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RASSEGNA DELL’ESERCITO ON LINE
SOMMARIO
di Rivista Militare NUMERO 4/2013 (LUGLIO - AGOSTO)
Direttore responsabile Francesco Paolo D’Emilio Redazione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 47357372 - Fax 06 47358139 e-mail: riv.mil@tiscali.it Coordinamento Editoriale Luigino Cerbo Claudio Angelini Annarita Laurenzi Grafica Marcello Ciriminna Edizione Centro Pubblicistica dell’Esercito
© 2013 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata
Registrazione del Tribunale di Roma n. 20/2013 del 15.01.2013
La rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnicoprofessionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e di dibattito
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
L’Asia centrale: l’importanza geostrategica del «cuore della terra». (Marco Paccoj) La Comunicazione Strategica e il Key Leader Engagement. (Cosimo Orlando)
Numero chiuso il 28-8-2013
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32 ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI I paradossi delle Campagne Contro-insurrezionali. 32 (Gianmarco Di Leo) 44
LOGISTICA
Forza NEC e la «trasformazione» logistica: ILS-Tailoring. (Fulvio Tarantini)
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60 ISP: www.esercito.difesa.it Comando C4 Difesa
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STORIA
Alla vigilia di Utrecht: armi sabaude in campo per la conquista di nuovi confini. (Paolo Bosotti)
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Massimo Taparelli d’Azeglio: ricordi di vita militare. (Marcello Marzani)
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Roma professionalizza il suo esercito. Cause e contesto storico della riforma dell’Esercito romano del II secolo A.C.. (Andrea Paoluzzi) Dalla nascita dell’elicottero alla consacrazione degli «Huey» nel conflitto vietnamita. (Stefano Angeloni)
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ATTUALITÀ
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RECENSIONI
STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
L’ASIA CENTRALE: L’IMPORTANZA GEOSTRATEGICA DEL «CUORE DELLA TERRA» del Maggiore Marco PACCOJ in servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze (COI Difesa)
Fig. 1 ’elemento di maggior forza dell’Asia centrale nel passato ed il suo maggior problema ancora nel tempo presente, è rappresentato dall’interclusione che ne caratterizza la maggior parte del territorio, privandolo totalmente di sbocchi al mare. La vasta steppa dall’Asia centrale è limitata dal Mar Caspio a ovest, dai sistemi montuo-
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Prospettiva geofisica dell’Asia centrale.
si dell’Hindu Kush e del Pamir a sud e dai monti del Tian Shan a est, lungo il confine cinese. A nord, dove la steppa kazaka si congiunge con la regione siberiana, non ci sono confini geografici precisi (Fig. 1). L’Asia centrale era nota un tem-
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Fig. 2
L’«altra» terra «tra i due fiumi».
po come «la terra tra i due fiumi», per via dei due maggiori corsi d’acqua, l’Amu Darya (Oxus) (1) ed il Syr Darya (Iaxartes) (2) (Fig. 2), che cingevano gran pare del suo territorio sfociando poi nel lago di Aral. I due corsi d’acqua hanno creato nel tempo formidabili confini geografici, culturali e politici che separavano l’Asia dal resto del mondo nonostante il collegamento costituito dalla «Via della seta». L’Amu Darya, per esempio, divideva gli Imperi nomadici altaico e mongolo dall’Impero persiano a sud e costituiva un cuscinetto, insieme all’indipendente Afghanistan, tra l’Impero britannico in India e la Russia zarista. Il Syr Darya ha invece protetto i regni della regione dalle periodiche invasioni della Mongolia, dalla Siberia e dal deserto del Gobi. I due grandi fiumi non sono, ciò
nonostante, le uniche frontiere naturali. L’Asia centrale si trova infatti all’incrocio delle catene montuose più alte del mondo (come detto: Pamir, Tian Shan, Himalaya e Hindu Kush) e nel mezzo di tale maestoso paesaggio di montagne e steppe si trovano due dei più grandi deserti del planisfero. A sud in corrispondenza del Turkmenistan, c’è il deserto delle sabbie nere (Karakuny) di oltre 350 000 km quadrati dove le precipitazioni si verificano più o meno una volta ogni dieci anni e a nord, in Uzbekistan, si trova il deserto delle sabbie rosse (Kyzylkum). Tra estensioni di terra desolata, le valli lussureggianti e ben irrigate costituiscono altrettante oasi intorno alle quali sono fioriti insediamenti e città; ciascuna oasi ivi esistente, costituiva una comunità economica autosufficiente e i suoi abitanti commerciavano con i nomadi locali e con le carovane che attraversavano l’area. Il paesaggio aspro e scarsamente popolato ren-
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deva l’Asia centrale matura per la conquista, ma nonostante tutto difficile da governare: tutta la sua storia è un succedersi di imperi che periodicamente sono sorti e successivamente decaduti. La configurazione dell’Asia centrale è rimasta quasi immutata fino al tardo diciannovesimo ed all’inizio del ventesimo secolo quando la regione è entrata a far parte prima dell’Impero russo e poi dell’Unione Sovietica. I russi, e più tardi i sovietici, modificarono il territorio con massicce opere di irrigazione anche se così facendo crearono una situazione di danni ambientali ed inquinamento irreversibili. Oggi quella rete di irrigazione resta inutilizzata e distrutta, ostaggio delle battaglie politiche che hanno frazionato e tuttora dividono la regione. L’Asia centrale attualmente comprende cinque Repubbliche indipendenti: Kazakhstan, Kirghizistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan i cui confini, ferocemente contestati, furono tracciati da Stalin, nell’ambito della sua campagna di dominio, mediante l’applicazione del principio politico romano del «Divide et Impera». In siffatto contesto anche i Paesi immediatamente adiacenti alla regione centroasiatica assumono un ruolo rilevante dal punto di vista geopolitico; si pone particolare riferimento all’Afghanistan, Paese da sempre al centro delle attenzioni di molteplici interessi multilaterali sia delle potenze regionali che esterne al continente euroasiatico. Il territorio dell’area all’esame ricopre circa quattro milioni di chilometri quadrati e ospita una popolazione di soli 52
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milioni di abitanti composta da oltre cento gruppi etnici dai predominanti uzbechi, kazaki e tagichi, a minoranze tedesche, coreane e tibetane. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, erano presenti anche circa dieci milioni di russi – un quinto della popolazione – in gran parte stanziatisi stabilmente a causa delle colonizzazioni forzate imposte da Stalin con immissioni massicce di popolazione russa e russofona nei Paesi del centro Asia, i quali, però, nel 1991, all’indomani del crollo sovietico, sono ritornati in patria. Nell’ambito di caratteristiche geomorfologiche di tale complessità, si inquadra una storia di conquiste, di orde mongole e santi guerrieri arabi che dilagarono nelle steppe e valicarono le montagne e che fecero parte dei più grandi Imperi della storia. Alessandro il grande, Tamerlano, Gengis Khan che a turno aggiunsero i territori dell’Asia centrale ai loro vasti Imperi fondando dinastie che sopravvissero per secoli. La storia antica dell’Asia centrale, infatti, è dominata dalla rivalità tra i persiani a sud e le tribù altaiche a nord, che si contendevano delle ricche città oasi. Le tribù abitarono originariamente la regione dei monti Altai nella parte orientale dell’Asia centrale. Durante il dominio cinese, si diffuse l’appellativo tur o turcico per indicare tutte le tribù che costituivano una minaccia per l’Impero, dando origine al nome terra dei turchici (Fig. 3), che viene ancora oggi utilizzato per indicare l’Asia centrale. Un impero nomade, risalente al primo secolo d.C., che lasciò notevoli tracce nella regione fu quello
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Fig. 3
Il Turkestan: la terra dei tur o turchici.
dei kushan. Comprendeva il nord dell’India, l’Iran e l’attuale provincia cinese dello Xinjiang. Nel secondo secolo il grande re kushan Kanishika fu protettore della scuola buddista Mahayana, prima ad umanizzare la figura del Buddha. (3) Nel XX secolo scavi archeologici in Afghanistan ed in Tajikistan hanno portato alla luce le imponenti e bellissime statue del Buddha kushan, distrutte a seguito dell’avvento del regime dei Taliban. È interessante rilevare che seguendo la tradizione di tolleranza religiosa, che ha sempre caratterizzato l’Asia centrale, i kushan permisero allo zoroastrismo (4) e all’induismo (5) di fiorire accanto al buddhismo. Per i primi secoli dopo Cristo, vari gruppi si contesero l’Asia
centrale: unni, sassanidi, turchi e cinesi che invasero la valle di Fergana. Ma la successiva importante serie di incursioni ebbe inizio intorno al 650 d.C., quando arrivarono i primi arabi, portando con loro la nuova fede dell’Islam. Durante i successivi cento anni, vennero inviate forze di invasione nella Transoxania (6), che occuparono le città di Bukhara e Samarcanda. Nel 751 d.C. un esercito sconfisse una armata cinese a Talas, nell’odierno Kirghizistan, mettendo fine alle ambizioni della Cina e istituendo la fede dell’Islam in Asia centrale anche se gli arabi non rimasero nella regione per fondarvi regni permanenti e di una certa rilevanza. Regni musulmani indipendenti, tuttavia, si diffusero nelle città-oasi, tra questi il più significativo Impero dei persiani samanidi che stabilirono la capitale a
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Fig. 4 Le conquiste delle orde altaiche in Asia centrale.
Bukhara. L’Impero samanide si consolidò in Asia centrale per secoli, trasformando Bukhara in un centro di commercio, trasporto e cultura di primo piano nel mondo islamico (7). L’Impero samanide tramontò con l’arrivo di una nuova ondata di tribù turciche altaiche: i ghaznavidi (con base a Ghazni in Afghanistan), i qarakahnidi si impadronirono di Bukhara e i selciughidi che giunsero nel X ed XI secolo e dominarono l’area dei monti del Pamir e i confini della Cina fino all’Iraq, unendo per la prima volta i mondi persiano e arabo sotto l’egemonia altaica. Tra le orde successive ad invadere l’Asia centrale ci furono poi i
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mongoli che a partire dal 1218, sotto la guida di Gengis Khan, rilevarono definitivamente i selgiuchidi prendendo la città di Bukhara dopo aver ucciso trentamila persone. I mongoli procedettero verso est aggiungendo al loro Impero la Russia e alcune zone dell’Europa orientale. Alla morte di Gengis Khan, l’Asia centrale fu governata dal figlio Chagatai i cui discendenti divisero la regione in due khanati: la Transoxania a ponente ed il Turkistan a levante. L’ultima grande esplosione nell’Asia centrale doveva lasciar l’influsso culturale più significato nella regione. Timur (Tamerlano), turco barlas, ha creato il primo impero indigeno in Asia centrale. Nato nei pressi di Samarcanda, ha reso la città la capitale del territorio centroasiatico a partire dal 1369. Dopo l’Asia centrale ag-
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giunse al proprio Impero l’India, la Persia, l’Arabia e parte della Russia (Fig. 4). Gli uzbechi shaybani, che fanno risalire le proprie origini genealogiche a Uzbek Khan, nipote di Gengis Khan, crearono l’ultimo dei grandi Imperi nomadi in Asia centrale. Nel 1500 sconfissero i timuridi (discendenti di Timur) e spostarono la capitale a Bukhara. Sotto il dominio degli uzbechi shaybani fiorirono la letteratura e la lingua altaiche (8). Dopo il XVI secolo l’Impero shaybani cominciò a decadere ed andò progressivamente frammentandosi in piccoli feudi litigiosi a base cittadina. In tale quadro nel XVII e XVIII secolo emersero tre khanati deboli – Kiva, Kokand e Bukhara – in cui i khan (sovrani) stabilirono nel tempo le dinastie dei Kugrand a Khiva, dei Mangyt a Bukhara e dei Ming a Kokand. Nel corso della richiamata periodizzazione ed in particolare nel corso dei due secoli a seguire divenne inevitabile che gli Zar, mirando ad espandere l’Impero russo, ponessero prima o dopo lo sguardo sull’Asia centrale. L’espansione russa veniva alimentata dal vasto apparato militareburocratico dell’Impero che aveva sottomesso il Caucaso e che poneva mire sulle risorse economiche, minerali e cotone, presenti nell’area. Nel breve periodo tra il 1865 ed il 1876 gli Eserciti russi occuparono Tashkent e gran parte dell’Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan, anche se il confine tra Afghanistan e Tajikistan rimase aperto ed i capi tribali uniti ai banditi dell’uno e dell’altro Paese, spesso trovavano rifugio nei rispettivi territori; tradizione
che oggi si rinnova tra gli estremisti islamici dell’Asia centrale dei Taliban. I russi formarono la provincia del Turkestan e lasciarono i khanati di Khiva e Bukhara come unità politiche autonome, dipendenti dall’Impero. Per controllare meglio la regione, i russi cominciarono a colonizzare l’area con popolazioni di etnia russa e cosacca (9) oltre a stimolare lo sviluppo economico attraverso il consolidamento agricolo, industriale e di costruzione della rete ferroviaria che per la prima volta portava l’Impero russo ai confini di Afghanistan, Iran, Cina e India britannica. Il dominio zarista si chiuse con un olocausto di sofferenze per le popolazioni centroasiatiche. Gli abitanti della regione, tra cui i nomadi kazaki e kirghisi, furono costretti a fuggire oltre il confine nel Turkestan cinese. Infine dal 1917 in poi l’Asia centrale non mostrò alcun desiderio di entrare a far parte della nuova Unione Sovietica che emerse dalla Rivoluzione d’ottobre. I Paesi centroasiatici resistettero alla sovietizzazione con maggior forze di altre regioni, con i basmachi (10) musulmani alla testa della lotta. A partire dal 1929 però, quando i basmachi vennero definitivamente sconfitti dai comunisti sovietici, la carta dell’Asia viene ridisegnata d’autorità in cinque Repubbliche sovietiche, ponendo una cristallizzazione temporanea a secoli di conflitti per il controllo della regione. Sul finire del XIX secolo ed inizio del XX, l’opera dell’inglese Sir Halford John Mackinder geografo, esperto in biologia, storia, legge e strategia, oltreché politico, diplomatico, esploratore ascensionista
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(11), edificò, in maniera avanguardistica, il pensiero della scienza sociale che nella letteratura accademica contemporanea viene definita «geopolitica». Nell’aprile del 1904, quando comparve sul magazine inglese di settore the Geographical Journal, l’articolo intitolato The Geographical pivot of History (12), tradotto successivamente in italiano come il «Perno Geografico della Storia» (13), si diffuse una percezione maggiormente cosciente
grafica, il cui approccio deterministico può essere riassunto nei termini da lui stesso esposti: «È l’uomo, e non la natura, a dare inizio ai processi storici, ma è la natura, in larga misura, a controllarli» (14). A quel tempo, nella cornice storica di inizio ‘900 che vedeva l’apogeo talassocratico dell’Inghilterra liberale ancora chiusa nel suo «splendido isolamento», Mackinder sostenne che la porzione territoriale del primo continente orientale euFig. 5
La raffigurazione dell’area Mackinder nel 1904. (16)
Pivot
di
dell’importanza della geografia sull’andamento diacronico, sincronico e futuribile degli eventi storicopolitici. L’opera di Mackinder costituì l’archetipo della disciplina geo-
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roasiatico che comprendeva la Russia, l’Europa orientale e l’Asia centrale fosse definibile come l’area pivot attorno a cui ruota il destino del predominio mondiale (Fig. 5). In un volume successivo (15), ha invece indicato quest’area eurasiatica come l’heartland: il cuore del-
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Fig. 6 La rappresentazione cartografica della teoria dell’Heartland. (17)
la terra quale aggiunta strategica alla Pivot Area (Fig. 6). Attorno a questo spazio geografico sussistono quattro grandi regioni che insistono al margine del continente eurasiatico e sono adiacenti all’area dell’inner o marginal Crescent (della mezzaluna interna o marginale), in corrispondenza delle macro regioni dove si sono diffuse e consolidate le quattro grandi religioni del buddhismo, induismo, cristianesimo e islam. Infatti, secondo Mackinder, una simile corrispondenza non è sembrata casuale, in quanto nel suo pensiero anche la professione di fede è strettamente subordinata alla geografia. In tale ottica, sono rilevabili due terre monsoniche, una a est, general-
mente lungo le rive del Pacifico, considerata la patria del buddhismo, l’altra a sud, di fronte all’Oceano Indiano, rappresentata come il luogo d’origine dell’induismo; la terza regione marginale è l’Europa, che, bagnata ad ovest dall’Atlantico, viene individuata come la patria del cristianesimo. La più fragile delle quattro regioni marginali è considerato il Medio Oriente, patria dell’islam, «povera d’acqua per la prossimità con l’Africa» e per la maggior parte «scarsamente popolata» (considerazione che tiene conto del contesto sincronico dell’epoca della conferenza). La descritta situazione geofisica dell’Eurasia e gli eventi in corso di svolgimento su di essa all’alba del XX secolo, costituiscono l’argomento delle riflessioni di Mackinder, la cui frase d’apertura lasciava già preconizzare la loro por-
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tata: «Quando, in un remoto futuro, gli storici guarderanno il gruppo di secoli che stiamo attraversando e li vedranno ridotti in uno scorcio prospettico, come noi oggi vediamo le dinastie egizie, essi forse descriveranno gli ultimi quattrocento anni come l’epoca colombiana, ponendo la sua fine a poco dopo il 1900» (18). Mackinder chiarisce che mentre la cristianità medievale era «rinchiusa dentro una regione ristretta e minacciata all’esterno dai barbari» (19), l’età colombiana, evo delle grandi scoperte, vide l’Europa espandersi al di là degli oceani, verso nuove terre. Pertanto, nel XX secolo, «noi dovremo nuovamente confrontarci con un sistema politico chiuso», questa volta con un «orizzonte mondiale». «Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi all’esterno nello spazio sconosciuto e nel caos barbarico, verrà invece a rimbombare dagli estremi confini del globo, e gli elementi più deboli nell’organismo politico ed economico del mondo ne saranno di conseguenza sconvolti». (20) Percependo che gli Imperi europei non avevano più spazio entro cui espandersi, cosa che avrebbe reso globali i loro conflitti, Mackinder previde, sia pur vagamente, la portata di entrambe le guerre mondiali. Egli considerava la storia europea come «subordinata» a quella dell’Asia, in quanto vedeva la civiltà dell’Europa come il mero risultato della lotta contro l’invasione asiatica. L’Europa, scriveva, «è diventata quel fenomeno che di fatto è, sol-
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tanto a causa della sua conformazione geografica: una serie intricata di montagne, valli e penisole, limitata a nord dai ghiacci polari e a ovest dall’oceano, bloccata dai mari e dal Sahara a sud e posta di fronte all’immensa, minacciosa pianura russa a est. In questo paesaggio ben delimitato si riversarono una serie di invasori nomadi provenienti dalle brulle steppe dell’Asia. L’unione di franchi, goti e cittadini provinciali romani contro questi invasori pose le basi della moderna Francia. Analogamente, anche le altre potenze europee ebbero origine (o quantomeno maturarono) attraverso i loro incontri con i nomadi asiatici». Di fatto, furono le presunte angherie commesse dai turchi selgiuchidi (21) ai danni dei pellegrini cristiani a Gerusalemme ad offrire il pretesto per lanciare le Crociate, che Mackinder considera come l’inizio della moderna storia collettiva dell’Europa. La Russia, nel frattempo, per quanto le sue paludose foreste la proteggessero da numerose schiere d’invasori, cadde preda, nel XIII secolo, dell’Orda d’oro dei mongoli. La stirpe dei conquistatori provenienti dall’estremo oriente decimò e, in seguito, trasformò la Russia. Contestualmente la maggior parte dell’Europa non conobbe mai un simile livello di distruzione; essa fu in grado di emergere come la guida politica del mondo, mentre alla Russia fu in gran parte precluso l’accesso al Rinascimento europeo. Il modello russo di Impero terrestre, con poche barriere naturali a difesa avrebbe conosciuto, in quel periodo e per sempre che cosa signifi-
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ca essere brutalmente conquistati. E, di conseguenza, sarebbe stato perennemente turbato dalla spinta ad espandersi ed a mantenere il controllo del territorio. Le scoperte chiave dell’epoca colombiana, scrive Mackinder, non fecero altro che rafforzare la cruda realtà della geografia. Nel Medioevo, i popoli d’Europa erano rimasti in larga misura confinati alla terraferma. Ma dopo la scoperta della rotta attorno al Capo di Buona Speranza, gli europei ebbero all’improvviso accesso a tutta la fascia costiera dell’Asia meridionale, per non parlare delle scoperte strategiche nel Nuovo Mondo. Mentre gli europei occidentali «solcavano gli oceani con le loro flotte», prosegue Mackinder, la Russia si stava espandendo con eguale energia sulla terraferma, «emergendo dalle sue foreste settentrionali» per controllare le steppe con i suoi cosacchi, entrando impetuosamente in Siberia e mandando i propri contadini a coltivare il grano nelle steppe sud-occidentali. Era sempre la vecchia vicenda che si reiterava: Europa contro Russia, una potenza marittima liberale (come Atene e Venezia) contro una potenza terrestre reazionaria (come Sparta e la Prussia). Il mare, infatti, oltre a portare influenze cosmopolite in virtù dell’accesso a porti remoti, offre anche quell’inviolabile sicurezza dei confini di cui la democrazia ha bisogno per svilupparsi. «Nel XIX secolo - evidenzia ancora Mackinder nella sua opera – l’avvento delle macchine a vapore e l’apertura del Canale di Suez accrebbero la mobilità della potenza marittima europea attorno
alla fascia costiera meridionale eurasiatica, così come le ferrovie stavano iniziando a fare lo stesso per la potenza terrestre nel cuore dell’Eurasia». Era pertanto ormai pronto lo scenario per lo scontro per il predominio eurasiatico, cosa che conduce il geografo inglese a formulare la sua tesi centrale: «Se riflettiamo su questa rapida esposizione delle grandi tendenze della storia, non è forse evidente la presenza di una certa continuità a livello di rapporti geografici? La regione perno della politica mondiale non è forse quella vasta area dell’Eurasia che risulta inaccessibile alle navi, ma che nell’antichità era aperta alle scorrerie dei nomadi a cavallo e, oggi, sta per essere coperta da una rete di ferrovie?». Proprio come i mongoli premevano alle porte delle regioni marginali attorno all’Eurasia, la Russia avrebbe ora rivestito il medesimo ruolo di conquista, perché, come scrive Mackinder, «le quantità geografiche in gioco sono più misurabili e più grossomodo costanti di quelle umane». Il determinismo di Mackinder, rivisitato in chiave strategica in un articolo apparso sulla rivista inglese di politica internazionale Foreign Affairs nel luglio del 1943 (22), che prende in seria considerazione l’equazione di potenza del momento, ha sostanzialmente preparato il mondo per l’ascesa dell’Unione Sovietica e della sua vasta zona d’influenza, nella seconda metà del XX secolo, oltre che per le due guerre mondiali che l’hanno preceduta. In fin dei conti, e come ha notato lo storico Paul Kennedy, questi conflitti sono stati delle lotte per il control-
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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE
Fig. 7 La strategia del Containment del confronto bipolare.
lo delle regioni «marginali» individuate dalla teoria di Mackinder, dall’Europa orientale all’Himalaya e oltre. La strategia del Containment all’epoca del confronto bipolare (23) (Fig. 7), inoltre, dipendeva pesantemente dalle basi lungo le fasce costiere del Medio Oriente e dell’Oceano Indiano. Di fatto, la proiezione della potenza americana in Afghanistan e in Iraq, nonché le correnti tensioni con la Russia riguardo al destino politico dell’Asia centrale e del Caucaso, sembrano aver verosimilmente rinvigorito ulteriormente la
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tesi di Mackinder. Nell’ultimo paragrafo del suo articolo, infatti, egli infonde la minaccia di una possibile conquista cinese della regione «perno», cosa che renderebbe definitivamente la Cina la potenza geopolitica dominante del mondo. L’odierna rivendicazione demografica cinese di parti territoriali della Siberia, si contrappone, nel senso addotto, all’indebolimento del controllo politico russo sui suoi estremi confini orientali. La saggezza del determinismo geografico espressa dal pensiero di Mackinder resiste, nel quadro all’esame, attraverso i secoli perché ha pioneristicamente rilevato che le lotte più profonde dell’umanità non presentano caratteristiche esclusivamente
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ideologiche, ma sembrano più dirette al controllo del territorio, nello specifico identificato con il cuore e le fasce costiere dell’Eurasia. Naturalmente, anche le idee contano e si diffondono attraverso i confini geografici. Ciononostante, c’è una certa logica geografica dietro al fatto che alcune idee mettano radici in determinati luoghi. L’Europa orientale, la Mongolia, la Cina e la Corea del Nord sono state contraddistinte nel tempo da regimi comunisti contigui alla grande potenza terrestre dell’Unione Sovietica. I fascismi classici sono stati un problema prevalentemente europeo; e il liberalismo ha messo le proprie radici più profonde negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che non a caso sono sostanzialmente due Nazioni insulari nonché due potenze marittime. Pertanto sembrerebbe facilmente sostenibile una campagna di avversione verso questa sorta di determinismo geopolitico, ma appare tuttavia molto più difficile provare a confutarlo. L’analisi dell’importanza geopolitica dell’ «area perno» centro asiatica ha avuto, nel corso del tempo, uno sviluppo di pensiero per quel concerne sia il livello regionale che globale, rispetto alla iniziale teoria deterministica di Sir H. J. Mackinder che, come sopra evidenziato, è stata oggetto di ampliamento dottrinale revisionistico anche da parte dello stesso autore (24). Alla fine degli anni trenta del XX secolo in due articoli scritti dallo studioso olandese-americano Nicholas John Spykman (25), venne fornita una analisi alternativa alla
teoria iniziale dell’area perno di Mackinder attraverso una sua rivisitazione complementare, realizzatasi con la teorizzazione del Rimland (o anello esterno) ossia la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia, suddivisa in tre zone: zona della costa europea; zona del medio oriente; zona asiatica (Fig. 8). La fascia sub continentale del Rimland, secondo Spykman, si caratterizza per la presenza di paesi ricchi, tecnologicamente avanzati, con grande disponibilità di risorse e facile accesso ai mari. La sua dimensione, allo stesso tempo marittima e terrestre, la rende però attaccabile da più fronti. D’altra parte questa sua duplice natura fa sì che l’ «anello marginale» rappresenti una possibile zona di mediazione tra le due potenze mondiali del confronto bipolare: Stati Uniti e Russia. Secondo Spykman, infatti, la maggiore minaccia dal punto di vista geopolitico sta proprio nella possibile unione tra Heartland e Rimland sotto uno stesso potere. L’unificazione di quest’area porterebbe ad un blocco dei commerci, causato dall’autosufficienza dell’«isola mondo» che ricomprende entrambi le aree. L’autore olandese -americano vedeva le coste degli oceani Pacifico e Indiano come le chiavi per il possibile predominio in Eurasia e come i mezzi naturali per tenere sotto scacco la potenza terrestre Russa. Prima di morire nel 1943, mentre gli Stati Uniti sopportavano lo sforzo bellico della guerra nel Pacifico contro la potenza nipponica, Spykman predisse l’ascesa della Cina e la con-
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seguente necessità, per gli Stati Uniti stessi, di difendere il Giappone, in quel momento storico il «grande nemico» statunitense. E anche se gli Usa profondevano uno sforzo bellico rilevante per liberare l’Europa, Spykman li mise in guardia avvertendoli che l’emergere, dopo la guerra, di una potenza europea unificata si sarebbe infine rivelato contrario ai loro interessi geopolitico -strategici. Nella teorizzazione dell’importanza cruciale dell’anello esterno attiguo all’heartland, l’autore olandese-americano tenne in primaria considerazione il fattore storico oltre a quello geografico pur ritenendo quest’ultimo altrettanto determinante. In tale ottica di rivisitaIl Rimland. La rivisitazione della deterministica teoria dell’Heartland, ad opera di N.J. Spykman (26).
zione egli, a differenza di Mackinder, non caratterizzava la propria analisi con un approccio deterministico di tipo esclusivamente geografico e poneva la storia alla base del metodo utilizzato. N. J. Spykman collocava l’accento della propria osservazione geopolitico storica sulla Russia che, a suo modo di vedere, avrebbe costituito la potenza emergente nel continente euroasiatico per periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Egli scrisse, in sostanza, che il pericolo di una egemonia della Russia avrebbe costituito per gli Stati Uniti un problema non inferiore alla portata della Germania del III Reich, che gli Usa avevano affrontato nello scontro bellico. Nel 1942 infatti egli sostenne, con effetti scandalistici, attesa la politica americana e l’impegno nello sforzo militare nazionale del momento, Fig. 8
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che gli Stati Uniti avrebbero dovuto percorrere la strada di un’alleanza con la Germania ed il Giappone dopo averle sconfitte militarmente. Secondo l’autore infatti finanche un alleanza con lo «storico» nemico giapponese e con la Germania nazista, sarebbe stata favorevolmente prevedibile in chiave antisovietica, dal momento che la Russia poteva ed avrebbe potuto godere di privilegio geografico notevole stante la sua posizione nell’ambito del continente euroasiatico a ridosso immediatamente superore della fascia territoriale del Rimland. L’importanza della sua previsione ha assunto valore ulteriormente rilevante considerando che due degli attori coinvolti, Germania e Giappone, erano, in quel momento storico, costante oggetto della propaganda di guerra americana e facevano parte, sempre contestualmente alla diffusione dell’analisi in questione, del Patto Tripartito, alleanza stipulata nel 1940 sull’asse Roma Berlino - Tokyo e avente lo scopo di riconoscere le reciproche zone di influenza dei contraenti in Europa e Asia. Il valore degli scritti iniziali di N.J. Spykman, alla luce della tarda considerazione generale della geopolitica come scienza sociale in occidente – il suo consolidamento dottrinale è avvenuto solo all’inizio degli anni settanta del XX secolo – e del credito dell’autore, valutato pressoché unicamente come il padre della Rimland theory, assume oggi una decisa necessità di rivalutazione. Il suo contributo di analisi geopolitica, infatti, non è limitato e circostanziato alla sola
Rimland therory, ma si è riversato su più fronti ed ha precorso, in maniera considerevolmente impressionante, eventi storico-politici accaduti successivamente alla sua morte e pressoché aderenti alle sue previsioni. In momento storico come quello contemporaneo, in cui è maggiormente sentita la necessità di analizzare il contrasto geopolitico proprio nell’area del Rimland (medioriente, Asia centrale e meridionale e con minore intensità nell’area asiatica nord-orientale) sia in chiave sincronica (27) che in prospettiva diacronica (28), gli scritti geopolitici di Nicola John Spykman andrebbero attentamente approfonditi con un pronto e criticamente costruttivo spirito d’analisi. NOTE (1) L’Amu Darya, conosciuto nell’antichità classica con il nome greco di Oxus (o Jayhunè in persiano), è il fiume più lungo dell’Asia centrale. La sua estensione totale è di 2650 chilometri ed è navigabile per oltre 1450 chilometri. (2) È il fiume dell’Asia centrale conosciuto dai greci come Iaxartes (dal greco antico ὁ Ιαξάρτης) e dagli Arabi come Sahyūn. Il corso d’acqua costituiva il confine più a nord dell’impero macedone di Alessandro Magno. Lungo il suo corso fu fondata, nel 329 a.C., la città di Alessandria Eschate (oggi Chujand). Il nome Syr Darya è antico, ma è stato comunemente utilizzato in Occidente solo all’inizio del Novecento, in sostituzione del nome greco. (3) In precedenza, infatti, il Buddha era
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stato raffigurato solo mediante simboli come per esempio la ruota della preghiera. (4) Lo Zoroastrismo (definito anche Zoroastrianesimo o Mazdaismo) è una dottrina religiosa e filosofica basata sugli insegnamenti del profeta Zoroastro (meglio noto come Zarathustra) ed è stata in passato la religione più diffusa nel mondo. È forse la più datata tra le religioni ancora esistenti, fondata prima del sesto secolo a.C. nell’antica Persia (Iran). Lo Zoroastrismo è stato per secoli la religione dominante in quasi tutta l’Asia centrale, dal Pakistan all’Arabia Saudita, fino alla rapida diffusione ed affermazione della religione islamica nel VII secolo. Il costante declino nei secoli successivi vide un brusco cambiamento di direzione negli anni novanta del ventesimo secolo, caratterizzati da un’inaspettata e repentina crescita della religione zoroastriana. Negli ultimi anni le tendenze hanno tuttavia nuovamente cambiato marcia: le ultime statistiche presentano un numero di 200 000 fedeli in continua discesa; ed è inoltre diffusa l’opinione secondo cui lo Zoroastrismo potrebbe estinguersi nel giro di pochi anni. (5) L’Induismo (o, secondo alcuni studiosi dell’Induismo italiani, Hinduismo) tradizionalmente denominato Sanatanadharma (letteralmente «legge/religione eterna») è, tra le principali religioni del mondo, quella con le origini più antiche; conta circa un miliardo di fedeli, di cui circa 828 milioni in India. Dare una definizione unitaria dell’Induismo è difficile, poiché esso – più che una singola religione in senso stretto – si può considerare una serie di correnti religiose, devozionali ovvero metafisiche ovvero teologico-specula-
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tive, modi di comportarsi, abitudini quotidiane spesso eterogenee, aventi sì un comune nucleo di valori e credenze religiose, ma differenti tra loro a seconda del modo in cui interpretano la tradizione e la sua letteratura religiosa, e a seconda di quale aspetto diviene oggetto di focalizzazione per le singole correnti. (6) Con tale termine si suole indicare il territorio ricompreso al di là del fiume Oxus (Amu Darya). (7) I samanidi lasciarono un evidente segno sullo sviluppo della lingua e della cultura persiane in cui si delinearono personaggi di rilievo scientifico quali il medico Ibn Sina (Avicenna), il matematico Al Biruni e poeti come Firdausi. (8) La famiglia delle lingue altaiche include 60 lingue parlate da circa 250 milioni di persone, particolarmente in Asia centrale e orientale. La relazione tra le diverse lingue altaiche è ancora oggetto di dibattito e l’esistenza stessa di un ceppo linguistico altaico non è propriamente consolidata (ciò si estrinseca nella definizione di superfamiglia anziché di famiglia linguistica). Alcuni studiosi considerano le evidenti similitudini tra queste lingue come eredità genetica, altri il frutto di una lega linguistica. (9) I cosacchi (nome etimologicamente derivante dalla parola turco-tartara qazaq, nomade o uomo libero) rappresentano un’antica comunità militare che vive nella steppa dell’Europa dell’Est (Ucraina) e dell’Asia (Siberia e Kazakhstan). Inizialmente con tale termine furono individuate le popolazioni nomadi tartare (mongole) delle steppe della Russia meridionale. Tuttavia, a partire dal XV secolo, il nome fu attribuito a gruppi di slavi (per lo più russi e ucraini) che popolavano i territori este-
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si lungo il basso corso dei fiumi Don e Dnepr. In questo senso, i cosacchi non costituiscono un gruppo etnico propriamente detto. Altre zone di colonizzazione successive furono la pianura ciscaucasica (bacini dei fiumi Kuban e Terek), il basso Volga, la steppa del bacino dell’Ural e alcune zone della Siberia orientale nel bacino del fiume Amur Darya. (10) Con il termine altaico di basmachi (letteralmente «banditi»), i sovietici furono soliti indicare tanto la rivolta quanto i mujaheddin islamici che si opposero al sistema comunista in Asia centrale dopo il 1917. (11) Nel 1899 portò a termine la conquista del monte Kenya. (12) La pubblicazione a stampa dell’opera di H. J. Mackinder venne preceduta da una presentazione della stessa presso la Royal Geographical Society di Londra la sera del 25 gennaio 1904 dinanzi ad una platea di alto valore scientifico-culturale. (13) M. Roccati, «La terra ed il suo cuore, H. John Mackinder e la Teoria dell’Heartland, i castelli di Yale», quaderni di filosofia n. 1, 1996. (14) H.J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, in «The Geographical Journal», XXIII, April 1904. (15) H.J. Mackinder, «Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction», Constable, London 1919 – Holt, New York 1919; ristampa, ID., «Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction», Norton, New York 1962. (16) Federico Bordonaro, «La geopolitica anglosassone. Dalle origini ai nostri giorni» Nuova edizione www.guerini.it., mappe online free. (17) Federico Bordonaro, «La geopolitica anglosassone. Dalle origini ai nostri
giorni» Nuova edizione www.guerini.it., mappe online free. (18) H.J. Mackinder, The Geographical Pivot of History, in «The Geographical Journal», XXIII, April 1904. (19) H.J. Mackinder, Op. cit. (20) H.J. Mackinder, Op. cit. (21) I turchi selgiuchidi arrivarono in Anatolia nell’XI secolo assorbendo le culture locali compresa l’architettura, convertirono le chiese cristiane in moschee e le fortezze Bizantine vennero riparate e rafforzate. Il Regno dei selgiuchidi (con Capitale Konia) venne sconfitto dai mongoli di Gengis Khan nel secolo successivo. (22) H.J. Mackinder, The Round of World and the Winning of the Peace, in «Foreign Affairs», XXI, July 1943; tr. it., ID., Il mondo intero e come vincere la pace, «in Limes», n. 1, 1994, pp. 171182. (23) Il sistema di alleanze creatosi per il controllo dei punti nodali, venne progressivamente strutturato con lo scopo di contenere la possibile spinta centrifuga sovietica proveniente dall’Area Perno. Al trattato Nord Atlantico del 1949, seguirono quello del Central Treaty Organisation (CENTO), già METO Middle East Treaty Organization (Trattato dell’Organizzazione Centrorientale) rotto dall’Iraq, in seguito alla rivoluzione del 1958, quando uscì dal Patto di Baghdad, che venne firmato il 21 agosto del 1959 tra il Pakistan, l’Iran, la Turchia ed il Regno Unito, motivato dalla necessità di creare un meccanismo di difesa contro l’espansionismo sovietico. La CENTO rappresentava l’anello di congiunzione tra la NATO e l’Organizzazione Militare Orientale di Difesa e l’Alleanza del Southeast Asia Treaty Organization (SEATO) per il sudest asiatico, nata con il trattato di Ma-
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Fig. 9
L’ellissi strategica dell’energia.
nila del 1954, e sottoscritta da Francia, Australia, Filippine, Nuova Zelanda, Pakistan, Regno Unito, USA e Thailandia, con lo scopo di fronteggiare la pressione politica e militare dei Paesi comunisti dell’Asia, anche se la mancata adesione di Nazioni quali l’India e l’Indonesia ne limitarono di molto l’efficacia. Da un punto di vista formale, la CENTO non è più operativa dal 1979, ma nei fatti ha smesso di funzionare già dal 1974, quando la Turchia invase Cipro in reazione al disposto dell’accordo anglo-greco-turco (Trattato di Zurigo) che aveva consentito l’indi-
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pendenza dell’isola. Anche i limiti della SEATO si resero evidenti in breve tempo soprattutto durante la Guerra del Vietnam; nel 1965 infatti la Francia fu la prima a ritirarsi, seguita, solo nel 1972, dal Pakistan. A seguito, oltre che di questi avvenimenti, anche delle posizioni individuali prese dai suoi membri, venne disciolta il 30 giugno 1977. (24) I concetti elaborati nel 1904 furono affinati nell’opera del 1919 Democratic Ideals and Reality, in cui Mackinder allargò l’area perno individuando in alcuni stati dell’Europa orientale l’oggetto di conquista da parte di Russia e Germania. Ancor più tardi, nel 1943, con l’opera The Round of world and the winning of Peace, egli diede una nuova interpretazione dell’hear-
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tland identificandolo perfettamente con il territorio sovietico. (25) N.J. Spykman - Geography and Foreign Policy I – American Political Science Rewiew, n.1, 1938 e Geography Objectives of Foreign Policy I – American Political Science Rewiew, n. 3, 1939. (26) Federico Bordonaro, La geopolitica anglosassone. Dalle origini ai nostri giorni. Nuova edizione www.guerini.it, mappe online free. (27) Nell’anello marginale sussistono oggi tre problematiche di livello geopolitico rilevante: • il potenziale accrescimento del problema nucleare iraniano in chiave storico-geopolitica; • la criticità legata alla gestione del mar della Cina meridionale; • l’ellissi strategica e gli interessi europei (Fig. 9). (28) A causa delle sue caratteristiche topografiche, climatiche e demografiche il Rimland è sempre stata una zona caratterizzata da una naturale ed alta frammentazione politica oltreché da elevata intensità conflittuale convenzionale e non. Dopo la seconda guerra mondiale nell’anello marginale teorizzato da N.J. Spikman si sono susseguiti numerosi scenari di conflitto: • Guerra fredda in Europa (Polonia, Germania); • Guerra fredda in M.O. (Turchia, Iran); • Guerra di Corea; • Francia/Indocina; • Guerra del Vietnam; • Cina vs. India, India vs. Pakistan • Cina/Vietnam/Cambogia; • URSS/Afghanistan; • Iran vs Iraq; • Guerra del Golfo; • Guerre ex Jugoslavia; • Guerre post-2001 (Afghanistan, Iraq).
