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POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE VOL III TOMO I (PARTE PRIMA)

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(parte prima)


STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO

MARIO MONTANARI

POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

VOLUME III (parte prima) IL PERIODO FASCISTA

TOMO I LE GUERRE DEGLI ANNI TRENTA

ROMA

2005


PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Tutti i diritti riservati Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione © 2005 Copyright: by Stato Magg iore Esercito Ufficio Storico


PRESENTAZIONE li presente volume, il terzo della ponderosa opera alla quale da tempo si è accinto l'autore, rappresenta verosimilmente la p,arte più difficile dell'intera rassegna in quanto prende in esame quei 20 anni intercorsi fra il 1919 ed il 1939 che, sia sul piano internazionale ma anche per quanto riguardava in particolare il nostro Paese, furono densi di avvenimenti la cui proiezione nel tempo, all'epoca, sarebbe stata difficilmente ipotizzabile nei termini nei quali si sarebbe poi effettivamente manifestata. La fine della la guena mondiale, ancorché preludere ad una fase di distensione, risultò gravida di problemi nell'ambito politico e militare che trovarono la loro masima espressione nell'atteggiamento sedizioso di buona pa11e dell'Esercito e della Marina in occasione della spedizione dannunziana su Fiume, e soprattutto nell' ascesa al potere del fascismo, con la conseguente decisione di una politica di espansione coloniale a carattere imperialistico. Questa avrebbe trnvato il suo epilogo nella campagna italo-etiopica ( 1935-1936), esaminata dall'autore con grande competenza nei suoi molteplici aspetti, non solo quelli più propriamente militari, ma anche in un quadro geo-strategico di vasto respiro. La stessa metodologia è stata impiegata nella trattazione della guerra civile spagnola, sviluppatasi fra il 1936 ed il 1939, anch'essa corredata eia considerazioni conclusive di notevole brillanza per originalità e capacità di analisi critica. li volume si conclude con una rassegna sulla situazione militare dell'Italia nel 1939, con specifico riferimento alla efficienza dello strumento bellico ed agli orientamenti operativi, presentata con la chiarezza argomentativa tipica del generale Montanari che confem1a, anche in questa onerosa parte della sua opera, le proprie doti di saggista storico e cli affermato esperto di questioni politico-strategiche.

IL CAPO DELL'UFFICIO STORICO

Col Massimo MULTARl


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Ufficio Storico Stato Maggiore del Regio Esercito


INDICE GENERALE

Parte prima. La riconquista della Libia (1922-1936) Cap. I IL momento storico

1. L'Europa negli anni venti .................................................................. Pag.

3

2. La politica estera di Mussolini ........................................................

»

20

3. Le forze annate italiane .....................................................................

»

52

Cap. Il La decisione politica di un impero coloniale 1. La riconquista della Libia ................................................................. Pag.

99

2. La politica coloniale cli Mussolini .................................................

»

140

3. La crisi etiopica .....................................................................................

»

173

Parte seconda. La guerra italo-etiopica (1935-1936) Cap. III Le premesse militari l. L'impostazione della campagna ..................................................... Pag. 223 2. La preparazione militare ....................................................................

»

257

Cap. IV La campagna d'Etiopia 1. Le operazioni del generale De Bono .............................. ,............. Pag. 279

2. Il periodo di assestamento ................................................................

»

302

3. Le operazioni del maresciallo Badoglio ......................................

»

326

4. La fase fo1 ale della guerra .................................................................

»

357

Cap. V Considerazioni conclusive l. La vittoria politica ................................................................................ Pag. 377 2. La vittoria militare ...............................................................................

>>

395

3. Un 1nonito ...............................................................................................

»

405


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Parte prima

LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922-1932)


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Capitolo I IL MOMENTO STORICO I. L'EUROPA NEGLI ANNI VENTI

L'Europa uscita dalla Grande Guerra non era, né po(eva più essere, quella dell'inizio ciel secolo. Il cambiamento fondamentale risiedeva in un forte ridi mensionamento della sua posizione di predominio mondiale anche se, fino agli anni Quaranta, l'andamento della politica internazìonale consentì l'illu~ione che tutto fosse più o meno rimasto come prima. Oltre a ciò, l'Europa si trovò a vivere in un' atmosfera di incertezza, in un'alternanza di fiducioso desiderio di riuscire a conseguire la serenità politica e di delusa constatazione di realtà storico-politiche ineluttabili. L a Conferenza della Pace si era ripromessa, alla luce delle cause della guerra e della mistica convinzione di Woodrow Wilson, il presidente americano, che quella dovesse essere «l'ultima guerra per la libertà dell'uomo», di dare al continente un assetto politico duraturo e con esso uno stato di permanente tranquil lità. Ma adesso doveva fare i conti con la difficoltà di offrire risposte armoniche e compatibil i tra loro ai complessi problemi delle nazionalità, della sicurezza, del disa1mo, della libe1tà dei mari, delle riparazioni e dei debiti di guerra. Né si ebbe subito la percezione degli attriti e delle turbolenze scatenate dal dissolvimento dei tre imperi secolari che avevano sino allora dominato la scena: l'austro-ungarico nell'Europa centrale, il russo nell'Europa orientale e l'ottomano nell'Europa balcanica e nel Mediop1iente. Come si è accennato, Wilson perseguiva appassionatamente il sogno di una pace poco turbata da sussulti bellici. Poiché senza un potente organismo internazionale - la Società delle Nazioni - la pace a suo avviso non sarebbe durata a lungo, egli impose con assillante insistenza, sin dall'inizio della Conferenza, che contemporaneamente venisse studiato ed approvato un Patto ( Covenant) della istituenda Società delle Nazioni. n Covenant, approvato il 28 aprile 1919, si componeva di 26 articoli e presentava, fra l'altro, una procedura per la soluzione pacifica dei contrasti per un comune intervento contro un'aggressione e prevedeva la riduzione ed il controllo degli armamenti; imponeva la trasmissione alla segreteria generale della Società del le Nazioni di tutti i futuri trattati per la loro registrazione e pubblicazione. Wilson voleva ancora una cosa: l'inclusione del Covenant nei trattati cli pace. Cosicché la .firma del primo cli essi, quello cli Versailles con la Germania (28 giugno 1919), in certo modo dette vita alla Società delle Nazioni. In effetti essa nacque ufficialmente il 10 gennaio 1920, quando entrò in vigorè il trattato di Versailles. Membri della Società erano gli Alleati vincitori della guerra ed altri 13 Stati, neutrali durante il conflitto, che aderirono al Patto nei primi due


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LA RICONQUISTA DELLA LIB IA (!'922-1 932)

mesi. Potevano essere accolti altri Stati indipendenti a domanda. I vinti furono, al momento, esclusi 1• «Cuore del Covenant», secondo la definizione di Wilson, era l'articolo 10, in virtù del quale i soci si impegnavano a «rispettare ed a mantenere contro ogni aggressione esterna l'integrità territoriale e l'indipendenza politica di tutti i membri della Società». Non si escludeva a priori la possibilità cli un conflitto, tuttavia, poiché ogni guerra o minaccia di guerra veniva considerata come riguardante l'intera Lega, questa si sarebbe adoperata comunque per la salvaguardia della pace. L'intervento preliminare poteva assumere l'aspetto di una sentenza della Corte internazionale di giustizia, di un arbitrato del Consiglio della Società oppure di un'inchiesta del Consiglio stesso. In caso di insuccesso di siffatta procedura, per nessun motivo le parti in causa potevano ricoJTere alle armi prima che fossero trascorsi tre mesi dalla decisione della Società. Lo Stato che non avesse rispettato la «fase di raffreddamento» sarebbe stato colpito da precise e perentorie sanzioni finanziarie e commerciali (miranti a rendere diffi cile il conflitto) ed eventualmente eia misure militari (non ben definite) 2• Al cli là dei principi, tuttavia, la partenza avveniva con il piede sbagliato. Il nuovo equilibrio europeo si basava infatti non su un criterio di pari dignità, bensì di un evident.e distinzione ' : da un lato le Grandi Potenze vittoriose ed i nuovi. Stati formati dalle «nazionalità opprèsse» (dagli Imperi Centrali e Turchia, beninteso); dall'altro i vinti, ai quali i primi offrivano l'ammissione purché accettassero di buon grado la posizione di inferiorità imposta loro dai trattati cli pace. Solo quattro Grandi Potenze facevano parte della Società delle Nazioni: Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone. Gli Stati Uniti, rimasero fuori per propria decisione, in quanto il Senato ame1i cano si rifiutò di riconoscere sia il Covenant, perché avrebbe coinvolto il paese nelle risse clell'iJTequieta Europa, sia il trattato di Versailles, perché improntalo «all' odio ed alla vendetta» •.

' Sull'argomemo cfr. PJERRE RENOUVJN, Le Traité de Versailles, Flamrnarion, Paris 1969. ' EITORE A NCHIERI, Alltologia storico-diplomatica, I.S.P.I., Varese 1941, pp. 356-370. ' Era, del resto, un punto di vista molto diffuso. A fine I 914 il nos1ro rniJ1isu·o degli Esteri., San Giu liano, pensava per il dopoguerra ad «un trattato di alleanza tra i vincitori per garantire la nuova cat1a d'Europa» (CARLO SFORZA, Costruttori e distruttori, De Luigi. M.ilano 1945, p. 302). ' Il 7 maggio 1919, quando i plenipotenziari tedeschi si presentarono a Versailles per la firma del trattato di pace, il come Brockdorff-Ran1.zau, capo della delegazione, res1ando seduto, disse: «Noi siamo ben consapevoli dell'odio con cui siamo guardati, e abbiamo ascol1a10 l'a ppassionato appello dei vi ncitori che vogliono farci pagare perché ci hanno vinti e punirci perché la colpa è stata nostra. Si pretende che noi ammettiamo di essere i soli responsabili della guerra; ma tale affermazione sulle mie labbra sarebbe una menzogna» «Papers Relating 10 the Foreign Relations of the United States: The Peace Conference», Washington 1919, Il!, p. 417). Da ricordare che sin dal loro allineamento con l'Intesa gli Stati Uniti si erano definiti «associati» e non «alleati», per sottolineare la loro estraneità al Patto di Londra.


IL MOMENTO STORICO

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La Russia fu esclusa per forza di circostanze, essendo tuttora in corso la guerra civile con la presenza sul ten-itorio di due governi, espressioni di fazioni entrambe inaffidabili per motivi diversi. La Germania, infine, ne fu tenuta fuori come nazione sconfitta e debitrice di riparazioni 1• La decisione degli Stati Uniti, ormai chiaramente la maggiore Potenza mondiale, di non accettare il Covenant presentando il rifiut.o come una dichiarazione di principio, ebbe gravi ripercussioni sul progettato ed auspicato equilibrio mondiale in quanto ne rese impossibile l'estensione a tutti i continenti e, implicitamente, restrinse la sfera d'influenza della Società delle Nazioni aWEuropa, tanto più che il Giappone ebbe cura di tenersi sempre ai margini, coltivando in compenso una pressoché totale indipendenza d'azione in Estremo Oriente. Queste limitazioni fecero sì che, ali' atto pratico, le nazioni egemoni nella Lega divennero inevitabilme nte la Gran Bretagna e la Franc.ia, l'Italia avendo ben poca voce in capitolo. Per inciso, almeno per alcuni anni, le due Potenze non nascosero un nutrito scetticismo sul!' organismo internazionale tanto caparbiamente voluto da Wilson, il quale, a detta cli Lloyd George, «credeva nell'umanità ma diffidava di tutti gli esser.i umani» 1 . Non a caso l'economista fohn Keynes definì il presidente americano un «Don Chisciotte cieco e sordo». E nemmeno a caso Clemenceau in una seduta alla Camera nel dicembre 1918, in occasione dell'arrivo in Europa di Wi lson, parlò del suo «noble candeur», non ignorando che l'inglese candour significa franchezza, onestà, mentre il francese cundeur significa ingenuità. L'errore capitale della conferenza della Pace fu cli non considerare in un quadro unitario tutti i problemi sollevati dalla guen-a e, in primo luogo, la questione tedesca. La Conferenza si imperniò sui «Quattordici Punti» enunciati da Wilson ' che purtroppo non formavano un programma ben strutturato, bensì un insieme frammentario e lacunoso di argomenti, molti dei quali espressi ambiguamente o addirittura superati alla fi ne delle ostilità. Difatti gli Alleati non si trovavano affatto d'accordo sul significato da attribuire loro. Ma il colonnello House, rappresentante personale di Wilson, insisté sulla loro validità sottolineando il fermissimo intendimento del presidente che «la Germania accettasse tutti i suoi punti, dai quali ognuno avrebbe potuto trarre tutti gli argomenti che voleva contro la Gern1ania» ' .

1 L'art. 231 del trattato di Versailles stabiliva: «La Germania riconosce di essere responsabi le. per averli causati, di mcti i danni subiti dai Governi Alleati ed associati e dai loro cittadini in conseguenza di una guerra, che è stata loro imposta dalla sua aggressione». Gli Stati Uniti stipularono un trauaco di pace separato con la Gennania il 24 agosto 1921. 'DAVID L1.ovo GEORGE, The Trulli about the l'eace Trea1ies, H.M.S.0 .. London 1938, I. p. 234. ' A proposito dei Quattordici Punti proclamati da Wilson 1'8 gennaio 1918, Clernenccau osservò causticamente che Nostro Signore si era limitato a Dieci. ' Commento fatto nella riunione del Consiglio Supremo di guerra del 29 ottobre l 9 I 8, Ibidem, I, p. 80.


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LA RICONQUISTA DELLA LIB IA ( 1922-1932)

In questa situazione di paitenza, già di per sé confusa, emergeva con prepotenza la spinosa questione dei nuovi confini sanzionati dai trattati di pace, la cui stabilità, se poteva apparire legittima ai paesi «soddisfatti», non altrettanto gratificante poteva considerarsi per quelli che, vincitori o vinti, a torto od a ragione, lamentavano ingiustizie o inaccettabili vincoli. Se è vero che, sulla carta, l'art. 19 del Covenani concedeva all'Assemblea la facoltà di de liberare la revisione d i trattati divenuti inapplicabili , nonché di prendere in esame per un'equa sanatoria situazio ni in grado di provocare in futuro possibili crisi internazionali, all'atto pratico prevalse quasi sempre, come del resto prevedibile, il conservatorismo degli Stati «soddisfatti». *

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II quadro europeo all'inizio degli anni Venti presentava una vistosa incog nita. Mentre prima del 1914 reg nava un equilibrio basato sulla contrapposizione fra Triplice Intesa e Triplice Alleanza, dopo il I 919 si verificò nell'Europa centro-orientale un processo di frammentazione che dette vita a numerosi piccoli nuovi Stati, di scarsa rilevanza politica e, ancor più ad oriente, ad un mondo bolscevico dai connotati destinati a rimanere indefinibile per molti anni ancora. Questo quadro induceva ad un'immediata e poco tranquillizzante riflessione: se la vita dell'E uropa fosse ricominciata nelle forme precedenti al conflitto, in tempi relativamente brevi la Gem1ania si sarebbe di sicuro ripresa dalla sconfitta e, una volta 1iacquistate le forze, avrebbe spadroneggiato nel vecchio continente e preteso la revisione dei trattati. La Francia non ebbe dubbi sulla linea da segu ire: occorreva evitare che la Germania tornasse quella di prima. In certa misura la Francia poteva considerarsi la vera vincitrice europea: aveva riacquistato l'Alsazia e la Lorena; la sua diretta antagonista, la Germania, aveva ceduto la Posnania, la Prussia occidentale e parte dell'alta Slesia alla Polonia; l'Austria-Ungheria, la maggiore alleata tedesca, era scomparsa. Ma il pericolo germanico rimaneva un autentico chiodo fisso. Non essendo riuscita a portare la fro ntiera definitiva a l Reno, quale grande barriera naturale contro una nuova invasione, la Francia puntò su una serie di provvedimenti finanziari, politici e militari. Un ritorno alla prosperità della Germania era valutato più o meno alla streg ua di un ritorno al la potenza mi litare, quindi il governo francese pretese per sé ben 209 miliardi di franchi oro di riparazioni di guerra, del tutto incurante se la Germania avesse o no, in concreto, i mezzi per raggiungere il livello economico indispensabile per pagare. Anzi, a dire la verità, si appigliò ad ogni spunto affinché il peso schiacciante delle riparazioni mantenesse l'ex-netnica nella sconfitta. Sul piano politico, poi appoggiò la «balcanizzazione» dell'Europa centrale, esprimendo simpatia ed incoraggiamenti alla Polonia ed ad nuovi Stati .


IL MOMENTO STOR ICO

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I trattati di pace di St. Germain-en-Laye con l'Austria ( 19 settembre 1919), di Neuilly con la Bulgaria (27 novembre 1919), del Trianon con l'Ungheria (2 giugno 1920) e di Sèvres con la Turchia (10 agosto 1920) avevano seguito l'impostazione punitiva di quello di Versailles con la Germania, senza tenere gran conto degli aspetti etnici e geografici «Il tessuto storico-nazionale ed economico di o ltre un quarto dell'Europa - ha osservato Rodolfo Mosca -fu lacerato senza riguardo»: a11 'Austria fu vietato di unirsi alla Germanja; l'Ungheria perse i due terzi ciel suo tenitorio, tra cui le regioni più ricche; la Bulgaria, cedendo alla Grecia la Tracia orientale, fu privata dell'accesso al mare Egeo ed imprigionata contro il Mar Nero 1• Allo sconvolgimento dell'Europa danubiana fece riscontro uno smembramento, assai sirnile ad un saccheggio, dell'impero ottomano, non fem1ato neppure dal rifiuto, da parte ciel governo provvisorio costituito ad Ankara dal movimento nazionalista di Mustatà Kemal soJTetto da un plebiscitario consenso popolare, di riconoscere il trattato di Sèvres firmato dal deposto sultano Mohammed VI. Così Kemal aveva dato il via alla lotta armata per liberare l'Anatolia dalle occupazioni greca, russa e delle Potenze occidentali; una lotta che si concluderà il 24 luglio 1923 con il trattato di Losanna, in virtù del quale alla Turchia venne riconosciuta la sovranità su tutta l'Asia mjnore nonché sulla Tracia orientale.

* * * Per altro verso, il vuoto di potenza creato dalla dissoluzione dell' AustriaUngheria era quanto mai pericoloso e difficilmente colmabile. L'Ungheria, dopo aver superato la temporanea oppressione dell'occupazione rumena e la rivoluzione comunista di Bela Ku n, si irrigidì, sotto il governo dell'ammiraglio Horthy, rivendicando apertamente le antiche frontiere della corona di Santo Stefano. Visto il carattere aggressivo dj tale revisionismo e sentendosi minacciati, i tre paesi che in larga misura avevano beneficiar.o del trattato del Trianon - Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia - si unirono nell'agosto del 1920 in un patto difensivo e di assistenza reciproca volto ad assicurare il mantenimento ciel nuovo assetto nella regione. Trattandosi cli Stati di nuovissima costituzione e quindi inespen.i ed abbisognevoli cli aiuto, la Francia, ben lieta di veder sorgere ad oriente della Germania una cintura di nazioni «soddisfatte», si adoperèi immediatamente per estendere la sua influenza su di esse, allettandole con la prospettiva di un'assistenza finanziaria. Le fu dunque agevole, ed ebbe buon gioco, stabilire un sistema di alleanze militari in funzione antiteclesca. Da questa in medita combinazione politico-strategica, un vero «accerchiamento>> della Gem1ania, era esclusa l'Italia.

' R ODOLFO MOSCA,

Lungo dopoguerra senza pace in «Ventesimo secolo». Studi del mondo

conte mporaneo, Mondadori, Milano 1971, lii, p. 335.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBI A (1922-1932)

L'atteggiamento francese durante gli anni Venti suscitò in Gran Bretagna ed in Italia risentimenti cli vario genere. Il governo di Londra poco gradiva il tentativo egemone della Francia nel continente europeo, ma soprattutto com inciava a paventare le crescenti dimensioni dell'inflazione tedesca ed anche le condizioni favorevoli che la grave situazione politico-finanziaria offriva ai tentativi insurrezionali di stampo bolscevico. Tendeva ad identificare nelle eccessive pretese francesi la causa prima del processo inflazionistico germanico, me ntre secondo il governo francese l'inflazione era deliberatamente provocata dalla Gem1ania per sospendere i pagamenti. C'era del vero in e ntrambe le tesi. Comunque la Gran Bretagna propendeva per consentire la ripresa economica della Germania, la F rancia invece per imporre a tutti i costi l'esecuzione dei pagamenti. La diffidenza francese si accentuò alla notizia, improvvisa, della firma ciel trattato di Rapallo ( 16 aprile 1922) che ristabiliva le relazioni diplomatiche fra la repubblica cli Weimar e l'Unione Sovietica, annl!lllava la richiesta russa cli riparazioni di guerra da parte tedesca e quella germanica di compensi per le proprietà tedesche confiscate in Russia, ed assicurava reciprocità cli trauamento di nazione più favorita negli scambi commerciali. Il risentimento antitedesco ebbe presto occasione di manifestarsi in concreto, quando il 12 luglio di quell'anno la Germania rappresentò l'impossibilitti di provvedere al pagamento delle riparazioni senza una moratoria. Il 30 luglio la Francia si dichiarò disposta a consentire questa soluzione a patto di occupare le miniere della Ruhr quale «pegno produttivo» e mantenne tale atteggiamento a nche di fronte ali· opposizione inglese. L'Italia, benché vittoriosa, era scontenta ed amareggiata. Accusava l'ostile egoismo degli Alleati di averla privata arbitrariamente dei compensi pattuiti e guadagnati sul campo, nonché l'incapacità dei propri governanti di non aver saputo pretendere l' applicazione del Patto d i Londra. Ma il 31 ottobre 1922, caduto il secondo ministero Facta, era iniziata «l'era fascista». li nuovo governo, retto da Mussolini, che tenne per sé anche i dicasteri dell' Interno e degli Este ri, si trovò subito a lla prova in campo internazionale. Mussolini affro ntò la questione delle riparazioni tedesche con una netta propensione per le motivazioni francesi - alla stampa dichiarò che «i tedeschi possono pagare e possono pagare molto» e quindi dovevano pagare ' - e si schierò dalla parte della Francia allorché, dopo il mancato accordo in una ter za conferenza economi ca·alleata (Parigi, 2-4 gennaio 1923) per esaminare la richiesta ufficiale di

'BE~ITO Mussoui-;1, Opera omnia, a cura di E. e D. Sus~EL, Firenze 1951- 1973. XIX. pp. 39 e 60. L'a mbasciatore 1edesco von Neurath, che il IO dicembre 1922 ebbe un lungo colloquio con Mussolini sul di fficile problema, 1rovò «sorprendente la grande ignoranza del presidente del Consiglio su tune le questioni al riguardo» (G10Ro10 R UMI, Alle origini della politica estera.fasci· sta (19 19-1 920). Latcr7.a. Bari 1968, doc. IO, data 2. 12. 1922).


IL MOMENTO STORICO

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moratoria avanzata dalla Germania il 13 novembre I922, il governo francese decise di passare all'azione. L' 11 gennaio due divisioni francesi ed un contingente belga entrarono nella Ruhr con il pretesto di proteggere una missione interalleata di controllo delle fabbriche e delle miniere, e con esse un nutrito gruppo di tecnici francesi, belgi ed italiani. Davanti ad un _gesto del genere, in una regione dalla quale dipendeva l' economia tedesca ed in un momento di drammatica crisi economica, il governo di Weimar protestò con estrema vivacità ed organizzò la resistenza passiva mentre la popolazione s i schierava unanime contro le u-uppe d'occupazione. In autunno i tecnici occidentali riuscirono, superando gli scioperi ed anche i sabo- . taggi, a far funzionare gli impianti estrattivi con minatori frances i e belgi e stabil ire un «monopolio delle ferrovie» . Il 26 settembre il nuovo cancelliere tedesco Stresemann comunicò che la Ruhr rinunciava alla resistenza passiva. Era però evidente che siffatta linea diventava più dannosa che utile e che, dunque, occorreva seguire un'altra strada. Il marco era precipitato a livelli impensabili '; l'occupazione garanzia della Ruhr da un lato rendeva, ma dall'altro costava molto per la mano d'opera importata; in Germania l'ondata cli odio antifrancese provocava manifestazioni di acceso e violento nazionalismo. In definitiva, mentre la Gran Bretagna confermava insistentemente la propria contrarietà, la stessa Francia finì per rendersi conto che la sua impennata stava risolvendosi in un aggravio di spese intollerabile ed altresì in grossi problemi politici. A metà aprile del 1924 il governo francese si vide costretto ad accettare il piano Dawes, che avrebbe consentito un risanamento dell'economia tedesca in vista di un prestito internazionale da far coincidere con il ritiro delle truppe francesi e belghe dalla Ruhr. Nel frattempo un clamoroso passo fa lso compiuto da Mosca aveva mostrato al governo di Weimar il latente pericolo sovietico. Inizialmente «rivoluzione mondiale» era stata, agli occhi bolscevichi, un evento da attendersi da un momento all ' altro, ma dopo il 1921, cioè dopo il riconoscimento de facto del governo sovietico da parte della Gran Bretagna con la firma cli un trattato commerciale bilaterale, le preoccupazioni dei dirigenti sovietici si concentrarono essenzialmente sulla grave situazione economica interna. Non che rinunciassero a provocare rivoluzioni ali ' estero ed a favorire l'insediamento di regimi comunisti nei paesi stranieri; sempl icemente, tutto ciò era adesso compiuto in funzione del consolidamento del potere sovietico e del partito comunista in Russia piuttosto che ai fini della «rivoluzione mondiale». Questa aspirazione messianica era affidata alla Terza Internazionale o Komintem, che sotto controllo sovietico operava su scala internazionale al preciso scopo di incoraggiare ed

' Il 19 ottobre 1923 un dollaro valeva 12 milioni di marchi, il 10 novembre 120 mi lioni ed il 20 novembre più di 4 miliardi .


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (]922-1932)

appoggiare qualsiasi iniziativa o mov.imento contro i governi capitalisti. Per inciso, il governo sovietico sosteneva impavidamente la tesi che il Komintern fosse un'organizzazione internazionale privata 0) con sede a Mosca, le cui attività nulla avevano a che vedere con quelle del governo 1• Or dunque, nell'ottobre 1923, reputando favorevoli le circostanze create dal crollo senza fine del marco, il Comitato esecutivo del Komintern ordi nò ai comunisti tedeschi di dar vita a un moto rivoluzionario in Germania. Il tentativo abortì per la pronta repressione della Reichswehr del generale von Seeckt e Stresemann si rivolse decisamente ad occidente.

* * * Il problema della sicurezza collettiva non aveva ancora trovato una soluzione pratica. Era strettamente connesso alla questione del disarmo, altro argomento al cui riguardo esisteva una profonda divergenza di indirizzo fra Inghilterra e Francia. La prima si professava favorevole al disarmo immediato e senza condizioni, ritenendolo una buona base per la pace; la seconda sempre diffidente nei confronti della Germania non intendeva parlare di disarmo senza aver prima risolto il nodo della sicurezza. I vari studi elaborati sin dal 1920 si erano arenati l'uno dopo l'altro, tuttavia nel 1924 si aprì uno spiraglio. li ministro degli Esteri cecoslovacco, Benes, presentò una proposta che fin almente sembrava rivestire un'attendibile probabilità di essere accolta. Il progetto, noto come Protocollo di Ginevra, doveva completare il sistema societario introducendo il principio dell' arbitrato obbligatorio. Tutte le controversie internazionali dovevano essere sottoposte al giudizio della Corte internazionale di giustizia oppure ad un arbitrato de l Consiglio della Società delle Nazioni. Qualora una delle due parti in causa avesse respinto l'arbitrato o non si fosse adeguata alla sentenza, ricorrendo invece alle armi, sarebbe stata considerata Stato aggressore ed il Consiglio della Società, a maggioranza di due terzi, avrebbe imposto sanzioni economi che o militari che tutti gli Stati membri sarebbero stati tenuti ad applicare. A coronamento del protocollo, venne programmata una Conferenza internazionale per il disarmo. Senonché la raccomandazione unanime dell'Assemblea societaria di accettare il Protocollo cadde nel vuoto. L'opposizione al progetto Bcnes partì da Londra, dove a fine ottobre 1924 erano tornati al potere i conservatori con Austen Chamberlain al Foreign Office, seguendo un indirizzo generale di politica estera perfettamente in linea con le tradizioni del Regno Unito. L'Inghilterra

' ADAM U•-~M. S1oria riel/a poli1ica estera sovierica (/917- 1967), ·Rizzoli, !\•filano 1970,

pp. 187-194.


