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RASSEGNA DELL'ESERCITO 2008 N.6

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SOMMARIO Supplemento al numero 6/2008 Novembre - Dicembre di

La Rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnico-professionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e di dibattito.

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Il terrorismo e le armi di distruzione di massa.

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Trasporti: un nuovo servizio di Polizia Stradale Militare.

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Le strutture comunitarie preposte alla difesa e alla sicurezza.

PERIODICO DELL’ESERCITO FONDATO NEL 1856

www.esercito.difesa.it Si avvisano i lettori che il nostro nuovo indirizzo e-mail è il seguente:

FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

riv.mil@tiscali.it Direttore responsabile Marco Ciampini Direzione, Redazione e Distribuzione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 47357373 - Fax 06 47358139

44 The Roots of Insurgent Warfare. 58

L’evoluzione storica dello sport.

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La formazione del personale nei nuovi scenari.

Edizione Centro Pubblicistica dell’Esercito Amministrazione Ufficio Amministrazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Via Napoli, 42 00100 Roma Stampa Tipolitografica CSR s.r.l. Tel. 06 4182113 (RM) Autorizzazione del Tribunale di Roma n.944 Registro con decreto 7-6-49

STORIA 82

La musica dei lager.

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La battaglia di Capri.

102 Ortona, dicembre 1943. ASTERISCHI 110 Task Force “Surobi”. 114 Protocollo d’intesa tra il Ministero della Difesa e l’Ist. Naz. di ricerca per gli alimenti e la nutrizione.

Periodicità Bimestrale

© 2008 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata

La collaborazione è aperta a tutti. La Rassegna, per garantire al massimo l’obiettività dell’informazione, lascia ampia libertà di trattazione ai suoi collaboratori, anche se non sempre ne condivide le opinioni.

116 I virus informatici in windows. RAPPRESENTANZA MILITARE

122 Taccuino del Consiglio Centrale di Rappresentanza. 124 INDICE 2008.


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IL TERRORISMO E LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA del Cap. Luciano FANTETTI in servizio presso SMD

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opo l’attentato del 2001 ai centri del potere politico e finanziario degli Stati Uniti ed il successivo attacco biologico a base di

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antrace, è stato legittimo chiedersi se il terrorismo Nucleare, Biologico, Chimico e Radio-logico (NBCR) esistesse veramente e quanto questo


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rappresentasse una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Dopo l’11 settembre è stato lecito porsi almeno quattro do-mande: • quanto era probabile l’eventualità che dei terroristi potessero entrare in possesso ed usare con successo armi NBCR in grado di provocare distruzioni di massa? • e se probabile, perché fino ad allora attacchi terroristici con armi NBCR con un enorme numero di vittime

A sinistra e in alto: fasi della decontaminazione degli specialisti NBC.

non si erano mai verificati o comunque erano avvenuti solo raramente? • quali agenti NBCR potevano essere impiegati in eventuali attentati terroristici? • cosa si poteva fare per difendersi? A distanza di sette anni, non sono cambiate di molto le analisi sul terrorismo internazionale e sulla sua pericolosità: la maggioranza dei cittadini comuni e degli esperti è convinta che il problema non è «se» ma piuttosto «quando» avverrà un attacco terroristico NBCR. La potenza militare, economica, diplomatica e persino culturale degli Stati Uniti è tale che gli even-

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tuali avversari che intendessero colpirli nuovamente sul loro territorio, siano essi gruppi terroristici o Stati, sarebbero in qualche modo obbligati ad utilizzare attacchi contro obiettivi indifesi poiché non avrebbero nessuna possibilità di riuscita mediante un confronto militare convenzionale. L’asimmetria delle forze militari, economiche e politiche, tuttavia, è solo la causa potenziale immediata del terrorismo NBCR. Esistono altre cause che alimentano la tentazione di un attacco con armi di distruzione di massa, che già prima dell’11 settembre erano ben sintetizzate con quanto detto nel marzo 2000 dal direttore della Central Intelligence Agency (CIA): «Il successo del nostro tentativo di rimuovere il rischio [del terrorismo NBCR] dipenderà da quanto sufficienti si riveleranno i nostri sforzi nel rimuovere le cause fondamentali del fenomeno: povertà, alienazione, disaffezione e odio etnico, profondamente radicati nella storia». Il bioterrorismo costituisce pertanto una efficace «guerra simmetrica» con cui pochi attentatori possono sfidare la forza militare convenzionale degli Stati, individuando nella creazione di un panico generalizzato il principale obiettivo. Malgrado siano chiari i motivi e gli obiettivi di possibili attacchi, resta comunque il fatto che, pur essendo il terrorismo NBCR finora molto poco diffuso, è risultato tuttavia presente (si contano 3 244 feriti e 160 morti circa). L’attacco dell’11 settembre ha sconvolto e modificato la percezione che molti Stati, ma soprattutto gli Stati Uniti, avevano del terrorismo: nessuno è immune e chiunque può essere colpito anche e soprattutto all’interno

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dei propri confini. All’attentato al World Trade Center hanno fatto seguito altri attacchi terroristici: l’11 marzo 2004 a Madrid, il 7 luglio 2005 alla metropolitana di Londra, il 23 luglio 2005 a Sharm el Sheikh, l’11 luglio 2006 a Mumbai. Questi attacchi hanno presentato e confermato il terrorismo come un’arma a basso costo e bassa tecnologia, scelta consapevolmente da chi sa che la guerra convenzionale contro il nemico è persa in partenza. Non è più l’atto disperato di un estremista ma un’arma tattica che guida l’arma vera e propria verso l’obiettivo. Il terrorista suicida è la bomba intelligente dei poveri. Il terrorismo ha nella componente «spettacolarizzazione» il suo punto di forza, nella società odierna, e rappresenta un mezzo che con estrema facilità è in grado di sconvolgere l’opinione pubblica per un rapporto tra mezzi e fini, sproporzionato e vantaggioso, in grado di scatenare le emozioni più diverse quali la demoralizzazione dell’avversario e il panico generalizzato. LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA - WEAPONS OF MASS DESTRUCTION (WMD) Le armi di distruzione di massa hanno sollecitato a lungo l’immaginazione umana, sia nel senso letterario sia in quello letterale. Nonostante nel corso dei secoli le armi chimiche e biologiche siano state usate in guerra, è solo dopo l’utilizzo contro il Giappone delle armi nucleari che il Consiglio di Sicurezza (SC) delle Nazioni Unite (NU) conveniva, nel settembre del 1947, che le stesse dovessero essere considerate armi di nuovo


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tipo: armi di distruzione di massa. Inoltre, doveva essere considerata tale ogni e qualsiasi altra arma che avesse la capacità di provocare effetti distruttivi in modo paragonabile a quelli prodotti dalla bomba all’uranio di Hiroshima e dalla bomba al plutonio di Nagasaki. Il Consiglio di Sicurezza indicava anche quali erano queste armi: «… le armi atomiche esplosive, le armi costituite da materiale radioattivo, le armi chimiche e biologiche letali e qualsiasi altra arma che in futuro dimostrerà di possedere la capacità di produrre effetti distruttivi paragonabili a quelli di una bomba atomica». Dopo oltre mezzo secolo di impetuoso sviluppo della tecnologia, quella tassonomia delle armi di distruzione di massa mantiene invariata la sua capacità descrittiva, tanto che, oggi più che mai, ciascuna di quelle tipologie di arma possiede, almeno in potenza, la capacità di provocare effetti paragonabili a quelli delle due bombe che segnarono l’inizio dell’era nucleare. Tuttavia, anche altri strumenti offensivi ritenuti convenzionali possiedono oggi la capacità di provocare un numero enorme di vittime o, se si vuole, effetti distruttivi paragonabili a quelli della bomba atomica. Per cui, in linea di principio, non è più possibile - ammesso che lo sia stato in passato - distinguere nettamente tra armi convenzionali e armi di distruzione di massa: le armi convenzionali hanno dimostrato di potere diventare, all’occorrenza, armi di distruzione di massa. Questa difficoltà nel pervenire ad una netta distinzione tra un’arma convenzionale ed una di distruzione di massa ci invita a non considerare solo gli strumenti

con cui un’azione terroristica provoca danni a grandi masse di persone ma anche a considerare gli effetti dell’azione stessa poiché le diverse caratteristiche della minaccia NBCR espongono l’umanità a rischi molto diversi tra loro. Ciò che sicuramente le assimila è il senso comune di ripugnanza, efferatezza e panico che sono in grado di suscitare: il solo dubbio che un edificio, un quartiere o una città siano contaminati anche leggermente da gas nervino, dal bacillo dell’antrace o da una sostanza radioattiva, provoca terrore e insieme paralisi. La setta giapponese Aum Shirinkyo (Suprema Verità) non è diventata famosa in tutto il mondo tanto per le vittime che ha provocato con i suoi attentati (1994-1995) ma quanto per il fatto di avere utilizzato armi chimiche. La guerra tra Iraq e Iran negli anni ’80 e la vicenda delle spore di antrace negli Stati Uniti nel 2001, hanno dimostrato che un attacco, anche limitato, con armi NBCR ad un qualsiasi Paese occidentale cambia drasticamente la percezione che quel Paese ha della sua forza e della sua vulnerabilità. Le armi NBCR sono le armi psicologicamente più potenti e subdole che si conoscano ed hanno una caratteristica comune: la versatilità d’impiego. Possono essere usate in tutte le forme e dimensioni contro obiettivi di qualsiasi natura. Il rischio NBCR, oltre agli indubbi effetti psicologici e alla versatilità d’impiego, ha comunque una intrinseca e variegata pericolosità che viene valutata attraverso il rapporto tra quantità d’arma utilizzata e vittime prevedibili su un medesimo obiettivo. Se andiamo ad esaminare la pericolo-

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sità comparata tra diversi sistemi di arma, NBCR e convenzionale, si nota come le armi più pericolose risultino quelle biologiche, seguite dalle nucleari, dalle chimiche e infine dalle convenzionali. Le spore di antrace risultano 10 volte più letali della tossina botulinica, quasi 1 000 volte più letali di una bomba nucleare a fissione, da 100 000 a 400 000 volte più letali delle armi chimiche e, addirittura, 4 000 000 di volte più letali delle cluster bombs (bombe a grappolo). La pericolosità e la letalità, naturalmente, non dipendono solamente dalla quantità di arma impiegata, ma anche da una serie di condizioni accessorie, tra cui l’impiego efficiente dell’arma, l’ambiente fisico in cui viene utilizzata, l’ambiente antropico (usare un’arma in un deserto produce effetti diversi che usarla in una città densamente abitata), le condizioni meteorologiche, l’abilità degli attaccanti e dei difensori. Valutare il rischio NBCR significa tenere conto di tutti questi parametri e di altri non inclusi che determinano l’incertezza delle previsioni e dei modelli, rendendo ogni valutazione sui possibili effetti da fare con prudenza. In definitiva, per quanto pericolose e versatili siano le armi chimiche, biologiche e radiologiche, risultano molto difficili da usare anche per gli eserciti più preparati, che di fatto non le hanno quasi mai usate in conflitti importanti e comunque non sono mai risultate decisive. Malgrado la diffidenza degli strateghi, lo scarso utilizzo sistematico nei conflitti e la messa al bando da parte di numerose convenzioni, molti Stati continuano tuttavia a voler possedere un’arma che incuta terrore e che funzioni da deterrente.

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Le armi nucleari La possibilità che un gruppo terroristico o uno Stato acquisisca ordigni nucleari e li utilizzi dipende dalla capacità di procurarsi le testate o comunque il materiale fissile per la loro costruzione, e nonostante in passato si sia corso il rischio di un traffico illecito dall’ex Unione Sovietica, risulta comunque oggi alquanto improbabile, anche se non impossibile, che alcuni Stati siano in grado di produrre autonomamente il prodotto fissile. Detto ciò, sorgono numerosi dubbi circa la possibilità che qualcuno possa dotarsi di armi di distruzione di massa di tipo nucleare, e quindi produrre una minaccia associata in tempi brevi. Anche se il pericolo di un attacco nucleare da parte di un Paese ostile o da parte di terroristi è stato sempre al centro delle preoccupazioni dell’opinione pubblica e dei commenti degli esperti, dopo più di cinquant’anni l’evento non si è ancora verificato. Non sorprende quindi che molti opinion makers pensino che il terrorismo nucleare sia stato sopravvalutato. In conclusione, nei tipi di conflitto che in futuro Europa e Stati Uniti si troveranno a gestire o fronteggiare, la dissuasione nucleare e le armi nucleari non hanno alcun ruolo da svolgere, e sicuramente non hanno alcun impatto su quelle operazioni di supporto alla pace che appaiono sempre più come strumenti con cui la comunità internazionale tenta di far fronte alle situazioni di crisi. Persino per alcuni scenari in cui si ipotizza l’uso chirurgico dell’arma nucleare, è da ritenersi di gran lunga più adatto ed efficace, sia politicamente che militarmente, l’impiego di sofisticati sistemi convenzionali ad elevata capacità distruttiva.

A destra: personale dell’aeroporto di Rio de Janeiro effettua un controllo alle merci.


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Le armi biologiche Secondo la definizione fornita dalle Nazioni Unite nel 1969, le armi biologiche sono organismi viventi, di qualsiasi natura, o sostanze infette derivanti da questi organismi che hanno lo scopo di produrre malattie e morte in uomini, animali o piante e la cui efficacia dipende dalla capacità di moltiplicarsi nella persona, nell’animale o nella pianta attaccata. Si dividono in cinque categorie: virus, batteri, microrganismi Ric-kettisiae (parassiti intracellulari umani), veleni ricavati da funghi, tossine ed organismi geneticamente modificati. La diffusione deliberata di aggressivi biologici, caratteristica dell’offensiva bioterroristica, mira principalmente a provocare malattie gravi che necessitano di trattamenti lunghi e prolungati e che, a causa dell’elevata contagiosità, possono colpire un numero elevato di persone. Tali epidemie possono sfuggire agli usuali sistemi di sorveglianza e rilevamento, per il fatto che i sintomi specifici, soprattutto nelle fasi iniziali di contagio, sono simili a comuni malattie endemiche. Le armi biologiche, soprannominate «le armi nucleari dei poveri» per i loro potenziali effetti devastanti e per il basso costo di produzione, per essere definite tali devono essere in grado di indurre una malattia, ma non solo: devono essere resistenti, facili da maneggiare e da diffondere e difficili da individuare. In linea teorica è inoltre possibile creare agenti patogeni nuovi, sconosciuti al nemico, e fare in modo che questi colpiscano solo determinate etnie, che agiscano a tempo o che colpiscano solo alcune parti del corpo. I pregi delle armi batteriologiche sono quindi

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evidenti: facilità di accesso, economicità, tossicità e panico. Ma ci sono inconvenienti di vario genere che spiegano perché non ci sono quasi mai stati attacchi riusciti nel recente passato. Gli esplosivi o i congegni nucleari o persino gli agenti chimici, per quanto aggressivi, influiscono su un determinato spazio, mentre gli agenti biologici sono imprevedibili: possono facilmente sfuggire al controllo, avere effetti opposti o anche nessuno effetto, rappresentando un grosso rischio anche per gli attaccanti. L’arma biologica è però comunque potenzialmente un’arma estremamente più pericolosa e letale di un’arma convenzionale e offre vantaggi ancora maggiori al terrorista. Oltre alla vasta gamma di possibili azioni e alla risonanza mediatica, un attacco con armi biologiche assicura, almeno per un certo periodo, l’assoluto anonimato. Anche un Paese preparato può impiegare giorni e persino settimane a capire di essere sotto un attacco biologico con scarse possibilità di comprendere immediatamente da quale parte proviene l’attacco, a causa dei tempi di incubazione che variano da un giorno a sei settimane dalla comparsa dei primi sintomi. Ciò significa che le persone contaminate potrebbero vivere e viaggiare normalmente, inconsapevoli di essere portatori di agenti biologici e, quindi, contaminare a cascata la popolazione, rendendo estremamente difficile risalire all’evento primo. Per «mappare» tutto il contagio bisognerebbe informarsi rapidamente sugli spostamenti delle persone e ciò porterebbe alla diffusione dell’informazione tra la popolazione, creando panico generalizzato e senza controllo. Il rischio di un attacco con agenti bio-


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logici non è, pertanto, da sottovalutare perchè ha in sé una capacità distruttiva enorme ed un rendimento elevatissimo (colpire 1 kmq costerebbe circa 1 dollaro USA usando agenti biologici mentre costerebbe 600 dollari usando agenti chimici, 800 dollari usando armi nucleari e 2 000 dollari usando armi convenzionali), ma comunque presenta il punto debole di dover disporre di tecnologie avanzate, di personale specializzato per poterle maneggiare e di mezzi di dispersione che non coinvolgano chi le ha prodotte. Le armi chimiche Le armi chimiche sono entrate a far parte degli arsenali dei gruppi terroristici negli anni ‘70, ma è solo nel 1994 - 95, che si registrano attentati su larga scala con agenti chimici, cioè con «agenti destinati ad essere usati in operazioni militari e terroristiche per uccidere, ferire o rendere incapaci di agire le persone a causa dei loro effetti fisiologici» (Definizione di arma chimica tratta da: Webster Ninth New Collegiate Dictionary). L’allarme suscitato da questi attentati spinse le autorità di molti Paesi a considerare il terrorismo chimico come una minaccia molto seria. Nel 1996 negli USA fu approvata una legge contro il terrorismo chimico e biologico, che prevedeva non solo l’addestramento del personale civile da parte di esperti militari, ma anche la concessione di finanziamenti alle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica per distruggere gli arsenali ereditati dall’Armata Rossa. In effetti, il caos politico ed economico di questi Stati rendeva possibile la cessione di armi chimiche da parte di militari, contrabbandieri e mercanti di armi a grup-

pi terroristici e a Paesi nemici dell’Occidente. L’arma chimica non è in sé più pericolosa o letale delle armi convenzionali ma risulta più difficile da gestire, pur offrendo notevoli vantaggi al terrorista. Un attacco chimico può essere realizzato contro edifici, metropolitane, acquedotti, fabbriche e campi ed offre al terrorista una grande visibilità avendo un impatto psicologico decisamente maggiore rispetto ad un attacco di pari intensità con armi convenzionali. Le armi chimiche sono armi di terrore e di intimidazione oltre che strumenti capaci di procurare vittime e distruzioni fisiche. Ad oggi, comunque, solo i due attacchi a base di sarin realizzati dalla setta Aum possono offrire spunto di riflessione in merito all’utilizzo dell’arma chimica: gli attacchi sono stati in parte un fallimento poiché non hanno ingenerato nel Paese un senso di panico generalizzato, provocando al tempo stesso un basso numero di vittime. Per contro, hanno evidenziato le difficoltà nella gestione dell’emergenza, sia nell’individuazione dell’aggressivo chimico utilizzato sia per il collasso dei sistemi di comunicazione. Per quanto sia relativamente poco costoso produrre minime quantità di aggressivi chimici per attacchi su scala limitata, molto più complesso risulta mettere in piedi un laboratorio con un adeguato livello di sicurezza e di sofisticazione, nonostante il reperimento dei precursori sia di relativa facilità a causa dell’uso commerciale che di questi viene fatto (ad esempio il gas mostarda viene utilizzato come additivo per lubrificanti, inchiostro, plastica, carta, pesticidi, detergenti cosmetici e resine sintetiche).

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Le armi radiologiche Tra le armi non convenzionali potenzialmente utilizzabili dai terroristi ci sono anche le armi radiologiche. Sotto questo nome vengono indicati tutti quei dispositivi che sono in grado di spargere la radioattività nell’ambiente circostante senza necessariamente avere un forte impatto esplosivo. Al contrario delle armi nucleari, che rilasciano una grande quantità di energia al momento dell’esplosione, le armi radiologiche utilizzano la sola radioattività per provocare danni alle persone e alle cose. Il tipo di materiale radioattivo ed i mezzi utilizzabili per la diffusione della contaminazione possono essere vari; si va dai rifiuti radioattivi ospedalieri al materiale residuo delle centrali nucleari, alla diffusione attraverso i classici esplosivi o ad altre tipologie in funzione del tipo di avvelenamento che si vuole produrre. Luoghi, persone, aria, cibo ed acqua possono rappresentare il target potenziale di una contaminazione di tipo radiologico. Gli effetti nocivi associati a questo tipo di attacco variano enormemente sia indipendenza del tipo di materiale utilizzato che dell’esposizione alle radiazioni dei singoli individui. Gli strateghi hanno individuato due categorie in cui dividere le potenziali armi radiologiche. Nella prima (dirty bombs - bombe sporche), il materiale radioattivo viene utilizzato per contaminare delle zone circoscritte o delle aree ben precise, ricorrendo all’utilizzazione dell’esplosione come mezzo per la dispersione nell’ambiente di polve-

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ri sottili di natura radioattiva. In questo caso, il limite principale consiste nella scarsa quantità di materiale radioattivo utilizzabile e dall’assenza di dati quantificabili a priori per determinare la dose necessaria per provocare gli effetti letali voluti. Nella seconda categoria, le sostanze irraggianti potrebbero essere utilizzate per contaminare il cibo o l’acqua fornita dalle reti idriche. In questo caso considerato il meno plausibile, la quantità di materiale radioattivo necessario per realizzare un effetto rilevante dovrebbe essere tanto grande da rendere l’attentato estremamente dispendioso. Pertanto, nonostante la produzione di armi radiologiche sia stata presa in considerazione da tutti i maggiori centri di studio che si occupano di strategie militari e di difesa, il rischio di un attacco terroristico condotto attraverso l’utilizzo delle stesse è attualmente basso. Sebbene l’uso di armi radiologiche possiede un efficace potere intimidatorio per il fortissimo impatto che le parole nucleare e radioattivo hanno sull’immaginario collettivo, per gli effetti a livello psicologico, per il senso di insicurezza e vulnerabilità o persino panico (soprattutto nel momento dell’evacuazione e bonifica delle aree contaminate), risulta comunque di difficile realizzazione per la difficoltà di gestire il materiale radioattivo e per gli effetti poco visibili che l’arma avrebbe, rendendoli quindi poco interessanti per i gruppi terroristici sempre in cerca di azioni eclatanti.


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AL BANDO LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA

Laboratorio ad alto rischio di contaminazione.

Le armi di distruzione di massa risultano diverse rispetto alle armi convenzionali per il sentimento di ripugnanza che generano nelle coscienze. Nonostante il fatto che a partire dalla fine del 1800 siano state sottoscritte a più riprese Convenzioni e Dichiarazioni che vietano l’utilizzo di armi inumane, è solo con il Protocollo di Ginevra del 17 giugno del 1925 che vengono messe al bando, almeno in teoria, le armi chimiche e biologiche. Proibirne l’uso non significa però metterne al bando la produzione; infatti, molti Paesi firmatari continuano a produrre l’arma chimica interpretando il Protocollo come divieto dell’uso non assoluto, ma del primo uso. Malgrado questi limiti, il Protocollo di Ginevra ha comunque rappresentato

uno straordinario passo in avanti nella legislazione internazionale contro le armi di distruzione di massa e a tutt’oggi è stato sottoscritto da 132 Stati (52 si rifiutano ancora di firmarlo). Malgrado l’orrore generale e la sottoscrizione del Protocollo, negli anni successivi viene inaugurata la moderna guerra biologica (dall’Esercito giapponese in Cina negli anni ‘30) e la guerra nucleare, con il paniere delle armi di distruzione di massa che viene ulteriormente allargato. Con la corsa al riarmo da parte delle due potenze vincitrici del conflitto mondiale, l’attenzione della comunità internazionale viene rivolta ovviamente alle armi nucleari senza però che le Nazioni Unite riescano ad ottenere dei risultati sul controllo del processo di riarmo.

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La svolta avviene alla fine degli anni ‘80, dopo un periodo di tensione molto alta, quando il Presidente americano Reagan e l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov firmano una serie di trattati che determinano l’inizio di un processo di riduzione degli arsenali nucleari. Nonostante l’insuccesso degli anni precedenti, nel 1970 le Nazioni Unite riescono a promuovere la sottoscrizione da parte di una quarantina di Paesi, tra cui USA, URSS e Gran Bretagna, del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) che vieta ai Paesi non nucleari l'acquisizione o la costruzione di ordigni nucleari offensivi, e agli Stati nucleari il trasferimento o la vendita di armi nucleari. (Il trattato non riguarda esclusivamente un bando alla proliferazione ma impegna tutti a proseguire i negoziati per il disarmo). Si tratta, invero, di una asimmetria di principio tra i Paesi che già detengono l’arma nu-cleare (Francia e Cina, oltre ai tre già detti) e i Paesi che non la detengono, che rinunciano con un atto unilaterale ad acquisirla, mentre i primi si impegnano genericamente a ridurre i loro arsenali, in modi e tempi lasciati sostanzialmente alla loro volontà. Nonostante questa asimmetria, dopo il 1970 solamente tre Paesi si aggiungono alla lista ufficiale dei detentori dell’arma atomica: India, Pakistan ed Israele. Un quarto Paese, il Sudafrica, dopo avere realizzato l’arma atomica, vi rinuncia e la distrugge, come fanno tutte le Repubbliche derivanti dalla Unione Sovietica con l’eccezione della sola Russia. Nel 1995, il TNP è stato esteso a tempo indefinito con India, Pakistan e Israele che ne restano fuori. La seconda tappa del processo di controllo internazionale delle armi di distruzione di massa avviene con la firma, da

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parte di 143 Stati, della Convenzione sulle armi biologiche del 1972 (Biological Weapons Convention - BWC) che sancisce il divieto di sviluppo, produzione e stoccaggio di armi batteriologiche e tossiche. Infine, la terza tappa, nel tentativo di evitare lo sviluppo incontrollato della armi di distruzione di massa, avviene nel 1997 con l’entrata in vigore della Convenzione sulle Armi Chimiche (Chemical Weapons Convention - CWC) che sancisce il divieto di sviluppo, produzione, stoccaggio ed uso di armi chimiche e stabilisce le regole per la loro distruzione. La convenzione definisce come arma chimica non solo gli agenti tossici, ma anche i loro precursori (si intendono per precursori quelle sostanze che possono essere modificate tramite una reazione chimica per produrre agenti tossici), le munizioni e i congegni disegnati specificatamente per causare morte o danni in seguito al rilascio di questi agenti (per agenti chimici tossici o aggressivi chimici si intendono le sostanze in grado di esercitare una azione chimica sui processi vitali portando alla morte, a danni permanenti o temporanei gli essere umani o gli animali). Per concludere, la stabilità del sistema internazionale deve essere garantita e fondata su una politica di controllo degli armamenti (NBCR e convenzionale) in cui la nozione di sicurezza nazionale risulta ormai essere superata dalla nozione di sicurezza comune: la prevenzione deve essere posta sopra gli interessi di sicurezza individuale dei singoli Stati. Il controllo armamenti è il modo più ovvio con il quale le nazioni possono migliorare la propria sicurezza attraverso l’accrescimento di quella degli altri, svolgendo un ruolo elevatissimo nella creazione di un clima di reciproca fiducia e stabilità.


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CONCLUSIONI La storia testimonia che il terrorismo NBCR è alquanto infrequente ma ha motivazioni diverse per le quattro categorie precedentemente descritte. Il rischio di un attacco terroristico condotto con armi nucleari è abbastanza remoto in quanto risulta difficile che gruppi terroristici o Stati entrino in possesso di armi nucleari e comunque questi incontrerebbero difficoltà nell’utilizzare siffatti ordigni. Rimane comunque l’obbligo di non abbassare la guardia. Se, infatti, al momento la situazione non appare preoccupante, è pur vero che la quantità di materiale fissile presente nei Paesi dell’ex Unione Sovietica è elevatissima ed i sistemi di protezione e controllo del materiale necessitano di continui miglioramenti. Attualmente la possibilità di un attacco terroristico con ordigni atomici viene quindi considerata improbabile e riceve una attenzione inferiore rispetto a quella dedicata agli attacchi batteriologici. Un attacco terroristico condotto con armi chimiche e biologiche (Cb), sebbene sia di facile realizzazione per la relativa semplicità di produzione degli agenti (sia patogeni che tossici) e dei bassi costi produttivi, presenta comunque degli inconvenienti di carattere tecnico. Molti esperti concordano sul fatto che un discorso è produrre un arma Cb, un’altra cosa sia usarla, ed un’altra cosa ancora usarla come arma di distruzione di massa. Usare un’arma biologica o chimica non è un’impresa facile, sia per l’estrema delicatezza della sua gestione sia per

l’estrema incertezza degli effetti che provoca. Infine, le armi radiologiche. Un attacco di tipo radiologico causa sicuramente dei danni a breve termine inferiori rispetto a quelli provocati dalle esplosioni nucleari, ma può spargere la contaminazione realizzando un fortissimo potere intimidatorio. L’uso di armi radiologiche risulta comunque oggi poco prevedibile per la sua scarsa attrattività nei confronti dei terroristi, sempre alla ricerca del gesto in grado di suscitare sconvolgimenti emotivi nelle masse. Per il futuro, nonostante non siano da escludere attacchi terroristici in grado di creare un numero enorme di vittime, è presumibile che questi avverranno con armi convenzionali piuttosto che con armi NBCR. Ma questo rischio comunque esiste, poiché, a prescindere dall’intensità dei danni, l’allarme sociale, l’incertezza e la paura provocati costituirebbero da soli delle armi psicologiche dagli effetti altrettanto allettanti per i terroristi che uccidere centinaia o migliaia di persone. In conclusione, un attacco terroristico NBCR ad alta intensità e con un numero enorme di morti è un evento oggi estremamente improbabile ma non impossibile. La realtà ha dimostrato come persino armi improprie come gli aerei possono essere usati per provocare migliaia di vittime; in altri termini, armi e strumenti ritenuti del tutto convenzionali possono quindi diventare ed essere considerati a tutti gli effetti «armi di distruzione di massa».

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TRASPORTI: UN NUOVO SERVIZIO DI POLIZIA STRADALE MILITARE del Col. Cosimo DE LORENZO Comandante dell’8° Reggimento Trasporti «CASILINA» e del Ten. Col. Franco FRATINI in servizio presso l’8° Reggimento Trasporti «CASILINA»

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n occasione della Festa dell’Arma Trasporti e Materiali del 22 maggio 2008 è stato ufficialmente presentato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Fabrizio

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Castagnetti, un nuovo servizio di polizia stradale, che sarà espletato in conformità all’art.12 del Codice della Strada, per la scorta a veicoli eccezionali e trasporti in condizioni di eccezionalità (come il tra-


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sporto di obice semovente PZH 2000 con Complesso Traino Pesante Astra SM 88.50 fino a 64 t 8×8). Tale servizio è nato presso l’8° Reggimento Trasporti «Casilina», grazie a un progetto a suo tempo avviato dall’Ufficio Movimenti e Trasporti del Comando Logistico e condotto a termine a seguito di un corso di abilitazione organizzato presso la Scuola Trasporti e Materiali in collaborazione con il Compartimento della Polizia Stradale per il Lazio. Questa attività, in passato, poteva essere svolto esclusivamente dall’Arma dei Carabinieri. Alla presenza di una Commissione presieduta dal Vice Questore Aggiunto della Polizia Stradale di Roma dottoressa Emma Farano, si è concluso il 9 maggio

Scorta di un Complesso Traino Pesante Astra SM 88.50 fino a 64 t 8×8 che trasporta un obice semovente PZH 2000. Il servizio di scorta a un trasporto eccezionale può essere svolto, secondo le specifiche situazioni stradali e di traffico, da veicoli opportunamente equipaggiati anche con l'ausilio di movierimotociclisti. In ogni caso un motoveicolo da solo non può scortare un convoglio eccezionale.

2008 il relativo corso abilitante per trenta militari (tra cui Ufficiali, Sottufficiali, VSP e VFB), tutti dell’8° rgt.tra. «Casilina». L’evento costituisce un passo in avanti importante nella crescita professionale dei militari impiegati nel settore della logistica dei trasporti; questi da oggi si affiancherano con pari dignità e professionalità ai Carabinieri nell’espletamento di un delicato servizio di polizia stradale, che

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viene svolto per garantire la sicurezza della circolazione su strade e autostrade sempre più insicure e congestionate dal traffico. Tale progetto, oltre a conferire autonomia alla F.A., sia in sede di pianificazione che di attuazione di un trasporto eccezionale, costituisce una «nicchia di eccellenza» nel panorama della preparazione militare conferita a Ufficiali, Sottufficiali e Volontari della Forza Armata. Il Capo Dipartimento Trasporti e Materiali del Comando Logistico, in considerazione delle potenzialità operative che tale abilitazione conferisce alla F.A., ha già dichiarato di voler istituire a breve dei corsi per il personale dei Reggimenti Trasporti della Brigata Logistica di Proiezione. È opportuno altresì precisare che tale

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Trasporto eccezionale «estremo» sia per dimensioni che per massa: un generatore di vapore da 760 t. Il trasporto è stato effettuato da un «provider» civile con rimorchio a 40 assi.

scorta si differenzia sostanzialmente da altri servizi etimologicamente similari ma nella pratica totalmente differenti. La scorta in questione non è ad esempio una scorta di sicurezza, ovvero non comporta la presenza di personale armato che deve difendere del materiale sensibile durante il suo trasferimento. La scorta a veicoli o trasporti eccezionali ha come finalità quella di guidare a destinazione un veicolo o un carico di dimensioni o peso fuori dagli standard usuali, senza creare incidenti, rallentamenti o ingorghi ed evitando danneggia-


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menti al mezzo e alle infrastrutture interessate dal passaggio di questi «giganti» stradali. In sostanza, il personale di scorta deve avere grande conoscenza delle strade e delle relative problematiche; deve ad esempio saper misurare l’altezza di un tunnel, conoscere perfettamente la portata delle strade che dovrà percorrere, avere la prontezza e la capacità di istituire rapidamente un senso unico alternato. Tale attività spesso deve essere effettuata anche di notte, perché oggi gli enti proprietari o concessionari delle strade o autostrade prediligono pianificare i trasferimenti «outsize» nell’arco notturno per evitare di bloccare di giorno le principali arterie viarie. Questo è insomma un mestiere difficile, sicuramente non alla portata di tutti, che richiede un’approfondita preparazione teorica e una pluriennale esperienza di guida, sia su autoveicolo che su motoveicolo. RIFERIMENTI NORMATIVI Secondo l’art.10 del Codice della Strada è considerato veicolo eccezionale quello che nella propria configurazione di marcia superi, per specifiche esigenze funzionali, certi limiti di sagoma (altezza, larghezza e lunghezza) o massa (peso). Per trasporto in condizioni di eccezionalità, si intende invece il trasporto di una o più cose indivisibili che, per le loro dimensioni, determinano eccedenza rispetto ai limiti di sagoma stabiliti dal C.d.S., ma sempre nel rispetto dei limiti di massa stabiliti nel codice stesso. Possiamo affermare che esistono molti vincoli per la circolazione di un veicolo o trasporto eccezionale tra i quali il traffico intenso, la portata delle strade, l’altezza

dei ponti, la larghezza della carreggiata, gli itinerari obbligati con strade a traffico intenso, i lavori in corso, le gallerie, i ponti e i caselli autostradali. Per superare tali vincoli, evitando incidenti e congestioni del traffico, il legislatore ha imposto una scorta al convoglio eccezionale (agenti di Polizia Stradale o in alternativa una scorta tecnica di operatori civili abilitati); volendo forzare il paragone, questa scorta ha il compito di condurre un elefante dentro una cristalleria senza far male all’animale e evitando di arrecare alcun danno alle persone ed agli oggetti dentro il negozio. La normativa di base per i veicoli e i trasporti eccezionali è costituita dal Codice della Strada (art. 10, 11, 12, 61, 62 e 138) e dal relativo Regolamento di Esecuzione e di Attuazione (art. 16, 21, 22, 181, 183 e 360). Per quanto riguarda lo specifico aspetto inerente le scorte, queste sono disciplinate dal DM del 18 luglio 1997, modificato dal DM del 24 aprile 2003: «Disciplinare per le scorte tecniche ai veicoli eccezionali e ai trasporti in condizioni di eccezionalità». Di fondamentale importanza risulta inoltre per gli operatori del settore il Decreto Ministeriale emanato annualmente dal Ministero dei Trasporti: «Direttive e calendario per le limitazioni alla circolazione stradale fuori dai centri abitati». LIMITI DI SAGOMA E DI MASSA A norma dell’art. 11 del C.d.S. si supera la sagoma limite consentita quando il veicolo in questione superi le seguenti dimensioni: larghezza massima 2.55 m, altezza 4.00 m e lunghezza totale, compresi gli organi di traino, di 12.00 m (16,5 m per gli autoarticolati).

