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RIVISTA MILITARE 2017 N.4

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Consolidati i cambiamenti realizzati nel numero precedente, dopo aver profuso importanti energie per favorire una più capillare distribuzione del nostro periodico, sarà un piacere iniziare il nuovo anno ricevendo numerosi feedback. Scrivete a rivistamilitare@esercito.difesa.it, per esprimere il Vostro punto di vista sulle novità recentemente introdotte, sulle singole rubriche e sul livello di approfondimento dei prodotti editoriali (notizie, articoli, reportage, recensioni ). Saranno peraltro graditi i suggerimenti finalizzati a incentivare una maggiore partecipazione dei giovani al confronto sulle tematiche trattate dalla «Rivista Militare». Auspicabile, d’altro canto, il contributo di quanti vogliano condividere un’idea originale, mettendola a disposizione dei lettori, quale arricchimento tecnico-professionale, affermazione dei valori militari e divulgazione di aspetti poco noti, anche di altri Paesi. Auguro a tutti un sereno Natale e un felice 2018. Colonnello Domenico Roma


Sommario .................................................................... Difesa Servizi: una risorsa innovativa per le Forze Armate

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Facciamo conoscere ai nostri lettori il variegato universo di “Difesa Servizi S.p.A.”, la società in house della Difesa che si occupa della gestione economica di beni e servizi derivanti dalle attività istituzionali del Dicastero della Difesa non direttamente correlate alle mansioni operative delle Forze Armate. Nell’intervista, l’A.D. Fausto Recchia illustra i compiti principali della società, i risultati conseguiti in questi anni e, nello specifico, in che modo l’Esercito concorre alle attività di Difesa Servizi.

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11 La minaccia CBRNe: una sfida attuale da non sottovalutare di Marco Appodia

Lo giuro! Dal passato al presente il significato di un atto solenne

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di Francesco A. Dolciamore

17 Il supporto logistico alle Grandi Unità complesse dell’Esercito di Giovanni Di Blasi

pagina 24 24 Il Kosovo e i Balcani occidentali tra vecchie e nuove sfide alla sicurezza di Francesco Paolo Figliuolo

34 Intervista al Generale di Corpo d’Armata János Huszár pagina 34

di Costantino Moretti

40 La guerra elettronica nei moderni scenari operativi. Russia: un nuovo game changer pagina 40 2

di Carlo Conte

57 I soldati di Cristo e d’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Il ricordo delle tre Medaglie d’Oro al Valor Militare di Alberto Frattolillo


......................................................... RIVISTA MILITARE

Periodico dell’Esercito fondato nel 1856

65 Caporetto e gli eroi senza medaglia. Le vicende della Brigata “Bologna” e del Sergente Angelo Zampini

Dicembre 2017 Proprietario Ministero della Difesa Editore Difesa Servizi S.p.A - C.F.11345641002

di Giuseppe Diotallevi

72 L’uso dei gas nella Grande Guerra. Le armi chimiche sul fronte italiano di Mario Stefano Peragallo

Direttore responsabile Colonnello Domenico Roma Capo Sezione Coordinamento attività editoriali e Redattore capo Tenente Colonnello Antonino Longo

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80 La preparazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale

Coordinamento attività editoriali e Redazione Filippo Antonicelli, Marcello Ciriminna, Raimondo Fierro, Elisabetta Flamini, Annarita Laurenzi, Stefano Massaro, Lia Nardella, Ubaldo Russo, Pasquale Scafetta, Domenico Spoliti Segreteria e diffusione Giuseppe Ammirati, Claudio Angelini, Sergio Gabriele De Rosa, Sergio Di Leva, Gabriele Giommetti, Silvio Morini, Ciro Visconti

di Ciro Paoletti

Sede Via di S. Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 6796861 Amministrazione Difesa Servizi S.p.A., Via Flaminia, 335 - 00196 Roma

pagina 72 92 Vestiamoci di Esercito

Ufficio Amministrazione dello Stato Maggiore dell’Esercito Via Napoli, 42 - 00187 Roma Stampa Fotolito Moggio S.r.l. Strada Galli, 5 - 00010 Villa Adriana (RM) Tel. 0774.381922 - 0774.382426

di Mario di Girolamo

98 Il Cappellano: una presenza attiva nella vita militare

Distibuzione Agenzia Romana S.r.l. Via di Torre Spaccata 172 - 00169 Roma (RM) tel. 06.23260188

di Claudio Angelini

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Abbonamenti A decorrere dal primo numero utile successivo alla data del versamento, Italia: - Euro 20,00: 6 numeri di Rivista Militare (nuovi abbonati) - Euro 15,00: 6 numeri di Rivista Militare (condizioni valide per chi ha sottoscritto un abbonamento nel corso del 2016 ed entro il 31.01.2017) Estero: Euro 20,00 (più spese di spedizione) Un fascicolo arretrato Euro 4,00 (più spese di spedizione a carico del richiedente) L’importo deve essere versato sul c/c postale 000029599008 intestato a Difesa Servizi S.p.A. Via Flaminia, 335 - 00196 Roma oppure tramite bonifico bancario intestato a Difesa Servizi S.p.A. - codice IBAN IT 37 X 07601 03200 000029599008 - codice BIC/SWIFT BPPIITRRXXX. In alternativa si può effettuare l’abbonamento on line su www.rodorigoeditore.it

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Iscrizione al Registro della Stampa del Tribunale Civile di Roma n. 944 del 7 giugno 1949 ISSN 035-6980 Periodicità: Trimestrale

103 I colombi viaggiatori nell’Esercito Italiano. Le loro misteriose capacità di orientamento al servizio dei collegamenti militari di Andrea Cionci

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© 2017 Tutti i diritti riservati INDIRIZZI WEB Internet: www.esercito.difesa.it Intranet: www.sme.esercito.difesa.it

Norme di collaborazione IN COPERTINA DIFESA SERVIZI S.p.A. (REALIZZAZIONE GRAFICA: RAIMONDO FIERRO)

INDIRIZZI E-MAIL presentazione di proposte editoriali: statesercito@esercito.difesa.it abbonamenti: rivistamilitare.abbonamenti@esercito.difesa.it comunicazioni varie: rivistamilitare@esercito.difesa.it Finito di stampare il 15 dicembre 2017

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Una risorsa innovativa per le Forze Armate Difesa Servizi S.p.A. è una società partecipata al 100% dal Ministero della Difesa, che nasce dall’esigenza di rinnovamento nella gestione e organizzazione delle attività dell’amministrazione militare. Costituita ai sensi dell’art. 535 del D.lgs. 15 marzo 2010 n. 66 e nata nel primo semestre del 2011, Difesa Servizi è uno strumento dell’omonimo Ministero, in cui opera personale delle Forze Armate a favore delle stesse. La struttura, snella e dinamica, ha per oggetto la gestione economica di beni e servizi delle attività istituzionali della Difesa, non correlate alle mansioni operative delle Forze Armate. Difesa Servizi S.p.A. è un’organizzazione innovativa, che opera come soggetto di diritto privato, con l’obiettivo di reperire risorse aggiuntive al bilancio ordinario delle Forze Armate. La costituzione di una società pubblica, sebbene rappresenti un fenomeno consolidato nell’ambito della pubblica amministrazione, è decisamente un elemento di novità nel panorama della Difesa. La scelta di costituire una entità giuridica di questo tipo è ispirata ai principi del new public management consolidatisi sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo con il fenomeno dell’agencification, ossia con la creazione di strutture ad hoc dotate di ampia autonomia manageriale e poste sotto il diretto controllo del vertice ministeriale. L’ordinamento italiano, con la legge finanziaria per il 2002 (legge n. 448 del dicembre 2001), prevede la possibilità per le pubbliche amministrazioni di dotarsi di soggetti di diritto privato, aprendo la strada al modello comunitario del 4

in house providing. La società si basa su tre aspetti fondamentali: • l’efficacia garantita dalle capacità professionali del personale; • l’autosostentamento attraverso la conduzione di attività economiche; • il reperimento di risorse dal libero mercato per aumentare la potenzialità economico-finanziaria delle Forze Armate.

ORGANIZZAZIONE Il modello di governance adottato, in linea con la carta dei valori dell’impresa, è basato su principi di correttezza, imparzialità, integrità, tutela degli interessi pubblici e rapporti con le Istituzioni. La struttura

societaria prevede tre organi: l’Assemblea, il Consiglio di Amministrazione (Cda) e il Collegio Sindacale. Si configura come società per azioni con il Ministero della Difesa come unico socio, che esercita i poteri dell’Assemblea. Il Cda, che si compone di cinque membri e ha durata triennale, nomina, su indicazione dell’Assemblea, l’Amministratore Delegato che è il rappresentante legale della società ed esercita la gestione ordinaria della stessa. Il Collegio Sindacale, composto da tre membri effettivi e due supplenti, vigila sull’osservanza della legge e dello Statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, sull’adeguatezza di organizzazione, amministrazione e contabilità della società e sul suo

La sede di Difesa Servizi a Roma, in via Flaminia.

Rivista Militare


Impianto fotovoltaico installato nella Caserma “Col. Francesco Bazzani”: un esempio di valorizzazione di struttura militare per produrre energia da fonti rinnovabili.

corretto funzionamento. Il flow chart societario si divide in livello di staff, a supporto delle decisioni della governance, e in livello operativo, suddiviso in aree operative corrispondenti ai diversi assetti gestiti. La società si avvale di personale militare e civile della Difesa, in possesso delle necessarie competenze, con mandato triennale rinnovabile. Attualmente sono ricoperte solo 29 delle 44 posizioni previste a pieno organico, di cui sei da personale dell’Arma dei Carabinieri, sette rispettivamente da Esercito e Aeronautica, otto da personale della Marina e un civile. Le posizioni di impiego sono equipollenti a quelle previste presso le singole Forze Armate e a livello interforze, anche in relazione alle attribuzioni specifiche da assolvere ai fini dell’avanzamento.

ATTIVITÀ La mission di Difesa Servizi S.p.A. ha per oggetto la gestione economica, in qualità di concessionario o mandatario, di beni, anche immateriali, e servizi derivanti dalle attività istituzionali del Dicastero che non siano direttamente correlate alle attività operative delle Forze Armate. La Società colloca sul mercato n. 4/2017

una serie di beni, servizi e prestazioni, come di seguito elencati: • gestione economica, esclusa l’alienazione, degli immobili e dei beni patrimoniali; • valorizzazione ambientale di strutture militari, per produrre energia derivante da fonti rinnovabili con impianti fotovoltaici; • promozione e gestione economica delle attività e dei servizi resi a terzi dalle Forze Armate nei settori meteorologico, sanitario, merceologico, geo-cartografico, della foto-riproduzione aerea e satellitare; • valorizzazione dei brand attraverso la concessione in uso temporaneo a terzi, a titolo oneroso, dei marchi, delle denominazioni e dei segni distintivi delle Forze Armate; • promozione e fatturazione delle attività, dei servizi e delle prestazioni di carattere tecnico, anche connesse all’attività industriale e produttiva del Dicastero, per le quali sia stato conferito apposito mandato a soggetti pubblici e privati, nazionali ed esteri. Difesa Servizi S.p.A. svolge la propria attività in forza di uno specifico contratto di servizio, stipulato con lo Stato Maggiore della Difesa e con il Segretariato Generale della Difesa-Direzione Nazionale degli Armamenti, volto

a regolarne i reciproci rapporti. In coerenza con tale contratto vengono sottoscritte specifiche convenzioni tra la società e le competenti strutture del Dicastero per la gestione economica di beni e servizi. Tali convenzioni, per la realizzazione di specifici programmi, sono approvate dal Ministro, con la consulenza del Capo di Stato Maggiore o del Segretario Generale della Difesa, in relazione alle rispettive competenze.

DATI ECONOMICO-FINANZIARI Con la chiusura e l’approvazione del quinto bilancio societario e alla luce dei dati riportati si può affermare che, in questi anni, Difesa Servizi S.p.A. ha assolto la missione per la quale è nata: reperire risorse aggiuntive per il bilancio delle Forze Armate. La società, che opera secondo una formula redistributiva degli introiti, non riceve alcun finanziamento dal ministero e si autosostiene operando sul mercato con logica professionale e concorrenziale. Questo tipo di approccio trova positivo riscontro nei dati di bilancio che segnalano una continua crescita, a partire dalla sua costituzione. Il bilancio del 2016, oltre a confermare il trend positivo del 5


Aviolancio durante la manifestazione “Pitti Immagine Uomo”, nella quale è stato presentato il nuovo brand dell’Esercito.

valore della produzione, ha evidenziato un favorevole aumento delle concessioni da parte della Difesa nel settore della formazione, dell’addestramento e del supporto logistico a favore di terzi. Il 2016 si è chiuso con un attivo di 17,7 milioni di euro, ossia oltre sei milioni in più rispetto al 2015, che significa un aumento del 54%. Durante l’ultimo esercizio finanziario, con bilancio approvato lo scorso aprile, le diverse aree hanno continuato a crescere come negli

anni precedenti, ma il netto balzo in avanti è stato possibile grazie a una nuova e importante attività, nel settore dell’addestramento. Nell’ambito del contratto stipulato da Leonardo S.p.A. con la Polonia, per la fornitura di velivoli M-346 (destinati alla formazione di piloti jet di nuova generazione), Difesa Servizi ha gestito il Pacchetto relativo all’addestramento, mettendo a disposizione i piloti dell’Aeronautica Italiana. Si aggiungono, inoltre, i servizi di addestramento svolti

nell’International Training Center della 46^ Brigata Aerea di Pisa per il conseguimento della qualifica heavy maintenance center per il C130J, anche a favore degli equipaggi di altri Paesi. Questo nuovo settore, che ha visto per la prima volta il coinvolgimento di Difesa Servizi, è d’importanza strategica in ambito societario e rappresenta un settore di sviluppo per il sistema Paese, che promuove ed eleva il comparto Difesa a eccellenza italiana.

Testate di proprietà del Ministero della Difesa, delle quali Difesa Servizi S.p.A. è l’editore.

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Rivista Militare


Intervista all’Amministratore Delegato Fausto Recchia Avvocato Recchia, Lei è a capo di una “strana struttura”: una società per azioni che poggia sulla presenza di militari. Quali sono le sue considerazioni? Più che strana direi atipica nel panorama della Difesa, almeno fino ad ora. L’atipicità di Difesa Servizi S.p.A. non risiede nella sua denominazione sociale, ma nel suo operato. Il vero elemento di novità è che la Difesa si è dotata di un soggetto giuridico autonomo che opera sul mercato con logica concorrenziale, andando a recuperare risorse che si sommano al bilancio ordinario delle Forze Armate. La formulazione giuridica non deve indurre a considerare Difesa Servizi come un tentativo di privatizzazione di alcune funzioni. La nostra mission è e resta una funzione pubblica. Infatti, sebbene sia una società di diritto privato, essa non è una struttura distinta e distante dall’organizzazione della Difesa, al contrario è un suo strumento che opera con le Forze Armate per le Forze Armate. Di qui il valore aggiunto che può dare il personale militare.

L’avvocato Fausto Recchia, Amministratore Delegato di Difesa Servizi.

Sono molte le attività gestite da Difesa Servizi. Quali le principali? La società si occupa della gestione economica di beni e servizi derivanti dalle attività istituzionali del Ministero della Difesa. Per esempio: la cartografia, i servizi sanitari, l’editoria e la pubblicistica, la valorizzazione dei brand delle Forze Armate, l’addestramento a favore di terzi e la valo-

rizzazione, esclusa l’alienazione, degli immobili, non direttamente correlati alle attività operative delle Forze Armate. Queste le potremmo chiamare, ormai, le classiche attività gestite da Difesa Servizi. Inoltre, nel corso dell’ultimo anno, ne sono state avviate altre, mai esplorate fino a questo momento. Ad esempio, la concessione di spazi pubblicitari sui ponteggi allestiti per la ristrutturazione del museo storico dei Carabinieri, i cui proventi hanno contribuito alla conservazione e promozione del patrimonio storico museale dell’Arma. Sempre nel 2016 è stato firmato un contratto che ha permesso di avviare un’attività nell’ambito dei servizi resi dal Dicastero a un Paese terzo nei settori della formazione e dell’addestramento. Parlo dei piloti polacchi addestrati dai nostri piloti dell’Aeronautica Militare, a seguito dell’acquisto dell’M-346 di Leonardo Spa. Tutti settori che consentono alle Forze Armate di mettere a disposizione di privati e cittadini un eccezionale patrimonio di capacità specialistiche e, al contempo, di generare risorse aggiuntive.

L’ avvocato Fausto Recchia incontra il Colonnello Domenico Roma, Direttore della Rivista Militare (al centro).

n. 4/2017

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Ci può dare qualche cifra? La gestione economica e la valorizzazione di queste risorse ha permesso, nel solo 2016, di rendere diponibili per le Forze Armate circa 14,5 milioni di euro. Dal 2011, anno di avvio della società, sono stati resi disponibili alle Forze Armate circa 45 milioni di euro. Una cifra di tutto rispetto, soprattutto se consideriamo che partivamo da zero e che circa il 90% del fatturato è stato realizzato stipulando contratti con ditte private. Queste risorse possono essere immediatamente impiegate dalle Forze Armate. Questo è un cambio di approccio nella gestione della cosa pubblica, possibile anche grazie alla capacità di adattamento e interpretazione delle esigenze del personale militare. Attraverso questa società il Ministero della Difesa non è solo un centro di spesa, ma anche un’organizzazione capace di creare valore.

Come concorre l’Esercito alle attività di Difesa Servizi? Intanto concorre con il personale: a oggi sono sette gli Ufficiali e i Sottufficiali dell’Esercito che prestano servizio in società. Considerato che siamo in tutto 29, si tratta di un importante contributo. La Forza Armata, con il suo 96%, copre la qua-

L’aereo militare transonico M-346, sul quale piloti dell’A.M. addestrano piloti polacchi, in base ad accordi commerciali stipulati tramite Difesa Servizi.

si totalità delle attività di valorizzazione ambientale di strutture militari per la produzione di energia derivante da fonti rinnovabili. Un impegno riconfermato in quasi tutti gli ambiti di valorizzazione. Non meno importante è l’attività del Policlinico militare del Celio a Roma, i cui proventi, attraverso la gestione economica-finanziaria della società, concorrono al sostentamento della struttura. Di recente, inoltre, è partito il processo di valorizzazione della Caserma “G. Miraglia” di Venezia, nato dalla necessità di riorganizzare la presenza del Reggimento

Lagunari in un’unica caserma con accresciute capacità infrastrutturali. Un’operazione che coinvolge diverse amministrazioni dello Stato, genera una ricaduta economicosociale per il territorio ma, soprattutto, consente l’ottimizzazione della presenza militare nella città. In definitiva, quella tra l’Esercito e Difesa Servizi è una collaborazione per noi decisiva, che ha reso disponibili per la Forza Armata 12,2 milioni di euro. Lo strumento ha dimostrato così di funzionare, anche se c’è molto ancora da fare e per questo stiamo lavorando sodo.

La Caserma “G. Miraglia” sull’isola delle Vignole a Venezia, altro progetto volto alla valorizzazione di struttura militare, gestito economicamente con Difesa Servizi.

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Rivista Militare


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La minaccia CBRNe: una sfida attuale da non sottovalutare di Marco Appodia* Le unità specialistiche dell’Esercito nel settore Explosive Ordnance Disposal (EOD) e della difesa Chemical Biological Radiological and Nuclear (CBRN), oltre al precipuo compito e addestramento per un potenziale impiego in contesti militari (“War” o di “Peace Support Operations”), sono pronte a concorrere nella prevenzione di possibili attacchi terroristici anche in contesti “homeland”, condotti con sistemi di dispersione di armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari, anche di tipo artigianale, rese ancora più pericolose ed efficaci dalla presenza di una carica esplosiva. Da qui, la cosiddetta minaccia CBRNe (Chemical Biological Radiological and Nuclear with explosive).

Nonostante i numerosi trattati internazionali e gli accordi attualmente in vigore sul controllo degli armamenti, le organizzazioni terroristiche sono costantemente alla ricerca di nuove tecnologie che permettano loro di seguire lo sviluppo e la messa a punto di armi sempre più sofisticate, finanche di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction-WMD) per perpetrare attentati e attacchi terroristici. Tali armi verrebbero impiegate combinando a una carica esplosiva, anche di pochi grammi, agenti chimici o biologici, ovvero materiali tossici di provenienza industriale. Questa tipologia di attacchi costituisce quella che attualmente è definita come la “minaccia CBRNe”. È facilmente dimostrabile, infatti, che una piccola carica esplosiva, ben collocata, può efficacemente far disperdere nell’ambiente una sostanza liquida e/o pulviscolare contenuta in oggetti di comune impiego (ad esempio bottiglie in plastica, in vetro, sacche per la raccolta di plasma, flaconi in plastica, provette, ecc.). La crescente urbanizzazione e industrializzazione e lo scambio di informazioni sul web, inoltre, permettono, con maggiore facilità, il reperimento e l’impiego di sostann. 4/2017

ze il cui rilascio accidentale o intenzionale può avere conseguenze catastrofiche. In caso di tali attacchi, senza voler procurare inutili allarmismi, bisogna tenere necessariamente in considerazione alcuni aspetti di

difficile valutazione quali la potenziale interdizione dell’area metropolitana coinvolta e la complessa gestione, nell’immediato, di un evento che richiede in tempi brevi l’adozione di rapide contromisure d’emergenza, soprattutto di natura

Una squadra Biological and Chemical Munition Disposal (BCMD) del Genio, impegnata in un’esercitazione sul territorio nazionale, nella delicata fase di identificazione di munizionamento a caricamento B o C stoccato all’interno di un deposito campale (illegale), collocato sotto la superficie del terreno e celato dalla vegetazione circostante.

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medica, sia sul luogo dell’attacco, sia presso i reparti dei nosocomi allertati e pronti a ospitare le eventuali persone coinvolte. L’impiego da parte di eventuali gruppi estremisti di IED (Improvised Explosive Device), aventi come carica principale sostanze “non convenzionali”, rappresenta verosimilmente una delle principali sfide da fronteggiare. L’utilizzo di tali ordigni, oltre a costituire un elevato rischio per l’intera comunità dei cosiddetti “First Responders” (Addetti alla Sicurezza, Forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, personale addetto alla bonifica da ordigni esplosivi, ecc.) durante le operazioni connesse con l’identificazione della minaccia e i primi soccorsi, può innalzare significativamente la vulnerabilità della popolazione, in particolar modo, in caso di attacchi in ambienti molto affollati, come autobus, metro, stazioni ferroviarie, fermate della metropolitana, centri commerciali, cinema, teatri, ecc.. Si aggiunga, inoltre, che il basso costo delle materie prime, facilmente reperibili ed eventualmente impiegabili per la realizzazione di miscele esplosive artigianali nonché la produzione illecita di sostanze chimiche o biologiche e la disponibilità di materiali tossici di provenienza industriale (Toxic Industrial Materials - TIM) potrebbero favorire il loro utilizzo da parte di gruppi sovversivi o cellule terroristiche per attuare una strategia della tensione con un alto impatto mediatico e propagandistico. Per tale motivo, il pericolo CBRNe deve essere opportunamente considerato sia sul territorio nazionale sia nelle operazioni militari fuori area. In questo contesto, le attività di cooperazione fra le unità EOD (Explosive Ordnance Disposal) del Genio e le unità per la Difesa CBRN sono rivolte allo sviluppo e all’adozione di appropriate tecniche e procedure, in grado di fronteggiare i rischi di CBRNe. Questa iniziativa, nell’ottica di una più ampia strategia nazionale e internazionale, secondo un approccio multidimensio12

nale, concorre a garantire una sempre maggiore tutela della popolazione, la salvaguardia dell’ambiente e la protezione del patrimonio e delle infrastrutture. L’intervento delle unità specialistiche EOD, con capacità BC del Genio, deve avvenire possibilmente prima dell’attivazione vera e propria dell’ordigno e prima della dispersione dell’agente chimico e/o biologico. L’obiettivo prioritario di queste unità è la messa in sicurezza del dispositivo rinvenuto ma anche la salvaguardia e la raccolta delle prove legali per l’avvio delle attività di exploitation di 1° livello

dotte dalle unità nazionali, dalla NATO e dagli altri organismi multinazionali, gli ordigni esplosivi e i dispositivi non esplosivi (ad esempio quelli a funzionamento elettromeccanico), caricati con agenti L’esecuzione delle procedure tecniche di messa in sicurezza di un dispositivo esplosivo artigianale e/o di munizionamento convenzionale, caricato con aggressivi CBRN, è un compito altamente pericoloso che deve essere condotto soltanto da personale opportunamente addestrato e qualificato nello specifico settore secondo gli standard NATO.

Una squadra IEDD (Improvised Explosive Device Disposal) con capacità BC (Biological & Chemical) del Genio impegnata in un’esercitazione sul territorio nazionale in cui è stato simulato il rinvenimento di un dispositivo esplosivo, a sospetto caricamento chimico, all’interno di un luogo pubblico ad alta frequentazione (mezzo di trasporto sotterraneo).

per poter analizzare, già sul campo, l’ordigno rinvenuto e l’ambiente circostante. In questo modo è possibile diramare i necessari warning a favore di tutti coloro (Forze dell’Ordine, autorità politiche, strutture sanitarie, ecc.) normalmente coinvolti in uno scenario del genere. Nel quadro delle operazioni con-

CBRN e/o TIM, costituiscono una minaccia reale e facilmente attuabile non solo per le forze militari schierate ma anche per la popolazione e il contesto ambientale in cui si opera. In tale ambito, le unità EOD del Genio e quelle per la difesa CBRN possono essere impiegate in presenza, sospetta o confermata, di Rivista Militare


Esercitazione sul territorio nazionale, attività congiunta tra squadre EOD del Genio e squadra addetta alla decontaminazione di personale ed equipaggiamenti del 7° Reggimento NBC “Cremona”.

ordigni esplosivi e dispositivi non esplosivi che possano essere sorgente di rischi di natura CBRN, quali: - ordigni esplosivi convenzionali a caricamento biologico o chimico; - ordigni esplosivi improvvisati (IED) aventi come carica principale sostanze CBRN ovvero TIM; - dispositivi non esplosivi del tipo Improvised Spraying Device (ISD) aventi come carica principale sostanze di natura biologica o chimica ovvero TIM; - dispositivi non esplosivi del tipo Improvised Dispersal Device (IDD) aventi come carica principale sostanze di natura biologica o chimica ovvero TIM. Appare perciò evidente che, a prescindere dal contesto operativo, l’esecuzione di operazioni CBRN EOD sia una competenza tecnica fondamentale e “abilitante” per la n. 4/2017

protezione delle forze e delle linee di comunicazione, la garanzia della libertà di azione, la sopravvivenza delle unità, l’intelligence nello specifico settore Counter IED e il supporto alla cooperazione civile-militare. Una capacità che, in ottica sistemica, diventa parte integrante ed essenziale per l’assolvimento della più ampia missione assegnata. Attualmente, la dottrina NATO prevede la separazione dei due compiti per il completamento dell’attività: la messa in sicurezza e successiva bonifica della componente esplosiva e l’identificazione e il successivo smaltimento della sostanza “non convenzionale” rinvenuta. Lo svolgimento di queste procedure, anche in un’ottica interforze e multinazionale, richiede la definizione di norme di sicurezza comuni, una formazione specialistica e tecnica aggiuntiva per gli opera-

tori già qualificati nei settori EOD, per la difesa CBRN e per le unità in supporto. Tutto ciò al fine di implementare e affinare il loro livello di coordinamento e l’integrazione tra tutte le Unità/attori coinvolti e incentivare, inoltre, un addestramento mirato a condividere le procedure di intervento in caso di azione congiunta. Le operazioni CBRN EOD non vanno considerate attività autonome a se stanti, ma come parte integrante dell’obiettivo multidisciplinare del perseguimento mirato al raggiungimento della sicurezza e dell’integrazione tra tutti gli attori coinvolti, amalgamando e standardizzando le procedure di intervento, in caso di azione combinata. La missione di bonifica da ordigni esplosivi è un’attività sensibile che, qualora svolta su dispositivo con caricamento CBRN, diventa ancora più rischiosa: non esiste alcuna procedura che possa ritenersi assolutamente priva di pericoli, ma l’applicazione delle procedure di sicurezza secondo gli standard NATO può certamente diminuire il rischio, riducendo la probabilità di una eventuale esplosione. È per questo che la ricerca della più completa sinergia tra le due capacità (CBRN e EOD) risulta determinante e decisiva per la missione. Con questo scopo, il Centro di Eccellenza C-IED del Comando Genio, a partire da ottobre 2016, supporta il Centro di Eccellenza EOD della NATO, con sede in Trencin (Slovacchia) mediante l’invio di istruttori italiani per la pianificazione, organizzazione ed esecuzione del corso di formazione, denominato CBRN EOD Incident Management Staff Officer Training, a favore di Ufficiali provenienti da tutti i Paesi della NATO. Inoltre, in ambito nazionale, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha disposto l’avvio di attività congiunte tra unità EOD e unità per la difesa CBRN, tese a coordinare gli sforzi nei settori formativo, addestrativo e operativo per una costante verifica dei livelli di addestramento e l’ac13


certamento dei procedimenti tecnico-tattici previsti a livello europeo e NATO. La chiave di volta per prevenire e mitigare gli effetti e le conseguenze di un attacco CBRNe risiede proprio nell’adozione di procedure di intervento condivise e protocolli congiunti che uniscano l’azione preventiva della componente EOD, quella contenitiva degli esperti CBRN e il management delle unità mediche. In tale quadro, il Centro di Eccellenza C-IED, terminata la fase di studio condotta a livello NATO, svilupperà una nuova attività didattico-addestrativa per lo specifico settore CBRNe. L’obiettivo sarà la formazione degli

Ufficiali e dei Dirigenti cui sarà devoluto il complesso e delicato compito di pianificare, valutare e gestire la più attuale minaccia CBRNe, in modo sinergico, omnicomprensivo e, soprattutto, efficace. Il corso sarà rivolto al personale del settore EOD, agli esperti della difesa CBRN, agli specialisti delle Forze dell’Ordine e, soprattutto, alle altre organizzazioni statali impegnate con le Forze Armate e Forze di Polizia nel settore della sicurezza (Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e Protezione Civile) per il perseguimento del comune obiettivo: la protezione delle persone e dell’ambiente.

NOTE

(1) STANAG NATO 2298 “NATO Weapons Intelligence Team (WIT) Capabilities” – ACIEDP 02. (2) Lo STANAG NATO 2609 – AEODP08(B) definisce i principi di base per organizzare, pianificare e condurre interventi CBRN EOD in ogni tipo di operazione, anche a livello multinazionale, e per ogni livello organico. (3) STANAG 2143 Ed. 6 “EOD Principles and Minimum Standards of Proficiency”-AEODP 10(B) e STANAG 2522 ATP-3.8.1 Vol. III “CBRN Defence Standards for Education, Training and Evaluation”.

*Capitano

Una squadra Biological and Chemical Munition Disposal (BCMD) del Genio, impegnata in un’esercitazione sul territorio nazionale, nella delicata fase di sigillatura e impacchettamento di un ordigno esplosivo convenzionale da inviare successivamente alla demilitarizzazione presso idonei stabilimenti.

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Il supporto logistico alle Grandi Unità complesse dell’Esercito di Giovanni Di Blasi* Nel 2000, al fine di avviare l’implementazione del “Nuovo concetto strategico” approvato nel 1999, l’Alleanza Atlantica chiese alle Nazioni uno sforzo collettivo per dotarsi di Comandi a elevata prontezza operativa. La Difesa italiana, l’anno successivo, al fine di dare seguito alle direttive della NATO, avviò la riconfigurazione del Comando delle Forze di Proiezione dell’Esercito Italiano, erede del 3º Corpo d’Armata, in Corpo d’Armata di Reazione Rapida. Questa nuova Grande Unità complessa, dopo avere svolto un’intensa attività addestrativa nell’ambito di un lungo processo di certificazione, acquisì la piena capacità operativa (Full Operational Capability) nel dicembre del 2002, assumendo la denominazione di NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA). Successivamente, nel 2003, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, nell’ambito del suo Concetto Strategico, enfatizzò l’importanza della pronta disponibilità di strutture di

Comando e di forze capaci di operare in linea con l’evoluzione dottrinale della NATO, con particolare riguardo al settore logistico di sup-

Sopra Colonna di automezzi (VTLM) in Teatro Operativo. A sinistra Modello di supporto logistico alle Grandi Unità dell’Esercito in operazioni ad alta intensità.

porto alle unità di manovra in operazioni (Combat Service Support) e alla proiettabilità e sostenibilità delle forze. È in questi anni che lo Stato Maggiore dell’Esercito avvia l’analisi, in coordinazione con i Comandi Strategici dell’Alleanza Atlantica, della dimensione e tipologia del supporto logistico che deve essere garantito alle nascenti Grandi Unità complesse (Corpo d’Armata e Divisioni) proiettabili, in brevissimo tempo, in Teatri di operazione remoti. n. 4/2017

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Sopra Autocolonna logistica. Sotto Attività di trasporto strategico per le operazioni.

