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miLITARE
Direttore Responsabile Pier Giorgio Franzosi Pubblicazione curata da: Massimiliano Angelini
Augusto Mastrolìni
©
1990
Propnetà letteraria artistica e scientifica riservata
l
GIUSEPPE GIULIANI
PROBLEMATICHE SOCIALI E MILITARI NELLA STAMPA SPECIALIZZATA DELLE FORZE ARMATE ITALIANE
l'lA RIVInA miLITARE
PREFAZIONE Il campo delle «comunicazioni» offre una molteplicità di tematiche; tra di esse il Giuliani, con il suo «Problematiche sociali e militari nella stampa specializzata delle Forze Armate italiane», ha affrontato quelle relative ad una delle «fonti» concernenti l'Esercito analizzando il suo principale periodico dottrinale (anche se non privo di obiettivi divulgativi) e cioè la «Rivista Militare», e ciò non senza intenti storiografici. È forse non del tutto fuori luogo ricordare come Benedetto Croce, nel suo «Teoria e storia della storiografia» W ed., Bari, Laterza, 1948) nell'illustrare il concetto di «storia contemporanea» ne abbia sottolineato il suo essere, al pari di ogni atto spirituale, fuori dal tempo, del prima e del poi, così come la storia passata. Sua condizione «è che il fatto, del quale si tesse la storia, vibri nell'animo dello storico; o ... se ne abbiano innanzi, intelligibili, i documenti»; è quel cbe accade al Giuliani che inoltre non perde di vista questi ultimi. La Rivista Militare in quanto «fonte» è ricca sia della caratteristica del cosiddetto «prestigio del canale», sia della «personalità» dei comunicanti. Al primo aspetto concorre la sua stessa storia, pressoché secolare, e perciò parallela alle vicende medesime dell'Esercito; al secondo la presenza tra i suoi collaboratori di quasi tutti i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate, nonché dei responsabili delle sue varie branche. È inoltre da notare come molti degli articolisti indicati dal Giuliani con i gradi al momento rivestiti, abbiano poi conseguito le massime vette del «cursus honorum» militare. Tra i motivi di validazione delle fonti si sogliono considerare la «perizia» e la «sincerità»; trattandosi di articolisti per lo più militari, specialisti in campi che un Vegezio comprenderebbe nella sua «Epitoma istitutorum rei militaris», il requisito della competenza si delinea sicuramente garantito; può configurarsi semmai meno fondato in quei casi, non molti in verità , nei quali gli articolisti, se con le stellette, si avventurano su tema ti che di non loro specifica competenza. Ma, come si osservava, il caso è raro dal momento che la «perizia», questa volta dei responsabili del periodico, ha, solitamente, fatto ricorso ad esperti esterni per trattare questioni non attinenti alla materia sua propria. 3
Per quanto alla «sincerità», il periodico non ha mai, o solo marginalmente, mirato a svolgere funzioni di «persuasione» o di «propaganda>> ma, essenzialmente, di formazione e di indirizzo; «palestra>>, insomma, di «cultura marziale» che, a volte e indirettamente, ha anche conseguito l'obiettivo di far conoscere, più che propagandare, quanto l'Esercito va facendo nell'interesse del Paese. La stessa cadenza temporale della Rivista Militare, prima mensile e poi bimestrale, non si presta a svolgere una qualsivoglia azione propagandistica; solo da alcuni anni, poi, l'austera, anzi spartana, veste editoriale di un tempo si è ammodernata adeguandosi, nel suo <<look», ai tempi, senza però deflettere dal suo stile; e ciò anche per fuoriuscire dall'«hortus conclusus» di un pubblico di soli militari ed affiancarsi, nelle librerie e nelle edicole, alle riviste italiane di cultura. La Rivista Militare si profila dunque come una via attraverso la quale lo Stato Maggiore dell'Esercito invia i suoi «messaggi» ad un pubblico di «addetti ai lavori» e di persone colte, onde far loro conoscere i risvolti militari della politica internazionale (e ciò in armonia con le visioni della «grande strategia>> o della «strategia globale»), per aggiornare sugli sviluppi, di «alta tecnologia», dei mezzi (con i loro riflessi sulla logistica, sulla tattica e sulla strategia), per alimentare il crescente consenso verso l'integrazione con le altre due Forze Armate e così via. Da rimarcare gli apporti dottrinali, spesso espressi da scritti a firma dei Capi di Stato Maggiore o dei responsabili dei reparti dello Stato Maggiore dell'Esercito o, addirittura, privi di sottoscrizione ad indicare che sì tratta, per quel tema, dello stesso pensiero dello Stato Maggiore dell'Esercito, istituzionalmente inteso. Non è questo il luogo per rimarcare le differenziazioni tra laRivista Militare ed alcuni altri periodici «dotti» dell'Esercito e dei suoi organi, o della Difesa; ci si riferisce, per esempio, aii'«Aiere Flammam» della Scuola di guerra di Civitavecchia ed alla «Rassegna dell'Arma dei Carabinieri» e, così, per quanto alle altre due Forze Armate, alle riviste della Marina e dell'Aviazione. I «messaggi» provenienti dalla Rivista Militare, pur qualche volta decampando da un terreno strettamente specialistico e professionale, presentano in genere contenuti tecnici o, come si asseriva, dottrinali. Tuttavia, pur quando si affrontano questioni sociali, da an4
gelazione sociologica o per altro verso, non si dà spazio, se non minimo, a richiami motivazionali, nel senso di mirare a far prevalere gli aspetti emotivi del discorso su quelli razionali, delle argomentazioni. È da aggiungere che, sia da un «excursus» nelle sue amiate, sia dall'analisi del Giuliani, non sembra proprio che il periodico dell'Esercito abbia mai voluto agire da «gruppo di pressione» sui responsabili politici delle Forze Armate. La rivista mi ra, di sicuro, a consegui re un «interesse», ma è l'utile della Forza Armata nella sua globalità, inserita nella costellazione della Difesa e nella «totalità» degli interessi dello «Stato». In vista di ciò , anche allorché tratta, come è accaduto, di questioni concernenti il trattamento di «status» ed economico dei Quadri e dei gregari, comparato con quello di altre categorie o di forze militari alleate, lo fa sempre con «rigore» metodologico, per via induttiva o analogica, così da evitare ogni colorazione sindacale; forse, si potrebbe aggiungere, rispettando anche troppo la propria «neutralità». Arduo il valutare quale sia stato nei decenni il «feedback» della Rivista Militare sul suo pubblico; non sembra, infatti, che si siano svolte indagini o inchieste in questa direzione; si hanno nondimeno indizi di una non trascurabile «azione di ritorno» attraverso il dialogo «querelles de piume», assai spesso intercorso tra i suoi collaboratori, non sempre concordi od unanimi su talune tematiche. È questo uno dei pregi aggiuntivi, non ultimi, del la Rivista Mi litare di non aver mai ricercato «unanimismo» nelle opinioni, preferendo, «palestra» per l'appunto, incoraggiare verso l'incrocio dei «fioretti» intellettuali e critici dei suoi collaboratori ed in direzione del pluralismo delle idee. La Rivista Militare ha in ogni caso, e non soltanto nel periodo analizzato dal Giuliani, garantito il flusso delle opinioni ragionate, e perciò ad alto livello, nel campo delle problematiche dell'Esercito e, più ampiamente, del le Forze Armate, assumendo veste di «leadership» nel campo della saggistica mil itare; ciò senza dire delle altre sue attività , di cultura e pubblicistiche, attività che si concretizzano nell'editoria di opere poderose vuoi per il contenuto, vuoi per gli apparati iconografici e la raffinatezza della presentazione; ci si muoverebbe però «extramoenia» dilungandosi su questo terreno che pur meriterebbe approfondita trattazione. L'esordio, oltreché rendere autonomamente onore ai respon5
sabili della Rivista Militare, ed in particolare alla sua attuale direzione (ne ha moltiplicato ed arricchite le iniziative), ha anche il fine di evidenziare la rilevanza dell'impegno del Giuliani nell'analizzarne, con il «Quaderno», sistematicamente i contenuti per un arco temporale di otto lustri e più, dal 1945 al 1988. L'ottica del Giuliani è essenzialmente sociologica pur non avendo del tutto escluso altri argomenti che, però, vengono essenzialmente colti nella connessione con fatti e questioni sociali. Daltronde il lavoro è stato segu ito dal Prof. Guido Sertorio, dell'Università di Torino, sociologo e cultore di tematiche militari, onde farne oggetto di una dissertazione di laurea presso quell'Ateneo; d'altra parte «Nemo potest omnia scire» (Varrone, «De re rust.», 2, l). Il Giuliani, dopo un breve cenno sullo stato attuale della sociologia settoriale e sul metodo, non quantitativo (e perciò non riferibile alle procedure della «content analysis»), in seguito ha dovuto affrontare la non semplice questione della «period izzazione» e cioè della iscrizione in sottoarchi temporali dello spazio cronologico tra il 1945 ed il 1988. Si è trattato, ipotizzando che le vicende socio-politiche ed economiche del Paese abbiano avuto influenza sull'apparato e sul pensiero militari , di determinarne le svolte ed individuarne le modalità d'azione sugli scritti della Rivista Militare. Il Giuliani ha, concomitantemente, avuto anche da badare alla classificazione tematica degli scritti, onde calarli nella diacronia prescelta. Ha risolto, sembra al meglio, le due questioni distinguendo un periodo della «ricostruzione», dal '45 al '59, gli anni dello «sviluppo» e del «cambiamento», fino all969, per poi affrontare la stagione dell'«autunno caldo» e degli anni della «strategia della tensione», in un capitolo, il IV, che opportunamente intitola «I difficili anni '70». Rivolge infine il suo approccio, con il capitolo V, a «Le problematiche sociali più recenti» e cioè ai «nuovi compiti dell'Esercito ed ai filoni della professionalità militare e della riforma del servizio di leva». L'autore si è mosso su binari paralleli o, meglio, speculari, dando per gli archi temporali predetti, prima un breve profilo dei maggiori eventi storico-politico-sociali e poi conto del «corpus» degli scritti apparsi nella Rivista Militare. In sostanza ha supposto, come è nelle cose stesse, che il sottosistema «Esercito» non potesse che far da eco, riflessivamente come in uno specchio, ai cangiamenti ed alle spinte 6
innovative del Paese. Ta le percorso binario non si è profilato agevole; tanto più apprezzabile l' impegno del Giuliani a muoversi sulle due piste che, ad avviso almeno di chi scrive, mostra di percorrere con sicurezza e, si pensa, con completezza; la, riserva è determinata dal fatto che a scioglierla sarebbe da ricostruire, il suo stesso «opus». Nell'insieme comunq ue ha obbedito ai precetti crociani: di no n staccare il «docum ento», rappresentato dagli scritti presi in conside razione, dalla vita politico-sociale nel suo insie me e di non tralasciare con essi una sicura re lazione («una storia senza relazione col documento sarebbe una storia inverificabile»). Non mancano, nell'analisi del Giuliani, spunti o appunti critici; per esempio allorquando osserva (p. 36) come negli anni cinquanta, nella pagina sociologica almeno, vi sia nella Rivista Militare, povertà di scritti, ripetitività di argomenti, eccesso di indi cazio ni sugl i insegnamenti militari nelle istituzioni formative stra n ie re e via discorrendo: è questo !'«esprit du siécle». Ai problemi de lla ricostruzione segue, nella Rivista Militare, sempre in una chiave di lettura sociologica, l'affioramento crescente di questioni di altro ordine, connesse alla evoluzione del sottosistema militare e delle sue relazioni con la società civile, o ltreché al suo interno; se ne ricordano i contributi così come gli apporti all'educazione civica. Per quanto ai «difficili anni '70» il Giuliani acconcia mente scrive (p. 63), a proposito del proliferare di articoli apparentemente disgiunti, come essi si evidenzino come «varie sfaccettature di uno stesso problema: la funzione socia le delle Forze Armate in un periodo di crisi dei valori etico-militari»; collega, di consegue nza, una serie di lavori, per questo ~spetto univoci, a partire da uno scritto de l Marchesi , per spostarsi poi sugli elaborati del D' Avossa, del Pizzutelli e di altri. Sono, sembra poter dire, il «sittlicher Geschmack», o, «gusto morale» (Herbart) ed il «Gefl.ihll der Pflicht>>, o «sentimento del dovere» (Yacobi) che muovono il «daim6nion» di questo gruppo di articolisti. L'autore ricorda quindi come il sottoperiodo dal '74 al '78 veda, nel suo punto di partenza, l'ammodernamento de ll a Rivista Militare con una più chiara consapevo lezza dei propri scopi espressi nello scritto del Sepielli «Pe nsie ro e pubblicistica militare». Così si discute della separatezza tra Forze A rmate e società ci7
vile, della laurea per gli ufficiali in s.p.e., dei nessi tra «religiosità» e vita militare, dei primi indizi su lla diffusione degli stu pefacenti in ambito civile con una ine ludibile ricaduta sull'apparato dell'Esercito. È anche, quello, il tempo dell'emanazione del nuovo regolamento di disciplina e dell'istituzione degli organismi di rappresentanza, fatti questi che non potevano non destare larga eco, ed un dibattito, nelle colo nne del period ico. Nel capitolo final e il Giu liani, ripercorrendo le pagine della Rivista Militare, ne richiama le trattazioni a riguardo della «managerialità» dei Quadri (moda che si va correggendo nei suoi eccessi), del reclutamento di coscritti e/o di professionisti, del servizio militare femminile, dei compiti sociali in caso di calamità, nonché delle patologie. come il suicidio, pur presenti, anche se debolmente, nell'ambito dell'Esercito. La Rivista Mi litare, come era nel suo inte nto, si presenta, alla lettura del saggio, notomizzata dal G iuliani , per quanto al le questioni di più evidente interesse per la riflessione sociologica, in modo esaustivo. Se poi in qualch e caso l'autore si è lasciato attrarre da un tema piuttosto che da un altro è asseribile che il suo è stato, in ogni caso, un «solliciter doucement less textes». L'«historia rerum gestarum» (qui si tratta degli scritti) deriva non soltanto dalle «res gestae» ma spesso anche dalle «res gerendae». È chiaro come il Giuliani ambirebbe ad un maggior spazio per la riOessione sociologica sul «mi litare» nella Rivista Militare; tuttavia si guarda dal «tà mikrà megàla poiein» rischio, per Polibio, non infrequente. Agli apprezzam e nti è consueto, e daltronde doveroso, soggiungere alcune osservazioni. La periodizzazione avrebbe potuto essere concepita in modo diverso; così C. Jean ha, nell'impostazione di una sua recente raccolta di saggi, assunto il1975 come anno cardinale per l'Esercito, avendone segnato la ristrutturazione. Un tema che non affiora adeguatamente è quello dei rapporti eziogenetici tra le vicende internazionali, principale l'adesione al «Patto Atlantico» ed alla Nato, ed i loro riflessi ne lla pubblicistica sociale mil itare. Forse poi non si profilerebbe carente di notaz ioni il ripetersi dei nomi di alcuni co ll aboratori della Rivista Militare, pur nel progressivo avanzame nto di carrie ra; emblematico il caso, or ora ricorda-
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to, del, in principio, Capitano C. Jean. Altri nomi di articolisti, pur fre quenti in certi periodi, si dissolvono nella «nebbia» senza alcun apparente motivo; può darsi abbiano agito frustrazioni di carriera nel distorglierli dalle pagine della rivista. Curiosamente, ma in ciò l'autore riflette probabilmente la prudenza stessa della Rivista Militare (organo dello Stato Maggiore dell'Esercito), non si ha traccia degli antagonismi , traumatici per la Forza Armata, verifìcatisi , a metà circa degli anni '60, ai suoi vertici. Onde far piena luce sulla ricezione di istanze sociali, con riguardo al «militare», nel periodico, sarebbe stato forse proficuo tener conto anche delle recensioni, o note critiche, di testi e su testi in argomento.
IJ lavoro del G iuliani è, in ogn i caso, apprezzabile, valendo aricostruire il percorso di un ventaglio di idee, quelle concernenti le problematiche sociali, attraverso circa quattrocento numeri del periodico; per quanto «forte» il suo «fìlo di Arianna» avrebbe potuto rompersi privando di senso e direzioni le argomentazioni. Il contributo si delinea, per qualche lato, come anche sto ri ografico , anche se ristretto alla «historia>> di una rivista o, più esattamente, di un suo settore; in quanto tale si definisce utile a chi volesse affrontare la più ampia diacronia della Forza Armata nell'integrità della sua fisionomia. È da augurarsi, infine, che il Capitano Giu liani, dopo questo suo lodevole apporto, voglia non solo e non tanto affi"nare a lcuni aspetti minori della stesura di un testo (per esempio nell'uniformità nell'apparato bibliografico) ma prioritariamente perseverare nei suoi studi così da consentire ad un estensore futuro di leggerlo, com'è ora per altri, in progressione di carriera, dalle belle pagine della stessa Rivista Militare. Sia consentito aggiungere, per concludere, che, ad alcuni almeno degli Autori degli scritti , potrebbe essere riferita l'espressione ciceroniana (De off., l , 156) «Docti non solum vivi atque praesentes studiosos discendi erudiunt atque docent, sed hoc idem etiam post mortem monumentis litterarum assecuuntur»; nel loro campo, ovviamente. Michele Marotta
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INTRODUZIONE L'interesse che da non molti anni sembra essersi diffuso neJI'opinione pubblica, e in modo particolare sui mezzi di comunicazione come televisione e giornali, pe r le Forze Armate e i problemi riguardanti la Difesa, conduce ad interrogarsi su lla possibi li tà di una avvenuta migliore integrazione dell'istituzione militare con la società italiana. Su tale integraz ione, o, meglio, lamentata carenza di integrazione, si sono molto spesso concentrate le posizioni di molti osservatori, interni ed esterni alle Forze Armate, lamentando i primi e sottolineando i secondi una perdita di chiarezza nella definizione del ruolo dell'istituzione militare, un distacco dalle istanze e dalle trasformazioni man mano intervenienti nella più vasta società civile. Questa situazione è stata per molto tempo interpretata dalle Forze Armate come isolamento e scarsa comprensione del loro ruolo da parte de11a società, e dalla società civile come indifferenza o volontario isolamento e diffidenza deJJe Forze Armate stesse verso la società di cui pure fanno parte. Il tema del collegamento, e della integrazione/non integrazione dell'istituzione militare con la società civile è uno dei più rilevanti in quella branca della sociologia militare che studia appunto i «rapporti Forze Armate-Società». In quest'area tematica, svil uppata perlopiù negli Stati U niti, è dominante la posizione di Janowitz e deJJa sua scuola, secondo il q uale è in atto da tempo un processo di progressivo avvicinamento delle istituzioni militari ai modelli sociali e culturali della società, una progressiva civilianization, che conduce all'assimilazione della «società militare» alla società civile, avvicinamento dovuto soprattutto allo sviluppo tecnologico e alle mutate concezioni strategiche internazionali. Questo lavoro si colloca nel filone di studi sui rapporti tra Forze Armate e società, tendendo a mettere in luce, e, fin dove è possibile, verificare l'avvicinamento dell 'istituzione m ilitare al la società civile in Italia, partendo da un punto d'osservazione pa rtico lare: la successione dei contenuti degli articoli presentati dal1945 ad oggi su una riIl
vista interna alle Forze Armate, «Rivista Militare», periodico dell'Esercito I taliano, a cadenza mensile prima, bimestrale poi, dotato di un certo prestigio quanto a collaboratori e impostazione generale, nonché sicuramente da considerarsi come «voce ufficiale» e arena di dibattito sulle problematiche di interesse dell'Esercito. Scopo specifico di questo lavoro è l'esame delle modalità con cui sono man mano state trattate le problematiche più generalmente «sociali» che si sono presentate dal dopoguerra ai giorni nostri, da un periodico che costituisce organo di diffusione del pensiero militare. La Rivista Militare ha da parecchi anni istituito una apposita rubrica dedicata ai problemi sociali e del personale, intitolata appunto «Socio logia e problemi del personale». Gli articoli pubblicati in tale rubrica sono stati catalogati e valutati utilizzando le tecniche dell'analisi qualitativa del contenuto, come evidenziato nel Cap.l, con lo scopo di trovare anche in questo ambito conferma, ed eventualmente di valutarne i limiti, dell'ipotesi d1 avvicinamento e di progressiva migliore integrazione delle Forze Armate nella società italiana. Uno dei temi ricorrenti nel dibattito, a volte anche polemico, sulle Forze Armate, è quello della democraticità/non democraticità delle stesse, e della loro eventuale democratizzazione. Sembra di poter affermare che le Forze Armate sono pur sempre un 'istituzione della società, su cui una società democratica ha sicuramente influenza: esse sono quindi democratiche, nel senso precisato da Joseph Folliet: «Armée democratique ne signifie point armée indisciplinée, mais armée où les rapports entre supcricuers et subo rdonnés soicnt impregnés d'ésprit democratique, où régne, dans les nécessaires hierarchies, un minimum d'cgalité humaine, où les autoritées fassent appel non seulement à l'obéissance passive, mais à l'intelligence, à l'initiative, à l'èsprit critique».
