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Viaggio di un povero letterato, di ALrreDo PANZINI |RES SEGRE Tnt sai L'amore beffardo, di V.Broccni. Coperta a colori di L. Meflicovitz 5 5— Il passaggio, romanzo di SisiLLa ALERAMO . . . . .. Bariiica
Rete d'acciaio, romanzo di CLARICE DARTUFARI «ee e Con gli occhi chiusi, romanzo di FepERIGO Tozzi. . . .. 5— L’amore oltre l’argine, romanzo di Cosimo GIORGIERI -CONTRI 5—
Dopo il perdono, romanzo di MariLDE SERAO. . . . . cea Evviva la vita!, romanzo di MatILDE SERAO . . |. 5— Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo, di G. Becni 2 — Nelle tenebre. Storia di una grande cospirazione, di Guy THorNE 2— Sforia di Venezia, di Eugenio Musatti. Nuova edizione riveduta e corretta dall’autore. Due volumi di complessive 960 pagine. 12 — Guida storica di Venezia, di Eucenio Musatti. Con 64 incisioni e una carta di Venezia a colori . . ...... . 6
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Roma e le provincie liberate, di Uso Osem . . SETE Per la guerra e per la pace, discorsi del senatore T. T. troni.
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150
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Saponaro - /o cerco moglie, di ALFREDO di Luciano ZùccoLi
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serotto, di SaBatINo
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L'ILLUSTRAZIONE Anno XLVI. - N. 33. - 17 Agosto 199. Per tutti gli articoli
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Tre arti în lutto; la musica, la commedia e la poesia. È morte,
Ruggero
Leoncavallo,
ha avuto
una stampa meno aspra che in vita, Avesse potuto leggere gli articoli che tessevano il
suo elogio! Gli avrebbero fatto tanto piacere! Chè egli amava la lode, e più profusa e sonora era, più l’assaporava. Non soltanto per quella
vanità
che
è l’innocente
malattia
di
tutti gli uomini di teatro, ma anche percliè egli era, in fondo, un sentimentale, cioè un
romantico. Tanto romantico che, quando scrisse e musicò il drammetto verista dei Pagliacci, vi pose innanzi, nel prologo, quel contrasto tra il riso del buffone e l’amore infranto del medesimo, che è assolutamente l'estratto del sentimento romantico. Egli aveva le subite, larghe, affettuose commozioni degli uomini grassi. Tra le sue dense sonnolente palpebre la lagrimetta oscillava volentieri.
avuto un
Vero
è che, se
egli
non
avesse
tuna che
serenissimo e robusto concetto di avrebbe potuto esser saamarezze; perchè la forun tempo gli aveva sorriso feste-
vole, ora
lo
sè, quella lagrima pida di disperate
non
sempre
trascurava,
e della
sua
originale, ma ben canora
musica
e dol-
cemente appassionata, la voga era a dir tutto
il male possibile.
Io capisco benissimo che ci sono purezze melodiche ed ardue armonie da amare assai più che non le grazie facili dell’arte di Leoncavallo; ma sento anche che quella musica, nata da un'ispirazione che si compiaceva e si commoveva di sè, e coglieva più l’esteriore che l'intimo dei drammi che interpretava, aveva la sua funzione; e in ogni modo i Pagliacci, scritti subito dopo il trionfo della Cavalleria ed entro la scìa che l’opera di Mascagni si tagliava correndo nell’ammirazione del pubblico, sono un blocchetto solido e ben faccettato e lucente; e se restano così vivi nel ricordo e nella simpatia della folla, vuol dire che dicono qualche parola che la folla aveva nel cuore e desiderava di esprimere. Intanto cantano; e, a dire il vero, ogni tanto, anche quando si è più attratti da forme d'arte di delicata suggestione, ci vien voglia di rinfrescarci e di semplificarci, di appagarci di piaceri più ingenui e più casalinghi; e allora si gode un po’ a dispetto del cervello, possibilmente procurando di non
farglielo sapere.
*KIl prologo dei Pag/iacci, per l'accentuazione drammatica, per la sobrietà e la forza del colore, è una bella rispettabilissima pagin: in quei due atti poi c'è pienezza di cose dolci @ appassionate, e cielo e rondini, e cuori che amano,
e cuori che si disperano, e serenate,
e nostalgie di un infinito un po’ alla mano e non del tutto impervio, che ci prendono con la loro blandizie e con la loro tenue ma cara umanità. I Pagliacci sono certo il segno più di
gno
personale e più compiuto dell’ingevivono e vivrannno a
Leoncavallo;
lungo. Di questo ingegno del Leoncavallo il carattere distintivo era una certa potenza di far tutto e un fervore che gli impediva di approfondire nulla. Sappiamo che egli aveva, e con passione, studiato lettere alla scuola del Carducci. Ma l'impressione che si aveva di lui letterato, era di uno che avesse-fiutato con ebbrezza,
fermo
davanti
al cancello,
tutti i
fiori dei giardini delle Muse, appagandosi di quell’incognito indistinto profumo, e senza andar più vicino alle piante a esaminarle e a conoscerle. E anche la sua musica aveva, sopratutto, aroma, talora fino e squisito, talora da profumeria secondaria. Molto istinto, insomma; ma insieme un ideale un po’ svagato e accivettante;'e un pa/Hos turgido, straripante, baroccheggiante, ma con un fondo
OMMERIRELLI
di sincerità che temperava nell’artista la sentimentalità, un poco femminea RR La sua vita varia fu ricca di bizzarri, e mancò d’unità, come la sua arte, che dai Medici saltò ai Pagliacci, dai Pagliacci e dalla Boheme a Zazà, da Zazà al Rolando di Berlino, da questo a Maia, da Maia alla Camicia rossa, e dalla Camicia rossa alla operetta. Noi l'abbiamo visto, in mu: care un po’ tutto e un po’ dapertutti pirazioni dalla cultura, dal naturalismo zoliano, dalla storia barbarica, dal patriottismo; non per inquietudine intima, ma per abbondanza di cuore, per sete di successo, per facilità di entusiasmo, per superficialità di scelta, e anche per bisogno di guadagno. Era pieno di canti e se ne serviva in ogni occasione; poche volte la visione teatrale e la musica nacquero in lui da un stesso
solo disinteressato
modo
pianoforte,
era
stato
maestro
bisogno. Allo
studente, suonatore
di
di canto, e, per un pelo,
non fu generale di bande nere contro l’Inghilterra, per desiderio del Kedivé d'Egitto. Aveva errato per il mondo; a Parigi era stati un napoletano accorato; tornato in Italia aveva trascinato con sè i ricordi della sua
bohème parigina; ma più spes italianità che pigliava il sopravvento,
o:
era il calore della sua italianità, tutta doni, parole, fraternità improvvise e impetuose e oblii distratti. Era stato un do/emzien perchè apparteneva a quella vasta razza di emigranti che piantano ovunque la loro fragile casa effimera. Quello che egli reputava
in sè pariginismo da Quartier Latino, era una
parse addirittura cose di paradiso. Per questo, quel piccolo mondo antico del-
dove; e soffrono di andare, per
ciò che lasciano, ma soffrirebbero se restassero per ciò che temerebbero di perdere. Grave e pesante era il suo corpo; ma se le guancie erano gonfie e il mento doppio, e i baffi arcuati erano da maresciallo di finanza, disordinati e liberi erano invece i capelli e dolcissimi e giovanissimi gli occhi. Il suo respiro era affannato e appenava a udirlo; ma quando egli ci sedeva vicino tutto massiccio e tondeggiante, da certe assenze della sua attenzione si comprendeva che si sarebbe alzato subito per partire, se qualche cosa, di lontano,
o una
speranza,
o
un
ap-
plauso o una chimera gli avesse fatto cenno; e col gorgoglio di quel suo fiato stanco egli avrebbe camminato, camminato, recando le sue melodie nel cuore, purchè l'illusione avesse indossato /a veste bianca e fosse balzata
incontro
a/ suo
cantor,
che
sognava
forse un mondo di amanti tristi per la troppo gioia di essere felici, un caro mondo dove ci fossero passioni melodrammatiche da prendere sul serio, da piangerci sopra senza strazio ma col gusto delle lacrime; e dove, anche, vivessero uomini che fossero insieme l’eroe e il tenore, donne che fossero l'ideale e nel tempo stesso la prima donna; un mondo pieno di musiche facili e gradevoli, delle quali, tutti, intorno,
onorassero
l'inventore.
È quell’inventore amato, lodato, acclamato, immaginava di essere lui. *
Laura Zanon Paladini è morta. Sapete? Aveva più di settant'anni. Potete pensarla vecchia? L'immagine che serbiamo di lei è quella della giovinezza stessa del popolo. Vecchiezza vuol dire capelli grigi, anima grigia, pensiero freddo; ed ella, alla ribalta, era tutta colore, movimento, strepito, inframmettenza, tramestio. Non che lo fosse di fatto; anzi, le piacevano la quiete, l'ordine, il cantuccio più calmo del palcoscenico, l’economia, la puntualità; non si ricordava nep-
pure di esser donna, tanto, anche da giovine,
le era mancata ogni civetteria; ed obli d'essere attrice, tanto era lontana dalla vani Se noi pensiamo alle soubretfes d'un tempo, dagli occhi voluttuosi, dal riso malizioso sulla bocca viva, — bracciotti nudi, sodi e lattei, busto dritto, seni tralucenti, fianchi agili, caviglie nervose, un po’ di polpaccio tra i pizzi della gonnella, una cuffietta, un ricamo per grembiulino, scarpette lucide, voglia di peccato e fascino scaltro — non possiamo quasi credere che esse, artisticamente, fosserole fresche
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l'ora dei due passi, e magari la sosta al Pedrocchi, a godersi un caffè forte, sarebbero
la compagnia Benini, pulito, sensato, consuetudinario come una famiglia, era veramente il suo posto. Ogni sera, un'ora avanti la recita, prima, giungeva in teatro Amelia
malinconico
rato; il nomadismo di Nedda, il nomadismo dei « boemi del cielo » che vanno liberamente sanno
devano dal lato del sentimento, ma decisa a farsi rispettare, magari con un garofano di cinque foglie, fatto sbocciare rosso e improvviso su qualche guancia lucida di damerino. Schiaffi nella vita, la cara Laura non ne avrebbe dati mai, tanto era mite; ma tale era come donna, che le sarebbe seccato moltissimo di strisciar vicino all’impudenza come attrice. Figurarsi che, nel più bello dell’arte sua, ella aveva sognato di piantar baracca e burattini, e di andar a vivere a Padova col suo Checco Paladini, che s'era messo in mente di diventare fotografo. E se rimase sul palcoscenico fu proprio per quella maledetta fabbrica dell’appetito, chè altrimenti, a lei, poche stanze, con quell’ affettuoso brontolone di suo marito, e le tiepide abitudini della vita più borghese, l'ora della zuppa, del giornale,
e spensie-
specie di nomadismo e non
gaie avole di questa servetta superstite dai tempi di Goldoni. Con Laura Zanon Paladini la servetta era divenuta la buona figliuola; e se c'era in lei tanto pepe, oh non era per suscitare gli stanchi capricci dei vecchi, ma per difendersi da chi avesse osato mancarle di rispetto. E che? Una brava ragazza del popolo, perchè ha lo sguardo giocondo, e qualche volta si rimbocca le maniche per far meglio le sue faccende, ha da essere brancicata come una preda facile? Giù le mani! La servetta del nuovo teatro non aveva da alambiccare sottigliezze alla Marivaux: era franca, furiosa se occorreva, docile, se la pren-
pagna, di quelle poi Albano
che
madri,
di qualche sua comsostenevano ruo/î po-
mezze
caratteristiche;
Mezzetti, col cappello sulla nu-
ca, e una certa andatura baldanzosa che ricordava in lui il primo attore romantico di un tempo; poi Ferruccio Benini, a lenti passi, succhiando il suo virginia, assiemeva Federico Conforti, dalla voce infantile, che si ribellava all'idea di essere stato vinto a scopone dal suo capocomico. E si avvicinava Italia Benini Sambo, con il passo un po’ trascicante, buona, dolce, sorridente maternamente a tutti. Il palcoscenico era calmo, senza vocii; i camerini accomodati alla buona; il lusso non li conosceva; solide, serie vesti, accappatoi da donne di casa sua, odor di quiete, non profumi, non ciprie, non manteche. Le giovani attrici erano un po’ le figlie di tutta la compagnia, vigilate, consigliate da
tutti, magari pettinate, per una prima rappresentazione, da qualche compagna anziana, saggia come una seconda mamma. Prince, il cane nero e falbo del grande Ferruccio, si accucciava
in una vigilante sonnolenza;
ma
se alcuno, per scherzo, nominava il protagonista di una certa commedia caduta, soprassaltava e abbaiava con severa disapprovazione.