IL MOMENTO STORICO

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vedeva concretarsi il pericolo di indesiderati coinvolgimenti in controversie altrui e di ricorrenti chiamate ad agire per conto della Società delle Nazioni, vista l'estensione dell'impero britannico in tutti i continenti. E dovette altresì tener conto delle pressioni sia dei Dominions, che non intendevano essere obbligati ad intervenire in Europa per applicare le sanzioni; sia degli Stati Uniti (non membri della Società, come sappiamo), i quali dubitavano che gli Stati europei s'avvalessero del Protocollo per interessarsi alle questioni dell' America Latina, nonostante la dottrina di Monroe. Cosicché il 12 marzo 1925 Chamberlain comunicò il 1ifiuto del suo governo di firmare il documento. In compenso, si mosse la Germania. Nel precedente mese di febbraio gli ambasciatori tedeschi a Parigi ed a Londra avevano ricevuto l'incarico cli prendere contatti con le due Potenze proponendo un «Patto del Reno». Mentre si svolgevano le conversazioni fra i ministeri degli Esteri, il piano Dawes dava ossigeno alla repubblica di Weimar. I consistenti prestiti americani e la fine del controllo alleato sulla produzione tedesca consentirono una spiccata e rapida ripresa dell'economia e, di conseguenza, il ritorno della Germania nell'agone politico. Dal 5 al 16 ottobre 1928, a Locarno, i ministri degli Esteti di Gran Bretagna, Francia, Italia e Belgio - cui nella fase finale della conferenza si aggiunsero quelli di Polonia e Cecoslovacchia - discussero con il ministro germanico Stresemann, su un piano di assoluta parità, della sicurezza contro la minaccia bolscevica e dell'entrata della Germania nella Società delle Nazioni. Le due questioni erano legate a filo doppio. In particolare, il punto di unione era costituito dall'art. 16 del Covenant, secondo il quale i membri della Società delle Nazioni si impegnavano ad un'azione comune, in termini di sanzioni, cono-o lo Stato aggressore. Stresemann, naturalmente, approfittò subito dell'ipotesi «bolscevica>> per far notare che, se la repubblica di Weimar doveva partecipare ad azioni militari contro l'Unione Sovietica, i 100 mila. soldati della Reichswehr risultavano insufficienti. Sapeva di non poter ancora ottenere l'abolizione del vincolo sul livello massimo di forze stabilito dal trattato di Versailles, ma g li premeva avvisare in qualche modo la rinascita del potenziale bellico tedesco e riuscì nell'intento. L' applicazione dell'art. 16 fu risolta con la formula del compromesso: l'opposizione ad ogni atto di aggressione sarebbe stata attuata «nella misura compatibile con la situazione militare e tenendo conto della posizione geografica» del paese membro, cioè, in sostanza, della Germania. Quanto alla questione della sicurezza, le parti contraenti si accordarono per garantire individualmente e collettivamente «i l mantenimento dello status quo territoriale» risultante dalle frontiere occidentali della Germania stabilita dal trattato di Versailles. In altri termini, la vera garanzia era fornita dalla Gran Bretagna e clall' Italia. Inoltre i tre paesi interessati si impegnarono


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reciprocamente a regolare per via pacifica qualsiasi controversia 1• A conti fatti, il trattato d i Locarno favoriva la Germania perché, restando immutati i diritti ed i doveri fissati a Versailles, l'esercizio dei diritti (degli Alleati) veniva subordinato ad una procedura vincolante di arbitrato. «Non ci sono più basi - comunicò il cancelliere Luther al Reichstag - per una politica di sanzioni e di ultimatum fondata su un'interpreta7.ione unilaterale de l trattato». In sostanza, non sarebbe stata più possibile un'occupazione della Ruhr. Il discorso cambiava per le frontiere orientali de lla Germania, la quale non intendeva assolutamente giungere ad una Locai:no dell'est per evitare qualunque atto che potesse venir interpretato come tacita rinunzia ai territori perduti. La Polonia e la Cecoslovacchia, dunque, non erano state invitate a partecipare al patto di sicurezza. Ammesse alla conferenza in sede conclusiva, firmarono convenzioni bilaterali con la Germania, c he non impegnavano alla conservazione dei confini orientali tedeschi, e stipularono trattati di alleanza con la Francia. La Gran B retagna invece si astenne da obblighi in casa di un conflitto che scoppiasse nell'Europa orientale. Nel complesso, q uindi la Germania conservava piena libertà di rivendicare revisioni territoriali ad est. Per la diplomazia sovietica il trattato di Locarno costituì una sconfitta, anche se Gran Bretagna e Francia si affrettaro no a negare l' indirizzo antisovietico del patto. La po litica estera di Mosca seguiva ormai due distinti binari: quello ufficiale del Comm issariato del popolo per gli Affari Esteri (Narkomùzdel) basato sul principio del «socialismo in un solo paese», e quindi sostanzia lmente poco interessato ai problemi internazionali, e quello della Terza Internazionale (Komintem) sempre orientato verso la «1ivoluzione mondiale». Stando così le cose, era inevitabile un atteggiamento sovielico più che diffidente nei confronti della Società delle Nazioni: «Vi è un solo mezzo per sfuggire al gioco degli im perialisti - dichiarò il Comitato esecutivo del Komintern nell'aprile del 1926 - : la distruzione della Società delle Nazioni» 1 . Si tenga presente che nell ' Unione Sovietica persisteva la tenacissima convinzione che le Potenze imperialiste, Polonia e Cina comprese, non aspenassero altro che l'occas ione propizia per gettarsi sulla giovane repubblica. Proprio nel 1926 era stata riorganizzato lo Stato Maggiore dell'Annata Rossa ed affermato il principio di creare un industria bellica sovietica per non dover attingere la forza soltanto sul «potenziale umano». Nel contempo prese il via un'intensa attività di plomatica volta a stringere patti di non aggressione ed impegni di neutralità. I punti fermi erano: in Europa la collaborazione militare segreta con la

' E. AXCHIERI, A11tolo11ia storico-diplomatica, cit.. pp. 389-39 l. ' J.B. DUROSE1.1.E. Storia diplomatica cit., pp. 87-88


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Germania, in Medio Oriente l'amicizia con la Turchia ed in Estremo Oriente la distensione con il Giappone '. Anche per questo, non appena il governo cli Weimar propose di rinnovare per cinque anni l'accordo cli Rapallo, Mosca fu pronta ad accogliere l'invito. Con il trattato di Berlino (24 aprile 1926) le due Potenze si impegnarono alla neutralità, ove l'una o l'altra fosse stata attaccata da terzi. E la collaborazione militare ed economica fra di esse, cominciata nel J.921 con soddisfazione cli entrambe, continuò. Berlino e Mosca sapevano benissimo che ciascuna badava freddamente ai propri interessi del momento. Ciò non toglie che nel 1927 la psicosi di guen-a, attizzata da incidenti con la Cina, con la Gran Bretagna e con la Polonia, giunse al punto di indurre Stalin ad annunciare sulla «Pravda» del 28 luglio: «Non si può dubita re del facto che il problema piil pressante di quesci giorni è quello rappresentalo dalla minaccia di una nuova guerra imperialista. Non si tratta di un qualche vago e immateriale pericolo di una nuova guerra, rna della reale ed effettiva minaccia d.i una nuova guerra in generale. e di una guerra contro l' Unione Soviccica in particolare» 1 .

Senza escludere che il pericolo venisse agitato da Stalin anche per motivi cli politica interna, è certo che in quell'anno ebbe luogo una mobilitazione parziale delle risorse del]' Unione Sovietica 3 • Tutto sommato, Locarno sembrò finalmente l'inizio cli un reale assestamento politico-sociale europeo. La questione tedesca, pur presentando ancora aspetti da risolvere, era vista con spirito conciliante; la questione adriatica aveva trovato la sua definizione con l'annessione di Fiume all'Italia; l'Unione Sovietica era stata riconosciuta dalla maggior parte degli Stati europei; la Società delle Nazioni si stava affermando come punto d i riferimento stabile e necessario nelle relazioni internazionali. Ma si trattava di un'illusione di breve durata. All'ingresso della Gennania nella Società delle Nazioni (10 settembre 1926) fece seguito un ulteriore passo favorevole al governo di Weimar derivante dalla om,ai riconosciuta acquisizione de11a sicurezza collettiva. Il 12 dicembre il Consiglio della Società decise di richiamare la commissione mil itare di controllo per gli armamenti in Germania, accontentandosi cli un generico diritto di controllo. In siffatto clima cii distensione e cli soddisfacente situazione economica poté concludersi il patto Briancl-Kellog. Inizialmente proposto dalla Francia agli Stati Uniti come accorcio bilaterale, venne poi sottoposto all'aprrovazione

' J OMN ERIKSON,

' Ibidem, p. 289. ' Ibidem, p. 290.

S!oria dello Staro Maggiore sovietico, Feltrinelli, Milano 1963, p. 296.


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generale, con la precisazione, voluta dal governo francese, che, legittima difesa ovviamente a parte e fermi restando gli impegni connessi con lo statuto della Società delle Nazioni e con il trattato di Locarno, i firmatari sarebbero stati liberati da ogni obbligo nei confronti del membro che non avesse rispettato il trattato. 11 «Patto di rinuncia generale alla guerra», come fu chiamato, si basava su due articoli principali: I. Le Alte Pani conLraen1i dichiarano solennemente in nome dei rispettivi popoli che esse con-

dannano il ricorso alla guem1 per il regolamento delle conLroversie internazionali e vi rinunciano in quanto strumento di politica nazionale nelle loro relazioni reciproche; 2. Le Alti Pani conLracn1i riconoscono che il regolamento o la soluzione di tull e le conLroversie o conflilli . di qualsiasi nacura o di qualsiasi origine possano essere, che potranno sorgere fra di loro, non dovrà mai ricercarsi che mediante mezzi pacifici»'.

Il documento venne firmato il 27 agosto 1928 da 15 Stati, ma nel giro di pochi mesi vi aderirono complessivamente 48 membri della Società e 9 Stati non membri (fra cui gli Stati Uniti, naturalmente, e l'Unione Sovietica) 2• Rimaneva però aperto il problema delle riparazioni tedesche. Il piano Young, concretatosi dopo studi e conferenze preparatorie fra il maggio 1929 ed il gennaio 1930, intese a ricercare diverse e derynitive soluzioni, entrò in vigore il 10 marzo 1930. Per quanto il debito della Germania venisse ,idotto ad un terzo, per giunta suddiviso in due gruppi di annualità (2 milioni di Reichsmark per i primi 37 anni e qualcosa di meno per i successi vi 23 anni)~ il peso finanziario rimaneva indubbiamente gravoso ed il fatto che es istessero due compens i non da poco, quali l'anticipato sgombero della Renania e della Saar e la piena libertà economica, non valse a diminuire il risentimento psicologico tedesco per i 60 anni di soggezione ai vincitori. Di conseguenza, il piano suscitò discussioni e polemiche e spinse decisament.e a destra industria e finanza, talché le elezioni del sellembre 1930 videro il partito nazionalsocialista di Hitler passare da 12 a l07 seggi nel Reichstag. come secondo partito dopo quello socialdemocratico. Non essendo riuscito ad ottenere da Washington, Londra e Parigi una revisione del piano Young, il cancelliere Bri.ining prese in seria considerazione la convenienza di un Angleichung, c ioè di un «adeguamento» austro-tedesco che in pratica si traduceva in un· unione doganale.L' Austria, priva della possibilità di un 'economia veramente indipendente, accolse di buon grado la proposta ed il 14 marzo 1931 i due paesi firmarono a Vienna un protocollo dal titolo. volutamente molto generico, di

I E. A'(CHIERI. A11111/ogia SIO/'ÌNJ-dip/0111a1ica cit., p. 392. ' J.B. DUROSELU!, S1oria diplomatica ci r., pp. 82-84. I soli Scati che rifi utarono l'ade~ione furono Argenti na, Boli via. Brasile. Arabia e Yemen. ' FELICE G UAR.'IERI, Battaglie eco110111ichefra le due guerre. li Mulino, Bologna 1953, p. 277.


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«Linee direttive per un adeguamento economico». Si trattava essenzialmente di una misura studiata nei confronti dei recenti contatti intercorsi tra Polonia, Cecoslovacchia e Romania per costituire un «blocco di paesi agricoli», però era naturale affiorasse il ricordo dello Zollverein prussiano che nell'Ottocento aveva preparato l'unità germanica. Immediatamente, quindi, l'opinione pubblica internazionale interpretò l'accordo come il primo passo per l'unificazione austro-tedesca vietata dai trattati di Versailles e di St. Germain, e le Grandi Potenze, Italia compresa, si opposero con decisione 1• Fu soprattutto in Francia che il timore di un Anschluss suscitò una violenta reazione politica, anche perché le ultime truppe francesi stavano sgomberando la Renania. Proprio in quel momento aJTivò in Europa la ripercussione del crollo della Borsa cli Wall Street avvenuto il 28 ottobre I929. Gli Stati Uniti avevano sospeso subito i prestiti all'estero e cominciato a far rientrare i capitali in patTia. L'allarme in Europa fu dat0 l' 11 maggio 1931 dal fallimento dell'Oesterreichische CreditAnstalt, la più importante banca austriaca. La crisi monetaria, finanziaria ed economica toccò il livello massimo in Gem1ania ed in Gran Bretagna nell'estate 1931 e nella Francia nel successivo l 932. TI presidente Hinclenburg si rivolse a l presidente Hoover, facendogli presente la drammaticità della situazione tedesca, ed il presidente americano offrì una moratoria di un anno. Ma il provvedimento non poteva essere sufficiente a fronteggiare l'emergenza, ad aggravare la quale sopraggiunse la svalutazione della sterlina. li 5 settembre 193 1 la Corte permanente cli giustizia dell' Aj a, esaminato il quesito postole, dichiarò, con la maggioranza di un solo voto, che l'unione doganale austro-tedesca non era compatibile con i trattati; ma due giorni prima la Germania e l'Austria avevano spontaneamente abbandonato il progetto. Comunque l'idea rimase: aveva fatto presa sui nazionalism.i dei due paesi .

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,!-

In quel periodo la Società delle Nazioni si trov(i per la prima volta di fronte all'aggressione compiuta da una Grande Potenza in ape11a violazione del Covenant. TI 19 settembre 1931 l'esercito giapponese del Kuantung iniziò in rapida sequenza di tempi l'occupazione di M ukclen e dell'intera provincia, con il pretesto di difendere la zona ferroviaria della Manciuria me,idionale dalla minaccia del Kuomi ntang, deciso ad eliminare privilegi e concessioni straniere in Cina.

' In realtà, non appena il progeno fu conosciuto a Rorna. Mussolini. d'impeto, approvò e pubblicamente lo definì «un felice sintomo per l'economia eu ropea». D'altronde, anche Gran Bretagna e Francia in un primo momento, seguendo la politica di appeasement, non mo~crarono opposizione. Fu il discorso incamamente provocatorio sul piano politico del delegai.o tede$CO a Ginevra che fece cambiare di c.olpo opinione (R.G UARNERI, Battaglie ec(momici,efra le due guerre cit., pp. 80-82).


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Il Giappone non era privo di argomenti. Avendo in affitto la penisola di Liao Tung e l' amministrazione della «zona della ferrovia», nonché il diritto di acquistare terre e sfruttare il sottosuolo, i suoi investimenti in Manciuria erano cospicui. Ora, nella regione esisteva da anni una situazione obiettivamente caotica sulla quale l'azione del governo centrale si riduceva pressoché a zero. Date le circostanze, gli interessi commerciali ni pponici risultavano compromessi in modo serio. Incidenti contro militari giapponesi fornirono lo spunto per l'azione. In realtà il governo di Tokio e lo stesso imperatore erano stati colti di sorpresa dall ' iniziativa dell'esercito del Kuantung, non voluta e nemmeno immaginata. Ma la Manciuria rappresentava per l'opinione pubblica nipponica la soluzione alla crisi che stava attanagliando il Giappone, sia come territorio d i popolamento, sia come mercato per le esportazioni, sia infine come fonte di materie prime. Perciò Tokio dovette accettare e sviluppare il fatto compiuto. Il governo di Pechino non osò prendere le armi, stante la consapevolezza della propria insufficienza m.ilitare, perciò si rivo lse alla Società del le Nazioni, la quale fu costretta a toccare con mano che la procedura conciliatoria prevista dall ' art. 11 del Covenant si palesava inutili zzabile contro una Grande Potenza fermamente decisa a realizzare i propri interessi con le armi. Quando finalmente una commissione d'inchiesta internazionale presieduta dall'inglese Lytton arrivò in Manciuria a metà l932, prese atto che il Giappone aveva creata un nuovo Stato «indipendente», con il nome di Manciukuò. Il rapporto della commissione pervenne a Ginevra in settembre: illustr ava la situazione di fatto, condannava l'iniziativa giapponese, insisteva sulla sovranità cinese in Manciuria. L'Assemblea accettò il rapporto nel febbraio 1933, non riconobbe lo Stat0 del Manciukuò ed intimò l'evacuazione della zona occupata dalle truppe nipponiche. Però non dichiarò fonnal mente «aggressore» il Giappone, e nemmeno fece ricorso a sanzioni di alcun genere. Il motivo era semplice. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si erano presto convinti dell 'estraneità de l governo imperiale circa l'occupazione della Manciuria, perciò si mossero con estrema cautela, tanto più che i diplomatici giapponesi assicuravano che col tempo le cose si sarebbero aggiustate. Inoltre, nessuna delle due Potenze intendeva impelagarsi in una guerra per la Manciuria. Tuttavia il Giappone, che in gennaio aveva occupato anche il Jehol e buona parte della Grande Muraglia, in segno di protesta abbandonò la Società delle Nazioni. Il sistema di sicurezza collettivo era fallito. Ad ogni modo, per l'appunto trae ndo esperienza dall'episodio, la Società delle Nazioni si mise in condizioni di poter applicare sanzioni economiche in caso di un'altra aggressione. Il che si verificherà nel 1935. * *

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Mentre in tutto il mondo si cercava la strada per uscire dalla complessa e difficilissima situazione economico-finanziaria, gli Stati Uniti nel 1930, la F rancia


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nell'agosto I931 e la Gran Bretagna nel marzo 1932 provocarono un'involuzione della politica economica in senso fortemente protezionistico, determinando il fallimento delle iniziati ve societarie in materia, cli cui proprio Parigi e Londra erano state le ispiratrici. Dopo quasi tre anni di vane conferenze e convegni internazionali, vista priva cli sbocco concreto l'azione della Lega, i paesi dell'area danubiana i quali nel 1930 si erano rivolti a Ginevra con una richiesta collettiva di trattamento preferenziale contro le importazioni d ' olu·e oceano cercarono una soluzione mediante accordi particolari. Da questa situazione trassero origine due patti regionali . Nel febbraio del 1932 l'Italia stipulò gli «Accordi del Semmering» separatamente con l'Austria e con l'Ungheria; nel febbraio del 1933 la Cecoslovacchia, la Romania e la Jugoslavia firmarono il «Patto di organizzazione della Piccola Intesa», volto ad unificare le loro politiche estera ed economica. Naturalmente, nel groviglio di problemi sollevati dalla dilagante crisi spiccava quello delle riparazioni, al cui riguardo 1'8 gennaio il cancelliere BrUning comunciò ali' ambasciatore inglese la decisione della Germania di sospendere ogni pagamento di carattere politico. Superando vari ostacoli e dopo lunghi negoziati, la conferenza di Losanna (16 giugno-9 luglio 1932) riuscì a concludere un accorcio fra gli Stati credito1i e la Germania, per il quale il debito tedesco veniva ridotto ad un unico e globale versamento di 3 miliardi cli marchi oro costituiti da obbligazioni. Nel contempo le Potenze interessate si impegnavano a non ratificare l'accordo sinché non fossero stati regolati i rispettivi debiti ed a convocare una conferenza economica mondiale, monetaria e commerciale per la ripresa cieli' economia internazionale 1• Il 2 febbraio 1932 si riunì la conferenza del disarmo, con la partecipazione di 62 paesi. Furono subito nominate una commissione generale ed una politica, nonché un certo numero di commissioni e comitati per l'esame settoriale dei diversi argomenti (disarmo morale, armamenti terrestri, armamenti navali, armamenti aerei, anni chimiche e batteriologiche, effettivi). Era stata preceduta da un lavoro preparatorio di una commissione ad hoc, che aveva definito i punti da risolvere in successione: come procedere al disanno, come assicurarne il controllo, quali le categorie delle armi e dei mezzi di combattimento da ridL11Te. Il presidente del Consiglio francese, 1àrdieu, avanzò la proposta cli porre sotto il comando della Società delle Nazioni le armi più potenti (artiglierie pesanti, aerei da combattimento, corazzate), consentendone l'impiego alle singole nazioni soltanto per la propria difesa in caso di aggressione. Il controllo sarebbe stato devoluto ad una forza di polizia internazionale e l'arbitrato reso obbligatorio con sanzioni ben definite.

'F

GUARNÉRI,

Bauaglie economiche.fi·a le due guerre ciL, pp. 286-290.


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Le controproposte vennero fommlare a ventaglio: dal ctisarrno totale (Unione Sovietica) al nessun disarmo (Giappone). La Germania però chiese la parità dei diritti e quindi che gli armamenti degli altri Stati fossero portati al livello ad essa irnposto dal trattato di Versailles. Nelle successi ve riu nioni, 1'atteggiamento tedesco risentì visibilmente del grande successo riportato dal partito nazionalsocialista ne lle elezioni primaverili e la discussione si polarizzò sulla distinzione fra armi «offensive» e «difensive», naturalmente, impantanandosi in disquisi zioni tecniche senza costrutto. Alla fin e, il 23 luglio 1932 venne accettato il compromesso, del tutto vago, suggerito dal delegato cecoslovacco, Benes, sulla base delle proposte avanzate dal presidente Hoover: « l. che sarà cffenua1a una riduzione sostanziale degli armamenti mondiali. che dovrà essere appl i-

cata nel suo in~ieme, da una convenzione generale, agli arrnamcn1i terrestri, navali cd aerei; 2. che scopo essenziale da raggiungere è la riduzione dei mezzi di aggressione».

La Germania rifiutò nettamente, in quanto non le era stato riconosciuta la parità dei diritti ed abbandonò i lavori. Come è evidente, non poteva essere lasciata da parte ed una nuova conferenza a cinque (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Stati Uniti), riunitasi a Ginevra i primi di dicembre, riconobbe alla Germania «l' uguaglianza dei diritti in un sistema che avrebbe garantito la sicurezza di tutte le nazioni». Superato questo punto, occorreva arrivare al concreto. I pian i in discussione furono due: il piano Herriot (14 novembre 1932) ed il piano Mac Donald ( 16 marzo 1933). Il primo migliorava il piano Tardieu prevedendo l'intervento collettivo con materiale pesante a favore dello Stato aggredito. Il secondo stabiliva in 200 mi la uomini il livello organico dei principali paes i dell' Europa continentale (Francia, Germania, Italia e Polonia) e rimandava a successive conferenze la definizione della riduzione degli armamenti navali e la progressiva soppressione dell'aeronautica. Si noti che l'Unione Sovietica non era conside rata. Comunque Gran Bretagna e Francia convennero s ulla necessità che il controllo degli armamenti precedesse il disarmo, e stabilirono un periodo iniziale di quattro anni d i prova, cioè di controllo, ed un successivo periodo cli altri quattro anni, durante il quale la Francia avrebbe cominciato a disarmare e la Germania a riarmarsi. Questa, che già aveva contestato l'autorizzazione concessa alla Francia di mantenere truppe coloniali oltre i 290 mila uomini dell'esercito metropolitano, propose invece cli in iziare con il disarmo e di stabilire poi il controllo. Non raggiungendo un punto di incontro, il 14 ottobre 1.933 la Gennania abbandonò la conferenza del disanno ed il 19 si ritirò da)la Società delle Nazio1;i .. Hitler, cancelliere tedesco dal 30 gennaio e Fiihrer del li Reich dal 24 marzo, quando il Reichstag aveva approvata la «Legge per allevi are la miseria del


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popolo e del Reich» o legge dei pieni poteri, dichiarò che la Germania non intendeva essere trattata come un «popolo di secondo ordine» 1• Che la conferenza del disanno avesse poche prospettive di arrivare in porto era prevedibile, senonché l'importanza della questione non poteva essere sottovalutata. Hitler, che tutto sommalto non aveva molti motivi per sentirsi tranquillo, si mosse con abilità. A buon conto proclamò di ritenere inutile il ricorso alla forza per risolvere le divergenze internazionali, di aver fiducia nel disarmo e di essere pronta a stipulare patti di non aggressione con qualunque Stato. Poi sottopose al giudizio del popolo tedesco la decisione presa ed il 12 novembre mostrò all'Europa che il democratico referendum aveva raccolto il favore del 95% dei votanti. Di consegu,e nza le Grandi Potenze furono costrette ad intavolare negoziati con la Germania. Fu la Francia a cercare un accordo a fine 1933. Hitler offrì un patto decennale di non aggressione e la fedeltà al patto cli Locarno. In cambio chiese un esercito di leva di 300 mila uomini ed un armamento uguale a quello degli altri paesi, nonché l'annessione della Saar senza plebiscito, consentendo alla Francia lo sfruttamento d i alcune miniere. La Francia replicò il I O gennaio che, prima di qualunque discussione, la Germania doveva rientrare nella Società delle Nazioni. Dopo di che si dichiarò propensa alla parità dei due eserciti metropolitani e ad una progressiva unificazione dell 'armamento. Il 19 gennaio Hitler rifiutò tutto: il ritorno a Ginevra, l'esercito coloniale francese fuori quota, la disparità di mezzi bellici. Poi, il 26 gennaio, concluse un trattato di non aggressione decennale con la Polonia, la quale era bensì alleata della Francia sin dal 1921 però, delusa della politica francese, stava orientandosi ad una neutralità indipendente fra i due giganti, Gennania ed Unione Sovietica. A questo punto intervenne la Gran Bretagna cercando una soluzione di compromesso, ma il nuovo presidente del Consiglio francese Doumergue e Tardieu si irrigidirono. In parte diffidavano di Hitler ed in parte, convinti che il regime nazista avesse pochi mesi di vita, ritenevano più proficuo un accordo con i successori cli Hitler. In definitiva, il 17 aprile Doumergue dichiarò che ,,rifiutava solennemente di legalizzare il riarmo tedesco, che questo aveva reso i negoziati inutili e che la Francia avrebbe d'ora in poi garantito la sua sicurezza con i propri mezzi» 2• Era un nuovo colpo allo spirito ed alla lettera del Covenant.

'J.B. D UROSELLE, Storia diplomatica cit., pp. 145-151. Vale la pena di rilevare l'appoggio elettorale dato dai comunisti tedeschi a Hitler, secondo le istruzioni impartite dal Kom.intem. Questo, infatti, seguiva ciecamente la teoria che il vero nemico da abbattere fosse rappresentato dai socialdemocratici e da.Ile classi medie: una volta che il nazionalsocialismo (come il fascismo) fosse an-ivato al potere, sarebbe rapidamente caduto in quanto ultimo stadio dell'odiato capitalismo. Allora sarebbe subentrata la dittatura del proletariato (WILUAM L. SH!RER, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino l963, pp. 203-204). ' 1. B. DUROSELLE, Storia diplomatica cit., pp. 151 - 152.


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2.

LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922- 1932)

LA POLITICA ESTERA DI M USSOUNI

All'indomani della vittoria l'Ita l.ia entrò in una crisi interna che, aggravata dal processo inflazionistico, presentava preoccupanti incognite. Anziché un vento di soddisfazione fu un senso di frustrazione che sorse e si diffuse un po' in ttmi i ceti, ma specialmente nell a borghesia: il concetto dannunziano della «vittoria mutilata». Questo stato d'animo arrivò al parossismo allorché, nel1' aprile 19 19, Orlando e Sonnino abbandonarono la Conferenza della Pace a Versailles in segui to all'infelice appe llo di Wilson al popolo italiano '. A fronte dell' insoddisfazione per il mancato riconoscimento dei sacrifici compiuti, stava la critica indiscriminata nei confronti della guerra svolta da giolittiani, clericali e soprattutto socialisti. Il partito socialista, vedendo moltiplicarsi rapidamente il numero degli iscritti e senza rendersi conto della radicale differenza tra la realtà italiana e le circostanze nelle quali era maturata la rivoluzione russa, nel bien nio 191 9-1920 si mosse sull'onda irrazionale di un rivoluzionarismo di stampo bolscevico e sintetizzò il suo programma, pubblicato il 12 dicembre 1918, in due punti essenziali : istituzione della repubblica socialista e dittatura del proletari ato 2• Il risultato fu che il socialismo massimalista ed anarcoide non soltanto avversò il partito popolare, l'altro partito di massa, che pure si proponeva obiettivi vicini a quelli socialisti, ma - con gli scioperi continui e l' occupazione delle fabbriche l da un lato e con la violentissima lotta di classe sviluppata nelle campagne di buona pa1te del paese, ma in particolare in Emi lia, in Ro rnagna ed in Toscana, dall 'altro - si alienò le simpatie della borghesia piccola, media ed intellettuale, provocando un variegato schieramento «antibolscevico» sotto lo sguardo più passivo che impotente del Governo. Sono note le critiche d u1issime che tanti uomini di sin istra dettero, a posteriori, a simile atteggiamento estremista, considerando politicamente errato il dilettantistico incitamento ai tumulti, agli scioperi improvvisi, alla violenza contro l'ordine costituito del mondo borghese in nome d i una rivoluzione proletaria in marcia. Nenni ebbe parole di severa condanna per il partito socialista: «L' insufficienza dei quadri

' li governo Orlando cadde nel giugno 1919. A dcua del Corriere della Jera, dal 1901 nessun ministero era caduto «in modo così floscio e inglorioso» (D ENIS M ACK SMITH, Sroria di ce1110 a1111i di vira italiana, Rizzo li, Milano 1978, p. 287). 'li 1° dicembre 1919, in occasione dell'inaugurazione della XXV legisla1ura, i parlamentari socialisti intem ppero il discorso della Corona con le grida di «Viva la repubblica» ed abbandonarono l'aula canta ndo «Bandiera ros~a». ' Gioliui. presidemc del Consiglio dal giugno 1920 al lugl io 192 1, risolse l'occupazione delle fabbriche disponendo che una commissione paritetica di proprie1ari e di operai presemasse al governo proposte per organizzare l'i ndustria «sulla base dell'intervento degli operai nel controllo 1ecn ico e finanzia1fo e nell' amministrazione dell'azienda» (F. G uARNERI, Bauaglie economiche fra le due guerre cic.. p. 139).


