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SERVENDO LA PATRIA ACQUISTIAMO TITOLI DI MERITO E DI GLORIA

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PENSIERO

“Servendo la Patria acquistiamo titoli di merito e di gloria”

Le parole di San Giovanni XXIII, Papa, Patrono dell’Esercito Italiano, da soldato e Cappellano Militare. I richiami ai fratelli al fronte. Accanto ai feriti negli ospedali. L’ultima benedizione al Milite Ignoto del dott. Emanuele Roncalli

Una foto di Angelo Roncalli risalente al 1915, quando fu richiamato in servizio come Sergente del Corpo di Sanità del Regio Esercito. n. 2/2019

Pacifista, patriota, prete in armi? Semplicemente Patrono. San Giovanni XXIII veglia sull’Esercito Italiano, sui suoi uomini, impegnati in missioni di pace e interventi umanitari internazionali. Il Pontefice della Pacem in Terris, tradizionalmente chiamato “Papa buono“, negli anni della Grande Guerra indossò la divisa militare come soldato di leva, poi Sottufficiale, Sergente di sanità, e infine Cappellano. Di quel periodo rimane un’ampia letteratura fatta di documenti, lettere, riflessioni dal suo diario personale, che ci restituiscono il pensiero di Angelo Giuseppe Roncalli – il futuro Pontefice appunto – più autentico e sincero intorno al servizio militare. E, al tempo stesso, una risposta implicita a quanti hanno ingiustamente rilevato una sorta di contraddizione tra il far parte delle Forze Armate che portano ordine e sicurezza e la volontà di costruire la pace. Sono scritti che forniscono uno spaccato dell’operato di Roncalli in tempo di guerra (il conforto ai familiari, ai soldati feriti, ai prigionieri), ma non mancano acute riflessioni su quel buio periodo storico, sugli avvenimenti bellici, sulla necessità di servire la Patria.


familiari” (il volume che raccoglie la corrispondenza fra Roncalli e i genitori, i fratelli, i nipoti ed è stato pubblicato nel 1988 da Rusconi Editore, a cura di Emanuele e Marco Roncalli, ndr) che emergono considerazioni, giudizi, oltre a preoccupazioni, attorno alla necessità e al dovere di servire la Patria. LE LETTERE AI FRATELLI SOLDATI ZAVERIO E GIOVANNI

Documento Militare dell’allora Tenente Cappellano Angelo Giuseppe Roncalli.

Il 27 ottobre 1917, il Cappellano Roncalli scrive al fratello Zaverio: «Con la coscienza di compiere sempre il proprio dovere si va dappertutto e si è pronti a qualunque evento». E più oltre:…«mi auguro

che le cose nostre si volgano in bene cioè nella vittoria delle armi nostre e nella pace giusta e durevole». Ma il passo successivo è ancora più significativo: «È certo che quanto più gli avvenimenti militari si fanno interessanti tanto più ci occorre di semplicità, di calma, di unione con Dio: sapendo che è proprio così che si è bravi soldati, e servendo la Patria acquistiamo dei grandi titoli di merito e di gloria presente e futura». Il mese successivo, 22 novembre 1917, in un’altra missiva al fratello Zaverio è perentorio: «Ora che il nemico è in casa, bisogna cacciarlo ad ogni costo, sennò sarebbpeggio per noi. Ognuno a casa sua. Tutti abbiamo i nostri torti, ma

ANGELO GIUSEPPE RONCALLI SOLDATO DI LEVA

Roncalli conosce il primo impatto con l’Esercito negli anni 19011902 quando fa richiesta di anticipo del servizio militare da volontario, sacrificandosi a favore del fratello Zaverio, che era necessario a casa per i lavori nei campi. Una decisione personale, non imposta, ma presa con la consapevolezza di dover risolvere il problema familiare. Quel periodo fu particolarmente difficile, eppure, scrisse, «sento il Signore con la sua santa provvidenza vicino a me». A questo proposito c’è una lettera poco conosciuta, scritta da Roncalli al Rettore del suo Seminario a Roma mentre era in servizio nel corpo di guardia della caserma, la notte del 28 marzo 1902. Ecco un breve passo: «Sono qui armato di tutto punto, chinato su questo foglio, il solo che sia desto in questa bella notte del Venerdì Santo, in mezzo ai miei compagni di consegna sonnecchianti sui poco morbidi tavolacci. Godo ravvicinarmi a quei poveri soldati romani veglianti sulla tomba di Gesù”. Ma è spigolando fra le “Lettere ai

