bordo di un Puma 6x6, saltano su una mina durante un pattugliamento nella valle di Musay, a sud-est di Kabul. Manuel Fiorito e Luca Polsinelli muoiono sul colpo. Altri della Taurinense rimangono feriti. L'Italia s'interroga: Afghanistan come Iraq? Pare proprio di sì. Sequi va sempre più spesso in visita a Camp 98


Invicta; dìscute con i comandanti, parla con i soldati, gira per gli accampamenti. La sua presenza vuol far sentire che il Paese è con loro. L'anno successivo il copione rapimenti si ripete, in uno scenario più complesso. Accade a sud-ovest, nella provincia di Helmand. Ad incappare in una banda di predoni, questa volta, è un fotografo freelance salentino, Gabriele Torsello, in viaggio su un autobus di linea dal capoluogo Lashkar Gah verso nord. Viene fatto scendere da quattro uomini armati e portato via. La notizia trapela, in maniera frammentaria, solo dopo due giorni, il 14 ottobre 2006. Sequi viene avvertito dall'agenzia californiana Zuma Press, con cui Torsello collabora; anche Emergency - nella cui struttura è stato ospite per due giorni - conferma l'avvenuto rapimento. I talebani si tirano fuori. Noi non c'entriamo - annuncia uno di loro, Muhammad Yousaf - con lui abbiamo avuto buoni rapporti; ha potuto anche fotografare le nostre attività a Musa Qala. I rapitorì si fanno vivi, sostenendo che il fotografo è una spia e che sarà liberato solo dopo il ritorno in Afghanistan di Abdul Rahman, l'afghano convertito al cristianesimo cuì l'Italìa ha garantito asilo. In alternativa, sì chìede il ritiro delle truppe trìcolorì. Sono giornate febbrili in ambasciata, il quadro è complesso, il rapito non appartiene al circuito tradizionale della stampa internazionale, pochi lo conoscono, pare che professi la fede islamica, sono i suoi stessi familiari a rivelarlo. L' intelligence si muove con maggiore difficoltà in quelle zone infide del sud. Insieme alle consuete manifestazioni di solidarietà - al suo paese Alessano, in tremila persone accorreranno per una fiaccolata; i giocatori di serie A e B scendono in campo con magliette «Liberate Gabriele Torsello» -, Sequi suggerisce di giocare la carta islamica. Si sensibilizzano le tv mediorientali, Al Jazeera in testa. Il medico italo-siriano Mohammed Nour Dachan, capo dell'Unione delle comunità musulmane, organizza una mobilitazione ad Ancona. Dopo 23 giorni di prigionia ( uno meno della Cantoni), anche Torsello è lìbero. L'ambasciatore d'Italia nega che sia stato pagate;> un riscatto e ringrazia i notabili dell'Helmand e le autorità afghane per il contributo determinante alla positiva soluzione del sequestro. A Roma tirano un altro sospiro di sollievo. A conclusione di questa spinosa vicenda, emerge il notevole gioco di squadra all'interno del Mini-

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stero degli Esteri: l'intesa con l'Unità di crisi, guidata da Elisabetta Belloni, è totale. Ma la sequela dei rapimenti non è ancora finita. La carriera, Sequi, se la gioca veramente nel 2007, in occasione della vicenda di Daniele Mastrogiacomo, un episodio che fa vacillare addirittura lo stesso governo di Roma (come pure quello afghano). Siamo ancora nella provincia di Helmand, dove il giornalista di «la Repubblica» decide di andare a intervistare il comandante militare talebano della regione, il mullah Dadullah. La stampa italiana è satura di reportage da Kabul e Herat, occorre allargare il campo. Con lui dovrebbero esserci l'inviato di «Panorama» Giovanni Porzio e Francesco Battistini del «Corriere», ma all'ultimo i due vengono trattenuti un giorno ancora nella regione ovest per un servizio sui militari italiani. Anche Antonio Carlucci de «L'espresso», con cui Mastrogiacomo ha coperto la guerra in Libano l'anno prima, è bloccato a Kabul: non ce la fa a raggiungerlo. L'inviato italiano non arriverà mai a Lashkar Gah (città dei soldati). Alle porte del capoluogo, la vettura condotta da un autista locale viene bloccata da una dozzina di miliziani affiliati allo stesso Dadullah. Armi in pugno, i tre - c'è anche un giornalista locale che funge da traduttore - sono legati e imbavagliati. Il sequestro viene rivendicato dai talebani. «Mastro», come lo chiamano gli amici, è accusato anche lui di essere una spia, british in questo caso. Forse per l'essere nato a Karachi ed essere stato presentato dal producer della tv inglese Channel 4 o magari per avere un fisico da rugbista, piuttosto che da intellettuale. Chissà. La richiesta rimane sempre la stessa: il ritiro del contingente militare. In subordine la liberazione di alcuni compagni d'armi detenuti nelle basi USA. Tutte vie impraticabili. A Roma, dopo febbrili riunioni tra presidenza del Consiglio, Esteri e Difesa, prevale la linea di avvalersi dei contatti di Emergency, anche perché sembra che le prime mosse dei servizi di sicurezza italiani non siano andate a buon fine. Uomo chiave della trattativa è Rahmatullah Hanefì, capo della logistica del loro ospedale nel sud. Giocherà un ruolo di primo piano durante tutto il sequestro. Sequi prende atto della decisione dell'esecutivo. Cerca di calmare i bollori dei nostri 007, indispettiti per il passo indietro che 100


l'ingresso di Emergency li ha costretti a fare. Rassicura i militari, anche loro - al pari del ministro della Difesa Parisi - critici per la scelta. I buoni rapporti con l'ONG sanitaria sono preziosi. Quelli di Emergency sanno che di Sequi ci si può fidare. È circondato da persone che non ci vedono di buon occhio - dicono gli uomini di Strada - ma lui è interlocutore valido e soprattutto leale. Il medico milanese chiede carta bianca e campo libero, fa sapere espressamente che rifiuta intromissioni di Servizi e soldati. L'ambasciatore italiano conosce il carattere intransigente del fondatore di Emergency, fa di tutto per evitare che le sue riserve verso pezzi dello Stato abbiano effetti deflagranti. Si tiene in contatto costante con lui e ne smorza le intemperanze. Il momento è delicatissimo. Sia Prodi che Karzai sono sotto tiro da parte delle proprie opinioni pubbliche, oltre che delle opposizioni parlamentari per aver dato via libera alle trattative. I giornalisti italiani affluiscono in massa a Kabul. Questa volta non si tratta di una tranquilla cooperante, né di un fotografo un po' fricchettone. Hanno rapito l'alfiere di una corazzata dell'informazione. E fanno sul serio; al punto che l'autista, il venticinquenne Sayed Haga, viene decapitato in video. Capannelli di cronisti assediano l'ambasciata in cerca d'indiscrezioni. Due anni di Afghanistan sono stati più che sufficienti a Sequi per capire come gestire, o quantomeno tamponare, le offensive della stampa. Negarsi mai, cellulare di servizio a tutti, salotto sempre aperto con aperitivi e sandwich al salmone a tutte le ore e due spaghetti per chi viene all'ora canonica (anche se lui non ne ha bisogno, il lunch lo salta, il vassoio della cena consiste in una spremuta d'arancia e due caffé - due in due tazzine diverse - come vada avanti lo sa solo il suo dietologo, ammesso che ne abbia uno). Chiacchiere tante, notizie poche, date le circostanze. Ma questo la maggioranza dei giornalisti lo sa bene, non vanno per cercare di carpire chissà cosa. In quei frangenti c'è solo da attendere. L'andata in ambasciata è mirata più che altro ad assicurarsi che lo stallo continui e, già che ci si trova, a nutrirsi di qualcosa che non li faccia andare al wc per i giorni a venire, eventualità ricorrente per i nuovi arrivati alle prese con i ristoranti locali. 101


Normalmente è Sequi che li fa accomodare; dopo i convenevoli subentrano il vice Minasi ed in seconda battuta, i primi segretari Sara Rezoagli e Federico Calabrese. Parola d'ordine: massima affabilità, sempre. A chiudere la serata è comunque il capomissione. Mai prima di mezzanotte, spesso molto dopo. Ultimo a lasciare la sede diplomatica, doverosamente, Attilio Bolzoni, compagno di banco a largo Pochetti del rapito e massimo esperto di mafia nel giro dei media. Perfettamente a suo agio nel passaggio dai misteri della Sicilia agli intrighi dell'Afghanistan. Intanto l'esecuzione dell'autista Haga ha provocato grave indignazione, sia a Roma che a Kabul. Crescono le voci critiche nei confronti delle trattative, che nel frattempo hanno guadagnato terreno. In Italia sembra essere tornati ai tempi del sequestro Moro. Linea della ferme.zza contro mediazione. Si profila il rilascio in cambio della liberazione di cinque talebani detenuti nelle carceri afghane. Al presidente la decisione finale. Karzai prende tempo, è una scelta difficile. Sequi gli fa visita quotidianamente e lo segue telefonicamente nelle due visite all'estero durante la prigionia del giornalista. La confidenza è tale che può permettersi di awicinarlo a ogni piè sospinto. Cerca di non approfittarne, ma la pressione da Roma è notevole; il caso deve essere chiuso al più presto: ne va anche della tenuta del già malfermo governo. Le frange di sinistra dell'alleanza che sostiene Romano Prodi hanno alzato la voce sul prolungamento della missione. Per dare un segnale politico ai sequestratori ed una rassicurazione ai gruppi parlamentari scettici, dal MAE viene lanciata la proposta di una conferenza di pace da tenersi a Roma in luglio. In diplomazia, eventi di quel tipo prevedono una lunga gestazione, negoziati sotterranei, riunioni informali ed un'intensa attività di preparazione. Annunciarla senza previa consultazione è da kamikaze. Ma è carta da giocare a tutti costi, la situazione lo impone. Un evento che può rappresentare la quadratura del cerchio nell'intricata vicenda Mastrogiacomo. Una via d'uscita che potrebbe trasformare una vicenda imbarazzante in un successo diplomatico. Tocca a Sequi remare senza sosta, per convincere afghani e partner internazionali sulla bontà dell'idea. Hector, we do it for you - gli dicono alcuni colJeghi ambasciatori cui espone l'idea di Roma - ri102


marcando i tempi stretti per l'organizzazione di un'ambiziosa riunione ministeriale. Alla fine la conferenza si fa, sebbene limitata al settore della giustizia. Il 19 marzo Mastrogiacomo viene liberato, insieme all'interprete Adjmal Nashqbandi. Il presidente Karzai ha firmato il decreto di grazia per i cinque talib per cui era chiesta la liberazione. Alcuni di questi vengono riarrestati successivamente ed uno di loro rimane ucciso in un regolamento di conti. Il caso sembra chiuso, invece non lo è. Anzi riesplode. Nel giro di poche ore, Adjmal viene riacciuffato dai sequestratori, che chiedono ulteriori concessioni al governo di Kabul per la sua definitiva liberazione. Contestualmente, le autorità afghane arrestano il mediatore di Emergency Hanefì, accusandolo di aver tenuto una condotta ambigua. In Italia l'opposizione di centro-destra insorge. Gino Strada è indignato per la detenzione del suo uomo, si sente tradito dai suoi stessi connazionali e dalle autorità locali. In Afghanistan monta la protesta, Karzai è sotto accusa per aver dato priorità alla sorte dello straniero. Sono momenti delicatissimi per Sequi. Da ogni parte gli vengono chiesti chiarimenti. Cerca di mediare, di ricomporre, ma non è facile. Hanefi verrà rilasciato solamente tre mesi dopo, scagionato da ogni accusa, grazie anche alla testimonianza dello stesso Mastrogiacomo. L'interprete Adjmal sarà assassinato barbaramente 15 giorni dopo. Ed è proprio il giornalista rapito a farsi promotore di una sottoscrizione all'interno del gruppo editoriale Espresso-Repubblica; si riusciranno a raccogliere 100.000 dollari per le famiglie dei due afghani periti tragicamente. Sarà Sequi a studiare una formula che assfcuri un vitalizio in parti uguali ai familiari. Anche il presidente Carlo Caracciolo intervenne personalmente, in un momento successivo, per sostenere alcune necessità impellenti della vedova. Tempo dopo, alcune associazioni italiane di giornalisti promossero, sotto la supervisione dell'inviato Rai Duilio Giammaria, una borsa di studio per giovani colleghi afghani intitolata proprio ad Adjmal. Le polemiche sono andate avanti per molto tempo; ancora riaffiorano di tanto in tanto. Alimentate dal fatto che altri Paesi occidentali, in analoghe situazioni, non trattano (o forse è meglio dire che non trattano sempre, o che dicono ufficialmente di non trattare). I 103


seguaci della linea della fermezza sono, a volte, gli stessi che spesso mi chiedono, provocatoriamente, se è vero che alcuni giornalisti italiani nei posti difficili raramente mettono il naso fuori dall'albergo. Se poi uno di questi si spinge oltre, fa il suo mestiere fino in fond o e gli va male, come capita, s'indignano per il fatto che debbano essere tirati fuori dai guai a spese del contribuente, anche mettendo a rischio la vita di servitori dello Stato. È una grande contraddizione, ma vallo a spiegare a chi non ha idea di cosa significhi muoversi tra Kandahar e Fallujah. Altri obiettano che debbano essere organi dello Stato a condurre le trattative, se tale è la scelta da seguire, piuttosto che un'oNG. Tesi nobile, anche se non sapremo mai nel caso Mastrogiacomo se la famiglia avrebbe rivisto Daniele senza l'intervento di Emergency, unica organizzazione italiana - va ricordato - presente in quella regione. La vicenda era maledettamente seria e intricata. Forse fu giusto tentare tutte le strade percorribili. A poca distanza dalla liberazione, Prodi dichiarò pubblicamente che «era dovere assoluto salvargli la vita», aggiungendo che, probabilmente, avrebbe trattato anche in presenza di una norma ostativa. È quel principio, caro al cardinal Tonini, secondo cui «L'umanità viene prima della legalità». Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma il paragone con la fermezza nelle vicende di casa nostra non sempre è calzante.

L'avventura europea Nella primavera del 2008, dopo quasi quattro anni di permanenza a Kabul, Ettore Sequi è uno degli ambasciatori di maggior peso all'interno del corpo diplomatico. Da mesi, a Bruxelles e nelle varie capitali, si discute sulla nomina del nuovo rappresentante speciale dell'unione. Manca l'accordo su chi dovrà rimpiazzare Francese Vendrell, in carica da quasi sei anni. Di norma, per la posizione diplenipotenziario UE - una dozzina di posti in tutto, nelle principali aree di crisi - non viene scelto un ambasciatore in servizio nello stesso Paese. Sono incarichi molto spesso appannaggio di figure dal profilo politico. Da quando è nata la politica 104


estera e di sicurezza comune, nel '92 a seguito di Maastricht, l'Italia ne ha avuto solamente uno, l'ex parlamentare socialista e poi radicale Aldo Ajello, inviato speciale per la regione africana dei Grandi Laghi. Al gabinetto dell'Alto rappresentante UE arrivano numerose segnalazioni informali in favore della nomina di Sequi. Solana ne prende atto, ma difficilmente potrà dar seguito alla candidatura senza un'iniziativa ufficiale italiana. Roma rimane alla finestra e non a torto. Da poco ha incassato la nomina NATO di Fernando Gentilini; poco probabile che, nella stessa sede, due posizioni apicali siano assegnate alla stessa nazione. Esporsi comporta dei rischi, ma è anche una partita multilaterale di primissimo livello e grande importanza. Inizia quindi un'azione diplomatica sottotraccia e in prima persona del segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo e del rappresentante presso la UE, Ferdinando Nelli Feroci. Il fronte pro Sequi inizia ad allargarsi, il tempo stringe, Vendrell - più volte prorogato - è in partenza. L'ambasciatore spagnolo Turpin ha un ruolo determinante. In un colloquio riservato con il capo di gabinetto di Solana, Enrique Mora, illustra in dettaglio la figura dell'ambasciatore italiano, concludendo che è la miglior scelta possibile. A quel punto, il processo di selezione subisce un'accelerazione e la rappresentanza permanente italiana a Bruxelles formalizza la candidatura. Nel giro di poco, il 24 luglio, il Consiglio UE ratifica la proposta di Solana: Ettore Sequi è il nuovo rappresentante speciale per l'Afghanistan; più tardi il mandato sarà esteso anche al Pakistan. La nomina giunge in un momento particolarmente delicato. In autunno emerge nelle capitali occidentali la necessità di uno sforzo rinnovato per l'Afghanistan. Il neo eletto presidente USA Barack Obama, due giorni dopo l'insediamento, annuncia che Richard Holbrooke - il supermediatore che mise fine alla guerra in Bosnia scomparso di recente - sarà il suo emissario AFPAK (acronimo in uso per i due Paesi confinanti). Le principali capitali fanno altrettanto. L'Italia sembra sul punto di mettere in campo un politico, si fa il nome dell'ex ministro degli Esteri De Michelis. L'ipotesi sfuma, anche a causa di resistenze interne al MAE; alla fine la scelta cade sul direttore generale Asia della Farnesina, Massimo Iannucci, affiancato dal ministro plenipotenziario Sergio Mercuri. 105


Il ruolo dell'inviato speciale UE acquista quindi una notevole rilevanza, non solo in teatro, ma anche nelle varie capitali, dove a cadenza mensile si tengono le riunioni dei vari emissari. Consessi a cui si attribuiscono grandi potenzialità e da cui scaturiscono impegnative dichiarazioni. Per Sequi inizia un periodo di intensità senza precedenti. Suo malgrado deve occuparsi, prioritariamente, degli aspetti relativi alla sicurezza della sede, oltre che di quella personale. Il villone che ha ospitato uffici e residenza del predecessore - nel centralissimo quartiere di Shahr-e-Now - è ritenuto dagli esperti di Bruxelles troppo esposto, alla luce della deteriorata situazione nella capitale. Ma l'alternativa non si trova e toccherà ai carabinieri assegnati alla sua protezione, di fare modifiche in grado di fronteggiare nuovi attacchi. L'ingresso viene spostato in una via laterale chiusa al traffico e tre postazioni sopraelevate, circondate da sacchetti di sabbia vengono tirate su a tempo di record. Migliorie, certo, ma lungi dall'assicurare un adeguato standard difensivo. Sequi ne è perfettamente consapevole, ma non ha scelta: prendere o lasciare. Fa un discorso franco ai suoi, li mette in guardia dai rischi accresciuti, ma chiarisce che non introdurrà misure restrittive, come hanno fatto alcuni uffici internazionali, a cominciare da altre rappresentanze comunitarie. La UE ci ha affidato un mandato - esordisce alla prima riunione con lo staff - e dobbiamo portarlo avanti, senza scuse. Avrò il massimo rispetto - conclude - per chi non se la dovesse sentire di continuare. Nessuno lascerà. Il team dell'inviato speciale UE è operativo 24 ore su 24 ed in ogni zona di Kabul, nessuno gira con giubbotto antiproiettile ed elmetto. Gli spostamenti sono su jeep blindate ( uniche vetture su cui oramai circolano gli stranieri), ma sempre con autisti locali e disarmati. L'addetto inglese alla sicurezza, Mike Mower, lo spalleggia. Il nostro personale - dice quest'ultimo - è composto da elementi in grado di giudicare autonomamente quello che si può fare e quando. Ogni funzionario è quindi responsabilizzato e non trattato da scolaretto. Una scelta che si rivelerà pagante. Gli interlocutori locali, che non hanno mancato di esprimere stupore e disappunto per la vita segregata di molti internazionali, guardano con rispetto alla voglia di normalità imposta da Sequi. Vari dipendenti di altre agenzie ne 106


lodano il coraggio, disapprovando le restrizioni a loro invece imposte. Siamo troppo distanti dalla società civile - concordano numerosi diplomatici - , comprendere la realtà afghana è di per sé impresa ardua, servono sforzi supplementari; limitando i contatti la partita è persa in partenza. Servono anche ambienti accoglienti, dove gli esponenti locali in particolare si sentano a casa loro. Dall'ambasciata Sequi ·si porta dietro il cuoco Mohammad, il cameriere-maggiordomo Ghafar e l'anziano giardiniere Ghulam Rasul. Insieme riadattano alla bell'e meglio la disadorna e trascurata residenza UE. Molti pezzi d'arredamento pregiati, appartenenti a Sequi, invece di tornare in Italia vanno ad abbellire la nuova sede. Di lì a poco, l'ufficio speciale UE diventa il crocevia della Kabul che conta. Le tre settimane che mediamente il massimo diplomatico europeo trascorre a Kabul sono un tourbillon di colazioni di lavoro, pranzi e power breakfast. Un susseguirsi di incontri, scambi d'opinione, briefing con esponenti di governo, parlamentari, opinion leader, alti gradi delle forze armate. Non c'è delegazione straniera in visita, che manchi di chiedere un appuntamento con l'inviato UE. Gli ospiti si trattengono sempre più del dovuto. Nel salotto di Shahr-e-Now si dibattono temi a tutto campo; ognuno è a proprio agio e può confidare sulla massima riservatezza. Molti futuri scenari dell'Afghanistan vengono progettati proprio lì. Spessissimo si fanno le ore piccole. Da gran conversatore, Sequi raramente guarda l'orologio. Una volta l'ho lasciato alle due che ancora conversava fitto con Guido Rampoldi. Avevo portato io l'inviato di punta di «la Repubblica»: buona educazione imponeva la mia presenza fino alla fine. Crollavo dal sonno, chiesi scusa e li lasciai alle dissertazioni geopolitiche. La sera dell'annuncio dei risultati delle presidenziali che davano vincitore per la seconda volta Hamid Karzai, il contendente Abdullah Abdullah dopo aver lanciato strali ai media di mezzo mondo contro il rivale accusandolo di frodi e annunciato la rottura totale con il neo-eletto, era piombato alla rappresentanza dell'Unione all'una di notte. L'ex ministro degli Esteri, reduce da un burrascoso incontro con Karzai, sapeva che dal primo pomeriggio i principali interlocutori internazionali gravitavano attorno alla sede UE alla ricerca di 107


una strategia comune per evitare il peggio. Nonostante l'ora tarda, due ambasciatori di peso erano ancora da Sequi, esplorando le possibili vie d'uscita alla nuova crisi. Abdullah non fece mistero delle intenzioni bellicose, anticipando che, per protesta, i suoi avrebbero potuto anche prendere le armi. Il nervosismo era palpabile. La fragilissima democrazia post-taliban rischiava di collassare. Ci volle tutta la diplomazia di Sequi & C. per riportare a più miti consigli l'ex braccio destro del comandante Massoud. Abdullah lasciò la villa europea alle tre e mezzo, con la promessa che ogni rivendicazfone sarebbe stata portata avanti nell'alveo parlamentare. [Unione, dal canto suo, diede ampie assicurazioni che avrebbe fatto pressioni sul presidente, in favore di una rinnovata stagione di dialogo leale e costruttivo fra governo e opposizione. La linea della ragionevolezza prevalse. Le polemiche si smorzarono nel giro di poco tempo e la vita politica riprese in un clima più disteso. Quella notte fu forse evitata un'ennesima guerra civile in Afghanistan. La giornata peraltro non termina mai con la partenza dell'ultimo ospite. Avere ufficio e residenza insieme, ossia casa e bottega, per Sequi è una droga. Inevitabilmente si rimette al computer all'una e mezzo di notte. Pensa di fare un rapido controllo della posta elettronica, ma finisce per rimanerci a lungo. I carabinieri del turno di notte si domandano quando dorma, ma dopo i primi tempi non ci fanno più caso neanche loro. D'altronde è quella l'ora in cui riesce a rispondere alla gran mole di e-mail in entrata. C'è una risposta per tutti, anche nel cuore della notte. Molti si meravigliano del fatto che riesca a trovare il tempo per sbrigare la corrispondenza. Poi, vedendo l'ora di partenza del messaggio - spesso e volentieri tra le 02.00 e le 04.00 - comprendono. Altra priorità per Sequi è armonizzare le varie presenze comunitarie. Sulla poltrona della Commissione siede un tedesco piuttosto introverso, Hansjorg Kretschmer. Al contrario, assai esuberante ed indipendente, grazie alla sua ventennale esperienza di peacekeeping, è il nuovo comandante della polizia UE, Kai Vittrup. Sequi riesce a mettere tutti insieme ed a mantenere un'unitarietà quantomeno di facciata. 108


Più arduo sarà con la missione elettorale, inviata da Bruxelles nel 2009, alla cui guida era stato designato il francese Philip Morillon, ex deputato europeo, ma soprattutto il comandante dei caschi blu che aveva difeso strenuamente Srebrenica nel '93 dai primi assalti dei serbo-bosniaci. Memorabile fu la sua decisione di presidiare la cittadina assediata nei momenti di maggior tensione e la frase Je ne vous quitterai jamais, da lui lanciata alla popolazione (le cose poi, come sappiamo, andarono ben diversamente, ma non per colpa sua). Carattere autoritario e certamente non facile, Morillon, a dispetto dei settantatre anni, entra con irruenza nel teatro afghano. D'altra parte la sua missione, sebbene targata UE, è formalmente indipendente. Insieme alla vice - l'ambasciatore greca Dimitra Ioannou - il generale va dritto per la sua strada, non guarda in faccia nessuno. Tiene le distanze con le autorità nazionali come pure con gran parte dei diplomatici occidentali. Si lascia andare un po' con me e con un inglese, entrambi ex UNPROFOR, che gli ricordiamo il periodo più avvincente e drammatico della sua carriera e per questo ci tratta come compagni d'armi. Con gli altri i rapporti sono difficili, anche all'interno della sua stessa squadra. L'addetta stampa Sandra Khadouri getterà la spugna all' indomani della tornata elettorale, quando monta l'insofferenza degli afghani e di qualche capitale verso l'irruento transalpino, reo di aver denunciato un numero elevato · di brogli. In molti chiedono lumi ai vertici UE in Afghanistan. Sequi ha un gran da fare nello spiegare che la missione di Morillon non fa capo a lui. Pur tuttavia riesce a mantenere, per quanto possibile, una linea comune tra i vari attori comunitari presenti. Gli torneranno utili gli ottimi rapporti con il rappresentante francese Jean d'Amecourt, uno degli ambasciatori più autorevoli di stanza a Kabul. Di grande ausilio anche la tecnologia: nei giorni critici, dal cellulare di Sequi partono sms mirati per il ministro degli Esteri Spanta, che li gira in tempo reale a Karzai. Analogamente le risposte vengono rimbalzate a Solana. Il canale di comunicazione tra il presidente afghano e i vertici UE rimane aperto. La diplomazia dei messaggini funziona. Alla fine, smussando e ricucendo, lo strappo tra il team di osservatori e le autorità locali verrà evitato. E sì che si era ad un passo dalla rottura. 109