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Ovviamente esiste una serie di casi particolari e di deroghe al C.d.S. che rendono la materia di non facile comprensione per i «non addetti ai lavori». Ad esempio i veicoli porta-container (Astra APS-95) esulano dai limiti precedentemente descritti. Per quanto riguarda invece il peso di un veicolo, la massa limite complessiva a pieno carico non può eccedere le 5 t per veicoli ad un asse, le 8 t per quelli a due e le 10 t per quelli a tre o più assi. LA SCORTA AL VEICOLO E AL TRASPORTO ECCEZIONALE Abbiamo visto che il movimento o il trasporto di veicoli militari corazzati o cingolati eccedenti la sagoma o la massa limite comporta l’organizzazione di un servizio ausiliario di scorta, finalizzato a garantire una cornice di sicurezza nell’esecuzione del trasferimento. Tale servizio, fino ad oggi, veniva svolto dai Carabinieri, ai sensi dell’art. 21 comma 2 del «Regolamento di esecuzione e di attuazione del Nuovo C.d.S», oppure da scorte tecniche

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Trasporto eccezionale per lunghezza, larghezza e massa: carro Ariete imbarcato su complesso Astra SM 88.50 fino a 64 t 8x8. Le modalità organizzative ed esecutive di tale scorta sono regolate dal Decreto Ministeriale del 18 luglio 1997 «Disciplinare per le scorte tecniche ai veicoli eccezionali ed ai trasporti in condizioni di eccezionalità» modificato come da Decreto Ministeriale del 24 aprile 2003.

di operatori civili se il servizio veniva effettuato da ditte esterne all’A.D.. Il personale militare dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica sino ad oggi poteva provvedere unicamente all’espletamento dei servizi di scorta a veicoli non eccezionali (come le autocolonne di autocarri medi), ove in possesso di specifico attestato, ai sensi dell’art.12 comma 4 del «Nuovo C.d.S.». COM’ È NATO IL PROGETTO SCORTE «OUTSIZE» IN AMBITO ESERCITO Perché è nata l’esigenza di specializzare del personale per le scorte «outsize» e come si è arrivati ad acquisire questa capacità anche in ambito Esercito?


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Bisogna precisare che dal Dopoguerra e fino agli anni Ottanta, la scorta di veicoli eccezionali civili era un dominio quasi esclusivo della Polizia Stradale, mentre i Carabinieri provvedevano, sempre con estrema competenza e professionalità, alle esigenze di trasporto «outsize» militare. È opportuno precisare però che in quel periodo il comparto industriale civile non registrava esigenze di trasporto eccezionale «vertiginose»; per quanto riguarda la Difesa, a quei tempi le nostre Forze Armate non intervenivano in ogni parte del mondo e pertanto le esigenze di trasporto eccezionale erano sporadiche o comunque pianificabili con congruo anticipo (ad esempio per campi d’Arma o attività addestrative fuori sede). Negli anni Novanta, il processo di globalizzazione nel contesto civile e l’apertura di numerosi Teatri di Operazioni nell’ambito militare hanno comportato un frenetico incremento di trasporti eccezionali civili e militari su strada. Per tali ragioni e in un’ottica di costoefficacia delle risorse pubbliche, vennero inserite nel «Nuovo C.d.S.» delle norme (art.10) che prevedevano la possibilità di avvalersi, in alternativa alla scorta svolta da agenti di Polizia Stradale, Carabinieri inclusi, della «scorta tecnica» che poteva essere svolta da operatori civili del settore con autoveicoli adeguatamente equipaggiati. Oggi il trend si è completamente invertito e la Polizia Stradale di rado effettua la scorta a convogli eccezionali. Pertanto l’«outsize» è divenuto dominio quasi esclusivo dei «provider» civili. Questa innovazione ha consentito di recuperare gradualmente un consistente numero di agenti di Polizia Stradale per destinarli a compiti istituzionalmente prioritari per la Pubblica Sicurezza. In tale contesto normativo nel 2006 nacque l’idea, presso l’Ufficio Movimenti

Trasporti del Comando Logistico, di promuovere un progetto addestrativo che consentisse alla Forza Armata di svolgere in proprio tale attività. Si reputava infatti opportuno disporre, presso le varie Unità di trasporto, di personale militare abilitato alla scorta di veicoli e trasporti eccezionali. Con tale soluzione la Forza Armata sarebbe divenuta autonoma per quelle attività di routine (come il trasporto moduli abitativi e trasporto carri) che erano limitate o comunque condizionate dalla disponibilità della scorta dei Carabinieri. Infatti i Carabinieri, pur svolgendo il loro servizio in maniera ineccepibile, applicano delle procedure (come il cambio della pattuglia in ogni Regione CC) che richiedono un capillare coordinamento fra gli Enti interessati al trasporto. Ovviamente tale articolazione del coordinamento comporta che, sia in fase di pianificazione che di attuazione, le problematiche derivanti da imprevisti (come blocchi stradali, ritardi) possono amplificarsi di molto. Bisognava rimboccarsi le maniche, ma a chi ci si poteva rivolgere per competere con i colleghi Carabinieri e cercare di rubar loro il «mestiere»? Non vi era soluzione migliore che rivolgersi alla concorrenza diretta della Benemerita, ovvero la Polizia Stradale, da sempre all’avanguardia nella sicurezza della circolazione e in prima linea sulle strade e sulle autostrade nazionali. ATTUAZIONE DEL PROGETTO SCORTE «OUTSIZE» Fu pertanto avviato un progetto in collaborazione con il Ministero dell’Interno ed in particolare con il Servizio di Polizia Stradale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Vennero inoltre presi contatti

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con il «guru» del trasporto eccezionale, il Vice Questore Aggiunto Giandomenico Protospataro, autore di vari manuali tecnici sulla materia, tra i quali «Circolazione e scorta di veicoli e trasporti eccezionali» edito dall’Egaf. Venne concordata una linea di azione che prevedeva l’istituzione di uno specifico corso per abilitare un’aliquota di personale militare e il contestuale avviamento delle procedure per eliminare le limitazioni normative presentate dal Codice della Strada. Perseguendo tale obiettivo venne chiesta l’autorizzazione allo SME e al Comando delle Scuole dell’Esercito per istituire un corso abilitante alla scorta di veicoli e trasporti eccezionali, della durata di una settimana, da tenersi presso la Scuola Trasporti e Materiali, con il concorso di insegnanti ed istruttori forniti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Contestualmente venne inviato un quesito all’Ufficio Affari Legislativi e Relazioni Parlamentari del Ministero dell’Interno, con cui si proponeva di apportare delle integrazioni all’art. 21 comma 2 del «Regolamento di esecuzione e di attuazione del Nuovo C.d.S». In sostanza si chiedeva se, nell’ambito del processo di revisione e delegificazione delle norme relative al trasporto eccezionale, fosse possibile sostituire la frase: «L’espletamento dei servizi di scorta a veicoli o trasporti eccezionali militari è affidato all’Arma dei Carabinieri», con la frase: «L’espletamento dei servizi di scorta a veicoli o trasporti eccezionali militari è affidato all’Arma dei Carabinieri e a Ufficiali, Sottufficiali e Volontari delle FF.AA. appositamente qualificati con specifico attestato rilasciato dall’autorità militare competente». Entrambe le proposte furono avviate ed approvate ai vari livelli; nelle more dell’in-

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tegrazione alle norme del C.d.S., prevista entro il 2008, il Ministero dell’Interno diede il suo assenso per lo svolgimento del primo corso e il contestuale rilascio delle abilitazioni per il personale risultato idoneo all’esame finale. L’avanguardia di questa nuova «Polizia stradale militare» fu costituita interamente da personale dell’8° Reggimento Trasporti «Casilina», Reparto questo che per la sua specifica attività istituzionale (trasporti intermodali pesanti in ambito Fascia Logistica di Sostegno) aveva l’assoluta necessità di disporre di un’aliquota di personale abilitato alle scorte che gli consentisse di incrementare ulteriormente la sua rapidità e flessibilità d’impiego. AUTORIZZAZIONI ALLA CIRCOLAZIONE DI VEICOLI E TRASPORTI ECCEZIONALI A carattere generale i trasporti o i veicoli eccezionali sono soggetti ad autorizzazione alla circolazione da parte dell’ente proprietario o concessionario per le autostrade, strade statali e militari. Nel provvedimento di autorizzazione sono stabilite le prescrizioni ritenute opportune per la tutela del patrimonio stradale e la sicurezza della circolazione. Sono inoltre indicati nell’autorizzazione gli eventuali percorsi da seguire o da evitare, i limiti di velocità, la necessità o meno della scorta tecnica, (qualora non si preveda la necessità della scorta della polizia della strada) gli eventuali periodi temporali (orari e giornalieri) di non validità delle autorizzazioni, le modalità inerenti la marcia, la sosta o il ricovero del veicolo o del complesso. Il provvedimento deve altresì contenere la prescrizione che, in caso di neve, ghiaccio, nebbia o scarsa visibilità sia


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Trasporto eccezionale «estremo» effettuato da un «provider» civile: il sottomarino Enrico Toti. Il Toti è il primo sottomarino costruito in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. Ecco i principali dati del sommergibile: peso 340 tonnellate, lunghezza 46 metri, larghezza 4,75 metri ed altezza 5,30 metri. Per trasferirlo dal porto di Cremona al Museo della Scienza e della Tecnica «Leonardo da Vinci» di Milano (dove è giunto il 14 agosto 2005) è stato necessario utilizzare un convoglio ad hoc con 15 assi e 240 ruote.

diurna che notturna, il veicolo debba essere tempestivamente allontanato dalla sede stradale e condotto alla più vicina area disponibile. Una cosa molto utile da sapere a carattere generale è che non costituisce trasporto eccezionale il traino di un veicolo in avaria sino alla più vicina officina. Il traino, per incombente situazione di emergenza, di un veicolo da parte di un altro deve avvenire attraverso un solido collegamento tra i veicoli stessi, da effet-

tuarsi mediante aggancio con fune, catena, cavo, barra rigida od altro analogo attrezzo, purché idoneamente segnalati in modo tale da essere avvistati e risultare chiaramente percepibili da parte degli altri utenti della strada. In sostanza, i veicoli eccezionali ed i trasporti in condizioni di eccezionalità per poter circolare devono essere muniti di idoneo documento autorizzativo che deve accompagnare il veicolo durante tutto il viaggio. Per le FF.AA. esistono delle procedure semplificate; l’art. 138 del C.d.S. comma 2 recita infatti che i veicoli delle Forze Armate, qualora eccedano i limiti di sagoma o di massa, devono essere muniti, per circolare sulle strade non militari, di un’autorizzazione speciale che viene rilasciata dal comando militare sentiti gli enti competenti (i proprietari o i concessionari delle strade). In particolare sono i Comandi Logistici Nord e Sud che rilasciano tale tipo di autorizzazione per gli Enti militari che devono effettuare un trasporto eccezionale. Abbiamo accennato precedentemente che il divieto di circolazione, fuori dai centri abitati, per veicoli pesanti o eccezionali è disciplinato da un DM che il Ministero dei Trasporti dirama annualmente. Il divieto in questione però non trova applicazione per i veicoli militari, anche se scarichi o eccezionali, ove siano in servizio per comprovate necessità. Le autorizzazioni alla circolazione per i veicoli ed i trasporti eccezionali sono di vari tipi; sono previste infatti dal C.d.S. autorizzazioni periodiche, multiple e singole. Le autorizzazioni periodiche sono valide per un numero indefinito di viaggi da effettuarsi in un determinato periodo di tempo.

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Vi sono poi le autorizzazioni multiple, valide per un numero definito di viaggi da effettuarsi in date prestabilite, o in date libere ma entro un determinato periodo di tempo. Il C.d.S. prevede inoltre autorizzazioni singole, valide per un unico viaggio da effettuarsi in una data prestabilita, o in una data libera ma entro un determinato periodo di tempo. In questo caso la data di effettuazione del viaggio deve essere comunicata dall’interessato all’ente rilasciante per via telegrafica o per fax, almeno ventiquattro ore prima dell’inizio del viaggio, che comunque deve essere sempre effettuato nel periodo autorizzato. Nella domanda di autorizzazione di tipo multiplo o singolo, oltre a tutti i dati necessari ad individuare il richiedente e la dotazione dei mezzi tecnici di supporto eventualmente necessari per effettuare il trasporto, devono essere di norma indicati: una precisa descrizione del carico e del suo eventuale imballaggio, lo schema grafico longitudinale, trasversale e planimetrico riportante la configurazione del veicolo, il limite superiore di dimensioni e massa totale, la distribuzione del carico sugli assi. Inoltre, bisogna allegare alla domanda una dichiarazione sulla percorribilità di tutto l’itinerario da parte del veicolo, a firma del titolare o legale rappresentante dell’ente o della ditta, con particolare riferimento all’inscrivibilità in curva del veicolo, in caso di eccedenza dei limiti dimensionali di cui all’articolo 61 del C.d.S.. Devono inoltre essere specificati nella domanda le strade o i tronchi di strade interessati al transito, la data del viaggio o dei viaggi con cui si realizza il trasporto o il periodo di tempo nel quale si effettuano il viaggio o i viaggi.

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ESPLETAMENTO DEI POLIZIA STRADALE

SERVIZI

DI

L’espletamento dei servizi di polizia stradale previsti dal C.d.S. spetta in via principale alla specialità Polizia Stradale della Polizia di Stato, quindi alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri, al Corpo della Guardia di Finanza e agli altri operatori previsti dall’art.12 del C.d.S.. La scorta e l’attuazione dei servizi diretti ad assicurare la marcia delle colonne militari (veicoli eccezionali esclusi) spetta, inoltre, a Ufficiali, Sottufficiali e militari di truppa delle Forze Armate, appositamente qualificati con specifico attestato rilasciato dall’autorità militare competente. L’espletamento dei servizi di scorta a veicoli o trasporti eccezionali è affidato alla specialità Polizia Stradale della Polizia di Stato. La scorta è curata dai corpi di polizia municipale quando l’intero itinerario del trasporto si sviluppa su strade comunali. Come abbiamo già detto, visti gli sviluppi del trasporto eccezionale nel comparto industriale e logistico civile, l’espletamento dei servizi di polizia stradale è attualmente demandata quasi «in toto» agli operatori civili; infatti oggi buona parte dei veicoli o trasporti eccezionali su strada vengono trasferiti con una scorta tecnica effettuata da personale civile abilitato appartenente a ditte con licenza per le scorte tecniche. Per quanto riguarda il comparto Difesa, in futuro i Carabinieri non lavoreranno più in regime di monopolio; questa liberalizzazione della scorta «outsize» sarà presto codificata


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con la modifica dell’art. 21 comma 2 del Regolamento di Esecuzione e di Attuazione del Nuovo C.d.S.. Tale variante aprirà nuovi scenari operativi consentendo anche al personale dell’Esercito, della Marina e dell’Aero-nautica di effettuare tale attività. A questo punto la problematica suscita un quesito: il personale militare di scorta potrà comminare sanzioni agli automobilisti inadempienti? La risposta è che il personale militare potrà solo segnalare agli organi di Polizia Stradale le infrazioni di chiunque non abbia ottemperato alle segnalazioni volte ad assicurare la marcia delle colonne militari o di convogli eccezionali.

L’8° Reggimento Trasporti «Casilina» è stato impegnato in Pakistan per l’operazione Indus nel 2005. L’attività di scorta ai trasporti eccezionali risulta di fondamentale importanza non solo in Patria ma anche nei Teatri di Operazioni dove spesso «l’outsize» non trova infrastrutture stradali idonee per la marcia in sicurezza.

REGOLAZIONE DELLA CIRCOLAZIONE DA PARTE DEL PERSONALE DI SCORTA Il personale addetto alla scorta si può trovare nella situazione di dover regolare il traffico sia da bordo del mezzo che da terra. È necessario quindi che conosca perfettamente le segnalazioni manuali degli agenti del traffico previste dall’art. 43 del C.d.S.. Deve inoltre

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INTERVISTA CON LA DOTT.SA EMMA FARANO Laureata in Giurisprudenza, è Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in servizio dal 1992 nella Specialità Polizia Stradale della Polizia di Stato, prima presso il Compartimento delle Marche, poi presso la Sezione di Roma, ove ha maturato sia esperienza operativa in qualità di coordinatore di numerosi servizi di controllo specifici nel settore della circolazione stradale, sia esperienza di gestione del personale, ricoprendo l’incarico di Direttore del I Settore. Ha svolto numerose docenze in materia di educazione stradale in istituti scolastici di diverso ordine e grado, collaborando con l’ufficio relazioni esterne ed il Servizio Polizia Stradale del Ministero dell’Interno, sia nella realizzazione di eventi che nei rapporti con gli organi di stampa in tema di sicurezza stradale. Il 9 maggio 2008 ha presieduto la Commissione d’esame che ha abilitato la 1^ aliquota di personale dell’Esercito all’espletamento del servizio di polizia stradale per la scorta di veicoli e trasporti eccezionali. Dott.ssa Farano, quanto incide l’eccesso di trasporto pesante nell’altissimo numero di incidenti che si registra sulle strade italiane? L’incremento del trasporto eccezionale su strada aggrava tale situazione di pericolo o rientra in un trend europeo che è possibile gestire? Il trasporto pesante è una componente molto importante nel contesto della circolazione stradale nazionale. Pertanto la gestione della sicurezza della circolazione non può prescindere dal controllo dei mezzi pesanti. Anche la Comunità Europea esige che l’attività di controllo delle Forze di Polizia sia di alto livello, sia in termini di qualità che di quantità, senza contare i numerosi interventi normativi nel settore dell’autotrasporto come ad esempio nel caso della recente istituzione del Certificato di Qualificazione del Conducente (C.Q.C.) che a breve diventerà obbligatorio per tutti i condu-

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centi professionali di veicoli pesanti. Come si è evoluta l’organizzazione della Polizia Stradale per fare fronte alla crescente domanda di sicurezza in questo delicato settore? In primo luogo migliorando la professionalità dei propri operatori e parallelamente investendo sull’acquisizione di nuove tecnologie che consentono controlli più efficaci ed approfonditi (cronotachigrafo digitale e sistemi automatizzati per il rilevamento della velocità in autostrada). Sappiamo che voi avete collaborato, fornendo il vostro «know how», con la Scuola Trasporti e Materiali dell’Esercito per formare i primi militari abilitati alla scorta di veicoli eccezionali e trasporti in condizioni di eccezionalità. In particolare, Lei è stata Presidente della Commissione che ha esaminato i trenta candidati dell’8° Reggimento Trasporti «Casilina». Al termine di questo iter addestrativo, reputa soddisfacente il livello di preparazione dei militari che hanno conseguito l’abilitazione? Durante lo svolgimento degli esami ho avuto modo di apprezzare l’elevato livello di prepara-


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zione dei militari dell’8° Reggimento «Casilina»,

Si tratta di un’esperienza in atto da vari anni

tuttavia gli stessi saranno chiamati a svolgere

che fino ad oggi ha dato risultati molto positivi.

un’attività per loro nuova e impegnativa che pre-

Inoltre ha avuto il merito di ridurre il numero di

suppone la capacità di gestire e regolare il traffico stradale analogamente a quanto fanno le Forze di Polizia. Sappiamo che si sono aperti nuovi scenari di collaborazione tra Esercito e Polizia. I mili-

operatori della Polizia Stradale adibiti a tale attività in modo da poter intensificare i servizi di controllo per la prevenzione degli incidenti e per la repressione delle violazioni al Codice della Strada.

tari abilitati alla scorta di veicoli e trasporti eccezionali sono stati ulteriormente specializ-

Il personale militare abilitato alla scorta di

zati presso il Reparto Operativo Speciale della

veicoli eccezionali e trasporti eccezionali si

Polizia Stradale di Settebagni (Roma). Pensa che tale forma di addestramento congiunto tra differenti Istituzioni dello Stato sia positiva

inserirà con difficoltà in tale contesto? Ha qualche consiglio per superare tali difficoltà?

e pertanto replicabile in altri settori della Pubblica Amministrazione?

È necessario che il personale impegnato in questa particolare attività abbia sempre chiaro

Sicuramente questi tipi di attività sono molto

che il suo obiettivo prioritario è quello di salva-

utili in quanto costituiscono un prezioso scambio

guardare in ogni circostanza la sicurezza della

di conoscenze. In particolare il Reparto Operativo

circolazione stradale; inoltre molta attenzione

Speciale della Polizia Stradale ha acquisito negli anni una notevole esperienza nell’addestramento alle tecniche operative dei servizi motomontati

dovrà essere dedicata alla «comunicazione» con gli altri utenti della strada, rispetto ai quali i mili-

con particolare riferimento ai servizi di viabilità in

tari dell’Esercito si pongono come dei «nuovi»

occasione di scorte a personalità, trasporti ecce-

interlocutori in aggiunta a quelli già noti in quanto

zionali e competizioni sportive.

appartenenti alle Forze di Polizia.

Reputa che il personale militare sarà all’altezza di gestire situazioni di crisi nello scortare un convoglio eccezionale, in considerazione dei livelli italiani di congestione stradale?

Per concludere la nostra intervista, ci potrebbe indicare una prospettiva estremamente positiva ed un’altra estremamente negativa sulla sicurezza stradale in Italia?

L’attività di gestione del traffico è senz’altro molto impegnativa ma non ho dubbi che il perso-

Un aspetto sicuramente positivo è il ricorso

nale dell’8° Reggimento, una volta completato

sempre più ampio a strumenti tecnologici che

l’iter addestrativo previsto, sarà in grado di ope-

consentono l’accertamento a distanza delle viola-

rare con un adeguato margine di sicurezza ed

zioni al C.d.S., mentre un aspetto molto preoccu-

efficacia. L’esperienza delle scorte tecniche effettuate da personale civile munito di apposita abilitazione è risultata positiva o ha diminuito la

pante su cui si sta da tempo concentrando l’attenzione della Polizia Stradale è costituito dall’elevato numero di persone che sono sorprese

sicurezza stradale, una volta dominio esclusi-

alla guida in stato ebbrezza e sotto l’effetto di

vo di agenti in divisa?

sostanze stupefacenti.

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Configurazione tipo di un autoveicolo di scorta ad un trasporto eccezionale: è equipaggiato sul tetto con due dispositivi supplementari di segnalazione visiva a luce lampeggiante gialla o arancione e un pannello rettangolare con la scritta «trasporto eccezionale». Nella parte posteriore è montato un cartello composito costituito dal segnale «passaggio obbligatorio per veicoli operativi», corredato da due luci gialle lampeggianti. Il veicolo deve anche essere equipaggiato di una bandierina di colore rosso fluorescente di minimo cm 50 x 50 preferibilmente sul lato sinistro (sporgenza massima di cm 50).

saper istituire rapidamente ed in sicurezza un senso unico alternato. La regolazione del transito richiede che il personale di scorta sia munito di paletta per intimare l’ALT e di bandiera di colore arancio fluorescente (art. 42 comma 3 del Regolamento di Attuazione del C.d.S.), delle dimensioni non inferiori a 80 x 60 cm, principalmente per indurre gli utenti della strada al rallentamento e ad una maggiore prudenza. Un’ottimale regolazione del traffico è legata al coordinamento del personale, che può essere stabilito a vista o con apparecchi radio ricetrasmittenti o tramite un terzo operatore intermedio munito anch’egli di paletta. Ogni intervento di regolazione o di segnalazione deve avvenire in anticipo rispetto al punto in cui si vuole che l’uten-

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Configurazione tipo di un motoveicolo di scorta ad un trasporto eccezionale. I motoveicoli di scorta devono avere il seguente equipaggiamento: 2 dispositivi supplementari di segnalazione visiva a luce lampeggiante gialla o arancione nella parte anteriore (altezza tra cm 70 e 120), 1 dispositivo supplementare di segnalazione visiva a luce lampeggiante gialla o arancione nella parte posteriore del motoveicolo (con altezza minima di 1 m da terra) e 1 bandierina di colore rosso fluorescente di minimo cm 50 x 50 preferibilmente sul lato sinistro (sporgenza massima cm 50).

te effettui la manovra richiesta; tale anticipo, in termini quantitativi, deve essere calcolato tenendo conto dello spazio necessario ai veicoli in transito per arrestarsi in condizioni di sicurezza, in relazione alla velocità dei veicoli. Per tutte queste ragioni non è possibile intimare l’ALT da terra ai veicoli in movimento, perchè si rischierebbe il tamponamento. Si deve inoltre iniziare la manovra di rallentamento con congruo anticipo rispetto ai veicoli in afflusso (almeno 5070 m). Infine, per intimare agli automobilisti la necessità di rallentare, bisogna utilizzare la bandiera di colore arancio, evitando l’utilizzo della paletta, poiché il segnale potrebbe essere interpretato come pericolo d’incidente.


Rassegna dell’Esercito n. 6/2008

QUANDO È PREVISTA LA SCORTA A VEICOLI E TRASPORTI ECCEZIONALI

MODALITÀ ATTUATIVE DELLA SCORTA

La legge ha decretato che la scorta per i veicoli che eccedono i limiti di sagoma previsti dal Codice della Strada è sempre necessaria quando si verifichi una delle seguenti condizioni: • la larghezza della corsia sia inferiore a 3,50 m per i veicoli o i trasporti che sono eccezionali anche in larghezza; • la larghezza della corsia sia inferiore a 3,00 m per i veicoli o i trasporti che non sono eccezionali in larghezza; • la fascia di ingombro del veicolo o del trasporto eccezionale sia superiore alla larghezza della corsia di marcia, decurtata di 20 cm in relazione all’andamento planimetrico del percorso; • il veicolo o il trasporto eccezionale abbia larghezza superiore a 3,00 m o a 3,20 m, nel caso di veicoli classificati o utilizzati come sgombraneve o in caso di trasporto di carri ferroviari; • il veicolo o il trasporto eccezionale abbia lunghezza superiore a 25 m; • la velocità consentita sia inferiore a 40 km/h sulle strade di tipo A e B (autostrade - strade extraurbane principali), a 30 km/h sulle altre strade; • il carico presenti una sporgenza posteriore superiore a 4/10 della lunghezza del veicolo; • il carico presenti una sporgenza anteriore superiore a 2,50 m rispetto al limite anteriore del veicolo. Per i veicoli o i trasporti eccezionali solo in massa (come gli APS-95 a pieno carico) bisogna richiedere l’autorizzazione alla circolazione ma non occorre la scorta, salvo che non si marci a velocità molto ridotta o che si tratti di veicoli adibiti al trasporto di carri ferroviari con autorizzazione periodica.

È necessario che gli autoveicoli utilizzati per le scorte tecniche siano equipaggiati con i dispositivi supplementari e gli apparati di segnalazione previsti dal Disciplinare. In particolare risulta di fondamentale importanza che siano garantiti i collegamenti radio tra il veicolo eccezionale ed i mezzi di scorta. Nel dettaglio il Disciplinare prevede che gli autoveicoli per le scorte siano dotati delle seguenti attrezzature: • due dispositivi supplementari di segnalazione visiva a luce lampeggiante gialla o arancione da apporre sul tetto dell’autoveicolo ad una altezza minima di m 2,00; • un pannello rettangolare bifacciale ad angoli arrotondati recante su ciascuna faccia la scritta «trasporto eccezionale» di colore nero su fondo giallo realizzato con pellicola retroriflettente di dimensioni non inferiori a m 1,20 x 0,25, da apporre sul tetto ad una altezza minima di m 2,00; • una bandierina di colore rosso da esporre sul lato sinistro di ogni autoveicolo; • un apparecchio radio - ricetrasmittente per ogni autoveicolo, in grado di collegarsi con il veicolo che segue o precede, nonché con il conducente del veicolo che effettua il trasporto eccezionale. Per i veicoli collocati a protezione posteriore del convoglio eccezionale, in sostituzione del pannello rettangolare bifacciale può essere installato, nella parte posteriore dell’autoveicolo, un cartello composito costituito da un pannello con la scritta «Trasporto eccezionale», di colore nero su fondo giallo, e dal segnale «passaggio obbligatorio per veicoli operativi» di dimensioni pari a m 0,90 x 1,30,

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corredato con due luci gialle lampeggianti, facilmente rimovibile o ripiegabile quando il veicolo non circola in servizio di scorta. La scorta, durante l’effettuazione del servizio, deve essere altresì equipaggiata con le seguenti attrezzature: • un telefono radiomobile per chiamate d’emergenza; • un sistema di segnalamento temporaneo costituito dai seguenti segnali ed elementi: un segnale «Altri Pericoli» abbinato a un pannello integrativo «Incidente»; • due segnali «Direzione Obbligatoria» o «Passaggio Obbligatorio»; • due «Barriere Normali»; • due lampade a luce rossa fissa e tre lampade a luce gialla intermittente; • una bandierina di colore arancio fluorescente per segnalazione; • due palette per regolare il transito alternato; • quindici coni in gomma o plastica di colore rosso con anelli di colore bianco; • giubbetti o corpetti a fondo bianco con scritta nera; • un dispositivo per la misura dell’altezza e uno per la misura della lunghezza da utilizzare per verificare le dimensioni del veicolo eccezionale, del suo carico e di eventuali manufatti stradali. La scorta può essere effettuata con uno o più veicoli oppure con l’utilizzo combinato di moto e autoveicoli. Alcune situazioni «estreme» di trasporto eccezionale richiedono che vi sia un conduttore a bordo dei veicoli di scorta, oltre l’operatore abilitato in qualità di capo-macchina. A carattere generale sono necessari due veicoli di scorta, ciascuno con un operatore abilitato a bordo, quando vengono percorsi tratti stradali a doppio senso di circolazione dove è necessario istituire il senso unico alternato, in

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quanto: • la strada è ad una sola corsia per senso di marcia ed il trasporto eccezionale ha larghezza superiore a quella di una corsia; • oppure in tratti di strada in curva dove il trasporto eccezionale, per effetto del suo ingombro, superi la larghezza di una corsia. Per quanto riguarda la scelta tra autoveicolo e motoveicolo, sicuramente la moto risulta più agile per creare la viabilità nei percorsi urbani o in taluni casi extraurbani con presenza di numerosi vincoli alla circolazione. La scelta dell’autoveicolo è sicuramente preferibile in percorsi autostradali o quando la scorta deve essere effettuata con un solo veicolo (in tal caso la scelta è obbligata); l’autoveicolo infatti garantisce una maggiore protezione per l’operatore che si pone posteriormente. In caso di utilizzo combinato di moto e auto, il motoveicolo precederà il trasporto eccezionale, mentre il veicolo attrezzato si posizionerà posteriormente. In nessun caso il motoveicolo può svolgere da solo la scorta o può essere posto, come ultimo veicolo, a protezione posteriore del trasporto eccezionale. Qualora si effettui la scorta con un solo autoveicolo, a carattere generale questo si deve porre dietro il trasporto eccezionale in autostrada o lungo le strade con carreggiate divise da spartitraffico (guardrail). Ove il trasferimento si effettui su strade a doppia carreggiata senza spartitraffico, il veicolo di scorta si posizionerà davanti al trasporto eccezionale. Durante il servizio, gli autoveicoli o motoveicoli di scorta dovranno sempre essere posti in modo da garantire, in ogni circostanza di traffico, la massima visibilità del convoglio, il rilevamento di eventuali impedimenti al movimento nonché


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l’eventuale arresto in condizioni di assoluta sicurezza. Se durante il servizio si verifica un incolonnamento di veicoli, dovuto all’ingombro o alla limitata velocità del trasporto eccezionale, il convoglio dovrà essere fatto accostare e fermare, possibilmente al di fuori della carreggiata, per far passare i veicoli che seguono. Sulle strade, anche temporaneamente ad una corsia per senso di marcia, nel caso di trasporto o veicolo eccezionale avente larghezza superiore a quella della corsia, nonché sui tratti di strada in curva, ove il trasporto con il suo ingombro superi la larghezza della corsia, gli addetti alla scorta devono prescrivere la circolazione a senso unico alternato, regolamentando il traffico con

specifiche segnalazioni. Se il trasporto eccezionale dovesse rimanere bloccato per un guasto o per altre cause, devono tempestivamente essere adottate delle misure atte ad agevolare la circolazione, come ad esempio l’utilizzo dei dispositivi di segnalazione trasportati sui veicoli di scorta; tali misure possono variare a seconda dei casi, della tipologia delle strade e delle condizioni meteo. Ad esempio, in caso di neve, ghiaccio o scarsa visibilità (inferiore ai 70 m) il veicolo o trasporto eccezionale deve essere immediatamente condotto in idonea area di sosta e se necessario deve esserne adeguatamente segnalata la presenza (da una distanza di 150 m dal veicolo fermo).

