SOMMARIO Supplemento al numero 4/2008 Luglio - Agosto di
La Rassegna ha lo scopo di estendere e aggiornare la preparazione tecnico-professionale dei Quadri dell’Esercito. A tal fine costituisce palestra di studio e di dibattito.
STUDI E DOTTRINA
PERIODICO DELL’ESERCITO FONDATO NEL 1856
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La Rivoluzione negli Affari Militari.
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Il Centro di gravità.
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L’azione penale internazionale e il «Caso Saddam».
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La Cavalleria: spunti e riflessioni.
www.esercito.difesa.it riv.mil@flashnet.it ras.es@flashnet.it
FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
Direttore responsabile Marco Ciampini Direzione, Redazione e Distribuzione Via di San Marco, 8 - 00186 Roma Tel. 06 47357373 - Fax 06 47358139 Edizione Centro Pubblicistica dell’Esercito
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Missione «Leonte»: il servizio di supporto psicologico.
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An Approach to Route Security.
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I Nuclei Sanitari del Corpo Militare della C.R.I.. STORIA
Amministrazione Ufficio Amministrazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Via Napoli, 42 00100 Roma Stampa Tipolitografica CSR s.r.l. Tel. 06 4182113 (RM) Autorizzazione del Tribunale di Roma n.944 Registro con decreto 7-6-49
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Guerra fredda: la crisi dell’U2.
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Ultime dal fronte. La resa nazista riportata da un giornale dell’epoca.
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Gran Sasso 1943: la liberazione del Duce.
Periodicità Bimestrale
ASTERISCHI
© 2008 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata
La collaborazione è aperta a tutti. La Rassegna, per garantire al massimo l’obiettività dell’informazione, lascia ampia libertà di trattazione ai suoi collaboratori, anche se non sempre ne condivide le opinioni.
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I giovani Bersaglieri: «una tradizione sempre attuale».
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Perchè scegliere l’Open Source.
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LA RIVOLUZIONE NEGLI AFFARI MILITARI del Magg. Nicola GORGOGLIONE in servizio presso HQ Rapid Nato Deployable Corps
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n tutta la storia si sono succedute un cospicuo numero di Rivoluzioni negli Affari Militari (RMA). La linearità evolutiva ha incontrato nel passato diversi momenti di discontinuità e rottura nei quali una serie di mutamenti tecnici potevano portare ad una radicale trasformazione del pensiero e nella conduzione del confronto bellico. (P. Batacchi, «La Rivoluzione negli Affari Militari: storia,
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Missile Minuteman III.
tecnologie e sistemi», 27 febbraio 2004, da http://www.equilibri.net.) Alcuni esempi di RMA sono l’introduzione sul campo di battaglia degli aeroplani, lo sviluppo della bomba atomica, le prime navi da battaglia con motore a vapore e scafo corazzato nella seconda metà del
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XIX secolo e, andando più indietro nei tempi, l’introduzione della leva obbligatoria nella Francia rivoluzionaria. In tutta la storia si sono succedute numerose Rivoluzioni negli Affari Militari. Dal medioevo a oggi si sono verificate una decina di Rivoluzioni negli Affari Militari e un numero ancora maggiore di Rivoluzioni Tecnico Militari (RTM) (la Rivoluzione Tecnico Militare, secondo la definizione data dal Gen. Jean è «l’incorporazione di sistemi e capacità più avanzate sulle piattaforme, nelle strutture delle forze e nelle dottrine operative esistenti»). La convergenza di più RTM provoca per effetto sinergico, una RMA (C. Jean «Guerra Strategia e Sicurezza», Laterza, Bari, 1997, pag. 151). Per chiarire meglio il significato di RMA è opportuno soffermarsi su due esempi, il cui breve esame è sufficiente per giungere ad una chiara e coerente definizione di essa. Un primo esempio è costituito dalla Rivoluzione della fanteria fra il 400 ed il 500. Dopo la fine dell’Impero romano, la cavalleria era stata l’incontrastata regina dei campi di battaglia. Perché la fanteria torna a svolgere quel ruolo primario che aveva svolto da sempre, dalla costituzione della prima falange di Opliti? Sostanzialmente per due motivi: da un lato poiché ogni tipo di società produce il proprio particolare modo di condurre la guerra. In una società come quella greca classica, strutturata intorno ad un’economia agricola, prevaleva un modo di combattere in cui risultava dominante il breve e decisivo scontro di fanteria: la necessità di non abbandonare per un lungo periodo di tempo i campi e la produzione agricola, imponeva la rapida conclusione di ogni battaglia. Allo stesso tempo, una società
nomade, come lo erano le società dei «barbari», non avendo il problema di un sostentamento legato a forme di economia stanziale, privilegiava un tipo di guerra combattuta a cavallo. Questo per quanto riguarda il primo motivo, ma venendo al secondo non possiamo negare l’importanza rivestita dall’introduzione di nuove armi, come ad esempio il long bow (arco lungo), nell’incidere sulla qualità del rapporto fra cavalleria e fanteria e, quindi, sul modo stesso in cui all’epoca veniva condotto il combattimento. Durante la Guerra dei Cent’Anni, nelle battaglie di Crècy e Azincourt, i francesi testarono sulla loro pelle l’impatto prodotto dai nuovi tipi di armi: la cavalleria pesante francese, costituita dai più bei nomi dell’aristocrazia, fu inesorabilmente falciata dal tiro degli arcieri gallesi armati di archi lunghi (P. Batacchi, Op. cit.). Negli anni trenta, in Germania, si verifica una delle più significative RMA del XX secolo: il Blitzkrieg, con l’introduzione di innovazioni tecnologiche, di nuove strutture e di una nuova dottrina. L’innovazione tecnologica si identifica in tre elementi: il carro armato, la radio e il bombardiere in picchiata. La struttura organizzativo-militare in grado di sfruttare e di rendere utilizzabili al meglio i nuovi sistemi d’arma, nel caso del Blitzkrieg, sono la Divisione corazzata e l’aviazione d’appoggio diretto. La nuova dottrina operativa definisce le modalità di impiego del carro armato: lo sfondamento delle linee nemiche e la rapida penetrazione nelle retrovie per scompaginarne le linee di rifornimento e comunicazione. Queste considerazioni ci servono per comprendere un particolare fondamentale: l’innovazione tecnologica da sola non è sufficiente per produrre una RMA. Non dimentichiamoci che nel maggio 1940 il
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Scena di una battaglia.
carro da battaglia era utilizzabile da tutti gli attori coinvolti nel conflitto. I francesi non furono capaci di concepire una dottrina in grado di sfruttare al meglio le potenzialità del mezzo corazzato e creare una struttura che ne ottimizzasse l’impiego per far fronte alla minaccia nazista. Nelle Ardenne ne pagarono le conseguenze. Dunque la storia ci suggerisce tre pre-
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condizioni per la realizzazione di una RMA: lo sviluppo tecnologico, l’innovazione dottrinale e l’adattamento organizzativo (J.R. Fitzsimonds e J.M. Van Tol: «Revolutions in Miliatary Affairs» in Joint Force Quarterly, Primavera 1994). Queste considerazioni d’ordine storico ci portano alla definizione del Generale Jean di Rivoluzione negli Affari Militari, secondo la quale essa consiste non solo nella costruzione di mezzi e sistemi d’arma rivoluzionari, grazie all’impiego di tecnologie nuove, ma anche nell’adozione di strutture ordinative e di dottrine operative che ottimizzino lo sfruttamento di tali nuove tecnologie determinando capacità operative e strategiche qualitativamente diverse (C. Jean, op. cit., pag.151). Analogamente R.O. Hundley definisce la Rivoluzione negli Affari Militari come segue: Una RMA coinvolge un mutamento nel paradigma di condotta delle operazioni militari tale da rendere obsolete o irrilevanti una o più competenze chiave di un elemento dominante (nella condotta delle operazioni militari) e/o crea una o più nuove competenze chiave in una nuova dimensione dell’arte della guerra (R.O. Hundley, Past Revolutions, Future
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Transformations, Rand Corporation Report, 1999.). È opportuno ora chiarire, con alcuni esempi, il significato delle parole chiave contenute nella precedente definizione. I cambiamenti nella condotta delle operazioni militari dovuti a sviluppi tecnologici, come abbiamo visto, non sono un fenomeno recente, anzi la storia ha visto susseguirsene numerosi. Un esempio di paradigma accettato nella condotta delle operazioni terrestri, all’epoca di Napoleone, era costituito dalle modalità di impiego degli schieramenti di fanteria che manovravano in campo aperto per poi scontrarsi a breve distanza con il supporto dell’artiglieria. Una competenza chiave (core competency) è un’abilità che costituisce fondamento per un insieme di capacità militari. Ad esempio, la capacità di individuare dall’aria un bersaglio mobile e ingaggiarlo con munizionamento di precisione, costituisce una core competency delle moderne forze aeree. Nel periodo tra le due guerre mondiali, la capacità di impiegare con precisione il fuoco navale a distanza di venti miglia era una core competency delle marine dell’epoca. Nel XIII e XIV secolo l’abilità di un arciere inglese, dota-
to di arco lungo, di colpire con precisione un cavaliere francese sulla maglia di ferro della sua corazza a 250-300 metri di distanza, costituiva una nuova competenza chiave delle fanterie britanniche. Un elemento dominante (dominant player) è costituito da una organizzazione militare che dispone di un insieme di capacità preminenti in una determinata area delle operazioni militari. Alla fine della Seconda guerra mondiale, le portaerei della Marina americana costi-
Il Galeone inglese «Golden Hind».
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tuivano il dominant player della guerra navale. Nel medioevo, la cavalleria «corazzata» era l’elemento dominante nella guerra in Europa. Infine, le legioni romane erano il dominant player della guerra terrestre all’epoca dell’Impero romano. La dimensione dell’arte della guerra (dimension of warfare) è la dimensione dove la guerra è condotta. Anticamente era la sola terra, poi si aggiunse il mare. Nel ventesimo secolo sono state introdotte nuove dimensioni: quella sottomarina, quella aerea, quella dell’informazione (information warfare), potenzialmente quella spaziale e quella del cyber spazio (cyber warfare). Infine, cerchiamo di chiarire il significato di mutamento del paradigma. Il paradigma della «guerra delle portaerei» (carrier warfare) della Seconda guerra mondiale, nel quale le forze navali contrapposte si ingaggiavano a 100-200 miglia di distanza senza neppure entrare in contatto balistico, costituì un profondo cambiamento nella guerra navale. Esso rese obsoleta la core competency del fuoco navale, fino ad allora elemento dominante delle navi da battaglia, costituendo dunque una RMA. Il paradigma del Blitzkrieg, nel quale forze corazzate in possesso di grandissima mobilità penetravano rapidamente nelle linee nemiche raggiungendo le retrovie, rappresentò un profondo cambiamento nel modello delle operazioni terrestri (R. O. Hundley op. cit. cap.2, pag.11). Questo rese obsoleta quella che fino ad allora era la core competency costituta dalle unità di fanteria e artiglieria organizzate per la difesa statica in posizioni preparate (la Linea Maginot, ad esempio), costituendo dunque una RMA. I missili balistici intercontinentali hanno creato una nuova core competency, vale a
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dire una enorme, e virtualmente inesauribile, capacità di portare immani distruzioni nel territorio di un nemico lontano migliaia di chilometri. Qualche ulteriore considerazione ci aiuterà a chiarire meglio le caratteristiche delle RMA. Storicamente, una RMA ha sempre portato un grande vantaggio a chi per primo l’ha sfruttata sul campo, si pensi all’impiego delle mitragliatrici da parte dell’Esercito britannico contro gli zulu nel 1879 o, più di recente, l’impiego di velivoli Stealth e di munizionamento guidato da parte delle Forze della Coalizione nel corso della Prima guerra del Golfo (1991). Alle volte è poi accaduto che una RMA non sia stata immediatamente sfruttata dal Paese inventore della nuova tecnologia. La mitragliatrice, i cui inventori furono americani William Browning, Richard Gatling, fu pienamente sfruttata dagli europei in Africa. Solo dopo che i tedeschi arrestarono l’avanzata alleata sul Chemin des Dames, nel settembre 1914, l’Esercito americano iniziò ad acquisirla in quantità. I britannici inventarono il carro armato e lo impiegarono per primi nella battaglia della Somma il 15 settembre 1916, ma furono i tedeschi a sviluppare la dottrina del Blitzkrieg e a sfruttarne per primi, a pieno, le potenzialità. La Marina inglese condusse il primo raid aereo lanciato da una portaerei nel 1914, ma furono i giapponesi e gli americani a comprenderne e sfruttarne le potenzialità negli scontri nell’Oceano Pacifico nel 1942. Gli sviluppi tecnologici che hanno portato ad una RMA non sempre sono stati legati all’invenzione di sistemi d’arma. Si pensi, ad esempio, all’invenzione della ferrovia e, successivamente, dell’automobile e quale rivoluzione abbiano portato sulle modalità e sui tempi di trasporto di uomini
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e rifornimenti tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Dal punto di vista tecnologico va ancora ribadito che, spesso, è stata la combinazione di più innovazioni tecnologiche a portare ad una RMA: nel «Blitzkrieg» si è verificata la combinazione dell’impiego del carro armato, della radio e del cacciabombardiere. La RMA portata dai missili balistici intercontinentali combina al proprio interno il missile balistico a lunga gittata, il sistema di guida di alta precisione e le testate termonucleari. Nell’illustrare la nascita e lo sviluppo di una RMA, è interessante la posizione di Metz e Kievitz (S. Metz e K. James, «Strategy and the Revolution in Military Affairs: From Theory to Policy», in Strategic Studies Institute, US Army War College, 27 June 1995). Basandosi anche sulle RMA avvenute nel corso della storia essi hanno individuato una sorta di «legge tendenziale» di nascita e sviluppo di una RMA, che si articola in cinque fasi consequenziali. La prima fase è detta stasi: in essa abbiamo una condizione piuttosto paritaria fra le Forze Armate dei vari Paesi. Ciò non significa che non vi siano conflittualità, ma solo che esse sono controllabili e più o meno facilmente risolvibili senza particolari impasse. Le relazioni internazionali sono ugualmente stabili, magari a forte rischio, ma lo status quo non è mai messo seriamente in discussione. L’altro è chiaramente riconoscibile e le sue pretese ed i
suoi bisogni sono in varia misura legittimati (S. Metz e K. James, op. cit.). Esempi storici riconducibili a questa fase sono la Guerra Fredda, i primi anni seguenti alla Pace di Westfalia o al Congresso di Vienna. Quando uno Stato che si trova nella condizione di poter varare (spesso nemmeno del tutto consapevolmente) decisivi miglioramenti nell’efficacia e nell’efficienza del proprio strumento militare si passa alla seconda fase: avvio. Esempi storici di questa fase possono essere ravvisati nella Francia post-rivoluzionaria, che sviluppò il concetto di levata di massa in risposta alle forze dell’ancien règime che la minacciavano, oppure nella Germania weimariana, sotto la quale venne sviluppata la dottrina della Blitzkrieg come unica via per il piccolo esercito tedesco imposto dal Trattato di Versailles di combattere una guerra e vincerla velocemente, ben prima che i possibili avversari (Polonia,
Mitraglieri inglesi.
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Cecoslovacchia, Francia) avessero il tempo di mobilitare le riserve e causare gli invalicabili stalli sul fronte che avevano caratterizzato la Prima guerra mondiale. Successivamente si passa alla fase detta massa critica nella quale non vi è altro che l’implementazione di ciò che si è delineato nella fase precedente, ed è caratterizzata, essenzialmente, da una sorta di «rodaggio» e messa a punto della RMA intrapresa. L’impatto sulle relazioni internazionali si esplica precipuamente nella fase seguente. La risposta degli altri Stati costituisce la quarta fase di una RMA e può essere ricondotta a due tipologie, anche se nella realtà si dà più spesso una combinazione delle due, magari una prevalente sull’altra. Potremo quindi avere risposte simmetriche: ovvero caratterizzate da una logica di emulazione volta a recuperare
Una portaerei giapponese della Seconda guerra mondiale.
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quanto prima il tempo perduto, ed i cui esempi storici possono essere ravvisati nella ripresa dell’Armata Rossa dopo i disastri del 1941 mediante l’assimilazione delle tattiche tedesche o nella corsa al nucleare (S. Metz e K. James, op. cit.). Da notare che quest’ultimo esempio riguarda una risposta simmetrica con rilevanti conseguenze sul piano delle relazioni internazionali. Oppure si potranno realizzare risposte asimmetriche, ovvero caratterizzate da una logica di aggiramento della superiorità acquisita o propria dell’avversario, mediante un confronto che non rispetti le aspettative di quest’ultimo. Esse sono proprie di quelle entità, statuali e non, che non posseggono le potenzialità per un confronto diretto. Infine, la situazione che permette alla potenza che ha lanciato la RMA un certo periodo di primato in ambito militare ma anche politico ed economico, e spesso anche culturale, è detta fase di consolidamento. Le conseguenze sulle relazioni
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internazionali di questa fase sono evidenti: basti pensare alla Francia napoleonica, o agli Stati Uniti di oggi, usciti vincitori dopo un lungo confronto simmetrico con l’Unione Sovietica. Per completare la disamina del fenomeno delle Rivoluzioni negli Affari Militari, occorre fare un cenno alle più significative verificatesi nel passato. Pier Paolo Lunelli ne individua ben undici dal ‘400 ad oggi (Col. P.P. LUNELLI, «La Rivoluzione negli Affari Militari», in Rivista Militare n. 6,
Portaerei americana USS Enterprise (CV-6).
novembre-dicembre 2000 e n. 7, marzoaprile 2001). Vediamone alcune cominciando dalla «Rivoluzione della cavalleria», iniziata durante il medioevo con l’introduzione da parte dei barbari dell’uso delle bardature. Essa venne soppiantata sul campo, con rilevanti conseguenze sul piano sociale, dalla «Rivoluzione della fanteria» databile attorno al Quindicesimo
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Un F 117 «Stealth».
secolo, quando gli arcieri inglesi ed olandesi furono in grado di sbaragliare la cavalleria francese. Contemporaneamente si verificò la «Rivoluzione dell’artiglieria», che non ebbe un immediato impatto sostanziale sui combattimenti, giungendo a piena maturità solo durante la Prima guerra mondiale. L’impatto dei vantaggi dell’artiglieria a fuoco indiretto sulle relazioni internazionali si è fatto sentire fino a tempi recentissimi. Grazie a questa novità, sempre attorno al Quindicesimo secolo, si assistette alla «Rivoluzione navale» che, resa possibile con l’installazione dell’artiglieria sulle navi, causò il graduale abbandono della pratica dell’abbordaggio. Dato che solo le Nazioni più ricche potevano permettersi i costosissimi artigianali cannoni, in questo periodo vediamo anche l’affermarsi delle prime vere potenze navali in senso moderno. Sempre l’artiglieria fu anche una delle cause della «Rivoluzione delle fortificazioni» che, avviata in Italia durante il periodo dei Comuni, iniziò un lungo duello nei con-
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fronti dell’artiglieria durato fino al Ventesimo secolo. È emblematico che questa RMA non venne surclassata da una artiglieria sempre più potente, ma da un nuovo warfare, una nuova RMA, quella della Blitzkrieg, capace di spezzare quel circolo vizioso di vittorie alterne che aveva regolato fino ad allora i rapporti fra fortificazioni e artiglieria. Per fare un esempio delle continue impasse che occorrevano continuamente fra fortificazioni e artiglieria, basti pensare che le famose Grandi Berte tedesche, che avevano permesso le fulminanti vittorie contro i giudicati imprendibili ma isolati forti belgi durante la Grande Guerra, nulla o poco avrebbero potuto contro una fortificazione a linea continua come la Maginot, che appunto fu resa inutile solo grazie alla Blitzkrieg (Col. P.P. Lunelli, op. cit.). Fra il Quattordicesimo ed il Diciassettesimo secolo assistiamo alla «Rivoluzione della polvere da sparo», che comportò una decisiva evoluzione della fanteria, con l’introduzione di unità di archibugieri e moschettieri prima, potenziati più tardi dall’invenzione della baionetta, che permise sia a Federico II sia a Napoleone di otte-
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nere quella superiorità sul campo che rese famose le armate prussiane e francesi. Regina delle battaglie fino alla Grande Guerra, la fanteria fu parzialmente messa in ombra dalle masse corazzate supportate dal potere aereo proprie del Blitzkrieg. La fondamentale RMA del secolo appena passato è stata senza dubbio la «Rivoluzione del potere aereo», con conseguenze evidenti sul piano militare, politico, economico e sociale. I bersagli iniziano a essere i centri nevralgici delle capacità economiche di un Paese, il coinvolgimento dei civili in una guerra assume proporzioni mai viste in precedenza. Sul piano delle relazioni internazionali prorompe il concetto di attacco preventivo o a sorpresa, e lo stesso potere aereo assume la forma di un elemento di pressione internazionale. A questo proposito possiamo pertanto dire che il secolo appena concluso ha dato in un modo o nell’altro ragione al Douhet, un autore italiano molto controverso e contestato, più ascoltato all’estero che in Italia, che già all’inizio degli anni Venti aveva teorizzato che le guerre a lui future avrebbero potuto essere combattute solo tramite bombardamenti atti a mettere in ginocchio il potenziale militare, prima, e la popolazione civile, poi (che allora si chiamava significativamente fronte interno). Al fine di ciò egli teorizzò gli attacchi a sorpresa onde cogliere il nemico impreparato, e quelli preventivi onde batterlo ancora prima che riuscisse ad offendere (Col. P.P. Lunelli, op. cit.). Durante il Ventesimo secolo ci si è avvicinati alla realtà da lui descritta: l’attacco dei giapponesi a Pearl Harbour avvenne proprio nelle modalità descritte dal Douhet, senza dichiarazione di guerra, come anche gli attacchi aerei che avevano dato il via alla Campagna in Polonia e a quella di Russia, mentre nel 1967 gli israeliani, all’inizio della «Guerra dei sei
giorni» utilizzarono il loro potere aereo in attacchi preventivi volti a distruggere al suolo l’aeronautica egiziana un giorno prima che l’Egitto attaccasse, a propria volta, lo Stato ebraico. Dagli anni Novanta, poi, abbiamo avuto numerosi esempi di conflitti e volontà politiche piegate quasi esclusivamente attraverso il mezzo aereo: Iraq (1991), Bosnia (1995), Kosovo, (1999) e Afghanistan (2001). Infine, è doveroso citare la «Rivoluzione nucleare», ovvero l’RMA, che per mezzo secolo ha dominato la politica internazionale fino a sposarsi con essa e le cui caratteristiche e conseguenze sono ben note. Questa RMA, lungi dall’essere sul viale del tramonto, farà ancora a lungo sentire il proprio peso sul piano delle relazioni internazionali. I continui sviluppi della tecnologia applicata all’arte della guerra non cesseranno mai di portare a nuove straordinarie trasformazioni dei paradigmi consolidati. Un esempio eclatante di quella che, senza dubbio, è una RMA in corso di realizzazione è l’Effect Based Approach to Operations (EBAO). Quest’ultima, spostando l’attenzione sugli effetti da realizzare per conseguire i risultati voluti e la realizzazione di sinergie che prevedono l’impiego di mezzi letali e non per ottenere tali risultati, comporta una radicale trasformazione del paradigma consolidato nella pianificazione e condotta delle operazioni. La formalizzazione dottrinale dell’EBAO, alla quale si sta gradualmente addivenendo, renderà superate le competenze chiave oggi consolidate nella pianificazione e condotta delle operazioni, portando alla realizzazione di capacità operative e strategiche totalmente diverse, ovvero a una nuova dimensione dell’arte della guerra. •
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IL CENTRO DI GRAVITÀ del Ten. Col. Rodolfo SGANGA in servizio presso il Comando delle Forze Operative Terrestri
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l più importante compito da assolvere nell’ambito della pianificazione operativa è di identificare correttamente i Centri di Gravità (CoG), avversari e propri. Infatti, la mancata o errata individuazione potrebbe avere conseguenze disastrose
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sugli esiti della campagna militare quali, ad esempio, l’impossibilità di conseguire gli obiettivi prefissati. Nonostante l’importanza del concetto di Centro di Gravità sia universalmente nota e accettata in ambito militare, non esiste
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ancora una definizione unica e condivisa in contesto internazionale idonea a definirne compiutamente l’idea. Infatti, sebbene tale nozione sia stata introdotta nell’arte militare il secolo scorso, il dibattito sul suo vero significato nell’ottica della pianificazione è ancora molto vivo, in particolare nell’ambito della comunità militare statunitense che è anche la più fervida e attiva dal punto di vista concettuale. Inoltre, l’utilizzo di una terminologia approssimativa nelle definizioni dottrinali contribuisce ad aggiungere ulteriore confusione. Ma qual è il motivo che sta alla base della difficoltà di definire inequivocabilmente questo concetto? E perché risulta di così difficile applicazione? Lo scopo che questo articolo si prefigge è di offrire un punto di vista in merito al cuore della pianificazione operativa, che è appunto l’individuazione dei Centri di Gravità, e uno spunto per riconsiderarne la definizione correntemente adottata dall’Esercito Italiano.
Militari impegnati nella elaborazione dati.
DEFINIZIONE Clausewitz nella sua opera «Della Guerra» definisce lo Schwerpunkt (Centro di Gravità) come «il fulcro della forza e del movimento, dal quale tutto dipende. Questo è il punto contro il quale devono essere dirette tutte le nostre energie». Il problema relativo all’assenza di una definizione univoca del concetto trae origini dai tentativi di traduzione e dalle differenti interpretazioni attribuite al concetto originale espresso da Clausewitz. Per dimostrare quanto affermato, si intende procedere alla comparazione delle differenti definizioni correntemente in uso in ambito militare statunitense, NATO e italiano. Negli ultimi 20 anni, la comunità militare statunitense è stata particolarmente
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attiva sia nello sforzo di comprendere il vero senso del concetto di Centro di Gravità così come sviluppato e descritto da Clausewitz, sia nel tentativo di individuare un sistema che ne consentisse l’applicazione pratica nella pianificazione operativa. Nella dottrina interforze statunitense, il Dictionary of Military Terms JP 1-02 definisce il Centro di Gravità come: «fonte di potenza che fornisce forza morale o fisica, libertà d’azione o volontà di agire». La Joint Publication 3-0 precisa che è «fonte di forza morale o fisica, potenza e resistenza… comprende la fonte di potenza che fornisce libertà d’azione, forza fisica e volontà di combattere». La pubblicazione prosegue sostenendo che esiste un singolo Centro di Gravità per ogni livello della Guerra, definendo in particolare che a livello strategico possono essere individuati come tali una forza militare, un’alleanza, un leader politico o militare, un insieme di capacità critiche o funzioni oppure la volontà della nazione. A livello operativo invece, il Centro di Gravità sarebbe individuato tra le capacità militari dell’avversario. In contesto di singola Forza Armata, la Marina Militare degli Stati Uniti (United States Navy) definisce il Centro di Gravità nella Naval Doctrine Publication 1 (NDP1) come «quella caratteristica, capacità o località da cui le forze amiche o nemiche derivano la loro libertà d’azione, forza fisica o volontà di combattere». Tale definizione, con minori aggiustamenti, deriva direttamente da quella interforze. Successivamente, la NDP-1 sostiene l’esistenza di un singolo Centro di Gravità, senza peraltro fare riferimento ai tre livelli della guerra e stabilisce che esso è una fonte di forza ma non la forza in sé. L’Esercito degli Stati Uniti (US Army), oltre a riconoscere la possibilità di indivi-
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duare più Centri di Gravità, li definisce come «… quelle caratteristiche, capacità o località dalle quali una forza militare deriva la sua libertà d’azione, forza fisica o volontà di combattere. La distruzione o neutralizzazione del Centro di Gravità nemico è la via più diretta alla vittoria». Per quanto concerne la prospettiva dell’Aeronautica Militare statunitense, lo US Air Force Doctrine Document 2 (AFDD-2) invece, contiene la seguente definizione: «… i Centri di Gravità sono quelle caratteristiche, capacità o località dalle quali una forza militare, una nazione o una alleanza trae la propria libertà d’azione, forza fisica o volontà di combattere. I CoG sono centri di potenza la cui sconfitta o distruzione comporta i risultati più decisivi». Il Corpo di Fanteria di Marina degli Stati Uniti ne descrive il concetto nella Marine Corps Doctrinal Publication 1 «Warfighting» (MCDP-1) definendo i Centri di Gravità «fonti primarie di capacità». Per quanto concerne la prospettiva italiana, sono state prese in esame diverse pubblicazioni. La prima definizione è tratta dal manuale in uso all’ISSMI denominato «La Pianificazione delle Operazioni Militari». In esso il Centro di Gravità è definito come «quella caratteristica, capacità o località dalla quale una forza militare, nazione o alleanza, deriva la propria libertà d’azione, nonché la volontà e la capacità di combattere». Successivamente, si specifica che «il CoG può anche essere definito come quell’aspetto vitale della capacità complessiva (propria o dell’avversario) la cui distruzione, eliminazione o neutralizzazione porta all’inevitabile sconfitta». La definizione deriva dalla dottrina NATO. Infatti, il glossario NATO AAP-6 lo definisce come: «Caratteristiche, capacità o località da cui una nazione, un’alleanza o
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una forza militare traggono libertà d’azione, forza fisica o volontà di combattere». La seconda definizione è quella fornita dall’Esercito Italiano: «Quell’elemento significativo, proprio e dell’avversario, che se attaccato e compromesso pregiudica il compimento della missione». Da queste definizioni emergono evidenti differenze nell’interpretazione del concetto nonché nella terminologia utilizzata. In alcuni casi, l’utilizzo di un vocabolario non appropriato contribuisce ad accrescere le difficoltà nell’implementare il concetto in ambito pianificazione operativa. Termini e caratterizzazioni, come «aspetto», «caratteristica», «capacità», «località», «fonte di forza», «potenza e resistenza fisica e morale», «fonte di capacità», «aspetto vitale», «elemento», hanno significati spesso completamente differenti e non forniscono alcun aiuto nel processo di individuazione dei Centri di Gravità. Alla luce di quanto sopra, nel tentativo di chiarire il concetto è interessante esaminare l’evoluzione storica che il concetto ha subito, dalla prima rappresentazione intuita da Federico il Grande fino ad oggi. L’EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI SCHWERPUNKT: DALLA RICERCA DELLA «BATTAGLIA DECISIVA» PRUSSIANA A CLAUSEWITZ I procedimenti in uso per combattere le guerre nel diciottesimo secolo non permettevano il conseguimento di risultati decisivi, in conseguenza degli elevati costi per la formazione degli eserciti e i tempi necessari per l’addestramento. Pertanto lo scontro diretto, la battaglia, doveva essere eluso per quanto possibile. Federico il Grande è il condottiero che introduce un metodo di condurre il com-
battimento assolutamente innovativo per l’epoca. Il suo stile di comando è molto più aggressivo e risoluto rispetto a quello dei suoi contemporanei, caratterizzato dalla costante ricerca della battaglia. Nella convinzione che le battaglie decidono il destino di una nazione, sostiene che in guerra è assolutamente necessario condurre azioni decisive e che un generale non deve mai dare battaglia se la stessa non serve per propositi importanti. Nella sua visione dello scontro, l’obiettivo da perseguire è quello di costringere il nemico a fare ciò che è contrario ai suoi desideri e interessi facendo uso della violenza, evitando al contempo conflitti prolungati perché contrari ai propri interessi. Da queste indicazioni è possibile intuire l’importanza che Federico il Grande attribuiva alla battaglia decisiva. Nel descrivere l’anatomia della battaglia, chiarisce che solo attaccando il nemico alla gola con il grosso delle forze è possibile arrivare a risultati decisivi. In effetti, l’idea di attaccare l’avversario in un «punto debole» (la gola) con un dispositivo di forze tale da garantire il successo dell’attacco, potrebbe rappresentare la prima grossolana descrizione del concetto di Centro di Gravità nella letteratura militare. Lo stesso concetto è stato ripreso, ulteriormente elaborato e affinato, da Napoleone che, all’inizio del diciannovesimo secolo, è il responsabile di una rivoluzione nel modo di combattere la guerra. Rivoluzione che è occorsa senza innovazioni tecnologiche epocali né nuovi sistemi d’arma. Piuttosto, il genio di Napoleone si è rivelato nel modo in cui ha saputo trarre vantaggio dagli armamenti già esistenti e dai concetti tattici del secolo precedente che, uniti ad una economia nazionale più florida, eserciti più grandi, rete stradale
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migliorata e rivoluzione sociale in atto, gli hanno consentito di trasformare l’arte della guerra fino ad allora praticata. Napoleone fa spesso riferimento alle campagne militari di Alessandro Magno, Annibale e Federico il Grande citandole ad esempio. In particolare, avrebbe edificato la sua filosofia sui precetti del realistico, brutale e calcolato approccio alla guerra di Federico il Grande. Sebbene nella condotta delle sue campagne militari Napoleone non abbia mai seguito un copione prestabilito, credeva fermamente in alcuni principi guida. Secondo Napoleone un esercito doveva avere una sola linea operativa e un obiettivo finale ben chiaro fin dal principio. Contro detto obiettivo dovevano essere
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Mortaisti elaborano i dati di tiro.
