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L'Illustrazione Italiana 1941 n.30

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AMEDEO TOSTI: tre capitali.

L'avanzata

VINCENZO LONGO: annientamento.

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Battaglia

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di

Morale

segreta della guerra inglese.

MARIO CORSI: Ferdinando Martini e il teatro. MARIO

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delle

MARTINI:

Mostra

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liguri a

antiche

Genova MARIA TIBALDI CHIESA: Nel centenario di Antonio Vivaldi.

ADOLFO e

FRANCI:

Uomini

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fantasmi.

MARCO dopo.

RAMPERTI:

Trent' anni

FRANCESCO MAGRI: Panorami dell'economia italiana. GIUSEPPE MAROTTA: La d'argento (romanzo).

scure

BRUNO CORRA: Scandalo in provincia (romanzo). MERCEDE

MUNDULA:

La

porta

aperta (novella).

ALBERTO CAVALIERE: per tutte le ruote.

Cronache

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L'ITLUSTRAZIONE

ITALIANA

—

16 LUGLIO - Washington. Gli ambienti autorevoli della capitale americana confermano la notizia dello sgombero di Mosca. Secondo le informazioni giunte a Washington, molti Commissariati del Popolo e i più importanti uffici governativi sovietici si sarebbero già trasferiti a Khazan che si trova a oltre 700 km. ad est di Mosca, D'altra parte ulteriori informaoni giunte al «New York Times» affermano che anche il Commissariato del Popolo per gli esteri verrà al più presto trasferito da Mosca in altra località lontana ove si recherà anche il Corpo diplomatico accreditato presso il Governo sovietico. Secondo il giornale il trasferimento improvviso sarebbe stato grdinato in seguito alla rapidissima avanzata degli Eserciti teleschi. Secondo il parere dei circoli militari americani, riferito aal «New York Times» le Divisioni corazzate tedesche e le truppe finlandesi appena raggiunta Pietroburgo, avanzeranno verso oriente per accerchiare Mosca. Le notizie diffuse dalla Radio e dalle Agenzie sovietiche non trovano ormai più alcun credito. 17 LUGLIO - Roma. Il Duce ha ricevuto, presente il Ministro per l'Agricoltura e le Foreste, il direttore generale dell'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, prof. Mazzocchi Alemanni. Questi ha riferito ampiamente sullo stato dei lavori di colonizzazione nel momento attuale. Il Duce, dopo avere espresso il suo alto elogio per l'attività svolta dal direttore generale dell'Ente, ha impartito le direttive per la futura azione la quale deve continuare, se pure rallentata a causa delle difficoltà insite nello stato di guerra, per riprendere poi col ritmo segnato nel programma iniziale quando venne decisa due anni or sono la bonifica del latifondo. Berlino. Il Comando Supremo delle Forze Armate tedesche comunica: «Mediante l’impiego di tutte le sue riserve il Comando sovietico tenta di arrestare l'avanzata delle forze germaniche e dei loro alleati. SU tutto il fronte orientale è in corso un'imponente lotta per la decisione finale. Circa 9 milioni di soldati si trovano qui impegnati in una lotta le cui proporzioni superano tutti i precedenti storici. Si stanno delineando grandi successi. Nel settore meridionale del fronte orientale, truppe tedesche e romene hanno conquistato Chisinau, capitale della Bessarabia ». 18 LUGLIO - Tokio. Il Primo Ministro Principe Konoye è stato ricevuto in udienza dall'Imperatore, al quale ha sottoposto la lista dei nuovi membri del Gabinetto, lista che l'Imperatore si è degnato di approvare. Simultaneamente il Governo ha respinto le dimissioni di quei membri che si erano dimessi dal Gabinetto uscente, Oggi stesso l'Imperatore procederà alla cerimonia della investitura dei Ministri nel palazzo imperiale. Ecco la lista del nuovo Gabinetto. Primo Ministro e Ministro della Giustizia: Principe Konoye; Ministro degli Esteri e Ministro d'oltremare: Ammiraglio Teijtro Toyoda già Ministro dell'industria e del commercio; Ministro degli Interni: Harumichi Tanabe, ex Ministro delle comunicazioni nel Gabinetto Hiranuma; Ministro delle Finanze: Masatsume Sgura, ex Ministro senza portafoglio; Ministro della Guerra: Tenente Generale Hideki Tojo; Ministro della Marina: Ammiraglio Koshiro Oikawa; Ministro dell'Educazione: dott. Kumihiko Hashida; Ministro dell'Agricoltura: Hiroya Ino; Ministro dell'Industria e Commercio: Vice Ammiraglio Saizo Sakonji; Ministro delle Comunicazioni e delle Ferrovie: Shezo Murata; Ministro dell'Igiene: Tenente generale Chijahiko Koizuimi. Sono stati inoltre nominati Ministri senza portafogli: il barone Kiichiro Hiranuma, ex Ministro degli Interni; il Tenente generale Teuchi Suzuki e il Tenente generale Heisuke YanaBawa, ex Ministro della Giustizia. Rimangono al loro posto alti funzionari dipendenti dal Gabinetto e cioè il Segretario capo del Gabinetto Kenji Tomita, il direttore dell'Ufficio legislativo Nackai Murase e il Presidente dell'Ufficio informazioni dott. Nobumu Ita. Roma. Questa mattina, durante un volo su un nuovo tipo di apparecchio sperimentale, ha trovato gloriosa morte il tenente colonnello pilota Arturo Ferrarin Il Duce, appena informato dell'eroica fine del valoroso asso, ha fatto deporre una corona di fiori sulla salma.

19 LUGLIO - Berlino. Il Comando Supremo delle Forze armate tedesche comunica: «Truppe tedesche e romene partendo dalla Bessarabia hanno forzato in più punti il passaggio del Nistro. Come è già stato comunicato con un bollettino straordinario, lo sfondamento della munitissima «linea Stalin» sì è esteso da settentrione delle paludi del Pripet sin oltre Smolensk. La stessa Smolensk, accanitamente difesa dal nemico, è stata presa già il 16 luglio. Reparti delle forze armate alleate finniche hanno travolto la accanita resistenza nemica spingendosi fino alle sponde settentrionali del lago Ladoga ». 20 LUGLIO - Roma. Solenni onoranze funebri vengono rese al grande trasvolatore dei cieli Arturo Ferrarin. Sul feretro vengono deposte le corone del Principe di Piemonte e del Duce. 21 LUGLIO - Roma. L'Urbe accoglie e saluta con viva e sincera cordialità il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri di Bulgaria, giunti in visita ufficiale. Roma. Alle 10,15 la Maestà del Re e Imperatore ha ricevuto gli alti rappresentanti della Nazione bulgara, intrattenendoli a cordiale colloquio, Successivamente gli ospiti si sono recati per l'udienza del Duce, a Palazzo Venezia, dove sono giunti qualche momento prima delle ore 11. La storica piazza, così come del resto tutta l'Urbe, era festosamente adorna di bandiere. Anche qui numerose le bandiere albanesi, stando così a significare l’intima partecipazione del Regno skipetaro all’odierno avvenimento. La cittadinanza, che sostava particolarmente numerosa sulla piazza, ha salutato il passaggio delle vetture in cui erano gli ospiti con calorosi applausi ai quali essi hanno risposto levando il braccio nel saluto romano. Il Duce ha ricevuto, presente il Ministro degli Esteri Conte Ciano, il Presidente del Consiglio dei Ministri di Bulgaria Ecc. Filof e il Ministro degli Esteri Ecc. Popof, intrattenendoli in lungo e cordiale colloquio. All'uscita di Palazzo Venezia, l'Ecc. Filof e Popof sì sono recati a Palazzo Reale dove sono giunti alle ore 13 circa. Al Quirinale si è svolta una colazione di Corte alla quale sono intervenute anche alte personalità. Roma. Un pranzo in onore del Presidente del Consiglio Bulgaro Filof e del ministro Popof viene offerto dal Duce a Palazzo Venezia. Si scambiano cordialissimi brindisi. 22 LUGLIO - Città del Vaticano. Il Santo Padre riceve in udienza le Ecc.ze Filof e Popof e le trattiene a lungo cordiale colloquio. Il cardinale Segretario di Stato, Maglione, restituisce poi la visita ai due uomini di Governo bulgari, a Villa Madama.

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RADIO 1 programmi della settimana radiofonica italiana dal 27 luglio al 2 agosto comprendono le seguenti trasmissioni degne di particolare rilievo: ATTUALITA CRONACHE E CONVERSAZIONI Domenica 27 luglio, ore 10: Radio Rurale. — Ore 14:15: I programma, Radio Igea. — Ore 15: Trasmissione organizzata per la G. LL. — Ore 17,30: Trasmissione per le Forze Armate. — Ore 20,20: Cons. naz. Ezio Maria Gray: Commento ai fatti del giorno. — Ore 21,30: Il programma. Conversazione di Alberto Casella: «Orizzonti». — Ore 22: I programma, Conversazione dell'amm. Giuseppe Fioravanzo: «Il comandante navale ».

Lunedì 28 luglio, ore 11,15 e 16: Trasmissione per le Forze Armate. — Ore 12,30: I programma. Radio Sociale, — Ore 15: Elenco di prigionieri di guerra italiani. — Ore 18,20: Radio Rurale, — Ore 19,25: Trenta minuti nel mondo: Trasmissione organizzata dall'Eiav in collaborazione con l’O. N. D. — Ore 20,20: Commento ai fatti del giorno. — Ore 22,10: II programma. La vita teatrale, notiziario di Mario Corsi. Martedì 29 luglio, ore 11,15 € 16: Trasmissione per le Forze Armate, — Ore 15: Elenco di prigionieri di guerra italiani. — Ore 18,20: Radio Rurale. — Ore 19,30: Conversazione del cons. naz. Pier Giovanni Garoglio: « Prime Drospettive della /vendemmia ». — Ore 20,20: Mario Appelius: Commento ai fatti del giornò, — Ore 21 circa: I programma, Conversazione del Luogotenente Generale Auro D'Alba: «I figli delle Camicie Nere », — Ore 21,40 circa: I programma. Voci del mondo: «A colloquio con i rumori della radio ». — Ore 22,20 circa I programma. 'Conversazione di Mario Ferrigni: «Da vicino e da lontano », Mercoledì 30 luglio, ore 11,15 e 16: Trasmissione per le Forze Armate. — Ore 12,30: I pro. Radio Sociale. 15: Elenco di i di guerra ita-

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liani. — Ore 20,20: Rino Alessì: Commento ai fatti del giorno. — Ore 22,20 circa: I programma, Convi zione di Aldo Valori: « Attualità ‘storico-politiche ». Giovedì 31 luglio, ore 11,15 e 16: Trasmissione per le Forze Armate, — Ore 15: Elenco di prigionieri di guerra italiani. — Ore 17,15: Trasmissione da Fiera di Primiero dedicata ai Balilla e alle Piccole Italiane della Colonia «Bimbi della Libia ». — Ore 19,30; Conversazione del Cons. Naz Riccardo Del Giudice, Sottosegretario all'Educazione Nazionale: «Il nuovo calendario scolastico ». — Ore 20,20: Giovanni Ansaldo: Commento ai fatti del giorno. Venerdì 1° agosto, ore 11,15 e 16: Trasmissione per le Forze Armate. — Ore 12,30: I proFi imma. Radio Sociale. Ore 15: Elenco di prigionieri di guerra italiani. — Ore 18,20; Radio Rurale. — Ore 19,25: Trenta minuti nel mondo: Trasmissione organizzata dall’Eiar în collaborazione con l'O. N. D. — Ore 20,20: Commento ai fatti del giorno. — Ore 22,15: Il pr gramma. Claudio Vabié. «Impressioni su un ri-

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prigionieri di guerra italiani. — Ore 1630: i"Traaralaizione organizzata per la G, I P2. ‘ore 19,30:L. cons Naz. Vittorino Vezzi ni, vice-presidente della' Corporazione della RooNecnicHi e \Hella-pesca. — Ore 19,40: Guida ‘adiofonica del turista italiano. — ore 20,20: Mario Appelius: Commento al fatti del giorno. — Ore 21,30 circa: I programma. e novelle per Racconti la Radio: Libero Bigiaretti: «Scherzi della primavera». LIRICA OPERE È MUSICHE TEATRALI Lunedi 28 luglio, ore 13,15: I programma. Musiche operistiche dirette dal maestro Alberto Paoletti col concorso del soprano Maria Landini, del tenore Gino Del Signore e del ‘baritono Mario Borriello, Martedì 29 luglio, ore 13,15: Il programma. Concerto di musica operistica diretto dal maestro Salfi col concorso del tenore Giacinto Prandelli. — Ore 20,30: I gramma. Stagione pro-lirica dell'Elar: « MefiStofele » - Opera in un prologo, quattro atti e un epilogo di Arrigo Boito. Interpreti: Tag: credi Pasero, Giovanni Malipiero, Iris Ada Mi Corradetti, Maria Marcucci, Armando Giannotti, Maria PeGun: Diettore: inse stro Ugo Tansini. Maestro del coro: Bruno Erminero. Sabato 2 agosto, ore 2030: I programma Stagione Lirica | dell'Eiar: « La donna ser-

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gramma. Musiche brillanti dirette dal maestro Vaccari, — Ore 22,10: Il programma. Orchestra Cetra diretta dal maestro Barzizza. Lunedì 28 luglio, ore 13,16: II programma. Orchestra diretta dal maestro Angelini. — Ore 14,15: II programma. Fantasia floreale, di Giuseppe Pettinato diretta dall’Autore, — Ore 21,10: I programma. Selezioni di operette dirette dal

1° concorso «Il Giornale d'Italia » Inni e canti dedell'Italia guerriera. Or—chestra diretta dal maestro Gallino” Venerdì 1° agosto, ore 13,15: II pro-

gramma, Orchestra diretta dal maestro -—Angelini. — Ore 14,15: I programma. Orchestra —1Cetra diretta dal maestro Barzizza

maestro Vaccari. — Ore 21,30: I programma. Musiche da filmi. Orchestra Cetra diretta dal maestro Barzizza. — Ore 21,45: Il programma. Musica varia diretta dal maestro Fragna. — Ore 22,20: Il programma. Orchestrina diretta dal maestro Strappini. Martedì 29 luglio, ore 13,15: 1 programma. Orchestra diretta dal maestro Angelini. — Ore 14,15: I programma. Musiche per orchestra dirette dal maestro Gallino. — Ore 20,40: Il programma. Gli esperimenti radiofonici di Cram, Esperimento n. 5. «Sotto i balconi». — Ore 21,40: II programma. Orchestra Cetra diretta dal maestro Barzizza, — Ore 22,20: Il programma. Musica varia diretta dal maestro Vaccari. Mercoledì 30 luglio, ore 12,15: Il programma. Orchestra Cetra diretta dal maestro Barzizza, — Ore 14,15: I programma. Orchestra d'archi diretta dal maestro Manno. — Ore 20,40: Il programma. Selezioni di operette dirette dal maestro Gallino. — Ore 21,85: Il programma. Orchestra diretta dal maestro Angelini, — Ore 22,35: II programma. Valzer e danze. Orchestra diretta dal maestro Vaccari. Giovedì 31 luglio, ore 13,15: II program: ma. Complesso di strumenti a fiato diretto dal maestro Storaci. —

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questi paesi, quotidianamente, diffondono notizie sensazionali di rivolta e malcontento in (Croazia,del di governo scarsa autorità (Continua a pag. IX)

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Anno LXVIII - N. 30 27 LUGLIO

1941-XIX

alazzo Venezia come in quello con cui ha ris x piMopoli_ 3 Soana: Niera di tradizionale cortesia diplomatica. - Riuniamo in questa Gio cella visita Duce e dall'Ecc. Clano, e l'omaggio reso alla tomba delMilite noto. Igrote:

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La visita del Presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri bulgari a Roma. L'Ecc. Filof appone la sua firma sul registro alle Tombe dei Re al Pantheon. - Il Presidente del Consiglio bulgaro e îl Conte Ciano lasciano la Stazione Ostiense. - Le Ecc.ze Filof e Popof escono dalla Città del Vaticano dopo l’udienza del Sommo Pontefice.

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AGGRESSIVO

PROVOCAZIONI AMERICANE

OOSEVELT affretta i tempi, brucia le tappe. Il 21 luglio scorso ha domandato al Congresso di prolungare di dodici mesi il servizio attivo nell’esercito della Guardia nazionale e dei riservisti scelti, affermando che l’America si trova, oggi, in un pericolo infinitamente più grande ‘che un anno fa. «Oggi è essenziale che io dichiari ufficialmente quello che, indubbiamente, il Congresso conosce, e cioè che la situazione internazionale è oggi non meno grave, ma molto più grave di quella di un anno fa. È così grave, a mio parere ed a patere di quelli che sono al corrente dei fatti, che l’esercito dovrà essere mantenuto, nella sua attuale forza e senza la diminuzione di nessun effettivo, in completo stato di preparazione. Piccolo come esso è in confronto con gli altri eserciti, non dovrebbe soffrire nessuna forma di disorganizzazione o disintegrazione » Sarebbe ingenuo e superfluo attardarsi a confutare le ragioni invocate da Roosevelt per giustificare la sua politica personale sempre più diretta verso l’intervento. Col pretesto della «sicurezza» che nessuno minaccia, col pretesto dei «pericoli »cui sarebbe esposto l’Emisfero occidentale da parte dei regimi totalitari (e che furono perentoriamente smentiti da un’ampia relazione della Commissione della Marina degli Stati Uniti, che Roosevelt tenne gelosamente segreta e che fu resa nota solo per le indiscrezioni della stampa), Roosevelt accentua ogni giorno più la sua dittatura, incurante dell'opinione pubblica e degli stessi interessi del paese, unicamente sollecito di recare all'Inghilterra il massimo aiuto nel più breve tempo possibile. Dopo la manomissione della Groenlandia, perpetrata con la complicità del ministro danese a Washington, quel De Kauffman che non aveva alcuna autorità per concludere un simile negoziato e che fu processato e condannato in contumacia per alto tradimento; dopo il colpo di mano sull’Islanda, dopo la minaccia contro i possedimenti portoghesi delle isole Azzorre e del Capo Verde, Roosevelt, richiamandosi ad una compiacente proposta dei primi di questo luglio, del generale Marshall, capo di Stato Maggiore dell'esercito degli Stati Uniti, aveva deciso di inviare delle forze armate fuori del continente invo‘cando la « grave emergenza » nazionale, ma si è trovata contro la recisa opposizione del Congresso, che ha senz'altro respinto la proposta, sconfessando, in tal modo; l’iniziativa presidenziale nei confronti dell'Islanda.‘ — Colpito dalla sfiducia del Congresso, che gli ha impedito di ingolfarsi in periolose avventure, Roosevelt cerca di rifarsi mantenendo il paese in un vero e Broprio stato d'allarme ricorrendo ad ogni sorta di equivoci e di deformazioni

della verità. Non sono, infatti, i pericoli cui sarebbero esposti gli Stati Uniti 104 che esigono un così notevole aumento delle forze armate, ma sono queste stesse forze armate, organizzate con tanta urgenza, che debbono diffondere nel paese la persuasione che l'America è minacciata. Si crea, così, quella psicosi di guerra, che deve consentire a Roosevelt di entrare apertamente nel conflitto senza interpellare il Congresso invocando la forza maggiore, un qualsiasi « fatto nuovo», che accrediti presso l'opinione pubblica la «premeditata aggressione »dei Regimi totalitari agli Stati Uniti. Per questo egli va affannosamente alla ricerca di un incidente che ponga la nazione nella necessità di seguire la sua politica catastrofica sottratta, in tal modo, ad ogni remora e ad ogni controllo. Ed ecco che già si diffondono le voci di possibili incidenti navali fra le unità degli Stati Uniti e quelle dell'Asse. Pare: oramai indubitato(che la fiotta americana abbia ricevuto l'ordine di aprire il fuoco, e senza preavviso, contro ogni nave da guerra, sottomarino o aeroplano dell'Asse, che dovesse incontrare sul suo cammino. Sarebbe stata perfino concordata fra gli esperti la necessaria casistica. Sfuggiranno all’attacco le unità dell'Asse aggredite e denunzieranno l'aggressione? In questo caso, la Casa Bianca smentirà l'accaduto oppure attribuirà l'aggressione alla flotta britannica. Replicheranno, invece, all'attacco per legittima difesa? La Casa Bianca denunzierà la « proditoria aggressione », inscenando la montatura grande stile, che dovrà determinare l'immediato intervento. Tutto ciò è noto, tutto ciò è risaputo. L'ha confessato il ministro della Marina americana Knox, che poi ha cercato di smentirsi, ma inutilmente, perché contro le sofisticazioni di Knox, intimidito dalla richiesta di spiegazioni da parte della Commissione senatoriale, è intervenuta la conferma di Willkie, impazientissimo di guerra, che ha scoperto senz'altro Roosevelt, dichiarando che le primitive dichiarazioni di Knox gli erano state confermate dal Presidente in persona. Non è da oggi, del resto, che la Casa Bianca va alla ricerca dell'incidente. Tre mesi fa un giornale di Filadelfia rivelò che la Marina americana aveva deciso di verniciare, tutte le navi della flotta in grigio scuro, cioè nella medesima tinta adottata dalle navi da guerra britanniche. Per quale ragione? Le ragioni furono domandate dal deputato Mund che non sapeva darsi conto del provvedimento. Era la prima volta, infatti, che un ammiraglio si studiava di aumentare i rischi e i pericoli delle proprie navi invece di ridurli. Chiamato in causa, Knox riconobbe l'esattezza delle informazioni edite dal giornale di Filadelfia e confermò .il provvedimento deliberato, soggiunse il ministro, alcuni mesi prima, quando, cioè, «nessuno poteva sospettare l'attuale orientamento degli Stati Uniti». L’uscità dello Knox suscitò — a quanto riferirono i giornali — la schietta ilarità dell'Assemblea e delle tribune e tutto finì nel migliore dei modi. Alla luce delle odierne rivelazioni, si scorge perfettamente oggi, la natura e la portata di quel provvedimento «grigio scuro». Perché insistere? Non è chiaro, oramai, che Roosevelt vuole l'intervento diretto, animato da furore ideologico e da cupidigie imperialistiche? È I veri disegni degli Stati Uniti li ha involontariamente denunciati lo stesso Roosevelt quando, comunicando al Congresso l'affitto delle basi atlantiche dell'Inghilterra, soggiunse che si trattava del « provvedimento più importante che fosse stato adottato dopo l'acquisto della Luisiana ». Nel 1803, dopo laboriose trattative, il Presidente Jefferson riusciva ad entrare in possesso dei territori spagnoli passati alla Francia napoleonica versando al Governo di Parigi la somma di quindici milioni di dollari. Oggi l'Inghilterra non ha nulla, evidentemente, di napoiconico. Ma non importa. Roosevelt batte la strada di Jefferson e approfitta della guerra europea per estendere il dominio degli Stati Uniti, e l'Inghilterra, nel caso attuale, è trattata allo stesso modo col quale l'America trattò a suo tempo la Francia e, prima, la Spagna. Nulla di più vero, pertanto, della tesi che attribuisce alla politica americana degli aiuti all'Inghilterra un sentimento di totale sfiducia nella capacità della resistenza britannica e un astuto proposito di successione imperiale. Il 16 maggio 1940, Roosevelt indirizzava al Congresso un messaggio nel quale passava così in rassegna i punti di appoggio della meditata espansione: « Dai fiordi della Groenlandia alla Nuova Scozia, ci sono quattro ore di volo e sei ore soltanto fino alla nuova Inghilterra. Le Azzorre sono a sei ore di volo dalla nuova Inghilterra e appena duemila miglia dalla costa orientale americana. Le isole situate sulla costa occidentale dell'Africa sono distanti solo mille e cinquecento miglia dal Brasile e degli aerei moderni, che partissero dalle isole del Capo Verde potrebbero raggiungere questo paese in sette ore». Che passando in rassegna i punti sensibili di eventuali itinerari aerei Roosevelt pensasse, in realtà, molto più all'espansione americana che alle fantastiche « minacce» degli Statì totalitari, è stato apertamente dimostrato dagli atti seguiti a quelle dichiarazioni. Fra questi atti è da annoverarsi la decisione, presa quindici giorni fa, di creare delle basi navali e aeree nelle isole di Midway, Johnston e Palmira, destinate a fortificare il sistema delle Hawai. Se si guarda una carta del Pacifico, si vede che gli Stati Uniti e il Giappone si appoggiano a due colossali triangoli, che in molti punti si sovrappongono. Entrambi hanno la base verso i due continenti; il triangolo americano da Balboa sul Canale di Panama a Dutch-Harbour nell’Alaska, quello nipponico da Hainan a Sachalin ed hanno il vertice nel Pacifico, rispettivamente a Cavita nelle Filippine e ad Jaluit nelle Marshall. Nell’interno dei due triangoli esiste una serie di vasi navali e di porti americani, che se possono costituire un saldo cardine di resistenza e di difesa per ogni attacco alle coste degli Stati Uniti, non possono, peraltro, formare una «pista di lancio» verso l'Asia: Ed è precisamente per assicurarsi questa « pista di lancio», che gli Stati Uniti hanno concepito quel grandioso programma navale, che, ridotta alla loro mercé l'Inghilterra, oggi punta decisamente contro il Giappone. Approfittando delle vicende della guerra cino-giapponese, gli Stati Uniti si sono già dichiarati contro l'applicazione della teoria l'Asia agli asiatici. Il loro ambasciatore ha firmato, !’11 febbraio scorso, un accordo con Ciang Kai Scek, col quale gli Stati Uniti sì impegnano ad ogni sorta di aiuti sotto forma di prestiti in danaro e di forniture di materiale bellico. Per quanto riguarda le Filippine (per le quali dovrebbe attuarsi la indipendenza già promessa da Washington) nel maggio scorso il comandante militare americano si incontrava col maresciallo britannico dell'aria Brook Popham non già per studiarne l'evacuazione, ma per rafforzare il possesso e la difesa. Col Governo delle Indie olandesi, gli Stati Uniti hanno preso accordi per l'eventuale utilizzazione delle basi dell'Insulindia in aggiunta a quelli presi per l’uso delle basi britanniche della Malesia, Nella primavera scorsa il Congresso votava 340 milioni di'dollari per lo sviluppo delle basi navali del Pacifico, decisione, codesta, che costituiva una vera sfida al Giappone. Col trattato di Washington del 1922 era stato, infatti, concordato lo statu quo per tutte le basi navali delle Potenze firmatarie (Francia, Gran Bretagna, Giappone, Stuti Uniti) esistenti ad ovest delle Hawai ed a Levante di Singapore ma gli Stati Uniti passano sopra, come si vede, ad ogni impegno. Fra l’altro, il progetto fatto votare dallo Stato Maggiore della Marina americana contempla lo sviluppo, oltre che della base di Guam (situata al centro del gruppo delle Marshall, Bismarck e Caroline, che costituiscono la difesa avanzata del Giappone verso est e verso sud-est) delle basi del nord e del sud del Pacifico, come Dutch-Harbour nell’Alaska e Pago Pago nell'isola di Samoa. Le ragioni di questa affannosa ricerca talassocratica? Si leggono nel rapporto della Commissione senatoriale della Marina: « La situazione strategica degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale non è, oggi, così sviluppata, da consentire di intraprendere con serenità imprese contro il continente asiatico».Non è chiaro? C'è solo da osservare che îl Giappone non avrebbe mai accettato, nel 1922, di possedere una flotta nelle proporzioni da 3 a 5 rispetto a quella degli Stati Uniti, se contempo= tanicomente non fosse stato concordato lo statu quo per le basi americane menzionate. Questa infrazione degli Stati Uniti alla parola data, indusse il Giappone denunciare nel 1934 il trattato di Washington, a ritirarsi, nel 1936, dalla. Confe= renza navale di Londra ed a riprendere la propria libertà di azione per l'in: cremento della propria Marina. Decisioni opportunissime, inevitabili. è tempe: stive. Non si sa ancora come reagirà il Giappone a questa nuova manomissione del suo spazio vitale. Ma è prevedibile che il Governo di Tokio non subirà pas. sivamente la nuova provocazione. stesso della improvvisa decisione degli Stati Uniti, il «Japan Times All'indomani Advertiser», autorevole esponente degli ame bienti navali del Giappone scriveva queste significative parole: «Le tre isole costituiscono l’insieme delle avanguardie strategiche della base principale delle Hawai, e se ad esse si aggiungono i gruppi delle isole di Jarvis e di Baker. si potrà vedere ‘come sia stata costituita nel Medio Pacifico una linea di punti for tificati che portano le frontiere degli Stati Uniti entro una zona che dovreste essere vigorosamente neutrale. difensivo a catena darà luogo ad un importantissimo problema diQuesto sistema internazionale, che richiedest mina protesta internazionale. È giunto usurpazione il tempo per il Giappone di adotiana energici provvedimenti per difendereoramai i suoi interessi, prima che questo stran. lamento diventi troppo forte e pericoloso ». 7 oi Sono parole che non vanno prese alla leggera, SPECTATOR


LA BATTAGLIA

PER LE TRE CAPITALI

di rottura sulla così detta RMAI non v'ha dubbio che la grande battaglia linea Stalin è stata nettamente vinta dall'esercito tedesco: la linea stessa, infatti, è stata rotta nei suoi tratti più essenziali, e cioè a sud del Pietroburgo (ormai nei comunicati tede. lago Peipus, in direzione di a Smolensk, in direzione di schi è stata abbandonata la dizione: Leningrado); in condizioni tali, anzi, da porre simultaMosca, ed anche a sud-ovest di Kiev, emporio porgrande suo il ed dell'Ucraina capitale neamente in pericolo la difensiva intitolata al dittatore

tuale di Odessa. E ciò, non ostante cheassaila linea più poderosa ed efficiente, nella sua rosso si fosse rivelata, in complesso,

alla vigilia delmodernissima struttura, di quanto si fosse po! tuto presumere che si trattava di un sistema fortifi-la l'attacco: si è potuto constatare, infatti, assoluto contrasto, ad esempio, con cato estremamente mobile e snodato, Ilin paesaggio collinoso, con le sue larghe Maginot. della rigidità mastodontica strade, si prestava sincorrenti fiuviali, le paludi frequenti e le poche e difficili mascheramento di formidabili golarmente per la moltiplicazione ed il perfetto ne avevano accessi principali; ed i sovietici sbarramento, capisaldi in corrispondenza degli zone di in modo anche molto abile, per creare vaste approfittato, nidi di mitragliatrici e di appostamenti cosparse di solidi reticolati, di invisibili esteriorspalle da possenti casematte. aventi anticarro, protetti a lor volta alle spiavao di capanne rurali:‘dalle feritoie di esse mente l’aria di pacifici fienili qua e là, altre torrette d'acciaio o di no cannoni € mitragliere, e lepiùloroindietro, brevi cupole con le linee del paesaggio. "gIcestruzzo confondevano potuto, nonché arrestare, contenere l’ard:

cacPure, né la forza né l'insidia hanno delle leggere artiglierie tedesche, che, mento e l'impeto dei carri armati e distruggere, ad uno ad uno, tutti ai Clandosi avanti, son riuscite ad accecaredi eogni mezzo possibile — cannoncini o piccoli fortilizi avversari, avvalendosi di'ardiment prodigi veri

tiro teso, lanciafiamme, bombe a mano — e compiendo e di tenacia.

moltipli Le bre brecce della 7 linea si sonon venute, , così, così, rapidamente rapi

î

taluni tatti esseblindate è statatedesche. addirituraAncora superata, per talune decine di. ehttomelai colonne una volta, quindi, l'eserci ico,

come nella seconda fase della battaglia delle frontiere, è Venuto traversato ©sezionato da queste fulminee puntate tedesche, ed i Vari tronconi ischio mortale di essere incapsulati, avvolti e distrutti SSEIDE che ai vanno :Iormendo, a ridolso dela violate lines Sto 0 sN Un sistema ten vi sarebbe stato per i Russi di sfu ggire a questo serlec : fittare cioè della sosta imposta all'avversario dalla presenza della lince orde ficata, per sottrarsi alla sua pressione e compiere uno sbalzo indietro: inter= porre, cioè, fra loro ed i Tedeschi quello spazio, che altre volte fu la salvesii dei Russi. Sembra, invece, che spontaneamente Îl Comando sovietico abbia ri nunciato al tradizionale sistema di difesa spaziale — quello che fu opposto” Napoleone e che valse a salvare, anche, gran parte dell'esercito russo dopo lo lamento di Gorlice nel 1916 — ed abbia preferito accetta ‘ volta, battaglia grossa, probabilmente per tentare il salvataggio delle tre‘cae pitali — Pietroburgo, Mosca, Kiev — la cui caduta si pensa, forse, ch par avere troppo gravi ripercussioni morali nel paese. i ui;

Timo Vorosciloff Ca nord, , Timoscenko al centro, , Budienì ny a

indi,

a gettare nell'ardente crogiuolo della battaglia le no a, SE TA fontane: essi pensano, fors'anche, che una ritirata, oggi, a così Immediato. cone tatto col nemico,siconvertirebbe quasi certamente in ùn disastro trenta e preferiscono

giocare tutto per tutto.

i

PESCO

VALI

‘on essi esi il rischio di fiare Ma, così operando, non corrono i del Comando tedesco? È noto, infatti, che î concetti operativi"dl questo non no affatto legati agli obiettivi territoriali, per quanto importanti. es i possand essere; fedele alla dottrina, che ha sempre informato la sua azione,ilComando


germanico persegue unicamente lo scopo di agganciare il mag

sibile di forze avversarie e distruggerle. i È per questo, forse, che il Gran Quartiere Generale ha tenuto a sottolineare, in un suo comunicato del giorno 17, il carattere risolutivo di questa enorme bai taglia: seguitando il nemico a gettare in essa ed a fondervi le sue riserve, i risultati di questo urto grandioso potranno realmente pesare sulle sorti dell'intera campagna. Dopo aver sobriamente annunciato l'avvenuto sfondamento della linea Stalin, i Tedeschi non avevano più fatto, nei loro comunicati, alcun nome di località. Ne affiorarono, poi, due, nella giornata stessa del 17: nel settore centrale, sulla direttrice di Mosca, era caduta Smolensk, alle cui porte da più giorni si combatteva, ed in quello meridionale, forze tedesco-romene si erano impadronite di Chisinau, capoluogo della Bessarabia. Sul valore strategico e morale della conquista di Smolensk, è appena il caso di insistere. Oltre ad essere collegata alla capitale da una nuovissima autostrada, Smolensk è stata sempre considerata — fin da quando, nel secolo XVI, Boris Godunoff la cingeva di mura, e Ney, Davout, Morand animosamente si battevano sotto le mura di essa, nel 1812 — come l’avancorpo di Mosca e la porta della Russia vera e propria. È da ricordare, inoltre, ch'essa, possedendo oggi fabbriche primarie di aeroplani e di munizioni, aveva acquistato una notevole importanza industriale. Chisinau, poi, è centro importantissimo: la seconda città, per popolazione, della Romania, prima della occupazione russa. La conquista di essa, inoltre, conferma che l'intera Bessarabia settentrionale e centrale è in mano dei TedescoRomeni, né dovrebbe tardar molto l'occupazione dell'intera regione, dato che i Tedesco-Romeni hanno passato il Dniester anche nel suo corso inferiore, e che i Russi hanno dovuto sgomberare anche l'importante regione dell’estuario di quel fiume, dove sono ancor vivi i ricordi del dominio di Roma. Ma il settore più delicato rimane sempre quello, centrale, ove sembra che i Comandi sovietici stiano compiendo il massimo sforzo, per impedire che il cuneo tedesco, la cui punta è arrivata a Smolensk, si protenda ancor più addentro, in direzione di Mosca. Mentre il maresciallo Timoscenko si accaniva in vani contrattacchi, per tentare di conservare ancora il possesso di Smolensk, audaci colonne tedesche dalla zona di Vitebsk si lanciavano verso Beloi e Rjev, pronunciando così una minaccia da nord, sulla direttrice stessa della grande strada per Mosca; poiché dallo stesso comunicato tedesco si rilevava che il Dnieper era stato forzato fino a Moghilev, se ne può dedurre che anche in questo settore il Comando tedesco si propone una larga manovra di avvolgimento delle forze nemiche che si attardassero sulla congiungente Smolensk-Mosca. Si vedrà se e come il Comando russo riesca a sottrarsi a questa minaccia, e se possono riuscire efficaci quegli attacchi sui fianchi delle colonne avanzanti germaniche, nei quali il Comando sembra riporre molte speranze. Ad ogni modo, l'importanza della posta fa sì che in questo settore la lotta sia estremamente dura; ma, alla fine, la vittoria dovrebbe rimanere a quella delle due parti che ha finora dimostrato un'assoluta superiorità tecnica.