Le periodiche riunioni dei capomissione comunitari scorrono via con lui. Sono dure a morire le antiche diffidenze e rivalità tra diplomatici e funzionari internazionali (Kretschmer e Vendrell). Sequi invece gioca in casa con loro; in quattro anni di attività bilaterale ha sviluppato profondi legami con i colJeghi. Tutto è più semplice, si capiscono al volo. E anche i rapporti con le varie presidenze di turno - rappresentate dall'ambasciatore in loco - saranno sempre improntati alla massima cordialità e collaborazione, ma sopratutto al rispetto reciproco delJe competenze di ciascuno. Se gli è facile agire sulla piazza di casa, più impegnativo si prospetta l'azione in giro per il mondo. Il mastino Holbrooke come pure l'autorevole francese Pierre Lellouche (destinato a divenire più tardi ministro per l'Europa) e l'ex ambasciatore britannico a Kabul Sherard Cowper-Coles rendono gli incontri del gruppo degli inviati AFPAK dei mini-summit. Sequi ha il vantaggio di conoscere il Paese meglio di altri e di arrivare alle riunioni sempre con notizie fresche e di prima mano. Gioca quella carta, sapendo che non sarebbe stato invece sempre possibile confidare su una linea comune dei 27. I suoi interventi sono apprezzati, come pure il filo diretto che riesce in ogni momento a mantenere con Karzai. Molti messaggi riservati per il presidente afghano al termine dei lavori vengono fatti pervenire proprio tramite lui. C'è sempre molta attesa per l'arrivo dei vari attori internazionali al capezzale del grande malato, l'Afghanistan. E di conseguenza crescono le aspettative, purtroppo spesso disattese. La questione afghana ha radici profonde e viene da molto lontano, pretendere risultati di rilievo e a breve termine da riunioni, seppur di altissimo livello, è illusorio. Ma le capitali sono ansiose; c'è bisogno di far vedere che si fa qualcosa, anche fuori dai confini del Paese. Ricordo l'attenzione mediatica ad una delle sessioni - quella parigina del settembre 2009 - cui fui chiamato a partecipare co me addetto stampa dell'inviato UE. Pensai fosse una sorta di gita premio concessa da Bruxelles, dopo diciotto mesi di permanenza a Kabul. Mi sbagliavo. Tre ore prima dell' inizio, chiamò un producer di Al Jazeera. Siamo appena usciti dal tunnel della Manica, tra poco saremo a Parigi, dobbiamo assolutamente fare una diretta con 110


Mr. Sequi per l'edizione delle 15.30, il nostro pulmino-satellitare è già parcheggiato fuori dal ministero degli Esteri, spero proprio sia fattibile - concluse l'addetto della super-tv del Golfo. Avevo appena ordinato una entrée in un elegante bistrot di Saint-Germain, quando dovetti mollare tutto, con l'evidente disappunto del cameriere oltre che mio. Per una volta che potevo mangiare bene, in pace ed a un gradevolissimo tavolino all'aperto! Sequi stava tornando da Stoccolma, reduce da un incontro a quattr'occhi con la presidenza svedese. Sarebbe atterrato al Charles de Gaulle solo alle 14.15. Conoscendolo, nutrivo pochi dubbi sul fatto che avrebbe accettato di buon grado l'opportunità, peraltro caldeggiata dal gabinetto di Solana. Tuttavia, a parte l'orario molto a ridosso dell'apertura dei lavori, il rischio di contrattempi legati al volo era da tenere in considerazione. Con le dirette c'è poco da scherzare, se saltano, il danno che si arreca alla testata televisiva è notevole. Non feci in tempo ad arrivare al Quai d'Orsay che mi raggiunse la telefonata della giornalista incaricata del servizio. Hi, this is Barbara Serra speaking. I.:astro nascente della tv - risposi io - cument'istas? Rimase sorpresa e compiaciuta dal complimento, oltre che dal come stai in sardo. Tant'è che pensò fosse Segui all'apparecchio. Sapeva infatti che era isolano. Entrambi, insieme al comandante generale dei carabinieri Gianfrancesco Siazzu, avevano ricevuto a Castelsardo nel 2008 la «Navicella», premio per sardi illustri. No, guardi, non sono sardo, ma solo un quasi membro della brigata Sassari; per questo l'ho salutata così. Di lì a poco vidi in lontananza il Ford Transit con mega parabola sul tetto: erano loro ed ormai tranquillo, proseguii la conversazione a voce. La incontravo per la prima volta, ma occupandomi d'informazione, sapevo molto di lei. Trentacinque anni, padre di Decimomannu, cresciuta all'estero, spigliata e affascinante ( una vaga somiglianza con Bianca Berlinguer), era da un paio d'anni divenuta conduttore di punta dell'edizione inglese del tg più visto nel mondo arabo. Un'eccezione, nel panorama giornalistico italiano, che raramente ha saputo proporre elementi da esportare. Me l'aspettavo un po' altezzosa, quantomeno sulle prime, come a volte accade con le star tv. Niente di tutto ciò: semplice e alla malll


no. Volendo, avrebbe potuto delegare molti aspetti della diretta al

producer, chiudendosi nel confortevole pulmino. Trattò lei con me ogni dettaglio e non certo per il fatto che fossi italiano. Barbara, ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare - esordii tralasciando i convenevoli. Tuttavia qualche rischio c'è, non mi sento di escludere contrattempi. Spero di confermarti a breve che Sequi è atterrato in orario. Intanto cerchiamo di piazzare il cavalletto della cinepresa davanti all'ingresso dei delegati, in modo che da lì si controlla meglio l'inizio della seduta e perdiamo meno tempo. Subito dopo andai a fare una rapida ricognizione di varchi e corridoi. Come tutti i grandi ministeri anche il Quai d'Orsay ha vari ingressi e passaggi riservati. Feci mente locale su quale fosse il tragitto e me lo misi bene in testa. Recuperai in sua assenza, non senza qualche resistenza di un gendarme, il pass dell'inviato UE e cominciai a telefonare, sperando di intercettare Sequi, non appena avesse toccato terra. Era del tutto all'oscuro del collegamento tv che lo attendeva e, teoricamente, poteva anche decidere di soprassedere. Mi assunsi la responsabilità dell'eventuale diniego e conseguente brutta figura. Ne valeva la pena: Al Jazeera ha un gran seguito nel mondo musulmano, un'occasione da non perdere. Dopo alcuni tentativi, verso le 14.45 riuscii ad agganciare il cellulare afghano di Sequi. Ambasciatore, perdona se senza averti prima consultato ho fissato un' intervista appena arrivi qua; è in apertura di tg, grande audience, spero sia ok per te. Sì certo, hai fatto bene - rispose senza indugio. D'accordo, allora dì all'autista di andare spedito, dovresti arrivare in tempo, speriamo non ci sia tanto traffico. La diretta andò benissimo, ci fu tempo anche per una breve rimpatriata tra sardi. Sequi fece l'ingresso nella Galerie de la Paix giusto qualche minuto prima delle parole di benvenuto del padrone di casa Bernard Kouchner. Tirai un sospiro di sollievo. Nella conferenza stampa congiunta - accanto al ministro francese ed agli inviati USA e UE, oltre al rappresentante ONU Kai Eide - incontrai uno degli storici corrispondenti del «New York Times» da Belgrado, Steven Erlanger. Appena Sequi scese dal podio, glielo presentai, parlarono fitto per mezz'ora, finché un impettito usciere in livrea di gala non ci fece cenno che doveva chiudere la sala. Un gran feeling, quello del diplomatico sardo con la stampa, con le firme 112


note e meno note, italiani e non, vecchie e nuove conoscenze, una comunicativa a 360 gradi in ogni circostanza. D'altronde, anche un paio di mesi prima a Trieste, al G8 dei M inistri degli Esteri, incentrato proprio sull'Afghanistan, le richieste d'intervista con Sequi quasi eguagliarono quelle per Solana. Ricordo la spola che dovetti fare tra il centro stampa della stazione marittima ed il Duca d'Aosta, storico hotel dove alloggiavano i delegati, traghettando in continuazione giornalisti ansiosi di registrare qualche battuta con i due rappresentanti europei. Anche se, gira e rigira, le dichiarazioni erano sempre le stesse, elementi nuovi pochi. La più bella intervista, forse, la fece Mauro Manzin de «Il Piccolo»; ricordò che Solana da neo laureato si era specializzato negli anni '70 presso il Centro internazionale di fisica teorica, a ridosso del castello di Miramare. Parlando di quegli anni giovanili venne fuori un amore profondo per Trieste ed una struggente nostalgia per quel periodo romantico. Con il capo della diplomazia europea i rapporti sono stati sempre ottimi e l'intesa pressoché totale. Una simpatia a prima vista - quella tra Solana e Sequi - che ha reso assai più facili e proficui i due anni di lavoro sotto la stessa bandiera. Non di poco conto anche l'armonia tra l'inviato UE e il rappresentante NATO Gentilini, nessuna rivalità, solo sinergie. Solana sa che Sequi è perfettamente a conoscenza, tramite il collega e amico italiano, della linea di ISAF. Questo lo rassicura. Da ex numero uno della Alleanza, Solana è consapevole di quanto sia importante essere ben informati sugli orientamenti dei militari. Si sentono spesso al telefono; ogni due mesi l'inviato a Kabul fa il punto a Bruxelles con i vertici del Consiglio UE ed in consessi importanti, dedicati all'Afghanistan, Solana e Sequi rappresentano insieme l'Unione. L'evento clou è la settimana di apertura dell'Assemblea generale ONU, a fine settembre del 2009, incentrata sull'Afghanistan. Sono giorni frenetici, costellati da svariati incontri bilaterali e fitte riunioni a livello ministeriale. Una di queste - in re.altà dedicata al Pakistan - viene presieduta da Barack Obama. Al suo fianco, nel salone del quarto piano del Waldorf Astoria ci sono un gran numero di capi di Stato e di governo, tra cui il premier italiano Silvio Berlusconi, che si compiace nel vedere un connazionale sullo scranno UE in un meeting di così alto livello. 113


Ci sono anche molti altri inviati speciali UE a New York in quei giorni; come da consuetudine, alcuni sgomitano per essere vicino al capo e per dare maggior visibilità ed attenzione alla propria area di competenza. Solana apprezza molto - mi confidò tempo dopo la portavoce Gallach - la discrezione dell'inviato a Kabul. Sempre disponibile, ma rispettosamente un passo indietro, mai invadente o peggio ancora petulante. A volte si allontana per lasciare più libero il suo indaffaratissimo superiore. Nell'ultimo giorno della sessione ONU, incocciai Solana nei corridoi della rappresentanza europea. Donde esta Héctor? Mi chiese, continuando a camminare. Non sapevo bene, risposi che lo avrei cercato prontamente. Bueno, dile que existo - disse don Javier con fare scherzoso - rimarcando che lo avrebbe visto volentieri di più. Arrivare a New York da Kabul e gettarsi a capofitto sul lavoro è impresa ardua. Aiuta senz'altro il volo non-stop (14 ore) molto confortevole della Emirates da Dubai, ma rimangono tutte le nove ore di differenza del fuso orario. In pratica, quando la giornata lavorativa nella costa orientale USA inizia, per un passeggero proveniente dall'Afghanistan è già ora di andare a dormire. L'acclimatamento è concesso agli sportivi, raramente ai superdiplomatici. Ero riuscito ad arrivare in America il giorno prima con un volo militare e puntualmente, alle 14, andai a prendere Sequi al Kennedy. Sperava di potersi rilassare nella restante parte della giornata. Lo dovetti deludere; Solana voleva vederlo subito. Con la Mercedes di Nicola de Rosa - storico accompagnatore newyorkese di tanti italiani importanti, ma anche di bambini bisognosi di speciali interventi chirurgici - facemmo una brevissima sosta nell'hotel di Lexington Avenue, per poi puntare sulla delegazione UE. Lasciammo la sede comunitaria solo a tarda sera. Solana doveva mettere a punto i vari dossier sui punti caldi del globo: non si finiva mai di parlare. La notte era diventata il giorno. Sequi riprese agevolmente i ritmi degli anni di Pulci, in cui la rappresentanza italiana di New York praticamente non chiudeva mai. Niente di nuovo per lui, solo qualche caffè in più. Lo portai fin dal primo giorno da Macchiato , un minuscolo locale sulla 44a strada, aperto da poco, dove facevano un espresso ottimo, anche per gli standard italici. 114


L'epopea fulciana tornò alla mente anche a numerosi newyorkesi stanziali. Sequi non era più stato nella metropoli dopo quel periodo. Di amici ne aveva lasciati molti; appena si sparse la voce che era a Manhattan, parecchi vollero incontrarlo o quantomeno fargli una telefonata. Ricevetti io un bel po' di chiamate, per il fatto di avere il cellulare americano. Naturalmente gli fece piacere che molti si ricordavano con affetto di lui, ma ciò rese quelle giornate - se possibile - ancora più dense di incontri, dato che Sequi, difficilmente è capace di dire di no a qualcuno, sia esso un potente o una persona umile. Non mancò un veloce lunch con un gruppo di parlamentari, guidati dal presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini. Fu subissato da così tante domande che dovette parlare tutto il tempo. Nonostante i ripetuti inviti da parte del consigliere Gianniti di assaggiare la pietanza, si fece l'ora di andare senza che avesse alzato la forchetta. Non era la prima volta che, preso dalla conversazione, Sequi lasciava intatta la portata: lo avevo visto farlo in altre occasioni. Dubito che sia riuscito a consumare più di due pasti interi nei cinque giorni della sessione ONU. Quella americana, per un certo tempo, fu l'ultima riunione di rilievo degli inviati speciali per l'Afghanistan. Nelle settimane successive, le relazioni fra il presidente Karzai e il plenipotenziario Holbrooke - leader indiscusso del gruppo - si guastarono. L'iniziativa diplomatica di quest'ultimo e di conseguenza del club degli inviati, dovettero segnare il passo. Il gelo tra i due pesi massimi dello scacchiere afghano fu anche conseguenza di un terremoto che colpì la missione ONU all'inizio dell'autunno. Da un semestre, il rappresentante delle Nazioni Unite a Kabul, il norvegese Kai Eide, era stato affiancato da un navigato vice americano, l'ex ambasciatore a Zagabria negli anni della guerra Peter Galbraith. Il nuovo uomo forte di UNAMA, figlio fra l'altro del grande economista John Kenneth, risultò subito una presenza ingombrante per Eide, ma anche e soprattutto il fautore di una linea politica maggiormente critica nei confronti del gabinetto Karzai. Il conflitto, che covava da settimane, esplose prepotentemente dopo le presidenziali di fine estate. Galbraith, da sempre vicino a Holbrooke, denunciò brogli elettorali su vasta scala. Un'accusa che Eide non 115


volle sostenere, ridimensionando la portata delle frodi e, di fatto, sconfessando il suo vice. Una frattura grave, che tuttavia non era ancora sfociata in un allontanamento o dimissioni del vicario dissidente. Tant'è che Galbraith prese parte alle varie riunioni newyorkesi accanto al suo capo. Taciturni entrambi, ma pur sempre insieme. La rottura definitiva giunse, per certi versi inaspettata, ai primi di ottobre. Con un secco comunicato, il Palazzo di Vetro annunciava che Galbraith era stato sollevato dall'incarico. Una rimozione così brusca non poteva essere priva di conseguenze. Il diplomatico USA lanciò anatemi contro la condotta, da lui giudicata reticente, della missione ONU criticando aspramente lo stesso Eide, peraltro buon amico in passato (nonché colui che gli aveva presentato quella che sarebbe poi divenuta sua moglie). Per giorni i quotidiani di mezzo mondo pubblicarono il botta e risposta tra i due emissari di Ban Ki-moon. I.:imbarazzo nei circoli internazionali fu notevole. Ancora una volta, le acque in cui Sequi dovette navigare divennero agitate. Non fu per nulla facile trovare un punto di mediazione tra la condotta oltranzista di Galbraith - in parte corroborata dalle risultanze della missione elettorale UE - e la solidarietà a Karzai, oltre che il rispetto per la sovranità afghana, riassunta nelle posizioni del rappresentante delle Nazioni Unite. Alcuni ambasciatori comunitari a Kabul, pur ostentando l'appoggio ad Eide, manifestavano in privato una certa convergenza d'opinioni con il vice defenestrato. La lacerante polemica finì per indebolire lo stesso Eide, la cui posizione divenne, nel giro di qualche settimana, piuttosto scomoda. Il sospetto, seppur lontano, di aver in qualche modo sottovalutato, se non addirittura taciuto su condotte poco cristalline durante le elezioni, minava l'attendibilità super partes del capo dell'ONU in Afghanistan. Fu proprio Eide ai primi di dicembre a prendere la decisione di non chiedere, alla naturale scadenza di marzo 2010, la proroga dell'incarico. Se le Nazioni Unite erano nella bufera, pure la NATO aveva i suoi problemi e non da poco. Anche il generale comandante di ISAF e delle truppe USA McKieman era stato brutalmente mandato a casa, dopo neanche un anno dall'assunzione dell'incarico. Un benservito 116


di una ruvidezza senza precedenti, per un avvicendamento dovuto ad un mutamento politico più che a colpe gravi o negligenze del comandante. Era dai tempi della Corea - quando il presidente Truman esonerò MacArthur - che un generale a quattro stelle non veniva defenestrato nel bel mezzo di una guerra. E neanche un promoveafur ut amoveatur: di lì a poco McKiernan lasciò l'esercito. Nel marasma della presenza internazionale in Afghanistan, Sequi rimane un punto fermo, forse l'unico per gli interlocutori locali. Per le autorità di governo ed apparati dello Stato, ma anche per i parlamentari d'opposizione e la società civile. Ambassador Sequi is someone we can count on, we trust him, dicono di lui in molti a Kabul. La UE, grazie al diplomatico italiano, diventa non solo un erogatore di fondi ma soprattutto the honest broker, un riferimento certo su cui fare affidamento. Nel momento in cui Sequi raggiunge l'apice nel suo impegno europeo, l'Unione inizia una profonda trasformazione interna.Dopo una lunga gestazione, il l dicembre del 2009 è finalmente entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Ciò comporta la nomina del nuovo Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, che sarà anche vice presidente della Commissione. Javier Solana si prepara a uscire di scena, dopo dieci anni in cui ha fatto miracoli per definire una linea condivisa tra i recalcitranti leader europei. Da mesi circola il nome dello svedese Bildt, quale ministro degli Esteri europeo, ma dopo l'elezione del conservatore Van Rompuy alla presidenza del Consiglio di Bruxelles la poltrona di capo della diplomazia tocca ad un esponente di area socialista. Ci va vicino Massimo D'Alema, ma alla fine la spunta la laburista Catherine Ashton, ministro inglese della Giustizia e, prima ancora, dell'Istruzione. Le priorità della baronessa britannica sono la creazione del servizio diplomatico europeo e l'accorpamento delle rappresentanze speciali UE con le delegazioni della Commissione. Il dopo Lisbona prevede che l'Europa sia presente nel mondo con un unico ufficio: European Union Delegation. Niente più Delegation of the European Commission né EU Special Representative's Office. La prima sede da sottoporre alla trasformazione è proprio Kabul. Normalmente i due capomissione uscenti sono fuori dalla partita, così almeno fu nel caso di Skopje - un esperimento di unificazio117


ne delle strutture UE che vidi da vicino nel 2006. Sequi lo sa bene: tuttavia sulla scia della popolarità raggiunta e dei consensi ricevuti, Roma punta sulla sua rielezione. È una sfida difficile: si vede fin dalle prime battute. Pur non essendoci consenso nel dare un taglio col passato - alcuni ambasciatori comunitari sostengono che l'uE in Afghanistan abbia trovato il suo delicato equilibrio e stia svolgendo un prezioso lavoro - è tuttavia forte il gruppo di quelli che vorrebbero volti nuovi nei posti chiave a Kabul. Cambiare gattopardescamente tutto per non cambiare nulla? Può darsi. I tempi si allungano. In molti fanno pressioni su Sequi affinché non molli. Ma sono sforzi vani. Forse è tutto già scritto. Alla fine di febbraio il lituano Vygaudas Usackas viene nominato alla guida della nuova delegazione UE a Kabul. È un ex ministro degli Esteri, oltre che ex ambasciatore a Londra e Washington. Allo stesso tempo la poltrona del rappresentante civile della NATO passa da Fernando Gentilini all'inglese Mark Sedwill. Forse, in un momento così critico per la campagna afghana, prevale la volontà degli angloamericani di avere uomini di stretta fiducia nei posti chiave. È l'ipotesi di molti analisti. Assai plausibile. Sequi accetta con serenità e spirito di servizio. Nessuna polemica da parte sua e soprattutto nessun commento agli articoli critici sulla condotta del MAE nella giostra delle nomine internazionali usciti su quotidiani italiani. Scotta la contemporanea uscita di due italiani di peso dallo scacchiere afghano. Il capo della Farnesina Frattini assicura che entrambi ricopriranno posti di rilievo all'interno del nuovo organigramma dell'Unione. Tant'è. Lasciare una sede di servizio dopo sei anni pienissimi non è impresa facile, non si sa da che parte cominciare. Sul fronte degli effetti-personali, l'inviato UE uscente sceglie la via più semplice: regala tutto o quasi. Alcuni oggetti di pregio vanno a colleghi diplomatici che gli sono stati maggiormente vicini ed a notabili locali. Antico vasellame a padre Moretti, affinché rimanga in Afghanistan. Elettrodomestici, vestiti, mobili ed arredi sono divisi tra impiegati locali ed organizzazioni umanitarie. Dona proprio tutto Sequi, anche la cosa forse più preziosa per un ambasciatore: i propri libri. Andrea, pensaci tu per favore che sai come si fa coi voli - mi disse l'ultimo giorno. Grazie alla pazienza del 118


capitano dell'aeronautica Daniele Lelli riesco a caricare quattrocento volumi (quasi 200 kg) su un c -130 per Herat. Sono un omaggio al Circolo dei Sardi «Alessandro Pibiri» di stanza al comando West. Li prende in consegna il maggiore Andrea Alciator, colonna portante della brigata Sassari nelle principali spedizioni alJ'estero. Insieme al suo braccio destro Marco Vidilì in pochi giorni catalogano tutti i testi ed allestiscono la biblioteca, che viene intitolata a Matteo Mureddu, vittima di un agguato sul suolo afghano (Pibiri era saltato su una mina a Nassiriyah nel 2006). Un legame forte quello del diplomatico con la terra d'origine. Ricambiato. In occasione di una delle mie frequenti trasferte a Herat durante il periodo di comando della Sassari ricordo di aver portato i suoi saluti ad un gruppo di soldati dell'olianese. La stessa sera il più alto in grado, il capitano Sanna, a nome dei sette di quella cittadina presenti, mi fece avere per lui una bottiglia di cannonau Nepente. A pasquetta non perse mai l'appuntamento di Camp Invicta a Kabul con il tradizionale maialetto allo spiedo. I sardi di ITALFOR si ritrovavano regolarmente tutti gli anni in un angolo della grande base, dove veniva issata per l'occasione la bandiera dei quattro mori. Tutti insieme, colonnelli e caporali, su panche di legno e tavolacci. E Sequi in mezzo, proprio come uno di loro. Per i miei trascorsi a Nassiriyah fui sempre invitato anch'io. Sono state le più belle mangiate nei tre anni d'Afghanistan. ~on mancarono mai, né potevano, le telefonate affettuose con Francesco Cossiga, essendo sempre attento il presidente emerito agli sviluppi di quelle che polemicamente definiva missioni «non di pace» e molto vicino ai dimonios isolani. Le ultime tre settimane di Sequi a Kabul sono assai concitate. Tutti lo vogliono salutare, la segretaria filippina Zarrena va in tilt per le richieste di lunch, dinner ed appuntamenti vari. Noi in ufficio riusciamo a vederlo sempre di sfuggita. Unico momento per parlarci cinque minuti con calma è dopo la mezzanotte: mi devo adeguare. Commovente il commiato da Hamid Karzai. Il presidente non si capacita di perdere quello che lui stesso definirà nel saluto ufficiale «il miglior ambasciatore delJ 'Afghanistan che abbiamo avuto in Europa». Gli conferisce la medaglia d'oro dell'ordine di Ghazi Mir Bacha Khan, la più alta onoreficenza nazionale, per «l'altissimo 119


contributo per la pace e la sicurezza». Rimarrà sempre nel cuore del nostro popolo - gli dice nell'appuntargli la medaglia sul petto. Sequi non nasconde il compiacimento. Alla cerimonia ufficiale nel palazzo presidenziale è accompagnato da Fara Abbas, una giovane collaboratrice locale. Non a caso. Vuol rilanciare il messaggio dell'Afghanization riguardo al processo di pace, ma anche ricordare che il futuro del Paese è nelle mani delle nuove generazioni, donne comprese. Al termine della parte protocollare, i due si ritirano per una buona mezz'ora nello studio privato del presidente. Il vero saluto avviene lì. Sequi gli dona - fraternamente, è proprio il caso di dirlo - una statuetta raffigurante un guerriero nuragico appartenuta a suo padre, facendo anche un parallelo fra guerrieri sardi e afghani. Il presidente, incuriosito, chiede se i sardi hanno sempre vinto le guerre nel corso dei secoli. Non sempre - replica il diplomatico - ma non sono mai stati soggiogati. Beh, allora come noi afghani - conclude abbracciandolo Karzai. U 31 marzo tutti i notabili dell'Afghanistan insieme alla comunità internazionale sono presenti al ricevimento nei saloni dell'hotel Serena. Ambasciatori e componenti del governo prendono il microfono sul podio per indirizzare un saluto al collega ed all'amico. I.:impressione che si percepisce, anche dai discorsi, è quella della fine di un'epoca. Forse è proprio così. Da diplomatico di razza però non guarda indietro. La mattina dopo, alle 6.30, nella saletta riservata dell'aeroporto è imperscrutabile. La nostalgia lo pervade - sei anni così pesano - ma non lo da a vedere. Pensa al futuro, agli impegni che lo attendono, a quello che gli riserverà il destino. Più emozionati di lui l'ambasciatore Turpin, che ha fatto una levataccia per venirlo a salutare ed il paracadutista caposcorta Federico lori, per l'ultima volta con un vip a bordo sull'insidiosissimo vialone che conduce allo scalo. Nel salutarmi sotto la scaletta riapre la cartella di pelle che portava con sé e mi consegna un prezioso cofanetto marrone. Ci tengo veramente moltissimo alla decorazione afghana - mi dice Sequi - non vorrei che, nel trambusto del viaggio di ritorno, andasse smarrita: con te è al sicuro. 120


Insieme ai carabinieri del Tuscania, atteso il decollo, ce ne tornammo mestamente in città. Niente fu come prima nei mesi successivi. Kabul è un deserto dopo la tua partenza - ebbe a scrivergli tempo dopo un ambasciatore europeo. Non era una frase di circostanza.