Trasporto eccezionale

130 cm

90 cm Cartello composito per i veicoli collocati a protezione posteriore del convoglio eccezionale

Segnale «Direzione obbligatoria»

Segnale «Altri pericoli» e «Incidente»

Coni a terra

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- Paletta di segnalazione. Ai sensi dell’art. 24 del Regolamento di attuazione del C.d.S., la paletta deve avere le seguenti caratteristiche: - disco metallico o di materiale sintetico del diametro di 15 cm, in materiale rifrangente su entrambe le facce, avente la parte centrale di colore rosso di 10 cm di diametro e la rimanente corona circolare di colore bianco di 2,5 cm di larghezza; - al centro del disco lo stemma della Repubblica Italiana di colore nero; indicazione dell'amministrazione di appartenenza dell'agente nella parte superiore della corona circolare in lettere nere alte 1,4 cm; - manico di metallo o di materiale sintetico di colore bianco lungo 30 cm. Sullo stesso è inciso un numero o matricola che identifica chi detiene il segnale.

COMPITI DEL CAPO-SCORTA Il servizio di scorta è svolto sotto la responsabilità del capo-scorta; il capo-scorta ed il personale abilitato devono avere sempre al seguito l’attestato di abilitazione alla scorta. Il capo-scorta deve essere in grado di comunicare con il conduttore del veicolo scortato e con gli eventuali altri membri della scorta, pronto ad intervenire tempestivamente ed efficacemente di fronte ad ogni situazione che necessiti di attività di segna-

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lazione del trasporto eccezionale. Il capo-scorta non deve iniziare il servizio se non ha verificato che le dotazioni e gli equipaggiamenti degli autoveicoli di scorta siano presenti su ciascun veicolo, correttamente installati e funzionanti; le dimensioni, le mas-se e le caratteristiche del veicolo o trasporto eccezionale devono essere corrispondenti a quelle autorizzate. È necessario inoltre controllare che i dispositivi di illuminazione e di segnalazione visiva siano efficienti, i pneumatici siano di spessore non inferiore a quello minimo consentito ed i pannelli ed i dispositivi supplementari di segnalazione visiva siano efficienti e installati correttamente. È inoltre di fondamentale importanza verificare che la configurazione del trasporto rispecchi il piano di carico. Risulta inoltre necessario controllare che le autorizzazioni alla circolazione siano valide e le relative prescrizioni particolari siano rispettate; il conduttore del veicolo eccezionale deve inoltre essere provvisto di patente in corso di validità ed il veicolo deve essere in regola con la relativa revisione periodica. Qualora durante lo svolgimento del servizio si verifichi una situazione di inefficienza del veicolo o non siano più soddisfatte le condizioni di sicurezza, la scorta deve essere immediatamente interrotta ed il veicolo eccezionale ricoverato nel più vicino posto idoneo per la sosta. MODALITÀ D’ESAME Per essere abilitati alle scorte di veicoli e trasporti eccezionali è necessario superare un esame non facile da affrontare, sia per l’eterogeneità delle materie che per il grado di approfondimento richiesto. Le materie oggetto della prova d’esame sono:


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La figura del capo-scorta riveste un’importanza fondamentale nell’economia di un trasporto eccezionale svolto in sicurezza.

• nozioni generali sul Nuovo Codice della Strada; • definizioni stradali e di traffico; • classificazioni delle strade; • segnaletica di identificazione delle strade; • autorizzazioni alla circolazione dei veicoli eccezionali e dei trasporti in condizioni di eccezionalità; • prescrizioni e criteri per l’imposizione della scorta; • dispositivi di segnalazione visiva; • sagoma e massa limite, sistemazione del carico, trasporto di cose su veicoli a

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motore, trasporto su strada di materie pericolose; cantieri stradali: segnalamento e delimitazione, barriere e coni, visibilità notturna, persone al lavoro, veicoli operativi, cantieri mobili, strettoie e sensi unici alternati; circolazione, limitazioni e comportamenti sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali; limiti di velocità e distanze di sicurezza; limitazioni alla circolazione nei giorni festivi; servizi di polizia stradale e espletamento degli stessi; impiego delle attrezzature in dotazione per servizio di scorta; responsabilità civile verso terzi; impiego degli apparati radio per i colle-

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L’esame del 1° corso di abilitazione per la scorta a veicoli o trasporti eccezionali si è svolto in conformità al programma e alle modalità previste dal «Disciplinare per le scorte tecniche ai veicoli eccezionali e ai trasporti in condizioni di eccezionalità».

gamenti. L’esame del 1° corso di abilitazione per la scorta a veicoli o trasporti eccezionali si è svolto in conformità al programma e alle modalità esecutive previste dal citato «Disciplinare per le scorte tecniche ai veicoli eccezionali e ai trasporti in condizioni di eccezionalità». In sostanza sono state applicate le stesse formalità utilizzate dai Compartimenti di Polizia Stradale in sede di esami per l’abilitazione alla scorta tecnica (operatori civili di officine e società di trasporto). Tutti e trenta i candidati dell’8° Reggimento Trasporti «Casilina» hanno superato l’esame ricevendo l’apprezza-

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mento della Commissione esaminatrice per l’ottimo livello di preparazione dei candidati. TIROCINIO PRATICO DI SPECIALIZZAZIONE PER MOVIERE-MOTOCICLISTA ADDETTO ALLA SCORTA DI VEICOLI E TRASPORTI ECCEZIONALI L’aliquota di personale dell’8° Reggimento «Casilina», che è stato abilitato alla scorta di veicoli o trasporti eccezionali, nonostante avesse ampia esperienza nel settore del trasporto pesante e fosse già da anni in possesso della patente militare per le due ruote, non aveva un’adeguata preparazione pratica per l’espletamento di servizi di polizia stradale con motoveicolo, soprattutto per quanto riguarda l’effettuazione del servizio di viabilità finalizzato a garantire la sicurezza della circolazione.


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Per colmare tale lacuna è stato organizzato un tirocinio pratico che consentisse al personale abilitato di approfondire ulteriormente la propria preparazione. La Polizia Stradale, anche in tale frangente, ha fornito la propria incondizionata disponibilità a collaborare con l’Esercito; il Dott. Roberto Gabrieli, Comandante del Compartimento di Polizia Stradale per il Lazio, ha autorizzato lo svolgimento dell’attività addestrativa presso il Reparto Operativo Speciale della Polizia Stradale di Settebagni (RM). Il Comandante di questo Reparto «di nicchia», il Vice Questore Aggiunto Paolo Mazzini, ha messo a disposizione del personale insegnante e istruttore altamente qualificato, al fine di conferire ai movieri-motociclisti dell’8° rgt. tra. «Casilina» una preparazione adeguata alle future responsabilità. L’addestramento, più duro del previsto e forse per questo ancor più appagante, è stato svolto con meticolosità e professionalità, in favore sia dei frequentatori militari che di quelli della Polizia Stradale (si trattava di personale che doveva conseguire la patente per motoveicolo). All’inizio, l’attività prevedeva degli esercizi relativamente semplici per testare le capacità dei motociclisti: frenate, rapidi cambi di marcia, attraversamento veloce di corridoi, slalom fra coni a terra e percorsi «ad otto» a bassa velocità. Si è passati poi alla cosiddetta «terapia», ovvero una sorta di ginnastica a bordo del motoveicolo, propedeutica alle segnalazioni manuali da effettuare in movimento. Quindi i frequentatori hanno affrontato i pericoli dell’asfalto, compresi tratti stradali molto impegnativi quali il grande raccordo anulare e le strade a scorrimento veloce; sono stati effettuati regolazioni e blocchi della circolazione, attività di staffetta

veloce per scortare un convoglio della Polizia, istituendo «by pass» (sensi unici alternati) e governando il traffico a 360°, il tutto con il piglio e la sicurezza di agenti stradali «consumati». Il tirocinio si è concluso con una prova finale, durante la quale il personale militare ha scortato autonomamente un convoglio eccezionale, con gli istruttori della Polizia Stradale che si sono limitati a controllare la corretta esecuzione delle operazioni svolte. CONCLUSIONI La materia «trasporto eccezionale» necessita di conoscenze e competenze specifiche; ove gli operatori del settore abbiano dubbi in merito, sia in fase di pianificazione che di attuazione del trasporto, è sempre consigliabile rivolgersi agli esperti del settore (Dipartimento di Polizia Stradale) e agli enti proprietari o concessionari delle strade (Anas, Aiscat). In ogni caso per l’approfondimento della materia ci si può rivolgere anche all’8° Reggimento Trasporti «Casilina» in Roma (PDC Ten.Col. Franco Fratini, e-mail: f.fratini@esercito.difesa.it), che in questo periodo sta ulteriormente sviluppando il progetto «outsize». Concludendo questo articolo vorremmo sottolineare che la collaborazione tra Polizia Stradale e 8° Reggimento Trasporti «Casilina», che ha consentito di condurre a buon fine tale attività, costituisce un esempio di sinergia tra differenti Istituzioni dello Stato che sicuramente deve essere perseguita in futuro sia in ambito civile che militare.

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LE STRUTTURE COMUNITARIE PREPOSTE ALLA DIFESA E ALLA SICUREZZA della Dott.ssa Arianna MOSSALI

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N

el 1950 nasceva, su proposta dell’allora Ministro degli Esteri francese Robert Schumann, la Comunità Europea, oggi conosciuta come Unione Europea, sancendo un accordo multilaterale tra sei stati membri con scopi di cooperazione fondamentalmente economica. Fortemente provata dalla devastazione derivata dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Europa avvertiva, oltre ai bisogni primari dettati dalla necessità della ricostruzione materiale, una spinta se possibile ancor più profonda (poiché riconducibile a una matrice che non è difficile

A sinistra: sede del Consiglio d’Europa.

Javier Solana.

definire come identitaria), la necessità di dare una risposta agli Stati Uniti, accettando l’aiuto offerto tramite il piano Marshall, ma contemporaneamente riaffermando l’orgoglio e la volontà dell’Europa, culla della civiltà e della cultura occidentale, di rialzarsi con le proprie forze. I buoni risultati ottenuti consentirono ben presto alla CE di allargare i propri orizzonti, occupandosi materialmente del monitoraggio dei processi di decolonizzazione avviati in molti degli expossedimenti europei, la maggior parte dei quali raggiunse l’indipendenza tra

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gli anni ‘50 e i ‘60. Attualmente la UE produce un quarto della ricchezza mondiale, si distingue nella fornitura di assistenza materiale e consulenza finanziaria a Paesi sottosviluppati e, aprendo a nuovi Stati membri, consolida in modo continuo il proprio peso internazionale; eppure, paradossalmente, negli ultimi anni pare essere venuto a mancare proprio quel collante identitario che ha reso la UE la grande realtà politica ed economica che conosciamo: prova ne sono le ripetute bocciature della Costituzione (oggi Trat-tato di Lisbona), nella stesura della quale sono senza dubbio stati sottovalutati aspetti rilevanti, uno su tutti, il problema della matrice religiosa quale elemento fondante del Continente e della cultura occidentale. Particolarismi nazionali e regionali e cavilli di carattere politico sono all’origine di una politica disunita che si ripercuote negativamente su quelle che potenzialmente sarebbero aree di eccellenza dell’Unione, primo fra tutti il settore della sicurezza e della politica di difesa comune. Le radici della Politica Europea di Sicurezza Comune (PESC) affondano nei primi anni di vita della CE, proprio in ragione di quella componente identitaria che spingeva i sei Stati membri a ricercare una nuova affermazione di credibilità e peso internazionale. Il primo tentativo di dar vita a una politica di sicurezza comune si rivelò fallimentare. Anche la Cooperazione Politica Europea, nata nel 1970, ha vita tormentata, per la difficoltà di mettere d’accordo un numero ormai consistente di membri su un tema rilevante quale quello dell’azione politica internazionale. Una svolta nella politica di sicurezza comune avviene solo nel

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1992 con la formalizzazione del Trattato di Maastricht, e tuttavia la questione ha assunto una nuova rilevanza solo in tempi recenti, alla luce della tragedia dell’11 settembre 2001: una pagina di storia drammatica, che ha portato alla ribalta la concreta minaccia che incombe sull’Occidente e sull’asse euro-americano, una minaccia che non è più possibile ignorare e che appare sempre più consistente proprio in virtù del deleterio processo di indebolimento dei valori a cui la società occidentale sembra ormai avviata. Gli altissimi costi umani (circa 4 milioni di vittime, il 90% delle quali civili) ed economici (200 miliardi di euro) dei conflitti in cui la UE ha preso posizione dagli anni ‘90 ad oggi, impongono un’ineludibile presa di responsabilità da parte del-l’Unione, se essa intende effettivamente legittimare, in primo luogo, il proprio ru-olo di cooperante di primo piano nella risoluzione dei conflitti e nell’assistenza ai Paesi colpiti e, in secondo luogo, uno status istituzionale che le consenta di controbilanciare gli Stati Uniti all’interno dell’Alleanza Atlantica e di condurre una politica estera parallela efficace che possa moderare gli eccessi interventisti di cui Washington ha peccato in più occasioni: presa di responsabilità, peraltro, già auspicata più volte dalla stessa NATO. Per queste ragioni, nell’ambito del più vasto quadro della PESC, nel 1999 nei teatri bellici africani (Congo in particolare) e balcanici è stata istituita la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). La PESD si basa su un sistema di raccolta e rielaborazione di informazioni e meccanismi utili a monitorare il rispetto degli accordi internazionali in caso di situazioni a rischio di conflitto.


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Dal punto di vista operativo, la PESD consente l’invio di contingenti di forze armate e di polizia europee in situazioni che richiedano gestione delle emergenze, attività di mantenimento della pace e addestramento e formazione delle forze dell’ordine locali: un esempio pregevole di quest’ultimo aspetto è l’operato dei nostri soldati, poliziotti e carabinieri, in Iraq e in Afghanistan. Tatticamente la UE ha istituito una propria forza di reazione distinta da quella NATO, che rimane tuttavia disponibile in qualunque momento si renda necessario l’invio di ulteriori rinforzi o equipaggiamenti (secondo quanto stabilito negli accordi Berlin Plus del 2003). La forza di reazione comunitaria consta di quindici gruppi tattici multinazionali di circa 1 500 unità ciascuno, operativi a rotazione per periodi di sei mesi. Il ruolo di Alto rappresentante per la PESC, istituito nel 1999 dal Trattato di Amsterdam e attualmente ricoperto da Javier Solana, costituisce un importante tramite tra il Consiglio e il Segretariato Generale dell’Unione Europea. La struttura organizzativa della PESC è particolarmente articolata e comprende varie strutture permanenti quali il COPS (Comitato Politico e di Sicurezza), al quale è delegata la funzione di monitoraggio dello scacchiere internazionale, per conto del Consiglio, e l’attuazione delle politiche concordate, e che fornisce la propria consulenza in tema di politica e sicurezza. La consulenza su questioni militari e strategiche, riguardanti direttamente o indirettamente la UE, spetta al CMUE (Comitato Militare dell’Unione Europea), il quale agisce a stretto contatto con il COPS. Diversi sono invece i compiti svolti dallo SMUE (Stato

Maggiore dell’UE) e dall’Agenzia Europea per la Sicurezza, rispetto alle altre strutture PESC, quali l’ISS (Istituto per gli Studi sulla Sicurezza), il Centro Satellitare dell’Unione Europea e l’Accademia Europea della Sicurezza e della Difesa. Lo Stato Maggiore ha la responsabilità di rendere esecutive le delibere del CMUE, mentre l’Agenzia per la Sicurezza è una struttura giuridica che ha competenza specifica per tutto ciò che riguarda il mercato degli armamenti e la ricerca scientifica e tecnologica in materia di difesa. Gli altri tre organismi sono costituiti da un pool di esperti, consulenti e professionisti in genere, che lavorano a stretto contatto gli uni con gli altri per formare un network in grado di fornire agli organi esecutivi documentazione e analisi sulla base delle quali strutturare la strategia politica, diplomatica e operativa da mettere in atto. Se la struttura organizzativa sembra avere in sé tutte le funzioni e le competenze necessarie per operare, è altrettanto vero che le funzioni militari, di peacekeeping, ricostruzione e sicurezza incorporate nel trattato di Amsterdam, che costituiscono il cuore della PESC, attualmente risentono della fase di stallo generale che sta attraversando l’Unione Europea. Alla base di questa situazione stagnante c’è essenzialmente una resistenza da parte dei Paesi UE a cedere una parte più o meno consistente di sovranità nazionale all’organismo sovrastatale. I rappresentanti di ogni Paese hanno il dovere di affrontare politicamente il problema con il proprio elettorato, illustrando le finalità della politica di sicurezza comune, sgombrando il campo da timori di ingerenza o di dittatura

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STUDI E DOTTRINA STRUTTURE OPERATIVE DELLA UE EUFOR (European Union Force) Noto anche come «Forza di Reazione Rapida dell’Unione Europea». Non si tratta di un corpo militare effettivo, bensì di uno schieramento temporaneo. Questa modalità di impiego è stata utilizzata in tre circostanze: • EUFOR ALTHEA: in Bosnia Erzegovina, dove il 2 Dicembre 2004 ha preso il posto degli schieramenti NATO SFOR e IFOR, mantenendo però circa l’80% del personale impiegato. • EUFOR CIAD/CAR: missione UE sotto l’egida del MINURCAT, missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana, attiva dalla fine del 2007. • EUFOR DR/CONGO: il 25 aprile 2006 in base alla risoluzione 1671/2006 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le forze UE sono state dispiegate in Congo a sostegno della missione ONU con mandato di monitoraggio della situazione politica del Paese durante le elezioni. EUROCORPS Corpo militare a carattere multinazionale, composto da 11 Brigate, staff e unità di supporto (per un totale di circa 60 000 uomini), inquadrato nelle iniziative di difesa comuni ONU-UE e non soggetto all’autorità di alcun’altra organizzazione, di tipo militare o politico. Gli EUROCORPS, operativi dal 1993, hanno preso parte a varie missioni di peacekeeping, tra cui quella in Bosnia, la KFOR III in Kosovo e la missione ISAF in Afghanistan. Si avvalgono dell’apporto di personale di sei nazioni: Francia, Germania, Belgio (primi a contribuire concretamente al progetto, dal 1993), Spagna (1994), Lussemburgo (1996) e Polonia (2008). A questi si aggiungono sette Stati che forniscono in caso di necessità truppe o personale logistico d’appoggio: Austria, Turchia, Grecia, Regno Unito, Finlandia, Italia, Olanda. Essi rispondono a una commissione comunitaria composta dai Capi di Stato Maggiore della Difesa e dai Ministri degli Esteri dei Paesi membri. La Commissione si riunisce in genere una volta l’anno e valuta le richieste di impiego provenienti dalla UE o dalla NATO. Il quartier generale si trova a Strasburgo e comprende: • un’unità di Comando composta dal Comandante Generale Pedro Pitarch Bartolomé (Spagna) e dal Vice Comandante Generale, rappresentanti della Marina e dell’Aeronautica, consulenti legali, sanitari e politici e dall’ufficio relazioni; • un gruppo di supporto logistico di circa 350 uomini, comprendente Ufficiali provenienti da Austria, Grecia, Turchia e Polonia; • una Brigata di supporto a Comando multinazionale cui ricorrere in caso di dispiegamento operativo degli EUROCORPS, composta da circa 80 uomini in servizio permanente effettivo, cui si possono aggiungere ulteriori unità, qualora richieste; • un Battaglione di supporto al Quartier Generale, composto da circa 330 militari (anche in questo caso il Battaglione può ricevere rinforzi in caso di necessità) preposti a compiti logistici. UNITÀ DI SUPPORTO: • Francia: 1 Brigata corazzata, 1 Brigata fanteria meccanizzata, eventuali forze speciali.

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• Germania: 10a Divisione corazzata. • Belgio: 7a Brigata mezzi. • Spagna: Comando Generale Truppe Pesanti, 1 Divisione meccanizzata. • Lussemburgo: 1 Compagnia di ricognizione, 1 plotone anticarro, unità di supporto logistico. • Polonia: 17a Brigata meccanizzata. EUROFOR Questa forza multinazionale di reazione rapida, attualmente sotto il Comando del Generale Giacomo Guarnera, comprende unità provenienti da Italia, Spagna, Portogallo e Francia. Operativa dal 1995, risponde direttamente all’autorità dell’Unione Europea Occidentale e ha compiti prevalentemente umanitari e di peacekeeping. L’EUROFOR è stato attivo, tra l’altro, in Albania, Macedonia, Kosovo. FORZE DI POLIZIA EUROPEE (European Gendarmerie Force o EGF) Ha sede a Vicenza e nasce ufficialmente il 17 settembre 2004 a Noordwijk (Olanda) da un accordo stipulato tra Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Olanda, avente come obiettivo la creazione di una forza di polizia militare comunitaria, con compiti che spaziano dall’intervento immediato alla gestione delle crisi. Attualmente comprende un nucleo di circa 900 unità (inclusi uomini provenienti dai reparti dei Carabinieri e della Guardia Civile spagnola) disponibili per l’intervento entro 30 giorni dalla chiamata e non si esclude per il futuro l’allargamento della partecipazione ad altre Nazioni UE. GRUPPI TATTICI DELL’UNIONE EUROPEA Sono 15 gruppi tattici a carattere multinazionale, composti da circa 1 500 uomini ciascuno (una compagnia di quartier generale, 3 compagnie di fanteria e personale di supporto), a rotazione semestrale per far sì che due di essi siano sempre pronti all’impiego immediato. Rispondono direttamente al Consiglio d’Europa e sono considerati una pedina fondamentale nello sviluppo futuro di una Forza Armata comunitaria, anche se solo, all’inizio del 2007 hanno raggiunto, attraverso varie tappe, la piena capacità operativa: il che significa che questi gruppi devono essere pronti all’impiego entro 10 giorni dall’approvazione del Consiglio, e la missione deve poter essere sostenuta per un minimo di 30 giorni, in base agli Obiettivi di Helsinki. I loro compiti comprendono: • missioni umanitarie e di ricostruzione; • peacekeeping e sorveglianza; • gestione delle crisi; • prevenzione del terrorismo; • operazioni di disarmo e di bonifica NBC. EUMS (European Union Military Staff) Dipartimento dell’Unione Europea preposto alla supervisione di tutte le operazioni che si svolgono in ambito PESD. Fa riferimento all’Alto Commissario per la Politica Europea di Sicurezza, Solana, e al Segretariato del Consiglio d’Europa. Comprende cinque quartieri generali, situati a Parigi, Londra, Potsdam (Germania), Roma Centocelle e Larissa (Grecia).

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ideologica da parte dell’Unione, se non addirittura quelli di un ulteriore attacco a identità già precarie, minate nelle fondamenta dal decadimento storico e dei valori, e indebolite dalle minacce del terrorismo internazionale e dalla recessione economica in atto. Proprio il sistema difensivo e di sicu-

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Logo di Eurocorps.

rezza sembra anzi aver subito maggiormente la disunità di azione da parte degli Stati membri della UE. Gli accordi bilaterali e multilaterali di varia natura finora siglati hanno il sapore di


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misure estemporanee, tese a risolvere situazioni di emergenza individuale, che non riflettono un’idea di strategia comune, indirizzata allo sviluppo globale - politico, sociale, economico ed energetico - dell’Unione. L’intesa bilaterale tra Italia e Libia in materia di controllo dell’immigrazione clandestina, e gli accordi in tema di forniture energetiche, che ciascun Paese formula a livello individuale, utilizzando corridoi di transito «minori» situati in particolare in Asia Centrale, quali Turkme-nistan e Uzbekistan, sono alcuni degli esempi più significativi di una mancanza di regia e di una strategia di ampio respiro condivisa nei modi e nelle priorità da tutti i Paesi dell’Unione. Proprio la sicurezza energetica si prospetta come una delle priorità del prossimo futuro ed un’emergenza strettamente connessa con il controllo di aree strategiche come l’Iran, la cui ambigua politica in materia di proliferazione nucleare ha dato adito a previsioni più o meno pessimistiche circa l’imminente apertura di un nuovo teatro bellico. È facile ipotizzare che gli Stati Uniti siano chiaramente destinati ad essere coinvolti in prima persona, ma sembra alquanto improbabile che questa volta la UE possa mascherare le proprie carenze decisionali e operative dietro pretese di non belligeranza e regole d’ingaggio nebulose, come già avvenuto per il Libano con la missione Unifil. Se la rottura delle relazioni diplomatiche col regime degli ayatollah iraniani e del presidente Ahmadinejad dovesse diventare inevitabile, immediatamente ne risentirebbero, con gravi conseguenze, i vari partenariati commerciali tra imprese italiane ed europee e Teheran. Il salvataggio di questi accor-

di commerciali potrebbe diventare problematico se l’Unione Europea non fosse in grado di dimostrare di essere una realtà autonoma e forte in grado di gestire la situazione. L’auspicio per il futuro è che l’Europa sappia ritagliarsi un ruolo di interlocutore privilegiato tra Washington e il resto della comunità internazionale, ivi comprese le Nazioni Unite, nonchè di garante di un’azione unitaria e ben congegnata, in grado di evitare strappi all’interno dell’Alleanza Atlantica o generare drammatiche derive (ricordiamo tutti l’avventata gestione dell’incognita Iraq: l’assenza del via libera da parte dell’ONU, la degenerazione del conflitto in guerriglia ad oltranza, le anomalie grossolane del processo e dell’esecuzione di Saddam Hussein). La partita che si gioca in Iran è troppo importante perché la UE possa rischiare di esserne estromessa, soprattutto per la sua sicurezza interna. Il complesso di azioni che intreccia relazioni internazionali e politica estera nell’area mediorientale assomiglia sempre più al Big Game messo in atto dalla Gran Bretagna in Asia Minore durante la Prima guerra mondiale, un gioco di abilità e di visione geopolitica che sposta le aree nevralgiche del conflitto dal fronte propriamente detto alla rete di Paesi alleati e Stati-cuscinetto che circondano e tutelano le zone di interesse strategico o economico. È proprio dal punto di vista energetico ed economico, e per le ripercussioni che la crisi petrolifera e delle fonti di energia in atto avrà sull’immediato futuro, che si impone una riflessione e una strategia unitaria, e si rende necessaria una forte azione europea che dia garanzie alla Russia, che costituisce attualmente il canale di

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transito privilegiato della UE per le forniture provenienti dall’Asia. Le recenti questioni inerenti lo scontro sullo scudo missilistico europeo e, soprattutto, il recente conflitto in Georgia, scatenato dalla concessione dell’indipendenza a Ab-kazia e Ossezia, hanno fatto riemergere antichi, almeno così pareva, dissapori di matrice ideologica e nazionalista con gli Stati Uniti. In quest’ottica, la Russia vedrebbe positivamente una UE in grado di proporsi come forza equilibratrice del peso specifico statunitense nell’ordine mondiale. D’altro canto questo atteggiamento potrebbe inasprire alcune divergenze interne all’Alleanza Atlantica. È altresì vero che un’attuazione più energica e pragmatica della PESC e della PESD non può prescindere dall’eccellenza dei mezzi e degli equipaggiamenti tattici a disposizione delle forze UE. Se diventa imperativo un sostanzioso incremento dei fondi a disposizione della difesa sia a livello nazionale che sopranazionale, è altrettanto fondamentale che l’Agenzia Europea per la Sicurezza intervenga con misure che rendano competitivo il mercato delle tecnologie difensive, ad esempio con un coraggioso snellimento delle elefantiache procedure burocratiche per la concessione delle licenze. Realtà industriali di assoluta eccellenza nella produzione di mezzi ed equipaggiamenti destinati alle Forze Armate, presenti sia in Europa che in Italia, si scontrano troppo spesso con l’eccessiva burocrazia di questo comparto, il che fa da freno agli investimenti nella ricerca. Il problema della stasi della politica di sicurezza europea sembra però andare ben oltre le questioni materiali

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A destra: il logo di Eurofor.

riguardanti fondi e burocrazia: l’Unione Europea deve abbandonare quei comportamenti ambigui, di eccessiva rilassatezza e accondiscendenza, che hanno caratterizzato gran parte delle azioni politiche di questi ultimi anni, ristabilire il contatto con la realtà quotidiana e con il sentire dei cittadini, colmando quella distanza che sembra separare il popolo dalle istituzioni, in particolare quelle europee di Bruxelles. I cittadini di tutta la UE chiedono sicurezza e certezze, vivono in prima persona la pressione che deriva dal costo della vita, innescata dalla crisi energetica, dai mercati ormai globalizzati e infine da un terrorismo internazionale ormai infiltrato nel tessuto sociale del territorio europeo, insidioso radicato al punto da essere riuscito a creare nel territorio pericolose coperture e alleanze in grado di farne un retroterra logistico per la preparazione di attentati di risonanza mondiale. Non è più il caso di temporeggiare L’Unione Europea deve ritrovare al più presto gli stimoli, l’orgoglio e l’autonomia che l’hanno generata nel 1950, accantonando per sempre i tentennamenti e le reticenze che hanno caratterizzato la sua politica del voler mettere d’accordo tutti, e farsi finalmente portavoce di valori, quali la sicurezza, la giustizia, la difesa del bene e l’efficace cooperazione allo sviluppo di tutti i popoli. È questa la sola strada per l’affermazione di una UE autenticamente rappresentativa dei suoi Stati membri.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

THE ROOTS OF INSURGENT WARFARE by Captain Christopher L. CENTER tratto dalla rivista ARMOR

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volution takes analysis and relies on the military historian to provide the analysis and research in any conflict. Conflicts or war can be grouped or categorized in various ways. My instructional education has taught me the difference between «total war» and «limited war.» «Total war,» as described by Dennis Showalter in Lecture 9 of Introduction to Military History, is «generally understood as war in which resources, human and material, of the combatants are committed to a conflict, admit-

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Insurgencies have existed as a means of change in political and social situations since the beginning of time. Instructional and intellectual methods have allowed for these vehicles of change to evolve in their asymmetric concepts of warfare for the state and the insurgent. This article discusses the «roots ot an insurgency» and how the military of the state has countered insurgent warfare through inteIlectual and instructional methods.

ting neither rules nor restraints in military operations, and the outcome of which places the defeated entirely at the mercy


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of the victor». In this short definition of total war, we see two sides committed to a particular conflict who will stop at nothing to accomplish their aims. There is no operational, logistical, or human expense that will be spared to accomplish either participant’s desired end state. An example of this particular type

In this short definition of total war, we see two sides committed to a particular conflict and will stop at nothing to accomplish their aims. There is no operational, logistical, or human expense that will be spared to accomplish either participant’s desired end state. An example of this particular type of warfare is World War Il. Conflicts, such as Vietnam and the Revolutionary War, take on many traits of «total war», but, in many ways, it is a contest of “David vs Goliath”.