Laura con le sue codine di treccie giù per le magre spalle, si truccava quel tanto che bastava per non apparir scolorita agli impallidenti fuochi della ribalta. Ma i più vivi colori, per le figure che ella doveva interpretare, erano, in lei, nella sua pronta, umana vivacità, nel
‘oresco senso della verita.
I suoi occhi
vevano espressioni infinite di ironia, di riso,
di perplessità, di sospetto, di stizza, di piccola ipocrisia, di più grande santocchieria. Occhi piccoli, inqueti, acuti, brillanti. E le sue labbra sottili, avevano cento modi di atteggiarsi al broncio; ora si serravano amare, ora si inerespavano meditabonde, si porgevano, o si annullavano in una gelida smorfia, o si allargavano a lasciar uscire uno strillo argentino. Piccola, tutta fatta di tratti sfuggenti; la fronte e le gote sfuggenti un po’ indietro, come tirate dai capelli e dalle orecchie, le spalle, la schiena che parevano scappar in giù anch'esse, ella camminava un po’ curva, con la testa in
avanti, talora con certi grandi nastri goldoniani che le svolazzavano dietro, agitando le mani minute, raccogliendo le punte delle dita, e vibrandole contro qualcuno, o qualcosa, par-
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Il maestro Ruggero Leoncavallo (Fot. Varischi e Artico). nato a Napoli 1858, morto a Montecatini il 9 agosto. lando ora lenta, molle, trainante, scattando poi
in una sillabazione veloce, sbattente, concima ;insaporendo ogni battuta, cogliendo da ogni discorso i tratti più comici, e sollevandoli su dal tono generale, agitandoli purpurei e sonanti, ora spingendoli su, fino alle note di testa, ora stemperandoli in una intonazione bassa;
tutta
varia,
con
uno
stile suo
pro-
prio, del quale si scopriva presto il meccanismo fonico, l’avvicendantesi ritmo, ma non il segreto dell’imperitura freschezza, Perchè c’era dell’ispirazione nell’arte semplice e ricca della Zanon; c’era la spontaneità che dà lo splendore ai fiori e il correr dolce ai ruscelli. C'era la vita. E questa vita, languì in lei, ora, per alcune settimane.
La
povera
Laura
era
sola; le avevano venduto i mobili. Si consumava
in una mezza
povertà, dalla quale non
poteva più sperar di uscire, Ossia forse sperò di uscirvi così, morendo, per andar dove il suo Checco l’aspetta, e Selvatico e Gallina l'hanno preceduto, e Benini è scomparso, mentre aveva ancora nelle orecchie il fragore dell'ultimo applauso *
Ceccardi. Per molti anni l'hanno conosciuto pochi
fedeli. Il gran
pubblico lo igno-
rava. E Ceccardo viveva come fuori del mondo SUORE. Cari fantasticando come chi d'una barca al dondolio
vaghi per un azzurro umido oblio,
con voci rade e lente
glia — sul cammin delle stelle, o aspettare che il mattino vuoti
un cesto di lilla ne
para
‘anima che dormia,
o giunga l'amante, che
REI
oppure seguendo
fantasmi di eroi per sereni silenzi ;
un florido melo, Primavera i capei verdi discioglie a l'umid’oro del cielo. Sì, queste cose, d’aria e di voli, e di fiori e
di nuvole voleva il poeta; ed essere come quella capinera canoro, chè il cuor g in cima di un albero con più alte che paion ale dischiuse su l'orlo dei nidi
Egli era felice per un nulla, purchè su quel nulla le aurore e i tramonti riflettessero un po’di porpora. Allora, egli diceva,
ride e grida il mio cuore, ride e grid e il mio dolce desio sor] Jassa ii
i midi e
"
arboscelli ;
del vespero.
Quel mutar del giorno ne la notte, io pendendo alla finestra î seguo e una tristezza eterna con disperata illusion ne libo.
Ed anche lo allietavano classiche immagini, o bagliori di antiche guerre, storie della sua gente vecchia, ardita, taciturna, possente; e
allora egli rivedeva l'Italia, giacentesi a l'ombra de l’evo torbo calante ferìala d'un pungolo, e i piedi tremante, java al suo cuor;
viveva con quella ingenua bontà di chi crede di poter placare la sorte sorridendole, e non chiedendo nulla, se non di imbattersi in una
aurea frotta di lucciole, e cacciare e cogliere
quanto può di ale, e poi /e braccia levate nei baratri azzurri, gettarle — o meravi-
, morta a Milano il 9 agosto. anch'esso.
Alto,
e chiomato,
e con
i baffi
spioventi, incapace di vita, ignaro di realtà,
egli consumava i suoi giorni. E intanto le sventure lo assalivano d'ogni parte, e la po-
vertà gli si andava sempre più avvicinando, povertà e la malattia. Questa, alcuni sicura di coglierlo inerme e di prostra
re, sospirava cose tenere e soavi. In questo dolce modo boschereccio essa cantava:
oppure anche gli piaceva la gran mestizia
Anche un poeta è morto in questi giorni luttuosi alle Muse: Ceccardo Roccatagliata
solo
+ L Paladi
sono lo ghermì, l’atterrò; l’altra allora di strappargli ogni melodiosa illusione. Ma grido corse allora tra le genti di questo
poeta morente, accolto all'ospedale dei poveri; e l’attenzione che la sua' bella, onesta, purissima poesia non aveva saputo attirare, fu destata da quel dramma della miseria d’un artista. Ah di quanti filantropi va rigoglioso ed orgoglioso il mondo! Ma se, oltre ad essi, e prima di essi, ci fossero più cuori capaci di amare la poesia, più lettori capaci di com-
prare un volumetto di versi, senza aspettare che il poeta infermi e debba accettare il
pane della compassione! Dunque ci fu una
breve estasi di carità, un intenerimento che © si stemperava in articoli di giornale e gemeva sui dolori di questo poeta infelice, E
il poeta fù un poco aiutato; e per cura di amici e di ammiratori fu pubblicato il volume dei suoi versi. Poi il buon cuore degli uomini dimenticò questa poesia, e si occupò di altre prose. Il buon Ceccardoe visse gli ultimi anni, povero, come sempre; e, quando più le mogli degli arricchiti di guerra si costellavano di gioielli, egli scriveva il suo testamento, col uale lasciava al figlio tutto quello che posse-
dette, cioè il ricordo dei suoi lunghi pati-
menti; e morì, pianto, ah questo sì; anche da quelli che ‘erano rimasti con gli occhi
asciutti quand’egli era vivo e soffriva.
Ora egli non è più nè misero nè felice; e —
tranquillizzatevi, filantropi — non ha più biso-
In questi segreti colloqui con le arche e con le primavere, con le caligini di ieri e le albe di domani, viveva questo poeta, padre di un caro fanciullo, Tristano, ma fanciullo
gno di niente, neanche della millesima parte i danari che i delegati di pubblica sicurezza vanno sequestrando ai' merlî € agli spennatori d'Italia.
LA VETTURA PIU MODERNA PER GRANDE TURISMO È IL TIPO 35-50 HP SPA CON MESSA IN MARCIA ED ILLUMINAZIONE ELETTRICA
di'merli per le clandestine bische Il Nobiluomo Vidal.
164
L'ILLUSTRAZIONE
IL
VILLAGGIO
MARTIRE
ITALIANA
DEL
TRENTINO.
4Ù
Marco, tra Serravalle e Rovereto, ai piedi della Zugna, che per quattr'anni fu ininterrottamente sotto il fuoco ine
ciato delle opposte artiglierie,
L'ILLUSTRAZIONE
CERIMONIE
La lapide commemorativa all’Alpe della Grotta sopr LA
SEZIONE
e
2
FIORENTINA
ITALIANA
PATRIOTTICHE
E
MILITARI.
Inaugurazione della lapide. il mirataitacipliaioEtgchio Goeslschii
' DE
.
I
La festa della 66." Divisione a Zara. - Una
PER
I SUOI
SOCI
CADUTI
finta battaglia in costumi
La premiazione.
Le gare ginnastiche della 52.* Divisione nella Conca di Caporetto, con la partecipazione nella pittoresca Conca, con lo sfondo del monte Nero, del Mrzli, del Vodil è del M
IN
GUERRA,
Napoleonici.
L'alpino Pani al salto con l’asta.
di cira 2000 fra alpini e artiglieri di montagna. L'imponente adunata , riuscì una grandiosa manifestazione sportiva militare d’italianità,
166
ILLUSTRAZIONE CRONACHE
DI
ROMA
ECAPREREGA-
E
n cielo, in terra, nelle gestioni comunali, in seno alle famiglie, si son dati tali prodigi da far veramente supporre che il mondo o voglia precipitare o stia per rinnovarsi. Crisi di gabinetto, inchieste, scioperi e terremoti si contendono e fanno traballare pau-
rosamente questa terra meschina. Il solleone ha asciugato i meglio umori dell’uomo. In-
tanto i premi di smobilitazione vuotano le casse dei depositi militari, e agli ufficiali pagatori dà di volta il cervello. Ognuno riprende
la sua buccia borghese, con delusione delle ragazze. Il figli di famiglia rientrano in casa con
nuove
pretese.