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Afghanistan ultimo atto

La parola d'ordine della comunità internazionale in Afghanistan all'inizio del 2010 fu surge. Ossia il rafforzamento della presenza militare ed, in qualche misura, anche civile, in conformità con quanto scaturito dalla nuova politica dell'amministrazione USA e, in particolare, del suo presidente Barack Obama. Una volontà di alzare la posta in gioco, seguita dall'annuncio di un'ipotetica data d'inizio rientro delle truppe: estate 2011. Una contraddizion~? Può sembrare. Ma i vari attori si precipitarono a spiegare che i soldati extra sarebbero serviti per un'offensiva in grande scala nelle aree del sud controllate dai talebani. Ossia, per finire il lavoro, in vista di un disimpegno. La prima azione concreta del nuovo ciclo, forte dei primi ventimila soldati americani giunti di rinforzo, fu l'attacco sferrato a Marjah. Per settimane il distretto ribelle della provincia di Helmand fu messo a ferro e fuoco, con l'intendimento di riconsegnarlo agli amministratori legati al governo centrale. I risultati di quell'operazione non sono stati del tutto chiari. A prescindere dagli scontati successi militari dell'Alleanza, non si è mai compreso bene se gli uomini di Karzai siano poi stati in grado di esercitareil governo. Secondo alcuni giornalisti anglosassoni che osarono avventurarsi in quel remoto sud, dei talib non vi era traccia durante il giorno, ma col calare delle tenebre rispuntavano porta a porta, per ricordare alla disorientata popolazione locale chi erano i veri padroni e lanciare sinistri messaggi contro eventuali collaboratori degli occidentali e dei loro luogotenenti locali. Di Marjah non si parlò più dopo il 20 giugno. Da quel giorno la stampa di tutto il mondo focalizzò il suo interesse su un lungo articolo che la rivista americana di musica, politica e cultura «Rolling Stone>>, aveva dedicato al comandante ISAF Stanley McChrystaL Un 123


reportage-shock nel quale il generale USA ed il suo entourage si lasciavano andare - più o meno intenzionalmente - a commenti assai poco lusinghieri su vari elementi di spicco dell'Amministrazione Obama. Un autentico terremoto politico-militare. Un condottiero indicato fino a ieri come risolutivo, veniva convocato a Washington per direttissima e destituito nel giro di 48 ore. La tanto decantata dottrina McChrystal diventata di colpo carta straccia. Incredibile. Il culmine di tutte le contraddizioni internazionali. Ci mancava solo questo - mi scrisse laconicamente un comandante italiano. Un'altra notizia che, sempre nell'estate 2010, fece rapidamente il giro del globo, fu la scoperta nel sottosuolo afghano di minerali preziosi e giacimenti petroliferi in abbondanza. Qualcuno si domandò come mai una rilevazione di quella portata non fosse conosciuta, in tanti anni di presenza straniera. Forse era la carta da giocare nel momento in cui la popolarità della missione nelle opinioni pubbliche occidentali andava calando sempre più. In effetti, di grandi potenzialità estrattive se ne parlava fin dal tempo dell'invasione russa. I cinesi nel 2008 sborsarono una cifra enorme per lo sfruttamento di una miniera di rame. Ricordo, in occasione di un seminario della fondazione «Italianieuropei» all'hotel Majestic di via Veneto, sul finire del 2009, di aver presentato l'ambasciatore Sequi al patron ENI Paolo Scaroni, amico veneto di vecchia data. Il primo gli chiese se il gigante italiano fosse interessato al gas afghano. Il top manager replicò, domandando se si trattasse di informazioni verificate. Glielo posso assicurare - rispose pronto l'inviato UE - notizie di fonte americana, confermatissime. Era proprio così.

Serrare le file Recita un noto proverbio che gli occidentali hanno l'orologio e gli afghani il tempo. Una battuta, ma forse molto di più. La coalizione sembra infatti non averne più molto, di tempo a disposizione. Il 2011 sarà probabilmente una data lanciata lì, per dare un segnale. O magari solo l'inizio di un ritiro che si protrarrà a lungo. Rimane il fatto che siamo alle battute finali. li conto alla rovescia è iniziato. L'avventura afghana si avvia alla conclusione. 124


Regista militare sarà David Petraeus, lo stesso generale americano a quattro stelle che ha in qualche modo chiuso la spedizione irachena. Come i suoi predecessori, ha avuto una divergenza di vedute con l'autorità politica a Washington. Prontamente rientrata. Petraeus sa che l'America non può permettersi un terzo generale in rotta di collisione con i superiori. Deve adeguarsi in tutto alla politica di Obama. Certe discussioni si potevano fare prima. Ora non più. Occorre concludere, possibilmente in maniera onorevole. Sì, ma come? Una missione stabilita per restare sine die come reagisce ad un' improvvisa accelerazione?! una bella domanda. Essere andati avanti per tanti anni senza un calendario è stata una scelta rischiosa. Molti se ne accorgono ora. In realtà, un pioniere del peacekeeping lo aveva sempre sostenuto. Sir Marrack Goulding, per 11 anni sottosegretario ONU per gli Affari politici e poi per le missioni di pace con Pérez de Cuéllar e Boutros Ghali, scomparso di recente, scriveva nel suo libro di memorie Peacemonger, che longevity in peacekeeping is not so fashionable. I fatti dell'ultimo decennio sembrano proprio dargli ragione. Non mancano, va detto, le storie di successo. Nel 2010 un manipolo di colonnelli del comando Ovest (Ceravolo, Biagini e Federici, solo per citarne alcuni) ha fatto breccia fra la popolazione nelle zone più critiche della regione nord-occidentale. I PRT di Herat comandati da Claudio Dei ed Emanuele Aresu (coadiuvati dai giovani diplomatici Giuseppe Perricone e Sergio Maffettone prima e dal consigliere Claudio Taffuri poi) sono stati portati a modello dal generale Petraeus. Un clima d'ottimismo, tuttavia bruscamente turbato in autunno da un poderoso attacco sferrato dai talebani contro l'ufficio provinciale ONU situato proprio nel centro di Herat. Anche reparti di altri Paesi hanno fatto qua e là, in alcune fasi, cose egregie. Sono tuttavia progressi che vanno valutati nel medio termine e comunque inquadrati nel contesto più generale. I sondaggi sulla popolarità delle truppe straniere - commissionati dalla stessa coalizione - non sono incoraggianti. Vi è il rischio che progressi locali siano vanificati da un' insofferenza semi-generalizzata per la presenza di forze occidentali. Le vittime civili delle operazioni aeree, le frequenti sparatorie ai check-point e lungo le strade pesano come macigni nei rapporti 125


con la popolazione. A ciò va aggiunta una diffusa stanchezza di per sé, direi fisiologica, per la presenza internazionale che, sotto diverse forme, ha occupato due terzi degli ultimi trenta anni. Certo, come obietta qualcuno, alla partenza delle forze di pace si potrebbe accentuare l'instabilità, lo pensano anche gli stessi afghani. Ma, sempre questi ultimi, ritengono che si tratterebbe di inevitabili assestamenti e che comunque non si possa vivere sotto tutela vita natural durante. La piena sovranità ha un prezzo, e sono molti i Paesi che l'hanno dovuto pagare, a volte anche caro. Le ripetute aperture del presidente Karzai ai talebani sono il segno che l'Afghanistan è pronto ad incamminarsi su un sentiero ripido e tortuoso - la coabitazione con i seguaci meno radicali del mullah Omar - pur di voltare pagina e affrancarsi dal protettorato USA-NATO. Inequivocabili le sue parole al «Washington Post» nello scorso novembre: It's not desirable for the

Afghan people lo have 100. 00 or more foreign troops going around the country endlessly. Finanche l'opinionista principe della stessa testata, David Ignatius, titolava in quei giorni: Afghans want their country back - and American should listen.

Alpini versus parà In molti Paesi si è discusso se stare o meno in Afghanistan; spesso il dibattito ha anche investito le unità da utilizzare e con quale modus operandi. Da noi se ne è sempre parlato piuttosto genericamente, ogni sei mesi, in occasione del voto parlamentare sul rifinanziamento o, sommariamente, in occasione di attacchi e perdite nelle file dei soldati tricolori. Le dissertazioni su metodi operativi sono sempre state riservate agli addetti ai lavori, fuori dalla portata del grande pubblico. Ci ha pensato un militare, Fabio Mini, a portarle alla ribalta. Platealmente. In un articolo di due pagine su «L'espresso» del luglio 2009, l'ex comandante NATO in Kosovo rifletteva sull'operato dei paracadutisti, impiegati per la prima volta a livello di brigata in Afghanistan. Secondo il generale-bersagliere, la Folgore «ha creduto a chi facendo leva sul suo spirito di corpo reclamava il riscatto dell'onore nazionale macchiato da precedenti contingenti, comandanti e governi ritenuti 126


imbecilli ed incapaci solo perché avevano sparato e si erano fatti sparare meno degli altri». In altre parole, Mini sosteneva che i parà avevano autonomamente adottato un nuovo modulo operativo - più sortite, maggiore controllo del territorio - che ha avuto ripercussioni negative. «Quattro mesi di questo atteggiamento hanno contribuito ad alterare equilibri fragilissimi. Hanno creduto che la missione si sarebbe conclusa con la loro operazione: nell'apoteosi» - così concludeva sullo storico settimanale romano l'ex capo di KFOR. Parole forti, che scatenarono un putiferio. In privato. Unica presa di posizione fu la difesa appassionata dei compagni d'arma da parte del deputato PDL e medaglia d'oro al valor militare Gianfranco Paglia. Per il resto silenzio. «La sostanziale assenza di reazioni - commentò Nico Piro del TGJ sul suo blog Tashakor - è il segno di come in Italia il tema Afghanistan sia trascurato. Una carenza bipartisan che, prima o poi, arriverà al dunque, con esiti prevedibilmente disastrosi». Da Kabul seguivamo con una certa preoccupazione l'escalation di scontri "Che vedevano coinvolti i parà. Molti di questi episodi risultavano peraltro noti anche in Italia. Nonostante l'assenza di un corrispondente sulla piazza (all'ufficio di Nuova Delhi fu data competenza solo dalla metà del 2009) l'ANSA, grazie.alla estesa rete di contatti dell'esperto di difesa Vincenzo Sinapi, era riuscita a dar conto dei principali combattimenti avvenuti ad Herat e dintorni. Tuttavia, i re~roscena, legati alle iniziative di singole unità, erano conosciuti da una cerchia ristretta di persone. Illuminante, pochi giorni dopo la pubblicazione dell'articolo polemico, fu un dibattito sulle missioni di pace organizzato dalla rassegna estiva «Cortina InConTra», al quale fui invitato insieme a Toni Capuozzo e Franco di Mare. Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, ospite d'onore della serata, nel suo intervento non fece mistero del diverso approccio che ogni brigata adotta nei teatri operativi. Riferendosi all'Afghanistan, pur senza entrare direttamente nella polemica trattata da «L'espresso», il deputato forzista fece notare alcune differenze d'impostazione tra alpini e paracadutisti. Da lì, capii che le parole di Mini - su cui si poteva o meno essere d'accordo - avevano sollevato un problema reale: come affrontare la 127


missione militare, come misurarsi con la deteriorata situazione sul terreno. Condannare sic et simpliciter quanto sostenuto dall'ex comandante del Kosovo sarebbe stato come mettere la testa sotto la sabbia. Parlammo fino a tarda notte con il vice alla Difesa, durante un pranzo offerto dal presidente di Elettronica Enzo Benigni e al quale era presente anche il capo di Stato maggiore della marina Paolo La Rosa. Crosetto, piemontese di Cuneo, lui stesso sottotenente di complemento nel 2° reggimento della Taurinense, non poteva non avere un debole per gli alpini. Oltretutto, al ministero è circondato da generali con la penna, da qualche anno in vari posti chiave di via xx Settembre. Ma è anche vero che aveva visitato ripetute volte l'area di responsabilità degli italiani, spingendosi - in mimetica, soldato tra soldati - fino all'ultimo avamposto tricolore. Ci disse che gli alpini erano più attenti a seguire le direttive impartite dai vertici romani. Tenere le briglie ai parà - osservò ancora Crosetto - non sempre risultava impresa facile. Gli ufficiali sul terreno hanno un certo grado di autonomia; logico che ognuno porti la propria fisionomia e quella dell'unità che guida.«Porsi e non imporsi» è stato ad esempio il leitmotiv del generale Veltri nel periodo di comando della Sassari, non escludendo naturalmente scontri che hanno dovuto affrontare anche loro. «Tutto quello che si è raggiunto con grandi sforzi può essere perso drammaticamente nel giro di un minuto se si commette qualche errore», ammoniva il comandante sassarese intervistato da Barbara Schiavulli su «Il Messaggero». In realtà, ogni nuova brigata che si dispiega deve fare i conti con alcune variabili esterne: in primis le direttive NATO-ISAF, ma anche la maggiore o minore forza degli insorti e la buona stagione, foriera di rinnovate offensive dei guerriglieri. Tutti fattori che possono interferire, anche notevolmente, con le direttive nazionali. La Folgore, oltretutto, arrivava con un reggimento in più, per controllare aree più vaste. Un numero maggiore di scontri era da mettere in preventivo. È quindi presumibile che i baschi amaranto - presenti nel semestre aprile ottobre 2009 - siano incappati in un periodo particolarmente delicato, ma è anche possibile che ci abbiano aggiunto del loro. Erano quasi al debutto - l'ultima presenza in teatro risaliva all'invio per quattro mesi del reggimento a Khost nel 2003 - e volevano mostrare di che pasta sono fatti. Niente di strano. 128


L'attivismo dei parà non deve offuscare o mettere in discussione l'operato di chi li ha preceduti o seguiti. A cominciare dagli alpini, i quali, va ricordato, hanno fornito in dieci anni alla missione afghana il 70 per cento del personale. Un impegno - ed un sacrificio: diciassette i soldati di montagna che hanno perso la vita - di cui dobbiamo tutti essergli riconoscenti. Ci sono giovani alpini che hanno all'attivo anche cinque semestri trascorsi sulle aspre montagne afghane. D'altronde, stabilire a che altezza mettere l'asticella, dove collocare la linea da non superare è questione aperta. Meno propensi a rischiare sono i rispettabilissimi eserciti di Germania e Spagna, nazioni che non fanno mistero di preferire una politica più attendista. Non vedo perché scandalizzarsi se anche l'Italia ha adottato una linea guardinga. Tutti ormai dicono, dal capo del Pentagono in giù, che la soluzione non può essere militare. Ergo, vale la pena spingersi sempre più avanti? Specialmente in un momento (da due anni a questa parte) in cui non si parla d'altro che di aprire un dialogo con i talebani e di scendere a patti con loro. Senza contare che i risultati di Paesi della coalizione che hanno premuto forte sull'acceleratore raramente sono stati quelli sperati. In Afghanistan, le diatribe interne alle varie forze armate sono parte di una questione molto più grande. Onore quindi alla Folgore del generale Castellano per aver fatto ,. vedere (agli americani) che, all'occorrenza, sappiamo menar le mani anche noi. Ma niente da obiettare a chi - Taurinense, Julia e Sassari - ha svolto, magari più silenziosamente, un altrettanto importante lavoro, ottenendo proprio in questi mesi il consolidamento del controllo di alcuni territori che erano divenuti off-limits. Un approccio diverso, appunto. Proprio come sosteneva, a ragione, l'esponente di governo Crosetto.

Agguato alla Folgore Al culmine dell'azione dei parà nella regione ovest, avvenne il più sanguinoso attentato di cui sono rimasti vittime gli italiani in Afghanistan. Questa volta però a Kabul, dove era dislocato il reggimento di Siena del colonnello Aldo Zizzo. 129


Ero andato anch'io all'aeroporto quella mattina, per imbarcarmi sul volo militare per Roma, da dove il giorno successivo avrei raggiunto NewYork, per le riunioni regionali a margine dell'Assemblea generale ONU. La mattinata era nitida, la voglia di partire tanta. Percorsi senza patemi i tre kilometri di stradone dritto a quattro corsie che uniscono la rotonda di Massoud all'ingresso dell'aerostazione. I primi tempi, si circola con circospezione, pensando ai tanti fatti di sangue verificatisi nelle varie zone a rischio. tAirport road era una di queste. Poi subentrano l'assuefazione ed il fatalismo, non ci si fa più caso. Il check-in ITALFOR era terminato; ci trovavamo tutti - una trentina di soldati e quattro cadetti afghani dell'accademia di Modena - nel salone transiti al piano superiore, in attesa dell'imbarco. Una fortissima esplosione ci fece sobbalzare. Dall'orecchio allenato capimmo subito che era lontana, ma anche di notevole potenza. La conferma venne non appena ci affacciammo, forzando una porta d'emergenza, in un terrazzino. Un fungo bianco s'innalzava dal centro della capitale. Ci guardammo un po' attoniti, ma senza speciale allarme: gli attentati erano tristemente all'ordine del giorno, Per ogni evenienza, chiesi ad uno dei giovani afghani di sintonizzare l'apparecchio tv in sala su Tolo, l'emittente più rapida nel trasmettere le notizie. Trascorsero neanche cinque minuti ed un reporter già informava telefonicamente dal luogo dell'incidente. Un resoconto sommario, nel quale però si parlava di askare italiayee, soldati italiani. Nonostante il racconto concitato ed il cattivo sonoro, percepii anch'io l'accenno alle nostre truppe. Volsi lo sguardo ai cadetti per conferma: annuirono tutti e quattro. Nel frattempo, dall'alto, vedevamo il capo del reparto trasporti di Novara, Ernesto Iacangelo, attaccato al telefono. Solo dall'espressione e dai gesti - non potevamo sentire per la distanza - capimmo che doveva essere accaduto qualcosa agli italiani. All'improvviso un cadetto urlò: come here, quickly! Indicando la tv. Erano arrivate le prime immagini: un Lince con l'avantreno sventrato ed un cratere e rottami metallici tutt'attorno. I volti dei soldati in sala si scurirono. Rimasero senza parole, a semicerchio davanti alla tv. Solo uno di loro aprì un varco al dubbio ricordando che anche i belgi avevano adottato il blindato IVECO. Poco dopo, il 130


video mostrò inequivocabilmente l'adesivo tricolore sul portellone posteriore. Erano un convoglio italiano. Allo smarrimento iniziale subentrarono le supposizioni sul reparto di appartenenza del mezzo corazzato e l'identità dei passeggeri. Dopo una ridda di voci, appurammo che si trattava deUa pattuglia del tenente Fortunato, la stessa che da Camp Invicta aveva trasportato poco prima buona parte dei passeggeri del nostro volo. All'aeroporto aveva caricato chi tornava dalla licenza col c-130 appena atterrato. Molti in sala si erano soffermati a salutare dal terrazzino gli amici entranti, con il classico sfottò di chi parte in licenza/finemix verso chi deve tornare al fronte. Ognuno di loro poteva essere coinvolto ed aver perso la vita; appariva evidente che c'erano dei morti. Si vociferava di almeno quattro caduti. L'avevamo capito anche senza la precisazione del cronista afghano che parlava di marg, morti. Dalle immagini che Tolo continuava a trasmettere senza sosta, tuttavia, era visibile solamente un mezzo ITALFOR. Sapendo che i Lince si muovono sempre di conserva, ci confortò quantomeno il fatto che l'altro veicolo fosse scampato all'attentato. Così, nell'immediatezza, dovette pensare anche l'operatore del mezzo mostrato in tv. Non vedendolo all'orizzonte, con la radio miracolosamente funzionante, chiamò Pegasol-Pegasol per una manciata di secondi. Non poteva immaginare, al pari di noi davanti allo schermo, che quell'ammasso di ferraglia sparsa sulla strada fosse quanto restava del primo blindato. La devastante esplosione aveva smembrato il mezzo che viaggiava in testa. Rimanemmo in aeroporto più del dovuto. In casi come questi, la torre di controllo non sa mai se far partire di gran carriera i velivoli in transito o ritardare, se non addirittura negare l'autorizzazione al decollo. Poi, di corsa, ci chiamarono. Forza, andiamo, si parte: disse il luogotenente addetto agli imbarchi, Francesco Palmieri. Pare siano sei, tutti parà - mi disse prendendomi in disparte. È proprio la squadra di Fortunato. Venivano qua quasi tutti i giorni, sono stati qui fino a poco fa ed ora non ci sono più, ti rendi conto? Ci salutammo con un abbraccio che più forte non poteva essere; lo sguardo di entrambi era rivolto verso la città: volevamo essere idealmente vicini agli amici colpiti. 131


Anche quelli della 46a - e sì che ne hanno viste tante - erano costernati. Chiesero se per caso qualcuno di noi fosse stato suUo stradone al momento dell'esplosione, che pure loro - naturalmente - avevano sentito distintamente dalla pista, neanche mezz'ora dopo l'atterraggio. Mentre mi stavo sistemando sulle panche rosse di tela dell'Hercules, squillò il telefono. Era il vicedirettore del TGS Rondoni, che chiedeva di registrare due battute sull'accaduto. Enrico, non so molto e comunque i dettagli spettano ai portavoce militari. Oltretutto hanno già acceso il primo motore, tra poco sentirai male. Certo, certo - mi disse da Roma - allora ti passo subito in sala registrazione. Neanche dieci secondi dopo - con il permesso di terminare (rapidamente) la telefonata da parte del maresciallo loadmaster dell'aeronautica - descrivevo a Luca Rigoni, conduttore dell'edizione delle 13, quello che sapevo da fonti certe, ma soprattutto quello che avevo visto dalle inconfutabili immagini di Taio. Il volo fece un primo scalo a Herat, per imbarcare altri militari. I passeggeri che salirono a bordo ci considerarono dei miracolati: ah, voi siete quelli che stamattina sono passati poco prima dell'esplosione. Beh, allora accendete un cero appena arriviamo in Italia. Da loro apprendemmo i nomi dei sei caduti e di alcuni tra i feriti. Quattro ore dopo, appena atterrati nella base militare di Abu Dhabi, dove si cambia aeromobile, ci precipitammo nella saletta transiti per cercare di vedere le notizie in tv. Sullo schermo scorsero in sequenza le foto dei sei. L'autore del servizio, Fabio Chiucconi del TG2, sottotenente parà anche lui venti anni prima, trattenne a stento la commozione durante la narrazione dell'accaduto. Un giovane caporale si chinò per baciare lo schermo quando mostrarono l'immagine del compagno di camerata Davide Ricchiuto. Io conoscevo meglio i due parà di stanza al comando ISAF. Massimiliano Randino, sguardo da attore di Hollywood, lo tormentavo regolarmente per conoscere le date dei voli militari: ancora ricordo, quando non mi decidevo, la sua voce che diceva: Angeli, aoh, se po' sapé quando voi vola. Con Roberto Valente l'amicizia risaliva al lontano '96, quando poco più che ventenne era già a Sarajevo con il generale Cantone. C'eravamo poi rivisti in Kosovo. Era un pilastro della Folgore. 132


Si erano salvati gli altri due di ISAF HQ, il napoletano Ferdinando Buono e Rocco Leo, di Francavilla Fontana. Due giovani sempre pronti a dare una mano quando avevamo da sbrigare pratiche al comando. Riportarono alcune contusioni e un forte trauma acustico. Per pura coincidenza non fu caricata nei mezzi colpiti la cronista di Radio24 Cristina Balotelli (sorella dell'idolo calcistico Mario) arrivata anche lei con lo stesso volo dall'Italia. L'attentato fu rivendicato dai talebani, ma non fu mai collegato ad attività dei militari italiani a Herat. Probabilmente il kamikaze colpì la prima pattuglia internazionale che gli venne a tiro. L'equipaggio del charter Alitalia che ci riportava a casa era affranto quanto noi. Non furono molti quelli che si appisolarono in volo, per l'agitazione ma anche per le hostess che vollero sapere tutto di quella tragica giornata. Arrivammo a Fiumicino nel cuore della notte. Un gruppetto di giornalisti ci attendeva. Pochi vollero scambiare battute. Non c'erano parole. Dal finestrino di una Land Rover mimetica uno di loro disse ai cronisti: scrivete che erano sei grandi soldati, non vi sbagliate. Percorrendo il lungotevere deserto, sul Fiat Ducato verdone targato EI per la prima volta non ammirai la bellezza della Roma notturna: mi sembrava di essere altrove. Anche gli altri rimasero in silenzio durante il tragitto verso il centro; le nostre menti erano assorte in troppi pensieri. Infilai la chiave nella serratura pensando a chi, nella propria casa, non avrebbe più fatto ritorno. Era la notte del 17 settembre 2009. L'anno dopo - stesso mese, stesso giorno - cadeva in combattimento, sulla strada che da Farah conduce a Kandahar, un altro paracadutista, l'incursore del Col Moschin Alessandro Romani.