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CAPITOLO I
LE TEMATICHE SOCIALI NELLA PUBBLICISTICA MILITARE Analisi degli articoli pubblicati su «RIVISTA MILITARE», 1945-1987, alla luce delle teorizzazioni della sociologia militare La sociologia militare: cenni s torici
Un discorso socio logico che voglia porsi come introduttivo alla problematica riguardante le Forze Armate in Italia, deve obbligatoriamente muovere da alcune premesse basate sulla considerazione dello stato della materia cui deve farsi riferimento, sia sul piano della teoria, sia su quello della ricerca. La sociologia militare pur essendo, come settore specifico di indagine, di costituzione abbastanza recente, ha già una sua «storia e dei classici». Dobbiamo risalire verso la metà del secolo scorso, al tempo dei primi tentativi di una teoria socio logica, dove si riscontrano i primi interessi dei sociologi verso i problemi mi litari , anche se con una impostazione sostanzialmente diversa e marginale rispetto ai temi e problemi di cui si occupa la moderna sociologia militare. Fu principalmente il fenomeno guerra ad essere preso in esame e si inserì nella problema ti ca che veniva a porsi a seguito delle profonde trasformazioni di pensiero suscitate dal la rivoluzio ne francese; la guerra appariva come il massimo conflitto sociale, di cui andava seguita l'evoluzione nel contrasto tra società guerriera e società industriale. Sono individuabili, in questa neonata sociologia militare, due correnti di opinione: una pacifista o ottimista, l'altra bellicosa o pessimista. La prima vedeva i conflitti come una manifestazione di patologia sociale e quindi superabili con il progresso dell'umanità ed i suoi 13
sostenitori (Saint Simon, Comte, Spencer) asserivano la netta contrapposizione tra la società feudale o guerriera e quella industriale, tra guerra e industria tout court. La seconda corrente, quella pessimista, o dei cosiddetti «darwinisti sociali», considerava la guerra un fenomeno di biologia sociale e pertanto inevitabile. Ad essa fanno capo studiosi come Gumplowicz, Ratzenhofer e Sumner, per i quali la società è un univ erso di gruppi antagonisti o di tipo sociale o di tipo culturale. Come afferma Giancarlo Fortunato (1), «la distinzione delle due correnti di sociologi nel considerare i conflitti come fatti di biologia sociale o di patologia sociale, sembra ogg} superata: la maggior parte della moderne scuole sociologiche propende per la seconda tesi, ritenendo la guerra un fenomeno sociale eliminabile col tempo mano a mano che si progredisce sulla via del progresso umano. Questa visione, peraltro, pare avvicinarsi troppo al campo delle aspirazioni utopistiche in un momento in cui i rapporti di forza prevalgono ancora nei contrasti internazionali». Dopo le teorie generali del secolo scorso, in cui i problemi della guerra e della società militare venivano trattati soltanto nel quadro di una sociologia generale, all'inizio del secolo ventesimo, e in particolare dopo la prima guerra mondiale, cominciarono ad apparire diverse opere in cui il fenomeno bellico non era più un aspetto, bensì il nucleo centrale della trattazione. La sociologia militare, come settore specifico di indagine, per quanto sopra, è di costituzione recente, anzi, nello specifico caso italiano, è appena nata. In tale settore, come scrive Guido Sertorio (2), «trovano applicazione spunti disciplinari diversi che vanno dalla psicologia sociale, alla sociologia dell'organizzazione, alla scienza politica, alle relazioni internazionali, all'economia, alla storia... ». Il discorso sugli inizi di una vera e propria sociologia militare, come già accennato, si può far risalire alla seconda guerra mondiale, durante la quale molti eserciti posero l'attenzione su tale argomento utilizzando tests per selezionare gli ufficiali di complemento. Soprattutto l'esercito statunitense fu interessato a tale tipo di studi, uno dei quali è rappresentato da «The American Soldier» (3), opera in quattro volumi nei quali sono considerati tutti gli aspetti so14
ciali della collettività militare americana. Dopo questi anni vi è negli Stati Uniti un pullulare di studi analoghi: dalla fondamentale opera dello Janowitz «The professional soldier. A social and politica! portrait» dedicata ai Quadri di comando, alla ricerca di Kurt Lang «Military institutions and the sociology ofwar: a review ofthe literature with annotated bibliography)), a «The Soldier and the State» di S. Huntington, solo per menzionare i più grandi (4). Per molti anni il settore è rimasto quasi esclusivamente un patrimonio statunitense sia dal punto di vista dell'elaborazione di schemi concettuali ad hoc, sia dal punto di vista di analisi empiriche. Tuttavia, recentemente, tale patrimonio si è arricchito del contributo europeo che ha apportato nell'area quella che Martin e Zoll hanno definito «a greater theorical quality than its American counterport>> vale a dire nuove impostazioni e prospettive di sviluppo. Questa diffusione della sociologia militare europea (Francia, Gran Bretagna, Germania, Paesi Scandinavi) (5), ha sospinto da un lato gli italiani ad applicare teorie e schemi elaborati dagli autori nordamericani, dall'altro, ha stimolato il desiderio di ricerche e lavori aventi per oggetto la professione militare e la condizione professionale dei militari di carriera, privilegiando indagini relative a situazioni interne alla struttura militare e mettendo in luce condizioni di malessere e di disagio vissute o avvertite dai membri delle Forze Armate, crisi di ruolo e crisi di professionalità. Da tutti questi studi emergono anche varie definizioni di Sociologia Militare che possono essere racchiuse in quella di ampio respiro espressa dal già menzionato Lang, che la definisce «uno studio scientifico di tutte le strutture e di tutte le situazioni nelle quali il ricorso, reale o potenziale, ad una forza organizzata percepita come legittima, gioca un ruolo preminente» (6). È opportuno qui rammentare in forma schematica, l'esistenza di alcuni ben distinti filoni nell'ambito della disciplina, tutti generalmente di origine statunitense e poi diffusisi anche in Europa e in Italia, ai quali quasi sempre, quasi tutti gli argomenti trattati nella pagina sociologica del periodico militare, volontariamente o involontariamente, si rifanno o si riagganciano. Naturalmente questi approcci, che si possono quantificare in un numero di cinque, non hanno dei contorni rigorosamente definiti
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proprio per la lo ro ampiezza e possono così raggrupparsi : - sociologia della guerra, intesa come massimo conflitto sociale di cui si analizza la tipologia e le ripercussioni sull'opinione pubblica, nonché i problemi sociali ad essa conseguenti , determinando, in particolare, se deve considerarsi un fenomeno di biologia o di patologia sociale~
-caratteristiche delle Forze Armate, viste come un organismo sociale fortemente stratifìcato; la tipologia e l'ecologia militari sono due particolari temi che rientrano in questo ambito; - sociologia dei Quadri di comando, che comprende tutta la problematica dei militari di carriera con particolare riguardo alla vocazione per la vita militare, all 'autoreclutamento e all'endogamia all'interno della collettività, ali 'isolamento nel con testo del sistema sociale generale; - sociologia della truppa, che si interessa all'integrazione delle reclute nella vita militare con approfondimento dei problemi connessi alla selezione e alla destinazione verso determinate armi e specialità e di quelli riguardanti la formazione professionale e mora le del soldato di leva; -interrelazioni tra l'organizzazione militare e il sistema sociale generale, nel campo tecnico-econom ico, scientifico-culturale, ecc.; si studiano altresì i vari casi e le diverse ipotesi di «putsch» e di «pronunciamento» di dittature mi litari e di intromissioni delle Forze Armate nella sfera civile e viceversa (7). Il primo filone, come in precedenza accennato, è stato uno dei primi ad essere individuato e sviluppato, mentre la stessa cosa non è possibile dire per il secondo «argomento principa le»1 in quanto esso prende piede allorquando si comincia ad applicare, allo studio sulle Forze Armate, la nuova prospettiva della sociologia dell'organizzazione, che tende a superare il piano individuale per mettere in luce i fattori istituzionali che lo trascendono: si tratta, cioè, di analizzare l'istituzione militare come un sistema sociale, come una struttura organizzata. Tutti temi, questi, introdotti e sviluppati in primo luogo da Morris Janowitz e dalla sua scuola (8). L'approccio derivante dalla sociologia dell'organizzazione è quello più fecondo sul piano della ricerca empirica e può dirsi centrato sia sul livello macro-sociologico, sulla forma strutturale delle isti16
tuzioni militari e sulla loro tendenza di t rasformazione (9), sia su quello micro-sociologico, indagando situazioni concrete di ambiti specifici delle Forze Armate. La caratteristica di questo app roccio è quella d i studi are l'istituzione nel suo fu nzionamento interno, riducendo la problematica Forze Armate/Società all'analisi della struttura militare come una delle forme di o rganizzazione complessa (10). La terza branca indiv iduata sta avendo un notevole svil uppo solo negli ultim i anni a seguito di numerose indagini svo lte su i Quadri , al contrario, invece, della quarta che ha avuto il suo periodo dominante durante il secondo confl itto mondiale e negli anni Cinquanta e che ha avuto come suo pezzo forte la famosa opera «The American Soldier», in cui prevalgono aspetti socio-ps icologici e di micro-sociologia. L'enfasi è posta sulla situazione individuale del soldato nelle sue manifestazioni di combattente, di recluta, di veterano,di prigioniero, sul piccolo gruppo sui legami tra soldati e comandanti , su lla coesione all' interno dei reparti sia in tempo di pace che di guerra. L'ultimo filo ne è strettamente collegato con la evol uz ione del concerto di d ifesa nazionale degli ultimissimi a nni, alla luce dei nuovi armamenti e delle nuove forme di lotta. Essa è oggi costituita dall 'apporto congiunto di tutte le risorse materiali e morali del Paese, nel cui contesto alle Forze Armate spettano i compiti di provvedere alla difesa militare, alla salvaguardia delle libere istituzioni e di intervenire in caso di calamità naturali, essendo molti mezzi di azione, offensiva e difensiva, posti al di fuo ri del loro ambito nei settori politico, economico, sociale, ideologico, propagandistico e via dicendo. Nonostante siano passati o rmai più di quarant'anni dalla vera e propria nascita della sociologia militare, per l'Italia tale disciplina è agli eso rdi. Pesa su ll'area il gravame di approcci che si sono collocati entro una sfasatu ra del rapporto Forze Armate/Società . . Da parte degli studiosi laici hanno giocato un ruolo importante in tale sfasatura l' intenzionalità «amilitare» e «antimilita rista», mentre da parte militare si è formata una certa d iffidenza verso la sociologia considerata così più un' ideologia che una scienza. È ovvio che alle spalle di questa sfasatura c'è tutta la complessa 17
tipologia del rapporto civile/militare, espressivo delle forme del porsi e del non porsi di una più ampia dialettica sociale. Con gli anni Ottanta è individuabile, però, anche attraverso l'esame degli articoli della Rivista Militare, una precisa tendenza ad una integrazione più dinamica tra Forze Armate e società, espressiva sia di mutamenti nella dialettica sociale interna, sia di una percezione meno passivamente irrigidita delle relazioni internazionali. Considerazioni metodologiche
Il notevole numero di anni presi in considerazione, la varietà dei tem i e dei problemi trattati nei vari sotto-periodi in cui è stata suddivisa l'analisi, la notevole diversità di provenienza e di cultura degli articolisti che senza alcuna continuità s i sono avvicendati, l'enorme numero degli argomenti di volta in volta affrontati hanno praticamente impedito di applicare, a questo lavoro, un metodo di analisi rigorosamente quantitativo, quale ad esempio quello che va sotto il nome di «analisi delle contingenze» (I 1). Tuttavia si è cercato di impostare il lavoro effettuando una «analisi del contenuto» di tipo prevalentemente qualitativo piuttosto che quantitativo (12). Si sono, infatti, individuate per ogni sotto-periodo in cui è stato suddiviso il periodo generale, gli argomenti, i temi e le problematiche ricorrenti con maggiore frequenza svolgendo un lavoro di intreccio dei vari articoli riguardanti lo stesso oggetto, mettendo in evidenza, per ogni singola tematica la diversa ottica di esame e le varie sfaccetta-
ture per avere un quadro completo della problematica affrontata e delle modificazion i di «accento» intervenute nel tempo. Un esempio di questo metodo è dato dallo studio di V. Morin sulla stampa francese in relazione al viaggio di Chruschev in Francia, nel 1960 (13). Il metodo consiste nella scomposizione dei diversi messaggi (gli articoli) in unità di informazione, consideraqdo come unità « ... tutti i fatti e i commenti man mano che essi si pr~sentano durante la lettura, cioè via via che formano ... una informazione suscettibile di entrare in una categoria definibile» (14). Nel caso degli artico li della Rivista Militare, le unità di informazione sono state intese come tutti gl i articoli pubblicati nel quaran18
tennio considerato nella rubrica «sociologia e problemi del personale», mentre le categorie sono in pratica i temi , gli argomenti, a loro volta suddivisi in sotto-temi, sotto cui la vasta mole di articoli poteva venire suddivisa e organizzata. Come si esprime De Li Ilo su questo metodo, «... un aspetto interessante di questo metodo sta nella possibi lità che esso offre di confrontare tra loro diversi messaggi, provenie nti da fonti diverse e riguardanti tutti uno stesso oggetto, oppure provenienti da una stessa fonte ma scaglionati nel tempo» (15). Esistono naturalmente in questo caso, dei limiti intrinseci al metodo, per una certa arbitrarietà lasciata alla determinazione delle categorie, che è strettamente legata all'oggetto, allo scopo e alle ipotesi della specifica ricerca, come pure per la non cons iderazione di altri elementi (come il posizionamento degli articoli) pur importanti nella qualità del messaggio; si è ritenuto tuttavia che l'impiego di tale strategia di analisi fosse quella più idonea a trattare una vasta mole di materiale che presenta un certo grado di omogeneità quanto a: - provenienza (si tratta sempre della stessa Rivista, dipendente sempre dallo stesso organo, le Forze Armate); - collocazione degli articoli (sempre nella stessa rubrica). La variabilità temporale è stata control lata suddividendo le annate in periodi relativamente omogenei sul piano della periodizzazione storico-economico-sociale per quanto riguarda la rilevanza degli eventi determinatisi nella società italiana (16). A questo scopo, per i primi tre periodi (quello della ricostruzione, 1945-1950 e dello sviluppo, 1951-1959, quello della trasformazio-
ne sociale degli anni '60, e quello iniziato dall'autunno caldo e fino al 1978) è stata predisposta una sintesi dei maggiori avvenimenti e dei caratteri salienti della società italiana, a premessa storico-sociale, e per poter stabilire il confronto dei contenuti via via presenti per ogni periodo negli articoli della Rivista Militare. Per l'ultimo periodo, dal 1979 ad oggi, si è preferito rimanere più aderenti all'attualità cronachistica, effettuando un 'analisi biennale, anche a causa dell'aumentato numero di articoli di «sapore sociologico». Per gli argomenti trattati in bienni precedenti si sono riportati solo gli aspetti nuovi, che non erano stati mai , o solo superficialmente, messi in luce fino ad allora. 19
Per ottenere, comunque, valutazioni fondate anche su aspetti quantitativi sono stati riportati, alla fìne di ogni paragrafo riguardante l'esame dei problemi socio-militari, la frequenza, cioè il numero di volte, con cui tutte le tematiche sociali emerse nel sotto-periodo sono state oggetto di discussione c di «scrittura» da parte dei vari articolisti o, per meglio dire, da pane della redazione del periodico militare che ne ha pubblicato gli articoli, rispetto alla quantità totale di articoli presentati nella rubrica «Sociologia e problemi del personale». La valutazione della frequenza con cui uno stesso tema ricompare in un periodo dato può essere considerata come un indicatore dell'attenzione rivolta ad un particolare argomento, o della rilevanza che in quel momento esso riveste per l'autore del messaggio, riprendendo e utilizzando qui in senso lato la posizione di Osgood e di lasswell (17). In questo caso l'autore è una rivista di categoria, che rappresenta un'organizzazione, le Forze Armate (e, in specifico, l'Esercito), la quale dibatte problemi interni ed esterni prcsentandoli perlopiù ai propri membri, e successivamente anche all'esterno, alla società civile. La frequenza di comparsa dei diversi temi è sembrata un criterio significativo per valutare l'importanza che l'Esercito man mano assegna agli eventi, e per esplorare anche su questo piano (la pubblicistica militare) la validità dell'ipotesi generale da cui si è partiti, quella del progressivo avvicinamento delle Forze Armate alle istanze e ai modelli della società civile, e del tentativo, aprendosi verso di essa, di uscire dall'isolamento c dalla crisi di ruolo, cercando nuovi fondamenti di legittimazionc della propria funzione sociale.
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NOTE BIBLIOGRAFICHE (l) G. FORTUNATO, Sociologia militare, lstitu to pe r la divulgazione della
storia militare, Roma. (2) G . SERTORIO, Forze Armate, burocrazia, società - Nota in tro dutt iva alla situazione italiana-, «For.Arm.E.S.», Padova, 1985, a . l , n. 1, pagg. 93- 126. (3) S.A. STOUFFER et al. ..., The amenòn soldier. Studies ù1 socia! psycho!ogy in World War !!, Princeton, 1949. (4) M. JANOWITZ, The pro/èssiona! so!dier. A socia! an d politica! portrait, New York, 1960; K. LANG, Mi!itary Ù7Stitutions ,1nd the socio!ogy of war: a review of the Jiterature with annot;Jted bib!iography, Beverly Hills/London, 1972; S.P. HUNTTNGTON, The So!dier and the State, Cambridge, Mass., 1964. (5) Tra gl i studiosi europei non possono dimenticarsi i lavo ri di J. van DOORN all'Università di Rotterdam, di M. MARTIN e di L. MANDEVILLE all'Uni versità di Tolosa, di J.P. THOMAS e del suo Centre de Sociologie de la Defence Nationale di Parigi , di R. ZOLL al Sozia lwissenschaftliches lnstitut fur die Bundeswher d i Berlino. (6) K. LANG, op. cit. (7) G . FORTUNATO, «Sociologia Militare e difesa naziona le», in Rivista Milit,?re n.4!70, pagg. 597 segg. (8) Solo per citare qui i contributi pi ù rilevanti, si pensi a M. JANOWITZ, Sociology an d the Military Establishment, Beverly Hills/London , 1959; Id, op. ci t.; M. JANOWITZ et al. .. , The New M 1Jittuy: Changing PatternsofOrganization, New York, 1964; R. LITTLE(ed.), Hcmdbookon Military Jnslitutions, Beverly H i lls/London, 1971; M. FELD, The structure of Vio!ence. Armed Forces as SocilJ! Systems, Beverl y Hills/Lo ndon , 1977. (9) Vale qui citare, come più importante, il lavoro di C. MOSKOS, «From lnstitution to Occupatio n: Trend in Military Organization», in Armed Forces and Society, 4, 1 (1977), pagg. 41-50. (10) G. SERTORIO, op. cit. (11) A. DE LILLO (a cu ra di), L 'analisi del contenuto, il Muli no, 1971 , pagg. 33-43. (12) Cfr. A. DE LILLO, op. cit., cap. IV, «L'analisi del contenuto qualitativa», pagg. 123-192, e in particola re le pagg. 123-127. (13) Cfr. V. MORIN, «Le voyage de Krouschev en France: Essai d' une mèthode d'analyse de la presse», in Communications, 196 1, n. 1, pagg. 81107. (14) ibidem . (15) A. DE LILLO, op.cit., pag. 125. (16) Si è seguita con qua lche contrazione, la periodizzazio ne p resentata da G. SERTORIO, Appunti di socio!ogia, nel cap. «Note per una lettura della società italiana», cit., pagg. 409-426. (17) Cfr. per queste posizioni quanto riferito in P. CARUSO, «l metod i quantitativi di ana lisi del contenuto», in A. DE LILLO (a cura di), cit., pagg. 17-60. 21
CAPITOLO II
IL PERIODO DELLA RICOSTRUZIONE POLITICA, SOCIALE ED ECONOMICA ITALIANA NELLE PAGINE DELLA RIVISTA MILITARE: 1945-1950/1951-1959 Cenni sulle vicende socio-politiche ed economiche dal termine del conflitto a tutti gli anni '50 La prima fase della ricostruzione
Conclusasi la vicenda bellica da cui l'Ital ia usciva sconfitta , ebbe inizio quello che venne allora definito come il periodo della ricostruzione, partendo dal ripristino della pratica democratica nella vita pubblica. Infatti, la fine della guerra e l'allentamento delle limitazioni all'attività politica imposte dagli alleati, liberarono, come era naturale, energie e fermenti a lungo compressi e segnarono l'inizio di una fase di intensa attività politica ed economica destinata a svolgersi attorno a tre poli fondamentali: scelta istituzionale tra monarchia e repubblica, nuova costituzione e ricostruzione economica e sociale. A livello politico, per i partiti si trattava di riconquistare un potere che, fino ad allora, era stato nelle mani di una classe politica che non era più all'altezza della situazione e si andava via via indebolendo. Infatti, una chiara dimostrazione si ebbe con le elezioni amministrative del marzo-aprile 1946, nelle quali emerse la supremazia assoluta delle forze politiche organizzate a partito di massa in una forma, quindi, nuova in relazione alla struttura del sistema politico su base clientelare precedente. Il piano sociale era non meno problematico e fonte di tensioni. In un paese per metà distrutto dalla tragica guerra, in cui le condizioni economiche si presentavano disastrose e su una buona fetta della popolazione gravava lo spettro della fame e la realtà della disoccupazione, non potevano mancare momenti di tensione rivoluzionaria da parte della classe operaia settentrionale che sfociarono in 23
vio lenze soprattutto nelle campagne, nei confronti dei medi e grossi proprietari terrieri ancorati al passato regime e spesso compromessi da esso. A questi si aggiungeva il problema del reinserimento nella società e nella vita attiva di masse di partigiani, di reduci e di ex deportati nei campi di concentramento tedeschi, che andavano ad ingrossare le fila dei disoccupati, che inevitabilmente rappresentava un ulteriore grave elemento di disturbo della vita nazionale. Troppe armi, residui della guerra e della resistenza, circolavano nel Paese e ciò contribuiva a rendere più minacciosa la pressione esercitata da queste masse, che chiedevano lavoro e un posto nella società. Molto pressanti erano, quindi, le istanze tese ad un rinnovamento di cui tutti i partiti si facevano interpreti. Per i partiti della sinistra il prob lema della modificazione delle strutture politiche e sociali era quello di importanza più immediata. Per ess i si doveva risolverlo subito, approfittando della situazione favorevole, altrimenti a ricostruzione avvenuta, secondo vecchi schemi, ogni intervento innovatore sarebbe stato più difficile ed avrebbe incontrato maggiori ostacoli. Per i partiti moderati e conservatori, che vedevano le eventuali riforme piuttosto come frutto di una lenta e gradua le evoluzione, i problemi da affrontare con priorità assoluta, erano quelli riguardanti la ricostruzione dell'economia e delle strutture amministrative dello Stato. Questa fase della vita politica e sociale italiana produsse un risultato storico importante che fu il testo della Costituzione. La ricostruzione prese così l'avvio al l'insegna dei principi costituzionali, benchè non attuati completamente e taluni con notevole ritardo. Tema di fondo del dibattito che si sviluppò era se la ricostruzione dovesse essere diretta dallo Stato, e soprattutto in quale misura, o se dovesse essere lasciata alle libere iniziative dei privati (1). Il costo dell'immenso programma di investimenti richiesti dalla ricostruzione doveva essere, nel la maggior parte, finanziato con mezzi nazionali e sorgeva il problema del reperimento di una massa di mezzi finanziari impossibili a raccogliere attraverso i normali canali di politica finanziaria. Era assolutamente necessario fare appello al risparmio degli italiani, a quello già accumulato sotto forma di patrimonio e a quello futuro. Vennero, pertanto, proposte due misure principali: il lancio di un prestito della ricostruzione ed una imposta straordinaria e progressiva sul patrimonio. La tassa sul patrimonio venne introdotta però in forma non progressiva ma proporzionale, finendo per colpire 24
più i piccoli che i grandi patrimoni. Il contrasto tra l iberisti e dirigisti si risolveva con la prevalenza dei primi e lo Stato si limiterà, secondo la concezione di De Gasperi a «tutelare, promuovere e interpretare» rinunciando a quella funzione di mediatore tra le class i, che era l'unica che avrebbe potuto interamente superare l'esperienza fascista ed interpretare lo spirito della resistenza. La svolta decisiva per il decollo dell'economia italiana, si ebbe durante il periodo degasperiano, il cui programma si poteva riassumere in due punti fondamentali: continuazione dell 'opera di ricostruzione dell'economia e difesa dell'ordine pubblico. Assicurare quest'ultimo non solo significava, in questo peri odo, combattere e contenere quei tristi fenomeni, di cui si è già accennato, come la delinquenza, il mercato nero, il contrabbando e, più generalmente, la violenza di tutti coloro che spinti da situazioni eccezionali si erano messi al di fuori della legai ità, ma anche significava ristabilire normali condizioni di moralità pubblica, necessaria per assicu rare un ordinato svolgimento della vita nazionale e quindi l'autorità dello Stato c la pace sociale. Questi scopi si cercarono di raggiungere intraprendendo un'azione di rafforzamento e di tutela degli organi di polizia. Per quanto riguarda il primo punto della politica degasperiana, la chiave di volta fu rappresentata dagli sforzi per bloccare l'inflazione e per salvare il potere di acquisto della lira (2). «La svolta einaudiana nella politica economica aveva posto le basi per il decollo. La filosofia dell'operazione fu sostanzialmente di stampo !iberista, ma col ricorso, tuttavia, agli strumenti di controllo con maggiore possibilità, quindi, di regolare il meccanismo del mercato in vista di un programma di politica economica volto alla ricostruzione del potenziale produttivo del settentrione» (3). In modo sintetico, ma estremamente chiaro, Castronovo così riassume: «l fattori del decollo furono molti: l'assistenza economica americana, legata all'espansione produttiva degli U.S.A., la sottovalutazione della lira sul dollaro, il rinnovo degli impianti e delle tecnologie, l'energia a basso prezzo, l'avvio delle esportazioni di oggetti che risultarono competitivi sul mercato internazionale, ciò che diede luogo a crescenti progetti in un regime di stabilità di prezzi c di conseguenza produsse una bilancia dei pagamenti attiva anche grazie alle rimesse dei nuovi emigrati e agli introiti del turismo che ebbe una netta ripresa; ma soprattutto per la manodopera a
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buon mercato e per la possibilità di introdurre tecniche avanzate di gestione su un terreno vergine. Tutto questo permise l'autofinanziamento delle imprese e larghi profitti» (4). Il decennio che aveva visto le brutture del secondo conflitto mondiale, si chiudeva con una situazione generale profondamente mutata rispetto a quella di tre o quattro anni precedenti. L'inflazione, grazie alla politica suggerita da Luigi Einaudi, aveva superato il punto di maggiore pericolo e si trovava, ormai, sotto controllo. Anche la situazione dell'economia si presentava in prospettiva favorevole. La recessione produttiva dovuta alle misure contro l'inflazione era superata e le prospettive di ristabilimento di un completo ritmo produttivo erano già abbastanza sicure. Il processo di riconversione dell'industria, dalle produzioni di guerra a quelle di pace, era stato in gran parte effettuato. La ricostruzione della flotta mercantile procedeva con ritmo veloce, così come nel settore tessile, in quello chimico e siderurgico. Si può dire che, la prima fase della ricostruzione economica del Paese, poteva considerarsi conclusa. Rimaneva in vita una realtà sociale e quotidiana, ancora piena di difficoltà e di disagi, per certi aspetti, senza speranza di prossimi mutamenti. Disoccupazione e sottoccupazione permanevano a livelli altissimi, le speculazioni salariali esistenti tra settore e settore nell'industria, tra industria e agricoltura, tra Nord e Sud, erano vistose (5). Rimaneva, in definitiva, l'esigenza di dare a tutti gli italiani la certezza che la ricostruzione della società stava avvenendo con il contributo di idee e di sacrifici di ogni classe sociale e di ogni partito, che rappresenterà il fallimento più grave e più carico di conseguenze per il futuro del Paese. Gli anni '50: problemi e prospettive Nei primi anni del nuovo decennio la responsabilità di governo, nel bene e nel male, ricadde quasi totalmente sulla Democrazia Cristiana, la cui politica si basò sopra una doppia alleanza: da un lato, nonostante le polemiche, la D.C. mantenne una sorta di alleanza «conciliare», così come la definisce Farneti, con il Partito Comunista Italiano (6), fondata sul rispetto dello statuto costituzionale, inteso come essenziale strumento di democrazia e dall'altro, venne tacitamente stipulata un'alleanza con i liberali di Einaudi, per quanto riguardava il modello di sviluppo economico da sostenere.