IL MOMENTO STORICO

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dirigenti fu la causa che permise a dei demagoghi impreparati dottrinalmente e privi di esperienza di assumere cariche direttive, assolutamente inadeguate alle loro capacità. Ogni paese, ogni villaggio ebbe il suo Lenin, fra il momento in cui, come soleva dire Serrati, ogni problema era discusso «alla salsa della dittatura del proletariato». In ciò bisognava vedere il fascino della formula in cui si era fatta la rivoluzione d'ottobre e l'ilmnenso prestigio della rivoluzione russa, la quale pertanto era s01ta in circostanze storiche ed economiche senza rapporti con la situazione italiana)) 1•

In questo burrascoso periodo, in cui i ministeri si succedevano a pochi mesi di d:istanz.a l'uno dall'altro, l'ltal.ia si trovò subito ad affrontare la spinosa questione adriatica, comprendente i problemi dei confini giuliani e di Fiume, della Dalmazia e dell'Albania 2• La nascita del regno dei serbi, croati e sloveni (S .H.S.), neppure lontanamente immaginata all'atto della firma del Patto di Londra, aveva accentuato il moltiplicarsi degl i irredentismi connessi con le «minoranze nazionali» >. I serbi avanzavano pretese sulla Macedonia come i bulgari ed i greci, sul Banato come i rumeni e sul Backa come gli ungheresi; i montenegrini puntavano su Scutari e l'Albania settentrionale come i serbi; i croati esigevano l'Istria e la Dalmazia come gli italiani, nonché la Bosnia-Erzegovina; gli sloveni riendicavano la Slovenia veneta (sino all'alta valle Tagliamento!), le contee di Gorizia e di Gradisca e Trieste come gli italiani, nonché buona parte della Carinia e della Stiria come gli austriaci. La caotica situazione, in cui ciascuno cercava di creare situazioni di fatto da sostenere poi in sede di Conferenza della pace, rese pressoché impossibile alla Jugoslavia presentare un quadro armonizzato di richieste. Anche a causa del poco tempo a disposizione, ogni popolo del nuovo Stato formulò il massimo delle proprie rivendEcazioni e la somma d i tali massimi costituì il programma jugoslavo. Inevitabilmente queste eccessive e confuse pretese in ogni direzione potevano trovare soluzione soltanto in compromessi, ma anche l' Italia, la cui posizione si manteneva rigidamente ancorata agli accordi stabiliti dal Patto

'PIETRO NENNI, Sei anni di guerra civile, Milano - Roma 1945. pp. 114-11 5. ' Per un conveniente apprezzamento delle circostanze si riporta la successione dei governi dalla fine della gue1rn al primo ministero Mussolini: Orlando dall 'ottobre 19 17 al 23 giugno 19 19; primo governo Niui 24 giugno 1919-13 marzo 1920; secondo governo Nini 14 marzo - maggio 1920; terzo governo NiLti 22 maggio - 15 giugno 1920; governo Giolitti 16 giugno 1920 - 4 luglio l92l: Governo Bonomi 5 luglio 192 1 - 26 febbraio 1922; p1irno governo Facta 27 febbraio - 1° agosto 1922; secondo governo Facta 2 agosw - 30 ottobre 1922 ottobre 1922. ' R. MOSCA, Lungo dor,oguerra senza pace cit.. III, p. 335. Nel 1915 era convinzione diffusa che Croazia e Mon tenegro sarebbero rimasti indipendenti dalla Serbia. Cfr. MARIO TOSCANO, Il Parto di Londra. Zanichelli, Bologna 1934; PAOLO ALlffRl, Nitri, D'Amumzio e la quesrione adriaTica, Feltrinelli, Milano 1959.


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di Londra, più Fiume, doveva accettare qualche revisione, specialmente tenendo conto del problema albanese. Se per Fiume si parlava, ora, di irredentismo, se per la Dalmazia le valutazioni sulla sua effettiva utilità erano divise ', per l'Albania, quali che fossero le ambizioni, stava creandosi una situazione scottante a causa delle difficoltà in cui si dibatteva il nostro corpo di spedizione, dell'incognita sulla sorte riservata alla regione e dell'incerto indirizzo cui doveva ispirarsi l' azione militare. L'iniziale linea di condotta stabilita dal governo Nitti, con Tittoni agli Esteri, si basò su due punti: primo, accordo con la Grecia con ampie concessioni, fra cui il Dodecanneso 2 e l'Albania meridionale, ricevendone in cambio sostegno per il protettorato italiano sul! Albania centro-settentrionale; secondo, accordo con la Jugoslavia con l'accettazione dello Stato libero di Fiume e la rinuncia alla Dalmazia in cambio della sovranità italiana sulle Bocche di Cattaro e sul sovrastante monte Lovcen, montenegrino, e dell'appoggio per il protettorato sull'Albania entro i confini del 1913. Tn sostanza, lo spirito con il quale venne affrontato il problema albanese divenne quello del dominio più o meno diretto, in netto contrasto con la visione precedente dell'indipendenza sostenuta a Sonnino. Fu un grosso errore di sottovalutazione della coscienza politica acquisita dagli albanesi negli ultimi anni. Così il 26 luglio 1919 Tittoni ed il presidente del -Consiglio greco, Venizelos, firmarono un documento segreto secondo il quale l' Italia si impegnava ad appoggiare le rivendicazioni el!eniche.sull ' Albania meridionale (Epiro del nord) ed a cedere il Dodecanneso non appena entrato in vigore il trattato di Sèvres, e la Grecia avrebbe contraccambiato l'Italia circa il protettorato od il mandato sull'Albania e la sovranità su Valona ed il retroterra necessario per la sua difesa. L'accordo, infelice sotto molteplici aspetti, trapelò subito e provocò in Albania una violenta irritazione nei nostri confronti. Senza molta esagerazione, fu la scintilla dalla quale nell'anno successivo doveva divampare l'incendio dell'insurrezione contro la presenza italiana a qualsiasi titolo. Quanto a Fiume, il 12 settembre 1919 D'Annunzio effettuò il suo colpo di mano portando «l'indignazione di Wilson talmente al colmo» da provocare un atteggiamento americano ostile all' Italia 3 • Mentre la Jugoslavia si rivolgeva al Consiglio Supremo, chiedendone l' intervento, le successive proposte di Tittoni - Fiume all'Italia, Zara città libera rappresentata diplomaticamente dall'Italia, Valona e retroterra all'Italia, mandato italiano suU' Albania indipendente -

' Lo Stato Maggiore della Marina riteneva la Dalmazia indispensabile per la piena sicurezza dell' Adria1ico, mcn1re per lo Stato Maggiore deJJ'Esercito essa costituiva semplicemente un onere, per giunta dispendioso e ben difficilmente difendibile in caso di guerra. ' 1129 aprile 1919 il Dodecanneso aveva votato con un plebiscito l'unione alla Grecia. ' D. LLOYD GEORGE, 1i-111h abo111 the Peace Treaties cit., li, p. 809.


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LA RICONQU ISTA DELLA LI BI A (I 922-1932)

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trovarono un'acquiescenza sostanziale da parte di Gran Bretagna e Francia, ma urtarono contro l'irritato rifiuto degli Stati Uniti, espresso il I O novembre in una nota «personale}) di Woodrow Wilson a Nitti, con la quale l'Italia era invitata a risolvere senza indugio iil problema adriatico perché: «Tutti i popoli del mondo hanno bisogno che le questioni europee siano siscemate, e la nazione che vi si voglia opporre costringerà il mio paese a prendere spiacevoli provvedimenti, imposti unicamente dalla decisione irrevocabile del governo del mio paese di assistere nel compito di ricostruzione economica solcanto quelle nazioni che aderiscono al suo programma» '.

Il fallimento della politica di Tittoni condusse alle dimissioni del ministro, che il 25 novembre passò la mano a Vittorio Scialoja, ma in pratica direttamente a Nitti. Nitti nutriva per l'Albania un interesse del tutto negativo. Prima orientò Scialoja a «liquidare presto la questione dei confini cieli' Albania e ritirare il nostro corpo di spedizione riducendolo al minimo, altrimenti la voragine finanziaria non sarà più colmabile» 2 Poi, il 12 gennaio 1920, dichiarò a Lloyd George che «se Fiume fosse stata attribuita all' Italia, egli era pronto a discutere una revisione dei confini settentrionali dell'Albania, a condizione che l'Italia avesse ricevuto il mandato sull'Albania centrale». Ma i serbi ed i croati rifiutarono seccamente l'annessione di Fiume all'Italia ed il nuovo governo di Tirana, nominato dall'Assemblea nazionale di Lushnja in luogo del governo provvisorio (filo-italiano) di Durazzo (28 gennaio- IO febbraio) e sostenuto da un effettivamente ampio appoggio popolare, reclamò senza mezzi tennini l'assoluta indipendenza albanese. E presto il sentimento di avversione contro l'Italia si diffuse nell'intera Albania, procurando incidenti. Purtroppo le incertezze di Nit.ti impressero agli avvenimenti una fatale accelerata verso la guerra di Valona. Alla Conferenza di San Remo (19-27 aprile) Nitti e Scialoja si presentarono con un progetto che, per quanto concerneva l'Albania, si limitava a contemplare un mandato italiano senza accennare a frontiere nonché la sovranità su Valona e l' isola di Saseno. Nel frattempo , sotto la pressione degli eventi, il governo italiano aveva deciso il ritiro dei presidi dall' interno della regione e predisposta l'occupazione del solo campo trincerato di Valona 3. La cosa appariva inevitabile ed anche politicamente giusta: in fondo non avevamo mai aspirato al materiale possesso dell'Albania; la diss<)luzione cieli' Austria-Ungheria aveva cambiato molti

' Ivo J. LEDÉRER, La .l11J?oslavia dalla conferenw della pace al rmtrato di Rapallo 19191920. Il Saggiatore, Milano 1966, p. 255.

' Per la politica seguita dall'Italia circa la questione albanese cfr. PIETRO PASTORELLI, L'Albania nella politica esrera iraliana (1914-1920). Jovene, Napoli 1970, p. 19 1. ' tvlAR IO MONTANARI, Le rruppe iwliane in Albania (anni 19/4-20 e /939). USSME,

Roma 1978.


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elementi nella valutazione del controllo dell ' Adriatico; le spese di occupazione risultavano insostenibili per il nostro bilancio; l'incidenza nociva della malaria era diventata addiritlura più grave della guerra. Purtroppo alla decisione non fece seguito l' indispensabile fermezza e razionalità dei provvedimenti, nel doppio intento di uscire dignitosamente dal vicolo cieco in cui ci trovavamo e di non abbandonare i soldati inviati sull' altra sponda. Il doppio intento fu raggiunto esattamente nella versione negativa. Il 12 maggio cadde il terzo ministero Nitti, mentre l'Italia era scossa da violente agitazioni estremiste. Il 20 maggio cominciò l' insurrezione albanese e le nostre truppe si restrinsero nel campo trincerato di Valona. Il governo di Tirana, considerando inopportuno ed incauto esporsi in prima persona, agevolò la costituzione di un Comitato di difes a nazionale, al quale affidò la funzione di braccio armato contro la presenza italiana. Il 15 giugno si insediò a Roma il nuovo ministero Giolitti, con Sforza agli Esteri. Giolitti, vista la situazione, si indusse subito ad assicurare al Parlamento che non sarebbero stati mandati rinforzi in Albania, però non trovò la saggezza di disporre lo sgombero del corpo di spedizione. Fu bensì inviato un rappresentante de l governo per iniziare trattative e detenninare una tregua d 'armi. Il protrarsi di queste trattative, intese essenzialmente a salvare la faccia, venne interrotto il 23 luglio da un nuovo violentissimo attacco al campo trincerato di Valona ad opera di 4 mila insorti. L'insuccesso albanese fu totale e con perdite assai gravi. Allora Roma e Tirana si convinsero dell'opportunità di concludere finalmente la vertenza. Considerate le circostanze, Sforza offrì la denunzia del1' accordo Tittoni-Venizelos, i I riconoscimento dell'indipendenza e dell' integrità territoriale del l' Albania ed il rimpatrio delle truppe di Valona, eccezion fatta per l'isola di Saseno. Per gli albanesi il protocollo di Tirana, firmato il 2 agosto, costituì la prova dell'esistenza di un sentimento nazionale, la definitiva affermazione della riacquistata indipendenza. Per l'Italia rappresentò l'inevitabile conclusione di una serie di errori, parte dei quali dovuta a superficialità e, soprattutto, ad una scarsa conoscenza, non esente da colpa, dello specifico problema. Rimaneva aperta la partita con il regno dei Serbi, Croati e Sloveni (S.H.S.). Dopo lunghe discussioni, e con il favorevole parere di Gran Bretagna e Francia, desiderose di chiudere una volta per tutte la questione adriatica che le distraeva dalla Germania, Giolitti e Sforza, ottennero la linea di confine del monte Nevoso, le isole di Cherso, Lissa e Lussino nonché Zara, accettando l'indipendenza di Fiume (sempre però in mano a D'Annunzio). Il J2 novembre 1920 l'accordo venne firmato a Rapallo e rapidamente ratificato dai due paesi il 14 febbraio. * * *


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Le vicissitudini interne italiane misero in risalt.o la fragilità dei governi, dovuta a vari motivi tra cui incertezze o scarsa fermezza di presidenti del Consig lio, ma anche in patte dalla fisionomia di movimento di massa assunta dal fascismo, che prometteva ordine e tranquillità. Lo stesso Giolitti, nel suo ultimo governo, fiducioso di poter «costituzionalizzare» il fascismo, aveva consentito che i candidati fascisti entrassero nelle liste del Blocco nazionale, cioè governativo, per le elezioni del maggio 1921 1• li quadro che Facta tracciò della situazione parlamentare agli inizi del 1922 spiega molte cose: «Nel febbraio del 1922 si era verificata la più strana e la più dil'licile delle si1uazioni parlamentari. I ministeri non avevano che una vica effimera. La Carnera dei Deputati composta di otto o nove o dieci gruppi parlamentari presentava la assoluta incapacità di compo!Te un Governo organico. Un Governo di coalizione succedeva all'al tro in breve tempo, dopo aver malamente vissuto per pochi mesi; il caos parlamentare era al colmo: i vari gruppi concedevano qualcuno dei loro uomini, ma fin dal primo giorno li opp1imevano. li insidiavano. li distruggevano; in tucto ciò non vi era un al i10 di vita politica; vi era puramente e semplicemente la piccola invidia, la piccola gelosia, l'estrema libidine dcll'ai,ivismo. cuno insomma, al di l'uori della onesta coscienza del proprio dovere. La causa di questo stato di cose? Per me, non esi to a dirlo: il sistema elettorale proporzionale a largo scrutinio ( .. ). Il sistema di scrucinio per la lista aprì la diga a lutti i procaccianti della politica (. .. ). Chi volle questa sostituzione all'antico ordinamento? Il partito popolare e fu il più grande danno, il più enorme danno che si sia recato ali' Italia L ). ( ... ) Nitti ha delle enormi responsabi lità. A pa1tc quella che gli deriva dalla nuova legge clctcorale approvata durante il suo governo, egli ha av uto il torto di lasciar capovolgere nel paese la valorizzazione della guerra; il partito socialista aveva assunto le forme più ilTitanti contro tutto quello che riguardava la guelia: gli insulli agli ufficial i ed ai soldati, la denigrazione degli uomini che avevano fauo i maggiori sacrifici, la svalutazione di un atto immenso (. .. ). ( ... ) parl ando in questo modo dei partili politici, io mi ri ferisco al l'ambieme parlamentare dei deputati e dei gruppi. non dei pa1titi che vivevano nel paese: canto è vero che questa forma di mara sma inqu inava essenzialrnen1e la vita parl amentare. che il discredito verso la camera dei Deputal i andava sempre più ingrossando sicché nel Paese si può dire che tutti i partiti parlavano male del Parl arnenco che essi avevano creato. In un ambiente di questa natura i Ministeri sfilavano uno dopo l'altro con una grande disinvoltu ra (...)'.

Del resto il felice esito della «marcia su Roma» fu non poco favorita dalle trattative che Mussolini coltivò con Giolitti e con Facta, a presci ndere dalla posizione del la Monarchia>. Ma nell a congiuntura politica e_stremamente favorevole per il fasc ismo ne i mesi di settembre-ottobre 1922, e con ogni probabilità transitoria, la grande incognita per Mussolini si incentrava sull'esercito.

'LtJIGJ GASPAROTIO, Diario di w1 deplllalO, Dall'Oglio, Milano 1945, p. 150 sg. 'ANTON IKO REPACI. La 111(,IJ'CÌCl SII Roma, Rizzol i. Milano 1972. app. B, pp. 908-9 11 . ' Cfr. RENZO DE FELICE, Mus.wlini ji1scista, Einaudi, Tori no I966, [, cap. IV; A. REPACI. La marcia su Roma cit.. cap. XIX, doc. 346. p. 885 e testimonianza E. Fcrraris p. 936.


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Su ll 'atteggiamento ps icologico degli ufficiali verso il fascismo è il caso di spendere qualche parola. Secondo Rochat, «del resto non si capisce perché mai g li ufficiali non avrebbero dovuto simpatizzare col fa scismo, dopo che per an ni la stampa, i comandi, s pesso anche il governo li avevano sottoposti ad una propaganda oltranzista in politica estera ed interna. mentre l'antimiliiarismo socialista e la de bolezza dello statO democratico erano loro indicati come la causa di ogni male per il paese, l'esercito e le loro carriere»'. Non ci sentiamo di condividere questi apprezzamenti in quanto a nostro avviso è esattamente I' opposto il fattore che ha pesato sulle simpatie degli uffi c iali. Possiamo d ire. cioè. che non si capisce perché mai essi avrebbero dovuto simpatizzare con i socialisti, dopo che per an ni questi li avevano presi a bersaglio d i un esaltato antim ilitarismo e dal J9 I 9, sulla s uggestione acritica del lo ntano esempio sovietico, avevano accentuato la loro assurda ostilità individuando negli ufficiali reduci dal fronte, in q uamo mi litari e combattenti, i maggiori ne mici del popolo ed i principali res ponsabili della g uerra. A ngelo Tasca p arlò di «decisione bestiale>>, che provocò il «distacco grave e farale fra il partito e la generazione del frome» 2• Aveva perfettame nte ragio ne. E che la stam pa militare fosse «nazionalista», e quindi avversa al d isfattismo, e gli ufficiali per natura «conservacori», e quindi avversi a qualunque tenta tivo di sobillazione contro la d isciplina e l'ordine cosritui to, è cosa talmente naturale ovunque da rendere s uperflua l'esemplificazione . Per quanto, dunque, fra gli ufficiali, anche a livello elevato, fosse indubbiamente diffuso un senso di simpatia per il fascismo, che sempre aveva assunto un atteggiamento a favore delle fo rze armate. secondo tutti i sintomi essi avrebbero seguito il giuramemo di fedeltà ed obbedito senza esitazione a qualunque ord ine del re e del governo in carica. M a il governo Facta, no n sorretto da un Parlamento in crisi da an ni, era palesemente debole ed irresoluto 3 ed il Re. pur diffidando di Mussolini, non si mostrava incline ad una soluzione di forza presumi bilmente sangui nosa e non semplice, anche perché avvertiva il vuoto politico. Nella riunione tenuta nella none sul 28 ottobre al mi nistero della Guerra il generale Pug liese, comandante della d ivisione di Roma, rimbeccò direttamente Facta, che accusava la presuma inazione de ll 'esercito di fronte alle arbitrarie occupazioni fasciste avven ute in alcune c ittà, dice ndogli: «Dia il governo ordini precis i e scritti alle autorità militari fuori Ro ma, così come a que lle cl i Ro ma,

'G . ROCl·IAT,

L'eserci10 it()/ia110 da VìtlOrio Ve11eto a M11sso/i11i cit., p. 399. Nasciw ed <1vve1110 delfi1scismo. La Nuova Italia.

: A:S.GELO TASCA,

' !\on ~i dimentichi che ahri movimenti di stampo eversivo agivano sulla scena polirica italiann ancor pri ma della nascita del fascismo e che continuarono ad agirarsi contcmporanea rncnre ai fasci d i comhmtimento senza ri uscire a raggiungere il potere (S IMONA Cot.ARl 7.ZI. I fasc:isti: e,·er· .,frme e lega/iuì. in Il Parlamemo iwliano. X, pp. 163-164.


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e la tutela delr ordine sarà immediatamente assicurata e, dove occorra, ristabilirl a» 1• Facta allora, «in considerazione del pericolo che ritiene imminente d i una mobilitazione nazionalista e di altra comunista nell ' interno della città», ordinò al generale Pugliese di prendere tutte le misure per garantire l'ordine dalla duplice minaccia e decise di proporre al re la proclamazione dello stato d' assedio 2• Pare che taluni alti esponenti militari, quali Diaz e Pecori Giraldi, abbiano formulato qualche riserva. nel senso che l'esercito avrebbe fatto il proprio dovere ma che sarebbe stato bene non metterlo alla prova\ tuttavia la cosa non è dimostrar.a e, per contro, reparti impiegati in ord ine pubblico da comandanti decisi e sulla base d i ordi ni precisi avevano già aperto il fuoco sui fasc isti. Talché si può ben ritenere che. anche senza la legge marziale, un governo con idee chiare, fermezza di propositi e decisa risoluzione avrebbe facilmente stroncato le velleità fase iste. Alle 11, 15 ciel 30 ouobre Mussoli ni , si presentò al Quirinale . Alle 19,20 vi ritornò per l'approvazione della lista del suo Gabinetto, composto da 3 fascisti, 2 popolari, I liberale, I democratico sociale, I nazionalista, 2 democratici e 2 mi li tari. Ebbe l'approva1.ione della Camera con 306 voti a favore contro 116 contrari. «L'Osservatore Romano» rilevò con la più viva soddisfazione che «l'on. Mussolini intende avviare alla collaborazione governativa, che è pure fratellanza di doveri, di intenzioni, di opere e di responsabilità, uomini di ogni parte, solleciti soprattutto degli interessi del popolo» ·1• Anche «La Tribuna» giolittiana, espresse com piacimento: «Con questa soluzione la responsabilità del governo è assunta soprattutto da uomini nuovi che avevano riscosso vaste adesioni in larga parte del Paese per reazione principalmente agli avvenimenti tristi e minacciosi che lo avevano disorientato e avvilito dopo la vittoria»\ All'estero l'insediamento del nuovo ministero, o per meglio dire della persona di Mussolini alla presidenza del Consiglio, suscitò una serie di commenti oscillanti fra il perplesso e la convinzione che, tutto sommato, fosse la soluzione preferibile. Ad ogni modo le manifestazioni di simpatia o di benevola attesa fu rono generali, dandosi atto al fascismo di aver salvato l'Italia dal pericolo bolscevico e credito di poter trasformarsi in partito conservatore. Gli ambasciatori esteri riferiro no subito le prime impressio ni. 11 2 dicembre l'ambasciatore tedesco von Neurath comunicò a Berlino che, a quanto risultava anche dal discorso fallo da Mussolini alla Camera, questi non

'Verbale de pa riuni one in A. ' Ibidem , pp. 49 1-51 2. ' Ibidem, pp. 504-505. " Ibidem. p. 570. ' Ibidem.

REPACI,

La marcia .rn /?o/Ila ci t. , pp. 488-489 e 947.


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LA RICONQUISTA DELLA L1 BIA ( 1922-1 932)

aveva ancora definito un programma di politica estera e che nelle circostanze attuali nessun governo italiano poteva seguire una linea politica autonoma, dipendendo l'Italia dagli Alleati sul piano economico. Perciò Mussolini per il momento si proponeva semplicemente di trarre dagli eventi europei il maggior profitto per migliorare la sconfortante situazione finanziaria del Paese' . L'incaricato di affari americano, Gumher, ampliò alquanto il discorso. Mussolini aveva suscitato una buona impressione complessiva, ma «ritengo che egli non sia considerato dai miei colleghi e da altri un genio in politica», anche perchè il suo principio di non dare nulla per nulla portava «a disparità e stime divergenti delle cose in discussione» Ed aggiunse che l'ambasciatore francese a Roma, per quanto apparisse «solo moderatamente telice» del cambiamento di ministero, giudicava che «qualsiasi cosa sia meglio del succedersi di deboli e vacillanti governi verificatisi negli ultimi anni»:. In effetti, nel periodo iniziale di governo Mussol ini - che aveva tenuto per sé l'interim degli Affari Esteri , - conscio del la propria assoluta impreparazione nel campo della politica estera e delle difficoltà di trattare con navigati diplomatici di Potenze con le quali non poteva permettersi errori e superficialità, seguì i suggerimenti dell'ottimo segretario generale del ministero degli Esteri, Salvatore Contarini 3• Per quanto però fosse disposto ad «imparare», in realtà egli lasciò agire la «carriera» soltanto nelle questioni già impostate oppure di ordinaria amministrazione. Laddove, invece, vedrà aspetti di particolare risalto, ai fini interni od a quell i internazionali, non esiterà ad intervenire secondo un suo personale punto di vista. In tali circostanze, Contarini e la «carriera» saranno costretti a darsi da fare per limitare i danni provocati·. Non per niente nel suo primo discorso alla Camera ( 16 novembre 1922) Mussol ini disse: «Non possiamo pcrmeuerci il lusso di una poli1ica di altruismo insensa10 o di dedizione completa ai disegni altrui. D11 ur des. L'Italia di oggi coma. e deve adeguatamente contare. Lo si comi ncia a riconoscere anche oltre i confini(...). La mia formula è semplice; niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. L' lialia fa~cista. come non in tende stracciare i trattati, così, per molte ragioni di ordine politico. economico e morale. non intende abbandonare gli Alleati di guo::rra (... )».

Dopo alcuni mesi, il 7 giugno 1923, l'ambasciatore inglese Graham fece il punto circa le relazioni anglo-italiane viste da Roma. Erano indubbiamente

' G. RUMl, Alle ori[iùli della po/irica esrem fa.wùra cit.. doc. I O, data 2.1 2.1922. 'Ibidem. doc. 12. data 20. 12.1922. ' Il Contarini. per inciso. non si periiava di avvisare che «non si possono.misurare k parole di Mussolini con lo stesso metro con cui si misurano le dich iarazioni di esperti funzionari » (ibidem, doc. IO cit.). ' fa:;-;10 D1 NOLI'O. Musmlini e la p11/i1ico esrera iraliww ( 1919- 1920), Cedam, Padova 1960, pp. 48-51.


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eccellenti, ammise, ma tenne ad avvertire che «la politica estera italiana non è basata su principi simili a quelli che guidano quella del governo di Sua Maestà. Essa è francamente opportunista ed egoista( .. .). Il signor Mussolini (...) ha proclamato fin dall ' inizio, dandovi poi rilievo, che la sua politica estera sarà condotta nel solo interesse dell'Italia, sulla base del niente per niente ( ...). Di conseguenza, se Gran Bretagna e Francia non avessero trovato un accordo sulla questione della Ruhr e se la Fraccìa avesse fatto all'Italia una seria offerta dì carbone a buon mercato , ad esempio, la lealtà del governo italiano verso di noi subirebbe una forte tensione». Il lungo rapporto si soffermava a sottolineare la spiccata tendenza degli italiani al compenso, però riconosceva esservi della verità nell'affermazione di Mussolini che l' incostanza del corso della politica italiana negli ultimi anni fosse «largamente dovuta al senso di ingiustizia di cui soffre questo paese». In conclusione, qualora la Gran Bretagna fosse riuscita a rimuovere questo stato psicologico, ovviamente senza pregiudizio per i propri interessi, un consistente appoggio da parte italiana sarebbe stato certo 1• Peraltro il primo impegno internazionale di Mussolini gli offrì la soddisfazione cli un indubbio successo (l' acquisizione del Dodecanneso) e, indirettamente, l'occasione per un initlessivo «strappo>> alla cautela diplomatica (l'occupazione di Corfù). Il 20 novembre 1922 si aprì la conferenza di Losanna per la pace con la Turchia kemalista. Sospesa a febbraio 1923 per un paio di mesi, si concluse il 24 luglio con la firma del trattatO. La Grecia, già duramente sconfitta più volte dai turchi, uscì dalla conferenza mortificata. Tra i motivi di amarezza e di rancore figuravano il Dodecanneso, conservato dall' Italia, e l'Epiro settenuionale, assegnato ali' Albania. li 27 agosto dello stesso anno nella zona di Delvinaki, in tenitorio greco, venne massacrata la missione italiana del generale Tellini, incaricata dalla Conferenza degli ambasciatori della delimitazione del confine greco-albanese. Mussolini reagì impulsivamente e con violenza. Subito (29 agosto) inviò ad Atene un ultimatum pretendendo entro 24 ore le scuse ufficiali del governo greco, gli onori militari da parte della flotta ellenica ad una divisione navale italiana al Pireo, una severa inchiesta sull 'eccidio con l'assistenza dell ' addetto militare italiano e la condanna capitale dei colpevoli, nonché un'indennità di riparazione di 50 milioni 2• Un ultimatum che ricordava da vicino quello rivolto da Vienna a Belgrado il 23 lug lio 19 14. La Grecia, pur respingendo ogni diretta responsabilità, offri scuse ufficiali e resa di onori alla bandiera italiana, ma dichiarò inaccettabili le altre richieste perché lesive della sovranità nazionale 3 .