Voli ITALFOR Quello appena terminato fu uno dei trasferimenti più tristi della mia vita. I voli militari, d'altronde, sono imprevedibili: si può passare dalla gioia del ritorno a casa, al dolore per il trasporto di un ferito; dall'allegria incosciente partendo per la missione, alla delusione per il ritorno senza aver conseguito gli obiettivi prefissati. Contentissimi 133


quando il volo parte in orario e, nel giro di poche ore, passi dalla guerra alla pace. Tutti incavolati se si va a finire in scali remoti per guasti, condimeteo o altri disguidi. Furiosi quando il volo, spesso dopo lunga attesa, è cancellato; salta la partecipazione all'evento sognato per mesi e, a volte, la stessa Jicenza non è riprogrammabile. C'è chi li ama e chi lì detesta i voli ITALFOR. Io appartengo alla prima categoria; a distanza di vent'anni, continuo a subirne il fascino. O forse mi sono talmente abituato al volo spartano che non ci faccio più caso, anzi è la normalità. Ero salito sul primo velivolo militare a Rundu, in Namibia, nel 1989. Lo pilotava il maggiore Fausto Braghieri, lo stesso - sempre fedele alla 46• - con cui ho volato altre volte, da ultimo nel 2008, poco prima che lasciasse per raggiunti limiti d'età (fosse per lui, sarebbe andato avanti chissà per quanto). Essendo missione delle Nazioni Unite, si chiamava volo ITALBATT (l'oNU identifica tutti i contingenti con le lettere iniziali del Paese e Batt per battalion, anche se l'Italia aveva, in quella spedizione, uno squadrone elicotteristi dell'esercito). Poi si sono chiamati voli ITALCON, voli ITALFOR, voli della Difesa, voli coi, voli tattici, voli strategici e forse altro. Io, per nostalgia dei tempi passati, li continuo ogni tanto a chiamare ITALBATT, anche se pochi capiscono. La prima volta fa una certa sensazione. Da un lato, è motivo d'orgoglio poter dire di essere stato su un c-130, si è quindi felici di salirci a bordo. Dall'altro, inevitabilmente, si soffre un po' per le scomodità, ma soprattutto ci si sente a disagio, non conoscendo le regole della casa. Una serie di gaffe sono da mettere in conto nei primi tre/quattro voli. In realtà, da qualche tempo hanno introdotto i briefing pre-volo; chi è attento e riesce ad ascoltare (spesso nella fusoliera non si sente quasi niente) apprende qualcosa. Prima, invece, se sapevi come funzionava, bene; altrimenti ad ogni movimento non ammesso venivi cazziato con gestacci dagli inflessibili marescialli dell'arma azzurra. Un classico è - per i neofiti - alzarsi durante il volo, terminata la fase di decollo. Se ci si trova nello spazio aereo di una zona di crisi, si rimane con la cintura aJlacciata, se si deve andare al bagno, pazienza. D'altronde, non esiste una toilette vera e propria, c'è solo una tazza in un angolino di coda dove - protetto alla meglio da una 134


tendina - ti puoi cimentare. Molti, alla prima esperienza, vedendo di che si tratta tornano sui loro passi. I più non hanno con sé i tappi per le orecchie. Se qualche anima pia vicina non ne ha un paio extra, sono dolori. A meno di essere disposti a stare per ore con le mani appoggiate ai lati della testa, si arriva a destinazione completamente assordati. Senza un giaccone peggio ancora: si passa dall'imbarco a più quaranta gradi, sudati fradici, a sottozero in quota. Nei posti laterali è come star seduti in un blocco di ghiaccio. Fondamentale, quando l'aereo è pieno - ossia sempre - sistemare le gambe al meglio. Il veterano si pone subito sulla posizione che manterrà tutto il tempo, e poco dopo sonnecchia o si addormenta. Il nuovo tentenna, non sa bene come mettersi; quando lo capisce è tardi; i già pochi spazi sono presi da chi è accanto e si deve rimanere rattrappiti per ore. Può anche capitare che l'aereo sia mezzo vuoto e, ricordando il volo precedente, sempre stipato, la panca diventa una confortevole branda. Le dormite più belle le ho fatte sul c-130 canadese che da Falconara riforniva la Sarajevo assediata. L'equipaggiò, molto easygoing, chiudeva un occhio se ci sdraiavamo sopra i sacchi di farina caricati sui pallet. Si stava una meraviglia; un po' imbiancati all'arrivo, ma quello era il meno. La sobrietà del bagaglio è d'obbligo. Sull'Hercules non ci sono cappelliere. Tutto ciò che si porta a bordo deve stare in mezzo alle gambe (non troppo divaricate). Per fortuna gli americani hanno inventato le sacche porta casco; ci metti tutto e sono della misura giusta. Nate per i piloti sono ora di uso comune. Io credo di averne comprate una ventina, di tutti i colori. Sono talmente comode che anche il famoso sarto napoletano Marinella ne ha prodotto una sua versione, assai ricercata. Occorre poi essere di poche parole, letteralmente. A bordo, il rumore dei quattro motori ad elica impedisce le conversazioni. Munirsi di carta e penna, se proprio si vuole comunicare qualcosa. Anche leggere, tuttavia, non è così agevole, dipende dalla distanza del proprio posto dai minuscoli oblò. Ma il vero dramma è l'atterraggio. L'avvicinamento alla pista nelle zone di guerra, per motivi di sicurezza, non è mai graduale, 135


bensì quasi verticale. Arrivati sopra le prime luci di segnalazione della striscia d'asfalto, inizia una picchiata che fa salire lo stomaco fino in bocca. C'è sempre qualche faccia spaurita che pensa al peggio, salvo poi rincuorarsi, vedendo che tutti fanno finta di niente. Anche qualcuno della vecchia guardia in realtà soffre non poco i repentini sbalzi di pressione, ma guai a farlo vedere: imperdonabile segno di mollezza per chi opera in zona di guerra. Generali, ambasciatori, parlamentari e mezzibusti tv vengono fatti salire, a decollo completato, nella cabina di pilotaggio e fatti accomodare in una specie di divanetto verde in terza fila, dopo piloti e motorista. A me è capitato solo una volta, per sbaglio. Arrivai a Herat con volo commerciale solo nel primo pomeriggio. Il primo c - 130 per Abu Dhabi era già andato; se ne attendeva un secondo per caricare una dozzina di parà in arrivo daJla base avanzata di Bala Murghab. Alle 17.30 il gruppo - tutti impolverati e stanchi dopo il tormentato viaggio di trasferimento - iniziò ad imbarcare: unico civile, io. Era tardi, tutte le procedure furono espletate rapidamente; un maresciallo di bordo mi salutò velocemente con un «buona sera comandante». Non ebbi tempo di replicare. Poco male - dissi tra me - mi avrà scambiato per un ufficiale qualsiasi che va in licenza in borghese. Capita, specialmente nelle tratte dove i civili sono pochissimi. Mezz'ora dopo il decollo, l'aeromobile tornò alla base; immaginammo un'avaria. Con i parà ci gua~dammo sconsolati; sapevamo che dopo il tramonto non sarebbe stato più possibile decollare, mancava mezz'ora scarsa all'imbrunire. L'aereo da Abu Dhabi per Roma sarebbe quindi partito senza di noi. Mentre ci preparavamo a scendere, si avvicinò il comandante Andrea Sbrana. Signor generale - esordì salutando militarmente - una valvola di pressurizzazione non funziona, rischiavamo di rimanere in aria senza ossigeno. È in arrivo la squadra di tecnici, forse ce la facciamo a ripararla in tempo per ripartire. Stavo per spiegare il malinteso, poi ebbi un'esitazione, pensando che con l'alto ufficiale a bordo l'opera sarebbe stata eseguita a tempo di record. Il capitano si congedò poco dopo, per seguire da vicino gli specialisti. Un paio di parà che mi conoscevano si misero a ridere. Grazie signor generale - mi dissero; avevano capito benissimo l'equivoco. Da un lato mi vergognai un po' di non aver prontamente svelato la 136


mia identità; dall'altro perdere quel volo avrebbe comportato il rinvio di una settimana per il ritorno in Italia. Il quadrimotore ripartì venti minuti dopo. Forse ce la facciamo - mi disse Sbrana prima di infilarsi in cabina di pilotaggio. Rimanemmo con le dita incrociate durante il volo sullo spazio aereo afghano, sperando di non dover tornare indietro di nuovo. Una volta fuori, era fatta. Anche se la valvola non avesse retto, sui cieli pakistani avremmo potuto tranquillamente volare a bassa altitudine. Stavo per appisolarmi, quando l'aiutante di bordo mi disse che il comandante mi aspettava per un caffè in cabina. Mi venne un colpo: adesso che gli racconto? Mi feci coraggio e salii. Capitano, lei mi scuserà, ma ho maliziosamente approfittato dello scambio di persona. Oltretutto, senza motivo. Sono certo che anche con solo graduati a bordo avreste fatto del vostro meglio. A questo punto - conclusi - il caffè non penso me Jo offrirà più. Scoppiarono tutti a ridere, il senso dell'umorismo in aeronautica non è mai mancato. Per nulla seccati, anzi divertiti, i tre aviatori mi raccontarono che gli addetti allo scalo di Herat si erano raccomandati per la presenza di un importante generale a bordo. Si trattava di Paolo Serra, un alpino molto amato dai suoi; nel semestre precedente aveva guidato con autorevolezza la Julia a Herat. Era venuto con una delegazione del comando NATO di Solbiate Olona e, l'ultimo giorno, per tornare in Italia aveva approfittato di un volo speciale dell'Alleanza. Si potrebbero riempire libri interi con aneddoti sui voli militari. Buona parte riguardanti quellì dell'Afghanistan. Ma anche di Pristina. In molti si ricordano ancora, a distanza di anni, le estenuanti attese sulla pista bis. Non in una casetta o perlomeno una baracca. Pista bis, voleva dire proprio pista; esattamente al centro dei due chilometri di striscia asfaltata, con ovviamente niente attorno. Salvo una piccola tenda, dove si stava il tempo di mostrare tesserino e controllare se il nominativo fosse nel manifesto (o meglio, in uno dei vari manifesti, dato che c'erano sempre tre liste, quasi mai coincidenti). Usciti da lì, il nulla. Niente di niente. I civili se la potevano cavare arrivando un po' più tardi del dovuto, limitando i tempi di attesa. Per gli altri non c'era scampo. Quelli che venivano da Peé- la maggioranza -venivano fatti partire ad ore antelucane dalle basi del Kosovo occidentale e passavano la giornata accampati sul cordolo di cemento. 137


Nelle mezze stagioni poteva quasi sembrare un piacevole pic-nic. D'estate, con basco d'ordinanza, fucilone, giberne, cinturone ed ammennicoli vari si schiattava. L'avvistamento dell'Air One (all'epoca vettore utilizzato dalla Difesa), scrutato per ore all'orizzonte, scatenava inni di gioia. Ma non era finita. Ogni piJota interpretava a modo suo il trasporto armi. Più volte ho visto, saliti a bordo e seduti, far riscendere tutti per mettere i fucili nella stiva. Infinite le discussioni sulle cassette per le munizioni: questa va bene, quest'altra la lasciamo qui. Non sempre era facile mettere d'accordo militari ed equipaggio civile. Quando alla fine si decollava ci si sentiva al settimo cielo; il viaggio te l'eri meritato tutto. Nell'infausta striscia di Pristina, d' inverno era anche peggio. A parte l'infelice posizione di Kosovo Polje - la nebbia non si dirada mai prima di mezzogiorno, quando va bene - rimanere per ore sottozero, esposti ai quattro venti, era un vero test di sopravvivenza. Resistevano discretamente gli alpini, meno i bersaglieri campani della Garibaldi. A parte il grado, non riconoscevi nessuno. Tutti intabarrati nel gore-tex mimetico, dal cappuccio non spuntava nean che il naso. Era comunque una palestra alternativa. Ho visto soldati saltellare a lungo, per riscaldarsi. Io con loro. Nonostante le traversie, Pristina era pur sempre ad un paio d'ore dalle coste adriatiche. Per certi versi, si giocava in casa. Il vero senso della lontananza e dell'abbandono lo percepivi a Nassiriyah, un aeroporto militare letteralmente in mezzo al deserto: niente attorno, solo le rovine di Ur dei Caldei, con al centro la casa di Abramo (rifatta). Lì, se l'aereo non arrivava ci potevi rimanere chissà quanto. Gran parte dei soldati non godeva della licenza. Quattro mesi filati e ritorno in patria. Di conseguenza i voli di ritorno erano sempre gioiosi, tutti non vedevano l'ora di tornare a casa. Tanta era la pressione accumulata nel quadrimestre che al check-in ci si cominciava a scaricare. L'addetto agli imbarchi, il veneto Corbellini, aveva un gran da fare a tenere a bada i più scalmanati. Niente da fare con la Sassari, vani gli sforzi di imbarcare in ordine alfabetico: si mescolarono tutti, ognuno con il proprio clan, il maresciallo dell'aeronautica di Verona-Villafranca ne usci pazzo. Gli arrivi dei voli da Nassiriyah furono di gran lunga i più scenografici. Tranne che per qualche duro o senza famiglia come me, 138


per gli altri c'erano in attesa parenti fino al terzo grado. Il finemix del proprio congiunto andava celebrato a tutti i costi, indipendentemente dall'ora d'arrivo (sempre a tarda notte) e lontananza dell'aeroporto. Spesso venivano fatte fare magliette con scritte varie da esibire al varco arrivi: Bentornato Carlo nostro eroe, Ciao Papà, ecc. Videolina e Sardegna] fecero dirette da Cagliari e Alghero in occasione dello sbarco dei vari reparti della Sassari. Anche l'ultimo dei 2.000 reduci sardi fu immortalato dalle telecamere. Solo due mancarono all'appello, l'antiochense Silvio Olla e il lagunare distaccato alla brigata Massimo Ficuciello, caduti nell'attacco del 12 novembre. Ma li ricordarono in altre sedi. Fu mesto, come più non poteva essere, quello che tre giorni dopo il tragico evento riportò a casa il comandante Georg di Pauli ed i carabinieri superstiti dell'attentato alla Base Maestrale. Occhi lucidi e volti persi nel vuoto. All'arrivo, tutti alla basilica di San Paolo, per i solenni funerali dei 19 caduti. li volo da e per l'Afghanistan è un discorso a parte. Molto spesso, gli amici domandavano come ci arrivavo a Kabul. Era una lunga spiegazione: partenza da Fiumicino o Ciampino o Pratica di Mare o Pisa, scalo a Ronchi dei Legionari o Torino o Alghero, poi Larnaca o Cairo, dopodiché si arriv~ nella base militare di Al Bateen, nei pressi di Abu Dhabi. Da lì, dopo cambio 'di aeromobile, si vola su Herat ed infine Kabul. Spesso, per pigrizia, tagliavo corto con un «meglio che non te lo dico». Le partenze da _P ratica erano le più scombinate. Ci si doveva trovare alle 4.30 all'uscita metro Eur Fermi per salire su un bus dell'aeronautica. All'infuori della trentina di desperados del volo non c'era anima viva. Sembrava un assembramento di golpisti. Più comode quelle da Fiumicino. Si faceva il check-in dal terminal AA, per poi attraversare tutto lo spazio transiti internazionali. Come una passerella. Avanti in fila per uno, lungo i quattrocento metri del terminal c. La colonna si faceva largo fra i passeggeri delle varie destinazioni intercontinentali. In molti si fermavano a guardare quel serpentone di mimetiche con un misto di ammirazione e curiosità. Non erano infrequenti i «forza ragazzi» da parte di qualche fan delle FFAA e sguardi estasiati di fanciulle per i più fustacci. Qualcosa che assomiglia alJo spot tv sulle FFAA che va in onda il 4 novembre. 139


Nonostante la prassi consolidata, è capitato di essere bloccati - tutti - da qualche sovrintendente delJa PS. Eccesso di zelo? Vecchie ruggini fra forze di sicurezza? Chissà. Rimane il fatto che tra diatribe su controlJo passaporti e modo trasporto armi d'ordinanza se ne andava spesso un buon quarto d'ora. Al gate veniva la parte divertente. Attendevamo a lato di passeggeri in viaggio per le destinazioni più disparate. Quasi sempre voli charter per mete turistiche. Una volta eravamo a fianco di un tour umbro per Sharm el-Sheikh. Ma siete quelli che vediamo in tv? Mi chiese un'insegnante di Perugia. Io no, loro sì - risposi. Ma sparate? Domandò ingenuamente. Solo per difesa personale - replicarono Sante de Luca e Willy Russo, due finanzieri EUPOL che avevo accanto. Nessuno dei due voli imbarcava e continuammo a parlare col gruppo. Ci chiesero se potevano scattare foto. Certo, ma il pezzo forte è laggiù, lo vedete quello più alto in fondo? Gli indicai il terzo della pattuglia GDF, Maurizio Bellico, 2 mt x 1. Semischerzando gli dissi che veniva impiegato per le operazioni speciali (a dispetto del fisico, Bellico è invece un fine esperto dianti-riciclaggio). La professoressa e le amiche non ebbero dubbi e andarono tutte a fissare col telefonino il gigante grigio-verde. Si cercava di stare allegri alla partenza, sapendo che di lì a poco sarebbero iniziate le tribolazioni. Dopo i vari scali intermedi si arrivava, a tarda sera, ad Al Bateen. Appena sbarcati, l'immancabile appello da naja anni '60 e paJletizzazione bagagli a mano troppo ingombranti. Poi, ci attendeva una stanza dove entravano una cinquantina di persone. Tante erano le sedie (poi diventate poltroncine semi a dondolo), una attaccata all'altra e il minimo spazio per passare. I pezzi forti della saletta erano due: una macchinetta a cialde (Bottega del caffè) e l'apparecchio tv satellitare. In teoria ce ne sarebbe stato un terzo: la linea militare SOTRIN, che permetteva di chiamare gratis in Italia. Ma col casino che c'era non si sentiva nulla. Ogni tanto qualcuno tentava di mandare bacetti alla fidanzata, ma non so cosa arrivasse dall'altra parte della cornetta. Ai restanti cento venivano distribuite brandine da campo, da sistemare alla meglio nello spiazzo antistante. Iniziava l'attesa. Chi crollava lungo, altri si piegavano in due sulle sedie bianche di plastica, chi giocava a tressette per terra, chi vedeva improbabili pro140


grammi tv notturni (litigando con chi ne voleva vedere altri ancora peggio). All'alba quattro strillacci avvisavano che in quindici minuti si doveva essere pronti. Altro appello e via assonnati sul c-130, sperando di riaddormentarsi in volo. Questo se tutto andava bene. Se saltavano uno o più incastri, si arrivava ... quando si arrivava, due o tre giorni dopo, bivaccando qua e là. Quello è il bello, se vogliamo, del volo militare. Non c'è nulla di scontato, raramente ci si annoia. Non sai mai chi incontri, a bordo, ma puoi stare certo che qualche veterano di altra missione sarà sullo stesso aereo, le rimpatriate sono assicurate. Anche i contrattempi hanno lati positivi: aiutano a socializzare, i compagni di voli senza fine diventano fratelli. Nei prossimi anni i contingenti raggiungeranno i teatri operativi molto più rapidamente. Entreranno in servizio i quattro nuovi Boeing da trasporto KC767 A, ordinati da qualche tempo dall'aeronautica, con prestazioni e capacità d'impiego assai superiori. Tutto filerà liscio. Nessuno recriminerà niente. Ma i più anziani, forse, ripenseranno con un po' di nostalgia ai mitici voli di una volta. Magari diranno che si stava meglio quando si stava peggio.

Da Casal di Principe a Kabul L'addestramento delle forze di sicurezza, all'indomani della caduta dei talebani, fu un punto cardine dell'impegno internazionale per la ricostruzione del Paese. Alla conferenza di Bonn del dicembre 2001, vennero assegnate le competenze settoriali. Gli americani presero l'esercito, alla Germania toccò la polizia. Per cinque anni il German police project office (GPPO) si dedicò, con grande dispendio di fondi e risorse umane, alla formazione della polizia afghana, con risultati non del tutto soddisfacenti. L'addestramento del poliziotto in un Paese uscito da trent'anni di conflitti è oggettivamente più complesso di quello di un soldato. L'Afghan National Police era l'anello debole fra gli uomini in divisa, più vulnerabile agli attacchi dei talebani contro i rappresentanti delle autorità centrali. Nel 2007 fu l'Unione europea a rilevare l'intero programma, 141


lanciando la missione EUPOL, cui presero parte fin dall'inizio una ventina di Paesi. Si trattava di una soluzione ponte. Nonostante il rinnovato impegno, rimanevano molti punti interrogativi sulla effettiva capacità della polizia di operare efficacemente sul territorio. Al Pentagono erano al vaglio alcune proposte per potenziare l'assistenza alla polizia afghana. In particolare, il nuovo capo di CENTCOM, David Petraeus, spingeva per ripresentare nel teatro afghano la NATO Training Mission che lui stesso, come capo delle truppe USA in Iraq,·aveva visto all'opera. La NTM-1 era contraddistinta da una forte componente italiana, in gran parte carabinieri e alcuni elementi di supporto dell'esercito. Già nella primavera del 2008, su richiesta USA, i generali responsabili della proiezione all'estero dei carabinieri, Michele Franzè e Leonardo Leso, fecero una prima ricognizione a Kabul per studiare la riedizione della fortunata iniziativa irachena. Ne seguirono altre per mettere a punto il sistema. La pressione sui Paesi fornitori di truppe era già forte; un'ulteriore richiesta di addestratori sarebbe stata accolta con freddezza in varie capitali. Ci vollero mesi prima che maturassero i tempi per la creazione di una nuova missione. Nella discussione sulla formazione delle forze di sicurezza afghane s'inserì prepotentemente il capo della diplomazia francese. In occasione di una riunione comunitaria nella primavera del 2009 Bernard Kouchner propose di inviare la gendarmerie européenne. La gendarmeria europea, anche detta EUROGENDFOR o EGF, è un'organizzazione di recente istituzione. Ne fanno parte sei nazioni dotate di polizie a status militare (Francia, Italia, Olanda, Portogallo, Romania e Spagna) ed ha come sede l'ex scuola sottufficiali dei carabinieri di Vicenza. È stata impiegata per la prima volta nel 2007 in Bosnia, sotto la guida dell'allora comandante italiano Pietro Barbano. L'attivismo francese, in realtà, mirava a conquistare propri spazi in ambito NATO, a seguito del rientro di Parigi nel comando integrato dell'Alleanza. Oltretutto EGF, essendo struttura operativa, non poteva che avere un ruolo sussidiario in una missione a carattere addestrativo. Alla fine dell'estate si formalizzò la proposta definitiva: veniva creata una NTM anche in Afghanistan, con al suo interno una componente EUROGENDFOR. 142