La copertina del quarto numero del 2016 della rivista “Ioannes” XXIII- Annali della Fondazione Papa Giovanni XXIII”. Rivista Militare


Mons. Roncalli in visita ai soldati italiani a Patrasso (Grecia) nel luglio 1942.

non si tratta di un marcato incitamento, quanto di un’esortazione dettata dal realismo. Su questo punto è illuminante il pensiero dello storico Mons. Goffredo Zanchi che nel volume “Io amo l’Italia” prende in esame le testimonianze del sentimento patriottico e religioso del prete Angelo Roncalli dal periodo della Guerra di Libia (1911-12) ai primi anni Venti: tra il 1915 e il 1918, in particolare, quando Roncalli affrontò il suo dovere di sacerdote e soldato italiano chiamato sotto le armi «senza riserve e obiezioni riguardo alla liceità della guerra, quindi spinto non dalla sola convinzione di adempiere un dovere».

oggi il nostro dovere è di fare ogni sacrificio perché il Tedesco vada fuori, fuori d’Italia». Il 5 dicembre 1917 al fratello Giovanni, anch’egli militare, scrive: «Noi sappiamo che l’amor di Patria non è altro che l’amore del prossimo, e questo si confonde coll’Amore di Dio. Noi facciamo il nostro dovere guardando in alto». È in questa fitta corrispondenza con i familiari, soprattutto con i fratelli impegnati al fronte, che è palpabile il suo dolore verso la guerra che vede riflessa nelle ferite più atroci dei soldati ricoverati negli ospedali e ai quali si dedica senza mai fermarsi. Il 16 giugno 1917 al fratello Zaverio aveva mandato queste righe: «Ho tanto e tanto lavoro che talora pare mi manchi il respiro. Confido sempre che la guerra debba finire presto. Certo a me non occorre venire al fronte per comprendere che cosa sente, che cosa desidera e che cosa soffre il Soldato d’Italia». FRA PATRIOTTISMO E REALISMO

Quel che è certo è che c’è sempre stata una presa di coscienza di Roncalli circa i problemi morali della guerra. Al tempo stesso questi scritti paiono permeati da una sorta di patriottismo, ma a ben guardare n. 2/2019

L’elezione al Soglio Pontificio di Papa Roncalli, 28 ottobre 1958.


Sempre nel 1917, Roncalli rievocava così i sentimenti provati quando aveva ricevuto l’avviso di arruolamento: «Intesi subito una letizia interiore di poter mostrare a fatti come io sacerdote sentivo l’amore di Patria che poi non è altro che la legge della carità applicata giustamente». Il patriottismo di Roncalli non assunse comunque mai i toni estremi di una certa retorica nazionalista, né comportava una demonizzazione del nemico. Alla esperienza di Cappellano Militare Roncalli fece riferimento nel discorso al VI Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Bergamo nel 1920, in cui ricordò le notti fra i valorosi soldati e affermò che la guerra, rimanendo in ogni caso una grandissima tragedia, aveva tuttavia fornito un grande assaggio del valore dei popoli, perché accanto alle bruttezze ed alle miserie aveva offerto tanti episodi consolanti.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Se da un lato si è fatto ricorso ai testi di Roncalli relativi al periodo della Grande Guerra per illustrarne il pensiero, dall’altro non va dimenticato il suo operato durante il Secondo Conflitto Mondiale. È il periodo in cui Roncalli, rappresentante pontificio in Oriente e poi Nunzio Apostolico in Francia, opera a favore dei rifugiati, dei feriti, dei prigionieri di guerra. Si espone in prima persona proteggendo le popolazioni e i soldati italiani (dopo l’8 settembre 1943) dai tedeschi, riuscendo anche ad ottenere che Atene, come Roma, venisse dichiarata “città aperta” dalle due parti in lotta, risparmiandole i bombardamenti. Ben noto è il suo impegno, con astuzie diplomatiche, nel sottrarre gli ebrei alla caccia che danno loro le truppe naziste e il suo intervento