Si comincia, quindi, a elaborare un nuovo concetto logistico che contempli anche il supporto orientato, in particolare, al Comando di Corpo d’Armata nazionale, qualora impiegato in operazioni. La Difesa nazionale prende però atto della difficoltà di garantire un supporto logistico dedicato al NRDC-ITA sia “a contatto” sia nell’area logistica di Teatro, deno-

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minata Joint Rear Area. Conseguentemente, l’Esercito, considerata l’oggettiva complessità della generazione di unità logistiche da dedicare al NRDC-ITA, opta per un supporto logistico orientato, offrendo alla NATO una serie di assetti logistici per far fronte alle esigenze di supporto diretto al Corpo d’Armata. Tutto ciò, attingendo dal bacino di unità logistiche dipendenti dell’allora Brigata Logistica di Proiezione (risorse logistiche oggi disponibili presso il Reggimento Logistico “Taurinense” di Rivoli e il 1° Reggimento Trasporti di Bellinzago Novarese), da utilizzare in operazioni ap-

plicando i principi di task organization e mission oriented support. A seguito di successive analisi, emerge che lo sforzo logistico chiesto all’Italia dall’Alleanza Atlantica, nel caso di schieramento in operazioni del NRDC-ITA, è difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Nel 2005, infatti, viene richiesto all’Italia di garantire, oltre al supporto logistico diretto di Teatro, sia al Corpo d’Armata sia alla Divisione, un supporto logistico di Teatro che costituisca il dispositivo abilitante per la manovra del livello operativo e, cioè, strutture di Comando e unità logistiche nella Joint Rear Area, dedicate al Comando e Controllo (C2) logistico, alle attività di supporto generale alle Grandi Unità complesse, all’attività di Reception, Staging and Onward Movement (RSOM) e al supporto sanitario interforze (ROLE 3). Dalla successiva analisi dell’esigenza svolta in seno allo Stato Maggiore dell’Esercito, emerge che il bacino di unità logistiche concentrato alle dipendenze della Brigata Logistica di Proiezione non è completamente sufficiente a fornire, nell’ambito della massima ipotesi d’impiego discendente dal Concetto Operativo dell’Esercito (ancorché per un limitato periodo di tempo), il supporto contemporaRivista Militare


Sopra Trasporto strategico per via ferroviaria. Sotto Nuova struttura organica del Comando dei Supporti Logistici (ex Scuola TRAMAT).

neo in operazioni sia alle Brigate di Manovra sia al NRDC-ITA e alle Divisioni proiettabili. Per fronteggiare questa potenziale criticità, negli anni successivi, sono stati elaborati una serie di documenti di pianificazione che hanno portato, nel giugno del 2014, alla stesura del documento di policy “Concetto Funzionale Supporto

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Logistico Proiettabile 2014-2032”, con il conseguente avvio del potenziamento del comparto della Logistica di Aderenza, che tuttora è in atto. L’inserimento dei reggimenti logistici alle dirette dipendenze delle Brigate di Manovra, pedina fondamentale dell’output operativo dell’Esercito, e la creazione di due nuovi reggimenti logistici per il supporto alle Brigate “Sassari” e “Aosta”, hanno consentito di “liberare” una serie di risorse da dedicare al supporto delle Grandi Unità complesse in operazioni.

In particolare, i seguenti provvedimenti: • potenziamento e riconfigurazione del 1° Reggimento Trasporti di Bellinzago Novarese in Reggimento Gestione Aree di Transito, capace di enucleare e gestire in operazioni la capacità RSOM di livello Teatro; • riconfigurazione del 6° Reggimento Trasporti in 6° Reggimento Logistico di Supporto Generale per il supporto diretto, in via prioritaria, delle unità di supporto al combattimento dell’NRDC-ITA in operazioni e per interventi areali sul territorio nazionale; • potenziamento/completamento dei Reparti di Sanità (REPASAN), tuttora in corso, per la proiezione del supporto sanitario in operazioni, consentono all’Esercito di disporre di una serie di assetti, non inquadrati nelle Brigate di Manovra, per far fronte alle esigenze di supporto logistico alle Grandi Unità complesse, richieste dall’Alleanza Atlantica. In ultimo, la costituzione del Comando dei Supporti Logistici (COMSUPLOG), avvenuta il 1° ottobre 2016, ha completato il quadro d’insieme relativo al supporto logistico alle Grandi Unità com19


plesse. Infatti, il nuovo comando, posto alle dipendenze del Comando delle Forze Operative Terrestri di Supporto di Verona, inquadra gli assetti di supporto logistico non dipendenti dalle Brigate di Manovra, con il compito di assicurare, in operazioni, la disponibilità delle capacità logistiche di livello Teatro e di supporto diretto al NRDC-ITA ovvero alle Divisioni proiettabili dell’Esercito, oltre al supporto sanitario a tutte le Unità schierate. In tale nuovo scenario, il COMSUPLOG è chiamato a schierare il Posto Comando Logistico di Teatro (di livello brigata), con il compito di: • garantire il collegamento tecnico funzionale fra la logistica di Teatro e quella in Madrepatria; • coordinare il supporto logistico di Teatro, nel cui ambito operano Comandi e unità logistiche per l’esecuzione delle attività di mantenimento, rifornimenti e trasporti per il supporto generale alle citate Grandi Unità complesse. Quanto sopra, assieme ad altri assetti logistici nazionali che, in operazioni a guida NATO, per le esigenze di supporto interforze e multinazionale, sono inserite nella struttura di Comando e Controllo (C2), denominata Joint Logistic Support Group Headquarter (JLSG HQ).

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Nell’ambito dell’architettura di C2 delineata, sono allo studio una serie di affiliazioni di carattere addestrativo fra le Grandi Unità complesse e le unità dipendenti dal COMSUPLOG deputate a fornire, in operazioni, le capacità di supporto logistico di livello Teatro e Corpo d’Armata. In particolare, il Reggimento Gestione Aree di Transito, nella sua funzione di Gruppo Supporto di Aderenza di Teatro (GSA), detiene le capacità per poter schierare e gestire in operazioni: • i moduli gestione transito e RSOM a elevata prontezza operativa, fino al livello massimo di battaglione, corrispondenti alle esigenze di schieramento delle Grandi Unità complesse, costituendo:

Sopra Esercitazione di schieramento di un ROLE 2 Enhanced. Sotto Evacuazione di personale ferito in operazioni.

•• la Joint Multimodal Operational Unit per la condotta e il controllo delle attività di Reception presso i porti e gli aeroporti in Teatro di Operazioni (APOD e SPOD); •• la sala Operativa RSOM, per la gestione del C2 sugli specifici assetti operativi; •• la Staging Area e/o Convoy Support Centre per l’organizzazione/condotta delle attività Staging; •• i Movement Control Team per garantire l’Onward Movement; • i moduli operativi di mantenimento, rifornimenti e trasporti, che costituiscono il supporto generale di Teatro per la manovra logistica delle Grandi Unità complesse. Nel contempo, il 6° Reggimento Logistico di Supporto Generale avrà il compito di schierare e gestire, in via prioritaria, i moduli logistici in supporto diretto al NRDC-ITA, mentre il supporto diretto alle Divisioni sarà garantito dai moduli logistici gestiti da un GSA, enucleato dal Reggimento Gestione Aree di Transito, sulla struttura di base di uno dei due battaglioni dislocati nella sede di Bari. Infine, per quanto riguarda la caRivista Militare


Attività di controllo dei movimenti.

pacità di supporto sanitario, i REPASAN saranno chiamati a garantire, in operazioni, il supporto a: • livello Teatro, mediante lo schieramento del ROLE 3 interforze, su framework di uno dei Reparti di Sanità disponibili, prioritariamente, il 4° REPASAN “Bolzano”, (di prossimo

trasferimento nella sede di Roma) quale unità designata a fornire anche la cornice di un complesso sanitario campale modulare (Multinational Modular Medical Unit), nell’ambito dei progetti di settore sviluppati in ambito NATO e EU; • NRDC-ITA, alle Divisioni e alle

Brigate di Manovra, mediante lo schieramento di ROLE 2 Enhanced o Basic enucleati dai rimanenti Reparti di Sanità della Forza Armata (1° REPASAN “Torino”, 3° REPASAN “Milano” e 10° REPASAN “Napoli”). *Colonnello

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Intervista a GASTONE NENCINI, COUNTRY MANAGER TREND MICRO ITALIA di Maria Eva Virga TREND MICRO INCORPORATED è leader globale nei software e nelle soluzioni di protezione delle informazioni digitali. L’azienda assicura la protezione intelligente delle informazioni, con soluzioni di sicurezza innovative facili da implementare e gestire, adatte all’ecosistema IT in evoluzione. Le soluzioni Trend Micro assicurano una protezione multilivello dei contenuti a tutela dei dispositivi mobili, degli endpoint, dei gateway, dei server e dei cloud. Sfruttando queste soluzioni, aziende e LVWLWX]LRQL SURWHJJRQR JOL XWHQWL Č´QDOL L datacenter e le risorse in-the-cloud, oltre alle informazioni che sono sempre PLQDFFLDWH GD VRČ´VWLFDWL DWWDFFKL PLUDWL Tutte le soluzioni si basano sulla rete di intelligence globale e in-the-cloud - per il rilevamento delle minacce - Trend Micro™ Smart Protection Network™, e sono perennemente migliorate dal lavoro degli oltre 1200 ricercatori Trend Micro presenti in tutto il mondo. Di recente l’azienda ha iniziato una collaborazione anche con il nostro ministero della Difesa. Spiega Gastone Nencini, Country Manager Trend Micro Italia: “Al momento il ministero sta testando i nostri prodotti destinati alla protezione dei data center in ambito virtuale con la funzionalitĂ di “virtual patchingâ€?. Stiamo però cercando anche di sfruttare al massimo le caratteristiche dei VHUYL]L FKH RÎ?ULDPR LQ SDUWLFRODUH QHL confronti delle minacce avanzate e de-

gli attacchi mirati. Con queste soluzioni siamo in grado di prevenire gli Zero-day ( “falleâ€? non note nel sistema di sicurezza, ndr) ancor prima che il produttore del software rilasci l’aggiornamento. Copriamo quindi il gap esistente tra la scoperta dell’eventuale vulnerabilitĂ e il rilascio del patch, del rimedioâ€?. Non si tratta dunque solo di mettere in sicurezza la posta elettronica o i server, ma di gestire anche eventuali attacchi mirati? “Le mail sono uno dei “nastri trasportatoriâ€? delle minacce, ma gli attacchi mirati sono uno degli “argomenti caldiâ€? su cui dobbiamo sempre piĂš lavorare: perFL´ QRL QRQ FRQWUROOLDPR VROR LO WUDÉ?FR in entrata e uscita, da e verso Internet, ma facciamo anche un controllo che è GHČ´QLWR ČŠHVW RYHVWČ‹ DOOȇLQWHUQR GHOOH UHWL che ci permette di poter capire se ci sono anomalie che possono far pensare ad eventuali attacchi mirati. Per bloccarli creiamo soluzioni ad hocâ€?. Che risposta avete ottenuto da questo inizio di collaborazione? “I feed back sono molto positivi. Al momento sta riscontrando molto interesse la nostra tecnologia atta a contrastare gli attacchi mirati: i malware sono infatti piĂš o meno noti e bloccano totalmente le macchine. Ma con gli attacchi mirati OD WHFQRORJLD ÂŞ GLÎ?HUHQWH SHUFKÂŤ HVVL correlano tutta la storia di dati che un’azienda possiede. Noi, dal 2008, disponiamo di uno dei piĂš grandi database sulle minacce informatiche e abbiamo sviluppato una learning machine che compara ciò che accade oggi con quello che è giĂ accaduto nel passato. Al ministero sono molto interessati al “virtual patchâ€?, cioè alla possibilitĂ di bloccare eventuali vulnerabilitĂ prima che il produttore del software abbia rilasciato l’aggiornamento per risolvere il problema. Chi attacca a livello informatico in pratica utilizza le arti della guerra: cerca il punto debole. Noi cerchiamo di chiudere questa “portaâ€?, ma se anche chi attacca fosse entrato, possiamo controllarne il movimento interno. Sono 30 anni che operiamo con aziende, enti, banche, istituzioni, in un mercato molto “volatileâ€?, ma il fatto che continui a crescere il nostro fatturato è un’ottima garanzia di qualitĂ per chi sceglie i nostri prodottiâ€?.

Lavorate anche con i ministeri della Difesa europei o internazionali? “SĂŹ, il problema degli attacchi informatici è mondiale. Stiamo lavorando con la Nato sulla stessa tematica e anche con altri ministeri della Difesa europei, dove abbiamo installato altri sistemi. L’arte della “guerraâ€? si è evoluta: oggi, combattendo a livello cibernetico, si può arrivare a mettere in ginocchio tutta la rete di controllo e comando, la parte difensiva di una nazione. Per il momento, con la nostra rete globale di intelligenza, monitoriamo attacchi – piĂš di uno al giorno – che per il momento hanno l’obiettivo di cercare dati o semplicemente “dar fastidioâ€?, ma non dimentichiamo che di recente nell’Est Europa sono stati spenti o bloccati sistemi di erogazione dell’energia elettrica o delle reti di comunicazione. Insomma, diciamo che i “wargamesâ€? non sono piĂš cosĂŹ tanto irrealistici‌â€? Quanto è importante la formazione per i dipendenti di enti, istituzioni e aziende con cui collaborate, per migliorare la loro conoscenza interna dei “pericoli informaticiâ€?? “La formazione è uno dei punti fondamentali su cui chiunque lavori con sistema informatici dovrebbe investire. Noi lavoriamo con una rete di partner, preparati da noi, che divulgano le informazioni che aiutano a utilizzare correttamente gli strumenti che forniamo. Abbiamo persino un programma di volontariato al nostro interno: come dipendenti andiamo nelle scuole e spieghiamo le minacce e le trappole che ci sono nella rete. E’ infatti importantissimo non solo saper usare gli strumenti informatici, ma anche conoscere le insidie che possono nascondersi al loro internoâ€?.


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Il Kosovo e i Balcani occidentali tra vecchie e nuove sfide alla sicurezza di Francesco Paolo Figliuolo* La presenza militare internazionale in Kosovo, che si declina nell’operazione “Joint Enterprise” della NATO, continua a rappresentare un indiscutibile elemento di stabilità per l’intera regione balcanica, in un periodo storico caratterizzato da numerosi fattori di rischio e insicurezza in grado di interessare l’intero continente europeo.

High level meeting presieduto dal COMKFOR XIX, Gen. D. Francesco Paolo Figliuolo (2014-2015).

La Kosovo Force (KFOR), nome assunto dalla forza militare a guida NATO operante in Kosovo dal 1999, ha appena celebrato il suo diciottesimo anno di vita. Nonostante un così lungo periodo, KFOR non ha mai conosciuto crisi di identità e continua a dimostrarsi uno strumento efficace, sempre attuale e capace di evolversi, adattando la propria organizzazione e le capacità operative disponibili alle mutevoli 24

condizioni di sicurezza a livello locale e regionale. Per tale ragione, e per molti altri fattori di successo che caratterizzano tale forza militare multinazionale, quella della NATO in Kosovo è indiscutibilmente una tra le operazioni di gestione delle crisi di maggior successo. Il Kosovo riveste un ruolo assolutamente centrale nel contesto della sicurezza e della stabilità geopolitica nei Balcani occidentali, area di

particolare importanza per la tutela degli interessi nazionali ed europei. Oggi, molti fenomeni stanno interessando l’intera regione balcanica e il Kosovo, ragion per cui la missione della NATO non può dirsi ancora conclusa e una minore attenzione ai Balcani, in questo periodo storico, implicherebbe una difficile, se non erronea, comprensione della portata delle sfide e dei rischi esistenti per l’Europa. Rivista Militare


LA SITUAZIONE DI SICUREZZA IN KOSOVO NEL CONTESTO DEI BALCANI OCCIDENTALI Oggi, a prima vista, la situazione complessiva nella regione dei Balcani occidentali appare relativamente stabile, grazie anche all’ancor nutrita presenza internazionale di militari e civili. Inoltre, l’intera area è caratterizzata da una situazione di fragilità, instabilità politica e profonda crisi socioeconomica: dalla Bosnia-Erzegovina all’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, passando per il Montenegro e il Kosovo, praticamente tutti i Paesi dei Balcani occidentali si stanno confrontando, in questo particolare periodo storico, con crisi politiche, anche se di varia portata e causate da motivazioni diverse. Dal punto di vista della sicurezza, la Serbia svolge un ruolo di primo piano nella regione: il Paese, attraversato dalla cosiddetta “Western Balkan migration route”, è fortemente esposto ai fenomeni migratori e la gestione dei rifugiati che non riescono a lasciare il territorio serbo sta divenendo un’altissima priorità. Mentre in BosniaErzegovina, oltre a una endemica crisi socio-economica amplificata da uno stallo politico-istituzionale, il principale fattore di preoccupazione è la presenza di gruppi isla-

mici estremisti che potrebbero essere coinvolti nel fenomeno del finanziamento e/o nel reclutamento dei foreign fighters. Le prospettive di allargamento dell’Unione Europea e l’aspettativa dei benefici derivanti da un eventuale processo di ammissione non sono solo il motore principale delle riforme in atto nei diversi Paesi balcanici, ma anche il principale elemento di attrazione di lungo termine per la popolazione, sia in Kosovo sia nei Paesi limitrofi. Se questa prospettiva venisse meno, le conseguenze per i Balcani occidentali sarebbero imprevedibili. Allo stesso tempo, molti dei Paesi dell’area aspirano alla membership NATO e sarà, quindi, importante continuare a mantenere quella open door policy, sempre più orientata verso il sud, che ha visto proprio in tempi recenti ufficializzare l’ingresso del Montenegro nell’Alleanza. Ciò, al fine di aiutare e indirizzare verso una efficace integrazione euro-atlantica i principali governi della regione e, nel contempo, limitare altre possibili fonti di influenza e di attrazione, che potrebbero avere maggiore interesse a destabilizzare o, peggio, radicalizzare alcune aree dei Balcani. Concentrando l’attenzione sul Kosovo, molti sono i problemi ancora

Carabinieri della Multinational Specialized Unit (MSU) in pattugliamento a Mitrovica.

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irrisolti e i fattori destabilizzanti che richiedono una continua presenza internazionale. Primo fra tutti, il problema del riconoscimento internazionale e delle relazioni con la Serbia. Nel complesso scenario che è seguito alla dichiarazione di indipendenza (1), nel 2013 è finalmente partito un “embrionale” processo di normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia, attraverso il cosiddetto “Dialogo Belgrado-Pristina”. Tale processo, sviluppato grazie al forte slancio e sotto l’egida dell’Unione Europea, dopo anni di acceso confronto è riuscito a portare i più alti rappresentanti delle istituzioni di Belgrado e Pristina allo stesso tavolo negoziale. Il “Primo Accordo sui principi relativi alla normalizzazione delle Relazioni”, conosciuto anche come “Accordo di Bruxelles”, è stato firmato nell’aprile 2013. Nell’agosto del 2015 si è registrato un ulteriore passo avanti nel processo di attuazione di tale accordo, con la firma di quattro ulteriori protocolli di natura politico-economica. Purtroppo, il dialogo sembra essere, a oggi, in una fase di pericoloso stallo, a causa di irrisolte questioni politiche interne e di profonde differenze di opinioni sul futuro del Kosovo. A ciò si aggiungono le tensioni sorte negli ultimi mesi − l’episodio del “Treno della discordia”, il caso Haradinaj (2), le più recenti dichiarazioni fatte dal Presidente kosovaro Thaci sul futuro della Kosovo Security Force − che aggravano ulteriormente un già difficile e conflittuale rapporto. La fragilità istituzionale kosovara va poi di pari passo con una grave crisi economica, a cui le forze politiche non sono in grado di fornire una soluzione, anche perché maggiormente impegnate nell’affermazione della piena sovranità del Paese. Le istituzioni e i rappresentanti del Kosovo stanno dimostrando in ogni caso un accettabile grado di maturità politica e di rispetto per le regole democratiche. Tutta25


via, date le molte limitazioni ancora esistenti, una presenza internazionale nella regione è quanto mai necessaria per garantire quel quadro di sicurezza e di stabilità prodromico a uno sviluppo veramente sostenibile. Sul piano socio-economico, una recente analisi dei dati relativi all’ultimo triennio rivela un trend di crescita positiva del PIL nazionale e del PIL pro-capite. Ciononostante, il tasso di disoccupazione rima-

lo sviluppo economico del Paese, un obiettivo di stabilità che certamente rientra tra i compiti di KFOR. Al contrario, ancora oggi l’attività più fiorente rimane la criminalità organizzata, locale e internazionale, che ha sempre sfruttato il Kosovo quale crocevia di attività e di scambi illeciti tra la penisola balcanica, l’Europa orientale e la regione mediterranea. Una criminalità non necessariamente animata

COMKFOR XIX a una cerimonia di inaugurazione di una strada con Autorità kosovare.

ne decisamente elevato, pari a circa il 32,9% (mentre quello tra i 15 e i 24 anni è del 57,7%). Questi dati stigmatizzano molto chiaramente le forti difficoltà della popolazione kosovara e sembrano giustificare il desiderio di espatriare delle generazioni più giovani. Queste ultime sono senza ombra di dubbio l’elemento sul quale investire nell’ottica di assicurare al Paese kosovaro prospettive di crescita per il futuro, andando a incentivare in particolare quei settori, quali ad esempio il turismo, il commercio e il terziario in generale, al momento non adeguatamente sviluppati ma con ottime possibilità di successo. Uno sforzo, questo, da sostenere con convinzione valorizzando, al tempo stesso, le tradizioni e la storia di un’area geografica la cui “varietà culturale”, paradossalmente, potrebbe diventare quell’elemento su cui far leva per favorire 26

da motivazioni politiche o religiose, ma adeguatamente “alimentata” dalla critica situazione socioeconomica. Riassumendo, la situazione attuale ci dà l’immagine di una classe politica eccessivamente sbilanciata verso le questioni di politica estera – per completare senza ulteriori indugi il percorso intrapreso verso la piena sovranità e indipendenza – e, per questo, forse meno attenta ai problemi interni, con particolare riferimento a quelli della popolazione, prevalentemente legati alla mancanza di opportunità, soprattutto per giovani che aspirano a modelli di vita assimilabili agli standard occidentali. Questa mancanza di prospettive ha spinto, tra il 2014 e 2015, circa 170 mila kosovari a emigrare illegalmente verso i Paesi dell’UE, in cerca di un improbabile asilo politico. Tali individui, nella

maggior parte dei casi già rimpatriati in virtù degli accordi raggiunti tra diversi Paesi – quali Germania e Svizzera – sono noti alle cronache con l’appellativo di returnees kosovari. Essi costituiscono ancora oggi un difficile problema sociale per le autorità locali poiché, dopo aver venduto gran parte del loro patrimonio per coronare il “sogno europeo”, una volta rimpatriati, poiché non aventi diritto all’asilo politico (3), si sono trovati senza mezzi di sussistenza, tranne quei pochi assicurati dalle strutture claniche e familiari. In ogni caso, non è certamente un indicatore positivo il tentativo di circa il 7-8% dell’intera popolazione di lasciare un Paese che sta formalmente negoziando l’adesione all’Unione Europea e in cui la Comunità Internazionale è fortemente impegnata – in termini di risorse finanziarie, umane e materiali – con diverse missioni (ONU, NATO, OSCE e EU). I flussi migratori incontrollati costituiscono un ulteriore fattore potenzialmente destabilizzante per la regione. Oggi, la chiusura della “Rotta dei Balcani Occidentali”, almeno per il momento, ha ridotto drasticamente tali movimenti migratori (nel corso del 2016, circa 123 mila rifugiati sono entrati illegalmente in Europa lungo tale rotta). Finora il Kosovo non è stato interessato da questo specifico fenomeno, anche se le operazioni effettuate dalla polizia kosovara a partire dall’autunno del 2016 e i dati relativi ai migranti presenti in Serbia, in particolare nella valle del Presevo (4), confermerebbero l’utilizzo del Kosovo quale rotta alternativa per poter transitare in Serbia. Non possiamo quindi escludere la possibilità che in futuro, laddove le condizioni a monte dovessero cambiare, anche il Kosovo possa diventare una regione di transito. Il principale problema associato a questa ipotesi è rappresentato dall’impossibilità, da parte delle istituzioni kosovare, di Rivista Militare


gestire un così grande flusso di migranti per mancanza di risorse materiali, competenze e fondi. Peraltro, le maggiori organizzazioni internazionali operanti in Kosovo non dispongono delle risorse per poter supportare efficacemente le istituzioni locali nel quadro di una eventuale catastrofe umanitaria di tale portata. Il rientro di foreign fighters da aree di guerra, come Siria e Iraq, costituisce un’ulteriore fonte di preoccupazione per la stabilità dei Balcani. Questa regione, infatti, ha dato origine, negli ultimi anni, a un elevato numero di combattenti stranieri che sono andati a rinforzare le fila del Califfato. A partire dal 2012, si stima che oltre 300 combattenti provenienti dal Kosovo, 330 dalla Bosnia Erzegovina e 100 dall’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia abbiano raggiunto zone di guerra in Medio Oriente. Poiché Daesh è sempre più sotto pressione, si prevede un significativo numero di rientri nei Balcani Occidentali, verosimilmente dopo aver acquisito conoscenze, esperienze e connessioni che potrebbero facilitare l’esecuzione e l’organizzazione di attacchi terroristici nella regione, così come in Europa. In questo campo, tuttavia, la polizia, i servizi di intelligence e la magistratura kosovara hanno dimostrato una buona comprensione del fenomeno e una grande capacità ed efficacia di risposta. Infatti, grazie all’applicazione di una specifica legge sui “Combattenti Stranieri”, approvata dalle autorità di Pristina nell’aprile 2015, alcuni leader religiosi di dubbia connessione ed elementi noti della galassia terroristica di matrice islamica sono stati arrestati e condannati. In uno scenario in cui la dimensione della sicurezza è indebolita da fattori socio-economici, movimenti ideologici di matrice radicale possono trovare terreno fertile e prosperare nella profonda disillusione e nella disaffezione degli individui verso l’autorità costituita. Gli obiettivi potenziali per l’arruolamento n. 4/2017

sono quindi giovani e disoccupati, la maggioranza dei quali ha un’istruzione e una formazione religiosa minimale. La presenza di KFOR ha sempre costituito un forte deterrente alla radicalizzazione e alla creazione di spazi non governati. La missione NATO si rivela quindi un utile “sensore” per la raccolta di informazioni anche in questo settore.

LA PRESENZA INTERNAZIONALE E IL RUOLO DI KFOR Dato questo scenario instabile e incerto dal punto di vista della sicurezza, la NATO ha ripetutamente dichiarato di voler mantenere la

mini di guerra, oggi le istituzioni kosovare, su forte pressione della Comunità Internazionale, stanno avviando con difficoltà i lavori di una Corte Speciale, incaricata di giudicare i crimini commessi dagli ex appartenenti al Kosovo Liberation Army (KLA) (5). Benché il Kosovo, quindi, abbia iniziato un delicato processo di stabilizzazione e di normalizzazione, questo percorso non può dirsi ancora concluso; anzi, negli anni, tale processo ha subìto alcune brusche interruzioni. Come nel marzo 2004, quando i latenti odii inter-etnici esplosero trasformandosi in scontri sanguinosi; oppure nel giugno 2011, quando le autorità kosovare decisero di

Addestramento di assetti KFOR al Crowd and Anti-Riot Control.

propria presenza militare nei Balcani – e soprattutto in Kosovo – fino a quando l’intera regione non sarà completamente stabilizzata e pacificata. La fase iniziale di stabilizzazione fu un periodo particolarmente complesso, soprattutto per i radicati sentimenti di odio tra le diverse etnie, frutto di mesi di crudeltà e atrocità perpetrate da ambo le parti in questo lembo dei Balcani occidentali. Questa ambivalenza è facile da intuire se si considera che, dopo i processi condotti dal Tribunale Internazionale dell’Aja contro i serbi, macchiatisi di cri-

impiegare propri Ufficiali doganali al confine con la Serbia, causando una dura e violenta reazione della popolazione serba nel Kosovo settentrionale; o, infine, nel giugno 2014, quando, da un punto di vista strettamente militare, le manifestazioni di protesta che portarono alla chiusura del “Ponte di Austerlitz”, simbolo della divisione tra le due etnie principali, vennero contenute in dimensioni e spazio, coinvolgendo la sola area urbana di Mitrovica. In tutte queste circostanze, KFOR ha sempre reagito efficacemente, intervenendo prontamente per 27


smorzare le tensioni tra le parti. Una capacità che è stata mantenuta intatta negli anni, nonostante i cambiamenti nella missione e nella struttura organizzativa della forza. La missione originale assegnata a KFOR prevedeva principalmente la creazione e il successivo mantenimento della sicurezza in Kosovo, sulla base della Risoluzione 1244/1999 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Military Technical Agreement (6). Ancora oggi, il quadro giuridico per la presenza militare in Kosovo è invariato ed è rappresentato da questi due importanti documenti. Tuttavia, per svolgere il compito assegnato, KFOR si è gradualmente trasformata e adattata in conformità all’evolvere delle condizioni di sicurezza, mutando non solo numericamente, ma anche qualitativamente e in termini di presenza sul territorio. Allo stesso tempo, anche i compiti assegnati sono stati ridefiniti, andando a includere anche l’assistenza alle organizzazioni di sicurezza del Kosovo, nonché il sostegno alle organizzazioni e alle istituzioni della Comunità Internazionale operanti nell’area.

L’espletamento di tali funzioni aggiuntive è stato reso possibile dalla progressiva acquisizione di capacità da parte delle forze di polizia e di sicurezza del Kosovo, che hanno consentito l’avvio del processo di fading out, necessario per restituire alle istituzioni locali il pieno controllo del territorio. Ad esempio, il compito principale della forza militare, che è stato e resta il contributo alla sicurezza e alla libertà di movimento nel Paese, oggi vede KFOR intervenire principalmente in qualità di “third responder”, ovvero dopo la polizia kosovara (Kosovo Police, KP) e la polizia internazionale della missione EULEX dell’Unione Europea. Quindi, l’uso della forza militare per il ripristino delle condizioni di sicurezza avviene solo qualora le altre due forze di polizia non siano in grado di garantire un efficace intervento. È evidente che questo passo rappresenta un presupposto essenziale nel percorso verso la democratizzazione e la normalizzazione del Paese. La forza di KFOR è andata progressivamente diminuendo, a partire dai circa 50.000 militari che entrarono nel Paese nel giugno 1999, fino alla situazione attuale,

in cui la forza autorizzata è di circa un decimo, pari a poco meno di 5.000 unità. Lo sforzo principale di KFOR si esprime nel Kosovo settentrionale e, in particolare, sulla già citata città di Mitrovica, divisa in due amministrazioni separate dal fiume Ibar, che riflettono la distribuzione etnica della popolazione: quella meridionale, a maggioranza kosovaro-albanese (circa 80.000 abitanti), e quella settentrionale, a maggioranza kosovaroserba (circa 20.000 abitanti). Volendo fornire un assessment dell’andamento della missione, per quanto attiene alla sicurezza e alla libertà di movimento in Kosovo, la presenza imparziale e robusta della KFOR continua a costituire un forte deterrente e uno strumento operativo irrinunciabile, data la volatilità e la fragilità dello scenario kosovaro. Nel piano operativo di KFOR, una specifica line of effort si concentra sul processo di costruzione delle capacità locali, con azioni volte a sostenere e monitorare l’integrazione delle municipalità nei sistemi amministrativi e giudiziari del Kosovo. Un processo che può avvenire con successo solo con il sostegno e il favore della minoranza kosovaroserba ivi residente e che, più in generale, implica la completa ricomposizione delle tensioni interetniche. Nell’assicurare il sostegno alla Comunità Internazionale, terza linea d’azione del disegno operativo di KFOR, gli obiettivi sono stati sostanzialmente raggiunti, ponendosi KFOR come valido, riconosciuto e apprezzato interlocutore per tutti i numerosi attori della Comunità Internazionale impegnati nella stabilizzazione della regione. Sinergia e coordinamento tra le organizzazioni civili e le forze militari sono assolutamente necessari, se non essenziali, per il successo della missione.

KFOR, FATTORI DI SUCCESSO Esercitazione di rapido dispiegamento di forze di riserva eliportate (fonte: KFOR Public Affair Office).