BIBLIOGRAFIA Bordonaro F. – «La geopolitica anglosassone. Dalle origini ai nostri giorni» – Guerini Scientifica, Milano, Nuova Edizione 2012. Bordonaro F. – «Rediscovering Spykman (Rimland, Geography of Peace and Foreign Policy)», 2009. Brzezinski Z. – «The Grand Chessboard. The American primacy and Its Geostrategics Imperative» – Basic Books, 1997 (trad. It., Longanesi, Milano, 2000); Rashid A., «The Great Trade Game», «Far Eastern Economic Review», 23 gennaio 2003. ONU - Rapporto riservato al Segretario Generale, Kabul, 6 marzo 2002. ONU - Rapporto del gruppo di studio di alto livello istituito del Segretario Generale dell’ONU, Threats, Challenges and Change, dicembre 2004. Mackinder H. J. The Geographical Pivot of History – «The Geographical journal», Vol. XXII n. 4, 1904. Mackinder H. J. «Democratic Ideals and Reality. A study in the Politics of reconstruction» – Constable, London, 1919- Holt, New York 1919. Mackinder H. J. «The Round of World and the Winning of Peace», Foreign Affairs, XXI, 1943. Roccati M. «La terra ed il suo cuore. Halford John Mackinder e la teoria dell’Heartland», I castelli di Yale. Quaderni di filosofia n. 1, 1996. Spykman N.J. Geography and Foreign Policy I, «American Political Science Rewiew», n.1, 1938. Spykman N.J. Geography Objectives of Foreign Policy I, «American Political Science Rewiew», n. 3, 1939.
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LA COMUNICAZIONE STRATEGICA E IL KEY LEADER ENGAGEMENT del Colonnello Cosimo ORLANDO in servizio presso il NATO Rapid Deployable Corps ITALY omunicare è inevitabile in quanto qualsiasi comportamento umano costituisce una forma di comunicazione in sé. Gli effetti di questa non sono definibili a priori in quanto funzione della percezione e dell’interpretazione individuale dell’ambiente, qualsiasi esso sia. La comunicazione nella condotta delle operazioni militari in cui l’Esercito Italiano è chiamato a dare il proprio contributo sono estremamente importanti e influiscono anche sugli strumenti a disposizione per la comprensione e la gestione dell’Ambiente dell’Informazione (AI) (1). Il rapido e ininterrotto flusso di informazioni nell’AI richiede una gestione dei processi di risposta agili e capaci di preservare e innalzare la credibilità e la capacità d’influenzare di un’organizzazione nonché la sua iniziativa decisionale. La risposta deve essere univoca, multi direzionale e organizzata: è conosciuta come Comunicazione Strategica (CS). Le recenti esperienze operative per neutralizzare reti terroristiche, come ad es. Al Qaeda, hanno insegnato che
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queste strutture formali includono comitati militari, politici e informativi, questi ultimi responsabili per «organizzare i mezzi di comunicazione in tutte le categorie della popolazione Islamica (2)». Più semplicemente, la CS definisce le politiche e le linee guida per supportare attività informative coerenti in una organizzazione. La direzione della CS può essere definita come la pianificazione sistematica e la realizzazione del flusso di informazioni, comunicazioni, sviluppo di eventi mediatici nel medio-lungo termine. Essa convoglia messaggi deliberati verso l’audience adatta, e al momento più appropriato, per contribuire a raggiungere gli effetti desiderati nel lungo termine. Nella gestione della comunicazione bisognerà tenere conto di tre fattori: i messaggi, i canali mediatici e l’audience. Vi sono differenti definizioni ed interpretazioni di CS. Negli USA la CS è definita come un’applicazione focalizzata in coordinamento con il Governo (livello strategico-politico), che riguarda e ingaggia specifici gruppi chiave (key audiences) e ha come fine il creare,
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Fig. 1
Principi della Comunicazione Strategica (dottrina italiana).
rinforzare o preservare le condizioni favorevoli per l’accrescimento degli interessi strategici, delle politiche e degli obiettivi del Governo attraverso l’uso di programmi coordinati, piani, temi, messaggi e prodotti sincronizzati con le azioni di tutti gli strumenti del potere nazionale (3). Le capacità che contribuiscono alla CS includono anche il sostegno alla difesa della pubblica diplomazia (4). La UK Defence Academy da un’interpretazione alternativa della CS. Se da una parte è desiderabile circoscrivere e coordinare le comunicazioni, in particolare a livello strategico-politico e strategico-militare, d’altra parte la CS dovrebbe essere considerata diversamente che un mero processo. L’ele-
mento centrale che caratterizza questo doppio approccio è l’analisi degli effetti informativi. Dopo questa analisi tutte le azioni e attività dovrebbero essere regolate per raggiungere gli effetti, compresi quelli di secondo e terzo ordine (Steve Tatham) (5). In ambito NATO il concetto di CS è definito come «l’uso coordinato ed appropriato delle capacità e delle attività comunicative, che includono la Pubblica Diplomazia, il Public Affairs (PAO), le Information Operations (Info Ops) (6) e le Psychological Operations (PSYOPS), in supporto delle politiche, delle operazioni e delle attività dell’Alleanza e per il raggiungimento dei fini dell’Alleanza Atlantica (7)». La Pubblica Diplomazia e le direzioni politiche sono esclusiva responsabilità dei Quartier Generali della NATO. La CS nelle Operazioni Militari va quindi oltre il semplice annuncio o
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messaggio e consiste nell’uso coordinato di parole, immagini e azioni per raggiungere l’effetto desiderato dall’organizzazione. La CS ha un ruolo centrale in tutte le fasi dell’operazione integrandosi in tutte le fasi della pianificazione e dell’esecuzione (8). In ambito nazionale, lo Stato Maggiore della Difesa ha definito la CS come: «l’impiego multi-dimensionale e sincronizzato di tutte le risorse di comunicazione della Nazione teso a informare, influenzare e persuadere audience specifiche (individui, gruppi di interesse e Stati), al fine di creare, rafforzare o mantenere le condizioni favorevoli per il perseguimento degli interessi di difesa e sicurezza nazionali» (figura 1).
Comunicazioni Strategiche nelle Operazioni Militari (ISAF).
La CS non è da considerarsi un’attività complementare e in Afghanistan, o in qualsiasi operazione di counter-insurgency, si sviluppa in sincronia con tutto il processo di pianificazione (9). Nell’ambito delle capacità da cui attingere per sviluppare la CS, vi sono le Info Ops, con la loro funzione di coordinamento, integrazione e sincronizzazione di tutte le singole capacità militari che ne fanno parte, le PSYOPS, l’attività CIMIC (Civil-Military Cooperation), le Computer Network Operations (CNO), le Operations Security (OPSEC), l’Electronic Warfare (EW), l’Inganno Militare (Military Deception) e il Key Leaders Engagement (KLE), nonché ulteriori attività e capacità concorrenti come il processo di targeting, l’impiego di assetti delle Forze Speciali, Human Intelligence, ecc.. Il KLE è una funzione delle Info Ops (10) e il loro Target Audience deve esFig. 2
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sere limitato dal North Atlantic Council (NAC) (11). In quanto parte delle Info Ops è vitale che tutti gli attori chiave, militari o civili dell’Alleanza, e le loro inter-relazioni personali siano identificate chiaramente. Le CS nelle operazioni militari sono definite da una strategia dall’approccio omnicomprensivo (figura 2) che deve essere armonizzato con tutte le altre funzioni. La CS deve, per risultare efficace e impiegabile dal Comandante in una campagna o in un’operazione, essere studiata al pari di ogni altro elemento della Forza Militare (12). Il Comandante sarà il responsabile di garanzia di unitarietà, sincronia e integrazione degli sforzi di ogni singola funzione, capacità ed attività di CS condotta nella Joint Operational Area (JOA) ai fini del conseguimento dell’end-state strategico assegnato. Egli dovrà definire una propria cosiddetta Strategia delle Comunicazioni (SC) (13). Un’appropriata strategia consentirà di «selezionare» le funzioni, le capacità e le attività disponibili che verosimilmente potranno creare il tipo di effetto (letale/non letale) desiderato. Risulta evidente come la gestione delle informazioni richieda la definizione di strategie dedicate di approccio alla dimensione cognitiva (campo della percezione), ambito nel quale, indipendentemente dalla presenza o meno di una manifesta minaccia militare, possono essere compromessi gli interessi vitali e/o strategici della Nazione. I documenti strategici, come le Strategie nazionali di Sicurezza (14), forniscono comunicazioni strategiche durature, ponendosi in un contesto preciso ed identificando l’end state. Queste
comunicazioni durature contestualizzate e motivate con il loro end state sono chiamate «narrativa». Possiamo definire narrativa come la discussione corrente e l’opinione diffusa sugli eventi che hanno luogo nel Teatro operativo e che assegnano valide motivazioni e giudizi alle parti coinvolte nel conflitto. Anche nel mondo della CS esiste uno scontro di volontà, la cosidetta «battaglia delle narrative». Trattasi di una battaglia in piena regola che incide sulla sfera cognitiva così come i combattimenti tradizionali fanno nella sfera fisica. Se in quest’ultima è vitale modellare l’ambiente, nella battaglia della narrativa è di notevole importanza stabilire le ragioni per potenziali risultati del conflitto, in termini favorevoli ai nostri sforzi. In tale ambito i messaggi (15) devono supportare i temi ai vari livelli, da quello tattico a quello strategico. Questa strategia (16) deve essere condotta sotto la guida del Comandante, proattiva e sincronizzata con tutti i temi, i messaggi, le immagini e le azioni (figura 3). Al livello strategico politico si inizia con l’analisi delle minacce reali alla sicurezza, sempre meno di carattere militare e più differenziate e atipiche, tracciando poi la strategia di sicurezza nazionale. Dalla National Security Strategy si identificano in modo condiviso e trasparente quali sono gli strumenti utili a perseguirla e quindi le risorse necessarie. La sicurezza nazionale è il requisito per garantire la sopravvivenza dello Stato attraverso l’uso del potere economico, della diplomazia, della proiezione di potenza e del potere politico. La comprensione dell’ambiente è fondamentale per la pianificazione interforze, ed è particolarmente impor-
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Fig. 3
Il costrutto della narrativa in ISAF (esempio).
tante per l’efficacia della CS (figura 4). La funzione KLE necessita di essere sviluppata in Patria, di una preventiva analisi della rete politico-militare locale, di uno studio profondo della sfera cognitiva ed informativa locale, di acquisite tecniche di negoziazione e, non ultimo, di buon senso. I Comandi Joint, come i Joint Task Force, e i loro staff devono cercare di capire ciò che la gente pensa, come percepisce l’ambiente operativo e perchè. Ciò potrebbe richiedere l’analisi delle dimensioni informative e cognitive che si diffondono nelle reti locali sociali, politiche, economiche e informative. È un compito difficile, ulteriormente complicato da fattori quali pregiudizi, filtri culturali, modelli stimo-
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lo-risposta, aspettative e visuale della situazione corrente. I fattori cognitivi possono variare in base alla località, alla cultura, alle circostanze operative e le strategie comunicative che hanno funzionato fino a ieri possono non funzionare più oggi. Altre leve che potrebbero rinforzare il sistema sono esperti esterni con il loro «reachback» nel campo antropologico, sociologico, piuttosto che marketing (compravendita) locale, esperti linguisti, esperti di comunicazione locale o regionale, esperti in diplomazia. La misura del progresso e dell’efficacia della realizzazione dei compiti deve accompagnare costantemente i Comandanti nel loro processo decisionale durante l’operazione. I possibili scenari che si presentano, o si possono presentare, hanno sug-
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gerito all’Esercito Italiano di concepire e sviluppare la capacità per sostenere attività tradizionali di combattimento ad alta intensità (c.d. warfighting) e attività propriamente non cinetiche (soft capabilities). Queste soft capabilities risultano essere fondamentali per lo sviluppo di approcci e metodi d’influenza (17) efficaci in contesti socio-culturali complessi e molto diversi dal nostro. La Forza Armata Esercito ha progressivamente incrementato le specifiche attività di Key Leader Engagement, Cultural Awareness (18), Cooperazione Civile e Militare, Comunicazione Operativa (19) (PSYOPS), gestione dello stress e Diritto Umanitario. Dopo aver inquadrato l’ambito di sviluppo e definito la Comunicazione Narrative presenti in Afghanistan (esempio).
Strategica ci soffermeremo, ora, sul Key Leaders Engagement (KLE). Il KLE è l’insieme di attività svolte in operazioni fuori dal territorio nazionale, attraverso le quali il Comandante responsabile cerca la cooperazione, coordinazione e collaborazione della controparte «civile» responsabile di una determinata comunità (20). Il KLE non riguarda l’ingaggio di leader in posizioni chiave (KL) quando una crisi evolve, bensì la costruzione nel tempo di relazioni forti e profonde in maniera tale che possano supportare i propri interessi anche in tempo di crisi. Questo rafforzamento necessita periodici ed armonici ingaggi. Le relazioni a volte mancano delle profondità di comprensione che risulta necessaria per ottenere il supporto su questioni importanti ed alle volte strategiche per i contingenti nazionali. Il KLE non si limita a considerare l’asFig. 4
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Fig. 5
segnazione di responsabilità esclusivamente a Ufficiali Generali ma include vice Comandanti, Capi di Stato Maggiore o alcuni Capi direttorato ad hoc (21). Un esempio dell’impiego di queste capacità, è stata la creazione a livello di Teatro (ISAF) di una branca KLE, con il compito di supervisionare il processo che include molti rappresentanti dello staff e dei maggiori Comandi subordinati nonchè i rapporti con le controparti civili. Gli incontri organizzati dal KLE sono strutturati in modo da supportare una gamma svariata di proposte; la branca sviluppa dettagliate sessioni informative o documenti di supporto che fanno riferimento ad ogni leader chiave, suggerendo specifiche strategie per convogliare le tematiche generali del comando che incoraggiano le attività di supporto alla stabilità ed alla ricostruzione. Possedere una dettagliata conoscenza delle personalità di questi KLs, stile di comando, ambizioni, motivazioni, obiettivi (a breve e lungo termine), posizioni correnti, profili psicologici e storie perso-
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Struttura di un piano per KLE (esempio).
nali, è essenziale per fornire il contesto per pianificare le più appropriate attività informative. In ambito ISAF l’impiego della branca KLE quale strumento di implementazione del programma di comunicazione strategica ha assicurato l’indirizzo di un messaggio efficace e coerente trasmesso ogni qual volta sia occorso un incontro tra i Comandanti ed i KLs Afghani in supporto agli obiettivi del comando. Uno dei prodotti fondamentali è il piano KLE in supporto agli incontri con i leaders locali il cui scopo è di evitare il sovraccarico di riunioni per i leaders locali e, soprattutto, di evitare messaggi che si possano contraddire (figura 5). È accaduto nel passato, infatti, che differenti leader della Coalizione abbiano incontrato diverse autorità in merito alle medesime questioni ma con un risultato finale differente da quello atteso e poca, talvolta addirittura assente, coordinazione. Ciò ha
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purtroppo permesso alle autorità locali di trarre vantaggio dagli spazi creati dalle interpretazioni ponendo i Comandanti in posizioni difficili da difendere. L’analisi per la determinazione dei compiti e delle responsabilità del KLE attraverso tutta l’Area di Responsabilità deve includere i Key Leaders della Host Nation suddivisi gerarchicamente, dal livello strategico a quello tattico, sulla base delle competenze specifiche e, non ultimo, della sfera di influenza (politica, religiosa o etnica). Per sviluppare il piano KLE, alcuni specialisti d’area dello staff possono essere chiamati ad esprimere, sinergicamente con gli attori tradizionali delle CS, il loro supporto proponendo le opportune correzioni in termini di messaggi da convogliare. L’assegnazione delle responsabilita del KLE a specifici individui di particolare peso funzionale fornirà gli assetti desiderati. L’assistenza periodica al partner locale è spesso sottovalutata e come risultato si ha un indebolimento nelle relazioni che diventano inadeguate a rendere il livello di comprensione e di supporto desiderato. Il KLE deve quindi essere affidato al più appropriato leader della Coalizione al fine di assicurare che tutti i leader della HN siano stati presi in considerazione. Al fine di mantenere uno sforzo collettivo potrebbero anche essere ingaggiate le interagenzie chiave, le GOs, NGOs e i partners della coalizione. Questa lista richiede ovviamente un’accurata gestione. Solo in tal modo, infatti, si potrà garantire che essa non diventi troppo ampia e/o ingombrante per i Senior Leaders. Si devono, pertanto, necessaria-
mente instaurare e mantenere costanti ed effettivi rapporti interpersonali con i KLs locali in tutto l’ambiente operativo poichè nelle operazioni non guerreggiate la fiducia è la «moneta sonante» e deve guidare l’unicità dello sforzo. In molte società persiste l’aspettativa di una certa quantità di ingaggi di routine che permette di mantenere il desiderato livello di fiducia. Pertanto, ingaggi periodici, necessari per mantenere un livello accettabile di comprensione e di forza nelle relazioni, devono essere parte di ogni piano KLE. Ciò rende ancora più importante la diffusione delle responsabilità del KLE attraverso la coalizione per assicurare che tali requisiti non diventino insostenibili e che siano diversificati tra i Paesi partecipanti. Queste relazioni, se non supportate da ingaggi periodici e coerenti, vengono private di una più ampia e reciproca comprensione, nonchè della forza necessaria a fornire il supporto a questioni importanti. Questi piani sviluppano anche tematiche culturali (celebrazioni religiose e comportamenti associati, eventi nazionali, ma anche gestualità, costumi, ecc.) e servono come guida veloce per la
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Fig. 6
Minuta da stilare dopo un meeting (esempio).
conoscenza culturale di base. Un’immediata relazione, post meeting minute, a ingaggio ultimato è fondamentale per la valutazione della situazione, nonchè per le successive azioni mirate, poichè nell’immediatezza i ricordi e le impressioni sono ancora vive (figura 6). Il processo di valutazione misura il progresso attraverso la creazione di effetti nella dimensione cognitiva ma spesso non è supportato da un processo di valutazione completo. Al fine di mantenere aggiornata la misura del progresso e dell’efficacia degli ingaggi, a seguito di queste riunioni bisogna ciclicamente esplorarne i contenuti facendo riferimento anche al clima in cui si è sviluppata la relazio-
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ne, al luogo e a tutti i particolari che rivelano le corrette intenzioni della controparte (figura 7). Alcuni esempi: le questioni discusse in passato, la posizione dei leaders in merito a esse, i messaggi e i temi scaturiti dall’incontro, le richieste fatte, gli accordi raggiunti, altre considerazioni emerse e le impressioni finali. Una cattiva riuscita della sincronizzazione delle attività relative al SC con le azioni ad ogni livello, produce un messaggio conflittuale e inibisce in modo significativo la creazione del risultato desiderato. Molti fanno riferimento a tale processo quale «gap dire-fare». In sintesi il dialogo, inteso come metodo per convogliare un’informazione, resta un mezzo estremamente valido per raggiungere obiettivi che non possono essere raggiunti con le tradizionali attività di combattimento. La comunicazione efficace necessi-
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ta però che il messaggio sia ben compreso e che, per operare efficacemente nella sfera cognitiva e per influenzare una determinata audience, il dialogo si svolga a livello strategicooperativo in forma di conversazione faccia-a-faccia con valutazione del linguaggio verbale e non verbale. Il dialogo nei KLEs deve quindi essere costante e adattativo alla situazione e alla reazione anche di terzi avversari in Teatro. Vale la pena di citare un altra forma di dialogo che nel Teatro d’operazioni può essere efficacemente sfruttata per la CS: l’utilizzo dei social media (blogs, Facebook, Twitter,
Il ciclo del Key Leader Engagement.
ecc.) dove la necessità di comprensione dell’ambiente operativo locale è forse ancora superiore. Attualmente questo tipo di piattaforme comunicative non costituiscono il mezzo principale in realtà come quella Afghana ma l’utilizzo di sondaggi e statistiche, anche basate su questi social network, può aiutare la formazione di un feed back efficace per misurare il cambiamento dei comportamenti. Una delle potenziali cause di insuccesso è il mancato riconoscimento della differenza di CS quando veicolata dai media tradizionali (televisioni, giornali, radio) e quando trasmessa con nuovi mezzi di comunicazione che hanno la caratteristica di essere interattivi (c.d. think dialogue). La CS non può oggigiorno rimanere Fig. 7
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un’esclusiva proprietà dei comunicatori professionali, ma deve essere estesa a tutti gli attori della missione. L’Esercito Italiano sta percorrendo questa strada e sta affrontando un ennesimo cambiamento anche in termini di acquisizione di tecniche di negoziazione e comunicazione fino ai livelli ordinativi più bassi cercando anche di migliorare l’integrazione inter agenzie ministeriali. Il miglioramento dei rapporti e delle comunicazioni avuti in Afghanistan tra l’Esercito e i rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri nei Provincial Reconstruciton Team ne è una dimostrazione di successo. L’esperienza in Afghanistan rivela che il KLE spesso non aiuta se utilizzato come funzione isolata ma sicuramente crea le premesse per supportare le decisioni più importanti se condotte parallelamente a tutte le altre attività funzionali di staff. La pratica ha inoltre insegnato che con diminuire dell’intensità delle attività cinetiche, come nel caso del ridimensionamento dell’operazione ISAF, a livello strategico l’importanza dei KLEs cresce in maniera consistente. NOTE (1) Definito come «l’insieme dello spazio fisico e virtuale, nel quale l’informazione è ricevuta, processata e convogliata, dell’informazione stessa e degli individui, dei processi e sistemi di comunicazione e informativi dedicati». Detta porzione di spazio caratterizzato da grande complessità e dinamicità, si estende ben oltre i confini fisici della Joint Operational Area (JOA) interessata al dispiegamento di una Forza Militare, ma comprende tutti gli elementi nazionali e transnazionali in grado di produrre degli effetti sul dominio d’ingaggio Politico, Milita-
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re, Economico, Sociale, Infrastrutturale, Informativo (PMESII). «La dimensione militare della Comunicazione Strategica», Stato Maggiore della Difesa, 2012. (2) «Communication and Media Strategy in the Jihadi War of Ideas», S. Corman e J. Schiefelbein, 20 aprile 2006. (3) «Commander’s Handbook for Strategic Communication and Communication Strategy», US Joint Forces Command e Joint Warfighting Center, 24 giugno 2010. (4) La DSPD è l’abilità di capire, ingaggiare, influenzare e informare l’audience chiave attraverso parole e azioni per favorire la comprensione della politica e degli interessi nazionali e, collaborativamente, adattare l’ambiante operativo. Joint Operation Planning & Execution System (JOPES), 14 luglio 2000, Volume I. Il Key leader engagement (KLE) e altre attività di ingaggio di Teatro sono esempi di DSPD. (5) «Strategic Communication & Influence Operations: Do We Really Get It?», Lee Rowland & Steve Tatham, http://kingsofwar.org.uk/wp-content/uploads/2010/09/RowlandsTathamInfluencepaper1.pdf . (6) Information Operations: è una funzione militare che fornisce consigli e coordinamento alle attività militari informative per poter creare gli effetti desiderati sulla volontà, la comprensione e le capacità degli avversari, dei potenziali avversari o altri soggetti approvati dal NAC. Le attività informative sono azioni disegnate per influire su informazioni e sistemi informativi. Allied Joint Publication (AJP)-3.10 Allied Joint Doctrine for Information Operations. (7) NATO Strategic Communication Policy, 30 settembre 2009. (8) Tutte le politiche attinenti della NATO evidenziano (MC422/3 per le Information Operations, MC402/1 per le Psychological Operations e MC457/1 per Public Affairs)
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non solo la necessità del coordinamento ma anche la continua separazione tra le diverse discipline. (9) Questo tipo di documento è prodotto sotto forma di memo nell’Operational Order (OPORDER). (10) MC 422/3, NATO Military Policy on Information Operations, 8 luglio 2008. (11) Gli ingaggi non vanno condotti con dignitari stranieri che fanno parte delle Nazioni Contributrici all’Alleanza. (12) Al fine di evitare che l’organizzazione si sviluppi parallelamente al progetto/piano dell’operazione militare il modello prevede la definizione soltanto di alcune limitate funzionalità gestionali dedicate: un Comitato di Pianificazione sulla CS (CPCS) a livello politico/strategico-militare; un Gruppo Operativo di CS (GOCS) a livello operativo; una serie di Cellule Info Ops a livello tattico, costituiti da esperti della varie discipline della CS. (13) La SC è definita come: «il complesso degli obiettivi, processi (strumenti) e capacità (risorse) di CS volte al coordinamento e alla sincronizzazione di temi specifici, immagini, parole e azioni a supporto degli obiettivi strategici, assicurandone la coerenza e integrazione ad ogni livello delle operazioni, strategico, operativo e tattico». (14) La Strategia di sicurezza nazionale è un documento stilato periodicamente dal ramo esecutivo del governo che indica in linea generale la politica di sicurezza nazionale del Paese. Il documento è volutamente astratto nel contenuto, a differenza della Strategia Nazionale Militare. (15) La tempistica del messaggio è importante per moltissimi motivi, incluso l’effetto sinergico con altri messaggi/eventi, la ricettività dell’audience, il momento, la motivazione e le aspettative dell’audience e i relativi stimoli alla risposta. (16) In ISAF la narrativa strategica è costituita dal «NATO/ISAF Strategic Communica-
tion Framework 2013», 10 dicembre 2012. (17) Definiamo attività di Influenza nazionale come «la coordinata, integrata e sincronizzata applicazione degli strumenti di potere nazionale (Diplomatico, Informativo/Interno, Militare, Economico), sia in tempo di pace sia in situazioni di crisi/conflitto e/o post-conflitto, finalizzata a condizionare le attitudini, i comportamenti e le decisioni di un particolare Gruppo Obiettivo a sostegno degli interessi e degli obiettivi nazionali». (18) La Cultural Awareness è la conoscenza e consapevolezza della cultura, degli usi, costumi, tradizioni, aspetti religiosi e sociali caratterizzanti la popolazione in una determinata area d’intervento fuori dal territorio nazionale. (19) Definiamo Comunicazione Operativa quella strategia sviluppata per comunicare in modo efficace, per creare, consolidare e incrementare il consenso della popolazione nei confronti dei militari impegnati in operazioni con lo scopo di rendere più veloce la creazione di un ambiente sicuro per la popolazione limitando al massimo la disinformazione sui compiti svolti dai nostri soldati. (20) «La cultura afghana è fondata sulle relazioni personali. Guadagnare la fiducia della gente è una larga parte della missione. Costruire relazioni con comunità, leader tribali e religiosi. Il successo richiede comunicazione, collaborazione e cooperazione». Gen. Stanley McChrystal, Commander ISAF. (21) Imposizione della Pace (Peace Enforcement), counterinsurgency (COIN), controterrorismo, guerra non convenzionale, operazioni di stabilità e molte altre tipologie di operazioni richiedono che le forze ingaggino efficacemente gli atteggiamenti di leader locali o regionali.
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I PARADOSSI DELLE CAMPAGNE CONTRO - INSURREZIONALI del Tenente Colonnello Gianmarco DI LEO in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito - III RIF/COE
l presente articolo intende volutamente provocare la discussione nella convinzione che il confronto delle idee sia prodromo ad un miglioramento. il suo scopo è illustrare i paradossi che ogni Comandante deve affrontare nella condotta delle campagne contro-insurrezionali, ossia ciò che risulta strano e inaspettato, rispetto al modo di pensa-
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Afghanistan: elicottero NH-90 in volo.
re comune sul fenomeno della guerra. L’utilità dell’analisi proposta, sta nel contributo che questa può dare alla comprensione della complessità di questa tipologia di campagne. In particolare, si esamineranno le seguenti anomalie, che provocatoria-
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mente possono essere formulate in: • maggiore è la forza impiegata, peggiori sono i risultati ottenuti; • le armi più potenti sono quelle meno efficaci (corollario del punto precedente); • più si ricerca la protezione delle forze, minore è la sicurezza che si ottiene; • è opportuno assegnare i compiti più importanti alle forze più deboli (locali) e non a quelle più forti (esterne); • l’inazione può essere la miglior reazione.
INSURREZIONE E CONTRO-INSURREZIONE Nel dicembre 2006, il Generale americano David H. Petraeus supervisionò, assieme al Generale dei Marines James F. Amos, la pubblicazione del Field Manual 3-24 (Counterinsurgency Operations), allo scopo di riempire un gap dottrinale statunitense ed elaborare un nuovo documento in grado di fornire i principi di base per affrontare con successo le campagne militari americane in Iraq e Afghanistan. Riconoscendo, infatti, le difficoltà che lo US Army stava affrontando in entrambi i Teatri, il Generale Petraeus era tra coloro che ritenevano necessario ripensare, anche dal punto di vista teorico, il modo di pianificare e condurre le Counterinsurgency Operations (COIN). Anzitutto, in questo manuale vi sono alcune definizioni fondamentali come quella di insurrezione, descritta come l’attività di qualsiasi movimento organizzato allo scopo di rovesciare con la forza un governo costituito su un determinato territorio che controlla una definita popolazione. Vengono poi definite operazioni contro-insurrezionali tutte le azioni intraprese da un governo per eli-
minare la minaccia degli insorti, preservare il proprio potere e mantenere dunque il controllo della popolazione ad esso sottoposta. In estrema sintesi, l’insurrezione non è altro che il tentativo di rovesciare un regime politico, mentre la contro-insurrezione rappresenta, in sostanza, la resistenza al cambiamento del regime stesso. Infatti, qualunque tipo di autorità politica costituita tenta ovviamente di preservare il proprio potere, contrastando e sconfiggendo gli insorti con ogni mezzo politico, economico, psicologico, militare o paramilitare disponibile. Sia che essa abbia una qualche forma di legittimità giuridica, sia che non abbia alcun riconoscimento politico interno o esterno. Sia che essa, inoltre, sia fondata sul potere locale, sia che si basi invece sull’autorità imposta da una temporanea occupazione militare esterna. Insurgency e Counterinsurgency sono, quindi, due aspetti di uno stesso fenomeno noto come guerra rivoluzionaria o guerra civile, che normalmente assume la forma della guerra irregolare, in cui lo scopo principale degli insorti è sovvertire, con qualsiasi mezzo l’ordine costituito di una certa entità politica per la costruzione di un nuovo governo. Il manuale procede poi con l’illustrazione delle caratteristiche della guerra irregolare, contraddistinta da tattiche di guerriglia e contro-guerriglia. In questo tipo di conflitto, infatti, le forze ribelli tentano generalmente di evitare un confronto diretto con le unità di eserciti regolari, a causa dell’intrinseca debolezza militare (per organizzazione, armi e mezzi) iniziale delle forze insurrezionali, rispetto alle forze governative, le quali normalmente sono significativamente più forti all’inizio del conflitto. Le prime sono in principio molto inferiori alle se-
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conde sotto tutti i punti di vista e sono dunque costrette a evitare gli scontri decisivi con queste ultime, affidandosi a tattiche di guerriglia per prevalere. Solitamente, gli insorti tentano di indebolire il regime ricorrendo a qualsiasi mezzo, specialmente clandestino, e impegnano le forze governative in uno scontro politico-militare prolungato che mira all’esaurimento dell’opposta volontà di continuare a combattere (1), almeno fino a quando non hanno raggiunto sufficiente potere militare da poter contrastare apertamente le forze fedeli al governo. Queste ultime si trovano quindi essenzialmente impegnate nel controllo del territorio e sono dunque naturalmente costrette alla dispersione, nel tentativo di bloccare un nemico sfuggente che, mimetizzandosi tra la popolazione civile, può invece concentrarsi e colpire a piacere gli elementi più deboli dell’apparato statale, al fine di indebolirlo ed eventualmente farlo crollare, anche attraverso brutali atti terroristici. Per evitare ciò, forze armate esterne, di Organizzazioni o Paesi amici, possono essere coinvolte nelle operazioni contro-insurrezionali in supporto alle forze governative che si trovano in difficoltà, come nei casi recenti di Afghanistan e Iraq. Il citato FM 3-24 è stato appunto sviluppato per contribuire a orientare l’Esercito americano verso le COIN, evidenziandone le peculiarità e le problematiche dovute fondamentalmente al diverso approccio necessario rispetto alle campagne Combat (2). Nell’ultimo decennio difatti, anche gli Eserciti più potenti, come quello americano o quelli europei, hanno mostrato notevoli difficoltà di adattamento alle «nuove» COIN e hanno a volte manifestato qualche carenza nella loro ge-
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stione, pur essendo stati tradizionalmente impiegati nel passato, spesso con successo, in operazioni di controguerriglia nelle più varie aree geografiche del mondo. Ciò è dovuto principalmente al fatto che gli eserciti occidentali, usciti vincitori dalla guerra fredda, hanno dovuto modificare in modo forse troppo repentino la propria struttura e mentalità per fronteggiare i pericoli insiti nel nuovo sistema internazionale, radicalmente diverso da quello precedente in cui il confronto Est-Ovest era assolutamente dominante. Hanno dovuto altresì superare rapidamente le problematiche legate al loro coinvolgimento in operazioni di Peace-Keeping, per le quali venivano chiamati a svolgere compiti nuovi con l’uso di strumenti vecchi, per risolvere situazioni tutt’altro che semplici, come la separazione di belligeranti, la distribuzione di aiuti umanitari o la ricostruzione di Paesi devastati dalla guerra civile. Hanno infine dovuto adattarsi anche al coinvolgimento diretto nella stabilizzazione di «governi falliti» o a rischio di fallimento, avendo peraltro «dimenticato» gran parte delle lezioni apprese nelle precedenti esperienze simili maturate perlopiù durante il periodo coloniale delle grandi potenze. In verità, le guerre rivoluzionarie non sono certo una novità sul piano storico. Si sono sempre combattute. Già nell’età antica, all’epoca dell’Impero Romano, le Legioni sono state più volte impegnate in aspre campagne contro i rivoltosi di diverse Province, dalla Scozia al Medio Oriente. Anche l’età contemporanea è stata caratterizzata da numerose guerre civili, specialmente in Asia, Africa e Sud America, e spesso sono state coinvolte anche le Forze Armate di Paesi occidentali, come ad
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Afghanistan: distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione locale.
esempio in Vietnam. Essendo però state relegate in un angolo remoto della Storia come questioni minori, in cui l’impegno degli Eserciti regolari è stato relativamente limitato, le guerre rivoluzionarie sono state sostanzialmente rimosse dalla coscienza collettiva delle Nazioni più ricche e sviluppate, nonché delle loro componenti militari. L’adattamento, quindi, alla realtà attuale e la comprensione della necessità di operare in maniera differente, non-convenzionale, di fronte alle sfide poste alla sicurezza globale da gruppi più o meno organizzati di Insurgents, diventa la prima condizione necessaria, anche se non sufficiente, per affrontare la minaccia nel modo migliore possibile. Questi gruppi hanno capacità e ca-
ratteristiche non-omogenee, sono animati da differenti motivazioni, ma condividono generalmente l’ostilità verso l’Occidente e tutto quello che rappresenta. Per quanto profondamente diversi tra loro, essi tendono tutti a mimetizzarsi con la popolazione civile e a muoversi come fantasmi tra i confini internazionali, nascondendosi dove più difficilmente possono essere individuati o colpiti. Talvolta sono chiamati guerriglieri, altre partigiani o combattenti per la libertà, altre ancora terroristi oppure pirati, ma tutti sono pronti a cogliere qualsiasi opportunità per danneggiare gli interessi occidentali nel mondo. Ecco che il campo di battaglia non è più lineare. Il Teatro di Guerra non è più la nota scacchiera dove pedine similari blu e rosse potevano schierarsi e scontrarsi per il controllo dell’Europa Centrale. Esso diventa invece un luogo
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infido e sconosciuto dove difficilmente si possono discriminare gli obiettivi legittimi da quelli che non lo sono. Diventa anche un luogo dove il rispetto unilaterale di ROE, caveat nazionali e Diritto Internazionale, tipico degli Eserciti occidentali, limita fortemente le opzioni tattiche della contro-guerriglia, soprattutto quando sapientemente sfruttato dagli insorti. L’Occidente può dunque essere coinvolto oggi in una serie di conflitti ibridi, contro avversari regolari e irregolari, in cui si devono combinare azioni violente e non-violente al fine di proteggere le popolazioni amiche, o supposte tali, che vivono in aree di crisi. Ciò presenta certamente una sfida complessa e multidimensionale. Anche e soprattutto per Eserciti evoluti, come quelli occidentali, che non sono stati costruiti, equipaggiati e addestrati, per fronteggiare guerriglieri, ma per sopraffare rapidamente qualsiasi avversario similare, grazie alla supremazia aerospaziale assoluta, all’indubbio controllo del mare, nonché alla straordinaria potenza di fuoco sulla terra di cui generalmente godono le forze della NATO. Come evidenzia il citato FM 3-24, infatti, nelle COIN le forze ostili tendono ad agire clandestinamente, nascondendosi in mezzo alla popolazione locale, ed evitare lo scontro decisivo, riducendo così l’efficacia della superiorità occidentale in campo logistico o tecnologico. Anche un Esercito dotato degli armamenti più avanzati, come quello americano, può quindi trovarsi in difficoltà nell’affrontare campagne di stabilizzazione e ricostruzione di lunga durata, in cui capacità di manovra e potenza di fuoco non riescono ad essere sempre determinanti.
