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RASSEGNA DELL'ESERCITO 2013 N.2

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NORME DI COLLABORAZIONE La Rassegna dell’Esercito è un periodico on line di informazione e la collaborazione è aperta a tutti i Quadri dell’Esercito. Gli elaborati, che dovranno essere accompagnati da una dichiarazione dell’Autore che espliciti la natura inedita ed esente da vincoli editoriali dei medesimi, investono la diretta responsabilità dell’Autore stesso, rispecchiandone le idee personali. Gli articoli (minimo una cartella - massimo sette cartelle in formato word; 2000 battute a cartella) dovranno pervenire in formato elettronico all’indirizzo di posta elettronica riv.mil@tiscali.it, corredati di foto in alta risoluzione (formato tif o jpg - dimensione minima 13 x10 cm - definizione di 300dpi) e con relative didascalie esplicative. Gli eventuali acronimi presenti nell’articolo dovranno essere esplicitati in maniera chiara. La Direzione si riserva il diritto di dare all’articolo l’impostazione e i tagli ritenuti più opportuni. L’accoglimento degli articoli o proposte di collaborazione non impegnano questo Centro alla pubblicazione né alla retribuzione: gli stessi non verranno restituiti. L’autore con l’invio dell’articolo si impegna a cedere alla Redazione, a titolo gratuito, tutti i relativi diritti di esclusività e di utilizzo. Nessuna parte dei testi e delle illustrazioni può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta della Direzione.


SOMMARIO

RASSEGNA DELL’ESERCITO ON LINE di Rivista Militare NUMERO 2/2013 (MARZO - APRILE)

Direttore responsabile Francesco Paolo D’Emilio Redazione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 47357373 - Fax 06 47358139 e-mail: riv.mil@tiscali.it Coordinamento Editoriale Luigino Cerbo Claudio Angelini Annarita Laurenzi Grafica Marcello Ciriminna Edizione Centro Pubblicistica dell’Esercito

© 2013 Proprietà letteraria artistica E scientifica riservata

Registrazione del Tribunale di Roma n. 20/2013 del 15.01.2013

ISP: www.esercito.difesa.it Comando C4 Difesa

La rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnicoprofessionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e di dibattito

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

Afghanistan: punto di situazione e prospettive future. (Gianluca Luchena)

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Afghanistan: la terra di mezzo. (Marco Paccoj)

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La manovra nella terza dimensione. (Gianmarco Di Leo)

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L’avvento dell’arma nucleare come strumento di pressione internazionale. (Mario Mastantuoni) 46

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

I progetti di formazione professionale in ambito Difesa sviluppati in Calabria: Euroformazione e sbocchi occupazionali. (Andrea Galiano) UNMISS - United Nations Mission in South Sudan: il rinnovato impegno per l’ONU e nuove speranze per un popolo. (Alessio Gronchi) 62

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56 STORIA

Francesco Nullo: un eroe garibaldino caduto in terra polacca, nel 150° anniversario. (Giovanni Bucciol)

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Il primo centenario della Guerra italo-turca 1911 - 1912. (Domenico Interdonato)

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Le trincee quali fortificazioni campali durante la Grande Guerra. (Stefano Eliseo)

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ASTERISCHI

La Cyberwar come strumento di minaccia globale. (Nicola Grammatico) 94

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RECENSIONI


STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

AFGHANISTAN: PUNTO DI SITUAZIONE E PROSPETTIVE FUTURE del Capitano Gianluca LUCHENA in servizio presso il Reggimento Lancieri di Montebello (8°)

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Rassegna dell’Esercito on line n. 2/2013

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gosto del 2012 è stato il mese del Ramadan nei Paesi musulmani. Anche in Afghanistan, come in altre parti del mondo, dopo un lungo periodo di astinenze, si è respirata l’aria di festa tipica dell’«Eid ul Fitr». Si tratta di una grande manifestazione. Segna la fine di un perido intenso di digiuno e di preghiera, un periodo in cui tutti i fedeli sono tenuti ad astenersi dal peccato, a essere generosi col prossimo, a perseguire l’umiltà e l’autocontrollo, imparando ad apprezzare, attraverso la privazione, i doni quotidiani che Allah manda sulla terra durante il resto dell’anno. È la decima grande festa da quando le Coalition Forces (CF) della NATO hanno posato per la prima volta gli anfibi su questo terreno sabbioso e arido, iniziando, sotto l’egida delle Nazioni Unite, una delle più insidiose e difficili missioni (1). Il logo «ISAF» (International Security Assistance Force), sulle uniformi di uomini e donne di numerose Nazioni, rimanda immediatamente a un’idea di grande sforzo umano, militare ed economico, riporta alla memoria il ricordo di valorosi soldati scomparsi nell’adempimento del proprio dovere, rammenta costantemente a tutti che in questa remota parte della terra si lotta quotidianamente per sconfiggere un nemico subdolo, un avversario che usa tecniche e tattiche deprecabili e ci si adopera per consentire ad una popolazione martoriata da anni di guerra, di godere di uno scampolo di pace. È una sfida difficile e impegnativa quella con cui le Forze della Coalizione si confrontano. Da circa dieci anni si tenta di controllare un territorio aspro, da sempre dimora di un nutrito gruppo di terroristi, trafficanti, criminali, ecc., accomunati dal desiderio di mantenere lo status quo, ovvero il non - stato, l’as-

senza di un potere centrale costituito che permetta loro di continuare a curare i propri interessi. Noti più comunemente come Insurgents, rappresentano tutt’altro che un avversario sprovveduto. Di certo non competitivi con le forze della coalizione dal punto di vista tecnologico, numerico e logistico, hanno sviluppato delle precise strategie sia di guerriglia che comunicative, facendo dell’Afghanistan uno dei Teatri Operativi dove è più chiaramente individuabile l’asimmetria del confronto militare. La NATO, da parte sua, ha scoperto col tempo di avere di fronte a sè un avversario con grandi doti di flessibilità, capace di modificare le proprie Tactics, Techniques and Procedures (TTPs) al variare delle strategie della controparte. Il terreno ceduto alle Forze Armate dei sei Regional Commands (RCs), solo per fare un esempio, aveva inizialmente dato al mondo un ottimistico segnale di svolta, salvo poi constatare che tale avvenimento rientrava in una pianificata e precisa volontà da parte degli insurgents di sottrarsi alla pressione dell’Alleanza rifugiandosi in zone più sicure («safe heavens») appena al di là del confine col Pakistan e sfruttare la conoscenza del territorio e la stagione primaverile/estiva ed autunnale, nota come fighting season, per minare alle fondamenta la credibilità delle CF attraverso uno stillicidio di attacchi attivi e passivi. Qualcosa però negli ultimi due anni è cambiato. Le statistiche e i rapporti attentamente valutati da COMISAF (Commander of ISAF) ogni inizio settimana, raccontano chiaramente che i modesti risultati in security, governance and development conseguiti nel corso del 2010 sono stati consolidati e incrementati nel 2011 e appaiono sempre più

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confortanti con il passare del tempo (2). Il 2011 ha visto per la prima volta un declino nel numero degli EIA (Enemy Initiated Attacks) consolidato poi nel 2012, a testimonianza che la strategia adottata dalla Coalizione e il ruolo di primaria importanza in cui è posta la popolazione (3), hanno comportato grandi successi in termini di sicurezza e di stabilità. In questo periodo storico, poi, l’Afghanistan affronta un’ulteriore grande sfida, che è quella della transition. Come tutti sanno, l’impegno delle Nazioni del Trattato del Nord Atlantico non può durare per sempre ma deve

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agire sui drivers del Paese affinché possa un giorno funzionare autonomamente. Lo sforzo per essere in un territorio così lontano dalla maggiorparte delle TCNs (Troops Contributing Nations), con una così grossa organizzazione di forze e di mezzi, è certamente notevole. Se da un lato, però, c’è la precisa volontà politica di ridurre il footprint dell’Alleanza su questa terra, dall’altro vi è la consapevolezza di non poter abbandonare drasticamente il Paese alle sue sorti, correndo il rischio di non aver assestato al terrorismo quel colpo risolutivo che si cercava e,


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soprattutto, alla luce dell’elevato costo sofferto fin’ora in termini di vite umane. Questa deve esser stata la riflessione fatta dai vertici militari e politici nell’ormai storica «Conferenza Internazionale di Kabul» del luglio 2010, durante la quale è stato deciso di dare inizio a un nuovo processo, quello appunto della transition, scrivendo, in questo modo, una delle più importanti pagine della storia di questo Paese. Il termine transition si traduce operativamente nell’ambizioso progetto di portare gradualmente il Governo afghano alla guida del Paese, riducendo contestualmente e progressivamente la presenza della NATO sul terreno. Questo è l’obbiettivo principale e una delle maggiori priorità nell’agenda del Comandante di ISAF. Dare cioè corso a un processo di maturazione che dovrà portare, col tempo, il Governo afghano (4) ad assumersi la responsabilità di guidare il Paese, di difenderlo dagli attacchi interni ed esterni e di garantire alla popolazione una vita pacifica. Gli ingredienti sono, giocoforza, il tempo, la caparbietà, il convincimento di poterci riuscire e la volontà della classe dirigente e dei vertici militari del Paese di fare il grande passo. Aver iniziato questa nuova fase, comunque, rappresenta di per sé un positivo segnale di progressivo rafforzamento delle Istituzioni afghane e della sovranità del Paese dopo trent’anni di conflitti e di sacrifici. Il progetto di transizione, noto anche come Inteqal (in lingua Dari) poggia le sue basi, dunque, su una forte partnership tra GIRoA (Government of the Islamic Republic of Afghanistan) e CF (Coalition Forces), prevedendo il progressivo passaggio della responsabilità della sicurezza del Paese dalle forze

della NATO alla classe dirigente locale, attraverso cinque fasi (tranches), fino ad arrivare al completamento del processo entro la fine del 2014. Le tranches sono pianificate e dichiarate attraverso un percorso di tipo bottom – up, ovvero attraverso una scrupolosa valutazione delle condizioni a livello locale, rispetto a precisi e dettagliati indicatori. L’assessment sulla sicurezza, sulla governance e sullo sviluppo di una determinata provincia, viene sottoposto al vaglio del Joint Afghan – NATO Inteqal Board (JANIB), al cui tavolo siedono COMISAF, i rappresentanti del Governo afghano ed esponenti della Comunità Internazionale (CI). Il JANIB raccomanda determinate aree, ritienute «pronte» per entrare nel processo di transizione, al Presidente dell’Afghanistan, il quale ha poi l’autorità di proclamare pubblicamente la decisione. Il tutto, per avere un quadro chiaro della situazione, va intrecciato con la cosiddetta Force Posture delle CF. Procedendo nelle varie fasi, il ruolo delle NATO cambia. Man mano che le ANSF (Afghan National Security Forces) acquistano capacità e credibilità, divenendo efficaci nella gestione della sicurezza del Paese, le forze della coalizione acquisiscono un ruolo più marginale, diminuendo notevolmente in numero e passando da supported a supporting, ovvero rimodulando la presenza sul territorio in modo da fornire un graduale supporto dapprima a livello tattico, per poi muovere al livello operativo e strategico (nella fase apicale). Chiaro è che rimanendo invariato l’End State (5) della missione ISAF e al fine di non interrompere il momentum della Campagna, ovvero quella serie di successi in termini di vantaggio acquisito sugli insurgents nel controllo del territorio e sulla popolazione in termini di

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

fiducia e credibilità, è necessario introdurre nel quadro generale della situazione operativa corrente del Teatro afghano un altro concetto, riassumibile nell’acronimo SFA (Security Force Assistance). Lo «SFA Concept» rappresenta la risposta e lo sforzo della Coalizione alla necessità di continuare con la serie positiva di successi nella lotta agli insurgents, diminuendo sensibilmente e contestualmente il numero di soldati sul terreno, passando ad un ruolo di regia più che di attore primario e coordinando uno dei più grossi e difficoltosi redeployment mai affrontati fin’ora. È evidente la complessità del problema e la difficoltà in termini di coordinamento e di Comando e Controllo (C2) su un terreno aspro e compartimentato e con la pressione del mondo intero che guarda alle vicende afghane domandandosi se, dopo il 2014, qualcosa sarà cambiato. Tuttavia, il concetto di Security Force Assistance è il frutto di una grande intuizione e di una profonda consapevolezza e conoscenza dello scenario in cui si opera. Man mano che il Governo afghano assume il ruolo di leader e si procede, dunque, lungo le fasi della transizione, esso ha sempre più bisogno di Forze Armate professionali, addestrate e credibili. E il ruolo degli SFA Teams è proprio questo. Penetrare nel sistema militare afghano, affiancare i Kandak (i Battaglioni Afghani) e le unità di polizia (Afghan National Police - ANP, Afghan National Civil Order Police - ANCOP, Afghan Uniform Police - AUP, Afghan Local Police - ALP, Afghan Border Police - ABP) in tutte le attività quotidiane, condividerne la mentalità, gli usi, le abitudini, guidando le ANSF verso una migliore preparazione, verso una più profonda convinzione delle rispettive capacità e potenzialità e verso

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un livello addestrativo che consenta loro di essere indipendenti. Come in un intricato puzzle, sarà poi necessario strutturare e ridisegnare la disposizione delle rimanenti unità della CF sul terreno, in modo tale da fornire un adeguato supporto a questi teams e garantire all’ANSF di poter contare su quegli enablers (6) di cui è ancora carente. E questa è la sfida principale per il futuro, intuire e cercare di leggere in maniera adeguata i segnali che vengono dal CJOA (Combined Joint Area of Operation), data l’attuale incertezza sul post-ISAF e volendo evitare di correre rischi eccessivi nel pianificare con un elevato numero di assumptions. Si capisce dunque come non sia facile il lavoro che in questo periodo stanno facendo i vertici di ISAF studiando, insieme con i rappresentanti nazionali, i requisiti operativi che devono informare il processo di formazione delle CJSOR (Combined Joint State of Requirement) future, disegnando l’organizzazione delle Forze della Colazione per i prossimi mesi. Un altro aspetto che mi preme sottolineare e che è perfettamente in linea con i concetti di transizione, riduzione delle forze e Security Force Assistance, è quello della reintegration. Come ho già avuto modo di ribadire precedentemente, non ci può essere una vera transizione senza che il Governo afghano possa contare su delle Forze Armate credibili (innanzitutto dal punto di vista numerico) e prima che la popolazione prenda coscienza del fatto che un governo democratico legittimamente eletto, delle istituzioni sane ed efficienti, si traducono in un miglioramento generale della condizione di vita, permettendo di mettere finalmente da parte quelle percezioni costanti di terrore e di peri-


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colo tipiche del regime talebano. Sulla convergenza comune su queste considerazioni si innesta il programma, interamente afghano, di APRP (Afghan Peace and Reintegration Program), il cui scopo principale è quello di dare una seconda opportunità a quegli insurgents che decidano di rientrare nella società riacquistando dignità e onore. Il Comando Operativo di ISAF, IJC (ISAF Joint Command) ha solo un ruolo di supporto in questo particolare e delicato ambito, adoperandosi più che altro con tipiche operazioni di targeting e con raccolta di informazioni per agevolare il lavoro del Governo. Gli insurgents che decidono di abbandonare la precedente vita e di aderire al programma, ricevono

Forze ISAF-ANA e ANP mettono in sicurezza un villaggio.

immediata assistenza nonché il supporto necessario per reinserirsi nel tessuto sociale di cui erano precedentemente parte. Alcuni di essi, poi, al termine del processo di recupero, vengono inseriti nelle fila dell’ANSF mettendo a frutto la loro esperienza per costruire un Paese migliore. L’Afghanistan vive dunque, in questo momento, una fase molto delicata e complessa della sua storia. Tanti sono i settori nei quali la Coalizione sta lavorando e molteplici sono gli sforzi che si stanno intrecciando per permettere al

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Pattugliamento con veicolo VCC «Dardo» nel Distretto di Farah.

Paese di fare quel passo che tutti aspettano. Le difficoltà, però, non mancano e un esempio estremamente attuale di quanto l’intero processo sia messo a dura prova, viene dal c.d. fenomeno dell’insider threat (minaccia interna). Si tratta di una problematica molto delicata e complessa che, in estrema sin-

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tesi, si può spiegare come il tentativo da parte di individui non membri di Organizzazioni NATO/Governative afghane, ma con accesso ad esse per motivazioni professionali o di impiego, di condurre atti di terrorismo, di sabotaggio ecc. dall’interno delle Istituzioni stesse, causando spesso danni notevoli sia nelle fila delle CF che in quelle afghane. Ciò che rende questo fenomeno di difficile prevenzione e di grave pericolosità è che non esiste, in realtà, una precisa connessione


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tra gli attentatori e che non sempre tali iniziative possono essere ricondotte al solo gruppo degli insurgents. Gli attacchi possono ad esempio essere il risultato di casi di frustrazione da parte di militari afghani, o provenire da personale spinto da motivazioni personali, come, ovviamente, possono essere il deliberato tentativo di insorgenti che riescono a inserirsi tra le fila delle ANSF per minare alle fondamenta la loro credibilità. Quel che è certo, come ha affermato lo stesso Comandante di ISAF, è che non esiste una singola soluzione e che la risposta a questa insidiosa minaccia non può che provenire, egualmente, sia dalle fila della Coalizione che da quelle del Governo afghano (7). Proprio per enfatizzare questo aspetto di comune esposizione al rischio e per sottolineare il solidale coinvolgimento nel tentativo di mitigarlo, oggi non si parla più di «green on blue», ritenendo questa espressione non adeguata a classificare un problema che invece riguarda, in egual misura, entrambe le parti (8). Ed effettivamente lo sforzo comune in tal senso è notevole, come dimostrano una serie di iniziative che vanno dall’organizzazione di conferenze che coinvolgono Comandanti e leader afghani, nell’intento di discutere e diffondere una spiccata sensibilizzazione alla problematica, all’aumento del numero di counterintelligence teams nella Coalizione e nelle formazioni afghane, al miglioramento del processo di selezione delle reclute, all’ideazione di nuove procedure che realizzino un maggiore controllo del personale che si reca o torna dalla licenza. Si cerca, cioè, di fare il possibile per essere protetti al meglio, condividendo contromisure e idee, in un’ottica di affiancamento più che di supporto. Il 2014, anno in cui termina ufficial-

mente la missione ISAF, non è poi così lontano. L’Afghanistan con la sua complessità e le sue tante sfaccettature è una scommessa e una sfida in cui bisogna credere fino in fondo. E forse il segreto per il successo è proprio questo: crederci e impegnarsi fino in fondo. Fino alla fine. Del resto il motto di IJC ne è testimonianza: «Make it matter! It will be done!» NOTE (1) La forza di intervento internazionale denominata «International Security Assistance Force» si è schierata originariamente come Missione Multinazionale nel dicembre del 2001, ma è solo dall’agosto 2003 che il contingente è passato alle dipendenze della NATO. (2) Report on Progress towards Security and Stability in Afghanistan, April 2012. (3) Oggi si parla di POPCOIN ovvero di Population Counter Insurgency, volendo enfatizzare il ruolo della popolazione, centro di gravità della Campagna. (4) GIRoA: Government of the Islamic Republic of Afghanistan. (5) End State: The political and/or military situation to be attained at the end of an operation, which indicates that the objective has been achieved (AAP-6); (6) Enablers: assetti quali Intelligence, PSYOPS e ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) nonché Human Terrain Teams ecc.; (7) «The issue of insider threats is very complex and requires a comprehensive, integrated, combined response from International Security Assistance Force (ISAF) and the Afghans». (www.ISAF.NATO.int) (8) Fonte: www.ISAF.NATO.int, Commander’s corner, «insider threat».

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AFGHANISTAN: LA «TERRA DI MEZZO» del Maggiore Marco PACCOJ in servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze (COI Difesa) Fig. 1

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ochi Paesi come l’Afghanistan vantano un club assolutamente variegato di estimatori. In ogni epoca, infatti, i forestieri di passaggio sul territorio della «terra di mezzo» del «Grande Gioco», sono sempre rimasti affascinati

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La distribuzione etnica nelle province del territorio.

dal paesaggio severo, dalla sua storia permanentemente guerriera e dal miscu-


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Fig. 2

Le statue di Buddha di Bamiyan.

glio di popoli sempre in lite tra loro (1) che lo caratterizzano (Fig. 1). Quando ad un viaggiatore del passato veniva chiesto in quale Paese desiderasse ritornare, invariabilmente veniva fatto il nome dell’Afghanistan. «Ricordo che è un luogo eccitante violento, stimolante; quasi ogni americano o europeo che vi lavorò nel passato dice lo stesso. Da una camera al livello più alto delle caverne ho potuto contare sessantuno vette coperte di neve in piena estate, tutte sopra i 5 000 metri, le sue colossali statue di Buddha (2), le sue cinquecento grotte ed i suoi splendidi corridoi» (Fig. 2). L’autore e viaggiatore inglese James Morris all’inizio degli anni ‘60 del ‘900 trovava Kabul pittoresca e funesta allo stesso tempo. «La sua storia è segnata da massacri, bigotteria e gelosia e sebbene la sua gente sia abbastanza gentile, può dare ancora l’impressione di una città che terrorizza. La sua gente è così varia da far venire il mal di testa, dagli occhi a mandorla e dalle barbe incolte, lisci come castagne o pieni di rughe come pigne, massicci, gagliardi uomini di frontiera ed esili montanari, pathan e uzbeki, persiani e sikh uomini di ogni livello della gerarchia

sociale, dall’uomo austero che sembra venire dal medioevo al progressista in giacca e cravatta». Malgrado ciò e nonostante l’amore per il popolo afghano fosse quasi contagioso per tutti coloro che si sono, in qualche modo, con esso relazionati, la dura realtà geografica del Paese s’impone su di esso come una maledizione ancestrale. Con un territorio intercluso e del quindici percento più vasto di quello francese, l’Afghanistan presenta delle difficoltà geomorfologiche straordinarie. Posto immediatamente a ridosso delle latitudini dell’Asia centrale, contornato ad ovest da Iran e Turkmenistan, a nord da Uzbekistan e Tajikistan, a est ed a sud dal Pakistan, dominato dal massiccio centrale dell’Hindu Kush e collegato alla Cina da una striscia di terra nota col nome di «corridoio di Wakhan», imposto dai cartografi imperiali con lo scopo che la Russia e l’India del Raj britannico non dovessero avere una frontiera comune, lo Stato afghano copre l’area dello snodo territoriale maggiormente strategico del centro Asia (Fig. 3). Per secoli le carovane cariche di merci itineranti sulla Via della Seta, sono passate per le malagevoli alture sismiche, le ripide valli ed i suoi passi che rallentarono l’avanzata finanche del potente Esercito di Alessandro «il Grande» di Macedonia. Ciò nonostante, il fascino di questa terra ha sempre sospinto ed attirato le genti dell’Occidente: «Ognuno di noi si fa il proprio Eden, e usando un’argilla che non conosce» scriveva nel 1964 l’americana Roseanne Klass che, appena uscita dall’università del Wisconsin, venne ad insegnare ed a vivere in Afghanistan, descrivendo il suo idilliaco viaggio d’addio in corriera verso il Khyber Pass. Non solo ammirazione però. L’Afghanistan nel corso degli ultimi due secoli si è trovato

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Fig. 3

Le impervie caratteristiche geografiche del territorio.

spesso al centro dell’attenzione delle grandi potenze e, in un periodo relativamente recente, dell’insorgenza jihadista nell’ambito dell’Islam centroasiatico del fondamentalismo. Un fatto obiettivo tuttavia risponde a verità: nessuna potenza straniera in epoca moderna è mai riuscita a conquistare e colonizzare completamente questo Paese così irritabile. Anche la International Security Assistance Force (ISAF), la più grande coalizione multinazionale presente sul territorio dal 2001, poi a guida NATO dal 2003, (Fig. 4) non ha, a tutt’oggi, raggiunto la completa stabilizzazione politico–istituzionale del Paese con la prospettiva di scenari futuri non propriamente agevoli. Per provare a rendere un’efficace comparazione delle caratteristiche del Paese, si può affermare che l’Afghanistan sta alla guerriglia in montagna come la Francia all’alta moda e l’Italia alla storia dell’arte. Povero di risorse, desolato nei suoi paesaggi e ricettacolo, come detto, di una

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miriade di tribù religiose, l’Afghanistan è sempre sembrato, a primo impatto, una facile preda per l’esercito invasore dotato di armamenti moderni. Kermit Roosevelt lo riteneva il trampolino per seminare discordie e malcontento nell’Asia centrale sovietica e nel Caucaso russo. Tuttavia gli afghani, non inquadrati in un esercito regolare e privi perfino di un comando unificato, hanno per due volte dimostrato che l’Impero britannico, al culmine della sua potenza, non era in grado di estendere la sua egemonia sul Paese, impresa che poi è stata ripetuta contro l’invasore sovietico. Il risultato è che l’Afghanistan non è mai stato colonizzato, ma ha continuato ad essere un amalgama di tribù sottoposte a governi spesso corrotti verso le generose tangenti degli stranieri che vi giungevano, con lo scopo di provare a comprare ovvero imporre la pace sul territorio; rappresenta, sostanzialmente, l’essenza del crudo commercio che ha dato forma alle caratteristiche peculiari di questo «quasi-Paese». L’affermazione che è la geografia a determinare la storia vale per pochi Stati


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Suddivisione delle Aree di responsabilità delle Nazioni che conducono i sei Comandi Regionali ISAF.

al mondo come per l’Afghanistan; la politica, la natura di un popolo, la collocazione geostrategica del Paese, tra Iran, Mare Arabico e India e tra Asia centrale e Asia meridionale, hanno conferito grande importanza al suo territorio ed ai suoi valichi montani fin dalla prime invasioni ariane del 2000 a. C..(3) Il terreno aspro, accidentato, desertico e arido del Paese ha prodotto combattenti tra i migliori mai esistiti, mentre gli stupendi scenari delle sue acri montagne e delle valli verdeggianti sono stati altresì fonte di ispirazione letteraria. Strade e piste sono state vitali per l’Afghanistan fin dagli albori della sua storia; il suo territorio intercluso fu il crocevia dell’Asia ed il

punto di incontro e di scontro per due grandi ondate di civilizzazione: i più urbanizzati imperi persiani ad occidente e gli imperi nomadi altaici a nord dell’Asia centrale. Per la sopravvivenza di queste due antiche civiltà, che crebbero e calarono in grandezza e conquiste seguendo l’onda della storia, il controllo dell’Afghanistan si rivelò cruciale. In alcune occasioni fece da ammortizzatore tra i due imperi mentre in altre servì da corridoio per gli eserciti che intendevano invadere l’India, in marcia da nord a Fig. 4 sud o da ovest ad est. L’Afghanistan ha sempre posseduto caratteristiche di «centro di gravità» nel «mezzo» dell’Asia centro-meridionale subito a ridosso del sub-continente indiano. Nel XIX secolo gli inglesi in India e la Russia zarista avevano combattuto una guerra non dichiarata, recante il nome di «Grande Gioco», di competizione ed influenza in Asia centrale e in Afghanistan. Scriveva l’inglese Lord Curzon prima di divenire viceré dell’India nel 1898: «Turkestan, Afghanistan, Transcaspia e Persia: troppi di questi nomi suscitano soltanto un senso di assoluta distanza, o il ricordo di strane vicissitudini e di atmosfera moribonda. Per me, confesso, sono caselle di una scacchiera sulla quale si gioca il dominio del mondo». L’epicentro di entrambi gli Imperi presenti in quest’area era dunque l’Afghanistan. Il Raj britannico temeva che l’offensiva russa nella regione tur-

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Fig. 5 L’Emiro di ferro Abdur Rahman Khan.

kmena ed in particolare su Herat, potesse minacciare il Beluchistan inglese, mentre l’oro di Mosca avrebbe potuto far schierare i governanti di Kabul contro i delegati di sua maestà. I russi paventavano invece che la pressione inglese potesse indebolirli in Asia centrale e, per arginarla, si accaparrarono le simpatie delle genti autoctone mettendo a disposizione il loro supporto alle tribù musulmane ed ai governanti dei khanati di Bukhara e Khokand (4). La battaglia più importante era per le vie di comunicazione dato che entrambi gli imperi costruirono tratti ferroviari attraverso l’Asia centrale sino ai confini con l’Afghanistan, la Persia, la Cina; mentre gli inglesi costruirono le loro vie ferrate anche attraverso l’India sino al loro confine con l’Afghanistan. La forza dell’influenza inglese sul Paese si era ancor più delineata a partire dal 1880 sotto Abdur Rahman Khan (Fig. 5), scelto ed appoggiato nella sua ascesa al trono in seguito allo stallo mili-