I romani
si ritrovano
chiusi fra i sette colli come in un labirinto. Gli orari delle ferrovie sono imbiancati come i registri dello Stato Civile dopo le fierissi pestilenze. I marmi delle Banche bruciano sotto i piedi. Gli asfalti fumano. Le birrarie sono senza birra e senza ghiaccio, le osterie senza vino, i tabaccai senza tabacco, le donne
ITALIANA
ANTICA
E
MODERNA
ALLE:
PIOSRIT.E
van più volte ruotata in alto sì da vederle un momento, illusa, aprire le elitre e sbattere i rossi ventaglietti delle ali, finchè, dài e dài, al ragazzo non rimaneva, attaccata al filo, che
la zampa stroncata
a una
*
di quelle finestre tendate una bianca
mano
Fin qui l’Affrica dei Faraoni e degli obelischi. Ma dell’Africa veramente nera, infida e bestiale, dell’Affrica dei cercatori d’oro e di dia-
manti,
chiaro diffusa, queste frangie di verdura, questo silenzio d'infinita attesa, quelle tende alle loggette e quel cielo d’agosto, azzurro immoto. Manca proprio di vedere apparire
dell'Alto Limpopo, me ne son fatta una
idea visitando l'ufficio postale degli « espressi » alla stazione di Termini dov'ero andato a fare Seglanio per una lettera smarrita, Appena messo il piede in quell’antro la fiducia nel mio reclamo era bell'e caduta. Il tuono e la confusione v'erano indescrivibili. Qua balle, casse, là biciclette, carriole ribaltate, e ogni
cosa fuori posto come nell’imminenza d'un saccheggio o, proprio, dello straripamento del Limpopo. Intorno discernevo pareti a palizzata, a sbarre di legno, tra le cui fessure
di cristiana rinnegata che ci butti giù, in un pannolino, le monete d’oro
annodate
del nostro riscatto. I carabinieri fanno una dimostrazione di forza qual’è richiesta dalla situazione, sonnolenta e piuttosto sbracata. In tipografia mosconi
e
moschini
dormono
sulle rotative, Qui nel cortile
indisturbati
gdcciola una
cannella, e non c'è nessuno che le dia mai sulla voce. *
Scioperando i tipografi proprio su queste
giornate così piene d'avvenimenti
importanti,
redattori e reporter si sentirebbero in colpa se non spiegassero in qualche modo l’attività che da loro il momento richiede, e se non
senza amore, i barbieri senza giornali, imonti era d’aspettarsi veder a ondeggiare proboscidi facessero un po'la guardia al parlamento. senza pegni, le balie senza latte, le galline d’elefanti, tant'ombra aduggiava quel luogo Ragione per cui seggono lunghe ore al vecchio caffè Guardabassi laddove la bella piazza senza uova, i combattenti senza cartuccie. tali barriti strani venivan dall’alto, Tra 1 di Montecitorio frange sua rattezza. Ogni Chi hai vetri delle finestre rotti, non si cura ebasso e l’alto salivano scalette di legno soqualcuno abbandona il tavolino e aldi ripararli. Tutti hanno fretta, nessuno trova spese nel vuoto e di lì sopra s a per tanto l'ombra dell'obelisco roseo di Psammetico loco, voja de lavorà sdrteme addosso. I la- certa passerella in un’altra specie di capanpidarî commettono sbagli d’ortografia perfino none dove la furia dei timbri levava sui ta- Primo allunga il passo verso qualche notabile barba di capopartito che s'è fatta’ sulla sui sepolcri. Le istituzioni si sfasciano, i coun fracasso sempre p porta di Montecitorio: e confabulano, e s'apstumi finiscono di scostumarsi, tutto bisogna voli un polveroneUn e lungo tramezzo a rete e poggiano alle colonne della porta come per che vada a macchina. Mancano le materie aimpressionanti. sportelli divideva i tavoli tambureggianti tenerlo su, il palazzone del Bernini. Ma la prime, le seconde e Îe terze. Manca il sale dei registratori e timbratori, sui quali erano di quel portiere nessuno si può vanalle zucche. Lo scultore accetta di lavorare di buste e di plichi, da un’urlante mar- barba tare d’uguagliarla, così ricca, pulita, ben monin calcestruzzo, il romanziere per comporre monti maglia di fattorini, barbara adolescenza, che tata, irreprensibile. Quando il campaniletto si serve del giovine di studio, lo xilògrafo con le borse a tracolla, ciascuno d’in cima al palazzo batte tutte le tutta adopera il linoleum, si va avanti a furia di attendeva, di quella corrispondenza e un pia- la piazza ha una simpaticissima ariaore,provinsurrogati. Intanto le frontiere si riaprono alla un mazzod’ottone numerato: operazione che ciale. E i cafoni ci si ritrovano benone. chetichella, e i commessi viaggiatori nascono strone dava modo a tutti di coprirsi d’invettive, cia» come funghi. Ma la concordia e la buona fede scuno mettendo fretta e crescendo disordine. sono ancora in bando, e perfino le ombre dei Sorvegliava Altro bell’affare della quindicina, la serrata questi e quelli un guercione barmorti si divertono a venirci in sogno a dare buto delle trattorie. £Y je m'en passeraî, anche di e grondante di sudore, chi sa che veci terni sbagliati. Tutto questo mentre l’Affrica chio appaltatore questa. Ma il povero suonatore che di corni d’ippopotamo, e al arriva sopra pensiero davanti ambulante è alle porte della città. alla solita trat* In più, quest'anno, l’Affrica, che nei mesi più caldi si tiene normalmente in agguato alle porte di Roma, ha mandato avanti, in tutti i quartieri, suoi pattuglioni di cavallette
viaggiatrici, le cavallette dai grandi occhi laterali e dalle belle cosce gonfie e vermiglie. Per qualche giorno non siamo stati nemmeno più padroni di cenare con le finestre aperte e lavorar.di notte, senza vedercele cascare nella minestra e nel calamaio, Nella strada si ritrovavano a centinaia, azzoppite e stritolate sui marciapiedi, nelle rotaie del tram, sotto i tavolini dei
caffè. Giorno per giorno
l'invasione minacciava di crescere. Giungevano notizie di treni addirittura fermati sulle linee meridionali. Si diceva: Ecco che portano la febbre spagnuola. E allora il vento caldo che si levava verso sera, faceva veramente
paura, è gli iettatori le piaghe
nube
posata
d'Egitto:
quasi
più voce e si guardava
intorno
senza
più sguardo. O poveri affari nostri, per passare!
Il sole spacca le pietre, e, fin dove arri nima viva, ma \solo questo tram sconqua ne
va ballando
sulle rotaie coi
salvagente penzoloni, colle tabelle a sghim-
bescio; col fanale tutto ammaccato. Sul più bello di quella mus quella danza ecco ‘ode uno strido orrendo di freni, unitamente a gridi di donne, e poi fumo, fiamme e scin-
tille, e gente che si butta a capofitto. Sfop. È morta un’altra vettura della Società Ro-
mana.
Sî? ammazzata,
mento
che
è l'unico compati-
si merita, e gli scampati
fanno di cuore, colla prospettiv
glie lo
arrivare
mente
lunque servizio di tram non può assolutaandare
peggio di questo di Roma.
&
Cavallette, obelischi, paln leoni di maro alle fontane, il Moro di piazza Navona,
insolazione per insolazione; meglio vera cento volte!
che traversare
l’Affrica
sul mezzo-
l'alto delle sue torri, in tutta la sua terra non
giorno piazza Venezia 0 piazza del Popolo, quando non esce più nemmeno il Piccolo
sudicia e nera: e dietro lui il segretario dei
giornale d'Italia coi clichés del mare
e il direttore generale della” questura
Oggi, nove agosto, fa il mese senza giornali. Ft je m'en passerai.
consumi, i professori di economia politica, i direttori dei giornali, il ministro dei trasporti invece
di dargli animo, altro non sapevano che gemere e soffiare dalla pena e strologare sulla Crisi delle Crisi. Ma le povere
cavallette di questa volta co-
me sono venute così se ne sono andate, invero senza prendersi nessuna soddisfazione. Se ne sono andate dopo essersi scottate sugli elmetti arroventati. delle sentinelle al sole, lasciando
molte
carognine
sotto
le nostre
suole e qualche mutilata nei giardini; sfuggita con grandissima pena alle mani dei monelli che," legata"per un filo alla zampa, l’ave-
LA
e col for-
sato che se
tutto
rivide negli orti una foglia d’insalata, un fiore nei viali, un fico sul ramo, e tutta la terra
myrmrec6phaga jubata;
dalla parte mangia.
quando
in terra e in ogni dove,
l'orecchio e il berretto. La cicala e la formica; ma che formica! qui si tratta del for-
michiere,
michiere, se le favole hanno davvero una morale, la cicala dev'essere senza discutere
buon
e dalle case chiuse, tutta la notte si sentì lo scroscio del loro mangiare, e la sera dopo Faraone, con le mani nei lunghi capelli, dal-
toria e la trova chiusa, con la cima dell’archetto si gratta /a capa, lungamente, tra
la vista non si scorge un filo d'ombra e un’a-
avevano
quel luminoso paese divenne scuro per l’immensa
senza
che mani dovete
a casa sotto le fiamme di questo sole. Sfop. Ma io dico che se a Tumbuctù un qua-
gioco a rimetterci in mente, con funebre insistenza,
quale fui indirizzato pel reclamo, ch'urlava
e del
monte,
che siamo
della
ragione.
Per
questo,
non
Antonio
BALDINI.
NECROLOGIO.
»‘
— Medico, naturalista, filosofo, di fama unive ale, Ernesto Haeckel, nato a Berlino il 16 febbraio 1834 da una famiglia di giuristi, a Berlino è morto il 10 agosto, nell'ora in cui la Germania ha
bisogno di tutte le sue energie per ricomporsi. Germania
celebrò il
guerra, e ne
La
giubileo di lui alla vigilia della
piange È. perdita
nell'ora
in cui
nismi, ossia Storia naturale della creazione,
tra-
dotta in tutte le lingue. Così Haeckel portò il mate-
rialismo, chiaro, calmo, riflessivo, fuori dalla stretta scienza, nella vita; e lo integrò più tardi con l’altra opera conosciutissima / m2isferi dell’ Universo, che
gli suscitò contro il clericalismo; onde egli uscì cla-
morosamente
dalla Chiesa,
giungendo fino a _rim-
proverdre: GuglislmoIlidi debolezza rafigsili Vano cano. Fu il maggior filosofo materialista tedesco;
*
La storia di Cervantes nel bagno d'Algeri e la favola di Zoraida e dello schiavo nel Don Chisciotte, sullo stesso argomento bio-
grafico di corsari, di prigione e di riscatto,
mi ritornano a mente, non saprei dire perchè,
rivedendo i carabinieri senza lucerna indolentemente allungati tutto il santo giorno sopra un sopfa nel cortile della 7r:bura :
era ammirato per la sua vigoria intellettuale e fisica; e sì ritiene che, dopo Bismarck, sia stato
l'uomo
più celebrato dalla Germania contemporanea.