Anche nello scacchiere settentrionale si devono registrare lenti ma sicuri progressi delle truppe finno-tedesche su tutto il fronte; segnatamente, lungo le due sponde del Ladoga. Vorosciloff aveva concentrato le sue riserve sulla linea Pskow-Novgorod, per cercare di coprire ad ogni costo Pietroburgo dalla minaccia proveniente da ovest; ora, dinanzi all'avanzata finno-tedesca da nord-ovest, ed al conseguente disegnarsi di una larga tenaglia, sembra ch’egli abbia ordinato alle forti guarnigioni dell’Estonia settentrionale di retrocedere, incendiando Tallinn; ma varrà questa disperata manovra a salvare l’antica capitale?... Nella zona a sud del Pripet, invece, due sono i settori che attirano maggiormente l'attenzione: quello di Kiev e quello bessarabico. La capitale ucraina era stata, ormai, raggiunta in questi ultimi giorni dalle colonne tedesche, delle quali, anzi, era segnalata la presenza nei sobborghi della città; il fatto che dopo una

settimana non sia stata ancora annunciata ufficialmente la caduta della città,

non deve far credera che il maresciallo Budienny sia riuscito a ristabilire la situazione: si deve pensare, piuttosto, che i Tedeschi, ligi sempre al principio di

anteporre

all'obiettivo

territoriale

l’annientamento

delle forze avversarie,

si

siano preoccupati piuttosto di evitare che le forze russe, poste già a difesa della rieca città ucraina, potessero porsi in salvo. Si è avuto notizia, infatti, della distruzione di un intero corpo motorizzato, composto di almeno tre divisioni, al comando del generale Makaroff, il quale è caduto, ègli stesso, prigioniero. E lo sfortunato difensore di Kiev avrebbe fatto delle dichiarazioni veramente sconfortate: « L'armata rossa — egli ha detto, — ha perduto qualsiasi capacità offensiva. D'altra parte, non credo che ill nostro Comando possa ancora salvare qualche cosa da questo caos. Mancheranno ormai dell'armamento e dell’equipaggiamento necessario; e anche le ultime riserve, che soltanto pochi giorni or sono sono state buttate sul fronte, dopo tre settimane di viaggio in ferrovia dal lago Baikal, non possono dare alcun aiuto efficace. Queste truppe sono completamente abbrutite, e dal punto di vista della preparazione militare sono da considerarsi appena dirozzate. In queste condizioni, è inevitabile che tutto vada sot-

tosopra ».

Sull’estremo fronte meridionale, infine, la conquista di Chisinau, della quale abbiamo fatto cenno, ha avuto, anch'essa, conseguenze di rilievo. Anzitutto, la conquista del capoluogo bessarabico ha dato ai Tedesco-Romeni anche il completo dominio dell’altipiano di Comesti, che domina tutta la Bessarabia. Le iruppe bolsceviche, poi, non sono state lasciate libere di ritirarsi a piacimento, ma sono state inseguite fino al Dniester e costrette all'abbandono di quelle sponde che, fino ad un anno fa, costituivano la frontiera tra l'Europa ed il bolscevismo, ed anche oltre il Nistro ì rossi sono stati rincorsi in terra ucraina e battuti; mol: ti cannoni, carri armati e materiali di ogni genere sono caduti in mano dei vincitori. Nella giornata del 19, poi, un altro balzo vittorioso è stato compiuto dalle truppe tedesco-romene. Dopo vari giorni di durissimi scontri, le truppe germaniche e romene ch'erano mosse dalle basi costituite oltre il Dniester, riuscivano a raggiungere la linea Stalin e ad investirla anche in quella zona, ov'essa presenta uno dei tratti più sensibili dell'intero sistema difensivo sovietico. I Bolscevichi non hanno potuto resistere più oltre alla formidabile pressione delle forze alleate, le quali hanno dimostrato, ancora una volta, in quest’azione di essere animate da un’ardente volontà di vittoria e dotate di forti mezzi offensivi. Un altro grande varco è stato aperto, così, nella parte ancora intatta della linea difensiva, nonostante il suo formidabile apparato di acciaio, di cemento € di uomini votati alla morte, per ordine superiore. Pegno della vittoria è stato per i Tedesco-Romeni il possesso della città di TTighina, che, bagnata dal Nistro, guarda sull’opposta riva sovietica una breve landa, ove si arresta la ferrovia ucraina nella piccola stazione di Tiraspol. Di là, si apre il fascio delle comunicazioni verso la Russia Bianca, la Galizia, la Cri: mea e il Caucaso; di là è possibile minacciare ancora da un ‘altro lato Kiev, già stretta così da presso dalle colonne tedesche. Alla caduta di Tighina si aggiunge quella di Ismail, sulla riva danubiana tuttora tenuta dai rossi: con queste conquiste, le forze sovietiche che avevano il compito di mantenersi laggiù, come un cuneo, fra il Nistro, il Danubio inferiore ed il Mar Nero, vengono a trovarsi in una situazione molto precaria, addensate come sono in uno spazio sempre più angusto e minacciate di vedersi tagliare le vie della ritirata. ‘Sono tre grandi battaglie, in definitiva, che ardono contemporaneamente e senza sosta, negli estremi settori settentrionale e meridionale ed in quello centrale. La lotta è molto dura, poiché le truppe sovietiche, nonostante la difettosa azione di comando, il disordine col quale vengono proiettate nella lotta e le perdite indubbiamente elevatissime, si battono ancora con disperata energia. Ma la infinita superiorità dell'ordinamento gerarchico e disciplinare dell'esercito tedesco, la sua indiscutibile valentia tecnica, le qualità eccezionali dei soldati di Hitler ed il valore delle truppe alleate — al cui fianco presto si schiereranno anche elette rappresentanze dell'esercito italiano — dovranno, alla fine, avere fatalmente il sopravvento, in questa lotta gigantesca. AMEDEO TOSTI

BATTAGLIA. DI ANNIENTAMENTO UL fronte orientàle, mentre scriviamo, sì sta svolgendo una delle fasi più

importanti, che potrebbe esser la conclusiva, della lotta contro la Russia. Le colonne tedesche e alleate serrano sempre più da presso, su più direzioni, formando varie tenaglie, gli obiettivi principali: Pietroburgo, Mosca, Kiew. La visione della occupazione di Mosca e di Pietroburgo eccita già la nostra fantasia. È da ricordare però che la strategia e la tattica non si fanno guidare dalla fantasia, ma dalla ragione militare. È pertanto i tedeschi e gli alleati non si occupano tanto di Pietroburgo, di Mosca e di Kiew quanto di portare a conelusione vittoriosa le loro manovre. La verità è che i tedeschi e gli alleati hanno posto le basi e mentre scriviamo stanno dando sviluppo a una delle più grandi battaglie di annientamento della storia. La propaganda avversaria tende a far credere che la resistenza russa abbia sorpreso la Germania e l'Asse. La resistenza russa non ha sorpreso nessuno. Questo affermiamo e desideriamo dimostrare. Una buona norma di guerra dice: non svalutare il nemico. Lo Stato Maggiore tedesco, che le norme ai guerra conosce nello spirito e nella pratica, non na mai dimostrato di svalutare il nemico, e non lo ha svalutato neanche questa volta. L'imponenza dei mezzi, la consueta accuratezza nell’organizzazione, molti altri dati che qui non possono essere ricordati, stanno a dimostrare che lo Stato Maggiore tedesco non ha mai pensato dintraprendere una lotta in cui Verano soltanto da cogliere facili trioni. Cne la particolare e non certo normale situazione del popolo russo sotto il regime bolscevico dovesse costituire un elemento obiettivo della situazione da tener presente, indubbiamente; ma sarebbe un superticiale apprezzamento il ritenere, come mostrano di fare gli avversari, che un Comando, il quale finora ha dimostrato coi fatti di saper molto bene selezionare i dati ceru da quelli ipotetici e ha dimostrato inoltre di fondare la sua condotta di guerra essenzialmente sui dati certi, sì sia, non diciamo fondato, ma abbia dato eccessivo peso alla previsione di un immediato cedimento. dell'organismo militare russo, di un eventuale moto di liberazione del popolo russo dal regime bolscevico. Nei calcoli di guerra entrano nel conto, di diritto, solo i dati di torza militare. ll resto viene pure considerato, ma ai margini. il Comando germanico, stiano dunque ben certi gli anglosassoni, non ha mai pensato alla «facile corsa » su Mosca, su Pietroburgo, su Kiew, e Odessa e Rostow. Non è nel suo stile. Se gli anglosassoni intendono porre il Comando germanico nella luce di un organo non sufficientemente fornito di scienza e di esperienza, commettono essi l'errore di svalutare, molto semplicisticamente, il nemico, La resistenza russa era dunque pienamente prevista. Nessuna sorpresa. Non solo prevista, ma soggiungeremo che essa, nel modo come si è sviluppata e si sta sviluppando, e ai fini dell'esito finale della lotta, quando saranno tirate le grandi somme e non si guarderà più ai piccoli numeri, essa ha fatto il giuoco dell'Asse e dei suoi alleati. Questa resistenza che non intenderebbe mollare terreno, che difende complessivamente con accanimento le posizioni, conferisce a! tedeschi, all’Asse e agli alleati un vantaggio di primissimo ordine, veramente essenziale: la possibilità di liquidare la paruta tutta in una volta, anche se con distinzione di tasì, ma fasi serrate l'una all'altra. Vantaggio, ripetiamo, inestimabile ove si consideri che una delle difficoltà chiamiamole pure « classiche» della guerra contro i russi era quella di riuscire ad agganciarli bene, in massa. Ebbene, le cifre già citate a suo tempo dal Comando germanico circa le perdite russe, l'affermazione del Comando stesso che ormai anche le riserve russe sono impegnate € l'altra che la lotta si sta svolgendo fra circa 9 milioni di uomini, stanno a indicare che la grande e migliore parte russo è stata agganciata, e vittoriosamente agganciata. Questo è undell'esercito strategico singolarmente importante. Da quanto si è detto può trarsi risultato la ragionata deduzione che, risolta la lotta in corso, la situazione in Russiainfatti potrebbe presentare più grandi problemi militari. Nell'ultimo comunicato del Comandonongermanico alla data in cui scriviamo) è contenuta infatti questa affermazione la cui (ultimo importanza non deve sfuggire: « Su tutto il fronte orientale è in corso una importante lotta per la decisione finale ». La decisione finale potrebbe dunque non essere lontana. Questa sola possibilità è già una grande vittoria per l'Asse. Non è davvero un fatto comune che a un mese circa dall'inizio delle operazioni si possa già intravedere come possibile la decisione finale, in una lotta il cui principale problema consisteva nell’ottenere di non eccessivamente nel tempo. Ebbene, finora le operazioni sono andate prolungarla in da far pensare ragionevolmente che questo eccessivo prolungamento, che fumodo la risorsa difensiva russa, non ci sarà. E uno dei principali fattori che hasempre contribuito e sta contribuendo al raggiungimento di codesto fondamentale risultato è, come s'è chiarito, la condotta di guerra prescelta dal Comando sovietico che sta portando all'impiego della maggior parte delle forze fin dalle prime fasi edella lotta. Abbiamo accennato altra volta perché, chiarendo come i russi abbiano avuto anche qualche buona ragione per regolarsi come si sono regolati. Un dato dunque possiamo intanto dato obiettivo, certo: la condotta di guerra, che il Comando russo perle fissare, sue ragioni ha scelto 0 è stato costretto a Scegliere, è proprio quella che contribuisce ad abbreviare i termini di tempo della lotta, a restringerli quanto possibile. Non pare dunque che la gioia di mostrata dagli anglosassoni nel più constatare che i russi resistono efficacemente (ciò che l'Asse ha previsto) e gettano nella lotta la maggior parte delle loro forze sia una gioia intelligente. È una gioia che. diciamo così, deriva dal fermarsi alla prima osteria. I russi se ne accorgeranno più in là, e gli anglosassoni con essi, che cosa significhi questa resistenza. Significa aver dato modo alla strategia di annientamento germanica di affermarsi in pieno. Pur senza risalire ai primi maestri della contemporanea arte militàre tedesca, quali il Clausewitz e il Moltke e fermandoci a quelli più recenti, il do: minante che vediamo affermarsi strategia tedesca è quello della motivo « battaglia di sterminio »del Blume, quello nella di annientamento, della Canne moderna, dello Schlieffen. (Canne, della battaglia si sa, è l'esempio ‘massimo nell'antichità della battaglia di sterminio). Forse come non è artischiato affermare, come da molti indizi sembra probabile, che i discepoli attuali dei Clausewitz e dei, Moltke, dei von der Goltz e dei Blume, degli Schlieffen e dei von Bernhardi (i maestri dell’arte militare tedesca), stiano trovando in terra russa il campo adatto per una delle più vaste e più complete applicazioni che l'organismo militare tedesco abbia mai fatto del concetto che più o meno esplicitamente del pensiero e dell'azione di quei maestri: la battaglia d’annientamento,è aldi fondo sterminio. Non è escluso, anzi qualche dato indurrebbe a ri il Comando russo possa anche tentare parte dei mezzi meccanizzati. Bisogner: a quello russo, nel caso questo intenzione, di portarla a compimento. Comunque, ire, tale evento potrebbe rendere meno evidente [lell'azione tedesca e degli alleati, non modifi problema, ‘che sarà vittoriosamente risolto d:

I primi avvenimenti se noi, inconsapevolmente, e indipende ga eventi clamorosi ci diranno l'occupazione di Pietroburgo, Mosca di Ricane biamo avuto in questiquali la ventura di assistere alla di' grande a dia delle più vaste giorni e imponenti battaglie di annientamento Canne megeicoi che sì siano mal

Ten. Col. VINCENZO

LONGO


di fuoco rovesciata dagli corazzati dop: jo una pioggiavengono, Sulla linea Stalin. I fortini circondati e attacarmati una delle artiglierie del- carri Stili 6 dopo i colpi all'entrata di Ni villaggiodestra, piccoli calibri, In 1alto: Stuica e oleleri e dai franchi tratorI. Vel fondo, in a, ritirata. rastrellare a prepara si assalto calde distruttori bolscevichi inesorabili dagli incendiate bruciano che Case

An der Stalinlinie. Die gepanzerten Bunker

w ei Stia una nach Artlicrietrettern der Panzer: vosdelach PIonistta SEL Ne Dan kielner “Kalmerbelmumzingelt und angegrifen - Oben: Eine Stosstrupp- Formation Betreten eines Dorfes vor, die Frelschutzen zu UberwAltizen a

bereitet sich

rgrund rechts:. brennende Hiuser, die von fliicht Hg Peraad recate: vrsanende HILAE 1I8 Via A


Visioni dei luoghi dove si combatte la più vasta battaglia che la Storia ricordi. - Sopra: artiglierie autotrainate, automezzi e carri armati sovietici sorpresi durante il guado di un fiume e immobilizzati dal preciso tiro dell'artiglieria e dei bombardieri germanici. - A sinistra: città distrutta dall'infernale fuoco delle artiglierie. Dense colonne di fumo coprono il cielo. Ansichten der Orte, wo die gròsste Schlacht, die die Geschichte kennt, ausgefochten wird. - Oben: Motorisierte Artilierie, Motorwagen und Panzer der Sowjets, die beim Durchwaten eines Flusses iiberrascht und von genauen 'Treffern der Artillerie und von den deutschen Bombern zum Stilistand gebracht worden sind. - Links: Eine vom hòllischen Artilleriefeuer zerstòrte Stadt. Dichte Rauchsfiulen bedecken den Himmel.

1 fortini della linea Stalin conquistati servi ‘ono da riparo ai mitraglieri tedeschi durante l’avanzata delle fanterie, - Sotto o sotto la pioggia, sulle strade o attraverso il terreno più anfi rattuoso sole potenti Divisioni corazzate germaniche continuano la loro m: iarcia che lenon conosce ostacoli. ri Bunker der der Stalinlinie Diei eroberten S dienen den di leutschen M ‘aschinengewehren wahrend des Vorgehens der Infanterie als Deckung. - Gut Sonne una Regen, durch zerstòrte Strassen oder zerkliftete Gobi michtigen deutschen Panzerdivisionen ihren Vormarsch, lete setzen die der kolze Hindernisse kennt, fort.


1 settore meridionale del fronte russo le truppe tedesche e romene hanno spezzato la resistenza dei s0ici e sono penetrate in Ucraina. Anche qui i rossi hanno avuto enormi perditi le. Vediamo qui abbandoi carri armati e materiale diverso. - Sotto: il Re Michele di Romania consuma colazione du‘ante una visita al fronte. Un aviatore tedesco reduce da un’azione di guerra f.‘aunail rapida suo rapporto al Re.

Dall'alto in basso: uno dei carri pesanti sovietici da 52 tonnellate che hanno dato una pessima prova d'impiego, catturato in Bessarabia. - Quel che è rimasto, di un grosso calibro sovietico autotrainato colpito da una bomba, - Le fanterie germaniche nascoste tra le opime messi dell'Ucraina. - Sotto: carri armati sovietici immobilizzati in un’ansa del Nistro.


L'avanzata germanica sul fronte orientale. I pionieri costruiscono un ponte sulla Duna per permettere il passaggio alle grosse unità di fanteria e ai servizi logistici che seguono nella marcia le truppe d’assalto. In fondo un villaggio in fiamme.

La rapidità di manovra tedesca mette in grave scompiglio il nemico i cui Comandi si trovano sovente accerchiati senza aver avuto tempo di sottrarsi alla ferrea morsa tedesca. -Qui sopra vediamo un portaordini sovietico che trovandosi improvvisamente di fronte i soldati germanici alza le braccia e si arrende. - Sotto: le truppe finniche e tedesche nella loro avanzata verso Pietroburgo. Trasporti di truppe a mezzo di battelli.

Dall'alto: reparti germanici verso le linee nemichi a bordo di carri armati. in marcia truppe d'assalto provvedute di speciale equipaggiamento. Sono- Un’autoblinda lungo una strada distrutta, - Case incendiate ungherese dai sovietici,


ITALIANE FRONTE RUSSO

al fronte russo, Il transito delle truppe italiane dirette manifestazioni di ca) Vienna, ha dato luogo a calorose ento, hanno $ gnifici soldati, in perfetto equipaggiam da e fiori sono stati offerti co) fazione. Generi di conforto schietta accolti con quella tre ‘questi doni sono stati soldato; foto riprese durante Ecco qui Ole] nostro. ie

la sosta.


Soldati italiani che sul ciglione di Derna squadrano pietre pel riattamento delle strade.

MORALE SEGRETA DELLA GUERRA INGLESE (NOSTRO

SERVIZIO

PARTICOLARE)

EI primi tempi delle operazioni in Africa Settentrionale la cattura di prigionieri era un fatto abbastanza raro: i nostri e gli avversi attacchi erano di solito dei celeri colpi di mano che avevano lo scopo di saggiare la consistenza delle difese e le intenzioni delle due armate. Una guerra originalissima, era quella di allora, quasi una novità inesplorata che riservava le parvenze più impensate con la sua confusione di prime linee e di retrovie, con le sue improvvise e mute bonacce nei capisaldi avanzati e con altrettanto improvvise puntate dai fianchi sulle seconde e terze linee; guerra celere, colonne nel deserto, pattuglie di truppe di colore a strisciare sulla sabbia — mimetizzate in parte dalla natura e in parte dalle più buffe acconciature — fino ad agganciarsi con gli avamposti contrari (rammento che in quei tempi un maggiore del genio, il quale fu ai suoi bei tempi un famoso calciatore della rappresentativa nazionale, diceva che questa guerra assomigliava al gioco del calcio, dove le prime e le seconde linee vengono fulmineamente impegnate; e diceva che certe volte gli sembrava che i reparti avessero a ribattersi, a inseguire, a lanciare oltre gli obiettivi, per riprenderlo, un misterioso pallone che poteva essere suggestivo e affascinante come una sfera incandescente, come il sole). Fra le caratteristiche, appunto, di questo nuovo modo di guerreggiare con mezzi europei in terreno coloniale, era anche la rara cattura di prigionieri e una certa invisibilità del neico: infatti le azioni si svolgevano sopratutto con mezzi corazzati abbastanza , erano duelli di scatole chiuse con pochi inesorabili colpi, erano gragnuolc di artiglierie portatili le quali, posta fine alla pioggia di fuoco, rientravano in basi più sicure; e la stessa piattezza del deserto costringeva gli avamposti di tenersi fuor della vista a vicenda fino al momento che, da una © dall'altra parte, v'era la decisione di impegnarsi. Perciò i prigionieri erano discretamente rari: di solito si trattava di qualche equipaggio di autoblindata il quale si era fatto beccare dentro la sua scatola di ferro inchiodata sulla sabbia per qualche colpo precisamente aggiustato. Uscivano allora i lunghi inglesi delle divisioni «ussari motorizzati » sfilando le gambe nude dai portelli e levando al cielo le braccia interminabili caratteristiche ai longilinei scozzesi. Uscivano non come sardelle dalla scatola ma come bachi dalle pere e poi se ne andavano via così, fra i nostri, quasi nulla fosse capitato, fumando qualche sigaretta che era stata loro correttamente lasciata. Rammento che il primo prigioniero che vidi era un capitano comandante di squadriglia autoblindo nella settima divisione « ussari», quella che sostenne la parte più forte e iniziale nell’attacco inglese a Sidi el Barrani e che è stata di recente distrutta per intero dalle forze dell'Asse nella recente grande battaglia di Sollum. Era un giovanotto altezzoso che godeva fra i suoi — e anche fra i nostri — di. buona fama perché rischiava spesso con la sua squadriglia delle azioni audaci le quali pareva gli dovessero andare sempre bene. Noi non lo si conosceva di persona, ma si aveva per noto il distintivo della sua squadriglia. Finalmente una delle molte ciambelle tradizionali che egli faceva in mezzo alla sabbia della Marmarica nei pressi di Ridotta Capuzzo, gli riuscì senza buco; ché

anzi il buco fu fatto alla sua autoblindo dai cannoncini di una sezione anticarro comandata da un sottotenente pugliese, un ragazzo smilzo e piccolo e nero come il carbone. Il mito del capitano scozzese della settima divisione ussari sfumò in pochi minuti, dalla scatola meccanica usci il capo squadriglia e si arrese e i tre o quattro uomini incolumi del suo reparto — tutta la squadriglia era stata infilata dai nostri colpi fuori di una pista — si collocarono ai suoi fianchi con aria indifferente e poi il gruppetto si incamminò davanti ai nostri che erano rimasti in parte a portare sugli autocarri i feriti e a ricomporre i morti. Il capitano della settima divisione ussari accese la sigaretta e chiese l’ora al nostro sottotenente per rimettere l'orologio il quale gli si era fermato, Era stranissimo, per me che vedevo un prigioniero per la prima volta, il confronto fra il contegno dell'ufficiale pugliese vincitore e quello del capitano inglese vinto. Se nel pugliese comprendevo un evidente stato di inquietudine che era essenzialmente soddisfazione, e la repentinità dei moti e il bisogno di guardarsi attorno come per riconoscere con gratitudine i propri uomini, dapprima non fu in grado di valutare con precisione quel modo indifferente del capitano inglese che caricava l'orologio e poi che si puliva le unghie con molta premura e poi che sorrideva a chi lo guardasse. Credetti dapprima che fosse un grande controllo di nervi e quasi pensai che dovevo ammirarlo, che aveva la linea del corridore vinto accanto al suo vincitore alla fine della gara, il contegno dell'ultimo classi ficato a colloquio con il primo quando il concorso è chiuso. E gli parlai brevemente gli feci alcune domande, egli non rispose a nessuna ma mi disse che la sua famiglia era al sicuro perché stava in America e poi, con evidente intenzione di noncuranza per la guerra, volle discutere di calcio, di quella partita fra la squadra italiana e la squadra inglese che si svolse a Milano anni addietro. Allora, nel suo freddo modo di parlare, nel suo spregio non soltanto per noi — che appariva negli inintelligibili toni di un colloquio a monosillabi — ma anche per la sua stessa gente, compresi cosa era nel fondo, fra i sedimenti di ogni pensiero e di ogni reazione, în questi combattenti inglesi e dell'impero inglese i quali si disvelano appena sono disarmati. È una vecchia esperienza quella che consiglia di lasciare decantare i liquidi prima di usarli; è una moderna saggezza quella di lasciare schiarire l'animo del soldato appena è stato costretto a deporre le armi per saggiare la sua moralità di combattente. Ecco allora che il paragone fra il soldato nostro e quello inglese riesce a ridare una prova efficente delle due diverse posizioni di giustizia da una parte e di ingiustizia dall'altra che le due nazioni opposte occupano. Mentre il nostro soldato, fatto prigioniero, non piega e anzi si incrudisce in una sempre più dura ostilità al nemico il quale non trova modo di mansuefarlo nemmeno con i maltrattamenti, l'inglese alla fine di una azione bellica sfortunata si compiace di ridere di sé, di quello che lo hanno mandato a fare nor già per ingraziarsi il nemico vincitore ma per sgomberare il proprio animo da ogni senso militare e bellicoso. insomma la liberazione da un compito che si è intrapreso quasi con intenzioni di avventura o di sport e che infine non importa a nessuno. Credevo che l'atteggiamento di quel capitano delle autoblindate di Ridotta Capuzzo fosse un caso e che lo stesso caso fosse, quasi per uno stato d'animo col-_

lettivo, quello dei suoi uomini; ma poi, ritrovando tanti altri prigionieri inglesi, mi avvidi sempre che questa strafottenza di fronte all'universo era non già un sistema studiato per non perdere quella alterigia propria alle razze anglosassoni, ma una liberazione dalle sovrastrutture concettuali imposte dai comandi, conservate fra le necessità di un dovere militare, buttate a mare appena possibile. Non è insomma questo modo degli inglesi un senso di signorilità e di spirito sportivo nella guerra per il quale, poco dopo la lotta, amano considerarsi già lontani da odi e da inimicizie — come vorrebbe alcuno dire — ma la totale mancanza di un senso di patria che significa, in parole più povere, la mancanza di convinzione sugli scopi della guerra, il disprezzo per quello che essi stessi vanno comriendo. È non di rado, in questo impasto di alterigia e di spirito di basso gusto, v'è quella volgarità di desideri che ha mossi non pochi dei soldati volontari del x Commonwealth » assetati di avventura. Lo spirito superbo e spregiatore del popolo inglese, che solitamente ognuno di noi ha imparato a conoscere nella vita pacifica avvicinando qualche esemplare albionico, zampilla come un getto corrosivo in guerra proprio al momento in cui l'inglese cade prigioniero: ed è fatto di quel gusto dolciastro che è proprio ai veleni più potenti, per cui si giustifica appieno come questo popolo, che ha assimilato il fiore della civiltà, abbia potuto esprimere la propria alta educazione con forme. anticivili e antisociali quasi sistematiche, Ricordando i prigionieri inglesi incontrati in Africa Settentrionale, la loro indifferenza nei riguardi della loro stessa patria, mi appare semplice, quasi logico quel che è stato fatto nelle ultime notti attorno a Tobruch: chi non ammetterebbe a individui pronti a negare essi stessi e la terra ove son vissuti di spargere piccoli oggetti, calamai, termos, penne stilografiche, esplosivi per danneggiare, alla spicciolata, le scolte avverse? In un tale gesto v'è intero questo valore negativo e corrosivo proprio alla razza e alla intima immoralità del sistema: ci hanno detto i comunicati che questo spargimento di oggetti esplosivi ha prodotto qualche e un morto; insomma, lo scherzo non è in grado di fruttare molto alla causaferito della bandiera di Gran Bretagna; ma c'è, lo scherzo brutale, il piacere di immaginare che adesso, proprio lo scherzo dietro quel cespuglio di lentisco, un fante italiano si piega, ha visto unadesso, (come mai un calamaio qui?) e lo ha raccolto e il calamaio è esploso e calamaio il fante avuta una mano stra cellata (il calamaio gettato questa notte dal compagno haJohn!) È il piacere che avevamo imparato a esecrare, nei tempi della nostra fanciullezza, sùi romanzi di Salgari, quando si narravano le gesta dei pirati delle Antille: ebbene, questo gusto collettivo e individuale è proprio al soldato inglese, tutto freddo’ è. sim= metrico, che fuma e sputa e pare si auguri di infastidire con il fumo il prossimo e con lo sputo di offendere la umanità. V'è sempre più palese una diversa misura dî civiltà dalla nostra parte în rapporto all'altra: per fortuna l'Europa, con l'Asse che ha fatto insieme da perno al Sistemae da discriminante delle comincia a dare i segni delle orme costruttive che possono reggere due bande, diverse in accordo e in convivenze La politica è fatta di sistemi nuovirazze e di antiche saggezze: e allora,utilementre il seni 50 rivoluzionario del secolo di Mussolini e di Hitler compie una sollecita composi= zione omogenea delle nazioni con le grandi umane e compensate tielle Minoranze superflue, ecco che la Romania migrazioni di Antonescu ricorda le proprie ori. Bini latine e la sapienza del gran padre Traiano: confine della nuova Russ Sia sarà un vallo di petti, saranno i colori latini esulromeni a garantire intes Arità del confine, la separazione di Romania e slavismo dellala Hus: Sia avvenire senza Zar retrogradifra e romanità senza massacratori ebrei. È GIAN PAOLO

CALLEGARI


ip fs; pe ig

SCANDALO IN PROVINGIA

tera per farsi pagar meglio dalla scuderia dove stanno o per combinarti dei mezzi

ricatti.

di BRUNO

CORRA

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI. - Norina, amica del commendatore Mariano Brussi, durante un suo soggiorno a Rimini conosce l'avvocato Fulvio Cassini. 1 due s'innamorano e Fulvio propone a Norina di sposarla a patto che lei restituisca al suo ricchissimo protettore tutto quanto ha avuto. Norina arriva a Milano, s'incontra con Brussi e gli annuncia il suo prossimo matrimonio che la porterà a vivere fn provincia. Norina parte subito per recarsi da suo zio Stefano al quale parla del suo matrimonio. Intanto anche Fulvio parte per recarsi da Norina e in treno s'incontra con Piero Laghi già amministratore di suo padre. Laghi è una losca figura. Fulvio rompe il filanzamento con Elisa Vezzani; sposa Norina e con questa va a stabilirsi nella casa di campagna alla Finella. I due sposi son poveri. Ma il comm. Mariano Brussi che non ha dimenticato la sua Norina escogita il sistema per aiutarla senza che né lei né suo marito Io sappiano. Manda a chiamare Piero Laghi, e impegnandolo al più rigoroso segreto, lo incarica di consegnare, come fattore del Cassini, al giovane marito di Norina quattromila lire al mese fingendo che siano il frutto di un'aumentata rendita della Finella. Laghi annuncia a Norina e a Fulvio Cassini la sua intenzione di dar sviluppo alla Finella per aumentarne il reddito. 1 due, ignari. sono molto felici nell'apprendere le iniziative che il Laghi vuol prendere, Intantocattive i genitori voci suldi abbandonata da Fulvio, vanno spargendo Elisa Vezzani, la fidanzata le di una telefonata da Roma. E Guglielmi. conto di Norina. Un giorno arriva l'avviso dell'essieche la concessione per l'impianto un amico di Brussi, Îl quale le annuncia di Guglielmi. Norina non sa spiegarsi l'interesse catolo di tabacco gliel'ha ottenuta.conquistare. Qui appare una figura nuova; Sllveria. Laghi intanto s'illude di poterla la figliola di Brussi. Silveria parlando con suo padre yiene a sapere che Norina si è

lo teatro crt iaquest'incontro di andarloon a rulio cercare Casini e giungesivria nella c a, Sono lov'eg] opcento x e: durante sposta No- o a a No. nasconde de quest’incontro Spettacolo, riesce a farsi vedere e parlargli. Cassini l'accusa

invece va alla Finella, affronta Norina, rina.tutteSilveria incerla della sua innocenza. di le mene di Laghi con Brussi, Norina riesce aia convi Spiicio questa gli elisisisottrae ma questa Norina, ma la conquista di Norina, Laghi tenta, trovandola sola iin casa, A FTA IRAIREATA Ruvo Norina ha la rivelazio: e lo scaccia a colpi di scudiscio. i ritrova un ritratto di donna nuda ch'è Galetti riesce afar Norina. e Brussi tra combinare un incontro Nofi! peeee Et suagi lul con torni Norina che vuole Brussi Norina. Brussi e incontrare in casa sua innocenza; Wulol #cacclari Fulvio non crede alla Bologna confessa tutto a suo inmarito. e di là preRamaanne per casa Norina è partita per Esce. Quando torna Fuivio, affrontarlo. Anche Fulvio, giunge armato, lo cerca Teverete Brussi cheBrussi avvertita da Norina va a cercarlo, Riesce a diseuadezio dn e Silveria ‘Homa Sommettere qualche atto insano. Lo conduce nella sua, scuderia per e innamo: . Poi tui vendicarsi di Brussi. Ras

XIX

Timo e Taeh shfinge innamorato di lei, per

io ri in al Ibergo. Silveria gli venne in‘univa quando Fulvio rientrò della sala di lettura. nell'atrio, l'aveva veduto per le vetrate suoi occhi. — Devo

i — soggiunge, serutando i r uscire ragazzo, vorrei prenderlo Stavo Pella scuderia Nisi. Un se bravo parlare con un fantini scrivi si servono della tua let5 trattarle a voce, ic, ma son cose che è meglio Dr

_

poteva

venir qui perché s'è

slogata una caviglia. Probabilmente è una bugia. M'accompagni? Non è lontano: Seguirono per un centinaio di passi via Partenope, poi tagliarono in diagonale una piazza. — Dev'essere da questa parte, si volta a sinistra laggiù, mi pare.