VOCABOLARIO neither - né l’uno né l’altro, nessuno dei due accomplish - realizzare, portare a termine, ultimare trait - tratto, aspetto, caratteristica struggle - combattimento, lotta, grande sforzo

of warfare is World War II. Conflicts, such as Vietnam and the Revolutionary War, take on many traits of «total war,» but in many ways it is a contest of «David vs. Goliath.» Insurgent warfare is a limited war, a contest of the weak versus the strong. The struggle is seen as an internal conflict, which involves a conflict between a

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

government and an opponent who wants to bring about change in the current political setting through political or violent means. As Robert Tabor discusses in War of the Flea: The Classic Study of Guerrilla Warfare, there are four political aspects that insurgents attempt to challenge during any particular insurgency: integrity of the borders and composition of the nation state; the political system; authorities in power; and the policies that determine who gets what in society. The insurgency is asymmetrical in nature and the tactics used to bring about change need to be understood - both sides in this type of warfare have different capabilities. Dennis Showalter, in Lecture 10 of Introduction to Military History, describes it as one opponent trailing the other because it cannot match its enemy in the areas of technology or instructional learning. This gap must be bridged; therefore, insurgents must use asymmetric tactics of terrorism and guerrilla warfare. More often than not, insurgencies are confused with the tactics used to further their objectives. Terrorism and guerrilla warfare tactics are commonly used; insurgents may use both or neither of these tactics, however, they are not the overarching principle of the conflict. Terrorism is described as «the threat or use of physical coercion against noncombatants to create fear to achieve political objectives»; guerrilla warfare VOCABOLARIO attempt - tentare, provare, sforzo therefore - perciò, quindi, dunque threat - minaccia weaknesses - punti deboli, difetti enabling - permettendo

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uses hit-and-run tactics against police, military and physical infrastructures that support the legitimate government. The tactical success of an insurgency depends on the strategic plan of the insurgent, which depends on five key factors for success. Robert Tabor defines these factors as the «will to maintain the revolt; the mindset to avoid the state’s strengths and attack its weaknesses; the metamorphosis of the protracted armed struggle from the strategic defensive, to the strategic stalemate, to the strategic offensive; the role the political organization plays in gaining and maintaining support for the insurgency; and the government’s counteraction against the insurgency. Does the government use discriminate force or indiscriminate force when dealing with the enemy? The center of gravity, or the civilian populace, that is on the fence could decide to support the insurgency if the government uses violent means against them. The five strategic aspects of this particular struggle show that the typical insurgent needs to be endeared to the general public to proliferate. The internal conflict needs to be balanced between guerrilla, terrorism, and political tactics to be successful. The ordinary civilian caught in the middle between government and insurgent forces should be the main objective of insurgent or counterinsurgent operations. Civilians are the center of gravity and the aspect of this particular struggle that can tip the favor from one side to another, thus enabling insurgents to recruit local citizens to join the insurgency, and encouraging the local populace to support the insurgency by providing a base of operations or hospitality to the insurgent, as well as financial and other means of support. Support is vital to any insurgency, as


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proven during the Vietnam War when South Vietnamese villagers provided support to the Viet Cong. This insurgent army blended in with the population, which allowed them to recruit from within villages and maintain power, even when they were decisively engaged by government forces. Weapons and supplies were easily cached in villages and stored in intricate cave systems. In turn, this meant that logistics and medical support came from these villages, thereby fueling the insurgency. The fact that the Viet Cong and North Vietnamese army won over the center of gravity led South Vietnarnese and U.S. forces to begin a campaign of clearing villages known to harbor such insurgents. This campaign effectively denied the insurgency its center of gravity. The center of gravity, or people, support insurgencies because they see the government failing them in two key areas: security and basic services. These two key factors become prevalent when human beings identify their most important needs. Abraham Maslow’s «Hierarchy of Needs», clearly identifies these two factors as the base of the triangle. The two key factors are integral to human existence and can cause alliances to waiver if they are not met by the government, but are provided by the insurgent. Hezbollah, an insurgent group from South Lebanon that has menaced the Israeli Defense Force, has established themselves not only as an insurgent group, but also a political party. Under the leadership of Sayyed Hassan Nasrallah, Hezbollah has been one of the major political parties in Lebanon since 1992. They provide education, security, medicine, food, and other basic necessities to the Shia people of

Lebanon. These basic needs are provided to the people in exchange for their popular support to help undermine the government’s counterinsurgency operations. The only way for a western power to defeat an insurgency is through a detailed study of intellectual and instructional methods during peacetime. During peacetime, a western military reverts to training periods that incorporate lessons learned from past conflicts. Western military instructional and intellectual lessons in history typically revolve around high-intensity conflicts, using fire, maneuver and air power against an enemy of near equal size and tactical ability, which tends to be the focus of study whether it is instructional or intellectual. An insurgency is a low-intensity conflict that pairs government forces against an internal enemy that cannot replicate the force structure or logistics capabilities of its opponent. In western militaries, insurgency is usually considered an afterthought or an additional consideration and seldom considered the main conflict, thus classified as lowintensity conflict; however, government forces will typically commit maximum resources to chase down a nearly invisible enemy. The only means for a western power to tackle low-intensity conflict is through professional military education that encompasses all aspects of war and includes nonwestern thought. Insurgency can only be defeated by a professional military and government that understands, through instructional and intellectual means, how to counter such a subversive group. The military must have an appreciation for cultures other than its own. Dr. Antuiio J. Echevarria in his article, «The Trouble with History», supports such professional development within a professional milita-

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ry environment. Echevarria discusses «historical consciousness» and «historical mindedness,» which educate the politician that votes to send armies to war or provides the professional soldier with the knowledge and appreciation of nonwestern thought that typically goes into fighting an insurgency. Echevarria further discusses the consciousness and open-mindedness to incorporate the subfactors of social, political and economic conditions that contribute to a conflict. Social, political, and economic conditions are three major factors that contribute to an insurgency. These factors are

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More often than not, insurgencies are con fused with the tactics used to further their objectives. Terrorism and guerrilla warfare tactics are commonly used; insurgents may use both or neither of these tactics, however, they are not the overarching principle of the conflict. Terrorism is described as «the threat or use of physical coercion against noncombatants to create fear to achieve political objectives;» guerrilla warfare uses hit-and-run tactics against police, military and physical infrastructures that support the legitimate government.

typically not the exciting or heroic parts that the military professional pays much attention to, unless they sit inside some type of strategic planning cell. The fact is


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these factors allow the military profes sional to understand the intricate details that drive a countryman to turn away from his government for ideological purposes. Social reasons could involve anything from religion to race, which create deep divisions among all parties involved in the conflict and become sectarian in nature. If it were an internal conflict involving a government force against a sectarian group, then we would possibly find insurgents and government forces crossing lines to support the sectarian group with whom they have a religious or ethnic alliance. This was very common during the Balkan wars in the 1990s, after the former communist state of Yugoslavia divided into six independent states. Political friction also tends to spark an insurgency. These political causes range anywhere from a particular group wanting to live under the rule of a monarch, or in the case of Fidel Castro and Cuba in 1959, a socialist movement that ended up ejecting the corrupt Batista government from power. In the case of Castro, this is very similar to the earlier discussion of the Islamic political organization of Hezbollah. The Castro movement sought to discredit the Batista government through propaganda or information operations, which was used to target the center of gravity or local populace. The main objective of this campaign was to inform the center of gravity that the Batista government was not providing basic needs to the local populace. Sustenance, medical needs, education, and basic social services would be given in return for support of the revolutionaries. This propaganda led to materiel, manpower and sanctuary support to the revolutionaries. Economic reasons tend to coincide

with political reasons. Poor economic conditions can cause people to give up on their government, or as a member of the bourgeoisie, can significantly impair a state’s economy. In an industrial society, the bourgeoisie (middle class) would cripple a state’s economy through refusing to work or consume the goods that an industrial nation produces. The Russian Revolution is an example of a bourgeoisie insurgency - the government and economy fell to the wrath of communism because the bourgeoisie was not represented and not treated fairly in the industrial complex. The economy causes a nation to appear viable or broken. If other nations cease to have faith in the market of a certain country, this might spur a revolution. The disgruntled worker has every opportunity to become an ideologue, social or political insurgent. Dr. Echevarria believes that the military professional should understand the more intricate political and social situation in a country. This allows the military professional to understand a potential enemy and grasp all aspects of warfare, not just high-intensity conflict. The problem is this type of warfare does not appeal to the military professional because it is not just instructional; it requires an intellectual mind to figure out VOCABOLARIO open-mindedness - apertura mentale countryman - connazionale, compatriota sought - cercò populace - popolo, gente comune manpower - forza di lavoro disgruntled - contrariato, di cattivo umore

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what is causing the internal strife - the tougher issue is developing an exit strategy from such a conflict. During high-intensity conflicts, the combatants can always sign peace accords and return to their countries. They can also cede control of the terrain they have occupied, if it no longer appeals to their strategic interests. The insurgency does not allow for such a retreat or peace accord; the fight is personal because it usually involves countryman against countryman. These feuds normally reignite century after century, and potentially can only be prevented through the use of peacekeepers. Serious intellectual thought, coupled with instructional methods, are the only way to fight these small-scale wars. Most western countries and militaries have taken part in trying to extinguish the flames of insurgent conflict, but why have they failed more times than not? The United States, Russia, Great Britain, and France have, at one time or another, been faced with an insurgency. The problem is that armies do not plan for this phase of combat operations, and tend not to be focused on a civilian enemy that rejects their occupation of a country they have no right to occupy. The key term is «occupy» because it highlights the fact that occupying forces are not welcome and are forced to occupy a country through the means of invasion, whether sanctioned, or not, by the world community. The western world has typically had difficulty containing or eliminating insurgencies. Jeffrey Record in Beating Goliath, Why Insurgencies Win, presents 12 characteristics the United States and other western countries exhibit. These characteristics, which equate to 12 «tragic flaws», continuously cause western

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countries to struggle when dealing with insurgencies. These countries tend to be: apolitical; astrategic; ahistorical; problemsolving; optimistic; culturally ignorant; technologically dependent; firepower focused; large scale; profoundly regular; impatient; logistically excellent; and sensitive to casualties. To facilitate a successful counterinsurgency, one must understand the usefulness of Record’s 12 characteristics. For starters: apoliticalness describes how a country ventures into war without considering the political outcome of the country occupied; and astrategic is the bridge between the war and post-war rebuilding operations, which requires developing a plan of how to get from combat operations to stability operations. Record agrees with Dr. Echevarria’s assertion that military professionals need to study all aspects of military history (ahistorical) during peacetime. He also believes that western countries do a poor job of studying all aspects of war, especially smallscale wars such as insurgencies. Problemsolving takes an approach of at tempting to find a quick fix or engineering strategy to solve the problem (optimistic). Western countries do not understand that in a culture where there have traditionally been conflicts that involved groups with different ideoiogies, such as in the former Yugoslavia, there is no «quick fix». Likewise, being culturally ignorant does not allow the western country to gain an appreciation of its nonwestern enemy. These characteristics are social in nature. The characteristics of technologically dependent firepower focused, large scale and logistically eccellent are examples of how western countries use their technological and materiel-based strengths to preserve their dominance over


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nonwestern countries. Western countries are technologically dependent on weapons that engage an enemy at long range. This presents a dilemma during an insurgency because the enemy is not easily distinguished in a crowd of civilians. Soldiers should be able to engage this same crowd nonlethally; firepower amplifies the problem of being technologically dependent. As discussed before, we tend to focus on our lethal means of engaging the enemy while ignoring nonlethal means to win the hearts and minds of the center of gravity. Western countries fight wars that are large scale and logistically dependent. This presents the problem of fighting an enemy that is not as «logistically strong», but free of the operational demands that come with securing a logistics snowball.’ Finally, the final two of Record’s 12

The ordinary civilian caught in the middle between government and insurgent forces should be the main objective of insurgent or counterinsurgent operations. Civilians are the center of gravity and the aspect of this particular struggle that can tip the favor from one side to another, thus enabling insurgents to recruit local citizens to join the insurgency, and encouraging the local populace to support the insurgency by providing a base of operations or hospitality to the insurgent, as well as financial and other means of support.

characteristics remind us that the United States and other western countries are impatient societies that demand results; they want a quick solution to a problem. Insurgencies are conditions based and take dedication to a strategy and final objective before initiating planning for an exit strategy. Western countries are impatient and sensitive to casualties.

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Impatience is an «Achille’s heel» to most western countries; their citizens demand results and decisive victory. Record uses the example of Vietnam and the lack of counterinsurgency techniques used because the political objectives would not be met within the timetable prescribed by U.S. strategy. The other characteristic that drives impatience is the western world’s sensitivity to casualties. In Beating Goliath, Record compares western militaries to their predecessor, the Roman Legions. These armies are small (compared to their strategic responsibilities), volunteer based, and expensive to train, and their soldiers are not easy to replace. The news media, which operates 24 hours a day, has brought the reality of casualties into our living rooms. The insurgent understands

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Instructional and intellectual study teaches students that the American Revolution is an example of an insurgency. The colonists of the original 13 colonies rejected British rule because of issues such as “intolerable Acts” and notions such as taxation without representation.

this and uses it to project his strategic objectives on an unwilling public. The price of human life can force withdrawal from a conflict. After reviewing these characteristics, one must consider the words of General Douglas MacArthur’s address to the U.S. Congress in 1951. «When war has been forced upon us, there is no other alternative than to apply every available means to bring the war to a swift end. War’s very object is victory, not prolonged indeci-


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sion. In war, there is no substitute for victory.» This very quote highlights the western attitude, which exemplifies the above-mentioned characteristics. Conversely, another western general cautioned against this attitude: Carl von Clausewitz asserted that ‘War is simply a continuation of political intercourse, with the addition of other means. «The rejection of swift victory is evident in this quote and it needs to be understood that politics and war intertwine. One must make political concessions to end war and when concessions are not readily available, war might be the extension of politics. Political strategy must be part of the planning process in war. Instructional and intellectual thought on the part of offi cers, such as MacArthur, would prompt realistic strategies and objectives, postinvasion or occupation. These characteristics provide the reader with a sense that western countries, especially the United States, do not always consider the political implications of post-invasion strategy. This strategy requires coordinated input from any country’s state and defense departments. This is the period when the invaded and occupied country is politically weak and needs some type of strategy to prevent a «grab for power» by various groups within the country that have a stake in its political future. Insurgents, on the other hand, must also continue to be educated through VOCABOLARIO unwilling - riluttante, restio, contrario intertwine - intrecciare stake - palo, piolo, picchetto

instructional and intellectual means to succeed. However, their studies must be asymmetrical because they are not funded by a state that has an interest in making them a trained and professionally educated army. Therefore, their instruction must come through other means such as other popular insurgent leaders and conflicts. They must learn how David successfully beat Goliath, and the way to do that is to follow the nonwestern teachings of famous military strategists such as Sun Tzu, Mao Tse Tung, or Ho Chi Minh. John Keegan, in A History of Warfare, supports the difference in instructional and intellectual thought concerning war between western and eastern cultures. Nonwestern armies have been taught to fight using tactics such as evasion and delay. They were taught to wear an enemy down and fight from distance.’ Sun Tzu describes this type of warfare in The Art of War. The Chou kings fought the Shang dynasty because the dynasty failed to lead the people in a fair and just way. Sun Tzu describes the Chou tactics as evasion and delay, which is how they were forced to fight because the Shang dynasty was superior in both resources and manpower. Sun Tzu also stresses that the logistics support from other people and states also helped the Chou.’ The Art of War has transcended generations and has been used by nonwestern warriors to learn how to fight and be successful in an insurgency. Post-World War II set the conditions for this type of warfare to proliferate from 1945 to 1972 in East Asia, leaving the colonies there in a power vacuum. Colonies, such as Burma, Indochina, and Malaya, followed the example of

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Mao Tse Tung and his insurgent army’s defeat and overthrow of the legitimate Chinese government of Chiang Kaishek during the civil war of 1948-50. Mao learned how, through traditional non western means, to defeat a superior enemy. Mao titled his method of making war as «protracted war.» This concept was based on ambush, piecemeal offensives, and rapid disengagement. The Viet Minh and their leader, Ho Chi Minh, learned instructionally and intellectually from the example of the Chinese communists. Through the study of history and instruction, the Vietnamese were well versed on how to defeat the western Goliath, France. The terrain of Indochina supported ambush, piecemeal offensives, and rapid disengagement. The war raged on for nearly 10 years. The French eventually fell victim to the insurgency because they had just fought a conventional war; this elusive enemy’s tactics were directly opposite of those with which they were most familiar. The Viet Minh defeated the French because they controlled the center of gravity. The will of the common people was behind them: the will of the French people did not support continued counterinsurgency operations in Indochina. Our insurgent enemies are not funded directly by a government; they do receive instruction or intellectual thought to fight a war from a central govemment. They have plenty of examples on how to defeat a western enemy and they continue to master the techniques that make them successful. Western countries have participated in their own insurgencies such as the American Revolution.

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Instructional and intellectual study teaches students that the American Revolution is an example of an insurgency. The colonists of the original 13 colonies rejected British rule because of issues such as «intolerable acts» and notions such as «taxation without representation». Do we consult these lessons when studying insurgent methods? Yes, we do. Professional U.S. Army journals solicit articles from the Army community on issues that affect the branch or the study of military art. These topics cover everything from emerging doctrine and new weapons systems to the study of previous conflicts. The American Colonies established militias to fight against the French and the Indians in the frontier areas of the new British Colony. During wars, such as the French and Indian, which occurred in the middle of the 1 760s, American Colonists learned tactics such as ambush, piecemeal offensives and rapid disengagement. These practices were learned through fighting with and against Native Americans. This nonwestern style of fighting is not typically the standard for western armies or people, but is it western or nonwestern in nature? I believe it is simply a means to an end. The smaller army, with minimal logistics support, that fights a conventional army must practice these techniques to survive the larger army’s constant and unrelenting offensives. The insurgent army must put the conventional army on the defense and force a political decision. This is what American Colonists did against the British army. The word «insurgent» leads to negative connotations within our western culture, but we need to


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understand that this is how we attained our independence from Britain. Leaders, such as George Washington and Francis Marion (the swamp fox), fought the British by using the tactics mentioned above. The term «swamp fox» in itself alludes to the fact that he was a rebel leader who used his home grown knowledge of South Carolina’s countryside to continuously ambush and wear down British forces by preventing his forces from being decisively engaged. Johann Von Ewald describes the American insurgency in Diary of the American War: A Hessian Journal. The

We need to understand the intricate parts of an insurgency and counterinsurgency. Goliath needs to understand what effects technology and outside interference by other nation states have on this type of conflicf. Western countries need not go far to study these conflicts because many of these countries have, at one time or another, participated in one. They are not glorious or every highly intensive conflicts, but they have shaped our world today.

Hessian officer was trained in the traditional western style of war. The tactics he observed of the colonists were very non western and he could not understand how such a force could beat one

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of the best armies in the world. After the war ended, he paid visits to the American garrisons that lined the Hudson RiverValley. Upon his visit to the garrison at West Point, he witnessed an American force that was shoeless and not well supplied. This was the force that had defeated the British army. He was amazed and knew that this insurgent army would instruct other people across the globe on how to create similar conditions to gain their own independence. The American Revolution would become an instructional and intellectual lesson to other western insurgents. The colonists of South America and the bourgeoisie of France would execute their own revolutions. Western countries have experienced insurgencies internally and externally; many have served as examples for nonwestern insurgencies. Instructional and intellectual study must consider these examples when studying this aspect of war. Technology has a devastating effect on war: it may allow one force to subdue another, or it may hinder that VOCABOLARIO upon - su, sopra, subito dopo defeated - sconfitto, vinto subdue - sottomettere, soggiogare, asservire erupted - esploso, scoppiato fellow - uomo, tipo hold out - tenere duro, resistere fear - paura, timore, ansia, preoccupazione led - condotto, portato

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same force if it is overly reliant on its benefits. The only thing that technology can assure in war is «mutually assured destruction». The creation of the nuclear weapon after World War Il delivered this world into a new era of fighting wars. In some ways, we have entered a second age of military revolution with the presence of nuclear weapons. The insurgencies that erupted in Malaya, Algeria, Vietnam, and South and Central America after World War Il put the ultimate military weapon, which assured immediate victory, on the shelf. Technology can be used as a force multiplier in counterinsurgency, but the conflict must be fought by winning a political advantage over the insurgent. As mentioned before in this article, govemment forces must have the support of the local populace to succeed. The use of weapons of mass destruction or even basic indirect fire weapons does not guarantee that innocent civilians will not be killed. The military terms this as «collateral damage,» but it needs to be seen as creating favorable conditions for the insurgent. Collateral damage results in government forces committing to long-term counterinsurgencies. The center of gravity, or the average person, caught in the middle of an insurgency does not understand that laser-guided bombs are more precise than the firebombing that occurred in Dresden. Germany, during World War II. The only thing they see is a western power using its technology to kill fellow countrymen, friends, or even family members. This causes people to join an insurgency out of shear revenge for the intolerable acts committed. Be remin-


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ded of the Boston massacre and the nationalistic fever that spread due to this type of action. This situation is no different - when a government force committed to fighting an insurgency creates collateral damage, in the eyes of the populace, they have failed to provide security, which creates an even stronger demand for change. Technology will never be the absolute answer to fighting wars. Soldiers on the ground are the main weapons against an insurgency; if they act as ambassadors to the local populace and understand cultural norms, they will win the center of gravity. The insurgent’s main objective is a drawn-out conflict in an attempt to prevent a technically superior government from having any impact on their purpose. The insurgent must hold out and win small victories, which give credit to an insurgency in the eyes of foreign states. In this case, the foreign state will provide logistics support to assist the insurgent fight against a common enemy. Machiavelli said, «the prince who has more to fear from the people than from the foreigners ought to build fortresses but... the best possible fortress is - not to be hated by the people, because although you may hold the fortresses, yet they will not save you if the people hate you, for there will never be wanting foreigners to assist a people who have taken up arms against you. This quote highlights the importance of outside assistance in an insurgency. Examples of foreign interference include the American War of Independence, the Chinese Communist defeat of the Nationalist Government, the French-Indochina War, the Vietnam War, and the SovietAfghan War. The insurgent must have

outside help because guaranteed materiel fuels an insurgency. Political will and overall strategy do not guarantee that the conflict will continue. Insurgencies are complex struggles that require significant amounts of intellectual thought and instructional methods to study and conquer. Comparing the westem and nonwestem worlds is an unfair distinction between civilizations. The fact is: historical analysis and proof show that whether the insurgency occurs in the west or the far east, they use similar methods to fight and defeat a stronger enemy. We need to understand the intricate parts of an insurgency and counterinsurgency. Goliath needs to understand what effects technology and outside interference by other nation states have on this type of conflict. Western countries need not go far to study these conflicts because many of these countries have, at one time or another, participated in one. They are not glorious or even highly intensive conflicts, but they have shaped our world today. The current insurgent warfare in Iraq and Afghanistan exemplify all characteristics of insurgent intellectual and instructional thought. These two current insurgencies were not specificallymentioned in this article because military history provides many examples of these conflicts. The west’s refusal to grasp this type of conflict intellectually or instructionally, prior to the conflict occurring or even during strategic planning, has led to the situation we find ourselves in today.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

L’EVOLUZIONE STORICA DELLO SPORT del Magg. Mauro MATERA in servizio presso il Comando Divisione «ACQUI»

L

’importanza dello sport, concepito come educazione del fisico a determinati fini, trova conferma nel momento in cui l’uomo inizia a concepire un’Entità superiore. Se l’istinto della competizione è connaturato all’uomo come a quasi tutti gli animali, lo sport nasce e giu-

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Il Colosseo.

stifica se stesso solo con la civiltà; è il momento in cui si può finalmente lasciare il piano della pura e violenta materialità per una più piacevole dimensione ludica. Esso


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è la dimensione in cui il piacere della gara giocata con regole definite sostituisce la prova fisica per stabilire una gerarchia o il possesso di un bene. Certo non è possibile stabilire una data d’inizio precisa; neanche riferimenti a segni su resti archeologici o tanto meno a scritture consentono di individuare l’inizio di una qualsiasi attività sportiva. Vi sono, invece, forme di espressione indicative di capacità intellettive dell’uomo in via di sviluppo, attraverso le quali è dato di conoscere che già in precedenza lo sport era praticato. È opinione diffusa e molto probabilmente non errata, che l’educazione del fisico, sia pure in forme primordiali, sia nata con l’uomo. È quindi dai promordi che l’attività fisica supera il significato di allenamento per la lotta della vita, per acquisire un più elevato valore di avvicinamento ad un’Entità superiore nelle forme d’invocazione o di ringraziamento. L’uomo ha così percepito i valo-

Torino: fontana delle Olimpiadi invernali del 2006.

ri etici della vita, dimostrando di avere iniziato la sua evoluzione che proseguirà in ogni campo, ma che nello sport, in particolare, attraverso ricorrenti cicli, tornerà sempre sino ai giorni nostri al più elevato significato di astrazione dalle dispute contingenti e di corretta contesa che, lungi dal dividere, unisce nel superamento di ogni interesse materiale. Lo sviluppo delle attività sportive non ha seguito uniformità di tempi in ogni regione della terra, bensì possono essere individuati periodi distinti per ciascuna regione che, normalmente, sono strettamente legati al processo di civiltà dei popoli ivi stanziati. Il popolo che per primo, nel bacino del Mediterraneo, prese interesse allo sport come disciplina, furono gli Egizi e ciò è più

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che comprensibile in relazione all’avanzato stadio di civiltà raggiunto da tale popolo. A circa 4 000 anni avanti Cristo risalgono le prime notizie sulla pratica dello sport in Egitto che successivamente si diffuse maggiormente, come ci mostrano le numerose incisioni scoperte, in particolare, sulle pietre tombali di militari. Reperti archeologici egizi risalenti a circa il 2 000 a.C. ci consentono di ammirare lo sviluppo di numerose discipline sportive ancora oggi in auge come la marcia, il pugilato, il salto, la corsa, il nuoto e la ginnastica. Nelle rappresentazioni degli esercizi ginnici figurano dapprima solamente uomini ma poi anche donne, i cui atteggiamenti sembrano riportarci di un balzo alla ginnastica ritmica moderna tanto mirabili ci appaiono le immagini dei loro movimenti. Allo stesso periodo risale il fiorente sviluppo dell’isola di Creta, che, grazie alla sua posizione, fu faro di civiltà sulle terre bagnate dal Mediterraneo orientale, interessando in particolare le sponde del Mare Egeo ove i resti delle antiche città sono valida testimonianza della notevole importanza cui erano assurte le pratiche sportive. Tra i primi documenti che narrano di competizioni sportive non si può ignorare l’Iliade, poema attribuito, come noto, a Omero, della cui esistenza non si hanno prove certe, ma che tuttavia si considera vissuto tra l’VIII e il VII secolo a.C. e pertanto, all’epoca del declino della civiltà cretese-micenea. Nel Poema sono cantate con infinita bellezza le otto gare sportive volute da Achille per onorare la memoria dell’amico Patroclo. L’educazione o cultura del fisico, giunta dal lontano Oriente come attività dell’individuo tendente all’irrobustimento del corpo, talora per fini militari, talora per fini medici e raccolta da popoli notevolmente differen-

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ti per origini e sistemi di vita, subisce, sia pure lentamente, un’evoluzione che porta ad una concezione sostanzialmente nuova dell’organismo; sorge così il concetto base dello sport quale oggi ancora è inteso. Questa nuova forma di attività si divulga durante il periodo di civiltà normalmente indicato come ellenico, che ebbe la sua culla nell’Ellade (l’antica Grecia). Nell’antica Grecia gli sport sono riservati al mondo aristocratico e in genere sono organizzati per onorare i defunti (si pensava, infatti, che il sangue ed il sudore versati nel corso dei giochi servissero come fonte di energia per il defunto) ma più frequentemente sono indetti in onore delle divinità. I giochi più frequenti sono distinti in: Olimpici (dedicati a Giove); Pitici o Delfici (dedicati ad Apollo); Nemei (dedicati a Zeus Nemea); Istimici (dedicati a Nettuno). Sparta e Atene sono i centri diffusori della nuova civiltà, da cui l’ellenismo prende vigore e si irradia nei popoli abitanti le terre bagnate dal Mediterraneo. È in tale evoluzione, dovuta ad Atene, che risiede il maggiore interesse sportivo all’epoca ellenica. Grazie alla sua avanzata civiltà e all’eccezionale sviluppo della vita intellettuale e sociale, Atene riesce a intuire nello sport un diverso valore, ben più alto che non quello ristretto della preparazione militare o dell’esercizio medico. Atene brucia le tappe dell’evoluzione, trasferendo la pratica degli esercizi fisici dalle zone all’aperto, ove si svolgeva la preparazione militare, a locali organizzati per lo specifico fine: la palestra. In seguito, attorno alla palestra vengono ostruiti altri locali dedicati ad altre attività intellettuali e per le vere e proprie gare sportive. Questi ultimi furono detti «stadio» mentre il complesso fu chiamato «ginnasio». Ogni città aveva il suo ginnasio; Atene ne ebbe inizialmente tre ai quali nel


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corso dei secoli ne aggiunse altri sei. Nella palestra, infine, si iniziò l’ulteriore evoluzione dell’attività sportiva che vide differenziarsi in varie discipline l’educazione fisica dei giovani. L’insegnamento aveva scopo agonistico poichè preparava i giovani per la gara e, pertanto, si cercavano i migliori risultati con l’allenamento, la ricerca dello stile, le gare interne e infine con manifestazioni esterne, alle quali partecipavano giovani appartenenti a diverse palestre. Di qui l’ardore con cui i giovani si preparavano alla gara che perpetuava lo spirito nel quale erano stati allevati in palestra, ove non si disgiungeva la cura del fisico dall’educazione morale. Così, dal primordiale concetto di educazione fisica a scopo eminentemente militare e medico, Atene sviluppò il nuovo concetto agonistico che è poi quello moderno. E l’agonismo, dalla generica preparazione sportiva, trasse i fondamenti di specializzazione che portano a una prima individuazione di differenti discipline. Fu in ogni caso con la prima Olimpiade del 776 a.C. che l’agonismo assunse finalmente carattere istituzionale, e a giusta ragione si può considerare questa la data della nascita ufficiale dello sport. Vale la pena di segnalare, innanzitutto come il sito su cui sarebbe sorta Olimpia abbia rivestito sin dall’età Micenea un carattere di sacralità, ideale per una manifestazione che giunse a coinvolgere tutto l’universo ellenico. Dall’interesse per le discipline sportive, dall’acceso agonismo ebbero inizio le Olimpiadi i cui partecipanti premiati con ramoscelli intrecciati a mo’ di corona diventano degli Eroi. A Olimpia le gare duravano cinque giorni di cui il primo era dedicato ai giuramenti di lealtà ed il quinto ai festeggiamenti; i giorni effettivi di gara erano tre. Il primo giorno si svolgevano le seguenti

competizioni: corsa dei carri (trainati da quattro cavalli) per una distanza di circa 9 km.; corsa di cavalli. Il secondo giorno si eseguivano le gare di Pentathlon: vinceva chi riportava i migliori tre risultati tra corsa veloce (su di una distanza di circa 165 m), lancio del disco (la misurazione era effettuata solo al fermarsi del disco), lancio del giavellotto, salto in lungo, lotta. Il terzo giorno, al mattino, si uccidevano cento buoi sia in onore degli Dei sia per banchettare, mentre nel pomeriggio si effettuavano le gare di corsa, pugilato e lotta riservate ai maschi giovani (12-17 anni) che partecipavano nudi, per cui l’accesso non era consentito alle donne (tranne che alle sacerdotesse di Era). Il quarto giorno si disputavano le gare di lotta, pugilato, corsa (200, 400, 800, 4 500 m) e pancrazio (lotta violenta senza esclusione di colpi, tranne infilare le dita negli occhi dell’avversario). Le Olimpiadi, sorte inizialmente per i soli popoli del Peloponneso, tanto che essenziale era l’origine del concorrente, si diffusero rapidamente tra tutti i popoli del Mediterraneo. I Giochi di Olimpia non sono, però, le sole manifestazioni a carattere sportivo organizzate nell’antichità. Durante il ciclo olimpico numerose altre gare avevano luogo, quali le Pitiche, le Nemee, le Istmiche e le Panatenee. Queste ultime, che sono quelle di origine più antica, videro inserito nel loro svolgimento, per merito di Pisistrato nel 566 a.C., le gare di ginnastica come disciplina a sé stante. Tali giochi furono organizzati regolarmente fino al 200 a.C., poi andarono scemando fino alla sospensione definitiva nel 393 d.C. in seguito ad un editto dell’Imperatore Teodosio; a quell’epoca la Grecia era sotto la dominazione romana e si obbiettò che tali riti erano da ritenersi pagani, quindi in contrasto con la religione Cristiana.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

La storia dello sport non è circoscritta, però, all’antica Grecia. Gli Etruschi, sotto consiglio della sacerdotessa Pizia, per ingraziarsi il favore degli Dei, istituirono delle gare di atletica, simili a quelle greche. Le gare più in uso erano: il salto con l’asta; il lancio del peso; il lancio del disco con la rincorsa (in Grecia il lancio del disco era effettuato da fermi); salto in lungo; lancio del giavellotto; corsa con bastoni che veni-

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Il barone Pierre de Coubertin, (Parigi, 1 gennaio 1863 - Ginevra, 2 settembre 1937).

vano passati tra loro; lotta; pancrazio; pugilato; competizioni di carri con quadriglie e bighe; gioco della Truia (le regole sono sconosciute, si sa solo che due cavalieri uscivano da un labirinto dopo aver combattuto); uno spettacolo particolarmente gradi-


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to al pubblico era l’uccisione dei prigionieri ad opera di un demone con sembianze umane (il Phersu); anche i giochi con gladiatori erano abbastanza seguiti; inoltre erano frequenti anche i combattimenti tra uomini e bestie feroci. Nell’Antica Roma vi erano i Ludi, distinti in: Gladiatori, Circensi, Troiani, Teatrali e delle Naumachie. I Ludi Gladiatori consistevano in combattimenti (uomo-uomo o in gruppi, o anche con animali feroci) tra schiavi scelti per le loro particolari qualità fisiche. Si svolgevano in luoghi aperti come il Colosseo o l’arena di Verona. Tali combattimenti finivano spesso con l’uccisione dell’avversario; raramente, in occasione di un combattimento tra gladiatori valenti, l’Imperatore poteva decidere di salvare la vita al vinto. Inoltre, il Gladiatore che conseguiva dieci vittorie (venivano segnate su di un collare metallico) poteva essere reso libero. Da sottolineare che Roma impose il suo predominio anche sulla Grecia, ma Olimpia continuò a brillare d’intensa luce, indicando all’unanime rispetto l’atleta laureato Campione. La potenza romana, quindi, s’inchinò davanti al concetto sportivo dei Greci e, attraverso l’universalità promanante da Roma, ai Giochi derivò un valore universale. Tutti gli uomini soggetti alla legge di Roma ebbero il diritto di cimentarsi nelle gare alle quali i Romani per primi ambirono partecipare, consapevoli dell’importanza di quell’educazione sportiva. Consapevolezza, questa, che deriva dall’antica passione di Roma per i Ludi non solo equestri, ma anche ginnici. Roma, infatti, vantava un’antica tradizione nelle gare, delle quali è testimonianza ancora oggi il Circo Massimo ove si disputavano corse di atleti e altre competizioni. Sin dall’epoca repubblicana era praticata l’educazione fìsica, ma ad Augusto si fa

comunemente risalire la percezione della necessità di dare una forma organizzata all’addestramento fisico dei giovani. Egli, infatti, creò i «Collegia juvenum» centri ove si curava la preparazione dei giovani negli esercizi fisici. Sono questi «collegia», in embrione, le Società sportive, che a distanza di secoli fiorirono nella nostra Penisola adottando in pieno il concetto di agonismo che Roma aveva assimilato dai Greci. Pervenuto al livello più alto, il significato dell’attività sportiva rapidamente decadde per il dissolversi di quei valori morali che sono alla base dell’agonismo e che rifuggono il professionismo. Con l’opulenza scompare il rispetto per il valore dello spirito: ricchezza e piacere sono la massima aspirazione dell’uomo che vuole ancora le gare ma al solo scopo di distrazione. Chi gareggia, scende in campo non più per cingere la corona ma per sete di guadagno. Lo stadio si trasforma in circo, l’agonismo è finito. Gli atleti sono derisi poichè i loro sforzi sono intesi esclusivamente quale espressione di forza fisica e si disconosce alla loro attività ogni valore che non sia materiale. Solamente intorno al 1 000 dopo Cristo l’Europa ha un risveglio agonistico. Esso si esprime inizialmente nei tornei cavallereschi in cui si esaltano la perizia e il valore. È la ripresa dello spirito sportivo giustamente inteso nella sua purezza, anche se di limitata importanza, a causa delle condizioni politiche dell’Europa che impongono al torneo un interesse che non va, di norma, oltre le mura della città. Lo sport diventa un mezzo inestimabile per migliorare la gioventù non solo nel fisico, ma anche per allontanarla dalle cattive abitudini e per inculcarle più elevati concetti morali. Si ripropongono gare di squadra che risvegliano lo spirito di associazione. Fin dal 1179 si hanno incontri di giochi

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

con la palla in Inghilterra. Si tratta di giochi in cui viene esaltata la forza bruta nei contrasti, unita alla potenza fisica dei protagonisti delle furibonde battaglie, che si svolgono solitamente il martedì grasso. Nella terra d’Albione, ad ogni buon conto, non è solo il gioco con la palla a tener banco, ci si esercitava pure nel salto, nella lotta e nel lancio delle pietre pesanti. Al tempo della Signoria, in Firenze si gioca e si disputano veri e propri tornei di pallone, il calcio fiorentino, che ha avuto nel Rinascimento la sua fioritura e la sua celebrazione. Tuttavia, tutte le discipline sportive di cui si è parlato, tanto quelle predilette dalla nobiltà quanto quelle amate dalla nascente borghesia e dalle classi subalterne, ebbero tutte un carattere privatistico; non trovarono, infatti, spazio nell’ambito dell’educazione e della scuola. In tale contesto, non si può trascurare l’apporto che, su un piano almeno teorico, è arrivato dall’Umanesimo e dal Rinascimento italiano. Proprio in virtù delle mutate condizioni storiche e sociali d’Italia, il Medio Evo, che aveva ormai terminato il proprio ciclo, venne superato da una visione completamente nuova della realtà. Con coraggio si cominciò a rivalutare il patrimonio classico ignorato, sclerotizzato e trascurato dagli uomini medievali. Tutto questo lo si può ricavare dall’intenso lavorio filologico degli Umanisti per tutto il secolo XV. Con il tramonto degli ideali del Medio Evo, i popoli tornarono ad avere maggior rispetto per l’uomo e le sue sorti. Così l’Umanesimo fece riaffiorare le speranze e con esse lo sport nell’educazione. Nei documenti del tempo si può vedere come un’educazione valida prevedesse tutta una serie di insegnamenti molto differenti rispetto alla cultura sistematica medioevale; si imparava a suonare il liuto, ma anche a tirare di scherma, a montare a cavallo e ad apprendere le mosse di lotta per disarmare e disarcio-

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nare un cavaliere nemico. L’Italia, che pure ha dato un’interpretazione del tutto originale della nuova realtà europea, non fu incisiva in questo campo e lasciò ad altri il compito e il ruolo di precursori in materia sportiva. In Inghilterra, ma anche in Paesi del Continente, si coltivano due categorie di sport la prima consiste in esercizi utili alla conservazione della salute e praticati su consiglio di un medico, la seconda si riferisce a quegli esercizi connessi con il modo di vita delle varie classi sociali. I giochi (games), quando erano popolari (common, rural, recreations), servivano alla distensione e allo svago; per i nobili servivano di preparazione ai loro doveri pubblici e politici. Sono gli esercizi propri della nobiltà che vengono chiamati sport. Ad ogni buon conto il concetto di sport è il frutto di un’evoluzione svoltasi tra il XIII e il XV secolo. L’attività fisica acquista un’ineguagliabile finalità sociale, che può trasformare rapidamente il suo significato se non si cura che lo sport sia vivificato da una sempre più estesa partecipazione. Questo concetto, che già si affaccia negli studi di numerosi cultori intorno al 1700, non può che giungere al suo sviluppo ultimo, ad un’unica soluzione: l’istituzione di gare periodiche aperte a giovani di tutti i Paesi e qualunque sport essi pratichino, nel concetto di purezza agonistica rispettato dall’antica Grecia. Non senza difficoltà tale sogno diverrà realtà, ma tale idea è il seme da cui germoglieranno con rinnovato vigore i Giochi di Olimpia, l’Olimpiade Moderna. La ripresa dei giochi fu merito del barone Pierre de Coubertin, grande appassionato di sport che riuscì nell’impresa nel 1894 quando fu deciso che i primi Giochi

A destra: il Discobolo.