'G. Ru1v11, Alle oriRini della politica estera.fascista cii., doc. 17 in data 7 .6.1923. ' Mussolini al rninisrro ad Atene, Montagna, in data 29.8.1923, DDI, 7' serie, 11, doc. 196. 'Montagna a Mussolini in data 29.8.1923, ibidem, li, doc . 217.


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li 31 agosto, allora, una fom1azione navale italiana si presentò davanti a Corfù, notificando al prefetto greco l' imminente occupazione de ll ' isola. Al rifiuto, ovvio. seguito da alcuni spari. l'ammiraglio Soleri contrariamente alle istruzioni ordinò qualche cannonata di intimidazione contro il forte, dove erano stati ospitati molti profughi dall'Anatolia, alcuni dei quali rimasero colpiti, e poi fece seguire lo sbarco'. Naturalmente l'opinione pubblica internazionale si volse contro l'Italia, dimenticando l'eccidio all'origine dell'episodio. L'occupazione di Corfù, temporanea perché mirante ad assicurare l'esecuzione della soddisfazione richiesta 2 come Mussolini aveva tenuto a precisare ai governi, non fu ritenuta dall'Italia un passo, in sé, eccezionale, tenuto conto d i tanti precedenti non lontani nel tempo. Dopo tutto si intendeva ottenere un riconoscimento di responsabilità e di doverose riparazioni 3. Però il momento ed il modo erano sbagliati per la chiamata in causa della Società delle Nazioni, aÙa quale si era appellata la Grecia. L'opi nione corrente nell 'ambito delle ambasciate estere a Roma bene sintetizzata da due rapporti diplomatici dei primi di settembre. L' incaricato d'affari inglese, Kennard, non usò perifrasi: «(...) Memre l' Italia è stimata una grande Potenza, il suo governo attualmente è di una natura piuttosto anormale. È controllato in senso assol uto da un uomo che, memrc gode della piena rid ucia del paese, 110 11 ha esperienza dell'ane di governo cd è inOucnzato da un misto di megalomania e di eccessivo patriottismo che rende molto più pericoloso tranare con lui che con uno 5tatista di grande abilità o con un dittatore di una rcpl ubblica sudamelicana (...). Se egli in qualunque modo si souomettcssc a qualche proced ura interpretabile come umiliante potrebbe cadere. e l'intero edificio fascista po1rebbe rovinare come un castello di cane. Egli fari) perciò ogni sforzo possibile incurante di scru poli o prudenza pc.:r cominuare ad olt ranza sulla via in cui sì è irrevocabilmente posto. Perciò se la Lega delle Nazioni insiste sulle più decise misure penso che Mus.~olini sia capace di ogni sconsidcrazione cd awemata azione che potrebbe persi no trascinare in guerra l'Europa (.. .). È per questa ragione che io suggerii di ado11are qualche formula che districasse Mussolini dalla sua presente situazione (. .. ). (... l si potrebbe gi udicare preferibile dare il colpo di grazia al ca ne idrofobo senza indugio. rna non si dovrebbe dimenticare che se Mussolini cadesse. non sarebbe semplicemente sostituito da qualche allro primo ministro come Giolitti. ma cventualmcme ne risulterebbe un periodo di anarchia che sarebbe seguito da una dittat ura militare o da qualche altra peggiore forma di governo» '.

' A vicenda conclusa. dopo un anemo esame dei faui, il ministro della Ma,ina. Thaon di Revel, ri levò l'errata condoua dell' opcràzione (Thaon di Revel all'ammi raglio So Ieri in data 30.9. I923.

ibidem, 11. doc. 414).

' In un primo momento. secondo Guariglia. Mussolini «nutrì indubbiamente la folle sperm12a di poter~i impossessare dell'isola». ma ben presto si persuase che giammai la Gran Bretagna avrebbe consentito un passo del genere ed allora rinunziò all'idea ( RAFFAELE GUARIGI.IA, Ricordi

1922-1946: Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1950. p. 29). ' PI ETRO QUARONI, L'Jtc,iia dal 1914 al 1945 in «Nuove Questioni storiche contemporanee», Il. :'vlarlora1i, Milano 1986. p'?. • G. RUMI. Alle origini della po/irica esrera faw:islll cit.. doc. 20 in da1a 6.9. 1923.


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L' incaricato cli affari tedesco, von P rittwitz, allargò le prospettive. A suo giudizio nulla poteva essere più utile a Mussolini dell'incidente: «( ...) Giunse l'atteso rifiuto all' inaccetcahile ultimarum e l'occupazione di Co rfù svelò J'in1.enzione italiana di impad ronirsi di un pegno per riscatcare il quale la Grecia doveva essere pronta a fare dei sacrifici e che nel contempo era adatto a sostituire il punto di appoggio perso a Valona ( ... ). Non v'è alcun dubbio che questa occupazione sia direlta in prima linea contro la Jugos lavia, la rivale nell 'Adriatico. Si dà per sicuro un conflitto armato con questo Stato per il futuro( ...)».

Comunque von Prittwitz riconosceva che con ogni probabilità l'Italia non desiderava portare la situazione agli estremi e, dopo aver ricevuto soddisfazione, s i sarebbe ritirata eia Corfù «senza sbattere la testa al muro» 1 • Mussolini sostenne la non competenza di Ginevra in quanto non si trattava di un atto di guena e la Francia e la Gran Bretagna - probabilmente appunto per la sensazione di trovarsi di fronte un uomo politico anomalo, le cui reazioni era assai difficile prevedere" - consentirono che iÌ Consiglio della Società deferisse l'esame della questione ed il compito cli stabilire le sanzioni alla Conferenza degli ambasciatori >, quale mandante della missione Tellini. La Grecia accettò le decisioni della Conferenza, presentò le scuse e l' indennizzo richiesto e la Gran Bretagna sollecitò lo sgombero di Corfù. Mussolini non sollevò obiezioni ed il 27 settembre le truppe italiane lasciarono l' isola. Su quello che era s tato un vero e proprio colpo di testa di Mussolini non a torto Salandra, che quale capo delegazione italiana alla Società delle Nazioni aveva seguito da vicino gli eventi, scrisse che «il prestigio del nome italiano si accrebbe, come sempre si accresce per un atto di forza compiuto sia pure in difformità delle nuove norme, tutt'altro che certe e sicure, del diritto internazionale» 4 • E la Jugoslavia, che avvertì la implicita intimidazione, si mostrò meno riluttante ad accettare la secca richiesta italiana di annettere Fiume. Indiscutibilmente cominciarono ad arrivare a Roma espressioni di simpatia pei· il governo fascista e per Mussolini. L' affare di Corfù ebbe conseguenze. La Società delle Nazioni, già poco nelle simpatie dell'opinione pubblica italiana, diventò ancor più invisa agli occhi di Mussolini. Questi fu tentato - lo aveva minacciato sin dall'inizio della vicenda - di lasciare la Società, venne dissuaso dal proposito ma serbò un ricordo contrastante dell'episodio. Mentre an ni dopo ebbe a dichiarare che si era trattato della «più bella pagina della sua attività di politica estera in quei primi

'Ibidem, doc. 22 in data 7.9.1923. R. G UARIGLIA, Ricordi CÌl .• p. 30. Cfr. ErrORE ANCHIERI, L'affare Cmjiì alla luce dei documeJUi diplomatici italiani in «Il Politico», 1955. 1

' La Conferenza degli ambasciatori era subentrata il 26 gennaio 1920 al Consiglio Supremo della Conferenza della Pace, abolito il 22 gennaio. ' A NTONIO SALANDRA, ,'vfemorie politiche 1916-/ 925, Garzanti, Milano 1951. p. 119.


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anni del suo governo» 1, il I Oagosto 1940 confiderà a Ciano di star meditando «un gesto di forza, anche perché dal 1923 ha un conto in sospeso ed i greci si illudono se pensano ch'egli abbia dato un colpo di spugna» 2.

* * * L'impostazione della politica estera mussoliniana può dunque rinvenirsi nella formula del «niente per niente», abbondantemente ripetuta dopo le formazione del governo e ben recepita dal mondo diplomatico estero, e del «revisionismo», quale soddisfazione di promesse non rispettate o aspirazioni nazionali di lunga data. Ovviamente non era neppur pensa bi le che l'lralia potesse, da sola e nelle condizioni in cui si trovava, assumere iniziative di concreta aggressività (a meno di far poi marcia indietro come a Corfù). Però poteva approfit1are degli inevitabili attriti fra le mggiori Potenze o di qualche crisi locale e perciò le conveniva non prendere impegni troppo vincolativi. li ragionamento partiva dalla non difficile previsione che una Germania, con il suo potenziale umano ed industriale, avrebbe presto riacquistato un posto import.ante in E uropa. L'occasione poteva coincidere con la fine dell'occupazione della Ruhr, stabilita per il 1935, o derivare dalla reazione tedesca al Diktat d i Versailles, con l'accusa di essere responsabile della guerra e le esagerate pretese di riparazioni e di disarmo. ln sostanza, il risveglio del nazionalismo tedesco era più o meno scontato, il desiderio di rivincita ovvio ed una conseguente crisi nei rapporti internazionali europei più che probabile. Stando così le cose, le Grandi Potenze occidentali avevano ogni interesse a riguadagnare tempestivamente la collaborazione deH'ltalia - che, dopo tutto, al momento era la seconda Potenza continentale - e per ottenerla c'era solo un mezzo: andare incontro alle sue giuste rivendicazioni. A dire il vero, la Francia cominciò subito col non m ostrare eccessiva riconoscenza ali 'Italia per l'appoggio ricev uto nel gennaio 1923 in occasione del!' occupazione della Ruhr; infatti il suo atteggiamento a propositO di Corfù risultò assai tiepido nei nostri confronti. Invece la Gran Bretagna, che pure aveva sostenuto la Grecia e che secondo insistenti voci di stampa avrebbe messo la flotta a disposizione della Società delle Nazi on i, cercò nel 1924 un riavvicinamento. Non certo per una particolare simpatia, bensì per esigenze proprie. Era impegnatissima contro l'Unione Sovietica e vedeva nel fascismo l'eleme nto, nella penisola, che aveva impedito al bolscevismo di conquistare con la forza il potere nell ' immediato dopoguerra. Inoltre giudicava tendenzialmente preoccupante il predominio politico-militare che la Francia stava stabilendo in Europa, e tale valutazione la induceva a considerare con favore ·l'intesa ·con l'Italia per un verso e la ripresa economica della Germania per un altro.

1

R.

GUARIGLIA,

Ricordi cii., p. 3 I. Diario /937-1943. Rizzoli. Mi lano 1980, p. 457.

'GALEAZZO CIANO,


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L'appuntamento internazionale successivo fu cost1tm to dal patto di Locarno. Le trattative, basate su una stretta collaborazione fra Gran Bretagna, Francia e Gennania, non consentirono alla nostra diplomazia una parte di primo piano, anzi il loro profilo fu tale che con molta reticenza Mussolini si adattò a firmare il trattato. Il documento, in pratica, definiva due diversi tipi di frontiere: quella del Reno, garantita dal trattato di Versailles e, appunto, dal patto di Locarno (per impegno di Gran Bretagna ed Italia), e quella del Brennero, garantita soltanto dal trattato di Versailles. Quindi l'Italia si sarebbe impegnata ad assicurare i confini di Francia e Belgio senza un corrispettivo per il proprio. La tutela della frontiera del. Brennero significava principalmente l'attenzione di Gran Bretagna e Francia per l'indipendenza austriaca: mancando una concreta indicazione contro velleità tedesche, l' Italia sentiva allentarsi la comunione di interessi con le due Potenze. È vero che la Francia aveva offerto una sua, particolare, garanzia per il Brennero e per le frontiere dell'Austria, ma proprio simile prospettiva di disporre della sola protezione francese assumeva l'apetto di una sconfitta diplomatica e comportava una perdita di prestigio. Mussolini chiarì il motivo dell'accettazione dell'accordo nella dichiarazione fatta al Senato il 28 maggio 1926: «Intanto ci saremmo estraneati da un patto fondamentale, che impegna le nazioni potenti d' E uropa. In secondo luogo, avremmo perduto l'occasione di metterci, in una circostanza memorabile, sullo stesso piano dell' impero inglese. Questo è molto importante e giustamente è stato detto che è sufficiente per giustificare un moto legittimo di orgoglio nazionale» 1• In realtà Mussolini fu indotto a firmare il patto dalle insistenze di Contarini, che appoggiò il ragionamento di Scialoja, succeduto a Salandra alla Società delle Nazioni, e dalla spiegazione di Chamberlain. Il primo avvisò che, date le circostanze, qualora non si voglia iniziare una politica estera cli raccoglimento e di isolamento, sia per noi più vantaggioso aderire al patto che restarne fuori» 2 • Dal canto suo, Chmnberlain fece conoscere un suo persuasivo retroscena. La Gran Bretagna era convinta che l'Unione Sovietica, sia per l'attività ciel Komintern sia per l'azione perturbatrice spiegata ovunque, ma specialmente nell'Europa centrale e nel Vìcino Oriente, costituisse «un serio reale pe1icolo per la tranquillità interna dei diversi paesi e per la pace mondiale». Perciò lo scopo vero del patto di sicurezza era quello di «rinsaldare i vincoli fra gli alleati, far rientrare la Germania nel concerto europeo, isolare la Russia, oppure obbligarla - pel timore ciel suo isolamento - ad entrare a far parte della Società delle Nazioni» ·i.

* * * ' B. MUSSOLINI, Opera omnia cit., XXII, pp. 385-386. 'Scialoja a Mussolini in data 28.9.1925, ODI, serie 9", IV, doc. 132. 'Della Torretta a Mussolini in data 26.8.1925, ibidem, IV, doc. I 10.


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La questione adriatica era un altro problema tuttora aperto. Se in Italia la vena nazionalista prese il sopravvento sulla tendenza a cercare un accomodamento con il nuovo regno S.H.S. , è altresì innegabi le che in Jugoslavia il naz ionalismo era altrettanto spinto e la rivalità con l'Italia spiccatissima sin dall'inizio della guerra mondiale. Tra l'altro, anche la specifica situazione albanese costituiva motivo di frizione e non di poco conto. Il 27 novembre 1926 Mussolini, che con qualche esitazione aveva riconosciuto il governo di Ahrned Zogu in Albania 1, concluse a Tirana un patto di amicizia e sicurezza sul mantenimento dello status quo in A lbania, che di fatto poneva la politica estera di quel paese alle dipendenze dell 'Italia. L'accordo, per giunta preceduto il 16 settembre da un patto di amicizia italo-rumeno, suscitò inquietudini a Belgrado ed a Parigi. Era chiaro, ed abbastanza naturale, il desiderio jugoslavo di estendere la propria influenza sull' Albania per controllare il basso Adriantico; così come era plausibile la mira italiana di organizzare in Albania una base da utilizzare nell'eventualità di un conflitto con la Jugoslavia. Inevitabile, perciò, la co ncatenazione degli eventi: al patto di Tirana fece da contraltare un atto di amicizia franco-jugoslavo ( 11 novembre 1927); questo provocò subito un secondo patto italo-albanese (22 novembre 1927) di alleanza difensiva che prevedeva una cooperazione militare; le iniziative militari italiane in Albania aumentarono l' ostilità jugoslava; Ahmed Zogu, per suo conto, replicò proclamandosi re degij albanesi (I O settembre J928) con l'appoggio italiano 2• Poiché la Jugoslavia 3 faceva parte della Piccola Intesa, l'attrito fra Roma e Belgrado coinvolse l'alleanza danubiana. E dietro quest ' ultima c 'era la Francia. Allora Mussolini si rivolse alla Gran Bretagna e conservò verso la Francia un ' acredine particolare, probabilmente, secondo un paragone fatto dal Quaron i, assai simile ad un «dispetto amoroso» J. L o stesso Quaroni ha osservato che, esaminata la situazione sotto ogni angolazione, è dubbio che sia stata buona politica per l' Italia assumere una posizione di deciso antagonismo con la Francia. Questa, d' altra parte, non poteva ignorare che l'Italia avrebbe considerato con malumore e diffidenza la volontà francese di predominio nell'area danubiana, escludendo ne qualsiasi presenza italiana, e mal sopportato il fatto che la Piccola Intesa rappresentava l' utile alleato orientale della Francia non soltanto contro la prevedibile resurrezione aggressiva della Germania, ma anche contro possibili iniziative italiane.

' P. PASTORELLI, Italia e Albania /924 -1 927. Origini dip/omariche del trurwro di Tiranll del 22 novembre 1927 in «Rivista Studi di Politica Internazionale», Firenze 1967. 'GIAMPIERO CAROCCl. /..a po/irica esrera dell'Italia fascista (1925-1928), Laterza, Bari 1969. pp. 94-100. ' Fu nell'ottobre 1929 che Alessandro I Karadjordjcvié, dopo aver instaurato un regime autoritario, modificò il nome dello Stato al fine di agevolare l'amalgama delle tre componenti etniche. li ,,Regno dei Serbi , Croati e Sloveni» di venne «Regno di Jugoslavia». • P. QUARONI. L'lra/ia dal 1914 al 1943 cii .. p. 215.


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A parte le favorevoli ripercussioni in campo interno, in effetti poco o nulla l'Ital ia poteva conseguire senza l'amicizia o il consenso della Gran Bretagna e della Francia, sia ai fini di un inserimento di adeguata valenza nella realtà europea, sia soprattutto per la soluzione del «sospeso coloniale» del Patto di Londra. Con la prima non fu difficile raggiungere un rapporto amichevole, vista la sua richiesta di un eventuale appoggio militare ital iano per ottenere dalla Turchia l'attribuzione all' Iraq, e indirettamente alla Gran Bretagna, del bacino petrolifero di Mossul. Non è chiaro fino a che punto ed in quali termini la questione sia stata studiata, comu nque è assodato che il governo di Londra riservò un benevolo atteggiamento alle intese stabilite dal governo fascista fra il 1927 ed il 1929 con l'Albania per il consolidamento di re Zog e per la sistemazione degli interessi italiani in quella regione. Con la Francia, invece, prese vigore la <<tendenza a costringere Parigi ad un accordo, cercando di mettere in difficoltà il suo sistema di egemon ia europea e di rendere l'Italia indispensabile alla sua sicurezza, favorendo prima il revisionismo ungherese, poi quello tedesco» 1• Questo atteggiamento, in pa11icolare dopo il trattato di Locarno, generò una serie di aspre polemiche fra Parigi e Roma, la cui responsabilità, a dire il vero, spesso risalì in buona misura a Roma 2 • Però Mussolini fu attentissimo ad evitare che la tensione conducesse ad una vera rottura di rapporti , e per converso a cogliere le possibilità d i un riavvicinamento. Il fatto è che, per paradossale che possa sembrare, egli «faceva una politica antifrancese per giungere ad un accordo con la Francia» 3. Tirando le somme, sino alla fi ne degli an ni Venti la politica estera. di Mussolini fu concepita essenzialmente ai fini interni, per ricavarne elementi di consolidamento del regime. In tale ambito le linee d'azione si dipanarono nel fi lone di una politica di sicurezza in Europa ed accennarono ad una politica di espansione nel Mediterraneo 01ientale ed in Africa. I risult.ati furono obiettivamente modesti e, soprattutto, Mussolini non riuscì nel s uo intento di collocarsi in posizione autonoma nei grandi problemi internazionali sul tappeto.

* * * Il 12 settembre 1929, nel quadro di un vasto rimaneggiamento governativo, a Dino Grandi fu affidato il ministero degli Esteri. Sino allora Mussolini aveva guidato l'Italia in campo internazionale con una visione limitata alla cura

' R. DÈ FELICE, Musso-lini il duce, cit., I. p. 365. 'Dopo Locarno Mussolini cercò invano di condurre in porto la stipulazione di un patto di sicu rezza danubiano -balcanico, per il quale si mostrò disposto a smorzare il suo atteggiamenco antij ugoslavo, con un chiaro carattere antitcdesco ed antifrancese (G. CAROCCJ, La po/irica estera dell'ltalia(ascista cit., cap. lX). ·' R. DE FELICE, M11ssoli11.i il duce, cit., I, p. 358.


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degli stretti interessi italiani. Adesso gl i avvenimenti mondiali, più che europei, stavano provocando molti problemi di grossa portata d a affrontare nelle nuove conferenze delle riparazioni e del disarmo, che non potevano più esser guardate secondo un' ouica limitata ed unilaterale. «Per la prima volta - ha scritto Di Nolfo - Mussolini ed il fascismo si trovavano di fronte a problemi che implicavano quella visione cornplesssiva ed organica della politica internazionale che Mussolini non era riuscito a formulare negli anni in cui aveva tenuto il ministero degli Esteri» 1• li giudizio sulla politica estera fascista degli anni Trenta riflette due opposte convinzioni: la sostanziale continuità della fondamentale importanza attribuita da Mussolini alla politica interna, secondo il modo di vedere salveminiano, oppure la persistenza di un'impostazione imperialistica, secondo il punto di vista rigidamente marxista 2• In realtà, premesso che l'indirizzo della politica estera di una Potenza - derivato in gran parte dalla sua collocazione geo-strategica - tende a non subire grandi varianti nella sua storia, è facile riscontrare come le linee di sviluppo delle ambizioni italiane si ricollegassero a quelle dell'Italia liberale. Ma, oltre a ciò, indubbiamente le due contrastanti caratteristiche divennero coesistenti 3• Il realismo-opportunismo della interpretazione salveminiana era determinato dall 'obiettiva debolezza dell'Italia come Potenza, nonché dalle molteplici direttrici di espansione: il Mar Rosso, con l'Etiopia e lo Yemen; l'Egitto ed il Levante; Malta ed il bacino orientale del Mediterraneo; 1'Albania e l'area danubiana. L' imperialismo dell' interpretazione marxista era indubbio, anche se controllato dall 'evidente proposito di evitare spunti di conflitti europei per ricercare successi locali in nome del noto revisionismo. «Questa duplice nota costante ha rilevato la Quartararo - costiruì la logica interna e l'intima coerenza della politica estera mussoliniana» 4. Ed il duplice interesse, europeo e mediterraneo- colon iale, subì variazioni in dipendenza delle scelte politiche della Gran Bretagna. indispensabile punto di riferimento. Essa «(...) era la sola Potenza - ha scriuo Guariglia - che poteva prestarci efficace aiuto nella nostra politica coloniale, se avessimo beninteso condouo tale politica in armonia con la si1.uazione europea e senza inutili scosse per il nostro paese. In Africa, co me in Europa, non era concepibile per l'Italia non dico essere contro, ma neanche al di fuori della politica britannica, il che non implicava però che il nostro contegno avrebbe dovuto essere completamente passivo e del tutto supino

1 E. D1 NOL.FO, Mussolini e la politica estera illllitma cit., p. 252. ' AA.VV., L'Italia fra Tedeschi ed Alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, Il Mulino. Bologna 1973, presentazione di R. De Felice, pp. 5-6. ' ROSARIA QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino. La politica estera fascista dal 1930 al 1940, Bonacci, Roma 1980, pp. 32-35. ' Ibidem. Il riflesso della politica estera di Mussolini in quel periodo è ben avvertibile negli studi di carattere operativo compi uti dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, esaurientemente esaminati da FORTUNATO Mti-.i-.m, Fino alla guerra. Strategia e cmiflitti nella politica di potenza di Mussolini, 1922 1940, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000, pp. 64-81.


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ai voleri di Londra. Ho sempre pensai.o che una femia e saggia volontà italiana a,•rebbe potuto raggiungere seri risultali anche affrontando nocevoli diflicoltà col governo britann ico, a pauo soltanto di rispeuare certi interessi britannici fondamentali. di cui occorreva ben comprendere i limiti e la por1ata» '.

Sempre secondo la Quartararo, la differenza nella buona armonia angloitaliana, rispetto al passato, risiedeva nel fatto che l'Italia liberale era stata in certo modo sotto l'ala d ella Gran Bretagna, mentre l' Italia fascista intendeva porsi sullo stesso piano. In tal modo la collaborazio ne italiana presupponeva una contropartita mediterranea (do ut des). La Germania nazionalsocialista, nel1' ottica mussoliniana, rientrava in una politica alternativa, da attuare qualora la piena intesa con la Gran Bretagna avesse trovato un forte intoppo 1. Beninteso, non che Mussolini 1itenesse Grandi più abile o che intendesse dargli carta bianca. Mo lto semplicemente, all'indoman i della Conciliazione con il Vaticano e del Plebiscito, c he avevano stabilizzato il regime, aveva deciso di li berarsi dei troppi dicasteri tenuti ad interim a favore d i una più concentrata superiore azione di governo 3. D'altronde, in quel delicato momento la prevista intensa attività diplomatica esigeva un ministro in grado di seguirla con conti nuità anche all'estero. Grandi, che da sottosegretario si era fatto apprezzare dalla «carriera» e c he come fascista aveva un nome, pareva l' uomo adatto. La sua nomina avrebbe consentito a Mussolini di lasciare a Grandi la responsabilità dell'adeguamento della politica estera fascista riservandosi, secondo i risultati, di farlo proprio o di respingerlo oppure di usare due linguaggi: uno per l'estero, attraverso Grandi, e l'altro ad uso interno, in prima persona•. Pur senza voler assumere un atteggiamento frondista, Grand i s i mosse co n idee molto precise sull'indirizzo da imprimere alla politica estera italiana e principalmente su l «tono» da prendere. L' interesse nazionale non poteva esser visto nell 'ottica di un'ideologia di partito. In altri termini, la politica estera del l'llalia doveva evitare mire velleitarie ed estremismi che avrebbero forni to per isolare il Paese. Per portare l'Italia sullo stesso piano di assoluta parità con la Gran Bretagna e la Francia, e per raggiungere l'obiettivo di un impero coloniale, occorreva usare con esse g li strumenti del la diplomazia, non esistendo le condizioni per reclamare con la forza i diritti non riconosciuti. Nel discorso tenuto il 2 ottobre 1930 a l Gran Consiglio del Fascismo Grandi spiegò, appunto, come intendeva sviluppare la politica dell'interesse nazionale:

' R. G UARIGLIA. Ricordi cit., p.4:'i. ' R. QUARTARARO, Roma fm Londm e Berlino cit., p. 35. 'Con1emporaneamente Mussoli ni «promosse» alc ri sottosegretari. Così «cedette» la Guerra al generale Gau .era, la Marina all'ammiraglio Sirianni, l'Aeronautica al generale Balbo, le Corporazioni a Bottai. • R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 367-369.


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«(...) La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, miliiarmcme ed cconomicamemc, da potersi considerare come una nazione pro1ago11i.w.1 della vica europea (...). Ma la Nazione italiana è già tu ttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso de1er111ùu1111e alla vittoria dell'uno o dell'ahro dei protagonisti del dramma europeo(...) a condizione. beninceso. che l'lrn lia rimanga libera di scegliere il propri o posto in caso di conflitto a ~econda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vicali imeressi nazionali. Noi siamo conc ro le alleanze mi licari. perché esse rappresentano, come la storia dimostra. il piÌI grave pe1i colo per la pace: esse non rappresenta no, infaui. se non l'opposto schieramento di forze armate nell'imminenza dell'urto dcfinicivo ed inevitabile(...). L'equili brio europeo. quale noi lo concepiamo nel nostro interesse nazionale e nell'interesse di tuc ti gli S1ati grandi e piccoli dell' Europa, è proprio quello stesso equilibrio proclamato dal Pauo della S0cie1à delle Nazio11i. il quale condanna le alleanze considerandole un pericolo per la pace e proclama l'eguaglianza di diritti e di doveri di wni gli Sca1.i in se no alla comuni1à in ternazionale (...). Questa posizione di libertà imema:imwle. gelosamente sino ad oggi custodita, è la nostrn donrina di Monroe, è la nosira posizione trad izionale e i11111ia11e111e, quella sabauda del piccolo Picmonlc e quella del Regno d' ftalia (...)» '.