= Va ricordato il multi-milionario nord-americano Augusto Julliard, morto a Nova York il mese
scorsi ciando dietro sè una fortuna valutata 75 milioni di franchi fatta in trenta anni; mentre arrivò dalla Francia
in America
senza
ma non per altro, immagino, che per que-
istituzioni
fra
il Metropolitan
sta ombra
addietro.
di sole
in diagonale, questa luce
PERUGINA
è
costretta a rassegnarsi agli amarissimi frutti della guerra. Haeckel esotdì medico, ma cedette alla pa: ione sua per la botanica e la zoologia; tra il 1859-60 viaggiò in Italia, dove concepì e mise insieme quella sua opera sui radiolari che, in patria, gli valse la libera docenza in zoologia a Jena. Uscita nel '63 la grande opera di Darwin su l'origine delle specie, tanto criticata in Germania, Haeckel nel Congress dei naturalisti a Stettino sorse a difenderla, e la corroborò con la sua Morfologia generale degli orga-
musicali,
le quali
TheatreXla cui gestione egli aveva già salvata anni
CONFETTURE LE
=
un cente-
simo! Ha legati per testamento 25 milioni a varie
LUISA
GRANDI
—
E CIOCCOLATO MARCHE
GRIFO
-
THAIS
—
L'ILLUSTRAZIONE
UNA
GLORIOSA
ITALIANA
BANDIERA
FERITA.
Il 69° Fanteria sulla linea d'armistizio celebra la festa della sua bandiera.
Il Cappellano tenente Don Callegari benedice la targa. 1 13 giugno del 1916, in quelle epiche l'offensiva nemi in linea a Monte
chi tutti
Il Cappellano b: giornate
I
del —
anch'essa ferita e S, Roreto, allora con
ne, det targa dell
E poichè il 69°
bi
infranti, |
î i
quel
mente tutta la e. riose, solo a vitto
sua più alta glori
di
a
ica
La fes i
linea
i
d'armistizio,
e anche
con
e presso
largo concorso di città
di
nze
quelle donne gentili che ne donarono il sacro
Medaglia ricordo del Reggimento
(recto).
RIPORTAVA GLORIOSA FERITA
Monte Giove, 13 giugno 1916.
Generale Perri.
i DALSAI i DI(GRATA an
vessillo.
ore e largo lanaro, nonchè doni.
| no suanieEi
a dal gen.
La bandiera
fo
Petitti.
sfila nel quadrato.
Il colonnello
lentini del 69° Fanteria
fregiato della terza medaglia d'argento.è
L'ILLUSTRAZIONE
NUOVI
PAESI
PER
La « Torre di Pisa» nelle Dolomi
LE
ESCURSIONI
ALIANA
ESTIVE
DEGLI
ITALIANI.
Rifugio del passo €
leiten nelle Dolomiti,
allo.
n ù grandi hi "estero ner iscopo
© che possediamo, quando io penso che nell'All della natura, trovo riprovevole che alcuno pensi is Nitti al Senato, 27 luglio).
170
ILLUSTRAZIONE
CON F
GLI
OCCHI
CHIUSI.*
igo Tozzi, popolano senese, fu dapprima
socialista alla maniera vecchia (non bolscevica e rossa, ma umanitaria, redentrice e rosea); fu
poi conservatore cattolico, con intransigenze da Joseph de Maistre e con ricerche erudite e imitazioni formali in cui tentò di rivivere
a Siena tre-
centesca accanto a Santa Caterina. Finalmente si ritrasse dalle dottrine e dagli studi, dandosi tutto
all'arte della prosa con una negazione ostile di ogni altra attività e con
una fermezza senza distra-
zioni, degna di un antico artigiano.
infallibile nel duro terreno della realtà
paesana
che
si distinse
da
tutte
le
altre in Italia per la tenacia concentr: con cui perfezionò, anche in tempi di lussi dilettantes
l'esperienza mistica. Libro mis Bestie (Treves,
isi
mento è sempre lo stesso, identico nella
patimento umano
assume un'autorità
universale
e
permanente per mezzo del parallelo con una contemporanea sofferenza nella natura. Libro mistico e visionario è questo romanzo Con gli occhi chiusi (Treves, 1919), ove il titolo, troppo autocritico, allude francamente
a un
metodo
di austera
intro-
spezione, a uno spietato esame di coscienza, in cui l'autore coinvolge con se stesso gli altri personaggi e il paesaggio. Queste parole, finora poco chiare, possono far pensare a un libro moralista, a un programma e a una tesi,
Non v'è invece traccia
fuorché nel titolo, non
di programma
d'arte
v'è segno di volontà conclu-
sionali fuorché in un paio di pagine (148 e 224) e negli ultimissimi righi che l’autore, in una ris farebbe bene ad abolire. L' tanto nell’emozione e nel dolore, ed è aus
suetudine;
se si pensa
e sintetico, respirante
si muove
a un sentimento che non è lontano dalla
reverenza. Nulla
lombaro entro un'umanità e una natura che rea-
giscono alla vita con contrazioni, ad altri impercettibili, di spasimo. La nota pagina leopardiana che
rappresenta un giardino di primavera come un giardino di supplizi può illuminare il carattere di questo libro.
Esso è, in largo senso, autobiografico. Il Tozzi vi espone la sua adolescenza, inquadrandola nel primo amore. Apre il racconto al giorno in cui la bella fanciulla contadina Ghisola, pungendogli la mano con un ferro da calza, gli fa presentire la col dolore, della voluttà
col sangue. Lo chiude il giorno in cui Ghisola, caduta e decaduta, gli mostra nel suo ventre carico di maternità
randagia la condanna di una passione
follemente platonica, in cui il giovinetto aveva duto di bruciare le scorie di una affannosa
cree spi
nosa primavera di vita. Intorno ai due sono contadini e artigiani, campagne ed interni, animali e piante.
Le
Ma l'autobiografia è obbiettivata con precisione scultoria, e le intime concretezze che l'autore narr
di sé adolescente non sono né più né meno soli mente disegnate di quelle ch'egli attribuisce al padre, alla madre, al passante o perfino al vecchio cane Toppa. Di un contadino che amava il contatto dei vitelli, dice « Egli, finita la fatica, era
caldo
e umido mangiava
come
elo di una pittura corni
il movimento in un ritmo
sudore.
S figlio lunatico e fanta-
stico, dice: «E, allora, sarebbe stato meglio che non gli fosse nato. Perché gli era nato? Meglio non parlargli più, sopportando che camminasse
accanto, in
silenzio,
magari a testa bassa, fino a batterla sul lastrico ».
Di Ghisola, che all'imbrunire, dopo una processione campagnola, aveva sofferta la prima violenza, dice: « Rivedeva
tutta la processione:
anzi si divertiva
riconoscendo a uno a uno quegli che
cantavano
senza badare a lei, dicendo mentalmente i loro nomi, dietro quel crocifisso nudo e tarlato; con le
gocce di vernice rossa come
sangue vero, che bat-
tesse in terra, spaccando gli zoccoli di tutta quella calca! Le pareva che la processione entrasse, ver-
tiginosamente, dentro î suoi occhi ! 11 baldacchino
un poco di sghembo, e la musica se suonasse anche la valle
riecheggiata, core
tortuosa,
a nicchia :
quella musica guasi che parlasse, e il suono delle
campane
non
trattenuto
dalla
così forte da farle staccare ».
1 Feverico Tozzi, Con gli occhi chiusi, romanzo. L. 5.
nerativi
la parola, rovente
« Dopo Fonterutoli, un villaggio come un angolo quattro botteghe, la strada si fa ri ce ad esser più alta che altrove».
cambiata dal vento ».
trattoria
e
corta
perché la strada fino alla
già
faceva
oscuro.
Videro,
dietro la basilica di San Francesco, una sfilata bassa di nuvole come il fuoco ». « Verso settembre, andò trovarla a Radda. Questo paese, il cui mucchio di je si continua
vedere, prima di arrivarci, per parecchi chilometri a
una
collinetta,
è
silenzioso che si ode parlare dentro le case
Sempre queste percezioni di silenzio ferito hanno tità che dà un tremit
«La donna,
barazzo, gli
incuriosita e sorridendo del suo im-
rispose come avesse risposto tutta la
stanza: — la chiamo subito! » Si citerebbe tutto il libro. Ma non si resiste alla
voglia di citare almeno i pri vera
sentita
come
ancora,
accennavo
innanzi
Certo,
molte
nuove
ed
antiche
bellezze
sono
sione rara di una disagevole materia poetica; d quella delicata e struggente
fatica
con
cui l’adole-
scenza s'adatta alla vita, affinché l'età matura possa, per breve tempo, dominarla; di quello stupefatto tirocinio dell’esistenza che ha talvolta le spossatezze e i sussulti d'una lunghissima agonia; che somiglia
al tirocinio della morte, proprio come somiglia al pallore della morte il pallore della vita nella campagna marzolina ove le foglie secche « sono ancora sopra i grani germogliati ». G. A. Borse
DIARIO
UN
DI
È deputato Luigi G
ghi di una prima-
poc'anzi:
FANTE.
