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RASSEGNA DELL'ESERCITO 2008 N.1

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SOMMARIO Supplemento al numero 1/2008 Gennaio - Febbraio di

La Rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnico-professionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e di dibattito.

STUDI E DOTTRINA

PERIODICO DELL’ESERCITO FONDATO NEL 1856

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Geopolitica del rischio.

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Sunniti e Sciiti. Alla radice del conflitto.

24

Saddam Hussein. Esegesi di una disfatta.

36

Kosovo 2006-2007.

40

La «logistica» dell’acqua nei teatri operativi.

48

La Riserva di Completamento. Un progetto da potenziare.

www.esercito.difesa.it riv.mil@flashnet.it ras.es@flashnet.it Direttore responsabile Marco Ciampini Direzione, Redazione e Distribuzione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 47357373 - Fax 06 47358139 Edizione Centro Pubblicistica dell’Esercito Amministrazione Ufficio Amministrazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Via Napoli, 42 00100 Roma Stampa Tipolitografica CSR s.r.l. Tel. 06 4182113 (RM) Autorizzazione del Tribunale di Roma n.944 Registro con decreto 7-6-49

FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

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Le Forze Speciali nella guerra asimmetrica.

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L’integrazione tra le Forze Speciali.

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Six Easy Ways to Lose a War at the Tactical Level.

82

Il POLMANTEO. Un supporto tecnico per la componente operativa.

94

Operazione «Leonte». La logistica alloggiativa.

106 L’aerocooperazione oggi.

Periodicità Bimestrale

STORIA

© 2008 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata

La collaborazione è aperta a tutti. La Rassegna, per garantire al massimo l’obiettività dell’informazione, lascia ampia libertà di trattazione ai suoi collaboratori, anche se non sempre ne condivide le opinioni.

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I cannoni dell’Unità d’Italia. ASTERISCHI

124 La «coscienza militare».


STUDI E DOTTRINA

GEOPOLITICA DEL RISCHIO del Cap. Romeo TOMASSETTI in servizio presso la Scuola Interforze per la Difesa NBC

C

on questo breve articolo intendiamo aprire un’ideale «finestra sul cortile» (la citazione fa riferimento al famoso film di A. Hitchcock del 1954) e, di conseguenza, un limitato punto di vista sul «cortile» della «Geopolitica del rischio». Se aprissimo una digressione sul perché utilizziamo questo termine dovremmo tornare indietro almeno fino a Hiroshima (ma volendo potremmo spingerci fino alla Rivoluzione Industriale) per poi risalire verso i giorni nostri attraverso la globalizzazione delle informazioni, delle

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L’attentato alla metropolitana di Londra.

comunicazioni, del terrorismo e dell’ecologia, che ha reso il mondo un cortile dove un evento che avviene in un Paese diventa rilevante per tutta la comunità internazionale. Quello che ci proponiamo di analizzare è il rapporto esistente tra il concetto di «rischio», lo spazio geografico e gli Stati, azzardando una possibile interpretazione della percezione che oggi la comunità internazionale ha di questa interazione.


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

TRAME E ORDITI DELLA RETE GLOBALE Il «rischio» viene scientificamente definito come «il prodotto delle probabilità e delle conseguenze (come dimensioni e gravità) del verificarsi di un certo evento avverso (vale a dire di un pericolo)» (Bradbury J., The policy implications of differing concepts of risk, in Science, Tecnology and Human Values, 14(4), p.382). Esso invade il campo della politica, delle scienze naturali, dell’economia e di tutte le discipline di studio in genere. Nelle sue accezioni sociologiche il significato del termine ha assunto dimensioni e contorni sempre più «invasivi» nei confronti della società contemporanea a tal punto che alcuni studiosi (Beck U., Giddens A. e Lash S., Reflexive Modernization. Politics, Tradition and Aesthetics in the modern social order, 1986. trad. it. Modernizzazione riflessiva. Politica, tradizione ed estetica nell’ordine sociale della modernità, Trieste, Asterios, 1999) hanno definito la nostra come la «società del rischio», dove la modernizzazione, la globalizzazione (in tutte le sue dimensioni descritte in Taylor P.J., Flint. C., Political Geography, Prentice Hall, ed. 2000, p.3. In particolare le dimensioni della Globalizzazione sono individuate in: «Financial, Technological, economic, cultural, political, ecological, geographical, sociological») e la produzione di ricchezza procedono di pari passo con la produzione di rischi, rendendo così prioritaria non più la produzione e distribuzione di beni, ma la prevenzione e la massima limitazione dei «mali». Questo è il punto dal quale intendiamo partire per addentrarci nella nostra riflessione geopolitica sul

rischio. In realtà i popoli e le nazioni hanno affrontato, con esiti spesso imprevisti, i pericoli più diversi. Nella sua storia l’uomo ha visto nascere, crescere e scomparire specie di vita dominanti, civiltà, regni, società, sistemi di governo di ogni genere. Ma ai nostri occhi oggi il «rischio» appare molto più «immanente» e sempre più spesso anche «imminente» nella sua concretizzazione. Probabilmente la globalizzazione, che ci ha permesso di annullare le distanze e ridurre l’importanza del tempo, ci ha anche «svelato» nella loro materialità i rischi che ci circondano, modificando non tanto la concezione del rischio in sé quanto la nostra percezione di esso. Questa «coscienza del rischio» è andata via via delineandosi con la progressiva perdita di importanza dei territori e dei confini geografici entro i quali, ed attraverso i quali, gli Stati hanno per secoli esercitato la propria sovranità su persone fisiche e giuridiche stanziate sul proprio territorio. Oggi esistono entità globali e deterritorializzate i cui «nodi» non sono più legati ad un territorio fisico, ma sempre più spesso ad uno virtuale. In questo universo a geometria variabile, possiamo individuare società e organizzazioni al contempo parallele e diverse da quelle territoriali che forse, con il passar del tempo, si riconosceranno come «popoli» geograficamente frammentati, ma virtualmente numerosi, uniti e soprattutto potenzialmente antagonisti del potere degli Stati così come ora noi li concepiamo: le reti e l’individualizzazione sono divenuti cause ed effetti dei rischi globali. Le reti (orizzontali e verticali) hanno reso il rischio «condiviso» a tutta l’u-

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STUDI E DOTTRINA

Tabella del Rischio Globale Rischio

Probabilità di Concretizzazione

Principale Sfera di Sicurezza Associata

Trend Quantitativo dal 2000

Trend Qualitativo dal 2000

Conflitti

Medio-Alta

-Economica -Alimentare -Sanitaria-Ambientale -Personale-della Comunit àPolitica

Diminuzione

Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

Ecologia

Medio-Alta

-Alimentare-Sanitaria -Ambientale-Personale -Della Comunit à

Crescita

Forte Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

Catastrofi Naturali

Media

-Economica-Alimentare -Sanitaria-Ambientale -Personale-della Comunit àPolitica

Crescita

Forte Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

Malattie Infettive

Media

-Economica-Sanitaria -Personale-della Comunit à

Stazionaria

Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

Terrorismo e Criminalità Internazionale

Alta

-Economica-Sanitaria -Personale-della Comunit à

Forte Crescita

Crescita

- Undp Report 2005; World Watch Institute Global Security Report 2005.

Economia

Medio Alta

-Economica-Alimentare -Sanitaria-Politica

Crescita

Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

Alimentare

Alta

-Economica-Alimentare -Sanitaria-della ComunitàPolitica

Stazionaria

Crescita

- Undp Report 2005; - World Watch Institute Global Security Report 2005.

manità che, dinanzi ad esso, si è riscoperta «una» e vulnerabile (Fig. 1). Parafrasando un’affermazione di R. Burnett (Direttore di Ricerca presso il CNRS, Maison de la Gèographie, di Montpellier), è vero che «la rete permette la comunicazione tra nodi e l’irrigazione della superficie da essa coperta», ma d’altro canto se le sue maglie sono «troppo larghe» possono lasciare il campo libero ad altre reti, anzi, ad altri tipi di reti transnazionali che vanno da quelle del terrorismo internazionale di matrice islamica a quelle delle organizzazioni criminali internazionale e a quelle dei cyber-terroristi. Vediamo così cambiare di minuto in minuto la geometria, il carattere e le dinamiche degli spazi del mondo ed i mutamenti divengono tanto più marcati (a volte si superano dei «punti di non ritorno» che costituiscono delle cesure spazio-temporali con il mondo precedente) quanti più «occhiali» interpretativi utilizziamo (reti economiche, politiche, giuridiche, di controllo

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Fig. 1 Indicatori tratti da:

sociale, di sviluppo umano, ecologiche). Pertanto, diversamente dai rischi locali o regionali dell’epoca moderna o del primo industrialismo, le minacce di oggi non sono circoscrivibili né nello spazio, né nel tempo, né nella società. Data la loro natura globale, quantificarle, prevenirle o evitarle sta diventando ogni giorno più difficile e, contestualmente, i pericoli di oggi minacciano di scatenare effetti a catena in una successione illimitata fino alla eventualità di cancellare la vita dalla Terra. L’idea della responsabilità umana segna un’altra importante differenza tra i pericoli di «vecchio tipo» e i rischi contemporanei. In quanto esito dell’azione umana, e in particolare dei processi di modernizzazione, urbanizzazione e globalizzazione, i pericoli di oggi sono materia di continue discussioni, contese e conflitti. Si tendono così a spiegare le epidemie infettive chiamando in causa l’abuso di farmaci sull’uomo, sugli animali o sulle piante, in conseguenza del


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quale si sarebbero sviluppati agenti biologici pericolosi per l’intera specie umana, o a ricondurre le alluvioni, le frane e le carestie da un lato al disboscamento indiscriminato dei terreni, dall’altro ai mutamenti climatici prodotti dal riscaldamento del pianeta, a sua volta considerato un effetto collaterale del processo di industrializzazione. Nel loro significato contemporaneo i rischi dipendono strettamente da decisioni, e in particolare dalle decisioni che promettono di garantire a «reti» regionali o globali di imprese e gruppi politici vantaggi di tipo economico, tecnico e di profitto. Come accennato, l’altra faccia, quella privata, della globalizzazione è la progressiva affermazione del fenomeno sociale dell’«individualizzazione» come disintegrazione delle certezze della società industriale e necessità di trovarne e inventarne di nuove. A causa di questa spinta sociale e a seguito dell’ultimo rischio globale corso durante la Guerra Fredda, l’olocausto atomico (il

Il Pentagono subito dopo l’attentato. Il «rischio» di subire un attentato viene scientificamente definito come «il prodotto delle probabilità e delle conseguenze (come dimensioni e gravità) del verificarsi di un certo evento avverso (vale a dire di un pericolo)».

rischio della guerra nucleare si è anch’esso simbolicamente frantumato dopo il 1989 in mille altri rischi «frammentati», ma non per questo meno globali), gli individui si sono attribuiti la capacità di agire, di modellare il proprio destino, di autodeterminarsi dando forma e confini nuovi alle proprie identità. Anche l’affermazione di spinte etniche identitarie, all’origine di «tribalismi» e fondamentalismi contemporanei (in cui racchiudiamo un gran numero di rivendicazioni estreme da quelle etnico-sociali nelle banlieues parigine al terrorismo internazionale, all’Intifada palestinese), è stata ed è concausa di controversie, conflitti e guerre civili che alimentano la «rete dei rischi» globali.

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STUDI E DOTTRINA

Una spettrale immagine di quello che rimaneva delle Torri Gemelle.

«L’ISOLA CHE NON C’È» Solo nel secolo scorso gli Stati potevano garantire la propria sicurezza interna investendo in risorse militari, rafforzando i confini e isolando il loro Paese dal resto del mondo. Nel mondo «globalizzato» nessun Paese è un’isola: povertà endemica, convulse trasformazioni economiche all’origine di ineguaglianze, crescente disoccupazione, diffusione di armi leggere e di distruzione di massa, migrazioni di popoli su larga scala, disa-

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stri naturali sempre più frequenti, distruzione degli ecosistemi, nuove e rinnovate malattie contagiose, crescente competizione per la terra e le risorse naturali (in particolare petrolio ed acqua) sono «problemi senza passaporto» che si spostano senza rispettare i confini «degli uomini», anche quando sono ben difesi, generando insicurezza umana (l’Human Development Report, NY University Press, del 1994 definisce ben sette distinte categorie di sicurezza umana: sicurezza economica, alimentare, sanitaria, ambientale, personale, della comunità e politica) e instabilità regionale (si parla spesso di «regionalizzazione dei conflitti» per descrivere il declino di intere regioni a causa dei conflitti scoppiati in un Paese e che poi hanno coinvolto anche altri Stati confinanti). «In un mondo interdipendente la sicurezza collettiva non si può costruire su una base strettamente nazionale» (AAVV, UN High Level Panel on Threats, Challenge and Change, Rapporto dei saggi, 2004). Sarebbe pertanto limitante l’idea di mitigare i rischi investendo nel settore della difesa, nazionale o collettiva che fosse, in quanto non si andrebbero a modificare le cause che generano i rischi. I fattori che abbiamo descritto contribuiscono alla disarticolazione e alla frammentazione del sistema-mondo per ridisegnare una nuova gerarchia delle regioni sulla base di rinnovate interconnessioni di «maglie» e di reti. In questo processo il mondo vive mutamenti geopolitici epocali, diviso in due «continenti» o meglio «arcipelaghi» virtuali, anche per effetto della riduzione delle «interazioni di prossimità» (Dematteis G., Retibus Regiones Regere, in Geotema n.9, Patron Editore,1997), disposti geograficamente uno a nord ed uno a sud, ma che viaggiano alla deriva in senso opposto l’uno all’al-


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Fig. 2

tro. Probabilmente il rischio più grave per l’umanità, che è unica, è proprio questa distinzione in due, questa ulteriore «divisione» nella frammentazione dilagante. Le città, specie quelle del «nord», divengono degli «hub» geopolitici che contengono nodi importanti per tutte le reti transnazionali, e, partendo dalla teoria di Wallerstein, i «nodi-città» delle «reti-mondo» costituiscono insieme centri, semiperiferie e periferie (una riflessione ci potrebbe portare ad affermare che in una città sicura nascono più facilmente nodi che si possono espandere fino alla periferia) (Fig. 2) ed ingenerano la competizione tra reti antagoniste per ottenerne il controllo. Alcune di queste reti antagoniste, come quelle legate al terrorismo transnazionale, potrebbero essere definite secondo

un’accezione negativa come «thanatoreti». Esse trovano le proprie radici nella povertà e nella disparità di accesso alle risorse, e quindi vanno interpretate come sintomi del pericolo derivante dall’insicurezza umana. Il terrorista «percepisce» che per intaccare il «sistema» bisogna colpire i «nodi» delle «reti» cui esso fa capo. Nelle periferie dei «nodicittà» le cellule terroristiche «ordiscono» i piani e colpiscono «il baluardo delle certezze» occidentali: gli attentatori suicidi, le «bombe» più intelligenti del mondo attuale, colpiscono i nodi delle reti economiche (attentati al World Trade Center), dei trasporti (attentati alla stazione di Madrid, metropolitana di Londra ed in vari aeroporti del mondo), della sicurezza (attentato al Pentagono), diplomatiche (attentati ad ambasciate in

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Kenya), commerciali (attentati a mercati e centri commerciali), dello sport (rischi crescenti ed attentati sventati a impianti sportivi in occasione di grandi eventi), del turismo (attentati in Indonesia, Egitto e rischi generici per le città d’arte e le mete turistiche). Inoltre, è la stessa rete «occidentale» che celebra le gesta dei terroristi in quanto questi ne sfruttano le connessioni (i media, i satelliti, le tecnologie dedicate all’intelligence e alla sicurezza) per inviare, in tempo reale, al resto del mondo lo «spettacolo» degli effetti… degli errori commessi dall’uomo. «Se dall’11 settembre abbiamo imparato qualcosa» scrive il columnist del «New York Times» Thomas Friedman, «è che se non farai visita ad un cattivo vicino, verrà lui a trovarti». L’Afghanistan, è stato quasi del tutto dimenticato dopo la fine della Guerra Fredda, diventando il santuario ideale per al Qaeda. Non è un caso che la minaccia che si è concretizzata con l’attacco alle Twin Towers sia giunta proprio da questo territorio dove si sono sviluppati le cellule e i nodi della rete del terrorismo islamico. Si moltiplicano queste realtà di «spazi vuoti» che sfuggono alle reti convenzionali e che vengono «colonizzati» da reti antagoniste. Sono «territori» formalmente appartenenti a Paesi che hanno vissuto il tracollo delle strutture politiche con l’insediamento di regimi antidemocratici e corrotti, dove non esistono sistemi sanitari e la popolazione versa in condizioni di estrema povertà. In queste nuove «regioni di frontiera», e quindi «di conquista», del mondo insistono spesso governi fantasma, la popolazione è «abituata» alla guerra e alla paura, le organizzazioni criminali conducono indisturbate i propri traffici e il terrorismo inter-

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nazionale trova il terreno di coltura ideale per alimentare odii politici, razziali ed etnico-religiosi. È in questi posti «ai confini» delle «reti», dove non giunge né l’informazione né l’energia degli Stati e delle Organizzazioni Internazionali, che si combatte una guerra «asimmetrica» (Cfr. anche C. Jean, Guerra, Strategia e Sicurezza, Laterza, Bari 2001 e Q. Liang, W. Xiangsui, Guerre senza limiti, a cura di F. Mini, Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2001) tra i due continenti virtuali. L’asimmetria del confronto che ne scaturisce vede da un lato l’occidente che vuole mantenere un controllo economico sulle enormi risorse che questi territori offrono (secondo una metrica topografica), mentre, dall’altro, le organizzazioni terroristiche che cercano di colpire i «nodi» avversari (secondo una metrica topologica). Non è un caso, infatti, che per combattere efficacemente il terrorismo e il crimine internazionale il concetto di sicurezza e difesa di tutte le Organizzazioni Internazionali e di tutti gli Stati del mondo si sia evoluto nel «Network Centric Warfare» (Cfr. anche NATO Strategic Concept, 1999 via via riadeguato ai summit di Praga del 2002 e di Istanbul del 2004; Concetto strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa, 23/11/2004; Amm. G. Di Paola, L’evoluzione dello strumento militare nazionale alla luce dei processi di transformation e di Network Centric Warfare, in Informazioni della Difesa n.3/2004, pp. 4-14). Questa evoluzione ha portato a nuove forme di conflitti e alla «santuarizzazione» di alcune di queste «terre di frontiera» (si pensi a Guantanamo o alle aree non urbanizzate e non controllate materialmente dai soldati della Coalizione, boots on


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Fig. 3

Share of global conflicts

30%

38%

Fig. 4

Africa

1946-1989 1990-2003 round, in Afghanistan e Iraq). Cambia la conflittualità ed aumentano i rischi per i cittadini. Dal 1991 al 2003, infatti, i conflitti sono diminuiti drasticamente, ma le guerre degli ultimi quindici anni hanno provocato un costo altissimo di vite umane. Si è trattato per lo più di crisi che hanno investito il sud del mondo e che vanno dal genocidio del Ruanda del 1994 (che è a un milione di persone), alla guerra civile della Repubblica Democratica del Congo, che ha cancellato il 7% della popolazione, alla guerra civile in Sudan che, in più di un decennio, ha provocato due milioni di vittime e sei milioni di profughi (dati tratti dal Rapporto sullo sviluppo umano 2005 dell’UNDP, trad. it. Rosenberg e Sellier pp.197-230). Questi sono solo alcuni esempi della metastasizzazione che sta colpendo alcuni Paesi e che provoca un’«epidemia conflittuale» in vaste aree del mondo. È evidente che spesso è la trappola della povertà ad ingenerare la trappola del conflitto (Fig. 3 e 4) e questa a sua volta aggrava le condizioni economiche dei Paesi in lotta.

PER UNA GOVERNANCE BIOPOLITICA «Nessuna delle questioni di interesse pubblico - che per altro è sempre più difficile distinguere da quello privato - è interpretabile fuori da una connessione profonda e spesso immediata con la sfera del bìos. Dal rilievo crescente dell’elemento etnico nelle relazioni tra popoli e Stati, alla centralità della questione sanitaria come indice privilegiato di funzionamento del sistema economico-produttivo, fino alla priorità dell’ordine pubblico nei programmi di tutti i partiti, quello che si registra da ogni parte è un tendenziale schiacciamento della politica sul dato puramente biologico, se non sul corpo stesso di coloro che ne sono al contempo soggetti e oggetti» afferma R. Esposito in Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino 2004, p.159. Forse il vero «rischio» del nostro tempo è che le logiche internazionali «rete-centriche» prendano il sopravvento e che ci si lasci tentare da una interpretazione del mondo basata sul «Clush of Civilizations» (S.P. Huntington, Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano,

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STUDI E DOTTRINA

1997, ed. orig. 1996). In queste circostanze il ruolo della geopolitica può contribuire a limitare o mitigare i rischi riducendo la «distanza» tra gli Stati-Nazione attraverso la creazione di «reti» di organizzazioni «positive» (si potrebbe parlare di «bioreti»). Le Organizzazioni Internazionali (O.I.) hanno eroso sovranità agli Stati e recuperato una nuova dimensione basata su concetti quali democrazia, libero mercato, rispetto dei diritti umani, rispetto dell’ambiente naturale, ma si potrebbe definire il loro impegno come energie e informazioni orientate a garantire la «sicurezza umana» dei cittadini. Esse costituiscono, pertanto, un esempio di «reti-positive» orientate alla bio-politica, non alla thanatopolitica. Infatti, mentre Paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Stati satelliti (il riferimento più efficace è quello della «Coalition of Willing» guidata dagli Stati Uniti) fanno prevalere la politica militare (Hard-Power) su quelle di cooperazione, economica e di prevenzione al fine di imporre la democrazia e ridurre la lista dei Rogue States, le O.I. hanno un approccio diametralmente opposto. Prendiamo ad esempio l’Unione Europea attraverso una breve digressione: il processo di integrazione europea va avanti da cinquantacinque anni e ha attraversato diverse crisi dalle quali è sempre uscita grazie al rafforzamento della sua integrazione. Alla stessa stregua, gli Stati europei hanno superato le crisi traendo forza dall’integrazione europea. L’idea che è alla base dell’Europa è quella che le nazioni europee non siano solo un insieme di popoli, ma che essi condividano una koinè culturale, sociale ed ideologica (Cfr. Carta di Nizza, 2000). Oggi questa comunità di Stati sta allargando, non senza difficoltà, la propria rete a nazioni culturalmente più lontane (Repubbliche Baltiche e Turchia), dimo-

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strando di essere in grado di «esportare» i principi democratici ed i valori su cui essa è fondata senza uso della forza (SoftPower). Anzi, sono gli stessi Paesi «aspiranti europei» che attuano riforme interne per «conformarsi» agli standards richiesti per entrare in Europa (Criteri di Copenhagen). Questo ci riporta indietro al 9 maggio 1950, alla Dichiarazione di Schumann in cui, per ben sei volte, viene ripetuta la parola «pace». Il «progetto» europeo non è nato, se non formalmente, come progetto economico, esso è innanzitutto un progetto politico, ideologico e culturale. L’Europa ha realizzato l’idea che la pace passa attraverso l’integrazione. Ma l’Europa è ancora «inconsapevole» o, meglio, «riluttante» ad ammettere che perseguendo l’integrazione potrebbe trasformarsi in una nuova grande potenza geopolitica, oltre che economica, in grado di esercitare una forza centripeta in tutta la regione che va dal Mediterraneo agli Urali, provocando una sorta di «epidemia» europea (e quindi democratica - Fig. 5) per i Paesi che cercano stabilità politica ed economica. Oggi ONU, UE, NATO, OSCE operano nell’ambito della politica di sicurezza con un approccio sempre più spiccatamente comune, coordinando l’impiego dei loro strumenti specifici. Lo sforzo è teso ad evitare la duplicazione di sforzi e al raggiungimento di fini condivisi, secondo il concetto di «istituzioni che si rafforzano reciprocamente» («interlocking institutions» o «mutually reinforcing institutions», concetto introdotto per la prima volta nella «Dichiarazione sulla Pace e la Cooperazione» presentata a Roma nel 1991, poi modificato e adeguato negli anni ai nuovi scenari internazionali ed infine, all’indomani della caduta delle Twin Towers, inserito spesso nei documenti ufficiali di ONU, OSCE e NATO).


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

Fig. 5

A questa spinta anti-conflittuale va legata necessariamente la ritrovata centralità dell’uomo. Infatti la globalizzazione, come il Rinascimento, ha portato nuovamente alla ribalta l’uomo, o meglio, l’opinione pubblica mondiale, come soggetto geopolitico. Ed è proprio all’uomo che bisogna guardare come oggetto e soggetto della biopolitica globale. È l’uomo che «molto ha dovuto soffrire e molto vagare» (verso tratto dall’Odissea di Omero) per giungere a questo punto dell’evoluzione sociale e politica ed è a questo punto che si impone una svolta «culturale» tesa a individuare i tratti comuni della cultura mondiale per renderli «di tutti», in modo che si instauri una «integrazione» positiva globale che via via si sostituisca alle logiche consumistiche e barbare della globalizzazione. Ciò permetterebbe che tutti, in un futuro assai distante, si riconoscano parte di una stessa, variegata civiltà, quella umana. Il primo passo in tal senso da parte occidentale sarebbe sicuramente un’apertura all’Islam moderato, l’improntare politiche estere tese a fornire aiuti economici per lo sviluppo agli Stati che procedono sulla via della democratizzazione, il ridare vigore ad istituzioni comuni, creare nuove O.I. che riflettano il nuovo scenario geopolitico.

L’Europa, inconsapevolmente, è l’unico esempio al mondo di istituzione internazionale siffatta, in grado di garantire pace e democrazia. La nuova organizzazione internazionale mondiale che nascerà dalla risoluzione della crisi dell’ONU dovrà guardare all’integrazione come un modello di rete da perseguire ed essere essa stessa fautrice del cambiamento costruttivo sulla strada dell’integrazione, del rispetto del diritto e della pacifica risoluzione dei problemi comuni mondiali, al fine di garantire il soddisfacimento dei bisogni primari di sicurezza ed il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Solo in tal modo, a nostro avviso, si potranno scongiurare molti dei rischi che oggi temiamo e si potrà quindi parlare di un nuovo tipo di società, quella «integrata» in una rete di rapporti, flussi e nodi orientati alla sicurezza. Se questa sovrastruttura/organizzazione internazionale sarà in grado di imporsi nello scenario geo-politico mondiale andremo verso un XXI secolo dove forse «il volgo disperso che nome non ha» mondiale potrà riconoscersi sotto lo stesso nome di «Civiltà umana» (la caratteristica di questa civiltà sarà proprio di essere variegata e molteplice nelle sue forme esteriori, ma percepita come unica da tutti i popoli. Pertanto ciò che innanzitutto si deve formare negli individui è la «coscienza» dell’appartenenza alla civiltà), scongiurando il rischio di un «crash of civilizations» a fronte del temuto «clash of civilizations». •

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STUDI E DOTTRINA

SUNNITI E SCIITI ALLA RADICE DEL CONFLITTO di Salvatore CAPOCHIANI Gen. B. (ris.)

P

er quelli che da lontano seguono la guerra in Iraq, le storie quotidiane di violenza lasciano perplessi. Ci si interroga in particolare sulle motivazioni alla base del conflitto

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La carta evidenzia i Paesi del Vicino-Medio Oriente, dell’Africa, del Subcontinente indiano e del Sudest asiatico dove i musulmani sono in maggioranza della setta sunnita o della setta sciita.


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

tra sunniti e sciiti. L’astio che ha invaso l’Iraq si è diffuso in altre parti del Vicino-Medio Oriente esacerbando le tensioni esistenti da sempre. In Libano alcuni favoreggiatori degli Hizbollah, che cercano di far cadere il governo di Beirut, inneggiano al religioso iracheno radicale Muqtada al-Sadr, la cui milizia è accusata della morte di migliaia di sunniti. Nei Paesi arabi di credo sunni-

Muqtada al - Sadr, capo del Mahdi Army.

ta, quali Arabia Saudita, Kuwait ed Egitto, la simpatia per i sunniti iracheni è resa vana, soprattutto negli ambienti ufficiali, dalla marea sciita che monta nella regione mediorientale, istigata e supportata da un antico nemico degli Arabi: l’Iran.