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A questo proposito, il ruolo del Comandante di KFOR (COMKFOR) Rivista Militare


è fondamentale, data la necessità di stabilire relazioni solide e trasparenti con i principali attori interessati, nonché per comunicare e influenzare, attraverso dialogo e negoziazione, le decisioni dei key players, con lo scopo finale di far convergere le azioni delle diverse organizzazioni verso obiettivi chiari e condivisi (cosiddetto “Comprehensive approach”). Solo la conoscenza approfondita dei principali attori e della situazione sul terreno assicura la possibilità di esercitare una leadership efficace, attraverso la continua ricerca di soluzioni a problemi operativi, che coinvolgono attori potenzialmente in grado di influenzare eventi e azioni. Un altro elemento di forza che caratterizza il successo dell’intervento in Kosovo è proprio la “divisione del lavoro” tra le diverse organizzazioni internazionali presenti nella regione. In particolare, NATO e Unione Europea sono state in grado di sviluppare efficaci sinergie. Il ruolo della NATO nei Balcani è essenziale in quanto assicura un ampio pacchetto di strumenti militari consolidati nel campo della information dominance, della cooperazione alla sicurezza, del capacity building e del security sector reform (ad esempio, il Quartier Generale della NATO a Sarajevo è un elemento “facilitatore” della riforma delle strutture di difesa e di sicurezza). D’altro canto, l’Unione Europea agisce come referente per l’azione politica e diplomatica (un esempio concreto è il sostegno dell’Unione Europea alle relazioni tra Belgrado e Pristina) e quella in campo economico, per stabilire e rafforzare il dialogo e la cooperazione e, quindi, la fiducia reciproca in tutti i settori. Si ricorda, a titolo di esempio, l’azione di EULEX o i programmi di assistenza finanziaria sostenuti dall’Ufficio dell’Unione Europea in Kosovo, ma anche le attività di formazione e di istruzione assicurate da EUFOR ALTHEA in Bosnia Erzegovina. Innegabile fattore di successo della missione è poi la legittimità dell’operato delle forze NATO, ren. 4/2017

Pattuglia italiana in attività di Route Reconnaissance (fonte: KFOR Public Affair Office).

sa possibile dalla piena e formale accettazione della presenza di una forza di sicurezza internazionale operante sul territorio del Kosovo nell’ambito del mandato conferito dalla Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite. In virtù di una tale accettazione, KFOR può adottare tutte le misure necessarie per stabilire e mantenere un ambiente sicuro per tutti i cittadini del Kosovo e, quindi, per assicurare l’assolvimento della propria missione. Ulteriore elemento di successo della missione è, come anticipato, la capacità della KFOR (e della NATO in generale) di adeguare tempestivamente la propria organizzazione e le capacità esprimibili al mutare della situazione sul terreno. Nel contesto dell’attuale scenario del Kosovo, infatti, le cosiddette operazioni “non-cinetiche” (attività di intelligence e sorveglianza e condotta di operazioni nel dominio cognitivo) rivestono una maggiore priorità rispetto a quelle cinetiche, dato il ruolo di KFOR come “terzo responsabile”. Da questo punto di vista, il COMKFOR dispone di una gamma completa di strumenti, anche altamente tecnologici, per controllare la propria area di responsabilità. Grazie a queste risorse, è possibile mantenere un’adeguata situational awareness e, in particolare, monitorare le aree più a

rischio, come la regione settentrionale, il confine con la FYROM, le enclave serbe e i siti religiosi. A partire dal novembre 2016, tutte le risorse informative disponibili nel Teatro sono state concentrate in un unico battaglione ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), a guida italiana, che rappresenta il primo esperimento multinazionale del genere “sul terreno”, operato dalla NATO. Tali capacità militari saranno sempre più determinanti nello specifico contesto kosovaro. Infatti, esse possono contribuire in modo concreto e sinergico alla raccolta dei dati informativi e alla definizione di una chiara picture della situazione operativa e di sicurezza, consentendo al Comandante di KFOR di avere un effettivo “polso della situazione” e di condurre le sue valutazioni e la sua analisi in modo sempre più esaustivo. Fondamentale, d’altro canto, nel complesso scenario kosovaro, l’utilizzo di modalità comunicative finalizzate a trasmettere messaggi diretti a specifici target audience. Tali comunicazioni – dette “operative” – sono essenziali per creare le condizioni necessarie al mantenimento dell’auspicato safe and secure environment. E anche in tale contesto è determinante la figura del COMKFOR, che riveste 29


un ruolo centrale nello sviluppo dell’intero processo comunicativo, finalizzato ad affrontare problematiche specifiche (ad esempio, il fenomeno migratorio illegale di kosovari verso l’Europa richiamato in precedenza). Nel concreto, vengono veicolati articoli, volantini, messaggi radiofonici e televisivi, ecc., coerenti con i principi ispiratori della missione, improntata alla massima imparzialità e al rispetto reciproco tra le etnie che compongono il variegato mosaico della società kosovara. Tuttavia, KFOR deve essere in grado di mantenere anche un credibile potenziale di deterrenza, attraverso la disponibilità di risorse idonee a rispondere rapidamente e decisamente al verificarsi di situazioni di crisi, come gli assetti elicotteristici indispensabili per muovere le pedine operative e, in particolare, per spostare le forze di riserva, la capacità di controllo della folla (Crowd and Anti-Riot Control-CRC) (7) o la disponibilità di mezzi speciali del genio (8), per assicurare la necessaria libertà di movimento ogni tempo. Infine, il successo della missione non può prescindere dall’interazione con la popolazione. In tale ambito, l’operato dei tre Joint Regional Detachment (JRD) – rispettivamente a guida svizzera, italiana e turca – riveste un’importanza quasi strategica. Queste unità sono al centro degli sforzi di KFOR, poiché permettono di mantenere un collegamento solido e affidabile tra KFOR e la popolazione, le istituzioni civili e tutte le altre organizzazioni operanti in Kosovo. Ogni JRD copre una specifica regione del Kosovo. Nella propria area, queste unità sono responsabili di fornire un quadro dettagliato della situazione, attraverso un sistema di assessment e reporting al Quartier Generale di KFOR, dirigendo e coordinando il lavoro dei dipendenti nuclei di collegamento e monitoraggio (Liaison and Monitoring Team, LMT). I JRD ed i LMT sono dunque in30

caricati di mantenere rapporti non solo con le sfere politica, religiosa, sociale ed economica del Paese, ma anche – e soprattutto – con la popolazione kosovara. Il loro operato ha sostanzialmente contribuito a creare un’atmosfera di conoscenza e di fiducia reciproca, un segno distintivo del rapporto tra kosovari e KFOR.

UNO SGUARDO AL FUTURO DEI BALCANI Parlando del futuro del Kosovo e dei Balcani, nel breve e medio termine si profilano all’orizzonte importanti sfide, tanto per la NATO quanto per gli altri attori della Comunità Internazionale. Innanzitutto, rimane ancora insoluto il nodo della possibile evoluzione della Kosovo Security Force (KSF) in un vero e proprio Esercito del Kosovo. Il mandato delle forze di sicurezza del Paese è esplicitato nella Costituzione e può essere modificato solo con una riforma costituzionale. Dette forze hanno compiti paragonabili a unità di Protezione Civile, sebbene dotate anche di armamento leggero, e operano su tutto il territorio kosovaro, ad eccezione

delle municipalità di etnia kosovaro-serba, a nord del fiume Ibar, dove il loro intervento deve essere autorizzato dalla NATO. Tale restrizione è dovuta essenzialmente alla matrice etnica della KSF, per la quasi totalità ancora costituita da kosovaro-albanesi, ed è chiaro che un programma di riforma nel settore può essere avviato solo con una maggiore inclusione delle minoranze. Tuttavia, lo scorso marzo il Presidente Hashim Thaci ha presentato al Parlamento una proposta di legge di trasformazione della KSF in Forza Armata, senza passare per cambiamenti costituzionali, determinando la reazione della minoranza kosovaro-serba che ha sollevato l’illegittimità del procedimento nonchè di molti attori regionali e internazionali che hanno svolto un’azione di moral suasion sulla leadership politica kosovara. Invitato a rivedere la strada intrapresa, il Presidente Thaci ha ritirato la proposta prima delle stesse elezioni parlamentari dell’11 giugno 2017. Nonostante quindi l’iter legislativo sia stato congelato, la Comunità Internazionale, e in particolare la NATO, deve monitorare ogni possibile sviluppo in questo

Explosive Ordnance Disposal (EOD). Attività di capacity building a favore delle Kosovo Security Forces (fonte: KFOR Public Affair Office).

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a sostegno delle forze di polizia interna e il rafforzamento delle iniziative in corso dedicate al dialogo tra le parti (come i Joint Regional Detachment), attraverso l’individuazione di nuove opportunità per favorire la piena ripresa dei colloqui tra Serbia e Kosovo.

CONCLUSIONI

Un momento dell’esercitazione “Freedom of Movement Detachment” per valutare l’interoperabilità dell’Esercito Italiano con altre componenti multinazionali di KFOR.

campo e riconsiderare i termini e le modalità dell’impiego per il Kosovo. In tale ambito, in particolare, non si può non tener conto di eventuali possibili reazioni a tali sviluppi da parte di importanti attori regionali, come Serbia e Russia. Grande attenzione deve essere posta sull’esito della citata tornata elettorale, che ha visto l’affermazione, con il 35% dei voti, della cosiddetta “Coalizione di guerra” PAN (Partito Democratico del Kosovo, PDK, Alleanza per il futuro del Kosovo, AAK e Iniziativa civica per il Kosovo, NISMA) del candidato Haradinaj, mentre Vetevendosje, il partito nazionalista che ha corso da solo, ha raggiunto il 27%. A seguito della formazione della nuova Assemblea parlamentare, Haradinaj, recentemente rilasciato da una corte francese dopo la richiesta di estradizione da parte della Serbia, ha assunto la carica di Primo Ministro e sta affrontando il forte ostruzionismo di Vetevendosje alla creazione della Comunità delle Municipalità Serbe nel Nord, prevista dagli accordi Belgrado-Pristina. Il tutto in un momento molto delicato per l’agenda politica del Paese, che vede tra le principali priorità la definitiva demarcazione del confine col Montenegro, il pron. 4/2017

cesso di normalizzazione dei rapporti con Belgrado e l’avvio dei lavori della Corte Speciale per giudicare i presunti crimini commessi, nel periodo 1998-2000, dall’allora Esercito di Liberazione del Kosovo (citato KLA), che potrebbe comportare un innalzamento delle tensioni interne al Paese. In considerazione dei molti fattori di instabilità che sono ancora presenti nella regione, è assolutamente auspicabile, per i mesi a venire, uno sforzo più intenso da parte della Comunità Internazionale, per garantire un ulteriore e decisivo passo nel processo di normalizzazione della regione. La way ahead da perseguire dovrebbe essere quella di assumere una postura sempre più dinamica, in Kosovo e indirettamente nell’intero contesto balcanico occidentale. Per fare ciò si dovrà agire su leve strategiche quali, ad esempio, il sempre più ampio ricorso ad operazioni “non cinetiche”, indispensabili per migliorare la consapevolezza della situazione (in questo campo, l’ISR Battalion, costituito di recente, rappresenta una capacità molto importante da sviluppare e sostenere con convinzione), il massimo sfruttamento delle capacità cinetiche ancora disponibili in Teatro, per contribuire al controllo del territorio

Quella della NATO in Kosovo è ancora una presenza importante per la regione, che costituisce un elemento indiscutibile di stabilità, non solo per il Paese, ma per l’intero quadrante sud-occidentale dei Balcani. Tale area necessita di un’attenta azione di prevenzione, per evitare che i successi fino a oggi ottenuti subiscano una battuta d’arresto e, pertanto, alla Comunità Internazionale è richiesto un sostegno convinto e continuo al processo di normalizzazione in atto nel Paese. Per raggiungere questo obiettivo, il contributo non deve limitarsi alla presenza militare nella regione, seppur indispensabile, ma deve essere esteso a tutte le possibili iniziative volte a promuovere lo sviluppo di capacità da parte delle istituzioni locali. Purtroppo, sono ancora presenti possibili focolai di tensione, pronti a infiammarsi e, quindi, eventuali campanelli d’allarme non possono assolutamente essere sottovalutati. Al riguardo, la presenza di KFOR costituisce un “sensore avanzato” della NATO, posto alla soglia dell’Europa, in grado di intercettare e interpretare tendenze, minacce e rischi e, al tempo stesso, influenzare positivamente il percorso intrapreso. Le preziose capacità di cui KFOR dispone, tra le quali le “comunicazioni operative”, sono in grado di stimolare le nuove generazioni verso una sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo per la ripresa economica e sociale del Kosovo, ma anche di valorizzare il passato di una terra che è espressione di forti tradizioni storiche e culturali, 31


che si declinano in una diversità da tutelare. Una situazione di stabilità e sicurezza nel Paese e nella regione ha sicuramente riflessi positivi sull’intero Continente europeo e, pertanto, è assolutamente vitale mantenere la presenza, l’attenzione e l’impegno in Kosovo e, indirettamente, nei Balcani occidentali. Dato uno scenario caratterizzato da instabilità politica diffusa, difficoltà socio-economiche e presenza di concrete minacce alla sicurezza europea e globale, sarebbe non solo infruttuosa, ma addirittura nociva, nel breve e medio termine, qualsiasi riduzione o ritiro delle forze NATO dal Kosovo e da una regione così complessa e per molti versi ancora troppo fragile. È una presenza fondamentale, anche in virtù dell’importanza strategica del quadrante balcanico nell’ambito del più ampio scenario

euro-mediterraneo in cui si concentra, oggi, la maggior parte delle sfide alla sicurezza del pianeta. *Generale di Divisione, già COMKFOR XIX

NOTE (1) Il 17 febbraio 2008, in una sessione boicottata dai deputati di etnia serba, l’Assemblea parlamentare del Kosovo ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. (2) Ramush Haradinaj, ex premier kosovaro ed ex leader del KLA, è ancora oggi tra gli esponenti politici più in vista in Kosovo. Haradinaj, che di recente ha definito la Serbia un “Paese nemico”, è accusato da Belgrado di crimini di guerra compiuti contro la popolazione serba. La Francia, nell’aprile 2017, ha negato la sua estradizione in Serbia, suscitando dure proteste a

Bambini kosovari salutano il Contingente italiano che ha appena varcato il confine della FYROM (giugno 1999).

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Belgrado. Haradinaj gode di un forte consenso popolare nella municipalità di Decane, dove sorge il monastero serbo-ortodosso, sotto tutela e protezione di KFOR. (3) Il Kosovo, infatti, non risulta incluso nella lista dei Paesi in guerra o in cui la garanzia dei diritti umani è a rischio. (4) Valle della Serbia meridionale, insistente nell’omonima municipalità, caratterizzata dalla presenza di una popolazione di etnia a maggioranza albanese. (5) A seguito della pubblicazione del cosiddetto “Rapporto Marty” (07/01/2011) e di successive investigazioni da parte dell’UE, il 17 novembre 2016 è stato ratificato dall’Olanda un accordo, effettivo dal 1° gennaio 2017, che stabilisce la creazione presso L’Aja di una Corte Speciale per i crimini di guerra, che avrà giurisdizione sui crimini commessi durante la guerra in Kosovo (19982000) dall’ex KLA. Tra i principali imputati, potrebbero figurare esponenti “di spicco” della politica e della società kosovara. (6) L’Accordo Tecnico-Militare (MTA), noto come “Accordo di Kumanovo”, venne firmato il 9 giugno 1999 tra la NATO e i rappresentanti serbi per disciplinare e regolare il ritiro delle forze militari serbe dal Kosovo. (7) Tutte le unità partecipano ad attività di addestramento destinate a verificare le proprie competenze in questa specifica area e a migliorare le loro operazioni e procedure, grazie allo scambio di esperienza con colleghi di altre Nazioni, essenziale per garantire l’interoperabilità di diversi contingenti nazionali. Altrettanto significativa è la capacità di cooperare con la Polizia del Kosovo, resa possibile da numerose esercitazioni che vengono condotte regolarmente. (8) KFOR dispone di mezzi speciali del Genio per assicurare la necessaria libertà di movimento ogni tempo. In passato, questi strumenti sono stati utilizzati, ad esempio, anche per la rimozioni delle barricate erette in occasione di scontri tra diversi gruppi etnici e movimenti di protesta. Al momento, questa capacità è mantenuta non solo per tali fini, ma anche a scopi logistici o, addirittura, può essere impiegata a sostegno delle autorità locali in caso di eventi calamitosi.

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Intervista al Generale di Corpo d’Armata János Huszár In occasione della visita in Italia, il Gen. C.A. János Huszár, Comandante Operativo di Vertice Interforze delle Forze Armate ungheresi, ha incontrato il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. C.A. Danilo Errico. Prima di lasciare il nostro Paese, il Generale ci ha concesso l’intervista che segue. di Costantino Moretti* Signor Generale, Le saremmo grati se volesse, prima di tutto, fare un inquadramento sull’Esercito ungherese e poi illustrarci brevemente la struttura, gli obiettivi e gli attuali compiti. I compiti principali della Land Force, svolti in stretta cooperazione con le altre componenti delle Forze Armate ungheresi, sono: difendere la sovranità e l’integrità del Paese; sviluppare le necessarie professionalità militari; conseguire gli obiettivi nazionali e quelli in ambito NATO; rispettare gli impegni che derivano dall’adesione a trattati e alleanze internazionali.

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Tra questi ultimi, consideriamo prioritario il contributo alle operazioni di pace internazionali che prevedano anche l’invio e l’impiego di personale militare nell’ambito di contingenti multinazionali. La Land Force, così come è strutturata, è in grado di fronteggiare qualsiasi potenziale sfida alla sovranità e all’unità del Paese e, allo stesso modo, di facilitare il dispiegamento delle forze alleate nella regione al fine di far fronte a qualsiasi minaccia nemica. Al suo interno sono presenti: unità da combattimento (Combat), unità di supporto tattico (Combat Support) e unità di sostegno alle forze da combattimento (Combat Service Support). Queste unità sono dislocate su tutto il territorio nazionale. Al fine di poter assolvere i compiti istituzionali, la Land Force assicura costantemente un alto livello di addestramento partecipando, tra l’altro, a esercitazioni congiunte anche in ambito multinazionale, svolte sia nei poligoni nazionali messi a disposizione dei partner europei, sia all’estero. In questo periodo si sta preparando la “Sabre Guardian 2017” (a guida statunitense) che è la più grande esercitazione condotta nella regione del Mar Nero. Nell’ambito di tale attività, saranno realizzate quattro esercitazioni complesse e n. 4/2017

verrà assicurato il supporto logistico necessario a tutti i contingenti stranieri che vi partecipano. Saranno previsti scenari di operazioni a bassa e ad alta intensità con simulazioni di guerra ibrida e di intervento di forze speciali. Le esercitazioni si svolgeranno in diverse località dell’Ungheria. Sotto la supervisione di NRDC-ITA è in corso l’approntamento delle unità ungheresi quale significativo e qualificato contributo alla componente terrestre della NATO Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) a guida italiana; un altro

grande impegno sarà l’organizzazione e la condotta dell’altra esercitazione internazionale “Clever Ferret 2017” che si terrà nell’area addestrativa del poligono di Varpalota (Ungheria n.d.r.). È allo studio l’organizzazione di ulteriori esercitazioni minori e momenti addestrativi, oltre a quelli di routine, ai quali partecipano periodicamente e costantemente tutte le unità della Land Force per mantenere e migliorare il livello di conoscenza e di preparazione raggiunto. Tutto questo tenendo conto delle risorse finanziarie disponibili. A partire da agosto 2017, infine, l’Ungheria è presente in Estonia con una Task Force, a livello compagnia, in attuazione delle misure che prevedono l’aumento della presenza dei Paesi dell’Alleanza Atlantica e PfP (Partner for Peace) nel fianco est dell’Europa, come sancito nell’ultimo vertice NATO.

Le Forze Armate ungheresi sono state impiegate attivamente nella gestione dei fenomeni di migrazione di massa. Tale impegno continua ancora? Le unità hanno svolto un addestramento particolare per questo tipo di attività?

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È ovvio che ciò non rientra tra le prerogative istituzionali delle Forze Armate ungheresi. Tuttavia, al fine di poter garantire l’assolvimento di tale compito, definito genericamente di “supporto militare alle Autorità civili”, è stato necessario concepire e strutturare un addestramento specifico e una co-

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noscenza giuridica di base. Tutto ciò è stato pianificato e condotto anche con il supporto del Ministero degli Interni ed è stato incentrato su argomenti teorico-pratici quali armi e tiro, trasmissioni, procedure radio, addestramento al primo soccorso, regole d’ingaggio e nozioni di “Cultural Awareness”.

L’Ungheria fa parte del “Gruppo di Visegrad” (1). Può illustrarci come le Forze Armate e la polizia ungheresi operano congiuntamente con le forze di polizia e gli Eserciti degli altri tre Paesi di questa Alleanza? Prima di tutto, ritengo che questi sforzi comuni siano un indicatore

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dell’impegno concreto di questi Paesi di voler realizzare una cooperazione internazionale nella regione. Cooperazione che si estrinseca, a livello militare, nel pattugliamento congiunto lungo i confini dei quattro Paesi che hanno aderito all’alleanza. Questa attività ha lo scopo di “mostrare i muscoli” e di scoraggiare eventuali attività illecite.

Tenendo presente la provenienza della maggioranza dei migranti (Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria e Marocco), non teme che tra loro possano infiltrarsi gruppi di terroristi? Come viene affrontato il problema e, nel caso, quali contromisure sono state adottate? È stato ormai chiaramente accertato che uno dei rischi maggiori con-

nessi con le migrazioni è l’infiltrazione di cellule o gruppi terroristici. Questo è il motivo per il quale l’Ungheria preferisce procedure d’entrata legali. Le procedure di registrazione dei migranti e il pieno controllo delle Autorità di Frontiera sono dei necessari deterrenti che possono mitigare il rischio d’infiltrazione. Naturalmente, il Counter Terrorism Centre e il pattugliamento rinforzato di polizia nelle aree di confine concorrono a mantenere la sicurezza del Paese e, di conseguenza, dell’Europa intera.

*Analista internazionale NOTE (1) Il Gruppo di Visegrad, noto anche come V4 è un’Alleanza di quattro Paesi dell’Europa centrale: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Tra gli scopi dell’alleanza c’è anche quello di favorire una maggiore cooperazione in campo militare.

n. 4/2017

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

SICUREZZA A 360° Intervista a GIANLUCA ATTURA, CEO di SELTA di Maria Eva Virga

esperienza e a una consolidata presenza sul mercato itaOLDQR ΖQ SDUWLFRODUH RÎ?ULDPR OD GHČ´QL]LRQH GL DUFKLWHWWXUH la progettazione e la realizzazione di hardware e software di sicurezza, l’assessment delle strutture esistenti e anche il training. Gli ingegneri di SELTA impegnati in questo settore VRQR DOWDPHQWH TXDOLČ´FDWL H SRVVHJJRQR FHUWLČ´FD]LRQL D OLYHOlo informatico e a livello di enti nazionali e internazionali per la sicurezza (Common Criteria, ITSec), oggi a disposizione di SRFKL 'LVSRQLDPR LQČ´QH GL XQ ODERUDWRULR VSHFLDOL]]DWR FKH analizza i software installati a bordo dei sistemi informatici su cui normalmente tutti lavoranoâ€?. ΖQ FRVD FRQVLVWH LQ SDUWLFRODUH OD FROODERUD]LRQH FRQ LO PLQLVWHUR GHOOD 'LIHVD LWDOLDQR" “Per il Ministero della Difesa abbiamo realizzato il disegno del Cyber Range a livello nazionale. Tramite il laboratorio specializzato Ceva/LVS attuiamo i Common Criteria, una disciplina rigida che esegue l’analisi dei software utilizzati, in modo da individuare falle o problemi nel sistema, creati da virus o attacchi informaticiâ€?. &ROODERUDWH DQFKH FRQ HQWL D]LHQGH R FRQ PLQLVWHUL GHOOD 'LIHVD DOOȇHVWHUR" “Lavoriamo, in altri settori, con una ventina di Paesi esteri. Per quanto riguarda la security civile, ad esempio, abbiamo messo in sicurezza la rete delle ferrovie ad alta velocitĂ francese. Non lavoriamo per la parte cyber, sulla security militare, con altri ministeri della Difesa, perchĂŠ siamo concentrati sull’Italia, diciamo con una sorta di “esclusivaâ€? per il Governo italiano. Non è tuttavia escluso che in futuro potremo collaborare con altri Paesi della Nato, con sistemi diversi: entro i limiti permessi siamo intenzionati ad espanderciâ€?.

Chiediamo a Gianluca Attura, Ceo di SELTA, da quanto tempo l’azienda ha iniziato a operare nel mondo della cyber security e, piĂš in generale, nella sicurezza per gli enti della Difesa e gli operatori di infrastrutture critiche: “Lavoriamo da sempre ai temi della sicurezza in ambito di reti elettriche; poi, sei anni fa, abbiamo abbracciato in maniera piĂš ampia il mondo della cyber security in cui spaziamo dalla consulenza VWUDWHJLD DUULYDQGR DOOD GHČ´QL]LRQH GHOOH LQIUDVWUXWWXUH DOOD produzione di hardware e software. Ci occupiamo, insomma, del ciclo completo della sicurezza. Da sei anni lavoriamo anche con tutti i ministeri italiani interessati in qualche modo alla difesa e sicurezza del paese: oltre al Ministero della Difesa, quindi anche il Ministero degli Esteri, degli Interni e la Presidenza del Consiglio dei Ministriâ€?. 4XDOL VXSSRUWL RÎ?UH OȇD]LHQGD QHOOȇDPELWR ČŠVLFXUH]]DČ‹" “L’azienda fornisce sistemi anti-intercettazione, servizi di consulenza e integrazione di soluzioni grazie alla lunga

ZZZ VHOWD FRP

SELTA è un’azienda tecnologica italiana che opera nell’ambito delle infrastrutture critiche nazionali. SELTA progetta soluzioni per l’automazione delle reti in ambito energia e trasporti, per le reti di telecomunicazioni pubbliche e private, per la sicurezza in ambito difesa e cyber security. Con un quarto dei dipendenti impegnati nei tre centri di ricerca e sviluppo, SELTA è il maggior produttore italiano di tecnologie e soluzioni per la Business Communications, le reti ultrabroadband e l’automazione delle reti elettriche. In Italia SELTA è presente a Cadeo (Piacenza), Tortoreto (Teramo) e Roma; all’estero opera tramite una rete consolidata di partner.


La guerra elettronica nei moderni scenari operativi Russia: un nuovo game changer di Carlo Conte*

Elettromagnetiche, appare evidente che l’Electronic Warfare (EW) (2) si configura quale strumento imprescindibile per garantire la Force Protection delle unità e, al contempo, limitare la libertà di azione degli avversari.

RADIO-ELECTRONYA BORBA

ELECTRONIC WARFARE L’esperienza maturata negli ultimi anni ha mostrato come lo sviluppo rapido e diffuso dei sistemi di comunicazione (Information Technology), che ha rivoluzionato ogni aspetto della nostra vita, non ha risparmiato l’ambiente operativo in cui le Forze Armate sono chiamate a intervenire. Oggi sarebbe quantomeno riduttivo concepire un’operazione militare tenendo conto delle sole dimensioni spaziali e temporali di quello che una volta era denominato il “campo di battaglia”. In effetti, è oramai fondamentale la valutazione operativa di ciò che avviene nell’ambiente elettromagnetico, uno spazio di confronto in cui si combatte per il controllo del dominio dell’informazione, ritenuto da molti 40

e per lungo tempo solo di utilità marginale rispetto alla supremazia nelle dimensioni tradizionali (terra, mare, aria e spazio). Uno spazio, quello elettromagnetico, oggi più che mai “competitive, congested and contested” (1). In tale scenario, in continuo e dinamico mutamento, il dominio dell’informazione è perseguito quale indispensabile strumento a disposizione dei Comandanti/Decisori a tutti i livelli per ottenere la cosiddetta “Consapevolezza della Situazione” (Situation Awareness), ovvero la conoscenza e la comprensione dell’ambiente operativo. Se si considera, inoltre, un EME (Electromagnetic Enviroment) di complessità sempre crescente all’interno del quale si conducono delle vere e proprie Operazioni

La Russia è storicamente (3) un precursore nella EW o Radio-Electronya Borba (REB). Durante tutto il periodo della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica ha sempre tenuto in grande considerazione la componente EW, privilegiando le cosiddette counter-measures, adottate per ridurre o impedire l’uso efficace dei sensori o dei sistemi d’arma della NATO. Ma è nell’ultimo decennio che è avvenuta una sorta di rivoluzione dottrinale e tecnica, in cui Mosca ha inserito tra le sue priorità il predominio nell’ambiente elettromagnetico. La consapevolezza di un cambiamento radicale ha radici profonde, a partire dagli anni novanta, quando, a seguito dell’Operazione “Desert Storm” in Iraq e degli interventi NATO nei Balcani, gli esperti militari russi restarono sconvolti dalla facilità con cui la guerra elettronica occidentale avesse avuto il sopravvento sui migliori armamenti della produzione sovietica. Così, a partire dal 2007, Mosca ha cambiato totalmente approccio, non considerando più le attività di EW semplicemente un mezzo per oscurare un radar o ingannare un sistema d’arma avversario. Nell’ambito di quello che è definito il reflexive control, la Russia Rivista Militare


Sistema Leer-2.

ha ricominciato a concepire ogni operazione militare considerando in maniera integrata la condotta di attività di information warfare, cyber warfare e EW, per influenzare le percezioni dell’avversario e portarlo inconsapevolmente a prendere la decisione più favorevole per Mosca. Il risultato di tale cambiamento è oggi visibile negli scenari dove le truppe di Mosca operano direttamente o indirettamente. In effetti, le Forze Armate russe oggi dispongono di un’efficiente organizzazione EW, sviluppata con approccio DOTMLPF (4) e basata sulla dottrina del Radio Electronic Combat (REC) (5). Per raggiungere l’effetto desiderato (disarticolazione del sistema avversario), Mosca ha sviluppato una varietà di piattaforme EW, capaci di degradare e annullare le capacità C4 avversarie, incluse quelle di GPS/PNT (Global Positioning System/Positioning, Navigation and Timing), i sistemi di difesa aerea, i collegamenti SATCOM e ogni tipologia di telefonia mobile. La dotazione EW include anche: • UAV (6) con capacità di Electron. 4/2017

nic Attack, progettati per localizzare e sopprimere sistemi C2 e radar asserviti a sistemi missilistici terra-aria e aria-aria; • sistemi terrestri portatili o veicolari; • sistemi terrestri fissi, di grande potenza e molto versatili, situati nei

Sistema R 330ZH.

differenti distretti militari in funzione di Homeland Defense. A ogni modo i risultati del nuovo approccio non sono stati immediati. Nel 2008, durante la guerra fra Georgia, Ossezia del Sud e Russia (7-16 agosto), lo Stato Maggiore russo riconobbe immediatamente che i propri sistemi EW non avevano ancora raggiunto il grado di efficacia desiderato, sebbene tale carenza non ne pregiudicò la vittoria, per la netta superiorità complessiva delle truppe di Mosca e l’inefficacia dei sistemi georgiani. Ma è più recentemente, in particolare in Ucraina e Siria, che il piano di Mosca si è rivelato apertamente e, in qualche modo, sorprendentemente, nel senso che l’Occidente non immaginava che fossero stati fatti tali progressi operativi e tecnici in un così breve lasso di tempo. Secondo molti report giornalistici, durante il conflitto nel Donbass (Ucraina orientale), iniziato ad aprile del 2015, le forze di Kiev si sarebbero confrontate a più riprese con formidabili capacità EW 41


Sistema EW “Moskva-1”.

russe. In diverse occasioni esse sarebbero rimaste cieche e sorde durante i combattimenti contro i separatisti filorussi (gli stessi membri del Parlamento ucraino si sarebbero trovati nell’impossibilità di utilizzare il proprio telefono cellulare). I Comandanti ucraini, impossibilitati a impiegare i propri sistemi di trasmissione, avrebbero anche lamentato di non avere un’adeguata preparazione per operare in un ambiente elettromagnetico degradato, in cui i separatisti avevano sempre il vantaggio di conoscere le mosse avversarie. D’altronde, per comprendere l’impatto tattico e operativo di tali electronic attack (EA), bisogna considerare il quadro dottrinale che accomuna Ucraina e Russia. Mentre la NATO considera prioritaria l’azione della fanteria, i due ex Paesi sovietici condividono una visione dottrinale − eredità del passato − che continua a privilegiare l’azione dell’artiglieria per creare il maggior danno possibile all’avversario, a premessa dell’occupazione territoriale della fanteria (7). In tale contesto, l’attività di jamming in profondità, inibendo le comunicazioni tra gli osservatori avanzati e le unità arretrate, rende impossibile la 42

trasmissione dei dati di tiro. Immediatamente, per la sofisticatezza della tecnologia impiegata, al livello tattico ma anche strategico, si è fatto subito riferimento alla Russia e alle sue nuove capacità EW, essendo alquanto improbabile che i separatisti potessero avere equipaggiamenti e conoscenze così avanzate; inoltre, le stesse unità ucraine hanno continuamente denunciato la presenza di sistemi EW russi (R-330ZH, Tigr-M MKTK) nell’area di operazioni. Anche alti esponenti statunitensi avrebbero ammesso che i propri soldati, impegnati nell’addestramento delle truppe ucraine (a contatto con la capacità di jamming e di collecting russe), hanno appreso molto circa le potenzialità EW di Mosca, definite “eye-watering”, appunto sorprendenti in termini di qualità e sofisticatezza. Nello specifico, i russi avrebbero dimostrato una rara abilità nel neutralizzare le reti C2, disturbando le comunicazioni radio, i radar (impedendo ad esempio il counterfire dell’artiglieria ucraina) e i segnali GPS. La preoccupazione degli esperti occidentali deriva principalmente da tre fattori: • strategico/operativo: le azioni

EW, oltre a essere efficaci, rappresentano una forma di attacco non cinetico, arduo da tracciare e, soprattutto, difficile da considerare quale palese aggressione a uno Stato sovrano; • tattico: la ridotta expertise (tecnico, tattico e procedurale) delle Forze Armate occidentali a operare in un ambiente elettromagnetico degradato e con comunicazioni radio continuamente sorvegliate; • tecnico-operativo: gli impegni degli ultimi anni hanno portato a considerare la componente EW terrestre della NATO limitatamente in funzione di Electronic Defense, sottovalutandone, in qualche modo, potenzialità e compiti operativi. Un altro esempio delle capacità delle unità EW russe si è avuto durante la crisi in Crimea, quando il sistema di comunicazioni delle truppe ucraine venne paralizzato per ore. Anche alcuni membri del gruppo di osservatori internazionali dell’OSCE hanno più volte riportato di essere stati costretti a cancellare le missioni di sorveglianza dei propri droni, inutilizzabili a causa del disturbo del segnale GPS nell’area. Rivista Militare


Sistema Krasukha.