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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Olimpici dell’era moderna si sarebbero svolti ad Atene nel 1896. Non a caso il rinnovato interesse per lo sport coincide con il risveglio della pratica della ginnastica e l’indirizzo che a tale pratica è dato risulta differente nelle varie nazioni e congeniale alla mentalità che nel tempo il relativo popolo si è formata. Pertanto, la ginnastica è nuovamente studiata sotto l’aspetto educativo, militare e medico. Rapidamente in tutta Europa l’interesse per la ginnastica si risveglia; in Italia, gli inizi dell’attività sportiva sorgono nel Lombardo Veneto. Ben presto, però, l’interesse per la ginnastica si desta anche in un altro Stato italiano: il Regno SardoPiemontese. Qui diversi sono i motivi che attirano l’attenzione sulla ginnastica e, quindi, differente è l’indirizzo che prevale nella pratica della disciplina. L’organizzazione militare ha, infatti, necessità di una migliore formazione fisica del soldato perché sia ben addestrato al combattimento. Così, nel 1833, il Ministro della Guerra del Piemonte dispone affinchè venga insegnata la ginnastica agli allievi dell’Accademia militare a Torino. Il piccolo ma agguerrito esercito piemontese si tiene costantemente aggiornato nell’organizzazione seguendo con attenta costanza ogni progresso conseguito dagli eserciti stranieri, per cui non sfugge l’importanza che nelle altre nazioni era attribuita a tale disciplina. I tempi stanno rapidamente maturando a favore della ginnastica in ogni nazione d’Europa e a questa positiva evoluzione non fu seconda l’Italia che vide svilupparsi in diverse città, quasi provocata da un movimento di opinione, la pratica della ginnastica, pratica che con il diffondersi sempre più fra i giovani determinò la necessità di un coordinamento.

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Lo sport in Italia era stato inizialmente appannaggio della borghesia ed in seguito era divenuto uno strumento per la preparazione dei soldati. È solo dopo, con il fascismo, che riceve un’impronta diversa. Lo scopo dello sport in questo periodo fu principalmente quello di dare una buona immagine del nostro Paese e distogliere la gente da altri problemi. Venivano quindi favoriti gli sport nei quali era possibile associare il campione all’eroe. Lo stesso Mussolini fu il primo politico a dare un immagine di sè come sportivo. La cura del corpo era intesa anche come strumento per aumentare la natalità a sua volta ritenuta correlata alla potenza di una nazione. L’organizzazione sportiva del regime fascista ebbe imitatori anche in altri regimi dittatoriali degli anni Trenta, a cominciare dalla Germania hitleriana che elevò lo sport a strumento di affermazione della superiorità della razza tedesca e soprattutto ne fece, attraverso le Olimpiadi di Berlino del 1936, un mezzo per propagandare sul piano internazionale l’efficienza e la modernità del Terzo Reich. Finanziata, per la prima volta nella storia olimpica, col concorso dello Stato e accompagnata da uno straordinario sforzo organizzativo e scenografico, l’Olimpiade berlinese si trasformò in un’occasione di grande risonanza internazionale per il regime hitleriano. Dopo la Seconda guerra mondiale fu l’Unione Sovietica ad affidare alle vittorie dei suoi atleti il compito di dimostrare la superiorità fisica e morale del modello comunista sul mondo occidentale. Avviata dal regime staliniano attorno alla metà degli anni trenta, la politica sportiva dell’Unione Sovietica, iniziò il suo confronto con lo sport capitalistico a cominciare dalle Olimpiadi di Helsinki del 1952, nelle quali gli atleti sovietici si piazzarono al secondo posto nella classifica per nazioni preceduti solo dagli Stati Uniti.


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Dal Dopoguerra al Sessantotto è sottolineato il cambiamento del ruolo dello sport come mezzo per riportare l’Italia nella comunità internazionale, dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo il miracolo economico degli anni Sessanta si ha un cambiamento di rotta nell’atteggiamento sportivo; il sacrificio viene inteso come un mezzo per raggiungere una posizione socio-economica più elevata. Sullo sfondo della ricostruzione e degli anni del boom economico, appare utile soffermarsi sul mondo che gravita attorno allo sport: allenatori, dirigenti e arbitri, l’avvento della televisione e dell’industria nello sport e il ruolo di primo piano del calcio. In Italia, nel 1959 la quota di sportivi ammontava a poco più di 1 milione e 300 mila persone, pari al 2,6% della popolazione. Di questi ben 1 milione 188 mila erano maschi (90,8%). Donne, bambini e anziani erano i settori di popolazione tra i quali la pratica sportiva era veramente poco diffusa: sul totale dei praticanti le donne erano solo 121 mila (pari al 9,2%); la percentuale di persone di 50 anni e più che si dedicava ad uno sport era poco superiore all’11%, quella dei ragazzi con meno di 15 anni era pari ad appena il 7,6%. Dagli anni Sessanta ai giorni nostri il mondo delle discipline sportive si è profondamente trasformato: accanto agli sport «tradizionali» sono emerse altre attività, a volte come semplice evoluzione o trasformazione degli sport più praticati, altre come vere e proprie novità. Tra il 1959 e il 1988 il calcio si afferma come lo sport nazionale, ma dalla metà degli anni Ottanta subisce la concorrenza di altre discipline che, oggi, possiamo definire tradizionali, come la ginnastica e il nuoto. Tale concorrenza è espressa in particolare dalle donne, che entrando nel mondo dello sport esprimono un’identità

sportiva ben distinta da quella maschile. Come abbiamo visto da questo breve excursus sulla storia dello sport, l’attività sportiva organizzata è una delle forme più antiche dell’attività umana ed, infatti, in tutte le manifestazioni della civiltà, anche primitive, è possibile rintracciare la presenza della pratica sportiva, dato che essa costituisce un primordiale bisogno dell’individuo. Mi sembra necessario concludere l’analisi, seppur breve, del significato del termine «sport», giacché uno studio di questo fenomeno così variegato impone almeno il tentativo di individuare il nostro oggetto di ricerca. È difficile trovare una definizione che contenga le diverse prospettive, anche perché spesso queste si trovano fra di loro in contrasto (come quella sociologica e filosofica) e forse anche perché per anni è stata dominante una riduttiva interpretazione, che considerava il fenomeno ludico come qualcosa di ontologicamente non serio e quindi non «degno» di una considerazione scientifica. Va detto che comunque è stato possibile rinvenire, nell’articolo 2, primo comma, della Carta Europea dello Sport, approvata nel 1992 a Rodi dalla settima Conferenza dei Ministri Europei dello Sport, una definizione che abbia effettivamente preso in considerazione la globalità del fenomeno: secondo tale norma si intende per sport «qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli». •

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

LA FORMAZIONE DEL PERSONALE NEI NUOVI SCENARI della Dr. ssa Sara MARIANI

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iù avanti andiamo, meno gli effetti [di certi avvenimenti politici] saranno semplici, meno saranno prevedibili, meno le operazioni politiche ed anche gli interventi della forza, cioè l’azione evidente e diretta, saranno quelli che ci aspetteremmo... Niente è stato

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maggiormente rovinato dall’ultima guerra [quella del 1914-18] quanto la pretesa di prevedere.... Così si esprimeva Paul Valéry nel 1931 nel suo «Regards sur le monde actuel» criticando l’insegnamento della storia nelle scuole militari, che considerava


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uno strumento non del tutto valido per comprendere le vicende del passato e non ripeterne gli errori. Lo studio delle vicende storiche e storico-militari in sé non è uno strumento sufficiente per capire l’evoluzione del mondo attuale, ma deve piuttosto far parte di un bagaglio completo di conoscenze che accompagnano la vita del militare e possono aiutarlo a meglio comprendere i fenomeni che lo circondano. L’imprevedibilità degli scenari che ci si trova ogni giorno ad affrontare nelle moderne operazioni militari rende infatti necessaria la ricerca di costanti che ne facilitino l’interpretazione, la comprensione e la soluzione. È fondamentale fornire a chi opera sul terreno, come a chi pianifica gli interventi e a chi li sostiene, un’adeguata preparazione sotto molteplici

punti di vista, in linea con gli strumenti a disposizione e con gli obiettivi che si vogliono ottenere. È necessario formare il personale militare ad affrontare i suoi impegni in linea con il momento storico in cui opera e le esigenze che la componente difesa è chiamata a soddisfare. La formazione militare è, pertanto, uno degli strumenti più importanti per uno sviluppo globale e omnicomprensivo delle risorse umane, accanto al processo di selezione, all’addestramento e all’impiego, e dovrebbe evolversi di pari passo con i cambiamenti in atto su scala nazionale, regionale e globale, secondo una linea evolutiva che cerchi di anticipare le future tendenze prima che esse si manifestino, improntata alla tecnologia - in senso net-centrico - ed in accordo alla dottrina effect-based.

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

LE NUOVE VARIABILI I profondi mutamenti dello scenario geopolitico internazionale che si sono verificati negli ultimi vent’anni hanno prodotto un riassetto generale degli equilibri europei e mondiali, e il riallineamento della componente militare a nuovi obiettivi e condizioni. In particolare, con il crollo del blocco orientale è venuta meno l’esigenza di dotarsi di Forze Armate di massa, dislocate sul territorio con funzioni di deterrenza e in perenne attesa di un eventuale conflitto. Già con la Guerra del Golfo si è iniziato a pensare a un modello di forze expeditionary, in grado di intervenire fuori dal territorio nazionale, utilizzando le nuove tecnologie disponibili e mettendo a fattore comune le potenzialità delle diverse Forze Armate. Con le guerre balcaniche, poi, questo concetto è andato via via rafforzandosi trasformando definitivamente il concetto classico delle Forze Armate come elemento di presidio del territorio in uno strumento capace di intervenire con rapidità e puntualità, in aree di crisi più o meno circoscritte e con funzioni diverse, dall’interposizione al sostegno ai processi di pacificazione. LO SCENARIO ATTUALE Quanto delineato appare tanto più vero oggi, quando il nostro Paese è impegnato su territori diversi molto distanti tra loro, dall’Afghanistan al Libano, svolgendo missioni facenti capo alle Nazioni Unite, alla NATO, all’Unione Europea e partecipando a coalizioni di volenterosi. Le strutture al servizio delle Forze Armate, i meccanismi di comando e controllo, la logistica, le dotazioni tecnologiche e la dottrina hanno tutti subito delle trasformazioni volte a rendere queste compo-

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nenti più flessibili, modulari e pronte all’impiego. L’hardware, insomma, è cambiato. Occorre a questo punto chiedersi se di pari passo sia cambiata anche la mentalità degli uomini chiamati ad utilizzare queste tecnologie e a predisporre questi processi, se siano stati forniti loro sufficienti strumenti per interpretare il cambiamento ed adeguarsi ad esso, senza subirlo passivamente. I terribili attacchi terroristici che hanno sconvolto Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna negli ultimi anni hanno cambiato profondamente la percezione di sicurezza nazionale. Hanno ampliato non solo il numero e la portata dei fattori di instabilità da tenere in considerazione, ma anche la complessità generale dei processi decisionali. I cittadini che si sentivano sicuri nel proprio Paese e osservavano le minacce alla sua sicurezza come distanti, astratte, non possono più pensarla allo stesso modo dopo questi sanguinosi avvenimenti. In risposta alla crescente domanda di sicurezza, dunque, le dotazioni da mettere in campo per la risoluzione dei problemi si sono fatte più variegate ed hanno acquistati maggiore importanza, insieme alla capacità di mediazione; le richieste di una maggior flessibilità nelle politiche sono aumentate di pari passo con il numero degli attori coinvolti nei processi decisionali, che è cresciuto esponenzialmente arrivando ad occupare ambiti prima appannaggio esclusivo delle componenti istituzionali. Organizzazioni non governative, Organizzazioni Internazionali, componente militare classica e componente civile proveniente anche da altri Ministeri, come quello degli Esteri, si trovano oggi ad operare in stretto contatto, condividendo responsabilità e a volte sovrapponendosi nei compiti.


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Queste profonde modificazioni dello scenario attuale comportano dunque un generale ripensamento del ruolo tradizionale svolto dalla componente militare, che si arricchisce di nuove mansioni e deve prevedere nuove professionalità, e sottolineano l’esigenza di un cambiamento significativo nella progettazione della formazione militare per mettere il personale in condizioni di affrontare al meglio quanto richiestogli dalla Nazione e dalle alleanze di cui il Paese fa parte. TRASFORMAZIONE QUANTITATIVA E QUALITATIVA Lo strumento militare ha subito negli ultimi quindici-vent’anni una profonda trasformazione per quanto riguarda il numero e la composizione del suo personale. Sia in termini di organico che di professionalità del personale, l’evoluzione progressiva dello scenario internazionale ha inevitabilmente influenzato le strategie legate al personale, che hanno seguito i cambiamenti analizzati in precedenza e relativi alla trasformazione delle Forze Armate da strumento in potenza a strumento pienamente operativo. La trasformazione è avvenuta seguendo due dimensioni: quella quantitativa e quella qualitativa, creando nuovi modelli e paradigmi di funzionamento della componente militare. A livello quantitativo, si è passati da una forza dalle dimensioni decisamente importanti, pensata con funzione di presenza territoriale, soprattutto in difesa dei confini, a una forza progressivamente più snella. Oltre alle ragioni legate alla dimensione strategica e ai nuovi obiettivi da perseguire, a pesare sulla riduzione delle forze ci sono state, e continuano ad esserci, motivazioni legate al bilancio. I continui tagli

operati indifferentemente dalle diverse amministrazioni alle spese militari hanno infatti determinato l’esigenza di riorganizzare le strutture partendo da un sostanziale alleggerimento delle spese per il personale, che tradotto in una strategia di medio-lungo periodo ha portato alla creazione del modello a 190 000. Nell’ambito di questo modello, è la componente terrestre ad aver effettuato il processo di riduzione più «robusto», in quanto ha visto diminuire il proprio organico di oltre il sessanta per cento nel corso degli ultimi quindici anni, passando da 290 000 effettivi del 1990 ai circa 112 000 attuali. Accanto alla dimensione meramente quantitativa, una vera e propria rivoluzione si è verificata con la sospensione della leva obbligatoria, che rientra nel più vasto processo di professionalizzazione delle Forze Armate per portarle in linea con gli indirizzi dei Paesi europei e dei partner della NATO. Anche l’ingresso del personale femminile ha contribuito a modificare il quadro del personale in servizio. Con esso sono nati problemi diversi e nuovi, che hanno implicato, soprattutto all’inizio, investimenti massicci in termini di adeguamento delle infrastrutture ma ancora più importanti investimenti in termini di accettazione della presenza di questo personale, della sua non discriminazione e della sua equiparazione, per quanto possibile, alla componente maschile. Alla luce di queste trasformazioni l’esercito professionale ha dunque un bacino di candidati a cui attingere necessariamente diverso per dislocazione geografica, livello di istruzione, aspettative e motivazioni rispetto a quelle dei militari di carriera delle passate generazioni. La professione militare appare infatti oggi, alla luce delle problematiche a livello occupazionale che il nostro Paese affron-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

Militari in addestramento in ambiente boschivo.

ta, una scelta a volte obbligata, soprattutto per giovani provenienti da aree disagiate in cui l’offerta di lavoro non è adeguata o non è sufficiente a coprire i bisogni della popolazione. Questo discorso è valido per tutti i livelli di carriera, dagli aspiranti Ufficiali fino ai Volontari in ferma prefissata, ma è particolarmente valido per questi ultimi, la cui percentuale più alta è rappresentata da giovani provenienti dalle regioni meridionali, dove i problemi legati all’occupazione sono più pressanti. Se, da una parte, rimane positivo il fatto che le domande di reclutamento siano sempre superiori all’offerta di posti disponibili, il che dovrebbe assicurare un’adeguata selezione del personale, dall’altra le motivazioni piuttosto pragmatiche che fre-

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quentemente spingono verso questa scelta possono indebolire la tensione al risultato e abbassare, in generale, il livello di motivazione del personale, oltre che la coincidenza delle sue aspettative con quelle dell’organizzazione. Oltre a questo, vanno considerate altre variabili che possono incidere sul rendimento del personale. I giovani Volontari, infatti, non godono più come in passato delle garanzie di prevedibilità del loro sviluppo professionale e possono essere soggetti alla perdita del posto di lavoro al termine del periodo di ferma prefissata, che dà luogo a una sorta di «precariato» militare di cui oggi si sente spesso parlare. Se la mancanza di opportunità alternative affligge i Volontari, il proliferare di queste opportunità interessa invece sempre più spesso i gradi più elevati della scala gerarchica, che si trovano frequentemente


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ad operare in contesti internazionali in cui la presenza di organizzazioni internazionali è molto forte, e il contatto con queste realtà e con il personale che vi opera fa nascere opportunità alternative di carriera, che a volte vengono prese in considerazione. Un rischio da evitare è che molti giovani considerino la carriera militare come un luogo di passaggio, come una prima apertura alla dimensione internazionale, verso cui transitare definitivamente una volta che il proprio curriculum vitae abbia raggiunto, anche grazie alla solidità dell’iter formativo militare, un certo livello di appetibilità sul mercato del lavoro internazionale. È il fenomeno della cosiddetta «fuga dei cervelli», che investe ormai tutti i settori senza più distinzione, ed è soprattutto per evitare che circostanze come queste si verifichino, causando un grave danno all’amministrazione che ha investito in termini di tempo e risorse sugli uomini che perde, che si dovrebbe porre maggiormente l’accento su un approccio più globale al personale. Un approccio che integri il processo formativo in un circolo virtuoso che valorizzi gli uomini e li metta in condizioni di operare al meglio. Un approccio che formi, sì, gli uomini e li prepari ad assolvere incarichi di primo piano, ma che poi al momento dell’impiego sia in linea, per quanto possibile e per quanto fattibile, con la preparazione che è avvenuta a monte, con le aspettative e le reali potenzialità della persona, e che magari sia più attento anche alle esigenze familiari. Solo in questo modo, armonizzando tutti gli aspetti legati al personale, tra cui la formazione ha un’importanza di primo piano, si possono salvaguardare quei criteri di impegno, motivazione e professionalità che sono alla base del buon operare delle Forze Armate.

MUTATE O AMPLIATE FINALITÀ? Accanto alle tradizionali funzioni attribuite allo strumento militare quali la difesa della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni, con il passare degli anni è aumentata l’importanza relativa agli altri compiti ai quali esso è preposto, come il concorso alla pace e alla stabilità internazionale, il supporto alle altre componenti e ai meccanismi di protezione civile in caso di pubbliche calamità o ancora, a volte, vere e proprie funzioni di polizia. Queste altre finalità che le Forze Armate perseguono, però, non ne hanno modificato l’essenza e i compiti di base, ma li hanno piuttosto ampliati. L’ampliamento degli obiettivi da perseguire, la moltiplicazione delle attività e delle operazioni da svolgere e il farsi più fluido del confine tra interventi squisitamente militari e interventi di tipo «misto» comportano un aumento di responsabilità, di impegni, e richiedono una maggiore flessibilità e capacità di rispondere a stimoli nuovi, garantendo il rispetto dei principi di base e senza snaturare il significato degli interventi di tipo militare. Nel nuovo scenario internazionale, la proliferazione di conflitti su media e piccola scala ha comportato un aumento notevole degli interventi sostenuti dalle Nazioni Unite e condotti da organizzazioni internazionali, alleanze o coalizioni ad hoc, che hanno dato luogo a forme di presidio del territorio sempre più simile a quello civile, anche lunghe nel tempo (si pensi alla presenza dei militari italiani nei Balcani). La logica stessa delle operazioni di supporto alla pace è interagency, coinvolgendo vari attori a carattere misto civile-militare, internazionale e multiculturale. Il ruolo del militare com’era fino alla fine della Guerra fredda, chiaro, definito e circoscritto, si è dunque evoluto verso una dimensione più politica, in quanto le missio-

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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI

ni a cui le Forze Armate partecipano sono spesso viste come espressione della politica estera della Nazione, da cui è possibile comprenderne gli orientamenti e gli obiettivi a medio-lungo termine, le strategie e le alleanze. Con l’avvento delle minacce terroristiche globali, poi, il personale militare si trova oggi a dover interagire con i sistemi di sicurezza interna dei singoli Paesi come le Forze di Polizia e i Corpi di Protezione Civile, il che provoca a prima vista un ulteriore allargamento degli ambiti di intervento, o piuttosto di interazione, che trova la sua suprema sintesi nelle attività di intelligence, che a priori vengono svolte da corpi specializzati, ma che sono ormai competenza di tutti gli ambiti produttivi dello Stato, fino a coinvolgere il sistema bancario e finanziario e le reti infrastrutturali. I NUOVI COMPITI Per assolvere questi nuovi compiti, emersi con il mutare dello scenario e il progressivo adattarsi ai cambiamenti, occorre dotarsi di requisiti nuovi, porre l’attenzione verso alcune competenze, figure professionali e capacità specifiche; occorre formare personale adeguatamente specializzato ed in grado di svolgere molteplici funzioni. Per affrontare le sfide del presente, infatti, è necessario far convergere tutti gli elementi a disposizione del Sistema Paese: la componente diplomatica, quella economica, quella sociale, la dimensione legata alla raccolta e diffusione delle informazioni e la componente militare. All’interno di quest’ultima vanno ulteriormente sviluppate l’amministrazione delle risorse umane, le capacità di controllo interno, di gestione finanziaria e le competenze manageriali, che concorrono tutte - anche se per vie diverse - al raggiungimento degli obiettivi comuni.

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ASPETTI DI MANAGEMENT Dall’interazione con il comparto industriale e dalla progressiva apertura al mondo delle Università, l’organizzazione militare ha acquisito gli strumenti operativi propri un tempo dei sistemi d’impresa, e li ha progressivamente interiorizzati, adattandoli alle proprie esigenze e peculiarità e utilizzandoli come punto di riferimento per l’ammodernamento delle sue strutture. In campo economico e finanziario si parla infatti di concentrazione degli investimenti, in campo cognitivo di sviluppo del knowhow, nel settore della formazione si fa riferimento a parametri di qualità e sistemi di valutazione, ad esempio dell’efficacia della formazione stessa. Una risposta concreta all’esigenza di trasporre e adottare all’interno dell’organizzazione militare gli aspetti connessi con la gestione manageriale delle imprese è stata data con la creazione del Servizio di Controllo Interno, il SECIN. All’interno di questa struttura vengono approcciate molte tematiche connesse con la gestione da un punto di vista più business oriented, come lo sviluppo della programmazione strategica; l’approntamento della Direttiva generale sull’attività amministrativa e sulla gestione; la valutazione della dirigenza; il monitoraggio della programmazione strategica; l’elaborazione della relazione di fine anno sulle analisi effettuate, nonché il coordinamento e il supporto metodologico in materia di controllo di gestione. LA PUBBLICA INFORMAZIONE Il fenomeno della mediatizzazione dei conflitti ha profondamente trasformato il modo di condurre le operazioni, e soprattutto di «comunicarle», di renderle accet-


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tabili da parte di un’opinione pubblica sempre più attenta, informata e spesso politicizzata, poco propensa a tollerare errori di forma, oltre che di sostanza. È sempre presente una forte attenzione da parte dei media, presenti sul terreno di operazione spesso ancor prima che ci arrivino le truppe schierate, che filmano e trasmettono in tempo reale gli avvenimenti facendoli rimbalzare da un capo all’altro dell’etere senza che ci sia possibilità di filtrarli, di motivarli, di spiegarli a chi guardandoli non è sempre capace di reinserirli nel contesto da cui sono stati estrapolati i singoli istanti. Ciò vale sia per l’opinione pubblica interna che per quelle internazionali, oltre che per quella del Paese in cui si opera, dalla cui non ostilità (non è infatti sempre possibile parlare di accettazione o benevolen-

Militari della «Folgore» impegnati nell’operazione «Strade Sicure».

za) dipendono anche la sicurezza del personale e, attraverso questa, in un’ottica effects-based, il raggiungimento degli obiettivi della missione. L’approccio basato sugli effetti, infatti, mira a mettere in relazione più fattori, di tipo materiale e immateriale - tra cui l’informazione ha indubbiamente un ruolo di primo piano - e cerca di sfruttarli al meglio facendoli operare simultaneamente in tutte le dimensioni, per concorrere al raggiungimento dell’obiettivo finale. Parlare, dunque, correttamente e senza ambiguità con le autorità locali in un teatro di operazioni, spiegare gli obiettivi che si cerca di raggiungere e illustra-

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re quali potrebbero essere le ricadute positive per la popolazione della presenza del personale sul terreno può senza dubbio aiutare a stabilire un clima sereno, quando non cooperativo. Ecco dunque che nasce l’esigenza di fornire dei rudimenti di questa materia a tutto il personale e soprattutto ai Comandanti, e di formare personale specializzato a cui affidare questi compiti, per non lasciare all’improvvisazione una funzione diventata centrale negli interventi moderni. La figura del PIO, il Public Information Officer e dei suoi collaboratori, hanno il compito di produrre e distribuire informazioni efficaci e corrette che illustrino le attività che si stanno svolgendo e ne facciano com-

prendere meglio le motivazioni. Oltre a questo tipo di comunicazione, però, non va trascurata neanche la dimensione delle operazioni psicologiche, che utilizzano tecniche specifiche per diffondere messaggi e informazioni allo scopo di aumentare il consenso da parte delle popolazioni dei territori in cui si è dispiegati. Questa esigenza è stata compresa talmente bene che si è proceduto alla creazione di un apposito reggimento specializzato in Psyops, a riprova del fatto che una formazione altamente specializzata in settori così specifici è fondamentale per la riuscita di tali attività. LA COOPERAZIONE CIVILE-MILITARE

La Scuola Lingue Estere di Perugia.

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L’interazione tra componente civile e militare nei teatri di operazione ha ormai assunto connotati di istituzionalità, in quanto non si tratta di una coincidenza, ma nasce dall’evoluzione della maniera di condurre le operazioni e dal confrontarsi con problemi contemporanei. Anche in questo specifico settore, dunque, delle figure specializzate nelle procedure, le tecniche e i modelli da seguire sono importanti per il buon svolgimento delle operazioni. Delle nozioni su questo argomento sono state introdotte nei primi anni di formazione del personale militare, così come nei corsi di Stato Maggiore, sia a livello di singola Forza Armata che interforze. Accanto a una preparazione generica sul tema che consenta a tutti di comprendere l’importanza di queste attività, è stato creato un apposito reggimento NATO a maggioranza italiana, il Cimic Group South di Motta di Livenza. Questo personale è deputato alla realizzazione di tutte le attività in teatro che riguardano i rapporti con la popolazione


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civile, le autorità locali, le organizzazioni internazionali e non governative presenti sul terreno, portando avanti dei microprogetti di sviluppo a impatto sul brevemedio termine per supportare il comandante e concorrere al raggiungimento degli obiettivi della missione. L’INTEGRAZIONE A LIVELLO INTERNAZIONALE: IL PROBLEMA LINGUISTICO Il contatto diretto e continuo con il personale estero appartenente ai contingenti che prendono parte insieme a quello italiano alle missioni internazionali, le esercitazioni a livello multinazionale, gli scambi di frequentatori durante i corsi di formazione e gli incarichi presso i comandi di Paesi alleati, la NATO e l’Unione Europea sono tutte realtà entrate a far parte della vita quotidiana del personale militare.

Sistema Campale per le Comunicazioni Satellitari.

La dimensione internazionale ha senza dubbio assunto negli ultimi anni una preponderanza che merita tutta l’attenzione del caso. Non si può infatti più pensare a missioni in cui il solo contingente nazionale possa assolvere i compiti richiesti, ma a partire dagli interventi presenti ed ancor più in vista degli impegni futuri, lo scenario combined sarà quello che dominerà. Ma per operare insieme è necessario non soltanto condividere i valori e gli scopi che muovono le missioni internazionali, ma, molto più prosaicamente, occorre comprendersi a vicenda ed essere in grado di interagire: parlare cioè la stessa lingua. La lingua di riferimento, ovviamente, è l’inglese e già adesso, quando si partecipa a missioni fuori area, ne è richiesta in molti

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casi una pratica costante, per cui la sua buona conoscenza è un requisito fondamentale per l’interoperabilità tra gli individui. I militari di oggi, dunque, devono avere un ottimo livello di inglese per poter affrontare gli impegni loro richiesti. Naturalmente, l’insegnamento di questa lingua è inserito nei percorsi formativi che le nuove leve si trovano ad affrontare, ed è a volte corredato dall’insegnamento di altre lingue, soprattutto europee. Ma tutto il personale già in servizio, anche da lungo tempo, è sempre più spesso chiamato a svolgere incarichi in cui è richiesto un minimo livello di competenze linguistiche. Questa problematica è stata affrontata e risolta brillantemente dalla Forza Armata terrestre con la creazione della SLE, la Scuola Lingue Estere di Perugia, incaricata dell’insegnamento linguistico e della certificazione del livello posseduto in vista di incarichi o corsi di istruzione superiore (ad esempio prima della frequenza del Corso Superiore di Stato Maggiore, gli Ufficiali dell’Esercito sono chiamati a Perugia per un periodo di studio di qualche mese). Il modello offerto da questa scuola potrebbe fungere da base per creare strutture analoghe, magari in ambito interforze, che si occupino della formazione linguistica del personale, possibilmente a tutti i livelli. Questo è un aspetto senza dubbio di primo piano vista la realtà degli impegni attuali e le prospettive future. LA GIUSTA SINTESI Dai cambiamenti occorsi allo scenario internazionale e dalle prospettive di impegni futuri, appare chiaro che i futuri militari dovranno essere in grado di definire gli

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obiettivi, operare correttamente e monitorare i progressi ottenuti, per il successo dell’organizzazione di cui fanno parte e per il Sistema Paese. Devono avere opportuna conoscenza di molteplici argomenti, dalle classiche storia militare e geografia politica alle materie più politologiche e strategiche, alla pianificazione, all’economia, alla gestione manageriale, alla comunicazione, passando naturalmente per lo studio delle lingue, l’inglese in particolare. MANAGER E SOLDATI Fino alla fine degli anni ‘50 non era stata avvertita in modo evidente la necessità di una qualche forma di equiparazione o riconoscimento tra la formazione militare e quella classica di tipo accademico, in quanto il superamento degli studi previsti ed il conseguimento delle connesse promozioni di grado erano ritenuti di per sé un riconoscimento più che sufficiente della professionalità e delle capacità tecniche del personale, in specie degli Ufficiali. Con il passare degli anni, parallelamente al mutamento della situazione internazionale, alla nascita di nuove esigenze e al bisogno di formare nuove professionalità, si è reso necessario «aprire» al mondo esterno la formazione militare istituendo una qualche forma di rapporto fra studi militari e mondo universitario. Le Università, cui compete il rilascio dei titoli e la responsabilità didattica dei corsi, hanno così iniziato a stipulare apposite Convenzioni con le Accademie e gli Istituti di formazione, prevedendo l’organizzazione delle attività didattiche anche utilizzando le strutture e - per specifici insegnamenti - i docenti delle stesse Accademie e Istituti.