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tare della seconda guerra anglo-afghana. Noto come «l’Emiro di ferro» in un’autobiografia – ritenuta comunemente valida dalla letteratura inglese dominante – si chiese «come poteva una piccola potenza come l’Afghanistan, come una capra in mezzo ai due leoni (la Gran Bretagna e la Russia zarista) oppure come un chicco di grano tra le macine di un mulino, restare fra queste due pietre senza essere macinata o ridotta in polvere?». La soluzione, a cui lo stesso Emiro diede risposta, venne individuata nello sfruttamento, nel modo migliore possibile, della sua posizione di Stato cuscinetto. Accettò, infatti, la sottrazione di regioni di confine oggetto di contenzioso con il Raj britannico (una parte dei territori del Baluchistan), ingoiò i rospi della Durand line (5) e del corridoio di Whakan (creato per non far confinare i due imperi - Fig. 6) e acconsentì di cedere alla Gran Bretagna la direzione della politica estera afghana divenendone una forma di protettorato. In cambio l’Emiro riceveva 1,2 milioni di rupie in contributi annuali, che furono aumentati a 1,85 milioni dopo che si inchinò all’imposizione dei confini con ulteriore guadagno di un premio in armamenti di provenienza inglese. Grazie a questi aiuti l’Emiro di ferro costituì un esercito nazionale permanente e continuò a sfidare i capi delle tribù senza peraltro riuscire a sottometterli fino alla sua morte nel 1901. Ma mentre adottava le armi moderne il satrapo, al tempo stesso, impediva che nascessero scuole e ferrovie, interpretabili come le vere ed autentiche armi per trasformare e far evolvere le società tradizionali quale quella afghana di fine XIX secolo. L’Afghanistan ebbe l’occasione più propizia per mettersi alla pari con le altre nazioni dopo la Prima guerra mondiale, quando il potere giunse nelle mani del


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Fig. 6 La morfogenesi «retroversa» dell’Afghanistan alla fine del XIX secolo.

nipote dell’Emiro di ferro: il riformatore Amanullah Khan. Mostrando la propria immagine con un’azione di governo tipica di un re piuttosto che di un anacronistico emiro, il riformatore costrinse nel 1919 l’Inghilterra al riconoscimento dell’indipendenza dell’Afghanistan ed a tentare ogni sforzo per trasformare una società tribale e di tipo agricolo in uno Stato – Nazione (6). Non più sostenuto dai sussidi britannici, dopo l’indipendenza, Amanullah si rivolse alla Russia sovietica per ricevere assistenza in maniera più calibrata rispetto al passato, dal momento che il modello di riferimento per questo nuovo riformatore era la Turchia di Mustafa Kemal «Atatürk». Trascurò, tuttavia, le

Forze Armate – elemento essenziale e amalgamante in un processo di nazionalizzazione – non potendosi così confrontare con i Signori della Guerra delle singole province, che affrontava però con l’esazione delle tasse necessarie a tamponare la falla lasciata aperta dal mancato ricevimento del contributo britannico dopo l’indipendenza. Provò a lanciare un programma di riforme che «soffriva delle stesse debolezze che avevano caratterizzato i molto più limitati programmi dei suoi predecessori. Intraprese un progetto di una rapida trasformazione di una società afghana senza un piano definito, priva delle necessarie risorse economiche e sprovvista delle indispensabili conoscenze tecnologiche e del capitale umano». Tuttavia una ribellione tribale depose Amanullah nel 1928. Negli anni successivi le «relazioni internazionali» dell’Afghanistan assunse-

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ro una spinta multivettorialità nei confronti delle potenze occidentali per provare a dirigersi verso una modellizzazione statuale moderna, facendo però contestualmente ristagnare all’interno la presenza di poteri intermedi di tipo tribale. I governi di Kabul aprirono alla Germania nazista permettendo l’instaurazione di collegamenti aerei Lufthansa per far giungere nel Paese ingegneri tedeschi come assistenti ai lavori pubblici. Ancora meno saggiamente, dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, gli afghani si aggregarono alla Germania e all’Italia quando fomentarono una sollevazione antibritannica alla frontiera di Nord-Ovest del Raj britannico. Strategia che gli si rivolse contro quando la Germania nel 1941 invase la Russia. Inchinandosi ad un’istanza anglo-sovietica, il Paese si oppose, nell’immediatezza della fine del conflitto, all’ingresso del Pakistan nelle Nazioni Unite, attaccando la Durand line come un relitto imperiale illegittimo (7). «Il conflitto costrinse inevitabilmente il governo afghano a cercare dei modi per l’accesso ai mercati internazionali dai quali dipendevano la liquidità della sua fragile economia e le magre entrate governative. I trasporti verso l’Iran orientale erano insufficienti così il solo sbocco alternativo era l’Asia centrale sovietica». Nei primi anni ‘50 del ‘900, l’Afghanistan si trovò sempre più impigliato, sia dal punto di vista militare che economico, con il blocco sovietico. Un episodio legato al rifiuto di Washington verso il governo di Kabul di provvedere ad una serie di forniture militari, costrinse gli afghani a rivolgersi a Mosca per armi da fuoco e personale addestratore. Nel frattempo affluivano nel Paese aiuti esteri di ogni tipo che trasformarono la struttura politico-economica dell’Afghanistan in una forma

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consolidata di Rentier State (8) governato da leader che cambiavano continuamente direzione tenendo il Paese «nel bel mezzo» dei suoi lontani e plurimi protettori. Nel decennio 1958-1968 più del 40% delle risorse dell’Afghanistan derivarono dall’estero nella forma di aiuti specifici. Un progetto sovietico di grande importanza fu l’autostrada che collegò Kabul all’Asia centrale, una via di comunicazione ampia e solida per sostenere il peso dei veicoli militari sovietici. Oltre all’urbanizzazione anche l’istruzione e l’apparato dello Stato venivano spartiti tra le potenze occidentali (Francia, Germania Ovest, Stati Uniti) lasciando però l’influenza maggiore, in particolare verso l’addestramento dei Quadri degli Ufficiali, al blocco sovietico. All’inizio degli anni ‘70 del XX secolo l’Afghanistan conosce l’epilogo della monarchia e delle dinastie regnanti (9) che avevano, fino a quel punto, tenuto le redini del Paese. Con il sostegno degli Ufficiali dell’Esercito formati da una sapiente regia sovietica, unitamente al sostegno dei militanti del piccolo partito urbano del Parcham, Muhammad Daoud Khan, già Primo Ministro del Regno, spodestò il cugino Zahir Khan (inviandolo in esilio a Roma), abrogò la Monarchia e istituì una Repubblica della quale si auto-proclamò Presidente. Il cambiamento della leadership e della forma di Stato, trascinò ancora una volta il Paese nel bel mezzo di una contesa nella geopolitica del confronto bipolare nella regione. Lo scià di Persia Reza Pahlavi, sostenuto dagli Usa dell’amministrazione Nixon, aspirava ad escludere l’influenza sovietica dagli Stati vicini e, per primo tra tutti, dal confinante Afghanistan, con lo scopo di provare ad attirarlo nello schieramento del blocco occidentale. Un prestito di


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quaranta milioni di dollari del 1974 provò a dare concretezza al progetto degli attori politici rientranti nell’area di influenza occidentale. L’approccio di risposta del Presidente Daoud all’offerta si diresse verso un generale abbassamento dei toni di aspirazione a prendere parte alla volontà di costruire un «Grande Afghanistan» e si indirizzò nel solco dell’instaurazione di una politica di compromesso sulle difficili questioni etniche e di frontiera con le vicine realtà dell’Iran e del Pakistan. Daoud, come tutti i suoi predecessori, non riuscì a consolidare la modernizzazione delle Istituzioni. Una struttura venne sovrapposta all’ordine sociale esistente, contraddistinto da una eccessiva e dominante polverizzazione etnica. I risultati, però, sfociarono in organismi di rappresentanza pubblica scarsamente significativi, la cui ragione principale andava ricercata nell’eccesso di frammentazione etnico - linguistica sussistente nel Paese, eccezion fatta per la Loya Jirga ormai in larga misura nominata a livello verticistico. In tale contesto, i Quadri filosovietici ed i nazionalisti dell’apparato afghano, pur se distanti su ogni altra materia (erano nettamente divisi in due filoni: Khalq – «le masse» e Parcham – «la bandiera») avevano costituito un sinergico fronte interno «nel lanciare l’allarme sul nuovo corso di Daoud, con l’appoggio dei capi tribali il cui timore principale era individuabile nella vendita dell’onore del Paese per un po’ di paccottiglia della Guerra Fredda». Dai bazar alle caserme di Kabul, gli esponenti del fronte anti-presidenziale si facevano forza in vista di una nuova lotta. Il 27 aprile 1978, le dimostrazioni di massa sfociarono in una ribellione con carri armati ed aerei che attaccarono il palazzo presidenziale. Il coupe d’État assunse contorni

notevolmente sanguinosi e si concluse con l’uccisione di Muhammad Daoud Khan e con lo sterminio di 19 membri della sua famiglia. L’errore determinante del Presidente Daoud sussistette nel non fermare ed incarcerare Hazifullah Amin – il militante comunista che aveva organizzato il golpe e che, nei contorni del nuovo regime, aveva assunto il ruolo di Ministro degli Esteri. L’obiettivo principale di Amin si riscontrava in uno spinto irredentismo territoriale che avrebbe voluto «l’unità nazionale degli afghani dall’Oxus all’Indo, sottolineando che la rivoluzione afghana e la questione del Pashtunistan erano strettamente collegate». La disputa riguardava il popolo Pashtun che, maggioritario nell’area di confine tra Pakistan ed Afghanistan, è stato diviso in due proprio con la Linea Durand. Il sogno, se mai avesse aspirato a diventare reale, di un grande Pashtunistan indipendente è apparso sempre irrealizzabile. In Afghanistan i Pashtun sono maggioritari, in Pakistan rappresentano invece circa il 15% della popolazione. Il sentimento di resistenza di questo popolo sembra aver guidato l’instabilità cronica della regione. Un popolo pronto a tutto. L’importante era trovare finanziatori disposti ad investire nella lotta (Fig. 7). Nella descritta situazione politica, i Mullah (10) ed i khan lanciarono il jihad contro gli infedeli comunisti che, a loro volta, si trovavano invischiati in lotte politiche intestine. In un siffatto quadro, si costituiva la nuova Repubblica con a capo Nur Muhammad Taraki (la guida ed il padre della rivoluzione di aprile) che, nei mesi a seguire, attuò una spinta repressione del clero afghano e comminò una serie di purghe in cui perirono almeno quindicimila persone tra moderati e tradizionalisti. L’indignazione tuttavia cominciò ad affiorare sfociando nei primi germi della resisten-

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Fig. 7 L’area territoriale di colore grigio rappresenta l’oggetto della contesa irredentista dell’etnia Pashtun dopo la suddivisione di fine ‘800 imposta con la Durand line.

za. Nel frattempo tuttavia, nell’eterna contesa del confronto bipolare, riaffiorano gli interessi di tipo geopolitico nella regione ed a Washington la linea più decisa e chiara fu proposta da Zbigniew Brzezinski secondo il quale il colpo del 1978 sarebbe stato

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il preludio al totale assorbimento dell’Afghanistan nel blocco sovietico, con relativa reviviscenza del vecchio velleitarismo zarista legato all’accesso alle calde acque del Golfo Persico e al dominio dell’Asia sud–occidentale. La dirigenza sovietica, dal canto suo, non era propriamente convinta dell’impronta riformista socialisteggiante imposta dal governo di Taraki all’Afghanistan, soprattutto alla luce dell’evidente infiammazione anti-sistema


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propagata dai Mullah locali, nonché dell’appoggio loro fornito da parte dei soldati delusi ribelli dell’esercito che, nel marzo del 1979, presero il controllo di Herat (allora città di circa 200 000 abitanti a forte componente etnica pashtun e totalmente di lingua persiana). Contestualmente, a livello macro-regionale, si era appena tratteggiato il trionfo ideologico-religioso dell’Ayatollah-Ruhollah Khomeini che, a seguito del consolidamento ottenuto attraverso la Rivoluzione islamica, riversava, dalla neo-costituita teocrazia sciita, una intensa e decisa spinta alla già evidente e delineata volontà insurrezionale, anti-regime, della resistenza afghana. Nel rappresentato quadro di crisi, il presidente Taraki si rivolse a Mosca per chiedere un immediato intervento armato. Nei mesi successivi prese corpo una sostanziale appendice del «torneo d’ombre» ottocentesco: i sovietici, inizialmente scettici sull’invio di truppe a supporto del «regime marxista di Kabul» (11), decisero di non dispiegare alcun dispositivo militare preferendogli il supporto esterno attuato sotto forma di fornitura d’armamento ed expertise di consiglieri, dal momento che consideravano l’Esercito afghano instabile e potenzialmente capace anche di schierarsi contro il nuovo «invasore-alleato». Dal canto suo invece, il Presidente statunitense Jimmy Carter, nel luglio del 1979, aveva firmato un decreto che autorizzava la Central Intelligence Agency (Cia) americana ad intraprendere un programma segreto per rafforzare i ribelli afghani con interventi propagandistici e aiuti medici. In una fase cospirativa di così torbido tratto (a tutt’oggi non ancora completamente delineato), che aveva visto anche il verificarsi di faide interne al regime (12), si giunse all’invasione Sovietica del 28 dicembre 1979 – formalmente chiesta

dal nuovo governo filo-sovietico guidato da Babrak Kamal - dopo l’eliminazione, perpetrata ad opera di agenti del KGB che cooperavano con la polizia segreta afghana, anche dell’ultimo ostacolo: il fanatico ultra nazionalista Hazifullah Amin. L’invasione sovietica dell’Afghanistan «mai colonizzato», si rivelò, oltreché un clamoroso errore di valutazione storicogeografica e politico-strategica del Politbjuro, un irrinunciabile assist per Brzezinski, presenza incessante nella politica estera statunitense fin dalla crisi degli ostaggi in Iran nell’aprile 1979, per colpire quei russi che detestava: «per regalargli il loro Vietnam e per spargere .... nel loro cortile» (l’espressione fu resa popolare da una copertina del Time del tempo). Il consigliere per la sicurezza nazionale dell’Amministrazione Carter, in un viaggio lampo nell’area della «Crisis Crescent» riuscì a persuadere l’Arabia Saudita ed il Pakistan, rispettivamente, a finanziare ed a far passare attraverso i propri servizi segreti (Inter Services Intelligence - ISI), tutto l’armamento necessario allo sforzo bellico per la guerriglia di resistenza afghana all’invasore sovietico. Per i dieci anni successivi, infatti, le Forze Armate del Pakistan riscossero denaro contante ed armamento da far arrivare ai mujaheddin afghani, per mezzo proprio dell’ISI, fin quando le forze sovietiche nel 1989, alla fine di dieci anni sventurati di intervento militare, lasciarono l’Afghanistan nelle maglie di una rete di militanti islamici, altamente disciplinati, che identificavano una nuova generazione di terroristi chiamati «gli arabi afghani o i figli del jihad» (13). Il Presidente della Repubblica democratica succeduto a Kamal, Mohammad Najibullah, considerato l’ultimo uomo forte comunista, rimase aggrappato al

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potere, dopo il ritiro sovietico, per altri tre anni. La sua sostanziale politica oppositiva e repressiva nei confronti degli agguerriti mujaheddin durò fino al 1992 quando una rivolta, scoppiata all’interno dei suoi stessi ranghi, lo costrinse a farsi da parte. La corsa per Kabul venne quindi contesa tra le forze pashtun dell’estremista Hikmetyar ed i tagichi di Burahnuddin Rabbani. Le forze tagiche guidate dal comandante militare Ahmad Shan Massoud (14), prevalsero sugli islamisti dell’Hizb-i-Islami di Hikmetyar cosicchè la capitale cadeva, dopo oltre tre secoli, nelle mani di un non pashtun. Ne seguì un difficile negoziato tra le frammentate fazioni dei mujaheddin, che portò ad un accordo di governo per cui, il 17 aprile del 1992, veniva proclamata la Repubblica Islamica dell’Afghanistan con a capo il presidente Sigbatullah Mujadeddi (15). Peraltro nel neo costituito governo emergeva la figura di un giovane Viceministro per gli Affari Esteri che in futuro avrebbe inesorabilmente legato il suo nome al Paese: Hamid Karzai (16).

NOTE (1) Principalmente Tagiki, Hazara, Pashtun, Uzbeki, Beluci e Turcomanni. (2) I Buddha di Bamiyan rappresentavano due colossali statue del Buddha risalenti al periodo preislamico dell’Afghanistan; esse sono state scolpite da una setta nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan, territorio degli hazara sciiti a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul e ad un’altezza di circa 2500 metri. La valle di Bamiyan, infatti, fu al centro del buddhismo indiano e punto di sosta sulla Via della Seta per i mercanti che, dall’Europa, si dirigevano verso la Cina e l’India. La valle ha mantenuto la sua posizione di centro religioso anche dopo la sua conquista da parte dell’Islam. Le statue, una alta 38 metri e risalente a 1800

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anni fa, l’altra alta 53 metri e vecchia di 1500 anni, vennero distrutte il 12 marzo 2001, a seguito dell’emissione di un fatwa del leader talebano, il mullah Mohammed Omar, con chiaro intento di esprimere la volontà di trasformare l’Afghanistan in uno Stato monoconfessionale e di lanciare un evidente monito alle altre confessioni religiose minoritarie del Paese. (3) Le prime notizie del periodo pre-islamico dell’Afghanistan risalgono alle invasioni ariane. In seguito, nella sua storia, ci furono le fasi persiana, meda, greca, maurya e bactriana. (4) I khanati rappresentavano i regni territoriali in cui venne suddiviso il territorio asiatico dall’Orda d’oro di Gengis Khan nel XIII secolo. (5) La «Linea Durand» è il termine utilizzato per indicare il confine (scarsamente delimitato, ma riconosciuto ufficialmente dal punto di vista internazionale) che per 2640 km separa Afghanistan e Pakistan. La Linea Durand prese il nome dal Colonnello Sir Mortimer Durand, Segretario degli Esteri del Raj Britannico che il 12 novembre 1893 insieme all’Emiro afghano Abdur Rahman Khan, negoziò i confini tra lo stesso Raj, di cui il Pakistan faceva parte, e l’Afghanistan. La Durand line viene a volte chiamata anche «Zero Line» o Linea Zero. (6) Nel 1919 venne promulgata la prima Carta Costituzionale dell’Afghanistan ed emerse il consolidamento sociale e politico di una piccola élite urbanizzata. (7) Nel 1949 la Loya Jirga afghana dichiarò di non riconoscere la validità della Linea Durand in quanto nel 1947, con l’indipendenza del Pakistan, il Raj, visto come la controparte nella stipula dell’accordo di confine, aveva cessato di esistere. Questa presa di posizione non provocò comunque effetti tangibili ed il confine è sempre rimasto effettivo ed è riconosciuto, ancor oggi, dalla maggior parte degli Stati. (8) L’espressione Rentier State (traducibile in italiano come «stato redditiere») è utilizzata per classificare gli Stati che traggono tutto ovvero


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una ingente porzione sostanziale del loro reddito nazionale, dalla rendita assicurata dalla vendita di risorse indigene a clienti esterni. (9) La dinastia Durrani (radice etimologica nei lemmi dur-e-durran, perla delle perle) si radicò nel territorio, che oggi viene chiamato Afghanistan, nell’anno 1747 con l’incoronazione di Ahmad Shah Durrani, un comandante pashtun dell’Esercito safavide. Alla dinastia di Durrani seguì quella di Barakzai, che governò il Paese fino al 1973, anno della creazione della Repubblica Afghana. (10) L’appellativo Mullah è generalmente utilizzato per riferirsi a un fedele musulmano educato alla teologia islamica ed alla legge sacra (Sharia). È inteso nel mondo islamico, anzitutto, come termine di rispetto per un uomo colto. L’etimologia del titolo è ricondotta alla parola araba Mawla, che significa «vicario», «custode». In vaste aree del mondo musulmano, in particolare l’Iran, la Bosnia, l’Afghanistan, la Turchia, l’Asia centro-meridionale e la Somalia, è il nominativo comunemente attribuito al locale leader religioso islamico. L’appellativo è stato altresì utilizzato in alcune comunità ebraiche sefardite, con lo scopo di fare riferimento alla leadership religiosa della comunità. (11) Da verbale reso pubblico nel 1991, durante i processi che seguirono il fallito colpo di Stato contro Michail Gorbaciov, emerge la volontà del Ministro degli Affari Esteri sovietico del tempo Aleksej Kosygin di «non inviare truppe, ma di invitare il presidente Taraki e il fanatico nazionalista Amin a cambiare la loro tattica». (12) Dalle informazioni di cui si è in possesso oggi, emerge che gli Ufficiali sovietici si accordarono in gran segreto con il Presidente Taraki per estromettere l’ultranazionalista Amin e costituire un governo a base più larga. Quest’ultimo tuttavia riuscì ad evitare – grazie ad una soffiata – un appuntamento fatale e colpì giustiziando in anticipo Taraki, al punto tale da far risultare, in un comunicato ufficiale del regime, che il Presidente era morto a

causa di «una seria malattia». (13) Il partito più estremista dei mujaheddin afghani - Hizb-i-Islami (Partito dell’Islam) venne fondato da Gulbuddin Hikmetyar per resistere all’invasione sovietica. (14) Ahmad Shan Massoud è stato un militare e politico afghano del Fronte Unito (Alleanza del nord), combattente contro il regime talebano afghano meritandosi l’appellativo di «leone del Panjshir». Nato il 9 gennaio del 1953 a Jangalak, nel nord dell’Afghanistan, fu il comandante più rispettato ed amato dei combattenti islamici per la resistenza afghana contro l’invasione sovietica prima e contro il regime dei talebani poi. Il suo sogno era un Afghanistan libero, indipendente e democratico. Oltre ad essere un ammirevole uomo di cultura, amante della poesia e dei viaggi, si dimostrò un abile stratega militare. Nel 2002 venne candidato postumo al Premio Nobel per la pace ed al Premio Sacharov, istituito dal Parlamento europeo per coloro che si distinguono nel campo della lotta per i diritti dell’uomo. Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale. (15) Sigbatullah Mujadeddi da sempre a capo di una delle fazioni dei mujaheddin, ha diretto il Fronte nazionale di liberazione dell’Afghanistan a cui apparteneva anche Hamid Karzai. È stato anche un leader spirituale e il capo dell’ordine sufi del misticismo islamico in Afghanistan. Dopo il breve mandato presidenziale (28 aprile – 28 giugno 1992), ha diretto la Commissione per la pace e la riconciliazione, istituita per affrontare il problema dei talebani. (16) Hamid Karzai è l’attuale Primo presidente eletto dell’Afghanistan (dal 7 dicembre 2004). In precedenza, dal dicembre 2001 Karzai aveva ricoperto il ruolo di Capo dell’amministrazione transitoria afghana e di Presidente ad interim (dal 2002).

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LA MANOVRA NELLA TERZA DIMENSIONE del Tenente Colonnello Gianmarco DI LEO in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito - III RIF-COE

ATTRITO E MANOVRA

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li uomini hanno cominciato fin dalla preistoria a combattere, ossia a usare la violenza per raggiungere i propri scopi, sia contro gli animali per difendersi o procurarsi il cibo, sia contro altri uomini per pura difesa ovvero per appropriarsi di nuovi territori e beni. Ebbene, già allora, seguendo il proprio intuito, gli stessi uomini hanno cercato, prima degli scontri, di muovere verso la posizione più favorevole per combattere,

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Rappresentazione pittorica del lancio di paracadutisti in Normandia nel 1944.

incrementando così le proprie possibilità di sopraffare o non essere sopraffatti dall’avversario. La manovra è proprio l’arte – non la scienza – di raggiungere quella posizione, consentendo di condurre il combattimento partendo da una situazione di vantaggio. Essa risulta dunque fondamentale nella condotta delle operazioni militari, tanto a livello tattico, quanto a


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livello operativo o strategico; in terra, come in mare, in cielo o nello spazio. Tutti i più grandi condottieri, da Alessandro Magno, a Cesare o Napoleone, si sono appunto distinti in quest’arte riuscendo, grazie anche ad efficaci manovre delle loro forze, a sconfiggere eserciti numericamente molto superiori, in un tempo relativamente breve e con perdite relativamente contenute. Come suggeriva infatti, durante la Guerra di Secessione americana, il Generale confederato R.E. Lee, il compito principale dei comandanti in guerra è mettere le proprie truppe nella migliore posizione per combattere. Per il resto, la vittoria è nelle mani di Dio e delle truppe stesse. Durante il lungo corso della Storia si sono alternati momenti in cui gli eserciti o le flotte si sono confrontati in modo più dinamico, attraverso elaborate manovre, e momenti in cui si sono invece affrontati in modo quasi statico, basandosi quasi esclusivamente sull’urto; impegnandosi quindi in battaglie d’attrito in cui si scambiavano reciprocamente colpi sempre più potenti finché uno dei due contendenti veniva annientato o si arrendeva. La Prima Guerra Mondiale, combattuta principalmente dagli Stati europei per quattro lunghi anni, dando fondo a tutte le loro risorse umane e materiali, rappresenta certamente l’esempio più chiaro di guerra d’attrito. Le due alleanze, su tutti i fronti, hanno continuato ad ammassare uomini e artiglierie nel tentativo di realizzare «lo sfondamento» decisivo in grado di sbaragliare il nemico. Milioni di soldati sono quindi morti, o sono rimasti feriti, cercando di superare i reticolati e le trincee nemiche, in una serie di scontri frontali successivi, caratterizzati da un inferno di fuoco, schegge e, talvolta, gas letali. La mobilitazione generale della popolazione e delle risorse tecnico-industriali delle Potenze di allora portò alla costituzione di

eserciti enormi, schierati pressoché staticamente su impenetrabili fronti continui dove non esistevano fianchi da aggirare o retrovie che si potessero colpire rapidamente per far collassare l’avversario. Nessuna brillante manovra per linee esterne o interne fu in grado di scompaginare la coesione del fronte opposto e nessuno sfondamento risultò decisivo. In ultima analisi il solo attrito determinò la sconfitta degli Imperi centrali, che esaurirono prima dei loro avversari la capacità e la volontà di combattere.

AMPLIAMENTO DELLA MANOVRA NELLA TERZA DIMENSIONE Verso la fine della guerra però, vennero gettati i semi in grado di rivoluzionare nuovamente le operazioni militari, consentendo finalmente agli eserciti di tornare a manovrare sui campi di battaglia. La nascita e il rapido perfezionamento del carro armato, così come dell’aereo, costituirono la premessa necessaria alla ideazione della Blitzkrieg sviluppata negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale e maturata poi durante la Seconda Guerra Mondiale. Nell’intervallo tra le due guerre, in tutti gli eserciti, iniziò infatti il processo di motorizzazione prima, e meccanizzazione poi, che portò alla formazione delle prime vere unità corazzate. Parimenti, le innovazioni tecnologiche in campo aeronautico, permisero la costruzione di velivoli sempre più grandi ed efficienti, in grado di trasportare a distanze sempre maggiori carichi paganti sempre più elevati. Ciò portò a una specializzazione sempre più accentuata dei Corpi Aerei di allora, che, nel giro di qualche decennio, divennero, in molti casi, autonome Forze Armate, con una propria

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dottrina d’impiego che prometteva addirittura di vincere le guerre del futuro con il solo utilizzo di massa dei nuovi bombardieri in costruzione. Verso la fine della Prima Guerra Mondiale, oltre all’uso dell’aereo per colpire in profondità il nemico sul proprio territorio, scavalcando le linee avversarie, si iniziò a teorizzarne anche l’impiego per trasportare truppe che potessero essere lanciate col paracadute nelle retrovie nemiche, aggirandone le insuperabili posizioni trincerate. Proprio l’Italia effettuò, nell’agosto del 1918, il primo lancio di guerra noto, dietro le linee austriache, nei pressi di Vittorio Veneto, a scopo di ricognizione (1). Nello stesso anno anche sul fronte francese i paracadute furono usati per l’aviolancio di alcuni team di sabotatori dietro le linee tedesche, ma anche di materiali per il rifornimento di truppe alleate. Il Colonnello americano Billy Mitchell, arrivò addirittura a proporre al Gen. Pershing (2), per il 1919, di paracadutare dai nuovi bombardieri in costruzione l’intera 1a Divisione fanteria dietro le linee nemiche nella zona di Metz, per impedirne il ripiegamento e la Rappresentazione pittorica dello sbarco dei «Red Devils» (508th PIR) in Normandia nel 1944.