Come sottolineato dall’U.S. Army’s FMSO (8), Mosca ha dimostrato non solo di possedere una matura capacità EW, ma anche “una leadership militare e politica che ha compreso l’importanza” di questa risorsa, in quanto “accecare o disarticolare le comunicazioni digitali può essere un valore aggiunto sul terreno contro un nemi-

co convenzionale superiore”. In tale ottica, l’impiego di un elevato livello tecnologico contro un avversario dotato di sistemi non proprio all’avanguardia rientrerebbe nella volontà della Federazione Russa di condurre uno show of force nei confronti dei propri avversari diretti e potenziali. In un processo evolutivo tanto ve-

loce quanto costante, la EW russa ha confermato tutte le sue potenzialità tecnico-operative anche durante l’intervento in Siria, nel settembre 2015, in supporto del regime del Presidente Al Assad. Nonostante i limitati successi finora conseguiti rispetto alle dichiarazioni iniziali dimostrino che il gap con le dotazioni NATO sia ancora lontano dall’essere colmato, le Forze Armate di Mosca hanno dato prova del raggiungimento di elevati standard tecnologici. In particolare, nel “Levante” Mosca avrebbe schierato il Krasukha-4, un sofisticato sistema di guerra elettronica, principalmente impiegato per creare una sorta di mantello protettivo elettromagnetico nell’area di operazioni, nel duplice intento di offuscare l’attività di reconnaissance e intelligence gathering alleata e disturbare le comunicazioni dei gruppi di opposizione armata e dei miliziani del Daesh. Il Krasukha-4, secondo rapporti di stampa, sarebbe

Tigr-M MKTK REI PP.

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stato dispiegato in Siria (probabilmente era già stato operativo nel Donbass) agli inizi di ottobre 2015. Si tratta di un sistema terrestre mobile di recente produzione che, secondo le dichiarazioni della casa costruttrice (KRET) (9), sarebbe anche in grado di neutralizzare l’attività dei satelliti di sorveglianza di tipo LEO (10) e dei sistemi di sorveglianza aerea AWACS (11), oltre a oscurare i radar terrestri avversari, impedendo la detection e la guida di missili a distanza fino a circa 300 km. Inoltre, grazie al potente sistema di jamming multi banda, potrebbe danneggiare fisicamente i dispositivi EW e i sistemi C2 nemici. Tale impiego, essenzialmente nell’ambito del sistema difensivo delle forze russe dispiegate all’aeroporto di Latakia, rientra nella logica del citato REC e conferma un

Sistema Krasukha.

re, l’UAV in dotazione, del tipo short-range, è progettato per localizzare le fonti elettromagnetiche e sopprimere le reti wireless in un raggio di circa 6 km. Particolare del sistema Krasukha.

approccio operativo moderno che privilegia l’impiego di sistemi d’arma non-kinetic (e relativamente non costosi), potenzialmente in grado di paralizzare le capacità di Comando e Controllo avversarie in un ambiente operativo definito, soprattutto quando questo è conteso o comunque condiviso come quello siriano. In Siria, sarebbe stato individuato anche il RB-341V, un sistema EW equipaggiato con droni Orlan-10, per il monitoraggio delle comunicazioni GSM, l’identificazione e la localizzazione delle stazioni mobili e per la trasmissione in tempo reale dei dati ottenuti. In particola44

CONCLUSIONI: EW, UN NUOVO GAME CHANGER In conclusione, la EW russa sta conoscendo una fase di forte innovazione, esito di una decisa volontà politico-militare e integrata perfettamente in una strategia di approccio globale. A ogni modo, bisogna anche considerare che una delle società leader dello sviluppo e della produzione dei sistemi di Electronic Warfare russi è la potente KRET, la quale ha dato il via, negli ultimi anni, a una campagna pubblicitaria aggressiva per reclamizzare i propri prodotti sul mercato globale. Il lancio di

una serie di nuovi sistemi (Krasukha, Rychag, Infauna) con capacità definite “formidabili” è coinciso con il ritrovato ruolo militare della Russia in Crimea e in Siria. Mosca ha così potuto testare in combattimento i nuovi sistemi EW (alla pari di artiglierie, carri, elicotteri, caccia), evitando un conflitto diretto con la NATO, ma testandone l’efficacia proprio contro i sistemi dell’Alleanza Nordatlantica e occidentali in genere. Come capita spesso parlando delle operazioni militari di Mosca, maestra nell’arte della maskirovka (12), scindere l’apparenza dalla realtà, l’evidente dal camuffato, resta sempre un lavoro difficile e spesso poco proficuo. Ciò vale ancora di più se parliamo di assetti tradizionalmente coperti da riservatezza estrema e impiegati in un contesto di guerra ibrida o non lineare (13). Tuttavia, bisognerebbe anche non confondere il naturale scetticismo verso dichiarazioni spesso propagandistiche e sconnesse dalla realtà tecnica con una sottovalutazione del fenomeno, a volte frutto di superficialità di giudizio o, peggio ancora, di non conoscenza. Propaganda, inganno o realtà, tutto sembra confermare ormai che la Radio-Electronya Borba sia un reale game changer del campo di battaglia. *Maggiore Rivista Militare


Sistema Infauna.

NOTE (1) US Field Manual 3-38. (2) L’Electronic Warfare è “l’insieme delle attività militari che sfruttano l’energia elettromagnetica per fornire la Situational Awareness e ottenere effetti offensivi e difensivi” (NATO AAP-6 “NATO glossary of terms and definitions” Ed. 2014). (3) Già nel 1905, durante la guerra russo-giapponese, un’unità navale russa disturbò le comunicazioni radio di una nave nipponica. (4) Doctrine, Organization, Training, Material, Leadership & Education, Personnel, Facilities. (5) Il REC è una combinazione di SIGnals INTelligence, Direction Finding, disturbo, inganno e Destructive Fires per limitare, ritardare o disarticolare il sistema C2 nemico, proteggendo allo stesso tempo quello amico (russo) dalle contromisure elettroniche avversarie (Global Security 2011). (6) Unmanned Aerial Vehicle. (7) Casapoglu Can, Russia renewed military thinking, NATO Research Paper, Italia, 2015, p. 54. (8) Foreign Military Studies Office. (9) Concern Radio-Electronic Technologies (KRET) è un’azienda che si occupa di sviluppo e produzione di dispositivi elet-

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tronici civili e militari, tra cui: dispositivi di avionica operativi e tattici, di EW e ELINT, di Measuring Instrumentation (MI) e IFF . (fonte://www.kret.com). (10) Low-Earth Orbit. . (11) Airborne Warning and Control System. (12) Il termine si riferisce all’attività di inganno, perno della dottrina sovietica. (13) La guerra non lineare russa, a differenza della visione “multimodale” della guerra ibrida NATO, pone l’accento sui concetti di flessibilità e di sorpresa per la condotta di una guerra lampo mascherata, attraverso l’impiego veloce, in profondità ed occulto di unità di elite (spetsnaz) in combinazione con Information Warfare e EW. BIBLIOGRAFIA Lefebvre V. A, Conflicting structures, M., "Higher school", 1967. Timothy L. Thomas, Russia’s Reflexive Control Theory and the Military, Taylor & Francis, USA, 2004. Casapoglu Can, Russia renewed military thinking, NATO Research Paper, Italia, 2015. Fattibene Daniele, Un anno da Minsk II: a che punto siamo?, nell’“Osservatorio di politica internazionale”, Senato della Repubblica, Italia, 2016.

Chotikul Diane, The Soviet theory of Reflexive Control in historical and psychocultural perspective – A preliminary study, USA, 1986. Spaulding Hugo, Russia’s false narrative in Syria, Institute for the study of war, USA, 2015. Giles Keir, Handbook of Russian Information Warfare, NATO Defense College, 2016. Czuperski Maksymilian e al., “Distract Deceive Destroy – Putin at war in Syria”, in The Atlantic Council of the United States, USA, 2016. Snegovaya Maria, Putin’s Information Warfare in Ukraine, Institute for the study of war, USA, 2015. Social media as a tool of hybrid warfare, edito dal “Nato Strategic Communication COE”, Lettonia, 2016. Thomas Timothy L., Russia Military Strategy, Foreign Military Office, USA, 2015. SITOGRAFIA http://www.ukaoc.org http://www.deagel.com/Tactical-Vehicles/Leer-2_a003005001.aspx https://jamestown.org http://www.armyrecognition.com http://russiaarms.com http://www.planobrazil.com

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Lo Giuro! Dal passato al presente il significato di un atto solenne di Francesco Antonio Dolciamore*

“Giuramento degli Orazi”, celebre raffigurazione, opera dell’artista francese Armand Charles Caraffe.

Il giuramento, al di là delle tradizioni delle Forze Armate, delle Forze di polizia a ordinamento militare, del grado posseduto e dell’anzianità di servizio, è l’unico atto istituzionale e momento della vita professionale che accomuna ogni militare. Inoltre l’evoluzione della sua formula può essere utilizzata quale “prisma interpretativo” del cambiamento della condizione militare nonché del mutamento del rapporto tra le Istituzioni militari e le altre e, in particolare, tra militari e popolazione. Il primo giuramento a carattere militare di cui si ha memoria è quello sannita, risalente al 293 n. 4/2017

a.C., quando, all’interno di un tempio e alla presenza di un sacerdote, il Comandante, a seguito di un particolare rito propiziatorio, chiese ai più nobili e coraggiosi fra gli astanti di prestare giuramento di fedeltà nei confronti della sua persona sino all’estremo sacrificio. Secondo l’autore (Tito Livio), il ritus sacramenti sannita, simile ai riti iniziatici, era uno strumento mediante il quale veniva creata, con la benevolenza degli dèi, una nuova figura, sintesi di caratteristiche religiose e metagiuridiche: lo status militis. Tale rito, recepito dai Romani, sanciva il legame tra

i milites, chiamati anche “sacrati”, e il loro Comandante che, esercitando il comando per volontà divina, applicava la disciplina fino alla pena capitale. La violazione dell’ordine non era, a quei tempi, solo un’infrazione riguardante la sfera del diritto ma anche un attentato al sacro imperium del console e contro i divini auspicia. In quell’atmosfera di sacralità, trovò facile accoglienza, come prerogativa dello status militis, la regola dell’onore militare, intesa come una qualità etico-psicologica, espressione di quelle virtù caratteriali (onestà, lealtà, rettitudine, fedeltà, giustizia) che procurano la 47


stima altrui e che devono essere mantenute integre dal militare in ogni circostanza. La conseguenza di questa convinzione, imposta legalmente dalla consuetudine di concerto con le necessità belliche, legittimava il capo a gestire autonomamente, all’interno dell’organizzazione militare, i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Le sue decisioni erano inappellabili: emanava i regolamenti, distribuiva la preda, gestiva autonomamente la disciplina infliggendo le punizioni, anche capitali. L’origine di detta consuetudine risiedeva nel sistema di rapporti giuridici tra l’organizzazione militare romana e la comunità civile. In particolare, da un lato l’Esercito rappresentava una continuazione del sistema politico e sociale, essendo il servizio militare un diritto-obbligo di tutti i cittadini di pieni diritti; dall’altro l’Esercito era opposto al collettivo civile essendo subordinato alla disciplina militare anziché al diritto. Detta situazione giungeva, per lo più cristallizzata, sino al periodo sabaudo, con l’eccezione che tutto faceva capo al sovrano, anello di congiunzione tra l’ordinamento militare e quello civile. Il giuramento militare, che nel periodo medievale aveva perso il suo carattere di sacralità per assumere sempre più quello giuridico, con la nascita degli Stati nazionali e l’introduzione del servizio militare obbligatorio riacquistò la sua veste morale e spirituale e la sua formula declinava il tipo di relazione che legava il sovrano alla milizia. Il 13 gennaio 1822, in Piazza Castello, nell’ambito di una cerimonia religiosa, officiata dall’arcivescovo di Torino, si svolse, davanti al re Carlo Felice, il solenne giuramento dei Carabinieri Reali, della Brigata Savoia, del Corpo Reale d’Artiglieria, dei Reggimenti Piemonte Reale Cavalleria e Savoia, del Battaglione di Cacciatori Reali. La formula di giuramento stabilita con Regio Editto dell’11 dicembre 1821, recitata dai militari dell’Esercito sardo-piemontese, era: “Io giuro solennemente d’esser 48

Re Carlo Felice di Savoia.

fedele a Dio, ed alla Maestà del Re Carlo Felice nostro Signore, e di lui successori, di servirla con onore e lealtà, di sacrificare anche i miei beni e la mia vita per la difesa della sua Real Persona, e pel sostegno della sua Corona e della piena sua autorità Sovrana, anche contro i suoi sudditi, che tentassero di sovvertire l’ordine del Governo. Giuro parimenti di non abbandonare mai né cedere le nostre insegne, ed il posto che mi verrà dai miei superiori affidato: d’ubbidire ai Generali ed altri miei superiori da S.M. nominati, d’onorarli, difenderli, e d’eseguire ogni loro ordine in tutto ciò che concerne il Regio servizio. Giuro di non avere carteggio, od intelligenza diretta od indiretta con Principi o Ministri stranieri, di non accettare dalle medesime doni, pensioni, e distinzioni qualunque senza licenza di S.M., e di educare i miei figliuoli in questi leali sentimenti. Giuro infine di non appar-

tenere a nessuna setta o società proscritta dal Governo di S.M.: di non ascrivermi in avvenire, e di svelarne l’esistenza se ne fossi informato. Così Dio mi aiuti”. Il giuramento, nella sua formulazione, risentiva sicuramente dei moti insurrezionali accaduti nei mesi precedenti contro i regimi assolutisti guidati, a Torino come a Napoli, da alcuni Ufficiali dell’Esercito e che, nel Regno borbonico, avevano portato il legittimo sovrano a concedere la Costituzione, rinnegata successivamente. Risulta, pertanto, evidente che la sua formulazione fosse votata al più marcato pragmatismo. Infatti, in linea di massima, essa altro non era che una serie di ben definite disposizioni riscritte in forma di promessa. Un pragmatismo che esplica tutta la sua evidenza se si tiene conto che il suddetto editto del 1821 conteneva anche le disposizioni per le procedure e la formula dei giuramenti, tra gli altri, Rivista Militare


Re Carlo Alberto di Savoia.

anche dei nobili: un rito desueto da quasi un secolo. Inoltre, la formula del giuramento risentiva dell’abitudine della burocrazia di intrattenere carteggio segreto con potenze straniere come accadde al termine della Guerra delle Alpi (1792-1796) tra l’Esercito sabaudo e quello francese, il cui trattato di pace vide la delegazione torinese senza margini di trattativa, in quanto una copia delle istruzioni diplomatiche finì, per il tramite di cellule giacobine, nelle mani del direttorio francese. Non bisogna dimenticare, peraltro, che negli anni del dominio napoleonico si era assistito ad una sorta di fenomeno di “proletarizzazione” militare attraverso l’epurazione degli alti Ufficiali dell’Esercito sardo e l’inserimento, tra il personale di carriera, di uomini che si erano distinti per fedeltà alla Repubblica, ribaltando in tal modo il sistema di legami familiari e sociali sui quali si era fondato il precedente militarismo sabaudo. In sintesi, nel giuramento sabaudo post restaurazione, voluto dal re, non vi erano leggi sopra al sovrano, eccezion fatta per Dio, e il concetto di “Patria” era ancora confinato nell’area semantica di luogo natìo. Anche da un punto di vista pretta-

Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Camillo Benso di Cavour.

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Roma 27 dicembre 1947: De Gasperi, De Nicola e Terracini firmano la Costituzione Italiana.

mente sociale, la formulazione recepiva appieno i contenuti del tempo e della separazione dell’ordinamento militare da quello civile: il servizio militare era un modo per alcuni di scappare dalla povertà e per altri, come gli ex galeotti, di essere riabilitati nella società. Di contro, questa nuova possibilità di vita offerta aveva il costo della totale fedeltà; la stessa disciplina all’interno delle unità continuava ad avere norme fuori dai canoni comuni, tanto che l’antico istituto romano della decimazione restava uno strumento vigente per reprimere atti di insubordinazione collettivi. In quegli anni, tuttavia, anche nella penisola italiana, cominciarono a sentirsi gli effetti della lunga stagione inaugurata dall’illuminismo e dal riformismo illuminato e conclusasi con le Rivoluzioni americana e francese. Siamo in pieno Risorgimento ove grazie all’influenza di patrioti come Garibaldi, Mazzini e 50

Cavour, l’Italia iniziava la lotta per l’unificazione. Nell’anno 1848, con la proclamazione dello Statuto di Carlo Alberto, la formula del giuramento venne modificata come di seguito: “Io giuro di essere fedele a S.S.R. M. ed ai suoi Reali successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato e di adempiere a tutti li doveri che del mio stato col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria”. Anche con questa nuova formula, nonostante la concessione dello Statuto Albertino de jure e de facto rappresentasse una limitazione al potere del sovrano, i militari dovevano ancora la cieca obbedienza al re e tutte le leggi, comprese quelle a tutela dei sudditi, potevano essere violate in nome della salvezza del Sovrano. L’obbedienza, come riportato nel regolamento di disciplina militare, doveva essere pronta, rispettosa ed assoluta. Non era permesso

all’inferiore alcuna esitanza od osservazione, anche se gravato o ingiustamente punito. Appariva, per la prima volta, nella formula, la parola “Patria”, il cui concetto proprio in quei tempi si andava evolvendo, anche in Italia, verso il significato di Nazione (Stato). Tuttavia, soprattutto nel meridione, il significato di Patria continuava a coincidere con il paese in cui si nasceva e si moriva, mentre la Nazione era percepita come un’entità lontana e astratta, come somma di valori ambigui e oppressivi, specie sul piano normativo e fiscale. Detta formulazione continuava a risentire ancora in pieno della tradizione sabauda, secondo la quale l’arruolamento non era espressione di un diritto-dovere del cittadino verso lo Stato, ma di un servizio dovuto dai sudditi al re. Il giuramento militare del 1948, all’indomani dell’Unità d’Italia, fu esteso a tutte le milizie che confluiRivista Militare


La Costituzione Italiana.

vano nell’Esercito Italiano, nato sulle basi dell’Armata Sarda, e rimase in vigore, pressoché invariato, sino ai primi mesi successivi alla Seconda guerra mondiale. Alla vigilia del referendum del 2 giugno 1946, si poneva un forte dilemma su come si sarebbero dovute comportare le Forze Armate, ancora legate dal vincolo del giuramento al re, in caso di vittoria della Repubblica. Così, con Decreto Legislativo Luogon. 4/2017

tenenziale 16 marzo 1946 n.98, fu deciso all’art.7, che gli appartenenti alle Forze Armate dovevano “impegnarsi sul loro onore a rispettare e far rispettare nell’adempimento dei doveri del loro stato il risultato del referendum istituzionale e le relative decisioni dell’Assemblea Costituente”. Successivamente, a seguito degli esiti del referendum del 2 giugno 1946 che decretarono la vittoria della Re-

pubblica sulla Monarchia, Umberto II dichiarò decaduto il giuramento di fedeltà al re, ma non quello verso la Patria. Con queste parole, contenute nel proclama agli italiani dell’ultimo re d’Italia, il 13 giugno 1946, nascevano de facto le Forze Armate della Repubblica Italiana. Successivamente, con decreto legislativo Presidenziale 19 giugno 1946, n.1 all’art.9, si decretò che tutti gli obblighi assunti dai dipendenti pubblici, militari inclusi, in seguito al precedente giuramento, dovessero essere intesi nei confronti dello Stato; ciò al fine di colmare il gap normativo che si era venuto a creare con la caduta della Monarchia. Per colmare tale mancanza durante i lavori preparatori della Costituzione, fu deciso, come si evince dai verbali della seduta antimeridiana del 19 dicembre 1946, che anche i militari dovevano giurare fedeltà alla “Carta”. Tale decisione di inserire anche i militari tra coloro che dovevano prestare giuramento alla Repubblica e alla Costituzione fu presa, su proposta dell’Onorevole Aldo Moro, al fine di affidare alle Forze Armate la tutela del dettame costituzionale. Nel 1946, in attesa che venisse concluso il dettame Costituzionale, fu disposto, con legge, che i membri delle Forze Armate giurassero fedeltà allo Stato secondo la seguente formulazione: “Giuro di essere fedele alla Repubblica Italiana e al suo Capo, di osservare lealmente le leggi e di adempiere tutti i doveri del mio stato al solo scopo del bene della Patria". Questa frettolosa formulazione doveva avere, tuttavia, natura transitoria e porterà con sé le “ambiguità” di una formulazione fatta in fretta, in un contesto, peraltro, in transizione: un testo che, oltre ad esser scritto sulla falsariga di quello sabaudo, richiamava la situazione pre-repubblicana allorquando il monarca costituiva l’anello di congiunzione fra l’ordinamento dello Stato e quello (separato) delle Forze 51


Armate e sembrava “legare” nuovamente le Istituzioni militari e il Capo dello Stato da un rapporto di fedeltà che mal si conciliava con la neonata forma repubblicana. L’ambiguità sarebbe stata accentuata dalla formulazione dell’art.87 della Costituzione che riconosceva al Presidente della Repubblica il comando delle Forze Armate a similitudine di quanto disposto nello Statuto Albertino che, all’art.5, assegnava al Sovrano il comando delle Forze di Terra e di Mare. In sintesi, la prima formula del giuramento repubblicano appariva fortemente influenzata nella sua composizione dal recente passato di stampo monarchico, in quanto l’avvento della democrazia, con le sue procedure e le sue istituzioni, avrebbe richiesto tempo per raggiungere la sua

piena maturazione. La stessa formula del giuramento ne è una prova e risente del difficile processo di transizione dalla forma di governo monarchico a quella repubblicana. Ci vorranno anni affinché le Istituzioni democratiche si consolidino e affinché le leggi superino i retaggi della precedente forma di governo. Infatti, i contenuti della formula del ’46 verranno sanati circa 30 anni dopo, con la legge n.382/78, che introdurrà l’attuale formula del giuramento: “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. Dall’esame della sua formula è evidente che il giuramento milita-

re si basa su quattro fondamenti principali: la fedeltà alla Repubblica Italiana, l’osservanza della Costituzione e delle leggi, il sacro dovere della difesa della Patria e l’accettazione dello status di militare. I primi tre pilastri recepiscono appieno i contenuti degli articoli 52 e 54 della Carta. Il quarto fondamento, esclusivo del personale militare, consiste nell’assunzione di rischi e di obblighi e nel rispetto della disciplina quale condizione dell’ordinamento militare. Analizzando nel dettaglio la norma di riferimento, ci accorgiamo subito che l’assoluta fedeltà alla Repubblica ﹣ primo fondamento su cui si basa il nostro giuramento﹣ rappresenta la prima grande differenza con i contenuti della formula risalente al periodo prerepubblicano. Infatti, se nello

Giuramento degli Allievi Ufficiali all’Accademia Miltare di Modena.

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Rivista Militare


Giuramento degli Allievi della Scuola Militare Teuliè.

Stato sabaudo il giuramento era un atto di fede soprattutto alla persona del sovrano e poi alla Patria, attualmente la fedeltà è giurata verso la Repubblica e la sua Costituzione. Il destinatario del dovere di fedeltà è lo Stato Istituzione e non lo Stato Governo. Per quanto riguarda il secondo fondamento, ovvero l’osservanza della Costituzione e delle leggi, esso è strettamente connesso al primo, perché è scritta nella Costituzione la forma di governo prevista per la nazione: la Repubblica. Inoltre il Costituente, a differenza del sistema sabaudo, nel regolare i rapporti tra l’Ordinamento militare e quello statuale, ha stabilito che: “l’Ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” non significann. 4/2017

do che le Forze Armate mutano la struttura democratica dello Stato per definire nell’interna corporis la propria disciplina normativa, ma che esse, in quanto strumento attraverso il quale viene esercitato il monopolio dell’uso della forza, sono poste incondizionatamente al servizio dello Stato e adeguano l’attività e la condotta del proprio personale a ciò che viene deciso dagli organi democratici preposti, nell’osservanza della Costituzione e delle leggi discendenti. Contestualmente, le Forze Armate, quali detentori del monopolio dell’uso della forza, devono svolgere il ruolo di garante della democrazia come da intenzioni dei Padri costituenti della carta, tant’è che il legislatore, nel redigere l’attuale formula del giura-

mento, ha concluso il testo aggiungendo alla difesa della Patria, la “salvaguardia delle libere istituzioni”, proprio a evidenziare che oltre al sacro territorio natio, ci sono da difendere le altrettanto “sacre” Istituzioni repubblicane, la cui fedeltà è, ai sensi del secondo comma dell’art.712 del D.P.R. 90/2010, il fondamento dei doveri del militare. Spirito democratico significa, inoltre, rispetto della dignità umana dei miles e delle loro garanzie costituzionali, che, tuttavia, deve essere bilanciato con i principi di disciplina e di gerarchia su cui si fondano le Istituzioni militari. Il terzo fondamento sintetizza l’art.52 della Costituzione: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”; un dovere la cui chiave di lettura è connessa al53


l’evoluzione degli ultimi anni sia del concetto di Patria che di difesa. Attualmente con il termine di Patria non s’intende più, esclusivamente, il territorio nazionale (il sacro suolo) da difendere a ogni costo, ma anche la Comunità nazionale, formata da persone che vivono nello Stato, il patrimonio culturale, storico, artistico del Paese e, soprattutto, i valori comuni sui quali si fonda il nostro ordinamento costituzionale (cfr. def. di Patria in http://www.treccani.it/enciclopedia/). Il quarto fondamento verte sul concetto di status, ovvero il complesso dei diritti e dei doveri attinenti al grado e relativi alla disciplina, cui si aggiunge l’aggettivo militare, che qualifica lo stato giuridico, acquisito all’atto dell’arruolamento, consacrato con il giuramento e conservato anche durante lo stato di disperso e prigioniero di guerra. In sintesi, se nel Regno sabaudo l’obbedienza era “assoluta” e i doveri che in-

combevano sul soldato erano legati ai concetti di Dio, Re e Patria, con la Legge sulle norme di principio e il relativo Regolamento l’obbedienza è stata qualificata come “leale e consapevole” e la previsione di doveri per il soldato è divenuta a carattere generale e afferente al solo status di militare. In tale ottica, se nello Stato sabaudo il collegamento tra l’ordinamento militare e quello civile era il Sovrano e lo status era quello di soldato-suddito, oggi, per volontà dei Padri costituenti, il collegamento tra l’ordinamento militare e quello civile è la Costituzione e lo status è divenuto quello di cittadino-soldato. L’attuale formula del giuramento, sebbene concepita oltre 30 anni dopo la Costituzione, recepisce appieno la volontà dei Padri fondatori: ispirare le Forze Armate e le Forze di Polizia ai principi democratici della Repubblica sottoponendo il loro operato alle leggi

e non al volere del “Capo”. Parallelamente emerge come, già a partire dalla Seconda guerra mondiale che aveva visto lo “scontro mortale” tra le nazioni europee, si è assistito ad un graduale sganciamento del concetto di Patria da quello di Stato (nazione). Una tendenza nella quale si sono collocati progetti politici anche antitetici: da un lato, la rivalutazione di accezioni subnazionali di Patria (intesa quale sinonimo di comunità locale, linguistica, storica), dall’altro, ipotesi federaliste sovranazionali come la “Patria-Europa”. Pertanto, l’attuale formula del giuramento se da un lato è sempre più aderente allo spirito democratico cui si ispira la nostra società, dall’altro vede seriamente attaccata la sua forza extragiuridica, i cui valori etici ne costituiscono la fonte.

*Tenente Colonnello

Giuramento degli Allievi Marescialli alla Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo.

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Rivista Militare


Giuramento VFP-1 a Capua.

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Tortora R., Etica e tipicità dell’Ordinamento militare, in “Informazioni della Difesa”, n.3, 2008. RIFERIMENTI NORMATIVI Decreto Legislativo Luogotenenziale 16/3/1946 n.98. Decreto Legislativo Presidenziale 19 giugno 1946, n.1. Costituzione Italiana, 1 gennaio 1948. L.n.478/1946, Modificazioni delle formule del giuramento. Legge n.382/1978, Norme di principio sulla disciplina militare ed istituzione della Rappresentanza Militare. Decreto Legislativo n.66/2010, Codice dell’Ordinamento Militare. Decreto del Presidente della Repubblica n.90/2010, Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare.

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I soldati di Cristo e d’Italia nella Prima Guerra Mondiale Il ricordo delle tre Medaglie d’Oro al Valor Militare di Alberto Frattolillo*

Don Angelo Roncalli, Cappellano Militare durante la Grande Guerra.