rotto ha raccolto in due combattente, Due volumi
possono parer troppi, oggi specialmente che la
letteratura di guerra sovrabbonda e l’attenzione del pubblico, per un effetto di spiegabile stanchezza, è
in ragione inversa di Sella sovrabbondanza. un primo moto di diffidenza davanti a queste seicento pagine; e confessiamo un maliConfessiamo
zioso commento
preliminare
un avvocato che
serive; si capisce che sia prolisso —, Ebbene, nesidenza
fu mai più ingiusta, nessuna accusa
di prolissità più errata. Cominciammo a leggere questo Diario di un fante® con la freddezza di chi
compie un dovere professionale: continuammo Ja lettura con attenzione spontanea, con avidità. La terminammo con la convinzione che questi due
volumi
sono tra i libri
più pregevoli che ricordano,
per testimonianza diretta, la nostra guerra. Non
prolissità
ma
sobrietà
esemplare;
non
mi-
nuzie ma sostanziosa ricchezza di particolari. Le note sono rapide, vivaci, degne d'un felice scrittore in cui la spontaneità dell'espressione trovi il giusto accordo col valore dell'argomento. E se l'argomento è uno, isuoi riflessi sono cento: ed è un grande pregio di questi due volumi che la varietà si mantenga sempre degna dell'attenzione di chi legge; Lo scrittore combattè
qua
e là nelle
varie zone
del
«Questi soli ambigui, questi cinguettii ancora nascosti e che si dimenticano presto, queste nuvole ncheggianti che sembrano ‘venute prima del tempo! È le foglie secche, che sono ancora sopra i grani germogliati scolando il pallore della
grande arco della nostra perpetua battaglia. Segnò gli episodi, ma sopra tutto le anime che vide e conobbe; e le anime sono gli episodi più significativi dell'immenso avvenimento. Poche righe, qualche
morte con
il Gasparotto ricordando l’Abba, ma vi sono delle pagine di questo Diario che l'Abba avrebbe lette con un delicato piacere paterno. C'è in questi due volumi una traccia, tanto più
il pallore della vi!
almeno la presentazione del cadavere «Fu trovata con la testa l'armadio che aveva aperto;
materno
sul pavimento, vers tutta stesa avanti;
come quegli animali che hanno avuto una calcagnata sul capo; con gli occhi mezzo schiusi e pieni ancora di vita; con il
viso un poco contratto, quasi
che le rincrescesse della sua morte soltanto per gli altri, chiedendo di non esserne rimproverata; con una preoccupazione indescrivibile e dolorosa ». Su e giù, con una pazienza robusta che slarga i
avvicendarsi senza mutare; le persone e le cose sono lente ed eguali come in una perdui
descrittiv
Taluno, leggendo, penserà a una Vita Nuova
realistica ed agreste. Ghisola è vista da Pietro come una Beatrice «Egli si sentì esaltare; ella camminava adagio
moyendo un poco la testa, i cui capelli nerissimi, diverso
« Riconosciutolo, rise e arrossì; poi, rimase il
sorriso soltanto. Ed egli credeva, guardandola, di
in cui i diss
erano
tai
© non osavano che
fioche riserve e la forza della nazione operava con uno slancio animato dalle intatte speranze; essere sostituita
dell’abisso
l’anima popolare
aprì gli occhi agli assonnati e ai bendati e il soldato che aveva’ percorso come nello stupore d'una ubriachezza
le vie della rotta,
del lettore, resta fanciulla
rievocando Pietro cui le palpebre sono come i piedi,
affondando
nella
deliberò di
resistere e di vincere, fece nel suo cuore il vero «piano» della rivincita, divenne il generale di sè
stesso, allegro ne’ suoi propositi superato ogni stanchezza
di veterano che ha
suoi
ed eliminato ogni velen
alti superiori non ebbero che da imitarlo per
essere degni di guidarlo, e i nemici interni,
terr:
lavorata, dànno sgomento, che ha gli occhi « di un
celeste chiaro chiaro e come se egli avesse qualche cosa da difendere », ricorderà i turbamenti dege-
se non
rinunziarono alla loro scellerata impresa, ebbero
paura della propria imprudenza.
Il secondo volume di questo /?74ri0, che comincia
con le giornate di giugno sul Piave, è la eronaca scintillante
di
questo
terzo periodo. Molte
figure di combattenti vi si muovono.
rapide
La rapidità è
l'impazienza; la rapidità è la forza; la rapidità è la
corsa verso la vittoria, verso la gloria. Le pagine hanno il ritmo che occorre. Sembra che la penna
scriva, come un grido, « Savoja!» a ogni episodio. L’on. Gasparotto, che durante la guerra ha par-
lato da buon italiano e combattuto da buon soldato,
gere i suoi due volumi e non
calda, cui
italiana ritrovò
l’impeto, si scoprì anzi il suo maggior impeto, la sua forza più grande, quando l’enormità del crollo
tarla ». E, nella immaginazione
acqua
s il pe-
riscossa prodigiosa, quando nel
gon questo
Altri,
il pe-
riodo della semidelusione, quando si sentì che al-
non vedere il suo volto; e non fu capace di salu-
anche dopo la vergogna
di ciò che
pieno di fiera volontà e di certezza incrollabile, e i
romperla ed è una troppo magra tessitur: vella per imprimere movimento dramm ico a così
lisciati con l'olio, erano pettinati in modo da tutte le altre volte».
premeditata,
periodi della lotta: il periodo del primo entusiasmo,
pesante
vi
d'Eliso. Né quella densa immobili trillo dell'amore per Ghisola, che la trave
larga compagine
apprezzabile quanto meno
Non vogliamo adulare
si può dire la storia morale della nostra guerra. Un lettore intelligente non può non rilevare i tre
fondo
Il libro è grave-
i, i tempi, le stagioni sembrano
gesto ammirabile, un
sorriso, un gemito d’agonia.
riodo, infine, della
è pura; tuttavia da quell’aratura si sprigiona
mente statico; gli
nome; una bella parola, un
l'’impeto doveva
limiti del breve libro dandogli lucentezze di lonta nanze inafferrabili, l'autore ara il terreno della sua memoria. I solchi sono precisi e diritti come stradi
l'aria
a
l’autore di Con gli occhi chiusi ci ha dato un'espres.
volumi le sue note
‘ada di Bisarno, alcuni cipressi si movevano in fondo alla svolta. E pareva che la luce fosse continuamente era
Altri
e pura
rità di ferro battuto.
«Volevano decidersi,
Dostojevski.
degne di essere ricordate per questo libro. Certo,
nel suo proprio significato, si abbruna in una sevese, con
di
quella perizia del subcosciente, rievocherà le trasparenze della più fragile poesia francese.
delle umili creature si per
epico;
un’angoscia a volte insostenibile.
facendo da mangi: capisce questo
non
il suo.
in silenzio ».
Del padre, rozzo, violento e operoso, che avev: messo su ‘îm patrimonio e comperato dieci poder
zurro e non
truccata;
vapore come un diafano, lievemente sulfureo, un velo impercettibile che dà una sofferen; e,
per quelle carezze nella stalla; quando l'alito del vitello
in-
gran tenere:
pro
Ricordandosene,
poro,
svasa verso l'infinito di là dal chiuso orizzonte come
così
da
ro è così
vi è d'ironico, di diminutivo, di
tico. Non v'è piacevolezza
in fondo a un bosco, in cima
discesa
il
da ogni
ità verbale; non v'è nemmeno sperimensmo pittoresco o realistico. Il colore paesano
una
identità del piacere
tutto
vaso di luce esploratrice in ogni sguardo, l'animo
coscienza,
funebre
che
di pigrizia e di con
muscoloso
punto perché inconcludente e disperata; l'esame di ad occhi chiusi, è una
tenacia e
‘ocinquanta pagine
una battuta è floscia
alla via».
fatto
ed
di racconto, in cui non un periodo, non un’immagine, non
petua
1917), in cui ogni ricordo li;
interna
esterna. Se sipensa che questo lavoro di dissod:
A sentirlo (non a vederlo) si direbbe un esteta e un decadente. A capirlo, si riconosce in lui la buona fedele razza
ITALIANA
Ogni rigo è uno scavo, ottenuto con una pressione
suo
Ziario ha
compiuto
degnamente
il suo dovere patriottico, poichè è impossibile legsentir l'animo
solle-
vato sopra la palude che è ancora da bonificare,
sollevato in un'aura spirituale a cui la verità e la
grandezza danno gli elementi vitali del respiro. (Corriere della Sera).
index.
1 Lurai Gasparotto. Diario di un fa nte. Milano, Treves
L'ILLUSTRAZIONE
PAESI
GioviNE
E
FIGURE
ITALIANA
DELLA
DALMAZIA,
CURZOLANA.
Mortacco
LA Bapia
pi Curzota.
- Chiostro.
pi
Kievo.
(Disegni dal vero di Innocente Cantinotti).
L'ILLUSTRAZIONE
PAESI
E
FIGURE
RNO
DEL
ITALIANA
DELLA
Duomo
DALMAZIA.
pr
(Disegno dal vero di Innocente Cantinoti
L'ILLUSTRAZIONE
I FASTI
Orrendi
DEI
ITALIANA
BOLSCEVICHI
A
RIGA.
ssacri di donne, borghesi e preti nelle carceri centrali.
Giorgio Duse, di Veni 8 agosto 1918 sul To
(1893), capit. artigli
ezia (1885), med. arg. l'osp. di Grenoble,
pagnoli, di Rosca (1899), sottoten. 27 ott.’18 sul M.te Pertica,
io d’Alessandri, di
Y. Castagnari, di Bologn: all. ufficiale, dec. con mes argento. 21 agosto 1
, di Lodi (95), Imola (1899), ‘on 2med, args 17 febbr. 1819 .”18 sul Montello. in un ospedale a Imola.
Simone Pasero, tanodelgenio.12dicembre’17 a Monte Tomb:
? Pasero, sottotenente, 6 gennaio 1918, Rino
Dott.
berti (’79),cap. ca vembre ‘17 inosp. aUdi
Dott E. Celli, di Cremona (91), ten. medico, più volte dec. 30 ott. 1918 aLutrano.
E. Mevi, di Roma (1894), tenente, dec. med. 29 sett. 19172 Quota
‘ancesco Bianco, a lievo ufficiale. 24 maggio 1917 a Pod Korite.
Cesare Buzzi, di Milano (1894), ten. 21 novembre'18aPieve di Cadore.
wigi Ottavi, di Reggio Emilia (1889), capitano. 20 nov, 1916 sul Carso,
O. Orlandoni, ten. alpini, Gino Gili, di Firenze (’79), decorato med. arg. 19 giu- maggiore, decorato. 14 set gno”17 sul Monte Ortigara. tembre ‘17 sulla Ba
Giuseppe Olmi, di (82), cap. 22 luglio ‘16 sul’ Monte Mosciagh.
Mario Torrini, di Firenze (1895), allievo uff. 20 giugno 1917, sull’ Ortigara.
Umberto Monesi, di Bozzano, ten. ber: 17 giug. ‘18sul Piave,
Umberto Soldati, di Cesena 097), all. uff. bers
Rag. Aldo
7 sulTagliamento,
do
illa, di Sanferdinan-
(87), ten. gran., dec. med.
arg. 7 ag. 16 sul San Michele,
G. Varola, di Lecce (1897 sottoten. di vasc. 10 dicembre nell'osp. di Pola.
Angelici
(96), tenente. 6 ago- *
sto ‘17 sul Trentino.
A.Cacciatori,diPeschiera, ten: alp., dec. med. arg. 4 dic. 1917 sul Badenecche.
