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POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE VOL III TOMO I (PARTE SECONDA)

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(parte seconda)


STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO

MARIO MONTANARI

POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

VOLUME III IL PERIODO FASCISTA

TOMO I (parte seconda) LE GUERRE DEGLI ANNI TRENTA

ROMA

2005


PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Tutti i diritti riservati Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione © 2005 Copyright: by Stato Magg iore Esercito Ufficio Storico


PRESENTAZIONE li presente volume, il terzo della ponderosa opera alla quale da tempo si è accinto l'autore, rappresenta verosimilmente la p,arte più difficile dell'intera rassegna in quanto prende in esame quei 20 anni intercorsi fra il 1919 ed il 1939 che, sia sul piano internazionale ma anche per quanto riguardava in particolare il nostro Paese, furono densi di avvenimenti la cui proiezione nel tempo, all'epoca, sarebbe stata difficilmente ipotizzabile nei termini nei quali si sarebbe poi effettivamente manifestata. La fine della la guena mondiale, ancorché preludere ad una fase di distensione, risultò gravida di problemi nell'ambito politico e militare che trovarono la loro masima espressione nell'atteggiamento sedizioso di buona pa11e dell'Esercito e della Marina in occasione della spedizione dannunziana su Fiume, e soprattutto nell' ascesa al potere del fascismo, con la conseguente decisione di una politica di espansione coloniale a carattere imperialistico. Questa avrebbe trnvato il suo epilogo nella campagna italo-etiopica ( 1935-1936), esaminata dall'autore con grande competenza nei suoi molteplici aspetti, non solo quelli più propriamente militari, ma anche in un quadro geo-strategico di vasto respiro. La stessa metodologia è stata impiegata nella trattazione della guerra civile spagnola, sviluppatasi fra il 1936 ed il 1939, anch'essa corredata eia considerazioni conclusive di notevole brillanza per originalità e capacità di analisi critica. li volume si conclude con una rassegna sulla situazione militare dell'Italia nel 1939, con specifico riferimento alla efficienza dello strumento bellico ed agli orientamenti operativi, presentata con la chiarezza argomentativa tipica del generale Montanari che confem1a, anche in questa onerosa parte della sua opera, le proprie doti di saggista storico e cli affermato esperto di questioni politico-strategiche.

IL CAPO DELL'UFFICIO STORICO

Col Massimo MULTARl


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INDICE GENERALE Parte terza. L'intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) Cap. VI Il momento storico l. Il quadro europeo nell'estate 1936 ................................................ Pag. 411

2. L'insurrezione militare in Spagna ..................................................

»

426

Cap. VII La decisione dell'intervento italiano

1. I primi interventi internazionali e il Comitato di Londra....... Pag. 443 2. L'operazione OMS (Oltremare Spagna) ......................................

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464

Cap. VIII Ul partecipazione italiana alle operazioni I. Il CTV da Malaga a Guadalajara (gen. Roana) ........................ Pag. 485

2. Il CTV da Bilbao a Santander (gen. Bastico) ............................ 3. Il CTV da Temei all'Ebro (gen. Berti) .........................................

»

525 559

4. Il CTV nella fase finale della guerra (gen. Gambara) ............

»

601

»

Cap. IX Considerazioni conclusive 1. La vittoria militare ............................................................................... Pag. 623

2. La vittoria politica .......................... .... ...............................................

»

642

Parte quarta. L'Italia nel 1939 Cap. X L'occupazione dell 'Albania

1. La questione albanese ......................................................................... Pag. 653 2. L'operazione. OMT (Oltrexnare 'Tirana) ....................................... » 669 3. Considerazioni sull'operazione OMT .............................,.............

» ·

684

Cap. XI Il Pauo d'Acciaio

1. I preliminari ............................................................................................ Pag. 695 2. La fama del Patto d'Acciaio............................................................

»

714

3. La crisi d'agos to ...................................................................................

>>

729

Cap. XII La situazione militare dell'Italia 1. L'efficienza dello suumento militare ............................................ Pag. 749

2. I contatti militari fra Italia e Germania ........................................

»

773

3. L'indirizzo operativo nel 1939 ........................................................

»

792

Indice dei nomi ....................................................................................................... Pag. 813


Parte terza. L'intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) Cap. VI Il momento storico

1. Il quadro ew-opeo nell'estate 1936 ................................................ Pag. 411 2. L' insurrezione militare in Spagna ..................................................

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426

Cap. VU La decisione dell'intervento italiano

1. I primi interventi internazionali e il Comitato di Londra ....... Pag. 443 2. L'operazione OMS (Oltremare Spagna) ...................................... » 464 Cap. VIII La partecipazione italiana alle operazioni I. Il CTV da Malaga a Guadalajara (gen. Roatta) ........................ Pag. 485 525

2. Il CTV da Bilbao a Santander (gen. Bastico) ............................ 3. 11 CTV da Teruel all'Ebro (gen. Berti) ........................................ .

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559

4. Il CTV nella fase finale della guerra (gen. Gambara) ............

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Cap. IX Considerazioni conclusive

1. La vittoria militare ............................................................................... Pag. 623 2. La vittoria politica ................................................................................

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642

Parte quarta. L'Italia nel 1939 Cap. X L'occupazione dell'Albania 1. La questione albanese ......................................................................... Pag. 653 2. L'operazione OMT (Oltremare Tirana) .......................................

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3. Considerazioni sull'operazione OMT ............................ ,.............

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Cap. XI ll Palto d'Acciaio I. I preliminari ............................................................................................ Pag. 695 2 . La firma del Patto d 'Acciaio ............................................................

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714

3 . L a crisi d'agosto ...................................................................................

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Cap. XII La situazione militare dell'Italia 1. L'efficienza dello strumento militare ............................................ Pag. 749

2. I contatti militari fra Italia e Germania ........................................

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3. L'indirizzo operativo nel 1939 ........................................................

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Indice dei nomi ....................................................................................................... Pag. 813


Parte terza

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936- 1939)


Capitolo VI IL MOMENTO STORICO 1. lL QUADRO EUROPEO NELL'ESTATE 1936

La conclusione della guerra italo-etiopica consentì alle Grandi Potenze europee un sospiro di sollievo per la caduta dei molti timori provocati daJla crisi. L'aspetto più grave, in verità, rimase quello del fallimento della Società delle Nazioni. La Lega, che già nel 1932-33 non aveva brillato per decisione e per efficienza, si era mostrata assolutamente incapace di affrontare sfide aperte, e questo in primo luogo perché non sorretta in modo concreto dalle Potenze tutelari, Francia ed Inghilterra. Se difatti buona parte della responsabilità di aver compromesso il sistema di sicurezza europeo poteva essere addebitato all'iniziativa di Mussolini contro un altro Stato della Lega ed all'attivo revisionismo di Hitler, il rimanente era da ascriversi alla rigidità dell'antirevisionismo francese ed alla politica dell' appeasement britannica, in particolare nei riguardi della Germania. Sta di fatto che il 10 luglio 1936 Olanda, Spagna e Svizzera ed i quattro paesi scandinavi dichiararono che per l'avvenire non avrebbero più partecipato ad alcun genere di sanzioni. I paesi, poi, dell'Europa centrorientale, considerando che la Francia non si era mossa per la questione renana, che più direttamente la riguardava, stimarono del tutto improbabile che essa, in un domani, si muovesse contro la formidabi le linea fortificata che la Germania stava costruendo in fretta a ridosso della sua frontiera con la Francia. Cosicché, avendo in pratica Hitler acquistato libertà d'azione ad oriente, detti paesi abbandonarono in massa il sistema collettivo di sicurezza e cercarono alleanze per proprio conto, specie còn Germania ed Italia. All'inizio dell'estate 1936 le Grandi Potenze fecero il punto della situazione per quanto le riguardava. Ciascuna aveva di che pensare. La Francia aveva registrato in quegli ultimi mesi un succedersi di delusioni e di motivi di irritazione. Aveva visto la Gran Bretagna avvicinarsi'alla Germania con un accordo navale che violava sfacciatamente il trattato di Versailles, sen:La nemmeno farsi scrupolo di consultarsi con Parigi; l'amicizia con l'Italia, derivante dagli accordi Mussolini-Lavai del gennaio 1935, era praticamente sfumata; il patto con l'Unione Sovietica, che poteva offrire una valida garanzia contro un 'aggressione tedesca, era res pinto dalla maggioranza dei francesi per la paura provocata dal bolscevismo. Così la Francia si era vista sola quando le truppe tedesche erano entrate in Renania. Di questa debolezza in politica estera risentì enormemente la battaglia elettorale della primavera del 1936 fra una destra filofascista e antitedesca ed una sinistra rivoluzionaria.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

La gravissima aggressione a Léon Blum, il leader socialista, ad opera di fanatici dell'Actionfrançaise e dei Camelots du Roi finì per consentire la vittoria del Fmnt populaire alle elezioni del 3 maggio. Peraltro, poiché il mandato della vecchia Camera scadeva a fine mese, il nuovo governo non poteva entrare in carica sino ai primi di giugno. Eccitati dal successo, gli operai bruscamente iniziarono allora una serie di scioperi e di occupazioni di fabbriche senza precedenti, con il risultato di minacciare la paralisi dell'intero paese. Il 3 giugno si contavano circa due milioni di scioperanti, al punto che il presidente della repubblica, Lebrun, arrivò a ventilare le proprie dimissioni se la calma non fosse stata ripristinata. Il nuovo governo, composto essenzialmente da radicali e socialisti, presentato da Léon Blum alle Camere il 6 giugno, ad onta della larghissima maggioranza che lo sosteneva e che gli concesse fiducia, si mostrò subito debole, incerto, privo di v igore. I comunisti avevano promesso il loro appoggio ma rifiutato di parteciparvi, convinti com'erano che i «borghesi» radical-socialisti non avrebbero avuto la forza di apportare mutamenti sostanziali in campo sociale né in campo economico, talché il loro fallimento avrebbe spinto il proletariato in massa nelle braccia del comunismo 1• Paul Reynaud commenterà: «Verso nessun governo, verso nessun presidente del Consiglio gli operai sono mai stati così duri» 2• Lo stato dell'economia continuava a suscitare molti timori, la fuga dei capitali si faceva preoccupante, la svalutazione del franco incombeva, la disoccupazione era in crescita. Davanti a questo stato di cose, Blum «dubitava di se stesso, non si giudicava all'altezza della situazione e dichiarava francamente in pubblico la sua insufficienza» 3• Ma, più di tutto, la presenza armata tedesca in Renania generava serie apprensioni sia al Quai d'Orsay sia negli ambienti militari. In siffatte contingenze, nonostante le ovvie scarse·simpatie per il governo fascista, gli interessi della pace e della sicurezza rendevano Blum incline ad un patto mediterraneo che unisse l'Italia alle due Grandi Potenze occidentali contro la Germania. L'obiettivo di un patto del genere era da tempo perseguito dalla Francia, al fine di realizzare una tranquillità in questo settore, turbato prima dall'impresa italiana in Africa orientale e poi dalla sottile politica espansionistica tedesca nei Balcani. Per l'appunto, i segni di un avvicinamento fra Italia e Germania reso significativo dal!' accordo austro-tedesco dell' 11 luglio, avvenuto con il beneplacito di Mussolini - e quelli del superamento della crisi nei rapporti fra Italia e Gran Bretagna, non potev~no tranquillizzare la Francia, che temeva di

' W.L. SHIRER, La caduta della Francia cit., pp. 326-334. Memorie, Cappelli, Bologna l 964, li, p. 48. L' Il giugno il numero degli scioperanti era salito a quasi due milioni e Trockij, dalla Norvegia, ove si era rifugiaw, affermò che «la rivoluzione francese era iniziata» ed incitò gli operai a rovesciare i loro «oppressori», fra i quali comprendeva Blum, in quanto socialista (W.L. SH JRER, La caduta della Francia cit., p. 338). ' W.L. SHJRER, La caduta della Francia cit., 330. ' PAUL REYNAUD,


IL MOMENTO STORICO

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rimanere isolata. È certo che il governo francese non riscuoteva di molto credito agli occhi inglesi. A prescindere dall'ambiguità della politica estera tenuta da Lavai, l'instabilità della situazione interna non dava affidamento e l'affermazione del Front Populaire non suscitava simpatie, in pa:tticolare tenendo presente la visibilmente inquieta situazione esistente a sud dei Pirenei 1• La Gran Bretagna riconosceva la convenienza di ristabilire normali rapporti con l'Italia ed anche di intavolare negoziati per un 'intesa limitata alle questioni europee, tuttavia rifiutava categoricamente di prendere in considerazione qualsiasi patto mediterraneo, fosse esso di carattere generale o, peggio, bilaterale. Eden restava il principale oppositore della politica mussoliniana. Nelle sue memorie volle spiegare le diffidenze che nutriva nei confronti del Duce ed il suo atteggiamento negativo verso coloro che sostenevano l'utilità di qualche concessione da parte inglese perché certo sarebbe stata ricambiata con grande giovamento nelle relazioni fra i due paesi: «Io avevo poca fiducia che le cose sarebbero andate così - scrisse - perché il ragionamento mi sembrava fondato su una interpretazione sbagliata del carattere di Mussoli ni . Per me questi era un opportunista duro e scaltro, che avrebbe considerato le concessioni come un segno di debolezza e che non si curava affatto dei principi della Lega e del fronte di Stresa. Si sarebbe gettato da qualunque parte sembrasse offrirgli vantaggi più grossi. Non potevamo, per ragioni morali e pratiche, entrare in una si mile competizione o offrirgli il bottino che cercava; era quindi inevitabile che Hitler e Mussol.ini si avvicinassero l'uno all'altro. Il Duce aveva fatto la s ua scelta fra l'avveniura africana e la stabilità europea ( ...). Ritenevo quindi che il nostro atteggiamento verso Roma dovesse consistere in caute avances. Dovevamo dar prova di buona volontà, ma non cedere sugli interessi vitali, né contare sul rispetto del fascismo per le sue promesse quando q ueste avessero cessato di fargli comodo»'.

Si può riconoscere molta verità nell'analisi del personaggio e concordare sull'apprezzamento finale che ogni accordo avrebbe assunto per Mussolini più o meno il valore di un armistizio 3, tuttavia sembra attendibile l'affermazione di Grandi, che sino al 1940 il governo inglese in fondo non trascurò mai di cercare una via d'intesa con quello italiano 4. Il che non contrastava con le preoccupazioni destate dalla politica di Mussolini. Il punto era che la conquista italiana dell'Etiopia aveva non soltanto creato una minaccia alla sicurezza delle comunicazioni imperiali ed alla stabilità dei rapporti con gli Stati dell'area Mediterraneo-Mar Rosso, ma altresì gravemente intaccato il prestigio britannico in Medio Oriente. Né risultava che qualsiasi tipo di intesa o patto stipulato con il governo fascista sarebbe stato probabilmente

' PAOLA BRUNDU O LLA, L'equilibrio difficile. Gran Bretagna, Italia e Francia nel Mediterraneo (1930-1937), Giuffré, Milano 1980, pp. 222-224. 'A. EDEN, Memorie CÌL, I, Il. 532. . ' R. DE FELICE, Mussolini il duce c it., 11, n. 348. ' lbidem, p. 350.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGN A (1936-1939)

interpretato, in quella sensibilissima area, come una implicita ammissione di impotenza. Sul piano pratico, poi, era inevitabile che un accordo medite1Taneo comportasse qualche limitazione al riarmo, cosa che le autorità militari britanniche non intendevano accettare, venendo in ballo la difesa del! 'Egitto e delle posizioni nel Mediterraneo. Né il Foreign Office accolse la proposta francogreco-turca di un patto che comprendesse anche l'Italia e la Jugoslavia, in quanto, tenendo conto delle carenze difensive delle minori Potenze mediterranee, la Gran Bretagna rischiava di trovarsi invischiata in impegni supplementari e non desiderati. Senza parlare, infine, di un accordo che andasse contro l'Italia, giacché avrebbe costituito la spinta decisiva per indurre Mussolini a mettersi a fianco della Germania. Nessuna meraviglia, dunque, se il Consiglio di Difesa Imperiale volgeva la mente a1 probabile, e adesso davvero temibile, scontro frontale con l'Italia 1• L'8 luglio i capi di Stato Maggiore britannici trasmisero al Foreign Office una memoria sul valore strategico da essi attribuito alle alleanze militari britanniche nei confronti della Gennania e le implicazioni di un possibile Anschluss. Lo studio, chiesto dal Foreign Office sin dall' anno precedente, abbracciò l'intero panorama strategico e si concluse affermando che la Gran Bretagra non era in grado di affrontare contemporaneamente i pericoli giapponese, tedesco e italiano. Inoltre indicò come il più probabile casus belli, fra tutte le prevedibili crisi inclivid uabili nel prossimo futuro, per l'appunto l 'Anschluss austriaco. Stranamente i capi di Stato Maggiore consigliarono vivamente di non intervenire nella questione e, ancor più stranamente, non Spiegarono tale suggerimento 2. Ad ogni modo la firma del trattato anglo-egiziano del 26 agosto 1936 assicurava al governo britannico un netto miglioramento sul piano strategico. Il trattato, infatti, sanciva fra l'altro l'indipendenza politica dell'Egitto, una forma di governo congiunto sul Sudan con un governatore inglese ed un'alleanza militare. La Gran Bretagna ritirava le sue guarnigioni dall'interno del paese, ma era autorizzata a tenere nella zona del canale di Suez una forza non superiore ai 10 mila uomini. In caso, di guerra l'Egitto si impegnava a consentire alla Gran Bretagna la disponibilità di tutti i suoi porti ed aeroporti, nonché dei mezzi di comunicazione 3• L'Unione Sovietica si teneva alquanto in disparte, limitandosi ad una linea di assoluta aderenza al Covenant, poco fidandosi degli accordi stretti con Francia e Polonia. Il motivo di questa cautela risiedeva anzitutto nelle sue condizioni interne.

' R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit. , pp. 281 -286. Sulla queslione med itc,rnnea nella primavera-estate 1936 cfr. P. BRUNDU-OLLA, L'equilibr~a difficile cit., pp. 69 pp. 98. 2 R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 296. ' BRUNO AGUETI1, L'Egitto dagli avvenimenti del i 882 ai giami nostri, Istituto per l'Oriente, Roma 1965, pp. 62-93.


JL MOMENTO STORICO

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«Negli anni Trenta si assistette all'emergere di un nuovo importante fattore sulla scena internazionale: l'opinione pubblica mondiale filosovietica» 1, talché agli occhi di tanti intellettuali occidentali il primo piano quinquennale sovietico, a confronto con la crisi economica che squassava l'Occidente, divenne la dimostrazione della bontà del sistema economico comunista. La realtà era invece assai diversa e la tragica collettivazione forzata (1930-1934) ebbe un bilancio drammatico. Ma, a parte ciò Stalin era impegnato nel consolidamento del proprio potere. L'assassinio di Sergej Kirov, avvenuto il 1° dicembre 1934, dette il via ai grandi processi contro gli esponenti del partito, dell'esercito, dello Stato. In quel periodo, dunque, Stalin concentrava l'attenzione sui problemi interni. Inoltre, pur tenendo le redini decisionali, evitava di proposito di incontrare ufficialmente i diplomatici ,esteri, quasi pensando di aver così maggior campo di eventuale disimpegno. In politica estera seguiva un principio fondamentale: nel caso di una guerra di grosse dimensioni, l'Unione Sovietica doveva essere l'ultima Potenza ad entrare in campo. È caratteristico il modo con il quale Stalin trattò i quattro eventi più significativi del 1935-1936 prima dell' incendio spagnolo. Nell'estate-autunno 1935 la penetrazione giapponese in Mongolia apparve preoccupante a causa dei numerosi scontri di frontiera, ma Stalin - pur prendendo concrete misure militari - volle essere conciliante: riconobbe lo Stato del Manciukuò e cedette i diritti sovietici sulla ferrovia orientale cinese. In compenso invitò i comurusti cinesi a battersi con ogni mezzo contro l'invasione dell ' armata giapponese del Kuantung nelle cinque province cinesi del nord. Nell'ottobre 1935 l'Italia attaccò l'Etiopia: in quel caso Litvinov, commissario agli Esteri, si schierò, a Ginevra, nettamente a sostegno dell'intervento della Società delle Nazioni, facendo appello alla sicurezza collettiva. Nel marzo 1936, quando Hitler fece occupare militannente la Renania, nessuna protesta significativa venne da Mosca. La Germania costituiva il grosso problema sovietico: «Dobbiamo giungere ad un accordo con una Potenza superiore qual' è la Germania nazional-socialista» avrebbe detto Stalin a Ezov 2• Infine, sempre nel marzo 1936, con un protocollo di mutua assistenza stipulato con la Mongolia esterna, ammonì il Giappone sulle conseguenze di vasta portata che un attacco IÙpponico contro la Mongolia avrebbe provocato. La Germania risultava, sembra ombra di dubbio, il paese più compatto politicamente e spiritualmente. La Weltausch.aung aveva trovato facile presa sul popolo tedesco dopo i tremendi anni del dopoguerra e la debolezza della repubblica di Weimar, ed il regime nazional-socialista godeva effettivamente di una solidissima base nella nazione.

1 MIKMAIL GELLE E ALEKSANDR NEKRJé; Storia dell'U.R.S.S. dal 1917 a oggi. L'utopia al potere, Rizzoli, Milano 1984, p. 291. 'Ibidem, p. 357. Cfr. WALTER G. KR1vrrsK1, Sono staro ageme di Stalin, Mondadori , Milano 1940, p. 48.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Tuttavia, a ben guardare, proprio l'elemento principale della sua forza, quello che teneva in apprensione i vicini, la Wehrmacht, presentava non lievi scompensi, in primo luogo nell'esercito. Il numero di 36 divisioni in tempo di pace, stabilito nell'ambito dell'annunciato riarmo, era stato deciso da Hitler senza un qualunque riferimento ad ipotesi organiche o strategiche, senza interpellare i vertici militari. Cosicché, è pur vero che l'autonomia della difesa, della Germania, la Deutsche Wehrhoheit, era stata gradit.issirna alle forze armate tedesche, ma il «dono» delle 36 divisioni causò un notevole imbarazzo nell'esercito, in quanto comportava necessariamente «un periodo di pace e di tranquillità per digerire quel pasto da serpente boa, in fatto di uomini e di organizzazione, che era stato costretto a consumare» 1• Insomma, non è esagerato affermare che il periodo di transizione 1935-1937 fu il momento di maggiore debolezza della Wehrmacht. Hitler invece aveva fretta. Perciò, sempre pronto ad approfittare delle circostanze, e nonostante le apprensioni dei generali, aveva rioccupato la zona snùlitarizzata della Renania. La vittoria politica sul piano internazionale radicò in Hitler la persuasione che anche in futuro Francia ed Inghilterra potessero essere ricattate con la minaccia di una guerra, beninteso una minaccia suffragata da un gesto di forza, e rafforzò in lui la fiducia nelle proprie intuizioni, ben superiori ai dubbi ed alla pusillanimità dei tecnici, diplomatici o militari che fossero. Ma il successo maggiore per Hitler si veri-ficò sul piano psicologico. I generali tedeschi, chiamati per la prima volta alla prova, dovettero riconoscere che l'analisi e la valutazione degli elementi del problema politico-militare fatta dal Fi.ihrer si era dimostrata più rispondente di quella da essi compiuta per il problema strategico. Da allora «i generali protestarono con sempre minor sicurezza e col crescente ed allarmante timore che lui avesse ragione e loro torto» 2• Tale stato di soggezione psicologica si accentuerà, per gli stessi motivi, dopo l'invasione della Cecoslovacchia nel l.938 e, in massimo grado, dopo lo sfondamento del fronte francese a Sedan nel 1940, voluto da Hitler a sostegno del piano del generale von Manstein e contro il parere dell'Oberkommando der Wehrmacht. In tema di politica estera, il «programma» generico di Hitler prevedeva in primo luogo il predominio su tutta l'Europa centrale. A tal fine considerava fondamentale puntare su un accordo con la Gran Breta gna che, appunto garantendolo ad occidente, gli consentisse il raggiungimento del!' obiettivo e, finché pensò di avere ragionevoli speranze circa la vaiidità d i questa carta, non dette molto valore alla collaborazione dell' Italia, come d imostrato dall'ambiguo atteggiamento tenuto durante la guerra d'Abissinia. Fu nell 'estate ciel 1936 che Hitler si orientò in concreto verso una graduale espansione tedesca verso est e sud-est, da realizzare con uno strumento militare

' JOHN w. WHEELER-BENNET, La nemesi del potere, Feltrinelli, Mi lano 1957, p. 391. ' Ibidem, pp. 400-40 I.


IL MOMENTO STORICO

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in corso di perfezionamento e con Blitzkriege localizzati. Il contrasto di fondo esistente fra Londra e Roma lo costrinse a stabilire una priorità e allora decise di consolidare il legame con Mussolini 1• Quanto all'Italia, una volta creato l'Impero, per Mussolini divenne auspicabile il ripristino delle relazioni anteriori al 1935 con le Grandi Potenze occidentali, ma non si rese esattamente conto delle conseguenze dell'impresa etiopica, soprattutto secondo l'ottica britannica. Che nella condotta dei governi di Parigi e di Londra abbiano giocato in vario modo elementi anche contraddittori è evidente, così come è plausibile che il loro comportamento incerto ed esitante abbia persuaso Mussolini della debolezza intrinseca delle «grandi democrazie». Indubbiamente il consenso popolare al regime mai fu così completo come nell'estate 1936. Ma la vittoria accentuò in Mussolini l' impazienza di veder realizzati i propri disegni e l' insofferenza per i negoziati. Il tutto, rafforzato - e quindi aggravato - dalla sincerità delle sue convinzioni. Riferendosi per l'appunto a quel periodo, un testimone attendibile ha scritto: «Una cosa sola(...) è sicura e terribile, che la sua convinzione di essere infallibile è sincera. ( ...) egli, che ha voluto abolire ogn i discussione nel partito come nel parlamento e nel governo, ha conquistato insierne con l' impero l'intimo convincimento della propria infallibilità. È sicuro di sé e della sua stella; gli altri devono soltanto, dopo quella prova storica, riconoscergli il diritto di essere infallibile in ogni evenienza ora e sempre>> ' ·

Questo processo involutivo della personalità, caratterizzato dall'assoluta fiducia nel proprio fiuto politico, venne reso ancor più preoccupante dal grave errore commesso con l'affidare, il 9 giugno 1936, il ministero degli Esteri a Galeazzo Ciano. Suvich, mandato come ambasciatore a Washington, era stato un collaboratore prezioso per il suo equilibrio riconosciuto dallo stesso Mussolini; Ciano, il giovane «delfino», perveniva al secondo posto della gerarchia del regime - dopo una presenza nella campagna etiopica che gli aveva fruttato una medaglia d'argento al valore (per un atterraggio di fortuna) ed una promozione a maggiore del!' aeronautica per merito di guerra - con una molto limitata esperienza diplomatica, e l'ambiziosa vanità, unitamente ad una certa superficialità di carattere, lo rendevano il meno indicato a tenere una carica del genere a fianco di Mussolini, specialmente in quei frangenti. Fra l'altro, appena insediato a palazzo Chigi, si circondò di uornirù propri allontanando quasi tutti i vecchi collaboratori di Grandi e di Suvich e soprattutto rafforzò i poteri del Gabinetto creando un estremo accentramento anche rispetto alle grandi ambasciate, talché

' ANDREAS HiLLGRUBER, La politica esrera nazional-socialisra fra il 1933 ed il 1941. in AA.VV.. L'Italia fra 1edeschi e alleari, Il Mulino, Bologna 1973, pp. 80-81. 1 GIUSEPPE BASTIANLN J, Uomini, Cose, Faffi. Memorie di un ambasciatore , Vìtagliano, MiJaoo 1959, p. 51.


L' INTERYt::NTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936-l939)

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i diplomatici più autorevoli spesso rimanevano all'oscuro di quanto non rientrasse nella loro ristretta sfera d 'azjone 1 • Il risultato fu che, «esaltato, come tutti i giovani dalla carriera troppo rapida» 2, Ciano assunse subito nei confronti dei rappresentanti della Gran Bretagna e della Francia un atteggiamento inopportuno e controproducente: quella di poITe condizioni, di un costante elevare la posta per rendere preziosa la disponi bilità italiana contro l'affermarsi della Germania. Così rifiu tò di partecipare alla Conferenza degli Stretti, convocata a Montreux per il 22 giugno, precisando che l'Italia si sarebbe astenuta da ogni forma di collaborazione internazionale finché non fossero state abrogate le sanzioni 3; subordinò la partecipazione italiana alla Conferenza di Bruxelles per un nuovo atto di Locarno alla presenza tedesca e, principalmente, all'abrogazione degli accordi mediterranei contratti durante il conflitto italo-etiopico dalla Gran Bretagna con Jugoslavia, Grecia e Turchia "; fece capire senza ambagi d i attendere il riconoscimento dell' Impero, chiudendo la c hiusura delle Legazioni ad Addis Abeba e la revoca del seggio· dell'Etiopia in seno alla Società delle NazioniS. In effetti, ottenne la chiusura delle Legazioni nella capitale etiopica e la decadenza degli accordi mediterranei 6, ma il miglioram~nto dei rapporti con Francia e Gran Bretagna fu molto relativo. In definitiva, la situazione politica internazionale presentava instabilità, ambiguità ed inquietudi ni difficili da controllare ed era suggestionata dallo spettro dj una nuova guerra europea, che nessuno voleva ma che nessuno si adoperava veramente per scongiurare.

*** Nel bacino occidentale del Mediterraneo si affacciava la Spagna, un paese che rasentava alcuni squilibri di vecchia data, il cui peso si rivelerà determinante sugli avvenimenti degli anni Trenta. Sul piano sociale, attendevano soluzione i problemi agrari del latifundio, per cuijl 15% dei proprietari possedeva 1'87% della terra coltivabile (Andalusia,

Mussolini il duce cit. , 11, p. 340. Per l'atmosfera di Palazzo Chigi vds . Palazzo Clrigi: an11i roventi, Rusconi, Milano .l 976. ' L UCIANA F RASSATI, Il desti110 passa per Varsavia, Cappelli, Bologna 1949, p. 29. ' RODOLFO MOSCA, L'Europa verso la catastrofe, Il Saggiatore, Milano 1964, I, p. 24. 'Ibidem. pp. 35-36, 38-39 e 42 . ' Ibidem, p. 45. ' R. D r; FELICE,

MARIO Lt.;CIOLLI.

• li 27 luglio, dopo le dichiarazioni di Francia, Grecia e Turchia circa la decadenza degli accordi, Eden comunicò ai Comuni di esser lieto di riconoscere e di dichiarare che «secondo il Governo di Sua Maestà, non vi è piil alcun bisogno di mantenere le assicurazioni» date ai Paesi runici durdnte la crisi etiopica (ibidem, p. 51).


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Nuova Castiglia, Estremadura) e del minifundio, ossia dell'eccessivo spezzettamento delle proprietà agricole, per cui ogni proprietario possedeva mediamente meno di mezzo ettaro (Galizia, Le6n); e si ponevano problemi industriali, a causa di un particolare tipo di proletariato concentrato in alcune regioni (Asturie, Catalogna). Sul piano regionale esisteva un vero e proprio nazionaJismo periferico (Catalogna, Paesi Baschi), sostenuto da lingua, storia e tradizioni peculiari. Sul piano religioso esisteva un pericoloso contrasto fra il fortissimo sentimento religioso radicato da secoli nelle masse, e non soltanto negli ambienti conservatori, e la presenza di un ateismo militante, soprattutto da parte anarchica '. Detti squilibri, collocati nella congiuntura economica degli anni Trenta ed in quella europea (estremismi di destra e di sinistra), finirono per formare una miscela esplosiva. L'abdicazione di Alfonso XIII, a seguito delle elezioni municipali dell'aprile 1931, aveva lasciato il posto ad una repubblica dalle spiccate inclinazioni socialiste, con Alcala Zamora a capo del governo provvisorio. Un primo passo falso venne subito compiuto dalla scarsa dimestichezza con gli affari pubblici messa in evidenza dai nuovi uomini al potere. Esso riguardò una questione delicatissima: i rapporti fra Stato e Chiesa. Le autorità ecclesiastiche avevano invero manifestato sin dall'inizio l'intenzione di accettare di buona volontà il regime repubblicano, il q uale però rimase diffidente talché ben presto cominciarono a c ircolare sulla stampa propositi ufficiali o ufficiosi restrittivi delle libertà religiose. Abituata com'era ad un trattamento più che riguardoso, la Chiesa si allarmò e l'arcivescovo di Toledo, Primate di Spagna, il 7 maggio pubblicò una pastorale, raccomandando ai fedeli di «essere prudenti nelle questioni politiche» perché «quello che conta è la difesa della religione»·, ed ammonendo che in caso di pericolo «allora, noi sapremo resistere come soldati intrepidi, pronti a soccombere gloriosamente». Immediatamente il governo emanò un decreto che riduceva l'insegnamento da parte di religiosi nelle scuole pubbliche. Il I O e l' 11 maggio violente dimostrazioni anticlericali scoppiarono in diverse città della Spagna, fra k quali la stessa Madrid, con morti e feriti e l' incendio di numerosi conventi ed edifici religiosi, sinché non venne proclamato lo stato d' assedio. In prima fi la spiccavano gli anarchici della FAI (Federaci6n. Anarquista lbérica), che si sentiva «in stato di guerra più o meno col resto della Spagna» e la cui «prima preoccupazione era di creare, con la propaganda dell'azione, un'atmosfera di terrore fra i borghesi» 2 . Durante .i tafferugli e le violenze di questi due giorni la polizia si era astenuta da interventi energici in base a precisi ordini superiori. All'accusa di inerzia

1

PIERRE V !LAR,

la guerra di Spagna 1936-1939, Ed. Riuniti, Roma l 963, p. 43. Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, Torino 1963, p. 43.

' HuaH THOMAS,


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L'lNTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1 939)

LA SPAGNA: REGIONI E PROVINCIE

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governativa, Manuel Azafia, ministro della Guerra, replicò che preferiva «veder crollare tutte le chiese piuttosto che rischiare la vita di un solo repubblicano» 1• Le elezioni di fine giugno portarono alla formazione di una Assemblea Costituente, ma l'estremismo non si placò e continuò con una serie di violentissimi scioperi indetti in luglio ed in agosto dai sindacati della CNT (Confederaci6n Nacional de losTrabajos), anch'essa in liµ-ghissima misura di stampo anarchico ma con una avvertibile presenza comunista. Sconfessati dal ministro del Lavoro, Largo Caballero, appoggiato dal sindacato socialista del l 'UGT ( Uni6n Generai de Los Trabajadores), furono affrontati ·con molta decisione dal governo, il che suscitò un vivo fermento nel mondo operaio 2 • Altri due sensibili tasti furono toccati dal governo, ed ancora senza l'indispensabile oculatezza: l'esercito e la Guardia Civil. L'esercito spagnolo si era sempre considerato supremo difensore degli interessi nazionali, mostrandosi poco permeabile alle sollecitazioni dei partiti, ma, data la vocazione golpista dei generali - fra il 1814 ed il 1923 i militari si erano impegnati in ben 43 pronunciamientos, undici dei quali coronati dal successo - Azafia annunciò che avrebbe «tritato» la casta militare 3. Azafia, repubblicano di sinistra e dichiaratamente anticlericale, era «il prototipo di quegli intellettuali sinceri e convinti che disgraziatamente finiscono per diventare settari» 4 • Egli dunque cominciò con l' abolire la legge delle giurisdizioni che conferiva ai militari una posizione giuridica privilegiata; poi soppresse il Consejo Supremo del Ejercito y Arma.da, trasferendone le competenze alla magistratura ordinaria, e le Capitan[as Generales, i cui poteri surne otto regioni spagnole si avvicinavano a quelli di un viceré 5; infine limitò al <<generale di divisione» il grado massimo dell'esercito. Dimezzò poi l'esercito - escluse le truppe d' Africa - contraendolo da 16 ad 8 divisioni di fanteria (una per regione) più una divisione di cavalleria e due brigate da montagna. Anche questo provvedimento poteva trovare una qualche giustificazione, almeno temporanea, nelle difficoltà finanziarie del paese; ma il peggio fu che la forza effettiva di pace era di gran lunga inferiore a quella organica e quella media presente si traduceva in reggimenti di 500 uomini ed in battaglioni di nemmeno 200. Non era più un esercito. Infine, molto più che gli inevitabili collocamenti in congedo di tanti ufficiali, specie di grado elevato, una misura specifica apparve sprezzante e rese Azafia inviso all'ambiente

' GEORGEs-Roux, La guerra civile di Spagna, Sansoni, Firenze 1966, pp. 18-22. ' Sul movimento operaio spagnolo cfr. PIERRE BROUÉ e EMlLE TÉMJNE, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Mondadori, Milano 1980, pp. 48-70. 'H. TMO:.iAS, Sroria della guerra civile spagnola cit., p. 58. 'GEORGEs-Roux, La guerra civile di Spagna cit., p. 17. 5Le Capitanfas Genera/es vennero sostituite dalle «Zone militari»: Madrid (T), Sevilla (JT), Valéncia (111), Barcelona (IV), Zaragoza (V), Burgos (VI), Valladolid (VII) e La Coruiia (VIIT), (cfr. Lucio CEVA, La Spagna dal 'p1v11u11ciamien.to' alla guerra civile (luglio 1936) in «Nuova Antologia», 11. 2200, ottobre-dicembre 1996.


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militare tutto: l'abolizione delle promozioni per merito di guerra perché «contrarie all' uguaglianza democratica». D'ora in poi non sarebbero state effettuate che promozioni ad anzianità. Anche la Guardia Civi/ 1 ricevette un'offesa del tutto gratuita. Da quasi cinque secoli essa garantiva lodevolmente l'ordine pubblico ed era circondata da rispetto. Non osando modificarla, ~d essa si volle affiancare un nuovo corpo di sicura fede politica, la Guardia de Asalto. Risultato: la Guardia Civil si sentì ferita e non nascose il suo malcontento; la Guardia de Asalto, di selezione scarsa o di parte, godrà di ben poca stima. Dopo la ratifica della Costituzione da parte delle Cortes avvenuta il 7 dicembre, Alcala Zamora venne eletto presidente della Seconda Repubblica e Azafia primo ministro. Così, per dirla con Salvador de Madariaga, «la repubblica iniziò il suo viaggio tempestoso verso la guerra civile». La Costituzione, molto studiata e molto discussa, poco aveva di originale se non alcune clausole deliberatamente anticlericali. Sottovalutando i sintomi dati dagli incendi e devastazioni di chiese compiuti in maggio dagli estremisti, Azaiia si fece principale istigatore dei provvedimenti contro la Chiesa, provvedimenti così maldestri da induJTe il ministro delle Comunicazioni, il radicale Martinez Barrio, gran maestro della massoneria, a prendere le distanze ed il ministro degli Esteri, Alejandro Lerroux - il quale, durante i disordini del 1909 a Barcellona, aveva incitato «i giovani barbari d'oggi» a strappare il velo alle novizie ed a violentarle per farne delle madri - a dichiarare la sua categorica disapprovazione a queste misure, ammonendo: «La Chiesa non ha dimostrato alcuna sistematica ostilità alla Repubblica. La sua influenza è evidente su un paese tradizionalmente cattolico. E il provocare una lotta allorquando il nuovo regime è appena nato, è ingiusto, impolitico, assolutamente insensato» 2• D problema più scabroso ed insieme più preoccupante era però costituito dal separatismo invocato a gran voce dalla Catalogna e dai Paesi Baschi, che si appigliavano al fatto che la Costituzione prevedeva una Spagna «federalista». Contro il riconoscimento dell'autonomia cli dette regioni, considerato il primo passo nell'evoluzione verso uno Stato federale, si appuntava soprattutto l' opposizione dell'esercito, il quale, non soltanto vedeva minacciata l'integrità del la Spagna, ma ricordava di aver tenuto Barcellona sotto la legge marziale fra il 1917 ed il 19233. Senza andare oltre nel tratteggiare la situazione interna spagnola in quel periodo, riportiamo la sintesi che de Madariaga ha fatto del periodo intercorso fra il 9 dicembre 193 I ed il 18 luglio 1936:

' La Guardia Civil aveva funzioni simili a quelle dei Carabinieri italiani. Si articolava in stazioni tcn-itoriali e bauaglioni m.obili. Contava un migliaio di ufficiali e circa 30 mila uomini. 2 GEORGES-Roux, La guerra civile di Spagna cic., pp. 17 e 26-29. ' H. THOMAS, Sioria della suerra civile spagnola cit., p. 61.


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«Durante questi quattro anni e mezzo, la Spagna fu diretta da un governo di sinistra (dal 9 dicembre 1931 al 3 dicembre 1933); da un governo di destra (dal 3 dicembre 1933 al 16 febbraio 1936); poi di nuovo da un governo di sinistra (dal 16 febbraio al 18 luglio !936). Il primo governo di sinistra dovette fronteggiare una rivolta armata organizzata dalla destra (agosto l 932); durante il secondo periodo, il governo in carica (di destra) dovette tener testa ad una rivolta armata suscitata dalla sinistra (6 ottobre 1934); durante il terzo periodo, il governo di sinistra dovette far fronte ad una rivolta armata, provocata dalla destra, e la repubblica, sballottata in queste oscillazioni, perì con essa. Il resto sono parole» '.

Ma vediamo i 'tratti salienti. Nel 1932 i primi complotti monarchici sfociarono nel pronunciamento del gen. Sanjurjo 2, inteso a rovesciare la «dittatura anticlericale» di Aza.ii.a. Peraltro «il moto scoppiato a Madrid il IO agosto e contemporaneamente a Siviglia - riferì a Roma l'ambasciatore Durini - è stato condotto con estrema, inconcepibile leggerezza e dà la misura dell'incoscienza e dell' insufficienza degli elementi che presero parte: mancanza di organizzazione, di spirito combattivo, di coordinamento e di risolutezza nell'azione sono le sue caratteristiche» 3 • La iniziativa venne dunque repressa rapidamente e Sanjurjo condannato a morte, pena poi commutata nel carcere a vita. Nel gennaio 1933 fu la volta di una sommossa anarchica a Casas Viejas, nella provincia di Cadice, soffocata nel sangue dalla Guardia de Asalto. L'episodio incise molto sullo spirito d i Azafia, che il 15 settembre finì per dimettersi di fronte ali ' ostilità di Alca la Zamora, alla guerra dichiaratagli dall' opposizione guidata da Lenoux e da una serie inintenqtta di scioperi, tutti di natura politica e rivoluzionaria. Ed i partiti che avevano sostenuto il suo governo, per quanto questo avesse obiettivamente provveduto a tutte le leggi per l'attuazione del dettato costituzionale, in novembre ricevettero una durissima sconfitta elettorale. La vittoria della destra poggiava sul partito cattolico della CEDA (Confederaci6n Espafiola de Deréchas Autonomm') di José Gil Robles, che però non volle entrare nel governo. 11 nùnistero, affidato al radicale Lenoux, si trovò subito costretto ad affrontare un susseguirsi di scioperi durissimi provocati dai sindacalisti anarchici, i quali si spinsero ad attaccare stazioni della Guardia Civil ed a provocare il deragliamento dell'espresso Barcellona-Sivigl ia con una ventina di morti e decine di feriti. Dal canto suo il governo cominciò a frenare le riforme varate da Azafia e concesse un'amnistia ai condannati politici, fra cui il gen. Sanjurjo.

'SALVADOR DE MADARIAGA, Storia della Spagna, Cappelli, Bologna 1966, p. 384. 'Un cospiratore monarchico, Juan Ansaldo, nell'aprile si era presentato al maresciallo Balbo chiedendo appoggio. Balbo si espresse a favore dell'i ni ziativa e promise che. non appena scoppiata la rivolta, avrebbe [omito armi e munizioni, ma La cosa non ebbe seguito dato il fallimento del moto (R. G UARIGLIA, Ricordi cit., pp. 188-189). ; Durini a Mussolini ill data J2 .8. 1932, ASMA E, Fondo Spagna, b. 3.


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L' lNTERVJ'lNTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936-1939)

Mentre estrema Sinistra (anarchici e comunisti) ed estrema Destra (la Falange Espaiiola, fondata da José Antonio Primo de Rivera, e Carlisti) addestravano i loro giovani all'impiego delle armi da fuoco senza darsi molto pensiero di nascondersi, a fine marzo l934 Antonio Goicoechea, leader del gruppo monarchico alfonsino Renovaci6n Espaiiola, partì per Roma accompagnato da due esponenti carlisti e dal gen. Emilio Barrera, già capo di Stato Maggiore dell'esercito. Mussolini li ricevette e li ascoltò, prese atto della loro intenzione di rovesciare il regime repubblicano e di ripristinare la monarchia (senza tuttavia saper ancora indicare il designato per la corona) ed assicurò che, entro un mese dalla costituzione del nuovo governo monarchico, l'Italia avrebbe firmato con la Spagna un patto di amicizia e di neutralità ed un accordo commerciale. Prima, peraltro, doveva essere denunciato il presunto trattato segreto che consentiva alla Francia il passaggio delle sue truppe attraverso la Spagna 1• Per il momento Mussolini offri 200 mitragliatrici, 10 mila fucili, altrettante bombe a mano ed un milione e mezzo di pesetas. Il primo mezzo milione fu consegnato il giorno seguente, 1° aprile, il resto si presume sia stato versato in seguito. Invece le armi e le bombe a mano, inviate a Tripoli, ivi rimasero né risulta siano state ritirate dai congiurati. Coverdale ha giustamente rimarcato la stranezza di un capo di governo che accetta l'incontro con dei cospiratori e consente ad un esponente politicomilitare del calibro di Balbo di firmare un accordo con loro impegnando l'Italia al riconoscimento uffic iale del nuovo regime non appena possibile. La sua conclusione è che «per questi aspetti puramente formali l'accordo è perciò caratteristico del regime fascista» 2 • Resta, ad ogni modo, il fatto che l' interesse di Mussolini per le cose di Spagna era palesemente molto relativo e più che altro da interpretare in senso antifrancese. E, del pari, è manifesto che tale interesse prese rapidamente a scemare sia per il miglioramento dei rapporti con la Francia, sia per il pericolo dell'Anschluss, sia infine per il delinearsi della crisi etiopica 3•

' ASMAE, Fondo Lancellot1i, b. I. 'JOHN F. CovERDAL,E, I fascisri italiani alla guerra di Spagna, Latcrza, Roma-Bari 1977, pp. 44-47. ' Nel suo passionale libro sulla guerra civile di Spagna, Pietro Nenni considera l'accordo del 1934 - che costituì il momento di maggior interesse italiano per la Spagna prima dell'insurrezione - «prova» indubbia della partecipazione del governo italiano alla preparazione del golpe del luglio 1936. In reallà, il documento riprodotto da Nenni è semplicemente un appunto (i ncompleto) degli esponenti spagnoli pubblicato piil tardi dall a polizia repubblicana (cfr. le minute italiane dell'incontro in ASMAE, Fondo La11cellorti, b. I). Sulla base della sua convinzione, Nenni non ha esitato ad affennare che: «Dall'aprile 1931 al luglio 1936 Roma fu il centro della cospirazione antirepubbli· cana spagnola. Il Vaticano ispirò la lotta del clero e Palazzo Venezia diresse l'azione dell'esercito e delle organi zuizioni iradizionaliste e fasciste» (P. NENl'i1, Spagna. Sugarco, Milano 1976, p. 18).


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Questo, mentre in Spagna la situazione si deteriorava sempre di più. L'ingresso della CEDA nel nuovo governo centrale, formato nell'ottobre 1934 da una coalizione moderata, provocò l'immediato esplodere di uno sciopero generale socialista, preparato da tempo, che paralizzò le principali città, nonché la proclamazione a Barcellona dello Stato catalano «entro la repubblica federale spagnola» ad opera di Lluys Companys, presidente della Generalitat de Catalunya. Il governo non incontrò soverchie difficoltà a stroncare lo sciopero madrileno e la rivolta catalana, ma si trovò impreparato a fronteggiare la vera e propria insurrezione delle Asturie da parte dei minatori, sorretta dalla UHP (Union de Hermanos Proletarios) e resa viva dalla proclamazione della Repubblica socialista. In dieci g iorni 30 mila minatori ed operai si mobilitarono in un'armata rossa e le devastazioni di chiese e conventi e le violenze incontrollate su religiosi e borghesi d' ambi i sessi dilagarono. Visto. le Asturie in fiamme e constatata l'impotenza delle poche truppe in posto, il governo Lerroux, su proposta del gen. Franco, capo di Stato Maggiore dell'esercito, decise di annientare l'insurrezione con il Tercio Estranjero ed i Regulares marocchini. Per queste unità, rapidamente affluite in Spagna, non fu difficile riportare l' ordine ad Oviedo ed a Gijon. Ne seguì una rappresaglia durissima. In conclusione, per la borghesia spagnola tutta e per larghe masse popolari, specie contadine, anche una dittatura militare appariva preferibile ad una simile disgregazione sanguinosa dello Stato; per la classe operaia le Asturie, divennero un'impresa a dir poco epica (taluno la paragonò alla rivoluzione bolscevica d'ottobre, Romain Rolland la mise alla pari con la Commune di Parigi); per il governo fu l'inizio di un angoscioso periodo alla ricerca di una via di mezzo moderata e non avventata per la risoluzione di mille problemi, a cominciare dalle punizioni dei rivoltosi asturiani 1• , Inevitabilmente sulla situazione spagnola gravava la mancanza di tradizioni democratiche e la buona volontà e gli entusiasmi risultavano insufficienti a creare le basi di un assetto politico dotato di un minimo di stabilità, tanto più che l'estrema Sinistra colse al balzo l'occasione per fare il suo ingresso sulla scena. I maggiori esponenti comunisti, resisi conto che ad un ritorno alla monarchia nessuno pensava e che di costruire una repubblica democratica nessuno era capace, reputarono a portata di mano la realizzazione della previsione fatta da Lenin nel I 920, al II congresso del Komintem: che il secondo paese ad instaurare la dittatura del proletariato sarebbe stato la Spagna. Di conseguenza nel giugno 1935, in occasione del VII congresso, il Komintern sollecitò la costituzione in Spagna di un «Fronte Popolare»: non potendo i comunisti del PCE, (Partido Comunista de Espana) prendere subito

' H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 80-9 I .


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il potere perché ancora troppo deboli numericamente 1, dovevano inserirsi in una coalizione di sinistra sicuri di essere ben presto in grado di assumerne il predominio. «La creazione di questo fronte comune - fu spiegato ai delegati spagnoli - corrisponde ad una necessità tattica. Ricordatevi, compagni, l' antica storia del cavallo di Troia(...). Noi proletari rivoluzionari non dovremo vergognarci di usare lo stesso sistema» 2 • In Spagna, gli anarchici si pronunciarono favorevolmente per l'alleanza, mentre i socialisti del PSOE (Partido Socialista Obrero de Espana) si mostrarono esitanti. L' impulso decisivo ed insieme il «collante» furono forniti dal comune sentimento antifascista sul piano interno, e dalla illusoria convinzione della Sinistra tutta e dei comunisti in particolare che l'Unione Sovietica, dopo la firma del patto di aiuto reciproco con la Francia (maggio 1935), si fosse definitivamente orientata ad una lotta a fianco della Francia repubblicana contro la Germania nazista 3. Il 12 gennaio 1936 Largo Caballero dichiarò: «È venuta l'ora di trasformare una repubblica borghese in una repubblica socialista» ' . Ed il 13 gennaio venne firmato il patto del F rente Popular. 2. L' INSURREZIONE MILITARE IN SPAGNA

Il 4 gennaio 1936 Alcala Zamora, constatando l' impotenza del governo, sciolse le Cortes. Il 14 febbraio il primo turno delle elezioni vide la vittoria di stretta misura del Frente Popular, che però, grazie al premio di maggioranza, acquistava un netto predominio sulla Destra. Il Centro era praticamente sparito nella radicalizzazione della lotta. Sull'onda della sovraeccitazione popolare conseguente alla vittoria, Azafia fu immediatamente reinvestito dell'incarico di governo. Appena insediato, il nuovo ministero firmò un decreto di amnistia per gli insorti del 1931; allontanò da Mad1id i generali Franco, capo di Stato Maggiore dell'esercito, e Goded, direttore generale dell'aeronautica, inviando l'uno nelle Canarie e l'altro nelle Baleari; sostituì numerosi governatori civili con altri di più sicura fede repubblicana; iniziò l'attuazione del programma politico-s?ciale del Frente Popular ed in tutta fretta lega]jzzò le Milicias Obreras y Campesinos (MAOC). Organizzate dai comunisti con il compito di «lottare alla testa delle masse lavoratrici contro il fascismo», queste formazioni costituirono la maggiore fra le due principali forze miliziane esistenti che rivestiranno un ruolo di primo piano

'Il POUM (Partido Obrero de Un.ificaci6n Marxista), anch'esso comunista ma dissidente, antistali nista, non era visto dì buon occhio dal Komintem, che lo considerava trockìsta. ' GEOROES-Roux, La guerra civile di Spagna cit., p. 40. ~ A NTONIO BECHELLONI, Le democrazie occidemalifra le due guerre, in «La Storia», voi. IX, UTET, Torino 1986, pp. 292-293. 1 • GEOROES-Roux, La guerra civile di Spagna c it., p. 41 .


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negli avvenimenti di Madrid e di Barcellona allo scoppio dell'insurrezione militare 1 • L'altra formazione paramilitare era rappresentata dalle Milicias Ciudadanas, più tardi denominatesi Milicias Antifascistas de Cataluiìa (MAC), a loro volta riconosciute legalmente dalla Generalità Catalana il 23 luglio 1936. Esse comprendevano gruppi paramilitari di varia estrazione, ma essenzialmente anarchìco-si ndacalista e comunista 2 • Nel giro di poche settimane l'intero paese risultò perrcorso da un'ondata di violenza senza precedenti }_Da un lato la Falange, decisamente antimarxista, spingeva la sua opera di contestazione e di provocazione al punto da creare un clima di disordine insopportabile; dal lato opposto Largo Caballero, convertito al socialismo massimalista sì da meritare l'appellativo di <<Lenin spagnolo», aningava quotidianamente il popolo di sinistra annunciando che l'ora della rivoluzione era imminente e che la rivoluzione poteva essere compiuta solo con la violenza! Il 27 febbraio il Komintem inviò l'ungherese Bela Kun in Spagna con precise istruzioni programmatiche: «Destituzione del presidente della repubblica. Formazione di un governo a forte prevalenza comunista. Instaurazione del terrore. Distruzione delle chjese e dei conventi. Creazione di un'armata rossa. Diffusione di una psicosi di guerra contro il Portogallo, al fine di favorire il consolidamento di un regime sovietico in tutta la penisola iberica»•. Il 4 aprile si riunirono le Cortes. Tre giorni dopo esse accusarono il presidente della repubblica, Alcala Zamora, di illegalità 5 e lo destituirono. TI «Temps» quel giorno commentò: «Il fatto è che in Spagna il successo elettorale del Frente Popular è seguito da un'agitazione prerivoluzionaria, contrassegnata da gravi disordini. Un altro fatto è che il go\lerno di M. Azaiia si rivela impotente a mettere fine ai torpidi, perché la sua azione è sotto il controllo dei suoi alleati estremisti» 6. Mentre si succedevano disordini, occupazioni abusive di terre e deliranti dimostrazioni, l'ambasciatore italiano Pedrazzi comunicò a Roma che la Falange,

'FRANCESCO BELFORTE, La guerra civile in Spagna. l.S.P.I.. I, p. 164. ' L. CEvA, I.a Spagna dal pro111mciamie1110 alla guerra civile cit., pp. 146-148. ' Alla Carnera, Calvo Sotelo fece il bilancio delle violenze verificatesi nel periodo 16 febbraio-2 aprile 1936: 199 saccheggi, 178 incendi di cui 8 di chiese, 169 sommosse, 39 scontri a fuoco e 85 aggressioni con 74 moni e 345 feriti complessivamente. ' GEORGES-ROUX, La guerra civile di Spagna cit., pp. 459-46. Cfr. F. BELFORTE, La guerra civile i11 Spagnc1 cit., I. pp. 170-17 I. ' li voto di censura presentato dalle Sinistre cd approvato dal Parlamento si basava sull 'accusa di aver sciolto le Cones per due volte consecurive senza giustificato motivo. Secondo la Costituzione. l'approvazione del voto di censura provocava l'immediata destituzione del presidente della repubblica. • L'incontrollabilità delle circostanze derivava essenzialmente dalle aspre discordie fra i movimenti di sinistra. li partito socialista era diviso dalla rivalità fra lndalecio Prieto e Largo Caballero. gli anarchici vedevano di malocc hio i socialisti e tra gli aderenti alla CNT e quelli dell 'UGT si verificavano frequenti scontri a fuoco (H. TttOMAS, Storia della guerra civile spa· gnola cit., p. I 00).


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unica organizzazione di destra in grado di opporsi, anche con la violenza, a quegli eccessi, era stata sciolta a fine febbraio e che «nulla da temere quindi ha l'attuale governo, almeno per il momento, dai suoi avversari di destra, per ora politicamente impotenti». «Questa volta - aggiunse - non è da farsi illusioni, a mio avviso, su di un colpo di stato militare del genere di quelli che portarono alla dittatura di Primo de Rivera, anche perché i generali attualmente alla testa dell'esercito sono tutti simpatizzanti per le sinistre» 1• Ma in Europa occidentale si ricordavano, non senza apprensione, i prodromi della rivoluzione bolscevica: «In effetti - scrisse Churchill nelle sue memorie - una perfetta riproduzione del periodo Kerenskij stava verificandosi in Spagna»2. E la paura che le ambiguità del governo Azaria consentissero l'affermarsi del comunismo cominciò a riunire le destre e le poche frange residue del centro nonché a far nascere propositi di sollevazione militare. Azafia, eletto presidente della repubblica il 10 maggio al posto di Alcala Zamora, probabilmente era ancora convinto di poter tenere a freno violenze ed inquietudini derivanti anche da promesse troppo ambiziose fatte senza essere in_grado, per incapacità, di soddisfarle - e non si rendeva conto del degrado raggiunto dalla situazione politica. Basti dire che Largo Caballero si lasciò andare ad una minacciosa e significativa affermazione: «Quando ii Fronte Popolare si romperà, perché si romperà, il trionfo del proletariato sarà sicuro. Instaureremo allora la dittatura del proletariato, che significherà la repressione non del proletariato, ma delle classi capitaliste e borghesi» 3 • I primi di giugno il gen. Mola, governatore militare di Pamplona e anima del complotto, completò il disegno per un'insurrezione che nel precedente ap1ile era stata rinviata a causa delle esitazioni dei Carlisti di Fai Conde e della Falange. Intendeva rovesciare il regime, sotto ]a cui ala l'estrema Sinistra si riteneva preparasse la rivoluzione bolscevica, e creare un «Direttorio militare», chiamando a presiederlo il gen. Sanjurjo, esule in Portogallo, e poi eleggere un'Assemblea costituente per ripristinare «l'ordine tradizionale». Il pronunciamiento doveva scoppiare contemporaneamente a Pamplona, Valenza, Madrid e Siviglia ad opera di generali aderenti alla congiura 4. Senonché, mancò ancora

' Pedrazzi a Mussolini in data 3 '1.3.1 936, ASMAE, Fondo Spagna, b. 9. La seconda guerra mondiale. Da guerra a guerra, I, Mondadori, Milano 1948, p. 241. 'MANUEL AZNAR, Historia militar de la guerra de Espaiia ( 1936-1939) cit. da H. TuOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 110. «Fa parte della dottrina e della disciplina comunista tracciata da Lenin - ricordò Churchill - , l'insegnamento di aiutare l'ascesa di governi costituzionali, radicali o socialisti, privi di forza. Si deve poi scavare il terreno sotto di essi, strappando loro il potere a~soluto per erigere lo Stato marxista» (W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cit., I, p. 241). ·• Al movimiento aderirono solo quattro generali con incarichi importanti: Miguel Cabanellas (s• divisione di Saragozza), José Goded (Baleari), Francisco Franco (Canarie) e Gonzalo Queipo de Llano (Carabineros). ' WrNSTON CHURCHILL,


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una volta l'accordo con i Carlisti, i quali pretendevano che il moto avesse luogo sotto la bandiera monarchica, e la discussione si protrasse fino a luglio, mentre r atmosfera politica si arroventava vieppiù a causa di delitti spiccioli, violenze di varia natura e scioperi. Più tardi, in un articolo pubblicato dal «Journal de Genève>> il 17 febbraio 1937, J\lcala Zamora, da tempo rifugiatosi in Francia, riconobbe che dal maggio al luglio 1936 «la spinta all'anarchia non ha più trovato ostacoli» 1• Il premeditato assassinio di José Calvo Sotelo, capo della Ren.ovaci6n Esparìola, monarchica e cattolica, e leader dell'opposizione, avvenuto il 13 luglio per mano di alcune Guardias de Asalto, con responsabilità quanto meno indirette del governo, fu la scintilla che dette fuoco alle polveri, Mola, finalnente d'intesa con Fai Conde, decise di rompere gli indugi 2 e precedere la temuta imminente iniziativa comunista in occasione delle «olimpiadi rosse» di Barcellona fissate per i primi di agosto 3. Particolare interesse rivestono, ai fini della comprensione degli avvenimenti che ne seguirono, le valutazioni poste a base del progetto iniziale e dei successivi aggiornamenti. Sin dall'inizio della fase di concezione e di organizzazione, si prevedevano serie difficoltà nel l' Andalusia, nella Mercia e nelle Asturie, ma si consideravano con ottimismo le probabilità di successo nel resto della Spagna. Comunque, nell 'ipotesi che in qualche città il presidio militare non riuscisse a prendere il sopravvento, fu indicata la convenienza che le truppe uscissero al più presto dall'abitato per evitare di rimanere bloccate nelle caserme. Mola nutriva la convinzione che le guarnigioni di Madrid e di Barcellona potessero affermarsi abbastanza agevolmente. Madrid rivestiva un ' importanza eccezionale. Non si trattava soltanto del fatto che quasi tutte le comunicazioni stradali e ferroviarie si irradiassero dalla capitale. Il fattore determinante era rappresentato dalla presunta adesione di gran parte del ministero della Guerra al movimiento: questo avrebbe consentito di impartire con immediatezza ordini, di esercitare l' indispensabile azione di controllo e di coordinamento fra i diversi ragguppamenti di forze, di neutralizzare l'aviazione che si sapeva per Io più fedele al governo.

'GEORGEs-Roux, La guerra civile di Spagna cit., p. 51 . la data della ri volta esist0no versioni discordanti. Secondo H. TuOMAS (op. cit., p. 129) e F. CovERPAL6 (op. cit., p. 5 1) Mola stabilì l'ini zio dell'insurrezione per le ore 17 del 17 luglio in Marocco. Secondo &.nuo FALDELI.A (Venti mesi di guerra in Spagna, Le Monnier, Firenze 1939, pp. 24-30) la rivolta prese origine dalla iniziativa di una bandera a Melilla, che arrestò il gen. Romeralcs, governatore nùlitare, e poi il geo. Gomcz Morato, comandante in capo delle forze del Marncco. Secondo altri, fra cui Belforte (op. cit., lii p. 23) Mola aveva stabilito l'inizio della rivolla in Spagna per il giorno 18 luglio, ma per un malinteso il moto prese il via nel pomeriggio del 17 in Marocco. ' Sulle predisposizioni relative al colpo di stato comunista cfr. F. BELFORTE, La guerra civile in Spagna cit., 1, pp. 161- 176. 2 Circa


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Barcellona aveva altra connotazione, rna due motivi inducevano a confidare nel successo: l'esercito era reputato, a buon motivo del resto, ostilissirno all'autonomia catalana e tutte le organizzazioni di sinistra, dagli anarchici ai socialisti, si trovavano in acuto disaccordo fra di loro. Sulla base di queste considerazion.i, dunque, inizialmente non venne calcolato l'impiego delle truppe del Marocco, anche per conferire al pronunciamiento carattere esclusivamente spagnolo. Nella seconda metà di maggio fu posta allo studio la possibilità di far convergere tre colonne su Madrid in modo da agevolare la rivolta della guarnigione e rendere più rapido e sicuro il successo. A fine giugno fu aggiunto l' intervento delle truppe del Marocco, agli ordini di Franco, con due sbarchi a Malaga e ad Algeciras, ed i primi di luglio il piano acquistò veste definitiva. Secondo Bertrand de Jouvenel, la 5", 6° e 7° divisione dovevano puntare sulla capitale con il concorso di volontari tratti dalla Spagna settentrionale; la 4° divisione e parte della 3° avrebbero neutralizzato la Catalogna ed altrettanto doveva fare F8a divisione nelle Astutie. Nel frattempo le unità del Marocco, sbarcate sul territorio nazionale, si sarebbero anch'esse dirette verso Madrid 1• D rientro dal Portogallo del gen. Sanjurjo sarebbe stato disposto non appena possibile e comunque al momento di sicura opportunità. Grande ottimismo, dunque, nel complesso; ma la valutazione della situazione e dei possibili svi luppi favorevoli a Madrid ed a Barcellona si mostrerà ciel tutto en-ata, con gravissime ripercussioni sui risultati dell'insurrezione e sulle dimensioni ciel successo. Alla riunione del Comitato permanente delle Cortes, Gil Robles intanto accusò apertamente il ministero cli insufficienza e riversò sui partiti che lo sostenevano la responsabilità degli assassini e dei tumulti verificatisi negli ultimi mesi. Il Comitato stabilì allora di convocare le Cortes per il 21 luglio allo scopo di riprendere alla mano la situazione. Nel frattempo il governo, messo in allarme dalle voci che cominciavano a circolare su un imminente golpe di destra, prese alcune precauzioni, prima fra tutte quella di inviare un paio di navi da guerra ad Algecìras ed a Ceuta per impedire l'eventuale trasporto di truppe dal Marocco al te1Titorio metropolitano. Nel porneriggio·del J7 luglio, verso le ore 17, d'improvviso prese il via larivolta in Marocco e Melilla e Tetuan caddero subito nelle mani dei golpisti. Le prime notizie al 1iguardo furono diffuse da Radio Madrid il mattino del 18, assicurando che «nessuno, assolutamente nessuno, sul territorio metropolitano spagnolo ha preso parte a questo assurdo complotto» 2 e che il governo era sicuro di stroncare rapidamente il moto sedizioso. Invece, proprio quel giorno, Queipo de Llano con estrema audacia prendeva il sopravvento nelle principali città dell'Andalusia.

' BERTRAND DE JOUVENEL , La guerre d 'Espagne, in «Revue de Paris» del 15 novembre 1936. ' «The Timcs» del 20 luglio 1936.


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La sera Radio Madr id annunciò che la rivolta era stata repressa ovunque, «anche» a Siviglia. Sta di fatto che la situazione appariva al governo estremamente confusa. Tenuto conto che in Marocco ed in Andalusia la maggioranza dell'esercito e della Guardia Civil si e ra schierata con i rivoltosi, venne prospettata a Casares Quiroga, presidente del Consiglio, e ad Azaria la necessità di distribuire le armi dei magazzini militari ai sindacati dell'UGT e della CTN. Entrambi opposero un netto rifiuto, spaventati dall' idea di armare indiscriminatamente le masse operaie, ma la sera del J8 Casares Quiroga si dimise, non reggendo alla tensione. All'alba del 19, in un'atmosfera di grande sovreccitazione e di sgomento, si formò un nuovo governo con alla testa José Girai, un uomo di Azaria 1 • Come il precedente, era composto da liberali borghesi con l'appoggio esterno - molto relativo - di socialisti, comunisti ed anarchici. Immediatamente Girai decretò lo scioglimento delle unità coinvolte nella rivolta (ormai moltissime, in un modo o nell'altro) e libe rò i soldati dal vincolo dell'obbedienza nei confronti dei capi che avessero inteso agire contro il governo 2 . Inevitabilmente la situazione nei ranghi dell'esercito si fece insostenibile ed a questo punto il ministero, al terrnine di drammatiche discussioni, si rassegnò ad adottare la decisione rifiu tata da Casares Quiroga: autorizzò la distribuzione delle armi «al popolo», cioè alle organizzazioni sindacali UTG, socialista, e CNT, anarchica. E Radio Madrid annunciò che il n uovo governo accettava la «dichiarazione di guerra del fasci smo al popolo spag nolo». Merita risalto il particolare significato conferito immed iatamente d al governo repubblicano a quello che, tutto sommato, si presentava come un ennesimo pm nunciamento militare. Sin dai primi giorni dell'insurrezione - I 8, I9 e 20 luglio - le radio di Madrid e di Barcellona indicarono la rivolta come un'aggressione fascista e come naturale conseguenza, l'antifascismo venne esaltato come insegna sotto la quale battersi: «En pie de guerra contra el Fascismo!». L'ambasciatore Pedrazz i non mancò di mettere in evide nza al ministero degli Esteri il «carattere selvaggiamente antifascista dato alla guerra civile dal Fronte Popolare» 3 e ben presto, a Roma ed a Berlino, l'idea che la migliore salvaguardia del fascismo, e del nazismo, contro una possibile vittoria bolscevica in Spagna fosse l'aiuto ai «nacionales»•.

' In un primo momento aveva assunto l' incarico Diego Martìncz Banio, ma vista l' opposi zione delle sinistre alla sua oomina ed il fallimento di un tentativo di accordo con i generali Mola e Cabanella~. dopo poche ore si ritirò. ' Il 21 luglio il presidente della repubblica destirul i generali Franco, Goded, Cabanellas, Queipo de Llano , Fanj ul e Saliquel. ' Peclrazzi a Ciano in data 24.7. I 936, ASMAE, Ufficio Spagna. b. 5, f. 2. • J. CovERDALE. / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 75. Seguiremo la ormai corrente abitudine di distinguere i due antagonisti con i tennini «repubblicani» e «nazionali». per quamo assolutamente impropri : ne lle file governative molli e rano di sentimenti nazionalisti; e nelle file franch.iste molti erano repubblicani convinti.


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Il 31 luglio, poi, scese in campo l'antifascismo italiano di Giustizia e libertà, proclamando che «la guerra civile del proletariato di Spagna è guerra di tutlo l'antifascismo; il posto dei rivoluzionari è in Spagna» e lanciando la parola d'ordine «Oggi in Spagna, domani in Italia» 1• Il 19 il gen . Franco arrivò in aereo a Tetuan e, assunto il comando delle truppe del Marocco in qualità di «capo delle forze militari dell'Africa», telegrafò al presidente del Consiglio protestando contro il bombardamento effettuato da un aereo governativo su Tetuan e dichiarando che «il movimento restauratore spagnolo trionferà totalmente a breve scadenza e noi esigeremo spiegazioni sulla vostra condotta» 2• La sera del 20 luglio la rivolta era padrona del Marocco spagnolo, delle province andaluse orientali (Cadice, Siviglia e Cordoba) e di alcune regioni settentrionali (Navarra, Vecchia Castiglia, Le6n e buona parte della Galizia), nonché di un importante tratto di quell'Estremadura che divideva in due il territorio controllato dai rivoltosi. Tuttavia il governo manteneva saldamente la maggior parte del territorio nazionale, comprese Madrid e Barcellona, le due città-chiave, ed i grandi centri indusLriali. Non del tutto a torto Prieto gridò a Radio Madrid: «Non comprendo che cosa sperino gli insorti. Sono dei pazzi. Abbiamo in nostro potere le città politicamente più importanti, i complessi industriali, l'oro della Banca nazionale, inesauribili riserve di uomini, la flotta ... capite bene? La flotta! » 3• In sostanza, il pronunciamiento non conseguì l'obiettivo principale di Madrid per l'energia del gen. Miaja Menant, nominato da Martinez Barrio ministro della Guerra, e per la mobilitazione delle milizie di partito; non riuscì ad affermarsi a Barcellona, dove Goded, poco dopo il suo arrivo dalle Baleari, fu costretto ad arrendersi alle forze di polizia che sin dalla sera del 19, con l'appoggio dei miliziani, assunsero il pieno controllo della città; non riuscì a trarre dalla propria parte la flotta perché la maggior parte degli equipaggi si rifiutò di aderire all'insurrezione e massacrò quasi tutti gli ufficiali di vascello, sostituendoli con «comitati rivoluzionari»•. E nemmeno riuscì a dar subito vita ad un governo a causa della morte del gen. Sanjurjo, il prestigioso capo designato, in un incidente aviatorio proprio durante il decollo dell'aereo da Lisbona. La Spagna si trovò dunque divisa geograficamente in due campi, ognuno dei quali frazionato sino allo spezzettamento in tendenze, interessi, passioni e ideologie diverse, ma con una differenza di fondo: il campo governativo, perduto

'CARLO ROSSELLI, Oggi in Spagna, domani in. Italia, Torino 1967, p. 17. FALDELLA, Veflli mesi di guerra in Spagna cii., p. 57. ' GEORGES-ROUX, la guerra civile di Spagna cit., p. 102. 'Nella marina spagnola una profonda rivalità divideva gli ufficiali di vascello da quelli di macclùna. Secondo calcoli di fonte nazionalista, il 98% dei pri.nù, imbarcati, fa vorcvoli al pronunciamenro, furono uccisi dagli equipaggi o più tardi a Cartagena ( H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 160, nota I).

'E.


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subito l'apparato di governo, non riuscirà a conferire un minimo di unitarietà politica alle varie forze che ne facevano parte e cederà alla piazza; quello insurrezionale, consentendo ai militari l'assoluto controllo politico ai fini della guerra da condurre, perverrà a dominare le sue componenti. Questa differenza si manifestò sin dalla fase iniziale dello scontro. Il governo Giral, infatti, vide sfumare nel giro di appena una settimana la possibilità di risolvere rapidamente la gravissima crisi interna, tanto più che, approfittando dell'occasione, in molte regioni si formarono «comitati rivoluzionari» praticamente indipendenti 1• A giudizio di Pietro Nenni, «dominava l'assenz-a di un'autorità e di una direzione centralizzata. L'Autorità, lo Stato non esisteva più» 2. «Così - ha scritto Thomas - sulla Spagna stava calando una tempestosa nube di violenza, e nella bufera tutti i contrasti e tutte le inimicizie covate per generazioni avrebbero trovato libero sfogo. Tagliate o rese difficili le comunicazioni, ogni città finiva per rimanere isolata e per vivere quella tragedia per proprio conto, in una specie di vuoto. Ormai non c'erano più due Spagne, ma duemila. Le differenze storico-geografiche assunsero un peso decisivo nel determinare la disgregazione della nazione. 1 regionalismi avevano seminato vento e ora raccoglievano tempesta. Il potere sovrano cessò di esistere e, in sua assenza, sia gli individui che le città agirono senza più freni alcuno, come se fossero fuori della società e della scoria. Nel giro di un mese circa centomila persone furono uccise arbirrariame111e e senza processo. Furono trucidati vescovi e profanate chiese. D'altra parte, in nome del cristianesimo di massa si massacrarono contadini analfabeti e miti professionisti. La stragrande maggioranza di questi delitti furono compiuti, da una parte e dall'altra, da uomini convinti di fare qualcosa non solo di giusto ma anche di nobile 1. E tuttavia, com'era inevitabile, questi eventi provocarono odi tali, che quando un certo ordine fu alla fine ristabilito, si trattò di un'ordine imperniato unicamente su quella razionalizzazione dell'odio che è la guerra(...)»'.

È stata sostenuta da taluno la connivenza italiana nella preparazione del golpe, citando, a sostegno dell'accusa, la prontezza dell'aiuto concesso da Mus-

solini, ma - ferma restando la vecchia promessa di riconoscimento del nuovo governo, una volta affermatosi - avverso simile tesi stanno la totale mancanza di un qualche documento probante; il nessun contatto accertato fra cospiratori ed esponenti italiani dopo le elezioni del febbraio 1936 5; il nessun cenno al riguardo, sia pure incidentale, compiuto dai protagonisti italiani e spagnoli nelle rispettive

' Le prime due settimane della guerra civile furono caratteriz.zacc da una violenza atroce, da una furia cieca e feroce, da un vandalismo ottuso. Al riguardo cfr. H.THOMAS, op cit., cap. XV-XVIIl. ' PIETRO NEr-N1, Spagna, Sugarco, Milano 1976, p. 32. ' Non si può concordare su questa dichiarazione, in quanto nessuna ideologia può giustificare efferatezza e sadismo. D'altronde lo stesso Thomas rimanda, per altre considerazioni sulle atrocità, ai cap. XIX e XX. 'H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 147. ' Invero a metà giugno ed a metà luglio emissari spagnoli avevano infoonato Roma dell'imminenza di un golpe, ma senza ricevere né attenzione né promesse (MASSIMO MAzzlrrn, I contatti del govemo italiano con i cospiratori militari spagnoli prima del luglio 1936 in «Storia Contemporanea», novembre-dicembre 1979).


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memorie; il fatto, innegabile, che nessuno dei capi della rivolta immaginava di imbarcarsi in una vera e propria guerra civile 1• Secondo una stima attendibile, alla data del 21 luglio 1936 il governo poteva contare su 36 mila uomini dell'esercito, 20 mila della Gua,dia Civil (non molto sicura), 25 mila Asaltos, 10 mila Carabineros nonché su circa 400 mila miliziani. Gli insorti disponevano di 7 mila ufficiali 2 e 25 mila sottufficiali e truppa dell'esercito; 14 mila uomini della Guardia Civil, 10 mila Asaltos e 6 mila Carabineros; 25 mila uomini del Tercio Estranjero e dei Regulares marocchini; circa 6 mila Réquetés della Navarra e poche centinaia di falangisti. Jn quanto alle forze navali, il governo si avvaleva di una corazzata, tre incociatori, otto cacciatorpediniere, sei sommerg ibili e undici navi minori con quasi tutta la costa cantabrica, quella mediterranea e la base di Mahon a Minorca; gli insorti, invece, potevano fruire delle basi di El Ferrol in Galizia, di Ceuta e delle Canarie con una vecchia corazzata, un incrociatore, un cacciatorpediniere e dieci navi minori. Infine, su 300 aerei esistenti, i due terzi rimasero in mano repubblicana anche se soltantC? un centinaio di apparecchi era in accettabili condizioni di efficienza bellica. Insomma, la superiorità militare governativa era netta. * * * La Spagna sentiva profondamente le idee che circolavano in Europa. Le sentiva con una passione che fatalmente provocava il formarsi di fazioni, finché di correnti d'opinjone e di complessi di forze, te ndenti a contrapporsi drammaticamente fino all'estremo. «Nessuno - ha osservato ancora Thomas - è mai stato più assolutista deglj assolutisti spagnoli. Nessuno ha mai dimostrato meglio dei liberali spagnoli i pregi ed i difetti del liberalismo. Gli anarchici spagnoli sono gli unici anarcruci della storia europea che abbiano influito sul corso degli eventi. Ancora nel 1936 alle Cortes c'erano rappresentanti di tutte le ideologie sopra citate, compresa la prima [cattolicesimo universale degli Asburgo] che pure era vecchia di quattrocento anni. Mancavano solo gli anarchici che boicottavano le elezioni» 3• Ad un pronunciamiento militar, originato da cause puramente nazionali, si contrappose con violenza una rivoluzione di carattere sociale in gestazione da tempo. Lo scontro, agevolato dalle incertezze e soprattutto dalla debolezza

1 A . Rov1GHJ e F. STEFANI, La partecipazione italiana alla guerra dì Spagna (1936-1939), USSME, Roma 1992, T, p. 39; J. CovERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cii., pp. 51-53 e SALVADOR DE MAD11RJAGA, Storia della Spagna, Cappelli, Bologna 1966, pp. 470-474. 1 Dei 12 mila ufficial i presenli ai reparti (su 14 mila), 7 mila passarono dalla parte degli insorti, 2 mila furono subito uccisi e 2.700 vennero incarcerati. Solo 260 rimasero col governo e. di questi, molti soltanlo perché costretti dalle circostanze. 1 H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 223.


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governativa, si trasformò in una sanguinosa lotta su basi ideologiche. E a dispetto del loro orgoglio, che li faceva desiderare di combattere da soli le proprie battaglie nella propria terra, gli spagnoli cercarono aiuto dagli stranieri della rispettiva parte. Le Grandi Potenze intervennero e la guerra civile divenne una questione di interesse internazionale. L'attenzione di ogni Potenza era sollecitata da ragioni politiche e ragioni ideologiche, ma tutti i governi si regolarono dando assoluta priorità alle prime, fossero esse di politica estera od interna. Il passo iniziale nel rivolgersi all'estero fu compiuto dal governo repubblicano. L'invocazione di Girai ebbe la connotazione quasi patetica di chi, sopraffatto da un inimmaginabile evento, senza sapere .a che cosa appigliarsi, incapace di una pur sommaria valutazione delle forze su cui contare, non si indirizzava al capo del governo di un altro paese in qualità di capo di governo, bensì invocava, a titolo personale, il soccorso di un collega della stessa matrice politica. La sera del 19 luglio, nella evidente confusione del ministero, egli non trovò di meglio che spedire un telegramma in chiaro a Léon Blum: «Colto di sorpresa da un pericoloso colpo militare, La prego di aiutarmi immediatamente con armi ed aeroplani. Fraternamente Suo Girai>> 1• Era il Frente Popular che chiedeva aiuto al Front Populaire 2 • Fra il 20 ed il 25 luglio tutte le Grandi Potenze furono chiamate in causa. Motivi ideologici a parte, i governi presero posizione o presero tempo secondo i propri interessi. La Francia si rese subito conto che una Spagna nazionalista avrebbe sicuramente ripudiato la strada dei Fronti Popolari e, quanto prima, preso qualche distacco da Parigi. Inoltre le chiare simpatie dei capi militari del pronunciamiento per fascismo e nazionalsocialismo rischiavano di provocare un vero accerchiamento strategico contro di essa. D'altra parte non mancavano i sostenitori accaniti di una neutralita francese 3. Perciò il governo risolse di aiutare i repubblicani, ma stando attento a non suscitare allarmi o polemiche con gesti clamorosi per evitare divisioni nelle masse popolari francesi (erano frequenti gli scontri tra gruppi delle due estreme) e contrasti con Berlino e Roma. Sul piano pratico fu dunque il primo ad entrare nella mischia con la cessione di materiale bellico. E presto fece anche di più: consentì la costituzione in territorio francese di centri di reclutamento per i volontari di ogni paese che intendessero

' Ibidem, p. 225. A complemento della telefonata, l'ambasciatore spagnolo a Parigi precisò a Blum l'entità delle richieste: 20 bombardieri Potez, 8 mitragliatrici Hotchiss a doppia canna, 8 cannoni Schneider da 75, 20 mila bombe, 250 mila colpi per mitragliatrice e 4 milioni di colpi per armi individuali di vario calibro. ., «Nessuno - osservò il radicale Camille Chautemps - riesce a capire perché mai noi dobbiamo correre il rischio di una gue1Ta per colpa della Spagna, quando non l'abbiamo fatto per la Renania» (cit. .in H. THùMAS, Storia della guerm civile spagnola cit., p. 237). 2


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arruolarsi nelle formazioni miliziane spagnole ed aprì la sua frontiera meridionale per il loro libero ingresso in Spagna. Il tutto, barcamenandosi fra smentite ufficiali ed espedienti vari. Il Portogallo, in compenso, si schierò a favore della rivolta. Il presidente del Consiglio, Antonio Salazar de Oliveira, prima (26 luglio) espresse la sua piena solidarietà al gen. Mola, poi (1° agosto) dichiarò l'intenzione di sostenere «con tutti i mezzi a sua disposizione» il movimento ed in effetti le agevolazioni del Portogallo - dall'afflusso di volontari e di aiuti di vario genere al permesso concesso ai nazionali di far passare attraverso il territorio portoghese reparti e materiale bellico diretti da una regione ali' altra della Spagna non ancora collegate territorialmente furono preziosissime e giovarono non poco alla riuscita delle operazioni franchiste. La Gran Bretagna si orientò immediatamente ad una rigorosissima neutralità, ritenendo possibile in tal modo di localizzare la lotta e di facilitare la ripresa del controllo della situazione da parte del governo di Madrid senza cedere a ll 'estremismo di sinistra 1• Inoltre al Foreign Office si pensava che la crisi spagnola potesse ostacolare il «recupero» di Hitler e di Mussolini, presumibilmente sazi l'uno della rimilitarizzazione della Renania e l'altro della conquista dell'Abissini a, ai fini di un nuovo ordine europeo. «È vero che avete inviato armi a Madrid?» chiese il Premier Baldwin a Blum, quando questi si recò a Londra il 23 luglio per una conferenza da tempo programmata, e, alla risposta affermativa, replicò: «È affare vostro. Ma in questo caso non fate più assegnamento su di noi». E, al termine della riunione, Eden raccomandò al ministro degli Esteri francese Delbos: «Ve ne prego, siate prudenti» 2 • L'Unione Sovietica si trovava anch'essa in imbarazzo. In politica estera aveva puntato tutto sulla sicurezza collettiva nell'ambito della Società delle Nazioni ( 1934) e sul patto bilaterale con la Francia (1935) per allontanare lo spettro di una guerra con la Germania. Ora, nel caso di una vittoria nazionalista, la Francia, circondata da tre paesi ostili, non avrebbe più rappresentato una sicurezza per l'Unione Sovietica; nel caso invece di una sconfitta dei rivoltosi, certo si presentava l'occasione di fare della Spagna il secondo paese comunista del mondo, però Gran Bretagna e Francia si sarebbero inevitabilmente allarmate con il rischio che esse lasciassero l'Unione Sovietica sola di fronte al pericolo tedesco 3 . D'altro canto il Komintem ed il Profintern, organo quest'ultimo destinato a coordinare l'azione dei comunisti nei Sindacati, r iunitisi il 21 luglio

' I capi di Stati Maggiore manifestarono la loro preoccupazione per lo streno di Gibilterra nell'eventualità che «un governo nemico della Gran Bretagna, fosse esso fascista o comunista, potesse emergere dalla lotta in atto» (J. CovERDALE, / fascisti italia11i alla guerra di Spagna cit., p. 87). 1 GEORGEs-Roux, La guerra civile di Spagna cit., pp. 120-121. ' Nel dicembre 1936 Stalin, Vorosilov e Molotov rivolgeranno a Largo Caballero, divenuto presidente del Consiglio, l'invito a convincere i repubblicani a rifuggire dall'estremismo e ad attirare al loro fianco il ceto medio «per impedire ai nemici della Spagna di presentarla come una repubblica comunista» (ADAl.1 B. ULAM, Storia della politica estera sovietica, Rizzoli, Milano 1970, p. 35 l).


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a Mosca e cinque giorni dopo a Praga, propendevano senza incertezze per un pronto aìuto aJ Frente Popular. In sostanza, si può ritenere ampiamente plausibile che Stalin, il quale stava per iniziare la prima grande purga contro i vecchi bolscevichi I e non aveva alcun interesse a turbare le acque europee, già abbastanza mosse, si sia orientato agli aiuti in viveri e denaro, cui non poteva sottrarsi, soltanto attraverso il Komintern.. Questo organismo - che nel 1921 il governo sovietico aveva dichiarato essere una «istituzione privata» di cui l'U.R.S.S. non era responsabile - aveva acquistato grande importanza imboccando la strada dei «Fronti Popolari» ed abbandonando il frasario bolscevico, che troppe diffidenze ed ostilità incontrava un po' dovunque 2. Le parole d'ordine divennero «pace>> e «democrazia» e non per nulla la propaganda comunista puntava, adesso, su una politica sociale moderata e non più rivoluzionariaJ. Quanto al partito comunista spagnolo, sicuro e disciplinato ma a quel tempo poco sviluppato, Stalin decise di sostenerlo con rappresentanti di prim'ordine ed in particolare con l'abile Togliatti, incaricato di fare osservare la direttiva, almeno iniziale, di non permettere la sconfitta della repubblica, ma nemmeno consentire all'estremismo anarchico un'affermazione determinante'. Anche Hitler soppesava con cura la situazione. Il suo primo impulso probabilmente fu che, ove si fosse sbilanciato in modo aperto a favore dei nazionalisti, Gran Bretagna e Francia si sarebbero distratte verso Madrid e così la Germania avrebbe potuto continuare indisturbata l'avviato riarmo. Però egli indicò anche altri motivi: un successo dei nazionali avrebbe significato la presenza di uno Stato fascista «nelle comunicazioni marittime fra Inghilterra e Francia» ed un governo nazionale avrebbe messo a disposizione della Germania il ferro spagnolo ad essa necessario, mentre un governo di sinistra non l'avrebbe sicuramente concesso 5. In ultimo, ma non meno importante, veniva un'altra considerazione. Il Terzo Reich stava preparando le Olimpiadi di Berlino, con le quali intendeva offrire al mondo la prova della buona volontà tedesca a collaborare per la pace. Quindi nessuna eccessività, per non guastare l'effetto della manifestazione.

' T quanro principali processi furono i seguenti: «il processo dei Sedici» (Zinovev, Kamenev, Smirnov e altri) nell'agosto 1936; «il processo dei Diciassette» (Piatakov, Radek, Sokolnikov e altri) nel gennaio 1937; il processo segreto coniro i capi militari (Tukhacevkij, Uborevié, Jakir e altri) nel giugno 1937; «il processo dei Venruno» (Bukharin, Rykov. Jagoda e altri) nel marlO 1938. 'L'orga no centrale del Komintem, il suo «sistema nervoso», era la Sezione dei rapponi internazionali (O.M.S.), cui faceva capo una rete di agenti di collegamento fra Mosca ed i capi dei partiti comunisti dei vari paesi (W. KRtVITSKU, Sono stato un agente di Stalin c ic., pp. 79-86 e l OI). • La stampa moscovita insisteva sul fatto che nel caso spagnolo si irattava della difesa di un paese democratico aggredito dal fascismo, evitava di ricordare che il Frente Popular era una coalizione di sini scra e, quando ne accennava, taceva della presenza in essa del Partido Comunista Espmìol. • H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 226-229. ' B.H. L1ooaL HART, The Other Side of the Hi/1, London 1948, p. 34 e 483.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA C!VTLE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

Quanto all'Italia, a parte i sogni di Mussolini circa il dominio italiano nel Mediterraneo, non pare che sulle prime il dramma in corso in Spagna abbia comportato un coinvolgimento governativo. Certo la diffidenza di Mussolini per il Frente Popular era spiccata, così come ovvia era la sua preferenza per una Destra al potere a Madrid, cioè per una Spagna amica. È possibile un pensiero alle Baleari, giacché una base navale in quelle isole avrebbe consentito il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo; ma tutto sommato si è inclini a condividere il parere del diplomatico Mario Luciol!i: «Dire che cosa esattamente Mussolini si ripromettesse ottenere in Spagna è difficile perché non lo sapeva neppure lui. Entrava vagamente nei suoi piani un'alleanza o almeno una stretta intesa italo-spagnola, tale da spostare l'equilibrio nel Mediterraneo, da minacciare Gibilterra e da creare allo stato maggiore francese il problema di un terzo fronte; ma come praticamente questa alleanza dovesse funzionare, egli non era in grado di precisarlo» 1 •

In campo nazionalista si era presto fatto sentire il peso della scomparsa del gen. Sanjurjo, il capo da tutti riconosciuto, colui che doveva rappresentare politicamente il movimento e dirigere le operazioni, tanto più in quanto i due principali leaders politici erano venuti a mancare: Calvo Sotelo perché assassinato e José Antonio Primo de Rivera perché dal 15 marzo in carcere 2. Mola, Queipo de Llano e Franco si u·ovavano isolati ed ognuno con un assillante problema da risolvere d'urgenza, pena il fallimento del] ' insurrezione. Per Mola si trattava di congiungersi con le forze del sud e di controllare la frontiera con la Francia; per Queipo de Llano, di consolidare ed ampliare quella che costituiva la base per lo sbarco delle truppe dal Marocco; per Franco, di trasferire in Andalusia le sue unità, onnai chiaramente indispensabili per il proseguimento della lotta. Ma prima di tutto occorreva dare una testa al movimento. Provvide Mola il 24 luglio, insediando a Burgos, il capoluog o della Vecchia Castiglia, una Junta militare presieduta dal gen. Cabanellas e conservando per sé il comando dell'esercito del nord. A rivolgersi all'Italia fu il gen. Franco, il più libero di aver rapporti con l'estero. Secondo i piani, egli doveva portare in Spagna almeno 17 mila uomini senonché, dopo averne inviati un migliaio, fu evidente che l'assoluto predominio navale governativo rendeva impossibile continuare il trasferimento attraverso lo stretto di Gibilterra. D'altro canto gli insorti disponevano di almeno tre piccoli aere i Fokker, del tutto inadatti al trasporto aereo. Franco allora prese contatto con il maggiore Luccardi , addetto militare al consolato generale italiano di Tangeri, per acquistare aerei da trasporto italiani ed inviò a Roma un emissario.

'MARIO DONOSn (Mario Luciolli). M11ssolini e l'E11ropa. La politica estera fascista, Leonardo, Roma 1945, pp. 49-50. ' José Antonio Primo de Rivera sarà condannato a molte il I 8 novembre 1936 da un 1ribunale del popolo e fucilato due giomi dopo. Quando i nai,ionali vennero a conoscenza della cosa, replicarono fucilando il figlio di Largo Caballero.


IL MOMENTO STORICO

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Dopo un incontro avvenuto il 21 luglio a Tetuan, il magg. Luccardi così rappresentò la situazione al Servizio Informazioni Militari (SIM) cui dipendeva: il gen. Franco, «capo movimento spagnolo 1» intendeva «instaurare governo repubblicano di tipo fascista» adattato al popolo spagnolo; al momento disponeva di quattro armate [?] e precisamente quella dell'Andalusia (da lui personalmente diretta) e quelle di Burgos, di Valladolid e di Saragozza; la lotta era dura ma occorreva affrontarla senza esitazione per evitare il formarsi di uno Stato sovietico; la disponibilità di almeno otto aerei italiani con personale civile diventava decisiva per la riuscita del moto; se l'Italia avesse concesso il suo aiuto, «future relazioni saranno più che amichevoli» 2 • Il capo del Servizio Infonnazioni Militari, col. Roatta, fu d'opinione, che «se le cose andranno male, si darà la colpa a noi; se andranno bene, ci si dimenticherà. Però qualcosa bisogna fare, senza impegnarci apertamente» 3 e la comunicò al gen. Baistrocchi. Questi fu drastico: parere negativo, e Mussolini annotò con un NO il telegramma del magg. Luccardi. La risposta di Roatta ali' addetto militare fu dunque distaccata: «Queste Autorità non ritengono sia il caso di aderire richiesta acquisto aerei da parte generale Franco. Se crede attenui risposta negativa motivandola indisponibilità apparecchi tipo richiesto» •. Luccardi partecipò il rifiuto a Franco, spiegando i tuttora gravosi impegni italiani con l'Etiopia che rendevano problematica la disponibilità cli aerei da trasporto, poi, il 23 luglio, riferì a Roma che, secondo fonte attendibile, Franco si era lamentato della «non adesione invio immediato aerei qualificandola miopia politica», precisando che «adesione in caso riuscita movimento avrebbe pennesso su futura politica spagnola prevalenza influenza Roma anziché Berlino». E nella stessa giornata avvertì che, a quanto pareva, la Germania aveva già mandato un trimotore a Tetuan 5• Intanto era arrivato a Roma l'emissario di Franco, il giornalista monarchico Luis Bolfn. Consegnò a Ciano una lettera del generale, controfirmata a Lisbona da Sanjurjo proprio prima del fatale incidente aereo, con la richiesta di 12 bombardieri e 3 caccia. Per Ciano fu il primo grosso problema di_ politica estera da affrontare e non si lasciò sfuggire l'occasione di mostrare la sua personale abilità diplomatica, cominciando a caldeggiare con foga l'intervento italiano nella vicenda spagnola 6 • È vero che sul momento dovette respingere la

' Luccardi a SIM in data 20.7.1936, A. ROVIGHI e F. STEFANl, La partecipazione italiana cit., I, tomo 11, doc. 1/c. 2 Luccardi a SIM in data 2l.7. l936, ibidem, doc. 1/f. ' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., Il, p. 364. ' Roaua a Luccardi in data 21.7.1 936, A. RovrGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo 11, doc. 2/a. 5 Luccard i al SIM in data 23.7.1936, ibidem, doc. 3/b . • GIORGIO PINI e DUILIO SUSMEL, Mussolini: l'uomo e l'opera, La Fen.ice, Firenze 1953, III, n. 357.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

nuova domanda di aiuto, dato l'atteggiamento negativo di Mussolini, però questi, saputo fra il 23 ed il 24 luglio che il governo Blum aveva ceduto aerei e armi al governo Girai ' cambiò repentinamente opinione e Ciano poté accogliere favorevolmente la nuova missione inviata dal gen. Mola, indipendentemente da quella di Franco. Ciano assicurò a Goicoechea la vendita di 12 bombardieri S 81 per oltre un milione di sterline e ricevette conferma della validità del vecchio accordo preso nel 1934 con esponenti monarchici, che prevedeva la denuncia del presunto trattato segreto franco-spagnolo. Gli apparecchi partirono all'alba del 30 luglio dalla base di Elmas in Sardegna, con personale militare in abito civile e con documenti civili 2• Solo 9 di essi atterrarono a Melilla 3, due furono costretti ad un atterraggio di fortuna nel Marocco francese (il che naturalmente dette modo alla stampa francese di denunciare all'Europa l'intromissione fascista nella lotta in corso in Spagna), ed uno precipitò in mare. Il giorno precedente erano atterrati nel Marocco spagnolo 30 Junker 52 da trasporto tedeschi, chiesti a Berlino sia da Mola sia da Franco con distinte missioni. Non che in Germania la domanda fosse stata accolta con gran favore. Difatti il ministro della Guerra, maresciallo von Blomberg, ed il comandante in capo dell'esercito, col.gen. von Fritsch, nonché il ministro degli Esteri, von Neurath, si dichiararono contrari a fornire reparti e mezzi alla rivolta, giudicando «disastrosa» l'impresa sotto il profilo tecnicomilitare. Ma le insistenze del capo dell'Abwehr, amm. Canaris, del comandante in capo della Kriegsmarine, amm. Raeder, e del comandante in capo della Luftwaffe, Goering, riuscirono a convincere Hitler puntando su tre carte: Franco era capo meritevole di «fiducia e appoggio»; le promesse forniture di ferro spagnolo erano indispensabili per l'industria tedesca; un insuccesso nazionalista avrebbe precluso l'utilizzazione dei porti spagnoli, in caso di guerra, per le navi tedesche operanti nell'Atlantico. Ricevuta l'approvazione di Hitler, in una settimana venne creata in Germania una efficiente organizzazione per l'intervento a favore di Franco •.

' li 20 luglio il governo francese accolse l'urgente richiesta p resentata dall ' ambasciatore di Spagna di armi e muni zioni e vendette a Madrid 4 Potez 54 e 17 .Potez 25, che il 25 luglio si trovavano in territorio spagnolo. ' Gl i aerei furono accompagnati per un ampio tratto da un battistrada d 'eccezione: il gen. Valle in persona, con un idrovolante a grande autonomia. Inutile esprimere la perplessità provocata da un gesto del genere da parte di persona che rivestiva il doppio importantissimo e delicato incarico di sottosegretario e di capo di Stato Maggiore dell'aeronautic.a. ' Giunta la fonnazione all'aeroporto di Nadar, il comandante prese contatto con le autorità locali e d' iniziativa iscrisse tutto il personale (volontario) al Tercio Estranjero . Poi l'unità si trasferì a Tctuan ed .il 5 agosto protesse il convoglio di truppe da Ceuta ad Algeciras. Il 9 agosto l'aviazione legionaria si trasferirà a Siviglia. ' A . RovJGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., pp. 79-8 1.


IL MOMENTO ST0R1CO

LA SITUAZIONE A FINE LUGLIO 1936

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Capitolo VII

LA DECISIONE DELL'INTERVENTO ITALIANO 1. l PRIMJ INTERVENTI INTERNAZIONALI E IL COMITATO DI LONDRA A fine luglio la lotta in Spagna attraversava una sorta di stasi punteggiata da scontri locali di risultato indeciso e di prospettive dubbie. La situazione di stallo era causata dalla generalizzata carenza di armi, mezzi e rifornimenti di ogni genere per entrambe le parti, motivo, fra l'altro, di insistenti richieste di aiuto alle varie Potenze ritenute amiche. La paralisi operativa e la bassa intensità dell'impegno militare sui vari fronti favorivano, peraltro, inquietanti disordini e violenze che arrivavano a compromettere anche la sicurezza dei cittadini stranieri, circostanza quest'ultima che rendeva difficile la posizione del governo di Madrid 1• In Francia, paese naturalmente più «esposto>> correvano notizie e voci incontrollate sull'azione governativa a vantaggio dei repubblicani spagnoli con conseguente inasprimento delle polemiche tl'a i neutralisti e gli interventisti della sinistra. Ai giornalisti che chiedevano conferme o smentite sugli invii di materiale bellico, il ministro della guerra, Daladier, si stringeva nelle spalle: «Andate a chiedere al presidente del Consiglio, che è il solo a saperlo!». Comunque si affacciavano fondati sospetti di un crescente coinvolgimento, pregiudizievole per la pace europea non meno per la situazione interna. Il 31 luglio, alla Camera, Blum e Delbos, ministro degli Esteri, ammisero che per la Francia il governo spagnolo legale, e per giunta amico, era quello di Madrid, ma «se noi forniamo armi - dissero - anche altri lo faranno» 2 • Il 2 agosto Blum, preoccupato per l'aspra opposizione interna, decise di rivolgere un urgente appello a Londra ed a Roma per «la sollecita adozione e la rigorosa osservanza nei riguardi della Spagna di regole comuni di non intervento» 3• L'intesa, inizialmente prevista per Francia, Gran Bretagna e Italia, era ovviamente aperta alla partecipazione di tutti gli altri Stati. Occorreva, in

' Agli inizi di agosto l'ambasciatore Pedrazzi segnalò a Roma che informazioni di fonti diverse davano il presidente della repubblica, Azaiìa, ed il presidente della Deputaciao catalana, Companys, sgomenl.i per la situazione e inorriditi per le atrocità commesse dai gruppi estremisti, che sfuggivano ad ogni controllo (J. COVERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 74). 'R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., l, pp. 52-53. 'Ma nello stesso tempo, visto che l' Italia aiutava i rivoltosi, il ministro dell 'aviazione, Cot, fu autori:uato a spedire gli aerei richiesti da Madrid. Così partirono 30 aerei da ricognizione e bombardamento, 15 caccia e 10 aerei da trasporto (H. TMOMAS, Storia della guerra civile spagnola eit., p. 248; J. COVERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit.., p. 86).


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sostanza, impegnarsi a «non fornire anu.i o strumenti atti ad alimentare la guerra civile ad alcuna delle parti contendenti in Spagna»'. La Gran Bretagna si professò disponibile ad una dichiarazione di assoluto non intervento, purché imitata da Francia e Italia, ma nel contempo fece presente l'opportunità che all' intesa iniziale venissero associati tutti i paesi aventi preminenti interessi materiali oppure una situazione di prossimità geografica con la Spagna, vale a dire anche il Portogallo e la Germania. Quest'ultima, contattata subito, si espresse in te1111ini favorevoli anche se piuttosto vaghi 2; il Portogallo fu evasivo. Quanto aU'ltalia, Ciano, su precise indicazioni di Mussolini, rispose cbe il governo fascista aderiva in linea di massima all'iniziativa, tuttavia osservava che l'efficacia di questa dipendeva dall'accettazione di tutti gli altri Stati interessati e dal venire «estesa anche alla propaganda e ad ogni altro tipo di appoggio» l _ Era chiara l'allusione al sostegno comunista. L'Unione Sovietica si mosse con grande prudenza, rendendosi conto dei problemi che una qualunque scelta le avrebbe procurato. Se avesse rifiutato, le Grandi Potenze si sarebbero convinte della sua attiva interferenza nelle cose spagnole o, quanto meno, della sua intenzione di aiutare il Frente Popular; se avesse accolto il progetto francese di convenzione per il non intervento si sarebbe squalificata agli occhi del proletariato mondiale. Per giunta, nel primo caso avrebbe irritato la Francia e quindi incrinato il trattato franco-sovietico, che appena allora era stato ratificato dal parlamento francese, e rafforzato nelle Potenze occidentali i timori esistenti nei confronti del bolscevismo. Nel secondo caso, non era affatto da dare per scontato che Italia e Germania avrebbero realmente rinunc.iato a fornire aiuti agli insorti. Perciò Mosca ,ispose accogliendo il principio della non ingerenza e dichiarandosi disponibile all'accordo, però a due condizioni: che anche il Portogallo accettasse l'impegno e che «l'appoggio prestato da 'certi Stati' contro il legittimo governo spagnolo venisse immediatamente a cessare» 4. In compenso il Komintern dispose che tutti i partiti comunisti occidentali, pur senza attaccare direttamente il patto in questione, sollecitassero l'opinione pubblica ed il governo dei rispettivi paesi a muoversi in difesa del Frente Popular aggredito dal fascismo. 11 7 agosto Harry Pollitt, un esponente del partito comunista inglese, affermò:

' Colloquio Ciano-Chambrnn in data 3.8.1936, R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., l, p. 54. 1 Colloquio Ciano-Charnbrun in data 5.8.1936, ibidem, p. 54. In quei giorni il governo tedesco era tutto preso dall'organizzazione della grand iosa manifestazione delle olimpiadi, la cui inaugurazione era fissata per il l Oagosto. ' Colloquio Ciano - incaricato d'affari britannico in data 6.8.1936, ibidem, pp. 55-56. Cfr. R. D E FELICE, ltussolini il duce cit., II, p. 368, nota 68. Proprio quel giorno la «Pravda» rendeva noto che i lavoratori sovietici avevano raccolto oltre 12 mil ioni di rubli a favore del governo spagnolo. ' D,w m T ·cxrn,L, La diplomazia sovietica e la guerm civile spagnola, Feltrinelli, Milano l 963, p. 22. Si noti che soltanlo nel 1934 la Repubblica spagnola aveva riconosciuto il governo sovietico. senza peraltro ripristinare i rapporti diplomatici con Mosca.


LA DECISIONE DELL'INTERVENTO ITALIANO

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«( ...) non ci può essere questione di neu1.rolità alcuna da pa1te di chiunque pretenda di avere il minimo rispetto per la democrazia, per la voloncà popolare, per il governo costituzionale( ...). ( ... ) oggi in Spagna si combatte una lotta il cui esito deciderà il futuro della democrazia, il programma sociale, la s ic urezza collettiva e la pace di tutto il mondo( ...)»'.

In definitiva, le adesioni favorevoli si susseguiranno nel corso del mese di agosto, ma quasi tutte le principali risultarono caratterizzate da distinguo o da preoccupazioni cli politica interna.

In Francia, Blum si rese conto che le sue lodevoli intenzioni cli limitare le ripercussioni negative della crisi stavano alienandogli il suo stesso partito nonché i comunisti. TI partito comunista francese, in una lettera aperta ai socialisti pubblicata dall' «Humanité» ciel 13 agosto, dichiarò senza mezzi termini: «Non possiamo tollerare di assistere allo spettacolo dei ribelli che ricevono aiuto dalla Germania e dal l'Italia, mentre il legittimo governo s pagnolo vede eretto contro di sé un blocco politico, un tipo di regime sanzionistico che, malgrado le decisioni internazionali, non venne messo in atto contro l'Italia, c he pur era colpevole di invadere l'Abissinia . Noi siamo de l parere che nell'atruale situazione sarebbe utile per i nostri due pa1titi promuovere di comune accordo un'azione unitaria, sul piano internazionale, in favore del popolo spagnolo, nella sua gloriosa lotta per la libertì1 e la pace».

Un paio cli giorni dopo il socialista .Touhaux, segretario generale della Confédération. Générate du 1ì·avail, attaccò apertamente l'azione di Blum: «Di fronte alla situazione spagnola non ci può essere neutralità per l'operaio onesto. Il vecchio dogma del non-intervento ci è costato caro, ed ora minaccia di costarci ancora di più. La sconfitta degli operai spagnoli può dimostrarsi la nostra sconfitta - e non solo dal punto di vista sociale ma anche la sconfitca del nostro paese»'.

Blum cercò di difendere l'impegno preso indicandolo come l'unica via per salvare la pace: «Assumo la completa responsabilità delle azioni del govemo. La nosu-a politica condurrà alla salvezza della Spagna ed al mantenimento della pace ( ... ). Il risultato, è vero, è che noi ci troviamo da molto tempo con le mani legate, mentre gli altri possono aiutare gli inso1ti. L:ingiustizia di questi aiuti unilaterali ha amai·cggiato voi, come ha amareggiato noi, ma soppesate i vantaggi del Patto. Se noi non avessimo suggerito un accordo internazionale, ed assicurato ad esso larghi adesioni, dove saremmo ora?(...). Non ammetterò mai che la guerra è inevitabile e lavorerò fino all'ultimo istante per evitarla. Non dispererò nmi di salvare la pace».

E, nel contempo, non risparmiò l'ambiguità comunista: «Non dimentichiamo che l'accordo internazionale di non intervento po1ta la fmna dell'Unione Sovietica. Tuttavia un grnppo politico [i comunisti], che ha aderito a questo Patto a fianco de.i partiti del Fronte Popolare, sembra voler criticare le nostre azioni. Intende forse sconfessare il Patto?»'·

' Ibidem, pp. 22-23. ' Ibidem, p. 31 . ' Ibidem, p. 32.


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L' INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE Df SPAGNA (1936-1939)

Il giorno successivo 200 mila operai metallurgici della regione parigina scioperarono per un ' ora in segno di protesta. Comunque, dovendo assolutamente evitare la caduta del governo Blum, socialisti e comunisti si rassegnarono ad un compromesso. L'8 settembre una risoluzione del comitato direttivo della C.G.T. confermò l'appoggio dei sindacati al governo, pur dichiarando che «la possibilità di arrivare ad un totale non-intervento è compromessa dall'atteggiamento di quei paesi che hanno preso posizione per i rivoltosi spagnoli contro il governo regolare, dalle riserve diplomatiche e dall'azione effettiva della Germania e del Portogallo che mettono a repentaglio il principio della neutralità». Di conseguenza, il comitato riteneva suo dovere chiedere al governo di «riconsiderare, in accordo col governo inglese e con gli altri governi democratici, la sua politica di neutralità>> 1• Il 9 settembre, Thorez, leader dei comunisti, scrisse sull' «Humanité»: «Per l'onore della classe operaia, per l'onore del Fronte Popolare, per l'onore della Francia, il blocco che sta uccidendo la pace deve essere tolto» 2. In Gran Bretagna, il partito laburista si trovava in una posizione assai differente da quella dei socialisti francesi. Anzitutto era ali' opposizione, quindi le sue critiche alla linea di condotta governativa rientravano nella prassi normale. Ma, principalmente, mentre manifestavano pieno appoggio morale ai lavoratori spagnoli, i laburisti, per tradizione pacifisti, approvavano senza riserve la decisione presa dal Consiglio nazionale del partito di sostenere la politica del non intervento. Il segretario generale della Trade Union, Citrine, fu schietto: «(...) Il governo non ci ha mai lasciato dubitare, neppure per un momento, che l'unica strada che poteva scegliere per sai vare la pace non fosse quella di appoggiare, con tutte le sue forze. le proposte della Francia. Il governo ha detto che la cosa più imponante era di evitare la guerra, e che qualunque fosse il diritto o il rovesc.io della situazione, qualunque fosse il diritto tecnico del governo spagnolo, il problema andava considerato sullo sfondo di una questione molto più vasta, molto più grande, molto più grave. li governo prevedeva che se le Potenze avessero fornito anni alla Spagna, l'Europa si sarebbe in breve divisa in due blocchi rivali ( ... ). Ciò significava che presto o tardi in Spagna ci sarebbe stato fra le Potenze un conflitto, che si sarebbe esteso rapidamente ad altri paesi e for!!e all'Europa intera. Il governo sosteneva anche che il Patto sarebbe riuscito( ...)»'.

E bisogna aggiungere che l'opinione pubblica britannica, per guanto eccitata dalla guerra civile spagnola e divisa nelle simpatie, era tutt'altro che incline ad accettare il coinvolgimento della Gran Bretagna nella lotta. Ad ogni modo qualcosa di concreto veniva fatto, o meglio veniva dichiarato. L'8 agosto la Francia annunciò che a partire dal giorno seguente avrebbe

' Ibidem, p. 33. ' Ibidem. ' lbidem, p. 34.


LA DECISIONE DELL'INTERVENTO ITALIANO

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vietato ogni esportazione di materiale bellico per la Spagna 1• Il 15 agosto fu la volta della Gran Bretagna, il 2 l dell'Italia, il 24 della Germania, il 28 dell'Unione Sovietica. Anche oltre Atlantico le vicende spagnole accesero le opinioni pubbliche e suscitarono prese di posizione diverse. Gli Stati Uniti, pur lasciando scorgere una chiara propensione per il governo Giral, dichiararono che si sarebbero attenuti ad una rigida neutralità 2 • Il Messico si schierò compatto a fianco della repubblica e, all'inizio di settembre, il presidente Cardenas comunicò pubblicamente di aver già spedito a Madrid 20 mila fucili e 20 milioni di cartucce. Il Cile ed il Brasile, invece, inclinarono per gli insorti, però si limiteranno ad un appoggio morale. Intanto, dopo il primo giro di consultazioni, il 15 agosto la Gran Bretagna aveva suggerito la costituzione di un «Comitato di non intervento», formato dagli ambasciatori a Londra di tutti i paesi interessati, allo scopo di coordinare le concrete misure da assumere per rendere efficace l'embargo sul materiale bellico. Ottenuto il generale consenso, il Comitato si riunì il 9 settembre e, in una seconda seduta avvenuta il 14 settembre, elesse un Sottocomitato di otto membri (fra cui i delegati di tutte le Grandi Potenze europee) con funzioni esecutive. Diciamo pure che, per quant0 abbiano indubbiamente contribuito ad allentare la tensione internazionale, sul piano pratico i risultati dell'opera del Comitato di Londra, come venne chiamato per brevità, rimasero modesti giacché, secondo la procedura, le denunce contro violazioni all'embargo dovevano essere presentate al Sottocomitato, il quale era incaricato di trasmetterle al Comitato, che a sua volta avrebbe approfondito le informazioni per poi, riscontrata una presunta violazione, inoltrarle ufficialmente ai governi in causa affinché potessero confutarle. In ultimo, «ricevuta la nota di risposta del governo contro cui sia sporta denunzia, il Comitato prenderà le misure che riterrà necessarie in ciascun caso per stabilire la verità deifatti» 3• Non era quindi tenuto a giudicare l'infrazione né, men che meno, a prendere un qualunque provvedimento. Bisogna anche dire che la capziosità procedurale molto fu dovuta all'abilità del nostro ambasciatore Grandi, il quale aveva ,icevuto istruzioni da Ciano di «far del suo meglio per dare a tutta l'attività del Comitato» un carattere puramente platonico• ed al palese desiderio di Gran Bretagna e Francia di non andare a fondo

' Per la verità la dichiarazione francese era stata provocata dalla minaccia inglese di lasciar cadere l'obbligo acceua co a Locarno di aiutare la Francia in caso di attacco da parte tedesca. E l'anun. Darlan, rientrato da Londra 1'8 agosto, riferì al governo che l'Ammiragliato britannico, indignato per il massacro degli ufficiali compiuto dagli equipaggi della flotta spagnola, non nascondeva una spiccata ostilità nei confronti dei repubblicani. l Le aperte s impatie dell'opinione pubblica ameticana per il governo legale spagnolo si atte· nuarono molio quando gli eccessi commessi in campo rivoluzionario vennero conosciuti. ' D.T. C AITEL, La diplòma,ia sovietica cit., p. 22 (corsivo nostro). ' W. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 295.


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nelle indagini per evitare scontri fra le Grandi Potenze 1• Non per nulla un funzionario del Foreign Office riconobbe a posteriori di aver pensato «che il Comitato di Londra fosse in gran pa1te un imbroglio, ma un imbroglio estremamente utile. Quando un imbroglio è l'alternativa alla guerra, non si può giudicare con troppa severità» 2• Insomma, l'innegabi le ipocrisia trovava una qualche spiegazione nella psicosi realmente esistente nel mondo politico europeo. E la notizia che il 24 agosto Hitler aveva firmato un decreto che portava la durata del servizio militare a due anni per tutte le forze armate non era certo tranquillizzante, tanto che il 7 settembre la Francia annunciò un rafforzamento del proprio dispositivo militare. Non a caso Francia e Germania si preoccupavano cli eliminare ogni residuo attrito con l'Italia per la questione etiopica e il Segretario generale della Società delle Nazioni, Avenol, si recò a Roma per rappresentare a Mussolini l'opportunità del rientro dell'Italia nella Lega. Come se tutto c.iò non bastasse, si aggiunga che, sin dalla seconda riunione del S0tt0comitato, le discussioni si svolsero in un clima decisamente acceso. Jn quella sede, infatti, il rappresentante sovietico Kagan accusò l'Italia di aver sbarcato a Vigo 24 aerei smontati, in aggiunta ai 10 bombardieri inviati nel Marocco spagnolo, e propose che «tutti i rapporti del g,enere, e qualsiasi informazione della stessa natura, in possesso dei governi qui rappresentati, vengano fatti oggetto cli immediata investigazione da parte dì questo Comitato». Al che Grandi replicò subito: « Vorrei fare una brevissima osservazione su quanto è stato appena dello dall'onorevole rappresentante della Russia sovietica. Sono pienamente d'accordo sulla proposta fatta(, .,), Sono sicuro che quando il Comitato avrà approfondito queste informazioni, apparirà clùaro che molti paesi europei sono, o sono stati, responsabili di ogni sorta di attività e di ogni forma di intervento in Spagna - tutte cose che non si possono certo considerare confonni al patto - e primo fra tutti questi paes i, la Russia dei Soviet» '.

Il 25 gennaio 1937 il Comitato riuscirà finalmente a varare un piano di controllo, che affidava la sorveglianza marittima e terrestre a commissioni internazionali, ma soltanto a partire dal successivo 20 aprile l'accordo faticosamente raggiunto potrà avere un inizio di applicazione. L'unico governo a protestare sin dalle prime discussioni, e non a tono, fu quello di Madrid, il quale negò a chiunque il diritto cli limitare la sua sovranità e dichiarò cli rifiutare qualsiasi misura che attentasse alla sua libertà d'azione 4 . *** 'J. COVERDALE, ! fasc isti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 89-90. ' H. T HOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 113-1 14. ' Documenti del Comitato del non intervento, N.I.S. 1936, 2' riunione, p, 7, cit. in D.T. CATfR, ibidem, pp. 28-29. 'GEORGES-Roux. La guerra civile di Spagna cit., p. 146,


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Il divieto di esportazione d'a1111i, munizioni e mezz.i militari verso la Spagna annunciato dalle Grandi Potenze in agosto ed i contatti per il Patto di non intervento non significarono affatto l'interruzione del flusso dei rifornimenti alle parti in lotta. Tutt'altro, questo prese anzi nuovo vigore, proprio in previsione dei previsti controlli internazionali. Stalin, come si è det.to, procedeva con i piedi di piombo. La base logistica del Komintem, creata a Parigi, si avvaleva anche degli organi del <<Soccorso rosso internazionale», però gli aiuti continuavano a limitarsi a denaro e viveri 1• Fu nella terza decade di agosto che Stalin decise di pa~sare all'appoggio diretto al governo repubblicano, cominciando con l'inviare a Madrid l'ambasciatore Rosenberg con un numeroso stuolo di consiglieri politici e militari e di funzionari dell'NKVD. E l'autorizzazione alla fornitura di materiale bellico venne concessa il 31 agosto, dopo l'arrivo in Russia di una delegazione repubblicana venuta ad offrire «grandi somme d'oro)) attinte alla riserva della Banca di Spagna 2 • Il traffico d'armi a favore di Madrid iniziò a metà ottobre. Le spedizioni dovevano avvenire per due canali: uno organizzato dal GRU (il servizio segreto militare sovietico) creando all'estero una rete di ditte di export-import; l'altro, per le spedizioni dalla Russia, organizzato dall' NKVD con società di comodo 3. Molto significativamente il 26 agosto un editoriale delle «Izvestija» formulò un aperto rifi uto d ella politica neutralista: «(...) Dobbiamo dire francamente che una dichiarazione di neutralità in rappono ad avvenimenti come quelli che hanno oggi luogo in Spagna non è un'idea nostra, ma un tipo particolare di innovazione nella teoria e nella pratica internazionali. Fino ad oggi non era mai accaduto che il governo di un paese, eletto in conformità alle sue leggi e riconosciuto da tutte le altre nazioni, fosse posto sia sul piano giuridico sia su quello pratico al livello dei ribelli ( ... ). ( ... ) bisogna che nessuno chiuda gli occhi di fronte al fatto che oggi. nel caso specifico della Spagna, la teoria della neutralit à rappresenta in effetti una ritirata generale dinnan1,i ai governi fascisti cd ai loro fautori in nnti i paesi ( ...). La dichiarazione di neutralità elaborata dalla Francia è in apparenza diretta a far cessare questo aiuto fascista ai ribelli ed a garanùre la reale non panecipaz.ione degli altri paesi al conflitto interno della Spagna. Per questo motivo, si spiegano le ragioni che hanno indotto il governo sovietico ad accettare questa dich iarazione( ...)» ' .

' Qu,mdo i comunisti spagnoli s i lamentarono per la mancanza di aiuti bellici, Togliatti avrebbe risposto: ,<L'U nione Sovietica tiene alla sua sicurezza come alla pupilla dei suoi occhi. Un passo falso da pai1e sua Potrebbe alterare l'equilibrio delle forze e scatenare una guerra nell'Europa orientale» (JESCS Hr:RNANDEZ, Yo. mi11is1ro de Stalin e11 Espaiia, Ed. America, Mexico D.F., p. 36). ' La delegazione, composta da «tre alti ufficiali» spagnoli fu fermata a Odessa. Stalin - che il 28 agosto aveva annunciai.o il veto aU'esporcazione di ann i in Spagna - il 31 convocò una sessione straordinari a del Politburo e prese la decisione di aiutare il governo spagnolo di nascosto. L' ultima sua frase a proposito dell'invio di specialisti militari costituì una direttiva: «tenersi lontani dalla linea del fuoco». i WALTER G. KR1v1TSK1, Sono stato un agente di Stalin cit., pp. l 15- 121. 'D.T. c....rrEL, /,a diplomazia sovietica c it., p. 26.


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Non è chiaro il motivo che spinse Stalin ad intervenire. Che si proponesse di stabilire in Spagna un governo comunista non risulta; che intendesse sorreggere la democrazia borghese è men che credibile. Resterebbe l'ipotesi del proposito di rafforzare il sistema europeo di sicurezza collettiva data la minaccia rappresentata dal riarmo nazista laddove in campo sovietico il governo si trovava impegnato in una epurazione che stava coinvolgendo l'Armata Rossa. Una Spagna caduta sotto l'influenza delle Potenze fasciste in fondo avrebbe costituito per l'Unione Sovietica una minaccia di secondaria importanza, ma non per la Francia e la Gran Bretagna. È perciò plausibile la tesi di Cattel che Stalin, muovendosi, sperasse di dare impulso alle due Potenze occidentali, più lente a decidersi. «L'Unione Sovietica aiutò, dunque la Spagna repubblicana non per altruismo, ma per esigenze dettate dal suo sistema di sicurezza: il governo sovietico si servì della Spagna come di un punto focale, di una garanzia per arrivare ad una coalizione tra la Russia e i governi democratici e di sinistra contro la minaccia collettiva di un'aggressione tedesca» 1• Dal canto loro Hitler e Mussolini si accordarono-per uno sforzo comune. L'iniziativa per una consultazione sulla questione spagnola venne presa dalla Gerrnanfo. Agli occhi di Hitler quanto stava accadendo nella penisola iberica apparve occasione da non perdere al duplice intento di favorire il riavvicinamento italo-tedesco e di ostacolare seriamente quello italo-francese. Cosicché il 4 agosto giunse a Roma l'amm. Cana1is, capo dell'Abwehr, a tastare il terreno. Proprio quel giorno Franco riusciva a trasportare più di 3 mila uomini dal Marocco in Spagna con un convonglio navale protetto dagli aerei italiani e tedeschi. L'incontro fra Canaris ed il gen. Roatta ebbe carattere praticamente interlocutorio, però fu utile per constatare la volontà di entrambe le parti di continuare l' appoggio militare ai nazionali. Il 21 agosto pervenne al ministero della Guerra la situazione operativa tratteggiata da Franco al magg. Luccardi: a nord proseguiva l'attacco contro lrun per interrompere le comunicazioni delle forze governative delle Asturie e dei Paesi Baschi con la Francia; nella Nuova Castiglia il gen. Mola aveva occupato la Sierra Guadarrama ma i rossi tenevano SigLienza e minacciavano Avila; nell 'Estremadura era stata occupata Badajoz e così conseguita la riunione delle forze nazionaliste del nord e del sud; nel!' Andalusia, dopo il ristabilimento della linea ferroviaria Siviglia-Granada, le truppe nazionali si accingevano a passare alla difensiva. Tuttavia era impossibile premere su Madrid a causa dell'inferiorità aerea e, per di

' D.T. CATI'EL, La diplomazia sovietica cit., pp. 43-50. Secondo Krivitski «la storia dell'intervento soviecico in Spagna rimane tuttora il maggior mistero della guen-a civile spagnola». A suo parere, Stalin pensò di «includere la Spagna nella sfora d ' influenza del Cremlino» per rafforzare i suoi legami con le Pocenze occidentali e migliorare la posizione dell ' U.R.S.S. di fronte alla Gennania (W. KR1VITSK1, Sono stato un agente di Stalin cit., pp. 107- 108).


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più, si era affacciato il timore dell'impiego dei gas da parte governativa. Quindi occorrevano aerei, carri armati leggeri, bombe a gas e maschere antigas, ecc. «Movimento militare Franco - concluse il magg. Luccardi - riuscirà soltanto se riceverà mezzi superiori a quelli che riceveranno avversari da Francia, Russia, Inghilterra» 1• Il gen. Pariani, sottocapo di S.M. dell'-esercito, annotò: «Manca sempre 30 per fare 3 1. Si vede che Franco non ha organizzato sufficientemente, ma perché non ha trattato prima un concorso?». Il commento era un po' troppo critico, ove si rammentino le vicissitudini dell'inizio del pronunciamiento e la sua inopinata trasformazione in guerra civile con gli interventi stranieri. A quella data il materiale bellico fornito da Roma e da Berlino ai nazionali era il seguente: Italia

Germania

26 15 20 50 8

Junkers da bombardamento con equipaggio Heinkel da caccia senza equipaggio anni contraerei mitragliatrici mila fucili munizioni e bombe da aereo

12 27 12 40 5

bombardieri con equipaggio caccia con equipaggio mitragliere da 20 e.a. mitragliatrici St. Etienne e.a. carri veloci con equipaggio munizioni e bombe da aereo

È chiaro che per i nazionali l'obiettivo principale era la conquista della capitale. Essa rivestiva la massima importanza sotto tutti i punti di vista. Sul piano politico si traduceva in una sostanziale legittimazione del potere e nel!' acquisizione di un grosso prestigio, anche di fronte all 'estero, a tutto detrimento di quello repubblicano. Sotto il profilo militare il possesso di Madrid, vero centro nevralgico del paese, avrebbe consentito il vantaggio di un'agevole manovra, per linee interne. Per la Spagna repubblicana il discorso sugli obiettivi militari cambiava a causa di spiccatissime tendenze politiche e ideologiche contrastanti. Il paese si era abbandonato «alle due passioni dominanti degli spagnoli: la dittatura ed il separatismo» 2 • Nella Nuova Castiglia e nelle regioni adiacenti dove dominava l'UGT, l'autorità del governo centrale riusciva più o meno a tenere le redini delle operazioni, ma, nel disordine regnante, queste si riducevano ad impedire la caduta di Madrid nelle mani di Franco. Nella fascia costiera orientale (dalla Catalogna ali' Andalusia) la fortissima preminenza anarchica rendeva letteralmente caotica la situazione. In pmticolare la Catalogna si trovava divisa fra la componente libertaria (l'esproprio era la regola, la Banca di Spagna era stata

'Luccardi a SIM in data 21.8.1936, A. Rov1om e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., voi. I, tomo II, doc. 8. 2 SALVADOR DE MADARIAGA, Storia della Spagna, Cappelli. Bologna 1966, p. 479.


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requisita, il credo anarchico in tema di lotta proclamava: «Soldados nunca, milicianos si!», Soldati mai, miliziani sì!), il separatismo (Companys si era autonominato «presidente della Catalogna») ed il comunismo (il nuovo Partido socialista un(ficado de Cataluiia, o PSUC, era dominato dai comunisti); di conseguenza, in queste regioni la guerra era concepita non soltanto per proteggere la propria «indipendenza», ma altresì per «recuperare» le regioni considerate catalane, quali l'Aragona e le Baleari. In Andalusia, poi, la rivoluzione anarchica toccè> vette di estremismo non raggiunte in alcuna altra parte della Spagna. Infine, a nord, le regioni affacciate sul golfo di Biscaglia facevano storia a sé. Nelle Asturie i comunisti volevano conquistare Oviedo e realizzare una repubblica di stampo sovietico; Santander, unico posto della vecclùa Castiglia, era nelle mani della UGT e viveva per proprio conto; nelle Province Basche trionfavano i separatisti che intendevano fondare la repubblica di Euzkadi. Questi fermenti trovavano riscontro nella situazione mi litare repubblicana. Nessuno conosceva esattamehte su quante forze si potesse contare. Dal momento in cui il governo aveva deciso di armare il popolo, ogni partito, ogni sindacato, ogni organizzazione di qualunque tipo e dimensione si era affrettato a mettere in piedi una milizia di parte. E ciascun gruppo «aveva un'idea sua propria della difesa e di come combattere, e chiedeva per sé armi e materiali al governo». Come già accennato, in generale queste formazioni non si consideravano affatto un esercito operante per la difesa dello Stato, bensì milizie rivoluzionarie che adesso coglievano l'occasione ed il modo di cambiare la società. Se negli scontri iniziali nelle città e nei villaggi le milizie operaie e contadine avevano ottenuto successi grazie al loro coraggio ed al focoso sentimento di parte, in operazioni vere e proprie le cose cambiavano radicalmente. Ogni «colonna» costituita da un partito agiva con un compito ben definho, assolto il quale - bene o male - automaticamente si scioglieva. I servizi di guardia notturna erano reputati una fissazione dei capi. La tecnica di combattimento era sprezzata, nonostante le eccessive perdite. Le armi erano mal curate e male impiegate. Le sparatorie a vuoto causavano uno spreco di munizioni inaccettabile. Ai comandanti improvvisati, gran parte dei quali manifestavano, inevitabilmente, gravi carenze nell'azione di comando, facevano riscontro capi di buona levatura per doti naturali ma alle prese con miliziani che dubitavano della loro lealtà perché «ufficiali» 1• Fra i primi a dichiararsi pronti ad incorporare i propri miliziani in un esercito regolare, per superare una situazione non sopportabile a lungo, fu il partito comunista, il quale il 20 aprile diramò un manifesto: «(...) È necessario che questo eroico esercito popolare acquisti la disciplina di cui ha bisogno. Ogni operazione, ogni armamento deve effettuarsi secondo un piano organizzalo in base alle

' P. BROUÉ e E. TÉMIME, La rivo/11zio11e e la guerra di Spagna cit. , pp. 188-190.


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necessità della guerra. Quando parliamo di disciplina, intendiamo una disciplina cosciente, una disciplina dignitosa e democratica, sia per i ranghi più alti che per quelli piu bassi, tanto per le unità combattenti quanto per i comandi. Bisogna organiu.are il fronte interno. Dobbiamo persuaderci che avremo da combattere una guerra lunga( ...)» '.

Per quanto Azafia ed i socialisti moderati si trovassero pienamente d'accordo, sul momento l'appello cadde inascoltato. Soltanto in ottobre, quando cominceranno ad a1Tivare gli aiuti sovietici, il prestigio dei comunisti venne ad affannarsi ed anche gli anarchici riconosceranno la necessità di dare un minimo di coordinamento allo sforzo difensivo. Date le cùcostanze e tenendo presenti gli aiuti che da varie parti perveni• vano al governo Girai, divenne naturale per Italia e Germania la convenienza di stabilire una linea di condotta am1onica circa il sostegno da concedere a Franco. Non appena entrambe ebbero aderito alla proposta francese di non intervento, Hitler si mosse. Il principe d'Assia partì per Roma con l'incarico di prospettare a Mussolini «una collaborazione più stretta possibile negli affari spagnoli» da seguire mediante ufficiali di collegamento, assicurando che il Reich non nutriva alcuna aspirazione né politica né territoriale nel Mediterraneo, e che era spinto dal «solo interesse che il bolscevismo non si instauri in Spagna e si diffonda dalla Spagna in altri paesi». Mussoli-ni prese atto di buon grado dell'avance tedesca: non potendo prevedere 1' esito della lotta in Spagna, riteneva che l'invio di due missioni fosse utilissimo per meglio valutare le possibilità di successo di Franco. Infine garantì di essere anch'egli privo di interessi politici o territoriali nel Mediterraneo 2 • Cosicché il 26 agosto Ciano convocò il gen. Roatta e lo informò di aver concluso, su ordine del Duce, un accordo con Berlino per l'invio presso Franco di una missione militare ciascuno, quali organi di collegamento. I loro compiti sarebbero consistiti nell' «esaminare possibilità e proposte per l'appoggio dei nazionali da parte delle forze armate (forniture di materiale bellico e di personale)» dai due paesi; nel «consigliare il Comando Superiore spagnolo sull'eventuale sviluppo delle operazioni militari», nel «garantire interessi rispettive nazioni nel campo politico, militare ed economico» e nel collaborare fra loro per il conseguimento di questi scopi 3• Due giorni più tardi si incontrarono nuovamente Canaris e Roatta, alla presenza di Ciano, per definire in concreto l'accordo. I principali punti prospettati dal tedesco ed accolti da Ciano furono i seguenti:

' Cit. da DAVID CATiroL, I comunisti e la guerra civile spagnola, Feltrinelli, Milano 1962, p. 111. 'tvllCHAELIS, La prima missione del Principe d'Assia presso Mussolini (agosto 1936), in «Nuova Rivista Storica» 1971, p. 367 sg. ' ACS , Seg(eteria particolare del Duce, Carteggio riservato ( 1922-1943), fase . 463/R Spagna.


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I. proseguire, malgrado l'embargo sulle armi, le forniture di materiale bellico ed iJ rifomirnento di munizionj secondo le richieste del gen. Franco (possibilmente forniture italiane e tedesche uguali); 2. indirizzare gli aiuti solo al gen. Franco, in quanto egli deteneva il comando superiore delle operazioni (il che non era esatto) e tenerli sotto il controllo delle forze annate, non permettendo cioè forniture da pane di ditte private; 3. provvedere all'invio di 1.ecnici ed al rifornimento di carburante e lubrificante separatamente, ciascuno per i rispetti vi mezzi; 4. non richleclere al gen. Franco compensi di natura politica. In proposito, Ciano, comprendendo l'allusione, rispose che «Un governo nazionalista come quello futuro di Franco non inizia, la sua azione cedendo pane del proprio territorio o facendo grosse concessioni a stranieri; ad ogni modo il governo italiano non ha chiesto né chiederà nulla al gen. Franco».

Canaris specificò poi che, essendo stata vietata al personale tedesco la partecipazione ad operazioni belliche, ove si fosse voluto mutare questa direttiva " diventava, opportuno un accordo vincolante fra Italia e Germania. Ciano chiarì che agli aviatori italiani era stata lasciata libertà d'azione ed espresse il parere fosse meglio consentire analoga libertà anche al personale tedesco. I compiti delle due missioni rispettivamente guidate dal ten.col. Faldella e dal ten.col. Warlimont vennero formulati nel senso in precedenza indicato'. Nei giorni seguenti, tuttavia, Mussolini volle che anche il gen. Roatta si recasse in Spagna: intendeva farsi subito una precisa idea circa le presumibili probabilità di vittoria cli Franco e sulle prospettive di ulteriori aiuti da mandare. La missione di Roatta era, perciò, di carattere personale ed il suo rientro previsto a breve termine; comunque Canaris, quando ne fu infonnato, non nascose un certo disappunto ritenendo evidentemente che la cosa uscisse dai limiti del recente accordo: la presenza di un generale italiano avrebbe automaticamente conferito a questi una certa preminenza sul capo missione germanico. Il 3 settembre Roatta e le due missioni partirono per Tetuan su un incrociatore ed il 6 ebbe inizio a Caceres, al Cuartel Genera[ del Ejercito de Africa y del Sur de Espaiia, la loro attività. Il 4 settembre Irun venne occupata dalle truppe di Mola e Talavera de la Reina, }'.ultimo centro di rilievo sulla strada per Madrid, difesa da 10 mila miliziani, da quelle di Franco. Lo stesso giorno la spedizione catalana nelle Baleari fu definitivamente ricacciata in mare dalle forze del Conde Rossi, lo squadrista fiorentino Arconovaldo Bonaccorsi, mandato personalmente da Mussolini a Palma con carta bianca. In tema di avvenimenti militari, sembra opportuno ricordare un concetto che per lungo tempo influenzò lo sviluppo delle operazioni nazionaliste: «Esta no es una guerra normai - disse Franco - es una guerra civil!». In tale ordine di idee, il fatto di trovarsi nelle condizioni di dover acquistare prestigio agli occhi degli spagnoli e delle Potenze straniere a passo a passo e, p~r giunta, di

'A. RovIGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo li, doc .6.


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doversi battere in una situazione di assoluta inferiorità numerica, portava alla conseguente necessità - acutamente sentita da Franco - di evitare con somma cura ogni rischio di insuccesso, anche se locale. Non solo, ma l'esperienza della conquista di Gijon e di Tn.1n, semidistrutte con la dinamite e col fuoco dai miliziani in fuga, indusse a lasciare deliberatamente una via di scampo ai repubblicani sconfitti , per evitare che, nella loro furente disperazione, causassero danni irreparabili a città importanti. Quanto alla condotta della campagna in questo periodo iniziale, essa da ambo le parti «era ridotta alla più semplice espressione. Per i nazionali: marcia in avanti usufruendo il più possibile di automezzi requisiti, attacco del villaggio indicato come obiettivo, sosta; per i rossi: fuoco intenso per il maggior tem po possibile contro il nemico avanzante, poi rapida corsa agli autocarri e sbalzo all'indietro fino al villaggio successivo. E, fra azione e azione, una sosta pìu o meno lunga» 1• le soste erano d'altronde imposte ai nazionali da un complesso di vincoli. Occorreva evitare il logorio delle poche fanterie disponibili; riorganizzare la vita civile nel territorio via via occupato; rastrellare i repubblicani dispersi; riattivare i rifornimenti. E talora le soste dipesero da esigenze operative. Così, dopo i combattimenti di Talavera la marcia su Madrid dovette dare la precedenza alla liberazione di Toledo, ove J' Alcazar resisteva eroicamente; e dopo Toledo, quando sembrava naturale proseguire direttamente sulla capitale, subentrò una nuova sosta di un paio di settimane, dovendosi inviare una colonna a nord, per rompere l'assedio repubblicano a Oviedo. I difetti più grossi' si riscontravano nell'organizzazione di comando e nel!' impiego dell 'artiglieria. Una lunga relazione del 16- 17 novembre di Roatta mise in evidenza numerose appariscenti carenze: «(...) le migliori truppe di fanteria, come ho già detto altra volta, sono quelle del Tercio (...) ed i Regulares (...). Deue truppe sono tenaci nella difesa, molto ardenti nell'attacco, abili nel combaltimcnto a piccoli gruppi, terribili veramente nel corpo a corpo. Ma non sanno usare i mezzi moderni (mortai e mitragliatrici) di cui dispongono. Tuuo è messo in linea con i fucili e spara di fronte(... ). Il resto della fanteria varia molto; in complesso è sufficiente. Il grave si è che al di sopra del battaglione non esiste assolutamente nessuna unità costituita. I battagliorù passano continuamente da colrmma a coli111111a - le colonne stesse si fanno, si disfano, cambiano numero -; la divisione è un aggregato senza alcuna corrispondenza con qualsiasi grande unità (tanto che comprende anche tutte le truppe e milizie di guarnigione nelle estreme retrovie, sino al mare ed alle frontiere, e che tutto l'Esercito del Sud si identifica nella sola 2' divisione). Le miliz.ic ' hanno un valore estremamente variabile, a seconda del luogo dove sono, dei precedenti, dai capi e dell'armamento(. ..).

' E. FALDELLA, Venti mesi di guerra in Spagna cit., pp. 98-99. unità di Requetés e di Falangisti il 25 dicembre passarono alle complete dipendenze del-

1 Le

l'autorità militare e ricevettero ufficiali dell' esercito come comandanti.


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L'aniglieria è buona (75, 105 e 155) e spara - dal punto di vista materiale - decentemente ( ...). Il guaio è l' impiego: tiro non concentrato, a colpi singol i come quelli al piccione, cd il fatto che non esiste (tranne per le nostre batterie) nessuna unità costituita o di manovra, superiore alla batteria . Di soli to questa spara per conto suo, in base ad una vaga direttiva, contro gli obiettivi che colpiscono la vista o l'immaginazione del comandante. La mancanza di collegamenti (impianti razional i, non mezzi) vieterebbe del resto una buona cooperazione ( .. .). I Comandi dei raggruppamenti di colonna e divis ion i sono - salvo eccezioni - la più grande piaga dell'esercito nazionalista( ...). I comandanti sono persuasi che il miglior modo di condurre le operazioni sia quello usato in Marocco. Perciò si limitano a dare ordini vaghi, oppure, quando dispongono di un ufficiale fresco di scuola di guerra, diramano ordini lunghi, complicati, artificiosi a cui le s uccessive azioni corrisponderanno ben poco ( ... )» •.

Naturalmente in campo repubblicano la situazione era ancor peggiore ed il susseguirsi di sconfitte più che spiegabile, giacché il disordine, l'indisciplina, l'insufficienza dell'addesu·amento e, soprattutto, la mancanza di capi preparati non potevano essere compensati dal coraggio e dagli entusiasmi, né giovarono certo i pregiudizi politici. Inoltre la posizione di Girai sul piano diplomatico brillava di luce assai fioca. Inevitabilmente, il 4 settembre il presidente Azafia accettò la sue dimissioni. Per frenare la corsa verso il disastro che l'anarchia stava provocando, fu deciso di affidare il potere «proprio all'uomo che aveva fatto scoppiare l'uragano»: Largo Caballero. Questi formò il nuovo governo facendovi entrare anche i comunisti. Il ministero degli Esteri fu assegnato ad Alvarez del Vayo, l'agente del Komintem che operava nelle file socialiste; i dicasteri della Marina e dell'Aviazione furono dati ad lndalecio Prieto; quello delle Finanze al socialista Negrfn 2 • Nel frattempo, a Roma si era pensato di accenu·are la cura di tutti gli aspetti della esigenza O.M.S. (Oltre Mare Spagna) ad un unico organismo. A tale scopo il 4 settembre il SIM costituì, nel proprio ambito, una sezione «S» (Spagna), senonché il coordinamento della pa1ticolare attività - smistamento delle informazioni e delle richieste di materiali e mezz:i, comunicazione della disponibilità e della concessione di aiuti, tutela degli interessi italiani, rapporti con Franco - fu da Mussolini affidato a Ciano, minis.tro degli Esteri, senza opposizione da parte di Baistrocchi, che in precedenza, in occasione della guerra italo-etiopica, si era battuto accanitamente per imporre il proprio diritto al coordinamento. Baistrocchi questa volta tacque. L' li settembre, quando il SIM chiese disposizioni sull'argomento, si limitò ad annotare il promemoria con un laconico «Questione risolta; coordinatore S.E. Ciano, che si vale di Roatta», senza spiegare perché mai un organo del SIM - che dall'ottobre 1934 aveva cessato di far parte dello Stato Maggiore dell'esercito per passare alle dirette

Rov1m11 E F. SrEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo II , doc . 14. S. DE MADAR IAGA, Storia della Spagna cit. , pp. 479-480. Nel governo entrò anche il comunista Hernandez come ministro della Pubblica Istruzione. Quest'ultimo nel I 917 era stato condannato per tentato omicidio nei confronti di Priet.0! ' A.

2


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dipendenze del sottosegretario per la Guerra - dovesse far capo a Ciano, né perché questi dovesse avvalersi di Roatta, capo del SIM, la cui permanenza in Spagna doveva essere temporanea. · Si ignora a quale motivo particolare debba attribuirsi la strana decisione di Mussolini. Forse ebbe qualche peso la contrarietà che sarebbe stata manifestata dai vertici della marina e dell'aeronautica per la «assegnazione» della questione all'esercito; forse, in quella fase ancora in via di clùarimento, vedeva una preminenza di politica estera; sicuramente C iano non si lasciò sfuggire l'occasione di salire in cattedra. Molto giustamente, Guameri osserverà più tardi: «Ciano considerava la Spagna, e in seguito assieme a questa l'Albania, quali campi di riservato dominio e giudicava il nostro intervento in quei paesi come due capolavori della sua politica e il nostro miglior ornamento della sua corona comitale» 1• La prima relazione di Roatta, scritta dopo un'attenta visita alle varie fronti, fornì un quadro sommario ma aderente della situazione nazionalista. Al presente, i tre generali - Franco, Mola e Quei po de Llano - erano «fra loro indipendenti, al punto di ignorare precise dislocazioni reciproche et non scambiarsi materiale esuberante». Comunque Franco riscuoteva maggior prestigio e sembrava l'unico in grado di armonizzare le diverse correnti, anche perché aveva in mano le truppe più salde, ossia il Tercio ed i Regulares marocchini. Nei Comandi erano visibili care nze organizzative e di funzi onamento, difetti che in campo repubblicano esistevano addiriltuta in misura doppia. L'intendimento operativo era di agire su Madrid con due complessi di forze: Franco da Talavera con 7 mila uomini e Mola da Somosiena e Sigiienza con 13 mila 2. Roatta rientrò a Roma il 22 settembre. Illustrò nei dettagli gli avvenimenti a Ciano ed ai sottosegretari di forza armata; si professò convinto delle buone probabilità di successo del movimento nazionalista ed incoraggiò la concessione dei consistenti aiuti invocati da Franco, il cui stru mento bellico stava migliorando lentàmente. La sua pe1m anenza a Roma però fu breve, giacché dopo una diecina di giorni venne riman dato in Spagna e questa volta come capo della missione mili tare italiana in Spagna (MMTS) ). Un fatto nuovo stava aumentando l'importanza degli eventi spagnoli agli occhi di Mussolini. Il 20 settembre, a Salamanca, il gen. Franco - nominato il 12 dello stesso mese «capo del comando uni ficato» dalla Giunta militare - era stato proclamato «generalissimo» ed il 1° ottobre si era insediato a Burgos

G UARNER I, Barragli e economiche rra le due guerre cit., p. 790. Roalla a S IM in da!a l 3.9.1936, in A. Rov1GH1e P. STEFANI, La par1ecipazio11e italiana cit., I, tomo li, doc. I I . ' Il SrM venne retto dal vice capo, col. Angioi, però Roana conservò la carica nominale di capo ciel SlM, non potendo l' Italia inviare apc1tamente ufficiali in Spagna. Qui Roatta assunse il nome di Colli o anche di M ancini.