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successiva riorganizzazione difensiva, in concomitanza con l’ennesima offensiva pianificata sul fronte occidentale per quell’anno. La guerra finì nel 1918 e l’idea rimase tale, ma in tutti i principali Paesi (3) cominciò negli anni successivi il reclutamento, la formazione e l’addestramento di unità aerotrasportate o paracadutisti in grado di manovrare sfruttando la terza dimensione, per aggirare la massa dei reparti avversari, colpendoli di sorpresa sui fianchi o sul tergo. Il Generale Gavin, Comandante della 82a Divisione paracadutisti americana, nella Seconda Guerra Mondiale, sintetizza bene lo spirito di queste nuove unità nel suo libro di memorie On to Berlin: «[Si tratta di] individui [i paracadutisti] che devono essere in grado di affrontare immediatamente qualsiasi opposizione possano incontrare dopo l’atterraggio. Nonostante [quindi] si debba fare ogni sforzo per sviluppare sistemi di comunicazione e tecniche che consentano rapidamente, a battaglioni, compagnie e plotoni, di riordinarsi, noi dobbiamo addestrare i singoli a combattere per ore e giorni, se necessario, senza essere parte di unità organiche. L’equipaggiamento deve essere leggero e prontamente trasportabile… Dall’inizio della Storia, i soldati sono stati addestrati in modo ripetitivo per cancellarne i tratti individualistici, forzandoli così ad adattarsi al combattimento in grandi formazioni. Gli eserciti di Federico il Grande hanno, forse, dimostrato la massima efficienza nel trasformare singoli, squadre, plotoni e unità superiori, in perfetti meccanismi di una macchina più grande. Anche se l’avvento di armi sempre più letali ha cambiato la


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necessità di costruire queste grandi formazioni addestrate a combattere in ordine chiuso, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, infinite ore sono state spese, in addestramento, per insegnare conversioni e spostamenti di squadre da destra a sinistra, come se si stessero preparando a combattere guerre del secolo passato (traduzione a cura dell’autore)». Uniformandosi a questo spirito, la dottrina seguita dalle unità aerotrasportate durante la Seconda Guerra Mondiale si basava essenzialmente sulla sorpresa, l’aggressività e la flessibilità per occupare e tenere posizioni chiave alle spalle del nemico fino all’arrivo di eventuali rinforzi, costringendolo così a ripiegare abbandonando le proprie posizioni difensive. Ciò minimizzava l’intrinseca debolezza delle stesse unità aerotrasportate, dovuta alle limitazioni causate dall’impossibilità di dotare questi reparti leggeri di artiglierie, mezzi protetti e supporto logistico sufficienti a metterli in condizione di sviluppare sforzi prolungati, specialmente contro unità blindate o corazzate. Tali limitazioni

Rappresentazione pittorica dell’approntamento di reparti del 505° PIR (settembre 1943).

erano principalmente dovute alla capacità di carico di aerei e alianti, che non erano certamente in grado di aviotrasportare artiglierie o mezzi pesanti. Altre limitazioni all’impiego erano dovute anche alla necessità di sufficienti aerei o alianti da trasporto per evitare un numero eccessivo di sortite nello spiegamento delle truppe aerotrasportate, così come all’assoluta necessità di avere la superiorità, se non la supremazia aerea, sul cielo dell’operazione. Un’ultima limitazione era infine intrinsecamente dovuta al metodo di spiegamento delle unità aerotrasportate, ossia il paracadute o l’aliante. Le auspicabili caratteristiche fisiche idonee per le zone d’atterraggio non erano sempre facilmente disponibili, costringendo quindi spesso le truppe a un pericoloso diradamento nella fase di atterraggio, anche distanti dalle Landing Zone (LZ) pianificate, che portava altrettanto spesso a notevoli pro-

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blemi nel riordino delle forze. Durante l’avvicinamento al suolo poi, sia gli alianti, sia i paracadutisti, erano estremamente vulnerabili al fuoco della contraerea o anche delle armi leggere eventualmente appostate nei pressi delle LZ stesse. Le gravi perdite subite, ad esempio, da unità aerotrasportate tedesche a Creta, anglo-americane in Normandia e Olanda, o russe a Vyaz’ma come a Kursk, sembrarono confermare, su tutti i fronti della Seconda Guerra Mondiale, la sostanziale inefficacia, in termini di costi-benefici, nella condotta di significative operazioni aerotrasportate di livello superiore al tattico (4). La guerra finì, quindi, con l’impiego dei reparti aviotrasportati, sostanzialmente, come fanteria di élite.

NUOVI MEZZI PER LA MANOVRA NELLA TERZA DIMENSIONE Già dal 1946 però, il perfezionamento di un nuovo aeromobile in grado di atterrare e decollare verticalmente – l’elicottero – consentì l’ideazione e la sperimentazione di un metodo alternativo al paracadute, o all’aliante, per trasportare rapidamente i reparti aerotrasportati alle spalle del nemico. Il Generale Geiger dei Marines americani, riflettendo appunto sulle possibilità offerte dal nuovo mezzo che, proprio grazie alle sue caratteristiche, poteva essere imbarcato sulle portaerei e sfruttato, quindi, per attaccare dall’alto le spiagge nemiche aggirandone le difese, raccomandò lo studio del possibile impiego dell’elicottero per la manovra aeromobile al fine di limitare, in futuro, le altissime perdite subite, nel recente passato, dai suoi Marines durante la condotta delle varie operazioni anfibie sul fronte del Pacifico. Nel 1948, a seguito della formazione del primo reparto sperimentale da trasporto aereo

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dell’USMC (HMX-1), che metteva in linea i Sikorsky HO3S-1s, nacque il primo manuale per le operazioni aeromobili eliportate (Phib-31). Nel 1949 poi, il reparto neocostituito, sperimentò la nuova dottrina in esercitazione e, decollando da una portaerei, condusse la prima manovra di avvolgimento verticale della Storia condotta con elicotteri. L’occasione di validare sul campo l’utilità degli elisbarchi, si ebbe già qualche anno dopo durante la guerra di Corea. Nel settembre 1951 infatti, gli elicotteri del HMR-161 trasportarono oltre 200 Marines alle spalle del nemico, lanciando l’operazione Summit, e nell’ottobre successivo, con l’operazione Bumblebee, l’intero 3° Battaglione del 7° Rgt. Marines condusse il primo assalto aereo di massa su elicotteri Sikorsky HRS-1s. I successi ottenuti e le grandi potenzialità che già si intravedevano, spinsero anche l’Esercito americano a esplorare le possibilità di impiego del nuovo aeromobile. Gli elicotteri infatti, non avendo bisogno, per operare, di lunghe piste e permettendo di rilasciare le truppe d’assalto già concentrate sulle zone di riordino, senza peraltro il necessario specifico addestramento per l’uso del paracadute, si candidavano ad essere il nuovo ideale mezzo di trasporto per tutte le truppe aviotrasportate, in grado di ridurre i problemi di dispersione, perdite all’atterraggio e limitazioni nella scelta di idonee LZ, sperimentati durante le operazioni aerotrasportate sui fronti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1954, il celebre Generale Gavin, excomandante dell’82a scriveva sulla rivista Harper’s: «Dov’era la cavalleria?... E non intendo a cavallo. Intendo a bordo di elicotteri e aerei leggeri, in grado di trasportare soldati armati con armi automatiche e contro-carro portatili, ma anche veicoli


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leggeri da ricognizione dotati di armamento contro-carro capace di eguagliare o superare quello dei T-34… Se mai nella storia delle nostre Forze Armate c’è stato un momento in cui c’è stato bisogno della cavalleria – trasportata per via aerea con elicotteri e aerei leggeri d’assalto –, questo momento è oggi…Solo sfruttando al massimo il grande potenziale offerto dagli aeromobili contemporanei possiamo combinare la completa dispersione nella difesa con la capacità di ammassare le forze rapidamente per il contrattacco che l’Esercito di oggi e di domani deve possedere (traduzione a cura dell’autore)». In queste poche righe, il Generale Gavin, sintetizzò efficacemente le caratteristiche della futura cavalleria aerea, che, entro pochi anni, sui campi di battaglia del Vietnam, dimostrò le enormi potenzialità della combinazione elicottero-fanteria leggera aeromobile. Nell’agosto del 1962, il Generale Hamilton Howze, guidò infatti un gruppo di studio (Tactical Mobility Requirement Board) che in soli 90 giorni analizzò le potenzialità della manovra nella terza dimensione e propose addirittura la trasformazione dell’intero Esercito americano in chiave aeromobile. Il piano prevedeva cinque possibili alternative, la terza delle quali fu suggerita come preferibile al Ministro della Difesa di allora Robert Mc Namara. L’US Army, poteva essere riorganizzato, entro sei anni, su undici nuove Divisioni, di cui cinque Air Assault, più tre Brigate Air Cavalry e tre Air transport. Le principali innovazioni tattiche di questo programma di ristrutturazione erano proprio le creazioni delle Divisioni Air Assault, che avrebbero dovuto schierare 459 aeromobili – anziché i 100 delle Divisioni standard – e 1 100 veicoli – anziché 3 452 –, riducendone così il «peso», per una più spiccata aeromobilità e un

minore onere per il trasporto aereo. Anche l’artiglieria sarebbe stata infatti ridotta ai soli obici da 105 mm e ai razzi Little John (aerotrasportabili dai Chinook), potendo però contare sul supporto di fuoco divisionale di 24 aerei leggeri Mohawks e 36 elicotteri Huey armati con razzi e mitragliatrici pesanti. La nuova Divisione, così costituita, sarebbe stata poi composta da tre Brigate, di cui una aerotrasportabile nella stessa sortita con i propri mezzi aerei. Le Brigate Air Cavalry dovevano essere invece composte da 316 elicotteri, di cui 144 da attacco (all’epoca non ancora in servizio), ed essere completamente aerotrasportata nella stessa sortita (compresa la organica componente controcarri). Un’ulteriore novità, per entrambi i tipi di unità, era l’assegnazione permanente di sufficienti aeromobili (aerei Caribou ed elicotteri Chinook) per fornire il supporto logistico, via aerea, direttamente alle unità sul campo di battaglia. Il compito delle Divisioni d’assalto aereo sarebbe stato quello di manovrare nella terza dimensione per colpire il nemico direttamente sui fianchi o sul tergo, aggirandolo o avvolgendolo, e scavalcandone così le difese preparate più solide. Quello delle Brigate di cavalleria aerea, sarebbe stato invece quello di fornire le unità destinate all’esplorazione, allo schermo delle forze principali, alla protezione dei loro fianchi, nonché alle azioni ritardatrici. La conclusione del Generale Howze fu che: «L’adozione del principio di aeromobilità da parte dell’Esercito, per quanto possa essere giustificato in modo imperfetto, nel mio rapporto, è comunque necessario e desiderabile. Per certi aspetti si tratta di una transizione inevitabile, come quella del passaggio dalla mobilità basata su mezzi animali a quella basata su mezzi a motore (traduzione a cura dell’autore)».

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Aviosbarco di truppe americane in Vietnam protetto da cortina fumogena (foto US Army).

A seguito dell’opposizione feroce di membri del Congresso, Ufficiali dell’US Air Force ed elementi tradizionalisti dello stesso US Army, il provvedimento di ristrutturazione non venne adottato, ma lo studio di Howze, servì comunque a gettare le basi per la creazione della 1 a Divisione Cavalleria Aerea, costituita l’11 febbraio 1963 in Fort Benning, dall’integrazione dell’11a Divisione Assalto Aereo con la 2a Divisione Fanteria, riprendendo a però le tradizioni della 1 Divisione Cavalleria. Successivamente, la nuova Grande Unità venne inviata in Vietnam e ricevette il battesimo del fuoco nei pressi del massiccio Chu Pong, al confine con la Cambogia, nel novembre 1965, dove diverse sue unità vennero coinvolte nella battaglia della Valle dello Ia Drang (5).

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Proprio la guerra in Vietnam dimostrò, dopo i primi successi, alcuni problemi delle operazioni aeromobili, anche se eliportate, e il possibile alto tasso di perdite causato anche solo da forze leggere scarsamente equipaggiate, come quelle NVA (North Vietnamese Army) o Viet-Cong. Grazie, infatti, allo sviluppo rapido di efficaci tecniche contro-atterraggio, questi ultimi riuscirono in molti casi a infliggere parecchi danni alle forze aerotrasportate. Ad esempio, durante un assalto aereo ad AP Bac, nel gennaio 1963, 13 dei 15 elicotteri impiegati furono colpiti e 4 vennero abbattuti. Anche durante l’operazione Sure Wind 202, nell’aprile 1964, ben 17 dei 21 elicotteri impiegati furono colpiti e 3 finirono abbattuti. Anche a causa, infatti, dell’estesa e fitta vegetazione vietnamita, relativamente poche radure erano adatte come zone d’atterraggio, rendendo quindi possibili agguati con razzi e mitragliatrici pesanti posizionate a ridosso delle zone


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stesse, nonché imboscate immediate alle unità appena sbarcate, come appunto nella citata battaglia dello Ia Drang. Tra il 14 e il 18 novembre 1965, gli americani persero infatti in azione, tra morti e feriti, 200 dei quasi 500 (1°/ 7° Cav.) impegnati sulla LZ X-RAY, e 279 dei 500 (2°/ 7° Cav.), circa, attaccati nei pressi della LZ ALBANY. Nuove procedure tecnico-tattiche vennero quindi sperimentate per limitare i danni possibili in caso di imboscata, a uomini o mezzi, in prossimità delle LZ e nuovi aeromobili, come l’OV-1A Mohawks o l’UH-1B Gunship (sostituito dai più potenti AH-1G Cobra, dal 1968) furono integrati nei pacchetti aerotrasportati per migliorarne la capacità di individuazione precoce del nemico e la potenza di fuoco. I nuovi Squadroni di Cavalleria Aerea costituiti erano formati da 1 Plotone da ricognizione, su Observation Helicopter (OH), 1 Plotone d’attacco, su Attack Helicopter (AH) e uno di fanteria aeromobile, su Utility Helicopter (UH). Ogni Gruppo Squadroni di Cavalleria Corazzata, organici alle Divisioni di fanteria, aveva uno di questi Squadroni; mentre i Gruppi Squadroni delle Divisioni Aeromobili ne avevano tre. Le varie minori unità a disposizione potevano essere diversamente combinate, a seconda delle missioni loro assegnate e divise in Team (Tab. 1). Nella condotta di assalti aerei, i

Team WHITE, ricognivano gli itinerari di infiltrazione del pacchetto aeromobile e verificavano la situazione sulla LZ prescelta. I Team RED, intervenivano per eliminare le forze nemiche eventualmente presenti nei pressi della LZ (che in questo caso veniva denominata «HOT»), e i Team BLUE, provvedevano infine al trasporto delle truppe d’assalto incaricate di eseguire la missione tattica terrestre. I Team PINK, erano invece un misto di OH e AH, destinati a individuare e distruggere il nemico direttamente, senza l’intervento di forze a terra, tramite il loro stesso fuoco o guidando quello dei mortai, dell’artiglieria o delle Close Air Support (CAS) dell’Air Force. Esempi tipici di impiego dei PINK Team erano ad esempio quelli destinati a incrementare la protezione dei perimetri difensivi delle unità terrestri, nei periodi in cui era più probabile un attacco nemico, ossia intorno all’alba e al tramonto. A seconda poi del numero di truppe impegnate nell’operazione e della resistenza supposta sulla LZ, altri elementi potevano essere integrati. Alcuni esempi erano i velivoli per l’osservazione e il supporto aereo di fuoco ravvicinato, come i già citati OV-1A; gli aerei leggeri, come gli O-1 Bird Dog, per guidare dall’alto il tiro delle artiglierie o le CAS dell’aeronautica; gli elicotteri con il compito di stendere cortine fumogene ai bordi delle LZ; le sezioni o le batterie da 105 mm, dislocate nei pressi Tab. 1

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delle LZ stesse, a supporto degli aviosbarchi; oppure gli elicotteri con compiti di comando e controllo, nel caso di operazioni complesse (6). Gran parte delle missioni assegnate alle nuove unità di Cavalleria Aerea erano di tre tipologie: • intelligence aeroterrestre; • sicurezza; • economia delle forze. Nella prima tipologia di missioni rientravano le ricognizioni di aree, itinerari e obiettivi specifici; la valutazione dei danni successiva a bombardamenti; la selezione e ricognizione delle LZ; l’acquisizione obiettivi, la cattura di prigionieri (body snatch); ovvero le operazioni

Sistema di illuminazione Bug-Firefly installato su UH-1 in Vietnam (foto US Army).

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speciali in supporto di Ranger e Special Force (SF). Nella seconda, rientravano invece le operazioni di schermo, protezione e scorta delle forze amiche durante movimenti o stazionamenti, così come quelle di sorveglianza e protezione dei siti dove si erano verificati abbattimenti, seguite poi da quelle successive di evacuazione delle perdite e dei relitti. Nella terza e ultima tipologia, rientravano infine i raid d’artiglieria, gli assalti aerei, le imboscate, le azioni ritardatrici e le operazioni di protezione durante la costruzione delle basi di fuoco avanzate, nonché di reazione agli attacchi contro basi amiche (7). Dal 1966, per ridurre le perdite proprie durante gli aviosbarchi, e incrementare l’effetto sorpresa sul nemico, le unità di Cavalleria Aerea cominciarono peraltro ad operare anche di notte e diventarono sempre più efficaci


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grazie alla successiva introduzione di nuove tecnologie, come i ground controlled approach radar, i primi sistemi per la visione notturna (AN/TVS-4), i sistemi di illuminazione in luce visibile (Lightning Bug-Firefly), TV e IR (8). Le esperienze fatte in Vietnam dagli americani mostrarono comunque molti dei limiti già sperimentati dalle forze aerotrasportate nella Seconda Guerra Mondiale nel manovrare nella terza dimensione, nonostante tutte le citate innovazioni tecnico-tattiche e l’introduzione di aeromobili sempre più avanzati, in grado anche di decollare/atterrare verticalmente, nonché volare e combattere efficacemente anche di notte. Anche le nuove unità di Cavalleria Aerea infatti, come i paracadutisti, una volta a terra, diventavano pura fanteria leggera, senza protezione, senza artiglieria pesante, senza sufficiente autonomia logistica, e in grado di muovere solo a piedi. Ciò le rendeva ovviamente dipendenti dalla componente aerea, sia per il movimento, sia per il supporto di fuoco, sia per il sostegno logistico, e fortemente vincolate, dunque, alle LZ dove venivano sbarcate. Le LZ, essendo quindi vitali, dovevano essere ben protette (sottraendo così truppe alle forze di manovra, per la difesa del perimetro) e difficilmente le unità aeromobili se ne potevano allontanare troppo in termini di spazio o tempo (potendo trasportare i rifornimenti solo nei propri zaini), limitandone quindi il raggio d’azione tattico. Alcuni punti critici della manovra aeromobile si ritrovarono anche in un manuale Viet-Cong ritrovato nel 1962. Nel documento, si valutavano giustamente come debolezze, la capacità di trasportare nella stessa sortita solo piccole unità facilmente contrattaccabili; la scarsa conoscenza del terreno da parte dei

reparti aeroportati in zone poco conosciute e studiate solo sulla carta; nonché la necessità di operare da LZ rapidamente accerchiabili, ove si potevano, altrettanto facilmente, improvvisare imboscate contro-forze e/o contro-elicotteri. Nonostante, comunque, i possibili svantaggi sperimentati nel manovrare nella terza dimensione, le operazioni aeromobili furono comunque estensivamente impiegate in Vietnam, anche a livello superiore al tattico (9). Questo perchè la capacità dimostrata, sfruttando le potenzialità di elicotteri e aerei leggeri, di cercare, trovare il nemico, sempre estremamente elusivo, che si nascondeva tra montagne e foreste, nonché di ingaggiarlo rapidamente, impedendone la fuga, si rivelò estremamente preziosa, soprattutto in un teatro di operazione non-lineare come quello del Vietnam. Anche negli anni successivi quindi, seppure parecchie critiche furono mosse all’impiego massiccio di unità aerotrasportate su larga scala, diverse volte furono lanciate operazioni di assalto aereo, sia eliportato – sia avioportato – da tutti i Paesi che ne avevano la capacità. Un esempio è fornito, dal lancio di unità paracadutiste indiane, che conquistarono quasi tutto il ghiacciaio Siachen nella regione del Kashmir, nell’aprile del 1984, con un attacco preventivo sul campo di battaglia più alto del mondo (operazione Meghdoot). Un altro esempio è fornito dai sovietici che, nel dicembre 1979, aviotrasportarono a Bagram l’intera 103a Divisione (Airborne) della Guardia «Vitebsk» come mossa d’apertura dell’invasione in Afghanistan. Altre operazioni furono condotte dagli americani a Grenada nel 1983, a Panama nel 1989 e, più recentemente, in Afghanistan nel 2001 e Iraq, sia nel 199091, sia nel 2003.

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CASE STUDIES RECENTI Particolarmente interessante è il caso della 101a Divisione aerotrasportata, che alla fine del 1990 raggiunse l’Arabia Saudita, assieme alle altre forze del XVIII Corpo (Airborne) americano, come prima risposta all’invasione irachena del Kuwait, cominciando così l’operazione Desert Shield. Questo caso dimostra infatti la grande flessibilità e potenzialità di grandi unità aeromobili, come la 101a, anche nelle più classiche operazioni War. In agosto, le Screaming Eagle

rischierarono, in soli 13 giorni, le loro prime unità, da Fort Cambpell (USA) a Camp Eagle II (Arabia Saudita), nei pressi del King Fahd International Airport (KFIA), con 56 sortite di C-141 e 49 di C-5B, e assumendo la responsabilità di difendere un settore di 4 600 Km2 (AO Normandy), con un totale di 2 742 uomini, 487 veicoli e 117 elicotteri (della 2 a Brigata e della organica Brigata

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Aviazione dell’Esercito). Di questi ultimi, ben 96 erano d’attacco (42 AH-1 Cobra, ognuno armato con 8 missili TOW (Tube Launched Optically Tracked); 54 Apache, ognuno armato con 16 missili Hellfire), e rappresentavano quindi l’arma migliore per fermare l’eventuale ulteriore avanzata dei carri di Saddam Hussein nel Golfo. Nel giro di tre mesi, il Comando della coalizione anti-irachena formatasi a nel frattempo, ordinò poi alla 101 di abbandonare la propria postura difensiva e di spostarsi dall’estrema destra all’estrema sinistra dello schieramento

AH-64 in atterraggio presso un FARP in Iraq (foto US Army).

alleato (un movimento di circa 1000 Km), preparandosi ad attaccare, nell’ambito dell’operazione Desert Storm, partendo dalla nuova Tactical Assembly Area Campbell. Proprio gli elicotteri d’attacco della 101a, nella notte del 17 gen-


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naio, condussero il primo raid alleato dell’offensiva, con 2 Sezioni (denominate White e Red) di 4 AH-64 e 2 MH-53J Pave Low, che, volando a bassissima quota, distrussero due radar della difesa aerea irachena in pieno territorio nemico, aprendo così un varco nella rete della difesa aerea stessa. Questo varco venne sfruttato poi, sempre nella notte del 17, dai primi caccia-bombardieri della coalizione, per colpire di sorpresa gli obiettivi strategici situati a Baghdad, riuscendo quindi, non essendo avvistati, a massimizzare gli effetti dei bombardamenti. All’inizio poi della campagna terrestre, il 24 febbraio (G-Day), tramite assalto aereo, la 101a occupò una posizione 151 Km a nord del confine iracheno FOB Cobra (Forward Operating Base “Cobra”), scavalcando le unità nemiche schierate sul confine stesso, e lì costituì diversi Forward Arming and Refueling Point (FARP) (alimentati anche con 100 sortite di CH-47) necessari per rifornire gli elicotteri che dovevano proseguire l’assalto in profondità. Il giorno successivo infatti (G+1), la 101a si spinse altri 100 Km nel cuore del territorio nemico (60 sortite di CH-47 e 125 di UH-60), raggiungendo la valle dell’Eufrate, riuscendo così a tagliare la principale linea di comunicazione delle forze irachene schierate in Kuwait (Highway 8, attorno a As Samawah), a bloccarne l’eventuale via di ritirata, verso nord, e a minacciare anche direttamente Baghdad, posta solo 233 Km a Nord-Ovest. Nel G+2, la Divisione rinforzò le posizioni raggiunte, e il G+3 lanciò, da una nuova FOB (VIPER), costituita 150 Km più a Est (55 sortite di CH-47 e 120 di UH-60), i suoi elicotteri d’attacco (4 battaglioni) contro le unità nemiche in ripiegamento da Bassora (EA Thomas), pianificando poi un nuovo assalto aereo per il G+4.