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STUDI E DOTTRINA

Perché ora si sono esacerbate le ostilità? Svariate sono le cause: errori nella politica americana del dopoguerra, provocazioni da parte di jihadisti stranieri, ritorsioni da parte delle milizie come quella del Mahdi Army (l’Esercito del Mahdi) di Muqtada al-Sadr, inettitudine dei politici iracheni e, ultimamente, interferenze da parte dell’Iran. Conosciuto come «al-Mahdi» (1844 1885), ascetico e ribelle arabo a cui Muqtada al-Sadr si ispira, Muhammad Ahmed, nato a Dongola, in Sudan, figlio di un costruttore di imbarcazioni, fu il creatore di uno Stato islamico e di un movimento religioso (mahdismo). Dopo aver studiato presso un istituto religioso per un certo periodo, operò nel Servizio Civile egiziano e fu anche commerciante di schiavi prima di iniziare la sua incessante e vincente campagna contro il dominio egiziano nel Sudan orientale. Era motivato dalla convinzione che, a causa della palese diserzione dalla fede islamica, la classe dominante non era all’altezza di governare sui musulmani. Credendosi scelto da Dio per abbattere qualsiasi governo responsabile della profanazione dell’Islam, nel 1881 si dichiarò «al-Mahdi». Mohammed «al-Mahdi», arabo per «il Ben Guidato», era un leader musulmano ascetico che scomparve nel IX secolo proprio nel tempio di Samarra in Iraq. La corrente principale dello Sciismo ritiene che il primo, «vero» Mahdi sia misticamente nascosto e riapparirà in data non conosciuta per avviare i fedeli verso un regno di giustizia. Tornando al nostro Muhammad Ahmed «al-Mahdi», si sa che egli raccolse attorno a sé un gruppo di discepoli virtualmente disarmati, quali suoi «ansar» (aiutanti). Nel 1883 aveva proclamato El Obeid (oggi al-Ubayyid) sua

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capitale ed aveva raccolto parecchi scontenti cittadini del Paese in un esercito forte abbastanza da sconfiggerne uno qualsiasi che l’Egitto avrebbe potuto costituire, inclusa la forza di 8 000 uomini comandata dal Gen. William Hicks (Hicks Pasha). Il 26 gennaio 1985 al-Mahdi prese Khartoum in un’azione in cui (nonostante i suoi ordini) il Gen. Charles Gordon fu ucciso. Grazie a questi successi egli consolidò il suo impero religioso, stabilendo una nuova capitale a Omdurman, ma si ammalò e morì alcuni mesi dopo, probabilmente di tifo. I mahdisti furono sconfitti successivamente (1898) da forze britanniche guidate dal Gen. Horatio Herbert Kitchener (famoso per «l’Incidente di Fashoda») nella battaglia di Omdurman. Ma l’odio che nutre la gente di ambedue le religioni ha radici molto più profonde ed antiche. È il prodotto di secoli di disuguaglianze sociali, politiche ed economiche imposte dalla repressione e dal pregiudizio e, di frequente, rinforzate dallo spargimento di sangue. L’odio, in primis, non nasce dalla religione. I sunniti e gli sciiti potrebbero non andar d’accordo su alcune materie dogmatiche e su alcuni dettagli già emersi all’inizio della storia dell’Islam, ma si tratta di piccole differenze; essi concordano sulla maggior parte delle questioni dottrinarie e di fede, quali l’infallibilità del Corano e la venerazione per il profeta Maometto. Non vi sono prove, nonostante le affermazioni di alcuni commentatori, che estremisti sciiti iracheni tentino di convertire i sunniti e viceversa. Per i combattenti iracheni di ambedue le parti, l’appartenenza ad una confessione non è altro che un modo pratico per distinguere l’amico dal nemico. Ciò che li lega non è la reli-


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gione ma la comune esperienza basata sulla storia. Gli sciiti si considerano gli oppressi e vedono i sunniti come gli oppressori. Essi si combattono non per ottenere un dono divino, ma per uno molto terrestre: il dominio politico. Secondo un diplomatico americano a Baghdad «le fazioni in lotta sono semplicemente comunità che si battono per la conquista o la riconquista del potere». Egli va oltre nel suo commento e dice che se non si capiscono le radici della rabbia che mette gli uni contro gli altri, un qualsiasi piano americano o iracheno, politico o militare, tendente a stabilizzare l’Iraq è destinato al fallimento. E quella lotta per il potere in Iraq, sia che porti i Paesi vicini a un più vasto conflitto di religioni sia che costringa a un riallineamento delle alleanze, è potenzialmente capace di «alterare» radicalmente il Vicino-Medio Oriente. LE ORIGINI Lo scisma dell’Islam cominciò nel 632, immediatamente dopo che il profeta Maometto morì senza nominare un successore. Alcuni dei suoi adepti pensavano che il ruolo di «califfo» (in arabo «khalifa», significa successore, capo supremo: titolo preso dai successori di Maometto quali capi laici e religiosi dell’Islam) sarebbe dovuto passare ai consanguinei di Maometto, a cominciare da suo cugino e genero, Ali ibn Abi Talib. Ma la maggioranza appoggiò Abu Bakr, amico del profeta, che divenne legittimamente califfo. Più tardi Ali sarebbe diventato il quarto califfo prima di essere assassinato nel 661 da un eretico vicino a Kufa, ora in Iraq. La successione, ancora una volta, fu

oggetto di controversia, tanto da arrivare ad una spaccatura formale. La maggioranza appoggiava la rivendicazione di Mu’awiyah, governatore della Siria, e di suo figlio Yazid. Coloro che appoggiavano Ali, conosciuti da tutti come Shi’at Ali o «partigiani di Ali», si battevano in favore di suo figlio Hussein. Quando i due partiti si scontrarono su un campo di battaglia vicino all’attuale Karbala il 10 ottobre del 680, Hussein fu ucciso e decapitato. Ma anziché stroncare sul nascere il movimento degli sciiti, per quella morte dette loro un martire. Hussein ebbe il coraggio di affrontare un potente oppressore. La sua morte, rievocata ogni anno in una cerimonia chiamata Ashura, è la più dolorosa e spettacolare delle cerimonie sciite: i fedeli marciano per le strade battendosi il petto e gridando di dolore. I più devoti si flagellano a sangue con spade e con fruste. Quelli leali a Mu’awiyah e ai califfi suoi successori alla fine furono chiamati sunniti, cioè seguaci della Sunnah. Sunnah o Sunna (in arabo significa «forma», «percorso», «tradizione») è la legge musulmana di base, fondata secondo la tradizione, sugli insegnamenti e sulle pratiche di Maometto. Il Sunnah costituisce un supplemento del Corano e il califfo era spesso il capo politico dell’impero islamico oltre che il leader religioso. Il dominio imperiale contribuì a rendere l’Islam sunnita la setta dominante. Ai nostri giorni circa il 90% dei musulmani nel mondo sono sunniti. Gli sciiti continuarono a venerare gli Imam: («Imam» vuol dire «guida», «leader»). Gli sciiti ben presto formarono la maggioranza nelle regioni identificabili negli attuali Stati di Iraq, Iran, Bahrain e Azerbaijan. Altre significative minoran-

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ze sciite sono presenti in altri Stati musulmani, come Arabia Saudita, Libano e Pakistan. Queste sono al contrario più numerose nelle regioni del Medio Oriente maggiori produttrici di greggio. Ma, fuori dell’Iran, i sunniti hanno storicamente posseduto le leve del potere politico anche se in minoranza. Per lunghi periodi della storia islamica un’élite sunnita ha trattato gli sciiti come una sottoclasse, relegandola al lavoro manuale e negandole di beneficiare delle risorse dello Stato. L’ec-

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cezione è costituita dalla Siria che, pur avendo una maggioranza sunnita, è governata da una piccola sotto-setta sciita, gli Alawiti. Il regime dispotico degli Alawiti in Siria iniziò nel 1970 quando, dopo la sconfitta nella «Guerra dei sei giorni» (e l’occupazione delle alture del Golan da parte di Israele), un colpo di stato del gruppo alawita, interno al partito Baath dominante, portò al

L'Esercito del Mahdi in parata.


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potere il Generale dell’Aeronautica Hafez al-Assad. Alla sua morte (giugno 2000), la carica di Presidente della Repubblica passò al figlio (un oftalmologo), Bashar al-Assad. Nel 1976 la Siria intervenne militarmente nella guerra civile in Libano, imponendogli una sorta di protettorato (avallato nel 1991 da un trattato di cooperazione). In seguito alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ordinava l’immediato ritiro dal Libano delle truppe straniere (settembre 2004), e pressato dalle imponenti manifestazioni popolari antisiriane a Beirut, il governo siriano, nel marzo-aprile 2005, ritirò i suoi 14 000 soldati. Il governo usava argomenti religiosi per giustificare l’oppressione. Ad esempio, descriveva gli sciiti come eretici. Tutto ciò venne a tramutarsi in pregiudizio istituzionale. I sunniti condividevano la venerazione verso la linea ereditaria (ossia di sangue) del profeta e la passione per i ritratti degli Imam come peccato di idolatria. I riti sciiti, specialmente l’auto-flagellazione durante l’Ashura, venivano definiti come pagani. I musulmani considerano idolatria anche le rappresentazioni artistiche, pittoriche o architettoniche di esseri viventi (umani e animali) nelle moschee e negli edifici pubblici. Ciò spiega il frequentissimo ricorso a ricchi e complessi arabeschi rappresentanti vitigni, palme ed altri elementi della flora, uniti a un’intricata grafica decorativa in cui è quasi sempre presente la frase inneggiante ad Allah «la illah illa Allah» («non c’è altro Dio al di fuori di Allah») Molti governanti proibirono tali cerimonie anche perchè temevano che grossi assembramenti avrebbero potuto dar luogo a manifestazioni di protesta.

Un’autovettura sciita distrutta da un attentato.

Le relazioni peggiorarono nel XVI secolo. La sede del potere sunnita si era trasferita ad Istanbul e, allorché i turchi sunniti-ottomani ebbero una serie di conflitti con gli sciiti safavidi di Persia, gli arabi, colti tra gli opposti contendenti, dovettero scegliere campo. La dinastia safavida, probabilmente di origine kurda, fornì gli scià («shah» in lingua fàrsi significa «re») di Persia dal 1501 al 1722. Il suo eponimo fondatore, Safi al-Din, un azero, sposò la figlia di un leader di un ordine musulmano di rito sufi (in arabo significa «ascetico»: il «sufismo» è un rito che segue i princìpi di una speciale forma di misticismo islamico). Divenuto capo dell’ordine nel 1301, Safi al-Din lo sviluppò in un movimento rivoluzionario religioso che, sotto la leadership ereditaria dei suoi discendenti, prese il nome di safaviyya, con sede a Ardabil vicino al Mar Caspio. Verso la fine del XV secolo il safaviyya era cresciuto e diventato tanto forte da poter sfidare il potere politico in Persia. Isma’il I, che era a capo di quella nazione, nel 1501

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sconfisse in battaglia la confederazione turkmena dominante nel Paese e si proclamò scià. Impose una varietà di Islam che fu chiamata «Dodicesimo Shiismo», rimasta la religione dominante in Iran fino ai nostri giorni. Gli odi religiosi da allora non si sono mai sopiti e gli arabi sunniti ancor oggi etichettano gli sciiti come «persiani» o «safavidi». Quando gli ottomani presero il controllo dei territori arabi rafforzarono il dominio sunnita. I britannici, potenza subentrante nel Vicino-Medio Oriente, non fecero alcunché per cambiare la situazione. Nella «ripartizione» dopo la Prima guerra mondiale, essi consegnarono i nuovi Stati di Iraq e Bahrain, ambedue a maggioranza sciita, ai monarchi sunniti. L’EREDITÀ DI SADDAM Quando Saddam Hussein assunse il potere a Baghdad nel 1979, gli sciiti iracheni avevano goduto di un po’ di sollievo per un paio di decenni sotto governanti che, in una certa misura, avevano concesso loro eguaglianza. Ma in Iran, nel 1979, arrivò la rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Temendo un simile capovolgimento in Iraq, Saddam ricorse ad alcune vecchie repressioni e ordinò l’uccisione del più popolare ayatollah iracheno, Mohammed Bakr al-Sadr, zio di Muqtada. Gli sciiti, peraltro, costituirono la maggioranza dei caduti nella guerra tra Iraq ed Iran (tra il 1980 ed il 1988) e, dopo il conflitto, furono esclusi ancora una volta dalla maggior parte dei posti dirigenziali di governo e militari. Con la sconfitta di Saddam nella Guerra del Golfo del 1991, gli sciiti intravidero l’occasione per ribellarsi, ma non furono protetti dalle

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forze alleate e la rivolta fu presto repressa nel sangue. Secondo alcune stime più di 300 000 sciiti furono uccisi; molti furono sepolti in massa nelle fosse comuni. Da allora Saddam li ebbe sempre in pugno. Religiosi molto noti furono assassinati, tra questi il padre di Muqtada. Il dittatore fece uccidere anche molti sunniti, ma c’era una sostanziale differenza: si trattava di una ritorsione personale. Per gli sciiti, l’assassinio era indiscriminato; non c’era bisogno di uno specifico motivo: l’essere sciita era sufficiente! È da rilevare che, nonostante il profondo squilibrio di potere politico e il retaggio di repressioni, molti iracheni, individualmente, avevano stabilito relazioni economiche, sociali e personali senza distinzione di fede. A Baghdad e in altre città molti quartieri moderni erano misti. Residenti dei quartieri di Adhamiya (sunniti della riva sinistra del fiume Tigri) e di Khadamiya (sciiti della riva destra del fiume Tigri) attraversavano il ponte, si incontravano e socializzavano. Nessuno chiedeva quale fosse l’appartenenza religiosa e si contraevano matrimoni senza alcun vincolo di fede.

La Moschea sciita di Samarra prima della distruzione.


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L’IMPLOSIONE

L’ESPANSIONE DELLA GUERRA

In seguito alla caduta di Saddam, per due anni quei legami furono abbastanza solidi da tenere lontana ogni violenza religiosa. Le relazioni politiche e personali cominciarono a vacillare con l’avvicinarsi della prima libera consultazione elettorale, nel gennaio 2005. I partiti sunniti boicottarono i seggi, consentendo così ad una coalizione sciita di assumere il potere. L’aggressività e l’arroganza del governo a guida sciita accese il risentimento dei sunniti. Il maggior punctum dolens era il reclutamento di massa di sciiti in polizia e nella milizia, alcuni dei quali usavano l’immunità dell’uniforme per vendicare vecchi rancori contro i sunniti. Gruppi di terroristi sunniti dettero vita ad una campagna di attentati per dimostrare che mai avrebbero accettato uno status marginale. Grazie all’intervento dell’ambasciatore statunitense, le elezioni furono ripetute dopo circa un anno ma le due divisioni non si ricomposero. La distruzione della moschea di Samarra costituì per molti sciiti un’insopportabile atrocità. Si rivolsero alle milizie, quali il Mahdi Army, per vendicare la dissacrazione del luogo santo. Con furia selvaggia si scagliarono contro i sunniti attaccando molte delle loro moschee. Dopo la prima orgia di violenze, intrapresero una campagna più sistematica di rapimenti ed esecuzioni. I corpi delle vittime, con i segni di torture bestiali, spesso venivano gettati nelle fogne o nei depositi di immondizie. Con quelle efferatezze sembrava si volesse dire: «Noi ora comandiamo e voi siete così deboli che anche la vostra sacralità non ha più significato per noi».

In Iraq la guerra interreligiosa può sembrare niente di più che una battaglia tra quartieri come Adhamiya e Khadamiya. I contendenti potrebbero non rendersi conto di un piano più vasto. Gli sciiti sono politicamente dominanti in Iraq, ma l’Iran ne è il potente suggeritore. Tanto che nella maggioranza delle capitali arabe viene loro imputata la responsabilità della guerra. Unitamente alle ambizioni nucleari, alla sponsorizzazione della milizia sciita degli Hizbollah in Libano e l’appoggio fornito ad Hamas in Palestina, il comportamento di Teheran per i leader arabi è la prova che l’antico rivale persiano voglia influire sul VicinoMedio Oriente solo per i propri interessi. Non più tardi del 2004, il re Abdullah di Giordania mise sull’avviso di un «crescente» sciismo, che muovendo dall’Iran e, attraverso l’Iraq e la Siria, raggiungeva il Libano. Nel 2006 il Presidente egiziano Hosni Mubarak dichiarò che la maggioranza degli sciiti sono leali verso l’Iran, ma non verso la nazione in cui vivono. In seguito alle diffuse proteste si corresse dicendo che si riferiva solo a questioni religiose. Nei territori palestinesi, a maggioranza sunnita, membri di alFatha hanno etichettato i loro rivali di Hamas come «organizzazione sciita». Nel gennaio 2007, re Abdullah dell’Arabia Saudita informò un giornale kuwaitiano di aver chiaramente detto a un diplomatico iraniano che il suo paese stava interferendo in Iraq, mettendo così in pericolo la stabilità regionale e diffondendo lo sciismo nei Paesi sunniti. Per la verità, ambedue le fazioni sono responsabili dell’aumento delle tensioni. Leader religiosi della setta «Wahhabi», spesso appoggiata e sostenuta finanziariamente dalla famiglia reale saudita, inci-

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tarono alla violenza predicando una forma rigida di Islam sunnita che accusa gli altri di eresia. Con «Wahhabismo» (anche «Wahabismo») si intende quel movimento puritano musulmano fondato da Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (nato il 1703 a ‘Uyaynah in Arabia - allora non ancora Saudita -, morto il 1792 a ad-Dir’iyah nel Najd, che è una regione ricca di rilievi nel centro della Penisola Arabica, e adottato nel 1744 dalla famiglia al-Saud, ancora regnante in Arabia Saudita). Completati gli studi nella città santa di Medina, ‘Abd al-Wahhab visse all’estero per molti anni. Insegnò per quattro anni a Basr (Iraq) e a Baghdad, sposò una donna ricca di cui alla morte ne ereditò la proprietà. Nel 1736, in Iran, cominciò ad insegnare in contrasto con ciò che considerava idee estreme di vari esponenti del sufi. Ritornato alla città nativa, scrisse il «Kitab at-Tawheed» (Libro dell’Unità), che costituisce il testo principale delle dottrine wahhabi. I suoi seguaci si chiamano «al-Muwahhidun» (Unitari) ed il termine «Wahhabi» è usato generalmente dai non musulmani e dagli oppositori. Gli insegnamenti di ‘Abd al-Wahhab sono stati ritenuti puritani e tradizionali, poiché rappresentano il primo periodo della religione islamica. Egli assunse una posizione chiaramente contraria a tutte le innovazioni (bid’ah) nella fede islamica che riteneva riprovevoli, affermando con insistenza che la grandezza originale dell’Islam poteva essere recuperata se la comunità islamica (Ummah) fosse ritornata ai princìpi enunciati dal profeta Maometto. Pertanto, le dottrine wahhabi non ammettono un intermediario tra il fedele ed Allah, e condannano le relative pratiche come politeismo. La decorazione delle moschee, il culto dei santi e perfino il tabacco sono da condannare. La predicazione di queste dottrine generarono controversie e

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‘Abd al-Wahhab fu espulso dalla città nativa nel 1744. Prese allora residenza a adDir’iyah, capitale della regione del Najd governata da ibn Sa’ud. La diffusione del Wahhabismo fu originata dall’alleanza che si formò tra ‘Abd al-Wahhab e ibn Sa’ud, il quale, iniziando una campagna di conquiste continuata poi dai suoi eredi, rese il Wahhabismo forza dominante in Arabia fino dal 1800. Le fortune politiche dei seguaci si fusero con quelle della dinastia saudita. Alla fine del XVIII secolo questa aveva portato tutta la regione del Najd sotto il proprio controllo. Karbala, in Iraq, (città santa della setta sciita) fu attaccata, La Mecca e Medina occupate. Il sultano ottomano pose termine al primo impero wahhabi nel 1818, ma la religione tornò a vivere sotto la guida di Faisal I. In qualche modo il dominio wahhabi fu restaurato, ma venne nuovamente combattuto alla fine del XIX secolo dai Rashidiyah, governanti nel nord della Penisola Arabica. Nel 1932, ibn Sa’ud riuscì a creare il regno dell’Arabia Saudita e ad assicurare il dominio politico e religioso nella sua nazione. In Pakistan i musulmani moderati rimproverano le madrasah, come anche i seminari sciiti finanziati dall’Iran, per la spirale di violenze che è costata più di 4 000 vite negli ultimi due decenni. Le madrasah sono scuole islamiche (molti le definiscono scuole coraniche) che si concentrano su teologia e linguistica, come anche sull’insegnamento delle scienze, della storia, della poesia e della letteratura islamiche. La loro origine viene collocata in Medio Oriente (secondo alcuni nello Stato indiano del Gujarat) nel periodo medievale. Si diffusero, quindi, per tutto il mondo islamico, inclusi gli Stati occidentali dell’India, lì dove la presenza musulmana era rilevante. Le scuole erano annesse alle


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moschee e, al pari di istituzioni similari ai templi Hindù. Erano finanziate dallo Stato e, durante il periodo della dinastia Tughlaq (XIV secolo), si stima ve ne fossero, solo a Delhi, un migliaio. Ai nostri giorni la madrasah (che tende a chiamarsi nella traslitterazione inglese e più comprensibilmente Islamic Cultural Center, Centro di Cultura Islamico) resta una parte importante della vita del mondo islamico. In Libano tensioni religiose sono sorte dopo anni di calma relativa. Gli Hizbollah, milizia sciita, furono apprezzati dai sunniti quando le forze israeliane lasciarono il Paese nel 2000. Ma, dopo l’assassinio, nel febbraio del 2005, dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri, un sunnita, l’antagonismo interno musulmano ha cominciato ad inasprirsi. I sunniti hanno addossato la colpa dell’uccisione al governo siriano, favoreggiatore degli Hizbollah, e hanno incolpato questi ultimi di aver causato la guerra con Israele nel luglio 2006. Da parte loro i politici sunniti iracheni, rendendosi conto della crescente influenza dell’Iran nel più vasto Vicino-Oriente alimentano ansie nella speranza che la pressione araba sul governo iracheno lo costringa a concedere ai sunniti maggior potere. In proposito affermano: «Se gli Stati arabi non intervengono per aiutarci, si ritroveranno l’Iran sulla propria soglia; per il bene dell’intera comunità musulmana nel mondo la bestia deve essere distrutta in Iraq». E proseguono: «Se non avviene un riavvicinamento tra sunniti e sciiti, una guerra civile senza pietà farebbe aumentare il conto quotidiano di uccisioni da alcune decine ad alcune centinaia; per non dire della spirale che coinvolgerebbe i Paesi vicini, con l’Iran che appoggia le milizie sciite e gli Stati arabi i sunniti. A Baghdad la pulizia etnica continuerebbe

Rafiq Hariri, l’ex Primo Ministro assassinato nel febbraio del 2005.

verso la sua logica conclusione, con la città divisa tra l’est sciita e l’ovest sunnita». COME SI DISTINGUONO Oltre a credere allo stesso dio, i sunniti e gli sciiti hanno molto in comune: l’etnia, la lingua, la cucina e l’abbigliamento. Le cose nelle quali differiscono non sono rilevanti e variano da regione a regione. Vi sono alcune regole non scritte che li distinguono nel praticare la fede, nel nome da dare ai figli, nell’adornare la propria casa. Eccone alcuni esempi: • I nomi. La grande maggioranza dei nomi islamici sono comuni a entrambi. Ma alcuni nomi hanno marcatori religiosi. Abu Bakr, Omar e Uthman furono i primi califfi che, nella versione sciita degli eventi, erano ostili al cugino e genero del profeta Maometto, l’Imam

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Una scuola islamica.

Ali. Uomini con quei nomi sono quasi certamente sunniti. Quelli che si chiamano Abdel-Hussein e Abdel Zahra sono più probabilmente sciiti. Alcuni nomi tribali o cognomi tendono ad essere sunniti (Dulaimi, Samarrai, Bakri) o sciiti (Sa’edi, Moussawi, Rubaie). Ma ci sono anche molte grosse tribù che hanno appartenenti ad ambedue le fedi, come i jaburi, shammari e khafaji. • Le preghiere. È proprio dei sunniti pregare con un braccio sull’altro, quasi sopra la gabbia toracica. Gli sciiti pre-

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feriscono tenere le braccia sui fianchi, naturalmente cadenti. Durante le preghiere entrambi si inginocchiano, si prostrano e toccano il pavimento con la fronte. Gli sciiti devoti toccano con la testa una piccola tavoletta d’argilla, chiamata turba, proveniente dalla città santa di Najaf. Col tempo la turba può formare un piccolo callo sulla fronte. In alcuni sunniti si formano calli con lo strofinare la fronte sui tappetini che noi chiamiamo «preghiere». L’Islam vuole che i musulmani recitino le preghiere cinque volte al giorno. Così fanno i sunniti. Gli sciiti hanno l’opzione di farlo tre volte che possono raddoppiarsi in qualche occasione. Quando i


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fedeli vengono chiamati alla preghiera, le moschee sunnite invocano Allah e il profeta Maometto. Gli sciiti aggiungono il nome di Ali, cugino e genero del profeta. La chiamata alla preghiera vien fatta in tempi differenti, per gli sciiti alcuni minuti dopo i sunniti. Durante il mese del digiuno del Ramadan, in Iraq entrambi interrompono il digiuno, al calare del sole, in tempi leggermente differenti ed osservano le celebrazioni dell’Eid ul-Adha con un giorno o due di distanza (il governo iracheno, a prevalenza sciita, è stato aspramente criticato dal mondo arabo per aver impiccato Saddam Hussein il primo giorno dell’Eid ul-Adha; per gli sciiti la festività non inizia prima del giorno successivo). Eid ul-Adha (Festa del Sacrificio) è una festività musulmana che segna il culmine del pellegrinaggio annuale alla Mecca (Hajj). Ci sono altre differenze nel praticare la loro fede comune. La triste cerimonia dell’Ashura (di cui si è già detto) è unicamente sciita: la flagellazione con spade e con fruste per i sunniti è semplicemente disgustosa. Agli sciiti viene chiesto di pagare due tipi di oboli: il khums, ossia 1/5 delle loro entrate e lo zakah. I sunniti pagano solo lo zakah. Si tratta di un pagamento obbligatorio annuale in rapporto al suo reddito. Il tasso del versamento è del 2,1 - 2 % in contanti, gioielli e metalli preziosi, con un altro tasso per gli animali e per i prodotti dell’agricoltura. Non è né una donazione caritatevole né una tassa. Mentre la donazione caritatevole è opzionale e le tasse possono essere usate per un qualsiasi scopo governativo, lo zakah è un atto fondamentale di venerazione teso a sviluppare una società equa, dove ognuno ha il diritto/dovere di contribuire o ricevere in funzione del proprio

reddito. • Le moschee. Quelle sunnite tendono ad avere cupole e minareti. Gli sciiti spesso pregano presso gli husseinya, che funzionano da moschea e da centro di comunità e che non sono necessariamente muniti di cupole. I posti dove di solito gli sciiti manifestano la loro fede hanno festoni con tradizionali bandiere verdi e nere e sono decorati con ritratti di Ali e, talvolta, di Hussein. Le moschee sunnite tendono ad essere più austere e i ritratti di ogni genere sono considerati una forma di idolatria. I religiosi sciiti spesso indossano vesti più elaborate di quelle dei sunniti e portano copricapi bianchi, neri o verdi. I copricapi dei sunniti di solito sono bianchi. • Le case. L’amore degli sciiti per i ritratti si manifesta nelle loro case con l’immagine di Ali spesso appesa ai muri nei loro soggiorni. I sunniti, invece, tendono a favorire le frasi prese dal Corano. Durante importanti occasioni religiose può avvenire che gli sciiti svolgano bandiere colorate sui loro tetti. Alcuni sunniti spiegano una bandiera bianca quando tornano dal Hajj (pellegrinaggio alla Mecca). • Le autovetture. Come nelle loro case, gli sciiti devoti spesso hanno foto e stickers dell’Imam Ali nelle loro auto, specialmente sul cristallo posteriore. Avviene anche che appendano amuleti religiosi (quali l’alek, una striscia di stoffa verde) agli specchietti retrovisori. In Iraq ora quei segni palesi di fede possono essere fatali. Si sa di miliziani sunniti che fermano autoveicoli con quei segni distintivi ed ammazzano autista e passeggeri. •

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SADDAM HUSSEIN ESEGESI DI UNA DISFATTA del Cap. Davide MAGHINI in servizio presso il Comando USASETAF

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L

a risposta irachena all’operazione Iraqi Freedom fu dettata sia dalla natura del regime che dallo stesso Saddam Hussein. Agli occhi dell’Occidente la scelta poteva apparire illogica, ma non teneva conto della struttura politica, della cultura e della storia del Paese. Mentre la pressione esercitata dalle forze della Coalizione cresceva, due considerazioni guidavano le scelte del rais. • La prima era la minaccia di un colpo di Stato. La storia del Paese è stata, infatti, costellata di questi tentativi. Il partito Ba’ath, nel 1960, si vide togliere il potere in seguito a un colpo di Stato militare che vanificò gli sforzi del partito di modellare il Paese secondo la sua ideologia. Durante la guerra con l’Iran il rais costituì la Guardia Repubblicana per avere un’organizzazione militare stretta-

mente legata al regime e alla sua ideologia piuttosto che al Paese. Equipaggiata con i migliori materiali, la Guardia Repubblicana, diversamente da altri eserciti privati, si creò la reputazione di unità altamente preparata in grado di proteggere il regime non solo dall’Esercito, ma anche dal popolo stesso. Nel 1991, durante la Guerra del Golfo, le sue unità subirono pesanti perdite nel tentativo di contrastare l’avanzata delle forze della Coalizione. Ciononostante, nel marzo dello stesso anno, dimostrò la sua efficienza nel reprimere la ribellione della Shi’a sorta come reazione alla sconfitta subita. All’interno della Guardia Repubblicana i legami di san-

M1A1 «Abrams» di sorveglianza a un checkpoint americano.

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gue, sia con la famiglia del dittatore che con la sua tribù, le davano sicura affidabilità. Negli anni 90, Saddam Hussein si dovette confrontare con il crescente malumore dovuto alle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, malumore che portò ad alcuni tentativi di colpo di Stato, tra cui almeno uno perpetrato da membri della stessa Guardia Repubblicana. Questo fu il presupposto per la costituzione della Guardia Speciale Repubblicana, dei Fedayeen Saddam, di Al Quds e delle Brigate di Martiri come strumenti necessari ad evitare nuovi colpi di Stato. La sicurezza interna del regime era prioritaria nell’ambiente militare rispetto all’addestramento necessario per combattere i nemici esterni. A causa dell’estesa sfiducia del rais nei confronti di tutti, ad eccezione dei figli e di pochi parenti, fu limitato il movimento delle unità a scopi addestrativi e persino i contatti tra gli ufficiali superiori. Il comando delle unità fu affidato solo a persone ritenute fidate, o comunque legate da parentela, così alcuni tra i più competenti si persero lungo la strada, i più fidati andarono in pensione ed altri furono addirittura uccisi. Con tali misure l’efficienza militare cessò di esistere. • La seconda ipotesi si rifà alla natura dei suoi oppositori. Secondo Saddam, gli americani non avrebbero mai invaso il Paese. Ad avallare questa ipotesi vi era l’esperienza fatta nel 1991, quando, secondo il rais, le forze della Coalizione si erano ritirate per evitare di subire troppe perdite. Seguendo questo pensiero la Coalizione non avrebbe condotto un massiccio attacco di terra, ma solamente una campagna aerea simile a quella sferrata nel 1998 durante l’operazione Desert Fox. Nella

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sua visione l’idea che le forze della Coalizione potessero attaccare tutte le vie di comunicazione per Baghdad appariva irrealizzabile. Solo pochi ufficiali superiori, vista l’imponente macchina bellica che si stava costituendo in Kuwait, erano di diverso avviso. La maggioranza era convinta che l’attacco di terra sarebbe stato preceduto da una preparazione condotta da artiglieria e forze aeree. Rimasero tutti stupiti nel vedere come l’inizio delle operazioni di terra quasi coincidesse con quelle aeree. Altrettanto sorpresi rimasero nel constatare la velocità e la potenza dell’avanzata, al di sopra della loro concezione operativa e delle proprie capacità logistiche. Disconoscendo la storia militare, la logistica, i cambiamenti tecnologici ed ogni concetto moderno di operazioni militari, Saddam fu incapace di modificare gli esiti dei combattimenti. Quando concepì il nuovo piano per la difesa del Paese tutti i suoi Generali, tranne poche eccezioni, lo accettarono senza obiezioni. All’inizio delle operazioni, i suoi Comandanti comunicarono dal fronte un successo dopo l’altro. Per la stampa occidentale tali affermazioni apparivano ridicole, ma, dal punto di vista dei leader iracheni, erano riportate esattamente così come giungevano dal fronte. La condotta delle operazioni della Coalizione contribuiva alla errata percezione di quello che stava accadendo. I leader del partito Ba’ath nelle città lungo l’Eufrate, dove gli iracheni morivano a centinaia, annunciavano i trionfali successi riportati dai Fedayeen Saddam. Ma ciò che più ha contribuito alla sconfitta irachena è stata l’errata valutazione del dittatore. Mentre le unità della III Divisione di fanteria americana sta-


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vano avanzando verso Garbala Gap, egli si convinse che quella era una manovra diversiva e che la vera minaccia sarebbe giunta dalla Giordania. LA STRATEGIA Negli anni successivi all’Operazione «Desert Storm» del 1991, Saddam Hussein aveva continuato a dare credito alle valutazioni ottimistiche che i collaboratori gli prospettavano sull’andamento del regime. Il vice Primo Ministro, Tariq Aziz, ha descritto il dittatore come «molto fiducioso», in quanto gli Stati Uniti mai avrebbero osato attaccarli e che, se anche lo avessero fatto, sarebbero stati sconfitti. Cosa rendeva così fiducioso il dittatore iracheno? Secondo il vice Primo Ministro alla base di ciò vi era era la convinzione che la Francia e la Russia, per i numerosi interessi economici che avevano in Iraq, avrebbero evitato l’invasione. Secondo Ibrahim Ahmad Abd Al-Sattar Muhammad Al-Tikriti, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito iracheno, Saddam era convinto che, anche qualora i suoi sostenitori internazionali avessero fallito nei loro intenti e gli Stati Uniti avessero deciso l’invasione, Washington, per evitare il conflitto, si sarebbe rapidamente piegata alla pressione internazionale. Ma il timore di Saddam era la possibilità di una rivolta interna. Se i carri armati americani avessero attraversato il confine iracheno per reprimerla, nel successivo dopoguerra egli avrebbe avuto bisogno dei ponti e dell’area sud del Paese non allagata. Su questa base progettò i suoi movimenti. Alcuni ufficiali superiori, non condividendo il piano strategico, espressero una visione più pessimistica. Secondo il Comandante del Primo Corpo

Abed Hamid Mahmoud, Segretario Principale di Saddam Hussein.

della Guardia Repubblicana «non c’era nulla che poteva essere fatto per fermare gli americani dopo l’inizio del conflitto». Durante i primi dieci giorni di guerra, l’Iraq aveva chiesto a Russia, Francia e Cina di non sostenere il «cessate il fuoco» perché credeva che tali iniziative avrebbero legittimato la presenza della Coalizione nel proprio territorio. Quando si pensava che la sua strategia stesse funzionando e che l’offensiva della Coalizione si stesse esaurendo, il 30 marzo 2003 il Tenente Generale Abed Hamid Mahmoud, Segretario Principale di Saddam, suggerì al Ministro degli Esteri iracheno di comunicare ai governi francese e russo che Baghdad avrebbe accettato solo una «resa incondizionata» delle forze americane perché «l’Iraq sta vincendo e... gli Stati Uniti stanno affondando nel

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fango della sconfitta.» In quel momento, invece, i carri armati americani si stavano rifornendo e riarmando a circa 160 km a sud di Baghdad. L’EFFICACIA DELLO STRUMENTO MILITARE Come è noto, l’aviazione irachena non ha lanciato un solo attacco contro la Coalizione durante l’invasione.

