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RIVISTA MILITARE 2020 n. 2

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L’editoriale

Colonnello Valentino de Simone

Cari lettori, il mondo è improvvisamente cambiato e tutti i popoli hanno dovuto confrontarsi con una piaga di biblica memoria: il Coronavirus, scientificamente conosciuto come COVID-19. Questa spaventosa pandemia, che non ha risparmiato nessuno - ricchi e poveri, potenti e umili, scienziati e artisti, soldati e civili - ci ha posto di fronte a molti interrogativi esistenziali ma anche di pura sopravvivenza. Non solo. Essa ha gettato nello sconforto più completo intere città e regioni d’Italia, dove il contagio è stato particolarmente invasivo e ha generato elevate sofferenze. Ci ha allontanati fisicamente dai nostri affetti e distolti dalla nostra quotidianità ma, con una percezione al limite del paradosso, l’apocalisse del terzo millennio ha avuto un “merito”, se tale possiamo definirlo: ci ha reso più uniti e ha mostrato al mondo di quanto sia capace l’Italia, il suo popolo e le Istituzioni. Uno sforzo corale, accompagnato da un grande senso di responsabilità e di solidarietà nazionale, ha consentito al Bel Paese di sganciarsi, con un lento ma costante progresso, dall’aggressività del virus. Il personale sanitario della nazione ed i nostri scienziati hanno portato – e portano – sulle spalle il peso più grave ed hanno per questo pagato anche il prezzo più alto per la lotta all’oscuro male partito dall’estremo oriente e giunto, in poco tempo, in ogni angolo del mondo. Siamo profondamente grati a tutti i camici verdi, civili ma anche militari, della loro incondizionata abnegazione e del loro generoso sacrificio. Non potremo mai dimenticarlo, assieme alla commozione provata per il dolore di tante famiglie italiane colpite dalla perdita dei loro congiunti. In questo momento così drammatico, che per molti aspetti richiama dolorosi momenti vissuti dall’Italia nel periodo bellico, l’Esercito Italiano ha messo in campo ogni risorsa, ogni grammo di energia per sostenere lo sforzo nazionale, alleviare le sofferenze della popolazione, controllare il territorio, costruire ospedali da campo, inviare team di medici e infermieri in prima linea, trasportare tonnellate di materiale sanitario in ogni angolo del Paese, distribuire derrate alimentari, raccogliere generosamente fondi da donare, sanificare strutture sanitarie, ospedali, caserme dei colleghi Carabinieri e interi abitati. Ma si è adoperato anche per costruire, fianco a fianco a tecnici di imprese civili, i preziosi ventilatori polmonari e riconvertire i propri stabilimenti alla produzione di ingenti quantità di gel sanificante. Un immenso sforzo, tenendo comunque fede agli impegni all’estero e alle operazioni già in corso sul territorio italiano. Sempre in silenzio e senza clamori, fedeli allo stile e al sentimento che ci guida sin dalla nostra nascita e tutto racchiuso nelle sei bellissime parole del nostro motto Salus rei publicae suprema lex esto (la salvezza della Repubblica sia la legge suprema): questa è la nostra amata “missione”, che gli uomini e le donne dell’Esercito porteranno a termine ad ogni costo, senza riserve. Per tutto questo, abbiamo voluto dedicare il numero 2-2020 al periodo, forse, tra i più difficili per la nostra Forza Armata nel secondo dopoguerra ed illustrare i momenti più importanti del nostro impegno dando voce, come sempre, ai protagonisti. Un sentito grazie e “in bocca al lupo” ai nostri militari e ai tantissimi che, con magnifico altruismo, fanno la loro parte per sconfiggere l’invisibile nemico.

Nel prossimo numero Le Donne dell’Esercito: Comandanti e Specialiste no limits


SOMMARIO PENSIERO

L’EDITORIALE

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NOTIZIE 4

22 La superiorità dell’attacco sulla difesa di Marcello MARZANI

Solidarietà globale

di Monia SAVIOLI

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22

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Quando l’emergenza aguzza l’Ingegno

Nove anni nei Balcani di Niccolò LUCARELLI

di Andrea CIONCI

8

AZIONE

I più cliccati

ADDESTRAMENT0

34

La tecnologia al servizio del soldato di Alfredo MASTROPASQUA

OPERAZIONI

RUBRICHE

42 L’impegno silenzioso dell’Esercito di Francesco GIORGINO

10 11 15 16 94

28

PERCHÈ SI DICE COSÌ FOTO D’AUTORE

46 L’Esercito contro il Covid-19 di Monia SAVIOLI

LETTERA AL DIRETTORE L’INTERVISTA

UNITÀ, MEZZI, ARMI ED EQUIPAGGIAMENTO

STARE IN FORMA A TAVOLA

102 RECENSIONI

64

Il colpo completo 4.0

di Simone SCODELLARO

34

46

64


DEDIZIONE 70

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L’unione fa la forza! di Nicola IOVINO

76 Al servizio di chi ha servito

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di Fabrizio LODI

80

Maternità e missione famiglia di Maria PERILLO

70

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SPORT E FITNESS

86

Atleti Militari orgoglio dell’Esercito di Giuseppe MINISSALE

92

Cicloturismo: ormai è boom di Fabrizio LODI

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VALOR MILITARE

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100 IL SOLDATO DEL GIORNO

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Norme di collaborazione

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NOTIZIE

SOLIDARIETÀ GLOBALE di Monia Savioli Sono tanti i Paesi che nei momenti peggiori dell’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 hanno rivolto all’Italia messaggi di solidarietà tramite iniziative che hanno fatto breccia nel cuore degli italiani e del mondo intero. Ad aprire la carrellata ci ha pensato, il 13 marzo scorso, il Canada che ha illuminato le famose Cascate del Niagara con le tonalità del verde, bianco e rosso. Una manifestazione di sostegno replicata sulla Nathan Philippe Square a Toronto, dove il 4,5% della popolazione proviene dall’Italia. I blocchi tridimensionali che compongono il nome della metropoli canadese sono stati dipinti in verde-bianco-rosso e trasformati in una sorta di Bandiera. È la seconda volta che succede. La prima avvenne in occasione del terremoto che colpì il centro Italia nel 2016.

Il giorno successivo, il 14 marzo, le città simbolo della guerra dei Balcani, Sarajevo e Mostar, hanno vestito con il Tricolore due fra i monumenti più noti, la facciata della Vijecnica, la storica biblioteca oggi sede del municipio della capitale bosniaca, ed il ponte sul fiume Neretva, distrutto a Mostar durante la guerra e poi ricostruito. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, ha affidato, nello stesso giorno, ad un tweet, il compito di testimoniare la vicinanza degli Usa al nostro Paese, corredandolo con le immagini delle Frecce Tricolori in volo e il sottofondo di “Nessun Dorma”, aria tratta dall’opera “Turandot” di Puccini. La scritta “The United States loves Italy!” è stata visionata da 74 milioni di follower. L’Ambasciata di Palestina a Roma ha

diffuso in rete un video in cui l’Inno di Mameli risuona nelle stanze della sede diplomatica filmata a finestre aperte e con i militari di guardia sull’attenti nel momento in cui sulle immagini scorreva la scritta “Forza Italia”. La Terrasanta ha risposto componendo la stessa scritta con decine di candele illuminate di fronte alla Basilica della Natività dove i militari, schierati, reggevano bandiere italiane. Il Tricolore ha trionfato poi sulle mura della città vecchia di Gerusalemme insieme alla scritta “Gerusalemme al vostro fianco”. Un tweet sull’account ufficiale di Israele sottolineava nel frattempo la vicinanza del Paese all’Italia in un periodo così difficile e complesso. E mentre i flash mob interni rimbalzavano fra i quartieri delle città più importanti d’Italia, a Dubai il grattacielo Burj Khalifa, il più alto al mon-


do, si vestiva nella notte del 16 marzo di verde, bianco e rosso, sfoggiando la scritta “Siamo con voi” nei suoi quasi 830 metri di lunghezza. Un attestato di affetto e solidarietà da parte degli Emirati Arabi Uniti dichiaratisi disponibili a fronteggiare insieme la sfida globale creata dall’emergenza COVID-19. Il 16 marzo, il versante svizzero del Cervino è stato illuminato con il Tricolore e da quel momento, ogni sera, dà una nuova immagine creata

dall’artista della luce Gerry Hofstetter in segno di gratitudine verso tutto il personale schierato per sconfiggere l’emergenza sanitaria italiana. Tornando agli Usa, la città di San Francisco, il 20 marzo scorso, ha reso omaggio al nostro Paese illuminando il proprio municipio con il Tricolore e inviando l’immagine al Sindaco di Assisi, località con la quale è unita da un patto di gemellaggio. Anche i Paesi ugualmente colpiti dall’emergenza COVID-19, che

ospitano i teatri operativi dove si concentra la presenza della nostra Forza Armata impegnata nelle missioni internazionali di stabilizzazione, hanno dedicato un pensiero all’Italia intera. Ne è un esempio il Kosovo che ha illuminato la facciata del Palazzo del Governo di Pristina con i colori della nostra Bandiera ed il Libano, dove anche nei luoghi di vita comune, come le saracinesche dei negozi, non è raro trovare il Tricolore con la scritta “Non mollare”.


NOTIZIE

QUANDO L’EMERGENZA AGUZZA L’INGEGNO Il prototipo di un imprenditore lombardo. Spunti utili per conoscere la protezione respiratoria industriale di Andrea Cionci

É tipicamente italiana e la chiamano “arte di arrangiarsi”. Questo è il caso di un imprenditore agricolo lombardo che, temendo per la sorte dei propri anziani genitori, ha costruito un ventilatore polmonare di emergenza - a suo dire efficiente utilizzando presìdi di impiego industriale. Foto e notizie sul dispositivo artigianale sono giunte alla Protezione Civile e alla nostra Rivista. Questo signore, che chiameremo Federico, ha impiegato un elettroventilatore del tipo EN 138. Si tratta di un piccolo compressore che

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Rivista Militare | n. 2/2020

pompa aria, attraverso dei tubi, in una maschera granfacciale. Viene utilizzato, fra gli altri, dagli operatori degli impianti di biogas che in Italia sono molto diffusi, tanto da rendere il nostro Paese uno tra i primi produttori al mondo di tale combustibile ecologico. Solamente in Lombardia ve ne sono circa 300. Al ventilatore, Federico ha anche collegato una bombola di ossigeno di quelle che vengono usate per arricchire l’acqua degli allevamenti ittici. Secondo il costruttore, la persona con difficoltà polmonari, in caso di


emergenza, potrebbe essere in teoria aiutata a respirare con l’induzione di aria ossigenata - secondo modalità e percentuali stabilite da personale sanitario - nella maschera facciale. Federico ha realizzato il suo prototipo in appena una settimana, aiutato da un amico ingegnere. L’originale iniziativa - tutta da verificare per un impiego sanitario - spalanca una visuale più ampia sul mondo dei dispositivi per la protezione respiratoria progettati per il mondo dell’industria. Un dato certo, ad esempio, è che alcune semimaschere protettive di uso industriale sono già certificate come antivirali, poiché riescono a filtrare particelle anche inferiori agli 0,5 micron, dimensioni del virus. Non è un caso che alcuni medici, di propria iniziativa, indossino tali maschere in sostituzione delle mascherine Ffp2/Ffp3. Perfettamente riutilizzabili dopo il lavaggio in alcol, il loro costo verrebbe ammortizzato in una sola settimana di utilizzo di mascherine usa e getta.

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I P I Ù C L IC C AT I


L’INTERVISTA PERCHÈ SI DICE COSÌ

“STARE SUL PEZZO” Fra le tante espressioni idiomatiche di uso comune ve n’è una, “essere/stare sul pezzo” che, soprattutto negli ultimi anni, si è molto diffusa nell’ambito lavorativo, specie se aziendale. Di uso gergale, intende significare la concentrazione continua su un determinato argomento con particolare cura allo svolgersi degli eventi circostanti. Non si riferisce, quindi, a un’attenzione verso qualcosa di statico, bensì a un oggetto, o a un tema, inserito in un contesto dinamico, in divenire. Ecco perché l’origine del modo di dire è contesa fra i mondi industriale, giornalistico e militare nei quali il “pezzo” viene interpretato, a seconda, come manufatto, articolo o come cannone, pezzo d’artiglieria, appunto. Secondo il critico letterario

Giorgio De Rienzo, l’espressione trae origine dal gergo industriale, evocando la concentrazione dell’operaio sulla lavorazione del pezzo meccanico affidatogli. Si potrebbe obiettare che, tuttavia, il sistema della catena di montaggio prevede come ogni uomo segua solo una fase del lungo processo produttivo. Convince abbastanza il riferimento alla stampa, configurando la situazione in cui un giornalista si trova a dover seguire assiduamente un fatto per scriverne un articolo, aggiornandolo al massimo prima della pubblicazione. In questo caso, però, il “pezzo” generalmente è affidato a un singolo professionista, mentre il modo di dire può essere esteso anche a un team o a un’intera azienda. Non si può fare a meno di notare, quindi, che se il giornalismo - in senso

Giornalista “sul pezzo”.

Artigliere “al pezzo”.

moderno - risale all’800 e la catena di montaggio al 1913, l’artiglieria vanta origini ben più antiche, affondando le sue radici fino ai primi del ‘300. Considerando che per utilizzare una bocca da fuoco vi è sempre stata la necessità del massimo coordinamento di una squadra di serventi, l’espressione “stare sul pezzo” chiarisce perfettamente la necessità, tanto per il singolo quanto per il gruppo, di essere pronti e concentrati per svolgere le operazioni di caricamento, puntamento e sparo seguendo gli ordini, al passo con lo svolgimento della battaglia. L’attribuzione è confermata da uno studio del noto linguista Lorenzo Renzi sui gerghi delle caserme che ha riscontrato l’uso dell’espressione “al pezzo” soprattutto fra il centro e il nord della Penisola.


Promossa dallo Stato Maggiore dell’Esercito ‐ Centro Pubblicistica dell’Esercito. OBIETTIVO Valorizzare il lavoro svolto dal personale dell’Esercito in Italia e nelle missioni fuori area attraverso degli scatti fotografici. La “sfida” è aperta a tutto il personale dell’Esercito, militare e civile. Le foto devono cogliere un dettaglio, un’emozione, mettere in evidenza le capacità militari e professionali del personale di ogni Arma/Corpo/Specialità dell’Esercito Italiano. UTILIZZO DELLE IMMAGINI Le immagini, inedite, saranno utilizzate a corredo di articoli pubblicati su “Rivista Militare” e, principalmente, per selezionare la foto di copertina. Le immagini potranno essere scattate con fotocamere digitali, tablet, smartphone. I file dovranno essere in formato JPEG, con una dimensione di almeno 5 MB e 300 dpi per file. Sono ammesse fotografie a colori e in bianco e nero “possibilmente” con inquadrature in formato verticale e, in seconda battuta, in orizzontale. Le fotografie dovranno pervenire al seguente indirizzo di posta elettronica rivistamilitare.ei@gmail.com corredate da una didascalia esplicativa, da cui si evinca luogo, contesto e attività. Specificare anche l’Ente di appartenenza e la specialità. I partecipanti alla “sfida” autorizzano il Centro Pubblicistica dell’Esercito a riprodurre e utilizzare, a titolo gratuito e senza limiti di tempo, le immagini pervenute (sarà richiesta apposita liberatoria in caso di pubblicazione della/e foto). I diritti relativi alle opere presentate restano di proprietà dell’autore, ma il CPE si riserva di utilizzare il materiale fotografico a scopo archivistico, divulgativo, promozionale, di‐ dattico e culturale. Sarà in tal caso garantita la citazione dell’autore. PREMIO Gli autori delle foto pubblicate in una delle pagine di copertina riceveranno un abbona‐ mento annuale in omaggio alla “Rivista Militare” ed un volume. Agli autori delle foto pub‐ blicate all’interno del giornale sarà inviata una copia del numero.

NOTA: Si rammenta il rispetto delle norme per la sicurezza delle informazioni nonché di quelle afferenti alla sicurezza sul lavoro. n. 2/2020 | Rivista Militare

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FOTO D’AUTORE

C.le Magg. Capo Sc. Q.S. Oreste Petrone - Ufficio PIC del COMFOPSUD


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D I M E N S I O N E

Accompagnare nella ne ella selezione: se elezio o n e: una vera vera a arte arte

p.i. 24/04/2020

ISSN 1122-6560

MAGGIO 2020 - n. 5 - mensile - ANNO 33

LE NOSTRE PROVE ` Benelli Raffaello 500th anniversary limited edition calibro 12 e 20 ` Chiappa firearms 1892 T ke down calibro .44 Wildlands Ta Take magnum ` Franchi Horizon ĂŠlite Strata calibro .30-06, .308 Win, 6,5 Creedmoor ` Hatsan Escort aimguard aimg guard sfs calibro 12 ` Rizzini Regal extra calibro 28 ` Ruger Custom shop Sr1911 Koenig calibro k Finnlight calibro .45 acp ` Sako T nfoglio Stock Ta .270 Winchester ` Tanfoglio 2o optic ptic rready eady calibro calibro 9x21 9x21

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Lettera al Direttore

Caro Direttore, ta Militare per la ricchezza dei mi consenta di fare i complimenti alla Rivis etta anche di sottoporle una contenuti e la nuova veste grafica. Mi perm tematica a me cara: la “Riserva”. ssaria e opportuna, comportava La professionalizzazione delle F.A., nece turata Forza di Riserva. Le F.A. la costituzione di una organizzata e strut ero limitato, tutto lo spettro delnon possono infatti coprire, per il loro num ente oppure crisi emergenziali di le missioni assegnate contemporaneam ultimi terremoti hanno dimostrato livello estremamente elevato, come gli ente, non mi riferisco alla Risere il COVID-19 sta dimostrando. Naturalm professionalità di cui le F.A. sova Selezionata che ha lo scopo di reperire ma di Forze per completare o no prive o possedute in numero limitato, sercito in caso di necessità. anche integrare le unità organiche dell’E primi anni 2000, non ho mai nei Nonostante siano state costituite e di Completamento volontarie. constatato il pieno sviluppo delle Forz denza rispetto a quanto posto in Questo avviene, però, in netta controten in primis la Francia. Nel 2016 il campo da altre Nazioni NATO o UE, Nazionale che, a pieno organico, paese d’oltralpe ha costituito la Guarda ionale rappresenta per la Francia supera le 80.000 unità. La Guardia Naz risposta anche in situazioni di una risorsa strategica idonea a fornire di con compiti addirittura più grave instabilità sociale/terroristica, quin di completamento. Altri esempi complessi rispetto ad una classica forza zia e gli USA senza considerare sono la Gran Bretagna, la Polonia, la Sve le la rende un modello a sé. la Svizzera il cui particolare sistema stata i a suo tempo ai corsi per riCome coordinatore, anni orsono partecipa da montagna e dall’UNUCI - Seservisti organizzati dal 1° rgt. artiglieria o la piena validità del concetto. zione di Cuneo, che avevano dimostrat stato “accantonato” e i riserviIn seguito, però, questo progetto pare sia non possono essere d’aiuto. sti, o i potenziali riservisti, anche volendo in merito e sapere se intende Mi piacerebbe conoscere il suo parere sua prestigiosa Rivista, a cui mi approfondire in futuro la tematica sulla sono di recente abbonato. Molto cordialmente, 1° Cap. (RFC) Gianluigi Origlia

Gentile 1° Capitano Origlia, La ringrazio molto delle parole di apprezzamento per la nostra Rivista e per averci preferito come periodico a cui abbonarsi. La questione che Lei pone sulle “Forze di Riserva” è molto attuale e i mutamenti così repentini degli scenari in cui si è mosso l’Esercito Italiano negli ultimi venti anni hanno messo in luce l’importanza di questo strumento. La nostra Forza Armata si è mossa da tempo per dare concreta applicazione alla legge (art. 88 del D.Lgs. 15.03.2010 n. 66) che disciplina le “predisposizioni di mobilitazione”. Le Forze di Completamento Volontarie, ad oggi, contano infatti su un bacino com-

pleto, composto da più di 2.400 Ufficiali, circa 25 Sottufficiali e oltre 4.200 Graduati e Soldati. L’istituto del “richiamo in servizio”, che consente ai riservisti di indossare l’uniforme per limitati periodi di tempo, è uno strumento pienamente funzionante e risulta persino in crescita negli ultimi anni, in modo particolare per la categoria degli Ufficiali nella versione Functional Specialist (Riserva Selezionata), per impieghi sia in territorio nazionale sia all’estero. Circa le Forze di Completamento in versione “unità di manovra”, è molto interessante ricordare che nel 2001 venne impiegata per circa quattro mesi una compagnia di Riservisti di Truppa nell’Operazione “Joint Guardian”,

in Albania, su base 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna”. Questo tipo d’impiego potrà essere auspicabilmente riproposto anche se è necessario tenere in debita considerazione i limiti di natura finanziaria relativi ai costi di vestizione, addestramento, equipaggiamento, armamento, munizionamento e sistemazione presso le Unità dell’Esercito le quali, peraltro, lamentano talune difficoltà alloggiative per il personale effettivo. I corsi che Lei giustamente ha richiamato rientrano nelle attività sportivoricreative organizzate dall’UNUCI con il supporto logistico delle Unità e gli Enti di Forza Armata viciniori. Questi corsi, benché regolati da un documento di esercitazione, non possono tuttavia essere ricondotti ad attività “addestrative” stricto sensu. Da ultimo, ma non di minore importanza, va tenuto in considerazione il quadro normativo generale di riferimento. Il processo di revisione delle procedure di mobilitazione, che ha trovato legittimità giuridica nel D.Lgs. 28.11.1997, n. 464 (riforma strutturale delle Forze Armate) e nel provvedimento di legge richiamato all’inizio, prevede infatti che l’Organizzazione per il Completamento dell’Esercito non debba costituire nuove unità - come era invece fino al 1998, quando il personale di leva che si congedava restava “legato” a una unità ma bensì appronti e renda disponibili le Forze di Riserva per il semplice completamento” di Comandi, Reparti e Unità già in vita nell’Esercito. Il processo viene attuato mediante predisposizioni, attive fin dal tempo di pace, che garantiscono la corretta gestione e l’efficace funzionamento delle “Forze di Completamento”. Appare quindi auspicabile che le recenti emergenze nazionali e sanitarie a livello mondiale possano contribuire all’avvio di una riflessione tesa ad ammodernare il sistema delle Forze di Completamento Volontarie per permettere al Paese di meglio reagire e fronteggiare tali eventi. Grazie ancora e cordiali saluti.

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L’INTERVISTA DEL DIRETTORE

L’IMPEGNO DELLA SANITÀ MILITARE PER L’EMERGENZA COVID-19

“UN GRANDE LAVORO” Il Comandante di Sanità e Veterinaria dell’Esercito illustra l’intervento militare in Italia

Ten. Gen. Antonio Battistini

Come ha reagito la Sanità Militare per sostenere l’immane lotta al COVID-19 del Sistema Sanitario Nazionale?

patoria dai colleghi del dipartimento scientifico del Policlinico Militare ed utilizzata a beneficio di tutta la collettività nazionale. Quindi cultura storica, lezioni apprese e network di riLa Sanità Militare ha rappresentato e rappresenta il cerca ci hanno fatto trovare pronti nel momento delprincipale network italiano pubblico dopo il Servizio sa- l’emergenza, anche quando sembrava che fosse lontanitario nazionale, ed è l’unico sistema governativo dota- nissima: la Difesa è stata da subito in prima linea. Riceto di capacità di ricovero e cura; essa supporta da anni vuto il compito di organizzare il rientro dei cittadini itale operazioni militari fuori del territorio nazionale. liani da Wuhan, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Proprio per la sua più intima vocazione essa è struttu- ha reso immediatamente disponibile il Centro Sportivo rata e organizzata per rispondere a situazioni di crisi: i Olimpico della Cecchignola, trasformato nello spazio di suoi punti di forza, oltre alla disponibilità di elevate un week end, a cura del Comando Logistico, in una competenze clinico-terapeutiche, sono rappresentati struttura sanitaria perché in regola con i requisiti struttudalla capillare diffusione sul terrali richiesti da quella situazioritorio nazionale e da una chiaAbbiamo quindi cominciato “pronti nel momento del- ne. ra struttura di Comando e Cona familiarizzare con il nuovo col’emergenza, anche quan- ronavirus il 31 gennaio, quando trollo, che in caso di defaillances consente di vicariare rapido sembrava che fosse abbiamo avviato le operazioni damente le funzioni comproper realizzare la struttura della lontanissima” messe. Ulteriore valore aggiunCecchignola. Successivamente, to è rappresentato dalla nostra il 18 febbraio è scattata l’operaperdurante attenzione alle problematiche infettivologi- zione di Yokohama, con personale militare e civile del che, legata sia alla storia della Sanità Militare - che ha Dipartimento scientifico del Celio proiettato in Giappone importanti implicazioni di medicina di comunità - sia alle per consentire in assoluta sicurezza il rientro degli itanostre esperienze nei teatri operativi, dove ci siamo liani che erano sulla nave “Diamond Princess”. confrontati e ci confrontiamo con malattie infettive or- Sembrava tutto molto lontano, ma non era così; mentre mai di raro riscontro in Italia. il volo dell’Aeronautica militare con a bordo cittadini itaQuesta attenzione costante ha reso possibile sin dal- liani ed europei rientrava verso l’Europa, è arrivata l’inizio di disporre di un mezzo diagnostico fondamenta- l’emergenza in Italia; su mandato del Capo di Stato le, la ricerca dell’RNA virale mediante PCR RT su tam- Maggiore dell’Esercito, il 21 febbraio ero a Lodi in prepone naso faringeo, arma potente di diagnosi coltivata fettura e da lì è partita una catena di attività che non si grazie ad una visione altamente competente ed antici- è più interrotta, a partire dalla riconfigurazione rapidissi-

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ma di un padiglione del Centro Ospedaliero di Milano per fornire supporto alla Sanità della Lombardia. Poi è stata emergenza: il 4 marzo ancora Lodi, con medici e infermieri di area critica in supporto all’ospedale ed altro personale sanitario dedicato alla medicina del territorio; e Codogno, Bergamo, Alzano Lombardo e Piario sono alcuni dei nomi dei luoghi della fase più acuta, luoghi in cui il personale sanitario militare è tuttora presente. Le residenze per anziani meritano una citazione a parte, per i risvolti di particolarissimo carattere affettivo: Cingoli, dove sono intervenuti colleghi della Marina, Merlara, Troina, tutto il sassarese, dove l’Esercito ha organizzato in 24 ore 163 tamponi in una RSA con risultati nelle 24 ore successive, con tempestiva separazione dei positivi; ancora, il Piemonte, e la provincia di Piacenza. E Rieti ed il Molise. E quello che ancora sarà da fare ancora lo faremo. L’emergenza ha richiesto successivamente un innalzamento degli standard assistenziali; la Cecchignola, ma anche il Centro Ospedaliero di Milano, da centri di quarantena sono diventati luoghi di degenza per consentire la decompressione degli ospedali e trattare i casi non complicati. Sempre in questa ottica, a Piacenza a supporto dell’ospedale civile è stato dispiegato un ospedale da campo dell’Esercito, che presto ha saturato tutti i posti disponibili, ed è totalmente gestito da personale dell’Esercito; un altro ospedale campale è stato montato a Crema, dove è impiegato personale sanitario non italiano. Sono stati impiegati ad oggi dall’Esercito solo nei concorsi sanitari 261 uomini e donne, oltre a quelli che lavorano nelle strutture sanitarie militari e a tutti gli altri assetti per altre funzioni. I nostri operatori sono entrati nei posti più contaminati sempre con le massime protezioni, che non ci sono mai mancate, per la cultura di cui siamo portatori e per le predisposizioni organizzative che ci siamo dati; ad oggi nessuno dei nostri operatori è stato contagiato nelle operazioni di soccorso, incluso l’ingresso nella nave “Diamond Princess”. Uno sforzo di uomini e

CURRICULUM VITAE DI ANTONIO BATTISTINI Nato a Roma nel 1954. Conseguita nel 1980 la laurea in medicina alla “Sapienza” di Roma a pieni voti, vince il concorso per Ufficiale Medico dell’Esercito. Specialista in Chirurgia digestiva, in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva e in Medicina del Lavoro, è stato relatore in molti congressi nazionali ed internazionali ed è autore di numerose pubblicazioni medico-scientifiche. È stato, tra l’altro, Direttore dell’Ospedale Militare di Bari, Direttore del Dipartimento Studi di Sanità e Veterinaria in Accademia Militare e Direttore del Centro Studi di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. Ha partecipato a missioni internazionali nei Balcani e in Somalia. Nel 2018 è nominato Comandante di Sanità e Veterinaria dell’Esercito ed Ispettore della Sanità.


donne dell’Esercito, operatori sanitari, logisti e speciali- Come ha affrontato sul piano personale questa sti di tutte le branche necessarie a dar vita a questa esperienza così impegnativa della professione di macchina complessa che ha garantito alla Protezione medico militare? civile una risposta sempre adeguata all’esigenza prospettata. Al riguardo due aspetti di particolare importan- Questa esperienza è contrassegnata da incertezza e za nella gestione dell’emergenza: il contributo alla di- dolore; incertezza connessa con le incognite legate stribuzione dei dispositivi di protezione individuale e de- alla minaccia: un virus nuovo, dal comportamento anomalo, certamente dotato, gli elettromedicali fornito dalla in alcune condizioni, di non coDifesa alla Protezione civile e le opere di sanificazione e boni“grande forza l’ho tratta mune capacità infettante. Il doè legato alla scomparsa fica ambientale effettuate dal dai giovani, medici ed in- lore delle persone più fragili, quelle personale militare specializzato fermieri chiamati ad ope- che maggiormente avremmo degli assetti anticontaminazione biologica e chimica. rare in condizioni critiche” dovuto proteggere. In questa situazione, grande forza l’ho Quindi, un contributo completo, tratta dai giovani, medici ed inpronto ed aderente. Un grande fermieri chiamati ad operare in lavoro, lo dico con orgoglio, fortemente supportato dal Comando Logistico, che si inse- condizioni critiche, in contesti ad elevata contaminarisce nel fondamentale contributo fornito dall’Esercito in zione, che non solo non si sono sottratti, ma si sono offerti volontari. Questi giovani hanno costantemente questa epidemia devastante.


alimentato la mia determinazione di soldato e medico; sono consapevole della necessità di dover essere di esempio per i colleghi più giovani che, ribadisco, hanno anche questa volta brillato per dedizione alla loro duplice missione. Quanto ho visto in questi ultimi mesi di enorme pressione, da Comandante mi fa ben sperare per il futuro della Sanità Militare. Siamo una grande organizzazione che, adeguatamente rivisitata e rinforzata, diverrebbe un asset strategico nazionale di ancor più grande rilevanza.