Con questa pagina sì chiude la lunga serie degli eroi caduti per la Patria, la cui raccolta e pubblici ione curammo con religioso amore 1915. I ritratti pubblicati sommano a circa 3000 e ne pubblicheremo l'indice in ordine alfabetico alla fine dell'anno.
sin dal maggio
L'ILLUSTRAZIONE
Gr ANGOSSCIA..., —
— Che c'è? È scappato un manzo
a Giustino!
— La bambina! la bambina!
E, con un urlo selvaggio, lasciando andare, di scoppio, fuor del grembiale la serqua d’ova che aveva comprate e pagate sospirando in bottega della civaiòdla, l’Argène sì slanciò in istrada, come una furia. Un gran branco di gente, attirata dalle grida, s'era fatta, dagli usci, sulla piazzetta, davanti alla botteguccia, d'onde si dominava la piazza grande e un tratto di Via della Croce. Codesta siepe umana si parò, davanti all’Argène, le impedì di procedere oltre, lottò brevemente con. lei, cercò di convincerla.... la respinse, La Via della Croce era deserta; la piazza grande s’era vuotata per incanto e si sentiva uno sbatter d'usci e uno spalancar frettoloso di finestre. Il manzo, enorme, tutto bianco, colla fune lunga penzoloni che gli picchiava tra le gambe, caracollava vicino al pozzo, la testa obliqua, la coda in arco. Ci fu un attimo di silenzio, altissimo, un silenzio di cimitero, angoscioso, mentre la bestia fiutava, qua e là, l’aria libera, incerta sulla via da seguire. Proprio quando lo legavano all’anello confitto nella pietra del pavimento, per annoc-
macelleria che era stato condotto, secondo il consueto, a passeggiare ben munito di museruola e legato con una doppia catena. Intanto la bestia scorrazzava di su e di giù. Salita la piazza, la ridiscese ancora, incespicò, si.rialzò subito, furibondo. In cima alla salita era tornato addietro per lo sbattere violento d'una persiana; in fondo alla scesa si impaurì, e s’inferocì più che mai, per una sottana che penzolava da un balcone, agitata dal vento; finalmente si buttò di sfascio per Via della Croce di fondo alla quale veniva avanti, sola soletta e smarrita, la figliola dell’Argène, una bambina di due anni. La madre, senza sapere quel che facesse, si gettò sull’orme del manzo, mentre la civaiòla riapriva la bottega e il contadino, balzando dalla vasca, ritornava di gran corsa verso il gruppetto delle donne che strillavano.
La bambina, tutta
bionda
un angiolino, colle braci:
nel sole come
nude e le gambe
nude, vestita soltanto d'una camicina di percalle bianco, veniva innanzi senza pensare a nulla, senza sentir null: mbronciata a a, coi suoi occhioni celesti, pieni di sogni oscuri, chinati al suolo, poppandosi con profonda convinzione l’indice della manina destra. A un tratto il bue le fu addosso; la investì prima con l'ombra, e, istintivamente, la piccina traballò dalla parte
carlo, l’animale aveva dato uno strattone for-
opposta e cascò nel rigagnolo.
midabile, avea cozzato a destra e a sinistra, mentre tutti si schiacciavano al muro, si but-
La bestia si fermò, daccapo, disorientata dagli urli che ora bucavano il cielo, mentre
tavano in terra, fuggivano, e, infilato l’uscio,
era uscito, galoppando screanzatamente, fin sulla piazza. Giustino, il macellaro, coll’annoccatoio nel pugno destro, simile ad un enorme stile, si teneva la mano sinistra nei capelli squassandosi il capo da dritta a manca, con furore, disperato, colla voce che non riusciva a uscirgli fuori di gola. Il contadino che gli aveva venduto la bestia, armato di un nodoso bastone, uscì, solo,
sulla piazza. Il silenzio si fece più alto, più
opprimente,
nell'attesa
terribile
del tragico
duello fra l'uomo, cauto, raccolto, che camminava in punta di piedi, e l’animale che si sferzava i fianchi aguzzi colla lunga coda a spazzola, ruggendo agro. Il contadino, curvo, rannicchiato su sè stesso, pronto allo scarto, col bastone vibrato per l’aria, scalzo, s'accostava come un'ombra. Era già vicino e ciascuno tratteneva il respiro, quando il rumore frenetico d’un calesse che veniva dalla parte della città rimbalzò sul selciato. Allora il manzo, abbassando le corna, inarcando perfettamente il nerbo poderoso della coda, si voltò di scatto, vide l’uomo e, senza stare a metter tempo in mezzo, lo caricò. Il contadino fece appena in tempo a girare l'angolo del pozzo, e le corna del bove s’abbatterono con uno schianto contro la lamiera dello sportellone posteriore della sterna, che si sfasciò. Il calesse voltava, prudentemente, e ripigliava il galoppo, tornando via.
Tutti urlavano: Un cavallo! Un uomo a a cavallo, ci vòdle! Una pertica! Una fune! Correte sotto i loggiati! Salvatevi in chiesa! Il sagrestano, con precauzione, aveva aperto l’usciolino di fianco della Collegiata e ammiccava. Il contadino, ansante, tèrreo, schiacciato contro il pozzo, misurò la distanza, mentre il bue, rimesso dallo stupore del colpo fallito, fiutando l’uomo, dopo un salto bizzarro, si preparava a girare la posizione La gente cacciò un urlo e il contadino, rapido come il baleno, saltò nella vasca sotto il mascherone della fontana, e vi si adagiò dentro, lungo disteso quasi in una bara. Ma l'urlo aveva reso pazzo il manzo il quale retrocedè con un balzo e si precipitò, a guisa d’un bolide, giù per la piazza, scendendola e poi tornando a risalirla a triplo galoppo. Tutta la gente si buttò indietro, fuggendo in bottega della civaiòla che s’affrettò a sprangare la porta. Rimasero fuori il macellaro e l’Argène. L’Argène non staccava gli occhi da Via della Croce e il macellaro dal canto del campanile, di dove aspettava di vedere spuntare il figliolo con Medòro, il feroce mastino della
177
E PAOLIERI.
novetta vi FERDINANDO
5 Misericordia!
ITALIANA
Giovanni
CiraoLo.
il macellaro, questa volta, aveva il fegato di farsi avanti, gridando
concitatamente
all’Ar-
L'on. Giovanni Ciraolo è uomo di pensiero e di cultura, ma anche di volontà e dî lavoro. Di signorile cortesia, è però di fermezza incrollabile nella fede, nelle opere, nelle deci: Ha dato successi-
gène di fermarsi, che avrebbe fatto peggio,
per carità! Tutto questo succedeva, non già nel tempo che si racconta, ma in un amen.
Però anche l’Argène aveva capito e s'era
vamente opera fervi
fermata di bòtto, incollandosi al muro d’una casa arroventato dal sole, cogli occhi sbar-
da metodi
e della figliola, la bava alla bocca, comprimendosi il petto con tutt'e due le mani incrociate, impietrita dall’orrore, Il bove, difatti, s'accorse della bambina, lì
quegl’istanti lo poterono, forse, valutare ap-
pena coloro i quali assistevano, di lontano, alla scena. Ma la scena cambiò. A sbalzi elastici di quattro metri l'uno, disperatamente aizzato, colla catena ciondolante che non avevano fatto in tempo a sfibbiargli dal collare a spunzoni, colla museruola attaccata a una fibbia sola e ancora penzoloni dal collo, Medòro, giallo e nero, tozzo, fremente di vita in ogni nervo, apparì.
Si fermò, un attimo, vide il manzo, che già indietreggiava alzando il largo piede spaccato con una mossa goffa di gatto che si trastulli col topo, e, ferocemente ringhiando, lo attaccò. Il bue si girò, parò l'assalto, cozzò, nel vuoto; si inalberò, rotò di nuovo su sè stesso, si legò le zampe anteriori colla fune, mugghiò, si sciolse, prese la fuga. Ma il cane lo inseguì, lo dinanzò con uno slancio magnifico, gli addentò l'orecchio destro, gli piegò la testa a terra finchè la gio-
gaia spazzò Îa polvere, lo tenne lì'sulle quattro zampe, puntato
disperatamente,
di far più un movimento.
incapace
L’Argène, saettando traverso la strada, durante il duello, s'era precipitata sulla sua creatura, l'aveva alzata di peso, schiacciandosela contro la bocca, era entrata in un uscio, aveva salito tre o quattro gradini, poi era cascata svenuta a traverso la scala, mentre macellaro e contadino, seguìti da una folla/delirante, agguantavano il bue, lo stordivano a colpi di bastone nel mezzo alla fronte, riuscivano a impastoiargli una gamba di dietro. Quanto a Medòro, non voleva lasciare a nessun costo la presa “e la sua ricompensa fu un pedatone.
FerpinaNnDo
alle
scienze
consulente di grandi enti; alle opere di assistenza social
istituti di alta cultura
e di istruzione
popolare. , Dopo tanto lavoro, ha una larga indipendenza economica e se ne serve per operare sempre di più nell'interesse della collettivi Nella Croce Rossa fiancheggiò
con
nobilissimo
disinteresse e per appassionato amore dell’idealità umana
che la ispira, tre Presidenti in
infatti, sebbene
egli
sia
un
ventitrè ann
radicale riformista
VERA
.
Deposito
maglia lo propose per la nomina a Vice Presidente generale, e gli delegò i poteri presidenziali durante la malattia che lo condusse
alla morte; e il Sena-
tore Frascara lo indica oggi come il solo, vero e alto suo successore.
Difatti l'on. Ciraolo è un
uomo
dinamico
DIS TI
dF
D
E2ER S
e di-
ritto, che diffonde intorno a sè la suggestione della
simpatia, della fiducia e del rispetto.
Ha una grande visione dell'opera della Croce Rossa; da idealizzatore e da realizzatore, insieme.
La considera
come
un
grande
strumento
tecnico
della salute fisica, dell'igiene delle moltitudini
po-
polari, e da anni caldeggia per questo fine un battagliero programma di nobilissima ampiezza. Programma
Croci
che già venne consacrato
dal fatto che le
Rosse Alleate a Parigi, dopo di lui, ne adot-
tarono le linee,
È un organizzatore: in lui la Croce Rossa trova un vero capo, una sicura genialità, una feconda energia di uomo gagliardo mentalmente, moderno politicamente, e riformatore arditissimo. E se è vere che sino a ieri erano unti alla Presidenza della Croce Rossa solo gli aristocratici del blasone, con.
l'on. Giovanni stocrazia
della
Ciraolo da oggi vi è chiamata l’aricultura,
dello
stile, del
carattere,
dell'ingegno e della signorilità morale. Ciò che vale molto di più. Ai fotografi professionisti e dilettanti ripe-
tiamo l'invito di collaborare all'ILustrazione, mandandoci senza ritardo le fotografiedei principali avvenimenti che si svolgono nei centri ove s' esplica la loro attività.