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Un manifesto propagandistico viene rimosso da un soldato americano.

Saddam, infatti, due mesi prima dell’inizio delle ostilità, decise che l’aviazione non avrebbe partecipato alle operazioni in quanto inadeguata a contrastare i nemici. Conseguentemente, ordinò ai suoi Comandanti di spostare la maggior parte degli aerei lontano dagli aeroporti nascondendoli alla vista


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dell’aviazione della Coalizione, mimetizzandoli nei boschi o seppellendoli sotto la sabbia. Fu scartata anche l’opzione di trasferirli in Iran, in quanto tale tattica era stata già usata durante l’Operazione «Desert Storm», e l’Iran ora poteva disporre di parte di quell’aviazione (secondo Kenneth Pollack, circa 115 aerei della prima linea furono ridislocati in Iran durante l’Operazione «Desert Storm»). L’analisi di questa decisione conferma come Saddam fosse convinto che le forze della Coalizione mai avrebbero raggiunto il cuore del Paese e spiega come, di conseguenza, i suoi pensieri fossero rivolti al mantenimento dell’equilibrio del potere regionale. Anche le sanzioni contribuirono a ridurre la capacità militare irachena. Per più di dodici anni i provvedimenti delle Nazioni Unite l’avevano sfibrata, vanificando la possibilità di acquistare apparecchiature e sviluppare adeguati programmi di addestramento. Per limitare tale flessione Saddam costituì una Commissione per l’Industria Militare e una serie di organizzazioni periferiche a garanzia dello sviluppo di nuove attività, che si sarebbero contrapposte sia alla carenza di apparecchiature sia allo scarso addestramento e alla mancanza di motivazione dei militari. In un documento di tale commissione era evidenziato che gli investimenti effettuati nel 2002 mostravano più di 170 progetti di ricerca divisi in diverse aree con un budget di circa l’1,5% del PIL. I funzionari della commissione, anziché relazionarsi con chiarezza denunciando i limiti della situazione, affermavano, temendo le reazioni del rais, di essere in grado di sviluppare con estre-

ma facilità i programmi di riarmo, consegnando dati palesemente falsati. L’esteso malcostume di mentire da parte dei collaboratori, indusse Saddam a perdere completamente la visione delle capacità convenzionali e non del Paese. Per evitare ritorsioni molti Ministri preferivano fornire una visione positiva falsificando i rapporti. Negli anni immediatamente precedenti l’Operazione «Iraqi Freedom», ognuno di loro capiva che il bisogno di Saddam di sentire soltanto buone notizie cresceva costantemente. Era dunque nel loro interesse alimentare quel sentimento, senza peraltro preoccuparsi delle conseguenze. L’IRRILEVANZA DELLA GUIDA MILITARE Saddam veniva descritto come un profondo pensatore che meditava tutta la notte finché non gli arrivava l’ispirazione. Il mattino seguente la sua intuizione veniva tradotta in ordine, dopo essersi confrontato con familiari o fidati consulenti privi di ogni cognizione militare. In questo clima si convinse di avere notevoli capacità militari. Dopo la guerra del 1991, l’Esercito fece molti sforzi per «compensare» le lacune emerse durante «Desert Storm». Tutti i tentativi vennero ostacolati dalla convinzione del dittatore che le sue forze di terra avessero ben operato durante la guerra. Questa certezza costrinse gli ufficiali a compilare delle analisi che non intaccassero né il suo prestigio né le capacità belliche delle forze irachene, concentrandosi su questioni totalmente irrilevanti. Nonostante gli esiti dei rapporti, i

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Generali capirono quanto efficace fossero la manovrabilità, la velocità, il comando e controllo e l’addestramento che le forze americane avevano dimostrato, ma erano anche consapevoli di quanto pericoloso fosse rendere noto tutto ciò. Piuttosto di un’analisi sincera, prevalse la credenza che l’unico vantaggio di cui beneficiavano le truppe americane fosse la tecnologia e null’altro. LE MILIZIE PARAMILITARI È difficile valutare gli effetti che la rivolta sciita e kurda del 1991 ebbero su Saddam. Da quel momento la possibilità di un colpo di Stato costituì il suo principale problema. Una delle precauzioni, volta a sedare un’eventuale rivolta, fu la costituzione di eserciti privati politicamente affidabili: i Saddam Fedayeen, il al Quds Army e il Ba’ath Party Militia. I documenti recuperati dopo l’Operazione «Desert Storm» indicano che lo scopo principale di tali milizie aveva, inizialmente, poco a che fare con la difesa del Paese da un eventuale attacco esterno. Solo dopo aver visto i risultati dell’Intifada palestinese e i successi dei miliziani somali contro le truppe americane, il loro compito diventò quello di difendere l’Iraq dai nemici esterni. Tutte queste organizzazioni hanno peggiorato la sicurezza nazionale rendendo il reclutamento più difficile e spogliando l’Esercito del necessario equipaggiamento. Al Quds era una milizia regionale creata per controllare particolari aree del Paese e sedare, quanto più rapidamente possibile, qualunque disordine. Al Quds vantava una forza stimata in 500 000 unità alle dirette dipendenze

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del rais. Quanto alla sua capacità in tempo di guerra, anche il Ministro della Difesa sosteneva la carenza di armi e materiali idonei ad affrontare il conflitto. A guerra iniziata, Saddam si aspettava che i membri della milizia lottassero come leoni. La realtà fu completamente diversa e nessuno fu abbastanza coraggioso da dirgli la verità. La loro istituzione si rivelò una pessima idea. Poiché al Quds era una forza di difesa territoriale part-time impiegata in tempo di crisi, nell’ottobre del 1994 furono costituiti i Saddam Fedayeen: una forza permanente destinata a compiti di sorveglianza e antisommossa. Una forza destinata a reagire alla rivolta curda e sciita del marzo 1991. Per risolvere tali problemi il rais creò i Saddam Fedayeen come forza a lui fedele. Secondo i documenti di pianificazione catturati dalla Coalizione, il compito di questa milizia era quello di proteggere l’Iraq da qualunque minaccia interna ed esterna. Nella prima decade dopo la costituzione, questa forza portò a termine numerose operazioni tra cui: sterminio dei sabotatori in Muthanna; arresto dei ladri di automobili in Anbar; controllo dei civili sciiti nei luoghi santi di Karbala; un progetto per bombardare un avamposto di aiuti umanitari in Erbil, luogo che la polizia segreta sospettava essere la base di un’operazione dell’intelligence occidentale. I Saddam Fedayeen progettarono anche attacchi terroristici in Europa e nel Medio Oriente. In un documento del maggio 1999, Uday, il figlio maggiore di Saddam, ordinava la preparazione di «operazioni speciali, uccisioni e bombardamenti, per i simboli e i traditori a Londra, Iran e Kurdistan». Come in ogni tipico modello iracheno, la corruzione colpiva anche i Fedayeen


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Saddam. Nonostante i versamenti regolari di contanti per le missioni di successo, i benefici educativi e i privilegi militari, un certo numero di Fedayeen Saddam alimentavano la crescita dell’economia sotterranea. Nel 2001, alcuni rapporti evidenziavano come alcuni membri dell’organizzazione contrabbandavano armi al confine saudita e costituivano dei blocchi stradali per saccheggiare i viaggiatori. Tutto questo avveniva anche se le mancanze disciplinari venivano duramente represse dal regime. Le punizioni per i militari che si erano macchiati di furto consistevano nel taglio della mano, quelli accusati di sodomia venivano buttati giù da una torre, cento frustate per quelli accusati di molestie sessuali, il taglio della lingua per i bugiardi e la lapidazione per altre infrazioni. Non stupisce che i Fedayeen Saddam si siano dimostrati i più fanatici durante la guerra del 2003. In numerose occasioni, si sono lanciati contro le colonne corazzate della Coalizione opponendo la loro resistenza all’occupazione delle città meridionali di Samawah, Najaf e Karbala. Hanno, inoltre, tentato di bloccare l’entrata della Coalizione a Baghdad dopo che la Guardia Repubblicana aveva abbandonato le posizioni. Ma alla fine i Fedayeen si sono trovati completamente impreparati per il tipo di guerra che era stato loro chiesto di combattere e sono morti a migliaia. L’INSICUREZZA Saddam, che si fidava solo di se stesso, aveva concentrato sempre maggior potere nelle sue mani. Consapevole che da solo non poteva seguire tutto, demandava agli altri solo cose margina-

li. Nell’affidare tali incarichi le scelte ricadevano su personale non istruito, senza talento e su coloro che non erano in grado, a suo parere, di minacciare il regime. Sempre prudente verso un potenziale colpo di Stato, perseverava nella sua riluttanza ad affidare l’autorità militare a persone troppo lontane dalla sua famiglia o dalla sua tribù. A meno che non vi fosse l’intervento del padre, Qusay aveva la decisione finale sulle questioni di importante rilevanza militare, anche quelle più rilevanti, tra cui la porzione di terreno da difendere, la durata della battaglia e come e quando spostare le forze rimaste. Dopo la guerra, molti ufficiali superiori hanno rimarcato la costante mancanza di esperienza militare di Qusay e la sua riluttanza nel farsi consigliare. Ciò dimostra ancora una volta che molti dei suoi collaboratori non erano qualificati, mentre quelli che lo erano non avevano l’opportunità di parlare. Il Maggior Generale Barzan Abd al-Ghafur Sulayman Majid, Comandante della Guardia Speciale Repubblicana, ne è un esempio emblematico. Barzan era stato scelto perché possedeva parecchie qualità che, secondo Saddam, ne facevano l’uomo giusto al posto giusto: non era abbastanza intelligente per rappresentare una minaccia al regime e nemmeno coraggioso per poter partecipare ad un complotto. La scelta di questi uomini sembrerebbe insensata, ma chiarisce perfettamente quale era la politica irachena. Alla fine del 2002, Saddam ancora convinto delle sue doti di condottiero metteva in atto il suo concetto operativo di difesa del Paese. Un piano che avrebbe accelerato la distruzione delle Forze Armate irachene. Il 18 dicembre, il Capo di Stato Maggiore della Guardia

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Repubblicana riuniva e comunicava ai suoi Comandanti i dettagli del nuovo concetto difensivo. Era un piano originale ed audace, ma poco pratico. Il progetto si limitava alla sola difesa della capitale, il cui territorio era suddiviso in quattro cerchi concentrici di diverso colore. La Divisione Hammurabi della Guardia Repubblicana avrebbe difeso il nord della città, la Divisione Medina il sud, la Divisione Al Nida l’est, e le forze speciali e la Guardia Speciale Repubblicana l’ovest. Se gli americani fossero giunti all’anello più esterno, le forze all’ordine di Saddam avrebbero condotto un ripiegamento simultaneo. Le unità avrebbero reiterato la manovra fino al raggiungimento dell’ultimo cerchio: in questa ultima posizione avrebbero dovuto combattere fino all’estremo sacrificio. Paragonato ai precedenti concetti difensivi elaborati da esperti militari, quest’ultimo era dilettantesco. Non era stata posta la minima attenzione a fattori elementari, quali la natura del terreno, e non si capiva come tutte le unità sarebbero state in grado di ritirarsi simultaneamente da un cerchio all’altro mentre erano impegnate sul terreno e attaccate dall’aria.

vizio di Intelligence iracheno, la Direzione di Intelligence Generale Militare e i vari uffici del servizio di sicurezza all’interno della Guardia Repubblicana. Inoltre, il numero del personale di sicurezza, in ciascuna di queste organizzazioni, aumentò smisuratamente dopo 1991. Tale mancanza di fiducia ha avuto un effetto diretto sia sulla capacità dei Comandanti nel condurre le loro unità sia sulla capacità delle unità di sfruttare la loro conoscenza del terreno per preparare un’adeguata difesa. La contraddizione vuole che in molti casi gli ufficiali, che non avevano mai visto peculiari aree, avessero tuttavia l’onere di dare precise indicazioni sul dispositivo da mettere in atto. Non tutti i Comandanti dovevano subire tali restrizioni. Quelli della Divisione «al Nida» - una Divisione blindata della Guardia della Repubblica - godevano di un’insolita libertà. Avevano il compito di difendere la parte orientale di Baghdad da possibili attacchi dall’Iran. La Divisione «al Nida» era considerata la migliore sia dall’intelligence irachena sia da quella della Coalizione. Secondo

Tarik Aziz e Saddam Hussein.

LE LIMITAZIONI NEL COMANDO Oltre alla corruzione, altri sono i fattori che hanno minato l’operato dei dirigenti. Ogni Comandante, intervistato dopo la guerra, ha confermato che le ostilità avevano accentuato i costi psicologici di questo meccanismo gerarchico. Ciascuno di questi Comandanti doveva lottare con almeno cinque maggiori organizzazioni di sicurezza, includendo l’Ufficio di Sicurezza Speciale, il Ser-

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il Capo di Stato Maggiore della Divisione, la sua prontezza operativa era eccellente ed il suo Comandante pianificava e conduceva un addestramento virtualmente autonomo. Tale indipendenza era inaudita. Quando gli fu chiesto di spiegare la disparità tra l’autorità superiore da lui esercitata e quella concessa agli altri Comandanti divisionali, rispose con tono fiero «io sono un Tikriti (città natale di Saddam) e gli altri Comandanti non lo sono». C’erano due reazioni comuni a tale dispositivo di sicurezza: innanzitutto bisognava superare la cortina di sospetto, tentando tuttavia di comandare un’unità militare in procinto di una guerra. L’efficacia di tale processo

richiedeva spesso delle particolari precauzioni. Il Comandante del II Corpo della Guardia Repubblicana, per esempio, aveva tenuto la maggior parte delle sue riunioni private nel giardino di una casa privata, dove poteva essere relativamente sicuro ed isolato dalle spie del regime. La seconda reazione, più comune fra gli ufficiali superiori, era evitare qualunque azione, attività o circostanza che potesse indurre in so-spetto gli «occhi» del regime. Le restrizioni imposte sugli ufficiali iracheni durante il tempo di pace e l’atmosfera generale di paura hanno di

Il piano di difesa di Baghdad.

Ministro della difesa

Aeroporto militare Parlamento

Palazzo presidenziale

Quartier Generale della Guardia Repubblicana

Aeroporto Internazionale Saddam

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fatto reso impossibile il coordinamento dell’azione durante la guerra. Sacrificando l’efficienza militare per i più importanti bisogni relativi alla sicurezza interna, il regime ha neutralizzato il suo strumento militare, che si è trovato incapace di resistere alle forze della Coalizione, più disciplinate e competenti. CONCLUSIONI Saddam ha considerato che il fattore più importante per il successo militare risiedesse nell’impegno ideologico alla causa Ba’ath. Egli ha considerato che tale spirito potesse essere superiore a tutto quello che i soldati della Coalizione erano in grado di portare sul campo di battaglia, trascurando numerosi fattori e riducendo drasticamente l’efficacia del suo Esercito. L’Esercito iracheno non è stato il primo a collocare lo «spirito» al di sopra della potenza di fuoco e dell’addestramento, e, probabilmente, non sarà l’ultimo. Il dibattito sulle origini dell’insurrezione del dopoguerra in Iraq si è concentrato sulla domanda se il regime di Saddam avesse collocato le munizioni intorno al Paese per sostenere la guerriglia futura contro il nemico esterno. Ma non ci sono prove per sostenere questa tesi. È certo, però, che ha ordinato la distribuzione delle munizioni per conservarle nel caso di una guerra prolungata contro le forze della Coalizione. Saddam non aveva nemmeno preparato un piano nel caso in cui la disfatta fosse apparsa evidente. Poichè era sicuro che

A sinistra: M1A1 «Abrams» nel deserto iracheno.

le forze della Coalizione non avrebbero mai raggiunto Baghdad, mai prese in considerazione la possibile caduta del regime. Nei giorni immediatamente precedenti alla caduta, in una casa sicura di Baghdad, egli tenne una riunione con la sua leadership. Secondo Aziz, il tono di Saddam era quello di un uomo «che aveva perso la sua volontà di resistere». Dopo quella riunione Saddam si era trasferito in un’altra casa, cambiandola ancora ogni tre/sei ore. In questi rifugi segreti incontrava il suo segretario personale, i suoi due figli, il Ministro della Difesa ed i Capi di Stato Maggiore dell’Esercito. Secondo i presenti, nonostante la disfatta fosse imminente, il dittatore continuava a dare ordini di spiegamento ad unità che ormai erano state annientate. La sua attenzione era concentrata sulla possibilità di disporre della Guardia Repubblicana e dei Saddam Fedayeen a Baghdad per organizzare la guerriglia urbana. Nella riunione successiva venne messo al corrente dell’impossibilità per le Divisioni dell’Esercito di difendere la capitale e a questo punto diede l’ordine ai Comandanti Regionali del partito di occuparsi della difesa finale del regime. In un’ulteriore riunione avvenuta lo stesso giorno fu progettato di dividere Baghdad in quattro quadranti, collocando a capo di ognuno un fedele del partito con il compito di difendere il settore fino all’ultimo e più estremo sacrificio. Nello stesso momento in cui Saddam concordava questa strategia difensiva, una Brigata corazzata americana aveva già occupato l’aeroporto di Baghdad ed un’altra era schierata davanti al palazzo centrale. •

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KOSOVO 2006-2007 del Ten. Massimiliano DAVID in servizio presso il 1° reggimento Granatieri di Sardegna

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all’inizio degli Status Talks, ossia i colloqui avviati a Vienna nel febbraio dello scorso anno tra serbi e albanesi, al fine di garantire uno Status definitivo al Kosovo, la regione (appartenente alla Serbia) resta ancora oggi un grande punto interrogativo, nell’attesa di un risultato che non tutti si dichiarano pronti ad accettare. Risultato che in ogni caso rappresenterà certamente un punto

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di svolta. Nonostante siano oramai tre anni che nella regione non si registrano scontri violenti, la tensione rimane ancora viva e palpabile; il ruolo delle forze multinazionali di Kfor (Kosovo Firefighting Operations) rimane pertanto di fondamentale importanza. La missione consiste nell’ assicurare la SASE (Safe And Secure Environment),


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ossia un ambiente sicuro e stabile nel quale possano riprendere le normali attività della vita civile a prescindere dall’ etnia e dalla religione della popolazione stessa. Kfor, contemporaneamente all’avvio degli Status Talks viennesi, ha cambiato il proprio assetto, trasformando le 4 Multinational Brigades in 5 Multinational Task Force. Tale modifica ha consentito un notevole snellimento della catena di comando, al fine di condurre un progressivo «unfixing», ovvero un ridimensionamento delle forze a favore delle polizie locali, mantenendo pressoché inalterate le capacità di intervento e controllo nel territorio. Per facilitare il coordinamento di tutte le operazioni condotte in un territorio certamente non facile, Kfor ha distribuito a tutte le Task Force il sistema francese IFTS (Interim Force Tracking System)

Granatieri in visita a una scuola kosovara.

che, montato sui veicoli ruotati, consente di monitorarne e determinarne la posizione in ogni momento. È un sistema di comunicazione che costituisce anche un canale di comunicazione di emergenza in quanto consente di inviare messaggi preformattati. Sotto comando italiano è la Multinational Task Force West, la cui area di responsabilità è rappresentata appunto da una serie di municipalità situate nella zona ovest, quali Pec, Decane, Dakovica, Istok, Goradzevac, Klina e Budisavic. Sede della MNTF-W è l’enorme compound di «Villaggio Italia», situato presso Belo Polje, reso completamente autonomo con l’installazione di una vasta rete di gruppi elettrogeni, un avanzato sistema di

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depurazione dell’acqua, una landing zone, due mense, una palestra, nonché diversi negozi (in gergo px), ristoranti, bar, internet point e persino un ripetitore Telecom, grazie al quale si può chiamare con le stesse tariffe nazionali. Nel periodo luglio 2006-febbraio 2007, due sono stati i Comandanti della MNTFW: il Generale di Brigata Vincenzo Santo (Comandante in Patria della Brigata «Aosta») e, dal 23 ottobre del 2006, il Generale di Brigata Claudio Attilio Borreca (Comandante in Patria della Brigata «Pinerolo»). La spina dorsale della Multinational Task Force, nel periodo in considerazione, è stata costituita dai militari del 1° reggimento «Granatieri di Sardegna», il reggimento più antico del nostro Esercito. A distanza di cinque anni dall’ultima uscita, il 1° reggimento «Granatieri di Sardegna» è tornato nuovamente protagoni-

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sta in ambito internazionale, partecipando, a partire dal 10 luglio 2006, all’operazione joint-enterprise in Kosovo. Il reggimento, dopo una lunga fase addestrativa iniziata gli ultimi mesi dell’ anno 2005, che lo ha visto protagonista in numerose esercitazioni svolte nei vari poligoni situati nel centro sud della penisola, ha ottenuto «l’idoneità» da parte della commissione valutatrice del 2° FOD per essere immesso nel teatro operativo alle dipendenze della MNTF- W (MultiNational Task Force West) con sede a Peja/Pec. Il 10 luglio del 2006, i primi uomini e donne del Reparto hanno iniziato a sostituire i bersaglieri del 6° reggimento, nelle municipalità di Pec, Decane, Dakovica, Budisavic, Klina, Gordzecac (Compound che poi è stato chiuso durante la missione, Il CIMIC rappresenta un riferimento fondamentale per la popolazione locale.


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e precisamente a dicembre). Gli arrivi e il dispiegamento in due battaglioni (uno a sud est con sede in Decane, la cui area di responsabilità comprendeva le municipalità di Decane, Dakovica e Pec, un’altro a nord est con sede, inizialmente, a Goradzevac e poi a partire da dicembre, a seguito della chiusura del compound, è avvenuto il trasferimento a Pec, la cui area di responsabilità comprendeva le municipalità di Klina, Budisavic e Goradzevac) si sono conclusi il 26 luglio. Nella stessa data è avvenuto il cambio di responsabilità tra i due reggimenti, il 6° bersaglieri (reparto cedente) ed il 1° granatieri (reparto subentrante che avrebbe assunto il nome di Manoeuvre Group «Aquila»). Le attività di carattere operativo e logistico hanno avuto sin dall’inizio un ritmo incessante. Al fine, infatti, di garantire la sicurezza e la libertà di movimento della popolazione, a prescindere dalla loro religione o etnia nelle municipalità sopra menzionate nonchè la sicurezza dei luoghi sacri situati nell’ AOR di competenza, il Manoeuvre Group ha dato vita a numerosi posti di controllo (check point) fissi e mobili fermando e controllando oltre 50 000 persone, sequestrando un numero consistente di armi detenute illegalmente e percorrendo più di un milione di km negli oltre 7 500 pattugliamenti svolti in 6 mesi. La partecipazione, inoltre, delle compagnie del 1° reggimento alle cosìddette «XBO» (Cross Boundaries Operations), ossia quelle operazioni condotte al di fuori dei confini dell’area di responsabilità, è avvenuta a partire dal 7 agosto, con l’«Arizona Sky» in collaborazione con la MNTF-E sotto comando statunitense. A questa si sono poi aggiunte, nel corso della missione, operazioni joint con spagnoli, francesi, danesi, tedeschi, svedesi, britannici. Operazioni queste che, oltre a far crescere professionalmente i

reparti impegnati, hanno fatto conoscere l’enorme professionalità del soldato italiano, rappresentato egregiamente in queste occasioni dal granatiere, il quale ha ricevuto unanime plauso. Frequenti, inoltre, le operazioni di rischieramento dei reparti (a livello compagnia) da una parte all’altra del territorio, comprendenti anche l’immissione di rinforzi esterni, la cosiddetta riserva, in modo da testare la risposta del sistema di comando e gestione delle forze ben oltre i limiti normalmente prevedibili. Tali operazioni si sono svolte anche in collaborazione con la polizia locale (Kosovo Police Service). I rapporti con la KPS rivestono oggi una notevole importanza, al fine di raggiungere un obiettivo fondamentale, e cioè cedere progressivamente le responsabilità della sicurezza alle forze di polizia locali, le quali sono ancora oggi supportate dall’ UNIMIK Police ma che stanno progressivamente ampliando la loro presenza e capacità operativa. In ultimo, ma non per importanza, ricordiamo gli eccellenti risultati ottenuti in ambito CIMIC (Civilian Military Cooperation). I rapporti con le associazioni non governative (NGO’s, GO’s, IO’s), le autorità civili internazionali e le autorità locali hanno avuto uno sviluppo importante, evitando, pertanto, che disagi di vario genere potessero in qualche modo intralciare le attività operative. La missione del 1° reggimento «Granatieri di Sardegna» ha avuto termine il 28 febbraio, con una permanenza di circa 8 mesi in Teatro Operativo. Tirare le somme non è affatto semplice, ma una cosa è certa: i soldati che compongono il più antico reggimento d’Italia hanno dimostrato di non essere secondi a nessuno. •

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LA «LOGISTICA» DELL’ACQUA NEI TEATRI OPERATIVI del Brig. Gen. (med.) Francesco ORSINI Comandante della Scuola di Sanità e Veterinaria e del Col. Alfonso BARBATO in servizio presso il Comando Logistico dell’Esercito

L

a problematica dell’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano per i contingenti impiegati fuori area è alquanto complessa, sia dal punto di vista tecnico e sia da quello gestionale, in considerazione dei diversi «attori» interessati. L’assenza di

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Costituzione di un laboratorio mobile campale.

un corpus procedurale nonché di un quadro legislativo attagliato allo specifico ambito rende evidente quanto sia necessario individuare soluzioni chiare e facil-


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

Fig.1

mente applicabili alla problematica. Ciò anche nella considerazione che la disponibilità di acqua «potabile» è un fattore di primaria importanza per la riuscita delle operazioni militari, in quanto non incide solamente sul mantenimento della salute, ma anche sulle capacità operative delle forze. È, pertanto, necessario fornire al Comandante in Teatro gli strumenti idonei per poter autorizzare la distribuzione delle acque destinate ad uso umano basandosi su elementi oggettivi certi, raccolti utilizzando le più svariate competenze interne alla Forza Armata. A tale scopo, il Comando Logistico dell’Esercito ha inteso fornire una risposta alle impellenti esigenze operative, elaborando un «modello gestionale» di riferimento per la definizione della potabilità dell’acqua, razionalizzando il processo e sistematizzando le relative procedure.

POTABILITÀ DELL’ACQUA NEI TEATRI OPERATIVI Il processo afferente la cosiddetta «filiera» dell’acqua comprende, nel suo complesso, sei fasi, l’una condizionante l’altra (attingimento, trasporto, trattamento, distribuzione, conservazione e smaltimento acque reflue - Fig.1) che vedono coinvolti, a vario titolo, diversi «attori» con competenze tecniche specifiche. In particolare, se all’Area operativa compete l’individuazione delle fonti di approvvigionamento, la captazione dell’acqua, la realizzazione della rete di distribuzione e l’impiego e la gestione dei potabilizzatori, autobotti e cisterne di raccolta, all’Area logistica spetta assicurare il supporto logistico per il mantenimento delle attrezzature, l’effettuazione delle valutazioni sanitarie, ambientali ed epidemiologiche, nonché

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l’attivazione dei controlli sanitari sulle acque, al fine di poter esprimere il «giudizio di potabilità» delle stesse. Naturalmente, la qualità dell’acqua dipenderà dall’efficienza dell’intera filiera. Se una delle fasi non risponderà ai requisiti di qualità previsti, si danneggerà inevitabilmente l’intera catena e si vanificherà lo sforzo per ottenere acqua potabile. Pertanto, è necessario che tutti gli «attori» interagiscano sinergicamente. Al fine di poter attivare un «modello gestionale» attagliato alle esigenze del fuori area, la problematica della potabilità dell’acqua è stata esaminata sotto il profilo tecnico e normativo, facendo riferimento alle attuali disponibilità di attrezzature in ambito Forza Armata e alle competenze e capacità specifiche presenti in ambito Comando Logistico dell’Esercito, relativamente all’effettuazione delle analisi sui campioni d’acqua. Da un punto di vista tecnico, tenuto conto delle esperienze maturate nei Teatri Operativi nel corso di questi ultimi anni, il Comando Logistico dell’Esercito ha approvvigionato 38 potabilizzatori containerizzati (ISO 1C) di media capacità, con una produzione di acqua «trattata» pari a circa 10-15 mc/giorno, in grado di soddisfare le esigenze di unità fino a livello compagnia. L’attrezzatura, già distribuita alle Forze Operative (35), è stata opportunamente testata, attraverso un rigido protocollo messo a punto dal Centro Studi e Ricerche di Sanità e Veterinaria con il concorso dell’Università di Padova, ai fini della valutazione dei limiti d’impiego, ed è stata impiegata in Sudan e Pakistan. Attualmente è utilizzata in Libano (14) e in Afghanistan (6). Il personale specializzato destinato all’utilizzo e alla manutenzione dei potabilizzatori è

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stato addestrato con specifici corsi tenuti presso il Centro Studi e Ricerche (CSRSV) e presso la Scuola del Genio, con prove pratiche di funzionamento sul fiume Tevere. Il ricorso a tali attrezzature deve essere limitato alla prima fase dell’operazione (generalmente 6-8 mesi), in quanto nel successivo periodo la potabilizzazione dell’acqua dovrà essere considerata e assicurata nell’ambito dei progetti di carattere infrastrutturale. Naturalmente, in situazioni campali, per assicurare il corretto uso dei potabilizzatori, premessa indispensabile per poter garantire la potabilità dell’acqua, è necessario predisporre un idoneo impianto di potabilizzazione. In tal senso, nel corso di una ricognizione in Teatro libanese da parte di un team tecnico del Comando Logistico, è stato possibile definire un sistema campale di raccolta e distribuzione dell’acqua, costituito da potabilizzatori collegati in serie e un numero variabile di cisterne in PVC, che, anch’esse opportunamente collegate in serie, consentono al sistema di disporre di 3 tipologie d’acqua: cisterne per l’acqua grezza proveniente dalle fonti di attingimento, cisterne per l’acqua potabile (destinata al consumo umano) e cisterne per l’acqua di servizio in uscita dai potabilizzatori. In particolare, le cisterne dell’acqua grezza, collegate tra di loro a caduta, facilitano il deposito e il successivo smaltimento di eventuali particolati, causa di possibili mal funzionamenti del potabilizzatore. Il sistema prevede la realizzazione di 2 circuiti diversi, di cui uno per l’acqua potabile per l’alimentazione della cucina, delle docce dei lavabi e dei lavandini ed uno per l’acqua di servizio per gli scarichi dei bagni, il lavaggio automezzi, il sistema


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Fig.2 antincendio, la bonifica mezzi (Fig.2). La realizzazione di 2 linee differenziate consente il recupero di circa il 50% dell’acqua di risulta dei potabilizzatori, che altrimenti verrebbe dispersa. Il sistema, così come ipotizzato, è modulare e modificabile incrementando il numero delle cisterne o il numero dei potabilizzatori ed è di possibile attuazione in qualsiasi Teatro. LA NORMATIVA E I CONTROLLI Da un punto di vista normativo, occorre invece precisare che, per poter essere idonea al consumo umano, ovvero essere bevuta o utilizzata per cucinare o per l’igiene personale, l’acqua deve essere conforme a quanto previsto dal Decreto Legislativo

n.31/2001 e successive modifiche ed integrazioni. Tale Decreto, che recepisce la Direttiva CE 83/98, allinea l’Italia alle altre Nazioni europee in tema di garanzie per la popolazione sulla qualità dell’acqua da destinare al consumo umano, fissando stretti limiti e range di presenza inquinanti e/o sostanze minerali, ma soprattutto definendo in maniera tassativa le responsabilità nella gestione e controllo della filiera dell’acqua. La valutazione delle caratteristiche dell’acqua va effettuata mediante analisi (verifica e routine) chimiche, fisiche e microbiologiche. Il rispetto dei requisiti minimi, fissati dal predetto Decreto per l’acqua destinata al consumo umano, determina il c.d. «giudizio di potabilità». Il Decreto prevede inoltre, all’art.13, possibili deroghe alla sua applicazione per determinati tipi di

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inquinanti e tempi limitati. Tuttavia, tra i titolari indicati nell’iter procedurale per la richiesta/concessione di tali deroghe (Regione o Provincia autonoma/Ministero della Salute) non viene menzionata la Sanità Militare o altra Autorità interna all’Amministrazione della Difesa. Inoltre, in Patria, i controlli previsti (interni, a cura del gestore del servizio idrico ed esterni, a cura dell’Azienda Sanitaria Locale), in tema di potabilità dell’acqua, sono continui e la gestione dell’intero sistema è affidata a molteplici persone con competenze specifiche, ma il discorso è complesso in missioni fuori dal territorio nazionale, in contesti ambientali devastati da azioni di guerra o da catastrofi naturali, dove sono messe in discussione le «normali» condizioni igienico-sanitarie. Infine, per quanto riguarda le caratteristiche salienti dell’acqua, lo STANAG 2136

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indica le modalità e la periodicità dei controlli sull’acqua stessa e le caratteristiche necessarie per poter emettere il giudizio di potabilità. In sostanza, sono previsti un numero inferiore di esami da effettuare e limiti meno restrittivi della normativa nazionale, ancorché per tempi limitati. Tuttavia, lo STANAG 2136 non è stato ancora ancora ratificato dall’Italia. In tale situazione, è proprio la Sanità Militare che, nell’esercitare la sua funzione principale di tutela della salute del personale militare, ha inteso farsi carico della gestione della problematica della potabilità dell’acqua, utilizzando tutte le capacità tecniche offerte dal Centro Studi e Ricerche di Sanità e Veterinaria (CSRSV) di Roma, in mate-

Autobotte per acqua «Astra» da 8 000 l.