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Il partito di maggioranza costituì il perno di entrambe queste alleanze, sulle quali si organizzò la vita politica nazionale di questo periodo. Il supporto sociale di tale politica venne costituito da un blocco fra contadini e ceti medi , più la classe politica al potere e la Confindustria e la burocrazia statale (7). All'inizio di questo periodo, la situazione del Paese appariva abbastanza buona se si tenevano presenti le condizioni di partenza dello sforzo di ricostruzione: la stabilità economica era stata raggiunta, la moneta si era consolidata, le strutture dello Stato si erano rafforzate, si era affermato il metodo della democrazia, anche se più nei suoi aspetti formali che sostanziali. Tuttavia, se da un'analisi della situazione contingente, si passa all'esame delle prospettive a più lunga scadenza, il quadro si presentava, indubbiamente, diverso. La riforma agraria e la Cassa del Mezzogiorno erano il risultato di troppi compromessi per poter essere veramente efficaci. Essi potevano avere apprezzabili effetti settoriali, ma non avrebbero potuto determinare quei mutamenti fondamentali e risolutivi, che i promotori delle iniziative speravano. Problemi, infatti, come quello dell'educazione di base e della disoccupazione non erano stati , come abbiamo visto, affrontati e si sperava di risolverli in maniera indiretta con i consueti mezzi di intervento e attraverso la politica agraria e quel la meridionalista. A tutto questo stato di cose, si aggiungeva la preoccupazione per le crescenti spese militari necessarie a far fronte al riarmo imposto dall'adesione al Patto Atlantico. II governo si impegnò nella ricostruzione e nell'ammodernamento delle Forze Armate, riuscendo a costituire dodici divisioni, con armamento moderno, a riadattare basi navali ed aeroporti, a migliorare marina ed aviazione, pur conservando una strategia basata, esclusivamente, sulla difesa. Tutti questi motivi, non dissociati ad episodi di corruzione, giustificati dalla paura di perdere il potere, portarono alla sconfitta della D.C. alle elezioni politiche del '53 che decretò praticamente la fine della carriera politica di De Gasperi e aprì un periodo di incertezza e di instabilità dei governi a guida democristiana. Tale periodo di incertezza politica, trova giustificazione, come si esprime Castronovo, nella «transitorietà» di questi anni (8). Infatti, l'attività di governo fu scarsa di risultati a breve termine: ogni decisione sembrava costare sforzi nettamente sproporzionati alla sua importanza, si manifestavano gravi deficienze nelle strutture istituzionali 27
dello Stato, che sotto l'imperversare di scandali, di pressioni di forze economiche sembravano portare il Paese verso una crisi di regime. A tal proposito, è sintomatico il fatto che, in quasi quattro anni, esattamente dall953 all957, si alternarono sei presidenti del Consiglio dei Ministri. Tuttavia, i partiti di massa, secondo un'arTermazione fanfaniana, attraversarono un pe riodo di profonda evoluzione, s ia di carattere organizzat ivo, che di natura ideologica. Alla fine degli a nni '50, i partiti si aprirono ad una diversa concezione della lotta politica intesa come confronto di sol uzioni e di programmi piuttosto che come urto di ideologie e di principi e, pertanto, più consone con lo spirito di un'autentica democrazia. Dal punto di vista economico, questi anni sono senza dubbio i più prolìcui, perchè creano la base del decollo economico, che si trasformerà in miracolo attorno agli anni '60. In questo periodo fu iniziato un processo di riorganizzazione nei settori industriali , controllati totalme nte o parzialmente dallo Stato ed allo scopo di coordinarne lo sviluppo venne costituito il Ministero delle Partecipazioni Statali. Altro fatto degno di menzione, che da un punto di vista economico contribuì notevolmente a lla crescita dell'industria Italia, furo no la costituzione del Mercato Comune Europeo e della Comunità Europèa per l'Energia Atomica (EURATOM). Quanto menzionato sopra però, non è valido per il meridione. Infatti, l'indirizzo che prevalse per il Sud fu, essenzialmente, di tipo difensivo nel senso che mirava a proteggere le regioni del sud dalle conseguenze dell' impatto con la realtà economica in movimento nel triangolo industriale e in altre zone del nord Italia, configurando un intervento politico di tipo prevalentemente assistenzialistico. In questa prospettiva, venne ad esempio, pensata la riforma fo ndiaria. È chiaro, a llora, che in questo modo venne sacrificato proprio l'obiettivo, che si sarebbe dovuto mettere in primo piano e cioè quello dell'espansione, anche nel Sud, delle basi produttive, che potesse attenuare, fino a farlo scomparire, l'andamento a forbice dello sviluppo economico delle due parti d'Italia. Oltre a queste ragioni, specificatamente economiche o di politica generale, ve ne furono altre, tipicamente local i, che contribuirono al sostanziale fallimento della politica meridionalistica: la scarsa reattività del tessuto sociale alle sollecitazioni a produrre una nuova imprenditoria ed anche, in certe regioni, la presenza e l'ope rare massiccio delle organizzazioni della delin-
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quenza organizzata (mafia, 'ndrangheta e camorra), che nelle nuove forme da queste assunte nella fase di decollo dell'economia trovarono l'incentivo per estendere e moltiplicare la loro attività con effetti deformanti e paralizzanti sul sistema economico stesso. Naturalmente, l'emigrazione costituì la risposta spontanea del Sud al processo di trasformazione delle condizioni sociali del Paese, così come era stato negli ultimi decenni del XIV seco lo e nel primo quindicennio del XX. Il settentrione d'Italia, ricevette da questa immigrazione merid ionale, un decisivo contributo per il decollo dell'economia, potendo disporre di manodopera non qualificata ed a buon prezzo, in quantità illimitata. Il periodo in esame è, pertanto, un tipico periodo di transizione in cui, chiusa ormai definitivamente una fase storica, se ne apre un'altra, le cui caratteristiche sono ancora in via di sviluppo ed in cui coesistono le contraddizioni del passato ed i fermenti che annunciano i tempi nuovi. Le problematiche ricorrenti nella sezione «Sociologia e problemi del personale» della Rivista Militare (1945-1959)
Non è semplice riuscire a cogliere tutte le sfumature che in queste pagine della Rivista Militare del dopoguerra sono state messe in risalto, né tantomeno è semplice, direi quasi arduo, vo ler fare una casistica e, quindi, una elencazione degli argomenti che in questi anni sono stati trattati da persone che, ancora sotto la spinta emotiva del conflitto mondiale, hanno vo lu to esprimere il loro sentimento e quello che sembrava loro essere il punto più importante in quel preciso momento storico. Pertanto, accanto a temi comuni quali quello della rinascita e della ricostruzione, troviamo argomenti (sentiti) come quel lo della assistenza sociale ai militari ed ai loro familiari, agli orfani dei militari di carriera; articoli riguardanti la formazione dei nuovi Quadri delle Forze Armate sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista prettamente culturale, prendendo spunti anche dagli insegnamenti che si tengono in altre Accademie e Scuole Militari di altri paesi, che comunque fanno parte dell'area filo -occidentale. Da una analisi ex-post si trae l'impressione che le questioni di carattere sociale siano state abbastanza trascurate in questi primi dieci anni, mentre è stato dato un notevolissimo spazio ad argomenti di 29
carattere tecnico-militare e di ordinamento, unitamente a considerazioni riguardanti l'influenza che, l'ingresso del nostro Paese nel Patto Atlantico, ha avuto sul riarmo, sul rimpolpamento dei Quadri e, quindi, anche sulla struttura ordinativa del nostro esercito, dopo le pesanti clausole della «resa senza condizioni», successiva alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale. Dopo questa doverosa premessa, è interessante esaminare come i vari temi sono stati trattati, ponendo in risalto l'enfasi e il modo con i quali sono esposti. La ricostruzione nelle Forze Armate italiane
Sintomatico dello spirito di rinascita diffuso in tutte le istituzioni, e dunque anche nelle Forze Armate, è l'inizio dell'articolo del Col. Micaletti, che con due metafore indica il desiderio profondo di tutti i cittadini italiani di iniziare una nuova era; infatti, così egli esordisce: «Nel buio di una notte fonda ci par di intravedere una luce orientatrice: è forse l'abbaglio della nostra fede , caparbiamente ottimista? O non piuttosto annunciatrice vera di una rinascita che si delinea, flebile ma promettente, sul cammino della Patria? Lo speriamo e lo crediamo!» (9). Naturalmente, nello stesso articolo ed in argomenti svolti in anni successivi, vengono ricercate le cause che portarono l'Italia sull'orlo della disfatta salvaguardando la buona fede e la devozione alla patria definita «immutata ed immutabile» da parte dei Quadri dell'Esercito. Nel regime fascista, nella maniera superficiale e comoda di attribuire le cariche di comando e negli errori commessi in politica estera, si ricercano le motivazioni principali che indussero il Paese prima ad entrare in guerra e poi ad arrivare quasi al collasso ed all'anarchia nell'infausto 8 settembre 1943. Tuttavia, viene sottolineato, che l'immediata riformazione del raggruppamento motorizzato, «dimostra a pieno come l'Italia non difettasse di Quadri onesti, coscienti, capaci e dediti al dovere, come l'Esercito, anche immediatamente dopo 1'8 settembre, nonostante le gloriose e dolorose perdite, il drenaggio subito di tanti suoi bravi Ufficiali caduti prigionieri sui vari campi di battaglia e l'olocausto dei suoi migliori per la barbarie teutonica, e come il Paese avesse ancora alla 30
Metropol i un robusto nerbo residuo di Quadri pronto ad ogni cimento. Ergo, non era proprio tutto marcio» (10). A tutto questo fa seguito una esortazione ai cittadini italiani, affìnchè, possano vedere il cittadino-soldato alla base di u na piramide il cui sostrato cementizio sia «humus» civile e sociale della Nazione e il corpo degli Ufficiali, il fiore della società, l'élite del popolo. In questo spirito di rinascite e di ricostruzioni, su basi completamente nuove, rispetto alle precedenti, ed antitetiche, si pongono i lavori e gli scritti degli anni '46-'47 sulla Rivista Militare. Difatti, i nuovi soffi di aria democratica che si avvertono nel Paese e che porteranno alla costituzione della repubblica democratica, cominciano a far sentire i loro effetti anche in campo militare. Non del tutto casualmente, proprio in questi anni, nella pagi na sociologica del periodico sono affrontati e sviluppati i temi quali la democrazia e l'Esercito, il lavoro sociale nelle Forze Armate, il servizio sociale per le Forze Armate, la cultura quale mezzo di benessere per il soldato, che non fanno altro che rivedere posizioni e rapporti tra superiori ed inferiori, tra Stato e Forze Armate in maniera differente rispetto agli stessi rapporti pre-bel lici. Un intervento non militare (l l) sottolinea, che nessun rapporto di comando può essere effettivo se non è consono ai tempi e soprattutto sentito dai subordinati. A tal riguardo, se qualche comandante volesse, in un regime democratico, continuare a comandare con un sistema di disciplinarigoristico, prussiano, rischierebbe, quasi sicuramente, di ottenere un effetto del tutto opposto a quello desiderato per severe che possano essere le misure adottate per assicurare il rendimento dei subord inati. Da parte di questi ultimi, è necessario uno spirito di alta coscienza di se stessi al punto da comprendere la differenza tra libertà e licenza, tra i propri diritti e quelli altrui, in modo da avere ben fermo il concetto che il proprio diritto ha come limite invalicabile il diritto altrui. Senza una tale maturità, ben presto, l'inferiore prenderebbe la mano al superiore con effetti sicuramente deleteri . Ma come è possibile ottenere tutto ciò? La risposta a questo interrogativo viene indicata dall'articolista nella preparazione tecnica e culturale dell'Ufficiale che «come il professore colto guadagna la disciplina di una classe, il superiore, invece, affascina con le sue qualità 31
assai più che con l'autorità. È questo il metodo democratico di guadagnarsi la stima, la simpatia e l'obbedienza della propria truppa» (12) . Partendo da queste basi , democratizzare l'Esercito e più in generale le Forze Armate, non significa sminuire la necessaria disciplina, ma rendere la stessa disciplina sentita. «Non più, dunque, obbedienza cieca», come recitavano gli antichi regolamenti, ma, al contrario, obbedienza illuminata, spontanea: la migliore. A questa prima posizione che ha posto la figura dell'Ufficiale come educatore, si possono allacciare, con un logico filo conseguenziale, articoli e saggi che, nonostante s iano stati scritti in periodi precedenti, sottolineano il modo di educare moralmente e culturalmente il militare alle armi e di conseguenza la necessità di reclutare, soprattutto nei Quadri Ufficiali, gli elementi migliori della società. Anche il Magg. Arrighi nel suo articolo intitolato, con una chiara punta di pessimismo, «Crisi», intravede, in una situazione di sfacelo della società e delle Forze A rmate, nelle quali «serpeggiano disorganizzazione, indisciplina e un agonizzante amor patrio», un barlume di speranza: «Non è vero che tutti i valori morali siano perduti, sono invèçe latenti sotto le rov ine fumanti delle case distrutte e mutilate, bisogna ravvivarl i e rinvigorir! i per far leva su di essi. Questa è la conditio si ne qua non del buon esito delr'educazione mi litare» (13) . Dato che il naturale educatore per il soldato è l'Ufficiale, occorre che tra questi ultimi vi sia la crema della società, i giovani più sani. Per far ciò, scrive il Magg. Colle, bisogna trovare i mezzi per attirare i giovani migliori verso questa profess ione. Egli ne individua qualcuno, ad esempio: rendere difficile e pertanto, naturalmente, selezionatrice la serie delle prove richieste, a chi si propone di entrare nei Quadri dell 'Esercito; retribuire largamente chi sceglie di far parte di una organizzazione con caratteristiche peculiari , quale è l'Esercito, senza però porre dei vincoli di classe sociale, che sarebbero fuori tempo in un paese retto con li beri ordinamenti, a coloro che sentono una naturale incli nazione, che sono mossi da una passione sincera e sono intellettualmente dotati; dare una residenza non in ambienti e paesi chiusi e piccoli, ma in grandi città per fare sempre partecipi gl i Ufficial i dei problemi più palpitanti nell'animo del popolo italiano . È su questa base che, poi, all'interno degli istituti di educazio32
ne, si dovrà lavorare per plasmare uomini veri, che si dovranno «elevare a rango di capi non solo per quello che sanno ma anche per quello che fanno. Quindi educazione al coraggio sereno, sentito e non a quello dettato dalla disperazione o dalla esaltazione, con un particolare accento alla formazione della padronanza di se stessi, dell'orgoglio della coscienza della propria personalità, della fiducia nei propri mezzi fisici e della serenità di fronte alle difficoltà, agli imprevisti, agli ostacoli» (14). Ed è come uomo che l' Ufficiale deve parlare con i suoi soldati impartendo loro quella capillare, incessante e meticolosa educazione morale che egli ha acquisito. Azione morale, dunque, essenziale che, come sottolinea il Magg. Arrighi, si sintetizza «nell'interessamento diretto verso l'inferiore, nella confidenza assoluta che è ben !ungi dall'essere quella peccaminosa e modesta oppressione che è la ricerca della popolarità, nell'obiettività ed elasticità nella risoluzione delle questioni disciplinari, nell'esaltazione dello spirito di corpo. Solo in questo modo è possibile servire il Paese ricostruendo, senza demolire ciò che si regge, con spirito nuovo e con materiale valido» (15). Naturalmente, tutte queste considerazioni, derivano dal fatto che nei comuni discorsi e nelle normali conversazioni, la classe degli Ufficiali viene accusata di varie colpe. A queste colpe o manchevolezze il Magg. Forlenza, così come abbiamo esaminato in altri Ufficiali, cerca di dare delle risposte di carattere obiettivo, che dimostrano come molte delle accuse rivolte, quali ad esempio la mancanza di cultura generale, l'assenteismo dalle correnti psicologiche e dallo sviluppo della coscienza sociale del popolo, la riluttanza dell' Ufficiale italiano ad assumersi responsabilità ed iniziative, il carrierismo, siano del tutto infondate o parzialmente giustificate, così come, al contrario, varie osservazioni rivolte, quali l'insincerità degli apprezzamenti ufficiali dei propri dipendenti, l'insufficiente pratica nell'impiego dei reparti , l'eccessivo attaccamento ad una sede preferita, siano effettivamente veritiere e meritino, pertanto, una risoluzione. Tuttavia, il Magg. Forlenza scrive: «Gli Ufficiali italiani hanno delle pecche di cui qualcuna assai grave e pregiudizievole, ma non formano un organismo tarato in maniera irrimediabile e, quindi, non meritano un giudizio sprezzante e disonorevole» (16). 33
L'utilità del servizio di leva e la funzione sociale delle Forze Armate
Accanto al problema della formazione dei «nuovi militari», per usare una definizione data dal Gen. L. Caligaris (17), ed alla volontà di ricostruzione che abbiamo fino ad ora esaminato, emergono altri argomenti meno discussi, ma ugualmente sentiti nelle pagine della Rivista Militare in questi primi anni del dopoguerra. Uno di tali argomenti riguarda il vantaggio che la popolazione maschile, che va a prestare servizio militare, può trarre da tale periodo. Ferruccio Banissoni nel suo articolo intitolato «Vita militare e preparazione professionale», individua alcuni vantaggi conseguibili col servizio militare nelle condizioni nutrizionali opportune, nell 'educazione fisica appropriata, nell'igiene generale controllata, nell'allontanamento da condizioni ambientai i svantaggiose o dannose, nella formazione del carattere e della volontà, nel prendere migliore conoscenza della propria personalità, nella migliore conoscenza diretta del più vasto gruppo sociale cui si appartiene, nel rrùglioramento delle condizioni culturali individuali. Tale miglioramento avviene sia con l'opportunità data al soldato di frequentare scuole, officine civili della sua residenza militare, sia con l'opportunità di frequentare corsi, lezioni, conferenze, etc. nell'ambito militare (18). A tale proposito si riallaccia il S.Ten. Catena, che affronta l'argomento della «cultura quale mezzo di benessere per il soldato alle armi e ... dopo». «L'Esercito dà il suo contributo per la diffusione della cultura nelle masse con l'istituzione presso tutti i corpi della cosiddetta scuola analfabeti» (19). Tuttavia l'articolista sottolinea che non ci si deve fermare al primo gradino, occorre invogliare il soldato che sappia leggere e scrivere a fare di tutto perchè possa ritornare nella vita civile con un piccolo titolo di studio. Egli individua nell'Ufficiale la figura dell'insegnante che si dovrà attenere ai programmi forniti dal Provveditorato agli Studi e dovrà tenere lezione durante il programma giornaliero di addestramento per rendere più gradita la partecipazione del militare alla scuola. 34
Tutto ciò per far sì che il maggior numero di giovani alle armi (prevalentemente lavoratori della terra nella vita civile) possano diventare uomini capaci di sapersi destreggiare nella vita e nel contesto sociale e possano con un grado più elevato dì cultura apprendere più facilmente i principi addestrativi. «Così si contribuirà a cancellare dalla mente di molti l'affermazione di avere trascorso alle armi un periodo di tempo inutile per la vita civile. Si potrà veramente affermare di restituire al Paese cittadini migliorati , più coscienti, più capaci di destreggiarsi nelle difficoltà della realtà quotidiana. Questa attività a favore dei figl i del popolo è uno dei taatì atti meritori che ci avvicinerebbero alla patente della Democrazia». È sempre chiaro il riferimento a questa necessità di libertà democratica che, ancora più forte, sì respira negli articoli che prendono in considerazione il servizio sociale per i lavoratori delle Forze Armate ed il lavoro sociale, che comprende la do-ttri na dell'assistenza sociale, inquadrata e regolata su basi scientifiche e tecniche. I fini che il lavoro sociale dovrebbe porsi nelle Forze Armate, secondo il Col. Fiore-Vernazza sono: l'inserimento nel settore educativo, assistenziale e morale, che possa recare dei benefici dì carattere generale e sociale agevolando così anche i rapporti di comprensione e fiducia tra Forze Armate e Paese; l'individuazione e la risoluzione di problemi che consentano al militare dì bene adattarsi e integrarsi nell'ambiente in cui viene a trovarsi; lo studio di effetti e di riflessi che leggi , regolamenti e disposizioni esercitano sugli individu i in unìforme che devono necessariamente sottostare ad essi (20) .
. Tutti questi problemi sono sentiti anche a livello centrale, e a tal proposito, sono sintomatici i criteri espressi dallo Stato Maggiore dell'Esercito nell'iniziare l'introduzione del «lavoro sociale» come elemento integrativo di alcuni insegnamenti: «Nel quadro generale dei provvedimenti intesi a diffondere maggiormente nell'Esercito la conoscenza ed il concetto di democrazia ed a migliorare il benessere dei militari, trova posto il lavoro sociale nelle sue più pure manifestazioqì dirette a dare alle forme assistenziali uno sviluppo ampio e razionale, basato su una dottrina scientifica. Si tratta di una attività che perfeziona e sviluppa il benessere dell'uomo e della collettività, tutelando la soluzione dei problemi dell'assistenza in ogni campo, con piena aderenza, alle necessità mo35
rali e materiali di tutti, penetrando nelle F orze Armate per agire nell'interesse dei militari e quindi delle forze stesse a vantaggio anche della disciplina». Il Gen. Armellini individua i criteri generali su cui impostare l'organizzazione del servizio sociale. Questi criteri possono riassumersi nell'unificare il servizio sociale per tutte le Forze Armate~ nell'estenderlo a tutti i militari in attività di servizio, senza esclusione di gradi, ai civili che collaborano con i militari ed alle rispettive famiglie; nell'includere in esso tutto un complesso di istituzioni aventi carattere ricreativo, culturale ed assistenziale di vario genere comprendendovi anche ciò che riguarda la salute del corpo, proprio perchè la vita militare logora più di ogni altra carriera; nel limitarlo ai militari non in attività di servizio che godono di pensioni a carico dello Stato; nel dare i mezzi economici necessari che ne garantiscano non solo la vita, ma anche il graduale perfezionamento e potenziamento (21). Queste so no le premesse ed i fermenti che alcuni anni dopo vedranno una reale attuazione. Durante gli anni '50 si assiste ad una sosta della pagina sociologica della Rivista Militare. Infatti, oltre ad una povertà di articoli scritti, vi è una ripetitività degli argomenti che trattano, in particolar modo, della selezione attitudinale, degli insegnamenti militari in vari colleges stranieri dell'area occidentale, forse frutto dell'inserimento del nostro Paese nell'Alleanza Atlantica. Tutto ciò non fa altro che rispecchiare il periodo di transizione e di consolidamento verifìcatosi durante gli anni '50 in quasi tutti i settori e non per ultimo in quello sociale. Dobbiamo aspettare la fine degli anni '50 per riavere una progressiva ripresa di questa sezione del periodico militare con argomenti tendenti a valorizzare ed a propagandare le Forze Armate in un periodo in cui il boom economico non favorisce i giovani italiani ad intraprendere la carriera delle armi. Passando ora ad effettuare la valutazione di tipo quantitativo, è possibile ritrovare quattro articoli relativi alla «rinascita ed alla ricostruzione»; sei riguardanti «la figura degli Ufficiali»; tre inerenti «l'assistenza ai militari»; sette attinenti alla «preparazione culturale sia militare che civile», con agganci a istituti stranieri; uno riguardante il 36
tema ÂŤdemocrazia ed esercitoÂť ed altri pochi scritti che trattano problematiche minori. Pertanto su un totale generale di trentuno articoli di stampo sociologico i temi della preparazione culturale, del problema relativo alla figura degli Ufficiali e della rinascita e ricostruzione sono quelli che hanno una incidenza maggiore sul totale, rispettivamente del 23%, del 19% e del 13%.
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NOTE BIBLIOGRAFICHE (l) «Ridurre il problema del rilancio e della riorganizzazione delle attività
economiche ad una scelta di liberismo e dirigismo, significava trascurare una grande occasione storica: quella di avviare un reale rinnovamento nella vita nazionale e nei valori politico-ideologici che l'avevano dominata negli ultimi cinquant'anni e di gettare le basi per il raggiungimento di quegli obiettivi di unità politica e sociale, che rappresentavano ancora il problema di fondo della società italiana. La perdita di quell'occasione, la povertà delle idee che caratterizzò il dibattito sulla politica della ricostruzione, stanno a documentare il ritardo culturale e l'ampiezza della crisi politica che vent'anni di fascismo avevano provocato nel Paese>>. G. MAMMARELLA, L 'Italia dopo il fàscismo 1943-1973, il Mulino, Bologna, 1974, pag. 147. (2) «La poli tica economica del liberale Einaudi, si manifestò subito con il restringi mento del credito bancario alle industrie e più ancora ai privati, bloccando di colpo l'ingente movimento di capitali verso gli investimenti borsistici e con una serie di provvedimenti tendenti ad un severo controllo delle scorte che s i erano accumulate nei magazzini di molte ditte a scopo speculativo. Naturalmente, i due provvedimenti erano strettamente collegati, infatti, venendo a mancare finanziamenti che avrebbero permesso un'ulteriore accumulazione di beni, le scorre avrebbero dovuto essere immesse sul mercato (come in realtà avvenne), con l'effetto di influire favorevolmente sui prezzi, la cui diminu zione provocava anche la decelerazione della velocità di circolazione della moneta, accrescendo il risparmio». C. TULLIO-ALTAN , La nostra ftalùl. Arretratezza socio-culturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'unità ad ogg1; Bompiani, Milano, 1986. (3) M. ROSSI DORIA, Scritti sul Mezzogiorno, Einaudi, Torino, 1982. (4) V. CASTRONOVO, Stolia d'Italia, 1975, pagg. 402 segg. (5) «La politica della ricostruzione aveva ripristinato le strutture esistenti senza nulla cambiare. Così, mentre venivano realizzate una serie di con quiste democratiche, che corrispondevano ad interessi immed iati e ad esigenze urgenti, come il blocco dei licenziamenti, la scala mobile, l'imponibile di manodopera, la proroga dei patti agrari e il blocco delle d isdette, altri problemi come la politica di intervento pubblico, il controllo dei monopoli, il problema del Mezzogiorno, venivano rinviati indefinitamente». G. MAMMARELLA, op. cit. (6) P. FARNETI, in Castronovo, 1976, pag. 62. (7) P. FARNETI, op. cit., pagg. 68-69. (8) V. CASTRONOVO, op. cit. (9) R. MICALETT1, «Rinascita», in Rivista N!Jlitare n.1145, pag. 14. (10 ) R. MICALETTI, op. cit. (11) E. FAVARA, «Democrazia ed Esercito», in Rivista Militare n. 2147, pag. 195.
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(12) E. FAVARA, op.cit. (13) G. ARRTGHI, «Crisi», in Rl"vista Militare n. 3/46, pag. 263. (14) E. BUCCARELLI, «Educazione al coraggio», in Rivista Militare n. 3146, pag. 348. A. TEDDE, «Profilo morale dell'Ufficiale», in Rivista Militare n. 6146 , pag. 621. (15) G. ARRIGHI, op. cit. (16) L. FORLENZA, «Accuse e difese degli Ufficiali», in Rivista Militare n. 5146, pag. 497. (17) P. OSTELLI NO, L. CALIGARTS, I nuovi militari. Una radiografia delle Forze Armate italiane, Mondadori, Milano, 1983. (18) F. BANISSONI, «Vita militare e preparazione professionale», in Rivista Militare n. 7/46, pag. 798. (19) E. CATENA, «La cultura quale mezzo di benessere per il soldato allearmi», in Rivista Militare n. 10/46, pag. 1145. (20) R. FIORE VERNAZZA, «Lavoro sociale nelle Forze Armate», in Rivista Militare n. 2/47, pag. 123. (21) Q. ARMELLINI, «Servizio Sociale per le Forze Armate», in Rivista Militare n. 11/47, pag. 1211.