E Silveria riprese il racconto di tutti i guai che le s'eran rovesciati sul capo l'anno passato quando, volendo soffiare un fantino a una scuderia rivale, aveva commesso

l'errore di dichiarare

la sua intenzione

in ùna lettera. Parlava

come

se avesse dimenticato la conversazione intima di qualche ora prima. Era una gioia gentile e acuta rispettare. così, l'esagerata sensitività di Fulvio, « È geloso di me. È innamorato di me». Le pareva d'accostarsi alla rivelazione dell’amore col cuore timoroso di una ragazza inesperta. Camminando fianco a fianco, discorrendo di cavalli di fantini d'allenatori di corse, s'addentrarono per vie disordinate e sonore

Romanzo

M'ha mandato a dire poco fa che non

nel popoloso rione che abbraccia

dal basso la collina del Vomero.

ll fulgore della calda giornata ottobrina s'attardava in riverberi rosei e violetti sui cornicioni degli edifici più alti. Nelle strade s’accendevano i lumi dei negozi. Il vento inumidiva il lastricato, incanalava tra le case l'odore del mare. Un passante, interrogato da Silveria, disse che sì, erano sulla via buona per andare

in piazza Amedeo. Era una strada in salita, lunga e diritta. L'animazione del traffico, il fluire della gente che su e giù traboccava dai marciapiedi stretti, mettevano nell'aria dolce un’incitante e festevole alacrità. C'era stata quel pomeriggio in uno stadio cittadino una partita internazionale di calcio, torme di ragazzi fanatici festeggiavano la vittoria della squadra italiana, strillavano come diavoli, stambura= vano su barattoli di latta, accendevano

qua e là fuochi di bengala, mobili isole

palpitanti di luce verde rossa turchina galleggiavano sul fiume di rumori e di riflessi arginato dalla luminaria delle vetrine. Arrivati in cima alla salita, dove s'apriva lo slargo della piazza Amedeo, Silveria andò in traccia della casa nella

quale il fantino abitava. — È qui. Mi sbrigo in dieci minuti. Vieni su o m'aspetti? — T'aspetto. E Fulvio fu solo. Dopo il bagno nella fervente cordialità della strada napole-

tana, nulla poteva servire, meglio dello spettacolo che la vecchia piazza gli offriva, a dargli il senso del completo distacco da quel passato in cui campeggiava il ricordo di Norina. Là dirimpetto le case arrampicate per il fianco ripido della collina, quasi costruite le une sulle altre, prendevano nel buio crescente l'aspetto di un grande scenario, inventato per la rappresentazione di una leggenda, di una favola. La costellazione di luci che fino lassù alla galleria dél Vomero inta-

gliavano nelle muraglie i riquadri delle finestre, era troppo fastosa e ben compa sta per esser vera. Com'era lontana di qui, da questa visione pittoresca e irreale,

da questo clima saporito e indulgente, la secca, ingrata, cattiva verità della provincia romagnola, con Norina moglie infedele e Laghi che portava in casa i

quattrini di Brussi! Perché non sapeva, nemmeno ora, neanche per un attimo, distaccarsene, stornare da sé l'dea velenosa della vendetta? «È una bassezz; Mi ripugna. Non lo farò ». Ma i suoi pensieri giravano, giravano dentro il cere

chio stregato. « Perché no? Sono il figlio di mio padre. Sono anch'io un uomo bacato ». Un veloce lampeggio correva, là in alto, lungo il frontone della vasta balconata di case da teatro. Un tramvai? I fari di un autocarro? Si sentì alle

spalle il passo e la voce di Silveria:

— Scusami. Sarai stufo. Mica facile intendersi. Niente di peggio del finto stupido. Quando credevo d'aver concluso lui ricominciava tutto da capo. Andiamo? Ora la pendenza della strada li sospingeva come una corrente, dava un ritmo più sciolto alla loro andatura. Fulvio prese sottobraccio la ragazz:

— Di Sguanci cosa ne farai?


— Gli pago l'indennità sce! Non farà storie. È — Sarebbe un sogno, avere una grande scuderia da corsa. Farne la prima scuderia italiana, battere tutti i concorrenti, portare i nostri cavalli anche sugli ippodromi stranieri. Una vita ideale, — L'avrai, te lo prometto, è fatto, Tu sai che volendo io posso disporre di | molto denaro, — Sino ad oggi. Ma cosa farebbe tuo padre il giorno in cui sapesse che tu vivi con me? — Strepiterà, minaccerà di non darmi più un soldo. Ma io so come prenderlo. Mi vuol bene, sono una parte di lui. E credi che io voglia, che possa rinunciare alla mia felicità? Trentaquattr'anni, non ho tempo da perdere. Mi batterei come

una belva, contro chiunque. — Ma c'è quell'altra — obiettò ancora Fulvio, irritato di sentirsi stringere il cuore ogni volta che il suo pensiero ritornava a Norina — c'è la cara amica | dietro le sue spalle. Lui vecchio e lei giovane, bella, abilissima. Se riuscisse a separarlo da te? — In ogni caso sarebbe ber poco tempo, Alla lunga papà non potrebbe fare a meno di me. È strano, vedi, per la furia di seguire la sua ambizione lui ha piantato brutalmente mia madre, ma più invecchia più sente il bisogno che io gli sia vicina, perché sono tutto quel che resta della sua famiglia, l’unica creatura al mondo che abbia il suo sangue. — È un argomento scabroso — si lagnò Fulvio — questo dei denari. Mi pesa di parlartene. Non, vorrei esser la causa di un contrasto che ti chiudesse in una situazione difficile. È per te che mi preoccupo. Silveria tacque. Evidentemente esaminava tra sé il problema al quale le parole di Fulvio avevan dato un netto profilo. — Eh — ammise alla fine — non hai tutti i torti. Non si, può mai ‘dire. Sarebbe meglio allora tener più o meno segreti i nostri rapporti. — Non dimenticare che mia moglie ne sa qualcosa. È stata lei a telefonarti di venire apescarmi al Grande Albergo. Sapeva che tu avevi una grande simpatia per me. . — Sì. Gliel’ho detto chiaro quel giorno che sono andata a parlarle in casa tua. — Appunto, Vedi dunque che capolavoro d'astuzia è stata la sua telefonata. In un minuto, con una trovata semplicissima, ha messo nel sacco me, te e tuo

padre, Primo, haimpedito a me d’aggredire il suo amico ricco; secondo, ha spinto te fralemie braccia, per liberarsi di un marito incomodo; terzo, s'è procurata un mezzo eccellentè per dividere te da tuo padre. Ti par poco? Sta' sicura che sarà lei a fargli sapere al momento opportuno cosa c'è fra noi due, a persuaderlo che dietro ogni tua mossa si nasconde un mio suggerimento, che tu da ora in avanti agirai sempre secondo la volontà del suo più accanito nemico. Il discorso, costruito: a freddo per convincere Silveria, si ritorceva micidialmente contro di lui. E se questa fosse stata la pura verità? Norina l'aveva beffato sino all'ultimo? Il dolore rodeva, affondava la sua punta infocata. — E devi guardarti da un altro pericolo. Quella donna è incinta. Di chi è il | bambino? Nessuno può dirlo con certezza. Ma è chiarissimo che lei si varrà anche di questo per legare a sé il suoamante. Come ebbero raggiunta via Partenope, Silveria volle fermarsi sul marciapiede a mare, S'appoggiò alla spalletta, indugiò con lo sguardo sulla zona di respirante oscurità dove le onde venivano a frangersi. « Di chi è il bambino? Nessuno può dirlo con certezza ». Ma lei avrebbe potuto dirlo. Si sentiva in grado di giurare sull'innocenza di Norina. Il disgusto della menzogna tornò ad assalirla con violenza. Ed era una rivolta che nasceva non solo dalla sua coscienza, ma dalla | sua carne, dalle sue viscere. L'inganno diveniva mostruoso. Una bugia crudele, inumana che le avrebbe portato disgrazia. Doveva reagire immediatamente, volgersi a Fulvio: « Non posso più mentire, Il bambino è tuo. Questa è la verità. Sono quasi sicura che tua moglie ti è stata sempre fedele».Rammentò la voce rotta di Norina al telefono. Muta, seguiva con gli occhi il rotolio nerolucente della risacca. — Questo è grave, hai ragione. A forza di bugie tenterà di provargli che il figlio non può esser che suo. Dirà che quel mese tu sei stato via. Non mi mera-

viglierei se riuscisse a convincerlo. Sai cosa faccio? Lo prendo di petto. Risolvo la questione una volta per tutte, Invece di pagarmi a spizzico quel che m'occorre, mi dia una volta tanto un capitale, Con tre o quattro milioni, più quello che ho già investito nella scuderia, potremmo stare tranquilli. Che ne dici? — È quello che pensavo anch'io. Parliamo d'altro? Rientrarono in albergo a mezzanotte. Le loro camere erano allo stesso piano. Fulvio accompagnò Silveria sino davanti all'uscio, in fondo al corridoio. Era possibile cavarsela senza neanche un bacio? La ragazza piegò il capo lentamente | sopra la sua spalla, egli le accarezzò la nuca, le sfiorò il collo con le labbra. Ma fu lei a baciarlo sulla bocca, un lungo avido bacio. — Capisco, ‘sai? Devo prima allontanare il mio passato, E devo poterti offrire una vita interessante. Ma sì, sì, sì. Non sono giovane, sono brutta, lo so. E il paradiso, avere te. Devo meritarmelo. Vedrai, vedrai. Fulvio chiuse dall'interno a doppio giro di chiave la porta della sua camera: «Le precauzioni »— si disse — «non sono mai troppe». Ma la facezia sapeva d'agro, la frecciata non era andata a segno. « A chi assomiglia? A qualcuno che ho conosciuto sotto le armi. A qualche sottufficiale. Ma dove? A Tor di Quinto? Al reggimento? ». Triste gioco. Le parole cadevan fuori di lui, fiacche, morte. Lesto si spogliò. Ma quando fu coricato si senti lucido, tormentosamente sveglio. Nessuna speranza di poter dormire. Immaginò la scena che si sarebbe svolta tra Brussì e Silveria, lui avvertito da Norina capiva subito da che parte veniva il colpo, vedeva dietro sua figlia l'uomo che l'odiava, voleva resistere, negava, e Silveria incalzata dalla paura di perdere il suo amore si scagliava contro il padre, con tutta l’irruenza del suo carattere. Ma la figurazione non viveva, restava piatta e grigia, non destava in lui alcuna eco di gioia, Chiese alla propria intelligenza pensieri più mordenti, formule più suggestive. « Lui mi ruba un figlio che forse è mio, io pianto le unghie sopra una figlia che è sua certamente ». Inutile, nulla lo consolava, niente l’aiutava a emergere dalla malinconia dove a poco a poco affondava. Era ancora a Roma Norina? Era partita per Milano? Gli aveva mentito sempre? Oppure il gusto della sua vita di vizio e di lusso l'aveva attratta malignamente, costringendola poi a mentire? Supino, occhi spalancati, mani dietro la testa, rievocò in una dolorosa tensione di spirito tutta la storia dei suoi rapporti con Norina... Spense la lampada che già dalle persiane filtrava il primo chiarore dell’alba. Il distas0 muggito di | un piroscafo gli fece balenare a fior di sonno, liscia superficie d’argento velata di garza azzurrina, la visione della specchiante geometria del golfo.

Norina guardò l'orologio. Mancava poco meno di mezz'ora all’arrivo a Bologna. Tutta la notte s’era rigirata insonne nella cuccetta. Aveva pranzato con russi alla stazione di Roma, eran partiti con lo stesso treno. A tavola gli aveva domandato notizie di sua figlia. « Che ne so io? La vedo così poco, Una testaccia stramba, Ieri m'ha telefonato che andava a Napoli». Dunque Fulvio era a Napoli con Silveria. « Ci rivedremo a Bologna fra una diecina di giorni» — le aveva detto Brussi, salutandola prima di ritirarsi nella sua cabina — « E se poi decidi di venire a Milano, trovi l'appartamento aperto». | | Lasciò scivolare i piedi giù dalla cuccetta. Non s'era svestita. del tutto, in pochi minuti fu pronta. Seduta sul lettuccio, cullò la sua pena sul ritmo lungo ed elastico della vettura lanciata sulle rotaie. La stanchezza ed il sonno le franavano sopra ad un tratto. Ora doveva suonare il campanello, perché all'arrivo in stazione l’uomo di guardia scaricasse la sua valigia. Era un splendida valigia di cuoio turchino, che Brussi le aveva comprata a Roma. La guardò quasi con stu-

‘e lì per terra,

mezzo

nascos

‘ombra proiettata dal tavolino.

bella, si pavoneggiava nel suo lussuoso manto azzurro cupo ingioiellato di borchie cromate, era una valigia che diceva a tutti; «guardatemi». La valigia che conveniva a Norina amica del banchiere Brussi. Il biglietto e lo scontrino per la carrozza a letti eran rimasti sul tavolo, dove li aveva deposti la sera avanti quando il controllore glieli aveva restituiti. Li raccolse per riporli nella borsetta. Ma il suo sguardo cadde sulla parola Milano, stampata in nero sul biglietto verde. E anche sulla cedola per il supplemento lesse, scritta a matita, l'indicazione Roma-Milano. Brussi aveva voluto lasciarla libera di scendere a Bologna. Ma le aveva preso il biglietto sino a Milano. Un tacito invito, o piuttosto una speranza, una preghiera. Le piacque che non gliel'avesse fatto notare prima della partenza. Si tolse il cappellino e le scarpe, s’allungò sul lettuccio. Questo era un dispetto che faceva a Fulvio, lui era a Napoli in albergo con la Brussi, avevano due camere vicine, ma lei poteva vendicarsi, nemmeno doveva muoversi, bastava che si lasciasse portare dal treno. In realtà sapeva che mancavano dieci minuti. Si sarebbe messo il cappellino al momento in cui avrebbe sentito il treno rallentare. Pensò: « Forse m’addormento. Poi m'accorgo che il treno ha già passato Bologna ». Vedeva Fulvio baciare Silveria, le parlava all'orecchio, lei rideva sguaiata, Ritrovava i ricordi assopiti del suo lontano viaggio a Napoli. Si sforzò di rammentare la camera, un grande tappeto rosso, il letto d’ottone. Era stato un passo falso? Denaro, spensieratezza, libertà, Poteva offrirle di meglio la cosiddetta vita per bene? Il treno incominciò a rallentare. Avrebbe aspettato che fosse fermo. Certo non ripartiva subito. Chiuse gli occhi. Se Fulvio avesse saputo! Avrebbe respinto quella donna brutta e volgare, avrebbe teso verso di lei i suoi pensieri, angosciato, pentito: « Su, Norina, alzati, scendi, che fai? ». Il treno s'arrestò. Era a Bologna, poteva andare a casa della zia, sarebbe stata poco lontano dalla Finella. Qui si decideva tutto il suo avveni-

re. Ma qual era il bene, qual era il male? Che cosa desiderava lei? Nulla. Stare

tranquilla, inerte, Adagio adagio il treno si rimise in moto. Sembrava che un filo lo trattenesse, per allontanarsi doveva tenderlo, spezzarlo. Le ruote s'avviarono sul binario con cauta levigata lentezza. Il movimento era un'onda tiepida che pian piano s'impadroniva del suo corpo. Il destino decideva per lei. Un destino buono, dolce. Gli s’abbandonava con perfetta confidenza. Ora s’addormentava. Invano l'alba tentava di ferirla dentro l'involucro del sonno coi sibili attediati delle locomotive in manovra,

VI

Quattro giorni di sole, poi una scialba mattina d'acqua e di vento: si udiva la pioggia picchiettare sui vetri, la luce pareva filtrata da una coltre di nebbia invernale. Sorbito il tè, Norina indugiava in letto. Che riposo trovarsi a Milano, confrontarsi con le cose che tanti anni aveva avute amiche! Calma, serena, libera, finalmente. Il bambino? Contava i giorni, quanti, quanti, settimane, mesi' Aveva fretta che arrivasse quella data, per chiuder con fermezza la parentesi del suo errore. Doveva metterlo a balia in campagna, certo non l'avrebbe tenuto con sé. Era una bella rivincita, adesso, sentirsi cattiva, ‘egoista. La cameriera venne a portar la posta, due leitere. La prima era celeste, busta stretta e lunga, scrittura femminile: « Norina, tu non ci conosci, non ti abbiamo mai parlato, ma ti vogliamo molto bene e iutti i giorni parliamo di te. Siamo cinque ragazze delle Normali, abbiamo tutt'e cinque quindici anni. Stiamo facendo tra noi una Società, con l'obbligo di pensare a te tutte le sere a una data ora e col giuramento che la prima volta che un uomo ci bacerà gli daremo uno schiaffo anche se ci piace, per vendicare la nostra Norina che questi villani ne han detto tanto male. Una di noi è stata dai suoi cugini a Bologna, è andata ai Telefoni a vedere un indicatore di Milano, così abbiamo l'indirizzo della tua casa. Cara Norina, sei bella, sei uno splendore, tutte vorremmo essere come te, dunque almeno tu non perder tempo, divertiti più che puoi. Ci siamo noialtre disgraziate, che rimaniamo a far la muffa in questa città dove non succede mai niente! Da quando sei andata via tu e tuo marito ha rotto il muso ai barboni del Circolo, pare che si sia fatto notte, ogni giorno si va più a fondo nella noia. Ma lui è tuo marito? Noi speriamo che non sia vero, che tu non l'abbia sposato, che sia il tuo amante e basta. Chissà poi se siete ancora insieme a Milano e che pasticcio vien fuori con quell'altro più vecchio! Ti baciamo forte e ci firmiamo tue ammiratrici - Vanda, Teresa, Giulia, Valentina, Sofia ». L'altra busta era bianca, di forma e grandezza comuni, con l’'indirizzo battuto a macchina. Norina vi trovò dentro un foglio grande di carta da ufficio, con sopra disegnate a lapis turchino în grossi caratteri a stampatello queste sole parole: « SPUDORATA, VENDUTA, SGUALDRINACCIA, SPORCACCIONA».Guardò ll timbro sulla busta. Ma aveva già capito da quale città proveniva anche quella. — Signorina — era di nuovo l’Adelina, lunga lunga, tutta spigoli, coi suoi cernecchi grigi, le sue labbra affilate, i suoi occhi da topo. — C'è un signore che domanda di voi. Dice che vi conosce, questo è il suo biglietto. — Potevi dirgli che dormo. — Sono le undici, signorina. E lui insiste. — Allora mi alzo. Che aspetti. Aldo Ferrata? Che voleva? Da quanto mai tempo non l'aveva veduto? Un giorno a Bellagio, se ricordava bene, anni eran passati. Che soddisfazione però infilarsi le calze sbadatamente, senza paura di smagliarle, tanto non le importava nulla di buttar via cinquanta lire!... L'Adelina andò a riferire al signore che attendeva nel salotto-bar. Sperava d'attaccar discorso, di scoprir cosa veniva a fare, ma quello aveva acceso una sigaretta, fumava in silenzio, Uscì indispettita. Il ritorno di Norina era stato per lei una pugnalata nella schiena, Da sei mesi lavorava sott'acqua per mettere insieme con Brussi un'altra ragazza, l'Annina, che era veneziana come lei, una piccola bruna tutta nervi, mica una pappamolla del tipo di questa bionda qui. E sul più bello, lei tornava! L'Annina le aveva promesso una percentuale sullo stipendio che Brussi le avrebbe pagato. «Ma non è ancora finita, cara mia. Se non basta i E venterò delle altre. Tu non sai chi sono io!». SEE IDA — Caro Ferrata, caro Ferrata, come state? Scusatemi. E tro andata a letto tardi. Sono appena In realtà Norina era a Milano da quattro giorni. La 7 stazione, non aveva Visto Brussi: scender dal treno. Sera done En l'uscita, convinto che lei si fosse fermata a Bologna? Né l'indomani, il giorn si seguente aveva avuto sue notizie. Allora gli aveva telefonato, a casa.né Brussi era sentito male in treno, il medico gli prescritto due settimane di con, pleto riposo. Dopo la telefonata, aveva aveva ricevuto un assegno di diecimila E la mattina successiva il segretario di Brussi era venuto a portarle un ‘line, pae. chetto legato con un nastro grigio: tutti i suoi gioielli, giusto come lei li agua preparati prima della partenza da Rimini, come glieli ‘aveva restituiti unaneue tina di settembre all'albergo. RAGNI — Ho saputo ieri — disse Ferrata, un uomo alto e con una faccia rugosa e arguta da vecchio bottegaio Nomine iaLE 7 di Milano... Si son fatte delle supposizioni, correva la voce che voi... Insomma he i pensato DI se uao forse non vi trovavo più... ra ilpittore che le aveva il ritra 7 mterrogato da Notine, SUITA fatto fatto il ritratto, llsecondanno della sua relazione. (Continua)

BRUNO CORRA


generale Pricolo, di tutte le autoritàIta-e l'Aeronautica, Con la partecipazione di lel Sottosegretario aperRoma i fune! rali di ‘Arturo Ferrarin, gloria dell’Ala portato 2 di una folla di popolo, hanno avuto luogoa niore esce dalla cappella dell'Ospedale del Cello dell'appello liana. - In alto, il feretro dell’eroico nautica. -Qui sopra nell’prdine, il severo rito alla vedova spalla da ufficiali superiori del! Giovanniini; il sottosegretario all’Aetonautica esp’ compiuto in Piazza San i aviatori italia! i. -A destra, Arturo Ferrarin festeggiato a Porto Na fascista ‘Arturo Ferrarin il cordoglio degli aver fel licemente compiuta la trasvolata atlantica Roma-Brasile, AA N $ luglio 1828, appena giunto, dopo


PAIA

8

È


LA COLONNA ANTONINA IN ASSETTO DI GUERRA Anche Roma, al pari delle altre città italiane, ha provveduto alla da cui prende nome una Capitale, è stato costruito un romento di mattoni, che la mette al sicuro dalle of nemiche. Le nostre fotografie documentano il procedimento della costruzione, eseguita da operai specialisti con particolare cura e abilità destra e qui sotto, la incastellatura di tubi di ferro 2 onna per l'impianto di in je fasi del lavoro e pa sinistra uno scorcio fotografico dei pre volî bassorilievi al sommo della colonna ripreso dall'alto dei ponti.

[:L. RBL] [Lea i]


(e qui il Martini riportava le prime battute di un altro contemporaneo, il Federici, e concludeva): E poi si aspetta il giudizio del pubblico, che può fischiare Molière ed applaudire il Federici... Come poi facesse il Federici a scrivere le sue commedie, mi pare inutile cercare; come Molière le proprie, non so; ci sono anzi buone ragioni per credere ch'egli non confidasse il suo segreto a nessuno... Quanto a me — concludeva Ferdinando Martini — io comincio dal pensare un per-

sonaggio, anzi dal ripensarlo, perché bisogna che l'abbia visto e osservato nella vita reale e ‘ch'io sappia

quali sono

i pregi

suoi

e i suoi

difetti,

il suo

modo di

sentire, ecc. ecc. Supponiamo un uomo: gli metto un nome; un nome conveniente

all'età, perché nel mondo della fantasia non so immaginare, per esempio, né un Eugenio vecchio, né un Girolamo giovine. Poi, secondo il minore 0 il maggiore grado di simpatia che, mi ispira, secondo l'indole sua, lo ammoglio o lo lascio celibe; se ha moglie, apro le porte di casa sua a due battenti e ci fo entrare gente d'ogni sesso e d'ogni età; se è celibe, lo mando in casa degli altri. Egli passa così accanto ad un numero ragguardevole di persone insulse, con le quali non

lo trattengo;

finché trova quel tale o quella tale presso cui mi pare non possa fer-

marsi senza che accada qualcosa. E se accade, osservo gli eventi nella loro successione e nella loro logica conseguenza; e passo una settimana, un mese accompagnando i personaggi del dramma che va via svolgendosi, e parlo con loro e li ascolto e li consiglio. Quando personaggi, incidenti, scioglimento, ogni cosa insomma è al suo posto, allora arriva il momento di scrivere le commedia... E allora: rileggo I Rusteghi... e non la scrivo ». Chiusa garbata e ironica, questa dello scrittore toscano, che però non rispondeva pienamente a verità, perché Ferdinando Martini diede al teatro parecchie

commedie, e qualcuna pregevole, è, figlio di un nobilissimo autore drammatico

dei primi dell'Ottocento (Vincenzo Martini), pel teatro nutrì sempre un profondo affetto, anche se, come un innamorato geloso e scontento, finì poi col dirne tanto male in quel suo famoso aspro e paradossale saggio critico « La fisima del teatro nazionale », pubblicato nell'88 sulla Nuova Antologia ed incluso poi in un volume della Casa Treves; saggio che fece allora un chiasso enorme, provocò feroci polemiche ed ha continuato ad essere citato fino ai nostri giorni a proposito dell’esistenza o meno di un teatro nazionale in Italia.

Ma, a parte questo tanto vituperato sfogo, provocato forse in un momento

dî

malumore da reali contingenze della nostra scena di prosa, Ferdinando Martini guardò sempre al teatro con passione e nobiltà di vedute e di intenti, sognando, nella nuova Italia, la nascita spontanea, e non per incubazione artificiale, di un teatro che fosse l'imagine fedele di tempi nuovi. Ce lo attestano tante delle lettere del copioso epistolario martiniano, pubblicato pochi anni addietro dal Mondadori. Se Ferdinando Martini, uomo esemplare nella politica e nelle lettere, fino all'ultimo giorno semplice e sincero tanto nei modi quanto nello scrivere, ostile in ogni campo alla boria, alla falsità, alla petulanza, lieto di sacrificare vantaggi e onori al dovere e al gusto di dire la verità, fu di non facile contentatura con tutti coloro del suo tempo che scrivevano per le scene, ancor meno lo fu con se stesso. In una lettera del 1865 ad un amico, dopo avergli detto di non sapersi decidere a mandare al capocomico Luigi Bellotti-Bon la sua commedia Fede, tenuta

ostinatamente nel cassetto per oltre due anni e fatta poi rappresentare a Firenze con successo enorme e subito dopo ritirata, soggiunse, in risposta a quelli che gli rimproveravano di lavorar poco e le sue titubanze: « Se a me si chiede di far presto e bene, m'accorgo, e me ne dolgo, che l'arte non è strada che io possa calcare

con piede sicuro, e che io possa guardare con occhio sereno. Le facili contentature non sono fatte per me, e ne diffido: fo male quando ci penso, figurarsi quando mi

astengo anche dal pensare! ». Discussioni, spunti polemici sulle

propria attività drammatica

condizioni

del teatro

italiano

ed accenni

alla

ritornano spesso e vivacemente nelle lettere di Ferdi-

nando Martini a scrittori, a giornalisti e ad altri personaggi del suo tempo. In una

lettera del '69 annuncia di lavorare ad un saggio intorno ai successori di Goldoni; e in un’altra del ’71 comunica al commediografo Stanislao Morelli, autore del popolarissimo dramma Arduino d'Ivrea: «Io faccio il professore di lettere all’Isti-

tuto Normale di Vercelli; e se dell’arte ho perduto le facili confidenze, mantengo

ancora calorosissimo nel cuore l'affetto e il culto per essa. Forse qui a poco anch'io, precoce invalido della letteratura drammatica, tornerò sulle grucce alle

assi fatali del palcoscenico. Intanto mi procuro la consolazione, parlando ai miei alunni

del

dramma

italiano ».

In quello stesso anno Ferdinando Martini scrive e fa rappresentare con grande

successo uno dei primi proverbi, Chi sa il gioco non l’insegni, e in collaborazione con Vittorio Bersezio la commedia Animo fiacco. Ma il proverbio gli procura, con molti applausi e molte lodi, anche un'accusa di plagio da parte del Conte Digny. Se ne difende, il Martini, in una lettera a Celestino Bianchi, allora direttore de La Nazione di Firenze, concludendo: « L'è curiosa che quando un lavoro è stato recitato con successo su tutti i teatri d’Italia, venga fuori uno che non ha il coraggio di far recitare il suo, per paura dei fischi, e urli che lo hanno svaligiato! ». Nel 1872 Martini dà fuoco alle polveri della polemica sul teatro italiano, cominciando a battagliare sull'utilità delle scuole di recitazione, sull'opportunità di una riforma della censura teatrale e sulla necessità di apportare importanti modifiche alla legge sulla proprietà letteraria. E poco dopo appare iîl suo famoso saggio su «La morale e il teatro », che suscita ire furibonde e clamori. Lo scrittore non se ne adonta e non se ne accora, convinto com'è di «aver detto, bene o male non importa, la verità, tutta la verità, niente altro che la verità ». Dà, frattanto, un altro fortunato proverbio alle scene, Il peggio passo è quello dell’uscio. Il suo amore per il teatro non si affievolisce con le cure diverse, l'ingresso nella vita politica del Paese (1875), e il passare degli anni. Lo dimostra nel 1888 in una lunga lettera polemica diretta a Salvatore Barzilai, allora critico drammatico de La Tribuna. « L'amore per le Muse — egli scrive — si può serbare e confessare anche quando si hanno i capelli grigi senza essere più ridicoli delle Muse istesse, ragazze da migliaia d'anni e vergini sempre. E d'altra parte — ella lo sa forse

quanto me — chi espose una volta sulla scena un’opera propria e non fu addi-

NEL CENTENARIO

DI UN GRANDE

ITALIANO

FERDINANDO MARTINI PI TEATRO EL 1887 in Italia si parlava quasi più di crisi del teatro che di politica; e non era una cosa nuova, poiché tutto ci fa credere che questa brutta parola « crisi» sia venuta fuori col nascere del teatro stesso, ed abbia attecchito, in ogni paese, meglio della gramigna. E parlandosi molto di crisi, in quel 1887 venne ad un commediografo assai noto e fecondo, a Giuseppe Costetti (a cui Giosuè Carducci non disdegnò scrivere una lunga polemica prefazione per il suo piccolo libro Confessioni di un autore drammatico) la bislacca idea di chiedere agli scrittori di teatro che andavano per la maggiore che cosa pensavano della nostra scena di prosa, e poi come si poteva scrivere una commedia, Il Costetti raccolse queste risposte, brevi e lunghe, in un volume, che si può leggere ancora oggi con non lieve diletto e che, comunque, conserva ancora oggi în parecchi punti un curioso sapore di attualità. ‘A rispondere al Costetti furono in parecchi: Vittorio Bersezio, Parmenio Bettòli, Valentino Carrera, Riccardo Castelvecchio, Paolo Ferrari, Leopoldo Marenco, Giuseppe Giacosa, Achille Torelli e altri, tra cui Ferdinando Martini. La più tipica e interessante risposta fu appunto questa dell’insigne scrittore ed uomo politico toscano di cui l’Italia commemora in questi giorni, a Monsummano, alla presenza del ministro Bottai e di larghe rappresentanze del Governo, del Senato e dell’Accademia d’Italia, il centenario della nascita. Stilista inconfondibile e incomparabile per sobrietà, efficacia e lucidità, mente aperta a tutte le bellezze, spirito. altissimo e operoso di italiano nel campo delle lettere e, fin da allora, in quello della politica, Ferdinando Martini così rispondeva alla domanda del Costetti; « Come si fa a scrivere una commedia? Ecco: si piglia carta, penna e calamaio, e si scrive: Acte premier = Scène première - Chrysalide: Vous venez, dites vous, pour lui donner la main? Arnolphe: Qui. Je veux terminer la chose dans demain.. — Si seguita così fino alla fine, si sottoscrive Jean Baptiste Poquelin de Molière — ed è fatta L'Ecole des femmes. Si ripiglia carta, penna e calamaio, si riscrive: Atto primo - Scena prima...

rittura fischiato, alla scena guarda sempre; con rammarico pungente, con proposito vano spesso, magari con desiderio disperato, ma ci guarda ». E passando a esaminare la produzione italiana del tempo, si lagna col critico romano che ci si modelli sempre sui francesi: «Se da loro avessimo tentato di apprendere il segreto di un’arte nella quale furono dal Molière all’Augier superiori a tutti quanti, non ci sarebbe che da lodarcene; ma li abbiamo invece studiati poco e imitati molto; imitati servilmente anche in ciò che con l’arte non ha nulla a che fare. Quella delizia della commedia a tesi che ha finito, e doveva, col seccare siffattamente il pubblico, che egli ha abbandonato, uggito e sdegnoso, palchi € platea, l'abbiamo presa di là; e dove agli stessi francesi, e ai più illustri di loro, non sempre era riuscito, nonostante l’arguzia del dialogo e le attrattive dell’azione logica, rapida, di nascondere quel non so che di faticoso e di importuno che la didattica ha sulla scena, noi siamo riusciti ciarlieramente languidi e pedantemente noiosi ».