Ritratto di Papa Giovanni XXIII, dipinto di Giacomo Manzù.

per mitigare il blocco della flotta inglese alle coste della Grecia, che permette l’importazione di viveri necessari a salvare il popolo greco dalla fame. Di questo periodo rimangono, oltre a scritti che meritano di essere riscoperti, anche alcune immagini delle visite di Roncalli ai soldati e ai prigionieri di guerra. I RICORDI DEL PONTEFICE

Altrettanto significativi i richiami al servizio militare pronunciati durante il Pontificato. Rivolgendosi ai Cappellani Militari in congedo l’11 giugno 1959, nei Giardini Vaticani, Papa Giovanni XXIII così esordì: «I ricordi incancellabili e profondamente umani, legati alle nostre esperienze di vita militare, si affacciano al pensiero più vivi che mai, e rinnovano le emozioni e le consolazioni provate in quei lontani giorni di semplice servizio, dapprima, e di ministero sacerdotale di poi, in mezzo a tanta balda gioventù». E subito dopo: «L’anno di volontariato sui vent’anni fu anzitutto assai utile e fecondo, perché ci diede la preziosa possibilità di penetrare sempre più a fondo nell’animo umano, con incalcolabile giovamento per la nostra preparazione al ministero sacerdotale». Il Pontefice non esitò a definire quell’epoca «di spirituale arricchimento, a cui si aggiunge l’opera costruttiva della disciplina militare, che forma i caratteri, plasma le volontà, educandole alla rinunzia, al dominio di sé, all’obbedienza». E aggiunse che le esperienze di servizio militare, come reclute e soldati, «hanno certamente dato la possibilità di compiere tanto bene, di essere di esempio ad Ufficiali e soldati, di conquistarne la fiducia; e voi sapete come i legami, allacciatisi negli anni giovanili, non si spezzano più per tutta la vita». A proposito del servizio «Indimenticabile» come Cappellano negli ospedali del tempo di guerra, «esso ci fece raccogliere nel gemito dei feriti e dei malati l’universale Rivista Militare


aspirazione alla pace, sommo bene dell’umanità». Ed ancora, «mai come allora sentimmo quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro col suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita». Ancora più significativa la definizione della figura del Cappellano Militare «che rappresenta un aspetto nuovo e preziosissimo del moderno Apostolato. I Cappellani di ieri e quelli di oggi, nelle varie specialità di cui è loro affidata la cura spirituale, rappresentano infatti una possibilità nuova ed immensa di bene, sulla quale la Chiesa fa grandissimo assegnamento. Essi vanno verso schiere innumerevoli di anime giovanili, robuste e gagliarde, ma talo-

ra esposte a gravi pericoli spirituali, per indirizzarle e formarle al bene». IL PELLEGRINAGGIO MILITARE A LOURDES

Il 4 giugno 1961, Giovanni XXIII volle mandare un messaggio e una benedizione apostolica ai partecipanti al quarto pellegrinaggio militare internazionale, che riunì a Lourdes numerose delegazioni di vari Paesi. Un pellegrinaggio che per il Pontefice fu «motivo di edificazione e incoraggiamento. L’unione delle preghiere, la presenza di soldati di così tante nazioni – aggiunse Papa Roncalli – rende così emozionati, che produrrà frutti abbondanti per le loro rispettive patrie e per il mondo intero». In definitiva, la vita militare influì fortemente sulla sua maturazione come uomo, come cristiano, come sacerdote. LO SGUARDO AL MILITE IGNOTO

Papa Giovanni XXIII nei Giardini Vaticani. n. 2/2019

C’è un’immagine che forse meglio di ogni altra riassume quest’ultima considerazione. L’11 maggio 1963, Papa Giovanni si recò in Quirinale per ricevere il Premio Blazan per la pace, l’umanità e la fratellanza tra i popoli. Abbracciò il Presidente della Repubblica Antonio Segni, sussurrandogli con commozione: «A Lei e all’Italia!». Papa Giovanni era già gravemente malato, sarebbe morto meno di un mese dopo, il 3 giugno 1963. Congedatosi dalle Autorità italiane, salì sull’auto che lo riportava in Vaticano. Transitando per Piazza Venezia la sua mano benedicente si alzò verso la tomba del Milite Ignoto. Fu di certo in quel preciso istante che gli tornarono alla mente le facce di tanti soldati feriti, che aveva incontrato negli Ospedali Militari, che aveva visto morire e dei quali in cuor suo aveva sempre mantenuto un ricordo fra dolore e nostalgia.