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CAPITOLO III
GLI ANNI DELLO SVILUPPO E DEL CAMBIAMENTO FINO AL 1969 L'evoluzione politico-sociale: il «boom economico» Il tema poli tico di fondo , attorno al quale si svolge l'attività politica dalla fine degli anni cinquanta agli inizi degli anni sessanta, è l'operazione di apertura a sinistra. Tale apertura, che non si doveva esaurire in una esclusiva formazione di maggioranza e nel varo di riforme più o meno organiche, doveva rappresentare una svolta nella politica italiana del dopoguerra poiché avrebbe segnato l' inizio di un programma di rinnovamento delle strutture della società nazionale che fino dalla caduta del regime fascista era stato l'obiettivo delle forze di democrazia progressista e che il processo di ricostruzione, prima, e di riforme, poi, come abbiamo già esam inato, non erano riusciti ancora a raggiungere. Naturalmente, il processo di apertura a sinistra si ebbe gradualmente e dal l 959 fino al1962, anno in cui si ottenne il primo governo con la partecipazione dei socialisti, si ebbero vari governi di transizione e vi furono risoluzioni di vari problemi che avrebbero ostacolato il processo di apertura, quali quello delle giunte difficili, che avrebbe anticipato sul piano locale la convergenza di quelle forze politiche che nel parlamento nazionale avrebbero dovuto poi costituire la base per il governo di apertura a sinistra, risolto con un accordo che prevedeva la formazione di tali giunte nelle maggiori città italiane, e quello di un possibile anticipato scioglimento delle Camere, a causa delle elezioni del Presidente della Repubblica G ranchi . Pertanto, il 10 febbraio 1962 fu affidato al primo ministro Fanfani il mandato di costituire un governo con la partecipazione diretta dei democratici, socialdemocratici , repubblicani con l'appoggio parlamentare dei socialisti su un programma governativo che comprendeva l'impegno a consolidare la democrazia attraverso una sempre più vasta partecipazione delle masse popolari all'esercizio del potere, un processo di unificazione della produzione nazionale di energia 41
elettrica, la formazione di un comitato di studio incaricato di proporre una forma di programmazione economica che permettesse l'integrazione tra iniziativa privata e statale, l'attuazione deJJ'ordinamento regionale, l'esecuzione di un piano per lo sviluppo dell'agricoltura e la democratizzazione della scuola. I socialisti pur astenendosi dal voto a favore del governo Fanfani, si impegnavano ad appoggiarlo sull'approvazione del programma. L'anno del governo di centro-sinistra vide la nascita dell'ENEL, del ClPE, di una legge sulla riorganizzazione della scuola che comprendeva l'innalzamento dell'obbligo ai quattordici anni e limitava l'insegnamento del latino, ma vide anche gravi inadempienze del programma, quale quella relativa all'istituzione dell'ordinamento regionale, soprattutto, perchè influivano osservazioni di carattere elettorale che vedevano la maggioranza dell'elettorato democristiano tendenzialmente antiregionalista. Nonostante ciò, la D.C. subì una notevole sconfitta alle elezioni dell'aprile del1963, dovuta alla politica moderatamente riformista che aveva intrapreso, che, però, poteva riassorbire con l'attenuazione delle reazioni più violente al centro- sinistra. Nonostante questi problemi di natura politica, in campo economico si assisteva a prodigiosi aumenti di reddito e si cominciò a parlare di miracolo o boom economico e ad affermare che il Paese aveva progredito più nell'ultimo decennio (1952-1962), che nel primo cinquantennio del secolo. Allo sviluppo il maggior contributo veniva senz'altro dato dalle attività industriali la cui produzione di reddito era quasi raddoppiata nel decennio '52-'62, tuttavia anche la produzione agricola, nonostante la crisi del settore e la diminuzione paurosa della manodopera, dava il suo contributo. Per meglio comprendere la portata di questo «miracolo» si deve ricordare il grosso incremento degli investimenti e delle esportazioni che salivano rispettivamente dal 7% del reddito nazionale all6% e dall0,8% al21 ,3% (1). Il processo di accumulazione capitalistica notevolmente accresciutosi in questi anni, influenzò e diede il via all'ammodernamento degli impianti e all'organizzazione industriale e quindi agli investimenti, mentre l'istituzione del Mercato Comune, permise una notevole dilatazione degli scambi accrescendo la nostra capacità di esportare all'estero quel surplus di produzione che non poteva essere assorbita dal mercato interno. Va aggiunto che sulla nostra maggiore competitività sui mercati internazionali influì favorevolmente un livello salariale che 42
era rimasto sensibilmente più basso rispetto al livello medio di quello dei Paesi dell'Europa ricca. Tutto ciò poi favorì il miglioramento qualitativo della classe imprenditoriale portandola verso concezioni manageriali tecnicamente più moderne. L'ingresso dell'Italia nel gruppo dei paesi industrialmente più evoluti comportò una profonda trasformazione che va ben al di là delle indicazioni di carattere industriale e colpì ogni aspetto della vita sociale e culturale del Paese. Da un punto di vista economico, il dato che più salta all'occhio è rappresentato dal fortissimo squilibrio tra il ritmo di sviluppo dell'industria e quello dell'agricoltura: il primo proprio di un'economia altamente sviluppata con livelli soddisfacenti di reddito e di produttività, il secondo con caratteristiche di una economia più industriale a basso livello di investimenti, con tecnologie arretrate e redditi insufficienti. Questo divario negli anni successivi al boom è destinato ad aumentare per l'incapacità dell'economia agrico la di adeguarsi alle esigenze di una società in via di sviluppo, con conseguente aumento dei prezzi all'ingrosso dei prodotti agricoli nonostante la massiccia opera di importazione di prodotti alimentari effettuata dalle autorità economiche in funzione calmieratrice. L'economia italiana da prevalentemente agricola si trasformò così in prevalentemente industriale, comportando un notevole trasferimento di masse di lavoratori dall'agricoltura all'industria in tutte le regioni italiane. Naturalmente l'esodo dalle campagne si manifestò in modo più massiccio nel Meridione dove s i trattò di una vera e propria emigrazione di forza lavoro diretta verso le zor;te tradizionalmente industrializzate: dalle campagne calabresi e sici liane alle grandi città del triangolo industriale. Questa forte emigrazione, come è ben immaginabile, se da un lato annulla gli sforzi compiuti per la valorizzazione fondiaria del Mezzogiorno, lasciando inutilizzate opere di bonifica e di infrastrutture realizzate in questi anni, dall'altro lato crea enormi problemi amministrativi nei luoghi di nuovo insediamento e di adattamento ai nuovi ambienti. Queste brevi note danno solo un 'idea di quanto certe conseguenze del «miracolo italiano» abbiano inciso sul tessuto e sulle strutture del la società italiana e quanto esso sia costato al Paese in termini di spreco di ricchezze e di sofferenze individuali. Inoltre, l'enorme ricorso alla manodopera fino ad allora in utilizzata oltre a segnare un notevole rallentamento delle emigrazioni verso Paesi del Centro Europa, faceva ben sperare in una possibile risoluzione di uno dei 43
problemi che ha sempre afflitto il nostro Paese: la disoccupazione. Al contrario negli anni successivi al 1963, in conseguenza della recessione eco nomica dovuta ad una serie di aumenti salarial i che, provocando un aumento del potere di acquisto dei lavoratori con conseguente aumento della domanda di beni di consumo (prodotti agricoli ed alimentari) reperibili sui mercati esteri, aveva comportato un parziale annullamento dei benefici degli aumenti salariali e metteva in moto un processo di tipo inflattivo con la spirale prezzi-salari, si assiste ad un nuovo aumento di disoccupati solo parzialmente assorbito dalla successiva ripresa produttiva. Il maggiore aumento della produttività e dei profitti ha fatto sì che anche i salari aumentassero in maniera tale da influenzare profondamente le abitudini ed il costume degli italiani. Indici sicuri a provare queste affermazion i sono l'eccezionale aumento degli acquisti di automobili, elettrodomestici, capi di vestiario e la nuova distribuzione dei bilanci di famiglia verso consumi nuovi quali l'editoria e il turismo (oltre a quelli già accennati) rispetto ai consumi tradizionali. Una prima conseguenza di questo disordinato aumento dei consumi dei primi anni del '60, è stata la grave recessione economica del 1963-1965 che ha annullato alcuni progressi degli anni precedenti, ma ha messo in evidenza i guasti e le storture provocati da una espansione economica rapida e caotica. Essi possono riassumersi nel già ricordato aumento degli squilibri tra agricoltura e industria che portò ad un ulteriore impoverimento delle zone agricole e ad una progressiva decadenza culturale di vasti strati della popolazione contadina, nell'inurbamento disordinato delle zone più industria-
lizzate causato dall'immigrazione di masse meridionali che favorì una enorme crescita del valore dei terreni per costruzione con inevitabi le speculazione e sfruttamento intensivo, una crisi dei trasporti e dei servizi pubblici, un aumento dei fenomeni di delinquenza, un aumento della distanza tra le diverse classi sociali, un difficile inserimento di queste nuove masse nell'ambiente circostante con conseguenti situazioni di conflitto e di tensione. A questi problemi di carattere economico-sociale se ne aggiungono altri non meno gravi di carattere pol itico-amministrativo soprattutto a livello locale dove la situazione è resa estremamente difficile dalle scarse possibilità di intervento delle amministrazioni comunali e provinciali dovute non solo alla mancanza di risorse finanziarie, ma anche ad una carenza di nor-
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me. Da quanto sopra scritto, appare evidente che l'annoso problema del Mezzogiorno si pone in termini completamente differenti rispetto a qualche anno prima. Il divario esistente tra le due parti del Paese, nonostante gli sforzi per l'industrializzazione del Sud, è andato aumentando invece di diminuire, le zone agricole si sono impoverite a causa della massiccia emigrazione e quind i la continuazione di programmi di valorizzazione e di bonifica agraria sarebbe stato un inutile spreco di risorse e di energie. Il problema Mezzogiorno, dopo questi anni, non può più essere risolto come problema a sè stante, ma la sua risoluzione deve essere ricercata in un contesto più ampio e cioè in una visione del più vasto problema degli squilibri esistenti tra i settori economici e tra zone depresse e zone in fase di sviluppo, di conseguenza le scelle devono essere fatte non più a livello locale, ma in un quadro generale di politica diretta ad eliminare tutti gli squilibri economici e sociali del Paese. Il compito dello Stato in questi anni è duplice: creare le condizioni che assicurino un processo soddisfacente e continuo di produzione della ricchezza e operare sulle strutture della società italiana al fine di eliminare squilibri economici e settoriali vecchi e nuovi che saranno alla base della contestazione del Sessantotto. Ad una congiuntura avversa, destinata ad incidere su lla politica del Paese e ad influenzarne gli orientamenti si aggiungono a carico dell'esperimento di centro-sinistra le conseguenze di episodi e situazioni sfavorevoli non sempre direttamente imputabili alle carenze dei governi in carica e degli uomi ni che li dirigono: scandali, agitazioni ed anche catastrofi naturali come le alluvioni del '66-'67, che contribuiscono all'indebolimento della formula di governo, alla perdita di prestigio degli uomini che la sostengono e al ritardo nella realizzazione dei programmi.
L'evoluzione delle Forze Armate e la loro proiezione all'esterno. Il rapporto Forze Armate-società negli anni sessanta Il periodo qui considerato è stato uno dei più delicati per le nostre Forze Armate, poichè il Paese, lontano ormai dal brutto ricordo della guerra, era tutto rivolto ad incrementare, con ogni unità produt45
tiva, quel movimento di crescita, soprattutto economica, del quale. già alla fine degli anni cinquanta, si erano avuti i primi sintomi. Naturalmente, il giovane italiano che doveva affacciarsi per la prima volta in un mondo nuovo, quello del lavoro, raramente prende in esame la possibilità di entrare a far parte a qualsiasi livello di una istituzione, quale quella militare, che era evidentemente considerata in un certo senso, non necessaria e sicuramente poco remunerativa rispetto alle attività in altri settori, che in questo periodo l'Italia economica viene ad offrire. Conferma di ciò sono gli studi affrontati da Giancarlo Fortunato, in un lavoro intitolato «Sociologia Militare», e quelli, più recenti ma riguardanti l'intero arco temporale 1945-1980, effettuati da Guido Sertorio, Marina Nuciari, e Domenico Zambrano, dai quali si evince come i giovani italiani in questo periodo difficilmente scelgono, una volta diplomati, di entrare in una Accademia Militare, e come gli allievi dell'Accademia Militare di Modena a partire da questi anni, oltre a provenire per la maggior parte da regioni meridionali, appartengono, per lo più, ai ceti medi della società e alla classe operaia con un graduale allargamento di quest'ultima (2). La pagina sociologica della Rivista Militare, del periodo in esame, non affronta direttamente il problema qui individuato, anche se tra le righe di qualche articolo se ne avverte la presenza, ma si limita a trattare altri argomenti che sono, indirettamente, collegati a quello accennato. Infatti, molto si scrive sulla propaganda sulle Forze Armate, su Forze Armate e relazioni pubbliche, sul riordinamento degli studi per la formazione dei Quadri, su educazione civica, scuola e Forze Armate. Tutti, o per la maggior parte, temi che hanno, a mio avviso, il fine recondito, di propagandare e mettere in risalto aspetti dell'organismo militare che più possono fare leva sul lettore. Non è superfluo sottolineare che in alcuni articoli vi è anche la comparazione con le organizzazioni militari straniere, che sono sicuramente meno in crisi della nostra. La funzi one della stampa per le relazioni Forze Armate-società Questo tema viene posto in primo luogo dall'articolo sul «Servizio stampa e propaganda nelle Forze Armate» del Ten. CoL Marchesini che, prima di esaminare come tale funzione sia svolta nel nostro Esercito, fa una panoramica dello stesso problema su eserciti eu-
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ropei, sull'Esercito Americano ed anche su quello Sovietico. In tale articolo viene sottolineata la indispensabilità di un servizio di stampa militare per l'informazione pubblica, non solo per soddisfare una esigenza sociale, accentuata in un regime democratico, ma anche per trarre dei vantaggi a favore delle stesse Forze Armate. Naturalmente, per far ciò, occorre del personale specializzato ed una adeguata organizzazione ad ogni livello. Dare al Paese una più ampia ed approfondita conoscenza dei compiti, dei problemi e della organizzazione delle Forze Armate, concorrendo così a determinare nella pubblica opinione la meritata fiducia nelle Forze stesse, elevandone il rispetto ed il prestigio; informare e spiegare le realizzazioni conseguite dagli sforzi compiuti, dai provvedimenti in corso per il potenziamento morale e materiale delle Forze Armate a difesa del Paese; rettificare prontamente notizie false o inesatte, spesso divulgate in buona fede, ma deleterie per il prestigio delle Forze Armate; contribuire a sviluppare i rapporti di reciproca conoscenza tra le singole Forze Armate; ampliare ed approfondire i contatti con gli organi civili di informazione pubblica per chiarire sempre meglio nella pubblica opinione la necessità, l' importanza e l'urgenza del potenziamento delle Forze Armate, sono i compiti principali che le Forze Armate attribuiscono ad un servizio di stampa efficiente (3). Già qualche anno prima il Fiore Vernazza, in una sua opera, aveva scritto che: «Il criterio che la stampa possa e debba assolvere il suo compito di informazione e di formazione dell'opinione pubblica, anche nei riguardi dei problemi ed avvenimenti militari, non è cosa nuova ... ma occorre mettere la stampa nelle migliori condizioni per assolvere la sua missione sociale, e qui nasce da parte militare l'esigenza della cooperazione con la stampa» (4). I mezzi, che l'Ufficiale addetto stampa, può e deve usare per porre in essere i compiti sopra elencati, sono vari e vanno dalla parola parlata, alla radio-televisione, alla stampa, alle manifestazioni varie e ognuno di essi deve essere usato in maniera oculata ed al momento opportuno per evitare che si vengano a creare condizioni dannose per il raggiungimento di uno dei compiti che tale servizio si propone. Le «Relazioni umane» nelle Forze Armate Maggiore risalto è dato, in questi anni dalla Rivista Militare, al-
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le relazioni umane nelle Forze Armate. Vari e be n frazionati nell 'arco di tempo esaminato, risultano gli articoli. Il Ten. Col. Punzo, nel suo lungo lavoro, evidenzia che in uno Stato moderno e fondato sul diritto come quello italiano, il considerare le Forze Armate come fonte di notevoli oneri, senza alcuna contropartita (spese improduttive) come alcuni studiosi di economia le considerano, è un grosso sbaglio, perchè oltre ad assicurare la pace all'interno delle frontiere rendendo possibile lo svolgimento ed il miglioramento di ogni processo produttivo, restituiscono al mondo del lavoro, al termine del servizio di leva, degli «specializzati temprati nel fisico e più saldi nello spirito». In tal senso l'organizzazione militare può e deve essere vista non più come fonte di spesa improduttiva, ma addirittura come fattore di produzione. Per migliorare e per rendere il più efficiente possibile tutti gli sforzi, occorre avere una serie di rapporti umani, sia all' interno che all'esterno, caratterizzati da una certa continuità e da un vincolo duraturo. Relazioni umane, dunque, intese come humus, come conditio sine qua non, le Forze Armate non possono essere un «fattore produttivo» sfruttato al massimo della propria capacità. Per essere rispettosi al dettato costituzionale che, all'art. 52, ultimo capoverso, recita: «L'ordinamento delle Forze Armate, si ispira allo spirito democratico della Repubblica», è indispensabile che l' unione spirituale tra militari e popolo sia un'esigenza ancora più intensa e vitale che nel passato. Da ciò balza la necessità reale anche delle relazioni pubbliche che non sono altro che la proiezione all'esterno di quanto avviene all'interno. «È ciascun Ufficiale, Sottufficiale, graduato e soldato -conclude il Ten. Col. Punzo- che ha innumeri e svariati contatti sul posto di lavoro e fuori; e ciascuno reca nella comunità nazionale una testimonianza viva e parlante dell 'atmosfera in cui opera: e ciò anche se non ne parla, anzi, soprattutto se non parla dell'unità di appartenenza, dei suoi superiori, dei suoi co lleghi ... In regime di libertà, l'opinione pubblica è in condizioni di vedere e giudicare sulla base della realtà umana dei componenti le diverse organizzazioni siano esse statali o private.» (5). H problema delle «Pubbliche relazioni»
Non è sicuramente un caso o una strana coincidenza che nel giro di pochissimi anni la Rivista Militare abbia dedicato per ben altre due volte ampi spazi al problema in esame. Bisogna anche notare che
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tali articoli sono stati inseriti in anni in cui, le Forze Armate ed i valori che in esse da sempre sono insiti o che sono da esse coltivati, per motivi di carattere economico o di crisi di valori e di identità da parte della società, ed in particolare della gioventù italiana, non facevano presa ma addirittura erano considerati inutili e superati dalla collettività nazionale. C'è da presumere che scopo ultimo di tali articoli sia stato quello di voler risvegliare le coscienze, sia dei Quadri appartenenti all'organizzazione militare, sia, più in generale degli italiani. Infatti, sia il Ten. Rossini che il CoL Fasanotti (6) conducono un'analisi quasi scientifica su come impostare le pubbliche relazioni sia all'interno che all'esterno, e con quali mezzi riuscire a raggiungere ed eventualmente condizionare l'opin ione pubblica. Si prende come definizione di base, tra le tante date sulle relazioni pubbliche, quella di Byron Christian che le considera come «uno scopo consapevole per motivare o influenzare i clienti, soprattutto per mezzo delle comunicazioni, per indurii a pensare bene di una organizzazione, a rispettarla e a sostenerla in periodi sfavorevoli» e come valutazione delle stesse, quella data da James Foresta!, già ministro della difesa americana, che diceva: «Non conosco compito più complesso, eccezion fatta forse di chi deve guidare il governo, d i quello consistente nell 'ingenerare in una democrazia un sentimento di apprezzamento per il lavoro che le Forze Armate svolgonO>). In linea di massima i due articoli non fanno altro che ribadire gli stessi concetti, individuando, i pubblici chiave ai quali questa attività si deve rivolgere con i mezzi più idonei alla situazione ed al messaggio che si intende inviare e far recepire, perchè le pubbliche relazioni sono paragonabili ad un «iceberg», poichè tale attività come la maestosa montagna di ghiaccio ha la caratteristica di essere visibile per una piccola parte lasciando la grande massa nascosta. Tale servizio non è possibile inventario, di volta in volta, ma deve essere programmato e deve essere fondato sul vero, perchè solo così da esso è possibile ottenere ripercussioni durature e convinte, necessarie, se le circostanze lo richiedono, nei casi di particolare gravità e pericolo. II rinnovamento dell'iter formativo degli Uffi ciali In questo d iscorso di rinnovamento e di adeguamento alla con-
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tinua evoluzione della società, si inseriscono gli articoli sul riordinamento e potenziamento degli studi per la formazione dei nuovi Quadri a tutti i livelli (7). Ed è proprio la Rivista Militare che si fa portavoce di queste decisioni dello Stato Maggiore dell'Esercito che sente la necessità di «conferire» ai corsi di Stato Maggiore «una struttura più rispondente, al fine di disporre, nel quadro del potenziamento ed ammodernamento dell'Esercito, di Ufficiali altamente qualificati» (8). Lo stesso articolista riconosce la decisione «coraggiosa, razionale e quanto mai necessaria» poichè «il provvedimento scaturisce dalla riconosciuta necessità di adeguare la fo rmazione degli Ufficiali di Stato Maggiore alle nuove e maggiori esigenze dell'Esercito, in una costante visione di ammodernamento e potenziamento che non può subire soste. Evoluzione indispensabile anche in questo elevato campo formativo degli Ufficiali». Al termine di questo articolo si avverte la convinzione dei benèfici risultati che questo movimento di riordinamento, proveniente dall'interno, porterà SEa sotto il profi lo morale che professionale alle Forze Armate per riuscire a tenere il passo con il processo evolutivo in una società che sta mutando. È per lo stesso motivo che presso la Scuola di Applicazione di Fanteria e Cavalleria si fanno seguire corsi di studio intensi e severi per lo più basati su materie scientifiche, che permettono ai neo-Ufficiali di acquisire un metodo che «consentirà loro di orientare l'approfondimento del proprio studio in funzione delle esigenze future o per desiderio di perfezionare la propria cultura» (9). Tutto questo, per dirla con le parole di un d irigente d'azienda, Marcel Demonque che nel 1961 scriveva sulla «Formazione dei capi», perché <<Una delle caratteristiche principali di questa nostra epoca, sta nel fatto che un capo-militare o civile che sia vede la sua esperienza incessantemente svalutata dal progresso e che la sua reimmissione alle fonti di un sapere in continua evoluzione, rappresenta per lui la più semplice e nel contempo la più rigorosa delle necessità» (10). Per dare la possibilità di ottenere un riconoscimento a coloro i quali hanno sentito la necessità di mig liorarsi, nella Rivista Militare 0 ° 3/66, si riporta il testo integrale della circolare no 750/90 del 10/3/ 1966 dello S.M.E. avente per oggetto proprio la «Preparazione ed il perfezionamento culturale degli Ufficiali», che oltre a sottolineare quanto precedentemente esposto, ha il compito di incoraggiare e di coordinare il contributo di tutti gli Ufficiali alla realizzazione di vari
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lavori , anche di gruppo, che potranno essere pubblicati nella Rivista Militare e saranno oggetto di particolare apprezzamento da parte del Capo di Stato Maggiore. È abbastanza evidente la particolare attenzione che i vertici delle Forze Armate hanno rivolto in questi anni al problema culturale, inteso sia come elevamento del livello generale dei Quadri, sia come adeguamento della professionalità alle mutate esigenze di una società industrializzata e in continuo sviluppo. Le Forze Armate e la formazione civica dei cittadini
L'argomento preso in considerazione riguarda la formazione civica del popolo italiano ed il contributo che la scuola ha cercato di portare, affinché tale educazione divenisse parte integrante della preparazione spirituale del giovane italiano dando un notevole appoggio al processo educativo già in atto nell'istituzione militare. Esso costituisce un tema più volte trattato tra il 1965 e ill966. L'articolo del Gen. Binetti, prende spunto dal provvedimento del 1958 con il quale si inseriva nelle scuole secondarie l'insegnamento dell'educazione civica a causa di una riconosciuta esistenza di una diffusa immaturità civica in larghi strati dell a popolazione ed al quale la stampa aveva dato scarso rilievo sia al momento dell'entrata in vigore del provvedimento sia negli anni che erano seguiti a tale provvedimento. «Questa scarsa sensibilità nei confronti di una iniziativa tanto importante- scrive il Generale- è già di per sè una convincente riprova della opportunità del citato provvedimento, perchè la democrazia si regge sull'impegno morale dei cittadini a servirla ·ed a difenderla ed un simile impegno non può consolidarsi nella ignoranza o nell'indifferenza verso i principi ispiratori delle istituzioni della nostra democrazia» (11). Tuttavia a sottolineare l'attenzione rivolta a questa nuova disciplina da parte della scuola e delle forze politiche sono riportate le parole del Capo dello Stato che partecipando alla chiusura di un corso di presidi e professori sul tema «Educazione civica e costume scolastico», si era così pronunciato: «L'educazione civica non è tanto una disciplina nuova, quanto un seme nuovo che la scuola intende gettare nel terreno di ogni materia. Essa deve rendere gli alunni consapevoli che ogni persona umana ha diritto alla propria autonomia. Solo così possono nascere, per libera scelta, la volontà di servire il bene comu51
ne; l'accettazione del sacrificio e soprattutto dell'impulso generoso a voler sanare, con tutte le proprie forze, quelle piaghe sociali che l'ingiustizia non lascia cicatrizzare. Si tratta di sublimare l'ordine delle leggi nell'ordine dello spirito, opera questa che deve avere inizio soprattutto nella preadolescenza ed avere i propri esemplari nel costume scolastico». Natura lmente una preparazione civica radicata nel giovane-soldato è necessaria per affrontare e superare le terribili prove che la vita, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, propone. «l tempi sono prematuri, sottolinea l'articolista, per tentare una valutazione dei risultati conseguiti anche se è generalmente riconosciuto che tale disciplina ha trovato quell'approfondimento richiesto per raggiungere gli obbiettivi definiti dalla legge». Nel campo educativo di questa nuova disciplina le Forze Armate si pongono come una tappa fondamentale perchè, né la scuola, né la famiglia, possono educare il giovane, meglio delle Forze Armate, a subordinare tutto alla difesa della libertà e dell a indipendenza del la Patria orientandolo a i fini di natura civica e sociale. Pertanto il servizio mi li tare oltre a fare i giovani «più uomini» comincerà a farli «più cittadini». Per ottenere i risultati voluti, cioè dei risultati duraturi, è necessario attuare un metodo valido da seguire nello svolgimento dell'educazione civica. Tale metodo è individuato in quello della discussione, poiché permette la trattazione completa degli argomenti, fa partecipare attivamente l'individuo all'opera della sua educazione, elimina prontamente dubbi e malintesi, stimola il coraggio delle prop rie opinioni ed insegna il rispetto per le idee altrui. Certo non è stato semplice per una istituzione come quella mil itare attuare tale tipo di metodo, ma ciò vuole proprio mettere in evidenza quel processo di rinnovamento e di apertura che è in atto nelle Forze Armate per cercare di stare al passo con l'evoluzione sociale. Ci si sta accorgendo, come scrive il Col. Bocco che «prima del soldato c'è l'uomo. Perciò per avere un soldato disciplinato, attivo, capace, dotato di morale elevato, bisogna partire da un uomo efficiente e contento. Il fine dell'educazione militare- continua l'autore- è quello di formare degli individui forniti di una libera, forte e ben definita personalità, ricca di quelle doti intellelluali, morali e di carattere che sono necessarie affinchè ciascuno giunga ad essere ciò che deve essere real izzando se stesso. Come vuole lo spirito democratico essa pone l'uomo al centro dell'ordinamento sociale anche come fine e, mentre rende migliore il soldato, eleva nello stesso tempo il 52
livello dell'uomo e del cittadino, consentendo in tal modo alla organizzazione militare di adempiere anche alla sua funzione sociale» (12). È ricorrente l'assunto, spesso implicito in questi brani ed articoli, secondo cui il progresso sempre più spinto, il benessere materiale sempre più diffuso celino dei problemi di sempre più difficile soluzione, cioè quelli della formazione morale, culturale, professionale dell'uomo e ai quali si cerca in vari modi e andando per tentativi di dare una risposta. Gli istituti che hanno il compito di risolvere questi problemi hanno subìto anch'essi dei duri colpi. La famiglia nelle aree industriali spesso è riunione di individui per il soddisfacimento di esigenze di sussistenza, così come è nelle aree rurali, dove i giovani guardano alla città come alla sede più idonea per affermare la propria personalità. In altre parole la nuova famiglia delega implicitamente allo Stato la formazione della prole per mezzo della scuola. Ma anche quest'ultima, che non è esente da crisi sue proprie (edilizia scolastica, carenze di insegnanti, assenteismo, necessità di adeguamento di programmi ed attrezzature, etc.), ha avvertito che il grave problema di stabilire l'eq uilibrio tra informazione e formazione deve essere affrontato. In un articolo della Rivista Militare, il Gen. Giacobbe scrive: «La consapevolezza della necessità di colmare l'abisso, troppo a lungo esistito, tra istituzione ed educazione morale, tra scuola e vita, si è fatta sempre più chiara e sentita. L'inserimento nella scuola primaria e secondaria di corsi specifici di educazione civica tende a dare all'alunno la conoscenza delle istituzioni statali, il senso della solidarietà, della confidenza reciproca, l'educazione alla tolleranza ed al dibattito e, soprattutto, la partecipazione dinamica ed attiva alla vita di gruppo,
presupposto della vita sociale» (13). Anche le Forze Armate sono chiamate a fare del giovane non più e non soltanto un uomo preparato ai compiti di soldato, ma anche un uomo cosciente dei propri doveri morali e sociali, un cittadino cosciente di dover assolvere la sua funzione precipua che è quella di difendere il p rogresso morale, sociale e materiale del proprio Paese. E poichè quello in esame è un periodo in cui la Nazione è poco attenta allo sforzo che questi istituti educativi stanno operando per tenere il passo, «appare evidente- per dirla con le parole del Col. Predassi - la necessità che si crei o si rinnovi presso l'opinione pubblica un clima di stima e di simpatia nei confronti delle Forze Armate e si risvegli finalmente nei giovani l'interesse per la vita militare» (14). È necessario che vi sia da parte delle istituzioni, una fì53
ducia nella Nazione e viceversa, perchè la fiducia è il primo, vero ed insostituibile fondamento delle società liberamente costituite, rette da leggi spontaneamente formulate ed accettate, onde si potrebbe affermare: Fides reipublicae fundamentum. «Le Forze Armate nate dal popolo, che il popolo rappresentano e che del popolo esprimono la volontà di difendersi, hanno radicato ormai nell'animo il principio della democrazia e della sovranità popolare, di conseguenza hanno fiducia illimitata nelle libere istituzioni, nei principi supremi che reggono l'ordinamento politico-giuridico dello Stato» (15). Per concludere il capitolo, con, l'ormai consueto, spazio dedicato alla quantificazione delle tematiche affrontate, sono individuabili quattro articoli sul «Servizio stampa e propaganda delle Forze Armate» con una incidenza media su un totale di quaranta articoli a sfondo sociale del 10%; nove articoli sulle «Relazioni umane» con una incidenza sul totale veramente notevole, pari al 22.5%; tre scritti sul tema delle «Relazioni pubbliche» con una presenza del7.5%; otto riflessioni sulla «Formazione dei Quadri» pari al 20%; cinque articoli sulla «Formazione civica del cittadino-soldato italiano» pari al12.5% sugli articoli sociologici ed inoltre due articoli sui «valori militari»; uno sulla «sociologia militare» e pochissimi altri su problemi che non banno attinenza a lcuna con il presente la voro. Da ciò si evince cb e nel periodo trattato anche in campo militare il rapporto tra i componenti di una stessa organizzazione sono alla base del miglioramento dell' istituzione e unitamente al rinnovamento della formazione dei Qua-
dri, ispirata ad una maggiore apertura alle esigenze sociali, costituiscono la base di partenza per un rilancio delle Forze Armate all'interno del Paese.