dirette tutte le formazioni, evitando di impiegare risorse umane per azioni inutili al conseguimento dello stesso. L’obiettivo contro cui dirigere lo sforzo era sempre l’esercito avversario, nel convincimento che solamente distruggendo le forze nemiche l’avversario poteva essere piegato alla resa. Anche i metodi con cui Napoleone conduceva le sue truppe nello scontro erano assolutamente innovativi per l’epoca. Rispetto al dispositivo avversario, l’Esercito francese manovrava sempre per attaccarne il fianco più esposto oppure il suo retro, separandolo da eventuali
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alleati o dalla propria capitale e interrompendone i rifornimenti. Al contempo, particolare attenzione era rivolta a mantenere sicure e funzionanti le proprie linee di rifornimento. Questi principi descrivono chiaramente l’idea di attaccare il nemico nei punti considerati più deboli e vulnerabili (fianchi o retro), impedendone i rifornimenti e annichilendolo. Dallo studio delle forme di manovra favorite da Napoleone (la «manouvre sour les derrieres», la «posizione centrale» e la penetrazione strategica) è possibile desumere, con buona approssimazione, che il Generale francese considerasse sempre il grosso delle forze avversarie quale obiettivo contro cui sferrare il colpo decisivo. Infatti, attaccando il fianco o il retro del dispositivo avversario o anche la sua Linea delle Comunicazioni (Line of Communications - LoC), Napoleone conseguiva l’effetto di disarticolare prima e distruggere poi il grosso delle forze avversarie. Egli pertanto focalizzava l’attacco sulle vulnerabilità dell’opponente, considerate critiche per il successo della battaglia, per arrivare a colpirne il vero Centro di Gravità. Clausewitz conia il termine Schwerpunkt studiando le campagne napoleoniche. Il disastro della sconfitta subita dai prussiani ad opera dei francesi, nella battaglia di Jena-Auderstadt del 1806, scuote profondamente le fondamenta della conoscenza militare prussiana e genera la spinta emotiva per avviare la riforma dello strumento militare. Gerhard Johann David von Scharnhorst si pone alla guida del movimento riformista sostenendo che la soluzione per sopravanzare il concetto napoleonico di «nazione in armi» è di elevare il livello
della cultura militare, adattando coerentemente l’addestramento e la dottrina dell’esercito. Il pensiero riformista prussiano viene ulteriormente influenzato e condizionato anche dalla situazione geopolitica del tempo, che vede la Prussia confinante con nazioni ostili. Da qui l’esigenza di dotarsi di una dottrina militare che consentisse di conseguire risultati decisivi in breve tempo. Il merito di Scharnhorst, tra gli altri, è di aver amalgamato con successo i concetti tattici di Federico il Grande con un’attenzione particolare al concetto di Bildung (il termine Bildung è inteso da Scharnhorst nel senso di cultura, istruzione: «The man without Bildung is surely a genuine beast, an inhman animal». Charles Edward White, The Enlightened Soldier: Scharnhorst and the Militarische Gesellschaft in Berlin, 1801-1805), al fine di perfezionare la dottrina e implementare l’idea di professionismo militare. Clausewitz, già allievo di Scharnhorst, riprende queste idee e le rende parte del suo studio, il «Della Guerra». È in questa opera che Clausewitz introduce il concetto di Centro di Gravità, che diventa l’idea chiave in tutte le operazioni condotte dai prussiani, prima, e dai tedeschi, poi, per oltre un secolo ed è stato mutuato dagli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, divenendo centrale per la teoria della «Maneuver Warfare». Il lavoro di Clausewitz è stato influenzato da due fattori: la rivoluzione industriale e la sua esperienza di Ufficiale prussiano in campagne militari condotte contro la Francia. Egli sostiene che la guerra è un fenomeno intimamente dominato da fattori intangibili, quali la volontà di combattere, la fatica, la capacità di discernimento dei comandanti. Allo stesso tempo, riconosce l’importan-
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za di fattori quali il «genio» di un leader e il ruolo giocato dall’incertezza (fog of war) e dall’attrito (friction) nel combattimento. Tuttavia, anche la rivoluzione industriale, caratterizzata dallo sviluppo e diffusione della matematica applicata e delle scienze (fisica e meccanica), ha giocato un ruolo fondamentale nell’ispirare il pensiero del filosofo della guerra prussiano. «In guerra tutto è semplice ma la cosa più semplice è difficile. Le difficoltà si accumulano e finiscono per produrre un tipo di attrito che è inconcepibile a meno che si sia sperimentata la guerra. Questo enorme attrito, che non può essere ridotto a pochi punti come in meccanica, è connesso con la sorte e determina effetti impossibili da controllare semplicemente perché sono dovuti al caso». Il concetto di attrito è chiaramente di derivazione scientifica, così come molte delle analogie che utilizza nei suoi scritti. È plausibile pensare che anche il concetto di Centro di Gravità abbia la stessa derivazione. Nel capitolo ventisette del libro sesto del «Della Guerra» Clausewitz introduce il concetto di Schwerpunkt: «per questa ragione il colpo dal quale ci si aspettano gli effetti più ampi e favorevoli sarà mirato contro l’area dove è maggiore la concentrazione delle truppe nemiche; più grande è la forza con la quale si sferra il colpo, maggiore è la certezza dei suoi effetti. Un Centro di Gravità si trova sempre dove la massa è maggiormente concentrata. Esso rappresenta il bersaglio, inoltre il colpo più intenso è sferrato dal proprio Centro di Gravità». Questo passaggio individua lo Schwerpunkt nella più grande concentrazione di truppe nemiche.
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Probabilmente Napoleone formulerebbe lo stesso concetto parlando del grosso delle forze. Inoltre, Clausewitz descrive come il colpo più potente sia quello sferrato impiegando il proprio Centro di Gravità, consegnando al termine Schwerpunkt un duplice significato e indicandone uno nemico (da colpire) ed uno proprio (il mezzo per sferrare il colpo più efficace). Nel capitolo ventottesimo del libro sesto, Clausewitz analizza ulteriormente questo concetto affermando che ogni battaglia importante in un teatro operativo è uno scontro tra due Centri di Gravità, e l’effetto sarà tanto più certo e grande quanto maggiori saranno le forze concentrate sul nostro Centro di Gravità. È chiara l’importanza assegnata alla necessità di concentrare ogni energia su un obiettivo decisivo, che conclude essere il grosso delle forze nemiche. Clausewitz sostiene, infatti, che ogni colpo deve essere mirato nella stessa direzione, centrando con tutta la potenza a disposizione l’avversario e non solo una frazione delle sue forze e costantemente cercando il centro della sua potenza. È chiaro che in termini moderni, alla luce dell’approccio Effect Based alle operazioni, Clausewitz ricercava un unico effetto: il totale collasso del nemico. Il filo conduttore durante il processo evolutivo legato al concetto di Schwerpunkt è la costante ricerca della vittoria rapida e decisiva in battaglia, finalizzata alla distruzione dell’esercito avversario. Il risultato è stato lo sviluppo di un concetto incentrato sull’applicazione di combat power schiacciante nei confronti di un obiettivo considerato ideale per il rapido conseguimento dei predetti risultati decisivi.
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Rilevamento del punto di stazione con l’utilizzo del GPS (Global Position System).
LE CARATTERISTICHE DI UN COG Il modello per l’analisi del Centro di Gravità oggi adottato per la pianificazione da molti Paesi è stato ideato presso la Marine Corps University di Quantico. Esso introduce alcuni concetti che consentono l’applicazione pratica dell’idea di CoG alla guerra moderna e ne facilitano l’implementazione nella pianificazione operativa. In particolare, l’approccio utilizzato postula che il CoG non sarebbe solamente un «qualcosa» che se distrutto provoca la sconfitta dell’avversario, ma anche una «fonte di forza» che costituisce una minaccia per chi gli si oppone e utilizzabile per sferrare un colpo decisivo.
In questa ottica l’avversario dovrà cercare di preservare il proprio CoG, ma, allo stesso tempo, impiegarlo se vuole che la sua azione abbia effetti decisivi su chi gli si oppone. In tale contesto, si ritiene che possa essere definito compiutamente come componente primaria di forza morale o materiale, potenza e resistenza. Non contribuisce alla forza, ma è la forza stessa, in grado di offrire resistenza e di colpire materialmente e/o psicologicamente. Si ritiene altresì che possano esistere CoG multipli al medesimo livello della guerra, ipotesi peraltro già presa in considerazione dallo stesso Clausewitz che riconosceva la possibilità che non fosse possibile ricondurre più CoG ad uno solo. E se tale possibilità era già ravvisata nel diciannovesimo secolo, quando la guerra era combattuta con sistemi molto più rudimentali, diviene una certezza ai giorni
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nostri, alla luce della complessità e numerosità dei sistemi in gioco in un conflitto moderno. Inoltre, i CoG di un avversario, come i propri, possono variare in funzione delle fasi della guerra, campagna, operazione o battaglia, così come possono mutare al variare della natura del conflitto. Attaccare e distruggere direttamente e in un solo colpo un CoG a livello strategico può essere estremamente difficile se non impossibile. Il problema è complesso e va perciò scomposto in parti più semplici, individuando uno o più CoG a livello operativo. Una campagna dovrebbe essere parte di un processo che, passo dopo passo, consente di attaccare direttamente o indirettamente i CoG, oppure pone le condizioni ideali affinché una o più campagne successive abbiano successo. È indubbio che la distruzione di CoG a livello operativo indebolisca quelli a livello strategico. Pertanto, al detto livello, i CoG possono anche essere un «qualcosa» che contribuisce alla protezione dei CoG a livello strategico. A livello strategico sono solitamente individuati quali CoG i leaders, l’élite politica e/o popolazione determinata a supportare lo sforzo bellico. A livello operativo e tattico sono quasi sempre forze o specifiche unità militari. Ciò che caratterizza il CoG è pertanto la sua capacità di arrecare danni all’antagonista (o comunque conseguire ri-sultati/effetti decisivi sull’avversario), grazie ad abilità primarie che consentono di identificarlo come tale nel contesto di un determinato scenario, situazione o missione, incluse le fasi di una campagna o di una operazione. Dette abilità sono definite Capacità Critiche (CC) e sono quegli aspetti che aiutano a spiegare come il CoG fornisca forza (morale o fisica). Le Capacità Critiche identificano il
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«cosa» il CoG può fare per arrecare danno all’avversario. Tuttavia, affinché le suddette capacità siano pienamente operative, dovranno sussistere delle condizioni essenziali, anche in termini di risorse e mezzi. Esse sono i Requisiti Critici (CR). In particolare, quest’ultimi distinguono ciò di cui un CoG ha assolutamente bisogno affinché sia in grado di esprimere le Capacità Critiche. Pertanto, ogni Capacità Critica esprimibile da un CoG possiede almeno un Requisito Critico. Se il fine è quello di attaccare il CoG avversario, è necessario creare le condizioni ideali per farlo, ricercando e colpendo quelli che comunemente sono indicati come «punti deboli». Essi non sono altro che quei Requisiti Critici o componenti degli stessi, strettamente correlati a un CoG, che sono vulnerabili o scarsi e che se neutralizzati, interdetti o attaccati, possono impedire che un CoG riesca ad esprimere le sua Capacità Critiche. Detti punti deboli sono definiti Vulnerabilità Critiche (CV). È importante non confondere le CV con i CoG. Le vulnerabilità critiche sono quegli elementi (veri e propri punti deboli) che rendono il CoG vulnerabile. In altre parole, la CV può essere definita come una opportunità (condizione favorevole) per attaccare e distruggere il CoG avversario. I CoG avversari possono essere attaccati direttamente o indirettamente, a seconda che sia possibile colpirli senza obiettivi intermedi oppure sia necessario individuarne e colpirne le vulnerabilità. La distruzione di una Vulnerabilità Critica comporta una perdita/riduzione di capacità (in particolare di Capacità Critiche) del CoG. Un attacco diretto alle Vulnerabilità Critiche è un attacco indiretto al CoG. Il proverbio giapponese «Se vuoi abbattere un Generale per prima cosa uccidi il suo cavallo» rende perfettamente l’idea del-
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l’approccio indiretto al CoG. Il vantaggio che tale modello apporta è duplice. Infatti, oltre a colmare il gap esistente tra CoG e CV introducendo i concetti di Capacità Critiche e Requisiti Critici, rende di pratico utilizzo il concetto di CoG, offrendo un sistema ingegnoso per l’individuazione di come attaccarlo. Questo consente ai pianificatori a qualsiasi livello di determinare quali vulnerabilità di un avversario possono divenire critiche in un conflitto, campagna, operazione o battaglia. Allo stesso tempo, consente di individuare quali sono le proprie vulnerabilità al fine di proteggerle. PROPOSTA DI METODO PER INDIVIDUARE I CENTRI DI GRAVITÀ Clausewitz descrive l’abilità nell’individuare i CoG come un supremo atto di giudizio strategico. Tuttavia, la sola capacità di giudizio non è sufficiente. Solo uno studio approfondito dell’avversario consentirà di individuare con elevata approssimazione il CoG proprio e quello avversario. In merito a come individuare i CoG in maniera pratica, si propone il seguente sistema basato su cinque passi: sulla base dello studio accurato dell’avversario e degli assetti a sua disposizione (parte dell’Intelligence Preparation of the Battlefield - IPB), devono essere individuate le sue Capacità Critiche (ovvero cosa può fare contro di noi con gli assetti di cui dispone). In particolare vanno considerate quelle capacità giudicate rilevanti nell’analisi di una determinata situazione. Successivamente, va identificata la fonte di forza, di potere, di energia relativa alle Capacità Critiche precedentemente individuate. Lo sforzo deve esse-
re indirizzato a determinare da dove l’avversario origina le Capacità Critiche che può utilizzare contro di noi. Questa fonte è il CoG avversario. Il passo seguente consiste nel riconoscere i Requisiti Critici relativi al CoG appena individuato, cioè di cosa quest’ultimo ha bisogno al fine di poter esprimere le suddette Capacità Critiche. Si procede con l’individuazione di quei Requisiti Critici che sono vulnerabili all’impiego dei sistemi di cui si dispone, che possono cioè essere attaccati e distrutti o dei quali l’avversario dispone in quantità insufficienti. Questi ultimi divengono Vulnerabilità Critiche. A questo punto, per completare il processo, è necessario verificare quale metodo utilizzare per colpire le Vulnerabilità Critiche dell’avversario, associandovi le risorse (assetti) necessarie per implementarlo. La sommaria e grezza descrizione del metodo da utilizzare fornirà indicazioni utilissime per lo sviluppo delle Courses of Action (proprie e dell’avversario) durante le successive fasi del Processo decisionale di Pianificazione. Lo stesso procedimento va ripetuto per ogni livello (strategico, operativo, tattico) e per ogni fase della campagna/operazione/battaglia. La medesima procedura va adottata anche per l’individuazione del CoG proprio. Chiaramente, nel momento in cui si riconoscono le proprie Vulnerabilità Critiche, queste devono essere protette dagli attacchi dell’avversario. Una volta che i CoG sono stati individuati, diventano la base della nostra pianificazione. Allo studio dei CoG (sia propri che avversari) partecipano almeno i rappresentanti delle aree funzionali Informazioni e Manovra con l’ausilio della
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STUDI E DOTTRINA CoG
CC
CR
CV
Metodo
Indicare il CoG individuato (indicato con un sostantivo) .
Descrizione sintetica di co sa il CoG può fare per arrecare danno all’opponente (è un’azione espressa con un verbo).
Descrizione di cosa il CoG ha bisogno per poter esprimere la CC indicata (è un sostantivo).
Descrizione di quale CR preventivamente identificata è attaccabile dai sistemi in dotazione (è un sostantivo) .
Descrizione sommaria di come e con cosa vogliamo attaccare la CV individuata.
tabella riportata sopra. La stessa tabella viene impiegata per l’analisi del/dei CoG avversari. Nella colonna «metodo» viene descritto sommariamente come si prevede che l’avversario attacca il nostro CoG. Pertanto, l’individuazione del metodo è un ausilio per la definizione, un altro passo del Processo decisionale, della Possibile Azione Nemica - PAN (Enemy Course of Action - EN COA). CONCLUSIONI La complessità degli scenari delle operazioni militari più recenti, caratterizzate dalla presenza nel teatro operativo di molteplici attori e costante indeterminatezza, ha accresciuto le difficoltà di pianificazione. Il concetto di Centro di Gravità è un ausilio poderoso ed indispensabile per la pianificazione operativa, in quanto l’individuazione di quello avversario consente di comprendere correttamente cosa rende l’opponente pericoloso e cosa deve essere fatto per sconfiggerlo. Tuttavia è evidente la necessità di una interpretazione più accurata e attuale del concetto stesso rispetto a quella attualmente adottata anche in ambito nazionale. Tale interpretazione deve
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essere combinata con l’adozione di una terminologia condivisa e con l’implementazione di un sistema analitico che supporti il processo di individuazione dei Centri di Gravità, al fine di consentire un impiego più efficiente ed efficace delle risorse a disposizione per il conseguimento degli obiettivi prefissati e per la creazione degli effetti desiderati. In tale ambito, l’individuare il Centro di Gravità non in una caratteristica, capacità o località dalla quale una forza militare, nazione o alleanza, trae la propria libertà d’azione, volontà e/o capacità di combattere, ma in una forza attiva in grado di colpire od offrire resistenza all’avversario, ne facilita il processo di individuazione ma soprattutto consente un’applicazione del concetto più attagliata all’idea originale di Clausewitz anche nel contesto delle moderne operazioni militari. Infine, l’adozione di un sistema comune che sia di ausilio non soltanto per individuare il CoG ma anche per dedurre come, dove e quando attaccarlo semplifica il lavoro dello staff in fase di pianificazione, garantendo lo sviluppo di linee di azione mirate ed efficaci e ottimizzandone il rapporto costo/efficacia.
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Un esempio pratico di applicazione del metodo di individuazione dei CoG In una ipotetica operazione di Crises Response Operation - CRO, un contingente a livello tattico ha la responsabilità di una determinata area nella quale insiste una componente locale di guerriglieri, avversa al governo locale, in grado di «sfruttare» la popolazione locale traendone vantaggio in termini di supporto informativo, sostentamento (cibo, acqua e ospitalità), libertà di movimento e garantendo al contempo alcuni «servizi» di base quali ad esempio la sicurezza mediante l’uso delle armi, il trasporto di acqua da villaggi viciniori. In una situazione del genere, tipica delle operazioni di Counterinsurgency, è chiara la necessità di focalizzare le azioni verso la popolazione locale al fine di interromperne il legame con i guerriglieri e di conseguenza anemizzare il supporto che la stessa fornisce. Per implementare questo principio, la componente CIMIC, di cui il nostro ipotetico contingente è dotato, risulta essere uno strumento prezioso grazie alla capacità di sviluppare e implementare progetti finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione (Quick Impact Projects - QIP, quali pozzi per acqua nel breve termine e infrastrutture come ospedali e scuole nel medio-lungo termine). Coinvolgendo in tale attività anche personale locale (forza lavoro) e le forze di sicurezza locali, si vuole «ingaggiare» attivamente la popolazione al fine di incrementare il consenso nei confronti del contingente nazionale, delle forze armate locali e dello stesso governo locale. Tuttavia, perché la componente CIMIC possa operare, è necessario un livello di sicurezza sufficiente, ovvero gli operatori CIMIC dovranno operare in una cornice di sicurezza (Requisito Critico), garantita in maniera congiunta da forze locali e del contingente, al fine di aumentare la credibilità del dispositivo militare agli occhi della popolazione. Dall’analisi dei requisiti individuati, emerge chiaramente che le principale vulnerabilità sono relative alla Force Protection degli assetti CIMIC e alla capacità di cooperare con le Forze Armate locali. Individuate le Vulnerabilità Critiche relative al CoG, si può provvedere ad anticipare quali metodi i guerriglieri impiegheranno per ridurre l’efficacia delle attività CIMIC. Infatti, alla luce degli esiti dello studio dell’avversario condotto durante la IPB, è emerso che i guerriglieri hanno la capacità di condurre attacchi asimmetrici impiegando ordigni esplosivi con comando a distanza diretti alle forze del contingente e a quelle locali allo scopo di colpire «materialmente» le forze e ridurre la loro credibilità. Azioni di questo tipo, se efficaci, saranno sfruttate adeguatamente in termini di Propaganda (vere e proprie Information Operations - INFO OPS) allo scopo di moltiplicarne gli effetti sulla popolazione locale e minare il morale delle forze in supporto al governo locale. È possibile rappresentare l’esempio appena descritto nella tabella che segue:
Studio del CoG amico livello tattico CoG Assetti CIMIC
CC - Incrementare il consenso della popolazione locale nei confronti delle forze Alleate; - migliorare le condizioni di vita della popolazione locale con la realizzazione di progetti.
CR - Credibilità; - ambiente sicuro in cui operare; - protezione delle forze (Force Protection ); - cooperazione con le forze militari locali.
CV
Metodo
- Assenza di mezzi - Attacchi alle forze protetti; mirati ad incitare - assenza di dispositivi risposte tipo “Jammers”; sproporzionate - carenza di interpreti; (effetti collaterali); - assenza di procedure - propaganda nei operative condivise villaggi; con le Forze locali. - minacce a personal e locale nelle scuole, ospedali ; - attacchi asimmetrici (IED, RCIED, suicidi)
L’esempio riportato individua la componente CIMIC quale Centro di Gravità proprio a livello tattico di una ipotetica formazione militare impegnata in Crises Response Operations - CRO. Gli assetti CIMIC consentono di conseguire gli effetti decisivi precedentemente individuati durante la pianificazione (attrarre il supporto della popolazione locale verso le Forze dell’Alleanza e verso quelle della locale Autorità), isolando l’ipotetica fazione e conseguendo pertanto risultati decisivi. In questo caso, è chiaro come il CoG debba essere utilizzato per «colpire» l’avversario al fine di conseguire effetti decisivi. Allo stesso tempo, detto CoG deve essere protetto dalle potenziali azioni dell’avversario. Infatti, il metodo indicato nell’ultima colonna è quello che si prevede l’avversario utilizzerà per colpire le Vulnerabilità Critiche del CoG amico.
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L’AZIONE PENALE INTERNAZIONALE E IL «CASO SADDAM» del Col. Giovanni VULTAGGIO
in servizio presso il Comando delle Forze Operative Terrestri
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L
’evoluzione dei crimini di guerra, intesi come una categoria dei crimini internazionali, ha segnato la nascita e l’evoluzione del diritto penale internazionale. Se si volge uno sguardo al passato ci accorgiamo che il primo embrione di esercizio dell’azione penale internazionale fu a Norimberga e a Tokyo, al termine della Seconda guerra mondiale. A questi due tribunali va, infatti, attribuito un ruolo fondamentale nello sviluppo del diritto penale internazionale perché hanno permesso di perseguire e sanzionare individui resisi responsabili di crimini contro l’umanità e perché i loro statuti hanno traslato per la prima volta fatti storici legati a conflitti in concetti giuridici. L’art. 6 dello Statuto del Tribunale Militare di Norimberga (IMT), ad esempio, definisce le fattispecie qualificabili come crimini internazionali, che sono i crimini contro la pace, i crimini di guerra e contro l’umanità. Tale processo di codificazione delle regole internazionali da parte dei tribunali militari di Norimberga e di Tokyo si svilupperà successivamente con l’adozione delle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 che, dal punto di vista del diritto penale internazionale, prevedono l’obbligo degli Stati di perseguire le «gravi infrazioni» (grave breaches) alle Convenzioni stesse, intese quali violazioni del diritto internazionale umanitario e perseguibili da qualsiasi Stato sulla base del principio della punibilità universale prevista dalle Convenzioni stesse. Con la decisione camerale del Tribunale per i Crimini in ex Iugoslavia,
A sinistra: Saddam Husayn Abd al-Majid alTikriti durante le fasi del processo.
sul caso Tadic del 1995, la tendenza generale del diritto internazionale dei conflitti armati, il cui corpus giuridico è costituito prevalentemente dalle Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907, dalle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e dal I e II Protocollo Aggiuntivo del 1977, è stata quella di far pressione sugli Stati affinché esercitassero la propria giurisdizione sui crimini di guerra senza più alcuna eccezione tra conflitti di carattere internazionale e non, come invece prevedeva l’articolo 3, comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e il II Protocollo Aggiuntivo del 1977. Tenuto conto, inoltre, che i crimini di guerra sono considerati crimini internazionali e hanno il rango di ius cogens, tutta una serie di obblighi sono diventati perentori e non derogabili per gli Stati, come l’obbligo di processare o estradare (punire aut dedere), di fornire assistenza legale, di eliminare leggi limitanti l’attività processuale. Nel diritto internazionale tali obblighi sono considerati come obligatio erga omnes, da cui consegue che l’impunità non può essere garantita. L’obiettivo è quello di incoraggiare le giurisdizioni nazionali a intervenire direttamente nell’accertamento e nella persecuzione di tali crimini nel caso di accertata violazione dei diritti umani, ancorché l’accountability degli Stati nell’affrontare tale problematica non sia mai stata delle più accentuate. Ogni Stato ha, infatti, in linea di principio il diritto/dovere di perseguire gli autori dei crimini internazionali, ma è da evidenziare che normalmente una giurisdizione nazionale difficilmente interviene in situazioni criminose avvenute al di fuori dai propri confini e non direttamente connesse alla
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propria legislazione e ai propri interessi. Gli esempi del Guatemala e della Cambogia ne sono una dimostrazione. Se si esamina quanto avvenuto in Cambogia con i Khmer Rossi, si vedrà che quando si trattò di giudicarli per le atrocità commesse negli anni settanta il governo cambogiano, per una serie di ragioni prevalentemente di politica interna, preferì una commissione d’inchiesta piuttosto che un vero e proprio procedimento penale. A partire dagli anni novanta l’esercizio dell’azione penale internazionale ha iniziato, dunque, a imporsi come uno dei principi base dell’azione della comunità internazionale, specialmente quando riferita a crimini di guerra e contro l’umanità, ovvero nel senso di portare giustizia per contribuire alla riconciliazione delle popolazioni coinvolte in un conflitto e, soprattutto, ad evitare che coloro che hanno commesso crimini contro l’umanità rimangano impuniti. I meccanismi di individuazione delle responsabilità spaziano dal perseguire legalmente tutti i potenziali criminali fino all’accertamento dei fatti con conseguente riconoscimento delle responsabilità, morali e giuridiche, dei singoli individui. Sei sono le categorie di crimini internazionali riconosciute oggi dal diritto penale internazionale: i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità, il genocidio, l’aggressione, la tortura e il terrorismo. La categoria di crimini di guerra è stata la prima ad essere individuata e codificata e ad aver così infranto il dogma della responsabilità esclusivamente statale delle violazioni di norme internazionali. Esiste, infatti, un interesse generale nella punizione di questi crimini, e, diversamente da quanto avviene per altre
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violazioni di norme internazionali, non è possibile invocare l’immunità per i rappresentanti dello Stato accusati di aver commesso tali crimini. Collegato a tale aspetto la comunità internazionale ha quindi deciso di rafforzare la propria vigilanza ed azione attraverso la costituzione di una grande varietà di Corti penali internazionali allo scopo di promuovere e ristabilire la pace in situazioni politiche transitorie causate da conflitti e conseguenti massicce violazioni dei diritti umani. Questa tendenza ha portato alla costituzione di Tribunali internazionali ad hoc, come nel caso del Ruanda (ICTR) o della ex Iugoslavia (ICTY) e alla costituzione della Corte Penale Internazionale (ICC). In quest’ultimo caso si deve notare che il punto di partenza per la sua costituzione riposa nella complementarietà rispetto alle giurisdizioni nazionali. La Corte, infatti, non può procedere se lo stesso procedimento è pendente presso un tribunale nazionale, ovvero nel caso in cui non vi è alcuna intenzione di procedere da parte di un tribunale nazionale o quando il caso venga affidato all’esame della Corte da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quest’ultimo, per dare un fondamento giuridico alla costituzione di questi tribunali, si è appoggiato alle norme dettate dal Capitolo VII della Carta, in particolare a quelle che consentono l’intervento della comunità internazionale in caso di violazione della pace. Parallelamente a questa azione propulsiva della comunità internazionale, c’è stata una proliferazione di tribuna-
A destra: il simbolo dello Stato iracheno.
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li misti, come nel caso della Sierra Leone e di Timor Est, composti da giudici nazionali e internazionali, con lo scopo di rinforzare l’attività della giurisdizione nazionale con norme penali internazionali. La corte che ha giudicato Saddam Hussein in Iraq è molto simile a quest’ultima tipologia. La giurisdizione legale internazionale, esercitata attraverso l’azione penale internazionale, rivolta all’accertamento della violazione di norme del diritto internazionale e al conseguente accertamento della responsabilità penale a carico degli autori, si è dunque rapidamente adattata al continuo mutare dello scenario mondiale. Le norme consuetudinarie, la cui violazione dà origine ad un crimine internazionale, proteggono interessi e beni universali e vincolano gli Stati e gli individui. Questo è il compito del diritto penale internazionale, diritto, tuttavia, caratterizzato dall’eterogeneità delle sue norme, che derivano in parte dalla disciplina dei diritti umani e in parte dal diritto penale nazionale. L’origine consuetudinaria delle norme internazionali e l’assenza a livello internazionale di un organismo centralizzato di produzione normativa rendono la fisionomia del diritto internazionale penale duttile e imprecisa. Questo è particolarmente vero, inoltre, quando si affrontano le tematiche riguardanti le pene e il trattamento detentivo. Il processo a Saddam Hussein si è svolto presso un tribunale nazionale, The Iraqi High Tribunal (IHT). Istituito nel 2003, è una forma ibrida di giustizia transitoria, una soluzione che, come già successo per il tribunale che ha giudicato i crimini di guerra in Bosnia Erzegovina, nella situazione in
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cui si è trovato l’Iraq al termine della guerra, è stata preferita dalla comunità internazionale rispetto alle esperienze dei tribunali internazionali costituiti ad hoc dalle Nazioni Unite in Sierra Leone, Ruanda, Timor Est e nella ex Iugoslavia. Inoltre, pur avendo sede a Baghdad e giudici iracheni, l’IHT è un organo indipendente rispetto alla giustizia ordinaria irachena, assistito da consiglieri internazionali, che utilizza anche molta della giurisprudenza sviluppata dal diritto penale in tema di persecuzione dei crimini di guerra, combinando elementi del diritto penale nazionale con elementi del diritto penale internazionale. CHI ERA SADDAM HUSSEIN Lo Stato iracheno è nato dopo la fine della Prima guerra mondiale e la conseguente caduta dell’Impero ottomano. Il principe Faisal, con il nome di Faisal I, è stato il primo re dell’Iraq contemporaneo e, nel 1925, è stata promulgata la prima Carta Costituzionale. La monarchia è durata fino al 1958, intervallata da diversi colpi di Stato e rivolte militari. Una di queste, il 14 luglio del 1958, capeggiata dal Generale Abdulkarim Qasim, rovesciò la monarchia e il re Faisal II con diversi membri della famiglia reale furono uccisi. Da quella data l’Iraq è una repubblica. Saddam Husayn Abd al-Majid alTikriti ha governato dal 1979 al 2003, quando fu destituito in seguito all’occupazione del Paese da parte delle forze anglo-americane. Il 13 dicembre 2003, nove mesi dopo l’invasione, è stato catturato a Tikrit, centoquaranta
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chilometri a nord - ovest di Baghdad. È stato giustiziato il 30 dicembre 2006, in esecuzione di una sentenza di condanna a morte pronunziata dall’Alta Corte Criminale irachena il 5 novembre 2006, confermata in appello, per crimini contro l’umanità. Con lui sono stati condannati a morte anche il fratellastro Barman al-Tikriti, capo dei servizi segreti del regime (Mukhabarat) e un magistrato, Awad Hamed al Bandar, mentre il vice presidente, Tata Yassin Ramadam, è stato condannato all’ergastolo e altri tre imputati sono stati condannati a quindici anni di prigione. Saddam, sopravvissuto a numerosi colpi di Stato, tentativi di assassinio e complotti, è nato nel villaggio di alAwja, nel distretto iracheno di Tikrit, il 28 aprile 1937. Il padre, sei mesi prima della sua nascita, sparì lasciando la madre sola con il nascituro Saddam e un figlio tredicenne malato. Dopo la morte di quest’ultimo fu affidato allo zio e, solo dopo il secondo matrimonio della madre, da cui nacquero altri tre figli, tornò a vivere con lei. All’età di dieci anni, a causa della rigidità del patrigno, Saddam si trasferì a Baghdad, dallo zio, padre della sua futura sposa. All’età di sedici tentò di entrare all’Accademia Militare, ma non vi riuscì. Si iscrisse al Partito Ba’th (Partito della Risurrezione, di tendenze socialiste) e nel 1956, all’età di diciannove anni, prese parte al fallito tentativo di colpo di Stato contro Re Faisal II. Il 14 luglio 1958, un gruppo nazionalista d’idee repubblicane, guidato dal Generale Abd el-Karim Kassem, rovesciò la monarchia e uccise il re e il primo ministro. Saddam Hussein, dopo un tentativo fallito di assassina-
re Kassem, fuggì in Egitto, attraverso la Siria ed il Libano e, nel 1959, fu condannato a morte in contumacia. Saddam trascorse diversi anni in Siria ed Egitto, dove terminò gli studi. Nel 1963 tornò in Iraq, a seguito del colpo di Stato militare dell’8 febbraio 1963, che abbatté il regime di Kassem. Nel 1964 fu imprigionato, a causa di un nuovo cambiamento al vertice dello Stato iracheno, ma, nel 1967, riuscì a fuggire e, nel 1968, partecipò ad un nuovo colpo di Stato realizzato dal partito Ba’th ai danni del regime militare, diventando vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario, ruolo che ricoprì fino al 1973, quando fu promosso Generale dell’Esercito iracheno, malgrado facesse parte dell’ala cosiddetta «civile» del partito Ba’th. Nel luglio del 1979, il Presidente della Repubblica Ahmad Hasan Al Bakr annunciò il suo ritiro e Saddam Hussein, imparentato con Al Bakr, lo sostituì nella carica di Presidente. Nel corso della sua presidenza, Saddam Hussein ha perseguito un’azione di governo fondamentalmente progressista, concedendo alle donne gli stessi diritti degli uomini, introducendo un codice civile modellato su quelli dei Paesi occidentali, che ha sostituto la Sharia, creando un apparato giudiziario laico, che ha determinato l’abolizione delle corti islamiche, introducendo l’istruzione gratuita ed obbligatoria e la sanità pubblica. Nel giugno 1972 portò a compimento il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere occidentali che avevano il monopolio del petrolio iracheno, ma gran parte degli introiti provenienti dall’industria petro-
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Il Tribunale nazionale «Iraqi High Tribunal».
lifera furono destinati al potenziamento delle Forze Armate, che all’epoca erano considerate fra le maggiori al mondo. Il 1980 vide il conflitto con la Repubblica islamica dell’Iran dell’Ayatollah Khomeyni, che, protrattosi
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per otto anni senza alcun risultato, si concluse nel 1988. Dopo la fine delle ostilità, Saddam non rinunciò tuttavia alla volontà di svolgere un ruolo egemonico nella regione e, prendendo questa volta come spunto le pretese di sovranità irachena sul Kuwait, invase l’Emirato nell’agosto 1990. Le Nazioni Unite condannarono l’aggressione e il
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Presidente degli Stati Uniti George Bush senior fu autorizzato dal Congresso ad utilizzare la forza militare contro le truppe irachene in Kuwait. L’ONU impose all’Iraq il 15 gennaio 1991 come data ultima per il ritiro delle sue truppe, dopodiché autorizzò l’utilizzo della forza per allontanare dal Kuwait le truppe irachene. Una coalizione a guida statunitense (della coalizione facevano parte, fra gli altri, Gran Bretagna, Francia, Egitto, Siria, Arabia Saudita, Italia, Canada) iniziò una campagna aerea contro l’Iraq e le truppe irachene nel Kuwait. Dopo quattro settimane di bombardamenti iniziò la fase terrestre della guerra, denominata Desert Storm. Il 2 marzo 1991 l’offensiva fu sospesa a soli 60 Km da Baghdad e Saddam Hussein rimase al suo posto. Nel corso del 2003, Saddam divenne il principale bersaglio della campagna antiterrorismo dell’Amministrazione Bush. Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, l’Iraq venne attaccato il 19 marzo 2003. Il 9 aprile, la capitale irachena capitolava e, il 15 aprile, le truppe statunitensi attaccavano e conquistavano Tikrit, ultimo bastione difensivo di Saddam. Dopo la caduta di Baghdad, Saddam fuggì e di lui non si ebbero più notizie, se non alcuni messaggi audio registrati. I figli Uday e Qusay vennero uccisi in uno scontro a fuoco il 22 luglio 2003. Il 1° maggio 2003, il presidente George W. Bush proclamava la fine dei combattimenti in Iraq. La caccia a Saddam Hussein finì il 13 dicembre 2003, quando fu catturato a una quindicina di chilometri da Tikrit.