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ANALISI DEI PARADOSSI Le COIN obbligano i Comandanti a confrontarsi con una serie di paradossi (3) che stravolgono la logica militare convenzionale. Il primo tra questi è senz’altro rappresentato dal rapporto inverso tra forza applicata e risultato ottenuto. In generale, nelle campagne Combat, maggiore è la forza che si impiega e maggiori sono le probabilità di vincere lo scontro. Nelle COIN invece, riprendendo anche le lezioni del passato e in palese contrasto con i principi fondamentali dell’arte della guerra convenzionale, si può sostenere che la chiave del successo sia l’uso della minima – non massima – forza necessaria. Ciò, peraltro, implica l’accettazione di rischi più elevati per le proprie unità che devono limitare la propria naturale tendenza a usare il massimo della potenza di fuoco disponibile in caso di contatto con l’avversario. Le forze COIN devono invece fondamentalmente concentrarsi sulla protezione della popolazione locale, tra cui gli elementi ostili si nascondono, con il minimo impatto possibile sui civili ed evitando al massimo qualsiasi danno collaterale. Non sull’eliminazione dei combattenti avversari con tutti i mezzi disponibili, come sembrerebbe più logico. Questo approccio alle operazioni rappresenta un primo vero e proprio paradosso operativo per delle Forze Armate intrinsecamente organizzate per la rapida distruzione di qualunque obiettivo in modo definitivo, nonostante i possibili e inevitabili danni collaterali. Infatti, la concentrazione sull’avversario di livelli di distruzione elevatissimi in un periodo di tempo estremamente limitato (sintetizzabile con la nota espressio-
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ne americana Shock and Awe), risulta molto efficace nei combattimenti contro Forze Armate regolari ma non sembra del tutto applicabile nel risolvere crisi recenti come quelle in Iraq o Afghanistan. Per quanto possa sembrare appunto paradossale, l’impiego su vasta scala di bombardieri, missili o artiglierie pesanti, nella condotta di operazioni contro-insurrezionali, non aumenta – bensì diminuisce – le probabilità di raggiungere l’end state desiderato. L’end state desiderato nelle COIN è normalmente la pacificazione di una regione, ovvero la stabilizzazione di un governo alleato che si dimostri in grado di riprendere il controllo della propria popolazione senza supporto esterno. La potenza di fuoco, nonostante possa facilitare la neutralizzazione degli elementi ostili, potrebbe causare un eccessivo non intenzionale numero di vittime civili e ridurre così le probabilità di consolidare il potere di un governo amico. Le recenti esperienze hanno inoltre mostrato che nelle COIN, contrariamente a quanto avviene nelle guerre non rivoluzionarie, le armi più potenti sono proprio quelle meno efficaci per affrontare una lunga campagna contro-insurrezionale, in cui non è il numero di nemici uccisi a indicare il successo dell’operazione, bensì il numero di civili che supportano il governo alleato locale. Difficilmente, infatti, le vaste distruzioni materiali e le significative vittime civili collaterali, che spesso sono conseguenza dell’impiego delle armi migliori degli arsenali occidentali, contribuiscono a ottenere o mantenere la cooperazione di qualsiasi popolazione, visto che non se ne vuole acquisire il controllo tramite coercizione. Diversamente dalle campagne di tipo Combat, in cui chi ha la capacità di colpire più rapi-
damente e duramente, ha normalmente migliori probabilità di vincere, nelle COIN paradossalmente, è chi riesce a dosare efficacemente il proprio sforzo nel lungo periodo e a impiegare la minima forza necessaria ad avere maggiori possibilità di raggiungere i propri scopi. In realtà, anche nelle COIN si potrebbe riaffermare l’efficacia di un uso massiccio e illimitato della forza contro i ribelli. É abbastanza intuitivo che se in una COIN si dovesse consentire l’impiego delle unità governative senza particolari restrizioni, sfruttandone al massimo la superiorità tecnico-tattica, si riuscirebbe probabilmente ad annientare gli insorti in un tempo relativamente breve e a terrorizzare la parte di popolazione che eventualmente li supporta, in modo da mantenerne così il controllo tramite coercizione. Storicamente questo metodo si è rivelato spesso efficace per contrastare le ribellioni, come ad esempio nella violenta soppressione della rivolta in Giudea da parte dei Romani nel 70 d.C (4), il cui successo ha garantito successivamente circa quarant’anni di pace nell’area. L’impiego senza restrizioni delle risorse militari implica però l’accettazione di elevati livelli di distruzione e notevoli perdite tra i civili, che difficilmente risultano accettabili dalle Nazioni più civilizzate nel mondo contemporaneo. Scavando nel passato si possono facilmente trovare vari esempi di governi che con un numero di soldati relativamente modesto sono riusciti a mantenere coercitivamente l’ordine su vasti territori, tra cui il citato Impero Romano, l’Impero Ottomano, ma anche più recentemente il III Reich di Hitler. Agendo, infatti, sul bisogno fondamentale di sicurezza degli individui, si
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può facilmente costringere una popolazione alla sottomissione, sfruttando la naturale tendenza di chiunque in un conflitto a temere e rispettare la fazione più forte. Si può, quindi, sfruttare la superiorità iniziale delle unità governative per riuscire a «pacificare» la popolazione che si vuole controllare impiegando la forza senza alcun limite, costringendola così all’obbedienza o ad-
tazioni indiscriminate, massacri di civili e la distruzione di intere città. Ciò rappresenterebbe forse l’uso più efficace di unità militari per ristabilire ordine e disciplina in uno Stato sconvolto dalla guerra civile, ma ciò non è plausibile per le Forze Armate occidentali, che sono espressione di società evolute, fortemente rispettose dei Diritti Umani. Inoltre, come suggeriva Martin Van
Una pattuglia in attività di controllo del territorio.
Creveld in un suo articolo del 2004 (5), la comune palese sproporzione tra i due avversari di una guerra rivoluzionaria – governativi e insorti – in favore dei primi, può incredibilmente portare persino a un vantaggio per gli ultimi dal punto di vista psicologico, mediatico e morale. Si tratterebbe, infatti, di una situazione analoga a quella di uno scontro comune tra un adulto e un bambino, in cui il più forte si troverebbe comunque di fronte a una sconfitta sul piano morale. Qualora riuscisse a colpire il bambino, l’adulto verrebbe difatti visto da ipotetici spettatori come un
dirittura alla collaborazione nell’eliminazione degli elementi ribelli più attivi. La logica sopra esposta di un impiego della forza senza restrizioni nelle operazioni contro-insurrezionali confermerebbe così il principio secondo cui, in ogni Guerra, chi gode della maggiore potenza militare ha le probabilità più alte di vittoria, ma si dovrebbero accettare, come nel caso sopra citato della soppressione delle rivolte in Giudea, depor-
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bullo che prevarica un soggetto chiaramente inferiore grazie alla propria forza, mentre se non riuscisse a ridurlo alla ragione, verrebbe addirittura considerato come un incapace che, nonostante la propria superiorità, si lascia sopraffare dal più debole, rischiando persino di essere ridicolizzato. In ogni caso, si tratterebbe quindi per l’adulto di un danneggiamento della propria immagine che potrebbe tradursi anche nella perdita di supporto da parte dei propri amici o conoscenti. Fuor di metafora e tornando al campo internazionale, per analogia, una Potenza che si confronti con un movimento rivoluzionario, rischia comunque una catastrofe, sia nel caso di una vittoria militare, sia nel caso di una sconfitta. Nel primo caso, infatti, la Potenza apparirebbe come una forza crudele che si accanisce su un avversario troppo inferiore. Nel secondo, dimostrerebbe invece di essere una «tigre di carta», che nonostante i suoi bombardieri, i suoi missili o i suoi carri armati, non riesce a eliminare la minaccia portata da pochi inadeguati oppositori male equipaggiati. In ogni modo, si espone dunque alla possibilità che la propria posizione tra le Nazioni venga compromessa e ciò può causare un calo nel sostegno alla propria causa degli alleati, dell’opinione pubblica, o persino dei propri soldati. Più forte la Potenza colpisce e più è probabile cadere in questa trappola. Si potrebbero citare vari esempi per confermare che, contrariamente alle campagne Combat, nelle COIN la disponibilità di una superiorità militare schiacciante in campo tattico non implica necessariamente una facile vittoria strategica. Tra questi, rivestono particolare importanza le guerre in Indocina tra il movimento rivoluzionario comunista vietnamita e i
francesi, nonché tra il primo e il governo filo-occidentale del Sud Vietnam supportato dagli americani. Esempi importanti contemporanei sono poi le diverse campagne di Israele contro Hamas e Hezbollah, ma anche le più recenti operazioni militari occidentali in Iraq o Afghanistan. Si tratta infatti di conflitti simili, in quanto prolungati nel tempo e caratterizzati da un ampio sbilanciamento delle potenzialità in campo. Qualsiasi confronto tra le forze contrapposte nei casi sopra citati lascerebbe supporre una rapida conclusione delle ostilità a favore degli eserciti governativi, eventualmente con il supporto dei loro alleati esterni, mentre la realtà ha invece dimostrato la sostanziale impossibilità di sopprimere un’insurrezione con la sola superiorità militare, se impiegata in modo limitato. Quello sopra esposto può essere considerato il principale – ma non unico – paradosso nell’applicazione della forza in una COIN. Un altro può difatti essere individuato nel campo della Force Protection. Durante una campagna di combattimento classica, più si proteggono le forze amiche, con misure attive o passive, più aumenta la sicurezza delle unità. Le recenti esperienze nei teatri operativi dove sono in corso delle operazioni contro-insurrezionali sembrano invece mostrare che è vero piuttosto l’inverso. Accettando livelli più alti di rischio per le proprie truppe, la sicurezza per le proprie unità aumenta anziché diminuire. Schierandosi il più possibile a contatto con la popolazione e incrementando la presenza capillare dei soldati sul territorio, può difatti incrementare nel breve periodo i pericoli ma può anche accrescere la sicurezza nel lungo periodo, grazie prevalentemente al miglioramento della raccolta informati-
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va e della generale Situational Awareness nelle aree di responsabilità delle unità che si ottiene con la dispersione delle forze sul territorio. Ciò incrementa, inoltre, la visibilità delle forze COIN in tutto il Teatro di Operazioni e la protezione diretta della popolazione anche negli angoli più remoti del Paese in crisi, coerentemente con il tentativo di guadagnarne la collaborazione in modo non coercitivo. Tutto questo contribuisce peraltro a rafforzare i rapporti di fiducia con i locali e indebolire la capacità di reclutamento degli insorti. I movimenti insurrezionali hanno, infatti, bisogno di un’ampia base di arruolamento come di zone sicure in cui riposare, muovere, pianificare le proprie operazioni e addestrarsi. La costante presenza di pattuglie amiche, anche appiedate, in tutta l’area di responsabilità limita sicuramente la loro libertà di movimento e rende più difficile il reperimento degli uomini o dei materiali necessari a fomentare l’insurrezione, incrementando così nel medio/lungo periodo, la protezione delle forze COIN. Ciò non implica necessariamente però, almeno nel breve periodo, minori tassi di perdite, poiché la dispersione e la maggiore esposizione delle unità contro-insurrezionali può sicuramente portare proprio a tassi più elevati di perdite. Si tratta però di un sacrificio necessario per limitare la libertà d’azione dei ribelli e quindi, in ultima analisi, aumentare anche la protezione delle forze amiche. La distribuzione capillare delle forze contro-insurrezionali, con il compito primario di proteggere la popolazione per acquisirne il sostegno, implica la disponibilità di un elevato numero di soldati da schierare nel Teatro Operativo, nonché la necessità di supportare, anche finanziariamente, una campagna militare di lun-
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ga durata ed esito incerto, anche a causa delle limitazioni all’uso della forza necessarie per ridurre i danni collaterali. Difficilmente nelle COIN è, infatti, applicabile il modello Shock and Awe che prevede un impiego esteso della schiacciante potenza di fuoco necessaria a neutralizzare in pochi giorni o settimane qualsiasi avversario convenzionale come l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. Il problema è che le democrazie occidentali sono fortemente influenzate da opinioni pubbliche diventate ormai ostili a grandi spiegamenti delle proprie Forze Armate per periodi prolungati, principalmente a causa degli elevati costi umani e materiali che questi normalmente comportano. I governi occidentali tendono quindi a lesinare gli uomini necessari a combattere i ribelli sul terreno, cercando di supplire con tecnologie e sistemi d’arma di ultima generazione, troppo spesso poco rilevanti in combattimenti ravvicinati contro avversari dotati di biciclette o asini bomba. Essi tendono inoltre a stabilire dei limiti temporali troppo brevi per il raggiungimento degli obiettivi strategici, al fine di rendere le imprese militari più accettabili alle proprie opinioni pubbliche. Cosa che crea però false aspettative di operazioni rapide e vittoriose a fronte di missioni spesso lunghe e dispendiose. Anche per questo quindi i Paesi occidentali, nonostante la loro indiscussa supremazia economica e militare, sono intrinsecamente poco predisposti alla gestione di lunghe operazioni contro-insurrezionali, come quelle in Afghanistan o in Iraq. Il necessario approccio tipicamente soft – con la limitazione al minimo necessario dell’uso della forza – alla pacificazione di una regione richiede uno sforzo notevole in termini di ri-
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Afghanistan: attività di bonifica.
sorse umane, materiali e finanziarie che rappresentano costi difficilmente tollerabili per opinioni pubbliche poco orientate alla risoluzione dei grandi problemi di politica internazionale. Un terzo paradosso può essere tratto direttamente dall’analisi di una delle più note tesi di T. E. Lawrence, scritte nel 1917 durante le guerre di indipendenza arabe contro l’Impero Ottomano (6). Nelle campagne di combattimento classico, all’interno di un’alleanza tradizionale si cerca normalmente di destinare le forze più deboli a compiti secondari o di retrovia, lasciando alle unità più forti e affidabili l’onere dei combattimenti determinanti. Ebbene, nelle COIN, come suggeriva appunto già Lawrence d’Arabia, sembra essere più opportuno invece l’approccio inverso. «Non provare a fare troppo con le tue forze,» – consigliava in una delle proprie tesi sulla guerra rivoluzionaria –
«è meglio che i locali operino in modo tollerabile piuttosto che i tuoi uomini [delle forze straniere] agiscano in modo perfetto. Si tratta della loro guerra e noi siamo lì per aiutare. Non vincere la guerra per loro» [trad. dell’autore]. Questo perché, fondamentalmente, consolidare l’immagine e il ruolo delle forze locali, per quanto deboli, è sicuramente più importante di qualsiasi vittoria sul campo che le forze alleate esterne, normalmente più forti, possano riuscire ad ottenere autonomamente grazie alla loro superiorità tecnico-tattica. Solo mettendo le unità indigene in prima linea, di fatto, la popolazione non percepirà la presenza di militari stranieri come truppe di occupazione e la credibilità del governo del Paese che si vuole sostenere aumenterà in modo esponenziale. Così, peraltro, si minimizzerà nel medio/lungo periodo la necessità di forze esterne per stabilizzare il Paese stesso. Ciò può certamente portare a un prolungamento delle operazioni o a
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difficoltà nella condotta delle operazioni stesse, ma il rafforzamento del prestigio di Istituzioni e Forze Armate locali è sicuramente uno degli obiettivi principali delle forze contro-insurrezionali, premessa determinante della stabilizzazione di un Governo in crisi. Si tratta dunque di superare la naturale tendenza di ogni Comandante a impiegare le migliori unità disponibili per fare rapidamente ciò che è necessario per sconfiggere il nemico e tornare a casa. Spesso, infatti, ciò può portare effimere vittorie in campo tattico che contribuiscono poco al raggiungimento dello scopo finale, ovvero la pacificazione di una regione e l’instaurazione di un governo auto-sufficiente in grado di controllare il proprio territorio e la propria popolazione. Anche le esperienze più recenti hanno mostrato l’importanza dell’impiego di forze locali contro estremisti e terroristi. É indubbio, ad esempio, il contributo delle milizie note come Sons Of Iraq (SOI) al successo del cosiddetto Surge americano nel Paese mediorientale (7). I circa 100 000 volontari locali – direttamente finanziati, supportati e controllati dallo US Army – delle varie milizie tribali e di quartiere raggruppate nel SOI, hanno garantito un significativo miglioramento del controllo del territorio nelle varie province irachene, grazie proprio alla loro diffusione capillare e alla loro conoscenza dell’ambiente operativo. Infine, può essere utile evidenziare un ultimo paradosso. Contrariamente alle campagne di combattimento classico, nelle COIN, l’inazione può spesso essere la miglior reazione a un attacco. Nel caso, infatti, le conseguenze prevedibili di un contrattacco delle forze governative contro gli insorti fossero tatticamente coerenti ma strategica-
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mente dannose, le unità COIN dovrebbero rinunciare all’azione, poiché il vantaggio che se ne otterrebbe nell’immediato verrebbe, in seguito, verosimilmente annullato. Un esempio recente può essere tratto dal caso dei bombardamenti americani nel Pakistan Nord-Occidentale con aerei a pilotaggio remoto, nell’ambito dell’intervento in Afghanistan. Per quanto, difatti, colpire i santuari in Pakistan degli estremisti nemici del governo afghano sia tatticamente necessario e certamente utile dal punto di vista militare, sul piano strategico, le ripercussioni dei raid sulle relazioni diplomatiche tra USA e Pakistan, nonché sull’assetto politico interno del Pakistan stesso, sembrano essere tali da sconsigliare la prosecuzione delle incursioni o quantomeno sembrano suggerire l’opportunità di limitarle. Può essere, infatti, necessario tollerare lo svantaggio tattico dell’esistenza di Safe Area per gli estremisti nella zona grigia del confine tra Afghanistan e Pakistan, al fine di ottenere il beneficio strategico di un Pakistan più stabile e cooperativo nella guerra al terrorismo internazionale. L’esistenza dei paradossi sopra illustrati nella condotta delle COIN, evidenzia, a mio avviso, le ragioni profonde della difficoltà che gli Eserciti occidentali sembrano palesare nella gestione di interventi come quelli in Iraq e Afghanistan, poiché le unità militari governative, o quelle alleate, non possono utilizzare tutto il proprio potenziale per ottenere il controllo tramite coercizione della popolazione, che rappresenta spesso il Centro di Gravità di questo tipo di operazioni. Non possono però nemmeno permettersi i costi umani e materiali di una lunga campagna che consenta di ottenere il supporto della popolazio-
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ne locale attraverso la persuasione, con l’importazione necessariamente lenta di benessere e democrazia. Qualora difatti impieghino al massimo la propria capacità distruttiva, le forze della contro-insurrezione sarebbero facilmente descritte come violente e crudeli dai media internazionali. Mentre se si impegnano, invece, nella progressiva conquista dei cuori e delle menti della popolazione locale, si espongono a critiche per la lentezza delle operazioni. Seppure per motivi diversi, possono dunque perdere il supporto delle opinioni pubbliche dei propri Paesi e, conseguentemente, dei Governi che da esse sono influenzati.
costi e per la durata delle attività stesse. Il dilemma, in realtà, difficilmente può essere risolto. In ultima analisi, si tratta di scegliere se utilizzare le forze militari in uno sforzo breve, intenso ed estremamente violento oppure in uno lungo, usurante e meno violento. La scelta deve essere consapevole e le opinioni pubbliche devono essere preparate ad affrontare le conseguenze negative – che comunque ci saranno – della scelta stessa, non illuse che nelle COIN si possa ottenere una vittoria in tempi ragionevolmente brevi ma senza troppa brutalità o perdite sproporzionate. Il dilemma resta e la scelta deve essere fatta.
CONCLUSIONI
NOTE
Ritengo che la serie di paradossi sopra illustrati rappresenti bene la complessità delle campagne contro-insurrezionali e ponga un serio dilemma per le classi dirigenti occidentali ogni volta che si debba decidere un intervento militare a sostegno di un Paese amico in stato di crisi o precipitato nella guerra civile. In pratica, sia che si scelga di impiegare la componente militare con la durezza necessaria a ristabilire l’ordine in tempi relativamente brevi, sia che si scelga di seguire un approccio meno duro, in cui si impieghi il minimo livello di forza possibile per un periodo necessariamente più lungo, difficilmente le opinioni pubbliche occidentali supporteranno l’operazione fino al raggiungimento dell’end state proposto, ossia la creazione di un ambiente sicuro in cui il Governo in crisi possa ristabilire la propria autorità. Nel primo caso per l’eccessiva violenza delle attività militari condotte, nel secondo per gli eccessivi
(1) FM 3-24 Counterinsurgency, p. 1-1. (2) La Dottrina NATO (AJP-01D/ AJP-3B), distngue 4 tipologie di campagna militare: Combat, Security, Peace Support, Peace Military Engagement. Le COIN rappresentano la variante più complessa delle campagne Security. (3) Cfr. N. C. Fick, J. A. Nagl, Counterinsurgency Field Manual: Afghanistan Edition, gennaio/febbraio 2009. (4) Il riferimento è alla prima guerra Romano-giudaica che si conclude simbolicamente con la presa di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. (5) M. Van Creveld, «Why Iraq Will End as Vietnam Did», 2004. Disponibile su: www.Lewrockwell.com. (6) T.E. Lawrence, The Arab Bulletin, 20 agosto 1917. (7) Cfr. W.S. McCallister, Sons Of Iraq: A Study on Irregular Warfare, Small Wars Journal. Disponibile in: www.smallwarsjournal.com.
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LOGISTICA
FORZA NEC E LA «TRASFORMAZIONE» LOGISTICA: ILS-TAILORING del Capitano Fulvio TARANTINI in servizio presso il Segretariato Generale della Difesa - IV Reparto - Direzione di Programma «Forza Nec»
Fig. 1
l programma «Forza NEC» è finalizzato a digitalizzare lo strumento militare per realizzare la piena interoperabilità sia a livello interforze sia a livello multinazionale, garantendo la condivisione del quadro di situazione in tempo reale ed incrementando, di fatto, la protezione e la sicurezza del personale (fig. 1).
I
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Net-centric warfare (NCW).
Si inserisce in modo armonico nel più ampio processo di ammodernamento dello strumento militare, al fine di evitare ridondanze e sprechi di risorse, ponendo le basi per il transito dalla molteplicità di sistemi
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attualmente in dotazione alle unità operative, verso assetti interforze e interoperabili che integrino le capacità esistenti e quelle in corso di acquisizione. Costituisce, per molti, «il catalizzatore della trasformazione» dello strumento militare terrestre in un’ottica di piena integrazione interforze, in linea con le innovazioni tecnologiche dei principali Paesi della NATO (fig. 2). Esso è caratterizzato da: • un approccio concettuale moderno, che comprende le esigenze del futuro a breve e medio termine; • da un costante monitoraggio dei dati di ritorno dal campo, sia attraverso esercitazioni di integrazione operativa (1), sia attraverso l’impiego nei teatri operativi, che,
sincronizzandosi progressivamente con il progetto, ne vanno a modificare continuamente alcuni contenuti affinché esso sia sempre il più aderente possibile alla realtà di impiego; • dall’ingresso a pieno titolo dell’industria della Difesa in un processo che consente di essere all’avanguardia e di poter realizzare congiuntamente attività di sviluppo. Forza NEC è, infatti, un esempio concreto di integrazione tra la Difesa e l’industria nazionale, quindi uno strumento di crescita dell’intero «Sistema Paese». La complessità tecnologica del programma, i vincoli economici e la contestuale necessità di conciliare il
Genesi di Forza NEC.
Fig. 2
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LOGISTICA
IL SUPPORTO LOGISTICO INTEGRATO (ILS) DI FORZA NEC
mente sottolineato, si colloca un ulteriore elemento chiave di «Forza NEC», tanto da giustificare la creazione di una unità organizzativa ad esso specificatamente dedicata (3), sin dal primo ordine di servizio istitutivo della Direzione di Programma: il Supporto Logistico Integrato (ILS). L’annosa «questione logistica», nei processi di acquisizione di nuovi sistemi per la Difesa, ha spesso rappresentato uno spauracchio in termini economici e normalmente ha visto un approccio di tipo «poco integrato» e piuttosto «deterministico», incentrato sulla definizione del numero di anni di assistenza industriale piuttosto che in quantitativi di ricambi più o meno ipotizzati necessari nel corso del ciclo di vita utile del sistema, accettabili rispet-
Accanto ai concetti appena espressi, benché meno frequente-
Fasi del Programma «Forza NEC».
processo di trasformazione con il concomitante reale impegno nelle operazioni fuori area, hanno richiesto un approccio innovativo in termini concettuali, tecnico – amministrativi e, più in generale, di Program Management. Ciò ha determinato l’individuazione di una unità organizzativa specificatamente dedicata a sovrintendere e coordinare le attività di sviluppo del programma «Forza NEC» (2), nonché l’identificazione di alcuni concetti basilari per le scelte progettuali del programma: l’approccio capacitivo, il principio del transforming while operating e quello di evolution thoughout production.
Fig. 3
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to al budget preventivato per l’acquisizione del sistema, lasciando pienamente l’incombenza del supporto logistico alla fase di esercizio del sistema acquisito. Di supporto logistico integrato, in realtà, se ne parla da tempo. La letteratura ne farebbe risalire formalmente l’origine al 19 giugno del 1964, quando il Department of Defense (DoD) statunitense pubblicò la direttiva DoD 4100.35 «Development of Integrated Logistics Support for Systems and Equipment», «allo scopo di assicurare che un efficace supporto logistico per i sistemi e i materiali fosse sistematicamente pianificato, acquisito e gestito come un tutt’uno per ottenere la massima disponibilità del sistema ed il migliore rapporto costo/efficacia. La Direttiva 4100.35 fu sviluppata dal DoD equipment maintenance and readiness council in collaborazione con Maintenance advisory committee of national security industrial association. Lo sforzo congiunto fra Difesa e industria rese unica questa direttiva dimostrando l’interesse comune per sistemi disponibili e logisticamente supportabili a costi ridotti» (4). Dalle prime definizioni dell’ILS («combinazione di tutte le considerazioni necessarie ad assicurare un efficace ed economico supporto di sistemi o equipaggiamenti a tutti i livelli di mantenimento per il relativo programmato ciclo di vita» ILSP Guide,1967 citato in Blanchard, 2004), il concetto ed i metodi di analisi tipici del supporto logistico integrato, sono stati usati sempre più frequentemente dalle organizzazioni – private, pubbliche, civili
o militari - per pianificare le modalità con cui i prodotti da esse sviluppati sarebbero stati supportati nell’arco dell’intero ciclo di vita. I principi e i concetti dell’ILS sono stati, quindi, approfonditi nel tempo fino a delineare una gestione unificata ed integrata degli elementi tecnico-logistici necessari alla pianificazione e allo sviluppo dei requisiti di supporto di un sistema (5). Ciònonostante, la sua diffusione nell’attività del procurement della Difesa non è stata sistematica, lambendo solo talvolta il processo acquisitivo nazionale. Tentennamenti e dubbi sull’efficacia dell’approccio ILS non sono mancati neanche presso il DoD statunitense, che pure può ritenersi l’originatore del concetto di supporto logistico integrato (emblematico in tal senso l’acquisizione dell’elicottero UB-60 blackhawk (6)). Più recentemente una parte degli aspetti qualificanti dell’ILS sono stati inseriti nei programmi di acquisizione della Difesa Italiana (VBM freccia, NH-90); tuttavia è ragionevolmente innovativo l’approccio sistematico che la Sezione «Project ILS» della Direzione di Programma «Forza NEC» ha utilizzato nella concretizzazione del concetto e del processo ILS, specialmente attraverso la revisione delle parti ad esso dedicate dei capitolati tecnici della fase di Concept Developmentand Experimentation (CD&E) (7)(fig. 3), capitalizzando gli elementi di innovazione caratterizzanti la Normativa Interforze per il Supporto Logistico Integrato (SGD-G018 NIILS)ed il program management di «Forza NEC».
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LOGISTICA
Fig. 4
Processo acquisitivo e ciclo di vita di un’ sistema.
In tale ottica, la sensibilità nei riguardi di uno degli aspetti meno «spettacolari» ma più tipicamente «costo-efficaci» del programma ha giocato un ruolo chiave nel coinvolgimento di molteplici attori sia della A.D. sia del comparto industriale. Il primo risultato di rilievo è sintetizzabile nella condivisa consapevolezza che il supporto logistico di un sistema in acquisizione è parte integrante del suo specifico «corredo genetico». In particolare, pensare già in fase concettuale a come il sistema in acquisizione sarà impiegato, mantenuto e posto fuori servizio/alienato nel corso della sua vita utile (fig. 4 e 5), consente, già durante la progettazione, di sce-
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gliere soluzioni orientate a garantire non solo le prestazioni di efficacia ma anche quelle di affidabilità e manutenibilità che possano rendere il sistema realmente «disponibile» (8). L’inizio del processo evolutivo intrapreso in tale particolare aspetto del programma «Forza NEC», può essere collocato nel mese di settembre 2011, quando il Capo di Stato Maggiore della Difesa ha approvato il Requisito Operativo Definitivo (ROD) vers. 03 della fase CD&E, che prescriveva, tra le varie modifiche introdotte, l’applicazione della citata NIILS. «La NIILS è una “normativa nazionale di acquisizione logistica” che armonizza, in ottica interforze, le metodologie e le informazioni associate al processo ILS (Integrated Logistic Support) ed un “Sistema Informativo” di supporto, basato su
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Fig. 5
Tabella riepilogativa del processo acquisitivo (SMD-L-001).
di un modello dati integrato di prodotto, secondo la strategia Continuous Acquisition and Life Cycle Support (CALS) (9) così come definita in ambito NATO. La normativa e il modello dati di prodotto mirano ad esprimere l’integrazione del processo di acquisizione logistica con il processo complessivo di acquisizione ed una visione completa delle esigenze di gestione del ciclo di vita dell’intero Sistema Operativo, costituito dal Sistema Primario (SP) (es.: i sistemi oggetto di fornitura con i progetti del programma) ed il relativo Sistema di Supporto
Logistico» (10). La NIILS si basa sui seguenti elementi fondamentali: • il «PMO - Program Management Office». È lo strumento organizzativo tramite il quale la Normativa intende garantire in ogni momento la necessaria visione del ciclo di vita per l’intero Sistema Operativo (SO) ed una continuità di gestione del SO lungo l’intero ciclo di vita dello stesso. Potrebbe essere interpretato quale dinamica integrazione tra la Direzione di Programma e i rappresentanti delle Direzioni Tecniche e degli Stati Maggiori nell’ambito dei gruppi integrati di progetto (GIP) per ciascuno dei progetti componenti il programma.
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LOGISTICA
Fig. 6
• il processo ILS (Integrated Logistic Support) è l’insieme coordinato di tutte le attività di progetto e di sviluppo basate su dati armonizzati, che lungo l’intero ciclo di vita del SO, ma in particolare nelle fasi di ricerca e di sviluppo, puntano a: •• definire e analizzare lo scenario operativo – inteso come l’insieme delle condizioni operative di impiego del sistema e del relativo scenario di supporto logistico di riferimento – per la determinazione dei requisiti di supportabilità del Sistema Primario (caratteristiche di affidabilità e di manutenibilità) e di prestazione del Supporto Logistico (supportabilità); •• progettare, sviluppare e verifi-
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Product Common (PCSDB).