PAOLIERI.
CASE
di
to programma politico, i tre Presidenti moderati diventarono suoi amici ed estimator
nerale Taverna lo ebbe membro del nsiglio direttivo del Comitato Centrale, e il Conte della So-
EAD DE COLOGNE N75 LA
sociali —
ganizzazione dei partiti democratici l'esercizio dell'avvocatura, oggi ancora, come studioso e come
in terra, le si accostò con un piccolo salto,
l'annusò, poi, abbassata la cervice potente, si provò a rivoltare quel piccolo fagotto umano, colle corna a mezza luna; si provò due volte, ma la depressione del rigagnolo, dove era cascata la bimba, bastava ad impedire alle corna, rattrappite in arco sulla fronte lanosa, d’arrivare a sfiorarne neppure i capelli. Però.... se l'avesse « zampata » ? Il secolo d’orrore vissuto dallArgène in
à, ma. disciplinata
realistici, prima
per le quali sino da 18 anni fu autore ste; poi al grande giornalismo politico; alla or-
rati, di pazza, immobili sul gruppo del manzo
R
Ei
a
FUMATISSIMA . SON- PISA N,6,
L'ILLUSTRAZIONE
ITALIANA
Savoia, che il signor G. Manzoni di Zoagli, dopo
cipi sabaudi che regnarono. Si pe
nel 1912, ed ora a proprie spese e in fastosa edizione di 350 esemplari fuori commercio, ha licenziata, pei tipi artistici di Luigi Colombo di Chiavari.
regno per regno di ciascun principe, egli, nulla, as-
essersi fatto « per più anni macro » ha compiuta
* Comincierò col dire che si tratta
di un
volume
“ipagine 1200, del formato 20 X 34, cioè in 4° grande.
SESSO in tutta tela azzurrina con impressioni in oro. Tutte le 1200 pagine sono incorniciate, cariche, straccariche di fregi ornamentali impressi in colore
azzurro, svariatissimi, disegnati pittore |belga Charles Doudelet, noto per questo genere d'arte.
“ Epopea di Savola ” in 503 sonetti. iciannove anni sono, all'indomani del triste inutile assassinio di Re Umberto, mi capitò in casa,
inatteso ed improvviso, impetuoso e treme-
bondo, ansante e sovraeccitato, e coi grandi. occhi ancora più del solito fuori dalle orbite, il buon Ambrogio Centenari, notissimo e valente incisore in legno e illustratore, e a varie riprese editore.
L'ottimo Centenari era tutto in sudore. A vederlo
così affannoso e sovraeccitato capitare da me, che non aveva mai avuti con lui rapporti assidui e con-
fidenziali, io non sapeva raccapezzarmi. «—
Ho assoluto
entrarci io? — —
bisogno di lei, mi
disse. —
Di
Sì.... Voglio pubblicare una storia illustrata principî di Casa Savoia. — E cosa posso
Sì, Lei. —
Lei mi
deve fare
il testo. — Io!
Ma prenda il Corelli o l'Oscar Pio,
li illustri come le piace e lasci in pace me, — Niente affatto. Voglio mettere il suo nome nel programma; « Testo di Alfredo Comandini e incisioni di Am-
brogio Centenari. » Da vendersi a dispense. — Caro Centenari, se lo levi di mente La verità era che io, se nel
maggio, mi
1898, dopo i fatti del
era accinto a dettare una storia dei pri-
mi venti anni di regno di Umberto I— lavoro che incominciai, non che a scrivere, a stampare, e che
rimase incompiuto e mandai al macero perchè la morte crudele di Umberto venne a mutarmene tutta la impostatura critica; ad una storia di tutti i principi di Casa Sayoia io non aveva assolutamente mai pensato : i, ilmio temperamento non era e non fu mai di apologista, e fra ciò che sentiva Cen-
tenari, con la sua idea di un
gran lanciamento
a
dispense di un’opera popolare illustrata con incisioni in legno, e ciò che sentiva io, il distacco era
così forte, che io comprendeva benissimo che noi remmo capiti mai, i anche apertamente che io dissentiva dal suo criterio artistico illustrativo. Io avrei preferite
riproduzioni fotomeccaniche di opere d’arte e di documenti del tempo; egli faceva condizione sine gua
non delle sue incisioni in legno « che — diceva egli — avevano arricchito, a dispense, il Sonzogno ed il Treves». — Altri tempi! Altra roba! — ribattevo io. Ed egli insisteva nel suo piano e nel volere la collaborazione. Mise di mezzo anche persone sua famiglia. Fui assolutamente scongiurato di acconsentire. Mi mandò anche un comune amico—
l'antiquario
Clerici.
Pareva
che
volessi,
col mio
rifiuto, sviargli la fortunal...
Mi arresi, ma ad un patto — che mi sarei ripa-
rato dietro un pseudonimo; e buttato giù su un pezzo di carta il mio nome con le lettere vertical
mente disposte; riuscii senza difficoltà a cavarne
fuori un «Armando Fe Dolcini» di abbastanza buon effetto. Di lì a quindici giorni la pubblicazione fu annunziata con un tremendo avviso a colori — ideato, concepito, eseguito da Centenari — recante in mezzo un Umberto Î ed un Beroldo le cui faccie
visto? una storia
a dispense di Casa
Savoia, da
Beroldo ad Umberto I.» Feci con tutte due le mani
il gesto di prendermi il capo, come se vi avessi dentro un gran dolore. Due giorni dopo, passando, verso le 18, davanti al Canetta, a San Babila, sentii una voce ironica dirmi quasi all'orecchio: « Armando Fe Dolcini». Mi voltai, era l'ottimo conte Gabrio Casati, con
quella
sua
faccia
caratteristica,
tutta
buon umore ed arguzia. Mi disse in milanese: « A me coi pseudonimi non la si fa». « Centenari mi ha tradito,» pensai fra me, e filai via senza dare al nobile amico una risposta.
Non molto dopo cominciarono ad uscire le
spense. Più di correggere le bozze e licenziare i fogli di stampa, io non volli mai sapere altro. Il
buon Centenari si portò con me più che da galan-
tuomo; ma credo che quando la pubblicazione fu finita, anch'egli — che si era addossata distribu-
Mi sono soffermato su queste caratteristiche estetiche del grosso volume per dedurne che, a questi lumi di luna, non vi può essere autore che sì imbarchi a fare un’edizione tanto pomposa e solenne se non abbia in sè la persuasione che si tratta di un’opera di eccezione. E, comunque la si consideri, tale è l’Epopea messa insieme dal signor Manzoni.
questi un uomo sulla quarantina, un industriale,
ma appena lo si osservi un momento si riconoscono nella salienza e sporgenza dei suoi lobi frontali, nella vivacità e mobilità dei suoi occhi neri, nella delicata trasparenza del suo volto mobilissimo e pallido, i caratteri di uomo intellettualmente sensibilissimo, portato, di preferenza, alle fatiche intellettuali. Egli ha fatta, indubbiamente, una fatica inverosimile, ed ha — mi pare — la coscienza di tale inverosimiglianza, Tanto vero che la « Prefazione », di otto pagine, porta il sottotitolo « Ragioni e Scuse dell'Autore ». In essa il sce Manzoni ci narra come una «rapsodia » sulla redenzione d’Italia egli ebbe in mente di pubblicare nel 1911, celebrandosi il cinquantenario dalla fondazione del Regno d'Italia: ma la suggestione del soggetto agì su di lui, lo affascinò, lo vinse; attraverso letture innumerevoli
egli vide e sentì tutta la epicità della vicenda della
Casa di Savoia in nove secoli e si accinse al poderoso lavoro. L'unità troppo sentita ed una eccessiva continuità di legame e di mole non gli parvero opportune, e scelse come metro il sonetto, seguendo l'esempio del Carducci nel Ca ira, dell’ Heredia nei Trophées e di Colautti nel Napoleone; e del sonetto egli ci fa, sulla scorta del Ceva, del Menzini, del Petrarca, del Bettinelli, del Gherardini, la difesa. Sorprende e si impone la preparazione letteraria
dell'autore, onde egli ha potuto permettersi il lusso
di aggiungere, in appendice ai ragionamenti della Prefazione, delle note su « Le rime nel Sonetto » e sugli «endecasillabi sdruccioli e alla siciliana». i inspira al Berchet nell’apporre ad ogni sonetto copiose, anzi, copiosissime note storiche, e riprende dall’ Heredia il criterio selettivo dei sonetti.
Ma il signor Manzoni non ha potuto selezionare
come avrebbe voluto. I suoi 503 sonetti cominciano col contentare ben poco lui stesso che li ha scritti. Gli basterà che almeno uno ne sia riconosciuto buono dal lettore. Poi, infine, il ponderoso volume non è che un «abbozzo», che un saggio — che
potrà certamente servire anche alla maggiore e
ueion
che con un centinaio di sonetti il signor Manzoni avrebbe potuto cavarsela. Ma ho già detto che i suoi sonetti sono cinguecento e fre. Vita per vita, solutamente nulla — nè episodi dell vita pubblica, nè episodi della vita privata — ha tralasciato, pur di trarre da ognuno argomento per un sonetto. Ne
hanno i principi, e ne tata
Ancilla
come
hanno le principesse. Ècan-
è cantata
Mafalda,
ce n'è per
Adelaide di Susa come per la Beata Lodovica, per Beatrice di Ginevra come per Bianca di Monter-
rato, per Maria Cristina che andò sposa allo sguaiato Ferdinando Il di Borbone, come
per Maria Ade-
laide, sposa di Vittorio Emanuele Il, e per la prin-
ci
Clotilde, e per la regina Margherita.
‘utto è ripescato dalle vecchie cronache e dalle
moderne storie, e tutto è ridotto a sonetto.
Il curioso, l'originale può parere qui; ma non è qui, nè — a giudizio mio —i sonetti sono il più. Forse io do un immeritato dispiacere al siguor Man-
tutto
zoni, mettendo în seconda, in terza, e, magari, în
ultima linea i suoi sonetti, e fermandomi di preferenza davanti enorme, inverosimile quantità di
note biografiche, letterarie, storiche, bibliografiche, obbiettiveesubbiettive, dichiarative e critiche, espositive e polemiche, onde ha riempito, in ogni pagina, in ogni spazio disponibile, e con ogni varietà di caratteri — in gara coi disegni del Doudelet — il suo cospicuo volume, Per me, il valore, il grande valore dell’opera sta che saranno — meschini,
qui.
I sonetti saranno quello discreti, buoni, eccellenti —
ciò mi è indifferente. Io mi rimetto alla critica let-
teraria — dalla quale ini tengo fuori — padronissima di giudicare con quella piena libertà che lo stesso signor Manzoni nella sua prefazione invoca.