La figura del Cappellano Militare ha rivestito un ruolo significativo fra le truppe inviate in zona di guerra sin dai tempi dei Romani. Basti pensare che Costantino, l’Imperatore che liberalizzò la professione del Cristianesimo, volle la presenza del sacerdote e della tenda per il culto al seguito di ciascuna Legione anche durante le battaglie. In tempi più recenti, nel Regno di Sardegna, i Cappellani Militari già esercitavano il loro servizio religioso con la denominazione di “elemosinieri” e solo dopo il 24 giugno 1866, data della disfatta a Custoza dell’Esercito Italiano contro l’Esercito austriaco che diede inizio alle manovre della Terza guerra d’Indipendenza, vennero n. 4/2017

soppressi anche in considerazione della forte competitività allora esistente tra Stato e Chiesa. Durante la Campagna in Libia (1911-1913), voluta da Giolitti al fine di annettere la Cirenaica e la Tripolitania, all’epoca provincie turche, l’assistenza spirituale fu svolta dai frati cappuccini, mobilitati dalla Croce Rossa, e da quei sacerdoti in servizio come pretisoldati presso gli ospedali da campo. Il 12 aprile 1915, nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia, l’allora Capo di Stato Maggiore, Generale Luigi Cadorna, fervente cattolico, riorganizzò l’assistenza spirituale ai militari, istituendo ufficialmente la figura del Cappellano Militare, e ne decretò l’impiego in ogni reggimento, battaglione, ospedale (dove ne previde uno ogni 400 posti letto), infermeria, treno ospedale e reparto di sanità. Il disposto di Cadorna fu ratificato il 27 giugno 1915, con il decreto n.1022, dal Luogotenente del Regno, duca Tommaso di Genova. Si statuì definitivamente l’Ordinamento ecclesiastico nell’Esercito e la direzione del servizio spirituale fu assegnata al cosiddetto “Vescovo di campo”, assimilato al grado di Maggior Generale. Quest’ultimo aveva la giurisdizione su tutti i Cappellani del Regio Esercito con esclusione di quelli appartenenti all’Ordine di Malta (circa sei). Venne così istituito un Corpo di oltre 2.400 Cappellani guidati da un “Vescovo di campo”, Monsignor Angelo Lorenzo Bartolomasi, Vescovo ausiliare di Torino (1° giugno 1915). A tal proposito, va menzionato che i Cap-

pellani non erano solo di fede cattolica, ma appartenevano anche alla Chiesa Evangelica Valdese (nove in tutto), alla Chiesa Battista e alcuni erano di religione ebraica. Il Vescovo di campo era coadiuvato da tre Cappellani Vicari, con il grado di Maggiore; vi erano poi le figure del Cappellano Coadiuvatore, con il grado di Capitano, nonché quella del Cappellano Ordinario, con il grado di Tenente. La selezione era di pertinenza della suddetta Autorità che la prospettava per la nomina ufficiale al Ministero della Guerra. In deroga al diritto ecclesiastico, potevano accordare l’assoluzione di massa, redigere gli atti di matrimonio per procura (ai militari impegnati al fronte, in tempo di guerra, è tuttora concessa questa facoltà), apporre sulla tabellina diagnostica − antesignana dell’attuale scheda del triage, da applicarsi a malati e feriti sul campo di battaglia − le lettere o, c, p, (olio santo-comunione-penitenza) e impartire l’indulgenza plenaria in punto di morte. Inoltre, officiavano l’Eucaristia, sovente in condizioni ambientali e climatiche avverse, confessavano, presenziavano alle esequie e alle celebrazioni in suffragio dei Caduti, preparavano i soldati al sacramento della Prima Comunione e della Cresima, provvedevano alla manutenzione dei piccoli cimiteri di guerra per dare onorata sepoltura ai Caduti, sostenevano moralmente i soldati, visitavano i feriti e agevolavano i contatti tra chi era al fronte e la famiglia. Tra i compiti umanitari, 57


vi era anche la segnalazione delle famiglie più bisognose cui inviare sussidi straordinari elargiti direttamente dai Corpi di appartenenza (es. vaglia con somme che variavano da 50 a 200 lire) e il facilitare gli analfabeti, i feriti e gli ammalati nel tenere la corrispondenza con i propri familiari mediante l’invio di cartoline postali o lettere; in questo modo, implicitamente, erano anche in grado di tenere sotto controllo le notizie inviate dal fronte. Durante le visite ai reparti nelle trincee, i Cappellani, oltre a parole di conforto e sorrisi, elargivano spesso doni quali libri, immagini sacre, medaglie religiose, coperte di lana, fazzoletti, sigarette, tabacco e generi di conforto. Con il sopraggiungere di particolari avvenimenti, come le feste natalizie, organizzavano, soprattutto per la truppa, con il permesso dei superiori, giochi e diversivi. In particolare, operavano spesso anche nelle Case del soldato, alcune delle quali erano state da loro organizzate e gestite. Ai Cappellani erano distribuiti manuali, in cui si suggerivano condotta e prediche da divulgare alle truppe. Tra quelli più diffusi: Istruzioni Religiose e preghiere per l’Esercito e la Marina, La stella del soldato, oltre al bollettino quindicinale il prete al campo, diretto da don Giulio De Rossi, appositamente dedicato all’indirizzo dell’attività pastorale presso le truppe. Il Cappellano, come uomo di Dio, si interessava, e si interessa tuttora, di anime. Ma in guerra non è semplice scindere l’aspetto spirituale da quello nazionalistico. Per di più, in talune contingenze, furono proprio loro a tener salda la coesione morale e disciplinare attraverso la diffusione di sentimenti di fede e di amor patrio che sarebbero scaturiti dal richiamo a principi morali e religiosi, arrivando talora a mettersi a capo di truppe in azione per sostituire Ufficiali caduti in combattimento. Per il Cappellano, quindi, una doppia ardua incombenza, con 58

effetti anche contrastanti tra loro: divulgare i principi evangelici e, nel contempo, rinvigorire nei soldati la volontà di combattere per il bene della Patria. I soldati reputavano il Cappellano un amico, un fratello, un prezioso confidente, un trait d’union tra i momenti drammatici della guerra e la vita civile; un “ponte” tra la violenza e la pietà di Dio. Il momento della celebrazione della S. Messa era il più atteso dai Cappellani Militari e dagli stessi militari che vi presenziavano schierati in ordine più o meno formale insieme agli Ufficiali. Il sostegno ai condannati a morte

dai tribunali militari era una delle circostanze più tragiche in cui il Cappellano era chiamato a intervenire. Per la loro identificazione il Ministero della Guerra, con la circolare n.22950 del 18 novembre 1915, ribadiva che l’uniforme principale era l’abito talare dell’ordine al quale appartenevano, con controspalline nere e sul braccio sinistro il bracciale con la croce rossa su fondo bianco (simbolo internazionale). Il copricapo era quello pastorale, proprio dei sacerdoti, avente però due giri di cordone grigioverde intorno alla cupola, con galloni in argento del distintivo di grado. Sul davanti era posto il

Estrema unzione durante la guerra sovietico-polacca.

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fregio dell’Arma o del Corpo di appartenenza. In operazioni, invece, doveva essere indossata, obbligatoriamente, l’uniforme grigioverde con le stellette a cinque punte sul bavero, gradi sulle maniche e una croce rossa cucita sul lato sinistro del petto; avevano inoltre il collare ecclesiastico, un crocifisso appeso al collo e, in testa, il normale berretto con i relativi gradi. Con R.D.1552 del 29 ottobre 1922, conclusa la Grande Guerra, il servizio del Cappellano Militare venne abrogato, ad eccezione di quello orientato alla raccolta delle salme dei Caduti e alla sistemazione dei cimiteri di guerra. Successivamente, con legge n.417 dell’11 marzo 1926 venne istituito l’Ordinariato Militare, che tuttora dirige questa organizzazione religiosa. Fra le centinaia di Cappellani valorosi che hanno partecipato alla Grande Guerra (alcuni dei quali particolarmente noti, come Don Angelo

Roncalli poi San Giovanni XXIII Papa, Padre Agostino Gemelli e Padre Semeria), ricordiamo le tre Medaglie d’Oro al Valor Militare. Don Giovanni Mazzoni Nato a Chiassa Superiore, una frazione di Arezzo, il 17 ottobre 1886 e deceduto a Petropavlovka (Russia) il 26 dicembre 1941. Nominato Cappellano Militare dell’ordine dei Carmelitani scalzi il 30 dicembre 1915, fu assegnato all’Ospedale di Riserva di Bagni di San Giuliano. Il 28 maggio 1916 fu trasferito al 226° Reggimento fanteria “Arezzo”, che già si trovava in zona d’operazioni sull’Altopiano di Asiago nel pieno dell’offensiva austro-ungarica. In seguito combatté sul Carso, dove, il 31 agosto 1917, durante l’11^ Battaglia dell’Isonzo, fu ferito in combattimento al polso destro e alla regione malleolare esterna del piede sinistro. A Comane (Komarje), si mise alla testa di un

In questa pagina e nella seguente, immagini che ritraggono Cappellani Militari al fronte, durante una funzione religiosa.

n. 4/2017

drappello di soldati rimasti senza comando, meritando per questo la prima delle due Medaglie d’Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione: “Quantunque dispensato dal presentarsi alle armi, allo scoppio della guerra vi accorse volontariamente dalla Siria dove stava esercitando apostolato di religione e di italianità e fu nel proprio reggimento costante e fulgido esempio del più puro amor di Patria e del più straordinario coraggio. Già due volte premiato per distinte azioni di valore, primo fra i suoi soldati nel compimento della sua opera, non conobbe ostacoli e tenne il dovere mai come un limite da raggiungere, sempre come una mèta da oltrepassare. In una speciale circostanza messosi risolutamente alla testa di un manipolo di militari privo di comandante, nel momento più grave della dura lotta li trascinò arditamente contro il nemico più forte di uomini e di armi e con irresistibile impeto lo debellò e lo costrinse alla resa facendo prigionieri e catturando materiale. Ferito rimase al combattimento finché non ebbe assicurata la vittoria. Già distintosi, per elette virtù militari, in numerosi combattimenti, sempre impavido nelle zone più fortemente battute dal fuoco avversario, sempre intrepido di fronte ai più gravi pericoli. Carso 23 maggio-5 giugno 1917; Komarje (Carso) 30 agosto 1917”. Data del conferimento: 7 agosto 1919. Rientrato in servizio nel gennaio del 1918 come Cappellano del Reggimento “Cavalleggeri di Treviso”, venne congedato nel 1919. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si arruolò di nuovo all’età di 55 anni e il 10 settembre 1941 partì (via terra) per il fronte russo. Il 17 settembre 1941 giunse presso il 578° Ospedale da campo “Torino”, mobilitato; il 20 novembre 1941 viene trasferito presso il Comando Divisione “Torino” e il 23 novembre 1941 fu trasferito al 3° Reggimento bersaglieri. Il 26 dicembre 59


1941, in località Petropavlovka (Russia), tentò di soccorrere sul campo di battaglia, in condizioni ambientali e climatiche estreme, un bersagliere ferito che implorava aiuto. Benché lo avessero ripetutamente invitato a non esporsi più di tanto, perseverò nel tentativo di salvarlo rimanendo colpito mortalmente e spirando di fianco a lui. Il suo ultimo gesto che si ricordi a proposito fu la mano alzata al cielo, in segno di benedizione e di saluto verso amici e nemici, un gesto di bontà verso tutti gli uomini angustiati dalla sofferenza. Per questo episodio gli fu concessa una seconda Medaglia d’Oro al Valor Militare. Inoltre, sempre per atti valorosi, gli furono concesse anche una Medaglia d’Argento e due di Bronzo al Valor Militare.

mento, ottenuto dopo viva insistenza di unirsi alla prima ondata di assalto, slanciavasi, munito soltanto di bastone, alla testa dei più animosi, giungendo primo sulla trincea nemica. Colpito mortalmente al ventre da scheggia di granata, incurante di sé, rimaneva in piedi, appoggiato ad un albero, ad incorare i soldati. Trasportato a viva forza al posto di medicazione, sebbene morente, consolava con stoica virtù gli altri feriti e spirava glorificando e benedicendo, la fortuna delle nostre armi”.

Adolescente si trasferì con la famiglia a Orte (Terni), dove frequentò la scuola pubblica e, successivamente, con notevoli sacrifici personali e della famiglia che non si trovava in condizioni agiate, il locale seminario vescovile. Si mantenne agli studi lavorando come istruttore di collegio a Como e a Firenze, dove conseguì il diploma liceale. Rientrato a Orte, terminò gli studi teologici nel vicino seminario di Civita Castellana (Viterbo). Ordinato sacerdote il 20 dicembre 1912, ebbe, quale primo incarico, quello di operare nella sua cittadina. Il 15 settembre 1915 fu nominato Cappellano Militare e, chiamato alle armi, fu assegnato all’Ospedale Militare del Celio in Roma, ma, animato da un forte sentimento patriottico con l’intenzione di rendersi maggiormente utile, fece immediatamente domanda per essere assegnato in un reparto operativo e in breve tempo raggiunse al fronte il 40° Reggimento artiglieria campale. Prestò servizio dal 14 dicembre 1917 al 28 febbraio 1918 presso il 76° Reggimento fanteria e, dopo la disfatta di Caporetto, passò al 252° Reggimento fanteria “Massa Carrara” con il quale, il 6 luglio 1918, ebbe l’ordine di riconquistare quota 1503 sul monte Asolone. Ferito a morte il Comandante, quale Ufficiale più alto

Don Pacifico Arcangeli Nato il 14 marzo 1888 a Treia (Macerata), morì a 30 anni appena compiuti, con il grado di Tenete, il 6 luglio 1918 sul monte Asolone (m.1520), sulla dorsale ovest del Monte Grappa. Il Tenente fu decorato con la seguente motivazione: “Eroica figura di sacerdote e di soldato, durante cruento combatti60

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Motivazione della M.O.V.M. concessa a Don Pacifico Arcangeli

in grado ivi presente, saltò fuori con gli altri dalla trincea e raggiunse per primo le postazioni nemiche, tra i fili spinati, sotto le raffiche delle mitragliatrici e un intenso bombardamento di artiglieria, spronando i militari che lo seguivano, armato di solo bastone. Ferito mortalmente da una scheggia di granata, rimase appoggiato a un albero a incitare i soldati fino alla conclusione dell’operazione e spirò poco dopo nell’ospedale da campo, incoraggiando gli altri feriti. Don Annibale Carletti Nasce a Motta Baluffi (Cremona) nel 1888. Ordinato sacerdote al termine degli studi di teologia, con lo scoppio delle ostilità, il 24 maggio 1915, decise di arruolarsi volontario, inizialmente come soldato in una compagnia di sanità che prestava servizio sul Podgora, per confortare i combattenti al fronte, e successivamente fu al Sabotino per assistere i colerosi. Promosso Sottotenente, fu assegnato il 5 marzo 1916 al 207° Reggimento fanteria “Taro”, di nuova formazione, di cui benedisse la Bandiera di Guerra con la seguente promessa: “sarò con voi soldati, sempre fino alla morte con amore e accetterò qualunque n. 4/2017

sacrificio per voi, per l’Italia!”. Visse nelle trincee con la truppa e divise con essa gioie e dolori partecipando più volte ad assalti verso postazioni nemiche e soccorrendo numerose volte, sotto il fuoco, i soldati feriti, lenendo le sofferenze spirituali ai moribondi e incoraggiando i vivi. Come avvenne il 15 maggio 1916 quando il suo reparto fu coinvolto nella durissima e cruenta battaglia di

quota 418 a Castel Dante, nei pressi di Rovereto. In quell’episodio il nemico, pur contenuto dalla caparbietà dei fanti, continuava a guadagnare pericolosamente terreno. Qui il Cappellano andò incontro ai soldati che avevano abbandonato le posizioni, i quali si ritiravano a causa dell’intenso bombardamento. Li incitò alla resistenza e, a comando dell’unità, li condusse al contrattacco, alla lotta e all’onore. I militari, rianimati e inorgogliti dalle sue parole e dal suo contegno, attaccarono di nuovo il nemico, riconquistando posizioni. Quando nella notte arrivò l’ordine di ritirarsi, egli diede tutte le disposizioni rimanendo sul campo a raccogliere i feriti e le ultime volontà dei moribondi. Il giorno successivo, i resti del reggimento, rinforzati da altri reparti, convogliarono in località Costa Violina, sempre nei pressi di Rovereto, per organizzare la successiva resistenza, che si concluse con la vittoria del nemico ma che fu pagata dallo stesso a carissimo prezzo. Dal 22 al 29 maggio 1916, Don Carletti si distinse particolarmente nella difesa di Passo Buole (m.1460), valico delle Prealpi Venete, durante

Contrattacco austro-ungarico sul fronte del Carso-1917.

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BIBLIOGRAFIA

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Soldati italiani in trincea-1914.

la Strafexpedition (spedizione punitiva) posta in essere dall’Esercito austriaco su volontà del suo Capo di Stato Maggiore, Generale Conrad, per punire il tradimento italiano alla Triplice Alleanza e il passaggio alla Triplice Intesa (26 aprile 1915). In questa circostanza si guadagnò sul campo la più importante onorificenza al Valor Militare conferitagli il 26 ottobre 1916 con la seguente motivazione: “Dal giorno in cui si presentò al reggimento, con opera attiva ed intelligente, seppe inspirare in tutti i militari i più elevati sentimenti di fede, di dovere e di amor patrio, dando, anche in azioni militari, costante prova di coraggio personale e di sprezzo del pericolo. In vari combattimenti, sempre primo ove più intensa infuriava la lotta, incurante dei gravi pericoli ai quali era esposto, incitava i soldati a compiere, fino all’ultimo, il loro dovere, mostrandosi anche instancabile nel raccogliere e curare i feriti. Ben due volte riunì militari dispersi, rimasti privi di Ufficiali, e, approfittando dell’ascendente che aveva saputo acquistarsi fra i soldati, li riordinò e li condusse 62

all’assalto. Intimatagli dal nemico la resa, vi si rifiutò risolutamente, ordinando e dirigendo il fuoco contro le forze preponderanti dell’avversario, al quale inflisse gravi perdite. Costa Violina, 1517 maggio; Passo del Buole, 30 maggio 1916”. *Tenente Colonnello

www.arsmilitaris.org www.bgpedia.it www.inutilestrage.it www.cimeetrincee.it http://new.lecentocittà.it http://carlomafera.wordpress.com http://segretidellastoria.wordpress.com www.gruppoalpininoviligure.altervista.org www.ancmi.org http://scontent-fra3-1.xx.fbcdn.net/ www.alfamodel.it Si ringrazia per la preziosa collaborazione l’archivio dell’Ordinariato Militare.

Soldati italiani impegnati nel trasporto di pezzi di artiglieria durante la Prima Guerra Mondiale.

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Caporetto e gli eroi senza medaglia Le vicende della Brigata “Bologna” e del Sergente Angelo Zampini di Giuseppe Diotallevi*

l’atto eroico di un singolo militare, il Sergente Zampini. Sia l’Unità che la persona sono accomunati dallo stesso destino: essersi immolati senza ricevere alcun tributo per il proprio sacrificio.

Il Sergente Angelo Zampini.

Caporetto è una parola che evoca nell’immaginario collettivo nazionale l’idea di sconfitta, di disfatta. Eppure in questi drammatici eventi è possibile individuare storie di uomini e di reparti che hanno adempiuto al loro dovere fino all’estremo sacrificio, senza per questo meritare alcun riconoscimento ufficiale. Il racconto si svolgerà su due distinti livelli: uno generale, che porrà l’attenzione sull’eroismo di una Grande Unità, la Brigata “Bologna”, l’altro, particolare, che avrà come oggetto n. 4/2017

La Brigata “Bologna” Siamo nel Friuli collinare pedemontano, sulla sponda sinistra del fiume Tagliamento, nei pressi del Monte Ragogna. È l’autunno del 1917, nei giorni successivi alla 12^ battaglia dell’Isonzo e allo sfondamento austro-germanico di Caporetto (24 ottobre – 5 novembre). In quei tragici momenti, il Comando Supremo aveva due impellenti priorità: far ripiegare le unità per riorganizzarle e cercare di imbastire un’efficace azione difensiva al fine di arginare la dilagante massa di unità austro-tedesche che avanzavano nel triveneto, dopo il successo iniziale di Caporetto. Per raggiungere il primo dei due obiettivi il Comando Supremo, attingendo dalle riserve della 3^ Armata con la 20^ e 33^ Divisione, costituì il Corpo d’Armata Speciale della 2^ Armata, cui venne assegnata la difesa del medio Tagliamento (1). In tale settore dovevano defluire i resti dei reparti superstiti e gli sbandati della 2^ Armata, tra le Grandi Unità del Regio Esercito la più poderosa e meglio equipaggiata. Alla 33^ Divisione, forte delle Brigate “Bologna” e “Barletta”, venne assegnato un settore a cavallo del Tagliamento. In parti-

colare, la Grande Unità ricevette, sulla sponda destra del fiume, il tratto compreso tra il ponte di Pinzano e la confluenza del Pontaiba (Brigata “Barletta”) e, sulla sponda sinistra, la posizione del Monte Ragogna (presidiata dalla Brigata “Bologna” già dal 29 ottobre, al 5° giorno dallo sfondamento di Caporetto). Valutata da un punto di vista militare, quella del Monte Ragogna era sicuramente una posizione forte. Infatti, oltre a dominare la pianura antistante e le relative vie di comunicazione, consentiva di controllare le strutture chiave dei ponti di Pinzano e Cornino oltre alla passerella militare di Pontaiba (2). La Brigata “Bologna” ricevette il compito di condurre una difesa a tempo indeterminato (3) del Monte Ragogna allo scopo di: • frenare l’avanzata nemica scongiurando il rischio di aggiramento/isolamento della 2^ Armata per consentire a quest’ultima di ripiegare sulla successiva linea difensiva; • logorare la capacità offensiva infliggendo il maggior numero possibile di perdite; • riscattare l’immagine delle Armi italiane operando, quindi, alla luce di esigenze di “ordine morale” per dimostrare al resto del Regio Esercito e al nemico che vi erano ancora unità capaci di battersi valorosamente; ciò al fine di rincuorare il primo e stemperare l’aggressività del secondo; • bloccare le forze nemiche (4) che altrimenti sarebbero state 65


impiegate nell’inseguimento (5). Il 29 ottobre la Brigata “Bologna” si schierò sul Monte Ragogna, punto cardine nell’ambito del dispositivo difensivo italiano. In questa fase del ciclo operativo dall’Isonzo al Piave, le forze di retroguardia italiane, nel condurre la propria azione di frenaggio, dovevano impedire a ogni costo alle colonne imperiali di raggiungere il loro obiettivo intermedio, conquistare almeno uno dei tre ponti sul medio Tagliamento (6). Alle prime luci dell’alba del 30 ottobre, reparti della 50^ Divisione austriaca, della 12^ Divisione germanica e della Divisione “Slesiana” (unità quest’ultima che il 24 ottobre aveva sfondato a Tolmino), attaccarono il sistema difensivo di Monte Ragogna. La “Bologna”, anche se in evidente inferiorità di mezzi e con un rapporto di forze nettamente sfavorevole, riuscì a respingere l’attacco. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, essendo ormai ripiegate tutte le unità italiane, la passerella lignea della Pontaiba venne data alle fiamme e, quasi contemporaneamente, fu fatta brillare la campata occidentale del Ponte di Cornino. Quello di Pinzano, pertanto, rimase l’unica struttura idonea a superare le acque tumultuose del Tagliamento e, in quanto tale, l’ultima speranza per la Brigata “Bologna”, la sola unità italiana rimasta sulla sponda sinistra del fiume. Poche ore dopo, all’alba del 1° novembre, gli austro-germanici reiterarono l’attacco su due direttrici contro il Ragogna. Da Sud-est con la 12^ Divisione germanica rinforzata da un reggimento della 13^ Divisione Shützen austriaca che mirava a conquistare il ponte di Pinzano dove però, la progressione imperiale venne fermata a pochi metri dall’accesso orientale del ponte. Da Nord-est contro i declivi orientali del Monte Ragogna, in questo caso lo sforzo imperiale consentì di conquistare le posizioni esterne del sistema difensivo italiano. 66

Fasi del ripiegamento della 2^ e 3^ Armata sul Tagliamento (fonte: F. Cappellano, “La Brigata di fanteria «Bologna» a Monte Ragogna 30 ottobre − 1 settembre 1917”, Studi Storico-Militari, SME − Ufficio Storico, Roma, 2008).

Alle ore 11:30, il Comando della 33^ Divisione, temendo che il nemico potesse conquistare il ponte, emanò l’ordine di farlo brillare. A questo punto, i “fanti felsinei” (nome etrusco di Bologna n.d.r.), già votati al sacrificio, decisero di lottare coraggiosamente e senza cedimenti morali, eseguendo fino all’ultimo gli ordini ricevuti. La strenua resistenza sul Monte Ragogna si smorzò nel tardo pomeriggio quando, ormai privi di munizioni, i reparti superstiti, innestata la baionetta, si lanciarono nello scontro finale. L’indomito valore dimostrato dai

fanti della “Bologna”, immolati anche per “[...] esigenze di ordine morale in modo da lavare almeno in parte l’onta della grave sconfitta della 2^ Armata” (7), nonostante le segnalazioni dei Generali Sanna e Di Giorgio, non ebbe il giusto riconoscimento, tant’è che, non venendo nemmeno citato nel Bollettino di guerra del Comando Supremo, cadde inesorabilmente nell’oblio. Il tenace ed eroico comportamento della Brigata “Bologna” fu paradossalmente riconosciuto dal nemico che, nella persona del Generale Von Below, Comandante Rivista Militare


Opere difensive permanenti su Monte Ragogna (fonte: F. Cappellano, “La Brigata di fanteria «Bologna» a Monte Ragogna 30 ottobre − 1 settembre 1917”, Studi Storico-Militari, SME − Ufficio Storico, Roma, 2008).

della 14^ Armata austro-tedesca, le tributò, in quel di San Daniele, l’onore delle armi. Il Sergente Angelo Zampini Nell’apprestarci a descrivere l’operato dell’altro protagonista di questo racconto, precisiamo che le gesta dell’eroico mitragliere sono cronologicamente avvenute prima dei fatti d’Arme precedentemente illustrati, nell’ambito dell’azione ritardatrice condotta dalla 16^ Divisione (8) e dal XXVIII Corpo d’Armata che operarono sulla fronte del Corpo d’Armata Speciale nella cintura di abitati situati nei pressi di San Daniele. Angelo Zampini, nato il 28 aprile 1894 a Lerchi, piccola frazione di Città di Castello (PG), era un Sergente in forza alla 999^ compagnia mitragliatrici che, in quei tristi giorni di ottobre del 1917, fu aggregata al II Battaglione del 246° Reggimento, venendo impegnata nella difesa dell’abitato di Farla di Mojano. La storia del Sergente umbro è stata narrata da Cesco Tomaselli, celebre firma del “Corriere della Sera”, nell’articolo “Angelo Zampin. 4/2017

ni, l’eroe senza medaglia”. Il grande giornalista diede voce ai racconti dei contadini friulani, che furono testimoni degli eventi del 29 ottobre, riuscendo a ricostruire “[...] il fatto nella stupenda semplicità della tradizione popolare” (9) e contribuendo in modo determinante alla nascita del mito. Al calar della sera del 29 ottobre, il dispositivo difensivo era in atto e le mitragliatrici della 999^ compagnia erano posizionate all’esterno dell’abitato, in modo da interdire ogni possibile via di accesso nemico (10) a Farla. Dopo uno scontro furibondo, i fanti tedeschi dotati della Lich Hand Maschinengewehr 08/15, (arma utilizzata in questa circostanza con un bipiede), all’alba del 30 ottobre riuscirono ad aggirare e, quindi, a sopraffare le varie sezioni della 999^. Un estremo e disperato tentativo di bloccare il nemico fu compiuto dall’ultima coppia di mitragliatrici italiane alle cui manopole vi erano Zampini e un Caporal Maggiore. Il parroco nel suo giro della pietà trovò il corpo di quest’ultimo accanto all’arma senza poterlo identificare e fu così che “[...] egli è andato ad ingros-

sare la gloriosa schiera degli ignoti” (11). Nel frattempo Zampini recuperò la sua arma e si ritirò nel paese. Appostandosi all’interno di un cortile, riuscì a sbarrarne la via principale. All’ordine di ripiegare ricevuto da un Ufficiale, Zampini rispose “[...] io non mi ritiro, di qua non passano; ho da morire prima che passino” (12). D’un tratto, dalle prime case del paese – già occupate dal nemico – giunse un invito “[...] renditi, bravo italiano, renditi” (13) a cui Zampini replicò “[...] non mi arrendo, non mi arrenderò mai” e, animato da “sacro furore”, riprese a sparare. I testimoni raccontano che i tedeschi ripeterono l’invito per altre due o tre volte, ottenendo sempre la medesima risposta cui fecero eco inesorabili colpi di mitragliatrice. I germanici, quindi, mossero aggirando il cortile e, guadagnata una posizione dominante dall’alto del campanile, per mano di un tiratore isolato, posero fine alla sua vita e alla sua strenua difesa. Così se ne andò “l’umile figlio di contadini che diede la propria vita non nell’impeto della battaglia collettiva [...] ma in un’ultima sublime resistenza da solo, senza nessuna 67


speranza di sopravvivere col gesto eroico di chi può soltanto ritardare di un attimo la vittoria del nemico, per imporgli il rispetto degli anonimi, per fargli intendere che non tutti fuggono” (14). L’elogio di questo prode sarebbe dovuto rifulgere sulle incrollabili basi della riconoscenza collettiva ma così non fu e, quindi, laddove mancò l’Italia, pose rimedio la popolazione di Farla che, spinta dalla più profonda gratitudine, tributò al mitragliere tifernate (nativo di Città di Castello n.d.r.) i massimi onori, facendo nascere il “culto della sua memoria” (15). Tale straordinario caso di benemerenza testimonia l’attaccamento del popolo nei confronti di “[...] un figlio del popolo divenuto campione di cavalleresco eroismo” (16). Al pari di molti altri, che in quelle giornate combatterono senza risparmiarsi, il Sergente Zampini non ricevette medaglia. Ma il riconoscimento serve principalmente perché lascia una traccia su cui ancorare la memoria; è quindi facile sopperire a tale mancanza materiale ricorrendo a un altro mezzo, quello della narrazione e della divulgazione delle loro gesta per evitare che ta-

le “patrimonio” venga dimenticato. Fin qui si è parlato del dove, del quando, del chi e, sommariamente, del cosa e del come. Ora entreremo nel vivo della trattazione analizzando il perché si è scelto di narrare questi avvenimenti che a vario titolo e in circostanze diverse videro impegnati i “modesti eroi del dovere”, come ebbe a definirli il Generale Di Giorgio, Comandante del Corpo d’Armata Speciale. Eroi intesi nella loro collettività, allorquando si pensa alla Brigata “Bologna” presa come un’unica compagine, o nella dimensione del singolo combattente, nel momento in cui si analizza la storia del Sergente Zampini, Comandante di squadra mitraglieri, tutti caduti nell’oblio. Meglio di noi seppero fare le genti antiche. Pericle nel suo discorso ai Caduti di Atene ammonisce su come ogni società dovrebbe onorare e ricordare i propri eroi, coloro che “[...] con la forza delle loro gesta intrepide, preferirono contare unicamente su se stessi. Ritennero miglior destino combattere e morire che ripiegare e salvarsi. Sfuggirono l’onta della viltà, ressero a prezzo della vita lo sforzo e

nell’attimo folgorante che corona il destino, al culmine di un lucido eroismo, più che d’uno smarrito sgomento, trapassarono” (17). Nei due casi descritti si intravedono due forme distinte di eroismo: da una parte, il caso della Brigata “Bologna” in cui l’estremo sacrificio nell’adempimento del dovere è comportamento propriamente militare dell’obbedienza, resistendo a oltranza; dall’altra l’atto eroico del singolo che, lambendo “l’etica del dissenso”, nonostante abbia ricevuto l’ordine di ripiegamento, resiste intravedendo oltre la propria fine, la vittoria. “ [...] io non mi ritiro, di qua non passano; ho da morire prima che passino”. Si connotano due distinte condotte: una tendente all’eroismo, che è patrimonio culturale nella formazione militare; l’altra, soggettiva, che risponde a una logica inconscia che emerge come atto contingente e individuale governato dall’imponderabile. L’“eroe”, secondo l’enciclopedia Treccani, è un “essere semidivino, al quale si attribuiscono gesta prodigiose a favore del gruppo che lo riconosce come tale”. È colui che plasma la società stabilendo dei modelli di comporta-

Ponte di Pinzano dopo il brillamento (fonte: Marco Pascoli, I luoghi della Grande Guerra nel Friuli collinare, fotoalbum, Comune di Ragogna, 2008).

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mento degni di essere emulati. Il ruolo sociale dell’eroe si fonda, quindi, sul concetto chiave di “esempio” nella sua accezione morale e pedagogica. In tale ottica, l’eroe si eleva a “maestro” che, personificando il “padre” della collettività, indica la via da seguire non soltanto con il dire ma, soprattutto, con il fare la cosa giusta. L’esempio è il punto focale perché è sull’esemplarità che si basa l’autorevolezza del maestro e, quindi, dell’eroe. Nel mondo moderno esso cessa di essere un intermediario tra il mondo divino e il mondo degli uomini per assurgere al ruolo andragogico di educatore del gruppo sociale di appartenenza, guidandolo nella sua crescita, ordinandone la cosmologia e definendone i principali canoni morali. Ogni Paese ha bisogno dei propri riferimenti per motivare, nell’immediato, le masse al sacrificio e per spingere le future generazioni all’emulazione. n. 4/2017

Anche senza medaglia, i fanti della “Bologna” e il Sergente Zampini sono degli eroi perché, soprattutto nel caso del mitragliere umbro, hanno ottenuto il riconoscimento e la celebrazione delle loro gesta dalla collettività, in particolare di Mojano e di Città di Castello. È mancata solo la solennità degli onori ufficiali ma la funzione sociale della figura eroica non è stata assolutamente intaccata anzi, per certi versi, la negazione dell’onorificenza ha accentuato quel processo di cristallizzazione del comportamento virtuoso, esemplare ed eroico nella gente. L’attaccamento delle comunità di Mojano e di Città di Castello per “l’eroe senza medaglia” è capace di commuovere; è bello vederle unite da un rispetto e da un ricordo mai sopiti. Avviandoci ora a concludere, ci piace fare ricorso al pensiero di uno dei più conosciuti attori che, in quei fatidici giorni, in campo avversario, si misurarono con i

protagonisti del nostro racconto. Rommel, nella prefazione della sua opera, “Fanteria all’attacco”, disse che il libro “[...] ha anche lo scopo di impedire che esperienze raccolte in tempi di durissima lotta, spesso a prezzo di grandi sacrifici e privazioni, cadano in oblio” (18). Occorre riappropriarci del “patrimonio” perduto degli atti eroici e delle grandi gesta compiute dai campioni della normalità, dagli uomini semplici perché, oltre a essere le più vere, sono le più vicine a tutti noi e quindi sono sentite alla portata di tutti e, come tali, di più facile assimilazione ed emulazione. Dobbiamo, pertanto, valorizzare questa eredità culturale enucleandola dal mondo militare, che comunque ne dovrà rimanere il geloso custode, e svelandola ai più, agli italiani che devono poter conoscere i nostri eroi. *Tenente Colonnello 69


Cartolina dedicata al 40° Reggimento della Brigata “Bologna”.