Il PROCESSO A SADDAM HUSSEIN Primavera 2003: la costituzione del Tribunale che ha giudicato Saddam Hussein è stata ideata dall’autorità transitoria irachena nel 2003 e approvata successivamente nel 2005 dall’Assemblea transitoria irachena. Inizialmente, infatti, il Tribunale Speciale fu costituito dal governo transitorio iracheno, The Coalition Provisional Authority (CPA), che rappresentava il Regno Unito, gli Stati Uniti e un’ ampia coalizione composta da più di venti Stati e temporaneamente riconosciuto dalle Nazioni Unite come il legittimo governo dell’Iraq con la Risoluzione 1483 del 22 maggio 2003. In forza delle norme contenute nella Convenzione dell’Aja del 1907, delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e della Risoluzione 1483, la CPA, in quanto «potenza occupante» in grado di esprimere una funzione governativa, aveva l’autorità di adottare tutte le misure necessarie a restaurare, per quanto possibile, l’ordine pubblico e la sicurezza. Il Tribunale Speciale, nell’agosto 2005, si è trasformato in Alta Corte Criminale irachena, con l’approvazione dell’allora Assemblea transitoria irachena. L’Alta Corte Criminale irachena, costituita in base al principio che uno Stato detiene la responsabilità primaria di giudicare crimini commessi in violazione di norme del diritto internazionale, ha come punto di partenza la consapevolezza che la restaurazione della giustizia nell’ambito di uno Stato dilaniato da un conflitto non può essere conseguita per mezzo della vendetta e dall’emotività, ma con procedimenti giudiziari basati su prove certe. Compito di tale tribu-
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nale nazionale è quello di perseguire le autorità del vecchio regime che abbiano compiuto crimini contro l’umanità, genocidi e aggressioni contro la popolazione civile, È previsto, inoltre, che il suo lavoro si concluda in cinque anni. È importante notare come, a parte l’aspetto prettamente giudiziario di tale organismo, il lavoro dell’Alta Corte dovrà contribuire a riportare nel Paese «il senso della giustizia e riconciliazione nazionale», aspetto che, per quanto evidente, non è del tutto scontato. Basti pensare, ad esempio, a quanto avviene nel caso del Tribunale per i crimini commessi nell’ex Iugoslavia (ICTY). Qui, infatti, per quanto il lavoro svolto finora sia stato rilevante dal punto di vista giudiziario, non lo è dal punto di vista del sentimento di giustizia e riconciliazione nazionale; anzi per certi versi è stato anche fallimentare, in particolare nei confronti delle popolazioni interessate, determinando, quale conseguenza, la mancanza di credibilità del Tribunale stesso. La scelta di un Tribunale speciale iracheno è stata dettata da motivazioni differenti. Come prima cosa, la costituzione di un Tribunale internazionale ad hoc delle Nazioni Unite, come nel caso dell’ex Iugoslavia, del Ruanda e della Sierra Leone, avrebbe richiesto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed in questo caso alcuni Stati componenti il Consiglio di Sicurezza avevano preannunciato che avrebbero esercitato il loro diritto di veto. Come già detto, inoltre, secondo la giurisprudenza più recente, le corti penali nazionali rimangono i punti cardine dell’attività processuale dei crimini internazionali, nonostante l’inte-
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resse della società civile internazionale alla creazione di Tribunali penali internazionali. Il Tribunale iracheno ha giurisdizione per crimini commessi da cittadini iracheni o residenti in Iraq, sia sul territorio nazionale sia all’estero, nel periodo dal 17 luglio 1968 al 1° maggio 2003. Si escludono quindi tutti gli stranieri. Esso ha una competenza anche in ordine alle guerre di aggressione, ma soltanto nei confronti dei Paesi arabi, escludendo, quindi, l’aggressione di Saddam Hussein contro l’Iran, che è un Paese islamico ma non arabo, ed includendo invece l’aggressione contro il Kuwait. Nella conduzione dei processi, il Tribunale utilizza norme derivanti dal Codice Penale iracheno, depurato però di tutte quelle norme in contrasto con la giurisprudenza del diritto internazionale e delle norme derivanti dal diritto penale internazionale, come ad esempio le norme riguardanti i crimini di guerra, di aggressione contro la popolazione civile ed i crimini di genocidio. Non utilizza invece le norme derivanti dalla legge coranica, la Sharia. È composto da giudici iracheni, selezionati dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Consiglio della Magistratura. La Corte ha anche l’autorità di processare per crimini minori, come lo sperpero di fondi pubblici e i tentativi di manipolare il sistema giudiziario. Lo statuto speciale della Corte prevede anche una partecipazione di esperti internazionali e di consiglieri non iracheni, con funzione di consulenza o raccomandazione e senza vincolo alcuno nella decisione finale. 14 dicembre 2003: Saddam Hussein è catturato dalle forze speciali statunitensi che lo trovano in un nascondiglio nei pressi di Tikrit. 19 ottobre 2005: prima udienza del
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processo a Saddam e ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, accusati del massacro, nel 1982, di centoquarantotto civili sciiti nel villaggio di Al Dujail, a seguito di un attentato contro Saddam Hussein stesso. L’imputazione evidenziava, inoltre, come dopo il massacro Saddam avesse iniziato una campagna di arresti sempre nei confronti della popolazione di Al Dujail. In quell’occasione furono fermate circa 545 persone, senza alcun mandato e accertamento di polizia che confermasse la loro partecipazione all’attentato. Gli arrestati, nella maggioranza dei casi donne e bambini, furono portati nella sede dei servizi segreti di Baghdad. Diversi mesi dopo furono trasferiti nella prigione di Abu-Grahib, dove rimasero per circa dieci mesi senza alcun processo e infine, nel 1983, in un campo nel deserto di Al Muthama, ai confini con l’Arabia Saudita. Molti di essi, di età compresa fra i quattordici e i sedici anni, furono torturati, sterilizzati o condannati a morte dopo un processo sommario. La popolazione di Al Dujail rimasta in loco venne invece privata di tutti gli averi e le terre furono confiscate. All’apertura del processo, l’accusa era riferita a un caso singolo, ovvero l’uccisione delle centoquarantotto persone nella città sciita di Al Dujail, perché la Corte irachena aveva stabilito di giudicare Saddam Hussein per singoli fatti, circa dodici, invece di perseguirlo per i crimini nel loro complesso. Fra i crimini imputati a Saddam Hussein si richiamano, inoltre, l’uccisione con armi chimiche di circa quindicimila curdi, nel 1988 a Halabja, l’uccisione e la deportazione, negli anni ottanta, di più di diecimila mem-
bri della tribù curda Balzani, l’invasione del Kuwait, l’uccisione di migliaia di arabi Marsh che si erano rivoltati nel 1991. Al processo Saddam Hussein era difeso da un collegio di avvocati, presieduto dall’iracheno Khalil Dulaimi, composto da avvocati provenienti da tutto il mondo, fra cui anche un magistrato americano in pensione, Ramsey Clark. I giudici, tutti iracheni, erano di etnia sciita e curda. Il processo a Saddam Hussein non è stato condotto da un Tribunale internazionale, come nel caso di Milosevic, ma da un Tribunale nazionale iracheno, costituito ad hoc. Il processo, inoltre, non è stato affidato alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, il cui statuto, peraltro, non è stato ratificato dallo Stato iracheno, e questo perché, secondo lo statuto della Corte stessa, non possono essere celebrati processi per crimini commessi prima della data di costituzione del Tribunale, ovvero per crimini commessi prima del luglio 2002, e nel caso di Saddam i crimini contestati erano antecedenti a tale data. Nel caso di Saddam, dunque, il Tribunale ha esercitato la propria giurisdizione retroattivamente, giudicandolo per comportamenti messi in atto prima della sua istituzione. Questo, come abbiamo visto, in deroga a quanto normalmente previsto dalla giurisdizione penale ordinaria, dove nessun Tribunale nazionale può applicare ai cittadini sottoposti alla sua giurisdizione pene non previste dall’ordinamento penale nel momento in cui i comportamenti sono stati tenuti: nullum crimen, nulla poena sine lege. Inoltre, l’articolo 24 dello Statuto che istituisce il Tribunale speciale introduce figure
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Il lago Van nell’altopiano del Kurdistan.
di reato assenti nella preesistente legislazione penale con riferimento ai crimini di genocidio, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra, dedotti dagli Statuti delle tre Corti penali internazionali già operanti. 23 gennaio 2006: il giudice Raouf
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Abdul Rahman sostituisce il giudice Rizgar Amin, dimessosi in seguito alle critiche per la sua «morbidezza» nei confronti degli imputati. 21 giugno 2006: uno degli avvocati che compongono il collegio difensivo di Hussein viene ucciso a Baghdad. Saddam Hussein inizia lo sciopero della fame; 26 luglio 2006: Saddam Hussein
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ricompare in aula. Chiede, in caso di condanna a morte, di essere fucilato e non impiccato, come prevede la giustizia irachena. 21 agosto 2006: inizia un secondo processo a carico dell’ex dittatore e di altri sei coimputati. L’accusa, in questo caso, è di aver ucciso, tra il 1987 e il 1988, centottantamila curdi nella campagna militare denominata «Anfal». 5 novembre 2006: Saddam Hussein è condannato a morte per impiccagione in quanto giudicato colpevole di crimini contro l’umanità per il massacro di Al Dujail. 26 dicembre 2006: la Corte d’appello irachena conferma la condanna a morte senza alcun sconto di pena. Inoltre, viene sottolineata l’impossibilità per Saddam Hussein di ricevere la grazia, in quanto non contemplata dalla giustizia irachena. 28 dicembre 2006: l’Alta corte penale pubblica l’ordine di esecuzione della condanna a morte. 30 dicembre 2006: la sentenza è eseguita. Saddam Hussein è giustiziato mediante impiccagione. La data dell’esecuzione coincide con la festa del sacrificio, la maggiore solennità islamica. 31 dicembre 2006: Saddam Hussein viene sepolto nel corso della notte ad Awja, villaggio vicino Tikrit, dove era nato quasi settanta anni prima. Il luogo della sepoltura è una moschea fatta da lui erigere negli anni ottanta. Accanto a lui sono sepolti i figli Uday e Qusay, uccisi nel 2003 durante la campagna militare americana. La scelta di un processo penale a Saddam Hussein, determinata dall’interesse generale alla punizione di crimini contro l’umanità, da parte
di un tribunale speciale nazionale e non da parte della normale magistratura irachena o da parte di una corte internazionale, queste ultime spesso criticate perché considerate troppo distanti dai luoghi e dalle persone che hanno subito i crimini, è stata dettata fondamentalmente da valutazioni di carattere politico. L’idea di base è quella che la ricostruzione politico-istituzionale dello Stato, successiva al termine del conflitto militare, debba collocare i cittadini e le istituzioni del Paese, in cui sono stati commessi gli atti criminali, direttamente nel procedimento, garantendo in tale maniera una maggiore responsabilizzazione della collettività nazionale e determinando un processo di pacificazione e di transizione più efficace. Proprio per questo motivo l’istituzione di un Tribunale speciale, a conclusione di una guerra, come nel caso dell’Iraq, è da considerarsi il primo passo verso la pacificazione della memoria collettiva e l’inibizione della vendetta generalizzata. Ciò vuol dire che il processo di pacificazione e riunificazione del Paese, a causa delle sua eterogeneità etnica e confessionale, in un contesto di altissima conflittualità nel quale continuano ad intrecciarsi guerra civile, guerra di resistenza e terrorismo, deve e dovrà passare attraverso modalità giudiziarie di rielaborazione critica e di superamento del passato, perché la giustizia costituisce ricerca di uno spazio di imparzialità e di quei principi giuridici capaci di dirimere e neutralizzare la violenza di un conflitto. •
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LA CAVALLERIA: SPUNTI E RIFLESSIONI del Cap. Maurizio NAPOLI in servizio presso il Centro Militare di Equitazione
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L
a domanda «cosa sia la guerra» richiede una risposta complessa, proprio perché concettualmente tale fenomeno ha un’enorme varietà di manifestazioni. Non è certo la derivazione della parola stessa: dal greco «polemos», da «polys», da cui deriva la scienza della guerra, la polemologia; dal latino «bellum», da cui la lingua italiana ha tratto il concetto di bellicosità; dalla terminologia germanica di «werra» che include l’idea di mischia, faida; da quella inglese di «war»; e infine dal tedesco moderno «krieg», da cui deriva la relativa visione della guerra di Carl von Clausewitz. La visione del barone prussiano, infatti, si adatta ad un’ idea di scontro volontario tra due fronti opposti nell’intenzione di piegarsi fisicamente uno contro l’ altro. Il concetto idealtipico di guerra si basa, invece, sull’impiego assoluto della forza, sullo sforzo bellico illimitato e sull’abbattimento dell’avversario. Da questa visione, storici e politici hanno fatto nascere la leggenda del militarismo clausewitziano. Difatti, le intuizioni del barone prussiano, in particolare quando riconosce l’influire del caso e del fattore umano, sono basate su un’interpretazione teorica di un evento che in realtà risulta essere imprevedibile. Tuttavia, il precursore dell’arte della guerra, che sembra avere anticipato i tempi delineando una visione «moderna» della guerra, può essere considerato il maestro cinese Sun Tzu (Maestro Sun), teorico dell’arte bellica e presunto autore del trattato «L’arte della guerra». Nonostante fosse vissuto nel periodo della dinastia Chou, che regnava in Cina dall’XI al III secolo a.C., le sue geniali intuizioni risultano essere perfettamente coerenti con il pensiero, di molti secoli dopo, del barone von Clausewitz e di Machiavelli.
A sinistra: Carl von Clausewitz.
Sun Tzu.
LA SVILUPPO TECNOLOGICO NELLA CULTURA DELLA GUERRA Lo sviluppo tecnologico ha influito sulla cultura della guerra. Infatti, con l’avvento della produzione in serie delle armi da fuoco, il combattimento ravvicinato cessò di avere un interesse per gli eserciti. Le prime Forze Armate dell’antichità comparvero in Assiria e in Persia, dove si schieravano in campo cavalieri e fanti armati di lancia. I greci introdussero invece una fanteria dotata d’armamento pesante con grandi scudi, lance e spade. I romani superarono i loro prede-
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cessori sia in potenza militare che in capacità tattica. Infatti, i fanti delle legioni erano armati di scudo, spada corta e giavellotto. Da allora le origini dell’Europa furono forgiate sull’incudine della guerra. Con il feudalesimo prese corpo la figura del cavaliere simbolo della società feudale, una casta privilegiata al servizio del suo signore e, con la nascita di questa figura, cominciò una vera e propria corsa agli armamenti. Lance più lunghe, cotte di maglia, destriero più robusto e resistente. Il cavaliere era una vera e propria macchina da guerra con un suo codice d’onore; la Cavalleria era una vera e propria regola di vita quasi monastica. Finiti i feudi da assegnare, fonte di sostentamento per il cavaliere, cominciò anche il suo declino: il soldato di ventu-
Sfondamento del fronte italiano.
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ra stava occupando il posto del cavaliere; la fanteria, infatti, sembrò dovesse sostituire la Cavalleria già nel XIV secolo. Nel XV secolo l’era del cavaliere sembrava essere definitivamente tramontata, a nulla valsero i tentativi di adattare la Cavalleria al nuovo contesto; decisivo per il ridimensionamento del ruolo dei soldati a cavallo fu l’introduzione della polvere da sparo. Con la Rivoluzione francese s’inserisce la cultura dei Reggimenti, divenuti istituzioni reali, poi nazionali e infine permanenti. Uno di questi era il 34° Reggimento di Fanteria Prussiano, di cui all’età di undici anni entrò a far parte Clausewitz. Questi, fatto prigioniero nel 1812, non accettò di mettersi al servizio della Francia, disobbedendo al suo Re e scegliendo la strada del doppio patriottismo, per combattere a fianco della Russia invasa. Clausewitz scelse questa soluzione perché disprezzava i francesi, giudicandoli inferiori per quali-
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tà nazionali al proprio popolo, perché restava legato ad un’educazione monarchica reggimentale con la speranza che gli ideali rivoluzionari fossero trapiantati nel suo Paese. Clausewitz voleva convincere l’Esercito prussiano che la guerra era in realtà una forma di attività politica che doveva essere accettata semplicemente come una concessione della strategia alla necessità politica. I continui miglioramenti nella velocità, portata e precisione delle armi da fuoco furono dapprima interpretati come un rafforzamento dell’offesa; le forze difensive sarebbero state prima sopraffatte da un massiccio bombardamento dell’artiglieria, poi travolte dall’avanzata della fanteria. In realtà, come la Prima guerra mondiale avrebbe dimostrato, era vero il contrario: la difesa stava diventando praticamente inespugnabile. Nel XIX secolo, il sentimento dinastico dovette cedere il passo a quello nazionale, parallelamente al trasferimento della sovranità dalla persona del monarca alla collettività nazionale. Nella Prima guerra mondiale, le influenze moderatrici che, secondo Clausewitz, intervenivano sempre per adeguare la natura potenziale e la portata effettiva della guerra, diminuirono fino a scomparire: tedeschi, francesi, inglesi e russi si trovarono con ogni evidenza a combattere una guerra per la guerra. Il problema della fuga nella tecnologia è legato alla difficoltà di integrare strategia politica e strategia militare; questo risulta più aggravato che alleggerito dalla comune intepretazione dell’affermazione di Clausewitz, che «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», cioè che la guerra non costituisce un fine in sé e per sé ma è determinata dagli obiettivi politici e
subordinata ad essi. Ciò può risultare più chiaro se leggiamo Clausewitz più attentamente: «La guerra di una comunità - di intere nazioni e specialmente di nazioni civili - nasce sempre da una situazione politica ed è provocata da un motivo politico. Costituisce, quindi, un atto politico. Orbene, se essa fosse un atto completo in se stesso e indisturbato, una manifestazione assoluta di violenza, quale dovremmo dedurla dalla sua mera concezione, essa, dal momento in cui la politica le ha dato origine, le si sostituirebbe e, come qualcosa di assolutamente indipendente, la eliminerebbe e seguirebbe solo le sue proprie leggi, allo stesso modo in cui una mina, una volta esplosa, non è più suscettibile di essere guidata in alcuna direzione che non sia quella impartitale dai precedenti aggiustamenti». Gli obiettivi politici della Grande Guerra, già abbastanza difficili da definire, furono dimenticati, i vincoli politici scavalcati, gli uomini politici che facevano appello alla ragione esecrati. La politica, anche delle democrazie liberali, si ridusse rapidamente a mera giustificazione di battaglie più vaste, di più lunghi elenchi di caduti, di bilanci più gravosi, di miseria umana straripante. La guerra di trincea sconvolse l’anima e distrusse fisicamente tanti giovani ammaliati dal dio della guerra. La politica nella Prima guerra mondiale fu un’aberrazione culturale eccezionale, mostruosa, la conseguenza di una decisione inconsapevole degli europei nel secolo di von Clausewitz, di trasformare l’Europa in una società guerriera. Lo scopo della guerra, affermava von Clausewitz, è di servire un fine politico. Le vicende bellliche dimostrarono il contrario: la guerra serviva solo se stessa.
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LA CAVALLERIA NELLA GRANDE GUERRA Allo scoppio delle ostilità, il 24 maggio 1917, la Cavalleria è ordinata in 4 Divisioni, 8 Brigate e 16 Reggimenti; altri 12 Reggimenti costituiscono i supporti di Grande Unità. Nella seconda metà di quell’anno tutti i Reggimenti vengono appiedati per la guerra di trincea, dove pagano un contributo enorme di personale; le sezioni mitragliatrici dei 16 Reggimenti vanno a rinforzare i reparti di fanteria. La Cavalleria ritorna parzialmente montata nella presa di Gorizia, nell’agosto del 1917, e quasi completamente il 24 ottobre 1917 per fronteggiare l’offensiva austriaca. Lo scoppio del Primo conflitto mondiale vede una prima, incerta avanzata oltre il confine da parte della Cavalleria. Ma la guerra di posizione, che in breve tempo si determina ad opera delle difese austriache e, soprattutto, a causa del micidiale trinomio trincea - reticolato mitragliatrice, riduce enormemente le possibilità operative del cavallo. Ma l’Arma non può e non vuole rimanere inoperosa. Per tale motivo si rende necessario il durissimo sacrificio dell’appiedamento e la rinuncia al primo, fedelissimo compagno di combattimento: il cavallo. Varie unità vengono così impiegate nelle trincee, insieme o in sostituzione della provata fanteria, dopo aver ricevuto un breve periodo di addestramento specifico. Su 3 000 Ufficiali di Cavalleria, 800 transitano in altre Armi, così come su 24 000 soldati di Cavalleria, 13 000 scendono, come si suol dire, da cavallo. Numerosissimi elementi di Cavalleria vengono quindi impiegati come fanti, mitraglieri, artiglieri e bombardieri, tra
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cui si segnalano Maurizio De Vito Piscicelli, Guido Brunner, Fulceri Paulucci de Calboli, Annibale Caretta, per citare i soli decorati di Medaglia d’Oro; vengono costituite, con Quadri e truppa di Cavalleria, oltre trenta compagnie mitraglieri e numerosi bombardieri. Le unità di Cavalleria, se appiedate, di norma si uniformavano, nei procedimenti tattici, a quelli della fanteria; se non erano appiedate, e dovevano quindi agire come unità a cavallo, seguivano molti dei procedimenti previsti dalla regolamentazione d’Arma sancita prima ancora dell’inizio del conflitto. Non poche circolari o istruzioni avevano tuttavia tenuto a giorno i reparti di Cavalleria delle particolari esigenze tattiche imposte dalla guerra e dal predominio del fuoco affermatosi nel corso degli anni. Per affrontare la lotta, la Cavalleria era ordinata in grossi «corpi» indipendenti (Divisioni e Brigate), il cavallo era considerato come arma principale dell’atto decisivo che consisteva nella carica, condotta prioritariamente con lance e sciabole e conservando quale ausiliaria l’arma da fuoco. Le unità montate dovevano agire arditamente davanti alle Armate respingendo la Cavalleria del nemico, per prendere contatto con le colonne avversarie, identificarne composizione, forza e direzione del movimento, sino ad avvenuto contatto tra gli opposti eserciti e tenersi successivamente pronte a cooperare sul campo di battaglia con le altre Armi mediante tempestivo e deciso intervento. La rivalutazione dello slancio e dell’urto nel combattimento portò all’abbandono delle formazioni lineari, sicuramente più propizie all’impiego del fuoco, ma altrettanto vulnerabili ad esso, e all’adozione di forme tattiche con marcato sca-
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glionamento in profondità più consone alla manovra; si affermavano così le diverse formazioni da adottare in base alla distanza dal nemico, privilegiando, a distanza dalla linea di contatto, formazioni in fila che garantivano un’alta comandabilità e, in prossimità del contatto, formazioni aperte per ottimizzare la forza d’impatto delle unità. I progressi nell’armamento, in particolar modo nell’artiglieria e nell’impiego delle mitragliatrici, evidenziarono rapidamente le grandi difficoltà che la Cavalleria avrebbe incontrato nell’attuazione del proprio impiego; per questo motivo nei regolamenti si accenna alla possibilità, in determinati casi, di ricorrere all’appiedamento. Tuttavia, i compiti principali restano connessi all’esplorazione ed alla sor-
presa; diviene di fondamentale importanza l’acquisizione di più informazioni possibili sul nemico e sul territorio, rimanendo la sorpresa come atto tattico a priori dell’azione strategica. L’esplorazione è assolutamente necessaria per la determinazione dell’entità del nemico, del tipo di armamento in dotazione, della direzione di marcia e della morfologia del terreno se al di fuori dei propri confini. Tutto ciò secondo la formula «vedere senza essere visti», garantendo così il vantaggio della sorpresa. Per svolgere questi compiti, la dottrina individua i mezzi necessari, definendo il movimento e l’urto come principali
Il combattimento di Pozzuolo del Friuli (1917).
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ed il fuoco come sussidiario. Emblematica resta la non corretta valutazione dell’importanza del progresso tecnologico applicato all’armamento tra gli ultimi anni dell’Ottocento ed i primi del Novecento; sebbene venga dato un giusto ruolo primario alla facilità di manovra delle unità montate ed alla capacità d’urto di queste ultime sulle fanterie, il fuoco è considerato un mezzo sussidiario per adempiere ai compiti assegnati alla Cavalleria. Le zone da esplorare vengono suddivise in settori, la ricerca del nemico, e la successiva presa di contatto con lo stesso deve avvenire al più presto e il più lontano possibile dal grosso delle forze, così da poter mascherare i movimenti delle Grandi Unità, proteggere dalla sorpresa, fornire copertura ai fianchi dello schieramento strategico, opporsi con ogni mezzo all’esplorazione nemica, ridurre, con larghi avvolgimenti, la capacità di comunicare del nemico, sfruttare appieno il successo ottenuto dalla Grande Unità inseguendo il nemico in rotta e, infine, proteggere la ritirata del «grosso» in caso di insuccesso. Nella Grande Guerra le previsioni dei compiti suddetti non si realizzarono appieno. Nel complesso, comunque, dal 29 ottobre al 4 novembre, la Cavalleria italiana supera una profondità variabile da 200 a 250 chilometri, nonostante l’interruzione dei ponti e l’intasamento delle strade. La Cavalleria, Arma di difficile preparazione e di difficile comando, impossibile da ricostituire nel corso della lotta, va conservata con parsimonia per essere impiegata nel momento del bisogno: né importa se tali momenti saranno pochi o molti, poiché ne basterà anche uno solo per giustificarne l’esistenza.
