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ASSEGNA DELL’ESERCITO
on-line di Rivista Militare
NOV-DIC 2015
L’IMPIEGO DELLA FANTERIA APPIEDATA NELLE OPERAZIONI CONTEMPORANEE
LE OPERAZIONI MILITARI TEDESCHE IN SICILIA (LUGLIO-AGOSTO 1943) LA SCUOLA MILITARE NUNZIATELLA
Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito
Resoconto di due mesi di sport (Settembre/Ottobre) CLAUSEWITZ. IL PIANO SCHLIEFFEN E LA PRIMA GUERRA MONDIALE
NORME DI COLLABORAZIONE La Rassegna dell’Esercito è un periodico on line di informazione e la collaborazione è aperta a tutti i Quadri dell’Esercito. Gli elaborati, che dovranno essere accompagnati da una dichiarazione dell’Autore che espliciti la natura inedita ed esente da vincoli editoriali dei medesimi, investono la diretta responsabilità dell’Autore stesso, rispecchiandone le idee personali. Gli articoli (minimo una cartella massimo sette cartelle in formato word; 2000 battute a cartella) dovranno pervenire in formato elettronico all’indirizzo di posta elettronica riv.mil@tiscali.it, corredati di foto in alta risoluzione (formato tif o jpg - dimensione minima 13 x10 cm - definizione di 300dpi) e con relative didascalie esplicative. Gli eventuali acronimi presenti nell’articolo dovranno essere esplicitati in maniera chiara. La Direzione si riserva il diritto di dare all’articolo l’impostazione e i tagli ritenuti più opportuni. L’accoglimento degli articoli o proposte di collaborazione non impegnano questo Centro alla pubblicazione né alla retribuzione: gli stessi non verranno restituiti. L’autore con l’invio dell’articolo si impegna a cedere alla Redazione, a titolo gratuito, tutti i relativi diritti di esclusività e di utilizzo. Nessuna parte dei testi e delle illustrazioni può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta della Direzione.
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B M E V O N
GIORNO DELL’UNITÀ NAZIONALE E GIORNATA DELLE FORZE ARMATE IL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, SERGIO MATTARELLA, ALLE FORZE ARMATE
Ricorre quest’anno il centesimo anniversario dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, un conflitto che ha lacerato e devastato l’intera Europa. Il 4 novembre segna la data in cui finalmente si pose termine alla guerra che doveva coronare con Trento e Trieste il sogno risorgimentale dell’Unità nazionale. Ricordiamo con rinnovata commozione il sacrificio di tanti giovani chiamati alle armi, le cui vite vennero spezzate nell’immane tragedia, e le sofferenze delle popolazioni civili coinvolte negli eventi bellici. In questo lungo percorso le Forze Armate italiane, al servizio del Paese, hanno operato con abnegazione e valore per assicurare il mantenimento della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale, del diritto internazionale. Ne è straordinaria dimostrazione l’impegno che uomini e donne in uniforme profondono nell’assolvimento dei compiti loro assegnati sia nelle delicate operazioni di mantenimento della pace in Teatri esteri, sia sul suolo patrio in concorso alle forze di polizia ed in soccorso alla popolazione colpita da calamità naturali. Lo Strumento Militare nazionale è oggi oggetto di una profonda trasformazione i cui lineamenti sono stati tracciati nel Libro Bianco per la Sicurezza e la Difesa, per consentire alle Forze Armate di servire meglio il Paese, operando con efficacia ed efficienza in un contesto di rapidi e continui mutamenti che coinvolgono l’intero scenario internazionale. L’obiettivo è quello di conferire il massimo impulso allo sviluppo delle capacità operative e delle componenti umane e tecniche. La Repubblica sa di poter fare affidamento sui suoi militari per la propria sicurezza e per sostenere la pace e la giustizia internazionale. Agli Ufficiali, Sottufficiali, Graduati, Militari di Truppa e Personale Civile della difesa esprimo l’ammirazione del Paese e il piú sentito ringraziamento. Viva le Forze Armate, viva l’Italia! Roma 1 novembre 2015
IL MESSAGGIO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO, GENERALE DI CORPO D’ARMATA DANILO ERRICO
Ufficiali, Sottufficiali, Graduati, Militari di Truppa, Carabinieri e Personale Civile, celebriamo oggi la festa delle Forze Armate con fiera consapevolezza del ruolo dell’Esercito nella storia d’Italia e nel servizio alla Nazione. Sono numerosi i messaggi augurali e le attestazioni di stima pervenuti dalle più alte cariche istituzionali, a partire dal Presidente della Repubblica. Manifestazioni che rafforzano in me l’orgoglio di essere il vostro Comandante e di rappresentarVi di fronte agli Italiani. Sento, quindi, forte il desiderio di ringraziarVi tutti, a partire da chi è attualmente in operazione all’estero e in Patria, a quanti sono impegnati in altrettanto importanti attività di soccorso alle popolazioni colpite dalle calamità che affliggono senza tregua il nostro territorio come – per citare solo gli avvenimenti degli ultimi giorni – sta accadendo in Campania, Calabria e Sicilia, per finire con tutti coloro che, anche oggi, continuano ad addestrarsi duramente per far fronte in maniera sempre pronta ed efficace ad ogni evenienza. Un sentimento di riconoscenza che estendo alle Vostre famiglie e al quale unisco il grato ricordo dei nostri Caduti che rappresentano un costante esempio e sprone e ai quali, in questo giorno di festa, è reso il giusto omaggio in Piazza del Quirinale di fronte all’opera “Gli Angeli degli Eroi”. Buon 4 novembre!
Rassegna dell’Esercito on-line di Rivista Militare NUMERO 6/2015
(NOVEMBRE-DICEMBRE) Editore Ministero della Difesa
Direttore Responsabile Felice De Leo Vice Direttore Luigino Cerbo
Direzione e Redazione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 6796861 e-mail: riv.mil@tiscali.it Coordinamento Editoriale Luigino Cerbo Claudio Angelini Annarita Laurenzi Lia Nardella Grafica on-line Marcello Ciriminna
© 2015 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata. Tutte le foto a corredo degli articoli, ove non altrimenti indicato, sono di proprietà dello Stato Maggiore dell’Esercito. L’editore si dichiara disponibile a regolarizzare eventuali spettanze dovute a diritti d’autore per le immagini riprodotte di cui non sia stato possibile reperire la fonte o la leggittima proprietà.
Periodicità Bimestrale
Registrazione del Tribunale di Roma n. 20/2013 del 15.01.2013 ISP: www.esercito.difesa.it Comando C4 Difesa Numero chiuso il 28.12.2015 © Tutti i diritti riservati
IN COPERTINA Militari italiani di UNIFIL in attività di pattugliamento
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La Rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnico-professionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e dibattito
Sommario
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. (Antonino Lombardi) La dimensione umana dei conflitti. Creazione della struttura - le sfide organizzative, addestrative, gestionali e gli strumenti necessari. (Raimondo Spasiano) L’uso legittimo della forza. Il quadro legislativo nazionale ed internazionale. (Marco Ledda) “Finalmente SIAT”. Tra O/C-T e Operatori Excon a Capo Teulada. (Daniel Giuliano) Intermediate Experimental Vehicle (IXV). Aspetti di una emozionante attività di concorso dell’AVES. (Luigi Puleo) ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI L’impiego della fanteria appiedata nelle operazioni contemporanee. (Lorenzo Ballin)
COMMEMORAZIONE CENTENARIO GRANDE GUERRA
Clausewitz. Il piano Schlieffen e la Prima guerra mondiale. (Articolo tratto da Rivista Militare n. 3/1992) STORIA 1917. La guerra su tutti i fronti, ovvero l’anno della svolta. (Massimo Iacopi) Le operazioni militari tedesche in Sicilia (luglio-agosto 1943). (Franco Di Santo) L’avvento dell’arma chimica nella Grande Guerra. Le ragioni del ricorso ai gas ed i primi impieghi degli aggressivi. (Fabrizio D’Amico) Isbuscenskij. 24 agosto 1942: l’ultima carica di cavalleria? (Raimondo Medau) Ahmad Shah Massud, il “Leone del Panjshir”. (Marcello Marzani) ESERCITO E SPORT Settembre 2015. Un mese di sport al C.S.O.E. Ottobre 2015. Un mese di sport al C.S.O.E. Il successo targato Esercito Italiano alla 6a edizione dei Giochi Mondiali Militari. (Stefano Mappa) ASTERISCHI La Scuola Militare Nunziatella. (Generoso Mele) Il Sacrario Militare Italiano di Saragozza. (Federico Gentili) Le sabbie mobili della crisi libica. (a cura del Ce.S.I.) RUBRICA DELLE CURIOSITÀ LINGUISTICO-MILITARI
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NOTA DI REDAZIONE Relativamente all’articolo “Un grande compositore nella Grande Guerra. Il maestro Piantoni durante il Primo conflitto mondiale”, apparso sul numero 4/2015 di Rassegna dell’Esercito on line, per completezza d’informazione si segnala quanto segue. L’Ufficiale, durante il periodo trascorso nelle file dell’Esercito, subì una denuncia per diserzione a seguito della quale fu condannato a quattro anni di reclusione con conseguente degradazione ed espulsione dall’Esercito. Il periodo di pena detentiva fu successivamente condonato con un decreto di amnistia recante la data del 30.04.1918.
S T E U D F I O R D M O A T Z T I R O I N N E A
A D D E S T R A M E N T O C E N T E N A R I O
S T O R I A S P O R T
A S T E R I S C H I C U R I O S I T À
E
O P E R A Z I O N I
S T U D I
L A P RO T E Z I O N C U LT U R A L I E D E I B E N I I N C ON FLITTO CA SO DI A R M AT O
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Minareto distrutto durante il conflitto balcanico nei pressi di Mostar
del Maresciallo Ordinario CC Antonino Lombardi
l ‘900 è stato un secolo di conflitti devastanti, i quali hanno portato rilevanti distruzioni in gran parte del mondo. A risentirne, in molti casi, è stato anche il patrimonio artistico e culturale dei paesi in conflitto. Gli esempi, in tale ambito, si sprecano. Solo per citarne alcuni, si poss o n o r i c o rd a r e i b o m b a rd a menti della Seconda guerra mondiale, che devastarono l’Europa e rasero al suolo innumerevoli opere di indubbio valore storico-artistico (si pensi al duomo di Dresda, all’Abbazia di Montecassino, ai ponti di FiRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
renze). In tempi più recenti, hanno destato enor me scalpore la distruzione del ponte medioevale di Mostar, durante la guerra in ex-Jugoslavia, oppure delle statue di Buddha a Bamyan, avvenuta in Afghanistan nel 2001 e voluta dal regime talebano, che non sopportava l’esistenza di culti diversi da quello musulmano. Inoltre, è storia di questi giorni la rimozione della Statua della Gazzella di Tripoli, realizzata durante la dominazione italiana da Angiolo Vannetti e considerata per anni il simbolo della città.
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In tutti i casi citati, la presenza di tensioni tra differenti gruppi sociali, nazionali o religiosi, ha comportato la perdita di una parte del patrimonio artistico mondiale. Sotto il profilo giuridico, gli atti di danneggiamento e di distruzione dei beni culturali sarebbero ormai riconducibili al genus dei crimini di guerra (1). Tale affermazione può trovare conferma in alcune condanne d e l Tr i b u n a l e i n t e r n a z i o n a l e per la ex-Jugoslavia, nelle quali risultano presenti, tra i capi di imputazione, atti di danneggiamento perpetrati contro luoghi dotati di interesse artisti-
D O T T R I N A E F O R M A Z I O N E
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE co e culturale. La prima di tali sentenze è quella emessa contro un leader dell’Unione Democratica Croata (HDZ), partito politico tra i più influenti della neonata Repubblica di Croazia. La condanna emessa nei suoi confronti dal Tribunale internazionale per la ex-Jugoslavia fa riferimento alla commissione di numerosi crimini, perpetrati tra il 1991 e il 1994, consistenti nella pianificazione, istigazione, commissione ed esecuzione di crimini contro l’umanità consistenti in diverse forme di persecuzione ai danni dei cittadini bosniaci residenti nei territori a maggioranza croata. Tali delitti sono specificati in 11 capi d’imputazione tra i quali risultano particolarmente interessanti, ai fini del nostro discorso, quelli riportati ai punti J) e K), nei quali si legge: • sfrenata ed estesa distruzione e/o saccheggio delle abitazioni dei civili bosniaci, delle loro attività commerciali e proprietà in genere; • distruzione o danneggiamento grave delle strutture di istruzione o dedicate all’esercizio del culto musulmano. Nella sentenza si specifica, inoltre, che uno degli atti contestati al suddetto leader consiste nel danneggiamento grave di una statua del Tribunale. La seconda sentenza che si intende menzionare è la condanna, pronunciata ugualmente per crimini contro l’umanità a un comandante della sezione dell’HVO di Vitez. I crimini per cui quest’ultimo è stato condannato sono analoRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
ghi a quelli della prima sentenza: pianificazione, istigazione, commissione ed esecuzione di crimini contro l’umanità consistenti in varie diverse forme di persecuzione ai danni dei cittadini bosniaci residenti nei territori a maggioranza croata. Anche in questo caso le condotte punite sono state specificate in diversi capi d’imputazione, tra quali, i più rilevanti, ai fini del nostro discorso, risultano quelli contenuti nei punti I) e J): • sfrenata ed estesa distruzione e/o saccheggio delle abitazioni dei civili bosniaci, delle loro attività commerciali e proprietà in genere; • distruzione o danneggiamento grave delle strutture di istruzione o dedicate all’esercizio del culto musulmano. Anche a lui viene, inoltre, contestato il grave danneggiamento di una statua del Tribunale. Infine, appare opportuno un cenno al processo contro un cittadino serbo che, nel 1991, era al comando di un reparto dell’Esercito Jugoslavo del Popolo (JNA). Appare utile segnalare, infatti, che la condanna nei suoi confronti fu pronunciata, oltre che per l’attacco ai civili croati, anche per la distruzione e il grave danneggiamento di edifici appartenenti alla comunità croata, tra cui luoghi di culto, di assistenza, istituti scolastici ed edifici monumentali dotati di pregio artistico, storico o scientifico. Come si nota, in tutti e tre i casi citati, una condanna emessa
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per crimini contro l’umanità commessi nell’ambito di operazioni belliche riporta espressamente, tra le condotte punite, l’attentato a luoghi ed edifici dotati di interesse culturale o storico-artistico. Ta l e c o n s t a t a z i o n e n o n p u ò che sottolineare e confermare, a parere di chi scrive, il forte legame oggi esistente tra i crimini di guerra e la distruzione di beni culturali. Dal momento che le tensioni e i conflitti nel mondo non accennano a diminuire, assume un rilievo assoluto la necessità di predisporre adeguati strumenti giuridici di protezione dei beni culturali. Di tale esigenza la comunità internazionale ha cominciato ad interessarsi negli anni ‘50 del secolo scorso, quando si è affermata l’idea per cui i beni culturali non apparterrebbero in via esclusiva alla comunità locale o nazionale all’interno della quale sorgono, ma, diversamente, sarebbero patrimonio di tutta l’umanità indistintamente e, dunque, su tutti incomberebbe il dovere di proteggerli (2). Al fine di perseguire questo interesse comune, dunque, si sono cominciate a predisporre forme di tutela giuridica internazionale dei beni di maggiore rilevanza, attraverso la previsione di norme di diritto internazionale pattizio e, per quanto riguarda i conflitti ar mati, anche di consuetudini internazionali. Le forme di protezione sono diverse a seconda del fatto che si tratti di protezione da effet-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE tuarsi in tempo di pace oppure in tempo di guerra, o su beni mobili oppure immobili. In generale, le strategie messe in campo sono di due tipi. Da un lato, una “oggettivazione” della regolamentazione predisposta a tutela dei beni, in quanto attengono al perseguimento di un interesse generale indisponibile e non esclusivo di singole parti contraenti; per cui non possono trovare applicazione i meccanismi sinallagmatici tipici del diritto internazionale pattizio. Dall’altro lato si è c e rc a t o d i m e t t e re a p u n t o strumenti di tutela il più possibile “generali”, ossia in grado di includere tutte le tipologie di beni culturali esistenti. Il primo passo concreto compiuto dalla comunità internazionale a favore della salvaguardia del patrimonio culturale mondiale è stato la creazione dell’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), il quale ha dato impulso alla stipulazione di tre Convenzioni internazionali: la Convenzione dell’Aja del 1954 (3), relativa alla tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato; la Convenzione di Parigi del 1970, sull’importazione ed esportazione illecita di opere d’arte; la Convenzione di Parigi del 1972, relativa alla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale. La Convenzione dell’Aja del 1954, ratificata da centoventitrè stati, tra cui l’Italia, è stata successivamente integrata da due protocolli aggiuntivi: il primo, del 1954, tendeva ad imRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
pedire l’esportazione di beni culturali dal territorio di un Paese occupato; il secondo, del 1999, ha rafforzato la cooperazione in materia tra gli Stati contraenti. Nel preambolo della Conven-
sto caso per la prima volta, una definizione di “beni culturali”, individuandoli nei beni, sia mobili che immobili, dotati di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli. Essi ricomprendono i monu-
La Fortezza di Blagaj è una costruzione medievale in rovina sede del Principe di Blagaj Miroslav Hum nel XII sec e poi del Duca Sandalj Hraniće e del Duca Stjepan Kosača. Ha forma di poligono irregolare, con una sala del tesoro, il palazzo reale, la prigione, due pozzi, torri e edifici residenziali. Perse la sua importanza strategica e fu alla fine abbandonato nel 1835
zione si legge che “i gravi danni arrecati ai beni culturali, a qualsiasi popolo essi appartengano, sono un danno al patrimonio culturale dell’umanità intera, essendo un dato di fatto che ogni popolo apporti il suo contributo alla cultura mondiale”. In questo modo, dunque, è stato sancito for malmente il principio per cui il patrimonio artistico internazionale appartiene indistintamente a tutta la comunità internazionale e, pertanto, essa è chiamata a farsi carico della sua tutela in modo globale. L’art. 1 fornisce, anche in que-
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menti architettonici, le opere d’arte, i siti archeologici e, in generale, ogni oggetto dotato di interesse storico, artistico o culturale, nonché gli edifici destinati a custodire ed esporre tali beni (4). Gli articoli 2, 3 e 4 stabiliscono che nei confronti dei beni inclusi in questa definizione sussistono dei doveri di protezione, che si specificano in comportamenti di salvaguardia e di rispetto. I comportamenti di salvaguardia, secondo l’art. 7, consistono in doveri positivi degli Stati, che sono tenuti ad attivarsi fin dal tempo di pace per predi-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE sporre piani adeguati di tutela in favore dei beni culturali da attuarsi in caso di conflitto. I comportamenti di rispetto, al contrario, consistono in doveri negativi di astensione, che si concretano nel divieto di compiere azioni che possano met-
altri beni culturali immobili di altissima importanza” (art. 8). Nello specifico, si dispone che tali beni siano ammessi a tale regime a patto che siano rispettate le seguenti condizioni: i beni interessati non possono essere usati a fini militari (6) e
Chiesa della Bosnia gravemente danneggiata durante il conflitto balcanico
tere in pericolo i beni culturali in caso di guerra (art.4). L’eventuale mancato assolvimento dei doveri positivi di salvaguardia non libera dall’obbligo di assolvere ai doveri di rispetto: si ritiene che questo sia un’ulteriore indizio del carattere generale e superiore dell’interesse pubblico perseguito in tale ambito (5). Gli artt. 8-11, inoltre, prevedono uno speciale regime di protezione applicabile a “un numero limitato di rifugi destinati a proteggere dei beni culturali mobili in caso di conflitto armato, centri monumentali ed Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
devono essere sufficientemente distanti dagli obiettivi militari principali, a meno che lo Stato territoriale di riferimento non si impegni ad astenersi dall’utilizzare tali obiettivi in caso di conflitto; inoltre, devono essere presi accorgimenti affinché, in caso di bombardamento, sino limitati i danni. Nel caso in cui queste condizioni siano rispettate, affinché sia applicabile il regime speciale di protezione, i beni devono essere iscritti nel “Registro internazionale dei beni culturali sotto protezione speciale”, previsto all’art. 8 par. 6.
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I beni oggetto di tale protezione sono contraddistinti da un segno distintivo, il cd. scudo blu, ed è vietato ogni atto lesivo nei loro confronti, così come l’utilizzazione degli stessi o dei loro dintorni a fini militari (art. 9). Un rilevante vantaggio derivante dalla tutela rinforzata consiste nella minore incidenza esercitata sui beni oggetto di tale forma di protezione dalla principale deroga prevista dalla Convenzione, ossia la cd. necessità militare (art. 11 par. 2). Tale clausola consente di derogare agli obblighi di protezione previsti dalla Convenzione sulla base di esigenze belliche, ma, nel caso di applicazione del regime speciale di protezione, essa può invocarsi solo in caso di necessità belliche ineluttabili, che devono essere constatate dal comandante di una divisione o di altra formazione parificata o superiore, con limiti temporali di utilizzo e obbligo di notifica, ove possibile, alla parte avversa. La disciplina posta dalla Convenzione in tema di protezione è stata integrata con l’aggiunta di un protocollo nel 1999, il quale ha posto una disciplina che si affianca a quella originaria, senza cancellarla. In primis, in tema di protezione rinforzata, il protocollo stabilisce che le domande di iscrizione nella lista debbano essere ricevute e vagliate dal Comitato Intergovernativo, un organo istituito dallo stesso protocollo e composto da dodici membri eletti dall’assemblea
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE generale degli Stati fir matari della Convenzione. Inoltre, si dispone che i beni oggetto di protezione speciale debbano essere beni di grande importanza per l’umanità, già protetti dal diritto nazionale al più alto livello (art. 10). In questo modo si è cercato di rafforzare il ruolo degli Stati nazionali, la cui collaborazione risulta, in questo modo, decisiva ai fini dell’applicazione della normativa prevista dalla Convenzione; inoltre, la nuova normativa si è proposta di sottolineare la dimensione internazionale e oggettivistica dell’attività di protezione dei beni giuridici, affidando al Comitato intergovernativo il compito di raccogliere e valutare, secondo gli standard previsti nel protocollo stesso, le domande degli Stati. In sede di realizzazione del protocollo era stata proposta da più parti l’eliminazione della deroga per necessità militari, in virtù della indeterminatezza di tale concetto, che ne farebbe uno strumento facilmente manipolabile e, dunque, pericoloso. Pur non arrivando alla eliminazione totale di tale clausola, la disciplina ad essa relativa è stata pesantemente rivista. Essa, infatti, risulta ora applicabile esclusivamente al regime generale di protezione dei beni culturali, prevedendosi che l’eventuale decisione di attacco debba essere presa almeno da un comandante di battaglione. In tema di beni sottoposti a tutela rinforzata, invece, scomRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
pare la nozione di “necessità militare”, considerata troppo generica, la quale viene sostituita da una più puntuale definizione dei casi in cui sia giustificabile un attacco a tali tipi di beni. Precisamente, tale eventualità è consentita nel caso in cui il bene culturale sia un oggetto che, per natura, posizione, scopo o utilizzo, for nisce un contributo reale all’attività militare e la cui cattura, neutralizzazione o distruzione determina, alla luce delle circostanze del momento, un sicuro vantaggio militare (art. 13). In caso di continue e gravi violazioni degli obblighi posti dal protocollo, il Comitato può sospendere l’immunità rinforzata riconosciuta a determinati beni culturali (art. 14). Infine, il Protocollo ha esteso le norme sulla protezione dei beni culturali anche ai conflitti interni di carattere non internazionale insistenti su di un determinato territorio (art. 22). Il Capitolo IV del II Protocollo A g g i u n t i v o d e l 1 9 9 9 re g o l a menta la disciplina della responsabilità penale individuale dell’autore della violazione e dispone che le violazioni gravi (attacco, estesa distruzione, appropriazione, utilizzo per fini militari dei beni culturali) sono sempre previste come illeciti penali e punite con pene appropriate dal diritto interno degli Stati parti. L’art.18 sancisce l’obbligo per le parti contraent i d i p e r s e g u i re p e n a l m e n t e l’imputato della violazione e di non negare l’estradizione allo Stato che lo richiede al fine di
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giudicarlo (7). Con la legge di ratifica 45/2009, nel nostro ordinamento vengono introdotte le disposizioni penali che si applicano a chi commette una violazione al patrimonio italiano o in danno di beni siti oltreconfine in caso di conflitto armato o di missioni internazionali. Alcune di queste violazioni sono: attacco e distruzione di beni culturali (art.7), utilizzo illecito di un bene culturale protetto (art.8), devastazione e saccheggio di beni culturali protetti (art.9), impossessamento illecito e danneggiamento di un bene culturale protetto (art.10), alterazione o modificazione d’uso di beni culturali protetti (art.12). Altre violazioni sono previste dal Codice Penale Militare di Guerra, che all’art.187 punisce con la reclusione non inferiore a quindici anni “chiunque, in Paese nemico, senza essere costretto dalla necessità delle operazioni militari”, incendi o distrugga o gravemente danneggi “monumenti storici, opere d’arte o scientifiche, ovvero stabilimenti destinati ai culti, alla beneficenza, all’istruzione, alle arti o alle scienze, ancorché appartenenti allo Stato nemico”. I reati previsti dal Titolo IV del c.p.m.g. “…si applicano in ogni caso di conflitto ar mato, indipendentemente dalla dichiarazione dello stato di guerra.[…] In attesa dell’emanazione di una normativa che disciplini organicamente la materia, le disposizioni del presente titolo si applicano alle operazioni militari ar mate
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE svolte all’estero dalle Forze Armate italiane”. Nel complesso, la Convenzione dell’Aja del 1954, così come integrata dai Protocolli aggiuntivi del 1954 e del 1999, ha dato vita ad un sistema internazionale di protezione dei beni culturali che, se da un lato ha l’indubbio pregio di riguardare un gran numero di Stati, dall’altro risente dei limiti tipici del diritto internazionale pattizio, in particolar modo il fatto di vincolare solo gli Stati che scelgono di aderire alla Convenzione. Per questo, si è avvertita in modo crescente la necessità di elevare al rango di diritto internazionale consuetudinario i principi in tema di protezione dei beni culturali. Un importante passo in questo senso è stato compiuto dalla Conferenza generale dell’UNESCO la quale, nell’ottobre del 2003, ha adottato una Dichiarazione di condanna contro la distruzione del patrimonio culturale internazionale, approvata per consensus. Il proposito è quello di porre le basi per l’affer mazione di un principio di diritto internazionale generale, in grado di vincolare indistintamente tutti gli Stati della comunità internazionale. È infine da segnalare, per quanto riguarda il nostro Paese, che, nonostante l’alto numero di beni culturali potenzialmente in grado di rientrare nel programma di protezione speciale, allo stato ne risulta iscritto solo uno: il sito pugliese di Castel del Monte (8). Il motivo risiederebbe nella rigidità delle condizioni richieste per l’accesso a tale forma di proteRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Dall’alto in basso
Castel del Monte (Andria, Puglia) è stato edificato nel XIII secolo su commissione dell'imperatore Federico II. Al momento è l’unico monumento sito nel territorio italiano iscritto al regime di “protezione rinforzata” Chiesa di Sarajevo in fase di ristrutturazione a seguito dei danneggiamenti subiti durante il conflitto
zione, talvolta difficili da mettere in pratica (9). È riuscito nell’intento di aderire al programma, invece, lo Stato
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di Città del Vaticano, il quale risulta protetto per tutta l’estensione del suo territorio nazionale (10).
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE NOTE
371-388
marittima. È da segnalare che
(1) Principi di Norimberga. In parti-
zione dei beni culturali in tempo di
quasi esclusivamente ai beni mo-
colare, il Principio VI l. b) “Crimini
di guerra: Violazioni delle leggi e
degli usi di guerra, i quali comprendono, senza limitarsi ad essi:
omicidio volontario, maltratta-
(3) Il settore specifico della proteguerra è stato oggetto di interesse
da parte della Comunità Internazionale già sul finire del XIX secolo. Già in tale epoca, infatti, erano
evidenti gli effetti devastanti pro-
queste fonti limitavano la tutela bili, mentre quelli immobili erano
presi in considerazione solo marginalmente (Cfr. Leanza U., Op. cit., pagg. 375-376)
(4) Cfr. Elia F., La protezione dei
beni culturali nei conflitti armati, in www.unife.it, pag. 1
(5) Cfr. Leanza U., Op. cit., pag. 378
(6) Si considerano impe-
gnati a fini militari i beni impiegati per il movimento di
persone o di materiale militare, sia pure in transito,
oppure quelli nei quali si
svolgono attività che abbiano diretto rapporto con
le operazioni militari, l’acquartieramento del personale militare o la produzione di materiale bellico (art.
8 della Convenzione del-
Panoramica del ponte di Mostar poco dopo la sua distruzione avvenuta il 9 novembre 1993. Si può notare la “passerella” provvisoria installata prima della sua ricostruzione avvenuta nel 2004
l’Aja del 1954)
(7) Principio c.d. “aut dedere aut judicare”
(8) Il castello, edificato in
Puglia da Federico II, è stato iscritto il 23 novembre
mento o deportazione per essere
dotti dai conflitti sui beni artistici e,
2010 e risulta, allo stato, l’unico
per ogni altro fine, di popolazione
battiti sul tema, i quali portarono i
regime di protezione rinforzata di
costretti a lavoro schiavistico o civile dei o nei territori occupati;
omicidio volontario o maltrattamento di prigionieri di guerra, di
persone in mare, uccisione di ostaggi, saccheggio di proprietà
pubbliche o private, distruzione deliberata di centri urbani, città e
villaggi, o devastazioni non giustificate da necessità militari.”
(2) Cfr. Leanza U., Lo stato dell’ar-
te nella protezione dei beni culturali in tempo di guerra, La Comunità Internazionale, 1/2011, pagg. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
pertanto, si animarono i primi diloro frutti, nel 1874, nella Dichiarazione di Bruxelles sulle nor me e consuetudini di guerra, la quale
estendeva il principio ottocente-
sco dell’inviolabilità della proprietà privata anche ai beni storicoculturali e metteva al bando la
pratica del saccheggio, pacificamente accettata nelle precedenti
epoche storiche. Tali principi furo-
no poi codificati con le Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907
sulla guerra terrestre e sulla guerra
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monumento italiano ammesso al
cui alla Convenzione di l’Aja del
1954 (Cfr. List of Cultural property
under Enhanced Protection, UNESCO, The Hague, 26 marzo 1999)
(9) Cfr. Elia F., La protezione dei beni culturali nei conflitti armati, cit., pag. 3
(10) Cfr. International Register of
cultural Property under Special
Protection, UNESCO, 13 aprile 2014, pag. 7.
S T U D I D O T T R I N A E
Il mentore statunitense analizza il feedback sull’esercitazione di Key Leader Engagement svolto dai militari del Burundi (Fonte: http://www.hoa.africom.mil/story/8264/bravo-company-preps-burundiansfor-somalia-deployment - U.S. Air Force, Foto dello Staff Sgt. Jocelyn A. Ford)
LA DIMENSIONE UMANA DEI CONFLITTI
CREAZIONE DELLA STRUTTURA – LE SFIDE ORGANIZZATIVE, ADDESTRATIVE, GESTIONALI E GLI STRUMENTI NECESSARI
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del Maresciallo Capo Raimondo Spasiano
HUMAN TERRAIN: UNA DIMENSIONE DA TENERE IN CONTO ecentemente in ambito militare si sente molto parlare di Human Terrain e Human Terrain Teams (HTT), Human Terrain Analysis Teams (HTAT) e Human Terrain System (HTS). Sebbene tutte “funzioni” del sistema americano (lo HTS, appunto) le tipologie di assetto fin qui elencate trovano un corrispettivo neRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
gli Human Environment Reconnaissance and Analysis Team (HERA) UK. La differenza tra i due programmi sta nel fatto che l’uno impiega primariamente solo personale civile o ex-militare, ponendo l’accento sulle capacità di ricerca sul campo ed “analisi” accademica, mentre l’altro impiega personale militare delle Forze Speciali di secondo anello, ponendo l’accento sulla capacità di raccolta delle
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informazioni anche in profondità ed in maniera non aperta. Tutte e due le organizzazioni hanno dovuto affrontare e stanno affrontando problemi e sfide per implementare e migliorare la funzione che a quanto sembra sta assumendo un posto di sempre maggiore importanza presso i “decisori” (ovvero i Comandi ed i Comandanti supportati) a causa del contributo significativo che può apportare all’efficacia delle
F O R M A Z I O N E
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Personale femminile del US HTT in Iraq. La componente femminile in operazioni, quali quelle degli HTT, si è rivelata fondamentale per accedere a segmenti della popolazione altrimenti difficilmente raggiungibili (fonte:http://www.defense.gov/WeekInPhotos/WeekInPhotosSlideShow.aspx?Date=01/04/2009)
azioni intraprese dalle unità nel Teatro Operativo d’impiego. I compiti assegnati alle Unità nelle due organizzazioni (inglese ed americana) sono sovrapponibili, seppure non del tutto. In estrema sintesi, l’esercito USA ha affidato a contractors il compito di raccogliere, archiviare ed analizzare dati in maniera scientifica/accademica sull’ambiente sociale (umano) in cui le Unità operano, in modo da costruire dei modelli quanto più accurati possibile, che vengono poi utilizzati nel processo decisionale delle Unità supportate per sviluppare operazioni che abbiano un corretto effetto cognitivo oltre che materiale. Il fatto che gli HTT siano in grado di sviluppare attività di “influence” è collaterale, e non previsto nelle mansioni dei team (US), ma è invece parte delle attribuzioni degli HERA (UK). Per la controparte inglese a quanto pare invece la raccolta Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dati e la capacità di influenza sono premianti sull’analisi e le altre attività “accademiche”. Quindi il compito degli HERA pare più focalizzato sulle attività “di base” (sempre da un punto di vista accademico/scientifico) e quindi sulla capacità di raccolta, oltre che alla attività di influenza che “espande” le mansioni specifiche delle Forze Speciali (FS) (come il compito “tradizionale” che è la MA - Military Assistance). HUMAN TERRAIN ANALYSIS, LE SFIDE Una volta definito il compito ed il tipo di output che si desidera, bisogna analizzare gli elementi da porre in essere per arrivare a produrre un sistema capace di esprimere la funzione desiderata. In quest’ottica è utile individuare gli elementi critici da sviluppare. Dalla lettura delle “lezioni identificate” dello US HTS e parzialmente di quelle riportate sul progetto UK
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HERA, emergono alcune macroaree critiche che è fondamentale considerare qualora si volesse mettere in atto l’organizzazione per creare una capacità del genere. Le macro-aree riguardano le capacità che gli assetti HT (Human Terrain) dovrebbero avere, gli strumenti da fornire ad ogni team per far sì che possa svolgere il proprio compito, la selezione del personale in base a determinate caratteristiche, la formazione da dare al detto personale per fornire o migliorare le competenze necessarie all’assolvimento del compito e la definizione di una corretta dottrina per la formazione e l’impiego di tali assetti. In ultimo vanno considerati quelli che possono essere gli ostacoli allo sviluppo ed al mantenimento di un progetto simile e le valutazioni e le predisposizioni affinché un’organizzazione simile sia utile anche a livello superiore rispetto al livello tattico supportato dal singolo elemento/team (HTT o HERA team). LE CAPACITÀ NECESSARIE Per mettere in campo un’unità di questo tipo, capace di operare efficacemente in seno ad un’organizzazione militare strutturata, le capacità ritenute necessarie sono riconducibili a tre principali categorie: • operativa: conduzione di operazioni basilari quali movimento, (auto) protezione e tutto il necessario alla sopravvivenza operativa; • di pianificazione: la capacità di operare come elemento dello
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Lastrina tratta dal “capability briefing” di DigitalGlobe su Anthromapper/Human Landscape. Da notare le due illustrazioni centrali che rappresentano i dati raccolti da social media
staff e quindi di comprendere la dottrina delle operazioni, del PDP (Processo Decisionale di Pianificazione) e delle procedure di staff normalmente in uso nelle unità supportate; • specialistica: la capacità di compiere tutti gli adempimenti concernenti il rilevamento e l’analisi dei dati di ricerca sociale per supportare il processo decisionale del Comandante ed informare la propria azione d’influenza. Le tipologie elencate raccolgono capacità e competenze già presenti nell’iter formativo di alcune unità specialistiche anche dell’Esercito Italiano ma che al momento non sono organizzate in una struttura che supporti la creazione di un pacchetto di capacità come quello di HTT/HERA. A queste tre si aggiungono le capacita “innate” del personale, ed al primo posto tra queste la caRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
pacità empatica e relazionale, fondamentale per la costruzione di quei rapporti umani che sono presupposti a tutto il resto. Le azioni necessarie sarebbero quindi solo quelle di selezionare personale adeguato e “rimodulare” l’addestramento già esistente presso le unità specialistiche per far sì che al personale selezionato siano date capacità di raccolta, analisi e presentazione dei dati sociali, capacità di sopravvivenza e pianificazione operativa, influenza e gestione di personale civile (interpreti) e/o altamente specializzato (riserva selezionata). GLI STRUMENTI Gli HTT/HERA, per la natura del compito che sono chiamati ad eseguire, hanno bisogno di pochi strumenti oltre a quelli essenziali per la mobilità, protezione e so-
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pravvivenza. Uno degli strumenti principali che si è cercato di fornire al HTT (non agli HERA al momento della stesura del presente articolo perchè, per quanto a conoscenza, gli HERA beneficiano del “DataMan” che è un software per la cartografia digitale standard nell’Esercito britannico) è un software di database/cartografia digitale. Tale software avrebbe dovuto permettere la geo-rappresentazione e la visualizzazione dei dati di ricerca sociale, così come raccolti ed analizzati, per produrre modelli cartografici dell’ambiente umano nell’area di operazioni. Il software, denominato Map-HT (Mapping the Human Terrain prodotto da Textron) non ha mai incontrato un utilizzo sostanziale sia a causa delle limitazioni che presentava (non avendo possibilità di connessione alle reti militari US i prodotti del sistema non potevano essere condivisi) sia per le intrinseche difficoltà nell’utilizzo del pacchetto software. Storicamente gli HTT hanno operato senza utilizzare Map-HT a causa dei citati problemi, mentre gli HERA (UK) a quanto noto non impiegano strumenti appositamente realizzati per la funzione operativa, soprattutto alla luce del fatto che la capacità di analisi e ricerca sociale sembrerebbe minore. Una delle applicazioni che potrebbe aiutare la raccolta e l’analisi di tali dati è un applicativo sviluppato sulla piattaforma ArcGIS da DigitalGlobe. Il detto applicativo è in grado di stoccare e visualizzare vari tipi di dati (etnografici, sociali, geografici, ecc.).
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Lastrina tratta dal “capability briefing” di DigitalGlobe su Anthromapper/Human Landscape, il processo con il quale il software ricava i “confini sociali”
Lo stesso software può anche “mappare” singoli eventi e produrre modelli per permettere un’analisi di trend basata su uno specifico evento o elemento. Al di là degli strumenti di questo tipo, che combinano la capaciRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
tà di archiviazione dei database con l’immediatezza di presentazione di una mappa, gli strumenti necessari ad un team che sviluppa un’attività di analisi, interpretazione ed influenza sul Terreno Umano, sono stru-
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menti comuni a tutte le unità militari che operano nell’ambiente terrestre quali i veicoli (protetti o meno, militari o meno), l’armamento e tutti gli altri dispositivi per la sopravvivenza/mobilità.