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ria di analisi microbiologiche e chimiche, in coordinamento con il Centro Tecnico Logistico Interforze NBC (CETLI NBC) di Civitavecchia. In sostanza, i principali «attori» in tema di analisi e controlli sanitari dell’acqua sono stati individuati nel CSRSV, unico Ente di Forza Armata deputato alla certificazione della potabilità dell’acqua utilizzata fuori dal territorio nazionale, e, fuori area, nel J4 Med/Dirigente del Servizio Sanitario, che effettua le analisi e i controlli previsti dalla normativa nazionale e propone al Comandante del Contingente gli eventuali provvedimenti di carattere sanitario da adottare. Per consentire al J4Med/DSS di effettuare tutti i controlli indicati, disponendo di un costante e continuo monitoraggio dello «stato» dell’acqua in Teatro, è stato approvvigionato dal CSRSV un apposito laboratorio campale, dotato di attrezzature e reagenti in grado di assicurare l’effettuazione delle analisi previste dal Decreto legislativo n.31/2001. Tale laboratorio è stato, inoltre, dotato di un sofware, appositamente dedicato, per la registrazione di tutti i dati e dei risultati delle analisi, che, attraverso l’impiego di canali di comunicazione di tipo informatico, vengono inviati in «tempo reale» al CSRSV, ai fini del giudizio di potabilità. Il laboratorio è in uso presso il contingente in Libano, e il personale sanitario fornisce, settimanalmente, un aggiornato punto di situazione sullo stato delle acque presso le varie basi del Contingente. Gli Ufficiali medici destinati all’impiego del citato laboratorio nel Teatro libanese frequentano un specifico corso propedeutico sempre presso il CSRSV. Sono in acquisizione ulteriori laboratori campali per il Teatro afghano.

Da un punto di vista procedurale, l’approvvigionamento di adeguate quantità d’acqua potabile dovrà essere ponderato già in fase di pianificazione dell’operazione sulla base di quanto segnalato nello STANAG 2885, che indica, in linea di massima, il fabbisogno idrico quotidiano individuale in condizioni ottimali (da 100 a 250 l/giorno), fabbisogno che può essere ridotto in situazioni di crisi. Pertanto, nelle situazioni campali o di «apertura» di una missione, durante le quali il contingente pianifica per tempo il suo intervento, è necessario che almeno un Ufficiale medico, possibilmente specialista in Igiene e Medicina Preventiva, partecipi alla fase ricognitiva unitamente al personale delle altre componenti tecniche interessate. L’Ufficiale medico dovrà effettuare un’indagine localistica per individuare le eventuali fonti di inquinamento (industrie, agglomerati urbani, scarichi fognari, discariche di rifiuti), esprimere valutazioni sul consumo dell’acqua e sulla qualità delle fonti. Fra le possibili fonti di approvvigionamento idrico, sono da preferire le acque telluriche, soprattutto se profonde, rispetto a quelle di superficie (meteoriche, acque dolci di fiumi e laghi, acqua di mare o di laghi salmastri), potenzialmente più inquinate. La scelta delle fonti deve essere fatta attentamente, valutando l’acqua sia da un punto di vista chimico-fisico che microbiologico, per poter scegliere la tecnica di potabilizzazione più idonea, tenendo anche conto che, in operazioni, latrine, pozzi neri e aree di lavorazione devono essere posizionati ad una distanza ottimale di almeno 250 metri dalla falda ed orientati in modo che qualsiasi drenaggio fluisca lontano dalle fonti, per prevenire la loro contaminazione. Una volta

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Fig.3 operata la scelta delle fonti di approvvigionamento idrico dal Comandante del Contingente, sulla base di considerazioni operative e del parere espresso dagli altri organi tecnici, l’Ufficiale medico effettuerà i prelievi da sottoporre ai controlli di verifica (tabella A par.2 del D.L.vo 31/2001), al fine di accertare se l’acqua da attingere sia potabilizzabile. Ove sia presente in Teatro un laboratorio (struttura campale di contingenti alleati o struttura civile locale) in grado di eseguire le indagini previste, vi si potrà far ricorso, altrimenti i campioni dovranno essere trasportati in Italia, presso il CSRSV per l’effettuazione degli esami (Fig.3). La certificazione delle caratteristiche dell’acqua consentirà di confermare o meno la necessità d’impiego dei potabilizzatori e definire il numero indi-

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spensabile per le esigenze del Contingente. In fase di spiegamento della forza, una volta installati i potabilizzatori, prima di fornire l’acqua al consumo, il J4Med/DSS effettuerà la raccolta di campioni d’acqua potabilizzata da sottoporre ad ulteriori controlli di verifica. Tali controlli dovranno essere ripetuti anche dopo l’esecuzione degli interventi di manutenzione che potrebbero incidere negativamente sulla qualità dell’acqua. In fase condotta, durante il periodo di permanenza del contingente, il J4Med/DSS provvederà alla raccolta e all’analisi dei campioni d’acqua (analisi di routine e controllo del cloro residuo), sia a valle dei potabilizzatori sia ai punti di utilizzazione finale maggiormente


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rappresentativi (mensa, spaccio, infermeria, bagni). In particolare, le analisi di routine saranno effettuate con frequenza settimanale, mentre il controllo del cloro residuo con frequenza giornaliera. I risultati dovranno essere inviati al CSRSV per le valutazioni del rischio, la raccolta dati per le «lezioni apprese», nonché l’individuazione di eventuali azioni correttive da mettere in atto da proporre al Comandante del Contingente. Sempre in tema di controlli da effettuare in fase condotta, con frequenza inizialmente mensile e successivamente più dilatata in base alla situazione dell’acqua, un apposito team provvederà al prelievo dei campioni dell’acqua presso le fonti di approvvigionamento, da sottoporre ad approfondite analisi presso il CSRSV. Anche il personale da inserire nel suddetto team effettua specifici corsi presso il citato CSRSV circa le modalità per la preparazione e il trasporto dei campioni in Patria. Naturalmente, dovrà essere effettuata dal personale tecnico preposto alla distribuzione dell’acqua, sotto la supervisione dell’Ufficiale medico e dell’Ufficiale veterinario, anche la disinfezione di cisterne e di autobotti destinati al trasporto o allo stoccaggio dell’acqua destinata al consumo umano. L’attivazione del suddetto modello gestionale è stata autorizzata dal COI, che ha conferito alla Forza Armata la responsabilità dei controlli sulla potabilità dell’acqua nel Teatro libanese. CONCLUSIONI Il problema della potabilità dell’acqua in operazioni continua ad essere di estrema attualità e oggetto di approfondimenti da un punto di vista tecnico e normativo. In

particolare, da un punto di vista tecnico la Forza Armata ha inquadrato l’esigenza del supporto idrico nel «supporto allo schieramento», da soddisfare con il ricorso ai mezzi mobili campali in dotazione alle unità del Genio. È stato avviato dallo Stato Maggiore dell’Esercito un programma di approvvigionamento di ulteriori sistemi containerizzati (ISO 1C) per «la potabilizzazione e lo smaltimento dell’acqua» di grande capacità, articolati su 6 moduli: modulo captazione (complesso di trivellazione), modulo B/C (per il trattamento di acqua contaminata), modulo potabilizzazione (per il trattamento di acqua dolce o di limitata salinità), modulo dissalatore (per il trattamento di acqua di mare), modulo bio-reattore (per il trattamento delle acque reflue), modulo servizio (contenente tubazioni, vesciche di accumulo, altri materiali). Il sistema assicurerà una produzione di acqua «trattata» pari a circa 70 mc/giorno, per il soddisfacimento delle esigenze di interi compound (circa 1 000 uomini). Il modello gestionale sulla potabilità dell’acqua in situazioni campali sintetizza competenze tecniche e procedure da adottare, ed è basato tanto sull’esperienza pregressa, quanto sull’attuale dottrina NATO e, pertanto, pienamente compatibile con lo STANAG 2136 quando questo venisse implementato. Resta inteso che, in operazioni, la qualità dell’acqua è un bene collettivo e prezioso che non va sprecato e al cui mantenimento devono partecipare tutti attivamente, attraverso la definizione di adeguate priorità fra le necessità e un accurato risparmio igienico personale e ambientale, senza venir meno alla regola cogente di assicurare la tutela della salute del personale. •

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LA RISERVA DI COMPLETAMENTO UN PROGETTO DA POTENZIARE di Lorenzo BONGIOVANNI Riservista di Completamento

L

a situazione socio-economica del «Paese Italia» e la necessità di dover ridurre i parametri economici del disavanzo pubblico hanno portato all’eliminazione, o alla forte ridu-

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Addestramento al combattimento nei centri urbani.

zione, di molte voci di spesa nell’ambito del bilancio nazionale.


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Come in una qualsiasi azienda privata, in cui la parte attiva viene di fatto associata alle fasi di produzione e/o vendita di un prodotto, mentre l’assistenza tecnica, anche se essenziale, è per sua intrinseca natura una voce di puro costo, così anche nel bilancio dello Stato, il «Sistema Difesa», e nel singolo specifico dettaglio anche l’Esercito Italiano, viene visto e considerato come una voce di spesa. Anche se ciò che viene svolto sia in Italia che all’estero dalle Forze Armate è sotto gli occhi dell’intera Nazione e delle popolazioni locali alle quali viene dato un fattivo apporto, la politica legata alla riduzione dei costi non ha lasciato indenne il bilancio del comparto militare riducendone, conseguentemente, le potenzialità economiche.

Operazione d’imbarco su elicottero da sostegno al combattimento.

Tale azione, com’è facilmente prevedibile, potrà impattare in più punti e quindi, a ragion di logica, si dovrà ipotizzare un contenimento, o riduzione, del personale in organico nell’Esercito, un’ottimizzazione o una limitazione della quantità dei mezzi, a prescindere che questi siano di valenza logistica o che si tratti di sistemi d’arma, ed una diminuzione della parte addestrativa, con un’ovvia riduzione delle intrinseche capacità dei singoli reparti ed un potenziale aumento dei rischi sul personale impiegato in teatri «caldi». Avendo aderito alla Riserva di Completamento da diversi anni, mi è

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stato possibile svolgere, ad oggi, tre richiami, di cui due in Brigata «Ariete», rispettivamente presso il Reparto e Comando Supporti Tattici e presso il 32° rgt. Carri, ed uno nella Brigata Aeromobile «Friuli», presso il Reparto Comando e Supporti Tattici, con un periodo di affiancamento al 66° rgt. Aeromobile «Trieste». Poiché nella vita civile lavoro in una grande azienda a valenza nazionale, nell’ambito della quale ho svolto molte-

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Una discesa con zaino 10 kg da 12 m.

plici attività di carattere tecnico, organizzativo e gestionale, la mentalità legata al miglioramento delle capacità produttive, al fine di ottimizzare l’efficienza del risultato finale in un’ottica di economia dei costi, è ben radicata nella mia personale mentalità. Conseguentemente, le esperienze effettuate nei richiami svolti mi hanno


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portato a constatare come, a volte, sarebbe possibile, a parità di mezzi e organici, mettere in atto una politica a costo zero che possa portare a migliorare l’efficienza intrinseca dei reparti, aumentando di conseguenza la motivazione degli effettivi e lo spirito di appartenenza al Corpo. Ma la situazione più peculiare su cui occorrerebbe lavorare in maniera massiva riguarda il settore legato alla Riserva, a prescindere che questa sia di Completamento o Selezionata. A differenza della Riserva Selezionata, dove per accedervi sono richieste peculiari professionalità, alle quali sono poi associate adeguate mansioni ed incarichi, per la Riserva di Completamento non è prevista la presenza di uno specifico curriculum vitae che porti a valorizzare le capacità acquisite, sia nell’ambito «civile» che in quello «militare», durante gli eventuali richiami svolti, ma congela e mantiene qualsiasi informazione, legata alla persona, all’epoca in cui la stessa ha prestato servizio nell’Esercito. Strettamente legato a questo aspetto, e quindi per chi aderisce alla sola Riserva di Completamento, è l’impossibilità che il singolo riservista di completamento possa occupare mansioni specifiche che prevedano la possibilità di gestione di personale se non ne aveva, all’atto del servizio militare prestato in precedenza, il corrispondente grado. Quindi, a differenza di quanto previsto per la Riserva Selezionata, non essendo possibile associare un grado alla reale capacità acquisita dal singolo nel corso della sua vita civile e/o militare, a meno di una particolare lungimiranza da parte dei singoli Comandanti dei reparti, non è possibile sfruttare le reali potenzialità dell’individuo. Questo aspetto, legato all’iniziale rifles-

sione sulla riduzione dei costi, è un punto su cui si dovrebbe accendere più di una luce. L’Esercito ha a disposizione un elevato bacino di potenziale lavoro «interinale», basato appunto su chi accetta di diventare riservista. Tale personale, per la intrinseca temporaneità del contratto di lavoro, avrebbe costi decisamente ridotti per le Forze Armate, in quanto verrebbe richiamato solo in caso di necessità, e quindi l’organico complessivo potrebbe variare, anche corposamente, in relazione alle singole e specifiche necessità contingenti senza doversi gravare di costi fissi nei momenti di minor bisogno. Per la mia esperienza personale, posso asserire che il riservista è solitamente una persona decisamente motivata, che mette quindi in risalto «potenzialità» a volte superiori a quelle del personale in servizio permanente. Qualora il personale richiamato non si dimostrasse all’altezza, per capacità o volontà, sarebbe facile eliminarlo dai data base degli RFC. È il caso di sottolineare che se la singola capacità professionale del riservista di completamento venisse gestita con maggior oculatezza consentirebbe un interscambio di know - how fra le esperienze civili e militari che sono di base per una corretta e ampia crescita professionale per entrambe le parti. Una crescita sinergica essenziale che sta alla base appunto del progetto che gestisce e regola le Forze di Completamento nel loro più ampio significato. Una singolarità in tutto questo è la scarsa conoscenza nella società civile di cosa sia la figura del riservista e del progetto che le Forze Armate hanno varato in tal senso.

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STUDI E DOTTRINA

Sicuramente ciò è dovuto a una cattiva informazione. Ritengo estremamente positive le iniziative del mondo militare per «farsi conoscere» all’esterno in un’ottica «easy friendly», come ad esempio le esibizioni delle Frecce Tricolori, l’apertura al pubblico della Base di Pisignano, per una serata di connubio con il Comune di Cervia legata a tematiche astronomiche, o il gemellaggio della Brigata «Friuli» con la Ducati Corse. Tali iniziative, per la peculiarità dei luoghi in cui vengono svolte e dei mezzi

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impiegati, hanno una valenza attrattiva elevatissima sulla popolazione civile. È intrinseco e semplice il concetto che, in un’ottica di immagine mediatica, non ci si può rinchiudere dietro al muro della caserma, ma occorre farsi conoscere per quello che realmente si è, piuttosto che per quello che si immagina che si sia. Contestualmente a quanto già espresso in relazione alla possibilità di una

Una fase dell’addestramento.


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

potenziale ottimizzazione dei costi nell’ambito dell’Esercito Italiano, credo che dare ancor più ampio risalto al progetto delle Forze di Completamento possa consentire lusinghieri risultati, aumentando gli organici «a carattere temporaneo» e potenziando conseguentemente le prestazioni. È, quindi, auspicabile che quanto già in essere, sia nell’ambito del Progetto della Riserva di Completamento che di quella Selezionata, venga ulteriormente potenziato, consentendo agli RFC, che già svolgono un’azione fondamentale in tal senso, di agire con le stesse modalità operative di un promoter di marketing, al fine di trasmettere, in maniera ancor più incisiva al personale «civile» che si approccia al mondo delle Forze Armate, quell’empatia posi-

Squadra Bravo. Posizione a «riccio».

tiva che invoglia ad aderire a questa affascinante realtà. Con l’auspicio che queste mie impressioni possano portare a divulgare e a migliorare il potenziale legato al contesto della Riserva, rimango un fervido sostenitore di questo progetto, che consente ai suoi partecipanti di poter acquisire, oltre a delle conoscenze dirette, un patrimonio d’esperienza di vita unico e spendibile su tutti i fronti della propria esistenza, in qualunque contesto, perché basato sulla crescita interiore del singolo individuo. •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

LE FORZE SPECIALI NELLA GUERRA ASIMMETRICA del Cap. Giovanni Luigi ISONI in servizio presso il 9° reggimento incursori «Col Moschin»

I

conflitti attuali vedono impiegate in maniera sempre più massiccia forze militari addestrate ed equipaggiate per fronteggiare minacce asimmetriche non convenzionali. In tale contesto le Forze Speciali si rivelano un assetto particolarmente adattabile alle nuove necessità operative, capace di compiere azioni mirate e precise, limitando i danni collaterali e producendo risultati (effects secondo la dottrina Effects Based Operations,

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EBO) che condizionano l’avversario e lo privano dell’iniziativa. LO SCENARIO INTERNAZIONALE Le spettacolari quanto agghiaccianti immagini degli attacchi terroristici dell’11 settembre hanno segnato il breve periodo storico in cui gli Stati Uniti, veri vincitori del confronto bipolare con l’Unione Sovietica,


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rappresentavano lo Stato leader dell’ordine internazionale, capace, in altre parole, di proiettare il proprio potere politico, economico e militare su tutto il pianeta. Per descrivere ed inquadrare il nuovo scenario così delineatosi gli esperti ricorrono a termini come guerra a «bassa intensità» o guerra di «quarta generazione» o, ancora, «guerra asimmetrica» ad indicare la non linearità dello scontro, la difficoltà nel distinguere i combattenti dai civili e, soprattutto, il carattere globale e multidirezionale della minaccia. I campi di battaglia moderni, infatti, non sono più rappresentabili in carte topografiche con termini di settore ben precisi ed eserciti regolari che si fronteggiano, bensì, come abbiamo potuto constatare a Londra e a Madrid, stazioni di metropolitana, treni, bus, cinema diventano luoghi di confronto prediletti e più remunerativi per l’avversario. L’intervento dei

Afghanistan: incursori del «Col Moschin» in pattugliamento nella provincia di Farah.

Paesi occidentali in questo genere di conflitti è tuttavia condizionato da un fattore che ha ormai assunto un ruolo centrale in qualsiasi scelta non solo politica o strategica, ma addirittura tattica: l’influsso dell’opinione pubblica. L’incapacità o il disagio da parte di quest’ultima ad accettare delle perdite in un conflitto porta a quella definita «guerra a zero morti» o a quella che Edward Luttwak ha recentemente chiamato «guerra post-eroica», rendendo difficile l’uso della forza militare da parte dell’Occidente prima che le crisi si trasformino in conflitti. Tale disagio, inoltre, non è riconducibile esclusivamente alle proprie perdite, ma anche a quelle inflitte al nemico. Le conseguenze di tali fattori sono conflitti visibilmente asimmetrici dove l’avver-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

sario ha una particolare capacità ad assorbire perdite, rendendo così necessaria una ristrutturazione degli strumenti militari occidentali per adattarsi alle esigenze proprie delle guerre a bassa intensità. UN MOLTIPLICATORE STRATEGICO D’ECCEZIONE L’annuncio da parte del Presidente George W. Bush del 7 ottobre 2001, inizio dell’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan, ha coinciso con l’avvio di una campagna aerea che, nonostante l’impiego di 25 caccia partiti da 2 portaerei, 15 bombardieri strategici (B1 e B52) ed il lancio di 50 missili «Cruise», si è rivelata poco efficace alla stessa stregua di quella del 1998, principalmente a causa della mancanza di obiettivi di alto valore strategico (strategic high-value target). Il 19 ottobre si è così deciso di infiltrare alcuni SFODA (Special Forces Operational Detachment Alpha) col compito di fornire assistenza militare (MA Military Assistance) alla fazione che nel nord del Paese si opponeva al regime dei taleban, l’Alleanza del Nord per l’appunto (NA Nothern Alliance). Questa piccola forza (meno di 300 uomini), ma ben supportata a livello Intelligence, logistico, medico e di potenza di fuoco, grazie alla totale supremazia aerea e all’utilizzo di munizionamento di precisione guidato, combattendo insieme ai vari «signori della guerra» (war lords) che componevano l’Alleanza del Nord, ha portato alla liberazione di sei province dell’Afghanistan e alla caduta dei taleban. Da questo momento in poi l’USSOCOM (United States Special Operation Command) ha giocato il ruolo di agenzia militare preposta alla condotta della guerra globale al terrorismo (GWOT Global War On Terror), ruolo

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che verrà confermato ed ufficializzato dal Segretario della Difesa Donald Rumsfeld il 7 gennaio 2003 annunciando: «La natura globale della guerra, la natura del nemico e la necessità di operazioni veloci ed efficienti nel cacciare e neutralizzare la rete terroristica hanno contribuito ad espandere le Forze Speciali». Le Forze Speciali rivestono dunque un ruolo importante quale moltiplicatore strategico di forze, un assetto prezioso in grado spesso di risolvere situazioni di crisi con rapidi tempi di intervento anche in caso di preavvisi molto brevi. La nazione di riferimento per l’elaborazione della dottrina e la condotta di operazioni speciali sono gli Stati Uniti, anche se nell’ultimo periodo i Paesi europei stanno colmando velocemente il gap con la costituzione di Comandi interforze (Joint), per un miglior coordinamento delle proprie Forze Speciali, caratterizzati da una elevata interoperabilità, necessaria per la partecipazione a missioni internazionali sempre più a carattere Combined; a questo trend non è certamente estranea l’Italia, che, nel dicembre del 2004, ha visto la nascita del COFS (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), un Comando, posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, col compito di pianificare ed impiegare in un’ottica unitaria le Forze Speciali delle differenti Forze Armate. IL PROGETTO ITALIANO: UN AVVIO CONVINCENTE Il COFS rappresenta, dunque, una novità rilevante nella realtà italiana, la cui costituzione va inquadrata sulla scia di esperienze analoghe delle Forze Armate statunitensi, britanniche e francesi, che già da


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tempo hanno individuato la necessità inderogabile di affidare ad un unico comando la gestione delle forze non convenzionali. Al COFS attualmente spetta l’onere di affrontare tutte quelle problematiche di carattere addestrativo ed inerenti gli equipaggiamenti che possano essere d’ostacolo ad una piena integrazione interforze, dal momento che, pur non avendo una diretta dipendenza gerarchica, i reparti così definiti di «competenza» quali il 9° reggimento incursori «Col Moschin», il GOI (Gruppo Operativo Incursori) di COMSUBIN ed il RIAM (Reparto Incursori Aeronautica Militare) appartengono a tre Forze Armate distinte. In tal senso, l’organizzazione e la condotta di esercitazioni annuali, che vedono

la proiezione in teatri esteri di una cellula di comando e controllo idonea alla condotta di operazioni speciali ed integrabile in strutture di comando NATO, rappresentano una chiara espressione di questa volontà di realizzare una componente interforze credibile ed efficiente. Tali esercitazioni coinvolgono all’interno di Task Group, orientati «land» o «maritime» a seconda della necessità, i cosiddetti reparti di «competenza», al fine di incrementarne il grado di interazione con un cross-training altrimenti difficilmente realizzabile. E’ importante ricordare, infatti, come il COFS sia anche l’ente designato per la gestione di questi reparti in operazione, in Afghanistan: VTLM «Lince» attraversano un guado.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

diretta collaborazione con il COI, Comando Operativo di Vertice Interforze (non a caso il COFS ed il COI condividono la sede e addirittura la palazzina comando presso l’aeroporto romano di Centocelle). Nella realtà, da alcuni anni ormai assistiamo alla proiezione di JSOTGs (Joint Special Operations Task Groups) compositi, ampiamente sperimentati e di comprovata efficacia, sia nel teatro iracheno che in quello afghano, nei quali sono state incluse, accanto ai reparti di «competenza», anche aliquote di reparti FOS (Forze per Operazioni Speciali), quali il 4° reggimento alpini paracadutisti. Tale circostanza non ha mancato di sottolineare, alla prova dei fatti, l’utilità di tali forze di spiccata estrazione combat quali i «ranger» nelle situazioni di maggior pericolo, ove l’azione discreta ed occulta delle

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Forze Speciali propriamente dette richieda una potenza di fuoco che non ammette repliche. Questa scelta si colloca in un filone già sperimentato da altri eserciti, quali quello statunitense e britannico ad esempio, nei quali il connubio fra Forze Speciali propriamente dette e Forze Speciali di «secondo cerchio» risulta più evidente. A onor del vero in questi due anni dalla sua nascita, il COFS ha compiuto notevoli progressi non solo verso il raggiungimento della capacità Joint (interforze), ma anche di quella Combined (multinazionale): il traguardo finale, da questo punto di vista, è rappresentato nel 2008 dalla capa-

Afghanistan: incursori impegnati in una KLE (key leader engagement) in Gulistan.


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Afghanistan: incursore in sosta nelle alture del Gulistan.

cità di fornire un elemento di comando CJSOTF (Combined Joint Special Operation Task Force) per la direzione delle Forze Speciali in seno alla NATO Response Force (NRF). CONCLUSIONI Alla luce di questo scenario, dove il confronto bipolare è stato ormai rimpiazzato da una proliferazione di mini-minacce, piccoli teams di Forze Speciali, munizioni di precisione (PGM Precision-Guided Munition) e piccoli UAV (Unmanned Air Vehicle) rappresenteranno sempre più gli strumenti del futuro per condurre surgical strike (interventi chirurgici) su posti comando o

cellule terroristiche riducendo, se non eliminando definitivamente, il rischio di danni collaterali. La trasversalità e l’imprevedibilità delle future minacce, in primis quella terroristica e quella connessa con situazioni di failing states, richiedono di possedere capacità di prevenzione e, dunque, di intervento in modo efficace e tempestivo con elevata precisione di ingaggio e con superiorità tecnologica sul possibile avversario, tutto ciò anche a grande distanza dalla Madrepatria; le Forze Speciali rispondono perfettamente, per loro natura intrinseca, a tali esigenze costituendo di fatto quella risorsa indispensabile e insostituibile di uno strumento militare moderno che si prepara ad affrontare le nuove sfide del XXI secolo. •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

L’INTEGRAZIONE TRA LE FORZE SPECIALI del Ten. Col. Giuseppe MONTALTO in servizio presso il 4° reggimento alpini paracadutisti

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el contesto internazionale del dopo 11 settembre, le Forze Speciali (FS)-Forze per Operazioni Speciali (FOS) sono state impiegate con sempre maggiore frequenza nelle maggiori aree di crisi; esse rappresentano uno strumento rapido e preciso tanto da identificare una risposta vincente nella guerra asimmetrica. Le Operazioni Speciali sono condotte da forze militari specialmente organizzate,

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Paracadutisti del 9° rgt in un lancio ad alta quota.

addestrate ed equipaggiate per raggiungere obiettivi militari, politici, economici o psicologici attraverso mezzi non convenzionali in aree ostili, non politicamente sensibili. Queste operazioni sono condotte indipendentemente, ovvero in coordinazione con le forze convenzionali attraverso l’intero spettro delle operazioni mili-


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tari in tempo di pace, crisi e guerra. L’argomento delle FS-FOS è estremamente attuale ed in continua evoluzione. Lo scopo di questo articolo è di delineare il futuro di queste forze nel nostro Paese, considerando le origini, l’evoluzione e lo scenario attuale, per concludere con la moderna concezione e le sue prospettive future dove l’impiego joint e combined diventano una necessità. Maggiore attenzione è stata riservata al 9° reggimento «Col Moschin» ed al Gruppo Operativo Incursori (GOI) in quanto nocciolo storico delle FS italiane. L’obiettivo di quanto segue non è trattare compiutamente l’argomento ma affronterà quegli aspetti che consentiranno al lettore di avere un’immagine sufficientemente chiara del percorso compiuto fino ad ora dalle FS - FOS e la direzione verso cui muovono.

Soldati del 4° rgt «Ranger» in addestramento.