' F.

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L' INTE RVENTO NELLA GUER RA CIVILE DI SPAGNA (1936- 1939)

L'AVANZATA SU MADRID


LA DECIS.IONE DELL'INTERVENTO ITALIANO

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come «capo dello Stato» con pieni poteri. La ]unta fu sostituita dal Gobierno del Estado Espanol, con alla testa il gen. Davila. Il primo atto politico di Franco fu rappresentato da un proclama al popolo con l'annuncio che la nuova Spagna sarebbe stata dotata di un sistema social-corporativo simile a quello in vigore in Portogallo. Quanto alla struttura militare, il Quartier Generale fu trasferito da Caceres a Salamanca, l'annata d'Africa rimase alle dirette dipendenze di Franco, l'armata del Nord continuò ad essere affidata al gen. Mola e quella del Sud al gen. Queipo de Llano. Il gen. Cabanellas fu nominato ispettore dell'esercito (carica che lo allontanava dal potere) ed il gen. Orgaz Alto Commissario per il Marocco. Il gen. Varela Iglesias ricevette la direzione delle operazioni per la conquista di Madrid. Non chiamato in causa dal Duce, Badoglio era tenuto al corrente dallo Stato Maggiore dell'esercito circa il sostegno fornito a Franco. Non è peraltro credibile che in un qualunque contatto fra Mussolini e Badoglio non sia affiorato l'argomento Spagna. Evidentemente il silenzio «ufficiale» del capo di Stato Maggiore Generale stava a significare disapprovazione per il probabile coinvolgimento in una vicenda che rischiava di turbare nuovamente i rapporti tra le Grandi Potenze europee, ma non trova giustificazione l'assenza di un suo intervento formale di iniziativa, non tanto a titolo di commento su quella iniziale ingerenza, invero più che modesta, quanto per ricordare al capo del governo, nonché responsabile dei tre dicasteri militari, il momento di crisi che stavano attraversando esercito ed aeronautica - tuttora impegnati in operazioni di grande polizia in A.O., comportanti per l'amministrazione militare, dopo il rilevante sforzo compiuto, ancora sensibili contributi in personale, per gli avvicendamenti, ed in materiali, per l'indispensabile alimentazione operativa-, momento che consigliava di non lasciarsi trascinare in un nuovo impegno militare di difficile valutazione circa entità e durata. Quanto al silenzio di Baistrocchi, è possibile trovasse una spiegazione nella consapevolezza, che la sua stella stava spegnendosi. Più che la scarsissima propensione a dare qualche aiuto ai nazionalisti, probabilmente gli avevano nuociuto talune sue eccessività verificatesi nel corso della campagna etiopica e dopo. Il 15 settembre aveva assicurato a Mussolini, in termini enfatici, che entro il 1937 sarebbero state pronte ed efficienti 3 divisioni celeri, 3 divisioni motorizzate, 3 brigate motomeccanizzate di rottura, 3 divi_sioni autotrasportabili. In totale «15 unità motorizzate da scattare all'atto della mobilitazione. Unità caratterizzate da manovrabilità, rapidità e soprattutto leggerezza(...) per dare all'esercito imperiale dell'anno XV quella caratteristica dinamica che Voi volete» 1• Tre giorni più tardi si rivolgeva ancora a Mussolini e, dopo aver, per inciso, minimizzato in certo modo il successo riportato in Africa orientale sottolineando

'E. CANEVARI, La guerra italia11a cit., I, p. 416.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA C!VfLE DI SPAGNA (1936- 1939)

I' enonne divario di forze globali, dichiarò l'impreparazione italiana ad una guerra mondiale contro Inghilterra, Francia e probabilmente anche Stati Uniti, ed espresse, come sappiamo, parere nettamente contrario all'ordine di rimpatriare le divisioni metropolitane dall'Etiopia e di recuperare quanto più possibile in tema di materiali. La lettera, che poneva il Duce di fronte ad una responsabilità personale - «caso contrario, Duce, l'Impero che avete creato, lo perderete>> - non poteva trovare una buona accoglienza. Mussolini tacque, ma il 7 ottobre esonerò Baistrocchi e lo sostituì nelle due cariche di sottosegretario per la Guerra e di capo di Stato Maggiore dell 'esercito con il gen. Pariani.

Franco ricevette Roatta nel pomeriggio del 16 ottobre, presente il gen. Mola, e gli comunicò l'anivo, avvenuto nei giorni precedenti, a Cartagena, di importante materiale bellico sovietico per il Frente Popular: 50 carri armati con relativo equipaggio. Altri dieci piroscafi erano in attesa di scarico ed altri ancora si trovavano in viaggio. Tutto ciò stava ad indicare che ]'Unione Sovietica aveva risolto di entrare in campo senza alcuna preoccupazione di segretezza. Stando così le cose, e cioè trattandosi ormai di combattere una aperta crociata contro il bolscevismo 1, chiedeva un riesame delle circostanze. I rinforzi russi avrebbero ritardato la conquista della capitale e prolungato la lotta. Egli aveva bisogno di altri aerei per controbilanciare l'afflusso in corso di apparecchi dalla Francia e dalla Russia; di altri carri e pezzi controcarri; di almeno un paio di sommergibili e di altrettanti cacciatorpediniere per acquistare il controllo del mare. In serata chiamò nuovamente Roatta e, presentatigli l'amm. Cervera ed il gen. Kindelan, chiese esplicitamente che l' aeronautica italiana di Maiorca e della Sardegna bombardasse i mercantili nel porto di Cartagena. Ròatta ebbe cura di precisare a Roma che, data l'urgenza, le richieste di Franco dovevano intendersi nel significato di invio di reparti di di fanteria con relativo supporto logistico 2. A metà ottobre la situazione militare franchista registrava una soddisfacente serie di successi a chiusura delle operazioni di settembre: la conquista di Toledo (28 settembre) con la liberazione dell'Alcazar, la cui epica difesa durata 70 giorni aveva trovato ampio risalto nella stampa internazionale; la vittoria navale al largo di Capo Espartel (29 settembre) che finalmente consentiva il libero traffico fra Marocco e Caclice e completava il fallimento della spedizione catalana contro le Baleari; la rottura dell'assedio asturiano a Oviedo (16 ottobre). Da questo momento, per sei mesi, Franco pensò solo a Madrid.

' Il 14 settembre il papa Pio Xl prese posizione nei confronti delle tremende stragi di religiosi compiute in Spagna. Parlando a Castel Gandolfo a circa 600 rifugiati spagnoli (religiosi e laici), mise in evidenza I' «odfo veramente satanico» nutrito dai repubblicani contro Dio (Pro XI, To the Spanish Refugees, New York, America Press 1937). La Chiesa spagnola era stata realmente ann.ega1a in un mare di sangue: 12 vescovi, un amministratore apostolico, 4.266 secolari, 2.365 frati, 283 suore, 249 semina,isti! (S. ATfANASlO, Gli italiani alla guerra di Spagna cit., p. IO!). z A. Rov1GHI E F. STEFANl, La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 17.


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Dopo alcune operazioni preliminari che consentirono l'occupazione di Sigiienza, il 16 ottobre riprese l'avanzata verso la capitale. Ma qualcosa di molto importante aveva modificato i rapporti di forza. Se fino allora la superiore efficienza nazionalista aveva avuto la meglio in canpo tattico sulle «colonne» o battaglioni miliziani senza troppe difficoltà, lo squiJibrio fra le due parti si era molto attenuato perché il tempo aveva giocato a favore dei repubblicani. Secondo un calcolo nazionalista, entro il 20 novembre l'Unione Sovietica inviò in Spagna 10 mila fucili, 1.500 mitragliatrici, 200 cannoni, 75 pezzi controcarri, 300 aerei, 3 milioni di cartucce, 6 mila granate, 25 mila bombe incendiarie e 25 mila bombe esplosive 1. Certo si è che il 28 ottobre Largo Caballero, che aveva conservato per sé il ministero della Guerra, poté affermare in un proclama: «Adesso abbiamo finalmente un formidabile armamento ( ... ) abbiamo carri armati ed una potente artiglieria» 2 • In compenso, il 25 ottobre salpò da Cartagena per Odessa un piroscafo con i due terzi delle riserve auree della Spagna, pari ad oltre un miliardo e mezzo di pesetas. Inoltre il Komintern si era messo in azione per costituire «brigate internazionali» con v0Ionta1i antifascisti di ogni paese, secondo la proposta avanzata il 21 settembre dal capo dei comunisti francesi, Thorez, ed accolta da Stalin . Questi intendeva, però, tenere a redini corte le brigate. Invitò certinaia di comunisti stranieri, che vivevano nell'Unione Sovietica come rifugiati politici, a partire volontari per la Spagna, ma non lo permise ad alcun russo. All'estero gli uffici di reclutamento furono istituiti dai partiti comunisti locali, e gli aspiranti severamente selezionati da personale dell'NKVD. Il controllo e la selezione continuavano anche in Spagna, ove tutti i commissari politici delle b1igate erano comunisti'. Il centro organizzativo, retto da un comitato militare con a capo André Marty, fu stabilito ad Albacete. I battaglioni, elementi fondamentali del le brigate, vennero formati sulla base della nazionalità o delle affinità nazionali. La brigata, livello ordinativo massimo, contava trequattro battaglioni, ciascuno in genere su quattro compagnie. A fine ottobre erano già allestiti quattro battaglioni (fra cui il battaglione italiano Garibaldi), tre dei quali furono riuniti il 1° novembre nella XI brigata internazionale agli ordini dell'ungherese Kléber•. In Madrid era diffusa la sconfortante convinzione che l'ingresso dei nazionali nella capitale fosse questione dì giorni. Non per nulla alla fine di ottobre il

' H. TIIOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 328-329. 'W.G. KR1v1TSKI, Sono st(ltO un agente di Stalin cit., p. 128. ' Ibidem, pp. 111- 112 e 131. Secondo de Madariaga, la forza massima raggiunta in Spagna dalle brigate internazionali ammontò complessivamente a 22.200 uomini (S. DE MADARIAGA, Storia della Spagna cit., p. 197). ·• Esonerato nel febbrai o I 937 dal comando della brigata, Klébcr scomparve nell'epurazione dell'Annata Rossa a Mosca.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936- 1939)

L'AVVICINAMENTO DELLE FORZE DI FRANCO A MADRJD NELL'ANNO 1936


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presidente Azafia abbandonò la città, senza neppure prendersi il disturbo di avvertire il governo, e si trasferì a Barcellona. In realtà le truppe del gen. Varela, circa 25 mila uomini, si avvicinavano con sicurezza ma lentamente. Nell' atmosfera di aperte pessimismo esistente in campo repubblicano, gli attriti fra la socialista UGT e la anarco-comunista CNT si fecero sempre più aspri, al punto che il 4 novembre Largo Caballero rimaneggiò il gabinetto includendovi quattro ministri anarchici. Dopo di che, il giorno 6 anche il governo lasciò la capitale, affidandone le sorti ad una ]unta de Defensa presieduta dal gen. Miaja I e si portò a Valencia. Bisogna dare atto a Largo Caballero di essersi subito impegnato a fondo nell'intento di «regolare» le milizie per dare vita ad un vero e proprio esercito repubblicano, in questo molto appoggiato dai consiglieri sovietici e dai comunisti. D'altronde pure il governo catalano, convintosi che l'anarchia in campo militare consentisse soltanto prospettive negative, aveva compiuto un passo simile, creando 9 reggimenti di fanteria, 3 di artiglieria e unità minori di altre armi. Il «nerbo e animo» del!' Ejercito Popular, nella cui bandiera spiccò la stella rossa, furono i commissari politici, tutti comunisti. Il «Quinto reggimento», creato a Madrid sin dall'inizio della rivolta, sarà il modello militare ostentato dal partito comunista. A fine luglio 1936 contava circa 8 mila uomini, che a fine settembre saliranno a quasi 30 mila 2 • li 7 novembre ebbe inizio la prima offensiva nazionale contro Madrid. Si spense due giorni dopo. Gran parte del merito della vittoriosa resistenza repubblicana andò all'appena schierata XI brigata internazionale, contro le cui posizioni si esaurì l'attacco principale sferrato dai nazionalisti. Roatta fece alcune considerazioni. Prima di tutto l'occupazione di Madrid, che sembrava imminente, avrebbe avuto un effetto risolutivo se avvenuta molto prima, mentre ora - per quanto in ambito franchista si tendesse a considerarla come punto di arrivo, reputando ne conseguisse il crollo del nemico - con grande probabilità, persa la capitale, i repubblicani avrebbero continuato la lotta in Catalogna. Inoltre, e questo appariva incontrovertibile, le forze di Franco non erano quantitativamente sufficienti né adeguatamente armate per poter proseguire le operazioni offensive con la rapidità e la decisione auspicabili. In sostanza, occorreva: stroncare l'afflusso via mare dei rifornimenti bellici all'avversario; aumentare gli aiuti ai nazionali e prevedere l'eventualità che le unità da noi inviate in Spagna (un paio di compagnie carri veloci ed una diecina di batterie di piccolo calibro) dovessero entrare in combattimento con personale italiano,

1 li gen. Miaja fu scelto dal gen. sovietico Bariin, già capo del GRU, ed impost0 al governo repubblicano, riluttante a prendere una decisione a causa delle gelosie interne (W. KR1v1TSKI, Sono stato un agellle di Stalin cit., p. 136). 'P. BROUÉ e E. TÉMIME, La rivoluzione e la guerra di Spagna cit., pp. 237-242. I comnùssari politici vennero chiamati «cappellani rossi» dagli altri partiti.


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qualora quelJo spagnolo non risultasse perfettamente addestrato. Nel descrivere simile situazione, Roatta accennò con intenzione all'ipotesi dell'invio di fan terie italiane; in tal caso si sarebbe reso opportuno costituire un vero e proprio Comando i.taliano autonomo alle dirette dipendenze di Franco, come que(li delle due aviazioni italiana e tedesca 1• La seconda offensiva prese il via il 15 novembre, ma non ebbe miglior sorte della precedente. L'entusiasmo per il primo successo aveva galvanizzato i difensori e lanciato la parola d'ordine «No pasaran!» I battaglioni miliziani, la cui forza variava dai 200 ai 500 uomini, dettero vita, a gruppi di tre, a brigate che, grazie al continuo arrivo cli materiale bellico, risultarono di buona consistenza, bene annate e meglio comandate. Si aggiunga l'inserimento in linea della XII brigata internazionale, cbe comprendeva il battaglione Garibaldi, e dei nuovi reparti carri sovietici e di batterie. Infine, ma da non sottovalutare, lo slancio abilmente suscitato nella popolazione madrilena a sostegno dei difensori della capitale. La terza offensiva fu lanciata il 29 novembre e si protrasse, con varie oscillazioni, sino al 16 dicembre. La fermezza e la capacità di comando dei capi, unitamente alla tenacia ed al coraggio delle formazioni repubblicane, indussero Franco a sospendere la battaglia. Ormai era evidente l' insufficienza m.ateriale per un'impresa del genere, ma Franco non volle rinunciare ad un quatto tentativo. 2.

L'OPERAZ IONE «OLTREMARE SPAGNA»

(OMS)

Nell'autunno 1936 la politica estera mussoliniana si concentrò essenzialmente su tre punti: i rapporti con Franco, i rapporti con Hitler ed i rapporti con la Gran Bretagna. Per il momento soffermiamoci sul primo punto. Che la Spagna avesse preso in modo preminente pensieri ed attenzione di Mussolini non può certo affermarsi; ma quando Franco, non appena acclamato capo dello Stato spagnolo, inviò un telegramma di saluto a Roma ed a Berlino, sorse la perplessità se rispondere o no. Poiché una risposta avrebbe inevitabilmente assunto il valore di un riconoscimento, si volle aspettare almeno l'ingresso dei nazionali nella capitale, considerata a breve scadenza. Di conseguenza, un protocollo segreto - per non ammettere la finzione del non intervento - firmato il 23 ottobre a Berlino da Ciano e dal ministro degli Esteri del Reich, von Neurath, stabilì fra l'altro che:

' Roana a SIM in data 8. J J.1936, A. Rov10H1e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 13.


LA DEClSIONE DELL' INTERVENTO l"lì\LIANO

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«Poiché i nazionali occupano la più grande parte della Spagna e l' Italia e la Germania vi han no ri levanti in1.eressi economici, i due Govern i procederanno al più presto al riconoscimento di fallo del Governo nazionale spagnolo e resteran no in contau.o per procedere successivamente al riconoscimento di diritto. Nel darne l'annuncio, i due Governi confermeranno il principio di non intcrvemo e il rispetto dell ' integrità e dell'unità terri1oriale della Spagna e dei suoi proteuorati e possedimenti coloniali. I due Governi esamineran no in comune quando, dopo il riconoscimento di fatto, sarà venuto il momento di dichiarare nullo il concertato embargo delle anni»'·

Senonché la valutazione militare della situazione formulata dai capi delle due missioni in Spagna fece accelerare i tempi. Sin dal 17 ottobre Roatta aveva scritto: «se decidiamo concedere nuovi aiuti occorrenti, agire presto e con mezzi potenti affi nché Franco conservi attuale iniziativa operaz ioni» 1 . Forse per questo, non appena rientrato in Italia dalla sua missione in Germania, Ciano avanzò la proposta di nominare subito un «delegato presso il governo nazionale di Burgos» e di ritirare nel contempo la rappresentan:ta diplomatica tuttora accreditata presso il governo repubblicano. L' idea cadde perché reputata prematura dalla Germania 3. F u il 15 novembre che l'ambasciatore tedesco a Roma, von Hassel, comunicò al ministero degli Esteri la disponibilità di Berlino a riconoscere il governo franchista come unico legittimo in Spagna. Vista l' immediata approvazione di Mussolini, il giorno 18 Germania e Italia fecero l'annuncio e decisero l'invio di propri rappresentanti ufficiali a Burgos. Ad immediato seguito di questo passo, l'Italia avviò trattative per giungere ad un accordo segreto. Con un documento fi rn,ato il 28 novembre da Filippo Anfuso, primo segretario di Ciano, per l'Italia, i due governi si impegnavano a concordare azioni di interesse comune, particolarmente per quanto concerneva il Mediterraneo occidentale; a non partecipare ad alcunché potesse essere diretto contro una delle parti ; ad osservare benevola neutralità qualora una delle parti fosse _venuta a trovarsi in conflitto con altre Potenze o soggetta a misure collettive di carattere militare, economico o finanziario; a definire, alla conclusione della guerra civìle, il modo di sfruttamento delle rispettive risorse economiche, specie delle materie prime•. S ull'importanza di questo trattato si è molto disquisito. Certo si è che non pagò lo sforzo compiuto dall'Italia e che Franco riuscì ad evitare, durante la 2• guerra mondiale, di rendere operanti gli impegni assunti. Secondo il ministro von Neurath, la posizione tedesca venne a modificarsi per effetto dall'accordo di Mussolini con Franco:

• R. MOSCA, l'Europa verso la catastrofe cit., I. p. 9 1. Nei precedenti colloqui dei giorni 22 e 23 ottobre, i due ministri si trovarono d'accordo su tre concetti: «sforzo militare immediato e comune; riconoscimento dopo l'occupazione di Madrid; azione comune, che ven'à definita a suo tempo, per impedire il de1enninarsi ed il consolidarsi di uno Stato catalano» (ibidem, p. 96). ' A. Ro vtOHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana ci1., I. tomo Il , doc. 17. ' J. COVl:RDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit. , p. 11 O.


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L'I NTERVENTO NELLA GUERRA CJVILE DI SPAGNA (1936- 1939)

«L'esistenza di un interesse italiano superiore a quello tedesco è chiaramente visibile(...) e dovrà perciò essere rispecchiato nella quant.ità di aiuti che l' Italia dovrà fornire. Penso(... ) che il governo italiano sia deciso a fornire questo aiuto. Un graduale riequilibrio delle rispetti ve quantità di aiuti italiani e tedeschi apparirà come un fatto naturale. Finora essi sono stati su una base di uguaglianza. Nel futuro, si dovrebbe provvedere a ridurre la panecipazione tedesca in confronto a quella italiana, in annonìa con gli interessi implici1i e con le condizioni locali'.

Ad ogni modo, il riconoscimento del governo di Burgos costituì un passo di rilevante significato politico. Il commento dell'ambasciatore americano a Berlino, Dodd, fu pertinente: <<Avendo riconosciuto Franco come un conquistatore ancor prima che ciò sia confermato dai fatti, Mussolini e Hitler devono fare di tutto perché egli abbia successo, a pena di essere coinvolti nel suo fallimento. E questo un dittatore difficilmente può permetterselo» 2 • A questo punto il gen. Pariani, che da tempo era convinto dell'inutilità di mandare in Spagna personale non inquadrato e piccoli reparti, prese posizione. Prima si rivolse a Mussolini, rappresentando che le richieste per la Spagna si succedevano e ad esse veniva dato regolare corso; tuttavia le varie spedizioni intaccavano i materiali di mobilitazione, il che rendeva necessario provvedere al ripristino de lle datazioni. Le spese, al 20 novembre, ammontavano a poco più di 32 milioni e mezzo in cifra tonda 3 ed era prevedibile che avrebbero raggiunto e superato i 90 milioni con le sole più recenti richieste. Poiché contemporaneamente continuavano anche le esigenze dell'Africa orientale, le quali avevano già sorpassato le disponibilità assegnate ed intaccato i 300 milioni che avrebbero dovuto costituire la riserva per la sistemazione delle frontiere, diventava indispensabile che venisse aperto un credito per le spese in Spagna e le ulteriori necessità in Africa orientale. Ciò allo scopo di poter procedere al ripristino sollecito delle dotazioni e di non compromettere l'efficienza minima dell'esercito alla quale si tendeva per la primavera del 1938. Per quanto, poi, concerneva il personale, dato il riconoscimento ormai fatto del governo franchista, sembrava il caso di creare un corpo di volontari inquadrato e comandato da nostri ufficiali. Mussolini approvò la proposta ed allora venne studiato l' approntamento di un «gruppo di battaglioni cc.un. speciale», a cura del Comando Generale della M.V.S.N., con effettivi della milizia, volontari e tratti delle classi dal 1900 al 1913, e materiali forniti dall'esercito. L' organico previsto era di quattro bat-. taglioni, una compagnia mortai da 45, una batteria d ' accompagnamento da 65/17 e servizi per complessivi 5 mila uomini; peraltro venne progettata anche

' Ibidem, pp. 152-153. 'Ibidem , p. 111. ' Per il personale: 400 mila lire per anticipazioni, assegni e spese di equipaggiamento. Per il materiale: 14 milioni e mezzo per il servizio di artiglieòa, l.300.000 per il genio, 6 milioni per il vestiario, 6 milioni per la motorizzazione, 4 milioni per il servizio chimico, 300 mila lire per il servizio sanitario, 500 mila lire per noleggio piroscafi .


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la trasformazione del gruppo in una divisione cc.nn. tipo A.O .. In effetti il gruppo di battaglioni non venne mai utilizzato come tale, bensì come un serbatoio di uomini, sempre tenuto a livello dal Comando Generale della milizia, dal quale di volta in volta furono tratti i volontari e finì per sciogliersi il 5 febbraio 1937. Poi Pariani si rivolse a Ciano. Prendendo come riferimento la relazione Roatta del 16- J7 novembre, sostenne la necessità di dare alle operazioni in Spagna un maggior vigore ed un più celere sviluppo e soprattutto un più efficace coordinamento, nonché nella «convenienza di inviare grandi unità piuttosto che singoli battaglioni». A dire il vero, la prima affermazione era puramente teorica essendo irrealistico pretendere di imporre a Franco od a qualsiasi altro generale spagnolo la linea strategica o tattica da seguire e tanto meno il «ritmo» operativo; e la seconda era una forzatura, in quanto Roatta aveva riferito chiaramente la scarsissima propensione di Franco all'impiego di truppe straniere. Aveva infatti già cortesemente ricusato l'offerta di un paio di compagnie motomitraglieri italiane, da sostituire appena possibile con personale spagnolo, perché già si preoccupava dei probabili rimproveri di occupare Madrid <<coi discendenti dei Mori di Spagna» e molto a malincuore vedeva personale straniero in linea. Peraltro, durante la seconda offensiva su Madrid, egli ammise con l'incaricato d'affari tedesco, gen. von Faupel, l'efficacia risolutiva di divisioni italiane o tedesche, talché quest'ultimo non esitò a prospettare a Berlino l'opportunità di fare una scelta radicale: o abbandonare Franco al suo destino oppure mandargli consistenti rinforzi. A suo giudizio una grossa divisione tedesca ed una italiana sarebbero state necessarie e sufficienti per sfondare le linee repubblicane e chiudere la partita 1• In definitiva, Pariani pose questo quesito: «a) o ci limitiamo a mandare materiali e relatìvamente pochi uomini, lasciando tutto a disposizione di Franco (aiutandolo solo con i consigli Roatta), sistema più economico, che meglio si presta a celare il nostro aiuto sotto il punto di vista politico, ma che sminuisce la visione del nostro grande contributo e non dà all'azione quell'impulso che sarebbe desiderabile; b) o ci decidiamo ad un più direu.o intervento, inviando sul posto una G.U. volontaria completamente attrezzata, inquadrata ed organizziamo i servizi; soluzione più gravosa economicamente, più impegnativa moralmente, ma certamente più rapidamente risolutiva»'.

Stranamente si astenne dall'indicare la propria preferenza sotto il profilo militare e si limitò ad accennare a vantaggi e svantaggi delle alternative, ma è probabile intendesse, al momento, provocare una discussione ad ampio respiro.

' H. THOMAS, Storia della guerra civile in Spagna cit., p. 354. ' Promemoria di Pariani a Ciano in data 20.11.1936, in A. Rov1GHI e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., I, tomo II, doc. 20.


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ll 6 djcembre Mussolini convocò a palazzo Venezia Ciano, i sottosegretari per le tre forze am1ate e Roatta, allo scopo di fare il punto sui recenti avvenimenti spagnoli e per stabilire la misura e la latitudine di un ulteriore contributo italiano e tedesco alle operazioni. Era presente anche l'amm. Canaris. Il Duce esordì chiedendo quali fossero le prospettive viste da Berlino. Canaris rispose che, prescindendo dalle difficoltà già 1iscontrate nell'offensiva su Mad1id, ed anche calcolando prossima la conquista della capitale, non riteneva che Franco fosse in grado di diventare facilmente padrone della situazione: la resistenza dei repubblicani risultava galvanizzata dagli aiuti provenienti dall'Unione Sovietica, direttamente o tramite Komintem. Ora, senza attenuare l'impo1tanza di questi aiuti, bisognava non sopravvalutarli dal punto di vista del personale e fare discriminazioni circa i materiali bellici. Mussolini osservò allora che molto probabilmente l'Unione Sovietica non avrebbe mandato intere grandi unità, comunque stimava necessario: che militari, tanto italiani che tedeschi, fossero inviati alla spicciolata in Spagna ed inseriti nella Legione straniera o in altri corpi, secondo le necessità tecniche e militari delle formazioni nazionaliste; che Italia e Germania allestissero ciascuna una divisione, tenendosi pronte a farla partire non appena accertato l'arrivo di unità russe; che ufficiali italiani c tedeschi assumessero la direzione dell'addestramento dei militari spagnoli ed integrassero i reparti tecnici; che uno Stato Maggiore italo-tedesco affiancasse quello nazionalista per un miglior coordinamento delle operazioni ed infine che fosse intensificata l'azione aerea ed attuato il blocco dei porti repubblicani. A tal proposito aggiunse che l'Italia avrebbe rinforzato i propri contingenti cli caccia, mentre la Germania avrebbe potuto accrescere i suoi aerei da bombardamento; inoltre l'Italia era pronta ad aumentare il numero dei sommergibili portandolo da due a sei o otto in marùera da arrivare ad impedire il traffico di armi presso i porti rossi, silurando tutti i bastimenti che sono nelle acq ue territorial i spagnole». Canaris concordò sulla visione complessiva del problema, tuttavia sottolineò alcuni ostacoli d'ordine pratico. Prima di tutto non si poteva pensare all'invio di una divisione tedesca: a parte la massa imponente di trasporti marittimi (almeno 60 navi), la spedit,ione non sarebbe certo sfuggita alle Potenze navali europee e specialmente alla Gran Bretagna. Poi non sembrava affatto facile, per motivi evidenti, inserire ufficiali italiani e tedeschi nell'esercito franchista: in ogni caso sarebbe occorso un passo personale da parte di Hitler e di Mussolini su Franco. D'accordo, in pieno, sulla questione aero-navale. La Germania aveva fino a quel momento mandato 40 Junker eia bombardamento ed era in corso, nella zona di Siviglia, il completamento della Legione Condor al comando del gen. Sperrle 1, iniziato i primi di novembre. Comunque occorreva

' La Legione Condor fu costituita con quattro squadriglie di bombardieri, altreuante di caccia ed una di idrovolanti, oltre ad unità da ricognizione e da addestramento. Comprendeva inoltre un ceno numero di bancrie con1raerei e controcarri e due formazioni corazzate su due compagnie di quattro carri ognuna. La s ua forza arriverà ad oltre 6 mila uomini complessivamente.


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tener presente la resistenza opposta spesso da Franco al bombardamento di città spagnole. In sostanza, per la parte terrestre le cose rimasero nel vago, nell'attesa di contatti con Franco 1 • In effetti le riserve nazionaliste di uomini disponibili, non potevano venir rapidamente utilizzate per carenze d'inquadramento e di addestramento. Franco, perciò, accolse di buon grado l'idea della «brigate miste» presentatagli dal ten.col. Faldella. Precisò anzi che le sue disponibilità di uomini consentivano cli dar vita a sei brigate2; che vedeva volentieri l'arrivo di istruttori, utili anche per l'inquadramento dei reparti sino al livello della compagnia, mentre per le unità superiori preferiva ricorrere a ufficiali spagnoli 3 • Faldella suggerì di realizzare reparti misti anche nell'ambito delle minori unità perché in tal modo si sarebbero evitate situazioni di differente efficienza; e prospettò la convenienza che l'Italia provvedesse al completo inquadramento di due brigate ·' e la Germania di altre due, mentre le ultime due brigate sarebbero state interamente comandate da ufficiali spagnoli. Franco 1i conobbe la validità delle osservazioni e finì per accettare la soluzione italiana (i tedeschi però lasciarono cadere la questione di provvedere alle brigate ispano-tedesche). Peraltro il 13 dicembre, assai poco gradì la notizia che, indipendentemente dalle brigate miste, entro il mese sarebbero sbarcati a Cadice 3 mila volontari della M.V.S.N., già ordinati in compagnie cli 150 uomini e de.stinati al Tercio ed alla fanteria spagnola 5. «Quien los pidiò?» (chi li ha chiesti?) domandò seccamente all' imbarazzato Falclella, che gli aveva comunicato l'improvvisa decisione presa eia Mussolini il 10 dicembre, e poi aggiunse: «Quando si mandano truppe in un paese amico, si chiede almeno il permesso!» 6 • Alla fine, comunque, abbozzò;. In margine alla riunione si pone un'osservazione. Ancora una volta era stato lasciato in disparte il capo di Stato Maggiore Generale, maresciallo Badoglio, il quale, però, anziché risentirsi, sembra si sia limitato semplicemente a clùedere

' Sulla riu nione cfr. A. Rov1GH I e F. STEFANl, La partecipazione italiana cit., I, tomo II, doc. 2 I. L'organico era previsto su due reggimenti di fanteria di tre battaglioni ed una batteria da 65/17, una compagnia di carri veloci, due grnppi di artiglieria di tre batterie, una compagnia mista del genio servizi. 'Faldella a SIM in data 9.12. 1936, in A. Rov1m11 e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo il, doc. 31 c. ·• Faldella a SIM in data 11.12.1936, Ibidem, doc'. 31d. Per ognuna delle due brigate italospagnolc, l'onere previsto era d.i 130 ufficiali, 150 sottufficiali e 1.600 soldati, in gran maggioranza di ,utiglieria e gen io. ·' SIM a :MMIS in data I3. I2. I936, ibidem, doc. 34. • Archivio E. FALDELLA. 7 «Generate Franco gmdisce volontari (...)» telegrafò Roatta, tornato in Spagna, senza scendere in particolari (Roatta a STM in data 15.12.1936, A. RovIGHI e F. STEFANI, fo parrecipazione italiana cit., l, tomo li, doc. 32). 2


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

a Pariani di tenerlo al corrente circa le decisioni adottate. Se tale sostanziale indifferenza non trova giustificazione, assai più stupisce il contegno di Pariani. Questi riferì sinteticamente sulla situazione «Spagna» a quella data, illustrando invio e compiti della missione segreta con a capo Roatta, personale e materiale spedito a Franco dal 7 agosto al 30 novembre, approntamento in corso di unità dell'esercito e della milizia «su richiesta ministero Esteri». Poi chiuse con un «analogamente furono fatte spedizioni da parte della R. Marina e della R. Aeronautica». Molto singolarmente, sulla bozza presentatagli per l'approvazione e la revisione Pariani annotò: «Occorre tener presente che questa comunicazione è cortesia e non obbligo perché noi non siamo obbligati a dar notizia al Capo di Stato Maggiore Generale; è una questione politica; limitarsi ad uno sviluppo cronologico della faccenda» '. Che dire? Fra i provvedimenti deliberati il 6 dicembre, tre vennero subito posti in esecuzione. Anzitutto la nomina di Roatta, sancita con lettera personale di Mussolini, a comandante di tutte le forze terrestri ed aeree italiane in Spagna, eccezion fatta per quelle dislocate nelle Baleari, dipendenti direttamente da Roma 2 • Il provvedimento di staccare i reparti dell'aeronautica dall'aviazione del Tercio, dipendente direttamente da Franco e passarli agli ordini della MMIS non piacque affatto al gen. Velani, inviato in dicembre in Spagna a prendere il comando dell'aviazione legionaria, perché definiva un ruolo subordinato alle sole esigenze tattiche delle truppe italiane. In realtà l'aviazione legionaria finì per agire secondo le direttive ciel Comando nazionale, tranne che per le operazioni condotte dalle unità italiane 1. Il secondo provvedimento riguardò l'organo incaricato di reggere le redini delle vicende spagnole: la sostituzione della «Sezione Spagna» costituita dal SIM con un «Ufficio Spagna» presso il ministero degli Esteri, alla testa del quale fu posto l'ambasciatore Pietromarchi. La nuova struttura, cui furono assegnati quattro ufficiali, uno per ciascuna forza armata ed uno della M.V.S.N., costituiva l'unico tramite di comunicazione fra le Autorità Centrali italiane e la MMIS e viceversa, per mezzo di corrieri sulla linea bisettimanale Roma-Cadice e per radio. I suoi compiti rimasero sostanzialmente quelli della precedente Sezione Spagna, ma con maggiore incisività: - trattazione di ogni questione relativamente alla collaborazione con le forze nazionali spagnole (accentramento delle richieste e proposte in merito raccolta dai vari ministeri dei dari circa le possibilità materiali delle richieste e proposte; inoltro delle richieste e proposte alla decisione del governo; smi.stamento delle decisioni s uperiori ai ministeri competenti; coordinamento delle misure conseguenti alle decisioni in parola);

' Pariani a Badoglio in data 7 .1 2.1936, ibidem, doc. 25. Mussolini a Roatta in data 7.12.1936, ibidem, doc. 23. ' FERDINANDO PEDRIALI, Guerra di Spagna e Aviazione italiana, USSME, Roma 1992, p. 140.

1


LA DECISIONE DELL'INTERVENTO ITALJANO

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- lrasmissione delle notizie di ordine n:ùlitare fomite dai servizi informazioni delle tre forze armate alle Autorità superiori ed alla lv1MIS '.

Il terzo provvedimento fu dato per scontato da Mussolini mentre non lo era affatto. Roatta ricevette l'ordine di prendere contatto con Franco e con l'incaricato cl' affari tedesco, von Faupel, per addivenire alla costituzione di uno Stato Maggiore italo-tedesco «che diriga e coordini le operazioni accanto allo Stato Maggiore spagnolo 2. Prima di tutto era piuttosto dubbio che Franco tollerasse una struttura di tal fatta al suo fianco; in secondo luogo, Hitler cominciava a prendere qualche distanza. Il 21 dicembre, in una riunione ristretta, egli manifesterà chiaramente il suo pensiero sull'argomento: «Se l'auenzione delle Potenze europee si potesse concentrare ancora per qualche tempo sulla Spagna, ciò comporterebbe considerevoli vantaggi per la politica tedesca in Europa (... ). Gli interessi della Germania, i soli che si debbano tener presenti, non sono tanto profondamente legati ad una rapida conclusione della guerra civile spagnola da farle rischiare una limitazione del proprio riarmo. Al contrario, la politica tedesca risulterebbe avvantaggiata se la questione spagnola conti· nuasse per un certo tempo ad occupare l'attenzione dell'Europa e conseguentemente a distrarla dalla Germania» '·

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Passiamo adesso ai rapporti con la Germania e con la Gran Bretagna. L'avvicinamento a Hitler rientrava nel tentativo di Mussolini e di Ciano di agitare davanti agli occhi di Londra la poco tranquillizzante prospettiva di un'intesa fra le due dittature. Il 6 novembre Grandi aveva scritto a Ciano: «(...) se l'lu1lia e la Germania mostreranno all'Ingh.ilterra sempre più di costituire un blocco compatto, senza incrinature, senza angoli morti, senza tentazioni di sfruu.are a proprio vantaggio le difficoltà dell'altro, decise a seguire una direttrice comune e presentare un fronte comune alle altre Potenze, la politica britannica sarìi costrecta a venire a patti con Roma e Berlino contemporaneamente; acceuando cioè quelle condizioni che Roma e Berlino d'accordo deueranno a Londra per garantire e mancenere in Europa e nel mondo quella pace che sola pem1ette all'Impero britannico di mantenersi faticosamente unita ed in vita»•.

Per l'appunto, la visione di questo «blocco» italo-tedesco avrebbe dovuto indurre il Foreign Office ad accogliere le insistenze mussoliniane per un accordo globale destinato a «contribuire alla restaurazione della fiducia nel Mediterraneo» e per d!are vita «ad una stretta collaborazione fra l' Italia e la Gran Bretagna in Europa sulla base di Locarno, con l'idea di un comune approccio nei confronti tedeschi». All'Italia fascista bastava semplicemente che il

'Ibidem, doc. 24b. La Sezione Spagna del SIM venne sciolta il 1° gennaio 1937. ' 1vlussolini a Roatta in data 7.12.1936, ibidem, doc. 23 cit. ' J. COVERDALE, /fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 189. 'R. D E FELICE, Musso-lini il duce cit., Il, p. 349, nota 30.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Mediterraneo non fosse più un «lago britannico», fece sapere Grandi 1• Ma Vansittart, pur assicurando non esistere per Londra alcun motivo di attrito con Roma, oppose un asciutto rifiuto ad un' intesa bilaterale. La politica inglese spiegò - era legata a quella francese ed a quella della Società delle Nazioni, quindi qualunque patto di non aggressione avesse in mente il governo italiano poteva essere presentato a Ginevra 2· Il Foreign Office bene intendeva il carattere strumentale dell'avvicinamento italiano a Berlino, essendo persuaso che Mussolini si sarebbe guardato dallo spingere le cose così avanti da legarsi strettamente a Hitler, e pensava di poter recuperare l'Italia senza la necessità di impegnative concessioni e senza nemmeno arrivare a quell'accordo generale desiderato dal Duce. Questo, tanto più che non riteneva difficile pervenire ad agganciare in qualche modo il F iihrer, isolando così Mussolini. Insoddisfatto ed iJTitato per il silenzio britannico, Mussolini colse l'occasione di un invito, recatogli il 23 settembre dal ministro tedesco Frank, per una visita in Germania non soltanto come capo del governo italiano, ma anche come Duce di un partito affine al nazional-socialismo, per compiere un gesto clamoroso. Poiché Hitler aveva espresso il desiderio di conoscere personalmente il ministro degli Esteri Italiano, il 21 ottobre Ciano partì per Berlino. n 23, come sappiamo firmò con von Neurath un protocollo segreto - a ben vedere piuttosto generico - che, oltre ad un accordo sull'atteggiamento da tenere in Spagna, contemplava una piena collaborazione da ambo le parti in tema di politica estera e l'approvazione italiana per le relazioni stabilite fra Germania e Austria con il trattato dell' I 1 Iuglio ' . Il giorno seguente Ciano si recò a Berchtesgaden e nel colloquio che ebbe con Hitler toccò subito l'argomento Gran Bretagna. Stabilito che «Un'alleanza guidata dall'Inghilterra contro l'Italia prelude ad un'alleanza guidata dal!' lnghilteJTa contro la Germania e viceversa)), Ciano denunciò le «continue manifestazioni di preparazione anti-italiana da parte del governo britannico» e poi continuò: «Ma la Gemumia non deve farsi illusioni. La politica britannica si rivolge altrettanto attivamente contro di lei. Se non se ne hanno manifestazioni positive e dirette, è perché l'Inghilterra cerca di guadagnare il tempo necessario per completare il suo rianno». E a questo punto Ciano consegnò a Hitler, da prute di Mussolini, copia di un dossier trasmesso da Grandi il 3 settembre. Il dossier, dal titolo «Il pericolo tedesco», constava di 32 documenti (dal 26 aprile 1933 all'8 gennaio 1936) ed era stato presentato il 17 gennaio da Eden ai membri del gabinetto britannico allo scopo di porre in evidenza lo sviluppo lineare e fermissimo della condotta di Hitler:

'R. Q UARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., pp. 293-294. ' Ibidem, p. 295. ' R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., I, pp. 90-93.


LA DEC ISIONE DELL'INTERVENTO JTALIANO

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«La politica estera di Hitler può venir si ntetizzata come la distruzione dell'ordinamento stabilito dalla pace e il ristabilimento della Germania al suo posto di Potenza dominante in Europa. I mezzi mediante i quali tale politica dovrebbe esser posta in atto sono di due specie: a) all'i nterno, mediante la mi liLari zzazione dell'intera nazione sotto tutti i suoi aspetti; b) all'estero, mediante un'espansione econorn ica e tc1Titoriale tale da assorbire, per quanto è possibile, tutti quei componenti della razza germanica che atmalmente sono cittadini di Stati vicini; da assicurare nuovi mercati, ecc. La forTUa e la direzione di questa espansione sono gli unici fattori ancora incerti nei pian i tedeschi per il futuro (...). Jo ricavo due conclusioni dall a situazione così presentata. La prima - che disgraziatamente ha dovuto venir sottolineata di recente più di una volta - è che per noi è di importanza vitale affrettare e completare il nostrn riarmo. ù1 considerazione di quanto sta accadendo alla luce del sole in Germania, noi dobbiamo esse re pronti per fronteggiare qualsiasi evenienw. La mia seconda conclusione è che, mentre perseguiamo il nostro riarmo, sarà bene considerare se sia ancora possibi le giungere ad un qualche modus vivendi - per non dire di più - con la Gennania di Hitler: modus vivendi che sarebbe ugualmente onorevole e sicurn per il nostro paese e che, nel conLempo, contribuirebbe a diminuire la crescente tensione europea causata dallo svilu pparsi della forza e delle ambizioni ·della Germania. Può darsi che le difficoltà economiche rendano Hitler un po' meno intransigente di quanto egli sarebbe altrimenti, ma, anche in tal caso, dato lo scaLo d'animo attuale del Governo e del popolo tedesco, una sol uzione in tal senso del nostro problema non veJTà raggiunta faci lmente( ...)»'.

L'initazione di Hitler esplose violenta: «A giudizio degli inglesi - esclamò vi sono oggi nel mondo due Paesi che sono guidati da avventurieri: la Gem1ania e l'ltalia. Ma anche l'Inghilterra era guidata da avventurieri quando fece l'impero. Oggi è soltanto governata da inetti» 2• Era convinto che la Gran Bretagna «se avrà la sensazione di poterlo fare impunemente o facilmente attaccherà l'Italia o la Germania, o tutt'e due». Quindi bisognava opporle una «costellazione di Potenze» unite a Germania e Italia «sotto la bandiera dell'antibolscevismo>>. Nella sua sparata contro il governo britannico, Hitler sostenne con forza la convenienza e la possibilità di un rapido riarmo tedesco e italiano: «La Germania fra tre anni sarà pronta, fra quattro sarà prontissima, se saranno cinque meglio ancora». Quanto al sistema di amicizie, l'intesa con il Giappone era già molto avanti;_ Dopo la visita di Ciano il governo tedesco annunciò con un comunicato la decisione di riconoscere l'Impero italiano d'Etiopia•. L'Asse - è stato detto - era virtualmente nato, ma fu Mussolini che lo tenne a battesimo 5 con un discorso tenuto a Milano il 1° novembre:

'Ibidem, pp. 110-1 11. ' Ibidem, p. 10 1. ' Ibidem, pp. 102- 103. ·• Il 12 novembre, al 'termine del convegno italo-austrn-ungherese di Vienna, Austria e Unghe1ia ciconobbero a loro vol ta l'Impero italiano. li Giappone fece altrettanto il 2 dicembre, intenzionalmente a seguito della firma del patto anl.i- Komimem con la Germania (25 novembre). 5R . MOSCA, L'F:11ropa verso la catastrofe cit., I, p. 106.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

«Gli incontri di Bedino hanno avuto come risultato un'intesa fra i due paesi su determinati problemi, alcuni dei guaii particolarnente scottanti in questi giorni. Ma queste intese (...) questa ,:ertical.e Berlino-Roma non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono collaborare tutti gli Stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace(...)».

E, verso la fine del discorso, si rivolse alla Gran Bretagna: «L'Italia è un' isola che si immerge nel Mediterraneo. Questo mare(_ ..) per la Gran Bretagna è una strada, una delle tante strade, piuttosto una scorciatoia con la quale l'Impero britannico raggiunge più rapidamente i suoi territori periferici (.. .). Se per gli altri il Mediterraneo è una strada, per noi italiani è la vita». E soggiunse: «Noi non intendiamo minacciare questa strada. Non ci proponiamo di interromperla; ma esigiamo, d'altra parte, che anche i nostri diritti ed interessi vitali siano rispettati». Poi concluse indicando una sola soluzione: «L'intesa schietta, rapida, completa, sulla base del riconoscimento dei reciproci interessi» 1• Eden non lasciò cadere le affermazioni di Mussolini e replicò: «Per noi il Mediterraneo non è una scorciatoia, ma un'importante strada maestra. La libertà di comunicazione in quelle acque è un interesse vitale nel pieno senso della parola per il Commonwealth britannico». Pochi giorni più tardi, il 5 novembre, l' ambasciatore Drununond riprese con Ciano il discorso di Eden, indicandolo come un gesto britannico «verso un accordo». Ciano ne fu soddisfatto, al punto da annotare: «( ...) ritengo doveroso aggiungere che bo trovato nel tono e nel! 'atteggiamento di Drummond un sostanziale cambiamento: per la prima volta egli ha parlato, e con viva insistenza, della necessità di una ripresa di buone relazioni fra l'Italia e la Gran Bretagna ( ...)» 2• Vero si è che subito Grandi inviò a Ciano una lunghissima lettera nella quale si sforzò di mettere bene a fuoco il punto di vista inglese: «Per quanto riguarda l'Italia e il problema dei rapporti italo-britannici, nessuno si fa più oramai in Inghilterra la minima illusione che essi possano ritornare q uali essi erano prima dell'anno I935. Neppure si fanno gli inglesi soverchie illusioni sulla possibi lità di riguadagnare l'Italia a un eventuale possibile blocco antigermanico (...). Dopo la sconfitta che nell'anno 1935-36 Mussolini ha inflitto all'Inghilterra, quest'ulti ma, facendo uno sforzo di rnggiustamento veramente notevole per la mentalità tardigrada e opaca di questa gente, ha improvvisamente e precipitosamente realizzato (come si dice qui) la nuova nozione geografica, politica e militare dell'Italia di Mussolini. L'Inghilterra .ti è resa pe,jeuamente conto che l'Impero Italiano d'Etiopia è l'Impero !raliano sul Mediterraneo. Io credo sinceramente che, almeno sino ad oggi, il mot ivo del riarmo precipitoso e frettoloso delle basi naval i britanniche nel Mediterraneo non è dovuto ad un piano precostituito di una P.Ossi'bile rivincita contro l'Italia (...) guanto alla effettiva paura di trovarsi impreparata di fronte a quello che la maggioranza degli inglesi ritiene sia invece il fatale movimento in avanti della Rivoluzione Fascista e cioè il dominio completo del Mediterraneo.

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B. MussoLINI, Opera omnia cit., XXVIII, p. 67 e sg. ' R. MoscA, L'Europa verso la catastrofe c it., I, pp. I06-108.


LA DECISIONE DELL'INTERVENTO ITALIANO

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Questa gente fa uno sforzo marcatamente visibile per mostrare di superare il rancore della sconfitta patita e di accettare i vantaggi concreti di un'intesa coll'Italia, intesa la quale non potrà peraltro essere basata se non su un piano di provvisorietà storica. È insomma l'armistizio , non la pace. A questo armistizio ci vengono pian piano sudando, marciando di traverso, avanzando di 3 passi e retrocedendo di due; ma ci vengono perché non ne possono fare a meno. Tanto più Italia e Germania mostreranno all'Inghilterra di essere unite, tanto più l'Inghilterra sarà costretta a venire a patti coi due grandi Popoli Fascisti (...)» '.

Eden, dal canto suo, al tennine di una lunga serie di contatti con Roma, volti a chiarire l'importanza del Mediterraneo per entrambe le parti, dette via libera alle u-attative. Sostanzialmente Grandi aveva visto giusto. Il motivo di fondo, come lo stesso Eden riconobbe, della decisione britannica derivava dallo scarso affidament.o ispirato dal governo fascista . Di conseguenza, poiché lasciare senza risposta le avances di Mussolini avrebbe con ogni probabilità aumentato le inclinazioni di questi verso la Germania, si poteva accettare con prudenza un approccio amichevole, che avrebbe favorito una détente nel Mediterraneo eliminando il grosso timore di mire italiane sulle Baleari e la propaganda antib1itannica nel Medio Oriente, ma nel contempo continuare nel riarmo in modo da convincere Mussolini dell'opportunjtà di rimanere in buoni rapporti con Londra e da 1idurre agli occhi di Hitler l'importanza dell'Italia. Su queste basi il 2 gennaio 1937 venne sottoscritto il Gentlemen '.s Agreement, con il quale i due governi «(...) Riconoscono che la libertà di entrata, di uscita e di transito nel Mediteaaneo è un interesse vitale tanto per l'Italia quanto per le diverse parti dell'Impero britannico, e che tali interessi non sono in alcun modo contrastanti fra loro; escludono ogni proposito di modificare o, per quanto li riguarda, di veder modificato lo statu quo relativo alla sovranità nazionale dei tenitori del bacino del Mediterraneo. Si impegnano al rispetto dei loro reciproci interessi e diritti in tale zona( ...)»'.

Era un accordo che si limitava ad una dichiarazione bilaterale circa i rispettivi interessi. La Gran Bretagna in pratica non si impegnava a nulla e si tranquillizzava per le Baleari ed il Medio Oriente; l'Italia otteneva un semplice riconoscimento di prestigio e la speranza che più o meno breve scadenza l' Agreement sfociasse nell'accordo generale. Secondo taluno, invece, il patto era a favore dell'Italia. La Gran Bretagna non aveva ottenuto alcun impegno categorico circa il termine della propaganda antibritannica (che difatti continuò), nessuna garanzia circa il rispetto degli interessi inglesi in Africa orientale e nemmeno la promessa formale della cessazione dell'attività italiane nello Yemen e nel!' Arabia Saudita. Invece l'Italia aveva ottenuto la libertà dei mari ed un riconoscimento formale della sua acquisita importanza nel Mediterraneo.

' R. DE FEt..tcE, Mussolii1i e il duce cit., li, pp. 349-350. ' Ibidem, Il, p. 356. Sull'argomento cfr. R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., pp. 307-325.


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L'INTERVEN TO NELLA GUERRA CIVILE Dl SPAGNA ( 1936- 1939)

Questo oltre all'annuncio ricevuto il 21 dicembre che la Legazione britannica ad Addis Abeba sarebbe stata richiamata 1• In ogni caso, non sembra fossero state soppesate con la dovuta attenzione le implicazoni della guerra civile c he stava imperversando in Spagna. Infatti in campo internazionale la questione spagnola continuava a suscitare vive apprensioni. L' l J dicembre il ministro degli Esteri repubblicano, Alvarez del Vayo, chiese a Ginevra che la Società delle Nazioni condannasse Italia e Germania per aver riconosciuto il governo 1ibelle di Burgos, affermò che la guerra di Spagna costituiva un pericolo per la pace mondiale ed accusò il Comitat0 del non intervento di scarsa efficienza. Ma l'unica cosa sulla quale all 'atto pratico si concentrava l' attenzione generale era il problema dei volontari. A questo proposito francesi ed inglesi avevano suggerito ben tre iniziative intese almeno a ridurre le dimensioni della guerra: un piano di controllo avanzato dal Comitato cli Londra; un progetto francese di mediazione per sospendere il traffico di materiale bell ico; una proposta britannica di sospensione dell' invio di volontari. Questi arrivavano «a frotte» in Spagna 2• A titolo di edificante esempio d i come funzionasse il ministero degli Esteri in mano a Ciano, osserviamo che soltanto i primi cli gennaio I937, vale a dire parecchi giorni dopo che la notizia dello sbarco di italian i a Cadice circolava sui giornali inglesi destando scalpore, Ciano rivelò a Grandi che «in realtà, in questi ultimi tempi, molte migliaia di volontari, e cioè una diecina, sono state inviate a Cadice (...). Le notizie apparse sui giornali sono a volte artefatte ed inesatte, ma un fondo di verità c'è. Quindi penso che per te sia difficile negare esplicitamente nostri invii di volontari»! ' . La vigilia di Natale del 1936 gli ambasciatori inglese e francese a Berlino, Roma, Mosca e Lisbona, scavalcando il Comitato di Londra, avevano chiesto insistentemente la fine dell'afflusso dei volontari a partire dal 31 gennaio e la cosa si stava ancora trascinando fra dichiarazioni contraddittorie e vaghe. Il 31 dicembre risultavano entrati nella Spagna repubblicana non meno d i 20 mila volontari dalla sola frontiera terrestre con la Francia. I carri e gli aerei sovietici erano decantati eia tutti i giornali ·del governo di Valencia. Ciano anticipò verbalmente all'ambasciatore britannico la risposta, ricordando che l' Italia per prima aveva insistito sulla necessità di impedire questi pericolosi arrivi, «Ma onnai - conunentò-allo stato delle cose, fino a quando l'lnghiltem1 non fosse stata in grado di impedire a tutti i paesi, e pa11icolarmeme alla Francia, al Belgio cd alla Russia. di mandare volontari in aiu10 del le forze comuniste, noi avremmo lasciato affiuirc i nostri volontari in Spagna(. ..)» ' .

'P. BRUNDU OLLA, L'equilibrio difficile cit., pp. 356-358. 'H. THOMAS, Sroria della 1<11erra civile spawl()/a cii., p. 357. ' Ciano a Grandi in data 7. 1.1 937, ASMAE, Fondo Lan.cellolli, b. 126. ' R. MOSCA, L'Europa verso la cawsrmfe cit .. I. p. 134.


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L A DECISIONE DELL' INT ERV ENTO ITALIANO

LA S ITUAZIONE A FINE 1936

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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVI LE DI SPAGNA (1936-1939)

Il 9 gennaio 1937 Roma e Berlino si pronunciarono favorevolmente per il blocco, ma chiesero che il principio avesse carattere globale e che, quindi, si cominciasse con l'allontanamento dalla Spagna di tutti i volontari ivi affluiti. A tale prospettiva il governo di Valencia replicò concedendo la cittadinanza spa· gnola a tutti gli stranieri che combattevano nelle sue truppe e milizie, e questo modificò subito l'atteggiamento italo-tedesco. In questa atmosfera di accese discussioni, Hitler, che aveva visto con «malcelato nervosismo» concretarsi il Gentlemen 's Ag reement 1, inviò a Roma Goering per impostare la comune condotta dell'intervento in Spagna, ma anche per veder chiaro nelle intenzioni del Duce 2 . Questi il 14 gennaio convocò a palazzo Venezia Ciano, Pariani, Cavagnari e Valle e, alla presenza di Goering, prese in esame la posizione di Germania e Italia nei confronti degli eventi nella penisola iberica 1• Sulla eventuale evacuazione dei volontari fu esplicito: «lo credo che praticamente la questione dell'evacuazione completa dalla Spagna dei volon· tari e dei propagandisti sia quasi insolubile perché i rossi spagnoli hanno deciso di natmalizzare i volontari stranieri che sono giunti in loro aiuto. Credo che nell'attuale situazione l'evacuazione dei volontari danneggerebbe più Franco dei rossi. Costoro sono nel maggiore disordine, divisi da lotte intestine. Inoltre l'anivo dei volontari rossi comincia a diminuire mentre s'intensifica il nostro intervento. Nonostante tutto Franco ha molte forze ed ha innegabili possibilità offensive. L'evacuazione parallela, in 1ali condizioni, consisterebbe nel rendere un servizio ai rossi».

Quindi, non soltanto il personale già mandato doveva rimanere in Spagna, ma, essendo indispensabile la vittoria nazionalista, occorreva esercitare «un ultimo grande apporto da parte dell'Italia (soldati e materiali) e della Germania (materiali) fino al 31 gennaio» per consentire a Franco di compiere uno sforzo risolutivo per sfruttare i sintomi di evidente collasso del fronte avversario". Di conseguenza, sul terreno diplomatico conveniva adottare in un primo tempo una tattica di temporeggiamento e poi proporre il blocco totale e presentare un piano comune di controllo. Tanto, commentò Mussolini, «il giorno c he avremo inviato tutto il fabbisogno in Spagna, la discussione diventerà accademica>>.

' M. MAGJSTRATI, li prologo del dramma cit., p. 163. In occasione del tradizionale ricevimento in Campidoglio, venne organizzato un grande concerto. Goering, che subito dopo doveva incontrare di nuovo Mussolini, ad un certo punto non si trattenne per l'impazienza di recarsi a palazzo Venezia e si alzò senza attendere la fine del concerto. AI che, il principe Piero Colonna, governatore di Roma, esclamò: «Aho', un momento! Er Campidojo non è mica il municipio di Roçcacannuccia!» (ibidem, p. 168). ' A. RovJGHII e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo H, doc. 27. 'Goering si era ~ffrettato a spiegare la decisione tedesca di non inviare reparti tedeschi più o meno organici, considerate le circostanze: «V'è una grande diffetenza - disse - nella reazione della Francia quando si u·atta della presenza di truppe tedesche in Spagna o di truppe italiane». 2


LA DECJSIONE DELL' INTERVENTO ITALIANO

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Le forniture complessive del mese di gennaio da parte tedesca in armi e materiali erano consistenti: 50 mila fucili, 124 pezzi di artiglieria, 52 mitragliere contraerei, 30 lanciafiamme, 60 aerei, materiale vario, 117 milioni di colpi per anni individuali e di reparto di fanteria, mezzo milione di proiettili di artiglieria di diverso tipo. Da parte italiana, per l'aeronautica venne decisa la spedizione di quindici aerei R0.37, tre S.79 e dodici CR.32, tutti con equipaggio e con un corredo di parti di ricambio sufficiente per conservare piena efficienza sino alla primavera. Inoltre Ciano indicò la possibilità che altri dodici apparecchi, d'assalto, fossero inviati entro febbraio e che qualche azione di bombardamento sulla costa catalana potesse essere eseguita da aerei partenti da campi italiani riservati. Per l'esercito vennero fonnulati due programmi, l'uno minimo e l'altro massimo, secondo che il termine per l'afflusso dei rinforzi cadesse il 31 gennaio o il 10 febbraio. Nel primo caso dovevano partire 18 battaglioni (banderas) di camicie nere raggruppati in 6 legioni (gruppi di banderas) per un totale di oltre l l mila uomini, con scorte pari ad un paio di mesi. Nel secondo caso (programma massimo), oltre al personale ed al materiale di cui si è detto, sarebbe partita anche una divisione speciale «S», su due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria, un battaglione mjtraglieri, una compagnia genio e unità dei servizi, per circa 11 mila uomini complessivi'. Il tasto più delicato non era, però, quello dei rinforzi e degli aiuti. Entrambi, Mussolini e Goering, si trovarono concordi nel manifestare assoluta insoddisfazione circa la condotta della guerra da parte di Franco, talché stabilirono di chiarirgli che il protrarsi dell'appoggio non doveva indurlo all'inattività e magari portarlo a credere che Italia e Germania fossero disposte a far la guerra in sua vece 2 • E convennero anche nel non consentire che i due paesi si lasciassero «in alcuna maniera condurre da altre potenze in una situazione tale da cui potrebbero sorgere delle complicazioni internazionali>> 3• Il giorno successivo alla riunione, nel trasmettere il verbale agli intervenuti, Ciano precisò: «Il Duce ha disposto che si provveda a dar corso al programma massimo, salvo a limitarsi soltanto alla parte di esso precisata nel programma

• A.

Rov1GHI e

F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo II, doc. 28.

z A quella data le spese sostenute dall'Italia per materiali e personale inviati in Spagna - e

prescindendo da quelle relative al mantenimento del personale in patria in attesa di partenza anunontavano a: 410 milioni per l'esercito, 44 milioni per la marina, 615 milioni per l'aeronautica, 139 mila lire per il ministero degli Esteri, 260 mila lire per il ministero della Stampa e Propaganda e 650 mila per la Croce Rossa Italiana, per un totale di 1.070 milioni circa. 'Durante la visita di Goering, Mussolini trovò modo di dichiarare all'inviato speciale del « Volkischer Beobachteo, che «l'accordo con l'Inghilterra non fa che rafforzare l' Asse RomaBerlino, non è che un logico completamento degli sforzi per pacificare l'Europa» (M. MAGISTRArl, ll prologo del dramma cit., p. 164).


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minimo qualora circostanze di carattere internazionale non permettessero di prorogare gli invii oltre il 31 gennaio>>. Il programma minimo era già in corso di esecuzione con partenze previste in tre scaglioni: il 22, il 26 ed il 31 gennaio. Per quello massimo esistevano studi approfonditi: la divisione speciale «S» si trattava della divisione Assietta, alla quale Pariani volle dare il nome di Volontari del Littorio - doveva essere fonnata totalmente da militari dell'esercito, possibilmente volontari ma all'occorrenza comiJ)letati da elementi non volontari. Nel contempo Pariani reputò opportuno mandare a Roatta, tramite Anfuso, un appunto a titolo di direttive per la sua azione di comandante delle truppe italiane. Prima di tutto, specificò, occorreva che fosse ben chiara la necessità che il contingente italiano venisse impiegato riunito, per operazioni a massa su direttrici risolutive; questo rendeva opportuno che Roatta si procurasse ampia libertà d' azione per realizzare gli scopi indicatigli da Franco, opponendosi quindi a qualsiasi tendenza, da parte spagnola, ad un impiego frazionato delle sue truppe. Poi Pariani entrò nel campo operativo. Le direttrici che, da Roma, apparivano di buon rendimento erano la Teruel-Valencia per separare la Catalogna dal resto della Spagna e sfruttare il successo puntando nella direzione che la situazione avrebbe indicato come la più opportuna per la decisione della lotta; la Sigiienza-Guaclalajara per cadere a tergo di Madrid e procedere al suo accerchiamento, qualora ne valesse la pena; infine la puntata su Malaga allo scopo locale, di valore logistico, di fornirci una base più vicina ove non venisse attuato il noto blocco. Delle tre operazioni, la prima rivestiva effettivamente carattere decisivo, ma appunto per questo avrebbe imposto il suo inquadramento in una più ampia manovra delle forze nazionaln, che fissasse il nemico nei settori secondari per consentire alla massa d ' urto, dopo lo sfondamento, di procedere con rapidità su Valencia '. Nella terza decade di gennaio Pietromarchi indisse una riunione a palazzo Chigi per mettere al corrente Roberto Cantalupo, designato quale primo ambasciatore italiano presso il governo di Burgos, delle prospettive militari in Spagna. Cantalupo ascoltò guanto venne riassunto dagli ufficiali del l'Ufficio Spagna: «spallata» di Roatta su Malaga e Valencia, poi velocissimo spostamento delle truppe italiane sul fronte di Guadalajara e conseguente via libera per la conquista di Madrid ad opera del gen. Orgaz. La caduta del Nord sarebbe avvenuta per effetto della caduta di Madrid. Al termine dell'esposizione, caratterizzata da assoluta fiducia nel favorevole e rapido svolgimento delle operazioni, Cantalupo domandò se il piano che gli era stato illustrato fosse stato approvato dal capo di Stato Maggiore Generale. <<Mi fu risposto - ricordò nelle

' Da Ufficio Spagna a MMIS in data 18.1 . 1936, in A. RovIGMI e F. STEFANI, la partecipazione

iraliana cit., I, tomo 11, doc. 35 c.


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sue memorie - : ' No, Badoglio si disinteressa della Spagna. I piani sono di competenza del ministero della Guena'. Ne fui sgradevolmente sorpreso: ma allora il capo dello Stato Maggiore Generale non partecipava? Dato il carattere a me noto di Badoglio, questo significava che egli non approvava, ma lasciava ad altri la responsabilità)> 1• L' intesa italo-tedesca fu portata a conoscenza di Franco da Anfuso2, il quale il 24 gennaio telegrafò a Ciano in questi termini: «Prima reazione del generale Franco alle decisioni da me comunicategli a nome dei Governi italiano e tedesco, di cui gli ho rimesso anche il testo, è stata di disorientamento, accresciuto dalla vicinanza della darn di scadenza per l'invio di uomini e materiali. Successive cons.iderazioni e schiari menti fornitigli gli hanno fatto valuu1re appieno l'imponenza degl i aiuti che gli vengono prestati specialmente da arre italiana( ...)».

Senonché, il giorno seguente, Franco s i affrettò a far pervenire ad Anfuso una nota verbale indicante il suo immediato fabbisogno di rifornimenti, oltre a quelli di previsto arrivo in gennaio: «non è possibile - osservò il Gen.eral[sùno - continuare la guerra, date le proporzioni che essa ha raggiunto ora, senza assicurare per tre mesi almeno l'approvvigionamento normale di munizioni, polveri ed esplosivi cli cui abbisognano le nostre forze, cosa molto importante, pur essendolo molto fanchel l' invio di uomini, perché senza di ciò i duecentomila uomini che compongono le nostre fronti rimarrebbero inattivi(. ..). L' elenco delle richieste era pesante. Si trattava di 6 mila fucili mitragliatori e mitragliatrici, 300 mila colpi per artiglieria, 66 milioni di cartucce per armi automatiche di reparto, 40 tonnellate di tetralite e 800 di trilite, 800 tonnellate di polveri cli lancio di vario tipo ed altro materiale bellico, oltre ad un consistente quantitativo di materie prime. Anfuso, Roatta e Faupel si recarono al lora da Franco e Roatta, premesso che, data l'importanza dei rifornimenti, sarebbe stata gradita una maggiore tempestività nella presentazione degli elenc hi, chiese di co noscere la priorità di attribuire ai materiali in questione. Ricevuta la risposta che tutto era «di ug uale urgenza>>, Anfuso e Faupel si riservarono cli far conoscere le risposte dei ,ispettivi governi. Poi Roatta mise s ul tappeto il progetto di includere dieci ufficiali italiani e tedeschi di vario grado nello Stato Maggiore di Franco e questi si mostrò non alieno, anche se probabilmente senza entusiasmo. In realtà la questione si trascinerà alquanto e non giungerà a conclusione, sia per il naturale e comprensibile orgoglio spagnolo, sia per il contrario avviso dei tedeschi, che lasciarono intendere cli non ritenere necessario e nemmeno utile la costituzione di uno Stato Maggiore misto. Perciò Roatta prima comunicò a Roma che «stando così le cose, sorge il dubbio se convenga insistere per formare uno Stato Maggiore

' R. CANTALUPO, Fu la Spagna cit., p. 7 1. ' Ibidem, doc. 29.


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italo-germanico-spagnolo quando le truppe che combattono sono soltanto italo-spagnole» e poi tornò al parere espresso il 12 novembre a Pariani circa l'opportunità di lasciare la MMIS estranea alla diretta responsabilità delle operazioni. Quindi il 10 febbraio cosùtuì un ufficio di collegamento fra il Comando nazionale e la MMIS, con il col. Gelich. L'intensa opera dello Stato Maggiore dell 'esercito per l'esigenza OMS merita un indiscutibile riconoscimento. Se tale esigenza dall'agosto alla metà novembre 1936 aveva riguardato un impegno molto limitato, gestito dal gabinetto del ministero della Guerra, dal novembre 1936 al febbraio 1937 assunse dimensioni cospicue, che dovettero per giunta essere affrontate sul tamburo e che caddero sotto la responsabilità esclusiva dello Stato Maggiore. Da ~uanto finora si è detto risultano evidenti i condizionamenù cui l'impresa fu soggetta sin dagli esordi: vincoli soprattutto politici che imposero riservatezza nelle prediposizioni, tempi ristretti ed improvvisazioni, soluzioni organiche poco soddisfacenti (ricorso a volontari e -reparti di formazione) e, elemento di maggiore incidenza, facoltà decisionale affidata al ministero degli Esteri. Durante la seconda fase (novembre '36-febbraio '37) si provvide all'invio di elementi co.n i quali mettere a punto l'organizzazione di comando e logistica (MMIS e Base OMS) e, soprattutto, all'approntamento e partenza di cinque brigate volontari (2 miste e 3 cli camicie nere), di una divisione di fanteria (la Volontari del Littorio) e di unità minori di supporto. Per le dotazioni di queste unità furono uùlizzati i materiali accantonaù per Ja mobilitazione generale presso i centri di mobilitazione, quelli provenienti dagli allestimenti in corso per mobilitazione generale (quasi completamente assorbiti) e quelli appositamente approvvigionati o acquistati dal commercio. Le dotazioni di mobilitazione, soprattutto di automezzi, vennero di conseguenza fortemente intaccate senza possibilità di immediato reintegro 1• Come è naturale, se l'approvvigionamento di taluni materiali del servizio di commissariato incontrò notevoli difficoltà, assai più oneroso fu quello concernente glì automezzi ed il materiale delle trasmissioni. Per i primi, la buona assegnazione organica alle unità mandate in Spagna venne fronteggiata attingendo, nell'ordine, alla nuova produzione nazionale, alle dotazioni accantonate nei depositi di riserva (per ultimi quelli dei corpi d' annata di frontiera), infine alle dotazioni delle unità aventi maggiori disponibilità, vale a dire le preziose divisioni celeri e motorizzate e la nuova brigata corazzata. Per i mezzi radio, benché il

' Ogn i cessione di materiale era seguita subito, beninteso quando possibile, da una corri spondente assegnazione di fondi alla Direzione Generale interessata . .Lo Stato Maggiore forniva, di volta in volla, le norme per il reintegro con il criterio di sostituire i materiali ceduti con altri pi ù moderni e di utilizzare le eventuali somme residue per l'approvvigionamento di materiali ritenuti di maggiore imponanza ai fini della mobilitazione generale.


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fabbisogno fosse relativamente limitato, l'indisponibilità di magazzino obbligò al ricorso all'industria privata. Quanto ali' addestramento delle unità in partenza, esso finì col ridursi ad un traguardo velleitario e, insieme, ad una fonte di recriminazioni: in effetti fu pressoché inesistente. I reparti della M.V.S.N. sentirono penosamente tale deficienza, trattandosi di formazioni che, per la loro stessa natura - elementi di differenti età e provenienza, di cui talutù privi di qualsiasi istruzione militare; quadri attinti per la quasi totalità dal congedo e molti con grado non corrispondente a quello rivestito nell'esercito - manifestarono vistose lacune e urgente necessità di ambientarsi, amalgamarsi, orientarsi sulla evoluzione subita dai mezzi bellici e dalla dottrina tattica. Ma anche i reparti dell'esercito, quasi tutti di formazione, avevano bisogno di un preventivo, sia pur minimo, amalgama per assicurare con piena immediatezza il voluto rendimento. · Anche sulla questione delle spese e delle forniture, sempre pìu insistentemente sollecitate da Franco, occorre spendere qualche parola. Il ministero per gli Scambi e Valute aveva impartito la direttiva di far pagare in divisa ogni fornitura, avvisando che in caso contrario avrebbe rifiutato le divise occorrenti per l' acquisto all ' estero delle materie prime da utilizzare per la sostituzione dei materiali ceduti alla Spagna. Le industrie in generale si adeguarono a questo indirizzo, il che indurrà Franco a premere maggiormente sui dicasteri militari. Ora, mentre la Marina cominciò con il consegnare due sommergibili solo quando ottenne l'intero pagamento in dollari e l'Aeronautica riuscì ad ottenere almeno un' aliquota dell'importo relativo ai mezzi venduti, il ministero della Guerra consentì a cedere tutto contro l'impegno a regolare la partita alla fine della guerra, e questo perché da un lato non poteva esimersi dal rifornire le truppe italiane combattenti in Spagna e dall'altro riceveva più ordini che pressioni dal ministero degli Esteri, il quale, come si è detto, aveva interamente avocato a sé la trattazione di ogni questione, anche militare, riguardante la Spagna. Già al 31 dicembre 1937 l'Italia sarà in credito verso il governo di Burgos di circa 100 milioni in valuta in conto forniture, più 194 milioni utilizzati sul credito aperto da un consorzio di banche italiane sotto la guida della Banca d'Italia. Naturalmente, mentre il sollecitato saldo rimarrà senza esito, le richieste di nuove cessioni aumenteranno: <<Fu così - commentò Guameri - che la Spagna, da paese di scarso interesse per i noslli scambi internazionali, divenne di colpo un pesante fardello per noi e costituì, in quel momento, uno dei maggiori fattori contro-operanti nella faticosa opera di ricostruzione della nostra economia, nei rapporti interni e nei rapporti internazionali» '.

' F. G UARNERI, Battaglie economiche cit., p. 685.


Capitolo VIII LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI l.

IL

CTV DA MALAGA A GUADALAJARA ( GEN.

ROATIA)

Nel gennaio 1937 si susseguirono gli arrivi di truppe dall'Italia a ritmo serrato. Alla data del 7 febbraio era stato possibile dar vita alle tre brigate di camicie nere, un battaglione carri d'assalto, un raggruppamento d'artiglieria di corpo d'armata e due gruppi da 75/17 ; nonché mettere a disposizione di Franco il personale d'inquadramento con due gruppi di battaglioni di camicie nere per la costituzione delle due brigate miste italo-spagnole. Inoltre dai 118 aerei inviati sino a l 30 novembre 1936 si era passati a 248, fra cui 115 da caccia e d'assalto e 40 eia bombardamento. Fra il 6 ed il 22 febbraio sbarcarono la divisione Volontari del Littorio, sei battaglioni complementi, unità minori ed organi dei servizi. Il 25 febbraio l'ufficio Spagna comunicò a Roatta che, in relazione agli accordi definiti dal Comitato cli Londra ( ... ), dalla mezzanotte del 20 febbraio era cessata la partenza di volontari I e che dall ' 8 marzo sarebbe entrato in vigore il sistema di controllo internazionale sull'invio di materiale bellico. Sin dallo sbarco a Cadice delle prime 3 mila camicie nere in dicembre erano però affiorate note poco brillanti, perché la frettolosità non poteva non dare frutti negativi. Il 21 gennaio Roatta mandò un lungo telegramma al ministero della Guerra, in cui, pur dando atto del notevole miglioramento sotto il profilo disciplinare riscontrato, rispetto ai precedenti arrivi, segnalava la mancanza di «qualsiasi istruzione militare» da parte delle truppe sbarcate, al punto da poterle utilizzare unicamente come complementi. Il livello addestrativo 1isultava assai vario; in genere i comandanti di compagnia e di plotone «non conoscono il loro mestiere», talché si trovava costretto ad impiegare, come istruttori della M. V.S.N., alcuni ufficiali dell'esercito destinati all'inquadramento delle brigate miste. Insufficiente era anche l'addestramento dei piloti dei carri, dei conduttori di automezzi e dei motociclisti. Per i servizi di seconda linea si era ancora all'inizio del loro impianto. Nessuna meraviglia per simile situazione: un corpo di spedizione (che tale stava diventando) non si improvvisa con personale raccogliticcio. Difatti qualche giorno dopo Roana scrisse direttamente a Pariani: «Se non si salta il fosso

1 A lìne febbraio si trovavano in Spagna 2. 145 ufficiali (di cui 1.165 della milizia), 3.306 sottufficiali (di c ui 1.977 della milizia) e 43.842 truppa (di cui 26.150 camicie nere) per complessivi 49.293 uomini. Ad essi sono da aggiungere 39 militarizzati e 400 civili.


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(reparti organici o reparti formati con complessi organici) non potremo mai avere truppe di pronto impiego» 1• Vale la pena di spendere qualche parola sulla questione dei volontari, una questione che riguardò sia i nostri, sia gli «internazionali» accorsi a battersi per la repubblica. La volontarietà del personale inviato dall'Italia non sembra possa venir contestata. Giustamente è stato rilevato che a differenza della campagna etiopica, la quale aveva ricevuto il massimo consenso del paese, la guerra di Spagna tutto sommato fu seguita con larghe simpatie per gli insorti dalla maggioranza del paese, tanto più che l'intervento era presentato come difesa dei valori tradizionali avversati dal comunismo e dall'anarchia, era propagandato dai mezzi di comunicazione del regime, era chiaramente condiviso dalla Chiesa 2, tuttavia, detto ciò, bisogna convenire che l'approvazione delle masse non fu permeata da particolare entusiasmo. Innegabilmente le domande superarono il fabbisogno di personale per l'impresa, ma le motivazioni ideali o ideologiche non furono certo preminenti se non per una piccola percentuale. Più frequenti ed attendibili altri moventi: spirito d'avventura, desiderio di conseguire meriti e quindi vantaggi (specie per ufficiali e sottufficiali di carriera), illusione di partecipare ad una campagna, tutto sommato facile e breve. E, non ultimi, vantaggi economici che invogliarono all'arruolamento molti individui con problemi di famiglia e disoccupati. Non a caso la maggior parte dei volontari proveniva dal Mezzogiorno e delle isole e 1' età media era troppo alta\ Comunque appare ingenerosa la sprezzante

' Lettera personale in data 25. l . J937. Anche per questo, a metà febbraio lo Stato Maggiore mise allo studio l'approntamento e l'invio oltremare, ovviamente in Spagna, di un intero «corpo d'armata speciale OM», su due divisioni di fanteria (la Curtatone e Mollfa11ara e la Rubicone) e la 9' divisione camicie nere, con adeguati supporti tattici e logistici. Fra le modalità di costituzione figuravano l'inevitabile soppressione del requisito della volontarietà e la massima utilizzazione degli ufficiali delle unità prescelte (un terzo in s.p.e.). Il completamento dei quad1i doveva essere fornito dai rimanenci reggimenti del corpo d'armata territoriale interessato alla mobilitazione. L'orientamento era di impiegare il corpo d'armata in un'operazione di sbarco nel golfo di València. Peraltro la cosa non superò lo stadio delle predisposizioni a causa dcli' adesione italiana al blocco degli interventi internazionali. 2 Il 19 marzo 1937 Pio XI si rivolse ai cattolici di tutto il mondo con l'enciclica Divini Redemptoris che bollava i.I comunismo: «( ... ) il comunismo di oggi nasconde in sé una falsa idea di redenzione. Uno pseudo ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità nel lavoro pervade tutta la sua attività di un falso misticismo che alle folle adescate da fallaci promesse comunica uno slancio ed un entusiasrno contagiosi (...)». Ed accusava la scampa mondiale che «ha potuto per tanto tempo tacere degli orrori commessi in Russia, nel Messico ed anche in gran parte della Spagna, e parla così poco di una sì vasta organizzazione mondiale qual'è il comunismo di Mosca (...)»; (S. ArrANASIO, Gli italiani e la guerra di Spagna cit., p. 77). Ma con la quasi contemporanea enciclica Mit Brennender Sorge il Papa mostrò chiaramente la condanna anche delle principali teorie nazional-socialiste, specie quella razzista. ' Riferendosi ad un primo gruppo di 3 .500-4.000 volontari presentatisi siflgolarmente prima del dicembre 1936, Coverdale fornisce le seguenti cifre. Per l'età uno scarso 6% non raggiungeva i 20 anni; il 20% era fra i 20 ed i 25 anni; un altro 25% fra i 25 ed i 30 anni; il 34% fra i 30 ed i 40 anni ed il 15% rimanente superava i 40 anni. Circa il 70% era formato da lavoratori e solo il 4% da studenti. Dal punto di vista dei precedenti penali, il 25% era schedato. Questo gruppo apparteneva al primo scaglione di 3 mila camicie nere inviate in Spagna in dicembre.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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espressione di «mercenari», talvolta usata a carico di questi nostri volontari (e non degli altri stranieri). Poiché si trovavano già pronti in Italia numerosi reparti di marcia destinati all'Africa orientale, la diminuita necessità di truppe nell'Impero indusse a cercare volontari in queste unità. Non è da escludere che domande di volontariato per <<Un'operazione rni litare oltremare» che al momento non era possibile specificare, siano state sollecitate in modo ambiguo. Rimane ad ogni modo indiscutibile la superficialità degli arruolamenti. Non soltanto per l'idoneità fisica e morale venne seguìto il criterio, adottato a suo tempo per la campagna etiopica, della «idoneità genetica alla guerra», ma evidentemente si largheggiò troppo. Specie per il contingente fornito dalla milizia gli accertamenti furono più che sommari, data anche l'urgenza imposta a precettazione e concentramento . del personale. Una ce1ta insufficienza funzionale dei «filtri» per l'arruolamento è dimostrata da dati concernenti i rimpatri d'autorità effettuati dal gennaio al luglio 1937: 18 ufficiali e 573 sottufficiali e truppa per motivi disciplinari, 153 ufficiali e 2.975 sottufficiali e truppa per non idoneità sotto il profilo morale o fisico. Vale a dire oltre 3 mila rimpatriati su circa 50 mila presenti, il 6% circa 1• Sull ' affidamento operativo, poi, presentato dai volontari in quanto tali è opportuna una estrema cautela. In tutte le epoche, in tutte le guerre, l'efficienza dei volontari si è mostrata rimarchevole soltanto dopo una severa selezione, un severo addestramento e quando in mano ad ufficiali cli spiccata capacità. Questo valeva evidentemente anche per gli spagnoli. Nessun dubbio può sussistere sul coraggio fisico palesato dagli spagnoli d'ambo le parti in lotta, ma sia per la costituzione delle brigate miste, sia per quella delle milizie repubblicane divenne inevitabile il ricorso alle norme di un esercito regolare. Per il contributo alla formazione delle due brigate miste, Franco pensò di utilizzare la Falange, senonché questa pretese di conferire alle unità un carattere tipicamente falangista, uniformi comprese. Vediamo i risultati. La I brigata mista Flecha.s Azules (col. Guassardo) incontrò tali difficoltà di completamento ad opera della Falange di Siviglia, tenuta a fornire 5 mila uomini, che Franco tagliò corto disponendo l'assegnazione di 5 mila reclute dell'esercito 2 • La Il brigata Flechas Negras (col. Piazzoni) doveva essere completata dalla Falange di Badajoz. Sulle prima Piazzoni accettò che questa fornisse anche un certo numero di ufficiali sino al grado di capitano e di sottufficiali, ma quando vide i 400 falangisti scelti per tale compito, cambiò idea e si irrigidì nel volere soltanto soldati semplici, come da accordi presi al vertice. Intervenne allora Franco per

' Inoltre vennero rimpatriati 173 ufficiali e 2.485 sottufficiali e truppe per malattia e 75 ufficiali e 2.180 sottufficiali e truppa per ferita (A. Rov1GHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana ci1., I, tomo I, p. 178). ' I due reggimenti di fanteria della brigate, avevano il 50% di ufficiali italiani ed il 20% dei sottufficiali e truppa italiani.


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L' INTERVENTO NELLA GUERRA CIV ILE Dl SPAGNA ( 1936- 1939)

ricomporre in qualche modo la vera e propria rottura verificatasi fra Piazzoni ed il capo della Falange, senonché questa inviò allora elementi poco capaci, fisicamente scadenti (i medici italiani respinsero 300 individui su un gruppo di 700) e privi di ogni senso di disciplina. In definitiva, poiché su 4.600 falangisti il 30% circa venne respinto, Franco ordinò di completare la brigata con un migliaio di reclute 1• Caratteristica peculiare dei volontari repubblicani fu l 'eterogeità della loro massa, in cui figuravano le più svariate nazionalità. Il campionario comprendeva idealisti ed avventurieri, intellettuali ed attivisti politici, disoccupati e disadattati, studenti, operai e piloti di aereo. Peraltro un'efficace azione collante venne esercitata dal diffuso sentimento antifascista a dalla combattività individuale, che indirettamente portarono ad una maggiore disponibilità a formare repart.i di una certa regolarità 2• Queste qualità complessive differenziavano notevolmente le brigate internazionali dalle milizie repubblicane 1 e le rendevano, g razie anche al cospicuo materiale bellico fornito dall 'Unione Sovietica, gli elementi di maggior spicco del nuovo Ejercito Popular Espanol organizzato da Largo Caballero in pochi mesi. · Il punto debole delle brigate internazionali e de11' Ejercito Popular, che presto ammonterà a 500 mila uomini, fu la diffusa politicizzazione e la conseguente rivalità ideologica delle due principali componenti politiche - i comunisti con la CGT da una parte, gli anarchici con la FAI e la CNT dall'altra - che arriverà addirittura a sfociare in una sanguinosa lotta intestina, provocata ed a limentata dai comunisti per eliminare ri vali ed arrivare, al potere •. A tal riguardo si distinse il deputato comunista francese Maity, il quale, nel te ntativo cli scolparsi dalle accuse di atrocità commesse ad Albacete rivoltegli dai suoi stessi uomini, nella relazione che il 15 novembre 1937 presentò al Comjf.ato centrale del partito comunista francese, scrisse, fra l'altro: «In Spagna, frammisti con i buoni militant.i comunisti, socialisti, antifascisti italiani, fuoriusciti tedeschi, anarchici d' ogni pelo e razza, sono affl uiti molte centinaia di elementi criminali internazionali, e mentre pane di essi si sono limitati a vivere grassamente senza far nulla e senza

' Nei due reggimen1.i di fanteria la percentuale di ufficiali ita.liani saliva al 70%. ' A fine dicembre 1936 oltre 35 rrùla volontari erano arruolati nelle brigate internazionali ed altre migliaia nelle milizie catalane (ANDREU CASTELLS, Las Brigadas l11temacio11a/es de la Guerra tle Espa,ìa, Ariel, Barcelona 1974, p. 374). Ciò non toglie che il problema della indisciplina fosse molto avve1.tito, specialmente a Madrid, dopo la battaglia di Guadalajara, quando finalmente le biigate int.ernazionali ebbero un po' di riposo (H. THO~·IAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 4 12- 417). -' A fine dicembre il pa1tito comunista sostenne il gen. Asensio, sottosegretario per la Guerra, e provocò un decreto che scioglieva le milizie e riordinava l'esercito in «brigate miste». Tuttavia le milizie, e in pa11icolare quelle anarchiche, sopravvissero ancora per vari mesi ( H. THOMAS, op. citata, pp. 386-387). ' Largo Caballero finì per accusare Kléber di voler approfittare delle brigate internazionali per anuare un colpo di stato comun ista (ibidem, p. 384).


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cornbanere, molti altri hanno iniziato, approfittando del disordine dei primi giorni, una serie innumerevole di delitti abominevoli, stupii, violenze, rapine, omicidi per pura malvagità, furti, sequestri di persona, ecc .. Non contenli di ciò, hanno inscenato sanguinose ribellioni alle autorità di València e qualcuno si è dato allo spionaggio a favore di Franco» (...). Mentre parte degli elementi anzidetti hanno riscattato le loro colpe recandosi a combattere valorosamente e cadendo nei più sanguinosi scontri che, per la salvezza di Madrid, sono stati sostenuti dalle Brigate internazionali, altri hanno dato prova di essere incorreggibili. Ad Albacete pretendevano di cominuare le criminose imprese compiute altrove; arrescati sono evasi dal campo di concentramento, aggredendo ed uccidendo parte del personale di vigilanz.a. Davanti a ciò non ho più esicato ed ho ordinato le necessarie esecuzioni. Le esecuzioni da me ordinate non oltrepassano le 500, tutte eseguite nei confronti di autentici criminali mascherati da combattenti della libert/1» '.

* * * Nel dicembre 1936 Franco aveva formulato un piano di guerra atti colato in sette cicli operativi t: l . Liberazione di Madrid ed eliminazione del saliente delle SieITe;

2. Liberazione di Malaga e della sua provincia;

3. Eliminazione della fronte Nord (Bilbao-Santander-Asturie); 4. Separazione della Catalogna dal resto della Spagna, medante un'offensiva su Valèneia; 5. Eliminazione delle fronti del Centro e del Sud; 6. Occupazione della Catalogna; 7. Occupazione dell'isola di Menorca.

Intendeva realizzare queste tappe una alla volta. Non faceva affidamento sulla pacificazione, bensì sulle anni, convinto com'era che i rossi non si sarebbero mai arresi anche perché sorretti, oltreché vincolati, da Mosca. Si proponeva di condurre la guerra «senza di struggere né la Spagna né gli spagnoli. Guai - disse al nostro ambasciatore Cantalupo - se avessi fretta: rovinerei il mio paese>> 3• Nonostante gli insuccessi delle tre prime offensive contro Madrid, Franco non desisté da que11o che per lui costituiva l'obiettivo primario e il 3 gennaio 1937 dette il via al quarto tentativo. Il gen. Orgaz ancora una volta non ebbe fortuna: migliorò la situazione, a caro prezzo, con un successo tattico a nordovest della città, ma dopo una settimana fu costretto ad interrompere l'azione a causa di un maltempo eccezionale che rese impossibile qualsiasi attività operativa sino ai primi di febbraio. In questi frangenti, il Generalfsimo, deluso per il nuovo sostanziale scacco, riportò il pensiero alla conquista di Malaga propostagli da Roatta a metà dicembre. Se prima aveva accantonato il suggerimento, adesso gli sembrò conveniente utilizzare l'operazione come diversivo per attirare l'attenzione delle

'F. BELFORTE, La guerra civile in Spagna cit., Il, pp. 132- 133. ' E. FALDELLA, Venti mesi di guerra in Spagna cit., p. 195. ' ROBERTO CANTALUPO, Fu la Spagna, Mondadori, Milano 1948. pp. Il 1- 112,


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truppe repubblicane, a profitto di un ennesimo tentativo contro la capitale. Per Roatta, come sappiamo, l'obiettivo di Malaga significava l'acquisizione di un porto nel Mediterraneo e non più oltre lo stretto di Gibilterra e la dimostrazione della capacità operativa del contingente italiano, che avrebbe giustificato una certa autonomia. Naturalmente si era ben guardato dal1'inforrnare Franco delle direttive inviate da Pariani, ritenendo giustamente che avrebbero ferito l'amor proprio dello spagnolo. Si propose perciò di toccare l'argomento dopo Malaga 1• Il disegno di manovra studiato da Roatta, approvato da Ciano ed accolto con un certo scetticismo da Franco nella terza decade di dicembre, contemplava la conquista di Malaga e teneva molto conto delle note deficienze di comando ed operative dell'avversario, aggravate dalla precarietà delle comunicazioni. Pensava perciò di muovere da nord di sorpresa, conferendo rapidità e continuità allo sforzo, senza preparazione di artiglieria (giudicata non indispensabile vista la scarsa consistenza della posizione di resistenza nemica e l'efficacia dei carri d'assalto), su più direttrici i. Roatta riteneva cli poter attaccare il 10 febbraio, tuttavia non escludeva un rinvio di qualche giorno, considerate talune difficoltà derivanti dalle circostanze e da carenze organizzative, ed anche perché riconosceva l'assoluta necessità che la battaglia ingaggiata da truppe solo italiane ottenesse pieno successo. Senonché Faldella, che si era recato a Roma per illustrare il piano a Ciano ed a Mussolini, lo avvertì: «Ciano affermatomi necessità assoluta azione Malaga non sia ritardata oltre uno aut due febbraio alt Non resta che obbedire alt Consiglio telegrafare Ciano data inizio attacco senza cercare assoluta· mente dilazioni che sarebbero rovinose alt Prego non fare più telegrammi con lagnanze aut richie.5te» 3.

Le forze disponibili a quell'epoca si riducevano alla I brigata volontari (gen: Rossi), ai due gruppi di banderas autonomi 4° (console Gidoni) e 5° (console Francisci), un complesso meccanizzato (due compagnie carri, una compagnia motomitraglieri, un1f compagnia autoblindo), un raggruppamento di artiglieria pluricalibro, reparti del genio ed elementi dei servizi. In totale circa 10 mila uomini, in condizioni di inferiorità numerica rispetto ai difensori 4, ma con una decisiva superiorità di fuoco e di mobilità tattica. L'essenza del concetto d'azione per l'operazione «Lampo» questo il nome in codice espresso da Roatta consisteva in un approccio di assoluta sorpresa, in una successiva azione di forza su tre direttrici per il superamento delle difese

1

S. AITANASJO, Gli Italiani e la guerra di Spagna cit., p. 119. Rov,c,,n e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 36, 37 e 38. ' Faldella a Roatta in data 27.1.1937, ibidem, doc. 39b. ' Secondo Faldella. Malaga era difesa da 20 mila uomini, in gran patte miliziani (Venti mesi di guerra in Spagna cit., p. 233). Secondo Thomas, si trattava invece di circa 40 mila uomini (Storia della guerra civile spagnola cit., p. 394). 'A.


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organizzate sulla cinta montana e nella conseguente corsa al mare per sfruttare il successo ed impedire resistenze residue. I due obiettivi, Malaga e Vélez Malaga, non erano in sistema (distavano una trentina di chilometri l'uno dall'altro) e la conquista del primo doveva avere la precedenza su quella del secondo: un inconveniente, ma imposto dalle circostanze ambientali. Azioni preliminari e/o contemporanee da parte delle truppe di Queipo de Llano avrebbero garantito la destra del dispositivo italiano ed impegnato le forze avversarie sulle posizioni occidentali. Il concorso navale era assicurato da due incrociatori spagnoli con fuoco d'interdizione sulla fascia costiera, mentre navi italiane dovevano isolare le acque di Malaga. Quanto all'aviazione, quella spagnola aveva il compito di appoggiare le unità nazionali e quella legionaria, che schierava per l'operazione 59 velivoU, doveva assumere il controllo del cielo sul campo di battaglia. L'inizio dell'offensiva, a dispetto dell'imperativo ordine di Ciano, venne differito di alcuni giorni a causa del ciclone che a fine gennaio aveva imperversato rendendo inagibili i campi dell'aviazione. Alle 6,30 del 5 gennaio, dunque, le colonne d'attacco lasciarono le basi di partenza. La sera del 6, superata in più punti le resistenze sulla dorsale che cinge Malaga, il più era fatto ed il 7 le fanterie dilagarono verso la costa. Malaga e Vélez Malaga furono occupate 1'8 febbraio e nel tardo pomeriggio dello stesso giorno Roatta, che aveva riportato una ferita ad un braccio, ordinò lo sfruttamento del successo verso Motrfl, un'ottantina di chilometri ad est di Vélez Malaga. La battaglia di Malaga «non fu un modello di strategia e neppure cli applicazione dei canoni della guerra di movimento, ai quali nondimeno si ispirò e si attenne soprattutto nella fase di sfruttamerito di successo» e risultò favorita dal1'inferiorità repubblicana in ogni campo, compresp quello del comando. Ciò non toglie che le colonne italiane dovettero impegnarsi a fondo in combattimenti accaniti per superare la cresta montana. Ad ogni modo, le ripercussioni della vittoria sotto il profilo politico, strategico psicologico rivestirono particola~e significato. Dal punto di vista politico, la conquista giunse a proposito, in un momento in cui il prestigio di Franco era appannato dall'effetto negativo provocato dalla stasi bellica, il morale dell'esercito nazionale e della popolazione sotto il governo di Burgos aveva subìto una flessione a causa degli infruttuosi tentativi militari del dicembre-gennaio contro Madrid e l'esito della guerra, prima reputato felicemente raggiungibile con una certa rapidità, si profilava ricco solo di dubbi. Malaga, quindi, rianimò Comandi, truppe e popolazione. Sotto l'aspetto strategico si ottenne un porto nel Mediterraneo, la riduzione da 400 ad una sessantina di chilometri del fronte Sud tenuto da Queipo de Llano e la perdita repubblicana di almeno 20 mila combattenti (parte dei 1O mila prigionieri passò nelle file nazionali). Infine l'aspetto psicologico. La battaglia fu concepita, organizzata e diretta da capi italiani e combattuta e vinta da unità italiane terrestri ed aeree. Il concorso

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DISLOCAZIONE DEL C.T.V. AL 31 GENNAIO 1937

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LA BATTAGLIA DI MALAGA: LE DIRETTRICI DI ATTACCO

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delle forze nazionali e della Legione Condor fu utilissimo, ma rimase un concorso 1• Meritati, dunque, gli elogi rivolti a Roatta e la sua promozione per merito di guerra a generale di divisione. Mal collocate, invece, furono le opposte strumentalizzazioni di carattere politico: da una parte esagerando la portata della vittoria militare (e sorvolando sulle pecche affiorate, derivanti dall'ancora mediocre stato di efficienza delle unità) e dall'altra indicando il successo come poco più di una marcia (e sorvolando sul peso che per primo il governo di València stesso attribuì alla perdita di Malaga) 2• «Di quanto accadde in Malaga(...) dopo l'occupazione delle forze italiane, l' unico responsabile fu il governo di Burgos» hanno con decisione affennato Rovighi e Stefani 3 • Una premessa: se le atrocità dei rossi avevano suscitato nel mondo una profonda impressione, le fucilazioni dei nazionalisti provocavano netta ripulsa. Inizialmente, dopo l'occupazione di una città o di una zona, venivano fucilati gli avversari, reali o presunti, senza andare troppo per il sottile; poi, nell'ottobre 1936 furono istituiti tribunali speciali con una parvenza di legalità; infine, dal fe bbraio 1937, presero a funzionare le corti marziali, con drastiche direttive. Ora, prima della battaglia di Malaga ebbe luogo una presa di posizione italiana proprio sulla questione dei prigionieri. È pur vero che Ciano, nel ribadire che i prigionieri spagnoli dovevano essere rispettati, non aveva esitato a disporre di «passare subito per le armi i mercenari internazionali, naturalmente per primi i rinnegati italiani», ma Roatta ordinò seccamente: «I prigionieri non, dico non, debbono essere fucilati». E Ciano, alcuni giorni più tardi probabilmente per intervento di Mussolini, che conservava sempre l'ultima parola in fatto di politica estera si corresse: «Sospendere applicazione precedente istruzione circa trattamento a italiani e stranieri catturati per eventuale scambio prigionieri» 4 • Dopo la battaglia, Roatta inviò una durissima circolare diramata sino al livello di compagnia, per stigmatizzare due casi di atti di violenza compiuti da ufficiali su prigionieri ed annunciando misure di estremo rigore nei confronti dei colpevoli 5.

' A. Rov1G~11 e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., I, tomo I, pp. 205-2 14. ' La caduta di Malaga e la tremenda repressione attuata dai nazionali provocarono una vera tempesta in carnpo repubblicano, ove si gridò al tradimento. Il 14 gennaio, a València, più di centomila manifestanti sotto le insegne della CNT e dell'UGT reclamarono la mobilitazione generale e l'epurazione degli ufficiali. Largo Caballero ordinò la mobilitazione, ma i comunisti, subito seguiti dagli altri partiti, pretesero la destituzione del gen. Asensio, sottosegretario per la Guerra e uomo di Caballero. li 14 Asensio dette le dimissioni. ' A. ROVJGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo I, pp. 205-214 seg.. ' Ibidem, I, tomo Il, doc. 48-a, 48-b, 49-a e 49-b. ' Ibidem, doc. 48-c.


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Ebbene, una volta che il gen. Rossi ebbe ceduto i poteri militari e civili in Malaga al col. Borbon, duca di Siviglia 1, «iniziò la più feroce caccia all'uomo cha mai la Spagna [nazionalista] avesse conosciuto dalla caduta di Badajoz» 2 • Fu allora che sorse il ]ungo attrito fra Comandi italiani e Comandi nazionali sulla sorte dei prigionieri di guerra, che i primi intendevano fossero rispettati.

*** Non appena avviate le operazioni su Malaga, il gen. Varela attaccò sul Jarama per avvolgere la capitale da oriente e tagliarle così le comunicazioni con València (5" offensiva su Madrid), ma anche per rendere il Comando repubblicano incerto sulle intenzioni nazionaliste. Della cosa la MMIS era stata messa al corrente, senza J?erò che le venissero precisate né la data d' inizio né la portata dell'azione. Superato di slancio il Jarama, lo sforzo di Varéla ebbe dapprima uno svolgimento favorevole. Nel frattempo la MMIS stava procedendo ad un nuovo completo assetto con le truppe sbarcate ed in arrivo a scaglioni dall'Italia. Il 10 febbraio Roatta ordinò il sollecito concentramento dei reparti neUa zona fra C6rdoba e Siviglia es.i preoccupò anche di smorzare gli entusiasmi romani. Mussolini si era affrettato ad incitare: «Sono sicuro che grande successo di Malaga sarà sfruttato sino all'impossibile in direzione di Almerfa et su fronte di Madrid» 3• E Pariani, di rincalzo, «Occorre sfruttare immediatamente brillante successo agendo massima rapidità et decisione su direttrice Almerfa-Murcia-Alicante-València possibilmente suss.idiata dalla Granada-Murcia alt Divisione Littorio in arrivo consente agire decisamente per ottenere crollo nemico ( ...)» 4• Roatta replicò che l'operazione indicata da Mussolini su Almerfa non era attuabile per la stanchezza delle truppe impegnate a Malaga, e quella suggerita da Pariani su València (a 600 chilometri di distanza!) avrebbe richiesto una disponibilità di forze e mezzi che non esisteva. Di conseguenza, spiegò, egli si proponeva di riordinare le unità e poi reimpiegarle «con molte maggiori possibilità di successo e con risultati per lo meno altrettanto decisivi» 5• A Roma si capì l'antifona e non si insistette.

'Il duca di Siviglia, coinvolto nel pronunciamento del gen. Sanjurjo del 1932, era stato condannato alla detenzione nella terribile colonia penale di Villa Cisneros, in Africa (H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 64). ' Ibidem, p. 395. Dopo l'entrata in Badajoz, il Tercio aveva operato una repressione spietata (alla cui notizia, a Madrid la folla inferocita l.inciò i prigionieri fa5cisti detenuti nel carcere modello) . 3 Mussolini a Roatta in data 9.2.1947, A. Rov1GHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 49 -a. 'Ciano a Roatta in data 10.2.1937, ibidem, doc. 49-b. Ciano però aggiunse: «Quanto precede ha carattere suggerimento». ' Ibidem, I, tomo I, pp. 229-230.


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Poi Roatta .incaricò il capo di Stato Maggiore di recarsi, a suo nome, a Salamanca per presentare alcune proposte e chiedere direttive per il futuro. Appena giunto al Quartier Generale spagnolo, Faldella consegnò a l capo ufficio operazioni, ten.col. Barroso, una nota sugli argomenti sui quali desiderava intrattenere il Generalisimo. ln sintesi: impiego unitario in compiti offensivi del contingente legionario agli ordini del proprio capo ed in base alle direttive di Franco; offensiva in alternativa sulla direttrice Sigi.ienza-Guadalajara oppure sulla Teruel-València in concomitanza con uno sforzo nazionalista sul fronte di Madrid; esclusione di compiti di difensiva o d'assedio. In questa ottica si attendevano diretti ve 1. La sera del I 3 febbraio il ten.col. Faldella venne ricevuto da Franco, i1 quale si informò cortesemente circa la ferita riportata da Roatta, non disse sillaba sulla vittoria italiana di Malaga e nemmeno ringraziò della consegna, fattagli in quel momento, di una preziosa reliquia di S. Teresa salvata dai legionari a Malaga. Di fronte a questa deliberatamente gelida accoglienza, fu Faldella che <<dovette chiedere>> a Franco che cosa pensasse della «Nota>> presentatagli. La risposta ostile e fredda dell'impassibile Franco cadde dall'alto: «La Nmo mi ha sorpreso perché è una vera e propria imposizione. In fin dei co nri si sono mandate q ui eruppe senza chiedermi autorizzazione. Prima mi si era detto che venivano dei legionari da inquadrare per compagnia nei battaglioni s pagnoli, poi mi si chiese di inquadrarli in bactaglioni ed io accondiscesi, quindi vennero ufficiali superiori e generali a comandarli, poi altre truppe inquadrate, ed ora anche mi si vuole imporre che queste truppe devooo combattere riunite agli ordini del generale Mancin i' , mentre i miei progetti erano ben altri» -'.

Faldella, lontanissimo dall'attendersi un simile discorso, ebbe bisogno di ricorrere a tutta la sua diplomazia - ponendo in evidenza il fatto che in fondo si trattava di un cospicuo aiuto italiano a tutto favore del governo di Burgos, citando il precedente storico dell'impiego dei contingenti alleati durante la prima guerra mondiale, richiamandosi ai ·concetti dell'unitarietà di comando e della concentrazione dello sforzo - per superare in un lungo e serrato colloquio la suscettibilità e le convinzioni di Franco. Il quale insisté: «( ...) Questa è una gue1Ta di carattere speciale, che va combattuta con metodi particolari, per c ui una massa così numerosa non può trovare impiego in una volta sola; invece, ripattita su più front i renderebbe di più. Così il mio progeuo era di impiegare 1/4 de!la for;,a in un'operazione che da C6rdoba avesse per obiettivo le miniere di Ahnadén; 1/4 per agire da Toledo su Ci udad Real; 1/4 da Sigiienza su Guadalajara; J/4 per attaccare Bilbao»'.

Come è ovvio, Franco comprendeva benissimo le motivazioni esposte da Faldella, ma.non esagerava accentuando il carattere specialissimo della guerra:

' Ibidem, I, tomo 11, doc. 51 . ' «Mancini» era il nome in codice di Roatta. i A. Rovcmn e F. STEFANt, Ll1 partecipazione itoliana cit., I, tomo li, doc. 50-b. p. 256. ' Ibidem, p. 257.


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da spagnolo non gradiva le vittorie procurategli da invadenti alleati . Alla fine volle accogliere le argomentazioni del suo interlocutore, rimanendo tuttavia fermo nell'escludere un'offensiva italiana sulla direttrice Teruel-València, perché quest'ultima doveva essere occupata da truppe «inequivocabilmente nazionali». Perciò si riservò di decidere dove impiegare il corpo italiano a massa, «ma è molto probabile che chiederò di attaccare su Guadalajara per determinare la caduta di Madrid». Data approssimativa: verso «fine mese» 1• Il 15 febbraio una nota del Generalfsimo confermò le conclusioni del colloquio. Poiché la battaglia del Jarama sembrava svolgersi con buone prospettive di successo, l'azione italiana su Guadalajara sarebbe stata accompagnata da alu·a, nazionalista, su Alcala de Henàres. Una volta isolata Madrid, il Comando franchista avrebbe preso in considerazione l'offensiva verso València 2• Roatta, in complesso soddisfatto, partì allora per Roma per un controllo sanitario e lasciò a Faldella la cura di avviare il lavoro preparatorio per l'operazione su Guadalajara (operazione «Folgore») ed il trasferimento e concentramento del Corpo Truppe Volontarie (CTV), nuova denominazione della Missione Militare Italiana in Spagna dal 16 febbraio, nella zona di Sigiienza, ad un migliaio di chilometri da Cadice-Huelva. L'ambasciatore Cantalupo era arrivato a Salamanca a metà febbraio, accolto con grande favore ancor prima che fosse autorizzato a presentare le credenziali. Il capo di gabinetto di Franco, Sangr6niz, stabilì un primo contatto, personale ma diplomatico insieme, con una visita privata di cortesia. In una cordiale conversazione di un paio d'ore, Sangr6niz si premurò di avvertirlo che la guerra civile sarebbe stata lunga e che non esisteva ragione alcuna per abbreviare i tempi. E spiegò che detta guerra «vista dal di dentro» l'avrebbe convinto della impossibilità di armonizzare tutte le manifestazioni esterne con la politica della Germania e dell'Italia. «Il fascismo andava bene, anzi benissimo, però ... ». E la sequenza dei però era importante: riconosceva più che utile l'aiuto straniero, però una rivoluzione nazionale sostenuta con evidenza da truppe non nazionali appariva un assurdo; monarchici, cattolici, militari e clero erano tutti amici dell'Italia, però anche «conservatori granitici» e quindi assai poco inclini ad abbracciare le teorie sociali ed i corporativismi fascisti; i falangisti erano sicuramente i più «vicini» all'Italia, però nel loro ambito i repubblicani si contavano a diecine di migliaia e Franco doveva trattarli con cautela per non . guastarsi con i tradizionalisti. In sostanza, Sangr6niz fece ben capire, con intenzione, quali fossero i limiti dell'amicizia della Spagna di Franco, almeno per il momento 3.

' Ibidem, doc. 50, 50-a, 50-b. ' Ibidem, doc. 52. 'ROBERTO CANTALUPO, Fu la Spagna,

cit., pp. 95-96.


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Ma, a parte questo «prologo», le prime impressioni riportate da Cantalupo si appuntarono su due fatti : «Gli italiani avevano occupato Malaga, gli spagnoli non avevano occupato Madrid. La conquista di Malaga era stata operata dai nostri volontari ( ... ) con un'azione brillante e perfettamente riuscita (... ) che aveva sollevato in tutta la Spagna un'ondata di compiacimento e tra i soldati di Franco una tempesta di gelosia» 1• Che questa impressione non fosse del tutto erronea diventerà evidente dopo Guadalajara. In quello scorcio di febbraio la I brigata volontari si trasformò in 1° divisione Dio lo vuole! 2, le b1igate II e III divennero rispettivamente la 2a divisione Fiamme Nere e la 3• divisione Penne Nere. Tutte e tre le divisioni erano formate da caipicie nere, di cui circa il 50% con meno di 30 anni ed il 17% con più di 37 anni. Erano ordinate su tre gruppi di banderas e l'artiglieria doveva essere fornita di volta in volta dal CTV. La divisione Volontari del Littorio, più brevemente chiamata Littorio, apparteneva all'esercito ed era costituita da soldati inizialmente arruolatisi per l'Africa orientale e poi offertisi volontari per reparti «da destinarsi oltremare, escluse le colonie». L'età media si aggirava sui 26-27 anni; elevata era la percentuale degli ammogliati 3 • Anche l'aviazione legionaria si era riordinata. Il gen.Velani aveva ottenuto un'organizzazione autonoma rispetto a quella iniziale spagnola, portando ad esempio i tedeschi della Legione Condor, che si erano sistemati in proprio con grandi mezzi «come se la residenza fosse da considerarsi in terra di conquista e dovesse protrarsi per un periodo indefinito»•. Il personale italiano, che nel gennaio 1937 contava circa 600 uomini, un terzo dei quali piloti, rapidamente raddoppiò di numero. Le nuove basi per l'offensiva su Guadalajara erano state scelte sull'altopiano di Soria, una specie di conca montana a circa mille metri di quota, con la barriera delle Sierras da superare per la partenza ed il rientro dei velivoli. Le piste a prato naturale degli aeroporti diventarono ben presto strisce fangose in cui il decollo rischiava l'impantanarnento o il ribaltamento degli apparecchi. Per giunta, «proprio nei giorni in cui iniziarono le operazioni terrestri, le nubi si abbassarono tanto da formare un tetto impenetrabile tra le montagne intorno al campo: come un foglio di carta posato sugli orli, che impedisce alle mosche di entrare e di uscire dal vaso» 5 •

' Ibidem, p. 99. ' Inutile rilevare che con denominazioni del genere si cadeva nel puerile, più ancora che nel ridicolo. ' Il 24 gennaio, a Roma ?ariani avrebbe deno a Fa/della trattarsi «della più bella Divisione che dispone va l'esercito>> (S. ArrANASIO Gli iraliani e la guerra di Spagna cit., p. 118). Francamente si stenta a credere ad un'affermazione del genere, tranne che come «battuta», comunque fuori luogo. A differenza delle tre Divisioni volontari, la Liuorio era binaria. cioè su due reggimenti di fanteria ed uno di a11iglieria. ' Roana a ufficio Spagna in data 18.1.1 937, con allegato promemonia di Velani, ASMAE, Fondo Spagna, b. 97. cit. in F. PEDRIALI, La guerra di Spagna e /"aviazione italiana cit., p. 181. ' PROSPERO N UVOLI. Pagine di diario, p. 25, ibidem.


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Prima ancora di attaccare, dunque, si scorgevano gravi limitazioni alla copertura aerea per le truppe del CTV, nonché alle azioni di bombardamento sulle posizioni repubblicane. Non si conosce per quale motivo il gen. Velani 1 abbia deciso di trasferire l'aviazione legionaria a Soria, ablandonando gli ottimi campi di Avila e di Torrijos, i cui rapporti di distanza dagli obiettivi erano simili a quelli fra Soria e Guadalajara. Comunque sia, quella decisione si dimostrò grave e1Tore foriero di non meno gravi conseguenze. Mentre il CTV stava sistemandosi, sul Jarama la situazione mutò repentinamente. Una violenta controffensiva repubblicana, sferrata dal gen. Pozas Perea 2, recuperò metà del terreno perduto ed esaurì le riserve nazionali, provocando un vivo allarme al Quartier Generale di Franco, tanto che dal 19 febbraio presero a succedersi richieste affinché il CTV anticipasse l'entrata in azione. Se dunque inizialmente l'attacco sulla direttrice Sigilenza-Guadalajara era stato imposto da Franco per ragioni di prestigio, non volendo che gli italiani entrassero per primi in València, pochi giorni più tardi quello stesso attacco fu sollecitato ripetutamente per risolvere la crisi inso1ta sul Jarama. Faldella non poté che oppone la materiale impossibilità di agire fino alla prima decade di marzo, essendo i preparativi tutt'altro che completati. In conpenso, promise che, non appena il gen. Roatta fosse rientrato, egli avrebbe posto in evidenza l'urgenza dell'operazione.

*** Roatta rientrò in Spagna il l marzo. Fu immediatamente ricevuto dal O

GeneraL{simo, che lo pregò caldamente di anticipare la data dell'offensiva 3 • In quell'occasione Roatta presentò il col. Gelich, capo del nucleo di collegamento presso il Quartier Generale spagno.lo, e l'ambasciatore Cantalupo le proprie credenziali 4. Il 5 marzo Franco inviò l'approvazione fonnale alla manovra a tenaglia ad oriente di Madrid: il CTV da nord-est su Guadalajara e la 1• divisione rinforzata del gen. Orgaz da sud su Alcala de Henàres. L'inizio fu stabilito per I'8 marzo. TI giorno precedente Roatta convocò a rapporto i comandanti interessati per illustrare l'ordine di operazioni. NeJl'occasione volle nuovamente conoscere lo stato di efficienza delle divisioni. Le risposte furono concordemente tranquillizzanti ·1.

' li gen. Vincenzo Velani prese lo pseudonimo di Andrea Velardi. ' Da tener presente che. nell'esercito popolare della repubblica. agli ufficiali non di caiTiera di norma non veni va concesso un grado superiore a quello di maggiore, a prescindere dall'inca1ico. Solo eccezionalmente fu conferito il grado di colonnello, ad esempio a Juan Modesto. 'Testimonianza di Faldella ad Attanasio (Gli italiani e la guerra di Spagna cit., p. 122). ' La Germania nominò quale proprio ambasciatore il gen. von Faupel, già capo della missione mil itare 1edesca. ' fl 23 febbraio il gen. Nuvoloni, comanda mc della 3' divisione volontari, aveva scritto di suo pugno al Comando CTV: «Le mie truppe vanno meravigliosamente, procedono alacremente a completare l'addestramento, sono organiche, nella massa hanno fatto servizio militare, moltissimi sono reduci dall' A.O.I.. Sento di avere una di visione solida(...)» (A. ROVIGHI e F. STEFANJ, La parrecipazione iwliana cii., I, tomo I, p. 245).


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L'OFFENSIVA NAZIONALISTA DEL JARAMA

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L' INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

QUADRO DI BATTAGLIA DEL CTV alla vigilia della battaglia di Guadalajara Comandante: gen. Mario Roatta Capo di S. M.: ten. col. Emilio Faldella

•

la divisione Dio lo vuole! (gen. Edoardo Rossi)

2a divisione Fiamme Nere (gen. Amerigo Coppi) 3a divisione Penne Nere (gen. Luigi Nuvoloni) Divisione Littorio (gen. Annibale Bergonzoli) 4°gruppo banderas (console Franco Gidoni) 5° gruppo banderas (console Enrico Francisci) Raggruppamento aitiglieria (gen. Ugo Zanotti) Genio (gen. Michele Molinai·i) Reparti specializzati (col. Carlo Rivolta) Intendenza OMS (col. Michele Scaraina) Aviazione legionaria (gen. Vincenzo Velani) I brigata mista Flechas Negras (col: Mario Guassardo) Il brigata mista Flechas Azulas (col. Alessandro Piazzoni)

N.B. Le due brigate miste italo-spagnole dipendevano dal Comando

nazionalista.


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BATIAGLIA DI GUADALAJARA: DISEGNO DELLA MANOVRA COMPLESSIVA


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L'INTERVl::NTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Si pone adesso un interrogativo: su che cosa esattamente Roatta basò la convinzione di acquisire un risultato favorevo le? Cominciamo col dire che egli trovò un disegno d'azione ragionevole, una organizzazione del CTV sufficientemente completa anche sotto il profi lo logistico, un'efficienza delle truppe garantita a più riprese dai comandanti di divisione, una prospettiva di rottura delle linee nemiche rapida e tale da consentire ogni eventualità di manovra nelle successive fasi di completamento e di sfruttamento del successo, un attacco concomitante del gen. Orgaz dal settore del Jarama nonostante il momento difficile, non ancora superato. Il piano approntato dallo Stato Maggiore del CTV in sé e per sé non sembra meritare tutte le critiche rivoltegli 1• Il punto stava nella valutazione dei molti elementi che dovevano consentire la riuscita del piano in questione, e cioè la reale efficie nza di comandanti e truppe; la probabilità di ottenere la rottura, ed in tempi ristretti, delle linee repubblicane; il dominio del cielo; il concorso del1' offensiva del gen. Orgaz. Il primo elemento era determinante: se Roatta avesse nutrito dubbi troppo pesanti sull'amalgama dei reparti, sulla solidità dell' inquadramento, sul livello addestrativo, sulla capacità dei capi, avrebbe dovuto rinunciare all'operazione e chiedere altro tempo. Evidentemente i dubbi, che per certo non mancavano, non apparivano ai suoi occhi tali da preoccupare, forse anche considerando il basso livello operativo medio dell'avversario, la cui collana di insuccessi era ben nota (Machid a parte). Sicuramente si era già formato un giudizio sui singoli comandanti di divisione, giudizio tutto sommato di sufficienza perché in caso contrario avreb be richiesto sostituzioni. La probabilità della rottura, atto fondamentale per il prosieguo dell'offensiva, - su cui si poteva nutrire fiducia ma non certezza - si fondava sulla consapevolezza di attaccare un fronte «semi organizzato e semicontinuo>>, tenuto da 6-7 mi la uomin i della 12• divisione repubblicana, quasi tutti proiettati in avanti, più c irca 3 mila uomini affluenti da Guadalajara, con un complesso di 30 mila uomini sostenuti eia una forte mtiglieria 1 e da una forte aviazione, giacché anche la Legione Condor aveva offerto la propria collaborazione 3• Il disegno poteva dunque apparire accettabile, anche se la carta dell'aviazione doveva apparire problematica a causa delle pessime condizioni meteorologiche e degli infelici campi.

' «L'ordi ne di operazione, tutt'altro che convincente (...) riflesse una concezione astratta, pri va di ogni aggancio con la realtà operativa concreta e fuorviant.e che, oltre tutto il resto. prescindeva anche dal doloroso stato di fatto della scarsa professionalità degli uomini della 2• e della 3• divisione (. ..)» (Ibidem, p. 259). In verità, detto così, il commento ci sembra un poco influenzato dalla conoscenza dell'infelice risultato dell'offensiva. ' L'arti glieria del CTV comprendeva: I gruppo da 149/12; TI e IV gruppo da 105/28; lll, V e VI gruppo da I 00/ I 7; VII e Vili gruppo da 75/27; due batterie da 20 e due batterie da 75 c.k.. ' Roana a gen. Sperrle in data 5.3.1937, in A. RovtGHJ e F. STEFANt, La partecipazione italiana cit., l, tomo 11, doc. 56.


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Quanto poi all'apporto recato dall'offensiva dal Jarama verso Akala de Henàres ed alla protezione del fianco destro offerta dalla II brigata della divis ione di Soria (gen. Moscard6), s' ignora quale calcolo di essa si facesse al Comando del CTV, tuttavia è da rilevare che il 6 marzo il col. Gelich si recò al Comando della divisione di Madrid e, da un colloquio con il gen. Orgaz, ricavò l' impressione che questi non avesse alcuna intenzione di iniziare l'attacco fino a che il CTV non fosse giunto a Guadalajara. Di tale sgradevole impressione Gelich informò subito Roatta 1• In conclusione, il concetto d ' azione era semplice: operare una violenta e rapida rottura «a botta dritta» a cavall o della carretera de Francia e subito dopo lanciare una massa autotrasportata su Guadalajara per «agguantare» l' avversario . Assimilare l' ordine d'operazioni a «press'a poco un ordine di marcia>, 2 pare troppo severo: si sapeva che le difese <<rosse» si concentravano a sbarramento delle strade, quindi si può anche comprendere la <<botta dritta» sulla carretera. Peraltro bisogna obbiettivamente ammettere una certa perplessità provocata da alc une impressioni destate dalla lettura del documento in questione, e cioè che la resistenza nemica venisse chiaramente stimata di scarsa consistenza; che la capacità e la possibilità di reazione manovrata governative fossero previste inesistenti o quasi; che le remore opposte dal maltempo al movimento delle truppe ed all'intervento cieli ' aviazione fossero ritenute superabili senza eccessive difficoltà. Abbiamo parlato di perplessità, perché si trattava di elementi concreti, sotto gli occhi di tutti. C'era veramente da contare sulla <<sorpresa», quando già dal 6 marzo il CTV e ra in buona parte già affluito in zona e quando Radio Salamanca e manifestini lanciati da aerei annunciavano l'imminente soccorso «alle disgraziate persone che soffrono oggi in Madrid»?'. Era veramente da attendersi una rottura rapida, quando le più recenti infonnazioni parlavano d i tre linee dife nsive e di intensa attività lavorativa e le due divisioni protagoniste

' Relazione Gelich in A. RovrGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., li, tomo li, doc. 14, p. 53. 'La caustica espressione di EM fLIO CANEVARI (la i uerra italiana cit., I, p. 47 I, nota I ) è Stata ripresa anche da altri. Ora, la vis polemica ha travisato alquanto le cose. Sul lungo cornniento di Canevari se mbrano lecite alcune note. In primo luogo, che la critica deve esser rivolta agli erro1i compiuti in sede di va lutazione dei termini del problema operativo e quindi al concetto d'azione da cui derivò l'ordine (['operazioni per Guadalajara (che non risulta affatto «debi tamente approvato da Roma»). In secondo luogo sorprende la carenza di proprietà di linguaggio tecnico: «progetto d'operazione», «ordine di operazione» e «piano di operazioni» termi ni usati da Caneva1i per indicare lo stesso documento non sono per niente sinonimi, ognuno di essi avendo un significatO ben preciso. In terzo luogo, affermare che, secondo l'ordine di operazione, «li CTV doveva avanzare per Guadalajara davanti a Madrid (...) per poi piegare a sinistra e proseguire per Valèneia» lascia stupefatti: è un rne,colare arbitrariamente e confusamente la decisione di attaccare su Guadalajara con le ipotesi di impiego del CTV.. 'F. B ELFORTE, la guerra civile in Spagna cit., Ili, pp. 109-110 .


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della prima giornata (la 2a per la rottura e la 3a per la prosecuzione su Guadalajara) affrontavano il fuoco per la prima volta e, appena un mese e mezzo prima, Roatta aveva parlato di comandanti di compagnia e di plotone che «non conoscono il loro mestiere»? Era davvero da escludere una reazione manovrata, quando si conosceva l'arrivo a Guadalajara di alcune migliaia di uomini e si considerava possibile l'afflusso di rinforzi da Madrid? Era proprio da ignorare la possibilità di un pauroso ingorgo di soldati e autoveicoli sulle due sole strade utilizzabili della zo.n a a seguito di incursioni aeree nemiche? Era proprio il caso di attribuire scarsa rilevanza all'avvertimento del gen. Velani che, con nubi a bassa quota, gli aerei,ed in particolare i caccia, avrebbero incontrato serie difficoltà a sorvolare le Sierras '? E non era un po' troppo sbrigativo il calcolo operativo? La 2a divisione doveva superare le forze nazionali in linea alle 6,30 dell' 8 marzo e raggiungere l'allineamento Argecilla-Hontanares-Cogollor (una dozzina di chilometri dalle basi di partenza). La 3• divisione, raccolta ad Algora, doveva esser pronta a muovere, autotrasportata, dalle ore 9,30 di quel mattino, scavalcare la 2a e proseguire su Guadalajara e Brihuega; ove costretta ad appiedare dalle resistenze incontrate, avrebbe rinviato l'autoraggruppamento di manovra al Comando del CTV 2 • L'ingiustificato ottimismo della valutazione di tutti questi elementi rese audace la decisione cli attaccare il giorno 8. A parte c.iò, concordiamo pienamente con Rovighi e Stefani sulla primaria, fondamentale importanza di due gravi errori: il cedere alle sollecitazioni del Quartier Generale nazionale affinché il CTV entrasse in azione al più presto e l'accettazione dell'asserita contemporanea offensiva del gen. Orgaz su Alcala de Henàres nonostante l'affiorare di dubbi fondati J _ L'assenza di un serio accertamento della crisi nella quale versavano i nazionali sul Jarama accentuò l'audacia mutandola in avventatezza.

* * * La battaglia di Guadalajara può essere suddivisa in tre fasi. La prima (8-11 marzo), detenninata dall' offensiva del CTV; la seconda (12-17 marzo), caratterizzata da un forte attacco repubblicano ( 12-13 marzo), che fece toccare con mano la fine di ogni ambizione di raggiungere l'obiettivo, e da una pausa operativa (14-17 marzo); la terza (18-24 marzo), comprendente la controffensiva repubblicana ed il parziale ripiegamento del CTV (18-19 marzo) e la battaglia difensiva sostenuta e vinta dal CTV sulle posizioni intermedie (21 -22 marzo).

' F. PEDRJALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 18 I. ' A. Rov1GHJ e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., I, tomo I, p. 256. ' Verso la mez.zanotre del giorno 8 il col. Gelich, su incarico di Roatta, ebbe «un vivace colloquio con il Generaffsimo per insistere che fosse iniziato l'attacco convenuto sul fronte del Jarama»; insistenza ripetuta il giomo successivo (Relazione Gelich cit.).


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La prima fase della battaglia L'8 marzo la 2• divisione', al termine della breve preparazione d'artiglieria, dalle 7 alle 7,30, mosse all'attacco della posizione avanzata nemica. G li obiettivi non furono raggiunti che nel primo pomeriggio del giorno 9, con 24 ore di ritardo sul previsto. Secondo il gen. Coppi l'inconveniente era da ascriversi alle pessime condizioni meteorologiche, al mare di fango che rendeva difficilissimo il movimento fuori strada, alla nebbia che nocque all'osservazione del tiro delle artiglierie ed alle interferenze che danneggiarono le comunicazioni radio. A tutto questo si poteva aggiungere la forzata inattività aerea legionaria e della Condor. Ma, tenendo conto delle limitate forze repubblicane appartenenti alla 7• divisione, sembra più che giustificata l'accusa di insufficiente azione di comando del geo. Coppi 2, senza naturalmente minimizzare le citate difficoltà. Nel pomeriggio del 9 la 3" divisione Penne Nere 3 scavalcò, secondo il piano, la 2• e proseguì l' avanzata verso Guadalajara in mezzo a pioggia, neve e gelo. Superò con fatica - e sotto il pungolo di Roatta• - le inte1rnzioni stradali e gli sbarramenti nemici sulla carretera de Francia e sulla Brihuega-Torija, però nel pomeriggio successivo venne attaccata dalla XI brigata internazionale e poi dalla XII, mentre gli aerei repubblicani replicavano le incursioni a bassa quota. Pur respingendo l'avversario ed infliggendogli forti perdite, sia la 3• divisione sia la 2•, spintasi a Brihuega, dettero segni di spossatezza. C iò nonostante, Roatta giudicò la situazione tutt'altro che compromessa e pensò ad un poderoso sforzo per sbloccare la sU'ada Brihuega-Torija, avvolgere da sud le difesa cl~I bosco di Brihuega e cadere sul tergo di quelle che sbarravano la carretera de Francia. Sbloccata questa, diventava agevole lo sfruttamento del successo. Quindi la 3" divisione doveva fissare frontalmente il settore e la 2• attuare la manovra sul fianco. L' 11 marzo la 3• divisione ottenne un successo superiore alle aspettative perché, nella sua azione di fissaggio, riuscì ad avanzare per una diecina di chilometri occupando Trijlieque, però la 2· deluse ancora una volta. Ripo11iamo, condividendole, le considerazioni di Rovighi e Stefani: ,,La gio111ata del!' 11 marzo segnò, in pratica, la fine deJJa prima fase della battaglia di Guada lajara, quella espressa dall'azione offensiva del CTV. Questa aveva conseguito risultai.i tal.lici di ri lievo, concretatisi in una penetrazione nel territorio dei repubblicani profonda 35 chilometri e

'La divisione era rinforzata dai gruppi di bandems 4° e 5°, da due compagnie carri ed appoggiata da quattro gruppi di artiglieria. ' Significativo il promemoria di Faldella per Roatta in data 9 marzo (A. RovtGHt e F. STEFANL, Lo portecipozione iwlion.a cit.. I. tomo II, doc. 59). ·' Ll divisione era rinforzata da due compagnie carri, una compagnia motomitraglieri ed appog· giata da quauro gruppi di artiglieria. 'Roatta a Nuvolon i in data I0.3.1 937, A. Rov1GHI e F. STEFANJ, la partecipazione italiana cit., I, tomo (I , doc. 62-b.


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ampia circa 20, ma aveva mancato l'obiettivo strategico di Guadalajara, ancora distante una ventina di ch.ilometri. Sul piano strategico il CTV era andato incontro ad un insuccesso, al quale avevano concorso, in misura determinante, le condizioni del terreno e del tempo e la mancata contemporanea offensiva dei nazionali sul Jarama. Le difficoltà erano state molto maggiori di quelle non suflicientemcnte preventivate da Roatta e dal suo Stato Maggiore. V'erano stati errori di val utazione e di condotta e caren,:e d'intervento, mentre durante I.a battaglia si erano anche verificati episodi, ancorché limitati e locali, di confusione, sbandamento, panico, in particolare alla prima apparizione dei carri armati avveT$ari edl al prodursi del l'esplosione di un autocarro carico di munizioni. Si erano palesate gravi lacune nell' inquadramento delle unità e nel loro grado di addestramento. Non sempre il mordente delle unità e dei singoli era srat:o quello necessario, ma la maggioranza delle unità e degli uomini aveva dimostrato capacità combattiva, non sempre saputa mettere a frntto dai comandami. Di questi, la buona parte aveva dato prova di ottime qualità morali e professionali, altri si erano dimostrati del tutto insufficienti. Le perdite subìte erano state molto elevate: la sola 3• divisione aveva perduto 1.290 uomini: 79 caduti, 799 feriti, 94 dispersi e 306 malati ricoverati negli ospedali»'·

A questo punto, Roatta decise un paio di giorni di pausa per far 1i posare le truppe. Della sosta si proponeva di approfittare per portare avanti la 2• divisione allineandola alla 3•, migliorare lo schieramento, organizzare per il giorno 14 una manovra con entrambe le divisioni operanti sulla direttrice Torija-Guadalajara e la I• divisione sulla dlirettrice Brihuega-Annana per superare la destra avversaria. La Littorio sarebbe rimasta in riserva pronta ad intervenire ove sugge1ito dalle circostanze. Franco aveva promesso l'inizio dell'offensiva nazionalista sul Jarama è_ Inoltre c'era da sperare un miglioramento del tempo che consentisse all ' aviazione legionaria di far sentire il suo peso. Non soltanto il compatto tetto di nuvole, alto appena due o trecento metri, sovrastante gli infelici campi di Soria e di Almazan, nascondeva del tutto i crinali dei monti circostanti, ma il decollo dagli aerei sul terreno melmoso era sempre un azzardo e delle due ore di autonomia dei caccia CR 32, una mezz'ora era spesa per il volo di andata, a ltrettanto per il ritorno, un' altra mezz'ora era da tenere in riserva per eventuali difficoltà di rotta e di atterraggio, cosicché gli aerei potevano incrociare a protezione del CT V appena per una trentina di minuti 3.

La seconda f ase della battaglia Intanto il gen. Miaja, comandante delle forze repubblicane, aveva disposto la costituzione a Guadalajara del IV corpo d'armata (circa 35 mila uomini)

' Ibidem , I, tomo I, p. 274. ' «Generale Franco personalmente mi assicura che di visione rinforzata Madrid attaccherà s1amanc in direzione Morata alt( ...) inoltre colonna Manzo rinforzata da reparti prima brigata ri cevuto ordine di avanzare in direzione Miralrfo-Torre del Burgo» telegrafò a Roana il col. Gelich, di collegamento con il Quartier Generale di Franco, il mattino del 12 marzo (ibidem, I, tomo Il, doc. 65). li giorno IO il gen. Orgaz era stato eso nerato dall'incarico e sostituito da l gen. Saliquet (ibidem, Il, torno li, doc. 14). ' F. PEDRIALI, Guerra di Spagna e aviazione iraliana cit., p. 186.


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per sferrare una potente controffensiva. La migliore delle tre divisioni del corpo fu affidata a Enrique Lister 1 • L'aviazione, che aveva ripianato le perdite subìte

nell'ultimo periodo mercé l'arrivo di ulteriori quantitativi di aerei sovietici, era pronta ad impiegare complessivamente circa 120 velivoli di costruzione russa al comando del gen. Smuskevié, dislocati sugli aeroporti nei pressi di Madrid, dotati di ottime piste, a quote modeste e senza ostacoli naturali a superare in fase decollo o ritorno, e quindi in grado di approfittare delle sporadiche schiarite per incursioni brevi ma efficaci sul campo di battaglia 2 • Il 12 marzo alle ore 8,30 i repubblicani attaccarono con foga, sorretti da un potente appoggio aereo 3 . Per quanto imprevisto e repentino, l'urto iniziale venne arrestato dal fuoco e respinto dalle reazioni di movimento su tutto il fronte della 3" divisione, talché alle 11,30 Roatta diramò l'ordine per occupare l'indomani il nodo stradale di Budia con un gruppo tattico, allo scopo di garantire il fianco sinistro del dispositivo. Nel primo pomeriggio la divisione venne nuovamente investita ripetutamente, anc,he con carri; riuscì a respingere ogni tentativo di sfondamento tuttavia segnalò al Comando del CTV la necessità di una sostituzione, visti l'esaurimento ed i segni di depressione delle truppe. La 2" divisione, invece, benché sollecitata a cercare «verso l'avanti» il collegamento con la 3", rimase inattiva, in parte per una serie di difficoltà nei collegamenti ed in parte per la scarsa reattività del suo comandante. Allora Roatta si rassegnò a rinunciare alla manovra prevista per il 14 e dispose la sostituzione di entrambe le divisioni. Naturalmente si rendeva conto dell'esaurimento della capacità offensiva del CTV e deJJa conseguente necessità di passare alla difensiva nell'intero settore, e teneva anche ben presente il chiaro cambiamento sopravvenuto nei rapporti di forza col nemico. Per non rimanere del tutto privo di riserve, costituì il raggruppamento Francisci con il 4° ed il 5° gruppo cli banderas. Così, la sera del 12 ordinò che la la divisione desse al più presto il cambio alla 2" e che la Littorio subentrasse nella notte alla 3•_ Purtroppo si verificò un inconveniente. Il gen. Bergonzoli si incontrò verso le 19 con il gen. Nuvoloni per accordarsi sulla modalità della sostituzione, ma, vista l'impossibilità di farsi

' Secondo Lister le brigace, spagnole e internazionali, che si aggiunsero alle quattro impiegate inizialmente nel settore di Guadalajara, furono sei, poi ad esse si unirono una brigata corazzata del gcn. Pavlov, un reggimento di cavalleria e battaglioni non indivisionati (ENRIQUE LISTER, Con il 5° regginiento, Biblioteca dell'Espresso, Roma 1968, pp. 127-128). 2 La fornitura da parte dell' Unione Sovietica a tutto il mese di febbraio fu stimata pari a 297 aerei, di cui 31 (giunti in febbraio) impiegati dall' aviazione repubblicana con propri equipaggi. Dalla fine di ottobre 1936 Ie perdite russe erano state di una cinquantina di a11parecchi in azione, più un'altra trentina per incidenti (F. PEDRIALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 179 e 188). l Si contarono fino a 96 velivoli repubblicani contemporaneamente in azione in pattuglie di 5- 10, operanti a quote diverse (ibidem, p. 191).


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una adeguata idea della situazione stanti l'oscurità e l'interruzione dei collegamenti radio, stabilì di rimandare l'operazione alle prime luci dell' alba e di effettuarla su posizioni retrostanti a quelle tenute dalla 3• divisione. <<La duplice decisione di Bergonzoli, assecondata da Falclella, contrastata da Nuvoloni, riprovata, quando l'apprese, da Roatta, produce conseguenze dannose» 1• Il 10° e l' li° gruppo di banderas della 3" divisione rimasero infatti isolati ed il primo, sotto la pressione avversaria, cedette arretrando nel buio confusamente ed abbandonando Trijiieque e pezzi d'artiglieria. Il tutto, mentre sulla carretera de Francia si creava un tremendo ingorgo di autoveicoli, sul quale si scagliava comodamente l'aviazione repubblicana nelle prime ore del 13. E la Littorio, spronata da Roatta a spingersi avanti sulle vecchie posizioni della 3• divisione, recuperare i pezzi e riprendere Trijiieque, fu buona sorte se riuscì a respingere due successivi attacchi governativi, l'uno verso le 19 e l'altro verso le 22 2 • L'intervento dell'aviazione legionaria nella giornata del 13 consentì di completare e dare ordini al nuovo schieramento. E quel giorno, finalmente, la divisione di Madrid sviluppò con successo un ' azione locale, il che indusse il gen. Miaja a risolvere di non sottraffe più brigate al settore del Jarama a favore di quello di Guadalaj ara, ma eventualmente ricorrere ad altri settori. Il 14 Roatta comunicò a Ciano la rinuncia definitiva a Guadalajara. Spiegò che sino allora erano stati conseguiti semplici successi tattici, ne illustrò le cause e riconobbe che ·ben poco c'era da sperare per il futuro, avendo ormai di fronte «le migliori truppe avversarie», sul cui richiamo altrove non si poteva ragionevolmente contare, visto l'impegno molto «timido» dei nazionalisti sul Jarama. In definitiva: «( ...) considerando che noi, nella nostra speciale condizione, possiamo bensì accontentarci temporaneament.e di un successo parziale, ma non, dico non, esporci, senza estrema necessità, all'eventualità di un insuccesso, io stimo opportuno, nella situazione in auo, di sostare il tempo necessario a rimettere in pie na efficienza le unitli di riserva continando, intanto, in avanti e sul Tajuna una attività s ufficiente per mantenere l'avversario incerto sulle nostre i~tenzioni. Prego V.E. di volenni comunicare se vi est nulla in contrario a questo mio intendimento»'.

A Franco, invece, che nel pomeriggio del 15 si recò al Comando del CTV, Roatta prospettò la sospensione dell'offensiva, seguita peraltro da una nuova operazione in altro settore oppure, in via alternativa, il rinnovo del tentativo su Guadalajara ma da nord verso sud. Assicurò che «la fronte tenuta dalle divisioni

' A. Rov 1GM1 e F. STEFANI , La partecipazione italiana cit., I, tomo I, p. 276. 'Il parigino «Ce soin> del 13 marzo fu drammatico: «L'attacco italiano è stato respinto( ... ) le divisioni italiane abbandonano parecchie centinaia di cadaveri. La fanteria italiana (...) ormai in piena rotta è stata inseguita dai caccia repubblicani». 3 Roatta a Ciano in data 14.3.1937, in A. Rov1GM1 e F. STEFANI, la partecipazione italiana cit., I, tomo I, p. 279. Si potrebbe osservare maliziosamente: secondo questo ragionamento, l'offensiva su Guadalajara era stata allora sferrata per <<estrema necessità»?


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Littorio e l" divisione è sicura, sia per l'efficienza delle unità che per la qualità dei comandanti» 1• E rappresentò che, in ogni caso, non appena rese meglio difendibili le attuali posizioni mediante azioni locali da iniziare il giorno 19, il CTY doveva essere ritirato dalla linea soprattutto a causa del regime climatico per il quale le truppe non avevano l'equipaggiamento necessario. Il Generalis[mo dapprima chjese la prosecuzione dell'offeniva per ragioni di prestigio, poi si tenne sul vago e s i riservò di far sapere le sue decisioni. In quella circostanza partecipò cli aver preso la determinazione di esonerare i generali Yarela e Orgaz per il mancato tempestivo intervento. Più tardi, il 23, disse a Cantalupa che «dal momento che il generale Orgaz non aveva avuto a sua disposizione forze sufficienti per sostenere i nostri [gli italiani] , avrebbe dovuto avve11ire Roatta invece di tacere fino all'ultim'ora: (...) per questo lo aveva esonerato dal comando» 2 • Sta di fatto che, parlando con altri spagnoli, sostenne di aver dovuto colpire Yarela e Orgaz «per dare soddisfazione all'Italia» 1. Per parte sua, Ciano rispose che Mussolini, dalla Libia dove si trovava in quel momento, lo aveva incaricato di comunicare a Roatta: «che non ho nulla in contrario agli intendimenti da lui esposti nel telegramma conclusivo dei primi sette giorni di battaglia. Considero soddisfacente il successo tattico et attribuisco esclusivamente al mancato et doveroso appoggio il non av venuto sfrnttamento del successo iniziale. Occorre riordinare per attaccare. Por1are il mio saluto a tutti i combattenti et in paitico lare ai fe1iti» ' .

Più tranquillo, Roatta mandò Faldella a visitare le truppe in prima schiera. La relazione del capo di Stato Maggiore sull'assetto della Littorio e della I• divisione fu allarmante: «estrema debolezza cli alcune posizioni, assoluta insufficienza dei lavori di rafforzamento, mancanza di profondità della posizione di resistenza particolarmente sulla riva destra del Tajua, schieramenti delle artiglierie eccessivamente avanzati per un azione difensiva, batterie schierate in spazi angusti e coincidenti con gli incroci delle strade, discontinuità nell' organizzazione del fuoco , posizioni ed appostamenti della fanteria add'ossati ai muretti divisori delle proprietà private spagnole, generale atteggiamento di passività, precarietà della posizione nella zona di Palacio Ibarra, perduto il giorno 14 in seguito ad un attacco di due colonne repubblicane che avevano costretto il presidio a ripiegare, mentre il contrattacco della Littorio aveva arrestato l 'avanzata repubblicana, ma non era riuscito a riconquistare Palacio Ibarra» 5 •

' Ibidem. p. 282.

' R. C\NTALUPO. Fu la Spagna cit., p. l 95. Il discorso non reggeva, infatti l'offensiva su Guadalajara faceva parre del disegno di Franco, che contemplava anche l'offensiva di Orga~ su Alcala de Henàres. 3 Ibidem, pp. 204-205. 'Ciano a Roatta in data 15.3.1937, in A. Rov1GHJ e F. STEFANI, La parlecipazione irnliana cit., I, tomo L p. 28 I. ' Ibidem , p. 282.