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE PERSONALE – QUALITÀ E CAPACITÀ Dall’analisi del programma HTS e dalle informazioni raccolte a proposito degli HERA, emerge che per un assetto così pregiato e che lavora trasversalmente tra i livelli tattico ed operativo, la selezione del personale è di primaria importanza. Non esiste una “lista” di qualità o un profilo tipo dell’operatore HTT/HERA. Si può comunque intuire come le qualità richieste possano essere anche in funzione delle caratteristiche dell’incarico che l’operatore svolge all’interno dello strumento e della specificità che si vuole assegnare all’assetto. Di certo c’è che tutti i componenti del team debbono possedere un background culturale e/o un addestramento militare di elevato profilo che permetta loro di lavorare con sicurezza in autonomia e con ampi margini d’iniziativa. Più che di caratteristiche dell’operatore si potrebbe quindi parlare di caratteristiche e capacità che devono essere presenti nel team, la principale delle quali è quella di relazionarsi con il personale che si cerca di studiare/influenzare e per cui, come già detto, è fondamentale una capacità di rapportarsi con gli altri, di comunicare e di essere percepiti come degli amici e non come degli elementi estranei. A tale scopo, oltre le capacità empatiche già dette, la conoscenza linguistica, la capacità di gestire conversazioni, condurre interviste e quella di lavorare in team proiettando un’atmosfera positiva, e che permetta ai membri di operare con serenità senza ecRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
cessive frizioni o rotture, rivestono un ruolo fondamentale insieme a capacità più tradizionali come quelle della pianificazione delle missioni e dell’interazione con lo staff per supportarne il processo decisionale. SELEZIONE E FORMAZIONE Conoscenza linguistica e capacità militari possono essere insegnate e migliorate. È raro che un linguista sia in grado di parlare una lingua senza accento (in maniera tale da non essere troppo alieno ai suoi interlocutori), perciò la conoscenza delle lingue (soprattutto rare) dovrebbe permettere all’ope- Composizione di un HTT (Fonte: Lamb, Orton, Davie, & Piratore di capire kulsky, Human Terrain Teams, 2013) se l’interprete sta traducendo fedelmente, ma non dovrebbe es- è un processo lungo (1). Proprio sere il mezzo primario per interagi- per questo motivo le due organizzazioni esaminate in precedenza re con i gruppi obiettivo. Altre caratteristiche, quali per (HTS e HERA) hanno percorso straesempio la capacità di raccolta de diametralmente opposte: ed analisi di dati socio-etnografici l’una, integrando personale civile e culturali, possono essere inse- qualificato (almeno in teoria) cognate, ma il loro apprendimento me antropologi, sociologi, psico-
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE dovrà fare attenzione anche a “reclutare” personale predisposto ad instaurare e mantenere rapporti umani e prediligere questo tratto all’addestramento e alle capacità militari “classiche”. LA DOTTRINA
Lastrina tratta dal “capability briefing” di DigitalGlobe su Anthromapper/Human Landscape, con i vari “temi” con cui può essere mappato l’ambiente umano
logi sociali e social scientists in generale, per la raccolta e l’analisi dei dati sociali, l’altra a quanto sembra evadendo completamente quest’aspetto ed affidandosi a metodi più empirici, la cui efficacia è ancora tutta da dimostrare. Vi sono poi alcune peculiarità che sono perlopiù innate e che sono di difficile rilevazione durante il processo selettivo come la predisposizione alla leadership, ed il livello di ”empatia” (o intelligenza emotiva)(2) di ogni individuo. La capacità di lavorare in team, o quella di guidarlo, a quanto risulta dai dati raccolti nell’ambito Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dell'HTS, sono fondamentali. I team meno performanti sono risultati quelli al cui interno vi erano relazioni di lavoro ed umane più “traballanti”. Parimenti le capacità empatiche e relazionali, fondamentali per la creazione e lo sfruttamento dei rapporti umani che dovrebbero costituire la base del lavoro di un assetto per la rilevazione e l’analisi dello Human Terrain, sono anch’esse più che altro innate e spesso mancano nel background e nei processi di selezione dei militari. Nel caso si volesse quindi perseguire un approccio “tutto militare” (come nel caso degli HERA) si
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Essendo la mappatura e l’analisi del Terreno Umano e dei fattori ad esso connessi una materia relativamente nuova (sebbene sia un’attività implicita nelle assegnazioni delle unità che lavorano a contatto con le popolazioni locali alle aree di operazioni) non esiste una dottrina definita. Gli Stati Uniti hanno pubblicato dei lineamenti d’impiego (3) in seno ad una sostanziale revisione del programma, a quasi tre anni dall’immissione del primo HTT nel Teatro Operativo (T.O.) iracheno e durante l’impiego massiccio di HTT in Iraq e Afghanistan. Lo UK Army invece non ha ancora pubblicato nessuna dottrina d’impiego o lineamenti/direttive per l’addestramento. La dottrina d’impiego, come detto, è ancora in fase di sviluppo e sebbene vi siano indicazioni che una pubblicazione sia imminente, il fatto che la funzione operativa sia collocata tra la funzione Intelligence e le Forze Speciali farebbe pensare che qualsiasi pubblicazione avrebbe comunque carattere riservato. C’è da dire che comunque tutta la dottrina anglo-americana fa menzione o include le funzioni di mappatura del terreno umano e sfruttamento dei rapporti umani nei processi di valutazione dell’ambiente operativo. Parallela-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE mente, la dottrina NATO, anche se non specificamente orientata alla mappatura/analisi del Terreno Umano, ruota attorno agli stessi concetti se si parla di Situational Awareness e Understanding (4). Lo US Army FM 3-24 dedica un capitolo intero agli aspetti culturali (5). La UK Army Doctrine Publication “Operations” menziona la funzione di Human Terrain Analysis come strumento di preparazione/analisi dell’ambiente operativo; la UK Joint Doctrine Publication 2-00 dedica una sezione (IX) del capitolo 4 alla analisi dello Human Terrain (7) e rimanda ad una pubblicazione che è completamente dedicata all’argomento, la Joint Doctrine Note 4/13, Culture and Human Terrain, del 2013. Esiste comunque una nutrita letteratura sul programma statunitense (HTS), riportata nella bibliografia del presente articolo, che fornisce una panoramica abbastanza completa sul programma, sui problemi incontrati e sulle soluzioni o lezioni identificate.
Per contro le spese sostenute dall’Esercito Britannico non sono pubblicate, ma data la natura più “interna” del progetto HERA si può postulare che le spese siano state molto più contenute. Il fattore comune ai due programmi sembra però essere il tempo. Sia che si usino “scienziati sociali” che militari vi sarà sempre un gap formativo da colmare, sia esso nella sfera accademica o in quella operativo-militare. Perciò non si può pensare di addestrare degli elementi preposti a svolgere tale funzione in tempi troppo brevi, pena l’incorrere nei problemi organizzativi e gestionali che il management del programma americano si è trovato ad affrontare, non ultimo la perdita di tre membri dei team, con una sanzione a carico di un quarto per omicidio volontario in Afghanistan (8). La riuscita degli HERA è ancora incerta poiché, contrariamente al programma HTT/HTS, non vi è
virtualmente nessuna letteratura al riguardo e non si hanno notizie dei risultati degli HERA attualmente schierati. Una via alternativa, se si volesse sviluppare una capacità simile, sarebbe quella di interessare Paesi che stanno mettendo in campo la funzione, quali ad esempio il Regno Unito, per eventuali collaborazioni e scambi. In ultima analisi, sviluppare un programma sulla falsariga britannica potrebbe avere una minore valenza “accademica” nella raccolta ed analisi dei dati (e l’analisi potrebbe essere comunque effettuata in “reach-back”), ma ad un costo sicuramente minore, in termini economici, organizzativi ed umani. In ultimo, l’ostacolo “culturale” potrebbe essere quello maggiore se si volesse mettere in campo una capacità del genere. Come riportato dal “project manager” dell'HTS del tempo, Steve Fonda-
I COSTI E GLI OSTACOLI ALLO SVILUPPO Sul piano economico lo sviluppo ed il mantenimento di un assetto simile presenta differenti caratteristiche e sfide secondo il modello che viene preso a riferimento. Per quello che riguarda l’implementazione del concetto da parte dell’Esercito statunitense, le spese sono state consistenti e mediamente sugli 80-100 milioni di dollari l’anno (vedere l’illustrazione di seguito), la gran parte dei quali impiegata per gli stipendi dei dipendenti del programma. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Fonte: Lamb, Orton, Davie, & Pikulsky, Human Terrain Teams - An organizational innovation for sociocultural knowledge in irregular warfare, 2013, p. 47
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE caro, le organizzazioni tradizionali (riferendosi al Pentagono) non hanno nessun “ufficio nuove idee” e quindi stimolare un cambiamento nel modus operandi, nelle procedure ed in generale nella cultura organizzativa e nel modo di vedere le cose (le operazioni, i conflitti ecc.) è sempre una sfida, soprattutto per temi che eludono la “comfort zone” di organizzazioni quali quelle militari, storicamente più atte a ragionare in termini “cinetici”. Per quest’ultimo motivo il posizionamento degli assetti HERA in Gran Bretagna appare più logico che quello dell’HTS negli Stati Uniti. Gli HERA sono enucleati, come detto, da unità di Forze Speciali che hanno nel DNA la caratteristica di pensare “lateralmente” per trovare approcci e soluzioni nuove (e più efficienti) ai problemi operativi. IL LIVELLO SUCCESSIVO Una delle “lezioni apprese” dall'HTS è stata che gli HTTs possono essere un assetto valido in supporto a Grandi Unità (G.U.) elementari ma che, quando i “grandi numeri” entrano in gioco, la gestione di certe informazioni ai livelli più elevati richiede attenzione e tempo. Per questo motivo l’HTS, oltre agli HTTs (Human Terrain Teams), decise di creare gli HTATs (Human Terrain Analysis Teams) a livello Divisione ed i TCEs (Theater Coordination Elements) a livello T.O. per consolidare le informazioni ricevute, dirigere le azioni di ricerca degli HTTs e sviluppare una funzione di advising ai livelli superiori. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Quindi, a livello operativo, unità di questo tipo avrebbero bisogno di un “collettore” e di un “direttore”. Di nuovo l’approccio inglese appare meno oneroso, potendo contare su una struttura di comando preesistente (quella dello Special Operations Component Command) in cui “iniettare” elementi capaci di processare i dati raccolti dagli HERA e trasferirli al livello superiore. In conclusione, qualora si voglia mettere in campo una funzione ed una risorsa come quella degli HTTs o degli HERA vi sono molteplici aspetti che sono stati già affrontati e risolti più o meno bene da cui trarre insegnamento e derivare un sistema che sia capace di esprimere la capacità, ma sia anche compatibile con i canoni nazionali e che attinga alle capacità già presenti nell’organizzazione. NOTE
(9) Keymer, Mapping the Battlespace, 6 Jul 2011.
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shington, D.C.: Center for Army Lessons Learned, 2009
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(1) Montgomery & Fondacaro, Reflections on the Human Terrain System During the First 4 Years, 2010, p. 75
(2) Colman, A Dictionary of Psychology (3 ed.), 2009
(3) U.S. Army, Commander's Guide,
Employing a Human Terrain Team, 2009
(4) NATO Allied Command Operations, COPD v2.0, 2013, pp. 2-1, 2-2, 2-5 - 2-7)
(5) Army, U.S., FM3-24/MCWP 3-33.5, Insurgencies and Countering Insurgen-
cies, 2014, pp. 3-1, 3-6
(6) MoD, U.K. Army, Doctrine Publication "Operations", 2010, pp. 5-5
(7) MoD, U.K., Joint Doctrine Publica-
tion 2-00, Understanding and Intelligen-
ce Support to Joint Operations, 2011, pp. 4-18, 4-20
(8) Gezari, The Tender Soldier, 2013
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System 2008-2013, The Program from
Hell., Masrton Gate (UK), Amazon, 2013
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
I SOFTWARE PER LA MAPPATURA DEL TERRENO UMANO
BOX
Le mansioni degli assetti per la gestione ed archiviazione dei dati per mappatura del Terreno Umano possono essere svolte manualmente dagli operatori. L’archiviazione e consultazione manuale presentano però delle difficoltà oggettive e facilmente intuibili. Alle difficoltà riscontrate, l’industria della difesa a livello internazionale ha cercato di dare risposta in vari modi, con due soluzioni conosciute (al momento della scrittura del presente articolo) proposte da due aziende. I due software in questione sono il citato MAP-HT di Textron, che continua ad essere proposto (ed apparentemente sviluppato), e AnthroMapper/Human Landscape di DigitalGlobe. Del primo si è parlato nell’articolo. Il secondo parrebbe essere una soluzione strutturata su ArcGIS (che è lo standard de facto per le applicazioni cartografiche “intelligenti”) (9) in grado di calcolare le “sacche” sociali partendo da dati quali l’orografia, idrografia, la densità di popolazione ed altro a cui poi sovrapporre informazioni quali la copertura radio, piuttosto che il tasso di alfabetizzazione, orientamento politico, ma anche “punti di interesse” (POI-Points Of Interest) quali infrastrutture sanitarie, religiose, scolastiche, ecc.
MAP-HT di TEXTRON (da http://www.textronsystems.com/products/advanced-information/map-ht)
Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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L’ U S O L E G I T T I M O DELLA FORZA
IL QUADRO LEGISLATIVO NAZIONALE ED INTERNAZIONALE
Le ultime pagine tratte da uno dei tre originali della Costituzione Italiana
L
Le opinioni espresse nell’articolo riflettono esclusivamente il pensiero dell’autore.
a legittimazione all’uso della forza per la soluzione di controversie internazionali e transfrontaliere è disciplinato dal combinato rispetto dei vincoli imposti dall ’ o rd i n a m e n t o n a z i o n a l e e d internazionale. Sotto il profilo del diritto interno il ricorso all’uso della forza è legittimato dal primo comma dell’articolo 10 e dall’articolo 11 della Costituzione. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
del Maggiore Marco Ledda Il primo comma dell’articolo 10, con l’espressione “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute…”, subordina le scelte di politica estera ai sovraordinati principi giuridici “universalmente” riconosciuti e pertanto, prevedendo l’adeguamento legislativo interno al diritto internazionale inteso come norme consuetudinarie e principi di diritto inter nazionale, ammette l’uso della forza ove stabilito da
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norme di diritto internazionale generalmente riconosciute escludendo come tali le norme pattizie frutto di trattati. In virtù dell’articolo 10, con l’adeguamento del diritto interno al diritto consuetudinario inter nazionale e al diritto cogente, non si vieta in assoluto l’uso della forza che in taluni casi è autorizzato dal diritto internazionale, ma si vieta l’impiego delle forze ar mate per scopi aggressivi sia in alleanza con altri Stati che singolarmente.
S T U D I D O T T R I N A E F O R M A Z I O N E
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Enrico De Nicola firma l'atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana
Il successivo articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”) autorizza implicitamente il ricorso all’uso della forza per scopi difensivi e in aderenza ai principi giuridici di legittima difesa individuale e collettiva nei casi in cui si renda necessario per la difesa dello Stato. Lo stesso, oltre ad esprimere il generale principio di divieto dell’uso della forza come strumento di offesa, legittima gli accordi di adesione dello Stato ad organizzazioni sovranaRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
zionali finalizzate al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e gli interventi militari eventualmente necessari a tali scopi. Analizzando nello specifico l’articolo 11 si può osservare che il primo comma vieta la guerra di aggressione e non le situazioni di esclusione ammesse dal diritto internazionale ovvero di legittima difesa, la difesa dei confini, dell’integrità territoriale e nazionale e l’intervento in soccorso ad u n o S t a t o a g g r e d i t o . Ta l e chiaro ripudio della guerra, intesa come conflitto su vasta scala che comporta l’uso massiccio di ar mi e forze armate come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, va inquadrato nel contesto storico di promulgazione della nostra Carta Costituzionale. Gli eventi bellici appena conclusi impone-
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vano infatti ai Padri costituenti di prendere una posizione chiara ed inequivocabile che garantisse la Comunità Internazionale da eventuali politiche aggressive; la for mulazione di ripudio della guerra richiama il Patto di Parigi del 1928 conosciuto anche come Patto di rinuncia alla guerra. Il secondo ed il terzo comma limitano la sovranità nazionale in condizioni di parità con gli altri Stati autorizzando l’adesione ad organizzazioni finalizzate ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni; in sostanza legittimano l’adesione all’ONU, sebbene questa, prevedendo l’esistenza dei cinque membri per manenti del Consiglio di sicurezza e attribuendo loro un potere maggiore rispetto agli altri, non rispetti le condizioni di parità tra gli Stati. Anche l’adesione alle altre organizzazioni regionali quali la NATO e l’UE ha trovato legittimazione in quest’articolo, che ne è risultato promotore e propulsore. Sotto il profilo di diritto internazionale possiamo osservare che la Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta a San Francisco il 26 giugno del 1945 ed entrata in vigore il 24 ottobre 1945, ha escluso la facoltà degli Stati di impiegare lo strumento bellico per la risoluzione delle controversie internazionali e la tutela dei propri interessi. Nell’indicare le linee di
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La firma della Carta delle Nazioni
principio cui le nazioni devono uniformarsi, la Carta ha posto l’accento sul concetto di (uso della) “forza” e non più sul fenomeno “guerra” previsto dal precedente ordinamento, affinché si limitasse l’eccessivo spazio dedicato ad attività e azioni militari tecnicamente non qualificabili come guerra ma comunque c a r a t t e r i z z a t e d a i n g e re n z e non tollerabili e contrarie ai principi giuridici già perseguiti dal Patto della Società delle Nazioni del 1919. Fino alla sottoscrizione di questo Patto, il diritto di ricorrere alla guerra era infatti ammesso dall’ordinamento internazionale che, attraverso lo ius in bello, il cosiddetto diritto bellico, disciplinava i casi e il metodo di ammissione della guerra quale strumento di soluzione delle controversie internazionali per far prevalere l’interesse nazionale rispetto a quello della Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Unite
controparte anche in assenza di un principio giuridico valido e riconosciuto. Le disposizioni contenute nella Carta prevedono fattispecie differenti distinguendo tra i casi d’uso della forza ad opera dei singoli Stati e il ricorso al sistema di difesa collettiva che trova la sua legittimazione nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e stabiliscono delle eccezioni a quanto stabilito al capitolo 1, articolo 2, comma 4 della Carta delle Nazioni Unite ove reci-
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ta che “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”. Queste eccezioni al divieto generale dell’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati, che si configurano pertanto come casi di ammissione all’uso della stessa, sono essenzialmente: la legittima difesa individuale e collettiva, l’uso della forza autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le misure contro gli Stati ex
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE nemici, il consenso dell’avente diritto, l’intervento a protezione dei cittadini all’estero, l’intervento d’umanità e il cosiddetto dovere d’ingerenza umanitaria ed altre cause controverse di esclusione del fatto illecito. La Carta prevede un’altra distinzione fondamentale tra l’intervento diretto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’autorizzazione/mandato ad agire conferito ad un’organizzazione terza a carattere regionale o portatrice di interessi comuni a più Stati. In virtù di quanto stabilito dagli articoli 39 e seguenti del capitolo VII, il Consiglio di Sicurezza è il soggetto legittimato ad emanare provvedimenti sanzionatori ed esercitare l’uso della forza contro lo Stato che si è reso responsabile di atti perseguibili in forza del diritto internazionale, attraverso raccomandazioni e decisioni tra cui distinguiamo le prime, prive di una natura giuridicamente vincolante, dalle seconde, che impongono ai membri un’agire. Il capitolo VIII prevede invece che, a seguito di specifico mandato di autorizzazione all’uso della forza, siano le organizzazioni regionali ad agire in virtù del principio di difesa collettiva. Pertanto regolamenta e stabilisce casi e modalità in cui è ammesso il ricorso all’uso della forza quando intrapreso, in virtù di accordi regionali, da organizzazioni regionali, che, legittimate dal Consiglio di Sicurezza, operano all’interno del sisteRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
ma di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite. Il risultato del processo evolutivo nei rapporti internazionali, introdotto e consolidato dalla Carta delle Nazioni Unite, si estrinseca nel divieto di aggressione inteso come aspetto principale del divieto di uso della forza, che è or mai universalmente riconosciuto come norma di diritto internazionale, anche se l’imperativo in parola subisce continui tentativi da parte degli Stati di far interpretare estensivamente il principio di legittima difesa. S i p u ò p e r t a n t o c o n c l u d e re che, con l’entrata in vigore della Carta e il divieto generale di ricorso all’uso della forza sancito al citato quarto paragrafo dell’articolo 2 della stessa, il ricorso all’uso della forza armata per la soluzione delle controversie e le dispute internazionali sia affidato nella quasi totalità dei casi al Consiglio di Sicurezza. Le più importanti eccezioni al citato divieto risiedono nei casi di legittima difesa individuale e collettiva previsti nel citato articolo 51 che regolamenta le modalità e i casi di ammissibilità all’uso della forza armata nei casi di violazione consumata o tentata dell’integrità territoriale o dell’indipendenza politica, ma non di coercizione economica. BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA Ronzitti Natalino, Diritto internazionale dei conflitti armati, G.
Giappichelli Editore, Torino, 2011,
quarta edizione
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James Burk, La guerra e il militare nel nuovo sistema internazionale, Franco Angeli Editore, Milano, 1998
Cassese Sabino, Battini Stefano,
Franchini Claudio, Perez Rita, Vesperini Giulio, Manuale di diritto pubblico, Giuffrè Editore, Milano, 2009, quarta edizione
Daniele Luigi, Diritto dell’unione
Europea; sistema istituzionale - ordinamento - tutela giurisdizionale
- competenze, Giuffrè editore, Milano, 2010, quarta edizione
Modugno Franco e AAVV, Diritto Pubblico, Giappicchelli Editore, Torino, 2012
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Conforti Benedetto, Diritto internazionale, Editoriale Scientifica Napoli, 2006, settima edizione
Composizione, funzioni e compiti del consiglio supremo di difesa: http://www.quirinale.it
Costituzione, storia e organizzazione della NATO: http://www. nato.int
Costituzione, storia e organizzazione dell’ONU: http://www.un.org
Costituzione, storia e organizzazione
dell’Unione
Europea:
http://europa.eu/index_it.htm
Comitato Atlantico, Atlantic Treaty Association: http://www. comitatoatlantico.it
S T U D I D O T T R I N A
“FINALMENTE SIAT” Tra O/C-T e Operatori Excon a Capo Teulada
G
del Tenente Daniel Giuliano
li attuali scenari operativi in diverse aree geografiche, caratterizzati da una minaccia irregolare/ibrida in ambienti e situazioni difficili e diversificate, impongono una crescente attenzione nei riguardi dell’addestramento individuale e delle unità della Forza Armata. L’Esercito Italiano da qualche anno sta sviluppando diversi progetti di simulazione Virtual & Live per l’addestramento di Operatore BLUEFOR equipaggiato con i dispositivi del sottosistema Manworn e Role Player Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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Unità, equipaggi e singoli combattenti, per rendere più aderente la formazione del personale alle nuove minacce, supportando al contempo i Quadri chiamati ad assumere decisioni operative e lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma. Uno di questi progetti di simulazione è il Sistemi Integrati per l’Addestramento Terrestre (SIAT) che, avvalendosi delle ultime tecnologie informatiche ed utilizzando le frequenze impiegate per la trasmissione dati, GPS e radio, consente la preparazione delle unità fino a livello Reggimento con un realismo mai raggiunto in precedenza.
E F O R M A Z I O N E
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE Il progetto SIAT è articolato su tre settori sulla base dell’ambiente ed al target addestrativo che si vuole conseguire. In particolare questi livelli sono costituiti dalla simulazione ”Virtual”, “Live” e “Constructive”. La simulazione “Virtual” consiste nella condotta dell’addestramento da parte di singoli militari o piccoli teams che, attraverso il simulatore, interagiscono in uno scenario operativo artificialmente riprodotto (definito ambiente sintetico). Ad esempio, i simulatori di guida che rappresentano fedelmente il comportamento del veicolo in relazione alle condizioni del terreno nel quale questo si muove, oppure simulatori di missione che replicano l’ambiente operativo e consentono l’interazione con altri “attori” virtuali ivi presenti. La simulazione “Live” è dedicata all’addestramento force on force o force on target di Unità organiche o Task Forces, che effettuano l’addestramento reale in aree di addestramento reali, all’interno dei Poligoni, nell’ambito del quale due opposte volontà reali si confrontano attraverso l’impiego di armi e sitema d’arma reali sui quali sono installati simulatori in grado di replicarne, il comportamento balistico (traiettorie) e gli effetti del fuoco (diretto o indiretto) sul personale o sui mezzi esercitati. La simulazione “Constructive” invece è utilizzata per l’addestramento dei “Comandanti” e dello “Staff” all’esercizio della funzione operativa di “Comando e Controllo” sulle Unità dipendenti. Tale livello di simulazione avviene in uno scenario di riferimento in cui operano due partiti contrapposti ed in cui gli effetti delle reciproche decisioni sono espressi secondo dei modelli Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Soldato BLUEFOR con emettitore laser (SAT) montato sul fucile d’assalto ARX 160
matematici e riprodotti in video. Il 1° novembre 2014, nel poligono di Teulada, il Nucleo Iniziale di Formazione (NIF), incaricato di sviluppare il progetto SIAT in quella sede, si è riconfigurato in Centro Addestramento Tattico di 1° livello (CAT), alle dirette dipendenze del Centro di Simulazione e Validazione dell’Esercito di Civitavecchia (Roma). Con la costituzione dei CAT di Brunico, Monte Romano, Cesano, Lecce e Teulada si modifica profondamente la metodologia addestrativa delle unità dell’Esercito Italiano. Infatti attraverso i sistemi di simulazione il personale condurrà l’addestramento a partiti contrapposti (force on force) di unità organiche o task force, in ambiente reale presso i poligoni o aree addestrative della Forza Armata. In questo ambito, due opposte volontà reali si confronteranno attraverso l’impiego di armi e sistemi d’arma reali con l’impiego di vei-
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coli ruotati o corazzati parimenti reali. Grazie all’installazione dei sistemi di simulazione sarà possibile replicare fedelmente le traiettorie e i relativi effetti che un’azione di fuoco condotta da un’arma o sistema d’arma produrrebbe sul personale e sui mezzi. Le unità esercitate assumono il ruolo di “BLUEFOR” (Blue Force - Forze Amiche) e si contrappongono alle “OPFOR” (Opposing Force - Forze Nemiche). Tali unità, oltre al normale equipaggiamento tecnicooperativo di reparto e individuale, vengono dotate del sottosistema Manworn e sottosistema Veicolo. Il sottosistema Manworn è l’insieme dei sensori e dei dispositivi che equipaggiano il soldato che una volta associati tra loro formano la rete PAN (Personal Area Network). Il Manworn è composto da un ricevitore laser (HALO) che viene montato sull’elmetto, un ricevitore laser primario (EDM - Enhaced De-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE tector Module) posizionato sull’equipaggiamento all’altezza dello sterno, un ricevitore laser secondario (DM - Detector Module) posizionato sul dorso del soldato, un modulo trasmettitore di segnali radio e GPS (PUI - Player Unit Instrumentation) e un piccolo palmare (DISP. M - Display Module). Quest’ultimo costituisce il cervello vero e proprio del sistema in quanto consente di connettere, tramite un sensore ad infrarosso, tutti i componenti che realizzano la rete PAN del soldato. Questo sottosistema mette in grado il soldato di gestire il fuoco della propria arma e garantisce la possibilità di fornire, in tempo reale, riscontro sul proprio status indicando le conseguenze prodotte dall’eventuale coinvolgimento da fuoco di armi portatili, di reparto o da esplosioni di Improvised Explosive Device (IED), granate di artiglieria, ecc. In particolare, fornisce le informazioni relative alla condizione vivo/morto, tipologia e gravità di eventuali ferite. Completa la dotazione del soldato l’emettitore laser (SAT- Small Arm Transmitter) montato sul vivo di volata o nel castello dell’arma tramite la slitta Picatinny, che riproduce l’azione di fuoco dell’arma cui è associato. Il raggio laser, quando il tiratore ha effettuato in modo corretto il puntamento e l’azione di fuoco, colpisce l’avversario o il veicolo, attivando i sensori che, tramite il Display Module avvisano l’equipaggio del veicolo o il soldato dell’avvenuto ingaggio con le relative conseguenze prodotte dal fuoco (distruzione o danneggiamento del mezzo, morte o ferimento del soldato). In base alla precisione del tiro il Display Module del soldato colpito è Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Veicolo Tattico Leggero Multiruolo (VTLM) “Lince” con equipaggio e sensori
Cartografia digitalizzata dell’area con le posizioni e status delle unità OPFOR e BLUEFOR
in grado di simularne l’uccisione o il ferimento lieve, medio o grave, tramite emissione di segnali luminosi e acustici oltre a brevi messaggi di testo rilevabili su di esso. I veicoli impiegati per lo svolgimento delle attività addestrative vengono dotati del sottosistema Vei-
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colo composto da sensori frontali e laterali (VDM - Vehicle Display Module), un lampeggiante (VKM - Vehicle Kill Mast), un’unità centrale controllo sensori (VKC - Vehicle Kill Controller), un modulo trasmettitore di segnali radio e GPS (VPU - Vehicle Player Unit) e un palmare
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Pistola elettronica Umpire Control Gun (UCG) (VDISP. M - Display Module) che, associando tutti i componenti, costituisce la rete VAN (Vehicle Area Network) del veicolo. I sottosistemi del soldato e dei veicoli, tramite ponti radio dislocati nel poligono, trasmettono tutti i dati all’EXCON (Exercise Control) che rappresenta la Centrale Operativa del Sistema. L’EXCON è costituito da hardware e software attraverso i quali i vari operatori seguono in tempo reale lo sviluppo dell’attività mediante la cartografia digitalizzata dell’area, arricchita con le posizioni di ogni soldato, ogni mezzo e relativi status. Attraverso i Computer dell’EXCON è possibile inoltre visualizzare le traiettorie di tiro di ogni soldato o arma di reparto e di simulare l’eventuale fuoco di supporto da parte di Unità di artiglieria, mortai e velivoli ad ala fissa o rotante. Quando un soldato o veicolo si trova in un’area interessata dall’esplosione, tutti i sistemi di simulazione in dotazione (personale e mezzi) vengono attivati e sul terreno vengono avvisati tramite messaggi radio e acustici emanati Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dal Display Module che fornisce le informazioni dettagliate sull’effettivo danneggiamento/ferite riportate. L’EXCON, oltre a seguire in tempo reale lo svolgimento dell’attività, procede alla registrazione digitale di tutti gli eventi, aumentando in maniera esponenziale la ricadu-
ta addestrativa delle unità che impiegano tale metodologia. Altro elemento di primaria importanza è la sostanziale riduzione dell’impatto ambientale realizzabile grazie alla drastica riduzione del munizionamento ordinario a favore di quello a salve (il solo impiegato nelle attività force on force) che, peraltro, viene quasi completamente recuperato mediante la bonifica che si esegue al termine dell’attività. Unitamente ai Centri Addestramento Tattico sono nate nuove figure professionali, altamente specializzate e con un bagaglio tecnico-professionale adeguato per gestire l’attività con i Reparti in addestramento. Queste figure sono gli Observer/Coach – Trainer (O/CT) e gli Operatori Excon. Gli O/C-T hanno il compito di osservare, controllare, istruire e consigliare le Unità sul terreno. Essi supportano le unità per raggiungere un elevato stan-
Operatore Excon in attività di monitoraggio
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE dard di preparazione tecnico-professionale e realizzano il trait d’union tra il CAT e l’Unità. Gli O/CT sono dotati di una pistola elettronica chiamata Umpire Control Gun (UCG), che rappresenta il dispositivo primario per configurare e gestire l’equipaggiamento del sot-
view (AAR), da somministrare al Reparto esercitato appena conclusa l’esercitazione. Le AAR sono gli eventi più importanti del ciclo addestrativo svolto presso il CAT di Teulada. A giugno e dicembre del 2014 il CAT di Teulada ha svolto le prime
Attività di cooperazione con la Polizia Locale
tosistema Manworn e del sottosistema Veicolo. Gli Operatori Excon, insieme agli O/C-T, sono responsabili della gestione dell’esercitazione. In particolare, operano all’interno della EXCON ed hanno il compito di preparare lo scenario di esercitazione sulla base del supposto operativo, il controllo, il monitoraggio e analisi delle varie attività, avvalendosi dei sistemi in dotazione e registrando i dati audio/video (2D e 3D). Sono responsabili della preparazione di pacchetti multimediali e cartacei, contenenti gli elementi principali dell’esercitazione e i risultati della stessa, ritenuti importanti per la realizzazione dell’After Action ReRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
esercitazioni Trial denominate “Tegula 01/14” e “Tegula 02/14” al fine di sperimentare e testare i sistemi di simulazione di nuova acquisizione e addestrare il personale effettivo all’impiego dei materiali e relative procedure. Le esercitazioni si sono svolte presso il poligono di Capo Teulada, dove il CAT ha potuto pianificare le attività addestrative con il supporto del 1° Reggimento Corazzato, Ente gestore del poligono. L’attività addestrativa è stata condotta da un plotone BLUEFOR del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” contro una squadra del 3° Reggimento Bersaglieri, entrambi della Brigata “Sassari”. Il 3° Reggimento
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Bersaglieri è l’unità designata dallo Stato Maggiore dell’Esercito per fornire permanentemente la componente OPFOR nell’ambito del progetto SIAT relativo al poligono di Teulada. Tra il 15 e 26 giugno del 2015 ha avuto invece luogo l’esercitazione “Capricorno 01/2015”. Grazie all’esperienza acquisita nelle precedenti attività, è stato possibile incrementare il livello ordinativo delle unità esercitate operando con un complesso minore (cpls. min.) del 151° Reggimento contro un plotone dei Bersaglieri del 3° Reggimento. Il personale del CAT ha pianificato l’esercitazione basandosi sullo scenario “Skolkan” impiegato in ambito NATO, per le esercitazioni militari, ambientato in territorio Baltico con Paesi reali e di fantasia, creando un’attività in un contesto ibrido che, per l’occasione, ha impiegato un’area del poligono piuttosto vasta (Poligoni A, B e C). La componente OPFOR è stata inoltre arricchita da una varietà di Role Players che, al fine di rendere il piu’ possibile realistico lo scenario, hanno simulato il ruolo svolto dalla Polizia Locale, Elders, Operatori delle ONG (Organizzazioni non Governative), popolazione civile, ecc. Durante l’esercitazione, grazie alla stretta collaborazione di O/C-T e Operatori Excon e alla coordinazione del Capo Centro, le BLUEFOR, mentre assolvevano i compiti assegnati, sono state sistematicamente ingaggiate dalle OPFOR, con eventi caratterizzati da crescente complessità mediante la somministrazione di INJECTION (attivazioni cinetiche e statiche). Si è così ottenuta, infine, la simultanea attivazione di tutti i plotoni del
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Hit
Fired
Percentuale dei colpi sparati e andati a segno
complesso (dislocati in diverse aree del poligono) in azioni cinetiche e statiche che hanno messo a dura prova il personale esercitato e, in particolare, i Quadri, chiamati a rispondere alle complesse situazioni realizzate. Il personale della Brigata “Sassari” ha potuto testare per la prima volta i sistemi di simulazione e constatarne l’effettivo beneficio addestrativo. Infatti l’utilizzo dei materiali di simulazione ha suscitato particolare interesse da parte di tutti, sia in fase di preparazione che in condotta, tanto che il personale ha operato con estrema serietà e professionalità immedesimandosi perfettamente nel proprio ruolo e consentendo al Centro di sperimentare i sistemi e le procedure di impiego. Il personale BLUEFOR e OPFOR ha avuto modo di interagire con le nuove figure dell’O/C-T e dell’Operatore Excon, apprezzando l’importanza del ruolo svolto ai fini della riuscita dell’esercitazione che Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
consente di migliorare sensibilmente la qualità dell’addestramento. A conclusione delle esercitazioni, con le AAR interattive, il personale esercitato ha potuto visionare personalmente, con l’ausilio dei filmati, le manovre effettuate, le registrazioni delle comunicazioni radio, le ricostruzioni in 3D (realizzate con una grafica accattivante ed estremamente dettagliata ed intuitiva in cui sono stati presentati i movimenti delle unità), le criticità evidenziate nel corso del combattimento, le percentuali dei colpi sparati e quelli messi a segno. Sono quindi stati riportati due importanti feedback: • il riscontro positivo registrato dal personale del CAT di Teulada, che ha potuto verificare l’elevata precisione ed affidabilità dei sistemi di simulazione che, uniti al background tecnico-professionale del personale consentiranno alla Forza Armata un salto qualitativo e generazionale dell’addestramento;
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• la piena soddisfazione del personale esercitato che grazie ai sistemi di simulazione si è trovato immerso in un contesto operativo estremamente realistico per l’affidabilità dei sistemi che riproducono in maniera estremamente fedele gli effetti delle armi. L’esperienza appena maturata con il SIAT ha comunque suscitato l’entusiasmo di tutti. Le potenzialità dei nuovi sistemi di simulazione determineranno certamente un maggior impegno da parte delle unità esercitate. Le situazioni che scaturiranno da queste attività e gli errori commessi costituiranno utili spunti di riflessione e ammaestramenti per meglio attagliare le attività addestrative alle reali esigenze che emergeranno nei molteplici Teatri Operativi in cui le nostre unità saranno chiamate ad operare. BIBLIOGRAFIA Progetto Sistemi Integrati per l’Adde-
stramento Terrestre (SIAT), contratto
1227 del 19 luglio 2010, documento di Governance, Ed. 2013
Norme per l’impiego del Poligono Permanente di Capo Teulada, Ed. 2010
SOP sull’impiego del Poligono Permanente di Capo Teulada, Ed. 2013
Piano Tutela Ambientale del Poligono Permanente di Capo Teulada, Ed. 2015
Nota Dottrinale “La Manovra delle Forze Terrestri”, SME, Ed. 2014
Direttiva Addestrativa “Disposizioni per la Preparazione, l’Addestramento e
l’Approntamento del Personale, dei Comandi e delle Unità delle Forze Operative Terrestri”, COMFOTER, Ed. 2013
Manuale Tecnico del Raggruppamen-
to Temporaneo Imprese (Vitrociset-Cu-
bic) relativo ai materiali di simulazione, Contratto 1227 del 19 luglio 2010.
S T U D I D O T T R I N A E
Immagine dell’IXV (fonte: Wikipedia)
del Tenente Colonnello Luigi Puleo
I
l giorno 11 febbraio 2015, alle ore 14:40 italiane, dal Centro Spaziale di Kourou nella Guyana Francese (CSG), è stato lanciato con successo, mediante il vettore europeo VEGA, il dimostratore di rientro atmosferico dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea) sviluppato da Thales Alenia Space Italia (TASI), denominato Intermediate eXperimental Vehicle (IXV). La missione, della durata complessiva di 1 ora e 40 minuti, si concludeva con lo splash-down nell’Oceano Pacifico, dove l’IXV veniva recu-
perato da una nave italiana. Il successo del programma, oltre che entusiasmare l’industria e i centri di ricerca italiani quali attori/motori principali delle attività, è motivo di org o g l i o p e r l ’ Av i a z i o n e d e l l’Esercito (AVES) che ha supportato, in sinergia e senza timore, le prove di simulazione dell’ultima fase di rientro e ammaraggio del modulo. Infatti, solo a pochi è noto che nel 2013 l’AVES, con un elicottero CH-47C, contribuì a verificare praticamente l'ammaraggio del prototipo con più voli al gancio baricentrico di
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un elicottero CH47C dapprima sulla sede di Viterbo, dove i tecnici di CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali), TASI ed ESA furono ospiti del Comando AVES per elaborare il progetto e realizzare i materiali necessari per il particolare trasporto) e in seguito, il 19 giugno 2013, nel mare di fronte al Poligono militare Interforze di Salto di Quirra (PISQ), sulla costa orientale della Sardegna, dove l’IXV fu trasportato in quota e sganciato da circa 3.000 m (10.000 ft), ad una distanza dalla costa di circa 10 km, per poi analizza-
F O R M A Z I O N E
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE website del CIRA
re le varie fasi, dall’apertura del paracadute all’ammaraggio e durante la lenta discesa. L’attività effettuata in assoluta sinergia tra il CIRA, l’AVES e il personale militare coinvolto nelle operazioni con assetti aerei, imbarcazioni, aerosoccorritori e personale di terra, consentì il recupero in sicurezza dell’IXV. L’obiettivo di questo articolo è quello di descrivere le fasi che hanno coinvolto l’Esercito e le difficoltà superate per la riuscita delle operazioni di prova. ORIGINE DELL’ATTIVITÀ L’attività trova la sua origine, sin dal mese di settembre 2010, nella richiesta avanzata dal CIRA al Comando Operativo Inter forze (COI) Difesa di poter effettuare il Drop Test, ovvero verificare la funzionalità del Descent & Recovery System (DRS) (1) di un veicolo spaziale sperimentale denoRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
minato Intermediate eXperimental Vehicle (IXV) e commissionato dall’European Space Agency (ESA). Nella pratica si trattava di verificare, attraverso la simulazione, la caduta e il recupero dal mare di un Mock Up (o DTMU (2)/Veicolo IXV/payload), nell’ultima fase di rientro dell’IXV prevista nell’Oceano Pacifico. Nell’ipotesi di prima approssimazione il Drop Test, così come progettato dal CIRA, aveva un carattere di rilascio statico nel quale il Carrier (elicottero CH47C) si sarebbe dovuto trovare in hovering nella posizione e quota stabilita dai requisiti di test e con il Mock Up (di circa 1897kg) del veicolo IXV (per dimensioni, massa ed equipaggiato di sensori) in assetto orizzontale. Lo studio evidenziò, fin dall’inizio, l’esigenza di assicurare le seguenti attività: • approntamento del veicolo IXV su pista e assemblaggio dell’attrezzatura di inter faccia e delle linee di sospen-
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sione; • approccio dell’elicottero al Mock Up già approntato per il trasporto, collegamento delle linee di sospensione al gancio baricentrico e dei dispositivi di telecomando al rilascio; • messa in tensione della linea di sospensione; • transizione dalle condizioni di hovering al volo di trasferimento/navigazione senza oltrepassare i livelli di accelerazione continuativa definiti per il trasporto per evitare le cosiddette fasi di manovre “brusche”; • raggiungimento della quota di rilascio nell’area di sgancio; • sgancio del Mock Up IXV sul mare; • recupero in mare del veicolo IXV mediante nave di supporto. Per quanto riguarda le condizioni operative di test, la missione tipo risultava influenzata non solo dalle condizioni meteo (al suolo e in quota) della
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE base di lancio (specialmente per il coinvolgimento di operazioni in mare) ma anche dalle condizioni dell’area di volo e di recupero. Pertanto si è reso necessario prevedere da subito l’inserimento di un monitoraggio delle condizioni meteo, sia sull’area di decollo che su quella di volo, inizialm e n t e a c a r a t t e re s i n o t t i c o giornaliero e successivamente a cadenza oraria nell’imminenza del lancio. La base di lancio di supporto individuata per l’attività di esecuzione del Drop Test era un’area del Poligono militare Inter forze di Salto di Quirra (PISQ) in Sardegna con possibilità di alter nativa presso il poligono di Nettuno. A seguito di queste premesse i l C o m a n d o Av i a z i o n e d e l l’Esercito veniva incaricato dalle Superiori Autorità (SME e COMFOTER) di esprimere, entro la fine di ottobre 2010, un parere di fattibilità tecnica e la stima degli oneri complessivi. Dopo apposita riunione con i responsabili del CIRA, il Comando AVES (prima) e SME III RIF-COE (dopo), nel dicembre 2010, assicuravano la fattibilità dell’operazione quantificandone degli oneri. L’attività sembrò subire un certo rallentamento. Solo nell’agosto 2011 il CIRA interessava nuovamente SMD per una nuova verifica di fattibilità, a seguito di modifica e/o aggiornamento di alcune attività quali, tra l’altro, l’utilizzo del vettore CH47C non solo per lo sgancio del prototipo ma anche per la successiva Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
fase di recupero in mare. Questo implicava l’aggiunta dei seguenti elementi tecnici di dettaglio/progetto: • a sgancio effettuato: •• attesa in quota per il tempo di caduta (circa 10 min) paracadutata del veicolo fino al suo impatto in acqua (spash down); •• raggiungimento del punto di caduta (spash point); •• calata del gancio (baricentrico) di servizio per assicurare le briglie del veicolo; •• s o l l e v a m e n t o d e l M o c k Up in assetto di galleggiamento dal mare; •• riconduzione del veicolo alla base di lancio (Capo San Lorenzo) • massa del veicolo dopo l’ammaraggio: circa 8.000kg; • specifiche del sistema di imbragatura: 4 braghe già fissate all’interno del payload, ciascuna in grado di sostenere 2000kg, oltre un certo margine di sicurezza che TASI avrebbe comunicato in seguito; • cavo di traino (flight chain) costituito da 4 funi ciascuna composta da una coppia di catene in dotazione al CH47C. Lunghezza della catenaria dal ventre dell’aeromobile fino al top del payload pari a circa 10m; • distanza massima di percorrenza tra punto di recupero a mare e base di lancio come worst case pari a circa 15 km; • necessità del supporto logi-
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stico dei sommozzatori dello SDAI (Sminamento Difesa Antimezzi Insidiosi) per assicurare le briglie del Mock Up al gancio dell’aeromobile. Nel settembre 2011 il Comando AVES forniva nuovamente a SME un parere favorevole di fattibilità, congiuntamente ad una nuova stima dei costi, ipotizzando/pianificando l’attività, suddivisa di due fasi principali: • fase Propedeutica o di prova, tesa alla verifica della stabilità del carico nelle varie configurazioni durante il trasporto dalla zona di decollo al punto di sgancio e dal punto di recupero all’atterraggio. Essa comprende: attività di studio, verifiche statiche dei carichi (inizialmente presso la sede del CIRA), prove di aggancio e stabilità del carico a terra e in volo; • fase di Sgancio od operativa: da effettuare presso il PISQ e comprendente il rischieramento presso il PISQ per circa 15 giorni (in attesa delle condizioni meteo adeguate) di elicottero e personale di supporto, 1.5 ore di volo per sgancio e successivo recupero del modulo, 4 ore per trasferimenti. Alla luce di questi nuovi elementi, nel settembre 2011, SME III divulgava la fattibilità del concorso a STAMADIFESA 4°, il quale, a sua volta, comunicava al CIRA l’accoglimento della richiesta avanzata e, nel contempo, incaricava lo SME CRA “EI” di perfezionare un atto negoziale di “permuta”.