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L’AUDACIA E LA FORZA MORALE COME PRINCIPI DELL’ARTE MILITARE Il 24 ottobre 1917, l’Esercito austroungarico e quello germanico sfondano le nostre linee a Caporetto, dando inizio ad un’avanzata improvvisa ed inarrestabile che si esaurirà solo sul Piave. L’ordine è di resistere il più a lungo possibile. La Cavalleria rimonta in sella con il compito di rallentare l’avanzata del nemico per consentire il ripiegamento della Terza Armata oltre il Tagliamento. Numerosi gli episodi che vedono protagonista la Cavalleria in quei giorni lontani, ma simbolo massimo di eroismo e abnegazione è Pozzuolo del Friuli, dove la Seconda Brigata di Cavalleria, formata dai Reggimenti «Genova» e «Novara», resiste e contrattacca il nemico per due interminabili giornate: il 29 ed il 30 ottobre 1917! Al termine di esse mancheranno 483 uomini di cui 34 Ufficiali; la gloriosa Seconda Brigata, agli ordini del Generale Emo Capodilista, composta da 968 Cavalieri e 908 cavalli, verrà per questo definita: «Le mille lance eroicamente sacrificatesi». Agli Stendardi dei due Reggimenti sarà conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con identica motivazione: «…con alto valore e sublime spirito di sacrificio, contrastava all’imbaldanzito nemico l’avanzata al Tagliamento. Costretto ad asserragliarsi in Pozzuolo del Friuli, ne contese il possesso all’avversario, resistendo sul posto 24 ore, finché, isolato ed accerchiato, si apriva a sciabolate un varco tra le fanterie nemiche». E così, il 30 ottobre di ogni anno, in memoria dell’eroico sacrificio, si celebra la festa dell’Arma di Cavalleria. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valore Militare concessa ad
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Ettore Lajolo, Capitano nel Reggimento «Geno-va Cavalleria», alla memoria: «Preposto, col suo Squadrone, alla difesa di due sbarramenti contro i quali il nemico esercitava il maggiore sforzo, vi restava tenacemente, dando mirabile prova di fermezza e di coraggio. Ricevuto l’ordine di ripiegare, faceva rimontare a cavallo i superstiti del suo Squadrone e, sebbene a malincuore, dava inizio al ripiegamento; ma percorso breve tratto di strada ed accortosi che l’avversario, liberato dalla resistenza avanzava baldanzoso, senza esitare un istante, pur sapendo di andare incontro a sicura morte, rivolgeva il suo cavallo verso il nemico e con splendido entusiasmo gridava ai suoi soldati: “Giovanotti, parla il Genova, il 4° Squadrone non scappa, ma si calca l’elmetto e galoppa!”. E in così dire si slanciava alla carica seguito dall’intero reparto. Crivellato di ferite, cadeva esanime fra i nemici, rivivendo però nella storia del glorioso suo Reggimento fra le figure più fulgide dei suoi numerosi eroi». Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessa a Castelnovo delle Lanze Conte Carlo, Tenente nel Reggimento «Genova Cavalleria», alla memoria: «Appiedato con la sua sezione mitragliatrici per la difesa a oltranza di uno sbarramento importantissimo a protezione di nostre colonne di fanteria e carreggi in ritirata, dirigeva con calma e coraggio ammirevoli il tiro delle sue armi, e col preciso fuoco di esse, opportunamente spostandole, resisteva per nove ore agli assalti del nemico in forze, fattosi baldanzoso per precedenti successi ottenuti. Ferito all’inguine da pallottola esplosiva, mentre curvo su di un’arma ne controllava il tiro, conscio perfettamente della missione di sacrificio affidata al suo reparto,
con altissimo sentimento dell’onore militare e con grande amore di Patria, chiedeva di restare fino alla morte, che sentiva prossima, fra i suoi mitraglieri di cui esaltava con vibrate e nobili parole l’eroismo. Allontanato a forza dal combattimento, raccomandava ancora ai suoi uomini di non cedere a qualunque costo, e superando il dolore spasmodico della mortale ferita, li salutava per sempre al grido di Viva il Genova, viva il Re!». Tante altre furono le ricompense concesse per il combattimento di Pozzuolo, e tutte queste motivazioni, dopo aver approfondito lo studio di quelle giornate, non sembrano né retoriche né pompose. Ma in che modo il ricercare la morte in determinate condizioni può essere considerato un gesto legato all’Arte militare? La lotta è, anzitutto, la manifestazione di sentimenti ostili; nelle grandi lotte dell’uomo, che definiamo guerre, non esiste generalmente il sentimento ostile da individuo a individuo, ma il contrasto non può andare a fondo senza che una forza morale di questa specie sia messo in gioco. L’odio nazionale, che raramente manca, sostituisce più o meno energicamente l’odio personale tra combattenti; ma anche quando all’inizio l’odio nazionale manca e non esiste irritazione, il sentimento ostile si desta per effetto della lotta stessa, poiché quando qualcuno genera contro di noi una violenza, sia pure per ordine superiore, noi sentiamo il bisogno di rappresaglia e di vendetta prima ancora contro di lui che verso il potere superiore cui egli obbedisce. Questo sentimento è innato nella natura umana. Non è quindi possibile considerare la lotta come lo scontro di due forze senza aver riguardo alla partecipazione dei sentimenti. E la lotta genera il sentimento del pericolo, nel quale tutte le funzioni della guerra debbono vivere e muo-
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STUDI E DOTTRINA
versi; ed il primo desiderio legato al pericolo sarebbe quello di sottrarvisi: se ciò non si verifica, è la bravura che fa equilibrio all’istinto di conservazione. Ma «… il coraggio non è un atto dell’intelligenza: è un sentimento; come la paura. Questa tende alla conservazione fisica; quello alla conservazione morale: il coraggio è quindi un istinto più nobile. Ma, precisamente perciò, non si può considerarlo come uno strumento privo di vita, che esercita i suoi effetti in modo esattamente preventivo; esso non è un semplice contrappeso al pericolo, atto a neutralizzarne gli effetti, bensì un fattore a sé stante». Insomma, è una filosofia ben povera quella che arresta le sue regole ed i suoi
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Combattimento di cavalleria durante la battaglia di Aldaja Dagh (1877).
principi al di qua del limite dove cominciano le forze morali, e così facendo non tiene nella giusta considerazione la virtù militare. Questa si distingue dalla semplice prodezza e più ancora dall’entusiasmo per la causa della guerra; è innegabile che la prima sia di per se stessa parte integrante della virtù militare, ma in un combattente può derivare anche da abitudine ed esperienza, ed in ogni caso deve avere un indirizzo differente rispetto agli altri uomini: essa deve perdere la tendenza all’iniziativa solitaria ed all’esercizio sfrenato della forza, cosa
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propria del singolo individuo, e subordinarsi invece all’obbedienza, all’ordine, alla regola ed al metodo. E la differenza tra combattente e singolo trova la massima espressione nel concetto di spirito di Corpo: esso serve da cemento alle energie naturali manifestanti la loro azione in ciò che definiremmo virtù militare dell’Esercito; lo spirito di Corpo attira e raccoglie attorno a sé le virtù militari. La virtù militare di un Esercito deve essere considerata come una potenza morale determinata, che si può anche supporre assente, e la cui influenza può quindi essere calcolata: uno strumento di cui si può valutare la forza. La giusta importanza del principio dello spirito di Corpo viene bene espressa nella relazione della commissione d’inchiesta istituita per la sconfitta di Caporetto: «… né va taciuto come la Cavalleria, nel disgregamento prodotto dalla rotta e dal ripiegamento, dette mirabile prova di salda coesione morale dei propri reparti, ciò che sembra merito assai grande e degno di particolare menzione in mezzo ad avvenimenti nei quali non poche debolezze morali si palesarono». Da rilevare, inoltre, l’esplicita ammissione, nelle stesse relazioni nemiche, sul fatto d’armi di Pozzuolo nel quale «… l’energico contrattacco della Brigata lancieri sferrato il 30 ottobre 1917 sul fianco delle nostre truppe marcianti su Latisana comportò conseguenze incalcolabili». Inoltre, nobili slanci per mezzo dei quali l’anima umana s’innalza al di sopra dei più minacciosi pericoli, cioè azioni come quelle compiute dal Capitano Lajolo o dal Tenente Castelnovo delle Lanze, sono considerati in guerra come il risultato di un principio d’agire efficace: «… dal conducente e dal tamburino fino al generale in capo, l’audacia è la più nobile delle qualità; è l’acciaio che dà all’arma il suo filo e il suo splendore».
Ogni volta che l’audacia si trova contrapposta all’esitazione e alla timidezza ha, a suo favore, la maggiore probabilità del risultato positivo: essa è in svantaggio solo quando vi si oppone una prudenza illuminata, ma ciò è abbastanza raro poiché l’uomo prudente, per la maggior parte dei casi, lo è per timidezza. L’audacia, nelle collettività militari, è dunque una molla tesa, sempre pronta a scattare; ma più ci s’innalza nella scala gerarchica, più diviene necessario che l’audacia sia accompagnata da un giudizio ponderato, affinché non si manifesti senza scopo. Più il comando è elevato, tanto meno si tratta di abnegazione personale, tanto più cresce la responsabilità della conservazione degli altri e del benessere collettivo. Le azioni condotte non sono dunque assurdi se pur nobili olocausti, richiesti od offerti al solo scopo di rispettare una plurisecolare tradizione di sprezzo del pericolo. Sono operazioni valide sotto il profilo tattico-strategico, nella perspicace valutazione e nel preciso assolvimento del compito ricevuto e in corretta sintonia con i lineamenti d’impiego regolamentari. Ma, in effetti, Pozzuolo non è solamente un episodio con rilevanti riflessi strategici, è anche la scintilla della riscossa morale. Le mille lance della Seconda Brigata sono andate incontro al nemico e lo hanno fermato. E la voce corre tra le interminabili colonne di truppe annichilite in ripiegamento: la Cavalleria combatte e resiste. E le teste e le spalle si raddrizzano, gli sguardi s’infiammano, le volontà s’induriscono. A Pozzuolo del Friuli nasce lo spirito che dieci giorni dopo, sul Piave, arresterà il nemico definitivamente, inseguendolo in ritirata con ben 136 Squadroni di Cavalleria. •
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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
MISSIONE «LEONTE»: IL SERVIZIO DI SUPPORTO PSICOLOGICO del Cap. Co. sa. (psi) Mariano PIZZO in servizio presso il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito
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l Contingente italiano UNIFIL (United Nations Interim Force In Lebanon) da novembre del 2006 opera nel sud del Libano in una missione di pace complessa e per molti aspetti pericolosa (Risoluzione n. 1701 dell’11.08.2006 dell’ONU). Nel teatro operativo i nostri soldati vivono una condizione esistenziale peculiare e particolarmente difficile, lontano dagli affetti familiari, a volte con una qualità di vita disagiata e con problematiche inerenti alle relazioni A sinistra: uno psicologo militare durante una prova di selezione.
Il Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale di Foligno.
interpersonali; difficoltà a cui si aggiunge il pericolo derivante, per esempio, da incidenti o attentati terroristici. Ciò può causare tensione e disagio psicologico e, in alcuni casi, compromettere il proprio adattamento al contesto, in particolare il benessere psicofisico, le relazioni con gli altri e l’efficienza sul lavoro. Partendo da questa constatazione, testimoniata soprattutto dall’esperienza del personale militare durante le prime missio-
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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
ni «fuori area», è stata istituita una figura professionale qualificata (psichiatra o psicologo) la quale, alle dirette dipendenze del Comandante, ha il compito di organizzare un servizio di supporto psicologico a favore del personale del Contingente. Il Servizio di Supporto Psicologico (S.S.P.) alle unità (Brigata, Reggimento), dunque, è rappresentato dall’insieme delle iniziative di prevenzione primaria (ridurre le possibilità del disagio psicofisico in una popolazione esposta al rischio), secondaria (diminuire la durata e la diffusione del disagio psicofisico) e terziaria (attenuare le conseguenze per coloro che soffrono di un disagio psicofisico) volte a promuovere il benessere psicofisico del personale e l’empowerment dell’unità stessa (inteso come presa di consapevolezza e sviluppo delle proprie risorse per consentire a ogni componente di «percepire» il proprio ruolo e la propria responsabilità nell’adattarsi e operare in contesti imprevedibili, pericolosi e poco conosciuti). In altre parole, si può definire il S.S.P. in zona di operazione come l’insieme delle iniziative finalizzate a conoscere e prevenire i fattori stressanti per favorire sia l’adattamento delle unità al contesto operativo sia la «percezione» della padronanza della situazione da parte del personale; in caso di eventi critici (incidenti, attentati) consiste in interventi di supporto psicologico rivolti al singolo e/o unità coinvolte per elaborare l’evento traumatico e il Disturbo Acuto da Stress (DAS) ad esso correlato e prevenire la comparsa di un Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS). Prevenire lo stress da combatti-
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mento, quindi, è una funzione di comando e, in tal senso, il Supporto Psicologico si pone soprattutto al servizio dei Comandanti nella loro azione di prevenzione del disagio psicofisico provocato dalla missione. Attualmente, l’organizzazione del servizio è regolata dalle norme contenute nel «Servizio di Promozione e Tutela della Salute Mentale» (ILE NL, 1999), che hanno la finalità principale di «promuovere e proteggere la salute mentale del Contingente attraverso la gestione di situazioni di crisi che si possono evidenziare e la messa in atto di tutte le possibili misure preventive per ridurre il rischio di manifestazioni di crisi». Fra i compiti assegnati al responsabile del servizio emergono soprattutto i seguenti: monitorare il clima di lavoro del Contingente, inteso in questo caso come la percezione, da parte del personale, del rapporto fra quanto l’organizzazione chiede quanto si è capaci di dare (sentimento di stress) (Spaltro E., 2007); fornire consulenza e collaborazione specialistica ai Dirigenti del Servizio Sanitario delle unità presenti sul territorio e svolgere attività di ricerca. Fra le modalità di intervento: essere costantemente presente sul territorio con ampia autonomia gestionale e libertà di movimento; sviluppare contatti informali ai vari livelli della scala gerarchica; sensibilizzare il personale a prendersi cura di se stessi; suggerire ai Comandanti iniziative per il recupero psicofisico del personale (attività sportive, momenti di aggregazione). Attualmente il servizio prevede una sola figura professionale (psichiatra o psicologo) per ogni Contingente all’estero che, alla luce di quanto
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sopra evidenziato, tende a rappresentare sia un punto di riferimento per il personale sia un collaboratore del Comandante. Dall’aprile 2007 a ottobre dello stesso anno, UNIFIL è stata sotto la guida della Brigata Paracadutisti «Folgore», chiamata a sostituire la Brigata di Cavalleria «Pozzuolo del Friuli». Questo articolo nasce dall’esperienza maturata sul campo dall’autore, in qualità di Psychological Support Officer. L’ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO Il Supporto Psicologico per la missione «Leonte», destinato a tutto il personale delle Unità, in particolare ai Comandanti a vari livelli come supporto alla loro azione quotidiana di prevenzione dello stress, è stato finalizzato a conoscere e prevenire i fattori stressanti tipici della missione, per favorire l’adattamento del Contingente al contesto operativo e la percezione delle unità della padronanza della situazione; in caso di eventi critici (incidenti, attentati) l’intervento di supporto psicologico, attraverso tecniche di «pronto soccorso emotivo» (debriefing o defusing), è indirizzato al singolo e/o unità coinvolte per elaborare l’evento e il Disturbo Acuto da Stress (DAS) correlato e prevenire la comparsa di un Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS). La progettazione del servizio è stata preceduta da un lavoro di studio e preparazione psicofisica che ha interessato i seguenti aspetti fondamentali: le risorse umane, gli strumenti disponibili, la finalità della missione e l’ambiente operativo (sociale,
politico, territoriale). Questo lavoro propedeutico si è rivelato indispensabile per prendere consapevolezza dei fattori «stressanti» potenzialmente presenti in quel periodo sul territorio e delle risorse disponibili (umane e materiali) per fronteggiarli, individuando un insieme di azioni strategiche al fine di agevolare il processo di adattamento del Contingente. Bisogna ricordare, inoltre, due momenti di particolare importanza: il periodo di «amalgama» presso la sede del Comando Brigata «Folgore» a Livorno prima della partenza e, successivamente, il periodo di «affiancamento» svolto in teatro operativo insieme all’Ufficiale psicologo. Il primo periodo è stato utile soprattutto per conoscere alcuni aspetti della cultura della Brigata e parte del suo personale, dove si è avuto modo anche di apprezzare la disponibilità e professionalità del Dirigente del Servizio Sanitario; il secondo periodo è stato necessario per acquisire le principali modalità operative del servizio già adottate, conoscere il territorio e alcune figure di riferimento. In base a tali aspetti e alle norme che regolano il servizio sono state individuate le seguenti attività principali: per quanto riguarda la prevenzione primaria, la creazione di reti informali di supporto a vari livelli, attività di informazione su argomenti specifici, la creazione di documenti informativi sulla gestione dello stress, la promozione di attività ricreative, monitoraggio del clima di lavoro e ricerche che prevedevano la somministrazione di questionari; per quanto riguarda la prevenzione secondaria, il supporto psicologico individuale e/o di gruppo e interventi di «pronto soc-
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corso emotivo». Il progetto è stato articolato in due fasi operative: • la prima, di circa 4 settimane prevedeva momenti di incontro per sensibilizzare e presentare il servizio,
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Un colloquio psico-attitudinale.
soprattutto a livello dei Quadri (C.ti di Reggimento e di Compagnia). Contemporaneamente si è promos-
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sa la creazione e il consolidamento, in ogni base sul territorio, di una prima rete informale di sostegno, costituita dall’Ufficiale medico dell’Unità, dall’Ufficiale psicologo, dal Cappellano militare e dal Decano (a cui potevano aggiungere all’occorrenza altri leaders informali delle Unità e/o i Comandanti a vari livelli gerarchici), con l’obiettivo di evitare e/o gestire conflitti interpersonali, evitare l’isolamento del personale, promuovere il supporto reciproco e il confronto nei momenti difficili; la costituzione di tale rete informale è risultata utile e, alle volte, indispensabile come punto di riferimento per tutto il personale e, in particolare, come strumento per riflettere e confrontarsi periodicamente sul processo di adattamento del Contingente e come «canali per l’invio» nei casi di necessità (di tipo medico o psicologico); si è cercato, inoltre, di promuovere la creazione di altre reti di supporto reciproco a vari livelli (Comandanti di Compagnia, Comandanti di Plotone) e/o con risorse umane disponibili sul territorio (Forze Armate di altri Paesi, associazioni di volontariato); ha avuto inizio anche il monitoraggio del clima di lavoro attraverso l’osservazione, incontri informali, dati relativi a sintomatologie mediche e a incidenti di vario genere; in particolare, la rilevazione e l’interpretazione di questi dati oggettivi e il loro andamento temporale sono stati necessari per sostenere e/o formulare ipotesi sulla tipologia degli eventi stressanti che agivano in quel momento sul Contingente e su come il personale reagiva ad essi oltre che nell’indirizzare strategicamente l’azione di coman-
do a fini preventivi; • la seconda fase, di circa 8 settimane, è stata caratterizzata soprattutto da una attività di sensibilizzazione sulla prevenzione dello stress, realizzando anche un opuscolo informativo sull’argomento; la somministrazione di due questionari, uno sullo stress e l’altro sul morale; la creazione di gruppi di incontro a vari livelli gerarchici (Comandanti di compagnia, Comandanti di plotone, plotone) su temi specifici, come per esempio il rapporto con la famiglia lontana, fra colleghi di lavoro (pari grado, superiori o subordinati) e l’innalzamento dello stato di allerta per possibili minacce terroristiche; la richiesta per alcuni del supporto psicologico (counseling); la pianificazione, con la collaborazione degli altri componenti della rete informale di sostegno, di alcune attività ricreative per il tempo libero (tornei di giochi) e l’organizzazione di momenti di aggregazione (cinema all’aperto, incontri con la popolazione locale); la continuazione del monitoraggio del clima di lavoro. In occasione di eventi critici (incidenti o minacce terroristiche), sono stati richiesti interventi psicologici di «pronto soccorso emotivo» (debriefing) a sostegno del personale coinvolto (singolo e/o squadra, plotone, personale sanitario). L’intervento psicologico si è svolto nei luoghi individuati dal Comandante dell’Unità interessata (Reggimento, Compagnia), per esempio una tenda da campo o uno spazio improvvisato all’interno della base, anche se l’infermeria da campo ha svolto un ruolo fondamentale come punto di appoggio. Inoltre, sono stati scelti dei giorni
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ben precisi per visitare il personale nelle diverse basi sparse sul territorio di competenza (Tibnin, Maraka). Fra le numerose attività svolte, la sensibilizzazione sulla prevenzione dello stress legato al tipo di missione, l’indagine descrittiva sul morale e sulla soddisfazione nel lavoro e gli incontri internazionali, con psicologi di Forze Armate di altri Paesi, sul supporto psicologico in Libano. La sensibilizzazione sulla prevenzione dello stress prevedeva momenti informativi in ogni base del territorio sull’argomento «conoscere lo stress aiuta a prevenirlo e superarlo». In particolare, ogni incontro, con un gruppo di massimo 12 militari, è stato strutturato in tre momenti fondamentali: presentazione in powerpoint dell’argomento riguardante essenzialmente il concetto di stress e le principali strategie di coping per superare i momenti di disagio, la somministrazione del questionario sullo stress M.P.S. (Mesure du Stress Psychologique) (Di Nuovo S. e Altri, 2005) in forma anonima e confronto finale sulla tipologia di stressor presenti nella missione. Questo lavoro è stato utile per migliorare la consapevolezza del personale sul proprio funzionamento psicofisico, la gestione delle proprie risorse soprattutto nei momenti di crisi e per indagare i principali fattori stressanti presenti in ogni base e il loro ordine di significato. Dopo circa un mese di incontri, in base anche all’esperienza maturata, è stato realizzato e pubblicato l’opuscolo dal titolo «Conoscere lo stress, linee guida per i Comandanti», con l’intenzione di creare uno strumento utile per i Comandanti, fino a livello di compagnia, per superare i momenti di difficoltà, recuperare la
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propria efficienza e, in ogni caso, per rafforzare il loro ruolo di punto di riferimento per i subordinati. In particolare la guida, oltre al concetto di stress, tratta le principali reazioni emotive, fisiologiche, comportamentali e mentali dell’individuo agli eventi stressanti, le principali modalità per gestire e superare i momenti di disagio e contiene anche indicazioni utili per gestire il rapporto con i propri subordinati. L’indagine descrittiva sul morale e la soddisfazione sul lavoro è stata utile per meglio identificare i principali fattori motivazionali in grado di influenzare il morale del Contingente e di conseguenza indirizzare in modo strategico le iniziative di comando utili per mantenere adeguata l’efficienza operativa dei soldati. La ricerca è stata effettuata seguendo criteri rigorosamente scientifici di pianificazione, somministrazione, raccolta ed elaborazione dei dati, descrizione dei risultati e conclusioni. In particolare è stato somministrato, in maniera standardizzata, un questionario in forma anonima di 58 item che indagavano, fra l’altro, gli aspetti motivazionali legati alla missione (prestigio, retribuzione, solidarietà), la qualità dei servizi offerti (telecomunicazioni e collegamento internet) e i rapporti interpersonali. Agli incontri internazionali sul S.S.P hanno partecipato gli psicologi italiani, belgi, spagnoli e l’OHE (Officer of Human Environment) francese; essi sono stati interessanti e stimolanti sia dal punto di vista umano che professionale, suggerendo spunti di riflessione migliorare il Servizio di Supporto Psicologico a favore del personale militare. In particolare, si sono svolti due incontri, uno organiz-
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zato presso la base italiana e l’altro presso quella spagnola; in linea generale, i compiti e le modalità operative degli Ufficiali psicologi sono risultati simili anche se il servizio è stato organizzato diversamente in relazione alle differenti realtà dei Contingenti, in particolare: alle loro necessità, alla loro cultura e al lavoro preliminare svolto prima della partenza; sono emerse comunque delle differenze riguardo, soprattutto, al riconoscimento del ruolo dello psicologo all’interno del Contingente e all’organizzazione del servizio in Patria. In particolare è emerso che gli Ufficiali, spagnolo e belga, sono figure professionali ben definite e con compiti ben specifici legati alla missione, formati appositamente da un’equipe di psicologi e psichiatri che lavora a livello interforze per lo sviluppo di programmi di prevenzione del disagio psicologico che coinvolgono anche i familiari dei soldati. L’Ufficiale francese, invece, scelto e adeguatamente formato fra quelli con maggiore esperienza di comando, non è psicologo ed è alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Brigata, inserito in una cellula insieme ad altre figure professionali come l’Ufficiale sociologo; egli ha il compito principale di occuparsi del benessere del personale attraverso soprattutto l’organizzazione del tempo libero, oltre a intervenire, quando richiesto, con tecniche specifiche come il counseling. Alla fine di ogni mese è stata redatta una relazione per il Generale Comandante in cui venivano descritte le attività svolte, il clima di lavoro e i principali stressor percepiti dal personale. Durate il periodo si è cercato, per quanto possibile, di mantenere atteg-
giamenti di apertura, disponibilità, neutralità e assoluta riservatezza verso il personale del Contingente, ritenuti necessari per instaurare quel sentimento di fiducia indispensabile per svolgere tale tipo di attività. Le attività e l’organizzazione del servizio hanno incontrato alcune difficoltà legate alla realtà del contesto operativo, soprattutto al ruolo ancora poco conosciuto dello psicologo e allo stato di allerta; in alcuni casi, per esempio, lo svolgimento del lavoro è stato ostacolato dal fatto di vedere lo psicologo come colui che si occupa quasi esclusivamente della malattia mentale (lo psicologo è colui che analizza gli altri, scopre le loro debolezze, è pronto a diagnosticare la loro patologia ed è disposto a curarli); in alcuni momenti, inoltre, la situazione critica che si è venuta a creare ha limitato gli spostamenti fra le basi o la disponibilità logistica dei mezzi. È stato in questi momenti difficili, comunque, che si è avuta la possibilità di apprezzare la disponibilità, l’impegno, lo spirito di sacrificio e la professionalità dei nostri soldati. PROSPETTIVE DI RICERCA Lavorare come psicologo in Teatro operativo significa andare incontro a uno stile di vita disagevole e richiede, per tale motivo, una predisposizione mentale a tollerare le frustrazioni che possono presentarsi, sapersi adattare alle situazioni impreviste e saper utilizzare al meglio le risorse disponibili. Personalmente l’esperienza vissuta è stata sicuramente intensa e profonda sia dal punto di vista umano che professionale. Ha rappresentato, infatti,
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un’occasione unica per prendere maggiore consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti, oltre che per fornire aiuto all’occorrenza. Dal punto di vista umano, basta immaginare di vivere in luoghi dove sono visibili ancora i segni della guerra, con case o strade distrutte e parte della popolazione emotivamente provata, per apprezzare maggiormente il valore della pace, rendendosi conto della necessità di difendere questo valore dalle insidie del momento storico; inoltre, vivendo con le stesse persone giorno per giorno, condividendone momenti di gioia, di tristezza, di paura, le fatiche, i successi, i disagi, le incertezze, i luoghi dove mangiare o dormire, e quanto altro ancora, si può comprendere il legame affettivo unico, forte e duraturo (nel tempo) che si crea con molti di loro. Dal punto di vista professionale, molte sono le riflessioni che si potrebbero fare: per esempio, potrebbe essere auspicabile la costituzione di un’equipe di psicologi e psichiatri, a livello centrale di Forza Armata e/o Interforze, con l’obiettivo di pianificare programmi di intervento di prevenzione primaria e secondaria per la tutela della salute mentale del personale da impiegare nelle missioni estere e delle loro famiglie, in particolare promuovendo incontri di sensibilizzazione presso i Reparti sul servizio di supporto psicologico nelle missioni fuori area, sulle sue funzioni e i suoi compiti; curando la formazione dello psicologo chiamato a operare all’estero, soprattutto su conoscenze e competenze di psicologia di comunità, counseling indivi-
A sinistra: il logo del Centro Nazionale di Selezione e Reclutamento.
duale e di gruppo, psicologia delle emergenze e gestione dei conflitti interpersonali; curando la realizzazione di programmi di prevenzione dello stress da fatica o da combattimento, per esempio organizzando incontri di informazione e formazione presso i Reparti, prima della partenza per la missione, sullo stress e sulla presa di consapevolezza e gestione delle proprie risorse; curando il supporto psicologico alle famiglie attraverso, per esempio, la promozione sul territorio di reti sociali di supporto che coinvolgano enti pubblici e privati (associazioni di volontariato, personale del Reparto in Patria, ASL, Croce Rossa Italiana) per sostenere la famiglia prima della partenza del familiare, al suo rientro in Patria nel periodo di riadattamento al contesto familiare e sociale e per l’elaborazione del vissuto legato all’esperienza «fuori area»; promuovendo il confronto con Forze Armate di altri Paesi sul supporto psicologico, organizzando o partecipando, per esempio, a incontri internazionali e, infine, promuovendo il confronto e la ricerca con l’Università. Lo psicologo in zona di operazione, inoltre, essendo un punto di riferimento per il personale, così come il cappellano militare, il medico e il decano, dovrebbe seguire il Contingente per tutto il periodo della missione, proprio per rafforzare quel rapporto di fiducia e di sostegno che si crea. Per il conseguimento degli obiettivi del servizio è stato funzionale l’utilizzo di modelli psicologici e l’uso di un linguaggio comprensibile, semplice e pragmatico, più orientato alla risoluzione di problemi a breve termine.
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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
AN APPROACH TO ROUTE SECURITY by Captain Nicholas C. SINCLAIR tratto dalla rivista ARMOR
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he only feature of the Iraq conflict that is consistent is its inconsistency. The battlefield, the threat, and the social environment are ever changing. What worked in Ramadi during 2004 or in Mosul during 2005 did not work in east Baghdad during 2006. Soldiers who operated within the same sector during their previous tours to Baghdad hardly recognized it when they returned. During our tour of duty to Iraq, my unit conducted route security operations, which worked reasonably well in this sector; however the
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Our route clearance equipment included a package of BFVs, HMMWVs, the RL-3 I Cougar hardened engineer vehicle, and the Buffalo mine-protected clearance vehicle. The Cougar, with its elevated V-shaped carriage, offers better blast protection than the HMMWV. It also provides excellent observation for its crew with large windows, which wraps around all four sides of the vehicle.
recommendations in this article are not the end-all solution to combating deadly roadside bombs coalition soldiers face daily.
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In mid-December 2005, 3d Battalion, 67th (3-67) Armor Regiment, 4th Infantry Division, deployed to Iraq. As an infantry company executive officer, I took over the battalion’s scout platoon, which was attached to the engineer company. The situation in east Baghdad was very different from my previous deployment to central Baghdad in 2004. The Iranian intervention, largely unknown in 2003 and early 2004, was operating at full strength by 2005. The proxy used by the Iranians to fight against U.S. forces was the Mahdi Militia, led by Shiite cleric Muqtada alSadr. As H. John Poole points out in his book Tactics of the Crescent Moon, Sadr was supported by Iran from the onset of the 2003 invasion, and his militia received intense training from the Iranian Revolutionary Guards.1 The Iranians provided great sums of money, equip-
Whether it is a shaped charge, a platter charge, or an explosively formed projectile (EFP), the fundamental concept is the same sizeable amounts of explosives detonated behind a plate of metal sent hurling at a target..... These weapons are difficult to identify because they can be disguised as ordinary debris scattered along the roadside. Often insurgents place the device in a wooden box, wrap it in foam, and roll it in the dirt, making it look like a misplaced curbstone.
ment, and military training to the Shiite militias in Iraq to counter the mission of coalition forces. The Mahdi Militia favored ambushes over direct-fire contact. They rarely stood and fought; instead, they opted for hitandrun tactics. Roadside bombs have been a constant theme in the Iraq conflict since its inception; however, the roadside bombs we faced in east Baghdad were
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hardly improvised explosive devices (IEDs); they were manufactured pieces of weaponry whose basic form has been around for more than a century. Whether it is a shaped charge, a platter charge, or an explosively formed projectile (EFP), the fundamental concept is the same sizeable amounts of explosives detonated behind a plate of metal sent hurling at a target. The contemporary catch-all phrase used by the Army for these types of bombs is «armor-defeating device» (ADD). The weapon is hardly revolutionary; armies have used it since World War I!, and the idea dates back even further. Most armies, including our own, use this type of weaponry to defeat enemy armor. These weapons, often equipped with passive infrared laser beams, detonate when vehicles pass in front of them - the same technology used to open automatic entrance and exit doors at the grocery store. These weapons are difficult to identify because they can be disguised as ordinary debris scattered VOCABOLARIO threefold - triplice ripped off - strappato
along the roadside. Often insurgents place the device in a wooden box, wrap it in foam, and roll it in the dirt, making it look like a misplaced curbstone. These weapons have a terrifying psychological effect. We arrived in theater and conducted a relief in place with I st Battalion, 64th (164) Armor Regiment, 3d Infantry Division. The soldiers of 1-64 Armor were the first to experience the wide- scale use of ADDs and immediately began developing ways to counter the device. Our steps to defeat the roadside bombs began prior to our unit’s deployment. Based on information and advice from our counterparts in theater, our battalion commander gave the task of route security to the battalion’s engineer company. This differed from most engineer companies, who were given a sector and operated much the same way as an infantry or armor company. Instead of being given a piece of land, our engineers were given the roads. The battalion engineer’s mission was to provide route security to make the roads safe for coalition vehicle travel. The mission was threefold: sanitizing, protection, and clearance. This turned out to be a Herculean task that literally reshaped the battlefield in east Baghdad.
ACRONIMI ROUTE SANITIZING IEDs - ordigni esplosivi improvvisati EFP - (explosively formed penetrator) - proiettili utilizzati contro mezzi provvisti di corazzatura ADD - dispositivo corazzato di respinta FOB - base operativa avanzata ACE - macchina per il movimento della terra corazzata da combattimento BFV - veicolo da combattimento Bradley
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Our first mission was to physically remove trash and debris from the sides of the roads. Anyone who has been to Iraq will tell you the country looks like a landfill. The country is devoid of any organized trash-removal system, so residents simply take a few steps outside their homes and throw their garbage on the roadside. Additionally, the infrastructure is in a miserable state of disre-
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pair, to include curbstones and concrete strewn alongside the roads. These nauseating conditions provide insurgents with the perfect camouflage in which to hide bombs. Cleaning the roadsides was no easy task; we operated at night, during curfew, which allowed us to work unhindered from civilian traffic and during hours when attacks from insurgents were least likely. We literally began walking from the front gate of the forward operating base (FOB) down both sides of the road, loading pieces of concrete onto trailers and pushing trash far away from the roadside. We made good use of the armored combat earthmover (ACE) and Bobcat tractors. We also tore down the remaining guardrails in the battalion’s area of operations. The guardrails had become a popular location for insurgents to hide artillery shells intended to detonate on vehicles as they drove past. To remove the rails, we simply wrapped chains around them and ripped them off their beams with an ACE or Bradley fighting vehicle (BFV). The work was backbreaking and foul; raw sewage from slit trenches flowed into roadside debris, making removal arduous and unhealthy. To protect our soldiers from diseases, we wore surgical gloves underneath work gloves, but getting spattered with raw sewage was unavoidable. The most difficult part of the mission was keeping our soldiers motivated; after all, soldiers enlist to fight, not pick up Iraqi trash. They often referred to themselves as «combat garbage men» and «combat janitors,» and dubbed the missions as «community service detail.» Moreover, they were teased by others in the battalion for having the unenviable task. Following precautionary measures, we
cleared as far as we could from 2100 hours to 0500 hours, yielding to morning traffic and physical exhaustion. Using this method, we cleared the major routes in our area of operations, which included 32 kilometers of a two-to fourlane divided highway, in roughly three months. Once we accomplished this task, we continued performing route maintenance missions to ensure the roads remained free of debris. Although not nearly as difficult as the initial clean up, it was still demanding physical labor. In addition to clearing the routes, there were more than 100 large concrete sewer pipes abandoned on the main route in our sector. These sewer pipes were placed there, but never installed and served as a great location to bide explosives. Together with the battalion’s support platoon, the engineers removed all of these sewer pipes, greatly reducing the enemy’s opportunity to emplace roadside bombs. We also opened contracts to fix the roads, which included removing broken and loose curbs and replacing them with new ones. The curbs were freshly painted, which allowed us to identify any curbs that may have been tampered with or removed. Local contracts allowed us to put money into the Iraqi economy by hiring local construction businesses to fix the roads. Every night, we faced the danger of booby-trapped debris. We were limited to a night’s work, which forced us to pick up the next day where we left off the night before, so it was very probable the enemy could have emplaced a bomb. Oftentimes, a soldier would hesitate, taking an extra long drag on his cigarette before lifting an odd-looking piece of concrete. Luckily, we did not encounter any bombs during our clean-up efforts.