Divenuto un autorevole uomo parlamentare e nel 1892 Ministro della Istruzione Pubblica, e nominato nel 1897 Governatore dell’Eritrea, nemmeno laggiù in Africa Ferdinando Martini riesce a dimenticarsi del teatri ancora polemizza nelle sue lettere e, per esempio, se la prende con Ugo Ojetti, « che vuol risolvere le questioni d'arte alla/baionetta e per la mania del nuovo finisce per dimenticare ciò

che fu fatto avanti di noi e, col pretesto che ci sia un tipo d'arte universale, comunea tutti i popoli, invita, volere o non volere, i compatriotti a imitare, e negli intenti e nelle forme, l'’Hauptmann e l’Ibsen, come se si potesse innestare un eucalyptus sopra una pianta di fico ». Occorrono — continua — « creature umane

sulla scena. Non c'è altro canone: tutto il rimanente è verbiage. Il teatro italiano non esiste appunto perché, tranne il Goldoni (ridicolo e farsa) nessuno pose sulla scena creature umane... Il teatro italiano, che non c'è, non sorgerà, finché si perderà nelle follie simboliche dei Sogni di primavera e delle Gioconde, 0 crederà che basti all'opera d’arte la glorificazione della gredienti insomma didattici ed educativi ».

volontà

umana,

ecc.:

tutti

gli in-

È risaputo che Ferdinando Martini non riuscì mai ad avvicinare la sua umana

realistica sensibilità al teatro lirico e simbolico di Gabriele d'Annunzio, come non seppe — o non volle — accostarsi al cerebralismo drammatico di Luigi Pirandello, Lo dichiara in una delle sue ultime lettere, del 1922, a Sabatino Lopez, dopo aver

lettodel grande scrittore siciliano l'Enrico IV.

3

roppo profondamente legato Ferdinando Martini era al teatro i. quello del suo tempo, quello della seconda metà dell'Ottocento — ona non amava — per poter compiere un gran salto in pieno Novecento. Ma ciò nondimeno, questo scrittore, che durante 87 anni poté assistere da vicino ad e ti d'ogni sorta, dalla liberazione della Toscana nel 1859 fino alla vittoria del 1918.; all'avvento del Fascismo, fu uno degli italiani che più combatterono per la die

gnità e la grandezza di un teatro nazionale, ed è giusto che anche il teatro oggi lo ricordi. MARIO CORSI


Disegni di Lina Bò

LA

SCURE Romanzo CAPITOLO

PVARGENTO

di GIUSEPPE

I

Della nostra città di Rennox, chi vuol mostrare di conoscerla a fondo sarà bene che dica anzitutto: — Sorge in posizione privilegiata. Non è certo che i fondatori della città, la cui origine si perde nella notte dei tempi, si siano preoccupati dei reumatismi di Federico Wolf (vale a dire di mio padre) e abbiano perciò costruito le loro prime capanne in luogo asciutto; ma mia padre ha l’aria di crederlo, e quanto al signor Tommaso Karen (padre di Luisa) egli non afferma, ma neppure esclude, che se i fondatori di Rennox preferirono una località ricca di aromatici pini, agirono in considerazione dei fastidiosi attacchi d'asma di cui egli soffre attualmente. In realtà si può dire che a Rennox molti medici morirebbero di inattività, se non di fame, perché oltre che di un salubre clima, la città usufruisce, nel più breve spazio possibile, di fonti termali nei cui recinti le persone entrano con un bicchiere e molti malanni, per uscirne risanati dopo breve tempo, e con l’intima soddisfazione di aver trovato il modo, nella ressa, di scambiare il proprio bicchiere con uno migliore: ma l’unico medico di Rennox vive del suo, dormendo di giorno e giocando a carte di notte. Se il dottor Agostino Stevens sogna, talvolta, di visitare un ammalato, ne deduce di star poco bene lui stesso. Allora si dirige versa le grotte di natura di Rennox, vulcanica che si trovano nella parte collinosa della nostra cittàcompletamente vi getta un. paio di asciugamani, e dopo di essersi denudato nella penombra dell'imboccatura, vi si inoltra a sua volta. uscirne può uomo un che Ora la temperatura interna di quelle grotte è tale, erudo soltanto in virtù del proprio sudore; secondo il dottor Stevens ogni poro della. pelle vi si allarga

al punto

che

vi si potrebbe

introdurre

un

dito,

il

mignolo almeno. regolarmente Alfonso Brin, — Véi l’avete introdotto, forse? — gli obietta delle nostre ataviche doti di primo cittadino di Rennox, e massimo esponente positivismo. — è la risposta — Non l'ho fatto perché non ve do perché avrei dovuto farlo di Agostino Stevens. dato che da noi le discussioni durano — Lo credo bene — conclude il sindaco,

poco. — Sarebbe imbarazzante

se l’aveste fatto, comunque il vostro aspetto

è ottimo. Mi rallegro. longevità degli Stevens. A ottantaSURI ecco il sio della proverbiale alle Stevens si era trascinato agonizzante cinque anni il padre dell’attuale per vivere ancora vent'anni e percosìdire:bagnato grotte ‘vulcaniche, e ne era uscito più ma ero afferrarmi, di volte cercato aver deve morte La "2 che le sono sfuggito di mano.

MAROTTA

Da noi si scherza pochissimo, e questa è l'unica espressione stata pronunziata in migliaia d'anni da un cittadino di Eonnix: CDIia. Sion Solenne ai cur dae l'idea di inciderla in una lapide fu "sempre bocciata,

in considerazione fa comalderazio

dei piperniciosi effi etti che simili imi! parole potevano avere sulla a

Infine, il dottor Agostino Stevens è tutt'altro che un cattivo medico; sta di fatto che quando non dorme, e non gioca a carte, egli si dedica con estremo ardore anche per non lasciarsi tentare dall'idea di prender moglie) allo studio delle più recenti conquiste della medicina; ma la Natura è nemica dell'umanità, e lo ha destinato a Rennox, sottintendendo che sarebbe inutile creare medici cretini e ignoranti, per poi collocarli in paesi come il nostro, la cui eccellente

salute pubblica li metterebbe in condizione di non nuocere. Considerata come città, Rennox può essere paragonata a un mezza età appena uscito dal barbiere; colline boscose la circondano. ma 1g morbido bavero di pelliccia, e un fiume l’attraversa quasi nel mezzo, proprio come un'impeccabile scriminatura. È il Kuspin, un lindo e tranquillo corso d'ac-

qua, sormontato da semplici e cordiali ponti, i quali ricordano inspiegabilmente le due mani intrecciate che un merenza; ponti senza la minima

tempo si usava disegnare sui diplomi di benequalità architettonica, che sembrano dire: scu-

sateci l'abito di lavoro, ma siamo qui unicamente per non farvi attraversare il Si pensi quel che si vuole, del fiume Kuspin, ma esso rispecchia fedelmente il carattere dei cittadini: è pulito, taciturno, e sembra contare i ciottoli del fondo come noi contiamo il nostro denaro; scorre fra due sponde, come tutti i fiumi, ma a memoria d'uomo non ha mai straripato: e questo si può dire anche di noi, se si eccettua il caso del notaio Ferguson, al quale or non è molto scappò la moglie. To ho vent'anni, mi chiamo Alberto Wolf, e cioè porto uno dei nomi più acereditati della regione, ma non ho mai visto galleggiare nel Kuspin un gatto morto, o una buccia di banana: ne deduco che a Rennox gatti morti e bucce di banane sanno dove debbono andare a finire, e ci vanno, come un impiegato all'ufficio; insomma non accade da noi nulla di sorprendente, se si eccettua il fatto che Rennox non ha mai prodotto un artista, di nessun genere; e il nostro motto civico potrebbe essere quello delle brave massaie: ogni cosa a suo posto e un posto per ogni cosa. Non dubito che avremmo una forca, se esistesse un ‘assassino i È ma nulla di simile si è mai verificato, benché il notaio Ferguson abbina Gori appreso dove e con chi viva attualmente sua moglie. Rennox è ricca, ma non ha aristocrazia. Suppongo che ciò, essendo peraltro antichissima la città, dipende esclusivamente dal carattere dei nostri antenati, i quali non furono mai uomini di guerra, e se dettero denaro alla patria lo dettero in cambio di valori e non di titoli. Infine, Rennox non ha poveri; sia fiume a nuoto.

I


Dina

perché come ho detto è ricca, sia perché abolisce i propri miserabili col sistema di ignorarli: di modo che se costoro vogliono accarezzare la speranza di vivere di elemosina, debbono necessariamente emigrare. Per tutto il resto,e grazie sovrattutto alla nostra posizione privilegiata, abbiamo miniere, officine e industrie di alto reddito; tre linee tranviarie ci portano al lavoro e ci riportano a casa; vespasiani coperti ci invitano da discreti vicoletti senza finestre (vi si vedono vecchi signori, schiavi del concetto secondo il quale conviene sempre unire l'utile al dilettevole, attardarvisi a scorrere il giornale, e non andrà molto che qualche consigliere municipale proporrà virilmente di dotare di un leggio quei freschi ricoveri); abbiamo vetrine illuminate a giorno, e donne che si fanno sposare presto, dopo un fidanzamento platonico che è di breve durata perché si tratta di false magre.

Qualcosa rende tuttavia inconfondibile la nostra felice città di Rennox, ed è la serietà. Noi nasciamo, come Carlomagno, con la barba. Ridiamo; poco, perché il riso è sempre una scossa, una perdita di equilibrio. Ognuno di noi agisce in modo da diventare un po’ il proverbio e il monumento di se stesso. Gili allegri commessi viaggiatori, quando debbono recarsi a Rennox, lasciano nell'armadio le loro sgargianti cravatte; e più l’abito col quale si presentano a Federico Wolf o a Tommaso Karen è scuro, più probabilità essi hanno di concludere l'affare. Si racconta di un commesso viaggiatore che si sforzò di riuseire simpatico a mio padre mediante una barzelletta sulla prima notte di matrimonio, di immancabile effetto. — Capisco — disse alla fine mio padre. — Vi ringrazio dell’avvertimento, ma dal mio viaggio di nozze sono ormai passati trent'anni, e del resto fummo ospiti di parenti, not pernottammo una sola volta all'albergo. La sera mio padre riferì la storiella a mia madre, che arrossì ma non rise; essi furono d'accordo nel ritenere che non conveniva fidarsi di un uomo il quale sembrava prender gusto a propalare fatti simili, e l'indomani la Ditta Wolf gli scrisse per disdire le ordinazioni. A Rennox, non si respira aria, vi si respirano decoro e rispettabilità. Non mi, meraviglierei se un bel giorno i bambini di Rennox cominciassero a nascere con le soprascarpe di gomma e il cappello duro. Certo è impressionante il numero di bambini che a Rennox portano occhiali. Questo accentua la loro rassomiglianza coi genitori, e cioè li rende precocemente seri e guardinghi, egoisti come tutti i miopi che în ogni circostanza della vita debbono pensare non solo a salvare se stessi, ma anche gli occhiali.

1 divertimenti dei nostri bambini escludono la corsa e le cadute, e si basano quasi esclusivamente sulla compravendita dei compiti scolasti

Del nostro droghiere Pitt (una vera nullità) si seppe che cosa pensare fin dal

giorno in cui, a scuola, rovesciò un calamaio. Per contro, resta memorabile il

caso dell'attuale valigiaio Snubb, il nostro famoso Aurelio Snubb. A scuola, fissava ostinatamente la cattedra e non capiva nulla. A che cosa pensava quel ragazzo? Oggi tutti lo sappiamo, perché l’ormai vecchio Snubb non ne fa un mistero. — Perdinci — egli dice con qualche immodestia. — Era una cattedra finché volete, ma a forza di guardarla ne intuii gli sviluppi. Prendete la parte vuota della cattedra, eliminatene le gambe del maestro e mettete al loro posto cinque piccoli attaccapanni. Benissimo. I cassetti a destra adibiamoli alle cravatte e alle calze; il cassetto centrale, più ampio, servirà per la biancheria. Rivestite il tutto con legno, legno e fibra, o legno e cuoio secondo che si tratti del tipo propaganda, del tipo medio e del tipo lusso, e avrete esattamente il modello dello speciale tipo di baule-armadio col quale ha fatto fortuna. Nella nostra felice città di Rennox, uno psicologo si annoierebbe a morte, perché ogni uomo si definisce esaurientemente col mestiere che fa. Il farmacista Barrett si suddivide in scaffali e in boccette, come la sua bottega; e si può essere certi che la sera, quando sua moglie si sveste, egli la guarda come una ricetta. Noi rispondiamo cortesemente al saluto di Enrico Tell, il fabbricante di bare, e sappiamo che guardandoci per un attimo mentre si levava il cappello, egli ci ha preso le misure. Siamo coscienti del fatto che Enrico Tell prende nota mentalmente delle nostre minime variazioni di peso e di statura, ma sappiamo anche che al suo posto faremmo lo stesso. Consideriamo Enrico Tell un serio e serupoloso commerciante, la cui figliuola porta in dote un migliaio di stagionatissime bare, fabbricate su misura e per così dire già collocate. — Vedi? — essa potrebbe dire al fidanzato, guidandolo nei magazzini odorosi di vernice. — C'era anche la tua. Quante volte l’avrò sfiorata col gomito senza saperlo? Può darsi che nella nostra rispettabile città di Rennox gli uccelli cantino sugli alberi, ma in tuba e stiffelius. Noi diciamo, e non senza disprezzo, che il barbiere Adam è un artista, perché circola la voce che quando è solo in bottega egli fischietti motivi d'opera. Certo apprezziamo la musica, perché sappiamo quanto. può guadagnare un bravo direttore d'orchestra, ma appunto per questo il fatto che un barbiere fischietti motivi d’opera ci confonde le idee. Alle dieci di sera, Rennox dorme; se qualcuno si è coricato sul fianco sinistro, sogna sfavorevoli listini di borsa e inasprimenti fiscali: ma questo capita a pochissimi cittadini, poiché in maggioranza essi sanno che coricandosi sul fianco sinistro verrebbero a trovarsi faccia a faccia con le loro mogli. È bene aggiungere che ciò sorprenderebbe le nostre signore, a meno che non fosse la sera del sabato. A proposito: v'è chi scambia la nostra serietà per freddezza; si commette l’errore di crederci poco espansivi. Fra parenti ci abbracciamo di rado, è vero, ma questo impedisce ai maschietti di nutrire pericolose illusioni sul testamento della zia, ed evita che le bambine si accorgano che le guance dello zio sono dure di barba, e si domandino perché. I bambini di Rennox si sorprenderebbero se i genitori li accarezzassero spesso, e penserebbero di essere malati. Si narra che il nostro sfortunato industriale Kuver baciasse i suoi bambini, la mattina in cui si decise a dichiarare fallimento. Questo particolare intimo sconvolsei creditori, li rese intrattabili e fu la vera causa della rovina di Giorgio Kuver. Alle dieci di sera Rennox dorme, qualche vecchio scapolo sbadiglia nel cinema Splendor, il fiume Kuspin scivola sotto i ponti senza trasportare neppure un gatto morto, ed io penso che sono innamorato di Luisa Karen, e che se Rennox lo saprà, ebbene Rennox non mi avrà vivo.

Sull'esempio

delle grandi

città, noi organizziamo,

per la sera di giovedì

grasso,

un corso mascherato. Qualche giorno prima, il nostro sindaco ordina l'affissione di un'ordinanza che fra l'altro dice: «Qualsiasi eccesso sarà punito. Le maschere non debbono riunirsi in gruppi eccedenti le cinque persone. L’accanimento degenerare spiacevolmente, è sconsigliato. Al

nel getto dei coriandoli, potendo passaggio dei carri, i pedoni sono

tenuti a sgomberare la strada e a ritirarsi sui marciapiedi. Si procederà secondo la legge contro chiunque disturbi, con gesti od atti volgari, il sereno svolgersi delle

manifestazioni ».

PRE

QUEER

shy

— Comunque — ha l'abitudine di aggiungere a voce Alfonso B

farebbero

meglio a restare in casa.

n — le donne

Credo che egli abbia ragione, perché chiunque restasse in casa la sera del nostro giovedì grasso, si annoierebbe meno. Le nostre follie di carnevale sono tranquille, noi le concepiamo come un penoso dovere, come una visita di riguardo. Alle nove di sera il cittadino di Rennox depone il tovagliuolo, sbadiglia, e aiutato dai familiari indossa un domino azzurro di età indefinibile, il cui odore di canfora stordirebbe un bue. Sulle scale, qualcuno lo rincorre per consegnargli la mascherina di seta nera, € impartirgli le ultime raccomandazioni. Egli promette di attenervisi serupolosamente, e se usufruisce di un vento favorevole, che dissipi alquanto l'alone di naftalina in cui si muove, arriva ad affacciarsi alla Via del Commercio, la principale arteria di Rennox. In tal caso, nessuna precipitazione. Egli si addossa alla cantonata, e con una rapida occhiata ispeziona la strada: se vi scorge altri domini azzurri, esce coraggiosamente nella luce, deciso a compiere tutto il suo dovere nel corso mascherato; altrimenti si nasconde in un portone e aspetta. Tre anni fa non vi fu corso mascherato, a Rennox, perché centinaia di domini azzurri si occultarono fino a mezzanotte nell'ombra dei portoni e dei vicoli, gettando occhiate smarrite nella deserta via del Commercio; gli stessi carri (la fatalità volle che essi giungessero ad intervalli di parecchi minuti uno dall'altro) dieci volte si profilarono all’orizzonte e dieci volte, non incontrando che il vuoto, fuggirono verso la campagna. Oggi siamo sicuri che un simile episodio di suggestione collettiva non potrà più verificarsi, grazie al nostro sindaco Alfonso Brin, il quale ha disposto che gli impiegati municipali diano inizio al corso mascherato (beninteso con un compenso a parte, fissato secondo la tariffa del lavoro straordinario, e con la facoltà di ritirarsi allorché la Via del Commercio risulti sufficientemente animata). Per le dieci di sera del giovedì grasso il nostro tradizionale corso mascherato può contare sulla presenza di quasi tutti i cittadini validi che dispongano di un domino azzurro e di una maschera di seta nera: uniti in gruppi non eccedenti le cinque persone, con le ginocchia un po' rigide, con la fronte corrugata sotto la maschera, noi procediamo lentamente, interrompendo talvolta i nostri abituali discorsi d'affari per gettare col gesto ieratico del seminatore qualche manciata di coriandoli agli amici che riconosciamo benissimo sotto il loro travestimento, e percorriamo così la nostra bella via del Commercio finché non siamo stanchi di farlo. Noi abbiamo questa assorta maniera di divertirci, e soltanto un forestiero, probabilmente un meridionale, poteva disturbare il nostro corso mascherato (come è accaduto purtroppo l’anno scorso) per attirare il dottor Stevens fuori della sfilata e domandargli: — Per piacere, volete dirmi chi era il morto? Il dottor Stevens trovò le parole adatte, e il giusto tono di indignazione, per fargli capire che non si trattava di un corteo funebre. — Che morto, signore? — disse il dottor Stevens. — Fate attenzione, prego. Non vedete che siamo in costume? — L'avevo notato, infatti — rispose con qualche perplessità il forestiero. — Ma non ho amici coi quali scambiare le mie impressioni. Vi dirò, credevo che foste una confraternita. Esattamente quando noi domini azzurri abbiamo percorso tre volte la Via del Commercio, arrivano i' carri. Il loro contenuto di signore e di signorine ci strappa qualche misurato applauso. Non servono i costumi e le maschere: noi distinguiamo le signore dalle signorine regolandoci sulle proporzioni del seno, elemento infallibile. Le nostre donne sono piuttosto floride, è un fatto; ma sembra che solo dopo il matrimonio si mettano a respirare a pieni polmoni. Io non discuto le anche delle signore di Blyn, o le gambe delle signore di Tower, non meno celebri nella regione; ma ritengo che non sappia che cos'è veramente la tenerezza, chi, accingendosi a partire per un lungo viaggio, non abbia per un attimo chiuso gli occhi sul seno di una signora di Rennox, fosse pure sua zia. È diffusa opinione che i nostri carri carnevaleschi siano simbolici; e infatti il carro delle fabbriche Wolf di ‘calzature simula un’enorme scarpa, mentre il

carro delle filande Karen raffigura per quanto può un telaio. Un po" meno con-

cettoso risulta il carro del municipio, che riproduce la sala del Consiglio; la signora Brin vi siede al posto d'onore, come per ricordarci anche in queste ore di follia chi veramente governa la città; ma sarebbe difficile trovare un busto che meglio rappresentasse la femminilità di Rennox, e se Alfonso Brin si accorge dell'ammirazione, mista a sgomento, con cui i nostri sguardi percorrono il seno della signora Brin, lo fa per ambizione, lo fa per sentirsi due volte sindaco. — Ecco una donna — mi disse ammiccando il farmacista Barrett. — Ebbene, non vi scoraggiate adesso — risposi cortesemente. Mi ha sempre commosso il dramma di quest'uomo, l’unico che in un paese come il nostro abbia sposato una donna magra. Egli si ritiene rovinato da questo fatto. In lui il marito perdonerebbe forse, ma il farmacista insorge, il farmacista grida tutta la sua delusione e tutto il suo rancore. Egli è autore di un ottimo ricostituente, il Liquore Barrett; ma non ha mai potuto venderne una bottiglia, a Rennox almeno. La notte, nell’immensa alcova, i coniugi Barrett si guardano freddamente, e dalle loro labbra sgorgano parole irreparabili. — Il pubblico diffida del mio ricostituente e ha ragione — dice il signor Barrett. — Ognuno pensa che se il Liquore Barrett fosse una cosa seria, tu non saresti così deperita. — Starei molto meglio — obietta la scarna signora — se în dieci anni di matrimonio spesi per trovare la formula di un medicinale, tu ti fossi occupato un poco anche di me. — Non avrei mai dedicato le mie notti alla composizione di un ricostituente — replica il farmacista Barrett — se tu fossi stata una donna come la signora Brin. — Basta con le volgarità — singhiozza la signora Barrett, spegnendo la luce. Vittima di un circolo vizioso, il farmacista Barrett si torce i polsi nel buio, poi si consegna al sonno come un ladro alle guardie. — Barrett — avrei voluto dirgli quando egli mi toccò il braccio durante il corso mascherato, mentre il seno della signora Brin si allontanava fra corrette acclamazioni, ed io per riposare lo sguardo mi mettevo a fissare le linee rette dei fili telefonici — non siate incontentabile, Barrett. Voi, in seguito a una delusione amorosa, avete composto un ricostituente. Benissimo. Si trattava di dimenticare. Ma perché vorreste, ora, che il vostro specifico si vendesse? Perdio, signor Barrett, c'è tutta Rennox in questa vostra pretesa. Se dopo la disgrazia vi foste dato ai viaggi, non dubito che avreste messo fra le vostre valigie un campionario di pellami o di filati, pensando che potevate benissimo dimenticare fra una visita e l’altra ai negozianti. Perdio, Barrett, da noi Jacopo Ortis finirebbe piazzista con un abbonamento per tutta la rete. Ma quella sera io non desideravo di influire sui costumi dei miei concittadini, € del resto non ero neppure sicuro che l'uomo che mi camminava fosse il nostro infelice farmacista. Non ricordavo se l'anno precedenteaccanto azzurro di Barrett avesse o no quel rammendo sulla spalla. Inoltre, ilcomedomino tutti facciamo durante il corso mascherato, mi isolavo pensando a me stesso. Ero tornato da poco a Rennox, dopo aver compiuto studi nella Capitale. — Non mi pentirò mai abbastanza di averti mandatoi miei fra quei pazzi — aveva detto mio padre, accorgendosi che avevo contratto l’abitudine di sfogliare qualche giornale illustrato. (Continua)

GIUSEPPE MAROTTA


121

A Mostra di antiche stoffe liguri — dal secolo XV al secolo XIX — ci richiama al clima fastoso della Genova rinascimentale e barocca, nel quale amore per le arti, magnificenza di vita, volon'à di prestigio integrandosi si

accordavano. E ciò non soltanto per orgoglio personale, ma anche per un alto sentimento civico derivato dalla grandezza e dalla potenza della Patria nelle epoche precedenti. Già nei secoli eroici della Repubblica commerciante e marinara — dal 1000 al 1300 — il elero e la signoria provvedevano con larghezza ad ornare di splendidi manti il trono e l'altare e il lusso era considerato un bisogno di mercanti e navigatori, usi a scendere in tutti gli scali e a trattare in iutti gli emporii; un simbolo di consistenza economica e di floridezza industriale. AI principio del Duecento, l’uso di vestire di seta, spesso mista all'oro < all'argento e di ornare la casa di panni preziosi si diffonde nei semplici borghesi, mentre ancora in Francia, Inghilterra, Germania rimane privilegio di baroni e d’alti prelati, Lo storico Giustiniani ci fa sapere che « ciascheduno vestiva seta» sovente « figurata d’oro ». Nel secolo seguente Giovanni Boccaccio scrive «i Genovesi usi sono di nopilmente vestire ». Con l'affermarsi delle famiglie patrizie lo sfarzo diventa regale. Le grandi casate, i membri delle quali potevano in ogni momento ascendere alla suprema carica del dogato, trasforniano i palazzi in reggie, dove le mirabili stoffe, (essute con un magistero ormai perfetto, i superbi panni d'oro e d’argento a vellutati sono profusi con una ricchezza sconosciuta altrove e costituiscono il principale elemento integrativo di una concezione grandiosa e unitariamente monumentale dell’arredamento, che non muta con il volgere dei secoli: nel Settecento avanzato, Giuseppe Il Imperatore d'Austria, alla sua gentile ospite, la Marchesa Durazzo, esprimeva la stessa meraviglia che, quasi tre secoli prima, Luigi XII aveva dimostrato nel visitare i sontuosi palazzi di Gian Luigi Seniore Fieschi. L'arte del tessere la seta aveva quindi trovato in Genova favorevoli condizioni per un rapido divenire, in rapporto con ascesa della grande Repubblica marinara, fino ad acquistare meritata fama in tutta Europa, con i preziosi prodotti di un gusto che richiama alla opulenza, allo sfarzo, ma in una misura sempre sobria e nobile. Gli auroserici panni del Medioevo tessuti in Genova e nelle Riviere, che ancora si conoscono e i preziosi capolavori rinascimentali e barocchi, esposti nel Ridotto del « Carlo Felice»,dimostrano che il fasto della vita genovese si è mantenuto, in tutti i secoli, lontano dagli eccessi, Il Genovese ama più essere che apparire. I damaschi, i velluti, i broccati che animano col calore delle tinte e lo splendore degli arabeschi la sua casa e danno un tono di squisita signorilità alla sua vita, sono informati a sostanziosa, non effimera ricchezza: nel ritmo del disegno e nel castigato cromatismo si intonano alle possenti, a volte sconfinate, ma severe, concezioni architettoniche e ai voli controllati dalla fantasia pittorica: caratteristica costante di un'evoluzione tessile della quale gli inizi si possono far risalire alla remota antichità e che raggiunge, al principio del Cinquecento, i più alti fastigi, tanto da essere considerata «nonché l’occhio destro, l’anima della Repubblica ». Il prof. Morazzoni, che ha, con grande competenza ordinato la Mostra, esamina nella ricca monografia-catalogo il cammino storicamente accertabile della tessitura nella regione ligure, Numerose fonti attestano che già nel XII secolo era conosciuta e coltivata con ottimo risultato. Il sicuro sviluppo di tale arte, certamente di origini orientali, è facilitato dai frequenti rapporti che dal XII secolo al XV intercedono tra Ja Repubblica di San Giorgio e l'Oriente. /Suì principio del XIV secolo una favorevole influenza, che determinò nuovi impulsi alla lavorazione, venne esercitata dai tessitori che, cacciati per odio di parte da Lucca — dove l’arte della seta aveva raggiunto un alto grado di perfezione — si stabilirono a Genova. Sta di fatto che già nel XIII e XIV secolo i tessitori liguri rivelano quella dignità tecnica «che per secoli accompagnò la produzione tessile serica genovese e nelle. Arti minori delia Liguria le ha assicurato un'invidiabile eccellenza ». fi Tra i prodotti della tessitoria genovese il primo ad apparire è il «cendado», leggerissimo tessuto serico d'origine orientale, alla fine del 1100 larga-

6

ey

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ù È eeial ialardiesi 5 4 Va i baia "1 demi» + La Mostra delle antiche stoffe liguri dal secolo XV al XIX, a Genova. - Qui sopra: piviale di spolinato su fondo di raso della prima metà del secolo XVIII. - A sinistra: una sala della Mostra aperta tra il vivo interesse del pubblico.

mente lavorato in Liguria. Seguono, a non lunga distanza di tempo, i velluti, i diaspri, i damaschi, i broecati. Nel XIV secolo contribuisce alla diffusione e all'arricchimento della tessitoria la riconosciuta perizia dei battifolii genovesi, dai quali provengono i filatori d'oro e d'argento, che. daranno nuovo splendore al panno serico, con una trama di mirabili rabeschi. Nel Quattrocento i telai battono con ritmo accelerato. Verso la metà del secolo, per influenza di artisti fiorentini e lucchesi, la tessitoria ligure, senza eliminare del tutto gli elementi figurativi orientali che, misti ai gotici, la caratterizzano stilisticamente, subisce una trasformazione, nello spirito del Rinascimento, che ne accompagna l'ascesa più luminosa. Nonostante i continui decreti emessi dal Governo della Repubblica per rigorosamente vietare l'esportazione dei segreti dell'arte della seta, numerosi tessitori liguri emigrano in questo periodo, portando il loro ormai perfetto magistero a Ferrara, in Provenza, a Lione. A Lione i Ges novesi sono i veri e propri iniziatori dell’arte del vel luto, come, più tardi, a Reggio Emilia. Alla fine del XV e sul principio del XVI secolo la tessitoria giunge ad uno sviluppo grandissimo, come dimostrano documenti e dati preziosi, particolarmente nel campo del velluto, «un fiore eternamente fragran= e smagliante, sia esso piano, sia riccio e soprariceio ete non importa che le volute del fogliame, i petali boccioli dei fiori spicchino sul fondo rasato o sul fondoe lamato d’argento e d'oro». Velluti di tutte le tinte e gradazioni escono dai telai liguri; e da nessuno è supe= rato il « velluto a terzo pelo », per la sua lucentezza, la


A TTALIRI

ts

Palio della chiesa dei SS. Cosma e Damiano. Broccato d’oro e d’argento su fondo bianco (metà secolo XVIII). - A sinistra: velada in taffetà verde con ricamo policromo. - A piè di pagina: piviale di velluto soprarizzo cremisi, su fondo lamato d’oro, proveniente dalla Cattedrale di San Lorenzo (sec. XVI). con un gruppo

di ora

tessuti rinascimentali,

per

abiti e per parato. È l'epoca d’oro. Il disegno è sobrio,

vicino ai modelli classici con influenze orientali, il colore è a toni sobri, smorzati, su fondi di un verde au-

stero e di un cremisi attenuato da velature nei confronti del denso cremisi veneziano. Velluti a fondo unito, tagliati, controtagliati, incisi, soprarizzo; broccati a fiorami tessuti d'oro e d’argento; damaschi lucidi su fondo di azzurro vivo, testimoniano della eccellenza raggiunta, alla fine del Quattrocento e sul

principio del Cinquecento, dalla tessitoria ‘genovese, particolarmente nel tagliare e controtagliare i velluti in rilievo, che conquistarono vittoriosamente i mercati. Si notano pezzi di eccezione nella raffinatezza dei passaggi e degli accordi di colore, nella perfetta tecnica: il piviale di panno d'oro e d’argento avvellutato cremisi proveniente dal tesoro di S. Lorenzo, e conosciuto col nome di piviale Doria, perché donato alla Cattedrale da un Cardinale Doria; esemplari di velluto soprarizzo per abiti, di un delicatissimo, minuzioso disegno; velluti controtagliati, in cui lo stile rinascimentale subisce una singolare metamorfosi; un interessante broccatello, con l'Aquila bicipite di Carlo V, su un rabesco di modello prettamente cinese; i velluti incisi,

su gamme tenuissime di verdi, della raccolta Bossi; un

frammento di piviale di velluto soprarizzo morello, della Cattedrale di San Lorenzo; un broccato d’oro su

fondo di velluto cremisi della raccolta della Snia Viscosa. Caratteristici della fine del Quattrocento sono i pan-

ni d’oro avvellutati a disegno serpeggiante, e una rarità rinascimentale è rappresentata dal broccatello di ispirazione siamese della raccolta Bruzzo.