Ma, sonetti a parte, rimane sulla’ storia della Casa di Savoia, e sulla prevalenza sua nella storia d’Italia in nove secoli, tale un volume da potersi
dire che il signor Manzoni, con una fatica — che
non sarà mai tanto apprezzata quanto merita — ha compilata una enciclopedia curiosissima, destinata
a tenere un posto notevole nella bibliografia sabauda.
Noa iena GOLA ci PORRÀ ppi iti cinquecento sonetti su la Epopea Sabauda, guarderanno al signor Manzoni come ad un bel matto.
E a tutta prima sembrerà che abbiano ragione. I
poeti in tutti i tempi sono stati giudicati alla medesima stregua. Ma io non metto il signor Manzoni
nel novero dei poeti anche a rischio di fargli dispiacere. Io lo metto nel novero degli autodidatti che, stimolati da una loro particolare curiosità e dalla conseguente diritti Lin nelle ricerche, nelle indagini, sì impadroniscono in modo speciale di un argomento, se
ne
saturatio,
ne
trasudano per
ogni poro, e con pertinacia che sa di ostinazione riescono a comporre un’opera che, appunto per quei tanto di bizzarro che può esservi nel cervello
lel suo autore, nessun altro che proceda coi con-
sueti sistemi di cultura e di studio può creare.
Ho detto în principio che il signor Manzoni è un
industriale. Va dunque messa in conto anche l’ipotesi malevola — i malevoli non mancano mai —
specialmente trattandosi di un industriale fortunato
migliore conoscenza della Storia Sabauda ed italiana — ma, ora, condizioni di spirito e di ambiente non gli hanno consentito di fare di meglio nè di più. Poi, nel 1914, quando questa prima considerevole fatica era già da lui compiuta, sopraggiunse
— che l’opera qualcuno gliel’abbia fatta ed egli, avendone fatte le larghe spese — io calcolo che il volume non debba avere costato meno di quaranta biglietti da mille! — gliel’ abbia lasciata gabellare
Tutto ora avrebbe dovuto essere rifatto, e, chi sa?... Dopo l'« abbozzo » il «quadro » potrà venire! « Non spirito di cortigianeria, nè onorifico inca-
la parte del diavolo. Ma basta avere parlato, anche
la gran guerra a mutarne i piani e la prospettiva.
rico; Sit Puglaghiais ‘01 pretengione ‘speranze, ria
spontaneo entusiasmo » mosse il signor Manzoni la preferenza per il soggetto e per la forma, per la quale chiede ai lettori diessere verso di lui cor-
tesi di pietà.
Egli invoca la Musa perchè lo aiuti: + + + + + » + Se ad egregio cose, L’animo accende ed a virtute incita,
La storia delle imprese ardimentose Intessi, o Clio,
col lauro e con le rose
Una corona alla grandezza avita
De l'augusta casa diSavoia...
Quest'ultimo verso non è eccessivamente solenne, come dovrebbe; ma in un volume di 7042 versi può ben capitare di incontrarne altri come questo. L’opera è dedicata alla regina Elena, alla quale è intitolato il « trittico » che la inizia. La Musa, Solcando il mar dalle dolenti note Fino a l’Alpi che il Sol bacia ed irraggia Qui a Te, fi tiadi Eroi, di Eroi le glorie
Canta su l'arpa sacra alle memorie. zione, spedizione, carteggio coi rivenditori, etc. — Dopo i tre sonetti apologetici dedicatorii, l'Epofirasse il fiato. Un tre migliaia di copie, se non erro, andarono; peaNonincomincia. è verosimile che in una recensione di tre anche un piccolo fondo rilegato fu esaurito. Fatto colonne sia possibile riassumere, con larghe citasta che codesto volume, che io non credo divertente, zioni, un volume comelquesto, alla inspirazione ma nemmeno inutile, non si trova facilmente, Io e redazione dei cui 503 sonetti, tutti i poeti della ho sempre voluto dimenticare di averlo compilato, umanità, da Omero a Virgilio, da Orazio a Dante, ma non poca è stata la mia sorpresa, quando, in Petrarca ad Ariosto, a Tasso, da Filicaia a Monti, questi giorni, aprendo un cospicuo volume intito- da da Foscolo ad Alessandro Manzoni, a Leopardi, a lato « Zpopea di Savoia, ciclo rapsodico di 500 so- Berchet, a Giusti, a Goethe, a Carducci, fino al sinetti con note storico-letterarie », — ed esaminanfor G. Manzoni, hanno collaborato, aiutando miradone le diecisette fitte pagine di indice nominativo, ilmente l’autore, che, spesso, ha saputo ben cogliere vi ho trovato « Aara Fe Dolcini » citato ottanta il suo bene dove lo ha trovato, valendosene per colvolte — settè meno di Carducci, venti più di Cantà legamenti, intrecci, incastrature, che attestano della e diciotto più di Dante! Chi mai avrebbe potuto veramente singolare conoscenza che egli ha del maimmaginarlo ?!... teriale letterario, del quale ha largamente approA questa supercitazione di Armando Fe Dolcini fittato, con caratteristico lavoro di assimilazione. è dovuto se io mi sono assunto di dettare l'articolo Dal secolo XI ad oggi, quarantuno furono i prinbibliografico eritico su questa novissima &popea di
per farina del suo sacco. *
e
In queste disamine non è mai male fare anche ochi minuti — come è capitato a me — col signor lanzoni, per avere capito fimmediatamente
quale
specie di saturazione, di macerazione ha prodotto in lui, nel volgere di non breve tempo, la compilazione di questo suo volume singolarissimo — nel
gualei cinquecento sonetti rappresentano una delle
forme della sua eccentricità psicologica e la particolarità letteraria, e possono parere il più, e sono forse il meno — mentre il più è il risultato sorpren-
dente di tale un ammasso di ricerche, di annotazioni, di indicazioni, di raffronti che soltanto
una
assoluta abnegazione o una acuta passione incitatrice — aspetti diversi di un medesimo stimolo interno — potevano riuscire a mettere insieme.
Vi è poi anche un certo metodo scientifico, risultante dalla forma delle note letterarie, storiche, bibliografiche copiosissime; dall’abbondanza degli
indici sistematici; dalle numerose e copiose appendici, e dagli alberi genealogici documentativi della Stirpe Sabauda. Il signor Manzoni afferma — come ho già notato
— che questo suo grandioso volume non è che l'«abbozzo » e che il «quadro»
sperare che egli si fermerà
verrà.
Io voglio
qui, e non vorrà sba-
lordire, fra una diecina d'anni, i suoi concittadini. Ma poichè quello che è fatto è fatto, non so astenermi dal de; lara che invece di un paio di migliaia di copie ne abbia èdite sole 350 e non le abbia messe in commercio, infliggendo una vera privazione ad una quantità di bib lioteche e di raccoglitori che sarebbero certamente felici di possedere il volume.
Anche « Armando Fe Dolcini» quando si piegò
all’ostinazione
dell’incisore
Centenari
per i suoi
«Dieci Secoli di Casa Savoia» non credette che
un’opera
simile (pubblicata
in
più di 3000 copie)
potesse avere un interesse per il pubblico. Eppure oggiè ricercata. Il signor G. Manzoni riuscì a farsela prestare da un amico; ed ha avuta la bontà
di citarla 87 volte nella sua Epopea, Chi sa le ricerche e le citazioni di cui questa Epopea sarà 0g;
getto per gl'illustratori futuri della storia sabauda ?! ALFREDO COMANDINI.
L'ILLUSTRAZIONE
RICCHEZZE
ITALIAN
179
D'ITALIA - Le Terme.
Non sappiamo se nella considerazione dei fattori di ricostruzione economica nazionale che si impone, avrà qualche posto il problema
della
alla diretta amministrazione dello Stato. L'on. Meda non soltanto volle integrato il pro-
gramma di riforma, pel quale Salsomaggiore po-
orga-
nizzazione moderna del-
tràvantare in breve sta-
le più importanti nostre stazioni termali, al cui sviluppo sono legati tanti interessi e tante forme di lavoro produttivo. — Ne
bilimenti termali fra i più
belli, ricchi e perfetti dì Europa, ma — con proposito di attribuire allo
Stato una fattiva ingerenza per la valorizzazione delle Terme italiane — costituì una Commis-
dubitiamo sebbene gli insegnamenti,
raccolti
al-
l'estero ad opera di pochi studiosi, dimostrino che la prosperità delle
sione consultiva
che po-
trebbepreludere alla creacittà di acque può conzione di una istituzione siderarsi in stretta relapermanente per l’increzione colla immigrazione mento della industria terdegli stranieri ricchi, e male. però colla importazione Auguriamo che la bedella valuta aurea che nemerenza degli on. Fa esercita una benefica inta e Medanon si disperda fluenza sulla bilancia econell’oblìo. nomica dello Stato. Ne dubitiamo anche perchè Veramente mirabili posil problema (che si presono dirsi i muovi imsenta pure interessantispianti di Salsomaggiore simo nei riguardi sociali) e perfetti dal punto di non ha ancora in Italia vista tecnico ed igiepropizia la volontà decisa Salsomaggiore. — Regio Stabilimento balneare « Lorenzo Berzieri ». nico. dei poteri dirigenti, nè alone per le polverizzazioni secche, Tra le novità del suil sussidio di una pubperbo stabilimento balblica opinione consapevole. Negli ultimi anni, videnze notevoli. L'on. Facta concepì ed ini- neare “Lorenzo Berzieri,, ricordiamo la a dir vero, e specialmente ad opera dei Miziò per Salsomaggiore (le cui acque salsosala per le polverizzazioni secche, costruita nistri delle Finanze on. Facta e Meda, la conbromo-iodiche si giudicano miracolose) un con applicazione di geniali dispositivi e siderazione della ricchezza idro-minerale d’Iprogetto veramente grandioso di sistemazione processi che ne fanno un modello del getalia si è ravvivata così da determinare provmoderna degli stabilimenti di cura, assunti nere.
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L'ILLUSTRAZIONE
180
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deux
Internationales,
celle
de
1866
ITALIANA
guerre a surabondamment prouvé que, si la classe
crisie et la trahison des social-démocrates allemand$" lalfaiblesse des neutralistes italiensi il montre la nécessité pour les partis socialistes organisés de reviser sérieusement le concepts de classe et de nation. La tradition de Babeuf, de Pisacane et de Blanqui s'oppose à la pure doctrine marxiste, et la
A. Groppali. La vecchia e la nuova internazionale. (Milan, Treves, collection «JLe [pagine
et celle
de 1889; sans violence verbale, il dénonce l'hypo-
est’un' fait, [la nation len/est un aussi,'et qu'il n'y a Jas entre eux d'antinomie. L’avenir auquel travaille l'Entente verra, sans"doute, se. réaliser une .partie du
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