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ROUTE PROTECTION Throughout our mission in Iraq, we aggressively pursued the enemy in an effort to prevent roadside bomb emplacement. We conducted long- and short-term observation posts (OPs), overwatching sections of road and intersections that were historic locations for roadside bombs. Long-term OPs were conducted from 24 hours to several months, while short-term OPs were conducted from 1 to 24 hours. The theory was simple: a sniper overwatching an area would shoot and kill insurgents emplacing roadside devices, making emplacement virtually impossible. East Baghdad was a sprawling urban slum composed of mostly buildings, 2.4 million people, and heavy traffic flow. Finding a good OP site without being seen was challenging - we were under constant surveillance the moment we left our FOB. The insurgents had counterre-
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connaissance OPs in depth throughout our sector and used cell phones or gunshots to warn of our presence. Just by the nature of the city, there was always someone alert and watching us everywhere we went. When we were seen, word spread quickly, alerting everyone to our location and activities. We tried various deception methods to insert sniper teams, but we never fully knew if we had been seen. Many of our OP sites were empty builCleaning the roadsides was no easy task; we operated at night, during curfew, which allowed us to work unhindered from civilian traffic and during hours when attacks from insurgents were least likely. We literally began walking from the front gate of the forward operating base (FOB) down both sides of the road, loading pieces of concrete onto trailers and pushing trash far away from the roadside. We made good use of the armored combat earthmover (ACE) and Bobcat tractors.
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dings or, with the homeowner’s consent, occupied residential buildings. If our team entered an occupied home, the residents could not leave, which posed problems because family members and neighbors quickly realized something was amiss when they did not see or hear from the residents of the home. This, coupled with rumors that we had recently been in the area, made it relatively easy for locals to piece together the two events. Residents feared our presence would cause them to be viewed as coalition force collaborators and they would suffer serious consequences by the Mahdi Militia. These complications meant that most OPs could not be used for more than 24 hours. During OP operations conducted for more than 24 hours, the teams either occupied locations devoid of civilian presence or they occupied overt OPs such as checkpoints. During short-term OP operations, we had limited time to find and kill enemy emplacement teams. Furthermore, the enemy’s presence was unpredictable; they were patient, and if they knew we were in the area, they were not compelled to emplace devices. They would patiently wait until conditions were perfect before emplacing devices. The enemy had a large area in which to work and any chance of them emplacing a device while we were watching was slim to none. Acquiring these emplacement teams was made even more difficult by the enemy’s use of the natural chaos of busy intersections and roads. In a single day, there were thousands of vehicles travelling on the major roads. At any moment, there were dozens of cars lined along the roadside while their drivers fixed flat tires, bought bread, or waited at fuel stations. Pedestrians were everywhere selling cigarettes, emptying trash, or digging; from a soldier’s perspective, everyone
looked suspicious. As John Nagl points out in Learning to Eat Soup with a Knife, insurgents used this to their advantage because they wanted to elicit the «Army’s inappropriate use of force.» One of the core fundamentals of counterinsurgency is to win the people’s support; to indiscriminately shoot any Iraqi who appeared suspicious would not only contradict the purpose of winning the people’s trust and confidence, but it wouid also draw thousands to the insurgents’ side. In protecting the route, the battalion also took on the construction and manning of several checkpoints. Throughout our tour, the battalion’s maneuver companies occupied two to three checkpoints at major intersections in sector. The battalion commander referred to these checkpoints «as key terrain» because they formed the «tactical breach» through which units moved into sector. Historically, these were preferred locations for insurgents to target coalition force vehicles. These checkpoints were occupied around the clock and their constant presence deterred insurgents from emplacing bombs. These checkpoints were a precursor to the combat outposts 110W common in theater. To supplement our checkpoints, Iraqi Security Forces had checkpoints spread along main routes. These checkpoints were scattered haphazardly throughout VOCABOLARIO sprawling - estesa disordinatamente haphazardly - casualmente ACRONIMI OPs - posti di osservazione
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sector, seemingly without thought to their tactical locations, which offered little protection. The haphazard checkpoints provided substandard living conditions for Iraqi soldiers who were expected to stay there for a month at a time. Their poor locations and dreary conditions destroyed the morale in these units, leaving them totally ineffective. Throughout the year, my company conducted a complete overhaul of the iraqi checkpoints in the battalion area. The company commander conducted a careful analysis of the terrain and replaced the older, ineffective checkpoints. He placed the checkpoints in tactical locations, providing mutually supporting sectors of observation with neighboring checkpoints. For checkpoint construction, we used privately contracted cranes, ACEs, Bobcat tractors, dozers, bucket loaders, graders (from corps), and hundreds of concrete barriers. The new checkpoints provided much better protection and increased the Iraqi soldiers’ quality of living; however, getting them to do their duties was another enterprise altogether. ROUTE CLEARANCE The term «route clearance» was nonexistent in Army field manuals prior to this VOCABOLARIO accomplish - portare a termine flanks - fianco ACRONIMI RCT - squadra di combattimento di reggimento
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current conflict. it is another «Iraqism» that found its way into the Army lexicon and refers to the act of actively searching for and destroying roadside bombs. Route clearance is by far the most dangerous mission in Iraq; insurgents specifically target clearance teams because without the roadside bombs, coalition convoys have freedom of maneuver throughout the area. About 7 months after our arrival in Iraq, we took over the route clearance mission from the engineers of l0lstAirborne’s 506th Regimental Combat Team (RCT). Our route clearance equipment included a package of BFVs, HMMWVs, the RL-3 I Cougar hardened engineer vehicle, and the Buffalo mine-protected clearance vehicle. The Cougar, with its elevated Vshaped carriage, offers better blast protection than the HMMWV. It also provides excellent observation for its crew with large windows, which wraps around all four sides of the vehicle. The Buffalo is similar to the Cougar, but is much larger, and its most obvious feature is a giant mechanical arm. The arm is equipped with a metal claw, which is used to interrogate suspicious objects on the road. It also hosts a complement of cameras that can be used to scan the road. Our continuous route sanitization efforts made our route clearance mission all the more effective. Before we cleaned the roads, the enemy could hide bombs among the abundant trash and clutter. With the roads clear and clean, EFPs became obvious to the most casual observer. Throughout the major routes in sector, a single engineer platoon could accomplish the route clearance task. Along these routes, there was considerable distance between the edge of the road and the buildings lining the routes, which
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allowed easy identification of anything within this buffer area. On other routes, however, there was little buffer area between the edge of the road and adjacent buildings and market areas. Stacked bricks, vendor kiosks, and dirt mounds offered numerous locations to hide bombs. These roads, though used daily by our forces, were not as well traveled and could not be observed throughout most of the day. The roads posed an even greater danger because they ran directly through neighborhoods that had intense Mahdi Militia followings. The route clearance teams were bound to the roads, which meant the enemy enjoyed freedom of movement and observation from the flanks in neighborhoods. The enemy became so bold that upon identification of the route clearance convoy, they would emplace ADDs specifically to attack the engineers. Since most of the engineer vehicles were elevated, the
Route security is a three-fold operation that cannot be achieved without one or more of its elements: sanitization, protection, and clearance.... route protection was the most difficult because we did not have enough forces to secure every route. The only secure roads in sector were the ones our forces were immediately standing on; once we left an area, it was no longer secure.
enemy adjusted the trajectories on their weapons to target the Cougars and Buffalo. Our company commander quickly realized that we needed security on our flanks to clear highrisk routes. My scout platoon was tasked to provide dismounted flank security while the engineers cleared the routes. As with our route sanitization mission. we conducted route clearance at night during curfew hours. The engineers would clear approximately 20 kilometers of route during every mission. Due to time constraints and distance covered by the clea-
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rance team, my platoon could not provide flank security throughout the entire mission. Instead, we focused on the historic ambush positions. The engineers cleared one side of the road at a time, moving up one side and back down the other. A concrete median roughly one meter high provided additional protection to the clearance teams. The clearance mission involved three phases: movement, security, and clearance. Movement to the objective was achieved through two different methods. In one approach, our platoon left shortly after the engineers began their clearance mission and traveled secondary routes, swinging wide left or right of the primary route being cleared. This technique was designed to confuse the enemy because my team moved through neighborhoods disguised as random patrols and not linked to the nearby route clearance mission. While the enemy was focused on the route clearance team on the main road, my team moved in from the rear. With the two forces converging simultaneously. we achieved mass on the objective, overwhelming the enemy. The second movement method we employed was less discreet, but useful in breaking up the routine. Our platoon followed directly behind the engineers, much like a tailback following a blocker. Shortly before the engineers reached a likely ADD area, we would drive off the road left or right, moving through the neighborhoods to the flanks. After the VOCABOLARIO curbstone - paracarro debris - detriti
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engineers had completed their mission, we collapsed our security and moved back to the FOB in a similar fashion, either through sector or trailing the engineers. The second phase of the route clearance mission was security. On these missions, our platoon was composed of four HMMWVs, with three-man crews (driver, gunner, and truck commander), an interpreter, a medic, and a five-man sniper team. A day or two prior to the mission we conducted a reconnaissance of the area with the sniper team leaders, identifying possible OP locations. Once on mission, the sniper team dismounted about 500 meters from their OP site and moved to their location on foot. The sniper team overlooked the most likely ADD locations, providing constant surveillance throughout the mission. They were prepared to engage any insurgent emplacing ADDs, but primarily reported suspicious activity along the road or in the neighborhoods along the street. My four trucks were split into two sections and moved to two separate lateral routes oriented on the road. We provided more coverage by dismounting the truck commanders, who performed local surveillance immediately outside of the HMMWV. We ensured the OP and trucks had overlapping sectors of observation, so there was no space in the road that was not being watched. The third phase was the actual clearance mission. While my platoon overwatched the road, the engineers could move through and clear the area without being worried about what was 011 their flanks. Our presence alone either disrupted or scared off any insurgent triggermen in the area, leaving us to search for bombs. If enemy forces
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were committed to emplacing devices in our area of operations, which was rare, their freedom of maneuver and ability to operate was severely hindered due to our presence. The lead engineer vehicles scanned the sides of the road and when they identified a suspicious object, the Buffalo was called to investigate. ADDs were somewhat easy to identify because the claw on the Buffalo’s hydraulic arm could tear through the foam and wooden camouflage that concealed the bombs; however, concrete or curbstone would stay intact. If there was any question about a suspicious object, my trucks would move to location and the truck commanders would dismount and take a closer look at the object. We looked for wires leading from the device, which was a sure sign of a roadside bomb. If the object was positively identified as a bomb, the wire was traced back to its source, where residents in the immediate area were questioned and their homes were searched. Finally, we cut the wire, secured the area, and requested the explosive ordinance disposal (EOD) unit to either recover the device or detonate it in place. POSITIVE OUTCOMES The roadside bombs restricted our freedom to maneuver through sector, giving control to the insurgents. However, our route sanitization, route protection, and route clearance operations were mutually supporting efforts that enabled our forces to move into sector and provide security to the population, and thus restore the legitimacy of the local Iraqi government.
The operations were physically and mentally exhausting, but they paid off. We reduced ADD activity in our sector by an amazing 60 percent overall and entirely in several previously targeted areas. Route sanitization operations created a buffer area that allowed us to readily identify devices placed 011 the side of the road, which gave confidence to soldiers moving through sector. Before these operations, soldiers reluctantly passed by roadside clutter, bracing for impact. Stretches of road previously considered too hazardous to traverse became frequently used by our forces. Route sanitization also had a pleasing aesthetic effect. Instead of the stomach-turning eyesore of trash and debris, the area had a neat and clean appearance, which showed progress in the area. Route protection operations allowed us to hold the ground we had reclaimed through route sanitization. It also allowed our forces to work side by side with Iraqi Security Forces, which built trust and understanding between the two forces. Using sniper OPs demonstrated we were no longer targets and we were going 011 the offensive, which boosted confidence among our soldiers. The route clearance operations saved countless lives through acquiring and recovering deadly ADDs that littered the sector. Taking control of the major roads allowed us to move freely into sector and take the fight to the enemy. The successes of our operations were stunningly obvious compared to battalion sectors that had not focused 011 route security; these routes were littered with trash and debris, offering ampie locations from which to ambush coalition forces.
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NEGATIVE OUTCOMES Our route clearance efforts, though successful, did not defeat the enemy in our sector. The insurgents adjusted to our countermeasures and found other ways to attack our forces. Once we took back the major routes, the insurgents
Throughout the major routes in sector, a single engineer platoon could accomplish the route clearance task. Along these routes, there was considerable distance between the edge of the road and the buildings lining the routes, which allowed easy identification of anything within this buffer area. On other routes, however, there was little buffer area between the edge of the road and adjacent buildings and market areas. Stacked bricks, vendor kiosks, and dirt mounds offered numerous locations to hide bombs.
VOCABOLARIO crawling - strisciando challenge - sfida ACRONIMI RPG - granata razzo propulsa
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shifted to placing their bombs 011 secondary roads, deep in their neighborhoods where the same level of route clearance was impossible. About midway through our tour, insurgents began targeting our units, which were conducting checkpoint security opera-
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tions, with sniper fire and rocket propelled grenade (RPG) attacks. Although we went to great lengths building checkpoints for the Iraqi Security Forces, many went unmanned due to their personnel shortages. These checkpoints, constructed to secure the routes, became areas in which to hide ADDs. Moreover, the quality of some Iraqi Security Forces was poor and their allegiances were questionable. Insurgents began burying ADDs in the side of the road, making them all the more difficult to identify. The enemy probed our blind spots, finding places to hide roadside bombs in areas we thought were protected. On one occasion, an insurgent was seen crawling on his belly, pulling an ADD attached to his waist by a length of rope. The vehicle crew at a nearby checkpoint could see him, but they were too far away to engage. However, one crew pushed the limits of their BFV’s coax machine gun by knocking down two members of an emplacement team from a distance more than twice the maximum effective range of the weapons system. Most obvious was the fact that we could clear the road everyday; however, the moment we left, it was no longer secure. It would have been impossible for the battalion to secure every meter of road in our sector with the limited number of forces we had at our disposal. Even more startling was that the enemy was placing all of his energies toward targeting the engineer clearance teams and destroying the Buffalo. LESSONS LEARNED Route security is a three-fold operation that cannot be achieved without one or
more of its elements: sanitization, protection, and clearance. Sanitization, although the most physically intensive of the three operations, was the easiest to achieve and maintain. Route protection was the most difficult because we did not have enough forces to secure every route. The only secure roads in sector were the ones our forces were immediately standing on; once we left an area, it was no longer secure. The enemy was gifted at blending in with the everyday activities of the population, which enabled them to openly emplace bombs. As with any insurgency, differentiating insurgents from the population remained most difficult. We learned that until a competent, hardworking, and loyal Iraqi Security Force is created, it is difficult to rely on them to maintain security on their own. If any routes were to be protected, our troops had to do it. Route clearance teams saved countless lives, but their successes made them high payoff targets for the enemy. We also discovered that on the more dangerous roads, the engineers needed flank security to accomplish their mission. Roadside bombs remain a challenge for coalition forces in Iraq. As Hezbollah demonstrated against the Israelis in the Lebanese conflict during 2006, it is a trend that is likely to be seen in future conflicts. The U.S. Army is a force carried into battle on trucks and tracked vehicles; our logistics are especially dependent on roads to sustain our force. Controlling the roads will be the decisive operation in future conflicts without the ability to move, it is difficult to fight the enemy and protect the population. Route security operations must be a priority for any unit deployed to a hostile theater in current and future conflicts. •
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I NUCLEI SANITARI DEL CORPO MILITARE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA del Magg. Claudio DE FELICI in servizio presso l’Ispettorato Nazionale del Corpo Militare C.R.I.
L
a Croce Rossa Italiana, in virtù delle convenzioni e risoluzioni internazionali, cui fin dalla nascita l’Italia ha aderito, nonché per effetto
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delle leggi esistenti nel nostro Paese, è stata sempre interessata agli interventi in situazioni di emergenza, sia per eventi bellici che nei casi di calamità
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pubbliche. La C.R.I. dispone tra le sue componenti, con facoltà di impiegarlo per l’assolvimento dei compiti di emergenza del tempo di pace e del tempo di guerra, di un proprio Corpo Militare composto di elementi arruolatisi volontariamente nelle diverse categorie dei suoi ruoli. L’organizzazione del Corpo Militare C.R.I. e il conseguente impiego sono determinati dai competenti organi del Ministero della Difesa, essendo il Corpo ausiliario delle Forze Armate dello Stato. In tempo di guerra, il Corpo Militare della C.R.I. contribuisce con mezzi e personale proprio allo sgombero ed alla cura dei feriti e malati di guerra; orga-
Un modulo sanitario utilizzato per fronteggiare emergenze in caso di «Major Incident».
nizza ed esegue la difesa sanitaria antiaerea; disimpegna il servizio prigionieri di guerra, secondo le Convenzioni internazionali di Ginevra. In caso di emergenza, svolge il soccorso sanitario di massa, attraverso l’impiego di reparti, unità e formazioni campali di vario tipo; concorre al supporto della struttura dell’Istituzione destinata ai servizi di protezione civile. A tal fine, il Corpo Militare della C.R.I. attende sin dal tempo di pace alla preparazione del personale e dei materiali necessari per assicurare un efficiente funzionamento dei servizi di emergenza.
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IL CORPO MILITARE C.R.I. Il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana dispone di una propria struttura operativa facente capo all’Ispettorato Nazionale. Ad essa sono riconducibili diverse tipologie di formazioni sanitarie razionalmente distribuite su tutto il territorio nazionale: i Nuclei Sanitari (completi di modulo logistico per impieghi superiori a 48 ore continuative); l’Ospedale da campo attendato (Role 2+) completo, con possibilità di proiezione in qualunque parte del mondo
Autocarro pesante 8x8 con modulo sanitario su pianale scarrabile.
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entro 72/100 ore; l’Ospedale da campo (Role 2+) completo, di rincalzo, con capacità di schieramento sia su tende sia su moduli abitativi in containers, per impieghi di medio e lungo termine; i Nuclei di Decontaminazione e Bonifica; i Nuclei di Potabilizzazione; i Nuclei Vettovagliamento; i Nuclei Logistici; i Gruppi Sanitari Mobili (per impieghi di mobilitazione generale della Nazione); le Postazioni Sanitarie di Pronto Soccorso; i Centri Medici di Evacuazione; L’insieme delle formazioni sanitarie campali assicura una capacità di proiezione in grado di fronteggiare dai più semplici concorsi sanitari a quelli più complessi, con lo spiegamento di ospedali da campo completi per impieghi di breve, medio e
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lungo periodo. Oltre allo spiegamento delle formazioni sanitarie precostituite, il Corpo Militare è in grado di assicurare concorsi sanitari e logistici ad hoc, comprendendo servizi ambulanze per teatri operativi particolari e la gestione di sale operative dedicate al coordinamento ed all’impiego dei servizi sanitari di emergenza. L’articolata organizzazione territoriale ed i collegamenti con le altre componenti della Croce Rossa Italiana consentono, inoltre, l’attuazione di specifici programmi di cooperazione civile-militare per aiuti umanitari a favore di popolazioni vittime di conflitti armati o di catastrofi. I NUCLEI SANITARI Tra le varie formazioni sanitarie, il Nucleo Sanitario rappresenta l’unità più snella e flessibile capace di intervenire, con una ristretta aliquota di personale, materiali e automezzi, sia per esigenze di carattere militare (con funzioni di «Role 1/1+» o «Casualità Station», per impieghi in Incidenti Maggiori) sia per esigenze di protezione civile (come Posto Medico Avanzato - PMA - di 2° livello), consentendo la medicalizzazione delle zone avanzate in attesa dello spiegamento, laddove necessario, delle formazioni sanitarie più complete o dello sgombero dei feriti stabilizzati verso strutture a tergo. Il primo prototipo risale al 1995, quando il Corpo Militare CRI ha posto in essere un programma di revisione delle proprie formazioni sanitarie campali ed ha sviluppato una serie di progetti tesi alla costituzione di ristrette aliquote di personale, materiali e mezzi in grado di essere impiegati in tempi rapidi nelle più svariate emergenze sanitarie. Per consentire una rapida movimenta-
zione delle dotazioni facenti parte dell’unità, il Corpo Militare CRI si forniva di autocarri con gru, che consentivano lo scarico delle attrezzature (contenute in uno shelter tipo UEO 1 e in due contenitori ruotati elitrasportabili) in poco più 10 minuti. Dopo una serie di verifiche in attività addestrative e in impieghi operativi in ambito nazionale (1997: terremoto in Umbria e Marche; 2002: eruzione dell’Etna in Sicilia) ed internazionali (1998: Operazione Arcobaleno in Albania; 2003/2006: Operazione Antica Babilonia in Iraq; 2005: Eastern Desert in Giordania; 2005: emergenza terremoto in Pakistan) i Nuclei Sanitari CRI hanno realizzato una serie di migliorie, che ne hanno aumentato la flessibilità di impiego nelle più svariate condizioni operative di tipo militare e civile. Nell’ambito dell’Operazione Antica Babilonia, il Nucleo Sanitario CRI ha espresso il massimo livello di adattabilità alle molteplici esigenze del contingente multinazionale inquadrato nella Divisione SE, assicurando assetti sanitari sia per il funzionamento di un Role 1+, potenziato con servizi ambulanze protette, sia per Major Incident Team. ARTICOLAZIONE E COMPOSIZIONE La flessibilità d’impiego degli attuali Nuclei Sanitari CRI è determinata dall’articolazione dell’unità in «moduli» e dalla possibilità di impiegarne uno o più in funzione dei seguenti parametri: la tipologia d’impiego (militare, civile); la durata presunta d’impiego; le condizioni ambientali; i vettori utilizzati (stradale, aereo, navale); il livello di autonomia in funzione anche della eventuale integrazione in una logistica precostituita. I moduli che compongono i Nuclei
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Sanitari CRI sono i seguenti: • modulo base: comprende l’insieme delle dotazioni (sanitarie e logistiche di base) necessarie ad assicurare un intervento con autonomia completa di 72 ore, prevedendo il trattamento di 50 passaggi/giorno. Il modulo base è articolato su: una tenda con funzioni di Triage e trattamento d’urgenza; una tenda con funzioni di ricovero temporaneo in attesa di successivo smistamento; una unità tecnologica ad uso comando e comunicazioni. Il caricamento dei farmaci e del materiale sanitario è conforme a quello approvato dal Dipartimento della Protezione Civile, integrato di ulteriori presidi per impieghi di tipo militare o specifici; • modulo logistico integrativo (MIL): comprende le seguenti dotazioni logistiche necessarie ad assicurare la piena autonomia dell’unità anche per impieghi fuori area con autonomia completa superiore a 48 ore: tre tende per alloggio personale; una tenda polivalente; container WC; docce; cucina; frigo; infine, due elementi di collegamento per containers; • modulo sanitario integrativo (MIS): comprende le implementazioni sanitarie (con tende aggiuntive) necessarie per affrontare impieghi fuori area o per impieghi in territorio di durata superiore a 72 ore. Il modulo sanitario integrativo può essere trasportato unitamente al modulo base o in differita, ma comunque entro le 48 ore dall’attivazione del modulo base; • modulo integrativo per impieghi in climi continentali (MICC): comprende dotazioni logistiche aggiuntive (riscaldatori con gruppo elettrogeno carrellato) e motoslitte per impieghi specifici su terreni innevati; • modulo integrativo per impieghi in climi desertici (MICD): comprende dotazioni logistiche aggiuntive (condizionatori e
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contenitori per scorte rifornimenti idrici). • modulo integrativo per impieghi NBCR: comprende dotazioni sanitarie e logistiche aggiuntive. L’ORGANICO Per consentire l’effettiva operatività del nucleo, riducendo al minimo le dotazioni ed i mezzi da impiegare, l’organico di base è stato contenuto in quindici unità complessive: un Ufficiale Comandante; due o quattro Ufficiali medici; sei infermieri; quattro o sei logisti polivalenti soccorritori. Il personale infermieristico comprende anche due Infermiere Volontarie CRI. Con l’impiego del modulo logistico integrativo, il reparto viene incrementato di ulteriori sei unità: un Sottufficiale responsabile; uno specialista idraulico; uno specialista elettricista; due logisti polivalenti; un logista/cuoco. L’organico comprende sia personale in servizio attivo che personale tratto dal congedo e periodicamente addestrato. Il personale medico ed infermieristico viene opportunamente selezionato in funzione di specifici requisiti. Gran parte del personale sanitario destinato ai Nuclei Sanitari con funzioni di Major Incident Team presta normalmente servizio nei dipartimenti di emergenza ospedalieri o nelle aziende regionali dell’emergenza sanitaria «118», e viene impiegato a seguito di precetto militare. Tutto il personale militare assegnato ai Nuclei Sanitari partecipa ad un ciclo formativo ed addestrativo tale da assicurare una elevata capacità di intervento nelle
A destra: personale sanitario sottoposto ad uno specifico programma addestrativo.
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FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
più svariate condizioni operative. Per i concorsi nelle Forze Armate, il personale viene ulteriormente addestrato per gli specifici impieghi operativi militari in Italia e all’estero, nell’ambito delle varie missioni ONU, NATO o di coalizioni multinazionali. CONDIZIONAMENTO E TRASPORTO DEI MATERIALI La necessità di soddisfare le esigenze di un veloce caricamento ed una facile trasportabilità delle dotazioni con i diversi mezzi di trasporto ha reso indispensabile lo studio approfondito dei
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Un’ambulanza protetta VM90-P.
metodi di condizionamento dei materiali in dotazione e dei tipi di contenitori utilizzabili. Il materiale vario sfuso è stato prevalentemente inserito in custodie pallettizzabili leggere in plastica o in alluminio. Queste ultime, con i colli delle tende e i materiali più voluminosi, sono sistemati, per il trasporto stradale, navale o aereo in container tipo ISO 10 (3 metri). Qualora risultasse impossibile l’imbarco dei containers, le casse e gli altri colli possono essere estrapolati e caricati agevolmente su pedane tipo 463L aviotrasportabili.
Rassegna dell’Esercito n. 4/2008
COLLEGAMENTI RADIO E TELEFONICI Per garantire le comunicazioni in condizioni operative, i Nuclei Sanitari CRI dispongono delle seguenti apparecchiature radio: • apparati installati nel modulo comando e controllo: due apparati fissi VHF su frequenze C.R.I.; un apparato fisso HF su frequenze Ministero Difesa; sette apparati portatili VHF; un telefono GSM; un telefono satellitare; due predisposizioni telefoniche per allaccio via cavo alla rete Telecom; • apparati installati su ciascun automezzo: un apparato radio fisso VHF su frequenze C.R.I.; un apparato radio fisso HF su frequenze Ministero Difesa. MOTORIZZAZIONE I Nuclei Sanitari dispongono di automezzi tattici militari in dotazione anche alle Forze Armate, differendone solo per alcuni allestimenti aggiuntivi specifici per fronteggiare situazioni di emergenze di tipo sanitario:
• motorizzazione del modulo base: due autoambulanze 4x4 di tipo militare. In caso di impiego in contesti operativi militari, con funzioni di Major Incident Team, le ambulanze impiegate sono del tipo protetto (ambulanze Iveco VM90P); un veicolo multiruolo 4x4 militare per il trasporto del personale e per il traino del rimorchio porta motoslitta (per impieghi continentali su terreni innevati); un autocarro pesante con sistema scarrabile; • motorizzazione del modulo logistico integrativo: un autocarro pesante con gru e due rimorchi; un VM/AR/Pulmino; • motorizzazione del modulo integrativo per impieghi in climi continentali: un autocarro (che può trasportare simultaneamente più moduli integrativi); uno o due rimorchi per trasporto motoslitte; • motorizzazione del modulo integrativo sanitario e del modulo integrativo per impieghi in climi desertici: un autocarro (che può trasportare simultaneamente più moduli integrativi). •
I PRINCIPALI IMPIEGHI DEL CORPO MILITARE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA Il Corpo negli ultimi anni è stato sempre più significativamente impegnato in operazioni «fuori area». Nel 1997 in Bosnia, a supporto del Reggimento Genio Ferrovieri, nell’ambito del contingente SFOR. Nel 1999 in Albania, a sostegno dell’Operazione Arcobaleno. Dal 1999 al 2003 in Kosovo, per la realizzazione di un progetto bilaterale con il Comitato Internazionale di Croce Rossa ed a sostegno del contingente italiano inserito nella KFOR. Dal 1999 al 2005 in Eritrea, nell’ambito della Missione ONU per l’Eritrea e l’Etiopia (UNMEE). Dal 2003 al 2006 in Iraq, a Baghdad, per interventi umanitari richiesti dal Ministero degli Esteri, con personale medico ed infermieristico prima presso l’ospedale attendato e successivamente presso la struttura del «Medical City Center». Dal 2003 al 2006 sempre in Iraq, a Nassiriya, inserito nel contingente militare italiano nel contesto dell’Operazione Antica Babilonia. Dal 2004 al 2005 nello Sri Lanka, per prestare soccorso alle popolazioni colpite dallo tsunami. Nel 2005 in Pakistan, a sostegno del Dipartimento della Protezione Civile per le popolazioni colpite dal terremoto. Dal 1999 a tutt’oggi negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, a sostegno delle missioni ISAF ed Enduring Freedom.
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STORIA
GUERRA FREDDA: LA CRISI DELL’U2 del Ten. Col. Riccardo CAIMMI in servizio presso la Scuola Lingue Estere dell’Esercito
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e recenti divaricazioni registrate in politica internazionale tra gli Stati Uniti hanno nuovamente «acceso i riflettori» sul rapporto tra queste due grandi potenze, ancor oggi, malgrado il crescente rilievo assunto da alcuni Stati in ascesa, in grado di condizionare l’equilibrio mondiale. In realtà, a nostro avviso, più che trattarsi del ritorno ad una politica di ferma contrapposizione, le divergenze paiono dettate dalla volontà di voler assumere un ruolo guida nei confronti delle medie potenze regionali emergenti, nonché di controllare e gestire le fonti energe-
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Eisenhower riceve alla Casa Bianca Nikita Kruscev.
tiche ed i processi produttivi. Washington e Mosca sono però consce di non poter tornare a quelle forme di contrasto che vissero all’epoca del bipolarismo perfetto, pena un’ulteriore erosione, a favore dei nuovi soggetti internazionali, di quanto rimasto della posizione di netto rilievo un tempo ricoperta; il rinnovato confronto non potrà in sostanza portare ad una nuova «Guerra fredda», perchè ciò
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urterebbe l’interesse stesso dei rivali d’un tempo (l’assunzione di decisioni di un certo impatto emotivo - quali la denuncia da parte della Russia del Trattato per la riduzione delle forze convenzionali in Europa - CFE - in conseguenza della forte opposizione di Mosca alla creazione di un sistema antimissile con basi in Polonia e Repubblica Ceca - certo condizionano le relazioni tra i due grandi Stati, ma non possono incidere, ad esempio, sulla necessità di una loro collaborazione nei settori vitali della lotta al terrorismo internazionale e del controllo della proliferazione nucleare). Ricorrendo quest’anno il cinquantenario dell’inizio ufficiale della contesa politica, diplomatica e militare generata dalle ricognizioni aeree strategiche statunitensi sul territorio dell’allora Unione Sovietica, ripercorriamone le tappe. Lo studio di questi fatti, ormai consegnati alla storia, ci aiuterà a meglio comprendere l’attuale situazione, che vede Mosca e Washington subire terrorismo, estremismo religioso e nazionalismo; fenomeni che un tempo erano, viceversa, controllati dalle superpotenze. La ricostruzione degli eventi ha quale cornice la «Guerra fredda» tra Stati Uniti ed Unione Sovietica e quale sfondo gli ultimi anni Cinquanta ed i primi Sessanta, quando i due antagonisti avevano la vitale necessità d’informarsi costantemente sullo sviluppo delle capacità militari dell’avversario. In quegli anni i sovietici - le cui forze terrestri (URSS e Paesi satelliti) numericamente superavano, in Europa, quelle del Patto Atlantico - avevano realizzato basi fisse o mobili di missili in tutti i Paesi gravitanti nella loro orbita (Cina esclusa), mentre gli americani avevano dislocato le proprie basi di missili balistici a medio raggio in Gran Bretagna, Italia e Turchia, stabilendo in Germania missili a corto raggio. Tanto a Mosca quanto a Washington
risultava però difficoltoso, malgrado il ricorso alle tradizionali forme d’intelligence, penetrare il cuore dei rispettivi apparati politici e militari. Per tale motivo, fallita la politica detta del «cielo aperto» (questo progetto, basato su ispezioni aeree, fu presentato da Washington come funzionale ad una politica di disarmo e pace duratura, ma non fu accettato dai sovietici, che lo ritennero utile solo agli statunitensi; la possibilità di sviluppare tale progetto venne meno nel 1955), consistente nell’effettuazione di reciproche ispezioni aeree, gli Stati Uniti svilupparono un programma incentrato sul velivolo da ricognizione in profondità U2, destinato a localizzare i siti dei missili nucleari sovietici, quegli SS4 la cui singola potenza era di ben 66 volte superiore alla bomba di Hiroshima, missili che costituivano peraltro la risposta alle oltre 5 000 testate Jupiter che, dall’Europa libera, puntavano l’URSS. La prima squadriglia di U2, formata da 3 velivoli, fu schierata all’inizio del 1956 a Watertown Strip, nel Nevada e, assunto il nome di «squadriglia per il rilevamento meteorologico», svolse effettivamente tale tipologia di rilevazioni. Nel maggio del 1956 le «ricerche meteorologiche», finalizzate però all’intelligence, furono estese all’Europa, dove una nuova versione degli U2 giunse presso le basi USA di Lakenheat in Gran Bretagna e Wiesbaden in Germania. Analoghi velivoli furono dislocati, con il massimo riserbo, sulle basi di Incirlik in Turchia e di Atsubi in Giappone. Malgrado alcuni incidenti avvenuti nella Germania dell’Ovest (il 17 settembre 1957, l’U2 pilotato da Howard Carey si schiantò nei pressi di Kei-serslaustern, sede di una base posta 100 km circa ad ovest della base U2 di Wiesbaden, RFD) e Giappone il programma non subì rallentamenti, sebbene, dopo l’atterraggio di fortuna effettuato da un U2 in Giappone,
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i russi scrissero in un articolo del Soviet Aviation che tali velivoli erano utilizzati dagli americani per missioni di ricognizione finalizzate allo spionaggio. Dopo quasi cinque anni, nel corso dei quali la reale attività di questi velivoli era rimasta segreta, tra il marzo ed il maggio del 1958 si registrarono le prime formali lamentele dei sovietici, espresse mediante note diplomatiche ed interventi presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Queste proteste consigliarono agli Stati Uniti maggior prudenza: i voli in profondità sull’Unione Sovietica furono sospesi e per raccogliere dati informativi gli USA ricorsero a palloni aerostatici d’alta quota ed a satelliti. Nell’estate del 1959, il Presidente Eisenhower autorizzò nuovi voli di U2 sull’Unione Sovietica e solo nella primavera del 1960 la sua Amministrazione permise l’effettuazione di una missione sul territorio degli Urali: il timore di Eisenhower era che un incidente potesse turbare la visita di Kruscev negli USA, programmata per il settembre 1960. Quando l’Amministrazione statunitense maturò la decisione di riprendere le missioni in profondità sul territorio dell’URSS, i sovietici avevano però sviluppato con successo nuovi sistemi di rilevamento e di difesa attiva, questi ultimi basati su missili terra-aria specificamente destinati a contrastare i ricognitori statunitensi. Non essendo al corrente di ciò, Eisenhower autorizzò, in aprile, tre importanti missioni U2 destinate a conseguire obiettivi strategici: le missioni Sun Spot, Time Step e Grand Slam. La missione Grand Slam fu affidata a Francis Gary Powers, uno dei piloti più esperti del programma U2, che decollò da Adana, in Turchia, alle 01:59 (ora di Mosca) del 1° maggio 1960. L’obiettivo principale consisteva nell’ac-
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quisire informazioni su due rampe per il lancio di missili, la prima ubicata presso il sito di Sverdlovsk, la seconda ad est del mare d’Aral. Obiettivo secondario era quello di procurarsi dati informativi aggiornati sulla base militare della Marina sovietica di Arkangelsk e su quella dell’Aeronautica di Mourmanjk. Per «Puppy ‘68», nominativo radio in codice della missione, si trattava di attraversare l’URSS da sud a nord per ben 5 500 km e concludere la missione atterrando, dopo circa otto ore, in una base norvegese; l’impossibilità per gli aerei da caccia sovietici di agire ad altezze superiori ai 15 000 metri e la presunta incapacità di valido ingaggio con missili terra-aria alle alte quote garantivano un ragionevole ottimismo circa l’esito della missione. Ma Grand Slam non fu una missione di routine: l’aviogetto fu «agganciato» dai radar della potenziata difesa aerea sovietica già nei pressi della frontiera tra l’Afghanistan e la RRS del Tagikistan - violata 20 km a sud-est della città di Kirovabad - e per tutto il percorso la sua LOCKHEED U2 Era un ricognitore «ognitempo» dotato di un turboreattore che gli conferiva una capacità di volo subsonica diurna e notturna. Pilotato da un solo uomo dotato di tuta pressurizzata, nelle sue prime versioni aveva un raggio d'azione di 3 000 miglia nautiche e poteva volare ad una quota di 70 000 piedi, ben 20 000 piedi più in alto degli intercettori sovietici. Attrezzato con multi-sensori elettronici, infrarossi e potentissime apparecchiature fotografiche per rilievi ad altissima quota era in grado di riprendere ampie porzioni di territorio. Furono assegnati al 4028° e 4080° Squadron per la ricognizione strategica dell'USAF, ma anche la CIA disponeva di tali velivoli.