In merito alla Società delle Nazioni, Grand i non esita a d ichiarare che la politica di pace svolta s ino allora dalÌ'Italia «si è svolta sempre, da parte nostra, fuori e sovente cont,v la Società delle Nazioni», il che, se poteva essere compre nsibile in te rmini di confronto di ideologie d~verse, non lo era per quanto attineva la nostra azione in campo internazionale 2• Meritano un cenno i contrasti tra Italia e Francia . Per quanto l'accordo navale italo-franco-britannico stipulato il 1° marzo 193 1 dopo discussio ni e tensioni italo-francesi, avesse liminato «la più delicata, se non la più importante, delle ragioni d ' attrito fra Roma e Parig i»3, le dispute ri masero a causa di una d iversa interpretazio ne del documento da parte francese. Peggio ancora; nel successivo maggio il gen. Gazzera, ministro della Gue rra, in formò Mussolini che negli ambienti militari d 'oltralpe stava «prendendo sempre più piede la convinzione che occorra muoverci guerra preventiva, senza darci tempo di erepararci ulterionnente. Se la conferenza del disarmo approdasse a risultati, bene; se no, muovere guerra ali 'Italia nel 1933». Naturalmente una guerra con la F rancia significava «in un primo tempo guerra con la Jugoslavia»·. A prescinde re dal fatto che gli ambienti politici francesi non sembravano affatto inclini ad accettare l'orientamento dei militari, il risultato fu che Mussolini ordi nò d ' impulso a Gazzera di organizzare grandi manovra nell'Astig iano, per poi attaccare d i sorpresa la Francia. Dimostratogli il sicuro insuccesso del tentativo

1

D. Grv..,u1, Lapo/i1ica es1era de/l'Italia dal l929al 1932, I. Bonacci. Roma 1985. pp. 318-319.

' Ibidem, p. 3 1O. ' D. G RANDI, I.li politica estera dell'Italia dal 1929 e// 1932 ci t.• I, p. 356. 'SERGIO PELAGALU. Il generale Pieiro Gau.era al mi11istero della Guerra (1928-1933) in «Storia con1emporanea» 1989. n. 6, p. 1043- 1044, n. 139.


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di sbocccare nella valle del Rodano ed ammonito da Badoglio circa la gravità eccezionale della situazione in cui l'Italia sarebbe venuta a trovarsi 1, Mussolini lasciò cadere l'idea senza darvi più peso 1• Tn sostanza, durante la serie di difficili e complessi avvenimenti europei del 1931 -32, non si può dire che la nostra politica estera abbia trovato modo di spiccare, a prescindere dal chiarissimo inten to di ostacolare la Franc ia. Per di più la Conferenza di Losanna ( I 6 giugno-7 luglio 1932) sul le ripara1.ioni di guerra si c hiuse con una secca delusione per l'Itali a. Un' am pia relazione inviata a Mussolini dall 'incaricato d'affari a Londra, Vitettti, verso la metà di luglio mise in evidenza g li aspetti negativi che la nuova situazione creé'lva per la posizione italiana. Anzitutto la Germania, libera dall'onere delle riparazioni. poteva adesso concentrarsi con ogni tranquillità sul raggiungimento di due obicltivi - la parità dei diritti nel campo degli armamenti e l'assorbimento politico ed economico del! ' Austria - in evidente contrasto con i nostri interessi. Poi l'inatteso <<patto di fiducia}) franco-britannico, reso noto il 14 luglio, il quale indicava come la Gran Bretagna avesse riconosciuto la convenienza procedurale di un accordo preliminare con la Francia per la risoluzione dei problemi europei. Di conseguenza, i nostri rapporti con le Grandi Potenze venivano tutti modificati in peggio, perchè il concorso italiano risultava assai meno importante. La Ge rmania, conseguito il suo più importante successo, sj trovava adesso in condizioni di condurre una politi ca estera indipendente; la F rancia. rimosso il punto di attrito con la Gran Bretagna, cioè la spinosa questione delle riparazioni , aveva subito colt(> l'occasione per stringere un' intesa con essa; la Gran Bretagna non sentiva più il bisogno della collaborazione italiana per la soluzione del problema tedesco perché ormai definito. Anche se il «patto cli fid ucia» anglo-francese non era da considerarsi un'alleanza né indicava l'abbandono del sistema dell'equidistanza sancito nel trattato di Locarno, costituiva comunque indubbio sintomo di un probabile nuovo indirizzo della politica estera britannica, influenzato dai primi segni di rinascita politica tedesca, benché di difficile valutazione. Per quanto concerneva in modo specifico l'Italia, si imponevano due considerazioni strettamente collegate: ad un aumenco della potenza tedesca avrebbe corrisposto un rafforzament0 dei rapporti fra Parigi e Londra, e il progressivo rafforzamento in questione avrebbe alu-ettanto progressivamente limitato la liberta d'azione italiana nei confronti della Francia.

I

ANTONELLO BIAGINI e ALESSAJ'ì>RO GIONFRIDA,

U} Stato Maggiore Generale tra le due

guerre, USSME, Roma 1997, doc. 25, p. 240. 'EM1uo FALDF.LLA, L'Italia 11ella seconda guerra 111mulia/e, Cappelli. Bologna 1959. p. 16.


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«Il giorno infatti - proseguiva la relazione Yiteni - che la German ia(... ) ri apparirà in Europa nell'impeLO della sua grandezza violema e della sua irrefrenabile aggressività, allora si risvcgliedì anche in Inghilterra il senso, ora allutito, del peri colo tedesco, e come la Germania tenterà di scuotere l' edi ficio dell'Europa, l'lnghi ltc1Ta fatalmcnle si stringerà all'u ni ca forza veramcme conservatrice che resti s ul Contineme, e cioè alla Francia. Q uel giorno noi stessi - minacciati come saremo dalla potenza tedesca. che premerà sulle nostre Alpi e dal rinnovamenro dell a cooperazione franco-bri tannica che premerà sul Mediterraneo - non avremo scelta, e o ci dovremo legare de finitivamente a lla Germania, o il nostro riavvici namento alla Francia avverrà allora in condizioni di necessità e di svantaggio. che ci priveranno di ogni vera facoltà di negoziare».

Occorreva che il nostro riavvicinamento a Parigi severamente auspicato, avvenisse prima che la nuova Germania trasferisse «su11a Manica e sulle Alpi le condizioni essenziali nelle quali il problema attualmente si pone». Naturalmente, veniva di conseguenza una modifica dei nostri rapporti con la Piccola Intesa, senza peraltro abbandonare Austria ed Ungheria. In definitiva, «messi tra il pericolo dell'A11schluss ed il pericolo del Patto di fiducia», noi dovevamo rivedere radicalmente la nostra politica estera «prima che la Germania Imperiale ci for.li su posizioni di necessità», su cui l' Italia sarebbe stata costretta a sacrificare le sue esigenze coloniali - il vero problema italiano- alle più urgenti motivazion i di sicurezza europea 1• La relazione Yitetti costituiva una seria critica alla politica seguita da Grandi . Non riconosceva validità alla teoria del peso determinante e, accettando l'egemonia francese in Europa, affidava le aspirazioni colòniali italiane ad un accordo bilaterale, che metteva da parte i diritti riconosciutici dal Patto di Londra e per di più doveva svolgersi praticamente fuori , se non addirittura contro, la Società delle Nazioni . Il 21 luglio Mussolini riprese le redini degli Affari Esteri. All'ambasciatore Cantalupo confidò che «Grandi aveva sbagliato tuno. in tre anni tutto: si era lasc iato imprigionare dalla Società delle Nazioni. aveva pratjcato una politica pacifista e societaria, aveva faa o l' ultrademoeratico cd il superginevrino, aveva ponato l' itali a fuori dal binario rigido di una politica egoistica e realistica, aveva compromesso alcune ambizion i della nuova generazione, era 'andato a leno con r Inghilterra e con la Francia, e siccome i maschi erano quelli, l'Italia era rimasta gravida di disarmo'. e la nostra politica estera era priva di libenà d'azione. Eravamo abbandonati su un binario mono dal quale era necessario che lui, Mussolini , ci tirasse fuori. Avrebbe avuco bisogno di qualche anno pe r rimediare alla 'deleteria e democratica attività' di Grandi, ma ci sarebbe riuscito. Intanto l'Europa era inquieta ed agitata, egli non intravvedeva affatto un prossimo futuro pacifico, 'forse la guerra andava preparandosi spontanea mente' e intorno al 1940 si sarebbe determinata per l' Italia ·J'ora cru ciale'(... ). E l' ilalia sarebbe rimasta neutrale? Sarebbe imervenuta? ( ... }» '.

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' Relazione sulla politica estera italiana inviata a Roma da Leonardo VitellÌ, datata 10-11 luglio 1932, in R. DE FELICI,, Mussolini il duce cit., I, pp. 395-402 e app. 5, pp. 838-849. 'ROBERTO CANTALlJPO,

Fu la Spagna. Ambasciata presso Franco, febbraio -aprile /937,

Mondadori, Milano 1948, pp. 42-43.


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In realtà, il motivo di fondo dell'allontanamento di Grandi, destinato all'ambasciata di Londra, era da vedersi nella situazione europea alla metà ciel 1932. Mussolini dava per scontato l'arrivo al potere del nazionalsocialismo, il che non gli era sgradito ma reputava foriero, alla lunga, di una guerra europea. Perciò, senza modificare in modo sostanziale la linea di condotta seguita da Grandi, concepì i seguenti punti fermi: equidistanza da Francia e Germania, sì da trane ogni vantaggio possibile con l'appoggiare l' una o l'altra secondo le circostanze; intralcio all'intesa franco-britannica di Losanna per recuperare l'appoggio inglese, sfruttando il prevedibile peggioramentO del panorama generale provocato dall'intransigenza francese e la decisa opposizione britannica a lasciarsi coinvolgere nenie zuffe del continente; opposizione alla Francia per quanto riguardava i debiti di guerra; spiccato avvicinamento con Austria ed Ungheria a l duplice scopo di opporre una barriera alla pressione politico-economica tedesca nella regione danubiana e di ostacolare in qualunque modo le mire egemoniche francesi 1• Questo programma aveva, nelle intenzioni di Mussolini, un ben definito sbocco, che trovò espressione nel discorso di Torino del 23 ottobre 1932: una collaborazione delle Grandi Potenze occidentali per trovare una soluzione alla crisi europea, crisi di fronte alla quale la Società delle Nazioni, «oggi che essa è straordinariamente malata», si mostrava apertamente insufficiente. Dopo aver sottolineato che tale collaborazione doveva fondarsi sul riconoscimento della parità degli Stati vinti nel 19 18 e sulla revisione politica e materiale dei trattati di pace, nonché sul riconoscimento dei «nostri sacrosanti diritti, consacrati dal sangue di tante giovani generazioni italiane», Mussolini precisò con forza: «Non vogliamo egemonie in Europa. Noi saremo contro l'affermazione di qualsiasi egemonia, specialmente se essa vuole cristallizzare una posizione di latente ingiustizia» 2 . Insomma, era un riprendere lo schema di Locarno con un opportuno adattamento alle circostanze. Ed era anche un riprendere, in altra maniera, la proposta avanzata a Losanna da Gran Bretagna e Francia a Italia, Germania e Belgio (firmatarie del patto di Locarno) di un patto consultivo inteso a risolvere i problemi europei. Tuttavia mentre la proposta in questione era stata rifiutata nettamente da Mussolini nella consapevolezza che ogni discussione sarebbe rimasta fortemente influenzata dalla nuova stretta collaborazione fra Parigi e Londra, con una sensibile limitazione della politica estera fascista, adesso - ha commentatO Moscati - all'Italia, accanto alla Gran Bretagna nel «direttorio» delle quattro Potenze, sarebbe stata affidata «un'alta funzione equilibratrice e moderatrice, piena di onorabilità: quella di tenere a freno la Gennania accogliendone talune

'R. DE Fct.lCE, Mussolini il duce cit., I, pp. 412-4 13. '8. MUSSOLINI, Opera omnia cit., XXV, pp. 141- 144.


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istanze, mentre dal suo canto la Gran Bretagna avrebbe smussato le asperità francesi, contribuendo a migliorare i rapporti con l' Italia giunti ad un limite cli rottura ( ... ). In altre parole, nella ipotesi mussoliniana, in un direttorio a quattro, a lternativo o quanto meno correttivo della Società delle Nazioni, l'Italia, come Stato equilibratore, avrebbe dovuto frenare la Germania nel settore danubiano-balcanico, ma nello stesso tempo erigersene a rappresentante per mediarne le esigenze nel campo della parità giuridica internazionale. Spettava al i'Inghilterra avviare con la Francia un discorso costruttivo circa i problemi irresoluti con J'Italia» 1• Due giorni dopo il discorso di Torino, Mussolini parlò in piazza del Duomo a Milano affer mando che: «Fra dieci anni, lo si può dire senza fare i profeti, l'E uropa sarà modificata. Si sono commessi delle ingiustizie, anche contro di noi, soprattutto contro di noi ( ...). Tra un decennio l'Europa sarà fascista o fascistizzata!» 2 . Era un discorso chiaramente ad uso interno, però quanto meno poneva in tutta evidenza una non tranquillizzante autoesaltazione. TI 4 marzo 1933 Mussolini terminò lo schema ciel «Patto politico di intesa e di collaborazione fra le quattro Potenze occidentali». Prevedeva la costituzione, appunto, di un «direttorio» ed indicava il mantenimento della pace secondo i principi del patto Briand-Kellog com.e scopo da raggiungere. In tale quadro, delineava una politica revisionista da svolgersi nell ' ambito della Società delle Nazioni, ma ovviamente definita dalla collaborazione tra Je quattro Potenze. Credeva veramente, Mussolini, neJla formula proposta? «Se si vuole impressionare la democrazia - aveva detto un paio di mesi prima ad Aloisi, suo capo di GabinettO agli Esteri - si potrà trovare una formula per tenerla a bada, per esempio, se possibile, una consultazione reciproca fra le Grandi Potenze»'. Comunque, lo schema fu mostrc:1to per primo a Hitler (14 marzo) e da questi che teneva a mostrare la massima buona volontà, salvo poi ad agire con indipendenza - approvato con soddisfazione; poi al Premier britannico MacDonald ed al capo ciel Foreign Office Simon, in visita a Roma (18 marzo), che si affrettarono a porre in evidenza l'inopportunità di accennare alle questioni coloniali a causa delle reazioni dei governi detentori di mandati (fra cui, naturalmente, la Gran Bretagna), e formularono qualche altra proposta d i modifica•. Mussolini non sollevò obiezioni, rimandando ad altro momento le rivendicazioni italiane, e il 19 marzo venne redatto un testo italo-britannico, che tra

' RUGGERO MOSCATI, Dal Pa110 a Quaum all'Asse Roma-Berlùw

in «Clio», aprile-seuembre

1972, p. 16 I.

'B. MUSSOLINI, Opera omnia c it. , XXV, pp. 147 -1 48. ' POMPEO ALOISI, Journal (25 Juillet 1932-14 Juin /935), Paris 1957. ·• Cfr. R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit. , pp. 26-27.


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l'altro includeva l'obbligatorietà delle ratifiche con valore vincolante per l'entrata in vigore del patto. Una terza versione - eliminante il «direttorio>> e gli accenni alle revisioni - fu presentata il 1° apri le dal governo britannico, dopo aver raccolto ed armonizzato le osservazioni avanzate dalla Francia, il cui presidente del consiglio, Daladier, aveva dichiarato che il governo francese non avrebbe accettato alcuna ,muova Santa Alleanza( ...) ben peggiore di quella del secolo precedente», né consentito alcuna diminuzione dei diritti degli Stati minori (cioè Polonia e Piccola Intesa) '. Dopo laboriosissime discussioni, rese ancor più complesse dalle contemporanee sedute della Conferenza per il disarmo, il 15 luglio, a Palazzo Venezia Mussolini e gli ambasciatori de Jouvenel, Graham e Hassel firmarono il Patto a Quattro (paragrafato il 7 giugno). Era un documento fortemente influenzato dalle obiezioni francesi e perciò ridotto a generiche dichiarazioni di principio, senza possibilità di consentire decisioni concrete. Mussolini lo accettò e lo vantò, considerandolo preludio di impegni bilaterali e, in fondo, non aveva torto, posto che probabilmente quello che più gli stava a cuore era di mostrare all'Europa la sua volontà cli pace ed il desiderio che ai ' vinti' venisse riconosciuta la parità. Come è ovvio, pensava soprattutto alla Germania. Ad ogni modo, se Ia Francia continuò a dare al documento un'interpretazione insoddisfacente, Hitler addirittura lo reputò negativo, tanto che, come si è visto, iI I4 ottobre abbandonò la Conferenza del disarmo ed il 19 annunciò il ritiro della Germania dalla Società delle Nazioni 2, rendendo così inapplicabile il patto, date le sue connessioni con il Covenant societario. Iniziò da questo momento l'allontanamento d i Mussolini dalla Germania, pur continuando ad attribuirsi la parte del mediatore fra democrazie e nazionalsocialismo. Il punto cruciale era la questione austriaca, al cui riguardo - in risposta ad un quesito posto clall' Austria circa la dimostrata ingerenza tedesca negli affari interni austriaci - il 17 febbraio 1934 una dichiarazione anglo-francoitaliana era stata esplicita nell ' affermare che l' indipendenza austriaca rivestiva un vitale interesse per i tre Stati 3 •

' FULVIO D'AMOJA. Declino e prima crisi dell'Europa di Versailles, Giuffrè, Milano 1957, pp. 269-28 I). ' fl gestO di Hillcr fu motivaw dall ' isolamento in cui. nell'onobre 1933. era venuco a trovarsi la Germania in sede di Conferenza del disarmo, quando Francia e Gran Bretagna negarono la possibilità di un 1iarmo tedesco e l'Italia, in pratica, aveva fin iio per allinearsi ad esse. 1 ln realtà il Foreign Office riteneva che l' Austria indi pendente avesse già cessa10 di esistere e che rimanesse solo da scegliere fra un ' Austria fascista ed un'Austria nazista. E, tutto sommalo, quest' ultima possibilità sembrava preferibile perché avrebbe imposto all'Italia di stringersi alla Francia, rendendo irreversibile l'aniagonismo italo-1edesco (R. QlJARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cii., p. 76).


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Nell ' estate di quell'anno il contrasto fra Mussolini e Hitler si accentuò. Il 14 giugno a Strasburgo ed il giorno seguente a Venezia i due uomini si incontrarono. Hitler accu~ava il cancelliere austriaco Dollfuss di porsi contro le aspirazioni della maggior parte degli austriaci, a prescindere dal fatto che la Germania non mostrava alcuna intenzione di eliminare lo Stato austriaco. Perciò desiderava un nuovo cancelliere ed un nuovo governo comprendente elementi naziona lsocialisti e propose una stretta collaborazione italo-tedesca circa l'appoggio economico all'Austria, non più «protetta» dall 'Ital ia. Mussolini prese nota senza impegnarsi restando poco favorevolmente impressionato dal «furore di logica ali' infinito» del suo interlocutore 1 • Purtroppo la situazione interna austriaca andava deteriorandosi rapidamente. Dollfuss aveva sciolto il partito nazionalsocialista e lo Schutzbund (lega socialista) e stava dando un'impronta autoritaria al suo governo, però mal riusciva a controllare i disordini e l'offensiva «terroristica» nazista. Il 25 luglio i nazisti tentarono un Putsch per abbattere il governo e realizzare l' Anschluss. Il colpo di St.at.o fallì, ma nell'assalto alla Cancelleria Dollfuss venne assassinai.O. In tutti i paesi il Putsch sollevò la riprovazione massiccia dell'opinione pubblica; in Italia il moto antitedesco fu violentissimo. Mussolini, legato a Dollfuss anche da amicizia personale, reagì per primo con estrema durezza 2, condannando senza mezzi Ì:ermi ni i responsabili «diretti e lontani»'. Quindi, mise in allarme quattro divisioni• e, attraverso la stampa, dette risalto allo spostamento di reparti verso i valichi di confine: Brennero, Dobbiaco, Resia e Tarvisio. Il gesto, molto espressivo, venne apprezzato a Parigi ed a Londra, che però non nascosero perplessità. Londra si augurò che tutto tornasse presto nella normalità e ammise che le misure mil itari adottate avevano causato un certo nervosismo nell'opinione pubbfica britan nica. Comunque, il Foreign Office desiderò sottolineare due punti sui quali riteneva di trovarsi in sintonia con l'Italia, e cioè la fedeltà al

'R DE FEUCE, Mussolini il duce cit., I, pp. 494- 496. ' Nei confronti del nazismo Mussolini non nascose uno sprezzan1.e giudizio: «Trenta secoli di storia - disse il 6 settembre I 934 - ci permettono di guardare con sovrana pietà tal une dottrine di oltr' Alpe. sostenuto dalla progenie di genti che ignorava la scriltura, con la quale tramandare i documenti della propria vita nel tempo in cui Roma aveva Cesare. Vi rgi lio e Augusto» (B. MuSSOLINl, Opera omnia cit., XXVI, p. 319). l Ibidem, XXVI, p 422. 'Durante l'estate lo Stato Maggiore dell'esercito aggiornò le m.isure da prendere per fronteggiare la situazione austriaca. Il Piano K rnirnva ad aiutare l' Austria contro tentativi di sovvers ione interna di carattere nazista e prevedeva l' invio in Tirolo ed in Carin zia di 2 divisioni, seguite in secondo tempo da altre 4, inquadrate in un'am1a1a su due corpi d'armata . Il Piano 7A considerava l'i potesi del govemo Dollfuss travolto e dj un'Austria alleata alla Germania. In tale evenienw, era prevista (con scarsa convinzione) un'offensiva in forte su Monaco (AUSSME, r:ep. H6, Fon.do Comando Corpo di Stato Maggiore, racc. 6, Memoria riepi logativa della 2' sezione, ff. 28-34).


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principio dell ' indipenclenza del!' Austria e la necessità che le tre Potenze occidentali si mantenessero in stretto contatto ed agissero di concerto 1• Con tutto ciò, alla proposta di Mussolini che le tre Potenze dichiassero che qualunque interferenza tedesca nella situazione austriaca sarebbe stata considerata un casus belli, Simon si tirò indietro e comunicò ai Comuni che la politica britannica restava immutata e che il governo non aveva alcuna intenzione di in1romettersi negli affari austriaci 2• A Parigi circolavano preoccupazioni maggiori . La situazione era giudicata grave, data la convinzione che la Germania non intendesse desistere dall'intento mediante i numerosi partigiani austriaci cieli' Anschluss. S1ando così le cose, il Quay d 'Orsay si domandava quale sarebbe staio il comportamento italiano nel caso di una rinnovata e più consistente minaccia dell'Anschluss e non esitava a considerare pericolosissima un'eventuale azione isolata italiana, giacché, qualora il governo fascista avesse inviato truppe oltre confine senza uno specifico mandato della Società delle Nazioni, la Jugoslavia avrebbe sicuramente occupato la Carinzia ~. Mussolini non si nascondeva la delicatezza delle circostanze• e nemmeno si illudeva di impedire indefinitamente l'Anschluss. Cercava di ritardarlo per quanto possibile s. Anche perché possedeva un quadro più che esplicito sul le concrete possibilità militari italiane. U n promemoria di Baistrocchi in data 26 novembre 1934 lo mise, infatti, al corrente dei piani intesi a «prepararsi per la prossima primavera» nell 'eventualità di una guerra a Nord e ad Est», secondo le direttive di Badoglio. li proposito operativo si traduceva in due concetti: «a. sbarrare neuamente e sicuramente la frontiera orientale con una di fesa elastica e manovrata, appoggiata ad una salda sistemazione difensiva; · b. procedere rapidamente verso Nord, in forze tali da raggiungere il solco dell'lnn e lo sbocco della Drava».

Per quanto i provvedimenti relativi si trovassero in fase di intensa realizzazione di comune intesa fra ministero della Guerra e Comando del Corpo di Stato Maggiore, occorreva tuttavia tener presente che «la parte ordinaria del bilancio - dopo le ultime falcidie - non è più suscettibile di alcuna risorsa, anzi s'impone, appena possibile, di restituirle quanto necessita» e che «la parte straordinaria è oggi tutta impegnata fino al 1938-39 (vedi programma Gazzera l 929);

' Vitelli a Mussoli ni in data 28.7.1934, ODI, 7• Serie. XV, doc. 594. QUARTARARO. Romaji·a Londra e /Jerlino cit., p. 83. ' Pignatti a Mussolini i.n data 31.7.1934, ODI, 7' serie. XV, doc. 615. ' P. ALOISJ, Jouma/ cit., p. 2 13. ' Lo stato di emergenza finì a metà. agosto, ma in quel mese lo Stato Maggiore studiò misure difensive (AUSSME. rep. H6, Fondo Comando Corpo di Stato Maggiore, racc.11, Memoria riepilogativa. racc: 2• e 3•, f. 42).

'R.


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anzi g li impegni effettuati quando tale straordinario raggiungeva da prima 500, poi 300 milioni) hanno superato la disponibilità attuai i ( l 40 milioni)». Di conseguenza, Baistrocchi sollecitava dal capo del Governo «un provvedimento di eccezione - limitato ai soli an ni 1934-35 1935-36- col quale, come già si attuò nell 'esercizio 1914- 15 ed anche in quelli 1926-27 1928-29, si possa realizzare il più sollecito apprestamento bellico». Da notare che tutto ciò era «all'infuori» del problema derlle scorte, di competenza della Commissione Suprema di Difesa, e delle commesse da assegnare all'industria nazionale'. Mussolini si limitò a sottolineare il fatto che la parte straordinaria era impegnata sino al 1939 e intanto volle approfittare del momento per far valere con la F rancia e la Gran Bretagna, ma soprattutto con la prima, l'importanza dell'Italia e nel tempo stesso per prendere vistosamente le distanze dal nazionalsocialismo. Il risultato si tradusse nella dichiarazione anglo-franco-italiana del 27 settembre sull'indipendenza dell'Austria, seguita da una serie di colloqui a Roma ed a Ginevra tra la fine di novembre e la metà del dicembre 1934, che si conclusero con gli accordi italo-francesi firmati a Roma il 7 genraio 1935 da Mussolini e da Lavai, presidente del Consiglio francese. Gli accord i constarono di sette distinti documenti, alcuni dei quali vennero mantenuti segreti. Il primo era una «dichiara1.ione generale» che affermava il proposito dei due governi di collaborare ai fini del mantenimento della pace. Il secondo riguardava la «non ingerenza» negli affari intern i dei singoli Stati, con il chiaro cenno all ' indipendenza ed all'integrità dell 'Austria. Il terzo trattava del disarmo e, con esplicito riferimento alla Germania, stabiliva che, ove si fosse giunti ad una convenzione in proposito, i due governi si sarebbero adoperati per determinare live lli che assicurassero loro la s ituazione di superiorità relativa reputata necessaria nei confronti della Germania. Seguivano quattro accordi riguardanti le questioni coloniali, due dei quali regolavano il «sospeso» de l Patto di Londra. La Francia cedeva alla Libia il Tibesti, circa 114 mila chilometri quadrati di deserto, ed all'Eritrea una striscia costiera della Somalia francese ed il libero transito per lo stretto di Bab el Mandcb. Inoltre, in Tunisia, la Franc ia consentiva proroghe di varia durata (da 1O a 30 anni) alle precedenti convenzioni e, con questo, si liberava da ogni onere nei confronti dell'Italia. Apparirebbe sbalorditiva l'accettazione di simili offerte, pressoché umilianti , da parte di Mussolini, se non fosse esistita una forte contropartita: la mano libera in Etiopia 2.

'AUSSME, rep. H9, Fondo Carteggio del capo del Governo, f. I.Per quanto concerne le «direttive» di Badoglio - molto generiche - cfr. ANTO:S'ELLO BIAGINJ E ALESSAI,DRO GIONFRIDA. u, Stato Maggiore Ge11emle fra le due guerre, USSME. Roma 1997. verbali delle sedu1e del 3 set· tembre (doc. 33) e del 17 nove mbre (doc. 34 e 34 -bìs). ' Cfr. R. G UARIGLIA, Ricordi cit., pp. 22 1-224.


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Secondo i resoconti di Suvich, verso la fine del colloquio del 5 gennaio 1935, «Il Capo del Governo fa presente che la questione principale per lui è la questione della mano libera in Etiopia, il cosiddetto désis1e111en1. Lavai è perlenamente d'accordo con tale principio. Egli vuole soltanto trovare una formula che presemi l'atteggiamento francese come correno anche quando domani venisse pubblicato. Suvich ri leva che si sta studiando tale formula che vcn-à presentata domani all'approvazione,,'.

Nel colloquio del 6 gennaio Mussolini tornò sull'importanza che attribuiva al désisternent francese e «Lavai riconferma che ha capito benissimo il concelto italiano e che, a pane gli interessi di carattere economico che la Francia vuole salvaguarda re, il suo paese non intende intralciare l'opera di penetrazione italiana in Abissinia» ' ·

Il successivo 28 giugno Lava] negò con Eden di essersi espresso in tal senso' ed in effetti nessun accordo segreto fu stipulato in proposito e nemmeno alcuna approvazione ufficiale alle mire di Mussolini, ma - come vedremo in seguito - non sembrano sussistere dubbi sul fatto che le intese intercorse ebbero il preciso significato di assicurare alla Francia l'appoggio italiano contro la Germania ed all' Italia l'espansione in Etiopia•. D'altronde, nel novembre I 935 davanti al Consiglio della Difesa nazionale e nel 1940 davanti al Senato, Lavai ammise di aver lasciato carta bianca a Mussolini a condizione che non scoppiasse una guena 5. E nella sua deposizione al processo Pétain confermò l'ammissione: «(...) Les concessions que j'ai fai1es à Mussolini étaienl purement de carac1.ère économique. J'ai dit ì1 Mussolini: 'Vous avez désormais les mains libres, mais n'abusez pas de vos rnains libres pour y accomplir des actes de force. lmitez l'exemple du maréchal Lyautey' . Mussolini a commis l'erreu r et la faute d'engager la gue1Te, de fairc la guen-e à I' Abissinie. Il a déclaré la guerre contre 111011 gré, malgré mes protes1.a1 ions» •.