NOTE (1) Al Corpo d’Armata Speciale vennero attribuiti compiti che generalmente sono conferiti a una retroguardia durante un’operazione di ripiegamento sotto la pressione delle forze nemiche. (2) Non stupisce infatti che, già nei piani prebellici elaborati nel periodo 19091912, sul Monte Ragogna fosse stata realizzata una complessa struttura permanente con trinceramenti, schieramenti d’artiglieria e depositi munizioni. Nel 1915 però il Comando Supremo decise di disarmare le opere per impiegare sulla li-

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nea del fronte le bocche da fuoco e il relativo munizionamento. (3) Il 31 ottobre, al Comando Brigata giunge l’ordine di resistenza a oltranza per la necessità di distinguersi “[...] così da cancellare le parziali colpe che hanno portato alla disfatta [...]” cfr. Cappellano F., “La Brigata di fanteria «Bologna» a Monte Ragogna 30 ottobre - 1 settembre 1917”, in Studi Storico Militari, SME − Ufficio Storico, Roma, 2008, p. 131. (4) Si stima che nei due giorni della battaglia del Monte Ragogna la Brigata “Bologna” tenne impegnate l’equivalente di 3 Divisioni nemiche.

(5) Cfr Cappellano F., op. cit., p. 144. (6) A tal riguardo, occorre evidenziare come l’impetuosa piena che, in quei giorni di inizio autunno, ingrossava il Tagliamento, fiume a carattere torrentizio e quindi guadabile per tutto l’anno, lo rendeva, di fatto, un ostacolo insormontabile senza l’ausilio dei tre ponti (Pinzano, Cornino e Pontaiba). (7) Tratto dall’interrogatorio del Generale Sanna svolto dalla Commissione d’Inchiesta. Cfr Cappellano F. op. cit., p. 138. (8) Nel quadro delle battaglie di retroguardia che da Cividale, Udine e poi attraverso il Tagliamento consentirono ai resti della 2^ Armata di ripiegare sul Piave, alla 16^ Divisione venne assegnata la responsabilità del settore compreso tra San Daniele e la confluenza Tagliamento – Canale di Ledra. (9) L’articolo è un magistrale esempio di giornalismo di inchiesta in cui l’autore, essendo venuto a conoscenza dell’epopea del Sergente Zampini e del commovente attaccamento dimostrato nel tempo dalla comunità di Farla nei confronti dell’umile eroe umbro, si recò nei luoghi in cui si svolsero gli avvenimenti e intervistò tutti i testimoni ancora viventi. (10) La 12^ Divisione germanica e la 50^ Divisione austriaca, impegnate in una frenetica corsa contro il tempo, tentarono di forzare il corso del medio Tagliamento attraverso i tre ponti, prima che lo schieramento difensivo italiano si consolidasse. (11) Tomaselli C., Angelo Zampini, l’eroe senza medaglia, in “Corriere della Sera”, 7 novembre 1933. (12) Gli ultimi momenti di vita di Zampini sono stati ricostruiti grazie alla testimonianza della Signora Venier. (13) Ibid. (14) Ibid. (15) “Furono gli abitanti di Farla, a mezzo del loro curato, a mettersi in comunicazione con la madre del Caduto e ad informarla della gloriosa morte da lui sfidata sotto i loro occhi. [...] E ogni anno, il 30 ottobre, le scolaresche di Majano, di Farla e di altre contrade vicine cospargono di fiori la terra bagnata dal suo sangue”, Ibid. (16) Ibid. (17) Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti, Milano, 2007, p. 118. (18) Rommel C., Fanteria all’attacco, Libera Editrice Goriziana, Gorizia, 2009.

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L’uso dei gas nella Grande Guerra Le armi chimiche sul fronte italiano di Mario Stefano Peragallo*

La Grande Guerra rappresenta il primo (e finora l’unico) conflitto nel quale si sia fatto largo e sistematico uso di aggressivi chimici. Nella situazione di stallo caratteristica della guerra di trincea, l’impiego dei gas fu probabilmente visto come un’opportunità in grado di rompere gli schematismi della guerra di posizione e, infliggendo un elevato numero di perdite al nemico, di aprire finalmente una breccia nello schieramento avversario. Il primo attacco chimico in larga scala fu sferrato dai tedeschi il 22 aprile 1915, nei pressi di Ypres, con il rilascio di una nube di cloro che, spinta dal vento, investì le

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posizioni francesi. A questo ne seguirono molti altri, attuati sui principali fronti europei da quasi tutti i belligeranti, con un impressionante crescendo nel numero degli attacchi, nella quantità e nella tipologia dei gas. Va sottolineato, a questo proposito, che si parla comunemente di gas in quanto i primi aggressivi utilizzati erano effettivamente costituiti da sostanze chimiche allo stato gassoso, come il cloro, diffuse sotto forma di nuvole tossiche; successivamente se ne utilizzeranno di liquidi (ad esempio i vescicanti), o solidi (le arsine) diffusi in forma finemente dispersa. Gran parte degli agenti chimici uti-

lizzati durante la Prima Guerra Mondiale non fu scoperta o sintetizzata con l’intendimento specifico di realizzare aggressivi a uso bellico; quasi sempre si trattava infatti di composti già conosciuti, spesso da molti decenni, di comune impiego in ambito industriale e in particolare nel settore della chimica dei coloranti, come il cloro e il fosgene (cloruro di carbonile). Altri invece, come la cloropicrina, il bromoacetone, il dicloroetilsolfuro (iprite) e la difenilcloroarsina, pur essendo noti fin dal secolo XIX, non erano mai stati prodotti industrialmente prima della guerra. In pratica, l’industria dei coloranti metteva a disposizione gran parte

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dei composti chimici che poi furono utilizzati durante la Grande Guerra; e quanto più sviluppata era l’industria dei coloranti di una nazione, tanto maggiori erano le sue potenzialità nel campo della guerra chimica. A questo proposito va evidenziato che, negli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale, la sola Germania contribuiva per oltre l’85% alla loro produzione mondiale, contro il 2,5% dell’Inghilterra, l’1,7% dell’Italia e lo 0,6% della Francia. Questi dati da soli rendono ragione del predominio della Germania nel campo della guerra chimica durante tutto il primo conflitto mondiale e, d’altra parte, del ritardo e della difficoltà delle Nazioni dell’Intesa nel rispondere alle offese chimiche (1). Delle migliaia di gas studiati a fini bellici, solamente una trentina furono effettivamente utilizzati e, di questi, meno di 10 furono impiegati su larga scala da ambedue gli schieramenti, in particolare cloro, fosgene, cloropicrina, bromoacetone, bromuro di xilile, iprite e difenilcloroarsina (Tabella 1). Augustin Prentiss, Tenente Colonnello del servizio chimico dell’Esercito americano, pubblicò nel 1937 un importante Trattato sulla guerra chimica, nel quale sono analizzati i principali attacchi con gas effettuati durante la Grande Guerra (2): se ne contano circa 100 e di ciascuno sono riportati il tipo e le quantità dei gas utilizzati, i mezzi di diffusione e le perdite causate. L’analisi evidenzia come l’Esercito tedesco, che mantenne sempre l’iniziativa nell’impiego di nuovi aggressivi, abbia svolto un ruolo preponderante nella guerra chimica, utilizzando circa la metà del quantitativo totale dei gas lanciati da tutti i belligeranti nel corso dell’intera guerra. Oltre il 90% degli aggressivi fu impiegato sul fronte occidentale, poco più del 5% sul fronte russo e meno del 2% su quello italo-austriaco. Questi dati potrebbero far pensare che la guerra chimica sul fronte italiano sia stata un fatto marginale; in n. 4/2017

Quantitativi (in tonnellate) di aggressivi chimici utilizzati dagli eserciti dei principali Paesi belligeranti durante la Prima Guerra Mondiale. L’impiego dei gas ha subito nel corso del conflitto un aumento progressivo, da 3.870 tonnellate nel 1915 a 124.000 tonnellate nel 1918. Rispetto al quantitativo totale, il 46% è stato utilizzato dalla Germania, il 23% dalla Francia, il 13% dall’Inghilterra e il rimanente 18% da Russia, Austria, Italia e Stati Uniti (dati tratti da: Prentiss A.,Chemicals in war, 1937, pag. 656).

realtà, come vedremo successivamente, l’impiego degli aggressivi chimici è stato tutt’altro che episodico, sia sul fronte dell’Isonzo che su quello del Trentino-Cadore e, successivamente, sul Piave. Inizialmente i gas erano lanciati per mezzo di bombole; questo metodo fu tuttavia progressivamente abbandonato dopo il 1916 e utilizzato solo marginalmente nell’ultimo anno, essendo sostituito, nel 1917 ed in misura ancora maggiore nel 1918, dall’impiego di proiettori (dispositivi di lancio simili a mortai) e soprattutto di proietti d’artiglieria caricati con aggressivi. Nel 1915, gli attacchi furono principalmente attuati con il cloro; nel 1916 si preferirono miscele di cloro e fosgene e negli ultimi due anni di guerra furono utilizzate anche associazioni di cloro e cloropicrina. Con l’entrata in linea dei proiettori fu utilizzato soprattutto il fosgene, da solo o miscelato con altri gas (in genere cloropicrina). Per quanto si riferisce ai proietti lanciati dalle artiglierie, nel 1915 questi erano caricati generalmente con lacrimogeni, nel 1916 anche con fosgene e nel 1917 con fosgene, cloropicrina, iprite e arsine. Nell’ultimo anno di guerra, i

proietti caricati con iprite, da sola o miscelata con difenilcloroarsina e/o fosgene, divennero il mezzo più utilizzato nella maggior parte degli attacchi chimici. LE ARMI CHIMICHE SUL FRONTE ITALIANO L’uso sporadico, da parte dell’Esercito austro-ungarico, di granate contenenti gas asfissianti fu accertato fin dal giugno-luglio 1915, ma il primo attacco in grande stile fu compiuto il 29 giugno 1916 contro le posizioni tenute dall’XI Corpo d’Armata italiano, tra San Michele e San Martino del Carso. L’attacco sul monte San Michele Per dare un’idea della complessità e della rischiosità della preparazione di un attacco chimico con batterie di bombole, è utile ricordare che per l’attacco del 29 giugno 1916 gli Austro-Ungarici posizionarono 6.000 bombole, del peso di 50 kg ciascuna, contenenti una miscela di cloro e di fosgene, tra il monte San Michele e San Martino del Carso, su un fronte di circa sei chilometri; il trasporto e l’installazione delle bombole e dei tubi di piombo per l’efflusso del gas richiese una setti73


Militari italiani con la maschera inglese SBR indossata. Nel marzo 1918 il respiratore inglese fu distribuito alle unità schierate in prima linea, mentre le maschere polivalenti, italiana Z e M2 francese, furono assegnate alle truppe schierate in posizioni più arretrate (Foto AUSSME).

mana di lavoro. Il giorno precedente l’attacco, i tiri dell’artiglieria italiana colpirono diverse batterie di bombole; molte furono danneggiate

ed ebbero delle perdite di gas, senza tuttavia esplodere; vennero così del tutto fortuitamente evitate conseguenze potenzialmente disastro-

se per gli stessi Austro-Ungarici. L’attacco fu lanciato alle 5:30 della mattina ma, a causa delle condizioni meteorologiche non completamente favorevoli, furono utilizzate soltanto metà delle 6.000 bombole. Inoltre, un reflusso parziale della nube di gas, per l’improvviso mutare della direzione del vento, investì in alcuni settori anche le truppe Austro-Ungariche (3). La nube tossica raggiunse con grande rapidità le prime linee italiane, distanti in molti punti solo poche decine di metri da quelle austriache; le vedette non fecero quindi in tempo a dare l’allarme e la nube investì le trincee, penetrando nelle cavità del terreno e discendendo lungo i canaloni dove erano ubicati i ricoveri, nei quali buona parte dei soldati furono colti nel sonno. L’impossibilità di contrapporre tempestivamente ed efficacemente le difese collettive e individuali (la maschera monovalente, di cui erano allora dotati i militari, era inidonea a proteggere nei confronti del fosgene) determinò un bilancio pesantissimo dell’attacco,

Maschera polivalente a protezione unica. Rappresenta la versione italiana modificata della maschera M2 francese, con un numero maggiore di strati di garza impregnata di sostanze assorbenti e neutralizzanti. Fu adottata nell’agosto del 1916; in attesa delle forniture necessarie, le truppe di prima linea furono fornite di maschera M2 francese (Foto AUSSME).

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peraltro respinto con successo per il tempestivo intervento delle truppe schierate sui fianchi e a tergo dei reparti colpiti (4). Il numero preciso delle perdite non è mai stato quantificato: inizialmente si parlò di 8.000 militari, in gran parte uccisi dai gas. Un bilancio meno approssimativo, riportato nella relazione ufficiale pubblicata dopo la guerra, quantifica le perdite in circa 6.700 uomini, di cui 2.700 morti e 4.000 intossicati (5). La maggior parte dei decessi si verificò entro pochi minuti nelle trincee invase dal gas. Nei superstiti, ricoverati presso gli ospedali da campo, la letalità fu decisamente minore, pari al 10% circa. A seguito dell’episodio del 29 giugno, la maschera monovalente fu sostituita con quella polivalente, peraltro già in fase di distribuzione; fu rapidamente istituito un servizio di osservazione per la tempestiva rilevazione dei lavori di installazione dei mezzi offensivi nemici; fu migliorato il sistema di protezione collettiva e curato l’addestramento delle truppe nell’uso dei mezzi di protezione individuale (6). L’attacco di Plezzo Nell’estate del 1917, le maschere antigas erano ormai in grado di fornire protezione nei confronti dei gas soffocanti, che costituivano i principali aggressivi chimici fino ad allora utilizzati. Le perdite erano pertanto gravi solamente se l’attacco riusciva a sorprendere gli avversari, non lasciando loro neppure il tempo di indossare la maschera. In altre parole, le misure di protezione respiratoria, se adeguatamente e tempestivamente adottate, erano in grado di neutralizzare, almeno in parte, l’offesa chimica. Per uscire da questa situazione di stallo, era necessario individuare nuovi aggressivi in grado di oltrepassare i sistemi di protezione delle maschere o di penetrare nell’organismo anche attraverso vie alternative al tratto respiratorio. L’industria chimica tedesca risolse ambedue i problemi, mettendo in campo la difenilcloroarsina, comn. 4/2017

Maschera monovalente italiana. Adottata nella primavera del 1915, era una protezione piuttosto rudimentale costituita da un tampone di garza impregnato con sostanze in grado di neutralizzare il cloro. La protezione era completata dagli occhiali, separati dalla maschera, per la difesa dai lacrimogeni (Foto AUSSME).

posto capace di penetrare attraverso le maschere in uso nel 1917, e il diclorodietilsolfuro (iprite), in grado di causare non solo gravi lesioni sugli epiteli respiratori anche a concentrazioni molto basse, ma anche ustioni incapacitanti se depositato su qualsiasi superficie corporea. Per tutti questi motivi l’iprite divenne nel 1918 l’aggressivo maggiormente utilizzato. Nelle primissime ore del 24 ottobre 1917 fu sferrato un imponente attacco con difenilcloroarsina e difosgene nella conca di Plezzo, nell’alta valle dell’Isonzo, da parte del 35° battaglione lanciagas tedesco, giunto di rinforzo alle truppe Austro-Ungariche. Nei 4 giorni precedenti erano stati trasportati e installati 894 proiettori del tipo gaswerfer su di un fronte di circa 700 metri, alla distanza di circa un chilometro dalle linee italiane. I gaswerfer ebbero il battesimo del fuoco proprio a Plezzo: l’elevato numero di proiettori impiegati e la loro simultanea attivazione determinarono la for-

Maschera polivalente a imbuto. Entrata in uso nella primavera-estate del 1916, aveva un tampone di garza più spesso della maschera monovalente ed aderiva meglio al profilo del viso. Inoltre, la conformazione ad imbuto della maschera consentiva di parlare e respirare meglio. I reattivi neutralizzanti del tampone consentivano la difesa dal cloro, dal fosgene, dal bromochetone e dall’acido cianidrico, dando alla maschera proprietà di polivalenza. Anche questo modello andava integrato dagli occhiali per la protezione dai lacrimogeni (Foto AUSSME).

mazione istantanea di una grande nube tossica sulle posizioni italiane, i cui difensori non fecero neppure in tempo a indossare la maschera polivalente che, a causa dell’elevata concentrazione di gas, non era peraltro in grado di difendere efficacemente le truppe colpite, in particolare dalla difenilcloroarsina. Il ristagno prolungato dei gas nella conca di Plezzo decimò le truppe italiane e ridusse rapidamente al silenzio le artiglierie, che non furono in grado di contrastare l’attacco degli Austro-Ungarici e dei Tedeschi, i quali poterono avanzare e dilagare nelle retrovie della 2^ Armata. L’attacco con i gas a Plezzo è ormai riconosciuto come una delle prime cause dello sfondamento 75


Maschera inglese SBR (Small Box Respirator). Dotata di filtro in grado di proteggere nei confronti dei principali aggressivi per lunghi periodi (fino a 40 ore) consentì un’adeguata difesa nei confronti degli aggressivi chimici utilizzati durante l’ultimo anno di guerra, anche a concentrazioni elevate.

del fronte avvenuto il 24 ottobre 1917 a Caporetto (7). A seguito della ritirata e dell’arretramento fino al Piave, fu impossibile determinare l’entità delle perdite causate dall’attacco chimico del 24 ottobre. Sappiamo tuttavia, da fonti tedesche, che nella conca di Plezzo furono trovati da 500 a 600 militari italiani uccisi dal gas, pochi dei quali erano riusciti ad indossare la protezione antigas (8). Nel dicembre 1917 fu pertanto adottata la maschera inglese a filtro SBR (Small Box Respirator), in grado di fornire protezione anche nei confronti dei nuovi aggressivi. Gli altri principali attacchi chimici sul fronte italiano Sul fronte italiano, i vescicanti fecero la loro prima comparsa sull’altopiano di Asiago, quando gli Austro-Ungarici bersagliarono più volte la 1^, 4^ e 6^ Armata con proietti caricati a iprite, nei mesi di ottobre, novembre, dicembre 1917 e ancora nel gennaio 1918. Sempre sul fronte del Trentino-Cadore, nel giugno 1918, essi lanciarono sulle linee 76

italiane proietti caricati con una miscela di bromuro di cianogeno, bromacetone e benzolo; l’attacco avvenne a Campiello, nei pressi dell’altopiano di Asiago, e dal nome della località colpita la miscela tossica assunse la denominazione di “campiellite”. Infine, proietti caricati ad iprite furono nuovamente lanciati sulle trincee italiane, nella seconda metà di ottobre, sugli altipiani e sulla linea del Piave. Anche l’Esercito Italiano fece uso di gas, ma le capacità offensive della Compagnia Speciale Lanciagas, appositamente costituita dal Comando Supremo, furono sempre molto limitate, sia per le difficoltà di approvvigionamento, sia per gli ostacoli che spesso sconsigliavano l’impiego delle bombole: come già ricordato, il loro posizionamento era piuttosto complesso ed era difficile realizzarlo senza che il nemico se ne accorgesse, in quanto le prime linee Austro-Ungariche occupavano generalmente posizioni dominanti rispetto a quelle italiane, che di converso erano spesso esposte all’osservazione e al tiro delle artiglierie. L’unica azione offensiva della Compagnia Lanciagas ebbe luogo, peraltro senza successo, nel luglio 1918 sul monte Grappa, con l’impiego di 400 bombole contenenti una miscela di cloro e di fosgene. I proiettori inglesi Livens, acquisiti pochi mesi prima della fine della guerra, non furono mai utilizzati. Fu fatto invece, uso di munizioni di artiglieria caricate con lacrimogeni e gas soffocanti o tossici. Tuttavia, date le perduranti difficoltà di approvvigionamento, tale munizionamento fu utilizzato quasi esclusivamente per tiri di ritorsione o di controbatteria, per la neutralizzazione delle artiglierie nemiche. Solo nell’estate del 1917, nei combattimenti che portarono alla conquista della Bainsizza, l’artiglieria italiana fece largo e sistematico uso di munizioni a base di cloropicrina e di miscele di cloro e fosgene. I successi ottenuti in quell’estate impressionaro-

Maschera polivalente italiana Z. Costituisce la versione migliorativa della maschera polivalente a protezione unica. Originariamente era destinata alle truppe di prima linea, ma alla fine del 1917 si decise di fornire a queste la protezione inglese SBR (Small Box Respirator).

no fortemente gli Austro-Ungarici che, forse proprio per questo motivo, chiesero e ottennero, nell’autunno seguente, il concorso tedesco per l’azione di Plezzo (9).

LE PERDITE CAUSATE DAGLI AGGRESSIVI CHIMICI Con il termine “perdite” si intende normalmente qualsiasi diminuzione non intenzionale della forza di un’unità militare; rientrano non solo i militari morti sul campo o deceduti in conseguenza dei traumi riportati in combattimento e i feriti e gli ammalati ricoverati nelle formazioni sanitarie campali, ma anche i dispersi e i prigionieri. In questo contesto, tuttavia, il concetto di perdita è limitato ai decessi e alle intossicazioni non letali determinati dall’esposizione ai gas. Una valutazione non approssimativa dell’impatto della guerra chimica sulle perdite umane della Grande Guerra è molto difficile da ottenersi: nella maggior parte degli Eserciti belligeranti non era infatti prevista la registrazione del numero dei militari colpiti da aggressivi chimici in Rivista Militare


forma separata rispetto al computo generale dei morti e dei feriti. Secondo alcune stime, il numero dei militari colpiti dai gas ammonterebbe a circa il 5% delle perdite totali riportate durante la guerra (Tabella 2) la quota di casi letali rispetto al numero totale dei combattenti colpiti dai gas sarebbe stata mediamente del 7% e quindi notevolmente inferiore al 23% del totale dei decessi per tutte le cause, in gran parte imputabili alle gravi lesioni causate dai proietti di artiglieria. Per quanto riguarda le perdite italiane, non sono stati mai resi noti dati ufficiali: secondo le stime di alcuni autori americani, assai approssimative e risalenti agli anni ’20 e ’30, i morti negli anni 19151918 nell’Esercito Italiano, a causa di attacchi chimici, sarebbero circa 4.600, mentre le perdite totali (quindi morti e intossicati sopravvissuti) oscillerebbero da un minimo di 13.300 (10) ad un

n. 4/2017

massimo di 60.000 (11). Neppure studi molto più recenti sono riusciti a fornire maggior chiarezza in merito a tale questione (12). Tra tutti i gas utilizzati durante la guerra, i soffocanti e in particolare il fosgene hanno determinato il maggior numero di perdite; l’iprite tuttavia si è rivelata il gas più efficiente, in relazione al quantitativo utilizzato (Tabella 3). * Generale di Brigata (Ris.) NOTE

(1) Prentiss A.M., A treatise on chemical warfare, McGraw-Hill Book Company, New York & London, 1937, pag. 623. (2) Prentiss A.M,. op. cit., pag. 662. (3) Rendulic L., L’attacco con gas sull’altopiano di Doberdò (29 giugno 1916). “Rivista di Artiglieria e Genio”, sett.-ott. 1926, pag. 1951. (4) Cappellano F. e Di Martino B., La guerra dei Gas, Rossato Editore, Novale (VI), 2006, op.cit., pag. 107.

(5) Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, L’Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918), vol. III “Le operazioni del 1916”, tomo 2° “Offensiva austriaca e controffensiva italiana nel Trentino – contemporanee azioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916)” (narrazione), Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1936, pag. 290. (6) Cappellano F. e Di Martino B., op.cit., pag. 117. (7) Cappellano F. e Di Martino B., op.cit., pag. 204. (8) Hanslian R., Der chemische krieg, Mittler & Sohn, Berlin, 1927, pag. 108. (9) Cappellano F. e Di Martino B., op.cit., pag. 195. (10) Gilchrist H.L., A comparative study of war casualties from gas and other weapons, United States Government Printing Office, Washington, 1928, pag. 7. (11) Prentiss A.M., op.cit., pag. 653. (12) Haber L.F., The poisonous cloud. Chemical warfare in the first world war,Clarendon Press, Oxford, 1986, cap.10. pag. 239.

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La preparazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale di Ciro Paoletti* La neutralità e l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra sono argomenti riguardo ai quali sussistono, ancora oggi, molte inesattezze. L’opinione corrente è quella di una decisione poco ponderata e di un intervento che poteva essere più efficace quanto ai modi, ai mezzi e ai tempi; eppure la lettura di qualche testo di facile reperimento e un minimo di riflessione e di conoscenza delle materie militari svelano una realtà assai diversa. Vale la pena di osservarla da vicino. Il primo aspetto da considerare è che, data la politica estera italiana sotto Vittorio Emanuele III, nel 1908 il Capo di Stato Maggiore

austro-ungarico, Franz Conrad von Hötzendorf, mise in conto l’inevitabilità di una guerra contro la Russia, il Montenegro, l’Italia e la Serbia e caldeggiò l’attacco a sorpresa contro le ultime due. Nel 1907 le Grandi Manovre austriache furono tenute nel Trentino. Al di là dei fini addestrativi dichiarati, servirono a mascherare lo sviluppo dello snodo di Klagenfurt, che fu raddoppiato e messo in grado di ricevere e smistare fino a 400.000 uomini. Venuti a conoscenza di questo particolare, a Roma si ritenne che gli Austriaci avrebbero impiegato contro l’Italia le loro grandi masse di cavalleria, normalmente acquar-

tierate a Est. Di conseguenza, nell’ottobre del 1907, l’Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito riconobbe e valutò la capacità dell’intero sistema ferroviario austriaco e s’impadronì dell’orario grafico relativo allo snodo di Leopoli (l’attuale L’vov in Ucraina), considerato a ragione come il cuore dei collegamenti fra Est e Ovest. Quindi, nella primavera del 1908 l’Ufficio organizzò una rete informativa che controllava tutta la rete ferroviaria orientale austro-ungarica. Il colpo seguente fu il contatto segreto col vicecapo dei servizi austriaci, il Colonnello Redl, dal quale l’Ufficio Informazioni ebbe i pia-

Il Presidente del Consiglio Salandra (al centro) e il Ministro degli Esteri, Marchese di San Giuliano (a destra).

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Rivista Militare


Chiamata alle armi per la Grande Guerra.

ni austriaci, dichiaratamente offensivi; gli stessi che nel gennaio 1911 furono sottoposti al Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, Generale Alberto Pollio. Presi i provvedimenti più necessari entro marzo, in settembre Pollio dovette dedicarsi alla Guerra di Libia, dalla quale l’Italia uscì l’anno dopo con le scorte militari notevolmente depauperate. Nella primavera del 1914 la tensione politica in Italia portò alla creazione di un governo guidato da Antonio Salandra. Doveva essere di transizione, ma si trovò davanti al più grande conflitto mai visto fino a quel momento nella storia e, come si vedrà e a dispetto di quanto molti pensano, manovrò come meglio non si sarebbe potuto. Venuto a conoscenza dell’ultiman. 4/2017

tum austriaco alla Serbia e in pieno accordo col Ministro degli Esteri, Marchese di San Giuliano, Salandra “disimpegnò” subito l’Italia. Lo fece in maniera impeccabile: si attenne al testo del Trattato della Triplice Alleanza e di conseguenza protestò contro le violazioni del Trattato stesso causate dall’atteggiamento offensivo austriaco. Ma c’era di più. Al di là del mancato preavviso all’Italia dell’ultimatum austriaco (prima e notevole violazione del Trattato) e del fatto che Vienna avesse rifiutato, e continuasse a farlo, ogni possibile compensazione all’Italia, (dicendo che non intendeva occupare la Serbia, né modificare la mappa europea dopo la guerra che stava per scoppiare), c’era un motivo segreto che induceva alla neutralità italiana: a Roma si sapeva con

certezza che Londra sarebbe entrata in guerra. Il caso di un coinvolgimento britannico contro la Triplice Alleanza era stato esplicitamente previsto ben trentadue anni prima dalla cosiddetta “nota Mancini” del 1882, presentata alla Germania e all’Austria e da esse accettata, ed era quello il caso, in cui l’Italia si riservava di non intervenire in guerra. Ma Roma come lo sapeva? Non è chiaro, ma ne aveva la certezza. I fatti che lo dimostrano sono due. Il secondo in ordine di tempo avvenne il 30 luglio 1914, quando il Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, salì al Quirinale per esporre al Re gli impegni assunti secondo le convenzioni navali della Alleanza e i piani preparati di conseguenza. Con sua grande sorpresa, il Sovrano gli disse che non vi sarebbe stato alcun conflitto a fianco di Germania e Austria, perché sapeva, dalle sue fonti, che l’Inghilterra avrebbe dichiarato guerra alle Potenze Centrali. Può sembrare incredibile, ma lo è meno se si pensa ad alcuni fatti, noti a molti già allora. Nel 1906, il Ministro degli Esteri britannico Lord Grey aveva promesso personalmente il coinvolgimento inglese a sostegno della Francia, in caso di attacco tedesco. Nel 1911 la crisi di Agadir aveva convinto il governo britannico che la Germania stava preparando una guerra offensiva e la convinzione si era consolidata esaminando il programma di costruzione navale tedesco, inviato a Londra dalle autorità di Berlino come prova di “buona volontà”. Nell’ottobre 1913 la Gran Bretagna aveva offerto ai tedeschi un accordo per fermare le costruzioni navali in entrambe le Nazioni. Non aveva avuto risposta e si era convinta che la guerra sarebbe scoppiata appena la Germania avesse aperto il canale di Kiel. Quando il 19 luglio 1914 il governo britannico ricevette la nota inviata dall’Austria alla Serbia, si rese immediatamente conto che significa81


va entrare in guerra e nella notte dal 28 al 29 luglio fece spostare la flotta nella baia di Scapa Flow. Questo non era noto all’uomo della strada, ma lo era, e molto, all’aristocrazia britannica e negli ambienti ufficiali e di corte. Quindi nessuna sorpresa se il Re d’Italia, la cui Casa da lungo tempo aveva contatti estesi e profondi in Gran Bretagna, era consapevole di ciò che il governo inglese stava facendo e di quanto stava accadendo. Salandra nelle sue memorie su quel periodo non menzionò alcun intervento diretto del Re, ma questo non è strano: quando il libro apparve, Vittorio Emanuele era ancora sul trono e non era il tipo da ammettere alcun coinvolgimento diretto. Comunque è a Salandra che dobbiamo la notizia dell’altro

fatto, il primo in ordine di tempo. Infatti scrisse che il 29 luglio il Ministro degli Esteri, Marchese di San Giuliano, inviò un telegramma all’ambasciatore del Re a Berlino, nel quale si leggeva: “[...] è bene che Jagow sappia che la Russia non fa un bluff, ma che se l’Austria esagererà le sue pretese, farà la guerra e l’Inghilterra vi prenderà parte [...]” (1). Di conseguenza, appena la guerra scoppiò e la Gran Bretagna si unì alla Francia e alla Russia, il Governo italiano aggiunse alle violazioni austriache del Trattato anche il peso della “nota Mancini” e rafforzò la sua posizione di neutralità. Il principale problema italiano era cosa fare adesso; e questo dipendeva da come sarebbe andata la

La cavalleria passa il confine a Torre di Zuino.

guerra. Secondo Salandra, al Governo, o quantomeno a lui e a San Giuliano, fu subito chiaro che, se i tedeschi avessero preso Parigi in poco tempo, la pace sarebbe stata fatta in fretta e l’Italia vi sarebbe potuta arrivare ancora neutrale, ma se per disgrazia la guerra si fosse prolungata, presto o tardi anche l’Italia avrebbe dovuto parteciparvi. La Battaglia della Marna fu decisiva. I tedeschi non avevano vinto, Parigi non sarebbe caduta, la guerra non sarebbe finita per Natale e adesso l’Italia doveva aspettarsi di rimanervi coinvolta. Ma prima di scegliere da che parte stare, aveva davanti tre enormi problemi, la cui soluzione avrebbe determinato la decisione: come alimentare il Paese, come alimentare l’economia, come uscire dalla guerra senza danni e coi territori richiesti all’Austria.

LA PRODUZIONE DEI BENI ALIMENTARI IN ITALIA

Partenza dei richiamati da Alessandria d'Egitto a fine giugno del 1915.