1 velluti controtagliati ancora nel Seicento danno esemplari perfetti, nell'antica sobria tecnica, con giochi semplici di colori castigati, come il frammento viola (raccolta Snia Viscosa), su fondo lamato d’argento, con i simboli della Passione, per poi aprirsi alle esuberanze cromatiche del barocco, con il velluto a giarsua morbidezza zioni in questo

e la sua resistenza. In fatto di esportatempo i Genovesi battono tutti gli al-

tri centri italiani. Alla fine del Cinquecento si rende evidente una certa autonomia stilistica (in cui assumono importanza elementi caratteristici dello spirito decorativo locale) espressione di un tardo ricco. Le figurazioni che

Rinascimento anche troppo prendono il sopravvento si

valgono del candelabro, del vaso fiorito, dei racemi, del grasso fogliame cardato, dell’acanto, della palma, delle grottesche alla Raffaello, Autonomia che si accentua nel Seicento e nel Settecento, in forme che tendono alle esuberanze barocche prima e quindi alla grazia fantastica del barocchetto. Un nuovissimo fiore tessile, nello splendore ora vibrante ed ora austero, ma

sempre prezioso, delle tinte, compongono in questo periodo

i vellutieri

liguri

e

particolarmente

quelli

di

Zoagli: il «velluto a giardinetto », fiabesco miscuglio di vero e di fantasia,

che, all'avvicinarsi

dell'Ottocento

rende omaggio al Neoclassicismo, e lo fa con grazia disinvolta. Insieme con il velluto hanno grande importanza a Genova il broccato, il damasco e il lampasso. Anche se nel campo dei broccati i tessitori genovesi non possono vantare la doviziosa varietà di tipi ostentata festosamente mostrano tuttavia

dai colleghi e rivali di Venezia, diun’indiscutibile perizia tecnica, come

indicano taluni capolavori settecenteschi, animati da vigilate figurazioni fantastiche, ed una raffinata sensibilità, che evita gli eccessi, le stravaganti derivazioni orientali, dando la preferenza alla stilizzazione dell’elemento vegetale, alla amorosa interpretazione naturalistica del fiore, particolarmente nei motivi ornamentali della difficile tecnica dello spolinato e nei freschi e chiari broccatelli. Il damasco, usato quasi esclusivamente per tappezzerie, si afferma nel Cinquecento ed il suo regno dura fino alla fine del Settecento con creazioni originali, per vivere nel secolo scorso sugli antichi modelli. Oggi si lavora esclusivamente a Lorsica, nell'Appennino chiavarese. Il lampasso, a superficie morbida, lucente, giocata su una trama fantasmagorica di colori, si sviluppa sul finire del Seicento. La Mostra, organizzata dall'Ente provinciale per il tutismo, che ha superato notevoli! difficoltà, si apre

dinetto.

Fra

i damaschi

secenteschi

ricor-

diamo due pezzi finissimi con la palma e a fiori cremisi, provenienti dalla raccolta Bocca. Nel Settecento il velluto quasi sparisce: prendono il sopravvento il broccato

e il lampasso: broccati che sono capolavori di tecnica tessile, come le pianete

d'argento dai frutti policromi della Chiesa delle Vigne ed il piviale d'oro e d’argento su fondo verde, animato da motivi architettonici, slitte e frutti, della Chiesa di San Carlo, miracolo d'esecuzione per

l'accesa vivezza dei colori, con netti dima a toni sfumati e sbattimenti d'ombre e di riflessi; morbidi lampassi stacchi,

monocromi e fantasiosi lampassetti a rami fioriti. Di broccato d’oro e d’argento a fiori policromi è il baldacchino della raccolta della Marchesa Pallavicino. Sette-

centesche vesti da donna con strascico, in a mazzi di rose e in broccato a vivace policromia, su fondo violaceo e verde, testimoniano tanto dell'abilità tecnica e della fertilità inventiva dei tessitori liguri, nel preparare stoffe leggiadre e festose per le belle dame, di cui tutti i visitatori di Genova in questo periodo, concordi ammirano la grazia e l'eleganza, quanto della facilità ad eludere le leggi sontuarie del prudentissimo e circospetto ispolinato

Magistrato delle Pompe, feroci sulla carta, ma in realtà rimaste lettera morta.

Mentre la Prammatica del 1705 concede

l'uso di stoffe colorate soltanto alle giovani spose durante il primo anno di matrimonio, ma senza strascico, oro ed argento ed opere figurate a ricamo, i ritrat-

tisti dell’epoca ci presentano elegantissime dame avvolte in sontuosi drappi serici colorati: dame che si prendevano quotidianamente e amabilmente gioco dei troppo severi legislatori. La ricca raccolta è completata da lampassi con grandissime volute

a fondo e mazzi

cremisi di fiori

stilizzati, che hanno avuto una diretta infiuenza sul ricamo (collezione Bruzzo, Bossi, Accorsi); lampassetti rosati a fiori di ispirazione naturalistica od orientaleggiante (collezione De Masi e Crosa); porfiere di velluto controtagliato cremisi su fondo lamato d'oro e di velluto verde con riporto a gran rilievo (collezione Marchese Raggio d'Azeglio); poltrone di velluto a riporto della Marchesa Spinola Villamarina e del signor Mario Viezzoli; da esemplari della produzione ottocentesca, ormai ridotta all’imitazione e di quella attuale di Zoagli e di Lorsica, che perpetuano e rinnovano un intatto magistero che è dieci volte secolare. La decadenza dell’arte della seta nel se-

colo scorso è dovuta alla caduta della Repubblica oligarchica nel 1797 ed al sempre maggiore impiego del telaio meccanico. Ma la gloriosa tradizione permane viva per i damaschi a Lorsica e per il velluto

a

Zoagli.

Ligure

tenacia

peculiari

della

ha

con-

servato attraverso i tempi incerti e grigi le caratteristiche

tessitura

a mano, che la macchina non può rendere. Il limitato lavoro sì indirizza verso prodotti di eccezione. Alla fine della grande guerra, nuove, più larghe vedute industriali iniziarono la rinascita. Acento a cento i telai, gelosamente custoditi in tut-

ti i casolari, tornano a risuonare nel ritmo del lavoro, spinti da mani di donna, riallacciando le generazioni nuove alle tradizioni del passato. E, frattanto, intorno, sui colli digradanti al mare, i pallidi ulivi a migliaia disegnano a loro volta sullo sfondo azzurro del cielo aerei ricami, mentre il vento svaria sul mare velluti d'ombra: gli artigiani levano gli occhi dall'opera e guardano trasognati il miracolo che non può essere imitato. MARIO

MARIA MARTINI


" NEL CENTENARIO DI ANTONIO VIVALDI ICORRE quest'anno il centenario della mort ivaldi R maggiori glorie dell'arte musicale italiana. Stone VEVAldI Agna: ene Non si conosce con precisione né clie probabilmente fu Venezia, né l'anno della sua nascita, che il luogo,avvenire intorno al 1673-75: la famiglia Vivaldi sembra fosse originariadovette di Genova, dove nel 1468 era stata eretta una statua equestre in memoria di un Francesco Vivaldi per onorare un suo atto di alto civismo. Ma Antonio Vivaidi sì considerava veneziano e già nelle opere a stampa si qualificò come « Musico Veneto ». Egli sueera prime animato da fervidi sentimenti di italianità e nella dedica ad Antonio Grimani dell’opera Adelaide, nel 1735, così ebbe a scrivere: « Non potendo la storia ond'è ricavata l’azione che sommamente dispiacere ad un buon italiano, che non sia, come tanti sono oggidì, di sua nazione inimico, facendogli sovvenire come, discacciati gli ultimi Italiani Re, ricadde la misera Italia, per non più liberarsene, sotto il giogo straniero, a tale deplorabilissima sciagura solo pensò l'inclita Veneta Repubblica, in cui dal suo nascimento fino ai giorni nostri l'Italiana libertà ci conserva, e voglia Iddio sino al finire dei secoli conservarla ». Tali sentimenti all’inizio del Settecento erano rari e indice di animo nobile ed alto, precorritore del futuro. Il futuro fu dal genio del Vivaldi precorso anche nella musica: egli ha toccato con le sue composizioni uno dei più alti vertice Rete caro: conadento come uno dei più/grandi musicisti di tutti Scarse sono le notizie biografiche che di lui possediamo: suo padre Gian Battista era violinista nella Cappella ducale di San Marco, e Antonio coi suoi tre fratelli Francesco, Iseppo e Bonaventura sono ricordati nei documenti degli archivi veneziani col soprannome di rossi, probabilmente per il colore fiammeo delle chiome. Antonio ebbe dal padre i primi insegnamenti nell'arte della musica e divenne presto in essa così esperto da essere chiamato in soprannumero, o in supplenza del padre alla Cappella ducale. Il giovane fu poi allievo del Legrenzi, insigne compositore di musiche da camera e teatrali. Entrò nella carriera ecclesiastica e il 18 settembre 1693 fu ordinato sacerdote nella piccola chiesa di San Giovanni in Oleo (o San Giovanni Novo), che tuttora esiste in un campiello non lontano da San Marco. Portava lunga la chioma fulva e fu noto ben presto col soprannome di « Prete rosso », Accanto all'attività di compositore, il Vivaldi svolgeva attività di violinista ed era diventato un virtuoso dello strumento. In una sua lettera al Marchese Bentivoglio leggiamo: « Ho suonato in teatro e si sa che sino Sua Santità ha voluto sentirmi suonare; e quanta grazia ho ricevuto! ». La fama di violinista in cui ben presto salì il Vivaldi era così grande che la «Guida dei forestieri in Venezia» del 1713 ricorda fra i migliori suonatori di violino G. B. Vivaldi e suo figlio prete, Inoltre il « Prete rosso» nel 1703 era entrato come insegnante al Seminario musicale femminile dell'Ospedale della VI Pietà: era questo il migliore dei quattro « templi d'Euterpe», cioè dei quattro istituti musicali aperti allora in Venezia, i Mendicanti, gli Incurabili, l’Ospedaletto e l'Ospedale della Pietà, che giunse talora a contrastare il primato della musica alla stessa Cappella di S. Marco. La gente accorreva in folla ad ascoltare le fanciulle, che cantavano in coro, dietro le grate, o sonavano in orchestra bene affiatata: si trattava di ragazze povere, orfane o abbandonate, e i Seminari che le accoglievano erano sorretti dalla carità privata e dalla Serenissima. Si sa che nel 1711 il «Prete rosso» fu riconfermato all'Ospedale della Pietà in qualità di maestro di violino e che nel 1713 gli fu concesso di « potersi portare fuori di Venezia per mese uno al impiego delle sue vertuose applicazioni».Sì diede infatti quell'anno, il 17 marzo, a Vicenza, la prima opera teatrale del Vivaldi, Ottone in Villa. Altre volte il Vivaldi dovette assentarsi da Venezia per la sua carriera di violinista: egli ricorda nelle lettere le sue peregrinazioni attraverso l’Italia e all’estero, per dar concerti e per dirigere le sue opere teatrali în varie città. i Benedetto Marcello allude al Vivaldi nel frontespizio del suo Teatro alla Moda apparso nel 1720, ove il compositoré e violinista è nominato con l'anagramma Aldiviva e raffigurato da un angelo che suona il violino col cappello in testa. Era un vezzo del tempo di camuifare nomi di persone e di luoghi disponendo le lettere in modo diverso. Benedetto Marcello non aveva in simpatia Antonio Vivaldi, forse per diversità di temperamento individuale e di condizione sociale Presunto ritratto di Antonio Vivaldi, conservato nel Liceo Musicale di Bologna. E in generale i Veneziani non capivano la grandezza e la potenza del genio del loro concittadino. Il Goldoni nelle sue Memorie parla di lui come di un « eccelsempre gli ho fatti con quattro 0 cinque persone che mi assistessero. Tutto lente suonatore di violino », ma lo definisce « compositore mediocre ». Come dice quello che io posso fare di bene, lo faccio in casa e al tavolino ». il proverbio: nemo propheta in patria. i Quello che il Vivaldi poteva «fare di bene» era molto: era la sua musica Il ritratto esteriore che il Goldoni traccia del Vivaldi, invece, è vivace e immortale, che egli ha lasciato ai posteri quale luminoso retaggio del suo genio. caratteristico. Egli lo descrive « circondato di musica, col Breviario in mano»: Si tratta di un corpus immenso di opere, ancora in gran parte inedite: quando quando il commediografo gli si' presentò, si levò, fece «il segno della croce per tutte saranno studiate e conosciute profondamente, pubblicate ed eseguite degnalungo e per largo », mise «il suo Breviario da banda » e prese a discutere con mente, il nome del Vivaldi risplenderà nei secoli di ancor più fulgida luce. lui vivacemente di certe modificazioni che il Goldoni doveva apportarea un Sì tratta di una trentina di opere teatrali, di una cinquantina di opere sacre, certo libretto, per compiacere à un'allieva del Vivaldi, Madamigella Giraud, di numerosissime Cantate e Arie, di oltre quattrocento opere strumentali, i cui « giovane cantatrice nata a Venezia, ma figlia di un parrucchiere francese». manoscritti autografi si trovano sparsi in varie biblioteche, per la massima parte «Non era bella, dice il Goldoni, ma aveva grazia, forma delicata, begli occhi, a Torino e a Dresda. bei capelli, bocca vezzosa, poca voce, ma molta modulazione».Il Goldoni chiese Le opere teatrali del Vivaldi furono eseguite, lui vivo, a Venezia, a Roma, al Vivaldi di mostrargli il dramma. a Mantova, a Vicenza, e in altre città ancora, e recentemente, nella Settimana Griselda? «. — Sì, volentieri, — rispose il musicista. — Dov'è cacciata questa Vivaldiana' del 1939 a Siena, è stata rappresentata l’Olimpiade, su libretto del Era qui... Deus in adjutorium meum intende, Domine... Domine... era qui adesso... Metastasio, opera che contiene pagine musicali di altissima ispirazione e di î vandum... Ah, eccola!... ». 3 grande bellezza. ma Madamigella Giraud non OreViia messo nel ‘ine un'eria patetica; DOO Come maestro di violino e di composizione il Vivaldi formò alla sua scuola un'aria d'agitazione, d'espressione, pezzo un vorrebbe e languido, canto il ama esprima la passione, in diversi modi, con parole tronche, per esempio, © musicisti di valore come Gottlieb Treu e, sembra, G. B. Somis e il Pisendel. che , Dal 1714 al 1735 il principe Filippo d'Assia Darmstadt fu Governatore Imperiale respiri lanciati, con azione, con movimento; non so se voi mi capite». in / del Ducato di Mantova e il Vivaldi dal 1719 al 1722 dimorò a Mantova e fu no«— Sì, signore, comprendo benissimo; ma {6 ho avutol'onore di sentire m /-minato Maestro di Cappella del Duca: e a lui egli dedicò uno dei volumi delle iraud, e so che la sua voce non è foi tanza... Ù sue composizioni, apparse ad Amsterdam in dodici volumi. PEA E Ei Voi insultate la mia scolara? Essa è buona a tutto e canta Nel 1724 il Vivaldi fu a Roma, ove sonò, come si è visto, alla presenza del Pontefice: e il Quantz, compositore e flautista, che più tardi fu maestro e musiBi ‘Sì, Signore, avete ragione; datemi il ina uncate fare a me. cista da Camera di Federico il Grande, ammiratore entusiasta dei Concerti per «— i , non posso privarmene, ne isogno... violino vivaldiani sin dal 1714, dopo che li aveva ascoltati a Pirna in Sassonia, vi a: Spbenti a: siete Pollecitato, prestatemelo per un momento e subito A scrive che il « Prete Rosso» aveva « sottoposti a tal punto i Romani» che essi soddisto. non sopportavano più musica concepita in altra maniera. «— Subito? Nel 1724-25 il Vivaldi tornò a Venezia e fu nuovamente Maestro di Concerti 7 «— Sì, signore, subito... all'Ospedale della Pietà. Negli anni seguenti viaggiò molto in Italia e all’estero, Seduta stante il Goldoni si fece dare penna e calamaio, e mentre il Vivaldi ed ebbe molto da soffrire per contrasti con le autorità ecclesiastiche di Ferrara. passeggiava su e giù per la stanza reci ifando i suoi Inni e i suoi Salmi, « in Nell'agosto del 1739 lo vide a Venezia un celebre viaggiatore del Settecento, meno di un quarto d’ora », stese « sulla cari ‘ta un'aria di otto versi divisa in due che ci ha lasciato interessantissime notizie del tempo, il Presidente de Brosses: aggrottando s e l lesse, ivaldi Vivaldi fece VEvedere. Egli così lo descrive in una delle sue lettere: « E un Vecchio (in italiano nel testo), Chiamò quindi il prete die gliela . Ccge an Breviario suo il gioia, gettò mandò gridi che ha una furia di composizione. L'ho udito farsi forte di comporre un Con: Ie _ esclamando; entusiasmo, on Goldoni, certo con tutte le sue parti più prontamente di quanto un copista potrebbe Madamigella Giraud e le presentò ilè un st'aria... ne: ecc poeta impiegar di tempo a copiarlo».E il de Brosses osservava con profondo stupore uomo raro, questo senza muoversi, « d'ora... ». meno d’un quarto dora: in mene che l’ha fatta x qui, che il Vivaldi non era stimato quanto meritava in un luogo come Venezia, in 5 E O di riconoscenza. slancio uno in idoni ‘acci: cui domina la moda, e dove, dice, « si sentono le sue opere da troppo tempo, e di ì vedere il di par e commedie sue delle Sa dove la musica dell'annata precedente non fa più fare incassi ». Forse per queste In ITER in mezzo alla sua musica...; non capìta, 7 ahimé,i difficoltà, originate da maldicenza e da malignità, il compositore abbandonò contemporanei! Venezia e partì per Vienna, ove era già stato altra volta, forse chiamato dalfu un altro genio Serisse, e se ne penetrò, Bach. l'imperatore Carlo VI, cui è dedicata l'Opera nona, « La Cetra». Aveva ormai grande ca: Giovanni Sebastianomusicale Ee diquella varcata la sessantina e la sua salute fisica e spirituale non poteva non risentirsi di fra la sua opera delle amarezze, della nostalgia per la patria e per gli amici lontani, della vita grama e stentata in paese straniero, fra straniere genti. Nell'estate del 1741 Antonio Vivaldi. — riporta! ri i i) ato,o, prima Goldon nel quadretto egli si spegneva a Vienna in povertà, come ha lasciato scritto il Gradenigo nei Il nervosismo del Vivaldi li, registrato dalo 1 Goldoni malattia sin di lalla nascita di una eine SW-ifotatorii, Morì di febbre, in casa della famiglia Satler, sita in parrocchia di aveva cause molto gravi il musicista soffriva secondo alcuni si trattò vien Santo Stefano presso la Porta di Carinzia, e fu sepolto il '28 luglio 1741 nel cimiLian che egli definisce « streti tezza di petto»: n Egli fu costretto perciò a tero del Burger Spital, l'Ospedale Civico, cimitero che ora non esiste più, così epilessia. di altri do all'a i mentre stava RAR che i resti mortali di questo grande sono andati dispersi. avuto ì v un attacco SORIA Seo,tevolte aveva asma diessa, È se ormai non potranno essere ritrovati e ricomposti in urna degna, si avveri la funzione. MAR ei 0 i Janet musicista in una almeno presto l'auspicio dell’edizione integrale dell'« Opera omnia»: e sarà An casa, «Jo vivo quasipae se nPrerrara, e non dice esco il che in gondola e incarrozza, perchi inteom Solo questo il miglior tributo di reverenza e di ammirazione alla memoria di AntoGuido Beni io di per male di petto ossia strettezza di petto. Subito dopo il nio Vivaldi. per ragione la Ecco piedi. a mai MARIA TIBALDI CHIESA non posso camminare P°S osso andare,viaggima mi costarono. s pi

ja quale

cenalstori celebro Ta

Messa...

I miei


GONFALONE DI SAN MARCO RESTIETUTTO==A VEGLIA

Isola di Veglia ha dato luogo a una la parte di quella liberata popolaenti della cerimonia.


del gonfalone di San Marco, Un altro momento della c‘serimonia per la ri iconsegna di Venezia, all'Isola di Veglia. - Qui conservato per oltre vi cent'anni dala Comuncar:je‘atteristici costumi. La bottoniera deldell’isola nei loro sopra: due abitanti una coccarda tricolore, festoso segno di sentimento nazionale, l'uomo

è adorna di

Zin weiterer Augenblick der Zeremonie der

Tin VAGA Veglia Ides IIEINOL Bannere I desMondovi Hellltenmi Markus, dae DDescI Toeni e n pig ee salto ere Ste der in ihren charakteristischen Trachten. Der Mann trigt im Knopfloch emme arcitsei

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Un film di quelli che un tempo si chiamavano « supercolossi » (esisteva una rettorica cinematografica che fortunatamente è quasi totalmente scomparsa) può considerarsi «Il leone di Damasco» prodotto dalla Scalera. Eccone una scena inquadrata da Corrado D'Errico. Al centro Dori Duranti (Foto Pesce). - In alte un'attrice della Scalera, Valentina Cortese, che vedremo ne «Il bravo di Venezia

Der Filmkann «Der L&we von Damaskus », herausj schatt, Wohl zu denen gerechnet ‘werden dieiran ‘mosat eigeumigeneli: salfilm »nannte. e (EsDestand einmal eine rhetorische

Lichtsplelicunst, diepiace: licherwelse fast v lg verschwunden ist). Hier zeigen wir eine Szeno. vor E ‘0 zusammengestelit. Mittelpunkt steht Doris Duranti esce). - Oben: Eine SchauspielerinIm der Scalera, Valentina Comtece Giu (Aufaahuo «Il bravo di Venezia »sehen werden. CORIOnahme


ANTELLO LA I A

casa

ed estraneo, la strada aveva perso ogni gsiezza e colore, il cielo basso e fuliggi-

delle

zie non

era

certo

bella

come

la nostra,

senza

parlare

movimento e dell'altra l'ampiezza e il verde. Così larga e ventosa, dominata dall'alta torre

trecentesca

e aperta

della

strada e delle scale. « Che orrore! » — diceva la mamma scuotendo le mani bianchissime, ma io non ero di quel parere. I nostri balconi si aprivano sul punto più bello della città: un largo viale alberato che univa il Corso alla Via Roma, le due arterie, cioè, dove era ostentata la vecchia e la nuova dignità edilizia cittadina, e aveva delluna il sul mare,

mi pareva, ed era, bellissima. Le scalé poi! Ampie, luminose, di marmo venato; con certi passamani, particolare fatica di tutta la servitù del palazzo. Ma le scale delle zie non richiedevano cure del genere. Il loro cupo pittoresco era così originale da rasentare lo scenografico: la scala dove sale il Duca di Mantova cantando « La donna è mobile »nel quarto atto del Rigoletto, doveva assomigliare alla scala delle zie. Che scale e che strada! Una viuzza stretta e lunghissima, quasi una fenditura sul fianco della città, precipitante con un pendio così ardito da dare le vertigini. Una discesa a rompicollo che a farla di corsa dall'alto, lunga com'era, assomigliava a un volo: e le finestre fiorite, la biancheria stesa e svolazzante, le reti dei pescatori sulle soglie dei pianterreni si confondetano e roteavano, caleidoscopio colorato e animato che mi elettrizzava. Le bambine d'allora non andavano a sciare, ma non per questo avevano le ali tarpate: giuro che le mie corse sotto i grandi e panciuti balconi di ferro battuto, fra le case che odoravano di pesce fritto mi davano emozioni esaltanti come quelle d'alta montagna fra cime d’argento e resinosi profumi. Le ali erano nel cuore. All'ombra di uno di quei panciutissimi balconi di spagnolesca tradizione si apriva un portoncino color di vecchia rete, rugginoso e come bruciato dal sole, con un'minuscolo picchiotto di ferro al cui battere rispondeva lo strappo di una cordicella tirata dall’alto. E la porta si apriva, o meglio si apriva un solo battente, strettissima apertura verso la luce, E poiché l'ordine era di richiuderlo subito si penetrava di tonfo nel regno del buio. Il fondo di un pozzo. All'estremità del breve e cupo andito si innalzava, incassata nel muro, una scala erta, a due rampe, una in fila all'altra, con neri scalini di ardesia, altissimi, e un poggiamano anch'esso nero, lungo e viscido come un serpe. Nessuno, lì, doveva affannarsi a lucidare qualcosa. Le due rampe erano interrotte da un minuscolo ripiano su cui si apriva una porta dello stesso color rugginoso, a un solo battente, e dopo la breve sosta aveva inizio la seconda rampa. Lassù, finalmente, un lucernario illuminava il secondo pianerottolo su cui si apriva a destra, dopo altri quattro scalini ancora più alti, Ja porta delle zie, che per un'ultima stranezza schiudeva l’unico tici della casa aspettavano sul pianerottolino

battente per non

al di fuori, sicché i praessere investiti da quel-

l'enorme uscio che si apriva come la persiana di una finestra. In quanto a coloro che giungevano lassù per la prima volta, e imprudente-

mente

restavano

accosto

al battente

dopo

aver

picchiato,

una

voce

gentile

di-

ceva dallo spioncino: « Scendete fino al pianerottolo, prego, perché se no l'uscio

vi investe ». Ed erano scuse a non più ‘finire. Cose complicate, insomma, per gente che non aveva fretta, e pBnso fossero per l'appunto quel complicato, quel fuor del comune a piacermi. Le scale lustre e luminose di casa mia non avevano misteri, ma qui tutto era colmo di misteriosissime. ombre. Quella scala buia da vecchio castello, quella lama di luce giallognola spiovente dall'alto, quella porta che si apriva alla rovescia, sporgendo nel vuoto come un ponte levatoio, quei muri bigi dove l'umidità componeva strani disegni, quella cordicella tesa sui neri rampini e che dall'alto faceva scattare la gran serratura del portoncino, erano parti vive di un. mondo: misterioso, governato da leggi sconosciute, in cui confluivano reminiscenze sacre ‘e profane e aleggiava un che di biblico e di favoloso: la scala del sogno di Giacobbe e.il saliscendi ché la nonna di Cappuccetto rosso tirava con uno. strappo dal fondo del letto. Ma non basta ancora: c'era qualcosa di più. à 3 Le zie, tre care vecchie dalle maniere compite e le risatine a gorgheggio, stavano al secondo' piano, in una. casa incredibilmente ampia e luminosa dopo tanta angustia e tenebre di scale, una bella casa piena di cento meraviglie e che rappresentava per le mie perlustrazioni infantili una specie di isola equatoriale e di sconfinata giungla. Una casa con giardinetti pensili e armadi a sei piani, con settecentesche , alcove a drappeggi e autentici sgabuzzini senza un filo di luce, con gabbie di uccelli e gatti meravigliosi, casa bizzarra e inverosimile, silenziosa eppur sempre' vibrante di un lungo rombo di campane. ; Le zie ci vivevano/come principesse in una reggia antica e dicevano sorridendo con la loro arguzia innocente: « Questa casa è come il paradiso, bisogna conquistarsela dopo il purgatorio delle scale... ». La vecchia facezia era sempre ripetuta a chi arrivava lassù col fiato grosso per le due indiavolate e sperticate Fampe, ma una volta, a bassa voce, la zia Angiola, che era anche la più lesta di lingua, aveva soggiunto «...e dopo l'inferno del primo piano ». "dolaZia era Testa di lingua io lo ero d'orecchi e quella frase aveva vibrato a lungo nel cervello come una martellata su una lastra di rame, e da quel giorno al fascino un po' stregato della scala si aggiunse un nuovo elemento suscitatore di segrete suggestioni: la porta chiusa del primo piano. uo di luci Vi giungeva appena un riflesso dell'alto lucernario, e quel taglio sbieco diluce e d'ombra, come la cicatrice sulla guancia di uno sfregiato, le dava qualcosa sinistro. Quando scoprii poi che tra il pavimento e il baitente era una larga fessura, mi nacque. il timore che dovessero lingueggiarne fuori, di notte, gialle e rosse fiamme d'inferno, e vi passavo di corsa, con l'enorme fantastica paura fa, non priva di una certa peccaminosa attrazione. Resa Varia sui Fateriosi abitatori del primo: piano. Le zie, ERRO ve solo nome « Epifania: una brava prudentissime, avevano risposto con un casa troppo grande per lei». Maladi sua dova che affitta alcune camere della aggiunto nuovi impressionanti particolari. mestica, più compiacente, aveva

Perché? Perché quella «Affitta le camere a gente di teatro, a gente cattiva. li la signora meglio. Si ferma poco c una volta finito il teatro i € irona în casa sua». della signora Epìfania, 0 perché! e mneuline

gente li paga

Piton E

per la sorveglianza

in città fosse breve,

cp

SR

dormissero di giorno, o perché la loro sosta scale una diq dalle zie non incontrai mai per le rete. sebbene andassi spesso mondo di« donne di teatro », né mai vidi aperto l'uscio colorla vecchia porta chiusa tn oto ine

Ma con gli occhi della fantasia vedevo dietro belle donne al viso thversoe remoto, regolato da strane usanze. JImmaginavo come le cavallerizze del circo que” cipriato, con abiti a lustrini e capellidi sciolti seta rosa nelle buie stanze della signora stre, ché scivolavano con scerpettegrandi di palm size foglie su esotici frutti Epifania; donne che mangiavano come le pop: quando io dormivo, tavano ventagli di struzzo, vegliavano ene rografia e© aeeO avevo sempre ero appassionata pererala ungeosrafa dell'altro emisfero; e poiché l’azcome ne piano primo del hi, l’uscio È piùdegli della quale abitava una razza ESE Pea IRE ‘al di làuna pa si non scuola a cui di razza polinesiani, 3 esquimesi o dei 3 ) teatro». i meraî una bimba favoleggiasse di 15 fronia della sorte,o comprimar ein ie che venivanoinquelle di poche coriste viglie orlentali a proposito strana e onesta casa, d'opera, alloggiando in una Città lontana per la stagione IIbri leggevano, solo vecchiette candide tre piano secondo al dove voravano ai ferri per i poveri della parrocchia. di carnevale ma-

come, un'ultima sera ' i, e spadino, mi trovai a salir ist O parrucéa inne, ospite delle zie. lle care vecchie, « una mezsuo vocione esuberante. ta, con le fi-

Era quasi not nestre buie, re dichi angosciosa € triste: uni ) stata sul terdi i Non ero mai ide vicine dove nelle fre: SEA

avvinazzati.

In quella luce crepusco!

noso opprimeva senza nasconderla la decrepitezza del luogo. A) Il cugino aprì con la chiave il portoncino, e l'andito senza traccia di illuminazione mi si rivelò col suo fiato umido. Preceduta dalla mia guida che accendeva ogni tanto un fiammifero per rischiararmi i passi, cominciai a salire i gradini avviluppata dal peso di quell'ombra. Giunto sul primo pianerottolo egli accese un altro cerino fermandosi per illuminare meglio la rampa, ed ecco in quell'attimo la misteriosa porta girare in silenzio sui cardini, muovere lenta la cupa mole,: e una donna enorme occuparne tutta la inquadratura. La vestaglia di sfacciata seta gialla pareva umida per la troppa lucentezza, e più lucidi della seta due grandi occhi vistosamente cerchiati di nero si fissavano arditi sul cugino. La visione fu rapida quanto il suo: batter di ciglia: d'improvviso il cerino si spense, mi parve udire il trepestio di una silenziosa lotta è in quell'attimo di tenebra sentii uno schianto, come se il cuore fosse di fragile vetro. Immediatamente tornò la luce, la voce. del cugino diceva forzatamente scherz0sa: — Sali dunque Cavaliere di Ripafratta, muoviti Marchesino Eufemio, — ma io non udivo e fissavo gli occhi sbarrati lassù. La porta era di nuovo chiusa. Immobile, percossa da una folgorante intuizione nata da chi sa quali secolari radici, capii che lì, a due passi da me, più temibile delle lingue di: fuoco e di zolfo, ma con qualcosa del loro satanico bagliore, mi si era per la prima volta rivelato un torbido, enorme mistero. Come se tutte le onde del mare aperto mugghiassero in quelle buie scale, alto e incombente precipitò su me, rosea conchiglia, il rombo del peccato.