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Convocati da Roatta nel pomeriggio del 17, i comandanti delle due divisioni assicurarono di aver già impartito disposizioni per ovviare alle innegabili manchevolezze_ Comunque, quanto precede è più che sufficiente a spiegare il successo repubblicano dei giorni successivi. La terza fase della battaglia Nel frattempo, in campo avverso veniva messa a punto la preparazione per la controffensiva su Brihuega, affidata al gen. Pavlov con le tre divisioni del IV corpo. Ormai erano stati concentrati per la circostanza 52 battaglioni con non meno di 30-35 mila uomini , una novantina di carri armati russi da 8,5 tonn. tutti dotati di cannone, e 120 aerei 1• Un potente fattore di reattività fu dato dal dover contrastare un'operazione gestita dall'intero corpo italiano: la xenofobia propria degli spagnoli e l'antifascismo particolare delle brigate internazionali si fusero esaltando il «sentimento ostile» dei repubblicani 2 • Verso le 13 del 18 marzo, quando il gen. Roatta era appena partito per Salamanca, convocato da Franco per decidere la questione del ritiro dalla linea del CTV, apparvero gli aerei repubblicani che imperversarono a bassa quota sullo schieramento italiano inte1Tompenclo bruscamente uno stato d'animo di assoluta tranquillità, quasi nell'impressione che la battaglia fosse finita. Poi, appena scomparvero, prese inizio la preparazione d'artiglieria. Alle 14,30 partì la controffensiva. Verso le 19 la Littorio, avvertendo l'affievolirsi dell'attacco, tirò un sospiro cli sollievo: le brigate IX e XI di Lister erano state finalmente ricacciate e la situazione, che in qualche momento aveva fatto trepidare, ristabilita. Invece la 1• divisione pagava le conseguenze del suo difettoso dispositivo - ereditato, è vero, dalla 2• divisione, ma più o meno lasciato com'era - e si trovava in piena crisi. TI gen. Rossi, assai male informato circa l'andamento del combattimento a Brihuega ed esageratamente impressionato per le perdite subìte dal suo I O gruppo di banderas, aggravate dallo sbandamento dei superstiti, comunicò al Comando CTV che «nessuno più regge e non resta che far schierare la 2" divisione sulla 2• posizione ed avvertire la Littorio» ed aggiunse che, addirittura, aveva già informato il gen. Coppi di assumere il comando del settore! Al suggerimento di Faldella di impiegare il 6° gruppo di banderas, Rossi replicò che questo era in fuga e che il 3° gruppo non esisteva più. Poi respinse altre proposte alternative perché la rotta era completa! Sopraggiunto in que l momento al Comando della divisione il ten. col. Zanussi, sottocapo di Stato Maggiore del CTV, Rossi gli disse di aver ordinato la ritirata e di averne appena ricevuto la sanzione dal Comando CTV. Dopo di che lascìò il suo posto comando,

MANUEL AZ.NAR, Hisroria milirar de la guerra de Espaiia, Madrid, 1958-1963. Il, p. I02. ' H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola. cit. , p. 229. 1


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dirigendosi a Thontanares. Quando si risolse a simile passo la controffensiva repubblicana era sospesa da almeno mezz'ora e l'intera fronte tranquilla 1• Roatta fu informato telefonicamente, verso le 20, dal gen. Mola che le truppe italiane, attaccate dal nemico, «stavano ripiegando in disordine». Riuscito a mettersi in contatto telefonico con il Comando del CTV, Roatta ordinò di irrigidire la resistenza sulla 2• posizione ed incaricò il gen. Bergonzoli di prendere le redini del CTY sino al suo rientro da Salamanca, cosa che avvenne all'alba del 19. Nella notte sul 19 le truppe italiane ripiegarono sulla linea ArgecillaHontanares-Cogollar e vi si sistemarono opportunamente. Purtroppo la controffensiva avversaria_aveva colto ancora in crisi l'aviazione legionaria. L'infelice campo di Almaz.an era stato abbandonato con molto 1itardo, per giunta a spese della congestione di quello di Soria, e soltanto il 17 marzo il gen. Yelani decise il trasferimento di quattro squadriglie caccia da Soria al nuovo e migliore campo di Burgo de Orme. Cosicché fu solo dal 19 che la caccia legionaria si trovò in condizioni di garantire una buona copertura aerea 2 • Contrariamente alle aspettative ed a.i timori del Comando CTV la controffensiva repubblicana sino a quel momento, ben concepita e ben condotta, non riprese nella giornata del 20 e si limitò ad azioni di sondaggio e di disturbo, tutte prive di risultati. In compenso le due aviazioni contrapposte si alternarono a bombardare e mitragliare il rispettivo nemico. Erano adesso in prima schiera la Littorio e la 2• divisione volontari. Contro quest'ultima si verificò per l'intero 21 marzo una serie di attacchi parziali, con il solo effetto di provocare un forte logorìo d'ambo le parti. Il giorno seguente 1' avversario si lanciò ancora in avanti, dapprima investendo il fronte della Littorio; poi attaccando la 2• divisione con il proposito di infilarsi nella saldatura fra le due grandi unità e di aggirare la sinistra dell'intero schieramento italiano. Nonostante la veemenza e la persistenza degli sforzi, all'imbrunire del 22 i repubblicani, ovunqu.e respinti, si rassegnarono a desistere e cominciarono a ritirarsi. La battaglia era finita. Nel frattempo Franco, presso il quale era intervenuto anche l'ambasciatore Cantalupo su invito del col. Gelich 3 aveva accordato la sostituzione delle unità del CTV, che ebbe luogo fra il 24 ed il 25 marzo.

e F.

La partecipazione italiana cit., I, tomo I, pp. 291-292. e aviazione italiana cit., p. 20!. 'R. CANTALUPO, Fu fr1 Spagna cit., pp. 200-201. Secondo D. Mack Smith, per stimolare i legionari Roatta aveva raccontato che i rossi torturavano e uccidevano i prigionieri. «Ma la cosa ebbe l'effetto opposto: qualcuno disertò e altri si demoralizzarono a tal punto che si dovette ritirarli dalla linea» (La guerra del du.ce cit., p. 136). A supporto di questa sintesi storica alquanto disinvolta cita E. CANEVARI (La guerra italiana cit., I, p. 470), il quale però si esprime in tutt'altro tono.

'A.

'F.

ROVIGHI

STEFANl,

PEDR!ALI, Guerra di Spagna


GUADALA.JARA: RIPIEGAMENTO SULLA 2" POSIZIONE DIFENSIVA - GIORNI 19 E 20 MARZO


GUADALAJARA: SCHIERAMENTO ASSUNTO IL 21 MARZO

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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

. Le perdite complessive italiane ammontarono a 423 caduti di cui 41 ufficiali, 1835 feriti di cui 120 ufficiali, 496 prigionieri e dispersi di cui 10 ufficiali. In totale, 2.754 uomini, pari al 9% della forza globale. Quelle repubblicane assai maggiori, vennero stimate pari a 2.200 caduti, 4.000 feriti e 400 prigionieri. Fra le perdite di armi e mezzi, abbandonati o distrutti, il CTV registrò 2 carri d'assalto (su 81); 25 pezzi d' artiglieria, tutti da campagna meno uno da 149/12; 2 pezzi contraerei da 20; 10 mortai da 45 e 85 mitragliatrici da 6,5. Gli autocarri persi o distrutti furono 85, di cui 18 pesanti, su 2.400 '. Perdite, tutto sommato, assai modeste in rapporto all'importanza attribuita più tardi ai combattimenti.

* ** Ripercorrendo brevemente la manovra strategica italo-spagnola mirante all'accerchiamento della capitale, salta agli occhi il suo rapido fallimento. Il CTV arrivò in quattro giorni all'allineamento Triji.ieque-Brihuega e qui si rese conto di non possedere più forza di penetrazione; era giunto a circa 35 chilometri dalle basi di partenza e ad una ventina dall'obiettivo di Guadalajara. Dal canto suo il complesso operativo del gen. Orgaz non aveva nemmeno accennato a muovere su Alcala de Henàres. E questo sarebbe bastato da solo a rendere impossibile il successo della manovra. Quindi, seppure l'offensiva del CTV avesse conseguito l'obiettivo, l'occupazione italiana di Guadalajara avrebbe allegerito le preoccupazioni nazionaliste sul Jarama, ma non migliorato in misura apprezzabile la situazione strategica. Il 12- 13 marzo, forti contrattacchi repubblicani non riuscirono a superare la resistenza delle due divisioni, in prima schiera (2· e 3•). Queste ottennero un successo tattico, uscendone però esauste, il che rese inevitabile una sosta per rimetterle in efficienza e la rinuncia alla prosecuzione dell'avanzata. Il 18 marzo il IV corpo repubblicano iniziò la sua controffensiva. Fallì nello scopo di ributtare il CTV su Sigi.ienza, riuscendo tuttavia a provocare il cedimento della e divisone, e ad obbligare le truppe italiane ad un sollecito ripiegamento sulla posizione frettolosamente apprestata a difesa all'altezza del1a linea Ledenca-HontanaresCogolar. Mornentaneamete arrestatosi, con ogni probabilità perché non resosi conto della ritirata italiana, l'avversario si riportò avanti ed il 21-22 tentò inutilmente di ottenere lo sfondamento: ogni suo sforzo, per quanto fosse violento, non riuscì nell'intento e condusse soltanto a dure perdite. Un'ultima considerazione circa la condotta della battaglia da parte italiana. Da quanto conosciamo su di essa, risulta costante l'invio d i tutti gli ufficiali di Stato Maggiore del Comando CTV - perfino del capo di Stato Maggiore! alle varie divisioni per çontrollarne l'assetto, sentire il polso di comandanti e

' A. Rov1GH1e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo II, doc. 7 I e 72.


LA PARTECIPAZION E ITALIANA ALLE OPERAZIONI

51 9

COMANDO TRUPPE VOLONTARIE - REPARTO OPERAZIONI marzo 1937 Specchio delle armi e materiali perduti durante le operazioni dall'8 al 24 marzo

ARMI PERD{JTE DURANTE LE ULTIME OPERAZIONI Artlgllerie (peni)

Mli ragllatrkl Divisione

Pistole

Fucili o Fucili Ca!. 6.5 Ca!. 8 moschcul mllragl.

(a)

(a)

Div. Liuorio

29

106

I' Div. Voi. 2' Div. Voi. (d) 3' Div. Voi. Rep. Specialiu.1i Raggr. Francisci

-

65 93

C.do Aniglieria Auto Raggrupp. di manovra

25 59

(b) 3

(a) 7

38 28 71

J)

12 33

Mortai Pezzi da 69117 20m/m

75/27

100/17

149112

-

-

-

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9 3 2

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822

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558

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14

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I

I

Carri

Auto-

armali blindo

-

-2 -

2

---

-

Noi• (a) appanencnti al btg. milr. (b) più due ineffi· cienti del 2° R. Fant. (e) uno scoppialo ~ La 2' Divisione inoltre il seguenle materiale inceffi. cieote: 19 fucili, 3 fucili mitragliatori, 3 mitragliatrici, I peno da 65/17 {e) del 2° Gruppo.


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L' INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936-1939}

truppe, farsi un'idea chiara circa le possibilità del nemico, rendersi conto della situazione complessiva. Questo significa due cose: che il sistema dei collegame nti non rispondeva appieno alle esigenze 1 e che si nutriva scarsa fiducia nei comandanti di divisione. Sull'azione del CTY esiste, fra gli altri documenti, la relazione inviata dal gen. Velani al gen. Valle, sottosegretario e capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica. Essa indugia nel dipingere a tinte violente un quadro di deficiente azione di comando dei capi, di disordine dei reparti «fin dal primo giorno d'azione», di sfiducia entrata nell' anima dei soldati «sì che fin dai primissimi giorni, mentre ancora avanzava, è stata una truppa sconfitta». E ancora, «la certezza che un attacco, anche locale, avrebbe provocato il crollo della resistenza a terra» spronò l'aviazione legionaria, prodigatasi in tutti i campi e <{con qualsiasi tempo». È una lettura che lascia una penosa sensazione, anche perché pone in tutta evidenza una sicurezza di giudizio, francamente poco giustificata. Purtroppo, continua la relazione, «la sera del J8 di fronte all'attacco di [non] più di 20 carri armati e di pochi uomini decisi le truppe di un intero settore del nostro schieramento si sbandarono trascinando con sé prima tutta la sinistra e poi per necessità di difesa l'intero nostro fronte. Né con truppe disorganizzate, sfiduciate e stanche è possibile per il momento avere qualsiasi proposito offensivo di rivincita. In tali condizioni - concludeva Velani - posso in coscienza affennare che chi ha realmente combattuta, resistito e vinto è soltanto l'aviazione legionaria, che ha dato tutto quanto poteva dare per il successo della battaglia. Ancora una volta, per quanto l'esito della battaglia a terra sia stato contrario, l'aviazione legionaria ha scri tto una pagina di gloria» 2• Un maggior di stacco dagli eventi non avrebbe certo guastato. Il gen. Pinna, inviato dal gen. Valle in Spagna ad indagare sullo svolgimento dei fatti, riferì in aprile che «l'azione aerea, nonostante l'eroismo dimostrato dai piloti '(. ..) non era stata a volte tempestiva)} 3• A metà maggio Velani venne sostituito dal gen. Bernasconi. Tirando le somme, a livello di Comando sono evidenti, anzitutto gli iniziali e1TOri di valutazione commessi in sede di esame dei termini del problema operativo a causa di un esagerato ottimismo; poi, nel corso della lotta, la scarsa rilevanza attribuita all'incidenza negativa delle condizioni meteorologiche sulle possibilità dell'aviazione legionaria• e l'inesatta valutazione del concorso

' Le comunicazioni si svolsero tutte via radio. A. Rov1GH1e P. STEr-ANI, La parrecipazione italiana cit., I, tomo II, doc. 73. ) F. PéDRIALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 204. 'In realtà, ogni volta che le circostanze consentirono l'intervento dell'aviazione legionaria, gli effetti furono di tutto rispetto, stante la maggiore abilità dei nostri piloti. Purnoppo la caccia legionaria fu «penalizzata dalle esecrabili qualità e posizione dei suoi campi e dalla poco incisiva azione del Comando dell 'aviazione legionaria» (ibidem). i


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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realmente ottenibile dalle forze nazionaliste sul Jarama. A livello reparti, emersero l'inadeguatezza della preparazione professionale dei quadri delle camicie nere (non per colpa loro, naturalmente); l'insufficiente addestramento dei volontari che provocò un rendimento ad alti e bassi; la inesperienza in tema di unità autotrasportate. Un' opinione della recente storiografia spagnola assolve interamente il disegno di Roatta, «basato sull'audacia e la velocità delle colonne motorizzate, appoggiato dall'artiglieria e dall'aviazione, come le operazioni che qualche anno più tardi sarebbero state realizzate dai tedeschi nell'ambito della Blitzkrieg)> 1 • Fermo restando che anche a nostro avviso la «botta dritta» concepita eia Roatta non pare meritare il biasimo ricevuto, non ci sentiamo di concordare appieno sul richiamo al Blitzkrieg. Prima di tutto, questo è da vedersi con penetrazioni strategiche a grande respiro, condotte da forze corazzate indipendenti e destinate e tagliare le comunicazioni nemiche in profondità, laddove l'impiego ciel CTV sul proprio obiettivo non usciva dal campo della tattica. In secondo luogo il Blitzkrieg, alla cui concezione i tedeschi arrivarono per approssimazioni successive, basava la penetrazione in profondità sulla potenza delle punte corazzate, mentre il CTV poteva utilizzare solo una piccola avanguardia che con molta benevolenza poteva essere definita meccanizzata (carri leggeri, autoblindo, motomitraglieri). Infine il Blitzkrieg presupponeva la disponibilità di un complesso di carri, fanteria meccanizzata, artiglieria e genio corazzati, in grado di muoversi celermente fuori strada lasciando il compito di eliminare le resistenze aggirate e superate durante la penetrazione in profondità alle divisioni motorizzate ed autotrasportate. Qualcosa, insomma, di assolutamente diverso per dimensioni e caratteristiche. Il nostro quadro era assai più modesto e poggiava molto, l'abbiamo detto, sull ' ottimistica previsione, una volta rotte le linee repubblicane con la fanteria, di non incontrare seria resistenza sino a Guadalajara, dove Roatta si proponeva di «agguantare» il nemico. Perciò la punta della penetrazione si riduceva ad una avanguardia e l 'impiego delle fanterie autotrasportate era visto nell'ambito del completamento, se non addirittura dello sfruttamento del successo, come ciel resto a Malaga. Ad ogni modo, bisogna dare atto al comandante del CTV cli aver voluto sfruttare come meglio possibile i mezzi di cui disponeva. Tutto ciò puntuaUzzato, vediamo di definire con esattezza la fisionomia di «Guadalajara)). Indiscutibilmente essa è da vedersi inquadrata in una manovra strategica impostata dal Cuartel Generai per isolare Madrid. Avrebbe potuto benissimo chiamarsi «la battaglia per Madrid». L' esecuzione della manovra era affidata a tre distinti complessi di forze: la 1• divisione ciel gen. Orgaz da sud-ovest,

' G. CARDONA, T.as operaci611as militares cit. da L. CEVA, Ripensare Guadalajara in <<Italia

contemporanea» settembre l993, p. 48 l e seg..


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

il CTV da nord-est e la divisione di Soria alla destra del CTV. Queste forze dipendevano direttamente da Franco, il comandante supremo e, dunque, il primo responsabile della manovra in questione. Ora, la debolezza di Orgaz, causa fondamentale, anche se non unica, del1' insuccesso, non poteva e non doveva sfuggire al Cuartel General; quindi o il Generalis{mo sapeva, e ciò nonostante lasciò andare l'attacco del CTV allo sbaraglio, oppure non sapeva, ma nemmeno in tal caso può evidentemente andare esente da colpa. È inevitabile una propensione per la prima ipotesi: Franco non era uno sprovveduto e d' altra parte «non poteva non sapere» del già avvenuto logoramento delle truppe nel settore del Jarama e della conseguente impossibilità di esercitare un incisivo sforzo con la branca meridionale della tenaglia attorno a Madrid. Toccava proprio al gen. Orgaz avvertire Roatta e non «tacere fino all'ultimo momento», o non per caso a Franco, che seguiva l'operazione dall'alto e che doveva coordinarla, accorgersi della falla aperta e provvedervi o fermare tutto per tempo? Stranamente non sembra che al Generalisfmo sia stata mai attribuita quella grossa parte di responsabilità che pur gli spetta di diritto. Emilio Canevari ha affermato: «Ma Franco, in seguito alle perdite subìte sul Jarama, rin unciò all'operazione e, comunicando ciò a Roatta, lo avvertì che l'attuazione del progetto avrebbe dovuto essere rinviata a quando avesse potuto disporre di altre forze e di artiglieria pesante. Il gen. Roatta, fiducioso nelle proprie truppe, volle attaccare lo stesso da solo» 1 • Tali affennazioni non trovano riscontro in alcun documento né testimonianza, comunque, a prescindere da ciò, resta indiscutibile il mancato intervento di Franco per bloccare l'operazione già in sede di preparazione. Ed anzi, a .quanto ·si conosce, nemmeno ad offensiva iniziata risulta sia stata esercitata una attenta e ferma linea di condotta da parte di chi di dovere. Ricordiamo che il 15 marzo Franco manifestò ad un Roatta, propenso ad interrompere la battaglia, il desiderio di non desistere dalla lotta «per ragioni di prestigio». Insomma, bisogna ammettere una pesante carenza nell'azione di comando, coordinamento e controllo e, d i conseguenza, una responsabilità oggettiva del Caudillo primaria rispetto a quelle, peraltro inalienabili, di Roatta e di Orgaz.

* * * La battaglia di Guadalajara suscitò in campo repubblicano ed in coloro che per esso parteggiavano un grande entusiasmo. Venne vista come una sonora sconfitta fascista, cioè italiana. In tutta franchezza, Guadalajara non presenta poi tanto le caratteristche di una grande battaglia né di una grande vittoria (o sconfitta). Fu un tentativo maldestro, andato a male, di penetrare in profondità in un

' E.

CANEVARI,

La guerra italialUJ cit., p. 470.


LA PARTECIPAZlONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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settore tutto sommato limitato e circoscritto: un'operazione settoriale neppure autonoma. Il punto centrale della questione è che la parte principale della manovra di avvolgimento di Madrid fu assegnata al CTV che la prese - e tutti la presero - per una «battaglia italiana», mentre in realtà era solo l'attacco di un «quasi corpo d'armata» italiano in un quadro operativo assai più ampio. Se la stessa parte fosse stata affidata a truppe nazionaliste e fosse finita nello stesso modo, nessuno avrebbe parlato di «battagl ia>}, ma soltanto di «attacco>}, di «azione offensiva», di «tentativo>> di stringere la morsa attorno alla capitale, come in effetti fu. D'altronde, Franco mai avrebbe accettato di lasciar combattere a truppe straniere una vera battaglia decisiva per Madrid. Nessun dubbio sull'insuccesso italiano, ma da questo ad indicarlo come una grande sconfitta ne corre. L'attaccante non fu sbaragliato ed annientato o messo in rotta rovinosa, non arrestato o logorato irrimediabilmente. A Guadalajara accadde semplicemente che la propulsione del CTV fu arrestata in profondità e solo parzialmente respinta, cosa del tutto normale in un qualsiasi ciclo bellico. Quali vantaggi decisivi conseguirono le forze recubblicane sul piano tattico? Femiarono l'attacco e ripresero una parte del terreno perduto, con gravi perdite. Quali svantaggi decisivi subirono gli italiani? Non raggiunsero l' obiettivo finale e dovettero retrocedere fermandosi a metà strada, quivi consolidandosi, con perdite modeste. Vediamo adesso le ripercussioni di Guadàlajara. Le vere «battaglie», almeno questo dobbiamo ammetterlo, producono sempre risultati sul piano strategico, per ridotti che siano. Orbene sulla condotta delle operazioni e sull'esito finale della guerra civile, che peso ha esercitato Guadalajara? Nessuna «svolta» decisiva, nessun esercito cacciato o cancellato dal teatro d' operazioni, nessun rovesciamento nei rapporti di potenza, nessun irrimediabile logoramento, nessun cambiamento neppur momentaneo della situazione generale. Tutt'al più un temporaneo «fermo» di un corpo d'armata ed un rinvio della resa dei conti, nell'ambito di una guerra già di per sé lenta, quale Franco la voleva. Piuttosto poco per una saggistica di segno negativo. E sul piano internazionale? Qualche «sponsor» si è ritirato dall' impresa? Qualche Potenza ha mutato le sue posizioni di sostegno o di simpatia verso il governo di València o quello di Burgos? Qualcuna delle parti in lotta ha guadagnato o perso posizioni sulla scacchiera internazionale? Eppure ... psicologicamente il contraccolpo in campo italiano fu aspro. Il CTV riuscì a stabilizzare la fronte, ma questo non sembrò ripagare il fallimento dell'offensiva; fu un successo difensivo finale meritato per l'abile condotta della resistenza su una linea improvvisata, tuttavia non compensò l'immagine del cedimento di Brihuega; il morale delle truppe, alquanto scosso dai combattimenti degli ultimi giorni, si rialzò subito ma questo non compensava la sostanziale scarsa solidità dei volontari, messi insieme alla meglio.


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L' INTERVENTO NELLA GUERRA CJVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

Per contro: il fronte repubblicano di SigUenza era stato sfondato di colpo dal CTV; la controffensiva del gen. Miaja si era arenata essenzialmente per deficiente azione di comando; le perdite erano state sensibilissime. Ma rimaneva il fatto che le ambizioni delle forze fasciste raccolte per dare il colpo di grazia a Madrid, erano state stroncate dalla resistenza antifascista. «La splendida macchina propagandista dei repubblicani entrò immediatamente in azione per proclamare al mondo intero la notizia della sconfitta italiana» '. La propaganda è il vero settore nel quale i repubblicani conseguirono una vittoria schiacciante, al punto da convincere della gravità della sconfitta anche coloro che avrebbero dovuto sapere - per aver partecipato ali' azione - che si trattava della normale routine di una guerra, tra l'altro un po' particolare, troppo movimentata per essere definita di posizione e troppo statica per essere qualificata di movimento. Lasciando da lato Hemingway, il quale, dopo uno studio di quattro giorni sul campo di battaglia, arrivò a sostenere ~on ingenuo entusiasmo che Brihuega avrebbe avuto «il suo posto nella storia militare accanto alle altre battaglie decisive del mondo» 2, interessa soffermarsi sul giudizio del corrispondente del «New York Times», secondo il quale «nulla di più importante della sconfitta degli italiani sul fronte di Guadalajara è accaduto nel mondo dopo la gueJTa europea. Quello che Bailén è stato per l'imperialismo napoleonico, Guadalajara lo è stato per il fasci smo, e ciò indipendentemente da quello che sarà il risultato della guerra civile» 3• Francamente l'accostamento tra i due episodi, ripreso e condiviso acriticamente da altri, appare più che discutibile, ispirato com' è da una esagerata enfatizzazione. A suo tempo Bailén destò fortissima impressione, anche in Francia, non già quale primo scacco militare dell' impero napoleonico e nemmeno per la resa del gen. Dupont, accerchiato dagli spagnoli con una divisione ridotta allo stremo e con la prospettiva di una strage, bensì per aver egli coinvolto nella capitolazione in campo aperto, impostagli dal gen. Castanos, le altre sue due divisioni che, trovandosi fuori dalla stretta spagnola, erano perfettamente in grado di ritirarsi su Madrid. Anche riducendolo alla risonanza dei due casi, il parallelo non risulta dunque congruo né ben collocato. Guadalajara non rivestì molta importanza militare. Fu un abbastanza normale insuccesso locale del fronte, uno dei tanti, il cui rilievo è stato però accentuato dal carattere «italiano» e «fascista» dell' iniziativa. Essa, ha scritto Coverdale, «impresse nell'opinione pubblica un'inunagine dell' intervento italiano in Spagna che si è dimostrata indelebile». Ed ha proseguito con una considerazione: «Essa segnò la fine di un costante aumento degli impegni italiani in Spagna e l'inizio dell'ultimo, più lungo periodo durante il quale Roma s i trovò costetta a pagare il prezzo delle promesse fatte» •. 'J.

fas cisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 229. The Spanish War in «The Fact», giugno 1937, cit. da H. THOMAS, S1oria della guerra civile spagnola cit., p. 41 l. ' HERBERT MATTHEWS, Two Wars and more to come, New York 1938, p. 264. ' J. COVERDALE, Ifascis1i i1alia11i alla guerm di Spagna cit. , pp. 237-238. CovERDALE, /

'ERNEST HEMINGWAY,


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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2. TL CTV DA B ILBAO A SANTANDER (GEN. BASTICO)

Guadalajara, come si è accennato, da episodio militare privo di sostanziali conseguenze, venne subito trasformato dalla propaganda antifascista - non dimentichiamo che nelle file di coloro che scrivevano a favore della repubblica (spesso senza molta cura per la fedeltà dei fatti, come confermerà Koestler, militavano personaggi del calibro di Hemingway, Bernanos, Dos Passos, Malraux, Koestler, Ehrenburg, Orwell, ecc.) - in una emblematica sconfitta ciel fascismo. Inevitabile, dunque, che a Roma gli umori oscillassero tra l'imbarazzo ed il nervosismo tanto più che dopo Malaga tutti si aspettavano nuove ed ancor più fulgide vittorie. E non soltanto per questo. A dispetto del Gentlemen's Agreement, i rapporti con la Gran Bretagna avevano subìto un raffreddamento perché a fine febbraio alla Camera dei Comuni era stato annunciato che la Corte reale stava inviando al Negus Neghesti l'invito ufficiale per la cerimonia d'incoronazione di Giorgio VI, stabilita per il 12 maggio. li J O marzo si ,iunì il Gran Consiglio del Fascismo. Nel prendere in esame la posizione dell'Italia nel consesso internazionale, il primo argomento messo sul tappeto fu l'invito a Tafari. Naturalmente venne interpretato come un rifiuto a riconoscere la conquista italiana dell'Etiopia, se non proprio come un gesto lesivo del prestigio del Duce, e Grandi ricevette istruzioni di accertare se il già diramato invito fosse stato indirizzato all'ex imperatore d'Etiopia oppure all'imperatore Tafari. Da parte inglese gli fu chiar.ito trattarsi di una manifestazione che nulla aveva né poteva avere di politico e Mussolini, da Tripoli, commenterà al corrispondente del conservatore «Daily Mail», Ward Price, che «l'invito a Tafari provocherà l'assenza d i una delegazione italiana alle cerimonie dell'incoronazione. Siamo molto spiacenti di ciò. Poiché si afferma trattarsi di una manifestazione puramente formale, non dubito che il nostro atteggiamento non potrà a sua volta non essere compreso» 1• L' Italia, infatti, sarà l'unico Stato non rappresentato a Londra in quell'occasione. A titolo di contromossa, a Roma si decise di invitare il mar. von Blomberg, comandante in capo della Wehrmacht, alla grande rivista militare che si intendeva svolgere il 9 maggio per festeggiare il primo anniversario della fondazione dell'Impero. Il nostro ambasciatore a Berlino, Attolico, mise nell'incarico pas trop de zèle, come a suo tempo raccomandato da Talleyrand, così l'invito venne presentato più tardi e la visita ebbe luogo a giugno, quando i rapporti fra Roma e Londra erano leggermente migliorati.

' B. M USSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 147. In realtà Tafari era stato invitato, come tutti gli altri sovrani, ad inviare un proprio rapresentante alla cerimonia, volutamente senza tener conto che era spodestato. Infatti il re di Spagna, in esilio, non aveva ricevuto tale invito pur essendo imparentato con la famiglia reale inglese. E l' invito - non personale - era stato indirizzato dal Foreign O.ffìce «all'Imperatore di Etiopia» (DANIELE VARÉ. /I diplomatico sorridente, Mondadori, Verona 1941, p. 405 e 497).


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Intanto, dopo lunghe discussioni, a Londra era stato definto il sistema di blocco alla Spagna che doveva entrare in vigore I' 8 marzo. Un Consiglio internazionale composto da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Unione Sovietica - cui più tardi si aggiunsero Grecia, Norvegia e Polonia - doveva provvedere all'organizzazione del controllo ed agli aspetti amministrativi. La vigilanza navale fu affidata alla Gran Bretagna al largo delle coste basche; alla Francia per le coste delle Asturie e della Galizia, sino al confine portoghese; ancora alla Gran Betagna per il tratto a cavallo dello stretto di Gibilterra, dalle foce della Guadiana in Atlantico a capo Gata in Mediterraneo, ad oriente di Almerìa; poi passava alla Germania sino a capo Oropesa, a nord di València; ed all'Italia da capo Oropesa al confine francese. Alla Francia erano state assegnate anche le coste del Marocco spagnolo e delle Baleari. L'Unione Sovietica, che inizialmente si era tenuta in disparte, aveva poi chiesto un tratto della costa orientale, però su suggerimento della Gran Bretagna, che non vedeva volentieri l'Unione Sovietica nel Mediterraneo, questa era stata prontamente divisa fra Germania e Italia. Mosca protestò ma disse che non intendeva valersi del suo diritto di partecipare all'azione di controllo a causa della distanza delle sue basi navali. Sulla frontiera terrestre franco-spagnola, su quella portoghese, a Gibilterra e nei porti dovevano operare osservatori internazionali. Il dispositivo studiato poté iniziare l' attività soltanto alla fine di aprile ed ovviamente nel frattempo le cose continuarono più o meno come prima, anche se su scala ridotta. Del pari, l'attuazione della vigilanza internazionale non riuscì ad impedire del tutto gli aiuti alle due paiti, comunque li ridusse ulteriom1ente e notevolmente. L'Italia si limitò a poche unità sanitarie, ad elementi isolati per necessità di inquadramento e di addestramento 1 ed ai rifornimenti per le nostre unità. II IO marzo Mussolini partì per la Libia. Il viaggio, tutto sommato, aveva uno scopo pacifico perché da un lato si prefiggeva di inaugurare orgogliosamente la «strada litoranea» fatta costruire da Balbo, governatore della Libia, destinata a costituire l'asse portante del nuovo programma di colonizzazione di massa sulla quarta sponda; dall'altro mirava a mostrare l'importanza che per l'impero coloniale italiano, pacifico e florido, assumeva il Mediterraneo. Senonché a siffatta esibizione di intenti imperiali, fortemente pubblicizzata dalla stampa di regime, Mussolini volle aggiungere un particolare segno politico per indurre la Gran Bretagna - la quale, secondo il suo metro di giudizio, era sensibile solo ai rapporti di forza - ad addivenire al tanto desiderato accordo globale per il Mediterraneo. Il risultato fu di allarmare vieppiù la tendenza antiitaliana che, nel gabinetto britannico, si contrapponeva al gruppo incline a cercare un'intesa con il governo fascista.

'Il personale partiva in abito civile ed esclusivamente su piroscafi spagnoli, con un massimo di 200 uonùni per ogni nave.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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Prima ancora della partenza di Mussolini da Roma, una nota dell'agenzia «Press Tribune» di Chicago in data 9 marzo, diramata da Londra, era stata eloquente: «Gli inglesi sono adirati dal viaggio di Mussolini in Libia ove assisterà alle manovre navali intese a sperimentare le possibilità della flotta italiana nel bloccare il Mediterraneo da Gibiltc1rn a Suez. Secondo il punto di vista britannico, queste manovre navali accoppiate all 'invio dei cosiddetti 'volontari' italiani alla Spagna ed al recente ordine che proibisce agli aeroplani stranieri di volare sopra Pantelleria (isola che viene pesantemente fortificata dagli italiani) hanno mutato in lettera morta il famoso Gentlerne,ù Agreement mediterraneo, del quale è stato tanto altamente parlato. D'altra pane, secondo il punto di vista italiano l'accordo mediterraneo è già lettera rno11a a causa del colossale riarmo britannico(. ..)».

Tra le prevedibili cause di una possibile futura guerra europea, gli «elementi militaristi» britannici rinvenivano «qualche tentati vo di Mussol ini di chiudere il Mediterraneo perché egli ha detto che è in grado di farlo. La Gran Bretagna allunga il collo verso l'Egitto, la Palestina e verso il Canale di Suei, perché l'Inghilterra è disturbata, nello stesso modo che lo è la Francia, a causa della nuova strada libica che parte dalla Tunisia e finisce in Egitto(... ). Infine i britannici temono che l 'ltalia si dia ad incoraggiare i moti fra gli arabi della Palestina, ossia all'altra estremità del Mediterraneo, al che si deve aggiungere l'esperimento imminente per sbarrare questo mare nel punto in cui è appena di 100 miglia di larghezza, dalla costa africana al mare(...)»'·

Difatti Eden, che capeggiava la tendenza contraria all'Italia, era convintissimo che Mussolini rappresentasse il più immediato pericolo per l'impero britannico e che il Mediterraneo sarebbe stato il principale teatro di guerra del futuro conflitto europeo 2. La conferma della bontà delle precauzioni prese dalla Gran Bretagna, con il riarmo e con l'adozione di una politica di espansione nell'Arabia Saudita meridionale\ sembrò provenire dalla constatazione del rinforzo dei presidi italiani nel Dodecanneso, dalle fortificazioni di Pantelleria, della prevista costituzione in Libia del XX corpo d'armata su tre divisioni, dell'intento per nulla mascherato di estendere l'influenza italiana nell'Arabia Saudita e nello Yemen. Motivo per cui la tensione nel Mar Rosso stava crescendo considerevolmente. In effetti, De Felice ha messo in evidenza come dalle fonti archivistiche inglesi, sia diplomatiche sia militari, emerga «senza ombra di dubbio l'assoluta sopravvalutazione britannica dell'azione italiana in Egitto e nel Medio Oriente, la vastità dei timori e le incredibili deduzioni da essi provocate» •. Certo si è che

'R. DE FELICE, M11ssoli11i il duce cit., II, p. 394, nota 122. R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 328. 'Ibidem, pp. 329-332. ' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., II, p. 397, nota 129.

2


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Eden fu sempre ostile alla politica fascista, di cui non si fidava, e fermamente risoluto a non venire a patti con il governo italiano. Del resto Io stesso Vansittart, l'unico al Foreign Office disponibile ad un accordo, «oscillava in proposito in modo incerto e discontinuo» '. Mussolini, comunque, avvertendo le preoccupazioni destate dal suo viaggio così reclamizzato, cercò di smorzare i toni, tanto più che le notizie fornitegli da Roma sull'andamento della battaglia di Guadalajara non potevano renderlo euforico. Il 17 marzo telegrafò a Ciano di non essere riuscito a farsi un quadro preciso della situazione. Era evidente l'insuccesso e la mancanza dello «stile di Malaga» deludeva. Gli bruciava lo scacco inflittogli dalle brigate internazionali: «Gravi inconvenienti contatti nostri legionari con fuorusciti italiani erano facil mente prevedibili e potevano essere ovviati e dovranno esserlo in seguito», commento che sembra indicare timore di nuovi scontri diretti. Deplorava la passività del Comando nazionalista durante la battaglia e la passività del governo di Franco cli fronte alla propaganda antifascista 2 • Quel giorno, ad ogni modo, volle dare segni di distensioni: «Questo continuo allarmismo nevropatico, questa seminazio:ne di panico e di sospetto non serve certamente alla causa della pace, perché tu rba profondamente l'atmosfera fra i popoli. Questo viaggio è imperialista nel senso che a questa parola hanno sempre dato e daranno i popoli virili. Ma non ha disegni reconditi e mire aggressive contro chicchessia. Entro il Mediten-aneo e fuori noi desideriamo di vivere in pace con tutti e offriamo la nostra collaborazione a coloro che manifestino un'identica volontà. Ci armiamo s ul mare, nel cielo e sulla terra, perché questo è il nostro imperioso dovel'e di fronte agli annamn(i altrui, ma il popolo italiano esige di essere lasciato tranquillo, perché è intento ad una lunga e dura fatica» i.

Il 18, poi, brandita simbolicamente la «spada del! 'Islam» ricevuta in dono da un gruppo di notabili arabi, ricordò la simpatia dell'Italia per «i musulmani del mondo intero». Resosi probabilmente conto che una frase del genere toccava un tasto sul quale la Gran Bretagna era sensibilissima, pensò bene di dichiarare a Ward Price che «dal punto di vista coloniale», l'Italia era ormai soddisfatta e pronta a giungere «ad un ' amichevole sistemazione con la Gran Bretagna su tutte le questioni che essa desiderasse trattare nei riguardi dei territori confinanti coi nostri possedimenti}>. Per quanto concerneva la Spagna, essa nulla aveva fatto né intendeva fare che potesse «anche indirettamente violare la sua integrità territoriale», non escludendo, fra l'altro, che i volontari italiani potessero rimpatriare presto, ove si fosse trovato un punto d'incontro generale per ritirare anche gli altri volontari stranieri «che sono in numero infinitamente maggiore» •.

' R. Q UARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 337. 'B. MUSSOLINI. Opera omnia cit., XLII, p. 18 l . ·' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., II, p. 335. 'B. M USSOLINI, Opera omnia cit., XXVIII, p. 147.


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Mussolini rientrò a Roma il 22. La notizia dell'insuccesso ripo1tato dai «volontari>> italiani a Guadalajara lo aveva colto come una fucilata . Era avvelenato per l'ampiezza della violenta campagna di stampa internazionale contro iI fascismo, prontissima a sottolineare la prova della presenza di truppe italiane in Spagna e l'inefficienza delle camicie nere. Si rendeva ben conto del fatto che Guadalajara non poteva non provocare una impressione negativa nell'opinione pubbl ica italiana, al cui riguardo la polizia segnalava sintomi di malcontento. Comprendeva che il suo prestigio personale era stato colpito, con gli inevitabili risvolti in campo politico. E sapeva di dover prendere una decisione risolutiva circa la questione spagnola, ma non riusciva ancora a veder chiaro nella vicenda. Cominciò con l'ostentare tranquillità e sicurezza nel discorso che il giorno seguente pronunciò in occasione dell'anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento: «Questa inondazione di torbidi inchiostri, alla quale logicamente si collega l'oratoria isterica e ipocrita di noti pulpiti anglicani non riuscirà minimamente a scuotere la nostra calma e la calma non meno imperturbabile di tutto il popolo italiano (.. .) 1 • 11 24 marzo ricevette l'inviato di Franco, magg. Villegas Montesinos che gli consegnò una lunga lettera del Generalfsimo con il riepilogo della situazione militare dopo Guadalajara 2• Rispose dopo qualche giorno tramite l'ambasciatore Cantalupo per ringraziare di avergli dato il quadro esatto di quanto accaduto, cui comunque attribuiva «mediocre importanza dal punto di vista militare», e per assicurare c he «Generale Franco può contare sull' aiuto dell'Italia fascista» 3 • Poi telegrafò a Grandi comunicandogli l'intenzione di non mandare altri uomini in Spagna, «né masse né gruppi», ma anche la ferma decisione di non rit.irare quelli in posto «sino a quando non sarà vendicato l'insuccesso, più politico che militare, di Guaclalajara». In questa ottica, precisò che, in sede di discussione al Comitato di non intervento sul ritiro dei volontari, si potesse «accenare in tesi di principio tale proposta salvo poi a provarla come inapplicabile o a ritardarne l'applicazione sino a quando le nostre forze non si siano prese una completa rivincita che secondo quanto ci viene comunicato dal la Spagna potrebbe accadere fra dieci o quindici giorni»'.

Che la rivincita delle forze italiane potesse aver luogo «fra dieci o quindici giorni» sembra pura fantasia del Duce, considerata la totale assenza di qualsivoglia segnale consolante proveniente dalla Spagna. Un atto politico, celebrato per l'appunto in quei giorni, contribuì ad attenuare almeno in parte l'aperta ostilità dell'opinione pubblica britannica nei

' Ibidem, p. 152. ' F. CANTALUl'O, Fu la Spagna cit., p. 203. ' Ibidem, p. 210. 'Mussolini a Grandi in data 25.3.1937, B. MussoUNI, Opera omnia cit., XLII, p. 184.


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confronti dell'Italia: il trattato di amicizia e mutua collaborazione con la Jugoslavia. Era già avviato da tempo ed il 25 marzo si concluse con la firma di C iano e Stojadinovié a Belgrado. L'accordo venne esaminato e discusso dal governo di Londra e , in sostanza, trovato non proprio favorevole agli interessi inglesi nel Mediterraneo; tuttavia il gabinetto risolse di fare ad esso buona accoglienza sia perché in futuro poteva diventare un ostacolo alla pressione tedesca in d irezione del Mediterraneo, sia per dare prova a Mussolini della disponibilità britannica di rimettere le relazioni anglo-italiane sul piano della normalità 1• * *

*

Le carenze messe in evidenza dal CTV imponevano l'adozione di urgenti e seri provvedimenti. Sia chiaro, peraltro, che se l'intero corpo venne toccato dalla selezione, alcune unità avevano dato buona prova: la Littorio, il raggmppamento Francisci (4° e 5° gruppo di banderas) e l'artiglieria. Non per nulla, considerando anche il minor logorìo subìto, la prima rimase ancora nella zona di Sigtienza agli ordini del gen. Moscard6 Guzman ed il raggruppamento di camicie nere fu posto a disposizione del gen. Mola per le operazioni in Biscaglia, in accoglimento di esplicita richiesta di Franco. La revisione del Comando CTV costituiva il primo passo da compiere. Per evidenti motivi di opportunità, Mussolini decise di lasciare a Roatta «comando, onore e onere della rivincita» 2, ma naturalmente la conferma intendeva salvare la forma. Difatti gli furono mandati, quali collaboratori, i generali Berti (più anziano di Roatta) e Favagrossa. Entro il mese di aprile il Comando, portato al livello di corpo d'armata e ristrutturato, assunse la nuova fisionomia. A guidarlo venne il gen. Bastico (16 aprile) con il col. Gambara come capo di Stato Maggiore. Fu cosituito inoltre un «Comando gruppo divisioni volontarie camicie nere» con il luogotenente generale della MVSN Teruzzi ed il ten.col. Faldella come capo di Stato Maggiore. La prima richiesta di quadri, formulata da Roatta per coprire le perdite ed operare le sostituzioni reputate necessarie nelle tre divisioni volontarie e nel raggruppamento Francisci, era stata significativa. Fanteria: 1 comandante di reggimento, 15 comandanti di battaglione, 65 comandanti di compagnia e 320 di plotone; artiglieria: 2 comandanti di raggruppamento divisionale, 9 comandanti di gruppo, 33 di batteria e 60 subalterni 3•

'Grandi a Mussolini in data 1.4.1937, in R. DE FELICE, Mussolini ilducecit. , ff, p. 404, nota 148. 'Mussolini a Roana in data 26.3. t 937, in A. RovJGHI e F. STEFAl\1, La partecipazione italiana cit., I, tomo 1, p. 341, nota 3. ' Roatta a Ufficio Spagna in data 30.3. 1937, io A. Rov1GHJ e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., J, tomo Il, doc. 74/A.


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Non appena assunto il comando del CTV, Bastico scrisse a Ciano ed a Pariani. Mise in risalto la marcata cordialità con la quale era stato ricevuto da Franco e le considerazioni di natura militare da questi fonnulate: speranza sul buon esito delle operazioni in Biscaglia, rammarico per la sfumata conquista di Mad1id, necessità e possibilità di formare una buona riserva. Poi passò alle impressioni iniziali riportate circa le unità del CTV: «( ... ) Queste divisioni sono quello che sono. L'epurazione è in corso. Ho dato ordini categorici nei riguardi della disciplina (che lascia molto ma molto a desiderare), dell'annamento (deficie ntissimo), dell'ammioistrazione (caotica). Ho parlato chiaro e netto senza eufemismi. Spero che mi si ascolti, e in ogni caso mi farò ascoltare; ma ci vorrà del tempo, ché le manchevolezze sono gravi, profonde e sostanziali. Credo di poter affermare, sulla base di quanto mi è staio obiettivamente riferito, che la costituzione di queste di visioni è stata quanto mai deficiente per scelta del personale di truppa e per inquadramento. A tale proposito, per averne norma in rapporto ad eventuali proposte in merito, ho richiesto uno specchio dal quale risulci il grado raggiunto nell'esercito dagli ufficiali superiori della Milizia. La divisione Bergonzoli - merito esclusivamente del comandante - è buona e buoni, mi si afferma, sono il gruppo Francisci e le brigate Guassardo e Piazzoni. Naturalmente qui tutti cercano di addossare ad éÙtri .le proprie responsabilità, ma è evidente che le cause prime dell'insuccesso di Guadalajara sono state: il difettosissimo inquadramento, la impreparazione addestrati va, la deficiente disciplina, le avverse condizioni atmosferiche, il collasso psichico di qualche comandante (... ). È necessario l'invio di almeno I.O ufficiali coritabili energici e competenti per mettere un poco di ordine e di onestà nell'amministrazione deJJe legioni e degli stabilimenti(... )»'.

Una cliecina di giorni più tardi, tornò sull"argomento: «Nel complesso la situazione va considerata con fiducia. Esistono manchevolezze che anche con ogni migliore buona volontà non è possibile eliminare né in un mese né in due: sono quello che , ripeto, derivano da!Ea deficiente preparazione dei quadri, specie degli inferiori, e che si riflettooo su mtta la vita dei reparti, dall'addestramento allo spirito combattivo, dalla disciplina all'amministrazione(. ..). Ma confenno, ho fiducia che, se il tempo preventivato non farà difetto, ci si possa presentare alla nuova, ceno più ardua prova, con serenità di animo e fede nel suecesso (...)» '·

Complessivamente, tra i primi di marzo e la fine di luglio furono inviati in Spagna: -

per il Comando del CTV: 12 ufficiali (di cui 6 della milizia), 8 sottufficiali e 2 soldati; quali istruttori: 23 ufficiali, 29 sottufficiali e 6 truppe; per la Base, poi Intendenza: 9 ufficiali e 13 civili; quali complementi: 484 ufficiali (di cui 140 della milizia), 49 sottufficiali, 145 truppa e 8 civili; unità varie: un ospedale territoriale, un ospedale della milizia, tre nuclei chirurgici, due ambulanze radiologiche, due ambulanze odontoiatriche, una sezione disinfezione, u-e uffici postali, una squadra topocartografica, un nucleo genio; per un totale di 47 ufficiali (di cui 13 della mili· zia e 4 assimilati), 56 sottufficiali, 563 t111ppa e IO operai civili.

'Bastico a Ciano (ed a Pariani) in data 16.4.1937, ibidem, doc. 79/A. ' Bastico a Ciano in data 27.4. 1937, ibidem, doc. 81.


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Come è naturale, l'attenzione dello Stato Maggiore dell'esercito si era concentrata sugli ufficiali e sugli specializzati, ferma restando l'osservanza del requisito della volontarietà. Per i primi la scelta si orientò prevalentemente sugli elementi in congedo per non incidere ancora sulla ormai limitata disponibilità cli quadri in servizio permanente. Per migliorarne la preparazione, furono organizzati presso le Scuole centrali di Civitavecchia quattro corsi di addestramento pratico per ufficiali delle categorie in congedo di fanteria, artiglieria, genio e milizia, scelti fra i «volontari per qualsiasi destinazione» e prescrivendo cbe gli ufficiali della milizia avessero lo stesso grado ricevuto nell'esercito. In tal modo fu possibile eliminare, corsi durante, i frequentatori che rivelassero scarsa idoneità fisica o carenza di attitudine professionale e costituire un'adeguata riserva eia tenere a numero con corsi successivi 1 • In Spagna, allo scioglimento della 3• divisione camicie nere, attuato all'iniz io cli aprile, si aggiunse in maggio quello della 1• divisione, conseguentemente il Comando gruppo divisioni camicie nere non ebbe più ragion d'essere ed il gen. Teruzzi assunse l'incarico cli Ispettore delle camicie nere. Per contro venne rinforzato il raggruppamento Francisci. Furono infine riordinati i servizi di polizia, istituiti centri di addestramento e potenziati i servizi d'Intendenza. Più tardi, in maggio, vennero creati corsi italiani addestramento per ufficiali spagnoli» con sede in Burgos, ed inviati nuclei di istruttori alle Accademie militari di Valladolid, Segovia e Burgos. L' epurazione fu condotta con gradualità, ma con ·Criteri di severità e comportò tra l'altro la sostituzione dei comandanti dell'artiglieria e del genio e del comandante dell'aviazione legionaria 2• Per reperire gli specializzati bisognò fare ricorso a topografi e radiomontatori civili ed operai d'artiglieria tratti dagli stabilimenti territoriali.

* * * Una delle principali conseguenze di Guadalajara in campo nazionalista fu l'occasione che si presentò a Franco per riaffermazione ed il consolidamento della sua autonomia decisionale nei confronti degli alleati, soprattutto degli italiani, e del suo potere personale all'interno del paese.

'A i primi quauro corsi pa11eciparono complessivamente 544 ufficial i, di cui 235 della milizia. 'Alla luce di quanto descritto, non trova riscontro l'affermazio ne di D. Mack Smith che, date le circostanze, Mussolini si sia «trovato costretto a ma ntenere i suoi incompetenti generali ai loro posti anziché restituirli all 'oscurità da cui immeritatamente erano stati tolti» (Le guerre del Duce cit., p. 137). Rimasero Bergonzoli. al quale nessu n addebito poteva essere elevato, e Roatta, al quale però venne tolto il comando del CTV e fu collocato in sottordine. Per inciso, il gen. Roatta sbagliò a Guadalajara, come in guerra non di rado accade. ma non era affatto un «incompetente».


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QUADRO DI BATTAGLIA DEL CTV a fine maggio 1937

Comando CTV: Comandante: geo. Ettore Bastico Vicecomandante: gen. Mario Berti capo di S.M: col. Gastone Gambara capo delegazione presso il Cuartel Generai: col. F. Gelich ispettore camicie nere: lt. geo. Attilio Teruzzi comandante genio: ten. col. Romolo Lastrncci ispettore servizi di polizia: col. Giusepe Pièche Divisione Littorio: geo. Annibale Bergonzoli Divisione volontari Fiamme nere: gen. Luigi Frusci Raggruppamento XXIII marzo: cons. gen. Enrico Francisci Raggruppamento specializzati: col. Valentino Babini Raggruppamento artiglieria legionaria: gen. Ettore Manca Intendenza: gen. Carlo Favagrossa Centro complementi e addestramento: col. Carlo Rivolta Corsi addestramento ufficiali spagnoli: col. Mario Zanotti Comando aviazione legionaria: geo. Mario Bernasconi

I brigata mista Flechas Azules (geo. Mario Guassardo) II brigata mista Flechas Negras (gen. Alessandro Piazzoni)


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Ipotizzare, come da taluno è stato ventilato, una sua intenzionale azione per provocare l'insuccesso italiano è del tutto privo di un sia pur minimo riscontro. II punto cruciale della mancata contemporanea offensiva sul Jarama - che consentì a tre grosse brigate internazionali di trasferirsi nel settore di Guadalajara - trova un' obiettiva spiegazione nel logoramento subìto dalle truppe del gen. Orgaz. Peraltro, così come è giusto rimproverare Roatta di non essersi assicurato della reale capacità offensiva di quelle truppe, è anche lecito muovere uguale rimarco a Franco, perché senza l'azione della branca meridionale della tenaglia sfumava la riuscita del piano strategico che doveva condurre all'accerchiamento di Madrid, obiettivo perseguito così ardentemente. Rimane il fatto che l'atteggiamento degli spagnoli cambiò. A tratti sfuggente, a tratti indefinibile. Indubbiamente alla base di questo mutamento c'era un netto calo del prestigio italiano. Cantalupo tendeva a dare alla propria corrispondenza un colore piuttosto pessimista e senza alternative, ma non esagerava di molto. Il 21 marzo scrisse a Ciano: «Dai motivi insol iti toccati ora da Franco, n.onché dall'atmosfera non chiara del suo Stato Maggiore e dei dirigenti politici che lo circondano e lo controllano, traggo sensazioni che mi convincono a sottoporre senz'altro rispettosamente a V.E. l'opportunità che venga inviato al più presto un generale di corpo d'armata di indiscusso prestigio personale, conoscitore del momento europeo, capace di esaminare complessa situazione sotto ogni aspetto» 1 •

A stretto seguito di questo dispaccio, Cantalupo mandò una lunga relazione contenente «ancora altre verità» a proposito delle ripercussioni di Guadalajara sugli ambienti politici e sulla popolazione nei confronti dell'Italia e del fascismo. TI quadro era tutt'altro che confortante, come si può vedere da alcuni passi: <<Nelle mie precedenù comunicazioni ho messo in evidenza la freddezza che circonda gli italiani, noo.ché il pudore e vorrei dire la vergogna dei certi dirigenti per aver dovtito domandare aiuto agli SLraoieri, e le malcelate sopravviventi simpatie per la Francia e I'Inghìlte1Ta da parte degli elementi colti e delle classi s uperiori. L'insuccesso dell'ultima azione dei volontari italiani ha messo in rilievo più crndo questi elementi (...)». «l\1i viene riferito che nel Quartier Generale, al naturale e vivo rincrescimento per il mancato accerchiamento della capitale, è puru-oppo sube ntrato un senso quasi di assurda soddisfai.ione per l'i nsuccesso degli italiani, cioè ha agito quello sp irito di casta, di gelosia professionale che il noscro Comando aveva senza necessità umiliato( ...)>>. «(...) le conseguenze politiche, arbitrarie quanto si vuole ma che fanno lievito, che gli elementi clerico-massonici a noi contrari vÒgliono trarre dall'insuccesso di Guadalajara, possono così riassumersi: non bisogna farsi dominare dalle circostanze attuali e darsi in braccio all'Italia e alla Germania senza liscrve, percbé la concretezza e l'utilità dell'amicizia di questi due Staù presentano gravi inconvenienti ' (...)».

' F. CANTALUPO, Fu la Spagna cit., pp. 205-206. 'Gli ineonven.ienti erano i seguenù: Italia e Gem1ania costituivano un sistema politico «parziale e transitorio» e «all'opposizione sotto tutLi i punti di vista», per giunta erano prive di grandi mezzi e infine rette da due regimi tendenzialmente «sovversivi».


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,<<Solo alcuni e lementi più coscienti, più attivi e moralmente responsabili, si domandano se non sia venuto il momento di dire alla Spagna nazionale alcune parole dure, di spingerla a un costume di vita pubblica e privata più consona alle circostanze, di esigere che un maggior numero di giovani vada a battersi al fronte».

Il tutto, continuava Cantalupo, mentre il governo di València, «cessati i massacri, epurate le file, cominciava ad organizzarsi come regime, con una legislazione operaia, un'assistenza sociale, un'educazione popolare»; talché le masse popolari sotto il governo nazionalista pensavano che non valesse la pena di continuare la guerra per «distruggere un regime bolscevico che in realtà a Barcellona ed a Madrid non esiste». Questo il succo della relazione, che, pur scritta «per ispirare a Roma la massima prudenza», non meraviglia abbia suscitato una reazione negativa', sì da meritare a Cantalupo il giudizio di «bolscevizzato» da parte di Mussolini 2 • Dopo Guadalajara Franco non consentì più al CTV un impiego unitario ed relativamente autonomo, né del resto il comandante del CTV lo pretese, cosicché le successive vittorie risultarono spagnole con il concorso italiano e tedesco. In fondo era giusto. Era giusto anche perché nel periodo primavera-estate 1937 lo strumento militare nazionale fece un vero salto di qualità, non soltanto per il livello della forza in armi, che raggiunse i 400 mila uomini, quanto per l'organizzazione complessiva: dalla fonnazione dei quadri consentita dalla creazione di scuole e di corsi specifici all'addestramento delle reclute, all'assetto e controllo delle retrovie. Ma il risultato di maggior peso e significato fu sicuramente conseguito nell' ambito della politica interna. Ali' inizio di dicembre del 1936 le autorità carliste avevano istituito una Accademia militare reale per cadetti, senza peraltro informare Franco. Questi considerò il decreto come una affermazione di indipendenza, vale a dire come un tentativo di colpo di Stato e, di conseguenza, Fai Conde, il capo dei carlisti, ricevette ordine di lasciare la Spagna entro quarantotto ore! 3• Il movimento carlista o tradizionalista era uno dei due maggiori movimenti politici. L'altro era la Falange, invero piuttosto irrequieta. Nei falangisti esisteva una certa «fronda» interna contro Hedilla, il loro capo provvisorio, il quale reagì sostenendo l'assoluta autonomia della Falange. Franco colse la palla al balzo per stroncare le lotte intestine fra le varie fazioni politiche. Fece arrestare Hedilla con un gruppo di seguaci sotto l'accusa di ribellione e il 19

'Cantalupo a Ciaoo in data 24.3.1 937, in F. C\N'muJPO, Fu la Spagna cit., pp. 207-2 IO. ' Ibidem, p. 247. ' Più tardi Franco con fidò al gen. von Faupel che non aveva fatto fucilare Fai Conde solo per non incidere sul mora le dei carl is1.i al fronte (H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola eit., p. 38 I).


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aprile proclamò 1'unificazione d'autorità in un solo partito, nazionale, della Falange e dei carlisti. A questo nuovo partito, di cui si pose ovviamente a capo, dette il nome di Falange Espa,ìola Tradicionalista de las Juntas de Ofensiva Nacional Sin.dicalista 1• Poi in esso convogliò tutti i movimenti che sostenevano i nazionalisti, compresa la Acci6n Espanola ed i monarchici alfonsini. E poco più tardi, il 4 agosto, decretò che tutti gli ufficiali ed i sottufficiali diventassero automaticamente anch'essi membri della Falange Espafiola Tradicionalista y de la J.O.N.S .. Da allora lo chiamarono El Caudillo 2 • Peraltro, a quanto ebbe a giudicare il ministero degli Esteri italiano, la Falange Tradicionalista si rivelò «una creatura artificiale, senza nessuna rispondenza nel!' animo popolare, che continuò ad essere quello che era: falangista, • o requeté, o alfonsino» 3 • Nella Spagna repubblicana aumentava la discordia. Il governo di València viveva giorni difficili perché in Catalogna gli attriti fra comunisti e anarchici si erano fatti più che preoccupanti. Il motivo di fondo di questo stato di cose consisteva in una sostanziale differenza di modo di pensare. I comunisti intendevano raggiungere una maggiore unità cli sforzi nella guerra in corso e rifiutavano le idee «rivol uzionarie>) degli anarchici . Dettero perciò inizio ad una lotta spietata sotto il pretesto di eliminare gli elementi «incontrollabili», cui la FAI e la CNT consentivano accoglienza senza guardare troppo per il sottile e che si mostravano pronti a creare disordini nelle file repubblicane. In realtà, oltre gli «incontrollabili», tutti gli oppositori ai programmi comunisti s i trovavano sotto tiro 4 • Slutskij, il capo della sezione stranieri della GPU , aveva parlato apertame nte della necessità di agire «contro gli elementi antisovietici venuti da tutte le parti ciel mondo ( ... ). Chi sa quante spie ci sono fra quei volontari. E anche gli anarchici ed i trotzkisti, benché siano da considerare tutti come militi dell'antifascismo, sono nostri nemici. Dobbiamo perciò eliminarli)> 5• E significativamente, sin dal J 7 dicembre 1936, la «Pravda» aveva annunciato che l'epurazione appena iniziata in Catalogna - mentre a Madrid infuriava una drammatica battaglia difensiva - sarebbe stata sviluppata «con la stessa energia con la quale fu condotta nell'Unione Sovietica>>! 6 •

' De Madariaga commentò: «Sarebbe un po' come se il presidente degli Stati Uniti organizzasse la 'Lega Repubblicana Democratica Social-comunista de lle Figlie della Rivoluzione Americana '. con la speranza di unificare la politica americana (DE MADARJAGA, Storia della Spagna cit., p. 509). ' Ibidem, pp. 436- 439 e 514. ' .I. COVERDAl, E, I fascisti italiani alla guerra di Spagna c it., p. 296, nota 9 5. ' D.T. CATIEL, / comw1isri e la guerra civile spagnola cit. , p. 169. ' W . KRIVITSKIJ , Sono stato un agente di Stalin cit. , p. 139. • Jbidem, p. 140.


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Ma l'avversione p1ù accanita dei comunisti fu riservata al POUM, considerato il nemico più pericoloso. Il POUM, praticamente trovava seguito soltanto in Catalogna, però si distingueva dichiarandosi per la rivoluzione immediata ed accusando i comunisti di essere controrivoluzionari come i borghesi. Nel marzo 1937, José Diaz, segretario del partito comunista, dichiarò: «Il nostro nern.ico princ ipale è il fa~cismo. Contro il fascismo stiamo concentrando tulio lo slancio difensivo e 1uu.o l' odio del popolo ( ... ) ma il nostro odio, con lo stesso grado di violenza, è diretto contro gli agenti del fascismo, che sono i poumisti, trozkisti mascherati , i quali si nascondono dietro pretesi slogans ri vo luzionari al fine di condurre a termine la loro princi pale missione di agenti del nostro nemico, in agguato sul nostro stesso tenitorio» '.

Questa situazione portò Largo Caballero a prendere netta posizione. Già insofferente per carattere, poco alla volta cominciò a recalcitrare davanti ali' invadenza comunista e, in particolare alla presenza dell'ambasciatore sovietico. Per quanto non si fosse mosso per mettere un freno all'epurazione, «mal soppo11ava il terrore sovietico che decimava il suo partito e colpiva i suoi alleati politici» 2• Simile cambiamento ovviamente non piacque ai comunisti e li spinse a pensare ad un possibile successore. Non doveva essere un comunista, per non rendere il gioco troppo scoperto; un socialista andava bene, purché non molto acceso, tale insomma che la nomina impedisse «ai nemici del la Spagna di considerarla come una repubblica comunista», secondo il suggerimento di Stalin. L' uomo c'era: Negrfn , il ministro delle Finanze, il diretto responsabile dell ' invio a Mosca d i settemilaottocento casse d' oro a fine ottobre 1936 3• Si trattava di aspettare il momento opportuno. A fine marzo 1937, quando venne proibite alla polizia qualsiasi affiliazione politica, gli anarchici uscirono dal governo. Peggio ancora, benché il 13 marzo il governo avesse ordinato ai partiti ed ai sindacati di consegnare entro due giorn i le armi in distribuzione ai loro iscritti, tutti, ma specialmente comunisti e anarchici, si dettero da fare per armarsi e per mettere in stato di difesa le rispettive roccaforti. Nel pomeriggio del 3 maggio la tensione, vivissima, provocò un incidente e la situazione precipitò. La stessa sera Barcellona si trovava praticamente in stato di guerra ed aveva inizio una serie di caotici combattimenti nelle strade che durarono sino a11'8 maggio, quando i capi anarchici accettarono una tregua c he consolidava il predominio comunista". Il governo che Companys riuscì finalmente a costituire escl udeva anarchici e comunisti dissidenti. Era giunto il

' D.T.

CATIEL, / tom1misri e la guerra civile spagnola cit., p. 173. ' W. KRJVITSK IJ , Sono sraro un agente di Stalin cit., p. 144. ·' S. DE MADARIAGA, Storia della Spagna cit. , pp. 504-507. ' Secondo dal.i ufficiali si registrarono 400 morti e mille feriti secondo altre fonti si arrivò a 900 morti e 2500 feriti (H. T HOMAS. Storia della guerra civile spagnola cit.. p. 452).


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momento atteso per defenestrare Largo Caballero. Il 15 maggio, nel corso di una riunione del governo a València, due ministri comunisti, Hemandez e Uribe, avanzarono la proposta provocatoria di sciogliere il POUM, il partito degli antistalinisti. Largo Caballero rifiutò nettamente ed allora i due comunisti, seguìti da Giral, Prieto, Alvarez del Vayo e Negrin, abbandonarono la seduta dichiarando che uscivano dal governo. Il giorno successivo Largo Caballero presentò le dimissioni ad Azafia. Subentrò, appunto, il gabinetto Negrfn, con Girai agli Esteri e Prieto alla Guerra'. In disparte c'era la Biscaglia. Insieme autonoma ed abbandonata a se stessa, aveva approfittato della situazione proclamandosi repubblica di E uzkadi, con uno stranissimo governo costituito da cattolici, conservatori, socialisti, comunisti e anarchici, e con un proprio esercito. Date le circostanze, le misure militari assunte si riducevano ad un arroccamento a difesa di Bilbao. Il poderoso perimetro del campo trincerato, realizzato a tempo di record con un intenso lavoro, comprendeva tre linee organizzate con postazioni, rifugi, riservette in cemento armato e più ordini di reticolato. Era denominato «el Cintur6n de Hierro», la cintura di ferro. Esternamente altre opere su un fronte assai vasto sfruttavano le caratteristiche naturali della Cordillera Cantabrica.

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Mentre il CTV nel suo complesso era intento a rimettersi a posto su nuove basi, Franco si era convinto della convenienza di lasciar da parte Madrid per un certo tempo. Non volendo concedere pausa alle operazioni, mutò l'ordine di successione degli obiettivi prefissato e rivolse la sua attenzione alle Province Basche ed alle Asturie. L'eliminazione del fronte Nord avrebbe consentito di migliorare sensibilmente il potenziale economico della Spagna nazionalista, di recuperare molte migliaia di uomini per far massa su altri fronti e di controbilanciare l'euforia suscitata nei repubblicani da Guadalajara. La conquista di Bilbao, obiettivo di indubbio valore strategico e politico, sembrava al Cuartel General franchista non solo priva di grosse difficoltà, ma addirittura conseguibile in pochi gionù, facendo anche affidamento su disordini sollevati dai baschi contro i rossi e considerando il blocco della costa cantabrica operato dalle navi nazionaliste mentre a Bilbao scarseggiavano i viveri.

'Un mese p iù tardi, su ordine del console generale sovietico Antonov-Ovseenko, la sede del POUM fu chiusa e trasformata in carcere; il POUM, accusato di spionaggio fascista, venne dichiarato fuori legge e 40 membri del suo comitato centrale arrestati; tlltti i generali che avevano collaborato con Largo Caballero arrestati; Andrés Nin, il massimo e-~poncnte del POUM, arrestato ed assassinato. Dopo di che, in brevissimo tempo, tutti i «consiglieri» sovietici -Antonov-Ovseenko, Berzin, Stasevskij, Kol'cov, ecc. - furono richiamati in patria e scomparvero nel mare delle purghe in atto (ibidem, pp. 476- 479).


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

5.39

Il 31 marzo il gen. Mola elette il via all'offensiva. Il piano prevedeva due fasi: la prima, destinata a portare le truppe a contatto con il Cintur6n de Hierro di Bilbao; la seconda, co,n la conquista della città. Le operazioni della prima fase erano a loro volta articolate in due tempi in stretta successione. Lo sforzo principale era sostenuto dalle quattro brigate di Navarra della 61" divisione (28 mila requetés) e dalla II brigata mista Flechas Negras 1, appoggiato da una massa di artiglieria, cli cui facevano parte tre gruppi italiani, e da quasi tutte le aviazionj italiana e tedesca (complessivamente 163 apparecchi), Il primo tempo si concluse 1'8 aprile sulla linea Durango-Guernica-Bermeo. Fu in questa circostanza che Guernica venne pressoché distrutta. All'aviazione era stato riservato un ruolo importantissimo, in guanto non solamente doveva battere le opere fortificate in profondità e disorganizzare le difese basche, ma altresì isolare il campo di battaglia impedendo l'affiussc,cli rifornimenti e di rinforzL Tra gli obiettivi erano compresi i centri abitati rivestenti valore sotto determinati aspetti bellici. A Guernica si trovavano una fabbrica di pistole mitragliatrici ed una di bombe d'aereo e di proiettili di artiglieria 2, nonché due battaglioni . Ma, cosa assai più rilevante, essa presentava alla sua periferia orientale una strozzatura stradale ed un ponte la cui distruzione avrebbe impedito l'ordinato ripiegamento delle forze basche. Tale obiettivo venne indicato all'aviazione fogionaria ed alla Legione Condor. La prima incaricò una squad,iglia di 379 con un preciso vincolo: «Il paese per evidenti ragioni politiche non deve essere bombardato» , L'incursione italiana ebbe luogo alla 16,30 del 26 aprile. I due piccoli bersagli vennero mancati con pochi danni alle case vicine, Alle 18,30 sopraggiunsero però tre squadriglie di Ju 52 tedesche, che rapidamente sganciarono sulla città 18 tonnellate di bombe da 250 kg. e 5 mila spezzoni incendiari. Pochi istanti dopo Guernica era in fiamme. I morti segnalati dal governo basco non raggiunsero i 250, comunque si trattò della maggiore strage sino allora comp iuta dall'aviazione 3. Le persistenti pe11urbazioni atmosferiche impedirono che il secondo tempo cominciasse prima del 22 aprile. L'intervallo consentì comunque ad entrambi gli avversari di far affluire nuove truppe: una ventina di battaglioni dalle Asturie e contingenti di reclute per i repubblicani; due brigate navarresi, il raggruppamento Francisci ed altri tre gruppi di artiglieria del CTV per i nazionali. Ciò nonostante la progressione fu lenta, tanto lenta che il 3 maggio Mussolini manifestò al minisn-o deglì Esteri tedesco, von Neurath, in visita a Roma, l'intenzione di continuare l'aiuto a Franco ancora per il mese di maggio; poi, qualora la

' La I bligata mista Flechas Azu/es era stata inviata in fatremadura, in rinforzo alle truppe del gcn. Queipo de Llano, ' J. SALAS LARRAZABAL, Guemica, e/ bornbardeo, Grafica Espaiia, Madrid 1982, p, 1l. ' F PEDRJALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., pp. 218-223,


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L'I NTERVENTO NELLA GUER RA CIVI LE DI SPAGNA (1936-1939)

condotta della guerra non avesse presentato novità, di porre al General{simo la scelta fra il procedere con energia e rapidità o il ritiro del CTV. In questa ottica, Mussolini propose per i primi di giugno una riunione a Roma con rappresentanti tedeschi allo· scopo di esaminare la situazione spagnola e prendere le decisioni ritenute opportune' . L'avanzata in Biscaglia continuò con lentezza e si concluse soltanto il 24 maggio con l'occupazione di posizioni a sud e ad est di Bilbao, distanti dai tre ai sei chilometri dal Cintur6n de Hierro. Il consuntivo non era tale da rallegrare eccessivamente, specie alla luce delle convinzioni iniziali. A prescindere dai cons istenti apprestamenti difensiv i del campo trincerato e dalle difficoltà del terreno, la scarsità delle forze di cui disponeva Mola non aveva consentito di sfruttare i cedimenti verificatisi nelle linee avversarie. Si aggiunga l'inesistenza di un vero e proprio disegno operativo, talché, cli fronte all'accanita resistenza repubblicana, l'offensiva si sbriciolò in una serie di spallate qua e là, non armonizzate e non sfruttate. La stessa indiscutibile superiorità di fuoco di artiglieria e di aviazione non recò i frutti che poteva dare. Le circostanze suggerirono a Bastico un intervento indiretto, volto in pari tempo a seguire più eia vicino le operazioni in Biscaglia ed a controbilanciare l' opera del gen. Sperrle, il quale, mediante un'abile sopravvalutazione della Legione Condor, stava assumendo un'influenza preponderante nella direzione delle operazioni su quel fronte. Inviò perciò a Vitoria, presso il Comando ciel gen. Mola, il gen. Roatta con l'incarico di coordinare l'Agrupaci6n legionaria, formata dalla brigata Flechas Negras, dal raggruppamento Francisci e dall'artiglieria del CTV. Nel tirare le somme di questo periodo cli combattimenti in Biscaglia, bisogna indicare alcuni elementi di disagio in campo italiano. La fusione fra la 1• e la 2" divisione volontari si trovava ancora in via di completamento; gli effettivi cli tutte le unità del CTV erano largamente al di sotto degli organici né esistevano molte speranze di ricevere complementi: «Tutto consiglia quindi - scrisse Bastico a Ciano - di agire con grande prudenza per non trovarci poi nella impossibilità assoluta di conseguire quel successo italiano o almeno preponcleratamente italiano, che mi è stato dato a scopo precipuo della mia azione e che mai dimentico». E poi, le intese con il Cuartel General non erano facili. Questioni di suscettibilità a parte, si trattava di mentalità particolari, come del resto aveva notato e sottolineato il gen. Sperrle. «I Capi - continuò Bastico - che hanno al loro attivo espei;enza di piccola guerra coloniale in Marocco, ma non di grande gue1Ta su fronti stabilizzate, hanno sovente una visione assai ristretti va dei problemi operativi in cui manovrano cen1inaia di migliaia di uomi ni. Per di più s'illudono facilmeme sulla disgregazione del nemico e, per mancanza di previsione, corrono ai 1ipari all'ultimo momento vivendo, in certo senso, alla giornata.

' R . MOSCA,

L'Europa verso la catasrrofe, cit. , p. 191.


LA PARTEC IPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

54 1

Il Comando Supremo decentra notevolmente le sue attribuzioni fra i Comandi degl i eserciti del Nord (Mola) e del Sud (Queipo de Llano) e lo stesso Franco è molto guardingo nel dare ord ini ai comandanti medesimi. Cosicché un piano concordato presso il Cuar1el Generai subisce talora completa alteraiione nell'esec uz.ionc che devono farne i Comandi in sottordine. Si ricordi quanto è avvenuto sul fronte del Jarama mentre le truppe legionane attaccavano in quello di Guadalajara. Ne risulta che se i Comandi s pagnoli accettano con molta cortesia le nost re proposte, poi, al momento di operare fanno come vogl iono ( ...)» ' ..

Queste considerazioni trovarono subito un nuovo riscontro concreto. Il Comando CTV si era spostato il 12 maggio a Vitoria per rendere più immediati i contatti con i] Comando dell'esercito del Nord e la stessa sera dell'arrivo, in un colloquio con il gen. Mola, Bastico ebbe cura di precisare in forma cortese la disponibilità del CTV ad entrare in azione al completo dal 20-22 maggio, beninteso in un settore proprio, per un'operazione ad ampio respiro e con un obiettivo ben definito, sì da conferire al risultato fom1a e sostanza di successo italiano. Mola non sollevò, obiezioni di sorta, anzi sembrò condividere queste basi di collaborazione, senonché tre giorni più tardi inviò un ordine secondo il quale il «corpo d'esercito legionario» doveva po1iarsi nella zona di Orduna ed essere pronto ad attaccare alle ore 6 del 22 per raggiungere la linea Arciniega-Amurrfo sul fronte meridionale del campo trincerato di Bilbao, con riserva di ordini per il prosieguo dell'azione. Da notare che Mola partecipò a Bastico che il corpo d'esercito legionario (cioè il CTV) sarebbe stato «al comando del generale che V.E. vorrà definire, il quale sarà alle mie dirette dipendenze» 2 • Bastico replicò non personalmente ma sotto fom1a di un «Promemoria per S.E. Mola» a firma del capo dì Stato Maggiore, il col. Gambara. Cominciò con una puntualizzazione: «dato l' appo1to di forza ponato dal CTV ed il grado rivestito dal suo comandante, l'azione del Corpo stesso non doveva intendersi di semplice esecuzione di ordini emanati ·da S.E. il Generale Mola, be nsì di vere e proprie collaboroz.ioni tra le forze italiane e quelle spagnole e, per riflesso, fra i comandami 1ispenivi».

In definitiva, ogni operazione in comune doveva essere concordata come disegno operativo e come ordini fra i due comandanti. Sì ricordava inoltre che l'offensiva su Bilbao era stata organizzata come operazione spagnola, con il solo rinforzo delle truppe italiane concesse inizialmente, e che l'impiego dell'intero CTV da sud avrebbe comportato l'onere di un atto secondario ed il rischio di attirarsi addosso la massa nemica senza la contropartita di e ntrare in Bilbao.

' Bastico a Ciano in data 3.5. 1937, in A. RovJGHI e F. STEFANl, La panecipazione iraliana cit., l, torno Il, doc. 82/A. 'Mo la a Bastico in data 15.5.1937, ibidem, doe. 84.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1 939)

LE OPERAZIONI PER LA CONQUISTA DELLA BISCAGLIA


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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«In conseguenza - concludeva il promemoria di Gambara - S.E. il Comandante delle T.V. non ritiene conveniente l'impiego delle sue truppe previsto nel foglio del 15 corrente di S.E. il generale Mola; ma è a completa disposizione della prefata Eccellenza per concretare l'impiego delle T.V. nella direzione, nel mo.memo e con le modalità più oppo11une per ottenere un s uccesso. sempre tenendo ferme le premesse enunciate nel colloquio della sera del 12 u.s.» ' ·

Sostanza a parte, se lo spagnolo aveva mancato sul piano formale, bisogna riconoscere che peggio ancora aveva fatto l'italiano proprio a questo riguardo. Assai più opportuno e, soprattutto, proficuo sarebbe stato un colloquio chiarificatore. Il promemoria naturalmente non ebbe risposta e Bastico, intendendo evitare irrigidimenti, mandò Gambara da Mola con precise istruzioni. Il colloquio, «iniziato in ambiente di tensione», si fece a mano a mano cordiale e condusse a concordare che il CTV si sarebbe tenuto in potenza a sud di Bilbao, esercitando quindi una implicita minaccia sul campo trincerato, e pronto ad intervenire sia per completare il successo, sia per evitare l'insuccesso; comunque, in quest'ultimo caso, in un settore principale. Ad ogni modo il raggruppamento XXIII marzo del console gen. Francisci e l'artiglieria già concessa sarebbero rimasti a disposizione del gen. Mola. Naturalmente Bastico si affrettò a ragguagliare Ciano e, a motivo della presa di posizione, addusse una ragione psicologica: «(...) Occorre invero notare che dai giorni di Guadalajara, il contegno dell'ambiente militare spagnolo a nostro riguardo, pur mantenendosi con:ettissimo nella forma, non è scevro di un certo mal celato senso di superiorità. S.E. Mola ama affennare spesso che, pur avendo scarsissime uuppe, non ha mai subìto uno scacco; ed io sono con vinto che egli ci giudichi con severità e che in cuor suo non abbia per noi un eccessivo amore»'.

Ripetuti colloqui personali con Franco, avvenuti il 19, il 26 ed il 30 maggio, lasciarono i rapporti di servizio come stavano, ma, secondo Bastico, contribuirono a convincere gli spagnoli che il CTV era in grado di compiere un'operazione con pieno successo 3 . Prima che principiasse la ripresa dell'offensiva, una grave disgrazia colpì le forze nazionali . Il 3 giugno l'aereo sul quale viaggiava il gen. Mola, diretto a Burgos, si fracassò a terra e nessuno sopravvisse. Il comando dell'armata del Nord venne assunto dal gen. Davila. La seconda fase si svolse in tre tempi: l'investimento del Cintur6n de Hierro, lo sfondamento, la conquista di Bilbao. Gli eventi si susseguirono con inattesa velocità. La ripresa dell'offensiva cominciò l' 11 giugno; il giorno dopo

'Gambara a Mola in data 16.5.1937, ibidem, doc. 85. Bastico a Ciano in data 20.5. I 937, ibidem, doc. 86. ' Bastico a Ciano in d:ata 31.5.1937, ibidem, doc. 88. Nella conversazione del 19 maggio Franco lasciò cadere «qualcbe accorta domanda intesa ad avere a%icurazioni sulla rinnovata capacità combattiva dei legionari» (ibidem, doc. 86 cit.). 0


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L'I NTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (I 936- I 939)

lo sfondamento era già in atto ed il 13 le brigate nazionali dilagavano. Alle ore 15 del 19 giugno, mentre i battaglioni baschi si arrendevano in massa, la I e la Il brigata di Navarra entravano in Bilbao. Come si è detto, soltanto un'aliquota del CTV partecipò alla campagna di Biscaglia, quindi non svolse un ruolo primario, tuttavia l'intervento dell'aviazione legionaria ed il fuoco dell ' artiglieria del gen. Manca ebbero un peso di fon damentale importanza. Che la vittoria abbia migliorato i contatti fra il Comando del CTV ed il Cuartel General non può davvero dirsi. f motivi di attrito non potevano essere eliminati perché, fra l'altro, esisteva un contrasto di principio: gli spagnoli intendevano comandare a casa loro e gli italiani desideravano soprattutto una indiscutibile propria rivincita su Guadalajara. Italiani e tedeschi non nascondevano lo scontento per il modo con cui le operazioni venivano condotte. li gen. Sperrle, già i primi di maggio, si era sfogato con Roatta, dichiarandosi «convinto che qui stiamo 'danzando su un vulcano' e che perciò la miglior cosa da fare è quella di piantare il tutto e tornarsene a casa» 1• Bastico riassunse le sue osservazioni in tono piuttosto amaro: mancavano nel Comando nazionalista i concetti di manovra, di massa, di sfruttamento del successo; l'obiettivo era il terreno e poco importava che il nemico fuggisse; l'avanzata procedeva-a piccoli passi, len.tamente, su obiettivi limitati e solo dopo l'intervento dell'aviazione e quindi molto tardi nella giornata. Se nei giorni 12 e 13 giugno le cose erano andate sostanzialmente bene, in quelli successivi si era perduto tempo. «È convincimento unanime degli osservatori obiettivi - scrisse Bastico - che il nerrùco abbia abbandonato le posizioni del cinturone per effetto morale del bombardamento aereo e del fuoco delle a1t iglierie più che per gli effetti materiali degli stessi! Demoralizzato è scappato; se si fosse difeso avrebbe arrestato ogni avanzata. Nel prosieguo la mancanza di mordente delle fanterie attaccanti ed il mancato sfruttamento del successo gli hanno dato la possibilità di ricostruire, bene o male, una difesa come si è verificato specialmente ad Archanda, dove due brigate non hanno attaccato per mancanza di intervento dell 'aviazione. Non si è mai visto un assalto, non si è mai visto un inseguimento altro che col fuoco dell'artiglieria. Raggiunti gli obiettivi, tut1i si sono fermati anche se il nemico non c'era più. La perdita del contatto con l'avversario è stata così normale. Di tutte le unità, la sola che ha veramente manovrato è stata la brigata Frecce Nere: la sua avanzata rapida, decisa e compiuta per iniziativa del suo comandante (gen. Piazzoni], ha condotto a risultati pressoc hé decisivi; ma il non aver «rispeuaco» il concetto della linea «è stato oggetto di critica da pa,1e del Comando spagnolo che. dopo aver cercato di frenarne l' impulso. ha creduto poi bene di fermarla in attesa dei ritardatari»' .

' Bastico a Ciano in data 11.5.1937, ibidem, doc. 83, ali. I. ' Bastico a Ciano in data 1.6. 1937, ibidem, doc. 92/A: La sera del 15 giugno Bastico si era recato a Vitoria per ottenere da Franco l'autorizzazione ad attaccare con il CTV in direzione di Ramales per tagliare all'avversario la ritirata da Bilbao su Santarnder. <<Si accese - scrisse nel diario storico dcllà Delegazione presso il Cuartel Generai del Genera/fomo - più che un colloquio una disputa», ma Franco fu irremovibile nel suo rifiuto all'operazione. (A. RovtGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit.. 11, tomo 11, doc. 14, p. 63).


I.A PARTECIPAZIONE ITAl .JANA ALLE OPERAZIONI

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A Roma ben si comprendeva la resistenza di Bastico ali' impiego delle divisioni italiane a spizzico, ma il preminente carattere politico del nostro intervento non poteva essere ignorato. Ciano e Pariani invitarono Bastico ad «abbozzare» 1• Mussolini forse sarebbe stato intransigente, però una lettera personale di Franco lo mise con le spalle al muro. Il Generalfsimo fu schietto. Lamentava di non aver potuto ottenere dalle truppe volontarie il rendimento auspicato «per aver incontrato nel Comando delle Truppe Volontarie divergenze con gli ordini impartiti, in quanto vengono considerati opposti a qU1elli ricevuti da Roma e non sono perciò eseguiti (...). Il gen. Doria 2, uomo intelligente ed attivo, col quale mantengo relazioni cordiali e frequenti, mi dice che la sua condotta è subordinata agli ordini ricevuti, i quali, senza dubbio per errata interpretazione, appaiono in divergenza con l'autorizzazione piena che, per il loro impiego, Ella mi aveva dato per il tramite del Ten . Col. Villegas». Quindi chiedeva «l'intelligente ed autorevole intervento» del Duce per sanare l'equivoco, come consigliato dall 'interesse superiore della guerTa. E, sempre nel quadro di tale interesse, sollecitava «la fornitura di artiglieria e cli aviazione che, concordata in principio, sembra alquanto paralizzata nel suo invio, per piccoli dettagli di compensi che sembravano esser chiariti e nei quali giungiamo al :limite che le nostre possibilità attuali ci permettono}} 3 . Il fiduciario di Franco arrivò a Roma con la lettera il 24 giugno. Mussolini rispose tramite Bastico. La breve comunicazione da trasmettere a Franco cominciava con un «Caro Franco}> e finiva con un «Arriba Espafia}}. Fra le due espressioni c' era la frase che tagliava corto: «confermo una volta per tutte le mie istruzioni nel senso che legionari italiani sono ai Vost1i Ordini per il loro più redditizio impiego>> . Per Bastico un avvertimento: <<Con questa comunicazione intendo che epoca discussioni per la scelta del piano migliore sia chiusa. È importantissimo liquidare il fronte di Biscaglia anche ai fini internazionali»•. Pariani fece seguire il suo commento: ormai la questione «Guaclalajara>} era pareggiata e tutto doveva essere Slllbordinato ad una rapida conclusione della guerra, quindi nessuna obiezione all' impiego dei reparti del CTV anche separatamente\

* * * Nell'intervallo tra le due fasi del l'offensiva su Bilbao si verificarono incidenti di portata internazionale. Il 24 maggio la nave ausiliaria italiana Barletta,

' Ciano a Bastico in data 22.6. I937, ibidem, L tomo II , doc. 93, e Pariani a Bastico in data 24.6. 1937, doc. 94. 'Nome in codice di Bastico. Tutti i principali capi militari avevano nomi di guerra. ' Franco a Mussolini in data 15.6.1937, in A. Rov1GHJ e F. STEFANJ, La parteàpazione italiana cit, I, torno TI, doc. 90. 'Mussolini a Bastico i.n data 25.6.1937, ibidem, doc. 95. ' Pariani a Bastico in data 26.6.1937, ibidem, doc. 96/A e 96/8.

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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

che partecipava al controllo navale, fu colpita da aerei repubblicani mentre si trovava nel porto di Palma di Maiorca con un bilancio di sei morti e molti feriti . Il 26 una nuova incursione investì la nave tedesca Albatros ed il 29 venne attaccato l'incrociatore tedesco Deutschland ad Ibiza causando 3 1 morti e 74 feriti. Mentre il Comitato di Londra deplorava gli incidenti ed il governo di València dichiarava non legittimo il controllo entro le acgue territoriali spagnole, all'alba del 31 maggio un incrociatore e guattro cacciatorpediniere tedeschi apparvero al largo di Almeria ed aprirono il fuoco contrò la città provocando una ventina di morti e distruggendo una trentina di edifici. Contemporaneamente l'ambasciatore von Ribbe111trop dichiarava al Comitato di non intervento, e senza che l'Italia fosse stata preavvisata la decisione della Germania, di abbandonare il Comitato e di sospendere jl controllo navale finché non avesse ricevuto garanzie circa il non ripetersi di incidenti del genere. Il gesto suscitò, come è facile immaginare, preoccupazioni vivissime a Parigi ed a Londra, tanto più che poco dopo il nostro ambasciatore Grandi, su istruzioni di Mussolini, comunicò che l'Italia seguiva la linea tedesca. Poiché la guasi totalità dell'aviazione repubblicana e_ra costituita da piloti sovietici con aerei sovietici, molti diplomatici e politici, specialmente in Gran Bretagna, pensarono che gli «incidenti» fossero in realtà un gesto deliberato del governo di València, su suggerimento o pressione di Mosca, per provocare il fallimento della politica di non intervento e, di conseguenza, aprire la strada ad un conflitto generale 1• Mosca invece era priva di ogni responsabilità, a lmeno a guesto riguardo. n governo di València considerava suo diritto aprire il fuoco sulle navi da guerra straniere in acque territoriali spagnole e non pareva affatto riflettere sui pericoli derivanti da un simile spregiudicato atteggiamento. Sta di fatto che Prieto, in sede di Consiglio dei ministri, propose con la massima tranquillità il bombardamento delle navi tedesche nel Mediterraneo. Non ignorava il rischio di scatenare una guerra mondiale, ma secondo lui ne valeva la pena perché così ... sarebbero finiti gli aiuti tedeschi a Franco 2 • Davanti ad un'idea balzana del genere, i comunisti rimasero senza parola, tanto da precipitarsi ad interpellare Mosca per telefono. E Stalin rispose che l'Unione Sovietica non desiderava assolutamente una guerra mondiale, perciò occorreva impedire ad ogni costo la provocazione di Prieto. Secondo Hernandez, se Prieto avesse insistito bisognava eliminarlo 3 . Comunque il governo bocciò senza esitazione la proposta dell'avventuroso ministro della Guerra.

'L'ambasciatore inglese a Berlino ammonl ripetutamente von Neurath «a non fare ai rossi il regalo di estendere la situazione spagnola sino ad una guerra mondiale» (H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 464). 'J. HERNANDEZ, Yo ministro de Stalin en Espaiia cii., p. 114. ' H.THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 465, e S. AITANASIÒ, Gli italiani e la guerra di Spagna cit., p. 79.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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All'insegna dell' appeasement, un intervento del governo britannico, dal 28 maggio diretto da Chamberlain, riuscì a trovare una fonnula d'accordo fra le quattro Potenze occidentali (12 giugno), per cui Italia e Germania ripresero il loro posto nel Comitato e nel controllo navale. Peraltro non per molto. Un nuovo incidente, in verità poco chiaro, avvenuto il 18 giugno ai danni dell'incrociatore Leipzig, provocò un'altra crisi e la Germania e l'Italia, pur rimanendo in senso al Comitato di Londra, si ritirarono dal controllo navale, influendo ovviamente sull'efficacia della vigilanza, tanto più che il Portogallo aveva per parte sua deciso di sospendere ogni controllo terrestre finché quello navale non fosse ripreso. L'Italia, in patiicolare, approfittò delle circostanze per mettere in atto un qualcosa di assai simile alla guerra di corsa contro il traffico marittimo verso e dai porti della Spagna repubblicana. Intanto in Francia il governo Blum era caduto. Al suo posto era subentrato il governo Chautemps, con Delbos sempre agli Esteri. *

* *

La conquista di Bilbao consentiva a Franco di proseguire al più presto la campagna verso Santander e le Asturie, in modo da completare l'occupazione del Nord prima che i'rep'ubblicani si rafforzassero in quell'ultima roccaforte ed evitando che le piogge autunnali rendessero improbo il superamento della Cordillera Cantabrica. Tale orientamento era del tutto condiviso da Bastico. Per contro in campo repubblicano esistevano opinioni discordi sull'indirizzo da prendere almeno per ritardare la ripresa operativa nazionalista sino ali' autunno. Alla fine, dopo infinite discussioni, la scelta del gen. Miaja cadde su un'offensiva sul fronte di Madrid in direzione di Brunete, con il vago proposito di minacciare le spalle delle truppe franchiste ad ovest della capitale, e, successivamente, su un'altra azione sul fronte di Aragona in direzione di Huesca e di Saragozza. La prima ebbe inizio il 6 luglio con una massa di 50 mila uomini, 150 aerei, 120 carri armati e 136 pezzi. Riuscì a raggiungere Brunete, dopo di che si esaurì (13 luglio). Cinque giorni più tardi partì la controffensiva del gen. Varela, che si concluse il 27 luglio con la riconquista di Brunete e la rioccupazione pressoché totale del terreno perso. La battaglia di Brunete costò molto ai repubblicani: circa 25 mila uomini e 100 aerei, il doppio delle perdite inflitte ai nazionali. Ma il danno più grave si riscontrò nel settore disciplinare. Aveva sempre lasciato a desiderare; adesso però degenerò in numerosi casi di aperta insubordinazione e di rifiuto di continuare a combattere. E fu proprio nelle brigate internazionali che la situazione si fece difficile; le polemiche erano roventi: si accusavano i comunisti di aver preteso un'impresa rivelatasi fallimentare, si accusavano i capi di errori grossolani nella condotta della battaglia.

1

M. AZNAR, His1oria militar de la guerra de Espana cit., II, p. 461.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Ad ogni modo, il gen. Miaja un risultato l'aveva ottenuto. Sin dal 22 giugno Franco aveva stabilito le linee fondamentali della prossima offensiva a nord. Essa prevedeva uno sforzo da tre direzioni concentriche su Santander: da est un corpo nazionale al comando del gen. Ferrer; da sud il CTV di Bastico; eia sud-ovest un altro corpo nazionale con il gen. Solchaga. Senonché una certa lentezza nel radunare le truppe nazionali ed il maltempo fecero rimandare alquanto l'inizio dell'operazione. I primi di luglio tutto era pronto e il D-day fu stabilito orientat.ivamente per il giorno 8, tempo permettendo. E per l'appunto la battaglia di Brunete costrinse a spostare sul fronte di Madrid unità navarresi già disposte sul fronte nord, l'aviazione legionaria e la Legione Condor. Così per Santander si ebbe un nuovo slittamento di data. L' 11 luglio Bastico espresse a Ciano rammarico e delusione per il mancato «via» ali' offensiva al principio del mese, cosa possibilissima e che avrebbe preceduto la mossa di Miaja a Brunete. Colse l'occasione per dichiararsi soddisfatto del riassetto del CTV e dell'organizzazione addestrati va impiantata, anche se «continua l'epurazione degli elementi non idonei; ma con ritmo sempre decrescente». E tenne a manifestare qualche vago timore circa l'impiego delle unità italiane: «Non so quali saranno in proposito le intenzioni del Generalissimo. Stando a quanto mi risulta egli avrebbe sempre in animo di impiegare le truppe legionarie nelle operazioni di Santander; ma gli avvenimenti gli potrebbero anche far mutare avviso. Sono e siamo pronti ad ogni evento(...)»' .

Mussolini intervenne d'impeto e gli telegrafò: «Si rechi da Franco e gl i dica a mio nome che le forze legionarie devono assolutamente essere impiegate e nel più breve termine di tempo possibile. Sono già prontissime, ma i volontari non meritano la pun izione di una troppo lunga attesa. Promuova l'attacco che è già preparato, quello in direzione di Santander. Anche in vista delle discussioni di Londra è assolutamente necessario definire questa situazione che, protraendosi, diventerà negativa ed umiliante. Conto sullo spirito di comprensione e sulla amicizia del generale Franco perché una decisione sia presa e posta in atto» 1 •

Come potesse conciliarsi simile imperativa richiesta con l'altrettanto perentoria affermazione, fatta appena un mese prima, che .i! J CTV era agli ordini del «Caro Franco» per l'impiego quando, dove e come questi volesse, è difficile dire. Ma tono, atteggiamento e frasi a effetto erano ricorrenti in Mussolini, specialmente allorché riteneva opportuno far conoscere la sua «Decisione». Comunque gli sviluppi della vicenda erano piuttosto scontati . Il nuovo ambasciatore italiano a Burgos, Viola di Campalto, si presentò con Bastico ad un colloquio con Franco, il quale ascoltò, riconobbe le nobili

1 Bastico a Ciano in data 11.7.1937, in A. RovlGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo U, doc. 115. ' Mussolini a Bastico in data 19.7.1937, ibidem, doc. 116.


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ambizioni italiane, mostrò stima e fiducia nel CTV e chiarì che aspettava la fine della battaglia di Brunete per spostare truppe al fronte nord. Poi rispose direttamente al «Querido Duce» e gli spiegò che «appena sarà ristabilita la situazione 1 si riprenderanno le operazioni, ciò che spero avvenga fra pochi giorni» • Ovvio. Il I O agosto Bastico comunicò che, a seguito delle sue «continue, pressanti, insistenti richieste>), il Generaffsùno aveva finalmente stabilito di interrompere la controffensiva nel settore di Brunete e di riportarsi a nord. La data dell' operazione su Santander non era ancora stata fissata, il che consigliava di «astenersi sc1isse Bastico da qualsiasi precisazione in merito» 2 . Mussolini intervenne di nuovo e con veemenza: <<Bisogna porre a Franco questo dilemma, visto che i giorni passano e si rassomigliano e nel paese basco vi sono ancora poche settimane disponibili prima dell' inverno: o i volontari si battono o ritornano. Attuale situazione di disagio morale deve finire 3. Ormai però la stasi stava finendo. L'8 agosto il gen. Davila impartì le direttive per l'azione. In un primo tempo si doveva recidere la sacca a sud di Santander agendo su Puerto del Escudo (ad est) con il CTV e su Reinosa (ad ovest) con la 61" divisione del gen. Solchaga, mentre sul tratto orientale, sino alla costa, la 62° divisione del gen. Ferrer si sarebbe tenuta sulla difensiva. In un tempo successivo le tre masse sarebbe avanzate su Santander. L'aviazione legionaria del gen. Bernasconi doveva agire a favore del CTV, quella spagnola a favore del gen. Ferrere la Legione Condor in appoggio al gen. Solchaga. Soltanto il 14 agosto ebbe inizio la battaglia. In compenso gli studi, le ricognizioni, la raccolta di informazioni sul nemico, i preparativi erano stati tali e tanti da consentire al CTV un'organizzazione veramente ottima. E i risultati si videro. Franco che si era pottato per qualche ora all'osservatorio del CTV, nel settore di Soncillo, per assistere all'attacco in direzione di Puerto del Escudo, lanciato dopo «un terribile bombardamento degli S 81>)4 (rimase soddisfatto del felice inizio. Il taglio della sc1cca di Reinosa risultò un fatto compiuto il 16 agosto. Nei due giorni seguenti fu operato il rastrellamento della sacca con l'eliminazione delle resistenze residue ed effettuata l'assunzione del nuovo dispositivo sulla dorsale cantabrica. Alt 'alba del 19 il CTV e la divisione Solchaga, nonostante le condizioni meteorologiche fattesi proibitive, investirono con violenza le posizioni avversarie; il settore orientale rimase invece stranamente inattivo sino al 23. li 26 agosto si presentarono al Comando del CTV tre parlamentari baschi a nome del «Consiglio dei commissari politici e degli ufficiali marxisti}) di

• Viola a Uano cd a Mussolini in da1a 22.7.1937, ibidem, doc. 117/A. ' Bastico a Ufficio Spagna in data 1.8.1937, ibidem, tomo I, p. 472. ' Mussolini a Bastico in data 4.8.1937, ibidem, p. 472-473. 'F. PEDRIALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 257.


BATTAGLIA DI SANTANDER: SITUAZIONE INIZIALE (14 AGOSTO 1937)

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LA BATTAGLIA DI SANTANDER: I TEMPI DELL'AZIONE (14-26 AGOSTO 1937)

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Santander per negoziare la resa ed evitare un inutile spargimento di sangue. Nella tarda mattinata il gen. Davila ricevette la resa e la IV brigata di Navarra ed eleme nti del CTV entrarono in città. Bastico vi giunse alle 15 e brindò con Davila alla vittoria. «Rare voli.e - scrisse BasEico nella sua lunga reazione di fine agosto - sia dlU'allle la battaglia quanto in fase sfrunamento del successo, si è potuto verificare cosl piena e perfetta aderenza fra concezione ed esecuzione, fra volontà e realtà operativa. Così come era smm ideata, non soltanto nelle sue linee generali, ma anche neUe modalità e nei tempi di svolgimento, la manovra si è snodata impeccabilmente, in una successione annonica di ani e di fatti conseguenti. che non ha avuto _né una deviazione né una esirazione né un momento di arresto( ...)» '.

Nella predetta relazione, egli ribadì il monito alla cautela in tema di volontari. La fanteria del CTV si era portata bene, tuttavia non bisognava sottacere che «Naturalmente si tratla pur sempre di una fanteria volontaria e che delle truppe volontarie ha, oltre le vi11ù, anche i difetti. È pe1tanto di rendimento non sempre costante: facile all'entusiasmo e capace di compiere grandi cose fmché si trova in questo stato di grazia, ma facile pure, se non energicameme sorretta, a soggiacere allo scoraggiamento; di una sensibilità estrema alle vicende della lotta e ali 'esempio dei propri capi, soprattutto dei più giovani fra essi, i quali, pur essendo normalmente ricchi di entusiasmo, non possiedono altrettanta ricchezza di esperienza professionale e non sanno sempre risolvere, con la prontezza e l'abilità che si renderebbero necessarie per evitare sterili sforzi e sacrifici cruenti, le più svaiiate sirnai,ioni di guerra».

Per quanto concerneva l' artiglieria, le note erano assolutamente positive: «È stata l'indispensabile ed insuperabile ausiliaria della nostra fanteria, cui ha prestato in tutte le circostanze, e soprattutto nelle più dure e difficili, il suo apporto formidabile». Al punto di riuscire, talvolta, a risolvere da sola la situazione provocando l'abbandono delle posizioni da parte dell'avversario. Questo, senza generalizzare e principalmente senza dimenticare l'ambiente operativo in cui l'artiglieria aveva agito: capi spesso scadenti, morale tendente al basso, impreparazione tecnica mediocre da parte nemica; fanteria «buona» ma non «completa» da parte italiana. Il genio aveva, dal canto suo, smontata la convinzione dei baschi di poter immobilizzare per un paio di settimane l'avanzata nazionalista grazie ad un' imponente serie di interruzioni stradali. L'altro potente fattore di successo era stata l'aviazione, dominando letteralmente il cielo della battaglia e stroncando sul nascere ogni tentativo nemico. Sul piano tecnico le considerazioni di Bastico riguardavano vari argomenti: organico divisionale, armamento della fanteria, impiego dei carri d'assalto, motorizzazione. In merito al primo punto il giudizio fu chiarissimo: «Mentre la divisione temaria (Fiamme Nere) non ha dato luogo ad osservazioni speciali ed è bastata a se stessa dal principio alla fine della battaglia, pur avendo subìto metà delle perdite complessive del CTV e percorso la maggiore distanza dalla base di partenza, nelle divisioni binarie si

è sentito più di una volta la mancanza di un elemento di forza, capace di risolvere una situazione complessa, a disposizione del comandante».

' A. Rov1GM1 e F.

STEFANI,

La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 13 I.


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In tema di armamento della fanteria, si era avvertita la mancanza dei mortai eia 81, non sostituibili con i «mollo, troppo modesti» mortai da 45 . Comunque non era stata ancora trovata la classica «arma dell'attacco». Invece per i carri veloci le note erano sostanzialmente favorevoli, pur dichiarando necessaria la disponibilità di carri armati armati di cannone e pur riconoscendo essere indispensabile «una notevole aliquota di carri di rottura», cioè ben più pesanti 1• Una certa delusione affiorò trattando della motorizzazione. In poche parole: sì alla motorizzazione «come uno dei tanti mez,zi di trasporto di truppe e di materiali, limitato al solo campo logistico», no come «unico mezzo di trasporto», giacché, in luogo di agevolare, appesantisce, limita e rende vulnerabile oltre ogni dire. Bastico si soffermò anche sulle caratteristiche delle truppe spagnole, nazionali e repubblicane. Come già in altre sedi osservato, spiccavano a fattor comune le doti del soldato spagnolo, quali il coraggio, la resistenza fisica, la tenacia combattiva; peraltro diffusa era l' insufficienza addestrativa. I Comandi repubblicani, poi avevano dato prova mediocre, nulla di meglio sapendo fare se non ordinare alle brigate di resistere sul posto. Per quelli nazionali valevano le osservazioni di sempre 2• I risultati immediati della vittoria si tradussero complessivamente in circa 70 mila prigionieri (20 mila catturati dal solo CTV), oltre 100 pezzi di artiglieria, circa 700 armi automatiche di reparto, 22 carri armati, 30 mila fucili e moschetti. Il CTV ebbe 424 caduti di cui 31 ufficiali; 1556 feriti di cui I 04 ufficiali; 3 dispersi.

**

*

Le conseguenze politico-militari di Santander furono molteplici . Per Franco significarono un forte aumento di «peso» sia all' interno sia all'estero; l'acquisizione di una regione di grande ricchezza industriale e di un porto di rilevante importanza commerciale sul golfo di Biscaglia; la utilissima premessa per una meno difficile conquista delle Asturie, l'unico territorio del Nord rimasto in

' Peraltro la relazione in data 15.9. 1937 del Comando reparti specializzati è assai più esplicita sulle carenze addcstrative tuuora esistenti: per la fanteria, difficoltà di armonizzazione del fuoco e de l movimento; per l'impiego di corazzati, assenza di cooperazione fanteria-carri (ibidem, Il, tomo li, doc. 124). 'Sembra giusto far sentire un giudizio spagnolo. Secondo il ten.col. Urbano, ufficiale di collegamento del Cuartel Generai con il Comando CT V, il gen. Bastico era «intelligente, molto colto e padrone della tecnica professionale. Un sistema nervoso facilmente impressionabile oscura queste qualità e rende difficile il suo tratto con i dipendenti e con gli estranei». I generali Beni e Frusci e rano i mi gliori comandanti. Il gen. Bergonzoli, «molto amato dai soldati, cordiale e di provato coraggio. sarebbe un magnifico comandante di compagnia. Come divisionario la sua attività offre spunti a riserve e il giorno in cui, per la sua temerità, cadesse ferito, potrebbe creare una situazione difficile per l'azione di comando». Il console generale Francisci era in complesso degno di stima (Relazione presentata al C11arrel Generai in data 29.8.1937, ibidem, doc. 132).


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mano repubblicana; il raggiungimento di una superiorità numerica sull'avversario, fondamentale se non decisiva. Per il CTV Santander fu la vera, piena, convincente rivincita di Guadalajara. Mussolini e Ciano avevano cominciato a dare la stura alla stampa ed alla radio già durante la battaglia. Ne risultarono esagerazioni od invenzioni - ad esempio la conquista di Reinosa ad opera del CTV e per giunta incontrando scarsa resistenza - che irritarono Bastico più ancora degli spagnoli. «Non comprendo - telegrafò a Ciano che si possa dare pubblicamente notizie così infondate. Reinosa è stata presa da spagnoli ( ...). Nemico questa volta ha offerto resistenza tenace e spesso ammirevole (...). Con questi metodi si irritano e con ragione Governo, comandanti e truppa nazionale e si svaluta il valore dei nostri» 1: Quando poi Santander cadde si verificò una esplosione di irrefrenabile soddisfazione: «La vittoria di Franco - scrisse il «Corriere della Sera» il 26 agosto, - che conclude I 'irresistibile avanzata delle uuppe nazionali e legionarie sul fronte di Santander. è una vittoria squisitamente fascista e italiana. Fascista e icaliana la concezione scratcgica e tecnica della manovra, fa~cisca e italiana il carattere travolgente dell'offensiva. Alla formidabile azione, accanto alle forze nazionali del gcn. Franco, hanno panecipato con fraterna e cameratesca collaborazione due divisioni di volontari italiani (...). Ma oltre a queste due divisioni, imponenti reparti di volontari italiani erano compresi nelle brigate miste».

Naturalmente questa pubblicità provocò reazioni controproducenti. Confermò al mondo, ove fossero ancora esistiti dubbi, che unità più o meno regolari italiane combattevano apertamente·nelle file nazionali; indusse il governo di València a chiedere maggiori aiuti all'Unione Sovietica; indispose Franco che vedeva l'opera delle uni tà nazionali sminuita; ferì inutilmente l'orgoglio spagnolo. Si spiega, così, facilmente quant? Bastico fece notare a Ciano ed a Pariani dopo Santander: ,<Ho già dato notizia di un certo loro (dei Comandi nazionali] malessere dovuto all'esaltazione che di que.~ta nostra vinoria è stata facta dalla nostra stampa; ma più ci si accosta alle «autorità costituite» più si intuisce che di «riconoscenza» non è il caso di parlare. Palese è la preoccupazione di non soffermar.;i sull'argomento e palese è lo sforzo di «attenuare» tutto ciò che potrebbe accentuare l' importanza e le conseguenze del nostro operato( ... ). In alto lo stato d'animo nei nostri ri guardi è quello che ho cercato di lumeggiare, e del resto è umano che sia tale (. ..)» '·

Il 24 agosto, mentre la battaglia di Santander si avviava all'epilogo, il col. Pozas Perez con il riorganjzzato esercito catalano, ora denominato armata dell'Est, sferrò la già programmata offensiva in Aragona, con Huesca e Saragozza come

' Bastico a Ciano in data 17.8.1937 in A. ROVIGHI e F. STEFANJ., LA partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 157/A. 'Bastico a Ciano in data 10.9. 1937, AUSSME, Rep. F 18, Fondo OMS Gabinetto, racc. 9, f. 32 Ris. Pers. Conf.


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obiettivi. L'operazione, partita con grandi ambizioni (50 mila uomini, 60 carri armati ed un centinaio di aerei), perse ben presto vigore e, di fronte alle resistenze ed ai contrattacchi settoriali dei nazionali, cominciò a trascinarsi fra soste e riprese. A fine settembre era già in via di esaurimento. Continuò stancamente e si concluse a metà ottobre con perdite eccessive rispetto ai risultati finali conseguiti: fu occupata Belchite, Huesca apparve a portata di mano ma non fu raggiunta, Saragozza non venne nemmeno investita. In sostanza, un fallimento. Alla battaglia parteciparono, su richiesta di Franco, la divisione Frecce (gen. Roatta), costituita il 10 agosto con le due brigate miste Flechas Negra.~ e Flechas Azules, il raggruppamento artiglieria del CTV (gen. Manca) e l'aviazione legionaria (gen. Bernasconi). Dopo Santander i rapporti fra Cuartel Generai e Comando CTV si fecero insostenibili. Non si trattava soltanto di orgoglio spagnolo offeso da avventati articoli o discorsi di impudente esaltazione fascista. Su due punti particolari vennero a concentrarsi tutti i contrasti: la questione dei prigionieri baschi arresisi a Roatta e l'impiego delle brigate miste. Il comp01t.amento dei nazionali nei confronti dei prigionieri aveva da tempo provocato l'intervento del Comando italiano per porre freno a rappresaglie e soprattutto a vendette indiscriminate. Persino Farinacci, inviato da Mussolini in Spagna nel marzo 1937 per farsi un'idea della situazione, rimase turbato davanti al dilagare delle fucilazioni continue, tanto da protestare con Franco senza nemmeno avvertire rambasciatore Cantalupo 1• Or dunque, in primavera venne presa in seria considerazione, da parte italiana, la possibilità di cercare con opportuna azione politica di indurre i baschi ad uscire dalla guerra, offrendo loro garanzie di autonomia amministrativa e sicurezza conro le rappresaglie nazionaliste. Contatti con esponenti baschi si susseguirono, lasciando Franco, debitamente messo al corrente, del tutto indifferente e fermo nell'esigere la pura e semplice resa senza condizioni. Limitandoci a pochi cenni sulla lunga e complessa vicenda 2, ricorderemo che ai parlamentari presentatisi il 26 agosto per trattare la resa, Bastico rispose, in conformit?t alle decisioni del Generalisimo, che, stante la situazione ormai priva di alternative, ai baschi non restava che la resa incondizionata, assicurando salva la vita «per coloro che non fossero imputati di crimini» 3 • E tale direttiva Bastico impa11ì anche a Roatta, il quale, trovandosi con la brigata

' R. CANTAl, UPO, Fu la Spagna cit., p. 138. Il comportamento verso i prigionieri non era migliore da parte repubblicana. 'A. Rov1GH1 e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., l, tomo I, pp. 481-488; J. COVERDAW, I fascisti italiafli alla guerra di Spagna cit., pp. 266 -273; H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 494-495. 3 Bastico a Ciano in data 2.9.1937, in A. RovJG1.i1 e F. STEFANJ, La, partecipazione ira/iar1a cit., I, tomo Il, doc. 149 .


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mista Flechas Negras all'estremo nord del corpo del gen. Ferrer, chiedeva istruzioni circa diverse migliaia di baschi tagliati fuori da Santander e pronti ad arrendersi. La sera ciel 26 Roatta occupò Santona, dove undici battaglioni gettarono le armi ..Ma il vero problema derivò dalla presenza di un migliaio di «compromessi» (ex-dirigenti, funzionari, ufficiali di carriera), di cui una parte imbarcata su due o tre piroscafi inglesi, non usciti dal porto a causa del blocco nazionalista. li Cuartel Generai, informato della circostanza, ordinò alla brigata Flechas Negras di far scendere a terra gli imbarcati e di perquisire i piroscafi. Il gen. Piazzoni non eseguì l'ordine, anche per non provocare un incidente internazionale, e richiamò seccamente, per scritto, il magg. Barba (capo di Stato Maggiore spagnolo de lla brigata), il quale, avendo ricevuto personalmente l'ordine da Salamanca, si era espresso in modo critico di fronte al rifiuto italiano di ottemperare. Senza indulgere in perifrasi gli significò che «S.E. el Generalisimo debe dar ordenes a mi, que mando, y non a V.S.», che «las consideraciones de V.S. son poco respetuosas y poco disciplinadas», che «in quanto al recto proceder, no necesitamos ense,1anzas ni consideraci6nes de ninguno» e infine che egli, generale Piazzoni, non conosceva le istrnzioni date dal Generalfsimo al gen. Roatta e il magg. Barba meno ancora 1• Roatta consigliò allora ai rappresentanti baschi di convincere i circa 200 imbarcati a scendere dalle navi, evitando in tal modo di farsi catturare dalla polizia spagnola, e di riunirsi agli altri. Sarebbero stati presi tutti in custodia dalle autorità italiane. E così avvenne 2• Senonché il 31 agosto Franco ordinò per la seconda volta ed in termini ultimativi la cessione di tutti i prigionieri alle autorità nazionali e Bastico, sulla base delle assicurazioni fornite dal capo di Stato Maggiore di Franco circa un trattamento di clemenza per i baschi, il 4 settembre ne dispose la consegna. Poi dette istruzioni a Roatta per un colloquio con Franco sull'argomento. Roatta espose con chiarezza la situazione e chiese di non fucilare alcuno, a parte i colpevoli di delitti veramente comuni; di lasciare partire per l'estero, eventualmente condannandoli, esiliandoli e confiscando i beni, i compromessi politici e gli ufficiali di carriera; di mettere in libertà la truppa, accettando fra le file nazionali solo i volontari . Il Generalfsimo rispose che i baschi, arresisi quando non c'era altro da fare, non avevano più alcun diritto; tuttavia egli aveva già dato ordini per un trattamentO generoso: procedura ordinaria per i condannati o responsabili di gravi delitti; nessuna condanna capitale per gli ufficiali ed i compromessi, che si riservava di scambiare con prigionieri nelle mani dei rossi. Per giunta consentì che un ufficiale italiano fosse presente, senza voto, nella commissione incaricata di stabilire la posizione dei prigionieri.

' Ibidem, doc. 147. 'Roatta a Bastico in data 6 .9.1937, ibidem, doc. 150/A.


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All'inizio di novembre, dopo una prima setacciata, 11 mila baschi erano stati messi in libertà, 5.500 assegnati ai battaglioni lavoratori, 51 O condannati a morte (sentenza eseguita solo per 7). Le condanne capitali continuarono ne l 1938 ( 145 di cui 85 eseguite). L'ambasciatore Viola affermò che la maggior parte dei condannati erano in effetti colpevoli di gravi delitti di natura non politica 1• Naturalmente i commenti di parte accusarono con veemenza i capi italiani di mancanza di parola 2, ma francamente riesce assai più facile trovare motivo di umano interessamenw che riscontrare colpe. Il secondo punto di contrasto con il Cuartel Generai venne a galla per l'appunto in coincidenza con la questione dei baschi. Si trattava di questo: le due brigate miste delle Flechas erano state inviate in Aragona con tre gruppi di artiglieria italiani (poi raggiunti da altri) su richiesta di Franco, ma con la precisazione fatta da Bastico a Roatta ed a Manca che le rispettive unità continuavano a dipendere dal Comando CTV e che quindi il loro impiego da parte del comandante spagnolo del fronte era soggetto alla preventiva approvazione del Comando italiano. Naturalmente Franco si impennò sostenendo che le brigate miste erano ai suoi ordini, come del resto in precedenza 3• Le cose si complicarono il 13 settembre, quando il Cuartel Generai chiese il parere del Comando CTV circa la possibilità di trasformare le due brigate Flechas in divisioni miste. Vale la pena di accennare ad un precedente al riguardo. L' 11 agosto Bastìco aveva rappresentato a Ciano, e per conoscenza a Pariani, I' opportunità di accontentare, al termine del ciclo operativo, gli ufficiali ed i legionari che, dopo un' assenza di sette o otto mesi dall'Italia, desiderassero tornare a ca5a per motivi familiari o pers9nali. Ne derivata l'inevitabile contrazione del CTV a due sole divisioni, ma soprattutto egli poneva il problema del graduale esaurimento del CTV oppure della trasformazione delle divisioni italiane in divisioni miste. Questa seconda soluzione avrebbe risolto il problema in modo più o meno continuativo «a seconda del numero delle unità miste che verrebbero costituite, senza per alu-o diminuire il prestigio della nostra azione militare in Spagna, ma è ovvio che per addivenirvi bisognerebbe intavolare trattative con Generalissimo». Bastico rimetteva la decisione a Ciano, dati i riflessi politici in essa impliciti 4• Ciano non aveva ancora risposto, probabilmente in attesa del termine del ciclo operativo, e s'ignora se l' argomento fosse stato toccato sia pur incidentalmente con l' entourage di Franco, comunque la richiesta franchista, giunta

1 J. COVERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cil., pp. 272-273. '1-1'. THOMAS giudicò «vergognosa» la condotta del Comando italiano (Storia della iuerra civile spagnola cit., pp. 491 - 496). 'Roatta a Bastico in data 8.9.1937, in A. RovJGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., I, tomo Il, doc. 155. ' Basrico a Ciano e Pariani in data 11.8.1937, ibidem, I, tomo Il, <loc. 5.


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per l'appunto mentre si riaccendeva la disputa circa la dipendenza delle brigate miste, suscitò nel Comando CTV il dubbio che il Cuartel Generai intendesse affermare la propria autorità decisionale anche in campo ordinativo. Ergo, il 16 settembre Bastico - contrariamente a quello che in fondo era il suo pensiero scartò senz'altro l'idea di trasformare le due brigate allegando ragioni di ordine pratico, e cioè la difficoltà di reperire personale idoneo per i due Comandi divisionali, per le artiglierie ed il genio, per gli organi dei servizi 1• Non aveva torto per l'adozione del provvedimento nelle circostanze del momento, ma Franco considerò le difficoltà prospettate come un rifiuto preconcetto. Oltre a questi due argomenti principali, altri motivi di attrito si erano verificati: una diatriba circa i materiali catturati dal CTV a Santander; serie discussioni sulla prutecipazione del CTV alle operazioni in Aragona secondo il piano che Francco aveva fatto porre allo studio; un'inchiesta provocata dai rimarchi formulati dal gen. Manca a proposito dell'impiego delle artiglierie legionarie da parte dei Comandi nazionali a Belchite; una sgradevole discussione sulla presunta opera di italianizzazione delle brigate miste Frecce che sarebbe stata svolta da Roatta; la questione del trasferimento del magg. Barba chiesto dal gen. Piazzoni. In sostanza, nella prima quindicina di settembre questo accavallarsi di contrasti rese tesissimi i rapporti fra il Cuartel Generai ed il Comando del CTV, ossia fra i comandanti. In quel periodo erano assenti, perché a Roma per motivi di servizio, il vice comandante (Berti) ed il capo dii Stato Maggiore del CTV (Gambara), nonché il capo delegazione presso il Comando nazionale (Gelich)! Gambara rientrò il 16, Gelich il 18. Berti ritornerà l' 11 ottobre perché in licenza. Il col. Gelich ebbe ad osservare che molto probabilmente, se lui fosse stato presente in Spagna in quei giorni molte cose si sarebbero aggiustate senza arrivare alla rottura dell'equilibrio 2 • Fatto s i è che il 19 settembre Franco inviò il magg. Diaz de Villegas, addetto militare a Roma, all'ambasciatore Viola con l'incarico di mettere sul tappeto la insostenibile situazione creatasi nei rapporti con il gen. Bastico «specialmente circa l'impiego delle truppe volontarie e l'organizzazione di alcuni reparti>>. Il disaccordo, esistente da lunga data, si era acutizzato negli .ultimi giorni al punto da risolvere di chiedere l'interessamento dell'ambasciatore per il richiamo del gen. Bastico, che poteva essere sostituito con il gerr. Berti, e del gen. Roatta. Viola rispose che non poteva né desiderava intromettersi in questioni di natura militare e che la strada naturale per una questione del genere passava per l'ambasciatore del governo di Burgos a Roma. Per quanto lo riguardava personalmente, egli avrebbe subito informato chi di dovere, tuttavia desiderava

' Ibidem, I, tomo I. p. 490. 'A. Rov 1GH1 e F STt;FANI, La partecipazione italiana cit., II, tomo Il, doc. 14 cit., p. '72.


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una nota scritta che riassumesse i termini della richiesta e chiarisse i motivi all'origine del delicato passo. Nel rife1ire a Ciano, l'ambasciatore non nascose l'impressione di un dissidio ormai non più suscettibile di essere composto: «l'odierna determinazione di Franco è la risultante di una serie di reciproche incomprensioni, che non sono di oggi e il cui punto di partenza sta nella diversa interpretazione che da una parte e dall'allra vien data al rapporto di dipendenza che intercone fra il Comando italiano ed il Comando spagnolo»,

ed aggiunse che la forma di alcune comunicazioni del comandante del CTV al Cuartel Generai «sarebbe difficilmente ammissibile non soltanto in rapporti di subordinazione, ma altresì in rapporti di parità gerarchica» 1• Franco allora incaricò il proprio ambasciatore a Roma, Garcfa Conde, di esporre la questione al ministero degli Esteri fraliano, allegando alla lettera un promemoria dettagliato sui motivi della desiderata sostituzione, limitata adesso al solo Bastico 2 • A dire il vero, alcuni dei motivi addotti appaiono basati su affermazioni arbitrarie 3, comunque è evidente che Mussolini non poteva «imporre}) al capo di uno Stato indipendente un comandante non più gradito. A Bastico nulla era seriamente da addebitare se non nella forma, del resto non facile da seguire a causa di una differenza di fondo nell'interpretazione dei rapporti con il General{simo. Questi considerava il comandante del CTV come un proprio subordinato, anche se straniero, nettamente dipendente per l'impiego, come del resto precisato con assoluta perentorietà da Mussolini il 25 giugno. Bastico, invece, si sentiva «alleato» e ragionava in termini di «collaborazione>>. D'altronde, anche con i tedeschi le cose non andavano lisce. In quello stesso periodo Franco chiese ed ottenne da Hitler il rimpatrio prima dell'ambasciatore von Faupel e p oi ciel gen. Sperrle, comandante della Legione Condor. Il 27 settembre Bastico venne convocato a Roma. Parti il 30 lasciando il Comando nella prev.isione che non sarebbe tornato. A Roma Mussolini ascoltò lui e Berti. Il 10 ottobre giunse in Spagna la notizia che il gen. Bastico non si sarebbe presentato in visita di congedo a Salamanca come inizialmente disposto 4. La sera dell' l l 1ientrò dall'Italia il gen. Berti con l'incarico di comandante del CTV.

3. IL CTV DA TERUEL ALL'EBRO (GEN. BERTI) Il momento si prestava per una valutazione ponderata della situazione politico-militare. La questione spagnola era diventata il «problema spagnolo»,

' Viola a Ciano in data 19.9.1937, ibidem, doc. 158/A. 'Franco a Garcfa Conde in data 21.9.1937, ibidem, doc. I58/B. 'Viola, nell'avvertire il ministero degli Esteri della partenza per Roma degli incaricati di Franco, segnalò che, secondo suoi personali accc,tamenti, gli addebiti fatti a Bastico «sono risultati in parte infondati ed .in parte deformati da elementi vicini al Generalissimo, interessati a svalutare azione Comandante legionari» (Viola a Esteri in data 25.9.1937, ibidem, doc. 158/D). 'Ibidem, doc. 158/F


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un problema che non poteva essere affrontato isolatamente dal contesto politico internazionale. E in questo contesto esistevano per l'Italia una partita aperta con la Gran Bretagna ed una tutt'altro che sicura collaborazione con la Germania. Mussolini si rendeva conto della eventualità, pericolosissima, che Londra e Berlino trovassero un accordo lasciando fuori Roma. La prima, spinta a tale passo dal costante peggioramento dei suoi rapporti con l'Italia; la seconda per non legarsi troppo alla politica di Mussolini che, tra l'altro, le avrebbe posto pesanti condizionamenti sulla questione dell'Anschluss. Grandi sclisse nelle sue memorie che l'anno più delicato nei rapporti italobritannici, prima del 1940, fu senza dubbio il 1937, il periodo più difficile ed arduo per la sua opera di ambasciatore a Londra 1• Ora, per Mussolini e, a parole, anche per Ciano, era di primaria importanza raggiungere un effettivo progresso nei contatti con la Gran Bretagna e taluni segnali provenienti dal nuovo Premier Cbamberlain, li indussero a bene sperare. In un colloquio avuto con l'àmbasciatore tedesco, von Hassel, Mussolini ribadì nettamente il desiderio di pervenire con la Gran Bretagna ad un accordo generale, che comprendesse il riconoscimento dell'impero, l'appianamento delle non poche difficoltà determinate dalla contiguità delle colonie italiane e inglesi, la posizione reciproca nel Mediterraneo. l tempi forse non erano ancora maturi, ma a questo obiettivo si doveva arrivare nell'interesse comune. L'importante era che Berlino non si lasciasse attrarre dalle avances inglesi tendenti a dividere l'Asse 2• E una settimana dopo, non appena l'ambasciatore Drurnmond, pur parlando a titolo personale, auspicò un chiaro miglioramento nelle relazioni fra i due paesi, Ciano assicurò uguale desiderio esistere da parte del Duce «sulla base di un'intesa completa e chiarificatrice di ogni punto», il primo dei quali era il riconoscimento dell'impero 3. Poi Ciano informò Grandi e lo invitò «a fare comprendere a Londra che «da parte nostra siamo pronti, in determinate eque condizioni, a stringere la mano che essi mostrano di tenderci»•. Grandi fu abile: «inventò» per Chamberlain un messaggio del tutto immaginario di Mussolini, commentandoglielo ma naturalmente senza dargli niente, e lo «incoraggiò» ad inviare al Duce una lettera ricca di buone intenzioni: «(...) malgrado 1'amareua p(Ovocata dall'affare abissino - scdsse Chamberlain al "Caro Sig. Mussolini" - io credo che è possibile restaurare quei vecchi senti meni se possiamo solo spazzar via le incomprensioni ed i sospetti infondati che offuscano la nostra reciproca fiducia . lo perciò accolgo di tucto cuore il messaggio che mi avete inviato (!) e desidero assicurarvi che questo governo è mosso solo dai pitt amichevoli sentimenti verso l'Italia e sarà pronto in qualsiasi rnornen1.o ad aprire conversazioni con l'intento di chiarire l'intera situazione e di rimuovere tutte le cause di sospetto e incomprensione» 5•

1 R. DE FELICE. Mussolini il duce cit., II, p. 411, nota 162. ' OGFP, serie D, Ill, p. 327 e seg .. ' R. MOSCA, L 'Europa verso la catastrofe cit., I, p. 207. • R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., Il, p. 419. ' Ibidem, p. 426. La lettera fu spedita senza dame avviso al Foreign Office.


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Mussolini rispose con sincerità, dichiarandosi disponibile a conversazioni per l'esame «di quelle questioni che attendono di essere risolte ai fini di un ritorno all'auspicata intesa italo-britannica» 1 • A questo punto - inizio agosto 1937 tutto sembrava ben incamminato, quando l'impulsività di Mussolini e la superficialità di Ciano provocarono un vero e proprio ribaltamento della situazione. Il 3 agosto l'ambasciatore del governo di Burgos a Roma riferì a Ciano che da Salamanca gli era giunto un telegramma invocante l'aiuto della marina militare italiana per bloccare il segnalato da più fonti, prossimo arrivo di «possenti» ai uti sovietici a València, consistenti in ben 2.500 carri armati, 3.000 motomiu-agliatrici e 300 aerei. Sarebbe bastato il numero di carri, chiaramente esorbitante per far quanto meno dubitare dell'attendibilità dell'informazione (difatti lo stesso governo franchista ammetteva la possibilità di qualche esagerazione), tuttavia Mussolini, non si comprende perché, prese subito sul serio la notizia e, ricevuto il 5 agosto Nicolas Franco, fratello del Caudillo, con una lettera di quest'ultimo reiterante l'appello, decise di intervenire senz'alu-o. Respinta la richiesta di navi di superficie, ordinò senza nemmeno interpellare il capo di Stato Maggiore della marina, né men che meno il mar. Badoglio, un servizio di avvistamento dei piroscafi sovietici con sommergibili a Capo Matapan e con cacciatorpediniere fra Capo Bon e Capo Lilibeo per silurare le navi cariche di materiale bellico per la Spagna repubblicana. Sei sommergibili dovevano bloccare i porti di Barcellona, València e Cartagena 2 • TI 1O agosto si verificò il primo siluramento, cui seguirono altri attacchi dall'aria a navi neutrali. Come era da prevedere, l'uno e gli altri suscitarono un' ondata di proteste. Il 20 agosto Mussolini pronunciò un discorso a Palermo, per un verso conciliante nei confronti della Gran Bretagna, ma in sostanza chiaro nell'intenzione di appoggiare Franco sino alla vittoria: «( ... ) Oggi c'è di nuovo una schiarita con la Gran Bretagna all'orizzonte. Considerando le comunità delle frontiere coloniali, io penso che si può arrivare ad una conciliazione duratura e definitiva era la via e la vita. Così I' )calia è disposta a dare la sua collaborazione a tutti i problemi che investono la politica europea . (... ) non si arriva a Roma ignorando Berlino o contro Berlino, e non si arriva a Berlino igno· rando Roma o contro Roma. Tra i due regimi c'è una solidarietà in ano: voi mi intendete quando dico che c'è una solidarietà in alto. Sia detto nella maniera più categorica che noi non tollereremo nel Mediterraneo il bolscevismo o qualcosa di simile»' .

Il 4 settembre M ussolini, improvvisamente, ordinò all'amm. Cavagnari di sospendere fino a nuovo ordine gli attacchi dei sommergibili ed il blocco dei porti repubblicani: evidentemente la corda si era di nuovo tesa al limite di rottura. Il 5,

' lbide,n. ' ASMAE, Fondo Lance/lotti, b. 2. ' B . M USSOLINI, Opera Omnia cit., XXVII, p. 241 .


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA ClYILE DI SPAGNA (1936-1939)

infatti, i governi di Londra e di Parigi invitarono tutti gli Stati interessati ad una conferenza, da tenersi a Nyon, in Svizzera, sulla sicurezza nel Mediterraneo, cioè «contro la pirateria nel Mediterraneo». Di fronte alle violente accuse sovietiche, Mussolini rifiutò di partecipare e se ne pentì non appena si rese conto che i partecipanti (Gran Bretagna, Francia, Jugoslavia, Grecia, Romania, Bulgaria, Turchia, Unione Sovietica ed Egitto) con inattesa determinazione avevano raggiunto rapidamente l'intesa di affondare qualsiasi sommergibile che silurasse navi neutrali o che fosse individuato nei paraggi di una nave colpita. Dalle zone di pattugliamento era escluso, con intenzione, il Tirreno per lasciare la via aperta all'adesione del l'Italia. Questa offerta - che affidava il Mediterraneo al controllo delle sole navi francesi ed inglesi - non poteva essere accettata dall'Italia per ragioni di immagine; difatti il 14 settembre Ciano, senza avanzare 1ichiesta di partecipazione, comunicò che l' Italia non poteva consentire di limitare la propria azione al solo Tirreno e che essa pretendeva «condizioni di assoluta parità con qualunque altra Potenza in qualsiasi zona del Mediterraneo» 1• Parigi e Londra riconobbero la fondatezza della richiesta di parità e Ciano nel suo diario il 21 settembre scrisse: «È una bella vittoria. Da imputati siluratori a poliziotti mediterranei, con esclusione degli affondati russi>> 2 . Andò a finire che una nuova conferenza di tecnici navali italiani, francesi ed inglesi, indetta a Parigi il 27 settembre, elaborò una convenzione integrativa dell'accordo di Nyon, mettendo l'Italia sullo stesso piano del le altre Potenze. Tutto sommato, la soddisfazione di Ciano era alquanto discutibile, perché in definitiva il governo fascista aveva dovuto abbandonare i siluramenti in mare aperto chiesti da Franco. È vero, come nota Coverdale, che la decisione di sospendere l'attività sottomarina venne assunta prima ancora che Londra e Pa1igi facessero conoscere la loro determinazione a portare avanti la conferenza di Nyon con o senza la presenza italiana 3, ma è indubbio che le proteste si erano fatte preoccupanti e che proprio per questo non erano state accolte le insistenze di Nicolas Franco di proseguire il siluramento per l'intero mese di settembre, assicurandone i risultati decisivi•. Secondo De Felice le due settimane di Nyon furono tra le più nere del regime dai tempi della crisi Matteotti: i siluramenti di navi neutrali ed il gran rilievo conferito da Mussolini in persona alla partecipazione italiana alla vittoria di Santander avevano provocato l'insorgere dell'opinione pubblica, non soltanto di sinistra, contro l'Italia. Peggio ancora, la Gran Bretagna si era allineata alle posizioni della Francia e la Germania, nonostante la preannunciata prossima visita di Mussolini a Berlino, si mostrava molto cauta 5_

G. C!ANO, Diario cit., p. 33. 'R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., ll, p. 432. 'J. COVERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., pp. 290-291. ' G. ClANO, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano !980, p. 39. 5 R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., Il, p. 434. 1


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A Roma si presentò il grave interrogativo sulle reali intenzioni britanniche e il 18 settembre Ciano mandò a Grandi una lettera sul cui tono inquieto non sussistono dubbi: «(...) ciò che il Capo vuol conoscere da te è l'effettivo stato d'animo inglese, quanto c'è dietro le quinte da Nyon in poi. Come sono andate le cose, tu lo sai meglio di me. Allo stato degli ani da parte nostra non c'è nienre da fare. Aspettiamo( ... ). Se veramente esistesse una volontà d'intesa, la possibilità offerta dalla nostra ultima nota non si sarebbe lasciata cadere. In vece - giudicando da qui , raccogliendo alcune notizie e anche leggendo tra le righe di una stampa provocatrice e ricanaroria - l 'animo non sembra chiaro. Quello che conta è saperlo per tempo. Questo è quanto il Duce ti chiede (. ..)» '.

La Francia era scesa in campo con molta determinazione. Il ministro degli Esteri, Dclbos, il 17 settembre disse a Eden che l' impegno fascista in Spagna e la forte presenza italiana a Maiorca non potevano più essere tollerati. Quindi Francia e Gran Bretagna o procedevano insieme all 'occupazione di Minorca oppure dovevano avvertire senza mezzi termini Mussolini che, se avesse proseguito nel suo intervento, la frontiera dei Pirenei sarebbe stata riaperta ed il flusso degli aiuti al governo di València ricominciato. Eden frenò : scartata nettamente la prima ipotesi e mostratosi contrario alla riapertura della frontiera franco-spag no la, propose un energico passo a Roma 2 • Così il 2 ottobre l'incaricato d'affari di Francia, Bionde! 3, e l'ambasciatore britannico consegnarono a Ciano una nota comune con il formale invito a conversazioni per dare concretezza alla politica di non intervento. La nota esprimeva anche la possibilità che, ove definita la quesl.ione del ritiro dei volontari, si potesse riconoscere «sotto certe condizioni» lo status di belligerante a Franco'. Rimasto solo con Ciano, l' ambasciatore Drummond si dichiarò rammaricato per il nuovo peggioramento delle relazioni anglo-italiane, causato essenzialmente da due fatti: il telegramma di Mussolini a Franco dopo Santander esplicito nel citare la partecipazione delle truppe italiane e nel vantare l'ormai intima fraternità d 'armi, garanzia della vittoria finale destinata a liberare «la Spagna e il Mediterra neo da ogni minaccia alla nostra comune civiltà» ed il rifiuto del governo fascista di partecipare alla conferenza di Nyon 5•

'Ibidem, 43 5-436. ' Ibidem, p. 436-437. L' idea di minacciare la riapertura della frontiera dei Pirenei era stata di Churchill per forzare il consenso di Mussolini alla lotta contro la <<pirateria navale» nel Mediterraneo (W. Churchill a Eden in data 9.9. 1937, in W. CHURCHILL, la seconda guerra mondiale eit. , parte I , I, p. 275). ' Nell' ottobre 1936, q uando l'ambasciatore De Chambrun, al termine della carriera, lasciò Roma, la Francia non aveva provveduto alla sostituiionc per non dover accreditare il nuovo ambasciatore al «Re d ' ltalia e Imperatore d'Etiopia» . L'Italia allora aveva richiamato il proprio ambasciatore da Parigi. ' R. DE FELICE, M11ssoli11i il duce cit., Il, p. 437. ' R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe c it., I, p. 230-23 l .


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L'I NT ERVEN TO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936- 1939)

Il 6 ottobre Ciano annotò nel diario: «Non vi è dubbio che il problema spagnolo va verso la crisi internazionale: o la rottura o la chiarificazione» 1• Ed il giorno seguente consegnò la risposta alla nota anglo-francese . In breve, l'Italia riteneva che la questione dovesse essere affrontata solo in seno al Comitato di Londra, posto che anche altri paesi erano interessati, e che senza l'adesione dei due governi di Burgos e di València non sarebbe stata ragiunta una soluzione realistica. Inoltre rifiutava di aderire senza la partecipazione della Gennania 2 . C'è da domandarsi con quale animo Mussolini e Ciano continuassero a tirare la corda in presenza delle numerose preoccupazioni che la situazione spagnola - e non solo quella - giornalmente pone va sul tappeto. Prima fra tutte l'esplicita «intenzione» cli Franco cli non affrettare in alcun modo la fine della guerra (a Cantalupo aveva detto che poteva durare ancora due o tre anni!); poi il disagio dei comandanti italiani e tedeschi in Spagna a fronte cli una condotta della g uerra che non condividevano; e, ancora, le continue e sempre crescenti richieste di materiale bellico da parte di Franco, con l'aggravante delle difficoltà e dell'aleatorietà dei pagamenti corrispettivi (retaggio dei numerosi punti mal definiti netl'acordo segreto Ciano-Franco dell ' 11 agosto); quindi, le dimensioni della rivolta abissina nello Scioa e nel l'Amhara; il grave peso per l'economia dello Stato provocato dalla politica della messa in valore dell'Impero; e infine la situazione della bilancia commerciale e dei pagament.i definita «inquietante» dal sottosegretario per gli Scambi e Valute, Guarneri l . Che cosa avrebbero fatto, c 'è da chiedersi, qualora si fosse verificata la «rottura» ipotizzata dallo stesso Ciano nel suo diario? Con qualche turbamento, comunque, quest' ultimo telefonò a Grandi sollecitando la risposta alla lettera del 18 settembre. La lunga relazione dell'ambasciatore fu più che esauriente, ma niente affatto incoraggiante. Bastino alcuni passi: <<(...) Nella quesrione spagnola lo stato d'animo inglese è decisamente ostile ali' Italia(...). Nel 1935-36 Mussolini era applaudito o fischi aLO nei cinamatografi inglesi. Oggi l'appa1ire del Duce è salutato da 1111 silenzio freddo e ostile. Gli inglesi, nel popolo come nella classe di ri-

gente, considerano l' Italia ormai come il nemico potenziale numero uno. Tutto quello che era il peso ragguardevole di odio, di rancore e di timore nutrito fi no a qualche tempo fa dagli Inglesi verso la German ia nazista si è spostato sull 'Italia fascista(...). Nel momento in cui scrivo, I J ottobre, io ritengo di poter escludere che il GabinetLO inglese(... ) abbia l'intenzione di rare la guerra all'Italia. Ritengo di poter escludere che Chamberlain abbia la più lontana intenzione di farla (... ). Ritengo di poter escludere pari meni.i che l' Ammiragliato abbia la volontà o il piano, almeno in questo momento, di una gueua con l'Italia. Al contrario l' Ammiragliato continua oggi ad agire, come già nel 1935 e 1936, quale l'orza moderatrice del Foreign Office, intervenendo sempre perché il Foreign Office agisca a sua volta come moderatore a Parigi (...).

' G. CIANO, Diario cit., p. 44. 'R. DE FEUCÈ, Mussolini il duce cit., II, p. 437. ' F. GUJ\RNERt,

Bouaglie economicheji·a le due guerre cit., pp. 685 -689 e 752-761.


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Ma lgrado Lutto ciò, un avvenimento qualsiasi potrebbe runavia precipitare la situazione. I margini sono and ati restringe ndosi e le resistenze diminuendo; non vi sarebbe da stupirsi se uno st aio di tensione effenivamente acuta provocasse una accensione automatica. Verificandosi queste eventual ità è mia convinzione che l'Inghilterra si batterebbe fino in fondo. L'lnghilcerra è ancora ben lungi dall'essere preparata e armata quale essa si ripromette e come sarà, ma è certo che questi due anni di febbrile preparazione industriale, meccan ica e anche morale, hann o daco agli Ingles i una confidenza ed una fiducia in se stessi ( ..) c he essi certamente non avevano nell'agost.0 1935 ( ...)»' .

Ebbene, bisogna riconoscere che I ' appeasement rendeva poco. «La nota - scrisse Ciano ne l diario il l 4 ottobre - è stata accettata nei suoi concetti fondamentali da Londra e da Pari gi. Ne sono sorpreso. Dopo le minacce degli utlimi giorni, questa riti· n1ta franco-britannica induce a riflettere s ul declino di questi due popoli. Yenà un momento, o forse è già ve nuto, in cui wtto potremo osare e giocare la partita suprema ( ...)» ' .

Con un sospiro di sollievo il giorno dopo inviò a Grandi le istruzioni per Comitato di Londra: «Bisogna concedere qualcosa. Quindi segnare tre punti: il pronti a discutere il piano di evacuazione volontari; chiedere alle parti in conflitto le loro intenzioni in merito e se queste sono positive allora fissare un piano di evacuazione; contemporaneamente avere il riconoscimento della belligeranza». Poi parlò con Drummond in tono volutamente conciliante e si compiacque di vederlo «molto contento» 3, e fece diramare un comunicato dj precisazione sull ' entità delle truppe legionarie in Spagna: si aggirava sui 40 4 mila uomini e non sui 100 mila e più come sostenuto dalla stampa francese • Infine volle conoscere il pensiero di Franco sul ritiro dei volontari. Il Caudillo, interpellato il 17 ottobre dall'ambasciatore Viola e dal gen. Berti, si disse disposto ad accettare in linea di massima il principio, naturalmente paritetico con il governo di València, ma escludendo, per quanto lo riguardava, l'artiglieria del CTV, l'aviazione legionaia, la Legione Condor ed i Regulares marocchini.

* * * In Spagna l' attenzione militare si concentrava sulle Asturie. Mentre era ancora in pieno svilu ppo l'offensiva repubblicana in Aragona, Franco aveva ordinato al gen. Davi la di continuare la campagna nel nord per eliminare anche le forze asturiane. Il CTV era stato ritirato in 1i serva con il Comando a Vitoria, mentre il geo. Roatta, con la divisione Frecce ed il ragguppamento d'artiglieria, venne inviato

'R. DE F ELICE, Mussolini il duce cit., II, p. 438-44 1. 'G. CIANO, Diario ci t. , p. 45. -' Ibidem. " B. M USSOUNt,

Opera 0111.11ia cit., XXIX, p. 486.


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!) INTERVENTO NELLA GUERRA CIV ILE DI SPAGNA (1936-1939)

a Saragozza. Per giunta l'aviazione legionaria e quella tedesca si trovavano anch'esse impegnate in Aragona. Il IO settembre, dunque, Davila dette il via ali' offensiva con le sei brigate di Navarra e I'Vlll corpo d'esercito. Quest'ultimo, condotto dal gen. Aranda attaccò da sud in direzione di Oviedo, mentre il gen. Solchaga con i navarresi investiva le posizioni repubblicane da oriente, puntando su Gijon. La parte per 1'ambiente naturale montuoso, che ben si prestava alla difensiva; in parte per la tenacia della resistenza degli asturiani ed in parte per la nessuna voglia nazionalista di sacrificare uomini in azioni frontali difficili e sanguinose, le operazioni non potevano che procedere a rilento, del resto more solito. Così, soltanto il 15 ottobre le due masse di Aranda e di Solchaga riuscirono a congiungersi nella zona di Infiesto, una quarantina di chilometri ad oriente di Oviedo. L' 11 ottobre il gen. Berti, appena rientrato dall' Italia in qualità di comandante del CTV, fu messo al corrente della situazione militare dal col. Gelich. L'argomento di fondo si traduceva nel piano, ancora in elaborazione, per la grande offensiva nazionalista che si intendeva sfe1i-are in Aragona verso la fine del mese. Iniziarla ad operazioni in corso nelle Asturie risultava chiaramente impossibile. D'altro canto non era pensabile di dar battaglia in Aragona se non dopo aver concesso tre o quattro settimane di riposo alle truppe impegnate nelle Asturie, né cli attaccare dopo la fine di novembre, data l'incombenza della stagione invernale. Di conseguenza, occorreva esaminare la soluzione di sospendere i combattimenti nelle Asturie, isolare queste completamente e farle cadere per blocco. Il gen. Volkmann, subentrato a Sperrle nel comando della Legione Condor, propendeva per la risoluzione di forza della situazione asturiana, anche a costo di rimandare all'anno successivo la questione aragonese, e difatti fu proprio in quel periodo che dai tedeschi venne sperimentata la tattica del «bombardamento a tappeto» 1• Il General[simo, dopo qualche incertezza, finì per orientarsi alla prosecuzione della conquista delle Asturie, considerando i vantaggi politici, economici e finanziari che ne sarebbero risultati (compreso il pagamento delle forniture · belliche a Germania e Italia. Nel frattempo il CTV si era ordinato su nuove basi, conferendo alle tre divisioni - Littorio, Fiamme Nere e X.Xlii marzo - fisionomia binaria, ossia su due reggimenti di fanteria, un battaglione d'assalto ed un battaglione mitraglieri 2 • L'artiglieria rimaneva accentrata, sai vo decentramento di volta in volta in base ai compiti assegnati alle divisioni. Vista la situazione ancora incerta

1

ADOLF GALLAND, The First and the Last, London 1955, p. 30. ' Dal 15 settembre le denominazioni di gruppo di banderas e di banderas erano state sostituite rispettivameme da quelle in uso nell'esercito italiano: reggimento e battaglione.