L’ORIGINE I primi reparti destinati a compiere azioni che si distinguevano dalla convenzionale condotta dei combattimenti risalgono al periodo immediatamente anteriore all’entrata in guerra dell’Italia nel 1914. Reparti di «esploratori» erano stati costituiti per condurre azioni di sorpresa contro gli avamposti e dietro le linee nemiche. Con la guerra di trincea vennero creati dei reparti «tagliafili» organizzati in piccole squadre cui venne dato il nome di «Volontari Esploratori», ma che tra i soldati si guadagnarono rapidamente quello di «Compagnie della Morte». Il Comando Supremo italiano attribuì la

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qualifica di «arditi» a coloro che più si erano messi in luce per coraggio e valore fino a creare dei reparti costituiti solo da questi. Il primo fu, nel 1915, la compagnia autonoma di Esploratori Arditi comandata dal Cap. Baseggio. Nel 1917 nasce il primo «Reparto d’assalto» non più appartenente alla Fanteria, ma Corpo a sè, caratterizzato da uno spirito ed una motivazione elevatissimi. Il 9° reggimento «Col Moschin» Dai Reparti d’Assalto delle diverse Armate nacque il 9° Reparto d’Assalto che scrisse, nel 1918, epiche pagine di eroismo contro gli austriaci sul Col Moschin da cui ereditò il glorioso nome nel 1975. Sciolto al termine del conflitto e ricostituito ed impiegato in Albania, venne nuovamente sciolto nel 1920. Durante la Seconda guerra mondiale, alle dirette dipendenze dell’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito, viene costituito in un primo momento il reggimento Arditi che poi, con la costituzione del 2° battaglione, prende il nome di «X Reggimento Arditi» che mantiene fino alla fine della guerra. Lo Stato Maggiore comprese la necessità di ampliare il concetto di guerra alle azioni di sorpresa, sabotaggio ed infiltrazioni nelle linee nemiche. In questo periodo, le pattuglie del «X Reggimento Arditi» condussero azioni in Algeria, Africa del Nord (congiuntamente alle pattuglie degli Arditi Incursori della Regia Aeronautica) ed in Sicilia, fino ad arrivare all’8 settembre 1943, quando le sue sorti seguirono quelle di molti altri reparti italiani. Una volta ricostituito nel 1952, il reparto, rinato a livello di plotone, subì varie metamorfosi sino a divenire il 9° battaglione d’assalto paracadutisti «Col Moschin» inquadrato nella Brigata

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Stemma del COFOS.

«Folgore» nel 1975. Successivamente, nel 1995, venne elevato al rango di reggimento. Il Gruppo Operativo Incursori di Comsubin Durante la Prima guerra mondiale, i primi operatori scelti italiani della Marina infliggevano pesanti perdite agli avversari austriaci; essi rappresentano i precursori dell’incursione navale moderna. Si svilupparono i Motoscafi Armati Siluranti (MAS), con i quali veniva posta sotto scacco la strategia della «fleet in being» che consisteva nel mantenere le grandi navi della flotta al sicuro nelle protette basi navali. I MAS, dopo essersi avvicinati agli obiettivi a rimorchio delle unità


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maggiori, forzavano i porti ed attaccavano fulmineamente le navi avversarie, ripiegando successivamente per porsi sotto la protezione del Gruppo navale in appoggio. Lo sviluppo dell’incursione subacquea si ebbe nel 1935 con gli ufficiali Teseo Tesei e Toschi, che svilupparono il progetto dei Siluri a Lenta Corsa (SLC), meglio noti col nomignolo di «Maiali». Questi mezzi riuscivano a trasportare due operatori ed una testata sganciabile che veniva applicata sotto la chiglia della nave avversaria. Nel dicembre del 1941, alcuni uomini delle X Flottiglia MAS lanciarono dal leggendario sommergibile «Scirè», al comando del Comandante Borghese, un’azione che portò al grave danneggiamento di quattro navi avversarie ad Alessandria d’Egitto, segnando per sempre l’eroismo italiano. Nel 1953, si riuniscono sotto un unico comando gli organismi della Marina che svolgevano attività in campo subacqueo, e dal 1960, rientrano a far parte dell’attuale «Raggruppamento Subacquei ed Incursori Teseo Tesei». LO SCENARIO ATTUALE Il contesto internazionale odierno è caratterizzato da grande instabilità; se nell’epoca della Guerra Fredda il bipolarismo forniva stabilità nella paura dell’offesa della controparte, oggi l’ingresso del terrorismo globale ha determinato il crearsi di uno scenario totalmente nuovo. L’attacco alle Torri Gemelle con armi «non armi» è diversità, è l’assegnazione di nuovi metri di misura e nuovi riferimenti inconcepibili prima dell’11 settembre 2001. È un sistema il cui effetto è quello di scardinare tutto ciò che fino a quel giorno sembrava intoccabile, in quanto rappresentava esso stesso il comune siste-

ma di riferimento, il metro di misura, il canone e la morale. La dimensione spaziale, temporale ed emotiva dell’attacco ha creato uno scenario conflittuale di tipo asimmetrico, dove le parti in causa differiscono per entità, consistenza e strategie. Gli attori di questa guerra sono da una parte strutture pesanti, dall’altra logiche fluide e gruppi transnazionali; il nemico non è più individuabile e non segue le regole della guerra. Nella guerra asimmetrica gli obiettivi non sono identificabili; i terroristi sanno dove e come colpiranno, mentre i loro avversari non sanno, o sanno solo parzialmente, dove e come rispondere loro. La stessa superiorità in termini di mezzi e potenza diventano obsoleti in un contesto come quello attuale. Il nemico, non potendosi confrontare con la superiorità dell’avversario, ha portato il confronto su un livello a lui congeniale, dove, con mezzi decisamente inferiori, riesce ad ottenere i risultati voluti facendo vacillare una superpotenza come gli Stati Uniti. I cambiamenti avvenuti nello scenario internazionale hanno determinato un crescente interesse per le FS-FOS negli ultimi venti anni. Ciò è evidenziato anche nel Concetto Strategico del Capo di SMD, il quale sottolinea la necessità che venga predisposta un’aliquota di forze a più alta prontezza ed adeguata capacità combat per interventi più brevi ed intensi fin dalle prime fasi della crisi. I REPARTI Diversi sono i motivi che rendono l’aspetto interforze un imperativo nelle operazioni militari attuali; tra questi la necessità di massimizzare l’efficacia degli interventi unendo componenti interoperabili ed aumentando la massa critica a fron-

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te delle riduzioni del personale. Per far ciò si è resa necessaria una maggiore standardizzazione delle procedure e degli equipaggiamenti in dotazione. Le FS-FOS Per quanto riguarda l’Italia, la volontà di creare un pacchetto di forze più «speciali» rispetto a quelle convenzionali ha condotto alla creazione di Forze per Operazioni Speciali (FOS), che si pongono tra le FS e le forze convenzionali. Questo può indurre a pensare che esistano delle Forze Speciali e delle Forze «quasi» Speciali; in effetti, la pubblicazione NATO AJP-01 (B) definisce molto chiaramente le Operazioni Speciali (Special Operations) e non fa alcun accenno alla differenza tra SOF (Special Operations Forces) e Special Forces (SF). Le Forze Speciali potrebbero semmai essere considerate un sottoinsieme delle SOF (FOS nella dizione italiana) e ciò è testimoniato dal fatto che la pubblicazione statunitense US JP 3-5 «Doctrine for Joint Special Operations» evidenzia che all’interno delle SOF, per quanto relativo all’esercito statunitense, si trovano: le Forze Speciali (SF), i Ranger, l’Aviazione dell’Esercito per Operazioni Speciali (Army Special Operations Aviation - ARSOA), le PSYOPS ed i Civil Affairs (CA). La già citata pubblicazione NATO AJP-01 (B) indica le principali missioni che le Special Operations Forces (SOF) devono condurre per essere «speciali»: la Ricognizione Speciale (Special Reconnaissance - SR), le Azioni Dirette (Direct Actions - DA) e l’Assistenza Militare (Military Assistance MA). Le SF sono invece in grado di coprire l’intero spettro delle operazioni speciali. Da questo momento si indicherà con l’acronimo FS sia le FS che le FOS.

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Dal 2005, per uniformare l’addestramento, le procedure d’impiego e la mentalità operativa, è stato costituito a Livorno il Reparto Addestramento Forze per Operazioni Speciali (RAFOS). Qui si addestra il personale del 9° reggimento «Col Moschin», del 4° reggimento alpini paracadutisti «Ranger» e del 185° reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi (RAO). Il personale selezionato frequenta un corso basico di 33 settimane al termine del quale ottiene la qualifica di «Operatore basico per OS». Segue poi, presso i diversi reparti, la fase di specializzazione della durata di 40 settimane. Il Comando Interforze per le Operazioni Speciali (COFS) Analogamente a quanto avvenuto in altri eserciti (l’US Special Operations Command (USSOCOM) negli Stati Uniti, il Directorate of Special Forces (DSF) nel Regno Unito, il Commandement des Operation Speciales (COS) in Francia e di recente il Kommando Spezialkräfte (FOSK) tedesco, lo Stato Maggiore della Difesa, nel 2004, ha dato attuazione al progetto per la costituzione di un vertice interforze per le FS, allo scopo di assicurare il comando e controllo in operazioni e di coordinare e standardizzare l’addestramento. Il COFS, come già avviene in altri eserciti con maturata expertise in questo campo, è alle dirette dipendenze del Capo di SMD, allo stesso livello del COI, e ne rappresenta il diretto consigliere in tale materia. Esso è attualmente dislocato presso l’aeroporto militare «Francesco Baracca» a Centocelle, nella stessa palazzina del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Seppur indipendenti tra loro, le sale


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operative del COI e del COFS mantengono una stretta correlazione. Al momento, quest’ultimo sta completando il suo organico e ha già conseguito la Full Operational Capability (FOC), limitatamente alle operazioni FS interforze a guida nazionale. La FOC in ambiente combined sarà presumibilmente raggiunta nel 2008, quando il COFS avrà completato le predisposizioni necessarie per esprimere un comando deployable per una Combined Joint Special Operation Task Force (CJSOTF), da porre alle dipendenze della NATO Reaction Force (NRF - NRF11 e NRF12). Per raggiungere questo ambizioso obiettivo il COFS sta completando le capacità Communications and Information System (CIS) necessarie ad assicurare il comando e controllo dalla sede e dal teatro. Tali future capacità

Un addestramento del 26° REOS e del 9° rgt.

CIS garantiranno la capacità di comunicare con i reparti schierati in tutto il mondo e, all’elemento rischierabile, di comunicare con il livello superiore Combined Joint Task Force (CJTF), la Madrepatria e gli operatori nazionali e non schierati sul terreno. È ancora allo studio il progetto di integrazione tra i sistemi di comando e controllo nazionali e quelli dei paesi partners. Dal 2005 il COFS conduce annualmente un’esercitazione denominata «la notte scura»; nel 2007, per la prima volta, reparti FS provenienti anche da altre nazioni hanno partecipato alla citata attività al fine di sviluppare la necessaria interoperabilità in ambiente combined.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Le FS-FOS Il bacino delle FS è composto da unità che appartengono a tutte le quattro Forze Armate ed ognuna di esse ha proprie specifiche peculiarità. Il loro impiego in ambito interforze non intende omogeneizzare le diverse unità, ma mettere in comune le rispettive esperienze, sviluppare moduli addestrativi comuni lasciando che l’addestramento specifico venga sviluppato all’interno delle singole unità. Al fine di rendere più agevole l’interoperabilità operativa e logistica, viene ricercata la standardizzazione degli equipaggiamenti migliorando le possibilità dell’impiego sinergico delle diverse componenti. I reparti impiegati in contesti interforze non perdono le proprie caratteristiche e, nello specifico, il Comando Subacquei ed Incursori (COMSUBIN) mantiene la propria specificità per quanto concerne l’infiltrazione dal mare ed il conseguimento di obiettivi navali e costieri. Al 9° rgt «Col Moschin» vengono affidate le missioni più strettamente terrestri (ancorchè possa esprimere eccellenti capacità anche in ambiente anfibio e subacqueo) utilizzando, quando la situazione lo richiede, l’infiltrazione a mezzo paracadute. Numerose missioni presentano zone di overlap, dove l’interoperabilità e il comune approccio mentale e procedurale rendono l’impiego non solo facilmente esprimibile ma ne moltiplicano l’efficacia. Si formano quindi dei Joint Task Forces (JTF), in grado di assolvere i compiti più svariati con componenti costituiti dagli operatori delle diverse Forze Armate. La Joint Special Operation Task Group (JSOTG) «Condor» per le operazioni sul territorio iracheno operava alle dirette dipendenze del Comandante della Brigata italiana nella provincia di Nassiriyah, ed era costituita da operatori

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del 9° rgt «Col Moschin», del GOI, del 4° rgt alpini paracadutisti «Ranger», del 185° rgt RAO e del RIAM. Con le stesse modalità opera la JSOTG attualmente impiegata in Afghanistan. L’organizzazione L’argomento è di estrema attualità ed in continua fase di evoluzione, ma, volendo rappresentare i reparti che compongono le Forze Speciali secondo la visione attuale, essi si possono distinguere in tre categorie, come se venissero racchiuse in tre cerchi concentrici. Nel primo cerchio si possono collocare: • il 9° rgt «Col Moschin» dell’Esercito; • il GOI della Marina Militare; • il RIAM dell’Aeronautica Militare. È di recente datazione la nascita del Reparto Incursori dell’Aeronautica Militare (RIAM) che entra a far parte della famiglia delle Forze Speciali il 1° marzo 2003. Esso rappresenta, in effetti, il ritorno della specialità incursori all’interno dall’Arma Azzurra, ricordando le alte tradizioni degli Arditi Distruttori della Regia Aeronautica (ADRA) che combatterono a fianco degli operatori del X Reggimento Arditi dell’Esercito nella Seconda guerra mondiale. Il reparto assolverà compiti inerenti alle attività aeronautiche fondamentali nella condotta dalle Operazioni Speciali. Il RIAM avrà compiti di combat controller assicurando varie attività, tra cui il controllo del traffico aereo in condizioni non permissive garantendo la capacità di Joint Fire Capability per la guida delle bombe (già assicurata dagli operatori del 9° rgt «Col Moschin», dal GOI, dai «Ranger» del 4° rgt alp. par. e dal 185° rgt della Brigata

A destra: incursori della Marina Militare.


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«Folgore») e assicurando l’organizzazione dei Forward Arming and Refuelling Points (FARP) notturni e clandestini a favore di velivoli ad ala fissa e rotante; • il GIS dell’Arma dei Carabinieri. A rappresentare l’Arma dei Carabinieri tra le Forze Speciali vi è un’aliquota del Gruppo d’Intervento Speciale (GIS), anche se condizionata in termini di impiego e di partecipazione. Il GIS, quale forza alle dipendenze del Ministero degli Interni per esigenze di sicurezza in ambito nazionale, ricadrebbe sotto il COFS per operazioni in teatro solo con una parte del Gruppo e per compiti di antiterrorismo da condurre fuori area. Nel secondo cerchio si trovano le forze addestrate dal RAFOS, denominate Forze per Operazioni Speciali, ed il 1° rgt CC «Tuscania», che sono: • il 4° reggimento alpini paracadutisti «Ranger». Elevato al rango di reggimento nel 2004, i suoi operatori sono stati impiegati in tutti i principali teatri operativi, dall’Afghanistan all’Iraq. La missione delle unità «Ranger» è quella di pianificare, organizzare e condurre tutte le operazioni speciali che contraddistinguono le FS. In particolare, missioni offensive con azioni dirette ad assolvere compiti tipici della fanteria leggera che richiedano elevato livello di rischio di diretto interesse, di norma, del livello strategico-operativo. Le unità «Ranger» possono agire in modo indipendente, in supporto alle Forze Speciali o di concerto con le Forze Convenzionali. Altamente qualificate ed addestrate, sono in grado di essere infiltrate oltre le linee nemiche via terrestre, aerea (con

A sinistra: discesa con la tecnica del FastRoope di Rangers da un elicottero CH-47.

la tecnica della caduta libera e fune di vincolo) ed anfibia. Il conseguimento della qualifica «Ranger» implica un intenso e lungo iter addestrativo che include il conseguimento del brevetto di paracadutista militare, addestramenti specifici delle unità «Ranger», quali il corso «Ranger», il corso anfibio, corsi di mobilità in montagna su sci e roccia basici e tattici, corsi tecnico-tattici quali la condotta di attacchi, imboscate e sopravvivenza in terreno ostile; • il 185° reggimento RAO. Già reggimento artiglieria paracadutisti, ha assunto nel 2000 la nuova denominazione. I compiti principali sono la ricognizione, l’acquisizione obiettivi (entrambe svolte in territorio ostile) e la guida laser di ordigni «intelligenti» sganciati da vettori aerei. Il suo impiego rientra nelle attività di livello operativo e tattico relative alla funzione operativa dell’intelligence; • il 26° Reparto Elicotteri per Operazioni Speciali (REOS). Costituito nel 2002, è l’unico reparto di volo espressamente destinato al supporto delle FS. Impiega velivoli AB-412 e CH-47C e assolve principalmente il compito di effettuare infiltrazioni/esfiltrazioni, aviosbarchi, Search and Resque (SAR), aviolanci e supportare l’ampia gamma di operazioni condotte dalle FS; • il 1° reggimento paracadutisti «Tuscania»; a pieno titolo rientra tra le FOS dopo avere prestigiosamente servito fuori area sin dalle prime missioni in cui l’Esercito Italiano è stato chiamato ad operare. È stato impiegato con successo sul territorio nazionale in operazioni anticrimine, antisequestro e di controllo del territorio, in quelle aree caratteristiche per morfologia e realtà sociocriminale dove le normali Forze di Polizia trovavano più difficoltà ad operare. Le procedure d’impiego, ancorchè caratteriz-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

zate da una più spiccata connotazione antiterroristica e di polizia militare, seguono fedelmente quelle dei reparti della Brigata paracadutisti «Folgore», nelle cui fila è stato inquadrato fino al marzo del 2002, quando è passato alle dipendenze della 2a Brigata Mobile. Nel terzo cerchio si trovano quelle forze che, non appartenendo alle FS-FOS, hanno quelle capacità tecniche e procedurali per poter cooperare. Esse sono: • la Brigata paracadutisti «Folgore»; • il reggimento «S. Marco» della Marina Militare. Tra le attività a carattere combined va ricordata la Spanish Italian Amphibious Force (SIAF) nata dall’accordo tra Spagna ed Italia nel 1996 a Valencia. La SIAF rappresenta la componente navale cui si affianca una componente da sbarco detta Spanish Italian Landing Force (SILF). La SIAF può

Carabiniere del GIS.

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essere impiegata sulla base di una decisione politico-militare comune alle due Nazioni, prioritariamente in un contesto multinazionale. In particolare, quale contributo alle Forze di Reazione a disposizione della NATO, della UE e delle coalizioni multinazionali; • il reggimento lagunari «Serenissima» dell’Esercito (di recente è stato implementato il progetto di una Forza di Proiezione anfibia interforze che vede operare insieme componenti del reggimento «S. Marco» della Marina Militare e del reggimento lagunari «Serenissima» dell’Esercito. La Task Force ha già visto il suo debutto in Libano. Il progetto sarà completamente realizzato presumibilmente nel 2010, quando le due unità riusciranno ad esprimere una forza di proiezione anfibia interforze di livello Brigata). In definitiva, le FS hanno al centro del loro essere «speciali» l’uomo, ed è su questo che bisogna investire; sono le


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capacità di questo elemento a rendere il suo operato efficace. Non esistono Electronic Countermeasures (ECM: contromisure elettroniche installate sui mezzi atte ad impedire il funzionamento di dispositivi elettronici utilizzati per attivare ordigni esplosivi) sofisticate abbastanza da eguagliare la percezione che fa avvertire ad un’operatore addestrato il rischio della presenza di Improvised Explosive Devices (IED: ordigni rudimentali normalmente attivati a distanza tramite telecomandi facilmente reperibili sul mercato. Essi sono la maggior fonte di mortalità tra le truppe della coalizione in Iraq) dislocati sui bordi delle strade in teatro; non esisterà humint senza un operatore capace di interfacciarsi culturalmente e linguisticamente alla fonte delle informazioni. L’operatore delle FS deve essere prima di tutto duramente selezionato, addestrato (non solo tecnicamente, l’aspetto linguistico riveste grande importanza) e, una volta qualificato, deve acquisire esperienza pratica. CONCLUSIONI I nuovi teatri operativi richiedono sempre più reparti specializzati con rapida proiettabilità, interoperabilità ed alta capacità Combat. La Difesa ha posto tra le priorità da realizzare a breve termine il potenziamento delle FS e l’incremento dei relativi organici. Questo processo, già in atto, deve condurre ad una loro maggiore disponibilità senza andare ad incidere sul grado di «specialità». Il processo dovrà richiedere i tempi necessari per garantire il mantenimento della qualità delle forze senza inficiare valore primo da tutelare: la professionalità e la centralità dell’uomo. Le FS non traggono il loro essere «speciali» esclusivamente dall’addestramento, dai

mezzi tecnologici e dall’equipaggiamento ma anche e soprattutto da una forma mentis che cresce nel tempo e dalle esperienze operative maturate nel corso degli anni. Per quanto saranno elevate per numero esse dovranno assolutamente rappresentare una nicchia d’eccellenza tra le forze; una eccessiva apertura del bacino FS rischierebbe di diluirle in una moltitudine di reparti che, ancorchè ben preparati e compatibili con esse per equipaggiamento e procedure, ne ridurrebbero la peculiarità. Esse dovranno continuare il percorso intrapreso della sinergia nell’obiettivo comune di sfruttare a pieno le caratteristiche dei reparti delle diverse Forze Armate. I reparti che hanno storicamente rappresentato la tradizione italiana della FS continueranno a rappresentare il riferimento per quelli di più recente costituzione nel bacino. È auspicabile che i risultati già raggiunti nella standardizzazione delle procedure d’impiego e dell’addestramento attraverso il RAFOS trovi un più ampio sviluppo a livello interforze. Le FS della Difesa stanno sempre più implementando l’aspetto interforze raggiungendo livelli di eccellenza già collaudati in teatri operativi di estrema intensità e dinamicità, quali l’Iraq e l’Afghanistan. Si può quindi dire, a ragion veduta, che la strada intrapresa e la mentalità che la muove siano quelle giuste. L’ambiente combined è più complesso, perchè le diverse componenti multinazionali, seppur inquadrate in CJTFs, tendono sempre a gestire la propria componente FS in modo indipendente. L’info-sharing, seppur auspicabile, in pratica non è sempre concretamente realizzato o solo parzialmente nella misura definita da chi «mette gli uomini» sul terreno e fa realmente humint. •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

SIX EASY WAYS TO LOSE A WAR AT THE TACTICAL LEVEL by Colonel Jeffrey SANDERSON and Major Jay MISELI tratto dalla rivista ARMOR

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t takes a long time to train a good hunting dog, but a few minutes handled by an idiot will make the dog gun shy. (Appalachian Proverb). The American public has given its Army a «bye» on this war - so far. The public has not turned against our Army as it did a generation ago. The Army’s

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mission is to fight and win the Nation’s wars, regardless of circumstances. Counterinsurgency (COIN) may not be the fight we want, but it is the fight we have. Thus far, we have not lost the war, but we have not won either; in many eyes, that equates to losing. It is always easier to fix blame than fix


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a problem; it is easy to blame politicians and strategists because strategy wins wars. Strategy has its primacy, but at the tactical level, we play a pivotal role in victory or defeat. Has the Army conducted a thorough

To surrender contact Is to surrender the tactical initiative, which, contrary to popular debate, does not contravene current COIN theory. This does not imply a «Weapons free» situation, but rather an immediate, deliberate, and measured response, regardless of the type of contact, specifically for IED incidents.

VOCABOLARIO

«mid-rotation like» after-action review at the tactical level? Many will immediately point out all the great work the Center for Army Lessons Learned (CALL) and countless other organizations are doing to collect, analyze, and disseminate data points from the front. No doubt, there are many great soldiers and civilians who are working overtime to «spread the word» on various data points. After-action reviews (AAR) are not just data points, however; they are designed to positively influence the col-

gun shy - timoroso dello sparo pivotal - importantissimo working overtime - fanno lo straordinario ACRONIMI COIN - contro insurrezione CALL - centro per le lezioni apprese dell’Esercito AAR - esame retrospettivo post azione

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

lective missions and organizational effectiveness within the unit. More often than not, they are successful. At the conclusion of a good AAR, we immediately begin focusing organizational energy on the items listed in the «improve» category. Below is an attempt to begin the AAR process; there are many «sustains,» but this article focuses on six major «improves.» Therefore, these six easy ways to lose a war at the tactical level are historically significant; however, they remain relevant in the contemporary operating environment (COE): FAILURE TO MAINTAIN CONTACT As young leaders, we were taught that once the enemy makes contact, we maintain that contact until decision. Today (after receiving small-arms fire or an improvised explosive device strike), do we universally maintain contact VOCABOLARIO improves - migliorabili engagement - combattimento blending - mescolarsi relief - soccorsi embolden - esaltiamo squarely - in pieno cantonment - accantonamento weapons free - fuoco libero/indiscriminato ambush - imboscata ACRONIMI COE - ambiente operativo attuale IED - ordigni esplosivi inesplosi

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or do we quickly exit the engagement area and continue movement? Our enemy enjoys being illusive, taking their best shots, and then blending into the population. It is a difficult tactical proposition, but we cannot afford to break contact with the enemy. In a COIN COE, the enemy often chooses the time, place, and circumstances to initiate contact. He primarily uses visual, direct, indirect, and obstacles as preferred forms of contact. In terms of force ratios, unless we are traveling with a very small party, we have the ability to (as a minimum) maintain contact until relief arrives. If we fail to maintain contact, we embolden and encourage the enemy, creating a vicious cycle of allowing the enemy to have the initiative. Historically, this is the most difficult tactical principle to follow. The enemy is smart, has studied us extensively, and knows our tactics for both entering and exiting an engagement area. Although it is often stated that there are no wrong tactics, moving miles out of the area or attempting to ignore an improvised explosive device (IED) strike in hopes the enemy will not do it again falls squarely into the wrong-tactics category. Gaining and maintaining contact with the enemy involves maneuver skills (achieving positional advantage) vice movement (point A to point B) skills. Leaders who can transition from movement to maneuver quickly and efficiently win battles in both conventional and COIN environments. Although battle drills play a large part in this process, maneuver is much more than simply executing a series of battle drills. Gaining positional advantage over an enemy in a city of six-million people is a difficult (but certainly not impossible)


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task, requiring judgment and multiple training repetitions in a setting that is as realistic as possible. If we are going to execute in an urban environment, we must train in an urban environment. Sending soldiers to train or maneuver on pristine ranges and open areas in designated «training areas» does not train them for the task of maneuvering in large urban areas. Arguably, the toughest task a unit encounters in combat is making a mounted 90-degree turn (in traffic and under fire) in an urban environment. Traditionally, there is a clean line between the «training area» and the «cantonment area.» Until we can build large urban training centers, we must consider training in cantonment areas. We do an excellent job of touting the slogan «train like you fight,» but are we living it?

A platoon leader conducts a mission brief before a reconnaissance mission in Iraq.

To surrender contact is to surrender the tactical initiative, which, contrary to popular debate, does not contravene current COIN theory. This does not imply a «weapons free» situation, but rather an immediate, deliberate, and measured response, regardless of the type of contact, specifically for IED incidents. Deliberate does not imply slow. The local population will understand our measured response and, at a minimum, know we will respond. There is (and always will be) the risk of being drawn into a near ambush; tacticians take risk because risk involves rewards. Although many great units are executing this tactic, it does not appear universal in application.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

BECOME RISK AVERSE Everyone grieves the loss of a soldier, but if that grief negatively influences our tactical decision cycle, then we become ineffective tactical leaders. The natural order of combat is: mission, soldiers, and self. Risk-averse leaders lead to avoid risk, which in a COIN COE, plays directly into the enemy’s game plan. Not becoming risk averse during a year-long leader Army training and evaluation program (ARTEP) is extremely tough. This article barely touches on the difficulty of such a task. Leaders bond with soldiers, and the more tactical drama they share, the closer they become. This is nothing new, and history is replete with examples of both riskaverse and blood-thirsty leaders.

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All too often, however, success is defined by «bringing all my soldiers home.» While this is laudable and speaks well of leaders, it does not answer the fundamental question of whether or not we accomplished the mission. Gifted tactical leaders work hard to accomplish both. We all want our casualties treated when the enemy initiates contact, but if the casualties become our singular focus, then we have (once again) played into the

Every patrol must have a definitive tactical task and associated purpose Presence patrolling to «show our presence» Is a leader's sin. It is analogous to the order "move out and draw fire... and when they start shooting at you... «Orders of this nature do not instill confidence in one’s chain of command. Acceptable tactical tasks include clear, control, disrupt, and defeats.»


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hands of the enemy. Our warrior ethos is non-negotiable, regardless of the circumstances at hand. FAILURE TO PATROL We were taught young to see the terrain, the enemy, and ourselves. The terrain is neutral, and although it may be an urban jungle of six-million people, it remains as relevant today as it did at Gettysburg in July 1863. The key terrain at Gettysburg was not determined through a map reconnaissance but by mounted patrols. Arguably, the battle is decided by the side with the most battlefield knowledge, and that knowledge is determined by patrols. When General Ridgway took command of the beaten 8th U.S. Army in Korea, he immediately ordered a major increase in patrols, not just to increase battlefield knowledge, but to increase his soldiers’ sense of purpose. Ridgway’s aggressive technique turned the 8th Army into a highly effective fighting force and should serve as a lesson for the ages. If we fail to patrol, the enemy will emplace IEDs along our prospective lines of operation (if the enemy does intelligence preparation of the battlefield), and when we use those lines again, we will have contact. Contact will come at a time and place of the enemy’s choosing and will meet his tactical purpose. We have claimed for years to «own the night.» Do we actually; does the enemy? Purposeful tactical movement through and around the battlespace has positive secondand third-order effects, especially at night. Every patrol must have a definitive tactical task and associated purpose.