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE STUDIO E SVILUPPO DELL’ATTIVITÀ L’attività di coordinamento iniziava con il primo meeting congiunto AVES-CIRA del 21 marzo 2012 dove, nel pianificare la finestra di lan-
cio a gennaio-febbraio 2013, veniva esaminata un’ipotesi iniziale delle seguenti problematiche tecnico-logistiche: • Scenario relativamente all’area di esecuzione del Drop Test incluse le due platform rese disponibili al PISQ Presso il PISQ per uno studio preliminare si presentavano le se-
Area Nike-Location/Platform no. 2 - Post-recovery/drop-off platform
Area Nike-Location/Platform no. 1 - Pre-launch and lift-off platform
Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
guenti aree disponibili: •• Perdasdefogu: il PISQ Control Center e il sito per il ricovero del Carrier (CH47C); •• Capo San Lorenzo: l’HQ Logistic support site, l’area Nike e la Postazione 232 di osservazione durante l’esecuzione del test. L’area Nike a sua volta era coinvolta per l’hangar 17SL/2 di ricovero del payload, le platform no. 1 e no. 2 rispettivamente per le operazioni di pre-launch e lift off.
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE • Concetto di operazione Il concetto di operazione in tale fase iniziale di studio era suddiviso nelle seguenti fasi principali: •• P r e L a u n c h : o p e r a z i o n i iniziali presso il PISQ di evacuazione e sorveglianza aerea e marittima, posizionamento del payload su platform no.1, attività di pre volo e integrazione del payload con il carrier chain, autorizzazione al CH47C per il lift off; •• Drop Test: lancio del payload in hovering dal punto e dalla quota stabilità sul mare; •• Post-Drop of Payload: dopo la separazione del payload si prevedeva 1) l’immediato ritorno dell’elicottero nell’area Nike (location no. 2) per il rilascio/sgancio della flight chain (ad esso rimasta collegata) da un’altitudine di circa 100 m; 2) ritorno del CH47C al punto dello splash down per il recupero del Mock Up dal mare con il supporto dei sommozzatori del PISQ (e non più dello SDAI); •• Post Recovery: ritorno del CH47C (con il payload recuperato dal mare) su area Nike (location no. 2) per il rilascio del Mock Up su un soft pad installato sul terreno (soft drop off da circa il livello del mare). • Analisi del cosiddetto Hatch panel off nominal scenario Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Mission Concept and scenario
Drop Test Concept
Un problema da non sottovalutare che si presentava sin dall’inizio era l’analisi del caso di fallimento, durante la fase di test, del meccanismo di apertura dell’hatch panel (il pannello del vano contenente il paracadute) alla fine dello srotolamento della static line conseguente al rilascio del Mock Up. In tale evenienza si prevedeva un picco
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di carico anomalo trasmesso alla struttura dell’elicottero con la conseguente rottura della connessione tra l’hatch panel e la static line o all’interfaccia tra l’hatch panel e il Mock Up. Tale situazione veniva giudicata estremamente pericolosa e non accettabile in ordine a due motivi legati alla sicurezza del volo: 1) ne sareb-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Parachute hatch-panel unlock event
Hatch panel unlock event
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be derivata l’immediata compromissione della stabilità dell’aeromobile con una conseguente elevata difficoltà di azione di compensazione richiesta ai piloti; 2) il successivo richiamo elastico della static line a seguito della rottura avrebbe potuto causare un deleteria interferenza d’urto tra il carrier e la stessa static line. Per evitare tale condizione di rischio si optava per la predisposizione dell’hatch panel con il meccanismo di apertura sbloccato. • Carrier-payload interface Già in questa fase di studio, per ragioni di sicurezza del volo, ci si orientava per l’utilizzo del gancio baricentrico quale punto di implementazione della flight chain. Tale configurazione sarebbe stata successivamente provata nella fase di pre-flight test campaign a Viterbo. • Recovery Carrier Chain Insieme al CIRA si valutava l’analisi della carrier chain Drop Test - sequenza logica fino all’apertura del paracadute
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE stability al di sotto dell’elicottero subito dopo il rilascio del Mock Up e durante il rientro in volo dalla posizione di drop off a quella di lift-off pad per il successivo rilascio della flight chain. L’analisi, almeno dal punto di vista teorico, dimostrava la fattibilità tecnica purché durante il rientro l’elicottero mantenesse una velocità inferiore ai 20 m/s. In tale condizione sembrava non presentarsi il rischio di un’elevata oscillazione della static line (sviluppata per circa 76 m al di sotto dell’elicottero) con l’hatch panel (di circa 21 kg) alla sua estremità. Anche questa situazione/condizione sarebbe stata successivamente verificata nella fase di pre-flight test campaign a Viterbo. Flight Chain drop-off
Analysis of stability during transportation back to ground
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE • Pre-Launch operation L’addestramento, lo skill e l’esperienza del personale militare loadmaster suggeriva un’ipotesi di baseline iniziale in cui il payload fosse preparato e predisposto al di sopra di un Mechanical Ground Support Equipment (MGSE) appositamente realizzato dalla società APCO, con la carrier chain già installata al di sopra del Mock Up. L’integrazione elettromeccanica con il gancio baricentro dell’elicottero prevedeva, tra l’altro, un quick disconnect connector manovrato da un operatore all’interno dell’elicottero. Successivamente, al fine di ridurre i rischi di inter ferenza con l’elicottero in effetto suolo, veniva preso in esame un additional MGSE per il lift off.
Pre- launch operations
Additional MGSE for lift off
Pre- launch configuration
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE • Recovery payload Lo scenario di recovery del Mock Up dal mare prevedeva: •• le operazioni di localizzazione del payload da parte della squadra di sommozzatori mediante l’utilizzo delle coordinate di splash down
fornite dal Sistema satellitare internazionale COSPAS-SARSAT; •• il condizionamento della recovery chain per il riaggancio dall’elicottero; •• il recupero della recovery chain dalla botola centrale
dell’elicottero e il suo fissaggio al gancio baricentrico a cura dei loadmaster AVES; •• l’ascensione dell’elicottero con il Mock Up agganciato e il suo trasporto e rilascio sulla safe pad in area Nike (location no. 2).
Recovery and Post- recovery Phase – Feasible scenario
Drop Test sequence – Nominal attitude after splash down
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Drop Test sequence– Nominal recovery option
Recovery chain baseline
Recovery and Post- recovery Phase – Likely scenario
End of Paylod Recovery
Recovery chain baseline
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Reference Mission timeline and chronology
• Reference Mission timeline and chronology Un primo draft di timeline e cronologia prevedeva una durata di esecuzione del drop test pari a circa 2.20 ore. Nel meeting del 21 marzo 2012 si concordava sulla necessità di effettuare un sopralluogo congiunto AVES-PISQ-CIRA presso i luoghi coinvolti per l’esecuzione del Drop Test.
l’area Nike del PISQ, in data 18 aprile 2012 si teneva la riunione congiunta AVES-PISQ-CIRA–TASI che portava ai seguenti sviluppi: • Logistics Veniva confermata da parte
Pre -flight sequence
SOPRALLUOGO TECNICO-LOGISTICO DEL 18 MARZO 2012 PRESSO IL PISQ Al fine di consolidare e condividere gli sviluppi del Drop Test Mission Design derivati da separati meeting PISQ-CIRA del 6 marzo 2012 e AVES-CIRA del 21 marzo 2012, nonché valutare l’idoneità delle platform disponibili presso Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dell’AVES l’adeguatezza della platform no. 1 per le seguenti attività: lift off con il payload, drop off della carrier chain e della trave (beam) di supporto dopo il drop off (lancio) del Mock Up nella target area (mare), drop off del payload dopo il suo recupero dal mare. In particolare si decideva altresì di posizionare il mock up al di sopra dell’MGSE prima del lift off nelle vicinanze, ma senza interferenza, con il soft pad (materasso), in direzione diagonale, sul quale sarebbe stato depositato il payload, sempre dall’elicottero, dopo il suo recupero dal mare tenendo conto degli ostacoli presenti, rappresentati dalla recinzione e da alcuni fabbricati. La platform no. 2 veniva indicata come landing area per l’elicottero nel periodo di attesa tra il drop off della carrier chain e l’avvio della fase di recupero del Mock Up (payload recovery phase).
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Pre-flight sequence: hovering and hooking in Nike area -platform no. 1
Pre-flight sequence: hovering and hooking in Nike area -platform no. 1
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Drop-off of Carrier Chain
Sketch of baseline execution of mechanical coupling
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
New Reference Mission timeline and chronology
Sempre in tale sede il CIRA rappresentava al PISQ la necessità di due battelli per eseguire la sequenza di recupero dal mare secondo le seguenti priorità: Mock Up (condizionamento per carrier recovery), paracadute e quattro pannelli espulsi dai jettison. • Schedule. Per quanto riguarda la programmazione TASI e CIRA ipotizzavano di prenotare l’aera di test del PISQ per una finestra di due/tre settimane nel mese di gennaio 2013 e come alternativa nel successivo mese di febbraio 2013. In particolare le due settimane venivano considerate come baseline time frame suddiviso nelle seguenti fasi: •• una settimana necessaria a TASI-CIRA per il dispiegamento di mezzi, uomini, equipaggiamenti e attrezzature e per
la verifica della loro funzionalità prima del test; •• una settimana (al massimo) per l’esecuzione del test in condizioni meteo permissive; •• una settimana di recupero in caso di condimeteo avverse. Di conseguenza veniva sviluppato un nuovo draft di timeline e cronologia che prevedeva una durata di esecuzione del drop test pari a circa 3.10 ore, con l’ipotesi che i servizi di sicurezza e di missione (es. sgombero e controllo del mare) a cura del PISQ fossero attivati due ore prima dell’inizio del test.
ATTIVITÀ NEGOZIALE Una volta definite le attività principali e parallelamente al loro sviluppo e pianificazione, SME e AVES av-
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viavano l’attività negoziale per la stipula dell’accordo contrattuale senza il quale l’attività di drop test non poteva essere eseguita. Ai fini della stipula, l’AVES predisponeva i cosiddetti Disciplinari Tecnici della Prestazione e della Controprestazione contenenti: • il Disciplinare Tecnico della Prestazione: piano e svolgimento delle prove Propedeutiche (presso la sede di Viterbo) e quelle di drop test (presso il PISQ), responsabilità, materiali interessati (Mock Up e accessori), attrezzature per condizionamento e trasporto, elicottero interessato, polizze assicurative (a cura del CIRA), dichiarazioni liberatorie da parte del CIRA per eventuali danneggiamenti subiti dal sistema e suoi accessori (durante le prove e/o in caso di rilascio volontario dello stesso per intercorsi improvvisi problemi di sicurezza del volo) e supporto logistico; • il Disciplinare Tecnico della Contro Prestazione: la fornitura e relative modalità di controllo e collaudo di parti di ricambio e materiali necessari al settore manutentivo della componente CH47C. A seguito della congruità del 30 ottobre 2012 delle prestazioni e delle controprestazioni e dell’accoglimento dell’autorità Politica dell’aprile 2013, l’atto negoziale tra SME, CRA, EI e CIRA stipulato il 21 maggio 2013. Questo atto avrebbe consentito, come si vedrà più avanti, l’esecuzione: • della Preliminary Test Campaign di Viterbo (i cui elementi erano stati già definiti in un meeting nel novembre 2012) a partire dalla fine del mese di maggio 2013;
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE • del drop test dal 17 al 21 giugno 2013 in Sardegna. PRELIMINARY TEST CAMPAIGN La pianificazione del Pre-Test Campaign (simulazione preliminare) da eseguire presso la sede del 1° rgt. AVES “ANTARES” venne definita in un meeting AVES- CIRA del 15 novembre 2012. Nella riunione, oltre a consolidare gli elementi sviluppati nei meeting
••1st stage - TA Preparation: predisposizione da parte del CIRA di alcuni equipaggiamenti e sensori avionici (installazione di videocamere, controllo di sensori luminosi, batterie, ecc…, check e armamento dei pin dei pannelli jettison), del DTMU nella configurazione di lift off (circa 10 gradi di pitch up al di sopra del MSGE), completamento dell’integrazione elettro-meccanica tra Mock Up e flight
chain; sollevamento e hovering dell’intero sistema CH47C - flight chain – DTMU; allontanamento in volo dal punto fisso con velocità differenti; ritorno e rilascio del DTMU sul soft pad. Durante le manovre operative erano altresì previste le seguenti azioni: •• la realizzazione di appositi video e osservazione dalla botola centrale dell’elicottero per l’esame del com-
Sollevamento del DTMU
precedenti, il CIRA, al fine di poter valutare tutte le questioni tecniche-operative, inizialmente proponeva 3 test case come di seguito: • Pre-Drop DTMU Captive Flight Test (Test A) Predisposto per investigare il comportamento del Mock Up al di sotto l’aeromobile nella sua configurazione pre-drop durante la fase di volo simulata verso la target drop zone oltre ad altre questioni di carattere tecnicooperativo. Il test A veniva a sua volta suddiviso nei seguenti stadi: Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
chain nonché predisposizione dell’accoppiamento con il gancio baricentrico dell’elicottero, preparazione e ancoraggio sul terreno del soft pad per il post test di chiusura. •• 2nd stage - TA Execution: trasporto del DTMU sull’MGSE presso l’area di test; accensione di telecamere, lampade e Front AIT Doors; decollo del CH47C dall’helipad di parcheggio verso il DTMU; hovering del CH47C sopra il DTMU; aggancio e sollevamento dell’apice della flight
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portamento aerodinamico del DTMU durante il volo; •• controlli funzionali ed esecuzione di test funzionali della consolle a bordo dell’elicottero da parte del personale CIRA, tra cui la verifica della ricezione del segnale GPS attraverso un led presente sulla consolle stessa; •• 3rd stage - TA Disposal: sistemazione del Mock Up sull’MGSE per mezzo di una autogru; trasporto del DTMU con l’MGSE nell’area di ricovero;
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE raccolta dei dati dai video da terra e dalle telecamere ancorate al DTMU nonché dei dati di volo dell’elicottero; preparazione del DTMU ai successivi test B e/o C (quest’ultimo se applicabile); • Post-Drop Flight Chain Captive Flight Test (Test B) Il test era predisposto per investigare dal punto di vista tecnicooperativo il comportamento della flight chain al di sotto l’aeromobile nella sua configurazione di recupero. La configurazione si riferiva alla simulazione (dopo il lancio del DTMU) della fase di rientro in volo nella helipad zone per il rilascio della trave, della static line e dell’hatch panel ad essa collegato. Lo scopo del test era quello di verificare e confermare l’analisi teorica e cioè che la static line con l’hatch panel non presentavano rischi reali di interferenze con elicottero e rotori durante il ritorno verso la helipad zone. Anche questo test veniva suddiviso in tre stadi: ••1st stage - TB Preparation: predisposizione da parte del CIRA della flight chain nella configurazione post drop costituita trave - static line hatch panel e del soft pad per il post test di chiusura. •• 2nd stage - TB Execution: trasporto della flight chain (trave - static line - hatch panel) presso l’area di test; ancoraggio / integrazione meccanica della flight chain al gancio baricentrico dell’elicottero; hovering del CH47C; allontanamento in volo dal punto fisso dapprima a bassa velocità e successivamente con veloRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
cità differenti; ritorno e rilascio della flight chain sul soft pad. Durante le manovre operative era altresì prevista la realizzazione di appositi video e osservazione dalla botola centrale del CH47C per l’esame del comportamento aerodinamico della flight chain durante il volo; •• 3rd stage - TA Disposal: trasporto della flight chain nell’area di ricovero per l’imma-
Transportation back to ground
gazzinamento; • Recovery Captive Flight (Test C) Questo test era predisposto per investigare il comportamento del DTMU al di sotto l’aeromobile nella sua configurazione di recupero dal mare dopo lo splash down. In sede di riunione, il Test C, riguardante la simulazione del recupero del Mock Up dal mare, fu ritenuto poco utile non solo perché gran parte degli aspetti erano coperti dall’esecuzione del test A, ma soprattutto perché
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sarebbe risultato poco rappresentativo in quanto poco aderente al comportamento dell’intero sistema (elicottero-Mock Up) in prossimità del mare. Nello stesso tempo si evidenziava altresì che tale operazione appariva la più critica non solo per la “breve” distanza intercorrente tra l’aeromobile in hovering e il pelo libero del mare dovuta anche ad una linea di galleggiamento molto elevata (quasi in superficie) del Mock Up, ma anche perché si doveva tener conto dell’effetto di distacco dall’acqua del mock up stesso. Come detto, a seguito della stipula dell’accordo contrattuale nel periodo 27 - 30 maggio 2013. presso la sede 1° rgt. AVES ANTARES, veniva condotta la sessione di Preliminary Test Campaign, nel corso della quale venivano eseguite le verifiche sopra descritte e indicate nel preliminare di prova n. CIRA-CF-12-1459 / PIXV0101 e secondo la seguente tempistica: •• lunedì 27 maggio 2013 pomeriggio: preparazione del Mock Up per le attività di verifica funzionale pre-test; •• martedì 28 maggio 2013: esecuzione dell’EMC Test per la verifica di compatibilità elettromagnetica tra il Mock Up e gli apparati di bordo dell’aeromobile; •• mercoledì 29 maggio 2013: esecuzione test in volo, suddivisi in: •• Test B - Post-Drop Flight Chain Captive Flight Test, a sua volta composto da: 1) Test B1: volo del CH47 con trave e zavorra per la verifica del corretto funziona-
mento del sistema di attivazione e srotolamento della static line; 2) Test B2: volo del CH47 con trave e simulacro del hatch panel per la verifica in volo delle caratteristiche aerodinamiche del sistema; •• Test A - Pre-Drop DTMU Captive Flight Test: verifica del comportamento in volo del Mock Up appeso al gancio baricentrico dell’aeromobile; •• giovedì 30 maggio 2013: debriefing dell’attività svolta e anticipazioni inerenti allo svolgimento delle prove c/o il Poligono Interforze di Salto di Quirra (PISQ). Le prove furono soddisfacenti, con il superamento di tutti i test pianificati, in particolare: •• riguardo la prova EMC, con l’elicottero con apparati di bordo accesi nei pressi del mock up a sua volta con l’avionica accesa, veniva verificata e superata investigando soprattutto sulle trasmissioni VHF-AM, VHM-FM, UHF, HF; inoltre, per incrementare ulte-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
riormente la sicurezza al riguardo, si concordava di non attivare il radar altimetro di bordo durante l’esecuzione del Drop Test; •• il test B1 effettuato con elicottero in volo con trave e zavorra di circa 20 kg per verificare il corretto funzionamento del sistema di attivazione e srotolamento della static line veniva superato con successo: la zavorra, sganciata dall’operatore del CIRA a bordo dell’elicottero tramite la consolle, precipitava correttamente con velocità massima stimata di circa 35 m/s distruggendosi per il carico di trazione indotto dallo strappo a fine corsa; •• il test B2 effettuato con elicottero in volo con trave e simulacro dell’hatch panel, per verificare il comportamento aerodinamico del sistema in volo, veniva anch’esso superato con successo; in particolare l’aeromobile raggiungeva la velocità massima di 80 kts (nodi) senza presentare particolari problemi di stabilità, senza registrare situazioni di comportamenti anoma-
Pre-Test Campaign
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li/pericolosi durante la fase di discesa né tantomeno problemi di interferenza tra static line e aeromobile; •• nell’esecuzione del test A durante la fase di hovering il Mock Up restava sostanzialmente stabile senza dar luogo a eccessive rotazioni intorno al punto di aggancio; durante la navigazione, quando raggiungeva velocità anche di 50 kts, nella direzione del vento, il DTMU manteneva una contenuta stabilità generando oscillazioni periodiche ed alternate intorno al punto di aggancio. Nei cambi di direzione ed in situazioni di vento trasversale, aumentava la rotazione dando luogo anche a due/tre avvitamenti successivi con ritorno nella posizione iniziale. Il test veniva considerato comunque soddisfacente ai fini della missione. Ciononostante si concordava con il personale del CIRA di configurare la flight chain in maniera da conferire al DTMU una leggera accentuazione dell’assetto in pitch down per aumentarne la stabilità nonché contenere la velocità di navi-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE MGSE e Vehicle in Pre Test Campaign
gazione dell’elicottero al di sotto dei 50 kts. In tale sede l’AVES decideva di mantenere lo stesso team (composto da 2 Ufficiali piloti, 1 Ufficiale Test Manager, 1 Ufficiale Test Director e 5 Sottufficiali Loadmaster) per l’attività di Drop Test che sarebbe stata svolta dopo qualche settimana in Sardegna. DROP TEST EXECUTION Il 17 giugno 2013 il team AVES (3) raggiungeva, con l’elicottero CH47C MM 81232 EI 831, la sede del 21° gr. sq. “Orsa Maggiore” di ELMAS (CA), individuata poco prima come base di supporto logistico, soprattutto per stazionamento dell’aeromobile e rabbocco carburante pre e post attività. Il giorno seguente, in sede di ispezione via terra presso l’area Nike ricevevano da parte del responsabile del CIRA un’Informativa/ Verbale di Coordinamento e Sopralluogo che lo stesso aveva sottoscritto con l’RSPP del distaccamento del CSL del PISQ sui rischi chimici pericolosi di polveri o partiRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
colato aerodisperso in ambienti esterni con indicazione dei relativi DPI da utilizzare. Alla luce di questa ulteriore questione il team recatosi presso il Comando del PISQ rappresentava la problematica al Comandante del PISQ il quale, dopo apposito coordinamento, rilasciava al capo team apposito verbale sottoscritto nel quale indicava l’adeguatezza delle maschere NBC in dotazione agli equipaggi di volo in sostituzione delle mascherine indicate nelle prescrizioni tecniche cautelative. Quest’ulteriore complicazione diveniva occasione di valutazione dell’efficacia delle maschere NBC mod. EPHESE per equipaggi di volo da poco in dotazione del 21° gr. sq. “Orsa Maggiore”. Il 19 giugno 2013, dopo l’analisi del bollettino meteo e della presumibile traiettoria stimata di caduta del Mock Up, il team AVES, fortemente motivato, con le maschere NBC indossate e in condizioni estreme di temperatura, decollava da Cagliari alla volta dell’area Nike, agganciava il DTMU, raggiungeva il Drop Point (N 39° 29’ 58” E 09° 45’ 00”_ Z 10000 _ Drop Time 10:06 B)
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(4) e con due voli per una durata totale di 2:20 FH portava a termine con successo la missione di lancio (drop test, congiuntamente al personale del CIRA imbarcato e recuperava dal mare il Mock Up così come pianificato e tenendo conto di leggeri scostamenti. Il giorno dopo veniva eseguito un debriefing congiunto con il CIRA. L’attività veniva chiusa con la formale comunicazione a SME III del 16 luglio 2013 relativa alla conclusione dell’attività tecnico-operativa del concorso a favore del CIRA riepilogata nelle seguenti fasi: • sollevamento e trasporto con elicottero CH47 C del Mock Up IXV fino a una quota di 10.000 ft, in prossimità di una zona dedicata del mare al largo del Poligono Inter forze di Salto di Quirra (PISQ); • sgancio del Mock Up con elicottero in hovering per una caduta controllata in mare con paracadute; • recupero del Mock Up dal mare, sempre mediante elicottero, e successivo trasporto al Poligono Interforze di Salto di Quirra (PISQ). CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE L’esperienza maturata nell’operazione di supporto al CIRA da parte di mezzi, materiali e personale dell’Aviazione dell’Esercito ha confermato l’elevata valenza tecnica e la indiscussa professionalità della Specialità. Non di meno ha avvalorato la possibilità di impiegare, in un otti-
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Descend and landing system test
ca di ottimizzazione, le “eccellenze” tecniche delle Forze Armate a favore di altre Istituzioni e privati per migliorare la disponibilità finanziaria attraverso l’utilizzo dello “strumento” della permuta. NOTE
(1) Il Descent Sub System è costituito da un sistema di paracaduti cha ha lo scopo di decelerare il veicolo spaziale durante il rientro in atmosfera e rallentarlo fino al raggiungimento della cosiddetta velocità di splash down in mare. Il Recovery sub system è costituito da un sistema di galleggianti autogonfiabili per garantire il galleggiamento del veicolo dopo l’ammaraggio consentendo il suo recupero dopo la missione. (2) Drop Test Mock Up (3) Il team era composto da: Ten.Col. Carlo Bacchin, Ten.Col. Francesco Maiorana, Magg. Luigi Puleo, Magg. Roberto Ciardella, 1° Mar. Claudio CelestiINI, 1° Mar. Paolo Rinaldi, 1° Mar. Vincenzo De Rosa, 1° Mar. Emiliano Milioni e 1° Mar. Francesco Liberati. (4) GPS Drop Point N 39° 29’ E 09° 44’_Z 10003_Drop Time 8:06:44 AM(Z).
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System Synthesis test. Main events
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Traiettoria stimata di caduta del DTMU in data 19 giugno 2013
DTMU Recovery
Velocità del vento
Drop Test
Coordinate stimate di Splash Point
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
DTMU Drop Off DTMU Recovery
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A D D E S T R A M E N T O E O P E R A Z I O N I
Per vincere il nemico in condizioni di simmetria tecnologica non bastano solo tradizionali doti di forza, coraggio e iniziativa, ma servono anche una dottrina, tattiche, procedure e un’organizzazione delle unità in grado di superare e soverchiare le capacità del nemico
L
Le opinioni espresse nell’articolo riflettono esclusivamente il pensiero dell’autore.
’evoluzione dell’impiego delle unità di fanteria leggera nazionali in Teatro Operativo Afgano, soprattutto nel periodo 2008-2011, ha evidenziato il progressivo “allontanamento” del personale appiedato dai veicoli VTLM in dotazione, passando da attività prevalenti di pattugliamento motorizzato (tipico del 2008 in tutta l’area Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
del Capitano Lorenzo Ballin di responsabilità) ad attività tattiche in cui pattuglie miste di elementi appiedati e motorizzati hanno operato più efficacemente, sia in aree urbane, sia zone extra-urbane (tipico del 2009 a Bala Murghab). Quest’evoluzione è continuata soprattutto nel 2011 (sempre a Bala Murghab), con l’impiego completamente appiedato di unità a livello complesso minore, in operazioni della durata di più giorni e lontano da linee di comunicazione logistiche
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sicure e rotabili. L’impiego appiedato delle minori unità di fanteria leggera recentemente sperimentato in Afghanistan suggerisce la necessità di migliorare la dottrina d’impiego e In alto
Appiedare il personale per il controllo dei punti pericolosi ha dato maggiori risultati della semplice "presenza" sulle strade, sia in termini di efficacia dei controlli che di deterrenza, nelle Operazioni di Sicurezza (COIN) e di Sostegno alla Pace
ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI l’addestramento specifico della fanteria al fine di ottimizzare la capacità di manovrare diradati e svincolati da mezzi di supporto. Nel presente articolo affronterò le principali problematiche identificate nelle operazioni appiedate effettuate e proporrò una serie di soluzioni applicabili con tempi e risorse ragionevolmente limitati, al fine di stimolare un dibattito costruttivo teso a colmare il divario dottrinale e addestrativo riscontrato tra l’approntamento in Patria e le necessità delle possibili operazioni appiedate all’estero. ATTUALITÀ DELLE OPERAZIONI APPIEDATE Con la progressiva diffusione di sistemi ad alta tecnologia e la capillare distribuzione di veicoli pesanti di tipo MRAP (Mine-Resistant Ambush Protected) nelle unità, uniti alla comune convinzione che la corazza del veicolo (e solo essa!) possa garantire sicurezza al personale in operazione, si potrebbe sostenere la scarsa rilevanza di operazioni condotte da personale appiedato, con zaini pesanti e autonomia logistica limitata su campi di battaglia sempre più complessi. Le esperienze operative, in realtà, suggeriscono l’esatto contrario: le minori unità di fanteria mantengono infatti caratteristiche peculiari ed insostituibili in tutto lo spettro dei conflitti, contribuendo “attivamente” alla sicurezza di un’unità in maniera molto più efficace che la sola protezione “passiva” del mezzo. Innanzitutto le unità appiedate Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
garantiscono un controllo capillare dell’ambiente operativo, superiore sia a quello di un’unità che opera all’interno del veicolo che a quello di qualsiasi sensore autonomo o remotizzato. Inoltre, in ambienti compartimentati, soprattutto in villaggi e città, una squadra appiedata è in grado di reagire più rapidamente, con un maggiore volume di fuoco e con più efficacia ad un contatto improvviso, riuscendo peraltro a neutralizzare minacce poste ai piani alti o nei seminterrati degli edifici, dove le armi in ralla o torretta non riescono a intervenire. Qualora in operazione sia poi necessario un continuo contatto con la popolazione, il personale appiedato può influenzare notevolmente l’atteggiamento dei civili locali, guadagnandosene il rispetto e l’appoggio grazie al contatto più “umano”, che non può avvenire attraverso un veicolo. Inoltre, unità appiedate possono scavalcare muri, entrare nelle case, salire sui tetti, scendere nelle fogne o nei canali di irrigazione, pattugliare vicoli stretti o boschi fitti, dove i veicoli non possono manovrare. Ovviamente, i risultati di efficacia e sicurezza migliori si ottengono con la sapiente combinazione di elementi motorizzati, corazzati e appiedati, confermando l’efficacia del concetto di combined arms: ogni elemento deve infatti
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Una squadra appiedata eroga una potenza di fuoco superiore, con più efficacia e versatilità, della stessa montata sui veicoli VTLM
compensare i punti deboli degli altri e rafforzare il combat power complessivo, modificando la combinazione delle forze a seconda delle variabili di missione (compito, avversario, terreno, tempo, forze disponibili e presenza di civili). CRITICITÀ DELLE ATTIVITÀ APPIEDATE NELLE OPERAZIONI CONTEMPORANEE Il progressivo “allontanamento” del soldato appiedato dal veicolo nelle recenti operazioni in Afghanistan ha evidenziato alcune criticità, che non possono essere risolte semplicemente con l’acquisizione di nuovo materiale, o con l’applicazione di qualche ritocco all’approntamento pre-missione delle minori unità. Piuttosto, potrebbe essere opportuna una revisione più profonda, condivisa fino ai massimi livelli, di come vengono
ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI concepite e organizzate le nostre operazioni terrestri. Di seguito, alcune riflessioni che ritengo utili sulle principali criticità emerse nell’impiego delle minori unità appiedate. Protezione Per quanto la tendenza attuale sembri suggerire l’esatto opposto, ovvero che il soldato sia tanto più sicuro quanto più rivestito di materiale protettivo balistico (giubbotto antiproiettile, elmetto, protezioni aggiuntive varie), la realtà del combattimento ridimensiona notevolmente questo “mito”: gran parte del viso e del collo rimane infatti scoperto, come peraltro le spalle, le braccia, il bacino e le gambe; il giubbotto antiproiettile e l’elmetto, quindi, nonostante proteggano punti vitali del torace e della testa, lasciano inevitabilmente scoperti altri spazi che, se colpiti, possono comunque causare ferite letali o quantomeno incapacitanti. Il tutto al prezzo di un notevole ingombro e peso che limita fortemente la capacità di muoversi rapidamente. Il combattente ben addestrato è quindi pienamente consapevole che la rapidità della manovra e la potenza di fuoco contribuiscono alla sua sicurezza molto meglio di qualsiasi corazza. Durante un conflitto a
fuoco è infatti essenziale la possibilità di muoversi agilmente, di sparare con intensità ed efficacia, di superare ostacoli, di sfruttare appigli, di utilizzare facilmente la propria arma e di spostare o medicare tempestivamente un ferito, oltre che di mantenere la massima reattività psico-fisica. Cose molto difficili da fare con l’ingombro e il peso delle protezioni passive attuali. In pratica, la sicurezza individuale può spesso essere garantita maggior mente da misure “attive”, piuttosto che con misure “passive”. Il carico del soldato Il vertiginoso aumento dei carichi del soldato contemporaneo, rispetto a quanto portato in media dai fanti di 15-20 anni fa, ha un impatto notevole su tutta la concezione e l’organizzazione delle operazioni. In Teatro Operativo, infatti, il soldato appiedato trasporta carichi di circa 25-30 kg superiori ri-
Operazione in ambiente collinare in Afghanistan: una squadra di paracadutisti muove appiedata in quota coprendo il grosso dell’unità motorizzata che muove a valle, integrando la sicurezza del personale appiedato con la protezione, la versatilità e la capacità di trasporto logistico fornito dai veicoli
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spetto a quelli portati durante il normale addestramento in Italia. In aggiunta al normale equipaggiamento tipico dell’addestramento in Italia (10-30 kg), il soldato in operazione trasporta: • giubbotto antiproiettile (10,5 kg); • munizioni (minimo 4,3 kg con 7 serbatoi per fucile); • scorta giornaliera di acqua (4-6 l, nei climi caldi), in quanto quella recuperata localmente non è utilizzabile per ragioni sanitarie; • materiale aggiuntivo (5-10 kg di media) che può includere materiale per la fortificazione, ar mi di reparto come il Panzer faust 3 da 12,6 kg, la MG 42-59 con 800 munizioni da 31,9 kg, il mortaio “Commando” con 3 munizioni da 12,2 kg, la mitragliatrice Browning con 400 munizioni da 101 kg, il munizionamento di riserva della squadra, la radio da 7 kg, le batterie e i visori notturni.
ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI Il risultato è che, per una pattuglia da combattimento con la necessità di operare per 24h i carichi individuali possono essere vicini o superiori ai 50 kg. Carichi decisamente al limite del possibile, anche per soldati ben allenati, e spesso improponibili per la maggior parte del personale femminile. In ogni caso, sono abbastanza gravosi da limitare fortemente l’efficacia di un fante appiedato in combattimento. È importante notare che buona parte di questo carico (per 30-35 kg a testa in media) è costituito da materiale balistico protettivo, munizionamento, armamento o radio, e pertanto è portato dal soldato per tutto il combattimento, a differenza dello zaino da pattuglia che generalmente viene sganciato in caso di contatto col nemico. Potenza e capacità di fuoco Sulla base di studi specifici e delle più recenti esperienze di combattimento la squadra di fanteria appiedata ha, in media, un’autonomia di 29 minuti di fuoco in caso di “fuoco sostenuto” (100 colpi/minuto), 15 minuti in caso di “fuoco rapido” (200 colpi/minuto) e 3-5 minuti in caso di “fuoco ciclico” (650-950 colpi/minuto). Questo implica che debba essere rifornita di munizioni già dopo 2-3 ore di combattimento in condizioni medie d’impiego, o addirittura dopo un solo ingaggio in condizioni di scontro a fuoco intenso. Ciò impone di pianificare accuratamente il rifornimento di munizioni alle squadre in prossiRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
mità dell’avversario, da effettuare verosimilmente anche durante lo scontro a fuoco stesso. Inoltre, le ar mi leggere della squadra e finanche le mitragliatrici Browning cal. 12,7 mm non hanno la potenza, gittata e capacità di penetrazione dei cannoni da 25 mm di Dardo e Freccia in dotazione alla fanteria media e pesante. I fanti leggeri devono dunque ricorrere al trasporto di armi controcarro (Panzer faust 3, Milan o Spike) per mitigare questa carenza di potenza di fuoco, aggravando i carichi del personale appiedato e rendendo a volte critica la disponibilità di un supporto di fuoco esterno all’unità. Manovra Una volta ingaggiata in combattimento, la minore unità appiedata ha una limitata capacità di “manovra” e, spesso, lo scontro frontale, con i soldati ancorati al terreno che sfruttano ripari di fortuna o postazioni scavate, è l’unica opzione possibile. Sovente, peraltro, a causa delle limitazioni di movimento nei terreni in cui generalmente si opera appiedati, è difficile effettuare senza gravi perdite sganciamenti, avvolgimenti, oppure ottenere il supporto rapido di rinforzi. Pertanto è importante studiare in fase di pianificazione la manovra delle unità appiedate, ricercando sorpresa, inganno, il pre-posizionamento delle unità sui terreni chiave dello scontro (tramite infiltrazione) e il maggior supporto di fuoco possibile.