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[POTESI DI OPERAZIONI DI UNITÀ DEL C.T.V. SUL FRONTE DELLE ASTURIE

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L'INTERVENTO NELLA GUERRA

CIVILE DI SPAGNA (1 936- 1939}

nelle Asturie, il 18 ottobre Berti propose a Franco l'intervento del CTV o di una sua aliquota'. Franco accolse volentieri l'offerta di una divisione rinforzata da reparti carri sti, dalle artiglierie di medio ca I ibro e del genio. Senonché il 20 ottobre il fronte asturiano crollò repentinamente ed il g iorno seguente i generali Aranda e Solchaga entravano a Gijon. fl richiamo ciel gen . Bastico - chiesto da Franco - non poteva non lasciare qualche traccia nel CTV, perciò da un lato Franco era cauto nell ' impiego del CTV e dall'altro Berti aveva voluto, con la sua offerta, facilitare i rapporti. Però le cose non erano cambiate di molto. l i rapido riepilogo che Berti fece a Ciano più o meno ripeteva quanto a suo tempo rilevato e lamentato da Bastico. Franco ed i suoi generali risentivano fortemente delle esigenze di ordine politico e contingente, con inevitabili riflessi nella condotta delle operazioni; l'organizzazione militare della Spagna nazionalista era assolutamente scadente: «Non si ha una visione lontana delle necessità del domani e quindi non si prevede, si vive alla giornata» ~. Insomma, guardando la situazione dal di fuori, anche se l'esercito di València soffriva in misura ben maggiore delie stesse carenze, forniture belliche a parte, le preoccupazioni che essa destava non si potevano sottovalutare. In parole povere, la previsione del ritiro dei volontari suscitava serie perplessità. Il 25 ottobre M ussolini rivolse direttamente a Berti alcune considerazioni assolutamente pertinenti: « IO Non si possono mandare uomini mentre si discute del rimpatrio di quelli che sono in Spagna; 2° Non potendo avere gli effetti vi richiesti bisogna concentrare tutte le forze in due di visioni; 3° È mia convinzione che non bisogna fare grande assegnamento su fanterie che sono in auesa del ri mpatrio; 4° Non escl udo a priori l'imp iego di ta li fanterie dopo una forte preparazione morale ed un solido inquadramento; ma come truppe di riserva il cui impiego deve po1tare ad una risoluzione: caso contrario si possono avere risultati negati vi; 0 :i Non vedo difficollà all'impiego normale delle artiglierie, del genio e dei ca1Ti armati del CTV. nella eventualità di una offensiva sul fronte centrale; 6° È urgente per Franco preparare truppe. quadri, aviazione poiché è da prevedersi che una volta iniziato rimpatrio dei vo lontari. tale rimpatrio malgrado ritardi provocati o inevitabili sarà ponato a termine»' .

* * * ' Ciano nel suo diario in data 19 ottobre scrive: «Franco ci chiede una divisione per liquidare il frome nord. È concessa» (Diario cit., p. 47), il che ha tratto in inganno De Felice (op. cit., p. 443) ed altri. In realtà. come at testa il col. Ge lich, si trattò di una offerta fatta dal gen. Berti e ri guardante truppe del CTV e non da richiedere dall ' Italia, 11:osa politicamente assurda in quel momen to e materialmente impossibile da esaudire in tempi ristretti. Difatti, in pari data Mussolini telegrafò a Berti: «Approvo invio divisione per liquidare un a buona volta fronte nord (. ..)» (A. Rov1GH1 e F. STEFANJ, La partecipazione iwlicma cit., Il. torno [, p. 57). ' Berti a Ciano in data 19.1 0 .1 937, ibidem, li, i.omo li, doc. 3. ' Mussolini a Beni in data 25. 10. 1937, ibidem, doc. 4.


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Il 4 novembre il Sottocomitato del non intervento concluse le sue riunioni con l'approvazione di un piano che subordinava la concessione dei diri tti di belligeranza al ritiro di una «percentuale sostanziale» di volontari. Nel frattempo però la Francia, impazientita, aveva riaperto la frontiera pirenaica: «Volontariamente e sistematicamente - ammise più tardi Blum - chiudendo gli occhi sul contrabbando di armi e anzi lo organizzammo» 1• li piano del Sottocomitato fu accettato in linea di principio sia dal governo di Burgos (20 novembre) sia da quello di València ( I O dicembre), ma per ragioni dive rse. Per Franco il ritiro cli 3 mila legionari sarebbe stato per l'appunto <<sostanziale» e poiché 3 mila erano già rientrati in Italia per motivi vari s i considerava già a posto. Azaria e Girai invece ritenevano che l'accettazione avrebbe automaticamente provocato la sospensione delle ostilità e poi la fine della guerra con una soluzione di compromesso. Negrfn e Prieto pensavano anch'essi alla sospensione, però intendevano approfittarne per riorganizzare l'esercito repubblicano 2 . Purtroppo non si trattava di un punto di arrivo: in realtà significava solamente la ripresa dei lavori del Sottocomitato. In parallelo stava verificandosi una più definita scelta di campo da parte di Mussolini. Nel precedente mese cli giugno, aveva espresso all'ambasciatore von Hassel la convizione che il futuro della politica mondiale potesse dipendere da un accordo fra Jtalia, Germania e Gran Bretagna, delineando, come osservato da Ennio Di Nolfo, «una nuova specie di Triplice Alleanza», con una precisa ripartizione di influenza egemonica: la Gran Bretagna, potenza imperìale di livello mondiale; la Germania, Grande Potenza centroeuropea con sguardi ad Oriente e ad occ idente; l'Italia, Grande Potenza mediterranea ma rispettando gl i interessi inglesi 3. A fine settembre Mussolini sì recò in Germania, per una visita che aveva lo scopo di coronare un'amicizia completa ed esclusiva - non un'alleanza - suggerita dalla solidarietà tra fascismo e nazionalsocialismo e garantita apertamente dalla parola dei capi dei due regimi. La visita indubbiamente abbagliò Mussolini. L'efficienza, intenzionalmente mostratagli, dell'apparato industriale e della macchina militare del Reich e l'inquadramento delle masse popolari lasciarono un'impronta duratura nella mente del Duce, del tutto privo di termini di confronto; tuttavia sotto il profilo diplomatico fu notata l'assenza di colloq ui politici. Quasi d'improvviso, il 6 novembre 1937, l'Italia aderì al Patto Antilwmintem. Era un primo passo, ma importante, per un legame con la Germania più stretto che non quello dell' amicizia. li Patto in questione, firmato il 25 novembre 1936 da Germania e Giappone, non aveva carattere di impegno politico. Difatti non

'Cfr. H. T HO:VJAS. Su!l'ia della guerra civile sp<1w10la cir., p. 526. ' Ibidem, p. 527. ·' E. D1 NOLFO, Le osciila;.ioni di Mussolini i.n «Nuova Antologia» , 1990, n. 2176, p. 178.


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era rivolto contro l'Unione Sovietica (almeno formalmente) bensì contro l'Internazionale comunista. Dopo il viaggio di Mussolini a Berlino, il governo tedesco propose a Roma di unirsi allo schieramento contro il bolscevismo. I colloqui dei primi di novembre 1937 a Roma tra il rappresentante tedesco von Ribbentrop, l'ambasciatore del Giappone, Hotta, e Ciano sotto lo sguardo di Mussolini condussero alla firma di un Patto Tripartito, con l'impegno verbale di una favorevole neutralità e di un' eventuale collaborazione in caso di difficoltà internazionali 1• Dopo la firma, Mussolini ebbe una lunga conversazione con Ribbentrop. In tale sede, fra l'altro, dichiarò che non aveva intenzione di mandare altro personale in Spagna, anche perché Franco non ne aveva bisogno, e che il CTV sarebbe stato presto impiegato in Aragona in una battaglia probabilmente decisiva. Dopo di che, pensava di ritirare tutta la fanteria, lasciando in Spagna l'artiglieria, i carristi e l'aviazione. Naturalmente, se gli avvenimenti lo avessero richiesto, non avrebbe esitato a far prutire nuove trnppe regolari. Intanto Franco aveva ricevuto dall'Italia sei sommergibili e quattro navi di superficie. Per quanto concerneva il futuro della Spagna nazionale, era evidente l'interesse italo-tedesco non solo che vincesse, ma che rimanesse legata a Roma ed a Berlino perché solo così si poteva contare sul pagamento delle forniture belliche: «Dobbiamo e vogliamo essere pagati !» disse Mussolini. E, sempre a proposito del futuro aspetto dell'area iberica, si spinse sino a dichiarare esplicitamente. «Sta di fatto che noi abbiamo costituito a Palma una base navale ed una base aerea: vi teniamo delle oavi in permanenza ed abbiamo tre campi di aviazione. Intendiamo restare in questa situazione il più a lungo possibile . Ad ogni modo bisogna che Franco si persuada che Ma.iorca deve rimanere, anche dopo una nostra eventuale evacuazione, una base italiana in caso di guerra con la Francia: intendiamo, cioè, tenervi pronte tutte le attrezzature per potere in poche ore fare entrare l'isola di Maiorca nel gioco effetlivo delle nostre basi nel Mediterraneo. Valendoci della base di Maiorca, di quella di Pantelleria e delle altre già esistenti ed agguerrite, non un solo negro potrà venire da)]' Africa in Fra ncia attraverso il Mediterraneo» ' .

Con l'occasione, delineò gli obiettivi da perseguire nei rapporti col Caudillo : subito dopo la vittoria (prevista imminente), occotTeva prendere contatto «per definire nettamente i suoi rapporti politici con noi. In primo luogo dovrà aderire al Patto anticomunista. In secondo luogo faremo un Patto a tre col quale Franco si ingaggerà ad annonizzare la politica spagnola con quella dell'Asse Roma-Berlino» 3 • Diciamolo pure, nulla assolutamente aveva capito del carattere di Franco! Al tem1ine del colloquio, Ribbentrop lasciò cadere, beninteso a titolo personale, un'osservazione circa la convenienza di risolvere in maniera definitiva

'R. MoscA, L'Europa verso la catastrofe cit. , I, pp. 232-238. La reticenza a vincoli politici venne da pane nipponica. ' Ibidem, pp. 241 -242. i Ibidem, p. 243.


LA PA RTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZION I

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<<un elemento ormai di secondaria importanza», cioè( ... ) l'Austria. Ovviamente soltanto per togliere di mezzo un motivo di speculazione da parte dei nemici della politica italo-tedesca. Mussolini fu possibilista, ma finì per osservare che il miglior metodo da seguire nella questione era quello di «lasciare agli eventi il loro naturale sviluppo>> 1• Due giorni più tardi l'ambasciatore sovietico comunicò a Ciano che il suo governo considerava l'adesione italiana al Patto tedesco-giapponese (non usò l'espressione Antikomintern) come contraria al Patto di amicizia, non aggressione e neutra] ità firmato nel 1933 tra Italia e Unione Sovietica, e che tale adesione costituiva un «gesto inamichevole» verso Mosca J_ Più ancora del l'immediato passo sovietico, che poteva reputarsi scontato, merita però rilievo la conferenza segretissima tenuta da Hitler alla Cancelleria il 5 novembre, il giorno precedente la firma del PattoAn.tikomintem. E rano stati convocati il ministro della Guerra e comandante in capo delle forze armate, maresciallo von Blomberg; i comandanti in capo dell'esercito, della marina e dell'aviazione, rispettivamente col. gen. von Fritsch, amm. Raeder e col. gen. Goering; il ministro degl i Esteri von Neurath e l'aiutante di campo di Hitler, col. Hossbach (che prese gli appunti della riunione). Premesso che ciò che stava per dire derivava da «meditata deliberazione e dall ' espe1ienza cl i quattro anni e mezzo di potere», Hitler mise in chiaro che «la politica estera tedesca doveva porsi come fine la difesa della comunità razziale e il suo potenziamento», perciò si trattava di un problema di spazio vitale ( Lebensraum). Quest' utimo doveva essere reperito «nelle iri1mediate vicinanze ciel Reich», ma due Stati «mossi dall'odio» ostacolavano la strada della Germania: la Gran Bretagna e la Francia. Ne conseguiva che il problema tedesco «poteva risolversi soltanto con la forza, malgrado i pericoli che ciò comportava». Rimaneva solo da definire il «dove>, ed il «quando». 11-«dove» era inequivocabile: l'Austria e la Cecoslovacchia. Per il «quando» esistevano tre ipotesi. Periodo 1943- 45: dopo tale periodo la situazione non poteva mutare che in peggio per la Germania, perciò occon-eva agire al più tardi entro quelle date. Le altre due ipotesi riguardavano la posizione della Francia: una sua cris i interna tanto violenta da renderle impossibi le scendere in campo contro il Reich, oppure un suo impegno bellico con un altro Stato (leggasi Itali a), sì da trovarsi nel l' impossibilità di poter «procedere» contro la Germania. In questo quad ro la parte dell'Italia era, agli occhi cli Hitler, segnata. Egli vedeva ,,avvicinarsi» una guerra fra Italia da un lato e Gran Bretagna e Francia dall 'alrro: per questo la sua po I itica era di lasciar proseguire la lotta in Spagna.

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//Jitfelll, [)[). 244-245.

' Jbide111 , p. 246.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Anzi ammise fra ncamente di essere «deciso ad avvantaggiarsene, in qualsiasi momento essa fosse scoppiata, anche se già nel I 938» ! Non che considerasse l'Italia I 'agneJlo da sacrìficare: era certo che avrebbe potuto tener testa a Francia e Inghilterra con l'aiuto tedesco in materie prime. In sostanza: «Se la Germania avesse approfittato di questa guerra per regolare i conti con la Cecoslovacchia e l'A ustri a. era da presumere che la Gran Bretagna. già in gueJTa con l' Italia, avrebbe deciso di non intervenire contro la Germania. A sua volta, senza l'aiuto inglese, non era da attendersi un 'azione militare francese contro la Germania. Il momento oppoJ1l1110 per un nostro anacco comro la Cecoslovacchia e l'Austria andava subordinato ali' andamento della guena anglo-frnnco-italiana (...). Una simile occasione favorevole (...) non si sarebbe ripresentata ( ... ). L'i nvasione della Cecoslovacch ia avrebbe dovuto essere effettuata f11/111ù1eame111e» '·

* * * Mussolini, lontaniss imo dall'immaginare il ruolo destinatogli eia Hitler nella visione strategica tedesca, sembrava procedere più per impulsi dettati dalle circostanze che per un disegno lineare. Seguiva le vicende spagnole fra alti e bassi di umore. E in Spagna, al CuarteL Genera[, s i accendevano vivacissime discussioni sulla clivisata offensiva in Aragona. Il gen. Volkmann, che nutriva scarsissima fiducia nella capa~ità spagnola di impostare e condurre una battaglia offensiva di massa, aveva suggerito al gen. Berti un'operazione basata sull'impiego di J2-14 divisioni in un settore piuttosto ristretto, divise in due corpi, l'uno col · gen. Davi la (ma con «consiglieri» tedeschi) e l'altro con Berti. Ma questi rispose di non poter impegnarsi stante l'incertezza sull'entità delle forze legionarie disponibili 2 . Berti era molto cauto e si preoccupava cli conservare, di fronte a Franco, la massima libertà d'impiego delle truppe italiane, tenendo conto dell'evolversi della politica estera nazionalista e delle incertezze chiaramente constatabili circa l' impostazione della battaglia da parte spagnola: «Il piano di guerra definitivo - scrisse a Pariani il I 6 novembre - è ancora di là da venire; le comunicazioni verbali che ho ricevuto direttamente da Franco e quelle dei suoi dipendenti sono poco precise e, ad ogni modo, ancor meno soddisfacenti». In effetti il Cuartel Generai era piuttosto indeciso. Da prima aveva pensato ad un ' offensiva a cavallo dell'Ebro, poi solo a nord del fiume, infine (15 novembre) di nuovo da ambo i lati dell'Ebro. Senonché a fine novembre Franco

L. SHlRER, Sroria del Terzo Reich, Einaudi, Torino 1968 pp. 334-337. ' li 3 novembre le di visioni Fiamme Nere e XXllf marzo erano state fuse in una sola divisione 'WiLLIAM

con ordinamento ternario.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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PROGETTO DI OFFENSIVA NAZIONALE SU MADRID

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L"lNTERVEN TO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- l 939)

rinunciò bruscamente all'offensiva in Aragona a favore di una nuova manovra su Guaclalajara, con maggiori forze rispetto al tentativo ciel marzo precedente e con un unico sforzo massiccio eia nordest a sud di Madrid, rinunciando all'azione contemporanea dal bassa Jarama. Il piano prevedeva l' impiego di tre corpi agli ordini ciel gen. Saliquet, comandante dell ' esercito del Centro. Il gen. Berti col CTY, rinforzaco da una d ivisione spagnola, doveva puntare su Guadalajara, nel settore compreso fra il rio Henàres ed il rio Tajuna; sulla destra il gen. Yaglie con il corpo del Marocco aveva Alcalél de Henàres quale obiettivo; sulla sinistra il gen.Yarela con il corpo di Castiglia doveva agire fra il Tajuna ed il Tago. Il coordi namento fra i tre corpi suscitò altre d iscussio ni ed almeno tre varianti al piano. Alla fi ne venne risolto stabilendo tempi cli precedenza ne ll ' ini zio dell'offensiva dei corpi laterali e, soprattutto, con l'invio dei generali Frusci e Roatta, come ufficiali di collegamento del CTV rispettivamente presso i Comandi dei generali Yarela e Yaglie. I preparativi furono dunque avviati ed i trasporti delle truppe, per ferrovia e per via ordinaria, eseguiti fra il 6 ed il 14 dicembre. Berti pensava che il I 8 potesse essere la data giusta per l' inizio dell'operazione, ma l' ammassamento del le munizio ni dei corpi spagnoli si trovava ancora troppo indietro rispetto al programma. sicché, intuita o non la manovra nazionalista, il Comando repubblicano il 15 attaccò il saliente di Teruel precedendo l'offensiva su Madrid con una «uscita in tempo». A quanto pare, l'obiettivo si lim itava all'occupazione delle miniere di ferro di Ojos Negros 1, tuttavia l'attacco provocò uno scombussolamento nel Cuartel Generai, colto nettamente di sorpresa, tanto più che in meno di quara ntott' ore Teruel risultò circondata. Non soltanto la perdita della città sarebbe stato uno smacco sens ibile per i nazionalisti, ma si affacciò subito il timore che intendimento dei rossi fosse cl i proseguire verso nord. Franco allora, visto che la preparazione per Madrid si trovava ancora lungi dal completamento, decise di riprendere Teruel e ordinò lo spostamento in quel settore delle riserve disponibili sul fronte di SigUenza. Berti concesse i due raggruppamenti di artiglieria cli medio e piccolo calibro ed un 'aliquota di quello contraereo, agli ordini del gen. Manca, e il 19 dicembre chiese a Roma l'autorizzazione di presentarsi a riferire di persona. Partì il 24. La valutazione degli eventi che il 27 espose a Ciano colpì il ministro: «Mi ha fatto - annorò nel diario - un resoconto non molto ch iaro sulla situazione, dal quale emerge però una cosa: che ha frcua di liquidare il Corpo Truppe Voloncaric. Lascio le altre ragioni, ma mi fermo su una cenamentc impressionante: non possiamo arrischiare i l prestigio dell'Italia su venti ba11 agli oni di fan teria( ...),, ' .

' A.

Rov1GH J e

F.

STEFANl.

La parlecipazione i((l/iana cic., 11, tomo Il, doc. 14, Relazione

(_ìelich ci t .. p. 80.

' G. C JA1'0, Diario cit., p. 74.


LA PARTEC IPAZION E ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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OFFENSIVA REPUBBLICANA NEL SETTORE DITERUEL (DICEMBRE 1937)

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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

Ciano rimase perplesso, ma incline a rimanere in Spagna, e concluse che «ogni decisione presenta dati sfavorevoli. Quest'affare di Spagna è lungo egravoso»'. Il giorno seguente tornò a scrivere sul diario: «Ho riflettuto a lungo sul colloquio di ieri con Berti. Ho l'impressione che l'uomo sia sfasato. Non crede nell'impresa spagnola e la mancanza di fede è il primo elemento dell'insuccesso. Ho parlato con Pariani, che condivide questo mio punto di vista. An,che lui pensa che oggi non possiamo ri.tirarci. Crede conveniente cambiare Berti con Frusci(...)» ' .

Mussolini ricevette Ciano con Berti e Pariani nei giorni 28 e 29 dicembre. Le sue decisioni furono categoriche: il CTV doveva rimanere in Spagna sino alla vittoria ed essere impiegato in azioni risolutive e non di usura; occorreva accelerare la fine della guerra, cosa possibile soltanto per azione militare; era necessario pervenire al comando unico ispano-italo-tedesco per le battaglie di massa ' . Naturalmente si riservò di scrivere a Franco «per fargli capire che il tempo, per noi, è un fattore di prima importanza e che non possiamo continuare a restar presi in una guerra che si trascina all'infinito. Bisogna far presto e concludere: conclusione militare, senza fare troppo affidamento sul collasso interno della Spagna rossa». Le riflessioni di Ciano, che considerava la questione spagnola di propria pertinenza, si estesero ad un altro punto: «Dopo l'ordine del Duce, ho convocato Berti a Pal. Chigi e in presenza di Pariani gli ho posto la questione netta: se la sente di comandare il CTV e di condurlo al combattimento? Dopo molte chiacchcrc ha concluso per il sì. Però dopo ha chiesto di vedermi di nuovo e ha detto che tra 15 giorni manderà un rapporto in base al quale decideremo. È un uomo senza fede: per parte mia credo che convenga cambiarlo»'.

II diario di Ciano è profondamente significativo della psicologia dell'uomo. Il 30 dicembre 1jcevette il conte Behlen, gia ministro degli Esteri ungherese, che g li pose qualche domanda sul vero stato dei rapporti fra Italia e Gran Bretagna. «Gli ho risposto - annotò Ciano - con fredda calma delle nostre intenzioni: pace, se possibile; guerra, se necessario» S. Ogni commento è superfluo. Le direttive cli Mussolini dovevano essere portate a conoscenza di Franco e il 3 gennaio l'ambasciatore Viola assolse l'incarico lasciando cortesemente impassibile il Caudìllo. Ma nel frattempo, e precisamente il 29 dicembre, il gen. Davila aveva iniziato la controffensiva per liberare Teruel, con i corpi d'esercito del gen. Varela e del gen. Aranda.

' Ibidem. ' Ibidem, pp. 74-75. ' Relazione Gelich cit. , p. 8 1. 'G. CIANO, Diario.cii.. pp. 74-75. ' Ibidem, p. 76.


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A prescindere dalle tremende condizioni ambientali - termometro sceso sino a 20° sotto zero, campagne e strade sotto una spessa coltre di neve, nubi plumbee - l'operazione risentì immediatamente di alcune gravissime carenze: nella direzione della battaglia da parte di Davila; nella cooperazione fra Varela e Aranda per attriti e gelosie; nell'organizzazione complessiva della massa spagnola. li gen. Manca c.on l'artiglieria del CTV, schierata in posizione centrale e molto avanzata, per più giorni dovette letteralmente sopportare il maggior peso della lotta, agendo anche d'iniziativa 1• Tuttavia, per quanto il fuoco dell 'artig lieria e gli interventi dell' aviazione legionaria avessero provocato vistosi sbandamenti nelle fi le repubblicane, i progressi nazionalisti furono lenti e la ripresa dell'avversario rapida. li 31 dicembre l'avanzata vittoriosa del corpo Varela si arrestò al la periferia di Teruel. Quando riprese venne bloccata dal nemico 2. Il 7 gennaio la guarnigione nazionalista di Teruel si arrese. Quel giorno si riunirono a Burgos gli ambasciatori e i due capi militari italiani e tedeschi . L'esame delle circostanze non fu molto consolante. Secondo la sintesi fatta dal col. Gelich, tutti si erano convinti che il Generalfsimo si attendesse la vittoria dallo sgretolamento interno dei rossi più che da una vittoria militare; dell'impossibilità di imporre a Franco un piano italo-tedesco perché egli era troppo condizionato eia motivi di politica interna ed anche perché non era obbedito dai suoi generali; dell'incapacità dei Comandi spagnoli di organizzare e condurre grosse operazioni, come dimostrato dai progetti per l'Aragona e per Guadalajara. Dunque si trattava di studiare la possibilità di insediare elementi italiani e tedeschi nei Comandi nazionali e di aumentare le forze dei due contingenti in Spagna ,_ L~11 gennaio 1938 una seconda riunione a Burgos si concluse con la stesura di un memorandum da presentare ai rispettivi governi, con il quale si poneva in evidenza la necessità di un incremento delle forze italiane e tedesche per ottenere una soluzione rapida della guerra. A Berlino gli affari di Spagna erano seguili con un certo distacco per i noti motivi. Il comando unificato però non era visto di buon occhio, anche per evitare che su tale organismo venissero a ricadere responsabilità proprie degli spagnoli. A Roma Mussol ini mordeva il freno. Non soltanto cresceva la sua impazienza per un andamento delle operazioni che andava per le lunghe senza lasciar intravvedere da parte di Franco una volontà ed una capacità di risolvere

' L' a1iiglieria legionaria rimase in linea solo fino al 20 gennaio, ma il suo 1110!0 fu di p1imissimo piano, tanto da meritare ripetuti compiacimen ti dai general i Davila, Aranda e Varela. 'E. F.-'\LDELLA. Vemi rn.esi di guerra in Spaina cit., pp. 471 - 475. ' Naturalmente i primi telegrammi di Beni furono in sintonia con gli eventi di Teruel. Commenco di Ciano: ,,Be1ti con i suoi primi telegrammi smoria gli entusiasmi per la vittoria [data per cc,ore dal Cuurtel Generai] di Temei e prevede ancora una fone capacità di resistenza in loco dei rossi. Cile sia iettatore?» (Diario cit., in data 2 gennaio. p. 82).


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939}

QUADRO DI BATTAGLIA DEL CTV

alla data del 1° gennaio 1938 Comandante: gen. M. Berti Vicecomandante: gen. L. Frusci Capo di Stato Maggiore: col. G. Gambara Capo delegazione presso il C.G.: col. F. Gelich 1 Divisione volontari Littorio: gen. A. Bergonzoli 2 Divisione volontari Fiamme Nere-XXIII marzo: gen. E. Francisci Divisione mista Frecce: gen. M. Roatta 3 Raggruppamento carristi: col. V. Ba.bini Raggruppamento artiglieria: gen. E. Manca di Mores Reparti del genio: col. R. Lastrucci Intendenza CTV: gen. C. Fava.grossa Aviazione legionaria: gen. M. Bernasconi

1

La Delegazione italiana presso il Cuartel General venne soppressa il 20 febbraio ed il col. Gel ich rientrò in Italia. Le due divisioni volontari aevano ordinamento ternario: tre reggimenti di fanteria ed uno di artiglieria .

.1

La divisione Frecce era su due brigate di fanteria. di due reggimenti ognuna, ed un raggruppamento di artiglieria.


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la lotta, ma altresì per la inattività delle fanterie italiane (da cinque mesi!) e per il «silenzio» sulla partecipazione delle artiglierie e dell'aviazione italiane. I frequenti rapporti di Berti 1 , come già quelli di Bastico, non facevano che accrescere la sua impazienza. li 14 gennaio Ciano, sensibile agli umori del Duce, annotava: «La situazione attuale è, a mio avviso, insostenibile. .Bisogna decidere: o dare la spallata che faccia precipitare la situazione o sganciarci abilmente, contenti di aver potuto incidere sulle nostre bandiere le vittorie di Malaga e di Santander» 2 • E Il 24 gennaio, «sempre meno contento>, degli sviluppi delle operazioni in Spagna, ove la controffensiva su Teruel era stata rimandata, prospettò a Mussolini la necessità cli un colloquio con il Caudillo: «Potremmo questa era l'idea - farlo venire a Cagliari con una nave e recarci noi, Mussolini ed io, ad incontrarlo» 3 • Ma veramente riteneva possibile che Franco, capo dello Stato spagnolo, si sarebbe recato a Cagliari ad audiendum verbum? Il 2 febbraio Mussolini ricevette il gen. Berti, venuto appositamente a Roma, l'esposizione di quest'ultimo, per dirla con Ciano, non fu molto brillante: «li Berti, che manca di sintesi ed ha sempre un'aria lugubre, non ha detto niente di nuovo. Jn un mare di parole ha annegato quei pochi concetti che tutti sanno a memoria circa i difetti degli spagnoli come combattenti conclusivi» 4 • Mussolini gli affidò una lettera da consegnare a Franco. Una lettera che costituiva insieme una requisitoria ed un ultimatum: «( ...) Gli ultimi avvenimenti della guerra sono stati un'ingrata sorpresa per gli amici della Spagna nazionale. Caduto il fronte delle Asturie, noi abbiamo aneso giorno per giorno, la grande offensi va su l fronte centrale, fronte cisoluti vo ai fini della vittoria. Questa offensiva, rinviata di settimana in settimana, di giorno in giorno, è stata - alla fine - preceduta dall'offensiva dei rossi su Ternel. ll successo dei rossi. dal punto di vista tatlico, può considerarsi mediocre; ma da un punto di vista strategico, essi hanno pienamente raggiunto lo scopo, che era quello di sventare la nostra offensiva( ...). I cas i sono i seguenti. Voi non potete contare sullo sfacelo rosso nelle retrovie. Non è accaduto nel maggio quando comunisti e socialisti si batterono nelle vie di Barcellona, non può accadere oggi che la vittoria di Teruel li ha galvanizzati. Lo sfacelo rosso, il sorgere della quinta colonna sarà determinato da una vostra vittoria, non prima. Se Voi non volete rendere cronica la guem1 - con gli enormi pericoli anche di caraltere interno che ciò significa - è necessa1io preparare una battaglia di masse che porti alla disuuzione del! 'apparato nemico. Una volta decisa non ci devono essere più rinvii deleteri. E una volta iniziata deve essere spinta sino in fondo. Se questo è il vostro piano chiedetemi quello che posso fare per Voi. Se questo non è il vostro piano e attendete da altri fanori la decisione, è chiaro che la permanenza dei Legionari italiani ad un e-erto punto dovrà terminare perché non avrebbe più scopo. Attendo una vostra risposta ( ...)» '.

' Si ignora su quali basi H. Thomas possa asserire che «Da vario tempo Berci e altri comandanti italiani nascondevano al loro governo ciò che stava realmente accadendo in Spagna» (Storia della guerra civile spaino/a cit., p. 533). ' G. CIANO, Diario cit., p. 88. ' Jpidem, p. 89. • Ibidem, p. 92. ' A. Rov1c1-11 e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., Il, tomo ll, doc. 9.


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L' INTERV ENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936- 1939)

In quei giorni Mussolini, forse entusiasmato per il nuovo «passo di parata>) con il quale la Milizia era sfilata davanti a lui il 1° febbraio; forse autosuggestionato dal proprio discorso, fatto «militarescamente» come annotò Ciano, in quel la circostanza, volgeva nella mente strane idee che si ripercuotevano in Ciano. Il 3 febbraio l'incaricato d'affari a Berlino, Magistrati, riferì un discorso di Goering, secondo il quale la Germania - intenzionata a potenziarsi ali ' estremo - per alcuni anni avrebbe evitato di lasciarsi trascinare in un conflitto. Mussolini ne prese atto e commentò che, considerando l' ineluttabilità di una guerra fra Italia e Gran Bretagna, si sarebbe accontentato di un.a Germania benevolmente neutrale 1• Il 6 febbraio Ciano gli rappresentò che Guarneri, il sottosegretario per gli Scambi e Valute, aveva eletto testualmente, al termine della seduta della Commissione di Difesa: «Siamo al fal limento». Ma, Mussolini «non condivide affatto queste paure esagerate. La situazione è in realtà molto buona»! 2 • Il J4 febbraio il diario di Ciano riporta un colloquio con il gen. Pariani: «Premetto che Pariani è convinto dell' inevitabilità del conflitto con le Potenze occidentali. Considera l'epoca più favorevole a noi la primavera del 1939 (!). Avremo ultimata la preparazione delle scorte di munii.ioni, oggi scarse per i piccoli cal ibri, mentre Francia e lnghilte1Ta traversaranno il periodo più acuto di crisi. Pariani crede al successo di una guerra fulminea e di sorpresa. Attacco all 'Egitto, anacco alle floue, invasione della Francia. La guerra si vincerà a Suez ed a Parigi(... ). Ho suggerito di studiare il piano di invasione della Svizzera per attaccare la Francia. È d'accor· do, c crede l' idea buona. Gl i ho anche suggerito di far sbarcare truppe italiane, sempre al momento della sorpresa, a Porto Said e a Suez(...). Approva e pa~serà i miei suggerimenti allo studio tecnico(...)» ' .

Il gen. Pariani ricoprì le cariche di sottosegretario di Stato per la Guerra e

cli capo di Stato Maggiore cieli' esercito sino al 31 ottobre 1939. Come tale ebbe la responsabi lità delta preparazione e della pianificazione operativa dell'esercito sino alla vigilia dell'entrata in guerra dell ' Italia.

* *

*

Franco non era rimasto con le mani in mano. Venuta meno la necessità di una pronta riconquista cli Teruel, decise di far riprendere dal geo. Davila la controffensiva, ma a maggior respiro. La data d'inizio, dapprima stabilita per il 25 gennaio, fu spostata prudenzialmente nella previsione di un nuovo sforzo repubblicano, che difatti si accese sull' Alfambra proprio il mattino del 25 ma si spense il 30 gennaio lasciando una situazione immutata. La controffensiva nazionalista partì il 5 febbraio e questa volta era stata ottimamente impostata. A nord, in due giorni il corpo ciel Marocco del gen . YagUe sfondò le linee nemiche, poi con ampio avvolgimento scese su Perales dove fu raggiunto dalla

' G. CIANO, Diario cit., p. 93. ' Ibidem, p. 95. In compenso, il 9 marzo, nel corso di un colloquio con Grandi e Ciano, Mussolini dichiarò necessari 5 anni «per rifarci le ossa economicamente» (ibidem, p. 11 O). ' Ibidem, p. 98.


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CONTROFFENSIVA NAZIONALE NEL SETTORE DI TERUEL E NELL' ALFAMBRA


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936- 1939)

divisione di cavalleria del gen. Monasterio, che superò brillantemente la Sierra Palomara; nel contempo il corpo di Galizia del gen. Aranda raggiungeva il rio Alfambra e con una sua aliquota risaliva verso nord per congiungersi con i marocchini; a sud il corpo di Castiglia del gen. Varela circondava Terue! e superava il rio Turfa. In tre giorni la battaglia dell' Alfambra, una vera battaglia manovrata e d 'annientamento, era tem1inata. «La rotta dei rossi - ricordò il col. Faldella - fu impressionante: interi battaglioni accerchiati si arresero in massa, altri che vollero resistere furono distrutti». Le perdite repubblicane furono di circa 8 mila fra morti e feriti e 12 mila prigionieri; quelle nazionali minime 1. Restava Teruel. 1 combattimenti durarono sino al 21 febbraio, quando i nazionalisti tornarono nella città in rovina. Per i repubblicani si trattò di una sconfitta pesantissima perché l'usura delle truppe non poteva più essere compensata. Non soltanto si era ristabilita la situazione anteriore al 15 dicembre, ma il saliente nazionalista, adesso molto più vasto, era ormai sicuro. Le perdite complessive ne.i due mesi di battaglia ascesero a 15 mila morti e l 8 mila prigionieri, 80 cannoni, 60 carri e 114 aerei perduti per i repubblicani; a 1.500 morti e 16 mila feriti per i nazionali. Franco - che il 31 gennaio aveva costituito il primo governo civile della Spagna nazionale, in sostituzione della }unta anministrativa insediata a Burgos il 2 ottobre l 936 - poteva a buon motivo essere soddisfatto del suo esercito. Tutto sommato non meraviglia che il tono usato da Mussolini nella sua lettera del 2 febbraio abbia urtato la suscettibilità ciel Generalfsimo, al punto da indurlo a lasciar passare un po' di tempo prima di rispondere. E quando Mussolini, il 23 febbraio, tornò alla carica formulando i rallegramenti per la vittoria, ma ponendo nuovamente il dilemma impiego o ritiro del CTV, Franco poté sventolare il pieno successo di Teruel. La lunga sua replica reca la data ciel 16 febbraio, ma con ogni evidenza fu scritta dopo il 23 2 • Egli si soffermò sulla paziente spiegazione dei motivi di certe lentezze e di certe prudenze, nonché sui risultati acquisiti con tale linea di condotta. Fece il punto della situazione ciel momento: da parte nazionale un miglioramento continuo in ogni settore, un rifiorire industriale spiccato, un morale in continuo aumento; da parte rossa un dilagare dell'anarchia a seguito delle continue disfatte e delle perdite, l'indisponibilità della maggioranza delle miniere e delle industrie della Spagna, una situazione finanziaria disperata, l'esauriment.o psicologico degli internazionali. Per quanto concerneva il CTV, ne esaltò i due valori, quello dell'effettivo peso militare e quello morale della solidarietà

' E. FALDEL LA, Venti mesi di guerra in Spagna cit., p. 480- 481 . ' 11 26 febbraio Ciano telegrafò a Berci di informare il Generalisimo che «a Roma fa pessima impressione il fauo che egli non abbia ancora risposco alla leuera di cui Ella fu latore. Non si lascia una lettera del DUCE, e quale lettera, per alcune settimane senza risposta» (ASMAE, Fondo Spagna, b. 516).


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fascista alla nuova Spagna, dichiarandoli insostituibili . Aggiunse il riconoscimento del prezioso ruolo cieli' aviazione legionaria, «nerbo della nostra caccia e parte importante della totale potenza aerea». Infine assicurò l'assoluta intenzione d i dare battaglia ai fin i risolutivi, compatibilmente con le difficoltà causate dalle pessi me condizioni climatiche. Poi concluse. Non chiese né la permanenza del CTV, né il suo potenziamento. Né, ringrazièi ( ... ) per l'aiuto offerto: «Sono mollo grato del Vostro desiderio di aiutarci e la migliore man iera di farlo penso che sia quella di aumentare il numero di antita nks, di mitragliatrici e di fucili-mitragliatori, così come l'aiti glieri a ( ...); il che permetterà di aumentare la poteni.a di fuoco delle nostre unitìt, che oggi è il cinq uanta per cenco del normale, e aumentare pure il numero delle nostre divisioni di manovra con altri due corpi d'esercito riducendo gli effettivi sui fronci fissi( ...)»'.

Mussolin i gradì la lettera «per il contenuto e per la forma» 2 e il 5 marzo rispose manifestandosi lieto di constatare l'identità di vedute e tranquillizzando il «Caro Generalissimo» sulle truppe legionarie: «Si può sempre attraverso le procedure cli Londra ritardarne il rimpatrio aut iniziarlo in misura modesta, ma poiché questa eventualità del rimpatrio esiste, io sono sicuro che accoglierete a l momento opportuno il desiderio dei legionari che è quello cli combattere una buona decisiva battaglia» . E terminò promettendo di dare alla causa nazionale «sino in fondo il mio aiuto, rammaricandomi che le condizioni economiche dell' Italia e i pericoli della situazione europea non mi consentano cli fare di più» 3 • Dopo la battaglia di Teruel, Franco si trovò a scegliere fra la ripresa della lotta nel settore di Madrid oppure il dare corso ali' o ffensiva in Aragona, già studiata in precedenza. A quell'epoca egli disponeva di 10 corpi d'esercito, di cui 5, per complessive 24 divisioni, sul le fronti di Aragona (gen. Moscard6 ltuarte), del Centro (gen. Saliquet) e del Sud (gen. Queipo de Llano). 15 corpi di manovra, ciascuno su tre divisioni, erano quelli cli Galizia, di Navarra, d'Aragona, di Castiglia e del Marocco. La scelta operativa del Cuartel General cadde sull'Aragona per allontanare la minaccia incombente su Saragozza e per isolare la Catalogna. L'offensiva, affidata all'esercito del Nord (gen. Davila), venne suddivisa in due fas i. La prima si proponeva di battere le forze avversarie a sud dell'Ebro, raggiungendo l' allineamento Caspe-Alcafiiz-Alcorisa; la seconda, il fissaggio del nemico a nord dell'E bro e la prosecuzione dello sforzo sino al mare a sud del fi ume.

A. ROVIGHI e F. STEFANI, Lo partecipazione italiana cit., Il, tomo TI, doc. 10. ' G. CIANO, Diario cit., p. 107. ' A. Rov1CH 1e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., li. tomo Il, doc. l I.

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BATTI'AGLIA Dl ARAGONA - LA PRIMA FASE


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In campo repubblicano la situazione si era fatta oltremodo difficile. Prieto aveva perduto molto del suo prestigio ed i comunisti ne approfittarono per chiederne la sostituzione al ministero della Difesa, accusandolo perfino di essere un «nemico del popolo», ma Negrfn riuscì, sia pure a stento, a calmare le acque. Tn realtà la disorganizzazione nelle fil e repubblicane era innegabile, le truppe avevano mostrato scarsa tenuta, l'indisciplina era fronteggiata con misure draconiane sino alla pena di morte, la diffusa demoralizzazione produceva effetti disastrosi. Insomma i I confronto con i nazionalisti era in passivo. L'esercito del Nord si schierò con i corpi di Navarra e di Aragona a nord dell 'Ebro e con i corpi del Marocco, della Galizia ed il CTV a sud. ln particolare, nella prima fase il corpo del Marocco (gen. Yagtie), a sinistra, doveva raggiungere Belchite con l'appoggio della Legione Condor e poi portarsi a nord dell'Ebro. Da esso a Belchite si staccava la colonna del gen. Garcfa Valifio ( 1• divisione di Navarra e divisione di cavalleria) per procedere su Hijer e Caspe, tenendo il collegamento tattico fra il corpo del Marocco ed il CTV. Questo, al centro, appoggiato dal l'aviazione legionaria, aveva Alcafiiz come obiettivo. Sulla destra il corpo d i Galizia (gen. Aranda), con l'aviazione spagnola, doveva puntare su Alcorisa. Le forze re pubblicane a sud dell'Ebro comprendevano inizialmente l'eserci to dell 'Est (col. Pozas Perea) e quello di manovra (col. Menéndez Lopez), entrambi in corso di riordino, con un livello medio dei battaglioni sui 500 uomini ed un accentuato stato di disordine. L' offensiva comi nciò il 9 marzo. li 14 il CTV occupò Alcafiiz, il l 7 il corpo del Marocco raggiunse Caspe, il 18 quello di Galizia si attestava ad Alcorisa. La prima fase era così terminata. Giova, dire che la spinta propulsiva fu data essenzialmente dal CTV che, superando 80 chilometri in linea d'aria, alla velocità operati va media di 15 chilometri al giorno, aveva accelerato i tempi oltre ogni ottimistica previsione, tanto da ricevere ripetuti s inceri apprezzamenti da parte s pag nola. I motivi dell'ottimo comportamento erano diversi: lo stato di efficienza raggiu nto dal CIV, la cui fanteria, riposata e ben addestrata, si era accesa alla prospettiva di tornare finalmente in azione; la lunga ed accurata preparazione sotto il profilo tattico come sotto quello logistico; l'eccellente impiego dell' artiglieria; l' assoluta superiorità del fuoco dell'aviazione e dell'artiglieria; la rapida disintegrazione della resistenza repubblicana grazie al costante ricorso alla manovra in campo tattico. Senza nemmeno, attendere la conclusione vittoriosa della prima fase, il 15 marzo il Generalf.simo diramò gli ordini per la seconda, ampliando il respiro della manovra strategica. Adesso, mentre con la «manovra A» volle sfruttare il successo ottenuto a sud dell'Ebro raggiungendo il mare; a nord, con la «manovra B», mirò a battere e distruggere il nemico ad occidente del fiume Cinca e possibilmente occupare Lérida, sul Segre. Fermo restando l' apprezzamento per il disegno, validissimo sul piano strategico, è stato giustamente posto in risalto come,


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ai fini di una adeguata esecuzione, difettassero alcuni presupposti. Mancava la mobilità operativa delle unità, nei Comandi non era ancora acquisita la mentalità ciel non concedere tregua al nemico superato o battuto, l'adeguamento dei dispositivi risentiva dell'abitudine inveterata di allungare anziché cercare cli abbreviare i tempi'. Naturalmente la «manovra A» rivestiva valore primario, considerando le ripercussioni strategiche e politiche derivanti dal raggiungimento della costa. Per tale operazione Davila fissò tre direttrici: la Caspe-Gandesa-Mora de Ebro per I a colonna Garcfa Valiil.o sulla sinistra; la Alcafiiz-Gandesa-Tortosa per il CIV rinforzato dalla 15 divisione e della I" brigata di cavalleria nazionali, al centro; la Alcorisa-Morella-Vi naroz per il corpo di Galizia, a destra. A queste forze si opponeva l'esercito d i manovra repubblicano su tre corpi. Gli apprestamenti difensivi risultavano di modesta consistenza e, in genere, tendevano a sbarrare le vie di comunicazione. Mentre Franco impartiva le direttive per la seconda fase, a Roma, di colpo, si era passar.i all'entusiasmo e Mussolini prese un'improvvisa decisione, ovviamente errata. Nel pomeriggio dell ' l J marzo il cancelliere austriaco Schuschnigg annunciò per radio le sue dimissioni sotto la pressione tedesca e dopo il consiglio di Chamberlain di rinunciare alla resistenza. Subito il cancelliere designato, SeyssInquart, prima ancora di assumere il potere, in qualità di ministro dell'Interno chiese l' intervento della Germania per il mantenimento dell'ordine pubblico in Austria. Ali' alba del 12 i primi reparti tedeschi superarono il confine «in visita d'amicizia». Il 13 marzo due leggi, una austriaca ed una tedesca, sanzionarono l'unione fra i due paesi\ Mussolini - informato da Hitler solo la sera dell ' 11 marzo de lla decisione «imposta dalle circostanze ed ormai immutabile», ma solennemente rassicurato della netta frontiera al Brennero fra Italia e Germania ' - conimentò con Ciano che «si è tolto un equivoco dalla carta europea. Ed ha

' A. Rov1GHJ e F. STEFANI, La partecipazione iraliana cit., Il, tomo I, p. 104. ' L'unica reazione delle Grandi Potenze fu la protesta francese del!' 11 marzo: «Il governo francese eleva la più energica protesta contro le coerc izioni, appoggiata dalla forza, di cui è stato vittima uno Stato ind ipe ndente, per creare una s ituai,ione incompatibile con la sua indipendenza nazionale» (J. B. DGROSELLE, Sroria diplonuuica cit., p. 195). ~ R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., II p. 471 . Che Mussolini fidasse molto su questa assicurazione è dubbio. Il 21 aprile, appena un mese più tardi, davanti a manifestazioni irredentistiche alto-atesine, disse a Ciano che intendeva «rendere ermetiche le frontiere con la Germania e semiermeriche quelle verso la Jugoslavia, perché crede possibile un 'alleanza slavo-tedesca sulla base dei due i1Tedentismi». Ed il 24 sbottò, sempre con Ciano: «Se i tedeschi ( ... ) pensassero di spostare di un solo metro il palo di frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la pit1 dura guerra, nella quale coa lizzerò contro .il germanes irno tutto il mondo. E metteremo a terra la German ia per almeno due secoli » (G. CIANO, Diario cit., pp. 129-1 30).


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elencato i tre che ancora esistono e che, a suo avviso, dovranno, in quest'ordine, seguire la stessa sorte: Cecoslovacchia, Svizzera e Belgio» ! 1• Ed ecco che il I 6 marzo, pochi minuti prima di pronunciare alla Camera un discorso per spiegare «l'aneljto profondo del popolo austriaco per l'Anschluss» , ordinò al gen. Valle di far bombardare Barcellona dagli aerei di base a Maiorca per accelerare il crollo morale dei repubblicani 2• Forse voleva dare la sua impronta alla disfatta dei rossi e mostrarsi <<deciso agli occhi di un Hitler tanto risoluto. Non era la prima volta che Barcellona veniva bombardata: il 31 dicembre 1937 proprio Valle era stato addi1ittura protagonista di un'incursione, suscitando l'invidia d i Ciano, che si fece promettere cli essere chiamato a partecipare «la prossima volta» 3• Però i bombardamenti dal 16 al 18 marzo furono apertamente terroristici, con il risultato di suscitare sdegno e riprovazione generali. Franco, cui il delegato apostolico aveva recato l' invito del Papa ad ordinare la fine di tali bombardamenti, a detta dell'ambasciatore tedesco von Stohrer apparve furibondo e chiese immediatamente a Mussolini la sospensione delle incursioni indiscriminate 4 TI 20 marzo i rappresentanti della Francia e della Gran Bretagna consegnarono a Ciano una nota di protesta e Ciano replicò che l'iniziativa delle operazioni riguardava Franco e che «avremmo quindi potuto usare influenza moderatrice ma non assumere impegni» 5 • Senza entrare in una disamina della seconda fase della battaglia, piuttosto complessa, ci limiteremo a dire che il CTV aprì l'offensiva il I 9 marzo. Questa volta la resistenza incontrata, favorita anche dal terreno, fu assai più tenace che non nella precedente fase e la progressione divenne presto lenta e faticosa, con talune pause dovu te a contrattacchi locali. Il 2 aprile Gandesa fu occupata ed il gruppo Valifio si trasferì a sud per raggiungere il corpo cli Galizia. Dal 9 al 14 aprile si impose una sosta, soprattutto per portare avanti le artiglierie, messe in

'G. CIAKO, Diario cit., p. 112. I propositi tedeschi furono comunicati a Mussolini dal prin cipe d' Assia. inviato speciale del Piihrer. Quando. dopo il colloquio a palazzo Venezia il principe ri ferì per telefono che Mussolini aveva assicurato che «I' A ust1ia era per lui una questione risolta», Hitle r proruppe: «La prego di dire a Mussolini che non lo dimenticherò mai, mai !». E il 13 marzo, da L inz telegrafo: «Duce non lo dimenticherò mai, Adolf Hitler». Conosciuto questo telegramma, per Roma circolò subito una 'battuta' : Mussolini avrebbe replicato: «Neanch'io!». ' Ibidem, p. 11 5. ; Ibidem. p. 8 I. Definire fuori dell ' ordinario la partecipazione di un ministro degli Esteri e di un capo di Stato Maggiore ad un' incursione aerea è sicuramente poco. ' Il Comando Aviazione delle Baleari aveva espressamente ordinato di colpire «il centro demografico della città», cosa che però non venne eseguita alla lettera dall'aviazione legionaria (F. PEDRIALJ, Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 355). Per evitare il ripetersi di episodi del genere, il 28 marzo il gen. Kindelan , capo dell 'aviazione nazionalista, diramò l'ordine di di vieto dei bombardamenti aerei dei centri abitati, senza la preventiva autoriz.za,.ione dell' Estado Mayor del Aire. 'G. CIANO, Diario cit.. p. 115.


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difficoltà dalla limitatissima rete stradale. Il 15, mentre il corpo di Galizia arrivava alla costa a Vinaroz, il CTV iniziò la battaglia per Tortosa L'obiettivo venne occupato nel pomeriggio del 18 dalla colonna celere Francisci, che in dodici ore di autotrasporto notturno operò un avvolgimento cleJla città da s ud-ovest. La battaglia d'Aragona era tem1inata e la riva destra dell'Ebro interamente in mano nazionalista. Il CTV, dal 9 marzo al 18 aprile riportò, fra italiani e spagnoli, 843 caduti cli cui 84 ufficiali, 4 .164 feriti di cui 315 ufficiali, 43 dispersi. Nello stesso periodo catturò 1O mila prigionieri ed ingente materiale bellico 1• Franco non indirizzò al Comando del CTV alcuna parola di elogio, a differenza di guanto fatto d opo la conquista di Alcaniz e del comunicato del Cuartel Generai dopo l' occupazione di Gandesa. È probabile che la freddezza sia stata determinata dalle discussioni di carattere operativo verificatesi nel corso della parte finale dell'offensiva. I primi di maggio, comunque, il GeneraUsìmo dichiarò al corrispondente de «La Stampa»: «Dite pure in Italia la mia ammirazione per il valore veramente romano dei vostri legionari che si battono a fianco dei nostri. La Spagna è fraternamente grata all'Italia del prezioso concorso arrecatole dai vostri splendidi combattenti ( ...)» 2 • Il 20 aprile il gen. Berti ricevette la promozione a generale di corpo d'armata per merito di guerra.

* * * Per quanto non ri solutiva, l'offensiva in Aragona mise il governo di València in una posizione estremamente critica. In primo luogo la divisione del suo territorio in due parti nettamente separate l'una dall'altra rese difficilissimo l'esercizio ciel potere centrale; in secondo luogo le forze militari si trovarono divise in due aliquote, ciascuna obbligata a contare solo su se stessa. Infine, se la riapertura della frontiera francese, permessa dal nuovo governo Blum il 17 marzo su disperata invocazione d i Negrfn, volato a Parigi d ' urgenza, rese possibile l' afflusso nei due mesi seguenti di 300 aerei sovietici e di ben 25 mila tonnellate cli materiale bellico forni to dall'Unione Sovietica, dal Komintem e dalla stessa Francia 3, la Spagna repubblicana ebbe modo di constatare il proprio pressoché totale isolamento s ul piano internazionale: ormai le Grandi Potenze anelavano convincendosi che la vittoria di Franco era unicamente affare di tempo e inoltre, soprattutto dopo l'Anchluss, cominciavano a polarizzare l'attenzione su nuovo pericolo, assai più grave per la pace europea, in quel momento affiorante nel cuore del vecch.io continente: il problema cecoslovacco.

' A. RovJGHI e F. STEFANl , La partecipazione italiana cit., Il, tomo I , p. 151 . 'F. BELFORTE, La guerra civile in Spagna cit.. I V, p. 43. ·' Il go verno Blum cadde il mese seguente, ma il suo ·successore, Daladier, lasciò ancora per un ceno tempo aperta la frontiera.


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Ad ogni modo, in questi frangent.i, Negrfn che il 5 aprile, dopo la caduta di Lérida, aveva dato il via ad un rimpasto governativo liquidando Prieto ed avocando a sé il ministero della Difesa, non si perse d'animo. Facendo leva, infatti, sulla mole torrenziale di aiuti provenienti dalla Francia, si dedicò anima e corpo ad una impresa veramente degna cli ammirazione: la riorganizzazione ab imis dell' intero esercito repubblicano. Uno specifico progetto, l'Orden Generai reservado del IO aprile, riguardò l'assetto organico di sei eserciti: del Centro, dell'Esrremadura, dell'Andalusia, del Levante, dell'Est, di manovra, ciascuno su 2-4 corpi costituiti da tre divisioni su almeno tre brigate ciascuna 1 • Il difetto di fondo di tale programma era l'obiettiva mancanza di realismo: il compimento era previsto nel termine di quindici giorni, già insufficienti in condizioni normali, ma certamente troppo pochi considerando il fatto che diserzioni, assenze arbitrarie e renitenze erano all'ordine del giorno nell'esercito popolare. Bisogna comunque riconoscere che, se non nelle due settimane preventivate, dopo appena due mesi, a metà giugno, Negrin poteva considerare i propri sforzi coronati dal successo, anche se nel frattempo, con la conquista di Viiiaroz da parte della 4" divisione di Navarra e col tagl io in due del territorio della Spagna repubblicana, le sorti del conflitto apparvero volgere al peggio. Dal canto suo Franco dovette definire il passo successivo. Le possibili strade eia percorrere erano due: la prosecuzione dell' offensiva oltre l'Ebro per la conquista della Catalogna, oppure l'occupazione di València. La prima ipotesi operati va conduceva ali' annienamento di una grossa frazione dell'esercito popolare, all' intenuzione di ogni aiuto dall'estero per l'avversario ed all'acquisizione di un territorio di grosso valore sotto l' aspetto industriale: in altri termini, all' eliminazione del principale centro politico e militare della Spagna repubblicana. L'alternativa di València, per quanto più ardua da seguire a causa del terreno favorevole alla difesa, avrebbe - a giudizio cli Franco - più o meno automaticamente comportato il crollo dell'intero fronte centro-meridionale. D'altronde il ruolino di marcia del Generalisimo prevedeva in s uccessione Yalència, Madrid e Barcellona. Poiché egli era convinto che la prima non avrebbe opposto una grande resistenza e che, non appena caduta, avrebbe provocato la resa della capitale, decise cli puntare su València 2 .

' La ri valicà e gl i aspri disaccordi esistenti fra anarchici e comunisti erano resi ancor più acrimoniosi dalla eccessiva compiacenza di Negrfn nei confonti dei comunisti. Significativo era infatti il rapporto degli incarichi militari concessi. Nelle sei armate repubblicane i comunisti avevano 163 comandanti di brigata contro 33 anarchici, 6 1 comandanti di divisione contro 9 anarchici, 15 comandanti di corpo d'armata contro 2 anarchici e 6 filoanarchici , 5 comandanti di annata comunisti o filocomunisti contro 1 indipendente (cit. in H. THOM/\S, Storia della guerra civile stagnola cit., pp. 576-577 in nota). 'Servicio Historico Militar, lvfonografìas de la guerra de Espaffa, mdn. 12, Lii operaci6n sobre Vale11cia, Ed. San Martin, Madrid 1977, pp. 13-24.


LA P,ARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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L'offensiva del Levante, come venne chiamata, fu condotta ancora dal gen. Davila con il corpo di Galizia da nord-est, quello di Castiglia da nord-ovest ed il distaccamento Garcfa Valifio per il collegamento tattico fra i due. Al CTV fu chiesto il raggruppamento artiglieria di piccolo calibro e la brigata mista Frecce Nere nonché, come sempre, l'aviazione legionaria. La prima fase ebbe inizio il 23 aprile e si protrasse sin quasi alla fine di giugno. È chiaro che il suo lento sviluppo consentì all'avversario di imprimere maggior nerbo alla resistenza. Nel frattempo il CTV si raccolse nella zona cli Alcafiiz-Saragozza-Tudela con il Comando a Logrofio per riordinarsi. Mussol ini aveva da poco concluso con la Gran Bretagna il cosiddetto Accordo di Pasqua. I primi passi in proposito risalivano al novembre 1937. Le dimissioni di Eden, in vivace disaccordo con Chamberlain, e la sua sostituzione con lord Halifax. (21 febbraio 1938) facilitarono lo svolgimento dei negoziati fra Ciano e Drummoncl, ora lord.Perth. L' Anschluss naturalmente impresse alla vicenda un ulteriore impulso. A dispetto delle assicurazioni cli Hitler, il 3 aprile il gen. Pariani comunicò al gen. Sodclu, sottocapo di Stato Maggiore dell'esercito, che «l'orientamento politico riporta il problema bellico contingente dal Mediterraneo alla Valle Padana» 1• Perciò la situazione consigliava di fortificare il confine con la Germania e costituire ad oriente del Mincio ed a nord del Po un' armata di pronto impiego su sette divisioni. Le direttive per lo studio da parte dell'ufficio Operazioni 1 furono date il 18 aprile: «Menere in lavorazione il P.R. 16 - Nemico Nord - neutralità Est ed Ovest - sorveglianza S[vizzera] (...). Il P. R. 16 servirà di base per due studi complementari e cioè nostra alleanza con F[rancia], nostra alleanza con J[ugoslavia] - ma questi li faremo dopo» '.

La concezione operativa prevedeva la difensiva nello scacchiere alto-atesino e l'offensiva in quello carinziano. Una prima messa a punto dei termini del problema strategico fo pronta il 25 aprile e solo allora (26 aprile) Mussolini parlò con Badoglio delle «precauzioni molto serie alla frontiera nord» imposte dalle Circostanze. Al che, Badoglio chiese ragguagli a Pariani 3• Come ovvio, queste preoccupazioni di natura militare per la frontiera austriaca, o meglio tedesca, portarono finalmente alla conclusione (16 ~prile) dell' Accordo di Pasqua. «Comincia un'epoca nuova - annotò Ciano nel diario - nei nostri rapporti con la Gran Bretagna. Amicizia su un piede cli parita: la sola amicizia che noi possiamo accettare» " . 'AUSSME, rep. H 6, Fondo Piani operarivi, race. 12. ' Ibidem, racc. 13. ., Ibidem. rep. L I, Fondo Caneggio Ujjìcio Operazo11i S.M.R.E. , (sistemai.ioni difensive), racc. 100 bis. Sulla questione cfr. F. M INNITI, Fino alla guerra cii., pp. 162- 165. •1 G. CIANO, Diario cit .. p. 124. Secondo Churchill «il Patto italiano costituisce un assoluto trionfo per Mussolini che ha ottenuto la nostra cordiale acquiescenza alla conquista dell'Abissinia, alle fortificazioni erenc in Mediterraneo contro di noi, alla violenza in Spagna», pur riconoscendo che tutto sommato incoraggiava Mussolini «a combattere l'invadenza della Ge1mania nel bacino danubiano» (W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cit., I. pp. 314-3 15, lettem a Eden in data 18 giugno 1938).


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LA PRIMA FASE DELLA BATTAGLIA DEL LEVANTE (28 APRIL E - 28 GIUGNO 1938)


LA PARTJ::CJPAZlONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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Tra i vari punti stabiliti nel protocollo, l'Italia accettava una soluzione di compromesso sulla questione dei volontari es' impegnava a non ricercare in Spagna alcun vantaggio, né politico né militare, e comunque a ritirare tutte le sue truppe al termine della g uerra. La Gran Bretagna, dal canto suo, si impegnava a premere sul Consiglio della Società delle Nazioni per far riconoscere l'impero italiano d 'Etiopia dai diversi paesi 1• L'entrata in vigore del Patto era peraltro soggetta a due condizioni preliminari, e cioè il chiarimento della situazione spagnola ed il riconoscimento dell'impero 2. Anche la Francia sembrava interessata a ristabilire buone relazioni, ma le difficoltà si concentrarono su due argomenti: la questione spagnola, che Mussolini no n intendeva inserire in un accordo, e la situazione del Mar Rosso, che Mussolini considerava «condominio italo-britannico» 3 • Su queste premesse M ussolini impartì il 30 aprile a Berti una direttiva pressoché s ibil I ina: «Il CTV rimane in Spagna per dare prova della solidarietà italiana, ma non verrà più impiegato in azioni di massa. Solo in casi eccezionali si potrà concedere l'impiego di qualche reparto. I volontari lasceranno la Spagna a guerra finita, oppure se e quando il 'non intervento' avrà preso qualche decisione» 4. A prescindere dalla scarsa chiarezza del pensiero di Mussolini , il livello di forza dei reparti - considerando le perdite, il blocco dell' invio dei complementi ed i rimpatri dovuti a vari motivi - non poteva essere sottovalutato. Perciò Berti ·si orientò a sopprimere i vicecomandi, a sciogliere il Comando della divisione Frecce e restituire autonomia alle due brigate miste conferendo loro caranere esclusivamente spagnolo. Tutto il personale italiano recuperato sarebbe stato reimpiegato nelle due divisioni legionarie Littorio e Fiamme Nere-XXIII marzo, prevedendo addirittura di sciogliere una delle due in caso di insufficiente disponibilità di uomini $. La lettera di Berti, portata di persona a Roma, con richiesta di un <<Cenno di benestare», trovò un Mussolini in condizioni di spirito particolari. Aveva appena ricevuto la visita di Hitler 6 e un nuovo capriccio occupava la sua mente. Stava orientandosi verso una «soluzione integrale» della questione albanese, per la quale si diceva «pronto a fare

' L'lralia era uscita dal la Lega I' 11 dicembre 1937. Il 12 maggio 1938, su pressione briiannica, il Consiglio del la Società delle nazioni deliberò di consentire ai membri della Lega libe11à cli componamento circa il riconoscimento della sovranità italiana sull'Abissinia. 'A. RovtGHI e F. STl:l'ANI. La partecipm;ione italiana cit., II tomo Il doc. 37. ' G. CIA>IO, Diario cit., p. 130. ' Ibidem. p. 13 I. 'A. R ov1GHI e F. STEFANI, la pal'/ecipazione italiana ciL, II tomo II doc. 39. • «Alla stazione - annoiò Ciano - l'addio tra Hitler e Mussolini è stato molto caloroso. I due uomini erano commossi. Il Duce ha detto: 'Onnai nessuna forza potrà più separarci '. Gli occhi del FUhrer si sono riempiti di lacrime» (Diario cit., p. 134).


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una guerra» '. E, mentre da un lato faceva avvertire Ribbentrop, subentrato a von Neurath quale ministro degli Esteri del Reich, che il governo italiano considerava tale problema come «ques tione di famiglia», secondo la formu la usata dai tedeschi per l'Austria ed i Sudeti \ dall'altro ora intendeva che «il CTV prendesse parte ad una nuova offensiva» . Per rimettere in sesto le unità legionarie era disposto a mandare un rinforzo di ufficiali in sostituzione di quelli più stanchi. Beninteso, a meno che il Comitato di Londra non giungesse ad una decisione circa l'evacuazione dei volontari, nel qual caso era pronto ad attenersi a quanto stabi lito 3. Viste le proposte di Berti riguardo il CTV, confermò l'invio di ufficiali, vietò lo scioglimento di una delle due divisioni italiane e volle che nelle due brigate miste Frecce rimanesse il maggior numero possibile di elementi italiani•. Resosi poi conto che la battaglia del Levante procedeva in modo tutt'altro che confortante, il 9 giugno Mussolini decise di riprendere l'invio di complementi: duemila in giugno ed altrettanti in luglio. E per giunta «aumentabili» all'occorrenza 5. Berti allora propose a Franco di far entrare in linea il CTV, ma il Gen.eralisimo, sia ritenendo sufficienti le 14 divisioni già impegnate, sia per orgoglio, declinò l'offerta con riserva di utilizzare il corpo italiano per la conquista di Madrid, che prevedibilmente avrebbe seguito a breve distanza di tempo la caduta di València 6 • A fi ne giugno, dopo un paio di mesi di combattimenti, l'offensiva nazionalista si arenò davanti alla posizione Rubielos-Villareal, bene organizzata dal gen. Miaja. La prosecuzione dello sforzo, delineata dalla lnstrucci6n. Generai n. 4 del 27 giugno, previde allora l'inserimento del CTV, rinforzato dalla 12" divisione spagnola, fra il corpo di Castiglia (gen. Varela) ed il nuovo corpo del Turfa (gen. Solchaga). Il disegno di manovra di Franco si riprometteva l'attacco su València da nord con il corpo di Galizia (gen. Aranda) e l'avvolgimento da sud con il CTV ed il Destacamento de Enlace del gen . Garcfa Valiii.o, e con il corpo del Turfa a protezione del fianco esposto. La forza complessiva anmontava a 19 divisioni e 2 brigate di cavalleria. Di fronte stava il nuovo esercito del Levante, con sei corpi d'esercito, risultante dal la fusione del precedente con quello di riserva. Buona la potenzialità difensiva delle due posizioni difensive: la linea di Teruel e, di seguito, la linea del Levante e, più arretrata, la linea XYZ. Il rapporto di forze era pressoché pari in

' Ibidem. p. 131. 'Ibidem , p. 138. ' Ibidem. p. 136.

' Mussolini a Berci i n data 18.5. 1938, in A. Rovrmu e F. STEFAN!, la parrecipa:z,ione iraliana cit., Il tomo Il doc. 40. 5 G CIANO, Diario cit., p. 147. In realtà in giugno panirono 3.000 uomini ed in luglio 2.500. • Berti a Esteri in data 13.6.1938, ibidem, p. 148.


LA Pt\RTEC IPAZJONE ITALTANA ALLE OPERAZIO NI

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DISEGNO DI MANOVRA PER L'OFFENSIVA SU VALENCIA


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uomini; nettamente a favore del gen. Davila per l'artiglieria (500 bocche da fuoco contro 200) e per l'aviazione (400 aerei contro meno di 200), ma questo vantaggio era assai ridotto dalle caratteristiche dell'ambiente naturale montuoso. L'azione cominciò il 13 luglio con l'avanzata del CTV. Il 25 luglio una dura battaglia di rottura aveva consentito di superare la prima posizione repubblicana ed di intaccare la seconda. A questo punto fu giocoforza arrestarsi. La notte sul 25 luglio, difatti, all'improvviso l' esercito repubblicano dell'Ebro, al comando ciel col. Juan Modesto, aveva forzato il fiume con intenti cli vasta portata. La mossa era stata studiata e preparata eia tempo, proprio come replica all' offensiva nazionalista su València, e contemplava due sforzi principali, l'uno ciel settore centrale in direzione di Saragozza, l' altro nel settore di Ganclesa sviluppandosi poi in profondità verso sud per cogliere a.Ile spalle le truppe nazionaliste dirette su València. Complessivamente l'esercito dell'Ebro contava 8 divisioni con una forza media di I0-11 mila uomini ciascuna; quindi con le unità non indi visionate arrivava a circa 100 mila uomini. Per la verità il gen. Yague, che fronteggiava i settori minacciati, aveva segnalato sintomi di attacco imminente, sia pur con qualche incertezza sui tratti prevedibilmente investiti, senza peraltro suscitare allarme in Franco e nemmeno in Davi la. E rmambi, non trascuravano l'eventualità di un'azione avversaria dalla Catalogna, però stimavano sufficienti le forze di Yague per contenerla e, comunque, non si aspettavano una reazione a così breve scadenza e di tale violenza. In dieci giorn i i repubblicani riuscivano a creare due teste.di ponte sull'Ebro, ma Gandesa rimase nelle mani di Yague. Le contromisure d i Franco furono immediate. Dispose subito la sospensione delle operazioni contro València, dirottò prontamente l'aviazione italiana, quella tedesca ed anche quella nazionale sul fronte dell'Ebro ed inviò a nord prima tre divisioni e l' artiglieria del CTV, poi altre quattro divisioni. Il 2 agosto il fronte dell'Ebro si stabilizzò ed i repubblicani dovettero rassegnarsi a passare alla difensiva. La nuova situazione impose una scelta ad entramb i i contendenti e la scelta fu forzata. I repu bblicani, non sentendosi in grado di riprendere la battaglia con speranze di successo, decisero di irrigidirsi nella resistenza ad oltranza delle teste cli ponte, cosa reputata possibile grazie al dominio tattico delle posizioni tenute, per tirare in lungo la guena e fidare negli avvenimenti internazionali 1• Franco, non sentendosi in grado di sfondare sull'Ebro e proseguire in Catalogna, si rassegnò a <<sgretolare)) lentamente le difese nemiche affidandosi al fuoco dell'artiglieria e dell'aviazione. Questa situazione di stallo strategico durò dal 3 agosto al 29 ottobre.

* * * ' Anzi Negrfn, che vedeva in una guerra europea l'uhirna sua speranza di salvezza, aveva deciso che allo scoppio delle oscilità avrebbe dichiarato guerra a Gerrnania e Italia, per costringere Francia e Gran Bretagna ad accettare l'alleanza della Spagna repubbl icana (J. CovERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 338).


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Si poneva in termini sempre più imperiosi una decisione sulla sorte del CTY. li gen. Berti era sempre più insoddisfatto della condotta della guerra da parte ciel Cuartel Generai e ciel Comando dell'esercito del Nord; del nessun conto in cui essi mostravano di tenere le proposte operative del Comando CTV, salvo a farle proprie in ritardo; dell'intenzionale scarso rilievo conferito al contributo del CTV. Convocato a Roma i primi di agosto, Berti ebbe modo di illustrare nei particolari la situazione a Mussolini ed a Ciano. Il CTV si trovava in sofferenza organica perché fino allora aveva fruito del semplice ripianamento delle perdite, e neanche del tutto, e numerosi erano i legionari da oltre un anno in Spagna ininte1TOttamente ' . Né conveniva che il CTV venisse impiegato con un rinforzo di divisioni spagnole. Occorreva quindi scegliere fra un sostanziale potenziamento ciel corpo oppure, in alternativa, il ritiro di tutta la fanteria. Il 12 agosto, in un ultimo colloquio, Mussolini incaricò Berti di chiedere il parere di Franco su tre possibili ordini di provvedimenti per il CTV: invio dall'Italia di altre tre o più divisioni per incrementarne la potenza operativa; rimanere con le attuali due divisioni, ma ripianare le perdite ed operare le sostituzioni necessarie mediante l'invio di 10 mila complementi; ritiro parziale o integrale del corpo. li pensiero di Fran-co venne così sintetizzato da Berti: «Assol uta contrarietà invio G.U. organiche per ragioni indole internazionale (suo capo di S.M. ha lasciato anche comprendere che a queste si aggiungono ragioni di politica interna). Favore vole al compleLamcnto del CTV se motivi di politica internazionale non impediscono invio dei 10.000 complementi. In tulli i casi, contrario ritiro aviazione, artiglieria e quadri. Concorda convenienza valorizl.are opera CTV pur non essendosi troppo sbilanciato(...)» 1.

In realtà il .Caudillo vedeva con riluttanza il ritiro del CTV, anche se limitato alle sole fanterie. Non soltanto non credeva alla possibilità pratica di porre in esecuzione il piano di non intervento, ma desiderava che esso si palesasse inattuabile o che comunque l'attuazione ne fosse il più possibile ritardata. Avrebbe visto dunque volentieri la soluzione intermedia dell'arrivo di 10 mila complementi. Qualora invece fosse stato deciso il ritiro di LO mila legionari, i rimanenti avrebbero potuto partecipare alla costituzione di divisioni miste italo-spagnole

1 Merita assoluto risalto un rimarco faLto da Bet1i in merito alla politica del personale seguìta dal ministero della Guerra. Per la formazione della nuova 'divisione d'assalto' non era il caso scrisse - di chiedere volontari: «Si andrebbe incontro all'eventualità di non avere il personale neppure per 7 battaglioni». E questo era dovuto al fatto che, per la fanteria, la percentuale di coloro che contavano oltre venti mes i di permanenza in Spagna si aggirava sul 60%1 Questo quando l'aviazione cambiava il personale ogni sei mesi e la Legione Condor anche più frequentemente. (Berti a Esteri in data I3.9. J 938, in A. RovrGHI e F. STEFAN!, La partecipazione italiana cit., Il torno Il, doc. 56, p. 273). ' Beni a Esteri in data 20.8.1938, ibidem, doc. 60.


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con inquadramento italiano dal rango di comandante di battaglione in su. Quanto ai rifornimenti per le truppe spagnole, egli desiderava artiglierie per coprire il divario esistente fra i consumi e la produzione nazionalista, nonché carri armati d i maggior tonnellaggio ed in maggior numero per poterli contrapporre con vantaggio a quelli sovietici. Ma chiese anche all'ambasciatore Viola di incontrarsi il giorno successivo al colloquio con Be1ti con Jordana, suo ministro degli Este1i. Per bocca di questi espresse le sue preoccupazioni circa le ripercussioni psicologiche e politiche che il ri tiro dei l O mila volontari avrebbe potuto avere sulla situazione del governo nazionalista sia all'interno sia all'estero. Inoltre des iderava che venisse prospettata a Mussolini la convenienza che il governo nazionale fosse tenuto al corrente dei negoziati relativi al ritiro del personale in questione per la parte che lo concerneva, e più precisamente dei benefici che il governo fascista intendeva ricavarne anche a profitto della causa nazionalista. In particolare, avrebbe gradito il riconoscimento della belligeranza con pienezza d i diritti ed un più favorevole atteggiamento britannico sul contrabbando marittimo sotto bandiera inglese a favore del governo di València. E occo1Teva che il governo nazionale conoscesse tempestivamente il momento in cui sarebbe stato reso pubblico il ritiro del contingente legionario, in modo eia poter partecipare alla scelta di tale momento. Infine era opportuno venisse concertata una fo rma che permettesse di presentare il ritiro come non estraneo alla volontà cli Franco; questo anche per motivi cli principio, in relazione alla nota dipendenza formale dei volontari dal Comando nazionale. In sostanza, bisognava evitare commenti e speculazioni circa un eventuale preteso affievolamento della solidarietà italo-spagnola, così come circa una diminuita fiducia del governo fascista nella causa nazionale 1• Mussolini non attese neanche una parola dal suo ambasciatore. Non appena i:icevuto il messaggio del gen. Berti rispose immediatamente: «Delle tre eventualità che vi avevo incaricato di prospettare a Franco, egli ha nettamente scartato la pri ma, cioè l'invio di grandi unità italiane (. ..). Egli ha accettato e pare in via condizionale la seconda eventualità, cioè l'invio di complementi per riportare al normale gli effettivi delle due divisioni Liflorio e XXIII marzo. Tali complementi raggiungerebbero il totale di I0.000 unità( ...). Alla cadenza massima di 500 unjtà settimanal i, invio di 10.000 complementi. che non potrebbe passare inosservato, 1ichiede venti settimane, cioè cinque mesi (...). Il che significa, tenuto conto anche del necessa.rio periodo di inq uadramento e di addestramento, che le due divisioni non potrebbero essere utilmente impiegÌ1te prima della primavern 1939. È chiaro che anche ad effettivi completi le nosu·e due di visioni non pot rebbero avere che una parte di carauere secondario, che gli spagnoli si affretterebbero, come hanno fatto sin qui, a miniminare e ignorare».

Stando così le cose, Mussol ini decise il ridimensionamento anziché il potenziamento ciel CTV. Perciò d ispose la fusione delle divisioni Littorio e

' Viola a Ciano in data 23.9.1938, ibidem, doc. 67.


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XXJJJ marzo in una sola - la divisione d 'assalto Littorio - su ordinamento binario, con due battaglioni complementi, ed il pieno organico delle unità carri, dell' artiglie ria e del genio. In sostanza, il CTV rimaneva costituito dalla nuova d ivisione d'assalto e dai supporti. Gli oltre 10 mila uomini esuberanti sarebbero stati rimpatriati . In tal modo l'Italia continuava a sostenere efficacemente Franco, facilitandogli la politica estera ed interna, anche ai fini del riconoscimento; e sbloccava il rapporto diplomatico con Londra, giacché, davanti ad un rimpatrio sostanziale ed unilaterale dei legio nari, acquisiva il di ri tto di porre a lla G ran Bretagna il prpblema della definitiva scelta circa l'applicazione o la decadenza dell' Accorcio cli Pasqua 1• Per certo si trattava di una mossa ben ponderata, che garantiva sicuri vantaggi politici. Ciò detto, in tutta franchezza non si comprende per qual m otivo Mussolini, invece cli farla senza indugi, abbia voluto proporre a Franco altre tre diverse possibilità, tutte più o meno contrastanti con g li interessi italiani. Ad ogni modo il gen . Berti non sembrò molto soddisfatto di dover contrarre le forze di fanteria ad una sola divisione, perché senza dubbio agli occhi spagnoli la partecipazio ne italiana si sarebbe ridotta ad una trascurabilissima ed inevitabilmente trascurata pedina con il rischio però che il CT V figurasse comunque corresponsabile cli un eventuale andamento infeUce delle operazioni. Se poi la divisione fosse stata tenuta più come rappresentanza che come unità combattente, gli effetti psicologici sull' opinione pubblica spagnola sarebbero stati diametralmente opposti a quel li de.siderati. TenLò dunque cli far modificare la decisione mandando a Roma il col. Gam. bara, il quale il 3 settembre perorò la tesi del suo comandante. Le insistenze di Berti e senza .dubbio il parere concorde del gen. Pariani indussero Mussolini a rivedere la questione ed a fare propria l'idea radicale cli ritirare tutta la fanteria. Perciò spedì a Be11i un laconico telegramma: «Conferito con Gambara. poiché Franco ha scaitato la prima proposta e la seconda esige una procedura complicata e cinque mesi di tempo, non resta che la terza: il limpatrio della nostra fanteria. Parlatene a Franco e telegrafate»'·

Berti chiese subito un abboccamento con il Generalfsimo e riferì: «Oggi colloq uio con Franco. presente l'ambasciatore. Comunicato testo telegramma, cha ha fallo grande irnpressione. Franco h<l cen:a10 dapp1ima rimandare soluzione. Indi. di fronte necessità decisione, ha acceua10. Ha chiesw qualche giorno per studiare modalità auuaz.ione provvedimento. Ha promesso dare grande solennità rimpatrio volontari. Raccomandato a lui massima segretezza. Durante ~iscuss ione ri affiorata proposta fati.a circa invio nuove grandi unità. Frilnco ha di nuovo escluso pe.r timore complicazioni con Francia. Ho colto occasione per insistere ancora circa necessità rapi da costitu zione adeguate riserve» .i.

' Mussolini a Berti in data 22.8.1 938, ibidem, doc. 63. ' Mussolini a Be1ti in data 3.9. 1938, ibidem, doc. 64. ' Berti a Esteri in data 6.9.1938, ibidem, doc. 65.


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Non era finita. Mussolini, dopo un nuovo ripensamento, ritornò sulla decisione presa e rinnovò il proposito di lasciare in Spagna una divisione italiana. Ovviamente Franco accolse con favore questa soluzione, limitandosi a rappresentare giustamente l'inopportunità di ritirare dal fronte i volontari mentre era in corso la battaglia dell'Ebro 1• • A parte lo scottante problema del rimpatrio dei volontari, lo svolgimento delle operazioni faceva emergere i soliti rilievi. La lunga campagna dell'Ebro si trascinerà sino a metà novembre a causa dì uno sconsolante persistere, da parte nazionalista nella tattica dello sgretolamento con il risultato di ottenere obiettivi irrisori al prezzo di perdite rilevanti e di un abnorme consumo di munizioni e logorìo delle artiglierie. Le comunicazioni g ionaliere del gen. Manca a Berti sono illuminanti circa la scoraggiata iJTitazione del comandante dell'artiglieria del CTV 2 • Il l 9 settembre Berti sottolineò a Roma l'esiguità delle forze con le quali sembrava fosse stato condotto un fallito attacco sul fronte dell'Ebro: «Risultato non poteva essere conseguentemente diverso» commentò 3 . Pariani seguiva anch'egli, del tutto scontento, l'andamento delle operazioni. Quando lesse il messaggio di Berti, vi scrisse in matita blu: «Darmi per il Duce. O Franco accetta nostri consiglieri o via tutto! Non si può andare avanti così! Abbiamo già consumati in Spagna più uomini e più munizioni che non in Etiopia» . E fece preparare un confronto sui dati più significativi . Considerando per l' Africa orientale i consumi al 1° luglio 1937, comprese perciò le operazioni di grande polizia, e per la Spagna quelli al IOsettembre 1938, il paragone dava da pensare: - spese: circa J O miliardi per I' A.O.I. e poco più di 54 miliardi per la Spagna; - munizioni inviare: 275 mi lioni di cartucce in A.O. I. contro 301 milioni per la Spagna; ohre 3 milioni e mezzo di proielli di artiglieria in A.O. contro quasi 7 mil ioni in Spagna; - perdite; comprese quelle della M. V.S.N.; 7.313 di cui mille ufficiali in A.O. contro I 1.740, di cui 900 ufficiali, in Spagna.

Non si conosce il commento di Mussolini, ma se si consolava ritenendo trattarsi di un investimento da cui trarre benefici preziosi in campo politico, si sbagliava di grosso.

' Beni a Esteri in data 13.9.1 938, ibidem, doc. 66. ' Manca a Berti in varie date, ibidem, doc. 55. ·' Il 18 settembre Manca aveva comunicato: «Come poteva prevedersi, attacco odierno, preceduto da una estenuante preparazione, si è polarizzato su ristrettissima frome di un battaglione. Il nemico ha potuto facilmente stroncarlo anche senza fare intervenire a11iglierie che solo fine giornata hanno accent.uato loro pre.~enza insieme aJJ'aviazione, che nella mattina era stata completamente assente. In sostanza la solita rnuica dei nazionali, che non est assolutamente modificata; anzi permangono accentuate tutte manchevolezze già segnalate. Prevedo per domani nuovo tentativo con sistema in variato» (ibidem, doc. 55, p. 229).


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4.

IL

CTV NELLA

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FASE FINALE DELLA GUERRA (GEN. CiAMBARA)

Sul far dell' autunno 1938 venne a maturazione la crisi dei Sudeti. All'origine della «Operazione Verde», concernente lo smembramento della Cecoslovacchia cui mirava la Germania, stava la decisione comunicata da Hitler al gen. Keitel, capo dell'Oberkommando der Wehrmacht, il 21 aprile 1938. Allorché ne venne infonnato l'Oberkommando des Heeres, il capo di Stato Maggiore, gen. Beck, presentò subito al comandante in capo dell'esercito, gen. von Brauchitsch, un promemoria di ammonimento: bisognava dare per scontato che sin dal primo giorno di guerra l' Inghilterra sarebbe scesa in campo a fianco della Francia e l'esercito tedesco non era in grado di fronteggiare entrambe. Le lunghe discussioni che ne seguirono coinvolsero i vertici dell'esercito e si conclusero il 10 agosto davanti al Fi.ihrer, il quale, constatata la diffusa sfiducia dei generali circa il livello della preparazione militare della Germania, si lasciò andare ad una sfuriata insultante. Una settimana più tardi Keitel trasmise a von Brauchitsch un' ordine di Hitler, che vietava categoricamente all ' esercito ogni interferenza nelle questioni di natura politica e, quindi, imponeva a tutti i generali una «obbedienza incondizionata>>. Il gen. Beck dette le dimissioni. li gen. von Brauchitsch disse: «lo sono un soldato; è mio dovere obbedire» 1• In un'atmosfera di cauta tensione diplomatica, a Berlino venne a crearsi la fiducia della scarsa probabilità di un intervento francese, o inglese o sovietico a favore della Cecoslovacchia. La sera del 12 settembre Hitler fece a Norimberga un discorso violentissimo contro la Cecoslovacchia ed assai eloquente circa le intenzioni tedesche 2 . La diplomazia delle Potenze europee si mise febbri lmente in moto. L'incontro del 22-23 settembre a Bad Godesberg fra Hitler e Chamberlain non elette risultati positivi perché Hitler dichiarò che il problema irredentistico riguardava anche i polacchi ciel distretto di Teschen e gli ungheresi della Slovacchia meridionale e che, comunque, la questione dei tedeschi dei Sudeti doveva essere risolta entro il 1O ottobre. Il 23 sera il governo cecoslovacco annunciò la mobilitazione generale. La Francia mobilitò un'aliquota di riservisti. La Gran Bretagna pose la flotta in stato di allarme. li 26 il presidente Roosevelt raccomandò alle Potenze di cercare una soluzione pacifica. Il 27 Hitler avvertì Chamberlain che intendeva ordinare, a sua volta, la mobilitazione generale alle 14 del giorno seguente.

' J.W. W11ei::u,R-BEN:s/ET, La 1iemesi del po1ere cic., pp. 449-459.· Il gen. Bcck fu soscirnito nel la carica di capo di Scaco Maggiore dell'esercito dal gen. Haldcr, ma le dim issioni del primo e lei nomina del secondo non vennero al momento rese pubbliche. Lo saranno il 31 ottobre, dopo il convegno di Monaco. Comunque in seguito Hitler dovette ammectere: «Quando, dopo Monaco, fummo in grado di esaminare dal!' interno le fon.ificaiioni della Cecoslovacchia, ciò che constatammo ci turbò non poco; avevamo corso un serio 1ischio. (... ). Ora capisco perché i miei generali avevano cercato dì frenare l'azione» (PERTTNAX, The Grave Diggers of France, New York 1944. p. 5). ' «Ad ogni pausa <lei discorso, il profondo boato dell'immensa folla si levava sotto le stelle, mentre echeggiava, minacciO$amente scandito, l'urlo Sieg Heil! Sieg Heil!» (ALAN BULLOCK, Hitle,: S111dio sulla tirannide, Mondado1i , Milano 1955, p. 364).


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In ltalia, l'opinione corrente tra i vertici militari dava per scontato che, nell'eventualità di una guerra contro Gran Bretagna e Francia, la linea di condotta strategica si sarebbe più o meno necessariamente attenuta alla difensiva sull'intera cerchia alpina per affrontare la probabile lotta risolutiva in Africa settentrionale. Più in particolare, l'idea del gen. Pari ani era di «metterci in condizioni di operare decisamente verso l' Egitto, parando verso la Tunisia», in quanto, sempre secondo Pariani, l'Egitt.o poteva considerarsi «una preda relativamente facile: I 0.000 inglesi e 22 .000 egiziani». Del pari si riconosceva che il problema dei problemi consisteva nella difesa contraerei, al cui riguardo eravamo «all' infanzia» , anzi «alla gestazione» per dirla con Badoglio '. Come si vede, non esisteva una vera e propria concezione strategica, se non allo stadio di abbozzo. Eppure, nonostante ciò e ad onta cieli' assoluta impreparazione complessiva delle forze armate ad un conflitto di dimensioni europee, a Roma, in quelle giornate di angosciosa ince1tezza, si avvertiva un clima di sorprendente e sconcertante serenità. Il I 7 settembre Mussolini incline, secondo Ciano, a reputare inevitabile una soluzione militare per risolvere il contrasto in atto 2 disse al ministro degli Esteri: «Ho preso le decisioni. Se il conflitto si produrrà in Germania, Praga, Parigi e Mosca, io resterò neutrale. Se la Gran Bretagna interverrà, generalizzando la lotta e clanclole un carattere ideologico, allora ci getteremo nella fornace. L'Italia e il fascismo non potrebbero essere neutrali» 3• Cosicché il mattino del 25 settembre ricevette, «severo e sereno», il principe d' Assia, che gli recò una comunicazione verbale da parte di Hitler: se i cechi non avessero accettato l't1ltimatum del I O ottobre, la Germania avrebbe attaccato con Io scopo cli distruggere la Cecoslovacchia, approfittando della molto probabile inerzia di Francia e Gran Bretagna, ma pronta alla guerra in caso contrario. Mussolini ascoltò e poi dichiarò che l'Italia sarebbe stata a l fianco della Germania, ma soltanto dopo l'eventuale entrata in campo della Gran Bretagna. Nel pomerigg io d i quel giorno Ciano si intrattenne a lungo con il gen . Pariani, il quale si mostrò «abbastanza tranquillo. Sempre più convinto della necessità di fare una guerra molto rapida. Pensa cli fare largo impiego di gas asfissianti anche contro opere fortificate». Il 26 Ciano si recò allo Stato Maggiore della marina ed esaminò con l'amm. Cavagnari «la situazione e le probabilità»; concludendo che il compito iniziale della marina italiana sarebbe stato durissimo, avendo a che fare con la flotta francese ed inglese coalizzate. Però «si

' A.

BIAGINI e

A. GtONFRIDA, Lo Stato Maggiore Generale tra le due guerre cit., seduta del

2 dicembre l 937, doc. 48.

'Però il 2 ottobre, a posteriori, in sede di Consigl io dei ministri dichiarò: «La guerra, durante la crisi cecoslovacca, era geograficamente impossibi le» ( G IUSEPPE B OTrAI, Diario 1935-1944, Rizzoli 1989, p. 137). Non c hiarì il perché dell'affermazione -' G. CIANO, Diario cit., p. 179. Il discorso è incoerente. La gue1rn comro l'Unione Sovietica sembra priva del carauere ideologico che invece avrebbe avuro .l'intervento b1itannico!


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considera di somma importanza l'intervento giapponese, anche se questo dovesse determinare l'intervento americano 1• Quanto all'Impero, il gen. Cavallero, Comandante Superiore in Africa Orientale, si era dichiarato ottimista sulla situazione militare. Prevedeva di liquidare gli ultimi nuclei di ribelli entro il prossimo dicembre e, nel caso di un conflitto generale, non pensava attendibile l'insorgere di una rivolta in grande stile. Perciò, per il momento riteneva attuabile qualche azione offensiva a breve raggio nel Sudan, ma non solo: «tra due anni, - annotò Ciano - conta di avere i mezzi per occupare l'Egitto e studia anche un'azione di sorpresa su Aden, per sottrarre agli inglesi questa base 2 • Intanto il Foreign Office aveva fatto sapere al duca d'Alba, agente nazionalista a Londra, che la Francia non avrebbe intrapreso iniziativa alcuna contro Franco ove questi fosse rimasto neutrale nell'eventualità di una guerra europea; in caso contrario la Francia avrebbe immediatamente attaccato dai Pirenei ed in Marocco. Naturalmente Franco si affrettò ad impegnarsi alla neutralità e spiegò a Berlino che nella situazione in cui si trovava la sua risoluzione era obbligata 1 . Il 27 Mussolini convocò i tre capi di Stato Maggiore «per un inizio di mobilitazione sufficiente ad assumere in un primo tempo la neutralità armata» •. In quella sede Pariani - che dal giorno precedente aveva cominciato a definire gli ordini per la mobilitazione della Guardia alla frontiera; per la difesa contraerei in Piemonte, Liguria, litorale toscano e isola; e per la difesa costiera sul versante tirrenico sino alla Toscana - avvertì Mussolini che nulla poteva essere fatto per replicare ad un 'offensiva francese contro Tripoli e britannica contro Lero e che per muovere contro il Canale di Suez sarebbe stato necessario togliere alla costituenda armata del Po ben sei divisioni e trasportarle in Cirenaica. Brillava la mancanza di un'approfondita «consultazione» con il capo di Stato Maggiore Generale, mar. Badoglio! 5. Alle 10 del 28, quando rimanevano appena quattro ore alla proclamazione della mobilitazione tedesca ed ogni speranza di evitare la guerra sembrava persa, Chamberlain chiese l'intervento amichevole del Duce presso il Ftihrer per salvare la pace europea. Mussolini accolse di buon grado l'invito e telefonò personalmente all'ambasciatore Attolico a Berlino: <(Chiedete immediatamente un'udienza al Cancelliere. Ditegli che, a mezzo di Lord Perth, il governo britannico nù ha chéesro di fare da mediatore nella questione dei Sudeti . I punti di divergenza sono mininù. Dite al Cancelliere che io e l'Italia fascista gli stiamo a fianco. Egli deve deci dere. Ma ditegli che io sono propenso ad accettare la proposta. Mi sentite?».

' Ibidem, p. 184. 'Ibidem, p. 174. i H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 580-581. ' G. C IANO, Diario cit., pp. 183-1 85. 'Sulla piaficazione operativa messa a punto in relazione alle due crisi del 1938, Anschluss e Sudeti, si rimanda a F. MtNNm, Fino alla guerra cit., pp. 162-170.


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Attolico si precipitò alla Cancelleria. Hitler stava in riunione con l'ambasciatore francese, François-Poncet, che illustrava su una carta geografica le tre zone che la Francia, la grande alleata della Cecoslovacchia, era orientata a cedergli e che praticamente costituivano quasi tutto il territorio oggetto della crisi. Hitler era perplesso. L'annuncio di una comunicazione urgente del Duce interruppe il colloquio. Attolico consegnò l'appunto preparato ed aggiunse che il Duce pregava di dilazionare di 24 ore la mobilitazione. Era mezzogiorno. Secondo la testimonianza dell'interprete Schmidt, fu con evidente sollievo che Hitler rispose: «Dite al Duce che accetto la sua proposta». Poi ricevette l'ambasciatore Henderson. questi recava un messaggio «personale e definitivo» del Premier: l'assicurazione che Hitler avrebbe potuto ottenere quello che desiderava «senza guerra e senza indugio» e l'intenzione di una conferenza a quattro con impegno di pervenire alla soluzione del problema entro una settimana. Hitler gli disse: «Dietro richiesta del mio grande amico e alleato, Mussolini, ho rimandato di ventiquattro ore la mobilitazione delle truppe» e si riservò la decisione sulla conferenza 1• A Roma Lord Perth, verso le ore 13, si ripresentò da Ciano con un messaggio telefonico di Chamberlain per Mussolini e copia di quello «personale e definitivo» diretto a Hitler: egli riteneva che il Fiihrer avrebbe accolto la proposta della conferenza solo se appoggiata dal Duce. Mussolini, ancora, si mostrò favorevole e precisò ad Attolico: «È mia convinzione che Hitler otterrebbe in tal modo un successo che non esito a chiamare grandioso dal punto di vista concreto e dal punto di vista del prestigio mondiale». Alle 15 Hitler si dichiarò disponibile ad accettare la conferenza ad una condizione sine qua non: «la presenza personale del Duce, che egli considera la sola garanzia di riuscita>>. Lasciava al Duce decidere se la Conferenza dovesse aver luogo a Francofone od a Monaco 2 • Mussolini scelse Monaco. Quel pomeriggio, ai Comuni, Chamberlain stava facendo il resoconto degli sviluppi della crisi cecoslovacca. La situazione era ancora incerta, ma Mussolini e ra riuscito a convincere Hitler a rimandare di ur. giorno la mobilitazione: «Qualunque sia l' idea che gli onorevoli deputati possono avere del signor Mussolini , io credo c he ognuno sa luterà con gioia la s ua iniziativa per la pace».

Si interruppe per dare un'occhiata ad un biglietto passatogli dal cancelliere dello Scacchiere, sir John Simon, e proseguì: «Non è tutlo. Adesso ho dell'altro da comunicare alla Camera. Proprio ora sono stato informato che Herr Hitler m' invita ad incontranni con lui a Monaco domattina. Ha anche invitato il signor Mussolini ed il signor Daladier. Il signor Mussolini ha accettato ed io non dubito che anche il signor Daladier accetterà. Non occorre che dica quale sarà la mia risposta».

' W. SHtRER, Storia del Terzo Reich cit.. pp. 445-447. Quanto alla mobilitazione, Hitler mentiva. Essa era già stata attuata per le truppe incaricare dell'operazione. ' R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cii., Il; pp. 397-398.


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Non occorreva davvero, racconta Shirer: «L'antica Camera inglese, madre di tutti i parlamenti, reagì con uno scoppio massiccio di isterismo, senza precedenti in tutta la sua lunga storia. Si gridava, si buttavano in aria le carte, molti avevano le lacrime agli occhi (... )» 1• In serata Jan Masaryk, il ministro ceco, si recò a Downing Street e disse a Chamberlain ed a Halifax: «Se avete sacrificato la mia nazione per mantenere la pace nel mondo, sarò il primo ad applaudirvi. Ma se non raggiungerete lo scopo, signori, che Dio saivi le vostre anime» 2 • Alle 18 Mussolini partì da Roma in treno con Ciano. Disse a quest'ultimo: «Come vedi sono moderatamente felice, perché, sia pure a caro prezzo, potevamo liquidare per sempre Francia e Gran Bretagna. Ne abbiamo prove ormai schiaccianti» 3• Bisogna convenire che in politica estera Mussolini amava navigare «a vista», mescolando sortite estemporanee a dichiarazioni ad effetto, non sempre coerenti, spesso viziate da toni di inopportuna sicumera, da segni di avventatezza e da una pressoché totale trascuratezza delle reali possibilità militari italiane. Occorre però dire che non si sentiva affatto tenuto a mantenere alcuna presa di posizione e che, soprattutto, prestava somma attenzione a non passare dalle parole ai fatti. In sintesi: si considerava in grado di gettare sulla bilancia un peso comunque determinante e quindi si prefiggeva di ottenere i maggiori risultati possibili con il minimo rischio ed il minimo sforzo. Il 29, alle 12,30, ebbe inizio la riunione a Monaco. Presenti: Chamberlain, Daladier, Mussolini e Hitler, con poco seguito. Alle 14,45, dopo varie precisazioni, venne redatto il «Progetto del Capo del Governo italiano» come base di discussione e un paio d'ore più tardi riprese la conferenza per la disamina del «Progetto». Alle 1 del 30 settembre il documento finale era firmato ed alle 2 Mussolini lasciò Monaco, salutato da calorosissimi applausi daJJa folla in fremente attesa per le strade\ Il 1° ottobre le ttuppe tedesche entrarono nel territorio dei Sudeti. Hitler aveva vinto, ma la gue1rn era stata scongiurata. Tuttavia il Ftihrer appariva scontento. Si era persuaso che l'accoglimento della soluzione pacifica lo avesse privato del trionfo: «Mi fu subito chiaro fin dal primo momento - dirà ai suoi principali collaboratori militari il 23 novembre 1939 - che non potevo accontentarmi del territorio dei Sudeti. Era una soluzione parziale» 5 • Ed anche il Duce, il quale «dal Brennero a Roma, dal Re ai contadini( ...) riceve accoglienze quali mai io

' W. Shirer, Storia del Terzo Reich cit., p. 448. J.W. WEELER-BENNET, Munich, Prologue IO Tragedy, New York pp. 170- 17 1. ' G. ClANO, Diario cit. , p. I 86. ' R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., II; pp. 399-402. 'A. BULLOCK, Hiile,: Studio sulla tirannide, cit., p. 381. 2


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA ClVILE DI SPAGNA (1936-1939)

avevo visto - annotò Ciano. - Egli stesso mi dice che un uguale calore vi fu soltanto la sera della proclamazione dell'Impero» 1, non nascose l'irritazione provocata dalla deludente constatazione che «gli italiani preferivano chiaramente i rami d'olivo a quelli d' alloro e la colomba all'aquila» 2• Pastorelli ha osservato che la Conferenza di Monaco «Rappresenta l'apice della nuova politica mussoliniana. La Germania questa volta ha informato regolarmente delle sue mosse, giungendo fino a proporre un incontro segreto fra i due capi al Brennero' . La Gran Bretagna - ma l'iniziativa è anche francese - si rivolge all'Italia per la mediazione. Anche a Monaco, MussoLini ha un ruolo detemtinante: impone lo schema d'accordo che, se pure di origine tedesca, era superato di ventiquattro ore, e impone le rivendicazioni ungheresi. Hitler deve accettare entrambe le cose, dando veramente a Mussolini il ruolo di «primo». A questo punto tutto procede nel modo migliore: la stretta amicizia con la Germania dà forza a Mussolini ma non lo lega, ed è pure accompagnata dalla desiderata posizione di primario rispetto a Hitler; una vera situazione di pri vilegio che consente di mantenere, e forse di migliorare i risultati raggiunti con gli inglesi, e di procedere al regolamento delle questioni pendenti con i francesi»'.

La conferenza di Monaco aveva stabilito che il territorio dei Sudeti sarebbe stato occupato gradualmente dalla Germania. Al riguardo, Mussolini, che evidentemente pensava al ripetersi di qualcosa di simile alla questione della Saar, dette ordine a Pariani cli approntare un corpo truppe italiane nella zona dei Sudeti 5• La misura però perse subito motivo d' essere perché Hitler procedette direttamente e rapidamente per occupazione ed ann,essione. Il J O novembre Teschen, occupata dalle truppe polacche sin dal 2 ottobre, fu unita formalmente alla Polonia. 11 giorno 2 Ciano e Ribbentrop si riunirono a Vienna per definire con un arbitrato le rivendicazioni ungheresi a spese della Cecoslovacchia. I due ministri degli Esteri stabilirono, matita rossa e carta geografica alla mano, la cessione di una striscia meridionale del territorio cecoslovacco pari a 1.2 mila kmq all'Ungheria. In quell'occasione Ciano disse al diplomaùco Luciolli: «In passato la mia ignoranza mi aveva fatto credere che cambiare i confini degli Stati europei fosse una cosa molto grave, che non avrebbe potuto compiersi senza una guerra. Adesso ho visto che in quattro e quattr' otto si possono ritagliare fette nel territorio cli uno Stato e assegnarle ad un altro, senza che nessuna Potenza si muova e senza che l'opinione pubblica internazionale si conunuova 6•

'G. CIANO, Diario cit., p. 189. . ANFUSO, Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945), Cappelli, Bologna

' FIUPPO

1957, p. 84. 3 G. CIANO, Diario cit., p. 17b. ' PIETRO PASTORELLI., La politica esterafascisra dalla fine del conflitto etiopico alla seconda guerra mondiale in R. DE FE1..1cE(a cura), «L'Italia fra tedeschi e alleari» cit., p. 111. ' Il contingente - una brigata di fanteria (2° e 3° granatieri e 1O bersaglieri) - doveva essere posto agli ordini del gen. Murari della Corte Bra. • MARIO DoNosn (Mario Luciolli), Palau.o Chigi, anni roventi, Rusconi, Milano 1976, p. 136.


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L' uomo appariva sincero ed evidentemente non si rendeva conto della pericolosità di tale sua convinzione. Inevitabilmente, dato il parossismo raggiunto dalla tensione internazionale, sovreccitate dal carattere radicale impresso dalla Germania alle rivendicazioni poste sul tappeto, la questione spagnola perse gran parte della sua importanza. Il 4 ottobre Mussolini dispose il ritiro di 10 mila legionari dalla Spagna, ma nel contempo rifiutò di impegnarsi con lord Perth a non aumentare il numero dei piloti e degli aerei 1• Così, il giorno 16 un convoglio di quattro navi riportò in Italia 382 ufficiali e 9.769 sottufficiali e truppa 2.

1n Spagna rimase il CTV ma con una diversa impostazione organica ed operativa. Il 16 novembre l'Accordo di Pasqua entrò in vigore e la Gran Bretagna riconobbe ufficialment·e l'impero italiano di Etiopia. Il 19 la Francia seguì il suo esempio.

* *

*

La riorganizzazione del CTV ebbe luogo nel corso dei mesi di settembre e ottobre secondo le nuove direttive di Mussolini. Le maggiori innovazioni in campo ordinativo riguardarono la funzione del comandante del CTV e, di riflesso, la nuova fisionomia del corpo legionario; la struttura della divisione Littorio; la costituzione di tre divisioni miste italo-spagnole (le Frecce Nere, le Frecce Azzurre e le Frecce Verdi); i I riordinamento dell'artiglieria ed i rapporti fra il comandante del CTV ed il comandante dell'aviazione legionaria 3. Circa la funzione del comandante del CTV, il gen. Pariani pensava da tempo di «abolire l'attuale Comando CTV, che ha ormai assolto il suo compito» (?). In sostanza, in luogo di un «comandante» riteneva più appropriata la figura di un «consigliere militare» del Generalfsimo, in qualità di suo «capo di Stato Maggiore» per l'impiego delle truppe legionarie, ferme restando nei confronti di queste ultime le attribuzioni di carattere disciplinare ed amministrativo proprie del comandante. Riesce assai difficile accettare questa mtificiosa soluzione, anche perché non si vede per quale motivo si dovesse abolire il Comando di un complesso di unità e servizi impiegato in un'operazione ali' estero, con tutte le implicazioni operative e logistiche che ne conseguivano. E questo, sia che singoli elementi venissero utilizzati separatamente dal Cuartel Generai, sia a maggior ragione, ove le tre divisioni miste fossero unite al complesso italiano.

1

G. CIANO, Diario cit., p. 191. 'Peraltro nei primi tre mesi del 1939 affluirono dall'Italia circa 5 mila uomini (quadri e specialisti). ' A. Rov1crn e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., Il, tomo II, doc. 74, 78 e 79.


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Nel duplice incarico di consigliere e di capo di Stato Maggiore per le truppe italiane, Pariani propose il gen. Roatta, in considerazione dell'evidente esperienza in quella guerra e anche per la personale conoscenza di molti dei capi militari nazionali. Il tutto, comunque, fu smontato da Mussolini, che preferì Gambara a Roatta, e dallo stesso Gambara, fattosi interprete del nessun desiderio di Franco di tenersi accanto un consigliere straniero, come del resto aveva già fatto capire in precedenza. Alla fine, perciò, Gambara, pur costituendo un «ufficio del capo di Stato Maggiore» presso il Cuartel Generai, rimase il «comandante» del CTV ed il Comando del CTY restò tale, anche se non di nome 1• Fermiamoci un momento sulla designazione del gen. Gambara quale co1!1andante del nuovo CTY. Mussolini lo preferì a Roatta, molto probabilmente ricordando la non brillante opera di questi a Guadalajara. Pariani, per altro, non curò di rappresentare che la nomina di Gambara, appena promosso generale di brigata, avrebbe sicuramente comportato problemi nei confronti dei divisionari, tutti a lui superiori in grado o più anziani. E difatti il neodesignaco, dopo essersi dichiarato «convinto che la situazione qui creatasi imponga una sostituzione nei riguardi del .Comandante» - cioè di Berti, del quale egli era ancora il capo di S.M. ! - chiese subito la sostituzione dei generali Piazzoni e Guassardo 2 • Il risultato fu il rimpatrio di tutti i comandanti indistintamente. Gli incarichi vennero assegnati al generale di brigata Bitossi (per la Littorio) ed a colonnelli, non tutti in corso di promozione al grado superiore: col. Babini per la Frecce Nere, col. Battisti per le Frecce Verdi, col. La Ferla per le Frecce Azzurre, col. Amico per l'Artiglieria e col. Nasi per l'Intendenza. A prescindere dalle qualità personali degli interessati, non si può non rimarcare che, proprio per la decisione, peraltro non contestata, di Mussolini a favore di Gambara, le quattro divisioni vennero affidate a capi di grado inferiore a quello previsto per la grande unità e, tranne Babini, nuovi della particolare guerra. E le quattro divisioni erano tutte molto importanti sotto il profilo politico-militare perché la Littorio era l'unica divisione italiana e le altre erano italo-spagnole ma con responsabilità ovviamente italiana. Nei fatti, comunque, tutti furono all'altezza delle circostanze. La di visione d'assalto Littorio ricevette l'ordinamento binario recentemente sperimentato in Italia, vale a dire con due reggimenti di fanteria su tre battaglioni, un battaglione mortai da 8 1, una compagnia cannoni controcarri da 47/32, un reggimento di artiglieria su tre gruppi pluricalibri, tre compagnie del

' La cessazione del funzionamento del Comando CTV, come tale, venne disposta il l 0 novembre 1938. Da quella data l'emanazione degli ordini non provenne più dal «Comando CTV», bensì dal «Corpo Truppe Volontarie». La firma di Oambara era naturalmente nella veste di «Generale Comandante». ' Sulla teucra personale di Gambara a Pariani vds. A. RoVIGHJ e F. STE.FANI, La partecipazione italiana cil., II, tomo 1, pp. 307-309.


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genio (artieri, fotoelettricisti e telegrafisti), organi dei servizi e due battaglioni complementi. In totale: 460 ufficiali e 12 mila sottufficiali e militari di truppa. Quel modulo costituiva un'innovazione voluta e caldeggiata dal gen. Pariani: nell'immediato trovò fieri oppositori; a breve scadenza, durissimi critici quando la prova del fuoco dimostrerà la congenita fragilità di tale organico 1• Per la trasfom1azione delle due brigate miste esistenti in divisioni, come per la costituzione della terza, nulla da dire se non che il provvedimento incontrava il pieno assenso di Franco. Per ognuna di esse (forza media circa 11 mila uomini) il personale italiano cl' inquadramento era stato calcolato in 109 ufficiali e 580 sottufficiali e truppa. L'ordinamento assunto fu binario anche per le divisioni miste, con un battaglione mitraglieri in luogo del battaglione mortai da 81 2 • L'artiglieria del CTV venne articolata in due raggruppamenti: il raggruppamento S. Barbara per l'artiglieria terrestre (medio calibro) ed il raggruppamento .15 giugno per quella contraerei. Un breve cenno alla componente aeronautica. Come accennato in precedenza, l' aviazione legionaria dipendeva sin dal dicembre 1936 dal Comando CTV, che intendeva utilizzarla essenzialmente in appoggio alle proprie operazioni terrestri. Nell'aprile 1937 il gen. Bastico aveva ordinato al gen. Velani di riservare tutta l'aviazione da ricognizio~e e d'assalto alle esigenze di apoggio diretto alle operazioni terrestri del CTV. Un orientamento siffatto, ancorché comprensibile, comportava automaticamente la necessità di un'adeguata sco11a di caccia, il che si rifletteva sulla disponibilità di caccia di sco11a per le operazioni di bombardamento strategico. Il gen. Velani si era appellato allora direttamente al minisu-o dell'Aeronautica, sostenendo la priorità dell'impiego in campo strategico del mezzo aereo. La risposta fu indirizzata da Ciano a Bastico: l'aviazione legionaria era alle sue dipendenze, ma egli doveva limitarsi a darle ordini di massima», lasciando a Velani «la responsabilità del tempestivo e razionale impiego» dei reparti aerei. In definitiva, la qoestione rimase mal risolta e quindi fonte di attriti, finché il IO settembre 1938, avendo l'aviazione legionaria raggiunto nel corso dell'estate la forza di una squadra aerea, il ministero dell'Aeronautica non la rese indipendente. Al Comando del CTV spettava solo l'emanazione di direttive concernenti la cooperazione aeroterrestre nelle operazioni svolte dal CTY.

' Gambara non batté ciglio sull'adozione della «binaria», anzi si mostrò persuaso della bontà del modulo; infatti tenne a riferire che la contrarietà di Franco al riguardo era dovuta a «motivi ambientali di discutibile valore». Però, da capo di Stato Maggiore di Bastico aveva pienamente condiviso il parere negativo di questi sulla «binaria». ' Avendo Gambara espresso qualche dubbio sull'accettazione del modulo binario anche per le divisioni miste da parte di Franco, Pariani concesse: Non importa, restino pure ternarie, è la nostra che voglio: «tipo perfetto» (Gambara a Pariani in data 18.10.1938, A. Rov1GHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., II, tomo II, doc. 79, p. 305).


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QUADRO DI BATTAGLIA DEL CTV alla data del 10 novembre 1938

Comandante: gen. G. Gambara capo di S.M.: ten. col. G. Bodini Divisione d'assalto Littorio (gen. G. Bitossi) Divisione Frecce Nere (col. V. Babini) Divisione Frecce Azzurre (col. F. La Perla) Divisione Frecce Verdi (col. E. Battisti) Raggruppamento carristi (col. R. Olmi) Raggruppamenti artiglieria (col. G. Amico) Raggruppamento genio (col. R. Lastrucci) Centro istruzione (col. G. Rivolta) Intendenza (col. R. Nasi) Aviazione Legionaria (gen. A. Monti)


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Senonché, a seguito della decisa riduzione delle forze italiane, l'aviazione dovette cedere molti velivoli a quella spagnola. Gambara allora, presa la palla al balzo e ottenuta l'approvazione di Mussolini, ordinò al gen. Bernasconi, che tra l'altro era suo superiore in grado, di comunicargli la situazione della forza aerea e di metterla in condizioni di agire a completo beneficio del CTV. Il gen. Bernasconi replicò asciuttamente che, stante la ridotta disponibilità di apparecchi, l'aviazione legionaria doveva far massa con quella tedesca e quella spagnola, quindi le richieste di azione dovevano essere rivolte al gen. Kindelan 1 • Un tale disaccordo non poteva che condurre a provvedimenti di ordine superiore. Il risultato fu che infatti che il gen. Bernasconi venne richiamato in Italia e sostituito dal gen. Monti, comandante dell'aviazione delle Baleari.

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... Pr?Pq,Monaco apparve a tutti evidente che la risoluzione per via pacifica di una crfai europea dii quella portata comportava un fortissimo ridimensionamento della vicenda spagnola: «Le potenze che non hanno combattuto a causa della Cecoslovacchia commentò un memorandum del Foreign Office certo non combatteranno per la Spagna» 2 • Le conseguenze dell'immediato calo di interesse ebbero un ben diverso peso sulle posizioni dei due governi spagnoli contrapposti. Il 12 ottobre Negrin affermò alla radio di Madrid la necessità per gli spagnoli tutti di arrivare ad una intesa e chiese se i nazionali intendevano continuare la guerra sino alla totale distruzione del paese. Non era solo polemica, ma anche una implicita proposta di pace negoziata. Senonché Franco non era affatto disposto ad accettare una soluzione di compromesso. Come ripeté il ministro Jordana all'ambasciatore tedesco von Stohrer, un compromesso avrebbe significato l'inutilità di aver combattuto una tremenda guerra civile, perciò al governo repubblicano non poteva esser lasciata scelta all' infuo1i della pura e semplice capitolazione'. Peraltro le am1ate di Franco, come sempre accadeva al termine di un ciclo operativo, erano stremate dalla durissima battaglia dell'Ebro 4 e soltanto un cospicuo rifornimento di materiale bellico poteva consentire loro di rinnovare lo sforzo offensivo, nell'intento, questa volta di toccare il traguardo finale. Se Stalin - vista sfumare la speranza di accordarsi con Gran Bretagna e Francia contro la Germania e ripresa la vecchia diffidenza nei confronti del

' F. PEDRIALI, Guerra di Spagna e aviazione italiana cil., pp. 361 -362. ' J. CovERDALE, / fascisti italiani alla guerra di Spagna cit., p. 339. 'H. T HOMAS, Storia della guerra civile spagnola cil., p. 582. 'Il 16 novembre, con il ritorno della riva destra dell'Ebro in mano nazionalista, terminò la battaglia e sia Franco, sia Davila, sia Kindelan ebbero parole di schietto plauso pèr l'opera dell'artiglieria e dell 'aviazione italiana.


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mondo capitalistico, senza distinzioni fra governi democratici e fascisti risolse di disimpegnarsi dalla Spagna per riacquistare completa libertà d'azione in campo diplomatico, e quindi limitò al minimo i rifornimenti e dette il consenso al ritiro delle brigate internazionali, anche Mussolini e Hitler riduss.ero i loro aiuti, ma con una diversa visione degli obiettivi da conseguire. Questa differenza fece emergere la superiore capacità di negoziare della Germania rispetto all'Italia. Infatti Mussolini, confidando sulla sicura vittoria di Franco, rimpatriò 10 mila volontari e non manifestò più impazienza per i tempi troppo lunghi della guerra civile, mentre il governo tedesco «concesse» la propria disponibilità a fornire il materiale bellico indispensabile al governo di Burgos per riprendere subito la lotta, ma a precise condizioni. Ottenne così di investire capitali nelle miniere spagnola nella misura del 40%, con alcune punte del 60% e del 75%, e in quelle del Marocco sino al 100%. Inoltre il governo nazionale si impegnò ad acquistare macchinari per le miniere per un valore di 5 milioni di marchi, da pagare in minerali, e si addossò tutte le spese per il mantenimento della Legione Condor nella penisola 1• Fu proprio l'ingentissimo aiuto tedesco che consentì a Franco di uscire da una delicata situazione interna e di organizzare una nuova offensiva a breve scadenza. La Spagna repubblicana sentiva avvicinarsi il crollo sotto ogni profilo, ma stringeva i denti, come molto bene messo in risalto da un appunto compilato dal Comando del CTV. In sostanza, l'accordo di Monaco aveva provocato la caduta di ogni illusione sullo scoppio di una guerra europea, dalla quale Negrfn si riprometteva vantaggi sostanziali grazie all'appoggio, divenuto incondizionato, di Francia e Gran Bretagna; motivo per cui la repubblica adesso cercava in ogni modo di scongiurare o almeno ritardare l'isolamento foternazionale. All'interno continuavano gli aspri contrasti di fazioni opposte, peraltro «tutta la compagine politica rimane cementata dalla volontà di non soccombere nella lotta con una resa a discrezione quale viene vista dall'avversario». La repubblica, insomma, avrebbe ceduto soltanto se battuta militarmente. I problemi economici, alimentari, dei combustibili, dei generi di prima necessità apparivano preoccupanti specialmente tenendo conto dell'approssimarsi dell'inverno. Pur tuttavia esisteva un forte elemento di coesione: la propaganda, che «sostiene gli spiriti, incoraggia i pavidi, incita all'odio per lo straniero e suscita amore per la cara patria spagnola invasa dallo straniero». Sul piano militare lo sforzo in atto era ammirevole e consentiva un livello medio di efficienza migliore che nel passato, benché rimanesse nettamente inferiore a quello delle unità nazionali. Esaminando, però, separatamente i due fronti indipendenti governativi, risultava evidente una differenza: la situazione complessiva della Catalogna presentava molti punti deboli. Certo esistevano in

1

H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 592.


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essa più linee difensive, alcune delle quali assai robuste, ma la crisi di effettivi non consentiva di presidiarle adeguatamente. A conti fatti, in questo settore un' iniziativa nazionale aveva «ottime probabilità dì successo». Per contro, nella Spagna centro-orientale la «vera massa nemjca forte e fresca» avrebbe sbarrato il passo ai nazionali n,ei campi trincerati di Madrid e di València 1• Tutto ciò considerato, Franco affrontò il suo dilemma strategico: València o Barcellona? La conquista di València costituiva evidentemente premessa per proseguire l'offensiva su Mad1ìd, con un formidabile impatto sull'opinione pubblica, però costringeva a prendere di petto la parte più solida.dell'esercito repubblicano e quindi a dover spendere maggior tempo per la preparazione, con la prospettiva di una campagna invernale o, addirittura, di rimandare l'offensiva a primavera, senza, per giunta, la certezza della vittoria risolutiva. Barcellona, invece, da un lato offriva il vantaggio di un impegno militare meno costoso, in quanto sarebbero state affrontate truppe già molto provate dalla recente campagna o pure truppe appena chiamate alle armi o anziane richiamate (la repubblica aveva mobilitato 19 classi di soldati e 4 di lavoratori); dall'altro lato la conquista della Catalogna avrebbe tolto alla repubblica ogni possibilità di afflusso di aiuti dall'estero. Infine, avrebbe eliminato qualsiasi possibilità di un'eventuale annessione della regione alla Francia, come temuto da alcuni. Alla fine, Franco accolse le insistenze dell'esercito del Nord e si decise per Barcellona: l'obiettivo più a portata di mano e meno rischioso. Il 26 novembre le forze nazionali per la campagna della Catalogna vennero riordinate. L'esercito del Nord (gen. Davila) rimase costituito da sei corpi d'esercito: di Urgei (gen. Muiioz Brandes), di Aragona (gen. Moscardò Ituarte), del Maeztrazgo (gen. Garcfa Valifio), di Navarra (gen. Solchaga), CTV (gen. Gambara), del Marocco (gen. Yagi.ie). Complessivamente contava circa 160 mila uomini con 800 pezzi da campagna e 350 aerei. L'esercito del Levante (gen. Orgaz), di nuova formazione, era composto dai corpi d'esercito di Castiglia e di Galizia. · Anche le forze repubblicane furono -riordinate. Il l O ottobre si formarono due blocchi. Il gruppo di eserciti della regione centrale (G.E.R.C.) era formato da quattro eserciti: del Centro, dell'Estremadura, dell'Andalusia e del Levante. Il gruppo d'eserciti della regione Orientale (G.E.R.0.), al comando del gen. Hernandez Sarabfa, comprendeva l'esercito dell'Est (col. Capulino) sui corpi X, XI e XVIII, e l'esercito dell'Ebro (col. Modesto Guilloto) sui corpi V, XII, XV e XXIV, per complessivi 300 mila uomini, con 450 pezzi da campagna, 200 carri e autoblindo e 200 aerei 2 • Franco si ripromise il conseguimento di due scopi: la distruzione del nemico e la pacificazione ddla Catalogna conquistata. La manovra ideata si basava su

' A. Rov10HJ e F. STEFANI, f.,a partecipazione italiana cit., Il, tomo Il, doc. 80.

'Ibidem,

n, tomo I, pp. 326-327.


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GLI OPPOSTI SCHIERAMENTI IN CATALOGNA


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una graduale conversione dell'intero dispositivo attaccante, che, facendo perno sull'ala sinistra, doveva investire l'esercito dell 'Ebro, ruotare verso nord e superare con la destra Barcellona ed avanzare poi con l' intero fronte verso il confine francese. La prima fase della manovra prevedeva l'annientamento delle truppe repubblicane fra il Segre ed il canale d 'Urgei. L'inizio dell'offensiva, stabilito per la metà di dicembre, fu dilazionato di giorno in giorno a causa del peggioramento delle condizioni atmosferiche, finché rimase stabilito per il 23 dicembre. Il 22 entrò in azione l'aviazione nazionalista ed in ventiquattr'ore acquistò il dominio del cielo. Il giorno dopo prese il via l'attacco del CTV da Seros, appoggiato sulla destra dai corpi di Navarra e del Marocco. Il 5 gennaio, con l'occupazione di Borjas Blancas, a cavallo della rotabile e della ferrovia Lerida-Tarragona, si concluse la prima fase. «La rottura sulla fro nte dell'esercito dell'Ebro è ampia e profonda - ammise il gen. Rojo, capo di Stato Maggiore dell'esercito repubblicano -, dovuta al panico, e sconvolge l'intera organizzazione della prima linea>> e, secondo Lister, dal momento della conquista di Borjas Blancas da parte del CTV, «qualsiasi idea di stabilire o consolidare una linea era al di fuori della realtà» ' . La gravità del rovescio subìto dalle trup pe di Modesto, il complesso repubblicano più efficiente, si dimostrò non fronteggiabile. Cominciò allora la seconda fase, che terminò il 26 gennaio con la caduta di Barcellona. All'occupazione di Borjas Blancas seguirono quelle di Tortosa (14 gennaio) ad opera del corpo del Marocco e quella di Tarragona (15 gennaio) raggiunta dal corpo di Navarra. Il 26 Barcellona veniva presa dal!' ala marciante con un.a manovra concentrica 2 • Mentre i corpi di Navarra e del Marocco si fermavano nella capita.le catalana, il CTV proseguì senza soste in direzione di Gerona, ove si erano rifugiati il governo Negrfn, il governo catalano e quello basco, con i maggiori esponenti militari. Tre brigate internazionali, frettolosamente ricostituite, vennero travolte dopo breve resistenza ed il 4 febbraio Gerona era conquistata. Due giorni più tardi il corpo di Urgei raggiunse la frontiera con la repubblica di Andorra, mentre l'armata repubblicana andava «liquefacendosi». Fra il 7 ed il 1O febbraio i corpi di Urgei, del Maeztrazgo e di Aragona si attestavano al confine francese. La sera del IO l'intera Catalogna era nelle mani di Franco. Lo stesso giorno anche Minorca si arrendeva ai nazionalisti. Il CTV si era comportato brillantemente. Il gen. Gambara nelle sue relazioni del 27 gennaio e del 9 febbraio tenne a sottolineare la particolare abilità manovriera e l'efficacia d ' urto delle divisioni e dell'aviazione legionarie 3• A parte

'Servicio Historico Militar, Monografias cit., n. 14, pp. 90-92. ' In questa occasione Gambara venne promosso generale di divisione per merito di guerra su proposta di ... Ciano (G. CIANO, Diario cit., p. 244). ' A. ROVIGHI e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., Il, corno Il, doc. 93 e 94.


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L'INT ERVENTO NELLA GUERRA CIV ILE DI SPAGNA (1936-1939)

L'OCCUPAZIONE DI BARCELLONA (26 GENNAIO 1939)


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

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L'AVANZATA DEL C.T.V. FINO ALLA FRONTIERA

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L"!NTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

una certa enfasi, tipica del personaggio, Gambara non esagerava: «il CTV, durante la campagna della Catalogna, fu la macchina trainante dell'offensiva in tutte le fasi, prima e dopo Barcellona. Esso dimostrò di aver conseguito un grado di efficienza e di capacità operativa e combattiva veramente elevato sotto tutti gli aspetti, da quello professionale a quello morale, sia nell'ambito della Littorio, ormai costituita solo di veterani, che in quello delle divisioni miste, dove prevalevano le reclute»'; questo a prescindere da carenze affiorate soprattutto nell 'adozione di misure di sicurezza e nell'aerocooperazione. Le perdite subìte superarono quelle riportate nelle precedenti campagne e battaglie, Guadalajara compresa: 70 ufficiali caduti di cui 39 italiani e 380 feriti di cui 200 italiani; 620 legionari morti di cui 316 italiani e 4.000 feriti di cui 2.000 italiani; 24 i dispersi. Furono catturati 34.500 prigionieri, 22 carri sovietici e materiale bellico di ogni genere. Sin dalla fine di gennaio, all'avvicinarsi delle truppe nazionaliste alla frontiera con la Francia si sommò la fuga di diecine e diecine di migliaia di militari repubblicani in rotta e, peggio ancora, quella della popolazione catalana. «L'ultima fase - ha scritto Thomas - della campagna della Catalogna non fu un'offensiva, ma una marcia trionfale preceduta da un esodo. Il mondo restò sbalordito di fronte alla rapidità del tracollo della Repubblica; il salasso di uomini e mezzi subìto sull'Ebro era stata la vera causa dello sfacelo ( ...). Gli esodi di Irun, di Malaga e di Bilbao, tutte le precedenti spaventose migrazioni di popolazioni atten-ite, erano nulla in confronto con l'esodo dei catalani lungo quella che perfino Stohrer definl 'la via della sofferenza' (...). Sembrava che tutta la Catalogna si fosse messa in marcia. Tutte le città, tutti i paesi sulla via della frontiera francese traboccavano di gente. Di notte, le strade erano ricoperte di esseri umani di tutte le età, affamati e tremanti ( ...)» 2• n 28 gennaio 15 mila persone attraversarono il confine, poi il numero giornaliero andò aumentando. I primi di febbraio erano già passati in Francia I O mila feriti, 170 mila donne e bambini e 60 mila civili. Ad essi si aggiunsero, fra il 5 ed il I O febbraio ben 250 mila ufficiali e soldati repubblicani. Azaiia, Companys, Caballero ed altri esponenti politici li avevano preceduti nella fuga. li crollo della Catalogna ebbe l'effetto di persuadere governi ed opinioni pubbliche di vari paesi della realtà della vittoria di Franco, sì da provocare repentini cambi di atteggiamento. Il 27 febbraio Gran Bretagna e Francia, sia pure dopo accese discussioni parlamentari, riconobbero il governo di Burgos «in linea di princ ipio» e, a stretto seguito, de jure. Li imitarono quasi tutti i paesi europei, l'Argentina, il Brasile e l' Uruguay. L'Unione Sovietica si limitò a denunciare «la politica capitalista di capitolazione dinnanzi all' aggressione» 3 .

'Ibidem, Il. tomo I, p. 400. 'H. THO~fAS, Storia della guerra civile spag110/a cit., pp. 601- 602. ' Ibidem, p. 6 I I.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

L'AVANZATA DEL C.T.V. NELLA BATTAGLIA DELLA CATALOGNA

619


620

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

In siffatte contingenze, Negrin - tornato ad Alicante da Tolosa ove si era rifugiato col governo - si trovò nella drammatica alternativa di continuare una guerra ormai chiaramente perduta, oppure di arrendersi senza condizioni all'intransigenza di Franco. Per la resistenza ad oltranza erano lui stesso ed i comunisti, preoccupati per le sicure rappresaglie nazionaliste; per la resa gli altri capi e partiti nella speranza di ottenere garanzie. L'irrigidimento su queste due scelte provocò il caos e, inevitabilmente, la letterale disintegrazione della repubblica, in una nuova aspra e sanguinosa lotta intestina. Il 24 febbraio, difatti, il col. Casado Lopez, comandante dell'esercito del . Centro, rappresentò a Negrfn, venuto a Madrid a rendersi conto de visu dello stato dei fatti, la disperata situa:òone alimentare della città e le pietose condizioni in cui versavano le truppe, e lo sollecitò ad entrare in trattative con Franco, visto che non esisteva più alcuna possibilità di ricevere aiuti bellici dall'estero. Negrfn cercò di infondere fiducia in Casado, promettendogli la cacciata dal governo dei comunisti - che secondo Casado con il loro estremismo avevano provocato l'abbandono da parte francese ed inglese nonché, adesso, l'irrigidimento franchista - e promuovendolo generale. Però un paio di giorni più tardi, a València, trovò compatti nel sostenere l'impossibilità e l'inutilità di continuare le operazioni i comandanti degli eserciti del Levante, dell'Estremadura e dell' Andalusia, nonché i capi della flotta e dell'aviazione. TI 28 febbraio, quando si sparse la notizia del riconoscimento francese e inglese del governo di Burgos, il presidente Azaria, in Francia, si dimise e fu sostituito da Martinez Barrio. Nel contempo il gen. Casado, appoggiato dai dirigenti politici e dalla maggior parte degli esponenti militari non comunisti, sì ribellò al governo Negrfn, subito seguito dall'ammiraglio Buiza che condusse la flotta ad Algeri. Fallito un tentativo di riconciliazione, ìl 7 marzo Negrfn, Alvarez del Vayo, Lister, Modesto, la Pasionaria ed i consiglieri sovietici si rifugiarono in Francia in aereo. Jesus Hernandez, nominato in extremis ispettore generale delle forze armate, cercò di padroneggiare la rivolta avvalendosi dei comunisti, ma dopo quattro giorni cli combattimenti accaniti nelle strade dì Madrid e fuori della capitale, clall'8 al 12 febbraio, gettò la spugna e fuggì a sua volta. Il tutto mentre i nazionalisti si limitavano «ad assistere senza intervenire alla disgregazione dei loro nemici» e Franco esprimeva ìl suo compiacimento per quello sfacelo che glì rispanniava «la fatica di schiacciare i comunisti» 1• Le trattative fra Casado e Franco si trascinarono senza costrutto sino al 25 marzo. Il 26 i nazionalisti ripresero le operazioni e nel pomeriggio Franco ripeté alla radio le concessioni prospettate a Casado: resa dei reparti rrùlitari e libertà di espatrio per coloro che volevano lasciare la Spagna.

'Ibidem, p. 625.


LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE OPERAZIONI

621

Fra il 28 ed il 31 ebbe luogo l'ultimo ciclo operativo che completò l'occupazione della rimanente Spagna repubblicana. Il 30 marzo il CTV entrò in Alicante. Il 1° aprile il Cuartel Generai diramò il seguente comunicato: «Oggi, distrutto e disarmato l'esercito rosso, le nostre truppe vittoriose hanno raggiunto gli ultimi obiettivi militari. La guerra è terminata. Burgos, 10 aprile 1939, anno della Vittoria. Franco» 1• Il rimpatrio dei legionari avvenne in più riprese. Il I O giugno partirono l.010 ufficiali e l 9 .4 1O sottufficiali e truppa. Entro luglio rimpatriarono altri 807 ufficiali, 3.188 sottufficiali e truppa, 159 civili e 19 militari detenuti. Rimasero temporaneamente in Spagna circa 4 mila uomini, alle dipendenze della Missione militare costituita il 1° luglio 2•

' Merita cenno il fatto che il diario di Ciano di quei giorni non contenga un solo rigo sulla fine della guerra in Spagna. Il motivo c 'era: Ciano si stava rivolgendo con entusiasmo alla sua nuova impresa: l'occupazione dell'Albania. 'A. RovtGHJ e F. STEFANJ, La partecipazione italiana cit., Il, tomo I, p. 433.


622

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DJ SPAGNA (1936-1939)

L'AVANZATA DEL C.T.V. SU ALICANTE NELLA BATTAGLIA FINALE DELLA GUERRA DEL 1939

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Capitolo IX CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE J. .

LA VlTIORfA MILITARE

La guerra civile fu senza dubbio tremenda, costellata di episodi di rara ferocia e di distruzioni selvagge. Le sue vittime vennero stimate inizialmente sull'ordine del milione di vite, ma calcoli successivi ne hanno ridimensionato l'entità, attestandosi sulla cifra di 600 mila, delle quali almeno 100 mila assassinate, per lo più barbaramente, nel primo mese di lotta, 220 mila morte per denutrizione o malattie imputabili alla guerra, e poco più di 300 mila cadute in combattimento. Nel computo non sono incluse le condanne capitali comminate dai tribunali dopo la fine del conflitto. Ben 183 città subirono rovine tali da indurre Franco ad assumere a carico dello Stato le spese relative alla ricostruzione. Il tonnellaggio mercantile si ridusse praticamente a zero; l'oro della Banca di Spagna, trasportato a Mosca, a Parigi ed anche in Messico, vi rimase; il deficit statale superò gli otto mflioni di pesetas, coperti quasi interamente da prestiti della Banca cli Spagna; il debito nazionale fu valutato complessivamente pari ad un miliardo e 200 milioni di pesetas-oro; la bilancia dei pagamenti raggiunse un deficit medio di 250 milioni cli pesetas 1• «In questo cumulo di macerie un uomo solo, freddo, opaco, grigio, sopravviveva e trionfava, come Ottaviano aveva trionfato sulle guerre civili di Roma(...). Franco fu l'Ottaviano della Spagna» 2 • Non si può che condividere il paragone. Come Generalisimo si limitava alle grandi decisioni e, per quanto nei rapporti personali con alcuni generali di grado più elevato incontrasse una certa difficoltà, non vi è dubbio che ben presto seppe imporsi come comandante supremo. Del pari, riuscì sia a dirimere attriti fra gli esponenti politici di varia matrice, sia a concedere poco spazio ad ambizioni ed a velleità autonomiste. Subordinò sempre le decisioni di carattere militare, strategiche o tattiche, alle considerazioni di natura politica, e per questo fu criticato, almeno dai suoi alleati italiani e tedeschi, impazienti di porre una pietra sul conflitto. L'ultimo rapporto dell'ambasciatore Cantalupo fu altamente significativo. Convocato a Roma per consultazioni i priµii di aprile 1937, chiese udienza a Franco prevedendo che non sarebbe tornato in Spagna. Il Generalfsimo Io ricevette con molta cortesia, parlò per un 'ora ed illustrò senza esitazioni il suo pensiero. Benché già si sia accennato alle linee fondamentali del suo modo di intendere la guerra che stava combattendo, sembra utile riportare parte del discorso:

1

S. DE MADARIAGA, Storia della Spagna cit., pp. 552-555. ' H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., pp. 632-635.


624

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVI LE Dl SPAGNA (1936-1939)

<<( ••.) Le esporrò tucto il mio pensiero e La prego di riferirlo a Roma con precisione di fedele interprecc. Ambasciatore, Franco non fa la guen·a alla Spagna, ma fa soltanto opera di liberazione della Spagna. Se c·~ qualcuno il quale crede che il capo del movimiellto salvador voglia perdersi, si sbaglia. lo non debbo sterminare un nemico né distruggere città, campagne e industrie e la produzione. Perciò non posso aver frena( ...). Capisco che gli stranieri accorsi ad aiutarci non contemplino con gioia l'eventualicà di una lunga duraca della guerra. Ma( ...) il consolidamemo milicare delle mie avanzate dev'essere garantico a delle popolazioni che passano sotto il mio governo, garantito moralmente con l'adesione. lo non porto con me solo la Spagna vecchia, come voi temete, ma anche la Spagna di domani. Tuttavia non posso precorrere i tempi. Prima di ogni avanzata debbo fare il bilancio del consolidamenco che mi lascio alle spalle ( ...). A me sono necessarie tappe graduali e proporzionate soltamo ai mezzi di cui dispongo, perciò mi limito a offensive parziali, ma di sicuro successo. Occuperò città per città, villaggio per villaggio, ferrovia per ferrovia. Le offensive fallite contro Madrid mi hanno insegnato che debbo abbandonare i programmi di grandiosa e immediata liberazione totale ( .. .). Ciò premesso, questa guerra civile potrà durare ancora un anno, due, anche tre ( ... ). lo non posso abbreviarla neppure di un giorno, rispet.to a quella che è la sua naturale durata, cioè rispetto ali 'ora in cui la maggioranza degli spagnoli sarà contro il comunismo. Faccio il possibile per non farla durare più del necessario, ma non farò nulla per farla durare meno dell'indispensabile ( ...). lo solo posso comandare questa guerra, io spagnolo, perciò ho dovuto chiedere a Mussolini di riconoscermi il comando anche sulle truppe italiane ( ...). lo comprendo perfettamencc che per Voi restare accanto a me con le vostre truppe e con la vostra diplomazia forse per qualche anno potrà essere un grave rischio, che potrebbe portarvi contro le Potenze europee con cui siete sempre stati amici. Dio mi guardi dal chiedere alla generosa Italia un cale contributo alla nostra liberazione ( ...). D'altro canto, io debbo badare agli inglesi. L'lnghilte1Ta ha qui interessi antichi e tradizionali. Gibilcerra può essere causa di gravi discordie con la Spagna, ma intanto è per forza di cose un legame ( ...). E quanto alla Francia, non è detto che il Fronte Popolare sia etemo: i partiti di destra sono in contatto metto con me, Pétain è nostro amico, mio amico e capo venerato ( ... ). Noi siamo interessati più di chiunque altro a che l'influenza dell'Italia non diminuisca. Datemi aerei , datemi artiglierie, datemi carri armati e munizioni, datemi l' appoggio diplomatico e vi sarò molto riconoscente. Se credete di diminuire il vostro apporto di uomini, io non mc ne lagnerò perche la Spagna di combattenti ne ha anche troppi. Ma soprattutto non mi date fretta, non mi spingete a vincere subito, perché questo significa invitarmi a uccidere un maggior numero di s pagno li, a distruggere una maggior quantità di ricchezza nazionale, e quindi a rendere sempre più instabili le basi del mio governo. Ebbene, se i vostri fini sono soltanto quelli di impedire il bolscevismo nel Mediterraneo e in Europa, allora dovete convenire che solo mediante una conquista lenta e graduale io potrò redimere, insieme con l'ultima città, anche l'ultima anima» '.

Cantalupo rifletteva, durante questo lungo discorso, sulle illusioni di Mussolini di fronte ad un Franco «vivente simbolo della più profonda caratteristica spagnola: avrebbe tenuto testa a qualsiasi pressione, non avrebbe subìto l'influenza nostra, sarebbe rimasto, resistendo e combattendo, spagnolo apparentemente letargico ma intimamente volitivo». Più tardi non si sarà dunque meravigliato al sapere che Hitler, nell ' incontro del 28 ottobre 1940 con Mussolini a Firenze, ancor furente ricordò l'esasperante ed inutile colloquio di nove ore

' F.

CANTALUPO,

Fu la Spagna cit., pp. 230-234.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

I TEMPI DELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

625


626

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CNILE DI SPAGNA (1936-1939)

avuto con Franco a Hendaye cinque giorni prima, colloquio che «piuttosto che riaverlo il Fiihrer preferirebbe farsi togliere tre o quattro denti» 1• Vo lgendo uno sguardo all' intero sviluppo della guerra, dobbbiamo riconoscere che Franco ebbe dalla sua tre fattori importantissimi di successo: la sostanziale coesione dei nazionali ed il relativamente sollecito convogliamento del k ro sforzo militare nelle file di un esercito regolare; il peso degli aiuti stranicri, in primo luogo dall'Italia e dalla Germania, di differente tipo ma di somma importanza 2; la discordia in campo repubblicano. Alla fusione delle componenti dell 'alzamiento del I 8 luglio 1936 e delle formazioni politiche di destra e moderate aderenti alla rivolta, giovò sicuramente la forte presenza dei quadri dell'esercito regolare laddove il moto si era affermato. Diciamo pure che il prezzo per raggiungere questa unità di intenti fu l'impronta militare conferita al territorio via via conquistato. Tutti i partiti che avevano partecipato al Frente Popular vennero dichiarati fuorilegge ; i vecclù partiti di destra scomparvero a poco a poco; rimasero in vita soltanto le forma;doni della Falange e dei cadisti. Così, in pratica, l'assetto politico assunse la forma di un regime conservatore autoritario retto da Franco. Inizialmente lo scopo perseguito dai capi nazionalisti era quello di riportare l'ordine in un Paese giudicato allo sbando e di mantenerlo con un governo decisamente conservatore. Poi il protrarsi della guerra mise Franco sempre più in evidenza e nel contempo fece sentire il bisogno di una linea politica che giustificasse la guerra civile. Serrano Suiier fu l'uomo che seppe tracciare il programma politico adatto al movimento nazionalista. Franco manifestava quanto meno un visibile distacco per la politica in sé, però seppe comportarsi in modo tale da «diventare il capo del paese dove le passioni politiche sono più accese che in qualunque altra parte del mondo; e proprio per questa stessa ragione non corse mai nessun serio pericolo, sul piano politico, durante la guerra civile» 3 • L'intervento straniero, gradito e richiesto solo in parte e per quanto valutato necessario, si rivelò determinante in talune circostanze e specialmente per superare il punto morto finale, in cui sembravano arrivati i due esausti avversari. I momenti critici incontrati da Franco furono tre. Il primo, angoscioso, si presentò nei primissimi giorni, allorché si trattò di portare le truppe del Marocco, le più pronte alla lotta, nella penisola iberica: era in gioco addirittura l'affennazione del pronunciamiento in Spagna e senza il tempestivo aiuto degli aerei italiani e tedeschi l'andamento della guerra sarebbe stato probabilmente ' R. MOSCA, l 'Europa. verso la. catastrofe ci1., II, p. 250. 'Il Porcogallo fornì una legione di circa 20 mila uomini, la brigata mista O' Duffy contò 600 irlandesi, i francesi formarono la bandera «Jeannc d' Are» e una compagnia di russi bianchi si unl ai requetés. ' H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola cit., p. 636.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

627

assai diverso. Un secondo momento difficile si verificò nel gennaio 1937, dopo il fallimento del quarto tentativo di conquistare Madrid. Anche in questa occasione non si vede come Franco avrebbe potuto riprendere la campagna senza lo sbarco, fra gennaio e febbraio, dei massicci contingenti italiani (il CTV con quasi 50 mila uomini e l'aviazione legionaria che giunse a disporre di 250 apparecchi) e tedeschi (la Legione Condor ed un grosso quantitativo di materiale bellico). Infine, il terzo momento critico si registrò nel l'autunno 1938, dopo la logorante battaglia dell'Ebro. Fu quello decisivo. Solo la cessione di cospicui diritti minerari alla Germania consentì a Franco di mettersi in condizioni di poter iniziare la vittoriosa offensiva in Catalogna. In caso diverso, trovandosi ambedue gli avversari allo su-emo, forse una pace di compromesso si sarebbe profilata come pressoché inevitabile. Sulle profonde divisioni in campo repubblicano molto è stato detto. Se da un lato si vedeva un esercito regolare ed uno Stato governato militarmente, dal!' altro esisteva un gruppo di «tribù», conosciute sotto le sigle di FAI, UGT, CNT, POUM, PCE, PSUC, Generalitat, Euzkadi, ecc., «che andavano ciascuna per la propria strada» 1• Anche la Repubblica conobbe serie difficoltà, ma con una differenza, rispetto al pronunciamien.to. Poté superare la crisi di fine 1936 a Madrid grazie all'afflusso degli aiuti dell' Unione Sovietica, del Komintern e delle brigate internazionali; ed anche scongiurare la seconda, nella primavera del 1938 mercé l'apertura della frontiera da parte francese e del conseguente arrivo di aiuti. Ma la terza crisi, venuta a galla a fine 1938, non trovò rimedio. Come se gli attriti, le rivalità, i sanguinosi scontri sorti durante l'intero corso della guerra, non fossero stati sufficienti, la caduta della Catalogna riservò alla Repubblica la fine peggiore: il caos e combattimenti di parte.

*** Di particolare interesse, ai nosu-i fini, è la valutazione dell'impegno italiano 2 • Sulla iniziale Missione Militare evidentemente c'è poco da dire, visti i suoi compiti e la limitatissima nostra presenza in quel periodo. La costituzione del CTV, avvenuta per trasformazione della Missione militare, ebbe bisogno di qualche tempo per assumere la completezza, sotto ogni profilo, propria di un corpo di spedizione al livello di corpo d'armata. Balza subito agli occhi la complessità delle dipendenze e delle relazioni cui fu soggetto il comandante del CTV. Sul piano funzionale dipendeva dall'Ufficio Spagna del ministero degli Esteri; sotto l'aspetto amministrativo e disciplinare dal ministero della Guerra;

' S. DE MAoARJAGA, Storia della Spagna cit., p. 541. ' Sull'argomento si rimanda a A. Rov10HJ e F. STEFANJ, La partecipazione italia11a cap. XXIX.

cit. ,

Il,


628

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA(l936-1939)

per l'impiego dal Cuartel Generai nazionale o dal comando d'esercito delegato; per specifiche direttive operative dallo Stato Maggiore dell'esercito. Inoltre c'erano i rapporti di servizio con l'ambasciatore italiano presso il governo di Burgos e con il Comando tedesco della Legione Condor. Insomma, le implicazioni politiche e militari, alcune delle quali inevitabilmente assai delicate, erano molteplici, ma nel complesso da questa rete di dipendenze non derivarono disfunzioni sostanziali ed i quattro generali che si succedettero nell'incarico seppero sia attenersi alle direttive ricevute da Roma, sia salvaguardare le proprie prerogative di comando, con una certa libertà di iniziativa. Nei rapporti con il Cuartel Generai, correttezza formale a parte, affiorarono divergenze di opinioni e contrasti personali, anche di fondo. Ne abbiamo parlato e, per quanto in diverse occasioni operative il punto di vista del comandante del CTV potesse essere più che valido e fosse presentato nello spirito di una sincera collaborazione, i «padroni di casa» spesso apparvero inclini a minimizzare il contributo italiano per questioni di mentalità e di dottrina, e soprattutto per umano desiderio di non mettere troppo in evidenza l'apporto di truppe straniere in una guerra nazionale. Il grado di efficienza iniziale del CTV fu invero piuttosto modesto. Non poteva essere diversamente per i motivi già posti in evidenza. Ad ogni modo il rendimento salì non appena, dopo Guadalajara, fu data mano ad una selezione condotta a tutti i livelli senza molti riguardi. E, a tal proposito, sembra doveroso citare il prezioso e poderoso impulso conferito all'attività addestrativa non soltanto per le truppe italiane, ma anche per le unità delle brigate miste italo-spagnole. In più occasimù Franco e alti comandanti nazionali espressero il compiacimento per l'opera delle truppe legionarie, però il riconoscimento più schietto fu probabilmente quello riservato ali' artiglieria del CTV, ri.ordinata dal gen. Manca di Mores dopo Guadalajara. Essa divenne un complesso di fuoco potente, ben organizzato e manovrabile e lo dimostrò a BiJbao, a Santander, a Belchite, a Teruel, in Aragona, sull'Ebro, in Catalogna, ove si distinse per un impiego basato sul concetto della manovra delle traiettorie e dell'azione a massa. Una tecnica d'impiego del tutto priva cli riscontro nell'esercito nazionale come in quello repubblicano 1 • Complessivamente il personale delle forze terrestri inv.i ato in Spagna ammontò a 76.241 uomini e precisamente: 42.715 dell'esercito, 32.216 della M.V.S.N., 313 della C.R.l. e 996 civili. La presenza effettiva oscillò dai 43.500 uomini del 1° marzo 1937 (punta massima) ai 28.000 del 31 dicembre 1938 (punta minima). Le perdite assommarono a circa 15.000: 3.318 caduti o deceduti e 11.763 feriti.