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Da questi primi passi è stato avviato un processo di progressivo avvicinamento della formazione militare a quella accademica, tanto che negli anni ‘90 il titolo accademico era ormai considerato fra le componenti essenziali della formazione dell’Ufficiale. Il titolo di laurea è oggi garantito sia agli Ufficiali che ai Sottufficiali, e per i primi sono anche previsti dei Master, sia di primo che di secondo livello. Le numerose polemiche sul binomio tra mondo militare e Università, però, non hanno impedito che si arrivasse di fatto a una forma di outsourcing della formazione, che non sempre è adeguatamente bilanciata tra le esigenze di formazione tecnicooperativa proprie dell’ambito militare e quelle più umanistico-politologiche che caratterizzano la formazione accademica. Ecco come è nato il progetto di creare un vero e proprio ateneo a gestione militare, che meriterebbe di essere ulteriormente esplorato e di trovare quanto prima una sua applicazione. UN ESEMPIO Per comprendere gli spunti di riflessione delineati in precedenza, come le necessità che sono andate via via creandosi con il proliferare dei compiti e delle mansioni da svolgere, è opportuno fare un esempio. Un esempio di come gli elementi legati a problematiche di tipo manageriale, economico, politico-strategico e l’apertura al mondo della comunicazione e della pubblica informazione si siano fusi insieme, influenzando l’ordinamento, la struttura e gli aspetti didattici di un corso è fornito dall’organizzazione del corso Superiore di Stato Maggiore interforze, una pietra miliare del percorso formativo degli Ufficiali superiori. Il corso è organizzato da una compo-

nente militare: l’Istituto Superiore di Stato Maggiore interforze, facente capo al Centro Alti Studi per la Difesa, e da due componenti civili: l’Università degli Studi di Milano e la Luiss «Guido Carli» di Roma, che hanno stipulato una apposita convenzione. Quest’ultima regolamenta le responsabilità, le competenze, la ripartizione degli insegnamenti e il riconoscimento a livello accademico della validità del corso. Le aree di studio sono bilanciate tra quelle caratterizzanti militari: il diritto penale militare, il diritto dei conflitti armati e gli studi strategici, e quelle umanistiche più legate al mondo universitario come l’economia, la scienza politica, le relazioni internazionali e lo sviluppo manageriale. All’interno dell’intenso programma di studi sono previste sessioni di approfondimento di comunicazione e pubblica informazione, mentre durante le esercitazioni di pianificazione operativa si dà spazio ai ruoli connessi con la cooperazione civile militare, ai consiglieri politici e legali. Dei seminari appositi trattano, poi, tematiche attuali come il terrorismo internazionale e l’intervento di figure di primo piano dei vertici delle Forze Armate e dei Comandanti dei teatri operativi in cui l’Italia opera contribuiscono a fornire un quadro preciso dell’evoluzione dello strumento militare, dell’attività operativa e delle lezioni apprese sul terreno. Alle attività di lezione frontale, comunque preponderante, sono affiancate sessioni di approfondimento e studio nei gruppi di lavoro e un’attività di produzione di saggi, ricerche e studi relativi alle tematiche affrontate durante le conferenze. Al termine del corso, il superamento di tutti gli accertamenti previsti e il buon esito della tesi individuale e della sua presentazione alla Sezione di appartenenza danno diritto all’ottenimento del Master in Studi

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Internazionali Strategico-Militari, che corrisponde a 60 crediti universitari. Questo breve accenno allo sviluppo del corso fa comprendere come in esso sia stata data attenzione a molti aspetti relativi alla formazione cui si è fatto accenno in precedenza, e si siano seguiti i nuovi trend di professionalizzazione, legati anche agli aspetti manageriali. Naturalmente, il corso è attagliato alle esigenze proprie della formazione superiore, e quindi necessariamente dà per scontate alcune conoscenze pregresse che debbano essere maturate nel corso della carriera in ambito Forza Armata. CONCLUSIONI È importante tenere sempre a mente che oggi più che mai la sicurezza, compresa quella interna, ha una dimensione che travalica i confini nazionali e continentali e richiede strumenti tecnici e mentalità estremamente avanzati ed aperti al confronto con la realtà, capaci di operare senza schematismi e preconcetti. Questa esigenza è stata resa ancora più importante dal mutamento profondo della tipologia dei conflitti e dei contesti in cui questi vengono affrontati. Chi è preposto a tutelare la sicurezza della nostra comunità deve potersi avvalere di una visione d’insieme delle minacce che affronta, e deve essere in condizione di percepirne anche le dimensioni che vanno al di là del concetto di guerra corrispondente ai conflitti dei secoli passati, che vedeva una distinzione tendenzialmente netta fra ciò che è «civile» e ciò che è «militare», fra operazioni militari e other than war (di altra natura, più legate al modo civile). La complessa situazione attuale non consente più semplificazioni di questo tipo

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e richiede anche agli operatori militari la capacità di muoversi su orizzonti onnicomprensivi. Una formazione che sia orientata verso questi obiettivi non deve però sacrificare quelle che sono le caratteristiche peculiari del mestiere del militare, tutte quelle competenze tecniche e operative, la componente di addestramento, anche fisico, che prepara alle missioni, il senso della gerarchia e la leadership. Una buona mediazione, insomma, è necessaria tra gli aspetti più tecnico-operativi e quelli più organizzativo-manageriali. Restare ancora sui modelli del passato che vedevano il soldato come uomo di pura azione non ha, ovviamente, più alcun significato, ma occorre resistere alla tentazione di trasformare tutti in manager, o ancor peggio, in tuttologi, fornendo una conoscenza superficiale di numerosi ambiti senza approfondirne nessuno con la dovuta attenzione. Una certa forma di specializzazione, auspicabilmente basata sull’ambito interforze, per creare pool di professionisti in specifiche materie, ad esempio in relazione alle competenze amministrative, finanziarie e gestionali potrebbe essere una soluzione da sfruttare. Ci si potrebbe anche avvalere del supporto degli specialisti funzionali, che rappresentano un’ottima mediazione tra l’outsourcing e le risorse interne, per risolvere specifici problemi. Si dovrebbe poi garantire al personale l’accesso a una formazione continua, anche con il concorso del mondo accademico, ormai in larga misura integrato nei processi di formazione militare, con cui creare delle sinergie positive, più orientate all’effettiva creazione di competenza che al suo riconoscimento esteriore. La trasformazione della componente militare, e in particolare della formazione, rivela l’attenzione che è stata prestata ai


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cambiamenti del moderno warfare e all’esigenza di creare strutture apposite in grado di formare professionalità chiamate a svolgere compiti molto specifici. Lo sviluppo delle competenze e l’allargamento dell’ambito delle conoscenze deve continuare ad avvenire in modo graduale, consentendo a chi svolge compiti più tecnici di dedicarsi con agio alle materie più strettamente necessarie al suo incarico, integrando progressivamente, nel corso della carriera, tematiche e problematiche di più ampio respiro ma che sono altresì fondamentali allo svolgimento delle mansioni dirigenziali. Il buon equilibrio tra queste dimensioni che la formazione militare ha saputo raggiungere nel corso degli anni non deve però far dimenticare che è necessario migliorarsi sempre e continuare ad accompagnare la crescita intellettuale e

Il Cimic Group South di Motta di Livenza.

culturale degli uomini e delle donne durante tutta la loro carriera, non tralasciando gli aspetti addestrativi, che completano la figura del professionista militare, e continuando a prestare la dovuta attenzione alla dimensione comunicativa e linguistica. Solo investendo in formazione, migliorandola continuamente per attagliarla in tempo reale alle esigenze che emergono, si possono mettere gli uomini nelle condizioni di svolgere i compiti sempre più ambiziosi che il Paese affida alle Forze Armate con coscienza, prontezza e professionalità. •

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STORIA

LA MUSICA DEI LAGER di Ornella ROTA giornalista

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Roma, per la prima volta al mondo, è stata raccolta la produzione musicale creata in tutti i Campi di concentramento dal 1933 (apertura dei lager di Dachau e Börgermoor) al 1945 (fine della Seconda guerra mondiale): opere liriche, sinfoniche, da camera, jazz, per varietà, intrattenimento, cabaret, per ragazzi, canti religiosi, popolari e tradizionali. Gli autori sono musicisti tra cui numerosi militari che, provenienti da qual-

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Il Lager di Dachau.

siasi contesto nazionale, sociale e religioso, furono imprigionati, deportati, uccisi in qualsiasi luogo di detenzione: campi di prigionia, transito, lavoro, concentramento, sterminio, nei penitenziari militari, POW Camps, Oflags e Stalags aperti sia dal Terzo Reich che in Italia, Giappone, Repubblica di Salò, dal regime di Vichy e


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altri Paesi dell’Asse e sia da Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e altri Paesi Alleati. Documenti, saggi, interviste ai musicisti sopravvissuti, registrazioni audio, pubblicazioni, partiture, sono sistemati a Barletta, presso l’Istituto Musica Judaica, una sorta di enorme Archivio cartaceo e informatico fondato nel 2002 dal pianista Francesco Lotoro, lo stesso che con straordinaria volontà e ostinazione persegue da oltre 15 anni questa ricerca. La musica rivive invece nell’Enciclopedia discografica (Musikstrasse RomaMembran Amburgo) composta di 32 complessivi CD che dall’aprile scorso vengono immessi a gruppi di sei sul mercato internazionale. Linguaggio universale e valore assoluto, la musica vive di per sé; qualsiasi riferimento alla persona del suo autore le rimane indifferente, estraneo. Per questo soltanto ed esclusivamente per questo le

Gabriele Mandel (a destra) e Franco Battiato (a sinistra).

composizioni scritte da ufficiali tedeschi o soldati italiani nei Campi degli Alleati hanno valore artistico ed esigono il medesimo rispetto intellettuale della musica scritta da ebrei o cristiani o comunisti deportati nei Campi del Terzo Reich (non esitiamo, del resto, nel riconoscere la grandezza di Lizt e Wagner, notoriamente antisemiti). Di più: in cattività furono composte opere grandi, buone, discrete, mediocri, che come tali devono essere eseguite, ascoltate, analizzate e valutate. Le condizioni contingenti non influenzano il giudizio critico (non ha importanza, del resto, sapere dove sia stata composta una certa Sinfonia di Beethoven o un determinato Valzer di Chopin). Piuttosto, la diversità della produzione musicale nei vari Campi offre spunti per riflettere sulle estrazioni sociali dei prigionieri, le loro

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STORIA

capacità creative collegate anche alle diverse possibilità di accesso a strumenti e/o di esecuzione. Docente di pianoforte al Conservatorio di Monopoli, 43 anni studi presso l’Accademia F. Liszt di Budapest, perfezionamento con Tamas Vasary e Aldo Ciccolini, specializzazione nell’opera di Johann Sebastian Bach, Lotoro, che è anche compositore, è protagonista assoluto dei CD. Pianista per tutte le opere pianistiche, liederistiche, cameristiche, concerti per pianoforte e piccola/grande orchestra; direttore d’orchestra e di coro per le opere cameristiche e sinfoniche; organista per le poche opere di questo genere ritrovate; concertatore per tutta la produzione strumentale senza pianoforte e arrangiatore (o coarrangiatore, con Paolo Candido) per tutta la letteratura liederistica leggera o cabarettistica pervenuta con il classico testo&melodia. Fu a Tel Aviv, nel ‘91, che l’artista scoprì Gideon Klein, scomparso nelle miniere slesiane della Fürstengrube; era l’autore di uno dei pezzi d’obbligo per un concorso pianistico. Nell’informarsi su di lui, apprese l’esistenza di altre vittime, tante e in tanti luoghi. Il lungo viaggio dentro l’inferno era cominciato. Un DVD di circa un’ora, Musica Concentrationaria (prodotto con un finanziamento dell’Unione Europea), lo documenta. Ma è comparso nel 2007: nel frattempo sono continuamente arrivate segnalazioni e sollecitazioni relative alla possibile esistenza di altre testimonianze in musei, archivi, biblioteche, case editrici, librerie specializzate, antiquari, e di altri manoscritti nelle cantine e solai dei (rari) sopravvissuti e dei loro parenti. Alla domanda “come hai trovato la forza per proseguire in una simile impresa?“ ha risposto «Qualcuno doveva pur compiere questa ricerca minuziosa; occorreva natu-

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ralmente una certa competenza, ma arriva per ognuno il momento in cui sente che lui e non altri possono e debbono realizzare quel determinato progetto». Certamente lo ha sostenuto anche la sua straordinaria cultura musicologica. Lotoro è autore di una ricostruzione musicale e letteraria del Weihnachtsoratorium per Soli, coro e pianoforte di Friedrich Nietzesche (eseguito e inciso sia con il Coro della Radio Svizzera Italiana che con l’Ars Cantica Choir) che è considerata un classico della filologia musicale contemporanea. In questo periodo sta completando la realizzazione pianistica del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein. - «I momenti di più grande emozione?» «Tanti. Ma sai cosa succede? Che hai un senso di gratificazione mentale e già ti poni subito un altro obiettivo». «Mai avuto paura di non farcela?» «No. Semmai paura di arrivare tardi, per la morte delle persone da contattare, o per un mutamento della loro disponibilità nei miei confronti, com’è già successo. Tanta musica era depositata nel cervello dei sopravvissuti (musicisti, attori di teatro, cantanti); la musica vive nell’aria, devi blindarla sulla carta altrimenti non torna più. Poco dopo la fine della guerra, ad esempio, un pianista jazz sopravvissuto a Dachau trascrisse su carta le improvvisazioni da lui eseguite con la sua Band nel Campo. Bastava prenderle in cambio di qualche centinaio di marchi tedeschi. Passarono invece molti anni; il pianista di Dachau, evidentemente preso da crisi senile, buttò via tutte le pagine». Prima di Lotoro, qualche altro si era avventurato nella ricerca della musica

A destra: il libro «San Vittore Inferno Nazista» di Roberto Mandel.


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STORIA

perduta. Il pioniere, Aleksander Kulisiewicz, musicista e cantante di Cracovia imprigionato a Sachsenhausen (dove furono compiuti su di lui esperimenti medici per il vaiolo) morĂŹ nella sua cittĂ natale nel 1982. Successivamente si

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Roberto Mandel.

cimentarono Schmerke Kaczerginski, Guido Fackler Ulrike Migdal, David Bloch, Elena Makarova e altri.


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MILANO. Quando la Seconda guerra mondiale stava ormai volgendo al termine, finì a San Vittore un giovane partigiano che sarebbe diventato un grande intellettuale: Gabriele Mandel Khân. A quel tempo faceva musica, in carcere ne compose. Oggi, a 84 anni, khalyfa (Vicario generale) della Confraternita Sufi Jerrahi-Halveti in Italia, ha realizzato una magistrale traduzione del Corano per De Agostini (posta sotto l’alto patronato dell’UNESCO) nonché le versioni italiana e giapponese del Mathnawì, opera (50mila versi) del poeta, teologo e mistico persiano Jalàl àlDìn Rùmì, fondatore della celebre confraternita dei «dervisci roteanti». Mandel ha scritto libri per le maggiori editrici non soltanto italiane; è pittore e ceramista (tra gli spazi ospiti, la Biennale di Venezia, nel ‘50, e a Istanbul il Palazzo Dolmabahce, primo Museo di Stato turco); psicoanalista (ha fatto l’analisi didattica con Musatti), già docente universitario sia di Storia dell’Arte sia di Psicologia clinica, oggi professore onorario, all’Accademia di Brera, di Arti islamica, giapponese e cinese. Anche la sua storia familiare è abbastanza straordinaria. Madre ebrea: Carlotta Rimini, poetessa e scrittrice di origini veneziane, cugina di Rav Richetti, Rabbino capo di Venezia, uno degli intellettuali ebrei più eminenti oggi. Padre musulmano, Yusuf Roberto, di origini turcoafghane: giornalista (cancellato dall’Ordine durante il ventennio); autore di un centinaio di libri fra cui «La guerra aerea (1931 e seguenti)» dedicato all’amico Gianni Caproni, costruttore di aerei anche di guerra; grande invalido della Prima guerra mondiale nella quale era stato addetto al Comando Supremo. È stato sepolto, con funerali di Stato a Napoli nel «Recinto degli uomini illustri». La nonna paterna di Gabriele Mandel, Vittoria Forneris de’ Castelnuovo de’ Luca Cinque contessa Sugana nobile di Treviso era nipote di Vittorio Emanuele II e della seconda moglie, Rosa Mirafiori di Fontanafredda; il nonno Yusuf Emile, principe di Hetimandel, era figlio del principe Yusuf Lorenz, barone di Koszeg, ambasciatore dell’Impero Austroungarico e marito di una principessa Corsini. Come il padre, al momento dell’arresto Gabriele era partigiano (due Medaglie d’Argento) in forza alla Brigata Algeria. Cosa successe? «Nell’inverno ‘44-45, mia madre fu arrestata dalla polizia fascista a Sondrio (per una delazione, mentre ci preparavamo a trasferirla clandestinamente in Svizzera) e portata a Milano per essere consegnata ai tedeschi. Mio padre e io riuscimmo, con l’aiuto di altri partigiani, a liberarla perché avevamo, grazie a nostri contatti, individuato dove la consegna avrebbe avuto luogo. Ma il 26 febbraio del 1945 fummo, a distanza di poche ore, entrambi arrestati da Koch, obescht leutenant delle SS a Milano (io ero in compagnia di mia madre, ma le feci cenno di allontanarsi e lei riuscì a fuggire). Koch mi portò al comando SS, all’Albergo Regina, mi interrogò, mi torturò (quattro denti e una costola rotti), poi mi associò a San Vittore, quinto raggio, cella numero 8, matricola 2007. Nel firmare il registro d’ingresso vidi che alla matricola precedente c’era mio padre». Era fresco di studi di Conservatorio, allora. «Avevo appena conseguito il diploma di violino (armonia con Arrigo Pedrollo, al Cannetti di Vicenza) e incominciavo la specializzazione in flauto con Gastone Tassinari. Durante la detenzione composi canzoni, ballate; testi tratti da mie poesie, delle quali avevo già pubblicato due libri. Roba romanticheggiante, da ragazzo del tempo. Qualche frammento l’ho in magazzino in una delle duecento scatole di vecchi scritti, documenti e ricordi, ma…trovare significa dedicarci almeno un mese». Una sua giornata-tipo in prigione? Noia continua, solitudine. Sgraffivo sulle pareti disegni, poesie e pezzi musicali. Su foglietti di cartaccia marroncino passatimi da don Bicchierai che veniva ogni tanto a trovare noi prigionieri nei due raggi nazisti, facevo disegni copiandomi le mani e i piedi, scrivevo poesie (una Ballata alla Germania che pubblicai un anno dopo la Liberazione) e brani musicali. Poi avevamo un’ora d’aria, in cunicoli ben separati, dove trovai dei sassolini che portai in cella e con i quali giocai a boccette. Cos’era la musica, in prigione? E cosa voleva dire comporre musica in quelle condizioni? «Assolutamente non c’era nulla. Nessuna comunicazione. Nessuna possibilità di scambiare la benché minima parola. Isolamento assoluto». Quando foste liberati? «Una ventina di giorni dopo il nostro arrivo a San Vittore scoppiò il tifo, la quarantena ci impedì di essere deportati in Germania. Poi fu la Liberazione, il 25 aprile. Fummo fortunati. Non così per quattordici parenti di mia madre, tutti finiti in Germania, nei forni crematori. Deportati a Buchenwald anche la mia fidanzata di allora, Ida Marcheria, di Trieste, mio zio l’architetto Alessandro Rimini, e molti amici carissimi, come i Nunes Vais di Venezia».

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STORIA

La loro attenzione fu attirata soprattutto da Theresienstadt, una ex città militare, abbandonata nel 1918, nelle cui galere morì Gavrilov Princip, l’assassino dell’arciduca d’Austria. Durante la guerra, Theresienstadt fu scelta da Reinard Heydrich e Adolf Eichmann quale Campo di transito per la deportazione di ebrei; costruita per 7 000 persone, giunse a ospitarne fino a 6 000. Fra loro, veterani e invalidi di guerra che avevano combattuto nell’esercito prussiano durante il primo conflitto mondiale, intellettuali e artisti provenienti da Praga, Brno e Vienna. Non a caso in questo Campo la creatività dei deportati raggiunse punte massime. Pochi riferimenti valgano per tutti: l’opera per bambini Brundibàr, che Hans Kràsa (ucciso ad Auschwitz nel 1944) scrisse su

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Il carcere di San Vittore a Milano.

libretto di Adolf Hoffmeister, tuttora rappresentata in teatri di tutto il mondo; l’opera «Der Kaiser» von Atlantis (Imperatore di Atlantide, fitta di allusioni a Hitler) di Viktor Ullmann, già allievo di Schoenberg; l’opera «I 3 Capelli del vecchio Saggio» di Rudolf Karel; la Sonata per pianoforte e il Trio per archi di Gideon Klein; i 4 Lieder su testi di poemi cinesi di Pavel Haas (morto ad Auschwitz) messi in musica su richiesta del cantante Karel Barman. Il livello della produzione di Theresienstadt finì tuttavia con il mettere in ombra il corpus musicale prodotto in altri Lager. Di nuovo, pochi riferimenti per tutti: a Bergen-Belsen i Canti religiosi in lingua


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ebraica di Josef Pinkhof; il poderoso Quaderno musicale di Auschwitz e Buchenwald scritto da Jozef Kropinski; gli inni religiosi dei detenuti cattolici polacchi del Campo rumeno di Targoviste; gli Argentinska Tango per pianoforte realizzati da Z. Strjiecky a Bonn-Duisdorf; il Canto dei prigionieri italiani composto nello Stalag II B 313 presso Hammerstein dal tenente Lugli; le opere che Vaclav Kapral scrisse nel campo di Svatoborice; le trascrizioni per coro femminile che alcune prigioniere olandesi nei Lager giapponesi di Sumatra fecero di famosi brani classici, come Bolero di Ravel (si può ascoltare nel film «Paradise Road»); le musiche dell’ufficiale italiano Berto Boccosi, un autentico artista finora sconosciuto, composte nel Campo francese di Saida (Algeria); i Canti dei Sinti e dei Rom; i Canti dei comunisti internati a Dachau; le Canzoni (una in dialetto milanese, «Lontan de ti Milan») dei soldati e ufficiali italiani deportati nello Stalag 328 presso la città polacca di Leopoli (oggi in Ucraina); i Songs che il colonnello pilota Edmund J. Lilly, detenuto nei Campi giapponesi di Cina, realizzò nell’agosto 1945 (finita a maggio in Europa, la guerra infatti proseguì per molte settimane nell’Estremo Oriente e nel Pacifico). Senza dimenticare Giovannino Guare-schi, l’autore di Peppone e Don Camillo: internato dai tedeschi a Beniaminow e Sandbostel, dal 1943 al 1945, scrisse i testi delle canzoni «Carlotta» e «Magri ma Sani», su musiche di Arturo Coppola, anche lui prigioniero. Impossibile non citare, poi, il celebre «Quatuor pour la fin du temps» che, creato da Oliver Messiaen nello Stalag VIII di Görlitz, in Slesia, è da decenni entrato nel repertorio concertistico internazionale. Assistente ospedaliero dell’esercito francese, Messiaen venne arrestato nel 1940.

Nel Quatuor, violino, clarinetto, violoncello e pianoforte non suonano mai alcune note, perché a Görlitz mancavano le relative chiavette e le corde sugli strumenti. Nei CD ci sono anche le musiche degli Emigré (composte da cittadini tedeschi o austriaci che, esuli politici in Gran Bretagna all’indomani delle Leggi di Norimberga, furono all’inizio della guerra internati in quanto persone formalmente appartenenti a uno Stato belligerante) e le opere realizzate su ordine delle autorità militari tedesche. Tra esse, l’oltraggiosa canzone «Unterscharführer» del tedesco in servizio a Treblinka Franz Suchomel (la si può ascoltare nel film documentario «Shoah» di Claude Lanzmann). Obbligare i deportati a comporre pezzi da eseguire presso determinati circoli Ufficiali, o da intonare dopo l’appello e al ritorno dai lavori forzati, era vessazione frequente. Così nacquero anche opere di grande livello come Moorsoldaten di Rudy Goguel deportato a Börgemoor (brano tradotto ed eseguito anche in altri Lager, seguendo i trasferimenti dei detenuti), il Buchenwalder Lagerlied di Hermann Leopoldi (che il Kapò Fritz Grübau attribuì a se stesso) e le 3 Polonaises Varsoviennes arrangiate da Szimon Laks e scritte su ordine di un Kapò ad Auschwitz. Francesco Lotoro ricorda che, per la maggior parte, gli autori delle musiche dei Lager erano «pienamente inseriti nel rispettivo tessuto artistico-musicale precedente allo scoppio della guerra. Nomi che oggi sarebbero famosi. La guerra non frena il linguaggio musicale, anzi lo accelera; c’è un’urgenza del tempo che a noi sfugge, che esaspera da un punto di vista qualitativo e quantitativo».

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LA BATTAGLIA DI CAPRI del Ten. Col. Gennaro SCOTTO DI SANTOLO in servizio presso il Comando Divisione «ACQUI»

N

el mese di ottobre di quest’anno ricorre il secondo centenario di una battaglia poco nota ai più. Essa fu condotta dalle truppe franconapoletane di Gioacchino Murat contro le truppe inglesi, agli ordini del Tenente Colonnello Lowe, che erano sull’isola di Capri, proprio per la conquista di quest’ultima. Il successo dei Francesi, l’ardita condotta dell’operazione, il successivo risvolto politico-strategico, ebbe all’epoca ampia eco nel mondo e l’evento venne ricordato finanche sull’Arc de

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L’isola di Capri.

Triomphe, in Place de l’Etoile a Parigi, arrivando quindi ad equiparare quella di Capri alle più importanti vittorie napoleoniche. La battaglia, diretta dallo stesso Murat, durò dal 4 al 17 ottobre. La firma della resa inglese da parte di Sir Hudson Lowe avvenne a Massa Lubrense, presso la Villa del possidente napoletano Andrea Rossi, in località Annunziata, nella quale il Re era ospite fin dalla sera


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del giorno 12. Una lapide marmorea collocata nel 1928 sulla facciata principale dell’edificio ne sintetizza efficacemente l’impresa: «Da questa casa Gioacchino Murat nell’ottobre del MDCCCVIII seguiva e invigilava la gesta ardimentosa di soldati francesi e napoletani che strapparono Capri al nemico e qui dettava i patti della resa illustrando con quella vittoria la sua ascesa al trono di Napoli. Massa Lubrense dalla chiostra dei suoi colli testimone dell’evento pone questo ricordo MCMXXVIII A.VI».

Il Generale Lamarque.

Quei giorni di guerra del 1808 in cui si affrontarono gli Inglesi occupatori e l’Esercito espugnatore franco-napoletano di Gioacchino Murat (che, per tale motivo, venne poi consacrato «Grande Ammiraglio della flotta francese», ancorché non di elevato sforzo operativo), ebbero un ampio risvolto letterario e la condotta dell’intera operazione fa sì che essa possa ascriversi tra i primi esempi

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di attacco dal mare, anfibio. Alcune note storiche, relative a detto importante evento, risalgono già al 23 febbraio 1806 quando Ferdinando I, Re delle due Sicilie, incalzato dalle truppe napoleoniche che occupano Napoli, guidate dal Generale Massena, riparava a Palermo. Il 15 marzo 1806 Napoleone Bonaparte nominò suo fratello maggiore, Giuseppe, Re di Napoli. Capri rientrava fra i territori conquistati, nella piena disponibilità del re di Napoli e quindi dell’Imperatore, ma, già nel maggio dello stesso anno, una squadra navale inglese, al cui comando era l’Ammiraglio Sidney Smith, inviava sull’isola alcuni reparti i quali, dopo alcune scaramucce contro i 200 soldati francesi guidati dal Capitano francese Chervet, che stazionavano a presidio dell’isola dal 22 febbraio 1806, la conquistarono. Era l’11 maggio 1806. L’isola venne affidata a Hudson Lowe, irlandese, allora Tenente Colonnello dell’Esercito, che poi, paradossalmente, diverrà Sir e proprio Governatore dell’isola di Sant’Elena nel periodo in cui lo stesso Bonaparte trascorrerà il suo ultimo esilio, dal 16 ottobre 1815 al 5 maggio 1821. In proposito, proprio in relazione ai presunti cattivi rapporti tra i due durante l’esilio a Sant’Elena, si racconta che lo stesso Napoleone Bonaparte si rivolgesse al Governatore Lowe appellandolo con l’epiteto di «Eroe di Capri». Nonostante ripetuti tentativi condotti dallo stesso Giuseppe Bonaparte, gli Inglesi, guidati dal Tenente Colonnello Lowe, grazie anche ad una scarsa incisività del dispositivo d’attacco francese, riuscirono a tenere l’isola. Bisognò quindi attendere il 1808, quando, il 5 maggio, Murat accettò di diventare Re di Napoli. Il nuovo Re di Napoli era partico-

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larmente deciso a riportare l’isola sotto il controllo francese: la sua indole caparbia e spesso anche orgogliosa oltre misura lo guidava verso tale decisione. Erano proprio tali peculiarità caratteriali a renderlo simpatico all’imperatore Bonaparte, che gli diede in sposa la sorella Carolina. Il suo coraggio e lo sprezzo del pericolo, unitamente all’apparire ai più come uomo che si era fatto da solo, partendo da un’umile situazione familiare, lo rendevano un leader indiscusso. Fu proprio con la motivazione dei festeggiamenti da tenere per tale solennità che si procedette ad ammassare le truppe. Tra i preparativi rientrava anche il riarmamento della fregata «Cerere» e della corvetta «Fama», rispettivamente dotate di 40 e 30 cannoni e sottratte ai Borbone durante la Campagna d’Italia, e poi effettivamente impiegate per la spedizione sull’isola. Nel contempo, per cause non note, il Re Ferdinando I di Borbone, dalla Sicilia, ordinava il rientro delle navi e il loro ridispiegamento presso l’isola di Ponza. In tal modo Capri risultava sguarnita, non essendoci alcun naviglio da guerra inglese nell’area. Il 14 settembre, presumibilmente in relazione a precedenti attività informative condotte dagli inglesi, la guarnigione che stazionava sull’isola venne rinforzata mediante l’inserimento, nell’ambito del dispositivo a difesa dell’isola, del Reggimento Royal Malta, che si schierò ad Anacapri. Tale rinforzo consentiva di ridislocare tre compagnie di Corsican Rangers a Capri. Complessivamente, quindi, il dispositivo inglese si articolava su una forte componente terrestre ed una componente navale. La prima su 2 reggimenti, «Royal Corsican Rangers», 700 uomini, articolato su dieci compagnie di cui sette


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a Capri e tre ad Anacapri, e «Royal Malta», reparto molto difficile, di dubbia disciplina e capacità di combattimento, al comando del Maggiore John Hamill, 700 uomini, su dieci compagnie, tutti nell’area di Anacapri; la componente navale, invece, sensibilmente più leggera, era costituita dalla fregata Ambuscade, normalmente gormeggiata nei pressi dell’isola, eventualmente rinforzata da una squadra navale borbonica costituita da alcune cannoniere e alcune navi corsare di stanza a Ponza. La componente di terra era dislocata a macchie di leopardo sull’isola. Di seguito si riportano le dislocazioni: il reggimento Royal Corsican Rangers era dislocato alla Marina Grande (tre compagnie), a Capri (tre compagnie considerate quale riserva del dispositivo), alla collina del castello (una compagnia), presso la Grotta di Forca tra Tragara e Mulo (una compagnia), presso la Punta di Tragara (una compagnia) e presso la collina di Tragara (una compagnia anch’essa riserva del dispositivo); il reggimento Royal Malta era dislocato su Capodimonte (una compagnia), tra il Limbo e punta Campetiello (tre compagnie), tra Damecuta e Gradola (due compagnie), ad Anacapri (due compagnie) e presso Palazzo a Mare (due compagnie). Complessivamente Capri era difesa, considerando quindi la totalità degli assetti terrestri e navali, da circa 1800 uomini, cui si affiancavano forze irregolari pro inglesi e un nucleo di volontari capresi di cui si persero le tracce all’atto dello scontro. Il giorno antecedente la partenza del contingente franco-napoletano, il 3 ottobre, Pietro Colletta, aiutante di campo del Re Murat e consigliere di stato del Regno di Napoli, condusse una ricogni-

zione intorno all’isola al termine della quale suggerì al Re di tentare l’approdo su tre punti - Marina Grande, Mulo e Cala di Limbo - per poi sbarcare a Cala di Limbo (punta Carena). La partenza, dai porti di Pozzuoli, Napoli, Castellammare e Salerno per la D. Montserrat, avvenne nel corso della notte del 4 ottobre. Il convoglio franconapoletano contava 60 navi da trasporto, cui si aggiungevano, come scorta, una fregata, una corvetta, 26 cannoniere e 10 piccole paranze (naviglio leggero) armate. Il Comando dell’intera operazione venne affidato al Barone Lamarque, all’epoca trentottenne, Generale di Divisione dell’Armata di Napoli e Capo di Stato Maggiore franco-napoletano. Anch’egli, leader indiscusso fra i suoi, credeva molto nell’autonomia decisionale del Comandante sul campo. Di provata esperienza, aveva già operato brillantemente in Spagna, in Portogallo e in Italia (assedio di Gaeta ed altre operazioni militari in Basilicata e Calabria). Lo stesso Barone, unitamente al suo Stato Maggiore ed al Comando della Div. Destres si imbarcò sulla fregata «Cerere». Il dispositivo francese era articolato su 3 Divisioni: la 1a Divisione Generale Destres, aveva il compito di sbarcare ad Orrico e di effettuare lo sforzo principale (essa era a sua volta costituita da reparti di elite tra cui la Guardia Reale ed il reggimento Real Corso, per un totale di 938 uomini, comandati dall’Aiutante Comandante Jean Thomas); la 2a Divisione (480 uomini al comando dell’Aiutante Generale Francois Chevardes), aveva il compito di effettuare uno sforzo secondario, attaccando Marina Grande; la 3a Divisione, (540 uomini agli ordini del Generale Pierre

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Montserrat), con il compito di effettuare un attacco diversivo (deception), su Marina Piccola. Il dispositivo francese comprendeva anche volteggiatori (leggeri e veloci), granatieri e carabinieri (personale particolarmente capace e preciso nel tiro con la carabina). Le tre Divisioni comprendevano nell’insieme 4 reggimenti francesi di fanteria di linea, 5 reggimenti stranieri (Italiano, Real Corso, Real Africano, Isemborg, Svizzero) e 2 reggimenti napoletani, per un totale complessivo di 1 974 uomini che, in seguito ad ulteriori rinforzi, arriveranno nei momenti più intensi dei combattimenti e nell’immediato precedente la firma dell’armistizio a 2 363. I Comandanti erano tutti francesi, di provata esperienza. Comunque, all’interno dei Comandi ai diversi livelli ordinativi, operava anche personale italiano, quale, a solo titolo di esempio, Il Generale Pignatelli Strongoli, il Colonnello Arcovito ed il Tenente Colonnello Colletta. Il grosso dei reparti partì da Napoli; altri porti furono quelli di Salerno, Pozzuoli e Castellammare di Stabia. Il dispositivo navale, con l’ordine di scortare e trasportare gli Ufficiali e le truppe, era agli ordini del Capitano di Fregata Bausan, di Gaeta; a capo delle navi cannoniere era il Capitano di Fregata Correale, di Salerno. La navigazione, specie a causa del mare agitato, non fu semplice e fu costretta a una serie di rallentamenti per riordinare il dispositivo. Intorno alle 11.00 del 4 ottobre, comunque, le

A sinistra: la statua di Gioacchino Murat, posta sulla facciata di Palazzo Reale di Napoli.