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Attività tattica notturna e in condizioni di bassa visibilità Nonostante la superiore capacità di visione notturna delle forze occidentali possa dare un significativo vantaggio sul campo, contro un nemico sprovvisto delle medesime capacità, l’esperienza operativa contemporanea in tali attività è generalmente limitata per le forze convenzionali nazionali. Resta il fatto che è estremamente complessa e non può essere “improvvisata” in Teatro Operativo con materiale trovato in loco (con il quale non ci si è addestrati in Italia). Pertanto, sarebbe auspicabile disporre dei materiali già in Patria per un proficuo addestramento e intensificare tali attività per incrementare la capacità della fanteria appiedata di operare in condizioni di bassa visibilità. Comando e Controllo La dipendenza delle unità appiedate dai supporti esterni è tale che deve essere posta una cura ossessiva verso le comunicazioni radio, considerando i limiti imposti dall’attuale tecnologia. Inoltre l’autonomia decisionale e la libertà d’iniziativa delle unità subordinate è particolarmente rilevante nella condotta di operazioni appiedate, laddove il tipo di terreno, di condizioni meteo o del nemico siano risolutivi per un’operazione, ma non possono essere valutati tempestivamente da un comando distaccato. Tanto più si opera distanti da basi e mezzi di supporto, quindi, tanto più gli ordini e l’intento dei comandi superiori devono essere chiari, in modo da facilitare
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2 equini scortati da una squadra di paracadutisti, impegnati nel rifornimento logistico dei 100 kg di acqua e viveri necessari a sostenere per 24h una squadra isolata durante l’Operazione “Varano” nell’area di Bala Murghab. Il rifornimento someggiato, a conti fatti, è risultato inefficiente per delle operazioni moderne, se non supportato da un gran numero di animali da soma e da una linea logistica e veterinaria specificatamente dedicata ad essi
l’adattamento dell’azione alla situazione contingente, anche senza restare in contatto continuo via radio. Peso, ingombro, disponibilità minima di batterie di riserva e ridotte prestazioni degli apparati VHF separati dagli amplificatori dei mezzi, hanno evidenziato la necessità di fornire alle unità di fanteria appiedata apparati radio di ridotte dimensioni e strumenti per la comunicazione satellitare. Autonomia logistica Il peso e l’ingombro di munizioni, acqua (4-6 l di acqua al giorno) e viveri (la Razione K pesa 3 kg circa, togliendo il materiale non indispensabile), sottolineano l’impossibilità di assicurare alle unità appiedate autonomie logistiche superiori alle 24-48 h alle attuali condizioni di carico in Teatro Operativo. Ogni soldato ha, infatti, un bisogno minimo Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
di 7-10 kg di rifornimento logistico al giorno solo per acqua e viveri, oltre alle munizioni necessarie per combattere. Supporto di fuoco Come precedentemente identificato, rappresenta un aspetto critico delle operazioni appiedate. La disponibilità tem-
pestiva di fuoco aereo, terrestre o navale accurato, può infatti compensare la intrinseca vulnerabilità e la limitata potenza di fuoco delle unità di fanteria appiedata. È necessario, dunque, disporre di personale in grado di guidare tutto il fuoco disponibile fino a livello squadra e tutti i Comandanti
Un BV-206 su Cima Rossa, a nord di Bala Murghab. Vero principe dei rifornimenti nelle operazioni appiedate del 2011, il BV-206 si è rivelato un mezzo indispensabile per il rifornimento logistico di squadre appiedate su ogni terreno, aderente alla squadra anche durante il combattimento. Per l’impiego in ambienti caldi e sabbiosi, andrebbe “desertizzato”
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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI devono addestrarsi a pianificare le loro azioni integrando il piano di fuoco organico e non organico nella manovra. Laddove il CAS (Close Air Support) può essere considerato il supporto di fuoco più “risolutivo”, ma con più probabilità di danni collaterali, gli erogatori di fuoco più aderenti ed efficaci alla manovra delle unità appiedate si sono rivelati il mortaio pesante Thompson da 120 mm e l’elicottero da combattimento A-129 Mangusta. L’ideale è combinare in una rete tutti gli osservatori e tutti gli erogatori di fuoco disponibili, sincronizzandone gli interventi, in modo da minimizzare i tempi sensor to shooter e selezionare rapidamente sia il miglior osservatore, sia la miglior sorgente di fuoco, per neutralizzare la minaccia limitando i danni collaterali. Aspetti sanitari Il logorio psico-fisico del person a l e c h e o p e r a p re v a l e n t e mente appiedato è certamente notevole e superiore a quello delle unità motorizzate o corazzate. Anche nel solo periodo tipico di missione, 6 mesi, le prestazioni dei soldati tendono a diminuire progressivamente a causa di cattiva alimentazione (soprattutto carenze di vitamine e di sali), stress, scarso mantenimento dell’allenamento fisico, mancanza di sonno e recupero adeguati. Malattie, infortuni, punture di insetti e morsi di animali pericolosi sono, inoltre, molto più frequenti quando si opera appiedati. L’abitudine al rischio e all’isolaRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
mento del personale che opera generalmente appiedato potrebbe portarlo ad accettare o trascurare rischi operativamente non tollerabili. Lo stress, inoltre, lo porta a essere meno “sensibile” verso la popolazione civile incontrata (aspetto particolarmente rilevante nelle Operazioni di Sicurezza e di Sostegno alla Pace). L’alta probabilità di infortuni e la vulnerabilità del personale in combattimento, unite alle scarse capacità di sgombero e trasporto di un ferito da parte di personale appiedato nei terreni in cui generalmente opera, fa di questo aspetto la più evidente criticità di ambito medico, tale da necessitare di personale particolarmente preparato, specificatamente equipaggiato e l’elaborazione di tecniche efficaci, per affrontare operazioni appiedate in territorio ostile. Generalmente, ci vogliono infatti 4 militari per sollevarne agevolmente uno (equipaggiato) e spostarlo di una distanza suf ficiente per un’evacuazione sicura. Ne consegue un rapido decadimento della capacità combattiva complessiva di un un’unità che deve gestire anche pochi feriti. È particolarmente impor-
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tante, quindi, che tutto il personale delle squadre sia addestrato al primo soccorso con un livello simile al CLS (Combat Life Saver), in quanto il semplice BLSD (tipico dell’ambito civile) non è sufficiente per gli scopi militari. Inoltre deve essere specializzato un “soccorritore mili-
Un CH-47 scarica, su quota 109, un rifornimento logistico di 5 giorni a 2 squadre paracadutisti in attività appiedate sul confine con il Turkmenistan. Gli elicotteri si sono confermati i migliori vettori a supporto delle operazioni appiedate, sia per il supporto di fuoco, che per il trasporto di personale ed il rifornimento logistico
tare” per squadra (4 per plotone), particolarmente equipaggiato per gli interventi presso unità appiedate. La disponibilità di evacuazione medica tram i t e e l i c o t t e r o ( M E D E VA C ) può, infine, essere critica per incrementare le probabilità di sopravvivenza dei feriti.
ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI POSSIBILI SOLUZIONI Le diverse criticità sopra descritte evidenziano la difficoltà di preparare al meglio le minori unità di fanteria ad operare appiedate nelle operazioni contemporanee. Un costante ed efficace allenamento fisico è sicuramente fondamentale, con particolare enfasi per l’allenamento aerobico e il cosiddetto “allenamento funzionale”, riducendo il potenziamento muscolare in palestra, spesso controproducente ai fini della resistenza fisica agli sforzi prolungati. L’addestramento deve essere svolto il più possibile con carichi reali da combattimento (almeno 2-3 volte all’anno), per non dover affrontare il problema della gestione dei pesi solo in operazione. L’integrazione della manovra di elementi appiedati con elementi motorizzati, con elicotteri da trasporto e con il supporto di fuoco è senza dubbio vitale e deve essere provata ripetutamente prima dell’immissione in teatro operativo. Altri aspetti indispensabili da curare nella fase di approntamento sono senz’altro il soccorso dei feriti sul campo di battaglia e la ricognizione, nonché l’accurata pianificazione logistica di pesi, rifornimenti e sgomberi, che risultano particolarmente complessi nella condotta di attività tattiche appiedate e devono, dunque, essere sempre inseriti nelle esercitazioni delle minori unità. L’identificazione di veicoli leggeri (tipo quad o BV206) in grado ad accompagnare le unità appiedate duRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
rante il loro movimento fuori strada, sgravandone parte del carico, è certamente auspicabile. L’assegnazione di apparati radio di nuova generazione a chi opera appiedato è una priorità. CONCLUSIONI La condotta di attività tattiche appiedate ha grandi potenzialità di sviluppo nelle operazioni contemporanee e risulta tanto più necessaria quanto più l’area della battaglia è complessa. Tali operazioni però richiedono personale ben addestrato in grado di supportare uno sforzo psico-fisico eccezionale, di comandanti altamente qualificati e di un’organizzazione dell’unità in grado di garantire supporti di fuoco e logistici precisi e puntuali in ogni momento. L’abitudine di operare all’estero in attività di semplice pattugliamento motorizzato potrebbe aver disabituato personale e Quadri alla concezione, organizzazione e conduzione di attività appiedate efficaci, e spesso, purtroppo, anche l’addestramento in Italia viene condotto in condizioni poco realistiche. È importante quindi ricorrere a soluzioni che non prevedano soltanto l’acquisizione di nuovi mezzi e materiali, ma soprattutto lo sviluppo di procedure tecnico-tattiche e di addestramenti efficaci a vincere il nemico in condizioni di pressoché parità tecnologica. E per farlo, nelle operazioni contempora-
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nee le sole doti di coraggio, iniziativa e forza fisica del personale (che invero non mancano nemmeno al nemico) sono indispensabili, ma non sufficienti: serve anche una capacità di pianificazione e un’organizzazione dell’unità in grado di soverchiare e dominare il nemico sul campo in ogni aspetto delle operazioni. BIBLIOGRAFIA Infantry Tripartite Conference, 2013, SCUF Infantry Quadripartite Conference, 2015, SCUF
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e della Squadra di Fanteria”, Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito, Polo di Fanteria, 2015
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FM 3-21.10, The Infantry Rifle Company, July 2006, US Army.
C E N T E N A R I O G R A N D E G U E R R A
In occasione della ricorrenza del centenario della Grande Guerra, la Rassegna dell’Esercito on-line continua a proporre ai lettori gli articoli pubblicati all’epoca sulla Rivista Militare. L’articolo è stato estratto dalla Rivista Militare n. 3-1992. Buona lettura! Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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S T O R I A
N
del Generale di Divisione (ris.) Massimo Iacopi
el momento in cui si apre l’anno 1917, nessuno dei due schieramenti che si affrontano dall’estate del 1914 sembra in condizioni di sopraffare l’avversario. Nonostante l’entità dei sacrifici sopportati, la mobilitazione dei popoli in Francia ed in Germania resta ancora cospicua ed il numero delle perdite subite spinge i combattenti ed i civili a proseguire, fino all’estremo, una lotta che non può trovare altra giustificazione se non in una vittoria completa (1). I contendenti sperano che, in questo quarto anno di guerra, si possa giungere ad una soluzione definitiva. I capi militari tedeschi decidono di puntare tutto sulla guerra sottomarina indiscriminata (cioè anche contro le navi mercantili), mentre i dirigenti alleati continuano a sperare, incoraggiati dai rispettivi Stati Maggiori, in una “rottura” del fronte avversario. In tutti e due i casi il fallimento sarà la regola generale. Ma saranno due avvenimenti inattesi che determineranno, nel corso del 1917, la soluzione finale del conflitto: la rivoluzione russa, Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
da una parte, l’entrata nella guerra degli Stati Uniti d’America, dall’altra. La sconfitta subita a Verdun e l’elevato costo della battaglia difensiva ingaggiata sulla Somme, hanno convinto i capi militari tedeschi che è ormai diventato indispensabile il ricorso alla guerra sottomarina “ad oltranza”, anche a rischio di provocare un intervento diretto americano a fianco dell’Intesa. Nella loro posizione geostrategica, gli Imperi Centrali hanno solo da perdere dal prolungarsi del conflitto. Il tempo giocherebbe inevitabilmente a loro sfavore contro un’Inghilterra padrona dei mari che, attraverso il blocco delle coste, può impunemente affamare la Germania. L’attacco navale sferrato il 31 maggio 1916 al largo delle coste dello Jutland non ha permesso alla Kriegsmarine di contrastare seriamente la superiorità britannica sulle acque del Mare del Nord; gli inglesi hanno accusato perdite tre volte superiori in tonnellaggio ed uomini, ma la flotta tedesca è stata costretta a riguadagnare le basi di partenza, dal-
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le quali non potrà più uscire fino alla fine del conflitto. Non avendo ottenuto alcun successo in superficie, agli ammiragli tedeschi resta la possibilità di ingaggiare una guerra sottomarina totale, che ha come obiettivo l’isolamento completo dell’arcipelago britannico. Il tempo necessario agli Stati Uniti per impostare un intervento rassicura i responsabili tedeschi, convinti che bastino sei mesi per spezzare la volontà di resistenza inglese. La Germania, con il centinaio di sommergibili disponibili, può far colare a picco una media di seicento mila tonnellate al mese, un bilancio che diventerà rapidamente insopportabile per gli inglesi. È il 19 gennaio 1917 quando viene presa la decisione definitiva, in occasione di un consiglio di guerra riunito a Pless, sul fronte est. Il Cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg (1856-1921) riconosce, in tale occasione, che la guerra sottomarina costituisce l’ultima risorsa per la Germania. Quando il 22 gennaio 1917 Woodrow Wilson
STORIA (1856-1924) pronuncia, davanti al Congresso americano, il discorso nel quale sollecita i belligeranti a trovare una “pace senza vittoria”, i dadi, da parte tedesca, sono già stati tratti. Johann Heinrich von Bernstor ff (1862-1939), l’ambasciatore tedesco a Washington, riceve qualche giorno più tardi le proposte del colonnello Edward Mandell House (1858-1938), il confidente di Wilson, e scongiura il suo governo di ritardare il lancio dell’offensiva sottomarina, ma or mai è troppo tardi. Bethmann-Hollweg gli richiede per contro di annunciare al governo americano la ripresa della guerra sottomarina. Wilson reagisce alla notizia con la rottura delle relazioni diplomatiche, ma dichiara allo stesso tempo che attende il
verificarsi di “un atto di ingiustizia deliberato”, vale a dire il siluramento di una nave americana. L’affondamento dell’”Algonkin”, dell’”Illinois” e del “Vigilantia” nel corso delle settimane che seguono e la pubblicazione del telegramma di Arthur Zimmermann (1864-1940) (2) risultano decisivi per il cambiamento dell’opinione pubblica americana, fino a quel momento indecisa. La guerra viene infatti ufficialmente votata dal Congresso il successivo 2 aprile. L’intervento americano nel conflitto costituisce un evento fondamentale nello sviluppo dello stesso. Esso mette a disposizione degli Alleati dell’Intesa, ai quali l’America si “associa”, capacità finanziarie, industriali e navali considerevoli, ma gli effetti militari non saranno inizialmente sensibili. Occorre costituire dalle basi un esercito capace di intervenire in Europa, istruirlo, equipaggiarlo,
Theobald von Bethmann
Johann Heinrich von Bernstorff
Edward Mandell House
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Woodrow Wilson
STORIA impostare una riconversione completa dell’economia, ormai riorganizzata in funzione delle esigenze derivanti dall’immenso conflitto. Tutto questo significa che l’impegno americano sarà direttamente efficace sul terreno a partire dalla primavera del 1918 e che assumerà una dimensione decisiva solo a partire dal settembre dello stesso anno, quando due milioni di combattenti, giunti da oltre Atlantico, saranno impegnati sul fronte francese. Nel momento in cui l’America si impegna “con tutte le sue forze” nel conflitto mondiale, la battaglia è sul punto di riaccendersi sul fronte ovest, dove circa trenta mesi di guerra di posizione hanno provocato solo dei combattimenti sterili e costosi.
La Conferenza Interalleata, riunitasi a Chantilly nel dicembre 1916, prevede il lancio di una grande offensiva sul fronte ovest nella primavera seguente ed incarica il Generale Joseph Joffre (1852-1931) di preparare il piano d’azione relativo. L’incarico viene successivamente affidato al Generale Robert Georges Nivelle (1856-1924), forte dei brillanti successi tattici ottenuti a Verdun. La grande offensiva della primavera del 1917 deve articolarsi in due azioni: una sul fronte inglese, nel settore della Somme e dell’Artois, l’altra sul fronte francese, nella regione dell’Aisne. Il successo di questa doppia azione deve portare alla riduzione del saliente di Noyon, accerchiando le divisioni nemiche ivi impegnate. Gli Alleati si attendono dall’offensiva risultati di portata strategica. Non si tratta in questo caso di una azione di “usura”, ma di un’azione di “rottura” che, otte-
Arthur Zimmermann
Il Generale Robert Georges Nivelle e il Generale Joseph Joffre
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nuta rapidamente e brutalmente, non lascerà all’avversario il tempo necessario per rimpiegare le proprie riserve. Nivelle vuole mettere in opera, a grande scala e su un fronte di 70 chilometri, i principi che gli hanno permesso di vincere a Verdun, alla fine dell’anno precedente, su un fronte ridotto dove gli era stato possibile concentrare una considerevole potenza di fuoco. Ma le cose cominciano a mettersi male a partire dal mese di marzo 1917, quando appare evidente che non si può contare sull’appoggio dei russi. Le forze franco-inglesi dovranno sopportare da sole il peso della battaglia, in quanto le forze russe si trovano per la gran parte paralizzate e costrette alla difensiva a causa dell’agitazione rivoluzionaria che si diffonde nel Paese, dopo il successo dell’azione di San Pietroburgo, allorché si installa un governo provvisorio, la cui autorità verrà rapidamente contestata. Gli italiani, duramente provati dalle ripetute battaglie che hanno lanciato sull’Isonzo e dalla pressione subita nel corso del 1916 sull’Altipiano d’Asiago, restano sulla difensiva. I Comandanti francesi ed inglesi, privi della azione di fissaggio che avrebbero potuto realizzare sugli altri fronti gli eserciti alleati, vedono il loro piano ulteriormente compromesso dalle iniziative del maresciallo Erich Ludendor ff (18651935). Il 24 febbraio 1917, lo Stato Maggiore tedesco ha in effetti ordinato alle sue truppe di evacuare il saliente della Serre ed il 25 dispone un ripiegamento generale di
STORIA fronte alla 5a Armata britannica. Il 13 marzo infine fa indietreggiare le proprie truppe di 20 chilometri nella regione di Lassigny. Ovunque, questi movimenti tattici vengono accompagnati da distruzioni sistematiche, obbligando l’avversario a scatenare i propri assalti in una zona devastata, nella quale le truppe d’assalto non verranno a disporre di alcun riparo contro il fuoco nemico, né di posizioni preparate per l’artiglieria. Accorciando opportunamente il fronte, Ludendorff - che è ormai diventato il capo indiscusso dell’Esercito tedesco, anche se è gerarchicamente subordinato a Paul von Hindemburg (1847-1934) - riesce a recuperare alcune divisioni per rinforzare la sua riserva generale. Le conseguenze di questo ripiegamento tedesco non vengono seriamente analizzate da Nivelle, che rifiuta di mettere in discussione le grandi linee del suo piano, facendo valere il fatto che questi settori non sono quelli direttamente interessati dallo sforzo principale alleato. Il 4 aprile 1917, il Generale in Capo mette a punto le direttive destinate ai grandi comandi subordinati. L’offensiva deve comportare due fasi: una battaglia di “rottura” ed una battaglia di “sfruttamento del successo”. La prima sarà lanciata sul fronte inglese, da Givenchy a Queant, e sul fronte francese, fra Soissons e Reims. Una volta conseguito lo sfondamento delle linee avversarie, l’intervento di un Gruppo di Armate di riserva dovrà permettere di allargare la breccia precedentemente aperta sul fronte nemico. L’offensiva, massiccia e Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
rapida, deve distinguersi dalla logica del “rosicchiamento”, cara a Joffre nel 1915 e che era risultata più costosa per l’attaccante che per il difensore. Il fronte nemico, in linea di principio, deve disintegrarsi sotto l’urto. L’effetto sorpresa implica il fatto di ridurre al minimo la preparazione di artiglieria, con tutti i rischi che questo fatto comporta. Lo sfondamento rappresenta per Nivelle una certezza ed egli pensa soprattutto allo sfruttamento strategico del successo, convinto che le sue truppe saranno a Laon, ben oltre lo Chemin des Dames in meno di 48 ore. Il fronte d’attacco è molto esteso, gli obiettivi fissati molto ambiziosi ed i limiti imposti alla preparazione di artiglieria fanno sì che Generali come Philippe Petain (1856-1951), il Comandante del Gruppo di Armate del centro, e Paul Painlevé (1863-1933), appena promosso Ministro della Guerra, esprimano apertamente le loro riserve. Il neo Ministro non può fare nulla contro Nivelle senza mettere a rischio la fragile compagine governativa, mentre il Comandante in Capo può contare sull’appoggio di Louis Malvy (18751949), il potente Ministro degli Interni. Il 6 aprile, a Compiegne, alla presenza del Presidente della Repubblica Raymond Poincaré (1860-1934) e del Presidente del Consiglio Alexandre Felix Ribot (1842-1923), Nivelle riesce ad imporre le sue vedute, portando a suo vantaggio il fatto che ormai per effetto della rivoluzione russa il tempo gioca a sfavore dell’Intesa e che l’intervento americano, deciso qualche giorno prima,
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Paul Painleve ́
Louis Malvy
STORIA non potrà avere effetti militari prima di 18 mesi. Il 9 aprile gli inglesi attaccano fra Lens ed Arras. Gli anglo-canadesi riescono ad impadronirsi delle creste di Vimy, ma questi primi successi non sono immediatamente sfruttati e l’intervento, il 13 aprile, della 3a Armata del Generale George Louis Humbert (18621921), non modifica la situazione. È quindi sull’Aisne che si gioca il risultato della grande offensiva sul fronte ovest. L’attacco viene ritardato al 16 aprile a causa delle condizioni metereologiche, ma il tempo rimane sfavorevole. La pioggia, la grandine, il freddo ed il fango vanno a complicare la situazione e la solidità delle posizioni difensive tedesche compromettono ogni speranza di successo.
Lo Chemin des Dames, che dà il nome al pianoro che va da Soissons a Corbeny, ed altre località meno famose entreranno in quel momento nella storia degli eventi tragici della Grande Guerra. I tedeschi, ben riparati nelle trincee che hanno organizzato nelle falesie calcaree, prendendo gli assalitori sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici, oppongono una resistenza feroce che infligge alle unità francesi delle terribili perdite. La sera del 16 aprile gli attaccanti hanno conseguito una progressione di appena cinquecento metri, mentre Nivelle era convinto di portare le proprie truppe almeno dieci chilometri oltre. Nell’azione si è fatto molto affidamento sull’impiego dei carri e dell’artiglieria d’assalto, ma anche in questo settore le perdite sono rilevanti ed i mezzi impiegati dal comandante Louis Marie Bossut (1873-1917) non riescono a
Il Generale Petain
superare gli ostacoli frapposti dal terreno. Nel Quartier Generale di Compiegne regna lo sconforto ed il tentativo di Nivelle di spostare verso i monti della Champagne il centro di gravità dei combatti-
Alexandre Felix Ribot
Il Generale Georges Louis Humbert (con la mano sul mento), nelle Argonne
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STORIA
Il Generale Paul Maistre
Il Maresciallo Douglas Haig (18611928)
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menti non consente di compensare il fallimento iniziale. A partire dal 29 aprile, Painlevé ottiene dal Consiglio dei Ministri, la nomina di Petain a Capo di Stato Maggiore Generale alle dirette dipendenze del Ministro, fatto che consente di cortocircuitare Nivelle, ed a conferire al vincitore di Verdun la piena responsabilità di comando, confermata poi il 15 maggio quando diventerà Comandante in Capo. La battaglia d’aprile si conclude con un terribile bilancio: 140 mila uomini fuori combattimento, di cui 30 mila morti, 20 mila prigionieri, 80 mila feriti, per tre quarti irrecuperabili ed 8 mila senegalesi sui diecimila impegnati in combattimento. Petain, per rimettere in piedi un Esercito che possa “tenere” fino all’arrivo degli americani, deve far fronte alla terribile crisi di disciplina che, designata con il nome di “ammutinamenti”, coinvolge tutta la parte centrale del fronte, direttamente toccato dagli effetti dell’offensiva d’aprile, che viene percepita dalla truppa come sanguinosa ed inutile. Il Comandante in Capo ristabilisce la situazione in tre mesi, utilizzando una repressione limitata (26 esecuzioni sulle 600 condanne a morte pronunciate), un miglioramento delle condizioni di vita dei soldati, una migliore organizzazione dei permessi ed adeguati rinforzi esterni. Gli effetti si fanno rapidamente sentire e diversi successi tattici di rilievo contribuiscono al recupero del morale in un esercito crudelmente provato nel corso dei mesi precedenti. Durante l’estate e l’autunno le unità francesi com-
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battono a fianco dei britannici in Fiandra. Dal 20 agosto al 3 settembre la 2 a Armata francese, agli ordini del Generale Adolphe Guillaumat (1863-1940), lancia la 5a Battaglia di Verdun, che consente ai francesi di riconquistare, sulla riva sinistra della Mosa, tutti gli obiettivi e perduti nel febbraio-marzo 1916 e rimasti in mano tedesca. Dal 23 ottobre al 3 novembre, a seguito di una esemplare preparazione, gli uomini della 6 a Armata del Generale Paul Maistre (1858-1922) conquistano il forte di Malmaison, ultimo atto della tragedia iniziata nell’aprile precedente nello Chemin des Dames. Gli inglesi, il 20 novembre, lanciano di sorpresa l’offensiva che li porta sino ai bordi di Cambrai. Viene costituito un saliente importante, ma le forze del Maresciallo Douglas Haig (1861-1928) rischiano troppo e la controffensiva di Ludendorff li costringe rapidamente alla ritirata. Ma la Battaglia di Cambrai apporta comunque un importante ammaestramento: anche senza la predisposizione del terreno e la preparazione di artiglieria, i carri ar mati impiegati a massa, combinati con la fanteria e con l’appoggio di una potente artiglieria, possono con un solo slancio e con l’effetto sorpresa superare tutto un sistema difensivo fortificato. Nel complesso i combattimenti si sviluppano sul fronte Ovest, ma la lotta prosegue in altri Teatri d’Operazioni. In Palestina, Edmund Allenby (1861-1936) supera il 31 ottobre le difese di Gaza, che conquista il 6 novembre. Cade quindi Jaffa ed il 10 dicembre il Comandante delle for-
STORIA ze inglesi in Medioriente entra vittorioso a Gerusalemme. Nove mesi più tardi il Generale Frederik Stanley Maude (1864-1917) entra vittorioso a Bagdad, vendicando in tal modo la terribile sconfitta subita l’anno precedente a Kut el Amara. Nei Balcani l’attacco che il Generale Maurice Sarrail (18561929), Comandante dell’Armata di Salonicco, lancia nel maggio 1917 non ottiene i risultati sperati. Ma l’abdicazione del Re Costantino 1° di Grecia (1868-1923, re dal 1913 al 1923), che Charles Jonnart (1857-1927), l’alto Commissario francese a Salonicco, ottiene l’11 giugno, significa il trionfo di Eleftherios Venizelos (1864-1913) e dei partigiani fautori dell’entrata in guerra a fianco dell’Intesa. Ma occorrerà at-
tendere la sostituzione di Sarrail con Guillaumat e quindi con il Generale Louis Franchet d’Esperey (1856-1942) affinché l’armata d’Oriente riprenda l’offensiva nel settembre 1918 e prenda una parte decisiva nella vittoria finale. In Italia, il Generale Luigi Cadorna (1850-1928) lancia in maggio la 10a Battaglia dell’Isonzo, seguita da una 11a nel luglio-agosto. I successi locali ottenuti creano forti preoccupazioni nel Governo di Vienna e gli Imperi Centrali decidono di lanciare in ottobre una offensiva comune sul fronte italiano. L’attacco austro-tedesco, iniziato il 24 ottobre 1917, viene coronato da un successo totale ed il nome di Caporetto diventerà per gli italiani sinonimo di disastro. Una delle tre armate di Cadorna sul fronte orientale viene distrutta e la ritirata costringe le altre due fin sulla linea del Piave. Il bilancio è terribile: 10 mila mor-
Charles Jonnart
Il Generale Sir Frederik Stanley Maude
Il Generale Maurice Sarrail
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Eleftherios Venizelos
STORIA ti, 30 mila feriti, 265 mila prigionieri, 350 mila sbandati, 3 mila cannoni, più di 1700 mortai, 300 mila fucili e 3 mila mitragliatrici perduti. Dal 5 al 7 novembre 1917, la Conferenza di Rapallo, che riunisce i Capi di gover no ed i Generali in Capo alleati, dispone, tra l’altro, un rinforzo alleato sul fronte italiano, con un Corpo d’Ar mata francese al comando del Generale Marie Emile Fayolle (1852-1928), ma, nella sostanza, sono gli italiani, con le loro forze, che escono vincitori dalla Battaglia del Piave. Essi riescono a ricostituire u n f ro n t e v e r a m e n t e s o l i d o , tanto che il Generale Ferdinand Foch (1851-1929) sottolineerà il fatto che “le armate italiane hanno effettuato un
bellissimo consolidamento sulla linea Piave-Grappa, sapendo per esperienza quanto è difficile effettuare una ritirata per far fronte ad un nemico vittorioso ed averne ragione”. All’est, il fronte si è stabilizzato dopo l’offensiva lanciata dai russi nel giugno 1916, che aveva visto le truppe del Generale Alexei Brussilov (1853-1926) ottenere dei successi significativi in Bucovina ed in Volinia. La lotta contro la Russia appare c o m e u n Te a t r o s e c o n d a r i o agli occhi del Comando tedesco, preoccupato soprattutto di contenere gli Alleati sulla Somme e rassicurato dal completo successo ottenuto sulla Romania alla fine dell’anno. Il Generale Mikhail Vasilievich Alexeiev (1857-1918) spera di riprendere l’offensiva nella primavera del 1917, con un Esercito russo forte ormai di duecento divisioni di fanteria ed
Il Generale Louis Franchet d’Esperey
una migl iore or ganizzazione delle retrovie. Tuttavia la rivoluzione scoppiata nel febbraio a San Pietroburgo, seguita dall’abdicazione dello Zar, viene a creare delle condizioni poco propizie alla ripresa dell’iniziativa sul piano militare. La moltiplicazione dei soviet nei reggimenti ed il divario che separa la truppa dai suoi Ufficiali non
Generale Marie Emile Fayolle Il
Il Generale Alexei Brussilov
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Il Generale Alexeiev Mikhail Vasilievich
STORIA fanno ben sperare per il futuro, anche se i nuovi dirigenti, il Ministro degli Affari Esteri Pavel Miliukov (1859-1943) e Alexander Fedorovic Kerenski (1881-1970), Capo del Governo provvisorio, affermano la loro volontà di proseguire la lotta. L’attacco vittorioso lanciato il 3 aprile in Volinia, da una divisione di Landwehr tedesca, mette in evidenza la scarsa reattività delle truppe russe, che perdono 10 mila prigionieri in una sola giornata. Kerenski tenta di persuadere l’esercito che una pace “senza indennità né annessioni” non si potrà ottenere se non da una posizione di forza e per questo occorre impegnarsi ancora. Il 1° luglio Brussilov, promosso Comandante in Capo, inizia una nuova offensiva in Galizia, lanciando all’attacco 24 di-
visioni in direzione di Lemberg su un fronte di 40 chilometri. Vengono ottenuti dei successi locali, ma l’afflusso delle riserve lascia a desiderare e l’azione di demoralizzazione operata dai soviet si rivela catastrofica. Il 19 luglio 1917 viene scatenata una controffensiva tedesca che permette di riconquistare il terreno perduto dagli ungheresi. Tarnopol viene ripresa il 25 luglio ed alla fine del mese tutta la Galizia e la Bucovina vengono recuperate. Solo la carenza di sufficienti infrastrutture ferroviarie non consente ai tedeschi di andare oltre. L’Esercito russo riesce comunque a mantenere il fronte ma la volontà di combattere è ormai esaurita ed i soldati si preoccupano in prospettiva più della ridistribuzione delle terre che della difesa delle loro posizioni. Il 1° settembre, l’8a Armata tedesca del Generale Oskar von Hutier (1857-1938) si lancia all’as-
salto di Riga. A seguito di una possente preparazione di artiglieria, i tedeschi, dopo aver agevolmente superato il fiume Dvina, si impadroniscono della città, abbandonata dalla sua guarnigio-
Il Generale Oskar von Hutier
Pavel Miliukov
Alexander Kerenski
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Il Generale Lavr Georgievich Kornilov
STORIA ne. La strada per San Pietroburgo sembra ormai aperta, ma la sottrazione di diverse grandi unità, destinate al fronte italiano o francese, non consente di concludere vittoriosamente l’azione sulle rive della Neva. Il colpo di stato del Generale Lavr Georgievich Kornilov (1870-1918) ed il suo fallimento, segnano, più o meno nello stesso momento, l’atto di morte dell’Esercito zarista, nel cui ambito gli Ufficiali non sono più in grado di imporre la disciplina fra i loro uomini. Alla vigilia della rivoluzione d’ottobre, il fronte russo immobilizza comunque non meno di 120 divisioni degli Imperi Centrali (80 tedesche e 40 austro-ungariche) e la prospettiva della sua scomparsa provoca notevoli angosce presso gli Alleati, che sanno che gli americani non potranno essere presenti sul fronte prima dell’estate 1918. Se i combattimenti dovessero cessare all’est, Hindemburg e Ludendorff sarebbero in condizioni di trasferire sul fronte occidentale la maggior parte delle loro forze ed allora la sorte della guerra sarebbe seriamente in discussione. Questo è appunto lo scenario che si conferma nel dicembre 1917 alla firma dell’Armistizio di Brest-Litowsk. Comincia da quel momento una formidabile veglia d’armi prima che si giochi fra il marzo e l’agosto 1918 la soluzione di un conflitto suicida, iniziato quattro anni prima. NOTE (1) I tentativi di pace condotti dai principi Xavier (1889-1977) e Sisto di
Borbone Parma (1886-1934) per conRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
to di Carlo 1° d’Asburgo (1887-1926)
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opposizione di Georges Clemence-
ropa occidentale, Vol. I: 1890-1933 –
(2) Segretario di Stato tedesco agli
Nazismo, BUR, Milano, 2002, ISBN 88-
si erano infranti di fronte alla netta au (1841-1929)
Affari Esteri. In questo telegramma cifrato diretto all’Ambasciata tedesca in Messico ed intercettato dagli
inglesi, viene avanzata l’ipotesi di
una proposta “di alleanza con il
Messico … che potrà in tal modo riconquistare i territori perduti del Nuovo Messico, del Texas e dell’Arizona”. BIBLIOGRAFIA
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LE OPERAZIONI MILITARI TEDESCHE IN SICILIA (LUGLIO – AGOSTO 1943)
N
del Colonnello Franco Di Santo
el cimitero militare tedesco di Motta Santa Anastasia (Catania) riposano 4.560 soldati tedeschi, di cui 450 ignoti, caduti durante le operazioni militari in Sicilia nel luglio agosto 1943. Queste operazioni, pur avendo finalità strategiche connesse alla sciagurata politica di dominio nazista in Europa, rappresentano l’unico caso della storia militare tedesca in cui soldati germanici hanno operato (e sono caduti) per difendere il territorio metropolitano italiano.
Alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 (Operazione Husky), l’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) aveva già dato disposizioni di rinforzare il dispositivo tedesco sull’isola nel timore di un tracollo dell’alleato italiano; in tal modo si trovavano in Sicilia il LXXVI e il XIV Corpo d’Armata corazzato, rispettivamente al comando dei Generali Traugott Herr e Hans Valentin Hube, con la 3ª, 15ª, 29ª e 90ª Divisione Panzergrenadier, la 16ª e 26ª Divisione corazzata e la Panzerdivision della Luftwaffe Hermann Göring. Le Waffen - SS Cimitero militare tedesco di Motta erano rappresentate dalla BriSanta Anastasia (Catania) gata d’assalto Reichsführer – SS (la stessa che, trasformata in Divisione, fu responsabile nel 1944 degli eccidi di Marzabotto e S. Anna di Stazzema) mentre la Luftwaffe aveva schierato la 2a Luftflotte (con circa 600 aerei impiegabili) al comando del Feldmaresciallo Wolfram von Richthofen. La Kriegsmarine infine aveva 5 Unità veloci (Schnellboote) dislocate nel porto di Palermo. Tutte queste forze erano al comando del Comandante in Capo del Fronte Sud (Oberbefehlshaber Süd), Feldmaresciallo Albert Kesselring. Dal punto di vista tattico, le forze tedesche rappresentavano, per la loro espeRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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rienza e capacità di combattimento, un elemento di forza del dispositivo difensivo, ma la schiacciante superiorità aeronavale alleata annullava di fatto questo vantaggio. Un particolare approfondimento merita la 15a Divisione Sizilien, unica unità della Wehrmacht intitolata (ancorché per pochi mesi) ad una regione italiana. Costituita il 14 maggio 1943 con reparti tedeschi raggruppati in Sicilia e destinati in Tunisia (nel frattempo capitolata), si componeva di 3 Reggimenti e 1 Battaglione granatieri, 1 Reggimento artiglieria, 1 Battaglione genio pionieri, 1 sezione di artiglieria controaerei e vari supporti divisionali. Il comandante era il Generale di Divisione (Generalmajor) Eberhard Rodt. Il 15 luglio 1943 cambiò definitivamente denominazione in 15a Panzergrenadier Division assumendo le tradizioni della 15a Panzer Division che tanto si era distinta nella Campagna del Nordafrica. Le unità tedesche formalmente erano agli ordini del Generale Alfredo Guzzoni, comandante della 6a Armata e comandante militare dell’isola, ma in realtà rispondevano al Generale Frido von Senger und Etterlin, Ufficiale di collegamento tedesco con la 6 a Armata, che a sua volta ri-
S T O R I A
STORIA spondeva direttamente al Feldmaresciallo Albert Kesselring. Il Generale von Senger era stato scelto, probabilmente su indicazione del Generale Westphal, Capo di Stato Maggiore del comando del Feldmaresciallo Kesselring, per via delle sue ottime conoscenze della lingua e cultura italiana nonché per essere stato per quasi due anni Ufficiale tedesco di collegamento con la Commissione di Armistizio italo – francese di Torino; pertanto era ritenuto profondo conoscitore dell’alleato italiano. Per questo delicato incarico (coadiuvare il comandante della 6a Armata in vista dell’imminente sbarco angloamericano in Sicilia) era stato personalmente ricevuto da Hitler al quartier generale sull’Obersalzberg il 22 giugno 1943. Hitler temeva, giustamente, che un’invasione della Sicilia avrebbe significato la defezione dal conflitto
Il Generale Alfredo Guzzoni (1877 1965)
Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dell’Italia e pertanto desiderava utilizzare al meglio le forze tedesche disponibili sull’isola al fine di contenere o, al meglio, respingere le forze d’invasione. Altri componenti del Comando Supremo Tedesco – Oberkommando der Wehrmacht (OKW) - non erano altrettanto ottimisti sulle effettive possibilità difensive delle forze tedesche: il Feldmaresciallo Keitel ed il Generale Warlimont ritenevano più opportuna una ritirata strategica verso il continente nel prevedibile caso che le forze angloamericane si fossero rivelate più forti di quelle dell’Asse. Questa premessa è necessaria per giudicare l’intero operato del Generale von Senger durante le operazioni in Sicilia. L’ invasione ebbe inizio il 10 luglio 1943. Gli angloamericani attaccarono con due armate: la 7a Armata americana, agli ordini del Generale Patton, che sbarcò nei dintorni di Gela, e l’8a Armata inglese, agli ordini del Generale Montgomery, che sbarcò nella zona di Pachino. L’orientamento difensivo italiano differiva in parte dalle proposte tedesche: questi ultimi ritenevano necessario arrestare sulle spiagge l’invasore nel momento in cui questo era più debole, ossia al momento dello sbarco. Gli italiani, invece, ritenevano che un intervento avanzato avrebbe esposto i difensori al micidiale fuoco di accompagnamento delle artiglierie navali alleate. Von Senger, pur non condividendo appieno l’impostazione difensiva italiana, ritenne lealmente di attenersi agli ordini di Guzzoni. Von Senger conosceva la storia militare italiana e riteneva possi-
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bile che gli italiani organizzassero una serie di battaglie difensive, sul modello del Piave, finalizzate all’arresto del nemico in attesa di una decisiva controffensiva, da condurre con il concorso delle forze germaniche, che avrebbe costretto gli invasori al reimbarco. Il piano difensivo italiano prevedeva l’arresto dell’invasione ad opera delle Divisioni costiere ed il successivo contrattacco ad opera delle 4 Divisioni mobili italiane (“Assietta”, “Aosta”, “Napoli”e “Livorno”), sostenute dalle due Divisioni tedesche (15a Divisione granatieri corazzati Sizilien e Divisione corazzata “Hermann Göring”. Poiché era incerta la località di sbarco, le Divisioni “Assietta”, “Aosta” e “Sizilien” avrebbero gravitato nella parte occidentale dell’isola mentre le Divisioni “Napoli”, “Livorno” e “Hermann Göring” nella parte orientale. Nonostante le capacità di pianificazione operativa, gli italiani erano pessimisti circa le possibilità di successo contro gli Alleati: la capacità operativa delle Divisioni italiane era considerata dal Generale Guzzoni pari al 25% delle corrispondenti Divisioni alleate mentre quella delle Divisioni tedesche veniva considerata attorno al 50%. Inoltre gli Alleati potevano contare sulla assoluta supremazia aeronavale, con una flotta di navi addirittura superiore a quella che sarebbe stata utilizzata per l’invasione della Normandia nel giugno dell’anno seguente e un imponente supporto aereo basato su Malta e in Nordafrica. Non ultimo, il morale delle truppe italiane era particolarmente bas-
STORIA
Lo sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943
so, fiaccato dai continui bombardamenti aerei nonché dalla inattesa caduta dell’isola di Pantelleria, ritenuta a ragione particolarmente attrezzata per una lunga resistenza. All’inizio sembrava che il piano difensivo italiano potesse avere qualche successo; in particolare la controffensiva dell’11 luglio portata dalla Divisione “Livorno” nei confronti della testa di ponte della 7a Armata americana sbarcata a Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Gela creò seri problemi a quest’ultima e soltanto l’intervento di copertura dell’artiglieria navale alleata (così come temuto dal comando italiano), che letteralmente fece scempio dei soldati italiani, salvò le avanguardie americane dal reimbarco. A proposito di questa controffensiva, operata congiuntamente ad unità della Divisione “Hermann Göring”, il Generale von Senger nelle sue memorie ne dà notizia
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(senza citare esplicitamente la rilevante presenza italiana della divisione “Livorno”), ma specifica, erroneamente, che le truppe italiane non parteciparono in nessun punto al contrattacco della Divisione tedesca. Perché tale falsità? Forse un’incredibile dimenticanza? Le stesse fonti americane provano indiscutibilmente la sanguinosa partecipazione degli italiani (U.S. Army in World War II: Sicily and the Sur-
STORIA render of Italy, pag.170). È presumibile che il Generale von Senger esalti il ruolo delle truppe tedesche e diminuisca quello degli italiani per giustificare l’obiettivo, chiaro sin dall’inizio e ora confermato dai fatti, che sarebbe stata già una grande vittoria tedesca ritirarsi in buon ordine verso il continente attraverso una serie di azioni frenanti e ritardatrici. Frido von Senger non era un uomo vanitoso, anzi piuttosto riservato, quindi non è da pensare che abbia voluto deliberatamente sminuire l’alleato. Egli teneva molto alla sua professionalità militare: era senz’altro motivo di soddisfazione e di orgoglio personale che la sua azione di comando fosse coronata da successo. Quando fu designato al comando del XIV Corpo d’Armata nell’ottobre 1943, egli stesso imputava la scelta alla buona prova offerta sul campo proprio in Sicilia e, successivamente, in Sardegna e Corsica. Non bisogna dimenticare, infine, che von Senger non proveniva dall’élite militare prussiana nè aveva frequentato istituti di formazione militare (aveva superato gli esami per la Kriegschule di Berlino, la Scuola di Guerra, ma non era stato ammesso perché troppo anziano) e quindi solo ed esclusivamente il valore dimostrato sul campo poteva facilitarlo nella progressione di carriera. In effetti avvenne quanto i tedeschi si aspettavano. Le truppe italiane, demotivate ed effettivamente inferiori tatticamente, data la quasi totale assenza di copertura aerea e navale italo – tedesca, lasciarono, in data 31 luglio1943, il combatRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Il Generale Frido von Senger und Etterlin (1891 - 1963)
timento in mano alle forze tedesche che nel frattempo si erano rafforzate fino a raggiungere la consistenza di un Corpo d’Armata (il XIV) al comando del Generale Hube. Quest’ultimo rilevò il comando effettivo delle truppe combattenti dell’Asse sulla penisola. Ora più che mai, data l’assoluta sproporzione di forze contrapposte (un Corpo d’Ar mata tedesco rinforzato dalle rimanenti truppe italiane contro due Armate angloamericane) sfavorevole all’Asse, occorreva dedicarsi all’operazione di sgombero verso il continente. Tale ripiegamento riuscì con successo dato che quasi 40.000 soldati tedeschi, oltre alle rimanenti truppe italiane della 6a Armata (circa 60.000 soldati), ed ingenti quantità di materiale bellico (tra cui più di 1.000 tonnellate di munizioni, quasi 10.000 autoveicoli e 47 carri armati), furono trasportati oltre lo stretto di Messina sfidando l’incontrastata superiorità ae-
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rea e navale alleata nelle notti tra il 14 e il 16 agosto (operazione Lehrgang al comando del Capitano di Vascello Gustav Freiherr von Liebestein). Durante il ripiegamento accadde però un evento che macchiò irrimediabilmente la fama di correttezza e di valore che accompagnava gli alleati germanici. Il 12 agosto 1943, per ragioni ancora oggi non chiare, truppe tedesche entrarono nell’abitato di Castiglione di Sicilia (CT) e massacrarono 16 civili inermi e ne ferirono altri 20: fu la prima strage di civili da parte dei tedeschi in Italia. Da parte delle autorità italiane non vi fu alcuna reazione e/o protesta. Solo nel 2002 alla cittadina siciliana venne conferita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la Medaglia di Bronzo al Valor Civile. L’evacuazione delle truppe tedesche dalla Sicilia si rivelò un grosso errore strategico da parte dell’Asse perché queste stesse truppe, unitamente ai rinforzi fatti affluire dal nord, avrebbero dato non pochi problemi agli Alleati in occasione dello sbarco a Salerno ed in seguito sulle sponde del Volturno. Per la sua opera in terra di Sicilia, il Generale Frido von Senger und Etterlin venne proposto dal Generale Guzzoni, unitamente ad altri comandanti germanici, per l’Ordine Militare di Savoia, all’epoca la più alta onorificenza militare italiana. È da ritenere che solo i successivi eventi bellici abbiano vanificato tale proposta. A titolo di completezza, si verificò anche che militari italiani
STORIA fossero insigniti di onorificenze tedesche: uno di questi fu il Tenente Colonnello Gianquinto, comandante del I Battaglione del 5° Reggimento di fanteria che si meritò la Croce di Ferro tedesca per la tenace resistenza opposta dal Battaglione (alla fine ridotto a soli 170 uomini) contro unità americane nella battaglia di Troina durata dal 1° al 6 di agosto. L’opera di Frido von Senger tra il 10 luglio e l’8 agosto 1943, data in cui lasciò l’incarico di Ufficiale di collegamento tedesco con la 6 a Armata poiché quest’ultima non esisteva più, è stata molto importante dal punto di vista militare. Le truppe tedesche da lui guidate contribuirono non poco a sostenere, con un’attitudine prettamente offensiva (di cui von Senger era assoluto sostenitore), la difesa operata dalle truppe italiane. Nella sua azione di comando si era preoccupato di collaborare con gli italiani sia per sincero sentimento di lealtà agli ordini del Generale Guzzoni (di cui riconosceva il valore personale oltre alle capacità di comandante) sia perché, da buon tattico, si rendeva conto che solo una stretta collaborazione avrebbe permesso di evitare una ritirata confusa degli italiani, ritirata che avrebbe intasato irrimediabilmente le vie di comunicazione e quindi minacciato l’operatività delle forze tedesche. Il Generale von Senger respinge nelle sue memorie le accuse fatte da parte tedesca di tradimento degli italiani nella Campagna di Sicilia. Tali accuse originarono dalla inaspettata debole combattività delle truppe italiane, Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
per non parlare della loro insufficiente presenza aeronavale. I tedeschi rimasero molto colpiti dalla resa della piazzaforte Augusta – Siracusa prima ancora che iniziassero i combattimenti. Non va poi dimenticato che dalla fine del mese di luglio 1943 erano rimaste principalmente solo le forze tedesche a difendere la cuspide nord-orientale dell’isola e quindi a combattere, anche se per fini strategici propri, per la difesa di territorio italiano. A onor del vero, è doveroso ricordare che, inquadrati nel XIV Corpo d’Armata tedesco, operarono Reparti di artiglieria italiani che assicurarono il necessario supporto di fuoco durante tutta la fase di arretramento dei tedeschi. Von Senger afferma che i rapporti italo-tedeschi durante le operazioni in Sicilia erano sempre stati leali e a riprova di questo si adoperò fattivamente, insieme al Feldmaresciallo Kesselring, per scagionare il Generale Guzzoni dall’accusa di tradimento formulata in seguito dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana. Un’ultima nota. Il Generale von Senger giustifica in qualche modo l’uscita di scena dell’Italia dal Secondo conflitto mondiale, anzi la ritiene quasi un contributo alla sconfitta del regime nazionalsocialista. La giustifica affermando che il popolo italiano si era poco alla volta reso conto, al contrario di quello tedesco, che la situazione era disperata. Le continue sconfitte su tutti i fronti operativi subite dalle Forze Armate italiane avevano contribuito a deprimere il morale della nazione (la scarsa combattività nella campagna di Sicilia ne era una prova). Von
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Senger attribuisce anche alle numerose umiliazioni inflitte dall’alleato tedesco la stanchezza degli italiani verso la guerra. Dal punto di vista politico, von Senger (forse qui traspare una certa tradizione monarchica) attribuisce a Vittorio Emanuele il merito di aver posto fine alla guerra, incolpando il regime nazionalsocialista del fatto che il Re non avesse agito apertamente in accordo con l’alleato tedesco. In fondo già Mussolini, durante l’incontro con Hitler a Feltre il 19 luglio 1943, aveva in animo di chiedere uno sganciamento dall’alleanza, ma non gli fu materialmente possibile dato il lungo monologo portato avanti da Hitler al cospetto di un Mussolini che le testimonianze definiscono cupo, silenzioso e umiliato. Inoltre, von Senger ritiene che il ritiro del conflitto dell’alleato italiano avrebbe dato un duro colpo psicologico alla Germania, cosa che avrebbe accorciato in qualche modo i tempi della caduta del regime nazionalsocialista e quindi della fine della guerra. In effetti il colpo psicologico ci fu e le conseguenze furono drammatiche. BIBLIOGRAFIA Frido von Senger und Etterlin, La guerra in Europa, Milano, 2002
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Alberto Leoni, Il Paradiso devastato, Milano, 2012
S T O R I A
I plenipotenziari e le delegazioni degli Stati partecipanti ai lavori della Conferenza dell’Aja del 1899 durante una pausa
L’AVVENTO DELL’ARMA CHIMICA NELLA GRANDE GUERRA LE RAGIONI DEL RICORSO AI GAS ED I PRIMI IMPIEGHI DEGLI AGGRESSIVI del Capitano Fabrizio D’Amico I TRATTATI INTERNAZIONALI CONCERNENTI LE ARMI CHIMICHE IN VIGORE ALL’INIZIO DELLE OSTILITÀ
I
l 2015, oltre che rappresentare il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande
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Guerra, è anche la ricorrenza del primo uso massiccio delle armi chimiche in combattimento: il 22 aprile 1915 infatti, durante la seconda battaglia di Ypres, i tedeschi rilasciarono circa 168 tonnellate di cloro sulle truppe francesi e algerine schierate sul fron-
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te opposto. La Prima guerra mondiale fu quindi, da questo punto di vista, il teatro nel quale una nuova ar ma improvvisamente entrò in scena con una prepotenza e un orrore tali da lasciare segni indelebili nelle coscienze degli uomini e nelle
STORIA menti dei soldati vittime di tali strumenti di morte. Ma quali furono le ragioni che spinsero i contendenti a ricorrere all’utilizzo delle armi chimiche? Perché ci si rivolse con sempre maggior fiducia a questa tipologia di offesa? Quali furono le esigenze tattiche ed operative che portarono alla diffusione in atmosfera di centinaia di tonnellate di gas tossico, prima, e di centinaia di migliaia di proietti a caricamento chimico, poi, nei Teatri della Grande Guerra? Il divieto di utilizzo dei gas fu sancito formalmente nell’articolo 23 dalla Convenzione dell’Aia del 1899 e, in particolare, nella collegata II Dichiarazione del 29 luglio. È curioso come i documenti della Conferenza dell’Aia del 1899 furono approvati con il voto contrario del rappresentante degli Stati Uniti, il Naval Captain Alfred T. Mahan, il quale, sulla base delle indicazioni impartite dal Segretario di Stato John Hay, sostenne che l’inventiva americana non dovesse essere limitata in un campo così importante come quello dello sviluppo di nuove armi. Quando la guerra scoppiò nell’agosto del 1914, le potenze in lotta confidavano in una sua rapida risoluzione. La storia però dettò ritmi e strategie diversi: il conflitto si allargò a causa dei meccanismi delle alleanze, delle ambizioni dei diversi Stati e dei vecchi rancori covati uno verso l’altro e alla guerra lampo si sostituì una guerra di logoramento che provocò milioni di morti, feriti ed invalidi permanenti tra i soldati dei diversi schieramenti.
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IL BLOCCO SUL FRONTE OCCIDENTALE E LA NECESSITÀ DI SUPERARE LO STALLO La battaglia della Marna segnò il fallimento del piano Schlieffen, che prevedeva una rapida vittoria sul fronte occidentale che consentisse ai tedeschi di raggiungere Parigi in breve tempo. La Germania, da lì in avanti, si trovò nella condizione di dover combattere contemporaneamente sul fronte occidentale e su quello orientale, in una situazione di costante pericolo e producendo uno sforzo bellico che alla fine divenne insostenibile. Nell’autunno del 1914, dopo la battaglia della Marna, sul fronte occidentale le trincee iniziarono ad acquisire una strutturazione ben definita, che inchiodava gli eserciti su linee essenzialmente statiche e fatali; nonostante un utilizzo massiccio di granate ad alto esplosivo, le fortificazioni, le casematte e i ricoveri si dimostrarono ben resistenti al fuoco di artiglieria tradizionale. Gli eserciti erano bloccati nella lotta per la conquista e il controllo del saliente di Ypres che, nel suo punto di massima estensione, misurava circa 12 chilometri; fu questa perdurante situazione di staticità che indusse i belligeranti a cercare nuove vie per rompere gli equilibri e spostare le sorti della battaglia a proprio favore. Al fine di guadagnare l’iniziativa in modo risolutivo sul fronte occidentale, gli inglesi tentarono di sconfiggere i turchi, alleati dell’impero germanico in virtù del trattato il 2 agosto del 1914, mediante un’azione navale. Il piano prevedeva che una flotta
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anglo-francese varcasse i Dardanelli penetrando nel Mar di Marmara e, da qui, raggiungesse Costantinopoli. Il consiglio di guerra britannico era così sicuro della vittoria che già elaborava gli scenari successivi a questo primo passo. Le ragioni che portarono all’azione navale contro l’impero ottomano possono essere ricondotte in primo luogo alla necessità di aprire un corridoio nel quale far transitare i rifornimenti per l’Esercito russo. In secondo luogo bisognava cercare di fare in modo che le truppe turche schierate in Europa sui diversi fronti ritornassero in patria per difendere la propria nazione obbligando, di conseguenza, gli Imperi Centrali ad ulteriori sforzi per ripianare tale situazione. Infine, si voleva che i Paesi fino ad allora neutrali, come l’Italia e la Grecia, rompessero gli indugi e si schierassero definitivamente a fianco di inglesi e francesi. L’impresa, che da un punto di vista strategico e politico appariva relativamente semplice e altamente remunerativa, non si risolse tuttavia positivamente per gli Alleati. All’alba del 19 febbraio 1915 otto navi inglesi e quattro francesi comparvero di fronte ai forti dei Dardanelli dando inizio alla battaglia di Gallipoli. L’attacco fallì: le mine e le artiglierie turche ebbero la meglio sui tiri contro costa delle unità navali anglo-francesi e anche il corpo di spedizione terrestre, costituito da inglesi, australiani e neozelandesi, subì successivamente perdite pesantissime. Il fronte occidentale continuava a trovarsi in una situazione di stallo.
STORIA Gli inglesi provarono allora a attuare una diversa dottrina di impiego delle artiglierie che consentisse di provocare lo sfondamento delle linee nemiche. Anche in questo caso non si ottenne alcun risultato significativo e la situazione lasciava ancora spazio all’immobilità e al logoramento della guerra di trincea. Benché i tentativi alleati di creare le condizioni per riprendere una guerra incentrata sulla manovra fossero falliti, i tedeschi individuarono una via d’uscita nell’uso dei gas. LE RAGIONI DELLA SUPREMAZIA TEDESCA NEL CAMPO DEI GAS La Germania fu dunque la prima ad usare i gas e fu sempre la prima, negli anni del conflitto, a sviluppare nuovi metodi di impiego e ad introdurre nuove sostanze tossiche sul campo di battaglia. Il gap con gli Alleati risulta evidente se si confronta l’utilizzo dei due principali agenti utilizzati nel conflitto, ossia il fosgene e l’iprite: il primo fu introdotto sei mesi prima che gli Alleati fossero in grado di utilizzarlo a loro volta e l’iprite addirittura un anno prima. Le ragioni per cui la Germania fu la potenza che per prima e in modo migliore sfruttò i gas in guerra vanno ricercate nello sviluppo dell’industria chimica tedesca, nella difficoltà di reperire le materie prime necessarie per la produzione di esplosivi e nella difficoltà di questi ultimi di arrecare l’offesa nei ricoveri naturali o artificiali nei quali il nemico si nascondeva. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
a all’attacco nteria britannic
Fa
L’industria chimica in Germania si sviluppò in modo esponenziale già dal XIX secolo grazie alla capacità di sintesi dell’alizarina, un colorante fondamentale per le stoffe, prodotto fino a quel momento mediante estrazione da composti naturali (1). Nell’industria dei coloranti, che forniva circa l’85% del fabbisogno mondiale, veniva utilizzato cloro liquido, che veniva prodotto quasi esclusivamente in Germania. La prosperità della ricerca nel campo della chimica della Germania in quegli anni è testimoniata, tra l’altro, anche dai numerosi premi Nobel vinti da scienziati tedeschi in quel periodo (2). L’altro fattore che favorì la Germania nell’ideare e nello sviluppare la guerra dei gas va ricercato nella indisponibilità delle
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nella seconda
res
battaglia di Yp
materie prime necessarie alla fabbricazione degli esplosivi. L’imposizione del blocco navale da parte degli Alleati infatti provocò l’impossibilità dell’approvvigionamento sia del nitrato di sodio, proveniente dal Cile e necessario per la produzione di acido nitrico, che delle piriti, provenienti dall’Italia e dalla Spagna e necessarie per la sintesi di acido solforico. Questo portò quindi ad una diminuzione della produzione di esplosivi a dispetto dell’aumentato fabbisogno dovuto alle esigenze dettate della guerra di trincea, che imponeva un massiccio utilizzo di artiglierie per fiaccare la resistenza avversaria. Va ricordato inoltre come nella guerra di trincea, che aveva nella staticità una delle sue ca-
STORIA ratteristiche peculiari, gli eserciti, fissati nelle loro posizioni per periodi anche lunghi, iniziarono a costruire ricoveri, a sfruttare protezioni offerte dal terreno e a proteggersi dalle granate a caricamento convenzionale, che quindi persero, almeno in parte, la loro efficacia. L’arma chimica, che impiegava sostanze più pesanti dell’aria, riuscì ad arrivare laddove il potenziale esplosivo delle granate convenzionali non penetrava. Durante i primi attacchi, quando la sorpresa fu massima, così come l’impreparazione ad affrontare tale minaccia, le nuvole di aggressivo sospinte dal vento si insinuarono in tutti gli anfratti e negli angoli morti portando al loro passaggio morte e paura tra i soldati intossicati. I positivi risultati ottenuti nei primi attacchi con i gas, che sono descritti più avanti, insieme alla convinzione da parte dello Stato Maggiore tedesco dell’assoluta supremazia dell’industria chimica nazionale e della impossibilità di essere raggiunta da parte degli Alleati, indusse i tedeschi ad utilizzare i gas in modo massiccio provocando migliaia di vittime durante l’arco della guerra e scatenando una rincorsa all’arma chimica che portò allo sviluppo di sostanze sempre più letali e a mezzi di diffusione sempre più efficaci.
Struttura della granata da fucile da 26 mm francese. A: carica di rottura. B: liquido lacrimogeno
I PRIMI UTILIZZI DEI GAS SUL FRONTE OCCIDENTALE Per lungo tempo, dopo le atrocità provocate dalle armi chimiche nella Prima guerra mondiale, francesi e tedeschi si rimbalRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Granata da obice da 150 mm sviluppata dal professor von Tappen
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zarono le responsabilità su chi fosse stato il primo utilizzatore delle armi chimiche nel conflitto. I tedeschi accusarono i francesi di avere utilizzato per primi nell’agosto del 1914 sostanze tossiche facendo riferimento all’impiego di granate da fucile da 26 mm contenenti etil-bromoacetato (3), utilizzate peraltro dalla polizia già nel 1912 per catturare una nota banda di rapinatori di banche che operava attivamente a Parigi. La diluizione dell’aggressivo in aria dovuta al suo utilizzo in campo aperto e la scarsa tossicità della sostanza impiegata, tuttavia, fecero sì che i tedeschi nemmeno si accorgessero di essere stati attaccati con sostanze chimiche. I francesi, visti i risultati, ritennero che l’arma chimica fosse di scarso valore e che non consentisse di ottenere risultati si-
STORIA re la Convenzione dell’Aia che, come detto, proibiva l’utilizzo di proietti usati in maniera esclusiva per veicolare gas asfissianti e tossici sul nemico. Naturalmente questo poneva un limite allo sviluppo delle nuove armi e, per non ricadere nei divieti imposti dalla legge internazionale, tale divieto doveva, in un modo o nell’altro, essere rispettato o aggirato. Lo studioso grazie al quale i tedeschi trovarono la loro soluzione al problema fu il professor Karl von Tappen (6) il quale, alla fine del 1914, propose una evoluzione della granata da 105 mm di Nernst. Egli infatti sostituì la dianisidina con bromuro di xilile (7) e, non contravvenendo ai limiti imposti dalla Convenzione dell’Aia, affrontò e risolse problemi di natura balistica dovuti alla differente densità delle sostanze contenute nel proietto evitando che tali sostanze, di per sé molto reattive, venissero in contatto. occasione in o sc de te le Il lavoro del professor von sercito imperia) 15 o da parte dell’E Emissione di clorbattaglia di Ypres (22 aprile 19 Tappen portò allo sviluppo della seconda di una granata da obice da 150 mm denominata “Granata-T” in cui 7 libbre (pari a 3,17 kg) di tritolo vennero sostituite con altrettante di bromuro combinazione di tritolo e di irri- loro processo di sviluppo di armi di xilile, con la speranza di raggiungere gli effetti già auspicati tante consentisse di ottenere chimiche. l’effetto combinato derivante Lo Stato Maggiore della Difesa da Nernst. Le due sostanze eradalle proprietà chimico-fisiche tedesco coinvolse allora il Kaiser no tra loro separate da un setto specifiche di ogni singola sostan- Wilhelm Institute per la chimica e di piombo che ne impediva il za: la detonazione da un lato e l’elettrochimica di Berlino al fine contatto. l’effetto fisiologico dovuto al- di ricercare altri aggressivi chimi- Tale munizionamento fu impieci caratterizzati da maggiore gato per la prima volta sul fronte l’aggressivo chimico dall’altro. L’Alto Comando tedesco auto- tossicità ed efficacia militare. orientale, a Bolimov in Russia il 31 rizzò il Generale von Falkenhaiyn Non vennero imposte limitazioni gennaio 1915. Benchè i tedeschi a sperimentare il 27 ottobre 1914 di sorta, tranne quella di rispetta- avessero sparato circa 18.000 gnificativi nella guerra che si stava combattendo; decisero allora di abbandonare tale via. Nel 1915, il professore di chimica Walther Nernst (4) suggerì di sostituire parzialmente il tritolo (5) contenuto nelle granate da 105 mm con un agente che provocava l’irritazione delle mucose denominato dianisidina clorosulfonato. Nernst riteneva che la
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le granate contenenti aggressivo chimico ideate dal Prof. Nernst. Nei pressi di Neuve-Chapelle vennero sparate circa 3.000 granate sulle truppe inglesi che, tuttavia, non risentirono in alcun modo della presenza dell’aggressivo chimico. Benchè l’esperienza si fosse rivelata fallimentare i tedeschi non si scoraggiarono e continuarono nel
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STORIA
Situazione nel saliente di Ypres al 22 aprile 1915, prima (tavola A) e dopo (tavola B) l’offensiva tedesca con i gas. Le bandiere in trasparenza sullo sfondo indicano le diverse aree di responsabilità degli Stati belligeranti mentre le bandiere piccole in primo piano le nazionalità dei reparti schierati. In rosso la linea del fronte dell’impero germanico e in blu quella degli Alleati. Il tratteggio lineapunto-punto rappresenta i confini delle aree di responsabilità. Le frecce rosse indicano le direttrici lungo le quali avvenne la penetrazione delle truppe tedesche in seguito all’attacco con i gas
granate di tipo T, i risultati furono in molto scarsi. Le basse temperature infatti impedirono al bromuro di xilile di vaporizzare nel modo più corretto e quindi i russi non registrarono gravi danni. I Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
tedeschi aggiunsero allora anche del bromoacetone ed impiegarono questa nuova versione di arma nel marzo dello stesso anno contro i francesi sulla costa belga.
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Per cercare di trovare un modo più efficace di impiegare i gas sui campi di battaglia, l’Alto Comando tedesco coinvolse un brillante assistente di von Tappen, il professor Fritz Haber, un riservista dell’esercito che aveva mostrato grande interesse ed entusiasmo per l’uso dei gas in guerra. Il professor Haber, ritenendo che la concentrazione di aggressivo rilasciata nell’ambiente dalle granate T fosse troppo bassa per provocare degli effetti fisiologici significativi sul nemico, suggerì di utilizzare l’emissione di cloro da bombole commerciali ad alta capacità. Questo consentiva da un lato di non contravvenire alla Convenzione dell’Aia ma allo stesso tempo dava la possibilità di utilizzare un gas tossico disponibile commercialmente in grandi quantitativi. Il cloro inoltre soddisfaceva una serie di requisiti militari: era letale, provocava immediatamente un effetto nocivo sull’uomo, non era persistente e altamente volatile ed infine, essendo più pesante dell’aria, si insinuava nei ricoveri, nelle trincee e negli anfratti naturali o artificiali in cui i soldati cercavano di trovare rifugio. Infine il cloro, essendo abbastanza denso, era in grado di mantenere inalterate le sue caratteristiche di tossicità nonostante la diluizione del gas nell’aria provocata da vento moderato. L’idea di Haber fu approvata dallo Stato Maggiore: a partire dal 10 marzo 1915 il Reggimento, con l’assistenza e il supporto di reparti di fanteria, dispiegò circa 1.600 bombole di grande capacità e 4.130 bombole di piccola
STORIA capacità contenenti un totale complessivo di 168 tonnellate di cloro pronto per essere rilasciato in aria. Il 22 aprile del 1915, alle 17.25, le truppe tedesche iniziarono un fuoco di preparazione sulle retrovie delle truppe inglesi e francesi schierate nel settore di Ypres che si concluse all’incirca alle 18.00. Gli uomini della 87a Divisione territoriale francese e della 45a divisione algerina videro alzarsi dalle trincee tedesche una nube di un colore giallo-verde che iniziò a dirigersi, ad una altezza di circa 1,5-2 metri, verso le truppe francesi. Il gas si insinuò in ogni depressione del terreno, sia artificiale che naturale, fino a quando raggiunse i soldati. In quel frangente nessuno si aspettava nulla di simile: i soldati, impreparati a fronteggiare il pericolo delle armi chimiche e sprovvisti di qualsiasi mezzo di protezione delle vie respiratorie, furono travolti da una morte silenziosa ma implacabile e che ebbe degli effetti devastanti anche sul morale e sulla psicologia dei combattenti, spaventati dal dover soccombere all’improvviso contro un nemico invisibile che, in quel momento, si era dimostrato invincibile. Quel primo attacco provocò all’incirca 5.000 morti su un totale di 15.000 contaminati. La supremazia dell’industria chimica tedesca, la ricerca assidua di un modo per sbloccare la situazione di stallo in cui si trovava tutto il fronte occidentale e il ricorso all’associazione tra scienza e guerra consentirono quel giorno alle truppe del Kaiser di penetrare in soli trentacinque minuti per quattro chilometri nelRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
lo schieramento avversario (8), riportando una significativa vittoria. Quegli eventi aprirono però al contempo la strada ad una rincorsa, durata per decenni, all’utilizzo delle armi chimiche che, ancora oggi, rappresentano, magari sotto altre for me, una minaccia per la pace e la stabilità del mondo.
seguiti all’utilizzo delle granate che
NOTE
tamente tossico dalle proprietà irri-
(1) L’alizarina è la molecola che
conferisce la caratteristica colorazione rossa alla robbia, un colorante
di origine vegetale che veniva pro-
aveva ideato, venne tenuto in sem-
pre minore considerazione dallo Stato Maggiore tedesco, che si affidò
invece al professor Haber. Von Tappen, che considerò la propria estro-
missione un affronto personale, ab-
bandonò definitivamente il programma di sviluppo di armi chimiche tedesco.
(7) C9H8Br: si tratta di un agente altanti e lacrimogene.
(8) Lo sviluppo dell’arma chimica
durante la guerra passata, Ministero della Guerra, 1933.
dotto per lo più dalla Francia in Al-
BIBLIOGRAFIA
tavano diversi brevetti per la sintesi
Convenzione dell’Aia e II Dichiara-
grandi quantità, rendeva inutili le
Protocollo di Ginevra, 1925
sazia e Lorena. Già nel 1870 si condell’alizarina la quale, prodotta in piantagioni di robbia in Francia e fuori mercato il colorante da essa prodotto
(2) Tra il 1900 e il 1920 vennero insigniti del premio Nobel per la chimi-
ca gli scienziati tedeschi Emil Fisher (1902), Adolf von Baeyer (1905), Eduard Buchner (1905), Wilhelm
Ostwald (1909), Otto Wallach (1910), Martin Willstätter (1915), Fritz Haber (1918), W. Hermann Nernst (1920).
(3) C4H7BrO2: si tratta di un agente
dalle proprietà lacrimogene. I tede-
schi identificavano questo tipo di
agenti con il termine “Croce Bianca”. I caricamenti cosiddetti speciali erano identificati, nell’ambito
dell’Esercito tedesco, da una verni-
ciatura con forma di croce. Il colore
del simbolo indicava il tipo di aggressivo contenuto.
(4) Premio Nobel per la Chimica nel
1920 per i suoi studi sulla termochimica.
(5) C7H5N3O6. Tri-Nitro-Toluene (TNT)
(6) Von Tappen, dopo gli insuccessi
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zione, 1899
Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzina-
mento ed utilizzo delle armi chimiche e sulla loro distruzione, 1993
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S T O R I A
ISBUSCENSKIJ
24 AGOSTO 1942: L’ULTIMA CARICA DI CAVALLERIA?
M
del 1° Maresciallo Luogotenente Raimondo Medau
entre la Fanteria è sempre stata considerata l’Ar ma base delle Forze Armate (tanto del mondo antico quanto del moderno), la Cavalleria si è connotata senza soluzione di continuità come l’Arma aristocratica per eccellenza. Infatti, quando gli Eserciti erano strutturati prevalentemente su base censuaria, per coloro che se lo potevano permettere (pochi ma, soprattutto, nobili e ricchi) era indiscutibilmente più “comodo” combattere a Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
cavallo anziché appiedati. E la Cavalleria porta con sé ancora oggi questo retaggio di “arma nobile”, unito anche ad una visione della vita piuttosto “spregiudicata e distaccata”, con un atteggiamento spesso “sprezzante” nei confronti della morte. Partendo da questi presupposti, risulta forse più agevole comprendere gli innumerevoli atti di valore ed eroismo che hanno caratterizzato i “Cavalieri” durante la loro storia, con particolare riferimento
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agli accadimenti dei due conflitti mondiali del secolo scorso. La Seconda guerra mondiale in terra di Russia, nella fattispecie, ha visto l’Arma impegnata in numerosi scontri i cui echi leggendari risuonano ancora oggi. La carica di Isbuscenskij (dal nome della località russa sita presso un’ansa del fiume Don, anche se in realtà il piccolo villaggio non venne direttamente coinvolto nello scontro) è un avvenimento occorso durante la Seconda guerra
STORIA mondiale, sul fronte orientale, il 24 agosto 1942, con “interprete principale” il Reggimento “Savoia Cavalleria” (o, molto più semplicemente, “Savoia”, come erano soliti appellarlo gli appartenenti al Reggimento), il quale, con un organico di 700 uomini, riuscì a tener testa alle preponderanti truppe sovietiche, che constavano di circa 2.500 effettivi. L’episodio bellico viene abitualmente ricordato come l’ultima carica di Cavalleria condotta da unità del Regio Esercito Italiano contro reparti di truppe regolari (ed una delle ultime al mondo). Tuttavia, è doveroso precisare che l’ultima carica in assoluto compiuta da reparti di Cavalleria italiani ebbe luogo il 17 ottobre 1942 a Poloj (nell’odier na Croazia), nei confronti di un gruppo di partigiani jugoslavi, da parte dell’ormai disciolto Reggimento "Cavalleggeri di Alessandria". L’inizio delle attività belliche del Secondo conflitto mondiale aveva trovato le Forze Armate Italiane considerevolmente arretrate sul piano tecnologico rispetto agli Eserciti alleati (ed anche avversari). In particolare, l’Ar ma di Cavalleria era entrata in guerra con armamenti e mezzi molto inferiori alle reali necessità militari. Con l’esclusione di alcuni reparti che man mano vennero costituiti quali gruppi corazzati (come, ad esempio, i “Cavalleggeri di Lodi” o i “Lancieri di Vittorio Emanuele II”), lo strumento bellico per Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
eccellenza era rappresentato ancora dal cavallo. Nonostante la scarsità di mezzi a disposizione dell’Esercito Italiano, durante il conflitto l’opinione dell’alleato germanico nei confronti delle nostre truppe mutò in modo considerevole verso un sempre maggiore apprezzamento nei no-
che si sentiva in debito verso i tedeschi per l’aiuto ricevuto precedentemente in Grecia e per il continuo supporto fornitogli in Africa Settentrionale, vide in questa occasione una opportunità di riscatto agli occhi di un cobelligerante che aspirava sempre più ad assumere una posizione domiOrganigramma
stri confronti. Anche per questo motivo Hitler “pretese” che il contingente italiano destinato al fronte orientale venisse potenziato rispetto all’inizio delle ostilità. Mussolini,
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nante, quasi da “padrone”. Furono questi i motivi che indussero il Duce ad inviare in Russia un corpo di spedizione che, in breve tempo, si trasformò in un’armata.
STORIA PREPARAZIONE ALLO SCONTRO Nel conflitto, il “Savoia” era stato inizialmente utilizzato per le operazioni di occupazione della terra croata nella primavera del 1941. Successivamente, nell’estate dello stesso anno, il Reparto fu destinato al fronte russo, inquadrato nella III Divisione Celere del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), composto da oltre 60.000 militari, poi potenziato e portato, come precedentemente accennato, l’anno successivo, a quasi 230.000 militari inseriti nell’Armata Italiana in Russia (ARMIR), guidata dal Generale Giovanni Messe. Dopo un inverno di azioni belliche pressoché ininterrotte, la primavera del 1942 aveva visto la costituzione del Raggruppamento “Truppe a cavallo”, alle dipendenze del Generale Guglielmo Barbò di Casalmorano, che annoverava, oltre al “Savoia”, anche i “Lancieri di Novara” ed il Reggimento Artiglieria a Cavallo “Voloire”. È vero che nel giro dei successivi tre anni si sarebbe entrati nell’era nucleare, ma la creazione di una grande unità militare a cavallo sul fronte orientale trovava, in quel preciso momento storico, la sua principale ragion d’essere nelle ampie distese di terreno fangoso che venivano a crearsi a causa del disgelo primaverile, rendendo di fatto più agevole l’impiego di tali reparti rispetto ad unità meccanizzate o corazzate. Infatti, mentre i “cavalli meccanici” si inceppavaRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
no a causa delle rigide temperature o il carburante scarseggiava, uomini e animali, pur soffrendo in maniera terribile, riuscivano comunque a compiere il loro dovere e portare a ter mine le missioni loro assegnate. Anche le forze sovietiche disponevano di numerose unità di cavalleria. La maggior parte dei cosacchi e finanche i fanti si muovevano spesso a cavallo, provocando sovente lo stupore dei tedeschi in ricognizione ai quali sembrava l’immagine di una migrazione dell’orda mongola. Nell’agosto 1942, le forze alleate lanciarono una massiccia offensiva sul fronte orientale, avanzando fino alla città di Stalingrado e verso il Caucaso: agli italiani venne affidato il compito di difendere lo schieramento sull’ala sinistra, attestandosi nell’area del Don. Tu t t a v i a , i l 2 0 a g o s t o i r u s s i passarono il fiume e sfondarono il tratto frontale impegnato dalla Divisione Fanteria “Sforzesca". Il Raggruppamento “Truppe a cavallo” ricevette l’ordine di contenere l’avanzata nemica, spostandosi nell’area compresa tra i villaggi di Jagodnij e Č ebotaresvskij, al fine di attaccare sul fianco le truppe sovietiche. LA BATTAGLIA Ai primi chiarori dell’alba del 24 agosto 1942, il "Savoia ", dopo aver bivaccato in quadrato nella steppa, protetto dai
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cannoni della "Voloire", iniziava i preparativi per riprendere la marcia verso “quota 213”, un anonimo punto trigonometrico sulle sponde del Don. Durante la notte, l’812º Reggimento di fanteria siberiano della 304ª Divisione di fanteria si era portato con tre battaglioni a circa un chil ometro dall’accampamento, trincerandosi in buche scavate fra i girasoli, for mando un ampio semicerchio da nord-ovest a nord-est, in attesa della prima luce del giorno, tradizionalmente il momento più propizio per attaccare a sorpresa un nemico ancora stanco ed assonnato. Prima di “spiantare le tende”, gli italiani inviarono in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal Sergente Ernesto Comolli. Quasi per caso, un componente della pattuglia, il Caporalmaggiore Aristide Bottini, notò un soldato appostato tra i girasoli: pensando fosse un alleato tedesco, lo chiamò e questi, nel girarsi, mostrò l’elmetto di colore oliva con al centro la stella rossa, svelando così l’identità nemica. Al primo colpo sparato dalla pattuglia italiana, i sovietici risposero con un deciso fuoco di mortai e mitragliatrici. Tra i primi feriti ci furono anche il Tenente Colonnello Giuseppe Cacciandra, Vice Comandante del Reggimento (colpito ad una gamba), il Capitano Renzo Aragone (centrato ad un ginocchio), mentre il Comandante, Colonnello Alessandro Bettoni Cazzago, ebbe il pastrano forato
STORIA
Lo schema della carica
da un proiettile. Dopo un iniziale sconcerto, gli italiani risposero al fuoco con i cannoni delle batterie a cavallo, comandati dal Tenente Giubilaro, costringendo i sovietici ad arretrare. Accortosi della manovra nemica e convinto dall’Aiutante Maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano a dosare le forze in ragione di una possibile evoluzione del contesto tattico, il Colonnello Bettoni Cazzago ordinò al 2° Squadrone, alle dipendenze dal Capitano Francesco Saverio De Leone, di effettuare una carica sul fianco sovietico. L’eccitazione dei Cavalieri era innegabilmente palpabile: per molti questa sarebbe stata l’unica (e forse ultima) possibilità di partecipare ad una carica. Appena scomparso dal campo visivo, il 2° Squadrone compì un’ampia conversione e l’ordine "Sciabl’ mano" confermò a tutti che quella giornata Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
sarebbe entrata nella Storia. L’entusiasmo crebbe all’unisono con l’andatura dei cavalli: al grido "Caricat" tutti urlarono "Savoia". Il boato coprì il frastuono della carica (giungendo nitidamente fino al Reggimento) e i Cavalieri si scaraventarono verso le linee nemi-
che, a ranghi serrati e sciabole sguainate, lanciando anche bombe a mano ed esplodendo raffiche di mitragliatrice. I sovietici, colti di sorpresa, vennero scompaginati e tentarono di ripiegare in maniera confusa. Rimasto isolato alle spalle del nemico, il 2° Squadrone portò a termine una seconda carica per rientrare nelle sue linee, aumentando così il disordine nello schieramento sovietico. A quel punto, il Comandante del Reggimento fece appiedare il 4° Squadrone, del Capitano Silvano Abba, e lo inviò ad impegnare frontalmente il nemico, con lo scopo di alleggerire la pressione sull’altro reparto già coinvolto. La manovra ebbe momentaneo successo, ma costò la vita al Capitano Abba, il quale venne ucciso da una raffica di mitra (motivo per cui ricevette la Medaglia d’Oro al Valor Milita-
Le foto della carica
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STORIA re alla memoria). Nonostante i sovietici fossero pressoché allo sbando, alcuni nuclei furono ancora in grado di reggere l’impeto dopo le due cariche del 2° Squadrone e l’assalto appiedato del 4° Squadrone, provocando sensibili perdite fra le file dei Cavalieri italiani. Il Maggiore Dario Manusardi, unitosi al 2° Squadrone durante la prima carica (avendolo comandato fino a pochi giorni prima), si presentò al cospetto del Colonnello Bettoni Cazzago sollecitando l’invio di un altro squadrone montato. Il Comandante ordinò, pertanto, la carica anche al 3° Squadrone, agli ordini del Capitano Francesco Marchio, seguito dal Comandante del 2º Gruppo Squadroni (il Maggiore Alberto Litta Modignani) e dal personale del suo Comando. Litta Modignani rimase ucciso nell’azione, insieme al suo Aiutante Maggiore, Sottotenente Emilio Ragazzi, (entrambi decorati di Medaglia al Valor Militare). Quest’ultima carica ruppe risolutivamente la resistenza dei sovietici, che ripiegarono scompostamente, ma le perdite tra gli italiani furono importanti (lo stesso Capitano Marchio, gravemente ferito, fece in modo di ottenere dagli Ufficiali medici intervenuti in suo aiuto il maggior dosaggio di morfina possibile per affrontare nuovamente il nemico). Lo scontro poteva dirsi concluso alle 9:30. Il Colonnello Bettoni Cazzago fece spiegare lo stendardo, radunò gli uomini Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
ed ordinò di presentare le armi verso “quota 213”. Alla fine dei conti, le perdite italiane furono di 32 morti e 52 feriti, con un centinaio di cavalli fuori combattimento. I sovietici lasciarono sul campo 150 morti e 300 feriti oltre ad una quantità ingente di armi (4 cannoncini, 10 mortai e una cinquantina tra mitragliatrici ed armi automatiche); 600 uomini furono fatti prigionieri. L’azione aveva contribuito ad allentare la pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e aveva consentito il riordino delle posizioni italiane. Le truppe sovietiche, tuttavia, furono in grado di riconsolidare a breve le teste di ponte conquistate al di là del Don. Proprio nel giorno del 250° anniversario della costituzione del Reparto si era compiuta la pagina più gloriosa della storia delle "cravatte rosse". L’unico tassello mancante era il nome da dare alla carica: fu deciso per “Isbuscenskij”, località che, proprio grazie a questo episodio, è entrata nella storia delle Forze Armate Italiane. LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA Durante la spedizione in Russia, i Cavalieri erano stati impegnati nei compiti più svariati, dalla riserva mobile (al passo dei corazzati alleati) a compiti di ricognizione (aprendo la strada in numerose offensive), dal controllo del territorio (con aspri scontri con truppe cosacche e partigiane) alla protezione dei fianchi delle gran-
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di Unità e, quando la situazione lo aveva richiesto, anche la difesa di punti strategici. Nella campagna di Russia, la Cavalleria italiana si era saputa armonizzare in uno scenario ostile (molto diverso da quello di provenienza) senza perdere la capacità di combattimento, risultato di una profonda cultura militare che affondava le sue radici fin nella tradizione risorgimentale. La carica di Isbuscenskij può essere collocata a pieno titolo nella galleria delle grandi imprese compiute dai nostri Reparti nella Seconda guerra mondiale, spesso a costo di ingenti perdite e con l’ausilio di mezzi ed equipaggiamenti obsoleti: una realtà militare profondamente complessa si era amalgamata con l’immagine romantica, epica, ma anche fortemente anacronistica di un reggimento di Cavalleria che aveva caricato alla sciabola. Il “Savoia” riuscì a guadagnare sul campo la Medaglia d’Oro allo Stendardo, due Medaglie d’Oro alla memoria, due Ordini Militari di Savoia, 54 Medaglie d’Argento, 50 Medaglie di Bronzo, 49 Croci di Guerra, nonché diverse promozioni per meriti di guerra. Proprio questa azione, inoltre, consentì di dare nuovo valore alla partecipazione della nos t r a C a v a l l e r i a i n u n Te a t r o Operativo in cui l’alleato galoppava su "cavalli di razza" da 40 tonnellate. Tu t t a v i a , a l m e n o a l l ’ i n i z i o , l’eco della carica non aveva superato di molto i confini della zona di operazioni. In breve
STORIA tem p o, p erò, i l p a s s a p a rol a cominciò a circolare, inorgogliendo i cuori dei sopravvissuti: "Savoia ha caricato!" Quando la notizia giunse in Italia, la carica di Isbuscenskij ebbe immediatamente un’eco smisurata: l’azione venne ampiamente sfruttata (ed anche un po’ ingigantita) dalla propaganda del regime, suscitando vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa ed ampie cronache nei cinegiornali. Il commento di alcuni Ufficiali tedeschi, che si congratularono con Bettoni per l’episodio, fu: “Noi queste cose non le sappiamo più fare”. La frase pur con intenti elogiativi, era un’implicita denuncia dell’arretratezza in cui versavano le Forze Armate Italiane in generale e quelle impegnate sul fronte orientale in particolare. Nel corso della ritirata dalla Russia, poi, il “Savoia” fu pesantemente decimato. Solo un piccolo nucleo fu in grado di rientrare in Italia. Nel settembre 1943 un Gruppo Squadroni appiedato del Reggimento partecipò alla difesa di Civitavecchia contro i tedeschi. Il "Savoia " fu sciolto al termine della Seconda guerra mondiale. IL REGGIMENTO OGGI Il 15 ottobre 1946 venne costituito il Gruppo Esplorante “3º Cavalieri”, al quale furono assegnati colori, fregio e numero del disciolto Reggimento. Il 15 aprile 1950 venne trasformato in 3º Reggimento Cavalleria Blindata “Gorizia Cavalleria". Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
nella “Brigata Paracadutisti Folgore". BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA Fregio del Reggimento “Savoia Cavalleria (3°)”
Il 4 novembre 1958 riprese la denominazione di Reggimento “Savoia Cavalleria (3º)”, e il 4 novembre 1961 fu ripristinata la cravatta rossa, sopprimendo il bordo rosso alle fiamme.