Prima che l’assalto fosse eseguito, gli iracheni però si arresero e la campagna terrestre fu quindi interrotta. Le azioni, seppur sommariamente descritte qui sopra, dimostrarono certamente la validità dell’impiego di unità aeromobili, anche in operazioni di guerra condotte in Teatri Operativi lineari, contro eserciti regolari dotati di equipaggiamenti moderni e forze corazzate, anche se la loro efficacia fu sicuramente incrementata dal fatto che gli alleati avevano l’assoluta supremazia aerea nella zona d’operazione. Le procedure d’im-

AH-64 durante un’operazione notturna in Iraq (foto US Army).

piego attuate, la versatilità e l’aggressività tipica delle forze aeromobili, nonché la spaventosa potenza di fuoco degli elicotteri d’attacco, riuscirono comunque a ottenere risultati impressionanti, considerando le distanze coperte in soli tre giorni con perdite bassissime (un solo Blackhawk abbattuto). Analizzando questa manovra di aggiramento verticale, assimilabile, per ampiezza e forze schierate, a quelle condotte nella Seconda Guerra Mondiale, si può anche osservare un significativo cambiamento,

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nell’impiego di forze aerotrasportate. Mentre infatti le grandi operazioni avioportate della Seconda Guerra Mondiale miravano fondamentalmente ad aggirare la prima linea avversaria, occupare una posizione chiave e resistere sul posto fino al ricongiungimento con le forze corazzate amiche (Seize and Hold) – a causa delle già discusse limitazioni di mobilità e armamento delle unità leggere una volta atterrate – questa della 101a, nella I Gulf War, aveva invece il compito di occupare posizioni chiave nel cuore del territorio nemico, ma anche di utilizzare le posizioni conquistate come basi avanzate per gli elicotteri che potevano essere rapidamente lanciati per ingaggiare obiettivi d’opportunità nelle retrovie avversarie. Cercando quindi, e non aspettando sta-

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Soldati americani della 101a in azione sul Tergur Ghal nel 2002 (foto US Army).

ticamente, il contatto col nemico. Ciò grazie, essenzialmente, alla disponibilità di un numero adeguato di aeromobili sempre più sofisticati per il trasporto delle truppe e il combattimento. In questo tipo di operazione, si può peraltro osservare anche una vera e propria inversione dei ruoli tra la componente di fanteria e quella degli elicotteri d’attacco della Divisione. Gli elicotteri d’attacco della 101a, infatti, non sono stati prevalentemente impiegati per fornire il supporto di fuoco alle truppe di terra durante gli assalti aerei. Sono state invece le unità di fanteria che hanno occupato e difeso le FOB da cui gli Apache hanno condotto, autonomamente, devastanti


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raid contro mezzi e infrastrutture nemiche, sconvolgendone così le retrovie. Per certi versi un’innovazione tecnicotattica simile a quella con cui, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la Wehrmacht travolse Polonia, Francia e Unione Sovietica, coprendo ragguardevoli distanze in uno spazio di tempo relativamente breve (10), con le sue unità corazzate, all’interno delle quali, non erano i carri a supportare la fanteria, bensì la fanteria a supportare la manovra dei carri che si spingevano rapidamente in profondità nelle retrovie nemiche, scardinandone l’organizzazione difensiva, improvvisando e adattandosi alla situazione contingente, per colpire i fianchi o il tergo degli avversari schierati in prima linea. In seguito però, non furono talvolta raggiunti gli stessi sorprendenti risultati. Come già accaduto in Vietnam infatti, le forze ostili impararono la lezione della I Gulf War e si adattarono a contrastare le forze che sfruttavano la manovra nella terza dimensione. Due classici esempi, in due diversi ambienti operativi e due diverse tipologie di operazione, sono i casi dell’assalto aereo americano (Task Force Rakassan) del 2 marzo 2002 sul massiccio del Tergur Ghal, nell’ambito dell’Operazione «Anaconda» in Afghanistan, e quello contro elementi della Divisione irachena «Medina» nei pressi di Karbala, il 24 marzo 2003, durante la II Gulf War. Nel primo caso, l’eliassalto prevedeva il trasporto di 2 Battaglioni, della 101a Div. (Airborne) e 10a Div. (Mountain), in 2 sortite di 7 CH-47, protetti da 5 Apache, con il compito di attivare diverse Blocking Position (BP), sulle probabili vie di fuga, che correvano attraverso il Tergur Ghal, presumibilmente seguite da elementi ostili di Al Qaeda, sbandati e in ripiegamento verso il Pakistan. In realtà, invece, i citati elementi ostili si rivelarono tutt’altro che

sbandati e inchiodarono da posizioni fortificate dominanti, con razzi, mitragliatrici e mortai, le forze sbarcate, su posizioni difensive improvvisate. Riuscirono persino a danneggiare 4 dei 5 Apache impiegati, costringendoli a rientrare alla base. Due delle sette Blocking Position pianificate non furono conquistate e il Btg. che avrebbe dovuto occuparle, subì poi diverse perdite, rischiando di essere accerchiato. Esso venne quindi esfiltrato dopo il tramonto, lasciando quindi aperta una via di fuga agli elementi ostili in ritirata. Attorno a Karbala invece, 34 Apache dell’11° US Army Avn Rgt. caddero in un’imboscata contraerea durante un attacco alla Divisione irachena della Guardia Repubblicana «Medina». Di questi ben 30 furono pesantemente danneggiati (alcuni in modo definitivo), e uno finì abbattuto. A seguito di questi e altri eventi simili, si tornò a considerare nuovamente superate le tattiche e le tecniche d’impiego delle unità aeromobili, ritenendo troppo costose per queste ultime in termini di costibenefici le operazioni Deep e Shaping (11) che per un decennio si erano imposte come massimo esempio di efficacia nell’impiego delle forze aeromobili negli eserciti contemporanei. A seguito dello scalpore suscitato dopo il fallito attacco alla «Medina» nel marzo 2003, si arrivò addirittura a parlare di obsolescenza degli elicotteri d’attacco sui campi di battaglia presenti e futuri (12). In realtà si è di nuovo trattato di un caso riuscito di adattamento. I potenziali avversari delle forze aeromobili, avendo imparato le lezioni delle battaglie del recente passato, hanno ben compreso che per limitare i danni è necessario disperdere le proprie forze nell’area della battaglia, per evitare di fornire obiettivi facilmente individuabili e attaccabili, nonché sfruttare al meglio mascheramento e mimetizza-

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zione per sottrarsi all’osservazione aerea, nascondendosi in caverne, foreste o centri abitati. Si possono, inoltre, impiegare sistemi a bassa tecnologia, come le reti di osservatori con cellulare usate in Iraq, in alternativa ai radar – elettronicamente rilevabili e quindi oscurabili o eliminabili – per avvisare la contraerea dei movimenti di formazioni aeromobili. Si possono identificare, infine, le possibili LZ o le Attack-By-Fire Position degli elicotteri d’attacco, in modo da poter organizzare efficaci imboscate contraeree improvvisate, sulle rotte di avvicinamento ad esse, ovvero a ridosso delle stesse. Per sfruttare infatti al massimo il raggio d’azione degli aeromobili e mantenere la concentrazione degli effetti desiderati, siano essi di aviosbarco o fuoco, nelle Deep Operation, le suddette formazioni seguono spesso itinerari poco flessibili e formazioni compatte per raggiungere le posizioni pianificate. Sia le rotte, sia le posizioni, risultano quindi identificabili in modo relativamente semplice, grazie anche allo studio accurato del terreno, delle possibili posizioni di partenza dei raid o dei FARP, nonché dell’autonomia e dell’armamento degli aeromobili disponibili. Pur senza rinunciare quindi, concettualmente, all’impiego di Grandi Unità aeromobili nella manovra in profondità, sia in Teatri Operativi lineari, sia nonlineari, i vari Comandi alleati, riconoscendone i rischi, ne hanno in effetti ridimensionato scopi e procedure d’impiego. Per limitare infatti le possibilità di cadere in imboscate, hanno sostanzialmente ridotto la profondità d’intervento, disperso le forze (impiegando unità più piccole e flessibili), nonché attuato tecniche di movimento/fuoco più caute, come il Running Fire (13) o gli sbalzi alternati

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per assicurarsi il mutuo supporto in caso di contatto improvviso. Si può dire dunque che, in un certo senso, si sia riconosciuta la necessità di operare in modo indipendente ma restando relativamente vicini alle unità in prima linea, per poterne sfruttare l’appoggio di fuoco o manovra, in caso di necessità.

CONCLUSIONI A questo punto, ci potremmo chiedere quali siano le prospettive presenti e future della manovra nella terza dimensione, ossia se sia ancora attuale, nel contesto operativo contemporaneo, l’impiego di Grandi Unità aeromobili per colpire rapidamente e in profondità l’ipotetico avversario, scardinandone l’organizzazione logistico-operativa alle spalle delle unità schierate in prima linea. E se tali prospettive sussistono, quali sono i possibili sviluppi tecnico-tattici che possono rendere più efficace la manovra, riducendo le possibili perdite in uomini e materiali? Ebbene, ragioni di spazio non consentono certamente un adeguato approfondimento della questione, ma ritengo che alcune utili riflessioni si possano comunque fare. Le più recenti esperienze nei vari Teatri d’Operazione sono caratterizzate da un ambiente operativo – verosimilmente simile a quello del prossimo futuro – contraddistinto da uno spazio di manovra non-lineare, spesso non contiguo, ove le forze ostili tendono ad evitare scontri diretti e a sottrarsi alla superiore potenza di fuoco delle Forze Armate occidentali. L’avversario tende a disperdersi sul territorio, ovvero a rifugiarsi tra montagne, foreste o città e ciò porta ad affermare che l’impiego attuale e futuro di unità aeromobili resti quanto


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mai auspicabile, in quanto la loro intrinseca mobilità, flessibilità e versatilità, consente la concentrazione rapida di forze e/o fuoco dove necessario. Le Forze Armate alleate operano infatti spesso in territori vasti, con reti stradali inadeguate che impediscono celeri movimenti su rotabile, e si confrontano con elementi ostili estremamente sfuggenti, che risultano difficilmente agganciabili in combattimento da forze motorizzate o meccanizzate. Esempi come quello già illustrato della Cavalleria Aerea americana in Vietnam o delle Fire Forces Rhodesiane (14), impegnate per diversi anni in aspre Counter Insurgency Operations (COIN), mostrano (al di là del risultato finale delle campagne belliche) appunto i vantaggi di poter disporre di unità in grado di spostarsi rapidamente, con scarso preavviso, scavalcando i possibili ostacoli naturali, e agganciare il nemico prima che possa nuovamente disperdersi dopo aver compiuto atti ostili. Ritengo sarebbe quindi certamente auspicabile riprendere proprio le lezioni apprese delle citate esperienze, per ottimizzare l’impiego delle unità aeromobili e limitare (eliminarle è comunque impossibile) tragiche perdite, di uomini o vettori, come quelle sopra citate, subite dagli americani durante «Anaconda» in Afghanistan o nell’attacco alla «Medina» in Iraq. In particolare, l’approccio più efficace sembra essere quello di integrare le forze aeromobili con altre risorse, come UAV (Unmanned Aerial Vehicle), aerei e unità blindate, per massimizzarne l’efficacia negli

attuali scenari operativi. Due esempi recenti possono essere presi in considerazione per illustrare le potenzialità di questa integrazione: la Task Force Hawk, costituita nel 1999 durante la crisi del Kosovo e la Task Force ODIN

UH-60 e AH-64 della TF Hawk in atterraggio sull’aeroporto di Rinas nel 1999 (foto US Army).

(Observe Detect Intercept Neutralize), impiegata nella campagna COIN in Iraq. Nel primo caso, si tratta dell’integrazione di elicotteri d’attacco (24 Apache dell’11° US Army Avn. Rgt.), Multiple Launch Rocket System (MLRS) (27 M-270), Ground Sourveillance Radar (1 Q36, 1 Q37) e UAV (4 Hunter della Task Force Hunter schierata in Fyrom), protetti da un Battaglione meccanizzato e uno paracadutisti, in una stessa unità spiegata sull’aeroporto di Rinas dall’Esercito americano, con

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

il compito di effettuare Deep Operation in Kosovo contro l’Esercito yugoslavo, in supporto a un’eventuale invasione terrestre della NATO (North Atlantic Treaty Organization). Il concetto d’azione prevedeva l’impiego dei radar e degli UAV per identificare le posizioni delle truppe di terra di Milosevic trincerate in Kosovo e colpirle con gli MLRS o gli Apache. L’invasione di terra non fu poi necessaria e gli obiettivi identificati dalla Task Force Hawk furono in realtà ingaggiati dagli aerei alleati e non dalle proprie forze d’attacco. Ciò non invalida comunque l’efficacia dell’ipotesi di impiego e l’utilità dello spiegamento della Task Force Hawk, che contribuì a rendere comunque credibile la minaccia di invasione terrestre della NATO. Cosa che certamente rappresentò uno dei principali motivi che spinsero Milosevic ad arrendersi (15). Nel secondo invece, la Task Force ODIN, è stata formata a Fort Hood nell’ottobre 2006 e schierata in Iraq dal novembre dello stesso anno per contrastare la minaccia IED (Improvised Explosive Device). L’unità includeva elicotteri d’attacco, veicoli blindati Stryker e UAV Warrior-A, equipaggiati con sensori elettro-ottici, radar ad apertura sintetica e designatori laser. Questa Task Force, come suggerisce l’acronimo stesso, aveva il compito di contrastare la minaccia terroristica e specificatamente quella degli IED nel Teatro Operativo iracheno, impiegando gli UAV per trovare, identificare gli elementi ostili, ovvero monitorarne i movimenti fino alle loro basi di approvvigionamento, allo scopo poi di neutralizzarle, a seconda della situazione tattica, con gli elicotteri d’attacco o l’intervento di unità blindate di reazione immediata. Grazie alla sinergia tra le diverse componenti e l’unicità di comando nella caccia agli IED, questa nuova unità ha ampiamente dimostrato la sua validità (16) e costituisce certamente un esempio innovativo di integrazione

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aeroterrestre MUM (Manned-UnmannedManned) e di impiego efficace di forze aeromobili sui campi di battaglia contemporanei. In conclusione, come le ultime osservazioni sopra delineate sembrano dunque suggerire, non si può certo ritenere esaurita la necessità della manovra nella terza dimensione, sia sui campi di battaglia lineari ove si confrontano forze convenzionali, sia su quelli non-lineari, in cui si deve contrastare la minaccia di forze irregolari che operano con tattiche di guerriglia. Si tratta piuttosto, come già accaduto precedentemente nell’evoluzione della manovra in qualsiasi dimensione, di studiare attentamente i necessari miglioramenti di macchine, equipaggiamenti e procedure d’impiego, per adattare le unità aeromobili contemporanee alle esigenze del combattimento nell’attuale e futuro ambiente operativo. Questa è dunque la sfida. I Comandanti di oggi e di domani dovranno accoglierla e vincerla, oppure rassegnarsi alle inevitabili, tragiche conseguenze.

NOTE (1) Il Tenente Alessandro Tandura, del Servizio Informazioni VIII Armata, si lanciò il 9 agosto da un velivolo Savoia Pompilio 2 con un paracadute inglese (mod. «Calthrop»). Cfr. Into the Valley, Col. C. H. Young. (2) La proposta prevedeva il trasporto dei reparti di fanteria in gruppi di 10-15 soldati per aereo, da paracadutare su punti naturalmente forti dove si sarebbero schierati in difesa, supportati giorno e notte dall’aviazione che avrebbe dovuto rifornirli tramite aviolanci e fornire supporto di fuoco quando necessario. Cfr. Into the Valley, Col. C. H. Young. (3) Nel novembre 1927, proprio l’Italia organizzò, a Cinisello Balsamo, il primo lancio collettivo di truppe con paracadute vincolati (mod.


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Salvator) da aerei CA-73. (4) Si consideri, a titolo esemplificativo, che la Divisione tedesca aerotrasportata perse, per la cattura di Creta, nel 1941, 5 140 paracadutisti (di cui 4 000 morti) e 170 dei 600 Ju-52 da trasporto impiegati. Nel 1944, le truppe aerotrasportate anglo-americane soffrirono il 50% circa di perdite, sia in Normandia (Operazione Overlord), sia in Olanda (Operazione Market Garden). Il IV Corpo Aerotrasportato sovietico, perse circa 10 000 dei 14 000 uomini lanciati nei pressi di Vyaz’ma durante la difesa di Mosca nel 1942, mentre i 10 000 impiegati nel contrattacco seguito alla battaglia di Kursk (1943) furono quasi completamente annientati (2 delle 3 Brigate avioportate vennero distrutte in volo o subito dopo l’atterraggio). (5) In realtà, tutte e tre le Brigate della Divisione si sono alternate, nel mese di novembre 1965, in battaglia, nell’area. Normalmente però ci si riferisce alla battaglia dello Ia Drang considerando i combattimenti del 1°/7° Rgt. Cav. attorno alla LZ X-RAY e del 2°/ 7° Rgt. Cav. nei pressi della LZ ALBANY. (6) Lieutenant General H. Hay Jr., Vietnam Studies: Tactical and Material Innovations, Department of the Army, Washington D.C, 1989, p. 17. (7) Lieutenant General H. Hay Jr., Vietnam Studies: Tactical and Material Innovations, Department of the Army, Washington D.C, 1989, pp. 18-19. (8) Ivi, pp. 20-22. (9) Si prenda ad esempio l’operazione Junction City del febbraio 1967, in cui ben 9 battaglioni vennero aerotrasportati e uno, di circa 800 uomini, paracadutato nella zona obiettivi per costituire, con il loro schieramento, l’incudine contro cui il martello della 1a e 25a Divisione fanteria, avrebbero schiacciato i Viet-Cong presenti nella zona di combattimento Charlie a NordOvest di Saigon. Cfr. Lieutenant General Bernard W. Rogers, Vietnam Studies: Cedar Falls-Junction City: a turning point, Department of the Army, Washington D.C, 1989.

(10) Da qui il nome suggestivo di Blitzkrieg. (11) Definite nel Field Manual (FM) 101-5-1 come operazioni contro unità o strutture nemiche non a contatto della Forward Line of Own Troops (FLOT), della Departure Line (DL) o del perimetro di unità amiche, condotte allo scopo di scardinare o distruggere le forze avversarie che supportano quelle in prima schiera o che potrebbero essere successivamente schierate in prima schiera. (12) Maj. Robert M. Cassidy, Renaissance of the attack helicopter in the close fight, Military Review, July-August 2003, p.39. (13) Tecnica di tiro in movimento degli elicotteri, per evitare di offrire un bersaglio statico alla contraerea, come accade nel tiro da Hovering (volo stazionario). (14) Unità basate sul Selous Regiment formato nel 1974 come forza specializzata COIN durante la Guerra di Indipendenza RhodesiaZimbabwe (1966-1980) e disciolto nel marzo 1980. Operavano integrando elicotteri (Alouette III) e aerei leggeri (O-2 Skymaster) per la ricerca e l’inseguimento degli ribelli; con cacciabombardieri leggeri Canberra o Macchi SF-260 per il supporto di fuoco; e unità paracadutiste di reazione rapida aviolanciate dai C-47 Dakota (in alcuni casi tre volte al giorno), come forze aeromobili di manovra. Dimostratesi estremamente efficaci, sono ritenute responsabili del 68% delle perdite inflitte ai ribelli, con solo 40 uomini persi in azione. Per approfondimenti, cfr. www.selousscouts.tripod.com. (15) Wesley K. Clark, Waging Modern War, Public Affairs, New York, 2001, p. 425. (16) Il Gen. Simmons, Comandante della Task Force ODIN, ha dichiarato che la sua unità, tra novembre 2006 e agosto 2007, è stata impegnata in 148 azioni di combattimento risultate in 233 terroristi uccisi, 48 feriti e 260 catturati.

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

L’AVVENTO DELL’ARMA NUCLEARE COME STRUMENTO DI PRESSIONE INTERNAZIONALE del Tenente Mario MASTANTUONI in servizio presso il Reggimento «Genova Cavalleria» (4°)

I

l 16 luglio 1945 ad Alamogordo (città del Nuovo Messico - USA) avvenne il primo test di un’arma nucleare, con il nome di Trinity, mentre il neo presidente americano Harry S. Truman (che subentrò a F. D. Roosevelt scomparso improvvisamente il 12 aprile 1945 e che già dal

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Prima esplosione nucleare in Nuovo Messico.

1942 tanto aveva sostenuto quel progetto nucleare di cui non vide mai la realizzazione) si trovava in Germania come protagonista, assieme a Churchill e


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Stalin, alla Conferenza di Potsdam (17 luglio 1945) per decidere sul futuro della Germania nazista e sull’eventualità di una discesa in campo della Russia contro il Giappone. Il 24 luglio 1945, a seguito di notizie più complete sull’esperimento, Truman «dopo un incontro conviviale con Stalin e Molotov, disse loro con aria grave che gli americani possedevano un’arma nuova, di tipo completamente diverso e straordinaria» (Di Nolfo «Storia delle relazioni internazionali 1918-1992» - pag. 569). Era nata l’era nucleare e si erano gettate le basi per un nuovo sistema di relazioni internazionali. Questa supremazia tecnologica pose l’America subito al di sopra del delicato equilibrio di potere che si era venuto a creare durante la Conferenza di Teheran (28 novembre – 1° dicembre 1943) tra USA, URSS e Gran Bretagna, oltre a contribuire rapidamente alla risoluzione del conflitto in Asia con lo sgancio dell’atomica su Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto 1945) che Josif Stalin. Winston Churchill.

portò alla capitolazione definitiva del Giappone. I russi dal canto loro non erano sorpresi dell’avvento della nuova arma in quanto i servizi segreti sovietici, ben infiltrati nei laboratori americani, avevano già esportato molta di questa tecnologia in patria. Era solo una questione di tempo. Successivamente a questi eventi tutti i principali personaggi politici, così come molti studiosi, si resero subito conto della portata politico-internazionale, non solo per la contingenza della guerra che stava per finire, ma anche e soprattutto per i futuri equilibri di potere. Stava nascendo la diplomazia nucleare. Come riporta sem-

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

Franklin D. Roosevelt.

pre Di Nolfo nel suo manuale, la misura di tale evento già si percepiva confrontando l’andamento della Conferenza di Yalta (Crimea, febbraio 1945), dove Roosevelt era molto disponibile al compromesso con la controparte sovietica e la già citata Conferenza di Potsdam dove si assistette ad un Truman sempre più intransigente mano mano che veniva a sapere degli esiti positivi dell’esperimento. Terminata la Seconda guerra mondiale, che aveva portato con se morte e distruzione, il mondo pensava che mai si sarebbe potuto riproporre una tale atrocità e le nuove élite lavoravano incessantemente alla costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla pace, la stabilità, la prosperità economica e la sicurezza, magari sotto un’istituzione universale garante di questo ordine. Ma così non fu. Si assistette subito ad una serie di conflitti minori che esplosero dopo il 1945 e che ingeneravano uno stato di insicurezza a cui porre rimedio, anche con il potenziale utilizzo del terrore come dissuasione

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(equilibrio del terrore). Gli stessi centri di potenza internazionale si spostarono gradualmente dall’Europa verso gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica; i due giganti che durante il conflitto si erano resi protagonisti assoluti sulla scena mondiale. Ma come abbiamo detto il possesso dell’ordigno atomico da parte degli americani era solo un risultato contingente, perché gli stessi russi ben presto giunsero alla costruzione di un ordigno tutto loro. Si poneva ora il problema di come porre sotto controllo la proliferazione di un’arma così potente. A tal fine gli americani avrebbero potuto utilizzare un certo numero di ordigni come pressione sui russi al fine di far loro accettare eventuali linee politiche internazionali, ingenerando così un vortice sconsiderato che da lì a poco avrebbe potuto portare ad una eccessiva risposta sovietica che sarebbe inevitabilmente finita in un disastro globale. Si cominciò allora a pensare all’eventualità di giungere ad un accordo tra le

Harry S. Truman.


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parti affinché il nucleare godesse di un minimo di regolamentazione e fosse soprattutto sfruttato sotto il profilo civile e non militare. In tal senso iniziarono dei negoziati. Si assistette così ad una serie di contatti su come definire la problematica, se dovesse essere risolta dalla nascente Organizzazione delle

Il fungo atomico su Nagasaki raggiunse i 18 km di altezza.

Nazioni Unite, come proponevano gli americani o invece prevedere degli accordi interstatali come auspicavano i sovietici. Al momento la soluzione sembrò impossibile e si perse così l’occasione per evitare la corsa al riarmo. Nel frattempo gli statunitensi, tramite il Piano Marshall (per la ricostruzione post bellica), tendevano a portare in Europa una nuova organizzazione delle istituzioni governative, unitamente ad un nuovo corso della politica economica in senso capitalistico. A ciò i sovietici risposero, sentendosi minacciati da questo capitalismo dilagante, mettendo in atto una serie di iniziative di coinvolgimento dei partiti comunisti europei, dando vita ad una nuova internazionale comunista chiamata Cominform. Dunque, nel 1948 la divisione dell’Europa era compiuta e le zone di influenza ben definite: «la cortina di ferro» era stata innalzata. Le due Europe erano divise da distinti e separati sistemi di governo ed economici. Intanto, il 29 agosto del 1949, con l’Operazione Prima Luce (Kazakistan) l’URSS fece cadere il monopolio nucleare americano facendo esplodere il suo primo ordigno atomico. Gli USA subito risposero a tale atto mettendo allo studio la costruzione di una nuova tipologia di ordigni: la bomba «H» (primo esperimento nel

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STUDI, DOTTRINA E FORMAZIONE

Fig. 1

febbraio 1954). I sovietici a loro volta riuscirono subito a costruirne una tutta loro, sperimentandola nel novembre 1955. Ma questo intensificarsi di esperimenti nucleari iniziava a porre seri problemi di fall out radioattivo con seri rischi per la salute umana anche e soprattutto alla luce delle malattie che gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki iniziavano a riportare. Infatti, proprio il diffondersi delle proteste dell’opinione pubblica occidentale contro questi effetti nocivi, che sfuggivano al controllo dei militari, portò nuovamente alla ribalta la problematica del diffondersi dei test nucleari e si auspicava se non uno stop quantomeno un contenimento degli stessi. Nel 1957, il delegato USA presso l’ONU presentò una proposta di trattato

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con inserita all’interno una serie di misure atte ad ispezionare le parti in causa a seguito di un’eventuale stipula dello stesso. Ma secca fu la risposta dell’Unione Sovietica, la quale era sì d’accordo al contenimento della proliferazione, ma non ai controlli. Successivamente però si rese anche disponibile ad iniziare a trattare sulle eventuali modalità ispettive e di controllo, tanto che l’anno successivo si ebbe a Ginevra una Conferenza ad hoc. In concomitanza con questa apertura si assistette per la prima volta ad una pausa di due anni (1959-60 come mostrato in figura 1) degli esperimenti nucleari. Un primo significativo passo era stato fatto. In tal senso, nell’agosto del 1963, dopo una breve discussione, le tre maggiori potenze nucleari (USA, URSS e Gran Bretagna) stipularono a Mosca il Partial


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Test Ban Treaty (PTBT) per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari, i quali dovevano essere condotti sostanzialmente sottoterra, al fine di contenere al massimo la nocività. Di fatto però limitava anche gli stessi esperimenti in quanto più difficili da riprodurre nel sottosuolo. Era un ulteriore passo verso una serie di accordi successivi che avrebbero contribuito al contenimento ed al controllo dell’arma nucleare. Infatti, da lì a pochi anni si tenne una nuova Conferenza questa volta incentrata sulla limitazione della proliferazione degli strumenti atomici con la sottoscrizione da parte di diverse potenze nucleari e non del «Trattato di non Proliferazione Nucleare» (TNP), firmato a Londra, Mosca e Washington il 1° luglio 1968, entrato in vigore nel marzo del 1970 ed attualmente valido. Stipulato nel bel mezzo della guerra fredda, si basa su tre principi fondamentali: il disarmo, la non proliferazione e l’uso pacifico del nucleare. Composto da 11 articoli, proibisce agli Stati firmatari «non-nucleari» di procurarsi tali armamenti e agli Stati «nucleari» di fornire loro le tecnologie nucleari belliche. Inoltre il trasferimento di tecnologie nucleari per scopi pacifici (ad esempio per la produzione elettrica) deve avvenire sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Di fatto il Trattato limitava il possesso dell’arma nucleare a quelle potenze che avessero condotto test atomici prima del gennaio 1967 ovvero Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia e Cina. Allo scopo di monitorare l’attuazione del Trattato sono previste delle riunioni quinquennali e dopo quasi quarant’anni dall’entrata in vigore si è dimostrato uno strumento efficace nel controllo della

proliferazione. Ma perché parlare ancora di «cortina di ferro» ed arma nucleare al giorno d’oggi? Perché parafrasando S.P. Huntington (Lo scontro delle civiltà) chi possiede l’ordigno atomico, leggasi anche armi di distruzione di massa, è ancora il protagonista (oggi come allora) della scena politica internazionale. Lo strumento militare è e continua ad essere la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica nulla è se non la riorganizzazione e la condotta dei sistemi sociali ed istituzionali, siano essi nazionali che internazionali. Questo a dimostrazione del fatto che non si può attuare una politica estera convincente ed efficace senza un valido strumento militare che sorregga e/o imponga le condizioni; e lo stesso non ha valenza autoritativa e credibilità senza una tecnologia ed un armamento che lo supporti (non necessariamente atomico). Dunque oggi più che mai visto il clima di limitatezza di risorse, non si deve perdere di vista la propria peculiarità nel non investire in ricerca e tecnologia, l’unica che come in altri settori dell’economia possa fare la differenza.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Samuel P. Huntington «Lo scontro delle civiltà», Garzanti Editore 1997. Ennio Di Nolfo «Storia delle relazioni internazionali 1918-1992», Edizioni Laterza 1994. Trattato di non proliferazione nucleare (traduzione italiana). Sandro Raffaelli: «Lo stato di attuazione del TNP. Problematiche e prospettive». Sito Internet dell’Istituto Affari Internazionali www.iai.it. Wikipedia.it.

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

I PROGETTI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE IN AMBITO DIFESA SVILUPPATI IN CALABRIA EUROFORMAZIONE E SBOCCHI OCCUPAZIONALI del Tenente Colonnello Andrea GALIANO in servizio presso il Comando Militare Esercito «Calabria»

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urante il periodo trascorso come «Capo Sezione Collocamento ed Euroformazione», presso il Comando Militare Esercito «Calabria», ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardo alle specifiche attività di responsabilità nel predetto incarico e di maturare una vasta

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Consegna degli attestati di Euroformazione.

esperienza delle dinamiche socio-relazionali con gli Enti regionali e locali, al fine di dare piena attuazione ai progetti di formazione professionale, prescritti dalle direttive


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ministeriali in vigore, in favore dei militari volontari in servizio presso gli EDR delle sedi stanziali della Calabria. Con l’auspicio che siffatto bagaglio tecnico-culturale e professionale possa essere preso a riferimento da tutti i colleghi che si occupano di formazione e di orientamento in ambito Difesa, e dagli altri addetti ai lavori, illustro il mio articolo avente lo scopo di accrescere la preparazione del personale dell’Esercito e di far conoscere, anche alla pubblica opinione, i diversificati argomenti di quotidiana applicazione nei contesti della difesa e della sicurezza. Ciò premesso, evidenzio innanzitutto le responsabilità nell’incarico in qualità di Capo della Sezione Collocamento ed Euroformazione, organicamente inquadrata nell’Ufficio Reclutamento e Comunicazione dei Comandi Militari dell’Esercito, attagliando le attività al proprio operare in ambito Calabria e alle esperienze acquisite nella vita di tutti i giorni ed illustrando, conseguentemente, gli sviluppi e lo svolgimento dei Corsi di formazione professionalizzante relativi al «Progetto Euroformazione Difesa» e al «Progetto Sbocchi Occupazionali».