Presence patrolling to «show our presence» is a leader’s sin. It is analogous to the order «move out and draw fire and when they start shooting at you...» Orders of this nature do not instill confidence in one’s chain of command. Acceptable tactical tasks include clear, control, disrupt, and defeat. Although it would be easy to simply take Nike’s approach and «just do it,» leaders must ensure we have clear tactical tasks and nested purposes during all patrols. One thing is certain, failure to patrol our battlespace leads to an emboldened enemy. LOGISTICS BLOAT Logistics are critical and central to all combat operations, but you have to know when you have enough. There is a point where logistics occurs in direct support of nothing but logistics. Vietnam is a classic example. At one point, the base at Long Binh, Vietnam, occupied more than 25 square miles, had almost all known amenities, and employed 20,000 Vietnamese. General VOCABOLARIO grieves - si addolora replete - pieno/ben fornito at hand - al momento sin - errore/colpa nested purpose - insiti scopi bloat - gonfiarsi ACRONIMI ARTEP - programma di addestramento e valutazione dell’Esercito

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Bruce Palmer commented on several occasions about the amount of combat power required to support and defend these large logistics-bloated areas, claiming this was even more troublesome than one-year tours to our efforts in Vietnam. According to some estimates, in 1968, only 15 percent of the total force was available at any one time for sustained combat operations. Tooth-to-tail is a historical albatross, but nonetheless must be wrestled with and conquered. The raging debate is one of how well we treat our soldiers. We all want our soldiers to have the very best, but at what cost? Many great soldiers believe that reenlistments are directly proportional to soldier comforts; others will tell us «it has a dramatic negative impact on the mission.» Meanwhile, the debate continues. Comfort aside, our Army, in its long and distinguished history, has not won a war fighting from garrison. The more organizational energy we place into making our forward operating bases a garrison (supporting and defending that garrison) is organizational energy we VOCABOLARIO troublesome - gravosi tooth-to-tail - mordersi la coda wrestled - lottare raging - furioso/scatenato reenlistments - ri-arruolamento soack up - imbevono going kinetic - sparare shared - condividono ACRONIMI ROE - regole d’ingaggio

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are not devoting directly to our primary mission. The «super FOBs» hold many great and disciplined soldiers, but the enemy also knows the value (in terms of panic) of a well-placed mortar round. Current COIN theory encourages us to live among or as close to the population as possible. Building and maintaining super FOBs (with requisite security requirements) is an extremely expensive proposition in terms of soldiers. The «if we build it, they will come» mentality is good for contractors and logisticians who enjoy centralized planning, execution, and total and complete control over their inventories, but it may not be the best long-term solution. The security brought by being surrounded by friends only makes us «feel» secure; it does not accomplish the mission. FAILURE TO TRAIN AND EDUCATE THE RULES OF ENGAGEMENT The myths, war stories, and tall tales associated with the rules of engagement (ROE) are legendary and are increasing faster than gasoline prices. Soldiers use ROE to justify shooting, not shooting, thinking about shooting, and a myriad of other circumstances. Training is reflexive in nature and provides specific responses to given stimuli. Education questions why we execute the drill to compensate for stimuli; however, both are required with respect to ROE. Soldiers in our current formations are the brightest and best educated our Army has ever known. They soak up knowledge and ask for more, which is why education is the most critical training we execute in preparation for deployment. Our soldiers will certainly be trained to execute the training effect we desire, but in the


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enemy-induced ambiguous world of COIN, the enemy wants to create as much confusion as possible and will readily use our ROE. Training the ROE in a complex environment is not enough; we must also plan and prepare soldiers by training them on the second- and third-order effects of the decision to shoot or not shoot. Going kinetic in combat is a life’s worth of training and experience applied by a decision that will be made in milliseconds. We cannot afford to be undereducated in this protracted and ambiguous war. Leaders must also thoroughly study, intuitively understand, and educate to the same level of variations in response, which are based on the enemy’s forms of contact with us and our forms of contact with him. For example, if the enemy initiates contact with an IED, we cannot respond with unguided direct fires in all directions as we attempt to break con-

Training the ROE in a complex environment Is not enough; we must also plan and prepare soldiers by training them on the secondand third-order effects of the decision to shoot or not shoot. Going kinetic In combat Is a life's worth of training and experience applied by a decision that will be made In milliseconds. We cannot afford to be undereducated in this protracted and ambiguous war.

tact, even if the ROE allow it. As frustrating as it may be, a measured response commensurate to both forms of contact is the correct tactical step on the path to victory. CENTRALIZATION Centralization, whether physical in terms of collocation of units with shared or widely distributed battlespace or conceptual in terms of echeloned command and control and information

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

requirements for day-to-day operations, is at best counterproductive, and more likely disruptive, to successfully executing tactical operations. Centralization occurs to some extent because leaders are attempting to take care of their soldiers by providing them with a safe and comfortable FOB. From the physical perspective, centralization drives units toward super FOBs, which provide a very high level of soldier comfort, as well as the ability to distribute security requirements

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across a larger pool of available soldiers. It is also arguably a much simpler process to supply the consolidated tactical units garrisoned at these bases. What is lost. however, is the significant ability to tactically prosecute the war. The location of a large FOB results in isolation from the local population that we are meant to secure and influence, and conducting patrol operations beco-

FOB ÂŤSalernoÂť near Khost (Afghanistan).


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mes difficult because of distances involved. Any operation outside the base requires a distinct movement phase (during which we are very vulnerable to whatever form of contact the enemy chooses to bring to bear) before executing specific tactical tasks. We give the enemy ample opportunity to observe our movement, target our movement, or prepare for the subsequent operation. In short, we compromise the ability to effectively and continuously patrol within a zone because we do not live in that zone. We also increase the actual logistics burden because we make targeting our supply trains exceptionally easy. Logistics packages are not headed to new locations on differing routes; instead, they are generally limited to the handful of trafficable routes in and out of the FOB, which the enemy can readily target at leisure. At the conceptual level, centralization is perhaps more dangerous. Trust of subordinates is lost not by intent, but physical proximity. Leaders may intend to trust subordinates, but they may not actually trust them in practice. Leaders have the authority to check any operation at any given time. A task force commander can readily accompany a company team when he chooses because his task force is generally not conducting task force level operations. He is not required to truly trust that company commander because the circumstances do not demand actual trust. If a leader is uncertain about the accuracy of a report, he can simply go to that company’s command post and check. Leaders are on hand to receive information, and due to the management adage of old, can immediately and directly act on information they

receive. The requirement to trust subordinates to do the right thing does not physically exist within consolidated units that are garrisoned out of a FOB, especially given garrisonlike information requirements. Our Army and our Nation cannot afford even a stalemate in Iraq. At the tactical level, leaders can directly influence the outcome of this war by playing to win, versus merely playing not to lose. Playing to win is a challenging proposition, though. It requires leaders at all levels to take risks, and within those risks, we will likely lose lives. Soldiers, however, will be working toward a deliberate decisive endstate for particular operations. Playing to win also requires taking risks with combat service support operations by placing a distribution burden on logisticians as they supply smaller bases throughout the unit’s battlespace. Soldier comfort will suffer in the short term, but we will be working toward a clear conflict resolution. Leaders and soldiers in ail units will need to execute frequent, decentralized operations, and will need to be exceptionally disciplined, educated, and trusted in the execution of those operations to avoid tactical blunders that create strategic losses. • VOCABOLARIO burden - carico/ fardello leisure - con comodità trust - fiducia ail - sofferenza blunders - errori madornali

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

IL POLMANTEO UN SUPPORTO TECNICO PER LA COMPONENTE OPERATIVA del Col. Renato MORLINO Direttore del Polo di Mantenimento Armi Leggere di Terni e del Cap. Ferdinando SOLLO in servizio presso il POLMANTEO

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L

’ evoluzione tecnologica dei sistemi d’arma in dotazione all’Esercito, il grado di specializzazione sempre maggiore richiesto nelle operazioni di manutenzione di detti sistemi e la razionalizzazione dei costi per il raggiungimento di obiettivi (il grado di innovazione, velocità, qualità, efficacia ed efficienza), lanciano oggi, epoca nella quale i mutamenti e le realizzazioni applicative sono sempre più sorprendenti ed inimmaginate fino a pochi anni fa, una sfida per mantenere un ruolo di rilievo nel panorama internazionale. In tale ambito la logistica militare, è impegnata in una sfida complessa per permettere la funzionalità della Forza Armata attraverso l’organizzazione ed il sostegno di tutti i processi di sviluppo ed integrazione di nuove applicazioni tecnologiche necessarie per la gestione del personale, dei mezzi in dotazione, dell’ appoggio alla forza in proiezione. Un ruolo fondamentale lo assume il supporto dato dall’information technology (Logistic Information Technology), necessaria nella gestione di organizzazioni complesse quale la Forza Armata, per conseguire l’integrazione di vari aspetti che vanno dal management alle politiche di approvvigionamento e di rifornimento quale supporto al ciclo di vita operativo, alla scienza dell’organizzazione ed all’informatica. È necessario poter disporre di sistemi integrati che permettano la semplificazione delle procedure di lavoro, la riduzione dei tempi di decisione, lo scambio e la condivisione delle informazioni. Ciò allo scopo di raggiungere essenziali obiettivi, quali l’aumento dell’affidabilità

A sinistra: un VTLM allestito.

Il Maggiore Luigi Sacco con Guglielmo Marconi.

dei mezzi, attraverso l’armonizzazione delle attività e la standardizzazione delle procedure, dell’efficienza, per mezzo di una politica gestionale adeguata, delle prestazioni, mediante l’analisi dei risultati, il controllo e il coordinamento. Per finalizzare tutto ciò è in atto la realizzazione del Nuovo Modello Logistico, sistema integrato per governare gli effetti derivanti dall’evoluzione tecnologica dei sistemi. Nel quadro di tale modello, costituito da vari progetti in via di sviluppo (Modulo Reggimentale, Polo di Mantenimento, Interfaccia con l’Industria, Sala Operativa, Infologistica, SW di Supporto al processo di decisione) va inserito il Polo di Mantenimento dei Mezzi di Telecomunicazione, Elettronici ed Optoelettronici (POLMANTEO) quale parte attiva. Infatti, quale organo demoltiplicatore del

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Dipartimento TRAMAT del Comando Logistico dell’Esercito, secondo il Progetto «Polo di Mantenimento» sarà destinato ad operare con competenze areali, con metodologia del tipo «rileva e intervieni» e con «continuità e automatismo». Il progetto permetterà al settore TRAMAT l’ottimizzazione dei centri di costo e della capacità di proiezione delle squadre a contatto, anche nei Teatri Operativi. Inoltre, il Polo entra a pieno titolo all’interno di due progetti del nuovo Modello Logistico. Il primo è quello relativo all’Interfaccia con l’industria, che permetterà, in particolare agli organi tecnici e logistici della Forza Armata, di seguire le attività di progettazione e

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Collaudo finale del Goniotelemetro-Laser GTL - 85 su Rack Elettronico.

supporto logistico dei nuovi sistemi d’arma. Nell’ambito di tale attività il Polo ha curato l’approvvigionamento della «Matrice di Interscambio», nucleo di collegamento tra i sistemi informativi dell’Industria ed il Sistema Informativo Gestionale dell’Esercito (SIGE). Ciò permetterà di realizzare un flusso bidirezionale di informazioni che consentirà alla Forza Armata di disporre di documentazione tecnica, cataloghi e dati di configurazione di break-down logistico (inglobabili nel SIGE) ed all’industria di


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disporre di dati relativi all’impiego dei sistemi d’arma. Il secondo progetto nel quale è coinvolto il POLMANTEO è quello relativo all’Infologistica. In tale ambito sta conducendo, quale ente pilota nella Forza Armata, la sperimentazione della nuova versione del Sistema Informativo Gestionale dell’Esercito, reingegnerizzata su piattaforma web, che costituirà la componente di eccellenza, assieme alla infrastruttura di rete EI-NET, del progetto. LA STORIA La necessità di disporre di un’officina per la realizzazione e la manutenzione dei materiali militari radio ed a filo fu sentita dal Regio Stato Maggiore nell’ultimo periodo della guerra 1915-1918. L’officina, dislocata a Roma nel Comprensorio di Viale Angelico, ove tuttora ha la sua sede, fu posta alle dipendenze del 3° Reggimento Genio (telegrafisti) ed assunse la denominazione di Officina di Costruzioni Radiotelegrafiche ed Elettrotecniche del Genio Militare. Nel primo dopoguerra l’Officina Militare fu incaricata di riordinare, riparare ed ammodernare il materiale esistente, ad onde smorzate (a scintilla), proveniente dalla zona di guerra e, successivamente, tra il 1922 ed il 1926 ebbe il compito di studiare nuovi tipi di stazioni militari campali ad onde persistenti. Con Regio Decreto n° 451 del 20 aprile 1920, nel quadro del riordinamento dell’Arma del Genio, assunse la denominazione di «Officina Radiotelegrafica ed Elettrotecnica». Nel 1927, l’Officina venne incorporata nel Servizio Specialisti del Genio per

passare poi, nel 1934, alle dipendenze del Servizio Studi ed Esperienze del Genio con denominazione di Officina Militare delle Trasmissioni (O.M.T.). Tra le due guerre valenti tecnici militari, tra cui l’allora Maggiore Luigi Sacco, impegnati a fianco di scienziati di fama mondiale (quale lo stesso Guglielmo Marconi), promossero lo sviluppo e la produzione di apparati radio a valvole di estrema semplicità di impiego e con prestazioni tecniche elevate. Durante tale periodo che l’O.M.T. diventò una moderna officina di produzione con un’organizzazione idonea a soddisfare le molteplici esigenze di un Esercito moderno. A seguito delle distruzioni operate dalle truppe tedesche in ritirata, l’O.M.T. sospese le attività di lavorazione. Dopo la liberazione venne avviata la ricostruzione e riprese l’attività da parte dell’Ente, dando origine, nel 1946, al 21° Stabilimento Genio Militare, organo esecutivo del servizio Genio per la branca collegamenti, con temporanee funzioni anche di centro di elaborazione della tecnica dei collegamenti. Nel 1949 lo Stabilimento assunse la denominazione di 21° Stabilimento Collegamenti del Genio Militare. Successivamente perse gran parte delle attività di studio, per lo sviluppo delle quali venne costituito, con personale, materiali ed infrastrutture dello Stabilimento stesso, il Centro Collegamenti (ex Centro Tecnico Militare delle Trasmissioni) e, nel 1953, assunse la denominazione di 21° Stabilimento Trasmissioni. Nel 1967 lo Stabilimento passò alle dipendenze della Direzione Generale Armi Munizioni ed Armamenti Terrestri. Nel 1978, a seguito della ristrutturazione degli Stabilimenti ed Arsenali

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Militari a carattere industriale, assunse la denominazione di Stabilimento Militare Materiali delle Trasmissioni. Nel 1998, per effetto della riorganizzazione degli enti dell’area tecnico industriale del Ministero della Difesa ha preso l’attuale denominazione di «Polo di Mantenimento dei Mezzi di Telecomunicazione, Elettronici e Optoelettronici», transitando quindi dall’Area Industriale della Difesa all’Area Operativa, con la veste di ente sotto il profilo amministrativo a decorrere dal 1° gennaio 1999 (Decreto Interministeriale 13 luglio 1998), al cui comando sovrintende un Brigadier Generale/Colonnello del Corpo degli Ingegneri, coadiuvato da un Vice Direttore, Dirigente Civile di seconda fascia. Nel 2001, sempre nell’ambito della ristrutturazione dell’Area Industriale del Ministero della Difesa, sono state assegnate al POLMANTEO anche le competenze nel settore ottico ed optoelettronico non facenti parte integrante di un sistema d’arma, fino a quel momento assegnate allo Stabilimento Militare Materiali Elettronici e di Precisione di Roma. Attualmente il Polo dipende dal Comando Logistico dell’Esercito: più precisamente dal Vice Comandante e Capo Dipartimento Trasporti e Materiali. L’ORGANIZZAZIONE All’interno dell’organizzazione è possibile individuare essenzialmente quattro macroaree, a seconda della tipologia ed omogeneità di compiti espletati. In pratica, è possibile suddividere la struttura organica del Polo in: Uffici dipendenti direttamente dal Direttore; Direzione Lavori e Servizi costituente

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l’area operativa dell’ente; Servizio Amministrativo; Uffici dipendenti dal Vice Direttore interessati ai Servizi Generali. Il Direttore determina i criteri generali di organizzazione ed è responsabile dell’attuazione del programma di attività assegnato dal Comando Logistico e dell’impiego delle risorse, indirizzando e coordinando le attività, vigilando sullo stato di attuazione dei programmi e sull’andamento delle pratiche amministrative connesse con l’acquisizione di beni e servizi. Oltre al Direttore Lavori e Servizi, al Vice Direttore ed al Capo del Servizio Amministrativo, inquadrati nelle altre macroaree come descritto di seguito, il Direttore ha alle dirette dipendenze: il Consigliere Giuridico, esperto nelle controversie e nei contenziosi, oltre che custode della normativa e delle leggi di interesse per l’ente; l’Ufficio Pianificazione Finanziaria e Controllo della Spesa, incaricato di determinare il fabbisogno dei fondi e di seguire l’andamento della spesa mediante gli strumenti informatici disponibili (SIEFIN); la Segreteria Particolare; l’Ufficio Relazione con il Pubblico. La Direzione Lavori e Servizi, area operativa del Polo (articolata su tre Sezioni Lavorazioni, una Sezione Collaudo ed un Ufficio Servizio Tecnico Contabilità Industriale e Statistica), ha la responsabilità del coordinamento di tutte le attività relative al mantenimento della fascia logistica di sostegno (FLS) nel settore di competenza del Polo. Essa costituisce, pertanto, il core business dell’ente, poiché è nell’ambito di tale servizio che sono svolte le attività di allestimento, manutenzione e riparazione a favore degli enti ed unità operative della Forza Armata. La Direzione


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Lavori e Servizi partecipa anche a tutti i procedimenti approvvigionativi svolti per mezzo dell’Ufficio Servizio Tecnico Contabilità Industriale e Statistica, stilando le condizioni tecniche, effettuando le stime prezzi da porre a base di gara ed eseguendo le analisi tecnico-economiche delle offerte per i verbali di congruità prezzi. La Direzione Lavori e Servizi, l’Ufficio Tecnico e le Sezioni sono rette da Ufficiali del Corpo degli Ingegneri, mentre per la Sezione Lavorazioni Meccaniche ed Elettromeccaniche e per quella di supporto sono organicamente previsti collaboratori tecnici civili. Il Servizio Amministrativo gestisce, coordina e controlla tutte le attività

Taratura in camera bianca di scansione della camera termica GTCS2.

amministrative necessarie all’esecuzione del programma annuale dei lavori e servizi, oltre ai servizi di cassa per il pagamento ai fornitori dei rispettivi crediti ed ai dipendenti di indennità ed emolumenti. È articolato su tre Sezioni. Il Vice Direttore coadiuva il Direttore nella gestione delle risorse umane e dei servizi di carattere generale e di supporto nel funzionamento dell’ente. Si avvale di tre Uffici ed un Servizio. Nel corso degli anni, l’esperienza ha comunque dimostrato la necessità di modifiche ed adeguamenti organizzativi,

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

sia nei compiti che nell’organigramma. Le maggiori modifiche riguardano il settore Servizio Prevenzione e Protezione, che non è più dipendente dal Vice Direttore in quanto la responsabilità della sicurezza rientra, secondo la normativa vigente, tra gli obblighi del Datore di Lavoro (in tal caso il Direttore). Riguardano, inoltre, la gestione dei servizi di carattere generale (branca Personale, AA.GG., Assicurazione della Qualità) e di supporto al funzionamento dell’ente (supporti informatici e gestione infrastrutture) non sottoposte a un indirizzo unitario, quindi da portare alle dipendenze del Vice Direttore. In tal senso sono attualmente in elaborazione ed in approvazione, da parte dei Comandi di Vertice, le nuove proposte di nuove tabelle organiche.

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LE ATTIVITÀ Il compito istituzionale del Polo è di «assicurare l’efficienza del materiale, dei mezzi e dei relativi equipaggiamenti in dotazione alla Forza Armata con riferimento a quelli di telecomunicazione, elettronici e optoelettronici non appartenenti ad un sistema d’arma completo». Il compito viene esplicato attraverso lo svolgimento di molteplici attività che interessano le varie branche dello stabilimento, da quella operativa (l’esecuzione delle operazioni di revisione e trasformazioni, verifica e ripristino dell’efficienza elaborazioni, conservazione ed

Taratura ottica su Goggles AN/PVS5C in banco a flusso laminare.


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aggiornamento della documentazione tecnica, supporto tecnico-logistico a domicilio ai reparti operativi sia sul territorio nazionale che fuori area, esecuzione di studi, sperimentazione e realizzazione di eventuali prototipi, indagini tecniche ed analisi su incidenti, inefficienze e inconvenienti di qualsiasi tipo, verifica e taratura di attrezzature e calibri), a quella amministrativa per l’espletamento dei procedimenti tecnico-amministrativi per l’acquisizione dall’industria dei beni e servizi necessari. Quindi, il Polo opera con assetto statico, ma con la possibilità di enucleare squadre a contatto per esigenze di

Osservazione mediante cannocchiale ad intensificazione di luce mod. RS4-MC.

mantenimento ad alto contenuto specialistico. Le attività di mantenimento svolte a supporto dei materiali in dotazione all’ Esercito consentono anche lo svolgimento di lavori e servizi per le altre Forze Armate e Amministrazioni dello Stato, privati e Stati esteri nell’ambito di accordi internazionali. È, quindi, in tale ambito che si inserisce la funzione interforze o di service leader, soprattutto nel settore optoelettronico, conside-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

rato ormai che il bacino di utenza non è più limitato al solo Esercito ma stabilmente allargato a Carabinieri e Marina Militare. Rilevanti, poi, in termini di espansione delle attività di competetenza dell’ente sono le disposizioni contenute nelle pubblicazioni tecniche sui materiali, emanate dal Comando Logistico dell’Esercito, che contengono il compendio delle procedure per il funzionamento delle attività logistiche dei materiali d’armamento della Forza Armata. In tali pubblicazioni vengono riconosciute al POLMANTEO le responsabilità della gestione e del rifornimento nazionale della ricambistica relativa ai sistemi del settore C4 (Shelter e kit per l’installazioni radio) ed armamento (sistemi di puntamento e visione diurna/notturna) necessaria per effettuarne la manutenzione. Al Polo convergono pertanto le richieste dei fabbisogni di tutti i Reparti operativi e, a tale riguardo, è anche responsabile dell’elaborazione della piattaforma approvvigionativa dei relativi materiali di competenza occorrenti alla Forza Armata. In particolare, vengono effettuati, anche con l’invio di squadre a contatto sia in territorio nazionale che in Teatro Operativo: l’allestimento dei Sistemi Automatici di Comando e Controllo SIACCON, SACA su Shelter UEO2; la revisione/riparazione e adeguamento a norma di Shelter UEO; la revisione/riparazione dei materiali delle trasmissioni; la taratura e la calibrazione di apparecchiature/strumentazione dei sistemi missilistici filo-guidati (TOW e MILAN); il supporto logistico su gruppi elettrogeni di artiglieria e delle trasmissioni (Toro, Parizzi, Muzzi); il supporto logistico del sistema Catrin (SOATCC/SORAO); la produzione e l’allestimento dei kit instal-

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lativi CRV-939 per apparati radio su tutti mezzi ruotati e cingolati in dotazione alla Forza Armata (VM/90, VM HT, ARDefender, PUMA,VTLM, VCC1-2, CENTAURO); il mantenimento apparati per la visione diurna/notturna; il mantenimento apparati radar LPD20; il mantenimento sistemi Elettronica non COM (Sagat, Miles, Radar, Designatori laser); i procedimenti tecnico-amministrativi per l’acquisizione di beni e servizi per esigenze proprie e di Forza Armata (redazione capitolati tecnici, congruità, previsione costi, stipula dei contratti, collaudo). ALLESTIMENTI E MANUTENZIONE Il Polo si configura, grazie al knowhow accumulato nel corso degli anni soprattutto nel settore allestimento, come ente di eccellenza per il soddisfacimento delle richieste di installazioni veicolari che pervengono dallo Stato Maggiore dell’Esercito, tramite il Comando Logistico dell’Esercito. In tale quadro, il suo ruolo assume un carattere primario, in quanto spesso le quantità di manufatti da allestire sono tali da non risultare appetibili in termini organizzativi, tecnici ed economici per l’Industria privata, quindi la loro produzione è limitata, ma di alta valenza tecnologica. I manufatti da allestire derivano da attività prototipiche di studio e sperimentazione svolte esclusivamente dallo stesso Polo, non paganti dal punto di vista industriale, in quanto la tempistica per un impiego operativo in tempi ristretti non consente il soddisfacimento dell’esigenza mediante un iter contrattuale standard. Nel corso degli ultimi anni, è da ricordare il contributo dato alla Forza Arm-


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ata nella realizzazione di manufatti, tutti originati da studi e sperimentazioni interne, per permettere l’utilizzo delle radio veicolari a bordo di mezzi ruotati e cingolati impiegati nelle operazioni fuori area. Questo è il caso di tutta la serie dei Veicoli Multiruolo «Torpedo» nei vari allestimenti (protetti, Hard Top ed ambulanza), Blindo Armata «Centauro», Veicolo Blindato Leggero (VBL) «Puma». Inoltre, il POLMANTEO è l’unico ente nella Forza Armata a realizzare allestimenti sia meccanici che elettrici ed elettronici su shelter UEO, tra cui l’allestimento di shelter SIACCON, posti comando su veicolo M577, supporti radio per veicolo BV206 (in corso di studio) e di shelter SACA. Quest’ultimo lavoro, attualmente in

fase di realizzazione, costituisce la pratica dimostrazione di come il Polo possa, a fronte di una specifica richiesta avanzata dallo SME, soddisfare l’esigenza sia nella fase propedeutica di studio e realizzazione del prototipo sia nella fase di allestimento in serie a carattere «industriale», fermo restando il soddisfacimento, anche tramite squadra a contatto, di ulteriori richieste di allestimento di kit veicolari. Nel settore «Elettronica non COM ed Optoelettronica» negli ultimi anni si è registrato un costante aumento di sistemi lavorati, in termini quantitativi e qualitativi, avendo acquisito le competenze Smontaggio di visore notturno M953F in banco a flusso laminare.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

deputate precedentemente ad enti che, a seguito della ristrutturazione dell’area tecnico-industriale della Difesa, sono stati soppressi. In particolare, tutte le lavorazioni relative al mantenimento dei sistemi d’arma «Sagat», «Tow», «Milan», radar LPD20, sistemi di visione diurna/notturna e goniometri, effettuate fino al 2001 dallo SMMEP di Roma, sono confluite nel POLMANTEO. Le attività di mantenimento nel settore optoelettronico spaziano dalla constatazione guasti, riparazione e ripristino dell’efficienza fino a livello di revisione generale di apparati e strumenti in dotazione alla Forza Armata. In particolare, il mantenimento spazia dagli apparati in ottica classica, quali binocoli 8x30 Aeritalia, cannocchiali DIAVARI-ZA per l’Arma dei Carabinieri, goniometri d’artiglieria GM-79, ad apparati optoelettronici, quali telegoniometri laser GTL-85, giroteodolite GK-80, binocoli ad intensificazione di luce di vari modelli (PB4-DS, RS4-MC, M993, LYNX), visori binoculari M963 (AN/PVS-7B), visori binoculari (AN/PVS-5C e AN/PVS-15) e monoculari (AN/PVS-18) e visori termici per sistema d’arma controcarro «Tow» (GTCS 2) e «Milan» (GTCS 3). Per l’espletamento di tali attività, il personale tecnico addetto si avvale di attrezzature all’avanguardia, come ad esempio: la camera buia (all’interno della quale possono essere condotte misure fotometriche di luminanza, illuminamento e colore per la constatazione dei guasti, collaudo e verifica di funzionamento di apparati ad intensificazione di luce); la camera bianca in classe 10 000 (ambiente all’interno del quale è possibile effettuare lavorazioni che necessitano di un basso grado di contaminazione, quali le lavorazioni sui

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sottoassiemi laser dei goniotelemetri GTL-85 o sui visori IR dei sistemi d’arma controcarro «Tow» e «Milan»); banchi di test e collimazione. Tra questi, particolare rilievo assume il banco di misura della densità ottica di lenti per occhiali e filtri, riferiti a telemetri operanti alla lunghezza d’onda di 1064 nm, lunghezza d’onda di emissione del laser niodimio YAG, utilizzata su tutti i sistemi laser in dotazione alla Forza Armata. Con tale banco viene verificato il corretto funzionamento di occhiali e filtri ottici forniti agli operatori su detti laser. Per quanto riguarda il settore «Elettronico COM», il Polo è in questo periodo impegnato nella riparazione di stazioni radio VHF e HF rientranti o da inviare nei teatri operativi, oltre a tutte le attività sviluppate per la riparazione dei complessi radio RH6/1000 e PR6/190. Particolare rilievo assume la competenza assegnata al Polo per le operazioni di revisione dei sistemi THT del sistema d’arma «Stinger». A tale scopo è stato allestito un banco di verifica e calibrazione. Infine, assume particolare importanza il progetto, in fase di esecuzione, per la realizzazione di un centro accreditato SIT per la calibrazione e taratura di strumentazione. Tale progetto permetterà al POLMANTEO di emettere la certificazione relativa alle operazioni di taratura eseguite su strumenti di misura. Potrà così essere realizzata la calibrazione della strumentazione in dotazione alla Forza Armata senza il ricorso a ditte private accreditate, consentendo quindi un’ottimizzazione delle risorse finanziarie a disposizione per il mantenimento dei sistemi. Nell’ambito della «missione» indivi-


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duata per il POLMANTEO, quale ente inquadrato nella fascia logistica di sostegno, rientra anche il sostegno logistico dei Reparti operativi mediante l’intervento di squadre a contatto sia in territorio nazionale che nei vari Teatri Operativi, un’attività che ha registrato un notevole incremento nel corso degli ultimi anni in concomitanza con le accresciute richieste di intervento da parte dei Reparti operativi impiegati all’estero. In pratica, l’invio presso i Reparti in Madrepatria e fuori area di nuclei di personale militare e civile specializzato, mobilitato all’intervento rapido «sul posto», consente di effettuare le attività di revisione/riparazione (es. «Shelter») in tempi brevi e nella maniera più efficace ed efficiente, evitando movimentazioni inutili e dispendiose dei materiali interessati all’intervento. IL BINOMIO INDUSTRIA-DIFESA Nella collaborazione tra Industria e Difesa il Polo ha assunto un ruolo di riguardo quale organo tecnico dell’Esercito. Significativa è l’esperienza con l’IVECO per la realizzazione del prototipo di installazione di radio veicolari VHF e HF sul Veicolo Tattico Leggero Multiruolo (VTLM), poi confluita nella produzione di serie dei VTLM, attualmente impiegati nei teatri operativi. È in tale contesto che si inserisce l’incarico dato al POLMANTEO, nell’ambito del progetto Unità per la Sperimentazione della Digitalizzazione (USD), per fornire il supporto tecnico alla Oto Melara per la realizzazione del kit prototipico di installazione delle radio di nuova generazione CNR 2000 su «Ariete», Blindo «Centauro» e

«Dardo», nonché della riallocazione sui suddetti mezzi della stazione radio Sincgars. CONCLUSIONI Il quadro fornito fa comprendere come, in un periodo caratterizzato da forte riduzione dei fondi destinati all’approvvigionamento ed al mantenimento in efficienza dei mezzi/sistemi in dotazione alla Forza Armata, gli obiettivi di massima efficienza, efficacia e qualità possono essere raggiunti solamente tramite una razionalizzazione delle risorse disponibili, il potenziamento e l’assegnazione di nuove competenze agli enti tecnici della Forza Armata (quale il POLMANTEO), in grado di garantire produzione a carattere industriale ed ottimizzazione nel supporto tecnico alla componente operativa. D’altronde, la sempre maggiore complessità dei sistemi impone un aggiornamento continuo delle nuove tecnologie: è questa la sfida futura del POLMANTEO. Solamente l’acquisizione di nuove attività di revisione e riparazione di sistemi ad elevato contenuto tecnologico, quali i sistemi satellitari, radar e sistemi missilistici di nuova generazione (si consideri ad esempio il sistema Spike per il quale è già in fase esecutiva la specializzazione del personale con l’invio alla frequenza di corsi in Israele) oltre al mantenimento delle attività nelle quali è affermato il knowhow dell’ente, potrà far sì che il Polo continui a mantenere la propria funzione di service leader nell’ambito delle attività della Forza Armata. •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

OPERAZIONE «LEONTE» LA LOGISTICA ALLOGGIATIVA del Magg. Pasqualino IANNOTTI in servizio presso GENIODIFE

N

el luglio 2006 alcune milizie di Hezbollah hanno portato un attacco alle Israeli Defence Force (IDF), a Sud della Blue Line (linea di confine tra Libano e Israele), nelle vicinanze del villaggio israeliano di Zar’it, uccidendo otto soldati israeliani, ferendone sei e catturandone due. Al rifiuto della richiesta di rilascio, Israele ha iniziato una campagna militare in Libano mirata ad annientare le mi-

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lizie di Hezbollah ed altri elementi armati. L’escalation delle ostilità ha portato le IDF a condurre una vasta campagna militare nel nord della Blue Line. Le ostilità sono durate 34 giorni, durante le quali è stata svolta una intensa attività diplomatica internazionale, tesa al conseguimento di una «tregua/cessate il fuoco», per la successiva creazione di stabili condizioni di pace, che è culminata con la Risoluzione n. 1 701 dell’11


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agosto 2006, con la quale si sanciva la cessazione delle ostilità a partire dal 14 agosto 2006. Con tale Risoluzione il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha previsto, altresì, il potenziamento del contingente militare UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) fino a un massimo di 15 000 uomini, da schierare in Libano in fasi successive, espandendo l’area di operazioni a tutto il territorio a sud del fiume Litani. In tale contesto le unità di UNIFIL, su richiesta del Governo di Beirut, agiscono come «forze cuscinetto» tra i contendenti. L’Italia, allo scopo di contribuire all’incremento del pacchetto di forze a disposizione di UNIFIL, partecipa alla missione internazionale, denominata in ambito nazionale Operazione «Leonte», con un contingente militare di circa 2 500 unità. Il nome dell’operazione deriva dalla

Realizzazione delle palazzine-alloggi.

traduzione italiana di al-Litani, principale fiume libanese che segna il territorio dove il contingente italiano è destinato ad operare secondo la risoluzione ONU. Il Contingente italiano ha completato le operazioni di sbarco e di schieramento all’interno della propria AoR (Area of Responsability) tra l’ottobre e il novembre del 2006. Per l’installazione delle basi logistiche sono stati individuati, inizialmente, tre siti ubicati rispettivamente nelle località di Tibnin, Shama e Maraka. Nelle aree di Shama e Maraka tutte le strutture, sia logistiche che alloggiative, sono state realizzate con tende, strutture campali e container, mentre, nell’area di Tibnin, sono stati utilizzati dei fabbricati preesistenti opportunamente inte-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

grati con container prefabbricati. Nella fase iniziale dello schieramento, sia per la rapidità dell’azione di dispiegamento sia per i tempi brevi disponibili, tutte le opere e i lavori, necessari per allestire e rendere vivibili i vari comprensori, sono stati eseguiti dal personale dei Reggimenti Genio, che si sono avvalsi anche di ditte locali. Queste attività sono state previste sulla base delle norme che hanno autorizzato l’intervento delle Forze Armate fuori dal territorio nazionale e in funzione dell’urgenza. I vari interventi sono stati disposti direttamente dal Comandante delle Forze dispiegate, sulla base dei fondi accreditati al Comando. Successivamente, per migliorare ed elevare gli standard abitativi, come avviene in tutti i casi in cui la missione prosegua per tempi tali da far ritenere

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Scavi per il posizionamento di serbatoi di accumulo.

conveniente la realizzazione di strutture permanenti o semipermanenti, il Comandante ha formulato le proposte di interventi ritenuti necessari e la Direzione Generale dei Lavori e del Demanio (Geniodife) ha assunto il compito di coordinare le azioni realizzative. LE STRUTTURE REALIZZATE Per la sistemazione logistica di tutte le Forze partecipanti all’Operazione «Leonte» sono state individuate dal COI (Comando Operativo Interforze), Comando responsabile nazionale dell’operazione, ulteriori due zone, denominate UN 1-26 e Zebqine, ove realizzare


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strutture semipermanenti che potessero garantire un maggiore confort al personale da alloggiare. Queste ultime, peraltro, costituiscono un volano per poter liberare le zone di Shama e Maraka ed eseguire, anche in queste aree, lavori per la realizzazione di ulteriori strutture alloggiative semipermanenti. Per la prima volta, in applicazione di quanto previsto dal nuovo Regolamento dei Lavori del Genio Militare, D.P.R. 19 aprile 2005 - n. 170, Geniodife è stata chiamata alla gestione di tutte le fasi (progettazione, affidamento ed esecuzione dei lavori) relative alla realizzazione delle opere necessarie per la costruzione di comprensori fuori area, con strutture semipermanenti e con standard abitativi più elevati possibili.