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della cavalleria e altri scritti, Ed. fuori commercio a cura della Scuola di Cavalleria, 2004
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tima (epica) carica della cavalleria italiana - 09.09.2012 - Seconda Guerra Mondiale (www.loschermo.it/articoli/view/46143)
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Museo della Guerra (www.museoLe mostrine del Reggimento “Savoia Cavalleria (3°)”
L’11 ottobre 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, l’unità fu riordinata in 3º Gruppo Squadroni Corazzato “Savoia Cavalleria" di stanza a Merano, con personale del disciolto reggimento ed a supporto del “4º Corpo d’Armata Alpino” di Bolzano. Il 23 maggio 1992, nell’ottica di un nuovo riordinamento della Forza Armata, il Gruppo Squadroni venne ricostituito in Reggimento “Savoia Cavalleria (3º)” e dal 1995 fu trasferito a Grosseto in sostituzione del preesistente Reggimento “Lancieri di Firenze (9º)”, inquadrato nella “Brigata Aeromobile Friuli", all’interno del “1º Comando delle Forze di Difesa”. Dal 2013 il Reggimento è inserito
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felonica.it)
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www.esercito.difesa.it it.wikipedia.org
“Articolo pubblicato dalla Rivista di Cavalleria numero 3/2015 - per gentile concessione dell’Editore”
S T O R I A
Sopra Cartina dell’Afghanistan (in rosso la Valle del Panjshir)
A destra Ahmad Shah Massud
AHMAD SHAH MASSUD, IL “LEONE DEL PANJSHIR” La Morte, io non la temo, poiché ella è mia compagna [...]. Khalilullah Khalili (poeta afgano)
S
del Tenente Colonnello Marcello Marzani
ono trascorsi quattordici anni dalla scomparsa, in un attentato suicida perpretato ai suoi danni, di Ahmad Shah Massud. Venerato dai suoi uomini, temuto dagli avversari e ammirato da numerosi osservatori stranieri, Massud ha incarnato la fierezza di un popolo che si è sempre battuto per la propria indipendenza. Leader militare Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
carismatico, politico sagace e intellettuale raffinato, ha vissuto un’esistenza dai contorni leggendari, che lo ha consacrato alla storia con l’appellativo di “leone del Panjshir”. Una vita a cui fanno da sfondo le luci e le ombre che da secoli caratterizzano un territorio difficile, l’Asia centrale, e un Paese tormentato, l’Afghanistan, da decenni al centro del
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cosiddetto Grande Gioco (1). Secondo di quattro fratelli e tre sorelle, Ahmad Shah viene alla luce nel gennaio del 1953 a Jangalak, un villaggio nel nord dell’Afghanistan. Come è consuetudine nelle famiglie tradizionaliste, la data esatta della nascita non viene annotata; è sufficiente sapere che egli è figlio di Dost-Mohammad detto il Panshiro, marito
STORIA
rri e blindati Rottami di ca tan in Afghanis
sovietici
di Shirin-Gol. Il padre di Ahmad è un degarwal, un Colonnello dell’Esercito reale afgano, che da acceso patriota sceglie con oculatezza il nome del proprio figlio: Ahmad Shah è infatti il condottiero vissuto nel XVIII secolo e conosciuto come il Durrani (colui che è adorno di perle), fondatore dell’omonima dinastia e considerato il padre dell’Afghanistan. Massud è invece un soprannome (proviene dall’arabo Mas’ud, il fortunato o il beato) adottato da Ahmad Shah soltanto nel 1974. Di etnia tagika, come gran parte degli abitanti del Panjshir, Massud trascorre i primi anni della propria infanzia a contatto con la natura aspra della valle, un luogo ove le arcaiche tradizioni tribali si fondono con i raffinati retaggi culturali e linguistici della Persia classica: un humus dal quale germoglieranno l’intima fede, l’inclinazione per la filosofia e l’amore per la poesia, specie Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Combatte
nti mujahe
per le liriche di Hafez (2). I trasferimenti del Colonnello Dost-Mohammad impongono alla famiglia frequenti spostamenti che offrono al giovane Ahmad l’opportunità per avvicinarsi al complesso mosaico etnico e culturale dell’Afghanistan: il gruppo più cospicuo, i Pashtun, ma anche i meno numerosi Hazara e Uzbeki. Grazie alla rispettabile posizione sociale paterna, a Kabul la famiglia di Massud abita in una moderna residenza e, dal 1964 al 1971, Ahmad potrà frequentare una scuola elitaria: il liceo francese Esteqlal, “Indipendenza”. Una parentesi di studio e di vita che Massud ricorderà come il periodo più felice della propria esistenza. Il futuro leader della guerriglia afgana viene descritto come un adolescente snello, molto più maturo dei suoi coetanei, poco incline ai passatempi futili, con una particolare predilezione per i libri e gli scac-
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ddin
chi. Negli studi è zelante: avido lettore, portato per la matematica, imparerà bene il francese anche se avrà sempre una sorta di ritrosia nell’esprimersi in questa lingua. Al termine del liceo, pur sollecitato dai suoi insegnanti a proseguire gli studi in Francia, compie una scelta che forse egli stesso non saprà spiegarsi fino in fondo: restare in Afghanistan. Lasciato il sistema educativo francese dell’Esteqlal, con l’iscrizione al corso di laurea in architettura presso il politecnico di Kabul, Massud entra in contatto con la cultura sovietica, anche se non imparerà mai il russo. I primi anni Settanta rappresentano una svolta nella sua personalità. Dopo essersi allontanato dalle amicizie dell’infanzia, intraprende un percorso che lo condurrà vicino ad ambienti islamici anche radicali. Abbandona il politecnico, insieme ad altri studenti insofferenti del comunismo, e tro-
STORIA va rifugio in Pachistan (luogo prescelto da numerosi integralisti) ove resta fino al 1974. Nello stesso anno Massud ritorna nel Panjshir per compiere la sua prima azione di guerriglia: l’occupazione della stazione di polizia di Rokkha. L’impresa, alla quale prendono parte alcune decine di armati, mira a provocare una sollevazione popolare contro Daud (3) e i simpatizzanti sovietici, ma si rivela un fallimento. Ad un iniziale sconcerto, segue la rabbiosa reazione dei contadini, convinti di avere a che fare con dei malviventi piuttosto che con dei patrioti. I guerriglieri superstiti devono riparare in Pakistan e Massud, che ripiega a Peshawar, messa da parte Un soldato sovietico in Afghanistan
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l’azione si dedica allo studio e alla lettura. Lo attirano molto gli scritti di De Gaulle, già conosciuti al liceo, i saggi di Mao e i testi sufi, nei quali approfondisce la dimensione filosofica e mistica della religione. Secondo Michael Barry (4) è proprio in questi anni di studio e riflessione che Massud prende definitivamente le distanze dall’integralismo islamico; un distacco non dalla fede (Massud resterà sempre intimamente devoto) ma dal fanatismo di coloro i quali reputano inammissibile il modello panislamico immaginato da Ahmad Shah. Il 1979, anno dell’invasione sovietica, coincide con una seconda e più organizzata iniziativa militare intrapresa da Massud e dai suoi uomini. Pochi mesi prima dell’ingresso dei blindati dell’Armata Rossa in Afghanistan, i
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guerriglieri guidati da Ahmad Shah e provenienti dal Pakistan si schierano al fianco dei ribelli del Nuristan (nella parte nord-occidentale del Paese, ai confini con il Pachistan), vittime di una dura repressione da parte delle forze filocomuniste di etnia Pashtun. Quello che di fatto rappresenta l’esordio di una lunga stagione di guerriglia contro i russi si rivela anche il primo passo verso la definitiva affermazione del Comandante Massud nel Panjshir, con la sua graduale assunzione del duplice ruolo di leader politico e militare. La resistenza dei mujaheddin (5) dal punto di vista iconografico si identifica con l’immagine di guerriglieri equipaggiati con armi di fortuna ed immancabilmente ritratti con il pakol (il tipico copricapo delle regioni montane destinato a dive-
STORIA nire uno dei simboli dell’orgoglio patriottico afgano). Se in molti riconoscono che il successo della guerriglia sia da ascrivere alla determinazione ed al coraggio dei combattenti musulmani, non si devono trascurare alcuni macroscopici errori commessi dalla leadership russa che, tanto per cominciare, minimizza le capacità operative del nemico. Altre ragioni della clamorosa sconfitta sovietica sono la mancata previsione di reazioni internazionali (americana e cinese), la sopravvalutazione dell’efficacia dell’Esercito regolare afgano e l’impiego massiccio di soldati di leva, aspetto quest’ultimo destinato a suscitare pesanti critiche da parte dell’opinione pubblica russa che, di fronte alle prime vittime, prende le distanze da una campagna che in molti giudicano inutile. I dieci anni di occupazione sovietica dell’Afghanistan sono ca-
ratterizzati dall’alternanza fra le massicce operazioni militari condotte dall’Armata Rossa e i ripetuti colpi di mano dei mujaheddin i quali, grazie al fervore patriottico con cui si battono, riescono addirittura a fare breccia fra le fila di un nemico che, spesso disorientato, non di rado opta per la diserzione. Un successo, quello dei guerriglieri, nel quale giocano un ruolo essenziale le capacità militari di Massud. Se inizialmente i combattenti agli ordini del “Leone del Panjshir” sono soltanto poche decine, in breve divengono alcune migliaia e come tali richiedono un’accurata selezione e un efficace addestramento e coordinamento sul campo. Sottoposti ad una ferrea disciplina (nella quale trovano spazio la cura per la persona e per l’uniforme), gli uomini di Massud operano in un territorio, la valle del Panjshir, suddiviso in sette zone operative all’interno
di ciascuna delle quali vi sono ventidue strutture denominate qarar-gah. Queste basi operative, provviste di almeno un’arma controaerei e un mortaio pesante (prede belliche o armi di provenienza pachistana) sono protette da nuclei di “difesa vicina”, le mahalli o sabet. Si tratta di unità composte da uomini e donne tratte dalla locale popolazione rurale, che abbinano i compiti di vigilanza armata alle quotidiane attività agricole, svolte anche a beneficio della base militare. Nucleo vitale della qarar-gah sono tuttavia i combattenti a tempo pieno: gli zorbati, o tiratori, circa quaranta, che agiscono nei trenta chilometri di terreno attorno alla base; i motaharrek, o mobili, cento uomini scelti per assolvere compiti operativi anche in località lontane dalla base, posti agli ordini di un Qommandan (Comandante) e di un Mo’awen (Vicecomandante). A Barry non
fghanistan ietiche in A v so e p p u Tr
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STORIA sfugge la somiglianza fra l’organizzazione militare di Massud e quella dell’Esercito dell’antica Roma, le cui caratteristiche organizzative e criteri d’impiego di centurie e decurie hanno molto in comune con le modalità d’azione dei motaharrek (6). Le nozioni militari di Massud, in parte trasmessegli dal padre Colonnello, ma perlopiù acquisite nei campi d’addestramento pachistani, si dimostrano cruciali nelle fasi di reclutamento e primo addestramento dei guerriglieri. Egli ha una vera e propria avversione per l’indolenza e pretende che i suoi uomini, nei momenti di tregua, si dedichino a discipline scientifiche o umanistiche attinenti alla loro realtà di combattenti e futuro di cittadini. Un impegno nel quale si intuisce l’essenza di una complessa personalità: soldato, ma anche politico e intellettuale, convinto sostenitore dell’equivalenza fra la “penna” e il “lanciarazzi”, entrambi essenziali per il successo della lotta (7). In cambio di questo impegno, offre ai suoi uomini la possibilità di salire i gradini della gerarchia: per diventare leader è indispensabile iniziare dal basso, ma i combattenti più motivati e capaci potranno aspirare a posizioni di vertice: alcuni di essi andranno a costituire il primo nucleo del futuro Esercito afgano agli ordini del Ministro della Difesa Mohammad Fahim (8), storico compagno d’armi di Massud. Uno degli aspetti che i biografi del “Leone del Panjshir” mettono maggiormente in risalto è la sua clemenza nei confronti dei prigionieri di guerra: somministrare cibo sufficiente e garantire ai neRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
hanistan
ietici in Afg
Soldati sov
Il Generale
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Boris Grom
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STORIA mici catturati una dignitosa sistemazione sono, per Ahmad Shah, un dovere religioso e un imperativo etico le cui radici affondano probabilmente negli insegnamenti paterni. Il trattamento umano dei prigionieri, con il trascorrere del tempo, si rivelerà anche una tattica vincente poiché saranno in molti, specie fra i militari di leva russi, a consegnarsi spontaneamente ai mujaheddin afgani confidando nell’indulgenza del loro Comandante. Il controllo della Valle del Panjshir da parte di Massud non è esclusivamente di natura militare, ma consiste in una articolata amministrazione del territorio. Ahmad Shah (e qui si intravede traccia delle teorie maoiste assimilate negli anni di studio a Peshawar) concepisce la ribellione armata quale componente di un disegno ben più complesso di trasformazione politico-sociale del Paese. Un disegno nel quale devono essere contemplati aspetti altrettanto basilari, quali economia, salute, educazione scolastica, giustizia: ed è per questo che, allo strumento militare, Massud affianca delle vere e proprie istituzioni civili, i cosiddetti Comitati, diretti da laici e religiosi formatisi nella capitale. Accanto al Comitato per le informazioni, del quale si è fatto cenno parlando di Mohammad Fahim, il Comandante istituisce i Comitati per l’istruzione, per la cultura e propaganda, per la sanità e l’economia. Una visione lungimirante e moderna, quella di Massud, che apparentemente stride con alcune scelte incomprensibili, come quella di promuovere l’istruzione dei più giovani, ma allo Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
stesso tempo tenere maschi e femmine separati. La spiegazione di quello che potrebbe sembrare un indecifrabile rigurgito integralista è invece frutto della profonda conoscenza, da parte di Massud, della Valle e della sua gente. Rispettarne le tradizioni, procedere per gradi senza imporre cambiamenti troppo repentini equivale, per il Comandante, a consolidare la propria immagine fra la popolazione, aumentare i consensi e puntare a obiettivi lontani nel tempo, ma sicuramente più ambiziosi e duraturi. Un modo di agire nel quale, ancora una volta, si percepisce l’insegnamento di Mao che, in un discorso del 1957, sottolineò come fosse necessario, per i rivoluzionari, calarsi nella realtà delle masse all’interno delle quali imparare a muoversi come “pesci nell’acqua”. Uno sguardo alle iniziative del Comitato per l’economia è utile a cogliere appieno la valenza politica, oltre che militare, della strategia di Massud il quale si adopera per scongiurare l’abbandono della Valle da parte dei suoi abitanti. Se da un lato i guerriglieri difendono con le armi i raccolti e il bestiame dalle scorrerie russe, dall’altro godono di un’autonomia per sopravvivere anche in assenza di aiuti esterni. Il denaro che Massud riesce a raccogliere per sovvenzionare in proprio la guerriglia proviene da due fonti principali: lo sfruttamento delle miniere di smeraldi dell’Alta Valle e l’efficace sistema di tassazione dei commercianti (compresi quelli che si sono trasferiti altrove) chiamati a versare un quinto del proprio reddito per la causa comune.
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Il consenso etnico tagiko, pilastro del successo dell’amministrazione del Panjshir da parte di Massud, si rivelerà paradossalmente il tallone di Achille della strategia del Comandante. In effetti non mancano le occasioni in cui Ahmad Shah manifesta un aperto risentimento nei confronti di chi lo identifica tout court come tagiko senza tener conto della sua visione delle cose sicuramente molto più ampia. Massud sa benissimo che l’orgogliosa appartenenza ad un clan rappresenta la forza, ma più spesso il limite, per il progresso dell’Afghanistan. Per Massud, che si reputa un leader nazionale e non uno dei tanti signori della guerra, le tappe per la liberazione del Paese sono quattro: “piantare i semi”, attuare “la difesa attiva”, incitare “l’offensiva strategica” e curare “l’applicazione generale”. All’ultima di queste quattro marhale (tappe) (9) Massud non farà in tempo ad assistere, ma nel 1980, ad un anno di distanza dall’invasione sovietica, egli reputa i tempi maturi per scatenare l’offensiva. Sono anni in cui si assiste al sempre più incalzante susseguirsi di audaci colpi di mano dei motaharrek e di rabbiose reazioni russe, queste ultime massicce escalation di violenza che non risparmiano la popolazione civile. Dopo una tregua siglata nel gennaio del 1983 e spirata nell’aprile dell’anno successivo, riprende il confronto fra guerriglieri afgani e un’Armata Rossa sempre più logorata. A risolvere il protrarsi di un confronto interminabile contribuisce il deciso cambio di rotta del nuovo presidente del partito comunista sovietico, Michail Gor-
STORIA baciov, che ordina il graduale ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Al ripiegamento dei russi (i primi reggimenti lasceranno Herat attraversando la frontiera turkmena), corrisponde la graduale avanzata dei guerriglieri di Massud, protagonisti di attacchi sempre più efficaci grazie anche alla disponibilità di una temibile arma terra-aria, lo Stinger. Pressati dalle offensive dei mujaheddin e oramai consapevoli che la guerra in Afghanistan non potrà mai essere vinta, gli uomini del generale Gromov dopo dieci anni di guerra lasciano il Paese: l’ultimo soldato russo attraverserà il ponte dell’Amicizia, sull’Amu Darya, il 15 febbraio del 1989, lasciandosi alle spalle l’Afghanistan dopo aver varcato il confine uzbeko. Il bilancio di questo decennio di guerra è drammatico: dei circa 620 mila soldati russi inviati sul fronte afgano, oltre 14 mila cadono in combattimento; a questi si devono aggiungere i feriti, oltre 53 mila, almeno 400 dispersi e un numero imprecisato di combattenti che ha contratto malattie al fronte. Cifre che, secondo fonti militari sovietiche, farebbero lievitare a 26 mila il numero delle vittime russe della guerra in Afghanistan (10). Le perdite materiali, secondo le stesse fonti, assommano a 118 velivoli, 333 elicotteri, 147 carri armati, più di 100 fra mortai e pezzi di artiglieria, oltre 11 mila mezzi terrestri di vario tipo. Più arduo è quantificare le perdite afgane, sia per la natura elusiva della guerriglia, che per la difficoltà nel distinguere le vittime delle offensive sovietiche da Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
quelle di scontri fra fazioni interne al Paese. Oltre ai mujaheddin morti in azione, fra i 70 e i 90 mila, vi sono i Caduti delle forze governative, almeno 18 mila (11), e le vittime civili, da 600 mila a 2 milioni secondo le fonti. E poi 3 milioni di feriti, un terzo dei quali con lesioni permanenti, e un numero imprecisato di vittime, tra cui molti bambini, oltre a circa 5 milioni di profughi costretti dalla guerra a lasciare il Paese e vivere in situazioni igienico-sanitarie gravemente precarie. Con il ritiro dell’Armata Rossa si apre, per l’Afghanistan, una nuova stagione di scontri nella quale giocano un ruolo decisivo i rinnovati contrasti fra gruppi etnici, sino ad allora soffocati dalla dominazione sovietica: una situazione fragile e con singolari analogie con quanto, più o meno negli stessi anni, accade nella Jugoslavia post-socialista. Il disegno di Massud, che aspira ad un Paese multietnico e indipendente, si scontra con le velleità di ingombranti vicini, in primis il Pachistan, che puntano alla creazione di un Afghanistan in posizione subalter-
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La bandiera dell’Afghanistan
na e amministrato da un governo a maggioranza Pashtun. È evidente come il Comandante, un tagiko lontano dall’integralismo religioso e fautore dell’indipendenza nazionale, rappresenti un concreto ostacolo per chi ambisce a sottomettere l’Afghanistan e ridurlo al rango di Paese satellite. Sconfitto il nemico comunista, per Massud si profilano all’orizzonte nuovi avversari: prima Gulbuddin Hekmatyar, leader fondamentalista del partito Hezb-i Islami fortemente appoggiato da Islamabad, poi i Talebani che lo costringono a ripiegare nella Valle del Panjshir per riorganizzare la guerriglia. Al successo strettamente militare della strategia di Massud, con il trascorrere degli anni, non corrisponde l’analoga affermazione politica di un leader che crede nella pacifica convivenza di diverse correnti politiche e religiose. Massud tuttavia non riuscirà ad imporsi pacificamente sui numerosi signori
STORIA della guerra afgani, la cui prosperità non può prescindere dal frazionamento del Paese. Il predominio della cultura tribale sull’idea nazionale trova interessati consensi in uno scenario geopolitico nel quale sono in molti ad ostacolare l’emancipazione dell’Afghanistan. In questo clima avvelenato matura l’attentato ad Ahmad Shah Massud. Dopo molte insistenze il Comandante accorda il permesso a due sedicenti giornalisti marocchini, in realtà terroristi tunisini, per una intervista. Per l’uomo che non dormiva mai due notti consecutive nello stesso luogo si tratta di una circostanza fatale. È il 9 settembre del 2001 quando l’ordigno celato nella telecamera esplode causando la morte di uno degli attentatori, dell’interprete e dello stesso Massud. Nello stesso attentato restano feriti due uomini del Comandante e l’altro terrorista, ucciso in un secondo momento dai guerriglieri di Massud. Ai funerali del Comandante prenderanno parte, si dice, più di 100 mila persone; i suoi uomini, racconta Barry, urlano di rabbia e di dolore per la scomparsa di quello che chiamavano amersahib, “Comandante-signore” e che da allora sarà shahid amersahib, il “martire Comandante-signore”. Massud lascia la moglie Sediqa e sei figli. La più piccola, Nasrine, ha solo tre anni. Di fronte alla scomparsa di colui che diverrà un eroe nazionale, tornano alla mente le parole di Ettore Mo, uno dei giornalisti che ebbe modo di conoscerlo più da vicino. In un articolo pubblicato all’indomani dell’attentato, Mo Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
ricorda che alla domanda se i Talebani, più forti e meglio equipaggiati, sarebbero stati in grado di sopraffarlo, Massud rispose: “Oh sì …Ma prima dovranno passare sul mio corpo” (12). L’ennesima dimostrazione della assoluta dedizione di Massud alla causa afgana, ma anche della sua amara consapevolezza di uomo e di Comandante, disposto a sacrificare la propria vita per l’indipendenza della propria gente.
(7) Barry, Op. cit., p. 181.
NOTE
(11) Giustozzi Antonio, War, Politics
(1) Il Grande Gioco, The Great Ga-
me, si riferisce al confronto fra Regno Unito e Russia per l’egemonia in Medio Oriente e in Asia Centrale. Termi-
ne coniato dagli inglesi nel XIX seco-
(8) Mohammad Fahim (1957-2014) ha combattuto contro l’Ar mata
Rossa nella guerra civile afgana e si è battuto contro i fondamentalisti
islamici del Mullah Omar. Per conto di Massud ha diretto un efficiente
servizio di intelligence nella Valle del Panjshir.
(9) Barry, cit., p. 193.
(10) Lester W. Grau and Michael A.
Gress, The Russian General Staff, The Soviet-Afghan War, University Press of Kansas, 2002.
and Society in Afghanistan.19781992, Hurst, London, 2000.
(12) Ettore Mo, Addio Massud, nemico dei Talebani, Corriere della Sera, 15 settembre 2001.
lo, per i russi corrisponde al Turniry Te-
BIBLIOGRAFIA
to, i cui protagonisti sono Eserciti, di-
Barry Michael, Massud. Il leone del
negli anni si è allargato ad altre po-
2011
ney, il Torneo delle Ombre. Il conflitplomazia e servizi d’informazione, tenze, fra cui Stati Uniti e Pakistan.
Per via del mutato scenario geopolitico oggi si parla di Nuovo Grande Gioco.
(2) Hafez (Shiraz, 1315-1390), “colui
che sa recitare a memoria il Cora-
no”, autore di celebri poemi lirici (ghazal) è considerato uno dei massimi autori della tradizione letteraria persiana.
(3) Mohammad Daud Khan (19091978), primo Presidente dell’Afghanistan dopo la fine della Monarchia.
(4) Barry Michael, Massud. Il leone del Panjshir, Ponte alle Grazie, Mila-
no, 2011.
(5) Dall’arabo “colui che compie
uno sforzo o che si impegna in qualcosa”, è oggi sinonimo di patriota,
combattente e, molto spesso, combattente di fede islamica. (6) Barry, op. Cit., p. 177.
109
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Mo Ettore, Addio Massud, nemico
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Il Caporale Frank Chamizo Marquez
E S E R C I T O E S P O R T
SETTEM
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del Tenente Colonnello Stefano Mappa*
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hiusa la parentesi estiva, caratterizzata da prestigiosi risultati internazionali come l’oro ed il bronzo europei del VFP1 Valerio Grasselli nel pentathlon moderno, il bronzo del Caporale Maietta nel pugilato ed i numerosi podi in manifestazioni di rilievo del Primo Caporal Maggiore Rachele Bruni nel nuoto di fondo e del Caporal Maggiore Scelto Daniele Meucci nell’atletica, la stagione agonistica 2015 degli atleti del Centro Sportivo Olimpico
dell’Esercito ha ripreso a pieno ritmo con altri grandi appuntamenti agonistici. L’apertura di questo nostro approfondimento mensile è doverosamente dedicata ad un atleta che, il giorno successivo al suo arruolamento, ha vestito con grande determinazione non solo i gradi di Caporale, ma anche quelli di Campione del Mondo di lotta libera, qualificandosi di diritto per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Questo prodigioso atleta si chiama
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ESERCITO E SPORT Frank Chamizo Marquez, ha ventitré anni ed è di origini cubane ma naturalizzato italiano. La sua giornata più gloriosa è stata lo scorso 11 settembre a Las Vegas dove, nell’edizione 2015 dei Campionati Mondiali di lotta, ha conquistato il titolo iridato dei 65 kg, superando in finale con il punteggio di 4 a 3 l’uzbeco Navruzov. Chamizo, sposato con la collega Caporal Maggiore Dalma Caneva, nel 2014 si era aggiudicato l’oro ai Campionati Europei under 23 di Walbrzych in Polonia mentre, lo scorso giugno, si era distinto per l’argento ai primi Giochi Europei di Baku, in Azerbaijan. “Questa medaglia - evidenzia Frank Chamizo - ha un sapore molto speciale; arriva, infatti, al termine di una stagione agonistica eccezionale, ricca di impegni, che mi ha consentito di conquistare un argento ai Giochi Europei di Baku, l’oro mondiale a Las Vegas con relativa qualifica per i Giochi Olimpici del prossimo anno. Non potevo desiderare un inizio migliore con il Centro Sportivo Esercito, che ringrazio tantissimo per avermi arruolato tra le proprie fila insieme a tanti altri campioni. La medaglia di Las Vegas è un successo che mi onora. Ringrazio tutti colori che mi hanno aiutato in questa impresa, anche mia moglie Dalma Caneva, atleta anch’essa dell’Esercito. La mia speranza è di partire con lei per Rio de Janeiro e tornare vincenti”. E per restare in tema di Campionati del Mondo, un altro importante risultato arrivato a settembre è stato il bronzo della staffetta del team relay, nella giornata d’esordio della manifestazione iridata di mountain bike & trials, disputatisi Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
dall’1 al 7 settembre a Vallnord (Andorra). Il giorno 2 settembre, il quartetto italiano composto dal Primo Caporal Maggiore Eva Lechner (15”18) e dal bronzo olimpico di Londra 2012 Marco Aurelio Fontana (12’25”), dall’under 23, il Caporale Gioele Bertolini (12’45”) e dallo
l’Italia, - sottolinea Eva Lechner – una medaglia che giunge in un momento della mia carriera molto delicato, soprattutto se visto a poco meno di un anno dai Giochi Olimpici di Rio. Dopo l’argento individuale dello scorso agosto agli Europei di Alpago, nel bellunese, sentivo di star bene ed og-
Sul podio Eva Lechner e Gioele Bertolini
junior Francesco Bonetto (13”18) è salito sul terzo gradino del podio dopo 53’46” di gara, alle spalle della squadra francese, prima in 52’45” e di quella danese, seconda in 53’09”. 1 minuto ed 1 secondo, quindi, il distacco degli azzurri dal team transalpino e 37 secondi da quello della Danimarca, in un’avvincente gara che ha visto gli azzurri passare dalla seconda posizione delle prime due frazioni, alla quarta piazza della terza, per poi infine risalire di un posto nell’ultima, grazie alle brillanti prestazioni dei due atleti del Centro Sportivo Esercito, Eva Lechner e Gioele Bertolini. “Una gioia enorme per me e per
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gi, come in passato, ho dato il mio contributo per conquistare una medaglia mondiale. Sono felicissima, la voglio dedicare a tutti coloro che giornalmente mi aiutano a conseguire questi importanti traguardi come gli sponsor, il tecnico e l’Esercito, con il suo staff di dirigenti”. Meno esaltanti invece le prove individuali dei giorni successivi: Bertolini ha chiuso al 6° posto tra gli under 23, mentre la bolzanina si è classificata al 23° posto nella categoria donne elite. L’amaro in bocca lasciatole da questo piazzamento è stato cancellato soltanto due settimane dopo grazie all’argento conquistato il 17 settembre
ESERCITO E SPORT a Las Vegas in occasione della prova d’apertura della Coppa del Mondo di ciclocross. Infatti, memore degli importanti risultati internazionali e nazionali conseguiti nel 2014 (argento mondiale, l’oro in Coppa del Mondo e titolo italiano) e nel 2015 (oro in Coppa del Mondo ed oro italiano) alle 20:15 locali, il Primo Caporal Maggiore dell’Esercito ha esordito nel circuito iridato 2015-2016 conquistando, nel suggestivo percorso del “Desert Breeze Soccer Complex” , il secondo gradino del podio al termine di una prova quasi perfetta, chiusa con il tempo di 49’32”, a soli 15 secondi dalla rappresentante della Repubblica Ceca Katerina Nash, vincitrice in 49’17’’. Nella lotta a tre per la conquista della terza piazza, invece, l’ha spuntata al foto finish, la belga Sanne Cant con il tempo di 49”55, bruciando sul traguardo la statunitense Georgia Gould e la canadese Catherine Pendrel. Con questo risultato la Lechner ha ottenuto 160 punti del ranking della World Cup: le possibilità di vittoria sono, dunque, rimandate alla 2a tappa, il cui svolgimento è previsto a Valkenburg (Olanda) il prossimo 19 ottobre. Prima di questo importante appuntamento, esattamente la domenica precedente, a Baden, in Svizzera, la trentunenne bolzanina era salita sul gradino più alto del podio nella 1 a tappa dell’ “EKZ Cross Tour”, dopo 41’35’’7 di gara, davanti alla portacolori della Repubblica Ceca Havlikova Pavla (+21’’6) ed a quella svizzera Frei Sina (+48’’6). Grandi aspettative, quindi, per l’azzurra altoatesina, alle prese Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
quest’anno non solo con il ciclocross, ma anche con la mountain bike, specialità, quest’ultima, rientrante nel programma dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Altro appuntamento iridato del mese di settembre è stato il mondiale di tiro a volo, disputatosi dall’11 al 17 settembre a Lonato (BS) e chiusosi con un argento a squadre nella specialità dello skeet conquistato dal Caporal Maggiore Diana Bacosi insieme ad Agostino Lodde. Per il team azzurro femminile si tratta di un secondo posto ottenuto con il punteggio di 212 piattelli, alle spalle degli Stati Uniti d’America (215), primi e secondi anche a livello individuale con Morgan Craft e Caitlin Connors, e davanti alla Cina, terza non solo a squadre con 209 punti, ma anche individualmente con Ning Wei.