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IL CAPO SEZIONE COLLOCAMENTO ED EUROFORMAZIONE

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È il responsabile degli atti e delle attività della Sezione Collocamento ed Euroformazione, gerarchicamente dipendente dalla propria linea di comando e avvalendosi di «nulla osta» funzionali emanati dall’Ufficio Generale per il Sostegno alla Ricollocazione Professionale dei Volontari Congedati (PREVIMIL) di Roma. I compiti pertinenti alla Sezione sono: • porre in essere ogni iniziativa finalizzata alla ratifica del Protocollo d’Intesa e delle relative Convenzioni Operative, stipulati con la Regione amministrativa/Province della Calabria. Tale attività rientra nelle funzioni di rappresentanza dell’Amministrazione della

•

Difesa a livello territoriale e viene attuata a seguito delle disposizioni tecniche emanate da PREVIMIL; nei succitati atti di indirizzo regionale/provinciale, per quanto riferito al monitoraggio e al controllo del «Progetto Sbocchi Occupazionali», è posto in essere il ruolo del «Comitato di Coordinamento», del quale il Capo Sezione è «membro» ai sensi di quanto prescritto al para. 5 lett. a della Direttiva Organizzativa del Ministero della Difesa – PREVIMIL n. 89628 del 24/04/2008, per il servizio di «informazione, orientamento e formazione professionale», e che, in particolare, ha il compito di coordinare l’attuazione della Convenzione al fine di definire il programma di avvio delle attività formative, di verificare e valutare periodicamente lo stato di avanzamento delle attività ed il rispetto dei tempi, di inviare a PREVIMIL la documentazione attinente alle suddette attività; interfacciarsi a livello territoriale, e secondo gli indirizzi di PREVIMIL, con tutti gli «attori» del «Progetto Sbocchi Occupazionali» (Regione/Province, Associazioni imprenditoriali, Aziende private, Enti di formazione, Centri di Euroformazione, Enti locali); interfacciarsi a livello territoriale, e secondo gli indirizzi di Stato Maggiore dell’Esercito - Dipartimento Impiego del Personale dell’Esercito (Dipe)-Euroformazione, con tutti gli «attori» del «Progetto Euroformazione Difesa» (Regione amministrativa, Enti di formazione, Centri di Euroformazione), per il quale il Capo Sezione è «membro» del «Comitato di Coordinamento» presso la Regione Calabria, ai sensi di quanto prescritto al para. 4 lett. g della Direttiva dello Stato Maggiore dell’Esercito n. 95/166/8.5/1 del 15/04/2005, per lo sviluppo delle attività di Euroformazione; curare il mantenimento dei contatti con il

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

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Frontespizio del Protocollo d'Intesa con la Regione Calabria.

personale interessato alle varie procedure informative; • curare la compilazione dei periodici da inoltrare a PREVIMIL e allo SME, relazionando in merito alle attività svolte in attuazione del «Progetto Sbocchi Occupazionali» e del «Progetto Euroformazione Difesa»; • contribuire all’attività di promozione del «Progetto Sbocchi Occupazionali» e del «Progetto Euroformazione Difesa» presso gli EDR delle sedi stanziali della Calabria; • avvalendosi del Sottufficiale Addetto alla Sezione qualificato «Operatore SILD», curare l’inserimento nella banca dati ministeriale del Sistema Informativo Lavoro Difesa (SILD), decentrata a livello regionale da effettuarsi, per il personale militare volontario in servizio, a cura del Comando Militare Esercito (CME) territorialmente

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competente rispetto all’ubicazione dell’Ente di servizio mentre, per il personale in congedo, dal CME territorialmente competente rispetto alla residenza anagrafica; avvalendosi dell’Ufficiale qualificato «Perito Orientatore Professionale della Difesa» (qualora l’Orientatore non ricopra anche l’incarico di Capo Sezione), curare l’effettuazione del colloquio individuale di orientamento e la compilazione del quaderno di orientamento professionale, con il fine di orientare i militari volontari, congedandi/congedati «senza demerito» e iscritti al SILD, verso le scelte occupazionali che siano adatte alle loro peculiari attitudini ed abilità e che, messe in relazione con le esigenze del «mercato del lavoro», siano idonee a garantirgli la massima possibilità di collocazione; provvedere, al termine dell’orientamento, avvalendosi dell’operatore SILD, a far caricare i dati relativi alle aspettative occupazionali individuali nella banca dati del SILD, integrando le informazioni che sono emerse durante il colloquio stesso e non inserite dall’operatore al momento dell’iscrizione del militare volontario nella banca dati; instaurare proficui rapporti con organismi, pubblici e privati, che operano nel settore della formazione e dell’occupazione nell’ambito regionale al fine di acquisire conoscenze concrete e reali sulle varie opportunità formative o lavorative esistenti sul relativo territorio e allo scopo di creare quei contatti che possano condurre ad un inserimento agevolato al lavoro dei militari volontari congedati «senza demerito»; effettuare l’attività, decentrata da PREVIMIL, di monitoraggio e controllo sulla riserva dei posti nei concorsi pubblici (ex art. 18 comma 6 D.Lgs. 215/01 e artt. 678 e 1014 D.Lgs. 66/2010), banditi dagli Enti pubblici insistenti sul territorio della Calabria, e cioè 1 Regione, 5 Province,


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Frontespizio della Convenzione Operativa Eurodifesa.

409 Comuni, 22 Centri per l’Impiego, Camere di Commercio, Aziende Sanitarie e Università, in applicazione alla Circolare di PREVIMIL n. 237936 del 16/12/2010.

IL PROGETTO EUROFORMAZIONE DIFESA Il Progetto «Euroformazione Difesa» è un progetto che, a carattere nazionale, ha coinvolto il Ministero della Difesa, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le Regioni amministrative, le Province Autonome ed altre Amministrazioni Centrali dello Stato. L’obiettivo principale è quello di mettere a disposizione dei giovani militari Volontari alle armi validi strumenti di elevazione culturale e sociale, tesi a fornire una formazione

professionalizzante utile per l’assolvimento dei compiti istituzionali durante il servizio e per favorire l’inserimento degli interessati nel mondo del lavoro al termine del periodo di impiego. In Calabria, sin dal 2007, sono stati avviati contatti istruttori con l’omologa Regione amministrativa, in particolare con il Dipartimento n. 10 – Lavoro, Politiche della Famiglia, Formazione Professionale, Cooperazione e Volontariato. A seguito della stipulazione del «Protocollo d’Intesa» e della conseguente ratifica della «Convenzione Operativa», la Regione Calabria ha finanziato complessivamente ad oggi, con la somma di € 521 000,00 e senza oneri di spesa a carico dell’Amministrazione Difesa, il Progetto Euroformazione Difesa, messo a punto dal Comando Militare Esercito «Calabria», conformemente ai programmi prescritti dalle direttive ministeriali in vigore. Il Progetto, realizzato con i finanziamenti del Fondo Sociale Europeo (F.S.E.), per il comparto settennio POR 2000 – 2006 e POR 2007 – 2013, ha permesso lo svolgimento, nel corso del periodo intercorso tra il 2008 e il 2011, di 28 corsi di formazione professionalizzante (16 d’informatica, 8 di lingua inglese e 4 di imprenditoria giovanile) le cui lezioni didattiche sono state impartite presso i due Centri di Euroformazione Difesa, ubicati presso il 1° Rgt. Bersaglieri di Cosenza e il 2° Rgt. AVES «Sirio» di Lamezia Terme (CZ). Destinatari dei corsi di formazione sono stati, nello specifico, i militari Volontari in ferma breve, in ferma prefissata annuale e quadriennale (VFB, VFP1 e VFP4, ovvero militari Volontari non in servizio permanente) in forza presso tutti gli Enti, i Distaccamenti e i Reparti delle sedi stanziali della Calabria. L’avviso pubblico per la presentazione dei progetti di formazione professionale è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria (BURC) – Parte III – a seguito del quale sono stati dichiarati vincitori, rispettivamente

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

per la disciplina dell’informatica, dell’inglese e dell’imprenditoria giovanile, l’Ente di formazione CISEF di Reggio Calabria, il Dipartimento di Linguistica dell’Università della Calabria (UNICAL) di Cosenza e la Cooperativa Sociale PROMIDEA di Rende (CS). Attraverso i corsi sono stati formati complessivamente 336 militari volontari frequentatori ai quali sono stati rilasciati, previo superamento degli esami di fine corso, gli attestati di formazione e la certificazione delle competenze per il conseguente e rapido ottimale utilizzo dei contenuti formativi appresi. In particolare, come valore aggiunto alla formazione professionalizzante, l’Università della Calabria ha consentito, ai corsisti che hanno raggiunto risultati elevati nell’apprendimento della lingua inglese, di sostenere gratuitamente l’esame per il conseguimento, oltre all’attestato di Euroformazione, anche del Diploma Cambridge PET che, come noto, costituisce certificazione universi-

taria riconosciuta a livello mondiale. Le aule destinate al Progetto Euroformazione Difesa sono state realizzate utilizzando le risorse economiche provenienti dal bilancio dello Stato e dal Fondo Sociale Europeo, attraverso flussi istituzionali. Tutti gli interventi formativi sono conformi a quanto stabilito nel Protocollo d’Intesa, siglato tra il Comando Militare Esercito «Calabria» e la Regione Calabria in data 13/05/2008, e nella Delibera di Giunta Regionale, n° 395 del 07/05/2008, che approva la Convenzione Operativa del progetto «Euroformazione Difesa» tra il Comando Militare Esercito «Calabria» e la Regione Calabria. L’insieme di tutte le attività formative, sino agli esami di fine corso, è stato effettuato in stretto raccordo con il «Comitato di Coordinamento», costituito a livello regionale, secondo quanto prescritto dalle norme ministeriali in vigore.

IL PROGETTO SBOCCHI OCCUPAZIONALI La misura per agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro dei militari congedandi/congedati «senza demerito» si concretizza nel «Progetto Sbocchi Occupazionali», affidato all’Ufficio Generale per il sostegno alla ricollocazione professionale dei volontari congedati (PREVIMIL) e diramato con apposite direttive ai Comandi Militari dell’Esercito e agli EDR, con l’intento di realizzare una serie di attività d’intervento individuale, tra cui il colloquio di orientamento e la formazione professionale in favore delle varie categorie di militari volontari (AUFP, VFB, VFP1, VFP4 ed anche VSP) che vi aderiscono attraverso la sottoscrizione di un apposito modulo. Con il succitato progetto ministeriale sono stati messi a disposizione delle aziende accreditate i curricula professionali dei militari volontari congedati in cerca di occupazione, al

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Rassegna dell’Esercito on line n. 2/2013

Frontespizio della Convenzione Operativa Progetto Sbocchi Occupazionali con la Regione Calabria.

fine di favorire l’incontro domanda-offerta di lavoro e, in ambito locale, avviare un’intensa attività comunicativa, per finalità occupazionali, con i Centri Pubblici per l’Impiego provinciali (C.P.I.), per definire il sistema di riconoscimento del «pregresso formativo», ossia delle competenze acquisite in ambito militare riguardo alla trasferibilità delle medesime nel mondo dell’impresa, attraverso l’implementazione di modalità di raccordo tra professionalità acquisite ed esigenze del mondo del lavoro. All’uopo è stata attivata la Banca Dati del Sistema Informativo Lavoro Difesa (SILD) per le finalità occupazionali sin qui espresse, in favore dei militari volontari congedandi/congedati

«senza demerito», la cui fondamentale importanza è data dall’acquisizione e registrazione delle adesioni nel citato «data-base», che costituisce l’archivio elettronico dell’offerta di lavoro espressa dai curricula vitae dei militari volontari. In Calabria, sono state stipulate le Convenzioni Operative con le Province di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia per l’iscrizione dei militari Volontari, congedati «senza demerito», nelle liste di collocamento dei summenzionati C.P.I., con il profilo tabellare ISTAT riconducibile all’incarico militare svolto. La Sezione Collocamento eroga anche l’attività di orientamento al lavoro in favore dei militari Volontari congedandi, presso gli EDR della Calabria, e congedati dal momento che il Capo Sezione deve essere in possesso della qualifica di «Orientatore professionale». A livello nazionale i corsi per «Orientatore professionale» abilitano a svolgere l’attività di orientamento Ufficiali, Sottufficiali e personale civile, a cui viene fornito un «Manuale ad uso esclusivo degli Orientatori del Ministero della Difesa per la realizzazione di colloqui di orientamento», realizzato da PREVIMIL unitamente ad altro materiale di supporto. In sostanza, il colloquio individuale di orientamento professionale è finalizzato alla emersione di abilità e competenze, codificazione delle esperienze pregresse e del know-how acquisito durante il servizio militare, aspirazioni professionali, gradimento predittivo per le sedi di lavoro e alla compilazione del quaderno personale di orientamento. Tutti i dati forniti dal militare volontario sono immessi poi nel SILD che fornirà, in output, le referenze professionali di ogni iscritto e la visibilità delle stesse alle aziende accreditate presso il Ministero della Difesa e, anche, quali possono essere i percorsi formativi cui indirizzare il

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

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ADDESTRAMENTO E OPERAZIONI

Corso di Euroformazione svolto in un’aula didattica di Lamezia Terme.

volontario. In tal senso, il 26 gennaio 2011 è stata stipulata a Catanzaro la Convenzione Operativa del «Progetto Sbocchi Occupazionali» con la Regione Calabria, per l’attivazione di 14 nuovi corsi di formazione professionale, finanziati con i fondi comunitari europei per un importo di € 241 600,00, finalizzati all’inserimento nel mondo del lavoro dei militari volontari al termine del periodo di impiego, così ripartiti: 4 corsi per «addetti ai servizi di controllo (ex “buttafuori”)» (90 ore); 4 corsi di «imprenditoria giovanile» (90 ore); 4 corsi per «addetti al servizio antincendio medio-alto e basic life support» (60 ore); 2 corsi per il conseguimen-

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to della qualifica di «operatore turistico alberghiero e della gestione aziendale» (400 ore). Inoltre, a valere sulla formazione dei percorsi per «Addetto ai servizi di controllo (ex “buttafuori”)», visto l’Accordo Conferenza Stato-Regioni, di cui al Repertorio Atti n. 29/CSR del 29/04/2010 e recependo le indicazioni di PREVIMIL del tavolo tecnico ministeriale del 1° marzo 2011 sono stati aggiunti dalla Regione Calabria nel finanziamento ulteriori 2 corsi di formazione professionalizzante nei quali sono stati riconosciuti i «crediti formativi» derivanti dalla validazione formativa del 3° Modulo della «Formazione Basica», effettuata per un periodo di 30 ore presso i Reggimenti Addestramento Volontari (RAV) da tutto il personale militare VFP1, arruolato a decorrere da settembre 2009, ai sensi delle direttive addestrative in


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vigore. Ciò in quanto la suddivisione in aree tematiche del citato 3° Modulo (giuridica, ordine pubblico, sicurezza, psicologico-sociale), è sovrapponibile alle aree costituenti il corso, come indicate nel D.M. 06/10/09. Pertanto, solo i militari Volontari in ferma prefissata annuale (VFP1) svolgeranno moduli da 60 ore che andranno ad aggiungersi al percorso di 30 ore già effettuato nella formazione basica. Con i succitati corsi, in fase di svolgimento dal 20 marzo 2012 e per tutto il biennio 20122013, saranno complessivamente formati 192 militari volontari in ferma prefissata AUFP/VFP1/VFB/VFP4/VSP presso i Centri Euroformazione del 1° Reggimento Bersaglieri Cosenza e del 2° rgt. AVES «Sirio» in Lamezia Terme (CZ).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE/ SCOPI Il reclutamento del personale militare di truppa volontario risulta particolarmente connesso con la prospettiva di una futura possibilità occupazionale degli interessati, come si evince anche dalle esperienze maturate in tale ambito nei principali Paesi dell’Unione Europea. Contestualmente si è assistito, nel corso dell’ultimo decennio, ad un incremento del numero di adesioni alle tipologie di ferma volontaria, in conseguenza del processo di professionalizzazione della Forza Armata e della prospettiva di un rapporto di impiego con l’Amministrazione statale. Tuttavia, l’eccedenza del personale militare volontario in ferma prefissata, senza alcuna possibilità di uno sbocco occupazionale interno alla Forza Armata, è stata prevista dal legislatore con l’applicazione della ex legge n. 331/2000, abrogata e trasfusa nel D. Lgs. n. 66/2010, al fine di agevolare il collocamento nel mondo del lavoro di quei milita-

ri volontari che non trovano un utile sbocco occupazionale in Forza Armata o nelle Forze di Polizia o altre amministrazioni. In tale ambito risulta strategico lo sviluppo del «Progetto Sbocchi Occupazionali», il cui scopo è quello di agevolare il collocamento nel mondo dell’imprenditoria giovanile di quei volontari che hanno prestato servizio «senza demerito» ed hanno volontariamente aderito al progetto. L’Istituzione ha, in sostanza, offerto la possibilità ai militari volontari prossimi al congedo, che ne facciano specifica richiesta, di seguire corsi di formazione per il conseguimento di qualifiche professionali correlate all’effettiva domanda delle imprese, su scala regionale e nazionale, al fine di massimizzare la probabilità dell’inserimento lavorativo e, al tempo stesso, ha posto in essere che gli stessi risultino orientati al ritorno nella vita civile. La formazione professionale ha assunto, pertanto, un’importanza strategica all’interno della Forza Armata e del mondo del lavoro, sempre più caratterizzato da esigenze di flessibilità e mobilità con continui aggiornamenti professionali volti all’ampliamento delle competenze e all’approfondimento delle conoscenze. Nel contempo, un ulteriore contributo è stato dato dal Progetto «Euroformazione Difesa», quale attività formativa propedeutica ai corsi professionalizzanti richiesti dal mercato del lavoro. Non a caso, nel linguaggio tra gli addetti ai lavori, è sempre in auge il concetto di «lifelong learning», o formazione continua, lungo l’intero arco della vita lavorativa. A ciò si aggiunga anche il rispetto degli standard formativi, essenziali al conseguimento di qualifiche professionali, e il riconoscimento dei «crediti formativi» per assicurare il raggiungimento degli obiettivi sin qui esposti.

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ADDESTAMENTO E OPERAZIONI

UNMISS - UNITED NATIONS MISSION IN SOUTH SUDAN IL RINNOVATO IMPEGNO PER L’ONU E NUOVE SPERANZE PER UN POPOLO

del Maggiore Alessio GRONCHI in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito - IV Reparto Logistico

I

l 9 luglio 2011, la comunità internazionale e le Nazioni Unite hanno accolto la nascita di un nuovo Stato africano: il Sudan del Sud, frutto della secessione dal preesistente Sudan. La guerra civile tra il Nord ed il Sud di questo Paese, iniziata nell’agosto del 1955, prima ancora dell’indipendenza dall’Egitto (avvenuta il 1° genna-

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Militari del Sudan People's Liberation Army (SPLA).

io 1956), è una delle più lunghe nella storia dell’Africa e le ragioni a monte della guerra sono complesse e interconnesse, alimentate da fattori esterni ed interni.


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Il Sudan del Sud presenta una situazione di estrema povertà, condizioni igienico-sanitarie insufficienti e scarsità di infrastrutture basilari.

La divisione è giunta a coronamento di azioni sia militari – con truppe sotto egida ONU schierate in Sudan – che diplomatiche, effetto dell’attuazione del Comprehensive Peace Agreement (CPA). L’accordo, siglato nel gennaio 2005, aveva posto le basi per la separazione delle due anime del Sudan, islamica al nord e cristiana al sud. Per favorire il rispetto e l’evoluzione del CPA, nel gennaio dello stesso anno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva emesso la Risoluzione n. 1547 con la quale si dava avvio alla United Nations Mission in Sudan (UNMIS). Gli sviluppi diplomatici si sono concretizzati, nel gennaio 2011, nello svolgimento di un referendum teso a vagliare la volontà popolare circa la separazione del Sudan del Sud dallo Stato del Sudan. Il referendum fu vinto, con ampia maggioranza, dai favorevoli all’indipendenza. L’8 luglio 2011, l’ONU ha approvato la Risoluzione

1996 con la quale si è posto fine alla UNMIS per dar vita alla United Nations Mission in South Sudan (UNMISS), missione a cui l’Italia, dall’aprile del 2012, contribuisce fornendo, al momento, un Ufficiale dell’Esercito impiegato quale Military Liaison Officer. Il nuovo Paese non ha sbocco sul mare ed è incastonato tra Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centroafricana. Dal punto di vista amministrativo, la Repubblica Federale del Sudan del Sud è composta da 10 Stati suddivisi, a loro volta, in Contee (Counties). Il governo del neonato Stato è chiamato ad affrontare numerose minacce alla stabilità del Paese, provenienti sia dall’esterno che dall’interno del proprio territorio, in un quadro di estrema povertà, di condizioni igienico-sanitarie del tutto insufficienti e di scarsità di infrastrutture considerate basilari. La quasi totalità delle rotabili sono sterrate e non sottoposte ad alcun tipo di manutenzione; basti pensare che, su un territorio avente un’estensione poco supe-

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ADDESTAMENTO E OPERAZIONI

I mezzi dell'ONU si trovano ad affrontare le difficoltà derivanti da spostamenti su rotabili non sempre percorribili a seconda delle condimeteo.

riore a quella della Francia, solamente 100 km di strade sono asfaltate. Ciò implica una generale difficoltà e lentezza negli spostamenti, in particolar modo nei mesi della stagione delle piogge. Gli ospedali e i centri medici, molti dei quali operanti solo grazie al lavoro delle numerose ONG (nongovernmental organization) presenti sul territorio, non riescono a sopperire alle esigenze della popolazione. Una rete fognaria moderna esiste solo in limitate aree della capitale, Juba; nel resto delle città o villaggi, le acque di scarico vengono incanalate in alvei che si riversano in aree periferiche comunque abitate e spesso, nei torrenti o nelle pozze createsi, i ragazzi e gli adulti si tuffano per lavarsi o per contrastare la canicola. Condizioni di vita molto dure, quali generale povertà, scarsa conoscenza delle basilari norme igienico-sanitarie, numerose

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malattie endemiche (malaria, febbre gialla, AIDS), malnutrizione, presenza di insetti e rettili estremamente velenosi, contribuiscono a rendere impietosamente bassa l’aspettativa di vita.

L’EREDITÀ DI 25 ANNI DI GUERRA, SCONTRI PER IL PETROLIO E CONTROVERSIE TERRITORIALI Il Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza con l’aspettativa che questa potesse costituire il kick-off per un forte sviluppo, reso possibile grazie ai proventi dell’estrazione e vendita del petrolio. Il nuovo Paese, infatti, ha acquisito i ¾ del complessivo output petrolifero del preesistente Stato sudanese unificato, ovvero 490 000 barili al giorno. Molte delle risorse derivate dalla vendita del petrolio, tuttavia, sono state dilapidate a causa di una dilagante corruzione; a ciò si è aggiunta, dal gennaio del 2012, l’interruzione delle estrazioni di greggio sancita dal governo di Juba. La decisione è scatu-


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rita dal drastico aumento dei costi di transito (36 dollari al barile) imposto dal Sudan che si è visto decurtare dei ¾ delle entrate derivanti dal petrolio; dopo una controfferta del Sudan del Sud (rimasta ignorata) di 1 dollaro al barile al governo di Juba non è rimasta altra alternativa che fermare le estrazioni. Nel frattempo, al fine di liberarsi dal ricatto economico di Khartoum, il Sudan del Sud ha annunciato la volontà di costruire nuovi oleodotti per far arrivare il greggio fino in Kenya e Gibuti passando dall’Etiopia. Poiché la costruzione delle nuove infrastrutture richiede anni, nel breve periodo la ripresa della produzione e vendita del petrolio dipende solamente dalla stipula di nuovi accordi economici con il Sudan. I territori del nord, ricchi di petrolio, restano contesi e la linea di confine tra i due Stati non è ancora chiaramente definita e riconosciuta. Ciò ha determinato tensioni militari che, nell’aprile del 2012, sono sfociate in scontri tra il Sudan People’s Liberation Army (SPLA) e le Sudan Armed Forces (SAF). Per salvarsi dalle violenze e dai bombardamenti, centinaia di migliaia di sudanesi sono fuggiti verso sud: circa 560 000 persone sono state raggruppate in due campi profughi nel nord del Paese. Tuttavia le strutture a disposizione delle persone ospitate risultano insufficienti e le condizioni di vita molto dure. Le organizzazioni non governative in azione continuano a lanciare frequenti allarmi circa le condizioni igienico-sanitarie ed alimentari, sollecitando un maggior sostegno economico. Oltre alle controversie ancora in atto con il Sudan, il nuovo Stato africano deve fronteggiare anche dissidi prettamente interni, quali scontri etnici (sul territorio del Sudan del Sud si contano più di cento etnie, di cui 40 sono quelle numericamente considerevoli) e la presenza di milizie armate che non

riconoscono il governo centrale (i Rebel Militia Groups e il Lord’s Resistance Army). Inoltre, un’ulteriore minaccia per la sicurezza di chi opera in Sudan del Sud è rappresentata dai campi minati non bonificati e Unexploded Ordnance (UXO). Come conseguenza dei precedenti 20 anni di guerra civile, infatti, il Sudan del Sud risulta essere una delle aree maggiormente minate al mondo.

Tra i compiti degli MLOs, vi sono frequenti contatti e attività di pattuglia allo scopo di sostenere le locali autorità militari e civili.

COMPITI DELL’ONU Con la Risoluzione 2057, il 5 luglio 2012 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato la UNMISS, centrando il mandato sulla protezione dei civili e sull’innalzamento del livello di sicurezza nel Paese. Nell’adozione della Risoluzione, il Consiglio ha sottolineato l’esigenza di concentrarsi sulla effettiva capacità dell’ONU (della componente militare e di quella civile) di conseguire risultati tangibili per la ricostruzione e crescita del Paese. Nel 2005 l’Italia aveva contribuito alla

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ADDESTAMENTO E OPERAZIONI

missione UNMIS con un contingente nazionale a livello di Battaglione: la Task Force «Leone»; il mandato del 2005 si focalizzava sull’implementazione del Comprehensive Peace Agreement e quindi il controllo del rispetto del «cessate il fuoco», assistenza alle parti nello sviluppo dell’accordo e supporto alla preparazione e la conduzione del referendum per l’indipendenza (svoltosi nel 2011). Il nuovo mandato, ovviamente frutto della nuova condizione di indipendenza della regione (sempre in aderenza al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite), verte sulla protezione dei civili sotto imminente minaccia o violenza fisica; protezione del personale, basi ed equipaggiamento ONU; deterrenza verso possibili attori ostili e mitigazione di conflitti in atto; supporto alla fase di disarmo e reinserimento – Disarmament, Demobilisation and Reintegration – degli ex combattenti non rientrati nei regolari ranghi dell’Esercito sud-sudanese. Le attività di protezione dei civili e il rafforzamento della sicurezza vengono La religione prevalente nel Sudan del Sud è quella cristiana anche se molto diffuso è anche l'Islam.

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garantiti dall’ONU mediante lo schieramento di circa 5 200 militari messi a disposizione, al momento, da Kenia, Mongolia, India e Ruanda. Il numero di truppe impiegate nella UNMISS risulta, tuttavia, di molto inferiore rispetto alle esigenze: a fronte dei 7 000 militari necessari, la percentuale di quelli impiegati supera di poco il 70% di quanto preventivato dall’ORBAT.