UOMINI

L'ORA È

MERCEDE

DONNE

DELLE

MUNDULA

E FANTASMI

FANCIULLE

L'ORA delle fanciulle. Il cinematografo che va un po' per dirizzoni, a se-

conda di come sente o crede di sentire spirare il vento, non vuole più che protagoniste adolescenti, che donne sotto i vent'anni. S'è predicato: giovinezza, giovinezza; il cinema dev'essere sopratutto giovine. Ed eccoci accontentati. Produttori e registi non vanno in cerca che di soggetti al centro .dei quali figurino una o più adolescenti; si fanno o sì progettano film di. educandati o orfanotrofi... Le esordienti di « Maddalena zero in condotta» ad esempio, le care allieve di De Sica in quel film che, avendo avuto singolare fortuna, è diventato un po' come il punto di orientamento dell’attuale produzione; vengono disputate a peso d'oro. Erano fino ad ieri delle principianti ed oggi sono delle «dive», con .regolari e pingui contratti. E la schiera delle fanciulle attrici, delle fanciulle protagoniste aumenta di giorno in giorno. Non s'è ancora fatto a tempo a :mparare i loro nomi, a raccapezzarci bene circa le loro qualità che nomi nuovi, attrici assolutamente inedite, vengono ad imbrogliare la già tanto imbrogliata matassa. Questi improvvisi germogli, come di fiori destatisi dalla sera alla mattina, un po' ci stupiscono e un po' ci consolano. Non ci dispiace che il cinema si orienti sul mondo dell'adolescenza, sui misteri, le grazie, le passioni della puerizia. Ma ci turba il pensiero che fra poco non avremo da scegliere e bisognerà rifarsi un'anima bambina se non vorremo trovarci, di fronte a cotesti film, nell'esoso e ripugnante stato d'animo di maturi satiri concupiti dal profumo della verginità, se non vorremo essere sorpresi, nel buio delle sale, nell'atteg=. giamento di vecchioni spianti le mosse leggiadre e le fragili membra delle nuove Susanne, A questo punto ci verrebbe voglia di consigliare a tutti, ma specialmente cai produttori e ai registi, un po'di cautela. Attrici giovanissime, sta bene, film, collettivi di giovani, sta benissimo. Ma a patto di hon esagerare. Di non rifare, anche in questo campo, quello che è stato già fatto all'estero, in altre epoche. Non vorremmo che i nostri produttori e registi si. mettessero. concordemente a pensare a derivati di « Ragazze in uniforme » ad esempio, o di « Otto ragazze in barca », di « Calunnia » o di « Ragazze in pericolo».Quei. film han fatto-la loro stagione e a rievocarli o rifarli sotto sotto, si correrebbe il pericolo .di passare per gente in ritardo, di scarsa, fantasia e con idee inattuali.. Torniamo pure ai ragazzi, ai collegi, agli educandati, alle fanciulle in fiore, agli amori. adolescenti ma, per carità, torniamoci senza arcadia né psicanalisi. Ricordiamoci che siamo latini e per. ciò chiari, sani, virili. Ragazzi e ragazze, sta bene. L'età della scuola, dei pantaloni corti e delle gonne sopra il ginocchio è-un'età troppo dolce e bella per non rievocarla con qualche abbandono. Ma badiamo a non cader nella reto= rica, nel bamboleggiamento o peggio nelle sconce tortuosità freudiane. Badiamo di non fare opere malsane invece che opere schiettamente educative e ricreative. Ma questa e un’altra storia e ci sarà sempre tempo di riparlarne. La voglia della © polemica ci ha portato un po’ fuori di strada. Era nostro proposito,. constatato il nuovo indirizzo del cinema italiano, non già di trarne una morale ma di fare un po' di-festa alle giovani attrici che man mano prendono il posto delle vecchie e di mandare a queste ultime un mesto e riconoscente saluto. Verrà il tempo, se si continua nell’andazzo, che non vedremo più sullo schermo una donna. vera, una. donna fatta. E io credo che ne sentiremo la nostalgia; che ne sentiranno la nostalgia specie coloro i quali, come noi, ricordano benissimo l'epoca delle donne fatali, delle donne capricciose, crudeli 'o buone ed eroiche. Verrà il tempo in cui, stanchi di tutte quelle adolescenti con i loro corpi immaturi e la loro arte anche più immatura, si rimpiangerà il seno di Mae West, le gambe di Marlene o gli occhi pesti della Garbo. Verrà il tempo che, fra tanti limpidi. volti di fanciulle, si sentirà il desiderio di vedere apparire un volto di donna, scavato dai pensieri gravi e dalle sofferte passioni... Un'attrice nuova; ma già ripetutamente affermatasi, è Lilia Silvi. Non tutti sanne che al principio della carriera cinematografica di lei, come in parecchie vite di uomini e donne celebri, sta il caso. Lilia aveva un vivo desiderio di provarsi ‘a’ fare il cinematografo. Ma nessuno le dava: retta. Guardavano quella sua faccina irregolare e non bella nell'acerbezza degli anni e sorridevano: una bambina, che idee si mette in testa. Rimandatela a scuola e un giorno, forse, ves dremo... Anche il babbo e la mamma, in casa, l’ascoltavano perplessi -e pensierosi e quando Lilia, esaltata dal suo Sogno, alzava troppo la voce-0 si metteva a fare delle stramberie, cercavano di rimproverarla, ma bonariamente, con quella commovente bonarietà, quasi di scusa, che i genitori affettuosi mettono nel rim= proverarei figli indocili ‘o inquieti. Ma Lilia non si dava per vinta, gridava, tem= pestava, batteva i piedi. Un finimondo. Volle il caso che il padre di lei, grosso. spedizioniere di Roma, avesse un credito abbastanza forte con un produttore cinematografico. Un giorno; spinto dagli strilli della figliola, si decise. Andò dal produttore e gli disse: — Senti, io sono disposto a cancellare il tuo. debito, ma tu devi farmi un «provino» di Lilia. — Quello non se lo fece ripetere due volti — Se-non vuoi che questo... — Il debito ammontava. a parecchie migliaia di lire. Scancellarlo con tre 0 quattro metri di pellicola era un affarone, Venga dunque questa signorina Lilia. Le faremo un « provino » e sarà soddisfatta..IL « provino» provino poi finirà come tanti altri (luci appena accese e subito spente, illusioni cadute nel volgere di due metri di pellicola) in fondo a un cassetto. E la stessa Lilia, quando le sarà passata la’ dolce mania, sorriderà forse di quel lontano capriccio, come si sorride delle cose che amammo e desiderammo da giovani e: che poi non amiamo né desideriamo più; ci paiono anzi un po’ buffe e ci si meraviglia anche un po' di averle desiderate ed amate. Fu dunque fatto il «provino». di Lilia. Riusci benissimo. Pinto bene che un produttore accorto, osservandolo «contro: luce, pensò: — Guarda un po’ questa faccina... Non è bella ma ha qualcosa di più che la bellezza: una duce, un'espressione ‘che le danno uno strano risalto. Forse si potrebbe tentare... — E così Lilia Silvi entrò in cinematografo. Vi entrò a vele spiegate. Il suo primo film fu un successone. Lilia aveva stravinto. Quel giorno morì una fanciulla e nacque una «stella». La quale farà parlare molto di sé, se le regge l’animo e.la sorregge fede. Del che io non dubito affatto. |.’ Vi prego di credere che questa non è una favola. Ma la pura realtà, appena ritoccata per amor dell’arte. Due graziosi film tedeschi, visti questa settimana; Signorina con Ilse Werner e Mariti a congresso, immaginato diretto e interpretato da Curt Goetz, l’autore di «Ingeborg» e del « Dottor Pretorius »che ricorderete nella stupenda interpretazione teatrale di De Sica. Meritano di esser veduti entrambi, se non altro per la scioltezza, la leggerezza di mano, la finezza dei particolari con cui sono svolti.Iti. Da È ADOLFO FRANCI i


AMPADE

AL CHIARO DI LUNA©

SESSANT'ANNI CHE NE MERITAVANO VENTI. — GEMITI MI STERIOSI NELLA CASA DEL LIUTAIO, — SI RIVEDE MASSIMINO RONCHETTI. — UN BUDDISTA GHIOTTONE. — CANTI E BRINDISI AI CONIUGI PERUGIA. — GLI SCHERZI DEL FAGGETTO. — UNA SVEGLIA CHE FA IL SUO DOVERE.

CU venne l'inverno, e s'arrotondarono un poco i miei magri guadagni (Alberto Andreini, defunto direttore della defunta Opera Comica, mi aveva offerto di scrivere pel suo giornaletto delle galanti cronache, d'argomento operettistico, a cinque lire l'una), potei lasciare l'asilo notturno per la casa di un liutaio, affittata ad altri due pigionali nullatenenti come me. Era l'uno un vecchiò merciaiolo, costipato da quarant'anni, il quale s'annunciava invariabilmente, sortendo 0 rincasando, con dei colpi di tosse da metà predica, strepitosi e perentori: mentre poi compariva un dolce omino, dalle gengive rosee tra dente e dente, e sempre preso in un sorrisetto di timidezza; che

a ciascuna di quelle scosse del petto pareva dovesse rendere l'anima a Dio. E vendeva in giro, pei mercatini della periferia, «il paradiso delle donne»; cioè tinture, manteche, ciprie da un soldo; e pettinini, garantiti di Parigi, dai denti rari come i suoi. L'altro era un sessantenne non meno malandato, il quale campava disegnando, o forse solo ricalcando, dal litografto Tensi delle tavole a colori pei testi di botanica. Avendo serbato tenerissimo il cuore, ebbe subito modo di confidarmi la sua vita sentimentale; che non considerava finita ancora. Sempre

innamorato, e sempre respinto, attendeva pur sempre quella fortuna che con le donne non aveva avuto mai; è che naturalmente, avanzando negli anni e negli stenti, diventava-ogni giorno più improbabile. — Questa mi servirà di lezione— diceva, ad ogni disinganno. E ricominciava a confidare. La domenica se ne andava, fuori porta, a vagabondare per le siepi di spinalba, e come sapeva riconoscere tutti i fiori dei campi, si soffermava commosso a quelli che avesse disegnato per le sue tavole, o che gli ricordassero qualche donna amata dello stesso nome: viola, giacinta o margherita. Ma più lo soddisfacevano le giornate. di pioggia; poiché le belle caviglie, diceva, non si vedono che allora: ed egli era un raffinato, un appassionato che se ne intendeva. Una dama che gli piacesse era capace di seguirla, sotto l'acquazzone, per ore ed ore. Era insomma, il vecchio amoroso, un po’ simile a quei fraticelli delle gabbiette meteoriche che vengono fuori soltanto con l'umidità. Quanto al liutaio, ex orchestrale della Scala, era stato trentacinque anni innanzi compagno di leggìo di mio padre, e adesso viveva, oltre che di quei subaffitti, aggiustando violini vecchi e nuovi, e sonando l'organo nei dì di festa, alla chiesa delle carceri di San Vittore. Autore d'una ventina di opere, di cui una soltanto era riuscita a vedere le scene per tre sere, e padre d'una pallidina, tanto gentile d'aspetto, nutriva per questa figliola una strana indifferenza, riservando tutta la sua memore tenerezza a quelle fallite generazioni ideali: quasi fosse colpa dell'essere corporeo d'essere sopravvissuto alle creature della fantasia. Apatica, a sua volta, appariva la figliola verso il babbo, vivendo come trasognata fra tutti quei violini e violoncelli, appesi d'ogni intorno nelle loro custodie suggellate come bare.

— Non avete mai sentito parlare della mia Bianca di Cervia? — mi chiedeva il liutaio, sapendomi un pochino musicista. L'avevano rappresentata al teatro Carcano, nell’anno 1881, essendo egli giovanissimo. L'autore, adesso, me ne faceva risentire i motivi sopra un mandolino. La stessa stanza in cui io dormivo, era piena di strumenti rotti e di topi pro-

lificanti; e gli odori della pece greca, delle vernici che servivano all'aggiustatore, sì confondevano con le dubbie fragranze del « paradiso delle donne », delle tin-

ture e delle ciprie da un soldo che il merciaiolo tossicoloso rimescolava nella camera accanto. Mi prendeva la notte, talvolta, un po’ di paura. Gemiti, schianti, fiautati improvvisi e misteriosi partivano dalle tenebre dove, tra i ritti feretri oscuri dei violoncelli, la scatola di un'antica viola d'amore era bianca, come la bara d'un bambino. Filtrava un chiarore dall'uscio socchiuso di un'altra camera

attigua, e sapevo ch'era il lume acceso a una Santa Cecilia. protettrice dei liutai. Li dormiva quella smortina di figliola: e una volta, allo sbattito dell'uscio nel

vento, l'avevo pure intravista: gracile, affranta; e sempre, anche nel sonno, con quel sorriso esterrefatto; incrociate le due braccia sul petto, quasi a custodire le purità. Non un rilievo della coltre tradiva l'esile persona. Si sarebbe detta una bambola; né si capiva perché dovesse riposare in un letto, anziché in una busta da violino. Se le lasciavano la porta aperta era perché, m’aveva detto il disegnatore di botanica, soffriva di sonnambulismò, e bisognava, soprattutto nelle

notti di luna, scombussolatrici dei nervi fragili, lasciare che vagasse liberamente la casa. Anche questo aumentava il mio timore. Immaginavo venisse a me, col suo viso esangue. col suo passo leggero, a braccia tese; ed era come uno spirito: l'unico palese di questa casa che di spiriti' era piena: quasi la figura stessa, candida e vana, dell'ispirazione che aveva visitato, quarant'anni prima. la dimora del musicista senza fortuna. Così ella era apparsa una volta, al vecchio disegnatore, secondo quanto egli stesso m'aveva raccontato: ma forse non era stato, per l'eterno deluso, che un'illusione, un'allucinazione di più. Forse non aveva mai per

teso le braccia, a lui, neppure una sonnambula! Fu lì, nella casa degli arcani gemiti, ch’ebbi un giorno la più impensata delle visite: quella di Massimino Ronchetti, alias Max de Ronques! L'ex pubblicitario

di Cléo de Mérode. vestiva ancora la sua redingotta professorale, non pluribus impar, aggravata da un paio di guanti crudelmente rossi, di pelle di cane, con cui pareva tracciare per l’aria dei graffi sanguinosi. Rievocammo insieme Evian,

Ginevra: il cimiterino dove Cléo provava le sue danze, inghirlandata come gli angeli delle tombe; la città degli orologi e dei « Comitati», delle case scure e delle faccie lunghe. Ricordammo le finestre a ghigliottina della strada dove si stampavano, insieme l’Internationale e la Gazette de la Croix; e l'Isola dei Cigni, ch'è pur sempre quella che si vede, graziosa e noiosa, nei fondi delle teiere c nelle filigrane delle spille. Non c'era potuto più stare, in quel paese d'impostori; e benché il suo teologo Calvino avesse un giorno chiamato l’Italia nation tortue et perverse, l’esule aveva ceduto alla tentazione irre: ibile di ritornarci. M'aveva però portato da Ginevra, in ricordo, un réveille-matin, istoriato con le gesta della libera Elvezia, e la cui suoneria avrebbe potuto destare, col suo trillo

tremendo, oltre al sonno del giusto quello d'un intero tribunale. Così almeno asseriva, garantiva Massimino Ronchetti. Ma caricata, lì per lì, al punto dovuto, la sveglia rimase zitta. Fuori dell’onorata aura natia, e al servizio d'un vagaitaliano, l’orologio calvinista si rifiutava di farsi sentire. O forse sì vergognava di far sentire una nota unica, per quanto strepitosa, nella casa d'un musicista? Il liutaio, reduce dall'aver sonato la Messa ai reclusi, mandò alla nostra volta uno sguardo carico di tristezza. Egli non si sentiva mai così avvilito come quando, di ritorno da San Vittore, si ritrovava in quella catapecchia di cui si sentiva, a sua volta, prigioniero, fra violini sfasciati e sogni infranti. Aveva, in quei giorni, anche un organo da riparare; e aggiustandone i registri sgangherati ne traeva le risonanze più difformi, più strane: da uno strido di strazio a uno scampanellio di festa: e finalmente un lungo lungo gemito, quasi di plorante male, d'estebondo

nuata agonia. — Non è allegro, qua dentro. — Mi adatto, Massimino. E tu, come te la passi? — Alla grazia di Dio, come sempre. Nei giorni di bolletta mi nutro a spese dei banchetti nuziali. Come all’estero. Ricordi? Una volta ci sei venuto anche tu. Soltanto, adesso, ho normalizzato la mia posizione. Allora ero io che m'invitavo alla tavola degli sposi. Adesso sono gli sposi, quasi sempre, che invitano me: il che è più che legittimo, dato che sono io, generalmente, l'autore della loro felicità. — Che dici? — Ecco. Un’agenzia di matrimoni m'ha offerto di comporre delle poesie a pagamento, dichiarazioni d'amore o proposte di nozze, per vagheggianti timidi o sprovvisti di fantasia. L'invito a mensa, è la buonamano accordata in caso di buona riuscita delle prestazioni. Ora nove volte su dieci — concluse sospirando l’ex innamorato senza fortuna di Ciéo de Mérode — le mie prestazioni sono infallibili. — Bravo. E tu? Voglio dire: e gli amori tuoi? — Vi ho rinunciato. E anche alla politica; anche all'arte. Ora sto leggendo Go-

thamo Budda, e spero d’arrivare ben presto al gaudio supremo: la contemplazione del proprio ombelico all'ombra d'un fico o d'un salice. Gothamo preferiva il fico. Quanto a me, non ho ancora deciso. Il buddismo, raccomandato fra'gli altri da Luigi Luzzatti, che ne aveva fatto oggetto d’un clamoroso articolo nel Corriere, era una delle tante manie di quell'epoca. Massimino mi. confidò pure d'essere diventato, da qualche tempo, goloso. L'antico astinente, convertendosi alla contemplazione, aveva avuto modo di convincersi come la felicità non possa venir raggiunta che a prezzo dell'umiltà, cioè della mortificazione dello spirito, a ottenere la quale nulla più giova dell'esaltazione del ventre. — Ma come lo riempi, tu, questo ventre? — proruppi, additando i vuoti che la redingotta mostrava tuttavia fra le falde e le costole. — Vieni a pranzo con me, e lo vedrai. La magrezza non esclude l'appetito. Tanto più in un essere avviato, come me, alla vita esclusivamente vegetativa. Io non sono più un uomo, sappilo, ma un tubo. — E dove penseresti d'invitarmi a pranzo? — obbiettai, ancora, rischiando una nuova occhiata ai guanti di pelle canina. — Al «mio» prossimo matrimonio. È per domani sera, appunto. La sposa io non l'ho vista mai: però ho composto un intero poema in terza rima per esaltare le sue bellezze, al prezzo di lire venti regolarmente versatemi dal legittimo sposo: Abramo Perugia, di Aronne, d'anni trentasei... — Un ebreo? Oh! — Ebreo, ma battezzato. Noi buddisti, lo sai, in fatto di religioni siamo tollerantissimi. Di bocca facile. Come a tavola. Accetti, dunque? Bene. Ti divertirai. Gli sponsali della mia città erano celebrati allora, come molti ricorderanno, a Palazzo Marino. E l'assessore, spesso il sindaco medesimo, offriva nelle grandi occasioni la penna d'oro agli sposi, aggiungendovi un fervorino di circostanza: oratoria in cui l’ex sindaco Barinetti, per quanto il Guerin Meschino ne mettesse in dubbio l'ortografia, raggiungeva una vera eloquenza; mentre l'attuale si limitava, in genere, a una breve paternale, riservando la propria facondia all'arengo politico: pel quale però i discorsi, sempre al dire degli umoristi, se li faceva scrivere dal cuoco. Dovendo quel giorno, prima del « rinfresco », subirci la cerimonia nuziale, vi ci recammo con perfetta puntualità, non adocchiati con un certo sospetto, debbo dire, che dai valletti municipali, duri e ingrugniti nei loro calzettini bianchi da Florindi. In landò arrivarono i congiunti: guanti, sparati, marsine attillate, gibus esplosivi. I guanti rossi di Massimino Ronchetti, alias Max de Ronques, mettevano fra gli altri candidissimi della compagnia la cruenta vista di due rostri di nibbio fra tante zampine di colombe. Nel corteggio, la solita suocera arcigna, il solito babbo sbigottito, il solito cugino insidioso, le solite amiche compunte e maligne. E la nonnetta în lagrime. E lo scettico, pur esso immancabile, freddureggiante sull'età dei «condannati », o sul «matrimonio, tomba dell'amore ». Quanto alla sposa, purtroppo, era brutta come il peccato. Anzi molto di più. Il madrigalista a un tanto la rima, lodandola nel suo poema, senza conoscerla, € cioè immaginando le sue bellezze col diritto divinatorio dei poeti, aveva un tantino esagerato. Ciò non turbava menomamente. comunque. l'amico mio, la cui calma era davvero buddistica e l'appetito impassibile. Quanto mangiò, Massimino Ronchetti, al «rinfresco» di Casa Perugia che per noi due avrebbe dovuto tener luogo di cena! E quanto bevve, quanto parlò! L'astemio d'una volta non era più innamorato, però era ancora elegiaco: e magnificava, assaggiandone uno dopo l'altro, i liquori che sanno di bosco, i vini che odorano di campagna, le tartine, i confetti, i sottaceti. E le acciughe; oh, le acciughine che riportano ‘dal loro barile il sale, il sapor del mare! La sua marsina veneranda e i suoi guanti în pelle di cane, intanto, compivano fra i convitati evoluzioni indescrivibili. Soltanto, essendo costoro tutti circoncisi, e quasi tutti con nomi di città, egli confondeva una città con l’altra, chiamando Pesaro per Fano (sono tanto vicine!) o Rimini per Ravenna; e lo stesso suocero, signor Aronne Perugia, per un altro Aronne Volterra, il quale aveva offerto ai coniugi nientemeno che un servizio d'argento massiccio, subito riposto sotto chiave! Non si facevano tanti complimenti verso gli ospiti. in Casa Perugia. I bicchieri di cristallo erano contati e tenuti d'occhio, e gli stessi tappeti inchiodati sul pavimento! Quando apparvero i gelati, la nonnetta tornò a singhiozzare e a fondere le sue lagrime nel sorbetto; ma a ridarci il buonumore saltò su un parente rustico, con uno di quei brindisi mattacchioni ch'erano pur essi nel gusto del tempo:

Viva li e viva lée, —

e nun andèmm

foeura di pée!

Quindi uno zio notaio prese la parola, cercando invano di trattenere, ad ogni della commozione, due polsini axrotolati che gli scappavano fuori dalle maniche, col triangolo ebraico disegnato sui gemelli di similoro. Il paggio che aveva sorretto lo strascico alla sposa macinava intanto, in segreto, del pepe sulla sussulto

tovaglia per far sternutire l'oratore; e Massimino s'univa al gruppo delle ‘amiche maldicenti, per non perdere, diceva, il credito che la loro razza accorda soltanto ai cristiani di cattivo cuore. Sternutì, finalmente, lo zio notaio: e come la coppa

che aveva impugnato per il brindisi, nella scossa, s'abbatté sulla tavola cozzando cogli altri lieti calici, ne seguì un fracasso infernale, quasi d'un iceberg crollato pel disgelo, fra gli sguardi sgomenti e furenti di tutto il parentado. — Viva li 2 viva Iée! — tornò a gridare il paggettino, per stornare i sospetti. Gli sposi, ver sottrarsi ai probabili danni d'altri evviva, si dissero stanchi chiedendo licenza di ritirarsi; e siccome i vini e liquori, quei liquori che sapevano di bosco. m'avevano dato alquanto alla testa, anche io decisi d'andarmene alla chetichella, senza salutare Aronne né Abramo, foeura di pée. Un'ora più tardi, vegliavo nella mia stanza al lume d'una lucernetta a petrolio, che nella triste casa del liutaio non aveva ancora abdicato per la luce elettrica, faticando intorno a un « medaglione »che il buon Andreini, anticipandomi le solite cinque lire, m'aveva commesso per l'Opera Comica. L'articolo doveva essere in lode di Gea della Garisenda, in procinto di misurarsi con Emma Vecla nella Vedova allegra: e intanto ch'io cercavo di spremere. dalla testa tonta di spumante, gli aggettivi fioriti e le immagini preclari che la diva si meritava, un'enorme luna

con.una faccia da mal di denti prese a fissarmi dalla finestra: una luna vitrina, gelata. che m'agghiacciava sangue e pensieri. M'erano intorno i feretri dei violoncelli, gli avelli dei contrabbassi: e nelle custodie bianche gli strumenti rari: dei violini « da gamba », delle viole d'amore. Trasalii, d'un tratto, allo schianto d'una corda. Gli spiriti? No, I topi. Quei pizzicati, e fiutati misteriosi che m'avevano riscosso, talvolta, a mezzo il sonno, non si dovevano che ai sorci. i quali, invadendo la casa, rompevano le custodie degli strumenti facendo saltare i cantini. Tesi l'orecchio, atterrito. nel silenzio. Dalle fessure delle tre camere adiacenti alla mia venivano tre spiragli di luce: uno smorto, avaro lume di petrolio, ancora più desolato di quello proveniente dalla faccia nevralgica della luna. E tante, tante stelle tremavano nel cielo freddo, simili a freccie ancora vibranti nel bersaglio. Che facevano, dunque, i tre veglianti? il merciaiolo, certo, ordinava le sue ciprie € tinture per il mercato dell’indomani. E il vecchio matto d'amore. che ancora collaborava alla Farfalla, al Capriccio e agli altri giornaletti idillici d'allora cogli pseudonimi

di «Stella

alpina », di « Spigadoro » e di

« Principe

Bruno », certo

aspettava dal plenilunio la dovuta ispirazione pei suoi sfoghi appassionati. Ma

dalla terza porta la luce anziché dalla serratura soltanto. filtrava per tutto lo spigolo. L’uscio era aperto, una fanciulla vegliava. Vegliava sicuramente, la figliola del liutaio, poiché l'udii tossire; ed era una tosse flebile. bianca: bianca

come la sua voce. come la sua faccia; né certo si poteva confonderla con quella autoritaria del merciaiolo, costipato da quarant'anni. Pel tanto vino bevuto, l'immaginazione mi figurava ancora più pallido quel viso, più penosa quella tosse. Ora una curiosità, quasi un desiderio, s'insinuò per la prima volta, scelleratamente, nella compassione. Vegliava dunque, la sonnambula. Ma per chi? Per che cosa? L'uscio era aperto. La luna guardava. I topi tentavano le viole d'amore. E la mia testa era in fiamme. Né più trovavo una parola, ormai, da aggiungere al mio povero scritto în lode di Gea della Garisenda. Era poi davvero sonnambula, la giovinetta? Davvero ella poteva diventare, la notte, uno spirito? E come si sarebbe potuto avvicinarla, allora? Forse che si abbracciano, gli spiriti? E che senso essi danno a guardarli, a toccarli? Stavo per alzarmi, per avviarmi alla porta socchiusa, per compiere l'unica azione nefanda della mia vita, quando un trillo, uno squillo, un orrendo clamore mi serrò in gola il respiro, tenendomi inchiodato alla sedia, Il réveille-matin portatomi in dono da Ginevra, ostinatamente muto sin allora, s'era destato per suo conto, da sé, furibondo, imperioso, vera sveglia del dovere non per nulla proveniente” dal paese di Calvino, per rimettermi al momento giusto sul sentiero della virtù. strepitosa.

MARCO

RAMPERTI


18611871

PANORAMI

DELL'ECONOMIA

1881

1891

1901

1911

1921

1931 36 1940

ITALIANA

I FATTORI DEMOGRAFICI E L'EVOLUZIONE INDUSTRIALE DELLA NAZIONE

IN ITALIA POPOLAZIONE ATTIVA +

REMESSA necessaria per la comprensione dei sensibili progressi realizzati in tutti i settori dell'economia italiana, dalla costituzione del Regno ad oggi, e delle più recenti realizzazioni autarchiche, è la conoscenza dei fattori demografici che hanno reso possibile una evoluzione così rapida. L'autarchia nel campo della produzione dei beni economici, presuppone una certa au-

tarchia, cioè l'autosufficienza, della mano d'opera disponibile; senza della quale non sarebbe possibile progresso alcuno. Gli aspetti demografici

hanno un posto di primo

piano nella evoluzione

economica di una Nazione. Fino a qualche anno fa essi erano ostentatamente trascu= rati dagli studiosi

dei fenomeni economici, ma gli esempi récentissimi, poco confortanti, di talune nazioni europee a bassi incrementi demografici, hanno richiamato l’attenzione anche di coloro che, nel passato, avevano trascurato di dar loro il dovuto rilievo. In Italia, particolarmente pei continui e vigili richiami del Du-

ce, e per le notevoli provvidenze adottate, i fattori demografici sono considerati valore. In realtà si deve ad essi il posto che la Nazione occupa fra le grandi Potenze europee.

nel loro giusto

PROGRESSI DEMOGRAFICI. — Gli sviluppi demografici della Nazione italiana sono riassunti e illustrati dal Diagramma 1 nel quale abbiamo espresso graficamente, a periodi decennali, la situazione n. della popolazione italiana dal T861 al 1940. Agli inizi dell’800 la popolazione italiana non superava 18 milioni di abitanti; nel 1861 aveva già raggiunti i 25 milioni ed all’epoca della unificazione del Re: gno (1871) contava 26.800.000 abitanti. Con ritmi di incrementi demografici, pressoché costanti, la popolazione italiana aveva già raggiunto, nell’anteguerra precedente, cioè nel 1914, oltre 36 milioni di abitanti. Durante il periodo bellico gli incrementi demografici ebbero una fase d'arresto, determinata dalla contrazione delle nascite e dall'aumento della mortalità, a causa delle perdite dovute alla guerra (oltre 650 mila) con l'aggiunta dell'epidemia della così detta «spagnola » che, nel 1918, fece un numero maggiore di vittime che non in tre anni di guerra, La popolazione, che durante il periodo bellico si era mantenuta intorno ai 36 milioni e 500 mila unità, si ridusse a 35 milioni e 900 mila unità nel 1918. Superata codesta crisi, il ritmo degli incrementi demografici ebbe una più rapida ripresa che andò sviluppandosi negli anni successivi fino al 1931 con una media di oltre 1 milione e 100 mila nascite all'anno. Contemporaneamente si verificava pure una sensibile diminuzione della mortalità, dovuta al notevole miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie della Nazione e per le molte provvidenze sociali adottate dal Governo fascista. Dalla media precedente, di 827 mila, il numero dei morti si era ridotto a circa 1861

1871

1881

1899

1 POPOLAZIONE

1901

1914

19%

1931 36 1940

riodi 1931-36 e 1936-40, coi dati relativi: 1) alla popolazione effettiva; 2) alla popolazione attiva come tale considerata dai censimenti (per quest’ultima limitata

solo fino al 1936, ultimi dati disponibili); 3) alla popolazione attiva considerata per le tre branche fondamentali: a) degli addetti all'agricoltura, b) degli addetti all'industria compresi i trasporti e le comunicazioni, c) degli addetti alle aziende

commerciali, bancarie ed assicurazioni.

POPOLAZIONE ITALIANA DAL 1861 AL 1940 (in migliaia)

Agricoltura Industrie Commercio ‘escunist iRaponi. 6) Benda e pesca —1comunicaz. Assicurazioni 3.150 630 3.500 640 4.100 40 4200 300 4.350 1.200 5.080 1.280 5.427 ‘290 5.865 1.420 a 6.080 1.600 = pa =

Anni: ‘- ropolazione 7Popolazione. n, 1861 25.017 12.500 1871 26,801 14.500 1881 28,957 15.150 1891 30,965 15.630 1901 32.900 15.914 1911 35,845 16.370 1921 38.439 18.431 1931 41,652 17.282 1936 42.993 18.369 1940 44.900 -

1) Dalla tabella e dal Diagramma n. 2 si constata come gli incrementi della popolazione attiva siano stati proporzionati allo sviluppo demografico. 2) Per quanto riguarda l'attività professionale, le statistiche e il grafico met-

ITALIANA pat 1861 ar 1940

tono in rilievo gli ampi sviluppi della evoluzione industriale della Nazione, senza pregiudizio della struttura agricola che mantiene tuttora la sua preminenza.

3) La evoluzione economica della Nazione italiana, dagli inizi del. secolo ad ora, risalta ancora meglio espressa dalle percentuali relative alle singole categorie di lavoratori, che qui sono raffrontate. LAZIONE COMPLESSIVA PERCENTUALI

DELLA

POPOLAZIONE

1901-1936 Categorie professionali 1) Agricoltura, caccia e pesca. pò 2) Industrie, trasporti e comunicazioni . 3) Commercio, banche ed assicurazioni . . . . . | 4) Amministrazioni pubbliche, private, professioni libere B.tulto ) bili pia Leti GERE 5) Servizi domestici... ... .. 0...) Totali

dh choo | POPOLAZIONE ATTIVA

Secondo

ATTIVA

Percentuali 1901 1936 59% 48% 27% 34 %o 6% 9 5% 3%

+

5 4% 100 %/

100 */

le risultanze dell'ultimo

censimento

(1336) la popolazione italiana era calcolata a 42.993.000 persone e di queste 18.369.000 ad una occupazione € 24.624.000 inattive, fra le quali sono da comprendere dedite di età inferiore ai 10 anni, le donne che accudiscono solo all'andamentoi giovanicasa, gli adulti di età superiore ai 65 anni, gli inabili a qualsiasi lavoro, glidella i carcerati, ecc. Queste cifre dimostrano all'evidenza che in Italia si ammalati, lavora. Oltre il 43% della popolazione complessiva vivono disrendita sono poche.

svolge una

attività

professionale.