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NOTE BffiLIOGRAFICHE Le statistiche citate sono state prese da G. MAMMARELLA, L 'Italia dalla caduta del fàscismo ad oggi, il Mulino, Bologna, 1978 e da C. TULLIO-AL TAN, La nostra Italia. Arretratezza socio-culturale, clientelismo, trasformismo e nbellismo dall'unità ad ogg1; Bompiani, Milano, 1986. (2) G. FORTUNATO, Sociologja Militare, Istituto per la divulgazione della Storia Militare, Roma, 1971. G. SERTORIO, M. NUCIARl, D. ZAMBRANO, Laprofèssione militare in Italia. (3) E. MARCHESINI, «Servizio stampa e propaganda delle Forze Armate», in Rivista M1Jitare n. 12/58-1/59, pagg. 1748 segg., pagg. 28 segg. (4) R. FIORE VERNAZZA, Organizzazione della informazione pubblica nelle Forze Armate, tipo-litografia di Marisegrege, 1952. (5) A. PUNZO, «Le relazioni umane nelle Forze Armate presupposto per l'integrazione col Paese dei cittadini in armi», in Rivista Militare n. 2160, pag. 221, 3/60, pag. 355, 4160, pag. 493, 5160, pag. 633. (6) E. ROSSINI, «Attività di relazioni pubbliche interne ed esterne nell'ambito di un reparto dell'Esercito», in Rivista Militare n. 7-8165, pagg. 1065 segg.. E. FASANOTTI, «Forze Armate e relazioni pubbliche», in Rivista Militare n. l /67, pag. 60. (7) L'attuale iter formativo dell'Ufficiale dell'Esercito Italiano comprende: un biennio accademico presso l'Accademia Militare di Modena, dove si impartiscono le prime e basilari nozioni culturali e miljtari, un biennio applicativo presso la Scuola di Applicazione d'Arma di Torino per gli Ufficiali d'Arma e dei Corpi di Amministrazione e Commissariato (Ru. Su.), presso la Scuola di Applicazione dell'Arma dei Carabinieri in Roma, per gli Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri e presso la Scuola della Motorizzazione in Roma per gli Ufficiali del Corpo Automobilistico dove vengono fornite ai neo-Ufficiali specifiche nozioni relative all'Arma o al Corpo di appartenenza; infine, nel grado di Capitano o Maggiore gli Ufficiali devono affrontare un corso obbligatorio di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra in Civitavecchia ed eventualmente, previo superamento di apposito concorso, un corso Superiore di Stato Maggiore presso lo stesso istituto che abilita i futuri Ufficiali Superiori a svolgere mansioni dirigenziali e di Stato Maggiore. (8) SESTANTE, «Il riordinamento degli studi della Scuola di Guerra», in Rivista Militare n. 6163, pag. 723. (9) N. GIACOBBE, «La formazione dell'Ufficiale in S.P.E. presso la Scuola di Applicazione di Fanteria e Cavalleria», in Rivista Militare n. 4/63, pag. 477. (10) N. DEMONQUE, «Formazione dei capi», in Revue de Dèfense Nationaledel marzo, 1961. (l l) R. BfNETTI, <<L'educazione civica nelle Forze Armate», in Rivista Militare n. 10165, pag. 1287. (12) G. BOCCO, «Governo del personale e Preparazione spirituale cardini dell'educazione militare», in Rivista Militare o. 7-8/65, pag. 1050. (13) N. GIACOBBE, «La scuola e la formazione morale e civica in Italia- riflessi sulle Forze Armate», in Rivista Militare n. 2/66, pag. 183. (14) G. PREDASSI, «Contributo dell'Esercito alla preparazione morale e tecnicoprofessionale del cittadino», in Rivistc'l Militare o. 11166, pag. 1375. (15) G. MERVIG, «La fiducia fondamento di una cosciente disciplina», in Rivista Militare n. 11/65, pag. 1480. (l)
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CAPITOLO IV
I DIFFICILI ANNI '70 L'autunno caldo e gli anni della strategia della tensione I processi di modernizzazione culturale che hanno caratterizzato il mondo occidentale, dagli anni sessanta in poi, in Italia hanno avuto un risultato particolare, determinato dalla qualità specifica di una parte del ceto medio, che li ha accolti e rielaborati in una ch iave conforme ad una tradizione consolidata, tradizione caratterizzata da una debolezza nel nostro Paese, sul piano sociale e della cultura di quelle forze borghesi alle quali si dovette lo sviluppo politico, sociale e culturale oltre che naturalmente economico, dei Paesi europei di tradizione occidentale (1). Anche Galli della Loggia, in una sua opera, riprende questo aspetto considerandolo in questi termini: «In Italia lo sviluppo capitalistico non è riuscito a dare vita (e a riceverne) ad un agente sociale in grado di identificarsi ideologicamente e praticamente con i suoi contenuti dinamico-progressivi, e di fare di tali contenuti la ragione concreta del proprio vivere ed operare storico ... Il loro universo antropologico è stato profondamente modificato se non distrutto dal potere capitalistico, adesso se ne è sostituito un altro che dalla civiltà capitalistica ha assorbito solo i caratteri più estrinsecamente moderni (modelli individuali di consumo e di vita, valori- come la libertà sessuale- che servono a tutelare e a strutturare tali nuovi modelli). Il nuovo e "moderno" universo antropologico dei ceti medi, infatti, non ha alle spalle, riposto cioè nella società civile, alcun patrimonio di cultura, di tradizioni, di libertà e di individualità che possa dirsi geneticamente capitalistico. Ciò significa che quell'universo rischia di essere vissuto e quindi di vivere, da una parte nell'assenza di strumenti culturali adeguati alla sua essenza (e cioè alla sua matrice materiale), dall'altra con il massimo di superficialità ideale» (2). Questo universo antropologico, come lo ch iama Galli della Loggia, comprende una componente anarcoide esasperata dalla mancanza di una connessione organica di settori di questo ceto con la globalità del sistema sociale. Su questo sfondo anarcoide e piccolo borghese si proiettarono nel nostro Paese gli apporti di quello che è stato chiama57
to, con termine generico, il movimento del Sessantotto. Si erano prodotte, come abbiamo visto, grandi possibilità di arricchimento della vita umana, per gli individui che vivevano in quelle aree industrializzate, a causa dell'aumento del benessere e della cresciuta disponibilità di mezzi materiali; ma nello stesso tempo queste grandi possibilità non potevano essere pienamente sfruttate, a causa del genere di vita che gli individui erano costretti a seguire per mantenere i sistemi economici al massimo livello di efficienza produttiva. In altre parole si può dire che il benessere economico aveva fatto uscire larghe fasce di umanità da quello che Marx chiama «il regno della necessità» aprendo la via al «regno della libertà»; ma proprio per poter mantenere in essere quella condizione dì opulenza necessaria a soddisfare appieno i bisogni di sicurezza degli individui, si richiedeva che gli individui stessi rinunciassero in buona misura a soddisfare i loro bisogni di libertà, e cioè alla possibilità di autorealizzarsi, secondo una più aperta e dinamica concezione della vita (3). Questa è la base sociale sulla quale si è imperniato il movimento sessantottino che ha favorito, come vedremo, quelle grandi campagne per le libertà civili che condurranno a sostanziali modifiche del costume, come quella per il divorzio e per l'aborto, e come quella per la liberalizzazione ed emancipazione della donna. Tuttavia dato che tale movimento si è basato in Italia più su stati d'animo indotti che non su processi di maturazione di crescita critica e riflessiva, passata la moda turbolenta poco ne è rimasto in sostanza, al di fuori di quello che le forze politiche hanno saputo tradurre in decisioni concrete ed in istituti giuridici (4). Non bisogna però dimenticare che da quel movimento nuove e più pericolose mode sono subentrate per tentare di placare quel senso di emarginazione e di frustrazione che aveva colpito buona parte della gioventù italiana: in questa luce si collocano molte spiegazioni sulla diffusione del fenomeno della droga e del terrorismo che tanto hanno afflitto e stanno affliggendo il nostro Paese. Da un punto di vista politico, le elezioni del '68 non segnarono delle differenze notevoli rispetto a quelle del '63. Tuttavia ill968 ed il l969 sono gli anni in cui il fenomeno della protesta, già entrato a far parte della realtà politico-sociale dei paesi occidentali negli anni precedenti, esplode in Europa con estrema violenza fino ad investire tutti i settori della vita organizzata. Protesta, dissenso, contestazione sono parole che entrano nel linguaggio comune con un significato nuovo, ad esprimere un feno58
meno tipico delle società industrializzate e che prima ancora che politico, è esistenziale e cioè la ribellione nei confronti delle frustrazioni e delle alienazioni dell'economia consumistica e l'aspirazione a un tipo di libertà quantitativamente e qualitativamente più completa. In Europa il fenomeno della contestazione si innesta ed è alimentato dai tradizionali conflitti di classe e dalle nuove tensioni prodotte da una troppo rapida trasformazione delle strutture e dei valori societari collegata con lo sviluppo dell'economia del benessere. I fatti di Praga del 1968 si ripercossero in Italia più diffusamente che in altri Paesi europei ed aprirono in seno alla sinistra un vivace dibattito critico sulla reale natura delle «democrazie» dell'Est e sul fallimento del socialismo imposto con le armi dall' URSS. Per la prima volta il P.C.I. prese apertamente le distanze da Mosca, dichiarandosi in disaccordo con la linea seguita dal Cremlino, nel reprimere il nuovo regime sorto con la «primavera di Praga», col peso dell'esercito rosso. La vita interna del Paese fu caratterizzata da una fase di profonda irrequietezza, suscitata in larga misura dalle agitazioni studentesche che si produssero prima nelle università e poi nelle scuole superiori, orientate in una prima fase verso la realizzazione di una riforma modernizzante delle fatiscenti istituzioni educative dello Stato e poi verso più ambiziosi obiettivi di rinnovamento sociale. Erano il frutto delle nuove idee portate dal movimento del Sessantotto, ripensate nella chiave di ribellismo nel quale sempre di più si veniva riaffermando la tradizionale tendenza anarcoide nazionale. Nelle ribollenti assemblee di alcune sedi universitarie tra le più affollate, maturava un clima che alla fine portò al formarsi in maniera graduale di gruppi sempre più esaltati e disposti alla violenza che esercitarono, pur senza un'azione comune con gli operai delle fabbriche, un influsso indiretto nel rendere più aspri gli incontri sindacali, soprattutto nell'autunno definito «caldo» del1969. La fme dell'autunno caldo segnerà la fine della contestazione come movimento politico, confinandolo in un ruolo di protesta civile e culturale. E fu in questo clima che cominciarono a prendere corpo le prime manifestazioni di terrorismo vero e proprio. Alla crisi dei partiti che diventa particolarmente acuta a partire dal Sessantotto, fa riscontro nello stesso periodo una vigorosa riaffermazione del movimento sindacale. Il sindacato si sta muovendo verso un'impostazione unitaria che praticamente lo libera dalla sudditanza dei partiti. Dal ruolo di forza ausiliaria del partito e che del partito accetta-
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va oltre le direttive anche il metodo politico, il sindacato si trasforma in gruppo di pressione autonomo nella scelta degli strumenti di lotta e delle strategie. Il fenomeno della protesta e della contestazione, la condizione dell'economia che in un triennio di sviluppo aveva permesso una notevole accumulazione di profitto e la scadenza dei maggiori contratti di lavoro sono stati i principali elementi che hanno concorso a dare alla organizzazione sindacale una forza d'urto mai avuta in precedenza. Alla naturale lotta per le rivendicazioni salariali si intreccia quella per le condizioni dell'ambiente di fabbrica, per i ritmi di lavoro, per le innovazioni tecnologiche, per lo status legale del lavoratore nei rapporti con le direzioni aziendali, per nuove soluzioni in materia di trasporti di massa. Questo permise alle centrali sindacali di diventare il centro propulsore di quelle riforme che il centro-sinistra non era riuscito a realizzare. Tuttavia pur mancando al sindacato la possibilità di tradurre in pratica i propri programmi e pertanto lasciando ad esso solo la funzione di interprete e di energico assertore delle spinte popolari, esso emerge come elemento propulsore della vita politica italiana e veicolo di sviluppo democratico. Sul piano delle conquiste economiche e sociali il grande movimento di rivendicazione ed emancipazione, porta a dei risultati di grande rilievo per la classe lavoratrice come la perequazione dei salari italiani a quelli europei occidentali, come l'approvazione nel 1970 dello «Statuto dei lavoratori» che istituisce nuove ed importanti garanzie a difesa e protezione del lavoratore, come l'aumentata capacità di pressione politica ed economica della classe lavoratrice. Accanto a questi effetti positivi se ne manifestano altri di segno contrario. In primo luogo la caduta della produzione industriale conseguente alle prolungate azioni di sciopero, in secondo luogo un clima di sfiducia e un atteggiamento attendista del mondo imprenditoriale conseguenza logica dello scontro frontale tra classe lavoratrice e padronato e di una campagna politica e culturale di contestazione nei confronti del ruolo sociale dell'imprenditore che porterà all'arresto di nuove iniziative economiche e alla caduta degli investimenti, fattori determinanti nel processo di stagnazione economica che avverrà in seguito. In questo clima di notevole agitazione, il sistema politico diede crescenti segni di crisi con una serie di governi di vita breve e dalle basi incerte. Tuttavia vennero realizzate in questo periodo alcune iniziative
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di notevole rilievo, come il varo della legge sul referendum, prevista dalla Costituzione e fino ad allora rimandata, la legge finanziaria per le regioni a statuto ordinario, il già menzionato statuto dei lavoratori e la legge sul divorzio. Anche il quadro economico si venne deteriorando sia per gli effetti negativi sopra esposti del movimento rivoluzionario, sia a causa di un nuovo fenomeno internazionale, rappresentato dalla crisi energetica del 1971, che fu una delle conseguenze della sospensione della convertibilità del dollaro che ne decretava la svalutazione e della introduzione di una soprattassa del 10% sulle importazioni: operazione che diede l'avvio a quella politica del rialzo dei prezzi che I'OPEC, l'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, mise in atto e le cui conseguenze si manifestarono negativamente negli anni seguenti. Gli scandali e gli episodi di terrorismo si facevano sentire con sempre maggiore intensità: alla strage di piazza Fontana, del dicembre del 1969, fecero seguito quelle di piazza della Loggia, del maggio 1974 e nello stesso anno il rapimento del giudice Sossi, la strage dell'ltalicus furono gli episodi più clamorosi di quella situazione definita allora come lo «scontro degli opposti estremisti». Lo stillicidio di manifestazioni e di contromanifestazioni che nelle grandi città impegna le forze dell'ordine e i reparti dell'Esercito quasi quotidianamente, atti di terrorismo politico, aggressioni e sequestri, il dissenso ideologico che, partito dalle Università, si estese a tutti gli ambienti della vita associata fino ad investire la Chiesa e la famiglia, sconvolgendo convinzioni e valori profondamente radicati, sono gli elementi di una condizione drammatica tale da giustificare il timore di una crisi di regime negli anni più difficili del dopoguerra. Accanto alla nuova prospettiva politica di collaborazione tra forze popolari cattoliche e di sinistra (il «compromesso storico»), la larga e inaspettata vittoria del referendum sull'abolizione della legge sul divorzio, (che vide l' intero arco dei partiti sostenere la causa divorzista, con l'esclusione della D.C. e del M.S.I.), segnò una profonda e radicale maturazione della coscienza civile in Italia. Nessun dubbio che sul terreno dei costumi di vita la società italiana aveva realizzato processi di modernizzazione sensibili, senza però dare luogo ad una più diffusa coscienza dei valori sociali di corresponsabilizzazione e di partecipazione attiva e critica alla gestione politica. E difatti le elezioni del giugno 1976 non fecero altro che confermare il potere democristiano a scapito del partito socialista e della destra. Si apre così un nuovo periodo nella storia politi61
ca italiana, un periodo collocabile tra ill977 e ill979, e che può essere definito come il periodo di ricerca della «solidarietà nazionale» nel quale si tentò, da parte delle correnti democristiane facenti capo ad Aldo Moro e da quelle comuniste guidate da Berlinguer, di realizzare una combinazione politica fondata sostanzialmente sulla collaborazione dei due più grandi partiti (4). II politico democristiano alludeva alle masse operaie del nord rappresentate dal P.C.I. e a quelle contadine del Mezzogiorno sottosviluppato da inserire nella vita dello Stato dalla quale erano state alienate da sempre, pur difendendo la struttura di potere clientelare del suo partito. Dal canto suo la segreteria comunista si mostrò disponibile a dare corpo a questo proposito, assumendo un atteggiamento defi!1ito in seguito di «opposizione diversa» nei confronti della maggioranza, e cioè un'opposizione ragionata e finalizzata al preciso interesse nazionale di salvaguardia del sistema democratico e produttivo. Nell'imminenza dell'ingresso ufficiale nell'area della maggioranza dei comunisti, la reazione antigovernativa raggiunse il suo apice con la strage del 16 marzo 1978 di via Fani, con il rapimento dello statista pugliese e l'uccisione della sua scorta da parte del movimento terroristicÒ delle Brigate Rosse, che provocò un profondo trauma e un senso di paura diffusa nell'intera società italiana. In questo clima di tensione i comunisti, che avevano visto il proprio elettorato diminuire, si allontanarono dalle posizioni politiche prese in precedenza, tornando quindi in una posizione di opposizione nei confronti del Governo (6). Una valutazione di tale fenomeno è difficile da fare, Guido Petter (7) ha messo in evidenza alcuni aspetti: «la condizione di prolungata frustrazione cui è stata sottoposta la giovane generazione in questo periodo a causa della sua emarginazione dal contesto della società; la tendenza a reagirvi in modo anomalo con l'aggressività e la repressione, l'influenza negativa esercitata dai cosiddetti "cattivi maestri" nel giocare con questa miscela esplosiva, con accese proposte eversive; la disponibilità di spazi in cui concentrarsi, offerti dalle sedi universitarie, in una condizione di isolamento e nei quali si sono prodotti veri e propri fenomeni di "delirio collettivo"; il disimpegno e la tolleranza dei responsabili». Tutto questo contribuisce a mettere in luce una delle molle che promossero il fenomeno terroristico che ha avuto un rilievo, una diffusione ed ancora oggi una durata, da fare intendere che si è trattato e si tratta di qualcosa di profondamente radi-
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cato nella società nazionale e tuttora non del tutto scomparso. La sua matrice socio-culturale, esaltata dalla congiuntura attuale, sta certamente in quel filone anarco-libertario ed eversivo connaturato nella tradizione nazionale che gli ha assicurato un terreno favorevole di sviluppo in settori specifici della società quali quelle vaste zone del ceto medio e medio-superiore più sensibili alle sollecitazioni psicologiche e culturali di tipo protestata rio e ribellistico che ha come fine ultimo quello di assicurare istituzionalmente al paese una diversa e più autentica vita democratica. Con q ueste brevi riflessioni su un fenomeno che ha caratterizzato il periodo in esame termino l'anal isi storico-politico-sociale ed economica di uno squarcio particolare e difficile della vita nazionale, specificando come in tale periodo siano stati affrontati dalla Rivista Militare alcuni peculiari aspetti che certamente per forza di cose, sono entrati a far parte della vita militare.
Le difficoltà della società civile riflesse sulle Forze Armate. Il dibattito interno DAL 1968 AL 1973 Al contrario dei periodi precedentemente esaminati, dove è stato possibile in un certo senso, cercare e trovare dei filoni conduttori delle problematiche affrontate, è più difficile individuare, a parte qualche caso sporadico, (quali gli articoli del Cap. Freg. Accame e dell'allora Cap. Jean sul metodo per la risoluzione dei problemi decisionaH, che peraltro non interessano, se non in maniera estremamente marginale il presente lavoro),articoli e temi che, almeno nei primi anni del periodo in esame, presentino aspetti di ricorrenza. Si assiste al proliferare di articoli apparentemente disgiunti tra loro, ma che, a mio avviso, non sono altro che vari aspetti, varie sfaccettature di uno stesso problema: la funzione sociale delle Forze Armate in un periodo di crisi dei valori etico-militari. Le funzioni sociali delle Forze Armate. Educazione civica e morale In una conferenza tenuta dal Capo di SME al Centro Alti Studi Militari, nell968, si pone l'accento sulla funzione sociale che le Forze 63
Armate hanno nei confronti del soldato-cittadino-uomo, perchè non sono altro che un «grande e glorioso crogiuolo nel quale vengono fuse e temprate le più genuine e vitali energie del nostro popolo». La tecnologia avanzata in campo militare fa sì che ogni attrezzatura e mezzo sia complesso, delicato e vario, mentre gli uomini chiamati ad utilizzar)i non sono istruiti a tal punto da soddisfare le esigenze tecniche delle Forze Armate. Esiste un vero e proprio divario tecnologico fra Paese, inteso come fonte di reclutamento, e Forze Armate, divario che spetta a queste ultime colmare. Cosi facendo si raggiungono due scopi: il primo provvede a riempire l'anzidetto divario, il secondo concorre ad elevare qualitativamente e quantitativamente la capacità professionale della popolazione. Oltre a ciò, le Forze Armate concorrono al processo di omogeneizzazione della società italiana ed alla risoluzione del problema del Mezzogiorno, giacchè è il Sud a fornire la più alta percentuale di militari sprovvisti di qualificazione. «Senso della libertà, della giustizia, dell'onore, della lealtà, della disciplina, tutte le qualità spirituali individuali indispensabili per un soldato e premessa per la compiuta acquisizione dei grandi sentimenti collettivi quali il senso di appartenenza ad una Madre comune- la Patria- il cameratismo, la solidarietà e lo spirito di corpo - continua il Gen. Marchesi- trovano il più fe rtile terreno di coltivazione e di sviluppo in seno all'Esercito e, per sua mediazione, divengono il più alto fatto sociale» (8). Quanto espresso riguarda la componente soldato, mentre per quanto riguarda il «cittadino» le Forze Armate assolvono l'altissimo magistero di civismo attraverso l'elevazione culturale e la preparazione civica del giovane; infine la componente «uomo» è coltivata ed elevata con molti mezzi idonei: dallo spettacolo allo sport, dal benessere materiale all'attività ricreativa e spirituale. «In sintesi, - continua il Capo di SME- ritengo di poter affermare che l'Esercito, al pari delle Forze Armate sorelle, è il solo organismo cui sia dato di riunire insieme, per un periodo di notevole durata ed in un momento significativo della vita dei singoli, una massa particolarmente rappresentativa del popolo, per esercitare nei confronti di essa una profonda azione formativa sotto l'aspetto tecnico e professionale e sotto quello, non meno importante, morale e sociale... Rappresenta, ad un tempo, il crogiuolo di fusione e di amalgama delle più vitali energie della Nazione, il baluardo intorno al quale il Paese si raccoglie nei momenti di pericolo e di grande contesa, il principale custode del patrimonio sa-
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ero della nostra continuità storica, la forza operante mediante la quale questo patrimonio viene ognora accresciuto ed abbellito affmchè la Patria conservi la sua augusta corona di libera Signora fra libere genti». Subito dopo questa sintesi che raccoglie i sentimenti di chi è all'interno della istituzione e ne indica le funzioni sociali, il Gen. Marchesi non disdegna di fare un'analisi dei «nuovi giovani», cioè di quei giovani che negli istituti di istruzione e nell 'ambito civile stanno portando avanti un discorso di rinnovamento della società. «Quale organismo vivo della Nazione, l'Esercito risente dell'ambiente in cui opera, è influenzato dal travaglio di idee e di esperienze del Paese, avverte le istanze della nostra epoca, subisce ed esercita al tempo stesso un certo influsso sul mondo circostante... Al centro di tale complesso rivolgimento dobbiamo collocare il problema dei giovani che è quello che più ci riguarda. È, quello dei giovani , un mondo animato, senza dubbio, da un ammirevole sforzo di azione e.di pensiero, verso il conseguimento di ideali di pace, di giustizia, di eguaglianza e di libertà, tutti altamente apprezzabili e che, rifiutando una società che pone l'accento sulla quantità, sostanzialmente tende all'affermazione della qualità, ed implicitamente, rivalorizza l'umanesimo» (9). Da tutto questo si evince, come fin dal vertice della istituzione militare, si avverta la necessità di adattare metodi e strutture ai nuovi caratteri della società e al nuovo «tipo di uomo». Gli stessi motivi, legati al processo di rinnovamento in atto nelle Forze Armate, sono gli ispiratori di un articolo intitolato: «Vecchie e nuove mentalità>>, nel quale il Cap. D'Avossa sottolinea che la visione del mondo degli ultimi anni è certamente più ampia di quella di anni precedenti e ciò è dovuto sia al fatto che la realtà vissuta è più ricca, sia al fatto che i giovani cercano il perchè della loro lotta nel continuo affannarsi per arrivare ad una coscienza morale che esprima «forza nelle idee, coraggio nelle azioni, intelletto nei pensieri, soprattutto amore nei sentimenti» (lO). A questo nuovo atteggiamento dei giovani italiani chiamato «tendenza alla socialità» fa riferimento Ten. Col. Pizzutelli (11) il quale attribuisce tale atteggiamento al progresso realizzato nei settori della scienza, della cultura, dello sviluppo tecnologico e nel campo dei «mass-media>> (rad io, televisione, stampa, cinema, attività associative culturali, sportive, artistiche). Si nota un carattere molto spiccato di omogeneità tra i giovani, al punto di potere as65
segnare loro, nella società un determinato «status», tanto è «tipico» il loro «modus vivendi» ovvero il loro «comportamento regolato». «Il comportamento sociale dei giovani -scrive il Ten. Col. Pizzutelli- assume una posizione ben distinta ed a sé stante. I giovani costituiscono una classe sociale a parte, con idealità, problemi, esigenze ed aspirazioni specifiche, per giunta agitati e propugnati con un fermento del tutto particolare». Anche questo Ufficiale avverte la necessità di dovere impostare l'azione formativa e di comando pronunciando un «atto di fiducia» nei confronti dei giovani e sforzandosi di uscire dalle strettoie del pessimismo. I Quadri devono offrire l'esempio di una vita sobria, intemerata, fatta di dedizione al lavoro e agli ideali patriottici e devono guidare i giovani loro affidati con sicurezza, decisione, senza compromessi e pressappochismi. Solo così, conclude l'autore, unitamente ad altri «fattori costruttivi» che nelle Forze Armate stanno prendendo piede, si può far valere la «funzione sociale» dell'istituzione militare e cogliere con successo Ea sintesi del fenomeno della «socialità» dei giovani in servizio di leva. Ancora sui giovani cade il discorso in un articolo nel quale si mette in luce come il concetto di Patria deve essere rispolverato e riproposto ai giovani, a quei giovani che «inebriati da falsi modelli di vita, fuorviati da malintesi principi di libertà, tutto contestano, tutto negano, ma sono poi incapaci di indicare la soluzione dei problemi che pongono in discussione. E così tanti di questi giovani rifiutano passivamente e ciecamente il mondo dei loro padri, coinvolgendo tutto e tutti in una protesta indiscriminata, che è destinata a non avere senso se essi stessi sono incapaci di concepire la vita come missione, di educarsi alla scuola del sacrificio e della sofferenza e scivolano invece sulla china del piacere a buon mercato e delle più effimere futilità». Tuttavia è possibile richiamarli al culto degli ideali solo attraverso una paziente, tenace azione educatrice che si proponga di risvegliare nell'animo dei giovani la fiaccola dei sentimenti tra i quali in primo luogo è da annoverarsi il sentimento di amor patrio. Tale compito spetta a tutti. Se l'azione educativa di ognuno, nella famiglia, nella scuola, nella società sarà impegno costante e convinto di offrire ai giovani un esempio di vita moralmente sana e spiritualmente ricca, non esclusivamente indirizzata al benessere ed al successo, allora sarà possibile ricostruire e riguadagnare ciò che sembra perduto (12).