Alcuni Paesi, nonostante l'impegno sotto bandiera UE, avevano mantenuto programmi bilaterali di assistenza alla polizia. Molti confluirono nella NTM-A; tra questi quello italiano. Quaranta carabinieri si trovavano all'interno della base afghana di Adraskan, a sud di Herat. Una sorta di Fort Apache dove i nostri ogni giorno tenevano lezioni a vari battaglioni della polizia afghana. La missione era stata aperta ai primi del 2008 da Antonio Frassinetto, un ex capo della sezione operazioni speciali del GIS che Francesco Cossiga aveva voluto con sé una volta salito al Quirinale, lo stesso peraltro che aveva guidato la prima NTM-I. Il premier Berlusconi aveva messo sul piatto duecento carabinieri (l'anno dopo al vertice di Lisbona raddoppierà l'offerta). Anche per quello, da subito si parlò di un ruolo di primo piano dell'Italia nella nascitura missione. Ne ebbi conferma una mattina di ottobre all'aeroporto di Fiumicino. Ero atterrato da New York all'alba e mi apprestavo a prendere il volo militare. Al gate, in fila c'era Carmelo Burgio; immaginai subito che sarebbe stato lui l'uomo chiave di NTM-A. All'interno dell'Arma si contavano su una mano gli elementi in grado di ricoprire un incarico di così alto livello. Fuori gioco Leonardo Leso, che pure l'aveva pianificata (ed era stato il fondatore ·dell'unità d'élite all'estero, la MSU), nel frattempo nominato consigliere militare a New York; impegnato al comando della regione Sicilia Vincenzo Coppola, l'ex capo della missione UE in Bosnia: la scelta era caduta su di lui. Burgio è da sempre uno degli ufficiali di punta dell'Arma nelle operazioni oltreconfine. Ha salito tutti i gradini del reggimento carabinieri paracadutisti, fino a quello più alto. Con-loro è stato in prima linea nelle principali spedizioni. Gli intimi lo chiamano Zapata, un soprannome affibbiatogli amichevolmente per la sua irruenza. Molti addetti ai lavori ancora se lo ricordano, immortalato dalla troupe del TG3 di Santo Della Volpe, quando nel '97 si frappose al capo della gang di Valona, il famigerato Zani, che voleva scortare il premier Prodi in visita nel sud dell'Albania. Lasciami passare fratello - disse il boss facendosi largo. Burgio lo stoppò con forza, replicandogli secco di essere figlio unico. Nel '99 aveva guidato la MSU a Sarajevo. Poi ufficiale di collegamento al comando USA di Tampa (verrà scelto per Kabul anche sulla 143


base di quella preziosa esperienza). Ma il test più impegnativo della sua vita fu guidare i carabinieri a Nassiriyah, all'indomani dell'attacco del 12 novembre 2003. Era arrivato in Iraq pochi giorni prima; stava affiancando il parigrado uscente di Pauli, in attesa di assumere il comando, il 13. Un inizio missione che richiedeva il massimo dei nervi saldi. Superò la prova, la MSU tenne. Con il dolore profondo per i compagni scomparsi, i quattrocento carabinieri tennero fede all'impegno assunto. L'esperienza irachena ebbe, tuttavia, uno spiacevole strascico per Burgio, a causa di un'intervista rilasciata a Marco Nese del «Corriere». Poco dopo il suo rientro dall'Iraq era scoppiata una polemica su presunti abusi delle guardie carcerarie nelle prigioni dell'area di competenza italiana. Lo aveva rivelato (con parziale retromarcia successiva) la vedova del maresciallo Massimiliano Bruno, un biologo bolognese del RIS caduto nell'attentato. La sinistra, in Italia, aveva accusato i nostri di aver chiuso gli occhi sulle palesi violazioni dei diritti umani da parte della nuova polizia locale. Da destra si sosteneva invece che gli italiani non avessero nulla a che fare con le galere irachene. Burgio rappresentò le cose esattamente come stavano: i carabinieri mantenevano, secondo il mandato, solamente una generica supervisione delle prigioni, non una presenza fissa e, di conseguenza, non un controllo diretto sull'attività quotidiana. La verità stava nel mezzo. Ma non tutte le verità di Nassiriyah erano gradite nei palazzi romani. Al rientro, lasciato il Tuscania, era stato assegnato al provinciale di Caserta. Prima linea ancora, questa volta in patria. Nonostante i lunghi periodi all'estero e con le forze speciali, non era a digiuno di territoriale. Aveva retto Trapani, sapeva fare blitz per liberare ostaggi, ma anche combattere la malavita. Ne diede prova nel quadriennio nel casertano: 2161 arresti nel solo 2005, cifra destinata a salire nel successivo triennio. I vari colpi mortali assestati ai casalesi portarono la sua firma. La stampa locale lo definisce il Joe Petrosino del litorale domizio. Il ministro Maroni, poco avvezzo a facili trionfalismi, lo ricevette al Viminale insieme ai tre più stretti collaboratori, ali' indomani dell'arresto attraverso cunicoli fognari del superlatitante Giuseppe Setola (detto 'a puttana, capo dell'ala stragista del clan campano, accusato di 18 omicidi). Al termine del 144


quadriennio casertano la giunta di Casal di Principe lo nomina cittadino onorario. Così anche Aversa ed altri comuni del circondario. Tranquillo mai, eh? Gli dissi salendo la scaletta dell'aereo. E perché tu? Replicò. Io non avevo scelta Carmelo, neanche io Andrea. Beh, allora siamo sulla stessa barca - conclusi. La «barca» era il DC9, praticamente vuoto, che faceva rotta su Alghero, dove avremmo caricato quelli del 152° della Sassari. Con noi viaggiava solo il capo degli osservatori italiani OSCE alla vigilia della guerra in Kosovo, Mario Righele, nel frattempo divenuto generale d'armata e responsabile della logistica dell'Esercito. Non incontravo~ntrambi gli alti ufficiali dalla fine delle rispettive esperienze vissute insieme. La vita in missione è così: per mesi ti senti tutti i giorni; accadono eventi a volte epocali tutt'attorno, l'amicizia si cementa. Poi ognuno per la propria strada, spesso senza neanche il tempo per salutarsi. Così era stato con tutti e due. In quell'ora di volo cercammo di riassumere tutte le cose che ci saremmo voluti dire anni prima: aneddoti, interrogativi, curiosità e quant'altro. La hostess Meridiana Fly rimase a bocca aperta nel sentir parlare tutto il tempo di bombardamenti NATO su Pristina e battaglie dei ponti a Nassiriyah. Nello scalo sar~o imbarcammo un centinaio di fanti dimonios, destinati alla base avanzata di Farah. Con loro c'era anche il comandante Raccampo. Fu l'occasione per ringraziare chi, cinque anni prima, aveva strenuamente difeso la palazzina della coalizione di Nassiriyah dove, insieme agli altri civili, ero rimasto asserragliato per settimane. Venne a salutarci anche l'intrepido cappellano padre Mariano, simbolo di tante missioni difficili del passato. La NTM - A era stata fatta partire alla garibaldina, senza che ci fosse tempo sufficiente per preparare l'arrivo dello staff. Burgio, nel frattempo nominato generale di brigata, si dovette arrangiare. Come il braccio destro Guido Caponetto ed il capo segreteria Di Stefano, per un paio di settimane dorme sdraiato sulla scrivania. Niente di strano per un ex GIS. Lo seguono presto i fedelissimi baschi amaranto Olobardi, Venesio, Degli Esposti e Bonifazi. Dopo consultazioni tra le capitali, viene definito l'organigramma della missione. La guida un three stars generai, William Caldwell. Burgio è il vice, incaricato del training. Il comando dell'Arma, no145


nostante l'instabilità crescente in Afghanistan, intuisce le potenzialità dell'impegno settoriale e fa gli ultimi ritocchi alla struttura da inviare. La crema dei veterani di passate spedizioni era già adeguatamente allertata. Accettando la missione, a Roma si assumono la responsabilità di un prolungato impiego del personale fuori dalla base, con tutti i rischi che comporta operare con pattuglie miste in mezzo alla gente. Il ministro La Russa crede ciecamente nei carabinieri e non farà mai mancare il suo sostegno. L'esercito assegna alcuni elementi con particolari qualifiche a NTM- A. All'indubbia difficoltà di formare adeguatamente la polizia locale si aggiunge il delìcato compito di ridimensionare le attività dei contractors DYNCORP: un folto gruppo di diversa estrazione che non ha dato grande prova di sé negli anni precedenti. Sono gli stessi vertici militari USA che prima li hanno mandati, a chiedere ora a Burgio & C. di riportarli all'ordine. Se ne incarica una vecchia gloria, Max Deiana. Con tatto e pazienza - ha avuto molto a che fare con gli americani vent'anni prima a Mogadiscio - il colonnello ligure s'installa nella base dei DYNCORP e, gradualmente, riesce a far prevalere le nuove tecniche addestrative studiate da Burgio. Qualche muso lungo iniziale da parte di un paio di ex sceriffi del Midwest, ma nulla di più. Il nuovo corso è partito. A Herat mette in piedi il distaccamento con due fidati tenenti colonnello, Ruggeri e Facciorusso, entrambi ex Iraq. NTM-A diventa presto operativa anche nella regione ovest dove può contare sulla preziosa logistica della Sassari. Si raccorda con la tc,1sk force Grifo, un'unità scelta della Guardia di Finanza presente da vari anni. Insieme al comandante Stefano Izzo coordinano le rispettive attività di training della border police. Ottimo gioco di squadra. Nel giro di poche settimane NTM- A è a pieno regime. La missione europea, sebbene inizialmente un po' recalcitrante, viene a patti con gli addestratori dell'Alleanza; si decide così una ripartizione di compiti. In EUPOL peraltro continuano ad operare una decina di carabinieri e finanzieri. Conoscevo Burgio come uomo d'azione, ma scopro che anche dietro la scrivania se la sa cavare. Più a suo agio con la pratica, ma non allergico alla teoria. Ricordo di aver accompagnato un parla146


mentare europeo ad un briefing da lui. Il neo generale si presentò con un librone di 2.220 pagine, pieno di post-it colorati in corrispondenza delle parti più rilevanti. Il povero onorevole, pur abituato alle maratone oratorie di Strasburgo, fu messo ko dalla parlantina di Burgio. In poco tempo aveva assimilato il manualone US-NATO. Tutta quest'attenzione internazionale attorno alla formazione della polizia afghana incuriosisce la stampa. Molti media vogliono saperne di più. Escono i primi pezzi, ma il clamore arriva quando il più autorevole settimanale americano, «Newsweek», pubblica un impietoso reportage di sette pagine nel quale si descrive assai dettagliatamente il fallimento di DYNCORP e l'arrivo salutare dei carabinieri. È lo stesso generale Caldwell, in realtà, ad ammetterlo senza giri di parole. In videoconferenza con la Casa Bianca, a metà marzo, lascia di stucco il presidente Obama: it's inconceivable, but in fact for

eight years we weren't training the police. All we did was give them a uniform. Oltre alle inefficienze, la rivista USA solleva dubbi anche sulla trasparenza di DYNCORP; le ingenti spese legate al programma polizia della società della Virginia sono passate al setaccio. Ci sono ombre. L'unico aspetto positivo - sempre secondo «Newsweek» - è il cambio di rotta imposto con l'inserimento degli ltalian carabinieri. A viale Romania gongolano, anche se le rinnovate richieste NATO- USA di personale aggiuntivo creano qualche grattacapo allo Stato maggiore. Bene gli allori all'estero, ma la priorità assoluta per l'Arma è e rimane il dispositivo di sicurezza interno. Caldwell riconosce che è più facile operare con paramilitary police units, come quelle italiane e francesi, che affidarsi a contractors. The gendarmerie farce are ready to go and take instructions well - annota il generale americano. Noi gli insegniamo anche a rispettare e ad interfacciarsi con la popolazione - dice il giovane tenente triestino Rolando Tommasini. «Newsweek» conclude che, se i carabinieri dovessero riuscire a inculcare nella polizia afghana quei valori, nel lungo termine ciò risulterebbe ben più importante che saper sparare diritto. La definitiva consacrazione dei carabinieri afghani avviene in occasione dell'arrivo a Roma di Caldwell, prima dell'estate. Altermine dell'incontro con il ministro della Difesa, al microfono RDS di Lao Petrilli non ha esitazioni: carabinieri are making an enor147


mous difference. È lo stesso Petraeus, al termine del mandato di Burgio - nonostante l'accordo iniziale di una rotazione con ungenerale tedesco - a chiedere che siano ancora i carabinieri a tenere il comando del training. E prontamente da Roma arriva l'ex capo del GIS Sebastiano Comitini. Senza indulgere in facili ottimismi, trattandosi di un settore particolarmente delicato quale l'addestramento della polizia, si può comunque dire che il nuovo approccio internazionale sta dando i suoi frutti. Rimane l'alta vulnerabilità della nuova polizia afghana - 2.000 caduti in servizio negli ultimi tre anni, il doppio dei soldati - il consistente numero di quelli che lasciano il servizio e, soprattutto, la scarsa fiducia della popolazione afghana nei confronti dell'istituzione. Ci vorranno degli anni, ma forse siamo sul binario giusto.

Provaci ancora Staffan Trascorrendo di norma le vacanze di fine d'anno in missione, è mia consuetudine lasciare i pensierini natalizi con largo anticipo. I primi sono sempre quelli per Roberto e Lorenzo Lisi, i due gran ristoratori romani di Pierluigi, accanto a casa mia. In vent'anni, anche a cucina chiusa, vedendomi tornare con sacco in spalla da vari avamposti, non mi hanno mai negato un boccone. Guarda che c'è l'ambasciatore amico tuo - mi disse Roberto, dopo avermi ringraziato per l'agendina bordeaux UN ricevuta in dono - quello col nome strano che non ricordo mai. In lontananza notai Staffan de Mistura, seduto con una coppia di mezz'età. Come mi vide, chiese scusa agli amici e si alzò per salutarmi. I know- gli dissi mentre mi veniva incontro - I know it from Kabul and from New York. Ah, si sa già, rispose. Beh, in una certa cerchia sì - precisai io. Nelle settimane successive all'allontanamento del numero due della missione ONU, l'americano Peter Galbraith, anche la posizione del suo capo Kai Eide si era fatta delicata. La lotta intestina aveva logorato entrambi e, approssimandosi la scadenza dell'incarico biennale, si parlava di un imminente avvicendamento al vertice delle Nazioni Unite in Afghanistan. La drammaticità del fronte afghano e la diatriba interna esigevano una scelta di alto profilo. Il segreta148


rio generale Ban Ki-moon sapeva che ne andava della reputazione dell'organizzazione mondiale. Tra i papabili a ricoprire l'incarico vi era anche Staffan, appunto. Pochi giorni prima dal Palazzo di Vetro avevano sondato la sua disponibilità. Un uomo di prima linea è sempre pronto a partire, quando si verifica un'emergenza. La chiamata da New York, tuttavia, lo aveva colto un po' di sorpresa. Gli ultimi sette anni - salvo una breve parentesi come reggente dello Staff College ONU di Torino - li aveva trascorsi fra Beirut e Baghdad. Nell'estate 2009, con la nomina a vice-segretario esecutivo del \rVorld Food Programme era rientrato a Roma: niente giubbotto antiproiettile e carri armati, ma doppiopetto e bella scrivania. Così sembrava. Qualche mese prima c'eravamo scritti. Da Kabul mi congratulavo per il nuovo incarico, ma soprattutto condividevo in pieno il ritorno a una vita normale. Io sono vent'anni che giro - glj dissi - tu molti di più; c'è un momento in cui occorre lasciare o perlomeno staccare. Mi rispose felice come un ragazzino, per la casa da poco arredata, finalmente con le sue cose. Non prefabbricati e container, o nella migliore delle ipotesi anonimi residence. Casa dolce casa, nella Roma dove era cresciuto. Ora invece mi chiedeva consiglio, voleva notizie, cercava di mettere insieme tutte le informazioni possibili, prima di prendere una decisione sul da farsi. Questo anche se i giochi non erano ancora conclusi. Il segretario generale avrebbe preso la decisione finale, vagliando una terna di nomi. Venite dentro che vi bagnate - ci strillò Roberto dal bancone del ristorante - eravamo andati fuori per parlare più liberamente, incuranti della pioggerella. Staffan tornò dai commensali, scusandosi per l'intermezzo. Nel tardo pomeriggio ci rivedemmo al caffè di piazza Farnese. Parlammo a lungo. Difficile dirti - conclusi - cosa scegliere: la posizione col WFP è ottima, ideale per mettere un po' d'ordine nella vita; ma quella afghana è la missione del momento, gH occhi del mondo sono concentrati lì, sarebbe il coronamento della tua carriera. Ci demmo appuntamento alla sera successiva. Da Kabul era in arrivo Ettore Sequi; suggerii che la cosa migliore sarebbe stata parlare con lui. So che Ettore domani avrà molti impegni - dissi a Staffan pr ima 149


di congedarmi - ma la sua giornata non finisce mai. Come immaginavo, l'incontro ebbe luogo. Intrattenni Staffan per un quarto d'ora nel roof garden del Majestic, alle 23 Sequi arrivò e la conversazione andò avanti fino a tardi. Dopo quarantott'ore di riflessione de Mistura diede l'ok preliminare. Era ufficialmente in corsa. Non avevo dubbi che sarebbe finita così. È il richiamo della foresta. In missione si soffre, si suda, può succedere di tutto, ma è sempre avvincente; difficile resistere ad un'opportunità di tornare in prima linea, tanto più se si tratta della plancia di comando. Le nomine UN sono sempre piuttosto travagliate. Pesano gli schieramenti geografici, le affinità politiche, le poltrone già occupate dal tal Paese. E, naturalmente, l'America, anche se a volte sta alla finestra. Non in quell'occasione. Linviato Richard Holbrooke si pronunciò pubblicamente a favore di de Mistura. Un' uscita, quella del mediatore statunitense, che poteva anche rivelarsi controproducente, considerati i sentimenti anti-USA presenti in Afghanistan. Un'altra presa di posizione, del h1tto inusuale, venne dal «New York Times». In un editoriale non firmato (quindi l'opinione della testata), s'indicava Jean-Marie Guéhenno quale candidato da scegliere per il posto di Kabul. rentourage di Ban Ki-moon commentò stizzito che la nomina spettava al segretario generale e non alla stampa. Nulla contro la persona - il francese, secondo della terna, era stato fino all'anno prima capo del dipartimento di peacekeeping ONU - più che altro il tono del NYT aveva infastidito il 38° piano del Palazzo di Vetro. Un giornale di gossip, che spesso prende di mira gli alti funzionari UN, scrisse un pezzo contro il primo dei candidati. Gli attacchi di frange della stampa newyorkese contro «gli stranieri» delle Nazioni Unite non sono infrequenti. Spesso l'ONU viene vista in un'ottica troppo americana; è un'organizzazione difficile da comprendere senza una visione d'insieme dei problemi globali. Si arriva quindi a gennaio con de Mistura in pole position, il posto l'ha in tasca. A metà mese il colpo di scena: Staffan fa un passo indietro, «per motivi familiari». I dubbi dei primi giorni sono riaffiorati. Forse un qualche senso di colpa per aver trascurato già troppo le persone care, ma probabilmente anche l'incertezza sull'effettivo sostegno dei Paesi che contano. 150


Il ritiro di quella che, sebbene ufficiosamente, era la persona designata a sostituire il norvegese Eide, gettò nel panico i piani alti dell'ONU. Anche il diplomatico francese aveva lasciato la corsa; il terzo - il britannico Ian Martin - era candidato di bandiera. Le Nazioni Unite dovevano necessariamente presentarsi alla conferenza sull'Afghanistan, in programma a Londra per la fine di gennaio, con il nome della persona che avrebbe dovuto gestire il nuovo corso. Si trattava di una scelta di grandi implicazioni: difficile mettere in piedi consultazioni per una nuova terna in pochi giorni. Poi il ripensamento, Uno scatto d'orgoglio. Ma anche un'accorata telefonata di Ban Ki-moon. Il segretario generale fece appello allo spirito di sacrificio dimostrato in tanti anni. Staffan non ebbe scelta. Le Nazioni Unite poterono, ancora una volta, fare affidamento su di lui per una delle missioni più delicate e rischiose mai intraprese. Per de Mistura si trattava di un ritorno. Vent'anni prima era stato il braccio destro del principe ismailita Sadruddin Aga Khan nell'operazione Salam, una poderosa iniziativa dell'Alto commissariato per i rifugiati volta ad assistere il rientro di migliaia di afghani dopo la fine dell'occupazione sovietica. Dai centri profughi pakistani di Quetta e Peshawar, in un caos indescrivibile, partivano ogni giorno carovane dirette a Kandahar e Kabul; l'uNHCR cercava di dare una mano come poteva. L'Italia inviò un team di sminatori, guidati da uno dei genieri dell'esercito più esperti del settore, Fernando Termentini. Molti ancora ricordano i convogli Roma-Kabul carichi di aiuti umanitari in partenza da Termini. Grazie alle vaste conoscenze di de Mistura, anche da noi si era sviluppata una notevole mobilitazione a favore degli afghani; al resto aveva pensato una delle madrine dell'operazione, Mariapia Fanfani. Per mesi martellava amici danarosi e, alla fine, soddisfatta, con un cappello da capostazione, contornata da uno stuolo di dame capitoline, dava il fischio di partenza ai vari treni della pace. I risvolti mediatici di quella e molte altre attività umanitarie avevano reso Staffan un volto piuttosto conosciuto dagli italiani. A ciò avevano contribuito due periodi sabbatici nella sua carriera: per sei mesi aveva condotto insieme agli amici Piero Badaloni e Simona Marchini il programma Piacere Rail e per un anno era stato direttore del WWF. Ed anche un'apparizione per una raccolta fondi a 151


Sanremo; salutando il pubblico dell' Ariston si confuse ringraziando dell'invito al Festival di San Marino. Un lapsus in eurovisione che gli fece guadagnare simpatie. Tutti hanno sempre pensato che fosse italiano. Non era così. Solo un fortuito incontro di qualche anno fa in mezzo alle montagne balcaniche ha fatto sì che lo divenisse. Durante l'intervento NATO in Kosovo, de Mistura si trovava· in prima fila nell'assistenza alla popolazione in fuga. Mezzo milione di persone ammassate a Kukes, a poca distanza dal confine jugoslavoalbanese, nello sconforto più totale. rallora ministro degli Interni Rosa Russo Iervolino, recandosi in visita agli uomini dell'Interforze - la missione PS-CC-GDF guidata dal prefetto Simone - era stata accolta proprio da Staffan, quale funzionario ONU più in alto in grado. Al termine del tour tra i vari campi allestiti a tempo di record la ministro, esausta (era stata sballottata per sei ore da un autista di volanti lungo la tortuosa strada che risale da Tirana) esclamò in un attimo di pausa: sono orgogliosa che ci sia un italiano come lei quassù! Signora ministro, la ringrazio di cuore per il suo complimento, ma veramente sono cittadino svedese. Com'è possibile? Rispose esterrefatta la Iervolino, volgendo lo sguardo al capo della polizia Fernando Masone, il quale, stravolto anche lui, ne sapeva ancora di meno. Tornata al Viminale non perse tempo. Attivò la procedura straordinaria per il rilascio della cittadinanza. Passarono pochi mesi e Carlo Azeglio Ciampi firmò il decreto. Ne ricevette comunicazione ufficiale alla fine del '99, quando si trovava in Kosovo - all'interno questa volta - come amministratore regionale di Mitrovica. Non sapete quanto può avermi fatto piacere - commentò in una taverna sul fiume !bar con me e Luca Ciccotti, un finanziere distaccato nel presidio OSCE della città divisa -, sono veramente commosso. In effetti, l' iniziativa dell'attuale sindaco di Napoli aveva sanato una ferita dell'immediato dopoguerra. Emilio de Mistura, agiato giuliano-dalmata di Sebenico, cadetto dell'accademia di Modena negli anni '30, ripara a Stoccolma alla fine del Secondo conflitto mondiale. Lì inizia una nuova vita. Rimane apolide, ma non per molto; sposando donna Birgitta Jonson von Raab diventa anche lui cittadino del Regno di Svezia. Staffan Domingo Pasin nasce sulle 152


rive del Baltico nel 1947. Il secondo nome in omaggio ad antiche ascendenze aristocratiche spagnole, l'ultimo - veneto - per ricordare la fedeltà a Venezia di tanti esuli. All'inizio degli anni '50 la famiglia si trasferisce in Italia, a Capri. Staffan frequenta le elementari nell'unico istituto dell'isola (tutti i capresi di quella generazione sono suoi ex compagni di scuola; lo chiamano alla napoletana, con l'accento sulla seconda a). radolescenza a Roma; liceo al Massimo, con altri studenti che faranno strada: Mario Draghi, Gianni De Gennaro, Luca di Montezemolo, per citarne alcuni. Dai gesuiti apprende che nella vita occorre restituire quello che si è ricevuto, la spinta umanitaria viene dagli anni trascorsi nella prestigiosa scuola dell'EUR. Il sogno del giovane Staffan è diventare pompiere; e finendo a fare il peacekeeper ci va molto vicino. Nel '70, al tempo degli studi universitari, mentre svolge uno stage estivo con il WFP a Cipro, un cecchino colpisce a morte un bambino sulla linea verde che, di fatto, già divideva l'isola. Tutto avviene sotto i suoi occhi. Scatta la molJa che lo farà entrare, giovanissimo, alJe Nazioni Unite. Inizia così una carriera che lo porterà in ogni angolo del mondo, sotto le bandiere di FAO, WFP, UNHCR, UNICEF ed altre agenzie ONU. Il destino lo fa tornare anche nella terra di suo padre. Nel '92 rimane assediato a Dubrovnik, sotto il tiro delle forze fedeli a Belgrado. Quarantadue lunghi giorni in cui cerca di alleviare le sofferenze della popolazione, ma anche di salvaguardare i gioielli architettonici ragusani dagli obici della JNA. La municipalità lo nomina cittadino onorario, con Margherita Boniver e Bernard Kouchner, che pure si erano spesi molto per proteggere la città adriatica. Negli anni 2000 l'impegno di frontiera non sembra finire mai. Rappresentante speciale del segretario generale nell'infuocato sud del Libano e quindi nel drammatico dopoguerra iracheno. Sette anni di adrenalina al massimo. Poi finalmente Roma, ma dura poco, pochissimo: il 28 febbraio 2010 è in volo per l'Afghanistan. Una nuova avventura ha inizio. A Kabul trova un ufficio dimezzato. Oltre ai frequenti avvicendamenti di personale, a causa delle difficili condizioni di lavoro, la lacerante diatriba tra il suo predecessore e il vice ha portato all'allontanamento volontario di alcuni addetti agli affari politici della 153


missione. Da Baghdad fa venire la greca Elpida Rouka, che è stata suo capo di gabinetto in Iraq. Come vice sceglie un tedesco, il navigato ambasciatore Martin Kobler, anch'egli conosciuto nella precedente esperienza. Insieme creano un nuovo team. I am a UN person - esordisce in una sala gremita dopo aver salutato in lingua dari con la mano sul petto - I have been with the UN for 39 years and this is my 19th mission in a war or conflict environment. Questo il suo biglietto da visita. Duplice il messaggio: a differenza dei due predecessori, non ha mai avuto legami governativi e conosce assai bene le problematiche di un Paese devastato da una lunga guerra. Essere fw1Zionario ONU di carriera ha i suoi indubbi vantaggi. Si tratta~ peraltro, di una razza in via d'estinzione. Oggigiorno, sempre più di frequente, il personale delle Nazioni Unite-per scelta, m~ a volte anche per limitazioni contrattuali - alterna periodi di servizio con il proprio governo o con organizzazioni regionali. Chi è stato sempre sotto le bandiere ONU può rivendicare con maggiore autorevolezza il suo ruolo super partes, più difficile che la propria imparzialità venga messa in discussione. Indubbi vantaggi. Con un rovescio della medaglia: la vulnerabilità. Non avere un governo dietro, in peacekeeping, è come navigare senza scialuppa di salvataggio. Se il mare arriva a forza 7, è facile che rimani solo. Il Palazzo di Vetro ti sostiene, ma a volte non basta. Se qualcuno deve essere immolato - a prescindere da come abbia operato - è il candido uomo o donna UN senza santi protettori. Più probabile, invece, che venga risparmiato il personaggio inviato dal tal Paese, temporaneamente in prestito alle Nazioni Unite. Per avere successo all'ONU, è altresì importante racchiudere dentro di sé anime diverse. Sergio Vieira de Mello, al di là delle indubbie capacità, era allo stesso tempo sudamericano di nascita, francese per gli studi universitari alla Sorbona, newyorkese per attivismo, mediterraneo per il periodo liceale romano, asiatico per gli occhi leggermente affilati, mediorientale e africano per i lunghi trascorsi a inizio carriera in Libano e Mozambico. De Mello era il mondo. Difficile potesse incontrare una persona, anche del più piccolo e remoto Paese, con cui non avere argomenti di conversazione, se non affinità. Anche de Mistura non scherza. All'aplomb scandinavo unisce il pragmatismo dei dalmati, condito con un pd di napoletanità che non 154