Che messaggio vorrebbe rivolgere ai camici bianchi e alle famiglie italiane che hanno vissuto il dramma del virus? A tutti gli operatori della sanità vorrei dire semplicemente GRAZIE. Grazie a tutti coloro che, anteponendo il bene comune ai propri interessi personali ed anche alle paure, hanno contribuito e contribuiscono al contenimento dell’epidemia ed alla cura dei pazienti affetti da COVID-19. Desidero sottolineare che mai negli anni recenti non solo il sistema Paese ma l’intera collettività medica internazionale ed i sistemi sanitari nazionali e la medicina stessa, intesa come scienza, sono stati sottoposti ad uno stress test sanitario di tali proporzioni. Abbiamo sentito e sentiamo opinioni spesso difformi; vorrei dire che questa è la realtà del dibattito scientifico, che si alimenta di dubbi per raggiungere cure che garantiscano efficacia sicura. Un virus nuovo, una morbilità particolare, numeri impressionanti di contagiati e vittime; davvero mai visto almeno negli ultimi 100 anni. Se oggi intravediamo una prospettiva di positività e diminuiscono i ricoveri in terapia intensiva, significa che la risposta a tale test non è stata affatto scoraggiante. A questa sfida abbiamo pagato però un prezzo altissimo, e alle famiglie colpite da lutti e malattia va il mio pensiero più affettuoso, anche perché molti non hanno neanche avuto la possibilità di dare l’estremo saluto ai congiunti defunti. Ancora oggi molti italiani combattono contro la malattia e, nel condividere la loro angoscia e quella dei loro cari, voglio far pervenire un messaggio di speranza; abbiamo fatto progressi significativi nella cura al virus, quindi guardiamo al futuro con fiducia. E facciamo attenzione alle fonti informative; sono circolati e circolano video e notizie false, che ingenerano paure ed incertezze. Affidiamoci alle fonti ufficiali, a medici ed infermieri; la medicina letta su internet non ha mai guarito nessuno. n. 2/2020 | Rivista Militare

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Il Policlinico Militare di Roma ha allestito, in tempi record, il più importante hub dell’Italia centrale. Com’è stato possibile tutto questo? Il Policlinico Militare, sotto l’impulso del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha avviato da tempo sinergie importanti sia con la Regione Lazio sia con le Facoltà mediche di Roma. Questo ha rappresentato un presupposto molto importante, perché le collaborazioni avviate avevano già comportato un “upgrade” assistenziale da parte del Celio. Quindi, quando il Dicastero della Difesa, d’intesa con quello della Salute e con la Regione Lazio, hanno deciso di avviare il progetto, si è partiti con grande determinazione ed idee molto chiare; i lavori, coordinati dal Comando Logistico dell’Esercito e condotti in perfetta sinergia tra Reparti del Genio dell’Esercito e dell’Aeronautica, non hanno conosciuto soste. Il cantiere ha lavorato, coinvolgendo alcune ditte civili specializzate nella realizzazione di strutture ospedaliere, anche durante le Festività pasquali; gli uomini e le donne dell’Esercito e dell’Aeronautica non si sono risparmiati, consapevoli dell’importanza della missione loro affidata. Malati attendevano quel reparto, e doveva essere realizzato. La realizzazione dei 120 posti letto previsti, divisi tra degenza ordinaria e terapie intensive, è praticamente ultimata, con percorsi separati tra le diverse tipologie di pazienti. Il Celio, con la sua architettura sanitaria a padiglioni di inizio secolo scorso, si presta in modo particolare a realizzare aree separate per motivi igienico – sanitari.

La cooperazione tra Difesa e Sanità è risultata fondamentale per superare la fase critica dell’emergenza. Quali sinergie ritiene siano da sviluppare ulteriormente? La sanità civile ha sempre potuto contare su quella militare per alcuni aspetti “di nicchia” (quali il dispiegamento di strutture sanitarie campali, il trasporto in alto bio-

contenimento, la logistica sanitaria, l’acquisizione di dati epidemiologici provenienti dalle varie operazioni militari in Teatri Operativi all’estero e molto altro ancora), riconoscendone la primacy in tali ambiti. Ritengo che sia stata una gradita e notevole sorpresa per molti (ma non per noi che ne eravamo consci), constatare che anche in altri ambiti, come ad esempio in quello delle capacità della diagnostica biomolecolare che stanno giocando un ruolo centrale nel contenimento dell’epidemia in quanto necessarie ad un credibile tracciamento dei contatti - la Sanità Militare abbia rappresentato un polo di eccellenza. Gli accadimenti di questo periodo fanno intuire che le sinergie e le collaborazioni che così bene hanno funzionato in emergenza, strutturate in modo organico, doterebbero il Paese di un’importante risorsa sanitaria aggiuntiva. La prosecuzione delle collaborazioni ci viene del resto richiesta anche dalle zone dove abbiamo operato. Confido, pertanto, nel fatto che si proceda rapidamente a una sempre più ampia collaborazione e reciproco supporto/integrazione tra sanità militare e civile, in una logica win-win, ma soprattutto vincente per la salute dei nostri concittadini, e questa è la direzione indicata dai Vertici delle Forze Armate e del Dicastero. In tal senso sono stati fatti enormi passi quali la disponibilità di 40 posti letto per civili con l’Ospedale San Giovanni, la già avvenuta apertura del settore analisi-diagnostica a favore dei cittadini civili reindirizzati dalla ASL e, per ultimo e assai importante, la già descritta attivazione del reparto COVID in collaborazione con l’Ospedale Spallanzani. Si tratta quindi di andare avanti per questa strada che vede il Policlinico Celio e tutte le strutture della Sanità Militare dell’Esercito e della Difesa pienamente al servizio dei militari e dei nostri concittadini. Per la tutela della salute della collettività nazionale è doveroso quindi il massimo impegno da parte di tutti gli operatori sanitari e il contributo della Sanità Militare, dalla prevenzione, alla cura, agli interventi emergenziali, può davvero essere un valore aggiunto importante, come questa epidemia devastante ha chiaramente dimostrato.


PENSIERO

LA SUPERIORITÀ DELL’ATTACCO SULLA DIFESA Friedrich Engels e il Mountain Warfare di Marcello Marzani


“Un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria” Friedrich Engels


Lo studio della guerra e più in generale della violenza riveste un ruolo essenziale nell’elaborazione del pensiero politico e filosofico di Friedrich Engels (1820 – 1895). Fra i vari saggi, Mountain Warfare in the Past and Present, scritto da Engels nel gennaio del 1857 e parzialmente pubblicato dal New York Daily Tribune nello stesso anno, costituisce un’originale disamina dei principali fattori di successo e insuccesso nel combattimento in montagna (1). L’articolo, riletto a distanza di oltre centosessant’anni, contiene concetti e idee su cui è interessante soffermarsi per apprezzarne originalità e attualità. Il saggio prende le mosse dalla disgregazione di un mito plurisecolare, quello della Svizzera ritenuta tradizionalmente inespugnabile per le catene montuose che la circondano. Tramontata l’epoca dei cavalieri medievali impediti nei movimenti da pesanti armature e vincolati nelle manovre dalla severità dell’ambiente alpino, dalla fine del XVIII secolo i cantoni elvetici diventano terra di conquista da parte degli eserciti moderni, molto più agili negli spostamenti. Per dimostrare la centralità del movimento

Armata napoleonica sul Gran Bernardo.

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Ritratto del giovane Engels in uniforme.

nel contemporaneo mountain warfare, Engels cita i successi di Bonaparte il quale, varcato il Colle di Cadibona nel 1796, trae vantaggio dalla compartimentazione dei territori a ridosso delle Alpi Marittime. “Dove può passare una capra può passare un soldato; dove un soldato, un battaglione; dove un batta-

glione, un esercito”. Le parole di Napoleone, citate da Engels, coincidono con i principi dell’arte della guerra nei quali la manovra si colloca a fianco di massa, sorpresa e sicurezza. Nel moderno mountain warfare in effetti la mobilità si combina con la verticalità e con l’articità, intese come prerogative dei soldati di montagna di vivere, muovere e combattere in luoghi impervi, apparentemente inaccessibili e in situazioni climaticamente ostili. La disponibilità di mezzi e materiali tecnologicamente d’avanguardia, primo fra tutti l’elicottero, facilita ma non annulla lo sforzo del singolo combattente per il quale addestramento, audacia e resilienza restano qualità imprescindibili. Un ulteriore aspetto di notevole interesse che emerge dalla lettura dell’articolo di Engels è la superiorità dell’attacco nei confronti della difesa. Capovolgendo le dottrine secondo le quali in montagna è premiante arroccarsi in posizioni difensive e dominanti, il filosofo tedesco afferma che assumere l’iniziativa significa approfittare degli ostacoli naturali per conquistare le posizioni avversarie. Difendere un caposaldo in quota, prosegue lo studioso, richiede l’impiego di cospicue risorse e impone la necessità di disseminare le unità sul terreno creando i presupposti, a favore del nemico, per un’azione di sorpresa facilitata dalla dispersione degli elementi difensivi. Il tema del fuoco, poi, è probabilmente quello che risente di più del tempo trascorso dalla stesura dell’articolo; Engels infatti non esita a definire poco efficace, se non addirittura inutile, l’artiglieria da montagna, i cui pezzi, faticosamente portati in quota a dorso di mulo si rivelano poco precisi o incapaci di ingaggiare le postazioni avversarie. Oggi l’evoluzione dei sistemi per l’acquisizione obiettivi, la possibilità di richiedere il fuoco aereo con assetti specializzati (JTAC - Joint Terminal Attack Controller), la maggiore efficacia del munizionamento hanno radicalmente mutato uno scenario nel quale la potenza e la precisione


del fuoco possono davvero fare la differenza. Rimangono al contrario perfettamente condivisibili le valutazioni dell’autore sullo sfruttamento degli ostacoli naturali. Fra gli esempi più recenti vi sono le tattiche usate dalle unità finlandesi, i cosiddetti motti, nella guerra contro la Russia del 1939-40: in un proibitivo scenario artico, i finnici hanno avuto la meglio sulla superiorità numerica e tecnologica sovietica dominando l’ambiente e trasformando la neve, il ghiaccio, l’oscurità e l’impenetrabilità delle foreste in altrettanti alleati preziosi. Un altro elemento di successo nel combattimento in montagna, individuato da Engels, è l’impiego di un esercito permanente in luogo delle milizie territoriali: se queste ultime possono rivelarsi utili per il conseguimento di traguardi immediati, l’intervento di autentiche Forze Armate è imprescindibile per consolidare successi altrimenti effimeri. Engels sfata in un certo senso il mito dell’eroico valligiano che, impugnando armi di circostanza, tiene sotto scacco truppe blasonate e lo fa ricorrendo a quattro esempi concreti della prima metà dell’Ottocento: le insurrezioni tirolese e spagnola contro Napoleone, le guerre carliste nei Paesi Baschi e l’opposizione delle popolazioni caucasiche al governo zarista. In tutti questi scenari gli insorti approfittano della loro configurazione agile e dinamica per disturbare il nemico con imboscate e incursioni imprevedibili, ma alla lunga si rivelano incapaci di capitalizzare la loro temporanea superiorità. Le valutazioni di Engels nei confronti delle milizie volontarie avvalorano uno dei temi sempre attuali nella guerra in montagna, il Mission Command o Auftragstaktik, uno stile di comando e controllo basato sull’autonomia decisionale e sull’iniziativa anche individuale; una condotta nella quale il raggiungimento del risultato finale è preminente rispetto alle scelte operate per conseguirlo. Se è vero che il filosofo tedesco pone l’accento sull’efficacia del-

l’attacco nel mountain warfare, di fatto egli non esclude a priori l’importanza di una difesa dinamica, realizzata avvalendosi di soldati addestrati, disciplinati e con spiccata vocazione al movimento, guidati da comandanti altrettanto capaci e affidabili. Le considerazioni tattiche di Engels rimandano ai concetti contenuti nel celebre discorso attribuito a Tito in occasione delle guerre giudaiche del I secolo d.C.. Secondo lo storico Giuseppe Flavio (2), Tito rivolgendosi ai suoi gregari, pose l’accento sulla superiorità dell’Esercito Romano composto da uomini che si addestrano alla guerra anche in tempo di pace. Se, come sostenne il futuro imperatore romano, le guerre si vinco-

no “col valore, anche di pochi”, è altrettanto vero che l’ardimento e il coraggio dei nemici “svaniscono dinanzi ai più piccoli insuccessi”. Audacia e valore secondo il condottiero non sono sufficienti a imporsi su coloro i quali esercitano a tempo pieno il mestiere delle armi, ovvero su combattenti devoti al culto del valore, dell’eroismo e della disciplina. Soldati, precisò Tito, la cui determinazione non poteva essere scalfita neanche da chi si batteva per la salvezza della patria e della propria libertà. Le riflessioni di Engels, anche quelle meno condivisibili o inevitabilmente compromesse dal trascorrere del tempo e dall’evoluzione dello strumento militare, confermano comunque l’innegabile n. 2/2020 | Rivista Militare

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trovano piena rispondenza. Occorre in tal senso prendere le distanze da un’immagine, eroica ma tatticamente fuorviante, della guerra di posizione del 19151918. Le logoranti attese della Guerra Bianca, da un punto di vista squisitamente operativo, fanno parte del passato come le armature e le cavalcature medievali. Al contrario mantengono inalterata la loro attualità scenari di crisi caratterizzati da ambienti austeri sia sotto il profilo geomorfologico sia climatico, come le Prealpi o gli Appennini, apparentemente meno impegnativi, ma nei quali si possono incontrare le stesse insidie di montagne più severe. Last but not least, il saggio di Engels dimostra come l’arte della guerra non possa prescindere dallo studio della storia intesa come ripetersi nel tempo di situazioni simili e come opportunità per trarre utili ammaestramenti da eventi occorsi in luoghi o secoli solo apparentemente remoti. A ben guardare, gli episodi militari citati dal filosofo tedesco contengono numerose analogie sia con quelli che li hanno preceduti sia con quelli successivi. L’abilità del Comandante, afferma implicitamente Engels, è quella di saper rileggere le pagine di storia con adeguato spirito critico e con la predisposizione a coglierne utili suggerimenti per pianificare e condurre le operazioni attuali. Non a caso Niccolò Machiavelli (1469-1527) ragionando dell’arte militare ebbe a dire: “Colui che sarà nella guerra più vigilante a osservare i disegni del nemico e più durerà fatica ad esercitare il suo esercito, in minori pericoli incorrerà e più potrà sperare della vittoria” (3).

NOTE

attualità della montagna quale possibile luogo di confronto armato. Anche nelle crisi più recenti, in Afghanistan come nei Balcani, la disponibilità di truppe capaci di assolvere il loro compito in condizioni ambientali avverse si è rive-

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lata essenziale. Anche nelle operazioni militari e di polizia finalizzate al controllo e al presidio del territorio i concetti engheliani di mobilità, addestramento, disciplina, iniziativa e flessibilità, integrati dalle citate verticalità e articità,

(1) Il testo originale è disponibile in https://www.marxists.org/archive/marx/ works/1857/01/mountain-warfare.htm. (2) Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, libro III 475-480. (3) N. Machiavelli, Dell’arte della guerra, 1521.


STORIA DELLE FANTERIE ITALIANE %BMMF MFHJPOJ SPNBOF BMMF HVFSSF NPOEJBMJ I II

L E FAN TERI E N EL MED IOEVO E N ELL’ ERA M O DER N A

III

LE FANTERIE NEL PERIODO NAPOLEONICO E NELLE GUERRE DEL RISORGIMENTO

IV

L E F A N T E R I E I T AL I A N E N E LL E C O N Q U I S T E C O L O N I AL I

V

L E F A N T E R I E N E LL A P R I M A G U E R R A M O N D I AL E - 1

VI

L E F A N T E R I E N E LL A P R I M A G U E R R A M O N D I AL E - 2

VII

Trenta secoli di storia patria attraverso le vicende dell’Arma principe di tutti gli eserciti. L’opera del Generale Edoardo Scala ripercorre l’evoluzione e le gesta delle fanterie italiane, dalle legioni nell’antica 5RPD À QR DL FRQà LWWL PRQGLDOL 8Q SHUFRUVR FKD attraversa il Medioevo e le Crociate, l’età dei Comuni e il periodo napoleonico, le guerre d’indipendenza e di unità nazionale. Completano l’opera i volumi PRQRJUDÀ FL GHGLFDWL DOOH 6SHFLDOLWj GHOOD )DQWHULD dai Granatieri, agli Alpini, dai Volontari di guerra ai %HUVDJOLHUL FKH FHOHEUDQR LO JLXJQR O¡DQQLYHUVDULR GHOO¡LVWLWX]LRQH GHO &RUSR HG LO VHWWHPEUH L DQQL GDOOD %UHFFLD GL 3RUWD 3LD FKH OL YLGH SURWDJRQLVWL

I G R A N AT I E R I D I S A R D E G N A

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I BERSAGLIERI - 1

IX

I BERSAGLIERI - 2

X

G L I AL P I N I - 1

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G L I AL P I N I - 2

XII

I VOLONTARI DI GUERRA - 1

XIII

I VOLONTARI DI GUERRA - 2

XIV

L E F A N T E R I E N E LL A S E C O N D A G U E R R A M O N D I AL E - 1

XV

L E F A N T E R I E N E LL A S E C O N D A G U E R R A M O N D I AL E - 2

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PENSIERO


NOVE ANNI NEI BALCANI Bosnia Erzegovina 1995-2004, il contributo militare italiano di Niccolò Lucarelli


Terminata la guerra nella ex Jugoslavia, la Bosnia Erzegovina soffriva la situazione più complessa: permaneva infatti una frammentazione etnica - fra bosniaci, serbi e croati distribuiti senza uniformità sul territorio - e religiosa, essendo musulmani i bosniaci e cristiani (ortodossi o cattolici) gli altri. L’indipendenza da Belgrado non aveva, quindi, soltanto motivazioni politiche, ma anche etnico-religiose, avanzate in particolare dalla maggioranza bosniaca musulmana (44% della popolazione). Nonostante la violenta opposizione serba, la Bosnia Erzegovina riuscì a emergere dagli Accordi di Dayton (21 novembre 1995) come una Repubblica federale costituita dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina e dalla Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina; restavano però fondate incertezze sulla reale pacificazione etnica. Per garantire l’effettiva attuazione degli accordi, il 15 dicembre successivo fu emanata in ambito ONU la Risoluzione 1.031, in forza della quale la NATO riceveva mandato di svolgere una missione militare internazionale di peace enforcement, in sostituzione di UNPROFOR, la missione di peace keeping sotto egida ONU che aveva registrato risultati deludenti. Nacque così la forza multinazionale IFOR (Implementation Force) da schierare nella Missione “Joint Endeavour”, che rientrava nel Capitolo VII della Carta

delle Nazioni Unite, secondo cui le regole d’ingaggio del peace enforcement prevedono l’uso della forza non soltanto per legittima difesa ma anche per l’acquisizione degli obiettivi fissati. Contribuirono alla missione i seguenti Paesi NATO: Italia, Benelux, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Portogallo, Spagna, Turchia, Stati Uniti e Regno Unito, affiancati da numerosi Paesi esterni all’Alleanza, fra cui l’Egitto, l’Estonia, la Finlandia, il Pakistan. In totale, furono 36 i Paesi coinvolti. Quello stesso 15 dicembre, il Governo italiano dispose la partecipazione di un contingente dell’Esercito di

2.600 uomini, su base Brigata “Garibaldi”. Cinque giorni più tardi prendeva avvio la missione che segnò alcuni importanti punti di svolta: in ambito italiano per la prima volta si impiegavano soltanto militari professionisti impegnati in una missione che li vedeva in posizione di comando su un contingente NATO (quello portoghese) e su uno esterno (quello egiziano). In ambito internazionale, l’Alleanza Atlantica aveva facoltà d’intervento in un’area geografica non appartenente ai Paesi membri. Furono costituiti tre Comandi di Divisione Multinazionali: Nord, a guida statunitense, con base a Tuzla; Sud


“FU UNA MISSIONE STORICA!”

Parla il Generale Agostino Pedone Primo Comandante del Contingente militare italiano in Bosnia Erzegovina

Ovest, a guida britannica, con base a Banja Luka; Sud Est, a guida francese, con base a Mostar, nel quale era inquadrata la Brigata “Garibaldi”. A quest’ultima fu affidato il controllo di un settore di circa 3.000 chilometri quadrati, compreso fra Sarajevo (sede del comando), Pale e Goradẑe; i primi militari giunsero a Sarajevo il 20 dicembre 1995, ed entro la seconda metà del gennaio ‘96 fu completato l’afflusso di uomini e mezzi. La “Garibaldi”, con reparti di Carabinieri, Genio, Trasmissioni, Guerra Elettronica e con i contingenti egiziano e portoghese, formava la cosiddetta Brigata Multinazionale Sarajevo Nord, con il compito di presidiare i punti sensibili come palazzi istituzionali e snodi stradali, pattugliare il territorio, scortare i convogli degli aiuti umanitari, fornire supporto alla popolazione civile e, infine, distruggere il materiale bellico in eccesso che fosse stato scoperto negli arsenali ufficiali o meno. Il Generale di Brigata Agostino Pedone, primo comandante del contingente italiano, rievocò l’arrivo in città, che «si presentava in modo spettrale e drammatico: mancavano acqua, luce, gas; ovunque vi erano distruzioni di qualsiasi genere; negli occhi della gente, che per paura dei cecchini si muoveva ancora di corsa, traspariva una profonda diffidenza mista a rancore e odio per quanti vestivano un’uniforme militare» (1). Parole indicative di una situazione che aveva causato ai civili

Come cambiò la mentalità dell’Esercito Italiano dopo l’impiego in questa missione, sia a livello interno, per l’impiego di soli professionisti, sia a livello di rapporti NATO? Fu una missione storica. L’Esercito Italiano compì un validissimo salto di qualità. I militari volontari dettero un eccellente contributo, sia operativo sia di mentalità. Trattandosi infatti di una missione che fu l’antesignana del “Peace Keeping”, bisognava adeguarsi a svolgere compiti assai differenziati e, per questa ragione, fu necessario un cambiamento di mentalità anche a livello del singolo militare; in particolare fu richiesta una flessibilità comportamentale che prima non era prevista: ne uscì un soldato più completo, capace di essere anche un poliziotto, un infermiere, uno psicologo ed un assistente sociale. A livello rapporti NATO, con quella missione ci inserimmo in maniera completa ed operativa sul campo nell’Alleanza, aprendo anche rapporti con Paesi non NATO, prima non esistenti.

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Fra i compiti assegnati al Contingente, quale fu quello più arduo da assolvere? Non è facile stilare una graduatoria. Però, ancora prima di cominciare, poiché all’epoca il Governo Italiano non riconosceva la Repubblica Serba di Pale, il Comando del Contingente, in prima persona, dovette reperire le strutture alloggiative e superare una serie di difficoltà anche contrattuali per accedervi. Stante il rigido inverno serbo e ovvi motivi di sicurezza del personale, non era pensabile attendarsi. Successivamente si procedette, sul campo, all’interposizione tra le varie fazioni; attività operativa delicata e rischiosa, perché continuarono per un po’ di tempo gli scontri, soprattutto di notte. L’area fra Sarajevo e Pale risultò la più difficile da controllare per la presenza costante di nuclei armati serbi.

Quale fu la risposta della popolazione civile, a livello di collaborazione con il contingente, nel ripristino di un clima di pace? La popolazione, traumatizzata da una guerra fratricida senza precedenti, all’inizio reagì alla nostra presenza con diffidenza e latente ostilità, del resto comprensibili. Ma con il passare del tempo il clima cambiò, anche grazie all’approccio dei militari italiani che, pur operando con fermezza e decisione, seppero instaurare un proficuo dialogo con i civili. Per cui ci fu comprensione del nostro ruolo, nacquero fiducia e solidarietà reciproca, anche grazie alle azioni umanitarie poste in essere dal Contingente; quali ad esempio: le adozioni a distanza dei bambini bosniaci orfani di guerra a cui parteciparono molti Bersaglieri. Molto apprezzato il provvedimento di mettere a disposizione della popolazione l’ospedale da campo per urgenze e casi gravi, nonché l’iniziativa di stampare giornali nella loro lingua che, a mo’ di fumetto, spiegassero ai bambini norme comportamentali da adottare in caso di ritrovamento di mine o oggetti esplosivi.