individuale non ha riservato colpi di scena. Diana Bacosi ha, infatti, chiuso in nona posizione con 71/75 piattelli, la collega Katuscia Spada in sesta, mentre l’oro olimpico di Pechino 2008, Chiara Cainero, ha completato la prova con un modesto undicesimo posto ma con il punteggio di 70, sufficiente a portare sul secondo gradino del podio il terzetto italiano. Pochi giorni dopo, anche per Agostino Lodde è arrivata una medaglia d’argento a squadre. Nelle qualifiche della prova individuale, il trentacinquenne di Ozieri aveva chiuso al 20esimo posto con 120/125 piattelli, mentre gli altri due atleti azzurri in gara, il rappresentante delle Fiamme Oro Gabriele Rossetti e quello dei Carabinieri Valerio Luchini, avevano rispettivamente centrato il 4° posto con 122 piattelli ed il
La squadra di tiro al volo (al centro il Caporal Maggiore Agostino Lodde)
Ma mentre le due americane si sono giocate la finale mondiale, vinta allo shoot off per 15/13 dalla Morgan, per le tre azzurre la prova
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21esimo con 120. La somma dei tre punteggi ha quindi permesso agli azzurri di conquistare l’argento con un totale di
ESERCITO E SPORT 362 piattelli, dietro al trio francese (364) e davanti a quello statunitense (360). Domenica 6 settembre, nelle acque del golfo di Napoli, è andata di scena la 50esima edizione della Capri-Napoli, quinta ed ultima tappa del Grand Prix FINA di nuoto in acque libere. Alla presenza di dieci avversarie, Alice Franco ha fatto suoi i 33 km di gara dopo 6h29’54" davanti all’argentina Pilar Geijo (6h35’17") e la spagnola Esther Nunez (6h43"31"), chiudendo il Grand Prix FINA in seconda posizione assoluta alle spalle dell’argentina e davanti alla spagnola. Per la ventiseienne atleta astigiana del Centro Sportivo Esercito si è trattato di una prova che è uscita dai tradizionali schemi del nuoto di fondo, il cui massimo si raggiunge con la gara dei 25 km, e che rilancia sempre di più il circuito delle grandi distanze. Tale circuito quest’anno ha visto proprio la Franco trionfare nella 1a e nella 4a tappa tenutesi in Argentina ed in Macedonia e salire sul secondo gradino del podio in quella di Cozumel, in Messico. "Una prova, quella di oggi, che, se da una parte mi esalta per la vittoria, dall’altra mi lascia dell’amaro in bocca per il secondo posto nella graduatoria finale". Queste le parole a caldo della nuotatrice dell’Esercito, che poi ha aggiunto: "Avendo saltato la prova canadese per il concomitante impegno iridato della 25 km di Kazan, probabilmente le cose sarebbero potute andare diversamente. All’inizio di stagione l’ipotesi di una vittoria era di difficile previsione. Strada facendo però, grazie ai risultati ottenuti nelle preRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Il Caporale Manuel Cominotto (F. Fidal - Colombo)
cedenti prove, ci avevo fatto un pensierino. Sono comunque contenta, e per questo ringrazio tutti coloro che mi vogliono bene e che mi hanno giornalmente seguita negli allena-
Il 1° Caporal Maggiore Alice Franco
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menti, come il mio tecnico e le mie società, il Centro Sportivo Esercito e Asti Nuoto". Il mese di settembre non ha visto eccellere atleti del Centro Sportivo Esercito soltanto in competizioni internazionali, ma anche, in ordine di tempo, in quelle nazionali, come i Campionati Italiani junior di tiro a segno, di sollevamento pesi, di atletica leggera e di ginnastica artistica. Venerdi 11 settembre, nel poligono nazionale di tiro a segno di Roma, è iniziata l’edizione 2015 degli italiani. Due le medaglie arrivate dal Caporale Maria Schiava: una d’argento nella gara della carabina libera a terra (581/600 punti) ed una d’oro nella prova individuale della carabina sportiva tre posizioni (445 punti). Il secondo posto è andato a Alessandra Luciani (Roma), con 443 punti, mentre il terzo a Alice Fossati (Novi Ligure) con 431,5. Nella stessa giornata a Trecastagni (CT) è, invece, andata in scena
ESERCITO E SPORT l’edizione 2015 dei Campionati Italiani di corsa su strada sulla distanza dei 10 km. Due i titoli arrivati dalla cittadina siciliana: uno con il Caporale Manuel Cominotto nella categoria assoluti ed uno con la collega Christine Santi tra le promesse. La gara maschile ha visto tagliare per primo il traguardo, con il tempo di 29’29", il keniano William Kipor (G.P. Parco Alpi Apuane), seguito in seconda posizione dal ruandese Jean Marie Uwajeneza (ASD Vini Fantini) in 29’38" ed al terzo dall’altro keniano Joash Koech (Atletica Potenza Picena) in 29’40". Per il giovane caporale veneto si è trattato, in definitiva, di un ottimo quinto posto assoluto in 30’07", davanti a Domenico Ricatti (Areonautica), sesto in 30’09" e France-
Il Caporale Erika Fasana
sco Bona (Aeronautica) ottavo in 30’17". Grandissima per lui la soddisfazione di vestire lo scudetto per la prima volta in carriera, al pari della giovanissima Christine Santi. Anche la diciannovenne atleta emiliana è stata protagonista di Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
una gara esemplare nella quale, a parte i primi 2 km, in cui ha realizzato il secondo crono, ha sempre mantenuto la posizione di testa, chiudendo la prova con il tempo di 35’09". La rappresentante dell’EserciIl Caporale Michael Di Giusto to si è piazzata davanti a Isabella Papa (Tirreno Atletica Civitavecchia) se- terza ad Andrea Marzullo (Itor FIAT) conda in 35’32" e a Costanza Mar- con 178 kg. tinetti (Atletica Libertas ARCS CUS Il collega Mirko Zanni ha, invece, ottenuto, con ben 290 kg sollePerugia) terza in 36’42". Sabato 19 settembre, il Pala "Pelli- vati, una vittoria impreziosita dal coni" di Ostia ha, nuovo record italiano di 136 kg invece, ospitato la nello strappo e con i 154 kg nello massima rassegna slancio. nazionale di solle- Hanno completato il podio dei 69 vamento pesi, con kg Samuele Faciano (Maxima la sezione del Cen- Sport), secondo con 260 kg, e Fatro Sportivo Esercito bio Suliani (OSCA Campobasso), in grande evidenza terzo con 234 kg. grazie al primo po- Ha chiuso la sequenza settembrina sto conquistato dai dei Campionati Italiani, la manifeCaporali Michael stazione di ginnastica artistica e Di Giusto e Mirko trampolino elastico, andati in sceZanni, rispettiva- na al Pala Vela di Torino nel week mente nelle cate- end del 26 e 27 settembre. gorie di peso dei 62 Due ori, un argento e due bronzi: questo il bottino di medaglie pore 69 kg. Per Michael Di Giu- tate a casa dagli atleti della seziosto, al suo terzo tri- ne ginnastica del Centro Sportivo colore consecuti- Esercito, nonostante l’assenza delvo, il titolo è maturato con un tota- la campionessa Vanessa Ferrari, le di 252 kg dopo essersi aggiudi- messa a riposo precauzionale in cato la prova dello strappo con seguito di un infortunio. 112 kg e quella dello slancio con Le colleghe Carlotta Ferlito, Gior140 kg; la seconda piazza è anda- gia Campana e il neo acquisto Erita a Antonio Indoviglia (Vlasov 200 ka Fasana, hanno comunque tePalermo) con 199 kg, mentre la nuto alto il nome dell’Esercito con-
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ESERCITO E SPORT fermandosi, sia nel concorso generale che ai singoli attrezzi, ai vertici nazionali, al pari dello specialista del trampolino elastico, Flavio Cannone, al suo tredicesimo tricolore in carriera. Il Caporale Erika Fasana si è infatti aggiudicata il terzo posto nel concorso generale con 54.750 punti alle spalle di Tea Ugrin dell’Artistica 81, vincente con 56.050 punti, e Elisa Meneghini, del GAL Lissone con 55.750 punti. La stessa Fasana è poi riuscita a salire sul gradino più alto del podio nel corpo libero con il personale di 14.750 punti, davanti a Elisa Meneghini (14.600) ed al Caporal Maggiore Carlotta Ferlito (14.400) atleta, quest’ultima, grande protagonista anche alla trave. Proprio nella sua specialità favorita, infatti, la ventenne atleta siciliana ha conquistato uno splendido oro con l’ottimo punteggio di 14.800, mettendosi dietro Lara Gori della Ginnica Giglio (14.100) e Elisa Meneghini (13.950). Chiude la serie di podi del settore ginnasta artistica l’argento del Caporal Maggiore Giorgia Campana nella specialità delle parallele asimmetriche. Per l’atleta romana un secondo posto con 14.100 a pari merito con Giada Grissetti dello Sport Bollate, alle spalle della nuova campionessa italiana, Martina Rizzelli della Brixia Brescia, vincente con 14.650 punti. Infine, l’ultimo oro della manifestazione è stato conquistato nel trampolino elastico dal Caporal Maggiore Scelto Flavio Cannone che si è aggiudicato il tredicesimo tricolore in carriera con 59.750 punti, superando Dario Aloi (Milano 2000), secondo con 56.470 punti, e Antonino Parisi (Diavoli Rossi Marsala), Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
terzo con 48.775 punti. Ma il mese di settembre si è caratterizzato anche per la disputa di alcuni meeting internazionali di alto profilo tecnico, come quelli di atletica leggera, karate, taekwondo e scherma. Il giorno 5 settembre a Göteborg, in Svezia, ed a Zurigo, in Svizzera, si sono svolti due meeting di atletica leggera: la terza tappa del circuito scandinavo Folksam Gran Prix e la Diamond League. Nella città svedese, la romana Benedicta Chigbolu si è imposta sui 400 metri in 53.57, superando di 19 centesimi la norvegese Emily Rose Norum (53.76), mentre in quella svizzera, il quartetto femminile azzurro della 4x100, composto dal Caporale Irene Siragusa, Giulia Riva, Anna Buongiorni e Gloria Hooper, che a Pechino ha centrato la seconda prestazione italiana di tutti i tempi in 43’’22, ha chiuso in 43’’78, ottenendo la terza prestazione stagionale italiana. Nella stessa giornata, Istanbul ha ospitato la Premier League di karate dove il Caporale Sara Cardin ha chiuso la prova nella categoria dei 55 kg in 5a posizione, dopo essere stata superata nella finale per il 3° posto dalla brasiliana Valeria Kumizaki per 1 a 0. Nel week end del 19 e 20, a Samsun, in Turchia, in occasione del Grand Prix di taekwondo, il Caporale Roberto Botta ha strappato un bronzo nella categoria dei -80 kg. Dopo aver battuto al tabellone dei 32esimi il campione del mondo 2013, il tedesco Tahir Guelec per 63, il diciannovenne di Salerno ha proseguito la sua corsa verso il podio, battendo prima il rappresentante dell’Uzbekistan Nikita Rafalovich (2-3), poi il russo Albert Gaun
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(2-3) ed infine, arrendendosi per 10-11 in semifinale, all’ivoriano Cheick Sallah Cisse. A Budapest (Ungheria) infine, in occasione della Prova di Coppa del Mondo Under-20 di scherma, il Caporal Maggiore Roberta Marzani ha colto un importante sesto posto individuale, sufficiente per raccogliere i punti necessari per mantenere la leadership nel ranking mondiale under-20, supremazia già manifestata nelle due precedenti stagioni agonistiche. Partita direttamente dal tabellone dei 64, grazie alla nona posizione assoluta maturata al termine della fase a gironi, la strada verso i quarti è stata priva di particolari ostacoli. Per la diciannovenne azzurra bergamasca, l’accesso ai 32 è maturato sconfiggendo l’ungherese Nola Galfalvy per 15/7, ai 16 superando la tedesca Sofia Weithbrecht per 15/9, punteggio con il quale si è sbarazzata, agli ottavi, anche dell’ungherese Kinga Nagy. Nulla da fare però nell’incontro che le avrebbe aperto le porte per un posto sul podio: l’austriaca Stefanie Feher ha avuto la meglio su di lei, superandola per 15-10 e relegandola in sesta posizione assoluta. La vittoria infine è andata alla tedesca Nadine Stahlberg che ha sconfitto l’altra azzurra in gara, Federica Isola. * Giornalista pubblicista
Il Caporal Erika Fasana
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eppur con un calendario gare meno fitto di impegni rispetto a quello dei mesi precedenti, anche il mese di ottobre ha consegnato alla Forza Armata altri prestigiosi e significativi risultati agonistici, sopratutto se letti in chiave olimpica. Ed allora, prima di riprendere un nuovo ed affascinante viaggio tra i campi di gara nazionali ed internazionali, ricorre l’obbligo di ricordare quelli che sono stati i principali successi conseguiti in settembre.
Tra tutti, spicca l’oro mondiale di Las Vegas del Caporale Frank Chamizo nella lotta, quindi i due argenti, sempre mondiali, di Lonato (BS) nel tiro al volo, degli specialisti dello skeet, il Caporal Maggiore Scelto Diana Bacosi ed il Caporal Maggiore Agostino Lodde, ed infine il bronzo iridato di Vallnord (Andora) nel team relay di mountain bike del Primo Caporal Maggiore Eva Lechener e del Caporale Gioele Bertolini. Numerosi, altresì, i podi conquistati sul territorio italiano nelle va-
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ESERCITO E SPORT
Il Caporal Maggiore Carlotta Ferlito
rie edizioni dei campionati nazionali, come quelli junior di tiro a segno e di sollevamento pesi e quelli assoluti di atletica leggera e di ginnastica artistica. Al poligono di tiro di Roma, il Caporale Maria Schiava ha portato a casa un argento nella gara della carabina libera a terra ed un oro nella carabina sportiva tre posizioni, mentre al Pala "Pelliconi" di Ostia, sede della massima rassegna nazionale junior di sollevamento pesi, i Caporali Michael Di Giusto e Mirko Zanni si sono rispettivamente affermati nelle categorie dei 62 e 69 kg. Ed ancora, a Trecastagni (CT), in occasione dei campionati italiani di corsa su strada sulla distanza dei 10 km, sono arrivati due titoli: uno con il Caporale Manuel Cominotto tra gli assoluti ed uno con la collega Christine Santi tra le promesse. Infine, al Pala Vela di Torino, location dei campionati italiani di ginnastica artistica e trampolino elastico, Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
le 5 medaglie conquistate dagli atleti dell’Esercito hanno fornito al Direttore Tecnico Enrico Casella importanti indicazioni per la composizione della squadra azzurra che un mese dopo avrebbe preso parte a Glasgow, in Scozia, ai campionati mondiali, ultima chance del 2015 per conquistarsi un posto per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro del 2016. Tre gli ori conquistati al Pala Vela di Torino grazie al Caporal Maggiore Scelto Flavio Cannone nel trampolino elastico, al Caporale Erika Fasana nel corpo libero ed al Caporal Maggiore Carlotta Ferlito alla trave, un argento, con il Caporal Maggiore Giorgia Campana nella specialità nelle parallele asimmetriche, e due bronzi, ancora una volta, con il Caporale Erika Fasana nel concorso generale ed il Caporal Maggiore Carlotta Ferlito nel corpo libero. Ed è proprio al grande traguardo olimpico conseguito dalle ginnaste italiane che apriamo un nuovo capitolo di "Ottobre 2015, un mese di sport al Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito". La manifestazione di Torino, infatti, ha fatto da prologo all’evento sportivo clou del 2015, e cioè i campionati mondiali di ginnastica artistica, tenutisi dal 23 ottobre al primo di novembre a Glasgow. La rassegna iridata, come detto, valida quale prova di qualificazione ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro del prossimo anno, ha visto la presenza di circa 300 atleti in rappresentanza di 24 nazioni e, tra questi, 6 erano le atlete convocate dal Direttore Tecnico Enrico Casella di cui 3 del Centro Sportivo Esercito: la regina del corpo libero, argento mondiale ed europeo rispettivamente nel 2013 e 2014, il
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Il Primo Caporal Maggiore Vanessa Ferrari
Primo Caporal Maggiore Vanessa Ferrari, la specialista della trave, il Caporal Maggiore Carlotta Ferlito ed il neo Caporale dell’Esercito, Erika Fasana. L’avventura iridata dell’”Italdonne”, articolata su due giornate di gare, è iniziata il 23 ottobre con la prova a squadre con l’obbiettivo primario di classificarsi tra le prime otto. Per le azzurre guidate dal Direttore Tecnico Casella, l’importante missione in terra scozzese si è brillantemente chiusa al settimo assoluto, dopo che nella prima giornata di gare si erano attestate in terza posizione con 224,52 punti alle spalle della Russia con 231,437 punti e Gran Bretagna con 227,162. L’ufficialità della qualificazione olimpica si è concretizzata soltanto la sera seguente al termine delle prove degli Stati Uniti d’America e Cina, giunte poi rispettivamente pri-
ESERCITO E SPORT ma e seconda, e di Francia, Olanda, Belgio e Corea del Nord. Il contributo fornito a livello individuale dal Primo Caporal Maggiore Vanessa Ferrari, dal Caporal Maggiore Carlotta Ferlito e dal Caporale Erika Fasana, insieme a Elisa Meneghini, Lara Mari e Tea Ugrin, è stato determinante; Erika Fasana e Carlotta Ferlito hanno chiuso quarte, rispettivamente, nel corpo libero con 14,466 ed alla trave con 14.233, mentre Vanessa Ferrari si è classificata decima nell’all-around con 55.665. “Obiettivo centrato, era il miglior risultato che potessimo ottenere da questa prima giornata di gare, ovvero trovarci alle spalle di Russia e Gran Bretagna" . Queste le parole del DT Enrico Casella rilasciate all’ufficio stampa della Federginnastica a termine manifestazione, che poi ha aggiunto "Meglio di così non potevamo fare! Le ragazze sono state fenomenali, hanno lottato fino alla fine". E mentre la ginnastica italiana festeggiava la meritata qualificazione olimpica, il Primo Caporal Maggiore Rachele Bruni, già ammessa a Rio 2016 per effetto del quarto posto conseguito ai mondiali di Kazan (Russia) lo scorso luglio, il giorno 17 ottobre ha posto il sigillo finale all’edizione 2015 di coppa del mondo di nuoto in acque libere sulla distanza olimpica dei 10 km. Nell’undicesima ed ultima tappa del circuito iridato della FINA World Cup di nuoto in acque libere, tenutasi a Hong Kong, la venticinquenne atleta del Centro Sportivo Esercito hanno chiuso la stagione internazionale di gare aggiudicandosi, per la prima volta nella storia del nuoto di fondo femminile italiano, l’ambito trofeo iridato. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
"Sono felicissima per la vittoria della cito. Sono soddisfatto per i risultati sicoppa del mondo. - ha dichiarato no ad ora conseguiti da Rachele, Rachele Bruni - Essere la prima atle- ma ancora molto c’è fare. Il prossita italiana a conquistare questo mo anno ci saranno i Giochi Olimpiprestigioso trofeo è motivo di orgo- ci è tutto dovrà essere perfetto. Ringlio. È stato un successo costruito grazio la Federazione per la fiducia durante la scorsa stagione che mi accordatami e soprattutto il Centro dà entusiasmo per ripartire in vista Sportivo Esercito per il sostegno che delle Olimpiadi di Rio de Janeiro. ci dà non solo per gli aspetti tecnici, Desidero ringraziare la Federazione ma anche per quelli sanitari e logiper avermi sostenuto in questo per- stici”. corso e l’Esercito per mettermi sem- Al via con 104 punti, davanti alpre nelle migliori condizioni per pre- l’ungherese Olaz, con 28 punti di vantaggio, e alla tedesca Maupararmi". Costruito grazie alle quattro vittorie rer con 62, la gara di Hong Kong conseguite in febbraio a Viedma l’ha vista chiudere in sesta posi(Argentina), in aprile a Abu Dhabi zione dopo 2h05’29", consenten(Emirati Arabi Uniti), in giugno a Se- dole di mantenere la leadership túbal (Portogallo) ed agosto a Lac- del circuito iridato. Mégantic (Canada), il successo del La gara di Hong Kong ha invece viPrimo Caporal Maggiore Rachele sto salire sul primo gradino del poBruni si è concretizzato grazie alla dio l’inglese Keri Anne Payne in caparbietà ed alla serietà giornal- 2h05’25"6, seguita dalle brasiliane mente profuse nei duri allenamenti Cunha, a un decimo, e Poliana programmati e controllati dal tecnico, il Caporal Maggiore Scelto Fabrizio Antonelli, il quale, orgoglioso della sua atleta ha dichiarato: "Un successo costruito con grande sacrificio giorno dopo giorno, senza mai lasciare Al centro il Primo Caporal Maggiore Rachele Bruni nulla al caso. Ogni gara è stato un banco di prova per portare i necessari Okimoto, a otto decimi. correttivi durante le quotidiane se- Tanti i consensi giunti a favore di Radute di allenamento svolte presso il chele Bruni. Centro Sportivo Olimpico dell’Eser- Tra i più autorevoli, quelli del Presi-
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ESERCITO E SPORT dente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli, che in una sua dichiarazione (Fonte FIN) elogia l’azzurra ed il Centro Sportivo Esercito: "Rachele è stata artefice di una meravigliosa stagione, che si è conclusa con un prestigioso successo internazionale. Ai mondiali di Kazan avrebbe meritato la medaglia di bronzo per la caparbia prestazione offerta. Durante quei dieci chilometri ci ha trasmesso la sua determinazione, la sua grinta; abbiamo sofferto insieme, ma purtroppo il ritorno della brasiliana Cuhna nelle ultime bracciate ha privato tutti noi di una medaglia che avrebbe completato una rassegna iridata storica con tutte le discipline sul podio. Siamo contenti che Rachele sia diventata la prima italiana a vincere la coppa di specialità e fiduciosi per la stagione olimpica. Ringrazio l’Esercito per il sostegno garantito e colgo l’occasione per estendere i ringraziamenti a tutti i corpi militari per il loro determinante contributo allo sviluppo dello sport, dalla base all’alto livello". Il week end del 17 e 18 ottobre ha visto trionfare in coppa del mondo altri due azzurri del Centro Sportivo Esercito. Il Primo Caporal Maggiore Eva Lechner tra le elite ed il Caporale Giole Bertolini tra gli under 23, domenica 18 ottobre, sono stati gli artefici di una storica vittoria nella 2a prova di coppa del mondo di ciclocross, disputatasi sugli sterrati di Valkenburg in Olanda. I due azzurri si sono aggiudicati la tappa olandese al termine di una prova in cui la trentunenne altoatesina si è imposta con 10" e 21" secondi di vantaggio, rispettivamente, sull’americana Kaitlin Antonneau e sulla ceca Pavia Havlikova ferRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Il podio della staffetta. il Primo Caporal Maggiore Eva Lechner (prima a sinistra) e il Caporale Gioele Bertolini (ultimo a destra)
mando le lancette del cronometro sul tempo di 44’41", mentre per il ventenne lombardo la vittoria è maturata dopo 54’23" di gara, mettendosi alle spalle il belga Eli Iserbyt a 18" ed il francese Clement Russo a 34". Per il Primo Caporal Maggiore Eva Lechner l’oro di Valkenburg è arrivato a circa un mese di distanza dalla prova americana di Las Vegas, chiusa al secondo posto, che le ha consententito di prendere la testa del ranking mondiale con 110 punti. La Lechner è stata seguita al secondo posto dalla belga Sanne Cant con 85 e dalla statunitense Antonneau con 65. Prima vittoria in coppa invece per l’under 23 Caporale Gioele Bertolini, che indossava la maglia di leader del Challenge UCI, gettando le basi per una stagione da grande protagonista. Per restare in tema di successi internazionali, di rilievo sono state le medaglie arrivate da due giovani atleti della sezione sollevamento pesi ai campionati europei junior e under
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23 di sollevamento pesi, disputatisi a Klaipeda, in Lituania, la prima settimana di ottobre. Artefici di un argento e di un bronzo sono stati, nell’ordine, il Caporal Maggiore Micheal Di Giusto ed il Caporale Mirko Zanni. Per lui il secondo gradino del podio tra i 62 kg, conseguito nella giornata del 4 ottobre, è maturato nella prova dello slancio con un’alzata di 144 kg ed il quinto posto nello strappo con 114 kg, classificandolo a fine manifestazione in quinta posizione assoluta con un totale di 258 kg, alle spalle del turco Emrah, oro nello slancio (146 kg) e nello strappo (120 kg), mentre il bronzo di Mirko Zanni nei 69 kg del giorno seguente è giunto nella specialità dello strappo con la misura di 136 kg che sommata ai 156 kg dello slancio lo hanno posizionato definitivamente al quarto posto con un totale di 292 kg. La vittoria finale nei 69 kg è andata al turco Turan Okyay Ahmet con 300 kg (138 + 162 kg), seguito al secondo posto dal lettone Suharevs
ESERCITO E SPORT Ritvars con 296 kg (136 + 160). Spazio infine ai campioni dell’atletica leggera impegnati in diverse competizioni nazionali ed internazionali. Domenica 4 ottobre il Caporal Maggiore Scelto Laila Sofyane si è aggiudicata il titolo italiano nella mezza maratona di Telese Terme, in provincia di Benevento, mentre il parigrado Fatna Maraoui è salita sul secondo gradino del podio della XXIX "Turin Marathon". Per i due atleti dell’Esercito una prestazione da incorniciare davanti ad un parterre di atleti di tutto rispetto. Per Laila Sofyane, che ricordiamo essere stata campionessa italiana 2014 nella 10 km su strada, la vittoria è maturata alla presenza di oltre 1300 partenti ed al termine di un’eccellente prova chiusa con il tempo di 1h13’10" davanti all’atleta del Ruanda Claudette Mukasakindi, seconda assoluta, ma fuori classifica, in 1h14’24 e all’italiana Nicole Reina (CUS Pro Patria Milano), argento e nel contempo campiones-
con il tempo di 1h15’38. Per Fatna Maraoui invece, un secondo posto conquistato al termine di una competizione completata con il Il Caporale Mirko Zanni tempo di 2h33’16 e che vedeva ai nastri di partenza oltre 1200 del mese di novembre. Per l’azzurro è infatti arrivato un brilconcorrenti. La vittoria è andata all’atleta della lante primo posto con il nuovo reForestale Silvia Weissteiner in cord della manifestazione di 2h32’35, superando a due chilome- 1h03’40", davanti al keniano Betri dal termine la rappresentante nard Kiplangat Bett in 1h07’04" e Nidell’Esercito, mentre il terzo posto cola Spada, terzo in 1h11’55". all’etiope Abera Fisseha Tarikua del* Giornalista pubblicista l’ASD Giannone Running Circuit in 2h51’01. Domenica 11 ottobre infine, la città di Treviso ha fatto da scenario alla straordinaria impresa del campione europeo 2014 di maratona Daniele Meucci. 2500 i partecipanti che hanno preso parte alla seconda edizione dei 21,097 metri di gara, sviluppati lungo un itinerario alternato tra Il Caporal Maggiore Scelto Laila Sofyane centro storico e parco del Sile. Per l’atleta pisano, Il Caporal Maggiore Scelto Daniele al via con il pettorale numero 1, un sa italiana under 23, in 1h14’42. Meucci La terza piazza è infine andata a importante banco di prova in vista Sara Brogiato (Aeronautica Militare) della mitica maratona di New York Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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E S E R C I T O E S P O R T Il 1° Caporal Maggiore Giovanni Repetti
Il successo targa t o E s e rcito Italiano alla 6 a e dizione dei Giochi Mondiali Militari del Tenente Colonnello Stefano Mappa*
C
on la conferenza stampa del 29 settembre, tenutasi a Roma presso palazzo Barberini alla presenza del Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Danilo Errico, del Vice Segretario Generale del CONI Carlo Mor nati e del Presidente del Comitato Italiano Paralimpico
Luca Pancalli, è ufficialmente partita l’avventura sportiva della rappresentativa italiana che, dall’1 all'11 ottobre, ha preso parte alla 6 a edizione dei Giochi Mondiali Militari. L’evento multidisciplinare organizzato con cadenza quadriennale dal Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM) si è disputato in nove città della regione di Gyeongsangbuk-do, in Corea del Sud, ed ha visto, complessiva-
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ESERCITO E SPORT
m e n t e , l a p re s e n z a d i c i rc a 7.300 partecipanti, tra atleti, tecnici e dirigenti di 117 Nazioni. Fu la città di Roma, nel 1995, a tenere a battesimo la 1a edizione dei Giochi Mondiali Militari; successivamente, la manifestazione fu organizzata a Zagabria nel 1999, a Catania nel 2003, a Hyderabad nel 2007 ed a Rio de Janeiro nel 2011. «Amicizia attraverso lo sport», questo il motto che da ben 67 anni il Consiglio Internazionale dello Sport Militare diffonde tra i 134 Paesi aderenti all’organizzazione. Ed in virtù all’alto significato morale dell’evento, l’edizione 2015 dei Giochi Mondiali Militari ha visto la presenza di ben 81 atleti provenienti dai Centri Sportivi dell’AeronautiRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
ca Militare(16), dei Carabinieri (11), dell’Esercito (38), della Guardia di Finanza (13) e della Marina Militare (3). 24 le discipline sportive in programma nell’arco delle due settimane di gara, comprese le cinque a carattere militare, come il pentathlon militare, quello navale ed aereonautico, l’orienteering ed il paracadutismo e le 2 paralimpiche (lancio del peso e tiro con l’arco). Di queste, 13 quelle alle quali erano iscritti gli 81 atleti italiani, così ripartiti: 8 nell’atletica leggera, 4 nel judo, 10 nel nuoto, 7 nel paracadutismo, 4 nel pentathlon militare e pentathlon moderno, 3 nel pugilato, 18 nella scherma, 6 nel taekwondo, 2 nel triathlon, 5 nel tiro a volo, 8 nel tiro con l’arco e 2 nella vela. Grande novità la presenza, per la prima volta nella storia dei Giochi, di una squadra paralimpica. Sui 96 atleti disabili presenti in Corea, 4 erano gli azzurri appartenenti al Gruppo Sportivo Paralimpico Difesa: 3 dell’Esercito, il Ten. Col. Roberto Punzo (tiro con l’arco), il Ca-
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poral Maggiore Scelto Moreno Marchetti ed il Caporale Pellegrina Caputo (atletica leggera – lancio del peso) ed 1 dell’Aeronautica Militare, il Ten. Col. Fabio Tomasulo (tiro con l’arco). Consistente, in ter mini sia di quantità che di qualità, la partecipazione dell’Esercito Italiano. Dei 38, 24 erano gli atleti del Centro Sportivo Olimpico dell'Esercito, 4 del pentathlon militare della Scuola di Cavalleria di Lecce, 7 quelli del paracadutismo di precisione del Centro di Addestramento Paracadutisti di Pisa e 3 i Paralimpici. Tra gli azzurri che in passato si sono maggiormente distinti a livello nazionale ed internazionale, figuravano il Caporal Maggiore Martina De Memme, oro nel 2011 a Rio de Janeiro nei 400 e negli 800 stile libero, il Caporale Roberta Marzani, campionessa mondiale a squadre Under 20 nella spada e vincitrice della coppa del mondo giovani nel 2014 e nel 2015, il Caporal Maggiore Scelto Lavinia Bonessio, medaglia di bronzo in
ESERCITO E SPORT Il numero degli azzurri per disciplina sportiva Atletica leggera
Judo
8
4
Nuoto
Pentathlon militare Pentathlon moderno
Paracadutismo dutismo
10
7
Pugilato
Scher e ma
4 Taekwondo
4 Tiro Arco o
3 Tiro volo
18 Triath t lon
6
8
5
2
Vela
2
I numeri degli atle eti per Centro Sportivo Militare Aeronautica
Carabinieri
Esercito
16
11
38
Guardia Finanza
13
Marina
3
81
Atleti della squadra di paracadutismo del Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa
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staffetta nel 2014 ai campionati mondiali e la vice campionessa mondiale 2014 del tiro a volo, specialità skeet, il Caporale Maggiore Simona Scocchetti. Folto inoltre, il parterre degli azzurri degli sport da combattimento capitanati, nel taekwondo, dal campione europeo 2012, il Caporal Maggiore Scelto Leonardo Basile, nel pugilato, dal Primo Caporal Maggiore Alessio Di Savino, medaglia di bronzo ai 55° Campionati Mondiali Militari del 2014. Completavano la delegazione italiana dell’Esercito le squadre di pentathlon militare e di paracadutismo, quest’ultima campione mondiale ai mondiali militari di Rio de Janeiro nel 2011. La prima, in servizio presso la scuola di Cavalleria di Lecce, ha visto scendere in campo, dal 3 al 7 ottobre, il Primo Caporal Maggiore Davide Riccio e Alessio Distefano, i Caporali Zahra Et Taaba e Manuela Alberigi . La seconda invece, effettiva al Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa, ha schierato il 1° Maresciallo Luogo Tenente Giuseppe Tresoldi, il Sergente Daniele D’Angelo, i Caporal Maggiori Scelti Milena Zanotti, Fabrizio Mangia, Luigi Conga, Luigi Pinchieri e Francesco Gullotti. La presenza italiana a questa 6 a edizione dei Giochi Mondiali Militari si è chiusa con il nono posto nel medagliere finale, composto da 5 ori, 11 argenti e 12 bronzi, e l'ottavo
ESERCITO E SPORT
Il podio maschile di sciabola: il Caporal Maggiore Gabriele Foschini (primo a sinistra) e il Caporal Maggiore Giovanni Repetti (al centro)
per numero di medaglie conquistate (28). Prima assoluta la Russia con 135 medaglie (59 oro, 43 d’argento e 33 di bronzo), seguita al secondo posto dalla Cina con 98 medaglie (32 d’oro, 31 d’argento e 35 di bronzo) ed al terzo dal Brasile con 84 medaglie (34 d’oro, 26 d’argento e 24 di bronzo). Delle 28 medaglie conquistate, esattamente la metà (1 d'oro, 5 d'argento e 8 di bronzo), sono arrivate dagli azzurri del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito. Tra i protagonisti di queste affer mazioni, si evidenzia il Primo Caporal Maggiore Giovanni Repetti, oro a squadre nella sciabola insieme al compagno d'Arma, il Caporal Maggiore Gabriele Foschini, ed argento nella prova individuale. Per rimanere nell'ambito della scherma si registra Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
anche l'argento del Caporal Maggiore Chiara Mormile nella sciabola a squadre. Consistente anche il medagliere dei nuotatori composto
da due argenti, grazie ai Caporali Maggiori Martina De Memme nei 400 stile libero e Piero Codia nei 100 farfalla, e da quattro bronzi con il pari grado Niccolò Bonacchi nei 100 dorso, con la 4x100 stile libero mixed, e le staffette femminili della 4x100 stile libero e 4x100 mista. Nella prima figuravano, oltre che Martina De Memme, Piero Codia e Niccolò Bonacchi, anche il Caporal Maggiore Scelto Laura Letrari, quest’ultima bronzo anche nelle altre due staffette insieme a due atlete del Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle. Tra le sei discipline a cui prendevano parte gli azzurri del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito, il tiro a volo ed il taekwondo hanno complessivamente conquistato 4 medaglie. La prima si è conclusa con un
Il Caporale Manuela Alberigi (prima da destra)
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ESERCITO E SPORT argento ed un bronzo nella specialità dello skeet, rispettivamente, con i Caporali Maggiori Scelti Simona Scocchetti e Emanuele Fuso, la seconda, importante in Corea in quanto sport nazionale, con i terzi posti del Caporal Maggiore Scelto Claudio Treviso nei -68 kg e del Caporale Cristina Gaspa nei -62. Ha chiuso il medagliere il pentathlon moderno con la terza piazza della prova a squadre, del VFP1 Valerio Grasselli insieme a due azzurri dei Carabinieri. Niente podio infine per il pugilato. I Primi Caporali Maggiori Alessio Di Savino (-56 kg) e Gianluca Rosciglione (-81 kg) ed il Caporale Francesco Sarchioto (-75 kg) hanno lasciato anzitempo la manifestazione, uscendo ai quarti di finale. Importanti successi sono stati conseguiti anche dai paralimpici con due argenti individuali, dal paracadutismo con un argento a squadre nei lanci di precisione e dal pentathlon militare con un bronzo tra i “newcomers”. La prima medaglia dei paralimpici è arrivata lunedì 5 ottobre con il Caporale Pellegrina Caputo, già campionessa italiana F42 e unica donna presente tra gli atleti con disabilità; per l’azzurra un meraviglioso argento nel lancio del peso, specialità che ha altresì visto salire sul secondo gradino del podio, con record personale di 9,52 m, il Caporal Maggiore Capo Scelto Moreno Marchetti, anche lui in forRassegna dell’Esercito on-line 6/2015
za al Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa (GSPD). Nella gior nata del 7 ottobre invece, per la prima volta nella storia italiana del Pentathlon Militare, un’atleta azzurra è salita sul podio dei Giochi Mondiali Militari. A fregiarsi di un meritatissimo bronzo è stata il Caporale Manuela Alberigi che, al suo primo anno di attività internazionale, ha superato in classifica numerose colleghe straniere più esperte di lei, con 4810 punti. Cinque le specialità gior nalmente disputate, dal 3 al 7 di ottobre, dal Caporale Alberigi (atleta della Scuola di Cavalleria di Lecce), completate con i seguenti parziali: tiro con carabina standard a 300 m (900,2 punti), percorso ad ostacoli (982,2 punti), nuoto ad ostacoli (1033,6 punti), lancio bombe (890 punti) e cross (948,5 punti). D i r i l i e v o i n f i n e , i l n u o v o re cord italiano sul percorso ad ostacoli (2’27”2) stabilito dal 1° Caporal Maggiore Zahra Et Taaba, 14esima assoluta con 5087,9 punti. Giovedì 8 ottobre infine, i cinque azzurri del Centro Addestramento Paracadutismo della Brigata Folgore, il 1° Maresciallo Luogotenente Giuseppe Tresoldi, il Caporal Maggiore Capo Scelto Francesco Gullotti, i Caporali Maggiori Scelti Luigi Conga e Fabrizio Mangia ed il 1° Caporal Maggiore Luigi Pinchieri, al termine dei 10 lanci di gara previsti nella precisione in atterraggio, hanno conquistato il se-
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condo gradino del podio totalizzando 25 cm di errore, dietro alla nazionale bielorussa con 21 cm e davanti quella russa con 28. Avvincente la prova dei cinque paracadutisti dell’Esercito nelle posizioni di vertice sin dalle prime battute della gara. Al penultimo lancio si erano portati a solo un centimetro dalla prima posizione, senza purtroppo riuscire a superare la formazione bielorussa. A livello individuale si evidenzia la splendida prestazione del giovane 1° Caporal Maggiore Luigi Pinchieri, primo fino a metà gara, e del 1° Maresciallo Luogotenente Giuseppe Tresoldi, decimi assoluti, e quella del Caporal Maggiore Scelto Milena Zanotti, lo scorso mese artefice della conquis t a d e l l a Wo r l d C u p S e r i e s femminile, 13esima al pari, tra gli uomini, del Caporal Maggiore Scelto Fabrizio Mangia. * Giornalista pubblicista
A S T E R I S C H I
Sede: Napoli - Caserma "Generale Parisi" Motto: "Preparo alla vita ed alle armi" Festa: 18 novembre - anniversario dell’istituzione della sede presso la "Nunziatella" (1787)
I
del Tenente Colonnello Generoso Mele
I 18 novembre 1787 i locali attigui alla chiesa della "Nunziatella" in Napoli sono destinati ad accogliere la Reale Accademia Militare dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie. L’Accademia, dopo aver subito varie trasformazioni conseguenti ai rivolgimenti politici susseguitisi fino al 1861, il 6 aprile 1862 viene trasformata in istituto secondario, con il nome di Collegio Militare di NaRassegna dell Esercito on-line 6/2015
poli, destinato a svolgere corsi triennali preparatori per l’ammissione alle Accademie Militari; dal 1873 possono frequentarlo anche giovani non votati alla professione delle armi. Nel 1936 assume la denominazione di Scuola Militare; quindi nel settembre 1943 l’Istituto, che in seguito agli eventi bellici è stato trasferito da Napoli a Benevento, interrompe i corsi.
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Dopo il conflitto, nel 1946 la Scuola dà un nuovo avvio alla propria attività con il nome di Liceo Convitto, cambiato nel 1949 in quello di Collegio Militare di Napoli. Nel 1950 viene formata, a cura di ex allievi, l’Associazione Nazionale Nunziatella, con il fine di tramandare lo spirito e le tradizioni dell’Istituto, rendendo sempre più saldi i vincoli di amicizia nati e cementati tra le mura del-
ASTERISCHI la Scuola; dal novembre 1953 assume la denominazione di “Scuola Militare Nunziatella". Tra quanti hanno frequentato la "Nunziatella" si annoverano uomini illustri sia in campo militare sia civile; l’albo della gloria comprende 700 Caduti e 38 Medaglie d’Oro al Valor Militare (M.O.V.M.), 2 decorati Ordine Militare d’Italia (O.M.I.), 188 Medaglie d’Argento al Valor Militare (M.A.V.M.) e moltissime Medaglie di Bronzo al Valor Militare (M.B.V.M.) e Croci di Guerra al Valor Militare (C.G.V.M). L’Istituto è retto da un Colonnello e attualmente si articola su Comando, Battaglione Allievi, Compagnia Comando e Servizi. Gli studi mirano a dare agli allievi cognizioni umanistiche e scientifiche indispensabili per formare una solida base di cultura nei futuri Ufficiali attraverso corsi liceali, classico e scientifico, svolti secondo le modalità e i programmi diramati dal Ministero della Pubblica Istruzione. Al termine dell’anno scolastico gli allievi partecipano ad un campo estivo, durante il quale svolgono addestramento militare, e ad un viaggio d’istruzione. La Giunta Comunale, con delibera n.4997 in data 9 novembre 1995, conferisce alla Scuola la Medaglia d’Oro del Comune di Napoli. A decorrere dal 1° marzo 1996 si costituisce a Milano, nei locali della Caserma Teuliè (1), il Distaccamento della Scuola Militare “Nunziatella” con dipendenza d’impiego dalla Scuola stessa; il 31 ottobre 1998 il distaccamento diviene autonomo con il nome di Scuola Militare Teuliè. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Nella struttura assunta con la riorganizzazione del settore scolastico l’Ente si articola su Comando, Ufficio Amministrativo Sub Agenzia Sociopsicologica, Segreteria didattica, battaglione Allievi (su 3 compagnie), compagnia comando e servizi. È alle dipendenze d’impiego del Comandante dell’Accademia Militare. ACCEDERE ALLA SCUOLA: IL CONCORSO, GLI STUDI E LE ATTIVITÀ La Scuola Militare “Nunziatella” è un Istituto di formazione di élite dove vengono sviluppati gli ultimi tre anni di scuola media superiore ad indirizzo scientifico o classico. L’accesso alla “Nunziatella” ha luogo attraverso un concorso pubblico, bandito a cura del Ministero della Difesa, che seleziona i giovani candidati da un punto di vista culturale, attitudinale e fisico. Il concorso, bandito annualmente entro il mese di marzo, prevede: • una preselezione con test logico-deduttivi;
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• accertamenti sanitari ed attitudinali; • una prova di educazione fisica; • una prova di selezione culturale. Al concorso per il 2015 possono partecipare i cittadini italiani di entrambi i sessi che sono nati tra il 1° gennaio 1999 e il 31 dicembre 2000, estremi compresi e che sono in possesso dell’idoneità all’ammissione al 1° liceo classico ovvero al 3° liceo scientifico o sono in grado di conseguire la predetta idoneità al termine dell’anno scolastico 2014-2015. I candidati risultano generalmente provenienti da diverse regioni italiane e di varia estrazione sociale. L’istanza da parte dei giovani aspiranti di concorrere per l’ammissione alla Scuola evidenzia tendenzialmente la capacità di porre in atto scelte motivate e costituisce non solo un elemento di rilevanza soggettiva ma anche una premessa di progressiva maturazione personale. L’attività di addestramento, che si svolge nel corso dei tre anni, conferisce a tutti gli allievi una formazione militare di base, indipendente-
ASTERISCHI L’INCORPORAMENTO
I primi di settembre, i ragazzi risultati idonei alla prova culturale, ultimo vero ostacolo verso l’ammissione alla Scuola, varcano per la prima volta, con estrema curiosità e un po’ di paura, le soglie del Rosso Maniero.