RECENSIONI

Piernoli U., Dai Segreti del SIM al sole di El Alamein - Giovanni Alberto Bechi Luserna (prefazione del Gen. C.A. Marco Bertolini) pp. 222, Dalle Ambe al SIM - Amedeo Guillet una vita per l’Italia (prefazione del Gen. C.A. Salvatore Farina) pp.190, Nome in codice K2 - Paolo Caccia Dominioni (prefazione del Gen. C.A. Claudio Graziano), pp. 222, € 10 ciascun volume, collana “Segreti”, Nuova Argos Editore

Ulderico Piernoli, giornalista inviato nei teatri di guerra da “Il Tempo”, autore, redattore capo del Tg2 e professore, è rimasto affascinato dalla storia di tre uomini straordinari: Paolo Caccia Dominioni, Giovanni Alberto Bechi Luserna e Amedeo Guillet. Tanto da dedicare loro altrettante monografie, che sono confluite nella collana “Segreti” da cui emergono tre grandi esempi di forza, eroismo e dedizione. Di Paolo Caccia, che ad El Alamein combatté strenuamente un nemico superiore per uomini e mezzi e sopravvisse, si evidenza la personalità poliedrica di artista, disegnatore, scrittore, ingegnere, architetto, e soprattutto la profonda umanità: per dodici anni scavò nel deserto, nonostante i campi minati, per trarre dalla sabbia le salme dei nostri e altrui Caduti e fu lui a progettare, e a realizzare, il famoso Sacrario Militare di El Alamein. Per Bechi Luserna, pluridecorato ufficiale di cavalleria e poi dei paracadutisti e discendente da una stirpe di valorosi Combattenti, si ripercorrono, oltre la tragica morte per mano di commilitoni rimasti con i tedeschi nel caos dell’ 8 settembre ’43, le imprese della breve ma intensissima vita e la carriera di giornalista e scrittore. Tra i suoi libri, uno di denuncia: “La falsa democrazia della Gran Bretagna”, uno di successo: “I ragazzi della Folgore”, uscito postumo, curato e illustrato dall’ amico Paolo Caccia Dominioni. Ad Amedeo Guillet è rivolta la massima considerazione per il suo indiscusso

carisma e le incredibili imprese in guerra come “Comandante Diavolo” e come agente segreto, nonché per la successiva carriera di diplomatico. Leggere questi libri è importante perché, come ricorda il Foscolo, “a egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti”, dove le urne possono ben essere sostituite da egregie (e motivanti) biografie, che diventano così veri e propri monumenti. Lia Nardella