FUNZIONE E ORGANIZZAZIONE DEI MILITARY LIAISON OFFICERS (MLOS) Come precedentemente accennato, anche l’Italia, dall’aprile del 2012 mette a disposizione delle Nazioni Unite i suoi Ufficiali che vanno ad inserirsi nella struttura militare costituita dai Military Liaison Officers – MLOs – figura subentrata all’Osservatore Militare. Al di là del cambio di denominazione, le linee guida che sottendono le attività dei MLOs sono identificabili nella creazione e nel mantenimento di relazioni professionali e trasparenti con l’Esercito del Sudan del Sud (Sudan’s People Liberation Army – SPLA) e con gli organi impegnati nel settore della sicurezza (South Sudanese Police Service - SSPS). Al fine di facilitare l’implementazione della Risoluzione ONU 1996, tali collegamenti vengono ricercati ed attuati mediante la creazione di Integrated Mission Teams (IMTs), composti da rappresentanti civili e militari ONU che lavorano in modo integrato per l’assolvimento dei compiti assegnati. Gli IMTs sono attivati sui 3 livelli politico/amministrativi: Federale (presso la Capitale Juba),


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Statale (presso ciascuna capitale di Stato) e di Contea (County Support Bases – CSBs), queste ultime avviate, ad oggi, solamente presso i capoluoghi considerati strategici. In generale, i compiti per gli Ufficiali di collegamento sono riassumibili nella creazione di rapporti di collaborazione e scambio d’informazioni con l’Esercito locale e con gli organi operanti nel settore della sicurezza, fornendo, qualora richiesto, assistenza e pareri professionali su tematiche militari e di sicurezza. Per quanto riguarda l’Esercito del Sudan del Sud, obiettivo primario ma non esclusivo dell’azione dei MLO, occorre sottolineare come lo SPLA costituisca, di per sé, un problema per il governo di Juba, in quanto risulta fortemente sovradimensionato rispetto all’effettiva sostenibilità consentita dalla ancor fragile economia dello Stato. Ulteriore preoccupazione per l’apparato governativo, lo SPLA nasce come Esercito di ribelli, portandone ancora i tratti caratteristici che si concretizzano nella fedeltà alla propria tribù prima ancora che allo Stato. Per completare il quadro, l’Esercito appare malamente equipaggiato, scarsamente addestrato e la disciplina non può essere definita ferrea, anche se, tuttavia, negli Ufficiali traspare entusiasmo e la volontà di raggiungere un adeguato livello di professionalizzazione. La componente militare della UNMISS, nelle regioni ove i rapporti con lo SPLA sono giunti a livelli di fiducia reciproca e adeguata collaborazione, ha iniziato un programma di training su materie militari per la crescita professionale che si affianca alle attività intraprese dalla componente civile della missione. CONCLUSIONI Il problema dei due Sudan non è unico in Africa ma sicuramente rappresenta uno dei più complicati a causa di fattori esterni ed

interni e di una lunga storia di conflitti non ancora completamente risolti. Una definitiva e pacifica risoluzione delle controversie potrebbe costituire un esempio per gli altri Paesi africani attraversati da feroci contrasti interni; in caso contrario le conseguenze per questa parte d’Africa e per gli Stati confinanti potrebbero essere devastanti. I due Sudan non sono in grado di risolvere da soli i propri problemi, come hanno dimostrato i fatti. La comunità internazionale deve intervenire, agendo in modo attento e neutrale per consentire il conseguimento di una pace sostenibile e di una cooperazione fra le due parti. La crisi economica che attanaglia i due Paesi può costituire un’opportunità per l’Occidente per far convergere i due Paesi verso un medesimo obiettivo di cooperazione, in cambio di concreti aiuti finanziari. Il Sudan del Sud, nonostante le numerose difficoltà che lo affliggono e le molte contraddizioni interne, è un Paese affascinante e carico dell’entusiasmo tipico di colui che, per la prima volta nella sua storia, sente di poter essere l’artefice del proprio futuro dal momento in cui si è affrancato dallo stretto giogo da cui si sentiva oppresso. La fase per il consolidamento della nuova società sud sudanese deve ancora cominciare, stadio al termine del quale la democrazia sarà percepita come l’unica alternativa politica praticabile – the only game in town – parte integrante della vita sociale, istituzionale e perfino psicologica di una popolazione le cui due ultime generazioni sono cresciute nella guerra. Le potenzialità per uno sviluppo florido e rapido sono evidenti: con il suo fertile terreno, irrigato dall’acqua che scorre in abbondanza nella stagione delle piogge e con la nota ricchezza di materie prime del suo sottosuolo, la nuova Repubblica africana ha tutti i numeri per costruirsi un futuro sereno e prospero.

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STORIA

FRANCESCO NULLO: UN EROE GARIBALDINO CADUTO IN TERRA POLACCA, NEL 150° ANNIVERSARIO del Generale di Divisione (c.a.) Giovanni BUCCIOL

D

a qualche anno è trascorso il duecentesimo anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, ma non si può non rammentare la gran parte che il Generale ha avuto anche nella vicenda dell’eroe bergamasco, di cui ricorre il centocinquantennale del sacrificio in

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Francesco Nullo (immagini concesse da: Fondazione Bergamo nella storia onlus - Archivio fotografico Sestini).

terra polacca. Se la Marina Militare ha dedicato all’Eroe dei Due Mondi il nome di un


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Incrociatore, essa ha dedicato a Francesco Nullo il nome di un più modesto Cacciatorpediniere (1). Ciò non significa che la differenza tra i due condottieri sia così grande come quella esistente tra le due navi. Se il primo è un valoroso, il secondo è un impavido; se il primo un fortunato genio militare, meticoloso fino alla pignoleria, il secondo è un razionale figlio generoso del Risorgimento, pronto a sacrificare la propria vita in ringraziamento dell’aiuto ricevuto dall’Italia dal 1848 al 1860 dai figli di una sfortunata terra, quale la Polonia. Tuttavia, tutto ciò non fa molta differenza. In un aspetto, però, Garibaldi differisce da Nullo: nell’ingenuità, tipica dell’eroe, teso al sacrificio estremo, che non fa molta attenzione agli aspetti della normale convivenza umana. Il 24 gennaio 1860, infatti, egli sposa la Marchesina Giuseppina Raimondi, figlia adottiva del fervente garibaldino Marchese Giorgio, nella Chiesa di Fino Mornasco. Egli se ne invaghisce quando a fine ‘59 la diciottenne, accompagnata da un prete, gli porta a Varese alcuni documenti interessanti lo schieramento austriaco. La giovane, non sapendo resistere al fascino di divenire sposa del Generale e temendo che il padre putativo la diseredasse, accetta di sposare l’anziano vedovo. Ma l’Eroe dei due Mondi non sa che la ragazza è incinta del giovane Luigi Caroli, bergamasco, anch’egli fervente garibaldino. Lo viene a sapere all’uscita dalla Chiesa, dopo la cerimonia, quando dal fondo della piazza un cavaliere - si dice fosse lo stesso Caroli – «ventre à terre» velocissimo si avvicina al gruppo di persone, lancia un biglietto – contenente la triste notizia -, che colpisce il Generale sul petto, e sparisce. Il Garibaldi legge, furibondo insulta la giovane moglie, senza salutare nessuno se ne va e non fa più ritorno alla villa di cui è ospite. Il matrimonio sarà sciolto dopo

vent’anni, nel gennaio 1880, dalla Corte d’Appello del Tribunale di Roma. Da quel momento, il Caroli viene sempre depennato dal Generale stesso dagli elenchi di persone proposte alla partecipazione delle varie imprese. Ma Francesco Nullo non ne può fare a meno, poichè il ricco bergamasco si assume tutte le spese della spedizione, che il Nullo, contro il parere di Garibaldi, con una manciata di giovani effettua in aiuto alla rivolta polacca, arrogandosi un diritto che non ha, senza «forse» e senza «ma». Non valuta fattori di potenza e condizioni di vulnerabilità propri e dell’avversario. Con Caroli come Aiutante Maggiore, parte e muore colpito da una palla russa il 5 maggio 1863 (2).

VISIONE STORICA DEL MOMENTO Tre Grandi Potenze di allora si spartiscono in 3 successive date la Polonia nella seconda metà del diciottesimo secolo: la Russia, la Prussia e l’Austria. Anche Napoleone ci mette mano, creando, nel 1807, il Granducato di Varsavia. La ripartizione è confermata, eccetto il suddetto Granducato, nel 1815 dal Congresso di Vienna. La zona russa è dichiarata Regno di Polonia, solo formalmente indipendente. Ha un proprio esercito ed un proprio re, l’Imperatore di Russia, che ha il fratello come Luogotenente. In Polonia sono stanziate truppe russe, quando nel 1830 scoppia la prima insurrezione di novembre, che si conclude dopo un anno con la sconfitta dei polacchi e la liquidazione del Regno. In quest’occasione, i polacchi sotto Prussia ed Austria accorrono in soccorso degli insorti, in modo del tutto inefficace. Il vecchio Regno diviene provincia russa e la vita scorre tra scosse e singulti loca-

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STORIA

Il Cacciatorpediniere «Francesco Nullo».

li fino al 1863. All’inizio di quell’anno, il governatore Wielopolskj, eseguendo gli ordini sulla leva generale emanati dallo Zar Alessandro II, effettua un feroce reclutamento di tutti i maschi, abili o no al servizio militare. Promulga, inoltre, la legge marziale contro le bande rivoluzionarie -ai primi di aprile ben 150- che sorgono spontaneamente ovunque agli ordini di Mariano Langiewiks. Questi, che conosce bene la tattica militare appresa da Garibaldi durante la frequentazione del nostro Risorgimento, viene eletto dittatore il 1° marzo dal Governo provvisorio di Varsavia. In Italia, l’insurrezione ha un’eco immediata. A Milano, Genova, Bergamo ed in altre città della Lombardia e della Romagna si costituiscono delle giunte che ricevono le domande di volontari per la Polonia. Tra questi, i primi ad

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aderire sono una trentina di garibaldini, che, capeggiati dal Nullo, intendono partire, delusi dalle «inutili» schermaglie parlamentari e dalle indecisioni del Garibaldi stesso. Infatti, presso il Parlamento italiano l’insurrezione polacca, il 26 e 27 marzo, è oggetto di animata discussione. Alcuni parlamentari vorrebbero allineare l’insurrezione a quella veneta. Anche il Crispi auspica un’insurrezione nel Veneto ed il Mazzini sostiene che i polacchi avrebbero dovuto sollevarsi con una diversione nel Veneto. Il Visconti Venosta, Ministro degli Esteri, afferma l’impossibilità di far sortire dall’insurrezione polacca il completamento dell’unità nazionale, sia perchè sarebbe difficile farvi penetrare grossi contingenti, sia perchè Napoleone III avrebbe considerato ogni nostra mossa, specie perchè alleato della Russia, un atto indipendente ed isolato. Le conclusioni del dibattito sono favorevoli alla tesi governativa,


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secondo cui un tale atto avrebbe portato guerra alla Russia, alla Prussia ed all’Austria, compromettendo l’appoggio internazionale alla nostra agognata unità (3).

Garibaldi rendesse concreta questa presunta insurrezione ungherese in contemporaneità con quella polacca ed il governo italiano gli avrebbe espresso sostegno in via definitiva» (4).

IL COMPORTAMENTO DI GARIBALDI

FORMAZIONE GARIBALDINA DEL NULLO

A Mariano Langiewiks il Generale scrive: «Che, Dio vi benedica, tra qualche giorno saremo tra voi!». Ma il dittatore polacco gli fa intendere che la sua presenza, data la notorietà internazionale, avrebbe arrecato imbarazzo alla causa. La Russia, in effetti, non è nemica dell’Italia. Lo è l’Austria, la quale, tuttavia, arresta il Langiewiks per fare un plateale atto di amicizia verso la Russia, ma sotto sotto appoggia l’insurrezione polacca. E così Garibaldi scrive a Nullo: «Io vi consiglierei di non partire per la Polonia; però, se la vostra coscienza vi dice di andare, andate, ma in pochi, mi racccomando, perchè un più sacro dovere impone alla nostra gioventù di attendere le ultime non lontane prove per la completa unificazione dell’Italia». Nello stesso periodo, addirittura due emissari, in evidente disaccordo con il governo provvisorio di Varsavia, si recano a Caprera per convincere Garibaldi a concentrare le sue forze in Turchia, «sommuovere la Rumenia, penetrare in Bessarabia e di là, per la Podolia e la Galizia, dare mano agli insorti». A Garibaldi sta a cuore la necessità di organizzare attività antiaustriache. Prende contatti con fuorusciti polacchi, ma spera sugli ungheresi, la cui marea rivoluzionaria vorrebbe affogare l’Impero asburgico. Visconti Venosta guarda a Napoleone III, del cui appoggio non è sicuro e pensa che l’insurrezione ungherese sia una chimera. Afferma: «Il

Non si può comprendere appieno le ragioni di una spedizione così ridotta, in un periodo congiunturalmente sfavorevole, con gente raccogliticcia, se non si conosce la vita, la formazione culturale ed il temperamento di Francesco Nullo. Nasce a Bergamo nel 1826 da una famiglia agiata, che lo fa studiare prima a Bergamo, poi a Milano, ove frequenta con «distinti» risultati le secondarie commerciali. Apprende la lingua francese e parla con eleganza la tedesca. Impiegato in una industria tessile di Bergamo, appena ventenne vi acquista una posizione di primo piano, inventando un premiato congegno per tessere. Nel marzo del 1848 scoppia «il 48» in Milano, in Italia ed in Europa. Il nostro è subito con una colonna di 200 bergamaschi, condotta da un frate cappuccino, con due suoi fratelli. È da questo momento che comincia quella vita piena di esaltazioni e di depressioni, di entusiasmi e di ripiegamenti, che faranno di lui una delle più fulgide figure del nostro Risorgimento. Costretto a ripiegare su Peschiera, Nullo è nominato portabandiera del Corpo di spedizione, si porta verso Trento per tagliare la via di rifornimento austriaca, occupando Castel Tubino ed arriva al Tonale. Rimasto isolato con i volontari, quando i piemontesi si ritirano in Piemonte dopo Custoza, anche Nullo ripara nello stesso Piemonte, rinuncia al grado, si arruola nei «Lancieri di Masina» e parte per la difesa di Roma. Da maggio a giugno 1849, combatte a

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Valmontone ed assieme ai legionari di Garibaldi si scontra coi francesi e coi bersaglieri italiani. Sconfitto dai fucili «Chassepot» del Generale Audinot, Nullo segue Garibaldi nella ritirata per Terni, Todi, Orvieto, San Marino, dove parlamenta in favore di Garibaldi senza successo. Volendo soccorrere Venezia, s’imbarca con i garibaldini a Cesenatico su 13 bragozzi, inseguito e cannoneggiato dagli austriaci. La spedizione fallisce. Sbarcano nel delta del Po e si sciolgono, abbracciati da Garibaldi, che porterà Anita a morire nella pineta di Ravenna. Nullo, vestito da contadino, giunge a Bergamo, ma viene arrestato dagli Austriaci ed incarcerato a Caprino. È giusto in questo disgraziato periodo della nostra storia risorgimentale, tra il marzo ‘48 ed il giugno ‘49, che conosce ed apprezza l’impegno dei polacchi in Italia, che ci danno una mano anche nel ‘59 e nel ‘60. Tornato in Bergamo dopo un mese di carcere, egli vi resta sino al ‘59, riprendendo le sue attività commerciali. Saputo che Garibaldi è in Piemonte per formare un Corpo di volontari, in tutto segreto parte e si arruola come Tenente nelle «Guide». Combatte a Varese, a Como ed il 7 maggio da Ponte San Pietro, periferia di Bergamo, entra in città con Garibaldi e partecipa alle battaglie di Rezzato e Treponti. Il patto di Villafranca indigna Nullo, che torna ai suoi commerci sino al 3 maggio 1860, quando con 264 garibaldini bergamaschi parte per Quarto Genova, facendo felice Garibaldi. Si dice che, grazie alla sua attività nel campo dei tessuti, abbia fornito le camicie rosse a tutti i partecipanti alla spedizione navale. Qui comincia la sua fulgida carriera militare. Da Tenente a 34 anni, è Capitano per la conquista di Palermo, dove è il primo ad entrare; è Maggiore il 21 agosto per aver agevolato lo sbarco a Reggio Calabria; è Tenente Colonnello al Volturno,

dove ottiene la resa del Generale Briganti, «soggiogato dall’accento energico, dall’occhio fiero e dai baffi magiari di Nullo», come scrive Cesare Abba. Subito dopo, viene inviato da Garibaldi stesso in Isernia per sedare una rivolta, e vi trasforma «la ritirata in assalto e la morte certa in trionfo», come si esprime sempre lo stesso Abba (5). Con l’Eroe dei due Mondi è a Teano ed il 7 novembre parte per Caprera in sua compagnia. Dopo un po’ torna a Bergamo, rinuncia al grado di Tenente Colonnello per ragioni politiche e si dedica al consueto commercio. Ma agli inizi del ‘62 Garibaldi è a Trescore per curarsi l’artrite, Nullo si offre volontario per partecipare all’impresa nel Trentino, che si sta preparando. Viene arrestato e condotto in carcere a Brescia, dove il popolo si solleva e lo libera. Ricatturato, viene recluso in Alessandria sino al 10 giugno. Liberato per assoluzione, Nullo raggiunge Garibaldi a Palermo, procede per Catania, combatte in Aspromonte ed «accoglie tra le sue braccia l’Eroe dei due Mondi, quando cade colpito al piede da palla italiana». Garibaldi va a morire a Caprera e Nullo viene tradotto alle prigioni del Forte di Bard in Val d’Aosta, dove uscirà dopo qualche mese per amnistia, per tornare a mercanteggiare in tessuti (6).

FINALMENTE LA SPEDIZIONE I preparativi avvengono in casa Caroli a Bergamo, perchè Luigi - che è la prima volta che può partecipare ad una spedizione garibaldina - si assume tutte le spese, riveste il grado di Tenente delle guide, ed è, come detto, Aiutante Maggiore del Nullo. Centro di smistamento volontari è Cracovia, ma il suo raggiungimento subisce il filtro delle autorità austriache. Infatti, i 30 partiti da Bergamo sono 27 a Udine,

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STORIA

19 a Vienna e 17 a Cracovia. L’Austria si oppone, ma non troppo, anche perchè pensa che gli insorti italiani è meglio che vadano a morire contro i russi in Polonia che contro gli austriaci al Mincio. A Cracovia il Nullo incontra Miniewski, giovane di 22 anni autonominatosi Generale per aver messo tutte le sue sostanze a disposizione della causa. Gli consegna tutti i suoi volontari, studenti, contadini, vagabondi, che hanno per la prima volta l’occasione di ricevere un vestito ed una ciotola di minestra. Con i 17 di Bergamo e con 8 francesi si forma una colonna di circa 600 uomini al comando di Nullo, a sua volta nominato dal Miniewski Generale. Il bergamasco spera di avere il tempo per creare un certo amalgama addestrativo prima dell’incontro col nemico, ma ciò non avverrà. L’armamento è buono: carabine ad anima rigata e fucili corti ma precisi, tre cannoni senza cavalli da traino, perchè requisiti dall’Austria, contradditoria e blanda verso la Russia. Il confine è a 15-20 chilometri a nord di Cracovia. Oltre, vi sono paludi e vallate e bisogna sorprendere il nemico di notte o all’alba. Obiettivo del Nullo è Olkusz, sede di una guarnigione russa. Ma, accompagnato dal Miniewski, gli si presenta un Ufficiale austriaco, che gli intima di arrendersi perchè prigioniero. Il Caroli racconta all’austriaco la barzelletta del soldato prussiano e del granatiere francese (7), che diverte l’Ufficiale, il quale dichiara: «Non sono vostro nemico, per voi la strada è libera!». Alle prime ore del 4 maggio si supera il confine, in coda i bergamaschi per evitare eventuali diserzioni. Una pattuglia

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di cosacchi a cavallo irrompe dal buio di un bosco, spacca la testa alla guida alloglotta della colonna e sparisce nel bosco stesso. I volontari sono sempre seguiti e fiancheggiati dai russi ed alle ore 14 una scarica di fucili provoca alcuni feriti, che vengono messi su un carro e si riprende la marcia. Verso mezzanotte si acquista un po’ di pane in un villaggio e si marcia sino alle 6 del 5 maggio. Quando qualcuno accende un po’ di fuoco per scaldare dell’acqua, arriva una scarica di fucileria. Nullo si appresta alla difensiva lungo un sentiero infossato e protetto da un terrapieno. Il bosco è a un centinaio di metri e Nullo ordina di non sparare. Ma i volontari sparano lo stesso, emozionati ed impauriti. Miniewski, cercato per farli smettere, perchè non capiscono la lingua italiana, non si trova. Esaurite le munizioni, finalmente non si spara più. Per far vedere che non dovevano aver paura, Nullo, sigaro in bocca e a cavallo, percorre velocemente il terrapie-


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no, sordo agli incitamenti a ripararsi. «Le palle mi conoscono», risponde, ma una palla che non conosceva il suo cavallo lo fa stramazzare a terra ed un’altra lo centra al cinturone e al cuore. «Madonna, Nullo!», urla Caroli. «So mort!» sussurra Nullo e spira. Il suo corpo viene abbandonato e la colonna si spezza in due tronconi: uno riesce a guadagnare la frontiera, l’altro raggiunge Slowkow e, inseguito dai russi del Generale Principe Szaskowskoj, viene catturato. È il Principe stesso che salva i garibaldini bergamaschi dal massacro; egli invita il Caroli a riconoscere la salma del Nullo, «gli fa funerali e gli rende onori militari come a generali pari suo». Nelle tasche del valoroso deceduto si trova questo messaggio per gli italiani: «Se io morrò, ricordatevi per quale causa sono morto, ed il mio ultimo grido anche in Polonia sarà: viva l’Italia!». I prigionieri saranno poi inviati ai lager in Siberia. Il Caroli vi morirà nel maggio del 1865, felice di aver ricevuto la visita, oltre che del fratello, anche di Giuseppina Raimondi (8).

CONCLUSIONI In merito agli avvenimenti in Polonia, il compianto Senatore Giovanni Spadolini ebbe a scrivere: «Caduto da valoroso per una causa santa, in nome di libertà, virtù ed eroismo, come scrisse Garibaldi alla madre per esprimerle il suo affetto e la sua simpatia, Francesco Nullo col suo sacrificio ribadì il legame esistente fra i due Risorgimenti, quello italiano e quello polacco, in nome della costante e strenua rivendicazione dell’identità nazionale». Ricordando, poi, che nel 1833 l’Austria soppresse l’Antologia di Vieusseux, il Senatore così continua, «Fu la prima rivista italiana a battersi per i diritti del popolo polacco oppresso dall’auto-

crazia russa e per questo obbligata a sospendere le pubblicazioni». «Dall’idea di nazione», conclude Spadolini, «che può vivere e progredire solo nella democrazia, si sale verso un’idea dell’Europa, che resta per tutti noi l’ideale attorno a cui lavorare, in questi anni di grandi inquietudini, di grandi conflitti, ma anche di grandi speranze».

NOTE (1) Il Cacciatorpediniere viene impostato nel cantiere Quarnaro di Fiume nel 1924, varato nel ‘25, completato nel ‘26 e perso nel 1940. Dislocava a pieno carico 1 580 t, era armato di 4 pezzi 76/40 e 4 da 76/30 e di 4 tubi lanciasiluri da 450 mm. Aveva un equipaggio di 69 uomini. (2) Bortolo Belotti: «Storia di Bergamo e dei bergamaschi» - Bergamo-Bolis 1989. (3) L’opposizione della sinistra di De Pretis denuncia l’agonia di ogni fede nel nostro Paese, incapace d’interventi generosi verso uno Stato, «le cui ossa dei figli biancheggiano in tutti i campi di battaglia europei, non esclusi quelli italiani». È scritto da Alfonso Vajana in «Francesco Nullo, la sua Bergamo, i suoi tempi» Milano, - Quaderni di poesie -, I939. (4) Queste ed altre notizie «tra virgolette» sono tratte da alcuni documenti raccolti da Adriana Bortolotti nell’Archivio del Museo Storico di Bergamo. (5) Nelle sue memorie, Abba scrive: «Par loro d’aver ancora intorno l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di viva Francesco II e viva Maria», (6) Giuliana Donati Petténi: «Francesco Nullo, cavaliere della libertà» Bergamo, - Bolis, - 1963. (7) «Caporale, ho fatto un prigioniero», dice il soldato, «Portalo qui», gli intima il superiore. «Non posso, mi tien saldo» replica il soldatino. (8) Giuseppe Locatelli Milesi: «La spedizione di Francesco Nullo in Polonia. Nella Siberia orrenda» - Milano, - A. Vallardi 1933.

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STORIA

IL PRIMO CENTENARIO DELLA GUERRA ITALO - TURCA 1911 - 1912 del 1° Maresciallo Luogotenente Domenico INTERDONATO in servizio presso il Comando Brigata meccanizzata «Aosta»

U

n secolo è trascorso dalla firma del Trattato di pace di Losanna; era il 18 ottobre del 1912 e con la fine delle ostilità l’Italia guadagnava quel prestigio internazionale, che era stato offuscato dalla prima impresa coloniale in Africa orientale, culminata con la

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Guerra italo - turca: i soldati sostituiscono le tende con baracche provvisorie, a Bengasi.

sconfitta della battaglia di Adua del 1° marzo 1986. La guerra contro l’Impero Ottomano per la conquista della


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Tripolitania e della Cirenaica era stata pianificata segretamente con le diplomazie occidentali; il Ministro degli Esteri Marchese Antonino di San Giuliano stipulò accordi segreti che aprirono la strada all’azione militare. Secondo gli studi degli Stati Maggiori di allora, la guerra si sarebbe conclusa in breve tempo e con dei costi economici e umani limitati. La campagna militare venne studiata e preparata con una certa cura dal premier Giovanni Giolitti, per cui in pochi mesi di sforzo bellico si realizzò l’occupazione militare della Libia, con le sue due grandi regioni: la Tripolitania e la Cirenaica. La guerra contro l’Impero Ottomano, innescò negli anni successivi un effetto devastante, che provocò il crollo della «Sublime porta», con le rivolte nei Balcani e in Grecia. In Italia, tutti cantavano «Tripoli bel sol d’amore»; in effetti la Guerra italo - turca è rimasta nell’immaginario collettivo come un momento felice della giovane Italia, che portò il Regno Sabaudo nel contesto delle grandi potenze europee. Nel percorso storico della Nazione Italia, la guerra incise profondamente e creò un’eccellente base su cui poi si svilupparono gli eventi successivi, a cominciare da quelli bellici della Prima guerra mondiale. Non è appropriato parlare di guerra perché è stato un conflitto coloniale e d’invasione, ma oggi noi possiamo analizzarlo con il dovuto distacco e obiettività, cercando di analizzare con cautela le vicende che ci portarono a conquistare quella assolata terra nordafricana, strappandola alla Turchia. La preparazione del conflitto è stata una felice sinergia delle Forze Armate, l’intervento militare venne preparato con largo anticipo e con l’impiego di un’armata composta inizialmente da 35 000

militari per poi arrivare a 100 000, che nel breve tempo riuscì ad impadronirsi di quasi tutta la fascia costiera libica. Con il pretesto di violenze subite da cittadini italiani nella Cirenaica e in Tripolitania, il 29 settembre del 1911, l’Italia dichiara guerra all’Impero Ottomano e la Regia Marina si mosse per sorprendere le navi da guerra turche ancora all’ancora nelle basi navali. L’effetto sorpresa riuscì e gran parte del potenziale bellico ottomano venne affondato negli attacchi lanciati al porto di Beirut e nel Mar Rosso. L’operazione Libia iniziò nel mese di ottobre. La perfetta sinergia Regia Marina - Esercito permise lo sbarco delle truppe con limitatissime perdite. L’azione militare iniziava sempre con il bombardamento dal mare delle fortificazioni costiere; il maggiore calibro delle possenti navi italiane riduceva al silenzio la fragile risposta ottomana. Le truppe ottomane e indigene, dopo una composta reazione avevano l’ordine di ritirarsi nell’entroterra, per poi colpire gli italiani con rapide azioni di disturbo, che continuarono anche dopo il Trattato di pace firmato a Losanna. Durante il breve conflitto bisogna ricordare l’impiego di nove aeroplani, inizialmente usati per l’osservazione e poi anche per le fotografie aeree e a seguire i primi bombardamenti azionati manualmente. Nasceva la prima Aviazione militare italiana. Da ricordare che non tutti erano dei piloti con le stellette, alcuni erano dei volontari che si prestarono alla causa coloniale. Si videro anche i primi camion adibiti al trasporto della truppa e dei materiali che, non sopportando la polvere del deserto, vennero inizialmente accantonati per poi essere riutilizzati con opportuni accorgimenti tecnici.

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STORIA

Guerra italo - turca: Derna, sbarco di legname.