È stato dunque costituito un gruppo di progettazione presso il IV Reparto di Geniodife che, nel mese di novembre 2006, ha elaborato sia il progetto preliminare sia il progetto definitivo, consentendo, in questo modo, di: finalizzare la fase di affidamento nel mese di dicembre 2006 da parte del C.A.I. (Centro Amministrativo di Intendenza), a cui è stata data delega da Geniodife; di impegnare fondi relativi all’esercizio finanziario 2006, che altrimenti non sarebbero stati utilizzati per tale attività; di avere le opere compiute per il mese di marzo 2007 con la successiva consegna nel mese di aprile. In considerazione dello scenario in cui

Il comprensorio di Tibnin.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

si andava a collocare l’intervento, la progettazione è stata improntata a principi di: minimizzazione dell’impegno di risorse materiali non rinnovabili; massimo riutilizzo delle risorse naturali impegnate dall’intervento; massima manutenibilità, curabilità dei materiali e dei componenti; sostituibilità degli elementi; compatibilità dei materiali ed agevole controllabilità delle prestazioni. I progetti sono stati redatti in funzione delle esigenze alloggiative, delle caratteristiche geometriche e della natura delle due aree, nel rispetto degli standard dimensionali e di costo ed in modo da assicurare il massimo rispetto e la piena compatibilità con il contesto territoriale e ambientale in cui si andava ad operare, così da non pregiudicare l’accessibilità, l’utilizzo e la manutenzione delle opere, degli impianti e dei servizi esistenti. Per la zona UN 1-26 è stata progettata la realizzazione di tre palazzine allog-

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Zona «Zebqine».

gi, con elementi prefabbricati su due livelli e una stazione di raccolta per le acque «bianche» e una per le «nere». Inoltre, è stata prevista l’installazione di una stazione di produzione di energia elettrica; la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria dell’area e di opere per la sistemazione dei piazzali esterni alle nuove palazzine alloggi. Per la zona «Zebqine», invece, è stata prevista la realizzazione: di due palazzine alloggi, con elementi prefabbricati su due livelli; una stazione di raccolta per le acque «bianche» e una per le «nere»; una stazione di produzione di energia elettrica; opere di urbanizzazione primaria dell’area e opere per la sistemazione dei piazzali esterni alle nuove palazzine alloggi. I lavori sono stati eseguiti nei tempi previsti in sede di


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progettazione e con una notevole celerità, complessivamente 55 giorni per consegnare le opere complete e perfettamente funzionanti. La Direzione dei lavori è stata curata con professionalità dal Chief camp site management e dai suoi collaboratori, con il coordinamento del personale di Geniodife. Le nuove palazzine alloggi sono state realizzate con elementi prefabbricati, su due livelli, con copertura a doppia falda e con due scale posizionate alle estremità. Per ogni livello di ciascuna palazzina sono stati impiegati 16 moduli «open space» e 4 moduli servizi; i moduli «open space» sono stati assemblati per aver stanze destinate ad alloggi con 6 posti a letto singolo. Ogni cellula alloggiativa può ospitare fino ad un massimo di 12 persone con letti a castello. Complessivamente, nei due comprensori sono stati alloggiate circa 500 persone con sistemazione a letto singolo.

Le dimensioni delle palazzine in pianta, filo parete, sono pari a 14,55 x 24,40 m per un’altezza massima, al colmo, pari a circa 7,20 m. Per lo smaltimento delle acque «nere» e di quelle «bianche» sono state realizzate reti costituite da tubazioni in polietilene duro ad alta densità e sono stati installati dei serbatoi di accumulo a doppia camera ad asse orizzontale cilindrico, costruiti in acciaio al carbonio, saldati esternamente in arco sommerso, internamente a filo continuo, fondi bombati e orlati. I serbatoi hanno una capacità massima di 50 mc ciascuno, sono stati interrati ed opportunamente ancorati ad un sistema di zavorra realizzato in calcestruzzo armato dello stesso peso del volume del serbatoio; l’ancoraggio è stato costituito con centine in acciaio corredate di tenditori con parte inferiore aperta.

Zona «UN 1-26».

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

I serbatoi per l’accumulo di acqua sanitaria, invece, sono stati installati in superficie, opportunamente ancorati, e sono stati realizzati in mono-parete, ad asse orizzontale cilindrico, costruiti in acciaio al carbonio saldati esternamente in arco sommerso, internamente a filo continuo, fondi bombati e orlati. Anche questi ultimi hanno una capacità massima di 50 mc ciascuno. Le reti di adduzione dell’acqua sanitaria, nelle due aree, sono state realizzate con tubo in polietilene ad alta densità; la circolazione dell’acqua sanitaria è stata assicurata da un gruppo pompe autoclave monoblocco in acciaio zincato a bagno caldo. Le stazioni di produzione dell’energia elettrica sono fornite da più gruppi elettrogeni con le stesse caratteristiche, con il funzionamento di uno di emergenza all’altro, ciascuno con una potenza complessiva pari a 400 kVA, completi di serbatoio di servizio standard da 120 l a

Cellula abitativa per 6 posti letti.

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bordo, di sistema di travaso automatico del carburante e di cofanatura da esterno insonorizzata da 65/70 dB(A) a 7 m, realizzata in lamiera di acciaio pressopiegata, con colorazione standard. Si è provveduto, inoltre, alle opere di sistemazione dei piazzali esterni e, soprattutto, alle opere per la sicurezza del personale. In particolare, è stata realizzata la recinzione perimetrale delle due aree, per una altezza complessiva di 2,40 m, con l’ausilio di sistemi di protezione campale composti da celle, costituite da maglie elettrosaldate con filo a forte zincatura e ricoperte interamente da resistente geotessile o da polipropilene. Il sistema di sicurezza, inoltre, è stato integrato con la posa di alcune altane e garitte corazzate e con un impianto di illuminazione perimetrale. Le scelte tecniche, circostanziate e opportunamente studiate nella fase di progettazione dei due comprensori, si sono rilevate ottimali ed efficaci, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista temporale per l’esecuzione dei lavori.


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Le strutture semipermanenti rappresentano, in questi contesti, un elemento fondamentale per la realizzazione di opere pre-assemblate in fabbrica. Sono facilmente «pallettizzabili», trasportabili e, soprattutto, si montano rapidamente con operazioni poco complesse che garantiscono anche una cornice di sicurezza elevata per il personale addetto ai lavori. Inoltre, forniscono la possibilità di essere assemblate in diversi modi, così da poter realizzare spazi di diverse dimensioni da adibire di volta in volta ad alloggi, uffici, magazzini e aule briefing. Le stazioni di produzione di energia elettrica sono state realizzate nel rispetto delle norme vigenti e, in particolare, si sono scelte le cofanature insonorizzate per ridurre al minimo le problematiche relative all’inquinamento acustico; così pure le stazioni di accumulo acqua sanitaria e accumulo acque «nere» e «bianche» sono state realizzate con serbatoi in acciaio opportunamente trat-

Stazione per l’accumulo e la distribuzione di acqua sanitaria.

tati per garantire, nel primo caso, le idonee condizioni igienico-sanitarie e, nel secondo, per evitare problemi di inquinamento di falde acquifere. Inoltre, tale soluzione consente di avere tempi di messa in opera e costi di manodopera molto bassi e, soprattutto, garantisce una rapida disinstallazione, a fine operazione, permettendo di riconsegnare ai legittimi proprietari le aree nelle condizioni precedenti. IL COMPRENSORIO DI SHAMA Nei primi mesi del 2007 è stata avviata, dal personale del IV Reparto Progetti di Geniodife la progettazione del complesso alloggiativo del comprensorio di Shama, destinato ad alloggiare circa 1 000 persone.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

La progettazione è stata indirizzata e focalizzata su prodotti tecnologicamente avanzati, che, oltre a migliorare le condizioni di vita degli utenti, garantiscono una maggiore attenzione al rispetto dell’ambiente, nonché alle problematiche del risparmio energetico. La parte più qualificante del nuovo progetto è rappresentata da nove palazzine-alloggi realizzate con elementi prefabbricati su due livelli, ciascuna con un impianto solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria e con un impianto fotovoltaico per la produzione di energia elettrica. Inoltre, è prevista l’installazione di una stazione campale per la depurazione delle acque reflue, di una stazione di potabilizzazione per l’acqua sanitaria e di una stazione per la produzione di energia elettrica. Completano il progetto la realizzazione di pozzi perdenti, la

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Un impianto di potabilizzazione.

realizzazione di opere per la sicurezza, per l’urbanizzazione e per l’illuminazione perimetrale ed interna del comprensorio, oltre alle opere per la sistemazione dei piazzali esterni alle palazzine. L’installazione di impianti di produzione di acqua calda sanitaria con pannelli solari garantirà una produzione pari al 100% del fabbisogno; produzione molto più elevata rispetto a quella che si aveva con i comuni boiler elettrici (uno per ogni modulo servizi) evitando turnazioni di qualsiasi tipo. Gli impianti solari-termici prevedono l’installazione di collettori (pannelli) a circolazione forzata; l’acqua una volta riscaldata, sfruttando l’energia solare, viene distribuita nell’edificio con un sistema di pompe elettriche. Tutti i princi-


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pali componenti del sistema sono stati progettati non solo prestando attenzione all’efficienza e ad una lunghissima durata, ma anche per limitare le esigenze di manutenzione a intervalli temporali molto lunghi. Gli impianti potranno lavorare con il sistema di interscambio in modo che, qualora l’energia solare non fosse sufficiente a soddisfare la richiesta di acqua calda sanitaria, la produzione di quest’ultima verrà integrata con l’utilizzo di energia elettrica. L’installazione di sistemi solari fotovoltaici, considerate le condizioni climatiche della zona, ha voluto essere un’occasione importante di sperimentazione di tali impianti in questi contesti. Ogni impianto garantisce una produzione di energia elettrica pari al 20% del fabbisogno necessario per alimentare ogni

singola palazzina-alloggi. Gli impianti saranno collegati alla rete di alimentazione dell’intero complesso e avranno la particolarità di lavorare in regime di interscambio con essa. In pratica, nelle ore di luce, l’utenza consuma l’energia prodotta dal proprio impianto, mentre quando la luce non c’è o non è sufficiente, se l’utenza richiede più energia di quella che l’impianto è in grado di fornire, sarà la rete elettrica che garantirà l’approvvigionamento necessario. Gli impianti collegati alla rete del complesso rappresentano quindi una fonte integrativa, perché forniscono un contributo al bilancio elettrico globale del complesso. La collocazione dei pannelUn impianto di depurazione (moduli MBR).

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Acqua calda

Centralina

Acqua fredda

Schema di un impianto solare termico.

li, prevista al di sopra delle falde dei tetti, presenta il vantaggio di evitare le perdite di energia di trasporto che si hanno tra la sorgente di energia e i punti di utilizzazione, di solito ubicati lontano dalla fonte. L’adozione di questi impianti, unitamente al generalizzato utilizzo di apparecchi a basso consumo, costituisce un essenziale modello sperimentale in questi contesti; convinti, anche, che l’adozione di questi sistemi permette la diffusione tra gli utenti di una maggiore «coscienza energetica», con positivi risvolti nell’ambito di una crescente razionalità ed efficacia d’uso dell’energia elettrica. L’acqua sanitaria utilizzata dal personale partecipante all’operazione viene prelevata da pozzi presenti sul territorio. Per evitare qualsiasi eventuale rischio di infezioni e inquinamento, facendo ancora una volta appello alla tecnologia, è stata prevista l’installazione di un impianto di potabilizzazione campale a osmosi inversa, facile da trasportare, in-

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stallare e disinstallare. L’impianto di potabilizzazione a osmosi inversa dell’acqua ad uso sanitario sarà in grado di produrre complessivamente 120 mc/g di acqua per uso potabile. L’acqua grezza subirà un pre-trattamento prima di essere inviata ai moduli osmotici, allo scopo di rendere efficiente e affidabile l’esercizio dell’unità ad osmosi inversa. Inoltre, all’acqua prodotta dall’impianto ad osmosi inversa saranno addizionati dei sali per renderla adatta al consumo umano e verrà anche dosato dell’ipoclorito di sodio come disinfezione finale. L’impianto sarà completamente pre-assemblato su vari skids in acciaio inossidabile e posto in un box prefabbricato. Sarà installato un quadro di comando equipaggiato con la strumentazione per il controllo del processo e, se necessario, questo consentirà automaticamente le procedure di sicurezza che conducono all’arresto dell’impianto. La strumentazione esegue il monitoraggio dei parametri del processo e li controlla allo scopo di mantenerli entro i corretti intervalli operativi o ai valori di taratura impostati. Dopo la disposizione del Comando UNIFIL, che le acque reflue non potevaSchema di un impianto fotovoltaico.

CELLE SOLARI

INVERTER

QUADRO ELETTRICO RETE ELETTRICA UTENZA


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Progetto di una palazzina con impianto solare e fotovoltaico.

no essere più ritirate con cisterne private, per risolvere la problematica è stato previsto l’installazione di un impianto di depurazione. L’impianto di trattamento dei reflui civili, con tecnologia di ultrafiltrazione a membrane (bioreattore MBR), è predisposto in configurazione campale in due container. È stato dimensionato per garantire un effluente rispondente alla normativa vigente per lo scarico in corpo idrico superficiale. Le rese richieste sono garantite per temperature del refluo comprese fra 12°C e 30°C. All’interno dei container trovano posto tutte le sezioni di processo (pre-denitrificazione, ossidazione biologica, ultrafiltrazione a membrane, ricircolo della miscela aerata) e il locale tecnico, nel quale verranno installate le apparecchiature esterne e il quadro elettrico. Esternamente al reattore biologico e alle sezioni dislocate nel container, è previsto l’installazione di un serbatoio interrato con funzione di accumulo. A monte del serbatoio dovranno essere

installati un pozzetto tipo «Firenze» e, a seguire, una vasca prefabbricata in calcestruzzo equipaggiata con due elettropompe sommergibili, con funzione di triturazione e pompaggio all’interno del serbatoio di accumulo. Anche in questo caso sono state previste delle opere per la sistemazione esterna, per l’urbanizzazione del complesso, per l’illuminazione perimetrale e dei viali interni e per integrare il sistema di sicurezza del comprensorio con l’installazione di garitte e di altane corazzate. Alla fase di progettazione ha seguito quella di affidamento dei lavori a cura di Geniodife, Reparto Amministrativo. Prosegue, intanto, la progettazione di opere alloggiative, logistiche e sportive/ricreative affinchè, entro il 2008, tutti i comprensori occupati dalle unità dell’intero Contingente italiano siano completati e perfettamente funzionanti, in modo da rendere meno oneroso il delicato compito che i nostri ragazzi stanno svolgendo, in terra libanese, in nome della pace e per la pace tra i popoli. •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

L’AEROCOOPERAZIONE OGGI del C. F. Ruggero GHISELLI in servizio presso il Comando delle Forze Aerotattiche di Attacco e Ricognizione

L

a Brigata Paracadutisti «Folgore» è una Grande Unità di Fanteria Leggera, inquadrata nelle Forze di Proiezione e alle dipendenze del 1° Comando Forze di Difesa (COMFOD UNO), con capacità di aviolancio e aviotrasporto. È costituita da sei reggimenti, dislocati a Livorno (dove ha sede il Comando Brigata), Pisa, Siena, Pistoia e Legnago. Tre sono i cosiddetti reggimenti d’arma base, cui si affiancano il 9° reggimento d’assalto Col Moschin, il 185° reggimento

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Rilascio da elicottero di un gommone a chiglia rigida per il trasferimento via mare degli operatori del 185° reggimento.

Acquisizione Obiettivi (RAO) ed il reggimento del Genio Guastatori di Legnago. Il 185° RAO rappresenta una delle componenti specialistiche della Brigata. Questo reparto d’elite, erede del 185° reggimento Artiglieria Paracadutisti che durante la Seconda guerra mondiale combatté in Africa Settentrionale, fu ini-


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zialmente ricostituito come Batteria di Artiglieria da Campagna in seno al 1° Gruppo Tattico Paracadutisti nel 1958; in seguito divenne Gruppo Artiglieria (1963) e, dodici anni più tardi, assunse nuovamente l’originale numerazione per passare, nel 2000, all’attuale configurazione, che prevede Comando, Batteria di Supporto e Gruppo Acquisizione Obiettivi su quattro batterie. L’armamento di reparto, oltre a quello individuale, comprende mortai da 60 mm e lanciarazzi controcarro Panzerfaust 3. Possono, inoltre, disporre di autovetture da ricognizione Land Rover AR-90, veicoli multiruolo Fiat VM90, autocarri medi Fiat ACM-90, motociclette Enduro da 350 cc e, per la componente anfibia, di battelli del tipo R.H.I.B. (Rigid Hull Inflatable Boat), piccole canoe e gommoni Zodiac Commando, con motori fuoribordo da 175 cc, in dotazione anche agli incursori della Marina ed agli assaltatori del «Col Moschin».

Pattuglia in ricognizione avanzata nel teatro afghano.

I compiti del 185° RAO, infatti, sono per taluni aspetti simili a quelli delle Forze Speciali, sebbene l’impiego del reparto rientri più nella sfera delle attività di livello operativo e tattico proprie dell’Intelligence. Volendo, si potrebbe riassumerli in un acronimo: RISTA, ovvero Reconnaissance, Intelligence, Surveillance and Target Acquisition. Quest’ultima, l’acquisizione, è un’attività che prevede per ultimo l’intervento di forze amiche (artiglieria terrestre o navale, elicotteri d’attacco o velivoli cacciabombardieri) per la neutralizzazione di un obiettivo. Nel caso d’intervento aereo, il Forward-Air-Controller (FAC) è l’operatore del reggimento in grado di assicurare (da terra, in territorio ostile) la guida delle

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

missioni di Supporto Aereo Ravvicinato: missioni che in tempo di pace, nell’ambito di un comune programma addestrativo di aerocoperazione, l’Aeronautica Militare fornisce mensilmente ai reparti dell’Esercito dipendenti da COMFOD Uno, COMFOD Due e dal Comando Truppe Alpine; in particolare, a COMFOD Uno per i FAC del 9° e del 185° reggimento Paracadutisti. I cacciabombardieri che garantiscono il necessario concorso aereo offensivo sono i PA200 (Tornado) e gli AMX degli Stormi dipendenti dal Comando delle Forze Aerotattiche di Attacco e Ricognizione (COMFATAR). Quest’ultimo, che ha sede a Milano, risponde direttamente al Comando della Squadra Aerea; da esso dipendono, oltre alla Squadriglia Collegamento e Soccorso di Linate, allo

FAC in appostamento (covert) per acquisizione e marcamento obiettivo.

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Stormo di Rivolto (dove hanno sede le Frecce Tricolori della PAN) ed al Comando Aeroporto di Aviano, anche: • il 6° Stormo di Ghedi (PA200); • il 32° Stormo di Amendola (AMX); • il 50° Stormo di Piacenza (PA200 con capacità di Electronic Warfare); • il 51° Stormo di Istrana (AMX). L’addestramento congiunto degli equipaggi di volo e dei FAC è essenziale per il conseguimento dell’elevato grado di integrazione di assetti richiesto dall’impiego di armamento sofisticato come le Laser Guided Weapons (LGW), che vengono impiegate sia nelle operazioni CAS (Close-Air-Support), comuni a tutti i reparti dell’Esercito dotati di capacità FAC, sia GAAI (Ground Assisted Air Interdiction), specifiche delle Forze Speciali. La tecnologia laser, che prevede l’utilizzo di un designatore laser (terrestre o aereo) e di una LGW, consente infatti una elevata precisione, aumentando le probabilità di successo e riducendo


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il margine di rischio dei danni collaterali. I FAC possono essere osservatori aerotrasportati, operatori di unità RECON avanzate (è il caso del 185° RAO e dei Rangers delle Truppe Alpine), membri di cellule di Intelligence infiltrate in territorio nemico (Forze Speciali e 185° RAO), osservatori avanzati di artiglieria (185° RAO e Rangers). Per la condotta di CAS, l’Aeronautica impiega preferibilmente il velivolo AMX, con bombe da 250 Kg. Anche il cacciabombardiere PA200, armato con bombe da 500 Kg può effettuare una missione con profilo CAS (in genere Night CAS), sebbene rimanga il velivolo privilegiato per quelle operazioni di interdizione in profondità (GAAI) che richiedono un più alto livello di pianificazione e di coordinamento preventivo ed un effetto sorpresa anche su più obiettivi contemporaneamente.

FAC con puntatore laser.

Quelle che seguono sono, in sintesi, le definizioni più comuni: • CAS: azione aerea contro obiettivi terrestri ostili, situati in prossimità di forze amiche; • Guida: azione messa in atto dal FAC per condurre un velivolo su un determinato obiettivo; • Terminal Attack Control: procedure e tecniche che il FAC applica per condurre l’aereo attaccante fino al rilascio (che può essere simulato, dry, oppure reale, hot) delle armi. Il FAC può essere un Ufficiale o un Sottufficiale, ma ciò che importa è che sia in possesso di un buon livello di conoscenza della lingua inglese e che abbia superato uno specifico corso «basico» presso la Scuola di Aerocooperazione

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

di Guidonia o presso un paritetico Centro di addestramento della NATO. Ogni anno, gli Stati Maggiori di Forza Armata prospettano allo SMD le proprie esigenze di personale da qualificare FAC. Sulla base dei velivoli e delle ore di volo disponibili, la Scuola di Aerocooperazione elabora quindi un calendario Corsi, suddiviso per sessioni. Una volta acquisito il brevetto, il FAC può conseguire una delle seguenti qualifiche: • Low Combat Ready, ovvero personale che per operare necessita della supervisione di un Istruttore (esso è abilitato al controllo di missioni a media/alta quota e a bassa-bassissima quota solo durante il giorno); • Combat Ready, quando è in grado di

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Esploratori del 185° reggimento.

effettuare il controllo di aeromobili a media/alta quota e a bassa/bassissima quota in ambiente operativo (reale o simulato) sia di giorno che di notte; • Airborne FAC, ovvero il personale FAC che opera a bordo di elicotteri o aeroplani leggeri; • Supervisory, cioè il personale FAC con qualifica CR e almeno un anno di esperienza; • Instructor, che oltre a dimostrare di possedere particolari requisiti didattici deve avere almeno un anno di esperienza come Supervisory. Per quanto riguarda il 185° RAO, l’iter addestrativo di un «acquisitore» para-


Rassegna dell’Esercito n. 1/2008

Team del 185° reggimento.

cadutista è piuttosto impegnativo e dura un anno circa. L’elevata specializzazione fa tuttavia del reggimento un reparto d’elite, distintosi nei teatri iracheno e

afghano. Attualmente gli operatori del 185° RAO, integrati ai teams del COMSUBIN e del «Col Moschin», sono in Afghanistan e in Libano. •

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STORIA

I CANNONI DELL’UNITÀ D’ITALIA del Dr. Renato BIONDINI

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ella storia del Risorgimento italiano e dell’Unità d’Italia la battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860 assunse una grande importanza politico-militare non riconosciuta. La sua rilevanza è determinata da una serie di fattori: fu la prima battaglia combattuta e vinta dall’Esercito Italiano, in quanto ne facevano parte soldati provenienti dall’Italia centro-settentrionale; portò al declino del potere temporale dei Papi;

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Cannone francese a canna liscia modello 1853.

aprì la strada verso il Meridione all’Armata Sarda, che riuscì a raggiungere l’esercito di Garibaldi, consentendo così l’unificazione dell’Italia. L’esame della documentazione e della storiografia sulla battaglia mostra come il principale fattore che ne determinò l’esito fu l’impiego da parte dei Sardi di un’arti-


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glieria quantitativamente ma soprattutto qualitativamente superiore rispetto a quella dei Pontifici. La superiorità dell’ artiglieria del Regio Esercito sabaudo derivava dall’ utilizzazione, per la prima volta nella battaglia di Castelfidardo, delle artiglierie a canna rigata, mentre i Pontifici impiegarono quelle tradizionali a canna liscia. I PIANI MILITARI Unico fra gli Stati della penisola, il Regno di Sardegna, fin dal 1848 dotato del Parlamento e delle libertà politiche sancite dallo Statuto albertino, proseguì una politica di riforme, consapevole che i liberali italiani avrebbero guardato al Piemonte come una guida morale e materiale per la lotta all’Austria e il raggiungimento dell’unifica-

Cannone francese da 12 modello 1853.

zione nazionale. Queste speranze si concretizzarono anche grazie all’abilità politica di Camillo Benso di Cavour, che fu chiamato a guidare il suo primo governo del Regno di Sardegna nel 1852. Egli operò un profondo rinnovamento economico e politico del Piemonte sabaudo, favorì il libero sviluppo delle iniziative economiche, diede l’avvio a grandi opere pubbliche, mentre, per quanto riguarda le libertà politiche, favorì la libertà di stampa, di associazione e di insegnamento. Ma la sua azione più importante fu in politica estera. Infatti, facendo sue le aspirazioni dei liberali italiani, inserì il processo risorgimentale nel contesto internazionale e lo sostenne con ogni mezzo. Anche se in

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STORIA

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un primo tempo escluse la possibilità di unificare tutta la penisola, successivamente indirizzò i suoi sforzi alla creazione di uno Stato sabaudo nell’Italia settentrionale e, a tal fine, si adoperò per inserirlo nel consesso europeo e per mantenere desta la simpatia dei liberali italiani nei confronti degli ordinamenti costituzionali del Regno di Sardegna. Dopo l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, il Piemonte sabaudo sembrava aver raggiunto confini oltre i quali non riteneva opportuno spingersi, ma i democratici riproposero con vigore il loro programma di unificazione dell’intera penisola. L’idea, già lanciata da Mazzini e da Pisacane, di una spedizione nel Mezzogiorno, che risalisse la penisola fino a liberare Roma, cominciò ad affermarsi tra gli emigrati siciliani. Tra questi Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che convinsero Garibaldi a guidare l’impresa. Nonostante l’ostilità di Cavour e di Vittorio Emanuele II, timorosi delle imprevedibili ripercussioni internazionali, il 6 maggio 1860 un migliaio di volontari accorsi intorno a Garibaldi salpò da Quarto e sbarcarono a Marsala, che non era presidiata da truppe borboniche. Cavour, non potendo più ostacolare l’impresa, decise allora di strapparne la direzione dalle mani di Garibaldi. Sfruttando le preoccupazioni suscitate in Italia e all’estero, riuscì ad ottenere da Napoleone III il consenso all’invio di truppe regolari piemontesi per occupare le Marche e l’Umbria e spingersi a sud per arrestare l’avanzata di Garibaldi. Il piano del Regio Esercito sardo era quello di marciare velocemente verso il Meridione d’Italia, cercando di avere ragione della possibile opposizione pontificia, e di portare nell’alveo moderato e monarchico la riuscita impresa garibal-

Monumento dello scultore Vito Pardo, nei pressi di Castelfidardo.

dina nel Regno delle Due Sicilie. L’armata pontificia, dal canto suo, cercava di garantire l’integrità delle sue frontiere, impedendo e respingendo l’invasione sabauda. Considerando che il Lazio era presidiato dalle forze francesi, nella convinzione che questa sarebbe intervenuta, il comando pontificio si premurava di garantire i collegamenti con l’Austria, altra sua grande potenza alleata. Come primo obiettivo si dovevano, quindi, portare tutte le forze mobili stanziate lungo l’asse Terni-Spoleto-Foligno nelle Marche e rinchiudere nella città fortezza di Ancona, resistendo ad un eventuale assedio fino all’intervento franco-austriaco. Il piano militare sardo prevedeva l’attacco con due Corpi d’Armata: il V Corpo (Comandante Morozzo Della Rocca) lungo la valle del Trasimeno, con il compito di intercettare le forze pontificie stanziate in Umbria, e il IV Corpo (Comandante Enrico Cialdini) lungo la fascia costiera adriatica, con l’obiettivo di puntare su Ancona.