Divisioni erano di fronte l’isola. In particolare la D. Destres e la D. Chevardes di fronte a Marina Grande, mentre la D. Montserrat di fronte a Punta del Capo. Alle 14.00 della stessa giornata iniziò l’attacco. Lo sbarco, ad Anacapri, sotto la supervisione del Generale Lamarque, doveva avvenire ad opera di un’avanguardia di circa ottanta uomini, tratti dai reggimenti Real Corso e dalla Guardia Reale, guidati dall’Aiutante Comandante Thomas, all’epoca dei fatti trentottenne, Capo di Stato Maggiore e valoroso combattente, pluridecorato ed insignito di numerosi riconoscimenti. La scelta di destinare al primo attacco uomini tratti dal reggimento Corso è legata essenzialmente al fatto che si cercava di evitare lo scontro mettendo di fronte unità nemiche tra loro ma di estrazione geografica comune. Tale idea, poi, pur se non vincente di per sé, apparve essere comunque essenziale per gli esiti dei primi scontri. Il Tenente Colonnello Lowe era stato preventivamente informato da una spia, di stanza a Napoli, per il tramite di una barca che da Napoli regolarmente si recava a Capri per servizi postali. In tal senso alcuni scritti riportano addirittura la probabilità che la stessa barca abbia portato il proclama che l’allora Ministro della Guerra del Regno di Napoli, Saliceti, indirizzava agli Inglesi: «Soldati, l’espulsione del nemico da Capri è decisa: il vostro valore può pertanto ritardarla per un momento. Impedirla mai! - Corsi! I vostri compatrioti saranno i primi a scendere sulla terra che voi difendete. Essi hanno domandato questo posto d’onore, più nella fiducia di abbracciare i loro fratelli che con l’intendimento di combatterli. Essi sono stati incaricati di offrirvi in

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questo proclama, più che il perdono, l’oblio del passato. Il Re ha pensato che non potrebbe mandarvi questo dono a mezzo di mani più care. Ogni projetto che sarà tirato da voi farà versare il sangue di un parente o di un amico, ma, qualunque possa essere la vostra condotta, i vostri nomi sono già tutti individualmente noti. Non avreste mai più alcuna speranza di rivedere la vostra patria ed i vostri amici se l’occasione presente andasse perduta. Chiunque tra voi desideri entrare al servizio di S.M. conserverà il grado ora posseduto e tutto quanto in questa circostanza mostrerà di meritare sarà in appresso premiato con promozioni e distinzioni d’onore. Fto il Ministro della Guerra: Saliceti». Proprio sulla base di tali notizie, lo stesso Lowe aveva disposto per un raddoppio del personale ai posti di guardia ed un servizio di pattugliamento sul mare rivolto a tale scopo. In particolare all’atto dell’avvistamento del nemico, le barche in pattuglia avrebbero dovuto sparare dei colpi per lanciare l’allarme al personale di stanza nell’isola, per poi veleggiare verso Ponza, Messina e Palermo e richiamare rinforzi. Non è noto se tale organizzazione sul mare funzionò; comunque alle prime luci dell’alba del giorno 4 ottobre, dalla costa caprese, venne avvistato il contingente franco-napoletano dalle truppe dei Royal Malta. Il Maggiore Hamill, Comandante dei Royal Malta, pensando che l’attacco sarebbe stato condotto da Marina Grande, decise di inviare quattro compagnie in rinforzo al Tenente Colonnello Lowe che, però, le rifiutò, disponendo per un rientro immediato. Tale gesto rallentò inevitabilmente l’assunzione del dispositivo difensivo,

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creò disordine, confusione e scompaginò lo schieramento. Il Generale Lamarque, intanto, decise di fare una ricognizione per verificare la possibilità di uno sbarco a Cala di Limbo. Gli esiti gli suggerirono di scegliere una località differente, il terrapieno di Orrico, che tra l’altro offriva un ottimo appiglio tattico per la copertura naturale dal fuoco inglese. Ciò inoltre consentì allo stesso Generale di sottrarre le sue forze ad un meccanismo difensivo predisposto dagli Inglesi che, partendo dalla zona della Guardia, fino al Tombosiello, prevedeva di investire l’aggressore, costretto a seguire un percorso obbligato, con pietre e sassi. In ciò lo stesso Generale, assumendosene piena responsabilità, agì in modo parzialmente differente da quanto disposto dal Murat (secondo cui lo sbarco doveva avvenire a Cala di Limbo, oppure a Marina Grande, e solo in ultima istanza ove possibile). Nel pomeriggio, il Generale Lamarque dispose per lanciare all’attacco da Orrico la Divisione Destres senza aspettare l’arrivo delle altre. Nel tardo pomeriggio della stessa giornata il drappo francese sventolava su Orrico e a mandate successive il numero dei francesi aumentava progressivamente, rallentato, raramente, da sporadici ma intensi combattimenti che però non coinvolsero mai l’intero contingente. In ciò, si presume, fu importante la scelta di destinare il primo attacco al personale del reggimento Real Corso. Alle 18.00 le Divisioni Montserrat e Chavardes, lasciarono Tragara, Punta del Capo e Marina Grande, dove avevano ormeggiato e si diressero verso Anacapri a sostegno della manovra della Divisione Destres.


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È solo a questo punto che agli Inglesi apparve chiara la manovra francese. Subito da Punta Carena e da Anacapri soldati del Royal Malta, unitamente a due pezzi di artiglieria, si spostarono verso Orrico. Lo schieramento inglese risultava comunque arretrato rispetto alla costa; conseguentemente lo sbarco francese poteva continuare senza grosse turbative. L’intera area di Orrico, e più in generale Anacapri, era meno difesa rispetto a Capri. Le stesse postazioni di artiglieria ivi presenti erano poche e di corta gittata. Ciò era legato ad un errore di valutazione inglese che riteneva possibile uno sbarco nemico solo in prossimità di Marina Grande o, in subordine, Marina Piccola. Conseguentemente l’intera difesa dell’isola era fondata su un errore di calcolo strategico che poi si rivelerà

Tratto della scala Fenicia che collega Palazzo a Mare con Capodimonte. Oggi, dopo vari restauri, è ancora percorribile.

fatale agli Inglesi. Il Reggimento dei Malta retrocesse e la progressiva conquista di terreno da parte dei Francesi comportava un numero sempre maggiore di prigionieri inglesi. Vennero subito fatti prigionieri circa 350 soldati del Royal Malta. I Corsican Rangers, inviati in rinforzo (2 compagnie), giunsero troppo tardi e furono costretti a ripiegare verso Capri. Il giorno seguente (5 ottobre) il Generale Lamarque inviò il suo Aiutante di Campo per negoziare la resa dei circa 300 soldati del Royal Malta che si erano asserragliati sulla montagna di Cetrella e solo sotto promessa di concessione degli onori delle armi ne ebbe ragione.

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Alle 10.00 del 5 ottobre venne sancita la resa del reggimento Royal Malta alle forze francesi. Determinante, ai fini della vittoria francese sul reggimento Royal Malta, fu la morte del Maggiore Hamill, suo Comandante, che cadde in combattimento per opera del volteggiatore Loreto Antico, un abruzzese del 1° leggero napoletano, che per tre volte gli aveva intimato la resa e contro cui, invece, l’Ufficiale si era scagliato con la propria sciabola. Evento riportato dalla tradizione popolare è il fatto che, prima della resa, l’alfiere Perry, dei Royal Malta, si offrì di recarsi ad Anacapri per ritirare dall’alloggio del Maggiore Hamill la bandiera del reggimento. Insieme con due Sottufficiali riuscì nell’impresa semplicemente bruciando l’asta e nascondendo il drappo, tagliato a pezzi, sotto gli abiti. Alcuni giorni dopo i tre, venuti a sapere che gli ufficiali francesi erano alla ricerca del drappo inglese, dopo essersi consultati, decisero di bruciarlo anziché consegnarlo al nemico. Un’altra tradizione narra invece che il drappo venne bruciato a Napoli dopo esservi stato trasportato cucito sotto le vesti delle mogli di alcuni Ufficiali che seguivano i consorti nella prigionia. Completato lo sbarco, sul ciglio del monte Cetrella vennero messi in batteria due pezzi da montagna e due mortai che iniziarono a colpire la sottostante Capri, mentre il Lowe, Comandante dei Corsican Rangers, asserragliato all’interno delle mura della città, disponeva per lo spostamento dei civili sulle alture di Moneta. Il 6 ottobre i franco-napoletani avevaA sinistra: Il Tenente Colonnello Hudson Lowe.

no occupato tutta la parte bassa del’isola e si erano attestati lungo tre allineamenti: una 1a linea, prossima a Capri, (a tiro corto di fucile), presidiata dal reggimento Real Corso Napoletano; una 2a linea a protezione della scala fenicia e una 3a linea lungo gli approdi e su Campo di Pisco. Il Generale Lamarque, contrariamente ai suggerimenti del Colletta che lo invitava ad aprire una breccia nelle mura della cittadina, decideva di porre sotto assedio Capri. L’8 ottobre la flotta anglo borbonica, comandata dal Capitano di fregata Giuseppe Valguarnera, avvicinò l’isola ed iniziò a bombardare l’approdo di Palazzo a mare, mentre due fregate inglesi prendevano contatto con gli assediati tramite l’approdo di Tragara, ancora nella piena disponibilità inglese. Si verificava quindi quanto temuto dal Colletta: gli assedianti divenivano assediati. Ciononostante, l’azione inglese non apparve particolarmente incisiva e gli stessi francesi riuscirono a riorganizzarsi e a schierare due batterie da breccia in Contrada Aiano. Il 9 ottobre, le condizioni meteorologiche e quelle del mare peggiorarono sensibilmente e la flotta inglese dovette allontanarsi dall’isola. Tra il 10 e il 12 ottobre le operazioni militari non videro alcunché di significativo e furono caratterizzate da rare scaramucce tra gli schieramenti contrapposti. In tale situazione, probabilmente temendo un possibile stallo, del tutto sfavorevole agli attaccanti, il Re di Napoli decideva di trasferirsi a Massa Lubrense, precisamente a Punta Campanella, al fine di essere il più vicino possibile alla zona di operazioni. Il 13 pomeriggio, nuovamente, la flot-

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ta inglese si riposizionò al largo dell’isola pronta a riprendere il cannoneggiamento. Le navi incrociarono al largo un convoglio logistico franco-napoletano di circa 60 navi, partito da Massalubrense. Nonostante un intenso fuoco lo stesso convoglio riuscì a compiere la propria missione. Il 15 ottobre riprendeva il fuoco incrociato. Le batterie di Artiglieria, sotto la guida dei Capitani Pillon e Pron, iniziarono una violenta azione di fuoco. Dal momento che le palle di cannone delle batterie di breccia, da 12, passavano il muro senza danneggiarlo, venne decisa una riduzione nel quantitativo della polvere da sparo (la carica di lancio). Gli effetti si cominciarono a vedere nel pomeriggio e, alle 17.00 venne dato ordine di preparare due colonne d’assalto con scale agli ordini di Destres e Pignatelli. L’ordine venne poi sospeso e si aprirono le trattative che, sembra, erano state richieste proprio dagli inglesi. Il giorno 16 ottobre, alle 7 di mattina, in una casa tra Capri e Anacapri, sotto le alture di quest’ultima, il Tenente Colonnello Lowe incontrava il Generale Lamarque. La discussione sulla resa non sembra sia stata semplice. Il Colonnello inglese, infatti, era fermo sulle sue posizioni e approfittò della condiscendenza del Generale francese per avanzare richieste di difficile accoglimento: ciò anche al fine di guadagnare tempo prezioso per le forze navali inglesi presenti nell’area che avrebbero avuto possibilità di manovra a causa della sospensione delle ostilità per le trattative in corso. Inoltre risultava in navigazione un altro contingente inglese composto da molte navi da guerra e che trasportava anche il reggimento Watteville. Ciononostante, il 17 otto-

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bre, alle 8 del mattino, il Generale Lamarque notificava al Tenente Colonnello Lowe che il Re Murat aveva approvato i termini della resa, come concordata tra i due Comandanti sul campo. Il 22 ottobre le truppe inglesi, a bordo delle navi provenienti dalla Sicilia, lasciavano Capri ed il 24 dello stesso mese giungevano a Milazzo. L’intera operazione era costata agli inglesi 20 morti, 36 feriti e 750 tra prigionieri, dispersi e disertori; ai franco-napoletani, circa 300 uomini tra morti e feriti. In conclusione, alcune riflessioni: la presenza di un contingente militare inglese, peraltro poco rilevante in termini numerici, non spiega la necessità francese di condurre un’operazione in grande stile pur di riprendere il controllo dell’isola. Eppure ciò avvenne. Un’attenta analisi geopolitica rivela che, contrariamente a quanto affermato da molti, la stessa isola poteva essere presa semplicemente chiudendola ai traffici con la flotta inglese, forte nel Mediterraneo ma sicuramente poco incline a rischiare battaglie e conseguenti perdite contro la flotta francese, pur se più debole, per una semplice isola. Certo, forse ha pesato anche la filosofia di impiego delle forze dell’epoca secondo cui il territorio si intendeva conquistato solo a seguito di combattimenti e non semplicemente per fame dei suoi occupanti. La spiegazione dunque può risalire al fatto che la presenza inglese su un’isola posta di fronte a Napoli, che all’epoca dell’evento poteva pienamente considerarsi la capitale del sud dell’Impero francese e tranquillamente gareggiare con Parigi in quanto a maestosità e fama internazionale, rappresentasse uno


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smacco per lo stesso imperatore Napoleone. Smacco ancor maggiore se si pensa che più volte, dallo stesso mese di marzo del 1806, i Francesi guidati da Giuseppe Bonaparte avevano inutilmente cercato di riprendere il controllo dell’isola. In tale quadro è proprio alla figura di Gioacchino Murat che si deve la pianificazione dell’operazione. Il Re di Napoli, infatti, animato dalla sua indole orgogliosa, voleva dimostrare all’Imperatore di riuscire laddove il suo stesso fratello maggiore aveva fallito. Le motivazioni, quindi, non erano strategiche, ma sicuramente personali (di Gioacchino Murat) oltreché, naturalmente, politiche. È comunque doveroso rimarcare il temerario coraggio con il quale le truppe franco-napoletane condussero l’operazione, essenzialmente nelle fasi iniziali, fino al contatto con i Royal Malta. In seguito si arrivò quasi ad una battaglia di trincea, in cui trascorsero 10 giorni di fronte ad un semplice muro che difende la cittadina di Capri. La presunzione di un sostegno logistico francese poco efficace giustificherebbe tale rallentamento ma evidenzierebbe una grave lacuna nella fase di pianificazione, poco comprensibile se messa in relazione con la dimensione che gli stessi francesi vollero dare all’operazione. Le motivazioni di tale rallentamento possono essere riconducibili, forse, ad una serie di incontri tra le parti, noti alla tradizione popolare locale ma mai confermati dalle cronache ufficiali. In tal senso si spiegherebbe anche l’atteggiamento della Marina inglese nel mediterraneo, offensivo ma mai incisivo. Ciò che inoltre deve far riflettere è l’impiego di personale Corso contro personale proveniente dalla stessa

regione, con il fine ultimo di scoraggiarne un’azione difensiva altamente cinetica. Tale scelta operativa è poi anche trattata nello stesso Proclama a firma del Saliceti, laddove invita i Corsi a non attaccare i loro stessi fratelli e si spinge anche oltre dicendo di essere a conoscenza dei loro nomi, il che avrebbe resa la vita difficile a coloro che, incuranti dei natali, avessero deciso comunque di tenere fede al giuramento militare. In stretta sintesi, si potrebbe parlare di un embrione di operazione psicologica, che difficilmente si penserebbe di trovare in epoche belliche così lontane dalle attuali. Pur prescindendo comunque da un’analisi di difficile concretezza, data la scarsità di documenti scritti, ciò che appare significativa, nell’intera operazione, è la capacità del Generale Lamarque di gestire la situazione contingente. L’ampia autonomia decisionale del Comandante di un campo, evidenziatasi nella scelta del luogo di approdo diverso da quello pianificato, anche in questa battaglia, dimostra la necessità, durante gli eventi bellici, di autonomia decisionale per i Comandanti sul terreno. Solo ad essi, infatti, può apparire chiara la situazione, cioè l’insieme degli elementi che configurano la realtà operativa. Oggi le caratteristiche operative di impiego dello strumento militare sono sensibilmente diverse rispetto a quelle qui riportate, ma sicuramente, anche oggi, l’autonomia decisionale, nel rispetto degli ordini e delle superiori direttive, rappresenta uno strumento a disposizione del Comandante sul terreno per fronteggiare la fluidità, la dinamicità e l’indeterminatezza della situazione.

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ORTONA, DICEMBRE 1943 del Magg. Camillo DELLA NEBBIA in servizio presso SME

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io padre Tito aveva quasi 7 anni quando venne investito dal rombo degli aerei militari che bombardavano Ortona e le campagne del circondario. I tedeschi, che presidiavano il territorio da qualche mese in attesa dello scontro qualora la linea Gustav non avesse retto all’urto degli Alleati sul fiume Sangro, stavano facendo razzie e cacciando i civili dalle loro case. Correva l’anno 1943 ed Ortona stava per entrare prepotentemente nei libri di storia di tutto il mondo.

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Gli ortonesi sfollati rientrano nella città liberata dopo il 28 dicembre 1943.

Questa è la testimonianza di un bambino che visse indirettamente la guerra, perché costretto dagli eventi allo sfollamento e alla ricerca di un posto dove trovare un po’ di pace e forse qualcosa da mangiare. In quei momenti la cosa più importante era di sopravvivere all’inferno di una guerra combattuta «face to face», casa per casa, nelle vie e stradine di Ortona.


Rassegna dell’Esercito n. 6/2008

IL RACCONTO Dai miei genitori seppi che c’era la guerra a quel tempo. Loro mi raccontavano e parlavano con i parenti e i amici di una guerra tra tedeschi e Italiani scoppiata dopo l’8 settembre. Proprio il giorno dopo, il 9 settembre, dal porto di Ortona il Re Vittorio Emanuele III scappava con la sua famiglia a bordo del «Baionetta», salpato dal porto di Pescara e diretto a Bari, dopo aver trascorso la notte nel castello di Crecchio, un piccolo paesino delle colline chietine a circa 15 km dal mare. Abitavamo a Colombo, una piccola frazione di Ortona, a 5 km dal Lido Riccio. Il nome della contrada è da attribuire al nome del mio bisnonno, appunto Colom-

Monumento del soldato canadese in Piazza Plebiscito ad Ortona.

bo, figlio di Leone della Nebbia, che qui fu il primo ad arrivare nel 1877, a costruire la prima casa e a coltivare i terreni intorno, ceduti dalle Ferrovie dello Stato a Colombo, come premio di liquidazione dopo una vita trascorsa sui binari come casellante. A settembre del 1943, per la prima volta, vidi i soldati tedeschi arrivare con una camionetta e fermarsi intorno alle nostre case, forse erano in esplorazione, o avevano intenzioni più bellicose, ma ricordo che si muovevano con fare minaccioso e superbo: rimasi impressionato quando uno di loro sparò con la

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STORIA

pistola a un cane prima di risalire sul mezzo e andare via insieme agli altri componenti. Stranamente nessuno dei miei familiari all’udire quel colpo sussultò, forse per via della tanta paura che correva nei loro cuori. Sicuramente i Tedeschi erano alla ricerca di rifornimenti e di derrate alimentari che erano reperibili nei casolari delle campagne circostanti ad Ortona verso l’entroterra dove si stendevano distese di uliveti, vigneti a tendone e campi di grano. Nelle nostre cantine erano state accuratamente, come veniva sempre fatto da generazioni, accumulate e riposte, durante i periodi di raccolta, le provviste di grano per la farina, l’olio, il vino (il nostro Montepulciano o Trebbiano d’Abruzzo) e le conserve di frutta e verdura. In seguito i tedeschi tornarono più di una volta e la popolazione per la paura della carestia cominciò a scavare le grotte verso il fosso del «Mal Passaggio», un chilometro più in basso delle nostre case. In queste caverne si rimaneva per ore, a volte per giornate a seconda della durata dei bombardamenti aerei e dei tiri di artiglieria che arrivavano sui vigneti circostanti. Qui, venivano nascoste le provviste per evitare che cadessero nelle mani dei tedeschi, e ricordo le donne che sulle teste portavano delle grosse ceste di viveri e le conche di rame piene di acqua con le quali dissetare noi bambini e gli anziani. Nella casa abitavo con i miei tre fratelli, i miei genitori, gli zii Rocco e Marietta. Le prime bombe che sentii in zona, per

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L’attacco di Ortona (dal Museo della Battaglia).

intenderci vicino alla nostra casa, caddero alla fine di ottobre, mentre di novembre ancora ricordo i continui bombardamenti terrestri e gli aerei provenienti dalla zona di Pescara. Era l’8 dicembre quando con la mia famiglia e gli altri abitanti della zona lasciammo le nostre case e tutto il raccolto dell’anno, le botti di vino, il grano, l’olio e alcune galline che razzolavano liberamente nell’aia. Lasciammo le nostre case su un carro tirato da due buoi, mentre il cavallo ci fu sequestrato dai Tedeschi. Per 5 giorni sostammo nella contrada vicina, Civitarese, ospiti dello zio Cesare. Poi, a causa degli incessanti bombarda-


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menti, mio padre decise di spostarsi con la famiglia più a nord, verso la pineta di Pescara. Il viaggio a piedi durò un giorno. Giunti in prossimità del mare, in contrada Riccio, udimmo il sibilo di una granata, e subito dopo una scheggia impattare contro il cuscino del carro, sul quale sedeva mia zia. Fu miracolata quella volta e così proseguimmo a nord verso Pescara. Mi ricordo bene delle abbondanti piogge che cadevano in quel periodo nella pineta dannunziana, dove mangiavamo quello che c’era e ci dissetavamo con l’acqua piovana. Qui, un signore ci diede ospitalità; era proprietario di un casolare di due piani dove soggiornammo per una settimana, fino a quando i Tedeschi ci ordinarono di andare via anche da qui. Superato l’abitato di Pescara ci rifugiammo, dopo una mezza giornata di cammino, in contrada Romanelli di S. Stefano di Silvi (TE) per 20 giorni. Non ricordo la stanchezza nel camminare così tanto, forse perché ci avevo fatto l’abitudine. Qui trascorremmo il Natale, il primo Natale lontano da casa, ma non si trattava di una vacanza in montagna, c’era la guerra e tutti i giorni sentivamo gli scoppi che venivano da lontano, questa era la nostra quotidianità. Intorno alla metà di gennaio del 1944 ci trasferimmo ancora più nell’entroterra abruzzese per sfuggire al controllo dei Tedeschi, e arrivammo a S. Martino di Atri detto «I ferrettuni», dove trovammo ospitalità presso un’altra famiglia. Nonostante la miseria, trovammo solidarietà e tanta umanità in questa famiglia. L’unione rafforzava il nostro coraggio e l’ostinazione nel voler andare avanti nonostante i continui crampi allo stomaco per la fame.

Ricordo che ogni momento della giornata era buono per andare a chiedere a mia madre del pane ma spesso, poiché non c’era, lei mi guardava, mi dava una carezza e io contento mi allontanavo come se avessi ricevuto il giusto sollievo alimentare. Ricordo che in una stanza dormivamo a terra in 16 e mio padre dormiva sulla paglia delle vacche. Ricordo il freddo e la paura che comunque attraversava le nostre menti non più spensierate. Mi sentivo già quasi adulto, pronto a dare una mano ai «grandi» nei lavori di campagna e di casa. I nostri buoi, durante la nostra permanenza in questo luogo, furono macellati per procurarci il cibo per il sostentamento. Mio fratello Michele, un giorno di maggio, si arrampicò su un albero di ciliegio, ma il padrone lo prese e per punirlo gli prese la giacca. Fu necessario l’intervento di mio zio che chiese indietro la giacca al signore, perché altrimenti avrebbe patito il freddo durante la notte. Non avevamo le scarpe ma ricordo che mio padre ci fece gli zoccoli, con l’albero di fico, dal legno flessibile e leggero. A metà giugno passò un’autocolonna di mezzi alleati; quel passaggio fu salutato con applausi e gioia da noi sfollati. In quel momento capimmo che la guerra ad Ortona era finita e potevamo tornare alle nostre case, ai nostri terreni. Il giorno del nostro ritorno a casa vidi la desolazione provocata dalla guerra e capii tante altre cose. Capii soprattutto cosa avevamo evitato. La mia prima sensazione fu di forte sgomento, era tutto nuovo per me, perché non riconoscevo i luoghi dove ero nato. La casa era stata distrutta e non erano rimasti in piedi nemmeno i muri: c’era tanto ferro, tante schegge di granate spar-

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STORIA

Carro americano «Sherman» con un cannone da 75 mm con una capacità di penetrazione di una corazza da 70 mm a una distanza di 300 metri. Mitragliatrice da 12,7 mm sullo scafo e una brandeggiabile in torretta da 7,62 mm, con blindatura frontale e senza un’ulteriore protezione laterale.

se dovunque e tanti buchi nel terreno. Trovammo solo un grosso cumulo di macerie, il terreno circostante era tutto bruciato e minato, sembrava una steppa. Un altro mio zio, cugino di mio padre, mentre lavorava la terra, un giorno, saltò su una mina. A giugno del 1944, i mezzi militari polacchi ci avevano accompagnato verso casa e fatto scendere a lido Riccio; facemmo a piedi gli ultimi 5 chilometri, fino a casa, tra il «ferro» depositato lungo

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la strada, che la rendeva impraticabile ai mezzi ruotati dell’epoca. Mio fratello Michele e mio zio Rocco tornarono a casa qualche giorno prima, con mezzi di fortuna, curiosi di sapere cosa era rimasto. Dopo un paio di giorni tornarono indietro e raccontarono della casa ridotta un cumulo di macerie. Non vi era rimasto nulla. Delle scorte accumulate durante l’anno, ritrovammo sotto terra una damigiana da 20 litri di olio, con il collo contorto dal calore dei lanciafiamme tedeschi. Allora un litro di olio costava 1 000 £ e una giornata di un operaio in campagna 100 £. Su un terreno in prossimità di contrada L’Aquilano di nostra proprietà trovammo una considerevole quantità di quel ferro


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per un ammontare di circa 10 quintali, con i quali potemmo pagare l’aratura del 1947. La prima cosa che facemmo una volta tornati a Colombo fu quella di rimuovere le macerie per vedere se erano rimasti in piedi dei muri. In quel periodo passavo le giornate facendo quello che mi ripeteva mia madre: «Tito, mintr pazziè arcape si matune che ci deme arfabricà la casa» (Tito, mentre giochi ripulisci i mattoni perché dobbiamo rifarci casa). Con il calcinaccio piano piano rico-

Schema tattico della difesa di Ortona.

struimmo i muri, e le casse di ferro delle munizioni venivano aperte per essere utilizzate come «tetto», copertura per la stanza dove mangiavamo e contemporaneamente dormivamo. Mio padre lo trovò il portone di casa in aperta campagna a circa 500 metri da casa. Era stato utilizzato per la costruzione di un bunker di avvistamento del nemico dall’alto del burrone del Colle Alto. Oggi, questa porta è quella della cantina e conserva un buco provocato da una scheggia. La nostra casa fu ricostruita nel 1949. I primi sei mesi dormimmo nella cantina di zia Liberata al di là della strada provinciale che divide in due l’abitato di Colombo. Un fatto curioso: la casa era piena di enormi ratti che di notte ci attaccavano perché affamati e mia madre rimaneva a vegliare su di noi per evitare che ci mordessero le orecchie e i nasi. Poiché non vi erano più vestiti, dal 1946 iniziò la coltivazione, per tre anni, di lino e di canapa. Fummo costretti a rifare un altro pozzo, perché l’altro era stato ricoperto e sotterrato dalle macerie. I panni si lavavano al fiume Arielli, circa mezz’ora a piedi da casa. La strada che giungeva al fiume era ed è piuttosto scoscesa; di conseguenza il ritorno era abbastanza arduo per le donne che riportavano i vestiti bagnati e quindi appesantiti. L’anno successivo riprendemmo a coltivare i terreni. Prima sarebbe stato impossibile farlo perché i campi erano minati e perché non vi erano animali che potessero tirare l’aratro. La miseria di allora non ci consen-

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tiva di comprare delle mucche per i campi e per il latte. Nonostante le condizioni di vita ridotte alla sopravvivenza, ci si arrangiava per il pane, e ciò che mio padre insegnava a noi figli e che ispirava la sua filosofia di vita era di fare le cose piano piano, senza disperarsi. Nel 1949 arrivò l’acquedotto comunale e dal quel momento riprendemmo la vita in condizioni normali. CONSIDERAZIONI FINALI Oggi, dopo aver maturato nell’ambito della mia professione militare esperienze di vita importanti grazie al mio impiego nei teatri di crisi del mondo che vanno dai Balcani, all’Iraq e all’Afghanistan, amo riflettere sullo sguardo dei tanti bambini che ho incontrato in questi luoghi di operazione. Attraverso i loro occhi, ho elaborato maggiormente i sentimenti e gli eventi vissuti dalla mia famiglia durante la Seconda guerra mondiale e ho deciso di approfondire queste conoscenze storiche, ripercorrendo con attenzione quei luoghi, quelle strade che furono percorse dalle truppe e dai civili che scappavano dalla guerra. Oggi è possibile rivivere e approfondire la storia della Battaglia di Ortona, visitando il Museo della Battaglia situato nella cittadina abruzzese; in Piazza Plebiscito è stato eretto un monumento in onore del soldato canadese ed è stato posizionato un carro Sherman. Ci sono tante case per le vie cittadine che riportano le ferite della battaglia, ma il luogo per eccellenza da visitare per rendere il dovuto omaggio ai caduti è il cimitero canadese dedicato al fiume Moro, luogo di aspri combattimenti prima dell’assalto alla città di Ortona. In questo luogo, posto sulla collina di

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S. Donato, circa un chilometro a sud e posizionato frontalmente ad Ortona, sono sepolti 1 615 militari, di cui 1 375 canadesi, 169 inglesi, 42 neozelandesi, 16 sudafricani, 5 indiani, 4 australiani, due di altri Paesi alleati e due di cui non si è potuto risalire all’identità. Ogni anno i veterani tornano qui a salutare i loro amici: è vivo e forte il legame della comunità locale con quella canadese unitamente a quella tedesca. Da decenni le due comunità si sono riconciliate proprio sugli stessi luoghi che da giovani li hanno visti contrapposti e combattere a stretto contatto e fino all’ultimo colpo. Da non dimenticare la presa di «Casa Berardi». Questa località è iscritta sul gonfalone del 22° Royal Canadian Regiment come una delle dieci più importanti tra le 25 testimoni di battaglie che hanno meritato di figurare sulla bandiera di guerra. Maria Teresa Forlani Berardi nel 1993, in occasione del cinquantesimo anniversario della battaglia, ha ricordato così quei giorni di guerra: «Il fiume Moro aveva tutti i ponti minati. Dall’altra parte della vallata l’artiglieria campale e i carri armati bersagliavano la zona senza risparmio di proiettili. Quando la fanteria avanzò, neppure un metro quadro di terreno era stato risparmiato dai crateri. I reggimenti hanno prima cercato di discendere la vallata e poi di risalirla. Ma sul piano superiore di Casa Berardi i tedeschi avevano disposto un nido di mitragliatrici che spazzavano tutta l’area circostante. Erano cinque soldati, ma dominavano la valle, dall’Adriatico a Caldari, e qualunque elmetto spuntasse all’orizzonte veniva fatto oggetto di un tiro preciso e implacabile. Dal 10 al 14 dicembre i canadesi hanno tentato a più riprese di espu-


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MEDAGLIA D’ORO AL VALOR CIVILE ALLA CITTÀ DI ORTONA (D.P.R. 16 Giugno 1959 Del Presidente provvisorio della Repubblica Italiana Enrico De Nicola) Nobile città degli Abruzzi di antiche tradizioni patriottiche sopportava coraggiosamente in occasione dell'ultimo conflitto, spaventosi bombardamenti aerei e terrestri subendo la perdita di 1314 dei suoi figli e la distruzione della maggior parte del suo patrimonio monumentale ed edilizio. Con fierissimo contegno resisteva intrepida ai soprusi degli invasori in armi mai piegando nella sua purissima fede in una Italia migliore, libera e democratica. Si prodigava con cuore di madre nel soccorso dei feriti e dei sofferenti affermando, negli orrori della guerra, il più alto spirito di solidarietà umana. (Settembre 1943 - Giugno 1944)

gnare Casa Berardi in una battaglia spaventosa: avanzavano e poi erano costretti a ritirarsi. Alla fine il Generale Jean Allard (allora Maggiore) ha cambiato strategia: andò fino a Villa Torre, sganciandosi dalla strada provinciale che lui chiamava «la grand rue», per prendere i tedeschi alle spalle. Ci riuscì. Di quei cinque soldati uno fu ucciso in combattimento, un altro fu ferito e gli altri tre furono costretti ad arrendersi. Quando tornammo, la nostra casa era divenuta un ospedale: i feriti erano fasciati con le nostre lenzuola e con i pezzi ricamati del corredo. Nel dopoguerra una Volkswagen con targa tedesca si accostò a Casa Berardi. Scese un uomo, con la moglie e un bambino piccolo dai capelli biondissimi. Non disse nulla, indicò l’edificio alla moglie e al figlio, poi si inginocchiò e baciò la terra: si chiamava Heinz, Helger credo fosse il suo cognome, era un maresciallo berlinese, uno dei soldati tedeschi caduti prigionieri dei canadesi. Ci abbracciammo e l’invitai a salire in casa». Il corrispondente di guerra della CBC

dell’epoca, Matthew Halton, alla ricerca di simboli per galvanizzare le truppe, aveva battezzato la signora Berardi «The Queen of the Moro». La signora Berardi nel 1994 è venuta a mancare e la casa è stata lasciata in eredità al nipote. La casa è posta a circa 4 chilometri ad ovest lungo la strada provinciale «la Maruccina», in prossimità dell’abitato di Villa Torre. Una lapide è stata apposta su una facciata della casa a ricordo del Capitano Triquet che per la conquista di questo caposaldo ottenne l’unica Victoria Cross dell’intera campagna italiana di liberazione, e una lapide a forma di giglio in occasione del cinquantesimo anniversario. La compagnia del Capitano Triquet, che fu promosso sul campo al grado di Maggiore, pagò un altissimo prezzo (di 81 ragazzi ne rimasero soltanto 9) per la presa di Casa Berardi, ma questo testimonia ancora una volta l’alto valore e il coraggio che motivarono quei giovani.