Source
DataBase
care le caratteristiche di affidabilità, manutenibilità e di supportabilità del Sistema Primario (SP); •• progettare, sviluppare, realizzare e tempestivamente impiegare operativamente gli elementi del Sistema di Supporto Logistico (SL); •• verificare in servizio le prestazioni complessive di supportabilità del Sistema Operativo (SO) (11), le caratteristiche di affidabilità e di manutenibilità del SP e l’efficienza ed efficacia del SL. • il «PCSDB –SI» (Product Common
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Source Data Base) (fig. 6) è il sistema informativo per la gestione integrata delle informazioni necessarie e sufficienti alla gestione di un Sistema Operativo lungo l’intero arco del suo ciclo di vita. Questi tre elementi, opportunamente sviluppati e messi a sistema, consentono di impiegare una metodologia di esecuzione efficiente e di pratica attuazione per il processo di acquisizione logistica integrata nel processo di acquisizione del Sistema Primario. Partendo, dunque, da queste nozioni, nell’ambito del recepimento delle varianti introdotte dalla nuova versione del ROD, la Sezione «Project ILS» ha curato le parti relative al supporto logistico integrato in quei capitolati tecnici dei progetti della fase CD&E non ancora contrattualizzati e di quelli, già contrattualizzati (12), per i quali era prevista la possibilità di «addenda», attuando uno specifico tailoring del processo ILS, in aderenza alla NIILS (13). In particolare, è stata definita una linea di sviluppo che prevede l’integrazione tra l’ingegneria di sistema (prestazioni di affidabilità e manutenibilità) e l’ingegneria logistica, attraverso l’analisi della supportabilità logistica (LSA) (fig. 7) dei sistemi in acquisizione, finalizzata a: • sviluppare le procedure di manutenzione fino ad identificare le singole attività e tutte le risorse logistiche per esse necessarie, partendo dalle relazioni modo/effetti di guasto analizzati con l’analisi dei modi, degli effetti e della criticità dei guasti (Failure modes and effects analysis (FMEA)/Failure
Mode, Effects, and Criticality Analysis (FMECA)) e sulla base dei requisiti per le procedure di manutenzione derivanti dal progetto Reliability, Availability, Maintenability and Testability (RAM&T) (14); • definire il piano delle manutenzioni programmate e preventive utilizzando le metodologie Reliability Centered Maintenance (RCM) (15), allocando le azioni manutentive ai vari livelli di manutenzione costituenti l’organizzazione logistica di supporto, mediante l’analisi del livello di riparazione (LORA); • specificare, in aderenza agli standard internazionali AeroSpace and Defence Industries Association of Europe (ASD) , tutte le apparecchiature di supporto, le parti di ricambio e la relativa probabilità di obsolescenza, le pubblicazioni tecniche e le necessità in termini di corsi di istruzione per operatori e manutentori. Conseguentemente, la mole di dati provenienti dal processo ILS, sopra sinteticamente descritto, ha indotto a: • prevedere l’acquisizione di un repository «TPDB» (Technical Publication DataBase) per garantire la capacità di acquisizione, immagazzinamento e gestione centralizzata delle pubblicazioni tecniche (IETP) redatte secondo lo standard ASDS1000D, inerenti ai sistemi di «Forza NEC», nonché la fruizione delle IETP attraverso rete dati da parte di tutti gli operatori (utenti/manutentori) sia in zona d’operazioni sia in guarnigione. • estendere la capacità di gestione dei dati oggetto delle simula-
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LOGISTICA
Fig. 7
Logistic Supportability Analysis (LSA).
zioni ILS (dati di sistemi simulati), mediante un database già contrattualmente previsto (16) nell’ITB(Integration Test Bed)-COMLOG (17), ai dati provenienti dalle analisi LSA (dati di sistemi reali) (18) dei progetti della fase CD&E; • orientare il modello dati del predetto database allo STANAG 4661 (ISO 10303 AP 239 – PLCS), per agevolare lo scambio dei dati, mediante i relativi formati DEXs, con un PCSDB (di presumibile acquisizione da parte dell’A.D.). A seguito della consegna dei capitolati tecnici al comparto industriale sono stati posti in essere incontri tecnici tra SELEX (quale Prime Contractor del contratto «Forza NEC») e la Direzione di Programma allo scopo di condividere i concetti chiave dei «nuovi» aspetti di sup-
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porto logistico. Analogamente, SELEX ha condotto attività di armonizzazione con tutti i partner industriali, finalizzate a garantire un approccio univoco alla definizione della proposta tecnica da fornire all’Amministrazione Difesa. Nel contempo il progetto «CASE STUDY» (19) sull’implementazione della NIILS è giunto alle sue fasi finali con le presentazioni dei risultati. Tali risultanze hanno evidenziato la reale applicabilità della NIILS al processo acquisitivo della Difesa di un sistema complesso, pur generando una serie di «lessons identified» che dovranno essere oggetto di approfondimento congiunto tra gli «stakeholders» del processo acquisitivo. In questa prospettiva, l’attività di sviluppo del concetto di Supporto Logistico Integrato nell’ambito della Direzione di Programma «Forza NEC», condotta parallelamente al-
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le attività sopra citate, ha evidenziato l’opportunità di avviare la redazione di un documento di strategia ILS di «Forza NEC» che possa delineare una cornice procedurale aderente alla NIILS per la definizione dei contenuti dei requisiti operativi, dei conseguenti capitolati tecnici e per lo svolgimento delle attività di controllo e verifica (Design Review/ILS Conference) nel corso dello sviluppo dei futuri progetti costituenti il programma «Forza NEC» e, conseguentemente, rappresentare un riferimento per gli altri programmi di acquisizione per la Difesa. Le direttive di riferimento SMD–PG–001, SMD–L–001, SGD–G–020 delineano lo sviluppo logico del processo acquisitivo della Difesa e del ciclo di vita del sistema in acquisizione e la NIILS si interseca con esso evidenziandone aspetti di «ingegneria di sistema/logistici» finalizzati ad ottimizzare il processo secondo il criterio di costo/efficacia. Contestualmente, la diffusa esigenza di riduzione dei costi di esercizio di un qualsivoglia sistema impone un approccio ancor più analitico e sistematico al supporto logistico del sistema ancor prima della progettazione dello stesso, per poter ragionevolmente predire l’impatto economico del sistema nel tempo (vita operativa) e oltre la sua «messa fuori servizio». In quest’ottica il citato documento di strategia ILS si pone l’obiettivo di delineare un «modus operandi» attraverso il quale sviluppare concretamente i concetti di «Integrated Logistic Support» e sensibilizzare gli stakeholders del processo ac-
quisitivo a considerare la «questione logistica» come una «vera» esigenza di carattere operativo. Per garantire la tipicità di «living document» si è ritenuto opportuno strutturare il documento in una parte generale (fig. 8), seguita da una raccolta di 16 schede (fig. 9) costituite, ciascuna, di due parti: la prima parte, a basso livello di approfondimento, fornisce elementi di informazione basilari orientati all’utilizzo pratico del concetto espresso; la seconda parte, con un maggiore livello di approfondimento è suddivisa per le 3 fasi del ciclo acquisitivo individuate e mira a esplicitare le relazioni di consequenzialità esistenti fra le diverse fasi del processo acquisitivo/ciclo di vita dei sistemi complessi in parola, dal punto di vista del Supporto Logistico Integrato (per esempio: se si ritiene di dover indicare nel capitolato tecnico un parametro di manutenibilità del sistema operativo in acquisizione si daranno indicazioni su come ci si aspetta che i Requisiti Operativi Prelimari/Definitivi (ROP/ROD) «non dimentichino» e instradino correttamente tale capacità del sistema). Infine, eventuali argomenti per i quali si rendano necessari ulteriori approfondimenti, saranno raccolti in annessi al documento.
CONCLUSIONI I principi di transforming while operating e di evolution thoughout production caratterizzanti il programma «Forza NEC» e la connotazione «in fieri» del documento di strategia ILS sottendono l’idea che
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LOGISTICA
il processo ILS di Forza NEC non possa ritenersi concluso. È ragionevole, peraltro, ritenere che la strada intrapresa verso l’ottimizzazione della gestione del ciclo di vita dei sistemi in acquisizione da parte della Difesa sia quella corretta. È indubbio, infatti, che l’instradamento culturale al supporto logistico integrato possa beneficiare dell’effetto risonante del programma Forza NEC, ampliando, pertanto, il bacino di utenti, studiosi, analisti interessati ad approfondire le potenzialità di questo «modus operandi» innovativo. Sia ben chiaro che il Supporto Logistico Integrato non
nasce oggi, ma oggi forse trova un accoglimento più esteso nel «sistema Paese» perché può essere ragionevolmente considerato uno strumento efficace di ottimizzazione delle risorse e quindi incontrare favorevolmente gli sforzi profusi per affrontare le ridotte disponibilità finanziarie. In tale ottica, le iniziative intraprese, nell’ambito della Direzione di Programma «Forza NEC», vanno considerate come ulteriori tessere di un «puzzle» ben più esteso ed il cui completamento è ricoStruttura del documento di strategia di Forza NEC.
Fig. 8
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nosciuto fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi nazionali e internazionali di razionalizzazione dei costi e innalzamento dei livelli di disponibilità operativa (20) dei sistemi. Ma non è tutto. Quello che emerge nell’approccio descritto è la trasversalità e continuità del «pensiero logistico», che parte dalla proiezione di come il sistema sarà supportato in esercizio e, a ritroso, ipotizza soluzioni ingegneristiche e contrattuali ottimali in fase di acquisizione per favorire disponibilità e supportabilità nella fase di «vita utile». Questa caratteristica quasi annulla le differenziazioni tra la logistica di consumo (o operativa) e quella di acquisizione e fra le molteplici «logistiche» (21) che, per comodità di trattazione e di associazione di strutture organizzative, sono state defini-
te nel tempo. Questo aspetto accentua il concetto di integrazione, estendendolo, da integrazione del Sistema di Supporto Logistico con il sistema Primario, a integrazione delle logistiche. Ciò implica, così come la NIILS lascia intendere nella definizione del PMO, la necessità di una partecipazione attiva, all’intero ciclo di vita del sistema, a partire dalla fase concettuale del processo acquisitivo, cioè quando l’area tecnico-operativa della Difesa esprime l’esigenza operativa e la traduce in requisiti operativi e, successivamente, l’area tecnico-amministrativa redige i capitolati tecnici e cura gli aspetti contrattuali dell’acquisizione, di figure professionalmente
Struttura delle schede del documento di strategia.
Fig. 9
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LOGISTICA
preparate in entrambe le aree tecniche citate e, in particolare per l’area tecnico-operativa, tipicamente provenienti da settori e specialità afferenti ai Comandi Logistici (22). In tale ottica si apre la strada ad una direttiva di program management che possa «istituzionalizzare» nell’ambito dei PMO dei programmi di acquisizione della Difesa – e non solo (23) – componenti espressamente dedicate ed adeguatamente preparate/formate all’ILS, con le quali possano dialogare direttamente le strutture deputate al supporto logistico in esercizio dei sistemi, al fine di ridurre il divario – forse solo sovrastrutturale – fra il pen-
Netcentric enabling capability (NEC).
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siero logistico dell’acquisizione e quello dell’esercizio. NOTE (1) Attività condotta principalmente dall’Unità per la Sperimentazione della Digitalizzazione (USD) – 31° rgt. Carri. (2) Direzione di Programma «Forza NEC»: unità organizzativa del IV Reparto del Segretariato Generale della Difesa/DNA istituita con specifico ordine di servizio del Segretariato Generale della Difesa dell’ottobre 2007. (3) Sezione «Project ILS» nell’ambito della Direzione di Programma «Forza NEC»: individuata già nelle TT.OO. diramate con specifico ordine di servizio del Segretariato Generale della Difesa dell’ottobre 2007 e successive varianti.
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Architettura di una Brigata media digitalizzata - NEC.
(4) Maj. Ned H. Criscimgna – «The yesterday, today and tomorrow of Integrated Logistics Support» – DMJ, ottobre 1977. (5) G S K Dharmaratne, A K L Jayawardana, M W Gunatunga, «Integrated Logistic Support and Equipment Availability in Government Hospitals of a Developing Country»- Sri Lankan Journal of Management, Volume 15, Nos. 2 , 3 & 4. (6) Fred J. Shafer, Director, Logistics and Communications Div. of UNITED STATES GENERAL ACCOUNTING OFFICE WASHINGTON, D.C. 20548, «Survey of Integrated Logistics Support Planning of Blackhawk» -
the UB-60 LCD-78-415; B-163058. May 3, 1978. (7) CD&E: Concept Development and Experimentation. Attività di risk reduction volta ad evitare l’avvio di acquisizioni dei sistemi digitalizzati su larga scala, senza averne prima valutato, su scala ridotta, la coerenza capacitiva e l’impatto finanziario e operativo. (8) La «Disponibilità» è citata come la chiave di tutta l’effectiveness di un sistema (Blanchard, 1998) perché comprende una visione olistica dell’impatto di un sistema/equipaggiamento sulle prestazioni di un’organizzazione in termini di essere disponibile quando necessario, di fornire le prestazioni ideali producendo un risultato di qualità.
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LOGISTICA
(9) CALS: Continuous Acquisition and Life Cycle Support è finalizzato a raccogliere, immagazzinare e processare, in formato digitale, tutte le informazioni tecniche, logistiche, finanziarie, progettuali, industriali, relative ad un sistema sin dai primi stadi dell’acquisizione, attraverso il suo ciclo di vita operativa, fino alla fine di questo. Le informazioni sono mantenute in un database dal quale possono essere estratte ed elaborate per definire specifiche tecniche, liste di parti di ricambio, manuali tecnici e mezzi e materiali di supporto necessari alla realizzazione del funzionamento/impiego del sistema (Cfr. NATO LogisticsHandbook – Chapter 10). (10) SGD-G-018 NIILS. (11) SO: Sistema Operativo, inteso quale
Filosofia netcentrica.
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integrazione del Sistema Primario (SP) e del Sistema di Supporto Logistico (SL). (12) Contratto 1219 del 09/06/2010. (13) Cfr. SGD-G-018 NIILS: «…è orientata a supportare il PMO nella caratterizzazione del Programma di Acquisizione ed a “tagliare” (tailoring) di conseguenza il processo ILS in funzione di queste caratteristiche… evitare di imporre requisiti prestazionali di supportabilità, che siano aprioristicamente irraggiungibili o semplicemente mal posti, ma anche di imporre requisiti di processo, per lo svolgimento di attività di ingegneria logistica, che non siano eseguibili o non coerenti con le scelte attinenti le altre attività dell’ILS. Il tailoring… deve essere anche indirizzato a selezionare gli elementi del supporto logistico che è costo-efficace acquisire…». (14) RAM&T: Reliability (Affidabilità), Availability (Disponibilità), Maintenability (Ma-
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nutenibilità) e Testability (Testabilità). (15) RCM: Reliability Centered Maintenance (Mantenimento incentrato sull’affidabilità). (16) Nel contratto n.1219 del 9 giugno 2010 sono state previste capacità per «la modellizzazione e simulazione di dati, prestazioni, funzioni e attività connesse al Supporto Logistico Integrato ed al Product Common Source Data Base Model – PCSDB ». (17) ITB: Integration Test Bed: insieme federato di siti dell’Esercito Italiano, della Marina Militare e dell’Aeronautica Militare di Modeling and Simulation, geograficamente distribuiti sul territorio nazionale che costituirà una moderna piattaforma di analisi, organizzazione, raccolta e verifica di dati. M. Piantoni, G. Bonci, «L’Integration Test Bed: un esempio di sinergia Difesa – Comparto Industriale», Informazioni della Difesa n.5, 2009. (18) Componente «live» del Modeling and simulation, in aggiunta alle già previste «virtual» e «constructive». (19) Il Progetto CASE STUDY promosso dal Segretariato Generale della Difesa/DNA è costituito da tre iniziative da svolgersi congiuntamente fra AD e Industria (Case Study - CS), che hanno per oggetto l’applicazione della NIILS (Normativa Interforze per il Supporto Logistico Integrato (ILS) SGD-G-018) ad alcune tematiche di rilievo tra quelle previste in tale normativa, prendendo a riferimento altrettanti Sistemi Operativi (SO) di interesse, rispettivamente, di Esercito, Marina Militare ed Aeronautica Militare. (20) Disponibilità operativa: Cfr. SGD-G018 NIILS Parte 2 – esecuzione del processo ILS. (21) C.V. G. Scarano, «Cenni di Logistica Militare». (22) Magg. Gen. Nicolino Santone, «La nuova figura dell’autiere nell’era dell’info-
logistica», L’Autiere, 4 – 2011 (23) Il concetto ILS può, in sé, possedere una valenza «dual use» e riverberare, quindi, i risultati conseguiti nell’ambito dell’acquisizione militare anche nel mondo civile. BIBLIOGRAFIA Beth Scott, Lt. Col. J. C. Rainey, Cpt. E. W. Hunt, «The logistic of war» – Airforce journal of logistics – 2000. Comando Logistico dell’Esercito, Forza NEC, Il cammino della Trasformazione, workshop: «A che punto è Forza NEC?», Roma, 30 settembre 2010. Corriere della Sera, «Più pace con la conoscenza», 23 luglio 2010, www.corriere.it. Esercito Italiano, NH 90, www.esercito.difesa.it. Esercito Italiano, VBM 8x8 «Freccia», www.esercito.difesa.it. Eugenio Po, «L’EI e il programma Forza NEC», Rivista Italiana Difesa, n. 10, 2009. Eugenio Po, «L’Esercito italiano guarda al futuro», Rivista Italiana Difesa, n. 3, 2008. Filiberto Cecchi, «Progetto Forza Nec», Rivista militare, n. 2, 2007. Laura Secci, «Progetto “Forza Nec”, come sarà l’Esercito del futuro» , 21 maggio 2007, www.paginedidifesa.it. Michele Nones, Alessandro Marrone, «Difesa italiana - Futuro digitale per le forze armate», 26/11/2011. Pietro Batacchi, «Parlare dentro la Forza NEC», Panorama Difesa, n. 267, 2008. Raffaele Guarino (et al.), «Pragmatismo nell’implementazione delle tecnologie NEC/NCW nella componente terrestre dello strumento militare», Roma, Capgemini-CEMISS, 2007. Reply, «MoDLogistics. Trasformare la logistica per applicazioni di networked enabled capability».
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ALLA VIGILIA DI UTRECHT: ARMI SABAUDE IN CAMPO PER LA CONQUISTA DI NUOVI CONFINI del Generale di Divisione Paolo BOSOTTI * Comandante della Regione Militare Nord milio Pògnisi, nel saggio sulla campagna del 1708 di Vittorio Amedeo II (1), definisce le armi sabaude «l’unico esercito della Penisola con vere tradizioni belliche». Le affermazioni di Pògnisi sono condivise da numerosi studiosi che, analizzando la storia d’Europa in epoche e da prospettive diverse, riconoscono al Piemonte di età medievale e moderna un vero e proprio primato istituzionale (2), causa ed effetto della peculiare evoluzione della compagine bellica e del parallelo progresso delle principali organizzazioni civili e diplomatiche del Ducato. Sulla precocità della burocrazia sabauda, esercito incluso, e sul ruolo decisivo delle Istituzioni piemontesi nel percorso culminato con l’unificazione nazionale, si è molto dibattuto. Lungi dal volersi inserire in un confronto così delicato e complesso, in questa sede si prospettano soltanto alcune considerazioni sulle armi sabaude di fine Seicento ed inizio Settecento, utili a sollecitare l’interesse nei confronti di uno degli aspetti, quello militare appunto, maggiormente rilevante
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per la piena comprensione delle vicende connesse ai Trattati di Utrecht. Dalla fine del Seicento, per lo Stato sabaudo, la guerra diviene strumento principe per il rafforzamento del proprio ruolo di media potenza europea. La necessità di resistere alle pressioni delle potenze confinanti e la concomitante velleità di affermarsi a livello internazionale sono all’origine della spregiudicata politica estera dei Savoia, per i quali diviene essenziale poter contare su una diplomazia lungimirante, all’occorrenza cinica, e su uno strumento militare credibile, in grado di incutere negli ingombranti vicini se non proprio timore, almeno rispetto e interesse. La storia del Ducato è in evidente stretta correlazione con una posizione geografica, nel nord ovest dell’Italia e a cavaliere di vie di comunicazione d’interesse strategico, baricentrica rispetto ai domini di due fra i maggiori contendenti dell’epoca: la Francia al di là delle Alpi e la Spagna nel Milanese. Dalla necessitàaspirazione di controllare i valichi
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Stendardo di Piemonte Reale Cavalleria, prima metà del XVIII secolo (Museo Storico dell'Arma di Cavalleria).
alpini, naturale porta d’accesso al bacino del Mediterraneo e all’Europa continentale, discendono le soli-
de tradizioni militari e diplomatiche di uno Stato che, seppur di limitata estensione, riuscirà a salvaguardare la propria integrità territoriale attraverso i secoli, giungendo infine ad ampliarsi sino a comprendere, entro i propri confini, l’intera penisola. L’esigenza di detenere il monopo-
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lio della forza, inteso come prerogativa pressoché esclusiva del controllo di armi e armati, accomuna il Piemonte con i principali Stati dell’Europa di antico regime nei quali, all’incremento delle truppe, corrispondono la crescente strutturazione statale e il graduale consolidamento territoriale. Diretta conseguenza di questa burocratizzazione della forza organizzata è il crescente ruolo dei militari nella società: in un Ducato i cui abitanti sono stimati in 706 000 unità nel 1700 e 971 000 nel 1714 (3), la consistenza dell’esercito nel 1690 è di circa 8 670 uomini che, divenuti 16 000 nel 1705, nel 1710 superano le 19 300 unità. A questi numeri, che si riferiscono ai soli soldati reclutati nella penisola, vanno aggiunte le truppe straniere la cui entità oscilla fra i 6 000 uomini in tempo di pace e i 15 000 nei periodi di guerra (4): in sintesi, circa il 3.5% della popolazione è costituito da militari. Il rapporto cittadini – soldati in Piemonte alla vigilia di Utrecht appare ancor più rilevante se paragonato alla situazione italiana attuale nella quale, a fronte di una popolazione di oltre sessanta milioni di abitanti, l’Esercito supera di poco i 103 000 effettivi (5), cioè meno dello 0.2% della popolazione. La sempre più consistente presenza di armati fra la popolazione civile, accanto a sentimenti assimilabili a un embrionale orgoglio nazionale, suscita in alcuni osservatori forti perplessità sull’effettiva efficacia di uno strumento bellico che, in pochi decenni, raddoppia la propria consistenza e che, anche volendo limitarsi alle sole spese per il mantenimento delle truppe di terra, assor-
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be oltre la metà del bilancio statale. Situazione certo molto diversa da quella odierna nella quale, esaminando i dati più recenti e riferiti al bilancio statale del 2012, l’incidenza delle spese della difesa, pari a circa 18.5 miliardi di euro, si attesta attorno al 4% di una spesa pubblica complessiva di circa 774 miliardi di euro (6). Sulla scorta delle esperienze prussiane si rafforza fra gli intellettuali la convinzione di come sia premiante investire nella qualità, essenzialmente riconducibile alla diuturna disciplina dei soldati, piuttosto che nella quantità delle truppe assoldate. Ed è proprio su questa valutazione che, a prescindere dalla volontà di perseguire la sempre maggiore funzionalità dell’Esercito, s’innesta una disputa sulla presunta inefficienza della componente volontaria, la milizia, caratterizzata da un rapporto costo-efficacia per alcuni oramai inaccettabile e sul cui mantenimento incombe l’ombra di presunte malversazioni perpetrate da spregiudicati commissari di guerra. Se i tagli economici alla milizia trovano pressoché unanimi consensi, diverso è l’approccio nei confronti delle economie a discapito delle unità regolari, le cosiddette truppe di linea o d’ordinanza, costituite stabilmente in Piemonte dalla seconda metà del Seicento. A difesa dei militari in servizio permanente si registrano prese di posizione molto ferme, come quella dell’avvocato Louis Antoine Ongran (7) il quale propone di tagliare le risorse, anziché ai reggimenti, alle alte cariche della burocrazia civile, accusate di sprecare denaro pubblico per ca-
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pricci personali e lussi inopportuni. Alla vigilia dei Trattati di Utrecht la macchina bellica del futuro Regno si presenta dunque come una struttura complessa e costosa, ma piuttosto efficiente. In essa coesistono corpi che differiscono fra loro per tipologia di reclutamento, procedure di richiamo in servizio, nazionalità e criteri d’impiego. Nel primo decennio del XVIII secolo lo strumento militare si compone di due tipologie di unità: quelle permanentemente mobiliate e quelle i cui appartenenti esercitano il mestiere delle armi solo occasionalmente. Gli assetti professionali comprendono: • reparti scelti (archibugieri, dragoni guardiacaccia, personale ad-
Modellino di cannone a retrocarica «di nuova invenzione» o «all'Alemanna», in uso nel Ducato di Savoia nella prima metà del XVIII sec. (Museo Nazionale Storico di Artiglieria).
detto alla vigilanza delle residenze ducali e alla protezione dei membri della corte); • reggimenti d’ordinanza, alimentati con volontari reclutati nei territori della penisola e più precisamente: ••d i e c i r e g g i m e n t i d i f a n t e r i a (Guardie, Savoia, Aosta, Monferrato, Piemonte, Croce Bianca, Saluzzo, Chiablese, Nizza); ••due squadroni di guardie del corpo per la guardia personale del Duca, tre reggimenti di dra-
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Pistola a pietra focaia XVIII sec. (Museo Nazionale Storico di Artiglieria).
goni (Dragoni di S.A.R., Dragoni del Genevese, Dragoni di Piemonte) e due reggimenti di cavalleria (Piemonte Reale e Savoia); ••Stato Maggiore e un battaglione di artiglieria (cannonieri, minatori e maestranze); • due reggimenti stranieri (Shulemburg – tedesco e Reding, poi Ghidt – svizzero), spesso assoldati per lunghi periodi; • corpo degli Invalidi, distaccati presso le principali fortezze. Delle unità non permanentemente mobilitate fanno parte: • la milizia (ordinaria e scelta) su
Beidana valdese (Museo Nazionale Storico di Artiglieria).
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cinque reggimenti i cui membri vengono richiamati solo in situazioni d’emergenza; • dieci reggimenti provinciali sottoposti due volte all’anno ad assemblee addestrative (8). I reparti militari sono sottoposti al controllo amministrativo e disciplinare da parte di quattro organismi statali, al vertice dei quali vi è la Segreteria di Guerra, deputata alla emanazione di ordinanze ed editti, al rilascio di brevetti e patenti, all’approvazione delle capitolazioni dei reggimenti stranieri e alla esecuzione di attività ispettive. Dalla Segreteria di Guerra dipendono in linea diretta: • l’Uditorato generale di Guerra, preposto al giudizio dei reati militari e all’esecuzione delle sentenze; • l’Ufficio generale del Soldo, competente per le cause fra civili e militari, la rivista annuale dei reg-
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gimenti, la registrazione dei contratti d’appalto; • l’Azienda d’Artiglieria, Fabbriche e Fortificazioni, della quale fanno parte il gran mastro d’artiglieria con funzioni di collegamento fra i comandanti di piazza e le autorità locali, e l’intendente generale di artiglieria, responsabile degli affari economici riguardanti artiglieria, munizioni, fortificazioni. Nonostante l’evidente supremazia, fra le Forze Armate del Ducato, delle forze terrestri su quelle navali, appare comunque opportuno accennare alla nascente marina sabauda che, dal Settecento, accanto al progressivo aggiornamento tecnico è soggetta a una sempre maggiore militarizzazione del proprio personale composto da piemontesi, siciliani, liguri, inglesi, maltesi e monegaschi. Incaricati prevalentemente dell’assolvimento di compiti di polizia quali la vigilanza dei porti di Oneglia, Nizza e Villafranca Marittima, gli uomini del neonato corpo di fanteria imbarcato, denominato reggimento della Marina, dal 1713 ritornano a servire
Trombone a pietra focaia, XVIII sec. (Museo Nazionale Storico di Artiglieria).
in mare, ponendosi quali eredi delle glorie di Lepanto (9) e delle tradizioni navali custodite, nel corso degli anni, dai generali-ammiragli appartenenti all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. La flotta d’altura, consistente in cinque galere e tre fregate si costituisce soltanto nel 1717 (10), a distanza di quattro anni dall’incoronazione, avvenuta a Palermo, di Vittorio Amedeo che per l’occasione raggiunge la Sicilia a bordo di navigli inglesi. L’eterogeneità della Marina coincide con la variegata provenienza regionale dei soldati di terra. Gli stranieri, che in base alle origini dei comandanti di reggimento risulterebbero svizzeri e tedeschi, in realtà annoverano nelle loro fila anche francesi, irlandesi, fiamminghi, ungheresi e addirittura savoiardi, disposti a mentire pur di ricevere il maggiore soldo dei mercenari (11). Parimenti, nei ranghi dei soldati d’ordinanza si trovano piemontesi e cittadini provenienti da tutti gli altri territori della penisola, specie dalla Lombardia (12). La composita realtà dell’esercito sabaudo d’inizio Settecento favorisce il reciproco scambio d’idee, usi e costumi fra soldati che convivono in quello che gli storici definiscono un campo
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Ufficiale dei Dragoni di Piemonte (disegno di E. Manfredi su www.bandieresabaude.it).
culturale franco (13). Nei reggimenti si addestrano, vivono e combattono fianco a fianco uomini che parlano lingue diverse, provengono da retaggi culturali anche molto distanti fra loro, professano religioni differenti. Nell’Esercito, cosa che difficilmente si riscontra altrove,
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cattolici e protestanti, i cosiddetti «eretici», coabitano e, influenzandosi a vicenda, danno luogo a una commistione religiosa biasimata, ma giocoforza tollerata, anche perché difficilmente sanzionabile in virtù della frammentata normativa disciplinare vigente, ispirata ad oggettive differenze di cultura e provenienza (14). Una situazione dunque di vera e propria promiscuità delle idee e dei valori che Sabina
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Lòriga, in un saggio sull’istituzione militare del Settecento, indica come contagio culturale, con una percettibile implicazione negativa forse dovuta alla tendenza, da parte della truppa, ad assimilare i comportamenti moralmente censurabili piuttosto che quelli eticamente più nobili. La situazione tuttavia cambia quando a essere in reciproco contatto sono le élite, e si creano le premesse per un frangente nel quale la promiscuità culturale in ambiti quali la scienza e la tecnologia, è foriera di feconda osmosi intellettuale piuttosto che di pericolose devianze. I mutui scambi di conoscenze ed esperienze fra le scuole teoriche e pratiche di artiglieria del Ducato e le principali accademie scientifiche europee innescano un profondo rinnovamento d’idee che consentirà al Piemonte di essere lambito dalla rivoluzione illuministica che imperversa in Europa (15). L’indubbio rinnovamento culturale che coinvolge l’esercito presenta tuttavia numerose sfaccettature: il perfezionamento dell’iter di formazione di Quadri e truppe ad esempio, se da un lato agevola l’inserimento a pieno titolo delle armi sabaude nel novero dei più moderni Eserciti dell’epoca, dall’altro innesca antagonismi più o meno velati fra i diversi corpi dell’Esercito; all’arma dotta per eccellenza, l’artiglieria, si contrappongono la cavalleria e la fanteria, reputate culturalmente meno flessibili; ai provinciali, accusati di scarsa efficienza, fanno da contraltare le unità d’ordinanza. Infine, si criticano le differenze di comportamento in combattimento fra i soldati na-
zionali e i mercenari stranieri, questi ultimi verosimilmente più propensi a considerare la guerra come una mera opportunità economica (16). Alla commistione culturale che caratterizza le truppe sabaude di fine Seicento e inizio Settecento, si affianca una ben più immediata e tangibile promiscuità fisica, dovuta
Ufficiali del reggimento La Marina (www.bandieresabaude.it).
in primo luogo alla provvisorietà degli accasermamenti dell’epoca: i soldati, in guarnigione, occupano solitamente edifici di fortuna, si insediano in locande e strutture fatiscenti nelle quali, il sovraffollamento e le precarie condizioni igieniche favoriscono la diffusione di malattie infettive quali febbri tifoidi, vaiolo,
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dissenteria. A conferma della gravità della situazione sanitaria vi sono i dati sulla mortalità fra i soldati in tempo di pace che, secondo alcuni studiosi, talvolta è anche di tre volte superiore a quella della popolazione civile (17). Di fronte a tutto ciò nasce l’esigenza, condivisa da autorità civili e militari, di promuovere con celerità la costruzione d’infrastrutture dedicate all’accasermamento dei reggimenti, specie quelli permanenti, a reciproco beneficio di truppe e cittadinanza. In molte città piemontesi si edificano i cosiddetti quartieri militari, quello di porta Susa a Torino ne è un esempio, le cui caratteristiche architettoniche rispondono alle mutate esigenze logistiche e funzionali di unità militari che, per ragioni pratiche,
Dragone di S.A.R. (disegno di E. Manfredi su www.bandieresabaude.it).
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di decoro e d’igiene è opportuno che dispongano di spazi separati da quelli dei civili. Nella realtà i quartieri militari per molti anni restano un luogo aperto, frequentato da militari ma anche da una variegata compagine di persone che più o meno legittimamente gravitano attorno alla guarnigione: vivandiere, religiosi, commercianti, ma anche prostitute, vagabondi e malviventi che eleggono la caserma a dimora abituale. La creazione dei quartieri militari, nonostante gli evidenti limiti di natura sociale, rappresenta comunque un chiaro esempio di trasformazione in senso professionale dello strumento bellico e come tale si colloca nel novero delle riforme militari iniziate da Emanuele Filiberto e proseguite da Vittorio Amedeo. Innovazioni che incidono profondamente non soltanto nel ristretto ambito di chi esercita il mestiere delle armi, ma direttamente e indirettamente nella società intera. Con le nuove abitudini s’insinuano fra i soldati nuove idee, inediti modi di pensiero e valori prima sconosciuti o, almeno poco sedimentati. Nell’Esercito sabaudo di fine Seicento e inizio Settecento, a caratterizzare l’agire degli Ufficiali e in parte quello della truppa concorrono due elementi, l’onore e il mestiere (18). Servire in armi significa ottenere dei privilegi, quali ad esempio il porto d’armi, il riconoscimento di alcune immunità fiscali e giudiziarie, l’accesso a posizioni d’onore nelle funzioni religiose (19), ma comporta parimenti dei doveri: il rispetto dei codici comportamentali e delle gerarchie, la difesa dei più deboli all’insegna di nobili valori,
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Reggimento alemanno Shulemburg (disegno di E. Manfredi su www.bandieresabaude.it).
in linea di principio quelli cristiani, e la fedeltà al sovrano, che nella propria figura di leader incarna sempre di più il concetto di nazione intesa come comunità d’individui che condividono spazio geografico, storia e lingua. In questo humus fatto di cultura, consuetudini e tradizioni attecchisce, e ciò riguarda in particolare la
dirigenza militare, un nuovo valore, uno spirito di servizio che, seppur in forma ancora embrionale, distingue le milizie feudali dall’Esercito nazionale. Di pari passo, la crescente professionalizzazione dei Quadri e la qualificata offerta educativa delle scuole sabaude, che non sono solo militari, suscitano sempre più interesse fra i membri cadetti dell’aristocrazia che intravedono nella carriera militare un veicolo privilegiato per l’ingresso negli alti ranghi della burocrazia statale e il conseguente consolidamento del proprio ruolo sociale (20). Se alla fine del Seicento è ancora attiva una componente aristocratico-feudale che con la capitolazione di armati al soldo del signore locale mira a preservare antichi privilegi, il mestiere delle armi assume i contorni sempre più netti di un’esperienza pubblica, un momento essenziale per il cursus honorum dei futuri dirigenti militari e civili dello Stato. Non è azzardato dunque affermare che l’epoca dei Trattati di Utrecht costituisce vero e proprio spartiacque tra due diverse concezioni dello Stato, la prima legata ancora a usi residuali dell’epoca feudale, e la seconda con caratteristiche già spiccatamente moderne. Emblematico al proposito è il confronto tra lo strumento scelto per la creazione di due reggimenti, unità fondamentali d’impiego che, a partire dalla seconda metà del XVII secolo, con la creazione di unità permanenti, costituisce come oggi il nerbo delle truppe di manovra terrestri. Nel 1690, dovendo rinforzare i propri reggimenti montati, il duca Vittorio Amedeo II procede alla creazione di un nuovo reparto, i Dra-
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goni di Piemonte, ricorrendo allo strumento della capitolazione, un contratto di natura privatistica tra l’utente, il sovrano, e il fornitore del servizio, in questo caso il conte Bonifacio Solaro di Macello (21). Nel 1774, il re di Sardegna Vittorio Amedeo III, nipote di Vittorio Amedeo II, nell’intento di dare origine al nuovo reggimento denominato Aosta Cavalleria, ricorre al moderno espediente giudico del «Regio Viglietto» con annesse patenti (22), diretto antenato dell’odierno decreto con cui oggi si procede alla creazione di nuovi reparti militari. Di certo le armi sabaude d’inizio Settecento sono lontane dall’essere una realtà omogenea e compatta (23). Si è già avuto modo di constatare come nell’Esercito esistano e persistano differenze di natura economica, religiosa, culturale e di ceto anche fra pari grado, ma l’Istituzione nel suo complesso offre un’opportunità unica per l’epoca: l’integrazione in un corpo dal quale ottenere solidarietà, protezione, assistenza sanitaria, educazione e ascesa sociale. Ciò vale per i bassi ranghi, più attenti ai bisogni primari, ma anche per gli Ufficiali, per i quali il mestiere delle armi rappresenta una strategia, e in certi casi un passaggio obbligato, attraverso il quale tentare il successo eludendo, almeno in parte, i vincoli imposti dall’antichità, dal prestigio e dalla ricchezza del casato di nascita. La trasformazione delle istituzioni militari coincide, in Piemonte come altrove, con l’ineluttabile tramonto della società medievale e, nello specifico, con l’affermazione della dinastia dei Savoia, la cui legittimazione
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deve ricercarsi anche in circostanze di qualche decennio precedenti quali il successo di Madama Cristina di Francia sulle pretese, di matrice precipuamente feudale, avanzate dal Principe Tommaso, capostipite del ramo dei Savoia Carignano, e dal fratello Cardinal Maurizio. In un momento storico caratterizzato da mutamenti così radicali assumono una importanza decisiva le riforme militari sabaude, i provvedimenti che trasformano l’Esercito, da strumento di potere in mano a piccoli signori locali, in una Istituzione unitaria e prerogativa di un solo sovrano, il quale assurge a garante della sicurezza propria e di tutti gli abitanti dello Stato-nazione. Ed è in tali circostanze che l’Esercito diventa anche luogo privilegiato per la formazione di molti cittadini ed in particolare degli esponenti dei ceti dirigenti, di quell’aristocrazia che, abbandonata la mentalità feudale, intende entrare a far parte a pieno titolo della corte con una consapevolezza nuova: quella che ai privilegi legati allo status ascritto, sia oramai indispensabile unire il valore e le competenze individuali, fra le quali spiccano i riconoscimenti ottenuti sul campo di battaglia (24). Un valore aggiunto che accomuna gli alti ranghi dell’Esercito, della diplomazia e della burocrazia di un Regno nascente e sempre più desideroso di ritagliarsi uno spazio definitivo e saldo nella mutevole carta geografica dell’Europa. Il poemetto anonimo, in piemontese, «L’arpa discordata» (25), verso la fine del testo dice che: «Soa Altessa (26) va dë volà / Vers l’Italia a liberé le Sità (27)». Questa plasti-
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ca immagine del sovrano, non ancora re, che «liberata la sua capitale» immediatamente ne esce e si dirige «verso l’Italia» per proseguire la campagna, ben rappresenta un destino, all’epoca dei fatti solo in nuce e dai contorni ancora indefiniti, e una vocazione, iniziata con la donazione di Adelaide di Susa che portò in dote Torino ai Savoia e proseguita da Emanuele Filiberto che fissò nella stessa città la sua nuova capitale e, di fatto, spostò verso la pianura Padana e l’Italia il baricentro degli interessi geostrategici del Ducato. Una complessa vicenda storica quella del Piemonte sabaudo, che trovò consequenziale prosecuzione nell’acquisizione di un titolo regio «italiano» con i trattati di Utrecht del 1713 e naturale compimento, centocinquanta anni dopo, con l’unità della penisola sotto la stessa dinastia.
(*) Il testo, così come redatto, non avrebbe potuto aver luce senza la preziosa, acuta e fattiva collaborazione del dott. Marcello Marzani, Tenente Colonnello di artiglieria.