Diop D., Fratelli d’anima. Traduzione di Bogliolo G., Neri Pozza, pp. 128, € 16

“Uno dei romanzi più belli e potenti della rentrée letteraria”, lo ha definito Le Figaro Littéraire. “Un formidabile romanzo sulla Grande Guerra”, gli ha fatto eco Le Monde des Livres. “Fratelli d’anima” di David Diop edito da Neri Pozza, finalista del Premio Strega Europeo 2019, è una riflessione sull’umanità perduta e ritrovata nel cuore dell’orrore della Grande Guerra, attraverso la storia di due amici, fucilieri senegalesi, separati dalla morte e dalla follia. Un libro che si interroga sull’illusoria legittimità della violenza, sulle conseguenze psicologiche e soprattutto morali dell’abbandonarsi alla ferocia. La vicenda si dipana nelle trincee francesi durante la Prima Guerra Mondiale. In mezzo ai soldati bianchi, ci sono “i cioccolatini dell’Africa nera”, come li chiama il Capitano Armand. Sono i fucilieri senegalesi, orgoglio di Francia, i più coraggiosi, spauracchio dei nemici che li chiamano con parole sprezzanti “negri selvaggi, zulù”, armati di fucile e rudimentali machete. Fra costoro ci sono Mademba Diop e Alfa Ndiaye, soldati temerari cresciuti nella loro terra, che non esitano a correre nel campo di battaglia contro i nemici. Appena il Capitano Armand fischia, come indemoniati escono fuori dalla trincea. Durante un furioso combattimento, però, Mademba viene ferito gravemente, soffre dolori lancinanti, il suo ventre è squarciato. Chiede ad Alfa di finirlo, ma lui si rifiuta, non può uccidere l’amico fraterno che spirerà in mezzo ad atroci sofferenze. Questo episodio sconvolgerà la vita di Alfa, che si interroga se era giusto o meno mettere fine ai dolori di Mademba come per un gesto di misericordia, ma comunque non umano. I combattimenti proseguono, ma Alfa non è più lo stesso: ad ogni comando del capitano esce dalla trincea e si lancia verso il nemico “dagli occhi azzurri”. Nelle sue mani ha un machete con il quale inizia la sua personale mattanza, taglia le mani alle vittime e le esibisce come trofeo. I suoi compagni di combattimento sono terrorizzati, credono che Alfa sia uno stregone, un demone, così il giovane viene allontanato. Racconterà la sua terribile esperienza agli altri. Come in una sorta di terapia, le sue parole serviranno a scandagliaRivista Militare


re dentro di sé, a riflettere sulla follia dell’uomo. Ma “Fratelli d’anima” è soprattutto una lunga e tormentata riflessione sulla Grande Guerra vista dalla parte del Continente Nero, scritta dall’autore, uno dei maggiori protagonisti della letteratura francese, con un linguaggio senza fronzoli, a volte crudo, ma che cattura il lettore dalla prima all’ultima riga. Emanuele Roncalli

Bussoni M., Normandia – I luoghi dello sbarco e della battaglia, Mattioli 1885, pp. 159, € 15 Ricorre quest’anno il 75° anniversario dello Sbarco alleato in Normandia (Dday, 6 giugno 1944). Un evento che aveva dato una svolta determinante alla liberazione dell’Europa occupata dalle Armate del Terzo Reich e alla caduta del Regime nazista. Con la guida “Normandia, i luoghi dello sbarco e della battaglia”, l’autore Mario Bussoni ha ripercorso, insieme al fotografo Marcello Calzolari, passo per passo tutte le spiagge dello sbarco: Sword (britannica), Juno (canadese), Gold (britannica), Omaha e Utah (entrambe americane). L’autore si è immedesimato nel turista curioso, accompagnandolo per mano lungo tutti i luoghi del grandioso sbarco, in piccoli borghi sul mare e nell’entrotern. 2/2019

ra, dove si era poi aspramente combattuto e nelle città di Bayeux (la prima liberata) e di Caen (città martire, essendo stata ferocemente bombardata dagli alleati, impegnati a snidarvi i tedeschi). Il testo raccoglie schede e notizie dei musei dedicati allo sbarco, che propongono diorama, grandi plastici ricostruttivi, animazioni commentate, film d’epoca e simulatori di ogni genere, grazie ai quali ci si può ritrovare virtualmente all’interno di un carro armato e nel cuore di una battaglia. Per i più coraggiosi c’è il fantasmagorico D-Day Experience (Utah Beach). Qui il visitatore si può imbarcare su un aereo C 47 Douglas Skytrain, un tempo addetto alle Forze aviotrasportate; allacciare le cinture; sentire il rombo dei motori; assistere al decollo (dai finestrini scorrono le immagini); scorgere aerei amici in formazione cadere in fiamme; subire un colpo di contraerea e ritrovarsi con un motore in fiamme; e, infine, tentare un atterraggio di emergenza. Il tutto reso “reale” da scossoni, fremiti, perdita di quota, ordini concitati, botti, crepitare di fiamme ecc.. Grandioso è il Mémorial di Caen, che mostra una completa panoramica del XX Secolo dalla Prima Guerra Mondiale alla Guerra Fredda (è esposta persino un bomba atomica americana), oggi impegnato a prodigare ovunque un messaggio di pace. Bayeux presenta il suo Musée Mèmorial, dedicato per intero alla sanguinosa battaglia di Normandia, seguita alle fasi dello sbarco. Di grande impatto per il visitatore è il Musée du Débarquement di Arromanches (Gold Beach), che mostra come sia stato possibile, per gli alleati, creare un colossale porto artificiale con enormi cassoni di cemento armato Phoenik, in grado di rifornire, con uomini e mezzi sbarcati dalle navi dopo la testa di ponte creata sulle spiagge e attraverso “strade galleggianti”, le Forze alleate impegnate nella Battaglia di Normandia. Nello stesso tempo, destano stupore e interesse, sempre a Gold Beach, le poderose batterie di Longues-sur-Mer con i suoi cannoni da 150 millimetri, il Centre Juno Beach, l’Overlord Museum di Omaha Beach e il Word War two Museum di Quinéville (Utah Be-