Le persone

che

Il maggior numero di lavoratori

i assolute. Il fenomeno ha maggior or ti rilievo se sisi 9 mila unità nel 1931, in cifre Mette ia vanoorto l'aumento della popolazione dovuto agliincrementi demografici e all'ingrandimento del territorio nazionale. Esso è meglio prospettato da tuali. 5 3 ì Pel periodo della costituzione del Regno la mortalità superava Il 05 permille: 1 1931 si era

ridotta a meno della metà, col

O "derivati dalla differenza per mille nel 1871 al 10,1 per De

1 1931

14;

fra natalità pote

inciò ad accentuarsi

lentamento tament

1936-37. Le nascite erano PEA per mille nel 1936. Dal 1937 si è verificata una

nille.

e mortalità

aumentavano

nel numero

dal

6,3

FA diminuite dal <hr; ga 23, Le Ema nuova ripresa col

menti demografici hanno subito una ancora

A

10,2 s Jer riprendere x della mortalità subiva un arresto con tendenza al po i OMERO da contrazione mille). È ebbe una durata € re si dei due i fenomeni opposti, Pera Rarentesi, del verificarsi con l'aumento i Dal 1938-39 si è accentuata la ripresa

|-37). i (134 per mille). o © la diminuzione della mortalità delenascite (2317 Cat 44.900.000 abitanti con, ; lazione italiana aveva ave raggiunto ù MEG di diineltea ‘oso 000. Pascite; 691 mila morti ed un incremento demografico 469 mila unità.

È ATTIVA. — Per popolazione « economicame dedita cioè quella ettettivamente compresa fra i 15 e i 65 anni, mto, Gueila teridla gli invalidi ed i carcerati, i disoccupati, (i militari,certa al lavoro; quindi non compresi attività produttiva.’ una benché fra questi ultimi possa anche essisvolgersi PALA Ki che Ti A00O (OE, ai limiti di età considerati, OO Mi ti 65° a rai sono ammessi al lavoroc al i i gi i e in riposo e per essi decorre il trattamento di pen vengono collocati inecaiment 1 sione di vecchiaia, i Diagramme n. 2 abbiamo riassunta la siNella seguente tabella, a di tuazione dal 1861 al 1940 URTI per periodiSideceitanii ad eccezione dei due ultimi pe-

AME

ai quali

sono

e comprende

da aggiungere

gli addetti alle aziende

di credito ed assicurazioni

(100.543) col 0,6%; gli esercenti le professioni libere (143 mila) col 0,8 / gli addetti alle amministrazioni

col 0,4%; domestici

pubbliche (809 mila circa) col 4,4% e private

(81 mila)

gli addetti al culto (126 mila) col 0,7% e le persone addette ai servizi (660.700) col 3,6 %».

delle nascite,

dalle condizioni economiche.Gliincre1939. Il fenomeno è, in parte, spiegabile significativa purscie na | 1986-37, colmi-

i

(8,756.000 all'incirca) è occupato nell’agricolquasi la metà della popolazione attiva (48 %/0), Seguono, per ordine d'importanza: gli addetti all'industria (5.461.000) con all’in= circa il 30% della popolazione attiva, ai quali sono da aggiungere 702 mila addetti ai trasporti e comunicazioni; gli addetti al commercio (1.504.000) con 1'8,2%, tura, caccia e pesca,

camente

attiva » in-

LAVORATORI

AGRICOLI.

—

Se consideriamo

la distribuzione

mezzadri»

aumentati

regionale

degli

addetti all'agricoltura, per tutte le diverse categorie, il maggior numero si trova ancora nelle provincie meridionali e il minor numero nell'Italia settentrionale. Fra le masse rurali, da dopo l’altra guerra mondiale, sì sono verificati sensibili spostamenti di categorie. Questo fenomeno conferma i beneftci effetti dell’azione svolta dal Governo fascista a vantaggio dei rurali. Il numero dei « conduttori di terreni in proprio », in venti anni è aumentato del doppio. Così nell'anteguerra (1911) erano 1.109 mila all'incirca (col 19 * della popolazione attiva rurale) e nel 1931 superavano 2.199 mila col 38 Nello stesso periodo i « fittabili »sono aumentati da 536 mila (col 9,3%) a 705 mila

(col

12,2%);

i «coloni

e

mila, con l'aumento dal 19,6 *% al 21,6 * Per contro appare

diminuito

il numero

sono

da

1.129.000

ad

1.249

dei « giornalieri », da 2.682.000 ad 1.476.000

e degli obbligati, da 295 mila a 162 mila. I primi si sono ridotti da quasi alla metà ad 1/4 e gli altri dal 5 al 2,8%. Queste cifre sono assai eloquenti e dimostrano come le masse rurali, in Regime Fascista, divengono sempre più partecipi dei frutti della terra che lavorano, mentre la loro posizione va rendendosi seni= pre più stabile. I proprietari che si occupano direttamente della conduzione dei loro fondi, come abbiamo visto, si fanno sempre più numerosi ed è questo un buon sintomo di quel «ritorno alla terra »che è un fatto accertato, mentre in altre Nazioni si è verificato il contrario, cioè l'esodo rurale; fenomeno che ha assunto particolare gravità in Francia che sta scontandone ora le dolorose conse quenze. : #1 fenomeno della più diretta’ partecipazione dei proprietari alla coltivazione delle terre ha avuto, fino ad ora, i maggiori sviluppi nell'Italia Settentrionale


(50 %/), meno sensibile nell'Italia Meridionale (27%), nell'Italia Centrale (14%) e Insulare (9 ‘/). Pure nell'Italia Settentrionale sono in maggior numero gli affittavoli (53 %/); meno numerosi nell'Italia Meridionale (32 %) e Insulare (11 %/); in proporzioni trascurabili nell'Italia Centrale (4%) dove, per contro, sono in maggioranza i mezzadri e coloni (43%) contro il 34% nell'Italia Settentrionale e il 12% nell'Italia Meridionale. Gli obbligati, per oltre il 70% sono assorbiti dall'Italia Settentrionale, mentre non superano dal 9-10 '/ nelle altre regioni. I giornalieri, invece, si trovano in maggior numero nell'Italia Meridionale (34 */) con percentuale pure elevata nell'Italia Settentrionale (33); in minor numero nell'Italia Insulare (20 %/) e Centrale (13 %). Le masse rurali sono quelle che danno, per antica tradizione, il massimo contributo all’incremento demografico della Nazione. Elevato è il loro quoziente di natalità (26,7 %) per rapporto a quello nazionale (23,7 %); la loro mortalità è, relativamente, più alta (col 15,8 %) contro il 14 % del totale nazionale. Ad ogni modo il loro contributo demografico è sempre più elevato della media nazionale (0,7 %e) poiché supera 1°11 %e. LE MAESTRANZE INDUSTRIALI.'— L'evoluzione industriale della Nazione è stata piuttosto lenta, dalla costituzione del Regno fino agli inizi del secolo XX. La popolazione operaia, compresi gli addetti ai trasporti e comunicazioni, da 8.500.000 unità nel 1871 era appena aumentata a 4.300.000 unità nel 1901, con un incremento di 800 mila unità in trent'anni, mentre dal 1901 al 1936 (ultimo censimento) cioè in un periodo presso a poco eguale, è salita ad oltre 6 milioni con incremento di 1.700.000 unità, cioè di oltre il doppio del periodo precedente. Nel corso del secolo attuale il numero ‘dei lavoratori addetti all'agricoltura è diminuito da 9.700.000 ad 8.850.000 e per rapporto alla popolazione attiva dei due periodi le percentuali sono diminuite dal 59 ‘/ al 48 /, mentre invece il numero dei lavoratori addetti alle industrie e trasporti è aumentato da 4.350.000 a 6.080.000, passando dal 27% al 35% per rapporto alla popolazione attiva. Anche la struttura industriale della Nazione ha subito delle notevoli modificazioni. Ai suoi inizi l'industria aveva piuttosto un carattere « artigianale », mentre dai primi anni del nostro secolo andò assumendo sempre più i caratteri della « grande industria » con marcata tendenza, dal dopoguerra precedente, ai grandi concentramenti industriali, senza, per altro, che sia scomparsa o diminuita l’attività artigiana e delle piccole industrie che vivono tuttora rigogliose, svolgendo compiti di notevole rilievo per l'economia nazionale. Rileviamo pure il fatto che le aziende artigiane, a loro volta, hanno subito una graduale trasformazione assumendo sempre più i caratteri della « piccola industria ». Dal 1901 fino al 1936 il numero degli addetti alle industrie, trasporti e comunicazioni è aumentato del 62‘ all'incirca.

La distribuzione professionale della popolazione operaia ha subìto diverse vicende, ma ciò non autorizza a concludere che ad una diminuzione, o ad un aumento, nelle percentuali degli operai addetti alle singole industrie, quale si può constatare nell'ultimo ventennio, debba corrispondere un regresso od un progresso nelle rispettive branche industriali. A questo riguardo bisogna tener calcolo del progresso tecnico che ha determinato una relativa riduzione di mano d'opera di taluni settori, provocando l’accentuarsi del fenomeno della disoccupazione tecnologica. Riservandoci di trattare altra volta più ampiamente l'argomento, per ora è sufficiente segnalare che la popolazione operaia, dal 1901 ad ora, appare in sensibile aumento: nelle industrie metallurgiche (+ 36%); nelle industrie delle costruzioni edilizie, stradali ed idrauliche (+ 20%): nelle industrie chimiche (+ 50%); nelle industrie poligrafiche (+ 20%); nelle industrie dei trasporti e comunicazioni, distribuzione di forza motrice, gas, luce e calore (+ 28%): nell'industria della pesca (+17). Si è invece verificata una contrazione nella industria mineraria (— 10%) fino al 1936; mancano dati più recenti, ma in questi ultimi anni l'attività in questo settore è stata così elevata — ed i frutti realizzati nel campo dell'autarchia nazionale sono stati così cospicui — che si ha ragione di ritenere che, attualmente, questa industria occupi una percentuale di operai molto maggiore di quella del 1936. Contrazioni si sono. invece, verificate nell’occupazione operaia nel settore delle industrie tessili (—-6 ‘/), nelle industrie del vestiario ed arredamento (— 20 %/), nell'industria del legno (—16 /). Stazionaria invece l'occupazione nell'industria della carta.

Il tenente colonnello Molders, al quale il Fîìhrer ha conferito la più alta ricompensa germanica al valor militare per la sua 115* vittoria aerea, - A destra, i giornali di Praga escono recando impressa în prima pagina la lettera V, simbolo della Vittoria.

Sotto l'aspetto della distribuzione regionale la popolazione operaia appare maggiormente concentrata nell'Italia Settentrionale. Essa comvrende oltre il 50 della popolazione attiva in Lombardia; il 48% all'incirca in Liguria: il 39% in Piemonte: il 38% nella Venezia Giulia e il 30% nel Veneto. La Toscana ha il 34%; il 33% le Puglie: il 32% la Campania. Percentuali modeste hanno le altre regioni; col minimo del 16% negli Abruzzi. Molise e Lucania. Le donne danno un forte contributo al lavoro industriale partecipando per oltre il 23% del totale delle maestranze occupate. Complessivamente superano 1.400.000 unità. Sul totale delle donne occupate nelle industrie il maggior numero è assorbito dalle industrie del vestiario e abbigliamento (38 "/); seguono le industrie’ tessili (28%); le industrie chimiche (9%): le industrie meccaniche ed alimentari (5% ciascuna); l’industria del legno (3%) e con percentuali minime

(1-2 %) negli altri settori dell'attività industriale. Complessivamente oltre il 61% delle industrie sono concentrate nell'Italia Settentrionale; il 15% nell'Italia Centrale, il 16% nell'Italia Meridionale e 18% nell'Italia Insulare. Nell’Italia Settentrionale prevalgono le industrie tessili (86 */), della carta (75%). metallurgiche e meccaniche 70 */), chimiche (62%) e poligrafiche (60 %), della distribuzione di energia motrice, gas, luce (60 *), della lavorazione di cereali (57%), del legno (54 ‘/), edilizie (55 ®, minerarie (52 %), del vestiario e dell'abbigliamento (51 %). Nell'Italia Centrale sono prevalenti le industrie minerarie, cave. saline ed acque minerali (28%). Seguono, per ordine d'importanza: le poligrafiche (23%), l'industria della carta (20%) e del legno (17%). Nell’Italia Meridionale prevalgono: l'industria della pesca (30%) ed alimentari (30%), chimica (25%), legno (20%). Nell’Italia Insulare sono prevalenti: l’industria della pesca (31%), le miniere, cave e saline (29%). Quanto alla ripartizione per categorie: il 73% all'incirca è costituito da operai; il 20% da padroni. dirigenti e gerenti; l’1°/ dal personale direttivo, il 4% dal personale amministrativo; 1’1% dal personale tecnico e l'1% dal personale addetto alle vendite. ADDETTI AL COMMERCIO. — Negli altri settori rileviamo un costante incremento nel numero degli addetti alle aziende commerciali bancarie e d'assicurazioni; fenomeno significativo che si accompagna agli sviluppi industriali della Nazione. Dalla

costituzione

del Regno

all'inizio del secolo XX,

il numero

delle versone

addette alle aziende commerciali era già duplicato passando da 630.000 unità nel 1871 a 1.200.000 nel 1901. La situazione era rimasta pressoché stazionaria nel ventennio successivo fino al 1921 per riprendere dal 1921 in avanti. Attualmente il numero degli addetti alle aziende commerciali si calcola ad oltre 1.600.000 unità. Questa rassegna delle forze del lavoro, operanti nei settori fondamentali dell'economia è la documentazione viva e fedele dei grandiosi apporti dati dal fattore umano al potenziamento della Nazione. Senza gli sviluppi demografici non sarebbero stati possibili i progressi realizzati in questi ultimi vent'anni nel campo agricolo ed industriale. Senza di essi non sarebbero state possibili le più recenti realizzazioni autarchiche e del più vasto programma di una economia imperiale. Il fattore umano, in pace e in guerra, è sempre lo strumento fon-

damentale di potenza delle Nazioni. Contadini ed operai sono stati i più preziosi strumenti della rinascita italiana, che è una conquista del lavoro umano. Ora, imbracciate le armi, nel sereno e consapevole adempimento del loro dovere, stanno realizzando il più vasto sogno di ‘una Italia imperiale, nella quale il lavoro umano avrà un posto preminente nelle gerarchie del potenziamento economico. L'accorciamento delle distanze è già in atto. FRANCESCO MAGRI

Ml generale Franco risponde al saluto della folla dopo la riunione del Consiglio Nazionale della Falange, a Madrid. - Sotto, a sinistra e a destra, il Conte di Torino e il Ministro Thaon di Revel all’inaugurazione della sede del Banco di Roma, a Milano.


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CRONACHE PER-TUTTE LE RUOTE Non sono in Val di Nievole o a Viareggio,

Si celebrano a Roma, a Pisa e altrove

Secondo il calendario venatorio, fino al settembre prossimo è vietata la caccia ai merli in tutto il territorio... Storie! Su qualche spiaggia rinomata basta guardare appena un po' d'attorno: la caccia ai merli è all'ordine del giorno.

Duff Cooper, ch'ha lasciato il proprio si prepara a partir per l'Oriente; [posto, è il solito Premier che gliel'ha imposto: dopo tante bugie, continuamente dette da un anno senza mai stancarsi, aveva un po' bisogno... d’orientarsi! Scrive un insigne medico nostrano che in fondo a ognun di noi vive un [veggente. Io non ci credo: se il cervello umano prevedesse il futuro veramente, il mondo, invece d'essere una brace, probabilmente ancor sarebbe in pace... Chiré, veterinario parigino, con un successo senza precedenti, ha pubblicato in Francia un Ubriccino che insegna a interpretar gli abbaia[menti. Adesso, grazie a quel veterinario, anche il radio-amatore ha il suo pronItuario.

né a Camaiore o a Rimini; al contrario sono qui sempre e pronto, quel ch'è a scodellar l'usato notiziario: —[peggio, poche notizie che vi do in sordina in questi versi senza nicotina.

_—onoranze commosse a Galilei. _—1Se costui c'informasse: « Eppur si muo|—’1oggi che tuttoilmondo, amici miei, [ve!», è un terremoto e par che si sovverta, gli diremmo così: — Bella scopertal...

« Churchill » è il nome impostoaun carro [armato, uscito in Inghilterra in questo mese. Per qual motivo, poi, gli avranno dato l'illustre nome del Premier inglese? La cosa è molto facile a spiegare: le spara grosse come il titolare...

Presso Vigo, in Ispagna, un contadino trova in un bosco un sacco di monete, nascoste dall'età di Costantino... Che tempi, quelli! Ormai, come sapete, mancando ‘invece l'oro ed i dena: 3 RO e de S'apprende che, in America, Eleonora, la famosa metà presidenziale, parla alla radio, a un tanto a quarto [d'ora, per conto d'una ditta commerciale. Vedrete, in quella gaia unica terra sarà una ditta che offrirà la guerra! Sonni tranquilli adesso ognuno dorma € di porte e di chiavi faccia senza! Un dotto criminologo c’informa che il numero dei furti è in decrescenza: sarà che în questo mondo, a quanto pare, ormai c'è tanto poco da rubare...

INFIORE

ACQUA

DI COLONIA

LILLA IN FIORE L'ILLUSTRAZIONE

ITALIANA

—

VIII

.

, Una sposina, che un bel sogno abbaglia,4 ruba, a Milano, al merlo coniugale dodicimila lire e se la squaglia... Il pover'uomo c'è rimasto male! Col corno o senza, è un fatto che le [mogli son nate per vuotarci il portafogli... Il Presidente, sempre più spavaldo, si batte per la guerra e non si frena. Chi lotta con le mosche e con il caldo, chi lotta con il pranzo e con la cena. In Russia si combatte nelle steppe. Pape satàn pape satàn aleppe. 5 ALBERTO (Disegni di Walter)

CAVALIERE


‘Matite per le labbra - Belletti Ciprie - Smalti per unghie dl gli occhi

(Continuaz. Notiz. Diplomatico) croato, di fame, di atti terroristici compiuti dal regime contro quanti apertamente manifestano la loro simpatia per gli Stati che combattono contro l'Asse. Il ministro ha dichiarato che tutte queste notizie sono il frutto dell'accesa fantasia della propaganda inglese e rusra. Il popolo croato partecipa col massimo entusiasmo all'opera di rinnovamento sociale, politico e culturale intrapresa dal movimento « ustasa » e segue con grande fervore la lotta che le forze unite dell'Europa occidentale conducono contro la barbarie orientale. Egli ha aggiunto che quotidianamente in tutta la Croazia migliaia di volor tari si arruolano per andare a comlattere sul fronte russo, pronti all'appello del Poglavnik che li chiama alla difesa della indipendenza e della sovranità della Croazia. La Legazione croata documenterà la falsità della propaganda

nemica e farà tutto il possibile per agevolare eventuali viaggi di yiornalisti italiani in Croazia per constatare di persona quale è la vera situazione del Paese, NOTIZIARIO VATICANO .* E ancora troppo viva nella memo-

ria di tutti, la Mostra che alcuni anni

fa il gesuita Padre Ledit — un profondo conoscitore delle cose russe che segue da anni con tutti i mezzi di osservazione — ordinò a Roma 1 Pontificio Collegio Russicum, pi ‘credere — come taluno vorrebbe sussurrare — alla possibilità di un avvicinamento dei Sovieti al Vaticano. Quella Mostra confermò, se ce ne fosse stato bisogno, come la concezione sociale della vita dei dittatori russi, fosse nettamente all'antitesi della concezione cristiana e cattolica; non solo, ma che l'opera più ac-

canita di propaganda del rossi era ap-

"di

IHILLE BANFIS. Nella scelta di una località di villeggiatura e di cura ricordate l'Appennino Bolognese, particolarmente indicato per un tranquillo e riposante soggiorno.

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IX —

L'ILLUSTRAZIONE ITALIANA


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punto diretta a sradicare nel cuore delle masse ogni idea di Dio ed in particolare a istillarvi l'odio più satanico contro Roma ed il Pontefice Romano. Parecchi, teneri sempre per cosidetta democrazia o principio di uguaglianza, aprirono gli occhi. Merita quindi essere segnalato quello che scrive la «Corrispondenza »ìn proposito che cioè l'atteggiamento del Vaticano in confronto dei Sovieti, resta sempre quello di irreducibile opposizione. Secondo l'agenzia, un’altra personalità interrogata ha dichiarato che il pensiero della Santa Sede è oggi identico a quello espresso a suo tempo da Pio XI nulla essendo intervenuto a modificarlo. La condanna del Bolscevismo solennemente pronunciata da Pio XI, permane nel suo pieno vigore, LETTERATURA * Con la regia di Corrado Pavolini è stato rappresentato nella « Festa della Prosa » al Nuovo di Milano, il dramma di Rosso di San Secondo, Vi sono in questo dramma di una intensa spiritualità scene che rimarranno fra le più belle del moderno teatro nostro. Commoventissima quella fra le due madri, d'una dol-

SPUMANTE

| GRAN. RISERVA

AZ. AGRICOLE PIAVE-ISONZO S. A. CANTINE DI VILLANOVA FARRA D'ISONZO (Prov:

L'ILLUSTRAZIONE

ITALIANA

-—

cezza penetrante che va al cuore d'ognuno. Il sentimento di una maternità dolorosa, una maternità materiata di ricordi e rimpianti, eppur così viva in due indimenticabili anime mullebri, raggiunge con straordinaria finezza il più alto pathos, Chi non ha potuto avere il godimento di questa magnifica rappresentazione o vuole rigoderselo in calmo raccoglimento si legga il dramma edito dalla nostra Casa insieme con la vasta significativa produzione drammatica e romantica di questo scrittore siciliano (è nato a Caltani setta nel 1887) immaginoso e fecondo, ricco di un « furioso anelito alla poesia ». * S'è ristampato Saper vedere di Matteo Marangoni Il sottotitolo Come si guarda un’opera d’arte, mentre Spiega lo scopo del libro, invita a leggerlo. Conveniamone: una grandissima maggioranza delle persone poste di fronte ad un'opera d’arte è nell’impossibilità di giudicarla e gustarla; non ha per questo la necessaria preparazione. I più non ci pensano nemmeno, non ne hanno coscienza. Alleando, come per lo più accade, ignoranza a presunzione, chi guarda un'opera d'arte dà sentenz inappellabili, condanna a morte o concede onori trionfali, non si sa su che basandosi. Un gusto innato del Bello — che già Platone definiva difficile — anche un certo buon senso possono aiutare, ma non bastano. Senz'andare nel difficile, una chiara ‘comprensione artistica esige un'adeguata’ preparazione; il gusto va educato. Manca la coscienza della capitale importanza dell'arte nella cultura italiana. A questo mira e questo ottiene il provvido libro Saper vedere e suo gran pregio è togliere le opere d’arte dall'arida segregazione dei musei per farle vi vere; vivere nel modo migliore; dare cioè allo spirito umano gioia alta e serena. Le cifre parlano chiaro: 118 illustrazioni abbellano il volume e integrano il testo, cooperando all'eloquenza del linguaggio artistico. E ben vero: il popolo italiano vive quasi cieco fra tante meraviglie d’arte che ha la fortuna d'avere a portata di mano. Esso non sa a quali gioie dello spirito, a quali fonti di serenità, di conforto rinuncia ignorando 0 disinteressandosi ai tesori d'arte. I musei sono più deserti che non le biblioteche. Rispetto alle arti figurative il pubblico è tuttora allo stato di analfabeta. Questo libro è nato dall’amarezza di tale constatazione e vuol essere un appassionato energico richiamo. Quotidiani e riviste, teatro, radio facilitano la comprensione della letteratura e della musica, mentre il

pubblico si interessa assai meno alle arti figurative le quali rappresentano qualcosa di meno intuitivo e immediato. Il bello dell’arte — dice il Marangoni — consiste in una così alta trascendenza lirica, che soltanto può apprezzarla chi sia preparato a intendere in linguaggio che ogni artista si foggia per potersi esprimere, ossia la forma. Di qui l'assoluta necessità d'imparare a possedere questo linguaggio: necessità che i più non solo non sentono ma neppure sospettano. Bisogna creare quell’attitudine alla contemplazione che i più non hanno, bisogna che la gente si convinca che l'arte è una cosa molto seria e difficile e non un passatempo da scioperati; che non è una cosa per il primo venuto, ma un mondo precluso alla folla indifferente e aperto solo a chi sia riuscito con amore a conquistarselo; come del resto accade per tutte le cose grandi.

ORGANIZZAZIONI GIOVANILI * Nella riunione della Consulta della G.I.L., tenuta ai primi del corrente mese a Roma sotto la Presidenza del Segretario del Partito, fu trattato, tra gli altri, jl problema della motorizzazione nei ranghi giovanili e venne annunciato lo sviluppo di tale servizio. Tale servizio ha lo scopo di riunire, addestrare ed aggiornare tecnicamente i giovani, formarne lo spirito e la coscienza, sì da creare un grande vivaio nazionale dal quale si possa attingere per le necessità civili e militari, In questo particolare momento intraprendere una sana azione di educazione motoristica è di primaria importanza, in quanto l'Italia, nell'immediato dopo-guerra, si troverà a far fronte nelle zone d'influenza, che la vittoria le daranno, alla tutela dei propri interessi con sistemi moderni che le assicurino prestigio, potenza e vantaggio economico. È bene tener presente che la Germania addestra annualmente 200.000 giovani alla motorizzazione, I risultati sono evidenti se sì considera il grado di potenza militare e civile raggiunto da quel popolo in questo particolare settore. In questo periodo di emergenza tutta l'azione, in Italia, sarà rivolta a potenziare, perfezionare nella tecnica ‘e nei contingenti gli specialisti premilitari motociclisti, automobilisti, motoristi ed elettromagnetisti. La collaborazione tecnica che hanno offerta il R.A.C.L, la R.F.M.L, il R.E, e tutta l'industria motoristica italiana, fa prevedere un sano e serio sviluppo di questa attività, improntata e mirante al solo interesse nazionale, sotto l'egida del Partito. I campi nazionali della motorizzazione, già in atto, danno conferma che la suddetta collaborazione è fat: tiva e concreta. I campi nazionali, che quest'anno saranno esclusivamente in funzione delle esigenze militari ed ai quali interverranno solo i Giovani fascisti premilitari (allievi graduati), saranno due e si svolgeranno a Pesaro. Il primo, già iniziatosi, per i motoci= clisti, e il secondo in agosto per gli automobilisti. Tornando al campo organizzativo del Servizio della motorizzazione, fliremo che sarà costituito in ogni Provincia il «Centro Federale della Motorizzazione ». Per ora i Centri saranno costituiti a Torino, Genova, Milano, Trento, Trieste, Verona, Bologna, Forlì, Firenze; Pesaro, Terni, Roma, Napoli, Lecce, Catanzaro, Palermo, Cagliari, L'Aquila, Pescara e Alessandria, L'addestramento dei giovani durerà tre anni e sì svolgerà in tre periodi. Il primo consterà di cinquanta lezioni di motociclismo. Questo primo periodo servirà anche per la scelta degli elementi da indirizzare alle varie

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MARASCHINO DIZARA


--

MUSICA * Anche quest'anno i Carri di Tespi lirici dell'Opera Nazionale Dopolavoro hanno iniziato il loro giro estivo, dedicando gli spettacoli al popolo e alle Forze Armate di diverse zone d'Italia. Il primo di questi Carri di Tespi, destinato a percorrere il Piemonte ‘e la Liguria, ha cominciato le sue rappresentazioni a Torino con il Rigoletto di Verdi, diretto dal maestro Vincenzo Marini e interpretato da Luigi Borgonovo, Lina Aimaro e Aldo Sinnone. Questo Carro ha in programma anche le opere: Don Pasquale di Donizetti, e Madama Butterfty di Puccini. Il secondo Carro di Tespi lirico, destinato alla Sicilia e alla Calabria, ha in cartellone La Traviata di Verdi, La Bohéme di Puccini, Cavalleria rusticana di Mascagni e I pagliacci di Leoncavallo. Ha per direttore d'orchestra il maestro Fabio Giampietro e per principali interpreti Attilia Archi, Gustavo Gallo e Francesco Nascimbene. Ha iniziato la sua attività a Catania il 19 luglio con La Traviata.

ia

TEATRO * Gli annunciati spettacoli veneziani, organizzati dalla Biennale, ai Giardini della Mostra, si inaugureranno il 29 Juglio con Il poeta fanatico di Goldoni. Seguiranno: ìl 31 luglio I masnadieri di Schiller; il 2 agosto Il poeta fanatico; il 31 masnadierl; il 5 IL poeta fanatico il 71 masnadieri, ea il 9 l'ultima replica del Poeta fanatico. Interpreti della commedia goldoniana saranno: Annibale Ninchi, nella parte del protagonista, Daniela Palmer, Cesco Baseggio, Eva Magni, Pina Renzi, Andreina Carli, Gino Sabbatini, Antonio Crast; regista Orazio Costa. Interpreti del dramma di Federico Schiller, messo in scena da Guido Salvini: Renzo Ricci, Memo Benassi, Laura Adani, Piero Carnabuci, Egisto Olivieri, Salvo Randone, Carlo Lombardi, Gualtiero Tumiati, Gino Sabbatini. Gli spettacoli si svolgeranno dalle ore 19.40 alle 22.

» non ha soste inutili, è sem-

pre presente a se stesso Al mattino, non appena alzato,

inumidisce

leggermente il

viso, lo spalma di FLOS LACTIS, si rade In pochi minuti è pronto: il viso per-

fettamente rasato,

pronto a iniziare il

giro dei suoi affari.

* La Società italiana degli Autori ed Editori — come ne dà annuncio la Gazzetta Ufficiale — in seguito all'entrata in vigore della nuova Legge sulla protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, assumerà la denominazione di Ente Italiano per il Diritto d'Autore (E.L.D.A.).

«L'Ilustrazione Italiana» è stampata su carta fornita dalla S. A. Ufficio Vendita Patinate - Milano Fotoincisioni Alfieri & Lacroîr

UNA BUONA DIGESTIONE

CINEMA * Continua sotto la regia di Oreste Biancoli la lavorazione de Il Chiromante, la nuova brillantissima interpretazione di Macario. Il soggetto è stato ideato da Vincenzo Rovi, uno dei più apprezzati collaboratori ' del « Marco Aurelio »e con lui hanno cooperato alla elaborazione della sceneggiatura, Oreste Biancoli, Dino Falconi e Akos ‘Tormay. Accanto a Macario, che vedremo nelle vesti di un inserviente di un parco di divertimenti al quale capitano le più impensate avventure, sono Luisella Beghi, Enzo Fiermonte, Carlo Rizzo, Giovanni Grasso e altri. VITA ECONOMICA E FINANZIARIA * La Fiera autunnale di Vienna. L'Informazione economica italiana segnala che la Fiera autunnale di Vienna, s condo quanto precedentemente stabili to, sarà organizzata dal 21 al 28 settembre c. a.; secondo le norme fin qui 0sservate.

Ea fin dal

primo

boccone

I bruciori, le acidità, i rinvii e la maggior

parte dei mali di stomaco sono prodotti mucoda una soverchia acidità che irrita la sa delicata dello stomaco. Non trascurate

possono diventare questi piccoli malesseri chemali più gravi, ma cronici e condurre a dei neutralizzate l’acidità DE

Ln

r dopoogni pesto un picla dot di i pasto una piccola dose

* Il successo delle ligniti nelle industrie italiane. La generalizzazione dell’uso delle ligniti nelle industrie italiane, che fino a qualche anno addietro sembrava un'utopia, è oggi una viva e operante: realtà. Nei confronti della lignite esistevano dei vecchi e ingiusti pregiudizi che sono stati sfatati dalla tecnica italiana. Viene infatti documentato dall'ing. Caligani, amministratore delegato dell'Azienda Ligniti Italiane, che Îl processo di graduale e costante assorbimento da parte delle industrie nazionali, non conosce alcuna sosta, e si arriverà ad un punto, scrive l'Agenzia GEA, che la produzione dovrà essere accelerata con un ritmo sempre più rapido di quello attuale, per corrispondere alle richieste del mercato interno. Nell'Italia Centrale molti im-

i

digerire

fin dal

primo

pianti per produzione a vapore usano ligniti torbose e torbe legnose di scarto con risultato veramente ottimo, e altrettanto si può dire per alcune officine di gas dove si sono esperimentate mi scele di carbone estero con ligniti. Sembra inoltre assodato che verrà generalizzato l'uso della lignite per la cottura delle ceramiche e la lavorazione del vetro. Un indice dell'importanza assunta dalla lignite nell'economia industriale del nostro Paese, è dato dalla produzione 1940 della ‘zona di Valdarno, il

noto bacino dell'estensione di oltre 40 chilometri lungo la vallata dell'Arno di Rignano fino ad Arezzo, raggiungendos! un quantitativo notevolmente superiore al 1939, in cui la produzione ascese a tonnellate 604.000. In detta zona è allo studio l'abbattimento meccanico della lignite, mentre allo scopo di giungere quanto più possibile alla meècanizzazione delle lavorazioni, si sono introdotte, per il tracciamento delle gallerie, delle tagliatrici meccaniche che permettono di elevare il rendimento degli operai.