Cosa le rimane, a livello umano, di questa impegnativa ma fruttuosa esperienza? Senza voler peccare di retorica, mi restano un ricordo ed arricchimento profondo, sia professionale sia umano. Professionale per le difficoltà incontrate nel corso della missione che richiedevano rapide soluzioni ai tantissimi problemi; umano, perché ebbi modo di toccare con mano l’eccezionalità dei miei uomini, professionisti validi e motivati. A loro sono ancora grato e riconoscente anche perché sono convinto che un Comandante non può molto se non dispone di uno Stato Maggiore valido e Soldati all’altezza della situazione. Li porto tutti ancora nel cuore in particolare chi, purtroppo, non è tornato a casa. Recentemente sono stato a Sarajevo e ho visto finalmente una città viva e vivibile, che manifesta appieno ed in retrospettiva l’eccellente lavoro svolto all’epoca.

violenze materiali e psicologiche di ogni sorta. Si trattava quindi, in primo luogo, di ricostruire un tessuto sociale, di cancellare la diffidenza fra le etnie, di riportare fiducia nelle istituzioni, di restituire dignità a persone che per anni avevano vissuto nascondendosi per sfuggire ai cecchini e alle bombe. In giugno la “Garibaldi” fu avvicendata dalla “Folgore”, comandata dal Generale di Brigata Bruno Viva (sostituito dopo 5 mesi dal Generale di Brigata Luigi Cantone) la quale continuò nell’attività di interposizione fra le etnie del Paese, contribuendo a ristabilire un clima di concordia e di pace. Inoltre, proseguirono le operazioni di distruzione delle armi non registrate, fra le più importanti delle quali ci fu la “Vulcano”, con cui furono “neutralizzate” 300 tonnellate di munizioni stoccate nel deposito di Margetici. Fra i momenti chiave della Missione, le elezioni del 14 e 15 settembre 1996, passaggio fondamentale per confermare o meno la normalizzazione del Paese e l’inizio del percorso democratico. In un’intervista rilasciata all’epoca a Radio Radicale (2), il Tenente Colonnello Iacono, del contingente militare italiano a Sarajevo, spiegava come l’”Operazione Mercury”, in supporto alle votazioni generali, che consisteva nel controllo dell’afflusso dei votanti nell’area di competenza italiana (su cui insistevano circa 450 seggi) e nell’attività di prevenzione di incidenti fra etnie, avesse dato buoni risultati: si erano verificati solo due interventi in altrettanti seggi di Sarajevo, quando due persone non registrate avevano cercato comunque di votare (la situazione era stata sbloccata con l’intervento dell’OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Nonostante i primi risultati positivi, sul finire di quel medesimo settembre ci fu incertezza sul prosieguo della missione a causa di un possibile ritiro statunitense ma con la rielezione alla presidenza, in novembre, di Clinton si confermò la presenza USA e il 12 dicembre 1996 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU varava, con la Risoluzione 1.088 la nuova forza multinazionale di pace, denominata SFOR (Stabilization Force), che con la missione “Joint


Guard” doveva “stabilizzare gli effetti del piano di pace, prevenire l’insorgere di nuovi focolai di tensione, ripristinare le condizioni minime di convivenza sociale e favorire la ricostituzione delle istituzioni civili del Paese” (3). La prevista durata di 18 mesi, con scadenza al 20 giugno 1998, fu più volte prolungata fino al 2004. In quegli otto anni si alternarono nel comando altrettanti Generali statunitensi, fra cui John B. Sylvester, già comandante della famosa Tiger Brigade durante la prima Guerra del Golfo, e Eric Ken Shinseki, che fu Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1999 al 2003. Il 20 dicembre 1996 prendeva avvio la missione NATO riconfigurata. La partecipazione italiana fu autorizzata dal DL 31 gennaio 1997, con un primo termine al 31 dicembre 1997, successivamente prorogato fino alla sua conclusione. In una logica operativa che doveva implementare la stabilizzazione sociale e ripristinare la convivenza fra etnie, il contingente (costituito adesso da 1.700 uomini) fu investito di nuovi compiti, oltre a quelli già assunti: doveva infatti vigilare sul rientro in sicurezza dei profughi di guerra, monitorare l’ordine pubblico, addestrare le forze di polizia, contrastare la criminalità locale. Superata con IFOR la fase di emergenza, SFOR gettava le basi per la rinascita del Paese. L’attività italiana si presentava molto delicata, in particolare a Pale (ex capitale della Repubblica serba di Bosnia) e a Gorazde (enclave musulmana in territorio prevalentemente serbo). Nell’aprile 1997, poi, ebbe luogo l’evento forse più delicato dell’intera missione: la visita a Sarajevo, il 12 e 13, di Giovanni Paolo II, la cui sicurezza venne affidata all’Italia che coordinò nelle operazioni di sorveglianza la polizia bosniaca e gli altri contingenti presenti. Una visita storica, in un momento cruciale per il destino della Bosnia, che si svolse senza incidenti grazie all’efficienza del servizio di sicurezza dei nostri militari. In giugno la missione fu ulteriormente prorogata, assumendo la denominazione di “Joint Forge”, e al contempo continuò la riduzione della presenza militare in favore di un coinvolgimento sempre maggiore delle forze di polizia

locali, opportunamente addestrate, e delle istituzioni politiche e civili. Per questo, in luglio fu lanciata l’Operazione “Secure Beat”, per il controllo e il ridimensionamento di tutte le forze speciali serbe, che avrebbero dovuto avere solo compiti di polizia mentre in realtà avevano natura militare. In dicembre, il contingente italiano fu ulteriormente ridotto a 1.400 unità. Fra i reparti che prestarono servizio in Bosnia, si aggiunse anche, a più riprese, la Brigata “Taurinense”. Seguirono altre riconfigurazioni: il 15 marzo 2000 il contingente fu ridotto a 1.200 uomini e unito, nel novembre 2002, a quello tedesco nel GermanItalian Battle Group. E ancora, il 21 maggio 2004, a seguito della riduzione degli altri contingenti, nacque la Task Force South East composta dai militari di Italia, Albania, Francia, Germania, Marocco e Spagna. Con il rafforzamento dello Stato bosniaco, il 28 giugno sarebbe stata decisa la conclusione della missione SFOR alla fine dell’anno in corso, sostituita da una missione a guida UE, nella convinzione che fosse comunque necessario un supporto esterno, anche in previsione di una futura adesione della Bosnia all’UE. La NATO mantenne comunque un Quartier Generale a Sarajevo per fornire assistenza. Il 2 dicembre

2004, alla conclusione della Missione “Joint Forge”, rientrarono anche gli ultimi 810 militari italiani. Nel corso della missione l’impegno dei nostri militari aveva portato alla distruzione di centinaia di tonnellate di armi e decine di migliaia di munizioni illegali e, soprattutto, al ripristino di un discreto livello di tranquillità e legalità nel settore di competenza. Accanto a questi indubbi successi di natura “politica”, anche una concreta eredità di opere pubbliche, fra cui il ripristino delle ferrovie Tuzla-Zvornik e Tuzla-Brčko e la ricostruzione della facoltà di diritto dell’Università di Sarajevo, compiute dal Genio. Purtroppo, sono da ricordare anche i sei Caduti, quasi tutti a causa di sfortunati incidenti stradali. Il 2 dicembre fu anche il giorno del trasferimento di autorità dalla NATO all’UE, con l’inizio della Missione EUFOR, tuttora in corso, che è stata, sinora, a guida italiana nel 2006 e nel 2008. NOTE (1) Rivista Militare, Bosnia Erzegovina 1995-2015. (2) www.radioradicale.it/scheda/84649/0ggile-elezioni-politiche-in-bosnia-erzegovina. (3) Rivista Militare, Bosnia Erzegovina 1995-2015.

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L’INTERVISTA AZIONE


LA TECNOLOGIA AL SERVIZIO DEL SOLDATO La Brigata Meccanizzata “Pinerolo” di Alfredo Mastropasqua


I profondi cambiamenti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, con il passaggio all’era della globalizzazione e dell’informazione, hanno inciso inevitabilmente sul sistema Paese e più in generale sul concetto di sicurezza. I mutati scenari geo-politici richiedono, infatti, che le Forze Armate possano contare su una maggiore flessibilità, mobilità, modularità e proiettabilità per poter reagire prontamente alle crisi con uno strumento qualitativamente e dimensionalmente efficace. Necessaria, pertanto, una trasformazione per molti aspetti radicale. Questa consapevolezza ha spinto anche la Difesa Italiana a prendere parte alla cosiddetta NATO Network Enabled Capability (NNEC). Cosa significa abbinare la digitalizzazione alle capacità militari? Potremmo definirla in maniera sintetica come un sistema capace di abbattere i tempi di comunicazione e di acquisizione delle informazioni, riassumibile nella capacità di collegare in rete, in maniera diretta e immediata, ogni singolo soldato sul terreno con il centro di Comando e Controllo. Il programma, nato nel 2006 per assicurare l’interoperabilità non solo tra le Forze Armate, ma anche con i Paesi alleati e amici a causa della spiccata

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connotazione interforze e multinazionale delle operazioni, oggi è in una fase avanzata denominata Concept Development and Experimentation (CD&E), ovvero quella fase che mira a verificare l’efficacia dei sistemi in dotazione inseriti in un contesto operativo prima della produzione industriale di serie, fungendo da risk reduction. La prima Brigata in ambito Forza Armata destinata a tale radicale trasformazione è stata la “Pinerolo”, la Grande Unità Elementare dell’Esercito Italiano di stanza in Puglia, che oggi rappresenta l’eccellenza della digitalizzazione nel campo del progetto Forza NEC e sarà affiancata dalle Brigate “Aosta” e “Sassari” destinate a creare, in un prossimo futuro, una forza terrestre prontamente impiegabile composta da tre brigate medie digitalizzate. Il primo reggimento scelto per tale impegnativo progetto è stato l’82° fanteria “Torino”, reparto pioniere per il suo impiego in complessi contesti operativi quali l’Afghanistan (con il Veicolo Blindato Medio “Freccia”) e Ente di riferimento della Forza Armata nel campo della sperimentazione. La tecnologia applicata al cosiddetto “sistema soldato”, ovvero la ricerca di una completa sinergia del combattente

con il suo equipaggiamento, è frutto di un lungo cammino dove Forza Armata e Industria, attraverso campagne di Sperimentazione d’Integrazione Operative (SIO) a cadenza annuale, testano sul campo i mezzi e i materiali di nuova introduzione condividendo le opportune azioni correttive da intraprendere sulla base dei risultati conseguiti e delle problematiche emerse. In tale quadro si sviluppano le varie Sessioni di Integrazione Tecniche ed Operative che nel corso degli anni hanno visto la Brigata “Pinerolo” protagonista nel campo della sperimentazione. Tali campagne sono state rivolte al superamento delle problematiche riscontrate nelle sessioni precedenti, nonché a testare la bontà dei sistemi “NEC” attraverso l’osservazione di attività di livello tattico e operativo condotte dalle unità impiegate sul terreno e dotate di sistemi digitalizzati. Nel nuovo contesto di riferimento, la trasformazione improntata ad assicurare uno strumento terrestre flessibile, snello, dinamico e in grado di operare a “tutto spettro” diventa un requisito indispensabile per rispondere alle nuove sfide. In primis, affinché il processo risulti efficace e funzionale all’obiettivo da rag-


giungere, fondamentale è ottenere quell’equilibrio tecnologico tra le diverse piattaforme e sistemi di Comando e Controllo sia a livello interforze sia internazionale. Per tale ragione, la Brigata “Pinerolo” ha abbinato alle attività tipiche della sperimentazione e verifica condotte sul territorio nazionale, attività svolte in contesti internazionali. Ne è un esempio, l’Esercitazione “Toro 2019”, svoltasi nel novembre scorso, inquadrata nell’ambito degli accordi bilaterali e di un’intensa attività di cooperazione e di amicizia tra gli Eserciti spagnolo e italiano che hanno altresì portato a gemellare la Brigata meccanizzata “Pinerolo” e la Brigata “Aragon I”. Questa Esercitazione ha visto impiegati, presso il Centro Addestramento Nazionale (CENAD) di Saragozza (Spagna), l’82° reggimento fanteria “Torino” rinforzato con unità Un momento dell’esercitazione congiunta tra Esercito italiano e spagnolo, “Toro 2019”.

Attività addestrativa a fuoco con il sistema d’arma Spike nel corso dell’Esercitazione “Toro 2019”. n. 2/2020 | Rivista Militare

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del 21° reggimento artiglieria “Trieste” e specialisti dell’11° reggimento genio guastatori. Tutto ciò allo scopo di: • condividere i risultati nazionali nel processo di digitalizzazione attraverso uno scambio dottrinale nel corso dell’attività addestrativa; • assicurare l’interconnessione di tutti i sistemi in dotazione alla Forza Armata e rafforzare l’interoperabilità dei sistemi di Comando e Controllo italiano (SIACCON ADV) e spagnolo (SIMACET) attraverso il Military Interoperability Program (MIP), al fine di consentire la visione “congiunta” (Unità italiane e spagnole) della Common Operational Picture; • addestrare il personale in un’esercitazione combined nell’ottica della costituzione di forze interoperabili e in prospettiva di un futuro impiego congiunto; • valorizzare e condividere, con la controparte spagnola, l’elevato standard tecnologico delle piattaforme e degli equipaggiamenti prodotti dall’industria nazionale della difesa e in dotazione all’Esercito Italiano al fine di penetrare nuovi potenziali mercati. L’esercitazione, di tipo net-centrico, ha permesso di testare procedure nel campo dell’applicazione degli elementi dottrinali, tecnici, organizzativi e human

Artiglieria in attività addestrativa.

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Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale C.A. Salvatore Farina, nel corso dell’Esercitazione “Toro 2019”.

che, messi in rete, interagiscono creando una situazione di elevata operatività. L’evento addestrativo svoltosi sotto la leadership della Brigata “Aragon I”, come detto, ha visto la partecipazione di una Task Force nazionale pluriarma con relativo Posto Comando che ha operato in uno scenario di tipo warfighting a partiti contrapposti al fianco

dei colleghi spagnoli. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Generale di Corpo d’Armata Salvatore Farina, in visita alla Brigata “Pinerolo” e accolto dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Spagnolo, Generale di Corpo d’Armata Francisco Javier Varela Salas, rivolgendosi ai militari italiani ha sottolineato come le attività esercitative congiunte rappresentino “un’occasione essenziale per accrescere il bagaglio professionale di tutti noi e siano da stimolo per fare sempre meglio, esprimendo potenzialità peculiari della componente terrestre della Difesa uniche e attuabili esclusivamente dall’Esercito. Per questo motivo abbiamo il dovere di essere sempre pronti a operare per la Difesa dell’Italia e per la sicurezza internazionale”. Come già sottolineato in precedenza, le campagne di sperimentazione in territorio nazionale rimangono uno dei punti di forza per verificare il grado di interoperabilità e maturità raggiunto da un assetto NEC. In tale ottica, si svilupperà la Sessione di Integrazione Operativa dell’anno 2020, che sarà condotta dalla Brigata “Pinerolo”, allo scopo di consolidare i risultati ottenuti nell’anno 2019 e integrare, nel contempo, assetti in uso alla Marina e all’Aeronautica, per verificare lo sviluppo della digitalizzazione dell’Eser-


cito in una dimensione interforze. In particolare la prima SIO 2020 avrà lo scopo di: • integrare gli assetti già in uso o in via di sviluppo; • creare, con il coinvolgimento dell’Industria, presupposti di interoperabilità tra i sistemi di Comando e Controllo di F.A. con quelli della Marina e dell’Aeronautica; • verificare l’integrazione dei sistemi, materiali ed equipaggiamenti digitalizzati impiegandoli e testandoli in attività tattiche sul terreno; • produrre feedback per individuare eventuali gap capacitivi e validare, di contro, tutti i sistemi che hanno raggiunto un livello di maturazione e/o valutare i miglioramenti apportati dall’Industria in sede di revisione. Si svolgerà nel poligono di Torre Veneri (Lecce) e più in particolare presso le caserme “Nacci” e “ Floriani” in cui saranno schierati: • il posto Comando digitalizzato della Brigata “Pinerolo”; • il posto Comando della Task Force dell’ 82° “Torino” e delle unità digitalizzate dipendenti; • unità digitalizzate del reggimento Cavalleggeri “Lodi” (15°), del 21°

reggimento artiglieria “Trieste” nonché della Landing Force della Marina Militare. L’Esercitazione vedrà altresì schierato il Comando Divisione “Acqui” quale

Unità direttamente sovraordinata alla Brigata digitalizzata “Pinerolo” che sarà impiegata con compiti di pianificazione e condotta di attività tattiche in uno scenario di tipo warfighting.


CONCLUSIONI Tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica, visto l’attuale scenario strategico internazionale, sono impegnati a implementare sistemi di Comando e Controllo digitalizzati, nonché piattaforme da combattimento ed equipaggiamento individuali integrabili con gli stessi. Gli sforzi di adeguamento e trasformazione condotti dall’Italia e dai Paesi alleati sono notevoli, sia per utilizzare e potenziare i vantaggi delle nuove tecnologie messe in campo, sia per limitarne i punti deboli. L’attività addestrativa internazionale “Toro 2019” dimostra, ancora una volta, come al giorno d’oggi, uno dei main effort dei Paesi alleati sia quello di potenziare e condividere tali processi di digitalizzazione al fine di incrementare le capacità operative delle truppe sul terreno. Nelle future operazioni, sempre più a carattere joint e combined, lo strumento militare dovrà essere in grado di conseguire l’obiettivo strategico assegnato avvalendosi di dottrine, procedure e strumenti utili ad attuare il concetto delle Effects Based Operations (EBO). L’integrazione in rete di sensori, decisori e attuatori è, infatti, determinante per riuscire ad acquisire gli effetti voluti grazie all’impiego parallelo, sinergico e sincronizzato degli assetti necessari.

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Senza i vantaggi che derivano dall’utilizzo delle capacità net-centriche sarà impossibile, all’interno di una coalizione, l’esecuzione coordinata e simultanea di operazioni finalizzate al raggiungimento degli effetti desiderati dei singoli partner. È bene sempre ricordare che il ricorso ad una strategia net-centrica e alla relativa superiorità informativa non è sufficiente a garantire il successo nelle operazioni militari che restano, comunque, un fenomeno dinamico e complesso e il cui esito non può essere determinato a priori. Operazioni di tipo Network Centric Warfare non supereranno i principi alla base delle operazioni

militari, ma rappresentano un valore aggiunto per il Soldato che costituirà sempre il focus principale della Forza Armata. Orbene, è importante sottolineare come solo uno sviluppo armonico e programmatico dello strumento di Difesa e in particolare dell’Esercito, in cui la digitalizzazione e più in generale la tecnologia reciterà sempre più un ruolo determinante al servizio del Soldato, potrà garantire, in ambito multinazionale e interforze, una sicurezza ad ampio spettro del nostro Paese. E la Brigata “Pinerolo”, dove la tecnologia è di casa, ne rappresenta un esempio tangibile.


AZIONE


L’IMPEGNO SILENZIOSO DELL’ESERCITO Una lettura sociologica di Francesco Giorgino


Francesco Giorgino è giornalista e docente alla Luiss dove insegna Comunicazione e Content Marketing e dove dirige il Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing politico e istituzionale.

Quella delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare è una forma di ordinario eroismo. Più silenzioso e forse meno celebrato di altri all’interno della sfera pubblica mediata, ma non per questo meno rilevante. È vero, in queste settimane “ai tempi” del coronavirus per adoperare un’espressione cara a García Márquez, i giornalisti e gli attori della comunicazione politica e istituzionale hanno usato molto spesso il frame cognitivo ed emozionale della “guerra” da combattere. Hanno fatto ricorso ad espressioni come “trincea” o “retrovia” per raccontare l’impegno quotidiano di chi sta provando a vincere la “battaglia” contro un “nemico” insidioso e spesso invisibile, subdolo e assai pericoloso proprio perché nascosto e sempre pronto all’agguato. È vero, altresì, che l’accostamento alla categoria del “conflitto” dell’insieme di strategie di contenimento del contagio da virus lascia perplessi per più di un motivo, ma le narrazioni pubbliche si nutrono di elementi di facile identificazione collettiva, di riconoscibilità generalizzata, di immediata comprensibilità e di facile memorizzazione. Esse si servono di stereotipi che, proprio perché tali, sono facilitatori dei processi comunicativi essendo in grado di mettere in evidenza, senza troppi giri di parole, l’eccezionalità di una situazione che rileva dal punto di vista sanitario, economico e sociale. Di fronte al disorientamento, all’incertezza e alle contraddizioni (inevitabili quando il nemico ti colpisce alle spalle) ci sono stati e ci sono punti fermi da considerare e valorizzare nell’analisi teorica ed empirica. Tra questi meritano

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di essere ricordati, unitamente alle attività delle istituzioni del nostro Paese (a livello nazionale e territoriali), il ruolo svolto dal servizio sanitario nazionale con i suoi generosissimi medici e infermieri, quello dei volontari e dei lavoratori che hanno affrontato molti rischi e, appunto, quello di donne e uomini delle Forze Armate. In questo articolo è stato deciso di parlare del ruolo specifico dell’Esercito che nella percezione collettiva è solida ancora di salvataggio in situazioni di crisi estrema, baluardo delle azioni di protezione civile, linea Maginot rispetto all’esigenza, più che legittima, di superamento della fase emergenziale, considerando i molteplici aspetti della quotidianità. È elemento di prossimità territoriale, ma anche fonte di una consapevolezza diffusa (anche se non esclusiva) in ordine ai valori della difesa del territorio e della sicurezza dei cittadini.

La Difesa, almeno sino a metà aprile 2020, ha reso disponibile oltre seimila posti letto distribuiti su tutto il territorio nazionale per chi è costretto a sottoporsi alla misura della sorveglianza attiva poiché affetto da Covid-19. L’Esercito ha allestito in tempi record ospedali, come è avvenuto a Piacenza e Crema. Ha organizzato nuclei di bio-contenimento elitrasportato e messo a disposizione personale medico e infermieristico per rafforzare l’azione di cura e terapia dei malati, come è avvenuto in diverse zone rosse del Nord e non solo. Forte di un’esperienza ultra decennale nell’ambito della Operazione “Strade Sicure”, l’Esercito è stato ed è impegnato, inoltre, su richiesta delle Prefetture e dei Comuni, nel controllo del territorio al fine di monitorare gli spostamenti all’interno delle città e da una città all’altra. Spostamenti che potrebbero rappresentare un grande ostacolo al contenimento del contagio e al passaggio in tempi ragionevoli dalla Fase 1 alla Fase 2 (convivenza con il virus) e da quest’ultima alla Fase 3 (uscita dalla situazione d’emergenza). Si tratta di attività che vengono svolte con grande professionalità, in modo non eclatante e in raccordo con le Forze dell’Ordine. Un’ulteriore prova di quello spirito di sacrificio che ha da


sempre contraddistinto questa Forza Armata, la quale non a caso ha voluto usare l’hastag #noicisiamosempre. Un “exercitus” (un esercizio, cioè) che viene svolto in continuità con gli elementi connotativi della propria tradizione, ma anche in perfetta linea con le aspettative di cambiamento e di professionalizzazione richieste dalle società tardo-moderne. Tutto ciò, sfruttando un’organizzazione capillare e piramidale che dalle singole squadre arriva fino allo Stato Maggiore, passando per plotoni, compagnie, battaglioni, reggimenti, brigate, divisioni, corpi d’armata. Come ha più volte ricordato il Generale Farina, l’Esercito è abituato a operare in “scenari estremi” e in continua trasformazione. Una storia lunga quasi 160 anni, ma che si rinnova giornalmente di fronte alle sfide della contemporaneità: sfide sociali, culturali, persino antropologiche. Sfide piccole e grandi. Più la società si individualizza, più gli esseri umani coltivano il disegno della libertà dagli altri più che della libertà da sé stessi, affondando in una sorta di isolamento (non forzato come in questo periodo, ma ricercato e desiderato perché esito di strategie di autodeterminazione),

più hanno un senso ed acquisiscono valore le iniziative di tutte quelle istituzioni capaci di generare senso comunitario, di recuperare identità collettiva, di sviluppare senso di appartenenza. Alla base c’è la consapevolezza diffusa, quasi una sorta di autoefficacia percepita come direbbero gli psicologi dell’età evolutiva, di poter essere una “risorsa” per gli altri. Per tutti e per ognuno. Una risorsa semplice e al tempo stessa complessa, sempre disponibile e pronta ad intervenire. Una delle questioni più interessanti di questa tardo-modernità incontinente, spesso senza troppe regole e remore, è la ricerca di soluzioni in grado di favorire il riequilibrio tra spinte centrifughe e spinte centripete, ma anche di incoraggiare, pur nel legittimo e inesorabile desiderio di cambiamento, il consolidamento di esperienze finalizzate a quella che la sociologia definirebbe con l’etichetta dello “struttural-funzionalismo”. Si tratta, in buona sostanza del ricorso a strutture sociali stabili, ad azioni reiterate nel tempo proprio perché affidabili, credibili, solide. Azioni finalizzate all’espletamento di funzioni specifiche e differenziate al tempo stesso. Azioni immaginate con

l’intento di sollecitare armonia e coesione e di guarire le tante (le troppe) lacerazioni sociali. #Noicisiamosempre non è solo un’efficace soluzione semantica per ricordare un’attività rilevante, come del resto quella svolta da tutte le altre Forze Armate e da tutte le Forze dell’Ordine del nostro Paese. Non è solo una strategia di comunicazione istituzionale nell’era della platform society. È soprattutto una linea di condotta. È una filosofia. È terreno di esplorazione sociologica rispetto al quale risalta la volontà di riferirsi senza titubanze alla prima persona plurale, il “noi” come a voler sottolineare contemporaneamente il singolo e l’insieme, ma anche al tempo del “presente”, categoria diacronica che svolge la funzione di congiunzione tra passato e futuro (cioè tra tradizione e visione) e infine all’opzione esercitata in favore di un avverbio, il “sempre”, che supera i limiti della contingenza. Quello delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare è un impegno che, insomma, sa andare oltre. Che si svolge senza una fine, pur avendo un inizio. Un inizio che si rinnova ogni volta in cui l’Italia chiama perché ha bisogno di aiuto.

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AZIONE

L’ESERCITO CONTRO IL COVID-19 #noicisiamosempre di Monia Savioli


Uomini, mezzi, strutture. Lo spiegamento delle Forze messe in capo dall’Esercito per contrastare l’emergenza pandemica legata alla diffusione del contagio da COVID-19 è stato massiccio. La rete di interventi ha riguardato l’intero Paese, in stretta collaborazione con la Protezione Civile e tutte le Istituzioni scese in campo. Il lavoro incessante dei militari coinvolti, uomini e donne, ha catturato l’attenzione dell’Italia intera che, dagli schermi della tv, o direttamente, affacciata ai davanzali delle finestre, ha visto le colonne dei mezzi attraversare i paesi delle zone più colpite per costruire ospedali, sanificare strutture, distribuire materiale sanitario e alimenti. Un’Italia che non ha perso occasione per ringraziare i propri soldati, esponendo striscioni, applaudendo, inviando i disegni dei figli, facendo recapitare pizze e torte o mettendo a disposizione distributori automatici di bevande. Gesti intrisi di riconoscenza che resteranno per sempre scolpiti nel cuore di chi li ha ricevuti e nella memoria del Paese. Già dalla fine dello scorso febbraio, ogni angolo della Penisola interessato dal propagarsi del COVID-19 è stato monitorato dagli occhi attenti dei militari attraverso gli schermi della sala ope-

rativa coordinata dal Comando Operativo di vertice Interforze (COI) che si è avvalso del supporto offerto dal “Polo Interforze per la Difesa NBC”, scuola fondata nella Caserma “Verdirosi” di Rieti. Ore febbrili, dense di evoluzioni repentine da trasformare in atti concreti. La prontezza con la quale la Forza Armata ha risposto non è una novità. L’Esercito Italiano da sempre interviene in caso di pubbliche calamità e in si-

tuazioni di straordinaria necessità e urgenza, quando è essenziale il suo contributo, in termini di uomini, mezzi ed equipaggiamenti. La copertura legislativa è offerta, in questi casi, dal D.Lgs. n.1 del 2 gennaio 2018 "Codice della Protezione Civile" che investe le Forze Armate del ruolo di componente operativa di Protezione Civile. Nel codice dell’Ordinamento Militare, inoltre, lo svolgimento di “compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza” unitamente “alla salvaguardia delle libere istituzioni” rientrano nella quarta delle quattro missioni affidate alla Forza Armata. Fin dagli albori dell’emergenza, l’Esercito ha garantito con l’impiego di Ufficiali medici e infermieri militari specializzati il rimpatrio e la cura dei primi cittadini colpiti dal COVID-19 in Cina e Giappone. Ai nostri connazionali è stata garantita la quarantena nelle strutture del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito (CSOE) e del Policlinico militare del Celio, entrambi situati a Roma, in monitoraggio continuo con l’Istituto nazionale per le malattie infettive “L. Spallanzani”. Per fronteggiare l’emergenza crescente, sono stati messi a disposizione, sul territorio nazionale, circa 3.500 posti letto all’interno delle basi logistico-addestrative, dei circoli, delle foresterie e degli stabilimenti militari oltre alle strutture della Cecchignola, del Celio, del Centro Ospedaliero Militare di Milano e del polo alloggiativo


della Scuola di Applicazione militare presso la caserma “Riberi” di Torino, nell’ambito del più massiccio intervento delle Forze Armate che, complessivamente, hanno reso disponibili circa 2.200 stanze e 6.600 posti letto per i cittadini sottoposti al periodo di sorveglianza sanitaria a seguito del contagio. Nel frattempo, nel mese di aprile, alla presenza del Ministro della Difesa, sono iniziati i lavori per riconvertire il Policlinico militare del Celio nell’HUB Covid – Hospital per il centro Italia attraverso la predisposizione di 120 posti letto, dei quali 30 destinati alla terapia intensiva o sub-intensiva, dedicati ai pazienti affetti da COVID-19 estensi poi a 150, di cui 50 per terapia intensiva o sub-intensiva. L’iniziativa si colloca nel quadro di una collaborazione da tempo in atto tra il Ministero della Difesa, il Ministero della Salute e la Regione Lazio. Per presidiare le cosiddette “zone rosse”, circoscritte inizialmente nel lodigiano e in Veneto, sono state stanziate, in via straordinaria sulla base di quanto previsto dal D.L. n. 9 del 2 marzo 2020 (implementato dai DPCM entrati in vigore nel marzo scorso), 253 unità di personale militare inserite nel dispositivo modulabile dell’Operazione “Strade Sicure” che impiega abitualmente oltre 7.000 uomini e donne. Nel progredire dell’emergenza,

l’intero dispositivo è stato rimodulato per essere adibito in toto alle operazioni di contenimento rese necessarie dallo sviluppo del contagio, compresi gli interventi di controllo sul territorio, a fianco delle Forze dell’Ordine. Il contributo offerto dagli assetti sanitari dell’Esercito, attraverso l’impegno di medici e infermieri militari, unitamente a quelli forniti da Marina, Aeronautica e Carabinieri è stato fondamentale. Per incrementare le unità di personale sono state disposte nuove assunzioni tramite l’arruolamento temporaneo ed eccezionale di 120 medici e 200 infermieri militari con incarichi a tempo determinato, oltre a tecnici di biologia, chimica e fisica. Team di medici, infermieri e Operatori Socio Sanitari (OSS) militari, in massima parte in servizio presso il Policlinico militare del Celio, sono stati inviati in supporto alla struttura sanitaria civile di Alzano Lombardo e, in via esclusiva, all’Ospedale da campo di Piacenza schierato a fine marzo in sole 72 ore. Un tempo record, ottenuto grazie all’impegno dei militari, uomini e donne, che hanno lavorato instancabilmente su turni di 18 ore. In parallelo è stato eseguito, con le medesime tempistiche e modalità, anche lo schieramento dell’Ospedale da campo nella vicina Crema in cui opera il personale sanitario in servizio presso l’Ospedale civile cit-

tadino e il team di medici inviati a supporto da Cuba, Paese estero tra quelli che stanno aiutando l’Italia a fronteggiare l’emergenza. Fanno tra l’altro parte della lista la Cina, che per prima ha fornito materiali per la protezione individuale, ricercatori e personale medico sanitario, la Polonia che ha inviato a Brescia un team di medici specialisti in terapia intensiva e rianimazione, la Federazione Russa che ha fornito dispositivi di protezione, respiratori e una delegazione composta da medici, infermieri e disinfettori, l’Abania che ha inviato a Bergamo medici e infermieri, gli Emirati Arabi Uniti, che hanno fornito un cargo di guanti, tute, abiti e copriscarpe per gli operatori sanitari oltre a mascherine e disinfettante per le mani, e il Qatar che ha donato materiale per l’allestimento di due assetti sanitari campali da 500 posti e inviato un team di 20 unità di personale. L’importanza degli accorgimenti richiesti per contenere il contagio, come il lavarsi spesso le mani, ha determinato l’attivazione dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Lo stabilimento, autorizzato dal Ministero della Salute, ha continuato a produrre per tutto il periodo, mediamente, oltre 1.000 litri al giorno di disinfettante ad attività germicida e battericida. Contemporaneamente una task force dell’Esercito Italiano composta da 25 n. 2/2020 | Rivista Militare