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Le scorte alimentari e quelle per l’industria erano il problema principale. Si trattava di una questione molto prosaica e assai poco gloriosa, ma era basilare e metteva in evidenza due distinti aspetti, perché alimentazione significa cibo e materie prime. La produzione alimentare italiana dell’epoca era insufficiente ai bisogni della popolazione. I 35 milioni di abitanti del Regno avevano un consumo medio giornaliero a testa di 800 grammi di cereali (2). Prima della guerra – e poi anche durante – la produzione nazionale ammontava a cinque milioni di tonnellate di grano all’anno. Aggiungendovi mezzo milione annuo di tonnellate di riso, due milioni e mezzo di tonnellate di mais e un milione e ottocentomila di orzo e avena, si avevano nove milioni e ottocentomila tonnellate di cereali, pari a 767 grammi pro capite al giorno. Anche a volerlo considerare come accettabile, perché vicino al necessario (3), non andava bene, Rivista Militare


perché adoperare tutti i cereali per la popolazione significava far morire di fame muli, buoi e cavalli, cioè, in termini militari, paralizzare la cavalleria, l’artiglieria, gli alpini e le salmerie di ogni genere. In altre parole, adoperando le sole risorse interne, l’Italia avrebbe dovuto scegliere: o nutriva la popolazione o perdeva la guerra fin dal primo giorno. Dunque si sarebbe dovuto far affidamento sul solo grano, lasciando il resto alle bestie da traino, ma ciò significava ridurre il consumo giornaliero a soli 653 grammi di grano a testa. Per raggiungere gli 800 necessari, all’Italia servivano sei milioni e mezzo di tonnellate di grano all’anno; ne produceva cinque, perciò ne avrebbe dovuto importare un milione e mezzo. Dove trovare il grano per l’Italia? La risposta era: tradizionalmente in Francia, Stati Uniti, Argentina e Romania. Tolta la Francia, già in guerra, e la Romania, il grosso veniva da Stati Uniti e Argentina; arrivava in Italia via mare e passava da Gibilterra, controllata, come Suez, dalla Gran Bretagna. Ma se l’Italia fosse entrata in guerra contro la Gran Bretagna che sarebbe successo? Le flotte alleate avrebbero chiuso i due stretti e non sarebbe arrivato nulla, tranne la resa per fame nel giro di pochi mesi. L’altro aspetto era simile. Come si sarebbe potuta alimentare l’industria bellica se tutte le materie prime arrivavano via mare? L’Italia non aveva carbone, ma solo lignite, la cui potenza calorifica era tanto ridotta da essere poco impiegabile per muovere navi e treni e del tutto inutile per gli impianti industriali (4). Non c’era più ferro, perché era stato estratto tutto in età etrusca e romana; niente petrolio, o, quantomeno, non ve n’era di estraibile coi mezzi di allora, e mancavano tutti i metalli necessari alle produzioni di guerra. In teoria la Germania poteva fornire tutto il ferro e il carbone necessari e altro ferro si poteva far arrin. 4/2017

Partenza dei richiamati italiani da Buenos Aires a fine giugno del 1915.

Accantonamento di traini e pezzi modello Deport ai primi di luglio del 1915.

vare dalla Svezia e dalla Norvegia attraverso il Baltico e la Germania, ma, per come stavano le cose, il 90% del carbone usato in Italia veniva dall’Inghilterra e non era cosa né facile né veloce sostituirlo con quello tedesco (5). Durante la guerra l’Italia avrebbe sviluppato enormemente gli impianti idroelettrici (6) per far fronte alle necessità energetiche, ma nel 1914 erano ancora pochi e del tutto insufficienti ad alimentare industria e ferrovie al posto del carbone. Di conseguenza un primo punto era chiaro, unirsi agli Imperi Centrali significava la morte per fame a partire dal decimo mese di guerra e ri-

manere, anche se forse non immediatamente, senza le materie prime necessarie all’industria bellica (7).

QUALI DANNI E QUALI VANTAGGI? A proposito della neutralità, scrisse Salandra nel suo oggi dimenticatissimo libro, che pure fu all’epoca pubblicato da Mondadori in varie edizioni e in migliaia di copie: “Noi del Governo non potevamo di certo far sicuri presagi circa il tempo e il modo dell’esito finale. Ma ne traemmo la convinzione che, fallito il piano dell’immediata 83


Cannoni da campagna da 87 B di vecchio tipo.

Milano, deposito di pellicce per i militari al fronte.

Milano, preparazione dei rotoli di carta all'Opera Nazionale Scaldarancio.

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sopraffazione della Francia, la guerra ne sarebbe prolungata, crescendo le probabilità di vittoria per l’Intesa, meno pronta ma tanto più ricca di uomini, e di mezzi materiali. Ne traemmo la convinzione che il nostro intervento sarebbe stato, presto o tardi, fatale e che conveniva con ogni sforzo prepararvisi” (8). Unirsi agli Imperi Centrali significava affrontare una pessima situazione, specie perché in quel periodo le flotte francese e inglese avevano incrementato le loro forze in Mediterraneo, mentre la Marina austriaca sarebbe stata di poco o di nessun aiuto e quella turca, ancor più piccola, non sarebbe uscita dai Dardanelli. In caso di guerra contro gli Alleati, l’Italia avrebbe visto rapidamente annientata la sua Marina, sola contro la prima e la terza flotta del mondo, e tutte le sue coste devastate, con la distruzione del traffico mercantile e della maggior parte delle città più importanti, come Palermo, Napoli, Genova, Livorno, Cagliari, Catania, Messina, Siracusa, Bari e forse anche Ancona e Venezia. Anche le Colonie erano da considerare in pericolo. L’Etiopia voleva l’Eritrea ed era pronta ad assalirla non appena l’Italia si fosse schierata contro l’Inghilterra e la Francia, mentre i nostri possedimenti in Libia potevano essere attaccati, dall’Egitto e dalla Tunisia, dagli anglo-francesi che potevano pure impadronirsi facilmente del Dodecanneso e della Somalia. Per di più dall’alleanza con gli austro-tedeschi l’Italia non poteva attendersi alcuna compensazione in Europa: voleva Trieste e Trento, entrambe austriache; ma, a dispetto di tutte le pressioni tedesche, Francesco Giuseppe in persona, vi si opponeva e, se si potevano forse e al limite intavolare dei colloqui, su Trento, Trieste, come ribadì con fermezza, era fuori discussione. Dall’altra parte l’Intesa, nei guai per il sanguinoso impantanamento nelle Fiandre e il crescente disaRivista Militare


Milano, telefoniste che preparano abiti per i militari nella sala dei telefoni.

Milano, Unione femminile, i figli dei richiamati.

to il Trentino e il Tirolo meridionale fino al Brennero, praticamente tutto il litorale austro-ungarico inclusa Trieste, l’arcipelago di Cherso e Lussino, (ma senza l’isola di Veglia e senza Fiume, considerata come unico sbocco al mare e solo porto da lasciare all’Austria-Ungheria nel dopoguerra); la Dalmazia settentrionale – ex dominio veneziano – con le città di Zara, Sebenico, la maggior parte delle isole dalmate (tolte Arbe e Brazza), i distretti di Vipacco, Idria, Bistrizza, nell’attuale Slovenia, le cittadine di Pontebba e Malborghetto. Inoltre, l’Intesa riconosceva il definitivo possesso del Dodecanneso, prometteva la baia e il porto di Valona, in Albania, d’accettare il protettorato italiano sull’Albania stessa, più un’adeguata porzione delle colonie tedesche in Asia e Africa e, in caso di crollo turco, un’equa suddivisione della regione mediterranea adiacente alla provincia d’Adalia, nell’Anatolia meridionale. Era molto, ma meno della metà di queste promesse fu poi mantenuta dagli anglo-francesi, che, per di più, nel 1919 cercarono, senza successo, di coinvolgere l’Italia nel loro conflitto contro i sovietici, specie nelle regioni intorno al Mar Nero.

LA PREPARAZIONE DELL’ESERCITO

Partenza delle truppe per il fronte, maggio del 1915.

stro di Gallipoli, prometteva il mondo e la luna, tanto il conto sarebbe stato pagato con i territori austro-ungarici, tedeschi e turchi. Di conseguenza l’Italia, viste le costrizioni di ordine economico, alimentare ed energetico (ma n. 4/2017

guardandosi bene dal menzionarle), considerate le promesse annessioni territoriali, si alleò con i Paesi della Triplice Intesa, firmando il Patto di Londra, il 26 aprile 1915. In base a questo, alla fine del conflitto Roma avrebbe ottenu-

Dopo lo scenario politico, resta da esaminare quello militare. Nell’agosto del 1914 l’Italia supponeva d’aver bisogno di almeno sei mesi per prepararsi alla mobilitazione secondo i canoni bellici di allora; ma ben presto tali canoni, in termini di uomini, armi e materiali crebbero continuamente e, inesorabilmente, obbligando il Governo e lo Stato Maggiore a ripartire ogni volta da zero. Mi limiterò a pochi elementi, ma chiunque si intenda anche solo un po’ di logistica sarà perfettamente in grado di rendersi conto dell’entità dello sforzo compiuto in appena dieci mesi. Molto prima della crisi di Saraje85


vo, il Generale Pollio, il 20 marzo 1914 aveva inviato al Governo un lungo rapporto sul Regio Esercito e la sua eventuale mobilitazione (9). Secondo le tabelle da lui allegate, l’Italia, solo per controbilanciare l’Austria-Ungheria, avrebbe avuto bisogno di 34 Divisioni, invece delle 24 esistenti, cioè di 50.000 reclute in più ogni anno, da aggiungere all’esistente forza permanente bilanciata di 345.000 uomini, al costo di 560 lire annue per recluta. Non era tutto. Nella primavera del ’14 un Corpo d’Armata italiano aveva 96 cannoni; mentre uno francese o tedesco ne aveva 160 e uno austriaco, a causa della riorganizzazione in corso, ne avrebbe schierati 156. L’artiglieria da campagna italiana era considerata di buona qualità e quella pesante d’assedio stava per raddoppiare le forze aumentando da 14 a 28 batterie, ma per le 14 nuove batterie mancava ancora il personale. D’altra parte, per ottenere dall’artiglieria di campagna il rendimento operativo ottimale, ogni batteria andava diminuita da sei a quattro pezzi, il che implicava una completa riorganizzazione del Corpo, con un aumento del numero degli Ufficiali, per cui bisognava arruolarne e addestrarne di nuovi. È vero che nel 1911 era stata decisa una riforma dell’artiglieria ma, a causa della Guerra in Libia, non era ancora terminata, per cui esisteva una forte carenza di mitragliatrici e non vi era una vera artiglieria pesante di tipo moderno. Naturalmente mancavano pure i cavalli, o almeno non ce n’erano quanti ne servivano, specie per i treni d’artiglieria, perciò, nel settembre del 1914, il Governo stanziò i fondi per acquistarne circa 11.000 negli Stati Uniti, e aggiungendovi pure 3.000 muli. La Fanteria Territoriale e il Genio avevano ancora il vecchio fucile Vetterli-Vitali 70/87, le cui cartucce erano diverse da quelle del nuovo Mod.’91, distribuito a Fan86

Il Generale Cadorna ritratto nel suo ufficio, nel maggio del 1915.

Il primo ministro Antonio Salandra si intrattiene con militari del Regio Esercito.

Rivista Militare


Inaugurazione del treno ospedale regalato dalle province lombarde ai primi di luglio del 1915.

teria e Cavalleria. Il problema più grave era che, da coscritti, i Territoriali erano stati addestrati col modello ’91 oppure erano troppo giovani per aver adoperato il Vetterli-Vitali, nel cui uso dovevano ora essere istruiti di nuovo. A questo si aggiungeva il fatto che la produzione italiana di cartucce nella primavera del 1914 ammontava a sole 675.000 al giorno, cioè da un po’ meno di due a una e mezzo al giorno per ogni soldato in prima linea, mentre, come Pollio sottolineava, nel 1911 in Libia il consumo in combattimento era stato di 260 cartucce a testa in poche ore; pertanto era necessario incrementare la produzione e costituire delle scorte adeguate. Carri e carrette erano vecchi, pesanti, in linea generale numericamente insufficienti all’Esercito una volta mobilitato e comunque inadatti alla guerra in montagna. Gli autocarri erano stati provati con successo in Libia. Adesso ce n’erano 2.400, ma erano sempre assai meno del necessario e l’Esercito doveva ancora riunire in un reggimento dei trasporti il personale addetto e creare depositi di benzina, la cui produzione in Italia era pressoché nulla. Infine, secondo le cifre fornite dal Comando del Corpo di Stato Maggiore (CCSM) nel marzo del ’14, sarebbero serviti altri 13.500 Uffin. 4/2017

ciali per completare l’organico di guerra. Una prima battuta di arresto avvenne cinque mesi dopo, nell’agosto del ’14, con l’iniziò della guerra in Europa. In breve tempo la mobilitazione degli altri Paesi raggiunse cifre da capogiro e gli Eserciti raggiunsero dimensioni sempre più grandi, tanto che il Governo e il CCSM capirono di dover rifare tutti i calcoli. Gli Ufficiali necessari a completare gli organici salirono da 13.500 a 34.000, prevalentemente Subalterni e Capitani, con una certa quantità di Ufficiali superiori, per raggiungere il nuovo organico di guerra, ormai fissato a 49.000. Quelli della riserva non bastavano, perciò si richiamarono tutti quelli in ausiliaria, tutti i dimessi e si arrivò a richiamare anche i dimessi d’autorità e i revocati. Non bastò, se ne dovettero urgentemente addestrare di nuovi e, alla fine, chiunque avesse almeno un diploma di scuola superiore e non superasse i limiti d’età venne spedito ai corsi Ufficiali (10). La coscrizione fu riorganizzata e il numero dei soldati da mobilitare aumentò in fretta fino a schierare un milione e mezzo di uomini alla vigila del 24 maggio del ’15. E perché si aspettò fino a maggio? Perché già nell’autunno del 1914 il CCSM individuò un ulte-

riore problema: la mancanza di tenute invernali, all’epoca consistenti nella mantella. Un rapporto rivelò che solo 56 dei 96 reggimenti di fanteria e 8 dei 12 di bersaglieri disponevano della dotazione, senza contare che sarebbero stati necessari parecchi altri articoli di vestiario, dalle pellicce alle calzature invernali: dopo aver speso 120 milioni di lire in agosto, questo implicava un esborso di altri 50. Lo si fece e si acquistò un milione di metri di tessuto, ma le tenute non potevano essere pronte prima di dicembre e forse nemmeno dopo, perché, se l’industria si concentrava sulle mantelle, non era in grado di produrre contemporaneamente le uniformi. Fu chiesto a Cadorna che pensasse a un differimento dell’entrata in guerra per la primavera del 1915; in primavera le mantelle non sarebbero servite e ciò avrebbe consentito di produrre tutte le uniformi necessarie. Cadorna accettò, in fondo iniziare le operazioni in primavera significava non essere ostacolati dalla neve e non aver bisogno delle tenute invernali, così da averle eventualmente pronte per l’inverno del 1915-16. Fu un bene, perché, oltre a tutti gli altri problemi, nel gennaio del 1915 un tremendo terremoto con epicentro nella Marsica squassò l’Italia centrale. Ci furono 30.500 87


morti e gran parte dell’Esercito, che era l’unica grande organizzazione che l’Italia disponeva per i soccorsi, fu concentrata nelle regioni colpite dal sisma.

LA MOVIMENTAZIONE DEL REGIO ESERCITO Fissato alla primavera il periodo dell’entrata in guerra e stabilitone col Patto di Londra il termine ultimo al 26 maggio, restava un altro grande problema, anche questo collegato alla mobilitazione. La prassi normale prevedeva l’annuncio della mobilitazione, l’afflusso dei richiamati e dei coscritti ai distretti e il loro invio ai depositi per mettere i reparti sul piede di guerra. Poi si radunava l’Esercito, lo si spostava al confine e si iniziava la guerra. Tutte queste operazioni venivano effet-

Autoblindo Bianchi.

Autobotte militare Bianchi.

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Asinelli siciliani utilizzati per i trasporti.

tuate principalmente usando le ferrovie, le quali avevano due orari: quello di pace e quello di guerra e quest’ultimo prevedeva dappertutto in Europa una completa sospensione del traffico civile per lasciare via libera ai convogli militari. Come tutti i Paesi europei, anche l’Italia aveva due orari, ma c’era una difficoltà. Nei trent’anni precedenti, ogni volta che a Roma si era anche solo progettato d’incrementare la rete ferroviaria del nordest, Vienna aveva pesantemente protestato e, sistematicamente, i governi italiani avevano sempre lasciato perdere ogni miglioria, mentre quelli austro-ungarici non avevano perso occasione per realizzare nuovi collegamenti col Tirolo e Trieste. Di conseguenza, nell’estate del 1914 l’Austria poteva radunare, nella stessa quantità di tempo su quello che stava per diventare il fronte italiano, da due e mezzo a quatto volte il numero di soldati dell’Italia. Per di più l’Esercito austro-ungarico era già mobilitato e, passata una grave crisi in gennaio, nella primavera del ’15, per quanto ripartito fra Galizia e Balcani, era già da tempo sul piede di guerra, mentre quello italiano, in pratica, Rivista Militare


Carrette siciliane impiegate per i trasporti militari italiani nella pianura friulana ai primi di luglio del 1915.

non lo era affatto. Era ovvio che la mobilitazione italiana avrebbe segnalato l’imminente entrata in guerra e, poiché a quell’epoca occorrevano circa 45 giorni dalla chiamata della classe di leva all’arrivo dei coscritti ai reparti, lo Stato Maggiore del Regio Esercito si aspettava che l’Austria avrebbe immediatamente ammassato truppe alla frontiera, proprio mentre le reclute italiane affluivano ai reparti; e questo poteva significare un’invasione del Friuli e del Veneto fin dai primi giorni della mobilitazione italiana. La movimentazione del Regio Esercito alla frontiera per la radunata in tempi brevi imponeva l’uso dell’orario ferroviario di guerra, perciò, anche nell’ipotesi che la mobili-

Locomotiva Ansaldo nel 1917.

n. 4/2017

tazione potesse avvenire senza annunciarla ufficialmente – e non si vedeva come fare allora a notificarla ai richiamandi – la sospensione del traffico civile su tutta la rete avrebbe reso evidente a chiunque, inclusa l’Austria, l’imminenza della guerra. Insomma sia l’annuncio della mobilitazione, sia l’entrata in vigore dell’orario ferroviario di guerra avrebbero indicato l’imminenza della guerra e si poteva esser certi che l’Austria avrebbe reagito e che imponenti concentrazioni di sue truppe sarebbero state pronte a passare la frontiera quando non la radunata, ma addirittura la mobilitazione italiana fosse stata ancora ben lontana dall’essere completa. Non c’era da aspettarsi che il nemico si mettesse sulla difensiva, visto

che si sapeva fin dal 1911 che i suoi piani prevedevano un’offensiva dall’Isonzo su Venezia, accompagnata da un’azione laterale di supporto dal Trentino verso Asiago. Restava il fatto che la capacità delle ferrovie italiane era l’elemento che determinava i tempi di mobilitazione, radunata e, forse, pure il risultato della guerra. Che fare? Il CCSM trovò una soluzione semplice quanto geniale: invertì l’ordine delle operazioni. Prima effettuò la radunata alla frontiera delle forze ancora sul piede di pace, in modo da avere almeno una massa da opporre all’eventuale invasione nemica e, per non allarmare l’Austria, lo fece adoperando l’orario ferroviario di pace, che in tutte le nazioni lasciava intervalli per i treni straordinari. In questo modo, a partire dal 4 maggio 1915, l’Esercito si spostò silenziosamente alla frontiera, come per le Grandi Manovre estive, anche se con la forza e i servizi del tempo di pace. Mentre 2.500 treni straordinari spostavano le truppe nel Paese, sfruttando gli intervalli dell’orario di pace, altri 4.500 le raccoglievano e le portavano alla frontiera. Dapprima fu raggiunto il livello di sicurezza che impediva un’eventuale invasione austriaca, poi, man mano che i treni continuavano a viaggiare a piccola velocità, su e giù, l’Esercito arrivò alla consistenza adatta a 89


passare la frontiera. A Vienna si sospettava ormai apertamente delle intenzioni dell’Italia, ma non c’era certezza: nessuna mobilitazione, nessun ricorso delle Ferrovie dello Stato all’orario di guerra Forse effettivamente nient’altro che una serie di manovre. Oppure si doveva agire? Ma se questo avesse significato spingere un’ancora indecisa Italia nel campo opposto? Nel dubbio, Vienna non fece nulla e così, il 24 maggio 1915, un milione e mezzo di soldati italiani iniziarono, contro un velo di truppe nemiche, le operazioni che sarebbero durate 41 mesi e avrebbero completato il Risorgimento; ma questa è un’altra storia.

Sistema di caricamento automatico del carbone su vagoni nel 1918.

*Storico

NOTE

(1) Antonino Paternò-Castello, Marchese di San Giuliano all’Ambasciatore del Re a Berlino, 29 luglio 1914, in Salandra A., La neutralità italiana, Milano, Mondadori, 1928, pag. 94. (2) Paoletti F., 1915 - Marina, guerra e grano, in “Rivista Marittima”, anno CXLII, n. 9, settembre 2009. (3) In ogni caso, anche così ci sarebbe stato un deficit di 427.575 tonnellate di cereali all’anno. (4) Fin dalle prove fatte nel 1876 dalla Regia Marina nel Mar Ligure, si sapeva che la lignite italiana consentiva non più del 76,5% della velocità e sviluppava il 30% in meno dell’energia ottenuta dalla medesima quantità di carboni inglesi, cfr. R. V., Relazione sulle esperienze sui carboni nazionali fatte dalla R. Marina, in “Rivista Marittima”, anno I, volume IX, Firenze, Cotta & comp. Tipografi del Senato del Regno, 1868, pagg. 29-60. (5) La spiegazione sarebbe lunga. Basterà dire che la stessa quantità di carboni diversi dà risultati differenti in termini di calorie e, dappertutto nel mondo, i macchinari alimentati a carbone erano di solito progettati e costruiti per sfruttare a fondo le caratteristiche del tipo di carbone che si prevedeva di bruciarvi. Alimentarle con un carbone diverso poteva ridurre le loro prestazioni anche di un ter-

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zo. La caldaie italiane, specie quelle navali, erano perlopiù progettate per bruciarvi il carbone di Cardiff. Ne potevano usare anche altri, ma in tal caso era necessaria una quantità maggiore – e dunque una maggiore spesa – e una maggior manutenzione. (6) Cfr. Mazzetti M., L’industria italiana nella Grande Guerra, Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma, 1979; Mezzatesta V., Carbone ed elettricità in Italia, Città di Castello, Il Solco, 1920; Norsa L., Il problema dell’energia termica in Italia, in “Industria”, volume XXXIII, n. 8, 30 aprile 1919; Energia idraulica mondiale nel 1915, in “Industria”, volume XXXIII, n. 8, 30 aprile 1919, pag. 252. (7) Comunque nemmeno il rifornimento da parte inglese arrivò così rapidamente come si era sperato, tant’è vero che solo nel 1916 la fornitura di carbone divenne regolare. Il ritardo si doveva al fatto che l’Inghilterra doveva rifornire innanzitutto la Francia, che aveva perso il 67% delle sue miniere in seguito all’occupazione tedesca del 1914. (8) Salandra A., op. cit., pag. 190. (9) Pollio A., Cenni sui provvedimenti indispensabili per migliorare le attuali condizioni dell’Esercito, inviato il 30 marzo 1914 al Presidente del Consiglio dei Ministri, in Salandra, op. cit., pag. 301-316. (10) Ministero della Guerra, Memoria circa provvedimenti per l’Esercito dell’11 ottobre 1914, in Salandra, op. cit., pag. 321.

Antonino Paternò Castello, Marchese di San Giuliano.

Vittorio Emanuele III di Savoia.

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Vestiamoci di Esercito Il nuovo brand presentato a “Pitti Immagine Uomo” di Mario di Girolamo*

“Pitti Immagine Uomo” è l’evento in cui gli stilisti si danno appuntamento per fare il punto della situazione sulle nuove tendenze della moda maschile. Tra i molti brand, nazionali e internazionali, quello dell’Esercito. Chi ama il mondo militare potrà presto indossare i nuovi capi di abbigliamento marcati “Esercito 1659”. Un brand commerciale che attinge al passato rinsaldando tradizione e innovazione. Iniziativa promossa da Difesa Servizi S.p.A., la società in house del Ministero della Difesa.

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C’è tutto un mondo dentro il brand commerciale “Esercito 1659”, presentato alla 92a kermesse internazionale di “Pitti Immagine Uomo”. Un mondo fatto di valori quali coraggio, lealtà, spirito di sacrificio e senso del dovere. L’Esercito ha voluto lanciare il nuovo brand, nel senso letterale del termine, con l’aviolancio di quattro atleti della Sezione Paracadutismo del Centro Sportivo Esercito, che da 1.500 metri di altezza hanno effettuato uno spettacolare atterraggio di precisione nel centro di Piazza della Signoria. I militari si sono lanciati da un elicottero planando

silenziosamente sospinti dal vento e aprendo in cielo ben 4 bandiere: quella del Comune di Firenze, quella con il logo Pitti, quella dell’Esercito e anche un maxi tricolore di ben 400 metri quadrati. Un caloroso applauso del pubblico ha accolto i paracadutisti a terra, e parole di soddisfazione sono state espresse dal sindaco della città di Firenze Dario Nardella, che ha espresso anche il suo plauso al Capo del V Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Divisione Giuseppenicola Tota, per l’alta professionalità dimostrata nella gestione dell’evento. Ha Rivista Militare


Uniformi dell’Esercito Italiano dal 1659 a oggi.

poi dichiarato di voler provare una simile emozione con un lancio in tandem insieme ai nostri plurimedagliati atleti della Sezione Paracadutismo dell’Esercito.Tutto ciò al termine della cerimonia di inaugurazione di “Pitti Immagine Uomo”, che ha aperto ufficialmente la

92a edizione del fashion. Questa esibizione è stata anche il “promo” al lancio del nuovo logo commerciale dell’Esercito, presentato con una conferenza stampa per pubblicizzare la manifestazione di interesse e il successivo affidamento a un licenziatario del nuovo

brand commerciale “Esercito 1659”. Il brand rientra nelle iniziative promosse da Difesa Servizi S.p.A. (società “in house del Ministero Difesa), la cui mission ha per oggetto la gestione economica di beni, anche immateriali, e servizi derivanti dalle attività istituzionali del dicastero che non siano direttamente correlate alle attività operative delle Forze Armate. Alla conferenza stampa era presente il rappresentante di Forza Armata, Generale di Divisione Giuseppenicola Tota, l’Amministratore Delegato di Difesa Servizi, avvocato Fausto Recchia, oltre al moderatore dell’evento, il Direttore della rivista MF Fashion, Giampietro Baudo, unico quotidiano europeo interamente dedicato al mondo della moda e al lusso. Il Generale Tota, dopo aver commentato un breve filmato che ha mostrato ai numerosi operatori commerciali presenti alcune delle principali peculiarità della Forza Armata, ha specificato il perchè di “Esercito 1659” e in che modo la

Atleti della Sezione Paracadutismo del Centro Sportivo Esercito con tricolore italiano e marchio Esercito sui cieli di Firenze.

n. 4/2017

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Emittenti locali intervistano il Capo del V Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Divisione Giuseppenicola Tota.

nostra Istituzione voglia rappresentare una continuità tra passato e presente, andando indietro fino alle più antiche origini della Forza Armata, ma rimanendo sempre

presente e attuale, evidenziando di fatto un legame fra tradizione e innovazione. Nell’intervento successivo, l’A.D. di Difesa Servizi ha evidenziato che il

valore economico dei vari brand delle diverse Forze Armate ha inciso fortemente sugli utili della Società, rimarcando che: “[...] dal 2011 a oggi, sono stati resi dispo-

I paracadutisti del Centro Sportivo Esercito e alcuni rappresentanti istituzionali.

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Rivista Militare


Da sinistra, l’Avv. Fausto Recchia, AD di Difesa Servizi e Giampietro Baudo Direttore di MF Fashion, moderatore dell’evento.

nibili per le Forze Armate circa 45 milioni di euro, che costituiscono risorse aggiuntive al bilancio della Difesa.” Ha inoltre sottolineato come: “[...] la valorizzazione dei marchi da parte di Difesa Servizi S.p.A. segna un cambio di marcia rispetto al passato ed evidenzia la disponibilità, l’apertura e la collaborazione delle Forze Armate e dei Carabinieri affinchè l’utilizzo ai fini commerciali possa contribuire a raggiungere un pubblico sempre più vasto e allo stesso tempo recuperare risorse integrative preziose.” La conferenza si è conclusa con l’intervento del moderatore, il quale ha evidenziato come sia necessario, per coloro che vorranno affacciarsi all’utilizzo del nostro brand, disporre di requisiti specifici per una successsiva commercializzazione. Sarà importante la verifica di compatibilità con il prestigio del patrimonio storico e culturale dell’Istituzione militare, per evitare eventuali contrasti con l’immagine n. 4/2017

dell’Esercito, che mantiene comunque il diritto all’uso esclusivo delle proprie denominazioni, dei propri stemmi, degli emblemi e di ogni altro segno distintivo. In conclusione, la tre giorni fiorentina ha rappresentato per l’Esercito una vetrina eccezionale dove i

nostri uomini e donne hanno partecipato come “modelli”, passeggiando e “sfilando” all’interno dei padiglioni e suscitando l’interesse dei professionisti del settore.

*Colonnello

Un momento della presentazione del nuovo brand.

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Il Cappellano: una presenza attiva nella vita militare Intervista a Don Manuel Paganuzzi, Cappellano dell’Accademia Militare di Claudio Angelini* Il Cappellano è quella figura spirituale che esercita in forma stabile la sua missione pastorale all’interno della realtà militare, ma sotto la giurisdizione dell’Ordinario Militare per l’Italia. La sua attività, svolta in sinergia con i Comandanti, si concretizza nel delicato e quotidiano impegno volto a garantire la formazione e l’assistenza spirituale, il supporto psicologico ed etico al personale militare e alle loro famiglie. Nello specifico, la missione del Cappellano assume un ruolo particolare presso gli Istituti di formazione militare. In queste fasi formative iniziali, l’opera di sostegno morale, di crescita e consapevolezza interiore è di importanza fondamentale. Ne parliamo con Don Manuel Paganuzzi.


Al centro, tra gli Allievi Ufficiali dell’Accademia Militare, S.E. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia. In ginocchio, Don Manuel Paganuzzi, Cappellano dell’Accademia Militare.


Don Manuel, in cosa consiste e come si sviluppa il servizio spirituale all’interno dell’Accademia Militare? Il servizio, in generale, si sviluppa intorno al dialogo e alla conoscenza. Quando arrivano gli aspiranti Allievi per il tirocinio, organizzo una presentazione dell’Ufficio di Assistenza Spirituale (l’Ufficio è diretto da un Cappellano Militare assegnato presso l’Accademia per mandato dell’Arcivescovo Ordinario Militare n.d.r.). Nella presentazione spiego che, oltre alle attività prettamente spirituali, sacramentali e religiose in senso stretto, l’Ufficio svolge un’attività religiosa ad ampio raggio. Coinvolgo in questo servizio, infatti, anche persone di altre religioni, di altre fedi o non credenti. In generale, sono tre gli aspetti sui quali l’Ordinario Militare ha invitato i Cappellani a concentrare la loro missione pastorale: religioso, culturale e caritativo.

Come si è evoluto il servizio spirituale alla luce di una sempre più numerosa presenza

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“multireligiosa” all’interno dell’Istituto? La differenza religiosa diventa conoscenza di altre culture per gli Allievi di matrice cattolica o cristiana. Come spesso ripeto ai giovani Cadetti, essendo l’Accademia un po’ la culla della Forza Armata, l’incontro di questi mondi non è solo propedeutico ai due anni di corso, ma ha un valore aggiunto in vista del loro futuro professionale. Con un bacino di utenza così ampio, così interculturale e interreligioso, l’Accademia Militare può essere considerata una vera e propria “palestra di dialogo”.

Esistono dei momenti specifici dedicati al confronto interreligioso tra gli Allievi? Oltre a garantire il servizio spirituale per cristiani o cattolici, offriamo due momenti, durante l’anno, che chiamiamo ritiri spirituali: uno a dicembre e l’altro in primavera. Portare gli Allievi fuori dall’Accademia in luoghi particolarmente suggestivi favorisce la dimensione

spirituale a 360 gradi e chiunque può presenziarvi a prescindere dall’appartenenza religiosa. Di fatto anche Allievi di altre religioni hanno partecipato ai nostri momenti di preghiera. Da qualche anno, l’Accademia svolge anche un progetto, denominato “lavorare assieme”, dove il Cappellano Militare allena gli Allievi specificamente nell’impostare un dialogo su queste tematiche. Si tratta dunque di un vero e proprio progetto culturale, che viene svolto ogni anno per preparare gli Allievi a conoscere altre realtà culturali e religiose.

Per quanto riguarda la sua precedente esperienza di Cappellano, ci risulta che ha prestato servizio presso la Scuola Navale Militare “Francesco Morosini”. Quanto ha contribuito ciò nello svolgimento dell’attuale impiego? Quando l’Ordinario Militare mi ha designato per questo incarico, sulla base del mio background (benché maturato presso una Scuola Militare di un’altra Forza Armata), decisi

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che avrei impostato la mia opera pastorale in Accademia, tenendo conto della precedente esperienza, cercando di adattarla alla nuova realtà, nella quale ragazzi e ragazze più grandi di età hanno scelto consapevolmente di intraprendere la carriera militare da Ufficiale, indossando l’uniforme dell’Esercito. L’esperienza al “Morosini” è stata una fortuna anche perché mi ha aiutato ad accettare con più serenità questo nuovo incarico, qui in Accademia, che reputo delicatissimo.

Considerata la sua maturata esperienza negli Istituti di formazione militare, quale consiglio darebbe a un giovane che volesse intraprendere la carriera militare? Prima di tutto indagherei sul motivo di questa scelta e lo farei riflettere a fondo perché, al di là dell’apparenza, della “carriera”, dei gradi o di quello che la Forza Armata può rappresentare all’interno del Paese, è importante valutare anche il sacrificio che la scelta di una vita in n. 4/2017

uniforme comporta. Primo fra tutti la lontananza dalla famiglia e il forte impegno richiesto.