guasta mai. Si esprime discretamente in arabo, molte porte del mondo musulmano si aprono automaticamente anche solo con quello. Gli americani si fidano di lui e ciò non lo rende inviso agli israeliani. Lo scontro di civiltà, cui assistiamo ormai da vari anni, rende persone così - di per sé rare - sempre più importanti per condurre un proficuo dialogo fra pezzi di mondo contrapposti frontalmente. La perdita di Sergio de Mello nell'attentato di Baghdad nel 2003 ha lasciato un vuoto tuttora incolmato. Nel discorso inaugurale de Mistura pone l'accento, ripetutamente, sul rispetto della sovranità. In una capitale, dove anche l'ultimo contractor sfreccia beffardo a 120 km all'ora davanti ai poliziotti afghani, fa un certo effetto sentire le sue parole. Enfatizza l'importanza che ogni processo di riconciliazione nazionale siaAfghan-led, guidato dagli stessi afghani. Da uomo ONU fino in fondo, conclude ricordando che le Nazioni Unite non sono lì solo per la stabilizzazione del Paese: sette milioni e mezzo di bambini sono vaccinati grazie all'UNICEF, mentre quasi due milioni di scolari ricevono tutti i giorni dopo le lezioni il pasto fornito dal WFP, per citare solo due esempi. Tutto questo, comunque, non basta. I solchi profondi formatisi fra nazioni su fronti opposti e la diffidenza sempre più grande fra uomini suppostarnente diversi rende arduo oggigiorno il lavoro del mediatore internazionale. Karzai accoglie a braccia aperte il nuovo inviato ONU. Welcome home - gli dice calorosamente incontrandolo per la prima volta. È subito feeling, a livello umano. Professionalmente, tuttavia, pesa l'appoggio dell'inviato USA Holbrooke, con cui il presidente è da qualche tempo ai ferri corti. Oltretutto quest'ultimo tende sempre più a prendere le distanze dalla comunità internazionale. L'insofferenza crescente della popolazione verso gli stranieri rischia di trascinare giù anche lui. Staffan dovrà conquistarsi la sua fiducia giorno per giorno, deve concretamente dimostrare che può fare la differenza, gli esami per diventare interlocutore pienamente affidabile dureranno a lungo. Ma alla fine ce la fa. Nelle elezioni legislative di settembre - migliori delle precedenti, seppur imperfette - si registra una profonda unità d'intenti fra governo afghano e ONU. Non è una parentesi isolata. Qualcosa è cambiato nei rapporti fra le due entità. Se ne 155


accorgono in molti negli incontri sull'Afghanistan a margine della prima sessione dell'Assemblea generale ed al Consiglio di sicurezza, dove de Mistura ed il capo della diplomazia di Kabul Zalmai Rassoul vanno a braccetto. Era stata apprezzata la non interferenza nella Loya Jirga, la tradizionale adunata dei notabili di tutto il Paese tenutasi ai primi di giugno, come pure il ruolo centrale assunto dall'ONU nella riunione internazionale a livello ministeriale di Kabul a metà luglio, suggellato dall'apertura dei lavori da parte di Ban Ki-moon. Due, in particolare, le mosse della nuova gestione ONU che avevano registrato il plauso di Karzai. I due membri internazionali della commissione per i ricorsi elettorali - Safwat Sidiqi e Johann Kriegler - nominati da de Mistura, erano persone di specchiata onorabilità e, soprattutto, profonda conoscenza della cultura, tradizioni e mentalità afghane. Con i predecessori i rapporti con la presidenza non erano stati idilliaci. In secondo luogo, durante l'estate, era uscito il rapporto ONU sull'aumento delle vittime civili nei combattimenti: 1.300 solo nel primo semestre 2010, il 31 per cento in più rispetto all'anno precedente. Cifre contestate sia dalle forze USA-NATO che dai talebani (ritenuti responsabili in tre quarti degli episodi denunciati). Plaudono invece la popolazione e molte organizzazioni umanitarie dentro e fuori del Paese. L'autorità morale delle Nazioni Unite si faceva sentire. Non si trattava della prima divergenza tra ONU e forze ISAF. Sono missioni che avanzano in parallelo, a volte entrando in rotta di collisione. Era accaduto in passato. Nell'agosto 2008 l'ex inviato Eide sostenne caparbiamente ( e con lui il governo afghano) che in un'operazione delle forze internazionali ad Azizabad, a sud di Herat, erano rimasti uccisi 90 civili, tra cui ben 60 donne e bambini. Per settimane gli americani contestarono i dati ONU, accusando i talebani di fare propaganda a buon mercato (cosa che peraltro avveniva spesso). Fu una speciale commissione dell'esercito USA, tempo dopo, ad ammettere che la loro prima valutazione delle vittime civili era sottostimata. Due anni dopo, per de Mistura, la convivenza con i militari è resa, per certi versi, più complicata dalla presenza - all'interno di ISAF - di una forte componente civile: l'ufficio del NATO Senior 156


civilian representative, un'entità per anni a ranghi ridotti e cresciuta notevolmente nel 201 O, fino a contare un team di 25 funzionari dell'Alleanza (tra cui l'italiano Nicola Orlando). Una piccola ONU, se vogliamo, fatta in casa dagli angloamericani. Non è chiaro fin dove si sarebbe voluta spingere la potenziata struttura. Ci ha pensato il neo comandante Petraeus, con cui Staffan ha lavorato a gomito in Iraq, a ribadire le competenze e fissare paletti a casa propria. Il cammino per la normalizzazione dello scacchiere afghano rimane ancora lungo ed irto di difficoltà. Ma è un'impresa che per Staffan valeva la pena di essere tentata. Provarci ancora, appunto.

Il Caso Emergency Il mio incarico afghano volgeva al termine - sarei rimasto a Kabul pochi mesi ancora, fino all'accorpamento dell'ufficio speciale con quello della Commissione - quando accadde un evento grave e, soprattutto, inaspettato. Tre operatori italiani dell'ospedale Emergency Tiziano Terzani di Lashkar Gah erano stati arrestati. Nella tarda mattinata del 10 aprile, la polizia afghana, accompagnata da unità britanniche, aveva fatto irruzione nella struttura sanitaria portandosi via Marco Garatti, Matteo Dell'Aira, Matteo Pagani Guazzugli e sei infermieri locali. Pesantissime le accuse: detenzione di armi ed esplosivi al fine di compiere attentati e, se non fosse stato abbastanza, anche legami con al-Qaeda. Stando a quanto diceva il portavoce del governatorato di Helmand, Daud Ahmadi, gli arresti sarebbero stati compiuti per sventare un attacco suicida al mercato e al palazzo dell'autorità provinciale. Nel mirino - secondo l'accusa - lo stesso governatore Gulab Mangal. Un vero e proprio complotto per ucciderlo, affermava Ahmadi. Fonti governative facevano anche filtrare l' indiscrezione secondo cui Garatti sarebbe stato ricompensato con mezzo milione di dollari, a titolo di complicità nell'eliminazione di Adjmal Nashqbandi, interprete dell'inviato di «la Repubblica» Mastrogiacomo. La notizia, come spesso accade nei posti difficili, giunse in maniera frammentaria. Si parlava di tre medici italiani, nel sud del Paese. Anche due mesi prima, quando fu barbaramente ucciso l'agente 157


Piero Colazzo, si disse in un primo momento che era stato ferito a morte un medico italiano. Fu così che per un po' cercai di sdrammatizzare in .attesa di vederci più chiaro. Alle richieste di notizie da parte dei giornalisti replicavo che al momento si trattava di voci incontrollate. Mi sbagliavo. Non erano tre medici - solo Garatti è chirurgo d'urgenza - ma si trattava proprio di tre italiani dell'organizzazione di Gino Strada. Infermiere specializzato Dell'Aira, addetto alla logistica il più giovane, Pagani, 28 anni da poco compiuti. Poteva, tuttavia, trattarsi di un malinteso. Una vicenda spiacevole destinata a risolversi in poche ore e con tante scuse. Non era così. Le accuse vennero formulate subito e con durezza. ufficio stampa ISAF si affrettò a smentire la partecipazione di propri elementi nel raid. Ma un video dell'agenzia APTN mandò in onda la sera stessa immagini che mostravano inequivocabilmente soldati inglesi all'interno della struttura insieme alla polizia locale. La risposta dei portavoce NATO poteva anche essere corretta - il Regno Unito è presente anche nella parallela missione Enduring Freedom - tuttavia nessuno formulò compiutamente la domanda e non si seppe mai chi esattamente fossero i militari britannici presenti. Probabilmente artificieri chiamati a intervenire senza poter controllare la fondatezza dell'allarme. :rospedale fu chiuso seduta stante ed i pazienti dismessi o trasferiti in altre strutture. Nei giorni successivi, fonti dal governatorato fecero sapere che si stavano cercando organizzazioni alternative in grado di sostenere e mandare avanti l'ospedale. Gli italiani in questo periodo sicuramente non lo gestiranno - affermò categoricamente Daud Ahmadi. :Catteggiamento delle autorità governative italiane fu, da principio, piuttosto cauto. I giornali, all'indomani del fermo, ripresero ampiamente le dichiarazioni ufficiali con il risultato di insinuare qualche dubbio nell'opinione pubblica di casa nostra. Al resto provvederanno le immagini, immesse nel circuito tv internazionale dello scatolone pieno di bombe a mano, pistole ed esplosivo nello scantinato dell'ospedale. A distanza di tempo ci sono ancora amici in giro per il mondo che mi chiedono «ma che combinarono quei tre, come andò?». In realtà, è stato lo stesso ministro degli Esteri Frattini ad ammettere tempo dopo nel corso di una popolare trasmissione di

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Radio2 condotta da Claudio Sabelli Fioretti, che alcune dichiarazioni iniziali sul caso erano state fatte «a caldo». Nessuno di noi in Afghanistan - salvo qualche militare oltranzista che ricambiava con gli interessi l'avversione di Strada alle stellette - ebbe mai dubbi sulla estraneità degli operatori di Emergency. Appariva piuttosto chiaro fin dall'inizio che presumibilmente gli italiani con le armi ritrovate non c'entravano. Per non parlare del complotto. Gino Strada, con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto, tuonò che era come se in Italia si fosse fatta circolare la voce che don Ciotti volesse cospirare contro il Papa. La figlia Cecilia - dal 2009 presidente dell'organizzazione umanitaria, dopo anni di tirocinio sul campo - puntualizzò che Garatti, all'epoca del sequestro Mastrogiacomo, si trovava in Sierra Leone, aggiungendo che nessuno pagherebbe mezzo milione di dollari un noto chirurgo per un lavoro che un qualsiasi criminale afghano fa per 50. Emergency fece rilevare che nessuna imputazione formale da parte della magistratura afghana era stata mossa nei confronti dei suoi operatori (mai lo fu, le accuse vennero solo dai servizi di sicurezza) e che pertanto la vicenda doveva essere qualificata come un sequestro. L'ambasciatore d'Italia Claudio Glaentzer, febbricitante, si precipitò sul posto e riuscì ad incontrare i tre, trovandoli in buone condizioni. Prendendo spunto dall'incidente di Lashkar Gah riemersero con irruenza vecchie ruggini domestiche. Era il momento di serrare le file e chiedere unitariamente il rilascio incondizionato dei tre, tuttavia un gruppo di falchi del centro-destra a Roma non perse occasione di rinnovare al fondatore di Emergency l'accusa di fare troppa politica. Qualcuno, riecheggiando critiche mosse all'interno dell'Afghanistan, avanzò riserve sulla pratica di curare i talebani. Strada rispose che non si chiede il passaporto ai feriti e che in un territorio controllato al 70 per cento da oppositori al governo è inevitabile; «sarebbe come aprire un ospedale a Milano e non curare i milanesi». E comunque tagliò corto: il rispetto dei diritti umani vale anche nei confronti dei peggiori criminali. Altri, ripresentarono la contrapposizione Strada-Cairo. Anche uno dei più stimati generali dell'esercito, Carlo Jean, davanti al pubblico di Porta a porta chiese al chirurgo milanese come mai attorno 159


a lui ci fosse sempre clamore mentre il compatriota Cairo operava lontano di riflettori. Paralleli fuori luogo. Il primo - fondatore e primo presidente di una ONG - è padrone delle sue azioni e deve far conoscere al grande pubblico le attività svolte e in cantiere per assicurarsi il sostegno finanziario. L'altro, viceversa, è organico ad un'organizzazione internazionale, peraltro nota per operare dietro le quinte. Anche un membro, seppur di alto livello, della Croce Rossa ha le proprie limitazioni nelle relazioni esterne. Il capo di una organizzazione non governativa decide autonomamente quando e come parlare, assumendosene naturalmente tutte le responsabilità. E del resto non è proprio esatto descrivere Alberto Cairo come persona che lavori nell'ombra, dato che da anni tiene una rubrica (Diario da Kabul) su uno dei principali quotidiani italiani, ed ha scritto libri di successo, uno anche l'anno scorso. Raccontai la diatriba tv ad Alberto, noto per andare a letto con le galline (i programmi in seconda serata a Kabul vanno in onda a notte fonda): non poteva crederci. Va detto che Strada fece poco per smorzare le polemiche con i palazzi romani. Nella stessa trasmissione gli scappò una battuta alquanto forte: i militari internazionali sono come i terroristi, riferendosi ai troppi bombardamenti che avevano causato la morte di vittime civili. Un'equazione davvero infelice. L'ex leader DS Piero Passino, presente nel salotto di Bruno Vespa, seppur grande estimatore dell'attività umanitaria della ONG milanese, prese prontamente le distanze dall'affermazione del fondatore. Furono scintille anche adAnnozero. Il ministro La Russa, seduto a fianco di Gino Strada, a stento riuscì a rimanere fino alla fine nell'arena di Michele Santoro. Nel dibattito generale sulla questione non fu da meno il solitamente equilibrato sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica. Intervistato da Fausto Biloslavo de «il Giornale», arrivò al punto di criticare Giovanna Botteri per aver fatto un collegamento televisivo da New York con il distintivo di Emergency all'occhiello della giacca di tweed. Certo, ammesso che se ne voglia discutere, è più materia per la rubrica di Aldo Grasso sul «Corriere» che una questione che riguardi iJ vice ministro di una grande nazione. In ambito governativo si cercava di ostentare fiducia nella giustizia afghana e veniva messo in risalto che pressionj eccessive avrebbe160


ro potuto rappresentare un'intromissione dell'Italia nella sovranità nazionale e, in definitiva, risultare controproducenti, tesi non del tutto peregrina. Tuttavia in privato l'imbarazzo era palpabile. Con tutto l'impegno militare per la ricostruzione (non ultimo, il grande sforzo - quasi esclusivamente italiano - per la riforma del sistema giudiziario), tre loro cittadini erano stati arrestati in quel modo! Beh, c'era da far discutere. Come pure assai singolare risultava la mancata informazione preventiva da parte degli inglesi agli alleati italiani del blitz nella struttura dell'organizzazione milanese, anche ammesso che i britannici ignorassero in precedenza cosa sarebbero andati a fare nell'ospedale di Lashkar Gah. Pure la tempistica dell'operazione - pochi giorni dopo la partenza definitiva di Sequi - lasciava perplessi. Andrea Nicastro riportava sul «Corriere» che un atto di quel genere contro gli italiani difficilmente sarebbe stato compiuto con lui presente, dati i troppi legami da Karzai in giù con il diplomatico. Uno sgarbo fino a poco tempo prima arduo da ipotizzare. Altri due episodi poco chiari nella vicenda: il volo Pamir che avrebbe dovuto riportare Garatti a Kabul, il pomeriggio precedente al blitz, era stato cancellato apparentemente senza motivo. La mattina della perquisizione, poi, lo staff internazionale veniva fatto evacuare per un allarme bomba, rivelatosi infondato. A tutto ciò, se non bastasse, si era aggiunta la presunta ammissione di colpevolezza da parte dei tre. Fu Jerome Starkey a rivelarlo sul «Times», citando l'agguerrito portavoce provinciale, il quale si affrettò a fare marcia indietro 24 ore dopo. Gli ingredienti per un giallo internazionale c'erano tutti. Convinto in cuor mio - non ci voleva molto - della innocenza dei tre, consigliai al nuovo inviato UE di esprimere pubblicamente solidarietà ad Emergency. Dovetti usare una buona dose di tatto. Come spesso accade, il portavoce del predecessore - quale ero io - viene visto con circospezione dal nuovo capo. Ancor di più se l'entrante e l'uscente si sono contesi il posto. Oltretutto, seppur blanda, una qualsivoglia dichiarazione di sostegno alla struttura italiana sarebbe suonata come una critica nei confronti degli afghani, cosa che ogni capomissione da poco arrivato tende ad evitare. Poteva anche sembrare che agissi per proteggere i connazionali, se non addirittura su indicazioni romane. 161


Feci quindi un discorso articolato all'ex ministro lituano, mettendolo in guardia dalle varie implicazioni. Timoroso che volesse prendere tempo, se non addirittura esprimere contrarietà, suggerii la forma meno impegnativa: una dichiarazione su specifica domanda di un giornalista. Deborah Riechmann dell'AP, allertata in precedenza, registrò puntualmente la posizione europea sull'argomento. La UE a Kabul guardava con ammirazione all'assistenza medica offerta da Emergency a Lashkar Gah ed in altre parti del Paese, chiedendo che venisse fatta chiarezza al più presto sulla vicenda: così dichiarava l'ambasciatore Usackas all'Associated Press. Molto di più venne, poco dopo, da de Mistura. In un comunicato stampa la missione delle Nazioni Unite sollecitava un rapido e dettagliato accertamento della verità e garanzie giudiziarie per gli accusati. Lo stesso inviato ONU si augurò che fosse tutto frutto di un grave malinteso, ricordando gli enormi sacrifici del personale medico internazionale per prestare soccorso ai tanti malati e feriti afghani. De Mistura fece anche visita all'ospedale di Emergency nella capitale per incontrare la coordinatrice dei programmi umanitari Rossella Miccio, mandata da Milano per seguire gli sviluppi. Si soffermò a lungo con la compagna finlandese di Garatti, Susanne Haanpa, anche lei impiegata nella struttura. Era molto preoccupata. Entrambe le prese di posizioni furono particolarmente apprezzate dai cooperanti. Emergency non era sola. Nel frattempo, permanendo il fermo dei tre, da Roma era giunto l' inviato speciale per l'Afghanistan Massimo Iannucci- latore di una lettera di Berlusconi per Karzai - insieme al consigliere giuridico del MAE Rosario Aitala, un magistrato esperto di cooperazione giuridica internazionale che aveva collaborato alla definizione del codice afghano. All'ambasciatore Glaentzer fu permesso nuovamente, in compagnia dei due mediatori italiani, di visitare i connazionali detenuti in una struttura dei servizi di sicurezza. Il presidente afghano avrebbe voluto chiudere la partita in tempi brevi, ma si dovette scontrare con l'intransigenza dei propri apparati di intelligence che, al di là di cosa fosse successo a Lashkar Gah, non vedevano l'ora di regolare vecchi conti con alcuni di Emergency. Più volte, la stampa locale tirò fuori di nuovo le notizie degli scontri avvenuti tre anni prima tra gli 007 afghani e Gino Strada. 162


Intanto, in Italia, Emergency chiamò a raccolta i suoi simpatizzanti. Decine di migliaia di persone si radunarono nel pomeriggio di sabato 16 per un sit-in a piazza San Giovanni. Gente comune, mondo del volontariato, artisti, politici, ragazzi ma anche famiglie intere. Molti con un piccolo straccio bianco e il simbolo di Emergency, come suggerito da Strada. Proprio in quella giornata ci fu la svolta a Kabul. rambasciatore Iannucci ebbe un lungo colloquio con Karzai, ottenendo assicurazioni di una pronta liberazione. La notizia dell'imminente rilascio era filtrata, ma permaneva la massima cautela. Tutto sarebbe potuto saltare per un nonnulla. Il giorno successivo - la domenica - mi recai alla messa pomeridiana in ambasciata. Passai prima dalla adiacente guest-house per sapere le ultime da Maurizio Salvi dell'ANSA e dell'inviato del TG1 Duilio Giammaria. Da una settimana alloggiavano alla Cooperazione, ospiti del direttore Alberto Bortolan. Andiamo da padre Moretti? Proposi loro dopo aver sentito che non c'erano novità. Giammaria mi seguì, mentre Salvi rimase a colloquio con il responsabile del settore giustizia Osvaldo Lingua, per approfondire alcuni aspetti legali. Voleva anche essere vicino a una connessione internet sicura, nel caso in cui il rilascio si fosse effettivamente verificato proprio quella sera. Per le agenzie di stampa anche i secondi contano. Essendo arrivati con qualche minuto di ritardo dovemmo rimanere in piedi, leggermente fuori dal portone. La chiesa della Divina Provvidenza, come di consueto, era gremita. Neanche mezz'ora dopo, intorno alle 18, tre jeep entrarono nel vialetto alberato. Sia io che Duilio ruotammo con discrezione il volto, poi i nostri sguardi si incrociarono: entrambi non avevamo dubbi; erano le vetture che portavano al sicuro i tre appena liberati. Poco dopo, da Roma, un comunicato della Farnesina dava notizia dell'avvenuto rilascio. Al termine, con Giammaria rimanemmo sul sagrato della chiesa. La vice capomissione Samuela Isopi attraversò il vialetto con passo spedito, lanciandoci un sorriso; chiaramente non poteva parlare. Padre Moretti si avvicinò per rimproverarci, da attento pastore, per essere stati poco concentrati durante la celebrazione. Vede - rivolgendosi al veterano Rai dell'Afghanistan - se anche i suoi colleghi 163


fossero venuti a dire una preghiera avrebbero avuto il loro piccolo o grande scoop che sia. Nostro Signore voleva dargli una mano - commentò seraficamente l'arguto barnabita. Nel giro di pochissimo i giornalisti italiani si precipitarono in ambasciata. Alla porta fu detto loro di attendere qualche decina di minuti. Non vedendolo, i colleghi immaginarono che l'inviato del TGl fosse già dentro e ne chiesero conto ai carabinieri di guardia, i quali non ebbero difficoltà a confermare che si trovava veramente all'interno giacché si era recato alla santa messa. Lucia Goracci del TGJ riuscì ad intravedere il profilo dei tre di Emergency, nonostante il nugolo di polvere sollevata dalla vettura arrivata a tutta velocità e poco dopo fece un collegamento telefonico per l'edizione straordinaria delle 18.41 italiane confermando la liberazione. Molti, tra i giornalisti, mugugnarono. Sostare per strada a Kabul non sempre è piacevole, specialmente dopo il tramonto. La tensione salì quando un troppo solerte poliziotto afghano puntò il fucile contro il cineoperatore del terzo canale, Walter Padovani, colpevole non si sa bene di che cosa. Ne nacque una discussione, sedata prontamente da Gianpaolo Cadalanu di «la Repubblica» e Lorenzo Cremonesi del «Corriere», che redarguirono a dovere l'armigero. Al Jazeera, non potendo filmare altro, poco dopo inviò immagini della baruffa commentando: Italian press prevented from entering their embassy. Non fu un bello spettacolo. Nel frattempo, Garatti, Dell'Aira e Pagani, finalmente liberi, erano stati fatti accomodare nel grande salotto della residenza, adiacente alla cancelleria. De Mistura, accorso sul posto, si felicitò con loro per il lieto fine, congratulandosi con i diplomatici italiani per la paziente opera di mediazione con le autorità. Uscendo dall'ambasciata, l'inviato ONU scese dalla jeep bianca e davanti al gruppo di cronisti schierati a semicerchio - nel frattempo erano giunti anche afghani ed altri internazionali - dichiarò risoluto: It's over. 1hey are

free, safe and sound. Poco dopo i giornalisti furono portati dagli operatori di Emergency, che avevano nel frattempo potuto riabbracciare altri dell'organizzazione in servizio all'ospedale di Kabul. Il plenipotenziario governativo Iannucci, con evidente soddisfazione, rese noto che tutte le accuse a carico dei tre erano cadute al termine delle indagini. Se 164


ne ebbe un'ulteriore conferma in un comunicato ufficiale dei Servizi afghani, stringato quanto categorico nell'affermare la completa innocenza dei tre. Come pure di cinque afghani che lavoravano con loro a Lashkar Gah; solo un sesto fermato rimaneva ancora in custodia. Fu grande il sollievo per il completamento dell'iter investigativo. Negli ultimi giorni, da Roma, si era ventilata l'ipotesi di un compromesso secondo cui le indagini sulle accuse sarebbero proseguite in patria. Un escamotage che avrebbe accelerato la liberazione, ma anche lasciato per sempre un'ombra sull'intera vicenda. Non andò così. Emergency ed i suoi tre operatori uscirono a testa alta. Uno dei decani degli inviati italiani, Massimo Zamorani, sulle pagine de «Il Secolo XIX», scrisse che «l'opera intelligente e coraggiosa di Iannucci, come già 20 anni prima nella Beirut in fiamme, aveva dato i suoi frutti». Da Roma il ministro Frattini fece rilevare che il governo «aveva fatto prevalere la verità, lavorando con discrezione e senza atteggiamenti colonialisti, spiegando le proprie buone ragioni». Non mancò di menzionare, in particolare, anche l'impegno della Difesa. Notevole era infatti stato il supporto del senior italiano in ISAF - il generale all)inO Claudio Mora - ed il team dell' intelligence militare. Lucidi e determinati i tre - Matteo Pagani con indosso la t-shirt rossa dell'organizzazione - si sottoposero per quasi un'ora alla raffica di domande (e flash) dei giornalisti. Tennero molto a smentire che l'accordo per la chiusura dell'ospedale fosse una condizione per la loro liberazione. Il primo segretario Calabrese tradusse pazientemente alla nutrita pattuglia di cronisti afghani e internazionali, in gran parte inglesi. Una felice conclusione che doveva mettere d'accordo tutti e sopire le polemiche. Non ancora, ci fu un colpo di coda. Il sottosegretario alla Difesa Crosetto, trovandosi a Herat in visita al contingente proprio quella domenica, offrì gentilmente un passaggio aereo per tornare in Italia ai tre della ONG. Gli uomini di Strada preferirono il volo commerciale. La cosa poteva anche chiudersi così, se non fosse stato per un paio di commenti riportati da alcune testate. Poco rispettoso rifiutare il volo di Stato - si disse nell'entourage del sottosegretario. Non se ne parla di dormire nella base di Herat - mormorarono i volontari. 165