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fra i migliori tecnici specializzati dell’Agenzia Industrie Difesa, ente industriale alle dirette dipendenze del Ministro della Difesa, è stata inviata alla ditta Siare Engineering di Valsamoggia in provincia di Bologna, l’unica in Italia a produrre ventilatori polmonari. L’intervento del personale militare proveniente dagli Stabilimenti tecnici militari è stato deciso per accelerare la produzione dei dispositivi salvavita e portarla a una media di 125 macchinari a settimana, quadruplicandola, per un totale di 2.500 entro luglio. Il supporto del 7° reggimento Difesa CBRN è stato fino ad ora fondamentale per effettuare la sanificazione di oltre 70 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e stazioni dei Carabinieri distribuite nella provincia di Bergamo eseguita insieme ai 51 bonificatori inviati dalla Russia. La delegazione russa composta in totale da 102 unità, fra medici, sanitari, interpreti e personale CBRN, ha portato materiali (30 respiratori polmonari e 85.000 dispositivi di protezione) ed offerto supporto all’Ospedale civile Papa Giovanni XXIII di Bergamo, nel quale sono stati impiegati i medici, messi a disposizione anche dell’Ospedale da campo allestito nello spazio della fiera dalla Sanità Alpina dell’ ANA (Associazione Nazionale Alpini), unico nel suo genere per gli elevati standard di sicurezza definiti espressamente per contrastare il contagio da COVID-19. Le operazioni di

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bonifica non si sono limitate al territorio bergamasco ma vengono tutt’ora effettuate lungo strade e strutture distribuite sull’intero territorio nazionale, laddove se ne profila la necessità. Ogni intervento ha richiesto il supporto di varie unità e assetti, specializzati nel movimento di mezzi e materiali, nell’allestimento dei collegamenti e nella preparazione delle infrastrutture necessarie agli schieramenti. La componente aerea, attivata già dallo scorso 24 febbraio, continua a raggiungere i luoghi del soccorso, mediante un piano di trasporto aereo e terrestre integrato a quello della Protezione Civile, per trasportare lungo la Penisola e nelle Isole materiale sanitario, in particolare i dispositivi di protezione individuale utilizzati dagli operatori, tamponi e lo stesso personale medico e infermieristico. Inoltre, ai baschi blu dell’Aviazione di Viterbo, anche per la loro posizione geografica, importante centro nevralgico per le operazioni di soccorso su tutto il territorio nazionale, è stata affidata la gestione di una barella di biocontenimento Isoark N36, che fornisce la capacità di trasportare, in caso di necessità, un paziente in situazione di alto bio-contenimento, a garanzia della protezione degli operatori e degli altri soggetti. Ogni intervento non è mai separato dal cuore. Esiste sempre, nell’operato dell’Esercito una componente umana

generata dai valori che guidano l’operato degli uomini e delle donne che ne fanno parte. Così, accanto alla distribuzione del materiale sanitario e dei dispositivi di protezione individuale compare quella dei generi alimentari forniti in favore del Banco Alimentare e di altre associazioni locali che chiedono a vario titolo il supporto dell’Esercito. Molti di quei pacchi sono stati raccolti grazie alle iniziative di solidarietà nate spontaneamente all’interno dei reparti per aiutare le famiglie in difficoltà. Anche nei momenti più duri e difficili, il valore dei rapporti umani non è mai venuto a mancare. Le condizioni di massima sicurezza nella quale gli assetti sanitari hanno operato non hanno mai impedito agli operatori di coccolare i pazienti per non farli sentire mai soli, nonostante la lontananza dalle loro famiglie. Sono bastati piccoli gesti, come rendere possibile una video chiamata con i figli, distribuire una rosa alle signore ricoverate, organizzare una festa di compleanno all’interno delle tende dedicate alla degenza negli Ospedali da campo, per farli sentire a casa. Piccoli gesti ma immensamente grandi perché nati dal cuore di chi ha visto nei volti degli ammalati quello dei propri famigliari.

L’Italia ferita ringrazia uomini e donne straordinari, che le hanno giurato fedeltà, e che lavorano costantemente per il bene del Paese. Anna Barone - nanakoart


LA VOCE DEI PROTAGONISTI “SUL CAMPO” Gli uomini e le donne che hanno preso il COVID-19 di petto

SOLO 72 ORE PER DARE VITA A DUE OSPEDALI DA CAMPO Il Brigadier Generale Giovanni Di Blasi è il Comandante dei Supporti Logistici dell’Esercito da cui dipendono anche i Reparti di Sanità, le unità che hanno schierato in un tempo record di tre giorni, a Piacenza e Crema, 2 Ospedali da campo da 40 e 32 posti letto e con capacità di radiologia, farmacia e terapia sub-intensiva. Generale, come è stato possibile schierare due strutture complesse come quelle di Piacenza e Crema in così poco tempo? Ogni anno ci esercitiamo a schierare gli Ospedali da campo nel minor tempo possibile. Nel 2018 a Foligno abbiamo simulato l’intervento dell’Esercito con un Ospedale da campo completo in seguito a un terremoto. Nel 2019 a Bari, simulando uno tsunami. Ogni volta scegliamo un’area di schieramento che abbia soltanto la disponibilità degli allacciamenti per le acque bianche e nere. Il resto lo garantiamo noi. Solitamente gli schieramenti a cui diamo vita sono anche più vasti, complessi e completi rispetto a quelli realizzati per l’emergenza COVID-19 a Piacenza e a Crema. L’addestramento è fondamentale nell’Esercito per garantire un intervento immediato quando se ne profila la necessità, pur sperando che ciò non accada mai. Inoltre, ci occupiamo meticolosamente della manutenzione continua del materiale che abbiamo in dotazione, in modo da renderlo sempre efficiente e pronto al trasporto in ogni momento. Abbinare le capacità sviluppate durante gli addestramenti alla pronta disponibilità di materiali efficienti è la chiave del successo. Poi possiamo contare, per il trasporto, sui nostri mezzi: anche in questo siamo completamente autonomi. In ambito Forza Armata quanto è importante la componente del supporto logistico? Il supporto logistico in operazioni è di fondamentale importanza in quanto consente alle forze di manovra di vivere, muovere e operare al massimo dell’efficienza. Per quanto riguarda il mio Comando e le unità subordinate, la missione è quella di fornire supporto logistico alle Grandi Unità da combattimento dell’Esercito e, oltre a questo, mediante i quattro Reparti di Sanità alle dipendenze,

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viene garantito il supporto sanitario a tutte le unità di manovra tramite lo schieramento di complessi sanitari campali di livello ROLE 2. Per l’emergenza COVID-19 è stata attivata quest’ultima tipologia di supporto, utilizzando le risorse disponibili presso il 1° Reparto di Sanità “Torino” e presso il 3° Reparto di Sanità “Milano”, il cui schieramento in tempi ridotti è stato reso possibile con il supporto fornito dal reggimento Gestione Aree di Transito – RSOM di Bellinzago Novarese per Piacenza e dal 6° reggimento Logistico di Supporto Generale di Budrio per Crema. Si tratta quindi del coinvolgimento di più unità logistiche dotate di capacità di alto livello che hanno operato, sin dal primo momento, in assoluta armonia e sinergia. Fare presto e fare bene. Due esigenze quanto mai necessarie per raggiungere, durante l’emergenza, l’obiettivo richiesto. Qual è stata la molla che ha permesso di innescare un gioco di squadra vincente? Sono diverse, in effetti, le anime che coesistono all’interno degli assetti sanitari schierati per questa emergenza sul territorio nazionale. Abbiamo una componente medica, formata da 46 unità di personale medico militare, fra Ufficiali medici, Sottufficiali infermieri e operatori socio sanitari, che provengono principalmente dal Policlinico militare del Celio, e abbiamo una componente di supporto che ha coinvolto, agli inizi, anche il 7° reggimento trasmissioni, per mettere a punto e assicurare i collegamenti con l’Ospedale civile e le sale operative dei Comandi sovraordinati, il 2° reggimento del genio pontieri per Piacenza e il 1° reggimento genio ferrovieri per Crema. Inoltre, visti i tempi di attivazione ridottissimi, non è stato possibile effettuare alcuna propedeutica attività di amalgama, come avviene normalmente prima del dispiegamento delle forze nelle operazioni sia all’estero sia sul territorio nazionale. Cio nonostante, ogni difficoltà che si è verificata all’inizio del dispiegamento del dispositivo è stata prontamente superata in virtù della consapevolezza che tutti erano stati chiamati ad adempiere il proprio dovere per offrire supporto alla popolazione italiana in un momento di emergenza nazionale. Non c’è stato tempo per le lamentele. Per la prima volta ho visto lavorare in perfetta sinergia fin dal primo istante uomini e donne che mai si erano conosciuti prima. Ognuno di loro sapeva cosa fare e bastava uno sguardo per intendersi e coordinarsi. La spinta motivazionale che ha sostenuto il contributo di tutti è stata questa volta diversa, più intensa. Generale, lei ha operato molte volte all’estero in contesti non facili. Rispetto a quelle missioni, cosa porterà nel cuore dell’esperienza che sta vivendo ora? Ci ho pensato e sono due le cose che ricorderò. È casuale, ma io sono originario di questa terra. Sono nato a Parma e fino al mio ingresso in Accademia ho vissuto qui, in questa zona. Muovermi nella pianura padana, facendo la spola fra Piacenza e Crema, dove i miei nonni coltivavano la terra e vederla deserta, con un traffico limitato al solo passaggio delle ambulanze è stata una sofferenza. Ora la situazione è migliorata, la gente inizia a muoversi e si vedono più trattori nei campi. Per questo, essere qui, con i miei soldati, nella mia terra natia per venire in supporto alla mia gente rappresenta per me un valore aggiunto, un’emozione e un orgoglio. E questo è il primo aspetto. In secondo luogo, aggiungo che mai, come in questa emergenza, ho sentito la morte così vicina. Non voglio dire con questo che io abbia e stia avendo più timore rispetto alle missioni precedenti da me effettuate in Bosnia, Kosovo, Afghanistan. Ma qui si tratta di altro, di un nemico invisibile e dilagante, molto più insidioso delle minacce affrontate dai militari dell’Esercito nei Teatri di Operazione all’estero. Questa è una minaccia che genera una sorta di paura atavica, quella di essere contagiati e che ha portato tutti noi all’esigenza di mettere in pratica in maniera scrupolosa tutte le possibili precauzioni per operare in sicurezza ed evitare di contagiarci. Il 22 marzo, quando i pazienti hanno iniziato a confluire nell’Ospedale da campo, in poche ore ne abbiamo accolti 40. Vedere poi la reazione successiva della popolazione che continuava a salutarci, a ringraziarci, a offrirci pizze, dolci di ogni genere o a inviarci le letterine dei bambini con i loro disegni, è una cosa che mai mi era successa prima d’oggi. Lo fanno con il cuore e si sente. In situazioni come questa il risultato non è mai scontato. Poteva anche non sortire l’esito auspicato, invece è andata benissimo: l’Esercito c’è sempre e lo ha dimostrato anche questa volta.

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SIAMO MILITARI ABITUATI A PARTIRE E METTERCI IN GIOCO Il Tenente Colonnello Carbone, Ufficiale medico dell’Esercito in forza all’Ospedale militare del Celio come anestesista e rianimatore, ha raggiunto la località di Alzano Lombardo, una delle più colpite dall’infezione da COVID-19, il 6 marzo scorso. La task force di cui faceva parte ha schierato per tre settimane, fino al 24 marzo, 16 unità di personale composte da Ufficiali medici e infermieri militari. Ten.Col. Carbone, com’era la situazione quando siete giunti sul posto? Siamo stati inviati ad Alzano Lombardo per dare sostegno all’ospedale cittadino ristrutturato appositamente per accogliere in via esclusiva i pazienti affetti da COVID-19. Quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione difficile. I colleghi, medici e infermieri, ai quali ho continuamente indirizzato il mio plauso, erano decimati dal contagio e per questo stremati. L’emergenza, legata in particolare all’aggressività del virus e alla facilità con la quale attecchisce, ha colpito in quella zona il 25-30% del personale sanitario. I diversi livelli di gravità dei pazienti assistiti all’interno dell’Ospedale ha incrementato la complessità della situazione. L’Ospedale di Alzano non ha terapia intensiva e si occupa di pazienti gravi, ma non gravissimi, da trattare ognuno in modo diverso. Qual è l’aspetto che più l’ha colpita? Faccio il rianimatore da oltre 16 anni e per questo sono abituato a vedere la morte. Di conseguenza sono anche abituato al fatto che i famigliari possano vedere i loro parenti. In una situazione ordinaria è la normalità. Nel dramma che stiamo vivendo questo non è possibile. Le uniche persone che i pazienti affetti da COVID-19 hanno il permesso di vedere nelle corsie dell’Ospedale sono i medici e gli infermieri. Durante la mia esperienza ad Alzano Lombardo qualche volta ho cercato di mettere in contatto via telefono i parenti che chiamavano alla ricerca di notizie del loro congiunto. Ci siamo messi nei panni di un figlio o di una figlia che non può vedere il genitore ed è in cerca di sue notizie. Abbiamo cercato di non fare mai sentire soli i pazienti, trattandoli con dolcezza. Ma questo non ha impedito di avvertire l’enorme sofferenza del distacco dalla famiglia. Questa è la cosa più triste che mi ha colpito profondamente. Quali sono state le difficoltà maggiori incontrate nello svolgere il vostro lavoro? Abbiamo operato sempre su turni di 7-8 ore. Il turno in sè non è massacrante. Lo è lavorare con il dispositivo di protezione individuale indossato, che si compone di tuta di biocontenimento, guanti, mascherina e occhiali protettivi. Togliere anche soltanto una delle componenti durante il turno era impossibile se non a rischio di compromettere la sicurezza dell’operatore e di sprecare dispositivi completi, da sostituire in toto, e quindi risorse. Ciò significava rinunciare, ad esempio, a bere o ad andare in bagno durante l’intero turno o resistere al fastidio della mascherina che dopo ore piaga la pelle. Tornati da Alzano qual è il prossimo obiettivo? Abbiamo lasciato quella realtà pronti a tornare in campo di nuovo, al Celio, che nel frattempo si è già ristrutturato per accogliere pazienti affetti da COVID-19 con posti letto disponibili in degenza e in terapia intensiva. Nè io e neppure il mio gruppo ci tireremo indietro di fronte alle nuove necessità. Siamo militari, siamo abituati a partire e metterci in gioco costantemente. n. 2/2020 | Rivista Militare

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COCCOLE AI PAZIENTI COME FOSSERO FAMIGLIARI 40 posti letto creati in sole 72 ore. I militari del 1° Reparto di Sanità “Torino” hanno realizzato, lavorando incessantemente anche di notte, l’ospedale modulare da campo, montato a Piacenza all’interno del Polo di Mantenimento Pesante Nord, riservato ai pazienti affetti da COVID-19. La struttura guidata dal Tenente Colonnello Donatello Scarano, Comandante del citato Reparto, è sorta per alleggerire l’Ospedale civile della città, fra le località più colpite dal contagio. Ten.Col. Scarano, che tipo di risposta avete avuto dai piacentini e dalle persone che vivono nei pressi della struttura? Dopo solo 2 ore dal nostro arrivo, le persone dai balconi hanno appeso striscioni di benvenuto per ringraziarci. Poi sono arrivate le pizze offerte dalle scolaresche, le torte di nonna Rosa e di altre famiglie, i disegni dei bambini, un televisore e diversi giochi di società donati dai Lions Club, l’antenna per la tv, una macchinetta per il caffè offerta da aziende della zona. Noi a nostra volta stiamo facendo di tutto per coccolare i pazienti. Abbiamo organizzato la festa di compleanno di uno degli ospiti, distribuito le palme benedette nella Domenica delle Palme e, nei giorni scorsi, abbiamo regalato una rosa a ognuna delle nostre pazienti donne. Ogni giorno facciamo in modo che arrivino i quotidiani e i settimanali. Cerchiamo di mantenere una sorta di normalità anche per noi stessi. La degenza in una tenda non è come una degenza in Ospedale. Cerchiamo di riversare in questa esperienza il nostro DNA di militari, sempre attenti al benessere del personale. Tutte le persone da noi ricoverate, in fondo, potrebbero essere le nostre mamme, i nostri padri, i nostri famigliari. Come si sono svolte le operazioni di allestimento? Siamo arrivati a Piacenza il 19 marzo e domenica 22, alle ore 17, è arrivata la prima paziente inviata dall’Ospedale civile con il quale siamo in rete. Nella mattinata di sabato, mentre la squadra addetta al montaggio, composta da 40 militari, stava terminando i lavori, il nostro personale medico prendeva già accordi con i colleghi civili per coordinare le attività. L’Ospedale da campo si compone di 38 tende e al suo interno opera personale sanitario esclusivamente militare. 45 uomini e donne, tra Ufficiali medici, Infermieri, operatori socio sanitari (OSS) e operatori logistici della sanità (OLS) sono coinvolti nel prestare servizio, la maggior parte del personale sanitario proviene dall’Ospedale militare del Celio. Le componenti OLS provengono invece da vari reparti. I 40 posti letto ricavati, ai quali si affiancano altri 3 posti di terapia sub intensiva, sono riservati a pazienti COVID-19 che necessitano di cure di media-bassa intensità. Lei e il suo team come state affrontando questa esperienza? Nessuno di noi ha mai vissuto una situazione come questa e combattuto contro un nemico invisibile e, mi permetto, subdolo. Anche noi abbiamo paura di poter essere colpiti dal virus. Questa paura è anche la molla che ci fa andare avanti ed essere più attenti nello svolgere il nostro lavoro.

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LONTANI, MA COME A CASA La prima ricognizione effettuata dal Comandante del 3° Reparto di Sanità “Milano” di stanza a Bellinzago Novarese, il Tenente Colonnello Michele Ricci, è avvenuta nel pomeriggio del 18 marzo scorso. Dopo appena qualche ora, 80 militari stavano lavorando per montare, nel parcheggio del nosocomio maggiore di Crema, l’Ospedale da campo nel quale opera esclusivamente personale sanitario civile. Il 22 marzo, a mezzanotte, dopo turni di 18 ore, dalle 7 del mattino all’1 di notte, il lavoro era finito. Il primo paziente è stato ricoverato 3 giorni dopo. Ten.Col. Ricci, che caratteristiche ha l’Ospedale da campo che avete realizzato a Crema? Si tratta di una struttura modulare implementabile, composta da 22 tende nelle quali si concentrano il triage e la degenza, per 32 posti letto, e da 2 shelter nei quali trovano spazio i 3 posti di terapia intensiva, la radiologia e la farmacia. I pazienti ricoverati provengono dall’Ospedale Maggiore di Crema con il quale lavoriamo in stretto contatto. Il personale medico che opera all’interno della nostra struttura proviene dall’Ospedale civile ed è affiancato dai medici e dagli infermieri arrivati da Cuba. Le operazioni di schieramento hanno richiesto 80 unità di personale specializzato per accelerare i tempi e adattare la struttura, pensata esclusivamente per i militari, alle esigenze dei civili. Non è pensabile, ad esempio, costringere un paziente non più giovane su una delle brandine normalmente utilizzate. Abbiamo fatto in modo quindi di rendere la struttura più confortevole. Poi abbiamo introdotto una sostanziale modifica all’impianto di ossigenazione creandone uno vero e proprio in sostituzione alle bombole di ossigeno da ricaricare ogni volta. Per la prima volta è stato realizzato, da una ditta civile con indicazioni nostre e del personale tecnico e medico dell’Ospedale di Crema, un vero e proprio impianto con tubi di rame collegati ad una centrale di produzione che porta l’ossigeno 24 ore su 24 ai posti letto. Al momento, il team militare presente nell’Ospedale da campo è formato da 24 persone incaricate del mantenimento della struttura e in grado di operare in qualsiasi momento. Crema come ha reagito? La città ci ha accolti con immenso affetto fin dalla prima ricognizione e continua a farlo. Ci aspettavamo delle manifestazioni di riconoscenza ma non in maniera così massiccia e così continuativa. Il calore che la popolazione ci sta dando non è mai diminuito in tutte queste settimane. Continuano ad arrivare pizze con i cuori disegnati sui cartoni, le aziende locali ci supportano in vari modi, chi fornendoci gratuitamente il distributore di bevande calde, chi installando la casetta dell’acqua, chi offrendoci gli utensili che in fase di montaggio mancavano. Con la città si è creato un legame davvero molto forte. Crema non ci fa sentire lontano dalle nostre case. n. 2/2020 | Rivista Militare

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DA SOLI NON SI VA DA NESSUNA PARTE Maresciallo Capo Daniele Damiano, 43 anni, 1° Reparto di Sanità “Torino”. Mi sono occupato del layout dell’Ospedale da campo schierato a Piacenza e del coordinamento delle squadre di montaggio. In seguito alla ricognizione effettuata per studiare il terreno e identificare le criticità, ho realizzato lo studio preliminare sul quale poi si è strutturato l’intervento. La presenza di una cabina elettrica collocata proprio nel punto in cui avrebbe dovuto sorgere il cuore dell’Ospedale ci ha messo un po’ in difficoltà ma siamo riusciti ad aggirare l’ostacolo. Le squadre impegnate, per un totale di 40 uomini, ruotavano su turni di quasi 18 ore. Quando arrivava il momento del riposo non avevamo neppure sonno tanto era il carico emotivo che ci supportava. Anche chiudendo gli occhi, in branda, vedevo le tende e pensavo alle attività del giorno dopo. Questa per me è stata la prima esperienza operativa reale, che mi ha dato modo di applicare quanto appreso durante le esercitazioni. Quando si è coinvolti in una attività di addestramento, si è portati a pianificare continuamente le azioni successive. La realtà è diversa e non permette di pensare al dopo ma al qui e ora. Si vivono le problematiche nel momento in cui accadono. Durante le 72 ore che sono servite a schierare l’Ospedale sono stato investito di telefonate e di domande. La cosa bella è che sono riuscito a dare una risposta a tutto. È stato vincente, dal mio punto di vista, accentrare tutto nelle mani di una sola persona per coordinare al meglio ogni attività. Quando fai sul serio e lo fai a casa tua, per la tua Patria, cerchi la perfezione. È dal 2003 che sono assegnato al Reparto. La visione globale che dà l’esperienza e il supporto che offre la squadra sono elementi fondamentali. È bello far parte di un team, avere un gruppo affiatato di colleghi. Per noi questa emergenza è stata una opportunità di tenere fede al giuramento prestato e di metterci concretamente al servizio della nostra Patria. Da soli non si va da nessuna parte.

LE SUE LACRIME SONO STATE UNA GIOIA Caporal Maggiore Scelto Chiara Stella, 34 anni, infermiera militare, Brigata "Folgore". All’arrivo all’Ospedale da campo di Piacenza eravamo un po’ spaventati. Nessuno mai si era trovato in una situazione del genere. Poi siamo entrati in pieno regime operando con l’uso dei dispositivi di protezione per tutelarci e tutelare i pazienti. Certo, la paura c’è sempre, ma siamo addestrati appositamente per affrontare situazioni di questo genere. Con i pazienti abbiamo cercato di instaurare un rapporto molto umano. All’inizio è stato difficile perché di noi vedevano solo gli occhi. Così abbiamo scritto i nomi sulle tute per aiutarli a riconoscerci. Ogni paziente ha una sua storia e, nei momenti di pausa, fra una terapia e l’altra, li abbiamo ascoltati. Abbiamo cercato il più possibile di farli sentire a casa. Mentre preparavamo la terapia giornaliera di un paziente, guardando nella cartellina ci siamo accorti che quel giorno era il suo compleanno. Anche se non era sua abitudine festeggiarlo, ci siamo fatti portare una torta per condividerla con gli altri pazienti e offrire a tutti un momento di normalità. Le sue lacrime sono state per noi una gioia, la conferma che quello che stavamo facendo era giusto. I pazienti che arrivano da noi provengono dall’Ospedale civile e hanno già dei giorni di ricovero alle spalle. È da tanto, quindi, che non vedono i familiari. Abbiamo capito la loro difficoltà. Anche le dimissioni dei pazienti guariti sono stati dei momenti importanti che ci hanno dato la misura del lavoro svolto. Se da un lato erano felici di tornare dalle loro famiglie, dall’altro hanno accusato il distacco da noi. Con qualcuno di loro ci siamo scambiati il contatto. Altri ci hanno scritto informandoci delle loro condizioni attuali. Sicuramente quello che porteremo nel cuore saranno questi momenti. A livello professionale questa esperienza, così particolare e speriamo unica, ci ha fatto evolvere e maturare nuove consapevolezze.

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TURNI DI 10 ORE PER PRODURRE RESPIRATORI Supportare la produzione dei dispositivi di ventilazione per far fronte alle esigenze indotte dall’emergenza COVID-19. È l’obiettivo della task force attivata dal Ministero della Difesa che dal 17 marzo scorso lavora a fianco dei dipendenti della Siare Engineering di Valsamoggia, in provincia di Bologna. Il Tenente Colonnello Ferruccio Poles del Corpo Ingegneri dell’Esercito, è membro di questa task force che schiera 25 tecnici, militari e civili, selezionati su base volontaria e professionale fra i collaboratori dell’Agenzia Industrie Difesa, ente industriale alle dirette dipendenze del Ministro della Difesa. Ten.Col. Poles, come si sta sviluppando l’attività? Appena arrivati abbiamo iniziato a lavorare incessantemente per riuscire a produrre complessivamente, entro il mese di luglio, 2.500 respiratori da distribuire alle strutture ospedaliere in tutta Italia. Dopo un periodo di affiancamento al personale civile della Ditta, abbiamo avviato, a partire dalla fine di marzo, una produzione autonoma di respiratori nell’ala messa a disposizione dalla Siare Engineering, in modo da duplicare i canali di produzione. Il nostro obiettivo è di produrre oltre 40 dispositivi al giorno per un totale di più di 125 respiratori a settimana. Come è organizzato il lavoro? Arriviamo in azienda ogni giorno alle 8 meno un quarto e, dopo esserci sistemati alle postazioni, continuiamo a lavorare almeno fino alle 18,30. Sono turni di oltre 10 ore che vengono svolti ogni giorno fino al venerdì. Al sabato si lavora mezza giornata mentre la domenica, per ora, è dedicata al recupero. In caso di necessità siamo disponibili comunque a coprire l’intera settimana, senza riposo. Mediamente due volte a settimana, al termine dell’orario di lavoro, ci riuniamo, rispettando le modalità previste dal decreto ministeriale, e facciamo il punto della situazione per capire se ci sono difficoltà, risolverle e scambiarci punti di vista. L’apporto di ogni professionalità è stato calibrato in modo da ottenere il maggior numero di pezzi nel minor tempo possibile con il massimo della qualità. Le riunioni servono anche per valutare idee e proposte migliorative per ottimizzare ancora di più i risultati. Con quale spirito la task force sta affrontando questo importante impegno? Il morale è alto. I tecnici lavorano con entusiasmo, spronati dalla consapevolezza di rendere un importante servizio alla comunità. I dispositivi che noi produciamo servono a ventilare i pazienti ricoverati nelle terapie intensive e sono quindi di fondamentale importanza. Questo, per loro, è fonte di estrema motivazione. L’emergenza, nel suo complesso, è vissuta da ognuno come qualcosa di personale alla quale dedicare anima e corpo. n. 2/2020 | Rivista Militare

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COOPERAZIONE FONDAMENTALE PER FAVORIRE IL GIOCO DI SQUADRA La colonna dei mezzi muove, percorrendo chilometri nell’entroterra bergamasco, per bonificare le 67 Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) distribuite in uno dei territori considerati più ad alto rischio dell’emergenza COVID-19. Gli specialisti del 7° reggimento Difesa CBRN Cremona hanno messo a disposizione le loro competenze per sanificare le RSA distribuite nella provincia di Bergamo e contrastare in questo modo la diffusione del contagio. I nostri militari sono stati affiancati dal team dei bonificatori russi giunto il 22 marzo scorso nell’ambito della delegazione inviata a supporto del nostro Paese e composta da 102 unità fra medici, sanitari, interpreti e personale CBRN. Ogni mattina, i mezzi con a bordo mediamente 40 militari hanno raggiunto tre RSA fino alla totale copertura includendo anche molte stazioni dei Carabinieri, i quali hanno assicurato il controllo della viabilità ad ogni spostamento. A guidare l’assetto è il Tenente Colonnello Dario De Masi. Ten.Col. De Masi, come è stato organizzato il vostro intervento a Bergamo? Sulla base delle attività di coordinamento che hanno coinvolto la Protezione Civile, le autorità locali e l’Associazione Nazionale Alpini impegnata nella costruzione del nuovo Ospedale nella fiera di Bergamo, abbiamo organizzato l’attività di bonifica nelle RSA del territorio. Il 7° reggimento Difesa CBRN Cremona è il reparto dell’Esercito in grado di assolvere compiti in materia di difesa specialistica CBRN, Chimica, Biologica, Radiologica, Nucleare. Sia a livello nazionale sia nei teatri operativi in cui sono impiegate le Forze Armate italiane, i nostri assetti garantiscono le attività peculiari di rivelazione, identificazione, campionamento e decontaminazione. Insieme a voi ha operato il team composto da 51 bonificatori giunti dalla Russia. Come si è sviluppato il rapporto con i colleghi della Federazione? La collaborazione è stata ottima fin dai primi momenti. Le procedure da loro utilizzate sono simili alle nostre come del resto anche le capacità. Pertanto è stato possibile operare insieme immediatamente dopo il primo briefing di coordinamento.