NOTE (1) Pognisi Emilio, «Vittorio Amedeo II e la campagna del 1708 per la conquista del confine alpino», Ed. Roma, Roma, anno XIV, p. 12. (2) Su tale concetto vedi Mola di Nomaglio Gustavo, «Il primato piemontese dal Medioevo al Risorgimento», Gribaudo, Torino, 1996. (3) Barbero Alessandro, «Storia del Piemonte. Dalla preistoria alla globalizza-
zione», Einaudi, Torino, 2008, p. 296. (4) Sulla consistenza dell’Esercito fra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700 vedi Loriga Sabina, «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», Marsilio Editore, Venezia, 1992, p. 5 e Bianchi Paola, «Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento», Zamorani Editore, Torino, 2002, Tab. I pp. 73 – 76. (5) Fonte: Rapporto Esercito 2012, supplemento al numero 2/2013 di «Rivista Militare», Roma, 2013. (6) Dati tratti da «Il bilancio dello Stato 2011 – 2013» pubblicato dal Servizio Bilancio del Senato e disponibile sul web in www.senato.it/documenti/repository/dossier/bilancio. Sull’incidenza delle spese per la difesa e la sicurezza nel bilancio pubblico vedi anche il dossier del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento della ragioneria generale dello Stato, «La spesa pubblica in Europa: anni 2000 – 2011», disponibile sul web in http://www.rgs.mef.gov.it (7) Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., p.7. (8) L’organico riportato rispecchia a grandi linee quello descritto dal Pògnisi nel più volte citato saggio sulla campagna di Amedeo II del 1708. Consultando altre fonti sono emerse lievi differenze imputabili, sostanzialmente, al processo di riforme militari in atto e a causa del quale, nel volgere di pochi anni, si assiste alla soppressione o ridenominazione di alcune unità, e alla creazione di reparti talvolta destinati a rimanere solo sulla carta. (9) Il Ducato di Savoia, schierato con le forze della Lega Santa, contribuì alla sconfitta della Marina ottomana nella battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571. La flotta di tre galee, la Capitana di Savoia, la Piemontese e la Margherita
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combatté agli ordini di Andrea Provana di Leinì che, per i successi conseguiti, ottenne numerosi riconoscimenti fra i quali la nomina a Grande Ammiraglio dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e il Collare dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. (10) Bianchi P., «Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 86 – 88. (11) Al riguardo vedi in Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., p. 8 il brano di una lettera del 1721 indirizzata da S.M. al conte di Bausone. Nello scritto, custodito presso l’Archivio di Stato di Torino nella sezione Materie Ecclesiastiche, categoria Eretici, si legge: «i soldati svizzeri sono svizzeri solo di nome. In realtà, se si esamina bene, uomo per uomo, si scopre […] che ci sono anche dei Francesi e persino dei Savoiardi, che rinnegano la loro patria e si dichiarano Svizzeri per prendere quattro soldi e mezzo al giorno». (12) Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., p. 9 Tab. 3: Provenienza geografica dei soldati d’ordinanza, 1734. (13) Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 35 – 39. (14) In tema di disciplina sono interessanti i risultati di una ricerca condotta su un campione di 807 soldati d’ordinanza e provinciali nel quarantennio 1729 – 1769 e dal quale risulta un tasso di diserzione che oscilla fra il 21-22%. Nello stesso campione meno dell’1% dei soldati viene allontanato per indisciplina in tempo di pace, percentuale che sale al 2% in tempo di guerra. Vedi Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 140 – 141, tab. 31 e 33.
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(15) Sui collegi e prime scuole militari in Europa vedi Bianchi P., «Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 294 – 295. (16) Sul tema della eterogeneità dei corpi militari sabaudi ed i relativi antagonismi vedi Bianchi P., «Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento», cit., p. 15-16. (17) Al riguardo vedi le statistiche sul tasso mortalità elaborate da Carlo Luigi Morozzo della Rocca e riportate in Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 29 – 35. (18) Bianchi P., «Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento», cit., p. 20. (19) Mola di Nomaglio Gustavo, «Il primato piemontese dal Medioevo al Risorgimento», cit. p. 21 e Loriga S. «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 137 -138. (20) Al riguardo vedi Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 40 – 46. Dall’analisi dell’origine sociale degli Ufficiali, della distribuzione delle cariche pubbliche fra i maschi nobili e dallo studio di specifiche vicende familiari emerge come, in un periodo storico nel quale il concetto di ceto sociale è oggetto di interpretazioni affatto univoche, la dignità militare accresce il prestigio della casata d’origine. Ne consegue che il mestiere delle armi, da scelta di ripiego, assurge al rango di buon investimento per l’ascesa sociale. (21) Archivio di Stato di Torino, Ufficio Generale del Soldo, Ordini Generali e Misti (1687-1693), mazzo 27. (22) Archivio di Stato di Torino, Ufficio Generale del Soldo, Ordini Generali e Misti (1773-1774), mazzo 29. (23) Nel più volte citato saggio di Bianchi P. «Onore e mestiere. Le riforme mili-
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tari nel Piemonte del Settecento», ricorre con frequenza il concetto di eterogeneità delle armi sabaude. In particolare (pp. 32-33) si sottolinea come ad essa corrisponda la disomogeneità territoriale, economica, giuridica e istituzionale del Ducato, la frammentazione linguistica (nello stesso Stato si parlava italiano, francese, occitano, oltre a diversi dialetti locali), accanto a numerose altre diversità quali ad esempio la diffusione di sistemi metrici e monetari differenti. (24) Al riguardo vedi in Loriga S., «Soldati. L’istituzione militare nel Piemonte del Settecento», cit., pp. 55-63 la crescente attenzione nei confronti del servizio militare da parte di membri di famiglie aristocratiche quali ad esempio gli Alfieri di San Martino, i Balbo Bertone di Sambuy, i Graneri della Rocca. (25) Anonimo, «L’arpa discordata» dove si dà ragguaglio di quanto occorse nell’assedio 1705-1706 della città di Torino, Centro Studi Piemontesi, Torino, 2006. (26) Vittorio Amedeo II. (27) Casale Monferrato.
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MASSIMO TAPARELLI D’AZEGLIO: RICORDI DI VITA MILITARE del Tenente Colonnello Marcello MARZANI in servizio presso il Comando Regione Militare Nord
Massimo Taparelli D’Azeglio.
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na delle letture più utili per approfondire l’analisi delle vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia è senza dubbio quella de «I miei ricordi», di Massimo Taparelli d’Azeglio. Il volume, pubblicato postumo, contiene numerosi riferimenti autobiografici che rimandano alle esperienze di vita militare maturate dall’eclettico protagonista del nostro Risorgimento. Attraverso descrizioni dettagliate e commenti, nei quali amarezza e ironia, idealismo e pragmatismo vanno spesso di pari passo, d’Azeglio offre al lettore interessanti spunti di riflessione sui mutamenti della società militare europea ed in particolare piemontese, nei secoli XVIII e XIX. Il giovane Massimo Taparelli d’Azeglio appartiene a una famiglia dalle solidissime tradizioni militari: il padre Cesare è un alto Ufficiale devoto ai Savoia e il fratello Enrico indossa l’uniforme di Capitano d’artiglieria; ciò nonostante Massimo non sembra possedere un’autentica vocazione per il mestiere delle armi, pur nutrendo grande ammirazione nei confronti del genitore che, con la coerenza e il coraggio di un vecchio soldato, affronta le innumerevoli traversie della vita. Ed è proprio il padre a dare a Massimo ancora bambino i primi rudimenti dell’istruzione militare: «Guai se nostro padre ci coglieva un momento nell’italico dolce far niente! […] Ci avvezzava a trovar facilmente la strada, a indovinarne la direzione, a riconoscere luoghi già traversati, a vedere la probabilità di trovar acque, la vicinanza dell’abitato, la prossimità delle vette nel salire i monti, la misura ad occhio delle distanza, la figura dei terreni ecc. ecc.» (1).
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Cesare d’Azeglio è così risoluto e motivato nell’intento di educare i figli a «idee vere e principi virtuosi» che non esita a ricorrere a metodi piuttosto drastici: «egli ci mandava all’ospedal San Giovanni ed altri ospedali militari, senza tante smorfie di paure per tifi e febbri nosocomiali che v’erano; […] Così nostro padre c’insegnava, che in un uomo ferito, abbattuto, miserabile, non c’è più né straniero, né francese, né tedesco, né chinese; c’è un fratello, o meglio, un uomo […] che bisogna aiutare e soccorrere…» (2). Pur consapevole dell’importanza dei principi morali paterni, la carriera militare non è il primo interesse di Massimo che, appresa la notizia della nomina a Sottotenente, reagisce con poco entusiasmo e si consola sperando almeno di poter indossare il prestigioso elmo del Piemonte Reale Cavalleria, sogno della sua infanzia e soprattutto ottima opportunità per suscitare l’ammirazione del gentil sesso. Un sogno destinato a divenire realtà: «...una bella domenica di splendente sole mi potei sentire finalmente in capo quell’elmo benedetto, vedermelo nello specchio insieme all’intero uniforme col quale, a detta delle mie adulatrici, pare che fossi abbastanza un bel ragazzo» (3). L’elmo, simbolo dell’appartenenza alle unità di cavalleria è, in effetti, una peculiarità del reparto al quale è assegnato Massimo d’Azeglio. Introdotto da Vittorio Emanuele I, di foggia simile agli elmi già in uso presso i Dragoni ed i Corazzieri di altri Eserciti, ha la coppa di metallo lucido, il sottogola coperto di scaglie d’ottone come squame di pesce, le guarniture di pelliccia d’orso, l’ele-
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gante fregio d’ottone, il coprinuca riccamente intarsiato, il pennacchietto turchino. Particolare degno di nota è la testa di leone, detta ceffo di mostro, situata sull’estremità del cimiero ed alla quale si applica, per le grandi occasioni, una criniera nera lunga fino a metà schiena. Il desiderio di indossare lo sfarzoso elmo conferma come ambizione e vanità prevalgano nell’animo del giovanissimo d’Azeglio che probabilmente intravede nella vita militare un’opportunità per realizzare desideri più immediati e terreni e lasciarsi alle spalle una vita familiare sempre più noiosa. Nella stesura delle proprie memorie tuttavia, prese le dovute distanze dall’ardore giovanile, d’Azeglio ammette con lucido realismo di aver ottenuto le spalline da Ufficiale solo per le proprie origini aristocratiche e non per altri meriti; e non cela il proprio imbarazzo dinanzi ai veterani di guerra, vittime di un’autentica ingiustizia: «Quanto ai reduci degli eserciti francesi, essi furono ammessi perdendo un grado; […] Quel che si chiama precisamente il mondo a rovescio. A noi, cavalierini, dato senza merito; tolto a loro quel che s’erano comprati col loro valore e col loro sangue» (4). L’Esercito piemontese nel quale si arruola Massimo d’Azeglio è molto diverso dallo strumento militare d’età napoleonica, le cui basi operative poggiavano su concetti moderni quali efficienza, rapidità, mobilità, autonomia logistica. La Restaurazione ha comportato una drastica riduzione delle spese militari ed un radicale mutamento nei criteri di selezione dei Quadri dirigenti. La lealtà nei confronti del sovrano e l’apparte-
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nenza all’aristocrazia tornano a essere gli elementi indispensabili per la progressione di carriera degli Ufficiali. Non sono più i tempi in cui ogni soldato ha nello zaino il bastone da Maresciallo, metafora utilizzata per indicare come l’eccezionale attitudine militare potesse potenzialmente dischiudere a chiunque le porte di una sfolgorante carriera militare. Il mantenimento dell’ordine pubblico e degli assetti stabiliti dal Congresso di Vienna sono i compiti principali di una Forza Armata che, abbandonata ogni velleità d’impiego all’esterno, opera esclusivamente all’interno dei confini statali. Massimo d’Azeglio non risparmia le critiche a un Esercito che giudica poco efficiente e, di stanza nella guarnigione di Venaria Reale, ha modo di constatare personalmente i limiti di quella tradizione militare sabauda che alcuni storici ritengono volutamente sopravvalutata (5). Scrive infatti d’Azeglio: «Era una curiosa maniera la nostra di formare un reggimento! I superiori, uomini d’altri tempi, avevano scordato tutto; noi giovani non s’era ancora imparato nulla» (6). Il carattere ironico dell’autore de «I miei ricordi» traspare chiaramente nella descrizione del povero Colonnello che, dimenticato il foglietto sul quale erano stati trascritti i comandi da impartire alle truppe schierate, si volta verso i subalterni e grida smarrito: «Padroni, ‘l papè? Chi elo ch’ha l’a pià ‘l papè?» (7). Il sedicenne Sottotenente d’Azeglio è zelante, s’impegna nell’addestramento, riesce addirittura a superare in abilità i propri superiori: un successo ottenuto grazie alle inclinazioni personali, all’amore per i cavalli
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Elmo del reggimento Piemonte Reale Cavalleria, 1820. (Foto: Museo Storico della Cavalleria di Pinerolo).
e, da non dimenticare, agli ammaestramenti militari paterni. La disciplina di guarnigione non sembra pesargli più di tanto, affronta di buon grado i propri compiti e incorre saltuariamente in punizioni lievi, per quelle che egli definisce «scappate, pazzie, tapages nocturnes, baruffe e birichinate d’ogni razza» commesse sempre fuori dal servizio. Fra queste ragazzate vi è ad esempio la sfida a duello ad un commilitone, goffo ten-
tativo di atteggiarsi a persona adulta, le cui gravi conseguenze sono fortunatamente evitate dal provvidenziale intervento degli Ufficiali più anziani che, messo il giovane Massimo agli arresti, gli impediscono di commettere ulteriori sciocchezze. Incapace di rinunciare alle distrazioni notturne offerte dalla città, ma al contempo desideroso di adempiere con diligenza i propri compiti, Massimo mette seriamente a repentaglio la propria salute dopo una serie interminabile di fughe serali dalla caserma: «io che dopo una giornata d’esercizi, tramontato il sole, salivo a cavallo, e per viottoli scappavo a
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Il monumento dedicato a Massimo D’Azeglio (Parco del Valentino, Torino).
Torino a far il matto tutta la notte, trovandomi però puntuale al quartiere alle tre e mezza della mattina…» (8). La situazione preoccupa seriamente i familiari del giovane Ufficiale tanto da sollecitare l’intervento del padre, grazie al quale Massimo ottiene un trasferimento. «Mio padre», ricorda d’Azeglio «vista la mia salute, ed anco per non far ostacolo ad una mezza velleità da me mostrata di metter giudizio e lavorare, mi volle far contento: chiese ed ottenne ch’io passassi nei Provinciali, ed entrai nella Brigata Guardie e nella
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compagnia del Capitano Santarosa, quello che presto doveva far parlar tanto di sé nei moti del 21» (9). Dopo il 1815 nella gran parte degli Eserciti europei, compreso quello piemontese, viene infatti introdotta la coscrizione obbligatoria, un sistema di reclutamento che alimenta le unità «provinciali» destinate ad affiancarsi alla componente «d’ordinanza» fatta da soldati di professione. Si tratta di una delle novità più rilevanti accanto all’evoluzione dell’artiglieria, alla creazione di un Corpo per lo svolgimento di esplorazione e missioni di carattere ardito, i Bersaglieri, ed alla nascita dei Carabinieri deputati al capillare controllo del territorio, ivi compresa l’attività di prevenzione e repressione della renitenza alla leva. All’ingresso del giovane d’Azeglio nei ranghi della Brigata Guardie non corrisponde tuttavia una svolta in positivo dello stile di vita del futuro statista: ci sono ancora troppe occasioni per condurre una vita pericolosamente disordinata nella quale non mancano cattive frequentazioni, civili e militari. «Dove s’arrivava col reggimento era una calamità: i caffè e le trattorie ove s’andava erano presto vuoti d’altri avventori, ed i chiassi, i fracassi, il guardar d’alto in basso il pékin ci rendeva pesanti ed antipatici» (10). Per fortuna, a salvare il destino del giovane scioperato interviene un prepotente amore per l’arte, dinanzi al quale i familiari reagiscono con un misto di sorpresa, speranza e rassegnazione. Massimo si lascia alle spalle la vita militare ed alcune delle intemperanze giovanili per dedicarsi anima e corpo alla pittura; abbandonate le vecchie ed equivoche compagnie,
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lasciati caffè, biliardi, teatri ed osterie si getta in uno studio così matto e disperatissimo da suscitare lo stupore dei compagni di baldoria i quali si convincono che Massimo sia impazzito: «E quando raramente ancora qualcuno domandava di me, si rispondeva invariabilmente: a j’è viraje la bocia» (11). «I miei ricordi» si interrompono bruscamente nel 1846 alla vigilia di una stagione decisiva per d’Azeglio e per la storia d’Italia. Allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza egli indosserà nuovamente l’uniforme, con i gradi di Colonnello e le insegne di Aiutante di Campo del Generale Giacomo Durando. Ferito sul Monte Berico durante i combattimenti per la difesa di Vicenza, d’Azeglio sarà decorato al Valor Militare e dalla convalescenza scriverà parole toccanti alla figlia Rina: «Mi servo dell’altra mano, perché mi tocca stare a letto avendo ricevuto una palla sotto un ginocchio […] Questa ferita l’ho avuta a Vicenza; dove essendo noi soli 10 000 uomini a difendere una città aperta, siamo stati assaliti da Radetsky, con circa 40 000 uomini, ed 80 pezzi di cannone […] prega per l’Italia e per me, e Dio Ti benedica. Ferrara, 17 giugno 1848. Tuo Papà» (12). Nominato Commissario delle Romagne nel 1859, ricoprirà un incarico equiparato al rango di Maggior Generale. Sul monumento dedicato a Massimo d’Azeglio a Torino, collocato nei pressi del Parco del Valentino, vi sono i simboli della sua versatile personalità: gli attrezzi da pittore, la cetra e i volumi da letterato, la carta geografica, la feluca e la sciabola. Questi ultimi testimoniano i rilevanti tra-
scorsi militari di un uomo che in gioventù conduce la vita gaudente e dissipata del «cavalierino» e dell’arrogante «provinciale», ma qualche anno più tardi non esita a prendere le armi e ad affrontare in prima persona i pericoli, le sofferenze e i disagi delle guerre per l’indipendenza italiana. Una decisione lucida, risoluta e confortata dall’attaccamento proprio a quelle «idee vere» ed a quei «principi virtuosi» trasmessigli da un padre che non viene mai meno all’austero stile militare. Un uomo, Cesare Taparelli d’Azeglio, che appresa la decisione di abdicare di re Vittorio Emanuele I, pur disorientato e angosciato per il destino di Casa Savoia e del Paese, si ritira in buon ordine e giunto a casa, liberatosi della spada, la getta sdegnosamente a terra prima di serrarsi nei suoi appartamenti profondamente amareggiato. NOTE (1) D’Azeglio M., «I miei ricordi», Salani, Firenze 1934 p. 113. (2) D’Azeglio M., op. cit., p. 129 – 130. (3) D’Azeglio M., op. cit., p. 156. (4) D’Azeglio M., op. cit., p. 157. (5) Rochat G., L’esercito piemontese, in «Gli italiani in guerra» vol. I, UTET, Torino 2008, p. 215. (6) D’Azeglio M., op. cit., p. 159. (7) D’Azeglio M., op. cit., p. 161. (8) D’Azeglio M., op. cit., p. 167. (9) D’Azeglio M., op. cit., p. 169. (10) D’Azeglio M., op. cit., p. 170. Il pékin era il borghese. (11) D’Azeglio M., op. cit., p. 179. (12) Dalla lettera ad Alessandrina (Rina), figlia di Giulia Manzoni.
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ROMA PROFESSIONALIZZA IL SUO ESERCITO CAUSE E CONTESTO STORICO DELLA RIFORMA DELL’ESERCITO ROMANO DEL II SECOLO A.C. del Tenente Colonnello Andrea PAOLUZZI in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito - RPGF
ntorno al 107 a.C., nel pieno della guerra contro la Numidia, Roma riformò il suo Esercito trasformandolo da Forza Armata di «leva» in Forza Armata «professionale». Si tratta di un provvedi-
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mento apparentemente inspiegabile dal momento che va ad incidere sull’Esercito che ha piegato Cartagine, gli Italici e i Greci, ma, come vedremo in seguito, le motivazioni sono profonde e
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assolutamente stringenti. Tale riforma, in realtà, venne osteggiata dall’«establishment» dell’epoca, ovvero il Senato, poiché avrebbe apportato dei mutamenti profondi nei delicati equilibri di potere su cui poggiavano le fondamenta stesse della «Res Publica» (ovvero la costituzione repubblicana). In effetti, se ci si sofferma con occhio critico sulla costituzione repubblicana di Roma, non si può fare a meno di notare che essa ha avuto, fin dai sui inizi, una grandissima influenza sulla tipologia dell’Esercito che l’Urbe schierava in campo. Lo storico greco Polibio, infatti, nella stesura delle sue «Storie» cerca di capire «..come e sotto qual forma di governo [τινι γενει πολιτεια] i Romani in soli sessantatré anni abbiano vinto e assoggettato quasi tutta la terra abitata, fatto che mai si era verificato precedentemente» (1). Appare chiaro, quindi, che per comprendere appieno le cause e, soprattutto, le conseguenze della riforma è necessario «immergersi» nel contesto storico, sociale e politico in cui essa venne a maturazione. Per fare ciò è certamente utile un breve excursus sulle Istituzioni romane dell’epoca.
LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA L’ordinamento repubblicano ebbe origine a seguito della cacciata dell’ultimo re, Tarquinio detto il Superbo, avvenuta, secondo la tradizione, nel 509 a.C.. Si tratta di una forma di governo assolutamente inedita per l’epoca che fonde assieme elementi propri della monarchia, dell’oligarchia e della democrazia, ognuno dei quali è rappresentato da assemblee o cariche istitu-
zionali. Altro tassello fondamentale è il «censo», ovvero il reddito annuale dei cittadini, che stabilisce la «classe» di appartenenza. Si tratta di un’organizzazione apparentemente complessa ma che in realtà ha una linearità estrema e genera un equilibrio tale che impedisce ai vari soggetti politici di agire indiscriminatamente. In particolare osserviamo che esistono quattro assemblee, una (almeno inizialmente) espressione della nobiltà, il Senatus, e tre del popolo ossia i Comitia Tributa (con i cittadini riuniti suddivisi per «residenza»), i Comitia Curiata (con i cittadini riuniti suddivisi per «gentes») e i Comitia Centuriata (con i cittadini riuniti suddivisi per «età» e «censo»). L’insieme di queste assemblee viene indicato con il celeberrimo acronimo S.P.Q.R. e rappresenta il Senato e il Popolo di Roma. Ogni assemblea ha compiti e poteri ben definiti: Il Senato, istituito al tempo dei re come assemblea consultiva degli anziani (senex), inizialmente era composto solo da patrizi (da patres) e venne successivamente allargato ai plebei (conscripti) e il numero dei Senatori fu di 300 (2). Per accedere alla carica di Senatore era necessario un censo di 1 600 000 assi (3) ed aver ricoperto una carica pubblica. La nomina era a vita (a cura dei censores) ma si poteva venire espulsi per vari motivi. Le sedute erano presiedute dai consules e le votazioni erano palesi per alzata di mano o spostandosi da una parte all’altra dell’assemblea. I compiti del Senato erano quelli di: •• preparare (e non approvare) le leggi e sottoporle all’approvazione dei Comitia competenti; •• prendere decisioni riguardo i rapporti internazionali;
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•• gestire i beni pubblici; •• gestire il tesoro e le finanze della Repubblica; •• emettere, solo in caso di estremo pericolo per lo Stato, dei provvedimenti estremi (senatus consulta ultima) a cui tutti devono obbedire. I Comitia Tributa erano l’assemblea del popolo suddiviso per tribus (4). Le tribus erano in numero di 35, 4 urba-
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nae (Suburbana, Collina, Esquilina e Palatina) e 31 rusticae (inizialmente 16). Il voto era espresso per tribus, la maggioranza quindi era di 18, e all’interno di ciascuna tribus il voto era nominale. Le funzioni dell’assemblea erano: •• legislative (5); •• giudiziarie, in quanto l’assemblea fungeva da «corte di appello» e
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trattava cause inerenti la cattiva condotta dei magistrati, i reati commessi contro i pubblici interessi, i casi di usura, ecc.; •• elettive, per quanto riguarda i Tribuni della Plebe e le magistrature minori. I Comitia Curiata (6) erano l’assemblea del popolo suddiviso in 30 curiae, ovvero raggruppamenti basati sulle gentes che, a loro volta, facevano riferimento alle tre originali tribù romane: Tities, Ramnes e Luceres (7). Questo organismo in origine eleggeva i magistrati maggiori, ma in seguito ebbe un carattere essenzialmente religioso, e venne sostituito nelle competenze dai Comitia Centuriata. I Comitia Centuriata (8) erano l’assemblea sovrana del popolo romano. Tutta la popolazione veniva divisa in 193 centurie e 5 classi di censo (9) (+1 detta «Supra classem» e composta da cavalieri), ed in particolare: •• Supra classem (suddivisi in 18 centuriae) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 125 000 assi; •• Prima classis (suddivisi in 80+2 (10) centuriae) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 100 000 assi; •• Secunda classis (suddivisi in 20 centuriae) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 75 000 assi; •• Tertia classis (suddivisi in 20 centuriae) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 50 000 assi; •• Quarta classis (suddivisi in 20 centuriae) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 25 000 assi; •• Quinta classis (suddivisi in 30+2
centuriae) (11) a cui appartenevano tutti i cittadini che avevano un censo minimo di 11 000 assi; •• Capite censi (raggruppati in 1 centuria) ovvero tutti i cittadini con un censo inferiore agli 11 000 assi e, per questo, esenti dal servizio militare. I Comitia Centuriata si riunivano in Campo Marzio al di fuori del pomerium (12) ed eleggevano i magistrati maggiori, ovvero i consoli, i pretori e i censori. Approvavano o respingevano (non avevano la prerogativa di cambiarle) le leggi e le eventuali dichiarazioni di guerra proposte dal Senato. Fungevano anche come Corte d’appello per tutto ciò che concerneva la sicurezza dello Stato e per le condanne a morte dei cittadini. Erano elettori tutti i cittadini maschi dai 16 anni in su, ed erano esclusi dal voto le donne, i cittadini dell’ultima classe e tutti coloro che non avevano la cittadinanza romana (stranieri residenti). Oltre alle assemblee, le altre componenti della costituzione repubblicana sono le magistrature. Si tratta di cariche elettive, la cui durata è limitata nel tempo (di norma annuale), collegiali e gratuite, in modo da evitare che troppo potere si concentrasse nelle mani di un unico individuo. Ad esse erano collegate le cosiddette «potestà magistratuali» distinte in «potestas» (13) ed «imperium» (14). I magistrati, infatti, si dividevano in due categorie: magistrati cum imperio e magistrati sine imperio e si distinguevano perché i primi erano preceduti dai lictores, in numero proporzionale alla loro importanza, dotati di fasces (15) mentre i secondi ne erano sprovvisti. Le magistrature repubblicane, in particolare, erano le seguenti:
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Console, la magistratura suprema; era ricoperta contemporaneamente da 2 magistrati eletti annualmente dai Comitia Centuriata. I consoli erano dotati sia di potestas che di imperium, detenevano quindi il supremo potere civile e militare, che esercitavano collegialmente, per questo venivano preceduti da 12 lictores. Ognuno dei due aveva il potere di veto sulle decisioni dell’altro. L’importanza della carica è sottolineata dal fatto che il modo (16) con cui i Romani erano soliti indicare gli anni era quello di citare i nomi dei Consoli in carica (eponimia), quindi quello che per noi è l’anno 100 a.C. per loro sarebbe stato l’anno del consolato di Lucio Valerio Flacco e di Caio Mario. Inizialmente l’accesso alla carica era ristretto ai soli patrizi ma con la Lex Licinia del 366 a.C. poterono divenire consoli anche i plebei. Oltre a detenere il potere esecutivo e il comando delle Forze Armate, i Consoli avevano anche la funzione di: •• convocare il Senato e presiederne i lavori; •• convocare i Comitia e presiederne i lavori; •• gestire il potere giudiziario in casi eccezionali. Censore, magistratura maggiore; venivano eletti in numero di 2 ogni 5 anni dai Comitia Centuriata con la cerimonia della lustratio (17), ovvero purificazione della città. I Censori erano privi di imperium e avevano la funzione di: •• amministrare le finanze statali; •• controllare la moralità dei cittadini; •• stabilire le condizioni economiche dei cittadini (18); •• rivedere gli elenchi dei Senatori per il lustro successivo.
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• Questore, magistratura minore priva di imperium. Il numero dei Questori variò nel tempo passando da 2 fino a 40. Venivano eletti annualmente dai Comitia Tributa e collaboravano strettamente con il Senato per quanto attiene la supervisione delle finanze; generalmente erano distaccati presso i Governatori delle province e con i reparti militari per la gestione delle finanze. Pretore, era una magistratura curulis (19) dotata di imperium e iurisdictio (20). Inizialmente il Pretore era solo uno, ma in seguito il numero variò fino ad arrivare a 16. Erano eletti annualmente dai Comitia Centuriata assieme ai Consoli. Avevano diritto di essere scortati da 6 lictores e detenevano il potere giudiziario. In assenza dei Consoli potevano essere posti a capo dell’Esercito. Edile, magistratura minore. Inizialmente erano due, solamente plebei, e venivano eletti annualmente dai Comitia Tributa. In seguito vennero loro affiancati altri 2 Edili curuli di estrazione patrizia. Avevano la funzione di: •• mantenere efficienti e pulite le strutture pubbliche e le strade; •• controllare i mercati, i pesi e le misure; •• distribuire gratuitamente il grano ai capite censi; •• custodire i senatus consulta e i plebiscita perché non venissero alterati; •• sovrintendere e organizzare le feste religiose; •• espletare le funzioni di polizia urbana. Tribuno della plebe, magistratura minore priva di imperium. I Tribuni della plebe venivano eletti annualmente, in numero di 10, dai Comitia Tributa.
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Questa carica venne creata nel 494 a.C. a seguito della secessione della plebe e venne investita del compito di proteggere gli interessi dei plebei. A tale scopo, pur trattandosi di una magistratura, come già detto, priva di imperium, venne dotata comunque di poteri molto forti, in particolare: •• la sacrosanctitas, ovvero l’assoluta inviolabilità e sacralità della persona del Tribuno, cosicché fosse posto al sicuro da qualsiasi tipo di pressione o minaccia (anche fisica) nell’esercizio delle sue funzioni; •• lo ius intercessionis, ossia il diritto di veto sulle decisioni di qualsiasi magistrato (compresi gli altri Tribuni della plebe) e del Senato; •• lo ius auxiliandi, cioè il diritto di difendere un cittadino plebeo messo sotto accusa da un magistrato patrizio. Questa, in sintesi, era la struttura dello Stato romano nel momento in cui l’Esercito venne riformato. Si nota chiaramente che si tratta di una struttura molto efficiente ed efficace che poggia le proprie fondamenta sull’equilibrio tra i vari poteri, tra le diverse classi di censo e le diverse classi sociali (patrizi e plebei).
LE CAUSE DELLA RIFORMA Come detto in precedenza, la riforma dell’Esercito avvenne in un momento in cui le legioni uscivano vittoriose da tutte le guerre e Roma annetteva numerose terre al proprio dominio; pertanto risulta difficile comprendere perché i romani sentirono il bisogno di cambiare una siffatta «squadra vincente». A tal fine è utile ricordare che quello romano era un Esercito di leva, cioè reclutava
gli effettivi tra i propri cittadini, ma il problema è che non tutti i cittadini erano reclutabili, lo erano solamente coloro che avevano un censo minimo di 11 000 assi. Questo lasciava fuori i capite censi che, proprio a seguito delle grandi conquiste del II sec. a.C., andavano ad ingrossare le proprie fila. Il nerbo delle legioni, infatti, era costituito da contadini, piccoli proprietari terrieri, che proprio a causa delle guerre dovevano lasciare i propri poderi e imbracciare le armi. In poco tempo le fattorie perdevano la loro produttività e i proprietari erano costretti a vendere. Al termine della ferma numerosissimi erano coloro che non avevano più una proprietà. Questa tendenza crebbe nel tempo e causò un vero e proprio collasso dell’economia, che lo Stato tentò di superare con l’annessione di nuove terre, ma ciò comportava la prolunga della ferma dei soldati dando origine ad un circolo vizioso. Naturalmente questo determinò anche che il numero di cittadini arruolabili andò assottigliandosi paurosamente con la conseguenza che il tracollo iniziò a coinvolgere anche l’Esercito. Si cercò di rimediare abbassando il censo minimo con cui si entrava a far parte della quinta classe da 11 000 a 3 000 assi ma ciò non fu sufficiente risolvere la crisi. La situazione che si generò è ben riassunta dalle parole che lo storico greco Plutarco attribuisce al Tribuno della plebe Tiberio Gracco: «…Voi combattete e morite per difendere la ricchezza di altri, il lusso di altri. Come romani, venite chiamati padroni del mondo, ma non possedete una zolla di terra» (21). In questo contesto, infatti, i grandi proprietari terrieri, appartenenti alle classi di censo più alte, aumentavano i propri profitti in modo smisurato acqui-
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Caio Mario.
sendo a prezzi stracciati le piccole proprietà e il malcontento popolare aumentava. Le classi più basse non si sentivano più tutelate a sufficienza dai Tribuni della plebe ed iniziarono a sostenere dei personaggi che si definivano populares, difensori del popolo, e che su di esso poggiavano la loro base elettorale per accedere alle varie magistrature. Venivano indicati con il termine homines novi (uomini nuovi) perché non potevano fregiarsi di natali illustri ma, molti tra loro, avevano grandi capacità. Uno di essi fu Caio Mario.
CAIO MARIO E LA RIFORMA Nato ad Arpino, piccola cittadina del sud del Lazio, nel 157 a.C., Mario apparteneva ad una influente famiglia dell’ordine equestre che non faceva parte all’aristocrazia. Nonostante ciò riuscì ad accedere alle magistrature e
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nel 107 a.C. fu eletto console e il Senato gli affidò la condotta della guerra contro Giugurta, re della Numidia, in sostituzione di Q. Cecilio Metello, suo ex comandante. In questa occasione Mario attuò la sua riforma. La guerra venne conclusa vittoriosamente in breve tempo grazie ad un Questore alle dipendenze di Mario, Lucio Cornelio Silla che, con uno stratagemma, riuscì a catturare il re numida con la complicità del suocero di lui, il re Bocco di Mauretania. L’Esercito romano era formato dalle legioni (legio), unità tattiche fondamentali. L’etimologia del termine deriva dal verbo legere che in latino significa «raccogliere», «scegliere» e quindi con «legione», almeno inizialmente, si indicava un contingente scelto. L’organizzazione della legione repubblicana del II secolo a.C. risentiva già di varie riforme che ne avevano consentito l’adattamento ai vari nemici che Roma aveva dovuto affrontare, dagli elefanti di Annibale alle falangi greche. La legione era formata da 4 800 uomini (22), suddivisi in 30 manipoli e si schierava su 4 linee, ognuna composta da soldati con equipaggiamento e compiti diversi. La prima linea era composta dai velites, ovvero fanteria leggera dotata di giavellotti, che avevano il compito di provocare il nemico e disarticolarne il dispositivo per preparare l’intervento della fanteria pesante. Non dovevano assolutamente entrare in contatto con le prime linee avversarie. Esaurito il loro compito, i velites trafilavano dietro le linee e rimanevano pronti ad intervenire in caso si dovesse inseguire il nemico in ritirata. La seconda linea era fomata da 10 manipuli (23) di hastati, il cui compito era quello di entrare in contatto con il nemico e impedirgli di sganciarsi dallo scontro in modo
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ordinato. Erano equipaggiati con lance (hastae), giavellotti da lancio, scudo ovale oblungo, elmo, pettorale di bronzo e spada corta (gladius). Erano i soldati meno anziani della legione. Alle loro spalle era schierata una linea di 10 manipoli di principes, soldati più esperti equipaggiati in modo simile ma dotati di armatura a maglia (lorica hamata) e di giavellotti. Chiudevano lo schieramento i triarii, i veterani esperti, inquadrati in 10 manipoli. Questi avevano lo stesso equipaggiamento dei principes con l’aggiunta degli schinieri (parastinchi). Rappresentavano la «riserva» della legione in quanto intervenivano solo in caso di estrema necessità. Questa loro caratteristica contribuì alla nascita di una espressione gergale; quando, infatti, si diceva che la situazione era «ad triarios», stava a significare che
volgeva al peggio. La fanteria era supportata da 300 cavalieri suddivisi in due turmae di 150 uomini. Questi avevano il compito di proteggere i fianchi amici e di insidiare quelli nemici, inoltre erano preposti all’inseguimento del nemico in fuga per lo sfruttamento del successo, assieme ai velites. La fanteria pesante non doveva assolutamente partecipare all’inseguimento ma doveva avanzare più lentamente in modo ordinato, mantenendo la formazione in modo da non cadere vittima di un inganno nemico che prevedesse una fuga simulata ed un successivo contrattacco (24). Dal punto di vista tattico, la suddivisione in manipoli consente alle legioni una flessibilità sconosciuta agli altri Eserciti. Infatti i Romani riescono a manovrare sia prima che dopo il contatto,
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riescono anche a cambiare formazione e ciò consente loro di impegnare l’avversario con le prime linee e allo stesso tempo di attaccarlo sui fianchi con i manipoli delle linee successive. Lo schieramento avversario tipico che le legioni hanno fronteggiato in questo periodo storico è la falange di tipo greco - macedone. Si tratta di una formazione di fanteria pesante molto forte sulla fronte poiché è dotata di picche molto lunghe (anche 5 o 6 metri). Nello scontro frontale, anche contro la cavalleria, è praticamente invincibile ma riesce a manovrare con molta difficoltà ed è pertanto molto vulnerabile sui fianchi. In aggiunta a ciò la lunghezza delle picche impedisce un ricambio ordinato degli uomini in prima linea, quindi la falange non può sopportare scontri prolungati. I Romani invece sono organizzati in modo che con un ordine preciso, la mutatio, i combattenti della prima linea arretrino con ordine e vengano sostituiti dalla linea successiva. In questo modo il nemico si trova di fronte uomini sempre freschi. Inoltre i soldati della prima linea vengono tenuti dai compagni retrostanti tramite la cinghia di cuoio a cui è appeso il gladio; in questo modo viene impedito loro di avanzare troppo rispetto agli altri finendo così isolati e il fronte dello schieramento romano rimane perfettamente allineato. Chi cade viene trascinato dietro dai compagni per essere soccorso e subito sostituito dal soldato dietro di lui. La riforma apportata da Mario incise profondamente sull’organizzazione tattica della legione e sull’equipaggiamento. Egli, infatti, abolì la struttura manipolare e impose un’organizzazione per coorti. Queste erano sottounità tattiche molto più «pesanti» dei manipoli e
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contavano su una forza di 480 uomini, tranne la prima coorte che era composta da 800 uomini, tutti veterani. La legione passa quindi da 30 manipoli su tre linee a 10 coorti su due linee e da 4 800 a 5 120 uomini. Questo consente alla legione di affrontare avversari che attaccano in massa sfruttando la forza d’urto. Per mantenere comunque anche la flessibilità, Mario, suddivise ogni coorte in 6 centurie, ognuna della forza di 80 uomini, in modo che, all’occorrenza, si potesse passare ad un tipo di formazione più agile ed allargata utilizzando la manovrabilità non di 10 ma di 60 piccole unità. Spariscono i velites che vengono sostituiti da truppe ausiliare leggere di arcieri e frombolieri (armati di fionde) e l’equipaggiamento dei fanti viene standardizzato in modo che la legione sia composta completamente da fanteria pesante. Tutti i legionari sono dotati di elmo (25), lorica hamata, scudo (26), pilum (giavellotto), gladius (spada corta) e pugium (pugnale). Non ci sono più, quindi, hastati, principes e triarii ma semplicemente legionari. Il contingente di cavalleria viene ridotto ad uno standard di 120 uomini che, comunque, può essere rafforzato a seconda delle necessità. Venne introdotta l’aquila (27), animale sacro a Giove, come stemma della legione e l’Ufficiale che aveva il compito di portarla in battaglia venne chiamato aquilifer. L’aquila era posizionata nella I coorte, quella dei veterani, e poiché simboleggiava Roma doveva essere difesa ad ogni costo (28). Mario, inoltre, diede inizio ad un addestramento intensivo di marce veloci in cui ogni legionario portava con se l’equipaggiamento tattico e parte di quello logistico. Per questo motivo i sol-
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dati furono soprannominati «i muli di Mario». Questo tipo di esercitazioni aumentò considerevolmente le capacità di spostamento strategico delle legioni che, da questo momento, erano in grado di coprire anche 40 miglia (29) al giorno. Al termine delle marce, ogni giorno, i legionari erigevano un campo fortificato nel quale passare la notte, al sicuro da eventuali attacchi a sorpresa. Il nuovo Esercito non ebbe tempo di essere impiegato su larga scala nella guerra in Numidia perché questa, come abbiamo visto in precedenza, fu portata a termine più con l’astuzia che con la forza delle armi, tuttavia il «battesimo del fuoco» non tardò ad arrivare e l’avversario che si fece avanti, inatteso e pericoloso, fu il più temuto in assoluto: i Germani.