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ha pubblicato nel 1935, il romanzo Quelli che hanno fatto la guerra, che nello stesso anno vinceva il premio letterario « Foce ». Nel successivo anno guadagnava il premio « Cervia » di lire diecimila, destinato al libro di carattere narrativo che meglio esprimesse il tempo di Mussolini, con Classe di ferro. Ha nei Prosatori italiani contemporanei un volume di saggi. Nella letteratura infantile si è brillantemente provato con le riuscitissime Piccole storie del grande Impero. Còmbattente in Africa Orientale nel 1936 vi ha scritto un Rapporto di Mogadiscio. Ha tracciato nel suo più recente lavoro, l'ottavo in sette anni d'attività di' scrittore, una sintesi originale della Letteratura del Quattrocento. / racconti

RACCONTI A NOVE AMICI Volume in-16° di pagg. 318. L. 15 netto

a nove amici, sono nove originali racconti, nei quali il soggetto, desunto dai più comuni episodi della vita d'ognuno, riesce tuttavia a spogliarsi della contingenza d'un tempo, d'un luogo, d'un

nome qualsiasi di persona e paese, per guadagnare la sfera d'un'amplissima si-

gnificazione, d'una fondamentale intuizione della vita. Gli stessi personaggi, anche restando strettamente rappresentati, e senz'alcuna deviazione simbolica o allegorica, riassumono in sé ideali mo-

menti*della vita dell'uomo, nei quali il tempo, e col tempo la storia stessa, cedono a note d'eternità. E perciò si proiettano, anche se casualmente si trovino ad avere un nome e un cognome, ini figure fantastiche, toccano con facilità i più alti miti morali. Una rappresentazione nella quale sembra che il punto prospettico si trovi collocato in uno spazio altissimo, in cui differenze e accidentalità di secoli e di condizioni umane si risolvano in linee essenziali e ovunque ripetute e fisse per sempre. Tale il carattere di questo libro, nel quale appaiono risolti in modo tecnicamente” adeguato e interessante tutti i problemi espressivi che tale concezione imponeva, e in cui soprattutto risalta un senso profondo di pietà e di comprensione umana. R

DUE

RIVOLUZIONI

L’americana dal 1765 al 1783 CORRADO

-

La francese ed europea 1789-1804

BARBAGALLO

ha voluto trattare,

in un'opera

chiara e sintetica, due avvenimenti caratteristici delsec. XVIII e dei primi anni del sec. XIX: la insurrezione delle Colonie inglesi del Nord America, che condusse alla formazione degli Stati Uniti, e la Rivoluzione europea degli ultimi anni del Settecento, dei primi dell’Ottocento, che suole, con espressione alquanto riassuntiva, denominarsi -la Rivoluzione francese. Furono due fenomeni storici che consuetamente ci si compiace a raccostare fra loro, collocandone l'uno, come precedente,

a fianco dell'altro, ma che, secondo il Barbagallo mostra in que| DU E RI VO.IDO 7 0) | ste pagine, non hanno di comu-. [EA = ne fra loro che qualche tratto della decorazione esteriore. Ma gli è sulla Rivoluzione francese, ossia sulla rivoluzione europea dei sec. XVIII-XIX, che l'A. si è voluto più specialmente e lungamente intrattenere. Nella maggior parte delle esposizioni narrative destinate al grande pubblico la Rivoluzione

francese viene rappresentata non soltanto come un grandioso evento appoftatore di nuovi grandi principî, ma anche come lo sgranarsi successivo d'una ‘catena d'inaudite violenze. In realtà, essa non fu né l’una cosa né l’altra, e le ricerche storiografiche, ormai largamente approfondite su questo soggetto, hanno mostrato che i suoi « orrori » furono episodi, rari e inevitabili in tempi turbati, e che le idee, che essa proclamò al mondo, erano da circa mezzo secolo tutt'altro che delle novità, e furono molte volte, nel tumulto febbrile della elaborazione, piuttosto guastate, che migliorate. Tale visione l’autore ha voluto prospettare in questo suo saggio, e far passare nel torrente della cultura dei più. Indagando a fondo nel lavorìo sotterraneo, che si svolge dietro gli avvenimenti esteriori e mettendo in evidenza le energie intime che li suscitarono, le crisi cui quel processo storico andò incontro, egli ha cercato di collocare le due rivoluzioni nel quadro degli avvenimenti europei che vi furono contemporanei, e che tanto influirono sul loro corso, e ne vennero influenzati; né ha creduto di dover interrompere la narrazione delle vicende della Rivoluzione francese, come suole farsi, agli ultimi anni del sec. XVIII, ma ha inteso continuarla sino ai primi del secolo XIX, e precisamente fino al consolidarsi del riflusso del movimento che si era iniziato con la fine del Grande terrore, nel 1794. Solo in questo momento il corso della Rivoluzione può dirsi concluso; solo ora il suo din: mismo è esaurito; solo ora, giudica l'Autore, è possibile rilevare la misura dei mutamenti che essa lasciava in eredità alla Francia e all'Europa del tempo.

Corrado Barbagallo: DUE RIVOLUZIONI - Piccola Collana Storica . . Rilegatosin-telaezoro

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PARTITA

Enimma Un esempio di enimmistica classica

o

bramò, nei sogni del più casto amor.

E venne il dì sognato: a un cavaliero la bianca damigella unita fu; era bello, era lucido ed altero; fu stretta a lui, né sì diviser più. Venne la notte: un vivo incendio, amore della vergine in petto susciti

ma non rispose dello sposo il core

a quell’incendio, ed essa lacrimò! Bianche, ardenti giù caddero le stille sopra îl vago ma freddo cavalier;

Patta,

sì stancaron le languide pupille,

ma non poté la sposa un bacio aver. E sorto il giorno: ahi, cruda vista! è morta la vergine consunta dal dolor; lo sposo, del suo pianto i segni porta, ma è freddo ancora e non lo scosse amor. Domani un'altra bianca verginella, unita a lui, di vivo ardor morrà; e incompresa morrà! Sembra novella, ‘ma pure è dolorosa realtà.

Incastro

@) meglio forse 31,27 qui, che permette la cattura di un

pezzo e mette l'avversario a dura prova per la conqi di una più dura patta. PROBLEMI (a premio) Orizzontali

Sciarada

|

Eterna guerra contro il ben conduce. Di mandorle e nocciole un dolce è questo.

6.

.Profana l’empia le sacrate cose.

0. 1.

Di donna è un breve e melodioso nome. Fine diversa aver non può un torneo.

Verticali

È de la donna il natural compagno. Su di essa ardeva il sacrificio antico. Grave diventa con l'andar de gli anni. Il solco ei traccia nella bruna gleba. Nel cuore inquieto gli ange l'amarezza. Docile amico che la fè non spezza. I dubitosi a bene oprare incita. Da voi bandito egli.è oramai d'Italia. ESppspgraene Greve una colpa l'anima gli opprime.

Artifer

L'ORACOLO DI DELFO Cene della Chitarra. - Grazie per i giochi, tutti buoni, e per la promessa che mi fai. Cordialità vivissime. P. d. T. - Buono lo scarto; il cambio (grazie!) potrebbe essere interpretato male nella chiusa e il critto è un po' contorto. Grazie, ad ogni modo, e saluti carissimi. s‘PREMIO DI COLLABORAZIONE Il premio di collaborazione di L. 20 per il mese è stato assegnato ad Artifex di Milano.

dati

(non a premio)

Problemi di tecnica nuova di Genesio Pelino di Volterra. N. 113 N. 114 pe Alceo

Ogni settimana sarà assegnato tra | solutori un premio di L. 30.in libri, da scegliersi sul catalogo della Casa Garzanti. Le soluzioni devono essere inviate non’ oltre ili otto giorni dalla data di questo fascicolo,

CONCORSO PERMANENTE A PREMIO Per ogni cruciverba (schema inedito e non più di 13 quaaretti per lato) occorrono due disegni: uno vuoto e l'altro pieno. A parte le definizioni, în versi. Indicare nome, cognome, motto e indirizzo per l'eventuale conferimento del premio di L. 20. A parità di merito sarà preferito chi aggiungerà al eruciverba un gioco di tipo vario (casellario, anagrammi ad acrostico, ecc.) idoneo alla pubblicazione. I lavori non prescelti non verranno restituiti.

E)_(T HpAA

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1[N{C{OI

SOLUZIONI

DEL

N. 27

Enimma: la siringa. ig " 1. LA teGOla. — ALtipiANI. — 8 Miniatore, minatore, — 4. Ciuco, cieco, — 5. Siccità = sic, ita. — 6. Voluta, voluttà. Ersilia Zucchini

- Milano

TA

s|c[o|R|alm|e[N{T|o) di luglio

NELLO

Il Bianco muove e vince

Il Bianco muove e vince

SOLUZIONI DEI PROBLEMI DEL N. 27

N. 99 di Piasentini: 17.13-18.9; 6.3-15.13; 30.27-24.15; 27.11. 15.6; 3.17 e virice; È N. 100 di Palazzi: 29.25-6.15; 14.10-23,21; 16,23-26.28; 25.18-5; 14; 18.20 e vince;

N. 101 di Proni: 27.23; 6.11; 11.18; 2.20; 31.1: N 102 di Botta: 31.27; 17.10; 10.6; 6.11; 11 SOLUZIONI DEL N. 27

la

Premiato:

zione delle quattro mosse.

DI UN DISGRAZIATO

Tu soltanto puoi dare un po' d’oblio al mio soffrir, quando ti chiedo aita, ma non posso, 0 Signore, avere anch'io la mia parte di bene nella vita?

|

In entrambi chi muove vince in'4 mosse più finaletto. N.B. - Per l'invio delle soluzioni è sufficiente l'indica-

Libransi i vanni palpitando a l'aure. Invita al folleggiar d'allegre danze.

a frase

Zeppa (7-8)

LA PREGHIERA

2. 3.

7. Ai vinti il disse l'arrogante Brenno, 8. Batte il suo ritmo tra dolori e gioie. 9. Pallido brilla il bel color turchino.

UN ESAME DI LAUREA SFORTUNATO « Che xxx xx a000x ti toccò trattare? ». « Nevrite. Ma, per caso singolare, nefrite invece il professor capì... e pensa che pasticcio ne sortì! In conclusion, per tali qui pro quo, per tali xxxxxxxxx mi bocciò! ». / Pedone di Torre 8

doppi di P. Dellaferrera - Marene

4. Ratta trascorre e perdesi nel tempo, 5. Mormoran tersi tra l’erbette ei fiori.

(xx00000xxxx)

Fioretto

2

Problemi

1. Già con le suore gridò in Campidoglio.

Ema

UN REJETTO Non è già per colpa mia se son privo d'energia e sfibrati ho i muscoli. Ma siccome ho del cervello, sfido jot che m'incappello, che m'esalto e m’agito se odo dir che fo ribrezzo, che son degno di disprezzo, quasi fossi un rettile!

o

cittadino di Bologna

di prima Categoria - Anno XIX Mossa sorteggiata: 22.18-12.16 Bianco:' Fausto Bassi — Nero: Armando Proni. 22.18-12.16; 23.19-8,12; 26.22-10. 19.10-5.14; 24.20-10.23; 28.1021.17-2.6; 17,10-6.13; 32.281 28.23-5.10; 23.19-11.14; 18. 11-7,23; 27.20-10.1 29.26 (vedi Diagramma) 4.7 20.15-12.19; 22.15-14.19; 25.21 9,23; 21.17. 13.18; 26.22-18.27; 31.22-23,28; 227.23-31.28; a). 23. 11.4-16. 5,11; 14 10-11.6; 17.106,13

STORIA D'AMORE | Essa nacque, bianchissima e sottile, mmagine di grazia e di candor, e uno sposo, la vergine gentile

1

GIOCATA

ne la gara di Campionato

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25.29; 20.8.

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Dina Rossi P. M. 10 - Alle vostre gradite, pervenute

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con ritardo, risponderò quanto prima direttamente. e cordialità.

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Premiato per il mese di giugno: Signora Carla Traversa - Roma, Le soluzioni devono pervenire alla rivista entro otto giorn dalla data di questo fascicolo. Fra i solutori sarà dssegnata

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mensilmente un premio di L. 30 in libri da scegliersifi

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Premiato: Giuseppe Ferrante - Genova

Gr:

quelli editi dalla Casa Garzanti. NELLO

(Vedi alla pagina seguente le rubriche Scacchi e Ponte).

tloncino, devono essere inviate a L'IMustrazione Italiana, Via Palermo 10, Milano, specificando sulla busta la rubrica a cul si riferiscono. Le soluzioni di tutti i giochi, accompagnate dal relativo ta ILLUSTRAZIONE ITALIANA ILLUSTRAZIONE ITALIANA ILLUSTRAZIONE ITALILIA NA ITALIANA ILLUSTRAZIONE

ITALIANA [ILLUSTRAZIONE Soluzioni Enimmi N. 30

7

Soluzione Cruciverba N. 30

Concorso

permanente

Soluzione

Dama

N, 30

Soluzione Scacchi N. 30 |


col trattosui Cavallo. Non si è trovato? Ancora minuto di pazienza e ancora qualche tentativo. Inutile? Proprio inutile? Soltanto allora nel caso di assoluta inanità di prove e riprove, vegga Îl lettore come ll un

Bianco si difenderà: Ces prinacsia. pi

Re deve perciò

=

1. pîfT, Ri donna +;

aver

Partite Celebri N. 492 «L'immortate di Anderssena

DI il

19. h5 Dgs 14. DÎ9 cga 15. A:f4 Die 16. Ceg Aes 17. Cds? _D:b2 18. Adsl D:at+ 19. Re? A:gl?? 20. es! Cab? ‘gl+ RdB 22. DÎ6+ C:D 23. AeT matto

prendere il pedio-

ne. 2. Ceé+ non dava nessun risultato perché ll Re non avrebbe

preso il pedone, ma sarebbe andato in 18); 2...Rx£7; 3. Cgs+, Rf6: 4 CXf3, c2 (chi gli impedirà di ai dare a Regina? Il bravo Cavallo

con azione indiretta); 5. Cgil Se il Nero spinge il pedone in cl e fa

donna o Torre, il Re bianco si troverà in «stallo» e la partita rà

patta; se fa altro «pezzo» patta ugualmente: Cgixhs, ecc.; se Invece il Nero vorrà guadagnar tempo

L'ingegnosità di questo studio — | che sì può veramente qualificare modello per l'armonia estetica e l'efficace difesa opposta dal Bianco contro forze potenzialmente preponderanti — sarà resa chiara dalla soluzione che più oltre presenteremo per chi non fosse riuscito a trovarla o non avendo la pazienza di cercarla fosse tuttavia invogliato di conoscerla. Chi ne è l'autore? Agli effetti valutativi della composizione il nome non conta ché 1 nomi, come diceva il Manzoni, sono purissimi accidenti;

accorrendo col Re in aiuto del suo pedone avanzato, costringendo il Bianco a muovere, questi giocherà Ce2 e nessun aiuto consentirà al pedone c? di andare a Regina senza venire immediatamente accalappiato dal vigilante bucefalo. Infatti: 5. Cg1l, Re$; 6. Ce2, Re4; 7. Rg1, Res; 8. Ccl, Rd2; 9. Cb3 e via di seguito. Cavallo poteva anche venir sostenuto dal Re quand'era in 2, ma da buon destriero ha pre-

si noti Invece: il Nero ha due pe doni sulla sesta linea che minacciano di andare a regina e vince:

ferito, danzare CAS

intorno

al

dal

pe2, p invano -—’Sontendente.

re; come potrà il Bianco evitare la sconfitta? La mossa Rgl fermerà il

pedone in f3, mai quello in c3. Non gli rimane dunque da opporre al minaccioso avversario che un ©. vallo in di ed un pedone in fé. Ma

Soluzioni

e

ito

le

SI

Solutori

del

N. 26

Problemi: N. 1097, Cb5; N. 1098, Db2. Dalfiume V., Imola, Boillat E., Milano; Tomadoni V., Feletto Umberto; Fini C., Milano; Ernst F., Milano; Bonandini M., Rovigo; Sant'Agostino V., Bologna; Orlandini I, Verona; Barone Domenico, Roma.

la marcia del pedone che volesse spingersi all'ottava casa, dopo il

tratto £7 verrà senz'altro’ arrestata

dal Nero con Re7, mentre il Cavallo è lontano dalla linea d'avan-

Nota. - Il dott. Anacleto Storchio di Spoleto ha sentito spesso magnificare la «Immortale» di Anderssen come di una insuperata partita senza esser mai riuscito a conoscerla. Gli piacerebbe perciò di vederla pubblicata in questa rubrica e possibilmente illustrata da qualche particolare e da qualche commento. Lo accontentiamo tanto più volentieri in quanto il desiderio del dott. Storchio coincide con quello di molti altri giocatori. «Die unsterbliche Partie» — 1: partita Immortale — fu giocata, col bianco, dal tedesco Adolfo Anderssen a Londra nel 1851 contro Kiserinsky e venne così qualificata superando in vivacità, in audacia € bellezza tutte le partite di quell'epoca. All'analisi presentò poi errori conservando ciò malgrado il sublime aggettivo come un'inconfondibile carta d'identità. I commenti li lascieremo ad un critico autorevole come fu Riccardo Reti. La 4% mossa del Nero è un controgambetto che non si può condannare ottenendogli la possibilità di piazzare vantag-

sperava di poter fare Cg3+ guadagnando una qualità e la minaccia avrebbe avuto successo qualora il Bianco non se ne fosse accorto! Così male non giocherebbe oggidi neppure un «giocatore da caffè », ma questo era Jo stile dell'epoca. Mossa 15a del Nero: un giocatore moderno ne avrebbe avuto abbastanza di spostare continuamente senza costrutto la Donna e avrebbe giocato subito Dds, Alla 6a mossa s'imponeva al Nero di rinforzare la sua posizione con Ab7, ma l'impulsività di fare una mossa d'attacco gli impedì il valutarne le conseguenze. Alla 172 mossa il Bianco invece del tratto giusto d3-di fece CdS, e fu mal giocato, ma anche quando Anderssen sbaglia costringe ad ammirare la sua fantasia scacchistica. Mos= sa 192: non si comprende come il Nero in situazione così pericolosa prenda una innocua torre; se avesse giocato Db? era problematico che il Bianco vincesse. ‘Reti conclude: « Partita immortale malgrado i numerosl errori, perché questi errori sono gli errori dell’epoca, mentre la sua bellezza sta nel pensiero immortale della mente scacchistica di Anderssen ». 5 Piccola Posta

Cristofori N., Gallarate, - Il Dopolavoro Provinciale di Varese ha sede in Via Tito Minniti 3. — Il Torneo di Campionato interprovinciale di II Categoria per l'A. XIX sarà tenuto a Varese presso il Dopolavoro «Pubblico Impie0» sito în Corso Roma, Palazzo Sciarini.

Il Bianco dà matto in 2 mosse Curiosità

Scacchistiche

La prima menzione fatta in Europa degli scacchi trovasi in Ita- © Ma negli scritti di Pietro Damiant (1007-1072) frate benedettino e cardinale vescovo di Ostia. In una lettera a papa Alessandro II con la quale denunciava 1 vizi del basso ed il lusso dell'alto clero scriveva: «Io arrossisco di vergogna nell'enumerare le « altre» f0llie quali la caccia al falcone e specialmente la passione per 1 dadi e gli scacchi (alearum insuper furiae, vel scacorum) che fanno d'un prete un buffone! », PIù oltre narra che viaggiando col vescovo di Firenze questi gli disse di aver giocato a scacchi nell'albergo ove aveva pernottato motivo per cui gl'impose una penitenza basandosi sul canone ecclesiastico secondo i? quale i vescovi che avessero giocato a scacchi sarebbero stati puniti. x Vice >

oemee eet,

zata dei pedoni Neril.. Eppure è

Ì |

©CCXV. — IL PONTE SUPERCONTRATTO (cont.). - Ecco ora qualche esempio pratico di Ponte supercontratto di cui ho trattato negli scorsi numeri, Rammento che in esso è aggiunta la Matta che prende qualunque altra carta, e c'è la carta di scambio e cioè la 53a carta che è scoperta e che il dichiarante può cambiare con una carta propria o del morto. Come si vedrà queste varianti apportano profonde modifi cazioni al gioco, che presenta impensati sviluppi. Ecco un esempio: È N E s o

( JAZUN Qi dissi doris

Yann) Qrors

Dario do

Matta (LE

(WI De On o 1-p-r-10-5-4-3-2.0%0

Nord e Sud sono in seconda. Ovest ha date le carte.

Come appare dal quadro, Sud ha la Matta e al centro la carta di scambio che sarà proprietà del dichiarante è il Re di fiori. La licitazione sl svolge così; (o) N 2 cuori passo contro passo 4 quadri passo contro passo

e i «opera

E 3 quadri passo 4 cuori passo

s 3 picche! 3 senz'attù 4 senz'attù passo

d’arte per genialità d’impostazione e delica-

stile, docile strumento espressivo in mani espertissime ». Varietas

|

«Romanzo esuberante di contrasti, di paradossi e di impulsi, libero, sciolto e capriccioso, ma vivo di vera wita e tanto lontano dalla letteratura quanto lo sono ìl temperamento ed il gusto dell'autore». Giornale della Libreria « L'interesse del narratore piuttosto che a ciò che ac-

cade e alle ragioni per cui accade modo di reagire dei personaggi ».

è rivolto al vario Il Messaggero

«...questo romanzo ha la sua originalità in un incon-

Nord ha date le carte, Tutti in seconda partita. Ecco la licitazione N 1 senz'attù 3 picche 5 picche passo

Si noti che Sud colla prima dichiarazione di 3 picche ha voluto mascherare il suo gioco, Egli sa che prendendo il Re di fiori, carta scambio, ha ben 9 mani di fiori e, quel che più importa, il possesso della Matta gli assicura l'entrata in gioco magari alla prima uscita di Ovest. Egli ha quindi assicurate 4 senz'attù. Se Ovest avesse potuto subodorare il tranello, avrebbe contrato & avrebbe dichiarato 5 e magari 6 cuori, fattibilissimi, poiché non avrebbe dato all'avversario che la mano della Matta, Ma Ovest sì lascia attrarre dal miraggio di una buona indennità punitiva da Sud che è in seconda. Naturalmente Sud mantiene, come si è detto, il suo impegno. Egli prende il Re di fiori e scarta una qualsiasi delle altre sue carte. Ecco un altro esempio, così come lo presenta l'autore del gioco: Capitano Ellicott, N E s (o)

Qiorsa Orosrsa deri

@ A-10-63 Qrr nossa Ci

______._I_E LIBRI, CRITICI

tissima sensibilità di tocchi e sfumature, e infine per lo

| |

PSO=NCESE

s 3 quadri 4 senz attù 7 senz'attù

Ke) passo passo ‘passo

Si noti che ciascun dichiarante tlene conto nella sua dichiarazione della carta di scambio che è l'Asso di quadri. Sud dal complesso dei suoi punti e tenendo conto dell'Asso di quadri, carta scambio, deve aver arguito che Nord per dichiarare deve avere la Matta e ciò gli serve di guida nella manovra di forzamento. 4 Noto però che più che il gioco a senz'attù, sarebbe sembrato più opportuno il gioco a colore di 7 quadri. Ma lasciamo la partita come l'autore la presenta. Egli prende l'Asso di quadri e scarta una’ piccola picche, Comunque il gioco si svolge così: Est esce a fiori; Ovest prende col Re, ma Nord supera con la Matta, fa le sette mani di quadri, quindi le sue tre mani a quadri, e così mette sotto pressione Ovest che deve scartare l'Asso di fiori e far quindi buona la Dama di flori, o deve far solo’ Îl Re di picche e far buone le ultime due picche e cioè I'Asso e il 10 di Sud. Il gioco a colore si sarebbe potuto svolgere nello stesso modo e cioè con la pressione finale, poiché tutta la questione consisteva nel creare Ja 13» mano. D'AGO.

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Qooss e Perri

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«Non molti scrittori conosciamo oggi più attraenti di

questo; e non sono. molti i romanzieri che oggi conoscono così scaltramente e così saporitamente l’arte di farsi leggere, di interessare e di piacere nél tempo stesso »,

GuetieLmo Lo Curzio

Giornale di Sicilia

«il suo ultimo romanzo interessa e lega, le pagine si

volgono nell’ansia del lettore, che Salsa avvince quel suo innegabile segreto di saper narrare ».

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per

Gli Oratori del Giorno

<..è un romanzo rapido, nervoso, tutto scatti, nel quale l’autore ha raggiunte>una stupenda perfezione d'espressione artistica e che ha scritto con grandissimo

amore per la verità ».

fondibile accento di spigliatezza e di umorismo, în un suo

Giornale di Genova

‘piglio scanzonato e incisivo insieme, nel quale i perso| naggi spiccano con le loro varie fisionomie fisiche, con

* scrittore originale e spregiudicato, incisivo e corrosivo, potente e... prepotente, capace di affrontare ardui

le loro espressioni morali ». | Guotisimo Lo Curzio

Corriere del Lunedì

«L'umorismo e l'ironia servono come acre cimento alla realtà oggettiva. Ma con quanta grazia e verità! ». Il Popolo di Roma

temi con la sicurezza di riuscire a risolverli e di sbalor-

dire il lettore mediante una pirotecnica dialettica che non

impedisce tuttavia, alla fin fine, di ragionare aderendo, con alcune riserve soltanto, alla tesi sostenuta dal

Tomanziere 3. Lector


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Duff Cooper è partito. Era uno dei più importanti e caratteristici membri del Gabinetto inglese: il Ministro delle Informazi Non si capisce perché Churchill lo abbia mandato via: era un uomo che agli Americani piaceva e si sa quanta importanza Churchill attribuisca al fattore americano in questa guerra. Gli Americani, i quali. com'è noto, hanno il «tifo» dei primati, simpatizzavano per Duff Cooper, perché questi era riuscito, at: traverso un abile e metodico allenamento, a vincere il campionato mondiale della bugia, Anche gli Americani, s'intende, hanno dei bugiardi spettacolosi, e fra le grandi gare sportive che si svolgono ogni anno nel Nuovo Mondo, c'è anche, per chi non lo sapesse,la gara delle bugie, come c'è quella delle chiacchiere. Uno dei meno stimati poeti contemporanei hà scritto a questo proposit «Ogni anno i mentitori pi

Pranzo

Noto legumi freddo Pomodori Cardinale Spumone di fegatini Frutta in ghiaccio

Vini: Soave

{gliardi

s'adunano a Chicago in un con[gresso, che conferisce a qualche illustre [fesso

il titolo di re: «re dei bugiardi ».

BOTTEGA DEL GHIOTTONE IN TEMPO DI GUERRA BRODO DI LEGUMI FREDDO. Senza grassi. - Anche questa è una delle ‘cento varianti del « brodo vegetale » così sano e gustoso. Ma è una formula... più estiva. Lessate dunque tutto ciò che avete sotto mano di « verde », cioè: foglie di lattuga (uuelle esterne, che non si mettono nell’insalata), gusci di piselli, fagiolini un po’ vecchiotti e quindi troppo duri a mangiarsi al naturale. Qualche pezzo di zucchetta verde non nuocerà, la cipolla darà sapore e parvenza di grasso. Lasciate

bollire

lentamente

finché

i legumi

siano ridotti in

poltiglia. Passate tutto al setaccio e rimettete al fuoco un istante. Avrete un brodino verde che bisogna ora colorire col pomedoro (estratto 0 polpa fresca) ed insaporire con sale e pepe. Versate il brodo nelle tazze, ed in ogni tazza mettete due dadini di formaggio (Fontina, o Bel Paese) e lasciate in luogo freddo per

un paio d'ore.

POMODORI CARDINALE. - Scegliete dei bellissimi pomoderi grossi e poco acquosi, e levate loro la pelle esterna.

Ta-

gliateli in |due, e mettete ogni metà capovolta sul setaccio (dopo averle salate) affinché ne colì l’acqua. Nel frattempo farete una maionese « senz'olio »lavorando un cucchiaio di senipe con due tuorli d'uova ed un bicchierino di latte. Un pizzico di zucchero (ma un pizzico, come fosse una presa di sale) aggiunge finezza al sapore. Prendete dei carciofi sott'aceto se quelli freschi sono finiti, e riempite ogni mezzo ‘pomodoro con corciofini e salsa maionese in abbondanza, Coprite il fondo del piatto di portata con foglie di lattuga, e sopra mettete i pomodori così preparati. Lessate alcune uova (uno per 2 mezzi pomodori) e tagliatele a fettine. Mettete una fetta su ogni mez-

20 pomodoro,

tritate

il resto delle

uova

sode, cospargendone

il tutto. Decorate con filetti d'acciuga arrotolati.

SPUMONE DI FEGATINI DI POLLO (15 grammi di burro), Mettete un bel pezzetto di mollica

di pane (50 grammi) a ma-

cerare e gonfiarsi in una scodella di latte. E nella medesima scodella mettete un fegato di pollo, due se i polli che avete consumato il giorno prima erano due, Un fegato di coniglio farà benissimo al caso. Unitevi ancora due tuorli d’uova, sale, pepe, una buona manciata di pane grattugiato, ed un 50 grammi di estratto di pomodoro, e, se li avete, in luogo di estratto “doperate polpa di pomodori freschi ed in questo caso potrete

metterne di più di 10 grammi. Pestate nel mortaio, amalgamate bene il tutto, ed infine unitevi le chiare montate a neve. Ver-

sate în un piccolo

stampo

liscio e spalmato

di grasso, e fate

cuocere a bagnomaria per mezz'ora circa. Sformate rovesciando sul piatto di portata, ed accompagnate in tavola con una salsera ra didi salsa pomodoro. A BICE VISCONTI

Serrafianchi in filato marca « Lastex »

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Uno scherzo? Macché! Gli Ame[ricani valorizzan così quella menzogna che i benpensanti mettono alla go[gna ma ch'è alla base dei rapporti [umani. È questa la virtù fondamentale che, con la facoltà della parola, il sommo Dio, che affanna e che sora volle de al misero che [consola, dia; conceder mortale. Ed appartiene, la virtù ch'io {lodo, soltanto a noi: la bestia non men-

È Li artLa « First A bandiera!

ricama. cuor mio, come spiccherà bene questa 49ma stella nella nostra (Da « Simplicissimus »)

[tisce,

ed è forse per questo che finisce così spesso al macello o in mi [modo!...

»

Ma gli Americani avevano, onestamente, riconosciuto in Duff

Cooper il campionissimo, di fronte al quale i loro re non erano che dei dilettanti. Nessuno ha saputo delineare con tanta efficacia la figura di questo mago della bugia come uno dei più illustri storici contemporanei, il quale ama nascondersi dietro l'anonimo. «Giovinetto, — egli scrive, — Duff dice le prime bugie arrossendo come arrossiscono tutti gli uomini. Il colore che assume la sua faccia, pronunziando una menzogna, può rappresentare un grave ostacolo per la sua carriera, ma Duff non si scoraggia. Con l'allenamento, riesce a spostare il rossore in altra parte del corpo e, quando fa la sua prima apparizione fra gli uomini di governo, Duff è capace di dire le più spudorate menzogne, mentre il rossore gli sale non più su del ginocchio sinistro. Fortunatamente per lui, si trova sempre, in presenza del pubblico,

completamente

vestito.

« Duff mentisce sorridendo. Sorridendo, è capace di affermare dinanzi a un congresso di professori di anatomia che il pollice dell'uomo è un'appendice a forma di scatola, situata sotto la spalla sinistra. Senza riguardi. «Nei primi tempi del suo tiro— Il modo di guerreggiare dei Tedeschi è sleale. Prima ancora di poter tirare un colpo, si è già prigionieri! cinio diceva le bugie alle galline. (Da « Simplicissimus ») Questi benevoli animali da cortile ascoltavano senza sorridere e non mettevano în dubbio le sue affermazioni. Inci «La sua penna è stata dichiarata dal governo inglese obiettivo militare. C'è stato un momento. in cui (potenza della sugraggiato, Duff Cooper passò dalle galline ad altri animali più evoluti, arrivando così a dire le più gestione!) le fabbriche di guerra inglesi stavano per sospendere ogni produzione e per iniziare la fabbricazione in serie di colossali bugie dinanzi ai suoi compatrioti. penne stilografiche ». «Scoppiata la guerra e verificatisi 1 primi inCosì scrisse l'illustre anonimo in una importante pubblicasuccessi militari e politici dell'Inghilterra, cozione, minciò a farsi strada la necessità di trovare un Ora Duff Cooper è partito. Evidentemente, per quanto la ministro adatto, che fosse molto: capace, dal mocosa possa sembrare impossibile, si è trovato in Inghilterra mento che non lo erano i generali, di riportare qualcuno che è in grado di superarlo. molte vittorie. Duff Cooper si dimostrò subito Sir Brendan Bracken, vi attendiamo all'opera. all'altezza del suo compito e diffuse ai quattro venti notizie di strepitose vittorie inglesi. Mess di fronte al controbloceo, seppe affondare, di ponte di comando del suo tavolo da lavoro, sot{omarini e navi nemiche. «Duff Cooper e i suoi compatrioti hanno semre creduto che le penne avessero molto maggior Botere di distruzione dei siluri © delle bombe. A un siluro ben assestato nella pancia di un incrociatore inglese, Duff non perde la calma, ma leva ‘BACI SENZA TRACCE" dalla tasca la penna stilografica e con questa riesce ad affondare due incrociatori nemici. Riesce anche a far risorgere intere cit à inglesi, a diModello lusso L. 27 - Medio L. 13 - Campione L struggere città nemiche senza nessuna spes: affondare intiere flotte, a stringere alleanze io USELLINI & C. Via Broogi 23 MILANO tutti i continenti,

ROSSO GUITARE


IL- PIÙ.

FINE TIPOGRAFIA

GARZANTI

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L'Illustrazione Italiana 1941 n.30 by Biblioteca Militare - Issuu