Il vostro è un lavoro estremamente specialistico. Quanto è importante la sicurezza nel vostro operato? Operare in sicurezza è fondamentale. Esiste sempre un rischio ma è normale prevederlo. Durante l’intervento nelle RSA i nostri specialisti hanno utilizzato i dispositivi di protezione individuale previsti quali tuta, guanti, occhiali e mascherina protettiva. Nell’attività che nello specifico vi ha visti impegnati a Bergamo, che ruolo ha giocato la collaborazione fra i tanti attori coinvolti? Quello della cooperazione è un aspetto che vorrei sottolineare. L’intervento ha coinvolto assetti ed enti nazionali e stranieri. La condivisione degli obiettivi è stata fondamentale per dar vita a un gioco di squadra efficace in grado di attivare tutte le risorse per cercare di uscire tutti insieme, e quanto prima, dall’emergenza. La colonna dei mezzi ha percorso il territorio bergamasco per giorni attraversando anche piccole comunità. La popolazione vi ha supportato? Spesso la gente che ci vedeva passare applaudiva dalla finestra e ci gridava "bravi". Per noi si è trattato di un supporto morale fondamentale. Dal punto di vista umano è stata una esperienza bellissima. I nostri specialisti hanno continuato a ricevere, per tutto il periodo dell’attività, attestazioni di gratitudine da parte della popolazione. A far piacere sono state anche le telefonate ricevute dai sindaci delle città e dai direttori delle RSA che si sono complimentati per il nostro lavoro. Noi operiamo con passione a sostegno e supporto del Paese.


ANA: UN MIX DI COMPETENZE PER UN OSPEDALE FINORA UNICO

I primi pazienti hanno fatto il loro ingresso nel nuovo Ospedale realizzato in tempi record dalla Associazione Nazionale Alpini (ANA) e dai suoi volontari negli spazi della fiera di Bergamo il 6 aprile scorso. Il progetto unico nel suo genere, per gli elevati standard di sicurezza definiti espressamente per contrastare il contagio da COVID-19, ha attirato l’attenzione dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. A riportarlo è il Capitano dott. Sergio Rizzini, Direttore Generale della Sanità Alpina dell’ANA nonchè Ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito, bacino di professionisti civili disposti a mettere a disposizione della Forza Armata le loro competenze professionali. Capitano Rizzini, cosa distingue nello specifico l’Ospedale da voi realizzato? La struttura, terminata in soli 7 giorni, è stata specificatamente studiata per affrontare la situazione epidemica attuale. Si tratta di un Ospedale vero e proprio con 142 posti di degenza, 72 di media-alta intensità per pazienti in terapia intensiva e sub intensiva e 70 di bassa intensità, ma già predisposti per essere trasformati a media-alta intensità, distribuiti su uno spazio di 6.500 metri quadrati, ai quali si aggiungono altri 1.500 metri quadrati riservati a spogliatoi e locali per la preparazione del personale e le successive attività di decontaminazione a fine turno. Il paziente che arriva da noi viene trasferito dall’ambulanza alla cosiddetta “camera calda”, locale di collegamento fra esterno e interno per poi essere sottoposto a triage. Se la sua condizione risulta particolarmente critica viene immediatamente trasferito nella shock room dove se necessario sarà intubato. L’ambulanza, dopo il trasporto, viene inviata al punto di decontaminazione per consentirne l’utilizzo successivo anche per pazienti no-covid. La shock room è collocata a fianco di due shelter, uno con laboratorio analisi e il secondo con la radiologia, che completano la struttura del pronto soccorso. In aggiunta, vi sono due strumentazioni radiologiche mobili che consentono di effettuare le indagini radiologiche direttamente a bordo del letto dei pazienti, oltre alla tac per monitorare il deterioramento delle pareti polmonari. I pazienti vengono trasferiti in posti letto strutturati in modo specifico. Con quali caratteristiche? Tutte le stanze sono state realizzate a cielo aperto e dotate di grandi feritoie da cui si irradia l’impianto di climatizzazione dotato di camera a raggi UV e filtri specifici per sanificare l’aria in entrata a anche in uscita. Gli spazi fra i letti sono stati definiti in modo da abbattere la possibilità di contagio fra i pazienti. Ogni posto letto è ovviamente provvisto dei dispositivi per facilitare la respirazione. Si tratta di un progetto pensato ad hoc per contrastare l’emergenza che stiamo vivendo e adotta particolari accortezze progettuali per abbattere la presenza del virus in ambiente e per la sua unicità al momento è oggetto dell’attenzione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel suo team sono presenti figure professionali specifiche, molte delle quali appartengono, come lei, al bacino della Riserva Selezionata ed ex militari. Come definirebbe questo tipo di collaborazione? Il contributo di tutti gli attori coinvolti nel progetto è stato fondamentale per la realizzazione del progetto di collaborazione sancito con il Protocollo di intesa del 13 dicembre 2017 tra ANA e SMD. In situazioni difficili come l’attuale, è fondamentale impiegare volontari con competenze e ruoli mirati, nulla viene lasciato al caso. La mia squadra è composta sia da civili sia da ex militari, specialisti in tutte le categorie mediche per la parte sanitaria e anche per la parte logistica, ingegneri, architetti, esperti in vari settori ma tutti con esperienze professionali consolidate, quindi sì volontari ma prima professionisti.


La Sanità Alpina è un corpo specifico dell’Associazione Nazionale Alpini, operativa dal 1986. Come interviene? Disponiamo di assetti sanitari campali strutturati, in particolare 2 Ospedali con caratteristiche di Role 3 e Role 2 plus, quest’ultimo completamente elitrasportabile ed entrambi impiegabili secondo i tempi e protocolli d’impiego che rispettano le norme internazionali specifiche. Va precisato come nell’emergenza Covid la Sanità Alpina dell’ANA era operativa già dalla dichiarazione dell’emergenza e si è immediatamente attivata con il presidio, gestendo in autonomia l’aeroporto di Orio al Serio e in rinforzo a Malpensa, Caselle e Venezia, con il coinvolgimento di 150 volontari. Più recentemente ma in concomitanza con la costruzione dell’Ospedale Alpino a Bergamo, parte del nostro personale sanitario ha supportato la nostra Protezione Civile ANA che, in soli 6 giorni, in Veneto, ha ripristinato 5 strutture ospedaliere dismesse riportandole in piena operatività. La Sanità Alpina rappresenta il fiore all’occhiello dell’ANA, capace di operare in totale e piena autonomia soprattutto all’estero, ma sempre pronta a dare il proprio contributo anche in Patria.


L’IMPEGNO DELL’ESERCITO FORZE E MEZZI IMPIEGATI

15.500 1.600 militari

automezzi

MOVIMENTI

elicotteri

5

aerei

SUPPORTO SPECIALISTICO

900 tonnellate

105

60 tonnellate

800

materiali sanitario/DPI trasportati

generi alimentari distribuiti

956

feretri trasportati

62

38

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team per la sanificazione

strutture sanificate


Emergenza COVID 19

#noicisiamosempre #dipiĂšinsieme #alserviziodelPaese Militari e COVID 19

168

1

176

ammalati deceduto guariti

7.417 militari

per il controllo del terriroio

Donazioni ed elargizioni spontanee

140.000₏

SUPPORTO SANITARIO

STRUTTURE

24

4team di

86

2 + 1 in riserva

94

oltre 3.500

infermieri in concorso

posti letto a disposizione

81

56

team sanitari

medici in concorso

Operatori Socio Sanitari (OSS) in concorso

biocontenimento

ospedali da campo

terapia intensiva e sub intensiva

Dati aggiornati alla data del 27.05.2020 n. 2/2020 | Rivista Militare

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AZIONE

IL COLPO COMPLETO 4.0 1XRYR PXQL]LRQDPHQWR SHU OŇDUWLJOLHULD WHUUHVWUH di Simone Scodellaro


Nell’ambito della manovra terrestre, il ruolo dell’artiglieria è fondamentale per garantire il necessario supporto di fuoco alle unità dell’arma base e per assolvere una serie di compiti sempre più complessi, considerando l’evoluzione dello scenario operativo. Le più recenti operazioni, infatti, hanno dimostrato l’esigenza di un’artiglieria terrestre che sia in grado, tra l’altro, di ingaggiare con estrema precisione obiettivi di piccole dimensioni, fugaci, spesso calati in ambienti compartimentati o abitati, evitando il rischio di fuoco fratricida e riducendo al minimo gli eventuali danni collaterali. Ciò ha determinato la necessità di disporre di una gamma di munizionamento diversificata, così da poter selezionare la tipologia più idonea a ottimizzare l’effetto da conseguire sull’obiettivo. L’impulso dato in tal senso ai programmi di ricerca e sviluppo sul munizionamento d’artiglieria ha permesso di aumentare notevolmente le performance di gittata e letalità del munizionamento convenzionale e di precisione, di cui si analizzeranno le principali caratteristiche e i miglioramenti rispetto alla generazione precedente.

IL CONCETTO DI “COLPO COMPLETO” Prima di procedere nella disamina delle innovazioni introdotte nel campo del munizionamento di artiglieria terrestre, è necessario esporre sinteticamente il concetto di “colpo completo”, indispensabile per comprendere le implicazioni tecniche e logistiche ad esso connesse. L’artiglieria, infatti, impiega “colpi completi” composti da proietto (o granata), artifizi e cariche di lancio, elementi indispensabili per completare la cosiddetta “catena incendiva”, ovvero quella serie di reazioni termobalistiche che, una volta innescate, generano una notevole quantità di pressione derivante dall’espansione di gas sufficiente a espellere il proietto dalla bocca da fuoco con una determinata velocità. Diversamente dal munizionamento di piccolo calibro, dove le varie componenti sono racchiuse in un unico elemento (c.d. cartuccia), per i colpi di artiglieria le differenti componenti n. 2/2020 | Rivista Militare

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sono gestite separatamente e assemblate al momento dell’impiego. Da ciò, emergono due considerazioni peculiari: • la gestione logistica di tali manufatti è più complessa e onerosa, in termini finanziari e logistici, di quella del munizionamento tipico delle armi leggere; • per determinare l’effettiva capacità di fuoco dell’artiglieria è erroneo considerare le sole singole componenti disponibili (ad es. unicamente le granate), ma occorre calcolare i “colpi completi” effettivamente assemblabili. Chiarito questo aspetto basilare, è possibile procedere a un’analisi più approfondita della nuova generazione tecnologica del munizionamento di artiglieria.

LA GRANATA, IL PROIETTO DI ARTIGLIERIA Nell’ambito dell’artiglieria terrestre, il proietto è propriamente definito “granata”, cioè un corpo cilindrico ogivale di metallo (normalmente acciaio), cavo al suo interno per poter contenere un determinato carico, che può essere: • convenzionale, ad esempio alto esplosivo (o high explosive - HE); • speciale (nebbiogena a fumata colorata, nebbiogena incendiaria, illuminante). Focalizzandoci sul caricamento convenzionale più utilizzato, l’alto esplosivo, a partire dagli anni 2000 si è assistito all’introduzione di granate caricate a esplosivo insensibile (ad es. il Plastic-Bonded Explosive - PBX),

ottenuto inserendo esplosivo al plastico nella struttura di un polimero sintetico. Tale miscela, pur mantenendo la potenza dell’esplosivo plastico che ne costituisce la base, è insensibile a urti e sollecitazioni accidentali, risultando molto più sicura nel trasporto, maneggio e stoccaggio rispetto agli esplosivi precedenti (es. TNT e RDX plastico). Inoltre, il profilo balistico della granata è stato costantemente migliorato grazie alle innovazioni nel campo delle lavorazioni metallurgiche, che hanno permesso di creare modelli più aerodinamici, con una maggiore gittata e con una frammentazione delle schegge molto più efficiente di quella degli ordigni di generazione precedente, con il conseguente aumento dell’efficacia

Fase di inserimento, nella camera a polvere dell’obice FH70, delle cariche di lancio di precedente generazione.

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Il munizionamento di artiglieria di nuova generazione può essere impiegato anche con l’obice PzH 2000.

dovuto alla più elevata saturazione dell’area intorno al punto di scoppio. Di particolare rilevanza, inoltre, sono la soluzione base bleed (BB), con cui sul fondello della granata è stato applicato un generatore di gas che diminuisce la forza resistente durante il moto nell’aria e aumenta la gittata fino al 30% in più delle granate balistiche standard, e quella hollow base (HB) che raggiunge quasi il medesimo effetto ottimizzando il profilo della granata con la creazione di una cavità (hollow in inglese) nel fondello. In merito al munizionamento di precisione, è da segnalare il progetto nazionale “Vulcano”, sviluppato dalla società “Leonardo” e mirato alla produzione di una munizione in grado di raggiungere gittate molto elevate e con altissima precisione. Progettata nelle versioni non guidata (Ballistic Extended Range - BER) e guidata (Guided Long Range - GLR), entrambe nei calibri navale da 127 mm e terrestre da 155 mm, la munizione “Vulcano” si presenta come un proietto dalla linea decisamente aerodinamica, dotato di alette stabilizzatrici e direzionali. Grazie all’elevata velocità iniziale e all’alto coefficiente di penetrazione nell’aria, riesce a raggiungere quote considerevoli, dove la bassa densità dell’atmosfera produce un basso at-

trito al moto e consente di ottenere gittate fino a 50 km con la versione BER e 70 nella versione GLR quando impiegate con una bocca da fuoco da 52 calibri. Anche nel settore delle granate a caricamento speciale, i recenti progressi tecnologici hanno permesso innovazioni all’avanguardia. In particolare, per le granate illuminanti sono stati creati modelli all’infrarosso (IR), la cui luminosità non è percepibile a occhio nudo, ma è perfettamente visibile con apparati di visione notturna. Analoghe innovazioni sono state applicate anche alle granate nebbiogene, dove, per ovviare alla penetrabilità da parte dei visori IR della coltre di fumo generata dalle munizioni tradizionali, sono state unite microparticelle di particolari materiali (ad es. ottone o grafite), che disturbano la visibilità nello spettro dell’infrarosso.

una serie di contenitori in stoffa separabili al cui interno vi sono differenti quantità di polvere deflagrante (es. balistite). L’utilizzo prevede che per il lancio di una granata siano utilizzati solo i sacchetti necessari per raggiungere la gittata desiderata, eliminando quelli in esubero che non potranno essere riutilizzati per altri colpi e quindi dovranno essere distrutti. La carica modulare, invece, è costituita da cilindri in materiale combustibile, resistenti agli agenti esterni e contenenti ciascuno la medesima quantità di esplosivo. Pertanto, una volta prelevati i moduli necessari al lancio di una granata, le cariche che non sono impiegate possono essere riutilizzate per altri colpi. Attualmente esistono due tipologie di cariche modulari, la cosiddetta Top e la Bottom, che differiscono per la velocità di reazione della tipologia di polvere in esse contenute.

LA CARICA DI LANCIO MODULARE

GLI ARTIFIZI, LE SPOLETTE “INTELLIGENTI” E I CANNELLI

Nell’ultimo decennio, la maggiore novità nel settore delle cariche di lancio è stata l’introduzione del sistema “modulare”, che differisce in maniera sostanziale da quello tradizionale della “carica a sacchetto”. In particolare, quest’ultimo sistema è costituito da

La funzione della spoletta all’interno della catena incendiva è quella di innescare il carico bellico contenuto nella granata. A tale scopo, la spoletta è alloggiata sulla parte anteriore della granata e può funzionare principalmente a percussione, a tempo, n. 2/2020 | Rivista Militare

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a doppio effetto, o in prossimità. In tale ambito, l’innovazione più notevole è costituita dalle cosiddette “spolette intelligenti”, la cui realizzazione è stata possibile con l’incorporazione di un ricevitore GPS o di un apparato di ricerca laser (cosiddetto seeker), che dirige la granata guidata verso gli obiettivi indicati con appositi designatori, permettendo così un errore di pochi metri per un tiro “chirurgico” impensabile fino a pochi anni fa. Relativamente al cannello, ultimo componente del “colpo completo” e la cui funzione è quella di attivare la catena incendiva innescando la carica di lancio, ad oggi non vi sono innovazioni allo studio per tale manufatto ancorché siano in corso delle ricerche su cariche di lancio attivabili tramite energia laser.

Munizione “Vulcano” da 155 mm. A sinistra in configurazione di trasporto, a destra in configurazione di volo.

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Rappresentazione grafica della composizione di un colpo completo di artiglieria.

PROSPETTIVE, LIMITI E VINCOLI A oggi, un ammodernamento del parco munizioni della Forza Armata è fortemente auspicabile, soprattutto perché la maggior parte delle scorte di granate HE da 155 mm nei depositi nazionali è costituita dal modello M107, risalente al secondo dopoguerra, e L15 degli anni ‘80. Lo stesso dicasi per le scorte di spolette (PD M557 e PD M739 a percussione e DM153 a tempo, con graduazione meccanica, con più di 40 anni di servizio) e per quelle di cariche di lancio, per la maggior parte “a sacchetto”, ma per le quali è stata avviata una progressiva sostituzione con più moderne cariche modulari Top e Bottom. A tal proposito, il maggiore vincolo che influisce su un piano di rinnovamento delle tipologie a scorta è costituito dalla procedura di omologazione, indispensabile per garantire l’impiego in sicurezza e verificare che la composizione di un colpo completo sia compatibile con il sistema d’arma. Per fare ciò, è necessaria una procedura di omologazione di cui è responsabile la Direzione degli Armamenti Terrestri (DAT) e i cui contenuti sono contemplati nella pub. TER-G-021/Interim (ed. 2013) “Omologazione e qualificazione dei materiali per l’impiego militare”, che prevede essenzialmente due procedure: “omologazione” e “omologazione formale”. Nel primo caso, molto oneroso in termini finanziari e temporali, sono necessari approfonditi studi balistici preliminari, accompagnati da una prolungata campagna di tiri sperimentali finalizzata alle verifiche di sicurezza e all’elaborazione delle relative tavole di tiro.

Nel secondo, molto più rapido ed economico, la DAT procede sulla base del certificato di omologazione e/o della documentazione tecnica delle prove su di esso eseguite da parte di uno o più Paesi appartenenti alla NATO/UE, presso le cui Forze Armate la munizione sia già stata omologata e/o introdotta in servizio. Considerata l’onerosità in termini di tempo e risorse dell’omologazione, l’indirizzo è quello di adottare l’omologazione “formale” ogni qual volta sia possibile, come nel caso delle cariche di lancio modulari, già omologate dalle Forze Armate tedesche e successivamente introdotte in servizio nell’Esercito Italiano. Pertanto, nonostante il mercato offra una vasta gamma di componenti del colpo completo di nuova generazione, le opzioni per acquisire materiale prontamente impiegabile all’atto della consegna sono realisticamente limitate a ciò che è stato già omologato dalle Nazioni NATO per i medesimi sistemi d’arma in servizio alla Forza Armata. Infine, volendo definire le tipologie per un possibile portfolio di munizionamento di nuova generazione, l’Esercito dovrebbe dotarsi di: • munizionamento HB a caricamento insensibile HE, con spoletta multifunzione (es. granata DM121 o LU211 e sistema di carica di lancio modulare); • munizionamento illuminante e nebbiogeno con effetto nel visibile e nell’IR con spoletta a tempo e sistema di carica di lancio modulare; • munizionamento di alta precisione a lunga gittata a guida laser e GPS (ad. es. Vulcano da 155 mm)z In termini finanziari, il costo orientativo di un colpo completo HE così composto oscillerebbe tra i 4.000 e i 6.000 euro, l’illuminante e il nebbiogeno tra i 5.000


e gli 8.000 euro, mentre il munizionamento di precisione tra gli 8.000 e 60.000 euro. Ciò comporta la necessità di prevedere consistenti investimenti per l’acquisizione delle necessarie quantità di munizionamento di ultima generazione, i cui costi sono direttamente proporzionali al livello di prestazioni, decisamente più elevate rispetto alle munizioni delle generazioni precedenti.

CONCLUSIONI Le nuove tecnologie e le innovazioni in campo chimico e metallurgico hanno permesso la creazione di una nuova generazione di munizioni d’artiglieria, più performanti in termini di gittata, precisione e letalità, a cui si deve guardare per procedere a un ammodernamento del parco munizioni, ormai non più procrastinabile e che deve essere pianificato alla luce dei vincoli e dei limiti di natura tecnico-amministrativa e finanziaria attualmente esistenti in ambito nazionale. A tal proposito, il vincolo dell’omologazione potrebbe essere risolto senza eccessivo impiego di risorse,

Granate M107 HE da 155mm allestite per il trasporto logistico.

coordinando con la DAT un piano di acquisizioni focalizzato su manufatti già omologati, o facilmente omologabili in maniera “formale”. D’altro canto, il limite derivante dalla contrazione degli investimenti della Difesa potrebbe essere superato programmando un piano di finanziamento pluriennale a copertura di una specifica esigenza operativa. Ciò, per garantire all’artiglieria terrestre italia-

na di colmare un gap capacitivo che rischia di ampliarsi sempre più con il trascorrere del tempo e di essere in grado di assolvere adeguatamente i propri compiti e di affrontare le sfide del futuro scenario operativo, dove risulterà decisivo non solo il maggior livello quantitativo ma, soprattutto, il più elevato livello tecnologico del materiale impiegato.

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n.. 2/2020 n 2/2020 | R Rivista Riv viistta Militare Millitare e

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DEDIZIONE


L’UNIONE FA LA FORZA! Al 62% i ricongiungimenti nel 2019 di Nicola Iovino


Dopo aver affrontato il tema degli avvicinamenti ai luoghi di origine e d’interesse familiare del personale militare e aver approfondito la questione della “disponibilità al movimento”, in questo numero illustriamo le procedure relative alla riunione del nucleo familiare quando entrambi i coniugi sono militari. A più di vent’anni dall’ingresso del personale femminile nelle Forze Armate le donne attualmente in servizio sono circa 16 mila. Ciò ha portato, come accade in qualsiasi altro ambiente di lavoro, alla nascita di legami

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affettivi, di unioni matrimoniali e, ultime in ordine di tempo, unioni civili tra militari che prestano servizio in luoghi diversi della penisola. Si è pertanto resa necessaria l’adozione di specifiche direttive che consentano al personale militare coniugato (1) con un altro appartenente alle Forze Armate di presentare un’apposita domanda per ricongiungere il nucleo familiare e tutelare sia quest’ultimo sia il soldato. Le domande di ricongiungimento familiare, considerate “non ordinarie”, contengono al loro interno casistiche diverse.

La prima distinzione da fare è tra le domande presentate in base all’art. 17 della legge 266 del 1999 e quelle che non rientrano nelle previsioni di tale norma e quindi, per l’Esercito, esaminate alla luce della Direttiva di Forza Armata “Procedure per l’impiego del personale militare dell’Esercito. P-001” edizione 2017. Nel primo caso, i destinatari della legge sono tutti i dipendenti pubblici (e quindi di conseguenza anche gli appartenenti alle Forze Armate) il cui coniuge è un militare che sia stato


interessato da un trasferimento d’autorità. Ebbene, l’articolo 17 della legge 266/99 prevede che “il dipendente della pubblica amministrazione, coniuge convivente del personale in servizio permanente delle Forze Armate, compresa l’Arma dei Carabinieri, del Corpo della Guardia di Finanza e delle Forze di polizia ad ordinamento civile [ ] trasferito d’autorità da una ad altra sede di servizio, ha diritto, all’atto del trasferimento, ad essere impiegato presso l’amministrazione di appartenenza [ ] nella

sede di servizio del coniuge o, in mancanza, nella sede più vicina”. In sostanza, se un’insegnante di un liceo di Napoli è coniugata con un militare che da Napoli viene trasferito “d’autorità” a Milano, ha diritto di essere anch’essa trasferita in un liceo di Milano. Per analogia, anche un militare coniugato con un altro militare trasferito d’autorità ha diritto ad essere impiegato nella stessa sede o nella sede più vicina. È questo, ad esempio, il caso di un militare coniugato e appena transitato in Servizio Perma-

nente che, in linea con la politica di Forza Armata, viene reimpiegato in prima assegnazione in un ente operativo dislocato nel Nord Italia attraverso un “trasferimento d’autorità”. Tale provvedimento, pertanto, dà diritto al coniuge di essere trasferito “a domanda” nella stessa sede o in una sede limitrofa. Condizione necessaria perché tale legge possa essere applicata, è che il trasferimento d’autorità abbia disgregato un nucleo fino ad allora stabile e convivente in un luogo. I casi che non rientrano nella previn. 2/2020 | Rivista Militare

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sione di tale norma (ovvero quelli diversi da un trasferimento d’autorità) sono regolati da direttive interne di Forza Armata che hanno lo scopo di favorire le aspettative dei nuclei familiari, salvaguardando, al contempo, le esigenze dell’Istituzione. Tuttavia, è opportuno delineare ulteriori classificazioni che dimostrino gli sforzi che l’Esercito ha compiuto per tutelare i propri dipendenti. Vanno infatti distinte le domande di ricongiungimento familiare presentate da coniugi appartenenti ambedue all’Esercito da quelle nelle quali uno dei due coniugi appartenga a un’altra Forza Armata, un Corpo Armato dello Stato oppure a una Forza di Polizia. Nel primo caso, è necessario che entrambi i coniugi siano in Servizio Per-

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manente o, se in Ferma Prefissata, abbiano svolto più di cinque anni di servizio continuativo. In presenza di tali requisiti, la domanda dovrà essere presentata dal militare più alto in grado (sia esso appartenente alla categoria degli Ufficiali, Sottufficiali o Graduati) e contenere al proprio interno anche la richiesta dell’altro militare coniuge. Tale istanza, dovrà tuttavia contenere una dichiarazione di entrambi i coniugi che, allo scopo di riunire il proprio nucleo familiare, si rendono disponibili al movimento su tutto il territorio nazionale. Il Dipartimento Impiego del Personale, nel valutare i previsti requisiti, accoglie sempre tali istanze contemperando le esigenze della Forza Armata, cioè l’utile collocazione organica e le esigenze funzionali degli enti,

e propone ai richiedenti due o più sedi dove riunire il nucleo familiare. Al riguardo, è utile ricordare che la domanda sarà considerata inammissibile qualora uno dei due coniugi abbia recentemente e volontariamente disgregato il nucleo familiare fino a quel momento unito. Di conseguenza, se due militari vivono e prestano servizio nella stessa area geografica e uno dei due, volontariamente, scompone il nucleo familiare aderendo ad una ricerca di personale per un’altra sede, questi non potrà successivamente avanzare alcuna istanza per la riunione di quel nucleo familiare che ha volontariamente disunito “a domanda”. Qualora, invece, i coniugi appartengano a Forze Armate diverse, la Di-


rettiva edita dallo Stato Maggiore della Difesa “Pari opportunità e tutela della genitorialità”, edizione 2017, prevede che le domande siano presentate da ciascun militare al rispettivo Dipartimento d’Impiego di Forza Armata, indicando le sedi gradite ove realizzare la riunione del nucleo familiare. I Dipartimenti procederanno quindi a un esame congiunto per individuare tutte le possibili soluzioni, anche attraverso l’indicazione di altre sedi di servizio rispetto a quelle indicate dai richiedenti, specie se oggettive esigenze organiche o di servizio costituiscono motivi ostativi al trasferimento di un coniuge nella sede di servizio dell’altro. I contatti tra DIPE (Esercito), MARIPERS (Marina Militare), DIPMA (Aeronautica

Militare) e Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sono frequenti e mirano a garantire il diritto soggettivo della cura familiare, salvaguardando un principio di pari rilevanza costituzionale come quello del “buon andamento” dell’Amministrazione. La Direttiva interna “P-001” dell’Esercito, infine, consente l’inoltro di domande di ricongiungimento familiare anche al personale coniugato con un appartenente a una Forza di Polizia (es. Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria) nella consapevolezza che, specie in presenza di figli o nel caso di lungo pendolarismo, la vita familiare può essere fortemente condizionata dalla lontananza delle sedi di servizio. È pur vero che, in generale, la gestione dei ricongiungimenti familiari tiene sempre conto delle esigenze istituzionali, ma è altrettanto importante sottolineare quanto la resa in servizio e, di riflesso, l’intera Forza Armata possa trarre indubbio beneficio dal garantire la presenza dei due coniugi nella stessa area geografica. Per questo l’Esercito favorisce i coniugi-soldato a garanzia di un miglior rendimento in servizio, basato su una condizione di serenità, ed evita che il militare sia costretto a fare delle rinunce di carattere operativo oppure in termini di carriera. Analizzando in termini statistici il trend delle domande di ricongiungimento familiare soddisfatte negli ultimi anni, osserviamo un lieve ma costante aumento, frutto della continua tutela e importanza data dall’Esercito al nucleo familiare inteso come “fonte di serenità”. Si è infatti passati da una percentuale di accoglimento delle richieste di ricongiungimento familiare del 56% nel 2017, al 60% nel 2018 per arrivare all’incoraggiante risultato del 2019, anno in cui le istanze accolte sono state 62 su 100. Occorre tuttavia fare una precisazione: questa percentuale riguarda il numero delle proposte effettuate dal DIPE e accettate dai richiedenti. Qualora infatti le sedi richieste non siano disponibili e le proposte fornite in alternativa non siano gradite, il procedimento viene concluso senza alcuna penalizzazione a carico del personale. Il man-

cato gradimento delle sedi offerte dal Dipartimento d’Impiego è più frequente per domande mirate alle sedi nel Sud Italia dove, a causa dell’elevato numero di richiedenti rispetto ai reparti ed enti dislocati in queste regioni, il più delle volte non viene soddisfatto il requisito dell’utile collocazione organica. Analoghe situazioni si riscontrano per il personale che presenta istanze di “temporanea assegnazione” nelle regioni meridionali ai sensi della L. 104/92, del D.Lgs. 151/01 o del D.Lgs. 267/00. Nondimeno, è molto importante evidenziare che le proposte formulate dal Dipartimento d’Impiego e accolte dai richiedenti - tramutate in trasferimenti “a domanda” - non si riferiscono soltanto a sedi del Sud Italia o dove risiede la famiglia d’origine di uno dei due coniugi, ma sempre più coppie si orientano a scegliere una sede “terza” ove stabilire le basi del proprio nucleo familiare e garantire, così, un elevato rendimento in servizio grazie a una raggiunta stabilità e serenità familiare. In conclusione, l’istituto dei ricongiungimenti familiari rappresenta un rilevante strumento che, insieme alla circolare di “Disponibilità al movimento”, l’Esercito ha messo a disposizione del personale per salvaguardare la stabilità dei nuclei familiari e rendere più efficiente l’Organizzazione. Una moderna gestione delle risorse umane, che informa il suo agire al dettame costituzionale, non può difatti prescindere dalla tutela delle famiglie poiché essa individua nella centralità personale, come ha spesso ricordato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nelle sue “Cinque Sfide”, un obiettivo irrinunciabile per l’Esercito del terzo decennio del 2000.