1 Durante la battaglia dell'Ebro, Franco volle decorare della Medalla Militar un simbolico reparto di artiglieria del CTV con la seguente motivazione: «Ha combattuto dovunque con inestinguibile fede, con epico ardimento. Al rombo dei suoi cannoni ha risposto sempre il grido della vittoria».


629

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

LE PRINCIPALI OPERAZIONI DEL CORPO TRUPPE VOLONTARIE ITALIANO NELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

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630

L' INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (!936-1939)

PERSONALE INVIATO IN O.M.S. DURANTE TUTI'A L'ESIGENZA UFFICIALI R. ESERCITO

Stato Maggiore ..... CC.RR .................... Fante.ria ................. Cavalleria ......

G~n'-=- C<,l(H\- urr. rali nclli super.

9

Al't iglicria ......

2 15

17 3 156

I

9

16

68

Genio ..................... Chimici .................. Ser, izi ... ................. /\ssin1ila1i k.ippdl;,,

IO

42

1

UFFICIALI

Sol, Cari- S11hal- tuffi- frur,pa tani

22 13 376 10 209 42 3 123

terni

6 25 875 32 585 125 6

415

Lug.

Gcn. e Con-' cons. soli gcn.

M.V.S.N .

dali

105 50 1 1.393 18.820 71 70 730 9.607 360 2.845 15 279 225 4..H9

Fante1ia ................. A11iglicria .............. Chimici .................. Servizi .................... Milizia speciale ..... Assimilali (cappe!!ani) ....................

4

TOTALE

4

84

7

SOi· Ccn111- Capi- tuffi- T,·ur rioni manir,. ciali 375 26 1 58

1.125 82 142

3

18

92

487

1.355

TOTALE M.V.S.N.: Uomini n. 32.216

ni c.:: pcr~o11\tlc po·

s1ale) e mili tarizvile sp,,cfalizz. dipendeme dal Ministero della Guem1 ................

3

9

35

306

801

66

60

9

2.1 35 2.959 36.470

TOTALE R. ESERCITO: Uomini n. 42.715 Totale R. Esercito ........... Totale M.V.S............................ Totale C.R.I. ............................. Totale Civili ............................ .. Totale, personale invialo ....... ..

J.985 25.0 75 1.6

IO

2

46 12

9

26

,,.li (pc1><onale d -

TOTALE

17

Seniori

42.715 32.216 313 (uff. 87 - sott. e militi 226) 997 76.241

2.128 28.1


631

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE-

FORZA PRESENTE UNITÀ

pa

92 97

r,2 51

30

l2

Ufficiali

Sottuf.li

Truppa

Divisione Volontari del «Littorio» J• Divisione ............................. ...... ...... .... ..... . 2• Divisione ............................... ........ ............ 3" Divisione .................................................. . 1° Brigata Mista ....... .................................. .. 2• Brigala Mista ......... '. ... ............................. . 4° e 5° Gruppo Banderas ........ .... ... ............ . Reparti Specializ7..at i ..... ... ........................... . Ar·tiglieria (escluse b,ttterie reggimentali ace.lo 65/17) ............................................. . Comando Genio e reparti non indivisionat.i Inte ndenza (compx·eso autoraggruppamento - 6 btg. complementi - elementi vari dislocati Siviglia, Cadice, Aranda, Dos Hermanas, Llanes) ................. ............................ .. Quartier Generale ..................... ... ......... ...... .

313 213 278 265 105 103 144 32

633 418 618 600 121 115 258 60

6.743 5.729 5.440 5.376 1.039 1.039 3 . 199 520

230 23

290 79

3.859 422

188 70

450

55

4.398 143

Totali

1.984

3.697

37.915

43.567

Totale generale C.T.V. Totale senza il personale delle 2 Brigate Miste e dell'Intendenza .. ............................. .

l.562

3 .01 I

31.431

36.004

FORZA DEL C.T.V. ALLA DATA DEL I O MARZO 1937


MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI Ufficio «S» VARIAZIONI NELLA FORZA DEL CORPO TRUPPE VOLONTARIE DAL 31 GENNAIO 1938 AL 31 MARZO 1339

DISTINZIONE

1 31-1 -1938 30-4-1938

31 -5-1 938 3 1-8-1938 30-9-1938 3 1-(0- 1938 30-11-1938 31-1-1939

31-3-1939

Ufficiali ................

2.42 1

2.272

2.35i

2.594

2.653

2.158

2.059

2.253

2.557

Sottufficiali ........ .

3.909

3.804

3.803

-1.346

4.502

3.5i0

3.596

3.687

3.964

Truppa ..... ............

32.594

29.532

28.536

31. 987

31.800

22.547

21.929

22.418

26.791

Civili ....................

145

148

141

350

295

412

444

4

460

TOTALI

39.069

35.756

34.837

39.2i7

39.250

28.687

28.028

28.362

33.772


PERDITE LEGIONARIE NELLE OPERAZIONI DI SPAGNA ALLA DATA DEL 5 APRILE 1939-XVIJ

' TRUPPA

UFFICIALI Es. 1936 10 Madrid ........... ....... ............. 1937 20 Malaga .......................... .. ... 30 Guadalajara ...................... 40 Estremadura ····················· 50 Bilbao ································ 6° Santander .......................... 70 Bnmete ............................. 30 Zuera ································· 9° Teruel ................................ 1938 10° Aragona .......... .... ............... 11 ° Castellon ........................... 12° Levante .............................. 13° Ebro (Corbera) ............... .. 14° Manzanera ........................ 15° Viver .. ... ............................ . 1938-1939 16° Catalogna ·························· 17° Malattie, incidenti, ecc....

TOTALI

····································

Dispersi

Feriti

Deceduti

Mii.

Es.

Mii.

Es.

Mii.

2

5 8

2

3

11

27

4 12 14

4 16

5 55 2 21 46

2 1

9 2

1

1

81 3 44 1 9 4

1

9 1

132 7 87 7 4 4

38 14

5 10

165 31

65 24

3

172

105

582

399

5

50 1 21 1

29

1

Mii.

Es.

77

1

3

17 65

24 103 9 44 136

Dispersi

Feriti

Deceduti

Mii.

Es.

Es.

Mil.

1 46 1 2 1

1 113

6 45 274 45 320

28 180 440 1.397 21 3 217 172 485 950

1

l

30 5

I

4

7 2

50 27

11

1 7 2 1

2 1

506 200

30

5

1.407 1.357 5.005 5.200

92

124

293 1.183 1.025 41 9 3 594 124 731 6 26 1 129 22 24 7 1 18

369 148

115 1.405 105 302

(/)

s

!~ 8z

11

349 6 167 5 8 2

8z

1

s< (/)

tn


634

L'INT ERVENTO NELLA GUERRACIVILE DI SPAGNA ( 1936-1939)

Sul piano logistico, l'organizzazione delle ttuppe volontarie venne a trovare un assetto soddisfacente soltanto dopo la costituzione, in Siviglia, dell'Intendenza del CTV, diretta dal gen. Favagrossa. L'onere maggiore fu rappresentato dagli ingenti quantitativi di materiale bellico fornito alla Spagna nazionale. Mentre per la campagna in Africa orientale il ministero della Guerra aveva proclamato il principio di sostituire i materiali attinti alle dotazioni di mobilitazione, per le esigenze delle truppe mobilitate per la guerra d'Etiopia, con altri possibilmente più moderni, nel caso della guerra spagnola il principio non venne nemmeno ventilato, probabilmente in vista di un programma di riammodernamento generale. Di conseguenza, si attinse anche alle dotazioni dei corpi di armata non di frontiera . Ad evitare un frequente errore di interpretazione sul «costo» della guerra spagnola, è bene tener presente la distinzione da fare tra le spese vive, cioè reali (indennità al personale, noleggio piroscafi e varie), ed il valore in lire dei materiali consumati o persi dal CTV oppure regalati al governo di Burgos. Evidentemente, è questo valore da prendere a base della spesa da effettuare a tempo debito per provvedere al ripristino delle dotazioni (con materiale moderno). Da non calcolare, invece, l'incidenza dei materiali regolarmente pagati dalla Spagna su commessa, perché, almeno teoricamente, il ricavato sarebbe dovuto servire alla pronta sostituzione di quanto venduto. Alcuni dati potranno fornire un' idea dello sforzo compiuto 1: - pezzi d'artiglieria da· campagna ............... .

1.474

- pezzi d'artiglieria di medio calibro ........ . ... .

442

- pezzi d'artiglieria di grosso calibro ...... . . . . . . .

14

colpi completi per artiglieria .... . . . .... . . .. . . .

7.514.537

colpi senza carica di lancio . ...... . .. . . . . .. . . .

91.500

- carri veloci ..... . .... . . . ... .. . . . .. . . . . .. . . .

149

- autocarri . . . .... . ...... . ....... . ....... ... .

4.264

trattori e trattrici . . ........ . ... . ....... . .. .. .

1.189

- pani cli ricambio (pezzi) .......... .' . . . . .... . .

2.000.000

apparati radio . . ... . . . .. . . . . ......... . .... . .

931

- ospedali da campo completi . ..... . . . . . ...... .

13

- serie complete vestiario . ...... . ...... .. ..... .

500.000

' Dati tratti dalla «Rivista di Commissariato e Servizi Amministrativi», n. 2, 1941. I dati riportati nella «Relazione finale sull'attività dell'Ufficio Spagna» del ministero degli Esteri e nella pubblicazione del ministero della Guerra del.l'aprile 1939 presentano alcune differenze poco significative.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

635

Le spese a carico del ministero della Guerra per i reintegri, alla data del 31 marzo 1939, si aggirarono sui sei miliardi lire: a. per reintegro materiali: - servizio sanitario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

- servizio motorizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - servizio amministrazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . - servizio ippica e veterinaria . . . . . . . . . . . . . . . .

40.650.000 503.000.000 2.645.000.000 469.500.000 64.000.000 660.000.000 3.500.000 660.000

totale . . . . . . . . . . . . .

4.386.230.000

b. per assegni corrisposti in patria . . . . . . . . . . . . . . . .

1.393.900.000

totale complessivo . . .

5.780.110.000

- servizio commissariato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - servizio artiglieria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - servizio genio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - servizio chimico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Anche l'aeronautica e la marina fornirono un contributo rilevante. L'aviazione legionaria fu spesso elemento decisivo della lotta. Anivò ad una disponibilità di 32 squadriglie delle varie specialità per un totale di 300 apparecchi e, fra piloti e personale di altre categorie, compresi i servizi inglobati nell'Intendenza del CTV, contò 6 mila uomini, di cui 865 ufficiali e 1.700 sottufficiali. Subì perdite pari a 175 caduti e 192 feriti, nonché 147 apparecchi abbattuti. Cedette alla Spagna 517 apparecchi, di cui 167 forniti a particolari condizioni e 350 lasciati in posto al momento dello scioglimento dell'aviazione legiona1ia; e ne fornì 159 su regolare ordinazione di commesse. Complessivamente le spese a carico del ministero dell' Aeronautica furono così calcolate: - aerei e idrovolanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 301.117.000 - motori d'aviazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - automezzi e imbarcazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - armi e munizioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - materiale fotografico ecc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - macchine da lavori, attrezzature, carburanti e lubrificanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - materiale M.S.A. e vario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . totale . . . . . . . . . . . . .

360.008.000 10.580.000 249.532.000 43.713.000 30.263.000 5.293.000 1.000.506.000


636

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

All'aviazione spagnola venne anche consegnato materiale aeronautico per 755 milioni di lire circa, peraltro in gran parte per commesse, forniture in compensazione di materie prime, controvalore surplus 1• La marina militare trovò impiego in azioni di guerra e nella scorta, vigilanza e assistenza ai convogli. Cedette al governo di Burgos 2 sommergibili, 4 cacciatorpediniere antiquati e 4 MAS per un importo di 95 milioni - che si fece pagare - ai quali si aggiunsero altri 200 milioni per materiali ceduti, prestazioni varie e noleggio piroscafi. Questo senza tener conto delle iniziative di collaborazione industriale e cantieristica prese da ditte italiane, quasi tutte peraltro arenatesi di fronte alle difficoltà di pagamento da parte della Spagna 2 • È opinione largamente diffusa che le cessioni dei materiali d'armamento, ed i consumi e perdite connessi con la nostra partecipazione alla guerra civile, oltre a quelli della guerra etiopica, abbiano esercitato un peso negativo determinante sulla preparazione militare italiana nell'i mminenza della seconda gue1i-a mondiale. A dire il vero, una discussione sull'argomento appare piuttosto sterile. Le esigenze di ammodernamento e di messa a punto delle forze armate erano diventate così evidenti ed assillanti da spingere Mussolini a dichiarare a Hitler che «l'Italia ha bisogno di un periodo di preparazione che può andare a tutto il I 942» 3, quindi, accettando l'ottimismo di tale indicazione, è ovvio che qualunque data anteriore avrebbe colto l'Italia impreparata_ Mussolini non ignorava affatto lo scombussolamento provocato nelle forze annate dalle due guerre a causa delle mobilitazioni parziali, della ricostituzione frettolosa di unità con nuovi elementi, del ricorso alle dotazioni di mobilitazione esistenti per sopperire alle necessità immediate, ma la quasi totalità dei materiali poteva essere facilmente rimpiazzata oppure abbandonata senza risparmio perché troppo vetusta per trovare posto nel programma di ammodernamento". È bene rilevare che per quanto magazzini e dotazioni fossero stati profondamente intaccati per le necessità della guerra di Etiopia, Pariani,

'Dati tratti da NINO ARENA, La Regia Aeronautica 1939-1943, USSMA, Roma 1981. I, p. 50. Pedriali riporta un totale complessivo di 747 aerei anziché 676 (Guerra di Spagna e aviazione italiana cit., p. 390). 'F. GUARNERJ, BaTtaglie economiche fra la due guerre cit., p. 824. 'Mussolini a Hitler in data 30.5.1939, ODI, 8' serie, XII, doc. 59. 'Coverdalc ha rilevato che più della metà dei materiali inviati a Franco vennero fomiti entro il settembre 1937, vale a dire tre anni prima dell 'entrata in guerra dell'Italia, e che la cifra di sei miliardi in materiale bellico superava di poco il bi lancio ordinario annuale preventivato per il 1939, concludendo che una maggiore decisione governativa avrebbe potuto coprire le deficienze più gravi prima del I Og iugno 1940 (/ fascisti italiani alla guerra di Spagn;:1 ~it.. p. 382). Si aggiunga che ogni anno il regime spendeva oltre un mi liardo per la Gioventù Italiana del Littorio ed altrettanto per l'Opera Nazionale Dopolavoro.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

637

subentrando a Baistrocchi nell' ottobre 1936, trovò accreditati al ministero della Guerra per il reintegro dei materiali inviati in Africa orientate, 5.500 milioni come fondi straordinari per gli esercizi finanziari 1936-37 e 1937-38, mentre rimanevano scoperti 1.800 milioni, già impegnati in commesse da Baistrocchi ma non ancora riconosciuti dal ministero delle Finanze. Questo significa che, almeno in teoria, le pendenze relative all'Etiopia potevano considerarsi sistemabili senza difficoltà. Per la Spagna, invece, non venne concesso al ministero della Gue1Ta alcuna assegnazione straordinaria sino all'agosto 1938. A Pariani, che ripetutamente precisava situazione e necessità, Mussolini rispondeva ogni volta: «Abbiate pazienza: ho il rnfo programma: prima debbo mettere in efficienza la Marina, poi provvederò all'Esercito ed ali' Aeronautica: spero di poter fare ciò entro il 1938» '. Difatti, fra le ragioni che determinavano la durata del periodo di pace occorrente, Mussolini non includeva il ripristino delle dotazioni sulle quali avevano inciso i consumi e le cessioni durante le due guerre d'Etiopia e di Spagna. L'elenco che fece a Hitler comprendeva: la sistemazione militare della Libia e dell'Albania e la pacificazione del!' Etiopia; l'ultimazione della costruzione ed il rifacimento delle 6 navi di linea in corso; il rinnovamento di tutte le artiglierie di medìo a grosso calibro; la realizzazione dei piani autarchici; la realizzazione dell'Esposizione 1942; il rimpatrio degli italiani dalla Francia; il trasferimento di molte industrie dalla valle padana all'Italia meridionale; l'approfondimento dei rapporti fra i popoli cieli' Asse 2 • È stato detto che, per quanto i materiali in questione fossero in gran parte superati, si n·attava pur sempre di armi e mezzi in dotazione all'esercito italiano e che, perciò, se non mandati in Spagna avrebbero diminuito il numero delle divisioni incomplete alla data del 10 giugno 1940 3• Ma, come obiettato da Coverdale, «è difficile capire come un aumento quantitativo( ...) avrebbe potuto influire in maniera significativa sull'esito della guerra» 4. In altri termini, avrebbero fatto numero e non sostanza, e non a caso - a prescindere dalla considerazione che il problema strategico del teatro d'operazioni libico venne tardi e male impostato e peggio risolto - nella prima battaglia campale, a Sidi el Ba.i.i-ani, la 10" armata del gen. Berti, pur avendo le divisioni (binarie) a pieno organico ed anche i nuovi carri M 11, venne affrontata e travolta dalla Desert Western Force nel quasi incredulo sbigottimento dei vertici politici e militari di Roma.

ALBERTO PARIANI, Chiacchiere e realtà, opuscolo per gli amici, in data 27 giugno 1949, pp. 10- 11. 2 Mussolini a Hitler in data 27.5.1939 cit. 'A. Rov1GH1 e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., II, tomo I, pp. 481-482. ' J. CovERDALE, 1 fa scisti italiani alla fitterra di Spagna cit., pp. 382-383. Per quanto concerne le artiglierie, tutte risalenti alla prima guer,d mondiale. basti riflettere sulla loro limitata gittata per valutarne l'efficacia nei confronti delle artiglierie inglesi e francesi. 1


638

L'[NTERVENTO NELLA GUERRA C[V!LE DI SPAGNA (1936-1939)

Per concludere, pur convenendo sulle obiettive incidenze di vario tipo, comprese quelle psicologiche, esercitate dalle due guerre citate sull'organismo militare, non pare proprio si possa argomentare che senza di esse sarebbero aumentate le possibilità operative dell'Italia. L'attribuire un peso di tutto risalto ai materiali in questione avrebbe valore se l'Italia fosse stata inopinatamente aggredita. Ma questo non fu. Il vero problema era rappresentato dalla mancanza cli armi e mezzi moderni. Un discorso analogo sembra valere anche per l'aeronautica. «Indipendentemente - ha scritto Nino Arena - dal recupero finanziario del patrimoni.o aeronautico ceduto o fornito con regolari commesse dall'industria italiana, era certamente possibile reintegrare sollecitamente e con nuove costituzioni l'handicap creatosi, considerando oggettivamente che solo un centinaio di aerei moderni o relativamente tali (SM.79, BR.20, Cantz.506, G.50, Ba.65) rappresentava la perdita effettiva di potenzialità dell'Aeronautica italiana» 1• Molto discutibile, invece, fu la vendita all'estero, in quello stesso periodo, di non meno di 1.200 aerei di vario tipo allo scopo di incamerare valuta pregiata e materie prime: aerei che sarebbero tornati utili per ripianare subito le perdite, completare g)j stormi da bombardamento e caccia e costituirne altri 2. * * * Nel settore delle espe1ienze, il ministero della Guerra portò la sua attenzione, sin dalla costituzione del CTV, sui materiali recentemente adottati dall'esercito (fucile mitragliatore Breda 30, mitragliatrice Fiat 14/35, mortai Brixia da 45, lanciafiamme, autoblindo, cani veloci) e chiese di riferire in proposito, fornendo notizie anche su quanto in uso da parte tedesca e repubblicana. Il Comando CTV, molto opportunamente, istituì una sezione tecnica nell'ambito della Delegazione italiana presso il Cuartel Generai, con il compito specifico di effettuare studi ed esperimenti di natura tecnica 3• Ci limiteremo a citare il carro veloce, prescindendo dagli errori iniziali commessi da comandanti privi di conoscenza delle norme d'impiego dei carri (proiezione in avanti senza seguito di fanteria; impiego a spizzico; utilizzazione per sban>amento stradale, addirittura senza equipaggio, o per rifornimento munizioni, carenza di intese con l'artiglieria) o derivanti dall'insufficienza addestrativa di ufficiali ed equipaggi (formazione in colonna su rotabile, con tendenza a non uscire fuori strada; formazioni troppo profonde e quindi poco

1 Uguale giudizio espresse il gen. P1icolo (FRAKCESCO PRlCOLO, La Regia Aero11awica nella seconda guerra mondiale, Longanesi, Milano 1971, p. 92. ' N. ARENA, La Regia Aeronautica cit., I, p. 50. ' A. RovrGH! e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit., Il, tomo I , pp. 444-457 e tomo 11, doc. 121-126


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

639

articolate; difetti di pilotaggio con conseguenti scingolature; velocità di progressione costante senza adattamento al terreno, ecc.) 1• Tdifetti tecnici da eliminare erano evidenti e ben conosciuti sin dalla campagna etiopica. Li ripeté in una relazione il col. Babini, al termine della battaglia d'Aragona: avviamento del motore a manovella da proscrivere; scarsa stabilità laterale; autonomia limitata a 80-90 chilometri su strada; sportelli poco maneggevoli; insufficiente collegamento fra i carri causato dal primitivo sistema del!' asta di segnalazione; visibilità nulla per il capocarro e deficientissima per il pilota; corazzatura sufficiente contro schegge e munizionamento ordinario, ma non contro quello perforante di mitragliatrici; estrema difficoltà per il rifornimento battaglia durante 2• Tutto questo non poteva che avvalorare le perplessità circa la validità del mezzo, a parte l' ovvia necessità di disporre di carri dotati di cannone e di maggior peso per la rottura e l'accompagnamento. Stupiscono, perciò, alcune affermazioni che suonano a piena soddisfazione del carro d'assalto: -

-

-

<<(...) è con i suoi poderosi mezzi d'azione l'arma offensiva per eccellenza, quella che più di

ogni altra armoniaa con il concetto italiano di guerra rapida, quella che realizza i più alti valori suggestivi, sia nel vasto quadro delle twppe celeri (... ) sia nel quadro più ristretto e più duro della fanteria( ... ). È inol1re il mezzo discusso in tutti gli esercii.i, nei recessi della meccanizzazione. Ma quando la discussione si rivolge al nostro carro d'assalto, io sono termamente convi nto che è la sconoscenza e la superficialità che li ispira; se si traua di nemici , palesi o nascosti, è impotenza o denigrazione». <<La riprova positiva di. tale essenziale impo1tanza dei carri veloci si ha osservando il contegno tenuto da chi ha dovuto subire la terribile azione morale e materiale dei carri; dei <<rossi cioè, che non hanno mai, dico mai, resistito in posto l'mto di queste mi nuscole anni di acciaio( ...)». «In virtù delle s ue minime dimensioni e delle sue qualità tecniche, costituisce un vero proiettile animato che procede rapidamente e minutamente sul terreoo, indifferente alla quasi totalità degli ostacoli naturali [ !] ( ...).È piccolo, poco pr.otetto e poco armato, ma in questo sta la sua grande anima (... )» 1 .

Pensiamo che questi commenti di sostanziale approvazione del carro veloce - un'approvazione sconfinante nell'entusiasmo retoirico - non dipendano tanto da «confo1mismo politico», quanto dalla soddisfazione dei risultati tattici ottenuti e dal confronto con il carro leggero sovietico, che, pur dotato di cannone da 45 in torretta, presentava vistosissime deficienze meccaniche. Ricordiamo che nel settembre successivo, durante la battaglia dell'Ebro, il raggruppamento celere elette ottima prova di sé, tanto da meritare da Franco la Medalla Militar.

' Ibidem, II , tomo Il, <loc. 123, relazione del col. Rivolta in data 31.3.1937. ' Ibidem, Il, tomo Il, doc. 125, relazione del col. Sabini in data aprile 1938. ' Ibidem, II, tomo TI. doc. 125, pp. 489, 492e 496. Sull'argomento efr. Lucio CEVA e A NDREA C URAMI, La meccanizzazione dell'esercito fin.o al 1943, USSME, Roma l 989, I, pp. 197-212.


640

L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1 936-1939)

I risultati delle osservazioni e dei giudizi trovarono una prima collocazione nella circolare 6800 in data 20 maggio 1938, «Note sull'impiego delle minori unità di fanteria e di artiglieria nella guerra di Spagna», con diramazione estesa sino ai comandanti di battaglione ed equivalente. In quella sede il Comando del Corpo di Stato Maggiore tenne però ad avvertire che: «Nell' esaminade e nel commentarle bisogna tener presente che la guen-a civile di Spagna si differenzia sostanzialmente da una possibile gue1Ta fra grandi eserciti, specialmente per quanto si riferisce alla quantità di artiglieria e di carri armati. I dati di esperienza raccolti vanno pertanto ripo11ati nel quadro della lotta fra grandi unità, dotate di potenti mezzi d'insieme e valutati da tale punto di vista( ... )»'.

E accennò ai provvedimenti di natura ordinativa allo studio. Era evidente il riferimento alla nuova struttura divisionale propugnata appasionatamente dal gen. Pariani: la «binaria». Bastico espresse senza esitazioni una netta contrarietà all'abbandono del modulo ternario. Gambara, invece, si dichiarò entusiasta di tale tipo di grande unità 2 • Comunque, Pariani non aveva incertezze. Torneremo sull'argomento. Per l' aviazione, molti anni dopo il gen. Valle, interpellato su che cosa la R. Aeronautica avesse imparato in Spagna, rispose d'impeto: «Nulla!» . Poi però ammise l'acquisizione di miglioramenti nelle attrezzature ed un proficuo addestramento per i piloti 3• In realtà, proprio nel corso della guerra sorse un acceso dibattito sulla utilità dell'aviazione d'assalto, sostenuta dal gen. Mecozzi, che dagli uni venne esaltata per l'elevato rendimento dell'attacco al suolo non conseguibile con il bombardamento tattico; dagli altri fu invece respinta per le notevoli perdite riportate in Spagna e per la necessità della sua protezione con i caccia 4. Una maggiore concretezza riguardò la caccia. L'esperienza spagnola magnificò il CR.42 ben oltre i suoi reali meriti, senza tener conto della modestia sia della massa dei velivoli sia dei piloti avversari, perché in quegli anni la tecnica di combattimento della caccia poggiava, in Italia, sulla capacità acrobatica dei piloti. Il «duello aereo», tipico degli assi della prima guerra mondìale, faceva ancora testo ed infiammava l'immaginazione, mentre altrove si era già affer. mata la concezione del combattimento in formazione-' .

' A. Rov10m e F. STEFANI, La partecipazione italiana cit, I, tomo Il, doc. 127. Si noti che in Spagna furono i111piegatì solo carri leggeri ed essenzialmente artiglierie di piccolo calibro. ' Gambara non era tipo da andare con'crocorrente specie nei confronti del capo di S.M. dell'esercito. Inoltre, nel 1927, da tenente colonnello, aveva fatto pa11e della missione militare italiana in Albania, alle dipendenze dell'allora colonnello Pariani. ' J. COVÉRDALE, / fi1scis1i italiani alla guerra di Spag11a cìt., p. 387. ' FERRUCCIO BOTTI e VIRGfLlO ILARI, Il pe11siero militare itali.ano dal primo al secondo dopo guerra, USSME, Roma 1985, pp. 240-241. ' L. CEVA, Lo sviluppo degli aerei militari in Italia (1938-1940), in «Il Risorgimento», Milano, febbraio 1983, p. 32.


CONSIDERAZION1 CONCLUSIVE

641

Comunque, almeno tre furono gli spunti operativi degni di attenta riflessione: la netta distinzione tra funzione strategica dell'aviazione e appoggio aereo alle forze terrestri; la concezione della battaglia aeroterrestre; l' utilità del connubio aerei-carri ne lla penetrazione in profondità e nello sfruttamento del successo. Nel settembre 1938 il gen. Pricolo, successore di Valle nelle due cariche di sottosegretario e di capo di Stato Maggiore dell 'aeronautica, in una relazione compilata dopo una visita ai reparti aerei italiani impegnati nella guerra di Spagna rimarcò con spiccato d isappunto: «In pace corne in guena, in Abissinia come in Spagna, l' Aeronautica, pur conservando una parvenz.a di autonomia, è sempre stata messa alle dirette e complete dipendenze dei Comandi dell'Esercito, i quali, per abito mentale o anche pe r contingenze superiori forse alla loro stessa volontà, hanno sistematicamente imp iegato I' Aviaz.ione soltanto o principalmente nelle numerosissime attività rivolte ad immediato e diretto sostegno delle truppe terrestri( ... ). ( ... ) c'è staui e c'è ancora una tenacissirna tendenza a considernre l' Arma aerea corne un comodo e celere organismo capace di intervenire in tutte le situazioni compromesse o di fare quasi da eccitante nei momenti di crisi. Così è stata considerata come sostituta di volta in volta dell'artiglieria, dei carri armati, o dei cammelli dell'Intendenza. Ora, no,rs{ vuol mettere affatto in dubbio l'utilità enorme e contingeme di un simile impiego - tutto è uti le c iò che può recare danno al nemico o vancaggio per noi - ma bisognerebbe che le eccezioni non di ventassero regola e che l'Aeronautica fosse considerata qualcosa di molto più impo,tante e sopratrutto di molto piÌI costoso nel quadro generale delle possibilità e del rendimento del complesso delle fort.e armate. Un impiego così restritti vo, anche se giudicato temporaneamente indispensabile, dovrebbe essere sca1tato a priori nello studio dei piani operativi e accettato solamente come dolorosa necessità in casi eccezionalissimi e imprevisti ( ...)».

E molto più tardi commentò: «Si è detto che sia in Abissinia sia in Spagna sono mancati o per inesistenza o per imperiose necessità politiche, i bersagli specifici della guerra aerea totalitaria e allora si è dovuto impiegare l'Aeronautica come si poteva, dovunque potesse rendersi utile . Questo è per me l'erro re fondamentale. Confermo ancor oggi quello che scriss i ann i or sono ( ... ) e cioè che l'arma efficacc·della Flotta aerea è il terrore, invece quella della Marina può essere la fame [della popolazione nemica], quella dell' Esercito l'effettiva occupaz.ione del te1Titorio. Bisogna immediatamente gettare il terrore fra le popolazion.i avversarie(... ) per sottoporle ad un incubo insostenibile che costringa alla resa( ...)».

Però nel prosieguo del discorso Pricolo riconobbe i limiti della dottrina del Douhet, che anzi g iudicò «definitivamente seppellita» dall'esperienza della guerra del Vietnam 1•

*** ' F. PRJCOLO, La Regill Aeronautica nella seconda guerra mondiale cit., pp. 29-30.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DJ SPAGNA (1936-1939)

Per finire sulle conseguenze delle guerre di Etiopia e di Spagna, riportiamo tre commenti meritevoli di meditazione data l'autorevolezza dei loro autori. Il gen. Roatta, che fu sottocapo e poi capo di Stato Maggiore dell'Esercito, scrisse: «(.. .) dichiaro completamente infondata la tesi secondo la quale l'esiziale inferiorità del nostro esercito in fatto di attrezzamento, nel 1939 e guerra durante, sarebbe conseguenza della guerra d'Etiopia e della nostra partecipazione a quella di Spagna». Indubbiamente le due imprese avevano prodotto notevoli consumi di materiali d'armamento antiquati, così come la guerra etiopica aveva turbato notevolmente la vita dell'esercito a causa del gran numero di unità mobilitate, «ma è parimenti fuori dubbio che le nostre unità non possono aver perduto o consumato in Etiopia od in Spagna quelle armi e quei materiali moderni che mai avevano posseduto». Molto più rilevante, invece, fu l'effetto psicologico della guerra etiopica «perché la massa dei faciloni, di fronte ai suoi risultati(... ) ne trasse la conseguenza che l'esercito italiano, così com'era, incutesse a tutti salutare rispetto, e potesse tener testa con pieno successo a qualsiasi eventuale avversario» 1• Il generale Pricolo, capo di Stato Maggiore dell'aeronautica, così si espresse: «II nostro intervento in Spagna, più che per il numero di aeroplani lasciativi, fu assai oneroso e pregiudizievole per le unità aeree, in conseguenza di continui, notevoli e direi affannosi prelievi di personale, che sconvolsero la compattezza organica delle unità aeree e la loro naturale preparazione ai voli di impiego bellico» 2 • Il generale Spigo, segretario generale della Commissione Suprema di difesa, c01mnentò: «Le guerre di Etiopia e di Spagna - preludio alla conflagrazione mondiale - poterono forse costituire utile palestra cli addestramento, quantunque a tipi di guerra diversi da quelli che ci attendevano; ma furono altresì, certamente, causa di dispersione di energia, fonte di illusioni circa le possibilità future, fattore di stanchezza per i combattenti e per il paese di fronte alla prova decisiva». Ma le manchevolezze esistenti nella preparazione italiana alla guerra avevano aspetti «assai più vasti e complessi» dai quali derivò un «incalcolabile danno» l _ 2 . LA VIITORIA POLITICA

Secondo l'accordo segreto firmato il 28 novembre 1936 i governi di Roma e di Burgos si impegnavano a concordare «le proprie azioni concernenti tutte le questioni di interesse comune, particolarmente per quelle riguardanti la parte

'MARIO ROATTA, Otto milioni di baionette, Mondadori, Milano 1946, pp. 12-13. 'P. PRtCOLO, la Regia Aeronautica nella seconda guerra mondiale cit., p. 92. Il gen. Santoro, sottocapo di Stato Maggiore, aggiunse che le due guerre «soprattutto(...) crearono l'illusione della gue1rn facile» (L'Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale, Ed. Esse, Roma 1957, p. I 4). ·' UMBERTO SPJGO, Premesse tecniche della disfatta, Faro, Roma 1946, pp. 45-46.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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occidentale del Mediterraneo (...) e si presteranno mutuo appoggio nella difesa effettiva degli interessi comuni» (art. 2); a non partecipare a qualsiasi altro raggruppamento ed intesa di Potenze che potrebbe essere «diretta contro l'altra parte» ed a non partecipare in alcun modo «alle misure di carattere militare, economico o finanziario, dirette contro una delle parti contraenti» (art. 3); ad adottare «un atteggiamento di benevola neutralità, di assicurare i rifornimenti dei materiali necessari, di mettere a disposizione tutte le facilitazioni, l'uso dei porti, delle linee aeree, delle ferrovie e della strade, nonché il mantenimento di rapporti commerciali in via indiretta» verso il contraente che fosse venuto a trovarsi in conflitto con una o più Potenze (art. 4); a definire, dopo la conclusione vittoriosa della pace, lo sviluppo di ogni genere di rapporti economici e di · comunicazioni (art. 5 e 6). Nel documento tutti gli impegni erano reciproci meno uno e questo fu assunto dal governo fascista: «l'appoggio e l'aiuto per la conservazione e l'indipendenza e dell'integrità della Spagna», sia per il territorio metropolitano sia per le colonie. È vero che l'art. 3 lasciava spazio per una giustificata richiesta italiana, in caso di guerra con altre Potenze mediterranee, di stabilire basi aeree o navali sul territorio spagnolo, in primo luogo evidentemente nelle Baleari, però l'accoglimento della richiesta sarebbe dipeso dalla buona volontà del Caudillo 1. Ad ogni modo, Franco, dopo aver fatto ampio ricorso al sollecitato e detenninante aiuto di Roma e di Berlino, una volta vista avvicinarsi la vittoria accentuò, con calco!ato dosaggio, gli sforzi di guadagnarsi una sicura posizione politica internazionale. Nel settembre 1938 aveva messo un punto fermo con Gran Bretagna e Francia, dichiarando la propria neutralità nel caso di una possibile guerra europea, e con Germania e Italia, mettendole al corrente della decisione resa inevitabÌ!le dalle circostanze. Nel febbraio 1939 seppe porre condizioni all'inviato francese incaricato di negoziare il riconoscimento de facto del governo di Burgos, ottenendo soddisfazione in primis per la consegna dei beni spagnoli in Francia, compreso l'oro della Banca di Spagna, e poi per il formale riconoscimento de jure della Francia e della Gran Bretagna (27 febbraio), che pochi giorni dopo inviarono i rispettivi ambasciatori, mar. Pétain e sir Peterson. Quindi, il 17 marzo, stipulò con il Portogallo un patto di amicizia e non aggressione di durata decennale. Infine, per mettere un peso anche sull' altro piatto della bilancia, il 27 aderì al Patto Antikomintern. Gli avvenimenti spagnoli suscitarono manifestazioni di esultanza a piazza Venezia. Mussolini era «raggiante» per il trionfo nazionalista che gli assicurava un paese amico nel Mediterraneo occidentale. Però, tutto sommato, parve considerare semplicemente chiusa una partita che gli aveva causato preoccupazioni

1

F. D'AMOJA, La politica estera dell'impero cit., p. 63.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA (1936-1939)

e spese. Il fatto era che in quello stesso mese di marzo una nuova crisi si era abbattuta sull'Europa e, di conseguenza, la conclusione della guerra civile - del resto ormai data da tutti per scontata - aveva perduto molto interesse. Il 1O marzo, proprio mentre Chamberlain annunciava che il panorama europeo appariva finalmente sereno, il presidente della repubblica cecoslovacca, Hacha, congedò il governo slovacco autonomo di mons. Tiso, accusandolo di mirare alla piena indipendenza e, di conseguenza, di attentare all'integrità dello Stato. Il giorno 13 mons. Tiso chiese lumi a Berlino e ventiquattr'ore dopo proclamò l'indipendenza da Praga, subito imitato dalla Rutenia ' . Nel contempo, per la prima volta Ribbentrop lasciò intendere all'ambasciatore Attolico il programma massimo tedesco: incorporare la Boemia, rendere vassalla la Slovacchia e cedere la Rutenia all'Ungheria. Il commento di Ciano fu desolato: l'Asse funzionava soltanto in favore di Berlino, che, acquisito un peso determinante, agiva di sua esclusiva iniziativa senza curarsi ne1mneno di avvertire l'alleato. Nella notte sul 15 marlo, a seguito di un drammatico colloquio fra Hitler e Hacha a Berlino, le truppe tedesche entrarono in Boemia ed in Moravia ed alle 9 del mattino Praga veniva occupata. In giornata un proclama di Hitler annunciò che la Boemia e la Moravia (con le importantissime industrie belliche) facevano parte dello spazio vitale germanico e passavano sotto il protettorato del Reich 2 • Il 16 la Slovacchia si poneva sotto la protezione della Germania e la Rutenia subcarpatica era occupata da reparti ungheresi. Alle proteste presentate dagli ambasciatori inglese e francese il 17 marzo, la Germania rispose di <<non poterle prendere in considerazione perché priva di ogni fondamento politico, giuridico e morale» 3• Il 18 marzo, dopo una lunga discussione, il gabinetto.britannico prese la determinazione di rivedere la propria politica estera, cominciando con lo studiare il modo di creare un fronte comune di tutte le Potenze democratiche: .Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Unione Sovietica (!). A questa coalizione si contava avrebbero aderito tutti i Paesi più minacciati dall ' Asse e cioè Polonia, Romania, Jugoslavia e Grecia. Il 22 marzo la Lituania cedeva il territorio di Memel alla Germania, subito annesso al Reich (23 marzo). Come se tutto ciò non bastasse, all'improvviso il governo polacco rivelò che la Germania stava premendo sulla Polonia affinché si unisse al blocco antisovietico e avanzava con estrema fennezza rivendicazioni

' Due giorni prima, però, il ministro della Guerra aveva dichiarato ai Comuni la decisione del governo di riorganizzare l'esercito, portandolo a ... 19 divisioni. 'Un comunicato ufficiale diramato alla stampa francese e inglese infonnò che «i due governi si erano trovati d'accordo circa la non applicazione delle clausole concernenti l'indipendenza della Cecoslovacchia prevista a Monaco per iI fatto che i governi d!i Praga e di Berlino si erano preventivamente trovati d'accordo» (NICOLAS P. COMNÈNE, I responsabili, Mondadori, Milano 1949, p. 321).

' N.P. COMNÈNE, I responsabili cit., p. 324.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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su Danzica, nonché la pretesa della costruzione di una ferrovia e di una autostrada attraverso il corridoio godenti del privilegio della extraterritoralità. Il 28 marzo il col. Beck, ministro degli Esteri polacco, si dichiarò pronto ad una guerra piuttosto che cambiare lo statuto di Danzica. A questo punto, dopo aver preso contatto con Parigi e con Varsavia, il 31 marzo Chamberlain disse in Parlamento: «Devo informare la Camera che ( ... ) nel caso di un'az,ione che minacciasse palesemente l'indipendenza polacca e alla quale il Governo polacco reputasse necessario resistere con le foru nazionali, il Governo di Sua Maestà si sentirebbe tenuto a prestare subito alla Polonia tutta l'assistenza in suo potere. Il Governo polacco ha ricevuto assicurazioni in merito. Posso aggiungere che il Govemo francese mi ha autorizzato a 1iferirc di voler adottare a questo riguardo il medesimo atteggiamento adottato dal Governo di Sua Maestà» '.

Era la fine dell' appeasement. Ciano non nascose l'amarezza: «La cosa è grave, tanto più che Hitler aveva assicurato che non avrebbe mai voluto annettersi un solo ceco. L'azione tedesca non distrugge ormai la Cecoslovacchia di Versailles, bensì quella che era stata costruita a Monaco e a Vienna. Quale peso si potrà dare in futuro a quelle altre dichiarazioni e promesse che più da vicino ci riguardano?}). Anche Mussolini era scontento e urtato. Il principe d'Assia gli aveva recato «il solito messaggio}> di Hitler. Un messaggio verbale, questa volta, con spiegazioni pretestuose circa gli avvenimenti, con mille ringraziamenti per «l'immancabile appoggio italiano» e con l'avvertimento che, se Mussolini aveva in animo un'azione «in grande sti le», era bene attendesse un paio d'anni perché a quell'epoca la Germania avrebbe avuto cento divisioni disponbili. Al che il Duce, ancor più seccato, replicò che in caso di guerra con la Francia, l'Italia se la sarebbe cavata da sola, chiedendo alla Germania solo materiale d'armamento. · Ciano colse l'occasione per proporre un «compenso» per l'umiliato popolo italiano: l'Albania, che del resto era già in programma. Mussolini, però, dopo matura riflessione decise di rimandare l'operazione, temendo che una scossa alla Jugoslavia provocasse un'impennata del movimento separatista croato con la conseguente richiesta d'indipendenza sotto l'immancabile egida tedesca. «Il che vorrebbe dire i prussiani a Sussak». TI fermento croato, in effetti, impensieriva non poco Mussolini, al punto di fargli dichiarare che, nel caso della proclamazione dell'indipendenza, non sarebbero esistite alternative «a sparare il primo colpo di fucile contro la Germania o essere spazzati via da una rivoluzione che farebbero gli stessi fascisti}>! Peraltro, dopo l'assicurazione formale fornita dall'ambasciatore tedesco, von Mackensen,

' W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cit., parte I, voi. I, pp. 379-380.


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L'INTERV I '! I u NELLA GUERRA CIVILE DI SPAGNA ( 1936-1939)

circa l' assoluto disinteresse di Berlino per la Croazia, Mussolini si rasserenò e la sera del 21 marzo, nel corso di una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, parlò della «necessità di adottare una politica di intransigente fedeltà ali' Asse». Allo~a tornò d'attualità la questione albanese). Prima però il Duce volle fare il punto sulla situazione. Approfittò del ventennale dei Fasci, il 26 marzo., per tenere agli squadristi della «vecchia guardia» un discorso al Foro Mussolini. In esso si soffermò su tre argomenti principali: la validità del!' Asse, i rapporti con la Germania, i rapporti con la Francia. Sul primo punto fu reciso.: «Il periodo dei giri di valzer, se mai vi fu, è de.finitivamerite chiuso. Il solo ricordarlo è offensivo per noi e per tutti gli italiani. I tentativi di scaHiinare o di incrinare l'Asse Roma-Sedino sono puerili. L'Asse non è soltanto una relazione fra due Stati: è un incontro di due rivoluzioni che si annunciano in nena antitesi con tutte le altre concezioni della civiltà contemporanea. Qui è la forza dell'Asse e qui sono le condizioni della sua durata».

Nei confronti della Germania, Mussolini non esitò a formulare un avvertimento appena velato: «geograficamente, storicamente, politicamente, militarmente il Mediterraneo è uno spazio vitale per l'Italia e, quando diciamo Mediterraneo, vi includiamo naturalmente anche quel golfo che si chiama Adriatico e nel quale gli interessi dcli' Italia sono preminenti, ma non esclusivi, nei confronti degli slavi ed è per questo che da due anni vi regna la pace».

Quanto alla Francia, Mussolini offrì a Parigi lo spunto per discutere delle rivendicazioni italiane in Africa 2 : «(...) nel rnio discorso di Genova io parlai di una barricata che separava l'Italia dalla Francia. Questa barricata può considerarsi abbastanza demolita( ...). Noi non chiediamo il giudizio del mondo, ma desideriamo che il mondo sia informato. Orbene, nella nota del 17 dicembre del 1938, erano chiaramente stabiliti i problemi italiani nei confronti deJJa Francia: problemi di carattere coloniale: si chiamano Tunisi, Gibuti, Canale di Suez. Il Governo francese è perfettamente libero di rifiutarsi anche alla semplice discussione di questi problemi, come ha fatto sin qui attraverso i suoi troppo reiterati e troppo categorici 'giammai'. Non avrà, poi, a dolersi se il solco che divide attualmente i due paesi diventerà cosl profondo che sarà fatica ardua se non impossibile colmarlo (. ..)>> ' ·

' G. C IANO, Diario cit., pp. 264-270. 'Le rivendicazioni italiane - rese pubbliche da Ciano il 30 novembre 1938 in un discorso alla Camera culminato in una plateale dimostrazione da paite dei deputati, che la stampa proseguì inserendo nelle «aspirazioni naturali del popolo italiano» anche la Corsica, Nizza e la Savoia - riguardavano uno statuto per gli italiani in Tunisia (senza reclamare, al momento, cessioni territoriali), il controllo totale della ferrovia Gibuti -Addis Abeba ed una compartecipazione nel porto di Gibuti, ed una revisione delle tariffe del Canale di Suez. ~ B. M u SSOLINl, Opera omnia cit., XXIX, p. 249 seg.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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Ma il 29 marzo il radicale Daladier, presidente del Consiglio francese, respinse ogni ipotesi di avvicinamento, ricordando che appena tre mesi prima (il 17 dicembre 1938) l'Italia aveva dichiarato superati <<giwidicamente, politicamente e storicamente» gli accordi Mussolini-Lavai del gennaio 1935, e chiarì che la Francia non intendeva né cedere un metro di terreno né rinunciare ad uno solo dei suoi diritti. Il 7 aprile le truppe italiane sbarcarono in Albania. *

**

Durante le varie fasi della guerra civile, Mussolini non aveva dato segno di specifico interesse pe:c il «dopo», ma quando, nel giugno 1939, le truppe legionarie rientrarono in patria accompagnate da Serrano Sufier, qualcosa cambiò e fu per l'appunto il ministro degli Interni (e cognato di Franco) a presentare il futuro pross.irno in modo da dare una illusoria soddisfazione a Ciano: «(...) Tocchiamo vari punti: guerra - scrisse Ciano nel suo diario - , La Spagna teme una guerra a breve scadenza perché oggi è all'estremo delle sue risorse. In alcune regioni si soffre la fame. Se avrà invece due o meglio tre anni di tempo potrà risollevarsi e completare la sua preparazione militare. La Spagna sarà a fianco dell'Asse, perché là sarà portata dal sentimento e dalla ragione (...). E poi la Spagna di Franco intende risol vere il problema di Gibilterra: fino a quando là sventolerà la bandiera britannica la Spagna non sarà una nazione del tutto sovrana e libera ( ... ). Serrano Suiier è stato molto felice di sapere che anche noi e i tedeschi desideriamo ritardare il conflitto di alcuni anni ( ...)» '.

A buon motivo Serrano Sufier dichiarò prematura un'alleanza fonuale con l'Italia: d'altronde essa già esisteva «nello spirito)), ma i colloqui con Ciano e con Mussolini lasciarono nei suoi interlocutori un'ottima impressione, tanto che, rimasti soli, Mussolini disse a Ciano di cominciare «a definire il programma futuro per il Mediterraneo occidentale: Marocco integralmente alla Spagna; Tunisia e Algeria a noi. Un accordo con la Spagna dovrebbe assicurarci la comunicazione permanente con l'Oceano attraverso il Marocco» 2• La fantasia galoppava davvero! Il 15 giugno, appena partito Serrano Sufier, arrivò il gen. Kindelan, ministro cieli' aviazione spagnola, che Serrano Suiier aveva suggerito a Ciano di fare «molto sorvegliare dalla polizia>) durante la permanenza a Roma, in quanto agitatore monarchico. Kindelan aveva voluto accompagnare gli aviatori legionari nel loro rientro in Italia e, evidentemente senza molto riflettere, in un intervista si lasciò sfuggire un apprezzamento quanto meno imprudente: «L'unione delle due forze aeree, italiana e spagnola, ha fatto del Mediterraneo un lago, che non

1 G. CIANO, Diario, ci!.., p. 307. ' Ibidem, pp. 307-310.


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può essere passato dal nemico. Non so cosa ci riserverà il domani; ma nessuno dei servizi spagnoli e soprattutto l'aviazione potrà rimanere impassibile se le armi italiane saranno impegnate» 1 • Poco dopo giunse a Ciano un invito in Spagna da parte di Serrano Suiier. Ciano rimarcò nella lettera un certo riserbo che attribuì a lle voci di rapporti tra Franco e Serrano Suiier non più cordiali come una volta, e concluse: «In Spagna dovrò rendermi conto di molte cose e non vorrei che Serrano, sia pure in buonissima fede, fosse andato troppo ollre nelle sue previsioni di totale adesione all'Asse»i. Il 10 luglio Ciano si recò in Spagna. Il suo soggiorno tenninò con l'incontro a San Sebastian con il Caudillo, al quale si premurò di riportare i consigli di Mussolini: pericoloso il ristabilimento della monarchia; inutile sperare qualcosa da Francia e Inghilterra «per definizione nemiche irreconciliabili della Vostra Spagna» 1. In quella occasione Franco espose con molta semplicità il suo pensiero in tema di politica estera. Premise che doveva «per qualche tempo ancora ménager la Francia, al fine soprattutto di riavere in patria le ricchezze esportate dai rossi, che ammontano a oltre cinque miliardi» e confennò fa sua fenna intenzione di «orie ntarsi sempre più nettamente verso l'Asse Roma-Berlino, in attesa del giorno in cui condizioni generali e preparazione militare della Spagna permetteranno di identificarsi col sistema politico dei Paesi totalitari», quindi aveva bisogno di un periodo di pace di almeno cinque anni_ Comunque, ove un conflitto fosse scoppiato prima, la Spagna avrebbe assunto «una neutralità molto favorevole, più che molto favorevole nei confronti dell' Italia» e, nel caso di una guerra a rapido corso, «gli avvenimenti porterebbero la·Spagna a dover prendere una più netta posizione», giacché la rivoluzione franchista non avrebbe consentito a lungo alla Spagna di rimanere in condizioni di inferiorità morale di fronte all'Europa. Conseguiva da tutto ciò, per la Spagna, la necessità di accelerare la preparazione nel campo degli armamenti, perciò Franco confid ava nella più efficace collaborazione navale ed aeronautica italiana. · Ciano concluse, soddisfatto, che «Franco è assolutamente dominato dalla personalità di Mussolini e sente che per affrontare la pace ha bisogno di Lui come ne ebbe bisogno per vincere la guerra» e che, dalla sua prossima programmata visita a Roma, egli attendeva, come elemento fondamentale della sua vita politica, «l'insegnamento e le direttive» del Duce(!). Non solo, ma Ciano reputò «indispensabile» un successivo viaggio di Mussolini a M adrid perché in tal modo «la Spagna sarà in fonna definitiva legata alla sorte dell' Impero romano» •.

'R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., II, p. 65. ' G. CIANO, Diario cit., p. 312. l R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., Il, p. 74. ' Ibidem, pp. 66-73.


CONSIDERAZION I CONCLUS IVE

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Un commento alla lunga relazione preparata per il Duce non è semplice. Rimanendo sempre nel quadro della politica estera, basti comunque rilevare che Franco fu esplicito nel dipingere la propria situazione, vago nel concorso che avrebbe offerto in caso di guerra, concreto nel chiedere ancora aiuti. Non ebbe remore nel dicbjarare che, nell'eventualità di un conflitto a rapido corso, ovviamente a sicuro vantaggio dell 'Asse, al momento opportuno sarebbe entrato in campo a fianco di Italia e Germania (sarà il preciso pensiero di Mussolini nei riguardi della Germania). Riuscì perfettamente ad illudere Ciano sulla sua devozione a Mussolini, al regime fascista ed ali 'Italia. T utto questo costituisce, in sostanza, il frutto politico che l'Italia ricavò dal cospicuo contributo dato alla vitto,ia di Franco, il vero vincitore assoluto, il quale il 5 giugno aveva dichiarato al Consejo Nacional: «La caratteristica principale della nostra politica estera è una habil prudencia» •. Bastava a Mussolini? Per il momento si sarebbe indotti a rispondere affermativamente. Oltre al naturale interesse che in Spagna non si radicasse il bolscevismo, come detto da Ciano all'ambasciatore Cantalupo, rammentiamo infatti i punti dell'intesa segreta del I 936 2, e, soprattutto quanto dichiarato a Ribbentrop il 6 novembre 1936: che, anche dopo il ritiro dei volontari, Maiorca sarebbe rimasta in un certo senso a disposizione dell'Italia per potervi attivare una base militare in caso di guerra con la Francia. E ricordiamo anche che in tale circostanza Mussolini aveva souolineato la necessità di una messa a punto nei rapporti con Franco a vittoria raggiunta: prima indurlo ad aderire al Patto Antikomintem e poi unirlo ali' Asse con un patto a tre. Ora, per l'appunto il 27 marzo Franco aveva aderito al Patto Antikomintern. Già adesso prendono seria consistenza alcuni errori dominanti lo spirito di Mussolini e d i Ciano , il peggior ministro degli Esteri che Mussolini potesse scegliere. Il primo, fondamentale, errore di valutazione fu comune a Hitler ed a Mussolini : che le Potenze democratiche per l'appunto in quanto democratiche arretrassero spaventate di fronte alla prospettiva di una guerra. Ne derivò la convinzione di poter modificare a proprio piacimento la carta d'Europa, e non solo di questa, con l' intimidazione e la prepotenza. Ad onor del vero, anche Stalin contò sulla debolezza democratica, ma seppe approfittarne, e largamente, a tempo debito, quando cioè per le Potenze occidentali l'alleanza con l'Unione Sovietica divenne indispensabile per fronteggiare la paurosa egemonia tedesca nell ' Europa centro-orientale. Il secondo errore fu essenzialmente di comportamento: in quegli anni Mussolini passò con frequenza da atteggiamenti concilianti a manifestazioni di ostilità rispetto a Parigi e Londra, forse anche

'S. DE M ADARlAGA, Sroria della Spagna cit., p. 565. ' A. Rov1GHI e F. STEFANl, !...a parrecipazione iraliana cit. , II, torno Il, doc. 120.


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L'INTERVENTO NELLA GUERRA CIVLLE DI SPAGNA (1936-1939)

perché ritenne di avere acquisito l'importanza politica e la capacità diplomatica di acquietare Francia e Gran Bretagna se e quando voluto. Il terzo errore, di giudizio, fu verosimilmente provocato da superficialità: la tranquilla certezza di poter contare su Franco nell'eventualità di una guerra con la Francia, senza nemmeno riflettere sulle condizioni materiali, ben conosciute, in cui la Spagna usciva dalla guerra civile: un paese disastrato, un'economia ridotta ai minimi termini, una popolazione lacerata da dolori e rancori e assolutamente bisognosa di quiete, le forze armate da ricostruire. E senza contare la scarsa simpatia per lo straniero 1• A tutto ciò occorre aggiungere una strana incoerenza. Da un lato Mussolini non faceva che parlare dell'inevitabilità di uno scontro con le Potenze occidentali ; dall'altro, continuava a ripetere che queste non possedevano né la voglia né la capacità di battersi. E fra l'una e l'altra affermazione, manifestava scontento per le condizioni in cui si trovavano le forze armate italiane, pur, nel contempo, sembrando fiducioso che esse, benché dotate di armamento obsoleto e scombussolate dalle varie mobilitazioni parziali e daUe due guerre oltremare, potessero scendere in lizza con chances di successo.

' 1116 febbraio 1939, da Barcellona, il gerarca Muti scrisse a Ciano:»(... ) Ho proprio l'impressione che incominci ora la ingratitudine che generalmente il beneficato sente verso il suo benefattore, quando ha già raggiunto il suo scopo e sente solo la noia di dover pagare il debito di gratitudine ( ... )» (ibidem, Il. tomo Il, doc. 11 8).


Parte quarta L'ITALIA NEL 1939


Capitolo X L'OCCUPAZIONE DELL' ALBANIA 1. LA QUESTIONE ALBANESE Il 21 gennaio 1925, dopo un periodo di disordini e di vera e propria guerra civile, l'Assemblea Nazionale albanese proclamò la repubblica ed elesse Ahmed bey Zogolli primo presidente 1• Il 2 marzo fu promulgata una costituzione che, pur stabilendo la forma parlamentare, concedeva al presidente della repubblica poteri assai più ampi del normale. Una volta insediatosi, Ahmed bey Zogolli si affrettò a lanciare un proclama con cui si impegnava ad instaurare le ordinarie libertà civili e politiche, a normalizzare le condizioni di vita e, soprattutto, a non dare spazio a rappresaglia. Infine, a garantire l'indipendenza del paese e l'integrità dell'Albania. Il proclama venne accolto con favore dal popolo, tuttavia sin dall'inizio apparve chiara l'intenzione del capo dello Stato di ridurre al silenzio tutte le componenti della possibile opposizione: alcune associazioni furono sciolte, misure coercitive vennero adottate contro numerosi sacerdoti cattolici della Mirdizia, dimostrazioni ostili furono immediatamente represse con la forza. Nessuna meraviglia, dunque, per il rifiorire di centri di agitazione ad opera di rivali politici interni, alcuni dei quali alla macchia, ed in esilio. In primo piano i seguaci di monsignor Fan Noli, capo ciel governo rovesciato da Zogolli, che non sembravano affatto rassegnati a considerare la partita del tutto perduta. L'Albania si trovava in una situazione letteralmente precaria. Sul pianò internazionale era pre.ssoché isolata; su quello interno doveva ancora trovare stabilità. Il problema albanese presentava difficoltà non indifferenti: si trattava in pratica di costruire ex novo uno Stato in un paese piccolo, povero, trascurato da secoli dalla dominazione ottomana, privo perfino di una moneta ufficiale. Ed inoltre costantemente in bilico fra una sommossa ed una rivoluzione a causa delle antiche rivalità che da sempre dividevano i principali personaggi locali. Zogolli non nascose il suo pensiero ad Alessandro Lessona, recatosi segretamente a trovarlo nel suo feudo del Mathi: il regime che intendeva attuare «dovrà fatalmente essere un regime autoritario e nazionalistico, perché l' irredentismo albanese [verso la Jugoslavia e la Grecia] è la grande ed unica voce che, parlando al cuore del mio popolo, può tenerlo unito. L'Italia comprenderà

'Ahmed bey Zogolli era fuggito nel giugno 1924 a Belgrado, quando la guerra civile aveva porrato al potere mons. Fan Noli. Rientrò a Tirana con alcune migliaia di annati del Kossovo nel successivo dicembre e si impose, costringendo Fan Noli a riparare a sua volta all'estero.


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L'ITALIA NEL 1939

certamente questa aspirazione perché essa stessa si è battuta per l' irredentismo dei suoi figi i» 1• Si riferì va agli albanesi ciel Kossovo e della Ciamuria. Per conferire stabilità e sicurezza al regime, Zogolli cominciò a depurare l'esercito da tutti gli elementi poco affidabili o che considerava tali. Per coprire le vacanze createsi arruolò albanesi sicuri, montenegrinj ed anche serbi. Altrettanto fece con la gendarmeria, immettendo nelle sue file numerosi russi bianchi in esilio ed affidandone la direzione ad ufficiali inglesi. Si trattava poi di scegliere una grande Potenza alla quale appoggiarsi, non soltanto sul piano finanziario, ma anche sotto il promo politico. Scartò la Gran Bretagna e la Francia, già sostenitrici della Jugoslavia e della Grecia, e poco interessate ali' Albania. Scartò la Jugoslavia, che pure aveva aiutato Zogolli in difficoltà - anche se il neopresidente si era sdebitato cedendo il monastero cli San Naum, sul lago di Ohrida, in discussione sin dal 1913 - perché non in grado di fornire un adeguato acuto economico. La Grecia stessa fu ritenuta non idonea a causa delle rivalità esistenti per le numerose questioni di frontiera. Rimaneva l'Italia, che da molti anni si era affermata in Albania con varie iniziative e che rivestiva un importanza fondamentale per il commercio albanese. Rivolgersi all'Italia fu dunque per Zogolli del tutto naturale. Appena eletto aveva telegrafato a Mussolini in persona, manifestando la piena fiducia di poter contare sulla simpatia e sull'appoggio dell 'Italia, e sii era affrettato a prendere contatto con il governo di Roma. Il primo concreto e importante fu compiuto grazie alla Commjssione economi ca e finanziaria della Società delle Nazioni, la quale, vista la disponibilità italiana a dar vita ad una Banca di emissione albanese con capitali italiani, ed in piccola parte belgi e svizzeri, affidò all'Italia il compito di realizzare l'iniziativa. Così il 12 settembre 1925 nacque la Banca Nazionale d'Albania, seguìta subito dalla fondazione della Società per lo sviluppo economico dell'Albania (S. V.E.A.) con un prestito, interamente italiano, di 50 milioni di franchi-oro. Pur intenzionato ad aiutare l'Albania, Mussolini teneva d'occhio la situazione balcanica nel suo insieme, specialmente in prospettiva. Perciò - a prescindere dalle concessioni economiche che si riprometteva di ottenere - mirava, più che altro ad un trattato segreto politico-militare, per il quale l'Albania avrebbe dovuto porre «a disposizione dell'Italia il suo territorio nell'eventualità di una guerra con la Jugoslavia>>, mentre l'Italia avrebbe fornito ufficiali istruttori per l'esercito a lbanese. L'accordo, che doveva rappresentare la premessa di un pubblico patto di amicizia, venne firmato nell'autunno 1925, a dire il vero senza molta soddisfazione da ambo le parti. Zogolli accettò le clausole favorevoli all'Italia ma volle

I A. LESSONA, Memorie, cit. in FRANCESCO JACOMONI DI SAN SAVINO, La politica dell'Italia in Albania, Cappelli, Bologna 1964, p. 21.


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l'inserimento della precisazione che, in caso di guerra, l' Italia non avrebbe concluso trattati di pac.e che non tenessero nel giusto conto le sorti di tutte le popolazioni albanesi oltre frontiera. Lo scarso entusiasmo italiano per questo vincolo non deve mera vigliare: una indiscrezione potev.a turbare ancora di -più i rapporti con la Jugoslavia, già resi incerti dalle dimostrazioni nazionaliste per la Dalmazia, che per l'appunto in quel periodo avevano luogo in Italia, e, tra l'altro, non si volevano suscitare preoccupazioni britanniche circa possibili ripercussioni derivanti dal totale controllo italiano sul canale d'Otranto sugli interessi inglesi nel Mediterraneo. D'altro canto la Jugoslavia, appoggiata dalla Francia, faceva profferte di carattere economiche ali' Albania, all'evidente scopo di scalzare, almeno in parte, la vantaggiosa posizione che l'Italia stava assumendo. Occorreva prendere posizione, sì da giustificare gli ingenti oneri finanziari ed economici connessi con gli aiuti all'Albania e Mussolini decise di portare avanti senza indugi le trattative per la conclusione cli un formale patto di amicizia e sicurezza, con riferimento alle decisioni prese dalla Conferenza degni ambasciatori nel 1921. Come si è accennato in precedenza, dopo molte tergiversazioni e qualche attrito, dovuti anche all'atteggiamento a noi sfavorevole tenuto a Tirana dalle legazioni britannica, francese e jugoslava, ma pure a difficoltà interne albanesi, il 27 novembre 1926 si giunse alla firma del patto in questione. Aveva una durata quinquennale ed era rinnovabile. Per esso, le parti contraenti riconoscevano come contraria al re.c iproco interesse politico qualunque perturbazione diretta contro lo status quo politico e territoriale dell'Albania 1; si impegnavano ad un mutuo appoggio ed a non stipulare con altre Potenze accordi politici o militari a pregiudizio dei reciproci interessi; si impegnavano altresì a sottoporre ad una speciale procedura di conci)jazione e di arbitrato le eventuali vertenze che potessero insorgere fra di loro e non fossero state risolte attraverso l'ordinaria prassi diplomatica. L'Italia inoltre garantiva la propria assoluta non interferenza negli affari interni deU' Albania. Nel protocollo non si faceva cenno alle deliberazioni del 1921, per accontentare le insistenze di Zogolli basate su motivi di prestigio personale, essendosi a suo tempo opposto tenacemente all'accettazione albanese di quella fomrnla, che comunque manteneva ancora pieno valore. Per quanto una nota esplicativa venisse inoltrata alla Società delle Nazioni unitamente al patto, sì da smontare qualsiasi interpretazione tendenziosa, la Jugoslavia e la Grecia mostrarono sospetti e malumore. In particolare la prima, che nel giugno 1927 ruppe le relazioni con l'Albania in seguito al ripetersi deg)j incidenti di frontiera, e l' 11 novembre firmò un trattato di amicizia con la Francia.

' Il 30 luglio 1926 Gran Bretagna, Francia, J1a lia, Jugoslavia e Grecia avevano firmato un protocollo che stabiliva in maniera definitiva i confini dcli ' Albania.


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Quasi subito, il 22 novembre, Italia e Albania stipulavano un patto di alleanza difensiva della durata ventennale, naturalmente interpretato come risposta a quello franco-jugoslavo. Il documento, oltre ad un'assistenza reciproca, prevedeva fra l'altro, che ove una delle parti fosse minacciata da una guerra non provocata da essa, l'altra parte avrebbe impiegato tutti i mezzi non solo per prevenire le ostilità, ma anche per assicurare una giusta soddisfazione a.Ila parte minacciata; che nel caso si rivelasse vano ogni sforzo di conciliazione, ciascuna delle parti avrebbe seguito la sorte dell'altra con ogni sua risorsa, sempre che tale contributo venisse richiesto dalla parte minacciata; che in ogni caso le due pani si impegnavano a non iniziare o concludere accordi di qualunque specie senza un' intesa comune 1• Ne derivò da parte italiana una collaborazfone di tutto riguardo: una missione mi litare, alla cui testa fu posto l'addetto militare, colonnello (poi generale) Pariani, si dedicò alla completa riorganizzazione dell'esercito albanese, che da un sistema fondato essenzialmente sulle bande armate passò ad una struttura moderna. Venne creato uno Stato Maggiore, furono organizzati i principali servizi logistici, costituiti i reggimenti (comandati da tenenti colonnelli italiani) e poi le divisioni, con capi di Stato Maggiore italiani. L'azione della missione militare si estese anche ai settori dell 'addestramento, dell'equipaggiamento e armamento, della cultura militare e della cartografia. Il programma infrastutturale comprese un vasto complesso di lavori relativi a caserme, porti, strade e fortificazioni. A quest'ultimo proposito, merita citazione il ridotto centrale appoggiato alla linea Miloti-Librashd ove, nell'ipotesi di un'aggressione jugoslava, l'esercito albanese potesse arroccarsi in attesa dello sbarco di truppe italiane. Nel dicembre 1930 la missione militare contava 163 ufficiali, 42 sottufficiali e militari di truppa, che indossavano l'uniforme albanese oppure, se impiegati presso ministeri civili, l'abito civile. Anche la R. Marina fornì un certo numero di ufficiali, sottufficiali e specialisti per l'inquadramento e l' addestramento del personale albanese nelle basi di Durazzo, Valona e Santi Quaranta, nonché alcuni mezzi navali. La gendarmeria, invece, rimase affidata al controllo di personale inglese. Al patto di amicizia ed al trattalo di alleanza difensiva seguì, il 1° settembre 1928, la proclamazione del regno e l'elevazione al trono di Zogolli con il nome di Zog I, Re degli Albanesi, formula quanto mai eloquente. La sequenza degli eventi non poté non provocare in Europa l' impressione generale che il nuovo regno fosse sorto sotto l'egida dell'Italia:4 cose, invece, non stavano esattamente in questi termini, anche se obiettivamente la presenza italiana in Albania era assai più che rilevante. Prima di tutto, Zog si mostrava poco propenso al rinnovo del patto quinquennale di amicizia e sicurezza del

'F. JACOMONJ, La politica de/l'Italia in Albania cii., app. 3.


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1926, considerandolo superato dal trattato di alleanza del 1927, che poneva i due Stati su un piano di parità. In secondo luogo, cominciava a nutrire minor fiducia nell'Italia, sembrandogli che il nuovo ambasciatore, Meli Lupi di Soragna, guardasse con attenzione alla forte opposizione interna. Nel 1931, al rientro da un breve soggiorno a Vienna per ragio1ù di salute a seguito di un'allarmante diagnosi di medici albanesi, poi ridimensionata in modo sostanziale, durante il quale, fra l' altro, fuorusciti albanesi avevano attentato alla sua vita, Zog trovò che la legazione italiana aveva preso diversi contatti con personalità a lui ostili, nell'evidente preoccupazione di possibili mutamenti di prospettive nell'eventualità della morte o della invalidità del sovrano 1• Naturalmente Zog riprese le redini .del potere ma con un diverso spirito ed in uno stato d'animo di grande diffidenza nei nostri riguardi. Poiché stava avvicinandosi la scadenza del patto d'amicizia, il ministero degli Esteri italiano offrì, con intenzione, un prestito di 10 milioni di franchi-oro per rinsanguare le esauste finanze dell'.Albania. Zog accettò il prestito, ma lasciò scadere il patto. Il pagamento del prestito fu allora immediatamente sospeso ed il gen. Pariani, che aveva assicurato ripetutamente il rinnovo, venne richiamato in patria e sostituito dal col. Balocco. La situazione che questi trovò a Tirana era difficile: il ministro Lupi di Soragna in rapporti molto freddi con il governo; le autorità albanesi, offese per il richiamo del gen. Pariani e la sospensione del prestito, irrigidite in uno spirito d'indipendenza e di intransigenza verso l'Italia; il re apertamente diffidente nei confronti del ministro d'Italia, che sospettava tramasse contro di lui. I provvedimenti di ritorsione di Zog, allarmato per una ipotetica intesa italo-jugoslava ai suoi danni, si susseguirono. Nel 1932 sospese ogni incarico di comando ai nostri ufficiali e lo stesso anno tentò di sotu'arsi all'influenza economica italiana dando corso ad una politica di autarchia, che peraltro ben presto si dimostrò rovinosa per il paese. Nel giugno 1933 ordinò improvvisamente la chiusura delle numerose scuole cattoliche, da noi sovvenzionate secondo l'accordo con la.Congregazione di Propaganda Fide, con il risultato di provocare il fiero risentimento dell'episcopato cattolico, il quale protestò con una lettera collettiva e da allora divenne un altro deciso avversario. Il 23 giugno 1934 rifiutò l'autorizzazione a scendere a terra agli equipaggi di una nostra squadra navale presentatasi nel porto di Durazzo senza preavviso. In definitiva, a fine 1934 gli avvenimenti stavano assumendo un aspetto sempre più preoccupante; né era da escludere addirittura l'interruzione dei rapporti fra i due paesi con un paio di pericolose conseguenze: che le difficoltà finanziarie dell'Albania potessero provocare rivolgimenti interni dalle ripercussioni incontrollabili; che Zog chiedesse il ritiro della missione militare per affidare l'esercito ad ufficiali di altra Potenza, come in atto per la gendarmeria.

' F. JACOMONJ, La politica dell'Italia in Albania cit., pp. 57-59.


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Per evitare dunque una crisi, quanto meno foriera di elementi di disturbo in un momento delicato per le trattative internazionali in corso, il governo italiano volle chiudere con buona volontà quel periodo difficile ed anche rischioso e conunciò con l'inviare un nuovo mi nistro, Mario Indelli, di ampia esperienza balcanica. Un primo risultato venne raggiunto nel marzo L936 con gli accordi Indelli-Beretti, ministro dell'Economia albanese, che regolarono con dodici convenzioni le questioni oggetto di disaccordo, tuttavia non riuscirono a ripristinare il cliima di un tempo. Insomma quando, poco dopo, Jacomoni sostituì Indelli come ministro plenipotenziario, la situazione si manteneva delicata: per tornare ad una politica di collaborazione durevole occorreva ricostituire la vecchia atmosfera di cordialità e «la difficoltà consisteva nel fatto che mentre re Zog appariva l'unico albanese capace di mantenere l'ordine del paese, egli non vi era, in genere, ben visto»'. Sin dall'inizio Jacomoni si adoperò in un'opera di persuasione volta anche a migliorare i rapporti interni fra il re ed i suoi sudditi, ben sapendo che soprattutto l'ambiente intellettuale accusava il re di essersi «limitato ad allargare a tutta l'Albania i sistemi medioevali già usati da suo padre nel piccolo feudo del Mathi» 2• Zog si mostrò sensibile a vari suggerimenti e molto conciliante, ma ormai a Roma il guasto si era già prodotto: nell'ambito del ministero degli Esteri mal si sopportava un rapporto di parità con l'Albania e si cominciavano a prendere le distanze, rispondendo negativamente ad ogni proposta o richiesta proveniente da Tirana. Peggio ancora, nel febbraio 1937 fu da Roma respinta l'idea di una larvata unione doganale nello stesso momento in cui (25 marzo) Ciano e Stojadinovié, presidente del Consiglio jugoslavo, firn1avano a Belgrado un patto di amicizia e di mutua consultazione di cinque anni 3, che impegnava an1bo le parti a rispettare le reciproche frontiere e ad astenersi, in caso di aggressione di altre Potenze, ad ogni attività che potesse avvantaggiare l'aggressore. Il patto includeva un aumento degli scambi commerciali fra i due paesi. I sospetti sorti subito in Albania ed il timore di una nuova crisi spinsero Jacomoni ad ottenere da Zog l'invito ufficiale per il nostro ministro degli Esteri. La visita di Ciano a fine aprile, in un quadro di calorose accoglienze, cambiò molte cose. Nel ripartire, Ciano disse ai giornalisti: «Credevo di essere venuto in un paese ostile. In meno di un anno esso è invece venuto un amico cordiale». Zog era.soddisfatto per aver ricevuto l'adesione di Ciano ad un còn~istente programma di opere pubbliche di rilievo e ad una riforma della scuola albanese. Ciononostante nella legazione italiana rimasero le perplessità ed il pessimismo riguardo al chiarimento dei malintesi e nessuno coltivava soverchie illusioni.

' Ibidem, p. 61 . Ibidem, pp. 61-62. 'Con il Pauo di Belgrado l'Italia rinunciò ad ogni preccsa sulla Dalmazia.

1


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La convinzione era che il governo di Roma mirasse a consolidare l'alleanza rendendola proficua sotto il triplice profilo militare, politico ed economico; Zog, invece, «nel suo intimo si preoccupava soprattutto di conservare il potere e contava sull'amicizia italiana per procurarsi i mezzi necessari a questo fine» 1• 1n effetti, non soltanto le opposizioni di vario tipo prosperavano, ma le stesse relazioni italo-albanese procedevano fra alti e bassi. In occasione del matrimonio del re con la contessina ungherese Geraldina Apponyi (28 aprile 1938), si moltiplicarono gli elementi di attrito; errori di cerimoniale, casuali o voluti, nei confronti del duca di Bergamo, rappresentante del re d'Italia; incidenti formali tra le persone vicine a Zog ed i rappresentanti del governo italiano; contegno di sufficienza ostentato dai membri dell'aristocrazia austro-ungarica. Ciano rientrò a Roma di pessimo umore e decisamente ostile a Zog. Appena giunto riferì a Mussolini: «Riassumerò in un rapporto. Ma lui subito concorda nella necessità di una soluzione radicale e dice che pur di avere l'Albania è pronto anche a fare una guerra. Nel consegnargli un magnifico campione di minerale di rampe delle miniere di Alessio gli dico: 'Ecco i fichi di Cartagine'» 2 • Il lungo rapporto partiva dalla convinzione di un pericolo tedesco: «(...) l'atteggiamento dei tedeschi e alcune non indispensabili dichiarazioni fatte recentemente alla stampa dallo stesso Zog lasciano ritenere che a Berlino si pensi di ripr.ender.e in nome proprio il ruolo in altri ternpi giuocato da Vienna, e che chi comanda ora a Tirana non sia dogmaticamente ostile a questo programma (...). Molte tracce sono rimaste nelle tendenze, nei gusti, nelle abitudini della classe dirigente di Tirana. Lo stesso re parla tedesco corr.enr.emente, anzi è la sola lingua straniera che egli pada (...)».

Di conseguenza, poiché la Germania, rafforzata dall' eredità austriaca, puntava apertamente - secondo Ciano - a guadagnare posizioni economiche e politiche di rilievo, il prestigio e gli interessi italiani non potevano tollerare simile invadenza, né si giudicava prudente attendere che la minaccia, al momento appena delineata, si rendesse concreta. In sostanza: «per tracciare la futura linea di azione in Albania sembra convenga tener presenti tre possibilità: quella di un allacciamento sempre più stretto del paese attraverso vincoli economici che finiscono per giocare anche nel settore politico; quella di una spartizione d'accordo con la Jugoslavia e forse anche con la Grecia; quella dell'annessione, attraverso un'unione personale».

La prima ipotesi non poteva considerarsi definitiva e comunque rimaneva soggetta ali' eventualità delle interferenze citate. La seconda, quella della spartizione, appariva dal punto cli vista diplomatico la più facile delle soluzioni radicali:

' Ibidem. pp. 64-66. cit., p. 131.

' G. CIANO, Diario


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La Jugoslavia - continuava Ciano - potrebbe accontentarsi di una rettifica di confini a nord che le desse il controllo di tutto il lago di Scutari, nonché di una dichiarazione di rinuncia ai diritti sul Kossovo; la Grecia di un arrotondamento della frontiera verso Santi Quaranta, di fronte a Corfù. Nei confronti dell'uno e dell'altro paese un impegno di smilitarizzazione dell'Albania».

Per la terza soluzione si trattava dì sfruttare come elemento fondamentale il dissenso esistente fra la corte ed il popolo, fomentandolo con mezzi adatti e, al momento opportuno, fare scoppiare la crisi con movimenti di piazza 1• Nel prosieguo del 1938 la posizione di Zog nel paese si fece sempre più ince1ta e precaria. All'apparenza, sembrava disposto a misure intese a nùgliorare la situazione interna albanese, ma in privato non nascondeva la convinzione che «il progresso sociale ed il benessere favorissero l'irrequietezza dei popoli e li predisponessero alle rivoluzioni» 2• Queste contraddizioni i.trisolte lo portarono ad una politica ondivaga, che finì con lo scontentare tutti e col metter il regi.tue in grosse difficoltà in vari ambienti e zone del paese, difficoltà che periodicamente sfociavano in aperte ribellioni. Ciano aspettava. Il 10 maggio Mussolini approvò la soluzione di occupare l'Albania e indicò il maggio 1939 come periodo utile per l'operazione. Avrebbe così avuto un anno di tempo per la preparazione locale (larghezza di interventi per mettere l'Italia in ottima luce presso gli albanesi) ed internazionali (alleanza con la Germania per fronteggiare i franco-inglesi) 3 • Pariani era pienamente d'accordo: con un buon lavoro di preparazione, il colpo poteva essere eseguito con relativa facilità 4. Meno d'accordo pareva Jacomo1ù, il quale avrebbe preferito lasciare sul trono Zog, e quindi rispetta.re una «sovranità albanese», anche per non contravvenire agli impegni assunti all'Italia verso la Gran Bretagna con il Patto di Pasqua. Ma Ciano ormai era lanciatissi.tno verso la sua nuova avventura. In ottobre delineò a Jacomoni il profilo dell'azione: «uccisione del Re (sembra che se ne incarichi Koçi dietro compenso di dieci milionì)5, movimenti della piazza, discesa delle bande fedeli a noi (praticamente tutti i capi, meno quelli di Kmia), invocazione all'Italia per un intervento politico e se del caso militare, offerta della corona al Re Imperatore e, in un secondo tempo, annessione». Stando a Ciano, Jacomo1ù garantì che la cosa era realizzabile con un mese di preavviso 6.

' E. JACOMONI, La politica dell'Italia in Albania cit., pp. 84-85. 'Ibidem, p . 89. ' G. CIANO, Diario cit., pp. 134-135. 'Ibidem, p. 137. 'Jacomoni più tardi precisò che il progetto di assassinare Zog «svanì nel momento in cui nacque, in quanto non solo Ciano non lo coltivò successivamente», ma nei confronti della persona del re venne osservato il più assoluto rispetto (G. CIANO, Diario cit., p. 202, note dell'editore Cappelli). Peraliro sembra dubbio che la cosa sia effettivamente svanita «nel momento in cui nacque», infatti nei colloqui del 10 e del 3 dicembre con Jacomoni tornano cenni in proposito (ibidem, pp. 220-221 Cfr. G.B. GUERRI, Galeazzo Ciano, Bompiani, Milano 1979, p. 370, nota). 'G. CIANO, Diario cit., p. 202. Cfr. F. JACOMONJ, La politica dell'Italia in Albania cit., p. 92.


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Il 30 novembre Mussolini espose al Gran Consiglio del Fascismo i suoi intendimenti in tema di pr.atica estera, vincolando i presenti al più assoluto riserbo in proposito. Secondo Bottai, Mussolini dichiarò: «Voglio dirvi quali sono le linee direttive del dinamismo fascista negli anni a venire. Non ci prefiggiamo delle date. Lo sviluppo della nostra azione sarà più o meno rapido nel tempo, a seconda delle circostanze. Abbiamo vendicato Adua, con la conquista dell'Etiopia? Vendicheremo Valona, con l'annessione dell'Albania.L'Albania ci è necessaria per gravitare nella regione balcanica. Contrapporremo alla linea di penetrazione tedesca, lungo il Danubio, la linea Durazzo-Istanbul. Vengo al Med iterraneo. La nostra posizione in questo mare chiuso è pesantissima. Bisogna migliorarla. Ci è necessaria la lì.misia; e la Corsica. Poi c'è un'altra questione con la Francia: Gibuti. Infine terremo di mira la Svi:aera. La Svizzera sta crollando. I giovani svizzeri non sentono la Svizzera. Noi porteremo il nostro confine al Gottardo>> 1 •

La preparazione politica - in realtà traducentesi in una serie di colloqui velleitari con vari esponenti dell'opposizione albanese - andò avanti, ma sempre secondo l'ondivago modo di procedere di Mussolini. L'incertezza riguardava la Jugoslavia: avrebbe accettato un secondo confine con l'Italia? Il 15 gennaio 1939 il Duce ne discusse con Ciano, in procinto di recarsi a Belgrado in visita ufficiale, e convenne che non valeva la pena di «giocarci la preziosa amicizia di Belgrado per l'Albania». Perciò l'operazione avrebbe ricevuto il via soltanto previ accordi con la Jugoslavia, basati su un'alleanza militare, un compenso territoriale e l'appoggio per l'acquisizione di Salonicco 2. Secondo la relazione presentata a Mussolini al rientro dalla visita in Jugoslavia, Ciano si preoccupò molto di saggiare la posizione personale di Stojadinovié, in relazione alle numerose voci allarmistiche riportate dalla stampa europea, specie francese. Il suo interlocutore lo tranquillizzò pienamente e si dichiarò convinto che «nell'attuale situazione parlamentare, che gli consentiva un'assoluta libertà d'azione», avrebbe potuto prendere i provvedimenti che avesse ritenuto migliqri, non immaginando neppure lontanamente che una diecina di giorni più tardi, il 3 febbraio, il suo governo sarebbe caduto. In tema di politica estera - disse Stojadinovié - la linea di condotta da lui programmata prevedeva «avvicinamento sempre più marcato à Roma e quindi inquadramento nell'Asse», anche per trovare in esso una sicurezza nei confronti della pressione politica ed economica tedesca; abbandono di fatto della Società delle Nazioni; possibile adesione al Patto Antikomintem. Rassicurato sull'attendibilità politica del Presidente del Consiglio, Ciano mise sul tappeto il problema albanese. Parlò del forte disagio interno del paese, dell'ostilità montante contro Zog, della dubbia politica da questi seguita e finì con l'affermare che i molteplici interessi italiani inducevano a seguire con

1 G. ' G.

Diario 1935-1944 cit., p. 139. Diario cil., p. 240.

BOTTAI, CIANO,


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preoccupata attenzione l'avvenire dell'Albania. Si affrettò però ad aggiungere che l'Italia considerava l'argomento come «un problema unicameente ed esclusivamente italo-jugoslavo». Stojadinovié convenne su tutto e, in specie, sullo scarsissimo affidamento offerto da Zog. A suo avviso, le soluzioni erano due: sostituire Zog, ma egli stesso non avrebbe saputo dire con chi; oppure la spartizione dell'Albania fra Italia e Jugoslavia'. Secondo Stojadinovié, invece, l'iniziativa partì da Ciano. A Belje, in un colloquio a tu per tu, nel corso di una partita di caccia, Ciano gli avrebbe esposto il suo pensiero in questi termini: «Sono stato testimonio al matrimonio di re Zog, ma ciò non mi impedirebbe di mettenni alla testa delle nostre squadriglie, di atterrare a Tirana e di estendere la nostra sovranità su quel paese, privo di possibilità naturali per una vita indipendente. Però non vogliamo farlo senza un accordo preventivo con la Jugoslavia. Abbiamo bisogno di una sicurezza assoluta in quel settore del!' Adriatico, ma ciò non vuol dire che vogliamo per noi soli tutto il ten·itorio albanese ... Un tempo ci fu la spartizione del! ' Albania fra la Serbia e la Grecia. Ora ciò potrebbe essere fatto facilmente tra l'Italia e la Jugoslavia. Nessuno si opporrebbe. T;Italia si incaricherebbe dello sbarco delle truppe e dell'azione militare. Poi cederebbe una parte, intorno a Scutari, alla Jugoslavia. In questo modo non si potrà rimproverare al vostro Paese di aver commesso un'aggressione contro uno dei .suoi vicini».

Stojadinovié si aspettava un'offerta del genere ed aveva stabilito con il Reggente principe Paolo e con l'Alto Comando dell'esercito l'atteggiamento da tenere: se possibile, dissuadere l'Italia dall'occupare l'Albania; in caso contrario, non permetterle di prendersi tutto e rivendicare la fascia settentrionale del paese. Cominciò, quindi, con obiettare che la cosa non sembrava molto semplice, Lrattandosi di cancellare dalla carta geografica d'Europa uno Stato indipendente, riconosciuto da tutte le Potenze e membro della Società delle Nazioni 2 • Ciano allora sventolò i vantaggi che la Jugoslavia avrebbe tratto in concreto: smilitarizzazione delle frontiere albanesi; un'alleanza militare con l'Italia; alcune c01Tezioni ai confini settentrionali del!' Albania; eliminazione dei focolai albanesi nel Kossovo; appoggio italiano quando la Jugosiavia avesse voluto occupare Salonicco. Evitò accuratamente di specificare le zone di possibile occupazione italiana e jugoslava. Anzi, nella relazione a Mussolini precisò: «Mentre egli ha parlato di spmtizione albanese; io ho sempre parlato di correzione di frontiere» 3 • Stojadinovié ascoltò, annuì, scartò l' ofjèrta di Salonicco per motivi di politica internazionali, ma riconobbe che Scutari e San Giovanni di Medua potevano convenire alla Jugoslavia, comunque pregò Ciano di intavolare il discorso con il reggente. E , più tardi, anche il principe Paolo si mostrò favorevole al progetto di spartizione•.

'R. Mosca, L'Europa verso la catastrofe cit., II, pp. 28-33. 'MILAN STOlAD1NOv1é, Jugoslavia tra due guerre, Cappelli, Bologna 1970, pp. 293-294. 'R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., II, pp. 33-34. 'M. STOJADINOVIé, Jugoslavia fra due guerre cit., pp. 294-295.


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Senonché i primi di febbraio 1939 wia divergenza di vedute in seno al gabinetto jugoslavo sulla questione «croata» provocò la caduta del governo Stojadinovié. Il reggente affidò l'incaiico al gen. Cvetkovié, il quale, appena insediato alla testa del ministero si sarebbe affrettato a convincere il ministro tedesco von Heeren della sua lealtà nei confronti del Fuhrer e del Reich '. A questo punto, a Roma la situazione venne guardata con altri occhi. Il 4-5 febbraio, per la prima volta, Mussolini lesse al Gran Consiglio una lw1ga relazione scritta che affem1ò essere la consegna per le generazioni future e che intitolò <<La marcia all'Oc.eano» 2 • Partì da una premessa: «(...) L'Italia appartiene alla seconda categoria di Stati [cioè semiindipendenti perché non comunicano con gli oceani]. L'Italia è bagnata da un mare interno, che comunica cogli oceani attraverso il Canale di Suez, comunicazione artificiale che si può facilmente ostruire anche con mezzi di fortuna, e attraverso lo stretto di Gibilterra, dominato dai cannoni della Gran Bretagna. L'Italia non ha quindi una libera comunicazione cogli oceani; l'Italia è quindi realmente prigioniera nel Mediterraneo e più l'Italia diventerà popolosa e potente e più soffrirà della sua prigione. Le sharre di questa prigione sono la Corsica, la 1\misia, Malta, Cipro: le sentinelle di questa prigione sono Gib ilterra e Suez. La Corsica è una pistola puntata sul cuore dell'Italia; la 1\misia sulla Sicilia, mentre Malta e Cipro costituiscono una minaccia a tutte le nostre posizioni del Mediterraneo centrale ed occidentale. Grecia, Turchia, Egitto, sono Stati pronti a far catena colla Gran Bretagna e a perfezionare l 'accerchiamento politico-militare dell'Italia, Grecia, Turchia, Egitto devono essere considerati Stati virtualmente nemici dell'Italia e della sua espansione. Da questa situazione, la cui rigorosa obiettività geografica salta agli occhi e che tormentò anche prima del nostro regime gli uomini che vedevano oltre la contingenza politica immediata, si traggono le deduzioni seguenti: I. Compito della politica italiana, che può avere e non ha obiettivi continentali di ordine territoriale europeo, tranne l' Albania, è quello di rompere in primo luogo le sbarre della prigione. 2. Rotte le sbarre, la politica italiana non può avere che una parola d'ordine: marciare all'oceano. Quale oceano? L'Oceano Indiano, saldando auraverso il Sudan, la Libia coll'Etiopia, o I' Atlantico attraverso l'Africa settentrionale francese. Tanto nella prima come nella seconda ipotesi, ci troviamo di fronte alla opposizione francoinglesè. Affrontare la soluzione di tale problema, senza avere le spalle assicurate, nel continente è assurdo. La politica dell' Asse Roma-Berlino risponde quindi ad una necessità storica di ordine fondamentale. Così, il nostro atteggiamento nell a guerra civile spagnola( ...)».

Poi Mussolini si concentrò sulla Francia, al cui riguardo le strade da seguire erano tre: lasciare le rivendicazioni in sospeso in attesa di tempi migliori; negoziare; presentare a Parigi il nostro programma massimo e, in caso di deciso rifiuto, li.correre alle anni. «Che a una prova di forza - continuò - si debba giungere un giorno fra noi e la Francia, non v'ha dubbio, anche per il fatto che la Francia rispetta soltanto i popoli dai quali è stata battuta. Si tratta di sapere se il momento è propizio. Esaminiamo i caratteri che una guerra italo-francese

'Ibidem, pp. 318-319. ' G. C IANO, Diario cit., p. 248.


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potrebbe assumere. Dal punto di vista terrestre sulle Alpi, nessuna possibilità di decisione. Difficile per noi passare, altrettanto diffici le per i francesi. In Libia i nostfi apprestamenti difensivi e i loro non autorizzano a sperare una decisione su quel fronte. Unico fronte terrestre, ove le forze francesi potrebbero essere travolte, è il somalo, quantunque, oggi, la cosa sia già meno facile di prima. La guerra franco-italiana assumerebbe quindi un cafllttere aereo-marittimo. Qui possiamo considefl}rci se non superiori, almeno uguali in forze. Una guerra del genere può durare molto a lungo a meno che non intervengano altri fattori ad accelerada o a meno che non assuma carattere europeo e mondiale. Possiamo noi contare sulla solidarietà germanica? Dopo il discorso del Fuhrer, non è più possibile dubitarne. Siamo noi oggi, febbraio 1939, nelle condizioni ideali per fare una guerra? Nessuno Stato è mai nelle condizioni ideali per fare una guerra, quando si voglia con ciò intendere una sicurezza matematica di vittoria. Ogni guerra - anche la meglio preparata - ha le sue incognite. Ma non v'ba dubbio che la nostra preparazione sarà migliore fra qualche anno e precisamente: a) quando avremo rinnovato tutte le nostre artiglierie (1941-42); b) quando avremo in squadra le 8 navi da battaglia e un numero forse doppio di sommergibili (1941-1942); e) quando l'impero sarà del rutto pacificato, potrà bastare a se stesso e darci l'armata nera; d) quando avremo realizzato almeno il 50% dei nostri piani autarchici; e) a esposizione del '42 chiusa, esposizione che deve r inforzare le nostre riserve; /) quando avremo fatto rimpatriare il maggior numero possibile di italiani dalla Francia. Questi 600-700 mila italiani in Francia costituiscono un veramente grave problema. Allo stato degli alti, la diplomazia fascista lavorerà per ottenere !:a soluzione migliore di cui al numero due e nel contempo le forze armate affretteraru10 la loro preparazione onde essere pronte a fronteggiare qualsiasi evento» '.

In sostanza, rileva De Felice, la «marcia all'oceano», secondo Mussolini, doveva svolgersi raggiungendo determinati obiettivi in successione di tempi: brevissimi per l'Albania, brevi per la Tunisia e la Corsica, lunghi per Malta e Cipro, lunghissimi per Suez e Gibilterra. Quindi, prima l'avversario Francia, poi l'avversario Gran Bretagna. In particolare, la fase francese doveva essere realizzata possibilmente senza ricon-ere alla guen-a, ma giocando sulla minaccia tedesca e nella convinzione che la Gran Bretagna o sarebbe rimasta fuori da un eventuale conflitto italo-francese oppure sarebbe arrivata ad un accordo mediterraneo con l'Italia, per staccarla dalla Germania 2 . Torneremo su questo programma e sulle convinzioni mussoliniane che di esso erano a base. Per il momento, allora, l'Albania. Mussolini e Ciano si trovarono d'accordo sulla fonnula: marcare lo stesso. «Con Stojadinovié, spartizione tra noi e Jugoslavia. Senza Stojadinovié, occupazione nostra senza la Jugoslavia e se del caso contro la Jugoslavia» 3 • Gli argomenti di Ciano convinsero il Duce: la Jugoslavia era ormai a conoscenza dei disegni italiani sul!' Albania e la voce

' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., II, pp. 321-325. Ibidem, pp. 325-326. ' G. CIANO, Diario cit., p. 248.

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poteva circolare creando difficoltà; con la caduta di Stojadinovié, la carta jugoslava aveva perduto quasi del tutto il suo valore; volendo agire da soli, occorreva non dare tempo al nuovo governo di Belgrado di rafforzare i suoi contatti con la Francia e la Gran Bretagna. Comunque, l'alleanza con la Germania appariva necessaria e sufficiente per tenere in non cale le eventuali pretese e possibili proteste di Belgrado. La sera del 7 febbraio Mussolini e Ciano si trovarono d' accordo sullo stabilire l'operazione in una data compresa fra il I O ed il 9 aprile 1• Bisognava attendere due eventi: la fine della guerra civi.le spagnola e la fitma dell'alleanza italo-tedesca. Queste le conclusioni di Mussolini il 14 febbraio. Due giorni dopo, quando seppe che Zog, informato da Belgrado dei colloqui sulla spartizione dell'Albania ed avvertendo il montare della tensione, desiderava intendersi con l'Italia 2, affermò: «Se avessimo già firmato il patto con Berlino, potremmo attaccare subito. Adesso dobbiamo procrastinare». Per il momento la parola d'ordine fu: intorbidare le acque a Tirana 3.

* * * L'occupazione della Boemia da parte germanica fece cambiare di nuovo orientamento. Mussolini e Ciano, sorpresi, mortificati ed initati, pensarono immediatamente all'Albania. Mussolini telefonò di persona, aU'amm. Cavagnari di tener pronta la 2• squadra navale a Taranto•. Ciano telegrafò a Jacomoni: «La situazione creatasi improvvisamente in Europa Centrale ci induce a ritenere possibile e conveniente procedere al più presto alla nota operazione. Prepara quindi con la massima urgenza un primo movimento sollevazione ( ... ) che ci serva di pretesto per invio flotta, aviazione e reparti di sbarco. Tutti noti telegrammi di richiesta nostro intervento dovranno venire spediti non appena si verificheranno primi disordini. Mi rendo conto difficoltà agire adesso in poche ore dopo la smobilitazione che ebbe luogo poche settimane fa, ma faccio egualmente affidamento su di te. Telegrafa subito quando e come ritieni possibile creare primi disordini e resta in attesa( ...) istruzioni di procedere all'azione» ' .

In quei giorni però il Duce tornò a manifestare qualche titubanza, ritenendo che l'acquisizione dell'Albania non potesse controbilanciare nell'opinione pubblica l'incorporazione e della Bosnia nel Reich6, e il 16 marzo pensò addirittura di rinviare l'operazione a tempi migliori, nel timore che essa sconvolgesse gli equilibri della compagine jugoslava e favorisse una dichiarazione d'indipendenza croata sotto l'egida tedesca 7 •

' G. C1ANO, Diario cit., p. 249. F. J ACOMONI, La politica dell'Italia inAlbcmia cit., p. 95. ' G. CIANO, Diario cit., pp. 252-254. "Ibidem, pp. 264-265. 'ASMAE, Fondo Lance/lotti, b. 133. 6 Ibidem, p. 265. Vittorio Emanuele III non trovava fosse il caso di rischiare un'avventura per «prendere quauro sassi» (ibidem, p. 273). 'Ibidem, p. 266. 2


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Per suo conto, Zog interpretò gli eventi in modo certo inatteso a Roma ed il telegramma inviato il 23 marzo da Jacomoni a Ciano dovette lasciare alquanto perplessi: «Il re - informava Jacomoni - mi è apparso soprattutto preso dall'ammirazione per quanto aveva compiuto la Germania e dall'idea che si avvicinasse per lui il momento di realizzare il suo sogno dell 'occupazione del Kossovo jugoslavo. Ha detto che se Roma decidesse un'azione. contro la Jugoslavia, egli potrebbe, al momento in cui le nostre divisioni fossero pronte a sbarcare in Albania, iniziare subito un'azione di bande che, a suo avviso, lo po1terebbe in due giorni a Nish ( ...)».

Con l 'occasione Zog aveva formulato due voti: che l'Italia, imitando la Germania, costituisse in Balcania una federazione di Stati ponendola sotto la sua guida; e che venisse individuato un rapporto tra Roma e Ti.rana che, «pur salvaguardando la sovranità e l'indipendenza dell'Albania», desse piena soddisfazione all'Italia 1• Mussolini lasciò cadere il primo auspicio. Per il secondo, invece, preparò di suo pugno un progetto di accordo che, rispettando le forme 2, consentiva qualcosa di assai simile al protettorato. Se Zog non avesse accettato, non restava che l'occupazione di forza. Il 25 marzo Ciano scrisse dunque a Jacomoni che, assodata e riconosciuta dallo stesso sovrano la necessità e l'urgenza di stabilire su nuove basi le relazioni italo-albanesi, si rendeva opportuno che il re chiarisse le proprie idee in proposito per poterne discutere e gli inviò il progetto per opportuna sua conoscenza. Il documento, a giudizio di Jacomoni, seguiva l'unpostazione dei trattati anglo-egiziano e anglo-irakeno e non pareva rispondere alle circostanze perché ispirato ad una concezione superata. Comunque le conversazioni con il re, con il presidente del Consiglio Kotta e con il ministro degli Esteri Libohova si susseguirono ad opera di Jacomoni e del col. Gabrielli, addetto militare e capo della missione militare italiana. Esse risentivano chiaramente delle preoccupazioni del sovrano per l'insofferenza dell' opposizione che aveva guadagnato buona parte del popolo nonché per i timori per un attacco esterno; dell'esitazione a consentire Io sbarco di truppe italiane in tempo di pace perché considerato lesivo della sovranità dell'Albania; della contrarietà a firmare un nuovo impegno diplomatico che vincolasse maggiormente il paese all'Italia 3 . In breve, a fine marzo divenne evidente che Zag temporeggiava e stava prendendo in seria considerazione la resistenza armata contro uno sbarco italiano reputato sempre più probabile. Era in corso la mobilitazione delle truppe, pur se circondata da relativa riservatezza; frequenti erano i contatti con le legazioni

P. JAcoMONI, La politica dell'Italia in Albania cit., p. 99. Però il progetto aveva «molto più l'aspetto di un decreto che di un patto i.ntemazionale» (G. C IANO, Diario cit., p. 271). 'F. JACOMONI, La politica dell 'Italia in Albania eit., pp. 102- 1IO. 1

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britannica e greca; i colloqui con il re, «per quanto formalmente cordiali diventavano estremamente penosi» 1• Il 28 marzo, ricevuta la notizia della conquista di Madrid, Mussolini, indicando un atlante geografico aperto sulla carta della Spagna, disse a Ciano: «È stato aperto così per quasi tre anni, ora basta. Ma so già che devo aprirlo in un' altra pagina». E Ciano commentò: «Ha nel cuore l' Albania>> 2 • Il giorno seguente, abbandonando ogni incertezza circa le possibili reazioni jugoslave, Mussolini accolse le insistenze di Ciano e di Pariani e stabilì i tempi dell'operazione: prosecuzione dei preparativi da parte del corpo di spedizione; nel contempo, pressione di Jacomoni sul re, segnalandone gli effetti; in caso di tentennamenti, invio di una squadra navale nelle acque albanesi e presentazione di un ultimatum: o firmare il patto o subire le conseguenze del rifiuto; in quest'ultima evenienza, sollevare le bande, pubblicare dichiarazioni tranquillizzanti per la popolazione e sbarcare; occupata Tirana, riunire i capi albanesi in una specie di costituente ed offrire la corona al Re d'Italia 3. Intanto, vista profilarsi in Albania una certa ostilità nei confronti degli italiani, Jacomoni si adoperava per agevolare il rimpatrio dei connazionali desiderosi di partire ed il col. Gabrielli decideva di far rientrare la missione militare, fra l'altro non potendo essa evidentemente partecipare ad wia mobilitazione diretta contro l'Italia. Il 1° aprile Mussolini approvò una nuova bozza di patto che non suonava aperta imposizione per salvare il prestigio di Zog, ma le correzioni erano più fonnali che sostanziali. I principali articoli erano così redatti: «l. L'Italia - su richiesta dell'Albania - concede al Regno d'Albania il suo Protettorato ed assicura al Re Zog e ai suoi legittimi discendenti il trono d'Albania. li. L'Italia si impegna a difendere l'integrità e l'indipendenza dell'Albania in cooperazione con le forze annate albanesi ed a tal fine ha il diritto di stabilire le sue forze nùlitari nelle zone che saranno giudicate di comune accordo necessarie alla difesa del Paese. HL Gli Agenti diplomatici e consolari italiani all'estero saranno incaricati della protezione degli interessi e dei nazionali del Regno d ' Albania.

IV. ....... . V. L'Albania sarà rappresentata a Roma da un delegato del Re degli Albanesi che avrà rango pari a quello dei Ministri Segretari di Stato ( ...). VI . ....... . VII. Sarà costituito il Partito Fascista Albanese come Partito unico ( ... ). IX. L'Italia, concede ali' Albania l'unione doganale e monetaria. X. I cittadini italiani residenti in Albania e i cittadini albanesi residenti in Italia avranno gli stessi diritti politici e civili ( ...). XI-XII ........»•.

' Ibidem, p. 110. ' G. CIANO, Diario cit., p. 273. 'ibidem, pp. 273-274. 'ASMAE, Fondo Lancelloui, b. 118.


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Jacomoni doveva sottoporre il documento a Zog in termini di ultimatum: se accettava Je clausole, Ciano si sarebbe recato a Tirana per una sole1me cerimonia di firma, «naturalmente scortato da una grossa squadra aerea che prende possesso di fatto dell 'Albania»; in caso di rifiuto, la sera del 6 aprile in tutta l'Albania sarebbero scoppiati disordini tali da rendere necessario l'intervento delle truppe italiane, intervento che avrebbe avuto corso ali' alba del giorno 7 1• Gli ultimi dispacci di Jacomoni riferirono le ulteriori controproposte albanesi, il desiderio del re di discutere gli aspetti militari con il gen. Pariani ed il rifiuto di accettare nella sua interezza il testo italiano perché ritenuto lesivo del suo onore. E, infine, la risoluzione del sovrano di rimettersi alle decisioni del governo albanese. Ma era tardi. Mussolini era «calmo, spaventosamente calmo e più che mai convinto che nessuno vorrà intromettersi in questa nostra vertenza con l'Albania» 2 • La Gennania aveva dato la sua approvazione all'intervento italiano in qualunque forma esso potesse esprimersi, ravvisandovi a conti fatti un rafforzamento dell'Asse; l'Ungheria si era accodata alla linea di condotta tedesca, anzi aveva manifestato la propria disponibilità a tener calma la Jugoslavia; quest'ultima, anche se con la caduta di Stojadinovié era terminata la politica filofascista, non aveva alcuna intenzione di suscitare un casus belli, accontentandosi semplicemente che l'Albania rimanesse formalmente Stato indipendente; la Grecia, pur preoccupata per lo svolgersi degli eventi, ancor più lo era di non offri.re essa stessa spunti di atlTito. La Gran Bretagna, poi, aveva fatto capi.re, attraverso le dichiarazioni di Chamberlain ai Comuni, che la questione non la toccava. Ormai la situazione era giunta al termine delle trattative. Il 4 ap1ile Radio Bari diffuse un comunicato tranquillizzante: «Su domanda espressa del Re d'Albania sono in corso de]Je conversazioni per il rafforzamento dell'alleanza difensiva fra i due Paesi. Non è nell'intenzione del Governo italiano di attentare all 'indipendenza ed all'integrità cieli' Albania». Il 5 aprile Mussolini telegrafò a Jacomoni: «Recatevi dal Re per dirgli che non mi è possibile dargli la proroga che mi chiede dopo tanti giorni di discussioni. Attendo sua risposta negativa aut positiva a Roma domani giovedì sei non oltre ore dod ici» ·' .

Nelle primissime ore del 6 aprile il presidente del Consiglio ed il ministro degli Esteri albanesi consegnarono a Jacomoni un documento con le varianti da apportare al testo italiano, ritenute necessarie dal governo albanese per

' G. CIANO, Diario cit. p. 276. Gli incidenti dovevano essere provocati da Muti, segretario del partito fascista, con una piccola squadra di uomini «a sua immagine e somiglianza,,. Libertà d' azione: suscitare il terrore durante la notte; alt' alba buttarsi nei boschi in attesa delle nostre trnppe; cercare di evitare la fuga di Zog nel Mathi. Il 3 aprile Ciano annotò nel diario: «Non è possibile inviare la squadra Muti perché gli aeroporti sono sorvegliatissimi e la c ittà è infestata da bande armate, che lanciano minacce contro g li italiani» (ibidem, p. 277). Quindi Muti non poté «spargere il te,wre,,. ' Ibidem, p. 278. ' F. JACOMONI, La politica dell'Italia in Albania cil., p. 114.


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l'accettazione del Patto. In pratica veniva riportato tutto in alto mare. Nel pomeriggio del 6 Ciano telegrafò: «Convoglio giungerà a Durazzo e negli al1ri porti stabiliti ore 4,30 di domani venerdì 7 aprile. Sbarco avrà immediatamente inizio. Qualora Zog modificasse nel frauempo sue decisioni e accettasse nostre richieste faremmo opportune comunicazioni radiotelegrafiche al Comando del corpo di spedizione» 1•

Qualche ora dopo seguì w1 messaggio personale di Mussolini per il re: «Nello spirito dell'amicizia italo-albanese che Voi in vocate e alla quale intendo rimanere fedele, comunico a Vostra M:aestà che potete mandare a Durazzo il vostro plenipotenziario per trattare accordo militare col generale Guzzoni, comandante delle truppe italiane, da me autorizzato ad ascoltare il Vostro rappresentante e riferirmi» ' .

Le ultime frasi facevano riferimento al desiderio del re di stabilire con il comandante del corpo di spedizione una convenzione esclusivamente militare «concernant la collaboration des lroupes italiennes avec les troupes albanaises» 3 . Nel primo pomeFiggio del 7 aprile Zog lasciò Tirana diretto in Grecia. Le forze italiane erano sbarcate in Albania all'alba. 2.

L'OPERAZIONE

OMT

(OLTREMARE TIRANA)

Lo studio relativo ad un'eventuale spedizione in Albania era stato già da tempo avviato nelle sue linee generali dallo Stato Maggiore dell'esercito, non tanto in base a precise direttive, quanto nel quadro degli studi connessi con le alternative politiche nei confronti degli Stati vincitori. Si trattava, com'è naturale in simili circostanze, semplicemente della messa a fuoco del problema militare, degli aspetti da risolvere e delle fasi dell'operazione. In sintesi, i punti fondamentali erano tre: l'entità del corpo di spedizione, la mobilitazione delle unità interessate ed i trasporti via mare. Il livello del corpo di spedizione derivava dagli obiettivi che si intendevano raggiungere in successione di tempi. Prima di tutto, la costituzione di teste di sbarco nei principali porti e la rapida occupazione di talune località, nell'interno, dì particolare importanza, il che suggeriva un primo scaglione leggero ma ben armato e veloce. Una seconda fase prevedeva l'occupazione dell'intero paese e l'attestamento ai tratti più significati vi delle frontiere con la Jugoslavia e con la Grecia. In totale, i calcoli contemplavano l'impiego di quattro-cinque divisioni organiche.

' Ibidem, p. 119. ' Ibidem, p. 120. ' Ibidem, p. J23.


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La mobilitazione delle trnppe occorrenti per la spedizione postulava il ricorso al lento sistema della chiamata personale con la cartolina-precetto, attingendo a determinate classi in congedo. Non si trattava, in sé e per sé, di un grosso problema, né gli in1pegni in corso in Spagna e nell'Impero erano tali da condizionarlo in qualche modo. Tuttavia il conseguimento di un buon risultato, sotto l'aspetto della rapidità e dell'efficacia, era subordinato alla tempestività del governo nel decidere e nell'emanare l'ordine, pena l'impossibilità di mettere a punto lo strumento operativo da adoperare. Questo non accadde. I trasporti marittimi interessavano lo Stato Maggiore della marina. Esisteva qualche problema: il reperimento del naviglio incontrava difficoltà sia in tennini di numero di navi, sia in fatto di possibilità di scarico nei porti albanesi, e lo stesso desiderio di procedere all'imbarco per unità organiche non appariva agevolmente conseguibile. Infatti non fu conseguito.

Il 17 maggio 1938 Ciano discusse con Pariani la questione albanese ed il sottosegretario per la Guerra e capo di Stato maggiore dell'Esercito, come sappiamo, assicurò la possibilità di un buon lavoro di preparazione 1• Ma ciò non avvenne. Il 13 marzo 1939, in una riunione presso Mussolini ed alla presenza di Ciano e di Jacomoni, Pariani illustrò i lineamenti dell'operazione che intendeva affidare al gen. Guzzoni. Per inciso, questi era completamente all'oscuro di quanto sì stava preparando e conobbe l'incarico solo la sera del 31 marzo dall'allora cap. Gualano, incontrato alla stazione di Padova, mentre stava recandosi a Roma ad a.udiendum verbum 2 • La spedizione organizzata, sotto l'egida del ministero della Guerra, dai tre Stati Maggiori di forza armata risentì pesantemente delle oscillazioni decisionali del duce, nonché dall'assenza di prese di posizione circa il tempo occorrente per la mobilitazione da parte dei capi di Stato Maggjore, in particolare di Pariani, il più a contatto con Ciano. La scelta delle unità da mobilitare venne fatta, a quanto pare, senza un attento esame della loro situazione di forza e di dotazioni, cosicché taluni reparti, non risultando impiegabili perché troppo carenti sotto il profilo ordinativo e dei materiali, ricevettero l'annullamento dell'ordine di mobilitazione che, sui due piedi, fu trasferito ad altri 3 • Dato il carattere d'urgenza inevitabilmente impresso all'operazione dal tardivo inizio dei preparativi e per ovviare ai problemi del passaggio al piede

' G. CIANO, Diario cit., p. 137. CARLO BAUDINO, Una guerra assurda, Ed. Cisalpino, Milano-Varese I 965, p. 78. > Ad esempio, il comandante del 9° reggimento bersaglieri al.le ore 17 del 2 aprile ricevette ordine telefonico dal capo ufficio ordinamento dello Stato Maggiore dell'esercito di mobilitare immediatamente il Comando del reggimento e la compagnia comando reggimentale e partire alle 24 (cioè entro sette ore) con il XXVUI battaglione, già mobilitato. 2


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dì guerra dei battaglioni di fanteria con un livello di forza presente troppo basso, si fece ricorso al sistema delle unità di formazione, ìn modo da rendere più semplice la messa a punto dei battaglioni prescelti nell'ambito reggimentale. La fretta ebbe due naturali conseguenze: l'amalgama difettoso tipico dei reparti di formazione e l'inadeguato addestramento tipico dei reparti completati con richiami dal congedo e subito ìmpìegatì. Nella mattinata del 31 marzo Ciano ebbe un lungo colloquio con Jacomoni, Pariani e Guzzonì in merito all'operazione ed ai passi diplomatici ad essa connessi. Nel pomeriggio Jacomonì, evidentemente preoccupato, tomò da Ciano e glì comunicò «le sue poco rassicuranti impressioni» ricavate da una riunione con i due generali. «Sembra - annotò Ciano - che non si riesca a rimediate in tutto l'esercito un battaglione di motociclisti allenati, che dovrebbero di sorpresa arrivare a Tirana. Anche per le operazioni di sbarco sorgono difficoltà impreviste» 1• Il 3 aprile Paiiani, a seguito e conferma dei precedenti orientamenti verbali, consegnò al gen. Guzzoni le direttive per l'occupazione del!' Albania, fissando ìl compito (prima occupare con la massima rapidità ì centri vìtalì dì Tirana, Scutari, Valona, Argirocastro, bacino del Devolì, Santi Quaranta; poì, appena possibile, estendere l'occupazione ad Elbasan, Korça, Kruja, Ki.ikes e Peshkopija); comunicando composizione ed articolazione del corpo dì spedizione; definendo la successione e le modalità esecutive degli imbarchi e degli sbarchi, via mare e via aerea; indicando le località di concentramento per l'imbarco (po1ti di Bari, Brindisi e Taranto ed aeroporto dì Grottaglìe) dei complessi di forze dei quali era previsto l'afflusso in loco entro la sera del 5 aprile. Il concorso dell'aeronautica venne anch'esso stabilito sul tamburo. La sera del 4 aprile il gen. Pricolo, comandante della 2a squadra aerea, ricevette ordine di trasferire tre stormi da bombardarmento ed uno da caccia nei campi d'aviazione dislocati nelle Puglie. Il mattino seguente prese contatto a Roma con il gen. Valle ed il gen. Guzzoni. Il mattino del 6 si recò a Bari assumendo il comando della squadra aerea di formazione. Il corpo di spedizione - 22 mila uomini, 64 pezzi dì artiglieria, 125 carri leggeri, 860 automezzi e 2.500 quadrnpedì - si articolava in tre scaglioni. Il I, incaricato dello sbarco iniziale (gli altri sopraggiunsero ad occupazione avvenuta), comprendeva 12 battaglioni bersaglieri, due di granatieri, uno di fanteria, due battaglioni carri ed un grnppo squadroni carri veloci, il battaglione San Marco, due battaglioni di camicie nere, unità del genio radiotelegrafisti ed organi dei servizi. Il II scaglione contava un battaglione di fanteria ed uno di mitraglieri, due gruppi squadroni carri veloci, tre gmppi di artiglieria di vario calibro, una compagnia presìdìaria, due compagnie del genio e organi dei servizi. Il III scaglione era formato dalla divisione Murge (meno un reggimento dì

' G. CIANO, Diario cit., p. 275.


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fanteria ed w1 gmppo di artiglieria, già inclusi nei precedenti scaglioni) e da un battaglione cli camicie nere. Come si vede, il I scaglione (circa 13 mila uomini), cui era affidato il compito principale, risultava del tutto privo di artiglierie. La maiina fonù un notevole complesso di navi agli ordini dell'amm. Riccardi: 2 corazzate, 7 incrociatori, 16 cacciatorpediniere e 14 torpediniere, 10 sommergibili, unità minori e 24 navi da trasporto. L'aeronautica partecipava con 5 stormi da bombardanento, 1 da caccia e 2 da trasporto ed w1a squadriglia da ricognizione. Se il comandante della spedizione aveva saputo soltanto la sera del 31 marzo di essere interessato all'occupazione clell' Albania in veste di principale attore, gli altri protagonisti ignoravano ancora quasi tutto. Infatti, ricevute le direttive di Pariani il 3 aprile, il gen. Guzzoni consegnò il proprio ordine d'operazioni n. 1 a mano e lo illustTÒ nella mattinata del 4 aprile a tutti i comandanti destinatari, chiarendo i concetti informatori dell'azione per realizzare alla meglio, in quelle poche ore, il minimo dell'indispensabile unità di indirizzo e di intenti. In sostanza: «L'opernzione è stata predisposta in base all' ipotesi di doverla compiere d i forza e con la maggiore rapidità possibile. In qualsias i momento e circostanza perciò debbono essere in atto le misure perché la reazione alle offese si svolga con estrema risolutezza. Particolarmente studiata e predisposta dovrà essere la costitt1zione delle teste di sbarco per assicurare lo sbarco rapido e indisturbato alle varie colonne(...)».

Le singole colonne dovevano sbarcare rispettivamente e contemporaneamente a San Giovanni di Medua, Durazzo, Valona e Santi Quaranta. In particolare: -

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la 1• colonna (col. Scattini) doveva procedere all'occupazione di San Giovanni di Medua e successivamente a quella di Alessio e di Scutari; la 2• colonna (gen. Messe, vicecomandante della spedizione) doveva occupare Durazzo e successivamente Tirnna, con specifico riguardo al campo d'aviazione, alle caserme cd alla stazione r.l. di Tirnna; la 3• colonna (col. Bernardi), occu pata Valona, doveva puntare su Fieri e sulla zona petrolifera di. Devoli, curando la protezione dell'oleodotto; la 4" colonna (col. Carasi), impadronitasi del porto di Santi Quaranta, doveva assicurarsi della zona di Argirocastro-Delvino.

Il sostegno logistico era fornito da una Intendenza ad hoc costituita a Bari e operante dalle Puglie, mentre una Delegazione d'Intendenza sarebbe sbarcata ad immediato seguito del I scaglione per organizzare a Durazzo una base logistica. Alla marina spettava la protezione e scorta dei convogli nonché l'intervento di fuoco a favore delle colonne, su richiesta dei comandanti di queste ultime. L'aeronautica aveva il compito di intervenire con azioni di bombardamento e con la caccia a favore delle colonne e di aviotrasp01tare il 3° reggimento granatieri a Tirana, non appena il possesso della città e le condizioni del campo di aviazione lo avessero consentito'.

' M . M ONTANARI, Le truppe iwliane in Albcmia cit., ali. 58, 59 e 60.


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Riepiloghiamo i tempi: -

3 aprile: diramazione direttive di Pariani a Guzzoni; 4 apri le: diramazione ordini di Guzzoni ai comandanti di colonna; 6 aprile: imbarco delle truppe a Brindisi, Bari e Taranto; pomeriggio del 6: partenza dei convogli; ore 4,40 del 7: sbarco dello scaglione pressoché contemporaneamente nei tre porti albanesi.

In merito alla presumibile resistenza albanese, le informazioni ricevute a tutto il 4 aprile segnalavano che, mentre nel paese continuava la mobilitazione (per la verità in modo molto lento e confuso), i presidi costieri, specialmente per le difese di Durazzo e di Valona, erano stati rinforzati; che il contegno dei mirditi e dei dibrani era ancora incerto e questo bloccava, almeno per il momento, le bande del Mathi, fedeli a Zog; infine, che comunque erano da prevedersi, come reazione maggiore, forti azioni di guerriglia, in particolare in corrispondenza delle vie di comunicazione che da Tirana, per Korça e per Klisura, adducono alla frontiera greca.

* * * Per quanto Comando e reparti si trovassero riuniti quasi tutti ai porti d'imbarco nelle prime ore del 6 aprile e per quanto il carico dei materiali fosse stato iniziato sin dall 'alba, e per taluni piroscafi già effettuato per le 11 antimeridiane anche quello del personale, l'autorizzazione alla partenza non era ancora pervenuta da Roma. Alle 13 il capo di gabinetto del ministero della Guen:a preannunciò l'ordine esecutivo per le 18. Ad ogni modo, appena ricevuto il preavviso, Guzzoni fece partire da Taranto i convogli destinati a Valona ed a Santi Quaranta in considerazione della lunghezza del percorso e della velocità ridotta di alcuni piroscafi: in caso di contrordine li avrebbe anestati in navigazione e dirottati su Gallipoli. Nel contempo ordinò di completare il carico dei materiali e di procedere all'imbarco del personale, senza attendere·oltre, per i convogli destinati a San Giova1mi di Medua e di Durazzo. Pertanto quando alle 17,30 giunse l'ordine di partenza il caricamento a Bari ed a Brindisi era quasi completato per la maggior parte delle navi, alcune delle quali avevano già tolto gli 01meggi. I convogli salparono alle 18,30, gli incrociatori all'alba del giorno seguente. Il gen. Guzzoni con pochi ufficiali era imbarcato sull' incrociatore Fiume, che muoveva con la 2" colonna. La sera del 6 aprile le notizie sulla simazione locale delineavano un quadro tutto sommato non allarmante. L'esercito albanese sembrava si proponesse di resistere sino all'intervento dell'esercito jugoslavo (chiaramente si twttava di uno stimolo psicologico per le truppe), vale a dire per una diecina di giorni, poi doveva attaccare e ricacciare in mare l'invasore. In totale la forza si aggirava sui 45 mila uomini con 15 batterie, di cui a Durazzo 2.200 uomini con tre batterie, a Valona altrettanti, a Tirana 5 mila con quattro batterie, meno di un


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migliaio negli altri presidi. La resistenza si polarizzava sulla direttrice DurazzoTirana, in corrispondenza di tre successive posizioni, all' evidente scopo di procrastinare finché possibile la caduta della capitale. Dette posizioni apparivano prive di sostanziale forza impeditiva; solo una quarta, ad oriente di Tirana, poteva dare qualche noia perché appoggiata alla catena del Dajti ed ai rilievi a nord di Elbasan. Durante la navigazione, alle 2 del giorno 7, giunse a Guzzoni il seguente telegramma spedito alle 23,05 del 6: «Ministro Affari Este ri per S.E. Guzzoni. Se domani mattina un messaggero di Zog si presentasse al momento dello sbarco ascoltatelo et riferitemi telegraficamente. Se invece nessuno chiederà di conferire Voi eseguite lo sbarco frantumando qualsiasi resistenza. Mussolini»'.

Alle 4;50 le navi della colonna Messe davano alla fonda nella rada di Durazzo con un ritardo di circa mezz'ora sul previsto a causa della fitta nebbia che aveva allentato la navigazione. Poiché la completa illuminazione della città e dei servizi di segnalazione portuali induceva a ritenere molto probabile la presenza dei parlamentati, Guzzoni fece entrare in porto tre cacciatorpediniere per accertare tale presenza, poi, non ricevendo notizie.i alle 5,25 ordinò lo sbarco 2 • I primi inconvenienti si verificarono immediatamente. Lo sbarco dei reparti non poté avere la successione programmata perché il piroscafo Palatino, sul quale era imbarcato il XXVII battaglione bersaglieri, destinato alla rapida occupazione di Durazzo, era in ritardo; il piroscafo Toscana, che doveva attraccare con la prima mandata, non fu in grado di entrare in porto avendo un pescaggio superiore ai fondali; la nave Miraglia, sulla quale si trovavano i carri leggeri dell'VIII e del X battaglione carri, non poté attraccare subito perché in sua vece era entrato in porto il piroscafo Aquitania, che faceva parte dell'ultima mandata. Tali imprevisti disguidi interferirono alquanto sulla rapidità dell'azione, complicando la crisi dello sbarco ed obbligando a modifiche ai tempi. N:on appena i marinai scesero, per primi, sulla banchina, raffiche violente di mitragliatrici e di fucileria provenienti dai fabbricati portuali li investirono. La immediata reazione di fuoco dei cacciatorpediniere ed il pronto intervento del X battaglione bersaglieri e del 1/47° fanteria obbligavano i difensori (circa 500 uomini con una batteria) a ripiegare verso le 8,30. Alle 9 Durazzo era occupata.

'Relazione sull'azione militare in Albania nei giorni 7-8-9 aprile 1939 del gen. Guzzoni al ministero della Guerra, Gabinetto, in data 15 maggio 1939, AUSSME, Diario Storico Comando Supremo, voi. I, tomo II, doc. 1, pp. 57 segg., USSME. Roma 1986. Nel presente testo è riportata la formulazione originale del telegramma. ' Alle 5, 15 Guzzoni comunicò al ministero della Guerra: «Nessun parlamentare presentatosi. Inizio sbarco».


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A questo punto bisogna fare un passo indietro. Verso la mezzanotte del 6 aprile Zog aveva indirizzato direttamente a Mussolini la richiesta di esaminare la possibilità di un accordo militare a risoluzione della vertenza e, poco dopo, il ministro Libohova, sempre da parte del re, si presentava da Jacomoni proponendo una convenzione militare da concludere il mattino seguente a Durazzo per giustificare la presenza di unità italiane in Albania. Premessa all'accordo era l'accettazione italiana delle controproposte albanesi. Re Zog, inoltre rinnovava il desiderio che la convenzione fosse firmata dal gen. Pariani. In sostanza ripeteva la comunicazione fatta nel pomeriggio del 6. Jacomoni trasmise la richiesta a Roma, benché fuori tempo massimo. Nelle prime ore del 7 arrivarono a Tirana due telegrammi. Il primo era la risposta di Mussolini per Zog: ( ... ) comunico a Vostra Maestà che potete mandare a Durazzo il vostro plenipotenziario per trattare accordo militare col generale Guzzoni, comandante delle truppe italiane, da me autorizzato ad ascoltare il Vostro rappresentante e a riferirmi!».

Se si tiene conto della premessa all'accordo precisata da Zog, il telegramma non può non suscitare perplessità. Il secondo dispaccio, spedito alle 4,30, era di Ciano per Jacomoni: «Se il governo albanese ha qualcosa da dire la comunichi al comandante delle truppe prima che avvenga lo sbarco. Il comandante delle truppe riferirà a Roma. Parian.i non potrebbe comun· que venire essendosi recato in Germania per accordi con lo Stato Maggiore tedesco» 1•

In relazione a queste comunicazioni, con le quali si usciva dalla normale via diplomatica, Jacomoni si considerò «estromesso dalle trattative» e quando, verso le 8 del mattino, Libohova gli chiese di accompagnare a Durazzo i rappresentanti del re per assisterli nelle conversazioni con Guzzoni, oppose di non aver più veste per intervenire in un dialogo militare. Accolse, peraltro, la preghiera di Libohova di lasciar partire il col. Gabrielli con i delegati i . Fu dunque attorno alle 1O, mentre continuavano le operazioni di scarico delle navi, che Gabrielli con i due plenipotenziari arrivarono a Durazzo. Guzzoni era sceso a terra da una mezz'ora. Gli albanesi si scusarono perché sopravveduti contrattempi avevano loro impedito di trovarsi all'alba ad attenderlo e si dichiararono incaricati di negoziare un accordo militare circa la collaborazione delle truppe italiane con quelle albanesi. Guzzoni rimase un po' incerto, ma l'addetto militare gli assicurò che la legazione «aveva ricevuto istruzioni dal Duce di cercare un componimento» della vicenda. Riflettendo che se Mussolini. dava tanta importanza all'incontro da sospendere lo sbarco, sembrava logico

'F. JACOMONI, La poli1ica dell'Italia in Albania cit., p. 120. ' Ibidem, pp. 121- 123.


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ascoltare i delegati anche se presentatisi cinque ore dopo e assentì al colloquio. Però respinse la richiesta di arrestarsi sulle posizioni raggiunte in attesa delle decisioni superiori e soltanto dietro insistenza del col. Gabrielli consentì di sostare alla periferia di Durazzo fino alle 16, purché le truppe albanesi ripiegassero dietro l' Arzen, una diecina di chilometri ad est della città. Naturalmente rifiutò di fennare ai porti di sbarco le altre colonne - come chiesto dai rappresentanti del re, che solo allora apprendevano la notizia - perché l'occupazione degli altri obiettivi avrebbe comunque creato una situazione a tutto nostro favore. Per la verità Guzzoni risolse di accettare la temporanea sospensione dell'operazione, e quindi il ritardo neJl'attuazione del piano, anche per una ragione di ordine estremamente pratico: ben si era reso conto di come le cose non procedessero affatto secondo la desiderata rapidità. Un solo battaglione era completo e pronto a muovere, gli altri stavano ancora riordinandosi e finendo di sbarcare; nel porto regnava una grossa confusione per i movimenti affrettati e convulsi derivanti dalle improvvise e sensibili modifiche apportate alla pianificazione di sbarchi e scarichi; la mutata successione di attracco aveva determinato frazionamenti, disguidi ed ingombro sulle banchine; il ritardo della Miraglia, sulla quale si trovavano i carri annati, aveva fatto mancare l' intervento di questi mezzi, che avrebbero dovuto facilitare l'avanzata, al punto che il loro scarico era iniziato soltanto verso le ore 13, quando ormai le resistenze erano state superate 1• Guzzoni, dunque, alle 12,30 riferì dettagliatamente la situazione al ministero della Guerra precisando di aver accettato di sospendere il movimento sino alle 16, per poi riprenderlo sino a raggiungere, verso le 18, la tiva sinistra del!' Arzen. Ed informò: «Re Zog consente che se accettato accordo domani 8 aprile forze non superiori ad una divisione si rechino a Tirana. Parlamentari nulla sapevano delle altre colonie operanti. Saputolo chiedono che esse si fermino nei porti di sbarco. Sono d'avviso che poiché parlamentari presentatisi ad operazioni in corso, colonne raggiungano rispettivamente Scutari, Fieri, Argirocastro».

, Le condizioni presentate dai plenipotenziari si traducevano nella destinazione di una divisione italiana in Albania, su richiesta albanese, ed agli ordini del re 2.

'D. MACK SMITH scrive: «Esitmulo ad avanzare [corsivo nostro] quando nulla gli si apponeva, Guzzoni dette ai critici l'opportunità di affermare che gli albanesi resistevano con coraggio alle schiaccianti forze fasciste( ...)». (Le guerre del Duce, Laterza, Bari 1976, p. 206). Come detto, il motivo del temporaneo arresto di Guzzoni non consisteva affatto in una qualsiasi preoccupazione di resistenza albanese. Aggiungiamo che l'informazione data dal col. Gabrielli circa la presenza di una massa albanese di 4 -5 mila uomini nella zona di Kavaja, al comando dello stesso re, ed il cenno fatto alla possibilità di un attacco sul fianco destro della col.onna per tagliarle la strada con Durazzo quando si fosse diretta su Tirana, apparivano di più che dubbia attendibilità e difatti Guzzoni non ne tenne conto negli ordini dati. i AUSSME, Diario Storico Comando Supremo, I, tomo Il, doc. 1, Relazioni Guzzoni cit., pp. 90-91.


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In relazione a questo, Guzzoni chiese istruzioni, vale a dire: se poteva comunicare l'accettazione di massima dell'accordo militare in questione da parte del governo italiano (richiamando però l' attenzione sulla dipendenza della divisione da Zog); se doveva arrestare le altre colonne ai porti di sbarco o dove fossero giunte oppure farle proseguire sino agli obiettivi stabiliti; se doveva, nel caso dell'accettazione dell'accordo, trasferire truppe corrispondenti ad una divisione a Tirana, ed in tale ipotesi chiedeva l'aviotrasporto del reggimento granatieri. Guzzoni, beninteso, non era per niente convinto della convenienza di un accordo del genere. Aveva fatto di necessità virnì, ma era persuaso che il tentativo in extremis di Zog sarebbe stato respinto da Mussolini. Secondo le trattative intercorse, i parlamentari si sarebbero ripresentati entro le ore 15, comunicando, per quanto li riguardava, la risposta che Roma avrebbe indirizzata al re. Ali' ora fissata i delegati non si fecero vivi e cinque minuti prima delle 16, elementi albanesi fecero saltare il ponte sull' Arzen. La cosa non era molto grave, pur apparerendo esclusa la possibilità di riattare il ponte con i mezzi disponibili, perché venne subito occupato un secondo ponte più a valle. Divenne chiaro, comunque, che l'abboccamento, la richiesta di una sosta operativa, le false noizie circa il concentramento di migliaia di uomini a Kavaja, avallate ovviamente in buona fede dal col. Gabrielli, tutto costituiva espediente per guadagnare tempo. Verso le 18 pomeridiane Jacomoni seppe che Zog era pa1tito in direzione di Elbasan nel primo pomeriggio. All'imbrunire la testa di sbarco di Durazzo era sufficientemente consolidata, ma la colonna Messe non si trovava ancora nelle condizioni di riprendere l'avanzata su Tirana, in quanto tuttora incompleta. Nel porto infatti continuava - e continuerà per l'intera notte con le aumentate difficoltà dovute alla scarsa illuminazione - lo scarico degli autoveicoli, dei materiali e del carburante, reso laborioso dal fatto che molti piroscafi scaricavano a considerevole distanza dalla banchina mediante trasbordo su barche. Nel frattempo le operazioni delle altre colonne si erano svolte senza incontrare intoppi di rilievo. La colonna Scattini, giunta a destinazione alle 5,30, in meno di un' ora eliminava, la scarsa opposizione e si impadroniva di San Giovanni di Medua. Quindi spingeva un battaglione bersaglieri su Alessio, superando le nuove resistenze incontrate prima a pochi chilometri dalla cittadina e poi sulle alture della sinistra del Drin, talché alle 14,30 l'intero abitato si trovava in inani italiane e le autorità religiose e civili facevano atto di sottomissione. Cessato ogni segno di resistenza, il col. Scattini proseguiva con due battaglioni bersaglieri verso Scutari, arrestandosi all'imbrunire a circa metà strada. Maggiori ostacoli incontrò la colonna di Valona, che aveva iniziato lo sbarco alle 6,30. Le prime reazioni da patte della gendarmeria albanese furono


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rapidamente superate dal fuoco di un cacciatorpediniere e dall'intervento dei bersaglieri. Dopo di che il col. Bemardi procedette verso Fieri con i due battaglioni bersaglieri. A circa sette chilometri dalla città venne a1Testato da un battaglione albanese appena giunto da Elbasan. Il combattimento, iniziato verso le 14 si protrasse per oltre tre ore, sia a causa della buona sistemazione assunta dai difensori sia per difficoltà di collegamento con la corazzata Cavour, il cui fuoco risultò poco aderente e tempestivo. Sopraggiunta la sera, la colonna fu costretta a sostare a stretto contatto col nemico. A Santi Quaranta, la ilTilevante azione di contrasto svolta dalla gendarmeria fu subito travolta dal battaglione San Marco e, all'imbmnire, la colonna raggiun' geva Del vino'. Questa la situazione del corpo di spedizione all'imbrnnire del 7 aprile. A Roma c'era maretta. Alle 6 Ciano aveva lasciato la capitale per recarsi in aereo in... Albania! Probabilmente contava di atte1Tare a Tirana e da lì comunicare al Duce l'esito vittorioso della sua impresa. Fatto sta che sorvolò Durazzo e Ti.rana, riportando l'impressione di un'assoluta normalità e, non potendo ancora atterrare, tornò a Roma per fare a Mussolini un quadro che lo fece «molto contento». Ma «nel pomeriggio gli umori nostri - annotò nel diario - mutano» al conoscere che Guzzoni aveva ricevuto i parlamentari, li aveva ascoltati e «invece di proseguire l'azione come il Duce aveva ordinato, ha soppeso tutto per sei ore». Quindi il Duce diventò «furioso», anche perché le prime notizie dei giornali francesi ventilavano una battuta d'arresto italiana dovuta alla resistenza albanese. C'e qualcosa di poco chiaro. Prima di tutto Mussolini dovette ricevere la richiesta cli istruzioni di Guzzoni fra le 13 e le 14, da parte del ministero della Guerra, ancora durante la lunga assenza di Ciano. Infatti, chiamato il ministero degli Esteri per sapere se esso fosse responsabile dell'inspiegabile condotta di Guzzoni, Mussolini ricevette dal capo ufficio coordinamento, Luciolli, evidentemente non al co1Tente dei telegrammi notturni a Tirana, una risposta negativa. Ora, poteva esistere disappunto per la perdita di tempo (non conoscendo gli inconvenienti verificatisi per lo sbarco delle truppe), ma tenendo conto dei telegrammi notturni di Ciano a Jacomoni ed a Guzzoni (ed a prescindere dall'eccesso di zelo del col. Gabrielli), il comportamento del comandante della spedizione non pare affatto «inspiegabile». Ed è stranissimo che Luciolli, il più al corrente della co1Tispondenza del ministero degli Esteri, non sapesse fornire una spiegazione. Comunque è interessante la conclusione di questi: «Ciano, Anfuso e qualche altro ne dettero, nell'agitazione del momento, una spiegazione sensazionale: c'era stato tradimento; il ministero della Gue1Ta aveva 'G. CIANO, Diario cit., p. 281.


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inteso sabotare l'opera di quello degli Esteri; i nemici di C iano e di Jacomoni avevano fatto un colpo mancino»'. D ' impulso, Mussolini ordinò al gen. Valle di andare a sollecitare Guzzoni! TI quale Guzzoni alle 20 assicurò » (...) Seguito decisione presa dal Duce verbalmente trasmessami da S.E. Valle domani proseguo azione su T irana (...)».

* * * All'alba dell'8 aprile, mentre il grosso superava l'Arzen, gli aerei italiani eseguivano le richieste azioni di spezzonamento sulla 2• posizione albanese, in corrispondenza del bivio di Vorra. Ma, subito dopo, la marcia della colonna subì due contrattempi. Il primo venne presto risolto: nuclei albanesi che cercavano di ostacolare l'avanzata furono rapidamente posti in fuga. Il secondo fu costituito dall'ennesimo incidente organizzativo: durante la nottata, per errore, dalla base di Durazzo era110 stati inviati fusti di gasolio invece di benzina, cosicché la quasi totalità dei mezzi ruotati ed i carri si trovarono nell'impossibilità di proseguire e dovettero restare in attesa della sostituzione del carburante. Risolto l'inconveniente con la perdita di oltre un'ora, Guzzoni decise di accelerare i tempi dell'occupazione della capitale e alle 8,45 lanciò su T irana un gruppo meccanizzato. I reparti a lbanesi, prevalentemente della gendarmeria, scaglionati ed appostati lungo la strada fra la stretta di Vorra e Kashari, sorpresi dall'irruenza della formazione e dal sopraggiungere da Alessio di una compagnia di bersaglieri motociclisti, non ebbero neppure il tempo di reagire con qualche intensità e quasi tutti gettarono le armi. Alle 9,30 il gruppo meccanizzato entrava in Tirana, scguìto, dopo quaranta minuti, dall' avanguardia. Quasi contemporaneamente atterravano all'aeroporto i primi reparti di granatieri. A Tirana tutto era stato predisposto su orchestrazione di Jacomoni: dai giornali, alla stazione radio, alle manifestazioni popolari, alle fumate all'aeroporto per segnalare la direzione del vento. Era pronto perfino il governo provvisorio.

' MARIO DONOSTI (MARIO Luc 10LLI) , Mussolini e l'Europa, Leonardo, Roma 1945, p. 162; c fr. GIORDANO BRUNO GUERRI, Galeazw Ciano, c ii., pp. 381-382. Sui numerosi inconvenienti verificatisi il 7 aprile, Guzzoni riferì 1'8 aprile a Mussolini e, per conoscenza, a Pariani, ma il 12 aprile ritenne opportuno scrivere nuovamente a Pariani: «Mi sono aste nuto dall'inviarti nei giorni scorsi una documentazione particolareggiata degli avvenimenti del giorno 7 a Durazzo per non disturbarti e perché ritenevo che la questione fosse onnai superata e chiarita sotto ogni punto di vista. Avendo però appreso che il colonnello Gabrielli è stato invitato a riferire al riguardo, sento il dovere di esponi con tutla serenità, ma con altrettanta comprovabile obiettività, l'origine ed i successivi sviluppi di quella che a Roma è stata giudicata una 'perdita di tempo' ed un ingiustificato 'tempo di arresto'( ...). (AUSSME, rep. H 9, Fondo Carteggio del Capo del Governo, racc. 4).


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Da parte italiana l' atmosfera era strana. Da un lato la consapevolezza che la spedizione non avrebbe trovato oslacoli di sostanziale rilievo; dall'altro qualche motivo di tono allarmistico. l'impazienza era, comunque, l'elemento dominante a Roma, come mostrato dalla seguente successione oraria: - fra le 8 e le 8,30 arrivavano a Tirana, uno dopo l'altro, il generale Ranza, comandanlc della 4• Zona aerea territoriale (Baii), ed il gen. Valle. Le tmppe italiane più vicine non avevano ancora raggiunto in bivio di Vorra (circa 25 chilometri di pessima strada); - alle 8,30 perveniva a Jacomoni un telegramma annunciante l'arrivo, sempre in aereo, di Ciano. A quell'ora le prime unità avevano ripreso il movimento dopo il rifornimento di carburante; - alle 8,50 Pariani, pur non avendo ancora comunicazione della sicura disponibilità dell'aeroporto di Tirana, stimando la calma tornata in città e ormai prossima l'entrata dell'avanguardia, ordinò di altuare il trasp01to via aerea del reggimento granatieri. Alle 9,05 partì il primo scaglione preceduto da una scorta di caccia; - alle 9,30 Jacomoni telegrafò a Roma: «Grande adunata popolo piazza Skanderbeg accoglierà truppe al loro ingresso in cillà. Segretario Generale questo ministero Interni telefona però pregando vivamente accelerare massimo possibile arrivo a Tirana primo contingente timore che elementi turbolenti ancora circolanti città provochino nuovi disordini»'; Quasi in quel momento entrava in Tirana il gruppo meccanizzato; - alle 10,10 arrivò l'avanguardia della coloD11a Messe; - alle 10,30 atterrò l'aereo con il trionfante Ciano. Bisogna dire che, pur predisposte che fossero state le cose, «le accoglienze tributate alle nostre truppe dalle autorità civili di Tirana e dal popolo sorprendono veramente, per la loro intensità, noi tutti» scrisse Guzzoni 2 • Nel pomeriggio, verso le 16, una colonna celere agli ordini del col. D' Antoni, costituita dal XVIII battaglione bersaglieri motocidisti, dal XIV battaglione bersaglieri mutotrasportato e dal X battaglione carri, partì per Qafa Knabes arrivandovi in un paio d'ore. I reparti albanesi sul posto non opposero resistenza. Appartenevano alle truppe del principe Hjssein Dolshisti, nipote di Zog, da questi lasciato a proteggere la sua fuga. Abbandonate lungo la strada furono rinvenuti due batterie someggiate al completo, armi portatili, cofani munizioni ed altro materiale bellico. Avviati alla capitale gli sbandati, la colonna scese rapidamente nella valle dello Skumbi e, benché rallentata dalla oscurità incombente, alle 20,30 entrò in Elbasan, anche qui accolta con entusiasmo. 'F.

JACOMONI, La politica dell'Italia in Albania cit., p. 128. Relazione Guzzoni citata. La sera dell'8 Ciano telegrafò a Mussolini: «Notizia della fuga di re Zog in Grecia elimina ogni tentativo di resistenza organica e coordinata ( ... ). Ritornando domani mattina a Roma, mi riservo riferirvi( ...)» (F. JACOMONI, La politica dell'Italia in Albania cit., p. 131). ?