L’ESERCITO RIFORMATO CONTRO I CIMBRI E I TEUTONI Nel 102 a.C. alcune popolazioni di origine germanica, dopo aver a lungo errato in Gallia e Spagna, decisero di invadere l’Italia, attratte dalle fertili pianure attraversate dal Po. I popoli più numerosi erano quelli dei Cimbri e quelli dei Teutoni ma con loro c’erano anche i Tigurini, gli Aduatici e gli Ambroni. Si trattava di un esodo di proporzioni bibliche. Infatti non erano solo guerrieri ma c’erano anche donne e bambini, una marea umana di più di 300 000 persone. Si radunarono in Gallia e decisero di penetrare in Italia su tre direttrici: una passante per la valle del Rodano, una per il passo del Brennero e una per Aquileia. È indubbio che, se portata a termine, una tale migrazione avrebbe messo in grave pericolo l’esistenza stessa di Roma.
Come era già accaduto in precedenza, i dissidi interni della res publica si sopirono temporaneamente per fare fronte al pericolo e i Consoli in carica, Caio Mario e Quinto Lutazio Catulo, vennero inviati contro gli invasori al comando di due Eserciti consolari di 30 000 uomini ognuno. Il primo si diresse verso la valle del Rodano contro i Cimbri e il secondo verso la pianura padana contro i Teutoni. Il primo scontro lo ebbe il console Caio Mario con i Teutoni. I Germani combattevano assaltando frontalmente i nemici, disponendosi a cuneo e sbaragliando le difese avversarie con l’impeto della massa e la sua forza d’urto. Si trattava di popolazioni guerriere per le quali mostrare coraggio in combattimento era di fondamentale importanza per l’onore personale e per la posizione occupata all’interno della comunità. A tal proposito, lo storico Tacito scrive: «In battaglia poi è disonorevole per un capo lasciarsi superare in valore ed è disonorevole per il seguito non eguagliare il valore del capo. Inoltre costituisce un’infamia e una vergogna, che dura per tutta la vita, tornare dal campo di battaglia sopravvivendo al proprio capo: difenderlo, proteggerlo, attribuire a sua gloria anche i propri atti di valore è l’impegno più sacro: i capi combattono per la vittoria, il seguito per il capo» (30). Questo è il nemico che i Romani si trovarono innanzi quando costituirono un campo fortificato nei pressi dell’Isère, in posizione strategica. Il forte venne assaltato per tre giorni senza esito ma i Romani non accettarono la battaglia in campo aperto perché il terreno non era sufficientemente favorevole per poter fronteggiare un avversario quattro volte più numeroso. I Teutoni, allora, de-
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cisero di avanzare e, mentre oltrepassavano la posizione romana, si facevano scherno dei soldati di Mario chiamandoli codardi e lanciavano pesanti insulti dicendo loro che stavano andando a Roma per prendere le loro case e le loro mogli. La massa dei Germani impiegò sei interi giorni per passare tutta oltre il forte romano, tanto erano numerosi. Il settimo giorno i Romani lasciarono il forte, procedettero a marce forzate su un itinerario parallelo, superando i Teutoni, ed eressero un nuovo campo fortificato nei pressi di Aquae Sextiae (31). Quando l’avanguardia germanica, formata dalla tribù degli Ambroni, avvistò il forte lo credette una facile preda perché non sospettava minimamente che lì dentro ci fossero gli stessi uomini che si erano lasciati alle spalle giorni prima. Quindi si avvicinarono, pronti all’attacco, e rimasero allibiti quando ben 6 legioni uscirono dall’accampamento e si schierarono in formazione da battaglia in modo rapido e ordinato. Quelli che
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sopravvissero al tiro degli arcieri e delle macchine da guerra furono annientati dai legionari, ben lieti di ricacciar loro in gola gli insulti che avevano dovuto subire in precedenza. Due giorni dopo giunse il grosso dei Germani e Mario, soddisfatto della posizione e del terreno favorevoli, accettò la battaglia in campo aperto. Circa 100 000 Teutoni si schierarono di fronte ai 30 000 romani. Sentendosi sicuri della loro superiorità numerica, i Germani si lanciarono all’assalto, commettendo un errore madornale visto che i Romani erano in posizione più elevata. Dopo aver pagato un pesante tributo di sangue alle macchine da guerra romane, i Teutoni arrivarono quasi al contatto quando le loro linee avanzate vennero falcidiate da una pioggia di giavellotti. Chi sopraggiungeva dopo avanzava a fatica tra i corpi dei caduti e perdeva lo slancio. Se poi si considera che l’assalto era in sali-
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ta appare chiaro che lo scontro era già deciso prima ancora che le linee nemiche venissero a contatto. I Romani, dal canto loro, dopo aver lanciato i giavellotti avevano estratto i gladii e posizionato gli scudi affiancati e in avanti, quindi iniziarono ad avanzare in linea approfittando del terreno in discesa. Arrivati a contatto, i Germani combatterono con valore ma in modo isolato e non coordinato mentre i legionari, ad intervalli regolari cadenzati dall’ordine secco di mutatio impartito dai centurioni, cambiavano gli uomini della prima linea con quelli più freschi delle linee successive. Nonostante ciò, lo schieramento teutonico continuava ad opporre resistenza e fu a questo punto che Mario gettò nella mischia una legione che aveva occultato nei boschi esattamente alle spalle del nemico. Attaccati sia sul fronte che sulle terga, i Germani cedettero e furono sopraffatti. Alcuni tentarono di sganciarsi ma vennero inseguiti dalla cavalleria che ne fece strage. Le donne dei Teutoni, che avevano assistito allo scontro dai carri nelle retroguardie, per non essere prese prigioniere e ridotte in schiavitù uccisero i loro figli e poi si suicidarono. I Romani riportarono delle perdite molto lievi, il «battesimo del fuoco» del nuovo Esercito romano non poté avere esito migliore. Sul fronte est, intanto, la situazione era in stallo con i Cimbri attestati sulla riva nord del Po e i Romani, al comando del Console Quinto Lutazio Catulo, su quella sud. Quest’ultimo, infatti, non essendo riuscito a contrastare efficacemente l’avanzata germanica sull’Adige, aveva preferito schierarsi in una posizione che comunque impediva ai Cimbri di avanzare ulteriormente. Questa situazione si protrasse per tutto
l’inverno tra il 102 e il 101 a.C. Lo scontro decisivo si ebbe quando i due Eserciti consolari si riunirono ed avvenne nella località dei Campi Raudii (32) nel 101 a.C.. I Romani, che stavolta potevano contare su 60 000 uomini, attaccarono in forze e spazzarono via i Germani (si stima che fossero tra i 100 e i 120 mila). Anche in questa occasione le donne preferirono la morte, loro e dei loro figli, alla schiavitù. Il pericolo germanico non esisteva più. Infatti i Tigurini, che stavano entrando in Italia dalla terza direttrice, quella più a est, venuti a conoscenza della sorte toccata ai loro alleati, invertirono la marcia e tornarono indietro.
CONCLUSIONI La riforma dell’Esercito romano apportata da Caio Mario ebbe delle conseguenze immediate di tipo tattico ma anche delle ricadute a lungo termine di carattere sociale e politico. Da questo momento in poi, infatti, le Forze Armate di Roma furono costituite esclusivamente da professionisti e ciò determinò la soluzione al problema dei reclutamenti, grazie al fatto che i capite censi divennero un bacino enorme a cui poter attingere risorse umane. Tuttavia c’è da considerare che, appena arruolati, questi cittadini smettevano di essere nullatenenti perché percepivano una paga e pertanto entravano a far parte delle classi di censo superiori, ovvero quelle con diritto di voto. Consideriamo inoltre che dopo tanti anni al servizio di un Generale che pagava loro il salario e distribuiva parti del bottino di guerra, i soldati sviluppavano un forte senso di lealtà e fedeltà nei suoi confronti, a volte superiore a quello che avevano nei
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confronti del Senato e delle Istituzioni repubblicane. Fintanto che manifestarono questa fedeltà nell’ambito dei collegi elettorali facendo pendere la bilancia politica verso i populares, lo scompenso politico che ne seguì fu comunque assorbito dal sistema istituzionale romano. Il problema si verificò qualche anno dopo i fatti appena narrati quando proprio Mario e Silla, appoggiandosi sulla fedeltà delle loro truppe, aprirono la stagione delle guerre civili che si protrasse per quasi tutto il I secolo a.C. e che sancì la fine della Repubblica e l’avvento del Principato. Da un punto di vista puramente militare, la riconfigurazione delle legioni secondo il nuovo modello portò il livello qualitativo dell’Esercito romano, già elevatissimo, a livelli di eccellenza assolutamente incomparabili con quelli delle forze militari degli altri popoli. Questo fattore contribuì in modo determinante alla successiva fase di espansione dei confini di Roma, un’espansione inarrestabile che nel corso dei due secoli successivi portò i confini dell’impero dalla Scozia al Golfo Persico e dal Marocco al Caucaso. NOTE (1) Polibio - Storie, I 1, 5 (ripreso in VI 2, 3). (2) Numero che fu variato in seguito prima da Lucio Cornelio Silla e poi da Caio Giulio Cesare. (3) Moneta romana, di bronzo o rame, frazione del più noto «sesterzio» di cui rappresenta un quarto (di valore e di peso). La parola as in latino indica infatti un’unità di peso. (4) Raggruppamenti su base territoriale di residenza. (5) Un certo numero di leggi, negli anni, riconobbero alle decisioni dei Comitia Tribu-
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ta il valore di legge. Si ricordano, a tal proposito, nel 449 a.C. la legge di L. Valerius Publicola e M. Horatius Barbatus, nel 339 a.C. la Lex Publilia e nel 287 a.C. la Lex Hortensia. (6) È probabile che il termine «Curia» derivi da co-viri, cioè uomini riuniti. (7) Probabilmente si tratta delle tre popolazioni che si unirono per formare il primo nucleo della Roma arcaica. (8) La tradizione attribuisce l'istituzione dei Comitia Centuriata al re Servio Tullio. (9) Tito Livio, «Storia di Roma dalla sua Fondazione» I, 43. (10) 2 centuriae erano costituite dai fabri. (11) 2 centurie erano formate da suonatori di strumenti a fiato da cui venivano reclutati i cornicen. (12) Perimetro sacro della città, tracciato da Romolo all’atto della fondazione, entro il quale era fatto divieto di portare armi. (13) Si tratta di un potere esclusivamente civile. (14) Si tratta di un potere di stampo militare che conferisce al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione, e nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe). Simbolo esteriore di questo potere sono i fasci littori. Erano magistrati cum imperio i consoli, i pretori, e alcuni magistrati straordinari, come i decemviri legibus scribundis consulari imperio. A costoro l'imperium veniva conferito dopo l'elezione con la lex curiata de imperio. Gli altri magistrati, come i censori, gli edili curuli, i tribuni della plebe, gli edili plebei e i questori, erano invece sine imperio. (15) Fasci di verghe di olmo o betulla lunghe circa 150 cm legate assieme da listelli di cuoio e sormontate da una scure. Indicavano l’imperium del magistrato che precedevano e simboleggiavano la forza at-
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traverso l’unione. (16) Per quanto riguarda, invece, il conteggio (e non l’indicazione) degli anni, i Romani li numeravano a partire dalla fondazione di Roma (Ab Urbe Condita – a.U.c.), ovvero quello che per noi è il 753 a.C.. (17) Per questo motivo il termine lustrum, da allora, indica un periodo di 5 anni. (18) Ogni paterfamilias si recava in Campus Martius in un edificio chiamato Villa publica a presentare quella che oggi chiameremmo dichiarazione dei redditi. Chi non si presentava veniva dichiarato incensus e poteva essere venduto come schiavo. Sulla base delle dichiarazioni i censori redigevano le Tabulae censoriae con l'assegnazione dei cittadini alle centuriae. (19) Termine che indica la sella curule (in latino sella curulis), ovvero un sedile pieghevole a forma di «X» ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario. I magistrati solevano portare con sé la sella curulis assieme agli altri simboli del loro potere (fasci, verghe e scuri) e ovunque disponessero questi simboli, lì era stabilita la sede del loro tribunale. (20) Per iurisdictio (da ius e dicere) si intende il potere, di cui sono dotati alcuni magistrati, detti giusdicenti, di impostare in termini giuridici una controversia. In questo senso la iurisdictio si distingue dalla iudicatio, che è invece il potere di risolvere una controversia, e attribuito al giudice che dovrà emettere la sentenza. (21) Da Plutarco, «Vita di Tiberio Gracco». (22) In questo caso e nei successivi, il numero degli effettivi è da ritenersi indicativo perché è stato, negli anni, soggetto a numerose modifiche. (23) Un manipolo era una «sottounità» della legione (assimilabile ad una odierna compagnia), composta da 120 uomini e comandata da due Ufficiali, centurioni, uno posto a destra e l’altro a sinistra dell’unità. (24) P. Flavio Vegezio Renato, «Epitoma rei militari» II, XVII-4.
(25) Molto probabilmente ancora del tipo «montefortino» (nome che deriva dalla località del ritrovamento archeologico). L’elmo «classico» che siamo abituati a vedere nelle rappresentazioni è invece detto «gallico imperiale» o «italico imperiale». (26) Il tipo di scudo, ovale oblungo o emicilindrico, non è certo ed è tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi. (27) Inizialmente le aquile delle legioni furono d’argento, successivamente d’oro. (28) Nella selva di Teutoburgo (9 d.C.), dove 3 legioni romane caddero in un’imboscata e furono sopraffatte, l’aquilifero della XVII legione, seppur ferito a morte, riuscì a seppellire l’aquila per non farla cadere nelle mani dei nemici. (29) Un miglio romano equivale a 1,482 km, pertanto 40 miglia sono pari a 59,28 km. (30) Tacito, «Germania» – 14. (31) L’odierna Aix en Provence, situata a nord di Marsiglia. (32) Non è chiaro dove si trovi esattamente questa località, alcuni la collocano presso Vercelli altri presso Ferrara. Visto il percorso compiuto dai Cimbri lungo la valle dell’Adige verso sud, la seconda ipotesi sembrerebbe comunque la più attendibile.
BIBLIOGRAFIA Theodor Mommsen, Storia di Roma antica. Vol. 2/1: «La rivoluzione. I Gracchi. Mario e Silla»; Polibio, «Storie»; Tito Livio, «Storia di Roma dalla sua Fondazione»; Plutarco, «Vite Parallele» (Vita di Tiberio Gracco); P. Flavio Vegezio Renato, «Epitoma rei militari; Tacito, «Germania».
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STORIA
DALLA NASCITA DELL’ELICOTTERO ALLA CONSACRAZIONE DEGLI «HUEY» NEL CONFLITTO VIETNAMITA del Capitano Stefano ANGELONI in servizio presso la Scuola Lingue Estere dell’Esercito di Perugia ebbene la nascita vera e propria risalga al secolo scorso, l’elicottero trae le sue origini da epoche antiche (400 a.C.) con i cinesi primi a far volare il cosiddetto «Chinese top», un giocattolo costruito da uno sconosciuto e che rappresenta l’antenato degli aeromobili ad ala rotante (1). Il filosofo inglese Ruggero Bacone (XIII sec.) nei suoi scritti, in numerose
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L’Ornitottero di Leonardo da Vinci.
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occasioni, non solo predisse che un giorno l’uomo avrebbe costruito una macchina volante ma addirittura si spinse a indicarne i componenti essenziali (2). Leonardo da Vinci, sulla scia degli scritti di Bacone e convinto della possibilità del volo umano, si dedicò dapprima allo studio del volo degli uccelli per poi progettare la sua prima macchina volante classificata,
L’elicottero di Leonardo da Vinci.
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appunto, tra gli ornitotteri e di cui realizzò diverse varianti. Egli, ben presto si orientò verso l’idea di progettare una macchina con principi tipici dell’elicottero soprattutto per via degli innumerevoli problemi tecnici irrisolti incontrati con gli ornitotteri. Infatti, in seguito alle difficoltà di motorizzazione dei primi modelli, dopo nuovi esperimenti disegnò una macchina ad ali rotanti con motore ad accumulo di energia a molla. A Leonardo si attribuisce anche la paternità del parziale nome di elicottero. Infatti, nella descrizione di un modello a forma di croce, l’inventore usò la parola greca «helix» («spirale») successivamente combinata da altri con il suffisso sempre greco «ptéron» («ala»). È interessante notare che agli inizi del XIX secolo, per macchina volante si intendevano più modelli ad ala rotante che a quella fissa. L’inglese Sir George Cayley, affascinato dal «Chinese top», nel 1796 cominciò a costruire dei modelli che utilizzavano differenti modalità di motorizzazione, alcuni dei quali capaci di elevarsi in aria fino a 90 piedi dal suolo. Nel 1843 rese pubblico il progetto dell’«Aerial Carriage» costituita sostanzialmente da due coppie di rotori laterali, da due propeller direzionali e da un piccolo timone verticale per la sua guida. Tale progetto non fu mai realizzato perché il motore a vapore (unica tipologia conosciuta all’epoca) si presentava troppo pesante per lo scopo mentre motori idonei più efficienti e leggeri dovevano ancora essere inventati. Nello stesso periodo, un suo connazionale, W. Horatio Phillips, pro-
dusse una macchina a vapore dove il fluido generato da un piccolo boiler veniva eiettato dalle estremità delle pale. Tale macchina rappresentava il primo modello di «elicottero» azionato da un motore al posto di un dispositivo ad accumulo di energia. Sempre nel periodo di Cayley e Phillips, l’italiano Vittorio Sarti proget-
Il prototipo di Sir George Cayley.
tò una macchina che combinava l’ornitottero e l’elicottero alle cui pale, collegate all’albero con dei cardini, era consentito il moto di flappeggio. Per tutto il XIX e gran parte del XX secolo le attività di studio, sperimentazione e sviluppo dell’«elicottero» continuarono sia in Europa che in America. Agli inizi del decennio 1860-1870 i francesi Gabriel de la Landelle, Gustave Ponton d’Amecourt e Felix Tournachon (3) progettarono la «Steam Air Liner» un esemplare gigante di macchina volante che però non fu mai costruita. Il progetto presentava anche elementi di comfort e sicurezza quali due gusci/fusoliere per ospitare i passeggeri, para-
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Il prototipo di Gustave Ponton d'Amecourt.
cadute e salvagente. Contemporaneamente lo stesso Gustave Ponton d’Amecourt progettò in proprio un apparato costituito da due piccoli rotori coassiali (di due pale ciascuno) portati in rotazione da un piccolo motore a vapore. Nel giugno del 1868 il piccolo modello raccolse un grande successo alla prima Esposizione Aeronautica presso il Crystal Palace di Londra. Dieci anni dopo (1878) il professore italiano di ingegneria civile Enrico Forlanini realizzò un modello a vapore costituito da due rotori coassiali controrotanti e capace di librarsi, per circa 20 secondi, a circa 40 piedi dal suolo. Negli Stati Uniti, invece, nel 1861,
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Mortimer Nelson aveva già brevettato, presso lo United States Patent Office, la sua macchina volante derivata da una combinazione tra l’«elicottero» e il pallone aerostatico. Un progetto rivoluzionario per l’epoca in quanto prevedeva, tra l’altro, l’equilibrio delle spinte dei rotori (da installare in coppia) e l’uso dell’alluminio (lega leggera) per le parti metalliche. Tale macchina rimase anch’essa allo stadio di progetto per l’indecisione del suo autore sulla motorizzazione da utilizzare. Tra gli sperimentatori americani del XIX secolo si annovera Thomas Edison. Egli iniziò la sua sperimentazione intorno agli anni 1880 con diverse configurazioni di rotore per macchine dotate di motori al fulmicotone (4). Però una serie di incidenti esplosivi lo allontanarono da questo tipo di motorizzazione indirizzandolo verso quella elettrica. Per la sua esperienza sulle varie motorizzazioni, Edison predisse che il successo della macchina ad ala rotante non avrebbe potuto prescindere dalla costruzione di motori altamente efficienti, potenti e leggeri, una tecnologia non presente all’epoca. Agli inizi del Novecento, il francese M. Louis Breguet impressionato dagli studi del Colonnello Charles Renard (fanatico sostenitore dell’ala rotante) costruì il suo primo modello di «elicottero» (1907). Si trattava di un esemplare di circa mezza tonnellata capace di sollevarsi dal terreno con pilota a bordo (prima volta nella storia) per poco più di tre piedi dal suolo. Il francese è stato il primo a occuparsi dei problemi tipici dell’ala rotante quali, per esempio, il controllo e la stabilizzazione della mac-
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Il prototipo di Enrico Forlanini.
china nell’aria. Contemporaneamente un altro francese, Paul Cornu, realizzò una macchina per il volo verticale con un motore da 24 hp collocato al centro della struttura. Durante i test iniziali la macchina riuscì a sollevare, per circa 20 secondi, due persone a 5 piedi dal suolo. Problemi di stabilità e controllo lo scoraggiarono, inducendolo ad abbandonare tali esperimenti. Successivamente, nel 1911, il danese Jacob Christian Hansen Ellehammer progettò un aeromobile ad ala rotante di tipo coassiale con due propeller controrotanti messi in rotazione da un piccolo motore a benzina. Il modello riuscì a librarsi di alcuni piedi dal suolo alla presenza di un cospicuo numero di testimoni a Copenhagen. Lo scoppio della Prima guerra mondiale segnò la fine della sperimentazione delle macchine ad ala rotante con la sola eccezione della macchina costruita nell’aprile 1915 da due rappresentanti dell’Esercito austro-ungarico: il Tenente Petroczy e il Dr. von Karman. Il congegno, il primo a essere progettato strettamente per scopi militari, aveva il
compito di facilitare l’osservazione del campo di battaglia in sostituzione dei palloni aerostatici che erano estremamente vulnerabili al tiro delle armi leggere. Il sistema alloggiava sopra i rotori il compartimento metallico per l’equipaggio in grado di ospitare un pilota, un osservatore, mitragliatrice e scorta di carburante, per un peso totale di 3 200 libbre. Tale prototipo poteva muoversi solo verticalmente ma non era libero in quanto vincolato al suolo con dei cavi di acciaio. Dopo l’armistizio, l’ingegnere francese Etienne Oemichen fece segnare un passo decisivo per lo sviluppo del futuro elicottero. La sua prima
La macchina di Mortimer Nelson.
macchina («elicostat») in realtà non era un vero e proprio «elicottero», in quanto un pallone aerostatico ne consentiva il sollevamento dal suolo, e con essa fece un breve volo orizzontale a circa 20 piedi di altezza. Con il suo secondo prototipo, dotato di 9 propeller rotanti (4 per il sollevamento dal suolo, 3 per il suo con-
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La macchina di Paul Cornu.
trollo in aria e 2 per la direzionalità), realizzò nel 1924 il primo chilometro su circuito chiuso sul terreno di Arbouans (5) facendo il record di velocità per l’epoca (4.9 miglia orarie). Cinque anni dopo dalla consacrazione dei fratelli Wright per le loro attività sull’ala fissa, negli Stati Uniti, i due ingegneri Emile Berliner e J. Newton Williams realizzarono una macchina ad ala rotante di semplice e rudimentale costruzione con due rotori coassiali controrotanti in grado di sollevare pesi di centinaia di libbre. Ben presto Berliner, a seguito di un incidente ma soprattutto per il successo riscontrato nel campo dell’acustica, abbandonò provvisoriamente l’attività per poi ritornarvi cinque anni dopo con un nuovo progetto. Per costruire il nuovo prototipo con l’aiuto di suo figlio Henry (pilota militare) dovette però attendere l’armistizio. La macchina,
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molto simile agli aeroplani ma recante due rotori laterali, fu completata nel tardo 1919 e il primo test fu condotto agli inizi del 1920 presso l’aeroporto del College Park dell’US Air Service, nel Maryland. Successivamente Berliner abbandonò il progetto a favore di un ibrido dal nome «elicoplano».
L’aeromobile di Jacob Christian Hansen Ellehammer.
Padre e figlio, almeno in una occasione, condussero le esibizioni delle loro macchine volanti davanti a un’audience di Ufficiali delle Forze Armate statunitensi. Molti di essi si
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convinsero dell’utilità futura dell’elicottero come strumento di guerra. In particolare gli Ufficiali dell’Air Service erano i più interessati poiché la loro organizzazione aveva già intrapreso un progetto segreto di sviluppo di un «elicottero», con a capo lo scientista russo Dr. George de Bothezat rifugiatosi negli Stati Uniti allo scoppio della Rivoluzione russa. Quest’ultimo in alcuni articoli, tra i quali «Aeroplane Stability» e «The General Theory of Blade Screws», aveva avanzato un certo numero di idee stravaganti al punto da attrarre l’interesse dell’Air Service la quale, nel 1921, gli offrì un contratto per la
La macchina di Emile Berliner e J. Newton Williams.
La macchina del Tenente Petroczy e del Dr. von Karman.
produzione di un «elicottero» sperimentale. I lavori del progetto iniziarono nell’estate di quell’anno sotto la supervisione e la cura del Maggiore T. H. Bane che aveva al contempo il ruolo di supervisore del progetto nonché il compito di garantire il materiale, i rifornimenti, l’equipaggiamento e la manodopera necessaria. Nel dicembre dello stesso anno, sperimentarono il quadrirotore che si levò fino ad una altezza verticale di 5 piedi per poi successivamente muoversi per una distanza di 300 piedi e atterrare sotto il completo controllo del pilota. Con questo prototipo, de Botherzat, oltre a una buona stabilità in aria, aveva realizzato la prima macchina in grado di atterrare con il completo controllo del pilota. L’apparato era un gigante dal peso di circa due tonnellate, a forma di croce con 4 rotori alle estremità e 4 propeller addizionali per il controllo in volo. Inoltre aveva meccanismi di controllo simili agli
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La macchina di Emile e Henry Berliner.
aeroplani convenzionali (leva di controllo e timone a pedaliera). In Europa intanto tra il 1920 e il 1925, l’ingegnere Raul Pateras Pescara realizzò e sperimentò 4 aeromobili ad ala rotante con rotori controrotanti di tipo bi-plano. Il suo secondo elicottero riuscì a percorrere in 12 minuti una distanza di 1,5 miglia. L’apparato era dotato altresì di meccanismi per variare l’angolo di incidenza delle pale/ali rotore. Il Pescara abbandonò le sue sperimentazioni a metà degli anni Venti nonostante avesse depositato circa 30 brevetti con le relative innovazioni tecniche. Nel frattempo, Juan de la Cierva aveva inventato l’autogiro. L’Esercito e l’Aeronautica statunitense, per le sue capacità di decollo e atterraggio in luoghi impossibili agli aerei convenzionali, consideravano l’autogiro un egregio veicolo utile all’artiglieria soprattutto per compiti di osservazione, ricognizione e collegamento. La Marina lo trovò altresì utile per compiti di pattuglia anti-som e di scorta ai convogli mercantili grazie alla loro abilità di decollo e atterraggio in piccole aree quali, per
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esempio, i ponti delle navi da guerra e dei mercantili. L’autogiro però non solo era troppo costoso (6) ma richiedeva una grande abilità e un assiduo training. L’interesse militare per l’autogiro andò scemando quando furono costruiti velivoli leggeri in grado di fare lo stesso lavoro ma più efficienti, più economici, più facilmente riparabili e più adatti alle operazioni militari. Uno dei suoi meriti è stato quello di aver continuato a spronare gli inventori e sperimentatori degli «elicotteri» sia in Europa che in America. L’ingegnere francese Louis Damblanc, per esempio, progettò un esemplare di macchina ad ala rotante con doppio rotore e motore che però ebbe la sfortuna di cadere distruggendosi al suo primo test di qualifica. In Olanda, l’esperto aviatore Dr. A. G. von Baumhauer costruì una macchina con un grande rotore principale e un piccolo rotore di coda. La macchina che consentì un vero
Il prototipo del Dr. George de Bothezat.
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progresso verso l’elicottero fu quella realizzata nel 1930 dell’aviatore ingegnere italiano Corradino D’Ascanio. Essa riuscì a volare con un buon controllo e, per le sue qualità di volo, ebbe il riconoscimento della Federation Aeronautique Internationale. La macchina presentava due rotori bi-pala coassiali controrotanti con meccanismi di flappeggio e variazione di incidenza delle pale. Il controllo era migliorato grazie anche a delle alette applicate alle estremità delle pale. Delle sue performance si riportano la capacità di sollevarsi dal suolo per una distanza di 60 piedi in 1’ e 40’’ e muoversi in linea retta per una lunghezza di tre miglia all’altezza di 21 piedi, mante-
In basso e a destra: la macchina di Corradino D’Ascanio.
In alto e a sinistra: due degli aeromobili dell’Ingegner Raul Pateras Pescara.
nere lo hovering per circa mezzo minuto e quindi atterrare. Inoltre la macchina stabilì il record di durata di volo di circa 9’ riuscendo tra l’altro a percorrere un percorso chiuso di un miglio sotto il completo controllo del pilota. Per questo motivo essa fu molto vicina a soddisfare i requisiti del moderno elicottero. Sempre nel 1930, il russo Nicolas Florine costruì in Belgio uno dei primi elicotteri con rotori in tandem rotanti nello stesso verso, con l’accorgimento di inclinarli in direzione opposta per eliminare la coppia di reazione. Il carrello di atterraggio era costituito da 4 gambe verticali al posto delle tradizionali ruote. Agli inizi degli anni Trenta si registrò
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il ritorno alla sperimentazione di M. Louis Breguet che, insieme al giovane ingegnere Rene Dorand, progettò e realizzò, nel 1935, un macchina a rotori coassiali con pale rastremate, in grado di dare un contributo decisivo per lo sviluppo del futuro elicottero. Durante i primi test di qualifica la macchina fu capace di librarsi per circa un’ora a un’altezza di 500 piedi. Successivamente in un altro test la macchina riuscì a percorrere un ciclo chiuso di 44 km ad una velocità di 99 km/h sotto il completo controllo del pilota in tutte le fasi (decollo, volo, atterraggio). Lo scoppio della Seconda guerra mondiale pose fine ai piani di Breguet di organizzare una compagnia per la costruzione in serie di questi manufatti. Nel 1936 il Tedesco Heinrich Focke della Focke-Wulf Company e Gert Achgelis costruirono lo «FA-61», una macchina con due rotori laterali controrotanti. Essa, simile ai normali aeroplani dell’epoca, fu la prima a poter dimostrare il completo controllo del pilota durante il volo e consentiva altresì l’autorotazione. L’FA61 stabilì anche alcuni record riconosciuti dalla Federation Aeronautique Internationale: durata di volo (1h 20’ 5’’), altezza massima (3,427 m - 11,243 piedi), velocità di avanzamento (122 km/h, 76 miglia orarie), distanza di volo in linea retta (233 km, 143 miglia). La macchina ebbe il suo momento di gloria in due occasioni: quando nel 1937 la popo-
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L’elicottero di Nicolas Florine.
lare donna pilota tedesca Hanna Reitsch compì dapprima un volo da Brema a Berlino ad una media di 68 miglia orarie e successivamente nel 1938, all’interno dello Sports Arena Deutschlandhalle di Berlino, compì manovre di atterraggio, di hovering a breve distanza dal suolo e moto laterale per l’intero spazio, dando prova che finalmente l’elicottero era di fatto nato. Contemporaneamente negli Stati Uniti Igor I. Sikorsky risolse gli stessi problemi tecnici progettando e realizzando una macchina completamente diversa a quella di Focke ma che aveva una altrettanto eccellente condotta di volo. Nella realtà Sikorsky aveva iniziato a progettare la sua macchina ai primi del Novecento quando viveva a Kiev. Nel 1909 costruì l’S-1, un prototipo di elicottero coassiale senza pilota, con una struttura abbastanza elementare di tipo rettangolare che però non riu-
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In alto e in basso: Breguet - Dorand.
scì a far volare per problemi di vibrazione e mancanza di un motore di adeguata potenza. Un altro prototipo del 1910, l’S-2, sempre senza pilota, nonostante fosse dotato di un motore più potente, riuscì a fare solo qualche saltello. A causa di questi insuccessi iniziali cominciò a venire meno il suo interesse per le macchine ad ala rotante a favore degli aerei convenzionali ad ala fissa, con cui invece ebbe un grande successo quale progettista e costruttore. All’avvento del comunismo, Sikorsky emigrò negli Stati Uniti e continuò a costruire aerei mono e bi-motore. Nell’estate del 1939 cominciò a realizzare il
VS-300: una macchina dotata di un rotore principale e tre rotori ausiliari. Il controllo degli assetti longitudinali e laterali veniva ottenuto attraverso la variazione dell’angolo di incidenza dei due rotori orizzontali situati sulla trave di coda. Dotata di un motore da 75hp, la macchina era capace di eseguire svariate manovre tra cui lo hovering e i movimenti longitudinali e laterali. Nelle varianti successive, l’inventore ridusse i rotori di coda ad uno solo con la funzione duplice di anticoppia e controllo direzionale, mentre il rotore principale manteneva le funzioni di portanza e di controllo degli assetti longitudinali e laterali. L’elicottero era dotato degli stessi sistemi di comando degli aerei: una leva, la pedaliera e di un’ulteriore leva per il controllo del passo delle pale. Il VS-300 tra il 1940 e il 1941 stabilì alcuni record significativi: • nel 1940 dimostrò, tra l’altro, di essere il primo elicottero americano capace di stare in volo per un pe-
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L’FA-61 di Heinrich Focke e Gert Achgelis.
riodo di 15’ dal decollo e atterraggio sotto il pieno controllo del pilota; • il 6 maggio del 1941, lo stesso Sikorsky condusse un volo di durata pari a 1h 32’ 26’’ superando di 12’ il record stabilito da Focke;
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• inoltre fu dimostrato che collocando dei galleggianti di gomma la macchina poteva decollare e atterrare in acqua. Verso la fine del 1943, il VS-300 completò tutti i test dando prova, come avvenuto in Germania con il prototipo di Focke, che finalmente era nato l’elicottero inteso come una macchina ad ala rotante funzionale e governabile.
IMMEDIATI SVILUPPI D’INTERESSE MILITARE Il successo dell’elicottero ben presto suscitò l’interesse per il suo utiliz-
I prototipi di Igor I. Sikorsky.