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TASK FORCE “SUROBI” del Cap. Giovanni DIOMAJUTA in servizio presso il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti «Ranger»

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ll’inizio di maggio scorso si è concluso il rientro in patria degli uomini della TF Surobi. Il 2 dicembre 2007 è la data di inizio di un’avventura che d’ora in avanti chiameremo «Avventura Surobi». Questa data rimarrà senza dubbio indelebile nella mente e nei cuori dei ranger del 4° Reggimento alpini paracadutisti e di coloro che hanno operato con loro nella

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Distribuzione di aiuti umanitari.

Task Force «Surobi». Surobi è un distretto che si trova a circa 60 km ad est della capitale afgana. Come per la maggior parte del Paese anche qui l’economia è prevalentemente basata sulla pastorizia e sull’agricoltura e la località, a prima vista, potrebbe sem-


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brare un pacifico insediamento rurale dove la vita scorre tranquilla. Purtroppo, sappiamo che non è così. Questo distretto è posto in una posizione altamente strategica, perchè vi confluiscono ben cinque valli e, inoltre, l’abitato è attraversato dall’unica strada asfaltata fino a questo momento esistente, che collega la capitale Kabul con la città di Jalalabad nell’Afghanistan orientale e di lì prosegue fino in Pakistan; pertanto, rappresenta l’unica vera grande arteria per il flusso commerciale da e per la capitale afgana. Gli abitanti del luogo conoscono molto bene l’importanza strategica dell’area perché a metà degli anni ‘90 da lì partì l’offensiva con la quale i talebani si impadronirono del potere. Gli uomini di questa Task Force hanno assolto il loro compito in maniera enco-

Inaugurazione di un pozzo.

miabile e nel loro piccolo hanno conseguito in pieno l’obiettivo che è proprio della missione NATO: contribuire attivamente alla ricostruzione del Paese in senso lato. Essi, infatti, hanno incontrato migliaia di persone, distribuito tonnellate di generi di prima necessità fra viveri e medicinali, hanno raggiunto villaggi dove nessuna forza internazionale era mai arrivata prima, villaggi così isolati dal resto del mondo che per raggiungerli si è reso necessario impiegare dei quadrupedi locali, i muli, uno dei mezzi di trasporto più vecchi al mondo ma al tempo stesso più affidabile e sicuro di qualunque altro. Sono arrivati in posti dove la popolazione non aveva mai visto perso-

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nale straniero tanto che la prima domanda che gli è stata posta è stata: «Di che tribù siete?». Sono riusciti a stringere un

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Il S.Ten Pezzulo intento nella distribuzione di indumenti invernali ai bambini afgani.


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patto di fiducia reciproca con la popolazione locale senza che mai prima nessun contingente ci riuscisse, una fiducia che ha permesso di individuare e di neutralizzare tonnellate di materiale bellico e di sostanze stupefacenti. Ma la loro opera non si è esaurita qui. Essi hanno visitato e curato migliaia di persone, tra cui uomini, bambini e soprattutto donne, altra grande conquista, questa, in considerazione della cultura locale. Oltre alle persone, sono stati visitati anche centinaia di animali che in alcuni casi rappresentavano l’unica fonte di sostentamento. Inoltre, non per ultimo, grazie ai fondi stanziati dal Ministero della Difesa e a quelli messi a disposizione delle associazioni nostrane, si sono potute realizzare numerose opere, e molte altre sono in via di completamento, di pubblica utilità: dai pozzi per attingere l’acqua potabile, ai ponti per attraversare i corsi d’acqua fino ad arrivare alle biblioteche e alle strutture sanitarie. Purtroppo, come tutte le grandi avventure anche l’«Avventura Surobi» ha dovuto affrontare una circostanza cupa. Quella terra distante migliaia di chilometri si è indissolubilmente legata a tutti gli uomini della Task Force Surobi in un maledetto giorno di febbraio. In quella tragica data il destino ha voluto che S. Ten. Giovanni Pezzulo venisse strappato agli affetti della sua famiglia e dei suoi amici dalla mano di gente folle, poca fortunatamente per la quale non hanno senso le parole pace e amore ma solo odio, guerra, distruzione e morte. Ma ciò che ha reso ancora più inaccettabile ed assurda questa morte è il fatto che il barbaro assassinio è avvenuto proprio mentre il nostro Sottufficiale stava aiutando attivamente e concretamente il prossimo ovvero distribuendo viveri e generi di conforto alla popolazione locale che que-

st’anno stava affrontando uno degli inverni più rigidi che l’Afghanistan ricordi. In queste circostanze molti avrebbero rinunciato o pensato: «Ma chi ce lo fa fare?» Quasi come se conoscessero tutti il politico - filosofo inglese del ‘700 Edmund Burke, all’unisono hanno messo in pratica un suo pensiero: «Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione»; e così ancora più uniti di prima sono andati avanti ed hanno continuato a lavorare così come sapevano fare, e lo hanno fatto molto bene, sapendo che qualcuno in più dall’alto dei cieli li avrebbe protetti nel loro operato. Così, giorno dopo giorno, ancora più motivati di prima sono andati avanti per la propria strada incuranti dei rischi e dei pericoli, delle condizioni meteorologiche avverse nella piena convinzione che quella fosse l’unica strada giusta da seguire per poter aiutare una popolazione distrutta da anni di guerre. Il tempo e i risultati hanno dato e daranno ragione ai nostri uomini ed al loro Comandante, il Magg. Nicola Piasente. Certo, la strada era ancora lunga e tortuosa ma tutti erano consapevoli di aver individuato e praticato una nuova strada per la ricostruzione dell’Afghanistan. A coloro che li avrebbero sostituiti non rimaneva che continuare con lo stesso spirito e la stessa motivazione. Essi sono rientrati finalmente a casa con un bagaglio di esperienza professionale e umana notevole, sono tornati alla quotidianità della loro vita e delle loro famiglie, consci di aver ben svolto il loro compito. A noi non rimane che dar loro il «Ben tornati». •

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PROTOCOLLO D’INTESA TRA IL MINISTERO DELLA DIFESA E L’IST. NAZ. DI RICERCA PER GLI ALIMENTI E LA NUTRIZIONE del C.F. Alessandro PINI in servizio presso il Ministero della Difesa

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l 29 aprile 2008 è stato firmato - presso la Sala Riunioni di Commiservizi - il Protocollo d’Intesa tra il Ministero della Difesa-Direzione Generale di Commissariato e dei Servizi Generali e l’I.N.R.A.N. (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione).

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Foto scattata in occasione della firma del protocollo d’Intesa.

Firmatari il Direttore Generale, Dottor Michele Muras e il Presidente, Professor Carlo Cannella.


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Il documento costituisce una prestigiosa e ormai indifferibile innovazione nel mondo dell’alimentazione destinata alla fruizione dei militari - in forza del quale le FF.AA. italiane potranno avvalersi dell’alta consulenza scientifica dell’I.N.R.A.N. - e anche, nella sua novità, un significativo esempio di sinergia fra due realtà istituzionali dello Stato (FF.AA. e mondo scientifico). Il Protocollo viene a suggellare l’attività di supporto scientifico che l’I.N.R.A.N. sta svolgendo in favore del NATO Research Task Group 154, nel cui ambito il Rappresentante Nazionale Italiano Capitano di Fregata Alessandro Pini, coadiuvato dall’esperto nutrizionista dell’Esercito, Col. Vincenzo Barretta - opera insieme ai Rappresentanti di altre dodici Nazioni nello studio e nell’identificazione di una razione viveri speciali da combattimento per la NATO Response Force. Tale Forza, ad elevata tecnologia e ad alta mobilità, dovrà essere pronta ad essere proiettata in qualsiasi parte del Pianeta con soli cinque giorni di preavviso e con un’autonomia di trenta giorni, senza rifornimenti. L’impegnativo lavoro, che prende in considerazione tutti i fattori logistici, nutrizionali e sensoriali che possano garantire una corretta alimentazione per i militari impegnati in situazioni climatiche e psicologiche molto particolari, garantirà non solo l’identificazione di una razione idonea, ma costituirà il punto di partenza per la revisione completa dell’attuale razione viveri speciali da combattimento italiana che - in uso da ormai 15 anni - necessita di essere adeguata alle più moderne innovazioni tecnologiche. Oltre a questa importante attività, il primo compito che vedrà le due Istituzioni collaborare insieme sarà lo studio e l’identificazione di standard nutrizionali appositamente attagliati alla comunità militare, a

similitudine dei L.A.R.N. («Livelli di Assunzione Raccomandati di energia e Nutrienti per la Popolazione Italiana»), già esistenti per la popolazione civile, uno strumento scientifico ormai indifferibile in un momento in cui le FF.AA. italiane si trovano a collaborare quotidianamente con quelle di altre Nazioni. Il Protocollo costituisce anche il momento iniziale di studio per rivisitare tutto il settore del vettovagliamento militare, con un approccio metodologico ormai cogente per le FF.AA., sia in ambito nazionale che internazionale, per mezzo del quale ogni futuro requisito stabilito per la nutrizione del militare sarà in armonia con la migliore conoscenza scientifica possibile e, conseguentemente, accreditato dalla certificazione del mondo accademico. La collaborazione che oggi nasce permetterà di giungere a una completa standardizzazione della nutrizione militare nei suoi aspetti operativi, logistici e sanitari, al fine di ottenere la migliore performance ed efficienza operativa possibile con il miglior rapporto costo/beneficio e per poter costruttivamente collaborare con le altre Nazioni chiamate a operare con le nostre truppe nei diversi Teatri Operativi. Grazie alla firma del Protocollo, le FF.AA. italiane potranno usufruire di tutto il «know how» scientifico e tecnico già in possesso dell’I.N.R.A.N., e conseguire così, nell’ambito della migliore ottimizzazione delle risorse disponibili, il raggiungimento di quel modello nutrizionale che garantirne la massima salubrità e gradibilità degli alimenti, unitamente all’immancabile, conseguente, economia di bilancio, derivante dall’ottimizzazione e dalla corretta identificazione dei fabbisogni dell’utenza militare. •

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I VIRUS INFORMATICI IN WINDOWS di Marcello CIRIMINNA analista informatico presso lo SME

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Virus sono costituiti da una routine di programma, tipo VBScript (Microsoft's Visual Basic Scripting), di poche e semplici istruzioni che interagiscono con il sistema operativo. Questi si installano nel computer attraverso Internet, posta elettronica o periferiche rimovibili: floppy disk, CDrom e le molto usate penne USB. Il loro compito, una

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volta installatisi sulla RAM è quello di replicarsi, posizionandosi sottoforma di file nella directory di windows system, e diventare così programmi di esecuzione automatica ad ogni avvio del computer. Il fine di ciascun virus è diverso ed è cambiato seguendo l'evoluzione delle tecnologie con cui si è evoluta l'informatica.


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LA FUNZIONE DELL'ANTI-VIRUS Putroppo oggi l’utilizzo del computer non può prescindere dall’impiego di Internet per cui, considerate le velocità delle moderne connessioni tipo ADSL e fibra ottica con cui si introducono i virus, è indispensabile dotarsi di un efficiente antivirus. Esso costituisce la principale difesa del computer da intrusioni e applicazioni estranee alla normale esecuzione o gestione delle attività. Tale efficacia è direttamente proporzionale agli aggiornamenti del suo database che gli danno la capacità di riconoscere e neutralizzare i virus. L'uso quotidiano di Internet e , quindi, il download dei rilasci di nuove versioni dei database virali ne garantiscono l'utilità. In linea di massima non esistono antivirus migliori o peggiori ma gli efficaci sono soltanto quelli aggiornati e quindi pronti a riconoscere l'elemento pericoloso per il sistema operativo. COME RICONOSCERE UN’ INFEZIONE Normalmente il primo sintomo è la lentezza con cui il nostro personal esegue gli applicativi che adoperiamo. Tale lentezza tende ad aumentare se stiamo contemporaneamente navigando in rete, per questo veniamo costretti a riavviare la macchina. Questo sintomo ha il compito di distrarci da ciò che il programma del virus sta eseguendo; consentire a estranei di accedere ai nostri dati, inviare email “particolari” a tutti gli indirizzi della nostra rubrica di posta o di messenger. In

Task-manager di Windows aperto al pannello Prestazioni.

pratica i virus permettono alla macchina di svolgere delle attività che prescindono dal nostro controllo. Qualche tempo fa ne girava uno che consentiva ad estranei di utilizzare le risorse del computer infettato per assegnargli compiti di calcolo matematico per conto terzi. Insomma una maniera semplice, ma ingegnosa, per realizzare un super computer di rete che, con la scusa di condividere file musicali, video o programmi, utilizzava le risorse di migliaia di ignari utenti che si ritrovavano parte del proprio PC sfruttato gratis dagli hackers di rete.

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ASTERISCHI

CPU e precisamente dalla quantità di megabite del file di paging. È chiaro che se uno dei due parametri o meglio tutti e due impiegano il 100% delle risorse è sintomo che qualcosa non va, cioè il computer sta lavorando ma probabilmente non per quello che vogliamo noi. Controlliamo, quindi, il pannello applicazioni per constatare se i programmi aperti siano quelli realmente in esecuzione. COME INTERVENIRE

Task-manager di Windows aperto al pannello Applicazioni.

COSA BISOGNA CONTROLLARE Microsoft Windows ha un programma molto potente, eseguendo control-altcanc , si apre il Task manager che ci permette di verificare quali e come sono utilizzate le risorse della nostra macchina. I pannelli che ci interessano per questa analisi sono quelli relativi alle Applicazioni e ai Processi e quello visivo delle Prestazioni. Partiamo da quello delle Prestazioni che ci indica l'utilizzo della

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Il primo intervento, dal Task- manager, è quello di terminare il processo, con un click tasto destro menu "termina operazione"; a verifica del risultato nel pannello prestazioni si dovrà notare una normalizzazione dei grafici relativi alle risorse adoperate dalla macchina. Per liberarsi definitivamente dell'intruso basterà con la funzione "cerca file e cartelle" trovare e cancellare il file incriminato. Non sempre un processo intruso si presenta come un’applicazione e quindi visibile in questo pannello del Task-manager. Potrebbe essere un processo molto piccolo, quindi è più esaustivo studiare il pannello dei Processi. Questi si dividono di tre classi: System, servizio di rete e utente per ordinarli basta fare un clik in alto sulla colonna. È tra i processi dell’utente che si trova quello del virus; spesso riporta nomi simili a quelli che regolano il funzionamen-


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to di windows. Provate a terminare il processo col tasto destro e controllare se le prestazioni si normalizzano. Se ciò non fosse possibile prendete nota del nome del processo incriminato, avviate il computer in modalità provvisoria (al boot premere F8) e con la funzione "cerca file e cartelle" trovate e poi cancellate il file. Per fare un lavoro completo bisogna fare altre verifiche altrimenti al prossimo avvio del computer si presenterà nuovamente l’intruso. Questi, infatti, potrebbe essersi mimetizzato e, quindi, è necessario verificare che il nome del processo virale non sia richiamato in esecuzione automatica nel programma MS config. Per accedere al programma di configurazione di windows, premere il tasto “Start” sul desktop e avviare il comando “Esegui”, digitare poi nella finestra l’istruzione MSconfig. A questo punto selezionate dal pannello la scheda “avvio” attraverso la quale avremo la possibilità di deselezionare il processo ritenuto sospetto. Questa semplice operazione ci garantirà dal fatto che windows non eseguirà in automatico quel programma al prossimo avvio della macchina. Il cuore di Windo-

ws è il suo file di Registro, cioè il posto in cui il sistema operativo descrive come tutti i processi adoperino le risorse della macchina. Fate attenzione perchè la modifica dei file di registro, se da una parte vi permetterà di fare esperienza con le chiavi di Windows, di contro, se non eseguita con la dovuta competenza, potrebbe causare dei seri malfunzionamenti del Pc.

Task-manager di Windows aperto al pannello Processi.

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ASTERISCHI

Pannello Avvio del programma MSconfig.

Il programma si apre da Start, Esegui e inserendo nella finestra regedit, e si aprirà un pannello a sinistra, una specie di albero, le cui cartelle sono ramificate a destra dove troviamo le relative voci di registro. Premendo F3 si apre una finestra, quella del trova, inseriamo qui il nome del file da cercare con tutto il suffisso per esempio “ctfmon.exe”, e quando l’avrà trovato sul pannello a destra con il tasto destro del mouse andremo a cancellare la voce nel registro di sistema. Premendo nuovamente F3 la ricerca continuerà e si dovrà ripetere tale operazione fin quando si sarà scorso tutto il file di registro di windows. Operare su questo file è la cosa più invasiva che si possa fare poichè faremo perdere al sistema operativo il ricordo di quel

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processo come se non fosse mai entrato nel computer. CONCLUSIONI Dette così le cose potrebbero sembrare semplici, ma invece è una vera è propria sfida quella di scoprire, snidare e cancellare tutto ciò che può inibire o rallentare la nostra macchina. Certamente la cosa migliore è quella di avere un antivirus sempre aggiornato, se così non fosse questa semplice tecnica può consentirci almeno di finire il nostro lavoro con serenità, nell'attesa di attaccarci ad Internet e fare un nuovo aggiornamento.


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Pannello di controllo del programma Regedit.

Bisogna ricordarsi che essere un utente del PC non significa solo sapere adoperare gli applicativi che ci permettono di lavorare ma anche di conoscere come la macchina adopera le sue risorse e perchè. Questo ci consentirà piano piano di confrontarci con tutte quelle problematiche sia software sia hardware che ci si possano presentare. È altresì buona norma ogni sei mesi riformattare e installare ex novo il sistema operativo per avere sempre una macchina efficiente e questo ci servirà per approfondirne la sua conoscenza.

•

VOCABOLARIO VBScript - linguaggio di programmazione semplificato che agisce all’interno delle pagine web. download - scaricamento di un file. Task-manager - gestore dei processi e applicazioni di Windows file di paging - memoria virtuale di windows ACRONIMI RAM - Random Access Memory ADSL - Asymmetric Digital Subscriber Line

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RAPPRESENTANZA MILITARE

TACCUINO DEL CONSIGLIO CENTRALE DI RAPPRESENTANZA periodo luglio - agosto 2008

ATTIVITÀ DEL COCER INTERFORZE Nel periodo luglio - agosto 2008, il COCER Interforze ha partecipato ad alcuni incontri istituzionali con autorità civili e militari. ATTIVITÀ DELLA SEZIONE ESERCITO DEL COCER Nell’ambito della Sezione Esercito del COCER nel periodo luglio - agosto 2008 sono stati deliberati i seguenti argomenti: • Decreto Legge 25 giugno 2008 n. 112 «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria»; • A.C. conversione in legge del Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria; • bollettino informativo n. 25/2008 del COCER Esercito; • bollettino informativo n. 26/2008 del COCER Esercito; • comunicato stampa; • bollettino informativo n. 27/2008 del COCER Esercito; • incontro con il Presidente della Commissione Difesa del Senato, Sen.

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Gianpiero Carlo CANTONI; • bollettino informativo n. 28/2008 del COCER Esercito; • comunicato stampa; • bollettino informativo n. 29/2008 del COCER Esercito; • partecipazione di una delegazione del COCER al «66° Anniversario della Battaglia di EL ALAMEIN»; • bozza di Decreto Ministeriale recante il Regolamento per la realizzazione del programma infrastrutturale di alloggi di servizio, di cui all’articolo 2, comma 629, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008) - Contributo del COCER; • «differimento dell’efficacia di disposizioni in materia previdenziale per il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia ad ordinamento militare e civile» - AS n. 783 iniziativa parlamentare del Sen. RAMPONI Luigi; • bollettino informativo n. 30/2008 del COCER Esercito. Di seguito si riportano le principali tematiche esaminate a livello COIR. ATTIVITÀ DEI COIR DELL’ESERCITO COIR - COMANDO FOTER • cause di servizio; • trasporti collettivi della sede di PERSANO;


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• riunione semestrale delle cat. A, B, C: Resoconto e valutazione dell’attività di metà mandato; • determinazione dell’Unità di Base della Caserma «Ugo Mara» e dell’Autorità gerarchica collegata; • specificità delle FF.AA. - D.L. 112/08; • concessione porto d’armi di servizio; • riunione su base regionale dei COBAR confluenti al COIR delle FOTER; • D.L. 112 del 25 giugno 2008. COIR - COMANDO LOGISTICO DELL’ESERCITO • assegno di valorizzazione dirigenziale. COIR - COMANDO MILITARE PER IL TERRITORIO DELL’ESERCITO • incontri del COIR nelle sedi dei COBAR collegati; • comitato misto Interforze con gli Enti Locali delle varie Regioni di competenza di questo COIR; • tutela legale del personale militare; • previdenza Complementare; • incontro del COIR nella sede di Palermo con il COBAR 23; • fenomeno del mobbing; • problematiche comuni al personale militare insistente nella stessa città, ma appartenente a diverse Aree d’impiego; • progetto per la soluzione del problema abitativo del personale dipendente con particolare riguardo ai VSP attraverso la realizzazione di alloggi da cedere in proprietà o in locazione con possibilità di riscatto; • cassa Ufficiali e Sottufficiali; • ritenuta Fondo Credito INPDAP; • principali obiettivi da perseguire da parte del COCER Esercito; • formazione graduatoria alloggi ASI; • incontro COIR e COBAR collegati del-

l’area Centro; • procedure di comunicazione interna (bollettino informativo COIR COMTER); • movimenti ad istanza di parte e concorsi interni; • trattamento economico del personale militare. Assegno di valorizzazione dirigenziale a favore dei maggiori e dei Tenenti Colonnelli; • apparecchiature di primo soccorso «defibrillatore»; • benessere del personale. Basi Logistiche; • benessere del Personale; • fringe benefit; • prossima riunione COIR; • scatti stipendiali per il personale «parametrato» (nascita figlio, benefici Legge 1746/62); • questionario «qualità della vita»; • uniformi - basco; • riunione congiunta COBAR collegati UG - SMD - SEGREDIFESA - SME; • delibere pervenute dai COBAR collegati; • precariato nella Forza Armata; • attività di rappresentanza. COIR - COMANDO DELLE SCUOLE DELL’ESERCITO • comunicazione sulla linea rappresentanza; • indennità Impiego Operativo con trattamento economico del personale V.F.B./V.F.P.4. al quale è stato conferito il grado di 1° C.le Magg./grado equivalente con decorrenza 01 gennaio 2008; • arretrati emolumenti dovuti al personale V.F.B./V.F.P.4 al quale è stato conferito il grado di 1° C.le Magg./grado equivalente con decorrenza 01 gennaio 2008; • 80° RAV in Cassino; • pagina WEB dedicata alla Rappresentanza Militare.

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Rassegna dell’Esercito n. 6/2008

A AZANA FRANCISCO JAVIER AGUIRRE L’EBAO. Un nuovo approccio nelle operazioni militari, n. 5 pag. 18.

B BARBATO ALFONSO La "logistica" dell'acqua nei teatri operativi, n. 2, pag. 10. BEMBO PAOLO Perché gli italiani sono in Afghanistan?, n. 2 pag. 50. BIONDINI RENATO I cannoni dell’Unità d’Italia, n.1 pag. 112. BONGIOVANNI LORENZO La Riserva di Completamento. Un progetto da potenziare, n. 1 pag. 48. BORRECA ATTILIO CLAUDIO L'eccidio di Schelkow, n. 3 pag. 104.

C CAIMMI RICCARDO Guerra fredda: la crisi dell’U2, n. 4 pag. 76. CAIOLO DOMENICO Herat: un'esperienza indimenticabile, n. 5 pag. 110.

CARBONI MASSIMILIANO Un volontario nella Brigata "Sassari", n. 5 pag. 116. CECINI GIOVANNI Il Regio Esercito in Turchia, n. 5 pag. 82. CENTER CHRISTOPHER L. The Roots of Insurgent Warfare, n. 6 pag. 44. CERBO LUIGINO L'Esercito Italiano e le guerre asimmetriche, n. 3 pag. 28. CIABATTINI LEONARDI ANTONIO Missili e sfide globali, n. 2 pag. 12. CIORRA MARIO I francesi e le Forze Armate, n. 3 pag. 42. CIRIMINNA MARCELLO Perché scegliere l'Open Source, n. 4 pag. 124; I Netbook: solo una moda?, n. 5 pag. 122; I Virus informatici in Windows, n. 6 pag. 116.

D DAVID MASSIMILIANO Kosovo 2006-2007, n. 1 pag. 36. DE FELICI CLAUDIO I Nuclei Sanitari del Corpo Militare della C.R.I., n. 4 pag. 68. DE GAETANO ERRICO La formazione del carattere, n. 3 pag. 92. DE LORENZO COSIMO Trasporti: un nuovo servizio di polizia stradale militare, n. 14 pag.

CANTI GIORDANA Il Mediterraneo e l'economia mondiale, n. 3 pag. 18.

DELLA NEBBIA CAMILLO Ortona dicembre 1943: mio padre racconta, n. 6 pag. 102.

CAPOCHIANI SALVATORE Sunniti e Sciiti. Alla radice del conflitto, n. 1 pag. 12.

DI PIETRO MASSIMO La comunicazione nelle organizzazioni militari, n. 5 pag. 34.

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DINELLI BRUNO Il piano di evacuazione dei non combattenti, n. 3 pag. 70; Le Trasmissioni per le Forze Speciali, n. 5 pag. 44. DIOMAJUTA GIOVANNI Avventura Surobi. (in memoria del S. Ten. Giovanni Pezzulo), n. 6 pag. 110.

I IACOPI MASSIMO Il "Piano Marshall", n. 2 pag. 110. IANNOTTI PASQUALINO Operazione "Leonte". La logistica alloggiativa, n. 1 pag. 94.

F

ISONI GIOVANNI LUIGI Le Forze Speciali nella guerra asimmetrica, n. 1 pag. 54.

FANTETTI LUCIANO Il terrorismo e le armi di distruzione di massa, n.6 pag. 2.

K

FLORIS MARCELLO Il diritto penale nelle missioni all'estero, n. 2 pag. 38.

KINGSEED COLE C. Eisenhower: The indispensable Commander, n. 5 pag. 54.

FRANZOSI PIER GIORGIO 60 anni fa il 1° Corso Combattenti dell'Accademia Militare, n. 3 pag. 124.

L

FRATINI FRANCO Trasporti: un nuovo servizio di polizia stradale militare, n. 6 pag. 14.

G GEMINIANI ROBERTO Il Cannone del Gianicolo, n. 5 pag. 102.

LOPREIATO ANDREA Gran Sasso 1943: la liberazione del Duce, n. 4 pag. 96. LUNARDI FEDERICO La "coscienza militare", n. 1 pag. 124.

M

GHISELLI RUGGERO L'aerocooperazione oggi, n. 1 pag. 106 .

MAGHINI DAVIDE Saddam Hussein. Esegesi di una disfatta, n. 1 pag. 24.

GOLINO VALERIO L'impiego dei militari nelle pubbliche calamità, n. 3 pag. 58.

MARCEDDU MASSIMO Le operazioni avioportate. I parà negli odierni scenari operativi, n. 2 pag. 62.

GORGOGLIONE NICOLA La Rivoluzione negli Affari Militari, n. 4 pag. 2.

MARIANI SARA La formazione del personale nei nuovi scenari, n. 6 pag. 68.

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Rassegna dell’Esercito n. 6/2008

MARTINELLI ROBERTO La Partnership Coordination Cell, n. 2 pag. 88. MARUCCI ARCANGELO La globalizzazione e il mondo islamico, n. 3 pag. 2. MATERA MAURO L'evoluzione storica dello sport, n. 6 pag. 58. MELIS ANTONIO Ernest Hemingway: un americano nel Basso Piave, n. 5 pag. 76. MEZZALANA ALDO Le operazioni avioportate. I parà negli odierni scenari operativi, n. 2 pag. 62. MISELI JAY Six Easy Ways to Lose a War at the Tactical Level, n. 1 pag. 72. MONTALTO GIUSEPPE L'integrazione tra le Forze Speciali, n.1 pag. 60.

N NAPOLI MAURIZIO Leadership e sociologia dell'organizzazione, n. 2 pag. 118; La Cavalleria: spunti e riflessioni, n. 4 pag. 36.

O ORSINI FRANCESCO La "logistica" dell'acqua nei teatri operativi, n. 1 pag. 40.

P

MONTELLI GIOVANNI Fondamentalismo islamico e dinamiche sociali, n. 2 pag. 28.

PALMIERI EMILIO Il terrorismo in Iraq, n. 5 pag. 12.

MOREIRA PAULO 2° Reggimento Lancieri. Storia e gloria di un prestigioso reparto portoghese, n. 5 pag. 62.

PELLEGRINI PAOLO Ultime dal fronte. La resa nazista riportata da un giornale dell'epoca, n. 4 pag. 84.

MORELLI MARCO Il tramonto dell'oro nero, n. 2 pag. 18 MORLINO RENATO Il POLMANTEO. Un supporto tecnico per la componente operativa, n. 1 pag. 82. MOSSALI ARIANNA Le strutture comunitarie preposte alla sicurezza, n. 6 pag. 34. MUSILLO GIUSEPPE Il reclutamento dei volontari, n. 5 pag. 28.

PINI ALESSANDRO Protocollo d'intesa tra Ministero della Difesa e l'Ist. Naz. di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, n. 6 pag. 114. PIZZO MARIANO Missione "Leonte": il servizio di supporto psicologico, n. 4 pag. 46. PORFIDIA DARIO La non proliferazione nucleare, n. 5 pag. 2.

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R RINALDI LUIGI La drammatica epopea del Battaglione «Cadore», n. 2, pag. 114. RONCHI MARCO L'Esercito Europeo tra sogno e realtà, n.3 pag. 36 ROTA ORNELLA La musica nei lager, n. 6, pag. 82. RUSSO ROBERTO L’alimentazione nelle attività sportive, n. 5, pag. 68.

S SANDERSON JEFFREY Six Easy Ways to Lose a War at the Tactical Level, n. 1 pag.72. SCOTTO DI SANTOLO GENNARO La battaglia di Capri, n. 6 pag. 90. SEGELHORST KEN Small-Unit Kill Teams and IED Interdiction, n. 3 pag. 76. SERRA NICOLA Il Colonnello Ippolito Nievo, n. 3 pag. 114. SGANGA RODOLFO Il Centro di gravità, n. 4 pag. 12. SINCLAIR NICHOLAS C. An Approach to Route Security, n.4 pag. 56. SOLLO FERDINANDO Il POLMANTEO. Un supporto tecnico per la componente oprativa, n. 1 pag. 82.

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T TOMASSETTI ROMEO Geopolitica del rischio, n. 1 pag.2.

U UBALDINI RICCARDO L'alimentazione nelle attività sportive, n. 5 pag. 68. UTLEY PETER Initial Entry Training: Producing Army Strong Soldiers! n. 2 pag. 72.

V VERONESI MARIO Le Compagnie di ventura, n. 5 pag. 96. VULTAGGIO GIOVANNI La destatalizzazione dei conflitti, n. 2 pag. 2. L'azione penale internazionale e il "Caso Saddam", n. 4 pag. 24.

Z ZINNO FRANCESCO La disciplina militare, n. 2 pag. 98.

Redazionali • Rappresentanza Militare, n. 2 pag. 127. • Rappresentanza Militare, n. 3 pag. 127. • I giovani Bersaglieri: "una tradizione sempre attuale", n. 4 pag. 108. • Rappresentanza Militare, n. 5 pag. 127. • Rappresentanza Militare, n. 6 pag. 122.


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