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A nord, il col. Scartini, ripreso all'alba il movimento venne arrestato in corrispondenza della Drinassa da una difesa ben appostata. Tuttavia, dopo qualche ora di fuoco, il console d'Italia di Scutari si presentò alle nostre linee comunicando che l'avversario aveva battuto in riti.rata e che la popolazione era pronta a ricevere festosamente le truppe italiane. Alle 16,30 la colonna faceva il suo ingresso in Scutari. A Valona, .sul far del giorno, il col. Bemardi attaccò decisamente le retroguardie albanesi rimaste in posto ed in un'ora ebbe ragione di esse. Alle 16 entrò in Fi~ri. La colonna Carasi, dal canto suo, da Delvino riprendeva l'avanzata su Argirocast:ro incontrando ostacolo soltanto nelle disastrose condizioni della strada. Il giorno successivo anche Argirocastro era occupata tra vive dimostrazioni di simpatia della popolazione. Così, la sera del 10 tutti gli obiettivi erano raggiunti, e in breve tempo l'occupazione si estendeva all'intera Albania, sulla base delle direttive inviate il 9 aprile dal ministero della Gue1n. Il 12 aprile, su orchestrazione di Ciano e approvazione di Mussolini 1, si riunì a Tirana un'Assemblea costituente che votò la seguente risoluzione: «l. Il regime già esistente in Albania è decaduto; la costituzione emanata da questo regime è abrogata. 2. È costituito un Governo nominato dall'Assemblea, investito di pieni poteri. 3. L' Assemblea dichiara che il popolo albanese, memore e riconoscente dell'opera costrnttiva data dall'Italia per lo sviluppo e la prosperità dell'Albania, decide di associare più intimamente la vita e i destini dcli' Albania stab ilendo con l' Italia vincoli di una sempre piu stretta solidarietà. Accordi ispirati a questa solidarietà saranno successivamente stipulati fra l'Italia e l'Albania. 4. L'Assemblea Nazionale Costituente, interprete della unanime volontà di rinnovamento del popolo albanese e quale pegno solenne per la sua realizzazione, decide di offrire, nella forma di Unione personale, la corona di Albania a Sua Maestà Vittorio Emanuele IlI Re d 'Italia e Imperatore d'Etiopia, per Sua Maestà e per i Suoi successori».

Commento di Ciano prima della riunione dell'Assemblea: «le cose non vanno così lisce come sembrava. C'è molta opposizione all'unione personale. Tutti d'accordo per avere un principe di Casa Savoia o, meglio ancora,,vorrebbero me». Comunque, facendo correre «i pacchi di franchi albanesi» che ad ogni buon fine aveva portato seco, tutto si aggiustò 2 • Il 13 aprile in sede di Consiglio dei ministri, Mussolini ragguagliò sulla «Operazione Tirana»: «Il primo giorno avremmo potuto ù1 due ore essere a Tirana. Vi sono stati ritardi nello sbarco. Com' al solito, non s'era previsto tutto. Le navi, troppo cariche non hanno potuto attraccare alle banchine. S'è dovuto fare loscarico del materiale su chiatte. Quindi, doppio lavoro. Tutto ha fimzionato, per il

G. GIANO, Diario cit., pp. 281-282. ' Ibidem, p. 283. Cfr. F. J ACOMONI, ÙI politica de/l'Italia in Albania cit., pp. 132-136, che però non fa cenno della corona per Ciano. 2


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resto, bene; meno i collegamenti, poiché i richiamati non conoscevano le nuove radio. Poi, si sono perdute parecchie ore per ricevere e ascoltare i plenipotenziari di Re Zog, nonostante io avessi dato ordine che si proseguisse lo stesso». Ora, abbiamo in Albania 9 divisioni al completo[?]: 60 mila uomini. Arriveremo a centomila (.. .)». Era soddisfatto: «L'Albania - continuò - è la Boemia dei Balcani [?]. Chi ha in mano l'Albania tiene in mano la regione balcanica, l'Albania è una 'costante' geografica dell'Italia. Ci assicura il controllo dell'Adriatico. Noi abbiamo fatto cieli' Albania un lago italiano. È come se avessimo gettato all'imbocco dell'Adriatico una diga di cemento. Nell'Adriatico non entra più nessuno. Gli Jugoslavi non ne possono più uscire». E finì con due precisazioni: che l'Italia aveva «allargato» le sbarre del carcere mediterraneo con la Spagna amica ad ovest e l'Albania nostra ad oriente; che all'annessione dell'Albania si sarebbe giunti «per infiltrazione» 1• Intanto, a seguito delle direttive del ministero della Guerra, erano in corso i provvedimenti per il potenziamento militare dell'Albania. Il 15 ebbe inizio a Bari l'imbarco della divisione alpina Julia, destinata a presidiare la zona di Scutari; il 18 a Brindisi quello della divisione Lupi di Toscana, destinata a portarsi nella zona di Korça-Pogradec, e dell'Intendenza, che doveva impiantarsi a Tirana; il 25 fu la volta della divisione Venezia, destinata a portarsi al confine nord-orientale, mentre la divisione corazzata Centauro cominciava il suo concentramento ai porti d' imbarco. La divisione Murge, già in Albania, si spostò da Valona alla zona di Argirocastro-Premeti-Santi Quaranta 2 •

3.

CONSIDERAZIONI SULL'OPERAZIONE

OMT

Anzitutto conviene sottolineare che dal punto di vista strettamente operativo la spedizione si dimostrò di assoluta facilità, come d'altronde più o meno previsto, sia pure con le cautele del caso. L'aspetto più pericoloso di una resistenza albanese, se mai, era legato all'eventualità di una spossante guerriglia, ma tale eventualità assai difficilmente poteva temersi sin dallo sbarco. Le perdite complessive nei tre giorni 7, 8 e 9 aprile ammontarono a 93 uomini, cli cui il 60% appartenente alla marina, e precisamente: 12 caduti, di cui un ufficiale ed un sottufficiale, e 8 I feriti, di cui 9 ufficiali e 8 sottufficiali. Ciò premesso, veniamo alle considerazioni. Il gen. Guzzoni, con lettere personali prima a Mussolini e poi al gen. Pariani, e più tardi con una relazione

' G. BOTIAI, Diario 1935-1944 cit., pp. 145-146. ' M . MONTANARI, Le truppe italiane in Albania cit., ali. 61. Intenzione di Pariani era di inviare con gradualità in Albania almeno sei divisioni, di cui una alpina, ritirando i battaglioni bersaglieri.


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ufficiale al ministero della Guerra, mise in risalto senza molte perifrasi i numerosi inconvenienti riscontrati, a lcuni dei quali già in precedenza accennati. I principali rimarchi riguardano l'efficienza del corpo di spedizione e l'organizzazione dei trasporti via mare e via aerea. Le truppe. Necessità contingenti imposero, o meglio consigliarono, una spiccata caratteristica di leggerezza nella costituzione del corpo di spedizione, tuttavia l'applicazione del concetto velll1e spinta oltre il minimo di potenzialità e di efficienza richieste. La mancanza di artiglieria nel I scaglione si fece gravosamente sentire, perché costrinse a ricorrere - e per la sola fase dello sbarco - al fuoco delle navi da guerra, evidentemente ottenibile con maggiore difficoltà e poco agevole da dirigere per mancanza cli idonei collegamenti. Altra carenza avvertita fu quella di mezzi per il superamento dei corsi d'acqua: fu possibile sopperire all' interruzione dei ponti ma f01tunosamente e con perdita di tempo. L'aspetto che più degli altri apparve sotto luce negativa fu il grado di approntamento delle unità. «L'efficienza dei reparti in conseguenza della forte aliquota dei richiamati, della mancata possibilità di allenarli e nel loro insufficiente addestramento - scrisse il gen. Guzzoni -, si è dimostrata alquanto scarsa. Ad esempio, una sensibile percentuale di bersaglieri del 1901, 1902, J903, 1904 (cioè dai 35 ai 38 anni] affluiti ai reparti non sapeva usare la bicicletta o la motocicletta e non conosceva le nuove armi (...)». E di questo mezzo erano dotati dieci battaglioni su dodici! Peggio ancora nel settore delle trasmissioni, il cui personale richiamato dimostrò una pratica insufficiente delle stazioni radio a llora in dotazione a Comandi e reparti. Da notare che l'imperizia di detto personale spinse ad un'esasperata richiesta di rinforzi già la sera del primo giorno: «Informo che collegamenti non hanno regolare funzionamento per limitata capacità personale et operatori stazioni. Occ01Terebbe fare affluire al più presto nel po1to di Durazzo 12 sottufficiali capi radiotelegrafisti, operai specializzati pratici stazione R.F.3C. et radio montatori et 4 sottuffic iali pratici stazione R.4». E, sempre in tema di collegamenti, oltre al mancato addestramento dei richiamati, due deficienze organizzative ebbero pesanti riflessi sulla condotta delle operazioni: la dipendenza dai mezzi della marina, sino a sbarco effettuato, per le comunicazioni radiotelegrafiche; il ritardo nella distribuzione del materiale r.t.. Questo, difatti, che doveva assicurare il collegamento fra il Comando del corpo di spedizione e le singole colonne, giunse ai porti di partenza soltanto poco prima dell'imbarco (da 6 ad l ora), sì da rendere impossibile perfino il contro llo del loro stato di funzionamento, operazione che non poté essere effettuata neanche in navigazione a causa del silenzio radio per tutte le stazioni non della marina.


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lo sbarco. Che in circostanze del genere sorgano imprevisti è da ritenersi normale e proprio per questo occorre che la pianificazione relativa abbia una certa elasticità, in modo da assorbire senza troppe difficoltà le ripercussioni di incidenti vari. Invece, qÙanto emerso nel nostro caso sembra da ascriversi solo a frettolosità organizzativa e ad inesperienza. Non si può ammettere, ad esempio, una frammentarietà dei carichi', dovuta alla limitata capacità dei piroscafi, tale da frazionare i reparti su più navi con il personale separato dai mezzi e <<distruggendo l' 1.mità organica finanche di compagnia». Non è giustificabile che una nave come la Miraglia, unica nel suo genere perché la sola trasportante i carri armati - primi a dover essere scaricati - abbia potuto attuare lo scarico parecchie ore più tardi del previsto non per un' avaria o per causa bellica, ma perché il suo posto alla banchina era stato occupato da un cacciatorpediniere. Non è ammissibile che una nave come la Toscana sia dovuta rimanere al largo perché il suo pescaggio era superiore ai fondali del conosciutissimo porto di Durazzo. Non è accettabile che l'Aquitania abbia impiegato circa 12 ore per sbarcare i 30 autocarri di un battaglione autotrasportato, frustrando ogni possibilità di impiego del reparto. Nulla invece da dire sull'aviotrasporto, tranne che, una volta sbarcati a Tirana, i granatieri si trovarono immobilizzati per mancanza di mezzi di trasporto. Infine, a dimostrare con quali «redini corte» sia stata guidata la spedizione, si ritiene significativo sottolineare che l'intera preparazione era stata praticamente accentrata al ministero della Guerra, al punto che al gen. Guzzoni - interessato, come si è visto, soltanto alla vigilia - rimase la sola e semplice esecuzione degli ordini, una volta messo piede in Albania. Il diario storico «O.M.T.», tenuto dal Gabinetto del ministero della Guerra dal 6 aprile al 9 maggio, conferma quanto detto. Ci limitiamo alla giornata del 6 aprile: ore 11,30 - Duce telefona preavvisando che tra mezz'ora darà ordini. " 11,30 - il capo di gabinetto chiama al telefono il gen. Guzzoni avvertendo che si tenga pronto e reperibile. " 11,50 - Duce dà ordine di imbarco del corpo di spedizione, riservandosi entro le ore 18 di dare ulteriori ordini circa partenza. " 11,51 - il gen. Guzzoni riceve per telefono questi ordini. Segue a conferma telegramma in cifra per sperimentare anche cifrario S.V.. " 11,55 - avvertiti Anfuso (Esteri), Oliva (Marina), Ilari (Aeronautica) e Sottocapo di S.M. Intendente. " 12,10 - avvertito Gandin (Ufficio Capo di S.M. Generale). " 12,20 - avvettito Brindisi che gen. Guzzoni si tenga reperibile al telefono per le ore 18 circa.

' L'errore del rifornimento d i gasolio invece di benzina è imputabile anche e soprattutto a questo fatto.


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" " " "

14,00 16,50 16,55 16,57 -

" 17,02 " 17,10 " 19,30 -

" 20,20 -

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spedito telegramma per aver notizia imbarco. Duce ordina pa1tenza corpo di spedizione. gen. Guzzoni riceve ordine di attuare l'ordine di operazioni n. l. inviato telegramma a S.E. Guzzoni per confermare ordine partenza corpo di spedizione. informati Anfoso (Esteri), Oliva (Marina), Ilari (Aeronautica) e Broccoli (S.l.M.). avvertito col. Gandin. a seguito richiesta addetto militare Berlino richiedente notizie per Capo S.M. tedesco si è risposto per ordine Duce: - è vero che truppe italiane si concentrano a Bari per azione su Albania; - truppe confine francese sono quasi sul piede di guerra; - richiamate finora classi 1901-1912 ed elementi del 1902-03-0405-06; - truppe italiane Spagna sono in attesa di ordini di Franco per rimpatriare e sono ad Alicante dalla fine della guerra; - S.E. Attolico ha informato von Ribbentrop, il quale ha dato la sua piena adesione all' azione italiana. • radio legazione Tirana non risponde '.

Badoglio era sempre rimasto sullo sfondo. Nel diario di Ciano l'unica nota relativa alla sua partecipazione è in data 29 marzo: «Badoglio è andato dal Duce per dichiararsi d'accordo circa l'impresa albanese: ha soltanto consigliato di mobilitare un contingente maggiore. Mobiliteremo una divisione in più e anche un battaglione carri d'assalto» 2 • Poi però, in extremis, Badoglio scrisse a Mussolini criticando il piano di Pariani, ma il Duce «respinge le critiche» 3• A impresa finita, nella seconda metà di giugno egli si recò in Albania per un giro d'ispezione. Al suo rientro presentò a Mussolini una dettagliata relazione. In essa, premesso che «l'instabilità della situazione politica internazionale consiglia di affrontare e risolvere nel più breve tempo possibile» i numerosi problemi sollevati dalla recentissima occupazione dell'Albania, poneva in risalto la necessità che l'acquisizione di quelle posizioni strategiche, «vera porta di chiusura dell'Adriatico e porta di sbocco nei Balcani, sia verso SaloniccoCostantinopoli, sia verso Atene, sia infine verso il litorale dalmatico e il cuore della Jugoslavia», venisse potenziata adeguatamente in campo economico e militare in modo da rispondere «ad ogni eventuale evenienza».

' M. M ONTANARI, le tmppe italiane in Albania. cit., all. 63. 'G. CIANO, Diario cil., pp. 273-274. ' Ibidem, p. 280.


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Scopo dell'ispezione era, appunto, un esame sul posto dei provvedimenti da assumere a tal fine. Ma Badoglio, con evidente intenzione, volle includere nella relazione una parte riguardante lo sbarco: «L'occupazione militare dcli' Albania ha avuto luogo mediante lo sbarco contemporaneo in quattro punti della costa albanese, distanti fra loro, in media 70 km , di uno scaglione di circa 22.000 uomini. Tutto è andato nel modo migliore, grazie all'avveduta preparazione politica. Sarebbe però assai dannoso nascondere gli errori compiuti, per il solo fatto che essi non hanno avuto conseguenze apprezzabili: devono essere, bensì, studiati attentamente per trarle ammaestramenti per il futuro. Ao,:itutto, il primo scaglione del corpo di spedizione, forse per meglio mantenere il segreto, è stato organizzato affrettatamente e solo all'ultimo momento sono stati presi accordi diretti fra le singole forze armate. Le truppe celeri ne hanno formato il grosso; esse, tratte un po' da tutti i regg imenti, non avevano una fisionomia organica e, nello stesso tempo, con la loro partenza, hanno messo in crisi tutte le grandi unità celeri e motorizzate. Crisi ora risolta con il rientro, già disposto, di dette truppe. Ciò senza dire che, in un terreno come quello albanese, montuoso, privo di buone strade, le truppe celeri (specie i ciclisti) hanno finito per perdere la loro caratteristica di celerità, tanto pi u che gli automezzi erano r idotti al minimo per dinicoltà di pronto scarico dai piroscafi. Il reggimento granatieri, pure, era costituito con clementi tratti dai tre reggimenti e in prevalenza con richiamati. La dotazione di artiglieria era minima, se non addi riLLura null a (la colonna di Duraz:i:o aveva solo una batteria da 20; niente le altre colonne) cosicché, di fronte a lla pur modesta resistenza albanese, non poté farsi a~segnamento che sulle artiglierie delle navi. li tiro di questa non poteva riuscire tempestivo ed efficace, dato che l' unico mezzo rapido di collegamento finiva per essere la motoc icletta, non essendo i radiotelegratisti de ll'esercito in grado di far bene funzionare le rad io, per difetto di addestramento. I richiamati non avevano un minimo di addestramento per un'eventuale campagna di guerra: specie i più anziani non conoscevano le armi , i mezzi d i collegamento, i mezzi di trasporto. È occorso un periodo intenso di addestramento di due mesi per poterl i, al fine, amalgamarli con gli altri. Bisogna aggiornare con più frequenza l'addestramento delle classi in congedo; in ogni caso mettere, però, in prima linea le truppe più giovani se si vuole otten ere rapidamente una decisione. L' inquadramento, per metà di ufficiali di complemento, lasciava molto a desiderare. li concetto di sbarcare in 4 punti della costa assai distanti fra loro, sparpagliando le forlC disponibili, ha messo queste alla mercé di un'eventuale reazione in forze albanese, non prevedibile, forse, ma non da escludersi; e ciò doveva consigi larc la scelta di un solo punto per uno sbarco a massa. Si sarebbe, forse, così evitalo anche il piccolo spargimento di sangue di Durazzo (e il sangue dei soldati è prezioso) perché, manovrando successivamente a massa, si sarebbe frustrata ogni ve lle ità di resistenza albanese. Le operazioni di requisizione di piroscafi e, specie, quelle di imbarco e di sbarco hanno presentato non pochi gravi difetti: reparti destinati a sbarcare per primi, imbarcati sul piroscafo più lento; invio di piroscafi di pescaggio superiore ai fondal i del porto di destinazione; piroscafi non adatti al carico di automezzi e conseguente ritardo nello sbarco di un battaglione autotrasportato ; frazionamento dei reparti nel carico; ritardo nello scarico dei carri armati perché occupata la banchina da altra unità. Notevole, altresì, il gravissimo errore dell ' invio, dalla base di Durazzo di fusti di gasolio invece di benzina, cos icché la quasi totalità de i mezzi motori zzati c meccanizzati rimase immobilizwta proprio nel momento in cui occorreva avanwre rapidamente. Data la scarsa e disorganizzata resistenza albanese, i lamentati inconvenienti non hanno avuto come conseguenza niente altro che disordine, ritard i, sperpero di materiali, disagio di truppe. Però, soprattutto gli ufficiali di stato maggiore hanno bisogno di meditare su tali inconvenienti, per evitare assolutamente il ripetersi di essi in eventuali contingenze avvenire.


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Le operazioni di sbarco sono complesse: il tempo dedicato a prepararle non è perduto e da la garaniia di un successo pronto cd economico. S.E. Guzzoni mi ha consegnato copia della sua relazione al fatta al Ministero della Gue1Ta. La unisco alla presente per il caso che V.E. non ne abbia avuta visione integrale(...)» '.

Le ultime tre frasi erano intenzionali. La prima suonava a critica per il lavoro di approntamento fatto da Pariani. La seconda costituiva un implicito monito rivolto allo stesso Mussolini ed a Ciano. La terza, l' ultima, rivelava il dubbio che Pariani non avesse portato a conoscenza di Mussolini la relazione di Guzzoni, ma si fosse limitato a riferire per sommi capi, senza scendere volutamente in dettagli per lui, responsabile, imbarazzanti. Badoglio concluse accellilandc, alla necessità di provvedere per la sistemazione delle truppe in Albania, considerate numericamente sufficienti sino a quando realizzata la prevista organizzazione difensiva; di migliorare la rete stradale; ampliare le possibilità portuali di Durazzo e di Valona; creare numerosi campi di aviazione; procedere a lavori di bonifica e di colonizzazione agricola; ed ammonendo: l'alta impo,tanza strategica cieli' Albania - che si accrescerà se la Jugoslavia dovesse dimos1rarsi infida o addirittura ostile - impone di provvedere ad un immediato potenziamento del territorio, perché l'orizzonte internazionale è incerto e sarebbe inqualificabile errore farsi sorprendere da eventuali complicazioni non in grado di dominare la situazione e di sfruttarne a pieno i vantaggi; - la maggioranza della popolazione albanese è con noi, sia pure mantenendosi in istato di attesa, più o meno diffidente, in riguardo dei vantaggi da ritnln'c dal nuovo regime; ma non mancano correnti a noi avverse, specie quelle intellettuali, alimentate da una intensa ed avveduta, propapaganda degli Stati ostili, i quali abilmente sfruttano il fanatismo religioso, l'attaccamento al vecchio regime, ccc. Non sarebbe qu indi da stupirsi se si verificassero atti di terrorismo propri della Balcania, in tempo di pace, o insurrezioni con atti di guerriglia al primo manifestarsi di complicazioni internazionali» '.

«-

L'operazione O.M.T. non poteva fallire, nonostante gli errori di organizzazione e di esecuzione, di cui gli esecutori ebbero minima responsabilità. È evidente che essa fu considerata priva di difficoltà, il che è sempre un errore, però colpisce il fatto che, a quanto pare, il solo Jacomoni abbia sentito il bisogno di manifestare a Ciano le preoccupazioni suscitate in lui da un colloquio avuto con «i militari». *

* *

II 30 aprile Ciano annotò sul diario: «Con Alfieri discuto opportunità o meno di accettare il titolo di Principe di K.ruja che gli albanesi vorrebbero darmi. S arebbe il primo e solo ringraziamento finora avuto per aver dato

'Relazione sull'ispezione compiuta in Albania tra il 19 ed il 26 giugno 1939 in data 29.6.1939 in Diario Storico Comando Supremo, I, tomo Il cit., ali. I., p. 39 sgg. 'G. CIANO, Diario cit., p. 291.


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l'Albania all'Italia» 1• Dec ise per il no. E non poteva essere altrimenti, visto che poco più di un mese prima Mussolini aveva declinato la probabile offerta di un titolo nobiliare da parte del Re. Però nessun dubbio sulla sua paternità dcll' impresa, anche per l' opera di allettamento esercitata su Mussolini e per la sottile insistenza per rompere gli indugi. Se ne vantava. Vanità e superficialità gli impedirono di rendersi conto che paternità equivaleva a responsabilità. E questa esisteva, e di un livello tutt'altro che limitato. Sul piano interno addossò aU'Italia un peso economico che si aggiunse a quello, assai oneroso, dell'impero. Sul piano militare creò un nuovo scacchiere, per giunta oltremare, con conseguente dispersione di forze e di mezzi. Sotto il profilo della politica internazionale, egli agì senza nemmeno accorgersi che ciò che aveva in mente sarebbe stato un ulteriore elemento di disturbo in un'Europa allarmata dalle continue iniziative destabilizzanti di Hitler e di Mussolini. O, forse, riJnase nella convinzione, formatasi in lui a Vienna il 2 novembre 1938, che si potesse tranquillamente rimaneggiare la carta d'Europa. Se prima della spedizione i principali governi si erano espressi con una certa acquiescenza, ritenendo ancora sopportabile una forma di protettorato che salvasse l'indipendenza formale dell'Albania, l'annuncio dell'atto di forza, seguìto da quello dell'unione personale dei due regni, cambiò la valutazione dell'evento. La Grecia, allarmatissima, assicurò Roma che non avrebbe consentito a Zog alcuna attività politica antiitaliana durante la sua permanenza in tenitorio ellenico e il 12 aprile espresse il suo «ringraziamento più caldo per la comunicazione fatta dall'incaricato d'affari a nome di Mussolini, con cui erano state fomite categoriche assicurazioni che il governo fascista avrebbe rispettato la piena integrità della Grecia» 2 • La Jugoslavia era in allarme ancor prima dello sbarco. Poco prima della mezzanotte del 6 aprile, il ministro di Jugoslavia, Christié, aveva chiesto un colloquio urgente a Ciano. 11 motivo era ovvio e si riassumeva nel chiedere risposta a quattro quesiti: - Qual'era la portata dell'occupazione italiana e quali le intenzioni del governo italiano? Ciano rispose essere nostra intenzione di occupare immediatamente i quattro porti dell 'Albania e da tali basi effettuare un irradiamento a seconda delle esigenze di natura militare valutate dal Comando del corpo di spedizione. Comunque l'occupazione aveva <<Carattere temporaneo» e tendeva principalmente a ristabil ire la pace e l'ordine in Albania. - Quale sarebbe stata l'occupazione italiana verso le frontiere albanesi? Ciano dich iarò di non poter fornire una risposta impegnativa.

' «Basti vedere - ha rileva10 De Felice - come egli si gcnò a capofitto nell'operazione, arrivando al punto di lasciare palazzo Chigi nel momento diplomaticamente pi~ caldo per recarsi personalmente a presiedere all 'azione nella sua Albania» (R. Di; FELICE, Mussolini il Duce cit., II, p. 607). 2 E. JACOMONI, La politica dell'Italia in Albania cit., p. 148.


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- Su quali basi il governo italiano sarebbe stato disposto ad accordarsi con la Jugoslavia in merito all'attuale occupazione? Ciano rispose che avrebbe volentieri incontrato il ministro degli Esteri, Markovié, per discutere della questione. In ogni caso assicurò l'intento italiano di rispettare l'indipendenza e l'integrità dell 'Albania. - Quale l'atteggiamento del governo italiano nel caso <li occupazioni da parte jugoslava di qualche punto di frontiera? Ciano dichiarò di non poter dare una risposta alla domanda perché essa investiva l'intero problema dell'occupazione militare 1 •

A detta di Ciano, Christié lasciò palazzo Chigi visibilmente depresso. Nessuna meraviglia, dunque, per la cautela del governo di Belgrado a cose fatte. Confermò i sentimenti di amicizia verso l'Italia, ringraziò per la notizia datale dal governo italiano che «qualora le circostanze lo avessero pennesso, avrebbe evitato di invia re forti contigenti di truppe in prossimità della frontiera albano-jugoslava» e informò, dal canto suo, di aver disposto «un lieve rinforzo deUe guarnigioni alla frontiera per evitare il passaggio in Jugoslavia di elementi torbidi albanesi»'·

Con la Gran Bretagna i rappo1ti erano invece più complessi. Il 4 aprile una nota dell'agenzia di stampa Reuter rendeva noto che qualsiasi atto italiano avesse compromesso l'indipendenza albanese avrebbe significato la violazione del Patto di Pasqua. Nel contempo l'ambasciatore Perth esponeva le preoccupazioni britanniche a Ciano, il quale lo rassicurò, pur insistendo sul fatto che il governo italiano non avrebbe «permesso a nessuno di interferire in questa faccenda», posto che tutte le Potenze avevano r iconosciuto il preminente interesse dell' Italia in Albania. Il 7 aprile il nostro incaricato d'affari, Crolla, assicurò il Foreign Office che la questione albanese sarebbe stata risolta in forma tale da non provocare crisi nei rapporti italo-britannici né, in generale, nella situazione europea. Il 9 Crolla trasmise a Roma la seguente comunicazione di Chamberlain in risposta a que lle fattegli pervenire da Mussolini: «Vi prego di ripetere nl Duce ed al Conte Ciano che il Governo inglese des idera vivamente che l'accordo italo-britannico, al quale esso ha attribuito sempre la massima importanza, possa dare i maggiori e più fecondi risllltati ( ... ). L'impero britannico ha nel mondo punti di interesse vitale che esso non può fare a meno di salvaguardare. Vi prego di voler a.~sicurare il Signor Mussolini che il Gove rno britannico è lungi dal voler fare alcunché che possa intralciare il mantenimento della pace europea ( ... ). Per quanto sia inevitabile che l'occupazione con la forza di uno Stato avente una linea costiera sul Mediterraneo appaia a]l'opinione pubblica britannica come molto difficilmente conciliabile con l'articolo dell'accordo anglo-italiano relativo al mantenimento dello s1auis quo mediterraneo, ciò no11 significa affatto che noi non si desideri, come è invece, nostro fermo intendimento, di fare ogni sforzo per conseguire dall'accor<lo stesso un miglioramento<lelle relazioni fra i nostri due Paesi ( ...)» '·

'R.

MOSCA,

L'Europa verso la catastrofe c ii., II, pp. 47-49.

'F. JACOMONt, La politica dell 'flalia in Albania cit., pp. 147-148. ' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit. , TI , p. 609.


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Erano solo belle frasi. Il mancato rispetto degli impegni presi con il Patto di Pasqua, derivante dall'occupazione dell'Albania, agli occhi inglesi apparve dimostrazione che anche su Mussolini, come su Hitler, non si potesse fare affidamento. Perciò, pur evitando una rottura aperta, che avrebbe potuto avvicinare ancora di più Mussolini a Hitler e peggiorare la situazione, il 13 aprile Chamberlain dichiarò ai Comuni: «D i conscguen:w, il Governo di Sua Maestà è giunto alla conclusione che ne l caso di un'azione che minacci chiaramente l'indipendenza della Grecia o della Romania' e a cui il Governo greco o quello rumeno rispeuivameote consideri necessario resistere con le sue forze nazionali, il Governo britannico si sentirà costrcno a dare immediatamente ai Governi greco o rumeno, a seconda del caso, tutta l'assistenza in suo potere»'·

Il tono molto serio e fermo del discorso colpì Mussolini, benché da un paio di giorni fosse stato avvertito che Chamberlain concordava con il Foreign Office sulla necessità di quel passo. Cercò inunediatamente di evitarlo offrendo in cambio il ritiro di tutti i volontari dalla Spagna, ma peggiorò la situazione perché si sentì arrivare il «consiglio» di richiamare i volontari «senza poITe condizioni» 3 • Reagl quello stesso 13 aprile, ostentando indifferenza e sicurezza. In Gran Consiglio disse: «In Inghilterra sono rimasti sbalorditi. Il discorso di Chamberlain di oggi è stato innocuo. Del resto Chamberlain mi ha fatto avvisare in tempo che avrebbe dovuto essere un poco duro verso di noi nei suoi giudizi» 4. E la sera, dal balcone di palazzo Venezia affermò: «Verso i popoli amici noi andiamo con atteggiamento da amici; contro i popoli ostili noi avremo un chiaro, deciso, risoluto atteggiamento di ostilità. Il mondo è pregato di lasciarci tranquilli, intenti alla nostra grande e quotidiana fatica. II mondo deve in ogni caso sapere che noi, domani, come ieri, come sempre, tireremo diritto» 5• Mussolini non conosceva ancora un passo del discorso fatto da Churchill in quella circostanza: «Nonostante la eaniva fede con la quale siamo stati trauati dal Governo italiano, non sono ancora convinto che l'Italia, e in particolar modo la naliooe ital iana, abbia deciso di intraprendere una lotta mo1tale contro la Gran Bretagna e la Francia nel Mcditenaneo. Va ricordato che, se no i abbiamo fallo una esperienza spiacevole nei riguardi del Governo italiano, la Germania ha fatto un'esperienza ancora peggiore della politica italiana allo scoppio della grande guerra. Questo è un aspeno gradevole nei ricordi bri tannici, ma la Germania aveva avuto un' impressione alquanto d iversa da quanto era avvenuto.

' Per la Romania il riferimento e ra al pericolo tedesco. R. DE FEUC!l, Mussolini il duce cii., II, p. 6 lO.

1

J R. QUARTARARO, lnghillerra e Italia. Dal Pauo di Pasqua a Monaco (con 1111 'appendice sul «canale segreto» italo-inglese) in «Storia Contemporanea», ottobre-dicembre 1976.

• G. ' B.

B OTTAI,

D iario 1935-/944 cit., p. 146. Opera omnia eit., XXIX, p. 261.

MUSSOLINI ,


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È da supporre che la Germania desideri essere sicura dell'llalia spingendola in una guerra contro le Potenze occidentali prima cli fare un colpo sul teatro dell 'Europa centrale o settentrionale. Siamo giunti a un punto in cui dobbiamo considerare le cose in questo modo piuttosto realistico. Se questo dovesse essere l'interesse nazista, mi sembra che noi non dovremmo cercare di facilitare il compito della Germania» 1 •

Toscano ha accennato all'ipotesi, avanzata da taluni, che questo accenno, particolarmente bruciante per Mussolini, abbia potuto spingerlo ad affrettare i tempi dell'alleanza per smentire Churchill. Per quanto Ciano, parlando alla Camera, rinnovasse la volontà del governo italiano di «mantenere validi e operanti, attraverso l'esecuzione e l' osservanza di tutte le loro c lausole», gli accordi di Pasqua, in un paio cli settimane il comportamento inglese divenne deliberatamente freddo. Il 26 aprile Chamberlain annunciò l'introduzione della coscrizione obbligatoria in Gran Bretagna 2. Chamberlain era rimasto letteralmente indignato quando Hitler, violando gli impegni di Monaco, il 15 marzo aveva occupato la Boemia. Ed in Inghilterra si diffuse ovunque la convinzione che nessuna intesa fosse più possibile con Hitler. A fine aprile Gafencu, in visita a Londra, f1.1 condotto da lord Halifax a ripetere al Premier ciò che il giorno 19 il Fi.ihrer aveva detto in una lunga udienza a Berlino: che la Gran Bretagna aveva sempre osteggiato il Reich nelle sue più che giuste rivendicazioni, che se essa voleva la g uerra l'avrebbe avuta, che tale guerra sarebbe stata distruttiva per entrambi i Paesi. E infine la conclusione: «E dire che sono io (... ) che così spesso ho cercato di stabilire un ' intesa duratura tra il Reich e l'Inghilterra( ...), proprio io devo considerare l' eventualità di un tale conflitto! E ciò unicamente a causa dell' incomprensione e dell'ostruzionismo cieco dei capi della Gran Bretagna!»'. Cbamberlain «dopo avermi ascoltato in silenzio - ricordò Gafencu - disse, con una dolorosa contrazione del volto: He is a liar» "'. Quanto agli Stati Uniti, il 15 aprile il presidente Roosevelt inviò un messaggio a Mussolini e a Hitler ponendo loro una esplicita domanda: «Siete disposti ad assicurare che le vostre forze armate non auaccberanno e invaderanno il tenitorio de lle seguenti nazioni indipendenti?». Gli Stati citati erano trentuno, fra cui

'M. TOSCANO, Le orig ini diplomatiche dei Pauod'Acciaio c il., p. 130. nota 10 1. Questo tratto dell'intervento dì Churchill non è Stato da lui ripo1tato nel suo seconda guerra mondiale, parte prima, I , pp. 386-387. 2 Quel pomeriggio l' nmbasciatore inglese a Berlino rimise alla Wilhelmstrasse una nota di preavviso, accompagnandola con queste parole: «La politica di Chamberlain è quella della pace. Ma Charnberlain crede che il miglior mezzo di salvare la pace sia di manifestare in modo indubbio che l'Inghilterra è pronta a difendersi, se necessario, contro ogn i attacco» (G. G M'ENCU, Ultimi giorni dell'Europa cit., p. 103). ' Ibidem, pp. 48-59. ' Ibidem, p. 87.

u,


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la Polonia, gli Stati baltici, l'Unione Sovietica, la Jugoslavia, il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo, la Francia e la Gran Bretagna, ed il presidente auspicò che la garanzia potesse valere «per almeno dieci anni» o «per un quarto di secolo, se ci è consentito di guardare così lontano». Qualora la garanzia fosse stata data, gli Stati Uniti erano pronti a partecipare ad una «discussione» mondiale per liberare il mondo dal «peso schiacciante degli armamenti». Hitler incaricò l'Auswartiges Ant di rivolgere due domande a tutti i governi indicati da Roosevelt (eccetto Polonia, U.R.S.S., Francia e Gran Bretagna) e cioè: si sentivano in qualche modo minacciati dalla Germania? Avevano autorizzato Roosevelt a porre l'interrogativo alla Germania? Il 22 aprile l'Auswartiges Amt riferì al Fiihrer che quasi tutti gli interpellati avevano risposto negativamente 1• Sulla replica di Hitler a Roosevelt, avvenuta il 28 aprile, torneremo in seguito. Mussolini, prima rifiutò di leggere il messaggio presidenziale, poi lo definì «un frntto della paralisi progressiva» 2•

' W. S111RER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 513-514. La Romania rispose che lo stesso governo del Reich era in condizioni di sapere se c'era o no in vista una minaccia. 'G. CIANO, Diario cit., p. 284.


Capitolo XI

lL PATTO D'ACCIAIO 1. I PRELIMfNARJ Per l'Italia, ma anche per le altre nazioni europee, il 1939 fu l'anno del «Patto d'Acciaio», cioè dell'alleanza tra l'Italia fascista e la Germania nazista, patto destinato a rivestire un peso determinante e funesto sulle vicende e sulle sorti stesse dell' Italia. Tutto prese le mosse dal desiderio dei due governi di uscire dall'isolamento, di trovare un alleato affidabile e di coprirsi le spalle in vista dei conflitti che entrambi ritenevano inevitabili. I punti di partenza e gli obiettivi erano profondamente diversi: la Germania agiva in funzione di una politica aggressiva, di espansione territoriale e di acquisizione dello «spazio vitale»; l'Italia, più modestamen te, sembrava tendere essenzialmente al consolidamento delle conquiste fatle ed al riconoscimento di una posizione di prestigio sul piano internazionale. Le fasi dei negoziati furono praticamente due: il periodo dei negoziati a tre, fra Italia, Gennania e Giappone, e quello delle trattative a due, fra.Italia e Germania'. Il primo si svolse attraverso lentezze, esitazioni ed evasività da parte di tutti i protagonisti, a tumo; il secondo fu caratterizzato da un'accelerazione inopinata e, nonostante l'occupazione della Boemia, condusse a quello che Mussolini probabilmente ritenne uno stmmento in grado di fare uscire l'Italia - ma anche la Gennania - da una pericolosa solitudine, di esercitare una convincente pressione sulla Francia e di frenare nuove iniziative tedesche, almeno per tre o quattro anni. La prima mossa verso un'alleanza militare non venne però da Roma né da Berlino, bensì da Tokio. Il 31 luglio 1937 l'ambasciatore nipponico a Roma, Rotta, fece un sondaggio con Ciano sulla possibilità di stipulare un patto di neutralità e di consultazione reciproca, espressione molto vaga, da completare con un accordo segreto di «collaborazione tecnica in campo militare», formula anch'essa generica ma significativa. Ciano si dichiarò disposto a discutere della questione con il governo nipponico sulla base di tre punti: reciproco impegno di benevola neutralità in tutti i casi, analogo reciproco impegno di consultazione in casi specifici da stabilirsi, intese tecniche fra gli Stati Maggiori dei due Paesi 2• La cosa non ebbe seguito immediato perché Tokio fece subito marcia

'Per l'argomento, oltre alle imponami fonti di volta in volta indicate, è stato tenuto presente, come linea fondamentale, il documentatissimo le or igi11i diplomariche del Pauo d'Acciaio di tv:lARIO TOSCANO, Sansoni, Firenze 1956. > R. MOSCA L'Europa verso la caiasrrofe c it., I, p. 199 sg.


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indietro non vedendo chiaro nella situazione internazionale: da un lato esistevano motivi di preoccupazione per l'ampliarsi della g uerra con la Cina, dall'altro c 'era da temere che la politica italiana nel conflitto spagnolo potesse coinvolgere il Giappone in uno scontro con la Gran Bretagna. L'adesione italiana al patto An1ilwmintem, senza accordi segreti bilaterali di natura militare, sembrò chiudere l'argomento. Invece, poco dopo, lo Stato Maggiore giapponese si rivolse alla Germania proponendo apertamente, e per due volte, la stipulazione di un patto militare. Hitler rifiutò: prima di tutto non aveva alcuna intenzione di ~asciarsi trascinare in intempestive avventure da iniziative nipponiche che potessero turbare il già precario equi librio in Estremo Oriente; in secondo luogo, aveva già programmata la soluzione della questione cecoslovacca. Per quanto Ribbentrop il 23 ouobre 1937, in un colloquio con Ciano, avesse addirittma «predicato» la necessità di un'alleanza militare fra Germania, Italia e Giappone in previsione cieli' inevitabile conflitto con le Potenze occidentali 1, Hitler era intimamente deciso a giocare la partita da solo, senza legami esterni. Il 5 novembre dello stesso anno, infatti, alla vigilia della firma del pattoAntikomintem, egli dichiarò ai capi militari, nella già ricordata riunione segreta alla Cancelleria, di «non pensare neanche ad accordi militari con l'Italia, ma, in completa indipendenza e sfruttando questa unica occasione favorevole, di voler cominciare a condurre le operazioni contro la Cecoslovacchia» 2• Hitler sbagliava pensando che la temporanea occupaz ione italiana delle Baleari potesse condurre ad un imminente scontro fra Italia e Francia-Inghilte1Ta e, non appena si rese conto dell'errata valutazione, cambiò registro. Il 4 maggio 1938, durante la sua visita in Italia, accennò esplicitam ente ad una possibile alleanza italo-tedesca ed anzi fece presentare da Ribbentrop un progetto di impegno 3, probabilmente temendo le «oscillazioni della diplomazia fascista»•. Mussolini, però, pur essendo ben contento di aver rotto con il patto Antikomintern l'isolamento provocato dall'impresa e tiopica e dall' intervento in Spagna, ave va a cuore i contatti stabil iti con Londra - da cui attendeva il riconoscimento dell' impero - ed auspicati con Parig i. «Abb iamo fatto un patto con Londra - annotò Ciano il 1° maggio - tra poco ne faremo uno con i francesi: se non si fissano le posizioni anche con Berlino, tutti diranno che l'Asse è liquidato e che stiamo tornando a Stresa» 5• Perciò sottopose a Mussolini la bozza di

' G. CIANO, Diario cit., p. 49. ' Nazy Cm1spiracy ami ll8g ression riportato da TOSCANO, Le origini dip/0111a1iche del Patto d'acciaio cit., p. 17, nota 26.

' G. CIANO, Diario cit., p. 133. ' E. D1 NOLFO, Le osci//ozioni di Mussolini cii., p. 186. ' G. CIANO, Diario cit., p. 132.


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un patto «di reciproco rispetto» 1, da proporre alla Germania. Il documento era tanto distante dalle intenzioni tedesche che la cosa cadde subito: «Al deluso ministro degli Esteri tedesco - ricordò Kordt, l'ex capo di gabinetto di Ribbentrop - fu risposto infine che la conclusione di un' alleanza, in considerazione della così sovente palesatasi solidarietà dei regimi, non era necessaria, anzi sarebbe potuta riuscire addirittura dannosa. Era evidente che Mussolini non aveva intenzioni di andare oltre sulla via di un'al leanw con il Reich ( ...)»'.

Le conversazioni con la Francia non sembravano p01tare agli auspicati sbocchi favorevoli. In particolare, Mussolini manifestò intransigenza su due punti: il problema del Mar Rosso, che egli considerava un condominio italo-inglese e quindi non assogettabile ad accordi con altre Potenze, e la questione spagnola ,. Per ripicca, dunque, decise di lasciar cadere la nuova avance che il 19 giugno 1938 Ribbentrop fece con l' ambasciatore Attolico. In Lma conversazione in certo senso a sorpresa, il diplomatico tedesco, sia pure a titolo personale e confidenziale, cominciò con il tratteggiare un quadro delle prospettive internazionali in cui appariva ineluttabile l'approfondimento del solco già esistente tra le Potenze democratiche e quelle totalitaiie. A suo avviso, in definitiva, le intenzioni delle prime nei confronti delle seconde erano tutt'altro che rassicuranti: palesi erano, secondo lui, i propositi di impedire loro il conseguimento dei pur legittimi obiettivi, ma altresì cli costringerle a restituire quanto già acquisito. Nessun dubbio, al riguardo, che la Gran Bretagna fosse decisa a togliere l'Etiopia all'Italia alla prima favorevole occasione. Da ciò la convenienza di formare un blocco naturalmente con finalità difensive. Già un passo, significativo, era stato compiuto con il patto Antikomintern; adesso, dopo uno specifico incontro fra i due Capi, si poteva, farne un secondo. Attolico, che aveva ricevuto istruzioni verbali durante un suo recente soggiorno a Roma, ringraziò e replicò che, in fondo, Mussolini aveva già sostenuto pubblicamente la solidarietà fra gli Stati totalitari: «È forse da escludere aveva detto a Genova il 14 maggio - che le cosiddette Grandi Democrazie si preparino ad una gue1Ta di dottrina. Comunque è bene che si sappia che, in questo caso, gli Stati totalitari faranno immediatamente blocco e marceranno fino in fondo». Ad ogni modo, i punti sui quali l'accordo poteva basarsi erano tre: frontiere, consultazioni reciproche ed assistenza politica e diplomatica, a prescindere dall'eventualità di clausole segrete concernenti interessi cli natura militare. Ribbent.rop non esitò allora ad affermare che avrebbe preferito «a plein, open military alliance» per il suo evidente carattere deterrente e per la possibilità di raggiungere «ulteriormente», che, sempre secondo il suo personale avviso,

' Ibidem, p. 131. ' ERICH KoRDT, Wahn 1111d Wirk/ichkeit (Illusione e realtà), Vcrlagsgeselschaft, Stuttgan

1947, pp. 106- 107. ' G. CIANO, Diario cit.. p. 135.


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potevano essere individuate nella rapida soluzione del problema cecoslovacco, questione dalla quale l'Italia, se lo avesse desiderato, sarebbe stata esplicitamente esclusa, e nel conseguimento di obieltivi nel Mediterraneo, zona di influenza italiana. Gli assunti di Ribbentrop erano parecchi. In sintesi: liquidazione della questione cecoslovacca in una settimana; impossibilità materiale della Francia di intervenire con tempestività a dispetto della garanzia data; evidente inclinazione della Gran Bretagna ad evitare che incidenti ed attriti diventassero incontrollabili e conducessero ad una guerra generale; previsione di una decisione terrestre, nel caso insorgesse un conf1itto, con esclusione di operazioni marittime di grande respiro; certezza dell'entrata in campo del Giappone, sempre in tale ipotesi, e della sua capacità di fronteggiare in mare l'Unione Sovietica, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, anche se impegnato in Cina; impossibilità dell'Italia di rimanere estranea ad un confl itto di dimensioni mondiali. Con siffatte prospettive il capo dell'Auswiirtiges Amt era determinato a prendere contatto con il governo nipponico, sicuro di portarlo ad aderire ad un'alleanza militare con Roma e Berlino. Attolico riferì accuratamente a Ciano, precisando di essersi volutamente astenuto da rilievi, anche perché una qualsiasi discussione sarebbe stata premat11ra, e sottolineando che l'atteggiamento del suo interlocutore appariva decisamente mutato, rispetto a poco tempo prima, con ogni probabilità perché stava concretandosi l'idea di risolvere la questione cecoslovacca con la forza '. Mussolini autorizzò subito un incontro di Ciano con Ribbentrop a Como per esaminare l' offerta «con la ·massima serietà», ma nel contempo volle inserire una nota psicologica nuova: «Bisognerà spiegare ai tedeschi che io farò l'alleanza quando essa sarà popolare. Sto lavorando per renderla tale» disse a Ciano il 27 giugno 2 . Tuttavia Ribbentrop, pur inviando il principe d'Assia a Roma per insistere sulla utilità del patto militare e per condun-e le trattative iniziali con assoluta segretezza, non manifestò entusiasm o per il divisato incontro a Como. n 28 luglio convocò ancora alla Wìlhelmstrasse l'ambasciatore Attolico: la questione dei Sudeti si aggravava ed a Berlino appariva sempre più conveniente un'alleanza da rendere pubblica non appena sancita da un documento. In sostanza, si trattava della ripetizione di quanto già esposto nel precedente colloquio, sempre nella convinzione che la Francia non sarebbe stata in grado di intervenire a favore di Praga. Attolìco, stando al rapporto inoltrato a Roma, chiese allora a che punto fossero i contatti con il Giappone e se la stipulazione di un patto militare con l'Italia fosse subordinata ad analogo patto fra Germania e Giappone. Ribbentrop rispose che nulla ancora di concreto era stato raggiunto, ma che una persona di fiducia

' Auolico a Ciano in data 23.6.1938 in M. d'Acciaio cit., pp. 24-27. 'G. CIANO, Diario cit., p. 152.

TOSCANO,

Le origini diploma1icl1e del Pano


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era già partita per Tokio allo scopo di abboccarsi con esponenti nipponici ritenuti favorevoli al progetto. Quanto, poi, al grado di priorità di un impegno formale tra Germania e Italia, non era da escludere l'opportunità di un accordo preventivo fra di esse, al quale il Giappone avrebbe potuto allinearsi. Infine, specificò, pensava di venire in Italia nella seconda metà di agosto, ma preferiva prima ricevere Ciano a Norimberga 1• L'aumento della tensione diplomatica europea indusse comunque Ribbentrop, pochi giorni dopo, ad informare Attolico del rinvio della sua visita in Italia alla fine di settembre, però in agosto Balbo si recò in Ge1mania ed in tale occasione Goering gli parlò apertamente dell'utilità di un'alleanza fra gli Stati totalitari, segno che l'argomento era già dibattuto ad alto livello a Berlino. A Roma, in verità, non c'era molta fretta, desiderandosi condurre la questione in rapporto allo sviluppo delle conversazioni italo-inglesi, anche se - come sempre accadeva nella politica estera fascista - si verificavano notevoli oscillazioni dovute a salti d'umore e ad impulsività. Da parte tedesca nulla trapelava circa le intenzioni nei riguardi della Cecoslovacchia, ma le informazioni di Attolico davano a vedere prossima la crisi. «Si avrà la localizzazione del conflitto - si domandava Ciano il 20 agosto - oppure la Francia darà fuoco alle polveri? In una tale eventualità, per noi non esiste altra alternativa se non quella di schierarci subito, con tutti i mezzi, a fianco della Germania. Il Duce è deciso all'azione» 2 • E il 3 settembre Ciano annotò: «Attolico ha avuto un colloquio con Ribbentrop. Nessun elemento nuovo. Se vi sarà la provocazione, i tedeschi attaccheranno. Niente altro sarebbe stato deciso dal Fi.i1u·er. Abbiamo tutta la convenienza a non sollecitare altre risposte. È chiaro che i tedeschi non vogliono immetterci nel gioco. Ciò lascia a noi tutta e piena libertà d'azione in qualsiasi evenienza» 3. In altre parole, pur con ogni velleità d'indipendenza politica le grandi decisioni erano sostanzialmente condizionate dalla libera iniziativa del non ancora alleato tedesco e questa sorta di vassallaggio psicologico si manifesterà clamorosamente nella stesura del Patto d'Acciaio.

* * * Il precipitare degli eventi condusse, come è noto, al convegno di Monaco (30 settembre), durante il quale Ribbentrop consegnò a Ciano un progetto di alleanza tripartita, poggiante sulla constatazione che l'attività del Komintern contiimava a svilupparsi in Asia ed in Europa, e che la precisa nozione del pericolo

1

Attol ico a Ciano in data 28.7.1938 in M.

d'Acciaio cit. , p. 33. 'G. CIANO, Diario cit., p. 167. 'Ibidem, p. 173.

TOSCANO,

Le origini diplomatiche del Patto


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da ciò derivante induceva Germania, Giappone e Italia a concludere un patto allo scopo di difendersi conlrn la minaccia ai loro comuni interessi. 11 documento, intitolato «Patto delle tre Potenze», era così concepito: «Alt. l - Nel caso in cui uno degli Stati contraenti sia coinvolto in d ifficoltà diplomatiche con uno o più terzi Stati, gli Stati contraenti si consu lteranno fra loro senza indugio sulle misure <la prendersi in vista della loro cooperazione. Art. 2 - Nel caso in cui uno degl i Stati contraenti sia l'oggetto della minaccia da palte di uno o più terzi Stati, gli altri Stati contraenti si impegnano a fornire al primo tutto l'appoggio politico e diplomatico necessario per rimuovere <letta minaccia . Art. 3 - Nel caso in cui uno degli Stati contraenti sia l'oggetto di una aggressione non provocata da parte di uno o più terzi Stati, gli Stati contraenti s i impegnano a dare allo Stato predetto assistenza e aiuto. Le tre Potenze contraenti sono convinte di aver fornito, con la conclusione d i questo Patto, un u lteriore importantissimo contrtbuto al mantenimento della pace per le loro Nazioni e qu indi al mantenimento della pace mondiale>>.

Al testo del Patto seguivano gli «Accordi supplementari», che consistevano nei seguenti punti: «Non appena firmato e pubblicato l'Accordo pri ncipale, saranno immediatamente nominate delle Commissioni di rappresentanti governativi, di rappresentanti degli Eserc iti ecc., dai Govemi interessati, in vista della trattazione delle questioni attinenti a possibi li confl ini ed alle pa1ticolari misure da prendersi a questo riguardo, nel campo politico, militare ed economico, in base ai tre atticoli. Finché l'Accordo supplementare non sarà finnato, le Potenze contraenti s i consulteranno fra loro, in ogn i caso pa1ticolarc, su lle misure da prendere in comune nell'eventualità di un conflitto. I Paesi interessati non accetteranno né firmeranno i rispetlivi Accordi finché non siano state definite e concordate, in ogni caso particolare in relazione alla situazione geografica del rispettivo Paese, le modalità e la latitudine del l' assistenza politica, militare cd economica che ciascuno Stato è tenuto a prestare ali' altro. Soltanto in quel modo l'Accordo delle tre Potenze entrer11 in vigore automaticamente nel s uo insieme»'.

Se l' «Accordo principale» era redatto più o meno sulla falsariga di quelli correnti, e quindi si manteneva, sul generico, quelli supplementari volevano essere così precisi nella definizione del quando e del come da presentarsi come estremamente vaghi e tali da far prevedere tempi lunghissimi per la entrata in vigore del Patto. L'accoglienza italiana fu più indifferente che fredda: «Credo che lo studieremo con molta calma - commentò Ciano - e, forse, l'accantoneremo per qualche tempo» 2• Si trattava, ad ogni modo, di un primo passo, destinato probabilmente anche a forzare la mano al governo giapponese, il quale si dava da fare, specialmente attraverso l'addetto militare a Berlino, gen. Oshima, però intendeva

' M . TOSCANO, Le origini diplomatiche del Pauo d'Acciaio cit., pp. 37-38.

' G. CIANO, Diario c it., p. 189.


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assumere impegni soltanto a ragion veduta. A fine settembre l'ambasciatore Auriti, da Tokio, telegrafò a Ciano: «(... ) Addetto militare giapponese a Berlino sta discutendo (all' insaputa anche cli questa ambasciata germanica) per un rafforzamento del palio an ticomunista mediante un nuovo patto segreto militare di carattere generale e tripartito anche esso. Oltre a ciò questi Stati Maggiori dcli' esercito e della marina si proporrebbero stipulare con i nostri Stati Maggiori europei accordi segreti di carattere speciale rispondenti a varie e determinate ipotesi di guerra, i quali fossero uno sviluppo del Patto anzidetto ma discussi e conclusi soltanto con noi( ...)» '·

Il 27 ottobre Ribbentrop giunse a Roma. Era incaricato di una missione personale di Hitler per Mussolini. Ed era part icolarmente euforico forse perché nel frattempo gli addetti militari e navali nipponici a Roma ed a Berlino, dopo lunghe discussioni avevano accettato un nuovo progetto di Patto tripartito che, rispetto al precedente, presentava alctme modifiche nel preambolo e nel protocollo aggiuntivo segreto, ma soprattutto conteneva due nuovi atticoli nel Patto principale, e cioè: «Alt. 4 - Nel caso in cui, in virtù del precedente articolo 3, le Potenze conti-aenti fossero condotte

a fare una guerra comune, esse si impegnano fin d'ora a non concludere né armistizio né trattato di pace che in seguito ad un accordo fra di loro. A1t. 5 - li presente Trattato entra in vigore a partire dal giorno dell a firma per la durata cli dieci anni. A meno che una delle Potenze contraenti non lo denunci un anno prima della scadenza, resterà in vigore per altri cinque anni, e così di seguito» 2 •

La sera stessa del suo arrivo a Roma, Ribbentrop ebbe un colloquio con Ciano, il quale poi annotò: «Ha ripetuto i suoi discorsi del maggio: s'è fitto in testa l'idea della guerra, vuole la guerra, la sua guerra. Non ha, o non dice, quali sono le sue precise di.rettrici di mar·cia. Non individua i nemici né segnala gli obiettivi. Ma vuole la guerra nel giro di tre, quattro anni» 3 • Nel pomeriggio del 28 ottobre il ministro tedesco venne ricevuto da Mussolini a palazzo Venezia. Era presente anche Ciano, il quale stese il verbale della riunione. Ribbentrop espose i concetti che inducevano Hitler a considerare utile, nel momento attuale, la stipulazione di un'alleanza militare a tre, essendo convinto di dover inevitabilmente affrontare una guerra con le Democrazie occidentali nel giro di pochi armi, forse tre o quattro, ed altresì convinto che, dopo Monaco, la posizione del!' Asse era eccezionalmente favorevole. Infatti: «(...) Indipendentemente da ogni nuovo avven imento politico, la Francia e l'Inghil terra hanno fatto e faranno il massimo sforzo in materia di annamenti. Ci?> nonostante il vantaggio preso dalla Germania e dall ' Italia è tanto forte che non potremo essere più raggiunti ( ...). Si ritiene da taluni che l'alleanza tripartita favorirebbe l'alleanza fra la Grnn Bretagna e gli Stati Uniti. Il Flihrer è giunto a conclusioni opposte: gli Stati Uniti si isoleranno sempre di più se

'Auriti a Ciano in data 29.9.1938 in M. TOSCANO, op. citata, p. 37. ' R. MOSCA, L'Europa verso la cawstrofe cit. , I, p. 370. ' G. C IANO, Diario cii., p. 203.


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si manifesterà una minaccia di guerra. La cris i cecoslovacca ha provato che l'America è il Paese che sa fare le ritirate più complete e più rapide. Anche i giapponesi condividono tale giudizio: gli Stati Uniti non s i vorranno immischiare in nessun conflitto e tanto meno se il Giappone fosse in esso coinvolto. ( ... ) Oggi la posizione del Giappone è formidabile-: il dominio sulla Cina è, o sarà fra breve, assoluto. Ormai l'obiettivo più prossimo del dinam ismo giapponese non è la Russia, bensì la Gran Bretagna. In caso di guerra con le Democrazie occidentali l' alleanza militare giapponese sarà preziosa(... ). Hitler ritiene che, avendovi oggi il Giappone offerto questo Patto, conviene accettarlo, poiché altrimenti potrebbero prevalere le forze conservatrici ed imporre l' intesa con l'Inghilterra».

Dopo di che, Ribbentrop si soffermò sulla forza militare della Germania: «fin dal settembre (1937] potevamo affrontare una guerra con le Grandi Democrazie. La Germania avrebbe messo in campo fin dal principio 98 divisioni». E spiegò che, se esercito ed aviazione erano già fortissimi, la marina sarebbe stata a breve scadenza in grado di impegnare nel mare del Nord una cospicua parte della flotta britannica. Ma il punto conclusivo era il più invitante. La Cecoslovacchia poteva essere liquidata in quarantott' ore; con la Polonia il Reich contava di proseguire nella politica di amicizia(!); Jugoslavia, Romania e Ungheria volevano stringere sempre di più i legami con l'Asse; l'Unione Sovietica era debole e tale sarebbe rimasta per molti anni ancora: «questa la ragione fondamentale per cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso tempestivo» '. A parte la superficialità di certe valutazioni, era evidente lo spirito offensivo che doveva permeare l'alleanza nella concezione tedesca. Proprio in quel periodo entrava in vigore il Patto di Pasqua fra Inghilterra e Italia e non era il caso di lasciar cadere quella possibilità di intesa con Londra. Nessuna meraviglia, dunque, se Mussolini si orientò a rimandare ancora la proposta, che per giunta «non sarebbe affatto popolare in Italia, soprattutto in considerazione del risenti.mento antitedesco che anima le grandi masse cattoliche» 2• Perciò, da un lato fece ammissioni che possono essere anche considerate di circostanza., quali la probabilità, anzi l'inevitabilità di un conflitto nel breve volgere di pochi mmi; la solidarietà assoluta fra i due regimi; gli interessi comw1i tra i due Paesi. Dall'altro, però, non esitò a formulare due rilievi densi di significato e di

' Ribbentrop all udeva alla ttemenda purga in corso nelle forze armate sovietiche. Come ammesso da Khruscev, l'eccidio continuò per tutti gli anni «dal 1937 al 1941». Per limitarci alla sola Armata Rossa, nel periodo fra la fine della primavera 1937 eia fine dell'autunno del 1938, l'esercito sovietico perse 3 dei 5 maresciall i, tutti i comandanti di distretco, 13 su 15 comandanti d'armata, 65 su 85 comandanti di corpo d' armata, 110 su 195 comandanti di divisione, 186 su 406 comandanti di brigata . Complessivamente furono fucilati 20-25 mila su 75-80 mila ufficiali dei gradi da colonnello a capitano (Jom1 ERIKSON, Storia dello Stato Maggiore sovietico, Feltrinelli, Milano 1963, pp. 504-505). 'Di tale sentimento da parte dell'opinione pubb lica, Mussolini era ben consapevole. L'8 ottobre in Gran Consiglio aveva detto: «L'Asse non è ancora popolare in Ital ia» (G. BOTrAI, Diario c it., p. 137.


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implicazioni politiche. Il primo riguardava una precisa riserva sul momento più opportuno per la stipulazione del Patto. Per quanto concerneva l'Italia, questo momento sarebbe venuto quando l'idea dell'alleanza fosse risultata matura nelle masse popolari: «Oggi ancora non lo è - disse francamente. Il popolo italiano è giunto alla fase Asse, non ancora a quella dell'alleanza militare». E, in proposito, fece specifico ce1U10 alle forze armate: «L'aviazione è favorevole; l'esercito favorevole nei bassi gradi, mentre nei medi e soprattutto negli alti gradi esistono ancora dei larghi settori di riserve». Stupisce questo cenno (che, tra l'altro, stranamente taceva sulla mruina) perché in fondo veniva ad ammettere la scarsissima sintonia dell'esercito con il regime. Peraltro, si affrettò a tranquillizzare l'interlocutore: quando il governo l'avesse deciso, tutti avrebbero obbedito. Il secondo concerneva i rapporti dell'Italia con Gran Bretagna e Francia. Mussolini fu esplicito nell'escludere mosse intempestive nei loro confronti, però sembrò sminuire l'imp01tanza del Patto di Pasqua con Londra e considerò ancora difficile la situazione con Parigi; in compenso confidò che nel settembre del 1937 l'Italia aveva mobilitato 400 mila uomini alla frontiera francese e addirittura era stata <<pronta ad attaccare» (!). A parte ciò, era persuaso che un giorno avrebbe dovuto regolare con la Francia «molte partite in sospeso, che non potranno essere liquidate senza la guen-a». E concluse: «Allorché l'alleanza fra noi e la Germania apparirà matura, bisognerà fissarne gli obiettivi. Noi non dobbiamo fare una alleanza puramente difensiva. Non ve ne sarebbe bisogno perché nessuno pensa di attaccare gli Stati totalitari. Vogl iamo invece fare un'alleanza per cambiare la carta geografica del mondo. Per questo bisognerà fissare già dove dobbiamo andare»'·

Come vedremo meglio in seguito, né allora né poi a questa politica di conquista coJTispose una direttiva strategica offensiva. Ovviamente Ribbentrop affermò, a lusinga del Duce, che il Mediterraneo era «destinato a diventare un mare italiano» e che «adesso è la volta dell'Italia di profittare dell'aiuto tedesco»: Ma della insincerità del ministro degli Esteri nazista è prova evidente il fa~o che solo poco più di un mese dopo, il 6 dicembre, egli risponderà al ministro degli Esteri francese, Bonnet, il quale lo interrogava sulle dimostrazioni antifrancesi del 30 novembre alla Camera fascista: «Il Governo italiano non me ne ha mai parlato. So bene, come lo sapete voi pure, che l'Italia desidera degli accordi di natura tale da permetterle di entrare nel consiglio di amministrazione di Suez o di acquistare le a-iioni della ferrov ia Gibuti-Addis Abeba. Su questioni di tale ordine è senza dubbio possibile intendersi. Il Governo tedesco non può che des iderare questa intesa; per contro esso non appoggerà mai nessuna domanda di territori formulata dall'Italia verso la Francia. Questa sera spiegherò al popolo tedesco e al popolo francese che la Germania rinuncia solennemente ali' Alsazia-Lorena. Come potete supporre per un istante ch'essa sarebbe pronta a fare la guerra per dare Gibuti o la Corsica all 'Italia?» 2 •

' R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe c it., I, pp. 373-378 (corsivo nostro). 2

GEORGES BoNNET, Fin d'une Europe. De Munich à la guerre, Bourquin, Genève 1948, p. 37.


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E, sempre secondo la versione di Bonnet, Ribbentrop aggiunse che «Berlino non si era mai impegnata di fronte a Roma ad immischiarsi nelle questioni mediterranee che non la riguardavano» '. A prescindere, dunque, dall'attendibilità delle profferte tedesche, Mussolini, a netta conferma di quanto detto al ministro, pensò bene di riassumere il proprio pensiero per Hitler, con una nota che consegnò personalmente a Ribbentrop il giorno successivo, 29 ottobre: «Per quanto concerne la visione del futuro, concordo con le cons ideraz ioni che hanno ispirato la proposta giapponese. Per quanto riguarda la proposta di un patto di alleanza militare, preciso quanto segue: 1° Se si tratta di un'alleanza militare a carattere difensivo, essa non è assolutamente necessaria e nemmeno urgente. Nessuno, oggi e domani, è in grado di attaccare gl i Stati totalitari: a) perché gli Stati tota litari sono piì1 forti; b) perché farebbero blocco insie me. Per una politica sul piano

difensivo basta il patto Amikomintern e l'Asse Roma-Berlino. 2° Se si tratta di una alleanza non difensiva ma offensiva, occorre: a) che gli scopi da ragg iungere dai tre Stati siano chiaramente definiti e concordati; b) che l'alleanza sorga da un'amicizia radicata e profonda fra i po poi i. Quando queste ultime condizioni si siano verificate e sia ormai chiaro che l'urto è inevitabile, l'alleanza sorgerà naturalmente come una logica conseguenza della situazione» '·

Anche se l'ultima condizione serviva palesemente e solamente a rimandare l' intesa a tempo debito, a prescindere dai sentimenti popolari, il discorso di Mussolini era ineccepibile; ma per l'appunto sugli scopi che egli accarezzava le sue vedute non sembravano molto salde.

* * * Mentre le Potenze occidentali seguivano con preoccupata attenzione i vari contatti tra Germania, Italia e Giappone, nella mente di Mussolini si rafforzava l'orientamento ad una linea di condotta ostile nei confronti della Francia. Come sappiamo, sin dai tempi della guerra italo-etiopica il suo atteggiamento verso Parigi era sempre stato fondamentalmente critico, tuttavia manca una convincente spiegazione sulla genesi e sul consolidarsi di tale visione politica. Sicuramente ebbe un certo peso il cem10 fatto da Ribbentrop, durante le conversazioni di Roma, circa l'eventualità di un accordo franco-tedesco (su idea francese) basato su un'affermazione di pace, un riconoscimento delle frontiere ed un impegno a reciproche consultazioni. Lì per lì Mussolini aveva dato il proprio benestare, poi però ritenne preferibile attendere i risultati del previsto viaggio di Chamberlain in Francia ed avvertì l'Auswartiges Amt del ripensamento. Con ogni probabilità

'ibidem. 'M. T OSCANO, Le origini diplomatiche: del Pauo d'Acciaio cit., p. 62.


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insorse un certo dispetto ed il conseguente desiderio di intralciare il contano fra Parigi e Berlino, pm comprendendo trattarsi di un accordo che non si spingeva oltre il platonico. Comunque l'8 novembre chiarì a Ciano il proprio pensiero: «Obicuivi: Gibuti, magari auraverso un condominio e una neulralia.1zionc. Tunisia, in regime più o meno analogo. Corsica, italiana, mai francesizzata e quindi da aversi in dominio direuo. Il confine al Varo. Non mi interessa la Savoia, che non è né storicamente né geograficamente italiana. Queste le grand i linee delle nostre rivendicazioni. Il tempo verrà stabilito dagli eventi. Però tener sempre presenti queste mete»'.

Il 23-24 novembre ebbe luogo la visita di Chamberlain e cli 1-lalifax a Parigi, che consentì di constatare «la completa identità di concezione nell'orientamento generale della politica dei due Paesi, ispirata alla stessa preoccupazione del mantenimento della pace». Ma se il comunicalo ufficiale era anodino, alcuni ambienti politici e giornalistici francesi prospellarono la possibilità che l'incontro avviasse ad una vera e propria alleanza militare. Il che per Mussolini fu come uno schiaffo: «Fate sapere fin d'ora a Ribbentrop - fece telegrnfarc ad Attolico il 24 novembre - che se tale dovesse essere il risul tato dei colloqui di Parigi, considereremmo sorpassate le osservazioni formulate in occasione del suo recente viaggio a Roma e saremmo disposti a definire il progeno di alleanza militare con la Germania senza i previsti aggiornamenti»',

e il 30 novembre ebbe luogo alla Camera la nota chiassosa manifestazione antifrancese orchestrata da Starace. Le informazioni raccolte prudentemente dall'abile ambasciatore Attolico prima di eseguire le istruzioni ricevute consentirono di calmare le apprensioni di Mussolini e, di conseguenza, di evitare passi frettolosi cd avventati. Però Ribbentrop, dal canto suo, non desisteva. Il 15 dicembre il gen. Oshima, ambasciatore giapponese a Berlino ed anch'egli ardente fautore di una triplice intesa; si presentò a Mussolini esprimendosi, secondo quanto riportato da Ciano, senza mezze misure e dichiarando che il Giappone intendeva eliminare ogni interesse britannico dalla Cina e dal Pacifico e soprattutto smembrare l 'U1ùone Sovietica in tanti Stati sì «da rendere vano ed assurdo ogni pensiero di rivincita». Fino a quel momento Mussolini era stato in contatto soltanto con Berlino, anche se approcci erano in corso a Tokio tramite l'addetto navale italiano, Giorgis; il colloquio con Oshin1a lo mise perciò di fronte alla necessità di una risposta più precisa spingendolo a sbilanciarsi sull'epoca in cui avrebbe preso una determinazione in merito al pauo: fra la metà di gennaio e la metà di febbraio 1939 3 • 'G. CtANO, Diario cit., p. 209. 'Ciano ad Attolico in data 24.11.1938 in M. DoNOSTI, Mussolini e l'Europa, Leonardo, Roma 1945, pp. 180-181. ' G. CIANO, Diario cit., p. 224.


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Così, il l O gennaio convocò Ciano e gli comunicò di aver stabilito di aderire alle proposte tedesche, giacché lo scontro con le Potenze occidentali ormai si presentava come inevitabile. La finna dell'alleanza a tre avrebbe dovuto aver luogo nell'ultima decade di gennaio. Ciano si affrettò ad informare Ribbentrop che ogni riserva sulla realizzazione di quel fondamentale atto politico era caduta e che il trattato poteva essere firmato a Berlino, come desiderato dal Filhrcr. Nella lunga lettera si preoccupò di sottolineare due cose. Prima di tutto, che nella decisione di aderire al Patto era da escludere qualsiasi riflesso della tensione con la Francia: al riguardo, le questioni che formavano oggetto degli accordi dei 1935, potevano essere risolte attraverso i normali negoziati diplomatici, di cui però il govemo fascista non intendeva assumere l'iniziativa; le altre rivendicazioni di carattere storico riguardanti «quei territori che geograficamente, etnicamente, strategicamente appartengono all'Italia ed ai quali noi non intendiamo rinunciare in modo definitivo», costituivano un problema di altro genere che per il momento non era il caso di porre sul tappeto. Era, comunque, un fatto - assicurò - che la tensione italo-francese aveva già reso popolare in Italia l'idea di un'alleanza con la Germania. Il secondo punto consisteva nella illustrazione delle «vere ragioni» che avevano spinto Mussolini ad accogliere le insistenze tedesche: l'ormai provata esistenza di un patto militare tra Gran Bretagna e Francia (cosa però già nota anche a fine ottobre dell'anno precedente); il prevalere della tendenza ad assumere atteggiamenti di forza negli ambienti responsabili parigini (affermazione in verità discutibile); infine la preparazione militare degli Stati Uniti, chiaramente intesa ad appoggiare le Potenze occidentali in caso di necessità (concetto nettamente agli antipodi rispetto all'opinione di Hitler). Anche se, dunque, queste «ragioni» erano piuttosto deboli, per Mussolini ne derivava di evidente necessità che il triangolo anticomunista si trasformasse in un vero e proprio sistema, nel quale dovevano entrare Jugoslavia, Ungheria e Romania affinché fosse tale da poter fronteggiare qualsiasi evenienza. In contrasto con il tono sin qui tenuto, la conclusione della lettera era assai sfumata. Mentre, infatti, nella conversazione del 28 ottobre Mussolini aveva espresso l'intenzione di concretare un'alleanza «per cambiare la carta geografica del mondo», adesso Ciano scriveva che «l'accordo, come voi stesso ci proponeste, dovrà venir presentato al mondo come un patto di pace che assicma alla Germania ed all'Italia la possibilità di lavorare in piena tranquillità per un periodo abbastanza lungo di tempo»'. C'è da chiedersi che cosa si intendesse per «possibilità di lavorare in piena tranquillità», visto che da parle tedesca non veniva fatto alcun mistero dell'intenzione di procedere ad una programmatica preparazione alla prossima inevitabile gue1Ta.

'R.

MOSCA,

L'Europa verso la catasrrofe c it., II, pp. 12-14.


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Ribbentrop rispose il 9 gennaio, dopo una settimana: aveva approntato una nuova bozza di Patto e di protocollo aggiuntivo segreto, già trasmesso tramite Attolico a Roma, e proponeva la data del 28 gennaio per la firma, anche da parte nipponica 1• Ma qui esisteva un fatto nuovo. Il 4 gennaio si era dimesso a Tokio il governo Konoye ed ìI barone Hiramuna aveva formato il nuovo gabinetto. Per quanto improbabile che qualche cambiamento intervenisse nella politica estera nipponica, anche se il ministro degli Esteri, Arita, non sembrava molto convinto dell'utilità di un'alleanza a tre, si poteva prevedere qualche ritardo. In effetti, a Tokio la questione era vista con occhio molto più cauto che non a Berlino o a Roma. Nonostante le sollecitazioni di Oshima, il governo Hiramuna precedeva assai lentamente dell'esame e valutazione della proposta. Finalmente il 1° febbraio giunse a Berlino la risposta di Tokio: tutto bene in linea di massima, però si reputavano oppo1tune alcune modifiche di dettaglio per definire le quali una missione ad hoc sarebbe arrivata in Germania il 28 febbraio. Se Ribbentrop, benché alquanto sconcertato per Finattesa dilazione, nutriva ancora fiducia, molto meno ottimista fu l'ambasciatore nipponico a Roma, Shiratori, il quale confidò subito a Ciano i suoi dubbi su!Ja possibilità di concludere il sospirato trattato a tre 2 • Mussolini, già seccato per la caduta del ministero Stojadinovié in Jugoslavia (4 febbraio), manifestò a Ciano il proprio scontento per la lentezza giapponese e deplorò «la leggerezza con cui Ribbentrop ha assicurato che il governo di Tokio era d'accordo»\ poi però, riflettendo, si convinse della maggiore convenienza di concludere un'alleanza a due con la Germania, ampiamente sufficiente a tener testa l'intesa anglo-francese, tanto più che aveva preso la decisione di occupare l'Albania nella prima decade di aprile. Da quel pensiero, che non ebbe un immediato sviluppo diretto, derivò poco dopo una nuova iniziativa. Il 23 febbraio Ciano telegrafò ad Attolico, d'ordine di Mussolini, dicendogli di recarsi da Ribbentrop e di prospettargli l'opportunità di mettere a punto i contatti fra gli Stati Maggiori dei due Paesi per cominciare a stabilire intanto un'intesa di base, specialmente tenendo conto del fatto che il 25 la preannunciata commissione nipponica sarebbe sbarcata a Brindisi e, dopo una sosta di ventiquattr'ore a Roma, sarebbe proseguita per Berlino e che, di conseguenza, la data per la conclusione dell'alleanza si avvicinava. Se Ribbentrop concordava si poteva intanto fissare «un'intesa di massima» da concretare successivamente nei particolari 4.

' Attolico a Ciano in data 6.1.1939 in M. d'Acciaio cit., pp. 61-62. 'G. CIANO, Diario cit., p. 249. , Ibidem. 'Ciano a Atto]ico in data 23.2.1939 in M. d'Acciaio cit., p. 119.

TOSCANO, Le

TOSCANO,

origini diplomatiche del Patto

Le origini diplomatiche del Pauo


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Il capo dell' Auswartiges Ant esitò. Riteneva imminente la realizzazione triangolare sui piani militare, economico e propagandistico, perciò gli pareva inutile una soluzione parziale. Molto giustamente Attolico gli significò che, ammessa e concessa volentieri la rapida e positiva definizione dell'alleanza a tre, appariva nondimeno evidente la differenza negli scopi e nelle caratteristiche tra la collaborazione italo-tedesca e quella germano-nipponica e italo-nipponica, non fosse altro perché la prima doveva essere anzitutto terrestre. Non conveniva, dunque, al fine di guadagnare tempo, definire almeno quali persone dovevano essere incaricate di iniziare le conversazioni, per dar loro modo di studiare un piano di lavoro? Ribbentrop convenne su tale argomentazione e si riservò di dare una risposta al più presto, sempre sperando che nel frattempo la posizione di Tokio si chiarisse 1• Il punto di vista giapponese adesso era mutato, nel senso che, pur approvando nelle linee generali il Patto a tre, desiderava limitare gli impegni reciproci solo all'eventualità di un conflitto con l'Unione Sovietica. Oshima e Shiratori si rifiutarono di comunicare questo orientamento ai governi di Berlino e di Roma ed insistettero per l'accettazione integrale dell'alleanza, minacciando addirittura le dimissioni in caso contrario, tuttavia le loro confidenze fecero piano piano comprendere che il Giappone non avrebbe mai firmato un trattato nel quale le ipotesi di guerra che lo riguardavano - Unione Sovietica e Stati Uniti - non fossero considerate con attenzione, singolarmente ed in un quadro globale. A questo punto Ribbentrop cominciò a rendersi conto che forse il governo di Hiramuna non aveva tutti i torti a voler studiare una precisa casistica invece di accettare un impegno generico che si sarebbe potuto rivelare, al momento di una c1isi internazionale, troppo tenue o troppo oneroso. D 'altra parte un interessamento degli Stati Uniti alle vicende europee non era ce1tamente desiderabile. Allora sarebbe convenuta una aperta alleanza a tre oppure un'alleanza a due, nella quale però fosse stabilito che sarebbe entrato anche l'Impero del Sol Levante se gli Stati Uniti si fossero fatti avanti? Per il momento, avendo Hitler aderito ali' idea di conversazioni militari italo-tedesche avanzatagli direttamente da Attolico la sera del 2 marzo ad un pranzo, Ribbentrop si decise a trasmettere a Roma, tramite lo stesso Attolico, l'accettazione della proposta promuovendo un convegno fra Keitel e Pariani. «Accettiamo e suggeriamo Innsbrnck - annotò Ciano del suo diario il 10 marzo - come sede dell'incontro da farsi al più presto e con la dovuta pubblicità» 2 •

'Attolico a Ciano in data 28 2.1939, ibidem, pp. 120-121. ' G. CIANO, Diario cii., p. 263.


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Mussolini e Ciano erano soddisfatti. Alla data del 13 marzo ignoravano nel modo più assoluto che due giorni dopo i tedeschi sarebbero entrati in Boemia, occupando Praga, distruggendo la Cecoslovacchia ed annullando il Patto di Monaco. L'invasione della Boemia ebbe, come si è accennato, fortiss ime ripercussioni psicologiche in Mussolini. Sorpreso in pieno dagli avvenimenti, si mostrò assai scosso e depresso: lasciò cadere il primo impulso di occupare l'Albania quasi ad equilibrare la partita con Hitler, rendendosi conto della eccessiva disparità fra i due eventi; espresse la sua preoccupazione per un'iniziativa croata che fornisse spunto e pretesto per la costituzione di uno Stato indipendente sotto l'influenza tedesca; finì per sfogarsi con Ciano in modo eloquente: «Ho col Duce un altro colloquio - scrisse questi - . Egli ritiene ormai stabi lita l'egemonia prussiana in Europa. È d'avviso che una coaliziqne di tutte le altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l'espans ione germanica, ma non più ributtarla indietro. Non fa troppo conto sull'aiuto che potrebbe essere dato dalle piccole Potenze. Domando se in tale stato di cose convenga a noi stringere l'alleanza o non piuttosto mantenere la piena libertà di ori.entarci in futuro secondo i nostri interessi. Il Duce si dichiara nettamente favorevole all'alleanza. Esprimo le mie riserve, perché l'alleanza sarà molto poco popolare in Italia e poi perché temo che la Germania possa valersene per spingere più a fondo la sua politica espansionistica in Europa Centrale» '.

Alcuni giorni più tardi Mussolini ammise l'impossibilità di presentare, in quei frangenti, al popolo italiano un' alleanza con la Germania: «Si rivolterebbero le pietre)> 2 • Tuttavia l'irritazione e la sfiducia nel vicino tedesco non riuscirono a smuoverlo dalla convinzione che un legame politico con Berlino rimanesse la linea migliore da seguire. La sera del 2 1 marzo, nel trattare della «questione tedesca» in Gran Consiglio, Mussolini non fornì alcuna spiegazione circa la «sorpresa» della mossa tedesca e ad un tratto esclamò: «Cosa ci si chiede oggi? Di mollare i nostri amici? Di fare un giro di valzer? Anossisco, pensando che si pos~a ancora pensare l'Italia capace di un giro di valzer» )_ D ' altronde, le assicurazioni verbali dell'ambasciatore von Mackensen sulla Croazia (20 marzo)•, una lettera di Ribbentrop di garanzie sul Mediterraneo e sull'Adriatico (21 marzo)5, ed in ultimo un messaggio personale di Hitler in occasione del ventennale della fondazione dei Fasci di combattimento (25 marzo) 6 finirono per dissolvere timori, malumori ed incertezze, al punto da indurre Mussolini a trascurare qualche possibilità di colloquio con Chamberlain,

' G. CIANO, Diario cit., p. 266. 'Ibidem, p. 268. 'G. BOTTAI, Diario cit., p. 143. 'R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., II pp. 43 -44.

' Ibidem, pp. 44-46. • Nel messaggio Hitler metteva in evidenza «l'odio infernale» che il resto del mondo nutriva

per i popoli tedesco e italiano ed assicurava «l'incrollabile decisione di trarre, se necessario, anche nei momenti più diffici li, le estreme conseguenze di questa solidarietà tedesca >>(M. TOSCANO, Le origini diplomatiche cit., p. 185).


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nella cui lettera personale del 20 marzo trovò un'altra prova dell'inerzia delle democrazie» ', e con Laval, la ctù proposta di un viaggio a Roma venne lasciata cadere perché <<non servirebbe a niente se non ad avere un gran carattere pubblicistico per lui» 2 • Di pa1ticolare risalto quanto Attolico, venuto a Roma, riferì a viva voce a Mussolini il 22 marzo. Fu molto esplicito. Hitler gli aveva detto di non voler essere coinvolto in una guena prima di almeno un paio di anni perché: primo, gli armamenti della Wehrmacht erano ancora in corso di completamento e la Kriegsmarine aveva bisogno di tempo3; secondo, il G iappone, troppo impegnato in Cina, non poteva offrire un aiuto efficace. A parte il fatto che queste affermazioni erano in contrasto con quelle di Ribbentrop, Hitler assicurava che, nell'evenienza di una guerra (evidentemente dell'Italia con la Francia), la Germania avrebbe ugualmente appoggiato l'Italia. Ciò premesso, Attolico indicò senza perifrasi l'assoluta necessità di chiarire i reciproci rapporti, in quanto i tedeschi «talvolta senza accorgersene» (!) slittavano dal piano della potenza a quello della prepotenza e potevano urtare gli interessi italiani. Mussolini rimase convinto e riconobbe che occorreva stabilire i precisi obiettivi, le rispettive zone di influenza, far riassorbire dal Reich gli alloglotti dell'Alto Adige. E si ripromise di scrivere in proposito a Hitler•. Anche Ciano era rimasto ferito dal comportamento della Ge1mania, sì da maturare l'idea di riesaminare la politica italiana. Si dette da fare per suggerire un cambiamento di corrente, ma evidentemente senza molta convinzione, forse per l'euforia, generale derivante dalla caduta di Madrid e quindi dalla fine della guerra spagnola, più probabilmente perché stava coltivando l'occupazione dell'Albania. In siffatta atmosfera i rapporti italo-tedeschi, nati nel 1936 nella concomitanza della guerra d'Etiopia e dell'occupazione della Renania, ma senza che fossero poi verificati in una disamina seria ed a fondo dei rispettivi problemi e dei conseguenti interessi, si conservavano in un'ambiguità che Hitler, il più fotte, non aveva motivo di chiarire e Mussolini, che ormai aveva accettato l' «egemonia prnssiana in Europa», non aveva la capacità di sciogliere. Invero, il 29 marzo, dopo il discorso di Daladier alla radio,«giudicato da tutti un irrigidimento della posizione francese» S, mandò un appunto a Ciano concernente le questioni da discutere alla prima occasione con Ribbentrop. Si trattava, molto

' G. CIANO, Diario cit., p. 271. ' Ibidem, p. 271. ' Il «piano Zeta» dcli' Ammiragliato tedesco del 29 gennaio 1939 riguardava la costruzione ent,o il 1944 di una potente tlotta di sommergibili. Questo piano, per ordine di Hitler, aveva la precedenza sugli altri programmi di armamento dell'esercito e dell'aviazione. 'G. CIANO, Diario cit., pp. 270-271. Cfr. M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patio d'Acciaio cit., pp. 178- 179. 'G CIANO, Diario cit., p. 274.


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semplicemente, degli argomenti suddetti dall'ambasciatore Attolico: obiettivi della politica tedesca, posizione economica dell'Italia nel bacino danubiano e nei Balcani, rapporti dell'Italia con la Francia, la Jugoslavia e l'Albania, eliminazione dei tedeschi dall'Alto Adige, alleanza militare tripartita 1• Però alcuni avvenimenti impressero un'accelerata alla rinnovata intesa dell'Asse. La presa di posizione di Daladier e la garanzia britannica offerta alla Polonia da Chamberlain, nonché l'imminenza dell'operazione albanese, provocarono l'improvvisa decisione di dar corso al convegno di Innsbruck fra Keitel e Pariani (5-:6 aprile). L'occupazione dell'Albania, poi, generò una nuova reazione occidentale e la conseguente offerta di garanzie alla Grecia ed alla Romania. A questo punto per la politica fascista si presentavano tre strade: un isolamento pericoloso, che comunque non sarebbe potuto durare a lungo, o un deciso riavvicinamento alla Germania oppure un radicale, ma estremamente arduo, cambio di schieramento. Naturalmente la seconda strada fu quella seguìta, anche sull'onda dell'appoggio subito sbandierato da Berlino, talché quando Goering venne a Roma il 14 aprile il tono delle conversazioni fu ispirato alla più solenne solidarietà italo-tedesca. Nei colloqui romani emersero tre punti essenziali. Anzitutto la convinzione, da ambo le parti, dell'inevitabilità di una guerra a breve scadenza fra l'Asse e le Potenze democratiche; in secondo luogo la necessità per l'Asse di un periodo di calma per continuare e completare i preparativi militari, in modo da poter affrontare un conflitto generale con prospettive di vittoria. Goering si soffermò a considerare l'importanza della Tunisia e di Malta, osservando che la conquista della Tunisia avrebbe scemato moltissimo la forza blitannica nel Mediterraneo, benché Malta rimanesse un grosso elemento di disturbo. L'implicito suggerimento di mirare all'obiettivo francese fu ribadito allorché, alla domanda di Mussolini di quali fossero i punti critici suscettibili di provocare l'incendio dell'Europa, Goering rispose che a suo avviso questi erano la Tunisia e la Polonia. Mussolini fu pronto a replicare che in tal caso esisteva un solo punto ciitìco: la Polonia. L'Italia, infatti, non aveva la minima intenzione di agire contro la Francia per due o tre anni almeno. Goering si affrettò allora a spìegare che, per la Polonia, egli aveva inteso riferirsi solo all'eventualità che le minoranze tedesche in Polonia fossero maltrattate seriamente ed il prestigio del Terzo Reich ne risultasse compromesso all'estero. Del resto il Ftihrer gli aveva detto che «non stava progettando alcuna azione contro la Polonia». La Polonia fu proprìo il terzo punto importante. A dispetto del modo, quasi noncurante, con il quale Goering aveva voluto togliere i timori italiani in proposìto, l'esplicita volontà tedesca di risolvere quel problema a certe espressioni dì Goering colpirono Cìano, che annotò nel diario: «La cosa che più mi

2

M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patto d'acciaio cit., p. J93.


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ha preoccupato nei colloqui, è stato il tono con cui ha descritto le relazioni con la Polonia: ricordava troppo singolarmente quello usato in altri tempi per l'Austria e per la Cecoslovacchia». Stranamente, però, nonostante le preoccupazioni accennate, egli non insisté sulla questione e si accontentò di pensare (e poi di annotare): «Però si sbagliano se pensano di poter agire in modo analogo: i polacchi saranno travolti, ma non abbassera1mo le armi, prima di aver dmamente combattuto» 1• Mette conto di rilevare che Goering si guardò bene dall'accennare alle direttive segrete per il «caso Weiss» diramate il 3 aprile - appena due giorni prima dell'incontro Keitel-Pariani - da Hitler ai capi della Wehrmacht, nelle quali, premesso che il comportamento della Polonia richiedeva l'inizio di preparativi militari intesi ad eliminare, ove necessario, ogni pericolo da quella parte, venne indicato come obiettivo la distruzione della potenza militare polacca e la creazione all'Est di una situazione che concordasse con le esigenze della difesa nazionale tedesca. Le predisposizioni per l'annientamento delle forze polacche, da realizzare mediante un'offensiva cli sorpresa e violentissima, dovevano rendere possibile l'operazione in qualunque momento a partire dal 1° settembre 1939, perciò i piani relativi dovevano essere presentati all'Oberkommando cler Wehrmacht entro il 1° maggio 2 . In definitiva, il consuntivo dei colloqui con Goering da parte italiana si tradusse in un marcato allineamento su posizioni teoricamente tranquillizzanti. Mussolini vi si attestò in forma subordinata e senza derivarne, si noti ancora una volta, concrete finalità e direttive strategiche né per Badoglio né per i capi di Stato Maggiore di forza annata, come meglio vedremo in seguito. Secondo il verbale steso da Goering, egli concordò sul fatto che l'Asse aveva bisogno di due o tre anni per essere in condizioni di entrare in guerra con la prospettiva di una vitto1ia - quando Goering disse che il Reich aveva bisogno di pace per «digerire» i territori acquisiti, «il Duce ne convenne con la massima enfasi» e che nel frattempo non si sarebbe lasciata trascinare in un conflitto ' . Quanto a Ciano, «nel complesso l'impressione riportata è che anche in Germania le intenzioni sono pacifiche» ·1 • Per meglio indicare i complessi intrecci di valutazioni e di interessi internazionali, sembra utile qualche parola sull'Oriente europeo. Fra Unione Sovietica e Gran Bretagna esisteva una reciproca, radicata diffidenza. Stalin sospettava che l' Occidente, Londra in testa, accarezzasse il disegno di provocare una guerra fra la Germania e l'U.R.S.S. rimanendo a guardare; il 1 G CtANO, Diario c it., p. 285. 'W. SHtRER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 51 l -512. 'M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patto d'Acciaio cit. , pp. 239-242. "G. CtANO, Diario cit., p. 285.


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Foreign Office, per suo conto, temeva che l'Unione Sovietica rimanesse fuori della mischia menlre l'Europa centro-occidentale andava in fiamme. «È essenziale - scrisse il Foreign Office in un appunto del 22 maggio - , se dovrà esserci una gueu-a, cercare di implicarvi l'Unione Sovietica, altrimenti alla fine della guerra l'Unione Sovietica, con l'esercito intatto e l'Inghilterra e la Germania in rovù1e, dominerebbe l'Europa» '. D'alLro canto, norma elementare, perché ovvia, di geografia politica è quella di cercare, contro il vicino, un alleato alle spalle per l'appunto di questi. Londra era convintissima che tra Germania nazista e Russia sovietica esistesse un'ostilità ideologica insuperabile e che perciò Mosca sarebbe stata più che disposta ad accettare un patto con l'Occidente senza chiedere compensi2. Ma non rifletteva che se l'Unione Sovietica avesse dovuto agire militarmente non lo avrebbe certamente fatto senza pretendere di correggere i confini stabiliti nel 1918 con il trattato di Brest-Litovsk. Peraltro, quando Beck, i primi di aprile, si recò a Londra, a seguito delle garanzie unilaterali offerte da Chamberlain, non dette alcun segno di riconoscenza né, men che meno, cli disponibilità ad un aiuto alla Romania nell'ipotesi che venisse attaccata dalla Germania. Si disse solo disposto a trasformare la garanzia inglese in un patto di mutua assistenza, «unica base che ogni paese rispettoso di se stesso, accetterebbe»; affem1ò che non esistevano «negoziati in corso» da parte tedesca su Danzica e che «il governo tedesco non aveva mai contestato i diritti polacchi su Danzica» e di recente li aveva anzi confermati; dichiarò che estendere l' accordo alla Romania avrebbe spinto l'Ungheria nelle braccia della Germania mentre «nel caso di un conflitto tra Polonia e Ge1mania, l'aiuto che la Polonia potrebbe attendersi dalla Romania sarebbe piuttosto trascurabile»; escluse tassativamente che la Polonia potesse «far dipendere la sua politica da Mosca o da Berlino» 3• Nel frattempo il Giappone si era fatto vivo con due notevoli riserve: comunicare, dopo la pubblicazione del Patto, agli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti che l'alleanza, sorta dallo sviluppo del PaLto Antikomintern, era diretta contro l'Unione Sovietica; aggiungere una dichiarazione che in caso cli guerra europea, l'aiuto nipponico non sarebbe potuto essere che limitato. Successivamente una nuova nota da Tokio, arrivata a Berlino il 24 aprile, aggiunse doversi escludere ogni effettivo contributo bellico ad eccezione del caso di conflitto con l'Unione Sovietica e che, in ogni caso, il governo giapponese 1iservava unicamente a se stesso ogni decisione circa l'entrata in guerra e la conseguente dichiarazione da parte giapponese. Ciano trovò le clausole nel

' A.J. TAYLOR, Le origini della seconda guerra mondiale c it., pp. 300-301. 'ibidem, p. 276. l Documems on Bri1ish Foreign Policy, 3• serie, V, n. l, 2 e 10 (cit. da A.J. TAYLOR, Le origini della seco,ula guerra mondiale cil., pp. 28 1-283).


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complesso accettabili, specialmente la seconda; Mussolini addirittura si professò «contento», stimando l'adesione giapponese «più dannosa che utile» 1 • Se per l'Italia la collaborazione del Giappone appariva di trascurabile peso, volgendo essa la principale attenzione alla Francia, per la Germania, interessata a neutralizzare contemporaneamente le Potenze occidentali, l'Unione Sovietica ed anche gli Stati Uniti, l'importanza della partecipazione nipponica alla guerra era somma. Ribbentrop, perciò, si espresse in termini negativi circa l' accoglimento di tali restrizioni e, mentre cercava ancora una volta di premere su Tokio, disse ad Attolico che, considerate le circostanze, intanto Italia e Germania potevano mettersi d' accordo con w1 patto bilaterale, lasciando al Giappone la possibilità di associarvisi, eventualmente, più tardi. Anzi, aderendo ad una richiesta urgente di colloquio avanzata da Ciano, preoccupatissimo ora di un'improvvisa azione nazista contro la Polonia, si offrì di portare seco a Como dove avrebbe potuto recarsi fra il 6 e 1'8 maggio. una bozza di Patto, pregando il ministro italiano di fare altrettanto 2. 2.

LA FJRMA DEL PATTO D'ACCIAIO

Il 28 aprile, in un grande discorso tenuto al Reichstag, Hitler chiarì il suo pensiero su quattro temi particolarmente delicati. I rapporti con l'Inghilterra in primis. In proposito, dichiarò di aver sempre cercato l'amicizia e la stretta collaborazione con il governo britannico; di esser sempre rimasto «nel quadro delle rivendicazioni strettamente detenninate dallo spazio vitale tedesco» e, proprio per questo, ana proprietà perpetua della nazione tedesca»; ma di aver compreso che Chamberlain non riteneva di poter accordare «alcuna fiducia» alle assicurazioni fornite dalla Germania:. Ebbene, visto che, dal canto suo, non poteva più contare sulla comprensione di Londra, egli metteva fine alla politica di fiducia sino allora seguìta verso l'Inghilterra. Di più: con l'accordo navale del 1935, il Reich aveva «spontaneamente riconosciuto la preminenza degli interessi marittimi britannici»; considerato, però, che Londra rifiutava l'ovvia condizione preliminare di tale accordo, vale a dire l'assunzione di un «atteggiamento politico benevolo verso la Germania», doveva concludere che «l'Inghilterra sopprime così uniteralmente la base dell'accordo navale del 18 giugno 1935 e toglie ogni vigore a questo accordo. Essa distrugge con la sua politica di accerchiamento i presupposti del trattato navale». Quindi il Reich doveva cercare altrove «le vie della propria indipendenza.» 3 •

CIANO, Diario cit., p. 288. Attolico a Cìano in data 25.4.1939 in M. TOSCANO, Le origi11i diplomatiche del Patto d'Acciaio cit., p. 254. 'G. GAFENCU, Ultimi giomi dell'Europa cit., pp. 113-116.

' G.

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IL PATTO D'ACCIAIO

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Poi passò alla Polonia. Ricordò l'offerta fatta a proposito di Danzica: un'offerta che egli definì straordinariamente conciliante, che la Polonia aveva tenuto in non cale legandosi alla Gran Bretagna in sostanziale violazione del patto di non aggressione tedesco-polacco. Perciò, dichiarò Hitler, «io considero l'accordo concluso a suo tempo fra me ed il maresciallo Pilsudski come violato unilateralmente dalla Polonia, e perciò come privo ormai di efficacia» 1• Ma «il peggio è - continuò - che, come la Cecoslovacchia un anno fa, ora la Polonia, sotto l'influsso di una campagna di stampa menzognera, crede di dover mobilitare le sue t.tuppe, sebbene la Germania non abbia richiamato alle armi, un solo uomo e non pensi in alcun modo di agire cont.t·o di essa}>'-. Naturalmente non disse che poco più di tre settimane prima, aveva impartito le direttive per il «caso Weiss» - «complemento precauzionale» ai preparativi militari contro le democrazie occidentali -, in cui alla Wehrmacht era stato affidato il compito dell' «annientamento delle forze armate polacche» 3 • Il terzo punto riguardava Roosevelt e qui, per dirla con Shirer, presente al discorso tenuto al Reichstag, «l'oratoria del dittatore tedesco giunse al punto culminante». Hitler esaminò una per una le frasi del presidente americano, <<ogni volta faceva una pausa quasi sorridendo, poi, con tono da maestro, pronw1ciava a bassa voce una sola parola: 'risposta' e rispondeva>>. Disse che era pronto a dare a ciascuno degli Stati nominati (e nessuno si accorse che egli aveva scaltramente omesso la Polonia) la garanzia invocata da Roosevelt. Anzi fece di più: assicurò di non avere alcun proposito di invadere gli Stati Uniti! Infine chiuse riepilogando il suo lavoro di pochi anni per riportare la Germania al livello che le competeva. Ma non rispose alla domanda fondamentale di Roosevelt: avrebbe attaccato la Polonia? Anche per questo, il quarto argomento ... non fu da Hitler nemmeno sfiorato e proprio tale intenzionale silenzio attirò l'attenzione generale. li non essersi, come di. solito, scagliato contro Mosca ed il bolscevismo era un fatto nuovo, quindi importante. Non lo capì Ciano, che giudicò il discorso meno incendiario di quanto si poteva immaginare>}4. Lo capì invece benissimo l'ambasciatore ' Le richieste avanzate da Ribbcntrop il 20 ma,,;o erano state: il ritorno di Danzica al Reich, una congiunzione stradale e ferroviaria extraterritoriale fra i I Reich e la Prnssia orientale atlraverso il Corridoio, un patto di non aggressione venticinquennale. Le offerte erano state: il riconoscimento definitivo della sovranità polacca sul territorio del Corridoio. Il min istro degli Esteri p<>lacco, Beck incaricò l'ambasciatore a Londra di domandare al Foreign Office se l' Inghilte1Ta fosse effettivamente decisa a sostenere la Polonia in caso di rifiuto. Avuta la confemia, il 28 marzo Beck c<>municò all'ambasciatore tedesco a Varsavia che «qualsiasi intervent<> del governo tedesco diretto a mutare lo status quo di Danzica sarebbe stato considerato un alt<> di aggressione contro la stessa Polonia» (MASSIMO MAGISTRATI, Berlino 1939. Da Praga al Patto d'Accciaio, Firenze 1952, p. 34). 2 W. S1f1RER, Storia del Terzo Reich cit., p. 5 15. 'Ibidem, pp. 511-512. '' G. CIANO, Diario cit., p. 289.


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francese a Berlino, Coulondre, il quale, colta la stranezza, volle indagare ed il 7 maggio così riepilogò le sue previsioni a Bonnet: Hitler era risoluto al recupero di Danzica ed alla riunione della Prussia orientale al Reich; non avrebbe preso di petto la questione, vedendo ormai fe1me e coalizzate Francia e Gran Bretagna; si sarebbe allora inteso con l'Unione Sovietica in modo da togliere agli Alleati motivo di intervento. «Forse si arriverà ad una quarta spartizione della Polonia - scrisse -. In ogni caso presto si vedrà che qualche cosa si prepara dalla parte dell'Est» '. Mentre le diplomazie francese e britannica si adoperavano per cercare di «agganciare» il governo sovietico, a Parigi si era divisi sulla politica da seguire nei riguardi dell'Italia. In particolare, Daladicr era persuaso che Mussolini, con le sue alternanze di offerte e di impennate, volesse in realtà giocare su due tavoli, quello dell'Asse e quello delle Potem:e occidentali; Bonnet pensava invece che l'Italia potesse essere riguadagnata con un atteggiamento di collaborazione. Il ministro degli Esteri francese pregò dunque il ministro rumeno Gafencu, in visita a Parigi ed in procinto di recarsi a Roma, di lasciar comprendere la disponibilità francese a porre fine al contrasto fra i due Paesi 2 • Il l O maggio Gafencu fu presentato da Ciano a Mussolini. Questi affrontò subito la questione che più gli stava a cuore: difendere la politica dell'Asse. Si preoccupò di convincere che l'Italia «non ha veramente alcun motivo di aver paura della Germania» perché i rispettivi interessi erano separati da un parallelo: «ciò che accadeva al di sopra del parallelo non riguardava l'Italia, quel che accadeva al di sotto non riguardava il Reich». Si dilungò alquanto sulla «sorte di quei bravi polacchi», che però avevano torto, e sui paesi dell'Europa danubiana. Poi venne alla Francia con vivacità: «Le difficoltà che esistono fra l'Italia e la Francia sono serie, ma non gravi» disse, pesando le parole e guardando il suo interlocutore negli occhi. E proseguì: «Queste difficoltà sono d'ordine coloniale e non d'ordine territoriale. Non è per esse che faremo la guerra», calcando con intenzione sulle parole «e non d'ordine territoriale». E con ciò terminò la conversazione 3. Mussolini non sventolava un'ipotesi di conciliazione strumentale. Le notizie fomite da Attolico ed il recente discorso di Hitler Jo avevano seriamente impensierito. Non voleva si pensasse che si trovava in soggezione di quel partner così ingombrante, si rendeva conto di avere scarsa o null a influenza sulle decisioni di costui e temeva l'insorgere anticipato di un conflitto al quale si sapeva impreparato.

'G. GAFENCU, Ultimi giomi dell'Europa cit., p. 117. ' Ibidem, pp. 123- 124. ' Ibidem, pp. 130- 134 (corsivo nostro). Ciano annotò il colloquio con poche parole, tenninando con un niente di particolannente interessante» (G. CIAKO, Diario cit., p. 292).


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Il 29 aprile, nel traltare delle spese militari in Consiglio dei ministri, manifestò una viva insoddisfazione per lo stato di efficienza delle forze annate. Ricorda Bottai: «Ho ordinato a Pariani - dice il Duce - di chiudere le porte di casa(...). Debbo dire che quest'amministrazione dell'Esercito [di cui egli era il ministro e quindi il primo responsabile] non va. Non se ne può essere sicurissimi. Le sue cifre non sono mai esatte. Per i cannoni noi siamo stati tratti in inganno. Abbiamo artiglierie insufficienti e vecchie. Lo stesso dicasi dell' Aviazione: c'è sempre un certo scarto tra cifre enunciate e cifre reali. La Marina no, la Marina è precisa fino allo scrupolo» ' .

** * Si approssimava l'incontro tra Ciano e Ribbentrop. Il 2 maggio Altolico si premurò di dare un prezioso suggerimento al riguardo. A parte le rinnovate spera11ze di Ribbentrop su un Patto a tre, era possibile che all'ultimo momento decidesse di portare seco un progelto di Patto e due, «Senonché, in questo caso, io mi pem1ctto di esprimere l'opinione che a noi non converrebbe, nelle presenti condizioni, di negoziare un simile Patto così in fretta e qua~ i su due piedi. Un Patto italo-tedesco non potrebbe essere una cosa vaga, sul tipo di quella preparato per il Giappone. Esso dovrebbe essere necessariamente più preciso, tener conto di alcune premesse insopprim ibil i (Brennero e soluzione della questione allogena), dovrebbe non solo fare stato del reciproco diritto nd uno 'spazio vitale' autonomo, ma anche segnare i limiti e forme di una compenetrazione di interess i nelle zone miste( ... ). Un Palio politico di alleanza con la Germania non potrebbe, inoltre, mancare, sulla base concreta dell 'esperienza passata, di fissare in maniera inequivoca la portata di quell'obbligazione reciproca di consultazione in tutte le questioni di interesse comune (... ). Così pure, un patto politico italo-tedesco non potrebbe fare a meno di scendere in campo militare ad assai maggiori dettagli che non un vago Patto a tre d i rafforzamento <lell ' Antikomintem. Orbene, non solo Lutto questo non si improvvisa e avrebbe bisogno di pacata elaborazione, ma presenterebbe dal punto di vista nostro difficoltà assai minori se venisse negoziato quando la situazione giapponese fo!;sc definitivamente chiarita ( ... ). Quando cioè egli [Ribbentrop) (... ) s i fosse definitivamente conv into che l'Italia è l'unico paese s u cui la Germania possa effettivamente contare(...)»'.

Indubbiamente, sia Mussolini sia Ciano si trovavano d'accordo sulla convenienza di fare una volta per tutte chiarezza nei rapporti con la Germania, ma bisogna convenire che non ne furono mai capaci. Quanto all'essere l'Italia l'unico Paese sul quale la Germania potesse contare, allorché, il 4 maggio, il Giappone fece sapere che, pur avendo le migliori intenzioni di presLare aiuto militare all'Asse, «non è [ra] tuttavia in grado, né oggi né in un prossimo futuro, di

' G. BOTTAI, Diario ciL, p. 147. Cfr. G. CIANO, Diario cit., p. 290. Torneremo sull'essere Mussolini «ingannato» dai capi mil itari. 'M. TOSCANO, Le origin.i diplomatiche del Patto d'Acciaio c it., pp. 269-270.


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dare loro in modo concreto qualsiasi effettiva assistenza militare» 1 l'Auswèirtiges Amt accentuò il già iniziato riavvicinamento con l'Unione Sovietica per stabilire con essa il secondo punto di appoggio necessario per la sua politica. Quel giorno Attolico avvertì Ciano che Ribbenu·op avrebbe recato seco una bozza di Patto a due e, sempre quel g iorno, Mussolini fece consegnare a Ciano un appunto di base per l'incontro con Ribbentrop. Non sembra che pensasse ad un concreto esame del problema dell'alleanza, ma piuttosto intese definire con precisione il quadro politico europeo ed i rapporti fra i due Paesi. Perciò nel promemoria, dopo aver rinnovato la sua «ferma opinione» che l'Asse avesse bisogno di un periodo di pace non inferiore ai tre anni, indicò le ragioni per le quali l'Italia non poteva muoversi prima del 1942: sistemare militarmente la Libia, l'Albania e l'Impero; ultimare la costruzione ed il rifacimento delle sci navi di linea in corso; rinnovare l'intero parco delle artiglierie di medio e di grosso calibro; portare avanti i piani autarchici; realizzare l'Esposizione del 1942 per ricavarne riserva di valuta; ultimare il già iniziato trasferimento di molte industrie di guerra dalla valle padana all'Italia meridionale. Quindi dette un cenno panoramico alle relazioni con gli altri Stati, concludendo che l'Italia era favorevole ad un'alleanza a due od a tre, secondo le decisioni di Tokio, ma gli accordi «debbono essere attentamente preparati, in modo che - specificate le circostanze - divengano quasi automaticamente operanti» 2• Da notare l'opinione, sia pure ferma, che per l'Italia fossero indispensabili almeno tre anni, invece di una decisione autonoma in merito, e la accettzazione di accordi militari vincolanti. Nemmeno da parte tedesca si riteneva che l'incontro con il ministro italiano dovesse concludersi con un qualcosa di definitivo, difatti una nota preparata per Ribbentrop dall'ufficio giuridico dell'Auswartiges Amt non soltanto palesava una strana incertezza sulla convenìenza di stipulare con Roma un semplice «patto di amicizia senza obblighi di assistenza militare», che prevedesse in caso di guerra «la cosiddetta neutralità benevola nella misura più larga possibile, e ciò senza distinguere fra guerra di aggressione e guerra di difesa»; oppure un'alleanza militare, ma regolata da una serie di clausole restrittive effettivamente intese a salvaguardare la pace generale per un certo numero di anni. Le nonne previste per disciplinare il casus foederis erano tali da scoraggiare il governo fascista da una possibile inìziativa bellica contro la Francia - idea a Berlino ritenuta attendibile, vi sta l'insistenza con la quale più di una volta i rappresentanti italiani avevano avanzato l'ipotesi di una guerra solo franco-italiana -, infatti dette norme sarebbero entrate in vigore soltanto nel caso di conflitto di una delle parti contraenti contro entrambe le Potenze occidentali (precisazione che poi scomparirà nel Patto). E, infine, molto chiara era la formula impiegata per sancire l'obbligo inderogabile di consultazioni reciproche. 1 Ibidem, pp. 274-275. ' Ibidem, pp. 278-279.


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A parte questa impostazione, l' Auswiirtiges Amt aveva approntato una memoria sugli argomenti che Ribbentrop avrebbe dovuto discutere. Fra questi, i seguenti: «II - Le conversazioni fra gli Stati Maggiori, per l'eventualità di un conflitto procedono in modo soddisfacente. A questo proposito, almeno dal punto di vista politico, è significativa l'intenzione dell'Italia di svolgere un ruolo attivo solo nel Mediterraneo e nel teatro di guerra secondario dcli' Africa, ma (con la possibile eccezione dei Balcani) di rimanere passiva nel continente europeo e di lasciare l'offensiva alla Gennania. L'Italia è, per esempio, pure molto interessata a Niz1.a. ma sembra che non pensi nemmeno di immobilizzare numerose unità dell'esercito francese sul fronte alpino). Pariani desidera un rapido e decisivo successo in guerra, perché le forze italiane non resisteranno presumibilmente a lungo. Ma un tale successo si può ottenere soltanLO in Europa e mai in Nord-Africa. Ciò dimostra da parte degli italiani una seria mancanza di logica e di coerenza. III - Stato degli accordi sulla guerra economica in caso di emergenza. Si deve accelerare lo sviluppo di un adeguato collegamento diretto fra Italia e Germania, oltre a quello del Brennero. La situazione anuale dei trasporti è completamente inadeguata per un caso di emergenza.

VI - Rapporti fra Germania e Polonia. L'Italia dovrebbe prendere parte, con tutti i suoi mezzi, ad una politica tendente ad isolare da ogni parte la Polonia. Si deve preparare l'Italia ad un conflitto fra Germania e Polon ia. Spiegazione della politica tedesca nella zona baltica(...)»'.

Su queste basi ebbe luogo l'incontro Ciano-Ribbenu·op a Milano 2 il 6-7 maggio 1939. Il verbale redatto da Ciano elenca rutti i punti toccati nel corso della discussione, partendo dall'illustrazione dell'appunto di Mussolini. Ribbentrop ascoltò attentamente e poi espose il punto di vista tedesco. Dopo aver spiegato che Hitler considerava di scarsa utiJità pratica l'idea di una conferenza avanzata dal Papa circa la questione polacca, sottolineò che dopo tutto le proposte del Reich erano innegabilmente vantaggiose per Varsavia e che non era da reputarsi chiusa la porta ai negoziati. Comunque la Germania intendeva lasciar stagionare il problema, beninteso purché la Polonia non cercasse di passare ad una politica di forza. Sul punto, notoriamente fondamentale per l'Italia, del periodo di pace sul quale contare con sicurezza, Ribbentrop confermò quanto già assicurato in precedenza: anche la Germania aveva bisogno di un periodo di tranquillità «non inferiore ai quattro o cinque armi» per completare l'assetto della Wehrmacht. Naturalmente, ciò non significava che il Reich non fosse pronto ad una guerra prima di tale termine: ove costretto «il Fi.ihrer intende tentare di risolvere la guerra attraverso un rapido corso di operazioni» ma, per ogni evenienza, «si prepara anche a sostenere una guerra di durata pluriennale» 3 • ' M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Pauo d'Acciaio cit., pp. 284-288. 'La sede dell'incontro fu cambiata bruscamente da Mussolini il 5 maggio per smentire le notizie di stampa francese secondo le quali sarebbero avvenute turbolente manifesta:1.:ioni antitedesche a Milano. l Il verbale steso da Ribbentrop dice: «Il ministro degli Esteri italiano affermò che l'Italia desiderava avere un periodo di pace il più lungo possib ile. Soprattutto l'Italia desiderava, se possibile, evitare la gue1Ta durante i prossimi tre anni. TI ministro degli Esteri del Reich informò il conte Ciano che questa posizione dell'Italia coincideva anche col punto di vista tedesco» (M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patto d'Acciaio cit., p. 299).


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Nel compiere con Ciano un giro d'orizzonte sull'Europa, Ribbentrop tenne, fra l'altro, ad osservare che non riteneva realistica l'ipotesi di una guerra limitata fra Italia e Francia, perché la Gran Bretagna non avrebbe mai lasciato battere la sua alleata senza intervenire e questo avrebbe provocato l'automatico ingresso in campo della Germania 1• Quanto alla Jugoslavia, si poteva contare sulla sua neutralità con appoggio economico alle Potenze dcll' Asse; comunque, nel caso di dissoluzione del Regno S.H.S. per processo interno, sarebbe spettato all'Italia, «quale Paese che ha interessi assolutamente prevalenti in Jugoslavia, dirigere la soluzione della crisi» . In merito, poi, all'Unione Sovietica, bisognava cogliere l'occasione, al momento favorevole, per impedire la sua adesione al blocco democratico, ma svolgendo l'azione «con molta discrezione e con un assoluto senso di misura» per evitare effetti controproducenti 2 • Dal verbale del colloquio e dal diario di Ciano risulta evidente l'intento di Ribbentrop di rassicurare il collega italiano ostentando tranquillità, distacco e moderazione. Per l'appunto quanto desiderava Mussolini. Ma appare altresì lampante, non soltanto l'imperizia diplomatica di Ciano (primo suo gesto fu quello di mostrare all'ospite l'appunto di Mussolini), ma altresì una sprovvedutezza personale. Si era presentato all'appuntamento senza portare seco uno schema di patto a due per fissare alcuni concetti di fondo, benché sapesse che Ribbentrop se ne era fatto preparare uno (che però non mostrò a Ciano), senza prendere esempio dal Giappone per la precisazione del casus foederis e senza neppur redigere un protocollo finale, quale base per il prosieguo delle trattative. Rimasero i due verbali distinti che, ovviamente, non potevano rivestire che un'importanza relativa. E non è tutto. La sera del 6 maggio, ragguagliato da Ciano in termini soddisfacenti sull'andamento del colloquio, di colpo Mussolini, che «come sempre quando ha ottenuto qualcosa, chiede di più» 3, disse di fare annunciare senz'altro l'accordo sul patto bilaterale, che sempre aveva preferito a quello a tre. Hitler, interpellalo a sua volta da Ribbentrop, assentì subito' ed il comunicato venne redauo in questi termini: ' In proposito il verbale di Ribbcntrop riporta: «Per quanto riguardava i rapporti italo-francesi, secondo quanto disse il con1e Ciano, non v'erano stati nuovi sviluppi. Aveva.no avuto luogo semplicemente alcuni contatti generici con l'ambasciatore francese François-Poncet. L'Italia non farebbe nulla senw prima informare la Germania. li problema franco-italiano si doveva considerare più dal punto di vista morale che da quello materiale. Se dovesse continuare l'attuale stato di tensione, ci sarebbe senza dubbio la guerra tra l' Italia e la Francia? Altrimenti, pensava il conte Ciano, l' Italia non sarebbe sufficientemente rispettata dalla Francia. L'Italia preferirebbe condutTC da sola una guerra franco-italiana. In questo caso essa si auende dalla Germania unicamente rifornimenti di materiali. Il conte Ciano aggiunse però che, per il momento, l'Italia non intenderebbe provocare la Francia,, (ibidem, pp. 299-300). 'R. MOSCA, L'Europa verso la catastrofe cit., li, pp. 53-58. Cfr. M. TOSCANO, Le origini diploma1iche del Patto d'Acciaio cit., pp. 296-30 1. • G. CIANO, Diario cit., p. 294. • Secondo l'ex-capo di gabinetto di Ribbentrop, «li riaffacciarsi della politica di coalizione contro la Germania indusse Hitler a rafforzare a sua volta la propria posizione. Poiché non sembrava che in un futuro immediato fosse possibile effettuare un'alleanza militare col Giappone, Hitler si decise a stipularla con la sola Italia» (E. KORDT, Wa/1111111d Wirklichkeit cii., p. 148).


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«Nella conversazione che il ministro degli Esteri, conte Ciano, ed il ministro deglì Esteri del Reich, signor von Ribbentrop, hanno avuto n Milano il 6 cd il 7 maggio, è stata presa in attento esmne l'attuale situazione politica generale. È stata nuovamente constatata la perfetta identità di vedute dei due governi ed è stato deciso di fissare definitivamente, anche dal punto di vista formale, in un patto politico e militare, i rapporti dei due Stati dell'Asse. In tal modo l'Italia e la Gellllania intendono contribuire efficacemente ad assicurare la pace in Europa» 1 •

Secondo Attolico il motivo primo della repentina decisione dell'anmmcio deve andare ricercato nella violenta reazione di Mussolini alle intemperanze della stampa francese sull'incontro 2 • Quanto alla determinazione di stringere il patto a due senza attendere le risoluzioni del Giappone, sono state avanzate diverse ipotesi. Da un lato fu indubbia la superficialità della valutazione di tre dati di fatto: la palese fine dell' appeasement britannico e francese, le specifiche garanzie fornite alla Polonia e l' interesse mostrato dagli Stati Uniti per le vicende europee. Dall' altro esisteva il desiderio di esercitare una forte pressione sulla Francia e l' illusione di essere in grado, grazie proprio all'essere il patto basato sugli obblighi di consultazione reciproca, di frenare le iniziative di Hitler. Su tutto prevalse, sicuramente, la convinzione di Mussolini e di Ciano, accortamente alimentata da Hitler, Goering e Ri bbentrop in ogni conversazione, che per qualche anno non si sarebbe parlato di guerra a causa dell'impreparazione ge1manica. Ad ogni modo, l' impulsività di annunciare in tennini ufficiali l'imminente stipulazione di un patto politico-militare incise inevitabilmente sul tempo a disposizione per la messa a punto del trattato. Per ovviare a tale inconveniente, Ciano accettò che lo schema venisse preparalo clall'Aus wiirtiges Amt e poi discusso. Il «Progetto di un patto di amicizia e di alleanza italo-tedesca» fu così presentato da parte gennan ica: «Art. I - Le Parti Contraenti si manterranno permanentemente in contatto allo scopo di intendersi su tulle le questioni relative ai loro interessi com uni e alla situazione generale europea. Art. 2. - Qualora gli interessi comuni delle Parti Contraenti siano minacciati da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, esse entreranno senza indugio in consultazione sulle misure da prendere per la protezione di questi loro interessi. Qualora la sicurezza di altri interessi vitali di una delle Parti Contraenti dovesse essere minacciata dall'estero, l' altra Parte Contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di allontanarne la minaccia. Art. 3 - Se malgrado i desideri e le speranze delle Parti Contraenti dovesse accadere che una delle Parti entrasse in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte Contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con ogni sua forza militare per terra, per mare e per aria. Art. 4 - Allo scopo, al caso, di ass icurare rapida applicazione degli obblighi di alleanza assunti con l'art. 3, i Governi delle due Parti Contraenti approfondiranno maggiormente la loro collaborazione nel campo militare e nel campo dell'economia di guerra. I due Governi prenderanno altre misure necessarie per l'applicazione rapida delle disposi zioni del seguente Patto.

1

M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Pauo d'Acciaio,

'M. M AOISTRATI, Berlino 1939 cit.,

p. 49.

p. 308.


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I due Governi costituiranno, per gli scopi fissati nei precedenti paragrafi 1 e 2, Commissioni permanenti che sono poste sotto la direzione dei due Minislri degli Affari Esteri. Art. 5 - Le Parti Comraenti si obbligano fin d'ora di adotta.re, nel caso di una guerra, una linea di condotta tal i da non concludere armistizio o pace se non di piena intesa con l'altra Parte. Art. 6 - Le due Parti Contraenti sono consapevoli dell'importanza delle comuni relazioni con le Potenze loro amiche. Esse sono decise a mantenere e ad insieme sfruttare anche in avvenire queste relazioni, secondo gìà interessi concordanti che le legano a queste Potenze. Art. 7 - Questo patto entra in vigore immediatamente al momento della firma. Le due Parti Contraenti sono disposte a mantenere questo stato di amicizia e di alleanza confermato dal presente Patto senza limite di tempo. Esse tuttavia concertano di sottoporre a riesame le singole disposizioni del Pano alla eccedenza di un periodo in bianco, allo scopo di adattarlo alle esperienze fatte fino a quel momento ed alla situazione politica allora esistente» '·

Un protocollo segreto aggiunto al Patto precisava che i due ministri degli Esteri si sarebbero messi d'accordo al più presto possibile circa l'organizzazione e l'entrata in funzione delle Commissioni citate dall'art. 4. Attolico si affrettò a rappresentare a palazzo Chigi i propri rilievi. Aprescindere dall'assenza di ogni riferimento alla frontiera del Brennero ed alla questione altoatesina, «(...) termini trattato escono nettamente dall'ordinario e stabiliscono un tipo di patto per così dire totalitario, destinato evidentemente a creare presso terzi una vera e propria sensazione. Così, ad esempio, vengono abbandonate tutte le formule consuete di 'aggressione non provocata' per arrivare ad una solidarietà talmente integrale da fare - ed a giusto titolo - ritenere che essa non sia solo difensiva, ma anche offensiva. Altrettanto sensazionale è il preambolo, nel quale si parla fra l'altro di 'realizzazione' (io direi comunque 'affermazione') dei 'diriui eterni di vita' dei due Paesi, espressione che si presta alle più svariate ed allarmistiche interpretazioni (... )».

Stranamente, Attolico non si soffermò su altri e gravi aspetti dello schema tedesco: nessun cenno al periodo minimo di tre anni di pace; efficacia dell'obbligo di consultazione reciproca (art. 1 e 2) ridotta o annullata dall'automatismo dell'alleanza (art. 3) nel caso di un'aggressione non provocata; nessuna apertura del Patto all'adesione del Giappone e di altri Stati. Si limitò a concludere che, ove si fosse voluto accettare il testo, con le correzioni indicate, almeno si stemperasse «la già acutissima tensione europea» dando al trattato un titolo piano, quale, ad esempio, «Patto di difesa politico-militare italo-tedesco» e la durata venisse stabilita in cinque anni2. Ciano prese visione della bozza proposta il 13 maggio, mentre accompagnava in treno a Firenze il principe, Paolo di Jugoslavia. Vale la pena di riportare il suo commento: «In massima sta bene. Vogliamo però aggiungere una frase che riguardi le frontiere, garantite per sempre, gli spazi vitali e la durata del Patto. Non ho mai visto un patto simile: è-vera e propria dinamite» 3 • Però «in linea di massima» andava bene!

' M. TOSCANO, Le origi11i diplomatiche del Pa110 d'Acciaio cit_, pp. 310-332. 'Ibidem, pp. 333-335. 'G. CIANO, Diario cit., p. 297.


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L'estrema rigidità del Patto venne accettata da Roma senza batter ciglio: da parte di Mussolini, per l'ipersensibilità del Duce all'accusa dei giri di valzer; da parte di palazzo Chigi, ritenendosi probabilmente che il vincolo della consultazione fosse sufficiente a controllare la politica tedesca. Con una modifica al preambolo ' e la decisione di attribuire al trattato un primo periodo di validità di dieci anni, prorogabile di comune accordo, il 22 maggio ebbe luogo a Berlino la firma solenne del Patto d'Acciaio. Un Patto che, vera eccezione nella storia dei trattati, non venne mai ratificato, quindi imperfetto sul piano giuridico 2 •

*** Il Patto d'Acciaio (der Stahlpakt) fu recepito in modo diverso a Berlino, a Roma ed a Tokio. A Berlino, il 23 maggio, cioè appena ventiquattr'ore dopo la firma, Hitler riunì nel suo studio i più alti esponenti della Wehrmacht per una messa a punto della situazione politica e sugli obiettivi della Ge1mania. Cominciò con l'affermare che la Germania aveva risolto i problemi ideologici, ma doveva ancora risolvere quelli economici, il che era impossibile senza l'invasione di altri paesi o l'attacco a possedimenti altrui. Considerato che «lo spazio vitale, proporzionato alla grandezza dello Stato, sta alla base della Potenza», il problema era tuttora aperto. <<Danzica - chiarl - non è affatto il motivo della disputa. È questione di espandere il nostro spazio vitale ad Oriente, di assicurare i rifornimenti alimentari e di risolvere il problema degli Stati Baltici ( ... ). Non esiste altra possibilità in Europa( ...). Se il destino c i po1terà in conflitto con l'Occidente, il possesso di estesi territori ad oriente sarà estremamente vantaggioso. Contare su raccolti eccezionali in tempo di guerra sarà molto più difficile di quanto non lo sia in pace. Le popolazioni dei territori non tedeschi non compiranno servizio militare, ma saranno uti lizzate quali mano d 'opera. Il problema polacco è inseparabile dal conflitto con l'Occidente. Il potere interno polacco di resistenza al bolscevismo è incerto. Pertanto la Polonia è una barriera di dubbio valore nei confronti della Russia. È discutibile se un successo militare ad occidente lo si possa ouencre mediante una rapida decisione; dicutibile pure è J' aneggiameoto della Poloni a( ... ). La Polonia vede un pericolo in una villoria della Gcnnania ad occidente e cercherà di privarci di tale vittoria. Non è pertanto questione di risparmiare la Polonia e siamo tenuti nella decisione di a/laccare la Polonia alla prima occasione favorevole. Non dobbiamo attenderci una ripetizione dell'affare ceco. Vi sarà la guerra. 11nostro compito è di isolare la Polonia. li successo dell'isolamento sarà dec isivo.

'Il secondo alinea del preambolo fu modificato come segue: «Dopo c l1e, con le comuni fron. tiere, fissate per sempre, tra la Germania e l'Italia, è stato creato un ponte sicuro per l'aiuto ed il sostegno reciproco, i due Govemi riconfermano la politica che è stata già da loro precedentemente fissata nelle sue basi e nei suoi scopi e che si è dimostrata ricca di successo tanto per lo sviluppo degl i intersssi dei due Paesi quanto per la siéurezza della pace in Europa». 'M. MAGISTRATI, Berlino 1939 cit., p. 58.


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Pertanto il FiJhrer si riserva il diritto di dare l'ordine decis ivo di attacco. Non deve esservi conllitto contemporaneo con l'Occidente, c ioè con la Francia e l'Inghilterra. Se non si sarà certi che il confl itto tedesco-polacco non condurrà alla guerra con l'Occ idente, si dovrà combattere anzitutto contro l' Inghilterra e la Francia . Perciò il punto fondamentale è che il conflitto con la Polonia - da iniziare con un nostro attacco - sarà coronato da successo soltanto se le Potenze occidentali verranno tenute lontane da esso. Se questo fosse imposs ibile, allora sarà meglio attaccare in occidente e contemporaneamente sistemare la Polonia. L' isolamento della Polonia è questione di abilità politica (... ). Le relazioni economiche con la Russ ia sono possibil i solo se i rapporti politici sono migliorati ( ...). Non è imposs ibile che la Russia mostri di d is interessarsi della distruzione della Polonia. Qualora la Russia dovesse compiere passi per opporsi a noi, le nostre relazioni col Giappone potrebbero diventare più strette(. .. ). Il FOhrer dubita che un accomodamento pacifico con l'Inghilterra sia possibile. È necessario prepararsi ad una resa dei conti. L'Ingh il terra vede nello sviluppo della Germania il formarsi di una egemonia destinata ad indebolirla. Perciò 1'Inghilte1rn è nostra nemica ed il conflitto con quella nazione è un problema d i vita o d i morte. Come sarà questo conjlit10? L'Inghilte1Ta non può fi nire la Germania con pochi colpi micid iali e costringerci alla resa. Per l'Inghilterra è d' icnpo1t anw decisiva portare la guerra il più vicino poss ibile alla Ruhr. Non verrà risparmiato il sangue francese (il val lo occidentale!). La durata della nostra resistenza dipende dal possesso della Ruhr ( ... ). Le basi aeree olandesi e belgl1e devono essere occupate mi li tarmente. Le dichiarazioni di neutralità possono essere ignorate. Se l'Inghilterra vuole intervenire nella guerra con la Polonia, dovremo sferrare un fu lmineo attacco contro l'Olanda. Dobbiamo mirare a stabilire una linea di difesa in territorio olandese all'altezza dello Zuidersee (...). L' obiettivo è quello di infliggere al nemico fin dall 'inizio un colpo micidiale se non addirittura mortale; le considera.rion i circa il giusto e l' ing iusto e il valore dei trattati es ulano da l problema. Ciò sarà possibi le solo se non 'scivoleremo' in una guerra con la Gran Bretagna a causa della Polonia. Occon·e far preparativi sia per una guerra di lunga dumta sia per un attacco di sorpresa, e dev'essere stroncato quals iasi tentativo dell 'Inghi lterra di intervenire nel continente. L'esercito deve provvedere ad occupare importanti posiz ioni per la flotta e per la L11frwajf'e. Se riusciremo ad occupare ed a tenere l'Olanda ed il Belgio ed in ol tre a sconfiggere la Franc ia, avremo creato le basi per una guerra vittoriosa contro l'Ingh il terra. Allora la Luftwaffe potrà serrare da vicino l'Inghilteirn partendo dalla Franc ia occidentale e la floua potrà stabi lire un blocco di più vasto raggio mediante i sommergibili (...)>>'.

Data l'eventualità di una gue1Ta generale, Hitler stabilì che i programmi di annamento fossero completati entro il 1943-44. E dichiarò anche che, costituendo la segretezza un fattore dete1minante di successo, gli obiettivi tedeschi venissero tenuti nascosti sia all'Italia sia al Giappone. Si è, dunque, in un quadro sensibilmente differente dai programmi sintetizzati da Ribbentrop e da Goering, comunque è possibile che il riferimento più volte fatto dai tedeschi ai quattro o cinque anni d i pace sia stato manifestato

'The Tria/ <fGerma11 Major War Criminals before 1he Militmy Tribuna[ (i corsivi conispondono a sottolineature nell'orig inale scritto dal ten.col. Schmundt) in M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patto d'Acciaio cit., pp. 358-360 e W. s~11RER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 527-530.


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senza intenzione di ingan nare l'alleato. Solo che Hitler pensava in tennini di guerra generale e non di g ue1Ta locale. Dove mentiva era sulla questione polacca; dove agiva in malafede era in tema di consultaz ioni reciproche. Intanto, la sera del 30 maggio Ribbentrop telegrafò all'ambasciatore tedesco a Mosca, von Schulenburg: «contrariamente alla tattica prevista fino ad oggi, abbiamo deciso di stabilire ora un certo contatto con l'Unione Sovietica» 1• A Roma Mussolini non poteva essere pienamente soddisfatto di un documento così impegnativo. Dopo mantra riflessione, perciò, pensò bene di indirizzare una lettera personale a Hitler per ricordare senza possibilità di equivoco l' interpretazione che egli dava agli articoli del trattato. Forse anche fu spinto dal desiderio di mostrare la prop1ia ampiezza di veduta in campo strategico 2. Il promemoria fu inviato a mezzo del gen. Cavallero, nominato vicepresidente delle Commissioni previste dal trattato, e consegnato a Ribbentrop il 3 giugno. Era concepito come segue: «Ora che l'Alleanza fra Italia e Germania è fissata e troverà in ogni momento, secondo la lellera e lo spirito del Trattato, la sua piena applicazione, ritengo opportuno esporre quamo io penso sulla s ituazione attuale e sui suoi probabili svi luppi futuri . I. La guerra frn le naz.ioni plurocr:itiche e qu indi egoisticamente conser valric i e le nazion i popolose e povere è inevitabile. Data questa premessa, bisogna prepararsi. 2. Con le posizioni strategiche conquistate in Boemia e in Albania, le Po1en1..e dcli' Asse hanno in mano un elemento fondamentale di successo. 3. Ho s piegato in una memoria a von Ribbcntrop, all 'epoca del convegno di Milano, i motivi per cu i l'Italia ha bisogno di un periodo d i preparaz ione che può andare a tu tto il 1942. fasi sono ( ...).' Per tutte queste ragioni l' Italia fascista non desidera di anticipare una gue1Ta di carattere europeo, pur convinta che essa sia inevitabile. Si può anche pensare che fra tre anni il Giappone abbia condotto a termine la sua guerra in Cina. È prevedibile che il Triango lo Londra-Parigi-Mosca cercherà - in tempo di pace - di danneggiare in tutti i modi le Potenze cieli' Asse, specialmente da l punto di vista economico e morale. Sul terreno economico si risponderà sviluppando sino all'estremo i piani autarchici e sul tC1Teno morale contrattaccando su tutti i campi. 4. Oltre all 'azione di sabotaggio materiale vero e proprio - attentati, etc. - ogni sforzo dovrà essere intrapreso per incrinare l'unità interna dei nem ici col favori re i movimenti antisemiti, coll 'aiutare i movimenti pacifisti (caso Paul Faure in f'rancia), col patrocinare le autono1nic regionali (/\)sazia, Bretagna. Corsica, Irlanda), coll'accelerare la decomposizione dei costumi, coll'eccitare alla rivolta le popolazioni coloniali. L'ingresso della Russia bolscev ica nell 'Occidente - condotta per mano da Londra - è un elemento indubbiamente favorevole allo sviluppo di questi piani.

1

W. SHIRER, Storia del Terzo Reich cit.. p. 536. 'Kordt com mentò nelle sue memorie: «I cenn i generali ci rca la preparazione e la condotta di un eventuale confl ilto nell'anno 1943, cbe erano contenuti nella lellera d i Mussolini, sono un tipico esempio della mancanza cli scrupoli del suo carattere e dell'ampollosa idiozia delle sue espressioni. Non vale la pena di entrare nei particolari» (E. KORDT, Wa/111 1111d Wìrk/ichkei1 cit., p. I SO). ; Qui Mussolini riponò integralmente i motivi indicati nell'appunto del 4 maggio per Ciano in vista del! ' incontro con Ribbentrop.


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5. Dal punto di vista strategico le nazioni ad occidente possono considerarsi «murale», cioè praticamente inattaccabili per forze di terra. Si può quindi prevedere una difensiva reciproca sul Reno e sulle Alpi e in Libia. Viceversa le forze metropolitane e coloniali in Etiopia possono iniziare operazioni offensive contro le colonie francesi e britanniche confinanti. Ad occidente la guerra assumerebbe quindi un carattere predominante aereo-marittimo. Con la conquista dcli' Albania, il problema navale italiano è notevolmente alleggerito.L'Adriatico è un mare interno che può essere ermeticamente chiuso. 6. Solo verso oriente e verso sud-est la guerra può assumere un carauere dinamico. Polonia ed altri Stati garantiti dovranno fare assegnamento su se stessi e potranno essere parai izzati prima che giunga un concreto aiuto, anche dalla confinante Russia. 7. La guerra che le grandi Democrazie preparano è una guerra di usura. Bisogna quindi partire dal l' ipotesi più dura, che è la possibile al cento per cento. L'Asse 11011 riceverà più nulla dal resto del mondo. Questa ipotesi sarebbe grave, ma le posizioni strategiche conquistale da l!' Asse ridu cono di molto la gravità e il pericolo di una guerra di usura. A tale scopo, s in dalle prime ore della guerra, bisogna impadronirsi di tutto il bacino danubiano e balcanico. Non contentarsi di dichiarazioni di neutralità, ma occupare i territori e sfruttarli ai fini dei rifornimenti bellici alimentari e industriali. Con questa operaiione, che dovrebbe essere fulminea e condotta con decisione estrema, non solo si metterebbero fuori combauimento i «garantiti», cioè Grecia, Romania e Turch ia, ma si avrebbero le spalle sicure. In questo gioco noi possiamo contare su due pedine favorevoli: l'Ungheria e la Bulgaria. 8. L'It:ilia può mobilitare proporzionalmente un numero maggiore di uomini che la Germania. A una abbondanza di uomini corrisponde una modestia di mezzi. L'Italia - nel piano bellico - darà quindi più uomini che mezzi; la Germania più mezzi che uomini. Desidero sapere se le considerazioni su esposte incontrano l'approvazione del Filhrer. Nel qual caso bisogna che su tali direttive si preparino i piani degli Stati Maggiori» '.

A Berlino si comprese benissimo che Mussolini ripeteva a Hitler alcune idee già esposte a Ribbentrop, desiderando «evidentemente che le sue spiegazioni, fornite in tal modo, venissero considerate come l'interpretazione vincolante dei principi basilari per la comune politica futura delle Potenze dell'Asse» 2 • Il 6 giugno Ribbentrop incaricò Attolico di far sapere a Roma che il Fu.hrer ringraziava e comunicava, genericamente, di essere «in linea di massimà» d'accordo con le considerazioni riportate nel documento, però avrebbe gradito, quando possibile, un incontro personale con il Duce, per esempio al Brennero, per discutere con lui su alcuni punti 3 • La 'risposta' di Hitler fu presa da Mussolini quale piena conferma della validità della sua interpretazione, tanto che il Memoriale Cavallero (come fu denominato il documento) venne distribuito, per opportuna conoscenza e nonna, a tutte le più alte cariche dello Stato. Invece Kordt così ricordò: «La lettera terminava con la richiesta se le idee in essa

1 Mussolini a Hitler in data 30.5.1939, DDT, g• serie, XII, doc" 59. Originale autografo Memoria/e dopo l'allea11 w Berlino-Roma in data 27.5.1939. Un utilé commento alla stipulazione del Patto d'Acciaio sta in P. PASTORELLI, La diplomazia italiana e la guerra in Commissione Italiana di Storia militare, l'Ttalia in guerra, I, Roma 1991, pp. 141-149. 'E. KORDT, Wahn und Wirk/ichkeit cit., p. 149. ' Attolico a Ciano in data 6.6.1939, IMd, s• serie, Xll, doc. 130. Invece dell' incontro in questione ebbe luogo il con vegno di Salisburgo fra C iano e Ribbentrop e Hitler.


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esposte in linea di massima combaciavano con quelle di Hitler. Quest'ultimo tralasciò di dare in proposito una 1isposta definitiva prima della crisi di agosto» 1• Parlando con Cavallero, Ribbentrop chiarì il proprio pensiero sulla istituenda commissione politico-militare: il lavoro di questo organismo, che avrebbe dovuto rivestire carattere riservato, si traduceva nel concretare, secondo le direttive superiori, le linee generali della condotta politico-militare della guerra, provvedendo a quell'azione di coordinamento che via via si fosse resa necessaria. Cavallero osservò che in questa ottica il lavoro della commissione appariva rivolto esclusivamente al futuro, mentre occorreva occuparsi anche e soprattutto della preparazione e che pertanto bisognava risolvere problemi di coordinamento attuali tanto in campo strettamente militare, quanto in quello dell'economia di gueITa. Il capo dell'Auswartiges Amt annuì, ma non si soffermò sulla questione, tenendo invece a precisare che la commissione tedesca sarebbe stata fo1mata da tre soli membri - lui stesso o il vice-presidente, von Weiszacker, il gen. Keitel ed w1 altro generale da designare - e di conseguenza era opportuno che la commissione italiana non superasse i tre o quattro rappresentanti, compreso un funzionario degli Esteri 2 . Keitel, che si incontrò con Cavallero il 10 giugno, mise in evidenza che l'esame dei problemi politico-militari sarebbe derivato dall'indirizzo strategico stabilito dai due Capi e da questo esame dovevano scaturire le direttive per le singole forze armate e per la commissione economica. Al riguardo sottolineò che, quale capo dell'O.K.W., egli disponeva di una sezione che si occupava di tutta la produzione bellica del Reich, compreso l'approvvigionamento delle materie prime. Per quanto concerneva la definizione dell'indirizzo politico, Keitel accennò alla possibilità di un incontro, durante l'estate, fra Mussolini e Hitler; dopo di che passò ai contatti militari. La collaborazione in oggetto, a suo avviso, doveva continuare a svolgersi fra le rispettive singole forze annate, utilizzando anche gli addetti militari. Per sua parte, egli avrebbe ricevuto i risultati dei distinti colloqui, li avrebbe coordinati ed avrebbe predisposto il materiale per il lavoro della commissione politico-militare. Tutto ciò collimava con il punto di vista italiano, però Cavallero, quando seppe che ia presenza nella commissione tedesca di elementi della Kriegsmarine e della Luftwaffe era stata esaminata e deliberatamente scartata, chiese che venisse accettata l'eventuale inclusione nella commissione italiana di membri di tali forze armate, naturalmente a titolo personale e non in qualità di rappresentanti della marina e dell'aeronautica 1 .

1

E. Ko1rn, Wahn 11n.d Wirklichkeit cit., p. 150.

2

Cavallero a Ciano in data 6.6.1939, DDI, 8' serie, XII, doc. 134.

' Cavallero a Ciano in data 10.6.1939, ibidem, doc. 182.


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Cavallero rientrò a Roma l' 11 giugno e presentò a C iano un promemoria riepilogativo circa costituzione e compiti degli organismi previsti dal Patto d'Acciaio: commissione politico-militare, commissione economica e segreteria permanente'. In margine al Memoriale Cavallero, si deve accennare ad alcune discrepanze. Nel «Riassunto degli avvcnimenli precedenti l 'entrata in guerra», allegato al diario storico del Comando Supremo 2, il maresciallo Badoglio scrisse che il 28 maggio 1939, recatosi da Mussolini, ebbe copia del documeto (datato 27 maggio) e che «in relazione a ciò» fu incaricato di compiere ispezioni alla frontiera occidentale libica ed in Albania. Tmto qui. Nelle sue memorie, invece, Badoglio si espresse in termini ben differenti: «Appena ricevutolo [quindi non brevi manu] mi recai da Mussolini per esporgli la mia opinione». La sua opinione si riassumeva nel non poter garantire che le forze armate fossero pronte per il 1943, tuttavia «avevo dato la ques tione da studiare ai capi di Stato Maggiore» affinché compilassero i rispeuivi programmi di riarmo. Mussolini allora gli avrebbe assicurato la nessuna limitazione( !) per il finanziamento e, quanto alla data del 1943, gli avrebbe detto di considerarla «puramente indicativa». Non appena tornato in ufficio, Badoglio, sempre a suo dire, volle mandare a Mussolini una lettera per confermare che: «le forze armate, come a lui ben noto, esclusa la Marina, erano in istato di assoluta impreparazione»; avrebbe posto subito allo studio il problema fondamentale del rinnovo degl i armamenti e, a studio concretato e ad industrie interpellate, sarebbe stato i.n grado di indicare la data di approntamento dell'esercito e dell'aeronautica; lo avrebbe poi infom1ato settimanalmente circa l'andamento dei lavori; occotTeva, comunque, iniziare immediatamente l'acquisto all'estero delle materie prime di cui l' Italia difettava 3• Ora se, come accertato, la diramazione del Memoriale Cavallero (consegnato a Ciano il 28 maggio) venne fatta in forma segretissima al Re ed alle più alte caiiche dello Stalo interessate solo al ritorno di Cavallero da Berlino, evidentemente c'è confusione di data. Ad ogni modo è strano che nel riassunto compilato dallo stesso Badoglio, e allegato al diario storico del Comando Supremo, non esista u·accia della lettera che Badoglio avrebbe scritto a Mussolini per puntualizzare la situazione. A Tokio, al di fuori dei discorsi di facciata fatti da Ribbentrop, si stava formando l'impressione cli un diminuito interesse delle Potenze dell'Asse per

1

Cavallero a Ciano in data 25.6.1939, ibidem, doc. 349. Diario Storico del Comando Supremo cit., I, tomo Il, doc. I. ' P. BADOGLIO, L'Italia nella seconda g11erra 111011diale, Mondadori, Verona 1946, pp. 24-25. i


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un patto triangolare, ma senza suscitare molta delusione. Anche perché i problemi con i quali il governo giapponese era alle prese richiedevano la massima concentrazione. Dal luglio 1937 l'espansione nipponica in Cina si era trasformata in una guerrn aperta contro il governo di Ciang Kai Scek, cercando di averne ragione principalmente con il tagliare le v ie di comunicazione dal Tonchino e dall'Unione Sovietica (attraverso la Mongolia ed il Sinkiang), che consentivano i rifornimenti di anni e munizioni. Poiché questa azione dette luogo a veri e propri combattimenti di frontiera con le trnppe sovietiche, il Giappone avrebbe voluto che il Patto con Germania e Italia fosse rivolto contro l' U .R.S.S .. Le idee di Tokio sulla situazione veru1ero riepilogate clall'aclcletto navale italiano, cap. vasc. Giorgis, in un lungo ed esauriente rapporto, nel quale ebbe cura di mettere a fuoco il problema di fondo: la costituzione del nuovo ordine in Estremo Oriente. «È questo - scrisse Giorgis - l'obiettivo ufficia lmente sancito dell'attuale guerra( ... ). Ma in cosa consista questo nuovo ordine nessuno lo sa. Inuti lmente lo hanno chiesto al governo giappo· nese anche gli ambasciatori di Inghilterra e di America( ... ). Il nuovo ordine sarà quello che si po1rà instaurare ( ... ). Per gli ambienti dell 'Esercito, il nuovo ordine vuol dire soprattutto l'occupazione militare della Cina (come è già stato fatto per il Manciukuò): una enorme testa di ponte su l continente sulla quale organizzare una forza armata di entifa mai prima sognala, una base di partenza di potenzia· lità infinita che darebbe partita vinta per qualsiasi ulteriore azione contr o la Russia, a nord, contro l'Indocina ed anche le Ind ie, a sud ed a sud-ovest. Per gli ambie nti della Marina, il nuovo ordine vuol dire la possibilità ( ...) di poter indirizzare l'ulteriore espansione nipponica verso il sud su i campi petrolieri delle Indie Olandesi, sulle Fi lippine, s ulla Males ia. Per gli ambienti industriali e capitalisti il nuovo ordine vuol dire invece le materie prime (cinesi) a disposizione, la mano d'opera (cinese) a prezzo ancor più basso di quella giapponese, un mercato di consumo (400 milioni d i cinesi) con potenzialità di assorbimento illimitate(...). Per il prolifico popolo giapponese il nuovo ord ine vuol dire spazio per viverci( ...)» .