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n sostegno all'economia nazionale Un altro aspetto del problema individuato all'inizio del capitolo è affrontato da un Ufficiale Superiore commissario, il quale sottolinea la funzione che le Forze Armate hanno nello sviluppo e nella crescita dell'industria n azionale. Tale funzione è valorizzata da relazioni pubbliche che in questo campo hanno l'obiettivo fondamentale di operare una chiara politica fondata su una condotta di base capace di sviluppare una informazione sana e coerente, di stroncare favoritismi e privilegi, di impedire l'insorgere di situazioni di monopolio, estendendo la concorrenza e realizzando eque condizioni di forniture aderenti alla situazione di mercato ed eliminare quell'atteggiamento di diffidenza dovuta spesso all'«ermeticità» dell'Amministrazione Militare. Si tratta quindi di un'azione rivolta a promuovere il progresso del Paese in campo sia economico che sociale. Analizzati questi nuovi aspetti causati dalla repentina e profonda trasformazione sociale si assiste, nei primi anni '70 ad una stasi, ad una specie di pausa di riflessione, durante la quale pochi argomenti di carattere sociale vengono affrontati e con tono, oserei dire, quasi ripetitivo rispetto a quelli trattati in precedenza. DAL 1974 AL 1978
n rinnovamento nella pubblicistica militare Nel1974 vi è nuovamente un ripullulare di articoli tendenti ad esaminare problemi sociali attinenti alla organizzazione militare. In questo stesso anno la Rivista Militare cambia facciata. Infatti, la produzione della nuova serie si presenta moderna, densa di contenuti, aperta a molteplici interessi, con una migliorata veste tipografica: un evento senza dubbio importante e significativo per la pubblicistica militare. Questa nuova serie si apre proprio con un articolo del Col. Sepielli Dionisio intitolato: «Pensiero e pubblicistica militare» (13). In esso si evidenzia come, in tempo di pace, vi sia la tendenza a posporre i problemi militari a quelli economici e sociali, anche se legami ed interazioni tra i vari settori della società determinano uno spiccato e largo interesse del pubblico intorno ai problemi della comunità militare. In questo processo di osmosi così aperto e generalizzato la pub-
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blicistica militare si configura come un 'attività diretta a soddisfare le esigenze di informazione tecnico-culturale e di aggiornamento professionale. Questo flusso di informazioni, quindi, non solo consente al personale militare di approfondire ed aggiornare il proprio patrimon io di cognizioni tecnico-professionali, svolgendo una fondamentale funzione «formativa», ma mira anche a fornire un realistico quadro delle principali questioni e situazioni militari a quanti ne sono interessati, dai responsabili della cosa pubblica ai giovani, dando vita così ad un altro e non meno importante carattere: quello «informativo». Da quanto sopra, risulta necessaria la «messa a disposizione anche di enti culturali nazionali ed internazionali, di università e di istituti scolastici di una rivista militare che oltre ad accreditare presso il mondo esterno il volto odierno della società militare, nelle sue componenti di pensiero e di forza , può certamente contribuire a far sì che la convivenza della collettività militare nella società generale, risulti più armonica e più integrata, nella costante ricerca di un linguaggio comune e costruttivo». Affinchè tali caratteri possano dare un <<Volto nuovo e una nuova efficacia alla pubblicistica militare» (14) è indispensabile riesaminare la validità della legislazione relativa alla divulgazione delle notizie di interesse militare al fine di giungere ad una maggiore liberalizzazione, incoraggiare l'attività pubblicistica degli Ufficiali intesa a mantenere in vita le correnti del pensiero militare attraverso la stampa nazionale ed internazionale, militare e non, porre i Quadri in condizione di comunicare attivamente con gli ambienti esterni, culturali, scientifici, tecnici e sportivi promuovendo iniziative laddove non esistono, preparare e qualificare il personale militare introducendo lo studio delle scienze umane, come emerge da un articolo del Magg. Franzosi (15). La separazione tra le Forze Armate e la società civile Accanto al precedente argomento un altro, e con maggiore insistenza, viene dibattuto: il distacco degli organismi militari dalla società e la necessità di incentivare la professione militare dando un ruolo nella società al militare di carriera. È proprio un ingegnere, una persona estranea alla realtà militare a mettere in evidenza come lo stato di cronico ed accelerato cambiamento della società in uno con 68
l'accentuarsi degli atteggiamenti critici, dovuti alla diffusione dell'informazione e della cultura, mettono in crisi i valori tradizionali. Non si accetta più l'autorità basata sulla forza o sul ruolo, ma resta efficace quella basata sull'ascendente, cioè sul riconosciuto possesso di qualità. Pertanto il mondo civile e quello militare sono separati piuttosto nettamente. Sarebbe troppo parlare di «frattura« ma non certo parlare di «compartimenti stagni» (16). In questo quadro sembra prioritaria L'esigenza da parte delle Forze Armate di adottare una strategia interna che dia all 'organismo ed alla carriera un volto adeguato ai tempi. La condotta dell'organismo militare in tempo di pace deve avere un approccio di tipo manageriale ed una più spinta partecipazione. Stile manageriale-partecipativo in cui l'accento cada sulle responsabilità dei singoli, sulla complessità crescente del ruolo dei capi, sulla importanza dei fattori di coesione, sulla possibilità di una maggiore affermazione delle singole personalità, sulla esigenza che gli ordini vengano compresi nello spirito, oltre che eseguiti, sull'accettazione del flusso informativo dal basso verso l'alto. II problema da risolvere è allora quello di aprire la possibilità a carriere competitive e che consentano ai vari livelli un reinserimento nella vita civile. Il Cap. Vasc. Falco Accame così scrive: «A me semora che oggi il problema prioritario, prima ancora che consigliare come prepararsi alla carriera, sia quello di preparare le carriere in una rinnovata struttura qualitativa e funzionale delle Forze Armate, attraverso un atte nto studio di quella che è la realtà esterna di cui Sciascia ci ha delineato alcuni tratti. Si tratta di mettere in atto una strategia interna volta a trasformare e ad apprendere a trasformare l'organismo per ridurre il gap che lo separa dalla nazione» (17). U problema di una «laurea per i militari» Al discorso precedente si riallacciano vari articoli che trattano dell'annoso problema del riconoscimento formale degli studi praticati negli istituti di formazione militare: le Accademie e le Scuole di Applicazione. Il Ten. Col. Francesco Scala, attribuisce la scarsa partecipazione dei giovani ai concorsi per l'ammissione alle accademie al fatto che non acquisendo a seguito degli studi militari un titolo universitario utile anche nella vita civile, i giovani diplomati non sono indotti ad impegnarsi quali aspiranti ufficiali (18). Si avverte in questi
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anni l'esigenza di dare soluzioni valide per attuare lo sforzo di integrazione della «società militare» in quella più ampia «società generale» della comunità nazionale. Il problema sollevato dal Ten. Col. Scala e ripreso da altri Ufficiali in articoli successivi presenta due aspetti sociali: la laurea come titolo di prestigio, dovuto riconoscimento alla serietà di studi che nulla hanno da invidiare ad altri, e la laurea come occasione di modificare l'impostazione del processo formativo degli Ufficiali. Il primo aspetto incide, senza dubbio, sul reclutamento (qualitativamente e quantitativamente), sulla possibilità di interscambio con le altre Amministrazioni statali e più in generale sulla collocazione sociale della categoria. Per quel che riguarda il secondo aspetto è necessario inserire nell'iter formativo un maggior numero di discipline umanistiche. «Giocare oggi la carta umanistica- scrive il Magg. Caforio -non significa soltanto trovare una alternativa ad una soluzione che non ha soddisfatto; significa scegliere, a ragion veduta, un processo formativo più consono sia alla tradizione militare, sia, come già ampiamente dimostrato da Accame, alle prestazioni che l'ambiente sociale, politico, internazionale richiede oggi al dirigente militare» (19). L'istituzione di una laurea in «scienze militari e sociali» e il libero accesso ad una specifica facoltà di coloro i quali fossero interessati ai problemi militari sicuramente, continua Caforio, «riuscirebbe a provocare nel contesto sociale una ricaduta di pensiero probabilmente notevole e comunque, assai utile per far progredire quella vasta e profonda integrazione fra Esercito e Paese di cui molto si parla ma della quale pochi sembrano aver scoperto le strutture portanti contribuendo al superamento di isolazionismo e di discriminazione». A questi articoli hanno fatto eco altri di carattere più contenuto e più generalizzato riguardanti la funzione dell'«intellettuale in divisa» o «la formazione dei Quadri Dirigenti» (20), senza però ottenere la meritata ed auspicata attenzione della classe politica presa in questo periodo da altri ed altrettanto importanti problemi. Religione e Forze Armate Per la prima volta tra i11974 e il 1975 vengono pubblicati con una certa frequenza articoli di sacerdoti e cappellani militari riguardanti le relazioni tra religione e morale all'interno delle caserme. Il 70
sacerdote Ennio Innocenti sottolinea l' importanza dell' influsso che il cristianesimo può esercitare sulla moralità in genere, e sul morale delle Forze Armate. «Non vi è, innan zi tutto, nella religione cristiana, alcuna radice antimilitarista, anzi virtù tipicamente militari possono diventare virtù cristiane e luogo di incarnazione di autentica santità e molti esempi lo dimostrano». La moralità militare trae conforto ed ispirazione dalla religione perchè quest'ultima «esalta l'amor di patria, mediante il criterio del retto ordine nella carità, per il quale il dovere della solidarietà è urgente nei confronti dei più vicini, specialmente se deboli ed esposti a gravi mali; giustifica l' obbedienza mediante il criterio della giusta autorità; benedice l' esposizione di sè al supremo pericolo della vita temporale, me diante l'ideale di ciò che di più sacro vi è aJ mondo, il sacrificio» (21). A tutto questo il sac. Benucci aggiunge che «l'essere cristiano non può esaurirsi nell'ambito della "vita privata" dei singoli, ma deve rifletters i quasi per necessità logica, anche in quella pubblica, e quindi anche nella vita militare. Questo viene spesso notato pure dai soldati che si formano così un giudizio sulla coerenza e sul prestigio di superiori e colleghi» (22). L'avere posto l'accento su un tipo di problema così insolito non è un fatto casuale, se si tiene presente che in questo stesso periodo, esattamente nel 1975, viene proclamato dal Santo Padre «l'anno santo», avvenimento di grandissima rilevanza religiosa e sociale che investe tutta la nazione ed il mondo intero e che la Chiesa ha in atto un processo di rinnovamento e d i apertura che incide d irettamente sulla componente giovanile della nazione, cioè su quella stessa componente che va a formare le fila e d i Quadri dell' organizzazione militare. Le prime avvisaglie della diffusione delle tossicodipendenze Accanto a questi temi ve ne sono altri tra il 1975 ed ill976, che in man iera più o meno diretta riprendono argomenti già analizzati e posti in discussione in periodi precedenti, fino ad arrivare alla fine del 1976 dove si pone per la prima volta un 'attenzione particolare ad un problema specifico che sta iniziando ad angosciare la società italiana e sta entrando nelle caserme: la droga. Il Col. me. Sbarro nel suo lungo articolo dapprima fa u n «excursus tecnico» sui tipi d i droghe che possono essere influenti sugli esseri umani e poi passa ad esaminare le motivazioni che spingono gli uomini in generale, ed i giovani in parti71
colare, a drogarsi mettendo in risalto l'opera di prevenzione e l'impegno delle Forze Armate contro il dilagare di questa grossa piaga sociale. «Fino a qualche tempo fa- scrive il Col. Sbarro- la causa più frequente delle rare tossico manie era rappresentata dalla cura di particolari forme morbose in cui venivano prescritti dai sanitari farmaci a base di stupefacenti; una volta conseguita la guarigione alcuni pazienti non riuscivano a rinunziare agli effetti di queste sostanze e ne continuavano l'uso. In un secondo momento, contemporaneamente al delinearsi dell'era industriale, il fenomeno incominciò ad estendersi nella fascia socialmente ed economicamente depressa delle grandi città ed in certi isolati gruppi sociali. Anche qui i motivi risultano evidenti: da un lato il desiderio di alleviare il peso di un'esistenza miserabile e senza speranza, dall'altra l'illusione di distinguersi in qualche modo dalla gente comune e di potenziare la propria capacità creativa. In questi ultimi anni la situazione è precipitata: il fenomeno della droga si è dilatato fino a raggiungere una dimensione quotidiana e reale, assumendo ogni giorno di più le proporzioni di un drammatico pericolo, specie nei confronti dei giovani e dei giovanissimi che, ancora psicologicamente immaturi, meno resistenti alle suggestioni e avidi di nuove esperienze, costituiscono la preda più facile e perciò l'aspetto più preoccupante del problema». Ma perchè si drogano i giovani? A questo interrogativo l'ufficiale medico cerca di attribuire due tipi di motivazioni: una di carattere generale, l'altra di carattere particolare. Tra le prime egli individua la trasformazione della società e del ritmo dell'esistenza che negli ultimi anni è divenrato «convulso, ossessivo, senza pause, dominato dalla spasmodica corsa al benessere ed al consumismo. Si è perso l'interesse, l'amore al lavoro ma non il desiderio del guadagno; il denaro è diventato l'idolo della nostra civiltà ed ha sostituito quegli ideali che per il passato sorreggevano l'uomo e lo aiutavano a vivere. E l'uomo smarrito ed insoddisfatto cerca una sicurezza illusoria nel piacere, nel divertimento fine a se stesso, rendendo la propria vita sempre più arida». Altro motivo di carattere generale è la profonda modificazione intervenuta nei rapporti familiari conseguenza inevitabile della trasformazione sociale. I genitori presi dal lavoro, da nuovi interessi, dalla preoccupazione di assicurare alla famiglia un grado di benessere economico sempre più elevato dispongono e dedicano pochissimo tempo all'educazione dei figli ai quali viene meno la possibilità di instaurare un dialogo costruttivo, di 72
confidare perplessità ed entusiasmi, di stabilire quel rapporto di fiducia e di comprensione che eviterebbe ogni forma di risentimento e di ribellione. Accanto a ciò non si deve escludere l'influenza che esercita sull'adolescente la pubblicità, attraverso la propaganda della lotta contro il conformismo, delle nuove mode che spingono al decadimento dei vecchi valori morali. Nel contesto di una società così trasformata nella quale l' uomo non sempre riesce a collocarsi e a mantenere una posizione di equilibrio, si innestano le motivazioni di carattere particolare e personale, cioè quelle situazioni o disposizioni soggettive che concorrono a indirizzare il giovane verso la droga. Tra queste si possono annoverare una personalità fragile ed immatura, mancanza di volontà, di autodorninio e a volte anche la curiosità, di «provare» una nuova esperienza. Il compito che spetta alla società è quello di difendere i giovani con la prevenzione prima ancora che con la repressione. Occorre in formarli delle irreversibili conseguenze della droga percbè sappiano evitare certe tentazioni, e reagire a certe pressioni attraverso un pieno ed autonomo convincimento. La legge 685 del 22.12.1975, stabilisce una serie di provvedimenti diretti allo svolgimento di una capi llare azione informativa ed educativa. Ad ogni livello dalla famiglia, alla scuola, alle Forze Armate si tengono corsi di studio, conferenze, lezioni tendenti a svolgere un'efficace e persuasiva opera di informazione nei confronti dei ragazzi. Condizione indispensabile per il successo di tale azione preventiva è di evitare che tali conferenze abbiano una configurazione «d idattica e paternalistica» dove l'uditorio è rassegnato ed è in attesa della fine del discorso: ciascuna di esse deve avere il carattere di dibattito per risvegliare un effettivo interesse negli ascoltatori e ottenere una convinta ed attiva partecipazione alla lotta contro la droga. Tale attività può avere maggiori risultati in ambito militare perchè la «vita militare- continua l'autore- può rappresentare un ottimo antidoto contro depressione e tentazione e può fortificare caratteri che non hanno ancora raggiunto un completo equilibrio. Positivamente caratterizzata com'è da ogni sorta di attività ginnico-sportiva, da sano agonismo e da responsabile impegno morale, essa riesce in molti casi ad eliminare quell'atteggiamento agnostico o di estrema contestazione che può essere al la base della tossicofilia e contribuisce a restituire la piena consapevolezza dei valori fondamentali dell'esistenza>> (23). I giovani devono capire, tramite l'inse-
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gnamento degli educatori e la comprensione e l'amore degli adulti per loro, i motivi per vivere e devono rendersi conto che il comportamento rinunciatario del tossicomane non è la conquista della libertà ma la perdita di essa. La riduzione del «gap» tra società e Forze Armate: le nuove norme di disciplina e l'istituzione degli organismi di rappresentanza
Gli ultimi due anni del periodo preso in considerazione in questo capitolo, vedono scritti di carattere sociologico che ripoggiano l'accento sul tema Forze Armate e società, ma visto questa volta con un'ottica di fiducia e di apertura al contrario di quello che si era verificato alla fine degli anni '60 e agli inizi dei '70. Si avverte che il periodo della «grande bufera» è quasi del tutto passato e che «Ci si sta gradualmente avviando verso un periodo di riapertura, di dialogo, un confronto tra anziani e giovani». Da un lato, la massa dei giovani manifesta tendenze meno esasperate ma arricchite e sostenute da motivazioni più valide, dall'altro le generazioni più anziane sia percbè sollecitate da convincenti argomentazioni e meglio informate, sia perchè banno visto ridursi parte della loro autorevolezza, tendono a modificare il loro atteggiamento sforzandosi di comprendere più a fondo problemi e tendenze della gioventù. In questa nuova fase che si sta delineando vi è una maggiore attenzione, maturata con consapevolezza, ai problemi delle Forze Armate del Paese. Questo ha reso più viva la problematica sulla Difesa e sulla collocazione delle istituzioni militari nel contesto generale delle strutture dello Stato. A conferma di questo indirizzo le norme di principio sulla disciplina militare, più volte menzionate dal Gen. Viglione e dal Gen. Rambaldi, sanciscono inequivocabilmente, ispirandosi alla Costituzione, i compiti primari delle Forze Armate: difesa della Patria, salvaguardia delle libere istituzioni, intervento a favore delle popolazioni in caso di gravi calamità. Nessun dubbio sorge sull'importanza vitale di tale missione, perchè senza la sicurezza, in una situazione di permanente pericolo per la pace, senza la difesa della libertà, duramente riconquistata, e senza la pronta disponibilità di uno strumento capace di intervenire efficacemente quando la natura si rivolge contro l'uomo e le sue realizzazioni, non si può garantire il progresso civile, economico e socia74
le della Nazione. Ma oltre a questo aspetto, la legge 382 dell' l1.07.1978, «Norme di principio sulla disciplina militare», ha recepito e sancito l'esigenza di adeguare a certe condizioni della vita civile anche l'ambiente militare, istituendo in seno alle Forze Armate un sistema elettivo di rappresentanza di categoria per ottenere la partecipazione degli interessati all'individuazione e possibilmente alla soluzione dei problemi relativi al modo di vivere della comunità militare (igiene, tempo libero, assistenza familiare, alloggi) oltre a porre problemi personali che possono assumere il valore di problemi generali. Il Gen. Donati nel suo articolo «Disciplina e democrazia» (24), osserva che quello della rappresentanza militare è «un esperimento avanzato che metterà alla prova la maturità dei componenti delle nostre Forze Armate, tutti, nessuno escluso, ma in particolare l'ambiente creatosi nel nuovo clima sociale. L'attività di questo istituto nuovo per il nostro Paese, deve da un lato consentire il libero gioco democratico, il formarsi di opinioni e di consensi e dissensi sulle stesse, senza peraltro interferire o porre remore alla funzionalità dello strumento militare che non deve essere posta nè in discussione nè in crisi». In questo clima di ottimismo generalizzato, che vede da un lato una certa ripresa di valori morali che lasciano sperare in una società migliore e dall'altro un mutato interesse dei giovani e della società italiana in genere verso i problemi militari, saranno trattati e dibattuti nuovi argomenti e nuove problematiche di rilevanza sociale, dalla pagina sociologica di una Rivista Militare da pochi anni rinnovata. Infine, per il consueto appuntamento con la quantificazione degli argomenti comuni scritti in questo arco di anni, bisogna di volta in volta evidenziare le tema ti che ricorrenti. Tra queste troviamo «la funzione sociale delle Forze Armate» la quale ricorre in ben dodici articoli; «la formazione ed i problemi relativi al rinnovamento dei Quadri» al cui sviluppo concorrono quindici scritti; «la pubblicistica militare» con quattro presenze e le «relazioni pubbliche nelle Forze Armate» trattate quattro volte. Inoltre, a tali articoli , se ne aggiungono altri che affrontano problemi sociali particolari quali ad esempio «la religione e il soldato-cittadino», argomento ricorrente quattro volte nei soli anni 1974- 1975, periodo in cui il Santo Pontefice ha indetto l'Anno Santo, grande evento storico-sociale; «il metodo per la risoluzione dei problemi militari», tema affrontato in quattro articoli dal Cap. Freg. Falco Accame e dal Cap. Carlo Jean e, per terminare, temi minori trattati 75
una o al massimo due volte e problemi emergenti, quali la ÂŤdrogaÂť, sviluppati in anni successivi. Da quanto sopra, si evince che il periodico militare ha dato maggior rilievo in questi anni, ad argomenti quali la formazione, la preparazione ed il rinnovamento dei propri Quadri, che su un totale di sessantuno articoli di sapore sociologico apparsi nel sotto-periodo considerato, ha una incidenza del27,8% e la funzione sociale delle Forze Armate che incide per il22,9%. Questi due sono i temi che di gran lunga ricorrono piĂš frequentemente rispetto agli altri. Seguono la pubblicistica militare e le relazioni pubbliche nell'istituzione militare con una uguale percentuale pari all '8,2% ed infine problemi quali religione e Forze Armate e il metodo per la risoluzione di problemi militari ancora degni di una certa menzione in quanto ricorrono con il 6,5% sul totale degli articoli suddetti.
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NOTE BIBLIOGRAFICHE (l) C. TULLIO-ALTAN, La nostre? Italia. Arretratezze? socio-culturc?le, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'uni/ti ad oggi, Bompiani, Mìlano, 1986, pag. 168. (2) GALLI della LOGGIA, ltaE1 comemporanea, 1976, pagg. 427- 428. (3) C. TULLIO-ALTAN, l valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche dei giovani in Italia, Bompiani, Milano, pagg. 205 segg.. (4) G. SERTO RIO, Appunti di sociologia, Giappichelli, Torino, 1985, pagg. 416419. (5) George L. Mosse, in una sua intervista, sottolinea l'importanza e l'attenzione che lo statista pugliese rivolgeva a questo disegno politico citando delle parole pronunziate, già nel '61 , durante un Consiglio Nazionale della D.C. «Si comprende bene - Moro dice- percbè pur attenti come siamo ad ogni evoluzione democratica, noi guardiamo con particolare attenzione là dove sono masse di popolo e di lavoratori, là dove sono obiettivamente idealità ed aspirazioni che riguardano l'avvenire della società, là dove si compie uno sforzo che si spera possa inserirsi costruttivamente, completando ed approfondendo, nel complesso dei principi e dei valori della democrazia ancorata alla tutela integrale della libertà politica e della dignità umana». A. MORO, L 'intelligenza egli avvenimenti, testi 1959-1978, [)ag. XVI, Garzanti, Milano, 1979. (6) È doveroso sottolineare con le parole di Angelo Ventura come «in nessun altro paese dell'Occidente industriale e democratico il terrorismo ha potuto incidere così a lungo e profondamente come in Italia, condizionando le vicende politiche e sociali in una fase critica di trasformazione, sino ad insidiare la stessa sopravvivenza del regime democratico». A. VENTURA, Terrorismi in Italia, 1984, pag. 75. (7) G. PETTER, Universita, cultura, terrorismo, 1984, pag. 96 segg.. (8) E. MARCHESI, «La funzione sociale dell'Esercito», in Rjvista Militaren. 6168, pag. 661. (9) E. MARCHESI, op. cit. (10} G. D'AVOSSA, «Vecchie e nuove mentalità>>, in Rivista Militare n. 6/68, pag. 766. (Il) C.V. PIZZUTELLI, «La Tendenza dei giovani alla "socialità" può essere utilizzata per la loro formazione militare e civile durante il periodo della ferma», in Rivista Militare n. 6/70, pag. 971. . (12) M. ROBUSTELLA, L. DODERO, R. SCARANASI, «Concetto di Patria. Suo valore e significato nella formazione dei giovani di oggi», in Rl"vista Militare n. 1/70, pagg. 83-86. (13) D. SEPIELLI, «Pensiero e pubblicistica militare», in Rivista MilittJre n. 1/74, pag. 3. (14) F. ACCA ME, «Pubblicistica militare. Il punto sulla situazione», in Rivista Militare n. 6175. pagg. 114-116. (15) P.G. FRANZOSI, «Le pubbliche relazioni nell'ambito delle Forze Armate», in RJ"vista Militare n. 4174, pagg. 58 segg. (16) U. SCIASCIA, «Evoluzione sociale in atto e ripercussion i sulla organizzazione militare», in Rivista Militare n. 1/74, pag. 60. (17) F. ACCAME, «Prepararsi alla carriera o preparare la carriera?», in Rivista Mi/i-
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tare n. 3174, pag. 132. (18) F. SCALA, «Laurea in scienze militari e sociali», in Rivista Militare n. 3174, pag. 143. (19) G. CAFORIO, «Laurea in scienze militari. Proseguendo il dibattito», in Rivista Militare n. 2175, pag. 126. F. ACCAME, «Una laurea per i militari», in Rivista Militare n. 5174, pagg. 131 segg. (20) M. DATTOLO, «L'intellettuale in divisa», in Rivista Militare n. 4175, pag. 131. M. CA MASSA, «Il problema della formazione dei Quadri», in Rivista Militare n. 3175, pag. 113. (21) E. INNOCENTI, «Spirito religioso e spirito militare», in Rivista Militare n. 3175, pag. 123. (22) G. BENUCCI, «Per una educazione religioso-morale del soldato», in Rivista Militare n. 4175, pag. 118. (23) B. SBARRO, «Un problema sociale all'attenzione delle Forze Armate: la droga», in Rivista Milit11re n. 5176, pag. 89. (24) F. DONATI, «Disciplina e democrazia», in Rivista Militare n. 6178, pagg. 94-96.