Molto verosimilmente l'acquiescenza di Lavai per la questione abissina derivava da una previsione che si rivelò esatta. Il 13 gennaio 1935, come stabilito, ebbe luogo il plebiscito della Saar. La Francia non si era mai fatta molte illusioni sul risultato, ma, a parte questo, era in corso una violenta polemica di stampa tra Parigi e Berlino. Alcuni giornali parigini avevano accennato alla eventualità di un 'occupazione militare di quella regione e giornali berlinesi '

' R. DE FELICE, Mussolini il duce, I. p. 525. 'ibidem, I , p. 527. ' R. QUARTARARO, Ro11r.a.fi-a Londra e Berli110 cit.. p. 132. 1 • R. D E FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 529-533. 5 J.B. DUROSELLE, S1oria dip/omalica cit., p. 163. !, R. GUARIGLIA, Ricordi cit., p. 223.


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avevano riportato commenti di alti esponenti della Reichswehr sulle non poche sorprese che l'esercito tedesco avrebbe potuto riservare agli «aggressori». Quando si conobbe l'esito del plebiscito (90% dei voti a favore dell'unione pura e semplice alla Germania), l'entusiasmo tedesco non conobbe limiti e gli accordi italo-francesi trovarono conferma de lla loro utilità in campo internazionale'· Ad ogni modo la Gran Bretagna era perplessa. Sir John Simon e Vansittart, sottosegretario permanente agli Esteri, mostrarono «la maggiore esitazione ed incertez:rn su quelle che possono essere le conseguenze politiche del l'accordo italo-francese nei riguardi dell ' integrità etiopica e per quelli che possono essere i fini ultimi della nostra iniziativa e della nostra azione» comunicò Grandi da Londra. In particolare, Simon voleva «rendersi conto della portata politica del1' intesa e delle conseguenze alle quali essa potrebbe portare in caso di una tensione italo-abissina», tanto che ritenne opportuno chiarire all'ambasciatore italiano che il governo britannico, in base al trattato anglo- franco-italiano del l 930, «si sentiva giuridicamente obbligato ad aderire alla richiesta del governo abissino, una volta che esso avesse verificato che le condizioni previste nel suddetto trattato fossero state rispettate». Questo era bene che fosse tenuto presente dal governo italiano «a scanso di malintesi e di equivoci». Grandi non nascose la sua «dolorosa sorpresa»: pur essendo obiettivo il riferimento al trattato, pure non si poteva ignorare l'esistenza di interess i comuni dell' Italia e dell'Inghilterra in Abissinia, secondo lo spirito dell 'accordo tripartito, o ltre che ne l quadro de]la collaborazione italo-britannica nella politica mondiale. «La Francia e l'Italia - affermò - hanno finalmente capito che una politica di concorrenza italo-francese in Abissinia non portava che al danno comune, e si sono messe lealmente d'accordo per una leale collaborazione. Altrettanto l'Italia desidera fare con il governo britannico». Grandi, infine, assicurò che l'Italia non intendeva in alcun modo interferire con gli interessj inglesi, «ma domanda nel contempo alla Gran Bretagna di non essere ostacolata nella realizzazione dei propri vitali interessi. È da questo punto di vista e no n da quello di una convenzione per il traffico delle armi che bisogna considerare il problema dei rapporti fra la Gran Bretagna e l' Abissinia». Simone Vansittart presero tempo e Grandi, dal canto suo, disse che si sarebbe limitato ad informare confidenzialmente Mussolini 2• A questo punto un episodio agitò di colpo le acque. Al rafforzamento dei legami tra Francia e Italia stava facendo riscontro un progressivo avvicinamento fra Germania e Gran Bretagna. A Berlino s i guardava senza simpatia alle evidenti velleità abissine dell'Italia, probabilmente ritenendole controproducenti ad un certo consenso che da parte tedesca si mirava 'ad ottenere dalla Gran

'MASSIMO MAGISTRATI,//

prologo del dramma, Ber/ìno 1934-37, Mursia, Milano 1971,

p. 62 e 69.

' Grandi a Mussolini in data 1.2. 1935, O.O.I., 7• serie, XVI, doc. 523.


IL MOMENTO STORICO

51

Bretagna - reputata contraria ad un 'espansione italiana in Africa orientale - per la restaurazione della potenza militare germanica 1 • Senonché il I O marzo il presidente del Consiglio francese, Flandin, illustrò alla Camera un progetto di legge che ristabiliva il servizio militare di due anni, ed il 4 uscì a Londra un «Libro bianco», a firma di Ramsay Mac Donald, nel quale l' incremento delle spese militari era giustificato con il riarmo tedesco. La Germania reagì ed il 9 marzo Goering informò gli addetti aeronautici esteri che la Luftwaffe sarebbe stata ricostruita, face ndo capire la nessuna intenzione di sottostare a vincoli stranieri. Ed il 16 marzo, proprio il giorno in cui il Parlamento francese accoglieva il progetto governativo sul servizio militare, anche se dandogli un carattere transitorio, Hitler annunciò l'emanazione della legge che ripristinava la coscrizio ne obbligatoria, stabilendo in 36 di visioni , inquadrate in 12 corpi d'armata, la forLa di pace del ruovo esercito, la Wehrmachr. Motivi: il fallimento della Conferenza del disarmo ed il riam10 delle Grandi Potenze, Unione Sovietica compresa. Ad un tentativo inglese di attenuare l'attrito e trovare una formula di compromesso, Hitler oppose il rifi uto di partecipare a qualsiasi pano orientale e la precisazione che la Germania sarebbe tornata in seno alla Società delle Nazioni soltanto dopo una vasta riforma di questa. Gran Bretagna, Francia e Italia decisero di adortare una linea d 'azione comune da stabilire in un convegno a Stresa. U n appunto interno di Gino Buti, direttore generale degli affari politici agli Esteri, sintetizzò bene il punto di vista italiano. In sostanza, Stresa non doveva figurare come punto di arrivo, bensì di partenza per una più int.ensa azione politica e diplomatica; per l'Jtalia la questione più impellente e ra l'Austria, la nostra «zona demilitarizzata», quindi bisognava raccogliere attorno ad essa il massimo dei consensi per allontanare la pressione e la minacc ia tedesche; tale atteggiamento aveva peraltro essenzialmente «valore tattico», considerando l'evidente periodo di transizione in corso. Ciò posto, sull'Inghilterra non c'era molto da contare circa un reale interessamento ali' Austria e la Francia sembrava conce ntrare l'attenzione in altri settori. Quindi si rendeva necessario chiarire la nostra posizione con la Francia e con gli altri Stati maggiormente interessati (Cecoslovacchia e Jugoslavia) 2. Nella Conferenza di Stresa (11-14 apri le 1935) le tre Potenze protestarono contro la denuncia unilaterale dei trattati da parte tedesca, tuttavia due rilievi si impongono. Non soltanto il comportamento francese ed inglese per il problema austriaco, che dopo rutto interessava loro almeno quanto l'Italia, non andò oltre ad affermazioni di principio, ma la questione etiopica non venne posta sul tap peto.

' M. MAGISTRATI,// prologo rie/ dramma CÌl., pp. 70-72. 'Bu1i a Suvich in data 2 .4.1935. DDI, 7• serie. XVI. doc. 852.


LA RICONQ UISTA DELLA LIBIA (1 922-1 932)

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A complemento di Stresa furon o firmati due altri accordi , di mutua assistenza: franco-sovietico (2 maggio) e ceco-sovietico (16 maggio). La Gran Bretagna, invece, volle affrontare il delicato punto dei rapporti di forza navali ed accolse la proposta tedesca di un accordo bilaterale. Il 18 giugno, dopo alcuna settimane di non facili conversazioni, il nuovo ministro degli Est.eri britannico, sir Samuel Hoare, ed il ministro tedesco, Joachim von Ribbentrop firmarono un documento secondo il quale la Gem1ania si impegnava a non superare nel tonnellaggio complessivo della sua flotta da guerra il 35% di quella britannica. Con tale trattativa diplomatica la Germania si sentì finalmente riporrata al rango di Grande Potenza europea'. Per contro, agli occhi fran cesi ed italiani la solidarietà di Stresa apparve incrinata e tra Gran Bretagna e Italia venne a cri stallizzarsi una seria incomprensione.

3.

LE FORZE ARMATE ITALIANE

La fine della guerra colse tutti i paesi sostanzialmente impreparati ad affro ntare la nuova situazione. H primo scoglio da superare fu quello della progressiva riduzione della forza alle armi. Prescindendo dal problema del reinserimento dell'enorme massa degli smobilitati ne lla vita civile, non si tranava di operazione semplice, in quànto al più che narurale desiderio dei combattenti e delle loro fami glie di un immediato ritorno a casa si opponevano difficoltà obiettive: misure di smobilitazione di pertinenza del Comando Supremo subordinate alle tuttora vive necessità operative, ma non sempre in armonia con i programmi studiati dai ministeri della Guerra e della Marina; movimento del grosso complesso dei prigionieri austro-ungarici e loro smistamento secondo le diverse nazionalità; rimpatrio di circa 300 mila prigionieri italian i che, pur previsto graduale e sulla base di un preciso piano. ben presto precipiterà nel caos a causa dell'imrovviso ed impensabile crollo dell'impero asburgico; penuria di viveri e di combustibile e svalutazione della lira; critica situazione delle regioni nord-orientali in seguito alle gravissime distruzioni provocate dalle vicende belliche; ritiro delle truppe dal fronte limitato a 25 mila uomini al giorno stante il sovraccarico delle vie di comunicazione e della rete ferroviaria. All'atto dell'armistizio l'esercito ammontava a poco più di tre milioni di uomini suddi visi in due blocchi: la forza operante, alle dipendenze del Comando Supremo, coscituita da 2.232.976 uomini (82.067 ufficiali e 2.150909 sottufficiali e truppa) e la forza territoriale, alle dipenderze del ministero della guerra, pari a 811.438 uomini ( 103.888 ufficiali e 707.550 sottufficiali e truppa) 1.

' M. MAGISTRATI. f/ pmlaRo del dramma cit., p. 87. 1

USSME, L'esercito i1alia110 ira la / 0 e lo 2• guerra mondiale cit .. p. 7.


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IL MOMENTO STORICO

La quasi totalità deJla forza operante, ossia dell'esercito di campagna, si trovava impegnata sul fronte italiano e ripartita in nove annate, ciascuna su più corpi d' armata, truppe suppletive ed in tendenze '. Più precisamente, senza contare le divisioni alleate inserite nella 6', e 12" annata, la situazione era la seguente: l" armata (geo. Pecorì Giralcli) .. . .... . . . ..... . . .... . .. . ~:-. armata (duca d 'Aosta) .... . . . . . . . ... . . . .... . ...... . . .)

4• armata (gen. Giardino) .. .. .. . .. . ..... . .. . . .. .. . .. . . 6" annata (gen. Montuori) .. . . . . .. . . . . . .. ... .. ... . .... .

7• annata (gen. Tassoni) .. . . . ... . .. . . .. .. . . . . .... . . . . . 8" armata (gen. Caviglia) .. . . . . . .. . . . . . . ..... ... . .... . . 9• armata (gen. M orrone) . . . .... . .......... . . . ... . ... . 1O" annata (gen. Cavan) . . ... . . . ... . . . . . . .. .. .. . . . . . . . . 12" armata (gen. Grazia ni) ... .... .. .. . .. ... . ... . ...... . Corpo di cavalleria (conte di Torino) . .. . .... . . . .... .. . . . . . Comando Supremo e Intendenza Generale . . . ..... .. .. . . . . .

319.000 u. l 88.000 u . 325.000 u. 206.000 u. 174.000 u. 356.000 u. 120.GOO u. 91.000 u. 75.000 u. 22.000 u. 70.000 u.

A questi due milioni cli uomini occo1Teva aggiungere altri 232 mila combattenti su scacchieri esterni: 52.000 u. II corpo d'armata (gen. Albricci) in F rancia ......... . . . . . . . XVI corpo d'annata (gen. Ferrero) in Albania ...... . . . ... . . 120.000 u. 50.000 u. 35" divisione (gen. Garruccio) in Macedonia .. . . . . . . . . . . .. . 10.000 u. Corpi di spedizioni minori .... . ... . ..... . .... . .. .. ..... . Secondo l'orientamento iniziale del Comando Supremo, i tempi cli congedamento potevano invero essere assai contenuti: entro il 3 1 dicembre 1918 tutte le classi del 1874 al I 884; entro il 20 gennaio 1919 quelle dal 1885 al 1888; fra il 20 gennaio ed il 10 febbraio le quattro classi I 889- J 892 ed infine, entro febbraio, que lle dal 1893 al I 896. Alla data del 1O marzo 1919 si prevedeva restassero alle armi le sole quattro classi dal 1897 al I 900, cioè 700-800 mila uomini. Quanto agli ufficiali, si considerava possibile il congedo immediato dei provenienti dalla riserva e dall' ausiliaria, mentre gli ufficiali di complemento avrebbero seguito le sortì della rispettiva c lasse. In sostanza, in quattro mesi l'esercito si sarebbe ridotto ad un quarto del livello massimo raggiunto in guerra 2• Ma le cose anelarono diversamente.

' Ibidem, pp. 8 - 1I. ' AUSSME, rep. F. 4, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobiliwzione, racc. 233.


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LA RICONQ UISTA DELLA LIBIA (1922-1932)

Per le undici classi più anziane (circa un milione di uomini) il ministero della Guerra dispose l'immediato invio in licenza illimitata con quattro successivi provvedimenti: 5 novembre (classi 1874-75-76), 24 novembre (classi 1877-78), 4 dicembre (classi 1879-80-81) e 13 dicembre (classi I882-83-84). Nel contempo il Comando Supremo scioglieva tre armate (7°, 10• e 12"), sei corpi d'annata ed undici divisioni. Peraltro moti diversi di politica interna ed estera indussero il governo a rallentare le operazioni di smobilitazione e posero il Comando Supremo di fronte a nuovi e pesanti oneri operativi, mentre le truppe disponibili diminuivano rapidamente. Sul piano interno, il paese, scosso e toccato in ogni dove da una guerra tremenda, risentiva gravemente ciel costo ciel conflitto e delle sue conseguenze. Com'é naturale, Parlamento, stampa ed opinione pubblica sollecitavarto una serie di rapidi congedamenti, mentre il già diffuso timore di gravi disordini di natura «bolscevica», le manifestazioni di piazza per l'annessione di Fiume e le dimostrazioni, talvolta violente, contro il carovita e la disoccupazione suggerivano al governo di mantenere reparti efficienti per il controllo dell 'ordine pubblico, onere che in tutti gli Stati veniva affidato ali 'esercito, specialmente nei casi di fo1te tensione. Poiché tal i reparti si trovavano soltanto nelle'truppe in mano al Comando Supremo, il governo decise il trasferimento verso l' interno della penisola di molte unità, a cominciare da quelle di cavalleria; cosicché verso la fine di gennaio 1919 oltre I00 mila uomini erano stati posti alle dipendenze del ministero della Guerra. Quanto alle esigenze esterne, stava affi orando la prospettiva di dover disporre di un esercito più fo1te che nel passato, tenendo presente l'insorgere di gravi attriti con i nuovi Stati delrEuropa danubiana e balcanica. Pur riconoscendo la necessità cli fare il possibile per la ripresa dell a vita normale, il ministro Zupelli non nascose al generale Diaz, capo di Stato Maggiore dell'Esercite, l'opportu'nità che l'esercito conservasse la piena efficienza per garantire l'attuazione delle condizioni cli am1istizio ed anche per la «poco probabile, ma no n impossibile» ripresa delle ostilità. Prospettiva non molto esagerata, visto che nella seduta del 24 gennaio 19 J9 del Consiglio Surpremo di guerra il maresciallo Foch ipotizzò una reazione della Germania alle durissime condizioni di pace che si intendeva imporle e chiese un rallentamento nelle operazioni di smobilitazione' . Per g iunta, come sappiamo, si profilavano sensibili difficoltà per la soluzione della questione adriatica. e per una ripresa del conu·ollo in Libia .

. ' AUSSME, rep. F. I , Fondo

Comando Supremo-Vari 1-(fjìci, racc. 21.


IL MOMENTO STORICO

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I rapporti con il nuovo regno S.H.S . o jugoslavo, secondo la denominazioni ufficiosa sempre più frequente, peggioravano a vista d'occhio, per quanto né sulla linea d'armistizio fra Tarvisio ed il mare, controllata dalla 9• e dalla 2• armata, né in Dalmazia, dove le poche truppe ivi sbarcate completavano l'occupazione italiana, si verificassero incidenti di rilievo. Ben più preoccupante era la situazione a Fiume. Questa si trovava ad oriente della linea d ' armistizio e degli accordi del 1915 ed il suo presidio doveva avere carattere interalleato, come quello delle città più importanti della Dalmazia. Senonché la cinadinanza fiumana, italiana per oltre due terzi, aveva costituito un Consiglio Nazionale che sin dal 30 ottobre I 9 I 8 si era espresso votando l'annessione all 'Italia. Questa as pirazione trovò subito eco in numerose manifestazioni di tono naziona listico nell 'intera penisola, ma a F iume generò contrasti sempre più gravi tra civili delle diverse nazionalità e, dopo l'arrivo dei contingenti alleati, fra c ivili e militari italiani e militari francesi. Nella penisola balcanica erano dislocati il X VI corpo in Albania e la 15" divisione in Macedonia, oltre ad una brigata di milizia territoriale a Corfù. Limitandoci ali' Albania, in cui esistevano interessi italiani riconosciuti dal Patto d i Londra, si può dire che in complesso l'opinione pubblica locale alla fine delle ostilià fosse favorevole all 'Italia, in parte grazie al proclama di Argirocastro del generale Ferrero che aveva promesso l'unità e l'indipendenza del paese, in parte perché 1· [calia era rep utata sufficientemente forte per conseguire tali obiettivi e preservarli dalle mire dei vicini. In siffatto clima g li impegni italiani non sembrarono eccessivi: semplice vigilanza dei confini albanesi in attesa della formaz ione di milizie nazionali; una «prem inenza militare>>, non ben definita ma che non inte ndeva intaccare la sovranità albanese, a Valona; controllo del cosiddetto triangolo epirota (Arinista-Kalibaki-Melissopetra) per consentire sicurezza di comunicazioni tra le truppe italiane d'Albania e quelle di Macedonia. Le cose si complicarono per la presenza dei serbi, sostenuti dai francesi, nel nord-est del paese e dei francesi nel distretto di Korça, ben poco inclini a lasciare il campo agli ita liani e, per contro, dispostissimi a cedere il posto ai greci. Questo stato di cose cominciò a suscitare tra gli albanesi perplessità e dubbi sulla reale forza e sulla stabilirà dell'appoggio italiano e, di conseguenza, ad incrementare la spinta nazionalista. Si. aggi unga che per le mutate esigenze di occupazione ]a brigata Barletta era andata a Cattaro, la Savona in Dalmazia ed il Comando della 3" divisione (con i soli reparti divisionali) in Tripolirania. Perciò le truppe rimaste in Albania si stavano sparpagliando in un territorio assai più vasto delle loro possibilità di controllo. Anche in Libia affioravano seri motivi di preoccupazione sul piano militare. Una condotta politica scarsamente avveduta e la totale attenzione rivolta al fronte austriaco avevano lasciato deteriorare la situazione nei due governatorati della Tripolitania e della Cirenaica. Dopo un'i ninterrotta stasi operativa


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LA RICONQU ISTA DELLA LIB1A (1922-1 932)

di oltre due anni, ricominciò l'afflusso di reparti dall'Italia, temendo il governo che a l tavolo della Conferenza della pace si mercanteggiasse il riconosci mento di un dominio coloniale ridotto alle principali città della costa. Per quanto all'armistizio si trovasssero in Libia più di 70 mila uomini, si trattava di quarti e quinti battaglioni di vari reggimenti, privi di adeguato inquadramento al livel lo di grande unità ed anche di congruo armamento. Attingendo alle class i 1895 e successive, vennero allora mandati oltremare il Comando dell a 38" divisione e le brigate Lecce, Murge e Teramo, private però dei reparti fucilieri che avrebbero trovato in posto. Per tutti questi motivi all' inizio del I919 la smobilitazione ebbe un momento di pausa. Riprese in primavera con il congedamento delle classi 1885, 1886 e 1887 e di nuovo si bloccò. La posizione internazionale dell' Italia non era facile, tuttavia innegabilmente la sua politica estera peccò di ingenuità, di contraddizioni e principalmente di incapacità di selezione degli obiettivi importanti. Il risultato fu una dispersione mai vista di forze al di fuori del t.erritorio nazionale in un momento critico per l'esercito, che non poteva non risentire della smobilitazione in corso, tanto che ormai le divisioni e le brigate cominciavano ad essere di formazione e quindi con amalgama assai dubbio. Partirono per la Libia la 1° divisione d'assalto (che peraltro rientrò in aprile) e buona parte della brigata Bergamo; si rafforzò notevolmente il presidio della Dalmazia, affidato adesso al Comando del I corpo d 'armata; s.i dispose l'invio in A natolia della 33" divisione; si iniziò l'approntamento del XII corpo d ' armata per la Transcaucasia per sostituirvi g li inglesi; si incrementò il corpo d ' armata cecoslovacco costituito in Italia a fine guerra e trasferito nel dicembre I918 in Slovacchia. Così, i primi di gi ugno del 1919, quando riprese a fars i strada l'ipotesi di un intervento armato in Carinzia ed in Germania, la forza a disposizione del Comando Sunremo ammontava a circa 1.1 20.000 uomini, d i cui il 20% oltremare. Nell'interno, alle dipendenze del ministero della Guena, erano rimasti appena 670 mila uomini, un terzo dei qual i considerato utilizzabile in servizio di ordine pubblico. Ad aggravare la situazione complessiva, il 19 giugno cadde il governo Orlando e fu disposto il congedament-o della classe 1888 1• Per le forze armate, ed in particolare per l'esercito, si apriva un periodo di pesantissimo disagio morale, acuito anche dal fatto che in quattro anni, e cioè dal gennaio 19 l 9 al novembre 1922, si susseguirono ben dieci ministri della Guerra e tre della Marina.

' In luglio, con il nuovo governo Nitti, le truppe iialiane in Macedonia ed in Bulgaria rimpatri arono e la spedizione in Transcaucas ia («il più grave pericolo che abbia corso l' Italia nei nostri tempi» la definì Nitri) an nullata.


IL MOMENTO STORICO

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Questa la sequenza al ministero della Guerra: gen. gen. on. on. o n. o n. on. on. o n. gen.

Caviglia Albricci Bonomi Rodinò Bonomi Rodinò Gasparouo Lanza di Scalea Soleri Diaz

dal 18.1. 19 19 al 23 .6.19 19 dal 24.6.1 919 a l 13.3.1920 dal I4.3. I920 al 21.5.1920 dal 22.5.1920 al 15.6.1920 dal 16.6.1 920 al 2.4. 192 1 dal 3.4.1921 al 3.7.1921 dal 4.7.1921 al 26.2.1922 dal 27.2.1922 al 10.8.1922 dal 2 .8. 1922 al 30.1O. 1922 dal 3 l. l O. 1922

-

governo Orlando governo Nitti 2° governo Nitti 3° governo Nitti 1 governo Giolitti idem governo Bonomi - l O governo Facta - 2°governo Facta - governo Mussolini

Al ministero della Marina si susseguirono: amm. Sechi gen. Bergamasco on. De Vito amm. Thaon di Revel

dal 18.1. 1919 al 3.7. 192 1 dal 4.7.1921 al 26.2. 1922 dal 27.2. l 922 al 30.10.1922 dal 31. 10. 1922

Con il pri mo governo Nitti il quadro interno italiano peggiorò rapidamente anche per l'aggravarsi del processo inflazionistico, talché, ap pena insediat0, Nitti non fece mistero della sua volontà di ridurre drasticamente le spese militari e di accelerare la smobilitazione: «La smobilitazione - assicurò alla Camera - procederà il più presto che sia possibile, data la situazione internazionale e le condizioni dell'ordine pubblico>>. Non nascose nemmeno una certa diffidenza nei confronti degli esponenti più in vista dell'esercito 2, ma si trattava di una sospettosità mal posta perché né il Comando Supremo, spostatosi da Abano a Roma, né il mi nistero della Guerra, retto adesso dal generale Albricci, opponevano resistenza di fondo alla ripresa dei congedame nti , al blocco dei trattenimenti a domanda di ufficiali e neanche al recupero di truppe oltremare. Anzi entrambi si mantennero nella rigorosa obbed ie nza alle istituzion i nonostante l'accesa campagna antimilitarista in corso e l'asprez7,a delle polem iche sul contlilto provocata dalla pubblicazione. voluta da Nitti, della relazione della Comm issione d'inchiesta sulle vicende dell'ottobre-novembre 1917. Il 12 luglio 1919 iniziò il congedamento dell a c lasse 1889 e, in rapida successione, quelle delle classi s ino al 1894 compresa, con scioglimento di altre grandi unità. Nel contempo il nuovo governo, la cui prima preoccupazione era

' Angelo Gatti sottolineò che durante la formazione del secondo ministero Nitti, in quatt ro giorn i vennero designari successivamente cinque candidati al la Guerra: Bonomi, Peano, Gasparouo. D. Ferraris e Rodinò. «Come se fosse all'asta!» (A. GATI1, Tre a1111i di l'ita militare. Mondadori, Milano-Roma, 1924, p. 15 e 97). ' F RAt-:CESCO SAVERIO N!TII, Rivelazioni. Dramatis per.tonae. ESI, Napoli 1948, p. 532.


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LA RI CONQUISTA DELLA LIBIA ( 1922-1932)

diventata l'ordine pubblico (l'istituzione della Regia Guardia per la pubblica sicurezza è del 2 ottobre I 919), sollecitava una maggiore disponibilità di reparti per fronteggiare i disordini. Checché si pensi, l'impiego di truppe nei servizi di ordine pubblico è sempre stato visto assai di mal occhio dalle autorità militari a tutt.i i livelli, a meno del caso di insurrezione armata. Ed il generale Albricci, in Senato, indicò senza perifrasi la necessità di cercare di limitare all'indispensabile tale impiego, che egli g iudicava «una delle insidie più gravi alla istruzione ed alla disciplina delle truppe. In settembre, dopo lo scioglimento della 3" annata - che seguiva quello della 2°, 4" e 6• armata avvenuti in luglio - ed il passaggio del Trentino e del!' Alto Adige alla competenza del ministero della Guerra, il Comando Supremo conservava giurisdizione soltanto sull'8" armata (poco più di 7 mila ufficiali e 200 mila sottufficiali e truppe), schierata al confine orientale. Intanto l'intransigenza degli Alleati stava provocando vistose reazioni. Nel generale clima cli sovreccitazione presero a circolare vaghi progetti di risolvere la questione fiumana - la più sentita - con la forza. Sin dal gennaio 1918 Gabriele D'Annunzio, che godeva di forte prestigio personale e di simpatie negli ambienti di centro e di destra, si era mostrato ardente fautore di Fiume italiana, ma fu solo nel giugno 1919 che la sua fantasia si accese per un'azione armata. L'impresa di Fiume era stata programmata per la fine novembre 1919, cioè dopo le elezioni politiche. Venne anticipata al J2 settembre a causa degli svi luppi internazionali della questione adriatica e della conseguente decisione del Comando Supremo di ridurre il contingente italiano a Fiume. Indubbiamente, se essa riuscì con tanta facilità dipese anche dal fatto che trovò riscontro nei sentimenti di buona parte delle truppe e di tutta la popolazione di lingua italiana della Venezia Giulia, ed anche di una certa atmosfera di equivoci, tanto che il generale di Robilant, comandante dell '8" armata, da un lato ordinò al comandante del XXVI corpo d'annata di intervenire, ma dall'altro telegrafò a Nitti sottolineando la gravità della piega che gli avvenimenti stavano assumendo e chiedendo, a scanso di equivoci, «se Governo est edotto (degli eventi] et segretamente li appoggia»'. Il generale Badoglio, nominato il J 3 settembre commissario straordinario per la regione, dipinse bene lo stato d'animo delle truppe in una lettera a Nitti in data 15 settembre: «(...) Come è valutato l'atto di D'Annunzio nella popolazione triestino-fiumana? Sia a Trieste che a Fiume l'atto di D'Annunzio viene giudicato come l 'unica soluzione che a noi rimanesse per non essere soffocati dagli alleati. È opinione generale che nessun al leato, e tanto meno l'Italia vorrà portare te cose agli estremi spargendo sangue. Sono convi nti che, dato che l'occupazione attuate garantisce t 'ordine ed il rispetto assoluto verso gli allea ti, nessu no si deciderà ad interven ire. D' Annunzio è per tutti l'idolo, il nuovo Garibaldi(...).

'AUSSME. Diario storico Comando 8' armata in data 12.9_. 19 19.