Abbandonati gli abiti borghesi e indossata l’uniforme, ci si dedica alle prime attività militari prima di intraprendere il percorso scolastico e buttarsi a capofitto in una nuova vita mente da quelle che saranno le loro future scelte di vita e formazione. L’addestramento è tale da fornire una valida istruzione militare che giustifichi la tipicità della Scuola, senza altresì sviluppare una preparazione eccessivamente professionale, che potrebbe apparire superflua per gli allievi orientati verso le Università e prematura per coloro che in futuro vorranno frequentare le Accademie. L’attività militare prevede lo svolgimento delle seguenti discipline: • addestramento al combattimento; • istruzione formale; • addestramento NBC; • armi e tiro; • regolamenti; Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
• topografia; • trasmissioni; • norme di buon contegno. Al termine dei primi due anni scolastici è previsto un campo d’arma estivo della durata di tre settimane. La formazione relativa all’educazione fisica contempera i due aspetti distintivi della Nunziatella: da una parte il rispetto dei programmi ministeriali e dall’altra le attività finalizzate all’addestramento militare. In tale prospettiva gli obiettivi irrinunciabili (la coscienza della corporeità e l’ordinato sviluppo psicomotorio) si integrano con obiettivi specifici ed operativi (potenziamento fisiologico, miglioramento della resistenza e della velocità, consolidamento degli schemi motori, equilibrio, coordi-
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namento posturale e dinamico), nel rispetto delle varie fasi dell’età evolutiva. Le attività ginnico sportive sono finalizzate a formare gradualmente il fisico degli allievi, rispettando la loro età e in piena armonia con il periodo del loro sviluppo. Gli sport che gli allievi praticano sono sia quelli vicini alla tradizione militare quali la scherma, l’equitazione, il judò, il nuoto, la vela e lo sci, sia quelli individuali o di squadra quali l’atletica leggera, la pallacanestro, la pallavolo, il canottaggio e il rugby. Queste attività, oltre alla formazione fisica, servono a formare anche il carattere dell’ allievo e lo educano alla lealtà, alla tenacia e ad avere sicurezza in se stesso. Per tali attività, la Scuola utilizza i seguenti impianti: • la palestra e la sala scherma della Scuola, per la difesa personale e l’attività schermistica; • il cortile interno della Scuola per pallacanestro e pallavolo; • lo stadio militare "Albricci" per l’atletica e rugby; • la Piscina Esercito per il nuoto; • il Centro Ippico Militare di Agnano per l’equitazione; • il Tiro a segno nazionale per il tiro sportivo; • la Sezione Velica della Marina Militare per la vela. Per quello che concerne le attività culturali, sono annualmente effettuate, nel corso del mese di febbraio e per la durata di una settimana, visite didattiche organizzate di concerto con la programmazione didattica dei consigli di classe e con gli obiettivi formativi della Scuola. Agli allievi sono altresì proposte, con una periodicità settimanale, confe-
ASTERISCHI
renze e seminari all’interno della struttura scolastica, attinenti ad argomenti scientifici, culturali, sportivi e alla formazione militare. È da evidenziare lo studio della lingua inglese anche nel Liceo Classico al fine di porre gli allievi frequentatori di questo Liceo nelle stesse condizioni dei frequentatori del Liceo Scientifico in virtù dell’importanza che tale materia riveste nel mondo odierno. Inoltre, per stimolare gli allievi allo studio della lingua, sono previsti degli incentivi quali l’ausilio di un corso di lingua multimediale al fine di abituarli all’autoapprendimento della lingua, la partecipazione a corsi integrativi di inglese che si concludono con la certificazione linguistica internazionale IELTS (International English Language Testing System), nonché un corso intensivo di lingua della durata di una settimana, che si Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
svolge presso la Scuola di Lingue Estere in Perugia, durante l’ultimo anno di permanenza nell’Istituto. Alla fine del corso di studi presso la Scuola Militare “Nunziatella”, i diplomati possono accedere a qualsiasi corso di laurea oppure possono concorrere per l’ammissione alle diverse Accademie militari, presso le quali godono di una riserva di posti. UN PERCORSO A GRANDI PASSI Un allievo del 3° anno, giunto al termine dell’anno scolastico, è intento a studiare le ultime pagine del libro di storia. Provato per l’intensa attività ginnica pomeridiana, ammira da una finestra del Rosso Maniero le calde luci del tramonto che si adagiano sul golfo di Napoli e si abbandona ai ricordi degli ultimi tre anni del-
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la sua vita all’interno dell’Istituto. Ripensa alle parole dette un giorno da un suo Ufficiale inquadratore: “a journey of a thousand miles begins with a single step” (un cammino di mille miglia comincia con un singolo passo) e comincia a rendersi conto di quanto questo concetto abbia pervaso la sua formazione. Una formazione avvolgente, a tutto tondo, che lo ha trasformato da ragazzo in giovane uomo, in un cittadino esemplare. I pilastri sui quali si erge la formazione dell’allievo della Scuola Militare “Nunziatella” sono fondamentalmente tre: cultura, attività fisica ed etica. Ogni giorno le attività sono calibrate affinché i tre pilastri si consolidino uniformemente. L’allievo ripercorre con la memoria i passi più importanti che lo hanno portato fin dov’è ora: vola col pensiero indietro nel tem-
ASTERISCHI po, al suo giuramento, avvenuto circa due mesi dopo il suo ingresso alla Scuola. Il giuramento è la cerimonia più importante dell’anno accademico. Tenuta agli inizi di novembre, essa ha come scenario la suggestiva piazza del Plebiscito di Napoli. Nel corso di questa cerimonia, chiamata da molti “battesimo dei cappelloni”, gli allievi del primo anno dinnanzi a genitori, autorità civili e militari ed al cospetto della bandiera d’Istituto (2), decorata di Medaglie al Valore Militare, prestano giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana. Questo atto, dunque, suggella lo status di militari degli allievi del primo anno. Lo schieramento che prende parte alla cerimonia è composto dalla banda dell’Esercito, la batteria tamburi, i cui membri sono alcuni allievi del terzo anno, le tre compagnie allievi ed una compagnia costituita da un folto numero di ex-allievi, considerati parte attiva della Scuola. Tale occasione è dunque un anello di congiunzione tra il passato ed il presente, capace di far vivere ai presenti, con partecipazione e commozione, un momento solenne quale il giuramento. Durante la cerimonia, inoltre, avviene la consegna dello spadino. L’allievo del terzo anno dona uno spadino che incarna gli ideali della Scuola e della Patria, all’allievo del primo anno che s’impegna, nel riceverlo, a portare avanti tutte le tradizioni ed i valori che gli verranno inculcati nel corso dei tre anni presso la Nunziatella. Il fulcro della cerimonia è dato dalla lettura della formula di giuramento da parte del Comandante della Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
LA CONSEGNA DELLO SPADINO
Cerimonia annuale di rilievo ricorrente nel Rosso Maniero nel mese di novembre, la consegna dello spadino si identifica come una tradizione secolare della gloriosa Scuola Militare “Nunziatella”. L’allievo più anziano è chiamato a consegnare al suo “figlioccio“ del primo anno lo spadino, che concorre a completare l’ingresso nella famiglia della Nunziatella o, come recita la formula della cerimonia, concorre “a completare la figura dell’allievo”.
IL GIURAMENTO
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ASTERISCHI Scuola a cui segue la risposta affermativa da parte degli allievi del primo anno che, consapevolmente, decidono di difendere la Patria e di esserne al servizio. Tutto ciò si racchiude nella fatidica affermazione: “Lo giuro!”. “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina (3) ed onore (4) tutti i doveri del mio stato, per la difesa della Patria (5) e la salvaguardia delle libere istituzioni (6)”. Queste parole riecheggiano solenni nella mente del nostro allievo, che ricorda il Comandante della Scuola scandirle con forza, e il grido “Lo giuro” suo e dei suoi commilitoni, proferito con solennità di fronte alla gloriosa Bandiera d’Istituto. Giurare fedeltà alla Patria ed alle Istituzioni, anche a costo della vita; parole importanti e pregne di significato, soprattutto se tale impegno viene preso da un giovane di sedici anni. Forse la società odierna non è più abituata a questo sentimento di profondo altruismo. Per un adolescente trovarsi, anche se solo con il pensiero, di fronte ad una scelta così importante è qualcosa di lodevole. La Costituzione prevede il giuramento per vari pubblici uffici tra cui gli appartenenti alle Forze Armate, e l’allievo della Scuola Militare Nunziatella è una figura che a tutti gli effetti ne fa parte. Il giuramento è il richiamo morale a principi e valori che vanno ad innestarsi nell’etica militare: l’onore, il rispetto, il dedicare ogni forza al bene delle Istituzioni, ne sono solo alcuni esempi. Giurare non è il mero sottostare a certe norme, invero significa Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
essere il testimone di principi etici e morali che sono vissuti intimamente ed intensamente, nel quotidiano. Il giuramento è un “vincolo personale” che impegna ciascun cittadino che presta un servizio per lo Stato e, per il
Il busto di Tito Livio
personale militare, riveste un ruolo fondamentale ai fini dell’assunzione dello “status militis” che trova collocazione normativa nell’articolo 621, comma 5, del Codice dell’Ordinamento Militare, (in virtù del quale costituisce una delle condizioni che devono realizzarsi per acquisire definitivamente lo status di militare). Il primo giuramento a carattere militare di cui si ha memoria è raccontato da Tito Livio in un suo scritto. Si tratta di un antico giuramento sannita, risalente al 293 a.C.. In una valle del Sannio, indicata col nome di Aquilonia, in
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seguito ad un bando di leva, in vista di quella che sarebbe stata la seconda guerra sannitica contro Roma, si raccolsero circa sessantamila uomini. Nel mezzo dell’accampamento venne innalzato un tempio che consisteva di un recinto chiuso ai quattro lati e coperto da un panno di lino. All’interno, il sacerdote, un certo Ovio Paccio, ripetendo un rituale già celebrato dai Sanniti nell’impresa militare per la conquista di Capua agli Etruschi, officiò un sacrificio cruento di animali, secondo il rito descritto nel libro sacro. Celebrato il sacrificio, il Comandante convocò i più nobili e coraggiosi fra i convenuti. Uno ad uno essi vennero introdotti all’interno del tempio e portati all’altare. A ciascuno venne chiesto di giurare che non avrebbe riferito ad alcuno quanto visto e udito. Dopo ciò, ciascuno venne obbligato ad un ulteriore, terribile, giuramento mediante il quale, sotto minaccia della propria persona, di quella dei parenti e della propria stirpe, assumeva l’obbligo di fedeltà nei confronti della persona del Comandante: doveva promettere solennemente di combattere in qualsiasi posto fosse stato assegnato, di non allontanarsi dalla schiera e di abbattere a vista chiunque volesse fuggire. Un particolare riaffiora alla mente del nostro allievo, la presenza massiccia degli ex-allievi alla cerimonia, inquadrati in un unico blocco accanto alle tre compagnie di allievi schierate al centro della piazza. Una presenza che stava a significare un legame lungo decenni, un attaccamento alla propria culla militare, al-
ASTERISCHI l’Istituto che li aveva formati. Uomini in uniforme di servizio di varie Forze Armate, ma anche affermati professionisti in abiti borghesi. Un unico grande schieramento, allievi ed ex allievi, l’oggi ed il domani di fronte alla stessa Bandiera, con il cuore che batte forte, all’unisono. Una cerimonia importante che rimarrà per sempre come marchio indelebile dell’appartenenza alla Forza Armata. L’Allievo continua a perdersi nei ricordi e vola con la mente al febbraio del primo anno di corso: il viaggio di istruzione. Una settimana al termine del primo quadrimestre in visita a città ed enti militari. Ogni anno il viaggio di istruzione cambia destinazione. Quell’anno andarono in Friuli Venezia Giulia. All’andata fecero tappa a Firenze, visitarono la città rinascimentale e i suoi capolavori artistici. Una sosta obbligata, per un approfondimento degli studi di storia, italiano ed arte. Ricorda che fu un tuffo a capofitto nelle pagine dantesche della Divina Commedia già studiate. Come dimenticarsi della visita agli Uffizi di Firenze, di Lorenzo il Magnifico, dei capolavori del Rinascimento. Proseguirono poi per il Friuli Venezia Giulia dove, nel corso dei giorni alternavano visite culturali alle città con visite “peculiari” presso reparti di Forza Armata della zona. Il primo incontro con la realtà operativa dell’Esercito Italiano. Un Esercito che forma, addestra e che è spendibile ed impiegato in operazioni in Teatro nazionale ed internazionale. Fu quella la prima volta che conobbe le varie specialità di cui la Forza Armata è Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
costituita e ne rimase affascinato. I Lagunari del reggimento “Serenissima” di Venezia fecero una dimostrazione della capacità anfibia che sono in grado di sviluppare. Sembrava di essere catapultati in un bel film d’azione: avvicinamento tattico con i barchini, una delicata entrata in acqua, la presa di posizione e l’assalto simulato per liberare gli “ostaggi” in quel tipico casolare della laguna veneta. Poi la visita al 5° reggimento AVES (Aviazione dell’Esercito) “Rigel” dove poterono ammirare i velivoli della Forza Armata. I piloti che li seguirono quel giorno erano disponibilissimi e costituivano preziose fonti di conoscenza per gli allievi. Il nostro allievo ebbe l’onore di entrare a bordo del Mangusta 121, fiore all’occhiello degli elicotteri d’attacco dell’Esercito. Ricorda nitidamente quella console piena di strumenti, indici, pulsanti: ne era rimasto affascinato. Andarono poi in visita ai Bersaglieri di Orcenico (UD), storico corpo della Forza Armata che la fa da padrone ad ogni sfilata militare, strappando sorrisi, brividi ed applausi a chiunque. Quella dei Bersaglieri è una specialità di fanteria che affonda le radici nei primordi della nazione ed è strettamente legata alla popolazione. Pedina fondamentale nelle missioni di pace, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, è costituita da donne e uomini di profondo valore professionale ed umano. Ulteriore visita fu fatta alle Frecce Tricolori dell’Aeronautica Militare: un team di piloti dall’estrema preparazione professionale che, con le sue esibizioni, ci rende famosi in tutto il
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mondo. Ovviamente l’incontro con la realtà dell’Aeronautica Militare è formativo al pari di quello con l’Esercito perché i giovani allievi hanno di fronte a loro innumerevoli possibilità di scelta al termine del triennio formativo ed è giusto fargliele conoscere tutte. L’allievo prosegue con i ricordi al termine del primo anno scolastico. A giugno partirono per il campo addestrativo montano: tre settimane in montagna a Camigliatello Silano (CS). Marce in montagna con lo zaino sulle spalle, riempito dell’occorrente per sopravvivere e combattere, e l’arma sempre sempre al seguito. La fatica sulle gambe. Imparare a conoscere se stessi e i propri limiti: la prima regola del buon soldato. In tale contesto hanno potuto apprezzare anche il particolare rapporto che si viene a creare in montagna tra uomo e natura. Un rapporto puro che ormai è difficile da trovare nella caotica vita del mondo odierno. La salita della montagna assume un valore concettuale non indifferente per un ragazzo che non ha ancora raggiunto la completa maturità: fa comprendere come, per raggiungere un obiettivo, la cima, bisogna fare i conti con se stessi ed impegnarsi fino all’ultimo con caparbietà. Durante il secondo anno formativo gli eventi che hanno marcato i ricordi del nostro allievo sono principalmente due: la settimana addestrativa sciistica, che si è svolta a termine del primo quadrimestre; il campo addestrativo basico di fanteria svoltosi nel mese di giugno. La settimana addestrativa sciistica è un ricor-
ASTERISCHI do piacevolissimo per il nostro allievo. Non aveva mai messo gli scii ai O Dio, Bontà e Sapienza infinita, ascolta la preghiera che eleviamo a Te noi che siamo i più giovani tra i figli in armi della nostra Patria. piedi in vita sua. Grazie Ti riconosciamo nostro Creatore e Ti adoriamo con amore di figli; al supporto degli istrutTi riconosciamo nostro Padre e Ti chiediamo l’ardore di amarci come fratelli; Ti tori di sci delle Truppe invochiamo Verità e Vita e Ti offriamo il sacrificio della nostra spirituale Alpine, nell’arco della formazione, le ansie del nostro studio e tutte le aspirazioni della nostra settimana ha però imgiovinezza. Benedici noi, che vogliamo lottare tutti i giorni, sorretti da Te, per non cadere parato a destreggiarsi in nessuna battaglia della vita; benedici chi ci educa e ci avvia sul sentiero con disinvoltura sulle pidella virtù, del sapere e della gloria; conforta le nostre care famiglia lontane, ste imbiancate. I colledona a noi coraggio nel nostro quotidiano cammino e fedeltà costante al Tuo ghi già svezzati invece amore e alla Tua legge; santifica la nostra passione per la Tua gloria e la riuscirono ad implegloria d’Italia. Così sia! mentare la loro confidenza con lo sci ed affrontarono piste più difficili. Fu veramente un’esperienLA CHIESA E LE MESSE SOLENNI za unica nel suo genere. Nel mese di giugno del secondo anno di corso andarono invece a svolgere il campo addestrativo sull’altopiano calabrese della Sila. Durante le tre settimane di formazione militare operativa impararono le basi delle attività di fanteria. Ogni giorno gli allievi, suddivisi per plotoni, si incamminavano con in testa il loro comandante verso l’area addestrativa e, giunti sul posto, cominciavano l’intensa attività di fanteria. Dapprima venne insegnato il muovere e l’operare singolar mente: come si imbraccia l’arma, i vari movimenti di combattimento e lo sfruttamento dell’ambiente circostante. Poi venne aumentata la difficoltà lavorando per coppie, facendo divenire proprio il concetto “fuoco-copertura” (che sta a significare che mentre mi muovo, il mio compagno mi fa copertura sparando). Infine si addestrarono ad operare per squadre e a riLa chiesa dell’Annunziata, da cui deriva il nome della Scuola, spondere ad eventuali inaspetsede delle messe solenni periodiche e delle cresime degli allievi tati attacchi da forze nemiche: le cosiddette “Reazioni AutomaPreghiera dell’Allievo della Scuola Militare Nunziatella
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ASTERISCHI tiche Immediate” (R.A.I.). A ciò si affiancava un insegnamento anche di varie materie a carattere militare. Prima fra tutte la topografia, perché per un militare è fondamentale la conoscenza del terreno e la capacità di movimento su di esso. Venne studiata prima in for ma teorica e poi pratica sul terreno, con lo svolgimento di orienteering; venne approfondita la conoscenza dell’arma con prove di smontaggio e rimontaggio; lo studio della materia Nucleare Batteriologica e Chimica (N.B.C.) che permise agli allievi di avere una infarinatura su questa minaccia e le modalità di protezione da essa; ed infine un corso di Basic Life Support, che insegnò le tecniche di primo soccorso. Durante le tre settimane vennero organizzate anche importanti attività operative quali l’elisbarco tattico da elicottero, con relativo volo, e i poligoni di tiro con arma individuale. Il nostro allievo ha percorso con la memoria i primi due anni di Scuola e giunge ora a ricordi più recenti: alla cerimonia del Mak P 100. I cento giorni al termine dei tre anni di formazione vengono celebrati con una cerimonia militare durante la quale il corso “anziano”, in procinto di lasciare l’Istituto, consegna la cosiddetta “stecca” al corso più giovane. Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
Il Ballo delle Debuttanti in occasione della cerimonia del Mak P 100
Con il passaggio della “stecca”, una vera e propria tavola di legno che ricorda l’oggetto che un tempo serviva per proteggere l’uniforme storica durante la lucidatura dei bottoni, si intende simbolicamente tramandare tutto quell’insieme di tradizioni che sono proprie degli allievi e dell’Istituto. È ovviamente una cerimonia molto sentita da tutti gli allievi, durante la quale si mischiano la felicità di essere giunti quasi al termine di questo faticoso cammino e la tristezza dovuta alla consapevolezza che presto si lascerà quella che per gli ultimi anni è stata la propria casa e la famiglia. A coronamento della cerimonia del Mak P 100 avviene il Ballo delle Debuttanti, una consolidata tradizione dell’Istituto Militare. Nato inizialmente per celebrare il
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completamento del ciclo di studi da parte del Corso uscente, il ballo si è caratterizzato negli anni per la presenza di numerosi artisti della scena musicale italiana, come ad esempio Gino Paoli ed Edoardo Vianello. Il Ballo delle Debuttanti è un evento mondano, tradizionalmente legato all’ingresso in società delle ragazze di età compresa tra i diciassette e i diciannove anni, che affonda le proprie radici nelle consuetudini delle classi nobiliari europee. L’allievo, dopo aver percorso a grandi passi la sua storia nella La cerimonia del passaggio della “stecca”
ASTERISCHI LO SPETTACOLINO DI NATALE
Durante la settimana che precede la licenza natalizia, gli allievi del 3° anno si dedicano alla realizzazione di uno spettacolino, al solo scopo di divertire e ironizzare su Ufficiali e docenti, occupandosi di sceneggiatura, scenografia, luci , suoni e trucchi
Nunziatella, ritorna con la mente all’oggi: il sole si è ormai adagiato dietro la penisola di Posillipo ed è ora di rimettersi a studiare per l’esame di maturità e per la preparazione al concorso per l’Accademia Militare…il suo sogno sta per concretizzarsi… IL FUTURO DEGLI ALLIEVI
Adunata dell’alzabandiera, il Comandante della Scuola sviene dopo esser stato colpito da una mela ed entra in scena il Colonnello medico
I professori interrogano e San Crispino, sullo sfondo, osserva interessato
L’Ufficiale di servizio in compagnia si cimenta in una esibizione “Rap” durante il contrappello Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
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L’allievo della Scuola Militare “Nunziatella”, fortificatao dalla completa nonché rigida formazione ricevuta, al termine dell’iter di studi ha di fronte a sé numerose possibilità. Gli ex allievi possono proseguire la formazione militare facendo domanda di ammissione presso tutte le accademie delle Forze Armate, dove viene riservata loro una quota dei posti a concorso. In alternativa, coloro che non vogliono proseguire la carriera militare possono continuare il proprio iter formativo presso università italiane ed estere. Tra i tanti ex allievi di prestigio figurano alti gradi delle forze armate, tra cui un capo dell’European Union Military Committee, due Capi di Stato Maggiore Generale, quattro dell’Esercito, due della Marina, uno dell’Aeronautica, due Comandanti Generali della Guardia di Finanza (nonché tre Vicecomandanti), un Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri (nonché otto vicecomandanti) e due Direttori Generali dei Servizi di Informazione. Per quanto riguarda gli ex-allievi civili, sono da ricordare quattro Presidenti di Consiglio, 18 Ministri, 14 Senatori e 12 Deputati del Regno delle Due Sicilie, del Regno d’Italia, della
ASTERISCHI Repubblica Italiana e dell’Albania, un Presidente della Corte Costituzionale, nonché esponenti di assoluto rilievo del mondo culturale, politico e professionale italiano e internazionale, tra cui un vincitore del prestigioso Premio Sonning (7), assegnato ai più grandi intellettuali europei. Sono sicuramente da ricordare inoltre l’inventore Francesco Sponzilli, uno dei precursori della radio; l’economista Enrico Barone, padre della teoria della produttività marginale; il progettista Mario Revelli di Beaumont; lo storico Angelo Gatti e l’ingegnere Gennaro De Matteis, costruttore del Palazzo dei Marescialli; Federico Zuccari, fondatore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte; E. A. Mario, autore de “La canzone del Piave”; Luigi Russo, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, nonché l’attuale Presidente dell’Associazione (8) Nazionale Ex-allievi, Alessandro Ortis, già Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas. In definitiva la Scuola Militare “Nunziatella” è un istituto di formazione che da 227 anni prepara alla vita ed alle armi e che forma cittadini esemplari, responsabili e con alto senso del dovere e amore per la Patria; una Scuola per uomini e donne, ancor prima che per militari.
motivo di orgoglio ed è custodita
stata fondata nel marzo 1950 su ini-
sa sfila in ogni cerimonia, portata dal
cio e dell’avvocato Raffaele Maffet-
NOTE
lità segnalate dalle principali univer-
(1) La caserma è intitolata a Pietro
Teulié (Milano, 3 febbraio 1769 – Kolberg, 18 giugno 1807), Generale e politico italiano
(2) Come ogni reparto militare, anche la Scuola Militare “Nunziatella” possiede la propria bandiera che è Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
nell’ufficio del Comandante. La stescapocorso del terzo anno.
(3) Disciplina: osservanza consape-
vole delle norme che regolano lo stato di militare
(4) Onore: complesso dei pregi personali su cui si basa la pubblica sti-
ma. Dal punto di vista comporta-
mentale, quindi soggettivo, l’onore consiste nella necessità di essere sti-
mato dal prossimo e nella conseguente necessità di essere intimamente convinto di meritarla
(5) Patria: ambito territoriale, tradizio-
nale e culturale a cui si riferiscono le esperienze affettive, morali e politiche dell’individuo in quanto appartenente ad un popolo
(6) Articolo 2 della L. n. 382/1978 ora riassettata nel D. Lgs. n. 66/2010
(7) Il Premio Sonning (Sonningprisen) è un riconoscimento assegnato ogni due anni a personalità che si siano
particolarmente distinte per il loro
contributo alla cultura europea. Il
ziativa del Generale Silvio Brancac-
tone. Da allora l’associazione, che ha sedi dislocate presso ogni capo-
luogo di regione, persegue lo scopo
di mantenere e rinsaldare i contatti tra coloro che hanno frequentato la scuola, favorendo il confronto ed il
dibattito tra gli ex allievi più giovani e quelli più anziani. Inoltre, l’associazio-
ne è impegnata in molteplici iniziative benefiche ed promuove raduni di ex allievi in occasione di ogni ceri-
monia che vede la scuola protagonista. Caratteristico dell’associazione è il labaro che nelle manifestazione
pubbliche viene tradizionalmente accompagnato da tre ex allievi. Al-
tro elemento che contraddistingue gli ex allievi è la tipica spilletta triangolare di cui gli ex allievi militari si
possono fregiare sull’uniforme men-
tre gli ex allievi civili la indossano sulla giacca nelle occasioni pubbliche più importanti a cui partecipano.
premio venne stabilito per volere te-
SITOGRAFIA
danese Carl Johan Sonning (1879-
www.difesa.it
ta, in via eccezionale, nel 1950. Ven-
www.istruzione.it
stamentario dell’editore e scrittore 1937) ed assegnato per la prima volne poi assegnato annualmente dal
1959 al 1971, quando assunse la cadenza biennale attuale. Il premio
viene assegnato da una commissio-
ne con a capo il rettore dell’Università di Copenaghen che deve scegli-
re il vincitore da una lista di personasità europee. Il premio ammonta a un milione di corone danesi, circa 135 000 euro, e viene consegnato
durante una cerimonia che si svolge nell’Università di Copenaghen, pre-
feribilmente il 19 aprile, anniversario
della nascita di Carl Johan Sonning.
L’associazione ex allievi Nunziatella è
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www.nunziatella1787.eu www.psicologiaformazione.unibo.it
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I
I L SACRARIO MILITARE ITALIANO DI SARAGOZZA
l Sacrario Militare Italiano di Saragozza è il più importante monumento funerario dedicato ai soldati italiani caduti nella guerra civile spagnola. È conosciuto come il Sacrario Militare della Torre di Sant’Antonio, ma è chiamato popolarmente Torre degli Italiani o Torre dei Cappuccini (immagine 1). Si tratta di una torre-ossario e vari furono i motivi per cui si decise di costruirlo a Saragozza. Secondo alcuni era giusto edificare il monumento per i nostri Caduti nella città che porta il nome del l’imperatore romano Cesare Augusto, suo fondatore. Esso è stato inoltre costruito presso una delle più importanti sedi spirituali della Spagna, il Santuario di Nostra SiRassegna dell Esercito on-line 6/2015
del Capitano Federico Gentili gnora del Pilar, dove si venera il pilastro sul quale, secondo la tradizione, la Madonna apparve a San Giacomo nel 40 d.C.. L’ideale dei sogni e delle glorie romane si proietta nel nome di questa città, in cui il cristianesimo si è affermato con questa imponente basilica barocca, che è anche la più antica di Spagna in quanto sorta sulla piccola Cappella fondata proprio da San Giacomo (immagine 2). Il progetto del Sacrario condensa il pensiero del tempo: impero e religione. La Torre è stata concepita come una grande mole di pietra, con la severità e la resistenza di
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un edificio militare (immagine 3) coniugate perfettamente con la serenità e la quiete profuse al suo interno (immagine 4). Dalla cancellata d’ingresso, realizzata a forma di fasci romani (immagine 5), si passa sotto gli imponenti archi a tutto sesto che portano all’entrata della Torre e della Immagine 2
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Chiesa di Sant’Antonio da Padova, custodita dai Padri Cappuccini (immagine 6). Il Sacrario, nel suo complesso, rivela la forma di un’ascia capovolta, formata dalla torre e dagli archi, rispettivamente manico e lama (immagine 7). È un edificio simbolico che utilizzando un linguaggio espressionista ha cercato di integrare la vita e la morte, il giardino e la torre, il passato imperiale romano e il moderno fascismo, la religione e lo spirito militare. La Torre e la Chiesa furono progettate dall’architetto Víctor Eusa Razquin e realizzate dal costruttore Ángel Aísa Esteban tra il 1937 e il 1945, anno dell’inaugurazione. Questo Sacrario Militare è oggi, oltre a un luogo di riposo per 2.889 Caduti, un luogo di ricordo e di riconciliazione di tutti i soldati italiani che hanno combattuto in Spagna Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
per i propri ideali. Soldati che con il loro sacrificio contribuirono in modo sostanziale al trionfo del Generale Franco e altri soldati appartenenti alla Colonna Italiana e al Battaglione Garibaldi che non ebbero la fortuna di vincere ma che si recarono in Spagna per difendere la Repubblica e opporsi alle Forze Nazionaliste, offrendo se stessi a un doppio tragico destino, perdere la guerra e la vita. Dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, il 17 luglio 1936, l’Ita-
lia decise di correre in soccorso dei nazionalisti spagnoli guidati dal Generale Francisco Franco inviando in totale circa 76.000 soldati con 1.930 cannoni, 10.135 mitragliatrici, 240.747 fucili e 7.663 automezzi, 5.699 aviatori con 763 aeroplani, 91 unità navali. Sul fronte opposto degli italiani nazionalisti ci furono i volontari delle Brigate Internazionali, inquadrati in una forza repubblicana cui parteciparono 40.000 volontari di 52 Paesi dei cinque continenti. I volontari italiani, inquadrati nella neo costituita Brigata Garibaldi, furono circa 3.500 (immagine 8) . Nel dicembre 1936 arrivarono per
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ASTERISCHI prime in Spagna 3000 camicie nere, avanguardia di tutti quei volontari che andarono poi a costituire il Corpo Truppe Volontarie (C.T.V.). Questi volontari, sia che fossero dei richiamati o che fossero militari di ferma con prospettive di carriera, vissero l’avventura spagnola come esaltazione del valore romano e mediterraneo nell’impero appena costituito. Agli inizi del 1937 il contingente assommava a 19.800 soldati nella divisione Littorio, comandata dal Generale Annibale Bergonzoli e 29.000 camicie nere (3 divisioni della milizia). Con questo contingente si trovava anche un cappellano militare che registrava i nomi di tutti i Caduti e il luogo di sepoltura. Prima che i corpi fossero inumati, si preoccupava di legare una bottiglia contenente tutti i dati personali a un braccio o a Immagine 6
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una gamba e di apporre sulla tomba l’indicazione del grado e del nome. Il Padre cappuccino Pietro de Varzi accompagnò i soldati italiani per tutta la guerra e, quando questa terminò, seguì personalmente i lavori di costruzione del mausoleo che avrebbe accolto tutti i combattenti italiani caduti in suolo spagnolo e dispersi in vari cimiteri (immagine 9). Sono 236 le località spagnole dove ci furono Caduti italiani. È possibile contare più di 4.000 nomi nelle lapidi del Sacrario, anche se i corpi al suo interno sono molti di meno. Alcuni sono stati rimpatriati su richiesta dei familiari e di altri si è persa ogni traccia. Molti furono gli italiani delle Brigate Internazionali che sparirono e che sfuggirono al controllo del Cappellano nella sua triste conta. Nel Sacrario si onorano pertanto anche i 526 appartenenti alla Brigata Garibaldi che morirono in Spagna per difendere la Repubblica, anche se al suo interno sono sepolti solo ventidue di loro.
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In ogni caso è presente una lapide dove tutti i Caduti italiani sono ricordati (immagine 10) . Questo senso di riconciliazione è il tributo che ogni 2 novembre è rivolto a tutti i Caduti commemorati nel Sacrario. Allo stesso modo, il Sacrario Militare ha due piccole esposizioni, una che riguarda i soldati franchisti e un’altra che riguarda gli appartenenti alle forze repubblicane. Sono piccoli ricordi, lettere, fotografie e oggetti personali che possono solo darci un’idea del passaggio dei soldati italiani attraverso il Rassegna dell’Esercito on-line 6/2015
suolo spagnolo in difesa di ideali opposti (immagine 11) . Il Sacrario Militare è un luogo interessante e sconosciuto a gran parte degli spagnoli, ma che con la sua visita può portare tutti a immaginare la tragica storia ed il terribile destino di coloro che nel Sacrario riposano per l’eternità. Tutti gli italiani caduti in Spagna devono essere ricordati e onorati, perché ognuno sacrificò la propria vita per una nobile e rispettabile causa, com’è testimoniato dalla presenza del Sacrario Militare Italiano a Saragozza e afferma-
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to dalla frase, incisa sull’arco della torre: "L’Italia a tutti i suoi Caduti in Spagna" (immagine 12) . BIBLIOGRAFIA Dimas Vaquero Peláez, Credere, Ob-
bedire, Combattere, fascistas italia-
nos en la guerra civil española, Mira, Zaragoza, 2007
Ayuntamiento de Zaragoza, La Iglesia de San Antonio de Padua de Zaragoza, Ed. Turismo de Zaragoza, 2009
Pepe Lasala, La Torre de los Italianos, Tertulia Cofrade Cruz Arborea, 2014.
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Le sabbie mobili della crisi libica n. 110 Âą ottobre 2015
A curadel CeSI (Centro Studi Internazionali)
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Le sabbie mobili della crisi libica
di Marco Di Liddo CeSI (Centro Studi Internazionali)
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LO SAPEVAT E CHE. . .
A partire dal numero 1/2015 la Rassegna dell’Esercito on line propone ai lettori un dizionario di curiosità linguistico-militari che esplora, in breve, l’etimologia di alcuni termini che fanno parte del nostro linguaggio quotidiano e che in qualche modo risalgono agli ambiti dell’universo militare. Inoltre vengono proposte delle locuzioni sui “modi di dire” tratti dal gergo militare ormai divenuti di uso comune.
F
FALLIRE
il verbo sta a indicare l’azione del mancare la realizzazione di un progetto. Compare nel provenzale falhir, nell’antico francese faillir, nell’ antico spagnolo e portoghese falir. Deriva dal latino fallere “abbattere”, “ingannare”, “sbagliare” (gr. sphállo “faccio cadere”, sanscr. sphalàti “vacillare”): è evidente il riferimento all’azione del combattimento.
FANFARA FANFARONE
per alcuni studiosi fanfara deriva dal francese fanfare, voce di origine onomatopeica che riproduce il suono degli strumenti a fiato, per lo più ottoni, presenti originariamente in ogni complesso musicale militare. Per altri è significativa la stretta affinità del termine con la voce spagnola fanfarria, che definisce non solo una bravata ma anche, e soprattutto, la suonata di corni e trombette che festeggiava il ritorno dalla caccia. La stessa etimologia si ravvisa anche per fanfarone, in italiano sinonimo di millantatore, ricavato dallo spagnolo fanfarròn “gradasso”, voce che si rintraccia pure nell’ antico spagnolo fanfa “vanteria”.
FANTERIA
se si dicesse che il termine deriva da fante non si darebbe una spiegazione corretta. Per capirne il processo formativo bisogna risalire al verbo latino fari “parlare”. Bisogna innanzitutto considerare che l’Arma, regina della battaglia, veniva un tempo denominata infanteria, tanto è vero che i francesi, gli inglesi, i tedeschi e gli spagnoli conservano ancora tale voce (infanterie, infantry, ecc.). Il termine infante, risalente al latino infans (composto da in e fans - fantis, participio presente di fari), significa letteralmente “non parlante”, cioè un bambino ancora in fasce. Senonché, col passar del tempo, anche la parola infante cambiò significato. Infatti prima passò a indicare un ra-
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C U R I O S I T À L I N G U I S T I C O M I L I T A R I
R U B R I C A D E L L E C U R I O S I T À L I N G U I S T I C O - M I L I TA R I gazzo e poi finì per indicare un giovane. Nel medioevo un signore che andava a cavallo usava assumere al proprio servizio un giovane (infante) che lo seguiva a piedi. Quest’ultimo fu poi armato e aveva l’obbligo di partecipare ai combattimenti in cui veniva eventualmente coinvolto il suo signore. Nacque così l’infanteria o milizia appiedata. Più tardi l’anzidetta parola si abbreviò in fanteria per aferesi. FERIRE FERITOIA
il verbo deriva dal latino ferire “colpire” (più probabile la derivazione dalla radice bhàr=far, fer “tagliare”, “forare”, alla quale si ricollega pure il sanscr. bhar-as “lotta”). Il termine feritoia indica una sottile apertura fortemente strombata, un tempo tipica delle fortificazioni, attraverso cui era possibile scagliare i dardi restando al riparo dal controtiro nemico. Con il progressivo incremento della potenza delle armi, e soprattutto dopo la comparsa delle artiglierie, alle feritoie, larghe pochi centimetri e destinate agli archi e alle balestre, si affiancarono quelle per i cannoni, altrimenti dette “troniere” o “cannoniere”, che raggiunsero nelle casematte della Seconda guerra mondiale dimensioni superiori a 5 m di larghezza e a 3 m di altezza. Oggi la voce è impiegata anche nelle costruzioni edili e meccaniche.
FEUDO
nel medioevo i sovrani, per assoldare le milizie, erano soliti cedere agli arruolati il diritto su un determinato territorio, il feudo. Il termine, presente nel francese fieu e nell’inglese feud, deriva dalla voce longobarda flu “proprietà”, trasformatasi poi in quella del basso latino feu-d-um “tenuta”, “dominio”.
FEZ
la voce indica il caratteristico copricapo di lana a forma di calotta adottato in alcune uniformi militari europee, come quella dei bersaglieri italiani. Deriva dalla celebre e rinomata città di Fez, una delle principali del Marocco, dove veniva fabbricato.
FODERA FODERO
entrambi i termini, presenti nello spagnolo e nel portoghese forro, nel francese feurre e nel fr. ant. fuerre, derivano dal germanico Fodr “custodia della spada”, “vagina”, “guaina”. Dalla stessa radice scaturisce anche la voce foraggio, l’alimento del bestiame formato da uno stelo di paglia vuoto, simile a un piccolo fodero.
FUCILE
il termine, che da tempo definisce la notissima arma da fuoco individuale a canna lunga, in origine designava il dispositivo per l’accensione della polvere, ovvero un particolare acciarino, comparso intorno alla fine del XVI secolo, montato su di una piastra a focile. Fino ad allora, infatti, l’archibugio (tale era il suo nome) veniva fatto sparare tramite una miccia sostenuta e portata sul focone [v.] da una levetta a forma di serpentello. Più tardi, lo stesso effetto si ottenne facendo strofinare una scheggia di pietra silicea su di una ruota azionata da una molla, producendo così le scintille necessarie. In seguito, si eliminò la ruota e si fece battere direttamente la pietra su di un ferro zigrinato. Il termine designava l’acciarino per accendere l’esca e quindi il fuoco. Deriva dal tardo lat. fusillus, fugillus “pietra focaia”, “acciarino” e, prima ancora, da focus “fuoco” e fucina “officina del fabbro”.
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LOCUZIONI
Far man bassa. È un modo di dire, ancora diffuso, che deriva dall’ordine “mani a basso” con cui il Comandante degli antichi eserciti dava il segnale per iniziare le operazioni di saccheggio nel territorio nemico. Fare fuoco e fiamme. L’interpretazione di questo antichissimo modo di dire è certamente connessa con la guerra, ma può avere almeno due spiegazioni. La prima rimanda al fatto che la conclusione di un assedio vittorioso consisteva, abitualmente, nell’incendio della città espugnata. La seconda si riallaccia alla necessità o opportunità di sollecitare l’aiuto degli alleati, nei frangenti di pericolosità, per mezzo di segnali di fuoco (di tale pratica si fa cenno anche in Omero). La locuzione ha avuto fortuna ed è rimasta nel nostro linguaggio per segnalare in maniera smodata uno stato d’ira e la volontà d’intraprendere azioni cruente. Fare terra bruciata. Nei secoli passati, per evitare che il nemico soggiornasse a lungo sopra
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una terra conquistata, veniva dato alle fiamme tutto ciò che era all’orizzonte (case, alberi e animali), trasformando il territorio in un deserto inospitale. In breve tempo, non potendo più sfamarsi, il nemico era costretto a sloggiare. La locuzione ha trovato fortuna anche nella dottrina militare classica. Fare testa coda. Il modo di dire è talmente usato nel gergo automobilistico da sembrare di recentissima invenzione. In realtà esso rappresentava l’ordine che veniva impartito alle milizie, tramite opportuni squilli di tromba, per far volgere all’indietro la colonna. Fuggi fuggi. La locuzione altro non è che la riproposizione di un incitamento rivolto ai soldati in prossimità di una sconfitta. Ancora oggi sta a indicare l’azione di battere in ritirata di fronte a un pericolo.
Tratto da: Giovanni Cerbo - Flavio Russo, Parole e Pensieri, Raccolta di curiosità linguistico-militari, Rivista Militare, 2000
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