NOTE (1) La legge n.76 del 20 maggio 2016 (Legge Cirinnà), riformando parzialmente il diritto di famiglia ha istituito le unioni civili. Di conseguenza nelle Leggi le disposizioni che si riferiscono ai matrimoni e che contengono la parola “coniuge” o “coniugi” si applicano ad ognuna delle parti dell’unione civile. n. 2/2020 | Rivista Militare

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AL SERVIZIO DI CHI HA SERVITO Il Centro Veterani della Difesa modello di professionalitĂ , innovazione e competenza di Fabrizio Lodi 76

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La struttura assiste, con un approccio integrato multidisciplinare, chi nell’adempimento del proprio dovere ha riportato traumi fisici e psichici. In meno di due anni ha raggiunto elevati standard grazie anche a una fitta rete di accordi nazionali e internazionali

ha riportato traumi dai quali siano derivate conseguenze di tipo fisico e psichico. Un compito complesso ed estremamente delicato, non per niente il motto sulla targa all’ingresso del Centro Veterani della Difesa recita: “Per aspera ad astra” (attraverso le difficoltà, verso le stelle). In poco tempo il Centro si è già collegato con le principali istituzioni nazionali e internazionali del settore creando importanti partnership, promuovendo e realizzando iniziative e ricerche nel campo delle menomazioni psico-fisiche, avendo come finalità la loro applicazione in ambito clinico-riabilitativo. Ma per capire meglio come funziona questa importante realtà abbiamo intervistato il Capo Reparto del CVD, Col. Francesco Rizzo.

Come è strutturato il Centro Veterani, quali sono le sue competenze?

Nato il 20 settembre del 2018 eppure in questo breve arco di tempo è già diventato un punto di riferimento per chi ha dato molto alla Difesa dell’Italia. Stiamo parlando del Centro Veterani Difesa (CVD) situato all’interno del Policlinico Militare del Celio a Roma. Il Centro rappresenta l’organismo di riferimento per l’assistenza del personale che, nell’adempimento del proprio dovere, nei più diversi contesti operativi e addestrativi, nazionali e internazionali,

Siamo organizzati in tre sezioni. La Sezione Coordinamento Attività Assistenziali assicura l’accoglienza, l’ascolto e l’analisi dei bisogni dei richiedenti, l’orientamento in materia previdenziale e medico-legale, il supporto psicologico del veterano e dei propri familiari. La Sezione Ricerca Bioingegneristica attua un costante aggiornamento sulla ricerca tecnologica e biomedica, elaborando soluzioni innovative nel campo clinico-riabilitativo. La Sezione Medicina Traslazionale favorisce la ricerca in ambito biomedico finalizzata al recupero delle disabilità con percorsi terapeutico-riabilitativi personalizzati in sinergia con la comunità scientifica nazionale e internazionale.

Come avete affrontato la pesante emergenza legata al CoronaVirus? Il nostro lavoro continua normalmente e cerchiamo di essere sempre vicini ai nostri veterani: abbiamo mandato brochure con consigli su come affrontare anche il disagio psicologico e dato informazioni esatte per evitare panico

causato dal mare di fake news in giro sui vari social. Una psicologa è sempre a disposizione per chi avesse voglia di una voce amica e competente. Inoltre si lavora nel dipartimento scientifico dando una mano a coordinare tutte le attività per i vari tamponi. Siamo stati sempre aperti attuando particolari turnazioni per continuare a mandare avanti i progetti di ricerca e per accogliere le varie richieste di supporto.

Sono stati raggiunti i primi obiettivi che vi eravate proposti? Direi di sì, anche considerando le problematiche di avviare e far conoscere il Centro, basti pensare che nel 2019 sono partiti ben 11 progetti di ricerca, mentre 5 sono stati presentati per il 2020, in collaborazione con Centri di Eccellenza ed Università, nazionali e internazionali. La ricerca e l’innovazione tecnologica sono elementi necessari ed indispensabili per sperimentare nuove soluzioni biomediche, che, una volta validate, consentano di realizzare protocolli clinico-terapeutici e riabilitativi all’avanguardia per i nostri veterani.

Quanti veterani state seguendo e quali sono le lesioni prevalenti? Stiamo seguendo circa 65 casi: il 30% presenta lesioni traumatiche agli arti riportate in attività operative nazionali-internazionali o in incidenti in servizio. Poi circa il 20% di accessi sono riconducibili al disturbo post traumatico da stress (DPTS). Il 13% di utenti ha manifestato problematiche assistenziali di varia natura (fiscale e sanitaria) mentre il 10% degli accessi è riferibile a trattamenti clinico-riabilitativi. Circa il 50% degli utenti ha avuto assistenza di tipo medico-legale per problematiche connesse al riconoscimento di benefici previdenziali per la dipendenza da causa di servizio e/o vittima del dovere. n. 2/2020 | Rivista Militare

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Trattate sia traumi fisici sia psichici, quali sono per la sua esperienza quelli più difficili da curare? Naturalmente il trauma psicologico è molto più “subdolo” sia dal punto di vista clinico sia diagnostico. Il disturbo si può manifestare dopo svariati anni dall’evento, poi il soggetto colpito, sia per paura di esporsi sia per lo stigma che lo accompagna, spesso tende all’evitamento.

Che cosa è l’evitamento? Si tratta di una strategia comportamentale messa in atto per riuscire a gestire al meglio le emozioni sottraendosi all’esporsi a situazioni, persone, eventi temuti per evitare di affrontare l’emozione negativa che ne deriva. Questa situazione di disagio interiore, oltre ad avere ripercussioni di tipo lavorativo, va a impattare anche sulla sfera familiare. Pertanto, bisogna avere un approccio molto empatico per dimostrare vicinanza e condivisione che consenta di identificare, con il coinvolgimento di tutti, le più efficaci strategie terapeutiche di supporto per alleviare la sofferenza del personale colpito.

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Spesso il tema dello stress post traumatico è stato sottovalutato, nelle F.A. qual è la posizione attuale del l’Esercito su questo delicato tema? Nelle F.A. la sensibilità e consapevolezza nei confronti del DPTS è notevolmente cresciuta rispetto a qualche decennio fa. Il CVD, in stretto coordinamento con le altre componenti del sistema sanitario militare che si occupano di problemi psicologi/psichiatrici, può contare su una rete assistenziale di supporto, basata sui consultori psicologici interforze nonché su collaborazioni esterne con le strutture civili in convenzione. Nel contempo sono state avviate diverse iniziative di comunicazione e formazione sulla gestione del DPTS al fine di implementare le capacità di resilienza del singolo e della collettività militare in un’ottica di prevenzione primaria.

Voi cercate di offrire un approccio complessivo ai problemi dei veterani. Può spiegarci di cosa si tratta? Direi che il nostro è un approccio integrato multidisciplinare che, attraverso un processo di accoglienza-ascolto, tenendo

conto delle esigenze del personale ferito e di una valutazione integrata dello stato di salute, offre un percorso ottimale di tipo clinico-riabilitativo, socio-assistenziale e psicologico, grazie alle competenze tecniche sia del CVD sia dei Centri affiliati. Il tutto è finalizzato al pieno recupero del veterano e al suo completo reinserimento nel mondo militare, sia dal punto di vista lavorativo sia sociale, favorendo anche la pratica sportiva.

Nel periodo in cui sono in cura presso di voi, in che modo riuscite a non fare sentire il paziente lontano dai suoi affetti? Ci sono aree di incontro in cui possono vedere e stare insieme ai propri familiari? Premesso che non siamo, in senso stretto, un istituto di cura, attualmente disponiamo di vari uffici e di una confortevole sala d’accoglienza e d’ascolto, dove viene effettuato il primo incontro con il paziente e i suoi familiari che, se lo vogliono, possono sempre ritornare da noi poiché il nostro obiettivo è farli sentire a “casa”, in un luogo amico dove essere ascoltati e supportati per provare a ripartire dopo un’esperienza traumatizzante.


Cosa altro c’è da fare per rendere ancora migliore il servizio che offrite? Per rendere maggiormente fruibile il servizio, abbiamo pensato di “periferizzare” il supporto sanitario del CVD, attraverso la stipula di convenzioni “a rete” su tutto il territorio nazionale, al fine di garantire l’obiettivo primario delle F.A. di non lasciare nessuno indietro superando i vincoli delle distanze e la difficoltà degli spostamenti.

Mi può fare un esempio di una sinergia importante con il settore civile? La convenzione siglata lo scorso 6 febbraio con IRCCS “Bonino-Pulejo” di Messina, struttura di eccellenza nel campo delle neuroscienze, nel trattamento/recupero di gravi lesioni cerebro-vascolari e periferiche che, grazie all’accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale, consentirà le prestazioni riabilitative senza oneri per l’Amministrazione Difesa.

Il tema della robotica riguarda da vicino anche il vostro settore, in particolare quello della bioingegneria riabilitativa. A che punto siete in questo settore e che accordi avete stretto con le industrie private e con i centri di ricerca? Vorrei ricordare un importantissimo progetto di ricerca avviato con gli Stati Uniti d’America, nazione all’avanguardia in questo specifico set-

tore. Il project agreement “Advancing Wounded Soldier Care Through Robotics”, già valutato dalla controparte americana, ha iniziato l’iter approvativo finanziario nazionale. L’accordo si basa su due progetti.

Ce li può descrivere? Il primo è il Biocrunis: riabilitazione personalizzata del cammino con dispositivi robotici indossabili (esoscheletri). Verrà condotto uno studio clinico multicentrico in centri clinici italiani e americani su pazienti veterani affetti da disturbi dell’andatura per amputazione degli arti inferiori, da lesioni del midollo spinale, da traumi neuro muscolo scheletrico per testare nuovi esoscheletri. Il secondo è il cosiddetto Fast (Fusing Amputation Surgeries with prosthetic Technologies) che si basa sulla convergenza di tecniche di amputazione chirurgica dell’arto superiore con tecnologie di re-innervazione protesiche, sviluppando una nuova interfaccia uomo-macchina (HMI) che sia in grado di decodificare comandi motori volontari e di trasmettere feedback sensoriali al fine di sviluppare e valutare clinicamente una protesi artificiale di arto superiore percepita in modo naturale dal paziente amputato.

Il tema del reinserimento nel modo del lavoro e anche quello della vita quotidiana: che ci può dire al riguardo?

Di recente, abbiamo avviato dei contatti con una importante azienda del settore aerospaziale Avio Aereo Rivalta di Torino, Gruppo General Electric Aviation, che nell’ambito di un programma aziendale denominato Diversity & Inclusion Council, realizzato per promuovere l’inclusione della diversità e favorirne l’integrazione fuori e dentro l’azienda, ha manifestato la propria disponibilità ad assumere, in diversi ruoli, personale della Difesa diversamente abile tenendo conto delle pregresse esperienze lavorative e di servizio nonché del bagaglio culturale posseduto.

Il tutto per raggiungere un importante obiettivo finale Questa e tutte le altre attività svolte dal CVD hanno come obbiettivo finale quello di far tornare il veterano a essere parte attiva del contesto sociale e lavorativo. In conclusione, nel breve arco di nemmeno due anni di vita il Centro Veterani della Difesa è riuscito ad affermarsi come fondamentale punto di riferimento e collante medico e umano per chi, nel servire la Patria, ha riportato importanti traumi fisici e/o psichici. Inoltre è stato anche capace di sviluppare una rete di collegamenti e collaborazioni con realtà nazionali e internazionali all’avanguardia nel settore della ricerca e sviluppo medico e tecnologico con l’obiettivo di consentire ai veterani un pronto reinserimento nella socializzazione e nel lavoro.


DEDIZIONE

MATERNITÀ E MISSIONE FAMIGLIA di Maria Perillo

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Essere madre e soldato: qual è l’impatto della genitorialità sul servizio e sulle donne? Nelle passate generazioni, di massima, il ruolo della donna è stato associato ad una dimensione familiare, di accudimento della prole e cura domestica, lontano, se non in alcune eccezioni, dal mondo del lavoro e delle professioni, culturalmente maggiormente orientato alla figura maschile. Negli ultimi anni, però, la situazione si è evoluta e le “mamme”, a quanto pare, sembrerebbero invece possedere un ulteriore quid che

ne aumenterebbe naturalmente le capacità nella gestione del nuovo quotidiano. La nota giornalista Katherine Ellison, quando scoprì di essere incinta, rimase sconvolta all’idea di non poter più eccellere nel suo lavoro. Tuttavia, dopo il lieto evento, la Ellison non ebbe la sensazione di una diminuzione di “efficienza” nella vita personale, familiare e lavorativa. Cominciò così a effettuare una serie di ricerche più approfondite arrivando a scoprire addirittura il con-

trario di quanto era stato sempre sostenuto. Nacque così nel 2011 il suo libro: il cervello delle mamme. Stando a quanto studiato in questa ricerca, il cervello delle donne si attiverebbe in modo del tutto straordinario dopo la gravidanza. Sembra infatti che le donne riescano ad attingere a una risorsa di energia sino a quel momento inutilizzata, attivando numerose potenzialità rimaste latenti per molto tempo. Il libro spiega come il cervello delle donne, gravide prima e mamme dopo, inizi a funzionare con modalità differenti “producendo

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essenzialmente dopamina: l’ormone dell’attenzione, della memoria a breve termine e dell’efficienza”. A seguito di questa ricerca, proprio in Italia, è nato il progetto “MaaM - Maternity as a Master”, ovvero “La Maternità è un Master”. Secondo questo studio - pubblicato nell’omonimo volume - pare che quando nasca un figlio le donne sviluppino competenze tipiche di un leader come responsabilità, capacità di analisi, problem solving, e migliore gestione del tempo. Il metodo, ideato da Andrea Vitullo e Riccarda Zezza,

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prende in esame fattori biologici, energetici e capacità di processare informazioni che contribuiscono ad aumentare le competenze nel momento in cui più ruoli si sovrappongono. Questa sovrapposizione dei ruoli, non è forse ciò che di norma accade a una donna, mamma e soldato? Viene dimostrato che durante la gravidanza, la materia cerebrale delle donne diminuisca, aumentandone l’efficienza e la capacità del cervello di collegare fattori rilevanti, tralasciando quelli secondari, una sorta di super potere tutto al femminile! Inoltre, la nascita di un figlio aumenterebbe il coraggio e l’istinto all’esplorazione dell’ambiente circostante (caratteristiche che sono alla base della personalità di un soldato), merito della dopamina e della prolattina, ormoni i cui livelli aumentano molto durante la gravidanza. Nello specifico, la dopamina ha il compito di acuire la capacità di processare informazioni, comprendere l’ambiente circo-

stante e individuare i pericoli. L’ossitocina, invece, aumenta in maniera esponenziale negli individui che si dedicano ad attività di cura, ed è il modo in cui il cervello premia i comportamenti considerati evolutivamente utili per la specie. Questo ormone aumenta il livello di benessere e di fiducia generale e rende più tolleranti facilitando le relazioni: competenze molto utili all’interno di un’azienda e un’Istituzione che si basa sul rapporto interconnesso e interpersonale con altri membri. Negli uomini, e di conseguenza nei papà, invece, l’ossitocina viene prodotta durante l’atto del gioco con i figli, questo perché antropologicamente i loro compiti educativi si manifestano attraverso il gioco stesso. Alla luce di quanto esaminato, è evidente che, nell’ambito di un’adeguata cornice lavorativa che valorizzi queste caratteristiche e supporti la genitorialità, la sovrapposizione del ruolo di mamma a quello di donna in carriera e, allo stesso tempo soldato, sia una risorsa molto importante. Le competenze acquisite in un ruolo possono essere trasferite all’altro e viceversa, apportando evidenti benefici tanto nella sfera privata quanto in quella professionale. In questo modo si mettono a sistema le qualità psichiche e relazionali che le donne sviluppano durante la gravidanza, tipo l’intelligenza emotiva di cui abbiamo


parlato nel precedente numero di Rivista Militare (1/2020): donne al comando - il valore aggiunto dell’intelligenza emotiva. Come per l’ingresso delle donne nelle Forze Armate, anche la presenza delle stesse, poi divenute mamme, è stato un effetto diretto dell’evoluzione di questo ventennio di donne con le stellette, il “butterfly effect” tipico dell’evoluzione che le pone di fronte a nuove dinamiche esistenziali e professionali. Infatti, l’interscambio dei ruoli è qualcosa che le donne soldato imparano molto presto e già alle “prime armi” sperimentando sulla propria pelle l’interconnessione tra il ruolo di donna e quello di soldato, che implica anche la possibilità di trasferire il meglio del ruolo di madre in quello professionale e viceversa. Ed è quello che accade naturalmente quando si diventa mamme: si manifesta una coesistenza di ruoli che potenzia le differenti sfere della propria vita. In quest’ottica, la maternità diventa un valore aggiunto alla professione. Appare dunque decisamente utile valorizzare la maternità nel mondo del lavoro, soprattutto favorendo le neo mamme nell’entrare in contatto con le loro nuove capacità, insegnare loro come riconoscerle, adoperarle e canalizzarle nel mondo della produttività. In un periodo storico che vede le donne impegnate ad abbattere numerosi pre-

“LA LONTANANZA DALLE FAMIGLIE RENDE LE COSE PIÙ DELICATE”

Parla il Caporal Maggiore Capo Liliana Ferraioli

Lei appartiene alla specialità degli alpini, veste l’uniforme da quindici anni, è sposata con un collega ed è mamma di tre bambini. Suppongo che siano cambiate molte cose nella sua vita da quando è entrata in servizio, così come sarà cambiata lei. Il cambiamento più significativo, tuttavia, qual è stato? Ricordo con tanto affetto il giorno in cui ho varcato il cancello del 235° Reggimento Addestramento Volontari di Ascoli Piceno, ero poco più che una ventenne con mille timori e tanti buoni propositi. Il primo cambiamento in quel frangente è stato il trasferimento a Bolzano, Reparto in cui tuttora presto servizio. La fase iniziale è stata impegnativa e mi ha messa duramente alla prova. C’erano poche donne a quei tempi e l’addestramento è stato intenso. Lavorando sodo sono riuscita a farmi conoscere e apprezzare per le mie doti arrivando a svolgere incarichi di rilievo tra i miei colleghi.

Prendendo ad esempio una “giornata tipo” ci può raccontare come fa a conciliare il lavoro col ruolo di madre e, ammesso che ci siano, quali sono le difficoltà riscontrate nel quotidiano? Le giornate sono molto intense e i ritmi serrati. Cominciamo al mattino presto, la sveglia è alle 6 per tutti, facciamo colazione tutti insieme e ci prepariamo; io e mio marito per andare al lavoro e i bimbi per andare all’asilo. Sistemati loro comincia la giornata lavorativa in caserma. Dopo lavoro si riprende la corsa verso le scuole a recuperare i bimbi, io e mio marito ci alterniamo in questo compito, rientriamo a casa, svestiamo l’uniforme, giochiamo con i bambini e nel mentre inizio con i preparativi della cena. Dopo cena mettiamo a letto i bambini, mi dedico alle faccende domestiche e poi la giornata è realmente conclusa.

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Quanto è cambiata la sua vita professionale da quando è diventata mamma? Nel corso della mia carriera sono stata impiegata sia all’estero che su territorio nazionale. Ora che sono genitore ho la possibilità e l’opportunità di seguire anche i miei tre figli e dedicarmi al ruolo di madre. I miei bambini: Roberto, Laura e Angelo, hanno rispettivamente cinque anni, tre anni e otto mesi.

È più complicata la gestione del lavoro o quella della famiglia? Decisamente più complicata la gestione della famiglia. Essere lontani dalle famiglie di origine rende le cose più delicate. Gestiamo tutto io e mio marito. Per fortuna abbiamo i fine settimana liberi che ci permettono di dedicarci esclusivamente a loro. A lavoro, vivendo in un ambiente ormai familiare, riesco ad avere tutto il supporto degli amici e colleghi, anche in caso di una giornata no.

Diventare mamma, inevitabilmente, comporta un grande cambiamento anche nei rapporti con gli altri. Com’è cambiato il suo rapporto con i colleghi dopo la maternità? Io collaboro esclusivamente con colleghi uomini e questo è stato per me un onere e un onore. Un onore perché mi trattano come la mamma del gruppo e mi rispettano sia come donna sia come collega. Un onere perché cerco di non far gravare su di loro il fatto di essere mamma, cerco di essere il più possibile presente e garantire continuità salvo le volte in cui sono costretta a rimanere a casa per la cura dei figli. I miei colleghi e i miei superiori hanno la coscienza del buon padre di famiglia. Capiscono le circostanze e le dinamiche tipiche di una famiglia. Diciamo che ormai abbiamo tutti ben capito le difficoltà di essere genitore e cerchiamo in tutti i modi di farlo coincidere con il lavoro supportandoci.

L’Istituzione è una grande famiglia, in che modo i suoi bambini sono diventati parte della famiglia istituzionale di cui fa parte? I miei bambini sono cresciuti con la presenza costante dei colleghi che sono anche i nostri amici. Sono diventati zii acquisiti a tutti gli effetti, persone su cui sanno di poter contare e su cui contiamo anche noi. Ci aiutiamo, supportiamo, siamo una sorta di famiglia allargata che veste la stessa uniforme e i nostri figli ne sono il fulcro.

Le piacerebbe che i suoi bambini intraprendessero la sua stessa carriera? Vorrei che i miei figli fossero felici, per cui, se vestire l’uniforme dovesse essere il loro sogno, allora sì, ne sarei felice e li supporterei, ma lo farei a prescindere dal cammino che decideranno di intraprendere. L’importante è che loro come me abbiano la possibilità di realizzare i propri sogni e, più di tutto, che vestano l’uniforme per amore come nel caso mio e di mio marito e mai per imposizione o emulazione. Se dovessero scegliere di farlo, o in qualsiasi altro caso, sarei orgogliosa di loro.

Carriera e vita familiare possono coesistere? Sí, possono coesistere e devono coesistere. Le donne hanno sempre lavorato, anche se con mansioni diverse. Le nostre nonne hanno sempre fatto la loro parte e riuscivano a gestire anche la famiglia, certo questo richiede impegno, qualche sacrificio - che dà sempre valore alle cose - e tanta determinazione. L’amore non deve mancare mai, sia per l’uniforme che vestiamo sia per la famiglia. I due mondi devono coesistere in armonia ed è quello che ogni giorno, come soldato e come mamma, mi impegno a fare.

giudizi e ostacoli per affermarsi e inserirsi in tutti i contesti professionali, sarebbe innaturale pensare che le stesse debbano rinunciare a uno dei due ruoli e verrebbe invece naturale chiedersi cosa ne sarebbe del mondo se le donne, in qualità di professioniste, fossero ostacolate nel dedicarsi alla maternità. Ed è proprio partendo da questo concetto che molte aziende - e la nostra stessa Istituzione - hanno intuito l’importanza della famiglia e del ruolo cruciale delle mamme, non solo per il sistema in cui svolgono la propria attività professionale ma per la stessa società. Oltre a garantire il congedo e l’indennità sancite per le lavoratrici madri nell’art. 37 della Costituzione, l’Esercito ha delineato le linee guida per le pari opportunità, la tutela della famiglia e della genitorialità. Data la particolarità della professione militare, sono state sancite adeguate tutele riguardanti l’espletamento del servizio a favore del personale coniugato e con prole di minore età, impiegato in mansioni quali servizi armati (e non) nell’arco notturno, o attività che richiedano assenze prolungate come ad esempio l’impiego in teatro operativo, al fine di garantire alla famiglia che almeno un coniuge possa assistere la prole, sia che si tratti di figli naturali che legittimi. In sintesi, dalla normativa vigente è previsto: · l’esonero dalla sovrapposizione completa dell’orario di servizio, a richiesta degli interessati, tra coniugi dipendenti dalla stessa Amministrazione qualora vi sia la presenza di figli fino a sei anni di età̀; · l’esonero, a domanda, per la madre o, alternativamente, per il padre, dal servizio notturno sino al compimento del terzo anno di età del figlio; · l’esonero, a domanda, sino al compimento del terzo anno di età̀ del figlio, per la madre dal servizio notturno o da turni continuativi articolati sulle 24 ore, o per le situazioni monoparentali da turni continuativi articolati sulle 24 ore; · l’esonero, a domanda, dal servizio notturno per le situazioni monoparentali, ivi compreso il genitore unico affidatario, sino al compimen-


to del dodicesimo anno di età̀ del figlio convivente; · il divieto di inviare in missione fuori sede o in servizio di ordine pubblico per più̀ di una giornata, senza il consenso dell’interessato, il personale con figli di età̀inferiore a tre anni che ha proposto istanza per essere esonerato dai servizi continuativi e notturni e dalla sovrapposizione dei servizi; · l’esonero, a domanda, dal turno notturno per i dipendenti che abbiano a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della Legge n.104 del 5 febbraio 1992 e s.m.i.; · la possibilità̀per le lavoratrici madri e per i lavoratori padri vincitori di concorso interno, di frequentare il corso di formazione presso la scuola più̀ vicina al luogo di residenza, tra quelle in cui il corso stesso si svolge; · divieto di impiegare la madre o il padre che fruiscono dei riposi giornalieri, ai sensi degli articoli 39 e 40 del D. Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 e s.m.i. in servizi continuativi articolati sulle 24 ore; · la possibilità̀ di fruire dell’assegnazione temporanea della sede di sevizio in presenza di figli di età̀ inferiore a tre anni e per un periodo non superiore a tre anni; · la possibilità̀ di usufruire del congedo per il personale femminile vittima di violenza di genere; · la concessione del voucher per l’acquisto di servizi di baby-sitting I benefici di cui sopra si applicano anche nel caso di adozione o affidamento preadottivo. (Pari opportunità, tutela della famiglia e della genitorialità “Linee guida” edizione 2017, Stato Maggiore della Difesa, I Reparto Personale). Quella della maternità è una missione delicata e a tempo pieno che richiede coraggio e amore, caratteristiche essenziali sia per vestire l’uniforme sia i panni genitoriali. Il supporto e la valorizzazione della genitorialità sono senz’altro elementi cruciali e fondamentali per l’efficienza delle organizzazioni e quindi anche per la famiglia Esercito consapevole dell’importanza di garantire l’equilibrio familiare del proprio personale, uno degli elementi fondamentali alla base della condizione militare.