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traccia fu costantemente seguita. Le difese antiaeree ed i reparti intercettori in grado d’intervenire furono posti in stato d’allerta ed il dispositivo si dimostrò in grado di poter ingaggiare l’obiettivo. Sugli Urali, all’incirca sulla verticale di Sverdlovsk, l’aereo, in seguito all’intervento della controaerea sovietica, fu gravemente danneggiato da un missile antiaereo S-75 Dvina (SA-2 Guideline) senza che il pilota si fosse reso conto di essere stato attaccato. Powers, che volava a circa 68 000 piedi, attuò senza indugio le procedure di sicurezza. Pensando ad un’avaria, lanciò il messaggio di soccorso e scese a 9 000 metri nella speranza che la maggiore quantità d’ossigeno risolvesse una presunta avaria al reattore: quando altri missili esplosero nelle vicinanze dell’aviogetto il pilota capì però di essere stato intercettato. Perse ancora quota e, giunto a circa 4 000 metri, abbandonò il velivolo per salvarsi con il paracadute. Prese terra, slogandosi una caviglia,
circa 30 chilometri a sud di Sverdlovsk, nei pressi di un kolkoz, dove i contadini gli prestarono i primi soccorsi. Identificato dai soccorritori quale straniero, gli furono tolti il pugnale e la pistola. Dopo essere stato portato in una vicina stazione di polizia fu trasferito a Mosca, dove subì più stringenti interrogatori nella prigione di Lubianka. Quanto all’U2, esso non esplose nell’impatto al suolo e neppure si auto-distrusse perché i meccanismi del sistema, evidentemente danneggiati, non furono in grado di attivare tale funzione: i rottami, disseminati a 2 000 chilometri dal confine su di un’area vasta alcuni chilometri quadrati, furono raccolti e successivamente esaminati da personale specializzato. Quando Kruscev ricevette la notizia che un U2 era stato abbattuto e il suo pilota catturato, stava presenziando, con le massime autorità dello Stato (tra le massime
Un velivolo Lockheed U2.
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autorità presenti alla parata il Presidente Vorochilov, il Maresciallo Malinovski - che, giunto in ritardo, informò Kruscev dell’accaduto - ed il Primo ministro della Repubblica Democratica di Germania, Grotewohl), alla tradizionale parata del 1° maggio a Mosca; sul fronte opposto il direttore della CIA, Allen Dulles, fu a sua volta informato dell’incidente, ma con alcune ore di ritardo in quanto a Washington l’allarme fu trasmesso solo quando il fallimento della missione fu certo. Informato telefonicamente dal Generale Goodpaster, il Presidente Eisenhower (si noti che il Presidente si trovava a Gettysbusg ed il Segretario di Stato Herter ad Istambul) decise di calibrare le successive mosse diplomatiche in funzione dell’atteggiamento che avrebbero tenuto i sovietici. Per tale motivo, preceduto da un comunicato verbale risalente al giorno prima, il 3 maggio 1960 l’United States National Aeronautical Space Agency annunciò che un velivolo disarmato per le ricerche meteorologiche di base ad Adana, in Turchia, e pilotato dal civile Francis Gary
Un missile terra-aria S-75 (SA2 Guideline).
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Powers, nato il 17 agosto del 1929 a Jenkins, nel Kentuky, risultava disperso dal 1° maggio. Il 5 maggio il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Unione Sovietica, Nikita Kruscev, riferì al Soviet Supremo che un velivolo straniero, risultato poi essere statunitense, aveva attraversato il confine dell’URSS il 1° maggio e, in conformità agli ordini del Governo sovietico, era stato abbattuto. Gli USA, non disponendo di un chiaro quadro della situazione, attuarono, come detto, una prudente politica d’attesa, non sapendo se Powers fosse riuscito ad azionare il congegno d’autodistruzione del velivolo; dal canto loro i sovietici, che compivano analoghe attività di rilevamento dati lungo i confini degli Stati Uniti (particolarmente vulnerabili sarebbero risultati i «motopescherecci», che utilizzavano per rilevamenti radio e radar a lunghissima portata e ad altissima frequenza; quanto i voli, ben quattro nel 1959 e due nel 1960, erano giunti a sole cinque miglia dal confine statunitense) e dei loro alleati, non svelarono nessuna delle informazioni in loro possesso. Erano le prime mosse di una difficile partita a scacchi, che si sarebbe giocata secondo uno schema indubbiamente più favorevole a Mosca. Il Dipartimento di Stato USA avvalorò la prima versione fornita, imputando l’accidentale violazione dello spazio aereo sovietico a problemi insorti al sistema d’erogazione dell’ossige-
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no al pilota; ma l’Amministrazione Eisenhower si rese ben presto conto di quanto la propria posizione fosse debole ed imbarazzante: una comunicazione a Washington dell’Ambasciatore statunitense a Mosca, Llewellin Thompson, chiarì infatti che il pilota dell’U2 abbattuto, sopravvissuto all’incidente, era prigioniero dei sovietici. Il 7 maggio 1960 Nikita Kruscev smantellò la versione statunitense, affermando che l’U2 era stato abbattuto sugli Urali e che il pilota dell’aereo spia, Gary Powers, era stato catturato vivo ed era in buone condizioni di salute; Kruscev chiarì, anzi, come in precedenza avesse deliberatamente omesso di fornire notizie sul pilota al fine di non consentire agli americani di cambiare versione e potersi giustificare. Quando la posizione statunitense parve insostenibile il Dipartimento di Stato rese noto, rettificando la linea ufficiale sino ad allora seguita, che il Presidente stesso aveva autorizzato la raccolta d’informazioni con ogni mezzo possibile, per proteggere gli Stati Uniti ed il mondo libero da un attacco di sorpresa. S-75 (SA2 Guideline) Fu sviluppato alla metà degli anni 50 - costruttore Lavochkin - ed entrò in servizio nel 1956: fu il primo valido missile superficie-aria a guida radar sviluppato in Unione Sovietica. Missili di questo tipo abbatterono l’U2 di Gary Power sui cieli dell’URSS (1° maggio 1960) e quello di Rudolph Anderson sui cieli di Cuba (27 ottobre1962). Lungo 10,60 m e pesante 2300 kg, aveva un raggio d'azione di 45 km, una tangenza di 20 000 m e raggiungeva una velocità massima di Mach 3. Era dotato di una propulsione a due stadi e di una testata a frammentazione contenente 195 kg. di esplosivo. Fu esportato in molti Paesi, tra i quali Cina, Corea del Nord, Egitto, Polonia, Vietnam, e rimase a lungo in servizio.
Alla metà di maggio il previsto vertice di Parigi, presieduto dal Presidente francese Charles De Gaulle e teso a raggiungere un accordo di stabilità politico-militare, fallì proprio a causa dell’incidente dell’U2, che determinò le veementi accuse lanciate in aula da Kruscev all’indirizzo degli USA e l’abbandono dei lavori da parte della delegazione sovietica, contrariata per la mancata presentazione di scuse ufficiali da parte di Eisenhower. Kruscev - e ciò suggellava la fine di un periodo di cauta distensione - annullò l’invito a Mosca del presidente statunitense e dichiarò che il problema di Berlino sarebbe stato trattato, dopo il gennaio 1961, con il successivo Presidente USA. Eisenhower decise allora di attuare un’offensiva diplomatica nelle Filippine, in Corea e nella Cina nazionalista, (l’arrivo del Presidente USA in Cina libera fu accolto con un intenso bombardamento, da parte della Cina Popolare, delle isole Matsu e Quemoy; in Sud Corea Eisenhower trovò invece un Paese in fase di transizione dove l’inviso presidente Rhee era stato rovesciato e si attendeva che fossero indette nuove elezioni) , Paesi da lui definiti, all’epoca, «capisaldi del mondo libero in estremo oriente»; non tutto si svolse però come previsto, specie in Corea e Giappone, Paese quest’ultimo dove si svolsero importanti manifestazioni di protesta. Altri momenti di tensione furono vissuti allorché, il 1° luglio 1960, un velivolo statunitense RB47 scomparve nel mare di Barents, nella Russia settentrionale. L’aereo, adibito alla raccolta di informazioni radar, radio ed elettromagnetiche, quando sparì dagli schermi delle postazioni di controllo si trovava a circa 80 km dal confine con l’URSS. I sovietici affermarono di averlo abbattuto e cercarono di gestire l’evento propo-
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STUDI E DOTTRINE
Un missile terra-aria SA2 esposto al Bundeswehrmuseum di Dresda.
nendo un parallelo con l’U2 di Gary Powers, ma il caso, approdato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, registrò la sconfitta di Mosca, la cui risoluzione di condanna fu bocciata per sette voti a due, dato che le argomentazioni addotte dai rappresentanti dell’URSS furono validamente confutate (il problema fu portato davanti al Consiglio di Sicurezza delle N.U. il 25 luglio 1960; qui Cabot Lodge riferì i fatti riguardanti il volo. Servendosi di una carta dettagliata precisò la rotta dell'aereo e descrisse le precauzioni assunte per evitare che il velivolo sorvolasse il territorio sovietico. Demolì le affermazioni sovietiche compresi i tentativi di un caccia sovietico di costringere il velivo-
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lo RB-47 a dirigersi verso il territorio sovietico. Cabot chiese persino che il Consiglio di Sicurezza affidasse il caso al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia, affinché svolgesse un'indagine imparziale. Questo fatto stemperò il senso d’imbarazzo che l’abbattimento dell’U2, la cattura del pilota e la sua condanna in conseguenza di un processo ampiamente pubblicizzato avevano generato nell’opinione pubblica americana e nel governo di Washington. Il processo pubblico (…il processo è stato pubblico, con circa duemila inviti, di cui 500 al corpo diplomatico, 150 alla stampa estera, un altro centinaio a stranieri di passaggio: tra questi la famiglia dell’imputato “la madre, il padre, la sorella, la moglie, la suocera, e il cognato” i loro consiglieri personali, gli avvocati… Maurizio Ferrara, L’affare Powers, p.7, Roma, ed. Riuniti, 1960) di Gary Power si era infatti concluso con una condanna a 10 anni di reclusione: una pena tutto sommato mite, che tenne conto del «sincero pentimento» di Powers, giudicato dal Collegio militare della Corte suprema dell’URSS, la quale, il 19 d’agosto, pronunciò la condanna nel corso della terza ed ultima udienza. Fu peraltro stabilito che Powers dovesse trascorrere solo tre anni in carcere, mentre nei seguenti avrebbe dovuto prestare la propria opera in un campo di lavoro, con la possibilità di fruire di un’ulteriore diminuzione della pena, in caso di buona condotta. Il processo, e ciò fu riconosciuto anche in ambito internazionale, si svolse correttamente, in aderenza alle leggi sovietiche, valutando i fatti nella loro oggettività e senza ledere i diritti della difesa. Il caso era d’altra parte lampante e l’URSS, il cui apparato giuridico non poteva certo considerarsi indipendente dall’esecutivo, poté, nella circostanza, permettersi di offrire al mondo un processo modello.
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Quando Eisenhower si ritirò dalla carica di Presidente, Gary Powers fu liberato in seguito ad uno scambio di prigionieri: nel febbraio 1962 fu riconsegnato alle autorità statunitensi in cambio del colonnello del KGB Rudolf Abel, arrestato per spionaggio nel 1957 e condannato a trent’anni di carcere. Il lento processo di distensione avviato nel 1959 era ormai giunto ad un punto morto, tanto che una soluzione ufficiale all’incidente dell’U2 non ci fu mai: Stati Uniti ed Unione Sovietica, accantonato ogni precedente proposito distensivo, continuarono perciò a confrontarsi anche durante la presidenza del democratico Kennedy, evidenziando posizioni inconciliabili e continuando a proporre al mondo due differenti visioni. Sin qui la storia, ma Stati Uniti e Russia possono oggi permettersi, in un mondo che propone problemi di difficile soluzione e richiede per risolverli sforzi comuni, di assumere comportamenti di aspro contra-
Velivoli U2 distrutti vengono mostrati alla popolazione cinese.
sto assimilabili a quelli ricordati in questo articolo? No: possono però esercitare pressioni politiche in grado d’incidere sull’interscambio commerciale e sul trasferimento delle risorse naturali ed energetiche. A differenza d’un tempo, però, non essendo il mondo d’oggi bipolare, ogni pressione è attentamente calibrata. Infine, bisogna considerare come Stati Uniti e Russia, nello sviluppare politiche non necessariamente convergenti, debbono tener conto, in ogni settore, dei nuovi macro-soggetti internazionali in ascesa quali la Cina, l’India e, in misura crescente, l’Unione Europea, sempre più, quest’ultima, elemento di forza ed equilibrio nel complesso sistema delle nuove relazioni internazionali. •
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STORIA
ULTIME DAL FRONTE LA RESA NAZISTA RIPORTATA DA UN GIORNALE DELL’EPOCA del Dr. Paolo PELLEGRINI
L
’analisi e l’approfondimento degli avvenimenti passati può avvenire anche attraverso la lettura a ritroso dei vecchi giornali: quei giornali ingialliti dal trascorrere lento e naturale del tempo, dall’odore caratteristico di antico, dalla carta così sottile e fragile che occorre maneggiare le pagine con particolare attenzione onde evitare strappi, quasi si avessero di fronte dei rari disegni leonardeschi. Ebbene, quando capitano sotto mano e sotto gli occhi documenti storici così preziosi e dimenticati è sempre una grande soddisfazione. Leggere le notizie passate, «setacciarle», analizzarle, individuare eventuali imprecisioni riscontrabili solo con lo studio a posterio-
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Titolo di apertura del «Corriere Alleato» (5-6 maggio 1945).
ri degli eventi, carpire sfumature, sensazioni delle genti dell’epoca e ancora rileggerle con il «senno del poi» e con la conoscenza a posteriori dei fatti sono operazioni di grande interesse storico, di ricerca, di studio di una fetta importante di vita nazionale ed internazionale. A sessant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale è quanto mai doveroso ripercorrere, se pur brevemente ma non per questo in maniera meno esaustiva, gli istanti che portarono e che segnarono la resa incondizio-
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nata della Germania nazista servendoci proprio del supporto storico di un raro giornale dell’epoca. Ci riferiamo al numero 10 del «Corriere Alleato» che riporta la data del 5-6 maggio 1945. Questo giornale di sole quattro pagine rappresentò uno dei primi esempi di stampa non fascista del nord Italia o, comunque, non più legata all’alleanza italo-tedesca, anche quando questa si materializzò dopo l’8 settembre 1943
Nell’articolo in prima pagina compare la cartina con il congiungimento tra la 7a Armata di Patch e la 5a di Truscott (non Clark. Quest’ultimo era stato poi promosso Capo di tutte le Armate in Italia) sul Passo del Brennero. Nella stessa è segnata anche Berchtesgaden, presa dai paracadutisti americani della 101a.
con l’alleanza tra tedeschi e Repubblica Sociale Italiana. Il «Corriere Alleato» proprio nel corso
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STORIA
del 5-6 maggio 1945 festeggiava con il decimo numero i quindici giorni di vita. Tra mille difficoltà logistiche e durissimo lavoro, il giornale fu capace di ritagliarsi in così breve tempo un ruolo importante nella turbolenta e variegata sfera dell’informazione di quell’altrettanto turbolento periodo storico. I primi due numeri furono stampati a Bologna presso la tipografia de «Il Resto del Carlino», altri due nella tipografia de «La Voce di Mantova»; gli ultimi sei, compreso il decimo, furono invece stampati presso la tipografia dell’ex giornale «L’Arena» di Verona. A quella data, ossia al momento del decimo numero, il «Corriere Alleato» informava sulla evoluzione bellica e politica nazionale ed internazionale ampie aree dell’Emilia Romagna, della Lombardia e del Veneto, cioè tutta la zona del Nord Italia soggetta a partire dai primi mesi del 1945 all’ultima e determinante offensiva anglo-americana che portò in breve alla completa liberazione del territorio italiano. Sebbene formato da solamente quattro pagine, il «Corriere Alleato» era un giornale che garantiva una più che buona informazione sia, e soprattutto, sulla evoluzione delle vicende belliche delle ultime settimane di guerra sia riguardo fatti della vita quotidiana italiana, quali ad esempio avvisi ai cittadini, ultime novità in materia economica e sociale, scadenze particolari di pagamenti. Sono riportati, tra le altre cose, episodi della Guerra di Liberazione, a cura del tenente Elio Pascarelli, e piccoli scorci di vita nazionale dell’Italia del Nord occupata dai tedeschi. Il numero 10 focalizzava, però, la sua attenzione sull’ormai imminente collasso del Terzo Reich. Come si può ben leggere, il giornale dedicava l’intera
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prima pagina alle ultime novità provenienti dal fronte e alla conseguente disfatta tedesca. Al fine di comprendere meglio la situazione bellica europea, e in particolare tedesca, descritta al momento della pubblicazione del decimo numero occorre fare un piccolo passo indietro e tracciare un breve quadro della condizione militare nella quale versava la Germania nazista all’indomani del suicidio di Adolf Hitler, avvenuto nel suo bunker a Berlino il 30 aprile 1945. Il successore di Hitler alla guida del Terzo Reich, il Grande Ammiraglio Karl Doenitz, ereditava una situazione militare irrimediabilmente compromessa e disastrosa. Ai primi di maggio del 1945, il Reich era un territorio a «macchia di leopardo» a tutti gli effetti, con zone ormai del tutto scollegate tra loro, indifendibili e soggette allo strapotere di anglo-americani provenienti da ovest e dell’Armata Rossa dilagante ad est. Oltre 150 000 soldati tedeschi si trovavano nella Prussia Orientale, altri erano «arroccati» nella Prussia Occidentale, così come nella penisola di Hela e alla foce della Vistola; più di 200 000 soldati dell’Armata di Curlandia, invece, erano ormai facile preda dei russi. Nel frattempo si verificavano le ritirate disordinate della Armata della Vistola, della 9a Armata di Busse e della «fittizia» 12a Armata di Wenk (che secondo la propaganda nazista avrebbe dovuto capovolgere le sorti del conflitto), le quali preferivano la via della resa indolore nelle mani degli anglo-americani piuttosto che arrendersi all’Armata
A destra: la seconda pagina nella quale veniva riportata la recentissima storia del «Corriere Alleato».
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STORIA FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, OPERAZIONI
Rossa. L’avanzata anglo-americana lungo la fondamentale direttrice Amburgo-KielLubecca procedeva spedita, ma erano in mano ai tedeschi ancora la Frisia e lo Schleswing-Holstein, territori tuttavia che non potevano essere più difesi efficacemente dalle forze tedesche ancora per molto. Inoltre, si registravano ulteriori stravolgimenti nel fronte tedesco; la ritirata del Gruppo d’Armate E dai Balcani procedeva in sintonia con quella del Gruppo d’Armate C proveniente dall’Italia e con le forze che si trovavano in Austria e Cecoslovacchia: queste forze messe insieme potevano contare ancora su 1 milione e 430 000 uomini, anche se male equipaggiati e armati e con il morale molto basso. Come se non bastasse, la Francia, precedentemente invasa dai nazisti nel 1940 e ormai liberata dagli anglo-americani, attaccava le forze germaniche attraverso le Alpi. Ben più grave era la situazione in altri Paesi occupati dal Reich, i quali costituivano delle «roccaforti» strategicamente inutili, indifendibili e completamente isolate dalle reali zone di combattimento. Norvegia e Danimarca risultavano ancora occupate dai tedeschi, così come parte dell’Olanda, del Golfo di Biscaglia (St. Nazaire) e la celeberrima città francese di Dunkerque, nella quale nel 1940 si verificò la famosa evacuazione inglese, ma completamente «baipassata» dagli anglo-americani durante tutta la campagna di liberazione francese. In più in mano tedesca vi erano ancora le piccole e militarmente insignificanti isole sulla Manica, anch’esse occupate nel 1940, e le isole di Creta e dell’Egeo le cui guarnigioni tedesche erano letteralmente dimenticate da tutto e tutti (le residue forze di stanza a Rodi si arrendevano il 1° mag-
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gio 1945). I primi giorni del maggio 1945 erano segnati da continue e fondamentali evoluzioni del panorama militare, le quali scandivano giorno dopo giorno, ora dopo ora, il definitivo crollo del Terzo Reich. La battaglia per Berlino era ormai agli sgoccioli; il Maresciallo dell’Armata Rossa, Zukov, accettava alle ore 6,45 del 2 maggio 1945 la resa della capitale tedesca, divenuta poi effettiva alle 3 del pomeriggio del medesimo giorno allorché entrava in vigore il completo cessate il fuoco. Lo stesso giorno, frattanto, il Sindaco di Amburgo iniziava i colloqui con gli Alleati per la resa senza condizioni dell’importante e devastata città, mentre più a sud oltre 1 milione di tedeschi si arrendevano in Italia e nell’Austria meridionale agli anglo-americani. Terminava così formalmente la Seconda guerra mondiale in Italia. Due giorni dopo, il 4 maggio, nell’Austria occidentale le truppe americane occupavano le città di Innsbruck e Salisburgo; inoltre entravano anche nella residenza austriaca di Hitler, a Berchtesgaden, luogo degli incontri più riservati tra il dittatore ed i vertici politici e militari del Reich. La prima unità che osò violare dopo anni di dura guerra il «Nido delle Aquile» (Aldershorst) di Hitler fu la Compagnia «Easy» del 506° Reggimento Fanteria Paracadutisti della 101 a Divisione Aviotrasportata dell’Esercito americano. La mattina del 3 maggio il colonnello Robert F. Sink, comandante del 506° PIR, ordinò loro di dirigersi in direzione di Berchtesgaden. La 101a partì il giorA destra: la terza pagina. In alto appare la notizia della nomina di Saragat ambasciatore a Parigi, a lato la situazione dei prigionieri di guerra italiani.
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STORIA
Il Grande Ammiraglio Karl Doenitz.
no successivo, il 4 maggio, per entrare in città la mattina del 5. La cittadina austriaca fu occupata senza sparare un colpo e la Compagnia «Easy» ebbe il privilegio di entrare per prima nella lussuosa residenza hitleriana. «A due giorni dalla resa in Italia, i tedeschi si sono arresi in Olanda, nella Germania Nord-Occidentale ed in Danimarca». Così intitolava il numero 10 del «Corriere Alleato» del 5-6 maggio 1945. La pagina di apertura del giornale si presentava ai lettori di sessant’anni fa, così come si presenta a quelli di oggi, ricca di notizie molto importanti. L’attenzione era concentrata, ovviamente, sugli ultimi avvenimenti provenienti dalle zone calde di combattimento, e in particolare si approfondivano le notizie riguardanti le ultime rese tedesche in ordine di tempo. Di
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notevole rilevanza le rese in Danimarca e Olanda, entrambi territori invasi dalle truppe germaniche nella rapida avanzata all’interno dell’Europa Occidentale del 1940. Contestualizzando le notizie apparse sul «Corriere Alleato», vale la pena soffermarci sul modo in cui fu liberata la Danimarca nel 1945. Quest’ultima, infatti, rappresentava un territorio strategicamente vitale per i piani futuri dell’Unione Sovietica; l’occupazione ed il conseguente inglobamento del Paese nordeuropeo all’interno della sfera di influenza sovietica avrebbe garantito all’URSS uno strategico sbocco dal Mar Baltico al Mare del Nord. Gli anglo-americani volevano impedire che ciò si verificasse, specialmente per volere di Churchill per gli inglesi ed Eisenhower per gli americani: puntando sulla Danimarca (e nel contempo sull’Austria) rinunciavano però a Berlino (Montgomery al contrario voleva puntare sulla capitale tedesca). Pertanto, al fine di impedire ed anticipare l’avanzata russa già in atto verso la Danimarca, Eisenhower ordinava al suo collega inglese Montgomery (XXI Gruppo d’Armata Alleata) di dirigersi in tutta fretta verso Lubecca e Wismar, impegnando la 9a Armata e la 82a Divisione Aviotraspor-tata «All American». Gli americani giungendo nella città tedesca di Wismar, grazie alla avanzata fulminea della 82a, andavano a tagliare il passaggio ai rus-si, liberando il popolo danese (anche grazie alla partecipazione britannica) e tagliando fuori l’Armata Rossa che dal canto suo non raggiunse mai la Danimarca.
A destra: la quarta pagina con le notizie sul fronte orientale e del Pacifico.
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Il Generale Jacob L. Devers.
Continuando, possiamo leggere che il 5 maggio 1945 fu un giorno fondamentale per gli ultimi scorci di guerra in Europa: la XVII Armata tedesca cercava di respingere gli attacchi provenienti dai russi da est a Wansen, si registravano ancora schermaglie in Austria, Cecoslovacchia, Germania settentrionale, mentre alle 4 del pomeriggio veniva firmata a Wegeningen, alla presenza del Generale canadese Charles Foulkes, la resa di tutte le forze armate tedesche in Olanda. Dopo anni di occupazione tedesca e una geniale ma sfortunata e fallimentare operazione aviotrasportata anglo-americana, la «MarketGarden», anche l’Olanda ritrovava la sua libertà. Scorrendo le notizie della prima
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pagina, salta all’attenzione del lettore quanto le informazioni di quei giorni fossero concitate, sempre in trasformazione, sensibili a molteplici aggiornamenti, smentite, rettifiche, e come i cronisti dovessero stare «dietro le notizie» cercando di raccontare i fatti militari, gli sconvolgimenti in atto in tutta Europa, i sentimenti dei popoli liberati con poche pagine di giornale. Come si può ben capire le informazioni si rincorrevano veloci: combattimenti, rese, movimenti di truppe giocavano tutte indistintamente un ruolo cruciale nell’economia delle sorti europee e della guerra stessa. In particolare, in prima pagina è molto interessante leggere sulla situazione bellica in Germania, Olanda, Danimarca e in gran parte dell’Europa del Nord, la quale è analizzata in modo molto curato e puntuale grazie all’impiego delle informazioni provenienti direttamente dai comandi militari anglo-americani. A conti fatti, analizzando gli avvenimenti del 5 maggio 1945 e leggendo la cronaca riportata brillantemente sul «Corriere Alleato», possiamo affermare che la resa della Germania era praticamente cosa fatta, una pura formalità militare, tant’è che i negoziati tra tedeschi ed Alleati per la resa senza condizioni erano ormai giunti in una fase avanzata, anche se non priva di attriti. Tuttavia si registravano ancora aspri scontri: le truppe tedesche non desideravano arrendersi all’Armata Rossa sul fronte est ed opponevano loro una disperata quanto vana resistenza; si continuava a sparare ancora tra Wismar e Schwerin ed in Cecoslovacchia. Lo stesso giorno, per contro, forze tedesche si arrendevano agli americani tra i monti della Boemia e l’Alto Inn alla presenza del Generale americano Jacob L. Devers. Scorrendo ancora il giornale, possia-
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mo leggere a pagina 2 alcune importanti e curiose «news». Tra queste vogliamo sottolineare le dichiarazioni del Ministro degli Armamenti nonché architetto e «scenografo» del Reich, Albert Speer, riguardo l’ormai imminente collasso della Germania; le dichiarazioni rilasciate dall’Ammiraglio dell’US Navy Chester Nimitz (uno dei principali artefici della vittoria USA sul Giappone) con le quali ammoniva con risolutezza e pugno di ferro il Giappone; le brevi ma appassionanti vicende della nascita del «Corriere Alleato» e della sua altrettanto breve ed intensa attività a Bologna, Mantova e Verona; piccolo quanto singolare aneddoto raccontato in «Un’insipida trovata nemica per incitare gli italiani alla diserzione» che vede protagonisti uomini del «Cremona» e soldati tedeschi nel marzo 1945. Tra le notizie principali di pagina 3 (oltre alla situazione riguardante i prigionieri di guerra italiani e il loro rimpatrio, una breve intervista all’ex rettore dell’Università di Padova prof. Concetto Marchesi, «La parata della vittoria» e notizie varie di argomento finanziario), spicca l’annuncio della nomina del socialista Giuseppe Saragat ad ambasciatore italiano in Francia nell’ambito del riallacciamento delle relazioni diplomatiche con questo Paese, che a sua volta nominava ambasciatore in Italia M. Couve de Murville. Quello tra la Francia e l’Italia costituiva un riavvicinamento importante, specie se si conta che le due Nazioni erano in guerra l’una contro l’altra dal 10 giugno 1940, quando Mussolini dichiarava guerra proprio alla Francia e al Regno Unito. Informazioni molto più interessanti riguardo lo scenario internazionale del periodo si trovano a pagina 4. In aper-
tura l’annuncio delle occupazioni delle città austriache di Innsbruck e Salisburgo (occupate il 4 maggio dagli americani) e la cronaca degli ultimi progressi in Nord Europa, Danimarca, Olanda e Germania, con l’importante annuncio da parte della radio tedesca che i porti di Kiel e Flensburg situati in Germania nello Schleswig-Holstein, erano città aperte (a Flensburg era stato organizzato il quartier generale di Doenitz per le battute finali della guerra). Si possono inoltre ripercorrere ulteriori importanti eventi di quei giorni di maggio 1945: ecco allora parlare del tanto atteso ricongiungimento a Vipiteno (Passo del Brennero) della 5 a Armata americana del Generale Lucian
Il Generale Lucian Truscott.
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William J. Slim.