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LA BATTAGLIA Lo sviluppo di queste manovre portarono, dunque, il 17 settembre 1860 i Pontifici a Loreto, mentre i Sardi si attestarono sulla dorsale Osimo-CastelfidardoCrocette. Dalle posizioni di Loreto, De La Moricière osservò i movimenti dei Sardi sulla dorsale Osimo-Castelfidardo-Crocette e quelli nella vallata del Musone. Oramai il problema non era più il movimento verso Ancona, ma come passare senza dover sostenere un combattimento. Il piano della battaglia, elaborato da De La Moricière, prevedeva che le truppe pontificie si dividessero in tre colonne. La colonna di destra al comando volontario delle guide terovane, partendo alle ore 9, per la strada di Banderuola e Simia, doveva varcare il Musone al guado di c. Camilletti e proseguire per c. Palanzese. La colonna centrale al comando del Gen. De La Moricière, partendo alle ore 9, tra la colonna di destra e la strada di c. Arenici, doveva passare il Musone immediatamente sotto la confluenza con l’Aspio, e cioè subito ad ovest del guado di casa Camilletti, costituendo scorta al convoglio e insieme seconda linea. Una terza colonna di sinistra o d’attacco, al comando del Gen. De Pimodan, partendo alle ore 8,30, doveva, per la strada di casa Arenici, passare il Musone, attaccare il nemico, impadronirsi di casa Andreani-Catena e stabilirvi l’artiglieria. Poi, facendo un cambiamento di fronte a sinistra, procedere all’attacco delle alture di Colle Montoro seguendo la direttrice casa Andreani-Catena, casa Serenella del Mirà, casino Sciava, occuparle e mantenervisi. Essa svolgeva, quindi, il compito principale proprio per permettere alla seconda e terza colonna di passare indisturbate il Musone; defilate queste, ruotare di 180 gradi trasformandosi in re-

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Proietti per cannoni rigati.

troguardia e ripiegare su Ancona. Alle ore 8,30 la colonna del Generale Pimodan, costituita da quattro battaglioni e mezzo della sua brigata, con 8 cannoni e 4 obici, mosse da Loreto verso la vallata del Musone, dove passò inosservata grazie alla folta alberatura di quel versante e si mostrò improvvisamente sulla riva destra del fiume. Colti di sorpresa e sopraffatti dall’impeto e dalla superiorità numerica dei Pontifici, i bersaglieri piemontesi dovettero arretrare abbandonando Santa Casa di Sotto risalendo il colle.


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Il Generale De Pimodan e le sue truppe assolsero cosÏ la prima parte del loro compito. Si trattava ora di adempiere al secondo: impadronirsi dell’altura del colle Montoro e di stabilirvisi fortemente. Alle ore 11 circa i Pontifici, nonostante gravi perdite e dopo durissimi scontri an-

che corpo a corpo, riuscirono a raggiungere Casa Serenella del MirĂ , a poche centinaia di passi dal dorso del colle Montoro dominata dal Casino Sciava.

Anima di una bocca da fuoco rigata.

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STORIA

Sviluppo geometrico della rigatura.

Occorreva ai Pontifici un ultimo sforzo per raggiungere l’obiettivo. Mentre si svolgeva questa decisiva fase della battaglia, le altre colonne pontificie, invece di proseguire la loro marcia verso Ancona come previsto dai piani, attendevano su ordine di De La Moricière ai piedi del colle Montoro, forse per non abbandonare il Pimodan e per portare eventualmente aiuto alle sue truppe. A questo punto lo scontro si fece durissi-

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mo con continue avanzate e retrocessioni della linea di combattimento, facendo rimanere indecisa la sorte della battaglia. Il passare del tempo avvantaggiava le truppe sarde che, contando su rinforzi e rincalzi, ottennero una superiorità in uomini e mezzi, in particolar modo l’artiglieria. Infatti, verso le ore 10,00 il Generale Villamaria diede ordine di accorrere con una sezione di cannoni a canna rigata. I due cannoni furono messi in posizione, e subito iniziarono un intenso fuoco a ottocento metri in direzione di Santa Casa di Sotto, ove si scorgevano, insieme all’artiglieria, masse di fanteria pontificia, e causando con i suoi colpi ben aggiustati notevoli perdite al nemico. Lo stesso Cialdini fu favorevolmente impressionato dal comportamento e dell’abilità di questi artiglieri e dei loro pezzi, tanto che fu loro assegnata la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Poco dopo giunsero sul posto altri 4 pezzi: l’artiglieria pontificia fu presto colpita dai tiri di quella piemontese e gli attaccanti si tramutarono in difensori. Si diede anche l’ordine ad un’altra batteria di cannoni da 16 libbre di portarsi a Monte San Pellegrino e fare fuoco d’infilata contro il fianco destro dello schieramento pontificio, tagliando loro un’eventuale via di fuga verso Ancona. Alcune scariche

Sezione longitudinale di un cannone rigato.


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di questa batteria fulminarono, squarciandole, le linee dei Pontifici costringendole a ritirarsi verso il fiume Musone. Vista la critica situazione, De La Moricière decise di inviare rinforzi alla prima linea ormai esaurita e diede ordine di avanzare verso la prima linea. Non appena iniziato il movimento di avanzamento, però, queste truppe furono colpite dai precisi colpi dell’artiglieria sarda e, prese dal panico, cominciarono a vacillare e a sbandarsi. Proprio nel momento cruciale dello scontro, quindi, quando la prima linea pontificia di Pimodan aveva urgente necessità di rinforzi, la seconda linea, invece di andare in soccorso e rinsaldare le file (cercando di stabilire un certo equilibrio di forze nei due schieramenti per poter avere qualche possibilità di successo), cominciò a indietreggiare, battendo in ritirata, dietro i precisi colpi dei cannoni rigati piemontesi. Quindi, la crisi dei pontifici non iniziò dalla prima linea, che anzi era in procinto di raggiungere il suo obiettivo, ma da tergo, dalla seconda linea che invece di avanzare e rinsaldare la prima, a causa dei precisi colpi d’artiglieria, si sbandò e si diede alla fuga. Era poi naturale che, a questo punto, la prima linea pontificia, priva dell’aiuto dei rinforzi dal resto dell’armata, soccombesse, nonostante una strenua difesa, sopraffatta dalle forze preponderanti piemontesi. Lo stesso Comandante in Capo dei Pontifici, il Generale De La Moricière, rimase sorpreso e impressionato dagli effetti della micidiale potenza di queste nuove artiglierie, anche perché le sue truppe non avevano un riparo ed erano soggette ai dirompenti effetti dei cannoni rigati piemontesi. È comprensibile che, sotto l’effetto delle esplosioni delle granate, i Pontifici presi dal panico si sbandarono e si diedero alla

fuga, determinando di conseguenza, con un effetto domino, un disordine generale e una confusa ritirata. La maggior parte dei Pontifici si ritirò a Loreto per poi arrendersi il giorno successivo, mentre De La Moricière riuscì, con pochi del suo seguito, a raggiungere Ancona. Concludendo, ciò che portò allo sbando e al ritiro disordinato delle truppe pontificie verso Loreto fu soprattutto l’entrata in azione delle artiglierie rigate piemontesi, le quali grazie alla loro regolarità e precisione di tiro, e una maggiore gittata, fulminarono con tiri aggiustati la prima e la seconda linea pontificia. Possiamo quindi affermare che i cannoni rigati, determinando l’esito della battaglia di Castelfidardo come quella della fortezza di Civitella del Tronto e la vittoria nell’assedio di Gaeta, furono uno dei fattori che contribuirono all’unificazione italiana. LE ARTIGLIERIE RIGATE Si ritiene opportuno, a questo punto, parlare delle artiglierie rigate e di come questa grande innovazione sia avvenuta nel campo delle bocche da fuoco. Innanzitutto diamo alcune definizioni. L’artiglieria lancia a grandi distanze con cannoni, obici e mortai, proietti di grande potenza. Caratteristica principale dell’Arma è quindi la possibilità di offendere a distanza; l’unità elementare di tiro è il pezzo che acquista individualità solo in casi specialissimi nel combattimento; l’unità di tiro è la batteria, perché riunisce in sé un numero di unità elementari (pezzi) sufficiente a svolgere una determinata azione di fuoco contro un determinato obiettivo; elemento principale dell’artiglieria è la bocca da fuoco, costituita da un tubo metallico chiuso posteriormente nel quale, sotto

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STORIA

Funzionamento di un cannocchiale a micrometro per il calcolo delle distanze (come riferimento si prendeva l’altezza di un soldato o di un cavaliere in una scala graduata).

l’azione di una carica di esplosivo, un proietto può essere lanciato con forte velocità iniziale in una determinata direzione. La superficie interna del tubo, o meglio della canna dove scorre il proietto, è chiamata «anima della bocca da fuoco»; caratteristica principale di una bocca da fuoco è il calibro, cioè il diametro dell’anima della canna, indice primo della potenza del pezzo e della suddivisione delle artiglierie in piccolo, medio e grosso calibro. A loro volta, le artiglierie si possono suddividere in cannoni, mortai e obici a seconda del tipo di tiro da eseguire. I cannoni eseguono principalmente tiri tesi, i mortai servono per tiri molto curvi, gli obici sono una via di mezzo tra i due. La rigatura dell’anima della canna è costituita dall’insieme di un certo numero di solcature o righe aventi andamento elicoidale, ricavate sulla superficie interna della

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canna e che adempiono alla funzione di imprimere al proietto una forte velocità di rotazione attorno al proprio asse. La storia militare ci insegna come le modifiche e le innovazioni avvenute nelle armi in genere siano state spesso decisive per la sorte delle battaglie. Per quanto riguarda le artiglierie, il progresso fatto dopo il 1850 appare enorme e ciò si deve alla rigatura interna della canna delle bocche da fuoco. Il vantaggio delle armi rigate su quelle lisce è duplice e si traduce in regolarità e precisione del tiro ed in aumento della portata o gittata. Per colpire lontano ed efficacemente, occorre che il tiro sia giusto, cioè vada esattamente sul bersaglio e che il colpo sia efficace, cioè si abbia un grande effetto di scoppio che solo una considerevole carica esplosiva può produrre. I proietti (bombe), generalmente sferici, lanciati dalle artiglierie a canna liscia non erano adatti alle lunghe gittate, né al tiro preciso, né ai grandi effetti di scoppio. Le lunghe gittate non potevano ottenersi, perché il proietto sferico non è abbastanza penetrante nell’aria. Esso, com’è noto, presenta, alle grandissime velocità dei corpi, una forte resistenza. Il tiro, d’altra parte, non poteva essere preciso, perché, nonostante la forma teoricamente perfetta del proietto sferico, le irregolarità della resistenza dell’aria lo facevano irregolarmente sbandare, e questo sbandamento cresceva in misura più che proporzionale alla distanza, tanto che per gittate superiori ai 2000 metri la precisione del tiro era irrisoria. Infine, si deve tener conto che un proietto sferico è meno capace di un proietto lungo di uguale calibro e, quindi, non può contenere le considerevoli cariche richieste dalla necessità di grandi effetti di scoppio. Queste deficienze delle artiglierie a canna liscia non potevano essere eliminate


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senza una profonda trasformazione delle bocche da fuoco, ed essenzialmente senza che l’anima della canna fosse costruita in modo da imprimere al proietto di forma allungata una rapida rotazione su se stesso. Ciò è stato possibile soltanto rigando l’anima delle bocche da fuoco, applicando cioè delle scanalature elicoidali all’interno della canna. Così facendo, il proietto lanciato dall’artiglieria rigata ruota rapidamente su se stesso lungo la traiettoria e, di conseguenza, per una legge della fisica che trova riscontro nel noto movimento della trottola, si mantiene con l’asse diritto, con la punta rivolta sempre davanti, in modo da penetrare facilmente e regolarmente nell’aria, portando poi sul bersaglio, a parità di calibro, una quantità di esplosivo più grande. Ma alla razionale adozione della rigatura delle anime delle bocche da fuoco, che per maggiore facilità costruttiva ebbe una prima larga applicazione nelle armi portatili, si giunse soltanto dopo numerosi tentativi, non sempre felici, che segnarono una via penosa, irta di difficoltà impreviste, che furono nel tempo superate grazie a progressi scientifici, tecnici e costruttivi. Le artiglierie rimasero lisce ad avancarica fino ai primi del XIX secolo, a parte alcuni tentativi di rigatura e di pezzi a retrocarica fatti in secoli anteriori e naufragati per mille difficoltà tecniche. Ben si era capito che il «vento», lasciato fra il proietto e l’anima, provocava la fuga del gas prodotto dalla combustione della carica esplosiva disperdendo una parte della forza propulsiva a scapito della velocità e gittata del proietto. Per effetto di questo «gioco», inoltre, questo sbatteva in maniera casuale sulle pareti della canna causando irregolarità nel tiro. Si cercò, pertanto, di ridurre il vento al limite massimo permesso dalla palla senza riuscire ad eliminare detti inconvenienti.

È, quindi, evidente come il limite fondamentale delle artiglierie a canna liscia fosse quello della irregolarità del tiro che non dava garanzie di successo nel centrare il bersaglio o l’obiettivo prefissato. Utilizzazione più consona rimase il tiro a mitraglia e di striscio, che in fondo era il meglio che si potesse pretendere da questo tipo di artiglieria. Per impedire che il proietto, uscendo dall’anima, deviasse nel senso dell’ultimo sbattimento e deviasse ora da una parte ora dall’altra, era necessario fare in modo che la sua direzione fosse costante. A ciò soltanto la rigatura dell’anima poteva porre rimedio; sebbene già impiegata molto addietro nelle armi portatili, i suoi vantaggi non furono conosciuti, o se conosciuti non furono apprezzati in tutto il loro valore se non verso la metà del Il Generale Giovanni Cavalli.

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STORIA

Il Generale Georges De Pimodan.

XIX secolo. Le prime armi portatili rigate avevano righe secondo le generatrici, unicamente allo scopo di raccogliere le fecce e di permettere così una riduzione del «vento». Siccome, poi, fu più facile solcare l’anima a spirale che rettilinearmente, le righe elicoidali si sostituirono presto alle rettilinee; ma solamente il caso e l’esperienza ne resero palesi le prerogative. Allo scopo di ridurre sempre più il «vento» si avviluppò la pallottola con carta; poi se ne aumentò talmente il diametro che per caricarla si doveva batterla con un mazzuolo. Si constatò come il tiro si era fatto molto più preciso e più lungo; ma, contrariamente a quanto si credeva, la rigatura non portò ad un aumento della velocità iniziale del proietto. A Robins, matematico inglese inventore del pendolo balistico, è dovuta la spie-

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gazione del fenomeno; egli comprese il grande vantaggio dato dal rigare anche i cannoni, tanto che fin dal 1746 lasciò scritto: «La nazione la quale potrà per la prima capire l’importanza delle artiglierie rigate e provvedersene avrà sulle altre tanti vantaggi, quanti ne ebbero sui propri avversari gli inventori delle armi da fuoco» I principi dimostrati dal Robins rimasero però lettera morta per circa un secolo fino a quando all’italiano Giovanni Cavalli, che già si era preoccupato di costruire un cannone a retrocarica, trovandosi presso il barone Wahrendorf in Svezia che gli fornì i mezzi per concretare i suoi concetti, venne l’idea di applicarvi anche il concetto della rigatura. Sostituì, inoltre, a quello sferico il proietto oblungo che, moltiplicando la massa a parità di sezione, non solo diede stabilità e rese possibile l’uso delle spolette, ma diminuì grandemente la resistenza dell’aria. La fama dei risultati da lui ottenuti, che si riassumevano in potenza, gittata, e precisione, attrasse l’attenzione di tutti gli studiosi in materia; ma, o perché vi si attribuisse poca importanza o per ristrettezze finanziarie, non fu il Piemonte che ebbe l’onore di portare le prime artiglierie rigate in campo. La prima ad avvantaggiarsene fu la Francia, la quale approdò a quel tipo di rigatura grazie agli studi compiuti da una commissione presieduta dal Generale La Hitte, dal quale prese il nome. Applicato senza esitazioni su larga scala, le fornì i mezzi per raccogliere i frutti di quell’invenzione che, a buon diritto, spettava all’esercito piemontese, da dove era partita l’idea. Così l’artiglieria rigata, condotta in campo nel 1859, mentre da un lato dava compimento alla profezia del Robin offrendo


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all’esercito francese un potente fattore di vittoria, dall’altro gettava l’allarme nelle altre potenze europee che si affrettarono a seguire le orme ed il cammino intrapreso dall’artiglieria francese. Ognuno però operò in modo diverso, tanto che si ebbero produzioni di cannoni svariatissime, sempre però con lo stesso obiettivo: imprimere al proietto un moto di rotazione intorno al proprio asse e, contemporaneamente, dirigere quello di traslazione nel senso di questo asse; mantenerlo centrato mentre percorre l’anima e limitarne le pressioni sulle pareti di questa; non compromettere la resistenza della bocca da fuoco; non richiedere lavorazioni troppo onerose di una produzione in grande. Queste condizioni erano troppo complesse per essere soddisfatte con rapidità. Comunque quasi tutti gli Stati, come pure il Regno di Sardegna su indicazione del Generale Cavalli, tra le varie soluzioni adottarono quella più semplice. A giustificazione del Cavalli, si può dire che egli, sapendo di dover combattere contro pregiudizi d’ogni sorta, fu costretto a dare al suo sistema di rigatura carattere di massima semplicità, al fine di dimostrare la superiorità sulle artiglierie lisce che tuttavia presentavano pregi incontestabili come la facilità di costruzione e l’agevolezza del servizio. I difetti presentati dal suo sistema a due righe, con proietto fornito di alette di ghisa, si videro in parte eliminati ed in parte attenuati nelle artiglierie. Tuttavia né queste né i loro derivati riuscirono mai a isolare e a centrare perfettamente il proietto durante il suo percorso nell’anima. Qualcuno pensò di costruire cannoni con l’anima poligonale, o spirale, sacrificando però la facilità di caricamento e compromettendo la resistenza delle boc-

che da fuoco. Anche nel metodo «La Hitte», però, vi era l’inconveniente dello sbattimento del proietto all’interno dell’anima, causa principale della irregolarità del tiro. Per rimuovere questo difetto, senza diminuire la facilità di introdurre il proietto nella bocca del cannone, si ricorse a un sistema che fu denominato «a soppressione di vento nello sparo» e che consiste nell’apporre al proietto un’appendice cedevole detta «turavento», che, dilatandosi sotto l’azione dei gas, penetrava nelle righe e produceva da solo il doppio effetto di far ruotare il proietto e di eliminare la fuoriuscita dei gas. Altro miglioramento apportato fu quello di rivestirlo di un involucro dolce di diametro uguale a quello del cilindro passante per il fondo delle righe, fare queste poco profonde e numerose e dare all’energia della carica il compito di far penetrare il proietto per mezzo del suo involucro nelle righe, introducendolo da dietro, anziché davanti. L’importanza di questo sistema, detto tecnicamente «a soppressione di vento», trova la sua ragione nella quasi totale soppressione delle sfuggite di gas al proiettile, nel centramento di questo e, inoltre, nella facilità di costruzione, di ispezione, di servizio e di protezione delle bocche da fuoco. Le artiglierie rigate, nonostante i loro pregi, non furono subito adottate su larga scala anche per il fatto che si imputava alla rigatura la diminuzione della robustezza della bocca da fuoco. Innegabile comunque la validità dell’idea, risultata vincente nel corso della storia come nelle battaglie del 1860 per l’Unità d’Italia. •

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ASTERISCHI

LA «COSCIENZA MILITARE» del Magg. (med.) Federico LUNARDI in servizio presso il 4° reggimento alpini paracadutisti

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arlare di coscienza del militare oggi non stupisce, mentre fino a venti anni fa, in epoca di Guerra Fredda, non solo si sorvolava sull’esistenza di una «coscienza militare», ma si negava l’utilità stessa di questa figura. Allora centinaia di intellettuali, giornalisti, opinionisti scrissero articoli, tennero conferenze e letture magistrali, liquidando

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Afghanistan: mitragliere armato di MG.

il militare come «un’appendice inutile». Lo spirito della storia di hegeliana memoria ci ha restituito la centralità meglio dell’uomo in uniforme che, fin dai gradi più bassi, si trova a vivere momenti nei quali la preparazione morale conta più


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Afghanistan: alpini e regolari afghani a un posto di controllo.

dell’addestramento fisico: si pensi a un semplice Caporale quando si trova in operazione di controllo della folla o in missione in un villaggio a migliaia di chilometri da casa, immerso in una cultura completamente estranea alla propria. Non vogliamo, però, commettere l’errore di segno opposto e legare la sua coscienza all’impiego che oggi se ne fa. Ci permettiamo, quindi, di iniziare il nostro contributo di pensiero indicando il quadro di riferimento speculativo (filosofico ci sembra troppo azzardato) nel quale inserire questa disanima in ogni tempo e circostanza. La vita militare è una vita attiva e non una vita produttiva in senso stretto. È prassi e non pragmatica. L’agire è mezzo e fine nel contempo. La vita dell’artigiano, per esempio, è una vita produttiva: il suo lavoro è un mezzo che si concretizza in un prodotto finale. Nel nostro

caso, invece, non si produce nulla, perché l’azione costituisce di per se stessa il fine, in quanto è uno stile di vita che richiede carattere e personalità. Aristotele avrebbe parlato di «euprassi», ovvero di azione corretta, i nostri padri latini di honeste vivere. L’agire del militare è, un fine perché, ispirandosi a valori e virtù, diventa testimonianza e insegnamento per chi osserva. È questo il quadro di riferimento nel quale sviluppiamo l’argomento affidatoci e, che ci auguriamo, sia almeno argumentum ex concesso da parte di chi ci legge. Pensiamo ora a tutti coloro che bussano alla porta di un Distretto Militare per presentare la domanda. Sono giovani che vivono e vivranno in famiglia assai più dei loro coetanei di tanti anni fa, ma che non ricordano qual è l’ultima volta che hanno cenato assieme ai propri genitori e fratelli; che hanno un curriculum studi molto più lungo dei loro predecessori, ma ai quali non è lecito chiedere il trapassato remoto del verbo «essere» senza seminare il panico; cresciuti con bambinaie dal nome «Grande Fratello» et similia. Giovani come tutti gli altri, quindi. In quale modo l’addestramento militare sviluppa in loro una coscienza? Divideremo il ciclo addestrativo in quattro fasi, ognuna delle quali trova fondamento sulla domanda da porsi.

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ASTERISCHI

COSA DEVO SAPER FARE? I reparti non sono cenacoli di filosofi né seminari di teologi, ma luoghi ove ognuno deve acquisire e sviluppare delle conoscenze, delle tecniche e delle capacità. È evidente che alcune devono essere possedute da tutti almeno a un livello minimo (la conoscenza delle armi, dei regolamenti, della topografia) e altre vengono acquisite, con più profondità, da alcuni (la conoscenza degli automezzi da parte del meccanico e del conduttore, la conoscenza delle tecniche di reazione automatica immediata da parte del fuciliere). Le prime sono il fondamento della vita militare, le seconde danno significato al nostro farne parte. È fondamentale che vi sia consapevolezza di ciò perché questo ci fa sentire parte viva e attiva del reparto. Solo imparando a «fare» e solo «facendo» ognuno di noi viene riconosciuto come persona importante, acquisisce la «cittadinanza». Non esiste spazio per i fannulloni in un ambiente in cui conta solo chi fa, chi svolge il proprio incarico, chi disimpegna il servizio affidatogli. Il reparto, in questa fase addestrativa, è luogo fisico: un Comando, un’officina, le furerie, una mensa ove ognuno svolge il proprio lavoro per permettere che tutto funzioni. QUALE RUOLO VOGLIO AVERE? L’acquisizione delle conoscenze, delle tecniche, delle abilità e delle capacità ci induce a pensare che abbiamo degli obblighi verso gli altri e dobbiamo trovare la nostra adeguata occupazione non solo su un livello orizzontale (dove lavoro), ma anche su un livello verticale (in quale punto della catena gerarchica voglio lavorare). Possiamo scegliere di essere e rimane-

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re operatori, specializzandoci sempre più e acquisendo sempre meglio la tecnica e la capacità di svolgere il nostro incarico. Rimarremo nella truppa. Possiamo scegliere di diventare istruttori e Comandanti nei primi livelli ponendoci a disposizione dei giovani, insegnando loro e facendoli progredire nelle proprie acquisizioni. Entreremo a far parte della categoria Sottufficiali. Possiamo scegliere di diventare pianificatori e Comandanti a livelli superiori, ponendo a disposizione le nostre capacità per creare «l’ambiente» e le opportunità perché tutti si addestrino e, attraverso le nostre conoscenze, dare ordini che rendano armonico e fattivo l’agire di tutti. Entreremo a far parte della categoria Ufficiali. La scelta del ruolo implica la consapevolezza delle proprie attitudini e delle proprie caratteristiche, nonché l’umiltà di considerare a quale livello possiamo meglio servire l’Istituzione. Le categorie, infatti, hanno tutte pari dignità. La professionalizzazione dell’Esercito ha reso evidente questo aspetto. Abbiamo operatori (militari di truppa) che svolgono il proprio incarico da dieci anni con una professionalità elevata. Non sono «secondi» o «minori» ad alcuno e le loro capacità risultano utili anche per i propri Comandanti che con loro devono confrontarsi e dialogare. Le categorie, però, hanno differenti responsabilità. Al Caporale di giornata viene richiesto di fare bene e con coscienza, ma non deve essergli permesso alcun delirio di onnipotenza. Dall’altra parte al Comandante di reggimento viene richiesto di analizzare, decidere e dare ordini senza alcuna possibile fuga. È fondamentale che ognuno si senta pedina importante dell’organizzazione e, nel contempo, sappia agire nel proprio ruolo. La


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caserma, in questa fase, diventa luogo della comunità con un organigramma preciso nel quale ognuno è parte consapevole e attiva.

un insieme di soggetti, ognuno con un proprio progetto di vita che si armonizza in un contesto più ampio che unisce per la professione comune.

COME VOGLIO ESSERE?

COME POSSO MIGLIORARMI?

Si badi bene: non quale tipo di «militare», ma quale «uomo» o «donna». L’Istituzione non è una casta, ma è formata da persone, mariti e mogli, figli e figlie, fratelli e sorelle. Esse vivono nella società, nella famiglia, dentro e fuori la caserma. La vita militare di per sé è totalizzante, ma ognuno di noi è chiamato a operare una scelta consapevole che ci permetta di avere una vita «sociale» interna ed esterna alle mura. I nostri vicini di casa sanno quale lavoro svolgiamo e ci guardano per vedere se vi è coerenza tra la scelta che abbiamo intrapreso e lo stile di vita che adottiamo. È intuitivo vedere come per chi è costantemente impegnato in addestramenti fuori sede e in missioni in teatri operativi non sia facile conciliare il lavoro con la famiglia. Ma vi è un livello ancora più profondo, quasi intimo. La vita militare ci porta a conoscere realtà, se non segrete, comunque riservate. Tante volte ci siamo interrogati se fosse possibile parlare liberamente con chi abbiamo scelto di avere a fianco nella nostra vita. Ne va della nostra professionalità, della credibilità dell’Istituzione, a volte, della sicurezza dello Stato. Quanta parte della propria attività di comando - a qualunque livello - viene assorbita dal cercare di far quadrare i compiti della missione con le realtà di ciascuno degli uomini che ci sono affidati! È giusto che sia così. La caserma, ora, diventa luogo dello spirito perché è

Questo livello non è di tutti, nel senso che non tutti riescono, da soli, a porsi questa domanda. Questo è il livello che ci obbliga a confrontarci con gli ideali, con i valori, con le virtù. È il livello che ci impegna nel più profondo, perché ci stimola a chiederci spesso se è ancora valida la scelta che abbiamo fatto un tempo, ogni giorno sempre più lontano. Dobbiamo trovare sempre nuove motivazioni o rafforzare quelle che già abbiamo per sentirci ancora «dentro» la scelta. Ma non si creda che sia una fase puramente meditativa. Dobbiamo migliorarci costantemente non accontentandoci del livello raggiunto e obbligandoci ad andare oltre. La frase «io ho già dato» non ha diritto di cittadinanza. Ciascuno di noi deve dare il massimo fino al giorno del congedo, non c’è via di scampo. Il reparto diventa, ora, luogo d’élite dello spirito, perché gli uomini e le donne che lo compongono aderiscono in modo sempre più convinto e consapevole agli ideali e ai valori. Appare chiaro che l’addestramento militare, con l’acquisizione di una cultura così profonda e con le nuove esperienze, tende a un livello di efficienza (è impensabile un militare che non sia efficiente durante un’azione di fuoco o un Comandante che non lo sia nel momento in cui deve assumere una decisione) che si spinge però verso l’eccellenza. Questa si acquisisce

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ASTERISCHI

tramite l’interiorizzazione dei valori e degli ideali. Tutto così semplice e lineare? No, l’esperienza quotidiana ci porta a dividere in due categorie le persone che vestono l’uniforme nell’Esercito Italiano. Da una parte - prescindendo dal grado e dal ruolo - ci sono i «soldati» dall’altra i «militari». I primi sono coloro che fanno parte dell’Istituzione per avere il «soldo», uno stipendio, un posto di lavoro. Dall’altra vi sono coloro che fanno parte dell’Istituzione perché vivono i propri valori e i propri ideali «militando». Come riconoscere gli uni dagli altri? I «soldati» parlano di diritti, di doveri, di giustizia, di democrazia permanendo su un livello orizzontale. I «militari» parlano di ideali, di valore, di bene in una scansione ascendente che ci porta all’etica delle virtù che ha la propria radice nel pensiero di Aristotele e di Tommaso. Un’ultima considerazione: la linguistica ci insegna che le parole sono soggette alla deriva semantica. In pratica, ogni termine, con l’uso corrente fatto di

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Alpini presidiano un posto di controllo all’imboccatura di una valle.

metafore e metonimie, acquisisce significati sempre diversi fino a distaccarsi in modo marcato dal significato primigenio. La vita militare, invece, ha subito una variazione del termine che la designa, ma ha mantenuto inalterato il proprio significato. Negli anni si è parlato di «uomo d’arme», «di guerriero», «di milite», «di soldato», «di militare» per intendere sempre il medesimo «stile di vita» e il sistema di valori e di ideali ai quali fa riferimento. Basti rileggersi opere letterarie antiche: Omero ci parla della grandezza del singolo, Tirteo, con le proprie elegie, infiamma gli animi della comunità. Omero: la gloria dell’eroe; Tirteo: la vittoria e la salvezza della polis. Valori quelli del primo, valori quelli del secondo. Inevitabilmente valori. •


Le foto piÚ belle da Voi inviate verranno pubblicate sulla Rassegna. Vi invitiamo, dunque, a farci pervenire immagini che vi ritraggono durante le vostre esperienze nei Teatri Operativi o nelle vostre attività di "routine", all’indirizzo di posta elettronica riv.mil@flashnet.it.


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RASSEGNA DELL'ESERCITO 2008 N.1 by Biblioteca Militare - Issuu