“UNA MODULAZIONE VALORIALE ED EMOZIONALE” Il parere di Andrea Sales SVLFRWHUDSHXWD

Sì, carriera e vita familiare possono coesistere, bisogna sempre tenere presente la propria scala di valori e la qualità delle situazioni che si vivono, nello specifico la capacità deve essere quella di scindere i piani, non portare un problema professionale nella sfera familiare e viceversa. Sappiamo che questo non è completamente possibile ma bisogna comunque limitarne al massimo gli effetti. È importante che ci sia una modulazione valoriale ed emozionale. Ad esempio, nella sfera professionale si può essere più opportunista mentre in quella familiare si potrebbe esserlo meno o per nulla, si potrebbe essere più o meno aggressivi a lavoro mentre in famiglia si potrebbe non esserlo affatto. I due ambiti diversi vanno modulati per far sì che ci sia una coabitazione del rapporto. Questo aspetto le donne soldato lo conoscono bene; hanno la loro femminilità, la dolcezza, la delicatezza in quanto donne e madri ma sono anche decise, determinate e professionali; conoscono già l’approccio mentale per riuscire a essere sempre facilmente adattabili ai vari contesti professionali e personali della propria vita ed essere così funzionanti e funzionali. Questo vuol dire che l’essere umano ha la naturale capacità di declinarsi in base alle proprie esigenze e alle esigenze contestuali e sociali, che ha la capacità di scegliere le priorità valoriali, come se i valori avessero una sorta di classifica, da modulare e declinare a seconda dei contesti e delle interazioni.

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DEDIZIONE

ATLETI MILITARI Orgoglio dell’Esercito di Giuseppe Minissale

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Centro Sportivo Olimpico Esercito

Grado: Caporal Maggiore Nome: Martina Cognome: Berta Età: 21 anni Specialità: Mountain Bike-Ciclocross Palmarès: 6 titoli nazionali (2011, 2012, 2013, 2015, 2016, 2019), 3 titoli continentali (2012, 2013, 2014), 1 titolo di Campionessa Mondiale (2015), medaglia di bronzo Campionati del Mondo 2016, Vittoria Classifica Generale Coppa del Mondo Junior (2016), 5° posto nella Classifica Generale Coppa del Mondo (2017), medaglia d’argento Campionati Europei 2019 (specialità Team Relay), 5° posto al Campionato Europeo 2019, 5° posto Campionato Mondiale 2019, 4° posto nella Classifica Generale di Coppa del Mondo (2019), Vittoria Coppa del Mondo Lenzerheide (SUI) 2019, 3° posto Coppa del Mondo Vallnord 2019. Martina si avvicina al mondo della bicicletta da piccola, circa a 5 anni inizia a fare le prime pedalate. Dopo diversi successi sia a livello nazionale, sia internazionale nelle categorie giovanili negli anni precedenti, il 2015 diventa l’anno della rivelazione. Infatti nello stesso anno vince prima il Campionato Italiano a Volpago del Montello, al quale segue subito il quarto posto al Campionato Europeo. Circa un mese dopo, a Vallnord (Principato di Andorra), Martina vince la medaglia d’oro ai Campionati del Mondo, diventando così la prima italiana a vincere un titolo mondiale alla sua età. «Vincere il titolo di Campionessa del Mondo è un sogno che si realizza. Fin da quando ero bambina ho sempre sognato di arrivare lassù e per questo è stata un’emozione fortissima». La ragazza commentò cosi la sua vittoria. L’anno seguente Martina entra a far parte del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito e nello stesso anno conferma il titolo nazionale, e vince la Medaglia di Bronzo ai Campionati del Mondo. Infine vince anche la Classifica Generale di Coppa del Mondo. Nel 2019 Martina inizia subito bene la stagione con la vittoria, a marzo, nella prima tappa degli Internazionali d’Italia ad Andora. Continuando la stagione in crescendo, a luglio, arriva anche il primo podio in Coppa del Mondo con il terzo posto a Vallnord, seguito due settimane dopo dalla medaglia d’oro ai Campionati Italiani Assoluti a Chies d’Alpago. Il mese di luglio continua a essere ottimo per l’atleta valdostana, che ai Campionati Europei in Repubblica Ceca porta a casa, assieme ai suoi compagni di Nazionale, la medaglia d’argento nella specialità Team Relay. A metà agosto arriva anche la prima vittoria in Coppa del Mondo a Lenzerheide. A inizio settembre, Martina partecipa ai Campionati del Mondo dove conclude con un 5° posto. Questi risultati le valgono la convocazione per il Test Event delle prossime Olimpiadi che si terranno a Tokyo; una buona occasione per visionare il percorso delle prossime Olimpiadi. «È un percorso molto completo, sia a livello fisico sia dal punto di vista tecnico. Sono presenti molti tratti artificiali, alternati a percorsi naturali». Innamorata della bicicletta, ma dello sport in generale, abitando in Valle d’Aosta, Martina durante l’inverno si dedica anche ad altri sport come Sci di Fondo e Sci alpinismo. «Sono appassionata di sport in generale, anche se devo ammettere che mi piacciono maggiormente quelli all’aria aperta, nei quali posso passare del tempo in mezzo alla natura». n. 2/2020 | Rivista Militare

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Centro Sportivo Olimpico Esercito

Grado: Primo Caporal Maggiore Nome: Gioele Cognome: Bertolini Età: 24 anni Specialità: Mountain-Bike e Ciclocross Palmarès: 13 titoli nazionali (dal 2008 al 2020), campione del Mondo a squadre Mountain bike nel 2013 (Sudafrica), 1° classificato al campionato mondiale staffetta mountain bike 2013; 2° classificato al campionato europeo a Berna 2013; 3° classificato al campionato del mondo 2013; 3° classificato al mondiale di Andorra nella staffetta mountain bike nel 2015; 2 vittorie in Coppa del Mondo Mountain bike nel 2016 e 2017; 1 titolo continentale nel 2017 nella mtb; 6 volte vincitore del giro d’Italia ciclocross 4 under 23 e 2 elite; 5 volte vincitore degli internazionali d’Italia di Ciclocross; 6° classificato al campionato del mondo 2018 di ciclocross; 2° al campionato italiano 2020.

Gioele Bertolini, dopo aver praticato vari sport, ha deciso di dedicarsi al ciclismo frequentando la scuola di Mtb “Talamona Sport Team”. Divenuto professionista nel 2013, negli ultimi otto anni ha fatto parte della nazionale italiana collezionando 15 convocazioni mondiali e 16 europee nelle discipline mtb e ciclocross. Nel suo palmarès spicca un oro mondiale conquistato con il team relay con la nazionale in Sudafrica e due titoli continentali a Mosca e Berna. Dopo numerosi piazzamenti in gara nazionali e internazionali, nelle categorie Mtb-Cyclocross, dal 2013 entra a far parte del Centro Sportivo dell’Esercito. Nonostante l’impegno di gareggiare tutte le settimane, Gioele ottiene il diploma di scuola superiore come elettricista. La specialità di Gioele è quella di riuscire a raggiungere ottimi risultati in entrambe le categorie Mountain-bike e Ciclocross. Nell’anno 2016 e 2017 ha conquistato il titolo di Campione Italiano Elite nonostante fosse ancora under 23 nella specialità Ciclocross e il Campionato Italiano Under 23 nella Mtb. Nella sua carriera ha collezionato 8 titoli nazionali nel ciclocross, e vinto per due volte la prova iniziale della Coppa del Mondo a Valkenburg, collezionando svariati podi in campo internazionale e in coppa del mondo. Senza dimenticare le 6 vittorie al Giro d’Italia, anche qui nonostante fosse under 23 per 2 volte ha vinto anche la classifica assoluta. Mentre nella Mtb Gioele ha vestito 5 volte la maglia tricolore aggiudicandosi una medaglia d’argento ai Campionati Europei nel 2013 e una medaglia di bronzo ai mondiali nello stesso anno, nel suo palmarès spicca il titolo continentale conquistato a Darfo Boario Terme nel 2017 e la vittoria degli internazionali d’Italia nel 2018 e altre 4 volte di cui 1 da junior e 3 da under 23, per non dimenticare le numerose vittorie internazionali e i podi in coppa del mondo.

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Centro Sportivo Olimpico Esercito

Grado: Caporal Maggiore Scelto Nome: Eva Cognome: Lechner Età: 34 anni Specialità: Ciclismo (CX/Ciclocross e MTB/Mountain bike) Palmarès: 28 volte campionessa italiana (11 volte: ciclocross, 16 volte: MTB, 1 volta: strada); 3 volte campionessa mondiale (staffetta a squadre) MTB anno 2009 -2012 - 2013; 2° posto al Campionato Mondiale Ciclocross anno 2014; 2 medaglie d’argento e 3 di bronzo ai Campionati del Mondo staffetta Mountain bike anno 2013 - 2019; 2 medaglie d’argento e 3 di bronzo agli Europei (gare individuali di MTB e CX) anno 2012-2019; 3 vittorie in Coppa del mondo di Mountain Bike; 2 vittorie in Coppa del modo di Ciclocross; ha partecipato a 3 Olimpiadi: Pechino 2008, Londra 2012 e Rio nel 2016.

Eva Lechner, altoatesina di Appiano nella provincia di Bolzano, è senza alcun dubbio la numero uno, la regina indiscussa, del fuoristrada italiano. E pensare che solo all’età di 16 anni si è avvicinata al ciclismo. «Da bambina volevo fare sport a livello agonistico e ne ho provati molti: pallamano, pallavolo, pallacanestro, atletica leggera e volevo praticare anche il calcio ma i miei genitori non erano molto convinti allora del calcio femminile. La bici però mi è sempre piaciuta e da piccola andavo a scuola nel mio paese, ad Appiano, in bicicletta. E poi con papà Roland mi appassionavo a vedere in televisione il Giro d’Italia e il Tour de France. La bici che usavo era di terza mano e così, quando avevo 16 anni come è finita la scuola in estate, sono andata a lavorare come baby sitter per comprare una bici tutta mia. Nel negozio dove l’ho presa ho conosciuto l’allenatore della squadra giovanile del mio paese che mi ha invitata a iniziare ad allenarmi e poi fare le gare con la Dynamic Bike Team Appiano. Ero nelle Allieve del 2° anno e la prima corsa in mountain bike ricordo la disputai a Rovereto. Era il 2001 e ricordo che mi piazzavo sempre seconda, ma a Sondrio, al Campionato Italiano, riuscii a spuntarla vincendo il mio primo tricolore». Da quel giorno è iniziata la grandissima carriera di Eva Lechner che dal 2008 è entrata a far parte del Centro Sportivo Esercito al quale ha regalato tutta una serie lunghissima di soddisfazioni. L’altoatesina è atleta tenace, tosta e indomita, e ha una smisurata passione per la bicicletta e i cavalli (ne possiede 5). Su strada Eva Lechner ha partecipato a diverse corse come il Mondiale nel 2008 a Varese, il Giro d’Italia nel 2014 e anche in questa specialità ha saputo lasciare un segno indelebile: la vittoria al campionato italiano categoria Elite vinto a Varazze, in Liguria, nel 2007. n. 2/2020 | Rivista Militare

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Centro Sportivo Olimpico Esercito

Grado: Caporal Maggiore Scelto Nome: Valentina Cognome: Scandolara Età: 29 anni Specialità: Ciclismo su strada; Pista; Ciclocross Palmarès: 14 volte campionessa italiana (13 volte su pista, 1 volta su strada); 2° posto al Campionato Mondiale su pista anno 2007; 3° posto campionati mondiali su strada anno 2008; 3 medaglie oro campionati europei su pista; 2 volte vincitrice in Coppa Europa su pista (Corsa a Punti e Scratch); Vittoria e Classifica generale al Lexus of Blackburn Cycling Classic in Australia, anno 2019; ha rappresentato la Nazionale Italiana in 4 Campionati del Mondo su Strada ed in 1 Campionato del Mondo di Ciclocross.

La storia sportiva di Valentina inizia con le campestri «che sono state il primo amore: mio padre correva, io non riuscivo a stare ferma e la mamma, quasi per disperazione, gli disse «portala con te!». Papà mi ha fatto partire ed io ho vinto». Tre titoli italiani CSI impreziosiscono il curriculum sui prati. «In inverno praticavo atletica, in estate ciclismo, poi ho optato definitivamente per le due ruote». Se consideriamo anche i successi colti a livello liceale nel calcio a cinque emerge il quadro di una ragazza votata alla polivalenza fin dall’età più verde. Eclettismo che appare evidente anche in sella. «Ho iniziato con la strada a 7 anni, ma qualche anno più tardi ho deciso di provare anche la pista e il ciclocross, specialità in cui negli anni ho conquistato svariati campionati nazionali, europei e podi mondiali (su pista)». «Il ciclismo è uno sport durissimo, che insegna a non mollare mai. Per me è stato ed è un’insuperabile scuola di vita. Mi ha dato davvero tanto, la mia vita sarebbe completamente diversa senza una bicicletta nelle mie immediate vicinanze. Mi ha dato la possibilità, oltre che di cercare di migliorare me stessa e di superare i miei limiti ogni giorno, di viaggiare in tutto il mondo, imparare tre lingue, conoscere persone di estrazioni sociali e culture totalmente diverse dalla mia. Nel 2012 ho avuto il grande privilegio di entrare a far parte del CSOE: qui ho trovato costante sostegno e supporto, fattori indispensabili di cui ogni atleta ha bisogno per dare il meglio di sé. Nel 2014 sono stata insignita della medaglia d’argento al Valore Atletico da parte del C.O.N.I.: portare la divisa in quell’importantissima occasione è stato un onore indescrivibile per me. Purtroppo, ho avuto dei grossi problemi di salute negli ultimi tempi e il ritorno al top per me si sta rivelando difficile e pieno di ostacoli». Tra un allenamento e l’altro, Valentina ha anche trovato il tempo e l’energia per studiare: nel 2019 si è laureata con ottimi voti in Psicologia all’Università di Padova e, grazie al suo percorso accademico e alla sua tesi, ha ottenuto una Borsa di Studio per frequentare un Master of Science negli Stati Uniti. Inoltre, è stata selezionata dall’UCI (la massima autorità mondiale per il ciclismo) con tanto di borsa di studio per partecipare al corso di Direttore Sportivo Internazionale, qualifica di grande prestigio nel mondo del ciclismo professionistico. Oltre al Diploma di Direttore Sportivo, ha ottenuto anche quello di Cycling Coach, sempre dall’UCI. 90

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Centro Sportivo Olimpico Esercito

Grado: Caporale Nome: Chiara Cognome: Teocchi Età: 23 anni Specialità: Mountain Bike-Ciclocross Palmarès: 4 volte campionessa italiana ciclocross (2012, 2014, 2017, 2018); medaglia d’oro e d’argento alle Olimpiadi Giovanili a Nanchino anno 2014 mountain bike olimpico; medaglia di bronzo ai Campionati Europei Mountain bike anno 2015, 3° posto Coppa del Mondo Canada 2016; 2 volte campionessa europea under 23 di Ciclocross anno 2016 e 2017; 3 volte campionessa italiana mountain bike (2014, 2016, 2017); 2 volte medaglia di bronzo ai Campionati Europei Mountain bike staffetta anno 2017 – 2018; 5°posto al Campionato Europeo 2018.

Chiara si avvicina al mondo della bicicletta da giovane, inizia grazie a papà Ubaldo. «Ho iniziato a praticare ciclismo all’età di circa 8 anni. Mi sono avvicinata alla bici come molti bambini, andando a fare giri domenicali con mio padre Ubaldo vicino casa; mio padre è sempre stato un grande appassionato di bici ma non ha mai partecipato a competizioni, l’idea di iscrivermi a una scuola di mtb è nata quasi per gioco e così ho cominciato ad allenarmi con la squadra del paese». Anno dopo anno Chiara migliora e riesce a farsi spazio in ambito nazionale, vincendo titoli nazionali, sia nella MTB cross Country sia nel ciclo cross. Una delle più belle e importanti vittorie arriva nel 2014 con la medaglia d’oro e d’argento alle olimpiadi giovanili a Nanchino, «È una delle mie vittorie più belle» racconta la Teocchi «un’esperienza fantastica che mi porterò sempre dentro. Ho vinto la medaglia d’oro in coppia con Sofia Beggin: eravamo molto giovani e, dall’altra parte del mondo, supportate dalla Nazionale Italiana, siamo riuscite a salire sul gradino più alto del podio e a vedere la bandiera tricolore sventolare più alta delle altre». Nel 2016 e 2017 riesce a vincere due titoli continentali nel ciclo cross: «È stata un’impresa molto difficile riconfermarsi in ambito europeo. Quel giorno ho dato il meglio di me stessa, le avversarie erano molto agguerrite. Partivo con il numero uno avendo vinto l’anno precedente ma ci credevo molto e così ho spinto più forte che potevo sui pedali riuscendo a vincere ancora». Nel luglio 2018 vince il concorso VFP4 ed entra a far parte del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito. Successivamente vince insieme alla nazionale i campionati europei di specialità Team Relay. Punta di diamante della nazionale italiana di Mountainbike e Ciclocross, nel 2019 Chiara è stata convocata per il Test Event delle prossime Olimpiadi che si terranno a Tokyo. Chiara Teocchi vive a Bergamo e ama molto lo sport in generale. Spesso va a correre o a nuotare, nella stagione estiva pratica mountain-bike e in inverno pratica ciclocross, insomma una vita 365 giorni l’anno in sella alla bicicletta: «La bici per me è vita e soprattutto passione. Bisogna amare il ciclismo, se non si ama questo sport è impossibile concepire e sostenere la fatica che si fa per pedalare. Se ami la bici, ami la fatica. E poi pedalare mi aiuta a pensare, a trovare soluzioni, sviluppare nuove idee e nuovi progetti». n. 2/2020 | Rivista Militare

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DEDIZIONE

CICLOTURISMO: ORMAI È BOOM 5 consigli per vivere al meglio di Fabrizio Lodi

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nell’andare per nuove terre ma nel guardare con nuovi occhi” (Marcel Proust)

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Rivista R ivista M Militare ilitare | n. n. 1/2020 1/2020


I dati sono chiari, nel Belpaese il fenomeno cicloturismo ha fatto boom. Nel 2018 le presenze sono state pari a 77,6 milioni, cioè l’8,4% dell’intero movimento turistico italiano. Dal 2013 a oggi l’incremento è stato del 41%. Perché questa crescita esponenziale? Il cicloturismo fa bene alla salute, fa bene all’ambiente e permette di vivere il territorio in maniera diversa, di riscoprire in maniera “slow” il contatto con le persone, gli odori, i sapori del territorio attraversato. In questo articolo vogliamo darvi dei semplici consigli destinati a chi vuole avvicinarsi a questo modo di viaggiare.

LA SCELTA DELLA BICI E DELL’EQUIPAGGIAMENTO Se siete dei neofiti non spendete cifre elevate per un mezzo che poi magari userete poco durante l’anno. Scegliete una bici da turismo: è robusta, leggera, ha il cambio e offre una postura comoda. Se avete già una mountain bike potreste sostituire i copertoni con modelli più lisci e scorrevoli. Scegliete un portabagagli che non sia troppo leggero, ne serve uno robusto. Quelli che si agganciano posteriormente sono più stabili e sicuri di quelli anteriori. Al manubrio agganciate una borsetta per gli accessori come portafogli, macchina fotografica, cellulare, cartina Nelle borse solo l’essenziale: magliette

a maniche corte per gli spostamenti, a maniche lunghe per quando vi fermerete, pantaloncini corti e lunghi, un paio di giacchetti e, se il viaggio sarà lungo, lo stretto necessario. Indispensabile la borraccia. E sempre casco ben allacciato in testa.

L’ALIMENTAZIONE Seguite regole alimentari semplici ma fondamentali. A colazione ridurre al minimo le quantità di latte e derivati. Ok succhi di frutta, thé, caffé e cereali. Il pranzo deve essere ricco di carboidrati, come pasta e riso, e frutta, per ripristinare i sali minerali perduti, nonchè di vitamine per sostenere gli sforzi. La cena dovrà essere invece a base di proteine e verdure fresche, meglio se crude. Nel corso della giornata l’assunzione di qualche integratore è consigliata, ma soprattutto ricordatevi di bere spesso.

pio con un sentiero che corra lungo un fiume, una via ferroviaria dismessa, intorno ad un lago.

PIANIFICARE CON GRANDE CURA Prima di partire documentatevi accuratamente per non trovarvi di fronte problemi difficili da gestire. Bisogna studiare la zona da visitare, capirne le criticità tecniche o logistiche. Potreste anche affidarvi a un’agenzia turistica specializzata nell’outdoor sportivo che - conoscendo bene il territorio - possa indicarvi i percorsi ideali per il vostro livello di preparazione, evitarvi inconvenienti e insegnarvi molto sul luogo e sulle attività da vivere. In alternativa potete consultare guide e itinerari online che permettono di scaricare i tracciati di navigazione dei percorsi.

ALLENAMENTO SÌ MA SENZA ESAGERARE

CHE PERCORSI SCEGLIERE? Iniziate con percorsi semplici, con poche difficoltà altimetriche e tecniche, che permettano di tornare rapidamente alla base in caso di inconvenienti. Niente itinerari lunghi e faticosi: rischierete di fallire, deludere le vostre stesse aspettative e rinunciare ad altri viaggi sui pedali. Iniziate ad esem-

Il cicloturismo non è ciclismo agonistico. Quindi allenarsi è importante ma non serve diventare degli stakanovisti. Ritagliatevi due ore consecutive un paio di volte a settimana, cercando di mantenere una velocità di almeno 10-15 chilometri orari. Allenatevi anche a gestire la bici a pieno carico perché la tecnica di guida cambia se la bici ha borse ai lati o meno.

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STARE IN FORMA A TAVOLA

La Dottoressa Annamaria Acquaviva è dietista nutrizionista, svolge e partecipa regolarmente a conferenze su temi di salute e corretta alimentazione. È divulgatrice scientifica anche in lezioni di “Cucina del Benessere”, incontri per bambini e adolescenti nelle scuole, in trasmissioni televisive e radiofoniche a diffusione nazionale.

IL PESO IDEALE 94 9 4

Rivista R ivista M Militare ilitare | n n.. 2 2/2020 /2020


Affinché il militare sia considerato idoneo allo svolgimento della professione deve dimostrare competenze, attitudine psicologica e un ottimo stato di salute fisica rappresentato anche da un indice di massa corporea (IMC) corrispondente al normopeso. Le sessioni obbligatorie di allenamento, diversificate per quantità e qualità in base all’unità operativa alla quale il soldato è assegnato, contribuiscono a mantenere il controllo del peso corporeo, che influisce sul quadro clinico di salute generale e può mettere a repentaglio la possibilità di continuare a far parte del Corpo Militare.

RAGGIUNGERE E MANTENERE IL PESO CORPOREO IDEALE Sovrappeso e obesità sono due condizioni purtroppo comuni, spesso sottovalutate e non percepite come quello che in realtà sono: vere e proprie patologie. Infatti, avere un peso eccessivo rispetto alla propria corporatura espone a un maggiore fattore di rischio per malattie cardiovascolari e metaboliche e incide sull’aspettativa di vita. Inoltre, inficia anche la qualità della vita, creando una serie di disturbi fisici e limitando le performance professionali e sportive. Questo, per chi svolge professioni che necessitano di prestazioni fisiche importanti, come ad esempio i militari, può essere motivo anche di frustrazione psicologica oltre che di possibilità di dover abbandonare il proprio mestiere. La soluzione? Raggiungere e mantenere nel tempo il “peso ideale”. Vediamo come fare! COSA SI INTENDE PER “PESO IDEALE” O “PESO TEORICO” Esistono diverse formule per calcolare quanto dovrebbe pesare, idealmente,

un soggetto per essere definito “normopeso”. La più utilizzata è quella che si basa sull’estrazione del BMI (Body Mass Index), in italiano “IMC” (Indice di Massa Corporea). La formula algebrica per ottenere questo risultato è la seguente: IMC=peso/statura in metri (al quadrato) Semplicissimo. Ecco un esempio pratico per un uomo che pesa 80 kg ed è alto 1,80 metri: 1,80*1,80 = 3,24 80/3,24 = IMC pari a 24,7 Il dato ottenuto viene valutato in base ai riferimenti segnalati in tabella. L’obiettivo da porsi è quello di rientrare nella fascia “normopeso” e quindi di ottenere un risultato che può andare da 18,5 a 24,9. Cosa succede se il proprio BMI è pari o superiore a 25? Prima cosa da fare è misurarsi la circonferenza addominale, rilevatrice di presenza di grasso viscerale, il più pericoloso per la salute. Se ci si accorge di misurare più di 94 centimetri (per gli uomini) o più di 80 (per le donne), è ufficiale: è arrivato il momento di mettersi a dieta. O meglio: di rivedere le proprie abitudini e trasformale in uno stile di vita salutare che, auto-

maticamente, farà anche perdere peso. Ci si potrebbe anche chiedere: “Ma è davvero così importante raggiungere l’obiettivo del peso-forma? Che sarà mai qualche chilo in più? Io mi piaccio anche così, mi sento bene, non ho sintomi e mi godo i piaceri della tavola”. Il punto è che, ad oggi, studi scientifici concordano che, soprattutto sul lungo termine, c’è correlazione tra sovrappeso e l’insorgere di alcune patologie come diabete, insulino-resistenza, ipertensione e ipercolesterolemia. Tutte condizioni che compromettono l’idoneità professionale di un militare. Inoltre, mantenere il peso corretto da giovani è un investimento sulla salute e quindi sulla qualità di vita che avremo quando saremo più anziani. La buona notizia è che basta ridurre il proprio peso del 7-10% per avere benefici sulla pressione, sulla glicemia e sulla capacità di metabolizzare i grassi. E ottenere così il rinnovo dell’idoneità.

MA IO NON MANGIO TANTO! Quante volte, notando che i pantaloni stringono o che il peso è aumentato, ci si dice, anche un po’ piccati: “Ma

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OBESITÀ DI CLASSE III

OBESITÀ DI CLASSE II

OBESITÀ DI CLASSE I

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SOTTOPESO

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RIDOTTO

MODERATO

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MOLTO ELEVATO


com’è possibile? Io non mangio tanto!”. Questo succede perché molto spesso non si ha la percezione e la consapevolezza di quanto sia il nostro personale fabbisogno energetico. Cos’è? La quantità di energia che serve al nostro corpo, ogni giorno, per far funzionare gli organi interni e per permetterci di svolgere le nostre attività. Il fabbisogno è soggettivo: dipende dal sesso, dall’età, dal metabolismo basale, dal tipo di vita che si svolge, dall’eventuale presenza di alcune patologie o dalle condizioni di vita particolari (accrescimento, convalescenza, gravidanza, allattamento, menopausa, terza età). A questo proposito, il fabbisogno nutrizionale di un soldato può cambiare notevolmente durante la sua carriera, in base al tipo di prestazioni che è chiamato a svolgere. Un militare impiegato in ufficio, che si limita a svolgere le 7 ore obbligatorie in palestra, dovrà assumere un numero di calorie netta-

mente inferiori rispetto a un collega impegnato in una missione nazionale o estera, quindi sottoposto non solo a un continuo sforzo fisico e a condizioni climatiche estreme ma anche a una forte pressione psicologica. Se non si imparano a valutare la quantità e la qualità delle calorie che bisogna assumere in base ai propri bisogni e si fanno scelte alimentari poco consapevoli ecco che il bilancio energetico quotidiano si chiude in positivo, con il risultato che, a fine mese, la bilancia ci rimanderà un feedback poco gradito.

COS’È IL BILANCIO ENERGETICO? È ciò che determina l’aumento, il mantenimento o la perdita di peso. 1.Se le calorie introdotte sono maggiori di quelle utilizzate si otterrà un aumento di peso. 2.Se le calorie introdotte sono uguali

a quelle utilizzate si manterrà il peso. 3.Se le calorie introdotte sono minori di quelle utilizzate si otterrà una perdita di peso. Se vogliamo perdere peso, quindi, dobbiamo andare contro tutte le leggi di mercato e chiudere ciascuna nostra giornata con un bilancio in negativo!