Truscott (succeduto a Mark Wayne Clark) proveniente dall’Italia del Nord con la 7a Armata americana del Tenente Generale Alexander Patch proveniente dall’Austria; della occupazione di Berchtesgaden da parte di «colonne celeri della 7a Armata» (cioè i paracadutisti della 101 a Divisione); dei progressi della 1a Armata francese che operava nella Germania sud-occidentale al confine con la Svizzera e Austria dopo aver fatto breccia attraverso le Alpi; degli ultimi brillanti risultati della 3a Armata USA del Generale George Patton (sempre tra le più attive e combattive unità alleate impegnate nell’European Theater of Operations); della resa delle Armate tedesche 9a e 12a alle truppe americane.
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Sempre a pagina 4, degne di nota sono le ultime cronache dal fronte del Pacifico. Il titolo «I Britannici a Rangoon, Capitale della Birmania», sottolineava proprio l’importanza di questo avvenimento all’interno del complesso teatro bellico in Estremo Oriente; dopo oltre tre anni di occupazione giapponese, gli inglesi si riappropriavano della città. Il vero artefice e protagonista della riconquista inglese della Birmania e della sua capitale Rangoon fu il comandante della 14a Armata (promosso poi Maresciallo) William J. Slim, la cui Armata era stata affidata direttamente dal comandante generale nel Sud-Est Asiatico, l’Ammiraglio Louis Mountbatten. L’ultimo atto della campagna britannica in Birmania tra il 1944 ed il maggio 1945 fu proprio l’entrata delle truppe inglesi in Rangoon. Dopo giorni di violenti combattimenti tra inglesi e giapponesi, l’iniziativa passava definitivamente nelle mani britanniche costringendo i giapponesi alla difensiva, ormai male armati e con un pugno di aerei. Per la conquista di Rangoon gli inglesi avevano ideato due operazioni, una anfibia attraverso il fiume Rangoon e una aviotrasportata tramite un lancio di paracadutisti gurka alla foce del fiume: entrambe facevano parte dell’«Operazione Dracula». Il 1° maggio 1945, l’«Operazione Dracula» iniziava; dopo un primo scontro tra i gurka ed i giapponesi, questi ultimi decidevano di ripiegare consegnando di fatto la città in mano inglese. Informate in seguito le truppe anfibie, che attendevano istruzioni lungo le sponde del fiume, dell’inaspettata «via libera» e della repentina fuga dei soldati nipponici, queste ultime si dirigevano incontrastate verso la città. Era il 2 maggio 1945 e da lì a pochi giorni la campagna birmana si sarebbe conclusa definitivamente. Sul «Corriere
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Alleato» possiamo leggere, pertanto, della presa della città di Rangoon, del comunicato del 5 maggio e del messaggio di congratulazioni del Re di Inghilterra, Giorgio VI, indirizzato alle truppe al fronte. Sotto il titolo «Fronte del Pacifico» risalta la notizia degli scontri accesi e protratti sull’isola di Okinawa tra statunitensi e giapponesi. Intrapresa il 1° aprile 1945 con l’«Operazione Iceberg», la campagna militare di Okinawa impegnerà gli americani a lungo, ben 82 giorni, divenendo a tutti gli effetti la più imponente battaglia combattuta nel Pacifico durante il Secondo conflitto mondiale. I combattimenti sull’isola vedevano affrontarsi due Armate, la 10a Armata americana del Generale Simon Bolivar Buckner, composta da Divisioni di fanteria e Marines, e la 32a Armata giapponese comandata dai generali Mitsuru Ushijima e Isamu Cho; anche in cielo e in mare gli scontri infuriavano. In tutto vennero abbattuti circa 6 000 velivoli nipponici contro i 763 americani a riprova della ferocia dei duelli aerei, dell’impegno profuso dagli aviatori di entrambi gli schieramenti e della schiacciante superiorità americana. Sanguinosi «corpo a corpo» e cariche alla baionetta da Prima guerra mondiale si susseguivano per giorni interi da una parte e dall’altra; gli americani avanzavano lentamente sull’isola, dalla morfologia insidiosa e a loro sconosciuta e difesa fino all’ultimo uomo dai giapponesi. Al momento della pubblicazione del numero 10 del «Corriere Alleato» la battaglia di Okinawa si trovava ancora in una situazione di stallo; soltanto verso la fine di maggio gli americani avrebbero iniziato ad avanzare attraverso l’ostico territorio di Okinawa giun-
gendo alla vittoria finale il 21 giugno 1945. Il bilancio delle vittime fu incredibilmente alto: almeno 12 500 morti tra gli americani, 107 000 tra i giapponesi, senza contare feriti, dispersi e civili rimasti uccisi. Nel corso della battaglia, trovarono la morte il Generale Buckner, il 18 giugno, durante uno sbarramento di artiglieria giapponese e due generali nipponici, che fecero «harakiri» il 22 giugno. Terminiamo qui questo «viaggio della memoria» attraverso le quattro pagine del «Corriere Alleato» del 5 maggio 1945. La resa della Germania nazista sarebbe seguita di lì a poco, l’8 maggio 1945, sancendo finalmente la fine delle ostilità in Europa e aprendo di fatto un’altra era altrettanto turbolenta e sanguinosa: la Guerra fredda. In Oriente, invece, la guerra sarebbe durata ancora per alcuni mesi, sino alla capitolazione del Giappone il 15 agosto 1945, dopo le bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Sfogliando un cimelio del genere, ci si rende conto di quanto quei fatti, che alle nuove generazioni appaiono incomprensibilmente così lontani, siano al contrario ancora vivi e presenti a distanza di sessant’anni. Quei fatti incarnano un’attualità storica che merita un attento esame ed un approfondimento affinché si comprendano anzitutto le ragioni e le dinamiche della Seconda guerra mondiale e, in secondo luogo, le ripercussioni sul dopoguerra e sulla società in cui ancora oggi viviamo. Insomma, tutto il peso della storia in soli quattro fogli di giornale, testimoni e narratori silenziosi della guerra più immane della storia dell’uomo.
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STORIA
GRAN SASSO 1943: LA LIBERAZIONE DEL DUCE del Cap. Andrea LOPREIATO in servizio presso il Comando Aviazione Esercito di Viterbo
L
a storiografia ha sempre descritto la liberazione del Duce dal suo luogo di custodia sul Gran Sasso come un rapido blitz compiuto da paracadutisti e SS a bordo d’alianti; in realtà quest’azione è stata soltanto l’epilogo di una più vasta e complessa operazione denominata Eiche, «Quercia», iniziata quando ancora Italia e Germania erano ufficialmente alleate e proseguita nel drammatico periodo dell’armistizio.
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Skorzeny, Mussolini e, all’estrema destra, l’ispettore generale Gueli. Sullo sfondo il Maggiore Mors col berretto e il Tenente delle SS Radl con l’elmetto in dotazione alla Luftwaffe.
L’OPERAZIONE «QUERCIA» Nella primavera del 1943 Hitler era divenuto sospettoso nei confronti degli italiani in merito alla prosecuzione delle ostilità contro gli Alleati; a tal proposito
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vennero studiati 4 piani da attuarsi qualora l’Italia avesse deciso di recidere il pesante legame con la Germania. Le operazioni vennero denominate Alarich, Schwarz, Achse e Eiche («Alarico», «Nero», «Asse» e «Quercia»): la prima si configurava nel preposizionamento di truppe e occupazione della penisola italiana; la seconda nella cattura del governo e della famiglia reale; Achse prevedeva la cattura o la distruzione della flotta e del materiale d’armamento delle Forze Armate italiane e, infine, Eiche, ovvero «Quercia», contemplava la liberazione di Mussolini prigioniero dal 25 luglio 1943. L’operazione «Quercia» può sembrare secondaria rispetto al disarmo di un intero Esercito, ma Hitler era fermamente convinto che la restaurazione di un governo guidato dal Duce avrebbe riportato alla causa tedesca almeno parte del potenziale bellico italiano.
L’albergo di Campo Imperatore; la forma tondeggiante doveva essere una lettera D. Con altri due edifici, mai costruiti, avrebbero composto la parola DUX vista dall’alto. In questo luogo venne custodito Mussolini dal settembre del 1943 sino alla sua liberazione.
Già il 25 luglio il Führer ordinò di liberare il Duce, non curante dei suoi consiglieri che gli fecero presente che si sarebbe trattato di un atto ostile verso un Paese ancora formalmente alleato e che, anzi, proprio un incidente di questo tipo avrebbe potuto causare il casus per fare sganciare l’Italia dal conflitto. Nel frattempo iniziò l’operazione «Alarico» e con la scusa ufficiale di far affluire truppe per la difesa del territorio italiano, numerose Divisioni tedesche affluirono dal Brennero verso il Centro Italia. Le forze operative dedicate all’operazione «Quercia» furono i paracadutisti del Generale Student (Comandante e
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padre fondatore dell’Arma dei paracadutisti tedeschi), che mobilitò per il caso la 2 a Fallshirmjäger Division (Divisione paracadutisti) che venne rapidamente ritirata dal sud della Francia e ridislocata sui colli Albani, vicino Roma. Poichè i paracadutisti non disponevano di un Servizio informativo per indagini di polizia politica, il SD (Sicherheits Dienst, Servizio informativo politico delle SS) fornì questo tipo di supporto. Venne incaricato di rintracciare il nascondiglio di Mussolini il Hauptsturmführer (Capitano delle SS) Otto Skorzeny. Questi, uomo fidato di Kaltenbrunner (Comandante del SD del Reich), avrebbe potuto avvalersi di tutto il supporto del SD già presente in Italia, ben diretto dallo Standartenführer (Colonnello delle SS) Dollman.
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Villa Weber alla Maddalena, oggi. Vicina al mare, ma ben protetta da muri e boschi, qui una guarnigione di 100 uomini sorvegliava Mussolini durante la sua prigionia.
GLI SPOSTAMENTI DI MUSSOLINI Il Duce venne arrestato il 25 luglio 1943 a Villa Savoia con la motivazione di «provvedere alla sua sicurezza»; i carabinieri incaricati dell’arresto lo caricarono su un’ambulanza e lo portarono dapprima nella caserma dei carabinieri di Trastevere e successivamente presso la Scuola Sottufficiali di via Legnano. Supponendo che i tedeschi avrebbero tentato un colpo per liberare l’ex capo del fascismo, iniziò una serie di spostamenti pianificati e non che avrebbero messo a
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dura prova l’intelligence del SD. Tra il 27 e il 28 luglio una corvetta, la RN Persefone, attraccò a Gaeta per fare rotta alla volta di Ponza o Ventotene. Avrebbe deciso al momento il capo scorta quale delle due isole scegliere e dopo una breve ricognizione optò per Ponza. La notte tra il 6 e il 7 agosto, per ordine di Badoglio, il prigioniero fu imbarcato a bordo del cacciatorpediniere Pantera e spostato presso l’isola della Maddalena, per l’esattezza a villa Weber, una costruzione poco distante dal mare e facilmente difendibile dalla nutrita scorta di carabinieri che in quel luogo arrivò a contare cento unità. Contemporaneamente i tedeschi non erano riusciti a localizzare minimamente la posizione del luogo di custodia, e la situazione stava rapidamente precipitando, in quanto fonti dell’intelligence tedesca confermavano che, nonostante i proclami ufficiali,
Mussolini, Skorzeny e il Capitano pilota Gerlach si accingono a salire sullo Storch che li condurrà alla base aerea di Pratica di Mare.
l’Italia era sempre più decisa ad uscire dal conflitto. Per puro caso, verso metà agosto, l’Ufficiale di collegamento della Kriegsmarine (Marina Militare tedesca) in Sardegna udì alcuni discorsi in merito a un luogo sicuro per un prigioniero presso l’isola della Maddalena. Questo diede il via ad un’azione di verifica del SD che inviò sul luogo il Capitano Skorzeny e il Maresciallo Warger che parlava italiano perfettamente. I due agenti, travestiti da marinai, cercarono di cogliere informazioni dalla popolazione civile e vi riuscirono, tanto che, da lontano, Warger riuscì persino a scorgere la sagoma del Duce ancora
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nere segreto. Ma proprio quando l’operazione stava per scattare l’Ammiraglio Canaris (capo del controspionaggio tedesco fino al 1944, quando fu coinvolto nel complotto che portò al fallito attentato a Hitler; Canaris morirà sotto tortura. Non si sa se l’informazione che Mussolini si trovasse all’isola d’Elba fu volontariamente errata o in buona fede ma frutto di un’errata valutazione informativa), capo dell’Abwehr (Controspionaggio tedesco), comunicò al Führer che il SD era caduto in una trappola dei servizi segreti italiani e che in realtà il prigioniero si trovava sull’isola d’Elba. Il rischio era molto elevato e si poteva fornire il casus agli italiani per Otto Skorzeny durante l'operazione Greif nel 1944 col grado di Colonnello.
prigioniero a villa Weber. Il 18 agosto i due agenti rientrarono a Roma e si imbarcarono su un ricognitore Heinkel 111 per proseguire per via aerea la ricognizione del luogo; durante questa attività l’aereo venne colpito e fu costretto ad ammarare, ma paradossalmente l’equipaggio e le riprese fotografiche furono recuperati da un’imbarcazione della Regia Marina. Il piano studiato per liberare il Duce da villa Weber prevedeva di mobilitare la Brigata Reichführer SS di stanza in Corsica che, grazie a motosiluranti e altro naviglio tedesco, sarebbe sbarcata con una forza di mille uomini nella zona del Porto Vecchio della Maddalena, da dove avrebbe raggiunto l’obiettivo e avuto facilmente ragione della scorta; contemporaneamente un’altra flottiglia di siluranti avrebbe simulato una visita di cortesia ad infrastrutture militari italiane per creare un diversivo. Il piano era rischioso e tutt’altro che facile da mante-
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Il Maggiore paracadutista Mors. Precedentemente, era stato pilota da caccia e da trasporto della Luftwaffe.
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sganciarsi dal conflitto, il tutto mettendo in discussione un’informazione del blasonato capo dell’Abwerh. Dopo una lunga riunione tenutasi alla Wolfshanze (la «tana del lupo»; ovvero il comando di Hitler situato nella Prussia Orientale), il Führer, sentite le ragioni di Student e Skorzeny, ruppe gli indugi e autorizzò l’operazione alla Maddalena. Il 29 agosto salpò da Anzio la flottiglia di siluranti dedicata al diversivo, con la scusa ufficiale di una visita di cortesia; Skorzeny e Warger erano a bordo e avrebbero effettuato una ricognizione preliminare prima di dare il via allo sbarco della Brigata Reichführer SS. Giunti alla Maddalena, i due agenti appurarono, loro malgrado, che il prigioniero era stato portato via la mattina stessa con un aereo ambulanza; alla flottiglia non restò che approfittare dell’ospitalità dell’alleato per la «visita di cortesia».
Un aliante da assalto DFS-230 del tipo usato durante l’operazione «Quercia».
Un Cant-Z 506 (aereo da ricerca e soccorso idrovolante) ambulanza ammarò sul lago di Bracciano, dove lo attendevano dei veicoli per condurre il prigioniero alla volta del Gran Sasso, dove sarebbe stato custodito in un albergo-rifugio nella località di Campo Imperatore, a 2000 metri di quota. In quel luogo, accessibile solo tramite una funivia o irti sentieri di montagna, i 43 carabinieri agli ordini del Tenente Faiola e i 39 poliziotti agli ordini dell’Ispettore Generale Gueli sarebbero stati sufficienti a contrastare qualsiasi minaccia. LA SD CHIUDE IL CERCHIO All’Obersturbannführer (Tenente Colonnello delle SS) Kappler, comandante della SD a Roma, non era assolutamente passato inosservato l’andirivieni dal Gran Sasso che le varie ricognizioni italiane avevano creato. Inoltre, a conferma di tutto ciò, venne perfino decifrato un messaggio di Gueli al Capo della Polizia
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Senise, che parlava di «misure di sicurezza sul Gran Sasso». A quel punto al SD non restò che verificare l’ipotesi e, a tal proposito, lo Sturbannführer (Maggiore delle SS) Erik Priebke, il secondo di Kappler, si recò alla volta del Gran Sasso per raccogliere informazioni; giuntovi non fece fatica a verificare la presenza di check point e postazioni nella valle di Assergi, luogo di partenza della funivia. Il tutto era abbastanza sospetto per quella che, in teoria, doveva essere una tranquilla vallata nel cuore delle retrovie. Fu effettuata una seconda ricognizione con un Heinkel 111 a bordo del quale erano Skorzeny ed il Capitano della Luftwaffe Langhut, uomo di fiducia e pilota personale del Generale Student. Nel frattempo Student aveva dato l’in-
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carico di liberare il Duce al Lehr Battalion della 2a Fallshirmjäger Division, comandato dal Maggiore Harald Mors; nel mentre gli alianti del Luftlandegeschwader 1 (letteralmente, stormo da sbarco aereo) erano già in movimento dalla Francia all’Italia. Il Generale Student, che aveva ricevuto l’incarico dal Führer in persona, non voleva rischiare brutte figure e, oltre a scegliere l’unità migliore, comandata da un Ufficiale di provata esperienza, inviò in ricognizione ad Assergi un altro suo uomo di fiducia, il Tenente medico Krutow. La scusa ufficiale in caso di controlli effettuati dai
La base della funivia ad Assergi ai piedi del gran Sasso occupata da un gruppo motorizzato tedesco.
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militari italiani era di individuare un luogo di cura per i soldati tedeschi nella tranquillità dell’appennino. Anche Krutow, dopo il sopralluogo, stese un rapporto che combaciava con la ricognizione già svolta da Priebke: check point e postazioni lungo le vie di afflusso ad Assergi e, soprattutto la funivia chiusa dalla fine di agosto, data del presunto arrivo del Duce. IL PIANO DEL MAGGIORE MORS L’11 settembre Student convocò il Maggiore Mors per discutere il piano d’azione; il Generale propose un lancio di paracadutisti nei pressi dell’albergo e nella vallata di Assergi. Ma come di consueto nelle forze speciali i superiori non impongono i piani agli inferiori, ma li commentano insieme. Il Maggiore Mors obbiettò che il vento ad alta quota avrebbe disperso i suoi uomini e, a termine azione, non ci sarebbero stati automezzi per riportare indietro l’unità che si sarebbe trovata a 200 km dalle proprie linee. Secondo Mors, infatti, una compagnia portata dagli alianti avrebbe dovuto prendere l’albergo mentre un Kampfgruppe (gruppo tattico) formato da tre compagnie di pracadutisti, una carri, un plotone genio e un plotone trasmissioni, avrebbe raggiunto la base della funivia pronto a parare qualsiasi minaccia. Il piano di Mors per il blitz era semplice: 3 alianti avrebbero preso terra vicino all’albergo per tentare un’entrata di sorpresa. Sul primo aliante ci sarebbe stato il Tenente Berlepsch, sul secondo il comandante di plotone Maresciallo Abel, che avrebbe guidato una squadra direttamente alla stanza del Duce, ed infine dal terzo aliante sarebbe sbarcato il
nucleo radio. Se non fosse riuscita la sorpresa totale, i restanti 9 alianti (poi diventati 7) atterrati più lontano avrebbero assaltato l’albergo come se fosse stata una postazione avversaria e avrebbero liberato il prezioso ostaggio. L’effetto sorpresa era fondamentale in quanto, se le guardie avessero sabotato la funivia e spostato il Duce per i sentieri di montagna, sarebbe stato sufficiente qualche tiratore per paralizzare l’intera unità tedesca in afflusso dalla valle o da Campo Imperatore. Secondo Mors, l’ostaggio avrebbe potuto essere scortato a bordo di un mezzo blindato sino a Pratica di Mare, ma Student consigliò l’impiego di due aerei leggeri Fieseler 156 Storch. Questi mezzi dalle eccezionali prestazioni necessitavano di appena 20 metri per l’atterraggio e 60 per il decollo. Per cui sarebbe stato possibile imbarcare il prigioniero e il suo accompagnatore decollando dal pianoro di Campo Imperatore. Il giorno previsto per l’azione era il 12 settembre alle ore 07,30. Ma dopo le rimostranze di Mors, che fece presente l’impossibilità di raggiungere il luogo per quell’ora, vennero concesse 12 ore di proroga, spostando l’ora del blitz alle 14.00 del 12 settembre 1943. Vista l’imminenza dell’operazione, Skorzeny chiese il permesso a Student di partecipare all’azione con una squadra di SS (per mantenere segreta l’attività del SD per tutta l’operazione Skorzeny e i suoi uomini saranno vestiti con le uniformi della Luftwaffe; anche nelle foto del blitz del Gran sasso si nota personale con il tipico elmetto accorciato dei paracadutisti e altri, appunto le SS con l’elmetto normale e le uniformi della Luftwaffe). Il Generale acconsentì a quella richiesta intenden-
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dola come un premio a quel Capitano che si era così dato da fare per individuare il rifugio di Mussolini. Skorzeny avrebbe svolto l’incombenza di ricondurre il Duce liberato al cospetto di Hitler, sottraendo a questo compito un Ufficiale dei paracadutisti che, secondo Student, sarebbe stato più utile in zona di guerra. Il grado del Capitano delle SS doveva però intendersi congelato, in quanto il comandante della compagnia era sempre il Tenente Berlepsch. Inoltre, Skorzeny per l’occasione aveva con sè un prigioniero sulla cui volontarietà alla partecipazione al raid si avevano forti dubbi: il generale della PAI (Polizia dell’Africa Italiana) Fernando Soleti, il cui compito doveva essere quello di far deporre le armi alla scorta e di creare confusione tra i carcerieri parlando in italiano. L’ASSALTO AL GRAN SASSO Mentre alle 03.00 del 12 settembre si metteva in movimento la colonna di terra comandata dal Maggiore Mors, sull’aeroporto di Pratica di Mare la 1a Compagnia Paracadutisti del Tenente Berlepsch si preparava all’azione aerea; ma fu solo un paio d’ore prima del decollo che il Generale Student spiegò esattamente ai parà chi stavano andando a liberare. Dopo un lungo viaggio e qualche scaramuccia con i soldati italiani dei check point che alla vista della colonna ripiegarono nelle case ed effettuano un tiro di disturbo, la colonna di terra raggiunse Assergi verso le 13.00 per attendere gli alianti, non senza aver prima tagliato i collegamenti telefonici italiani. La formazione aerea era composta da 4 traini Henschel 126, ognuno dei
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quali avrebbe tirato 3 alianti, anche se prima della partenza furono disponibili solo dieci DFS-230. Una volta decollati da Pratica di Mare, alcuni dei traini Henschel 126 fecero alcune orbite circolari (che i piloti chiamano 360) al fine di guadagnare quota prima dei rilievi montani e, poiché gli apparecchi erano in silenzio radio, la formazione venne scompaginata presentando i plotoni in modo diverso da quanto pianificato. Comunque, alle 13.45 i binocoli del Kampfgruppe di Mors inquadrarono le sagome dei DFS-230 che, sganciatisi dagli Henschel 126, iniziarono la manovra di atterraggio. Gli experten (piloti di provata esperienza) avevano consigliato volo planato di precisione e non picchiata. Inoltre, in mancanza dei razzi frenanti sarebbe stato applicato del filo spinato ai pattini degli alianti per ridurre la corsa d’atterraggio. Skorzeny, avvistato dal suo aliante il rifugio del Duce, ordinò al suo pilota di sganciarsi dal traino e di picchiare direttamente sull’obiettivo senza riguardo per gli ordini ricevuti. Pressato dall’ufficiale SS il pilota obbedì e l’aliante atterrò in modo pesante vicino all’albergo. Nell’atterraggio rimasero feriti alcuni degli occupanti, ma Skorzeny balzò fuori mentre alcune SS spinsero Soleti verso l’edificio. Nel frattempo altri alianti erano già atterrati, tra cui il velivolo del nucleo trasmissioni, i cui occupanti guadagnarono i piani superiori dell’edificio per installare un collegamento con il resto del Kampfgruppe nella vallata. Non appena i parà furono a terra, entrarono nell’edificio senza trovare alcuna resistenza da parte italiana e immediatamente si recarono nella stanza 202, dove era custodito il Duce. Il maresciallo Abel, comandante di plotone, entrò
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per primo, ma fu raggiunto dall’onnipresente Skorzeny che si qualificò come più alto in grado e responsabile dell’azione. Liberato il prigioniero e vista, non solo la mancata reazione, ma addirittura la gioia degli italiani, la tensione diminuì immediatamente e il comandante della 1a compagnia potè ordinare all’operatore radio di trasmettere al comando il messaggio: «Auftrag erfüllt!» (missione compiuta!). Mors, sbalordito dalla rapidità dell’azione, temendo un trucco degli italiani o che il Duce fosse morto, chiese di parlare con Berlepsch in persona; una volta raggiunto l’apparecchio questi gli confermò che l’azione era stata conclusa senza perdite. Tramite la funivia, Mors e il suo stato maggiore raggiunsero l’albergo di Campo Imperatore per vedere l’ostaggio liberato e provvedere al suo rientro in Germania. A tal proposito erano stati disposti due aerei a decollo corto
Il Generale Student conferisce onerificenze per la riuscita di «Quercia».
Fieseler 156 Storch, ma per via di problemi tecnici solo uno era disponibile. Il Duce doveva viaggiare scortato da Skorzeny, ma come sarebbe stato possibile imbarcare i due corpulenti passeggeri e decollare in così poco spazio? Mors pensò di fare scendere il Duce a valle con la funivia e tentare un decollo dalla vallata dove era disponibile più corsa per il decollo; ma Skorzeny convinse il Capitano pilota Gerlach a caricare entrambi e decollare dal pianoro di fronte all’albergo. Nel pomeriggio, il Fieseler 156 rullò per alcuni metri e dopo essere scomparso nel vuoto del precipizio riapparve in volo; solo allora Mors chiamò Student e riferì: «Duce abgeflogen» (Il Duce è decollato). La 1a compagnia raccolse il materiale riutilizzabile e incendiò gli alianti. Una volta concentratosi a valle, il Kampfgruppe si
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Foto di gruppo per festeggiare la liberazione. Da sinistra, il Tenente Berlepsch, il Maggiore Mors, Mussolini, il Capitano Skorzeny (con la croce di ferro sul taschino).
accampò per la notte nella quiete della campagna. L’operazione «Quercia» si era brillantemente conclusa, e gli unici colpi sparati sul Gran Sasso furono esplosi accidentalmente da un giovane furiere tedesco un pò troppo agitato, e le uniche due vittime dell’intera operazione furono un carabiniere ferito durante uno scambio di colpi ad Assergi e una guardia forestale uccisa mentre correva a dare l’allarme all’arrivo della colonna di terra, due incidenti marginali nel quadro dell’intera operazione.
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GLI ITALIANI L’assenza di una qualsiasi reazione da parte italiana non è ascrivibile solo all’effetto sorpresa e alla professionalità dei tedeschi. Per comprendere appieno lo stato d’animo di quegli uomini bisogna immedesimarsi in giovani di 20-30 anni, fondamentalmente stanchi della guerra, tagliati fuori da qualsiasi tipo di comunicazioni, che avevano appena saputo che l’Italia era uscita dal conflitto l’8 settembre e che questa delicata missione affidatagli ritardava il loro ritorno a casa. I loro comandanti, ovvero il Tenente dei Carabinieri Faiola e l’ispettore generale Gueli, avevano ricevuto ordini vaghi da fonti diverse e non era mai stato defini-
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to chi dei due fosse effettivamente in comando; l’ultimo ordine ricevuto sul Gran Sasso fu di «avere prudenza» e questo fu interpretato dai due come non uccidere il Duce nell’imminenza di un’eventuale azione volta alla sua liberazione. La riprova della totale inattività degli agenti di guardia e della manifesta intenzione a non nuocere ai tedeschi fu il fatto che il Maggiore Mors fece togliere loro solo l’armamento pesante e non fece prigionieri; inoltre numerosi poliziotti salutarono il Duce romanamente e vennero immortalati festosi nelle foto ufficiali dell’operazione insieme ai tedeschi, quasi fosse stata un’esercitazione a partiti contrapposti ben conclusa. Se si considera che in quei giorni i tedeschi stavano disarmando e catturando l’intero Regio Esercito, quello di Mors fu un atteggiamento molto singolare, forse giustificato da un comportamento «mission oriented» volto all’esclusivo assolvimento della missione senza ulteriori problemi. L’unico contrariato sembrò essere Mussolini, che sostenne: «avrei preferito essere liberato dagli italiani!»; ma quali, visto che ancora la RSI non esisteva? Il Duce, da politico navigato, sapeva in che modo avrebbe dovuto ripagare quella «cortesia» di Hitler, e che il suo destino e quello dell’Italia sarebbero stati indissolubilmente legati a quello del dittatore tedesco e della Germania. LA BATTAGLIA MEDIATICA Skorzeny accompagnò Mussolini sino alla base aerea di Pratica di Mare, dove ad attenderlo c’era un aereo pronto a decollare per Vienna; nella capitale
austriaca il capo del SD Kaltenbrunner stava organizzando un’offensiva mediatica in piena regola. Subito fu imbastita una versione ufficiale, da riportare al Führer, in cui le SS avevano compiuto la parte più difficile della missione; chi poteva mettere in discussione tale versione? Skorzeny aveva fatto le ricognizioni, era il più elevato in grado nel commando dei liberatori, si era presentato al Duce per primo, era andato con lui in aereo e c’erano persino le foto. Il giorno successivo Skorzeny fu promosso al grado di Maggiore e decorato con la Ritterkreuz (Croce di cavaliere) e la versione distorta organizzata dalle SS fu consegnata alla storia, tramite le agenzie di stampa e i cinegiornali. Ai parà non rimasero che le decorazioni e i complimenti di Student, ma nessuno dei vertici della Luftwaffe, compreso Herman Göering, aveva voglia di litigare con Hitler per decidere di chi fosse il merito. Ormai i giornali e le radio avevano parlato e non ci si poteva contraddire. Skorzeny, grazie a questa impresa, divenne l’uomo di fiducia di Hitler per le missioni segrete più sensibili, e sarà protagonista di altre due spettacolari azioni nel corso del 1944: il rapimento del reggente d’Ungheria e l’infiltrazione di commandos tedeschi anglofoni per creare scompiglio tra gli americani a premessa dell’offensiva tedesca nelle Ardenne. L’operazione «Quercia» trasformò in realtà il disegno di Hitler: riportare alla causa tedesca parte del potenziale bellico italiano tramite la creazione della RSI. •
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I GIOVANI BERSAGLIERI: «UNA TRADIZIONE SEMPRE ATTUALE»
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IL SALUTO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO Fiamme Cremisi in servizio e in congedo, è con grande piacere che, in occasione del 56° Raduno Nazionale, Vi porgo il mio saluto personale e quello di tutto l’Esercito Italiano, a Voi spiritualmente vicino in questa solenne occasione. Si tratta di un Raduno fortemente significativo, poiché ricorre quest’anno il novantesimo anniversario dell’epilogo vittorioso della Prima Guerra Mondiale, in cui la specialità si distinse, pagando un altissimo tributo di sangue, per audacia ed ardimento. I Bersaglieri sono da sempre uno dei simboli più amati dell’Esercito Italiano, forse quello più tradizionalmente caro alla popolazione. Ma essi non assurgono alla ribalta soltanto per il travolgente brio e per il suono delle fanfare. I Reparti più decorati dell’Esercito, le Bandiere di Guerra fra le più gloriose appartengono alla Vostra specialità. Una specialità che dal 1836, anno della fondazione del Corpo, è stata protagonista della Storia italiana in tutti i conflitti e su tutti i fronti. I Bersaglieri di oggi, gelosi custodi di fulgide tradizioni militari, sono tuttora impegnati in tutte le principali missioni oltremare, dando prova di disciplina e dedizione e perpetuando il loro glorioso retaggio. Per essere all’altezza delle nuove e sempre più impegnative sfide, i Bersaglieri hanno saputo stare al passo con i tempi, dando vita, pur ridotti nel numero rispetto al passato, a reparti moderni, dinamici, animati da soldati, uomini e donne, altamente addestrati ed entusiasti. La Brigata Bersaglieri «Garibaldi», principale depositaria delle tradizioni bersaglieresche, è oggi tra le Unità di punta del nostro Esercito, sempre fra le prime ad entrare in azione, a tutela della sicurezza e della pace nelle varie aree di crisi e degli interessi del nostro amato Paese. È mio desiderio, infine, in questa giornata di festa, rivolgere un sentito ringraziamento all’Associazione Nazionale Bersaglieri, che tanto si adopera per assicurare l’indispensabile legame tra le Fiamme Cremisi in servizio e quelle in congedo, tramandando l’etica ed i valori che hanno ispirato le passate generazioni e che abbiamo il dovere di preservare quale patrimonio per i nostri figli. Viva i Bersaglieri! Viva l’Esercito Italiano! Viva l’Italia!
IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO Generale di Corpo d’Armata Fabrizio CASTAGNETTI
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IL SALUTO DEL PRESIDENTE NAZIONALE A.N.B. Il 56° Raduno Nazionale dell’A.N.B. segna il ritorno a Pordenone di migliaia e migliaia di Bersaglieri formati all’ombra della Bandiera del grande “Ottavo”. Ricorderemo i Bersaglieri, tutti i Bersaglieri caduti in questi 172 anni di storia, dal Ponte di Goito ad oggi. Renderemo gli onori alle gloriose Bandiere dei nostri Reggimenti impegnati in questi ultimi anni in delicate e spesso rischiose missioni fuori area. Sarà un ritorno palpitante ed emozionante anche per me che vi ho trascorso alcuni tra i più esaltanti anni della mia lunga carriera militare. Ricorderemo la Martelli, la Comina, il Cellina - Meduna, il Tagliamento, la frontiera orientale… il Vajont ove noi Bersaglieri dell’«Ottavo» arrivammo per primi. Ricorderemo i Colonnelli Comandanti: l’amatissimo «papà» Vicini, il mitico e mistico Rubeo, il leggendario Pontieri e tutti gli altri indimenticabili protagonisti in pace e soprattutto in guerra. Sarà per tutti i Bersaglieri che, ne sono certo, affluiranno numerosissimi con i loro Labari da tutte le regioni italiane e dall’estero, scortati dalle squillanti fanfare, una grande occasione d’incontro, di amicizia, di fratellanza. Sarà per tutti noi anche un momento di riflessione sull’attualità dei principi e dei valori contenuti nel Decalogo del nostro Fondatore; sarà infine occasione per discutere e dibattere la validità degli attuali orientamenti della nostra amata Associazione in merito alle attività umanitarie e sociali nelle quali tutti noi siamo sempre più coinvolti.
GEN. C.A. (ris.) Benito POCHESCI
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IL SALUTO DEL DECANO DEI BERSAGLIERI IN SERVIZIO Carissimi Bersaglieri, amici, una particolare circostanza mi offre l’onore e il piacere di assolvere la funzione di Decano dei Bersaglieri in servizio; una funzione che sono lieto di assolvere, fiero ed orgoglioso non tanto perché essa deriva dal grado che ho raggiunto, ma quanto per il fatto che corrisponde alla effettiva più «antica» militanza - tra i colleghi in armi - con le «fiamme cremisi». È, quindi, con sentita ed intensa emozione che, a nome dei Bersaglieri in servizio, uomini e donne, rivolgo a tutti un caloroso e beneaugurante saluto in occasione del 56° Raduno Nazionale. È questo un appuntamento ricorrente, che rappresenta sempre più un momento fondamentale di incontro per tutti i fanti piumati: è il momento in cui, annualmente, è più visibile quel continuum che collega ed unisce tutti coloro che indossano o hanno indossato il piumetto; dal più giovane volontario in ferma breve al meno giovane (ma pur sempre tale nello spirito) Bersagliere in congedo: è un appuntamento che realmente lega il personale in servizio ai Bersaglieri che operano nella società civile, nei diversi comparti del mondo del lavoro. Il piumetto, però, è solo un simbolo; ad accomunarci è e deve essere molto di più. Qualcuno, in passato, ha detto che «le piume sono e devono continuare ad essere un esercizio dello spirito». Ebbene, se ciò vuol dire conoscere ed applicare giorno dopo giorno lo spirito del «Decalogo» di La Marmora, operare con generoso slancio per assolvere i compiti ricevuti, mantenere saldi l’entusiasmo e la disponibilità dei vent’anni nel rispetto dei valori morali e civili che sono alla base del vivere sociale, in questo caso essere Bersaglieri è davvero un esercizio dello spirito, una filosofia di vita intensamente e concretamente vissuta. Ciò è tanto più necessario in questo momento storico particolarmente impegnativo, in cui l’Esercito sta attraversando una stagione di grande dinamismo, teso a portare a termine, pur tra molteplici difficoltà di natura economica ed organizzativa, il processo di profonda trasformazione in atto: da forza prevalentemente statica a strumento rapidamente proiettabile; da Esercito misto a Esercito totalmente volontario;
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da forza di massa a forza di qualità; da Esercito in guarnigione a Esercito nella società e della società. La Forza Armata oggi è chiamata ad assolvere gravosi impegni operativi, sia sul territorio nazionale sia nelle molteplici missioni in terre lontane, martoriate da enormi problemi, che vanno dai bisogni primari fino alla speranza di pace e democrazia. In tutte queste attività i Bersaglieri sono protagonisti in un modo che sottolinea la loro tradizionale specificità. Del resto, alla base dello strumento operativo terrestre, per quanto tecnologicamente avanzato possa essere, c’è sempre e comunque l’uomo: il soldato, professionista addestrato, motivato, consapevole, sensibile e preparato, sia fisicamente che culturalmente. Caratteristiche, sentimenti e valori che nei Bersaglieri sono di certo fortemente radicati. Ho letto recentemente su «Fiamma Cremisi» che il Bersagliere di oggi, agli occhi di un profano, rispetto agli altri professionisti inquadrati nelle unità di Fanteria, si differenzierebbe solo per alcuni simboli esteriori dell’uniforme. Io credo che molto dipenda da noi. Essere Bersaglieri deve significare essere veramente e sempre avanti, sempre in corsa e protesi al futuro non solo in termini di mezzi e di equipaggiamenti, come è imperativo per il soldato moderno di qualunque Arma o Specialità, ma essere più avanti in termini di efficienza, efficacia, disciplina consapevole, dedizione, slancio altruista, esuberanza intelligente. Non bisogna fermarsi per autocompiacersi nel mare dei ricordi, ma occorre puntare a migliorarsi ogni giorno per dimostrare di saper essere al passo coi tempi, pronti e capaci di assolvere nuovi compiti non solo in virtù di una tradizione che ha visto i Bersaglieri sempre primi agli appuntamenti della Storia nazionale, ma anche perché essi - espressione fedele dell’animo italiano - all’esuberanza, alla spavalderia, alle note squillanti delle fanfare, uniscono radicato senso del dovere, efficienza e concreta capacità di operare al meglio per contribuire al progresso dell’Italia nella pace e nella sicurezza. Il Raduno Nazionale offre l’opportunità di rinnovare l’unità di intenti e di sentire tra Esercito e Nazione, tra Bersaglieri in servizio e Bersaglieri in congedo. I primi impegnati a dimostrare di saper assolvere il compito e di essere degni delle luminose tradizioni del Corpo, i secondi inseriti nella società e poiettati a intensificare la conoscenza e la diffusione dei valori che sono alla base del mondo militare e dei Fanti Piumati in particolare: professionalità, impegno, disponibilità, serietà di intenti vissuta con brio ed entusiasmo, altruismo, saldezza d’animo, senso civico, amore di Patria. Con la certezza, dunque, che il 56° Raduno sarà occasione per un genuino e festoso abbraccio popolare, rinnovo a tutti il mio sentito, affettuoso, beneaugurante saluto. GEN. C.A. Angelo DELLO MONACO
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Tutta l’essenza e la realtà dello spirito dei Bersaglieri risiede in una meravigliosa abitudine, che altro non è che l’effetto della lunga e costante educazione insegnata da La Marmora e maturatasi in più di settanta anni e un secolo di storia. Educazione che nel tempo è diventata forza morale e disciplina. Questo complesso di valori può servire ancora per formare le nuove generazioni di uomini e donne con le stellette? Io credo che se rileggiamo i Comandamenti del Fondatore la risposta non potrà che essere affermativa. L’obbedienza, il rispetto, il cameratismo, il sentimento della Famiglia - quella vera -, l’onore alla Patria non sono forse valori inalterabili? Essi costituiscono il fondamento di quella unità di intenti che deve legare i componenti di una Istituzione con la popolazione e quindi con l’Autorità costituita. È possibile prescindere da questi valori? Noi crediamo di no, come crediamo che una Forza non possa prescindere da una specifica preparazione fisica e tecnica che, nei Comandamenti di La Marmora, è sintetizzata nella conoscenza della propria arma e nella ginnastica fino alla frenesia. Certo, questi concetti sono stati oggi aggiornati alle nuove armi e alle nuove tecniche, ma nella loro intima essenza sono ancora gli stessi. Questa è l’educazione che tutti i Comandanti cercano di tramandare come una «meravigliosa abitudine», per usare il termine da Lei utilizzato nella domanda. I Bersaglieri sono depositari di un fulgido ed incancellabile passato. A chi chiede le ragioni della continua rievocazione delle loro nobili tradizioni si può rispondere che c’è un’ininterrotta
continuità tra passato e presente; una continuità che è una fede indispensabile per costruire quel futuro basato su un passato per il quale è stato pagato un incalcolabile prezzo di sangue. Qual’è il Suo pensiero? Noi siamo pienamente convinti che non si costruisce il proprio avvenire dimenticando o ignorando il passato. È per questo che noi custodiamo gelosamente il nostro passato assumendolo ed anche, in certa misura, superandolo. I 172 anni di Storia del Corpo testimoniano una evoluzione che ha tenuto i Bersaglieri al passo con i tempi, quando non li hanno preceduti. Innovativo fu l’uso delle biciclette prima, delle motociclette poi; innovativo e specialistico fu il loro impiego con e per i carri. Oggi l’impiego dei Bersaglieri ha forse perso parte della sua specificità e molti, me compreso, se ne dolgono, perché ritengono che il loro grande retaggio e la loro peculiare caratteristica siano sottoutilizzati. Si evoca la figura del Bersagliere quando si odono gli accelerati ritmi delle fanfare, le vibranti note delle musiche che hanno il potere magico di scuotere le sensazioni più profonde, di accendere improvvisi entusiasmi e di risvegliare in ogni italiano, giovane e meno giovane, sopiti ideali che sono sempre stabili valori di vita. Ma l’entusiasmo non deve spegnersi con il tacere delle trombe, bensì continuare per l’umano desiderio di progresso e di certezze. Questo è lo spirito che anima le adunanze che ogni anno si rinnovano in tutte le città italiane. Non ritiene che tenere ancora acceso lo spirito dei «piumati», oggi, possa essere testimonianza d’impegno civile, di coraggio e d’altruismo nella società nazionale?
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INTERVISTA AL GENERALE C.A. (ris.) BENITO POCHESCI
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Certo, il ritmo elettrizzante delle fanfare è capace di ridestare gli entusiasmi anche nei più scettici e riottosi; entusiasmi che, è
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vero, cessano al tacere di esse in coloro che non hanno l’animo del Bersagliere. Per i Bersaglieri no, e glielo dice il
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Credo che l’autentico spirito bersaglieresco possa sintetizzarsi in due parole: entusiasmo e generosità coniugati con una spiccata professionalità. Oggi le nostre fanfare non annunciano la guerra, annunciano la gioia, l’amicizia, la solidarietà! (…) e allora ecco i nostri Bersaglieri intervenire in Patria per fronteggiare pubbliche calamità, ecco i nostri Reggimenti operare fuori area per stabilizzare, per aiutare, per sfamare…ecco le nostre Fanfare strappare un sorriso a persone anziane sole, a bambini che soffrono…ecco i nostri Associati intervenire con nuclei organizzati in attività di Protezione Civile e partecipare a innumerevoli e differenziate attività sociali. Questi solo gli elementi fondamentali che ancora oggi consentono alle Unità Bersaglieri da una parte e all’Associazione Nazionale Bersaglieri dall’altra, di operare in simbiosi in Patria e all’estero, riscuotendo ovunque ampi consensi, unanimi riconoscimenti, grande rispetto.
Il bisogno di solidarietà e di umanità è irrinunciabile per il mondo di oggi. Il «bersaglierismo», che tali valori splendidamente incarna, potrebbe ancora una volta proporsi come filosofia di vita. Ma, ancor di più, come fermo impegno per una sempre più viva testimonianza di amore per il nostro Paese. Qual è, secondo Lei, l’autentico spirito del «bersaglierismo»?
Per rispondere a questa domanda non posso non richiamare i già citati Comandamenti di La Marmora ai quali vorrei aggiungere anche le qualità morali che lo stesso Fondatore elencò nella sua proposizione per la costituzione della 1° Compagnia di Bersaglieri. Un qualunque cittadino che faccia propri gli insegnamenti di La Marmora e possegga i requisiti morali richiesti dallo stesso sarà certamente un cittadino esemplare e potrà contribuire attivamente allo sviluppo della società civile, diffondendo con il suo esempio un positivo contagio fra coloro con i quali verrà a contatto.
A sinistra: bersagliere in uniforme da campagna (1900).
Oggi essere Bersaglieri e conservarne lo spirito può essere considerato elemento culturale utile allo sviluppo della società civile?
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Presidente Nazionale che li ha osservati in centinaia di circostanze. Numerose sono le manifestazioni di solidarietà a livello nazionale e locale cui i membri dell’Associazione partecipano attivamente anche con iniziative specifiche. Lo spirito bersaglieresco è qualcosa che ti accompagna per tutta la vita. Ha mai guardato negli occhi i Bersaglieri in congedo in occasione dei nostri Raduni? Ha mai osservato i loro volti? Lo faccia alla prima occasione e allora vedrà qualcuno ancora agile con il passo dei vent’anni, qualcun altro più appesantito dai chili e dall’età e altri ancora arrancare in conseguenza delle inevitabili ingiurie del tempo e dei malanni. Ma tutti, dico tutti, con lo sguardo fiero di chi è orgoglioso di aver servito la Patria con le fiamme cremisi e il piumetto. Ma i loro sguardi dicono di più: siamo Bersaglieri, siamo qui, l’Italia può contare ancora su di noi. Dove sventola un piumetto lì c’è un cittadino sempre pronto ad accorrere dove c’è bisogno! Ecco, è questo spirito che noi riteniamo mortificato, come accennato nella precedente risposta, da un impiego non all’altezza della tradizione e non al passo con il progresso tecnico.
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INTERVISTA AL COLONNELLO MAURIZIO SCARDINO Anticamente, il nucleo più elementare e perciò inscindibile era la quadriglia, vera e propria cellula di un corpo organico, ideata da La Marmora perchè: «un nucleo di quattro uomini rappresenta una forza di qualche importanza capace per se stessa di operare da sola in molti casi. La quadriglia consentiva una più agevole continuità di fuoco perchè mentre due uomini eseguivano il tiro, gli altri due caricavano le carabine ed erano quindi pronti a sparare a loro volta». Com’è cambiato da allora l’addestramento del fante piumato? Questa domanda rievoca un’immagine che tutti noi Bersaglieri ricordiamo: quella di una stampa abbastanza recente nella quale vengono illustrati, in sequenza, i mezzi di locomozione utilizzati dal Bersagliere, dall’inizio della sua storia ad oggi, secondo un percorso evolutivo che contempla prima la corsa a piedi e, successivamente, l’impiego di mezzi sempre più veloci. I tempi cambiano ma i Bersaglieri restano: oggi sono cambiati i mezzi di locomozione che consentono rapidi spostamenti nei Teatri Operativi, ma non è cambiato lo spirito dell’addestramento che è sempre spinto al massimo, per consentire ai fanti piumati di esprimere sul terreno la massima professionalità e la massima perizia. È un addestramento basato sul sacrificio individuale, sull’esercizio fisico ma anche sulla perfetta conoscenza tecnologica degli armamenti e degli equipaggiamenti utilizzati, oltre che dei procedimenti operativi da attuare. Il Bersagliere è oggi attore protagonista
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Il Col. f.(b) Maurizio Scardino, Comandante del 1° rgt bersaglieri.
in tutti i più impegnativi Teatri Operativi del mondo. La forza del Bersagliere sta proprio nella sua preparazione che viene condotta ancora oggi secondo i dettami del Decalogo di La Marmora che contempla, tra l’altro, la «conoscenza assoluta della propria arma», «molto addestramento» e «ginnastica di ogni genere sino alla frenesia». La multinazionalità dei contingenti è uno dei parametri caratterizzanti le moderne operazioni. I Bersaglieri, nel corso degli ultimi anni, hanno partecipato a svariate missioni internazionali per il mantenimento della pace. Ciò ha senz’altro richiesto addestramento e, soprattutto, adattamento alla nuova realtà. Quali sono state le principali dif-
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La prima parte della domanda mi ricorda il copricapo dei nostri Bersaglieri, il fez, che è il frutto di uno scambio con gli Zuavi francesi nella Guerra di Crimea, segno tangibile di una multinazionalità antica che viene tramandata nei secoli con eguali significati, a dimostrare che vi sono valori che superano l’ambito nazionale. Uno di questi valori universali è la pace, la cui tutela non ha confini. I bersaglieri questa multinazionalità la toccano con mano ogni giorno, partecipando a operazioni per il mantenimento della pace nell’ambito delle missioni multinazionali, fianco a fianco con personale di Paesi amici e alleati. Sia il nostro addestramento che quello dei colleghi esteri è ormai basato sulle
Missione «Leonte» (Libano 2).
esperienze maturate nei più disparati Teatri Operativi. Un lavoro di preparazione, quindi, che viene svolto sulla base delle attività operative e logistiche da condurre nei territori di previsto impiego, sulla base delle lezioni apprese nelle precedenti operazioni. Tale addestramento si sviluppa sulla base di procedure standardizzate che sono ormai una realtà e che normalmente sono comuni alle Nazioni amiche e alleate che partecipano alle operazioni, consentendo così alle forze in campo di operare secondo metodologie affini, anche a prescindere dalla nazionalità di appartenenza.
Da tempo la Forza Armata ha visto l’ingresso nei propri ranghi del personale femminile. Personale che ha preso parte anche a missioni internazionali in qualità di «Peacekeeper» e che parrebbe perfettamente integrato con la componente maschile. Cosa può dirci a riguardo?
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ficoltà riscontrate e come sono state affrontate?
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«Tra la gente e per la gente».
Non posso che confermare questo ultimo asserto: nelle nostre unità vi è oggi una completa e totale integrazione. Non vi è, infatti, alcuna distinzione d’impiego del personale sia esso maschile o femminile. Sin dal 2000, anno di ingresso della componente femminile nell’Esercito, i nostri Ufficiali, Sottufficiali e Volontari donna svolgono incarichi paritetici al personale maschile: si va ad esempio dal Comandante di minore unità (peraltro il mio reparto si onora di avere la prima donna Comandante di Compagnia Bersaglieri), al conduttore di automezzi, al pilota o al meccanico di mezzi corazzati, all’aiutante di sanità, al fuciliere, al servente missili filoguidati controcarri. Ciò è possibile grazie anche ad un addestramento che «non fa sconti» a nessuno
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e che gli istruttori e i Comandanti conducono senza alcuna preclusione e differenziazione, sia per gli uomini che per le donne. Nell’Esercito la donna è fiera di essere quello che lei ha scelto di essere, ovverosia un soldato! Per fronteggiare le nuove sfide serve sia uno strumento militare adeguato che la corretta capacità di impiegarlo. L’adeguatezza di uno strumento militare deriva dal prodotto di tre differenti fattori, equipaggiamento, addestramento e motivazione, nessuno dei quali può essere sottovalutato, pena il fallimento del sistema. Ma uno strumento operativo è adeguato in termini qualitativi e quantitativi e realmente efficace quando viene impiegato in modo appropriato e coerente con le proprie possibilità. È d’accordo con questo tipo di valutazione?
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Addestramento al tiro con mortaio «Thomson» da 120 mm rigato.
Da sempre nell’Esercito vi è una «forma mentis», secondo la quale in un primo momento si valutano le esigenze e quindi alle stesse si attagliano adeguate risorse per farvi fronte. Non vi è dubbio che quanto contenuto in questa domanda è coerente e corretto; i tre fattori costituiti da equipaggiamento, addestramento e fattore motivazionale si fondono e si condensano in armonica simbiosi per concorrere al corretto assolvimento di ogni missione. In particolare, vorrei sottolineare che in una operazione il venir meno di uno dei tre fattori riduce sensibilmente le possibilità di successo della stessa. Vorrei porre in evidenza però l’ultimo di tali fattori che costituisce un autentico «moltiplicatore di risorse»: è importante
Bersagliere: sintesi della giovinezza d’Italia non ancora unita; simbolo dell’avvenuta acquisizione di Roma alla Nazione; artefice tra gli artefici delle vicende del Paese di cui ha intensamente vissuto successi e traversie lungo un arco storico che lega Goito a Porta Pia, il Piave ad El Alamein, il Don ai Balcani, Montelungo a Bologna, il Polesine al Friuli, all’Irpinia fino al Libano di oggi. Lei è d’accordo con questa affermazione? Certo che sono d’accordo. I Bersaglieri hanno scritto le pagine più memorabili della storia italiana, della nostra storia patria. Di fondamentale importanza sono i fatti d’arme citati. Bisogna dire al riguardo che oggi le sfide alla sicurezza sono molto più ampie di quelle del passato. Eppure, ancora oggi i Bersaglieri continuano a scrivere pagine di storia, sempre più frequentemente in Paesi lontani, ma in ogni caso sono sempre animati dallo spirito di sempre. Il Bersagliere è come al solito in «prima linea»: protagonista, oggi come ieri, al servizio della popolazione italiana. Lo dimostrano gli interventi di soccorso in occasione delle calamità naturali, al servizio della comunità internazionale per garantire i beni comuni della sicurezza e della pace.
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essere dotati di un equipaggiamento adeguato ed essere perfettamente addestrati, ma la chiave di volta resta sicuramente la forte spinta motivazionale. Credendo in quei valori fondanti come la nostra Bandiera, che ci guida nel portare pace all’estero, o lo spirito di Corpo, particolarmente sentito dai Bersaglieri, si riesce a superare gli ostacoli e le difficoltà nei momenti più critici delle attività che ogni giorno siamo chiamati a condurre.
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INTERVISTA AL CAPORAL MAGGIORE CAPO ANTONIO CHIRICÒ Il Decalogo di La Marmora, nel quale sono elencati i doveri del Bersagliere, tratteggia la figura del soldato ideale. Uno sprone alla disciplina e all’impegno. Ritiene che «il piumetto», simbolo del Bersagliere, possa costituire forza morale superiore ad ogni difficoltà? Se un osservatore esterno alle nostre «cose» dovesse indicare la differenza che passa fra un Reggimento di Fanteria e un Reggimento Bersaglieri non andrebbe molto al di là di poche frasi intorno al piumetto, al fez e alla fanfara. Simboli esteriori importanti, ma non certo essenza esplicativa della differenza. Solo chi ha prestato servizio nel nostro Corpo ed ha amato profondamente la Specialità e la sua…poesia può cogliere quella sottile linea che fa la differenza. Non si tratta solo di cosa fare, ma di come lo si fa e con quale spirito. Essere Bersagliere è una filosofia antica che conserva la sua attualità e il suo vigore per merito di coloro che, vestendo i segni dei fanti piumati, hanno scritto memorabili pagine di storia, a volte pagando con il bene più prezioso - la vita - per la difesa della Patria. Portare il piumetto significa essere orgogliosi di quegli eroi. Onorarlo significa dare il massimo in ogni occasione: questa è la nostra forza! Le decorazioni sulla Sua uniforme sono la viva testimonianza dell’impegno profuso dalle Unità Bersaglieri nelle operazioni di manteni-
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Il Caporal Maggiore Capo Antonio Chiricò del 1° rgt. bersaglieri.
mento della pace. Cosa ha provato quando è stato chiamato ad intervenire in soccorso delle popolazioni colpite dalla catastrofe della guerra? Quanto il Suo «bersaglierismo» ha concorso all’assolvimento del difficile compito? Per dirla in poche parole, i Bersaglieri si sono sempre dimostrati garanti sia nel territorio nazionale che internazionale dei principi di umanità e solidarietà umana.
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Addestramento al tiro con lanciarazzi «Panzerfaust-3».
I nostri reparti hanno sempre assolto al meglio tutti i propri compiti, concorrendo con il loro impegno a far sì che in realtà martoriare da conflitti si potesse ritornare a vivere e prosperare. Il nostro piumetto ha spesso sventolato nei Paesi più lontani e, assieme al tricolore, ha indicato alle genti locali la presenza di truppe italiane. È chiaro che lo spirito bersaglieresco mi ha dato una mano a non perdere l’entusiasmo anche nei momenti più difficili, come la forza per fornire una risposta immediata e adeguata al fine di assolvere il compito, dando il meglio di me stesso.
La figura del Bersagliere viene spesso rappresentata secondo vari aspetti, che delineano e caratterizzano questo eccezionale soldato: quello morale, intellettivo e quello fisico. Mi soffermerei su quello intellettivo che, negli intendimenti del fondatore, doveva essere peculiare di un soldato che poteva agire anche d’iniziativa. Condivide questa affermazione? Secondo i dettami che il nostro fondatore Alessandro Ferrero della Marmora ha scritto nel Decalogo, il Bersagliere deve avere «fiducia in se stesso fino alla presunzione». Il Bersagliere non si perde mai d’animo e anche in situazioni critiche riesce sempre a sviluppare quella caratteristica fondamentale che è l’iniziativa, riu-
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scendo così ad esprimere sul terreno la massima professionalità e la massima competenza. Da sempre i Bersaglieri sono riusciti a unire la perfetta forma fisica a menti fresche ed elastiche, riuscendo così a risolvere sempre le situazioni più critiche all’insegna del motto «Mens sana in corpore sano». I Bersaglieri, giovani e meno giovani, presenti oggi in questa splendida città vogliono affermare l’amore per la Patria e per le sue Istituzioni, l’innata predisposizione a soccorrere chi ha bisogno d’aiuto e a trasmettere, a tutti, un intramontabile entusiasmo. Quali particolari emozioni suscita in Lei questa magnifica giornata?
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Noi Bersaglieri profondiamo sempre tutte le nostre energie per organizzare questa festa. L’unica ricompensa è quella di vedere tanti cappelli piumati sfilare in parata per le vie delle città d’Italia, accolti dagli applausi della gente. Il nostro orgoglio di essere Bersaglieri non si deve mai affievolire, la nostra «fede cremisi» non si deve mai spegnere. Tocca a noi far diventare questi giorni una grande festa arrivando di corsa con «le piume al vento», infondendo in chi ama la nostra specialità e in tutti i cittadini un’emozione e un fremito che solo noi sappiamo trasmettere.
Missione «Leonte» (Libano 2).
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Imbarco su elicottero «AB-205».
Nell’immaginario collettivo, il Bersagliere con le piume al vento è sempre di corsa, al suono delle fanfare. Sono appunto gli squilli delle loro trombe ad annunciarne, a distanza, l’arrivo a passo di carica. Ci può descrivere, da «Bersagliere», quale particolari emozioni prova udendo la fanfara intonare le caratteristiche ed inimitabili musiche bersaglieresche? Nonostante sia spontaneo apprezzare la fanfara per le musiche da essa interpretate, è doveroso ricordare quali gloriose tra-
dizioni essa porta con sé. Tradizioni che spesso si intrecciano con la Storia d’Italia a partire dal 1836, anno di fondazione del nostro Corpo. Da sempre tutti gli eserciti hanno utilizzato la musica per infondere nei propri soldati coraggio ed amor di Patria, ma i Bersaglieri come sempre sono andati oltre… trasformando le note dei segnali sul campo di battaglia ed i semplici suoni di caserma in melodie e canzoni che raccontano con un pizzico di nostalgia e allegria le gesta dei nostri predecessori e le tramandano, in un sempre emozionante tripudio di note che riempiono mente e cuore dei giovani fanti piumati. •
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PERCHÈ SCEGLIERE L’OPEN SOURCE di Marcello Ciriminna analista informatico presso lo SME
È
facile, navigando nel Web, trovare diversi siti che trattano l’Open Source. Chi è abituato a Windows, può cadere nell’equivoco di associare al significato “Libero” l’idea di gratuito: ma non è solo così, è molto di più. L’Open Source, oltre ad essere gratuito,
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mette a disposizione i sorgenti del programma, che si possono sia personalizzare, se si è in grado, sia migliorare. Pensate alla possibilità di un intero sistema operativo completamente libero; ebbene, ciò esiste e si chiama GNU/Linux (GNU’s not Unix).
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Il sistema GNU/Linux è un sistema operativo modulare composto da un kernel (nocciolo), chiamato Linux, e da una serie di software applicativi (ossia quelli che l’utente utilizza tutti i giorni). Sebbene non tutti i programmi presenti in un sistema GNU/Linux provengano dal progetto GNU, resta la dizione all’interno del nome del sistema operativo come tributo al primo e più importante progetto dedicato al software Libero. I programmi, per poter funzionare, hanno necessità di interagire con le parti fisiche del computer, con l’hardware: ad esempio far svolgere determinati calcoli al processore i cui risultati verranno memorizzati sull’hard disk. La funzione del kernel è quella di fornire ai programmi in esecuzione sull’elaboratore un accesso sicuro e controllato all’hardware. Infatti, essi non possono essere eseguiti simultaneamente. Inoltre, ha anche la responsabilità di ripartire le risorse hardware tra i diversi programmi. Quindi il kernel si occupa di gestire la comunicazione di basso livello della macchina. Anche Windows e Mac hanno un proprio kernel. Mac è in effetti un lontano parente di Linux. La stabilità della macchina nel suo complesso dipende proprio dal buon funzionamento del kernel. Se questo diviene instabile i programmi si bloccano, vi sono perdite di dati e ciò renderà inefficiente il lavoro svolto dal computer. Il kernel Linux si è dimostrato davvero stabile in molti studi scientifici: Coverity, che sviluppa strumenti per analizzare il codice sorgente, ha dimostrato che il kernel Linux (versione 2.6.12) presenta 985 difetti in 5,7 milioni di righe di sorgente, mentre in media
un software a codice chiuso delle stesse dimensioni presenta 171 000 errori. Esso è nato dall’idea di uno studente finlandese, Linus Torvalds. Fu lui che prese il kernel di un sistema operativo chiamato Minix, creato dal professor Andrew Tanenbaum per scopi didattici. Dal 25 agosto 1991 (giorno in cui annunciò al mondo la nascita della versione 0.1 di Linux) sono stati fatti molti passi avanti. Oggi siamo arrivati alla versione 2.6.25 che è ancora oggetto di miglioramenti ed è distribuita, in ogni nuova versione, su http://www.kernel.org. GNU Se esiste GNU dobbiamo ringraziare Richard Stallman, colui che ha lanciato il software libero. Egli iniziò a lavorare al M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology) nel 1971 e si licenziò nel 1983 quando tutto il software dell’università venne sostituito da software proprietario. A suo parere, questa scelta avrebbe influito negativamente sullo sviluppo del software impedendo la libera sperimentazione sul codice sorgente. Decise perciò di creare un sistema operativo completamente libero.
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Release Debian con desktop grafico Gnome.
Iniziò, così, ad assemblare una serie di librerie, compilatori e programmi compatibili con Unix (il sistema operativo più diffuso all’epoca), per poi passare alla creazione di un kernel su cui farli interagire. Torvalds però lo precedette, creandone uno più efficiente. COSA OFFRE GNU/LINUX Se considerate la possibilità di sostituire il vostro sistema operativo Windows e passare a GNU/Linux, sicura-
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mente condividete le seguenti motivazioni: • i principi che sono alla base del Free Software, cioè la libertà nel copiarlo, eseguirlo, modificarlo o redistribuirlo; • siete stanchi di virus e worm; • è gratuito; • vi offre stabilità, sicurezza, aggiornamenti e, non ultima, la possibilità di ricorrere ad un supporto gratuito nei forum. Inoltre gli utilizzatori di Linux spesso formano gruppi di ritrovo per condividere la loro passione, denominati Linux User Group (LUG). Nella Community LUG è facile trovare gente capace di dare una mano nell’installazione o nella risoluzione degli eventuali problemi che
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si possono incontrare con Linux. Sarà necessaria un po’ di pazienza, soprattutto agli inizi per imparare ad utilizzare il nuovo strumento. Bisogna però dire che oggi il sistema GNU/Linux è alla portata di tutti; tanti sono stati i miglioramenti al fine di rendere intuitivo il suo utilizzo. Una volta Linux si attivava solo attraverso i comandi digitati da un terminale; ora sono stati sviluppati numerosi programmi ed utility ad interfaccia grafica, che non hanno nulla da invidiare a quelli presenti in altri sistemi operativi. Sono addirittura disponibili distribuzioni espressamente rivolte ad un’utenza sia scolare sia anziana, a completo digiuno di informatica: (http://www.eldy.org).
LA SCELTA DELLE DISTRIBUZIONI Ci siamo riferiti in genere ad un sistema GNU/Linux; in realtà di sistemi GNU/Linux ne esistono molti. La distribuzione GNU/Linux è, pertanto, un sistema operativo comprendente il kernel, più una serie di programmi e di utility che lo caratterizzano. Ognuno ha una sua tipica filosofia, e questo lo si riscontra innanzitutto per il tipo di pubblico a cui si rivolge o per i compiti per cui è stata pensata. Per esempio, esistono distribuzioni dedicate all’audio editing (come Release Gentoo con interfaccia grafica Fluxbox.
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Release Slackware con desktop grafico Enlightenment.
DeMudi), altre dedicate a scopi didattici (come Eduknoppix), altre ancora che non necessitano si essere installate sul PC (distribuzioni live). Insomma, ce n’è per tutti gusti. Per farvi una idea più approfondita, visitate http://distrowatch.com (sito sulle news distro) e http://shots.osdir.com/ (screenshot di varie distribuzioni). Per una distribuzione general purpose, adatta all’utilizzo desktop e di facile apprendimento è consigliabile Ubuntu, (http://www.ubuntu-it.org), una distro basata sulla stabile e potente Debian.
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VOCABOLARIO open source - software libero free software - programma gratuito release - distribuzione personalizzata utility - programmi semplici editing audio - elaborazione audio distro live - sistema operativo che funziona su CD-Rom, senza installazione screenshot - istantanee ACRONIMI GNU - GNU’s Not Unix LUG - Linux User Group