Naturalmente, spiegava Giorgis, non poteva trattarsi di conquista pura e semplice, bensì di costituzione cli un Blocco di cooperazione Estremo-orientale, guidato dal Giappone 1•

3. LA CRISI

DI AGOSTO

Durante l'estate la febbre per la questione polacca cominciò a salire. A Roma, però, regnava un sostanziale ottimismo unito ad una buona dose di ingenuità politica. Il 3 luglio Ciano annotava che,.per quanto il problema cli Danzica oscurasse il panorama europeo, si sentiva calmo, pensando «lrattarsi di un falso allarme: sta di fatto che i Tedeschi non hanno detto una parola in merito,

' G iorgis a JV!ussolini in data 27.5.1939, ibidem, doc. 49.


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il che non potrebbe non calarsi con gli impegni del Patto» 1• Una qualche incertezza poteva scusarsi tenendo presente che da Berlino pervenivano valutazioni discordanti. Attolico era diffidente nei riguardi dei tedeschi e pessimista sugli sviluppi della situazione; Magistrati, primo consigliere d'ambasciata (e cognato di Ciano), inclinava all'ottimismo. E Ciano preferiva credere a quest' ultimo. Il 20 luglio Attolico segnalò la probabilità di un colpo di mano germanico su Danzica per il 14 agosto. «Ma è possibie che tutto ciò avvenga a nostra insaputa, anzi dopo le tante proteste pacifiche fatte dai camerati dell'Asse?» Si chiedeva Ciano 2 e il giorno seguente registrò, sollevato, la conferma da parte di Magistrati, convocato a Roma, di quanto immaginato: «l'essersi, cioè, Attolico, lasciato andare ad una crisi di panico non del tutto giustificata». Risultato: ordinò ad Attolico che Magistrati paitecipasse a tutti i negoziati'. Mussolini fremeva. Era sempre intenzionato ad incontrarsi con Hitler, ma benché volesse in tale sede ribadire quanto specificato nel memoriale Cavallero e giungere a propoITe all'alleato di lanciare dal Brennero l'iniziativa per una conferenza europea capace di discutere e risolvere i problemi del momento, ponendo così sul tappeto i desiderata della Germania e dell'Italia, manifestava nel contempo un pericoloso, e strano, consenso senza riserve nei confronti delle decisioni che Hitler avesse voluto prendere. Nelle istruzioni dettagliate, infatti, che fece inviare ad Attolico, sono sintomatiche la premessa e la conclusione. Cominciò con l'affermare: «Occorre dire innanzi tutto in forma chiara e senza malintesi che se il Fi.ihrer ritiene sia veramente oggi giunto il momento opportuno per una guerra, l'Italia è disposta ad acconsentire al cento per cento. Se la Germania fosse obbligata a mobilitare, l'Italia farà altrettanto e contemporaneamente, intendendo mantenere con tutte le sue forze i suoi impegni. Questo sia, come già detto, chiaro ( ... )»,

e finì: «In conclusione il Duce si ripromette di commentare quanto sopra personalmente al Fi.ihrer nel!' incontro al Brennero. Questo proposito, si ripete ancora una volta, vale solo nel caso che il Fi.ihrer non preferisca invece g iocare subito e in pieno l'alleanza militare e politica italo-tedesca»'.

Non appena ricevette il documento, Attolico si affrettò a recarsi da Ribbenu·op (25 luglio) per illustragli il pensiero di Mussolini. II ministro tedesco ascoltò attentamente, chiedendo spesso spiegazioni e chiarimenti e riservandosi

'G. CIANO, Diario cit., p. 318. ' Ibidem, p. 320. ; Ibidem, p. 321. "Istruzioni di Mussolini date a Magistrati per Attolico in data 24.7.1939, DDI, 8" serie, XIl, doc. 662.


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di informare dettagliatamente il Fi.ihrer. Non fece commenti personali, ma lasciò comprendere che l'idea di una conferenza internazionale tutto sommato non sarebbe stata bene accolta, ritenendo che all'estero potesse venire interpretata come segno di debolezza'. Comunque si espresse «in maniera da far ritenere come poco probabile e soprattutto come poco prossimo un eventuale colpo di mano cui la Gemrnnia non fosse costretta da un'intollerabile provocazione politica» 2• Disse anche che un conflitto non era, in quelle circostanze, auspicabile e che la Germania avrebbe agito contro la Polonia solo se sicura del suo isolamento. Ciano si tranquillizzò: era sempre più evidente la «cantonata» presa dall'ambasciatore, difatti Ribbentrop aveva confermato «la ferma volontà germanica di evitare il contlitto per un ancora lungo periodo di tempo» 3• Hitler, pur nutrendo sulla conferenza le stesse perplessità già avanzate da Ribbentrop, trovava utile un incontro con il Duce per discutere di tutte le eventualità, giacché «non gradiva fare, di sua propria iniziativa, nulla che potesse compromettere l'Italia», ma Attolico, sempre tramite Ribbentrop, fece presente che se l'impressione ricevuta nella recente conversazione era esatta, e cioè se non erano da prevedersi prossime complicazioni internazionali e se, d' altra parte, permanevano dubbi sull'opport1mità cli una conferenza, sembrava preferibile il rinvio dell'incontro, anche per dar modo di prepararlo convenientemente. Dopo tutto, la citata precedente conversazione aveva chiaramente rivelato che la situazione non appariva matura per una soluzione, quindi delle due l'una: o si intendeva passare senz'altro alla guerra, eventualità della quale l'Italia non rifuggiva, ed allora non rimaneva effettivamente che consultarsi al più presto sul da farsi; oppure si era disposti ad attendere che la situazione si fosse nettamente chiarita sì da far int.ravedere una soluzione suscettibile di essere anmmciata in un incontro fra i due capi. «Per concludere - disse Attolico - if changes anfor war l'incontro si comprende ed è anzi necessa1io; ff they are not, esso può essere utilmente differito»•. Hitler fece rispondere il 31 luglio. Si riservava, «forse fra una settimana o dieci giorni, di far conoscere il suo pensiero sulla necessità o meno dell'incontro», in quanto non riteneva di possedere al momento gli elementi nece~sari per un apprezzamento definitivo della situazione» 5• Poco più tardi rinnovò il parere contrario alla riunione internazionale, anche perché avrebbe imposta la presenza dell'Unione Sovietica senza la sicurezza di potervi fare partecipare il

' Al.tol ico a Ciano in data 26.7.1919, ibidem, doc. 677. ' Attolico a Ciano in data 26.7.1939, ibidem, doc. 678. "G. CIANO, Diario ci t., p. 322. ' Attolico a Ciano in data 28.7. 1939, DDI, 8' serie, XII, doc. 7 J7. Ciano si radicò nella convinzione che Attolico avesse preso «un grosso granchio»: «si è spaventato dell a sua ombra (... ). Peccato, perché questo ambasciatore ha reso dei buoni servizi: si è lasciato trascinare dal panico della guerra (... )» (G. CIANO, Diario cit., p. 323). 'Attolic.o a Ciano in data 31.7.1939, DDI, 8" serie, XII, doc. 731.


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L'ITALIA NEL 1939

Giappone'. Ciano commentò: «Sono lieto che questo evento, esagerato e quindi ingiuslificato e pericoloso, sia stato evitato, almeno per ora» 2• Ma Attolico non demordeva e il gen. Roatta, addetto militare a Berlino, segnalava concentramenti e significativi movimenti di truppe tedesche alla frontiera polacca. Alla fine Ciano cominciò a pensare ad un suo incontro con Ribbenrrop per «saper veramente come stanno le cose» 3, incontro che eventualmente poteva servire da preliminare per un successivo abboccamento tra Mussolini e Hitler. L'approvazione di Ribbentrop fu pronta e il 10 agosto Ciano prutì per SalisbLU·go con direttive esplicite ed espresse «con calore» da Mussolini: «Il Duce tiene molto - scrisse nel diario - che io provi ai tedeschi, documenti alla mano, che lo scatenare la gue,rn adesso sarebbe una follia. La nostra preparazione non è tale da lasciarci credere sicw-a la vittoria. Le possibilità sono del 50%: così almeno giudica il Duce. Fra tre anni, invece, le possibilità saranno dell'80%. Mussolini ha sempre in mente l'idea di una conferenza internazionale>>'. L' 11 agosto ebbe luogo il colloquio con Ribbentrop.11 capo dell'A11swar1iges Ami non nascose di reputare ormai inevitabile lo scontro armato fra Germania e Polonia. I motivi che addusse erano speciosi, ma ad essi ora aggiungeva l'onore del Reich. Agli accenni fo1mulati eia Ciano circa il rischio di un conflitto di dimensioni europee, Ribbentrop oppose il rifiuto puro e semplice di considerare l'ipotesi come realistica e comunque preoccupante. Partiva, e ripeteva ad ogni obiezione, da due assiomi: primo, che il conflitto non si sarebbe generalizzato e l'Europa avrebbe assistito impassibile «all'implacabile stritolamento» della Polonia; secondo, che anche se Francia e Gran Bretagna avessero voluto intervenire non sarebbero state in grado di recare offesa alla Gcnnania e la guerra sarebbe terminata certamente con la vittoria dell'Asse. A complemento di tale placida sicurezza, Ribbentrop aggiunse un ancor più tranquillizzante giro d'orizzÒnte: la Russia non sarebbe intervenuta perché erano in corso contatti fra Berlino e Mosca (al che Ciano rimarcò - senza che Ri.bbentrop battesse ciglio l'inosservanza delle famose «consultazioni» continue); Belgio e Olanda neutrali e pronte a difendere le rispettive neutralità; Turchia scontenta dell'accorcio con la Gran Bretagna e priva di ogni possibilità d i dare un concreto contributo; Romania incerta e non tale da preoccupare; Stati Uiùti orientati alla neutralità ed all' isolamento (grazie all'opera di propaganda svolta da Ribbentrop «a base di stampali»). Per la Jugoslavia il discorso si trasfonnò in un suggerimento: essa era infida e debole, quale migliore occasione della crisi polacca, per l'Italia, di

' Allol ico a Ciano in data 31.7. 1939, ibidem, doc. 732.

' G. C1ANO, Diario cit., p. 323. ' Ibidem, p. 325. • Ibidem, p. 326. li 7 luglio Mussolini aveva dichiarato con sussiego al nuovo ambasciatore inglese, Percy Loraine; «Dite a Chamberlain che se l'Inghilterra è pronta a combattere per difendere la Polonia, l'Ital ia è decisa a prendere le arm i per la sua alleata Germania» (ibidem, p. 319).


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liquidare la sua partita con Belgrado in Croazia ed in Dalmazia? In definitiva, stando così le cose, si presentava alla Gennania un'occasione quanto mai favorevole e quindi era ovvio approfittarne. Ciano mise in atto tutta la sua eloquenza e documentò i motivi per cui evitare un conflitto rivestiva la massima importanza per l'Asse; ma Ribbentrop non volle nemmeno entrare nella discussione cli merito. Rifiutò di prendere in considerazione l'eventualità di negoziati internazionali per risolvere la crisi, perché, trn l'altro, un simile gesto sarebbe stato giudicato una debolezza del1' Asse. Rifiutò cli dare p recisazioni sui prossimi eventi perché «ogni decisione era ancora chiusa nel petto impenetrabile del Fiiher». Dopo dieci ore di discussioni, Ciano gettò la spugna 1• Il giorno seguente, a Berchtesgaden, il ministro italiano verme ricevuto da Hitler. Il Fi.ihrer si soffermò, naturalmente, sulla Polonia. La Germania aveva già schierate alla frontiera polacca forze pari ad un milione di uomini con una schiacciante superiorità di artiglieria e di aviazione, quindi la questione era molto semplice e sarebbe stata liquidata entro il 15 ottobre. Ripeté i soliti motivi della guerra: provocazioni, maltrattamento della minoranza tedesca ecc, e ne aggiunse uno, pungente per l'Italia. «Ripeté per ben due volte - scrisse Ciano - e con molta energia che il ritiro degli allogeni dall'Alto Adige è stato un duro colpo al prestigio gem1anico e suo personale», il che adesso lo obbligava ad una maggiore intransigenza verso la Polonia. Poi anch'egli consigliò l'Italia a «cogliere la prima occasione [cioè l'attacco tedesco alla Polonia] per smembrare la Jugoslavia occupando la Croazia e la Dalmazia» e Ciano notò subito che non nominava la Slovenia. Passando ai prevedibili sviluppi della situazione generale a seguito dell' azione tedesca, egli si dilungò a dimostrare giustificato l'ottimismo di Ribbentrop. Allora Ciano ricordò l'intesa di non prendere iniziative foriere di conseguenze belliche per almeno due o tre anni. Hitler riconobbe giusta l' obiezione, ma spiegò che le provocazioni polacche, la situazione europea ecc, rendevano urgente l'intervento del Reich. Poiché, d'altronde, esso non avrebbe provocato un conflitto generale, era «quindi certo che, per quanto concerne l'Italia, egli non dovrà chiedere l'aiuto secondo l'impegno esistente)). A parte il fatto che, secondo tale ragionamento, ove invece fosse scoppiata una guena generale, la Germania avrebbe preteso l'aiuto italiano, Ciano insisté sull'indispensabile periodo di pace e Hitler ascoltò «con molto interesse, ma senza fare osservazione alcuna 2 .

' Verbale colloquio Ciano-Ribbentrop in DDI, 8' serie, Xlli, doc. l. Cfr. R. MOSCA, L'E11ropa verso la catastrofe cit., ll, pp. 78-8 I. ' Verbale primo coHoqllliO Hitler-Ciano in DDI, 8' serie, XIII, doc. 4. Durante il colloquio, Hitler ricevette «un telegramma da Mosca». Lo lesse e poi disse a Ciano con una certa enfasi: «I russi sono d'accordo che venga inviato a Mosca un diplomatico tedesco per condu1Te negoziati politici» (W. SHtRER, Storia del Terzo Reich cit., p. 555).


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Il 13 agosto Ciano rivide Hitler per un secondo colloquio, molto breve. Quando, con intenzione, tornò sulla temuta prospettiva di una guetTa generalizzata, il Fi.ihrer tagliò corto affermando che, ove tale «assurda» ipotesi si fosse verificata, ciò avrebbe significato che le due Potenze occidentali «avevano ormai deciso la lotta ali' Asse e, anche senza l'attacco tedesco alla Polonia, non avrebbero lasciato trascotTere questi anni di preparazione che potevano appa1ire utili all'Italia ed alla Germania>> 1• Durante l'incontro Hitler aveva detto a Ciano di reputare preferibile non diramare un comunicato sulla riunione, in modo da avere «le mani libere per qualsiasi decisione o qualsiasi soluzione», ma, appena partito il ministro italiano, la D.N.B. diramò un comunicato annunciando che i colloqtù avevano preso in esame tutti i problemi del giorno, compreso quello di Danzica, e si erano conclusi in piena identità di vedute, per cui non avrebbero avuto luogo altre conferenze. Attolico, infuriato, accusò apertamente i tedeschi di malafede, avvertì l'ambasciatore inglese Henderson dell' imminenza della guerra e rnise in guardia Ciano perché con quel comunicato i tedeschi avevano inteso legare l'llalia alla Germania, dopo l'attacco di questa alla Polo1ùa 2• Rientrato a Roma, la sera stessa Ciano si sfogò con Mussolini, dichiarandosi «disgustato della Germania, dei suoi Capi, del loro modo di agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un'avventura che non abbiamo voluto e che può compromettere il Regime ed il Paese». E aggiunse che, dato il comportamento tedesco, l'Italia si lrnvava con le maru libere ed aveva quindi il diritto di dichiarare che non sarebbe entrata in una guetTa non voluta né approvata. «Le reazioni del Duce - annotò più tardi - sono di varia natura. Dapprima mi dà ragione. Poi dice che l'onore lo obbliga a marciare con la Germania. Infine afferma che vuole la sua parte di bottino in Croazia ed in Dalmazia» 3 • Queste tre argomentazioni, frutto di impulsi emotivi più che di analisi razionale, cui si sommerà il timore dell'ira vendicativa di Hitler, sono l'esatta espressione dei moti che d'ora in poi si alternaranno nell'animo di Mussolitù condizionandone il comportamento. TI suo primo atto fu la convocazione del maresciallo Badoglio (16 agosto). Gli comun.icò che i tedeschi erano risoluti ad affrontare con la forza il problema

' Verbale secondo colloquio Hitler-Ciano ibidem, doc. 21. 'Altolico a Ciano in data 1.6. 1939, 8• serie, XIII, doc. 36. 'G. CIANO, Diario cit., pp. 327-328. Appena tornato a Roma, Ciano, infurialo, fece raccogliere una documentazione circa l'inosservanza delle assicurazioni date da Berlino al governo italiano. li 14 agosto consegnò il dossier a Mussolini eccitandolo contro i tedeschi: «sono essi i traditori e non dobbiamo avere scrupoli a piantarli in asso» Ma dovette ammettere che Mussolini, di scrupoli, <<ne ha ancora e molti» (ibidem, p. 328). ·


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di Danzica e del Corridoio I e che l'inizio delle operazioni era previsto attorno al 21 di quello stesso mese 2; che secondo Hitler lo scontro armato avrebbe riguardato solo Germania e Polonia; che la questione polacca sarebbe stata risolta dai tedeschi unicamente con i loro mezzi, trattandosi di settore di loro pertinenza; che, perciò, l'Italia non sarebbe stata interessata a fornire né uomini nè materiali. Ciò posto, Mussolini tenne a precisare di essere invece profondamente persuaso che la guerra non sarebbe rimasta localizzata, ma avrebbe indotto «tutte le altre Potenze» a gettarsi nella lotta. Purtroppo non era riuscito a far accettare da Hitler l'ipotesi della possibilità che Francia e Gran Bretagna tenessero fede alla garanzia offerta alla Polonia e il Reich appaiiva dete1minato a proseguire verso un atto di forza. Visto allora che c'era da attendersi lo scoppio delle ostilità a breve scadenza, le direttive che impartiva al capo di S.M. Generale erano così concepite: «I . Qualora nel conflitto tedesco-polacco intervengano Inghilterra e Francia e Stati a loro collegati, noi c i manterremo nella più stretta difensiva, non facendo alcun atto che possa significare adesione all'iniziativa tedesca. 2. Se, nonostante quesw nostro atteggiamento, saremo attaccati dalle Potenze democratiche, ogni sforzo sarà da noi fatto per assicurare l'inviolabilità delle nostre frontiere, sia della Madre Patria sia delle colon ie e, a breve scadenza effettueremo un'offensiva contro la Grecia per tendere a Salonicco. 3. Situazione permettendo, e sol.o dopo aver scatenato moti interni in Jugoslavia, ci impadroniremo della Croa,:ia per usufruire delle notevoli risorse di detto paese,, '·

Naturalmente Badoglio mise subito in evidenza che la partecipazione italiana alla guerra avrebbe colto le forze armate in seria crisi di rinnovazione dei materiali e che la situazione risultava difficile in modo particolare in Libia, a causa del ritardo negli apprestamenti militari, cioè proprio nello scacchiere nel quale, secondo le informazioni di cui si era in possesso, sembrava che l' avversario intendesse produrre lo sforzo più violento. Vale la pena di soffermarsi brevemente sulle predette direttive e sulla replica di Badoglio, entrambe po1tate immediatamente a conoscenza dei capi di Stato Maggiore delle tre forze armate. Nulla da dire evidentemente sulla prima direttiva, più che logica. Quanto alle altre, Mussolini, da w1 lato riconosceva la necessità di concentrare ogni sforzo per assicurare l'inviolabilità delle frontiere,

' Roatta era stato informato da Canaris in confidenza ma intenzionalmente, affinché la notizia fosse portata a conoscenza di palazzo Chigi, che il Flihrer «non ha soltanto l'intenzione di annettere Danzica, ma bensì quella di farla foùta con la Polonia (Er will nicht Danzig aber Polen)», fiducioso che le Potenze occidentali non si sarebbero mosse. Inizio delle operazioni entro due settimane. «Forse Hitler ne sarebbe distolto se il Governo italiano gli comunicasse esplicitamente che non farebbe causa comune» (Magistrati a Ciano in data 16.8.1939, 8" serie, XIII, doc. 67). > Visto che nessuna notizia o documento stanno a suffragare la data del 21 agosto come inizio delle ostilità, è probabile trattarsi di un errore di scrittlu·a (21 anziché 31). ' Diario Storico del Comando Supremo, voi. I, tomo II, al!. 1, app. 5.


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vale a dire della rigorosa difensiva su tutti gli scacchieri operativi; ma dall'allrn in piena tranquillità parlava di offensiva contro la Jugoslavia, sia pure solo a seguito di moti interni, e contro la Grecia. Ora, se veramente la situazione in Libia era giudicata delicatissima, non si comprende come Badoglio non abbia smorzato ogni velleità mussoliniana sollevando obiezioni di principio nei confronti della compromettente dispersione di forze caus ata da una potente offensiva in Balcani.a. E, in ogni caso, perché Salonicco e non Malta? Non soltanto Malta era una delle «sbarre» della prigione in cui si trovava costretta l' Italia, ma gli studi operativi dello Stato Maggiore della marina (documento Zero del 1938), nel considerare la politica dei trasporti marittimi cli alimentazione della guerra in Africa settentrionale partivano dalla premessa che «Malta è caduta in nostro potere», e la D.G.10/A2 affermava che «occorre prevedere l' occupazione di Malta come indispensabile premessa a qualunque nostra operazione in grande scala in Africa settentrionale» '. In quei giorni erano in corso a Mosca colloqui fra il maresciallo Vorosilov e le delegazioni militari francese e inglese, giunte a Mosca per negoziare una convenzione militare. Il 13 agosto, nell'esaminare l'ipotesi di una collaborazione militare sovietica per respingere un' aggressione tedesca, ad un tratto Vorosilov pose una precisa domanda: «Sono la Polonia e la Romania disposte a lasciar che le ttuppe sovietiche entrino in casa loro?». li 18 agosto, Beck, l'uomo forte del governo polacco, disse all'ambasciatore francese Noel che l'Unione Sovietica non aveva «militannente alcun valore» ed il capo di Stato Maggiore dichiarò di non vedere «quale vantaggio si potesse ottenere facendo operare le truppe dell'Armata Rossa in Polonia» contro i tedeschi. Due giorni dopo, lo stesso generale informò l'addetto militare britarulico che «in nessun caso sarebbe stato consentito l'ingresso delle truppe sovietiche in Polonia» e la stessa sera Beck respinse ufficialmente le sollecitazioni anglo-francesi: «Non ammetto che in qualsiasi modo si possa discutere sull'utilizzazione di una parte del nostro territorio da parte di truppe straniere. Non abbi.amo accordi militari con l'U.R.S.S. e non vogliamo averne» 2• Proprio il non del tutto infondato timore che, una volta entrati in Polonia, i russi vi sarebbero rimasti, avrebbe dovuto consigliare di guardare con altro occhio quel «programma minimo» tedesco, cli cui sino all'agosto Hitler si sarebbe probabilmente accontentato, ma Beck oppose un cieco rifiuto al ritorno della città libera di Danzica alla Germ·ania ed alla concessione di un collegamento terrestre di questo con la Prnssia orientale.

' MARIANO GABRIELE, Operazione C 3: Malta, USSMM, Roma 1975, pp. 19-20 e ali. 1. È peraltro possibile che per Salonicco abbia avuto un ce1to peso il trattato anglo-turco di mutua assi stenza nel Mediterraneo del 12 maggio. 'P. R EYNAUD, Memorie cit., pp. 258-259.


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Intanto Hitler stava bruciando i tempi. Il 14 agosto aveva fatto ordinare ali' ambasciatore tedesco a Mosca, von cler Schulenburg, di ottenere per Ribbentrop un' udienza con Stalin. Scopo: specificare che «non c'era nessun problema, dal Baltico al Mar Nero, che non potesse essere risolto con piena soddisfazione per entrambi i paesi». In sostanza, la Gennania era disposta a dividere con l'Unione Sovietica l'Europa orientale, compresa la Polonia. Poiché simile offerta le Potenze occidentali non potevano fare (né l'avrebbero mai fatta), si poteva contare sul!' accettazione di Stalin. Poi Hitler indisse una conferenza militare all'Obersalzberg, per illustrare ai vertici della Wehrmacht i piani cli guena. Parlò delle possibili mosse di Gran Bretagna e Francia: «Un attacco contro il vallo occidentale è improbabile. Una marcia verso il nord attraverso il Belgio e l'Olanda non condurrebbe ad una rapida vittoria e non sarebbe affatto d' aiuto alla Polonia. Tutti questi fatlori rendono improbabile un intervento dell' Inghilterra e della Francia(... ). Nulla le costringe a ciò. Gli uom ini di Monaco non rischieranno ( ... ). Lo Stato Maggiore inglese e quello francese considerano realisticamente le prospetlive di un conflitto armato e sono contrari ad esso(... ). Tutto c iò rafforza il convincimento che l'Inghilterra potrà anche alzare la voce, magari richiamare il suo ambasciatore, e forse metterà un embargo cotale su l commercio, ma che essa non giungerà ad intervenire con le armi nel conllitto».

Ne derivava che la Polonia, isolata, poteva e doveva essere affrontata e liquidata in una o due settimane. Quanto all'Unione Sovietica, si limitò a dire che essa non era affatto «disposta a levare le castagne dal fuoco» ed accennò a contatti discontinui con Mosca. Né von Brauchitsch, comandante in capo dell'esercito, né Halcler, il suo capo cli Stato Maggiore, sollevarono obiezioni di sorta '. La sera del 18 agosto Attolico infom1ò Ciano cli una telefonata di Ribbentrop: lo pregava di avvertire Roma che «le decisioni nella direzione già comunicata a Ciano a Berchtesgaden erano ormai prese» e di venire alla Wilhelmstrasse il giorno seguente per un abboccamento 2• Approfittando dell'occasione, nell' incontro del 19 Attolico rappresentò al capo dell' Auswartige Amt quello che sapeva essere il pensiero cli Mussolini: molto difficile la localizzazione di un conflitto tedesco-polacco perché tutte le infomrnzionì erano concordi nel dare Francia e Gran Bretagna pronte ad entrare in guerra in aiuto della Polonia 3; impossibilità dell'Italia, di sostenere una guerra cli lunga durata. ' Il giorno seguente 250 mi la uomini vennero richiamati per completare il dispositivo occidentale e le corazzate tascabili Graf 11011 Spee e Dewschla11d e ventun sommergibili vennero messi in condizioni di salpare per 'I ' Atlantico (W. SHIRER, Storia del Terzo Reich cit. pp. 560-562). ' Attolico a Ciano in data 18.8. 1939, 8" serie, Xlll, doc. 87. 1 li 17 agosto l'ambasciatore Loraine aveva detto a Ciano esser «sua profonda convinzione» che la Gran Bretagna sarebbe entrata in guerra se la Polonia avesse preso le armi contro la Genr,ania e che «Nessun governo inglese potrebbe adottare una diversa linea di condotta senza esser travolto in poche ore» (Ciano a Mag istrati in data 18.8.1939, ibidem, doc. 62).


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Ribbentrop si limitò a reiterare le proprie convinzioni, al che Attolico subito ricordò la grave situazione italiana in fatto di carbone e oli minerali, ma Rìbbentrop ribatté che la Germania era in condizioni di fornire il carbone e la Russia e la Romania avrebbero dato «prodotti in grande quantità» (senza scendere in specificazioni). Attolico insisté sulla mancanza di accordo nella valutazione della situazione e Ribbentrop, con un certo distacco, osservò essere la mancanza di accordo «non risultata finora» e che nelle recenti conversazioni di Salisburgo e di Berchtesgaden «si è rimasti in definitiva d'intesa con S.E. Ciano che da parte tedesca non si sarebbe mancato di fargli conoscere il momento preciso dell 'eventuale scoppio della crisi, perché anche l'Italia si potesse opportunamente approntare», e d' altronde non era la Germania ad aver scelto il momento né la decisione di fare la guerra. Attolico non replicò, ma concluse che sarebbe rimasto in attesa di sapere se il Fiihrer, dopo aver preso conoscenza del messaggio verbale del Duce, intendeva rispondere o comunque far trasmettere a Roma altre notizie'. La risposta di Hitler, riassunta da Ribbentrop, fu la seguente: le decisioni della Germania, comunicate al conte Ciano, erano già prese; egli, come capo del popolo tedesco, non poteva ulteriormente tollerare le provocazioni polacche; la Germania non aveva cercato la guerra, anzi aveva fatto alla Polonia un' offerta storica alla quale era stato risposto con la mobilitazione; egli continuava a ritenere che la guerra sarebbe rimasta localizzata e che Francia e Inghilterra non avrebbero osato attaccare l'Asse e comunque, in questo caso, difficilmente l'Asse si sarebbe trovata «in condizioni migliori delle attuali per affrontare la partita»; anche se generalizzata, la guerra sarebbe stata di breve durata, considerando la strapotenza dell'Asse; l'Asse ad ogni modo, sarebbe stata in condizioni di sostenere una guerra di lunga durata, perc hé rifornita da Russia e dall'Oriente europeo di ogni necessità 2 • Il 20 agosto Attolico era a Roma. Poiché Ciano si trovava in Albania, egli mise Mussolini direttamente al corrente, dopo di che Anfuso, capo di gabinetto di Ciano, telegrafò a questi dicendogli che la sua presenza a Roma in serata era «indispensabile». 3 Ciano troncò la visita e rientrò immediatamente: «È avvenuto questo - annotò nel diario - , il Duce in mia assenza ha fatto marcia indietro. Vuole ad ogni costo affiancare la Germania nel conflitto che è ormai prossimo. E vuole in serata mandare, tramite Attolico, una comunicazione in tal senso ai tedeschi»•. In un colloquio a tre, a palazzo Venezia, Mussolini dichiarò che era troppo tardi per piantare in asso la Germania e che, se ciò fosse avvenuto, la

'Attolico a Ciano in data 18.8. 1939, ibidem, doc. 102. ' Attolico a Ciano in data 19.8. 1939, ibidem, doc. IOS. 'Anfuso a Ciano in data 20.8.1939, ibidem, doc. 119. ' G. CIANO, Diario cit., p. 331.


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stampa di tutto il mondo avrebbe accusato l'Italia di viltà e di tirarsi indietro di fronte allo spettro della guerra. Ciano rimandò il prosieguo della discussione all'indomani appigliandosi ad una comunicazione di Halifax per Mussolini presentata quel giorno dall'ambasciatore Loraine: mentre si confermava la volontà britannica e francese di rispettare la garanzia data alla Polonia, si diceva che se «da parte autorevole» fosse stata proposta una conferenza sul problema di Danzica, il governo inglese, pur non nascondendo un certo scetticismo sul risultato, l'avrebbe considerata positivamente 1 • Il giorno seguente, Mussolini accolse le insistenze di Ciano e lo autorizzò ad incontrare nuovamente Ribbentrop, questa volta al Brennero, per chiarire le rispettive posizioni dei due Paesi davanti alla crisi imminente. Fu anche compilata una nota per Hitler, che Ciano avrebbe dovuto consegnare a Ribbentrop, nella quale erano indicate quattro eventualità su cui il Duce desiderava conoscere il giudizio del Fiiher: « l. Se la Germania attacca la Polonia ed i.I conflitto rimane localizzato, noi daremo alla Germania l'appoggio cbe ci verrà chiesto.

2. Se la Polonia e gli Alleati attaccano la Germania, noi interverremo a favore della Gennania; 3. Se la Germania attacca Ea Polonia e Francia e lnghilterra contrauaccano la Germania, noi non prendiamo iniziative di operazioni belliche, date le attuali condiiioni della nostra preparazione militare tempestivamente cornutùcate al Ftihrer ed a Ribbentrop. 4. Se eventuali negoziati falliscono per intransigenza altrui e la Germania intende risolvere con le armi la ve1tenza, interveniamo a fianco della Germania,>'.

Insomma, Mussolini voleva mettere le mani avanti per restare fuori dal conflitto ma senza rompere con Hitler, e sperando di assumere, come a Monaco, la posizione di mediatore. Senonché proprio il 21 agosto, alle 23,35 era giunto a Berlino un telegramma da Mosca con il quale Stalin dopo un intervento personale di Hitler, rendeva noto di essere disposto alla stipulazione di un patto di non aggressione. Immediatamente Hitler convocò all'Obersalzberg i capi militari e li ragguagliò sugli ultimi avvenimenti. Premesso, con molta modestia, che «date le qualità politiche di cui dispongo, tutto in realtà dipende da me, dalla mia esistenza» e che l'esistenza del Duce era del pari decisiva, in quanto «se gli succederà qualcosa, la fedeltà dell'Italia all'alleanza non sarà più una cosa certa», venne al sodo dichiarando che la situazione economica della Germania era tale da non consentire di resistere più di qualche anno e che, non avendo altra scelta occorreva agire. D'altronde, le circostanze erano ampiamente favorevoli: nel Mediterraneo una chiara rivalità divideva l'Italia dalla Francia e dall' Inghilterra, mentre in Oriente la tensione si faceva sempre più pesante, tutte cose che non si sarebbero presentate fra due o tre anni. Perciò è meglio che la nostra prova

' Loraine a Ciano in data 20.8.1939, DDI, &• serie, XlII, doc, 117. 'Bozza di lettera per Hitler in data 21.8.1939, ibidem, doc. 136.


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di forza, che non sarebbe prudente rimandare di quattro o cinque anni, abbia luogo ora» '. Tornando alle Potenze occidentali, Hitler esaminò le loro scelte operative: «All'Occidente si offrono solo due possibilità di combatterci: I. il blocco: esso non riuscirà efficace data la nostra autarchia e le risorse che potremo trarre dal l'Oriente; 2. un attacco a ovest partendo dalla linea Maginot. Lo ritengo impossibile. Un'ulteriore possibilità sarebbe la violazione della neutralità olandese, belga o svizzera. Ma l' Inghilterra e la Francia non violeranno la neutralità di questi paesi. Praticamente esse non sono in grado di venire in aiuto alla Polonia.

Poi scartò il timore di una guerra lunga: se il mar. von Brauchitsch avesse contemplato due od anche un solo a1mo per conquistare la Polonia, mai egli avrebbe dato ordine di marciare. «Non ha senso- aggiunse - pensare che l'Inghilterra voglia combattere una guerra lunga». Infine parlò dell'Unione Sovietica: «Il nemico nutriva un'altra speranza, quella che dopo la conquista della Polonia la Russia divenisse nostra nemica. Il nemico non ha tenuto conto della mia grande risolutezza. I nostri nemici sono dei piccoli vermi. Li ho visti a Monaco. Io ero certo che Stalin non avrebbe mai accettato l'offerta inglese(... ). La Russia non ha interesse a tenere in vita la Polonia (...). La destituzione di Litvinov è stata un sintomo significativo. Essa mi è giunta improvvisa, aprendomi gli occhi sul cambiamento di indirizzo di Mosca nei riguardi delle Potenze occidentali. Nel mutare il nostro aueggiamento verso la Russia ho proceduto per gradi. Cogliendo l'occasione del trattato commerciale siamo passati a conversazioni politiche. Infine mi è giunta la proposta da parte russa di un patto di non aggressione. Quatlro giorni fa ho fatto un passo speciale in seguito al quale la Russia ha annunciato ieri che è ormai pronta a firmare tale patto. Il contatto personale con Stalin è già stato stabilito. Dopodomani Ribbcntrop concluderà il trattato. La Polonia si trova ora nella situazione che desideravo( ...). La distruzione dell'egemonia britannica è già cominciata. Ora, compiuta la preparazione politica, la via è aperta al soldato».

Nel pomeriggio, ribadì il concetto centrale: «Anzitutto, distruzione della Polonia. L'obiettivo è l'eliminazione di tutte le forze in grado di operare, non quello di raggiungere una data linea. Quand'anche scoppiasse la guerra ad occidente, la distruzione della Polonia rimarrà l'obiettivo principale. Un esito rapido delle operazioni, in vista della stagione. Quanto alla propaganda, troverò qualche spiegazione per lo scoppio della guerra. Non importa se plausibile o no( ...)»'·

Il giorno dopo la riunione, 23 agosto, il gen. Halder annotò nel diario: «Il giorno Y resta definitivamente fissato per il 26 sabato»'.

'W. SmRER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 574-575. ' Ibidem, pp. 576-577. Il discorsetto sulla propaganda prendeva spunto da Federico II che nel 1740, quando invase la Slesia, sogghignò: «Intanto me la prendo, poi troverò bene un avvocato che mi giustificherà». 'Ibidem, p. 578.


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Dal canto suo, Ribbentrop, raggiunto telefonicamente da Ciano per combinare un incontro, fece sapere di essere in procinto di recarsi a Mosca per la firma del patto con l'Unione Sovietica. L'appuntamento desiderato da Ciano venne allora sospeso. La noti.zia del!' accordo russo-tedesco provocò un sensibile disorientamento ovunque. A Roma la «sorpresa» derivò essenzialmente dalla mancanza di notizie preliminari '. Naturalmente la lettera preparata per Hitler non partì e Mussolini diventò «bellicista», annotò Ciano. Tuttavia l'attenzione mostrata in quei giorni dalla Gran Bretagna nel tenere l'Italia al corrente dei contatti con la Germania e, per contro, il silenzio di quest'ultima, unitamente alla presa di posizione del Re, ostilissimo ali' idea di entrare in guerra e per niente disposto ad accettare una mobilitazione generale, provocarono un ripensamento in Mussolini, che fece scrivere un altro telegramma per Attolico, con l'incarico di avvisare Berlino che, nel caso di un conflitto generalizzato provocato dall'attacco tedesco alla Poloni.a, l'Italia si sarebbe astenuta dal partecipare in considerazione della sua ben nota impreparazione militare. Poi si sforzò di frenare le velleità di Hitler: «In tali condizioni - scrisse - occorre veramente considerare se sia conveniente lo scoppio immediato di una guerra, oggi che indubbiamente(...) le opinioni pubbliche democratiche appaiono in realtà abbastanza unite ed orientate verso la necessità di un'azione mil itare c.ontro i Paesi auto· ritari. In altre parole, oggi la guerra non sarebbe una sorpresa, mentte viceversa tra i vantaggi grandi delle Potenze dell'Asse è appunto quello di potersi muovere immediatamente, nel momento meno atteso, per ottenere subito i maggiori vantaggi. Con ogni probabilità, tra un certo numero di mesi, le opinioni pubbliche democratiche finiranno per stancarsi dell'attuale esaltazione dei loro nervi e la possibilità di una sorpresa si ripresenterà senza dubbio piu forte (...)» '.

Anche questo messaggio però non partì, perché bloccato da una lettera urgente di Hitler, recata dall'ambasciatore von Mackensen. Nel pomeriggio del 23 agosto, l'ambasciatore inglese Henderson si presentò al Berghof. Doveva consegnare direttamente al Fi.ihrer una lettera personale di Chamberlain, una lettera molto chiara: «È stato affennato che se nel 1914 il Governo di Sua Maestà avesse dichiarato con precisione i suoi intenti, la grande catastrofe sarebbe stata evitata. Sia o meno fondata questa asserzione, oggi il Governo di Sua Maestà è deciso a far sì che questa volta non si verifichi un cosÌ. tragico malinteso. Qualora fosse necessario, esso è pronto a impiegare immediatamente tutte le forze a sua disposizione; e una volta ingaggiata la lotta nessuno potrebbe prevederne il termine( ...)».

' L'aggancio dell'Unione Sovietica, in sé, continuava elemento già preso in considerazione. Non per nulla Vittorio Emanuele III aveva osservato che «Caviglia ha ragione e in questo coincide con Mussolini: tutto sta a chi fa per primo l'alleanza con la Russia» (NINO D'AROMA, Vent'anni : Vittorio Emanuele /Il e Mussolini, Cappelli, Bologna, p. 280). ' R . DE FELICE, Mussolini il Duce cit., Il, pp. 658· 662.


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Ciò precisato, Chamberlain dichiarava che, a suo avviso, non esistevano divergenze fra Germania e Polonia che non potessero essere risolte mediante trattative pacifiche e dava vari suggerimenti 1• A dispetto della sicurezza ostentata davanti a Henderson, Hitler fu scosso dalla evidente risolutezza britannica e anche dalla prospettiva di una conflagrazione generale, talché il mattino del 24 confessò a Weizsacker, il sottosegretario dello Stato agli Esteri, di nutrire molti dubbi sull'Italia. Comunque mantenne ferma la data del 26 agosto per l'apertura delle ostilità. Quella stessa sera ascoltò, con Goering, il resoconto di Ribbentrop sulle accoglienze ricevute a Mosca 2• Ne fu molto soddisfatto, però il problema dell'intervento anglo-francese rimaneva ape1to. Il 25 mattina, allora, spedì a Mussolini wia lunga ed impacciata lettera per spiegare, tardivamente, i motivi per cui non gli era stato possibile tenerlo al corrente dei contatti con Mosca. Il panorama politico europeo, la disponibilità del Giappone ad una alleanza contro l'Unione Sovietica ma non contro la Gran Bretagna, il crescere dell'attrito con la Polonia erano tutte ragioni che lo avevano indotto ad affrettare la conclusione delle conversazioni con l'Unione Sovietica. Fino a quel momento gli era mancata non soltanto «la visione dell'ampiezza che queste conversazioni avrebbero potuto raggiungere», ma anche e principalmente «Ja certezza della possibilità del successo». Insomma, con l'accordo di Mosca si era «creata una situazione politica mondiale completamente nuova, che deve essere considerata come un fortissimo guadagno per l'Asse». A patte ciò, la situazione a Danzica ed alla frontiera tedesco-polacca era diventata «insopportabile». Perciò: «In tali condizioni nessuno può prevedere ciò che si verificherà nell' immediato avvenire( ...). Inoltre posso infine assicurarVi, ancora, Duce, che in situazione analoga io recherò all'Italia una piena comprens ione e che Voi potete fin d'ora essere sicuro del mio atteggiamento in ogni caso del genere» 3 •

A quanto pare, Mussolini non rilevò che tutte le certezze sbandierate in precedenza circa la localizzazione del conflitto erano scomparse. Però, anche se non espressa esplicitamente, era evidente la richiesta del concorso italiano e questo fece nuovamente affiorare qualche scrupolo. L'intervento insistente di Ciano alla fine lo convinse almeno dell'occasione di parlare a Hitler con estrema franchezza. La risposta, inviata tramite Attolico, indicò l'atteggiamento «pratico» dell' Italia nei seguenti termini:

'A. BULLOCK, Hitler. Studio sulla 1ira11nide cit., p. 427. Un «Protocollo segreto addizionale» al patto di non aggressione precisava che, nel caso di mutamenti territoriali e poi itici nei paesi baltici, la frontiera settentrionale della Lituania avrebbe rappresentato la linea divisoria delle rispettive sfere d' influenza della Germania e dell'U.R.S.S.; la linea approssimativa dei fiumi Narew, Vistola e San avrebbe diviso Le sfere d'influenza nel territo· rio polacco. Riserva di decidere «se gli interessi delle due parti rendono desiderabi le il mantenimento di uno Stato polacco indipendente; in tal caso si vedrà come debbono essere delimitate le frontiere di tale Stato» (W. SHIRER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 5,86-587). , Hitler a Mussol ini in data 25.8.1939, ODI, 8° serie, XIII, doc. 245. 1


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«Se la Germania attacca la Polonia e il conflitto rimane localizzato, l'Italia darà alla Germania ogni forma di aiuto politico, economico che le sarà richiesto. Se la Germania attacca la Polonia e gli Alleati di questa contrattaccano la Germania, Vi prospetto l'opportunità di non assumere io l'iniziativa di operazioni bell iche, date le attuali condizioni della preparazione militare italiana ripetutamente e tempestivamente segnalate a Voi, Fuhrer, ed a von Ribbentrop. Il nostro intervento può tuttavia essere immediato se la Germania ci darà subito i mezzi bellici e le materie prime per sostenere l'urto che i franco-inglesi dirigeranno prevalentemente contro di noi. Nei nostri incontri la guerra era prevista dopo il 1942, e a quell'epoca sarei stato pronto per terra, per mare e per aria, secondo i piani concordati. Ritengo inoltre che le semplici misure militari italiane già prese ed altre da prendere in seguilo immobilizzeranno in Europa ed in Africa notevoli forze franco-britanniche (...)>>'.

Inutile dire che Badoglio non era stato interpellato. Appena spedita la lettera a Mussolini, Hitler aveva convocato l'ambasciatore Henderson e questa volta il suo atteggiamento era stato ben diverso da quello tenuto nel precedente colloquio. Disse che desiderava compiere un passo di conciliazione con la Gran Bretagna, così come aveva appena fatto con l'Unione Sovietica; elencò alcune condizioni; offrì una garanzia di appoggio all'Impero britannico in qualsiasi circostanza, assicurando l'aiuto tedesco dovunque questo aiuto potesse rendersi necessario, e di considerare definitive le frontiere occidentali. Henderson rispose che il governo di Sua Maestà non avrebbe potuto prendere in esame la proposta «a meno che sottintendesse un accordo pacifico con la Polonia», e allora Hitler replicò: «Se la credete inutile non inoltratela nemmeno». Poi però pregò l'ambasciatore di invitare il governo inglese a «considerare la cosa molto se1iamente». Henderson partì subito in aereo per Londra e Hitler confermò a Keitel l'ordine di entrare in Polonia all'alba del giorno seguente. Poi fu la volta dell' ambasciatore francese, Coulondre. Hitler lo ricevette frettolosamente, pregandolo di rappresentare a Daladier la sua convinzione che tra Germania e Francia non esistessero divergenze insanabili e Coulondre assicurò che «se la Polonia venà attaccata, la Francia sarà al fianco della Polonia con tutte le sue forze» 2 • Intanto era arrivata a Berlino la notizia della firma a Londra del patto di assistenza reciproca fra Gran Bretagna e Polonia. È dunque comprensibile che la risposta di Mussolini fosse attesa con una certa ansia, anche perché gli «avvertimenti» pervenuti negli ultimi giorni alla Wilhelmstrasse segnalavano uno stato d'animo italiano irritato, offeso e preoccupato per la piega assunta da

'Mussolini a Hitler in data 25.8.1939, ibidem, doc. 250. 'A BOLLOCK, Hitler. Studio sulla tirannide cit., pp. 426-432. Cfr. W. SHIRER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 596-599.


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eventi verificatisi senza alcuna consultazione, né contatti preventivi. Si aggiunga la protesta formale presentata dal governo giapponese, denunciando l'incompatibilità dell'accordo tedesco-sovietico con il Patto Antikomintern ed informando essere sfumata la possibilità di un'alleanza fra il Giappone e l'Asse. Tre giorni dopo cadeva il governo Hiranuma. Poco prima delle 18 di quel 25 agosto, Attolico si presentò alla Cancelle1ia con il testo del messaggio del Duce. Secondo la testimonianza dell'interprete di Hitler, la lettura della lettera mise il Fiihrer in uno stato di violenta amarezza contro l' Italia: «Gli italiani agiscono precisamente come nel 1914!» esclamò e pensando, per giunta, che indiscrezioni sull'atteggiamento di Mussolini fossero pervenute a Londra ed avessero determinato il patto anglo-polacco, sbottò e la Cancelleria «risuonava delle parole spregiative rivolte ali 'infedele compagno del1' Asse» 1• Ripresosi, chiamò Keitel e gli ordinò di bloccare l'ordine di attacco 2 • Poi, come era prevedibile, prese in parola Mussolini e gli chiese di quali mezzi bellici e materie prime avesse bisogno ed entro quale tempo «affinché io sia in grado di giudicare se ed in quale misura io possa soddisfare le Vostre richieste» 3 • Evidentemente contava sull'aiuto italiano. Per uscire dalla situazione imbarazzante nella quale si erano cacciati, Mussolini e Ciano ricorsero ad «un espediente privo di qualsiasi dignit໕. La lista delle necessità per il primo anno di guerra fu così esagerata' che Ciano nel suo diario la definì «tale da uccidere un toro se potesse leggerla» 6• Hitler fu costretto a far buon viso a cattivo gioco. Rispose a denti stretti dichiarandosi dolente di non poter esaudire per ragioni organizzative e tecniche quanto occorreva all'Italia; mascherò la delusione e chiese semplicemente di impegnare le Potenze occidentali mediante «un'attiva propaganda e dimostrazioni militari appropriate». E assicurò che non si peritava di «risolvere la questione orientale, anche col pericolo di complicazioni ad Occidente» 7 • Con una successiva lettera, pregò inoltre Mussolini di non rendere palese, almeno sino all'inizio delle ostilità, quale sarebbe stato l'atteggiamento definitivo

' PAUL SCIIMIDT, Da Versaglia a Norimberga, L'Arnia, Roma 1951 , p. 453. ' li gen. Roana, addetto militare a Berlino, venuto subito a conoscenza della sospensione dell'offensiva, telefonò immediatamente a Pariani e questi informò Ciano, ma l'ambasciata italiana a Berlino, richiesta di conferma, rispose di non ritenere attendib ile la notizia. 'Hitler a Mussolini in datn 25.8. 1939, DDI, 8' serie, XIII, doc. 262. ' R. D E FELICE, Mussolini il duce cii., li, p. 663. 5 Mussolini a Hitler in data 26.8. 1939, ODI, 3• serie, Xlii, doc. 293. Secondo Luciolli, molte cifre furono addirittura raddoppiate da Mussolini (M. D ONOSTI, Mussolini e l'Europa cit., p. 214). • G. CIANO, Diario cit., p. 334. Per di più, Attolico, alla domanda di quando i materiali sarebbero dovuti essere forniti all'Italia, ri spose per equivoco: «Subito, prima del l'inizio delle ostilità». Le richieste concernevano 16 milioni di tonnellate di materiale con l'impiego di 17 mila treni di 50 vagoni ognuno. ' Hitler a Mussolini in data 26.8. 1939, ODI, 8' serie, XIIT, doc. 298.


lLPATfO D'ACCIA IO

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italiano in modo da lasciare Parigi e Londra nell'incertezza dell'immediato futuro. Aggiunse la richiesta dell 'invio di forze lavorative italiane in Germania 1• Mussolini assicurò e si mostrò soddisfatto della comprensione mostrata da Hitler per la posizione italiana: «Vedo che siete convinto che un mio intervento immediato nella prima fase del conflitto - specialmente se Voi, come dite e come è giusto, non prenderete iniziative sul fronte ovest - richiamando sull'Italia la massa franco-inglese ed esaurendo le limitate risorse italiane, potrebbe avere gravi ripercussioni sullo svolgimento della guerra anche nei Vostri riguardi». E chiuse assicurando il proprio desiderio di mantenersi in stretto contatto con il Fiihrer «per poter coordinare l'azione dei nostri due Paesi e conformarla, in ogni caso, alle necessità che risulteranno dallo sviluppo degli avvenimenti» 2 • In sostanza, in una seconda fase del conflitto, cioè contro le Potenze occidentali, l'Italia sarebbe scesa in campo! A fine agosto 1939 l'atteggiamento dei principali protagonisti poteva essere sintetizzato come segue. Sul piano diplomatico indubbiamente Gran Bretagna e Francia avevano incontrato un nuovo grave insuccesso di fronte alla Germania: dopo l'inerzia mostrata in occasione del ripristino deJla coscrizione obbligatoria (1935), dcll' occupazione della Renania (1936), dell'Anschluss (1938), della crisi dei Sudeti (1938) e dell'occupazione della Boemia e della Moravia (1939), si erano lasciate sfuggire l' alleanza con l' Unione Sovietica che, se ottenuta, avrebbe quas i certamente indotto Hitler ad un ripensamento. Ancor peggiore la linea di condotta tenuta dalla Polonia: una chiusura totale a qualsiasi compromesso, una incomprensibilmente esagerata fiducia nella propria fona militare, un'assenza di seria valutazione della difficilissima posizione geost:rategica in cui si trovava, stretta com'era fra due Potenze prive di scrupoli. Per contro, il successo diplomatico tedesco era limitato esclusivamente al totale isolamento della Polonia, perciò - checché ne pensasse Hitler - era più apparente che reale. In effetti derivava da una carente valutazione del problema politico-militare provocata da vari fattori : l'aueggiamento passivo tenuto sino allora dalle Potenze occidentali, l' incapacità di apprezzare in giusta misura la determinatezza britannica ad una «guerra lunga», la mancata considerazione delle dimensioni mondiali che la piccola questione di Danzica avrebbe potuto assumere in breve tempo. Quanto all'Unione Sovietica, nessun dubbio sui vantaggi concreti in base ai quali Stalin effettuò la scelta tra Gennania e Occidente, così come sul fatto che per ricavare quei vantaggi rese involontariamente possibile la seconda guerra mondiale.

1 Hitler a Mussolini in data 27.8.1939, ibidem, doc. 329. 'Ciano a Attolico con messaggio di Mussolini in data 27.8.1939, ibidem, <loc. 341.


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L'ITALIANEL 1939

L'Italia non aveva certo brillato per chiarezza di idee. Mussolini e Ciano erano consci di trovarsi in una posizione falsa. Il primo continuava a rodersi per l'incubo del 1914; per la consapevolezza di venir trascinato da Hitler in una guerra dagli sviluppi imprevedibili e comunque pericolosissimi; per la delusione e la rabbia di sapere le forze armate italiane impreparate a simile prova; per la mortificazione di mostrare al mondo un'Italia non all'altezza del ruolo di Grande Potenza; per l'amarezza di vedersi trattato da Hitler come «secondo» e neanche molto importante. Si aggrappò al pensiero di poter mettere in piedi una seconda Monaco, ma, non appena i soldati tedeschi si metteranno in marcia, egli si renderà subito conto trattarsi di un'illusione. Gli tùtirni giorni di agosto videro un susseguirsi ed un intrecciarsi, affannosa e sterile, di telefonate e telegrammi fra Londra, Parigi, Varsavia, Roma e Berlino 1• La questione della città libera di Danzica si era aggrovigliata ed ingrandita ben oltre la sua importanza intrinseca. Ad essere obiettivi, nessuna rivendicazione tedesca poteva essere più giustificata di quella di Danzica: era una città prettamente tedesca, con una popolazione interamente tedesca che desiderava da anni riunirsi alla Gennania. Quindi non poteva, di per sé, offrire spunto per una guerra, soprattutto di dimensioni europee o mondiali. Se trnttata sin dall'inizio con opportuna abilità, quasi certamente avrebbe ottenuto una soluzione sul piano politico senza provocare un casus belli. Senonché da parte di Hitler, oltre al «programma minimo» era sorto in prospettiva w1 «progranuna massimo», per quanto di incerte dimensioni; mentre da parte di Varsavia, Danzica divenne rapidamente una specie di simbolo dell'indipendenza polacca. E l'alleanza anglo-pola~ca, che doveva intimidire Hitler, destò in questi il senso dell'accerchiamento; rese Beck (che reputava la Polonia una Grande Potenza e dava scarsa importanza all'Unione Sovietica) più che rigido su Danzica; legò la Gran Bretagna alle sorti di Danzica, cui era assai poco interessata; u-ascinò seco la Francia, la cui opinione pubblica (perfino ai vertici politici e militari) manifestava ben poco entusiasmo per «Mourir pour Dantzig» 1 . Comunque la prima mossa, decisiva, spettava ormai alla Germania. L' Oberkommando des Heeres sollecitava ordini da Hitler e questi alle 12,30 del 31 agosto firmò la Direttiva n. 1 per la condotta della guena. Esattamente a quell' ora Ciano comunicava agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia l' intenzione del Duce di promuovere la convocazione di una conferenza per il 5 settembre con la partecipazione di Gran Bretagna, Francia, Germania, Polonia, Unione Sovietica e Italia. Scopo: «rivedere le clausole del trattato di Versaglia,

'G. CWIO, Diario cit., pp. 335-339. Cfr. W. SHJRER, S1oria del Terzo Reic/1 cit., pp. 617-644. ' A.J. TAYLOR, Le origilli della seconda guerra mondiale cit., p. 285.


IL PATTO D'ACCIAIO

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che sono la causa dell'attuale turbamento della vita europea». Spiegò di non avere ancora informato Berlino, perché il Duce desiderava il preventivo consenso di Londra e di Parigi sì da evitare un rifiuto da parte di Hitler'. Ali' alba del 1° settembre, quando le prime truppe tedesche superarono la frontiera polacca, a Roma non era ancora giunta la risposta. 111 ° settembre, verso le 9, Attolico si precipitò alla Cancellelia. Forzando la consegna di Ribbentrop che, in sua assenza, nessuno dovesse an-ivare al Fi.ihrer, riuscì a consegnare a Hitler un messaggio telefonico appena ricevuto da Mussolini. Questi riteneva necessario «nell'interesse comune, precisare agli occhi dei terzi i rapporti fra i due Paesi dell'Asse agli effetti della guerra». Poiché aveva convocato il Consiglio dei ministri ed il Gran Consiglio del fascismo, desiderava presentare un telegramma del Fiihrer che, ringraziando per l'appoggio diplomatico datogli, dichiarasse di non sollecitare il concorso militare italiano. Hitler lesse, senza entusìamo, disse «gut» e ordinò di sospendere il dispaccio già pronto per Mussolini e sostituirlo con altro del tenore desiderato 2. Il nuovo telegramma di Hitler era così concepito: «Vi ringrazio nel modo più cordiale per l' aiuto diplomatico e politico che avete ultimamente accordato alla Germania ed al suo buon diritlO. Sono persuaso di poter adempiere con le forze militari della Germania il compito assegnatoci. Credo perciò di non aver bisogno in queste circostanze dell'aiuto militare italiano. Vi ringrazio, Duce, anche per tutto ciò che Voi farete in futuro per la causa comune del Fascismo e del Nazional-Socialismo»'.

Alle 10,30 Hitler parlò al Reichstag, convocato in seduta straordinaria, alla presenza di quasi tutto il corpo diplomatico. Mantenne tutto il discorso esclusivamente nei limiti del conflitto tedesco-polacco, senza alcun accermo alla possibilità di un intervento delle Potenze occident~li, esaltò il patto tedescosovietico come elemento di pace, indicò come eventuali suoi successori Goeling e, in secondo istanza, Hess e precisò: «Altri Paesi comprendono il nostro atteggiamento. Vorrei ringraziare soprattutto l'Italia, che in tutto questo tempo ci ha appoggiato. Capirete anche che per tutta l'esecuzione di questa lotta non voglio fare appello ad aiuto straniero. Questo nostro compito lo risolveremo da noi»'.

1 R. DE FELICE, Mussolini il Duce ciL, II, pp. 666-667. 'Attolico a Ciano in data l.9.I939, ODI, 8' serie, Xlll, doc. 529. 'Hitler a Mussolini in data l.9.I939, ibidem, doc. 530 e 563. • Attolico a Ciano in data 1.9. 1939, ibidem doc. 536. Essendo stato fatto questo riferimento esplicito all' Italia in sede ufficiale, la Wilhelmstrasse ( o Hitler?) non volle dare comunicazione al pubblico del telegramma personale del Fiihrer al Duce. Von Rintelen scrisse: «Mussolini esigette per mezzo di Attolico ( ... ) una dich iarazione di Hitler di non essere considerato violatore dell'alleanza. E la ebbe; essa però non venne divu lgata in Germania, c.osl da lasciare sorgere la convinzione che l'Italia avesse abbandonato nelle peste i suoi alleati» (E. VON R.INTELEN, Mussolini l'Alleato c it., pp. 69-70).


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Qualche giorno dopo una lettera di Attolico mise a fuoco gli avvertimenti dell'ultima settimana dell'agosto 1939: «Giova, prima che la memoria se ne perda, fissare alcuni punti e taluni dati specialmente interessanti ai fini della storia. È onnai provato che, fino al 25 agosto, i tedeschi si ostinavano a non credere in una guerra generale. Ritornato da Mosca il 24 (... ) Ribbentrop credeva fermamente di avere, dopo ciò, prati· camentc allontanato dalla Germania il pericolo dcli' intervento franco-inglese. È la mattina del 25 che at1'iva - fulmine a ciel sereno - la risposta di Londra al pauo germanosovietico e cioè la conclusione di un'alleanza, formale e definitiva, con la Polonia. La Germania, che aveva ordinato l'inizio delle operazioni per il 26, corre ai ripari. Sono convocati Henderson e Coulonclre per un messaggio di pace suscettibile cli ottenere, se non il disinteressamento francoinglese, almeno il procrastinamento della loro entrata in azione. li Flihrer manda contemporaneamente un messaggio anche al Duce. Questi risponde subito con una prima fondamentale chiarificazione della nostra situazione(... ). Quando io porto tradotlo il messaggio, verso le sei pomeridiane, il Flihrer chiede di considerarlo. È probabilmente allora che il Fi.ihrer sospende o conferma la sospensione delle istruzioni già date per l' inizio delle operazioni(...). Il FUluer comincia ora a comprendere chiaramente tutta la situazione. Aveva assoluto bisogno, per lo meno, di guadagnare tempo, onde non farsi prendere, per giunta privo dell'aiuto auivo dell'Italia, quasi interamente alla sprovvista sul fronte occidentale. Altro puulo che merita di esser chiarito è quello dell'ultima mediazione inglese. Henderson ritorna da Londra con la proposta di negoziazioni dirette polono-tedesche. A parer mio, il Governo tedesco ha creduto cli non dover rigettare la proposta, se non altro a scopo tattico. Esso, quindi, dopo matura considerazione, invita, a bruciapelo la Polonia a inviare un plenipotenziario, promettendo, nell'attesa, di elaborare delle opportune basi di discussione. È adesso l'Inghilterra, la quale evidentemente aveva fatto un soverchio affidamento sulla ragionevolezza polacca, che si trova in imbarazzo. Varsavia nicchia e Londra mostra di non avere la possibilità o la forza di far cedere la Polonia. Londra replica quindi fra il sì ed il no. Ha così luogo, fra le 11 e la mezzanotte del 30, l'incontro Henclerson-Ribbentrop, in qui questi, preso atto della mancata presentazione del plenipotenziario polacca, dichiara all'ambasciatore inglese che ormai tutto è inutile, persino il comunicare le proposte che il governo tedesco, fedele alla promessa, aveva intanto elaborato e che erano di una esemplare moderazione e generosità. Egli tuttavia le legge, con concitata fretta ed in tedesco, a Henderson il quale, affranto dalla fatica e dalla tensione nervosa, nou trova la forza di esigere che le proposte gli siano, comunque e subito, comunicate per iscrillo. Si mette all'opera allo scopo il giorno dopo, ma era già tardi. Lo stesso Lipski [ambasciatore polacco a Berlino] non ne domanda, nel pomeriggio del 31, il testo. Una vera e propria comunicazione delle proposte tedesche così all'Inghilte,rn come alla Polonia quindi è mancata e non si può perciò onestamente dire che esse siano mai state - da chicchessia - rifiutate. Si può però, altrettanto onestamente, dire che l' Inghilterra, quando si trattò di mettere in contatto i due contendenti, si trovò a non poter disporre della Polonia_. È altrettanto evidente, a mio avviso, che il contegno polacco si spiega, oltreché con un orgoglio disgiunto da un qualunque 'senso di.proporzioni', anche col deliberato proposito di voler giuocarc la carta della guerra finché era buona, cioè fino a quando la Polonia era sicura di poter contare sull'Inghiltel'l'a» '.

' Attolico a Ciano in data 4.9.1939, DDI, 9" serie, I, doc. 21.


Capitolo XII LA SITUAZIONE MILITARE DELL' ITALIA 1.

L 'EFFICIENZA DELLO STRUMENTO MILITARE

Per valutare il reale potenziale bellico del paese di fronte alla prospettiva di una guerra europea, sembra opportuno un cenno preliminare alla situazione economica ed allo stato dell'industria italiana nel periodo immediatamente precedente allo scoppio delle ostilità. Nel corso del 1938 una serie di avvenimenti verificatisi nell'Europa centrale, quali l' Anschluss e la questione dei Sudeti, dete1minarono punte di elevata tensione, che a loro volta, ebbero riflessi marcatamente negativi sull'andamento dell'economia europea e mondiale. Le manifestazioni più evidenti dello stato di grave turbamento derivante dalla diffusa psicosi di guerra furono di vario tipo: generale depressione dei mercati sia nelle esportazioni sia nelle importazioni; contrazione degli scambi internazionali nel settore delle materie prime e delle derrate alimentari; convulso spostamento di capitali liquidi verso di paesirifugi; accentuata ricerca da parte di tutti gli Stati di potenziare le attività produttive interne; accelerazione della corsa agli armamenti. Superato in autunno il momento critico, all'inizio del 1939 l'economia europea parve avviarsi alla ripresa, ma la seconda crisi cecoslovacca, la fim1a del Patto d'Acciaio, l'occupazione dell'Albania e la questione di Danzica tornarono a diffondere un generale stato di allaime con la conseguenza che quasi tutti gli Stati si sentirono indotti a prendere gradualmente le redini dell'economia nazionale mediante il controllo di ogni mezzo di pagamento all'estero nonché delle importazioni e delle esportazioni, il controllo della distribuzione delle materie prime e della produzione, l'intervento diretto nella promozione e nel finanziamento di impianti destinati alla produzione bellica, il razionamento dei consumi, il controllo dei prezzi interni l' aumento del debito pubblico e varie altre misure nei più diversi settori'. Il 2 agosto 1939 il ministro per gli Scambi e Valute Guameri presentò a Mussolini un memoriale con il quale sollecitava interventi decisivi per evitare che il paese fosse «fatalmente portato, nel giro di mesi, ad uno stato di insolvenza nei confronti dell'estero, con immancabili conseguenze nei rapporti politici internazionali e nell'ordine economico e sociale interno» 2 • Non era certo la

F.

GuARNERI, Ballaglie economiche fra le due guerre cit. , pp. 882- 883. U na misura sulla quale Guarneri insisteva per aumentare le entrate valutarie era quella di spingere a fondo la politica dell'esportazione nel settore degli armamenti (ibidem, p. 960). 1

2


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prima volta che si appellava al Duce. Visti i precedenti magri risultati, prospettò la scelta fra due vie da seguire; entrambe scabrose. La prima richiedeva rigida contrazione dei consumi di materie prime, di combustibili solidi e liquidi, di macchinari e manufatti e, in linea di massima, di ogni spesa all'estero; la seconda si basava sull'allentamento del regime di monopolio esistente e suJ consenso alla fo1mazione di un mercato libero accanto a quello ufficiale. Ogni soluzione aveva un duro 1isvolto. La prima comportava il rinvio dei grandi programmi di armamento e la diluizione nel tempo di ogni programma di investimenti e, quindi, «la smobilitazione rapida e drastica di molte attività in atto con gravi ripercussioni di carattere sociale». La seconda avrebbe inevitabilmente provocato «di colpo una svalutazione della moneta non inferiore al 40-50%», costringendo il paese ad un duro adattamento e colpendo gravemente i piccoli risparmiatori. In ogni caso occorreva prendere presto una decisione perché in caso diverso a breve scadenza il paese si sarebbe trovato <<di fronte ad una situazione irreparabile» 1• Tre giorni dopo Mussolini riassunse a Guarneri le sue impressioni sul memoriale in questi termini: «Elogio la vostra franchezza. Dal rapporto risulta evidente che se voi aveste incominciato ad operare qualche anno prima, ci troveremmo oggi in tuia situazione migliore». Poi disse che si sarebbe attenuto alla prima soluzione, «di pretto stile fascista», intendendo inquadrare la linea di condotta economica italiana in una politica di distensione e di pace indispensabile per tutti. Infatti, spiegò, il prossimo incontro Ciano-Ribbentrop, da lui voluto, era preordinato a tal fine 2 • La sera del 29 agosto Guameri fu ancora ricevuto da Mussolini, che volle tranquillizzarlo, mettendo in evidenza che l' Italia non era obbligata ad alcunché e la Germania lo riconosceva; che i tedeschi non avrebbero dichiarato guerra a Francia e Gran Bretagna; che queste gli avevano fatto sapere di non nutrire intenzione di attaccare l' Italia e che, in definitiva, tale situazione «dovrebbe consentirci di mantenerci estranei al conflitto, almeno in un primo momento»l. Con ciò non lasciava dubbi sul suo proposito di abbandonare la predetta politica di pace in un secondo momento. Quanto all'apparato industriale Favagrossa si è soffermato nella disanima delle sue capacità produttive• ed ha indicato i problemi: insufficienza dell'attrezzatura industriale in genere e di quella bellica in specie, l'inesistenza di scorte, la limitatis~ima produzione nazionale di materie prime e la deficienza di tecnici e di personale specializzato. Evidenti, perciò, e più che comprensibile lo stato di crisi in cui venne a trovarsi il sistema produttivo italiano, d ipendente dall' estero per la quasi totalità delle materie prime e dei semilavorati di maggior consumo o più pregiati. E ancor più grave, ovviamente, il problema

' Ibidem, pp. 939-957. /bidem, pp. 959 -960. 'Ibidem, pp. 972-973. • C. FAVAOROSSA, Perché perdemmo la g11erra cit., pp. 44-76. 2


LA SITUAZIONE MILITARE DELL'ITALIA

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dell'alimentazione dell'industria pesante, in vistosa carenza di carbone e con pochissimi minerali di ferro 1• Aggiungiamo che il ritardo nella definizione, nell'approvazione e nell'avvio dei programmi di armamento provocava la mancanza di commesse con due conseguenze, entrambe gravissime: impossibilità di attrezzare gli stabilimenti industriali con macchinari moderni e idonei per la produzione del tempo di pace, e grave ostacolo al passaggio dell' organizzazione produttiva dal modello di pace a quello di guerra. Basti pensare che l'allestimento di impianti moderni per il 1innovamento ddle artiglierie venne deciso nel 1938, iniziato nel 1939 e ultimato nel 1941, naturalmente per una produzione limitata 2 . Questa sfavorevole situazione di partenza venne poi variamente influenzata in senso negativo da ince1tezze decisionali e di programmazione, inconvenienti di natura organizzativa, errori di previsione, carenze di contwllo, frazionamento di responsabilità e interessi aziendali 3. Un solo commento da parte di Ceva e di Curami: «L' industria tedesca seppe produrre mezzi non solo di buona qualità, ma anche predisposti per una lunga vita operativa. I Panzer erano congegnati in modo da consentire aumento di armi ed altre migliorie senza necessità di rinnovare anche il modello-base o di mortificarne qualche pregio. In quasi sei anni di guerra, e sempre mantenendo qualità elevata, solo due generazioni di ca1Ti si succedettero nel Reich. Lo stesso accadeva con i principali velivoli. Si evitava il giro di altri Paesi (Italia per prima) dove ogni innovazione significativa obbligava a riprogettare l'intero modello»•.

*** Durante l'aggravarsi della crisi europea più di una volta Mussolini lamentò di non essere stato posto esattamente al corrente del livello di efficienza delle forze armate, in particolare dell'esercito e del!' aeronautica. Mentiva ovviamente per coprire le proprie avventate decisioni in politica estera, ma nemmeno in tal modo poteva sottrarsi alle responsabilità da lui stesso volutamente assunte. «Contrariamente a quanto si potrebbe credere - attestò il gen. Roatta - la triplice carica di ministro delle Forze Armate non era considerata dal duce come una lustra. In altre parole non erano i Sottosegretari quelli che guidavano sia pure in nome del Ministro la barca, ma era Mussolini quello che decideva e guidava»\ e ciò non deve stupire, considerando che anche in tema di politica estera qualunque decisione era presa in prima persona da Mussolini

' Ibidem, p. 71. 'Ibidem, pp. 14 e 48- 49. ' Per quanto concerne in modo specifico l'esercito cfr. L. zazione dell'esercito cit., I, pp. 246-252. ' Ibidem, p. 456. 'M. ROA'rfA, 0110 milioni di baionette cit., p. 17.

CEVA

e A. C URAM I, La meccaniz-


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e non da Ciano. Dal canto suo Pariani, ricordando le situazioni che mensilmente consegnava di persona a Mussolini, osservò: «È semplicemente puerile che possa esser dato credito alla diceria che il Capo del Governo e il Ministro della Guerra fosse male informato sulla reale situazione dell'Esercito» 1• In realtà Mussolini interpellava sovente i suoi collaboratori (i soltosegretari) e, quando gli pareva, i consiglieri (il capo di S. M. Generale, fra questi). Amava concedere loro ampia libertà di parola sollecitando giudizi ed apprezzamenti tecnici, ascoltava con attenzione, leggeva scrnpolosamente gli appunti che g li venivano presentati, chiedeva spiegazioni pertinenti, faceva sovente considerazioni appropriate e non si urtava se contraddetto con buone argomentazioni 2• Senonché, quando si trattava di concludere, affiorava in lui qualcosa di indefinibile, ma percettibile, che Roatta ha descritto benissimo: «Mussolini, rapidissimo ad afferrare cd a ritenere i dati che giungessero comunque a sua conoscenza, leuore assiduo e diligente di libri e pubblicazioni di caranere militare, buon conoscitore della storia, aveva un bagaglio di cognizioni statistiche veramente notevole, ed usava un linguaggio perfettamente tecn ico. Ma, anche quando conosceva alla perfezione i singoli dati di un problema militare, non ne apprezzava esattamente il valore reciproco, non ne afferrava precisamente l'interdipendenza, e non realizzava come dovessero i singoli clementi dosarsi e combinarsi per portare alla soluzione. Per esempio, pur essendo in genere di vedute molto larghe, gli necadeva di fermarsi su un dettaglio e di attribuirgli una impo1tanza detenninaote, mentre, in quel dato momento o circostanza, non ne aveva che una del tuno secondaria. Talaltra volta faceva assurgere a base della decisione quello fra i vari elementi che conosceva di pili, o la considerazione - magari accessoria - che pit1 l'aveva colpito, perdendo così completamente di vista il quadro d'insieme» '·

In definitiva, «la sostanza, l'essenza vera delle questioni militari gli sfuggivano». Roatta peraltro non si fermò a questi incisivi giudizi, ma con lodevole obiettività estese la sua analisi al comportamento dei collaboratori di Mussolini, ponendo tre interessanti domande: facevano tutti i collaboratori militari rilevare che cosa esattamente significassero le cifre esatte che essi presentavano? facevano rilevare il pericolosissimo sfasan1ento esistente tra il basso livello cli efficienza delle forze armate e l'indirizzo aggressivo e bellicoso impresso alla politica estera dell'Italia? E, se lo facevano, si esprimevano con tutta l'energia, la crndezza dei termini nonché l' insistenza richieste dall'argomento in causa? «Mentre rispondo affennativamente al primo interrogativo - scrisse Roatta - non sono sicuro di poterlo fare per gli altri due». E però a parziale giustificazione di tale atteggiamento, di sicuro in tutto o in parte negativo, addusse l' inesatta valutazione del

' A. PARIANI, Chiacchere e realtà cit., p. 16. ' Anche Pariani concordava: «Ebbi naturalmente col mio Ministro vari colloqui: lo trovai sempre calmo, equilibrato c sereno. Concedeva libera esposizione e discussione e decideva mostrando grande pronte-a.a di comprensione ed eccezionale capacità di sintesi» (Chiacchere e realtà ciL, p. 17). ' M. Roatta, Otto milioni di baionette cit., p. 21. Sulla scarsa capacità di Mussolini di «impossessarsi» della materia militare cfr. ENNIO VON RtNTELEN, Mussolini l'alleato, Corso, Roma, 1952, pp. 45 e 99.


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potenziale bellico degli altri Stati, l'orientamento mentale consuetudinario a considerare la guerra come difesa dell'arco alpino, e quindi come primo ed w1jco compito dell'esercito itali~mo in caso di ostilità, ma poi anche un certo «adattamento» all'atmosfera del regime con relativa inoperante e riposante fiducia nel «genio del Duce» 1• Nell'ambito delle forze armate la situazione militare iLaliana del 1939 era sottoposta a severe critiche: anche se nelle pubblicazioni ufficiali le prese di posizione non allineate con l'imperante trionfalismo non erano ben viste, ai livelli elevati della gerarchia militare le analisi impietose e i duri giudizi non erano infrequenti. Checché si dicesse ufficialmente, era chiaro che soprattutto l'esercito, sul piano de lla sua complessiva efficienza e de lle sue poss ibilità di mobilitazione, risultava inadeguato alle sempre crescenti esigenze originate dalla politica estera fascista. Più volte era stata, giustamente, sottolineata la posizione pressoché insulare dell' Italia in pieno Mediterraneo, la natura precipuamente mediterranea dei suoi interessi volti all'espansione sulle sponde africane e del Medio Oriente. Perciò doveva considerarsi naturale un indii-izzo complessivo che vedesse l'Italia disporre di una fortissima marina, bene adatta alla lotta entro il Mediterraneo ed anche fuori delle sue porte; di una fortissima aviazione, specialmente atta ad agire sul mare; di un esercito, infine, sempre pronto, come intelaiatura di base, ed idoneo a difendere il breve confine alpino, la vtùnerabile Libia, il lontano Impero ed a costituire corpi di spedizione per esigenze di respiro europeo o per realizzare le molteplici ambizoni mediterranee. Indirizzo che l'alleanza con la Germania poteva suffragare, in quanto al Terzo Reich occorreva soprattutto un alleato in grado di sostenere convenientemente la lotta offensiva e difensiva nel Mediterraneo, impegnandovi parte notevole delle forze avversarie senza alcun pericolo di lasciarsi sopraffare. Ora, tutto ciò nel 1939 era assolutamente lontano dalla realtà. Se la marina, bene o male, riusciva ad att11are i suoi programmi sia pm ridotti, l'aeronautica si trovava di fronte al pesante problema del rinnovo della massa dei suoi apparecchi Ma l'esercito, oltre al rinnovo delle artiglierie, era squassato da errori tecnici compiuti nelle scelte di carattere ordinativo, fra le quali, in primissimo piano, quella della divisione binaria adottata, in virtù di argomentazioni speciose, in sostituzione della ternaria, le cui carenze potevano essere corrette in ben altro modo. L'introduzione della binaria provocò «una vera e propria rivoluzione dottrinale, strntturale ed organica» che nel giugno I 940, all'entrata in guerra dell' Italia, si trovava ancora in pieno sviluppo 2 .

* ** ' Ibidem, pp. 22-25. 'F. STEFANI, la storia della dottrina e degli ordinamemi dell'esercito italiano cit., I, tomo II, p. 229.


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Come sappiamo, il 7 ottobre 1936 il gen. Pariani, sottocapo di Stato Maggiore dell'esercito, era succeduto al gen. Baistrocchi nella duplice funzione di sottosegretario per la Guerra e di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Il gen. Grazioli, capo di indubbio risalto, lasciò fra le sue carte una cinquantina di profili di personaggi militari di primo piano dell'epoca compresa fra la fine dell'Ottocento e la fine della seconda guerra mondiale, da lui conosciuti in varia misura. Di Pariani si espresse come segue: «Era da giovane una delle più promette nli speranze dello Stato Maggiore. Serio, lavoratore coscienzioso, fervido ingegno, equilibrato, molto senso pratico. E tali qualità mostrò anche durame la missione politico-militare che gli fu affidata in Albania prima della guerra. Ma poi, assunto alla carica di Sottosegretario alla Guerra, si direbbe che la fortuna gli abbi a dal.o alla testa. Da prude nte ed equilibrato, come era sempre stato, diventò ad un tratto una specie di sognatore di grandi imprese e manifestò idee strampalate, più da dilettante che da uomo colto e abile qual era. Ricordo di avergli sentito emettere progetti di operazioni in Spagna cd in Africa da vero megalomane. Questa sua trasformazione è rimasta sempre per me un mistero. Peccato, perché possedeva solide qualità e forse, se non fosse salito al Ministero, avrebbe potuto essere uno dei nostri migliori capi. La famosa «divisione binaria» fu una delle sue discutibilissime creazioni»'.

Vediamo, dunque, più da vicino colui che resse l'esercito in quei tre anni cruciali 2 • Il primo rilievo concerne la sua carriera: una carriera assolutamente anomala. Basti dire che, ufficiale di Stato Maggiore, arrivò al grado di generale designato comandante d'armata (1936) avendo al suo attivo come servizio alle truppe, dopo il comando di compagnia (1913-1915), solo pochi mesi di comando del 6° reggimento alpini (1927) e poco più d i un anno di comando della divisione di Bolzano (J 933) 3• Il secondo rilievo verte sul testardo e strano ottimismo a favore di alcune delle poche e discutibili anni nuove dell'esercito: il mortaio da 45, il cannone da 47/32 ed il carro leggero. Un ottimismo testardo perché pronto ad inalberarsi per le critiche' e strano perché in occasione di viaggi in Germania aveva avuto tutto l' agio di fare confronti tra i mate1iali tedeschi e quelli italiani. Terzo rilievo: una certa acquiescenza alla politica estera di Mussolini, il quale è vero che lasciava spazio ad obiezioni e pareri contrari, però preferiva chi portava acqua al suo mulino. Anche questo atteggiamento, in fondo, stupisce perché proprio in Germania aveva potuto constatare «la colossale differenza di capacità di produzione bellica fra i due paesi», al punto di ammettere con impotente amarezza che «il vero nostro dramma era costituito non tanto dalla scarsa efficienza dei magazzini (i quali per la loro funzione statica finiscono sempre

' LUIGI EM1uo LoNGO, Profili di capi militari traueggiati da uno di loro in «Studi storicomilitari 1994», USSME, Roma 1996, p. 570. ' Cfr. DoRELLO FERRAR!, Per 11110 stLtdio della politica militare del generale Alberto Pariani in «Studi storico-militari 1988», USSME, Roma 1990, pp. 372-450. ' O. Bov10, Storia dell 'esercito italiano cit., pp. 658-659. ' Cfr. E. CANEVARI, la guerra italiana c it., I, p. 562.


LA SITUAZIONE MILITARE DELL'ITALIA

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col contenere materiali che all'atto dell'impiego risulteranno poi antiquati), quanto dalle scarsissime possibilità dell'industria bellica nazionale nei suoi tre elementi basilari: attrezzatura, disponibilità di materie prime, mano d'opera specializzata>>1• c'è infine un quarto motivo di rilievo: l'inspiegabile scollamento fra la concezione strategica e Io strumento bellico progettato. Convinto assertore dei vantaggi derivanti da operazioni condotte con spiccato dinamismo, Pariani era anche un sostenitore della necessità di orientarsi verso una guerra di rapido corso. Di conseguenza, ritenendo che l'Italia avesse ancora davanti a sé un congruo periodo di pace 2, si propose di realizzare un diverso strumento operativo, adeguatamente leggero, manovriero e potente 3. Già da sottocapo di Stato Maggiore dell 'Esercito, aveva pensato alla creazione di un nuovo tipo di grande unità elementare. Ne aveva discusso con Baistrocchi, ma, trovatolo nettamente contrario alla proposta, l'accantonò per poi riprenderla vivacem ente non appena insediato nel nuovo incarico: <<li loro [delle grandi unità) alleggerimento, già consigliato dalla pratica esperienza della guerra etiopica, si impone anche per il fatto che ne consentirà il celere movimento qualora, per necessità di pronto impiego, derivanti da terreno e distanza, sia conveniente ricorrere a trasporti motoriUPti»'.

Certo molti fattori inducevano ad un rinnovamento e generale era la consapevolezza della necessità di rimodernare l'esercito, di dotare la fanteria di nuove armi c·di sostituire quasi tutte le bocche da fuoco dell'artiglieria. Esisteva però, e non solo in Italia, anche la convinzione che il numero delle divisioni fosse indicativo della forza di un esercito e proprio questa idea determinò, dopo molti tentennafnenti, Musso! ini ad accettare la riforma divisionale. Il nuovo organico prese fisionomia sempre più netta per passi successivi, Le sperimentazioni fatte nel corso delle manovre estive in Sicilia (1937) sembrarono dare indicazioni positive. In esse vennero presi in esame tutti gli elementi collllessi con l'impiego della grande unità elementare in combattimento:

'A. PARIANJ, Chiacchere e realtà cii., p. 12. Nel 1938 l' industria italiana poteva fornire, al massimo, 65 cannoni al mese per l'insieme delle tre forte armate, laddove la Germania aveva già raggiunto la possibilità di mille cannoni al mese e tendeva a raddoppiare tale numero. ' Secondo il gen. Carboni, Pariani, nel sollecitarlo a scrivere un articolo di appoggio alla sua rifonua divisionale, avrebbe spiegato: «Questo cambiamento, caro Carboni, è in sostanza un espediente per aprire in qualche modo la strada al rinnovamento dell'esercito, che anch' io, come Lei, giudico vecchio e superato. Quanto all'orizzonte politico non è mai stato così sicuro, diversamente io non farei la pazzia di cambiare in un momento di incertezze il telaio della divisione. Le dirò in segreto che Mussolini, al quale ho chiesto se potevo confidare, per quanto riguarda la sua politica, in un periodo di pace abbastanza lungo per attuare e consolidare la trasfonnazione della divisione, mi ha risposto: 'La politica che io facc io con la Gennania assicura all 'Europa almeno dieci anni ancora. di pace'» (G. CARBONI, Memorie segrete, Parenti, Firenze 1955, pp. 5-6). > Cfr. M. MONTANARI, L'eserr:ito italiano alla vigilia della seconda g11erra mondiale, USSME, Roma 1993, (2• Ed.), pp. 9-37. 1 • Discorso tenuto il 15 marzo 1937 al Senato nella dicussione sul disegno di legge concernente lo stato di previsione della spesa del ministero de lla Guerra per J'cserci1.io finanziario 1937-38.


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concetto e modalità d'azione nell'offensiva, a1ticolazione delle forze ed ampiezza del settore divisionale in avvicinamento e nell'attacco, capacità di penetrazione, schieramento nella difensiva, compito delle artiglierie divisionali nell'attacco e nella difesa, dosamento ciel fuoco, organizzazione e fw1zionarnento dei servizi, e l'organico sperimentale apparve rispondente. Probabilmente, però, il quadro tattico dell'esercitazione tese non ad individuare i limiti bensì a mettere in rilievo le possibilità della divisione in esame, il che è ben differente. In definitiva, nel luglio dello stesso anno venne varata l'adozione della divisione binaria e previsto che, a partire dal maggio 1938, la mobilitazione dell' esercito potesse essere effettuata con tale organico di visionale 1• A questo punto, però, Pariani volle sentire il pensiero dei comandanti di grande unità. Il 22 novembre 1937 espose la situazione a 65 generali designati d'am1ata, di corpo d'armata e cli divisione, chiedendo il loro parere sull'argomento. In teoria si trattava di giungere a conclusioni sull'adozione o meno del modulo binario, ma in pratica le cose stavano in altro modo. Pariani aveva, già deciso e l'autorità che rivestiva era così forte da indurre a reputare inutile una vivace opposizione. Non per nulla la discussione aveva per oggetto lo «studio cli questioni organiche dopo l'introduzione della binaria» 2• Ciò messo in chiaro: «Il concetto della binaria - esordì Pariani - è nato in un primo tempo da una necessità: quella che, in cont rasto con l' aumento dei mezzi assegnati alle d ivisioni, s i possa giungere ad un alleggerimento delle divisioni stesse, con la sempl ificazione delle relative funzion i di comando perché la d ivisione ternaria è risultata troppo pesante, di diffici le comando e di d iffic ile impiego. Già durante la campagna etiopica sono state inll:odotte alla divis ione d i fanteria delle modifiche che hanno condotto verso la binaria. Scopo, quello di alleggerire le unità per ottenere una semplificazione nelle funzioni di comando (... ). Sempre in tema di svi luppo di teorie, appare anche la necess ità di avere delle grandi unità faci lmente trasportabili, per avere sempre possiblità di manovra(... ). Man mano che si avanzava in questo concetto, si è visto che passando dalla ternaria alla binaria, si finiva col togliere alla divisione una funz,ione di manovra e, perciò, s i è giunti alla conclusiooe che per la divisione binaria si deve pensare che la divisione perde la sua capacità di manovra perr trasformarsi in colonn a d'urto e di penetrazione lasciando la manovra come funzione specifica del corpo d'armata».

Tutto ciò non sembra molto convincente. Che la ternaria fosse risultata «troppo pesante, di difficile comando e di difficile impiego» era interamente da dimostrare, in quanto soltanto nell'esercito italiano si sarebbe verificato tale inconveniente. Ammessa e non concessa, dunque, la verità di tale asserto, occorreva almeno indagare perché si fossero riscontrate le predette difficoltà nel nostro e non in tutti gli altri eserciti. Senza dire che né l'esperienza della guen-a italoetiopica né quella spagnola potevano proprio fare testo. Ed anche l'auspicata

' Sull 'ord inamento Pariani cfr. F. STEFANI, Storia della dottrina e degli ordinamenti dell'eserci10 italiano cit., I, tomo II, pp. 292-304. ' Corsivo nostro.


LA SITUAZIONE Mll..ITARE DELL'ITAL!A

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disponibilità di divisioni «facilmente trasportabili» francamente non sembra dovesse essere conseguita mediante la sottrazione di un reggimento: era problema di mezzi di trasporto e non tattico. Pariani proseguì: «Sicché, con l'adozione della binaria si avrà, in sostanza, una quatemaria snodata in due parti in modo che, quando si dovrà compiere uno sforLo decisivo, ci sarà sempre una divisione destin:nn a scavalcarne un'altr:i; ed in c1uesto caso avverrà anche che una divisione destinata ad agire in un detem1inato settore, potrà contare sull'i mpiegc>, oltre che della s ua a1tiglieria, di quella della divi sione destinata a scavalcarla. Quindi maggiore potenza di fuoco che consentirà una maggiore facilità di scavalcamento cd alle artiglierie della seconda divisione di poter concorrere ad appoggiare efficacemente l'azione delle fanterie( ... ). Perciò la nuova divisione invece di chiamarsi così, potrebbe anche chiamarsi «brigata mista». Ma la questione del nome non deve essere quella che deve farci trattenere. Oggi, tutti determinano la forza di un paese dal numero delle divisioni che esso è in grado di mobilitare; è quindi una questione di moneta corrente, è una questione di morale per la quale è bene di parlare di divisioni in luogo di «brigate miste». In ogni modo, come sintesi a questa premessa, dirò che ognuno sarà interpellato per dare il proprio parere ( ...)» '.

Per certo non si può affermare che la discussione sia stata condotta con la opportuna metodicità. li lungo preambolo era molto significativo ed a meno che la massa dei presenti non fosse insorta contro l'ordinamento in discussione cosa improbabile perché molti avevano già espresso parere favorevole nel corso della sperimentazione e degli studi ovviamente sarebbero state accettate solo proposte di modifiche di lieve entità. Tra l'altro, Pariani pose il quesito se preferibile Lm corpo d'a1mata su tre binarie o su due ternarie: un confronto improponibile, posto anche che il corpo d'armata su due divisioni era inevitabilmente la soluzione minima. Nemmeno in tema d'impiego il pensiero di Pariani emerse in maniera chiara: «lo faccio questo paragone: una ternaria mette normalmente in linea due reggimenti; quindi sul fronte di due reggimenti se ne impiegherebbero tre. La binaria terrà un reggimento in prima linea ed uno in seconda; quind i, in sostanza, sulla fronte d i due reggimemi, con la divisione binaria se ne avranno quattro; qu indi si avrà un aumento di forza».

Questo, però, avrebbe comportato un dispositivo di due divisioni binarie in prima schiera, ognuna con un reggimento in primo scaglione ed uno in secondo, ed almeno una terza divisione in seconda schiera. In altri termini, in un caso medio d'impiego il corpo d'annata doveva essere considerato su quattro binarie. La questione non venne sviscerata e bisogna convenire che, pur di fronte ad una trasfonnazi_one organica di vasta portata e di notevoli ripercussioni in campo

'USSME, L"esercito 240-259.

ira/i(l110

tra la l" e la 2" g11errC1 mondiale, Roma 1954, alleg. 29, pp.


758

L' ITALIA NEL 1939

militare, il problema non venne dibattuto con la necessaria convinzione. Inoltre, le poche decise obiezioni furono lasciate cadere senza persuasiva replica da patte di Pariani. Comunque, ulteriori studi nel corso del 1938 portarono a stabilire per la fanteria le seguenti unità: due reggimenti su tre battaglioni, una compagnia mortai da 81 ed una compagnia cannoni d'accompagnamento da 47/32; un battaglione mortai divisionale su due compagnie da 81 ed una da 45; una compagnia cannoni controcatTi da 47/32 divisionale. Per l'artiglieria, il reggimento venne definito su w1 gruppo da 100/17, uno da 75/27 ed uno da 75/13. Variando opportunamente il tipo di artiglieria ed il mezzo di trasporto si ottenevano un ordinamento da montagna, con due gruppi someggiati ed uno motorizzato, ed uno normale, con due gruppi motorizzati ed il terzo someggiato. Lo stesso dicasi per i pochi organi dei servizi. La trasformazione della grande unità elementare non poteva poi ignorare gli ambienti naturale e d'impiego nei quali essa avrebbe dovuto operare, il che portò alla costituzione della divisione alpina (analoga a quella di fanteria, ma naturalmente someggiata per intero), della divisione celere 1, della divisione motorizzata 2 e della divisione corazzata 3• La riforma venne trattata anche al Senato in sede di discussione del bilancio e vi trovò aperta opposizione da parte del gen. Zoppi, che il 29 marzo - presente Pariani - confutò l'asserita pesantezza della ternaria e le presunte forze di penetrazione e manovrabilità della binaria, osservando, tra l'altro: «Dimodoché quello che tutti prevedono è questo: poiché lo sforzo che si può ottenere tatticamente con una divisione ternaria non lo si potrà più ottenere con una divisione binaria, bisognerà ad un certo punto portare avanti altre divisioni, destinate a scavalcare o ad unirsi alla divisione già in prima linea; e compiere così un operazione tattica che è molto delicata, specie se si tiene presente l'aviazione (della quale troppo poco forse s i parla quando si discute della guerra terrestre). Dunque il bisogno di aumentare il numero delle divisioni di fanteria, per supplire alla minore capacità di penetrazione deJJa nuova divisione binaria, po1terà con sé nuove organizzazioni, nuovi generali, nuovi vice comandanti, nuovi stati maggiori, ecc, e tutto un lavoro che richiederà attività e tempo che sarebbero, a mio giudizio, più utilmente spesi in altri settori della nostra organizzazione(...)».

' La divisione celere aveva compiti di esplorazione strategica, avanguardia, generale, sfmttarnento del successo, azioni aggiranti a largo raggio. Formazione: due reggimenti di cavalleria, un reggimento bersaglieri, un gruppo squadroni carri, un reggimento di artiglieria, una compagnia genio, servizi.

' Da impiegare quale riserva d'armala o del Comando Supremo per manovra a largo raggio e per azioni a grandi distanza. Formazione: due reggimenti di fanteria, un reggi mento bersaglieri, un battaglione mitraglied, un reggimento artiglieria, un battaglione genio e servizi. 'Da impiegare a massa quale mezzo d i manovra o di rottura. Formazione: un reggimento carri, un reggimento bersaglieri, un reggimento d' artiglieria, una compagnia genio e servizi.


ORGANICI STUDIATI PER LA DIVISIONE BINARIA Ordinamento 1938 (Pariani) Campagna di Eeiopia

Manovre esrive 1937 in Sicilia

Iniziale

Fine 1938

Ordinamento 1940 (Soddu)

Comando divisione

Comando divisione

Comando divisione

Comando divisione

Comando divisione

2 rge. f. su 3 beg. f e l ber. accomp.

2 rgc. f. su 3 btg. f. e 1 btr. accomp.

2 rgc. f. su 3 btg. f. e I btr. accomp. da 47/32

2 rgt. f. su 3 beg. f. e 1 cp. accomp. 47/32

-

-

2 rgt. f. su 3 brg. f. e 1 ber. 65/17 1. legione MVSN su 2 btg. e I cp. mtr.

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I brg. complemenci I cgr. a. su 2 gr. di 3 btr.

I bcg. mcr.

·· Unità genio Unità servizi

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I rgt. a. su 3 gr. di 2 btr.

I ber. e.a. da 20 I beg. mer.

2 ep. e.e. _da 47/.'12 Unità genio Unirà servizi

1 btg. assalto

I rgt. a. su 3 gr. dì 3 ber. I btr. e.a. da 20

I htg. m. da 81 su 2 cp. 3 ep. è.e. da 47/32 I beg. genio I sez. sanità I sei. sussistenza I sez. autocarrette I sezione leggera

I rgt. a. su 3 gr. dì 3 ber. I ber. e.a. da 20

I btg. morrai su 2 cp. da 81 ed I ep. da 45 I ep. e.e. da 47/32 I btg. genio I sez. sanità l sez. sussistenza

I rgt. a. su 3 gr. di 3 btr. I ber. c,a. da 20

I btg. m. da 81 su due ep. I ep. e.e. da 47/32 I btg. genio 1 sez. sanità I sez. sussistenza


L'ITALIA NEL 1939

760

RAFFRONTO TRA L'ARMAMENTO DEL REGGIMENTO DI FANTERIA TERNARIA E QUELLO DELLA DIVISIONE DI FANTERJA BINARIA

1938

ADOTTATA NELLO SCORCIO DEL

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LA S ITUAZIONE MILITARE DELL' ITALIA

761

Ma ormai la decisione era presa, nonostante il parere contrariò del mar. Badoglio, il quale peraltro (come d'abitudù1e) non prese posizione con l'energia proporzionata alla consapevolezza dell'errore ordinativo che si stava commettendo. Mussolini, dal canto suo, dopo un assai scarso entusiasmo per la novità, finì per accettare il punto di vista di Pariani, il quale trovò un ulteriore appoggio nella sperimentazione fatta in Spagna, verso la fine della guena, della divisione Littorio, impostata appunto secondo il modulo binario e seguìta con particolare attenzione ed entusiasmo dal gen. Gambara. Inutile dire quanto poco appaia convincente, indipendentemente dai risultati tattici conseguiti, l'esperimento condotto con una sola divisione in un quadro operativo di caratteristiche piuttosto anomale. Naturalmente l'aumento del numero delle divisioni comportò una revisione dell'inquadramento dell'intero esercito, anche in funzione della situazione militare prospettata da Pariani a Mussolini: atteggiamento staticamente difensivo in corrispondenza della profonda fascia montana delle Alpi occidentali; maggiori possibilità di prospettive alla frontiera con la Germania, ove si poteva contemplare una robusta difesa del confine con predisposizioni per mm manovra controffensiva nell' immediato retroterra oppure considerare una rapida offensiva dal Tarvisiano; orientamento offensivo verso la Jugoslavia, ma nel contempo studio di una sistemazione difensiva atta ad impegnare su quella frontiera poche forze a profitto di altri settori; varie ipotesi sul teatro Medite1Taneo, ognuna delle quali comportante «operazioni offensive rapide e vigorose»; possibilità di iniziative dall'Impero contro le Somalie francese e britannica ed il Sudan. In sintesi: «li campo d'azione cl' Ilalia - scriveva Pariani - ha assunto grande vastità e<l impo1tanza aeronavale. Per fare fronte alla situazione dobbiamo essere in grado cli chiudere i settori operativi che desideriamo sialici per volgere il massimo del nostro sforzo nei settori dinamici. I settori dinamici vanno scelti, indipendentemente da considerazioni politiche, in modo <la poter arrecare colpi mortali il più rapidamente possibile» '.

Da queste considerazioni derivavano: la necessità di disporre di un'organizzazione difensiva pe1manente in corrispondenza delle zone di confine di maggiore facilitazione, affidata alla guardia alla frontiera e sostenuta da grandi unità di pronto intervento, nonché di costituire un' armata di immediato impiego nella pianura padana; la convenienza di prevedere il celere approntamento di grandi unit11 per la di fesa delle isole e del!' Albania e la fo1mazione di grandi unità di costit11zione successiva; l'opportunità, infine, di attrezzare la Libia a base offensiva. Un primo schema di riordinamento fu predisposto nel tardo autunno 1938 e poi confermato, salvo poche varianti, alla fine di quello stesso anno unitamente

'Prome moria per Mussolini in data 14 luglio 1938, rintracciato solo in una copia con numerose correzioni a penna presumibi lmente di mano dello stesso Pariani.


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L'ITALIA NEL 1939

ad altri provvedimenti collaterali. Il cosiddetto Ordinamento Pariani, adottato in via definitiva il 22 dicembre 1938 e fondato su un bilancio di circa 6.706 milioni, con una forza bilanciata dì 300.590 uomini per una fenna di 18 mesi, contemplava dunque: - 5 Comandi d'annata (uno in più rispetto all'ordinamento del 1934, per la nuova Armata del Po; - 17 Comandi di corpo d'annata (4 in più), dei qual i quindici in Italia e due in Libia; 1 Comando cli corpo d'annata corazzato (ex novo); - 1 Comando di corpo d' armata celere (ex novo); - 1 Comando Superiore truppe alpine, equivalente ad un Comando di corpo d'armata; - 51 divisioni di fanteria (20 in p iù), di cui 22 normali, 14 da montagna e 15 autotrasportabili; - 2 divisioni motorizzate (ex novo); - 2 divisio1ù corazzate (ex novo); - 3 dvisioni celeri; - 5 divisioni alpine (una in più). Qualche parola di commento sull' annata del Po. Era dislocata nella pianura veneto-padana e comprendeva tutte le divisioni di nuova costituzione (le due corazzate e le due motorizzate) oltre alle tre celeri già esistenti. Fu esaltata daJla propaganda come «il gioiello dell'esercito», ma nelle grandi manovre estive del 1939 sollevò critiche fra gli addetti militari esteri I per l' obiettiva difficoltà di impiegare con una concezione unitaria trnppe dotate di mezzi di trasporto eterogenei (cavalli, biciclette, motociclette, automezzi legati alle strade e piccoli cani am1ati) e destinate a combattere a piedi. salvo cavalleria e carristi. Non soltanto esisteva disarmonia in ambito divisionale, ma la stessa disarmonia si ripeteva anche a livello più elevato ed in maggior misura. Nulla a che vedere con la Panzerwajfe che, pure, Pariani ben conosceva.

* * * Il problema del materiale, in qualità e quantità, costituiva l'essenza di qualsiasi piano di ammodernamento delle forze annate. Fu certamente visto, ma allrettanto sicuramente non fu perseguito con chiarezza di idee nel campo strategico-politico e perseveranza di attuazione nel campo della programmazione. Si è inclini a ritenere che qualora le pur limitatissin1e risorse finanziarie fossero state impiegate alla luce di una precisa indicazione governativa della

' E.

VON RINTELEN,

Mussolini l'alleato cit., p. 63.


LA SITUAZIONE lvfILITARE DELL'!TALIA

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guerra prevedibilmente da combattere e di una politica militare strettamente consequenziale, i risultati, almeno localmente, sarebbero probabilmente stati migliori. Comunque, la sola elencazione dei tentativi di programmare i provvedimenti ritenuti occorrenti per conferire efficienza ali' esercito nei tre anni precedenti il conflitto è più che sufficiente a dare un'idea delle difficoltà di conciliare le esigenze con le disporubilita di fondi: - piano quadriennale del marzo 1937, che contemplava le necessità di tutti i servizi, lavori difensivi e ferroviari, sistemazione logistica, difesa contraerei, materie prime. Importo: 11 miliardi; - programma in sei tempi del novembre 1937, che considerava le stesse necessità. Importo: 13,5 miliardi; - piano decennale del maggio 1938, che considerava tutte le necessità derivanti anche dall'aumento della stJ.uttura dell'esercito. Importo: 24,5 miliardi; - piano ridotto del luglio 1938, che considerava armamento, sistemazione difensiva e logistica, automezzi e cani armati, Libia. Importo: l 0,5 miliardi; - piano C.S.41, parte 13, del luglio 1938, derivante dal precedente, che considerava incremento forza bilanciata, armi e munizioni, sistemazione difensiva, dotazioni reparti della M.V.S.N., cani armati ed automezzi per grandi unità di impiego immediato, carburanti, dotazioni stabilimenti d'armata, sistemazione logistica in Patria e in Libia, materie prime. Importo: 5,5 miliardi; - piano C.S.41, parte 2", dell'aprile 1939, che considerava mmùzionamento, servizio commissai·iato, genio, materie prime, depositi difesa Libia ed Egeo, difesa contraerei Libia, centro esperienze Libia, corpo d'armata d'Albania. Importo: 5,5 miJiard!i. Il piano C.S.41 fu approvato da Mussolini, che concesse 5 miliardi per la ia parte e 4,5 miliardi per la 2•. I primi 5 miliardi furono assegnati in settembre, a quadro politico-militare europeo già cambiato. In parallelo alla questione programmazione esisteva, però, un problema di fondo. Secondo Pariani l'industria bellica doveva adeguarsi alle esigenze dell'amministrazione militare; secondo il gen. Dallolio, commissario generale per le fabbricazioni di guerra sino al 31 agosto 1938, l'amministrazione militare doveva contenere i propri programmi entro i limiti di produttività dell'industria 1• Naturalmente occ01reva stabilire mia via di mezzo e questa fu costituita dalla concessione alle industrie, per il potenziamento degli impianti, di un contributo del 15% a fondo perduto sul valore delle commesse. A conti fatti, comunque, non si può non riconoscere calzante il commento di Ceva e Curami: «Nell'accavallarsi di questi piani e delle relative previsioni finanziarie non

' Lettera del gen. Sorice, capo di gabinetto del ministro della Guerra, al prefetto Magrini in data 21.2.1942 c it. in L. CEVA e A. CURAMI, La meccanizzazione de/l'esercito cit., I, pp. 235-236.


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L'ITALIA NEL 1939

emergono con evidenza le precise ragioni per cui l'esercito non riuscì a potenziarsi adeguatamente» 1•

* * * Il 14 gennaio 1939 Pariani presentò a Mussolini una relazione sulla situazione dell'esercito alla data del 31 dicembre 1938 e sul programma per il I 939. La relazione era suddivisa in sei parti: sistemazione delle frontiere, ordinamento e mobilitazione, armi e munizioni (depositi e possibilità di produzione), motorizzazione (allestimenti e possibilità di produzione), servizi (genio, sanitario, commissariato, chimico) e addestramento. Sul tema delle frontiere - che Pariani, riprenderà qualche mese più tardi, in sede cli Consiglio dell'esercito - erano fomite indicazioni, suffragate da dati indubbiamente esatti ma non utili ad una sintetica e chiara visione per chi ascoltava, sul livello generale di approntamento raggiunto, cosicché il quadro non riuscì ad avere l'incisività che sarebbe stata auspicabile. In tema cli ordinamento, era data in corso di attuazione la prevista trasformazione delle divisioni di fanteria: «Compless ivamente -spiegava Pariani - il programma porta ad averne 5 1 delle quali: 13 da montagna, I5 autotrasportabili e 23 normali. La trasformazione avverrà gradualmente in modo da non avere crisi in caso di mobilitazione. Si procederà cioè per gruppi cli 3-4 divisioni, non p,1ssando da un gruppo a quello successivo se non quando la mobi litazione del primo sia garantita. Entro il 1939 si ritiene d i poter attuare l' intera trasformazione, il che po11erebbe all a possibili tà nella primavera del 1940 di mobilitare, sia pure con qualche manchevolezza, 51 divisioni di fanteria pit1 le 14 speciali (celeri, alpine, motorizzate, conizzate)».

Per le artiglierie, prescindendo dai calibri divisionali (75 e 100), il progranuna degli anni 1940-41 prevedeva: - 16 reggimenti di artiglieria cli corpo d' armata, i cui attuali pezzi eia 149/12 (gittata 9 km) e 105/28 (gittata 10 km) dovevano essere sostituiti con il nuovo 149/1 9 (gittata 14 km); 5 reggimenti di artiglieria d i annata, i cui attuali vecchi pezzi da 210/8 e 149/35 dovevano essere sostituiti con il nuovo materiale da 210/22 (gittata 15.800 m) e 149/40 (giLtata 21.800 m); un reggimento dei grossi calibri residuati di guerra. Circa i materiali e le scorte, i dati erano numerosi e precisi, ma non espressi in termini di tragardi da raggiungere ed in conseguenti deficienze ed esuberanze, cosicché rimanevano nume1i senza elementi di confronto. Affermare, per esempio, che, nonostante cessioni varie, si erano potuti raggiungere aumenti consistenti nelle dotazioni di vari automezzi e che si prevedeva un ulteriore incremento entro la primavera del 1940 costituiva informazione incompleta se

' Ibidem, p. 240.


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non rapportata alle necessità organiche delle grandi unità e delle Intendenze, se non confortata dall'entità di produzione delle parti di ricambio, se non completata dalla percentuale di mezzi normalmente inefficienti per difetto di parti di ricambio o di officine o di personale specializzato. Anche ammettendo che talune precisazioni siano state date verbalmente, rimane la sgradevole sensazione di leggere dati non collocati nel giusto modo. * * * L'8 maggio Pariani fece il punto al Consiglio dell'Esercito, presente Mussolini. Precisò di non aver voluto, a causa della situazione politica, attuare la nota trasfonnazione in una sola ripresa che avrebbe posto in crisi l'intero esercito contemporaneamente e di aver invece operato per blocchi in successione di tempi: prima i corpi d'annata della frontiera occidentale, poi quelli in cui i provvedimenti presentavano minori difficoltà, quindi i corpi nei quali invece le difficoltà si profilavano maggiori ed infine i rimanenti. In merito alla mobilitazione ed ai piani operativi, affem1ò di aver avuto cura di salvaguardare le necessità della prima facendo precedere le relative predisposizioni alla trasformazione organica e l'aderenza dei secondi alla nuova struttura delle grandi unità. Naturalmente, Pariani colse l'occasione per esaltare la nuova struttura clivisionale: essa aveva - dichiarò - una percentuale cli assaltatori del 34% contro il 25% della ternaria e, nel campo logistico, una profondità pari press'a poco alla metà (14 km invece di 28) della precedente. E soggiunse altresì che entro il maggio 1940 sarebbe stata ultimata formalmente la trasformazione organica, non solo con l'ordinamento di pace, ma anche con perfetta rispondenza alle norme di mobilitazione. Disse pure un'altra cosa: che, secondo l'intendimento del Duce, sarebbero state mobilitate anche cinque divisioni di camicie nere. In tal modo la Milizia si vedeva affem1ala definitivamente quale forza armata in guerra, oltre che in pace, cosa peraltro che durò assai poco. La revisione organica era stata affrontata anche nell'ambito delle varie armi, con cambiamenti di notevole entità, in particolare per la guardia alla frontiera. A parte il riordino delle dipendenze nel quadro della copertura, era stata conferita ai settori cli copertura una fisionomia decisamente autonoma, estendendone la giurisdizione, fino a quel momento circoscritta a unità di fanteria e genio, anche alle batterie «sempre pronte». Del pari, era stata completamente riveduta l'organizzazione territoriale, preponendo ad essa il sottocapo cli Stato Maggiore per la difesa del ten-itorio, e basandola su 13 Comandi cli difesa territoriale e 28 Comandi di zona militare, col compito cli provvedere alle predisposizioni relative alla difesa territoriale in pace, ovviamente esclusa la fascia di frontiera, ed all'attuazione della difesa stessa in guerra (eccezione fatta per il territorio dichiarato zona di operazioni),


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nonché a tutto ciò che atteneva a misure di reclutamento e mobilitazione non rientranti nella competenza dei Comandi di corpo d'annata e di divisione nella cui giurisdizione avevano sede. Come si vede, l'intero esercito venne coinvolto dai provvedimenti presi da Pariani, taluni dei quali obiettivamente buoni. Pur continuando a trattarsi di un esercito a larga intelaiatura, si poteva pensare sufficiente per l'Italia uno strumento relativamente limitato ma assai solido, molto ben inquadrato, molto ben armato per l'offensiva, pronto ad entrare rapidamente in combattimento in stretta cooperazione con la marina e con l'aeronautica. Un esercito da poter completare in tempi ristretti e perciò capace di immediata offensiva, alle cui spalle però doveva trovarsi un Paese in grado di alimentarlo continuamente non solo con personale già addestrato, ma anche con armi, mezzi e materiali di ogni sorta. Sotto un certo profilo l'esercito di Pariani rispondeva a dette esigenze purché, volendo mobilitare soltanto una settantina di divisioni già esistenti in tempo di pace, sembrava abbandonato il criterio di costituire ex novo grandi unità di seconda e terza serie. Però ... questa settantina di divisioni non rispondeva affatto alle condizioni di solidità, inquadramento, bontà di materiale richieste da uno strumento bellico incaricato di realizzare Lma guerra di rapido corso: l'organismo del 1939 era debole, anemico, sprovvisto di troppe cose e, per di più, il sistema di alimentazione non risultava palesemente in grado di garantire il mantenimento e Io sviluppo delle operazioni, offensive o difensive che fossero 1• La guerra di rapido corso o, più semplicemente, la guerra offensiva esige la superiorità intrinseca, qualitativa e possibilmente anche quantitativa, sull' avversario. Tanto maggiore è questa superiorità, tanto più breve (e con minori perdite) è la guerra. Le istituzioni militari italiane, invece, più che sulla qualità dal personale 2 e sull'efficienza del materiale (pur protestandosi la piena osservanza di tali principi) in realtà si appoggiavano ancora sul numero, sulla massa opaca. Lo stesso Pariani dovette ammetterlo confessando che, per ottenere i fondi occorrenti per fabbricare i materiali, era costretto a restringere la ferma, portando così il periodo reale di addestramento di reparto a quattro mesi e cioè ad un tempo assolutamente insufficiente. Insomma, la situazione addestrativa, sempre in sofferenza a causa dello squilibrio determinato dalle necessità di un

' Non fu difficile per von Rintelen individuare le debolezze dell'esercito italiano: revisione organica pròvocata dall'adozione della binaria, materiale d'artiglierta assoluwmente superato, mezzi corazzati allo stadio iniziale, industria bellica non in grado di produrre materiale d'armamento in misura accellabile, materie prime deficitarie (E. voN RINTELEN, Mussolini L'Alleato cii., pp. 52-53). ' Proprio nella seduta de l Cons iglio dell'esercito dcll'8 maggio Mussolini non esitò a dichiarare: «La massa degli ufficiali di complemento è scadente. Tale si è dimostrata in Africa ed in Spagna. Soltanto il 30% sente il mordente del combattimento e sa trascinare. Gli ufficiali di complemento da maggiore in su non sono all'altezza».


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esercito a larga intelaiatura, e ·le ristrettezze di bilancio, «divenne addirittura disperata - ha scritto Stefani - dopo l'attuazione dell'ordinamento Pariani che, dando vita a procedimenti ed organici diversi dal passato anche ai livelli delle minori unità, ridusse ad appena qualche diecina di migliaia la disponibilità di riserve istruite» 1• E nei riguardi dei quadri la situazione era ancora peggiore. Dei 14 mila ufficiali di complemento e 6 mila sottufficiali nominati nel 1930 quanti erano veramente idonei a comandare il plotone e la squadra in combattimento, tenendo conto del tipo dei programmi addestrativi, del tempo realmente dedicato ad essi e del tipo di selezione in tema di carattere e di solidità fisica?

* ** II problema di fondo dell'aeronautica italiana riguardava la linea di volo e, per essa, la sua componente essenziale: il mezzo aereo. Ali' origine della modestia tecnica in questione figuravano, come ben messo in evidenza da Ceva, una serie di carenze industriali e, soprattutto, «l'incapacità italiana di prodmTe motori di potenza adeguata ai bisogni 2 • Nel 1929 il gen. De Pinedo presentò a Balbo un promemoria sulla situazione della forza aerea, in cui mostrava, preoccupazione per le qualità militari «nettamente scadenti» degli apparecchi di produzione nazionale, concludendo che fino a quando prototipi veramente soddisfacenti non fossero stati realizzati, l'efficienza bellica effettiva della nostra aeronautica si sarebbbe trovata necessariamente ad attraversare una grave crisi. Ciò posto, considerata la poca efficienza degli apparecchi di cui era possibile l'immediata commessa, è risultato quindi più che dubbia la convenienza di completare numericamente la linea di volo «spendendo forti somme per un materiale di scarso valore», diventava naturale preferire l'attesa di un prototipo soddisfacente di produzione nazionale per,Ie varie specialità. Questa soluzione comportava, a giudizio di De Pinedo, un 'periodo di crisi di 3- 4 anni' . · Quanto ai 'motori, nel 1939, mentre la Royal Air Force, la Luftwaffe e l'Armée de l'Air si limitavano solo a due o tre tipi, l'aeronautica italiana ne aveva ben cinque con ovvio maggior peso e costo nel supporto logistico. Beninteso, tutti i cinque motori erano prodotti su licenza di case estere inglesi, francesi e americane, che, dato il momento politico internazionale, non si erano certo sbilanciate nel meglio della loro produzione. Infatti nessuno raggitmgeva la potenze di 1.000 HP, già all'epoca basilare per un moderno caccia.

1 F. STEFANI, Storia delle dottrine e degli ordinamenti dell'esercito cit., Il, tomo I, p. 316. ' L. C EVA, Lo sviluppo degli aerei militari in ila.Lia cit., pp. 26 -27. 'Promemoria di De Pinedo in data l 8.8. 1929 in G. ROCHM, Italo Balbo c it. , pp. 205 -206.


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Il discorso sul materiale di volo appare piuttosto complicato. Premesso che nel campo della progettazione in Italia esistevano solo due istituti di specializzazione aeronautica di modeste capacità, possibilità ed esperienza e quindi non in grado di consentire respiro di idee e concezioni progettuali all'altezza dei tempi, in generale !;industria nazionale era assai poco propensa ad avventurarsi in commesse che comportassero qualche rischio, preferendo un pagamento sicuro al fatturato. All'inizio del 1938 il gen. Valle illustrò a Mussolini il «Programma R» (Rinnovamento). A dire il vero non lasciava scorgere un indirizzo aperto alle innovazioni sia tecnologiche sia dottrinarie. Partiva, con ogni evidenza, dalla convinzione, sostenuta dalla lunga serie di affermazioni internazionali del volo in fonnazione e del volo acrobatico, che l'aeronautica, così com'era, fosse assolutamente competitiva con quella britannica e superiore alla francese ed alla tedesca. Sul piano tecnico, il programma si basava su due presupposti: mantenimento prioritario (con qualche eccezione per il bombardamento) della formula trimotore a medio raggio d' azione, non idoneo ad impiego multiplo in campo tattico, mentre altrove (Stati Uniti a parte) era adottato il bimotore a medio raggio che consentiva il bombardamento e l'appoggio tattico; conservazione del motore stellare di modesta potenza, scarsa velocità ed armamento limitato a due mitragliatrici da 12,7, mentre gli altri Stati indusu·iali si orientavano a motori lineari di potenza superiore ai 1.000 HP, con una velocità dell' ordine dei 550- 650 km/h ed un armamento multiplo (mitragliatiici da 12,7 e cannoncini da 20) '. Palese il divario della scelta di partenza. Il Programma R prevedeva l'immissione in linea cli 3.066 aerei, cli cui l .086 da bombardamento terrestre, 90 da bombardamento marittimo, 971 caccia terrestre, 49 caccia marittima, 75 d'assalto, 57 da combattimento, 322 da osservazione aerea, 273 da ricognizione marittima, 28 R.S.T., 14 R.S.M., 65 A.P.C. e 36 da trasporto. Il completamento del programma era previsto entro il 1940, con quattro stanziamenti straordinari di 400 milioni ciascuno 2. Valle, al riguardo, ebbe ad affermare: «i requisiti per gli aeroplani che, sempre attraverso severissime gare, ordinavamo alle ditte, li dovevo elaborare io stesso ed i miei collaboratori, con l'intento dominante di chiedere mezzi con prestazioni sempre migliori di quelli che, attraverso le illformazioni dall'estero, risultava fossero in sviluppo o in servizio presso le forze aeree straniere 3• Ora, si può dare per scontato qualche enore di indirizzo tecnico od operativo, però nel corso dell'attuazione del programma emersero situazioni sinceramente

' N. ARENA, La Regia Aeronau1ica 1939 -1 94.1 cit., I, pp. 27-28. 'N. ARENA, La Regia Aeronautica 1939-194.1 cit., I, pp. 75 -77. Nel computo erano compresi 174 aerei destinati ali' Aeronautica dcli' A.O.I., ma non 105 trimotori da bombardamento, sempre per l' A.O.I., perché provenienti dal recupero. 3 G. D'AVANZO, Ali e poltrone cit., p. 200.


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sconcertanti. Circa 700 apparecchi di modelli vari, con commesse per oltre un miliardo ed un impegno di 16 milioni di ore lavorative, rimasero nei repaiti aerei per un periodo dalle poche settimai1e ad una diecina di mesi dopo di che ... vennero radiati ed avviati alla demolizione. Si trattò dei seguenti tipi: - bimotore Piaggio P. 32/P. 32- bis, costruito in 32 esemplari, assegnato al I 8° stormo da bombardamento nel febbraio 1938 e radialo in aprile per insufficienza tecnica. Costo: circa 24 milioni; - bimotore Caproni Ca.135/Ca.1 35-bis, costruito in 70 esemplari, assegnato all'll O stonno da bombardamento nel gennaio 1938 e radiato in ottobre. Costo: oltre 52 milioni; - bimotore SIA! SM.85, costruito in 36 esemplari, consegnato al 96° gruppo bombardieri a tuffo nell 'estate 1939 e radiato nel giugno 1940 per insu[[icienza tecnica ed operativa; - bimotore Cant.Z 101 1, costruito in 8 esemplari. consegnato alle Scuole di specialità nel 1937 e radiato nello stesso anno per insufficienza tecnica. Costo: quasi 3 milioni; - bimotore Breda Ba.88, costru ito in 148 esemplari, assegnato nel.l'autunno 1939 al 5° stormo d'assalto e radiato nell'es tate 1940 per insufficienza tecnica ed operativa. Costo: 112 milioni e mezzo; - tri motore SIA! SM. 84/SM.84 bis, costruito in oltre 300 esemplari, assegnate a cinque unità <la bombardamento terrestre nella primavera del .1 940 e radiato l'anno seguente per iJ1Surtìcienza tecnica ed operativa. Costo: oltre 312 milioni.

Inutile sottolineare lo sperpero di fondi, di tempo e di preziose risorse, nonché i vuoti provocati nella linea di volo da simili deludenti insuccessi. E, commenta Arena, «oltre a questi emblematici aeroplani, che costituirono gli aspetti più eclatanti di e1nte scelte d'indirizzo e di dichiarati fallimenti progettuali, altri aerei meritavano molto meno importanza produttiva, spese finanziarie e materie prime, in quanto inutili sotto diverse possibilità d'impiego, anche le più elementari» '. Nal novembre 1939 il gen. Pricolo, subentrato a Valle quale sottosegretario e capo di Stato Maggiore dell'aeronautica, volle dare un'occhiata ai primati aeronautici conquistati dall'Italia e con piacere riscontrò che a tutto luglio 1939 l'Italia deteneva ben 33 titoli sugli 84 previsti dalla Federazione aeronautica internazionale, seguita a cl istanza dalla Gem1ania (15 titoli), dalla Francia ( 12 titoli), dagli Stati Uniti (11 titoli) ecc .. Data una supremazia così evidente, «io - scrisse più tardi - mi trovai di fronte ad una realtà veramente paradossale, senza riuscire a capire l'enigma in base al quale era accaduto che proprio l' Aeronautica detentrice del maggior numero di primati avesse, per contro, gli aeroplani ed i motori più scadenti di tutte le altre» e - continuò - «prima di staccare gli occhi dalle tabelle, provai un violento senso di invidia verso l'Inghilterra, la quale, pur essendo detentrice di soli due primati, aveva i migliori aeroplani bellici del mondo; e non solo sulla carta o sugli aligeri messaggi della propaganda, ma sui campi e nei cieli della quotidiana battaglia»2 •

' N. ARENA, La Regia Aeronautica 1939-1943 c it., I pp. 79- 80. ' F. PRtCOLO, La Regia Aeronautica 1939-1941 ci l. , p. 100.


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Alle incidenze di natura tecnica sulla poco brillante situazione, sono da aggiungere motivi di diverso genere, quali «l'incapacità di elaborare una dottrina di qualche respiro, capace di dare un senso alla richiesta di totale autonomia» 1 e, di conseguenza, l'incertezza nella scelta dei tipi di aerei; le preferenze dei piloti derivanti dal particolare addestramento; taluni interessi industriali. L'aspetto dottrinale risentiva apparentemente del confronto polemico fra le teorie del Douhet e del Mecozzi. In realtà, non soltanto nessuna delle due verme accolta dottrinalmente e coerentemente dotata cli mezzi idonei per la sua applicazione (anche se nella progettazione del CAB API e del Breda 64 intervenne personalmente il gen. Mecozzi), ma una particolare mentalità - la tendenza all'acrobazia, che contagiò persino i ricognitori ed i piloti dei traspotti 2 -esercitò un peso tutt'altro che trascurabile sull'impiego ciel mezzo aereo. Alcune ammissioni del gen. Santoro appaiono significative al riguardo: «L'addestramento dei caccia(... ) poteva considerarsi ottimo, per quanto fosse data preminenza forse eccessiva alle manovre acrobatiche d' insieme, a scapito di un più accurato addestramento in forme d'impiego più aderenti alle necessità belliche»,

e poi: «(...) la necessità di consumare il meno possibile di carburante(... ) portò a non dare all'addestramento del bombardamento quella estensione e quell a profondità che sarebbero state desiderabili. Inoltre anche la tendenza dei piloti da bombardamento a emulare i cacciatori nel la perfezione delle formazioni d'insieme, andò a scapito del perfezionamento dell'addeslramento al tiro, alla navigazione sul mare, e soprattutto al volo notturno e al volo senza visibilità»' .

Purtroppo i tre spunti operativi scaturiti dall'esperienza spagnola di cui si è fatto cenno in precedenza - la distinzione tra funzione strategica dell'aviazione e l'appoggio aereo alle forze terrestri, la concezione della battaglia aero-terrestre e l'utilità del connubio aereo-can-o armato nella penetrazione in profondità e nello sfruttamento del successo - non trovarono opportuno riscontro in campo dottrinale. E men che meno ne trovò la concezione della battaglia aero-navale. Nel I 970 Valle si lasciò andare ad una strana affennazione. Negando di aver «perseguitato» il Mecozzi, volle ricordare il proprio personale intento di potenziare l'aviazione d' assalto, «anche se non potevo far coincidere la sua teoria con la dottrina ufficiale della Regia Aeronautica. Questa non poteva avere una dottrina perché non aveva una strategia che logicamente doveva essere la Strategia delle forze armate, del governo, del paese e che doveva esplicarsi attraverso una collaborazione fra le tre Armi. Preposto a questo compito era il Capo di Stato Maggiore Generale; egli avrebbe dovuto delineare una strategia e quindi stabilirne le conseguenti linee di collaborazione fra le tre forze armate. Ma Badoglio non fece nulla. Non mi ha mai convocato per impartirmi ordini, direttive, istruzioni (...)» •.

' G. RocHAT, Italo Balbo cit., p. 310. 'G. D ' AVANZO, Ali e poltrone cit., pp. 318-319. 'G. SANTORO, L'Aeronautica italiana nella seconda guerra mondiale c it., I, p. 27. 'G. D'AVANZO, Ali e poltrone cit., p. 199.


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A prescindere dalla ben poco avvertita «presenza« di Badoglio in tema di coordinamento, sembra di 1iscontrare una certa confusione fra dottrina d'impiego e direttive strategiche relative ad una determinata ipotesi di conflitto con un determinato avversario. Portando l'affermazione di Valle alle estreme conseguenze, bisognerebbe concludere che nell'ipotesi di una guerra contro la Francia la dottrina aerea sarebbe stata differenterispetto ad un conflitto con la Germania o la Jugoslavia; e che l'aerocooperazione te1Testre e marittima sarebbe stata diversa a seconda della guerra prevedibile, il che è del tutto assurdo. L'addestramento derivava, inevitabilmente, dalle convinzioni allora esistenti nel campo dell'impiego e di cui ci limi_teremo a pochi cenni. Nel Programma R, il primo posto in tema d'importanza era servito al bombardamento, ma le conclusioni cui si giunse a seguito di sperimentazioni contro navi furono che la maggior parte del naviglio nemico poteva essere distrutta con bombe dai 15 ai 50 kg, che una bomba da 50 kg era «certamente mortale» per il naviglio fino a 10.000 tonn. , che lo scoppio di una bomba da 100 kg su un fondale di 15-20 metri avrebbe avuto effetti decisivi su qualunque nave a distanza entro i 12 metri. Conseguenza di tali conclusioni: ordinazione cospicua di bombe fino a 100 kg e di spolette con ritardo sino a 3 minuti per l'attacco aereo a navi alla fonda. In quegli stessi rumi l'aviazione imbarcata sulle portaerei americane reputava necessario l'impiego di bombe da 100, 250 e 500 kg per distruggere naviglio da 10.000 tonn. '. Il secondo posto per importanza era assegnato alla caccia, con piena fiducia nel biplano CR.42 in costruzione ed ancor più nell'addestramento del personale. Mancava però .un concetto tattico moderno del combattimento di unità. Dopo il primo attacco effettuato in formazione, il combatti.mento si frazionava in duelli individuali, acrobatici e disordinati 2• Per gli aerosiluranti si succedevano esperimenti ostacolati da una serie di impacci burocratici, tecnici, ordinativi, e accompagnati dalle polemiche fra gli Stati Maggiori dell'aeronautica e della marina. Ristùtato: nel 1939 la situazione era stagnante e Valle aveva abbandonato ogni interesse per il siluro aereo 3 . Infine, le specialità dell'assalto e del combattimento erano praticamente inesistenti 4. Questa, a grandi linee, la situazione dell'aeronautica nel 1939.

* ** La marina italiana si presentava, secondo le valutazioni dell'epoca, come un complesso navale di tutto rispetto, tanto da ravvisare solo nella scarsa e

' N. ARENA, La Regia Aeronautica 1939-1943 cit., pp. 80-83. 'Ibidem, pp. 87-89. ' Ibidem, pp. 84-87. "Ibidem, pp. 89-91.


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problematica disponibilità di nafta il punto dolente. Nessnn dubbio sul costituire questo un punto dolente, ma non era il solo. Sul piano concettuale e su quello tecnico esistevano, invero, inconvenienti di vario genere. La nostra politica navale era concettualmente impostata sull'impiego delle navi da battaglia in funzione della ricerca della grande battaglia risolutiva e, quindi, la nostra preparazione privilegiò il rafforzamento del gruppo delle corazzate, scartando l'innovazione della portaerei, della quale, obiettivamente, nessuno immaginava l'importanza che avrebbe acquistato. L'amm. Cavagnari fu esplicito in proposito nel discorso che il 15 marzo 1938 terme alla Camera: <<La Marina italiana persiste invece nella decisione di non costruire nav i portaerei con ponte di volo. Osservatori stranieri , vicini e lontani, hanno segnalato e criticato questa che è apparsa una de ficienza della nostra floua. Anche nell'ambito de i tecnici nazionali si è d iscusso in passato su questo punto(. .. ). Il rapidissimo progresso tecnico degli aerei, l'incremento sbalorditivo delle loro caratteristiche di veloc ità, di autonomia e di portata, mentre hanno eno1memente complicato e complicheranno il problema della nave con ponte di volo, ne diminuiscono di pari passo l'efficienza, i mesa come appo1to efficace ai compiti aeronavali, per quel che riguarda l'esplorazione ed il bombardamento, nei teatri d 'operazione che più ci interessano, dotati come sono di un'appropriata rete di basi aeree. (. .. ) oggi già immaginiamo storm i ben più grandiosi c he la nostra Aeronautica può far giungere tempestivamente nella zona delle operazioni partendo dalle basi continentali(...)».

Questa decisione comporterà non solo un concorso aereo alle operazioni navali subordinato alle circostanze ed alla disponibilità di apparecchi da parte dell' eronautica, ma altresì una richiesta avanzata di volta in volta, che raramente potrà essere esaudita con tempestività e nella misma desiderata. Sul piano tecnico, invece, pesera1mo una scelta che si dimostrerà errata e difetti avve1titi solo dopo un confronto diretto con l'avversario, cioè a guerra iniziata. La prima, derivava dal criterio tradizionale della marina italiana di dotare tutte le navi di una velocità massima superiore a quella delle navi estere di pari età. Senonché il principio, di per sé accettabile, venne applicato ad eccessivo detrimento della robustezza dello scafo e della protezione. Per di più la velocità massima raggiunta in sede di prove non risultò più conseguibile a causa dell' incidenza negativa provocata dalle inevitabili aggiunte di apparecchiature e di anni su quello che doveva essere il requisito vincente. Anche i mezzi per la guerra sottomarina non andavano esenti da pecche, benché disponessimo della più grande flotta subacquea del mondo: oltre un centinaio di sommergibili. L'elenco dei difetti, di cui ci rendemmo conto solo dopo aver preso contatto con la base cli sommergibili tedesca a Bordeaux, nell' estate 1940, era breve ma nutrita: eccessivo sviluppo delle sovrastrutture (male comune a tutto il nostro naviglio), insufficiente rapidità di immersione, bassa velocità in immersione, limitata manovrabilità, mancanza di una centrale per il calcolo degli elementi per il lancio multiplo dei siluri, mancanza di ecogoniometri (quindi navigazione in immersione alla cieca), indisponibilità di siluri a


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motore elettrico sì da non lasciare pericolosa traccia di scia in superficie. Per quanto, poi, concerne la lotta contro i sommergibili, l'organizzazione antisom, basata sul semplice idrofono e dotata di bombe di profondità di caratteristiche scadenti, era nel 1939 tuttora incompleta. La preparazione tecnica della marina era considerata, a conti fatti, in linea con i tempi, ma anche sotto questo aspetto emersero talune manchevolezze. Sia chiaro che, a prescindere dall'assenza di informazioni tedesche sulle prime esperienze di guerra di cui avremmo potuto far tesoro durante il periodo della non belligeranza, sottovalutazioni e ritardi tecnologici si riscontravano ovunque, però le principali marine potevano appoggiarsi ad industrie belliche assai più solide ed attrezzate della nostra e perciò molto più pronte a correre ai ripari. Per quanto ci riguardava, si trattava di una certa imprecisione di tiro, particolarmente rilevante sugli incrociatori da 10.000 e sui cacciatorpediniere; di mancanza di apparecchiature per il tiro notturno dei cannoni di grosso calibro; della difesa contraerea insufficiente per il numero di cannoni, per il loro calibro (non superiore ai 100 mm), per la poca praticità della centrale al tiro e per i difetti delle spolette (troppo sensibili) e dei proiettili da 90 (di frantumazione troppo minuta per danneggiare un aereo modem o) '. Aggiungasi, per finire, la mancanza dei radar, già in servizio su talune navi inglesi ed anche tedesche, ma del quale si ignorava l'esistenza, e le carenze nel settore delle trasmissioni. La radiofonia, benché possibile, in pratica non trovava uso normale. Fra le navi, anche se vicine, le comunicazioni avvenivano in telegrafia e per giunta in cifra, con i comprensibili dannosi ritardi che ne potevano derivare. Tra navi ed aerei si svolgevano in telegrafia ed in cifra se lontani, ammessa e poco concessa la sintonizzazione degli apparati radio, e con tali da segnalazione e fumate colorate se l'aereo si trovava nelle vicinanze. In sostanza, la difficoltà di comunicazione fra navi ed aerei in campo tattico contribuì indirettamente ad ostacolare una proficua collaborazione tra aeronautica e marina 2.

2. I CONTATTI MILITAR1

FRA ITALIA E GERMANIA

Nella primavera del 1936 il ministero della Guerra decise di inviare alcuni ufficiali a Berlino per preparare una serie di conversazioni da svolgere nel successivo luglio, avviando in tal modo una qualche forma di collaborazione militare con la Germania 3 • Dette conversazioni, da concretare in forme semplici,

' ANGELO JACHINO,

Tramonto di una grande marina, Mondadori, 1960, pp. 58-64.

'Ibidem, pp. 77-78. 'Non sono stati rintracciati nell'archivio dell'Ufficio storico dell' esercito documenti che illustrino l'origine dell'iniz,iativa.


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evitando per quanto possibile invadenze reciproche, dovevano vertere su molte questioni di interesse delle tre forze armate 1 • Gli ufficiali designati - il col. Marras per l'esercito, il cap.vasc. De Courten per la marina ed il col pilota Senzadenari per l' aeronautica - giunsero a Berlino il 16 maggio, accolti dal capo dell'Abwehr, amm. Canaris, e dal capo dell'Oberkommando der Wehrmacht, gen. Keitel. Quest'ultimo, che curava il convegno, dopo aver salutato gli ospiti, espresse la sua ammirazione per la campagna condotta dall'Italia in Etiopia, quindi sintetizzò gli scopi della collaborazione desiderata indicando quattro obiettivi principali: informativo; tecnico e addestrativo, oggetto specifico della missione; operativo, da lasciare per il momento in sospeso, data la mancanza di una base di colloquio. La visita si limitò in pratica ad una preliminare presa di contatto sulle possibilità di realizzare l'uspicata cooperazione, ma venne ripresa 1'8 luglio a Roma da una missione tedesca guidata dal col. Reinhard, capo ufficio addestramento dell'OKW, con più concrete proposte, inerenti Io scambio di ufficiali frequentatori presso le rispettive Scuole di Guerra, scuole centrali d'arma, Istituto geografico militare e possibilmente, ma in epoca succcessiva, anche presso Comandi di divisione. Da parte germanica venne ripetutamente espresso il rincresci.mento di dover limitare il numero degli ufficiali da mandare a causa della scarsità numerica di quadri e soprattutto di conoscitori della lingua taliana. Fu avanzato tuttavia l'invito ad una missione italiana per assistere alle grandi manovre in Sassonia nel settembre seguente e, in cambio, chiesta la partecipazione del gen. von Kiichler, ispettore delle scuole, alle manovre italiane dell'Irpinia 2 • In questa prima fase, quindi, non si registrarono r isultati di rilievo. Dopo di allora si susseguirono inviti reciproci: il maresciallo von Blomberg in Italia nel giugno 1937; Mussolini, Badoglio e Pariani alle grandi manovre nel Mecklemburgo nel settembre dello stesso am10; Hitler in Italia nel maggio 1938, Pariani in Gennania nel luglio 1938. Anche in questa serie di incontri non furono raggiunti precisi accordi militari: i vari scambi si svolsero in un clima di cordialità, di amicizia, di stima e nulla cli più. Entrambe le parti però ne approfittarono per raccogliere dati, impressioni, considerazioni e confronti. Gli italiani ebbero

'L'argomento è già stato trattato in M . MONTANARI, L'esercito italiano alla vigilia della seconda guerra mondiale cit., pp. 38- 62 e allegati 5 -12. Sui colloqui militari in questione cfr. M. T OSCANO, Le conversazioni militari iwlo -tedesche alla vigilia della 2" guerra mondiale in «Rivista Storica Italiana», anno LXIV, fase. I, e L. CEVA, Altre notizie sulle conversazioni militari italo-tedesche alla vigilia della seconda guerra mondiale in «Il Risorgimento», anno XXX, n. 3. 'Il col. Marras chiuse la sua relazione sui colloqui di Roma in questi termini «Ove i nostri orientamenti politici attuali non fossern ben sicuri, riterrei della massima importanza - per evitare ogni futuro sospetto circa la nostra sincerità - che venisse dichiarato esplicitamente che tali accordi sono legati alla situazione politica e che non implicano alcun impegno al riguardo di quest'ultima e che pe1tanto nel loro sviluppo futuro potrebbero subire modificazioni in dipendenza della situazione politica,,.


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modo di recepire il rapido e vistoso accrescimento della potenza militare del Reich; i tedeschi invece ricavarono impressioni sostanzialmente negative. Il mar. von Blomberg, comandante in capo della Wehrmacht, espresse un giudizio severo nei confronti della consistenza, dell' armamento e dell'addestramento dell'esercito italiano, mentre rimase in complesso favorevolmente colpito dai livelli di efficienza della marina e dell'aeronautica. Sull'onda del progressivo deterioramento della situazione internazionale e sostenuto dalle sue convinzioni personali, Pariani il 14 luglio non appena rientrato a Roma dalla sua visita in Germania', si affrettò a sviluppare il tema della cooperazione con Mussolini, significando che «in seguito ai contatti già avvemtti a mezzo di missioni militari fra l'Esercito italiano e quello tedesco, sembra giunto il momento di stabilire con la Germania una regolare convenzione di 'collaborazione tecnica', analoga a quella già in atto con l 'Ungheria» e proponendo, a tale scopo, di fare i passi opportuni presso il ministero della Guerra tedesco per addivenire .ad una riunione di commissioni a Roma od a Berlino e fissare lo schema delle convenzioni da sottoporre all'approvazione definitiva delle parti contraenti, ,compresa l'Ungheria, in base alla clausola esistente nella convenzione stipulata con Budapest. Da paite germanica non fu mostrato un grande interesse a più stretti legami di collaborazione, talché Pariani ebbe a manifestare apertamente all'addetto militare tedesco a Roma, col. von Rintelen, il proprio disappunto per l'assenza di contatti fra i due Stati Maggiori. La conversazione, puntualmente riferita a Keitel, non sortì gli effetti desiderati: il capo dell'OKW, consapevole del carattere meramente ufficioso delle avances di Pariani (cui mancava l'avallo del ministero degli Esteri), e poco invogliato agli approcci dai rapporti poco brillanti sulla efficienza dell'apparato militare italiano, lasciò cadere l'implicito invito. L'intervento decisivo fu invece quello dell'ambasciatore von Mackensen, che il 5 novembre telegrafò a Ribbentrop chiedendogli se l'atteggiamento dell'OKW fosse in armonia con il lavoro che la Wilhelmstrasse stava conducendo per arrivare alla nota alleanza. Ribbentrop si mosse immediatamente a Berlino, Marras, che promosso generale aveva sostituito il gen. Roatta come addetto militare, ricevette la proposta di iniziare scambi di vedute fra i rappresentanti dei due eserciti nel settore degli armamenti; a Roma, il col. von Rintelen ebbe istruzioni di accogliere l'idea di Pariani, per quanto con riserva di indicare tempi, modo e luogo degli incontri. Mussolini, informato dei nuovi sviluppi, approvò subito ed incaricò Ciano di avvisare Pariani. Quest' ultimo, evidentemente all'oscuro dell'attività diplomatica dietro le quinte, rispose (18 novembre) mostrandosi entusiasta e

'Appunto su lla visita in Geonania in M. MONTANARI, L'esercito italiano alla vigilia della 2• guerra mondiale c it., ali. 5.


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soddisfatto della mossa tedesca che, con sorprendente e del tutto irnmotivato ottimismo, attribuiva «alla constatazione degli ottimi risultati che abbiamo avuto nello studio di mezzi tecnici, dove siamo all'avanguardia; risultati solo non ancora seguiti da adeguata potenzialità di produzione». Comunque, a Berlino la situazione venne studiata attentamente e con preciso riferimento ad una possibile guerra in relazione a minute istruzioni di Hitler. L' Oberkommando der Wehrmacht preparò una memoria, datata 26 novembre, volta a fissare i binari in cui dovevano essere condotte le conversazioni. Il documento I stabiliva un principio fondamentale d'intesa, i presupposti politici, una suddivisione dei compiti strategici. Il cardine di riferimento consisteva, essenzialmente, nel rifiuto di una «condotta locale comune delle operazioni» sotto un Comando unificato e, per contro, nella precisa definizione dei teatri di guerra di rispettiva pertinenza e nell'indicazione preventiva dei compiti riservati ad ogni alleato. In altri termini, stabiliti l'ambito strategico ed i compiti, ogni Stato avrebbe agito in piena autonomia nella propria indipendente sfera d'azione strategica. Questo, in fondo, non escludeva l'istituzione di un organo di comando alleato per l'a1monizzazione delle direttive strategiche, e neppure l'invio cli rinforzi ali' alleato in scacchiere cli sua responsabilità; di conseguenza appariva accettabile anche se qualche anno dopo, in Africa settcnt1ionale, si avrà modo di vedere come all'atto pratico l'OKW intendesse riconoscere l'indipendenza dell'alleato nella condotta delle operazioni con truppe italo-tedesche. L'ipotesi di lavoro assunta considerava un conflitto fra Gem1ania e Italia contro Francia e Gran Bretagna in un quadro europeo di stretta neutralità da parte della Svizzera, del Belgio e dell'Olanda; di benevole neutralità verso l'Asse eia parte di Ungheria e Spagna; di ostilità da patte dell'U.R.S.S .. In queste circostanze bisognava vedere la Francia come obiettivo primario, in quanto il metterla fuori combattimento avrebbe fatto perdere alla Gran Bretagna ogni base per continuare la guerra sul continente e l'avrebbe posta nelle condizioni di dover sopportare da sola Io sforzo congiunto delle nazioni totalitarie. Con ciò, i compiti delle due Potenze del!' Asse diventavano in certo modo conseguenziali. Per la Germania si trattava di concentrare tutte le sue forze sul fronte occidentale, fronte la cui estensione sarebbe stata limitata dato il rispetto per la neutralità del Belgio e dell'Olanda. L' offensiva sarebbe stata sferrata fra il Belgio ed i Vosgi 2, senza alcuna preoccupazione per la linea Maginot il cui sfondamento era ritenuto possibile senza eccessive difficoltà. Nel contempo, azione navale contro le comunicazioni marittime anglo-francesi nel Mare del Nord e nel!' Atlantico ed offensiva aerea simultanea contro la Gran Bretagna e

'Note per le discussioni della «Wehrmacht in Italia», in M . MONTANARI, ibidem, ali. 6. ' Fu solo il 27 settembre 1939, il g iomo dopo la caduta di Varsavia che Hitler annunciò ai comandanti in capo delle forze armate la sua decisione di raggiungere le coste del Mar del Nord e della Manica con una spinta verso nord-ovest, invadendo il Belgio e l'Olanda.