IL MOMENTO STORI CO

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Come è valutato l'atto nell'Esercito?(...). I soldat i ed i giovani ufficiali erano abituati a giudicare O' Annu nzio co me l'araldo dell'Italia. Non se ne era forse servito in tal senso il governo da l discorso allo scoglio di Qua110 111 poi? La funzione falla a Firenze è giudicata la continuazione di quella fatta, consenziente il governo, a Roma all'altare della patria(...). Mi è giuocoforza dire che le parole pronunciate da V.E. alla Camera, nel senso di classificare follia o spon l'atto di D' An nu nzio, non hanno trovato consenzienti i soldati e gli ufficia li, che so no invece ancora infatuati dalle molteplici e solenni dichi arai.ioni fatte dall'on. Orlando «che Fiume è italianissi ma» e «che l' Italia conosce la fame e non il disonore», e perciò stimano l'auo come una naturale conseguenza di quelle dichiarazioni (...)».

E proseguì significando che «il fatto più grave è che io non posso per ora garantire che le truppe marcino contro i loro compagni e facciano uso delle armi», mentre quelle stesse truppe sì sarebbero immediatamente mosse contro gli Alleati o contro i jugoslavi. Quanto al bando rivolto ai militari che si trovavano con D'Annunzio, con il quale si davano cinque giorni di tempo per non incorrere nel reato di diserzione, «devo francamente dire - avve11ì Badoglio - che non ho molta fiducia negli effetti di esso; troppo recente è l'amnistia fatta per i dise11ori in faccia al nemico perché il soldato non deduca che sarà poi anche esso amnistiato» 1• Infi ne, dopo aver prospettato le possibili linee d'azione - temporeggiare per evitare di portare ag li estremi la situazione oppure intervenire decisamente con tutte le prevedibili gravissime conseguenze - chiese a Nitti «di volermi dire quali siano gli intendimenti del governo, perché qualunque mia mossa qui può avere ripercussioni tali che non è nella mia facol tà e nella mia coscienza di provocare senza che ciò non sia perfettamente nel le vedute di V.E.» 2 •

' La questione dell'amnistia ai disenori suscitò aspre polemiche. Da destra. ma non solo da des1ra, pa,tirnno critiche spietate nei confron1i di Nitti ; da si nistra si volle minimizzare la gravità del provvedimento adducendo due argomenri che ben poco avevano a che vedere con il senso di «giustizia». Si pose l'accento sul fatto che la configurazione del reato di disert.ionc scattava. secondo il codice penale militare di guerra in vigore. anche in circostanze obiertivamente meno gravi (ad esempio. ritardo di qualche giorno nel rientro da una licenza. brevi assenze arbitrarie. ecc.), nonché sull'es1rema difficohà materiale di smaltire l'enorme numero di processi accumu latisi. Ammet1cndo una situazione di fatto più o meno irrisolvibile in via norma le, rimane inaccettabi le l'esplicita soddisfazione di averla risolta con una larghissima amnistia. Non si può parlare di sol11:io11equando si applica un'amnistia perché i processi da celebrare sono troppo numerosi, oppure si depenalizzano i reati perché le carceri sono strapiene. È semplicemente un ano politico - non di «giustizia» - che un goveryio può reputare indispensabi le, ma che costi tuisce l'armnissione di grav i carenze legislative o proced urali o struu ura li. Nel caso specifico furono condonate le condanne per assenza 11011 superiori o sei mesi; furono amnistiati i rf:!ati militari puniti con meno di dieci anni di carcere e ridotte le pene superiori. In tre mesi del 1916 si svolsero le battaglie di Gorizia e le tre spallate sull'Isonzo: in cinque mesi del 1917 si svolsero le battaglie della Bainsiua. di Caporctto e d'arresto sul Piave: in cinque m.:si del 19 I8 ,i svolsero le battaglie del Solstizio e di Vittorio Veneto. Si pensi all ' umana reazione del soldato che aveva rispe11a10 la legge sul Carso, sull ' Isonzo, sugli Altipiani. fra mille sofferen1.c cd a costo della vita. ' PtETRO 8AD0GUO, Rivelazioni su Fiume. De Luigi. Roma 1946, dcc. I I. pp.157-161. La lettera era inviata per conoscenza al ministro della Guerra, al capo di Stato Maggiore dell'Esercito ed al Primo aiutante di campo generale del re.


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Nitti rispose subito che «il Governo ripone in Lei la più grande fiducia. Credo che si debba agire con ogni tatto per evitare ad ogni costo spargimento di sangue», nella speranza di uno schiarimento della situazione enu·o pochi giorni 1• Ad ogni modo, quali che fossero sentimenti e simpatia, bisogna dire che il lealismo ed il sentimento del dovere dell'esercito, ufficiali in testa, non fu sostanzialmente toccato. Poco più di duemila furono i militari in servizio che si unirono a D'Annunzio meno dello 0,5% della forza alle armi in quel periodo. Le defezioni che si registrarono successivamente nel corso del 1920, durante il blocco di Fiume, vennero compensate dagli spontanei rientri isolati o di gmppi. Quando il governo decise di porre fine all'anomala situazione fiumana con un gesto di forza, nessuna esitazione affiorò nelle truppe. Il secondo drammatico problema concerneva l'Albania. A fine dicembre I 919, congedate le classi I 895 e 1896, l'esercito contava ancora 400 mila uomini, di cui 224 mila mobilitati e 226 mila in zona territoriale. Il 26 dicembre il Consiglio dei ministri, alla presenza di Badoglio, nuovo capo di Stato Maggiore dell'esercito, stabilì lo scioglimento del Comando Supremo e del Comando 8" armata; nonché il congedamento delle classi 1897- 98-99. Questo insieme di provvedimenti, la non semplice posizione dei nostri rappresentanti a Versailles, le difficoltà di bilancio e le incertezze governative pesarono penosamente sul destino delle truppe è!' Albania, ridotte a 33 mila uomini. Se per l'intero 1919 l'occupazione del paese non aveva incontrato difficoltà nonostante la crescente rarefazione dei presidi, nel 1920 le cose mutarono sin dal gennaio, quando a Lushnja si riunì un congresso nazionale albanese. Nel giro di pochi mesi tutta l'Albania entrò in rivolta contro la presenza italiana - ridotta ormai a S.Giovanni di Medua, Scutari, Durazzo e Valona, - mentre il generale Piacentini, comandante delle truppe, invocava rinforzi prima che gli eventi precipitassero e mentre in Italia l'opposizione all'invio di reparti si manifestava violenta con scioperi ferroviari, scontri con gruppi di estremisti socialisti e propositi sediziosi fra le unità. Il nuovo ministro della Guerra, Bonomi, da cui dipendeva direttamente il Comando Truppe Albania, si affrettò a telegrafare a Piacentini che il governo intendeva «sia garantito ad ogni costo il possesso di Valona et debba essere ripristinato il nostro prestigio militare tendente ad imporre la cessazione delle ostilità e la resa dei prigionieri» 2 • Piacentini, che vedeva inutilizzabili per la malaria i due terz,i dei suoi uomini, insisté nel chiedere complementi, però nel contempo mise in chiaro che, a suo avviso, l'unica via d'uscita decorosa era un accordo con il governo albanese 3 .

'ibidem, p. 41. 'Bonomi a Piacentini in data 19.6.1920, prot. ll756/33, AUSSME, Diario storico del Comando Truppe Albania. ' Piacentini a Bononù in data 20.6. L920, prot. 4052, ibidem.


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La recrudescenza sempre più minacciosa delle agitazioni in Italia toccò il culmine a fine giugno con gravi episodi di ribellione fra le truppe a Trieste, ad Ancona ed a Brindisi. Bonomi rispose dunque a Piacentini che la situazione del paese non consentiva per il momento l'invio dei richiesti complementi e qualche giorno più tardi spiegò: «Tentativo invio rinforzi provocherebbe sciopero generale et dimostrazioni popolari con grave nocumento stessa compagine esercito italiano, che occorre non mettere a dura prova»'. La guerra di Valona si trascinerà sino al 2 agosto, quando verrà firmato l'accordo italo-albanese.

*** Gli ordinamenti dell'Esercito.

In parallelo alla smobilitazione si poneva la questione dell'ordinamento da assumere in pace 2• Come il generale Zupelli ebbe a dire in Senato il 15 dicembre 19 I 9, uno dei più consistenti moti vi di incertezza era rappresentato dall' assetto europeo non ancora consolidato e, di conseguenza, tale da mal consentire una corretta definizione delle esigenze militaii. A taluni, poi, non sembrava esagerato caldeggiare l'abolizione degli eserciti nazionali a favore della costituzione di una forza militare della Società delle Nazioni. In attesa, dunque, di una certa stabilità, si cominciò con un riferimento all'esercito anteguerra e con un occhio alla disponjbilità finanziaria . Più precisamente, si considerò conveniente partire assegnando all'esercito la fisionomia e le proporzioni del 19 l 4, beninteso con il potenziamento dei mezzi dimostrati in dispensabili dall'esperienza bellica e con l'eliminazione di tutti gli elementi meno necessari e più costosi 3 . Nulla di strano in questo orientamento in quanto coincideva con l'idea dominante negli Stati vincitori: «Tornare al 1914» era la parola d'ordine assai diffusa nel mondo militare del dopoguerra 4 . In sostanza, dai dodici corpi d'armata dell'ordinamento Spingardj del 1910 si doveva passare a quindici, costituendo un nuovo corpo d'annata per ognuna delle nuove regioni: Trentino, Venezia Giulia e Dalmazia. È chiaro che in un

'Bonorni a Piacentini in data 6.7.1920, prot. 13815/33, ibidem. • Sull'argomento meritano citazione le seguenti opere: ORESTE Bov10, Storia dell'esercito italiano, USSME, Roma 1996; VrNCENZO GAL.UNARI, L'esercito italiano nel primo dopoguerra 1918-1920, USSME, Roma 1980; FERRUCCIO Bon1 E VrRGD.,10 ILAR I, Il pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra (1919-949), USSME, Roma 1985, cap. I; V1RGlLIO ILARI, Storia del servizio militare in Italia, lii, Rivista Militare, Roma 1990; G IORGIO ROCHAT, L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Laterza, Bari 1967; FILIPPO STEFANI, Storia della doflrina e degli ordinamemi de/l'esercito italiano, Il, torno I, USSJvlE, Roma 1985, cap. XXI. 'Promemoria del Comando Supremo al ministero della Guerra in data 7.2. 19 I9, AUSSME, Fondo Comando Supremo . Vari uffici, racc. 172. 1 • F. Born E V. ILARI, /I pensiero militare italiano cit., p. 57.


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certo senso, e per questo tipo di discorso, il riferimento rimaneva al corpo d'armata anche se la guerra aveva indicato nella divisione la vera unità di misura. Secondo il Comando Supremo ' le divisioni sarebbero state 30, cinque in più dell'ordinamento Spingardi, in grado di sdoppiarsi rapidamente all'emergenza sì da arrivare a 60 divisioni mobilitate, il massimo consentito dalla potenzialità demografica del paese (I' esercito contava, nel 19 I 9, 24 corpi d'armata e 6 I divisioni, comprese le quattro di cavalleria). Con ciò si consideravano raggiunti due fondamentali obiettivi: adeguata struttura territoriale in pace e rapido passaggio al piede di guerra in caso di crisi, sì da trovarsi in misura di poter esercitare uno sforzo massimo sin dall'inizio ciel conflitto. Naturalmente occorreva definire la forza bilanciata. Nel I9 I4 essa era stata di 14 mila ufficiali e 275 mila sottufficiali e truppa, con una ferma cli 24 mesi per i militari di leva di 1• categoria e di sei mesi a l massimo per quelli di 2•. Anche se il generale Pollio, all'epoca capo di Stato Maggiore dell 'Esercito, aveva dichiarato insufficiente tale livello di forza, che costringeva le unità a vivere stentatamente «con depressione del morale dei quadri e sciupio del denaro pubblico>> 2, il generale Diaz reputò accettabile una forza bilanciata di appena I 75 mila uomini (contro i 225-250 mila d'anteguerra), corrispondente ad un servizio di leva di otto mesi compiuti dall' intera classe (gettito stimato sui 250 mila uomini). li contingente annuo doveva affluire con chiamata quadrimestrale; in modo che negli otto mesi dalla primavera all'autunno fosse presente alle armi l'intera classe (periodo cli forza massima). Le economie principali sarebbero state realizzate abolendo le fanterie suppletive, riducendo nettamente la forza quadrupedi e ridùcendo a «quadro» un certo numero di reggime nti a rotazione nei quattro mesi di forza minima. Diaz aveva però posto tre pregiudiziali per un simile progetto: un'istruzione premilitare, una ferma concentrata sull'addestramento senza interferenze cli servizi territoriali e cli ordine pubblico, una buona disponibilità cli quadri istruttori. In pratica, questa era l'unica conduzione esistente, dato il gran numero di ottimi sottufficiali usciti dalla guerra. Circa l'istruzione premilitare non era precisato a chi affidarla né con guaii modal ità e comunque per qualche anno sembrava illusorio sperare di real izzare qualcosa del genere. Quanto a ll 'ordine pubblico, per escludere l'esercito occorreva mettere altre forze qualitativamente e quantitativamente adeguate, a disposizione ciel ministero degli Interni, ma sonrattutto il preventivo ripristino cieli' ordine ed il conseguente calo delle tensioni 3 .

' Diaz ad Albricci in data 24.7. I919, USSME. L'esercito iralianofra la l0 e la 2° guerra mondiale cir., pp. 2 12-214. ' CCSM. L'esercito iraliano nella grande guerra (1915 -1918), I, Le.forze belligeranti, Roma

1927, p. 75. ' USSME. L'eserciro italiano tra la 1° e la 2° guerra mondiale cit .. pp. 2 12-214.


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Purtroppo, a conti fatti, le economie sulla forza bilanciata ed anche nel campo dei materiali apparivano tali da compromettere l'efficienza del nuovo esercito. Il ministro Albricci tenne dunq ue presente fino ad un certo punto il pensiero di Diaz. Nel presentare alla Camera il R.D. 2143 del 21 novembre 1919 relativo all'ordinamento che avrebbe portato il suo nome, egli ne mise in risalto il carattere provvisorio ponendolo in rapporto alla smobilitazione appena iniziata ed alle nuove norme per il servizio di leva tuttora in preparazione, ed il 29 dicembre, in Senato. sostenne che l'ordinamento in questione forniva una base per la smobilitazione e, nel contempo, per la trasformazione suggerita dall 'esperienza be llica. 11 reclutamento era confermato su base nazionale, ma la mobilitazione veniva ristretta all'ambito regionale. Le grandi unitĂ erano stabilite in 15 corpi d"armata, 30 divisioni di fanteria e 2 di cavalleria. Ogni divisione di fanteria sarebbe stata composta da due brigate (su due reggimenti di fanteria) e da un reggimento di artiglieria da campagna, mentre i corpi d' armata accentravano i reparti d'artiglieria pesante campale, del genio e dei servizi. Inoltre venivano ripristinati e portati a cinque i Comandi designati d'armata (Torino, Milano, Bologna, Fire nze e Napoli). Albricci intendeva raggi ungere il milione di uomini in caso di mobilitazione portando a tre i reggimenti di fa nteria delle brigate e trasformando queste in divisioni. Il principale inconveniente di simile artificio consisteva nel disporre in pace di una struttura divisionale del tutto differente da quella di guerra. Quanto alla ferma , essa era prevista di dodici mesi per un contingente di 230 mila uomini, con un preventivo di circa 858 milioni. Ove la spesa fosse eccessiva, la forza bilanciata poteva ridursi a 21 O mila uomini con una ferma di otto mesi (dodici per la cavalleria e talune specialitĂ ) a chiamata quadrimestrale ed un costo di 726 milioni circa. Con questi accorgimenti la forza minima non sarebbe scesa sotto i 122 mila uomini e quella massima, raggiunta in un solo periodo dell'anno, non avrebbe superato i 255 mila, inc I usi i richiamati. Da rimarcare che la Iimitazione della ferma ad otto mesi era accettata da Albricci e da Diaz alla sola condizione che durante quel periddo le truppe non fossero in alcun modo distratte dall'addestramento. Tra le novitĂ ad alto li vello figuravano due organi collegiali: il ripristino della Commissione Suprema per la difesa dello Stato, organo politico-militare presieduto dal presidente del Consig lio, col compito di risolvere in tempo di pace le principali questioni concernenti la difesa nazionale, e l'istituzione del Consiglio degli ispettori generali, organo tecnico con compito consultivo su argomenti vari riguardanti l' esercito. Quest'ultimo organismo era presieduto dall'Ispettore generale dell'esercito - carica cui venne chiamato il generale Diaz, sostituito dal generale Badoglio come capo di Stato Maggiore dell'Esercito - il quale doveva ÂŤintegrare in modo autorevole l'azione dei comandanti designati d'armata, degli ispettori generali delle varie armi e del capo di Stato


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Maggiore dell'esercito» 1 • Non è chi non veda la stranezza dell'innovazione del Consiglio degli ispettori generali e della carica dell'Ispettore generale dell'esercito, «di cui nessun paese ha sentito il bisogno» comentò il generale di Robilant, ma la cosa più edificante fu che nei successivi ordinamenti Bonomi (1920) e Gasparotto (1921) il silenzio scese sugli ispettori generali e sul loro Consiglio, sottintendendone 1'abolizione 2 • Indubbiamente l' ordinamento Albricci non era «economico» e l'onere finanziario eccedeva del 25% le disponibilità (300 milioni in più dei 1.200 disponibili), comunque i decreti relativi entrarono in vigore a fine novembre 1919 3• Quando alla Camera cominciò la discussione per la loro conversione in leggi sorsero le difficoltà. Giolitti dichiarò il 21 dicembre che «la spesa enorme» non era «compatibile con le esigenze del bilancio» e non si conciliava «con la sola politica estera che noi dobbiamo fare (...) libera da qualunque impegno che possa, anche nella più estrema delle ipotesi, condurre a nuove guerre». Di Robilant, dal canto suo, attaccò Nitti al Senato il 28 dicembre non soltanto per le spese eccessive derivanti dal nuovo ordinamento, ma principalmentt: per non essersi reso conto «che lo Stato Maggiore da una pa11e ed il Consiglio degli ispettori dall'altra rendono illusoria la libertà d'azione del rninistro responsabile, specialrnente se borghese e ignaro del tecnicismo rnilitare, lasciando l'esercito in mano ad autorità irresponsabiii)e quali, corne sempre avviene nelle caste chiuse, saranno, per la natura stessa delle cose, propense a favorirne gli interessi; senza tener conto adeguato degli interessi del paese?»'.

Anche attribuendo al termine «irresponsabili» il significato di «non responsabili legalmente, è difficile esprimere lo sconcerto che simili affermazioni suscitano. Ad ogni modo, il giorno seguente Albricci r eplicò con spiegazioni poco persuasive e Nitti, toccato sul vivo, sconfessò i decreti chiedendo al ministro di limitarne l'applicazione soltanto a quanto si riferiva ad una rapida smobilitazione e di rivedere il resto dei provvedimenti sulla base della discussione parlamentare. Nitti, infatti, concentrava tutto il suo interesse nella riduzione della spesa, totalmente indifferente alle incidenze sull'efficienza dell'esercito ed alle ripercussioni sulla politica estera. Albricci si risentì, meravigliandosi delle improvvise ed affrettate critiche del presidente del Consiglio a deliberazioni assunte di comune accordo e, poiché si sentiva impegnato a sostenerle, sia pure con qualche compromesso, non esitò a dichiararsi disposto a lasciare l'incarico. La soluzione intermedia

' Ibidem, p. 26. ' Nel 1923 la carica di Ispettore generale dell 'esercito acquisterà altra fisionomia, con funzioni e respoosablità dirette di comando. Poi, nel 1925, verrà abolita. 'V. GALLTNARI , Cesercito iraliano nel primo dopoguerra cit., pp. 204-211 e 233-253. • G. RoCHAT, L 'esercito italiano da Vìlforio Veneto a Mussolini cit., p. 158.


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si traduceva in una forza bilanciata di 175 mila uomini, limitando ad un terzo le unità da contrane a quadro, ma con l'impegno del governo ad un aumento di altri 30 mila uomini per esigenze straordinarie (in colonia ed all'estero). Questa formula congelava il bi1ancio a 1,5 miliardi e Nitti non l'accettò. Le dimissioni di Albricci furono accolte in occasione del rimpasto ministeriale del marzo l 920, quando però l'ordinamento in discussione aveva già avuto in gran parte attuazione. Nel suo secondo governo, Nitti affidò il dicastero della Guerra all ' on. Bonomi, spiegando in Senato, con molto sfoggio di retorica, che i parlamentari <<con l'aiuto dei tecnici (come avviene in tutù i ministeri in cui il tecnicismo prevale) possono collegare, in intimità perfetta, esercito e paese, nella stessa guisa con la quale l'uno si è confuso con l'altro, sul campo della lotta e della vittoria» 1• Poi parlò di un nuovo «assetto provvisorio (dell'esercito] che sarà il punto di arrivo della smobilitazione ed il punto di partenza del futuro ordinamento» e promise che e.sso, non soltanto avrebbe contenuto gli oneri quanto più possibile, ma avrebbe preparato «l'armamento di tutto il popolo valido». · Il nuovo ordinamento, stabilito con R.D. 451 del 20 aprile, fu presentato da Bonomi Z, il quale nella sua relazione al Re aveva scritto: «L'ordinamento che s i stabilisce col primo dei decreti ( ...) vuole sopi:aumto significare un ritorno dell'esercito ad ordinamenti ed a proponioni prossime a quelli del periodo anteriore alla guen-a. Un concetto logico ci é stato di guida. L'esercito è uscito da quegli ordinamenti per muovere alla vittoria; è giusto che oggi, conseguita la vittoria, vi ritorni, senza profonde innovazioni che, né abbiamo avuto tempo di prcdispon-e, né abbiamo diritto di anticipare sul voto del Parlamento».

Detto con maggiore semplicità sarebbe stato un discorso accettabile; appoggiato, sul piano della logica, alla vittoria riportata, non può che provocare la critica per il «candore disarmante» di una concezione «che innalzava la conservazione del passato a sistema di guerra, senza tenere alcun conto delle sue inadeguatezze e delle esperienze tratte da una guerra così diversa da qualsiasi previsione» 3 . Ad ogni modo Bonomi fu esplicito: un più approfondito esame del costo dell'ordinamento Albricci, in relazione alle condizioni complessive del bilancio, aveva convinto della «necessità assoluta non superare le proporzioni del periodo anteriore alla guerra, ma anzi rimanervi notevolmente al di sotto». Più precisamente, disse che «tutto l'ordinamento dell'esercito si è inspirato al 4 concetto di ottenere il maggior rendimento col dispendio minore» • Cioè, una volta stabilito il limite di spesa da non superare.

' Ibidem, p. 163. ' In realtà l'impostazione dei tre progetti di ordinamento provvisorio era stata effettuata ne ll'ultimo periodo del ministero Albricci. Bonomi, che li presentò dono appena poche settimane dal suo insediamento, non poté che limitarsi tutt'al più a rendere maggiormente incisi,,o qualche aspetto ed a modificare qualche punto. ' G. ROCHAT, L'esercito ita/ia.110 da \liuorio Veneto a Mussolini cit., p. 165. 'La relazione è in A.GATIJ, Tre anni di vita militare cit., p. 3 11.


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Con tale presupposto ogni giustificazione a compromessi e tagli di organici ebbe solo valore di facciata. I corpi d 'armata vennero costituiti su tre divisioni e quindi da 15 si ridussero a I O; le divisioni rimasero 30, ma tre di esse assorbirono i vecchi gruppi alpini; la cavalleria, l'arma più costosa, passò da 30 reggimenti su cinque squadroni a 12 su quattro squadroni; i reggimenti di fan teria da 120 si ridussero a 108, come nel 1914, ma con un battaglione quadro. Nel contempo venne affrontato il problema degli ufficiali esuberanti e risolto disponendo di colpo la collocazione di 5.900 combattenti nella posizione ausiliaria speciale 1• Secondo Bonomi, l'ordinamento rappresentava «un sicuro avviamento nel campo organico, all'ideale della Nazione ru1m1ta», pur nel suo carattere di transizione, e rispondeva «al fine di introdurre ferme brevi corrispondenti all'ambiente rinnovato». In altri termini, come spiegherà più tardi in un discorso pronunciato i I 31 luglio 1920 2 e pubblicato sul Giornale Militare ufficiale, oltre a provvedere ad addestrare le classi di leva ed a tenere in allenamento quadri e Comandi, l'ordinamento di pace doveva costituire la base di partenza per il rapido passaggio a quello di guerra, di dimensioni tre o quattro volte più grande. Perciò la forza bilanciata fu stabilita in 175 mila uomini e la fem1a in otto mesi. Naturalmente si previde che gli aspetti tecnici ciel passaggio al nuoyo sistema comportassero <<un lieve prolungamento di questa fenna nel tempo immediatamente prossimo». Fu così che la classe 1901 fin) per restare alle armi da 19 a 2 1 mesi invece di otto ' . Diciamo pure che questa ristrutturazione lasciò una ben sfavorevole impressione per lo spirito che la infom1ava, per la riduzio ne degli organici basata sernplic_emente su criteri di economia, per il brusco accantonamento di quasi seimila ufficiali in servizio permanente, tutti reduci di guerra. Lo stesso momento si prestava ad una interpretazione esagerata, ma da po1Te comunque in relazione a detem1inate istanze politiche: che si trattasse del primo passo verso la liquidazione dell'esercito ".

'«Tutti costoro - assicurò Bonomi - obbedendo oggi ad un'imperiosa necessità con alti sentimenti di abnegazione, dimostreranno ancora una volta la loro devozione alla Patria»! (relazione cit., A. GATTI, Tre anni di vita militare cit.. p. 312). ' Era anche prevista una ferma di tre mesi per coloro che si trovavano in particolari condizioni. Punti basilari di queste ferme brevi erano la massima cura della preparazione mi litare «nella scuola e fuori della scuola» civile e la formazione dei quadri di complemento, «la cui decisiva imponanza si è luminosamente dimostrata nella nostra guerra ultima», mediante scuole allievi ufficiali e sottufficiali di completamento. i V. l i.ARI , Storia del servizio mi/ilare in !rafia cir., III. pp. 42-44. ' F. STEFANI, S1oria della Dottrina e degli ordiname111i dell'eserciro iwliano cit., pp. 56-59. Per inciso non aveva torto Gasparotto quando. piÌI tardi, da minism> della GueJTa, osservò che le critiche a Bonomi non tenevano conto del fatto che la contrazione dell'esercito, la ridulione dei quadri ufficiali. la trascuratezza delle innovazioni o delle esperienze negative erano staie concepite da Bonomi con l'accordo o l'acquiescenza del capo di Stato Maggiore, Badoglio.


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In questi anni di transizione molte e vivaci erano le discussioni sui moduli cui riferirsi: nazione armata, nazione organizzata per la guerra, esercito di caserma, esercito ad ampia o ristretta intelaiatura, lancia e scudo '. Le idee innovatrici in campo ordinativo, di solito molto più numerose di quelle di carattere operativo, sono generalmente caratterizzate da un entusiasmo che tende a sorvolare su dati concreti, sulla pratica attuabilità e sui preventivi di spesa. «Non è compito del teorico militare scendere in tutti i particolari - dicono Botti e Ilari - . L'importante è che, ad una verifica, le idee siano aderenti alla"realtà» 2• Appunto. E per obiettività dobbiamo anche riconoscere che quando si entra nel campo degli ordinamenti (comprendendovi equipaggiamento ed armamento) la realtà finanziaria molto spesso costringe a pesanti compromessi. I diversi progetti ministeriali sono stat.i accusati di basarsi sul fattore uomo, trascurando l'apparizione di nuovi mezzi d'armamento. L'accusa sembra esagerata. Che l'adozione di materiali e mezzi moderni venisse di proposito evitata dai vertici militari, per un qualunque motivo, è chiaramente insostenibile. E che la riorganizzazione dell'esercito fosse condotta partendo clall' elemento uomo sembra più che naturale: a differenza della marina e dell'aeronautica, le quali non possono che basarsi rispettivamente sulle navi e sugli aerei, l'esercito deve far riferimento ad un'unità d'impiego: la divisione. Come sarebbe stato possibile sviluppare uno studio ponendo a base ciel ragionamento l' intento di disporre di un determinato numero di cannoni, di carri armati o di automezzi? Si noti che i calcoli di spesa fatti dal Tesoro si fondavano essenzialmente sul . costo-uomo e su cli esso veniva defin ita la forza bilanciata, poco considerando le necessità di acquisizione di nuovi mezzi di combattimento. Naturalmente tutta ciò nulla ha a che vedere con sempre possibili ristrettezze cli vedute o eccessività cli concezioni, con errate decisioni sulla scelta dei mezzi o con dannose indecisioni a livello politico o militare. Ora, il riferimento di Bonomi alla Nazione armata merita qualche parola di conunento. Il primo ad usare tale termine era stato il generale von cler Goltz nel 1880, ma per la precisione il concetto risale alla Rivoluzione francese, che contrappose la guardia nazionale all'esercito permanente al soldo del Re. Nell'Ottocento venne ripreso con diverse sfumature ed adattamenti e finì per affermare la superiorità di un particolare modulo (esercito permanente ad ampia intelaiatura, ferme brevi per addestrare -il maggior numero di uomini, reclutamento regionale., milizia mobile per completare all'atto della mobilitazione le unità permanenti, milizia territoriale per le esigenze territoriali) su quello del cosiddetto esercito di caserma (esercito strutturato sin dal tempo di pace in base alle possibilità finanziarie e sulle condizioni politico-strategiche

' F. Born e V .ILARI, TI pensiero milirare italiano cit., pp. 48-66. ' Ibidem, p. 55.