ach), dove è ricreata una cittadina francese sotto l’occupazione nazista, con negozi e abitazioni, nei quali si scorgono manichini. Emanuele Roncalli

Bussoni M., Brigata Marina San Marco. Il Ruggito del leone, Mattioli 1885, pp.230, € 20 Per marem per terram. In guerra e in pace. Loro sono i fucilieri di Marina: soldati che partono per primi, per andare oltre. Truppe da sbarco, ma non solo perché anfibie. Sbarcare è passare dalla propria linea del fronte a quella altrui, addentrandosi tra i pericoli. O barattare per dovere e passione la normalità con le necessità, spesso vitali, delle emergenze. Che siano terremoti o catastrofi di qualsiasi tipo. Che abbiano colpito nel nostro Paese o a migliaia di chilometri. Nonostante siano tra i più dotati di coraggio e spirito di sacrificio, dei marò del San Marco poco si sa. Ora è la penna Mario Bussoni, giornalista e storico, ad aprire squarci nell’ombra che avvolge questi uomini in mimetica: uno che non si limita alle versioni di comodo. È lui infatti a firmare “Brigata Marina San Marco. Il ruggito del Leone”. Il leone è quello alato dell’Evangelista patrono di Venezia. Simbolo conquistato nella Prima


Guerra Mondiale, quando sul basso Piave i fucilieri di Marina protessero la ritirata della 3a Armata dopo la rotta di Caporetto e sbarrarono la strada agli austriaci lanciati alla conquista della Serenissima. Ma le loro radici affondano in un passato ben più remoto. Bussoni lo rievoca in modo minuzioso. Anche solo per ricordare come le fortune delle Nazioni fin dalla notte dei tempi si siano giocate sul “bagnasciuga” di mussoliniana memoria, ricorda gli sbarchi di Giulio Cesare in Britannia e tutti gli altri della storia, fino a quelli fondamentali per gli alleati per la riconquista della Fortezza Europa in mano ai nazisti. Quindi, passa in rassegna le truppe anfibie del passato e attuali, soffermandosi soprattutto sui Royal Marines inglesi, sui fucilieri di Marina russi della Morskaya Pekhota e sui Marines. Anche per sottolineare quanto questi ultimi, considerati a torto antesignani dei marò, siano in realtà successori dei Fanti da Mar della Repubblica di Venezia, presenti a Lepanto e ancora prima. L’autore entra poi nel vivo nella storia del San Marco, facendo sbarcare il lettore tra pagine ignote ai più: da quelle relative all’impiego dei Fucilieri a Creta, come forza di interdizione a fine ‘800, a quelle dedicate alla rivolta dei Boxer, nella Cina del 1900. Fu allora che la Brigata ricevette la prima medaglia d’oro: alla memoria del sottotenente di vascello Ermanno Carlotto, morto in battaglia. A lui è dedicata una delle caserme brindisine del San Marco. La Fossa dei leoni vissuta dall’autore in prima fila durante le esercitazioni o nel dietro le quinte in mensa, dove a sua volta emerge lo spirito di corpo dei fucilieri. Questa una delle armi in più della Brigata. L’autore la descrive con le altre, mezzi da sbarco o “ferri del mestiere” (fucili, mitragliatrici o bombe a mano). Armi con le quali il San Marco ha affrontato le innumerevoli missioni di pace negli ultimi decenni: dal Libano all’Afghanistan. Sui fronti caldi anche delle catastrofi: basti pensare all’impegno per i sismi dell’Aquila e di Haiti. Sempre si sono conquistati stima e rispetto. Non c’è conflitto nel quale i marò non si siano trovati in prima linea. In Libia, nella Prima Guerra Mon-