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CAPITOLO V
LE PROBLEMATICHE SOCIALI PIÙ RECENTI. I NUOVI COMPITI DELL'ESERCITO, LA PROFESSIONALITÀ MILITARE, LA RIFORMA DEL SERVIZIO DI LEVA. DAL 1979 AD OGGI In questo ultimo capitolo non verranno descritte le vicende storico-politico-economico-sociali al contrario dei capitoli precedenti poiché, trattandosi di un passato abbastanza «recente» è meno agevole riassumere il periodo in pochi tratti di cui molti mantengono caratte re di evento di cronaca, più che di storia. Anche il metodo di analisi viene parzialmente modificato, non riguardando più i temi o i problemi dominanti del periodo considerato, ma prendendo in esame gli argomenti dibattuti e individuati durante l'arco di un intero biennio. Tale mutamento è sembrato più utile per il fatto che gli articoli di carattere sociale (e a volte a sfondo più marcatamente «sociologico») si sono notevolmente sviluppati ed hanno affrontato svariati aspetti rilevanti per la sociologia militare, tanto che risulterebbe molto difficile metterli in luce con il metodo di analisi precedente. Naturalmente impiegando un criterio «temporale» più schematico e rigido nella ripartizione delle unità di analisi, alcuni problemi saranno esaminati più volte, nel qual caso, si cercherà solo di mettere in evidenza i nuovi aspetti del problema già trattato per evitare ripetizioni.
Il biennio 1979-1980 La nuova legge di disciplina militare Passiamo ora all'esame degli argomenti trattati dalla Rivista durante il 1979 ed il 1980. Da un'analisi sommaria degli articoli pubblicati, balza chiaramente all'occhio la particolare attenzione dedicata ai nuovi risvolti sociali causati dalla legge di principio sulla disciplina militare. Di tale argomento si era già parlato nel capitolo precedente, ma in questi anni esso assume un particolare carattere, perché si allaccia all'altro grande problema della formazione dei Quadri. Scrive
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il Sottocapo di SME: «Importanti novita» si sono verificate in questi ultimi tempi nel particolare settore (settore dei rapporti tra le istituzioni militari e la comunità nazionale). Esse vanno considerate con speranza, come basi di un più armonico inserimento delle Forze Armate nella nostra società, come significativo passo verso la costituzione di una so.cietà aperta in cui trovino il loro equilibrio dinamico le varie componenti tra cui quella militare. Innanzi tutto la legge di principio sulla disciplina militare: primo, fissa i compiti dell'apparato militare considerando, a fianco della difesa esterna dello Stato, l'intervento a favore della comunità nazionale in caso di calamità naturali e il concorso alla difesa delle libere istituzioni; secondo, sancisce la realtà, sostanzialmente già esistente nei reparti che spontaneamente vi si erano o vi si stanno adeguando, di nuovi rapporti umani e disciplinari, in sintonia con lo spirito dei tempi, la disciplina è diventata meno impositiva e più partecipativa anche nei suoi aspetti sanzionatori. tutti i componenti dei reparti sono attivamente coinvolti e cointeressati a diversi aspetti della vita dell'organizzazione mediante l'istituto della «rappresentanza» (1). A tal proposito è opportuno approfondire l'argomento citando le parole di un articolo riportato sullo stesso numero della Rivista Militare, dal titolo «Consapevolezza e partecipazione: il regolamento di attuazione della rappresentanza militare» (2). «La soluzione della rappresentanza esalta il momento della coll aborazione; collaborazione nella quale rimangono integre le attribuzioni del Comandante, nei cui doveri primari rientra, per riconoscimento esplicito della legge, la cura degli interessi del personale. Finalità coincidenti quindi, ma ruoli diversi e modalità di intervento differenziate, dal momento che il Comandante al quale compete di decidere, è il solo responsabile dell'adozione di provvedimenti in funzione di esigenze che direttamente percepisce o che riconosce a seguito della valutazione di istanze presentate dagli organi di rappresentanza ... Per i Quadri che sanno vivere con consapevolezza le esigenze dei tempi non si pone, in una visione siffatta, alcun problema di potere da difendere o di capacità decisionale da delegare. Collaborazione e disciplina non sono termini antitetici. Al contrario, in un rapporto gerarchico che rispetti e valorizzi la personalità dei singoli, l' una rafforza l'altra e viceversa con una integrazione reciproca che porta all'adesione e fa sentire i suoi effetti benèfici sul tono morale delle unità... La rappresentanza può e deve costituire, in sintesi, il pilastro di un più aggiornato rap-
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porto disciplinare» (3). L'ordine, elemento caratteristico del rapporto militare in uno Stato democratico dove le Forze Armate sono permeate di spirito democratico, porta il crisma della volontà nazionale, perché è rivolto a servire la collettività. «Scuola di democrazia nel senso più nobile dell'espressione, la rappresentanza potrà rivelarsi strumento assai valido per la compiuta valorizzazione della personalità dei singoli in un contesto di rapporti destinati a rafforzare, in seno ai reparti , lo spirito della comunità, di una comunità, quale è quella delle Forze Armate, caratterizzata da nobili richiami di ordine spirituale e sociale. Anche attraverso questo importante provvedimento, le istituzioni militari confermano che non sono semplicemente un punto di riferimento ideale, cioè un simbolo, ma - calate profondamente nella realtà storica del nostro Paese- assurgono a protagoniste di un processo di rinnovamento che si sviluppa con la società e per la società. La partecipazione diventa, così, elemento unificante della società militare e quella civile, con riflessi altamente positivi per entrambe, confermando il convincimento e l'auspicio di quanti hanno creduto e credono nella funzione delle Forze Armate ... Nell'assoluto rispetto della sfera individuale dei singoli collaboratori, l'intervento dei Comandanti dovrà tendere ad esaltare il senso della collettività e ad instaurare un sistema disciplinare che, l ungi dal mortificare la personalità dei dipendenti, ne valorizzi gli apporti per il perseguimento degli obiettivi comuni, regolandone la vita e facilitandone l'attività. Si consegue, in tal modo, una disciplina cosciente, che è diversa rispetto al passato solo perchè ottenuta con un approccio diverso. Non la disciplina cambia bensì la tecnica della disciplina. La disciplina, infatti, è una ed una sola: o è tale o non è. I modi di conseguirla sono, invece, molteplici essendo legati, in ciascun momento considerato, ai condizionamenti sociali (tipo di rapporti tra gli individui), alle strutture organizzati ve in cui i singoli sono inseriti per la loro attività» (4). Riprendendo il discorso lasciato a metà sulle prescrizioni della legge di disciplina, il Gen. Poli così continua: «Terzo: prevede contatti con le autorità locali delle sedi di dislocazione delle unità volti a interessarle ai problemi del benessere e dell'integrazione con le comunità dei corpi militari, sinora spesso mantenuti in condizioni di relativa e talvolta di completa separatezza. Sono nuove prospettive che si aprono, l'indicazione di una precisa volontà del legislatore di instaurare nuovi rapporti all'interno ed all'esterno delle istituzioni militari e 81
di aggiornare il contenuto stesso tradizionalmente attribuito alla professione militare». È parso opportuno affrontare il problema con le stesse parole di alcuni degli autori, che hanno trattato l'argomento, perché solo così è possibile capire e sottolineare l'intensità, la convinzione e il desiderio, insiti nei vertici delle Forze Armate, di compiere una «svolta» o la certezza che si è già compiuta una svolta. L'Italia, che fino ad ora si è disinteressata ed è rimasta disinformata sulle problematiche militari non può più sottrarsi ad un dibattito di fondo sulle stesse. I tempi sono maturi e sia all'interno che all'esterno è chiara questa consapevolezza. La form azione dei Quadri. Inizia iJ dibattito sull'Ufficiale «guerriero» o «manager»
Sorge immediato un altro problema: la formazione dei nuovi quad ri. È opinione comune che il processo di rinnovamento delle Forze Armate in atto, interessa la preparazione professionale dei Quadri. L'adattamento al mutare delle condizioni della società e delle istituzioni militari è rice rcato attraverso il continuo adeguamento dei programmi e delle discipline di insegnamento, adeguamento imperniato, come si rileva nell'articolo della Rivista Militare n. 1179 pag. 2, su criteri di progressività e modularità. Iter modulare in quanto i singoli traguardi sono ad un tempo conclusione di una fase ed indispensabile premessa di quella successiva; iter progressivo perché si fonda sul graduale ampliamento ed approfondimento di conoscenze e di esperienze. Questo iter cadenzato, che non trova l'uguale in nessun'altra organizzazione, favorisce un sistematico processo di autoaggiornamento culturale necessario al «manager militare» per superare i limiti nazionali ed ampliare le conoscenze a livello internazionale. Qualcosa di sostanziale è cambiato rispetto al passato. La professione militare non è più monolitica ma in essa confluiscono almeno tre istanze: quella del guerriero, quella del manager, quella del tecnico. Tra le tre, la seconda è relativamente dominante perché lo stesso impiego dei vari sistemi d'arma altamente sofisticati, il loro sviluppo tecnologico ed i rapporti con il personale, di cui deve essere acquisito un consenso che non può essere più dato per scontato, presentano al professionista militare problematiche nuove che necessitano di com-
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petenze tipicamente manageriali per venire affrontate. La necessità di conoscenze e capacità professionali, dal campo organizzativo a quello tecnologico, fanno sì che al «militare-guerriero» debba subentrare il «militare-manager», ad una preparazione «eroica» una preparazione «manageriale». Il management militare che consiste nel definire esattamente cosa si vuole che i propri dipendenti facciano e nel far si che lo facciano nel modo migliore e meno costoso, deve svolgere inoltre una funzione importante in modo particolare per l'organizzazione militare: i Quadri devono infatti tendere a rendere consapevoli i soldati alle loro dipendenze dell 'utilità del loro lavoro, rendere interessante il mestiere delle armi, consentire la massima autorealizzazione nell'ambito del sistema, realizzare la più ampia partecipazione perché ciascuno nel ruolo assegnato si senta parte attiva e non semplice ingranaggio, di una macchina di cui non vede il prodotto, ma che produce la pace e la sicurezza del Paese. I problemi del servizio di leva: le difficoltà del reclutamento e le tossicodipendenze Altri due argomenti hanno interessato gli articolisti militari con una certa insistenza: uno, quasi del tutto nuovo, riguardante la chiamata alle armi dei giovani italiani con i vari problemi ad essa connessi quali la frequenza di chiamata alle armi, la durata della ferma e il reclutamento regionale, l'altro, già trattato in un articolo precedente, riguardante il fenomeno «droga>>e le sue relazioni con la vita militare. Sul primo argomento si instaura un dibattito a più voci a partire dall'intervento del Ten. Col. Corsini, al quale fanno seguito gli articoli del Col. Jean e del Gen. Tagliarini. Il problema di fondo di tale dibattito è ricondotto alla validità o meno della chiamata alle armi con frequenza mensile. Di tale validità è abbastanza convinto il Ten. Col. Corsini pur auspicando un confronto tra la chiamata mensile e quella bimestrale , mentre è completamente contrario il Col. Jean, il quale afferma che è comune l'esigenza di un cambiamento di tale reclutamento e propone l'immissione quadrimestrale con la formazione di una compagnia monocontingente. Insieme a questi temi di carattere tecnico, il Ten. Col. Corsini, nella Rivista Militare n . 4/80 risponde in modo dettagliato a coloro i quali sono convinti che la riduzione della ferma, oltre a comportare 83
un minore onere per lo Stato, comporterebbe un uguale grado di addestramento del soldato. Egli dimostra con semplici esempi che la durata della ferma di leva non è una <<Variabile indipendente», poiché è strettamente condizionata da parametri di carattere tecnico, sociale, demografico, militare e finanziario sia a livello nazionale che internazionale, e conclude dicendo: «In sintesi, riducendo la durata della ferma si spende molto più denaro salvo che non si riduca in misura percentualmente ancora più grande la già modesta dimensione della Forza Armata e non se ne muti sostanzialmente la natura di esercito di leva permanente. D'altra parte, mantenerne inalterata l'entità e la caratteristica di leva accettando di sostenere il conseguente maggior onere, sarebbe privo di qualsiasi significato in quanto ne risulterebbe un esercito privo di contenuto qualitativo. In ogni caso ciò non sarebbe materialmente possibile per l'insufficiente gettito della leva stessa; per addestrare un soldato bastano pochi mesi ma non certo meno di quelli considerati dall'attuale iter addestrativo già ridotto all'osso ed al limite dell'accettabilità. I soldati, però, vengono addestrati allo scopo di essere impiegati, altrimenti l'esercito non esisterebbe. Pertanto, l'attuale durata della ferma è in assoluta la minima che consenta ancora di tenere in piedi un esercito prevalentemente di leva con un minimo di credibilità. Invece di inseguire un vano miraggio, impegnamoci tutti, piuttosto nell'opera più concreta e meritoria di rendere questo periodo di servizio sociale sempre più redditizio per la collettività, e, per quanto possibile, anche per i soggetti interessati attraverso una attenuazione degli oneri, giusti riconosci menti e garanzie rispetto a coloro che, per un motivo o per l'altro, tale contributo non danno» (5). Lo stesso Ufficiale Superiore in un successivo numero affronta un altro argomento che richiama l'attenzione dell'opinione pubblica. Si tratta della definizione della sede di servizio del personale di leva in relazione al luogo di origine. Dopo aver esaminato i criteri dell'attuale reclutamento, considerato «misto», cerca di dare dei propri suggerimenti per ottim izzarlo, attraverso il varo di provvedimenti parzialmente compensativi delle inevitabili sperequazioni, quale l'aumento del numero dei viaggi pagati; attraverso il trasferimento di Enti addestrativi al Sud, dove oltre al miglior clima e ad una minore urbanizzazione vi sono condizioni migliori per l'effettuazione delle attività addestrative; attraverso l'incoraggiamento delle iniziative per un incre-
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mento generalizzato degli scambi culturali o ricreativi tra le popolazioni locali e le guarnigioni, utilizzando, ove possibile, oltre alle attrezzature civili anche quelle militari idonee a ricevere un pubblico civile esterno (6). Tra i problemi riguardanti i soldati di leva uno in particolare viene preso in considerazione: il fenomeno droga, già ampiamente !à_saminato in precedenza, ma che è visto ora dilagare a «macchia d'olio» nella società e in modo particolare tra i giovani. Le ragioni economiche, sociali, cu lturali, psichiche sono ribadite, in questi articoli, mentre qualcosa di nuovo si rileva per quanto riguarda l'azione «antinarcotici» nelle Forze Armate. Si era parlato in precedenza solo di azione informativa connessa a conferenze, riunioni, dibattiti in genere nelle caserme. Dagli scritti di questi due anni invece emergono aspetti nuovi tra i quali degni di novero sono: l'azione informativa più efficace svolta dai coetanei, cioè dai giovani alle armi laureati o laureandi, che hanno più presa sui «colleghi» coetanei e l'azione preventiva svolta dagli Ufficiali medici e dai Quadri. Per quanto riguarda la prima novità, si cerca di informare adeguatamente i giovani più elevati culturalmente per farli assurgere a posizione di «animatori» e «punti di riferimento» nei confronti dei singoli soggetti o dei piccoli gruppi che su spontanea richiesta e al di fuori dell'ufficialità vogliono approfondire o chiedere consigli sull'argomento. Il settore preventivo si articola in due componenti differenziate: una essenzialmente tecnica, affidata agli Ufficiali Medici, che comprende un accurato «depistage» di massa dei giovani di leva all'atto dell'arruolamento per l'individuazione e la successiva segnalazione agli assessorati alla Sanità dei consumatori di droga ed uno «screening» capillare tra i militari alle armi per la diagnosi precoce e l'invio ai centri regionali di cura e riabilitazione dei consumatori che, sfuggiti al filtro selettivo, potrebbero diventare una fonte di contagio per gli altri; l'altra, prevalentemente morale ed affidata ai Quadri, che racchiude tutte quelle condizioni che riducono «il gradiente di vicinanza alla droga» (promozione di interessi culturali, sportivi, ludici, migl ioramento condizioni socio-ambientali, rapporti con i superiori, ecc.) (7). Nel biennio compaiono anche due articoletti sull'obiezione di coscienza e sugli infortuni durante il servizio di leva, temi questi, specie il primo, che avrà maggiore spazio negli anni seguenti.
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n triennio 1981-1982-1983 Il tema del «manager militare» Ben quattro dei sei numeri della Rivista Militare usciti durante il 1981, ri portano articoli riguardanti la formazione del «manager militare» già largamente trattata in numeri precedenti. I lati nuovi che si scoprono negli articoli del Col. Assenza e del Magg. Lauro (8) sono l'introduzione nelle scuole di management ed anche nella Scuola di Guerra di una nuova metodologia della «dinamica di gruppo», metodologia che serve per studiare i meccanismi che si verificano all'interno di un gruppo ristretto di persone chiamato a prendere una decisione in tempi ristretti. Tutto questo perché l' istituzione va evolvendosi verso forme di organizzazione e direzione che richiedono sempre più una integrazione del singolo nel gruppo, inteso come unità operativa e una più cosciente e responsabile partecipazione di questo ai fenomeni e ai problemi del lavoro e della vita sociale e produttiva della società. L'elaborazione in comune di soluzioni e di decisioni, il reciproco completamento di esperienze, di preparazione e di informazione, cioè la necessità di un organico e costante lavoro di gruppo, costituiscono il metodo di addestramento innovatore del moderno comportamento. È un metodo che si fonda sulla partecipazione attiva alla discussione da parte di più persone interessate agli stessi problemi, le quali integrano le loro conoscenze, le loro esperienze, le loro capacità per giungere a soluzioni valide e condivise da tutti. Esso aumenta le responsabilità, l'autorità e il prestigio individuale in quanto porta a soluzioni e decisioni. L'attenzione delle Forze Armate è pertanto rivolta a questi nuovi e moderni strumenti e metodi per concorrere aJla formazione della mentalità manageriale dei futuri dirigenti miHtari. I nuovi compiti dell'Esercito Italiano: il concorso a sostegno della popolazione civile in caso di calamità Le disgraziate vicende del23 novembre 1980, riguardanti il terremoto in lrpinia, non potevano lasciare indifferente, chi con enorme spirito partecipativo e di abnegazione, è stato tra i maggiori artefici di un intervento pronto, valido e massiccio, da tutti riconosciuto. Scrive 86
il Geo. Ram baldi (9) «In sostanza è ora di riconoscere finalmente che le Forze Armate e l'Esercito in particolare costituiscono un autentico punto di riferimento per l'intera comunità nazionale. Il successo di questa gigantesca operazione che qualcuno, per evidenti motivi di polemica, ha voluto non riconoscere o strumentalizzare, ma che invece ha avuto ampio riconoscimento tra i sindaci e le popolazioni colpite dal sisma e anche da qualificati osserva tori stranieri si basa su tre fondamentali fattori. Primo, la disponibilità di Quadri altamente qualificati e preparati non solo ad affrontare compiti di carattere strettamente professionale ma anche situazioni d i emergenza, quale è stata l'immane catastrofe in Campania e Basilicata. Secondo, disponibilità di giovani in servizio di leva pienamente responsabili ed animati da alto senso civico e da spontaneo spirito di solidarietà. Terzo, infine, un rapporto gerarchico moderno che ha realizzato quella motivazione interiore che ha costituito elemento determinante dei positivi risultati conseguiti». A testimonianza di quale effetto positivo abbia avuto la riuscita operazione di intervento sullo stato d'animo degli appartenenti alle Forze Armate che si riflette immancabilmente sul resto della società vi sono le parole del Gen. Bernard che così conclude il suo articolo intitolato «Allarme: emergenza terremoto ... e l'armata intervenne» (10): «La prova del fuoco di questa gravissima emergenza terremoto ha sciolto i miei dubbi. Mi ha dato la certezza che l'Esercito e le Forze Armate italiane sono all'alte zza dei compiti che laNazione ha loro affidato, che il popolo italiano può avere fiducia in noi».
Un tema nuovo: il servizio militare femminile Un altro argomento completamente nuovo e mai affrontato in anni precedenti e che ha trovato seguito in articoli di Riviste Militari dell982 e 1983, è quello riguardante il «Servizio militare femmini le volontario in Italia». Il Geo. Cappuzzo nel suo articolo «Tra focolare e campo di Marte» fa prima un «excursus» sulla presenza femminile negli antichi eserciti così come storiografi, filosofi e poeti del tempo ce ne hanno tramandato la presenza e poi passa subito a considerare la donna e le armi ai nostri giorni proiettandola nel futuro. Egli cerca di individuare le motivazioni di una presenza femminile nelle istituzioni militari dando risposte realistiche. «La prima considerazione sorge spontanea- scrive il Gen. Cappuzzo (11) - dall'analisi dell'attua-
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le contesto sociale, in cui lo stato di eguaglianza tra uomo e donna, sancito "ab initio" dalla Carta Costituzionale, è andato via via perfezionandosi in un breve volgere di anni, mercè l'opera del legislatore che, sensibile al rilevante impatto sociale dei movimenti per l'emancipazione femminile, ha adeguato l'ordinamento giuridico alla realtà emergente. In parti colare, per quanto riguarda il diritto al lavoro, ponendo mente alle dirette implicazioni con il presente argo me nto, vorrei ricordare tra le altre le Leggi 6611963 e 90311977, che recano norme circa la parità tra i due sessi nell'accesso ai pubblici impieghi ... Si può senz'altro ipotizzare come diretta risulta nza delle attual i tendenze evolutive che la forza lavoro femmini le è destinata ad incrementarsi in tempi brevi e ad orientarsi, in via preferenziale, verso una fascia occupazionale medio-alta... Non è quindi da sottovalutare l'ipotesi che la richiesta femminile di lavoro possa orientarsi anche verso le Forze Armate, dal momento che la donna, su un piano di diritto, ha ormai fatto il suo ingresso in tutte le branche della vita nazionale ... È necessario porre l'accento sul fatto che secondo la sensibilità corrente, si pensa che la donna, in quanto dispensatrice di vita, si trovi in una condizione fisica e psico logica perfettamente antitetica a quella di potenziale ed organizzata violenza che, a torto o a ragione la voce popolare comunemente associa alle Forze Armate». Per questi e per altri motivi sia la Prof.ssa Maria Rita Saulle e sia il Te n. Col. Mini (12), sulla base di studi condotti su altri eserciti che attualmente possiedono personale femminile tra le loro fùa, vedono di buon occhio l'ingresso della componente «donna» tra i «ranghi militari» italiani, ingresso però non di carattere obbligatorio, ma volontario e con mansioni specifiche che non comportino incarichi nei settori combattenti. «Democrazia ed equità- scrive il Ten. Col. Mini- si esercitano proprio nel rispetto delle differenze, nell'accettazione delle diversità. Nella garanzia che esse vengano sempre salvaguardate. Per concludere la partecipazione femminile nelle Forze Armate è una sfida che la società italiana si sta preparando ad affrontare con grande coraggio. Occorre però mettere in rilievo che i risultati dipenderanno essenzialmente da due fattori: livello di educazione socio-culturale di tutta la Nazione e volontà di salvaguardare i diritti di tutti nel rispetto delle diversità obiettive ... Ciò che rimane è prepararsi ad affrontare la nuova situazione con la massima sere nità e nella consapevolezza delle difficoltà che potranno insorgere. Queste ultime costituiscono le basi per l'ac88
quisizione di esperienze dirette e specifiche, ma sarebbe grave errore, nonchè fonte di inutili disagi , attendere tali esperienze per modificare impostazioni che già potrebbero essere riviste alla luce di quelle tratte da altre Nazioni» (13). Pertanto da parte di tutti, di addetti ai lavori e non, un auspicio positivo per tale innovazione negli ann i '80, per poter guardare con fondata fiducia al futuro del Paese, pur nella consapevolezza di obiettive ed onerose difficoltà da affrontare da parte dell'organizzazione militare in particolare e della Nazione in generale. Esercito di leva ed Esercito professionale Da una analisi degli articoli a sfondo sociale che sono stati scritti tra ill982 e ill983, si riscontra una certa uniformità dei temi dibattuti. Per questo motivo è sembrato opportuno, ai fini di un lavoro armonico, esaminare tali argomenti insieme. I temi di fondo sono riconducibili a tre filoni e non del tutto nuovi per la Rivista Militare, in quanto già trattati precedentemente ed in maniera abbondante. Tali filoni sono quelli della dicotomia tra manager e leader: del dibattito tra esercito di leva ed esercito di professione ed integrazione Forze Armate e società. Il primo filone riguarda la formazione del «manager-comandante», sintomo che la struttura militare sente il bisogno di fare affidamento su uomini che non siano preparati professionalmente solo sulla leadership dei «gladiatori», ma che abbiano anche sofisticate ed approfondite cognizioni «dirigenziali» o per dirla all'inglese «manageriali». Naturalmente per ottenere questo tipo di personale è necessario che il Paese riconosca tale status, attraverso il livello retributivo che, come si evince dalla «radiografia di tre tipi di dirigenti: militare, industriale e statale» effettuata dal Ten. Col. Tria (14) è in valore assoluto il più basso di tutti; attraverso il riconoscimento giuridico degli studi accademici (15); attraverso corsi di aggiornamento e perfezionamento ed adozione di incentivi morali che spingano i «managers-leaders» di domani a non essere «dirigenti defunzionalizzati» con compiti di routine prevalentemente esecutivi e di tipo impiegatizio, (16) ma uomini in grado di formulare e portare ad esecuzione le maggiori decisioni, che sappiano assumersi delle responsabilità e che nello stesso tempo sappiano essere «comandanti di uomini». li secondo approccio comprende la ripresa del dibattito relativo al tema del tipo di esercito su cui sarebbe bene fare affidamento. L'o-
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pinione comune degli addetti ai lavori che hanno scritto in questi numeri è unica: «Nulla induce ad optare per l'esercito di mestiere; neppure il vantaggio della maggiore professionalità che gli è indubbiamente connesso. Le motivazioni di ordine etico e politico, oltre che storico, che indussero i Costituenti alla scelta dell'esercito di leva, come meglio rispondente ai principi della democrazia repubblicana, conservano integre validità e attualità>>(17). «Gli eserciti di leva sono, nel bene e nel male, l'espressione di un popolo e della sua volontà di garantire la propria sicurezza. L'accusa alle Forze Armate di essere corpo separato, fino a poco tempo fa tanto abusata, sarebbe -in presenza di un esercito di mestiere - ovviamente accentuata proprio per il venir meno di quella osmosi tra Esercito e popolazione civile che si realizza con il continuo ricambio dei giovani alle armi. Ma a questa relativa estraneità sociale, farebbe riscontro una estraneità ben peggiore, quella del cittadino rispetto al problema della difesa del proprio Paese; il problema che oggi è solo in parte un fatto militare» (18). «Difendere il proprio Paese vuole dire difendere la democrazia ed i suoi valori. Così come battere l'inflazione e la disoccupazione è essenziale, vitale per salvare la democrazia, allo stesso modo, non lo è meno mantenersi pronti a fronteggiare l'eventuale aggressione esterna, che segnerebbe ugualmente la fine del regime democratico». Continua il Gen. Cappuzzo, a sostegno della sua tesi a favore dell'esercito di leva che «quello dell'efficienza è un falso problema. Anche un esercito di leva può essere efficiente. Basta volerlo. E, allora, a quale obiettivo dobbiamo tendere? Lo sintetizzo in pochi punti essenziali: primo, mantenere la coscrizione obbligatoria, indispensabile presupposto per l'integrazione delle Forze Armate nella società che deve essere chiamata globalmente a garantire la propria sicurezza...; secondo, rendere operanti le disposizioni di legge che prevedono la costituzione di una intelaiatura dei reparti con Quadri minori e specializzati cui, affidare l'impiego dei mezzi più sofisticati ... ; terzo, dare all'Esercito le aree addestrative ed i poligoni che consentano lo sviluppo razionale completo dell'attività addestrativa. Il problema dell'efficienza si risolve con l'addestramento che a sua volta può essere assicurato o con adeguate disponibilità di aree, munizionamento o, in alternativa, con una ferma più lunga». Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito conclude il suo articolo con la convinzione che i nostri giovani, certamente evoluti sotto il profilo culturale e assuefatti ai
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vantaggi di una società libera e democratica, non hanno ben interiorizzato il senso della collettività e la partecipazione alla vita dello Stato per la «giovane età» della democrazia italiana. E la prima esperienza per accettare e sedimentare tali concetti è offerta, per la prima volta, proprio dal servizio militare. «È una funzione di cultura e di progresso sulla via della sempre più matura e compiuta identificazione del cittadino nello Stato e nelle libere istituzioni democratiche» (19). Su questi punti in particolare si può trovare un nuovo motivo di collegamento tra Forze Armate e società, in quanto esse possono diventare, come si esprime G. Sertorio: «... un momento di espressione istituzionalizzata di solidarietà sociale ... Si potrebbero anzi configurare le Forze Armate quale agenzia di promozione della solidarietà sociale; attraverso l'insegnamento, rivolto sistematicamente alle nuove leve, di tecniche e skillful modernizzanti; attraverso processi di omogeneizzazione culturale intesa come superamento dei particolarismi e delle discrepanze culturali; attraverso la proposta e la trasmissione di modelli di valore solidaristici e di azione finalizzata ad obiettivi comuni, che sostengono lo sviluppo di una concezione del mondo basata sulla priorità di orientamenti societari e pubblici tali da superare le visioni privatistico-familistiche ancora cosi diffuse nella società italiana» (20). Il terzo filone riguarda l'importanza dello sviluppo e dell'integrazione degli studi universitari e della cultura militare in Italia con la cultura «laica». Questo è quanto emerge da due articoli, uno del Prof. Virgilio Ilari, l'altro del Col. Carlo Jean, entrambi pubblicati sul n. 2/83 della Rivista Militare e provocati, per così dire, da un convegno organizzato dall'Istituto «Manlio Brosio» a Torino, sul tema: «Dove vanno gli studi strategici: militari, universitari e tecnici tra antagonismo e collaborazione». L'articolo del Prof. Ilari affronta il problema degli studi militari con un ampio respiro storico anche se è molto più che una «introduzione storica» come egli la considera, poiché oltre a definire un quadro analitico dello stato degli studi militari nell'ambito delle Forze Armate, delle università e degli istituti di studi e di ricerca strategico-militari, che dettagliatamente individua, perviene alla definizione di chiare linee di azione da seguire per un rilancio di un settore così delicato per l'organizzazione militare e per il Paese quali la «creazione di un dipartimento di scienze strategiche e militari in grado di 91
coordinare la ricerca e l'insegnamento della polemologia, della teoria politica della guerra e delle istituzioni militari, della storia, geografia, economia, sociologia militari, della scienza strategica e delle materie e specializzazioni affini (21). Il Col. Jean, invece, inquadra l'argomento sotto un approccio sociologico, e parte dal presupposto che la «diffidenza e il disinteresse del mondo accademico e, più in generale, della cultura dell'opinione pubblica nazionali nei confronti dei problemi strategico- militari, si sono notevolmente attenuati in Italia in questi ultimi anni». Tali mutamenti hanno provocato, in taluni settori, una maggiore apertura da parte delle Forze Armate nei confronti degli intellettuali e della cultura in generale. «Molti avvertivano sempre più chiaramente che il rinnovamento delle Forze Armate, indispensabile e non più dilazionabile, presupponeva un recupero culturale. Senza di esso non sarebbe stato possibile suscitare il consenso interno ed esterno, necessario il primo per la disciplina e la coesione dell'organismo militare, il secondo per un migliore inserimento delle Forze Armate nella società e per la presa in considerazione da parte dell'opinione pubblica e delle forze politiche delle esigenze e delle realtà dell'organismo militare». Tale mutato atteggiamento si è concretizzato in un moltiplicarsi di centri esterni di ricerche e di studi strategico-militari che hanno il pregio di diffondere la cultura militare nella società, premessa indispensabile per una più armonica collocazione delle Forze Armate nell 'ambito della comunità nazionale in quanto fornisce maggiore consapevolezza del ruolo della componente militare, delle sue realtà ed esigenze, delle possibili alternative e delle soluzioni prescelte e di migliorare e stimolare le Forze Armate ad un rilancio del pensiero militare al loro interno che costituisce, d'altro canto, condizione per lo sviluppo e per l'efficacia degli stessi centri esterni. «Le due culture si stimolano a vicenda. II fiorire di centri esterni in Italia deve servire da catalizzatore per il sorgere di istituti interni... Solo la collaborazione tra centri interni e centri esterni, ciascuno dei quali ha un proprio ruolo da svolgere, può avere effetti innovatori profondi e fecondi.» Così conclude il Col. Jean: «L'esperienza storica insegna che, come in tutti i settori anche in quello della difesa, i ritardi culturali si pagano in modo estremamente pesante. Essi possono essere superati solo con una collaborazione, rispettosa delle reciproche autonomie, fra i militari, gli studiosi e gli esperti civili. Non esiste incompatibilità di obiettivi di fondo. Forze Armate ed Università, ad e92
sempio, non sono due entità aventi vita propria. Sono entrambe al servizio della Nazione ... È necessario che cadano le prevenzioni sia da una parte che dall'altra. Solo così si potrà superare un periodo di sostanziale denazionalizzazione della cultura militare italiana ed anche di scolla mento fra indirizzo politico e indirizzo strategico-militare. Le istituzioni militari potranno costituire componente attiva del processo di rinnovamento e di consolidamento nazionale, svolgendo quel ruolo sociale che loro spetta e, al tempo stesso, trarne stimolo e vigore» (22).