A proposito delle famiglie, come e quando vengono coinvolte nell’esperienza degli Allievi? Sin dall’inizio, quando i tirocinanti entrano in Accademia, la linea di Comando incontra i genitori non solo presentando l’équipe formativa, ma mettendosi completamente a loro disposizione attraverso la scala gerarchica, il corpo docente e il quadro permanente dell’Istituto. Dunque, il genitore che accompagna l’Allievo in Accademia sa di potersi fidare di persone specializzate e motivate nella formazione e nella crescita dei loro figli: una crescita a 360 gradi.

In che modo il Cappellano Militare può agevolare il processo formativo di un futuro Comandante di uomini? Grazie a un’esperienza più che de-

cennale, sono convinto che il Cappellano Militare sia una figura chiave all’interno delle Forze Armate non solo per la dimensione religiosa, che possiamo prendere nel senso più ampio del termine, ma anche perché, a mio avviso, il Cappellano fa da “cerniera” tra il Comando e il militare in formazione o già formato e, nell’esperienza delle Scuole e delle Accademie, tra il Comando, l’Allievo e le famiglie. È un sostegno spirituale, umano e formativo importante per chi muove i primi passi negli Istituti di formazione. Mi ritengo fortunato di aver potuto insegnare alla Scuola Navale “Morosini”, di aver lavorato con il Comando NRDC in Teatro Operativo e oggi con l’Accademia Militare. Tutti sanno che il Cappellano Militare è presente, lo conoscono, hanno la possibilità in qualsiasi momento di contattarlo, anche grazie al Comando, per confidare problematiche e condividere gioie o dolori personali o familiari, oltre che per la preparazione dei sacramenti e per i momenti formativi. Ascolto e dialogo possono favorire tale crescita. 101


Sappiamo che fa parte della Consulta CEI per l’ecumenismo. Cosa ci può dire al riguardo? Per quanto attiene al dialogo ecumenico e interreligioso, sono avvantaggiato anche dai miei trascorsi personali. Dopo gli studi teologici, ho avuto la possibilità di specializzarmi nel dialogo ecumenico e interreligioso presso l’Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia. Questo ha fatto sì che l’Arcivescovo Ordinario Militare, due anni fa, dopo aver chiesto la mia disponibilità, mi abbia nominato, riorganizzando così anche la curia diocesana, Direttore dell’Ufficio Diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. In questa veste partecipo due o tre volte l’anno anche alla Consulta della CEI, l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, e rappresento la Diocesi dell’Ordinariato Militare, portando poi al suo interno anche le attività e le prospettive riguardo l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Partecipo, tra l’altro, ogni anno al Convegno Na-

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zionale CEI rappresentando sempre la Diocesi dell’Ordinariato e con essa, ovviamente, le Forze Armate italiane. Questo mi permette di continuare ad aggiornarmi e ad approfondire questa tematica oggi attualissima. Basti pensare a quanto il Papa stia lavorando sull’ecumenismo e sul dialogo. Mi permette poi di lavorare direttamente, anche nell’ambito specifico dell’Acca-

demia di Modena, nell’ascolto di chi appartiene a un’altra chiesa cristiana o ad altra religione. L’ecumenismo non va visto come qualcosa riservato solo agli addetti ai lavori, ma va oggi rapportato specialmente all’ambito sociale dove, anche come Forze Armate, siamo chiamati a operare. *Maggiore

L’ORDINARIATO MILITARE PER L’ITALIA L’Ordinariato Militare nasce ufficialmente l’11 marzo 1926, con la legge n. 417 “Sull’istituzione di un ruolo unico di Cappellani Militari per il servizio religioso nel Regio Esercito, nella Regia Marina e nella Regia Aeronautica”. Va però evidenziato che l’istituzione dell’Ordinariato Militare risale all’anno prima, il 6 marzo 1925, con decreto della Sacra Congregazione Concistoriale. Fondamentale è stato il contributo dei Cappellani Militari durante le due guerre mondiali: in tanti vennero inviati al fronte, fianco a fianco con le truppe combattenti e molti di loro si spinsero fino all’estremo sacrificio nell’esercizio del loro sacerdozio. I più eroici ebbero ricompense al Valor Militare. Le motivazioni di tali onorificenze ripetono spesso le stesse parole: assistere, rincuorare, prodigarsi, abnegazione, coraggio e carità. Valori che continuano, ancora oggi, a caratterizzare l’operato dei Cappellani Militari.

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I colombi viaggiatori nell’Esercito Italiano Le loro misteriose capacità di orientamento al servizio dei collegamenti militari È stato uno dei mezzi di comunicazione a distanza più antichi, sicuramente il più affascinante. Sono almeno 5.000 anni che l’uomo utilizza il colombo viaggiatore per inviare messaggi scritti, servendosi della sua innata capacità di orientamento, in grado di farlo ritornare al nido persino da centinaia di chilometri. Il loro primo utilizzo è documentato da alcune tavolette sumere; altre testimonianze, sul loro allevamento e addestramento, si riscontrano su papiri e iscrizioni egizie. Sappiamo poi che, nella Grecia antica, gli atleti vincitori delle Olimpiadi erano soliti legare alla zampa di un piccione il cosiddetto “messaggio della vittoria”. Un primo impiego sistematico in guerra risale all’epoca rinascimentale, nelle battaglie che coinvolsero le Fiandre, la Francia e l’Inghilterra. Certo è che, a partire dalla guerra franco-prussiana (1870) e soprattutto dopo il largo impiego che venne fatto dei piccioni viaggiatori durante l’assedio di Parigi, gli eserciti di tutta Europa cominciarono a dotarsi di colombaie militari. Parallelamente, anche i civili iniziarono a interessarsi dell’allevamento e della selezione di questi piccioni con un reciproco e fruttifero scambio col mondo militare. Fu il 12° Reggimento Artiglieria di Ancona a realizzare, nel 1876, la prima colombaia militare del Regio Esercito, seguito a ruota da altri

comandi in tutta Italia e perfino in Eritrea, Colonia italiana. Le “stazioni” (come venivano chiamate), crebbero in numero tale da rendere necessaria l’istituzione di una Direzione Superiore delle Colombaie Militari che trovò la propria sede naturale presso il Comando Territoriale del Genio di Roma. In molti si domandano come faccia il piccione viaggiatore a orientarsi. In realtà, da qualunque parte venga liberato, esso ritorna sempre alla propria colombaia. Il dottor Giacomo Dell’Omo (ornitologo ricercatore dell’Associazione Ornis italica), è forse l’unico studioso europeo che utilizza una colombaia militare per ospitare i colombi viaggiatori che sono al centro delle sue ricerche. Così sintetizza lo stato degli studi su questi misteriosi volatili: “I ricercatori tedeschi e italiani sono quelli che più di tutti si sono occupati di orientamento nei colombi viaggiatori. Gli esperimenti svolti intorno

di Andrea Cionci*

Piccione viaggiatore munito di apparecchio fotografico.

Addestramento dei colombi dalla torre colombiera della caserma Zignani di Roma, nei primi anni ‘50.

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agli anni ’50 dallo studioso tedesco Klaus Schmidt-Koening dimostrarono che gli uccelli utilizzano il sole e la sua altezza sull’orizzonte come riferimento principale per determinare la loro «bussola». Un decennio più tardi, il professore Floriano Papi, dell’Università di Pisa, prendendo spunto dagli esperimenti di Hans G. Wallraff, formulò la «teoria olfattiva» che attribuiva, appunto, al senso dell’olfatto la capacità dei colombi di ritrovare la strada di casa utilizzando gli odori presenti nell’aria e trasportati dai venti. Secondo i ricercatori tedeschi Roswitha e Wolfgang Wiltschko, i colombi sono in grado di percepire «in qualche modo» il magnetismo terrestre e utilizzano questa capacità per determinare la giusta direzione per il ritorno a casa. È stato ipotizzato che un possibile sensore del campo terrestre risiedesse in alcuni piccoli organi presenti nel becco dei colombi. Un recente studio però ha dimostrato che i proposti organelli sono solo dei macrofagi (cellule del sistema immunitario) e non hanno alcuna possibilità di rilevare un campo magnetico, né di trasmettere l’eventuale informazione al cervello. Recentemente, sono stati sviluppati dei piccoli registratori GPS che possono essere applicati ai colombi. Questi strumenti hanno permesso di affrontare lo studio di altri aspetti del loro comportamento che non erano stati considerati. Ad esempio, le dinamiche di volo legate ai movimenti di ciascun componente del gruppo rispetto agli altri e il contributo dei singoli uccelli nelle scelte direzionali del gruppo. Queste informazioni possono avere applicazioni di utilità per gli ingegneri che sviluppano robot e ne programmano le interazioni. Tuttavia, l’uso del GPS non ha chiarito quali sono i meccanismi di orientamento e la diatriba fra i sostenitori della teoria olfattiva e di quella magnetica è tutt’ora in corso”. L’addestramento dei piccioni viaggiatori militari si svolgeva, sostanzialmente, liberandoli a distanze 104

crescenti dalla propria colombaia. Il viaggio di ritorno, sull’onda del loro insopprimibile istinto, si svolgeva con un volo a una quota di circa 100-150 metri da terra e a una velocità media di 30-40 km/h. Il tempo impiegato variava in base alla distanza. Per percorrere qualche decina di chilometri, poteva impiegare da una decina di minuti a un’ora. Naturalmente, più era ampia la distanza (potevano coprire fino a 1.000 km) maggiori erano i rischi che gli uccelli potessero essere abbattuti dai cacciatori, dai militari nemici (in caso di guerra)

Dall’alto Astucci porta-dispacci di alluminio (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma). Colombaia rimorchio. Foto anni ’30 circa (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma).

oppure predati dai rapaci. I messaggi da loro trasportati, (“colombigrammi”), venivano scritti, spesso in triplice copia, grazie a una carta carbone, su una sottile velina e poi infilati in appositi astucci porta-dispacci. Solitamente questi consistevano in un tubiciRivista Militare


Dall’alto Colombaia di Tripoli (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma). Piccione con anello (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma).

no di alluminio fissato con due braccialetti alla zampa o, a volte, in un astuccio di pelle molto sottile che veniva avvolto e abbottonato intorno all’arto del colombo. Durante la Grande Guerra, tutti i Paesi belligeranti fecero largo uso di questi volatili. Anche l’Italia, sebbene tardivamente, nel 1917, cominciò a utilizn. 4/2017

zarli per collegare la prima linea con le retrovie. Gli uccelli venivano trasportati, in speciali ceste di vimini o in appositi zaini porta-colombi, direttamente nelle trincee dove venivano “internati” in gabbie costruite con legno e rete metallica. Dopo qualche giorno di ambientamento, si provvedeva ai lanci di collaudo del percorso. Il piccione, dominato dall’irresistibile impulso di ritrovare i propri compagni, tornava velocemente alla colombaia, che diveniva così stazione di ricezione dei messaggi. Un semplice, quanto ingegnoso, sistema elettrico a pia-

stra faceva sì che, non appena il colombo rientrava, si azionasse, sotto il suo peso, un dispositivo che emetteva un segnale acustico per avvertire del suo arrivo. Non solo messaggeri, ma anche fotografi: il tedesco Julius Neubronner aveva realizzato, nel 1907, una macchina fotografica abbastanza minuta per essere trasportata da un piccione. L’idea fu copiata da quasi tutti gli eserciti – tra cui anche quello italiano − che dotarono i loro colombi di leggerissimi apparecchi fotografici, con congegno di scatto a tempo, tramite i quali potevano essere realizzate fotografie aeree del territorio nemico senza usare ricognitori a motore. Naturale evoluzione della colombaia fissa fu quella mobile. Si trattava di un camion, o di un rimorchio, perfettamente attrezzato con nidi, acqua, mangime, ecc. che poteva essere collocato in qualsiasi punto della zona di operazioni. Uno straordinario esemplare sopravvissuto (forse l’unico) è conservato presso l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma. È costituito da un carro con gomme pneumatiche; al suo interno, i nidi e le ceste per alloggiare tra i 100 e i 120 animali. La sua dislocazione avveniva a mezzo di autocarri, possibilmente leggeri, muniti dello speciale dispositivo per il rimorchio. L’esperienza sul campo dimostrò che le colombaie mobili presentavano indiscutibili vantaggi su quelle fisse per la possibilità che avevano di essere spostate in caso di ripiegamento, o avanzata. Nell’agosto del ’17, ben nove colombaie furono piazzate nei punti strategici del fronte, tra le prime linee e gli osservatori di artiglieria. Sulla loro efficienza abbiamo alcuni dati significativi: i colombi lanciati dalla 2^ Armata furono, in totale, durante la Grande Guerra, 855; di questi solo 17 non fecero ritorno, considerando anche che 8 morirono, insieme al militare colombofilo che li trasportava, perché colpiti da una granata. Fra gli 105


episodi di maggiore rilevanza, va ricordato il piccione della colombaia di Cormons, che portò la confessione di un prigioniero austriaco che si rivelò fondamentale per la presa dell’altopiano della Bainsizza. Un altro uccello della colombaia di Udine recò, invece, le allarmanti notizie relative all’avanzata nemica su Caporetto. Le uniche lamentele, che pervennero al Comando Supremo, riguardavano il fatto che le dotazioni di questi uccelli fossero troppo scarse. Erano, quindi, molto apprezzati: qualsiasi reparto munito di colombi aveva la certezza di non rimanere isolato, tanto in attacco, quanto in difesa. Gli animali venivano persino lanciati da nostri aerei dietro le linee nemiche al di là del Piave, dove erano raccolti da agenti informatori italiani. Il grande valore aggiunto del colombo viaggiatore era costituito dal fatto che non poteva essere intercettato così come avveniva, invece, per le radio-trasmissioni. Per questo motivo, nell’intervallo tra Prima e Seconda Guerra Mondiale, il Regio Esercito si dotò di ben 40 colombaie sparse su tutto il territorio nazionale (e non solo) per uno stormo complessivo di circa 10.000 uccelli. In caso di conflitto, la rete colombofila avrebbe sostituito i collegamenti radio con grande efficacia. Già durante la Battaglia delle Alpi, con cui l’Italia entrò in guerra partecipando alla conquista tedesca della Francia, furono utilizzate una quindicina di colombaie che si rivelarono molto utili soprattutto a causa delle avversità atmosferiche. Nel giugno del ’40, i messaggeri alati compirono tragitti − anche di 120 km − nella Tripolitania e nella Cirenaica, nella zona di Tobruk e durante l’avanzata presso Sidi el Barrani. In Albania furono dislocate almeno 6 colombaie mobili; sul fronte greco, i piccioni si rivelarono indispensabili perché i collegamenti radio-trasmittenti a filo erano stati resi inservibili. In Montenegro, dove i movimenti delle truppe italiane 106

erano ostacolati dagli attacchi di formazioni ribelli, i volatili furono impiegati non solo per collegamenti a carattere operativo, ma anche logistico. Un sistema di lancio scaglionato dei colombi garantiva al comando il regolare arrivo delle colonne di rifornimento. In Russia, questo tipo di comunicazione non sortì, invece, i risultati desiderati. Responsabili furono, da un lato, le condizioni atmosferiche proibitive, dall’altro, la predazione dei rapaci e, infine, la presenza nel sottosuolo di giacimenti minerari che disturbavano

Dall’alto Genieri colombofili anni ’30-’40 (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma). Inserimento dei dispacci negli astucci (fonte: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio di Roma).

il senso di orientamento dei piccioni (un fenomeno che era già stato registrato in Italia, in alcune aree). Nel 1942, le necessità belliche spinsero la Federazione colombiera italiana (organismo civile) a cedere ben 3.000 piccioni all’Esercito a dimostrazione della Rivista Militare


loro grande richiesta. Anche i reparti destinati alla difesa costiera furono dotati di colombi per collegare velocemente i comandi arretrati anche nel caso di interruzione delle linee di comunicazione. Il Generale Cesare Amé, Capo del SIM (Servizio Informazioni Militare) nel 1941 proibì il trasporto sul territorio nazionale di piccioni per uso civile, per far sì che le comunicazioni colombofile dell’Esercito offrissero maggiori garanzie di segretezza. L’anno successivo, militari tedeschi scoprirono che i britannici paracadutavano piccioni viaggiatori in speciali scatole di cartone, insieme a una specie di codice cui l’agente informatore doveva rispondere opportunamente. La Wehrmacht, allora, applicò lo stesso sistema contro gli inglesi per analoghi servizi di spionaggio. Interessante ricordare che i tedeschi conoscevano bene il ruolo dei volatili nello scambio di informazioni tra gli anglo-americani e avevano quindi formato “squadriglie” di rapaci con il compito − naturale, peraltro − di intercettare i piccioni nemici sul Canale della Manica. È del 2012 un interessante ritron. 4/2017

vamento avvenuto in una casa del Surrey, una contea dell’Inghilterra sud-orientale. Restaurando il camino di un’abitazione, i proprietari hanno trovato le ossa di un piccione alla cui zampa era attaccato un astuccio porta-dispacci rosso. Vi era contenuto un messaggio cifrato di un tale Sergente paracadutista William Stott che richiedeva assistenza nel giorno dello sbarco in Normandia: “Truppe, carri armati, artiglieria, ingegneri, qui. Contromisure contro i carri armati non funzionano”. Il piccione, lanciato dal parà britannico atterrato oltre le linee nemiche, dopo aver oltrepassato la Manica, si era evidentemente posato sul comignolo. Forse stanco per il volo, vi era caduto dentro, morendovi. Nel 1943, i colombi diventano paracadutisti a tutti gli effetti anche nell’Esercito Italiano. La 148^ colombaia militare fu assegnata alla Scuola paracadutisti in modo che le aviotruppe si impratichissero nel lanciarsi insieme a questo mezzo alternativo di collegamento. Gli animali erano contenuti in una cassetta, dotata di paracadute, che il militare

Colombo viaggiatore con astuccio porta-dispacci.

sganciava dal proprio corpo solo poco prima dell’atterraggio, in modo che potesse ritrovarla a poca distanza da sé. Durante l’ultimo conflitto mondiale, la capillare rete colombofila italiana si dimostrò provvidenziale, anche perché la sapiente dislocazione delle stazioni sul territorio faceva sì che i piccioni dovessero percorrere tragitti non eccessivamente lunghi (con maggiore sicurezza di arrivo) in una sorta di continua staffetta. Nei soli primi sei mesi del ’43 furono ben 17.467 i colombigrammi inviati. Di questi, solo 711 andarono dispersi. Dopo l’8 settembre, molte colombaie furono distrutte dai militari italiani, oppure catturate dai tedeschi e dagli alleati, per essere impiegate nei loro servizi colombofili. I piccioni svolsero le loro ultime missioni durante la Battaglia di Cassino, e sul versante adriatico, al servizio dell’8^ Armata inglese. Alla fine della guerra, i vincitori imposero la dismissione di tutte le colombaie italiane superstiti, con107


Colombo impagliato con pettorina porta-dispacci.

sentendo all’Esercito Italiano di conservare solo quella presso la caserma Goffredo Zignani di Roma. Il Colonnello Cristiano Maria Dechigi, già Capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito, spiega: “L’ultima colombaia militare restò attiva fino agli inizi degli anni ’60 nella stessa caserma in cui il nostro Ufficio ha una delle sedi. Da alcune fotografie presenti nel nostro archivio si ricava quanto testimoniato dal personale più anziano. Un momento importante dell’addestramento era quello in cui i piccioni viaggiatori, liberati, compivano ampi voli intorno alla torre colombiera, prima in un senso, e poi nell’altro, a seconda del colore della bandiera sventolata dal geniere colombofilo”. Dopo essere stato, per 5.000 anni, fedele compagno dell’uomo nel suo cimento più estremo, in guerra, il piccione viaggiatore viene utilizzato, oggi, principalmente per il gioco e le scommesse, soprattutto all’estero. Tuttavia, a fronte di tale “decadimento” del suo impiego, questo uccello, con le sue straordinarie capacità di orientamento, continua a stupirci con i misteri della natura e dell’istinto animale. Come scriveva il naturalista e pittore tedesco Carl Gustav Carus “Se si potesse insegnare la geografia al piccione viaggiatore, il suo volo incosciente, che va dritto alla meta, diventerebbe d’un tratto impossibile”. *Giornalista, Sottotenente commissario del Corpo Militare Volontario della CRI in congedo

BIBLIOGRAFIA Saporiti M., Gli animali e la guerra, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2010. Ufficio Tecnico Comando Supremo R. Esercito italiano, Varie specie di colombaie e materiali relativi al servizio

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dei colombi viaggiatori, Lab. Tip. Comando del Corpo di Stato Maggiore, Roma, 1918. Ufficio del Generale a disposizione per l’Arma del Genio, L’impiego dei colombi viaggiatori, Lab. Tip. Lito del Genio Militare, Roma, 1925. Marchisio M., Morei G., L’impiego dei piccioni viaggiatori nella Prima Guerra Mondiale, http://www.ordiniveterinaripiemonte.it/rivista/07n12/pd f/09.pdf. Ispettorato Arma del Genio, Quaderni di caricamento delle colombaie mobili, Lab. Tip. Officina Genio Militare Pavia, 1936. Franceschini E., Gb, il piccione messaggero del D-Day ritrovato in un camino 60 anni dopo, http://www.re-

pubblica.it/esteri/2012/11/02/news/g b_il_piccione_messaggero_del_dday_ritrovato_in_un_camino_60_anni_dopo-45785810/. Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio dell’Ispettore per le Trasmissioni, Trasmettitori di leva, colombieri, programma per l’addestramento avanzato e di specializzazione, in “Circolare n.5114. Programmi di addestramento dei militari delle trasmissioni, fascicolo n.14”, Roma, 1955. Ministero della Guerra, Ispettorato dell’Arma del Genio, Circolare n.1460 Guida per i militari incaricati dei collegamenti con colombi viaggiatori, Istituto Poligrafico dello Stato – Libreria, Roma, 1940.

Rivista Militare


Alberto Prelli, Bruno Mugnai L’Ultima Vittoria della Serenissima, 1716 − L’assedio di Corfù, Itinera Progetti, Bassano del Grappa, 2016, pp. 160 euro 28,00 Nel n.1-2012 “Rivista Militare” pubblicava l’articolo di Riccardo Caimmi I principi dell’arte militare: Corfù 1716, la difesa statica e dinamica che, prendendo spunto da un episodio di storia militare dell’Età moderna, esaminava i problemi afferenti alla difesa di posizioni. Il libro di Alberto Prelli e Bruno Mugnai approfondisce, con dovizia di particolari, questo importante episodio storico avvenuto nel corso dell’ultima guerra veneto-turca (1714-1718). L’assedio di Corfù (isole Jonie) è presentato dagli autori come l’ultima vittoria della Serenissima, in quanto l’importate piazzaforte, essenziale per il controllo del Mar Adriatico, fu vittoriosamente difesa, nel 1716, dai suoi soldati Italiani (veneti, dei ducati di Parma e Piacenza e di Massa e Carrara), Oltramarini (dalmati, greci) e Oltramontani (alemanni). Le operazioni furono dirette, sul fronte terrestre, dal Maresciallo Matthias von Schulenburg, al quale la Serenissima aveva con110

ferito il comando della difesa dell’isola, dal Capitano Generale da Mar Andrea Pisani, responsabile del Teatro d’operazioni e Comandante dell’Armata sottile (le galere) e da Andrea Corner, Comandante dell’Armata grossa (i vascelli). Rafforzavano il dispositivo navale alcune galere dei Cavalieri di Malta, pontificie, genovesi, toscane e spagnole. Gli autori, dopo aver presentato il contesto internazionale e il quadro delle forze, analizzano le operazioni militari, concentrando l’attenzione sulla difesa della piazzaforte di Corfù, assalita dalle forze ottomane dall’8 luglio (giorno dello sbarco delle fanterie turche sulla spiaggia di Ispo e di un non risolutivo scontro navale) al 21 agosto 1716, quando la flotta del Kapudan Paşa (comandante supremo della marina) Hoca Camun reimbarcò l’esercito del Serasker (generale) Kara Mustafà Pascià. I feroci scontri e gli assalti di massa ‒ che dopo la perdita dei forti di Abramo e di San Salvatore decimarono gli assalitori e fecero vacillare le difese ‒ sono ricostruiti individuando, con precisione, le unità che vi presero parte. In sintesi, Alberto Prelli e Bruno Mugnai ritengono che la vittoriosa resistenza a un esercito composto da 20.000-30.000 uomini (le fonti non sono speculari) fu possibile grazie a più fattori. Il primo fu l’integrazione tra la componente navale e quella terrestre, dato che più volte le galere bombardarono dal mare le posizioni nemiche e le navi imbarcavano anche i soldati; il secondo fu la solidità delle antiche fortificazioni, realizzate e aggiornate da ingegneri italiani, quindi l’efficacia del fuoco delle artiglierie poste agli ordini del Sergente Maggiore di battaglia Antonio Sora e il valore dei combattenti. Probabilmente ebbe un peso anche il diffondersi, tra gli assedianti, della notizia della sconfitta ottomana a Petervaradino (Balcani), avvenuta il 5 agosto 1716

ad opera dell’esercito imperiale (alleato) di Eugenio di Savoia. Il testo, arricchito dalle belle tavole a colori realizzate da Bruno Mugnai, dimostra una particolare attenzione alle fonti d’archivio e presenta una ricca bibliografia, nell’ambito della quale spiccano gli studi di autorevoli storici. Riccardo Caimmi

Francesco Lucianetti, Damnatio Memoriae. La storia della vita di Ezzelino III da Romano nel territorio veneto, Volume 1, Edizioni E-Sfaira, Padova, 2010, pp. 62, euro 13,00 Nel racconto a fumetti l’autore, Francesco Lucianetti, propone, in due differenti volumi, due fumetti storici che raccontano episodi collocabili storicamente nel Medioevo italiano e che sono tra loro successivi. In particolare, il primo volume, intitolato Damnatio memoriae. La storia della vita di Ezzelino III da Romano nel territorio veneto, narra la vita del più controverso tra i condottieri veneti: Ezzelino III da Romano. Scomunicato dalla Chiesa, che contro di lui indice addirittura una Crociata (unico caso di Crociata contro un principe cattolico della Rivista Militare


storia), è considerato da altri, al contempo, addirittura degno di beatificazione. Contemporaneo di Federico II di Svevia e suo grande sostenitore, ebbe in sposa sua figlia Selvaggia ed ebbe come questo un arco di vita strano: tanto prodigo, munifico, liberale (per il primo periodo), quanto sospettoso, irascibile, totalitario nella vecchiaia. Entrambi ostili al potere temporale della chiesa, entrambi grandi combattenti. Il racconto dà una spiegazione a questa metamorfosi di comportamento. Fu il primo condottiero a sognare una grande potenza situata nel territorio delle tre Venezie.

per i Carraresi: gli ultimi discendenti furono uccisi dai veneziani (strangolati in carcere con una corda da balestra) e su di essi cadde il silenzio, voluto dalla Serenissima. Il volume narra dell’ultimo periodo della dinastia (quella di Francesco il Vecchio e suo figlio Francesco il giovane), caratterizzato dalla battaglia di Castagnaro contro gli Scaligeri (condotta da un combattente di ventura inglese “John Ackwon”, Giovanni Acuto in italiano), la caduta di Padova e la persecuzione veneziana. Nei due volumi, non si può non apprezzare la destrezza del disegnatore nel muoversi all’interno degli ambienti e dei personaggi storici di quell’epoca, che vivono la loro vita singola e nella società di quel periodo molto ben rappresentato. In tal modo, il narratore cerca di coinvolgere il lettore e di calarlo nella realtà disegnata e raccontata. Ai lettori il piacere di scoprire, attraverso le belle immagini accompagnate dal racconto, il finale di entrambi i volumi.

Francesco Lucianetti e Marco Monari, Guglielmo da Carrara. Un letterato e poeta alla corte dei carraresi fino alla tragica conclusione della dinastia, Volume 2, Editrice E-Sfaira, Padova, 2010, pp. 62, euro 13,00 Il secondo volume, intitolato Guglielmo da Carrara, illustra il periodo della signoria dei Carraresi, durato circa 100 anni! Anche i Carraresi tentarono quello che non era riuscito a Ezzelino: una potenza triveneta; ma si scontrarono con Venezia che iniziava ad affacciarsi nell’entroterra. Lo scontro fu fatale n. 4/2017

Francesco Saverio Colecchia, Volontario con le Stellette, Rupe Mutevole, Parma, pp. 128, euro 12,00

Primissimo lavoro letterario del Tenente commissario del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, Colecchia Francesco Saverio che, con questo volume, descrive una parte della propria vita vissuta come “Volontario nel Corpo”. L’autore ripercorre le tappe della sua esperienza, dalla nomina a Ufficiale al successivo giuramento di fedeltà al Corpo, dalle esperienze nei primi centri di accoglienza immigrati di Borgo Mezzanone (Foggia), al suo impiego durante il terremoto dell’Aquila (marzo del 2009), con il ruolo di addetto alla logistica. Le pagine del manoscritto sono ricche di episodi e situazioni che mettono in risalto l’icona del volontariato, con una fluidità nel racconto e una interpretazione che invoglia il lettore a leggerlo tutto d’un fiato e gli fa vivere in prima persona le sensazioni riportate sulle pagine. Sono ricordate, inoltre, le molteplici attività addestrative e i corsi di specializzazione e aggiornamento frequentati dall’autore sia presso il Centro di Bari sia in quello di Bologna, da cui dipende per competenza istituzionale. Bellissima e di effetto la parte iniziale della prefazione del libro: “Incontrare lo sguardo di chi soffre o allungare le braccia verso chi ha un problema di varia origine, fanno di noi volontari con le stellette uomini che qualcuno definisce angeli. Questo è il massimo riconoscimento che potessi avere [...]. È la carica che mi spinge a continuare sulla mia strada tortuosa ma ricca di soddisfazioni etiche e morali [...]”. Infine, sono da segnalare cenni storici sul Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana e una opposita parte dedicata alla sezione U.N.U.C.I. (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia) di Piacenza, dove l’autore svolge ancora oggi attivamente il ruolo di Consigliere direttivo. 111


realizzare un volume di più semplice e organica consultazione, andando indietro nel passato, a partire dal 1946, e integrando la ricerca e la catalogazione di tutti gli articoli pubblicati con i necessari aggiornamenti fino al 2015. Nel volume sono stati inoltre aggiunti approfondimenti su vari aspetti che avevano riscosso interesse e curiosità da parte degli appassionati di uniformologia e alcuni articoli inediti. Il risultato di questo lavoro è un volume di 224 pagine, con oltre 1.400 immagini a colori, realizzato in collaborazione con la Athena Books.

Giuseppe Lundari, Fregi, Scudetti, Mostrine e Distintivi dell’Esercito Italiano, 19462016, Athena, Modena, 2016, pp. 224, euro 36.00 Questo volume celebra i primi settant’anni dell’Esercito Italiano del dopoguerra, attraverso una carrellata fotografica di fregi, scudetti, mostreggiature e distintivi in uso dal 1946 a oggi. L’autore, Giuseppe Lundari, è lo stesso che dal 2007 ha realizzato per “Uniformi & Armi”, (nota rivista di militaria), una serie di articoli dedicati a questo tema, molto apprezzati tra gli appassionati e collezionisti del settore. Con l’intento di riorganizzare il lavoro e di renderlo meglio fruibile, Lundari ha ritenuto opportuno

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Ferdinando Fedi, Lo Specchio e la Spada, editrice Mursia, pp. 232, euro 16,00

Il fascino della divisa ha radici profonde come ben spiega questo saggio che analizza modi e significati dell’eleganza militare, incrociando analisi stilistica e peculiarità del mondo militare, e dimostra come le regole dello stile e della forma si ritrovino nelle virtù e nelle tradizioni militari. Da D’Annunzio, Baracca o Churchill a personaggi meno noti (ad esempio Tony Clarke, il Capitano inglese che salvò la Resurrezione di Piero della Francesca) o legati a specifiche gerarchie militari, il libro accompagna il lettore, attraverso questa angolatura, nella storia e nella sociologia dello stile e del gusto. I personaggi storici scelti sono raffinati dandies e valorosi combattenti, implacabili aviatori e ammalianti seduttori, valenti scrittori e soldati coraggiosi, riservati gentiluomini e accorti strateghi: nelle vicende raccolte in questa originale galleria, l’eleganza e lo stile si incrociano con le virtù militari in un racconto che si snoda tra moda, tradizioni e campi di battaglia, dall’antichità fino ai nostri giorni. Ricco di aneddoti – divertente scoprire quante icone della moda, dal trench alle Church’s, siano nate in guerra – e rigoroso nelle notizie storiche e di costume, un volume di storia militare di piacevole lettura anche per i non addetti ai lavori. Un libro che saprà sicuramente coinvolgere il lettore svelando molte curiosità.

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RIVISTA MILITARE 2017 N.4 by Biblioteca Militare - Issuu