Sebbene liberi e scagionati da ogni accusa, i sanitari di Lashkar Gah potevano teoricamente essere ancora trattenuti in aeroporto dalle autorità locali; di scuse se ne trovano sempre. Niente è scontato in talune circostanze, con i voli civili il rischio d'intoppi c'è sempre. Andò bene. La cancelliera Rossella Aloisi sfornò tre passaporti nuovi di zecca in fretta e furia (gli originali erano rimasti nella cassaforte dell'ospedale), Federico Calabrese redasse le note verbali per il visto di uscita, allo stesso tempo tastando il terreno con le autorità aeroportuali per evitare spiacevoli sorprese. Tutto filò liscio. Un finale diverso era forse auspicabile. Per gli amici di Emergency sarebbe stato meglio prendere il volo italiano, che gli avrebbe peraltro evitato il trasbordo in pulmino da Francoforte a Milano, per via della nube islandese. Le migliaia di dollari dei biglietti di ritorno potevano essere destinati a qualche opera di bene. Ma anche gli uomini con le stellette non diedero prova di grandi capacità di dialogo con il mondo del volontariato. Non è probabilmente un caso che di li a poco, ai primi di maggio, il capo di Stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini abbia voluto confrontarsi con Flavio Lotti, coordinatore del Tavolo della pace, l'associazione più nota tra i pacifisti italiani, quella che da anni organizza la marcia Perugia-Assisi. Un incontro, primo del suo genere, ideato nel corso della trasmissione «Soldati» di Radio3, condotta da Ritanna Armenni ed Emanuele Giordana (da cui ne è nato anche un interessante volumetto). Nella sede di Libera, il gruppo antimafia di don Ciotti, il generale-pilota ha riconosciuto che «se la politica non riesce a risolvere le crisi non può sperare che la risolvano al suo posto i soldàti. La presenza di civili nei teatri di conflitto è non solo auspicabile ma necessaria. Le forze armate da sole non bastano, specie se ci mandano a svolgere "compiti impossibili" che da soli non possiamo risolvere». Un concetto importante, ma di cui a volte qualcuno sul campo si dimentica. Fa onore a Camporini averlo ricordato. Un punto chiave per aprire un dialogo costruttivo, anche se le divergenze sulla leadership nell'aiuto umanitario nelle aree di crisi permangono. Il mondo del volontariato - ha ribadito Nino Sergi di INTERSOS nello stesso incontro - mette in guardia sulla pericolosa confusione 166


di ruoli. «In Afghanistan, le operazioni umanitarie dei militari sono funzionali alla strategia del contingente, ossia l'esatto contrario della neutralità ed imparzialità». «In Libano, invece - ha aggiunto il capo della storica ONG - grazie al tavolo di coordinamento tra volontariato, militari e ambasciata si sono fatti i primi tentativi di definire ruoli e comportamenti». Gli ha ribattuto l'ex chief of staff ISAF Bertolini: «Se un militare interviene all'estero per riportare la pace non lo si può staccare dal contesto generale. Proprio in Afghanistan si è cercata una collaborazione con i civili, pur rispettando la neutralità delle ONG. Ma ciò non vuol dire che lo sforzo del militare possa venir "incapsulatò: isolato». Problemi che rimangono aperti. Solo parlandone, affrontandoli prima che nascano le incomprensioni sul campo, possono tuttavia essere se non superati almeno contenuti. Lospedale di Lashkar Gah fu riaffidato ad Emergency il 29 luglio. Un chirurgo italiano ed altri quattro internazionali, insieme a 140 impiegati locali, ripresero possesso della struttura ancora sigillata dal giorno della chiusura. Non fu una trattativa facile. Le autorità provinciali in un primo momento tentarono di vincolare la riapertura alla presenza di militari afghani intorno all'ospedale ed il passaggio della gestione al ministero della Sanità locale. Gino Strada, intervenuto a numerose riunioni in loco, fu irremovibile: l'ospedale è per sua natura un luogo neutrale, impensabile il controllo militare, o che l'accesso alle cure sia filtrato. Alla fine, fu il governatore Mangal in persona ad assicurare che Emergency avrebbe potuto continuare a operare in piena autonomia, sia dal punto gestionale che clinico. Non poté d'altronde fare altrimenti, essendo da settimane oggetto di continue sollecitazioni da parte della società civile. La popolazione aveva perso un luogo di cura fondamentale, l'unica struttura in grado di offrire assistenza chirurgica gratuita e di elevata qualità in tutta la provincia di Helmand. Prova ne è che neanche tre ore dopo il via libera si presentava il primo paziente, il sessantacinquenne Habibullah, ferito al petto dopo un litigio. Cecilia Strada nel comunicato ufficiale fece notare la coincidenza della riapertura dell'ospedale Terzani con il sesto anniversario della morte del giornalista-scrittore fiorentino. Probabilmente una 167


banale casualità, ma forse è il ricordo del suo insegnamento che ci guida - disse la giovane presidente. Emergency festeggiò la riapertura di Lashkar Gah con il concerto che la cantante americana Patti Smith volle loro dedicare domenica 1 agosto in piazza San Marco a Venezia.

Come andrà a finire Questo è l'interrogativo ricorrente. Nessuno ormai chiede più a chi torna dall'Afghanistan com'è la situazione. Si sa che le cose non vanno per il verso giusto. Si domanda invece se ce la faremo mai a rimettere in sesto il Paese e iniziare finalmente un ritiro dignitoso. Tutto questo quando le polemiche sulla spedizione sembrano proprio non finire mai. Sempre nell'occhio del ciclone. Scosse continue. Un colpo basso non da poco è venuto da WikiLeaks, il sito-web del trentanovenne ex pirata informatico australiano Julian Assange. Prima di scatenare il terremoto diplomatico con la pubblicazione di migliaia di documenti dello State Department, ricevuti più o meno anonimamente, nell'estate 2010 ha messo in rete - inviandoli in anteprima a «Der Spiegel», «Tue Guardian» e «Tue New York Times» - i primi 15.000 dei 92.000 documenti riservati in suo possesso sulle attività delle forze armate USA e UK in Afghanistan e Iraq. Impossibile negare la veridicità delle carte pubblicate, sebbene a volte presentate fuori contesto. Tutto autentico, proveniente - secondo quanto emerso da una prima indagine interna del Pentagono - dal computer di un infedele caporale dell'Oklahoma. Il lato oscuro di gran parte delle operazioni degli ultimi cinque anni contro i talebani veniva messo a nudo dal blog Afghan war diary. Con qualche imbarazzo per i metodi troppo disinvolti usati in diverse occasioni. Inutili i tentativi di oscurare il sito, adducendo potenziali rischi per la vita di soldati americani ed informatori locali. Non ci fu nulla da fare. Maso Notarianni, voce di Emergency, polemizzò - e non aveva tutti i torti - con alcuni inviati di grandi testate italiane che sostenevano di aver ampiamente raccontato in passato loro stessi, nei rispettivi giornali e televisioni, gran parte delle notizie riportate da 168


WikiLeaks. Secondo Maso, che è anche direttore di «PeaceReporter», si trattava di documenti talmente esplosivi che tutti dovevano concentrarsi in una difficile opera di demolizione. Cosa forse un po' esagerata. Molto discutere ha fatto in autunno anche il libro Obama's Wars di Bob Woodward. Un mattone di 400 pagine in cui il giornalista del «Washington Post», noto per aver sollevato con Carl Bernstein il caso Watergate, metteva in luce le profonde spaccature tra i key players dell'amministrazione USA. In primo luogo fra la leadership della Casa Bianca e gli alti gradi militari, ma in realtà un tutti contro tutti. Divergenze d'opinioni a 360 gradi, ma anche rapporti personali poco cordiali e relativa stima reciproca. Varie divisioni interne erano conosciute da tempo, ma non dell'intensità e ampiezza di quelle descritte nel volume di Woodward. Dalla lettura si evinceva una riluttanza del presidente a farsi coinvolgere nelle strategie di lungo termine degli stati maggiori. I.:imperativo per Obama era l'exit strategy. I can't let this be a war without end and I can't lose the whole Democratic Party: così il Presidente ad un senatore della Sud Carolina nella narrazione del due volte premio Pulitzer. Robert Siegel di National Public Radio avanzò l'ipotesi che Woodward, dopo Nixon, avrebbe potuto far saltare un secondo presidente. E - sempre secondo quel libro - non mancava il pessimismo tra i pezzi grossi di Washington. Se il vicepresidente Biden metteva in guardia sull'efficacia dei rinforzi immessi in teatro e sosteneva invece di concentrare (con molte meno truppe) l'impegno nella lotta ad al-Qaeda, l'inviato speciale AFPAK Richard Holbrooke non aveva dubbi sulla velleitarietà della nuova strategia: It can't work. Poco convinto anche il generale Douglas Lute, consigliere speciale · di Obama per l'Afghanistan.Unica, in qualche occasione, a strizzare l'occhio ai militari, il segretario di Stato Hillary Clinton, più incline all'invio di rinforzi. · Qualche disagio suscitò la ricostruzione di Woodward secondo cui la CIA avrebbe messo in piedi un esercito ombra di tremila uomini, in gran parte afghani (Counterterrorism pursuit teams - CTPT), per combattere i talebani. Una rivelazione che non aveva certo contribuito ad aumentare la popolarità degli stranieri a Kabul e dintorni. 169


Poco dopo l'uscita del libro si dimise il consigliere per la Sicurezza Nazionale, l'ex capo dei marines James Jones. Probabilmente una coincidenza - era stato lo stesso generale nell'accettare l'incarico a far sapere che non sarebbe rimasto più di due anni. Un'uscita che tuttavia ha fatto discutere. Non passò inosservato che a subentrare fosse il suo vice Thomas Donilon, un civile da sempre contrario all'escalation militare. Jones in disaccordo con il presidente? Non è detto. Anche se viene da pensare alla conclusione cui è pervenuto Obama - sempre secondo Woodward - dopo le tanti riunioni sull'Afghanistan, ovvero: don't trust everything the generals tell you. Vera o meno che sia l'indiscrezione del giornalista-scrittore, rimane il fatto - come ha acutamente osservato il decano del «Corriere» negli USA Massimo Gaggi - che «da più di un mezzo secolo non si vedevano generali americani contestare a raffica (e in pubblico) le scelte militari del loro presidente (che poi è anche il comandante in capo delle FFAA)». Incidentalmente in Obama's Wars venivano citati a sproposito - anche nei best seller non mancano le sviste - i soldati italiani. Oltre a riportare una poco intellegibile conversazione fra i generali McChrystal e Castellano, lo scrittore commentava con sarcasmo sulle casse di aragoste che volavano da Roma a Herat e the amazing lobster risotto che era servito alle truppe tricolori. Ironia a buon mercato. Dopo venti anni di missioni, di mense militari modestamente me ne intendo. Un posto dove ho mangiato regolarmente crostacei è stato proprio il comando USA di Tuzla, nel nord-est della Bosnia. Pranzando per tre anni a Eagle Base non ne ho mancata una di aragosta, per non parlare di ciò che arrivava per il Thanksgiving ed altre feste comandate a stelle e strisce. Viceversa, se c'è stato un periodo di vacche magre nel rancio ITALFOR è appunto quello di cui riferisce Woodward. La mensa di Camp Arena a Herat, nata per dar da mangiare a 1.500 soldati, finisce per ritrovarsene quasi il triplo (con albanesi e bulgari che mangiano per due). In varie occasioni i cuochi con le stellette hanno avuto difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, non solo per il crescente afflusso di truppe ma anche per le mancate consegne di container-viveri, più volte saccheggiati durante la risalita dal Palei170


stano in zone afghane poco sicure. Non so quante volte siano dovuti ricorrere ai medaglioni ripieni, dei tondini dorati surgelati ben poco appetibili e che solo lo stomaco di un cinghiale riesce a digerire. Ogni tanto mi lamentavo col vecchio amico Roberto Spina, lo stesso chef dell'esercito che mi aveva sfamato superbamente nella Nassiriyah assediata: accà, chisto è chillo ca c'è, era la laconica risposta. Per non parlare dei desperados nelle basi avanzate che spesso e volentieri hanno ricevuto approvvigionamenti solo tramite aviorifornitori. Ogni settimana, sopratutto negli avamposti di Bala Murghab e nel Gulistan, dal portellone di un c-130 venivano lanciati alcuni bundles, contenitori di tela pieni di vettovaglie legati ad un paracadute. Dubito ci fossero frutti di mare. Oltretutto, se improvvisi colpi di vento li facevano atterrare altrove, tutti a dieta. In realtà, a Herat anche con solo quattro cose a disposizione sono ugualmente riusciti a sfornare risotti accettabili, ma questo fa parte dell'abilità dei nostri cuochi in mimetica (o forse anche del fatto che gran parte degli americani sia di bocca buona e pertanto anche un piatto normale a loro sembri fabulous). Al posto di Woodward - invece di parlare di aragoste mai viste - avrei piuttosto consigliato ai suoi connazionali di andarsi a fare un giro alla caserma «Magrone» di Maddaloni e apprendere qualche trucco del mestiere dalla Scuola sussistenza dell'esercito. Di sostanza, invece, l'ultimo appunto agli italiani: non essere impegnati in counterinsurgency. Una critica che lascia il tempo che trova, alla luce delle offensive che proprio gli uomini di Castellano hanno portato avanti in quel periodo, senza contare la costante attività ad ampio raggio della task farce 45, il raggruppamento delle forze speciali italiane impiegato nella lotta al terrorismo. Oltretutto, molte delle restrizioni che condizionavano l'attività di ITALFOR erano state eliminate nell'estate del 2008 dal neo ministro La Russa. Nelle pagine successive Woodward fa un'annotazione più generale, ponendo l'accento sui limiti che condizionano l'azione delle truppe europee. È quindi probabile che si sia riferito all'Italia per una valutazione che in realtà coinvolge tutti i militari del vecchio continente. Ma questa è un'altra storia. Si tratta della vecchia diatriba fra Paesi che ci vanno giù pesante e quelli che scelgono un atteggiamento più cauto. Divergenze desti171


nate a perdurare. E di cui gli USA hanno preso definitivamente atto. Gli americani sono oramai consapevoli che andando avanti con la linea dura dovranno contare principalmente sulle loro forze. Gli altri alleati saranno utili per il presidio del territorio e l'addestramento delle forze di sicurezza. Questi ultimi si domandano se !'unanimemente invocata soluzione politica si concili con una sempre più pressante offensiva militare. Per trattare da una posizione di forza, si argomenta. Forse. Ma non tutti ne sono convinti. L'ONU, per bocca del suo numero uno sul campo, ritiene che i talebani siano coscienti dell'impossibilità di riprendere il potere militarmente e che pertanto non gli resti che aprire una trattativa con il governo. De Mistura è deU 'idea che i seguaci del mullah Omar abbiano preso le distanze da al-Qaeda e che l'Alto consiglio di pace formato dal presidente Karzai - affidato all'ex presidente Burhanuddin Rabbani - sia in grado di completare il processo di riconciliazione nazionale per luglio 2011, data indicata da Barack Obama per l'inizio del ritiro. Una grande scommessa per gli americani, in particolare per lo stesso presidente, consapevole che sull'Afghanistan si gioca il suo futuro politico. Kabul può diventare la sua Saigon. Owero finire locked into Vietnam, come ha messo in guardia il suo vice in un memo riservato. È probabile che si faccia di tutto per arrivare all'estate 2011 con un accordo, anche minimo, che permetta di iniziare un ripiegamento dignitoso. Questo è quello che perlomeno ci si augura nelle capitali occidentali. Troppo alta la posta in gioco: Obama non può permettersi di rimanere nel pantano afghano sine die, il sostegno per_la missione nelle opinioni pubbliche occidentali si affievolisce e, non ultimo, pesa il sempre meno sostenibile sacrificio di vite umane. Ma anche i costi della missione iniziano a preoccupare le finanze di molti Paesi (USA in testa). Di grande interesse quello che ha scritto in un recente saggio lnnocenw Cipolletta. Secondo l'ex direttore generale di Confindustria, la recessione planetaria affonda le radici nella scelta degli Stati Uniti d'impegnarsi in conflitti bellici di lunga durata, facendo pagare le proprie guerre anche a cittadini di altre nazioni. È una tesi che merita la massin1a attenzìone, sopratutto ricordando quanti agli inizi della Seconda guerra del Golfo sostenevano che la spedizione avrebbe dato un impulso all'economia. 172


Tutte queste ragioni fanno sperare che si avvicini l'inizio della fine. Lo stesso de Mistura ha recentemente detto in un incontro al New York International Peace Institute di vedere «un po' di luce alla fine del lungo tunnel». Musica per le orecchie del presidente democratico. Anche se in realtà è l'espressione dell'ottimismo di facciata che ogni capomissione, specialmente nelle prime fasi, deve necessariamente mostrare. Di luci se ne sono viste in passato, per poi ripiombare nel buio più pesto. Se l'instabilità dovesse perdurare ancora molto, è facile prevedere un braccio di ferro fra una Casa Bianca impaziente di abbandonare il campo di battaglia ed i vertici militari che non ci stanno a perdere la faccia con un ripiegamento dal sapore di u·na sconfitta (con un capo del Pentagono che probabilmente se ne laverà le mani essendo in uscita). Al vertice NATO di Lisbona nell'autunno 2010, è prevalsa la linea tendente a mantenere una forte presenza internazionale almeno fino al 2014. In pratica, fine del surge nel 2011 e piena responsabilità afghana tre anni dopo. È possibile che la vittoria repubblicana nelle elezioni di mid-term abbia riorientato l'Amministrazione USA su queste posizioni. Sul fronte italiano, curiosamente, le parti sono invertite. Dalle mie impressioni non credo che gli stati maggiori di casa nostra muoverebbero obiezioni ad un fine missione afghano, tantomeno a livello di truppa. Lo vedrebbero come un naturale avvicendamento, dopo un decennio d'impegno intenso, al p_ari di quanto pianificato da alleati di rango come Canada e Olanda. Se lo avesse deciso il governo Prodi magari in qualche caserma avrebbero storto la bocca, ipotizzando ragioni ideologiche. Se, viceversa, la deliberazione venisse dall'esecutivo di centro-destra nessuno si agiterebbe. Come si è venuti via senza drammi da Nassiriyah, si farebbero le valige serenamente da Herat. Quando, nella primavera del 201 O, si è ammainato il tricolore dalla storica base italiana di Kabul tutto si svolse in maniera composta. Solo qualche velata polemica da parte del coriaceo comandante uscente per il repentino cambio di nome della base. Nonostante gli ingenti investimenti per migliorie ed ammodernamenti effettuati negli anni dagli italiani, fu ribattezzata a tempo di record Camp Anadolu dai nuovi inquilini turchi. «Questo per noi è stato, e sempre 173


sarà, Camp Invicta!», così arringò nel saluto finale il colonnello Francesco Zumbo riscuotendo uno scrosciante applauso dai bersaglieri di Cosenza rimasti con lui. Da Palazzo Chigi, invece, perlomeno stando alle dichiarazioni ufficiali, non si evince l'ansia di fare fagotto che assilla Obama. Vi è piuttosto la consapevolezza, se vogliamo rassegnazione, di trovarci su un treno di cui non conosciamo la durata del tragitto fino alla destinazione finale (né se farà fermate intermedie). Di richieste, da parte dei governanti romani al macchinista, di accelerare ed arrivare prima a casa non se ne sono viste (salvo qualche uscita della Lega). Ma anche l'opposizione, con l'eccezione dell'mv (e sinistra extraparlamentare) non si smarca dall'esecutivo. C'è quasi un timore - dai banchi di sinistra - di mostrare scarsa fedeltà atlantica. Qualcosa in Italia si è cominciato a muovere nell'ottobre 2010, a seguito di un micidiale attacco dei talebani al confine delle provincie di Farah ed Helmand, che ha lasciato sul terreno Gianmarco Manca, Sebastiano Ville, Francesco Vannozzi e Marco Pedone, tutti del 7° della Julia, un reggimento alpino molto popolare nel bellunese, dove si trovano le loro varie caserme. Mi tornò la mente a Santa Maria in Trastevere, neanche un mese prima. Ai solenni funerali di Toni Fontana - inviato de «l'Unità» dei più celebrati e da sempre pacifista convinto - i familiari avevano posto sopra la bara proprio il cappello da alpino (col numeretto al centro) dei tempi del servizio militare nel battaglione Feltre, cittadina dove era nato. Il forte radicamento sul territorio del 7° si manifestò ancora una volta in occasione di quest'ultimo lutto delle truppe tricolori. Grande il cordoglio nel Nord-Est, ma anche in tutto il Paese. Un nuovo pesante tributo di sangue che ha imposto una riflessione. Per la prima volta i titolari di Esteri e Difesa, seppur in maniera piuttosto generica, hanno cominciato a parlare di inizio ritiro a partire dall'estate prossima. E qualche voce critica si è alzata all'interno della maggioranza di governo. Non solo da parte della Lega - il governatore veneto Zaia ha prospettato «un nostro più tragico Vietnam» e, col buon senso dell'agricoltore, si è chiesto se la missione abbia un senso senza l'appoggio della popolazione. Gli stessi Roberto Formigoni e Giuliano Ferrara, vicini al presidente del Consiglio, hanno 174


espresso dubbi sulla spedizione afghana. Anche un ex ministro degli Esteri tra i più autorevoli, Gianni De Michelis, non ha nascosto che «per raggiungere l'obiettivo a Kabul l'approccio militare fosse stato il meno adatto>>. Ma ancor più duro c'è andato il politologo cattolico Vittorio Emanuele Parsi, secondo cui conquistare i cuori mentre si combatte è quasi impossibile, «sarebbe come cercare di fare contemporaneamente lo sbarco in Normandia e il Piano Marshall, ed è quello che stiamo provando a fare in Afghanistan», ha scritto su «La Stampa». Facevano riflettere - trattandosi di testata tradizionalmente dei moderati - anche quattro lettere al direttore, tutte critiche sulla presenza italiana in Afghanistan, pubblicate su «Panorama» a fine ottobre. Un dibattito che è andato avanti per qualche giorno, per poi affievolirsi, come accaduto in occasione di tragici eventi registrati in passato. Se non fosse stato per una commovente intervista di repertorio ed un'aspra polemica fra il titolare della difesa e i vertici militari sulla gestione della pubblica informazione, neanche l'ultima vittima italiana del 2010 - un altro alpino del 7°, caduto durante uno scontro a fuoco nella valle del Gulistan proprio il 31 dicembre - avrebbe forse scosso più di tanto, complici pure i festeggiamenti, opinione pubblica e mondo politico. Del vicentino Matteo Miotto rimarrà per sempre quella faccia pulita che pronuncia pieno d'orgoglio «non siamo mercenari, abbiamo una tradizione» ed il tricolore con su scritto Thiene, la sua città, che sventola dal blindato Lince. Un Capodanno decisamente triste per quanti avevano a cuore uomini e donne impegnati in missioni di pace.· Lo stesso ministro La Russa - a caldo, visibilmente emozionato - lamenterà i troppi lutti tra i nostri soldati, salvo poi ribadire che la missione doveva continuare. Più allarmato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tre settimane dopo, all'indomani della morte di Luca Sanna, anche lui alpino, dell'8° di Cividale. «Di fronte al dolore ci chiediamo se serve davvero restare» - si sfogò il premier. E, pensando alle gravi lesioni di Luca Barisonzi, ferito insieme al caporale sardo nell'avamposto Highlander, concluse che il governo stava «valutando una strategia per il ritorno dei ragazzi». Analoghi commenti a fine febbraio, quando a perdere la vita era stato un ufficiale polesano del 5° di Vipiteno, 175


Massimo Ranzani, saltato sull'ennesima mina sotterrata sulla rotabile. «È un sacrificio che scuote le coscienze», osservava sgomento il PD romano Zingaretti e lo stesso capo della commissione Esteri della Carnera Stefani s'interrogava sul «senso della missione». Anche se, in Italia, per via di una tumultuosa situazione politica interna e degli sconvolgimenti in Nord Africa non era certo il momento più adatto per una profonda riflessione sull'Afghanistan. In realtà, se si vuol rimanere vicini agli angloamericani sino in fondo, è meglio non far previsione sui tempi dell'impegno. Occorre limitarsi ad augurare un affrancamento rapido delle forze di sicurezza afghane, tenendo presente che forse non sarà solo questo a determinare il ritiro definitivo degli eserciti occidentali. Un'altra ipotesi di lavoro balzata alla ribalta con insistenza negli ultimi tempi è la regionalizzazione. Ossia un coinvolgimento dei Paesi limitrofi nella stabilizzazione dell'Afghanistan. Come per la soluzione politica e la riconciliazione nazionale tutti si mostrano d'accordo. A parole. Quando poi si va a stringere, iniziano i dislinguo. Chi ha paura dell'Iran, chi sospetta della Russia, altri non si fidano dei pakistani o diffidano dell'espansionismo economico dell' India. Un ruolo costruttivo dei vicini sembra lungi dal venire; d'altronde trovare una piattaforma comune è piuttosto arduo: troppi gli interessi divergenti. Ma non è detto che - a mali estremi - non ci si debba affidare a loro. Le prime timide aperture verso Mosca, tuttavia, già si sono viste. Quello che sta emergendo con chiarezza è la necessità di nuovivecchi interlocutori internazionali. Nuovi, giacché assenti dall'Afghanistan dopo l'intervento USA-NATO, ma con al loro attivo una frequentazione di luoghi e persone negli anni precedenti. Molti mediatori dell'ultimo decennio hanno fatto il loro tempo, altri sono bruciati in partenza. Segnali in questa direzione sono venuti da un paio di missioni informali del Parlamento europeo. Il relatore per l'Afghanistan all'Assemblea di Strasburgo - l'ex deputato nazionale, ma soprattutto ex sottosegretario ONU, Giuseppe Arlacchi - ha avuto incontri di un certo interesse con elementi borderline della galassia talebana. Ciò che ha colpito - ad un paio di meeting ho assistito anch' io - è stata la maggiore predisposizione al dialogo di personaggi che erano di casa a Kabul nell'era degli studenti coranici. Arlacchi (Pino per gli amici) è uno di questi. Nella seconda metà dei 176


Novanta, alla guida dell'Antidroga ONU ha battuto palmo a palmo l'Afghanistan. Non ha preclusioni o pregiudizi ideologici a trattare con i talebani. Il suo rapporto presentato nel novembre del 201 Oalla commissione Esteri dell'Europarlamento - approvato pressoché all'unanimità - propone una nuova strategia per la UE. Certo, parliamo di distinguo, piccoli passi, ma in un momento critico come questo vale forse la pena, da parte della coalizione, di tentare tutte le strade. Rompere la barriera d'incomunicabilità con gli oppositori. Decoding the new taliban, ossia cercare di decifrarli, come recita il titolo dell'ultimo libro di uno dei massimi studiosi della galassia talebana, il ricercatore della London School of Economics Antonio Giustozzi. Oltre che ricreare un clima di fiducia con la dirigenza di governo e la popolazione sono le priorità, se siamo veramente convinti che la soluzione del conflitto afghano non sia solo militare. I prossimi mesi saranno decisivi. Si ripete da tempo, ma ora siamo proprio alla resa dei conti. Tuttavia, resterà da vedere se un eventuale accordo con i (pashtun) talebani, quale che esso sia - limitato ad uno dei gruppi o ad ampio raggio, di massima o dettagliato - non provochi reazioni incontrollabili da parte di tagiki, hazara e uzbeki. Stabilizzare l'Afghanistan, è mettere insieme le tessere di un immenso puzzle. Alcune mancano, altre sono ancora fuori posto.