Le truppe coloniali diedero un importante contributo, con i battaglioni cammellati degli Ascari eritrei addestrati e comandati da Ufficiali italiani, che risultarono determinanti nell’inseguire e annientare il nemico in fuga dopo le battaglie. La guerra si spinse fino ad arrivare a Costantinopoli. Una squadriglia navale riuscì a superare tutti gli sbarramenti dello Stretto dei Dardanelli, bombardare alcuni forti e ritornare quasi indenne alla base. Per piegare la resistenza ottomana, l’Italia spostò la guerra nel Mar Egeo occupando l’isola di Rodi e altre undici

Il sultano Abdul Hamid II.

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isolette strategicamente importanti: il cosiddetto Dodecaneso. L’azione mirata italiana servì a far capitolare le resistenze del sultano Abdul Hamid II, che accet-


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Il Generale Armando Vittorio Diaz.

tò il Trattato di pace. A volere la guerra di Libia furono dei gruppi di potere, che portarono o meglio spinsero l’Italia e gli italiani verso un colonialismo non sentito dalla popolazione. Allora lo scetticismo era forte e nella Nazione era ancora aperta la ferita della disfatta di Adua. Un grosso contributo lo diedero i media quasi tutti favorevoli alla guerra. I corrispondenti dalla Cirenaica e Tripolitania, poi chiamata Libia, raccontavano «le bugie d’oltremare» di una terra molto vicina alla madre patria, lussureggiante e piena di risorse minerarie

da sfruttare. Si suggeriva una colonizzazione di massa delle terre fertili vicine alla fascia costiera, per dirottare l’esodo dei migranti che preferivano l’America. Purtroppo, allora, non si capì che il deserto libico galleggiava su un mare di «oro nero» e gas naturale. La conquista della Libia negli anni si rivelò un pesante fardello per l’economia statale; i costi della guerra lievitati notevolmente, sommati alle perdite umane e al costo delle enormi infrastrutture create nella giovane colonia furono enormi e la Libia in cambio non ci diede nulla. L’effetto immigrazione non produsse lo spostamento di massa, malgrado le agevolazioni che il governo di allora offriva agli emigranti, che si trasformavano in colonizzatori, e malgrado tutto gli italiani continuarono a preferire l’America. Oggi possiamo affermare, che la guerra contro l’Impero Ottomano servì a preparare e forgiare le Forze Armate italiane con tutti gli Stati Maggiori, che dopo questa parentesi coloniale si prepararono ad entrare in guerra nel 1915, con il primo conflitto mondiale, e a vincere. Il Generale Armando Vittorio Diaz, che nell’autunno del 1918 guidò alla vittoria le truppe italiane, fu un chiaro esempio: nel 1910, durante la Guerra italo - turca, comandò il 21º Reggimento fanteria e l’anno dopo il 93º Reggimento fanteria in Libia, che era rimasto improvvisamente senza comando. Sempre in Libia, a Zanzur, fu ferito nel 1912, per arrivare fino al 4 novembre 1918 quando l’Austria capitolò, e per la storica occasione Diaz stilò il famoso «Bollettino della Vittoria», in cui comunicava la rotta dell’Esercito nemico ed il successo italiano.

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STORIA

LE TRINCEE QUALI FORTIFICAZIONI CAMPALI DURANTE LA GRANDE GUERRA del Maggiore Stefano ELISEO in servizio presso il Comando Militare Esercito Friuli Venezia Giulia

I

l primo conflitto mondiale ha inciso notevolmente nella storia dell’Italia e più in generale in Europa, sancendo la fine degli Imperi e la nascita degli Stati Nazionali. Nel 1914 il clima culturale europeo era

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animato da grande fervore soprattutto nei circoli intellettuali di Austria e Germania, mentre il panorama politico vedeva le grandi potenze europee schierate in blocchi contrapposti e in alleanze che rendevano l’equilibrio quanto mai precario.


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L’attentato di Sarajevo rappresentò quel «casus belli», che condusse l’Europa verso un conflitto di proporzioni sicuramente superiori a quanto l’evento stesso avesse lasciato prevedere. Non a caso quel conflitto venne definito mondiale. In un clima così drammatico si misero in evidenza le correnti degli intellettuali italiani che affollarono le piazze reclamando l’entrata in guerra e sopraffacendo una maggioranza parlamentare e sociale che, invece, non la voleva. Il nostro intervento in guerra provocò nel Paese profonde lacerazioni di cui è prova, ad esempio, l’oltre mezzo milione di richiamati alle armi che preferirono disertare. Vi era, peraltro, una diffusa convinzione che la guerra sarebbe stata breve e soprattutto, che l’intervento italiano sarebbe stato decisivo. In realtà, a dispetto delle aspettative, il conflitto assunse fin dall’inizio proporzioni enormi e si trasformò in una vera e propria guerra di posizione durante la quale i contendenti si ancorarono al terreno che quindi, oltre ad essere campo di battaglia, divenne «la casa» per oltre un milione di combattenti. La situazione risultò molto diversa rispetto ai conflitti precedenti quando cioè le tecniche richiedevano manovre in ordine chiuso sul campo di battaglia prima di giungere allo scontro fisico e prevedevano l’esecuzione di tutta una serie di formalità e gesti di origine cavalleresca. La guerra del ‘14 – ’18 si trasformò sin da subito in guerra di posizione sanguinosa e strettamente correlata allo sviluppo

A sinistra: trincea parzialmente affondata nel terreno il cui spalto è stato costruito con la tecnica del muro a secco coronato da sacchetti di terra. Sul Carso questo era spesso una scelta obbligata, soprattutto nella prima fase della guerra, quando i mezzi tecnici erano inferiori alle necessità.

di nuove tecnologie. I Paesi coinvolti nella guerra impegnarono così tutte le forze morali e materiali di cui erano capaci. Elemento caratteristico della guerra di posizione fu la trincea e, in questo quadro, la trincea nemica divenne l’obbiettivo vicino di tutti i combattenti. Gli eserciti ricorsero al «trinceramento», preferendo una guerra di logoramento agli scontri in campo aperto, per tutta una serie di molteplici cause riconducibili all’aumentato volume di fuoco degli eserciti. Si pensi solo alla precisione ed alla celerità di tiro acquisita dai nuovi fucili, anche a ripetizione, si pensi, ancora agli aumentati calibri delle artiglierie e alle loro aumentate gittate oltrechè alla loro mobilità e celerità del tiro. La trincea, dunque, venne ritenuta la soluzione più idonea in grado di dare un accettabile grado di copertura alle truppe. Peraltro, la trincea, mentre costituiva un serio ostacolo per gli attaccanti (soprattutto se questa era protetta da una serie di ostacoli passivi che ne esaltavano le potenzialità) rappresentava anche la base di partenza per azioni contro le postazioni avversarie. E così, tutti i belligeranti, realizzarono sul terreno una vera e propria ragnatela di scavi che, intersecandosi tra loro, avevano il compito di nascondere all’osservazione e al tiro diretto della fucileria nemica, le fanterie amiche. L’uso del trinceramento vanificò, di colpo, la dottrina esistente, frutto di concetti tattici antichi di secoli, attribuendo al combattimento una nuova fisionomia. Piero Pieri, storico della Grande Guerra, vedeva nella trincea una difesa che «…poneva l’intero popolo belligerante in condizioni di irrigidirsi davanti ad un’unica ben difesa postazione nella quale tutto l’esercito si annidava, che copriva tutto il suolo patrio, che non poteva essere aggirata, che sembrava poter

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Postazioni di alta montagna, dove gli elementi dell’organizzazione difensiva si adattano al terreno e la natura è spesso il primo avversario da combattere. La linea del fronte italoaustriaco correva in larga parte ad alta quota, in regioni dove nessuno aveva ma immaginato che gli uomini potessero vivere e combattere indifferenti al volgere delle stagioni.

essere superata solo attraverso una gigantesca azione risolutiva….» (1).

TIPOLOGIA DI TRINCEA E CARATTERISTICHE COSTRUTTIVE Origini storiche La costruzione delle trincee rientra in un ramo specifico dell’arte militare chiamata in particolare «fortificazione campale», del capitolo relativo ai così detti «lavori sul

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campo di battaglia». Non solo durante la Grande Guerra vennero realizzati lavori di fortificazione campale ma si conoscono esempi di trincee realizzate sin dai tempi dei persiani di Ciro e di Dario: si sa infatti che a Gaugamela il campo di battaglia venne preparato eseguendo lavori di scavo e innalzando fortificazioni. Con Cesare la fortificazione campale acquistò grande importanza per la creazione di posizioni fortificate. L’introduzione delle armi da fuoco e la loro continua evoluzione tecnica rese pressoché indispensabile il ricorso alla fortificazione campale e la concezione di lotta in campo aperto si ridusse ad un’area attorno alle fortezze riducendo così l’ampiezza del campo di battaglia. Il Vauban (2), creando e modificando molte piazzeforti, adattandole al terreno, diede origine alla tecnica per l’espugnazione


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progressiva delle fortezze eseguita con l’impiego della zappa e del cannone. Conseguentemente alla Rivoluzione Francese e alla costituzione degli Eserciti nazionali, le tecniche del combattimento fuori dalle fortezze subirono ulteriori modifiche in funzione dell’aumentato numero dei combattenti. Fu con Napoleone che i «lavori sul campo di battaglia» e lo sfruttamento delle possibilità offerte dalla fortificazione campale assunsero un ruolo fondamentale proprio in ragione delle grosse masse di combattenti che si affrontavano. Le tecniche della fortificazione campale vennero ulteriormente perfezionate nel corso

La siepe di filo spinato antistante alla trincea in un’immagine emblematica della situazione di stallo che si determinò ben presto anche sul fronte italiano, non appena l’avanzata oltre frontiera andò a urtare contro l’organizzazione difensiva predisposta dall’avversario.

della guerra d’oriente del 1853 e nel corso della guerra civile americana. A partire dalla seconda metà dell’ottocento, la realizzazione di armi dotate di sempre maggiore cadenza di tiro e potenza di fuoco resero necessario il ricorso a fortificazioni interrate che avevano lo scopo di dare una maggiore protezione ai combattenti. Si cercò, così, di conciliare due esigenze: la prima era quella di sfruttare le nuove armi da fuoco, la seconda era quella di ottenere, il più possibile, una ottimale copertura dal tiro nemico, tutto ciò rimanendo ancorati al terreno per sfruttarne le caratteristiche morfologiche (3). Per realizzare ciò era necessario soddisfare due principi costruttivi: il primo era quello di ottenere una buona postazione che consentisse l’osservazione del nemico, il secondo era connesso con la necessità di mantenere un'adeguata copertura dal fuoco avversario. Era necessario, dunque, defilare le proprie posizioni dalla

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STORIA

vista del nemico mantenendo, comunque, adeguate possibilità di comunicazione e circolazione delle proprie truppe anche sotto il fuoco nemico. Era necessario, però, creare degli ostacoli, che impedissero, intralciassero e ritardassero i movimenti dell’avversario (4). Quando nel 1914 esplose il conflitto, l’Europa venne attraversata da nord a sud da due interminabili ordini di trincee: la prima correva, ininterrotta, dal Belgio alla Svizzera e costituiva il così detto fronte occidentale o fronte franco-britannico-germanico mentre la seconda trincea, a oriente della prima, era il fronte austrorusso-serbo-rumeno. Il 24 maggio 1915, per effetto dell’entrata in guerra dell’Italia si aprì un altro fronte, quello italo-austriaco, che si sviluppava per oltre 600 chilometri, dallo Stelvio al mare. Questo fronte, prevalentemente montano, in alcuni tratti raggiungeva i 3 000 metri e solo negli ultimi 90 chilometri (da Gorizia al mare) si presentava semi pianeggiante e parzialmente sopraelevato rispetto alla bassa pianura friulana. Su questi quasi 90 chilometri finali di fronte, tra il 1915 e 1917, vennero combattute 11 tra le battaglie più sanguinose della guerra sul fronte italiano. Costruzione e dimensione manufatto Da punto di vista costruttivo, le trincee erano realizzate come fossati profondi circa due metri, di larghezza variabile, con la fronte rivolta in direzione delle postazioni nemiche e che seguiva l’andamento del terreno. Teoricamente la sponda fronteggiante il nemico avrebbe dovuto avere alla base un gradino lungo tutta la lunghezza dello scavo avente la funzione di consentire alle vedette l’osservazione della linea nemica, per eseguire un tiro mirato contro

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gli elementi attaccanti e un’azione di fucileria contro la trincea nemica. Peculiare era la situazione degli scavi in montagna dove le caratteristiche del terreno rendevano le opere di scavo particolarmente difficoltose e complesse. Si preferì quindi sfruttare tutte le pieghe del terreno per ottenere un appoggio per la linea difensiva e un riparo dal tiro nemico. Allo scopo di proteggere le pareti delle trincee dagli effetti delle piogge (allagamento) e per evitare il franamento delle pareti si ricorse, ove possibile, al loro rivestimento con legnami e graticci. Per aumentare l’impenetrabilità del trinceramento venivano posti sul ciglio dello scavo ostacoli passivi come reticolati di filo spinato o cavalli di frisia che avevano il compito di arrestare gli attaccanti fatti poi oggetto al fuoco dei difensori. Sarebbe stata infatti necessaria una forte concentrazione di fuoco di artiglieria, soprattutto di grosso calibro, per ottenerne la parziale distruzione o quanto meno l’apertura di varchi. Si usò inoltre l’accortezza di costruire la linea non con andamento rettilineo ma a zig zag allo scopo di assicurare alle truppe una migliore protezione dal tiro di artiglieria e rendendo difficoltosa l’osservazione all’avversario. Questo accorgimento dava ai difensori un’ulteriore possibilità e cioè quella di effettuare un tiro incrociato di fucileria e armi automatiche che aveva lo scopo di disorientare l’avversario. Mentre il concentramento del fuoco d’artiglieria sulle prime linee nemiche era una tecnica impiegata per manovre in campo aperto, per offensive eseguite in spazi limitati si preferiva impiegare tubi di gelatina esplosiva posti direttamente sotto il reticolato. Ciò esponeva ovviamente i soldati al duplice rischio di essere individuati durante l’avvicinamento al reticolato e, soprattutto, di notte durante


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Dalla pubblicazione del Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Difesa dello Stato, Norme complementari all’istruzione sui lavori del campo di battaglia, circolare n. 250 in data 10 febbraio 1915.

l’operazione di accensione della miccia. Infatti, di notte il bagliore dello «zolfanello», utilizzato per l’accensione della miccia, produceva un bagliore in grado di permettere alla sentinella nemica di individuare i posatubi, di puntare e di fare fuoco. «…I sardi della Brigata Sassari ovviarono a quest’ultimo inconveniente muovendo dalla trincea con un sigaretto acceso e con la brace all’interno del cavo

orale…Questo sistema era detto “fogu a intro”...» (5). Dietro la trincea di prima linea ne venivano realizzate, se possibile, altre due poste a distanza variabile dalla prima in relazione alla morfologia del terreno. Queste due linee avevano lo scopo di conferire profondità allo schieramento garantendone la tenuta. Dei «camminamenti» collegavano tra loro le linee successive. In particolare, avevano il compito di consentire alle truppe quei movimenti tattici e logistici necessari alla vita della trincea mantenendo il personale al riparo dal fuoco e dalla osservazione del nemico.

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In terreno roccioso si compensava con i sacchi a terra la diffoltà di scavo.

Allo scopo di consentire ai soldati in linea, ma non impegnati nella vigilanza, il riparo dalle intemperie e il riposo, all’interno delle trincee vennero realizzati dei ricoveri costruiti come nicchie. Questi venivano attrezzati con materiali di fortuna che avevano il duplice scopo di renderli, se possibile, più vivibili e, nello stesso tempo, più resistenti alle esplosioni. Dopo la 4a battaglia dell’Isonzo, con l’arrivo della stagione invernale l’attività operativa giunse ad una fase di stallo. Fu in questo periodo che, sia da parte italiana che da parte austriaca, si procedette a lavori di rafforzamento delle prime linee.

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Erano differenti i presupposti sui quali ci si basò per eseguire i lavori di rafforzamento. Era implicito, infatti, che agli italiani spettasse l’onere dell’offensiva in quanto la guerra era stata dichiarata da noi e a tale scopo le nostre trincee più che opere di ingegneria dovevano essere opere speditive che servivano da «testa di ponte» per l’assalto alla linea nemica. Come scrisse Luigi Barzini (6), ... «Il campo di battaglia italiano fu certamente il più aspro tra i campi di battaglia europei e il continuo incessante scavo di trincee fu terribilmente faticoso quanto necessario. A questo impegno le truppe non si sottrassero mai perché compresero, sin da subito, che la trincea era l’unico salvacondotto che poteva, in parte, garantire l’incolumità e quindi il ritorno a casa…». Dal canto loro gli austriaci avvertivano


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la necessità di rafforzare le proprie linee allo scopo di migliorare le difese dalle offensive italiane. Tuttavia nell’inverno del 1915-1916 anche gli italiani furono costretti, durante la stasi delle operazioni, a rafforzare le proprie linee difensive allo scopo di fornire riparo alle truppe. Fu in questo periodo che centinaia di chilometri di trincee vennero trasformate

Trincee di seconda linea costruite al limitare dell’altopiano carsico nell’inverno 1916-1917, ricalcando in parte il tracciato delle vecchie linee di difesa austro-ungariche. L’allestimento di posizioni come queste in un terreno come quello del Carso richiedeva l’intervento di consistenti mezzi tecnici e di una forza lavoro specializzata, il che non era certo possibile a diretto contatto con l’avversario, dove le soluzioni costruttive erano ben più improvvisate.

in poderosi campi trincerati realizzati con abbondanza di materiali di rafforzamento, cemento armato compreso. Ciò comportò la realizzazione di nuovi elementi costruttivi quali ad esempio postazioni per mitragliatrici scavate nella roccia ma anche depositi di munizioni e di materiali vari e ricoveri per le truppe. La sicurezza di queste opere era affidata oltre che alle vedette a tutto un intricato sistema di filo spinato ancorato al terreno in mille modi diversi. A tal proposito, il piccone e il badile divennero, assieme al fucile, attrezzi cari al combattente. Ciò comportava lavori di scavo nella roccia che diventarono parte integrante dell’attività dei combattenti. Le trincee italiane, come già detto, si estendevano dallo Stelvio al mare seguendo in parte l’andamento del confi-

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STORIA

Una trincea di Monte Valbella, importante punto di forza sull’Altopiano d’Asiago, il 26 febbraio 1918, un mese dopo la sua riconquista nel corso della cosiddetta Battaglia dei Tre Monti che dimostrò la ritrovata capacità offensiva dell’Esercito e segnò l’inizio della ripresa.

ne politico e disegnando sul terreno due profonde anse all’altezza del saliente

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trentino e di quello carnico. Sicuramente più difficoltoso fu lo sviluppo delle linee nei territori montani: furono i reparti del genio a realizzarne la costruzione in maniera tale da rendere le fortificazioni sufficientemente resistenti e tali da impedire che l’avversario potesse avvolgere o aggirare le posizioni. Altri nemici durante il periodo invernale


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erano il freddo e le piogge che trasformavano le trincee in autentici acquitrini: in tali condizioni le truppe erano esposte anche all’insorgenza e alle diffusione di gravi epidemie e malattie da raffreddamento. Spesso le trincee di prima linea correvano parallelamente e a non più di cinquanta metri da quelle austriache: la necessità di costruire tali linee su terreni caratterizzati da forte contro pendenza creava degli «angoli morti» per l’artiglieria nemica; per contro tale caratteristica consentiva ai nemici il lancio di grossi sassi a mo’ di valanga. All’interno delle trincee trovavano sistemazione anche comandi a livello compagnia e battaglione, collegati, telefonicamente, con i comandi sovraordinati e con gli schieramenti delle artiglierie orientate a favore. Oltre ai danni provocati ai collegamenti telefonici dalle granate, soprattutto in montagna, vi era il problema dei danni causati ai cavi telefonici dai fulmini che essi stessi attiravano. Tutto ciò creava continue interruzioni nelle comunicazioni complicando ulteriormente lo svolgimento delle operazioni belliche e rendendo necessarie continue opere di riparazione e ripristino delle linee. Vita da Trincea Teatro delle operazioni per il primo anno di guerra furono gli ultimi novanta chilometri di fronte che correvano da Gorizia al mare e che assorbivano, proporzionalmente, il maggior numero di forze. Il servizio in prima linea non consisteva in un continuo susseguirsi di fucilate intercalate da salve d’artiglieria e soprattutto non vi erano combattimenti giornalieri a cui sottostare e men che meno offensive o difensive periodiche da preparare o subire. La vita da trincea era una snervante

ripetitività, giorni tutti uguali durante i quali venivano compiuti gesti sempre uguali che si susseguivano con estenuante monotonia. Gli assalti o il momento dell’avvicendamento per il riordino in seconda linea interrompevano questa monotonia. La ripetitività quotidiana divenne quindi modello di vita per il fante che, a causa di questa monotonia cominciò ad ammalarsi di depressione. Il mondo dei combattenti, per lo più giovani, era limitato allo spazio tra le trincee, quindi il ritmo di vita veniva scandito dalla ripetitività dei gesti interrotta dalle azioni di offensiva e dal continuo rischio di morire. L’unico desiderio, allora diventava quello di sperare in una morte rapida e senza sofferenze. NOTE (1) P. Pieri: «La Prima Guerra Mondiale 19141918» Roma, Stato Maggiore Esercito 1986, p.22. (2) Sebastian Le Preste De Vauban: militare francese, uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi. (3) Capitano G. Del Giudice: «Fortificazione. Cenno storico, evoluzione della fortificazione durante la guerra mondiale, la fortificazione nell’avvenire», «Rivista di artiglieria e genio» del 1926. (4) Tenente Colonnello G. Forni: «Sviluppi Della Fortificazione Campale nella presente Guerra», «Rivista di artiglieria e genio del 1917». (5) L. Cadeddu: «Sa Vida Pro Sa Patria Storia della Brigata Sassari nella guerra del 1915» Ed. Gaspari, Udine, 2008. (6) Luigi Barzini, l’inviato di guerra più noto del secolo scorso che nel 1915-18 fu corrispondente da diversi fronti del primo conflitto mondiale.

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LA CYBERWAR COME STRUMENTO DI MINACCIA GLOBALE del Maggiore Nicola GRAMMATICO in servizio presso lo Stato Maggiore della Difesa - III Reparto

L

’enorme diffusione e utilizzo dei sistemi informatici nella realtà quotidiana, in ambito militare, economico ecc., ha aperto nuovi scenari e generato nuovi strumenti per compromettere la globalità delle attività mondiali. A tal proposito si sono svilup-

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pate delle vere e proprie cellule sparse nei Paesi a «rischio terroristico elevato» che studiano, creano, testano e attaccano quotidianamente i siti e le reti informatiche mondiali civili e della difesa. Il loro scopo è quello di creare delle inefficienze, di carpire informazioni che pos-


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sano minacciare il normale andamento delle attività nonché costituire una severa minaccia per il Paese attaccato. La minaccia informatica oggi si può suddividere in due categorie, come di seguito specificato: • la prima correlata ai «personal computer», consistente in software e programmi dannosi; • la seconda correlata agli utilizzatori «users», ovvero particolari tecniche che manipolano gli utenti e li inducono a compiere intenzionalmente azioni (che di solito non fanno) tese a far rilasciare informazioni sensibili. Alla prima categoria appartengono i cosiddetti malware, alla seconda i social engineering e i phishing. Il malware, ovvero MAL-icious soft-WARE, è un programma creato o modificato deliberata-

mente per generare un’azione non autorizzata, spesso dannosa all’interno del computer.

TIPI DI MALWARE Fanno parte dei malware: Virus, Worm, Trojan, Rootkit, Spyware, Adware e Polymorphic malware. Ormai sono talmente diffusi che è difficilissimo distinguerli se non solo per i differenti scopi che ognuno di questi si propone. Il termine virus spesso è usato erroneamente per descrivere tutto ciò che danneggia il nostro personal computer, ma in realtà si tratta di una piccola applicazione o una stringa di un codice il cui scopo fondamentale è trovare un «computer ospitante» per riprodursi e diffondersi in rete all’insaputa

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dell’utente. Di norma esso si attacca ad un file e si diffonde tramite «hard disk» rimovibili (chiavi usb, cd, floppy) o tramite e-mail via internet. Ovviamente anche i virus hanno delle categorizzazioni in base alle loro caratteristiche, esistono i «boot-sector virus» cioè virus che si nascondono e si diffondono nei boot-sector (partizioni che contengono il sistema operativo) di un hard disk, i file virus che si nascondono nei file e si generano tramite copie e, infine, i macro virus (macro perchè infettano i codici macro delle applicazioni del pacchetto Office) che infettano documenti e templates dei programmi più diffusi quali Word e Excel. I worm (letteralmente «verme») si differenziano dai virus perchè si auto replicano e si diffondono senza bisogno di legarsi ad un computer o ad un programma. I mezzi di propagazione sono i soliti, e-mail, siti internet e dischi rimovibili. Essi si diffondono maggiormente via rete in pochi minuti sfruttando dei bug (dei buchi) diffusi. I trojan devono il loro nome al fatto che sono nascosti in programmi che non si auto replicano e che sembrano appa-

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rentemente utili ma in realtà contengono dei software dannosi, ad esempio arriva una email con allegato uno screensaver, lo si apre e mentre apprezziamo il nuovo screen saver in realtà il trojan silenziosamente si è installato sul nostro pc, ma a differenza dei virus esso non istalla codici ma manda informazioni silenziosamente al proprio originatore usando la nostra connessione. Il rootkit è una tecnica che serve a tenere nascosto il malware dal sistema operativo, dagli users, e dai software di sicurezza. In sostanza è un software creato per avere il controllo completo del sistema all’insaputa degli utenti. L’utente vede una normale utility, ma in realtà nel sistema si stanno replicando files e librerie da inviare all’originatore attraverso le «backdoor» (porte di servizio create dal software che aggirano tutti i sistemi di sicurezza e consentono il controllo diretto sul sistema da parte dell’originatore del rootkit). Ma i rootkit sono anche usati per alcuni software di copyright come la Sony, che installa di nascosto un software per evitare che il cd venga copiato con alcuni programmi, in modo da dover usare solo un determinato software specifico per poter riprodurre quel cd. Gli spyware sono programmi che si installano di nascosto su un pc per intercettare varie informazioni (password, numeri di carte di credito, username), ovvero tutte le attività compiute on-line da un utente senza il suo consenso trasmettendole tramite internet a delle organizzazioni che le useranno per tranne profitto. Può essere installato su un


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computer di un ignaro utente attraverso le attività di «ingegneria sociale» di cui parleremo più avanti. L’adware è un programma creato per lanciare annunci e per reindirizzare la pagina web verso siti promozionali, spesso si trovano in software freeware o shareware. Di solito non sono una minaccia. Infine, rientra nella categoria il polymorphic malware, il malware più pericoloso perchè muta costantemente passando da worm a trojan a malware risultando difficile da eliminare e soprattutto da individuare per i moderni sistemi di sicurezza. Il social engineering, ovvero lo studio del comportamento individuale abituale di una persona per carpirne delle informazioni, in informatica è l’unica possibilità che un individuo ha di trovare un bug, una crepa, per poter attaccare un sistema quando questo è inattaccabile dal punto di vista tecnico. Così, attraverso l’inganno si cerca di carpire password, accessi e dati sensibili. Rientra in questa categoria il cosiddetto phishing ovvero un sistema di e-mail finte dove vengono chiesti dei dati con l’inganno, di solito per ricevere un premio o per controllare un’anomalia.

CAUSE DEI MALWARE Le motivazioni che portano a creare e diffondere i malware sono molteplici. Occorre innanzitutto partire dal fatto che chi genera un malware è uno specialista informatico, che molto spesso lo diffonde per testare il suo livello, per far sapere che è in grado di colpire il sistema, per migliorare la sua reputazione o dimostrare il suo prestigio agli altri hacker, a volte anche per uno scherzo e

non ultimo per danaro. Infatti internet risulta essere un’enorme miniera. Recentemente una nota rivista di informatica ha pubblicato le tariffe degli hacker trovate su un forum specialistico in internet di seguito riportate: Typical prices in hacker forums : • $ 1,000 a $ 5,000: per un Trojan che trasferisce fondi attraverso conti on-line. • $ 500: per ogni programma di clonazione carte di credito con PIN. • $ 80 a $ 300: per un programma che modifichi i dati di fatturazione, account, indirizzi, data di nascita. • $ 7 a $ 25: per ogni numero di carta credito con il codice di sicurezza e data di scadenza carpite. • $ 7: per ogni PayPal o eBay account con password carpito.