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zo in ambito militare soprattutto da parte dell’U.S. Air Force che, convinta dalle ottime qualità del VS-300, offrì un contratto a Sikorsky per la progettazione e realizzazione di una macchina similare denominata XR-4. Il prototipo comprendeva il cockpit e la fusoliera e, oltre a migliorare le caratteristiche del suo predecessore VS-300, rappresentava il primo elicottero acquisito dalla Difesa statunitense. L’aeromobile, nel gennaio del 1942, rispose molto bene ai test di qualifica condotti dal duo C. L. (Les) Morris e Sikorsky necessitando solo di lievi modifiche. Ulteriore conferma del successo si ebbe alla sua consegna all’US Air Force mediante un volo dalla fabbrica di Sikorsky, nel Connecticut, al Campo di Volo Wright della Base Militare Air Force dell’Ohio. Il volo, eseguito da Morris, durò 5 giorni con 16 fermate lungo il percorso per una durata totale di 16 h 10’ di volo con una velocità media di 50 miglia orarie. A partire dal 1944, la US Air Force cominciò a dotarsi di un ampio numero di elicotteri Sikorsky migliorati rispetto all’XR-4 in termini di velocità
L’elicottero XR-4.
e carico pagante. Immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale fu riconosciuto il valore degli elicotteri per compiti di MEDEVAC, trasporto di rifornimenti e ricognizione. L’adattamento degli elicotteri ai requisiti militari continuò, negli anni dopo la Grande Guerra, non solo con i modelli di Sikorsky ma anche di altre case che nel frattempo si erano fatte avanti, fino alla guerra di Corea dove all’improvviso dettero prova della loro versatilità. Nel conflitto coreano gli elicotteri furono utilizzati dall’Air Force (ma anche dalle altre Forze Armate statunitensi) per svariati compiti al di fuori del combattimento. Il loro ruolo predominante fu però quello di impiego MEDEVAC verso le stazioni di soccorso. I feriti venivano spesso legati su speciali lettighe fissate ai lati degli elicotteri ed evacuati in pochi minuti. Uguale importanza fu il loro utilizzo come mezzo di soccorso/salvataggio aereo grazie alla loro capacità di muoversi in luoghi impossibili per salvare gli aviatori abbattuti dal fuoco nemico o dai guasti meccanici. Allo scopo, l’US Air Force aveva costituito speciali squadroni di elicotteri
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L’elicottero H-21.
per condurre questi compiti non solo in ambito militare ma anche su chiamata civile. L’Air Rescue Service, nome sotto il quale questi squadroni erano raggruppati, fu fondato nel gennaio del 1946 e tra i suoi aeromobili annoverò diversi elicotteri tra i quali l’«H-21» progettato dalla Piasecki Helicopter Corporation, capace di trasportare fino 27 persone. Dalla prima acquisizione del Sikorsky XR-4 nel 1942, l’US Air Force aveva incrementato gli elicotteri sia in numero che in varietà includendo anche i modelli Bell e il gigante «H21». Nel 1946 anche l’US Marine Corps costituì il primo squadrone di aeromobili ad ala rotante allo scopo di adattare gli elicotteri ai requisiti delle loro tattiche di combattimento. Durante lo sviluppo si convinsero che l’aeromobile era principalmente idoneo per compiti di osservazione e collegamento da un lato e di trasporto truppe dall’altro. Il primo poteva essere condotto attraverso l’evacuazione dei feriti, il salvataggio degli equipaggi degli aerei abbattuti, la posa di fili di comunicazione, e il trasporto di Ufficiali e di importanti messaggi. Il secondo consisteva nel trasporto truppe e rifornimenti nelle aree di combattimento
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e l’evacuazione dei feriti. Man mano l’US Marine Corps si convinse per il suo utilizzo quale vettore di trasporto truppa. Lo squadrone «HMX-1» dell’US Marine Corps fu il pioniere dei gruppi di volo equipaggiati dapprima con il Sikorsky «HO3S-l» e successivamente Piasecki HRP. L’Esercito statunitense iniziò l’immissione in servizio dell’elicottero nel 1947, contemporaneamente all’US Marine Corps, soprattutto per un utilizzo nel campo dei trasporti. Pertanto furono costituiti gruppi elicotteri da trasporto, che furono assegnati al Corpo dei Trasporti dell’Esercito, equipaggiati con elicotteri da trasporto (Piasecki e Sikorsky) e per compiti generali (Bell e Hiller) di collegamento e ricognizione come, per esempio, il trasporto di posta e messaggi importanti, ispezione dell’area di battaglia, assistenza alle comunicazioni radio, supporto alle artiglierie, ecc.... Un gran numero di questi ultimi furono utilizzati nella guerra di Corea. L’Esercito trovava utili gli elicotteri soprattutto per compiti di MEDEVAC (Medical Evacuation). Nella guerra di Corea infatti furono costituite tre unità MEDEVAC assegnate agli Ospedali Mobili di Chirurgia. L’introduzione degli elicotteri, sin dall’inizio, indusse gli strateghi a sviluppare delle nuove tattiche sostituendo di fatto i cavalli e i motoveicoli.
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LA RIVOLUZIONE DELL’«UH-1» NEL CONFLITTO VIETNAMITA È ormai noto che la sconfitta e la conseguente perdita del Vietnam del Nord costituì, di fatto, il più importante spostamento avvenuto in Asia nelle rispettive sfere d’influenza USA-URSS della Guerra Fredda. Nonostante l’insuccesso, il conflitto ha dato l’occasione a spunti di riflessione per le modalità strategiche, operative e tattiche con cui è stato affrontato. In particolare l’impiego degli UH-1 (7) «Huey» (8) nel Vietnam ha rappresentato un fenomeno di discontinuità tipico delle Rivoluzioni degli Affari Militari (9) anche se, contrariamente a quanto di solito accade, la guerra non ha avuto un esito decisivo ma bensì sfavorevole per la parte che l’ha adottato. Ne danno testimonianza il filone cinematografico e documentari prodotti a rievocare il conflitto e dove la componente elicotteri ha fatto la parte del leone (10). L’esperienza della guerra di Corea aveva già messo in luce l’importan-
Un modello riproducente l’elicottero Sikorsky HO3S-l.
L’elicottero Piasecki HRP.
za dell’elicottero nei conflitti moderni per cui già nel 1952 l’Esercito americano aveva riconosciuto l’esigenza operativa di possedere un rapido e potente elicottero da trasporto. Nel conflitto coreano però gli elicotteri erano principalmente impiegati per il trasporto dei feriti e dei morti dal campo di battaglia alle stazioni mediche e agli ospedali da campo. Questi elicotteri non avevano idonee caratteristiche per potenza e dimensione da avere adeguata efficienza per il trasporto. Ma in seguito all’avvento dei primi motori a turbina installati su velivoli, non trascorse molto tempo per la loro applicazione sugli elicotteri. I nuovi turbo motori, per costruzione più leggeri e più potenti dei predecessori, consentirono agli elicotteri le giuste caratteristiche grazie all’incremento del peso trasportabile, della velocità e della loro dimensione. Per quanto riguarda il conflitto vietnamita, l’intenzione iniziale era quella di utilizzare gli elicotteri in funzione MEDEVAC e cioè con un ruolo simile a quello avuto nella guerra di Corea. Ma successivamente gli eli-
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Sopra, sotto e nella pagina seguente. Elicotteri Huey UH-1. Questo tipo di aeromobile fu massicciamente impiegato dalle forze statunitensi e dall’ARVN in tutte le possibili versioni nel conflitto vietnamita.
cotteri furono adattati per essere altamente efficienti anche per il trasporto di truppe, facendo nascere l’idea dell’assalto aereo. E infatti i primi elicotteri impiegati furono degli UH-1 in configurazione MEDEVAC; essi furono immessi prima dell’ingres-
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so ufficiale degli Stati Uniti nel conflitto, aprile del 1962, e avevano il ruolo di supportare l’Esercito del Vietnam del Sud, mentre i primi elicotteri armati (11) furono introdotti a partire dall’ottobre 1962 con la funzione di scortare gli elicotteri da trasporto. Già alla fine del 1964 gli elicotteri UH (12) statunitensi presenti sul territorio vietnamita erano più di 300. Successivamente, nell’arco temporale di dieci anni, sulla base delle lessons learned, gli americani eseguirono un ammodernamento della flotta con l’introduzione delle varianti UH-1D (Bell Model 205) e UH-1H (Bell Model 205A-1) (13). Il conflitto fu il banco di prova per i soldati dell’Esercito americano e i Marines per sperimentare le nuove tattiche della guerra aviotrasportata. La missione aerea di assalto tipo era costituita da elicotteri «Huey» da trasporto che immettevano la
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fanteria in profondità nel territorio nemico e da elicotteri di attacco equipaggiati con razzi, mitragliatrici e lanciagranate con il ruolo di scorta. Ciò consentiva di immettere in pochi minuti interi battaglioni nel cuore del territorio nemico e diede luogo al nuovo concetto di «Airmobility». Le nuove battaglie in cui si venivano a trovare gli americani erano differenti da quelle che avevano combattuto in occasione della Seconda guerra mondiale. Gli elicotteri multiruolo e da trasporto portarono ad una nuova discontinuità nel modo di condurre i conflitti e, anche per effetto delle tattiche di combattimento dei Vietcong, nacque, allora, il concetto Counterinsurgency warfare: nel trasportare i
soldati con rapidità ed efficienza in campi di battaglia localizzati si imitava l’abilità del nemico di apparire all’improvviso, combattere e successivamente svanire da dove era arrivato. Gli elicotteri divennero cruciali nel combattere i nemici in un conflitto dove si registrava l’assenza della linea del fronte. Gli Stati Uniti crearono nuove Divisioni equipaggiando al contempo quelle esistenti con gli elicotteri. La 1a Divisione di Cavalleria dell’Aria (Aeromobile) (14) insieme alla 101 a Divisione Aviotrasportata vennero impiegate per Operazioni di eliassalto secondo i principi di Counterinsurgency warfare. Esse costituivano la prima linea nella nuova tipologia di guerra resa possibile dal progresso tecnologico e
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industriale degli Stati Uniti. Spesso gli elicotteri «Huey» vuoti venivano utilizzati per attirare i nemici (15) in imboscate ma ben presto la controparte si rese conto che essi erano vulnerabili anche al fuoco delle armi leggere per cui ne derivò un alto tasso di elicotteri abbattuti (circa 3 300 in tutta la guerra) con un conseguente numero di caduti, tra piloti ed equipaggi, superiore alle 2 000 unità. Lo «Huey» divenne così il simbolo delle forze statunitensi nella guerra del Vietnam. Ciò è testimoniato anche dal fatto che nel 1970 dei circa 4 000 elicotteri ivi operanti due terzi era appunto costituito dagli «Huey». Essi ebbero un profondo impatto non solo nelle nuove tattiche e strategie delle operazioni aviotrasportate, ma anche per il netto miglioramento del tasso di sopravvivenza dei feriti del campo di battaglia. Alle versioni MEDEVAC e slick (16) per evacuare i feriti e movimentare le truppe di terra da e per le zone di combattimento, nel frattempo, si erano aggiunti i cosiddetti gunship (17), elicotteri pesantemente armati per supportare in maniera rapida e ravvicinata le forze di terra. L’impiego degli elicotteri per il trasporto veloce della truppa e dei rifornimenti consentiva agli americani un rapporto di forze di 3 a 1 nei confronti del nemico durante gli scontri. Se si escludono le attività di pattuglia, il concetto di truppe d’assalto aviotrasporato implicava una breve permanenza dei soldati americani nella giungla vietnamita, limitata al solo combattimento. Infatti in generale gli americani si stanziavano in basi pesantemente fortifi-
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cate e lanciavano operazioni attraverso pattuglie localizzate o mediante flotte di elicotteri. Ciò garantiva però al nemico il consenso della popolazione (grazie anche alla permanenza nel territorio) con la quale riusciva a confondersi e dalla quale veniva avvertito per tempo dell’arrivo degli elicotteri mentre al contrario le truppe americane operavano separatamente ad essa e la percepivano distante e ostile. Gli elicotteri suscitavano energiche emozioni tra i soldati di entrambe le fazioni in guerra. Tramite gli «Huey» gli americani venivano scaraventati nel pericolo, riforniti di provviste in situazioni difficili, evacuati (indenni, feriti o morti) e riportati a casa. Al contempo la facilità con cui gli «Huey» potevano essere abbattuti implicava la necessità di trovare adeguate Landing Zones (18) e induceva, nelle basi fortificate, in molti americani il timore di salirvi sopra o, in battaglia, a rimanere vicino agli elicotteri di trasporto per timore di essere tagliati fuori dal nemico; questo atteggiamento ancorava le operazioni all’intorno delle citate Landing Zones, le quali per tale motivo diventavano aree decisive da difendere a tutti i costi anche per permettere l’afflusso a mezzo elicotteri dei rinforzi e rifornimenti. Per la guerriglia vietnamita invece gli elicotteri rappresentavano l’evidente superiorità tecnologica del nemico ma anche, ironia della sorte, un esempio di come il nemico poteva essere sconfitto con dei semplici kalashnikov. Inoltre i soldati americani in operazioni, una volta discesi dagli elicotteri, si venivano spesso a trovare attaccati e
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sorpresi dal nemico già posizionato e in attesa intorno alle radure più adatte per lo sbarco di truppe elitrasportate, e pertanto erano costretti a combattere principalmente in difesa delle aree di atterraggio, nonostante un apparente vantaggio iniziale fornito dalla mobilità e dalla potenza di fuoco disponibile. Chiari esempi di tali tattiche furono le battaglie di Ap Bac (regolari ARVN con supporto statunitense contro Vietcong, 1963) e delle Landing Zones «X-RAY» e «Albany» nella valle dello la Drang (primo scontro di rilievo tra statunitensi e forze regolari NVA, 1965). Gli «Huey», dunque, rivoluzionarono il modo di fare la guerra consentendo ai pianificatori strategici di utilizzare il loro potenziale come strumento di guerra, e divenendo essenziali nel combattimento e nel combat support aeromobile ponendo le basi per le Air Close Support Ops moderne. NOTE (1) Nel 1783 Launoy and Bienvenu ne costruirono una versione coassiale (ritenuta molto simile all’originale cinese) costituita da due rotori controrotanti ciascuno di 4 penne di tacchino motorizzate da una cordicella arrotolata su un bastone-albero e messa in tensione da una balestra. (2) «...a device for flying shall be made such that a man sitting in the middle of it and turning a crank shall cause artificial wings to beat the air after the manner of a bird’s flight». (3) Noto come Nadar. (4) I motori al fulmicotone costituivano di fatto una primordiale forma di motore a
combustione interna. (5) Attuale aerodromo di Montbéliard. (6) Addirittura superiore al costo degli aeroplani sportivi dell’epoca. (7) UH: Utility Helicopter. (8) L’UH-1 fu affettuosamente ribattezzato «Huey» che oltre a essere un nome di persona è anche il nome del primo dei nipoti di Paperino, il personaggio dei fumetti di Walt Disney, che nell’originale inglese si chiamano Huey, Dewey e Louie. (9) Una RMA è una rivoluzione che riguarda non solo e non tanto la tecnologia ma anche la dottrina e la struttura delle forze militari, e che può persino mutare il significato e il ruolo di queste ultime e determinare in tal modo un mutamento nella strategia di sorprendere il nemico. (10) Per esempio: «Apocalypse Now». (11) Equipaggiati con razzi da 2,75 pollici e mitragliatrici calibro 30. (12) Si trattava in sostanza di UH nelle versioni «A» e «B». La variante «A» (173 esemplari) era capace di trasportare 5 soldati equipaggiati, mentre la «B» (1 014 esemplari, motorizzati con il più potente turboalbero da 960 shp all’albero di trasmissione) in grado di ospitarne 7. (13) La variante «H» in sostanza era una «D» dotata di un più potente propulsore da 1 400 shp. (14) Derivata dalla 1a Divisione di Cavalleria dell’Aria. (15) Viet Cong ed Esercito Nord Vietnamita. (16) Gergo dell’elicottero da trasporto tattico. (17) Elicottero da combattimento/ attacco. (18) Zone di atterraggio.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-06-CA-63
Afghanistan: la TSU-S all’ospedale di Farah
consegna
attrezzature
mediche
Farah, 04 giugno 2013 – Nei giorni scorsi, presso l’ospedale di Farah gli alpini dell’8° reggimento della Transition Support Unit South (TSU-S) hanno consegnato numerose attrezzature mediche e diagnostiche. L’iniziativa benefica, volta a migliorare sia le capacità tecnico-strumentali che quelle igienico-sanitarie della struttura ospedaliera della provincia di Farah, è stata possibile grazie all’interessamento dalla professoressa Karmen La Rosa che, con il supporto dalla Regione Lombardia, del Corpo Militare della Croce Rossa di Milano nonché del Banco Informatico Tecnologico e Biomedico del capoluogo lombardo, ha reperito e inviato in Afghanistan il materiale, in ottimo stato di conservazione e funzionalità, donato dall’ospedale di Legnano. Alla cerimonia di consegna è intervenuto, in rappresentanza del Governatore di Farah, il Capo Dipartimento della Salute Pubblica provinciale, dottor Abdul Jabar, che ha ringraziato i militari italiani e tutti coloro che si sono impegnati per il miglioramento della struttura sanitaria provinciale che serve un bacino d’utenza di circa cinquecentomila persone. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Distribuzione diAffairs aiuti umanitari. Public Office
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Il personale dell’8° reggimento alpini assieme ai responsabili dell’ospedale di Farah.
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NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-06-CA-67
Afghanistan: donazione dei militari italiani e delle forze di sicurezza afghane nel distretto di Shindand Shindand, 13 giugno 2013 – I militari della Transition Support Unit Center (TSU-C) di stanza a Shindand, nel corso di un’operazione condotta nei giorni scorsi in stretta collaborazione con un plotone dell’ANA (Afghan National Army) e con le forze di polizia afghana, hanno distribuito oltre 100 pacchi viveri e un ingente quantitativo di abiti per bambini nel distretto di Shindand. Scopo dell'operazione, il cui nome ‘Gordian Knot’ (nodo gordiano) lascia trasparire l'importanza strategica nell’area, era quello di rafforzare e migliorare i rapporti con i distretti più vicini alla base aerea di Shindand. Nel corso della stessa infatti, il Colonnello Stefano Mega, Comandante della TSU-C, ha incontrato in una ‘Shura’ (importante incontro tra gli anziani e i capi villaggio) il Mullah Lal Mohammad, amministratore di un distretto con una popolazione di circa 45mila abitanti che si estende su quasi 10mila km2 nell’area di confine tra il distretto di Shindand e quello di Herat, e quindi importante crocevia per le comunicazioni lungo la famosa ‘Ring Road’, rimarcando l’importanza del continuo impegno del Regional Command West nello sviluppo dell’area. La necessaria cornice di sicurezza è stata garantita anche da un velivolo a pilotaggio remoto del Task Group ‘Astore’ della Joint Air Task Force che ha vegliato dall’alto sul dispiegamento delle forze per tutta la durata dell'attività, da personale proveniente dal 2° Genio di Trento a bordo dei moderni veicoli ‘Freccia’ e dalle forze di sicurezza afghane. La TSU-C è l’unità di manovra su base 7° Reggimento Alpini di Belluno che opera per supportare le autorità afghane nel loro compito di garantire sicurezza, sviluppo e governabilità a favore della popolazione locale in quelle aree ove la presenza di strutture governative legalmente riconosciute è ancora insufficiente.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-06-CA-68
Afghanistan: conclusa con successo Summer’ nel distretto di Farah
l’operazione
‘Hot
Farah, 14 giugno 2013 - Si è recentemente conclusa l’operazione denominata ‘Hot Summer’, condotta dagli uomini della Transition Support Unit – South (TSU-S) di Farah al fianco delle forze di sicurezza afghane e volta a garantire sicurezza,
percorribilità
e
libertà
di
movimento
dell’importante
asse
di
comunicazione numero 517 che collega Farah con l’Highway 1, l’autostrada afgana. La TSU-S ha schierato in campo oltre 150 uomini, tra alpini dell’8° Reggimento di Cividale del Friuli (UD) e guastatori del 2° Reggimento Genio di Trento. Durante i tre giorni di attività, lungo i circa 100 km dell’asse percorsi quotidianamente da un grande numero di veicoli civili, sono stati ritrovati quattro IED (ordigni esplosivi improvvisati) già posizionati da estremisti e pronti per essere utilizzati. Gli ordigni sono stati fatti brillare e la strada è stata resa nuovamente praticabile. Nel corso dell’operazione i militari hanno anche condotto alcuni incontri con gli ‘elder’ rappresentanti di diversi villaggi dell’area. -FINE-
ISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Un momento dell'operazione ‘Hot Summer’.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-06-CA-71
Afghanistan: il Provincial Reconstruction Team italiano avvia due progetti a sostegno della popolazione nella provincia di Herat Herat, 15 giugno 2013 – Il Provincial Reconstruction Team (PRT) – CIMIC Detachment italiano, l’unità che assiste le istituzioni della provincia di Herat (sede del Regional Command West) nella realizzazione dei piani di sviluppo locale, ha inaugurato nei giorni scorsi due nuovi progetti che contribuiranno al miglioramento delle condizioni sociali e della qualità della vita della popolazione della provincia. In particolare, nel distretto di Kush-e-Kuna, a nord est di Herat, il Colonnello Giuseppe Gionti, comandante del PRT, ha posato la prima pietra di un ambulatorio medico (Basic Health Center) che assicurerà l’assistenza sanitaria alle migliaia di abitanti del villaggio di Gala Chaghir. Con il secondo progetto invece, i militari italiani garantiranno ai bambini e alle bambine del villaggio di Gonah Aabad, nel distretto di Obeh, 90 km a est di Herat, la possibilità di poter accedere all’educazione scolastica attraverso la costruzione di un edificio destinato a ospitare 12 classi e diverse centinaia di studenti, organizzati su tre turni, innalzando sensibilmente il livello di scolarizzazione in un’area geograficamente isolata. I progetti, che saranno ultimati in pochi mesi, rientrano nell’Executive Plan 2013, il piano degli interventi deciso di concerto con le istituzioni locali e approvato dal Governo afghano, che prevede la realizzazione di progetti nei settori educazione, sicurezza, trasporti, salute, servizi essenziali e supporto alle infrastrutture governative. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Il Colonnello Gionti posa la prima pietra della scuola nel villaggio di Gonah Aabad.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-06-SD-72
Afghanistan: il Provincial Reconstruction Team italiano avvia la costruzione del futuro Dipartimento dell’Economia di Herat Herat, 17 giugno 2013 – Nell’ambito dei progetti dell’Executive Plan 2013, il piano di sviluppo locale che prevede la realizzazione di progetti nei settori dell’educazione, della salute, della sicurezza, dei servizi e della governance, i militari italiani del Provincial Reconstruction Team (PRT) – CIMIC Detachment hanno avviato nei giorni scorsi la costruzione dell’edificio che, entro pochi mesi, ospiterà il Dipartimento dell’Economia di Herat. Il progetto, volto ad agevolare e modernizzare gli organi di governo locale, fornirà ai funzionari governativi uffici funzionali, moderni e soprattutto sicuri e porterà benefici diretti alle attività legate al controllo dei traffici commerciali in entrata e uscita dal Paese, particolarmente intense soprattutto nella regione sotto la responsabilità del Regional Command West (RCW), il contingente multinazionale a guida italiana. Il potenziamento della governance e una sua efficace, regolare e diffusa presenza sul territorio inoltre, accrescendo la fiducia della popolazione nei confronti della pubblica amministrazione, contribuirà indirettamente al rafforzamento della stabilità e della sicurezza nell’area urbana. Il PRT - CIMIC Detachment, comandato dal Colonnello Giuseppe Maria Gionti, è l'unità
specialistica
del
Regional
Command
West
nella
quale
operano
congiuntamente una componente del Multinational CIMIC Group di Motta di Livenza e un’aliquota del 3° reggimento artiglieria da montagna di Tolmezzo, con il compito di fornire assistenza alle istituzioni della provincia di Herat per la realizzazione dei piani di sviluppo locale. Dal 2005 ad oggi, sono oltre 400 i progetti che il PRT - CIMIC Detachment ha realizzato in aderenza con i piani di sviluppo decisi e approvati in concorso con istituzioni locali. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
«First Stone Ceremony» del Dipartimento dell’Economia di Herat.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-06-M-075
Herat: meeting tra i Ministri della Difesa di Italia, Germania e Afghanistan sul post 2014 Herat, 20 giugno 2013 – Il Ministro della Difesa, Senatore Mario Mauro, ha incontrato oggi il Ministro della Difesa tedesco Thomas de Maiziére e quello afghano
Bismillah
Mohammadi
per
discutere
il
futuro
della
presenza
internazionale in Afghanistan dopo il 2014 - che si trasformerà in missione ‘no combat’ – con l’intento di assumere informazioni per il necessario vaglio del Parlamento italiano. L’importante incontro si è tenuto all’interno della base ‘Camp Arena’ di Herat, sede del Regional Command West (RC-W), il comando del contingente multinazionale a guida italiana su base brigata alpina ‘Julia’. Con l’occasione, il Ministro, accompagnato dal Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, e accolto al suo arrivo dal Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti, Capo di Stato Maggiore di ISAF, e dal Generale di Brigata Ignazio Gamba, Comandante di RC-W, ha rivolto un indirizzo di saluto agli uomini del contingente italiano schierati per la circostanza: “Senza questa missione, questo Paese avrebbe la dittatura e il mondo sarebbe precipitato nel caos successivo all`11 settembre. Ognuno di voi” – ha detto riferendosi ai militari presenti- è elemento indispensabile perchè il senso di questa missione si compia fino in fondo. Da quando esiste ISAF sono stati costruiti in Afghanistan 120 ospedali, il 70%della popolazione ha avuto accesso alla sanità mentre prima solo il 30 % accedeva a cure. Oggi vanno a scuola circa 7 milioni di persone il 35% delle quali è donna, mentre prima andavano a scuola 900mila uomini e nessuna donna. La missione ha avuto un prezzo altissimo, pagato con la vita da uomini come il maggiore La Rosa.
Giuseppe la Rosa era un uomo libero, che liberamente nella vita ha
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
scelto di essere garante della pace. Ma a chi dovrebbe guardare una Nazione se non a persone come Giuseppe la Rosa che ci aiutano a ritrovare il senso della pace che – ricordiamolo – è una dura conquista quotidiana che nessuno ci regala. La pace non è gratis e la garantiamo anche con operazioni lontane da casa. E voi lo sapete bene ed è per questo che oggi vi porto la gratitudine del nostro Paese.” Al termine del meeting i Ministri si sono recati presso la Jihad House del Governatore provinciale di Herat dr. Daud Saba dove, alla presenza del procuratore capo di Herat Maria Bashir, hanno avuto modo di intrattenersi con i rappresentanti degli organi di stampa presenti, ribadendo la comune volontà di
continuare
nell’opera
di
fattivo
sostegno
intrapresa
dalla
comunità
internazionale da oltre un decennio a favore del popolo afghano.
ISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Conferenza stampa - da sinistra, il MoD tedesco, il MoD afghano, il Governatore di Herat, il MoD italiano.
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Il Ministro della Difesa, Senatore Mario Mauro, al suo arrivo ad Herat.
Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-06-M-085
Afghanistan: il Generale Milley comandante dell’ISAF Joint Command visita RC-W Shindand, 27 giugno 2013 – Si è da poco conclusa la visita del comandante dell’ISAF Joint Command (IJC), Generale di Corpo d’Armata statunitense Mark A. Milley, presso il Regional Command West (RC-W), il comando del contingente multinazionale a guida italiana su base brigata alpina ‘Julia’. Accolto al suo arrivo presso l’aeroporto militare di Shindand dal comandante di RC-W, Generale di Brigata Ignazio Gamba, il Generale Milley si è recato presso la Forward Operating Base (FOB) ‘La Marmora’ per visitare i militari della Transition Support Unit – Center (TSU-C) – l’unità di manovra del contingente italiano attualmente su base 7° reggimento alpini di Belluno che, nell’ambito del processo di transizione, assiste e supporta le forze di sicurezza afghane – per essere ragguagliato sulla situazione delle operazioni in corso nell’area della provincia di Herat. Prima di far rientro a Kabul, il comandante di IJC ha infine visitato la Task Force ‘Apocalypse’, unità dell’aviazione dell’esercito statunitense in forza a RCW, per essere aggiornato sulla situazione operativa. Al termine della visita, il Generale Milley ha espresso parole di elogio per l’ottimo lavoro sin qui svolto nella regione ovest dell’Afghanistan ove, dal 18 giugno scorso, le Afghan National Security Forces hanno assunto la completa responsabilità nella condotta delle operazioni. -FINE-
ISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Un momento dell'update operativo presso la Task Force «Apocalypse».
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NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-06-CA-87
Afghanistan: i militari italiani della TSU-C supportano il personale dell’ANCOP nella distribuzione di aiuti nel distretto di Adraskan Shindand, 29 giugno 2013 – Nei giorni scorsi, i militari italiani della Transition Support Unit Center (TSU-C) di stanza a Shindand hanno supportato il personale dell’Afghan National Civil Order Police (ANCOP – polizia afghana) nel portare a termine un’operazione di distribuzione di aiuti di vario genere presso i villaggi di Sabz e Tat, entrambi nel distratto di Adraskan. Scopo dell'attività - organizzata a seguito delle richieste presentate dagli elders locali ai militari italiani in occasione dell’operazione ‘Gordian Knot’ dello scorso 13 giugno e che rientra nell’ambito di una più complessa operazione denominata ‘Qatra Qatra’ (in italiano ‘cuore a cuore’) - era quello di rafforzare e migliorare i rapporti con i villaggi che insistono nelle immediate vicinanze di Adraskan (da sempre uno dei distretti più vicini alle forze dell’insorgenza) che nell’ultimo periodo hanno iniziato a prendere le distanze dai movimenti di estremisti. Durante la distribuzione, di cui i militari italiani hanno tra le altre cose supervisionato la cornice di sicurezza, il personale dell’ANCOP ha provveduto a consegnare alla popolazione locale generi alimentari di varia tipologia nonché materiale di vestiario. La TSU-C è l’unità di manovra su base 7° Reggimento Alpini di Belluno che opera per supportare le autorità afghane nel loro compito di garantire sicurezza, sviluppo e governabilità a favore della popolazione locale in quelle aree ove la presenza di strutture governative legalmente riconosciute è ancora insufficiente. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
I militari dell’ANCOP durante la distribuzione di aiuti umanitari.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-07-SD-088
Afghanistan: continua l’opera del PRT a sostegno dello sviluppo e della ricostruzione della provincia di Herat Herat, 01 luglio 2013 – Nei giorni scorsi il Provincial Reconstruction Team – CIMIC Detachment italiano ha avviato i lavori di un importante progetto a sostegno della ricostruzione e dello sviluppo della provincia di Herat. In particolare, in aderenza a quanto previsto dall’Executive Plan 2013 – il piano di sviluppo locale che prevede la realizzazione di progetti nei settori dell’educazione, della salute, della sicurezza, dei servizi e della governance – i militari italiani hanno avviato la costruzione di una nuova scuola che, entro pochi mesi, contribuirà a migliorare l’offerta scolastica per i circa 22500 studenti del distretto di Karukh. Il
potenziamento
delle
strutture
scolastiche
–
fortemente
voluto
dal
governatore della provincia di Herat per poter dare una concreta possibilità di crescita alle nuove generazioni - aumentando indirettamente la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni locali, contribuirà implicitamente anche al rafforzamento della stabilità e della sicurezza del distretto. Durante la cerimonia che ha sancito l’inizio dei lavori ha preso la parola il mullah Moortaza che, dopo aver ringraziato il contingente italiano per gli enormi sforzi fatti negli anni per garantire lo sviluppo socio-economico provinciale, ha sottolineato come “la penna, simbolo dell’istruzione, sia citata anche nel Sacro Corano quale strumento indispensabile per arricchire la cultura degli uomini”. Nella stessa giornata, inoltre, nell’ambito delle iniziative di solidarietà a favore della popolazione locale, si è svolta presso la base di ‘Camp Arena’ una
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manifestazione denominata ‘Herat Exbition Artistic Day’ ove i rappresentanti del ‘PIR-e-Herat National Foundation’ – NGO locale che si occupa di sviluppare progetti di educazione per i bambini disabili – hanno messo in esposizione e vendita una serie di pitture ad olio di diversa grandezza, foto e miniature. Il ricavato della giornata sarà utilizzo per promuovere i progetti volti a migliorare le condizioni di vita delle persone disabili.
Il PRT - CIMIC Detachment, comandato dal Colonnello Giuseppe Maria Gionti, è l'unità specialistica del Regional Command West nella quale operano congiuntamente una componente del Multinational CIMIC Group di Motta di Livenza e un’aliquota del 3° reggimento artiglieria da montagna di Tolmezzo, con il compito di fornire assistenza alle istituzioni della provincia di Herat per la realizzazione dei piani di sviluppo locale. Dal 2005 ad oggi, sono oltre 400 i progetti che il PRT - CIMIC Detachment ha realizzato in aderenza con i piani di sviluppo decisi e approvati in concorso con istituzioni locali.
-FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Luogo dove verrà costruita la nuova scuola.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-07-ED-093
Afghanistan: importante simposio per lo sviluppo urbanistico della municipalità di Herat Herat, 04 luglio 2013 – Si è tenuto nei giorni scorsi, presso la sala conferenze del palazzo del governatore provinciale di Herat, un importante simposio denominato ‘Vision for the future’ ove è stato presentato un piano strategico per lo sviluppo urbanistico della città. Organizzato dalla municipalità di Herat, il ‘Vision for the future’ ha visto la partecipazione, in qualità di relatori, dei professori Mirella Loda e Gaetano Di Benedetto, entrambi provenienti dall’Università degli Studi di Firenze, che hanno illustrato uno ‘Strategic Masterplan’ che prevede lo sviluppo delle aree urbane cittadine fino al 2030. Alla
conferenza,
cui
ha
partecipato
anche
il
comandante
del
Provincial
Reconstruction Team, Colonnello Giuseppe Maria Gionti, erano presenti le più alte personalità locali tra cui il dimissionario governatore della provincia di Herat Daud Saba, il presidente del consiglio provinciale di Herat dottor Said Abduul Waheed Qattali, nonché la console statunitense Jillian E. Burns e la dottoressa Chiara Funghini, in rappresentanza dell’Ambasciatore Italiano in Afghanistan, Luciano Pezzotti, impossibilitato a presenziare all’evento. Il successo del simposio rappresenta un significativo passo avanti per lo sviluppo socio-economico dell’attuale delicata fase del processo di transizione del Paese e della provincia di Herat in particolare (ove il PRT italiano svolge un ruolo determinante dal 2005), reso possibile anche grazie alla crescente cornice di sicurezza che le Afghan National Security Forces (ANSF) sono ora in grado di garantire. Infatti, dal 18 giugno scorso le ANSF, con il supporto delle forze della coalizione ISAF, hanno assunto la piena responsabilità per garantire la sicurezza della regione ovest del Paese. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Il tavolo dei relatori - all’estrema sinistra il prof. Di Benedetto e la prof.ssa Loda.