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la Francia settentrionale.All'Italia spettava, in generale, il mantenimento della neutralità balcanica, base degli approvvigionamenti comuni; l'aumento della pressione sulla Spagna e l'occupazione delle Baleari Ì11 modo da isolare la Francia; la minaccia ane sfere d'innuenza britanniche e francesi in Africa settentrionale e nel Medio Oriente intesa essenzialmente a disperdere lo sforzo di guerra britannico in Mediten-aneo. Più precisamente, l'Italia doveva tenere immobilizzate quanto più forze francesi possibile alla frontiera alpina, alleviare eventuali preoccupazioni tedesche ad Oriente inviando forze «di concerto con quelle ungheresi, contro la Polonia, se quest' ultima assume un atteggiamento minaccioso», ed infine doveva attaccare il Nordafrica francese ed occupare la Corsica. Sul mare, inoltre, occorreva che operasse contro le vie di comunicazione britanniche e francesi nel Mediterraneo e Gibilterra; mentre la guerra aerea contro la Francia doveva essere condolla nel territorio metrnpolitano a sud della linea lago di Ginevra-La Rochelle e nelle colonie dell'Africa settentrionale. Seguivano argomenti minori nei cui confronti era opportuno attivare uno scambio di notizie. In merito alle premesse politiche basta soffermarsi sulla visione europea della guerra da patte dell'OKW - laddove l'Auswartiges Amt tendeva a lavorare su una dimensione mondiale - solo in qualche modo spiegata col fatto che tutta l'attenzione era rivolta verso la Francia e la Gran Bretagna, pur considerando l'U.R.S.S. ostile e dubbia la Polonia; nonché sul proposito di rispettare le neutralità belga e olandese. Sul piano militare alcuni aspetti del ruolo riservato all'Italia lasciano perplessi. In generale evidentemente le veniva riconosciuta una potenza aeronavale che non esisteva e che, anche se la valutazione era da considerarsi in proiezione futura, appariva problematico raggiungere, data la nota limitata potenzialità industriale e l'altrettanto conosciuta indisponibilità di materie prime. A prescindere da questo, l'indirizzo strategico suggerito dall'OKW contemplava in sostanza: l' occupazione delle Baleari e della Corsica; l' eliminazione (ma che cosa veramente si intendeva con simile espressione?) di Gibilterra; un minaccioso schieramento ed una pressione insistente, più che un' offensiva vera e propria, sulle Alpi occidentali; l'offensiva dalla Tripolitania contro il Nordafrica francese e la conseguente difensiva in Cirenaica nei confronti di azioni partenti dall'Egitto, azioni evidentemente ritenute assai poco probabili, posto che una «concentrazione» italiana - come si espresse l'OKW - su tutto il Mediterraneo avrebbe dovuto «disperdere» lo sforzo di guerra britannico; l'eventuale invio di truppe in Ungheria per poi agire contro la Polonia. Ove s i fosse data come sicura l'acquiscendenza di Franco, le questioni delle Baleari e di Gibilterra potevano essere reputate risolvibili facilmente (Baleari) o meno (Gibilte1Ta), ma in realtà, considerando anche il corso della guerra civile, era per lo meno azzardato attendersi da Franco menomazioni all'indipendenza ed all'integrità dei territorio spagnolo. Per l'esercito italiano la desiderata pressione sulle Alpi non costituiva in fondo, compito molto gravoso. I veri punti critici


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del problema operativo italiano erano l'offensiva a fondo contro il Nordafrica francese e l'eliminazione delle marine francese e britannica. Sul primo di essi non esisteva nemmeno il più lontano orientamento, sul secondo bisognava fare i conti sulla carta e verificare se e quando le sotti di uno scontro sarebbero state favorevoli. In ogni caso, accogliendo l'idea tedesca, per l'Italia si sarebbe trattato di un impiego «combinato» delle tre forze armate assai più che di un «coordinamento» di esse e su ciò sicuramente mancava nei capi e negli Stati Maggiori la mentalità adatta, inconveniente d'altronde assai diffuso pressoché ovunque. Come si vede, se prima l'OKW aveva mostrato indifferenza, adesso il problema veniva messo sul tappeto con ampiezza di respiro e senza incertezze. Però il piano non ebbe alcun seguito immediato: né Ribbentrop, al quale il 30 novembre era stata inviata la nota di Keitel, dette a vedere particolare interesse, né Ciano o Pariani, che ignoravano la portata dell'esame che l'OKW era disposto a fare, risulta abbiano insistito probabilmente ritenendo un buon inizio il sollecito invito formulato da parte tedesca, così come era stato proposto a Man-as, affinché rappresentanti italiani si recassero a Berlino per concordare le modalità con cui realizzare un'effettiva collaborazione nel campo tecnico. La missione, guidata dal gen. Fautilli, ispettore dell'artiglieria, fu ricevuta molto cordialmente dal gen. von Brauchitsch e dal gen. Fromm, incaricato di trattare l'argomento, ma in definitiva la cosa finì così. Il 23 febbraio 1939 Ciano r iprese alla mano la questione dei contatti fra gli Stati Maggiori, dietro iniziativa di Mussolini, convintosi dell'opportunità di stringere per il momento un'alleanza militare a due, viste le difficoltà opposte dal Giappone. Le esitazioni di Ribbentrop caddero ancorché Hitler, casualmente informato direttamente da Attolico la sera del 2 marzo ad un pranzo, dette la propria approvazione. Il 9 marzo Attolico telegrafò a Roma che, a parere della Wilhelmstrasse i contatti potevano avere inizio con un incontro fra Keitel e Pariani in luogo da stabilirsi e dando possibilmente pubblicità all'avvenimento. È possibile che sulla pronta accettazione di Hitler abbia pesato anche la convenienza di sbandierare una particolare solidarietà dell'Asse in occasione dell' otmai prossima invasione della Boemia, pur se Mussolini non aveva la più lontana idea di quel che Hitler stesse preparando. Comunque non c'era fretta da patte di Keitel. Il capo dell'OKW aveva infatti progettato di articolare le conversazioni in due tempi: inizialmente si sarebbe dovuto fare il punto della situazione nel campo degli armamenti, il cui esame avrebbe richiesto parecchi mesi; successivamente, dopo la definizione della partecipazione giapponese ali' alleanza, si sarebbero discussi i vari aspetti operativi del disegno strategico. A Roma il messaggio di Attolico fu accolto con soddisfazione e Ciano rispose (10 marzo) sollecitando un incontro ad Innsbruck, per un gesto di cottesia verso la Wehrmacht. Da parte tedesca si manifestò dapprima una generica riserva nel fissare la data, poi tutto sembrò tornare in alto mare a causa del


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colpo di mano su Praga. Durante la crisi che ne derivò tra le due Potenze del!' Asse, ogni riferimento alla questione cadde. Un nuovo approccio si verificò dopo un paio di settimane, allorché da Berlino si volle in ogni modo rassicurare Mussolini e, nel contempo, replicare alla presa di contatto fra esponenti militari francesi e inglesi. II 2 1 marzo, dunque, von Weiszacker avvisò l'ambasciatore von Mackensen che Keitel avrebbe comunicato tra breve, tramite addetto militare, di essere pronto al progettato convegno. Il 30 marzo Magistrati informò Ciano che Weiszacker aveva confermato l'incontro per la settin1ana successiva, «con ogni probabilità ad Innsbruck», ed aggiunse che «la visita del visconte Gort al gen. Gamelin è in questi giorni oggetto di molte informazio1ù e desc1izioni sulla stampa». Il 2 aprile Pariani, messo al co1Tente da von Rintelen, comunicò a Ciano i nomi degli ufficiali che lo avrebbero accompagnato in Ausnia. * * * Le conversazioni di Innsbruck si svolsero in due giorni 1• Nel primo furono espresse da ambo le parti considerazioni piuttosto scontate di carattere politico sull'eventualità di una gue1Ta, dopo una premessa di fedeltà reciproca fatta a nome dei due dittatori: «La Germa1ùa in qualunque caso di guerra sarà a fianco dell'Italia» e «Il Duce ha confermato l'intangibilità dell'Asse». Tuttavia affiorò subito una differente visione delle prospettive strategiche. Pariani fece sapere «su incarico di Mussolini» che, in caso di conflitto isolato tra Francia e Italia, sarebbe stato chiesto alla Germaiùa un semplice aiuto in materiali, al che il suo interlocutore domandò precisazioni sull'insorgere di una guerra del genere e Pariatù, secondo quanto risulta da fonte tedesca, avrebbe risposto che: «Le richieste italiane sul canale di Suez erano una questione amministrativa. Il rimanente poteva essere deciso con una «guerra coloniale», non con una guerra europea. La guerra sarebbe rimasta localizzata all'Italia e alla Francia» 2 •

Keitel si dichiarò apertamente scettico sull'ipotesi: ammesso e non concesso che un simile evento potesse verificarsi, la Gran Bretagna per certo non sarebbe rimasta con le mani in mano e, se pure era probabile che inizialmente si limitasse ad aiutare Parigi in forma piuttsto larvata, gradatamente avrebbe fatto sentire in maniera più incìsiva il proprio apporto sì da provocare inevitabilmente l'intervento del Reich; intervento che, in tal modo, si sarebbe verificato in cìrcostanze probabilmente assai meno favorevoli ad una rapida risoluzìone dello scontro. In conclusione, all'Italia non conveniva assolutamente impegnarsi, a breve scadenza, in un confronto armato con la Francia; quest'ultima, per suo

' Sull'incontro di Innsbrnk, cfr. DDI, 8" serie. XIII , app. lll. 'M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Patto d'Acciaio cit., pp. 213 -215.


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verso, era da escludere che da sola assumesse iniziative di guerra contro la Germania o l'Italia. «Doveva esser messo ben in chiaro - precisava la versione tedesca - che volevamo che questo [il conflitto italo-francese] non accadesse». Più tardi, il 23 aprile, durante il viaggio di ritorno a Roma da Berlino, ove si erano recati in occasione del 50° compiemmo di Hitler, von Rintelen domandò a Pariani per quale motivo egli ad Innsbruck avesse accem1ato alla possibilità di una guerra con la Francia, quando in precedenza aveva sempre parlato di un conflitto dell'Asse contro le due Potenze occidentali. Pariani rispose: «Sono perfettamente d'accordo con il generale Keitel che una guerra fra la Francia e l'Italia non può essere localizzata. Una cosa è andare contro la Cecoslovacchia o l'Albania ed un'altra minacciare direttamente la Francia. Un conflitto con la Francia si allargherà ce1tamente. La Gran Bretagna si sentirà minacciata da qualsiasi guerra conrro la Francia. Tutta via avevo ricevuto istruzioni da Mussolini di aprire le conversazioni di Innsbruck spiegando che, nell'eventualità di uno scontro limitato alla Francia, l' Italia non avrebbe avuto bisogno dell'appoggio armato tedesco, ma solo di un aiuto di materiali. Queste istruzioni del Duce sono da intendersi probabilmente alla stessa stregua della posizione della Germania durante lo scorso autum10 alllorché, essa pure, non desiderava valersi dell'appoggio armato italiano nell'eventualità di una guerra localizzata. Un conflitto tra l'Italia e la Francia, naturalmente, potrebbe per necessità essere combattllto specialmente ncll' Africa settentrionale dal momento che non è possibile a nessuno dei due contendenti di sfondare il fronte alpino. È tuttavia mia opinione che assai difficilmente una guerra del genere si verificherà: in ogni caso, l'Italia non ha l' intenzione di attaccare da sola la Francia»'.

Invece l'ipotesi cli uno scontro a due, qualsiasi attendibilità o forma essa effettivamente avesse, rimase nella mente di Mussolini al punto eia ripeterla nelle direttive impartite a Ciano in occasione del convegno di Milano con Ribbentrop (6-7 marzo), direttive poi inserite nel Memoriale Cavallero. Il secondo tema sviluppato fu la probabilità cli una guerra contro le Potenze occidentali. Era l'argomento principale e su di esso esisteva, concorde, il convincimento della sua ineluttabilità. Rimaneva dunque eia valutare quando si sarebbero verificati i presupposti più favorevoli per l'Asse e quale sarebbe sembrato il momento più opportuno. Nel 1939, infatti, nessuno dei due membri del1' Asse era pronto. Comunque le possibilità più favorevoli si sarebbero offerte evidentemente ad un azione contemporanea e di sorpresa - <<noi dobbiamo impone l'iniziativa agli altri» affermò Keitel - ed il quando doveva esser visto allorché lo stato degli armamenti italiani e tedeschi fosse giunto ad un livello più elevato cli efficienza e, nel contempo, prima che la Gran Bretagna, anch' essa in riarmo, avesse ultimato il riassetto del proprio apparato bellico. L'argomento appariva a Keitel così importante che nel promemoria compilato dal gen. Marras per Pariani lo stesso giorno 5 è scritto: «l. - Il generale Keitel ha informato che proporrà al FubJ:er un incontro ed uno scambio di idee col Duce per l' esame politico della situazione nei riguardi di un futuro conflitto con le Potenze occidentali.

' Ibidem, pp. 216-217.


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Il concetto espresso dal generale Keitel, e che sembra riflettere il pensiero del Flihrer, è che non convenga impegnare in un avvenire immediato un conflitto con la Francia che inevitabilmente si estenderebbe anche all'Inghilte1Ta, ma che debba invece affrontarsi la guerra con le Potenze occ identali fra qualche anno (3-4) ossia quando l' Italia e la Germania avranno raggiunto un adeguato grado di apprestamento. La gueml dovrebbe essere iniziata contemporaneamente, di sorpresa, nel momento voluto i.n modo da assicurare la massima probabilità di un rapido successo( ... )» '.

Pariani e Keitel si trovarono inoltre d' accordo nel reputare necessario prevedere sia una guerra di rapido corso sia una guena di lunga durata. Nel primo si rendeva indispensabile un'offensiva accuratamente preparata e condotta con grande energia; nell'altra evenienza, assai più preoccupante, bisognava cautelarsi con un retroterra economico, vale a dire assicurarsi i rifornimenti di carburante, generi alimentari e materie prime dagli Stati baltici, dei quali perciò conveniva garantire l'indipendenza ed aiutare lo sviluppo economico. Keitel non nascose che la Germania stava concentrando la maggior parte delle sue attività verso la preparazione bellica, alla quale veniva subordinata ogni altra esigenza, non trovandosi ancora il Reich preparato ad affontare una guerra europea, specialmente se di lunga durata. Del resto, anche per un conflitto inteso a conseguire una rapida decisione mancavano tuttora le artiglierie pesanti. In definitiva, pur fervendo da tempo i lavori, soltanto adesso si cominciava a produrre con pieno rendimento. Ne derivava un grosso sforzo finanziario per la nazione e, di conseguenza, uno stato di tensione economica e sociale, che non poteva durare troppo a lungo. Occoneva allora individuare il momento in cui, raggiunto un accettabile livello di efficienza, sarebbero maturate le condizioni utili per lo scontro decisivo. Solo così sarebbe stato possibile risolvere in breve tempo, con uno sforzo massiccio e di sorpresa, la campagna. Come era nan1rale, bisognava assicurare la possibilità di rifornimenti anche per l'ipotesi peggiore (il caso della guerra lunga), allo scopo di evitare nel modo più assoluto che le aimate vittoriose dovessero cedere per il crollo economico interno. Il giorno successivo, 6 aprile, vennero esaminate le organizzazioni difensive alle frontiere e lo stato delle comunicazioni fra Italia e Germania. Keitel illustrò i criteri, la specie e l'entità della sistemazione in corso verso la Francia e verso la Polonia, assicurando che il voluto livello sarebbe stato ottenuto entro quello stesso 1939. Pariani, dal canto suo, espose i criteri che avevano presieduto all'organizzazione difensiva occidentale tendente a realizzare una solida difesa di arresto, migliorata con piccolo sbalzi di rettifica, ed illustrò le p1incipali caratteristiche dei tre sistemi con i quali ogni possibilità francese risultava bloccata, sottolineando schieramento di artiglierie studiato allo scopo di creare zone

' Nella versione tedesca: «Conformemente alle istruzioni, egli [Keitel] non ha menzionato la data di tutto ciò, ma ha accennato soltanto al suo verificarsi entro un periodo di alcuni anni (Pariani ha indicato il 1941-1942 come il momento ed il periodo più favorevoli per l'Italia in relazione alla sua maggiore efficienza)».


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di interdizione contro i possibili centri di raccolta di forze avversarie e di paralizzare l'alimentazione cli penetrazioni in profondità. Ripresa la parola, Keitel si soffermò sul fascio di comunicazioni alla frontiera autriaca. Considerata la sua insufficienza, prospettò l'opportunità di migliorarne il rendimento: wia ferrovia attraverso il passo di Resia e l'aumento della potenzialità della linea di Tarvisio potevano risolvere adeguatamente il problema. Pariani non ebbe difficoltà a convenire su tale idea; infatti erano già in corso provvedimenti per incrementare le comunicazioni attraverso il passo di Tarvisio, però scartò la ferrovia del Resia per l'enonue costo che avrebbe comportato. Accennò anche all'utilità di realizzare d'ambo le parti gli allacciamenti rotabili ai passi del Rombo e di Vizze, rispettivamente ad ovest e ad est del Brennero. Naturalmente non disse che nella pianificazione italiana per la copertura del Brennero era contemplata l'immediata occupazione di posizioni oltre frontiera e che, in particolare, dal passo di Vizze una strada in tenito1io ausaiaco avrebbe consentito cli raggiungere rapidamente la rotabile di valle Ziller. Keitel promise di mettere allo studio la proposta. Naturalmente non commentò che, tutto sommato, quei due itinerari indipendenti avrebbero potuto consentire alla Germania - non si sa mai - di arrivare subito a Vipiteno aggirando le difese del Brennero. Proprio al termine dei colloqui venne a galla un probl~ma molto importante: la questione del comando unico in una guerra di coalizione (tema studiatissimo in Italia, con riferimento alla condotta delle operazioni da parte dei due schieramenti durante la prima guerra mondiale). Pariani si limitò a dire che «per ora è sufficiente affermare che occorrerà un piano unico. ed il più stretto collegamento tra i Comandi delle forze armate dei due Paesi». Keitel, «pur rilevando l'importanza del comando unico concorda», riportò il verbale del 6 aprile. Non è chiaro l'atteggiamento dei due interlocutori sul problema. L'italiano non poteva, almeno sul piano teorico, non essere convinto della bontà di un Comando supremo alleato: come si è detto, troppo compatta era l'opinione corrente, sulla base delle esperienze della prima guerra mondiale. Se fu cauto dipese evidentemente dal fatto che Mussolini non si era pronunciato e che in fondo un dibattito in merito poteva essere considerato prematuro. D'altra parte il capo clell'OKW sembrerebbe aver accettato a malincuore la risposta di Pariani, anche se per lui valeva lo stesso discorso e se, per di più, nella memoria del 26 novembre 1938, egli aveva rifiutato il concetto della «condotta locale delle operazioni sotto un comando unjficato». Sorge, in definitiva, il dubbio che le parole del verbale possano non aver riportato il pensiero di Keitel, specialmente ove si tenga conto delle direttive diramate dall'OKW il 22 marzo sugli argomenti da discutere nell'ormai stabilito incontro: <<Il Fiihrer ha ordinato che i presupposti politico-militari e le ,questioni strategiche ed operative siano per il momento accantonati. I negoziati debbono, per ora, essere piuttosto limitati unicamente ad un esame generico dello stato di preparazione per la guerra da parte di entrambi i lati ed a mutui accordi di cooperazione tattico-tecnica nei vari campi.


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Il principio della reciprocità sarà osservato durante l'intero negoziato. A questo proposito dovremmo in ciascun caso considerare se il bisogno di maggiore conoscenza di certi settori della capacità prnduttiva italiana è tale da giustificare un'informazione ugualmente dettagliata della nostra posizione. Le impressioni tratte dai primi contatti attraverso il capo dell'OKW potranno avere un' impoltanza determinante sul corso dei success.ivi negoziati»'.

A prescindere dalla trasparente diffidenza nei confronti dell'Italia, non c'è dubbio che la questione del comando unico usciva dai limiti del mandato. Rientrato a R01na, Pariani inviò a Ciano - per opportuna conoscenza di Mussolini - i verbali delle riunioni accompagnati da un promemoria molto sintetico 2 per l'approvazione di un programma di massima sui punti trattati, nel quale peraltro veniva introdotto, quasi en passant, un elemento di grande imp01tanza. Scrisse infatti Pariani: «Sarebbe inoltre opportuno incaricare il Capo di S.M. Generale del coordinamento di tale attività, che eia parte tedesca sarà sviluppato dal Comando Superiore delle Forze Armate». Effettivamente, fino a quel momento Badoglio non risulta essere stato messo al corrente dei contatti con l'OKW, quanto meno in via ufficiale. È molto strano, ma nulla è stato rinvenuto che possa far pensare diversamente. La cosa potrebbe essere spiegata, almeno in parte, anzitutto con la tendenza dei sottosegretari ad escludere il capo di S.M. Generale da quanto di pertinenza della rispettiva forza aimata; poi con l'abitudine di attribui.re al sottosegretario per la Guerra una certa posizione preminente rispetto agli altri due sui problemi di carattere generale; infine con l'atteggiamento schivo dello stesso Badoglio, talvolta fin troppo riservato anche di fronte a problemi di alta importanza. È comunque inammissibile che non venisse a conoscenza, sia pure all'ultimo momento, del viaggio di Pariani: alcuni mesi prima infatti, e precisamente il 26 gennaio di quel 1939, egli aveva ricevuto i tre sottosegretari e capi di Stato Maggiore per comunicare le direttive di Mussolini ed in tale sede, dopo aver premesso che queste prevedevano «l'assoluta difensiva sulla fronte alpina e sulla fronte libica», aveva concluso, rispondendo a Pariani il quale aveva dichiarato «indispensabile sapere che cosa dobbiamo fare con la Germania», che rimaneva da chiarire l'atteggiamento di questa nei nostri confronti - il che sarebbe avvenuto con il discorso del Fiihrer del 30 ge1maio al Reichstag - e, in relazione a tale atteggiamento, «quali accordi saranno da prendere con gli S.M. tedeschi» 3 • Peraltro la questione di un organo di comando coordinatore venne sollevata anche da Berlino, sia pure sotto forma di chiarimenti, dopo la firma del Patto d'Acciaio, come risulta da una lettera con la quale Attolico riassumeva le prime idee espressegli da Weiszaker in merito all'organizzazione delle commissioni:

'M. TOSCANO, Le origini diplomatiche del Pauo d'Acciaio cit., p. 183. 'Pariani a Ciano in data 16.4.1939, in M . MONTANARI, L'esercito italiano alla vigilia della 2" guerra mondiale cit., ali. 9. 3 Verbale della seduta del 26.1.1939, ibidem, ali. 14.


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<<1. - Commissione militare. È da presumere che c iascuna arma volga i propri contatti con quella con-ispondente dell'altro Paese nel modo che meg lio crede. Si sono già avuti contatti fra Pariani e Keitel prima, Pariani e Brauchitsch dopo; ce ne sono in questo momento fra Milch e Valle; ce ne saranno fra breve in una città dcli' Alta Italia fra le due Marine. Questi contatti continueranno ad effettuarsi secondo, i sistemi già esistenti ed è soltanto da attendersi che essi si intensifichino e si sviluppino dando così luogo ad incontri cd intese fra specialisti di ogni genere. Quello che è necessario creare ex novo è quindi una 'Commissione di coordinamento' del· l' attività delle singole anni. Questa, in fondo, è la Commissione prevista dal Patto e che avrà-per quanto riguarda la Germania - il proprio elemento coordinatore in Keitel, il quale, mentre non ha, rispetto a Brauchitsch, Goering e Raeder, alcuna funzione di collegamento e di coordinamento (... ). Incidentalmente mi è stato domandato per notizia se da noi il generale Pariani abbia delle funzioni di collegamento simili a que lle di Keitel qui, oppure rappresenti il Brauchitsch italiano. Mi sono riservato di rispondere(. .. )» '·

La questione venne risolta a Roma affidando al gen. Cavallero la direzione, in qualità di vicepresidente, delle Commissioni militare ed economiche previste al Patto 2. Tuttavia, per un ripensamento dovuto in parte all'appunto di Pariani del 16 aprile ed in parte all'interrogativo posto dai tedeschi ad Attolico, dopo più di un mese Ciano ritenne opportuno un viaggio di Badoglio in Germania, su , fom1ale invito del governo tedesco, per «allargare i suoi contatti e per completare tale serie di utili scambi di idee fra le Potenze dell' Asse)}3. Naturalmente a Berlino si concordò subito: ospite Keitel, epoca prevista verso la metà di agosto•. Il sopraggiungere della crisi polacca fece poi sfumare la visita. L'occasione si ripresenterà con l'incontro del 14-15 novembre, sempre ad Innsbruck, ma in circostanze del tutto differenti. li convegno Pariani-Keitel, pur avendo avuto luogo prima della firma del Patto d'Acciaio 5, deve essere considerato come avvenuto nel clima del trattato e quindi strettamente collegato ai successivi colloqui italo-tedeschi fra gli esponenti dell' aeronautica e della marina.

** * I contatti fra le due aviazioni militari si svolsero in due tempi: a Roma il 24-26 maggio ed a Berlino il 24-28 giugno. Nel primo convegno, Valle e Milch raggiunsero accordi programmatici su diversi punti 6• Anzitutto venne stabilito

' Attolico a Ciano in data 27.5.1939, DDI, s• serie, XII, doc. 47. 'Ibidem, doc. 65, 71 e 349. 'Ciano ad Attolico in data 8.7.1939, ibidem, doc. 514. ' Attolico a Ciano in data 26.7.1939, ibidem, doc. 679. ' Un secondo incontro fra Pariani e von Brauchitsch ebbe luogo a Roma, ove il comandante in capo dell'esercito tedesco era stato invitato per il 9 maggio 1939, ad assistere alla rivista in via dell'Impero. A prescindere dall'evidente al'f'etratez,za dei mezzi militari che sfilarono e che presentavano un confronto troppo squilibrato con la grande rivista alla quale aveva assistito Pariani a Berlino poco tempo prima, la visita di von Brauchitsch fu piuuosto di cortesia, anche se prolungata con un breve viaggio in Libia. • L. CEVA, Altre notizie sulle conversazioni militari i1alo-1edesche c it., doc. I.


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uno scambio trimestrale di informazioni a partire dal I O luglio, inizialmente tramite gli addetti aeronautici e successivamente a mezzo di tmo specifico organo di collegamento, sulla forza e potenzialità reciproche, sull'addestramento e sulle rispettive industrie aeronautiche. Tale scambio di notizie riguardava anche la situazione aerea della Francia e della Gran Bretagna e dei loro possibili alleati, nonché gli obiettivi di una certa importanza ai fini della condotta della guerra aerea. Al riguardo erano sin d'ora determinate le rispettive aree d'impiego: a sud del 45° di latitudine normalmente l'aviazione italiana, a nord quella tedesca, attribuendo però interesse comune alla fascia dal 45° al 47°. In tal modo il concetto di distinti teatri d'operazione veni.va applicato anche per le forze strategiche aeree. Naturalmente, ove fosse reputato necessario od opportuno realizzare una concentrazione offensiva in un determinato settore nemico, era previsto lo spostamento di unità tedesche in basi italiane e viceversa. Quanto agli aspetti più immediatamente concreti, furono previsti scambi di ufficiali, soprattutto di grado elevato, e di modelli di bombardieri in uso per sperimentare la possibilità di impiegare munizionamento dell'una su aerei dell'altra aviazione, evitando quindi la necessità di cospicui trasporti di munizioni per via terrestre. Un altl'O esame congiunto riguardava la possibilità di tmificare i carburanti. Oltre a ciò si convenne sull'utilità di costituire quanto prima tre commissioni miste. Una per l'esame dello scambio dei materiali in serie, per l'informazione sui nuovi progetti e sui recenti sviluppi nel settore degli armamenti. Una seconda per tutti i problemi del servizio informazioni e di quello meteorologico, con particolare riguardo a collegamenti diretti via filo fra i due Stati Maggiori. Una terza commissione per lo studio delle possibilità di unificare il diritto aeronautico dei due Paesi, nelle sue applicazioni beliche. Sembrerebbero le basi per una fattiva collaborazione, senonché è illuminante, per lo spirito che animava i tedeschi in queste conversazioni, un appunto riservato in data 12 giugno del rappresentante dell'Oberkommando der Kriegsmarine (OKM) presso l'Oberkommando der Luftwaffe (OKL)2: «Collaborazione con gli italiani: l . Collaborazione, in campo tecnico e cioè: a) negli esperimenti, b) nelle costruzioni nuove. Principio: agli italiani verrà comunicato solo ciò che è già noto alle truppe. Nulla sarà comunicato sugli aere i e sulle armi, ecc., ancora in via di sviluppo. 2. Circa l'organo di collegamento fra av iazione italiana e tedesca si manterrà da parte tedesca particolare riserbo. Le questioni saranno trattate intenzionalmente in modo straordinariamente dilatorio. L' intenzione è di attendere ancora per un tempo piuttosto lungo prima di creare questo 'organo di collegamento' e di limitare fino allora il collegamento a visite reciproche. F.to Mosse/»

' ibidem, doc. 2 .


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Due note a margine davano la pennellata finale. A proposito delle nuove costruzioni era scritto: «In tal modo gli italiani verranno tenuti buoni e frenati. Non è nelle nostre intenzioni di rendere loro accessibili 'nuove costruzioni'. Così la consegna degli Ju 88, l'affidamento della guida a ufficiali italiani, lo smontamento ecc., sono stati rifiutati. È stato rifiutato l'impiego di ingegneri italiani per questi tipi di aerei». In merito al «tempo piuttosto lungo» predetto, era annotato: <<Quest'anno in questa questione non deve in ogni caso succedere nulla» '. Si pensa superfluo il benché minimo commento. Il secondo incontro, a Berlino, cpntemplò una visita a Rechling, la Guidonia germanica; riunioni tecniche fra le varie commissioni; visita alle officine Henkel; colloqui con Goering e Milch e riunioni al ministero della Luftwaffe 2. Il gen. Valle, nell'elencare gli accordi conclusi, premise un concetto d'impiego sul quale è necessatia qualche parola d'illustrazione: «È stato stabilito che, poiché l'Asse Roma-Berlino rappresenta il diametro di un cerchio alla cui periferia sono scaglionati i probabili nemici di domani, convenga manovrare dal punto di vista aereo 'per linee interne' portando il peso della comune massa aerea contro il singolo nemico inferiore di forze in modo da renderlo praticamente inuti lizzato per qualche tempo, senza possibilità di rifornimento aerei. Naturalmente il peso di tale azione sarà di volta in volta deciso dal Comando interalleato, che ha la responsabilità della condotta della guerra. A tale scopo è necessario che le due Armate aeree conoscano tempestivamente i settori di azione e riducano fin dal t\!mpo di pace ai minimi termù1i i trasporti via terra» .

Il manovrare per linee interne, gravitando con la massa con giunta di volta in volta sul singolo avversario, secondo le circostanze, si lega benissimo col riferimento ad un Comando interalleato ed è anche compatibile con i distinti settori d'azione normalmente riservati alle due aeronautiche, come stabilito a Roma, però è la prima volta che la costituzione di un Comando Supremo unificato entra come scontato in una conversazione. Padani e Keitel non avevano esaminato a fondo la questione e Cavagnari e Raeder, i quali si erano incontrati pochi giorni prima, l'avevano addirittura escluso. Si può dunque pensare ad un malinteso di Valle, forse provocato da una frase non ponderata da parte tedesca. Comunque, in relazione a tale premessa, vennero confermate le intese prese nel colloquio precedente, anche se in effetti tutto rimase allo stadio di enunciazione o quasi, sia per lo scoppio della guen-a sia per la scarsa ·volontà tedesca di realizzare un'effettiva collaborazione. Le considerazioni di Valle hanno un tono trionfalistico. È evidente l'ammirazione per la Luftwaffe e l'accettazione acritica dei dati fornitigli da Goeting e da Milch. Peraltro si trattava di dati che, in fondo, non apparivano esagerati, a

' Le due annotazioni sono del cap.vasc. Frickc, capo sezione operazioni dell'OKW (ibidem,

p. 175). 'Relazione di VALLE in data 29.6.1939 ibidem, doc. 3.


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prescindere dalla loro rispondenza alla realtà. Ad esempio, la consistenza della linea era stata indicata in 4 mila apparecchi ', oltre a 2 mila di riserva, ma quella italiana, su una disponibilità complessiva di 5.259 apparecchi di ogni tipo, ammontava a 2.802 vel ivoli disponibili per i reparti d'impiego 2. Il quadro che veniva riportato a Ciano, e di conseguenza a Mussolini, era in ogni modo tale da impressionare: la linea della Luf1waffe sarebbe stata portata a 5 mila apparecchi entro dicembre ed a 9 mila entro il 1940, con ùurastrutture già pronte per IO mila aerei. La produzione mensile, al momento di 450 aerei con un solo turno di lavoro, era suscettibile di raddoppio senza eccessive difficoltà. E questi dati sulla potenza e sul grado di efficienza operativa del Reich non potevano non impressionare Mussolini. Meno accettabile il raffronto fatto da Valle fra le due aviazioni, raffronto in cui la l,uftwaffe quanto meno appariva alla pari dell'aviazione italiana: le perdite tedesche in addestramento erano due volte e mezzo superiori a quelle dell'Italia; l'armamento sia di lancio sia di caduta era inferiore; la stessa unità di comando, condizione «essenziale» per un rendimento massimo, risultava «alquanto scossa» per la distinzione fra le cariche di sottosegretario e di capo di S.M. (osservazione ovviamente interessata). In fatto di prototipi, quelli per la riproduzione in serie (tre da bombardamento e due da caccia) avevano caratteristiche ottime, «analoghe>> ai prototipi italiani. In sostanza un po' d i esagerazione da ambo le parti. Per concludere, l' indirizzo strategico di Goering: guerra alla flotta ed al naviglio mercantile deJla Gran Bretagna per conseguire «l'affamamento» dell'isola; superamento della linea Maginot mediante l' aggù·amento verticale operato da una divisione aerotrasportata; necessità per l'Italia di occupare subito la Corsica e Minorca, lasciando in secondo piano la Libia; nessuna preoccupazione per Francia e Unione Sovietica; non una parola per la Polonia. Si tratta, come è facile comprendere a prima lettura, di idee lasciate andare con superficialità, in parte forse voluta. L' 11 giugno Ciano venne avvertito che, d'ordine superiore, l'amm. Cavagnari si sarebbe recato a Friedrichshafen, sul lago di Costanza, per incontrare l'amm. Raeder. Data del convegno: 20 e 21 giugno. Il colloquio ebbe luogo regolarmente e prese in esame argomenti di natura operativa e tecnica 3• In sede preliminare il comandante in capo della Kriegsmarine precisò che «lo scopo della Germania è d'assicurare lo spazio vitale. Tale scopo deve essere raggiunto per quanto possibile con la politica, perché la guerra non è affatto nelle mire del

' In realtà, alla data del 1• settembre l939 risultavano in linea meno di 2 mila apparecchi contro la Polonia e circa 900 sul fronte occidentale. Di Lai i aerei solo 1.200 erano i bombardieri ed aerei in picchiata C. BEKKER, L11fnvajfe, Longancsi, Milano 1964, p. 24. 7 G. SANTORO, L'Aero11a11tica iwliana nella seconda g11erra mondiale cit., p. 34. 'Cavagnari a Ciano in data 20 -21.6.1939, DDI, s• serie, XIII, app. IV.


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Ftihrer: essa è considerata solo come extrema ratio», il che, ove si ricordi che Raeder era presente al rapporto segreto tenuto da Hitler il 23 maggio, certo non depone a favore della sincertà dell'affennazione. Egli conve1me inoltre con Cavagnari che in caso di conflitto, Grecia, Turchia e Unione Sovietica sarebbero state nel campo avverso, così come si sarebbe verificato per gli Stati Uniti. Il problema strategico fu affrontato immediatamente ed impegnò tutta la prima giornata. In particolare, Cavagnari desiderava conoscere subito il disegno operativo della marina tedesca: se questa intendesse operare inizialmente nel Baltico, come taluni sintomi lasciavano pensare - temi di esercitazioni, presenza di obiettivi teJTestri importanti, necessità di assicurare le comunicazioni con la Svezia per l'importazione di detenninati minerali - oppure se fosse orientata a mantenersi nel Nare del Nord allo scopo di agire contro le coste orientali inglesi e scozzesi, ripetendo in tal modo la linea d'azione seguita nella prima gue1rn mondiale. In tale ipotesi i franco-britann ici avrebbero avuto modo e agio di realizzare una schiacciante concentrazione cli navi nel Mediterraneo, cioè di attuare quello che la marina italiana non poteva accettare. Di conseguenza, premeva a noi che la Germania adottasse una concezione operativa idonea ad impegnare nel!' Atlantico le cinque corazzate veloci degli alleati occidentali, alleggerendo, almeno qualitativamente, la pressione nemica nel Mediterraneo. In effetti proprio quest'ultima era l'intenzione di Raeder: concentrare ogni sforzo nell' Atlantico ed impiegare forze di superficie e sommergibili contro le linee di comunicazione britanniche e francesi, estentendone l'azione a mano a mano verso sud ed arrivando anche, eventualmente, nell'Oceano Indiano. Per la marina italiana la partita veniva giocata tutta nel MediteJTaneo, ove le informazioni e la logica operativa inducevano a ritenere che l'avversario avrebbe esercitato una pressione violenta e massiccia: la Francia aveva spostato tre corazzate tipo Bretagna dal Mare ciel Nord alla squadra del Mediterraneo ed aveva in corso la preparazione accelerata della base di Mers el-Kebir, dove era stato trasportato un bacino per grandi navi; la Gran Bretagna stava smontando il grande bacino galleggiante di Malta per portarlo ad Alessandria o in altra sede, comunque sempre nel MediteJTaneo orientale. Perciò l'azione italiana doveva fondarsi sulla possibilità di separare le forze avversarie in due distinti bacini sbarrando il canale di Sicilia e di costringerla, mediante una continua offesa aerea sulle basi centrali, quali Biserta e Malta, a cercare appoggio nelle zone più eccentriche: Gibilterra-Orano e Alessanchia-Anatolia. Tuttavia sino alla prevista entrata in servizio delle corazzate Vittorio Veneto e Littorio (maggio 1940) e delle due Doria (luglio-agosto 1940) l'Italia aveva interesse che le due Scharnost rimanessero nel Mare del Nord per tiattenervi navi da battaglia nemiche veloci. Raeder precisò che tutte le nuove grandi unità germaniche evrebbero avuto grande autonomia, sì da poter agire in mari lontani; a tal fine le tre Deutschland sarebbero state modificate per acquisire un aumento di velocità. I cinque nuovi


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incrociatori da I0.000 tonnellate (teoriche, perché in realtà sarebbero aITivate alle 15.000), dei quali i primi due potevano essere già pronti per la fine del 1939 e l'ultimo doveva essere varato il prossimo 1° luglio, possedevano an' autonomia fra le 12 e le 15 mila miglia. La Bismarck e la Tirpitz sarebbero state pronte entro il 1940, anche se con l'addestramento da compiere, ed entro il 1939 era programmata l'impostazione di tre corazzate da 40.000 tonnellate. Ad ogni modo, secondo il parere tedesco la situazione poteva diventare favorevole sin dall'iJ1izio perché non era da escludere l'eventualità che il grosso della Mediterranean Fleet, ossia le cinque navi da battaglia tipo Queen Elizabeth, si trasferissero a Singapore consentendo alla marina italiana di rivolgere tutta la propria attenzione contro la Francia, conquistando il dominio del bacino occidentale, impedendo le comunicazioni fra le colonie francesi e la madrepatria e garantendo quelle italiane con la Spagna (a profitto anche della Gem1ania). Tutto questo appariva piuttosto discutibile per Cavagnari, che avanzò alcune obiezioni. Prima di tutto si poteva escludere che la Mediterranean Fleet si portasse nell'Oceano Indiano, specialmente tenendo presenti le necessità del Medio Oriente e le possibilità offerte da Grecia e Turchia. In secondo luogo, anche senza preoccupazioni eccessive nei confronti della flotta britaimica, che sarebbe stata «fissata» nel bacino orientate, il Meditenaneo centrale sembrava la zona geograficanente più adatta per manovrare in posizione di vantaggio e d'altronde in essa occon-eva inizialmente garantire il completamento delle truppe necessarie alla difesa della Libia, sempre che non fosse stato già fatto nel periodo di tensione prebellica. Qualora poi i francesi si fossero gettati contro le Baleari - e questa era una mossa attesa - la buona occasione sarebbe colta al volo, sferrando l'intera disponibilità aeronavale italiana. Da tale quadro derivavano due ù1tenogativi circa l'atteggiamento della Spagna e l'eventuale impiego dei sommergibili italiani fuori dal Mediterraneo. Sulla Spagna esistevano molte incertezze: neutralità benevola, neutralità passiva o affiancamento all'Asse? Secorido Raeder il comportamento di Franco sarebbe dipeso in gran parte dal!' energia esplicata dalla marina italiana; anzi, al riguardo, sperava che questa fosse tale da costringere la Francia a trasferire nell'Atlantico le proprie linee di comunicazione con l'Africa settentrionale, così eia renderle vulnerabili anche da parte tedesca. Quanto al secondo punto, Cavagnari chiarì che, pur dovendo sopportare l'urto iniziale nemico, l'Italia prevedeva di inviare in Atlantico una dozzina di sommergibili, fra i piì:t grandi, ammessa la possibilità cli transito da Gibilterra; a prescindere da ciò, ne aveva otto in Atiica orientale e Chisimaio, in Somalia, era destinata a costituire una base preziosa per navi di superficie e subacquee, precisazione che interessò molto Raeder per la valorizzazione che detta base era in grado di offrire agli incrociatori tipo Deutschland qualora operanti ù1 quel lontano scacchiere. In definitiva, fra i due interlocutori esisteva pieno accordo sulla convenienza di dare alle rispettive operazioni un indirizzo complementare. Alla flotta


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italiana il compito di chiudere le vie d i traffico Dardanelli-Gibilterra e AdenSuez-Gibilterra e di trattenere in Mediterraneo il grosso delle forze avversarie, separato in due nuclei distinti, appoggiati per di più a basi eccentriche e probabilmente insufficienti. Alla flotta tedesca il compito di operare intensamente sugli oceaiù, attaccando le linee di comunicazione avversarie, vale a dire il punto più sensibile della resistenza britannica. Ora, questo diverso tipo di guerra, da condurre separatamente, in distinti teatri, esigeva una correlazione generica di sforzi, ma non era suscettibile di portare, se non a titolo eccezionale, ad azioni di vera cooperazione strategica. «È stato quindi possibile ev itare - commentò Cavagnari nella sua relazione ai colloqui - di entrare nella questione, spinosa per motivi di suscettibili tà e cli prestigio, di un eventuale Comando unico. I tedeschi sono venuti a Friedrichshaven evidentemente preoccupati che, partendo da una diversa condizione di guerra navale, noi chiedessi mo loro un apporto impon ante di for-Le in Medi terraneo, che non avrebbero potuto da rci senza rinunciare al loro concetto operativo fondamentale e preoccupatiss imi cbe, per far prevalere il nostro punto di vista, noi chiedessimo la creazione di un organo di comando unico. È mia opinione che tale organo sarebbe stato del tulio superfluo e fonte sicura di attriti dan nosi. Com unque, lo avremmo chiesto energicarncnle se i concetti operativi tedeschi fossero stati come era possibile che fossero - in contrasto con il nostro modo di vedere le comuni necess ità».

Non si conoscono i motivi sui quali Cavagnari poggiava la convinzione che la delegazione tedesca paventasse la richiesta di un Comando unico, ove le 1ispettivc concezioni operative si fossero trovate in con trasto, però è da rimarcare come da ambo le parti le singole forze armate considerassero il problema secondo la loro ottica particolare.

*

**

Dall' accordo fondamentale sull' impostazione bellica derivarono facilmente le intese sugli argomenti concreti nei vari campi di attività: tecnologia, comunicazioni, informazioni, organi di collegameto, materiali. Sui rapporti di forza con i presum ibili nemici ci limitiamo, al momento, ad osservare che evidentemente Hitler e l'OKW pensavano ad una eventuale guerra generale"in termini essenzialmente tenestri, visto che il «programma Z», navale, impostato nell'ottobre 1938, non sarebbe stato completato che entro il 1943. È probabile che per Hitler apparisse sufficiente l'entità della Kriegsmarine quale poteva risultare nel 1940 o 1941 per risolvere la partita europea. Sul problema operativo italiano esiste un interessante documento tedesco riferentesi ad una conversazione informale svolta si fra gli ammiragli Sansonetti e De Courten, il contrammiraglio Schniewind ed il cap.vasc. Frickc '. Sansonetti

' L . CEVA,

Altre notizie sulle co11versazio11i militari itC1lo-1edesche c it., p. 159.


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ebbe ad accemmre a preoccupazioni sulla situazione italiana in Africa settentrionale: per evitare alla Libia il rischio di rimanere isolata bisognava considerare il suo collegamento con l'Italia come compito preminente della marina. E l'impo1tanza e la gravità di tale compito conseguivano dallo scarso affidamento sulla reale possibilità che le truppe italiane riuscissero a difendere la Tripolitania da un'offensiva francese e ad attaccare l'Egitto per raggiungere Alessandria e Suez. Il commento tedesco in sede di rapporto fu pessimistico: era probabile che i francesi sfondassero ed improbabile che gli italiani arrivassero al Nilo. Maggiore in1po1tanza ha però il parere sul valore della battaglia terrestre: «Anche supponendo che l'Italia riesca a contenere i francesi in Libia, a conquistare l'Egitto ed il canale di Suez, non si guadagnerebbe con ciò nulla di decisivo». In sostanza, la soluzione si trovava sul mare, quali che fossero gli avvenin1enti in Africa settentrionale. Il concetto, piuttosto opinabile, era espresso in questi termini: «Persino una flotta inglese inferiore di numero, per la sua esperienza e tradizione, ha molti punti di vantaggio s u una flotta italiana numericamente superiore. Una pressione dei francesi da occidente impedirà agli italiruni di avere una forte superiorità ad oriente. Al contrario, vi sono buone possibilità che l' Italia, con opera-lioni energiche nel Med iterraneo occidentale, e limini i francesi o per lo meno I i costringa a retrocedere in Atlantico. li possesso delle Baleari ed iI collegamento con la Spagna offrirebbero alla condotta navale italo-tedesca possibilità strategiche d'influenza dec isiva per l'esito del conflitto. Perciò bisogna ottenere che, nella guerra congiunta, l'Italia non insegua mete di prestigio (mantenere la Libia od occupare Tunisi e l'Egitto) bensì che essa, nel comune interesse, sviluppi una forte attività nel Mediterraneo occidentale e stia sulla difensiva strategica nel Mediterraneo orientale».

Per concludere, dopo la firma del Patto d'Acciaio e gli accordi presi nelle note prime conversazioni, dal punto di vista degli esponenti politici e militari italiani la situazione era sintetizzabile in questi tre punti: la guerra contro le due Potenze occidentali era inevitabile e l'Asse avrebbe preso l'ùùziativa scegliendo il mo1nento dell'aggressione; tale momento non sarebbe venuto prima di almeno tre o quattro anni (1941- 42 secondo Pariani, a detta dei tedeschi; 1943 secondo Mussolini); un conflitto Italia-Francia, localizzato o meno, avrebbe trovato il suo campo di battaglia principale in Africa settentrionale (convinzione di Pariani). Nel luglio 1939, in contrapposizione ad una certa riluttanza italiana, l'Alto Comando dell'esercito tedesco, Oberkommando des Heeres (0KB), formulò diverse proposte di collaborazione inoltrandole sia attraverso il proprio addetto militare a Roma, von Rintelen, sia attraverso quello italiano a Bertino, Roatta. Si trattava di scambio di notizie su eserciti esteri, di infom1azioni sui metodi di addestramento, scambio di materiale cartografico e di regolamentazione d'itnpiego, scambio di ufficiali quali frequentatori delle rispettive Scuole di Guerra o per un periodo di servizio presso Comandi di grande unità, miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie fra i due Paesi, ecc.. Tre proposte furono


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particolarmente interessanti: invito ad una missione italiana a visitare le fortificazioni tedesche del fronte occidentale e quelle cecoslovacche (simili alle opere francesi della linea Maginot) e ad assistere ad un esercitazione dell'VIII corpo d'armata di Breslavia per il forzamento di un tratto fortificato del ridotto cecoslovacco; partecipazione cli truppe germaniche alle grandi manovre italiane, che poteva iniziare dal prossimo inverno; infine, instaurazione cli relazioni cameratesche e senza formalità (permessi di accesso, passaporti) per consentire agli ufficiali delle unità di stanza alla frontiera cli circolare liberamente da una parte e dall'altra. Era evidente la tendenza tedesca cli mostrare molto, il che si poteva tradurre nel desiderio di venirci incontro» come nell' intento di presentare dei «confronti», come pure a «guardare molto» e «far vedere poco». Roatta si limitò a rispondere, su precise istruzioni di Pariani, che evidentemente qualsiasi provvedimento concernente una delle due parti supponeva l'assoluta reciprocità per quanto riguardava l'altra parte, ottenendo come risposta un «naturalmente». Beninteso non si poteva parlare di novità in senso assoluto, perché già dal 1937 gli scambi cli personale erano in atto alla media di 20-25 ufficiali ali' anno, missioni escluse, tuttavia l'insistenza di von Brauchitsch mi.rava ad una cooperazione più concreta ed intensa. Durante l'esame dei provvedimenti eia assumere venne a maturare la crisi polacca e poi l'intervento a1mato tedesco. Di conseguenza Pari.ani fermò le proposte di cooperazione inoltratagli dal Comando del Corpo di Stato Maggiore con un «per ora rimane tutto in sospeso, ma essere pronti per la ripresa della questione>>. 3.

L'INDIRIZZO OPERATIVO NEL

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Sino allo scoppio della seconda gue1Ta mondiale in tutti gli Stati europei l'impiego delle forze armate era studiato sulla pura base d i varie e diverse ipotesi di guerra, ipotesi che in un certo senso prescindevano dalla mutevole linea politica. Gli eventi che di volta in volta modificavano il panorama internazionale inducevano ad aggiornare questo o quel progetto o piano, ad assumere predisposizioni temporanee quali richiami alle armi o modifiche di schieramento, ed a rivedere, all'occon enza determinati orientamenti strategici . Evidentemente l'esercito era la forza annata più delle altre soggetta a variazioni di rilievo. Per quanto riguarda l'Italia, l'andamento della politica estera fascista non rende facile l'individuazione di una decisa volontà di procedere con una certa coerenza verso obiettivi chiaramente definiti. Conseguentemente, anche nel settore degli apprestamenti militari gli alti e bassi si alternavano a pause di attesa, senza una programmazione organica, senza un indirizzo preciso '.

' L'argome nto è già stato trattato in seconda guerra mondiale cit., pp. 63- 86.

M. MONTANARI,

L'esercito italiano alla vigilia della


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Le frontiere terrestri dell'Italia erano segnate dall'arco alpino e dai topograficamente poco significativi confini delle colonie africane, ma con la differenza fondamentale che sino al 1935 l'unica frontiera considerata veramente tale, e quindi da difendere, fu quella alpina, la quale, per le sue caratteristiche, non poteva che suggeri.re una difensiva generale. Per quanto fossero stati approntati studi, progetti o addirittura piani per operazioni offensive verso la Francia, l'Austria e la Jugoslavia, prevaleva l'orientamento della difesa ad oltranza appoggiata a posizioni forti per natura, integrate eia fortificazione permanente e campale, di profondità variabile secondo il rendimento e la capacità delle direttrici operative da sbarrare. Del resto, ancora nel 1938 Mussolini si mostrò di questo ordine di idee. Nel discorso tenuto il 30 marzo al Senato, infatti, indicò la difesa delle frontiere terrestri quale compito dell'esercito e subito dopo precisò che, una volta completati i lavori per rendere invalicabili alcuni passi, l'intera cerchia delle Alpi diventava insuperabile in qualunque stagione dell'anno. Durante e dopo la gue1Ta italo-etiopica veru1e gradatamente a mutare la valutazione dell' importanza strategica della Libia e su ciò molto influì la convinzione del nuovo capo di Stato Maggiore dell'esercito, Pariani, che l'Africa settentrionale sarebbe stata il teatro cl' operazioni in cui si sarebbe giocata la partita decisiva della prossima guerra. 1\1ttavia Pariani non modificò affatto l'indirizzo operativo vigente: pur persuaso che il nuovo conflitto avrebbe trovato in Libia un nuovo tipo di battaglia basata sul motore e sulla celerità di manovra, in sostanza l'atteggiamento rimase difensivo. Per certo influiva pesantemente la preoccupazione di dover provvedere all'alimentazione della lotta attraverso il Mediterraneo, specie nel caso di una Gran Bretagna nemica, anche se, a dire il vero, la sola prospettiva di dover affrontare le flotte francese ed inglese congiunte era sufficiente a far ritenere l'ipotesi un gravissimo errore politico. Nel 1938, però, la felice conclusione dell'impresa abissina, il miglioramento delle condizioni della marina e dell'aeronautica, il nuovo orientamento verso la Gennania, la cui potenza militare, per quanto in via di sviluppo, era già palese, ingenerarono un senso di maggior fiducia nei capi responsabili anche di fronte all'eventualità di un cont1itto con la Gran Bretagna. In quest'ottica le possibilità della Libia furono guardate con altro occhio da Balbo, governatore della colonia, che volse la sua attenzione ad Alessandria ed al canale di Suez, ribaltando in tal modo l'intera concezione operativa. Il disegno, esaminato ed infine condiviso da Pariani, trovò conforto in talune predisposizioni ed ostacolo nelle limitazioni di bilancio, comunque non ebbe lunga vita perché il convegno di Monaco fece ritenere superato il momento più pericoloso. Si ritornò dunque alla scelta della difensiva, che rimase immutata anche quando, poco dopo, le nubi tornarono ad oscur are il cielo europeo. L'Impero veniva considerato come un' appendice autonoma, ed in parte lo era veramente, non tanto per i rapporti di distanza dall'Italia quanto per tutti i molti e grossi problemi di assestamento politico e di sviluppo economico non superabili sicuramente in pochi armi. Dal


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punto di vista militare era scontata l'intenzione di completare il dominio dcli' Africa orientale con la conquista di Gibuti e del Somaliland e realizzare così

una potente base per impedire la navigazione nemica nel Mar Rosso e quindi fornire concorso indiretto ad un'azione partente dalla Libia. Si accarezzava anche l' idea generica di un'offensiva nel Sudan per assicmare un concorso assai più diretto alle forze libiche, tuttavia era preminente la convinzione che in caso di guerra con la Gran Bretagna l'Impero dovesse essere abbandonato a se stesso e ben poco gli si potesse chiedere. Nel 1939, inoltre, una nuova frontiera terrestre si aggiunse a quelle esistenti: quella albanese con Jugoslavia e Grecia. Un anno più tardi era destinata ad illuminarsi di una luce assai triste. * * * Dopo l'inizio della guerra civile spagnola cd in relazione al peggioramento dei rapporti con la Francia, il molo rivestito dalla Libia richiese adeguate misure e nel gennaio 1937 la Commissione Suprema di difesa esaminò i provvedimenti da prendere per conferire un aspetto militarmente più idoneo alle presumibili esigenze operative. Prima di tutto occorreva portare il livello delle truppe stanziali ad una consistenza tale da renderne agevole il potenziamento in caso di emergenza. Furono quindi approntati e trasferiti dall'Italia due interi corpi d'armala, il XX con le divisioni Sabratha e Sirte destinato in Tripolitania ed il XXI con le divisioni Marmarica e Cirene I destinato in Cirenaica - divisioni tutte a struttura ridotta rispetto a quelle metropolitane, ognuna essendo ad ordinamento binario e creato a Tripoli il Comando Superiore Forze Armate dell' A.S.. A fine anno, fra truppe nazionali e libiche, si erano raggiunti i 60 mila uomini. Oltre a ciò era stato deciso di realizzare in Tripolitania una sistemazione difensiva contro le provenienze dalla Tunisia, stimando la spesa occorrente in 50 milioni di lire. La somma'venne stanziata, suddivisa nei due esercizi 1937-38 e 1938-39, e consentì nell'autunno 1937 l'avvio delle fortificazioni di Tripoli, con caratteristiche penuanenti e protezione contro i medi calibri; di Quara, sul mare ad una quarantina di km dal confine, con caratteristiche pem1anenti e campali a protezione dal tiro dei medi calibri ; di Nalut, ad una ventina di km dal confine a sudovest di Zuara, con caratteristiche essenzialmente campali. Per Zuara e Nalut, che presentavano grosse difficoltà di rifornimento idrico, la precedenza doveva essere data allo sbarramento delle comunicazioni stradali da esse controllate. Il 2 dicembre dello stesso anno, Badoglio convocò i capi di Stato Maggiore delle tre forze armate per esaminare, fra l'altro, l'influenza di alcuni sviluppi della situazione internazionali sui programmi operativi in corso di studio 2.

' La Cirene nulla aveva a che vedere con la precedente omonima divisione di camicie nere formata durante la guerra d'Etiopia e poi discio lta. ' A. BIAGINC c A. G 10NFRIDA, Lo Stato Maggiore Genemlefra le due guerre cit., doc. 48.


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Si trattava soprattutto della proposta avanzata dali'amm. Cavagnari di rinunciare all'idea di svolgere operazioni nell'alto Adriatico (piano AZ, riguardante la conquista delle isole zaratine) e nel basso Adriatico (piano AA, concernente uno sbarco in Albania che consentisse il possesso del bacino petrolifero di Devoli e del canale d'Otranto) nella considerazione che i rapporti con la Jugoslavia erano diventati buoni. Comunque, anche se fossero tornati tesi, sembrava opportuno poter concentrare la massa delle forze navali contro il nemico principale: l'Inghilten-a. Pariani chiarì subito che l'operazione AZ rientrava nel P.R. 10 relativo all'ipotesi di guena contro la Francia e la Jugoslavia alleate, ma non nel P.R. 12 inerente un possibile conflitto contro Francia e Gran Bretagna'. A questo proposito egli riprese un concetto che appena dieci giorni prima aveva esposto alla riunione cli generali convocata per discutere sull'adozione della divisione binari.a. In quella circostanza aveva detto che difficilmente le future guerre si sarebbero svolte sulle Alpi o che, per lo meno, le operazioni in quella fascia montana non sarebbero state decisive. La conquista dell'Impero faceva sì che, con ogni probabilità, i prossimi conflitti avrebbero avuto sviluppo su campi coloniali, ove sarebbe occorso trasportare numerose truppe. E da questa affermazione aveva preso spunto per segnalare la necessità cli disporre di grandi unità ridotte, facilmente trasportabili a distanza. Adesso tornò sulla questione ampliando il pensiero: Ritornando alle linee generali dell'argomento in discussione, dalle modificazioni alla situazione internazionale deriva che i nostri probabili nemici sono Francia e Jnghilte1Ta. Dato questo, vediamo le rispettive possibilità d'azione. Noi siamo a contatto con la Francia, sia in Europa sia in Tunisia, e con l'Inghilterra in Egitto. La Francia sta facendo una triplice chiusura della frontiera delle Alpi e noi cerchiamo di elevare, dalla parte nostra, un'adeguata muraglia. Vi saranno dei ten· tativi di rottura, ma la soluzione dovremo trovarla altrove. Sulla frontiera alpina le truppe di copertura sonç> sufficienti: la lotta risolutiva si sposterà quindi, con tutta probabilità, verso la frontiera egiziana o verso quella della Tunisia, dato che, vernsiniilmente, l'Inghilterra spingerà la Francia ad operare da quella parte per alleviare la nostra eventuale pressione sull'Egitto. Bisogna metterci in condizioni di operare decisamente verso l'Egitto, parando verso la Tunisia. In questa situazione: l'Esercito ha trasportato quattro divisioni in Libia e creato colà due divisioni coloniali; sta inoltre provvedendo alla costituzione di una massa di manovra spostabile, sia sul teatro operativo europeo sia verso quello coloniale', e cioè là dove sarà necessario per ottenere la decisione. Premesso questo quadro, occorre vedere se siamo in grado di eseguire i trasporti necessari per le operazioni( ... ). Per quanto si riferisce all'Egitto, questo può consideràrsi una preda relativamente facile: 10.000 inglesi e 22.000 egiziani. Se però la Marina trova difficoltà per i trasponi, allora bisogna, fin dal tempo di pace, destinare altri corpi d'armata in Libia, realizzando così la possibilità di marciare verso Suez (...)».

' Per i Piani di Radunata JOe I 2 cfr. FORTUNATO MINNITI, Fino alla guerra. Strategie e conflitto nella politica di po1enza di Mussolini 1923-/940, E.S.l., Napoli 2000. 'Pariani alludeva alla costituzione dell'armata del Po.


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L'amm. Cavagnari intervenne significando che trasporti importanti non potevano essere presi in conderazione durante le ostilità (cosa piuttosto ovvia), perciò occon-eva effettuarli prima; in altre parole il problema doveva essere visto come trasporti di pace piuttosto che di gue1ra, aleatori e tardivi. Il gen. Valle aggiunse, da parte sua, che anche l'aeronautica era legata ai rifornimenti marittimi; era pur vero che disponeva già in posto di munizioni e carburanti per sei mesi, però, dovendo raddoppiare le forze attuali per agire sui due fronti libici, evidentemente questo dimezzava le scorte ammassate. Badoglio convenne sul fatto che le difficoltà non potevano escludere il problema; in sostanza occorreva che lo Stato Maggiore dell'esercito concretasse organicamente in cifre il fabbisogno via mare e poi la cosa sarebbe stata esaminata congiuntamente con gli Stati Maggiori della marina e dell'aeronautica. Il problema strategico, così come era stato posto da Pariani, avrebbe dovuto portare alla definizione di una linea di condotta interlorze ben precisa, giacché, dopo tutto, l'esercito francese era ritenuto il migliore d'Europa e la potenza navale dell'Inghilterra era tale da suscitare grosse preoccupazioni. Invece proprio Pariani concordò sul principio sostenuto da Valle di evitai·e che determinate aliquote di bombardieri venissero permanentemente decentrate per scopi particolari, in quanto sarebbero rimaste in tal modo «bloccate» rendendo impossibile realizzare risultati efficaci contro obiettivi di primaria impo1tanza, e soggiunse: «Sono anch'io dell'avviso che occorre evitare il frazionamento. Occorre dire al!'Aeronautica lo scopo da raggiungere. Fissato questo, I' Ae.onautica agisce in piena libertà».

E Badoglio conunentò: «Sicuro)). Le possibilità risolutive dell'Africa settentrionale erano dunque state scorte nitidamente; purtroppo mancò la convinzione o la ferma volontà di trarre le dovute conseguenze sia nel campo della programmazione sia in quello del coordinamento delle forze. Il fatto è che in tema di strategia interforze eravamo ai primi passi. Il 1938 vide, ad ogni modo, un deciso impulso nei confronti del potenziamento della Libia. La Commissione Suprema di Difesa, in gennaio, stabilì di prevedere l'invio di un corpo di spedizione su quattro divisioni in caso di emergenza e di ammassare oltremare, sin dal tempo di pace, le dotazioni per un Comando d'armata e per le citate quattro divisioni; inoltre fu disposto di accelerare la messa a punto dei lavori di fortificazione a Tripoli, Zuara e Nalut, addivenendo ad un secondo stanziamento di 60 milioni da ripartire in quattro esercizi, dal 1938 al 1941. Nel contempo veniva attuandosi il nuovo ordinamento dell'esercito voluto da Pariani, sulla base del quale le truppe da considerare disponibili in Africa settentrionale all'inizio di un conflitto erano orientativamente le seguenti: - un Comando d'armata, la 5", ma di invio eventuale; - due corpi d'armata: il XX ed il XXI, già in posto, su due divisioni ciascuno;


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- due divisioni libiche, già in posto; - quattro divisioni metropolitane di rinforzo, dette tipo Sabratha per indicarne l'organico uguale alle divisioni di stanza in Libia; unità non indivisionate per la copertura e compiti particolari. Tutte le divisioni avevano ordinamento binario, anche quelle libiche, del tipo autotrasportabile, cioè con artiglierie esclusivamente a traino meccanico e la maggior parte dei servizi - ridotti peraltro alla più semplice espressione motorizzati. A prescindere dalla sufficienza o meno di tale complesso di forze, il primo problema era quello della mobilitazione e della radunata. I due corpi d' armata di stanza in Libia contavano all'incirca 8 mila uomini ciascuno, cosicché il passaggio sul piede di guerra avrebbe comportato un fortissimo arrivo di complementi dall'Italia. Balbo approntò il cosiddetto Piano di radunata D. La disponibilità delle trnppe venne calcolata in tre tempi: - I tempo, al giorno zero della mobilitazione: le sole unità del tempo di pace, pari a 20 mila uomini e 228 pezzi; ,l - Il tempo, fra il 5° ed il 10° giorno della mobilitazione: tutte le unità di I tempo, su organici di guerra, per complessivi 75 mila uomì'ni e 456 pezzi; - III tempo, fra l' 11 ° ed il 15° giorno di mobilitazione: tutte le unità di Il tempo più le quattro divisioni di rinforzo dall'Italia, per un totale di 115 mila uomini e 588 pezzi. La concezione operativa contemplava la difesa manovrata ad occidente a favore di Tripoli e l'offensiva travolgente ad oriente per raggiungere Alessandria. Ne derivava il criterio di lasciare in Tripolitania lo stretto necessario e concentrare tutto il possibile in Cirenaica. In sostanza, il XX corpo (ovest) avrebbe avuto le sue due divisioni (Sabratha e Sirte), una divisione metropolitana di rinforzo ed il grosso delle tmppe libiche non indivisionate; il XXI corpo invece avrebbe disposto delle divisioni Marmarica e Cirene, di tre divisioni metropolitane, di due libiche e di elementi non indivisionati. In particolare, nello scacchiere libico-tunisino era previsto uno schieramento relativamente arretrato in modo da evitare l'immediato superamento della copertura da parte di una repentina offensiva francese; in quello libico-egiziano le possibilità di successo erano attribuite quasi esclusivamente alla sorpresa, alla tempestività di inizio ed alla rapidità di esecuzione, in un quadro di assoluta supremazia aerea. Tutte le forze destinate all'operazione verso Alessandria dovevano essere autoportate, comprese le divisioni libiche, e dotate anche di mobilità fuori strada. Nel settore sahariano, invece, appariva più che sufficiente ritardare quanto più possibile eventuali puntate nemiche. Naturalmente - precisò Balbo - il piano era da considerare provvisorio sino a quando non fossero state definite dal ministero della Gue1,-a le molte questioni in pendenza e, in ogni caso, la sua realizzazione era legata all'atu·ezzatura logistica, da creare quasi interamente ex novo specialmente per quanto


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rifletteva la base per la spinta ad oriente. Ma dopo aver spedito il documento in visione a Badoglio, a fine ottobre Balbo si rivolse anche a Pariani per mettere in chiaro alcuni punti. Premesso che in una recente riunione a Roma egli aveva chiesto un rinforzo dall'Italia non di quattro divisioni tipo Sabratha (cioè binarie ad autotrasportabili), bensì di un Comando di corpo d' annata, tre divisioni tipo Sabratha, due divisioni ternarie ed una di camicie nere, oltre a sei battaglioni di camicie nere non indivisionati, scrisse: «3. - Tali forze rappresentano i/ minimo necessario ed appena s11J]icien1e, nella siwazione odiema, per raggiungere gli ob iettivi fissati. È probabile che, variando la situazione come accenna a variare per effeuo del potenziamento delle forze anglo-egiziane e dello spostamento del loro centro di grnvità verso la frontiera, la massa dest inata all 'operazione est debba essere aumentata. 4. -D'altra pane la s ituazione ad ovest non è molto tranquillizzante. Escludendo le forze del Marocco, sta di fatto che in Tunisia ed Algeria, con lo sdoppiamento di quasi tutte le unità del tempo di pace, la Francia può mettere in campo - nell a prima seuimana di mobilitazione una decina di divisioni ternarie e t1·e divisioni di cavalleria. In complesso: almeno cemomila uomini. Delle altre unità mobilitate in tempi successivi non tengo conto. Queste forze, come ben sai, sono pronre, mentre le nostre debbono in gran pane completarsi con e lementi dall'Italia. Secondo il piano attuale, in questo scacchiere, noi avremo ( ... ) in complesso 4 divisioni binarie, con un totale di 17 mila uomini all'incirca. In sostanza, il rapporto iniziale delle forze sarà all ' incirca di 3 a 1 e, come puoi ben comprendere, non mi dà grande tranquìllità. Per cui se dovesse scoppiare un confl itto qui, ci penserei due volte prima di portare tutte e due le divisioni libiche alla frontiera orientale: aspetterei almeno di vedere che cosa mi arriva dall'Italia e come si presenta la s ituazione generale. 5. - Per quanto riflette le fortificazioni è bene chiarire qualche punto. Sinora, per ragioni a te ben note e sulle quali non insisto, si è concluso poco: allo stato attuale non si può fare s u di esse alcun affidamento concreto. Quando sarà integralmente attuato il progetto di primo tempo che ti ho inviato due giorni fa la situazione sarà certamente migliore. Ma anche allora bisognerà non dimenticare questi dati fondamentali: - la frontiera libico-tunisina misura oltre 200 km (quasi tutta la italo-jugoslava), è completanente ape1ta e; più o meno, praticabile dappertutto( ... ); - naturalmente, anche la potenza militare francese, fra qualche tempo, avrà fallo altri progressi. 6. - Devi pertanto riconoscere che, in questa situazione trovandomi a dover fronteggiare forze numerose, bene armate ed addes1rate quanto ho richiesto è appena sufficiente a dare una ce1ta sicurezza di poter conservare Tripoli, pur utilizzando al massimo ( ...) tutto lo sfruttabi le(. .. ). 7. - In concl usione: a) L'attuazione dei progetti di operazione ad est è strettamente legato alla possibilità di res istere ad ovest. b) Per integrare le fon-:e già in Libia, debbono essere inviate dalla Madrepatria, oltre ai complen1enti per mobilitare i corpi d'armata XX e XXI:

1 corpo d' armata tipo XXI, 1 divisione tipo Sabratha, 3 divisioni ternarie } . . . . con mezzi d1 traspo1to ridotti 1 divisione cc.nn. 6 battaglioni cc.nn. per compiti presidiari.


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Queste forze rapprese ntano, oggi il minimo necessario e sufficiente. e) Anche quando sarà attuato il progeltO di I tempo della s istemazione fortificatoria della frontiera libica occidentale, l'entità delle forze da inviare in Libia non dovrà subire apprezzabili diminuzioni (anche perché è da prevedere un aumento della potenza miÌitare francese nel Nord-Africa). cl) Condizione prelimina.re per il successo del progetto est è la messa a punto del!' attrezzatura necessaria per consentire l'immediato inizio delle operazioni allo scoppio delle ostilità. Su questi punti fermi s i baserà la preparazione. Ti sarò grato se vo1Tai darmi il tuo benestare ed impartire gli ordini esecutivi di tua spettanza, in modo da poter far marciare tutto rapidamente in piena armonia di intenti e fiduciosa collaborazione» '·

Pariani lesse attentamente la lunga lettera, poi, sul retro dell'ultima pagina vergò un appunto a matita rossa per il gen. Soddu, sottocapo per le operazioni: «S.E. Balbo ha sostanzialmente ragione: prima aveva niente e si accontcotava; ora ha qualcosa ed è più preoccupato; quando avrà quanto chiede lo sarà ancora di più: e ciò sembra paradosso mentre è logicissimo. De Vecchi ha fatto lo stesso per l'Egeo. Si tratta quindi di vedere quanto praticamente si può fare sapendo che saremo sempre al d i sotto di quanto si dovrà fare, perché il minimo per me per operare in Libia è rappresentato da: - 14 divisioni tipo autotrnsportab ile, 2 divisioni libiche, 2 divisioni di cc.nn. (o equivalente), e vedrei, per la difesa: un C.A. di due divisioni esercito + due divisioni libiche + due divis ioni cc.nn. + truppe di G.a.F.; e llltto il resto, e c ioè 12 divisioni, per l' attacco. Preparazione quindi vas ta che va studiata a fondo per precisare i provvedimenti da attuare e loro portata finanziaria» '.

Simile commento lascia senza parole. Come Pariani, che vedeva nel teatro d'operazionì dell'Africa settentrionale l'ambiente operativo ideale per la guerra di rapido corso, vi accettava l'impiego di una dozzina di divisioni autotrasportabili (cioè con la speranza di essere trasportate da un posto all'altro) per risolvere di forza una gue1ra di ql.lel calibro, mentre stava costituendo nella pianura padana un' a1mata con tutte le unità corazzate, motorizzate e celeri di cui disponeva? E, soprattutto, come un capo di Stato Maggiore può dire che «si tratta di vedere quanto praticamente si potrà fare, sapendo che saremo sempre al di sotto di quanto si dovrà fare»? Se questa era la sua sconfortata convinzione, non gli restava che un'opposizione accanita alla guerra da muovere al prossimo. La situazione logis tica, come rammentato da Balbo, era effettivamente insoddisfacente anche sotto il profilo delle infrastrutture. Pariani propose allora, con un promemoria personale per Mussolini, di approntare: un arsenale, con un reparto per le riparazioni alle artiglierie ed uno per quelle alle armi po1tatili, della spesa di 65 milioni e mezzo; un caituccificio per la produzione giornaliera

' Balbo a Pariani in data 26 ottobre 1938, in Diario storico Comando Superiore F.A. Arrica Settentrionale. ' AUSSME, Fondo Carteggio Ufficio operazioni S.M.R.E. , rep. L l , racc. 146.


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di circa 700 mila cartucce da fucile e mitragliatrice, 30 mila bombe a mano e 3 mila bombe per mortaio da 45, con alUlesso laboratorio caricamento proietti e polverificio, della spesa di 164 milioni; due officine principali e quattro secondarie per le riparazioni automobilistiche, della spesa di 4 milioni. Complessivamente si trattava di circa 276 milioni, con possibilità di lavoro per 7 mila operai. Per il momento era possibile dar corso all'impianto del cartuccificio, senza laboratorio e polverificio, posto che già esisteva il progetto, impiegando 1.660 operai con un costo di 45 milioni. Ma Mussolini rispose negativamente, o meglio rimandando la cosa: «deve risolvere l'industria civile; noi dobbiamo appoggiare garantendo lavoro» annotò Pariani sull'appunto, dopo il rapporto. Alla fine di dicembre 1938, nella seduta del Consigio dei ministri, Pariani indicò gli elementi principali circa la forza bilanciata (205.000 uomini) per l'esercizio finanziario 1939- 40: chiamata unica: 15 febbraio per la Libia e 1° maggio per l'Italia; conseguente congedamento: 15 giugno 1940 per la Libia e 1° settembre per il territorio metropolitano; - durata del servizio militare: 16 mesi per tutti, eccezion fatta per 50 mila uomini aventi titolo al congedamento anticipato (4 mesi di servizio); - entità della forza alle armi: 320 mila u. nel periodo di forza massima (quattro mesi); 150-160 mila in quello di forza minima (otto mesi); contingente da incorporare: 132 mila uomini; reparti da tenere in efficienza: anzitutto la guardia alla frontiera al confine francese, le divisioni alpine Cuneense e Taurinense e buona parte dell'armata del Po; quindi la Libia e l'Egeo. Nessuna meraviglia che, in queste condizioni, i progetti operativi superassero di poco il livello dello studio. Il P.R.D redatto nell'ottobre 1938 acquistò maggiore completezza formale nella nuova edizione compilata in dicembre, col definire con più precisione compiti e schieramento iniziale. Evidentemente, però, non poteva che conservare fisionomia orientativa, data la scarsità dei mezzi al momento disponibili. Da rilevare che, trattandosi unicamente della radunata, non era ancora definita l'azione su Alessandria, salvo lo scaglionamento in profondità del dispositivo offensivo. Il documento ve1U1e accettato da Pariani. È pur vero che le premesse su cui si basava - entro il 10° giorno di mobilitazione affluenza in Libia di tutti i complementi del XX e XXI corpo d' armata e totale mobilitazione delle due divisioni libiche; entro il 15° giorno, sbarco delle quattro divisioni di rinforzo; risolto l'ammassamento preventivo di dotazioni e scorte - erano tuttora inesistenti, al punto che, secondo un calcolo fatto dalla R. Marina, il trasporto dall'Italia delle truppe in questione avrebbe richiesto venti giorni per la Tripolitania e addirittura tre mesi per la Cirenaica, a causa delle deficienti capacità dei porti di Tobruk e di Bengasi.


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Sia Pariani, sia Soddu, furono sostanzialmente ottimisti: gli ordini già impartiti erano destinati a migliorare radicalmente la situazione'.

* ** Nel frattempo, sulla scia del convegno di Monaco, Chamberlàin aveva chiesto ed ottenuto un abboccamento a Roma con Mussolini; mentre però il primo, spinto da una profonda preoccupazione per il danno tedesco, cercava veramente un interlocutore disposto ad interventi di moderazione, il secondo aveva accettato l'incontro con uno stato d'animo di assoluta indifferenza, anzi di sufficienza, verso la Gran Bretagna e di deciso antagonismo nei confronti della Francia. Era il momento della antipatia verso la vicina d'oltralpe anche e soprattutto a causa di commenti sfavorevoli e maligni di carattere personale e della simpatia verso la Jugoslavia; perciò non appena Ciano rientrò dal suo viaggio a Belgrado, recando notizia del!' ottima accoglienza ricevuta da Stojadinovié, Mussolini ritenne opportuno impartire a Badoglio nuove direttive in materia politico-militare (25 gennaio 1939): la situazione internazionale non escludeva egli affermò la possibilità di un conflitto isolato con la Francia. Non spiegò quale sarebbe stato il casus belli, anzi precisò che non intendeva avanzare pretese di cessioni territoriali, in quanto perfettamente convinto che Parigi le avrebbe respinte, ponendolo di fronte all'alternativa o di ritirare le richieste perdendo la faccia o di dichiarare guena, il che non rientrava affatto nei sui desideri. Il discorso era poco chiaro e poco convincente, comunque si concluse con l'ordine di osservare l'assoluta difensiva sulla cerchia alpina e sulla frontiera libica, per lasciare al Governo francese ogni responsabilità di un'eventuale aggressione. Soggiunse anche che l'atteggiamento della Germania, in un'ipotesi del genere, non era ancora noto, essendo in attesa di un discorso che Hitler avrebbe pronunciato a fine mese, e che da parte jugoslava non esistevano timori, dati gli ottimi rapporti di amicizia esistenti. Badoglio aveva già convocato per il 26 gennaio i tre capi di Stato Maggiore per trattare degli inconvenienti manifestatisi nel corso della mobilitazione parziale del settembre precedente. Colse perciò l'occasione per mutare l'indirizzo strategico: difensiva ovunque e perfezionamento del piano di radunata verso ovest. In particolare, mentre l'eventualità di un conflitto con la Francia al confine metropolitano rientrava nel campo degli studi già approfonditi e di predisposizioni già attuate o previste, salvo un miglioramento nello specifico piano di radunata, in Libia la questione cambiava aspetto. Qui la previsione cli un'offensiva su Alessandria, originata da una diversa situazione politica e soprattutto da un orientamento personale di Balbo, non aveva più ragione d'essere.

1

Sul P.R.D. cfr. F.

M INNITI,

Fino alla guerra cit., pp. 171-175.


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Pur considerando il potenziamento derivante dai. provvedimenti in corso di attuazione, verso la Tunisia eravamo ancora in netto svantaggio, in quanto mentre la Francia aveva la possibilità di far affluire numerose truppe attingendo ai propri territori del!' Africa del nordovest, senza quindi essere tenuta a trasporti marittimi, noi eravamo soggetti a tale pesante vincolo, aggravato dalle insidie di sottomarini annidati nelle numerose insenature delle coste tunisine. Non essendo dunque pmdente far molto assegnamento sull'afflusso di grandi unità dalla Madrepatria durante le ostilità, era bene orientarsi. ad agire con quanto sarebbe stato in Libia allo scoppio del conflitto. Ne derivava la necessita di un accurato piano circa il sollecito e tempestivo spostamento di truppe dalla Cirenaica alla Tripolitania, di curare la mobilitazione di tutte le forze libiche e cli «tener ben chiuse le porte di casa» 1 • La situazione in Libia migliorò gradatamente nel 1939: era in corso di completamento l'afflusso dei materiali di mobilitaz ione per le unità del XX e del XXI corpo d'annata e per quelle libiche (valutate ad un complesso di tre divisioni), mentre i materiali delle quattro divisioni metropolitane di rinforzo sarebbero stati trasportati entro il mese di maggio e dislocati nella zona di Tripoli-Misurata. Rimaneva il problema dell' invio, all'emergenza, del personale delle citate quattro divisioni di rinforzo. Ma Pariani ottimisticamente pensava di poterlo risolvere con una decina di aerei da trasporto, che prevedeva pronti entro il luglio successivo, ed un centinaio di aerei civili che, a tempo debito, sarebbero stati concentrati in una quindicina di giorni in Sicilia. Quanto alle forze occorrenti per arrestare un'offensiva francese, Pariani si dichiarò sicuro che otto divisioni metropolitane e due libiche sarebbero state in grado di garantire la frontiera tunisina. Resta il fatto che, sino all'arrivo dei rinforzi il Comandante Superiore poteva contare sulle due divisioni del XX corpo, rinforzate da una sottratta al XXI, e sulle due libiche. Balbo insisteva. Il 2 gennaio, a Roma, aveva sollecitato Pariani in tema di fo1tificazioni, significando la necessità di disporre entro il mese di due battaglioni minatori e dieci compagnie lavoratori, oltre a materiali di vario tipo per le opere di Tripoli, Zuara e Nalut, e riservandosi di inoltrare richieste per conferire un minimo di validità alla difesa contraerea e costiera di Tripoli, Bengasi, Derna, Tobruk e Bardia. Ma in primo luogo cercava di sottrarsi dalla prassi burocratica chiedendo l'approvazione telegrafica dei progetti inviati ed un fondo scorta di un milione per urgenti anticipi per i lavori, essendo indilazionabile l'inizio della costruzione dei capannoni per le dotazioni di mobilitazione in arrivo e dei magazzini d'armata. Per il potenziamento militare della Libia erano stati richiesti 45 milioni per il biennio 1937-38 e 1939- 40, così articolati:

' Verbale della seduta in USSME, Verbali delle riunioni tenute dal Capo di S.M. Generale, Roma 1983; I, verb. 1.


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aree coperte per magazzini ..... . .. 160.000.000 alloggi ufficiali e sottufficiali . . . . . . 15.000.000 dotazioni di mobilitazione ...... ... 247.650.000 serv. amministrativi e trasporto . . . . . 2.350.000 Per il momento vennero preventivati 50 milioni per magazzini e depositi e 20 per lavori difensivi nell'esercizio 1939-40 e 10 milioni per lavori difensivi nel 1940- 41. Questo senza poter prevedere la spesa di un centinaio di milioni per le attrezzature portuali di Tripoli, Bengasi e Tobruk. Lo stato di previsione del ministero della Guerra per il 1939- 40 considerava 3 .406 milioni (poi saliti a 3 .428) dei quali: 1.541 milioni per assegni a personale militare e civile, 300 per pensi01ù, 500 per spese straordinarie in Libia, 15 destinati ad accasermamenti in Sardegna e 35 per addestramento della M.V.S.N. e concorso per il servizio premilitare. In totale, dunque, 2.391 milioni di spese fisse o non comprimibili. Rimanevano 1.191 milioni per l'addestramento ed i servizi dell'esercito, in parte mobilitato. Però, verso la metà del 1939 il ministero della Guerra presenterà un programma di spese straordinarie di 9,5 miliardi. Nello stesso periodo il governo francese stanziava per la difesa 15 miliardi di franchi di bilancio ordinario, più altri 25 miliardi di assegnazione straordinaria, ossia 1'85% delle entrate previste per il 1939. Intanto, nell'ipotesi di un confronto diretto colla Francia, Mussolini incaricò Badoglio di compiere un'ispezione in Libia (terza decade di febbraio) per vedere a che punto stesse la situazione. Badoglio, al ritorno, sintetizzò le principali e più impellenti necessità 1• Gli effettivi dell'esercito stavano gradatamente avvicinandosi al raggiungimento dell'organico di guerra 2, tuttavia bisognava tener presente che i richiamati in corso di invio non potevano essere considerati idonei a guerra di movimento in Africa, sia per l'età prossima ai 40 anni sia per le scadenti condizioni fisiche3, cosicché risultavano utilizzabili solo per compiti di secondaria importanza, mentre per portare le unità a pieno organico occorreva fare assegnamento sui richiamati delle classi più giovani. Ad ogni

'Badoglio a Mussolini in data 2.3.1939, Diario storico del Comando Supremo, I, tomo II, doc. 1, app. 2. 1 Il fabbisogno per raggiungere il piede di guerra era di 600 ufficiali e 16.500 u. per XX e XXI corpo; 100 ufficiali e 18.500 per il R.C.T.C. della Libia; 200 ufficiali e 5.500 camicie nere per la M.Y.S.N .. In complesso, dunque, 900 ufficiali e 22.300 sottufficiali e trnppa nazionali e 18.500 libici, ai quali in gran parte s i poteva provvedere con le riserve istruite esistenti in Libia 11.000 ufficiali, 13.500 nazionali e 2,1.soo libici. ' In generale, detti richiamati «volontari» erano in patria disoccupati. In maggioranza delle provincie meridionali - 1'80% analfabeti - ed in condiz,ioni fisiche tali che «quasi tutti dimostrano una diecina di ann.i di più. Scarsissimi i graduati. li passarli in rivista dava un vero senso di pena» scrisse Badoglio.


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modo col previsto sopraggiungere, in caso di emergenza, di altre quattro divisioni di rinforzo, le dieci divisioni così disponibili - ammettendo di lasciarne almeno quattro alla frontiera egiziana sembravano sufficienti per fronteggiare le otto o nove divisioni che i francesi avrebbero potuto inizialmente concentrare in Tunisia contro di noi. In fatto di dotazioni e scorte, invece, le deficienze da colmare erano notevoli, specialmente di armi e di automezzi 1, ed ammontavano ad un importo di circa 135 milioni, non ancora assegnati. Particolare importanza rivestiva la questione del carburante che dalle 40 giornate circa disponibili in Libia occorreva elevare almeno a sei mesi. L'Intendente, appena nominato, poteva svolgere un'utilissima opera, prendendo bene alla mano il problema logistico. Per la marina c'era poco da dire, giacché, tutto sommato le forze locali apparivano sufficienti, tenuto conto della dislocazione della flotta. Invece urgeva un rinforzo all'aeronautica: uno stormo da caccia, uno da bombardamento e 36 apparecchi CR. 32 destinati a mettere in efficienza lo stormo da caccia esistente 2; inoltre occoffeva procedere al completamento delle dotazioni di munizioni, carburanti e lubrificanti per almeno 100 azioni di guerra. Bisognava anche migliorare la potenzialità dell'officina centrale riparazioni di Tripoli e crearne un' altra, provvedendo all'accantonamento di patti di ricambio e motori per almeno sei mesi di autonomia. Le attrezzature potevano, nel complesso, considerarsi adeguate per le prevedibili esigenze di mobilitazione. Esistevano, infatti, 12 aeroporti annati, 2 idroscali e 142 campi di fortuna; inoltre erano in corso misure intese a costituire una base per idrovolanti nel golfo di Bomba, ad impiantare allTi tre campi nella Gefara ed a migliorare alcuni aeroporti armali. Dopo una disamina dettagliata della sistemazione difensiva, della difesa costiera e contraerea, della protezione dei porti, dell'organizzazione di comando e di altri aspetti minori, Badoglio concluse: «Perché il programma di preparazione bellica per la Libia occidentale possa trovare sviluppo nelle sue parti essenziali, ritengo che, dato lo stadio oggi raggiunto dagli apprestamenti, occorrano ancora, con l'intenso ritmo di lavoro attuale, almeno altri 6-7 mesi. Soltanto nella primavera del 1940 la Libia occidentale sarà in eondizio11i, non solo di ben difendersi anche da forze superiori, ma altresl di consentire la predisposizionie di eventuali operazioni offensive. D'a ltra parte ogni ulteriore ncccleramento, salvo che non fosse imposto dal precipitare improvviso di eventi politici, riuscirebbe poco rispondente allo scopo perché, mentre non farebbe guadagnare un tempo apprezzabile, finirebbe per provocare dannosissimi sperperi, intasamenti, disordine. La preparazione bellica della Libia occidentale, sotto l'impulso intelligente e vigoroso di S.E. Balbo, è andata e va, giorno per giorno, migliorando, in un fervore di opere che appare addirittura meraviglioso qualora si pensi come, contemporaneamente agli apprestamenti militari, si attenda a quelli , non meno imponenti, relativi alla coloniuazione agricola in via di sviluppo.

'Mancavano 184 carri d'assalto e 1.300 automezzi. ' In Libia esistevano il 14° ed il 15° stormo da bombardamento te rrestre, il 2° stormo caccia e due gruppi di aviazione coloniale. Era previsto un terzo stormo da bombardamento, e considerati necessari un quarto stormo da bombardamento ed un secondo da caccia.


LA SITUAZIONE MTLITARE DELL'!TALIA

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Ritengo perciò che in un tempo assai prossimo, risolti tutti i più impottanti problemi, la quarta sponda raggiungerà lo stato di efficienza indispensabile per poter assolvere quella vitale funzione cli sicurezza e di equilibrio che le compete nel Med iterraneo, soprattutto ora, dopo la conquista dall'Impero,, .

Se, dopo quell'ispezione, Badoglio reputava che nella primavera del 1940 la Libia occidentale sarebbe stata in condizioni di difendersi bene ed altresì di consentire l'impostazione di operazioni offensive - l'accenno al prossimo raggiungimento di un congrno livello di efficienza della «quarta sponda era invero più che prematuro, dato che la Libia orientale era ancora interamente da sistemare, - tre mesi dopo cambiò tono: soltanto per ottenere una adeguata sicurezza difensiva in Tripolitania occorreva attendere la fine del 1940. La seconda ispezione (5-10 giugno) mise infatti in evidenza una situazione assai poco rassicurante '. L'assetto dei reparti costituiva già un problema. Anzitutto occorreva prendere di petto la questione delle truppe libiche. Poiché dovevano mobilitarsi per prime e nella loro massima disponibilità per consentire il regolare svolgimento della mobilitazione e della radunata delle altre forze, urgeva l'assegnazione non soltanto dei materiali 2, ma anche del personale (ufficiali, specialmente capitani) libico mancante. Per quest'ultimo si dovevano calcolare aumenti di paga per colmare prontamente i vuoti che non si riusciva ad eliminare. Le grandi unità metropolitane soffrivano esse pure di notevoli carenze in fatto di ufficiali in s.p.e. 3• I comandanti di battaglione, di compagnia e di batteria richiamati dal congedo erano scadenti. Quanto ai soldati, le unità si presentavano bene ed i richiamati delle classi anziane si erano amalgamati con i permanenti, tuttavia rimaneva valido il concetto che per guerra di rapido corso in Africa, contro eserciti modernamente addestrati ed equipaggiati, fosse indispensabile disporre di personale appartenente alle ultime classi di leva. L'organizzazione, poi, della guardia alla frontiera procedeva troppo faticosamente per difetto di quadri ufficiali e sottufficiali, quando era intuitivo che i reparti di questa specialità dovessere acquisire al più presto la massima efficienza•.

' Badoglio a Mussolini in data 13.6.1939 in D.S.C.S., I, tomo II, doc. l, app. 3. 'Per mettere in efficienza il Regio Corpo Truppe Coloniali dell a Libia ed il Sahara libico occorrevano l 75 milioni. Inoltre per l'ammassamento di sei mesi cli. scorte, .la spesa si aggirava sui 67 milioni. Il Ministero dell' Africa Italiana aveva per il momento autorizzato l' approvvigionamento in posto cli quanto possibile per un importo massi.mo di 4 milioni. ; In una divisione esistevano un capitano e due subalterni in s.p.e. per banaglione; in un'altra nessun capitano ed un solo subalterno per battaglione. 'Il ministero della Guerra ern inizialmente orientato ad assegnare alla guardia alla frontiera, per l'inquadramento, ufficiali delle categorie in congedo. La sol.uzione era in parte giustificata dalla scarsa disponibilità di ufficiali in servizio permanente il che, una volta di più, dimostra l' errore della politica degli ufficiali di complemento seguita da Pariani ma contrastava con il carattere ed i compiti della G.a.F., destinata ad affrontare per prima il nemico, anche e soprattutto all'improvviso.


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L'ITALIA NEL 1939

n quadro non appariva a tinte rosee neppure nel campo dell'armamento. Le mitragliatrici Schwarzlose (preda bellica) ancora in dotazione alle truppe del XX corpo d'armata dovevano assolutamente essere sostituite con le Fiat 35 (cioè delle Fiat 14 modificate), che costituivano il materiale in dotazione alle quattro divisioni metropolitane di rinforzo. Mancavano ancora i pezzi per le compagnie cannoni da 47/32 e la deficienza era sentita dato il «prevedibile larghissimo uso di cani armati dei nostri possibili avversari». Difettava l'artiglieria di corpo d'armata e mancava del tutto quella d'armata. Quale artiglieria da posizione per la guardia alla frontiera erano disponibili circa 240 pezzi, più o meno antiquati; mancavano però -tutti i caricamenti per comandi di batteria, di gruppo e di raggruppamento. Era stato segnalato l'invio di obici da 149/12, d'anteguerra, ma a causa della loro scarsa gittata non avrebbero trovato alcun impiego utile di fronte al probabile avversario. Quanto alla difesa contraerei, Tripoli capitale, base di operazioni, unico po1to della Tripolirania poteva dirsi praticamente indifesa contro azioni di bombardamento da 45.000 metri di quota. Non esistevano mitragliere e.a. di tipo moderno. E il settore della motorizzazione presentava un ancor più grave vincolo operativo: «La vastità dei teatri d'operazione impone una completa e reale motorizzazione delle unità di fanteria e di artiglieri a se si vuole avere la garanzia di poter attuare, con rapidità ed efficacia, azioni di manovra. Oggi, per la maggior parte, le truppe sono autotrasportate con mezzi che vengono di volta in volta manovrati perché insufficienti. Inoltre mancano del tutto alle unità i mezzi di traspolto per i movimenti fuori strada. Insomma, nell'attuale situaz;ione, le divisioni e le truppe di corpo d'armata 11011 hanno la capacità di operare al di là del terreno adiacenle alle strade. Occorre provvedere adeguate scorte di parti di ricambio e officine di riparazione: ciò perché le grandi distanze da percorrere, le comunicazioni poco buone, la quantità e l'urgenza dei lavori portano come conseguenza un grande logorìo di macchine. Difeuano anche le compagnie motociclisti e unità carri am1ati e autoblindo, indispensabili, soprattutto, per la costituzione di idonei nuclei esploranti».

In merito alla marina ed all'aeronautica, Badoglio illustrò un quadro non molto dissimile, precisando: «S.E. Valle ha, però, comu nicato che con il bilancio ord inario non può far fronte alle spese necessarie per il potenziamento aeronautico dcli' Africa Seuentrionale '. Ritengo doveroso far presente che in questo teatro d'opcrazioni la prima Forza Annata da teoere in perfetta efficienza deve essere proprio l'Aeronautica, la quale, con la sua rapidità d'azione, è la sola che possa parare tempestivamente (mediante esplorazione, bombardamento, mitrng liamento, aerotrnsporto, lancio paracadutisti) ad eventuali sorprese che l'avversario riuscisse a compiere aggirando le opere fortificate. Inoltre t: da considerare che un aumento di efficienza dcli' Aeronautica della Libia sign ifica un aumento di possibilità in un teatro operativo d i grande importanza strategica, sia terrestre sia marittima, nel quadro di una eventuale guerra e, quindi, troverei conveniente far affrontare senz'altto il sacrificio finanziario che il Ministero Aeronautica non crede di poter affrontare.

' Da un calcolo approssimativo, sarebbe stato necessario uno stanziamento straordinario di 120 milioni.


LA SITUAZIONE MILITARE DELL' ITALIA

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Tanto più ciò sarebbe necessario in quanto notevole è ancora l'occorrente per dare alla difesa a terra la voluta efficienza. Attualmente si hanno in tutta la Libia 312 apparecchi, di cui soltanto 189 efficienti a scopo bellico: nella sola Tunisia ve ne sono circa 350, secondo i dati del Servizio Informazioni.

Poi Badoglio passò ad esporre lo stato dei lavori per la sistemazione difensiva, chiarendo che le opere di fortificazione, quanto a lavori murari, sarebbero state ultimate entro il mese di agosto o al massimo entro la prima quindicina di settembre, ma per sistemare le anni, le torrette corazzate, gli impianti e gli arredamenti interni, le chiusure, occorreva ancora molto tempo talché soltanto alla fine del 1940 era lecito contare su un sufficientemente saldo approntamento difensivo, raggiungendo cioè quei limiti di tempo già segnalati come prevedibili nella relazione di marzo «e forse si oltrepassano». Anche la messa a punto della Cirenaica lasciava a desiderare: la guardia alla frontiera era tuttora da costituire, le difese contraerei e costiere erano previste per Bengasi, Derna, Bardia e Tobrnk ma in maniera rudimentale. Il Ministero della Guerra riconosceva ovviamente che i materiali in posto erano carenti qualitativamente e quantitativamente (il fabbisogno era stato calcolato in 42 batterie da 76/40, una da 102/35 a Bengasi ed una da 305/42 a Tobruk), ma mancavano le anni ed i fondi, ed i nuovi materiali non potevano essere fomiti prima di due anni, vale a dire alla fine del 1941. * * *

L'indirizzo dato da Mussolini a Badoglio in germaio verme confennato quattro mesi dopo in due sedi distinte. Durante la seduta del Consiglio dell'Esercito dell'8 maggio egli comunicò la decisione di stanziare altri 5 miliardi· per migliorare le condizioni del R. Esercito e, nell'enunciare le esigenze da soddisfare con detta somma, dichiarò che anzitutto occorreva provvedere allo sbarramento delle porte di casa: «Debbono essere ermetiche, tutte: ermetica la frontiera occidentale; ben vigilata la frontiera svizzera; ermetica la frontiera nord e quella est. Nessuno può meravigl iarsi di ciò: mancheremmo ad un elementare dovere». Ermetiche dovevano essere anche quelle della Libia e dell'Egeo. Aveva destinato 300 milioni per i lavori alle frontiere metropolitane («la somma data basta per metterle al sicuro»), 193 milioni alla Libia e 7 all'Egeo. Il 28 maggio, poi pochi giorni dopo la firma del Patto d'Acciaio, come sappiamo, consegnò a Badoglio una copia del memoriale Cavallero. 1n esso si trovava un aspetto strategico importante: «Dal punto di vista strategico le nazioni ad occidente possono considerarsi ' murate', cioè praticamente inattaccabili per forze di terra. Si può quindi prevedere una d ifensiva reciproca sul Reno e sulle Alpi ed in Libia. Viceversa le forze metropolitane e coloniali in Etiopia possono iniziare operazioni offensiva contro le colonie francesi e britanniche confinanti. Ad occidente la guerTa assumerebbe quindi un carattere predominante aereo-marittimo».


808

L'ITALIA NEL 1939

Al solito, ad una premessa arbitraria, ma enunciata categoricamente, seguivano considerazioni che solo apparentemente sembravano conseguenziali. Era assai opinabile che le nazioni occidentali fossero «praticamente inattaccabili» e se pure l'affennazione poteva esser valida per le Alpi, meno lo era per il Reno ed assolutamente meno ancora per la Libia. Bisogna anche dire, per un elementare senso di obiettività, che gli assunti di Mussolini non trovarono obiezioni, neppure di carattere «tecnico», il che significa, nella migliore delle ipotesi, che erano sostanzialmente condivisi. Ad ogni modo, pur non trattandosi di direttive strategiche vere e proprie, era chiara la conferma del pensiero per l'Africa settentrionale: difensiva in Tripolitania, rinunc ia a qualsiasi velleità offensiva verso l'Egitto. Così come era chiaro che i propositi offensivi riservati ali' Africa orientale non potevano che essere limitati in quelle circostanze alla conquista di Gibuti e della Somalia britannica. Nessun accenno all'eventualità di un'offensiva verso i Balcani (Jugoslavia) probabilmente perché il problema faceva onnai parte della pianificazione operativa esistente. Per quanto ha tratto alle frontiere sulla cerchia alpina, la situazione, quale fu presentata da Pariani al Consiglio dell'Esercito nella seduta dell'8 maggio, può venir riepilogata come segue: a) Scacchiere occidentale. Da considerare ultimata la sistemazione difensiva periferica sulle grandi direttrici; fra le minori restava da provvedere alla chiusura della Val Pelliece, della valle Orco e delle tre Sture. Entro l'anno era in programma il conferimento di una maggior profondità agli sban·amenti di principale importanza, l'interdizione delle direttrici ancora incomplete ed il completamento degli sbarrarnnenti di sicurezza e di quelli arretrati, già iniziati alla fine del 1938, che dovevano portare l'organizzazione complessiva su una profondità variabile dai 30 ai 50 chilometri. b) Scacchiere settentrionale. Alla frontiera italo-svizzera si trovavano in corso di ultimazione alcune strade di accesso ai passi più importanti ed a posizioni di artiglieria ed era previsto di munire con sbarramenti anticano i valichi montani di interesse preminente. Sulla frontiera italo-tedesca continuavano i lavori delle difesa periferica con sbarramenti avanzati e caposaldi sulle direttrici principali e, in particolare, esistevano alcuni sbarramenti arretrali a cavallo delle comunicazioni della Carnia e del Tarvisiano. Entro il 1939 era in programma il miglioramento della difesa in profondità, specialmente in Alto Adige, e la chiusura delle direttrici minori 1 • e) Scacchiere orientale. La sistemazione difens iva periferica ( l O sistema) era pressoché completa ed efficiente. Il 2° sistema era in gran parte pronto, salvo

'Gli apprestamenti difensivi sullo scacchiere settentrionale derivavano dall'ipotesi di una guen-a tra Italia e Germania, secondo il P.R. 9.


LA .SITUAZIONE MILITARE DELL'ITALIA

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qualche tratto del corpo d'armata di Trieste (strette di Sembié, Terciane ed Elsane) e nel settore nord del corpo d'armata di Udine. Oltre a queste frontiere Pariani citò quella dello scacchiere mediterraneo: «L'organizzazione difensiva dell'antemurale tirrenico è completa e perfettamente aderente alla sua funzione». Si riferiva a Pantelleria ed alle isole italiane dell'Egeo, ove però i lavori non erano affatto ultimati e non considerava né obiettivamente poteva allora mettere in conto un'invasione della Sicilia o delle Puglie. Tale, dunque, la situazione sui confini italiani a metà del 1939. Si è accennato, in precedenza, alle direttive di larga massima impartite da Mussolini il 16 agosto. Il giorno seguente Badoglio incaricò i capi di Stato Maggiore di mettere subito allo studio le azioni offensive contro la Jugoslavia (prevedendo un'azione itTuente in Croazia condotta con unità autotrasportate, nel presupposto di agitazioni interne) e contro la Grecia, con l'immediata occupazione di Corfù '. Poi informò Mussolini delle disposizioni date, gli comunicò di aver ben spiegato ai capi di Stato Maggiore la situazione internazionale e volle avanzare un inequivocabile avvertimento in merito alle decisioni che, con ogni probabilità, il governo avrebbe dovuto prendere tra breve: «Vostra Eccellenza sa che noi attraversiamo in questo momento una triplice crisi: d'inquadramento, di armamento, di munizionamento, oltre alla crisi di assestamento dovuta alla recente riforma organica delle divisioni. Sono pertanto convinto che Vostra Eccellenza nella Sua grande saggezza saprà scongiurare, come già altra volta fatto, una così grave prova al nostro Paese»'.

Il 31 agosto Badoglio riferì a Mussolini che gli studi per le operazioni offensive contro Grecia e Jugoslavia erano stati concretati dagli Stati Maggiori, ma da essi appariva la scarsa disponibilità delle forze italiane, specialmente se, come si aveva motivo di ritenere, la Francia avesse sferrato immediatamente una duplice potente offensiva contro di noi. Ne derivava che «Soltanto dopo aver superato la fase critica dell' urto potremo esaminare se ci convenga effettuare l'offensiva in Grecia e sempre quando si sia sicuri di una Bulgaria e Ungheria benevole. Circa l'offensiva in Jugoslavia se ne potrà parlare solo se si verificherà la dissoluzione di tale Stato»'.

Secondo una memoria s ulle esigenze operative dell' esercito inviata da Pariani dando per scontato che l'Impero fosse autosufficiente, per assicurare l'inviolabilità delle frontiere del teITitorio metropolitano e delle colonie occorrevano come minimo 52 divisioni. Poiché l'Italia poteva mobilitare 72 divisioni

'Badoglio ai capi di S.M. in data 17.8.1939, I, tomo app. 5. Badoglio a Mussolini in data 17.8.1939, ibidem, p. 103. ' Badoglio a Mussolin i in data 31.8.1939, ibidem, ali. l, app. 7.

2


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(comprese 2 di fanteria da ricostituire e 6 di camicie nere da costituire), rimanevano disponibili per operazioni offensive o controffensive 20 divisioni. La mobilitazione delle previste 15 divisioni di secondo tempo era possibile a partire dal terzo mese 1•

DIVISIONI ftr.

-

at.

alp.

mot.

cl.

cr.

Ub.

cc.nn.

Totale

,.

schieramento lron· tiera occìdentale

15

-

3

-

-

-

-

-

18

sorveglianza_frontie ra svizzera (Sempione)

1

-

-

-

-

-

1

4

-

-

-

-

-

-

riserva frontiera occidentale

-

-

4

schieramento sicurezza frontiera Giulia

4

1

1

-

-

-

6

4

-

-

-

4

2

4

-

-

2

4

12

-

difesa Egeo

1

-

-

-

-

-'-

- difesa Libia

-

--

-

difesa isole

-

-

-

1

- difesa Albania

4

-

1

-

-

1

-

-

6

Totale per assicurare difesa MadrepatriaLibia-Egeo-Albania

35

5

5

-

-

1

2

4

52

Restano pertanto disponibili

io

2

-

2

3

1

-

2

20

2

·3

2

2

6

72

-

1

Totale generale

45

7

5

I

Mussolini rispose all'ammonimento di Badoglio in questi tem1ini: «Prendo atto che studi per operazioni offensive fronte est sono completati. Quanto a loro esecuzione, ciò dipenderà da cause e fattori che ora non si possono valutare» 2 •

' Pariani a Badoglio in data 27.8.1939, ibidem, ali. 1, app. 5. .Mussolini a Badoglio in data 1.9.1939, ibidem, ali. 1, app. 9.

1


INDICI


INDICE DEI NOMI* Abel en-Nebi Belker, 106, 115.

Appiotti Giacomo, 282.

Aglietti Bruno, 414.

Appony Geraldina, 659.

Ago Pietro, 312,313,325. Agostini Augusto, 323, 369.

Aranda Mato Antonio, 566, 568, 576, 577,582,586,594.

Ahmed EI-Mràied, 106, 111 , 115, 116.

Arena Nino, 636, 638, 768, 769, 77 1.

Ahmed Esc-Scèteui, 115.

Arita Hachiro, 707.

Aimone Cat Mario, 277, 282, 294, 321, 340, 387, 388.

Arme/lini Quirino, 309, 316, 318-320, 324, 346, 392.

Alatri Paolo, 2 1.

Asensio Cabanillas Carlos, 488, 494.

Albricci Alberico, 53, 57, 58, 62-65.

Assia Filippo d', 453, 588, 602, 645, 698.

Alcalà Zamora y Torres Niceto, 4 19, 422, 423,426,427,428,429.

Astuto Riccardo, 153.

Alessandro I Karadjordicvié re di Jugoslavia, 36.

Attanasio Sandro, 450, 486, 496, 499, 500, 546.

Alfonso XIII re di Spagna, 419.

Attolico Bernardo, 642, 697-699, 705, 707, 708, 7 11, 714, 7 16-7 18, 721, 722, 726, 730-732, 734, 737, 738, 741,742, 744-748, 778,783,784.

Aloisi Pompeo, 44, 47, 178, 186, 190, 198-202, 207,208, 2 11,213, 2 14, 216,219,285 , 287,291,299,303, 329, 353.

Alvarez del Vayo Julio, 456, 476, 538, 620. Amhrosini Gaspare, 128.

Ameglio Giovanni, 101,103. Amendola Giovanni, 110-112, 114. Anchieri Ettore, 4, 12, 14, 33.

Auri ti Giacinto, 701. Avenol Joseph Louis, 186, 192, 198, 201, 701. Averrà Cassa, 406. Azana y Dfaz Manuel, 42 1-423, 426, 427, 428, 431, 443, 453, 456, 463, 538,569,618.

Anfuso Filippo, 480, 481 , 606, 680, 686, 687, 738.

Aznar Manuel, 428,514, 547.

Angioi Paolo, 457.

Babini Valentino, 533, 608, 639.

Ansaldo Juan, 423.

Babbini Ezio, 236,3 17, 324,335.

Antonov-Ovseenko Vladimir, 538.

Baccari Eduardo, 112, 114.

* N.B. In corsivo i nomi degl i autori citati nel testo.


POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Badoglio Pietro, 41, 47, 48, 58-60, 70, 76, 90, 91, 95-98, 123, 125-134, 137, 144, 145, 154-170, 172, 181, 188, 199, 202, 203, 205-207, 214218, 223-229, 231-251, 255, 257, 269, 271, 284, 285, 288-292, 294, 295, 297-301, 309-313, 316-327, 329-331, 333, 335, 337, 346, 347, 351, 353, 356, 360-366, 369, 371, 374, 375, 382, 385-393, 401, 402, 459, 469, 481, 551, 591 , 602, 603, 687-689, 712, 728, 734-736, 761, 771, 774, 783, 784, 794, 796, 798, 801, 803-807, 809. Baer George W., 175, 180, 186, 187,

189-193, 195, 197, 198, 201, 206, 211. Baistrocchi Federico, 47, 48, 157, 160, 162, 163, 165, 167, 174, 203, 206, 207, 223-225, 228-236, 242, 243, 247, 254-256, 258, 261, 265, 270, 272, 281, 283, 290-292, 299, 301, 302, 311-313, 323-325, 357-361, 364,367,369,382,390,391,406, 407,439,456,459,637,755. Balbo Italo, 39, 84, 86, 87, 97, 98, 155, 158, 287, 288, 357, 359-361, 364, 382, 423, 424, 699, 797-799, 801, 802.

Bastianini Giuseppe, 417.

Bastico Ettore, 324,335,530,531,533, 540, 541, 543-545, 547-549, 552559, 568,580,609,640. Battisti Emilio, 608. Baudino Carlo, 670.

Beaumarchais Charles de, 147. Bechelloni Antonio, 426.

Beck Joseph, 645, 713, 715, 736, 746. Beck Ludwig, 601. Bekker Cajus. 787.

Bela Kun, 427. Belforte Francesco (vd. Biondi Morra).

Bencivenga Roberto, 293. Benes Eduard, IO, 18, 285. Benni Stefano, 292. Bergamasco Eugenio, 57. Bergonzoli Annibale, 511,515, 531 533, 553. Bernanos Georges, 525. Bemardi Tullio, 672, 680, 683. Bernasconi Mario, 420,423, 449, 456, 611. Bernotti Romeo, 82, 87.

Baldwyn Stanley, 194,209,219, 363, 436.

Berti Mario, 530, 533, 553, 558, 559, 565,566,568,572,574,576,579, 582,589,593,594,597-600,637.

Balocco Riccardo, 648.

Bertini Francesco, 393.

Baratieri Oreste, 236, 281.

Berzin Ivan A., 463, 538.

Barba Bartolomeo, 556, 558.

BiaginiAntonello, 41, 48, 93, 167, 170,

Barrera Emilio, 424. Barrio Maitinez Diego, 431. Barroso Sanchez-Guerra Antonio, 496. Barthou Louis, 163.

172, 181, 199, 224, 225, 228, 602, 794. Bianchi Gianfranco, 153, 160, 194,225,

234, 235, 251, 254-256, 263, 269, 283,285,286,289,297.


LNDICE DEI NOMI

Biondi Morra Francesco, 427,429, 489, 505,589.

Caccia Dominioni Paolo, 326, 330. Cadoma Luigi, 99, 101, 293.

Bitossi Gervasio, 608.

Caffo Aventino, 282.

Blomberg Wemer von, 343,440,525, 571, 774, 775.

Calvo Sotelo José, 427, 429, 438.

Blondel, 563. Blum Léon, 412, 435,436,440,443, 445, 446, 589. Bolfn Léon, 439. Bonaccorsi Arconovaldo, 454. Bongiovanni Luigi, 57, 60, 61, 64-69, 71, 72, 84, 107. Bonnet Georges, 703, 704, 716. Bonomi Ivanoe, 57, 60, 61, 64-69, 71, 72, 84, 107.

Cambi Livio, 380, 407. Canaris Wilhelm, 440, 450, 453, 454, 468, 735, 774. Caneva Carlo, 68. Canevari Emilio, 81, 83, 90, 97, 103, 106, 108, 120, 124, 128, 132, 136, 230,320,407,459,505,515,522. Cantalupa Roberto, 42, 139, 143, 480, 481, 489, 498-500, 513, 515, 529, 534,535, 564, 623,624,649.

Cantù, 2-14, 256.

BonzaniAlberto, 78, 89,154, 157, 160, 162-167, 229,232.

Capello Luigi, 382.

Borb6n y de la Torre Francisco Maria, 495.

Carboni Giacomo, 155. Cardenas y Rodriguez de Rivas Juan de, 447.

Borsarelli Luigi, 103.

Carasi Mario, 672, 6732.

Bottai Giuseppe, 39,326,327,602,661, 684, 692, 702, 709.

Cardona G. , 521.

Botti Ferruccio, 61, 67, 68, 83,640.

Casado Lopez Sigismondo, 618,620.

Bova Scoppa Renato, 304, 342, 344.

Casares Quiroga Santiago, 431.

Bovio Oreste, 61, 75, 752.

CassaHailù ras, 176,310,316,327,330, 333,335,345,387.

Brauchitsch Walther von, 601, 737, 740, 778, 782, 792.

Carocci Giampiero, 36, 37, 141.

Castanos, 524.

Briand Aristide, 13, 44, 79, 147.

Castells Andreu, 488.

Brockdorff-Rantzau Ulbricht von, 4.

Calle! David, 444, 447-450, 453, 536, 537.

Broué Pierre, 421,452,463. Brundu Olla Paola, 413, 414, 476.

Bukharin Nikolai, 437. Bunagli Ernesto, 214, 256. Buti Gino, 51, 175, 188, 189. Cabanellas y Ferrer Miguel, 428, 431, 438.

Cavagnari Domenico, 158, 181, 182, 203, 205, 214, 217, 256, 290, 292, 478, 561, 602, 665, 772, 786-790, 795, 796. Cavallero Ugo, 74, 89, 325, 361. Cavan Frederick Rudolph, 53.


POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI Dl GUERRE ITALIANE

Caviglia Enrico, 53, 57, 70,401, 741.

Ciasca Raffaele, 108.

Cem1ti Vittorio, 208, 21O, 220, 303, 304,

Citrine Walter, 446.

340,342,344,345,362,363. CevaLucio, 93, 95,385, 394,421,427, 521, 639, 640, 751, 763, 767, 784, 790.

Clemenceau Georges, 5. Clerk George, 200. Clifford E.H.M., 174, 175, 176.

Chabod Federico, 695.

Colarizzi Simona, 28.

Chalifa Zaui, 116.

Colli Di Felzzano Giuseppe, 144.

Chamberlain Austin, 10, 35.

Colonna Piero, 478.

ChamberlainA. Neville, 301,308,345,

Colosimo Gaspare, 103, 104.

400, 560, 564, 587, 60 1, 603-605, 644, 645, 668, 691-693, 704, 705, 709,711,732,741,742,801.

Colson Everett, 180.

Comnène Nikolao, 644.

Chambrun Louis Charles de, 177, 199,

Companys y Jover Luis, 425,429,438.

212, 214, 216, 219, 286, 299, 305, 341, 344, 356, 363, 375, 405, 442, 563. Chatfield Alfred Ernie, 206.

Cona Ferdinando, 293.

Chautemps Camil 1e, 435, 547.

Conti Ettore, 404.

Chiavarelli Emilia, 205.

Coppi Amerigo, 508,514.

Christié Bocko, 690, 691 .

Cora Giuliano, 570, 572-574.

Churchill Win.ston, 187,189,190, 195, 196, 209, 376, 397, 428, 563, 591, 645, 692, 693.

Couture Amedeo, 111, 282.

Ciang Kai-Scek, 729. Ciano Galeazzo, 34, 400, 4 17, 418, 43 1,

439, 440, 444, 447, 453, 456, 457, 464-468, 47 1-474, 476, 478, 479, 48 1,

Consoli G., 229. Contarini Salvatore, 30, 35.

Coulondre Robcrt, 716, 743, 748.

Coverdale fohn, 424, 429, 431 , 434, 436, 443,448, 465, 471 ,486,524, 536, 557, 562, 596, 61 1, 636, 637, 640. Croce Benedetto, 287.

490,491, 494, 495,5 11, 513,528,530,

Crolla, 691.

531, 534,540,541,543,545,548,554-

Cubeddu Luigi, 155, 163, 229.

565, 570,571,574,576, 579-583, 587,

Cunningham Andrew, 206.

588,591 ,594,602-607,615,621,642,

Curami Andrea, 394.

646-650, 658-667, 670, 671, 680-683, 687, 689-693, 695,-70 1, 706-712,

Cvetkovié Dragisa, 663.

714-722, 725, 726, 728-734, 737-742,

Daladier Edoua rd, 45, 443, 589, 604,

744-748, 750, 752,755,778 779, 783, 784, 787, 801.

605 , 647, 7 1l , 716,743. Dallolio Alfredo, 291, 292, 763.


INDICE DEI NOMI

Dall'Ora Fidenzio, 170, 233,235,250, 268-271, 274, 275, 282, 293, 297, 320, 329,333,340,346,371,374, 381.

Dalmazzo Renzo, 282. D'Amoja Fulvio, 45,643.

D' Antoni Giovanni, 682. D'Annunzio Gabriele, 22, 26, 58-60.

DeMeo, 374. Denain Victor, 199, 363. De Pinedo Francesco, 86, 87, 767. Destà Damtu ras, 313, 321, 323, 406. De Vecchi Cesare Maria, 799. De Vito Roberto, 57. Diamanti Filippo, 282,316.

Darlan François, 447.

Diaz Armando, 29, 54, 57, 62, 63, 70, 73, 74, 75.

D'Aroma Nino, 741.

Dfaz Ramos José, 537.

D'Avanzo Giuseppe, 768, 770.

Dfaz De Villega José, 558.

Davila Arrondo Fidel, 459, 543, 549, 552, 565, 566, 572, 580, 583, 587, 591 , 611 , 613.

Di Giorgio Antonino, 74, 75.

De Bono Emilio, 123,125,127,128, 132, 136, 137, 149, 153-170, 172175, 178, 180, 194, 208, 219, 223225, 229-231 , 234, 235, 237, 240, 242, 244-248, 251, 254-257, 263, 268-272, 279, 281-289, 291-295, 297, 299-302, 309, 311-313, 362, 366, 387, 391. De Courten Raffaele, 774, 790. De Felice Renzo, 27, 37, 39, 42, 43, 46, 49, 153, 163, 181, 183, 185, 189, 283, 301, 306, 309, 344, 356, 363, 395-397, 400, 404, 405, 413, 418, 439, 444, 471 , 475, 527, 528, 560, 562-565, 568, 587, 664, 691, 692, 741,744,747.

De Gasperi Alcide, 114. Del BocaAngelo, 101, 104, 106, 107, 115, 122, 128, 129, 131, 139, 281, 300,337,365,375,376,380,385, 391.

Dì Lauro Raffaele, 326.

Dimitrov Georgi, 398. Di Nolfo Ennio, 30, 38, 569, 696.

Dodd William, 466. Dolfliss Engelbert, 46, 197. Donasti Mario (vd. Luciolli). Douhet Giulio, 205, 641, 670.

Doumergue Gaston, 19, 163. Drummond (poi lord Perth), 192, 200, 211, 219, 286-300, 303, 304, 375, 474,560,563,565,591. Ducci Gino, 205. Duff Cooper Alfred, 397. Durini, 423. Duroselle Jean-Baptiste, 587.

Eden Anthony, 49, 186, 196-199, 201, 206-209, 211, 212, 214, 216, 217, 284,305,308,342,344,345,356, 363, 397, 400, 413, 418, 436, 472, 474,475,527,528,563,591.

Delbos Yvon, 436,443,547.

Edoardo VIII re di Gran Bretagna e lrlanda, 396, 397, 400.

De Martino Giacomo, 108.

Ehrenburg llja G., 525.


POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Erikson John, 13, 602.

Franco y Bahamonde Nicolas, 561,562.

Efov Nikolaj J., 415.

François-PoncetAndré, 341,342,343, 604,720.

Facta Luigi, 21, 27, 28, 71, llO. Fal Conde Manuel, 429,435.

Faldella Emilio, 41,300,429,432, 454,455,469,489,490,496, 498500,508,511,514,530,577,582. Fan Noli, 653. Fanjul Goiii Joaqufn, 431. Farinacci Roberto, 555. Faupel Wilhelm von, 467, 481, 500, 535,559. Faure Paul, 725.

Frank Hans, 472.

Frassati Luciana, 418. Fricke Kurt, 786-790. Fritsch Werner von, 440, 571. Fromm Friedrich, 775. Frusci Luigi, 369, 533, 535, 554, 576. Gabba Melchiade, 282,292,293,309, 324.

Gabriele Mariano, 209, 736.

Fautilli Ubaldo, 778.

Gabrielli Manlio, 666, 667, 676-678, 680,681.

Favagrossa Carlo, 530, 533, 534, 550.

Gafencu Grigori, 693, 714, 716.

Federzoni Luigi, 113-116, 118, 123-125, 148.

Gaibi Agostino, 102.

Ferrari Dorello, 754.

Gallinari Vincenzo, 61, 64, 68.

Ferrari Giuseppe, 76, 96, 97.

Gambara Gastone, 530, 533, 541, 543, 567, 599, 601, 608, 609, 610, 613, 615, 618.

Ferraris D., 57. Ferrer, 548, 549, 556.

Galland Adolf, 566.

Ferrero Giacinto, 53, 55.

Gambino Antonio, 390.

Fisher William, 206.

GamelinMaurice, 183, 188,199,343, 363, 779.

Flandin Pierre-Etienne, 51, 187, 190, 198,199,340,342,343,345. Francisci Enrico, 490,520, 531-533, 539,540,543,553,589. Franco y Bahamonde Francisco, 489491, 496, 499, 500, 509, 511 , 514, 522, 523, 528, 531 -535, 538, 545549, 553-559, 561, 563-565, 568570, 576-579, 582, 583, 587-590, 594, 597-600, 603, 608, 609, 601615, 618, 620, 623, 624, 626-628, 636,643,648, 649,777,789.

Gand in Antonio, 686, 687. Gandolfo Asclepio, 69. Garavelli Emilio, 282. Garcfa Conde Pedro, 559. Garcfa-Valifi.o y Marcén Rafael, 585, 587, 594, 613. Garibaldi Ezio, 190. Gariboldi Italo, 282. Garioni Vincenzo, 99, 103, 104, 106. Garruccio Giovanni, 53.


INDICE DEl NOMI

Gasparini Jacopo, 146-1 48.

Gort John, 709.

Gasparotto Luigi, 27, 57, 66, 70-72.

Graham Ronald William, 30, 45, 143, 144.

Gatti Angelo, 57, 65, 66, 70-73.

GazzeraPietro, 39,40,47, 78, 154-157. Gelich Fernando, 482, 500, 505, 516, 519,525,533,558,566,568,577. Gelle Mikhail, 41 5. Geloso Carlo, 402. Gentizon Paul, 33 1.

Grandi Dino, 37, 39, 40, 42, 43, 50, 81, 139, 151, 175, 176, 180, 185, 186, 190-192, 200, 203, 206, 219, 220, 283, 284, 305, 344, 345, 363, 395, 397, 400,413,417,448,472, 474476, 525,529,530,546,560, 563565, 580. Grandi Domenico, 68.

Georges-Roux François, 42 1, 422,426, 427,429,432,436.

Grassi Fabio, 113.

Giardino Gaetano, 53, 70, 74.

Graziani Andrea, 53.

Gil Robles y Quinones José Maria, 423, 430.

Graziani Roçf.olfo, 108, 111-116, 118, 120, 127-129, 131-134, 136, 137, 139, 194, 226, 228-231, 237, 239, 240, 242-247, 254, 255, 313, 316, 3 18, 32 1, 323,325,353,356, 364369, 374, 375, 382, 386, 389, 390, 403,406.

Giolitti Giovanni, 20, 26, 27, 64, 69, 84, 108. GionfridaAlessandro, 41, 48, 93, 167, 170, 172, 181, 199, 224, 225, 228, 602, 794.

Giorgio VI re di Gran Bretagna e Irlanda, 525. Giorgis Giorgio, 701 , 729.

Girai Y Pereira José, 431, 433, 435, 446, 453,456,538,569. Girardini Giuseppe, 107, 114.

Giuriati Giovanni, 97, 98. Goded Llopis Manuel, 426,428,431, 432.

Grazioli Francesco Saverio, 325, 754. Guariglia Raffaele, 32-34, 38, 39, 40, 49, 146-148, 151,184,185, 190,192, 197,198,201,211,306,376,423.

Guarnaschelli Giovanbattista, 189, 366. Guameri Felice, 14, 15, 17, 20,218, 291, 292, 398, 399, 404, 427, 483, 564, 636, 749, 750.

Guassardi Mario, 531, 533, 608.

Goering Hermann, 51, 187,440,478, 479, 571 , 580,699, 71 1, 712, 721 , 724,742,747,784,786,787.

Guerri Giordano Bruno, 660,681.

Coglia Luigi, 11 3.

Hacha Emi!, 644.

Goicoechea Cosculluela Antonio, 42-4, 440.

Halder Franz, 601, 740.

G6mez Morato Agustin, 429. Gorce Paul-Marie de la, 343.

Gunther Jobn, 30. Guzzoni Alfredo, 324.

Hailé Selassié, Negus Neghesti, 151 , 217, 327, 333, 353, 365, 366, 371, 374, 375, 390, 391.


POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Hailé Selassié Gugsà, 150, 295.

Kagan Eugen, 458.

Halifax Edward Frederick, 345.

Kamenev Lev B., 437.

Harding Warren G. , 79.

Karadjordjevié Paolo, Reggente di Jugoslavia, 662, 722.

Hassel Ulrich von, 45, I 93, 765, 341, 400. Heeren Viktor von, 663 Hedilla Larrey Manuel, 535. Hemingway Ernest, 524, 525.

Hcnderson Neville, 604, 734, 741-743, 748. Hemandez Sarrabia, 613. Hernandez Tomas JesL1s, 449, 456, 538, 546, 620. Herriot Edouard, 18, I 51. Hess Rudolf, 747. Hillgruber Andreas, 417.

Hinclenburg Paul von, 15. Hinsley F., 412.

Hitler Adolf, 18, 19, 44, 45, 51, 193, 197, 203, 308, 34 1, 343, 345, 4 11, 4 13, 416, 436, 437, 440, 448, 450, 453, 464, 466, 468, 471-473, 478, 459, 47 1, 472, 487, 488, 49 I , 493, 501-504, 506, 612, 636, 644, 645, 649, 692-696, 701, 704, 706, 708710, 714-716, 7 19-727, 330-735, 337-342, 744-747, 774, 776, 778780, 790. Hoare Samuel J.G., 52, 185, 194- 197, 200, 211 -2 14, 21 6, 217, 2 19, 220, 283, 286, 289, 302-306, 308, 351 , 400.

Keitel Wilhelm, 601 , 708, 711 , 7 12, 727, 744, 774, 775, 778-782, 784, 786. Kellog Franck B., 13-44. Kemal Mustafà, 7. Kennarcl Howard William, 32. Kerenskij Alexsandr, 428. Keynes John, 5. Kindelan y Duany Alfredo, 460, 588, 611,647. Kirov Segei, 4 15. Kléber Emilio, 460, 488. Koestler Arthur, 525. Kolcov Michail, 538. Konoye Fuminaro, 707. Kordt Erich, 697, 720, 7 15-727.

Kotta Koyo, 696. Krivitskij Walter G, 415, 437,449, 450,

461,463,536,537. Ktichler Georg von, 774. Ibrahim Esc-Scèteui, 115, l 16, 118. Ilari Eraldo, 6 86, 687. Ilari Virgilio, 61, 66, 67, 68, 71, 75.

Immirll Ras, 3 10, 31 6,3 17,327,330, 333, 335,337, 345,406. lndelli Mario, 658.

Hoover Herbert Clark, 15, 18.

Jachino Angelo, 773.

Horthy Miklos, 7.

Jacomoni di San Savino Francesco, 654,

Hossbach Friedrich, 57 1. I-lotto Masaaki, 570, 695.

656, 658,660,665-668, 670. Jagoda Genrich G., 437.


INDICE DEI NOMI

Jakir Jona, 437.

Loraine Percy, 732, 739.

Jordana y Sousa G6mez, 611.

Luccardi Giuseppe, 450, 451.

Jouhaux Léon, 645.

Luciolli Mario, 418, 438, 606, 680, 68 1, 685,744.

Juvenel Bertrand de, 430. Jouvenel Henri de, 45.

Luther Hans, 12. Lyautey Louis Hubert, 49, 184.

Labriola Arturo, 287. La Ferla Francesco, 608.

Lytton Victor Alexandre, 16.

Lagardelle Hubert de, 216.

Macdonald James Ramsay, 18, 44, 51, 187, 189, 190, 194.

LanzadiTrabiaPietro, 57, 71, 72, 74, 118, 123, 142, !43.

Mackensen Hans Georg, 645, 709, 748, 775, 779.

Lastrucci Romolo, 533.

MackSmithDenis, 20, 164,391 , 515, 532,577.

Largo Caballero Francisco, 42 l, 426428, 436, 438, 456, 461, 463, 488, 537, 538. Lavai Pierre, 48, 49, 151, 180, 184, 186, 190, 199-201, 207-213, 216, 286, 299, 303-306, 308, 340, 395, 411, 413, 647,710. Lebrun Albert, 412. Lenin Vladimir Uljanov, 425, 428. Lerroux Garda Alejandro, 422, 423, 425. Lessona Alessandro, 140, 147, 178, 180, 183, 193-195, 225, 226, 228, 230, 231, 240, 243, 244, 247-249, 283-2-85, 288, 289, 292, 308, 309, 313, 316, 320, 321, 358-361, 402404, 406,653,654. Libohova Assuaf, 666, 676.

Madariaga Salvador de, 362, 363, 422, 423, 434, 45 l , 455, 461 , 536, 537, 623, 627, 650. Magistrati Massimo, 50-52, 184, 187, 195, 478, 479, 580, 71 1, 721, 723, 730, 735, 737, 780. Malatesta Albe1to, 287. Malladra Gustavo Adolfo, 144, 145, 155. Malraux André, 525. Malta Giuseppe, 282. Manca di Mores Ettore, 537, 555, 557, 558, 577, 600, 628. Manera Mario, 394. Manstein Eric von, 416.

Liddel Hart Basil, 205, 304.

Maravigna Pietro, 281, 282,316,324, 335, 337.

Lipski Joséf, 748.

Marcheggiano Arturo, 389.

Lìster Enrique, 410,414, 615, 620.

Markovié Lazar, 691.

Litvinov Maxim, 415.

Marras Efisio, 774, 775, 780.

Lloyd George David, 5-22, 25, 397.

Maitfnez Barrio Diego, 422, 431, 432, 620.

Longo Luigi Emilio, 754.


PO UTICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Martini Ferdinando, 101, 103.

Monasterio Ituarte Félix, 582.

Marty André, 46 1, 488.

Mondadori, 302, 303.

Masarik Jan, 605.

Mondaini Giuseppe, 128.

Matthews Herbert, 569.

Montagna Gian Carlo, 31.

Mazzetti Massimo, 433.

Mo11ta11ari Mario, 25, 91, 672, 684, 687, 755, 774-776, 783,792.

Mecozzi Amedeo, 88, 386, 640, 770. Meli Lupi di Soragna, 657. Menelik II, Negus Negbesti, 197, 391 . Menziger Vittorio, 106, 107. Mercatell i Luigi, 107. Mezzetti Ottorino, 104, 115, I 16, 118, 124, 125, 127, 130.

Miaja Menant José, 432,463, 509, 511 , 524,547,548, 594. Michaelis M., 453.

Montanari Umberto, 175. Monti Adriano, 611 . Montuori Luca, 53. Morrone Paolo, 53, 70. Mosca Rodolfo, 7, 2 1,418,443,465, 472-474, 476, 540, 560, 563, 570, 604, 605, 626, 648, 662, 691, 695, 701,703,706,709, 720,733.

Moscard6 Guzman Luis, 505, 530. Moscard6 Ituarte José, 583, 613.

Milch Erhard, 784, 786.

Moscati Ruggero, 43, 44, 308.

Minardi Salvatore, 199. Minnili Fortunato, 38, 154, 159, 199, 205,209,603,795,801.

Mulughietà ras, 310,316,31 7, 319, 326, 327, 329, 330, 333, 335, 345, 387, 396.

Mockler Antony, 175.

Mufioz Grandes, 613.

Modesto Guilloto Juan, 500, 596, 613, 615, 620.

Murari della Corte Bra, 606.

Modigliani Giuseppe, 112.

Muli Ettore, 650, 668.

Mussolini Benito, passim.

Mohamed VI, re del Marocco, 7. Mohamed er-Redà, 110, 115, 120, 127, 130.

Nallino C.A., 128. Nasi Guglielmo, 369, 402.

Mohamed Idris es-Senusi, 102, 108, 112, 115, 131.

Nasibù ras, 367, 375.

Mola Vidal Emilio, 428,429,431,436, 438, 440, 450, 454, 457, 459, 460, 51 5,539,540,54 1,543.

Negrfn Lopéz Juan, 456,537,538,569, 585,589, 596, 611 ,612,615.

Molotov Vjaéeslav M., 436.

Nenni Pietro, 20, 21, 424, 433.

Mombelli Ernesto, 121 , 122, 123, 175178.

Neurath Konstantin von, 8, 29, 342, 440, 131, 138, 163, 186.

Navarro Viggiani Franco, 369, 375.

Nekrié Aleksandr, 415.


INDICE DEI NOMI

Nin Andrés, 538.

Pelagalli Sergio, 40.

Noel Léon, 736.

Perla Raffaele, 68.

Nuvoli Pro~pero, 499.

Perth Eric Drummomd, 491, 503, 504, 507,691.

Nuvoloni Luigi, 500, 508, 510, 51 l.

Pertinax, 601. Oliva R., 686, 687.

Pesenti Gustavo, 282.

Omar el-Mukhtar, 120-122, 124, 125, 127-32, 134, 136, 137, 139.

Pétain Henri Philippe, 49, 183, 643.

Omar Mansur el-Kechiya, 115. Orgaz YYoldiLuis, 459,480,489, 500, 504-506, 509, 513, 518, 521, 522, 534, 613. Orlando Vittorio Emanuele, 20, 21, 59, 84, 102, 287. Orwell George, 526. Oshima Hiroshi, 700, 705, 707, 708.

Petersenfens, 193,212,302,306,308,

396. Peterson, 643. Piacentini Settimio, 60, 61 . Piatakov Juri, 437. Piazzoni Alessandro, 482, 488, 531, 533, 556,560,608. Piccio Pier Ruggero, 84. Pièche Giuseppe, 533.

Pacelli Eugenio (Pio XII), 356.

Pierandrei Franco, 93.

Pantano Gherardo, 104.

Pietromarchi Luca, 470, 480.

Pariani Alberto, 229, 234, 236, 255, 271, 312, 313, 357, 358-361, 390, 407, 451, 460, 466, 467, 470, 478, 480, 482, 485, 490, 495, 499, 531, 545, 554, 554, 557, 576, 580, 591, 599-603, 606-609, 636, 637, 640, 656, 657, 660, 667-672, 676-682, 684, 687, 708, 712, 719, 744, 752, 754-758, 761, 764-767, 774, 775, 778, 791 -796, 798-802, 808, 809. Parisot Henri, 199.

Pignatelli luigi, 380. Pignatti Morano di Custoza Bonifacio, 47, 176. Pildsudski Iosef, 715. Pini Giorgio, 439. Pintor Luigi, 112, 359. Pio XI, 460, 486. Pio XII, 719. Pirelli Alberto, 376.

Pastorelli Pietro, 25, 36, 606, 726.

Pirzio Biroli Alessandro, 281,282, 316, 320,324,335,351,353,402.

Paul-Boncour Joseph, 345.

Politis Jean, 211 .

Pavlov Dimitri, 514.

Pollio Albe1to, 62.

Peano Alberto, 57.

Pollit Harry, 442.

Pecori Giraldi Guglielmo, 29, 53, 70.

Pozas Perea Sebastian, 500, 552, 585.

Pedrazzi Orazio, 427,428,431,443.

Pricolo Francesco, 277,638,641,642, 671,769.

Pedriali Ferdinando, 320, 387, 390.


POLITICA E STRATEGI A IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Prieto y Tuero lndalecio, 427, 432, 538, 546,569,585,590. Primo de Rivera José Antonio, 424, 428,438. Prittwitz und Gaffron Friedrich von, 33. Pugliese Emanuele, 28, 29. Quaroni Pietro, 32, 36, 404, 405. Quartararo Rosaria, 38, 39, 44, 45, 47, 49, 141, 156, 173, 174, 176, 180, 183, 186, 1888, 189, 196, 198-200, 209,303, 304,364,396,399,414, 472,475,527,528,792. Queipo de Llano y Sierra Gonzales, 428, 430, 438,457,459,491 , 539, 541, 583.

608, 644, 730, 735, 744, 75 1, 752, 775, 791, 792. Robilant Mario di, 58, 64. Rochat Giorgio, 28, 61, 64, 65, 69, 71 , 75, 84, 86-88, 90, 98, 114, 127, 128, 140, 144 , 154, 155, 157, 158, 160, 163-165, 168, 172, 180, 194, 205, 218, 223, 225, 226, 231-235, 245, 247, 276, 281, 301, 311, 321, 346, 365, 366, 381, 382, 388, 390, 402, 403. Rodinò Giutio, 57, 69. Rojo Llucl.1 Vicente, 6 15. Rolland Rom ain, 425. Ronchetti, 122, 130, I 37. Romerales Quintero, 429.

Radek Kart, 437. Ramadan esc-Scèteui, l 04, 106, I07. Raeder Eric, 440, 57 1, 684, 686-689. Rainero Romai11, 128. Ranza Ferruccio, 682. Reynaud Paul, 412, 736. Ribbentrop Joachim von, 52,195,546, 570,594,606, 642, 649, 687, 696699, 701 -710, 717-721, 724-728, 730-733, 737-743, 747-750, 775, 778, 780. Riccardi Arturo, 672. RintelenEnno von, 747, 752,762,766, 775, 779, 780,791. Rivolta Carlo, 533. Roaua Mario, 439,450, 453-457, 464, 464, 466, 467-471, 480, 481 , 485, 489-491, 494-500, 504, 506, 508511, 513-515, 52 1, 522, 530, 532, 534, 540, 544, 552, 555-558, 564,

Roosevelt F. Delano, 60 I, 693, 694, 7 15. R.-Osenberg Marce) , 449. Rosselli Carlo, 432. Rossi Edmondo, 490,495, 514. Rossi Francesco, 215. Rossi Luigi, 11 4 . Rovighi Alberto, 434, 439, 440, 45 1, 454, 456, 457, 460, 464, 465, 467, 469, 478-480, 487, 490, 494-496, 500, 504-506, 508, 511, 513, 515, 518, 520, 530, 538, 545. 552, 555, 557, 558, 568, 572, 579, 583, 587, 589, 593, 594, 597, 607-609, 6 13 , 615,621,627,637,638,640,649. Rykov Aleksei, 437. Ruggero Vittorio, 157, 163, 177, 178, 369. Ruini Bartolomeo, 11 4. Rumi Giorgio, 8, 30-32.


INDICE DEI NOMI

Saddif er-Redà, 127.

Senzaclenari Raffaele, 774.

Safi ecl-Din, 112, 115.

Serra Attilio, 379.

Salandra Antonio, 33, 35.

Serra Enrico, 189.

Salas y Larrazabal Jesus, 539.

Serrano Sufier Raffi6n, 626,647, 648.

Salazar de Oliveira Antonio, 436.

Seyss Inquart Arthur, 687.

Saliquet ZumetaAnlonio, 431,509,574, 584.

Sforza Carlo, 4.

Salvemini Gaetano, 202, 203, 213.

San Giuliano Antonino di, 4. Sangr6niz y Castro Antonio, 498.

Shiratori, 620, 708. Shirer William, 19,183,343,345,412, 572, 574, 575, 636, 694, 712, 715, 724,725,733,738, 740,742,746.

Siciliani Domenico, 130, 131.

Sanjurjo Sacanell José, 423, 428, 430, 432,438,439, 495.

Simon John, 604.

Sansonetti Luigi, 790.

Sirianni Giuseppe, 39, 81, 82, 89.

Santini Ruggero, 281, 282, 324, 335, 351, 393, 402.

Slutskij Abram, 536.

Santoro Giuseppe, 770, 787.

Smuskevié, 510.

Sarraut Albert, 341-343.

Soddu Ubaldo, 254, 255, 799, 801.

Savoia Amedeo di, duca cl' Aosta, 405.

Solchaga Zala José, 548, 549, 566.

Savoia Emanuele Filiberto di, duca d'Aosta, 53, 70.

SoIeri Marcello, 57.

Savoia Vittorio Emanuele di, conte di Torino, 53.

Sokolnikov Grigori, 427.

Scattini Arturo, 678, 683. Schanzer Carlo, 79. Schmidt Paul, 309, 604, 744.

Smimov Sergeij 437.

Soleri, ammiraglio, 32.

Somma Umberto, 282. Sonnino Sidney, 22, 102, 103. Sorice Antonio, 763.

Schniewind Otto, 790.

Sperde Hugo von, 469, 504, 540, 544, 559, 566.

Schulenburg Friedrich von der, 725, 737.

Spigo Umberto, 642.

Schussnig Kurt, 687.

Spingardi Paolo, 61, 62.

Scialoja Vittorio, 25, 35.

Stalin Iosip Vissarionovic, 13,415,436, 337, 449, 450, 461, 537, 611, 649, 737, 740, 745.

Sechi Giovanni, 57. Seeckt Hans von, 10. Sejum ras, 281,316,327,330,333,345, 387.

Stanley Edward G., 397. Starace Achille, 365 .


POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

Stefani Filippo, 61, 66, 78, 434, 439, 440,45 1,454,456,457, 460,464, 465, 467, 469, 478-480, 487, 490, 494-496, 500, 504-506, 508, 511, 513,515,518,520,530,538,545, 557, 558,568,572,579,583,587, 589. 593, 594, 597, 607-609, 613, 615,621,627, 637,638,640,659, 753, 756, 767.

Thomas Hugh, 398, 419,421,422,425, 427-429, 432-435, 437, 443, 447, 448, 46 1, 467, 476, 488, 490, 495, 514,537,546, 557,569,579,590, 603,612,618,623,626.

Thompson Geoffrey, 189, 197. Thorez Maurice, 187,446,461. Tiso Monsignor, 644.

Streseman Gustav, 1O.

Tittoni Tommaso, 22, 25, 26.

Stohrer Eberhard von, 588, 611 , 618.

Togliatti Palmiro, 437.

Stojadinovfc Milan, 530,658,661, 662664, 707.

Toscano Mario, 21, 693, 695, 698-700, 704, 707, 709-712, 714, 717, 719722, 724,774,779,783.

Susmel Duilio, 439. Suvich Fulvio , 49, 51, 145, 160, 170, 175, 177, 183, 185, 188, 208. 214, 216, 249, 284, 285, 291, 303, 306, 318, 340, 341, 366,367,375,395.

161 , 199, 289, 342,

Troskij Lev D., 412. Tukacevskij Michail, 437. Uborevié Hieronimu P., 437. Ulam Adam, 10, 436.

Uribe Caldeavo Vicente, 538. Tafari Maconncn ras poi Negus, 142-144, 147-150, 625.

Vaccari Giuseppe, 70.

Tardieu André, 17, 18, 19.

Vaccarisi Achille, 374.

Tasca Angelo, 28.

Valle Giuseppe, 158, 167, 181,199,203, 205, 214, 215, 217, 243, 247, 290, 292, 294, 301, 363, 386, 440, 478, 520, 588, 640, 641, 671, 681, 682, 768, 769-771, 784, 786,787,796.

Tassinari Giuseppe, 404. Tassoni Giulio Cesare, 53, 70, 101, 103. Taylor Ala.n J., 713, 746.

Tecle Hawariate, 186, 187.

Témime Emile, 421, 452, 463.

Vansittart Robert Gilbert, 50, 185, 186, 189-191, 198, 206, 284, 304, 305, 308, 397, 528.

Teruzzi Attilio, 124, 125, 130.

Varé Daniele, 525.

Thaon Di Revel Paolo, 32, 57, 73, 80, 81, 82, 90.

Varela Iglesias José Enrique, 459, 463, 495,513,547,574,576,577,582, 594. .

Tellini Enrico, 31, 33.

Thaon Di Revel Paolo Ignazio, 218, 29 1,380,407.

Vedovato Giuseppe, 143, 144, 146-148.


INDTCE DEf NOMI

ZauditĂš, 146-151.

Velani Vincenzo (alias Velardi), 470, 499,500,506,515,520,609.

Zeeland van, 345.

Venizelos Eleftherios, 22, 26.

Zinovev Grigori, 437.

Villari Luigi, 201,207,210,306.

Zog I re d'Albania, 36, 37.

Villasanta Nino, 282.

Zogu Ahmed Zogolli (poi Zog I),

Vilar Pierre, 419.

653-656.

Villegas Montesinos Rafael, 529-545.

Zoli Corrado, 107, 148, 149.

Vinci Gigliuzzi Luigi, 174, 177, 178.

Zoppi Ottavio, 265, 758.

Viola Di Campalto Guido, 548, 558, 559, 565, 698.

Zupelli Vittorio, 54, 61, 68, 103.

Virgini Eric, 180. Visconti Prasca Sebastiano, 161, 163, 164, 168-170, 172, 233, 235, 245, 268. Vitetti Leonardo, 41, 42, 47. Vittorio Emanuele III, re d 'Italia, 108, 201, 683. Volpi Giuseppe, 107,111 , 114-116, 118, 123. Volkmann Wilhelm, 566, 572. Vorosilov Klementi, 436, 736. Warlimont Walter, 454. Weiszaecker Ernst von, 727, 742, 779, 783. Wheeler-Bennet fohn W., 416, 601, 705. Wehib pasciĂ , 367. Wilson Thomas Woodrow, 2, 22, 25, 45. Xilander Rodolfo, 281, 347. Yaglie Bianco Juan de, 574, 580, 585, 596,613. Young Owen, 14 Zanotti Mario, 533. Zanussi Giacomo, 514.


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