diale, in Etiopia, nella Seconda Guerra Mondiale, ultimi tra gli italiani ad arrendersi a Montgomery in Nordafrica. L’8 settembre divise anche il San Marco. Chi aderì a Salò, con la X Mas di Junio Valerio Borghese. Chi, invece, fedele al Re, impegnato nella conquista della Penisola: un impegno passato fin troppo sotto silenzio. Il battaglione Grado suscitò l’ammirazione degli alti ufficiali inglesi: “Tutti, qualunque sia il loro grado, danno il miglior spettacolo di gagliardia”. Per questo, fu concesso ai marò di entrare per primi a Venezia. “Il loro lavoro”, scrisse il Colonnello Edward J.F. Glavin al Capo di Stato Maggiore della Marina Raffaele de Cortuen, “ha costituito un vero contributo alla liberazione dell’Italia e all’annientamento delle Forze nazifasciste”. Frasi di una storia da riscoprire. Emanuele Roncalli

Zanzucchi M., Toschi M., SiriaUna guerra contro i civili, Cnx editore, 2018, pp 122, € 8 Un libro testimonianza sulle atrocità della guerra in Siria, il resoconto di un viaggio nelle varie città segnate da lutti e distruzione. Un’occasione per riflettere su questa complessa vicenda, con lo sguardo di due osservatori mossi dall’intenzione di far comprendere al mondo la cultura della riconci-

liazione e del perdono nelle vicende di un popolo con una storia millenaria. Michele Zanzucchi, giornalista, scrittore, grande viaggiatore alla scoperta del cuore dei popoli e Massimo Toschi, che ha sempre coniugato l’attività di ricerca e studio con l’impegno sociale e civile, hanno iniziato questo viaggio nell’aprile dello scorso anno. L’intento era quello di dar voce non solo agli attori in gioco, a coloro che la guerra la decidono, bensì a chi la subisce: uomini, donne, bambini, anziani, che dopo la distruzione, dopo le sofferenze, sono i primi a sperare. E sono i protagonisti di storie che lasciano emergere intelligenza, solidarietà e generosità tra persone. Tanti sono gli incontri, tanti i fatti che si potrebbero raccontare, tanti i volti di un Paese che, al di là della parvenza di normalità, mostra l’evidenza della sofferenza umana portata dalla guerra, il cui risultato sono solo macerie e mai avanzamenti politici o umani. Come osservato da uno degli autori “Da sempre nei miei viaggi ho cercato di visitare macerie ma qui sono ancora fumanti, il terrore è negli occhi della gente la normalità e la sicurezza paiono chimere irraggiungibili”. Ma negli occhi della gente si scorge anche un barlume di speranza, soprattutto nei più piccoli, gli autori mostrano anche il lato buono delle attività portate avanti dalle associazioni umanitarie, persone che si prodigano tra mille difficoltà per aiutare i più deboli o per dare assistenza sanitaria in una terra dove, come in tutto il Medio oriente, “le etnie, le culture, le religioni passano nella centrifuga della storia, sballottate da potenze che credono di poter dettare legge, minacciate da armi che non si sa più che origine abbiano. Ma restano solo uomini e donne, vecchi e bambini con occhi nei quali si leggono le ferite della guerra e l’isopprimibile desiderio di pace”. Una pace per dare un futuro alla Siria “che non può essere abbandonata. Ci si deve porre la questione di come ricostruirla, di come dare una prospettiva al suo popolo, stabile e permanente” come osservato da Romano Prodi nella prefazione da lui stesso curata. Annarita Laurenzi

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