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NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-07-CA-094
Afghanistan: completato il corso di cooperazione civilemilitare a favore dell’esercito afghano Herat, 05 luglio 2013 - Si è da poco concluso il ‘CIMIC course’ svolto dai militari italiani del Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat a favore dei colleghi inquadrati nel 207° Corpo d’Armata dell’esercito afghano. Il citato corso, rivolto a 49 tra Ufficiali e Sottufficiali dell’Afghan National Army (ANA) di stanza presso la base di ‘Camp Zafar’ (sede del 207°), di cui ben 23 di sesso femminile, mirava a far assimilare le metodologie di lavoro alla base di tutte le
attività
volte
al
miglioramento
delle
condizioni
socio-economiche
svolte
congiuntamente tra un ente militare e le varie organizzazioni governative e non, presenti in Afghanistan. I 49 allievi, inseriti per la prima volta in un’unica classe mista, hanno seguito una serie di lezioni che, dopo aver analizzato dottrinalmente il ruolo della componente CIMIC nelle operazioni militari, sono state focalizzate sulle metodologie di pianificazione congiunte con le strutture civili, nonché su tutti gli aspetti da tenere in debita considerazione durante lo svolgimento pratico delle attività sul terreno quali, tra gli altri, l’importanza dell’approccio multiculturale, della negoziazione e della comunicazione. Inoltre, i militari afghani hanno potuto apprendere nel dettaglio l’organizzazione delle strutture che giocano un ruolo primario nell’ambito delle attività di governance e di sviluppo, quali quelle governative del GIROA (Government Islamic Republic of Afghanistan) e dell’UNAMA (United Nations Assistance Mission Afghanistan). L’apprendimento dell’importanza delle attività CIMIC costituirà uno dei pilastri fondamentali alla base dell’autosufficienza delle forze di sicurezza afghane, non solo in termini di supporto allo sviluppo socio-economico ma anche, seppur indirettamente, in termini di sicurezza che, dal 18 giugno, è passata sotto la loro piena responsabilità. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Il Generale Gamba, Comandante di RC-W, durante il proprio discorso.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-07-CA-98
Afghanistan: la Transition Support Unit – Center inaugura un campo sportivo nel distretto di Shindand Shindand, 11 luglio 2013 – Nei giorni scorsi i militari italiani della Transition Support Unit Center (TSU-C) di stanza a Shindand hanno inaugurato un campo sportivo presso il villaggio di Mongolan-e-Now. L’attività si è svolta alla presenza dell’elder locale, Haji Nabi Khan, ed è stata condotta in stretta collaborazione con i colleghi afghani del 6° battaglione della 1ª brigata dell’Afghan National Army, il reparto dell’esercito afghano effettivo al 207° Corpo d’Armata cui compete la leadership nella condotta delle operazioni nell’area. Durante l’evento, il Comandante della TSU-C, Colonnello Stefano Mega, ha ricordato che “lo sport è un momento di aggregazione collettiva che aiuta la socializzazione e assicura un miglioramento delle condizioni fisiche dei più giovani. Le nuove generazioni hanno il diritto di giocare, socializzare e abbattere ogni barriera attraverso lo sport per costruire insieme un nuovo e pacifico Afghanistan”. Subito dopo il tradizionale ‘taglio del nastro’ i militari italiani e quelli afghani hanno distribuito più di 50 completi sportivi e 20 palloni da calcio ai ragazzi residenti nel villaggio. Al termine dell’attività, prima di far rientro presso la Forward Operating Base ‘La Marmora’ (sede della TSU-C), il Colonnello Mega ha evidenziato che “attività come quella odierna sono possibili grazie al miglioramento delle condizioni di sicurezza dell’area che le forze di sicurezza afghane hanno garantito e dovranno continuare a garantire nel prossimo futuro”. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
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NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-07-CA-104
Afghanistan: terzo mese di attività operative e addestrative del Military Advisor Team Herat, 18 luglio 2013 – Giunti ormai a metà del proprio mandato, è tempo di tracciare un bilancio delle attività svolte dai militari italiani del Military Advisor Team III (MAT III) che, dal 18 aprile scorso, forniscono assistenza e supporto ai colleghi del 207° Corpo d’Armata dell’esercito afghano nella pianificazione e nella condotta delle operazioni militari. Durante i primi tre mesi di impiego, il personale del MAT III non solo ha supportato i colleghi afghani nella condotta della campagna operativa denominata ‘OCAB 1392’ (in italiano ‘Aquila 1392’), ma ha altresì organizzato una serie di attività al fine di colmare alcune lacune addestrative riscontrate nelle unità afghane quotidianamente affiancate. In quest’ultimo contesto rientrano le conferenze sulle misure di coordinamento delle sorgenti di fuoco, volte a porre i partners afghani in condizione di integrare al meglio l’impiego dell’artiglieria nella pianificazione e nella condotta delle operazioni, evitando di causare perdite tra la popolazione civile. Non meno importante, inoltre, il seminario sulla leadership svoltosi il 29 giugno scorso, al quale hanno partecipato più di 50 Ufficiali afghani di alto rango, provenienti sia dal comando del 207° Corpo d’Armata che dai reparti dipendenti. Meritano infine una particolare menzione il corso di cooperazione civile-militare (CIMIC) e quello di contrasto della minaccia rappresentata dagli ordigni esplosivi improvvisati (C-IED). Il primo, organizzato in coordinamento con il Provincial Reconstruction Team di Herat, era rivolto a 49 tra Ufficiali e Sottufficiali di stanza presso la base di ‘Camp Zafar’ (sede del 207°), di cui ben 23 di sesso femminile, che hanno assimilato le metodologie di lavoro alla base di tutte le attività svolte congiuntamente tra enti militari e organizzazioni governative e non, tese al miglioramento delle condizioni socio-economiche dell’Afghanistan. Il secondo, recentemente conclusosi, è stato svolto a favore del personale delle unità del genio e ha portato 19 militari afghani al conseguimento della qualifica di ‘Istruttore Counter-IED’. Le citate attività formative, che si aggiungono ai numerosi progetti di sviluppo e assistenza realizzati in collaborazione con le autorità afghane e alle operazioni per incrementare il controllo del territorio da parte delle forze di sicurezza locali, contribuiscono sensibilmente al consolidamento del processo di transizione che, dal 18 giugno scorso, vede le Afghan National Security Forces (ANSF) responsabili della pianificazione e della condotta di tutte le operazioni volte a garantire la sicurezza della regione ovest.
Il Military Advisor Team (MAT) è l’unità del contingente italiano in Afghanistan, attualmente comandata dal Colonnello Maurizio Sulig, che ha il compito di "preparare, istruire e dirigere le unità dell’Afghan National Army, consigliandone e supportandone i comandanti" con l'obiettivo di contribuire allo sviluppo di un esercito afghano competente, professionista ed autosufficiente.
-FINEISAF RC-W
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano 2013-07-IE-105
Afghanistan: il Regional Command West assume a pieno titolo il ruolo di ‘Transition Authority’ Herat, 22 luglio 2013 – Si è svolta nei giorni scorsi presso la base di ‘Camp Zafar’ (sede del 207° Corpo d’Armata dell’esercito afghano) una breve cerimonia con cui l’unità denominata Regional Support Command West (RSCW) è transitata alle dirette dipendenze del Regional Command West (RC-W), il comando multinazionale sotto responsabilità italiana attualmente su base Brigata alpina ‘Julia’, comandato dal Generale di Brigata Ignazio Gamba. Il RSC-W è un’unità statunitense che ha il compito di addestrare ed equipaggiare le Afghan National Security Forces (ANSF – Forze di sicurezza afghane) dislocate nella regione ovest, contribuendo in maniera significativa a innalzare le capacità operative delle singole unità. Il passaggio di RSC-W alle dirette dipendenze del Comandante del Regional Command West, di fatto, fornisce quindi allo stesso la piena responsabilità per tutte le attività di addestramento, supporto e sostegno volte a garantire una sempre maggiore qualità delle ANSF dislocate nella regione occidentale. Questa riconfigurazione – nell’attuale fase del delicato processo di transizione che vede da un lato le Forze di sicurezza afghane detenere la leadership per la pianificazione e condotta delle operazioni e, dall’altro, le Forze della coalizione internazionale fornire loro il proprio supporto in tutti quei settori in cui non sono
ancora
del
tutto
autonome
–
rappresenta
anche
l’indispensabile
snellimento delle procedure che porteranno gradualmente le ANSF alla completa autonomia prevista entro il temine della missione ISAF. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Consegna della bandiera del RSC-W al Generale Gamba.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-07-SD-108
Afghanistan: la TSU-S distribuisce aiuti all’orfanotrofio di Farah Farah, 24 luglio 2013 – I militari italiani della Transition Support Unit – South (TSU-S) di Farah hanno consegnato oggi ai bambini del locale orfanotrofio generi di prima necessità e materiale scolastico. Le intense attività operative condotte dalla TSU-S in supporto alle forze di sicurezza afghane nel settore più ‘caldo’ della regione ovest non hanno infatti impedito ai militari di far visita ai bambini dell’istituto con cadenza quasi mensile. L’iniziativa benefica appena portata a termine, difatti, resa possibile grazie alle donazioni di vari istituti e organizzazioni di volontariato italiani, è solo l’ultima delle tante attività analoghe tenutesi nei mesi precedenti allo scopo di migliorare le condizioni dell’orfanotrofio e regalare un sorriso ai suoi piccoli ospiti, in perfetta continuità con quanto già fatto dai precedenti contingenti che si sono succeduti nell’estrema provincia meridionale del settore di competenza italiano. Dall’inizio del proprio mandato, inoltre, la TSU-S ha realizzato alcuni lavori di ristrutturazione dei locali dell’orfanotrofio, al fine di migliorarne la vivibilità e garantire le migliori condizioni possibili di igiene. Quest’ultima consegna, infine, assume un significato particolare, in quanto segna una sorta di ‘passaggio di consegne’ tra il personale dell’8° reggimento alpini e quello del 6° reggimento bersaglieri di Trapani che, nelle prossime settimane, assumerà la responsabilità della TSU-S.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
Al termine dell’attività odierna – salutando, forse per l’ultima volta, i piccoli amici di Farah – agli uomini e donne della TSU-S rimane la convinzione di aver dato il giusto contributo a questa ‘missione nella missione’ e di aver provveduto in qualche modo a mitigare la sofferenza della parte più indifesa della popolazione afghana, in un momento cruciale della propria storia, nel difficile tentativo di garantire alle giovani generazioni un futuro migliore.
La TSU-S, attualmente su base 8° reggimento alpini di Cividale del Friuli e comandata dal Colonnello Michele Merola, è l’unità di manovra del contingente militare italiano di stanza nell’ovest dell’Afghanistan che, nell’attuale fase del delicato processo di transizione, si occupa di fornire supporto e assistenza alle ANSF per garantire la sicurezza della provincia di Farah. -FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Il personale dell'8° reggimento alpini assieme ai responsabili dell'orfanotrofio e ad alcuni bambini.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: AFGHANISTAN
NEWS RELEASE ISAF Regional Command West – Afghanistan Contingente Militare Italiano
2013-07-CA-110
Afghanistan: continuano le attività congiunte tra la TSU-C e le ANSF a favore della popolazione locale Shindand, 26 luglio 2013 – Si è da poco conclusa un’intensa settimana di attività che ha visto i militari italiani della Transition Support Unit – Center (TSU-C) portare a compimento tre operazioni congiunte con le Afghan National Security Forces (ANSF) rivolte a favore della popolazione civile residente nei distretti facenti parte dell’area di responsabilità assegnata. In particolare, a seguito degli ottimi rapporti creati con gli elders del villaggio di Mogholan-e-Konah e grazie alle donazioni della scuola media ‘Ippolito Nievo’ di Cavarzano e Castion (BL), i militari della TSU-C hanno consegnato assieme agli agenti della Afghan Traffic Police 70 food kit (pacchi contenenti generi alimentari quali sale, farina, lievito, riso e spezie varie) nonché giocattoli e vestiti destinati ai più piccoli. Successivamente, presso il distretto di Adraskan (in passato uno dei distretti più vicini alle forze dell’insorgenza e che nell’ultimo periodo ha preso le distanze dai movimenti di estremisti), con la posa della ‘prima pietra’, è stato dato formalmente inizio ai lavori per la costruzione di una scuola femminile che, una volta terminata, potrà ospitare più di 100 alunne. Anche in questo caso i militari italiani hanno operato congiuntamente con un’unità delle ANSF, nel caso specifico gli agenti della Afghan National Police. Inoltre, sempre grazie alla donazione della scuola ‘Ippolito Nievo’, i militari della Center e gli agenti della Afghan National Civil Order Police hanno consegnato agli alunni della scuola del villaggio di Qal'eh-ye Mir Alam numerosi kit di materiale scolastico.
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Queste attività, così come le analoghe iniziative portate a termine nei mesi precedenti e le numerose operazioni congiunte svolte quotidianamente, oltre a migliorare le condizioni della popolazione locale, rappresentano la costante e crescente volontà delle forze di sicurezza afghane di assumere un ruolo determinante per il futuro dell’Afghanistan e delle sue giovani generazioni. Infine, nel contesto del programma di cessioni delle basi militari avanzate alle forze afghane, il Comandante della TSU-C, Colonnello Stefano Mega, si è recato presso l’installazione del posto di frontiera di Islam Qala, al confine con l’Iran, per verificare il livello di preparazione raggiunto dall’Afghan Border Police che, nelle prossime settimane, assumerà la piena responsabilità della stessa.
La TSU-C è l’unità di manovra su base 7° Reggimento Alpini di Belluno, comandata dal Colonnello Stefano Mega, che opera per supportare le autorità afghane nel loro compito di garantire sicurezza, sviluppo e governabilità a favore della popolazione locale in quelle aree ove la presenza di strutture governative legalmente riconosciute è ancora insufficiente.
-FINEISAF RC-W OF-5 Enrico Attilio MATTINA Public Affairs Office
Un alpino della TSU-C presso il villaggio di Mogholan-e-Konah.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: LIBANO JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~
COMUNICATO STAMPA 09 / 13 TYRO: I CASCHI BLU ITALIANI PER IL SOCIALE Shama (Libano) 15 giugno 2013. Anche i caschi blu italiani hanno preso parte all’organizzazione delle “Special Olympics Lebanon” svoltesi a Tyro lo scorso 15 giugno. Il Sector West di UNIFIL ( United Nation Interim Force in Lebanon) e il Contingente italiano hanno organizzato, per i giovani atleti diversamente abili, un rinfresco al termine delle gare. La “Special Olympics” è un’organizzazione umanitaria internazionale che si occupa di sport a favore dei diversamente abili. Alla manifestazione di Tyro hanno preso parte circa cento atleti, uomini e donne, che si sono cimentati nelle varie discipline atletiche. Ad occuparsi dell’organizzazione del rinfresco è stata la componente Civile e Militare del battaglione di manovra italiano (Italbatt), a guida Reggimento Lagunari “Serenisima”, agli ordini del Colonnello Giovambattista D’Alessio. La collaborazione all’evento, chiesta dal comitato organizzatore, ha trovato la pronta risposta dei caschi blu italiani che proprio nella città di Tyro svolgono numerose attività finalizzate al supporto della popolazione locale. Tali eventi, entrano a pieno titolo fra quelli previsti dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assieme al monitoraggio della cessazione delle ostilità e all’assistenza alle Forze armate libanesi. Il contingente italiano in Libano è attualmente a guida Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” che in Italia ha la propria sede a Gorizia e dalla quale dipende il Reggimento Lagunari. Al contingente italiano spetta, inoltre, il comando del Sector West di Unifil cui fanno parte i contingenti: del Brunei, Finlandia, Ghana, Irlanda, Malesia, Korea, Slovenia e Tanzania. La missione UNIFIL, nata nel 1978 è attualmente comandata dal Generale Paolo Serra e vede la partecipazione di 36 Paesi. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Premiazione di un’altleta da parte dei caschi blu italiani.
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JOINT TASK FORCE – LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~
COMUNICATO STAMPA 10 / 13 LIBANO: IL CONTINGENTE ITALIANO PER LO SPORT. Inaugurato un campo da calcetto a Ramyah Shama (Libano) 15 giugno 2013. “Lo sport è un fattore essenziale per la formazione dei giovani in un mondo di pace e solidarietà”. Con queste parole, il Generale Vasco Angelotti, Comandante del Settore Ovest di UNIFIL( United Nation Interim Force in Lebanon) e del Contingente italiano ha inaugurato un campo da calcetto a Ramyah, piccola municipalità del Sud Libano a pochi passi dalla Blu Line. Alla cerimonia era presente il Sindaco, Mr. Ali Saleh accompagnato da numerosi consiglieri comunali e una nutrita rappresentanza di giovani che fruiranno della struttura. Il campo da calcetto si inserisce in un piano, seguito dalla Cooperazione Civile e Militare del Contingente italiano, per supportare la popolazione locale nelle attività ricreativosportive. “Siamo grati al Sector West di Unifil e al contingente italiano per la loro attenzione nei confronti della popolazione di questa municipalità”. Queste le parole del primo cittadino di Ramyah che ha sottolineato l’importanza di queste strutture ricreative per l’intera comunità. La Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite prevede, infatti, oltre al monitoraggio della cessazione delle ostilità e all’assistenza alle Forze Armate libanesi, il supporto alla popolazione locale. Attività, quest’ultima, che viene svolta anche con la realizzazione di piccoli progetti per le varie municipalità dell’area di operazione. L’attuale missione italiana nella “terra dei cedri” è a guida Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” che per la quarta volta opera nel Sud del Libano dopo aver avviato l’Operazione “Leonte” nel 2006 ed aver partecipato alla “Leonte 5” 2008-2009, “Leonte 9” 2010-2011 e l’attuale “Leonte 14” dallo scorso 17 maggio. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Inaugurazione del campo di calcetto di Ramyah.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: LIBANO
JOINT TASK FORCE – LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~
COMUNICATO STAMPA 11 / 13 IL CONTINGENTE ITALIANO PER LA POPOLAZIONE LIBANESE Inaugurata ad Hanin la sala multifunzionale della municipalità Shama (Libano) 22 giugno 2013. Un ulteriore passo avanti a favore del Libano del Sud quello avvenuto ad Hanin, municipalità del settore ovest di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Alla presenza del sindaco Fahed Sweidan e del Moktar, Hassan Kashakesh, del consiglio comunale, il Generale Vasco Angelotti, comandante del Sector West di Unifil e del Contingente italiano ha inaugurato la sala multifunzionale del palazzo comunale, ristrutturata grazie all’interessamento della Cooperazione Civile e Militare dei caschi blu italiani. L’opera si inserisce in un piano generale di adeguamento delle infrastrutture pubbliche esistenti nell’area di responsabilità e dalle parole del Sindaco, avrà la funzione di punto di aggregazione per i cittadini, in particolare per i giovani della comunità. Tale intervento è stato finalizzato a supportare la popolazione, come previsto dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, permettendo di fruire di una struttura che potrà accogliere non solo uffici amministrativi dando la possibilità di svolgere le attività in un contesto adeguato ed accogliente. L’adeguamento della sala è stato realizzato in 90 giorni impiegando maestranze locali. I lavori sono stati seguiti dagli specialisti CIMIC del Contingente Italiano. L’attuale missione italiana nella “terra dei cedri” è a guida Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” il cui Comando in Italia è a Gorizia. Le Unità schierate oltre al Comando della “Pozzuolo” sono: il Reggimento Lagunari “Serenissima” di Mestre, il 10° Reggimento Trasporti di Bari e assetti del 3° Reggimento Genio Guastatori di Udine, del Reparto Comando e Supporti Tattici di Gorizia, del 7° Reggimento Trasmissioni di Sacile, del 7° Reggimento NBC di Civitavecchia e dell’Arma dei Carabinieri. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Inaugurazione della sala multifunzionale della municipalità ad Hanin.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~
COMUNICATO STAMPA 12 / 13
IL VICE MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI IN VISITA AL CONTINGENTE ITALIANO IN LIBANO Shama (Libano) 25 giugno 2013. Il Vice Ministro degli Affari Esteri, On. Prof. Lapo Pistelli ha fatto visita quest’oggi al Contingente Italiano in Libano. Ad accogliere il Vice Ministro, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia in Libano S.E. Giuseppe Morabito, è stato il Generale Vasco Angelotti, Comandante dei caschi blu italiani e del Sector West di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). L’On. Pistelli ha avuto modo di ricevere un aggiornamento sulla situazione operativa nel Sector West di UNIFIL, area di competenza italiana con particolare riferimento alle attività CIMIC (Cooperazione civile militare), e di approfondire le attività connesse alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel colloquio con il Gen. Angelotti ha espresso soddisfazione per l’operato dei militari italiani e sottolineato l’importante ruolo dell’Italia nel processo di pace nel Sud del Libano. L’attuale missione in Libano (“Leonte 14”) è a guida Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli”.
Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Il Vice Ministro degli Affari Esteri, On. Prof. Lapo Pistelli, in visita al Contingente Italiano in Libano.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: LIBANO United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~ COMUNICATO STAMPA 13/13
IL MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA DI SLOVENIA IN VISITA AL SECTOR WEST DI UNIFIL Shama (Libano) 26 giugno 2013. Il Ministro della Difesa della Repubblica di Slovenia, Mr. Roman Jakic ha fatto visita quest’oggi al Contingente Sloveno in Libano inquadrato nel Sector West di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), a guida italiana. Ad accogliere il Ministro è stato il Gen. Vasco Angelotti, Comandante del Settore e del Contingente Italiano, e il Tenente Colonnello Franjo Lipovec, Comandante del Contingente Sloveno in Libano. Dopo un incontro con il Gen. Angelotti, il Ministro ha avuto modo di ricevere un aggiornamento operativo da parte dei caschi blu sloveni ed ha incontrato il personale attualmente impegnato nella “terra dei cedri” per consentire l’applicazione e il rispetto della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Settore Ovest di UNIFIL, oltre all’Italia e alla Slovenia è composto dai contingenti di: Brunei, Finlandia, Ghana, Irlanda, Malesia, Repubblica di Korea e Tanzania per un totale di circa 3300 caschi blu.
Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Il Ministro della Difesa della Repubblica di Slovenia, Mr. Roman Jakic, in visita al Contingente Sloveno in Libano.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~ COMUNICATO STAMPA 14/13
CONCLUSA LA FORMAZIONE DELLE NUOVE IMPRENDITRICI LIBANESI Shama (Libano) 02 luglio 2013. Con una cerimonia ufficiale alla base “Millevoi” di Shama, sede del contingente italiano e del Comando del Sector West di UNIFIL si è concluso il progetto: “Professional Development for Women Cooperatives in Sector West” (Sviluppo Professionale delle Cooperative Femminili nel Settore Ovest), organizzato dal Civil Affaire di UNIFIL (United Nation Interim Force In Lebanon) in collaborazione con la Cellula G9 addetta alla Cooperazione Civile e Militare del Settore Ovest a guida italiana. Alla giornata ha presenziato il Capo del Civil Affaire di UNIFIL dott. Adam Albagir e il Comandante del Sector West Generale Vasco Angelotti. “…è un grande onore per noi ospitare questa importante iniziativa – ha detto il Generale Angelotti all’apertura della cerimonia – questo progetto consente un ulteriore impulso alle attività commerciali di questa regione del Libano e un impulso all’economia significa futuro per il benessere e la stabilità di quest’area”. Le cooperative femminili coinvolte nel progetto sono state selezionate in tutto il Settore Ovest: nella municipalità di Qana la Cooperativa “Handicrafts”, nella municipalità di Deir Qanun Ras Al Ayn la “Cooperative Association”, nella municipalità di Harris la cooperativa “Al Imad” e nella municipalità di Bint Jbeil la cooperativa “Agricultural Cooperative Association”. Per ogni realtà imprenditoriale le rappresentanti hanno illustrato le peculiarità produttive e sottolineato gli sforzi condotti per immettere sul mercato del materiale di qualità, prodotto in modo artigianale e con materie prime provenienti dal Sud del Libano. Presenti alla manifestazione anche i rappresentanti del Ministero dell’Agricoltura Libanese e della Camera di Commercio del Sud del Libano, di sindaci, banche e NGO operanti nell’area di responsabilità di UNIFIL. L’importanza di tale progetto va ricercata nella capacità, da parte delle imprenditrici femminili, di contribuire allo sviluppo del Libano meridionale, recependo pienamente quanto stabilito dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede la cooperazione di UNIFIL con la popolazione locale. Il Civil Affaire, infatti, ha formato le componenti di ogni cooperativa attraverso dei corsi di management mirati allo sviluppo della micro economia e nei quali sono statti trattati argomenti quali: tecnica di vendita, marketing e promozione. Il progetto ha la capacità di diffondere l’intraprendenza imprenditoriale per l’avvio di nuove attività commerciali. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: LIBANO United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~ COMUNICATO STAMPA 16/13
IL FORCE COMANDER DI UNIFIL IN VISTA AL SECTOR WEST Shama (Libano) 05 luglio 2013. Il Force Commander di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), Generale di Divisione Paolo Serra è giunto in visita quest’oggi al Sector West. Ad accogliere il Gen. Serra è stato il Comandante del Settore, Generale di Brigata Vasco Angelotti. Il Force Commander ha ricevuto un aggiornamento operativo ed incontrato lo Staff multinazionale del Comando di Settore attualmente impegnato nel Libano del Sud per consentire l’applicazione e il rispetto della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel corso della visita, il Generale Serra ha sottolineato l’importanza della stretta cooperazione fra i peacekeepers e le Lebanese Armed Forces (LAF). Il Settore Ovest di UNIFIL, oltre all’Italia, è composto dai contingenti di: Brunei, Finlandia, Ghana, Irlanda, Malesia, Repubblica di Korea, Slovenia e Tanzania per un totale di circa 3300 caschi blu. Il Comando di settore è affidato all’Italia ed in questo momento alla Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli”, al suo quarto mandato in Libano.
Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Il Force Commander di UNIFIL in visita al Sector West.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013 United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~ COMUNICATO STAMPA 17/13
LIBANO: INAUGURATA UNA STRADA REALIZZATA GRAZIE AI CASCHI BLU ITALIANI
Shama (Libano) 05 luglio 2013. “Le nostre parole non potranno mai rappresentare il sentimento di profonda gratitudine nei confronti di Unifil e del Contingente italiano”. Queste le parole che il Sindaco del comune di Al Bazuriyah, Mr Ali Srour, ha pronunciato nel corso della cerimonia di inaugurazione di un tratto di strada (1 km) realizzato grazie all’interessamento della cooperazione civile e militare (CIMIC) dei caschi blu italiani. All’inaugurazione ha presenziato il Comandante del SECTOR WEST di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e del Contingente italiano, Generale di Brigata Vasco Angelotti, accompagnato dal Comandante del Battaglione di Manovra Italiano (Italbatt) su base Reggimento Lagunari “Serenissima”, Colonnello Giovambattista D’Alessio. Presente alla cerimonia anche il Presidente delle municipalità di Tiro Mr. Abdel Al Husseini , i rappresentanti del Consiglio Comunale e numerosi cittadini. Il progetto permetterà il collegamento fra i comuni di Al Bazuriyah e Ayn B’al snellendo il traffico in un’area in progressiva espansione. Il tratto di strada, i cui lavori sono stati realizzati da maestranze locali, permetterà alla popolazione anche l’accesso ad una fonte di acqua e aumenterà la libertà di movimento di UNIFIL migliorando, di conseguenza, il controllo del territorio. La Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU prevede, fra i suoi punti cardine, il supporto alla popolazione locale, supporto che, in parte, viene garantito anche con la realizzazione di piccoli progetti, come questo, tesi al miglioramento delle condizioni di vita. L’attuale missione dei caschi blu italiani nel Libano meridionale è affidata alla Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli”, al suo quarto mandato nella “terra dei cedri”. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Inaugurazione della strada.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: LIBANO United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~ COMUNICATO STAMPA 18/13
CONCLUSO IL CORSO A FAVORE DELLE FORZE DI POLIZIA DEL DISTRETTO DI TIRO Nelle prossime settimane l’avvio di altre attività formative a favore dell’Esercito libanese e delle Internal Security Force.
Shama (Libano) 11 luglio 2013. Concluso l’Urban Terrain Course, per la conduzione di operazioni in aree urbanizzate, organizzato e condotto dai caschi blu italiani a favore delle Internal Security Force (I.S.F.) Forze di Polizia del distretto di Tiro. L’attività è stata condotta dai militari del Battaglione di Manovra italiano (ITALBATT) a guida Reggimento Lagunari “Serenissima” ed ha interessato venti agenti per due settimane. Il corso si è sviluppato in lezioni teoriche di pianificazione e pratiche, queste ultime sulle procedure per il movimento all’interno di un abitato e controllo di un edificio. L’attività si è conclusa con un’esercitazione a Tiro cui ha presenziato il Comandante di ITALBATT, Colonnello Giovambattista D’Alessio. “La professionalità dei partecipanti- spiega il Capitano Andrea Catini, uno degli istruttori- è molto elevata e il loro impegno è stato massimo fin dal primo giorno”. Per le prossime settimane saranno condotti altri corsi a favore delle Lebanese Armed Force (L.A.F.) e Forze di Polizia di: controllo della folla, discesa a corda doppia, Basic Life Support (BLS) e Tactical Combat Casualty Care (T.C.C.C.). Tali corsi entrano a pieno titolo nelle attività previste dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede espressamente il supporto al Governo libanese e alle L.A.F. per consolidare la propria presenza nell’area di operazioni. L’attuale missione: “Leonte 14” è affidata alla Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” al suo quarto mandato nel Libano del Sud. Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
United Nations
JOINT TASK FORCE - LEBANON UNIFIL - SECTOR WEST HQ OPERAZIONE “LEONTE” 14 ~ Cellula Pubblica Informazione ~
COMUNICATO STAMPA 20/13 IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO IN VISITA AL CONTINGENTE ITALIANO Shama (Libano) 17 luglio 2013. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, ha fatto visita al Contingente italiano in Libano. Ad accoglierlo alla Base “Millevoi” di Shama, sede del Quartier Generale dei caschi blu italiani, il Generale di Brigata Vasco Angelotti, Comandante del Contingente nazionale e del Sector West di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Il Generale Graziano ha assistito ad un briefing operativo durante il quale ha ricevuto gli aggiornamenti sulle attività del Contingente italiano e sull’attuale situazione nell’area di responsabilità. Successivamente ha incontrato il personale attualmente impegnato nella missione “Leonte 14” a guida della Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli”. Il Generale Graziano era accompagnato dal Force Commander di UNIFIL, Generale di Divisione Paolo Serra, incarico che lo stesso Graziano ha ricoperto dal 2007 al 2009. Nel corso del suo discorso ha sottolineato l’importanza della missione e l’impegno dell’Esercito Italiano in UNIFIL al fine di contribuire a quanto stabilito dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Capitano Biagio LIOTTI Capo Cellula Pubblica Informazione del Sector West di UNIFIL e Portavoce del Contingente Italiano.
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Claudio Graziano, visita il Contingente italiano in Libano.
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ATTUALITÀ - ULTIME NOTIZIE DAI TEATRI OPERATIVI: KOSOVO
CONTINGENTE ITALIANO KFOR Public Affairs Office COMUNICATO STAMPA - 22 Giugno 2013 Kosovo: Visita del NATO Joint Force Command di Napoli al Contingente italiano
Pec/Peja, sabato (22 giugno 2013). Il Generale di Divisione Leonardo di Marco, Chief of Staff del NATO Joint Force Command di Napoli ha fatto visita ai militari del contingente in Kosovo. Il Generale di Marco, accompagnato dal Generale di Brigata Salvatore Carta, Italian Senior Representative, ha prima visitato il Multinational Specialized Unit a Pristina, composto dai militari dell’Arma dei Carabinieri, e successivamente il Multinational Battle Group-West nella base di Villaggio Italia a Pec, ove accolto dal Comandante, Colonnello Pierpaolo Giacomini Tiveron, ha ricevuto un briefing sulla situazione operativa corrente e sui compiti specifici dei militari italiani impiegati nell’ambito della missione KFOR. Al termine della visita, il Generale di Marco ha salutato e ringraziato i militari italiani del Multinational Battle Group West, su base 5° Reggimento Artiglieria terrestre lanciarazzi “Superga”, apponendo il proprio ringraziamento sull’albo d’onore del Reggimento.
Il Chief of Staff del NATO Joint Force Command di Napoli visita i militari del contingente in Kosovo.
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Rassegna dell’Esercito on line n. 4/2013
CONTINGENTE ITALIANO KFOR Public Affairs Office COMUNICATO STAMPA - 26 Luglio 2013 Il contingente italiano in Kosovo ripristina una piscina a Gorazdevac: un contributo per la distensione dei rapporti tra le diverse etnie
Questo pomeriggio, presso la scuola elementare “Janko Jovicevic” del villaggio di Gorazdevac il Colonnello Pierpaolo Giacomini Tiveron, Comandante del Multinational Battle Group West (MNBG-W), e il Signor Slobodan Petrovic, rappresentante della circoscrizione di Gorazdevac, hanno inaugurato la piscina comunale a conclusione dei lavori di ripristino progettati dal CIMIC Team Italiano del MNBG-West. L’attività ha portato al ripristino di questa importante struttura nel villaggio, unica nel suo genere, e, come ha ricordato il Colonnello Giacomini Tiveron, simili progetti aiutano l’aggregazione e la condivisione di spazi ed esperienze che possono favorire la convivenza in armonia tra cittadini di diversa etnia. Il villaggio, enclave serba, metterà la piscina a disposizione di tutti i cittadini, a prescindere dall’etnia. Altri progetti del CIMIC Italiano del MNBG-West realizzati a favore delle comunità locali del Kosovo occidentale, come la donazione di materiali agricoli per la comunità del villaggio di Serbobranc nella municipalità di Istok, hanno avuto la stessa finalità e cioè contribuire al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione kosovara.
Un momento dell’inaugurazione della piscina.
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RECENSIONI
Nicola della Volpe: «I militari per la guerra partigiana - 1943-1945», Edizioni Nuova Cultura, 2011, pp. 436, euro 28,00. Il 18 gennaio 2012 presso la Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza Università di Roma è stato presentato il volume «I militari per la guerra partigiana 1943-1945», del Generale Nicola della Volpe, già Vice Capo Ufficio Storico e Capo dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito fino al
2001. Il volume rappresenta un contributo ed una testimonianza documentata del determinante e prezioso apporto che comandi militari, capi e gregari «con le stellette» vollero e seppero dare alla Guerra
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di liberazione. Attraverso le documentazioni custodite dall’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito viene infatti descritto quanto l’Istituzione militare fece per l’organizzazione, la conduzione, lo sviluppo e la partecipazione diretta alla guerra clandestina, ovvero alla resistenza contro i nazifascisti dal 1943 al 1945 a partire dalle prime reazioni armate immediatamente dopo l’annuncio dell’armistizio. E quanto la presenza dei militari sia stata richiesta, all’epoca, dalle stesse bande partigiane, per la conoscenza tecnica della guerra che i militari avevano e che altri non possedevano. Una esauriente ricerca in materia è oggi resa possibile grazie anche all’acquisizione da parte dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, della ricca documentazione del Servizio Informazioni Militare (SIM) versata dall’allora Servizio Informazioni e Sicurezza Militare (SISMi), a cavallo del 2000. Il SIM ed il Comando Supremo, infatti, furono organi propulsori della lotta clandestina e sono le loro carte ad attestare come i militari (si pensi al Colonnello Montezemolo, ai fratelli Di Dio, al Maggiore Martini-Mauri e molti altri) siano stati artefici della lotta e fra mille difficoltà abbiano fornito un contributo rilevante, insostituibile e di estrema efficacia alla liberazione dell’Italia. La speranza è che tale contributo diventi conoscenza estesa con onestà intellettuale anche a livello didattico, in modo che le giovani generazioni abbiano giusta memoria degli avvenimenti e possano identificare le
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loro Forze Armate non solo in quelle di Caporetto e dell’8 settembre, ma anche in quelle della liberazione della Patria, affinché apprendano una storia dimenticata di un’epoca così difficile vissuta dai loro antenati. Sono intervenuti all’evento il Professore Antonello Folco Biagini, Prorettore della Sapienza Università di Roma, Massimo Coltrinari, Generale di Divisione (aus), titolare di Storia militare presso l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI), il Professore Giuseppe Conti, titolare di Storia militare presso la Facoltà di Scienze politiche presso la Sapienza Università di Roma, il Generale di Divisione Enrico Pino, Comandante del Comando Militare Esercito «Veneto», già Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito dal 1998 al 2001. Particolarmente significativa, infine, è stata la testimonianza della Professoressa Paola Del Din, Medaglia d’Oro al Valor Militare, sorella di Renato, Sottotenente degli alpini, anche lui Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, caduto in combattimento contro i nazifascisti. Paola Del Din, entrata nella Resistenza con il nome di battaglia «Renata» tra le fila della Brigata «Osoppo», partecipò a numerose missioni oltre le linee nemiche come staffetta ed informatrice. Fu l’unica donna in Italia a lanciarsi con il paracadute (Friuli, 9 aprile 1945) per prendere contatto con una missione alleata e con dei membri della «Osoppo».
Salvatore Orlando
Antonio Rossi: «L’armata “risibile” – Il racconto della “bassa” forza. Dalla piana di Gela all’ultima insaguinata primavera», Roberto Chiaramonte Editore, 2012, pp. 240, euro 20,00. Il Generale Antonio Rossi, oltre a ricoprire diversi incarichi di prestigio, è stato docente presso la Scuola di Applicazione di Torino e, soprattutto, è un appassionato di storia, la nostra Storia contemporanea, anche se l’ha vissuta «non da protagonista»: ma ha il piglio poeti-
co di chi si pone in maniera critica su avvenimenti ancora controversi. Il suo apporto di pensiero è una testimonianza che ripercorre fatti e circostanze in cui il nostro Esercito combattè onorevolmente e valorosamente una lotta impari per forze
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RECENSIONI
e mezzi messi in campo dagli avversari. Il libro non ha lo scopo di analizzare le ragioni delle decisioni prese dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, ma solo di offrire una descrizione degli aspri combattimenti sostenuti dalla Divisione di Fanteria «Livorno» in Sicilia nel luglio-agosto del 1943. Questi ci svelano una Sicilia che ha consegnato alla Storia il suo tributo di sangue e di lotta civile. L’autore ha ritenuto, infatti, necessario parlare delle forze messe in campo a presidio dell’isola, che furono oltre alla «Livorno» i soldati delle Divisioni tedesche della Hermann Goering e degli invasori, la 7° e 8° Armata anglo-americana proveniente dalle coste tunisine, che si contrapposero fino alla capitolazione di quelle italo-tedesche. Mi sono sembratI molto significativi, per la comprensione delle vicende, i commenti alle immagini raccolte dal Generale Vasco Vichi rappresentanti le fortificazioni allestiste lungo la linea costiera siciliana, che avevano lo scopo di prevenire un eventuale sbarco per l’invasione dell’isola, e le cartine che segnano i movimenti delle forze belligeranti. Sono capitoli che si leggono velocemente senza soluzione di continuità, che illustrano episodi di semplice quotidianità che si susseguono intrecciando un racconto sincero e vero. Raccontare significa ripercorrere una meccanica di eventi, affrescare protagonisti, illuminare paesi e tradizioni che comunque hanno costituito il tessuto di un’Italia ancora divisa e problematica nei rapporti con il
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continente. Le figure di riferimento, il Caporal Maggiore Monti, il Capitano Renzi, il Maresciallo Longoni, il Sergente Capece e il Colonnello Albino, sono le linee portanti del racconto: l’aspetto umano che colora i fatti con aneddoti curiosi, che lo rendono anche appassionante e a tratti romantico. È il racconto di vicende comuni di gente che si è vista coinvolta nella resistenza ad un nemico numericamente superiore, ma che non si è arresa, ed ha combattuto e si sacrificata conscia di doversi poi anche ritirare. Una delle capacità dell’autore del libro è stata quella di rendere vivi gli scenari nei quali le sequenze drammatiche vissute dai nostri uomini si possono ben additare al martirio di una vera e propria guerra civile. A lui va il merito di aver saputo raccogliere le parole, vere, senza indugiare in una facile retorica, rendendo reali i protagonisti sottoposti alle paure ma anche alle piccole miserie che fanno parte della nostra umanità. L’unico obiettivo dell’autore mi è sembrato, appunto, quello di raccontare i fatti in modo semplice, per dimostrare che in Sicilia ci fu una reale resistenza militare italiana anche se i risultati raggiunti furono «risibili». A conclusione del suo lavoro, Rossi scrive: «Abbiamo riportato tutti questi nomi e piccoli ritagli delle loro gesta, del loro soffrire e del loro sacrificio... non per sterile esercizio di ricerca, ma per dovere di memoria e passione di documentazione». Marcello Ciriminna
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