IL CALCOLO DEL FABBISOGNO CALORICO PERSONALE Per calcolare di quante calorie si ha bisogno ogni giorno è utile ricorrere a strumenti diagnostici semplici ma particolarmente efficaci, in grado di fornire una valutazione efficiente sulla soggettività di ognuno. A questo scopo si possono utilizzare l’Holter Metabolico, la Calorimetria Indiretta o, molto più semplicemente, il Diario Alimentare, che aiuta a comprendere quante calorie si assumono abitualmente e quante se ne usano a scopo energetico. A questo punto sarà possibile impostare un protocollo alimentare a calorie leggermente inferiori, così da creare un deficit giornaliero inizialmente minimo e instaurare un meccanismo di lenta e graduale riduzione ponderale. Perdere peso lentamente e in modo equilibrato è preferibile rispetto a una dieta drastica perché: • evita improvvise ed eccessive privazioni, che potrebbero rendere più difficile seguire la dieta e porgere il fianco a continui sgarri o all’abbandono del programma; • fa abituare piano piano a un nuovo stile di vita da protrarre nel tempo, più sano ed equilibrato; • non crea stress all’organismo con perdite di peso repentine; • preserva la massa magra e l’efficienza metabolica. Questo, soprattutto per i militari, è


molto importante. Non si va incontro a cali dell’attenzione e della concentrazione e non influisce negativamente sulle perfomance atletiche o fisiche, richieste dal programma di allenamento o dalla presenza sul campo nel corso di missioni. Anzi. Man mano che il fisico inizia a beneficiare di un’alimentazione più corretta si noteranno dei miglioramenti in questo senso. Maggiore lucidità, più agilità e più resistenza.

NON DIETA MA STILE DI VITA Fondamentale, ai fini di una perdita di peso costante, sana e serena, è non vedere la “dieta” come un sacrificio ma come un nuovo stile di vita. Il cibo è anche un piacere, un momento della giornata dedicato alla cura di sé e all’evasione dallo stress, soprattutto se si vivono continuamente situazioni ad alta tensione, come succede a chi svolge professioni delicate come quella del militare.

Come coniugare gusto e sana alimentazione? Imparando a comporre il “piatto sano” a ogni pasto: bilanciato per quanto riguarda calorie, macro e micronutrienti. Per poterlo realizzare si divide idealmente il piatto da portata in tre sezioni. Metà del piatto va riempito con vegetali, quindi frutta e verdura. L’altra metà suddivisa tra proteine animali o vegetali e carboidrati. A questo va aggiunta una piccola porzione di grassi buoni (in particolare olio extravergine di oliva) e l’acqua. Quest’ultima va considerata un vero e proprio alimento che non deve mai mancare nell’arco della giornata, anch’essa assunta in base al fabbisogno soggettivo. Qualche esempio di piatto sano per pranzo o cena? • Riso condito con uova, pomodori, asparagi e qualche gheriglio di noce; • un pesce al forno con contorno di patate e verdura, il tutto condito con olio EVO; • un sandwich ripieno di petto di pollo, insalata, pomodori e qualche fetta di avocado;

• una zuppa di legumi con crostini di pane e un antipasto di cruditées condite con olio EVO. Per la colazione, invece, si può prediligere il dolce prendendo: • un cappuccino senza zucchero, una fetta di pane tostato con marmellata e ricotta; • pancake alla frutta; • the verde e pane e ricotta spolverata di cacao e/o cannella e frutta; • un porridge d’avena e latte insaporito con cacao amaro e mandorle. oppure il salato: • un piccolo panino con fesa di tacchino condita con olio EVO e un frutto; • un uovo alla coque o in camicia condito con olio EVO accompagnato da pan tostato e un frutto. Per quanto riguarda gli spuntini, pasti molto amati perché aiutano a spezzare le pause di digiuno tra un pasto e un altro, possono prevedere: un pacchetto di craker o di tarallini all’olio extravergine di oliva, uno yogurt, 30 g di frutta a guscio (noci, mandorle o nocciole) o 3-4 prugne secche. n. 2/2020 | Rivista Militare

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VALOR V VA LOR RM MILITARE

Luogotenente M.A.V.M. Giampiero Monti

Al Serg.Magg.f.par. Giampiero Monti, nato o ili 24 luglio luglio 1966 ad lu Anzio (Roma), con la motivazione: “Sottufficiale fificiale l comandante comanda d nte t di d squadra paracadutisti, inquadrato nel contingente italiano inviato in Somalia nell’ambito dell’operazione umanitaria voluta dalle Nazioni unite, partecipava con la propria unità al rastrellamento, di un quartiere di Mogadiscio. Nel corso dei successivi combattimenti proditoriamente provocati dai miliziani somali, mentre da bordo del veicolo corazzato di cui era capocarro coordinava la propria squadra,veniva inquadrato dal tiro dei cecchini ma, imperturbabile, proseguiva nell’azione. In seguito all’esplosione di un razzo controcarri che colpiva il mezzo sul quale operava, subiva in più parti del corpo gravi ferite, che gli procuravano anche menomazioni permanenti. Benchè copiosamente sanguinante, con incomparabile forza d’animo continuava a rassicurare e a dirigere gli uomini a lui affidati, fintantochè stremato si accasciava al suolo e veniva trasportato presso un ospedale di Mogadiscio. Chiaro esempio di altissimo senso del dovere, elevato coraggio e mirabile spirito di sacrificio”. Mogadiscio, 2 luglio 1993.

Il premio all’italianità conferito al Luogotenente Giampiero Monti.

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«Di quel famoso 2 luglio 1993 si è scritto e parlato tanto, non so se si è detto tutto. Ognuno di noi, che era presente e che ha vissuto quegli attimi convulsi che sembravano non avere fine, ha una storia da raccontare. Quella mattina, quando furono sospesi i rastrellamenti perché iniziati i tafferugli somali, io stavo rientrando in base con il mio plotone, a metà percorso incrociai la riserva che stava andando a soccorrere gli uomini rimasti bloccati dalle barricate alzate dalle forze miliziane somale e mi offrii volontario per tornare indietro e dare una mano agli altri colleghi. Salimmo così sul carro e fummo trasportati verso la zona “calda” di Mogadiscio Nord. Attraverso le feritoie del mezzo, iniziammo a vedere i primi tafferugli ed il muro di sassaiole formato da donne e bambini; 150 metri dopo il Checkpoint iniziò il vero e proprio conflitto. Ricordo un forte boato arrivato all’interno del carro che ha creato un


a cura del Ten. Col. M.O.V.M Gianfranco Paglia terribile scompiglio. Ripresi subito coscienza e vidi che i paracadutisti Baccaro e Zaniolo versavano in situazioni critiche e gli altri ragazzi erano in stato di shock. Ero stato ferito gravemente all’addome e alla gamba destra, tranciata dalla parte di ferro del carro, nonostante il giubbotto. Riuscimmo ad uscire dalla botola posteriore, proteggendoci a terra dietro il mezzo in attesa di soccorsi. Fui portato in un ospedale svedese e mi risvegliai dopo quattro giorni. Ad oggi ho subito 54 operazioni. Quest’evento mi ha rafforzato ed è cresciuto in me il credo ed ho sentito in me il peso della decorazione che mi è stata concessa. Quei riconoscimenti venivano dati a chi aveva combattuto durante la prima e seconda guerra mondiale, averla poi sulla giacca mi ha caricato di responsabilità e spronato ad essere sempre di più un esempio, ben consapevole del Valore che quella medaglia sintetizza. Si è rafforzata in me quella fierezza che ho provato ancor di più quando sono ritornato in Somalia nel 2014. Sceso dall’aereo

ho baciato il suolo ed ho ritrovato un territorio sempre più devastato dalla disperazione, dalla fame, dall’ignoranza. Un popolo dilaniato dalle guerre, abituato a sopravvivere e non a vivere. Ogni volta che i somali ci vedevano ci chiedevano di non abbandonarli, avevano con noi un rapporto diverso». Come se lo spiega? «Perchè a noi è riconosciuta la razionalità e l’obiettività? Prima di agire noi valutiamo tutte le possibili conseguenze e se è il caso intraprendere azioni forzate con le armi. Questo comportamento rende la popolazione più sicura e si instaura con noi un rapporto di fiducia. Il colloquio, a volte, è molto più efficace di qualsiasi altro intervento. Avendo lavorato in America per tre anni ho potuto constatare che ciò che differenzia la nostra cultura militare dalle altre è proprio l’umanità. Il giuramento prestato è un atto di fede che va oltre l’affetto che si ha nei confronti dei familiari stessi, nessuno ci impone di amare il Tricolore è un sentimento che si sente e

supera ogni logica. Ecco perché quando un giovane mi chiede consiglio per arruolarsi io cerco di capire le motivazioni che lo spingono. Le Forze Armate non sono un ufficio di collocamento, essere militare è sinonimo di sacrificio e dedizione verso il prossimo. Tutto il resto è secondario, ci si arruola non per ripiego ma perché si sente quell’Uniforme cucita addosso. É chiaro che ci possono essere delusioni, dove non ci sono, ma questa è una professione particolare perchè si ha l’onore di rappresentare la propria Nazione ovunque e lo si fa con il massimo rispetto. Ho lasciato la Forza Armata per un po’ di tempo, mi congedai perché non mi riconoscevo più, avevo bisogno di ritrovare la mia dimensione, ma quando, grazie al Ruolo d’Onore, sono potuto rientrare in servizio, io sono rinato, è come se avessi giurato per la seconda volta. Ben conscio del significato della mia scelta e se dovessi attribuire al termine militare dei valori sicuramente direi: Lealtà, Rispetto, Amor di Patria».

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SOLDATO DEL GIORNO

C.le Magg. Michele Piscitelli Volontario in ferma prefissata quadriennale in forza all reggimento i t “Caval“C l leggeri di Lodi” (15°) con sede a Lecce. Nato a Molfetta il 6 giugno 1993, dopo aver conseguito il diploma di tecnico delle industrie elettriche ed elettroniche nel 1993, si arruola, il 25 marzo 2014, come Volontario in ferma prefissata di un anno. Dopo aver frequentato il corso di addestramento basico, viene assegnato alla Scuola di Cavalleria dove ha svolto il corso di specializzazione da carrista di equipaggio, esploratore blindo leggera e pesante. Dal 29 giugno all’1 ottobre 2018 prende parte all’operazione “Strade Sicure” presso il porto di Bari, e dal 2 agosto al 18 settembre 2017, nell’ambito della medesima operazione, presso il porto di Taranto.

È il 25 dicembre 2019 ed il Caporal Maggiore Michele Piscitelli è impiegato, in concorso alle Forze dell’Ordine, nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure” del Raggruppamento 3 “Puglia e Basilicata” nell’area metropolitana di Bari. Durante un’attività congiunta di pattugliamento appiedato con i colleghi dell’Arma dei Carabinieri, all’interno del Borgo antico di Bari, il volontario notava dei movimenti sospetti da parti di alcuni

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individui poco distanti da loro. «È successo tutto durante il giorno di Natale – racconta Michele - due ragazzi parlottavano fra loro al buio e la cosa mi ha insospettito. Infatti, quando abbiamo provato a raggiungerli, uno è scappato di corsa mentre l’altro si è rifugiato in un’abitazione poco distante dal nostro presidio». A quel punto Michele intima all’individuo l’apertura della porta dell’abitazione in cui aveva provato a na-

scondersi, ma senza riscontro. «L’individuo continuava ad opporre resistenza rifiutandosi di aprire la porta e, così, per procedere all’operazione di controllo e perquisizione, l’abbiamo forzata ritrovandoci nel bel mezzo di una situazione delicata ». Prima dell’ingresso nell’abitazione, Il Caporal Maggiore Piscitelli ha disposto la cinturazione della casa onde evitare eventuali fughe da parte dei malviventi.


«Entrati nell’abitazione abbiamo notato subito un forte odore di marijuana, all’interno c’erano nove ragazzi di cui due minorenni. Alcuni cercavano di nascondere la droga e coprire eventuali tracce ma era tutto palesemente sotto i nostri occhi. Procedendo con la perquisizione abbiamo infatti rinvenuto due armi da fuoco, munizioni e droga. I malviventi sono stati identificati e arrestati». Dopo circa due mesi, è il 23 febbraio 2020, il volontario sta svolgendo il suo servizio di pattugliamento. Attratto da un forte odore di marijuana, proveniente da uno dei casolari abbandonati nella zona del borgo, decide di avvisare i colleghi dell’Arma dei Carabinieri e procedere con l’operazione. «Anche in questo caso abbiamo cinturato l’area al fine di evitare fughe da parte dei malviventi. Siamo saliti su una scala esterna al casolare per avere una migliore visuale di ciò che stava accadendo all’interno. Raggiunta la parte più alta dell’edificio ci siamo resi conto che all’interno dell’abitazione c’erano due borsoni. Successivamente abbiamo scoperto che contenevano un’arma da fuoco, munizionamento e marijuana destinata al mercato dello spaccio». Gli interventi del Volontario, congiuntamente a quelli delle Forze dell’Or-

dine, sono frutto di una sinergia nata da un adeguato addestramento - che è alla base di tutte le operazione unito all’assoluta dedizione al servizio. Un professionista che - come affermato dai suoi diretti superiori - ispira fiducia e conquista rapidamente la stima incondizionata e l’ammirazione degli operatori di pubblica sicurezza con cui collabora. «Prima di intervenire sono sempre tranquillo e vigile. Durante l’operazione, se pur colto dalla sorpresa per le situazioni che spesso si palesano, mantengo la calma e resto concentrato; metto in atto quanto consolidato con l’addestramento. A fine intervento è sempre una gran soddisfazione sapere di aver agito per il bene del Paese e dell’Istituzione».

Il Caporal Maggiore Piscitelli, pur distinguendosi per gesti degni di nota e valore, è un ragazzo semplice. Alla domanda: chi è Michele quando non veste l’uniforme, risponde: «sono un ragazzo come tanti altri della mia età, trascorro il tempo libero con gli amici e gli affetti a me più cari. Gioco a calcetto, non amo particolarmente le serie tv ma mi piace molto andare al cinema. Sono un ragazzo comune con una passione, però, fuori dal comune: la mia uniforme. Arruolarmi è stata una sfida personale, guardavo con ammirazione i soldati dell’Esercito ed il loro essere sempre presenti in qualsiasi circostanza, sempre pronti ad aiutare il prossimo, ed è quello che, tutti i giorni, provo a fare io».


RECENSIONI

Nicola Cristadoro, Missiya Vypolnena! (Missione compiuta!). Le forze armate russe nella campagna di Siria (2015-2019), edizioni il Maglio, pp.188, € 25.00 La guerra in Siria rappresenta per la Russia il primo impegno militare internazionale, ovvero esterno ai confini dell’ex Unione Sovietica, dopo la fine della guerra fredda. La guerra civile siriana, scoppiata in seguito a un’escalation di proteste contro il regime iniziate nel 2011, contrappone le forze governative, fedeli al presidente Bashar al-Assad, ai ribelli, appoggiati da una coalizione militare a guida statunitense. Nel contesto si inserisce, nel 2014, il tentativo di creazione di uno Stato Islamico tra la Siria e l’Iraq da parte dell’ISIS, organizzazione terroristica di matrice jihadista. Benché il conflitto non sia ancora concluso, l’intervento della Russia a sostegno di Assad, risalente al 2015, può già definirsi, come affermato nel suo ultimo saggio da Nicola Cristadoro, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano esperto in materia di infowar e psy ops, una “missione compiuta”. Un successo ottenuto grazie al dispiegamento dell’aviazione, che ha permesso di colpire bersagli strategici, quali centri di addestramento, depositi di armi, giacimenti di gas e petrolio, nei territori controllati dall’ISIS e dalle formazioni rivoluziona-

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rie, non senza pesanti ripercussioni collaterali sulla popolazione civile. Alle forze terrestri, ufficialmente, il governo russo ha affidato compiti di istruzione e coordinamento dell’Esercito siriano e delle milizie alleate (prevalentemente di provenienza iraniana, irachena, libanese e palestinese). In realtà, un contributo fondamentale, ma sottaciuto per ovvie ragioni, all’esito degli attacchi aerei è stato apportato dalle attività di target acquisition svolte, tramite infiltrazioni e raccolta di informazioni, dagli Spetsnaz, le forze speciali. L’effettiva partecipazione ai combattimenti è stata però deputata principalmente a compagnie di mercenari, tra le quali, in particolare, il gruppo Wagner. Una scelta dettata da motivazioni di ordine interno – il contenimento delle proteste per le perdite di soldati regolari – ed internazionale – l’occultazione del coinvolgimento diretto nelle operazioni militari. Per gli Ufficiali dell’Esercito russo, il terreno siriano è stato un campo di formazione: essi vi hanno sperimentato le modalità di conduzione di una guerra “ibrida”, applicando i principi della “dottrina Gerasimov” – dal nome del suo teorico, l’attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa russa – imperniata sul concetto di dissimulazione. Per le Forze Armate russe, in generale, la campagna di Siria è stata un teatro di prova ed approntamento di nuove armi e tecnologie, rivelatosi peraltro funzionale al mercato dell’industria bellica nazionale. Quella che la Russia ha condotto e vinto in Siria è, da ultimo, come rimarcato anche dal Generale Fabio Mini nella sua prefazione al libro, una “guerra d’immagine”. Essa ha dimostrato la capacità di gestire uno scacchiere geopolitico di elevata complessità, perseguendo il suo obiettivo: la tutela dei suoi interessi nella regione mediorientale attraverso il consolidamento della partnership con la Siria, soprattutto in una prospettiva postbellica.

Georgia Schiavon

Andrea Castiello d’Antonio, Luciana d’Ambrosio Marri, Conflitti. Come leggere e gestire i contrasti per vivere bene, Giunti Editore, pp.117, € 16.00 Il libro è un saggio che offre una panoramica vasta, e senz’altro originale, dei conflitti tipici del XXI secolo, frutto di un lavoro congiunto tra Andrea Castiello d’Antonio – psicologo, psicoterapeuta e psicologo clinico - e Luciana d’Ambrosio Marri – sociologa del lavoro, specializzata in psicologia del lavoro e gestione dei processi formativi. Come si riconoscono e gestiscono i conflitti che tutti i giorni si palesano nella nostra vita? Il testo fornisce una risposta concreta al quesito prendendo in esame tutte le sfere dei rapporti umani; spiega, in termini del tutto pratici, come affrontare il conflitto e trasformarlo in opportunità di crescita e relazione andando oltre la parte vincente e perdente. Gli aspetti emotivi, interpersonali, razionali, bellici e di ruolo, vengono analizzati e, per ognuno di questi vengono delineate soluzioni e approcci concreti alla gestione delle divergenze. Una lettura che va oltre gli stereotipi tipici dei rapporti sociali e conduce il lettore ad una nuova visione degli altri ma soprattutto di sé. Il merito principali degli autori è, a mio avviso, quello di trattare il conflitto sotto una nuova luce. Questo mette il lettore nelle condizioni di guardare se


stesso, leggendo i propri atteggiamenti tra le varie casistiche riportate; una sorta di auto analisi accessibile a tutti. Lo stile chiaro e semplice ne permette lo studio a chiunque voglia mettersi in discussione e conoscersi meglio. L’elaborazione di una strategia che porti ad una soluzione positiva è il tratto dominante del saggio; per ogni circostanza presa in esame, viene fornita una chiave di lettura differente con relativa risposta. Dal conflitto bellico al semplice diverbio al cinema, vengono presentate ed esaminate le parti in gioco, gli attori e la nuova risposta – super partes – che si può fornire a quel conflitto talvolta frutto di uno schema mentale consolidato. Dall’esame di quelli che sono i conflitti nel XXI secolo all’uscirne vincenti in due, il testo ci conduce, con semplicità e facilità di comprensione, ad un nuovo modo di intendere i rapporti sociali, interpersonali e professionali.

Maria Perillo

Sandro Menichelli, Galassia Islamica. Le ragioni del terrore, Intermedia Edizioni, 2019, pp. 190, € 15.00 Cosa sappiamo noi occidentali del mondo islamico e del fenomeno terroristico che trae origine da tale religione? Qual è il modo migliore per interagire con tale fenomeno? Un utile strumento per trovare le giuste risposte a tali domande è il libro di Sandro Menichelli Galassia Islamica,

Le ragioni del terrore. L’Autore, alto funzionario di pubblica sicurezza, è un profondo conoscitore del tema avendo maturato, tra l’altro, esperienze nei settori della prevenzione e del contrasto al terrorismo di matrice islamica. Nel volume Menichelli illustra i tratti essenziali dell’Islam, le principali divisioni al suo interno le quali, spesso, sono in rapporti molto conflittuali tra loro. Egli offre anche una visione sulle diverse vie intraprese dagli islamici per tentare di realizzare un mondo regolato dai dettami del Corano. Al riguardo l’Autore afferma: “La sfida, ovviamente anche culturale, necessariamente lunga, complessa e faticosa, sarà così quella di mettere in campo, traducendolo in atti consapevoli e concreti, un sofisticato ‘soft power’ occidentale, idoneo ad offrire a questi giovani, uomini e donne, in ciò utilizzando in pieno gli irrinunciabili strumenti dello stato di diritto e della democrazia, una visione della nostra società che non sia da loro percepita né come casa della guerra (dar alharb) né come casa dell’Islam (dar al-Islam), ma semplicemente dar alsalaam, casa della pace e del rispetto reciproco, la cui convinta e condivisa realizzazione toglierà acqua e ogni possibile appiglio alle ragioni dell’odio e della inaccettabile ed antistorica volontà di sottomissione degli uni verso gli altri”. Tale auspicio è pienamente condivisibile. Tuttavia, bisogna realisticamente capire se per affrontare tale sfida sia ancora possibile utilizzare solo sistemi di “soft power”. Alcune voci che si levano dalle aree musulmane, forse non adeguatamente ascoltate in Occidente, farebbero presumere che ci troviamo già immersi in una guerra, ancorché non dichiarata. Come il rapporto Pakistan: Religious freedom under attack, redatto nel dicembre 2019 dall’organizzazione non governativa Christian solidarity worldwide, ove è evidenziato il fatto che le comunità cristiane e indù del Paese siano oggetto di attacchi da parte di gruppi islamisti, in particolare le donne le quali vengono rapite e costrette a convertirsi e sposare uomini mu-

sulmani; oppure l’appello, riportato da L’Osservatore Romano del 2 febbraio 2020, di monsignor Augustine Obiora Akubeze, arcivescovo di Benin City (Nigeria) ai governi e ai media occidentali affinché spingano il governo nigeriano ad adoperarsi fattivamente per “proteggere le vite dei cristiani e di tutti i nigeriani che vengono costantemente attaccati e uccisi da Boko Haram e dai pastori fulani islamisti”. Nella prefazione al libro, il Prefetto Franco Gabrielli avverte: “[ ] nulla sarà come prima, perché le migliaia di combattenti accorsi nei territori siro-iracheni, i c.d. foreign terrorist fighters, molti dei quali europei, stanno lentamente tornando nei Paesi di origine, portando nelle nostre città il carico di esperienze e di ‘odio antioccidentale’ accumulati nel territorio dello Stato Islamico”. Le Istituzioni occidentali sono obbligate a pianificare un confronto sempre più marcato con le frange dell’islamismo radicale. Sarebbe opportuno che i decisori pubblici affrontassero la questione superando le divisioni partitiche per il bene superiore della collettività.

Costantino Moretti

Giovanni Cecini, Le leggi razziali e il Valore Militare. Antologia di testi e documenti, Edizioni Nuova Cultura, 2019, pp. 262, € 25.00 n. 2/2020 | Rivista Militare

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Nel 2014 nacque il CeSVaM (Centro Studi sul Valor Militare) filiazione scientifica dell’Istituto del Nastro Azzurro fra combattenti decorati al valor militare. Da quel momento prese quindi avvio una fitta produzione editoriale e culturale, volta alla più ampia diffusione del valor militare come caratteristica essenziale della Patria e della società nazionale. In questo solco, in occasione dell’80° anniversario della promulgazione della normativa antiebraica, sono usciti due volumi di Giovanni Cecini, attento studioso del rapporto tra cittadini italiani di religione ebraica e Forze Armate nazionali. Nello specifico, il libro dal titolo Le Leggi razziali e il Valore Militare, si presenta come un’antologia di testi e documenti, volti a selezionare, raccogliere e collegare tra loro 125 pezzi di storia (dal 1848 al 1948), ciascuno dei quali rappresenta una tessera di un grande mosaico. In questo modo si può toccare con mano l’epopea dei cittadini e dei militari italiani di religione ebraica, che dal Risorgimento in poi si caratterizzarono per essere una delle componenti più attive del valor militare nazionale. La Grande Guerra fu il momento migliore di questo percorso, senza togliere importanza alle numerose esperienze di partecipazione e di sacrificio, offerte durante le guerre degli anni Trenta. Nonostante la progressiva brutalizzazione della politica fascista, ancora in Etiopia e in Spagna i militari israeliti furono tra i protagonisti delle nuove campagne belliche. Può sembrare quindi strano, ma proprio nel 1938 – anno tragico per gli ebrei italiani – il militarismo dei propri correligionari fu ancora molto ampio e diffuso, tanto che molti perseguitati stentarono a credere all’ingiustificata virata della politica del regime verso gli ebrei. Dopo quindi un ampio campionario di esempi di attaccamento alla Patria, Cecini conduce il lettore attraverso un labirinto di norme, circolari e disposizioni, volte tutte a estirpare le radici di una presenza ebraica ormai quasi secolare. Le mille afflizioni imposte e il riaffermato patriottismo degli ex militari ebrei appaiono nelle loro pieghe più drammatiche. Tanto attaccamento – se respinto quasi con sdegno dalle isti-

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tuzioni nel periodo 1938-1943 – a partire dalla liberazione di Roma fu con gradualità recuperato dalle nuove istituzioni libere, tanto da esprimere ancora, seppur in tono minore, un forte legame tra gli ex militari scampati agli orrori della guerra e la Nazione italiana. Tuttavia, solo in quel momento affiorarono ulteriori e nefasti effetti della precedente iniqua amputazione sociale. La creazione dello Stato d’Israele non portò in dote, alla nuova generazione di ebrei italiani, il desiderio della ricostruzione delle Forze Armate italiane. Pertanto, chiuse le brillanti carriere di alcuni reintegrati, il militarismo italiano, espresso dai cittadini ebrei, scemò gradualmente. I figli e i nipoti dei perseguitati del 1938 furono coloro che metabolizzarono meglio quel tradimento, così da rispondere di conseguenza con un molto minore desiderio di trovare soddisfazione nelle nuove Forze Armate repubblicane.

Sergio Marchisio, Umberto Montuoro, Lo spazio cyber e cosmico. Risorse dual use per il sistema Italia in Europa, G. Giappichelli Editore, 2019, pp. 273, Il volume comprende due parti: la prima è dedicata alla sicurezza delle reti e alle strategie ed azioni per l’Italia, mentre la seconda alle nuove politiche spaziali in chiave europea, con particolare riguardo alla dimensione cyber e al supporto satellitare.

Tale binomio, centrato sulle più avanzate sfide tecnologiche, rappresenta un piano d’analisi estremamente importante e trasversale come la sicurezza informatica dei sistemi asserviti alle infrastrutture critiche. Un tema di enorme impatto per il futuro di medio e lungo termine, quello della dimensione cyber, non solo per il mondo industriale e per la Difesa, ma per l’intero assetto del Paese. Prospettiva di rilevante attualità anche per la messa a sistema ed efficace investimento delle risorse disponibili, del mondo dell’università e della ricerca come della produzione ad altissimo contenuto tecnico, in un orizzonte d’azione necessariamente prima europeo e, dunque, internazionale. La stessa nuova definizione della Strategia Spaziale Nazionale è legata ai nuovi paradigmi tecnologici prodotti dalla New Space Economy, ad esempio, offerti dai “piccoli satelliti”. Imprenditoria privata e investimenti pubblici avranno una diversa allocazione nei settori dell’applicazione e della ricerca pura. Le prossime scelte politiche dovranno saper cogliere i radicali cambiamenti di scenario e di capacità, nel cyber e nello spazio, divenute leve essenziali della crescita economica. Questa raccolta di contributi non vuole essere una mera proiezione di obiettivi istituzionali ma costituisce rara occasione di libera espressione del pensiero, maturato negli anni, da parte di alcuni esperti di settore. L’opera, di natura politologica e giuridica, è rivolta ad un pubblico di lettori italiano, in particolare, ai soggetti interessati dalle nuove dinamiche di riordino intraprese recentemente, in sede nazionale ed europea. In questa ottica pragmatica, sono rese disponibili, nei temi affrontati, parte delle chiavi di lettura dell’odierno tumultuoso sviluppo di questo crescente e multiforme mercato del lavoro. L’orizzonte d’interesse è naturalmente legato alla dimensione della sicurezza internazionale e della geopolitica, dell’intelligence e del sottile confronto tra i Servizi di informazione, del complesso quadro delle alleanze e della politica estera e di difesa, declinabile nelle sue molteplici sfaccettature.


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