METODI DI DIFESA I metodi per contrastare queste minacce sono limitati all’installazione di antivirus e di software di sicurezza che ultimamente riescono a monitorare, scansionare, proteggere e disinfettare il sistema dai virus, dai worms e dai malware, a bloccare gli adware e gli spyware ma non riescono a rimuovere i rootkit già precedentemente installati, né riescono a proteggere dal social engineering. L’antivirus in un sistema è essenziale e aiuta a mantenere elevata la sicurezza ma non la garantisce al 100%. Pertanto per ottenere una cornice di sicurezza elevata occorre mantenerlo sempre aggiornato e essere sempre attenti alle e-mail di social engineering. Infatti, oltre agli antivirus il primo metodo di sicurezza essenziale è l’educazione e l’attenzione dell’utilizzatore che deve essere sempre pronto a respingere il social engineering.

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Sala operativa allestita in occasione dell’operazione «Gran Sasso» - Sisma Abruzzo 2009.

DISTRIBUTED DENIAL OF SERVICES Molti virus sono passati alla storia per l’enorme diffusione e il maggior numero di PC messi fuori uso all’interno di una rete e non. Ma oggi il mondo informatico è sempre più in evoluzione così come lo sono le tecniche di difesa, tanto che gli hacker «professionisti» hanno sviluppato e perfezionato delle azioni improvvise sempre più efficienti e difficili da contrastare, in una parola il cosiddetto DDOS (Distributed Denial Of Services) letteralmente negazione distribuita dei servizi. Si tratta di un attacco informatico che cerca di portare il funzionamento di un sistema informatico che fornisce un determinato servizio, ad esempio un sito

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web o una rete, al limite delle prestazioni, lavorando su uno dei parametri d’ingresso, fino a renderlo non più in grado di erogare il servizio. In pratica è un genere di attacco nel quale i cosiddetti pirati (crackers) attivano un numero elevatissimo di false richieste da più macchine allo stesso server, in questo modo il provider «affoga» letteralmente sotto le richieste e non è più in grado di erogare i propri servizi, risultando quindi irraggiungibile. Per rendere più efficace l’attacco in genere vengono utilizzati molti computer inconsapevoli (zombie) da svariate parti del mondo sui quali precedentemente è stato inoculato un programma appositamente creato per questi attacchi e che si attiva ad un comando proveniente dal pc (master) del cracker creatore. Quindi, migliaia di PC violati da un cracker, producono inconsapevolmente e nello stesso istan-


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te un flusso incontenibile di dati che travolgono come una valanga anche i link più capienti del sito attaccato. Inizialmente questi attacchi avevano matrici di dissenso etico, invece negli ultimi tempi hanno assunto una matrice criminale volta a recare danni agli utenti di quel sistema e al sistema stesso. Il primo grande DDOS si ebbe nel 2000 quando i siti Yahoo, ebay e CNN vennero messi fuori uso per molte ore a causa delle elevate richieste arrivate contemporaneamente. I computer «zombie» usati in quell’occasione si scoprì essere quelli di un college della California ovviamente inconsapevoli della loro attività. Uno dei più recenti ed eclatanti DDOS, che ci mostra quanto importante sia al giorno d’oggi la sicurezza informatica, anche e soprattutto in ambito militare, è il «cyber attack» sferrato il 27 aprile del 2007 in Estonia, dove vennero colpiti pesantemente e contemporaneamente tutti i siti delle istituzioni, del governo, dei giornali e delle banche aventi dominio EE, ovvero

Estonia. Ovviamente i provider estoni non erano preparati ne pronti per quest’attacco che causò molte inefficienze e molti danni anche economici, al Paese. Il governo identificò l’attacco come una protesta, dell’etnia russa presente in Estonia, alla rimozione dal cimitero di un monumento di guerra sovietico simbolo dei caduti in guerra, ma per gli estoni visto come un odiato simbolo dell’occupazione straniera. Circa 1 milione di zombie da tutto il mondo vennero usati con tecniche informatiche avanzate, all’insaputa degli utenti e i siti web coinvolti rimasero inutilizzabili per molte ore.

ATTORI DEGLI ATTACCHI INFORMATICI Chi sono i responsabili degli attacchi informatici? Il Ministero della Difesa

Traccia globale degli attacchi informatici anno 2010.

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SCRIPT KIDDIE RECREATIONAL HACKER CYBER ACTIVIST CRIMINALITÀ ORGANIZZATA ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE STATI NAZIONI MINACCIA INTERNA - USER

Schema d’intensità della minaccia informatica. • Verde: minaccia di bassa intensità; • Giallo: minaccia di media intensità; • Rosso: minaccia di alta intensità.

degli Stati Uniti ha elaborato una classificazione in merito stabilendo attori e scopo. Si riconoscono: • Script kiddie: ovvero hacker che si limitano ad utilizzare sistemi, tecniche, codici e programmi ideati da altri, e che si dilettano a seguire pedissequamente le istruzioni, copiando/modificando leggermente gli script, facendo intendere di essere grandi guru dell’informatica. Di solito piccoli gruppi o singoli hacker alle prime armi. • Recreational Hacker: hacker che posseggono un alto livello informatico,

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di solito motivati da curiosità di testare il proprio livello o la propria invenzione per poi vantarsene nel mondo della pirateria, di solito singoli o piccoli gruppi. • Cyber Activist: attivisti professionali che posseggono un’alta esperienza e un alto livello informatico usati per attacchi DDOS o per schernire alcuni siti. • Criminalità organizzata: hacker di medio-alto livello che in cambio di moderni sistemi e di protezione lavorano per una grande organizzazione criminale per la cifratura di sistemi, per carpire codici e clonare carte di credito.


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• Organizzazioni terroristiche: singoli hacker o gruppi che lavorano direttamente per organizzazioni terroristiche o in loro supporto per motivazioni terroristiche. • Stati - Nazioni: gruppi di hacker selezionati e tecnologicamente avanzati sponsorizzati dagli Stati per raccogliere dati e informazioni di proprietà di altri governi. Inseriti in vere e proprie cyber-cellule in supporto ad attività di spionaggio. • Minaccia interna: comune user, è l’attore più pericoloso perchè ha l’accesso fisico diretto alla rete e a volte inconsapevolmente crea disservizi direttamente dall’interno. Negli ultimi anni si è rilevato un crescente aumento degli attacchi informatici diretti ai siti di interesse strategicomilitare. Alcuni gruppi terroristici infatti, adottando tecniche avanzate e arruolando abili hacker possono condurre delle cyber-guerre «asimmetriche e asincrone». È sufficiente un singolo individuo per poter attaccare un grande e sproporzionato numero di servizi, di sistemi e di persone. Egli può selezionare anche l’ora e il luogo dell’attacco. Ovviamente le Nazioni non stanno a guardare; alcune stanno sviluppando le capacità per condurre delle cyber-warfare offensive e con le risorse che ogni Stato ha a disposizione e i vantaggi che si hanno conducendo una cyber guerra asimmetrica e asincrona, la minaccia da queste fonti non può che aumentare e diventare sempre più credibile.

CYBER WARFARE Nel 2003 il governo USA, ad una serie di attacchi informatici condotti contemporaneamente da attori stranieri ai computers della propria Difesa, delle imprese collegate ad essa e ai suoi siti governativi (senza un obiettivo definito ma solo carpire il massimo delle informazioni possibile) assegnò il nome in codice di «Titan Rain». La loro precisa natura era: spionaggio sponsorizzato da altri Stati, da altre aziende, attacchi da singoli hackers. Intorno al dicembre del 2005, il direttore del SANS (SysAdmin, Audit, Networking, and Security) Institute, un Istituto di sicurezza degli U.S. comunicò che gli attacchi furono per la maggior parte riconducibili al corpo militare cinese e finalizzati ad

ottenere informazioni sui sistemi informatici USA. I Titan Rain hackers riuscirono ad ottenere l’accesso a molte reti informatiche USA, incluse quelle delle più grandi industrie militari come Lockheed Martin, Sandia National

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Laboratories, Redstone Arsenal e della NASA. Precedentemente, nel 1999, il governo USA diede il nome in codice «MoonLight Maze» ad una serie di attacchi coordinati ai computer del Dipartimento di Difesa, delle più importanti università e di alcuni imprenditori militari. Gli attacchi furono ricondotti ad un computer di Mosca, ma non è chiaro se da lì avessero avuto origine o fosse stato usato semplicemente come snodo. Gli hacker riuscirono ad ottenere ingenti quantità di

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dati, come codici navali classificati o informazioni sui sistemi di guida dei missili, anche se non è mai stato confermato che tali informazioni furono di fatto compromesse. Gli attacchi sarebbero cominciati a bassa frequenza nel gennaio 1999, contrastati quasi immediatamente ne fu rintracciata la loro sede a Mosca; questo non fermò gli intrusi che continuarono ad accedere quasi silenziosamente per un anno, lasciando però qua e là tracce informatiche. Alcune cariche del Dipartimento della Difesa


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dichiararono che l’attacco fosse un’opera dell’intelligence russa finanziata dal proprio Stato per mettere le mani sulla tecnologia degli USA. In seguito a ciò, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti stilò un programma classificato di emergenza denominato «Byzantine Foothold», all’interno di un quadro più ampio di iniziative cyber difensive volto a ridurre e a prevenire le intrusioni straniere nelle reti delle agenzie federali degli Stati Uniti. I venti più grandi imprenditori militari-industriali americani furono invitati a partecipare al programma, dopo che un altro attacco hacker molto potente fu rilevato alla Booz Allen Corporation, compagnia che fornisce sistemi di sicurezza e di difesa al Governo USA. La fonte di questi attacchi fu la Cina, anche se la Repubblica Cinese ha sempre negato il suo coinvolgimento. Volendo stilare una graduatoria, i siti più colpiti dagli hacker risultano essere del settore pubblico istituzionale, seguiti dai siti di elettronica, di avionica, di commercio e poi a seguire i siti militari, di comunicazione e di finanza.

LA MINACCIA FUTURA Ultimamente internet ha assistito alla proliferazione di migliaia di siti estremisti realizzati negli ultimi anni per colpire le strutture occidentali, usando tecnologia avanzata, sistemi di crittografia sofisticata e apparati di comunicazione. I Cinesi hanno sviluppato un perfezionato sistema capace di attaccare e penetrare i nostri sistemi informatici e internet. La Cina, negli ultimi anni sta investendo molto nella cyber war, che ha assunto un ruolo di primaria importanza nelle strategie globali. Infatti, riuscire a carpi-

re informazioni protette penetrando nei sistemi, così come sviluppare programmi che possano permettere di danneggiare e bloccare i sistemi stranieri in caso di emergenza, genera un enorme vantaggio. Le minacce stanno diventando sempre più complesse, (website spoofing, falsi siti simili agli originali, metodi di phishing) sempre più difficili da rilevare, (comunicazioni via internet nascoste) più remunerative (tecniche di hacking avanzate, canali internet usati come moderno strumento di comunicazione per reclutare terroristi pro/Jihad e per acquisire moderni sistemi tecnologici, proliferazione di informazioni false contro i Governi Occidentali e NATO) e più pervasive (incremento di strumenti portatili (GSM, GPS, PDA) che nascondono e trasmettono informazioni difficilmente rilevabili e abilità tecniche nell’usare questi dispositivi spesso associate ad elementi vicini a governi ostili o a servizi di intelligence).

CONCLUSIONI Cosa fare? Le contromisure principali da adottare sono di due tipologie: tecnologiche e umane (mantenendo la riservatezza limitando gli accessi, e garantendo l’integrità controllando i dati). Si può possedere il miglior sistema di sicurezza, ma non serve se poi si perde o si rivela la propria password d’accesso al sistema. È quindi una continua rincorsa tra il bene ed il male, sempre più ricca di ostacoli ed imprevedibilità che vede comunque l’inventiva dell’uomo come perno centrale del sistema.

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RECENSIONI

Giancarla Tiralongo: «Forse Armate Manuale di sopravvivenza per chi ama un militare», Edizioni ETS, 2012, pp. 95, euro 14,00.

Armata (senza forse) di tanta ironia, spesso confinante col sarcasmo, Giancarla Tiralongo, protagonista di fortunati spettacoli di cabaret, ci regala il ritratto di un’inedita categoria di donna: la moglie di militare. Il suo godibile libro offre uno spaccato della vita

di coppia da un’angolazione particolare, quella di single a intermittenza, per le frequenti e prolungate assenze dell’altro elemento della coppia: il nostro soldato, spesso in giro per il mondo a

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tenere alto l’onore della Patria. Racconta quindi di ansie, fatiche e stress toccando tutte le corde delle emozioni e dei sentimenti. L’innocente visita di un amico carabiniere mentre il marito è in Iraq la getta in un terrore convulso di ricevere la fatale notizia e la fa piangere e vomitare per due giorni perchè, tra l’altro, è incinta. Al rientro dalle missioni lei e sua figlia vengono sistematicamente aggredite da «un disordine verde. Zaini, divise, accessori vari». Facendo una vita così fuori dal comune, anche i normali problemi di comunicazione tra i sessi si aggravano: «Mio marito è un uomo colto, parla tutte le lingue tranne la mia». E lo stress, ovviamente, la porta ad ingrassare e fumare innescando il circolo vizioso: «fumo per non mangiare e mangio per non fumare». La vita della nostra «eroina» ondeggia tra la solitudine e l’attesa da una parte e il caos e lo stress dall’altra, tra l’assenza del marito e mancanza della famiglia d’origine, tra traslochi e ricerca di appartamenti in affitto. Ad un certo punto ci viene il sospetto che, fosse stata informata per tempo, avrebbe soffocato Cupido nella culla. Ma è una falsa impressione, perché la spiritosa Tiralongo non nasconde più di tanto un onesto orgoglio per la sua condizione di «moglie con le stellette»: con l’anima anche lei è in quei posti lontani, accanto al suo soldato, a render servigi al suo Paese, non foss’altro come reparto salmerie, di vitale supporto agli operativi. La decisione di scrivere il libro nasce perché «ancora oggi non mi abituo al lutto di quelle famiglie, ma la cosa peggiore è incontrare persone che dicono cose orribili sui nostri ragazzi, tanto sono solo unità volonta-


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rie e prendono un sacco di soldi». Infatti, «dopo una litigata degna di un abitante del Bronx sostenuta in un bar all’ennesimo commento all’ennesimo lutto, ho deciso che la buffa vita familiare e coniugale di un soldato qualsiasi con tutte le sue banali difficoltà dovesse essere raccontata. Perché si sappia che questi soldati hanno un nome, una vita, una famiglia e un impegno più grande del comprensibile a molti». Anche in assenza di tragedie, comunque, il prezzo da pagare è sempre molto alto. Già al ritorno dalla prima missione, dopo quattro mesi di stressante attesa, la moglie non ritrova più l’uomo che era partito: «Lo sguardo di quattro mesi prima, il suo sguardo, non è più tornato e conoscersi di nuovo è stato uno degli sforzi più grandi che abbiamo fatto per amore nostro e della nostra piccola». Non si tratta quindi solo di fare fronte con stile alle «cinque sfumature di bianco» derivanti da un matrimonio «a part-time verticale», ma di sopportare una condizione molto particolare che, se accettata con umiltà e coraggio, si trasforma in una grande lezione di vita. Questa consiste nel riuscire a non prendere sul personale e a non portare il broncio ai disagi, ma a prenderli con ironia, anzi con autoironia. Così, chiedendosi da dove tutto ciò sia mai cominciato, la Tiralongo risale fino ad Adamo: «in effetti, anche lui era un soldato a modo suo, combatteva contro l’esercito di cavolate che diceva Eva». Ed infine riconosce che, inspiegabilmente ma innegabilmente, «il masochismo è una delle doti delle mogli dei militari!».

Robert Fisk: «Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra», il Saggiatore S.P.A., 2010, pp. 848, euro 35,00.

Il Libano, secondo il corrispondente del Times, Robert Fisk, è la descrizione storicogiornalistica della guerra civile in Libano e della storia travagliata del «Paese dei Cedri» fino allo scontro tra Hezbollah ed Israele del 2006. Tra le descrizioni e le ricostruzioni dei drammatici avvenimenti, il corrispondente britannico del Times intervista i principali protagonisti del complesso mondo libanese, Yasser Arafat, Bashir, Gemayel, Abbas al – Mussawi, il Generale Aoun, Nabih Berri, Rafiq Hariri e Hassan Nasrallah. Il giornalista britannico però va oltre la rico-

Lia Nardella

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RECENSIONI

struzione di quella che fu la guerra civile del Libano e si addentra in un’antropologica analisi della società e della politica libanese, fatta di complotti e repentini cambi di alleanze. Una società e un popolo accogliente che nel giro di trent’anni di guerra ha accolto e poi respinto, e in certi casi umiliato, i numerosi eserciti e contingenti multinazionali che hanno cercato di portare la pace e garantire stabilità al Libano. Fisk è spettatore diretto e duro critico del drammatico intervento americano e di quello francese a Beirut nel 1983 così come dei continui e indiscriminati attacchi israeliani che fanno da filo conduttore sia nell’invasione del 1982 sia nel drammatico bombardamento di civili avvenuto a Qana nel 1996. Raccapriccianti le descrizioni dell’autore nel tentare di raccontare le scene di disperazione dei sopravvissuti al massacro perpetrato dalle milizie falangiste con il tacito assenso dell’Esercito israeliano nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila nel 1982. Particolarmente duri i giudizi dell’autore nell’analizzare la condotta bellica e la politica delle cannoniere portate avanti dagli Stati Uniti nel vano tentativo di sostenere il sempre più debole Amin Gemayel assediato dai drusi e dal nascente movimento di guerriglia composto da sciiti libanesi che costituirà l’ossatura di Hezbollah. Di segno nettamente opposto il giudizio di Fisk sul contingente italiano sotto il comando del Generale Angioni che ben si contraddistinse nel cercare di comprendere le sfumature della società libanese. Al riguardo, l’autore ci tiene a precisare come il Generale Angioni avesse distribuito a tutti i militari impegnati in Libano un opuscolo che riassumeva la storia del «Paese dei Cedri» e analizzava le sue confessioni religiose. L’autore inoltre è testimone diretto dei sequestri che colpirono giornalisti occiden-

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tali e personale di ambasciata dalla metà degli anni ‘80 fino ai primi anni ‘90. Fisk vive in prima persona il sequestro dell’amico e direttore Associated Press, Terry Anderson, protrattosi dal marzo del 1985 al dicembre del 1991. Quasi tangibile anche per i lettori il clima di terrore che si respirava nella Beirut di quegli anni, in cui ogni vettura con a bordo uomini con barbe lunghe poteva far pensare a potenziali sequestratori. Il lavoro di Fisk si conclude cronologicamente con la guerra del 2006 in cui l’Esercito israeliano si vide sbarrata la strada dalle organizzatissime milizie sciite di Hezbollah e il conseguente intervento dell’ONU ancora oggi presente in Libano. Forte il messaggio che l’autore vuole trasmettere nel contestare l’utilizzo del termine terrorista adottato a senso unico e in particolare da Israele nel definire i suoi nemici. Per Fisk, infatti, l’uso del termine terrorista andrebbe utilizzato per tutte le milizie e per tutti gli attori che presero parte alla guerra civile libanese e ai più recenti scontri del 2006. Allo stesso tempo contesta l’alternanza del termine guerrigliero/terrorista a seconda delle convenienze e delle latitudini. Eguale condanna meritano per l’autore gli attacchi suicidi contro le Ambasciate americane e francesi da parte delle milizie sciite così come il bombardamento indiscriminato condotto dalle Forze Armate israeliane contro i civili palestinesi e libanesi presenti in una Base delle Nazioni Unite. Gli spunti e le riflessioni di Fisk su questa complessa e dibattuta tematica, così come il protrarsi dell’instabilità della politica libanese, sono dei drammatici ricorsi storici ai quali gli uomini non hanno ancora saputo dare una soluzione. Luigino Cerbo


Rassegna dell’Esercito on line n. 2/2013

Matteo Bressan: «Hezbollah. Tra integrazione politica e lotta armata», Datanews Editrice Srl, Roma, 2012, pp. 181, euro 16,00.

Ricerca storica e analisi politica sono le chiavi con le quali Matteo Bressan, l’autore di «Hezbollah. Tra integrazione politica e lotta armata», edito da Datanews e disponibile in libreria, affronta le questioni relative ad uno dei più importanti soggetti politici del Medio Oriente. Guidato dal carismatico leader Hassan Nasrallah il movimento sciita libanese è oggi sotto la lente di ingrandimento per il presunto coinvolgimento nell’attentato che nello scorso luglio, in Bulgaria, costò la vita a cinque turisti israeliani.

L’attività e la natura di Hezbollah sono però, non da oggi, oggetto di divisione all’interno della comunità internazionale con gli Stati Uniti e con Israele che lo considerano un movimento terroristico, e con l’Unione Europea che preferisce un atteggiamento più prudente, distinguendo l’ala militare del partito da quella politica. È sull’azione politica di Hezbollah che si concentra l’analisi dell’autore che, formatosi presso il Centro Alti Studi per la Difesa, decide di ricostruire il funzionamento e le Istituzioni libanesi per poi affrontare la nascita e le strutture di Hezbollah fino alla guerra del 2006 con Israele. Vengono quindi illustrate le strutture con le quali Hezbollah genera il suo consenso, ovvero scuole, ospedali, fondazioni e canali televisivi. Particolarmente interessante e curiosa la descrizione del Museo della resistenza di Hezbollah, luogo aperto al pubblico, che rievoca la lunga lotta del Partito di Dio contro l’Esercito israeliano. Terminata questa descrizione storica, vengono ricostruite le diverse fasi della lunga crisi del Governo Hariri (2011), le indagini del Tribunale internazionale, la nascita del Governo Mikait, il ruolo e i rischi della missione UNIFIL e il contagio che la crisi siriana determina nella vita politica libanese. In questa operazione, Bressan si confronta con una serie di esponenti politici provenienti da differenti schieramenti, cercando di far parlare, dove possibile, i diretti interessati. La contrapposizione politica dei due blocchi, la coalizione del 14 marzo di cui fanno parte Hariri, Gemayel e Geagea e quella dell’8 marzo con il Generale Aoun, Berri e Nasrallah, risente dell’escalation del programma nucleare iraniano, dell’inasprirsi della crisi siriana e delle indagini del Tribunale speciale che identificano

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RECENSIONI

alcuni membri di Hezbollah tra gli esecutori dell’attentato di Hariri. Gli stessi eventi della Primavera araba investono indirettamente Hezbollah, che si schiera a favore delle rivolte in Libia e in Egitto ma in Siria sostiene l’alleato Assad, atteggiamento questo che crea non pochi problemi alla credibilità del movimento sciita in tutto il Medio Oriente. La duttilità e la capacità di adattarsi ai mutevoli scenari politici ed internazionali non sono però una novità per Hezbollah, come dimostrato in diverse occasioni. Inizialmente, infatti, il Partito di Dio, nato durante la guerra civile libanese (iniziata alla metà degli anni ‘70 e terminata alla fine degli anni ‘80) e in risposta all’intervento israeliano nel «Paese dei Cedri», non aveva assunto i tratti di partito politico e non si era confrontato con la politica libanese. Dalla prima metà degli anni ‘90, però, Hezbollah ha iniziato progressivamente a partecipare alle elezioni politiche, accettando le regole del gioco. Anche i proclami e gli obiettivi iniziali, come quello di riproporre in Libano una rivoluzione islamica, sono nel tempo sfumati tanto che Hezbollah, nel corso degli anni, si è alleato con il partito guidato del cristiano maronita Aoun. Se è vero che le minacce e gli intenti di distruggere Israele non sono mai svaniti è altrettanto vero che sul fronte interno Hezbollah ha saputo costruirsi una credibilità ed un consenso nazionale che lo rendono un rilevante soggetto politico libanese ben diverso da un semplice braccio armato della Siria e dell’Iran. Per queste ed altre ragioni Hezbollah è un movimento ben più complesso da come lo si può immaginare e difficilmente etichettabile all’interno di tradizionali categorie. Stefano Felician

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Giuliano Ferrari, Maria Maddalena Ferrari: «Bestie da guerra», Gruppo Albatros il Filo, Roma, 2012, pp. 406, euro 18,00.

Una lunga e accurata ricerca per rendere il giusto e meritato riconoscimento a tutti gli animali che a qualsiasi titolo sono stati impiegati nel corso dei conflitti umani. Proprio ad essi è dedicato questo interessante saggio, che propone un argomento militare con un approccio diverso dai soliti, scritto dal Generale di Corpo d’Armata, ora in congedo, Giuliano Ferrari, già Comandante della Brigata «Julia», nonché autore di saggi di argomento storico, sociologico e militare, insieme alla figlia Maria


Rassegna dell’Esercito on line n. 2/2013

Maddalena Ferrari, esperta in psicologia del lavoro e docente universitaria. Sono loro gli autori di questo curioso volume dal titolo «Bestie da guerra», titolo che allude a quei rappresentanti del mondo animale di cui l’uomo si è da sempre servito nelle più svariate circostanze tra cui anche la guerra. In particolare sono analizzate le varie specie animali usate con la descrizione delle relative prestazioni e caratteristiche, come anche compiti e funzioni nel combattimento. Non mancano episodi storici, riferimenti agli aspetti sacri, l’importanza degli animali nella mitologia come anche argomenti diversi riguardanti l’aspetto etico, l’addestramento, leggi italiane e diritto bellico internazionale. Il tutto in un excursus storico che dal passato arriva al presente, con lo sguardo però rivolto al futuro, alla ricerca di possibili impieghi e ipotizzando dei sostituti non senzienti. Si tratta di tecnologie e ricerche in vertiginosa evoluzione, come anche sottolineano gli autori, sulle quali è difficile mantenersi aggiornati, anche per la segretezza ai fini militari o commerciali. Parliamo di robot militari, di nanorobotica, in cui spesso ci si ispira al mondo animale per somiglianza o funzioni. La cosa interessante è che quando si parla dell’uso di questi esseri viventi non ci si riferisce solo ai più noti «combattenti» come il cane, il cavallo, il caro mulo «amico» degli alpini, il cammello, l’elefante (come si può dimenticare il suo ruolo nella sconfitta dei romani ad opera di Pirro), il colombo - abile messaggero alato ormai soppiantato dalla radio, dai drone e dai computer - , come anche i soldati del mare: i cetacei. Si descrivono anche altri animali il cui uso in guerra è meno conosciuto come serpenti, vespe, api, scorpioni

che erano utilizzati per sorprendere o terrorizzare il nemico. Oppure maiali, gatti (come dimenticare che per secoli il loro compito era di tener liberi dai topi i magazzini, contribuendo anche loro al buon esito dello scontro) e per finire i combattenti invisibili rappresentati da quei piccoli esseri microscopici che possono incidere grandemente, oltre che sugli aspetti della nostra vita, anche su quelli delle operazioni militari andando a colpire le Forze Armate nemiche. In sostanza, a tutti questi animali l’uomo ha chiesto qualcosa: incutere paura o affrontarla al suo posto; li ha utilizzati «perché sapevano fare meglio certe cose, anche in luoghi e ambienti per lui irraggiungibili. E, ovviamente, perché costavano meno e potevano essere «spesi» con minor rimpianto: riusciva cioè più facile mandare a morire una bestia che un essere umano. Anche se non sempre…». Questo libro non è un trattato di zoologia e neanche un testo di storia militare, ma si segnala ai lettori per la sua accuratezza e densità di informazioni contenute, oltre che per la sua capacità di soddisfare non poche curiosità del passato, presente e futuro dei nostri amici animali che, come recita la scritta su un monumento eretto a Londra per ricordare gli eroici colombi viaggiatori tanto utili durante lo sbarco in Normandia nella Seconda guerra mondiale, «They had no choise». Non ebbero scelta... Il testo si avvale altresì dell’apporto di una interessante appendice sugli animali nella nomenclatura militare e di una ricca bibliografia che contribuiscono ad accrescere il pregio dell’opera. Annarita Laurenzi

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RASSEGNA DELL'ESERCITO 2013 N.2 by Biblioteca Militare - Issuu