Il biennio 1984-1985 Nel successivo biennio preso in considerazione, tra i numerosi articoli proposti, soltanto alcuni esaminano nuove problematiche o apportano dei concetti nuovi su temi già affrontati in numeri ed anni precedenti. Nella maggior parte dei casi si ribadisce l'attenzione su tematiche riguardanti le relazioni tra Forze Armate e società, la possibilità di avere un esercito di volontari, la droga, la donna soldato i Quadri e la loro formazione, tutti o quasi senza nuovi spunti rispetto agli articoli riguardanti gli stessi argomenti in precedenza o con angolazioni che non possono essere esaminate in questo lavoro perché prevalentemente di carattere storico o filosofico. Un aspetto interessante è la prospettiva di un esercito e delle Forze Armate nel Duemila. Il Gen. Cappuzzo cerca di andare al di là della presente situazione dell'organismo militare, individuando gli elementi che caratterizzeranno il futu ro. Tali sono le tendenze sempre più spinte all'internazionalizzazione, intesa come proiezione di ogni problema al di là dei limiti di ogni singolo Paese, la mitizzazione dell'elettronica nella ricerca di ogni possibile ausilio al lavoro ed all'impegno produttivo dell'uomo, l'esigenza insopprimibile dei valori di riferimento attraverso una interpretazione in chiave moderna degli stessi. Questi elementi comporteranno delle «sfide», sfida tecnologica e morale, alle quali l'uomo ed il militare dovranno rispondere in maniera tempestiva e consona alle esigenze per evitare il fallimento dell'istituzione militare e conseguentemente lo sfacelo del Paese (23). A tal fine è necessario, riagganciandoci agli articoli del Prof. Ilari e del Col. Jean (24), incoraggiare ed ampliare quel processo di diffusione della «cultura militare» che oggi, più che in passato attira la curiosità dell'opinione pubblica che 93
con più interesse e maggiore sensibilità, si accosta alle problematiche militari (25). Questo può essere definito un incoraggiante sintomo dell'emergere di un sentimento di identità nazionale. «Esso è la reazione di un popolo vitale, come quello italiano, al pericolo di cadere nel sottosviluppo, alla crisi, non solo economica, ma anche culturale, spirituale e istituzionale che sta attraversando e alla degradazione civile che sta conoscendo, con un rischio concreto di disgregazione della società e delle sue élites dirigenti. È sempre più evidente che l'unico modo di uscire dalle difficoltà attuali è una maggiore coesione nazionale, da cui deriverà anche una maggiore legittimazione del ruolo svolto dalle Forze Armate. Infatti, aumenterà la percezione degli interessi da difendere e della loro importanza(26). A questo processo di riappacificazione, senza dubbio, danno un grosso contributo sia gli interventi in occasione di catastrofi naturali, sia i consensi ricevuti dall'Italia per l'operazione Libano, sia l'intervento della Marina nel Golfo Persico, perché attraverso i giornali, la televisione, la radio e gli altri mezzi di comunicazione di massa che sono, così particolarmente attratti dalle tematiche militari, vi è una più valida partecipazione dell'opinione pubblica, del cittadino italiano alle trasformazioni in atto nel mondo con le «stellette». L'ultimo tema da trattare in questo biennio riguarda «l'obiezione di coscienza», complesso problema di libertà che contrappone due diritti: quello individuale e quello collettivo. Il primo è teso a soddisfare esigenze di ordine religioso, morale, filosofico ed anche politico del singolo cittadino che fa parte di una comunità il cui ordinamento positivo è in contrasto con quelle esigenze; il secondo è volto ad imporre al singolo un dovere che questi non solo non avverte, ma che rigetta per propria consapevolezza. Pertanto l'obiezione è un feno meno sociale mutevole nei significati, di diversa estensione nelle manifestazioni. «L'obiezione di coscienza al servizio militare - scrive il Col. Petruzzellis (27)- coinvolge la problematica relativa alla pace, alla guerra, al disarmo, all'antimilitarismo; congloba le sue sfumature: obiezione a vestire l'uniforme, a portare armi, ad addestrarsi al tiro, a combattere contro un determinato popolo etc.». L'ufficiale superiore nel prosieguo del suo articolo fa un'analisi di come questo fenomeno sia andato via via evolvendosi a partire dal1973 fino all984 e da tale analisi si nota che dal1979 si è avuta una notevole impennata dovuta
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essenzialmente all'emanazione della circolare del Ministero della D ifesa la quale stabilisce che scaduti i sei mesi di tempo che l'Amministrazione militare ha per esaminare la domanda ed inviare la risposta, ogni giorno che passa, va considerato come un giorno di servizio civile o servizio militare non armato svolto. L'articolo sullo stesso tema del Dott. Nocella (28) vede il problema alla luce, però, di una sentenza della Corte Costituzionale e di una decisione del Consiglio di Stato tendenti a portare chiarimenti sugU aspetti istituzionali della materia. Il Dott. Nocella, in parte rispondendo alle accusa lanciate all'Amm inistrazione della Difesa su presunti atteggiamenti dilatori, discriminatori o addirittura vessatori nei confronti dell'istituto dell'obiezione di coscienza, conclude il suo lavoro scrivendo che «l'Amministrazione della Difesa non ha mai inteso scoraggiare l'obiezione di coscienza. L'azione va però indirizzata verso l'abolizione di enti di comodo che utilizzano giovani che null'altro chiedono se non di restare vicino casa durante i venti mesi di servizio civile. Ciò offende la dignità di quanti invece perseguono con serietà di intenti programmi di lavoro ben delineati impiegando giovani motivati nella loro scelta. Il sacro dovere di difendere la Patria è un precetto costituzionale cui nessuno deve sottrarsi» (29). Con questo inno ispirato all'eguaglianza di ogni cittadino italiano, concludo il biennio '84/'85 per continuare e spostare l'analisi sui numeri più recenti del periodico dell'Esercito.
Il biennio 1986-1987 In questo periodo, soprattutto nell'anno 1987, ci sono ricchissimi spunti di carattere sociale che, però, vanno a toccare tema ti che già ampiamente dibattute. Due sono stati gli argomenti che sono balzati subito all'occhio per novità ed interesse. Si tratta del fenomeno «suicidio» che tanto scalpore ha destato durante il 1986 nell'opinione pubblica in seguito ad una massiccia opera denigratoria nei confronti delle Forze Armate, condotta da alcuni gruppi di pressione che hanno manipolato, con la complicità dei mezzi di comunicazione di massa, la passione delle masse amplificando fatti e notizie che qualche anno prima erano considerate di normale amministrazione e di cui si era parlato senza far gridare allo scandalo e del fenomeno <<AIDS» definito «la peste del 2000». 95
Il problema AID S
Questo argomento è trattato in un breve articolo di Piccinini (30) nel quale si riporta una intervista rilasciata dal Prof. F. Aiuti, cattedratico di Immunologia Clinica all'Ateneo di Roma e membro della Commissione Nazionale nella lotta contro l'AIDS, nella quale sono messi in evidenza le cause di contagio, alcune forme di prevenzione e i sintomi con cui tale malattia si presenta specificando bene che le caserme non costi tuiscono luogo a rischio e che la Sanità Militare dovrà comunque effettuare corsi di aggiornamento per tenersi pronta ad affrontare una situazione che si prevede drammatica nei prossimi anni. Il suicidio tra i militari
Ben più lunghi sono gli articol i sul «suicidio» scritti dal Gen. me. Melorio e dal Cap. me. Gigantino (31). Nel primo articolo l'Ufficiale generale affronta la tema ti ca in chiave storica, statistica, sociologica e psicologica delineando un quadro generale del problema, premessa indispensabile per la lettura del secondo articolo nel quale viene più specificamente esaminato il problema del suicidio fra i militari di leva. Il suicidio,« ... arto conclusivo di un complesso di disposizioni personalogiche, ambientali, socioculturali oltre che della convergenza di eventi frustranti , di sentimenti di colpa, di spinte espiatorie e di reazioni emotive vissute ipocriticamente con interpretazione catastrofica del vissuto è, per quanto sia un fatto individuale, legato alla situazione sociale in cui il soggetto è inserito». Più è forte l'integrazione nel gruppo familiare, am icale, cittadino, meno probabile è il comportamento suicidario. Nella società attuale, che poggia sempre più su criteri di vacui efficientismi, su ll'oggettualità della funzione molto più che sul vissuto della persona, sul dare-avere e non sull'essere, che pone a disposizione tutto della materialità e dell'effimero e poco o nulla dell'ideale, le personalità a debole strutturazione dell'Io poste di fronte ad eventi nocivi , esperimentano severe esperienze depressive con perdita di ogni speranza di essere uomini fel ici. Il fenomeno in ambito militare, ha dei «fattori rischio» specifici a causa del disadattamento nella collettività militare individuabili ne ll o sradicamento del giovane chiamato alle arm i da lla famiglia, dal gruppo amicale e più in generale dall'ambie nte ab ituale spesso vissuto come perdita della
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propria sicurezza; nella forzata convivenza con altri coetanei con la perdita di uno spazio privato e l'inserimento in un gruppo non scelto che ha determinate caratteristiche e regole peculiari; in una certa insensibilità da parte della leadership verso i problemi del singolo; nell'accumulo di problemi sentimentali, di studio o lavorativi collegati con la partenza per il servizio militare; nella crescente tiepidità della vocazione e delle motivazioni verso il servizio militare di leva; nella eventuale riattivazione di dinamiche relazionali conflittuali dovute ad atteggiamenti particolari dei commilitoni. Quest'ultimo fattore di rischio più comunemente individuabile nel «nonnismo», può e deve essere combattuto, come afferma il Gen. Innecco, agendo sulle cause reali che provocano ogni degenerazione patologica, e precisamente «... trattare senza alcuna indulgenza con il Regolamento di Disciplina ed il Codice, quando necessario, gli abusi dei pochi, e facilmente individuabili, sadici per tendenza, sollecitando a tale proposito la collaborazione dei potenziali obiettivi del nonnismo, accentuandone la consapevolezza del diritto al rispetto e alla salvaguardia della propria dignità; combattere la noia, le iterazioni addestrati ve e soprattutto le ridondanze spesse non giustificate nei servizi di guardia specie quando espressi in lunghe e ottundenti stazioni in garitta ... ; perseguire, come ormai si sta facendo da anni, il costante miglioramento delle condizioni di accasermamento dei reparti» (32). A proposito di quest'ultimo punto, a titolo di informazione, è opportuno ricordare che sono apparsi due articoli sulla Rivista Militare durante il 1987 (33). Riprendendo il discorso sul «suicidio» la Sanità Militare ha approntato strumenti e strutture preventive che devono essere rese sempre più efficienti da una migliore e più approfondita utilizzazione delle stesse. «La nostra attività, concludono gli Ufficiali medici , sarà sempre più intensificata nella prevenzione, sia per quanto riguarda la diagnostica precoce dei soggetti a rischio, sia per ridurre i fattori di rischio specifici. Sarà necessario operare con una comprensione sempre maggiore e con una disponibilità sempre più autentica verso le problematiche personali dei giovani a noi affidati e con l'ottimizzazione dei rapporti interrelazionali» (34). Con la certezza che alcuni temi appena accennati in questi anni troveranno in un futuro prossimo largo spazio di trattazione e di sviluppo all'interno di una Rivista Militare, sì specializzata, ma aperta a molte istanze di una società dinamica in continua evoluzione conclu-
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do questo ultimo capitolo con la difficile «quantizzazione» (al contrario dei capitoli precedenti) degli argomenti sociali trattati nel sottoperiodo 197911987. Difficile perché, oltre allo straordinario numero di articoli, vi è una varietà di tematiche non sempre facilmente riconducibili o assoggettabili a precisi filoni specie per quel che riguarda scritti di carattere generale. Il tema della «formazione dei Quadri» e i problemi ad esso connessi, vengono trattati in questo arco di tempo in ben diciassette articoli con una incidenza su un totale di ottantanove articoli del 19,1%, mentre vi sono dieci scritti sulla dicotomia tra «esercito di leva ed esercito volontario» e su argomenti inerenti alla chiamata alle armi che percentualmente ammontano all'li ,2%. Gli articoli scritti su temi di carattere generale quali «Esercito e Societ<i>>, «integrazione culturale» ammontano a venti con la maggiore incidenza nel sotto-periodo considerato pari al22,5%. Su problemi specifici quali la «droga», «l'obiezione di coscienza», «la donna-soldato», «il suicidio» vi sono rispettivamente cinque, sette, sette e due articoli tutti variamente dislocati nel tempo contrariamente ai quattro spunti sull'intervento dell'Esercito a favore delle popolazioni colpite dal terremoto nel 1980, che investono, invece, un breve arco di tempo. Questi sono stati gli argomenti più fre quentemente ricorrentn e trattati in questo capitolo anche se non bisogna dimenticare che compaiono quattro articoli di carattere tecnico sulla sociologia militare e altri su temi trattati sporadicamente da questo o quell'autore che non potevano essere presi in considerazione in questo lavoro per la piccolissima incidenza che avrebbero avuto su un campione di lavoro così ampio.
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NOTE BIBLIOGRAFICHE (l) L POLI, «Professione militare negli anni ottanta», in Rivista Militare n.
1/80, pagg. 4-11. (2) U.K., «Consapevolezza e partecipazione: il regolamento di attuazione della rappresentanza militare», in Rivista Militare n. 1180, pag. 33. (3) Relazione del Sen. De Zan, «Atti parlamentari. Senato della Repubblica», 8731 A. (4) Cfr. Sen. De Zan, op. cit. (5) G. CORSTNI, «La durata della ferma di leva», in Rivista Militare n. 4180, pag. 41. (6) G. CORSINI, «Quale reclutamento?», in Rivista Militare n. 6180, pagg. 17-26. (7) E. MELORIO, «Ii tossicodipendente e il servizio militare», in Rivista Militare n. 5179, pagg. 49-61. F. GENTILE, M. FERRANTI, «L'azione antinarcotici nell'Esercito», in Rivista Militare n. 6179, pagg. 91-96. (8) A. ASSENZA, «Una metodologia per la formazione manageriale», in Rivista Militare n. 1181, pag. 81. M. LAURO, «Il lavoro di gruppo», in Rivista Militare n. 5181, pag. 65. (9) E. RAMBALDI, «L'Esercito nella società di oggi», in Rivista Militare n. 1/81, pagg. 2-8. (10) V.BERNARD, «Allarme: emergenza terremoto ... e l'armata intervenne», in Rivista Militare n. 2181 , pag. 11. (li) U. CAPPUZZO, «Tra focolare e campo di Marte», in Rivista M1litare n. 6/82, pagg. 2-6. (12) M.R. SAULLE, «Il servizio militare femminile e le convenzioni internazionali», io Rivista Militare n. 3/81 , pagg. 89 segg .. F. MINI, «Soldato "Joe" e soldato "Jane"», in Rivista Militare n. 3183, pag. 37. (13) F. MINI, op. cit. (14) D. TRIA, «Radiografia di tre tipi di dirigenti: militare, industriale e statale», in Rivista Militare o. 2182, pag. 65. (15) A. SIGNORE, «Riconoscimento giuridico degli studi accademici», in Rivista M1litare n. 1182, pag. 93. (16) D. TRIA, op. cit. (17) F. STEFANI, «Esercito di leva strumento costituzionale della difesa», in Rivista Militare n. 6182, pag. 15. (18) U. CAPPUZZO, «Esercito di leva ed esercito di mestiere», in Rivista Militare n. 6183, pag. 2. (19) U . CAPPUZZO, op. cit. (20) G. SERTORIO, Forze Armate, Burocrazia, Società. Nota introduttiva alla situazione italiana, cit., pagg. 121-122. (21) V. ILARI, «Gli studi militari in Italia», in Rivista M1litare n. 2183, pag. 13. (22) C. JEAN, «La cultura militare nazionale», in Rivista Militare n. 2/83, pag. 27. (23) U. CAPPUZZO, «L'Esercito nella prospettiva del2000», in Rivista Militare n. 5184, pag. 2. (24) V. ILARI, op. cit.. C. JEAN, op. cit. 99
(25) G. MINGOLI, «La pubblica opinione si interessa ai problemi della difesa?», in Rivista Militare n. 2/85, pag. 27. (26) C. JEAN, «Le istituzioni militari neiJa crisi della società del benessere», in Rivista Militare n. 2/85, pagg. 90 segg. (27) G. PETRUZZELLIS, «L'obiezione di coscienza al servizio militare», in Rivista Militare n. 6/84, pagg. 129 segg. (28) A. NOCELLA, «L'obiezione di coscienza», in Rivista Militare n. 6185, pag. 121. (29) Cfr. A. NOCELLA, op.cit., pag. 126. (30) F. PICCININI, «AIDS, il male del secolo», in Riviste? Militare n. 3/87, pagg. 90 segg. (31) E. MELORIO, «Il suicidio», in Rivista Militare n. 6181, pag. 102. E. MELORIO, M. G IGANTINO, «Il suicidio tra i giovani di leva», io Rivista Militare n. 6181, pag. 114. (32) L. INNECCO, «Nonnismo: fìsiologia o patologia», in Rivista Militare n. 6186. pag. 60. (33) AA.VV., «La caserma quale centro di i n teresse e soci~lizzaziooe». in Rivista Militare n. 1181, pag. 94. G. STEFANON, «La caserma college», in Rivista Militare n. 4/87, pag. 98. (34) Cfr. E. MELORIO, M. G IGANTINO, op.cit.
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CONCLUSIONI Al termine di una attenta e particolareggiata disamina di un così lungo periodo che ha visto la crescita graduale e difficile di una repubblica democratica, in un Paese, quale il nostro, che oltre ad uscire da una condizione politica dittatoriale, veniva fuori stremato da un disastroso conflitto mondiale, si possono tracciare, in modo generale, alcune linee conduttrici che hanno consentito alla Rivista Militare di stare, più o meno, al passo con gli eventi sociali succedutisi nel tempo. Come era ovvio i primi anni del dopoguerra non potevano che riguardare temi e problemi inerenti alla «ricostruzione» in ogni campo, da quello politico e sociale a quello economico e militare, e la «democratizzazione» soprattutto delle Forze Armate, fino ad allora rimaste chiuse ed ancorate in un loro mondo. Dall'intensità numerica dei vari articoli, si nota che, nei periodi di relativa calma, prima metà degli anni '50 e primi anni del '60 e '70, nei quali non si conoscono precisamente gli effetti del notevole incremento economico e della crisi, c'è uno scarso interesse ai problemi sociali e le rare volte che si incontra qualche scritto avente tale sapore, riguarda argomenti di carattere generale, che male e per nulla si attaglia alla situazione contingente. La stessa cosa non è possibile dire dalla fine degli anni '60 ai nostri giorni dove, invece, i vari articolisti, militari e non, cercano di individuare e sviluppare tutti gli aspetti dei vari fenomeni sociali, che in qualche modo hanno delle attinenze con il mondo militare. Naturalmente, nei primi anni '70, ci si è sforzati di individuare la radice delle cause della «crisi di identità» dell'organizzazione mi litare e di dare risposte valide per la risoluzione della stessa, che hanno portato prima ad una serie di innovazioni organiche e strutturali all'interno delle Forze Armate e poi, alla più volte menzionata legge di «principio sulla disciplina militare», che ha segnato la base per un valido rilancio della funzione delle Forze Armate del Paese. La necessità di notevole diffusione degli studi e della cultura militari e i validi ed apprezzati interventi delle Forze Armate in ambito nazionale ed internazionale, unitamente alla più qualificata preparazione dei Quadri sono gli ingredienti utili per consolidare e garantire «credibilità». A mio avviso non è possibile muovere delle serie critiche all'impostazione che questa Rivista specializzata dell'Esercito ha dato alla pagina «sociologica», spe-
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cialmente in questi ultimi anni, anche se per alcuni argomenti e problemi non è stata molto tempestiva nell'analizzarli ed ha omesso di trattarne qualcuno in modo approfondito. Faccio, ad esempio, riferimento alle conseguenze che ha avuto l'approvazione della Legge sul divorzio sui Quadri o al ritardo di trattazione del problema obiezione di coscienza. Questi possono, pertanto, essere considerati solo dei suggerimenti intesi a migliorare in un prossimo futuro tale impostazione che trova pieni consensi all'interno ed all'esterno dell'istituzione militare e che contribuisce in maniera determinante a quel processo di diffusione della cultura militare al quale, poc'anzi, mi riferivo.
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106
INDICE
3
PREFAZIONE
11
INTRODUZIONE
13
CAPITOLO I Le tematiche sociali nella pubblicistica militare
13
Analisi degli articoli pubblicati su «Rivista Militare», 1945-1987, alla luce delle teorizzazioni della sociologia militare
21
Note bibliografiche
23
CAPITOLO II D periodo deiJa ricostruzione politica, sociale ed economica italiana nelle pagine della Rivista Militare: 1945-1950/ 1951-1959
23
Cenni sulle vicende socio-politiche ed economiche dal termine del conflitto a tutti gli anni '50
38
Note bibliografiche
41
CAPITOLO III Gli anni dello sviluppo e del cambiamento fino al 1969
41
L'evoluzione politico-sociale: il «boom economico»
45
L'evoluzione delle Forze Armate e la loro proiezione all'esterno. Il rapporto Forze Armate-società negli anni sessanta
55
Note bibliografiche
57
CAPITOLO IV I difficili anni '70
57
L'autunno caldo e gli anni della strategia della tensione
63
Le difficoltà della società civile riflesse sulle Forze Armate. Il dibattito interno
77
Note bibliografiche
79
CAPITOLO V Le problematiche sociali più recenti. I nuovi compiti dell'Esercito, la professionalità militare, la riforma del servizio di leva. Dal 1979 ad oggi
79
Il biennio 1979-1980
86
Il triennio 1981-1982-1983
93
Il biennio 1984-1985
95
Il biennio 1986-1987
99
Note bibliografiche
101
CONCLUSIONI
103
BIBLIOGRAFIA
Finito di stampare nel maggio 1990 nello stabilimento d'arti grafiche Gius. Laterza & Figli, Bari