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Documentazione fotografica


Aeroporto Nassiriyah-Tallil, 2004 - Capo SM Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola e comandante operativo Interforze generale Filiberto Cecchi scortati da cc GIS.

Baghdad, 2007 - Magg Giulio Duranti, gen Leonardo Leso e ten col Antonino Briguglio.

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Nassiriyah, 2005 - Accampamento carabinieri paracadutisti.

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Diii, 2007 - Casa provincializia suore Canossiane.

UNIHL Libano, 2007 - Force Commander gen Pellegrini si congratula con la Forza da Sbarco italiana. Da sin. c. amm Confessore, col Motolese, cv Guerrisi, cf Cappellaro, cc Molinas, cc Marino, cc Totaro.

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Kabul, 2007 - Capitano Saverio Cucinotta e maresciallo Gualberto Raspa, del genio guastatori, sensibilizzano popolazione sul pericolo ordigni inesplosi.

Kabul, 2008 - Alto rappresentante Javier Solana si congratula con capitani EUPOL Paolo Colombani e Corrado Faggioni.

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Kabul, 2008 - Visita Alto rappresentante Solana, a sin. addetto UE Aziz Basam.

Kandahar, 2009 - Fotoreporter Associated Press Pier Paolo Cito embedded con US Army.

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Casermetta Genio Camp lnvicta Kabul, 2009 - Caposquadra bonifica esplosivi maresciallo Filippo Lo1acono e sergente Giuseppe Casella con collega americano; sullo sfondo lapide ricordo capitano Stefano Rugge.

Chicken Street Kabul, 2009 - In perlustrazione al bazar.

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Afganistan, 2009 - Guastatore alpino del 2° reggimento di Trento Alessio Cusimano in perlustrazione nell'area di Pol-1-Charki.

Orfanotrofio Herat, 2009 - Mascotte Guardia di Finanza (foto f. Gentile).

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Kabul, 201 O· Presidente Hamid Karzai saluta l'ambasciatore UE Ettore Sequi a1 termine del suo mandato. Al centro National Security Adviser Rangin Spanta.

Kabul, 2010 - Generali David Petraeus e Carmelo Burgio.

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Camp Arena Herat, 2010 - Capitano Manfred Libera consegna diploma a ufficiali dell'Afghan Bordcr Police, assistito da colleghi GDF Massimiliano Gentili e Paul Giaquinto.

Kosovo, 2010 - Rappresentante speciale ONU Lamberto Zannier e comandante dei Granatieri di Sardegna Carlo Emiliani in visita al monastero ortodosso di Gorioé.

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Baia Mourghab, 2010 - Colonnello Massimo Biagini, del 2° Alpini, incontra notabili del circondario. (Bta Taurinense El).

Camp lnvicta Kabul, 2010 - Marescialli EUPOL Giorgio Novaro e Gennaro Russo insieme al ministro della Difesa Ignazio La Russa.

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Kabul, 2010 - Incontro ufficiale presidente Hamid Kamii e ambasciatore UE Ettore Sequi.

Kabul, 20 I O- Ministro degli Esteri svedese Cari Bildt e comandante EUPOL Kai Vittrup.

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Camp Arena Herat, 2010 - Foulard San Marco bis donato dalla squadra fucilieri di marina del sergente Vincenzo Palermo.

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Kabul, 2010 - Inviati UE-ONU Seqlti e de Mistura ammirano volume cli mosaici ravennati donato dal presidente della Provincia Francesco Giangrandi.

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J

Kabul, 2011 - Agenti dell'Afghan National Police (cortesia Style/M. Bulaj).

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Kabul, 2011 Mons Giuseppe Moretti e pattuglia del Tuscania fuori servizio consegnano al dr Alberto Cairo aiuti umanitari ricevuti dal Rotary Club Arezzo.

Avamposto Bala Mourghab, 2011 - 1° cpl magg hancisco De Paula Sarai va e serg magg Luciano Marzola dell'8° Alpini di Cividale.

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Indice dei nomi


Abbas, Fara 120 Abdullah, Abdullah 80, 107, 108 Abdulrahman Khan, Emiro 74 Abrashi, Fisnik 61 Abu Omar, (Hassan Mustafa Osama Nasr) 36 Aga Khan, Karim 62 . Aga Khan, Sadruddin 151 Agoni, Edmond 85 Ahmadi, Daud 157, 158 Aitala, Rosario 162 Ajello, Aldo 105 Al Sadr, Moqtada 75 Albright Korbel, Madeleine 35 Alciator, Andrea Salvatore 119 Alessandro Magno 25 Aloisi, Rossella 166 Amanullah Khan, Re 72 Andreatta, Beniamino 78 Andreotti, Giulio 54 Antonini, Maurizio 30 · Apollo, Armando 15 Aragona, Gian Carlo 75 Arlacchi, Giuseppe (detto Pino) 176 Armenni, Ritanna 166 Arnault, Jean 61 Aresu, Emanuele 125 Artioli Malagoli, Brunella 59 Ashton ofUpholland, Catherine Margaret 117 Assange, Julian 168 Badaloni, Piero 151 Bakhita, Josephine (Santa) 48

Baldelli, Luigi 96 Baldoni, Enzo 55 Balotelli, Cristina 133 Balotelli, Mario Barwuah 133 Ban, Ki-moon 116, 149, 150, 151, 156 Barbano, Pietro 142 Bargellini, Angela 30 Barisonzi, Luca 175 Bartali, Gino 90 Basam, Aziz 68 Battistini, Francesco 33, 35, 36, 100 Bellano, Enrico 95 Bellico, Maurizio 140 Belion i, Elisabetta 100 Benedetto XVI, Papa 34 Beneducet Lorenzo 29 Benigni, Enzo 128 Berisha, Sali 87 Berlinguer, Bianca 111 Berlusconi, Silvio 36, 50, 52, 55, 77, 78, 78, 79, 90, 113, 143, I 62, 168, 175 Bernstein, Cari 169 Bertolini, Marco 77, 78, 79, 167 Biagini, Massimo 125 Biden, Joseph Robinette jr 169 Bildt, Cari 18, 117 Biloslavo, Fausto 160 Bolis, Massimiliano 62 Bolzoni, Attilio 102 Bonato, Federico 65 Bonifazi, Enzo 145 Boniver, Margherita 153 Borg-Olivier, Alexander 23 Bortolan, Alberto 163

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Bossi, Umberto 80 Botteri, Giovanna 88, 160 Boutros-Ghali, Boutros 125 Braghieri, Fausto 134 Brunetti, Jolanda 94 Bruno, Luigi 59, 60 Bruno, Massimiliano 144 Brunori, Alberto 91 Bruzzese del Pozzo, Francesco 17, 18, 58 Buono, Ferdinando 133 Bureau, Jean-François 82 Burgio, Carmelo 143, 144, 145, 146, 147, 148 Bush, George W. 37 Butini, Giorgio 24 Buttazzo, Valentino 88 Buzzati, Dino 78 Cadalanu, Gianpaolo 164 Cairo, Alberto 90, 159, 160 Cakioussis, Costantin 24 Calabrese, Federico 102, 165, 166 Calderoli, Roberto 80 Caldwell, William B. IV 145, 147 Calipari, Nicola 98 Cameron, David 75 Camporini, Vincenzo 166 Cantone, Luigi 79, 132 Cantoni, Clementina 95, 97, 99 Cantoni, Ge rmana 98 Caponnetto, Guido 145 Cappellaro, Stefano 52 Capuozzo,Toni52,78, 127 Caracciolo di Castagneto, Carlo 103 Carlucci, Antonio 100 Casella, Giuseppe 71 Cassari, Mario Roberto 86 Cassini, Giuseppe 51 Castagnetti, Fabrizio 50 Castellano, Rosario 129, 170, 171 Castro Ruiz, Fide! Alejandro 47 Catena, Marina 35 çaushi, Zani 143 Ceravolo, Francesco Maria 125 Chiarini, Donato 26, 27

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Chiesa, Giulietto 84, 85 Chiucconi, Fabio 132 Ciampi, Carlo Azeglio 152 Ciardi, Jlarione 54 Ciccotti, Luca 152 Cimovska Antonini, Liljana 30 Ciotti, Luigi 159, 166 Cipolletta, Innocenzo 172 Clinton Rodham, Hillary Diane 169 Clinton, William Jefferson 35 Colazzo, Piero Antonio 158 Comitini, Sebastiano 148 Confessore, Claudio 51 Conte, Gianfranco 35 Coppi, Fausto 90 Coppola, Vincenzo 143 Corbellini, Paolo 138 Cordero di Montezemolo, Luca 153 Cornacchione, Giorgio 49 Corrias, Angelino 86 Cossiga, Francesco I 19, 143 Cowper-Coles, Sherard 11 O Cremonesi, Lorenzo 64, 164 Crosetto, Guido 127, ~28, 129, 165 Dachan, Mohammed Nour 99 Dadullah, (Mullah Akhund) 100 D'Alema, Massimo 35, 79 Daneshjo, Shayma D'Antuono, Massimiliano 109 D'Apuzzo, Federico 88 De Cillis, Pierdavide 71 De Gennaro, Gianni 153 De Giorgi, Giuseppe 51 De Luca, Sante 140 De Maio, Enrico 92 De Michelis, Gianni 105, 175 De Mistura Jonson von Raab, Birgitta 152 De Mistura, Emilio 152 De Mistura, Staffan Domingo 148, 149, 150,151,152,153,154,156, 157,162, 172,173 De Ponton d'Amecourt, Jean 109 De Rosa, Nicola 114 Degli Albertini, Pieralberto 59


Degli Esposti, Adriano 145 Dei, Claudio 125 Deiana, Massimo 146 Deiana, Orlando 29 Del Vecchio, Mauro 78, 87 Dell'Aira, Matteo 157, 158, 164 Della Volpe, Santo 143 De Rienzo, Alessandro 62, 63 Di Biase, Dario Davide 73 Di Canossa, Maddalena (Santa) 48, 59 Di Canossa, Sigifredo 59 Di Gennaro, Giuseppe 94 Di Lisio, Alessandro 77 Di Majo, Francesco 30 Di Mare, Franco 127 Di Meo, Gina 68 Di Paola, Giampaolo 82 Di Pauli von Treuheim, Georg 139, 144 Di Stefano, Roberto 145 Di Tommaso, Vincenzo 89 Dini, Lamberto 86, 115 Donilon, Thomas 170 Draghi, Mario 153 Drozdik, Elena 44 Ducci, Roberto 83 Duckovska Tedesco, Martina 28 Edwards, Adrian 76 Eide, Kai 11 5, 116, 148, 151 Eikenberry, Karl 67 El-Masri, Khaled 37, 38 Erlanger, Steven 112 Facciorusso, Michele 146 Fallaci, Oriana 8 Fanfani Tavazzani, Mariapia 151 Passino, Piero 160 Fava, Giovanni Claudio 37, 38 Fava, Giuseppe (detto Pippo) 37 Fayazi, Rasul Abdul Rahman 91, 99 Federici, Franco 125 Federico II da Montefeltro, Signore di Urbino 74 Ferrara, Giuliano 174 Ferrario, Tiziana 95

Ficuciello, Massimo 139 Filipovski, Stojan 30 Fini, Gianfranco 91 Fiorito, Manuel 98 Florit, Francesco 49 Fontana, Gregorio 78 Fontana, Toni 174 Formigoni, Roberto 174 Fortunato, Antonio 131 Fouéré, Erwan 36 Franzè, Michele 142 Frattini, Franco 118, 158 Fresu, Paolo 30 Pulci, Francesco Paolo 86, 87, 114 Fulco, Diego 51 Fusillo, Maurizio 41 Gaggi, Massimo 170 Galanti, Marco 65 Galbraith, John Ken neth 115 Galbraith, Peter 11 5, 116, 148 Gallach, Cristina 25, 57, 58, 60, 114 Gandhi, Mohandas Karamchand 34 Garatti, Marco 157, 158, 159, 161, 162 Gavary, Ismatullah Mohammed 85, 107 Gentile, Pier Luigi 87 Gentilini, Fernando 31, 70, l 05, 113, 118 Ghulam Rasul 107 Giammaria, Duilio 27, 103, 163 Gianniti, Luigi 115 Giaquinto, Paul 20 Giardina, Carmelo 27 Giffoni, M ichael Louis 60 Gigli, Mauro 14, 71, 72 Giglio, Carmela 64 Giordana, Emanuele 166 Giorgi, Domenico 93 Giovanni Paolo II, Papa 34 Giustozzi, Antonio 177 Gjergji, Lush 34 Glaentzer, Claudio 159, 162 Goracci, Lucia 164 Goulding, Marrack 125 Gramsci, Antonio 86 Grasso, Aldo 160

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Graziano, Claudio 51 Grignetti, Francesco 78 Grossomanidou, Dora 26 Gru ber, Dietlinde (detta Lilli) 95 Guazzini, Gino 29, 30 Guéhenno, Jean-Marie 150 Gusmao, Xanana 53, 54, 55 Haanpa, Susanne 162 Habibullah, Re 167 Haga, Sayed 101, 102 Hanefì, Rahmatullah 100, 103 Hartmann, Florence 41 Holbrooke, Richard 18, 105, 110, 115, 150, 155, 169 Huber, Keith 23 Hyseni Skender 33 Iacangelo, Ernesto 130 lacona, Francesca 62, 63 lacona, Riccardo 62 Iannucci, Attilio Massimo 105, 162, 163, 165 Iasson, Stefano 94 lgnatius, David 126 Incisa di Camerana, Uberto 60 Ioannou, Dimitra 109 lori, Federico 120 !sopi, Samuela 163 Izzo, Stefano 146 Jackson, Alphonso 35 Jannuzzi, Giovanni 81 Jean, Carlo 159 Jones, James L. 170 Kabulov, Zamir 97 Karzai, Hamid 66, 80, 82, 96, 10 1, 102, 103,107,109,1 10, 116,119,120,123, 126, 155, 163, 172 Khadouri, Sandra 109 Khomeini, Sayyed Ruohllah 86 Kobler, Martin 154 Kèinigs, Tom 91 Kouchner, Bernard 35, 112, 142, 153

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Kretschmer, Hansjèirg 108, 110 Kriegler, Johann 156 La Mura, Mario 41 La Rosa, Paolo 128 La Russa, Ignazio 52, 78, 146, I 60, 171, 175 La Russa, Romano 84, 85 Laera, Lorenzina 41 Laity, Mark 82 Landi, Marco 88 Lelli, Daniele 119 Lellouche, Pierre 11 O Leo, Rocco l 33 Leoni, Pierpaolo 30 Léotard, François 24 Leso, Leonardo 142, 143 Lingua, Osvaldo 163 Lisi, Lorenzo 148 Lisi, Roberto 148, 149 Loiacono, Filippo 71 Lombardi, Michele 31 Lombardo, Salvatore 85 Lotti, Flavio 166 Luciani, Federica 72 Lute, Douglas Edward 169 MacArthur, Douglas 117 Macrì, Cesare 74 Madre Teresa, (Agnes Gonxha Bojaxhiu) 34 Maffettone, Sergio 125 Magnabosco, Alessandro 74 Mameli, Giovanni 59 Manca, Gianmarco 174 Manca d i Nissa, Michele 86 Mancino, Giovanni 67 Manga!, Gulab 157, 167 Mangialavori, Nicola 70 Manione, Giovanni 60 Mantica, Alfredo 160 Manuel, Susan 40 Manzin, Mauro 113 Marchini, Simona 151 Mariano, padre (Asunis) 145 Marinella, Maurizio 135


Marini, Giorgio 28, 29 Maroni, Roberto 144 Martin, Jan 151 Martino, Antonio 52 Masini, Giuliano 90 Masone, Fernando I 52 Massolo, Giampiero 105 Massoud, Ahmad Shah l 08, I 30 Mastrogiacomo, Daniele 100, 102, 104, 157,159 Matacotta Cordella, Alfredo 47 Matacotta Cordella Fish, Pamela 47 Matrone, Domenico 69 Mazza, Maurizio 42 Mazzola, Sandro 90 McCrystal, Stanley 69, 123, 124, 170 McKiernan, David D. I 16 McNeill, Dan 73 Mercuri, Enrico 64 Mercuri, Sergio 105 Micaletti, Oriano 50, 59 Miccio, Rossella 162 Migliore, Celestino 49 Mihajlovski, Ljubomir 38 Minasi, Nicola 91, 102 Mini, Fabio 127 Miotto, Matteo 175 Miranda, David 89 Mo, Ettore 96 Mora, Claudio 165 Mora, Enrique 105 Moretti, Giuseppe 72, 73, 74, 118, 163 Morillon, Philip 109 Moro, Aldo 102 Moroldo, Massimo 41 Motolese, Emilio 51 Mower, Michael 106 Mureddu, Matteo 119 Naqshband, Adjmal 103, 157 Nedié, Rados (detto Rasko) 22 Nelli Feroci, Ferdinando 105 Nellini, Mario 70 Nemati, Abdul Ghafar 85, 107 Nese, Marco 144

Nicastro, Andrea 78, 161 Nixon, Richard M. 169 Notarianni, Maso 168, 169 Novelli, Giovanni (detto Jimmy) 70 Nucci, Enzo 95 Obama, Barack Hussein II 15, 81, 82, 105, 113,123,124,125,147,169,172,174 Ognenovski, Vladimir 30 Olla, Silvio 139 Olobardi, Antonio 145 Omar, (Mullah Mohammed) 126 Orlando, Nicola 157 Oryakhil, Arif 93 Padovani, Walter 164 Pagani Guazzugli Bonaiuti, Matteo 157, 158,164,165 Pagani, Mauro 30 Paglia, Gianfranco 127 Paladini, Daniele 61 Palmieri, Francesco 131 Palmieri, Roberto 55 Panigati, Angelo 72 Panizzi, Massimo 82 Pari, Simona 98 Parisi, Arturo 89, 101 Parsi, Vittorio Emanuele 175 Pedone, Marco 174 Pérez de Cuéllar, Javier 58 Perricone, Giuseppe Maria 125 Petojevic, Sanja 41 Petraeus, David 125, 142, 148, 157 Petraroli, William 29 Petrilli, Venceslao (detto Lao) 147 Petrosino, Joe 144 Petrovski, Toni 21 Pezzulo, Giovanni 64, 65 Pibiri, Alessandro 119 Picco, Giandomenico 17, 58, 72, 83 Pio XI, Papa 72 Piro, Nico 127 Pisanu, Giuseppe 91 Placido, Michele 98 Polsinelli, Luca 98

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Porzio, Giovanni I 00 Primicerj, Alberto 73 Prodi, Romano 27, 36, 58, 70, 90, 92, 101, 102, 143, 173 Quaroni, Pietro 73 . Quarta, Luigi 88 Rabbani, Burhanuddin 172 Raccampo, Massimo 145 Ramos-Horta, )osé 53, 54, 55 Rampoldi, Guido 107 Randino, Massimiliano 132 Ranzani, Massimo 176 Rassoul, Zalmai I 56 Rava, Enrico 30 Recchioni, Francesco 29 Reichmann, Deborah 162 Reid, Robert 61 Reinado, Alfredo 53, 55 Renna, Mario 65 Rezoagli, Sara 102 Ricchiuto, Davide 132 Ridinò, Giovanni 51 Righele, Mario 145 Rigoni, Luca 132 Risi, Michele 70 Rivera, Gianni 90 Rocca, Umberto 70, 71 Rocchelli, Giancarlo 29 Romani, Alessandro 133 Romano, Sergio 66 Rondoni, Enrico 132 Rosas, Rogério 43, 54 Rouka, Elpida 154 Ruggeri, Guido 146 Ruggiero, Carlo 95 Rugova, Ibrahim 31, 33, 34, 35 Russi, Carmela 84 Russo Gianfranca 62 Russo lervolino, Rosa 152 Russo, Willliam (detto Willy) 140 Sabelli Fioretti, Claudio 159 Sahlin, Michael 18, 24, 26

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Salvi, Maurizio 163 Sandrin, Luigi 27 Sanna, Luca 175 Sanna, Roberto 119 Santoro, Michele 160 Sardzovzki, Natasha 30 Sazdova Sterio, Diana 28 Sbrana, Andrea 136 Scaccia, Pino 55 Scaroni, Paolo 124 Scarpello, Fabio 43 Schiavulli, Barbara 128 Scholz, Jiirgen 22, 57, 96 Sciortino, Aloisio 30 Scola, Angelo 34 Sedwill, Mark 118 Semple, Michael 97 Semprini, Francesco 68 Senesi, Vauro 95 Sentinelli, Patrizia 92, 93 Sequi, Ettore Francesco 65, 84, 85, 86, 87, 88,90,91,92,93,94,85,97,98,99, 101,102,103, 104,105,106,107,lll, 112,113, 115,116, 117,118,119,120, 124, 149, 150, 161 Sergi, Nino 166 Serra, Barbara 114 Serra, Paolo 137 Sessa, Riccardo 33 Setola, Giuseppe 144 Sgarbi, Vittorio 93 Sgrena, Giuliana 98 Shah, Timor 98 Siazzu, Gianfrancesco 111 Sidiq, Hamid 96 Sidiqi, Safwat 156 Siegel, Robert 169 Simbolotti, Graziella 94 Simone, Nicola 152 Sinapi, Vincenzo 127 Smith, Patti 168 Sohlstrom, Torbjorn 3 l, 33 Solana Madariaga, Francisco Javier 24, 35, 57,58,60,89, 105,111,113,114,117 Sopi, Mark 34


Spacca, Gian Mario 65 Spanta, Rarigin 109 Spina, Roberto 171 Starkey, Jerome 161 Stefani, Stefano 176 Stella, Giuseppe 65 Stewart, Rory 74, 75 St0re, Jonas Gahr 63 Strada, Cecilia 167 Strada, G.iJ10 90, 103, 158, 159, 160, 162, 163,165,167 Taffuri, Claudio 125 Tanin, Zahir 58 Tarelli, Antonio 28 Tedesco, Alessandro 30 Tenenti, Andrea 40 Termentini, Fernando 151 Terzani, Tiziano 157, 167 Tito, Josip Broz 23, 29 Tommasini, Rolando 147 Tomsen, Jesper 23, 24 Tonini, Ersilio 104 Topliza, Ghani 20 Torretta, Simona 98 Torsello, Gabriele 99 Troni, Faustino 29 Trovesi, Gianluigi 30 Truman, Harry S. 117 Turpin, José 67, l 05, 120 Ungaro, Carlo 92 Usackas, Vygaudas 118, 162 Valente, Roberto 132

Valli, Bernardo 83 Valotto, Giuseppe 22, 89 Van Rompuy, Herman 117 Vannozzi, Francesco 174 Vanzan, Matteo 75 Vasquez, Zarrena 119 Veltri, Alessandro 128 Vendrell, Francese 58, 96, 97, 104, 110 Venesio, Fausto 145 Venturoni, Guido 83 Vespa, Bruno 160 Vidili, Marco 119 Vieira de MelJo, Sergio 17, 42, l 54, 155 Vignati, Mario 24 Ville, Sebastiano 174 Vittrup, Kai 108 Von Konigs, Florian 26 Windsor Mountbatten (d'Inghilterra), Carlo 74 Woodward, Robert Upshur 169, 170, 171 Ximenes Belo, Carlos Filipe 54 Yakubi, Bechir 88 Yousaf, Muhammad 99 Zahir Shah, Re 96 Zaia, Luca 174 Zamorani, Massimo 165 Zannier, Lamberto 58 Zingaretti Nicola 176 Zizzo, Aldo 129 Zuccarini, Alessio 20 Zumbo, Francesco 174

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