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dello Stato, ferme lunghe, reclutamento nazionale, scarso ricorso alla mobilitazione). In Italia l'espressione venne usata in modo equivoco. Talune forze politiche intesero sostituire l'esercito pennanente con la nazione armata sull'esempio della Svizzera o della Norvegia, senza tener conto delle differenze di situazione geo-strategica e di ambiente; altre più conservatrici interpretarono la fonnula nel senso, tecnicamente più esatto, di modello prussiano. Ne derivò il «mito» della nazione armata, ripreso appassionatamente dagli ambienti patriottici e combattentistici, dai giolittiani, dai popolari e dai fascisti nel J 919 ed invece rifiutato dai socialisti 1• In certa misura divenne il programma militare della borghesia progressista e della socialdemocrazia. Bonomi assunse formale, ed incauto, impegno di presentare entro l'anno 1920 i disegni di legge «per il reclutamento delle truppe, per la preparazione militare nella scuola e fuori della scuola e per quanto occorresse alla riforma degli organi preposti alla difesa nazionale», e nominò una commissione parlamentare consultiva (ma anche con facoltà di proposte), presieduta dal sen. Perla, per una più completa riforma che tenesse conto anche delle esigenze addestrative 2 • Il risultato fu un progetto, chiamato ufficialmente di «nazione armata tipo italiano», che prevedeva: forza bilanciata di 150 mila uomini; reclutamento regionale; ferma unica di sei mesi per l'intero contingente (ma con eccezioni' di ferma di due mesi) con chiamata quadrimestrale. L'esercito risultava diviso in due blocchi. L'uno, incaricato della copertura, cioè della difesa immediata delle frontiere, con 80 mila uomini ordinati in sei divisioni ternarie di fanteri.a, una di cavalleria ed una brigata di bersaglieri. Il secondo blocco doveva provvedere alle necessità di istruzione e di mobilitazione. A tale scopo era costituito da più regioni s u più circoli (18 in totale), ognuno dei quali comprendente più centri per le varie armi, magazzini e depositi. Al centro era riservata la duplice funzione dell'istruzione delle reclute in tempo dì pace e della formazione delle unità mobilitate all'emergenza. La mobilitazione avrebbe fornito i Comandi d'armata (le regioni), i Comandi di corpo d'armata (i circoli), altre 56 divisioni e 6 brigate alpine (i centri) 3 • Naturalmente l'entusiasmo avrebbe sopperito alle carenze di preparazione.

'F. Born E V. ILARI, Il pensiero militare italiano cit, pp. 42-48. ' Il provvedimento può essere considerato significativo della superficialità con la quale un argomento di simile rilevanza tecnica veniva affrontato. Difatti la Comrrùssione parlamentare venne costituita da una ventina di senatori e deputati, tutti - tranne quattro generali a ripo so (Caneva, Zupell i, Grandi e Mazza) - assolutamente privi di una conveniente preparazione specifica. 1 USSME, L'esercito italiano tra la J• e la 2" guerra mondiale cil., pp. 41-43; V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., pp. 46-50; V. GALLINARl, L'esercito italiano nel primo dopo· guerra cit., p. 222. '


IL MOMENTO STORlCO

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Con il terzo, fugace , governo Nitti (21 maggio-1 5 giugno 1920), Bonomi cedette all'on. Rodinò il ministero della Guerra. Vi ritornò con il nuovo governo Giolitti e, in tale veste, provvide alla sistemazione del!' Alto Comando dell'esercito, genericamente inteso. Accanto alla indubbia necessità di un provvedimento del genere, stava lo scopo politico di ridimensionare il peso esercitato del capo di Stato Maggiore le cui attribuzioni non erano state intaccate dall'ordinamento Albricci, che pure aveva sostituito il «Corpo di Stato Maggiore «con un più modesto «Servizi.o di Stato Maggiore», composto da un ristretto numero di ufficiali selezionati 1• Con il R.D. del 16 gennaio 1921 venne dunque ri vista l' intera organizzazione al vertice, partendo dal concetto fondamentale che qualsiasi decisione destinata ad avere ripercussioni nel paese spettasse al ministro della Guerra, in quanto il solo costituzionalmente responsabile dell'esercito. Fu ripristinato il Consiglio dell 'esercito, istituito nel 1908 e sospeso nel 1915 all ' inizio della guerra, quale massimo organo tecnico consultivo del ministro, col compito di pronunciarsi «sulle più impo11anti questioni relative sull'ordinamento, al reclutamento, ali' addestramento ed equipaggiamento dell'esercito, alla sistemazione difensiva del territorio dello Stato ed in genere sui più importanti argomenti interessanti l'organizzazione della difesa nazionale». Poiché il Consiglio era presieduto dal ministro, il vicepresidente, militare, doveva «riassumere e personificare» l'opera del Consiglio stesso e, pur mantenendosi nell'ambito delle funzioni assegnategli e sempre sotto la dipendenza del ministro responsabile, rispondere a questi della preparazione tecnica della difesa del paese e dell'effic ienza dell 'esercito. Il capo di Stato Maggiore, invece, con «gli uffici preposti al servizio di Stato Maggiore», passava a far parte integrante del ministero della Guerra, costituendone il principale organo tecnico con il compito di «compiere e coordinare gli studi relativi alle questioni che devono formare oggetto di esame da parte del Consiglio detresercito e poi provvedere all' emanazione delle conseguenti disposizioni esecutive». In sostanza, la responsabilità della preparazione dell'esercito e della difesa del territorio nazionale era trasferita da una sola persona (il capo di Stato Maggiore) ad un organo collegiale (il Consiglio dell'esercito) il cui presidente (il ministro della Guerra) assumeva le vesti di capo dell 'esercito pur limitandosi, all'atto

'Accanto allo scopo politico esistevano anche ri valirà e gelosie nei confronti di Badoglio. il giovanissimo generale d'esercito. Sul foglio rnilirare u1 preparazione del 19 luglio 1921 il generale Gandolfo ebbe a scrivere: «l numerosi comandanti d 'armata, non soddisfatti di essere superati e messi da pane da un uomo che voleva da solo raccogliere l'eredità del comando, escogitarono il Consiglio dell'esercito, dove si accontentarono le diverse ambizioni e si livellarono le diverse stature, ma dove non può imprimersi all'eserciro quell'indirizzo educativo e di dovere, che deve essere emanazione di una sola me nte e di una sola volontà» ( P. PIERt-G. ROCHAT, 8t1doglio. Utet, Torino l 974, p. 498-499).


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RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922- 1932)

pratico, a svolgere un'azione politico-amministrativa, ed il cui vicepresidente (l ' Ispettore generale dell'esercito) era considerato responsabile ciel Consiglio ma non predestinato comandante in guerra 1• La novità di attribuire al ministro, oltre al potere direttivo, anche quello nettamente esecutivo suscitò critiche severe. <~Il ministro - scrisse Gatti - ha sommato tutti i poteri, e questo suo ingrandimento ha danneggiato l'esercito che egli presiede. Perché oggi, in Italia, egli non ha né la qualità né i mezzi per essere il capo politico e tecnico dell'esercito; e, non avendo né queste qualità né questi mezzi, occupa un posto in cui non può esercitare la sua azione» ~. Anche in precedenza il ministro della Guerra era sempre stato il responsabile del!' esercito, ma il capo di Stato Maggiore - il primo generale dell'esercito - si trovava al suo fianco quale unico interlocutore e responsabile tecnico m ilitare. Il Consiglio dell'esercito, convocato saltuariamente, non possedeva la concreta possibilità di compiere in proprio studi definitivi; si limitava, quindi, in sostanza ad esprimere pareri su problern i militari studiati e presentat.igli dallo Stato Maggiore. Questo subìva, dal canto suo, le conseguenze cli due inconvenienti: da un lato dipendeva direttamente dal ministro, che poi prendeva le decisioni in sede di Consiglio dell'esercito; dall'altro, il suo capo aveva un rango inferiore a quello della maggior parte dei componenti del Consiglio 3 • Per converso, mentre il Consiglio agiva lentamente e senza molta convinzione, il capo di Stato Maggiore, in quanto alla testa dell'unico organo stabile ed attivo, continuava ad esercitare una fondamentale influenza nelle cose dell 'esercito. La differenza, rispetto al passato consisteva nel fatto che egli operava all'ombra del ministro •. li progetto clella Commissione parlamentare consultiva era tanto sbilanciato che l' on. Gasparotto - già membro influente della Cornrnissione stessa-,

' Nel sistema francese il vicepresidente del Consiglio dell 'esercito era anche il comandante designalo in caso di guerra, e come tale gli erano riconosci ute una cena autonomia, la direzione degli studi dello Stato Maggiore e la facoltà di proporre le nomine ai principali Comandi. Bisogna peraltro precisare che il 6 novembre 1920 Bonomi si era· rivolto ai generali d'esercito (Diaz, duca d'Aosta, Pecori Giraldi, Giardino, Caviglia e Badoglio) ed ai comandan1i d'annata (Marrone e Tassoni), manifestando l'intenzione di imitare le linee fondamentali dell 'organizzazione ccn1rale dell'eserci10 francese. ricostituendo, fra l'altro il Consiglio dell 'esercito. Tutti concordarono, di massima, con una sola differenza. Alcuni (Pecori Gira ldi. Caviglia. Badoglio e !Vlo,wne) chiesero la designazione del comandante in capo sin dal tempo di pace; altri (duca d'Aosta. Diaz. Giardi no e Tassoni) giudicarono opportuno rimandare tale designazione all 'atto del l'emergenza (P. PtERI-G. Roctt11:r, Badoglio cir. , p. 499). La figura del vicepresidente del Consiglio dell'esercito venne messa meglio a fuoco con il decreto del 16 novembre 1921 , che gli affidò l'alta azione ispettiva sull'esercito e stabilì un periodo di permanenza nel Consiglio più lungo per la sua rin novabilità. ' A. Gatti, Tre anni di vita militare cir., p. 95. ' Vista approvata la riforma dell'organizzazione centrale dell'esercito, Badoglio rassegnò le dimissioni dall'incarico. Venne sostituito il 4 febbraio 1921 dal tenente generale Vaccari. 1 • A. GATfl, 7i-e anni di viw militare cit.. p. 96-98.


IL MOMENTO STORICO

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assunto il 4 luglio 1921 il dicastero della Guerra nel governo Bonomi (4 luglio 1921 -26 febbraio 1922), avanzò un complesso di proposte assai meno estremi ste, che in parte tornava ali' ordinamento Bonomi: forza bilanciata di 175 mila uomini ; costo dell'esercito non superiore all'anteguerra (naturalmente a lira rivalutata); ferma «scalare» con un massimo di 12 mesi; esercito permanente su IO corpi d'armata, ciascuno su due divisioni (anziché tre, come nell'ordinamento Bonom i) a struttura ternaria (e non quaternaria) . Le rimanenti 40 divisioni, reputate indispensabili per la guerra, sarebbero state costituite ex novo dai centri di mobilitazione. Insomma il progetto Gasparotto - pur restando nettamente nel modulo «lancia e scudo - era una via di mezzo tra l'ordinamento Bonomi, che prevedeva l'esistenza di 30 divisioni quaternarie, e quello della Commissione parlamentare, che si riduceva a 6 divisioni ternarie più una di cavalleria'. Il «concetto dell'indipendenza tra il sistema dei centri di mobil itazione ed il nucleo di unità mantenute in efficienza in tempo di pace» sostenuto vigorosamente da Gasparotto ) sollevò polemiche 3 e il progetto fu accolto dalla stessa Commissione parlamentare con una ce1ta cautela. Essa in fatti espresse parere favorevole alla durata della ferma stabilita in un anno, riducibile per chi avesse ricevuto l'istruzione prelim inare, ma si rimise al giudizio dei «corpi tecnici» per il resto, limitandosi ad auspicare l'ordinamento di un esercito di pace in buona efficienza, con completa organizzazione nel paese di quanto occorra per la pronta ed ordinata mobilitazione delle alt.re forze militari ed industriali»•. Le conclusioni della Commissione parlamentare i vennero passate all'esame del Consiglio dell'esercito nel novembre 192 1; senonché, prima che questo potesse esprimere il proprio pensiero cadde il governo Bonomi e gli subentr(i il primo governo Facta (27 febbraio-I agosto 1922) con l'on. Lanza di Scalea alla Guerra. La illogicità della presenza del mi nistro alla testa di un organismo incaricato di fornirgli pareri e proposte era fi n troppo evidente e Lanza di Scalea volle separare nettamente la fu nzione direttiva di un ' unica autorità centrale, cioè del ministro, dall'alta azione di consulenza esercitata dal Consiglio dell 'eserci to indicatigli dal ministro. Con un nuovo decreto, dunque, la presidenza del Consiglio venne assegnata, con particolari prerogative, al sino allora vicepresidente, che ne divenne il responsabile del funzionamento e. l'interprete dei pareri e, nel contempo, fu investito delle più importanti fun zioni direttive: l'esercizio della superiore azione ispettiva su tutti gli elementi dell ' esercito e,

' V. ILARI, S10ria del servizio militare in Italia cit., pp. 50-53. ' A. GA"ITI, 7i·e anni di vita militare cii.. p. 343. 3 G. ROCHAT. L'esercita iwliano da Villoria Veneto a M11.uo/i11i cii., pp. 346-358. ' Ibidem, p. 359. ' A. GATfl, Tre anni d i vita militare ci t. , pp. 331 -350.


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LA RICONQU1STA DELLA LIBIA (1922-1932)

secondo l'indirizzo del ministro, la responsabilità dell'organizzazione difensiva nazionale e della preparazione dei quadri e delle truppe alla guerra. In particolare, per l'effettuazione degli studi e l'emanazione de lle disposizioni inerenti alle sue attribuzioni, il presidente del Consiglio dell'Esercito aveva alle dirette dipendenze i comandanti designati d'armata, il capo di Stato Maggiore, il comandante superiore d ' aeronautica ed il direttore delle scuole militari. Il capo di Stato Maggiore veniva ad avere una duplice dipendenza: dal presidente del Consiglio dell'esercito per gli studi operati vi, i progetti di mobilitazione e radunata, le direttive addestrative, la regolamentazione disciplinare e d'impiego; dal ministro della Guerra per la ripa,tizione dei fondi, gli studi e le disposizioni relative all'ordinamento ed allo stato ed avanzamento dei quadri, gli studi in materia logistica. In caso di guerra il capo di Stato Magg iore con il suo personale lasciava il ministero e passava a far parte del Comando Supremo mobilitato, provvedimento invero abbisognevole di accuratissime predisposizioni 1• Fu nel giugno del 1922 che il Consiglio dell'esercito così modificato terminò l'esame del progetto Gasparotto, concludendo con un'ampia relazione che prendeva in attenta considerazione il problema strategico della difesa dei confini e quello tecnico della mobilitazione in rela,zione alla potenzialità demografica del paese. Queste le essenziali basi di calcolo: forza bilanciata, come emerso dal rendimento della classe 1902, non inferiore ai 250 mila uomini, a prescindere dai richiami; l'intero contingente valido della classe di leva istrnito; fe nna minima di otto mesi per non compromettere l'addestramento e per disporre dei servizi indispensabili; rapidità e sicurez7.a della mobilitazione garantite assai meglio da un esercito a larga intelaiatura. «Non concedendo la forza bilanciata richiesta- ammonì il Consiglio dell'esercito - si sarebbe messo l'esercito in condizioni di non poter più rispondere alla richiesta di truppe per servizi non militari» (leggasi ordine pubblico) e «se si volesse come conseguenza della riduzione della forza bi lanciata, rid urre le unità, l'esercito non avrebbe avuto più l'intelaiatura necessaria per una rapida e regolare mobilitazione e, comunque, con tale riduzione il numero di uomini disponibili non verrebbe a cam biare, onde sarebbe.stato egualmente impossibile soddisfare a tutti i servizi a cui l'esercito provvedeva» 2 • Queste indicazioni vennero espresse mentre era tuttora in corso la negativa prova dell'ordinamento Bonomi e mentre le circostanze politiche e le frequentissime crisi governative non giovavano sicuramente a trovare la soluzione per l'assetto definitivo dell'importantissima questione. Però le idee cominciavano a

' La relazione Lanza di Scalea è riportala in A. G."'m, Tre anni di vita militare cit., pp. 375-382. ' USSME, L'esercito italiano }i-a la J• e la 2• guerra mondiale cit., pp. 45-46; F. STEFANT, Storia della do/Irina e degli ordinamenti dell 'esercito italiano cit., pp. S9-63.


IL MOMENTO STORICO

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farsi chiare, almeno per i tecnici, nonostante la totale assenza di determinatezza nelle linee di politica estera e di politica militare. Fra .le idee chiare spiccava la constatazione dell'insufficienza del ministro della Guerra nel ruolo di capo assoluto dell'esercito. specialmente tenendo conto della turbinosa successione di parlamentari nell'incarico, e dell'inaccettabile riduzione del prestigio del capo di Stato Maggiore provocato dalle limitazioni postegli. Il 31 ottobre 1922 Mussolini formò il suo governo. Comprendeva due militari: il generale Diaz per la Guerra e l'ammiraglio Thaon di Revel per la Marina. Dono appena due mesi, con il D.L. n. 12 del 7 gennaio 1923. venne adottato l'ordinamento di pace Diaz (definitivo e permanente), basato sui precedenti studi, con l'accantonamento del principio della nazione armata. Nella sua relazione I Diaz dichiarò la necessità di eliminare le incertezze e di «uscire dalla stasi <lannosa e pericolosa>>, che logorava l'esercito e lo mortificava. Premesso che l'organizzazione di pace anteguerra costituiva I' ossatura di ben due terzi dell'esercito di guerra e che perciò la mobilitazione si traduceva nel completamento delle unità esistenti e nella costitu;~ione ex novo di assai poche altre unità, per le quali erano già predisposti «adeguati nuclei» di mobilitazione, Diaz ricordò che, nonostante il vantaggio consentito dal periodo di neutralità, nel 19 15 la mobilitazione e la radu nata non si erano svolte come sperato. Perciò occorreva che l'intelaiatura dell'esercìto di pace fosse stabilita in funzione delle unità di guerra, in modo da poter inquadrare rapidamente ed ordinatamente tutte le forze nazionali e, con l'adozione di misure opportune, esercitare il massimo sforzo sin dall'inizio delle ostilità. Sancito il ritorno ad una ferma di 18 mesi, tempo reputato indispensabile per sovrapporre due classi di leva e per formare i graduati, e ad una forza bilanciata di 250 mila uomini, si considerarono salvaguardate le esigenze di pace e soddisfatte quelle di una sollecita mobilitazione. In definitiva: inquadramento di guerra già dal tempo di pace. L'organico degli ufficiali fu aumentato allo scopo di assicurare l'inquadramento di tutte le unità di prevista mobilitazione con ufficiali superiori in servizio effettivo e la presenza di un subalterno effettivo in tutti i reparti a livello di compagnia. Anche questa soluzione inevitabilmente presentava vantaggi e svantaggi. Fra i primi spiccava la prontezza dell'apprestamento bellico in caso di crisi internazionale (a prescindere dalla mobilitazione industriale, di cui però non rispondevano i vertici militari); fra i secondi, l'inconveniente opposto alla co11ocazione in ausiliaria degli ufficiali in soprannumero, vale a dire il prevedibile ristagno delle carriere causato dalla presenza di molli ufficiali nei ranghi. Per i quadti non in servizio permanente vennero istituite scuole allievi ufficiali e sottufficiali di complemento.

' La relazione Diaz è riportata io A.

GATTI.

Tre a1111i di vi/a militare cit.. pp. 385-393.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA ( 1922-1932)

In sintesi, l'esercito venne a contare uno Stato Maggiore Centrale (nuova denominazione), 4 Comandi designati d' armata, IO Comandi di corpo d'armata territoriali e 30 divis ioni territoriali quaternari. Nel la costituzione organica dei reparti delle varie armi si tenne conto dei nuovi mezzi di lona con l'adozione di opportuni nuovi procedimenti tattici. L'aviazione fu resa autonoma e posta alle dipendenze di un Commissario per l'Aeronautica e, nel successivo marzo, divenne distinta forza armata 1• Il prevedibile onere finanziario si aggirava sui 2,2 miliardi, senonché sin dall'esercizio I923-24 fu assegnato solo un miliardo e 200 milioni circa equesto creò difficoltà ovvie. Per mantenere il modulo adottato entro simili angusti limiti si fece allora ricorso a diversi ripieghi, con un risultato finale sconsolante: la divisione quaternaria di pace di ventava ternaria in gue1Ta; ogni brigata avrebbe dovuto dare vita ad un terzo reggimento di fan teria ali' emergenza e passare così dai quattro battaglioni cli pace (due per reggimento esistente) ai nove mobilitati, oltre ai reparti di artigl ieria, genio e servizi. Troppo macchinoso. Peggio ancora: nei periodi di forza massima i reggimenti riuscivano a mettere insieme appena 800 uomini , mentre in quelli di forza minima scendevano addirittura a 400, con evidenti ripercussioni negative in ogni settore. E ancora, ogni discorso sul rinnovamento delle artiglierie, sulle dotazioni di mobilitazione e sulle spese di investimento (costruzioni e fortificaz ioni) veniva a cadere. Quanto al vertice dell'esercito, l'ordinamento auribuiva al Presidente del Consiglio dell'esercito - cioè l'Ispettore generale dell'esercito - le responsabilità riconosciutegli dal decreto Lanza di Scalea. Peraltro accentrava nella mani di Diaz i due incarichi di ministro della Guerra e di Ispettore generale dell'esercito. Malgrado tutti gli squilibri - determinati invero da un bilancio di gran lunga insufficiente - l'ordinamento Diaz si presentava con una certa solidità, anche per lo spazio concesso all 'evoluzione tecnica. La si tua7.ione determinatasi non poteva tuttavia non suscitare critiche e polemiche 2 ed il 30 aprile del 1924 Diaz rasseg nò le dimissioni, ufficialmente per motivi di salute. Entrambi i candidati alla successione, il generale Giardino ed il generale Cavallero, posero come condizione per accettare l' incarico un aumento del bilanc io: non ritenendo la cosa possibile, Mussolini scelse il generale Di Giorgio. Di Giorgio era dichiaratamente filofascista, ma anche, ed in misura ben maggiore, un convinto assertore dell'apoliticità delle forze armate, tanto che nonostante le sue simpatie politiche, l' 11 ottobre 1924 non esitò ad affem1are alla Camera che, in occasione della marcia su Roma, «l'esercito se fosse stato impiegato avrebbe fatto il suo dovere, come ad Aspromonte, come a Fiume».

' USSME, L'esercito italiano Ji'a la J• e la 2" guerra mondiale cit.. pp. 48-55. ' V. ILARI, // servizio militare i11 Italia cit.. lii pp. 63-67; G. ROCHAT. L'esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini cit., pp. 488-491.


IL MOMENTO STORICO

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Di Giorgio vedeva nella disarmonia fra organici e forza bilanciata la causa prima e profonda della crisi cha affliggeva l'esercito: «La storia della politica militare italiana degl i ultimi quarant'anni - dichiarò nella sua relazione al Senato il 5 dicembre 1924 - è la storia dello sforzo angoscioso per uscire da questa crisi ( ... ). Ma lo sforzo, col prefiggersi uno scopo irraggiungibile, quale era quello di tenere un esercito per le necessità della mobilitazione a vasta intelaiatura, coi corpi tutti in permanente efficienza, con ferme successiva mente sempre più brev i e con modesti bilanci, doveva necessari amente infrangersi contro difficoltà insormontabili (...). Ne derivò un regime mo1tificante di ristreuezze chè ebbe sullo siato morale dell'organismo la più sinistra infl uenza. Onde è in questo complesso di fanori (...) che risiede la ragion vera dello stato di impreparazione in cui ci sorprese la guerra eu ropea del 19 14. in cui si ricadde nel dopoguerra» '.

Di Giorgio cercò dunque di attenuare gli inconvenienti con una brusca sterzata verso la concezione della nazione annata. In sostanza propose l' abolizione di una intelaiatura di pace prossirria a quella di guerra; la costituzione cli forze di copertura per la difesa delle frontiere in tempo di pace; la disponibilità dei quadri occorrenti per accogliere le masse mobilitate; l'accantonamento di materiali moderni nelle dotazioni di mobilitazione; due tipi di ferma in rela zione alle esigenze (quella di I" categoria, d i 18 mesi, per le unità d i copertura e di pronto impiego; qu.ella di 2• categoria, di 3 mesi, riservata ai giovani sostegno cli famiglia con il brevetto di istruzione premilitare, per le rimanenti unità), ecc.~. Non indicò un livello di forza bilanciata, peraltro sicuramente inferiore ai 2 lO mila uomini accettati da Diaz, né l'entità dei due contingenti a ferma diversa. C'erano spunti accoglibili, ma anche motivi di seria perplessità. Ad ogni modo era prevista la ricostituzione del Corpo di Stato Maggiore e degli ispettori d'arma, la soppressione della carica di Ispettore generale del!' esercito ed il ripristino delle attribuzioni del capo di Stato Maggiore. Il progetto incontrò il parere negativo del Consiglio dell'esercito e dalle più alte gerarchie militari ed infine fu bocciato dopo un clamoroso dibattito in Senato (30 marzo-2 aprile 1925) 3 . Di Giorgio si dimise immediatamente e Mussolini assunse l'interim della Guerra. L' inopportunità del cambiamento della struttura divisionale all'atto della mobilitazione (passaggio dall'organico quaternario a quello ternario) previsto dall'ordinamento Diaz e la difficoltà di arrivare alle 60 divisioni mobilitate mediante lo sdoppiamento delle grandi unità di pace, spinsero lo Stato Maggiore dell'esercito a caldeggiare l'adozione della divisione ternaria sin dal tempo di

G. ROC::Hlff, L'esercito iralia110 da Vìllorio Ve11e10 a Mussolini cit., p. 529. ' USSME, L'esercito italiano.fra la l" e la 2" guerra mondiale cit., pp. 55-57. 'V. ILARI, Swria del servizio militare in Italia cit. , lll. pp. 79-88; G. ROCHAT, l'esercito italiano da Vi/Iorio Vene/o a Mussolini ciL., pp. 533-550; O. B0v1o, Storia de/l'esercito italiano ci1, pp. 252-253. 1


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA ( 1922-1932)

pace. li generale Badoglio, che dal 4 maggio 1925 aveva sostituito il generale Ferrari nella carica cli capo cli Stato Maggiore dell'esercir.o 1, concordò pienamente e fece preparare una memoria in cui si indicavano i capisaldi di un diverso ordinamento: un esercito di pace eia poter impiegare come strumento bellico di primo tempo mediante il solo completamento, all'atto della mobilitazione, e senza costituzione ex-novo di altre unità 2; di conseguenza, un massimo di 30 divisioni di pace a struttura ternaria; la divisione assumeva composizione fissa ed inscindibile (grande unità elementare). Dal numero di tali divisioni e dal loro inquadramento in grandi unità complesse (corpi d'armata ed armate) de1ivava il calcolo dei reggimenti, delle truppe suppletive e dei servizi. Così, dopo l'approvazione del ministro della Guerra (Mussolini), nel gennaio 1926 venne presentato al Parlamento un complesso di leggi militari, cui Mussolini dette il nome di «Statuto Militare della Nazione» e che fu promulgato sotto la data dell 'll marzo. La prima di esse (n. 396) concerneva l'ordinamento di pace dell 'esercito, L'ordinamento Mussolini, come venne chiamato, considerò una forza bilanciata di 250 mila uomini, con 10 corpi d'armata nella penisola, un Comando Militare della Sardegna ed uno della Sicilia. La ferma rimase a 18 mesi per la classe di leva, ma previde una riduzione a 6 mesi per incorporati in particolari condizioni. La chiamata alle armi doveva consentire in periodo di forza minima di un livello di presènza s ufficiente per le necessità della copertura, nonché per la disponibilità di almeno un'unità per reggimento ai fini dell'addestramento dei quadri, dei graduati e degli specializzati. Era anche previsto il ricorso a variazioni di chiamata alle anni di ogni scaglione del contingente ed a congedamenti anticipati allo scopo di modificare opportunamente la forza alle armi, contemperando le esigenze militari con quelle ciel bilancio. Queste ultime, infatti, erano tutt'altro che trascurabili. Il bilancio 1926-27 prevedeva per l'esercito due miliardi: tanto poco che nel dicembre 1926 ben 54 reggimenti di fanteria su 90 erano costituiti da un solo battaglione. Infine, le dotazioni di mobilitazione erano dichiarate intangibili. Sicuramente lo «Statuto Militare della Nazione» introdusse, a ragione e per la prima volta, un concetto nuovo della guerra, come fenomeno coinvolgente l' intero paese e non più solo lo strumento militare comunque formato. Ed altrettanto indubbiamen.te l'ordinamento Mussolini realizzò un soddisfacente compromesso, da un lato fra le opposte tendenze della grande intelaiatura, dello scudo e lancia e della nazione armata; dail'altro fra la situazione finan ziaria dell'Italia ed il bilancio delle forze armate.

' Il generale Badoglio fu richiamato appositamente dal Brasile, ove nel 1923 era stato nominato ambasciat0re. ' Per alcune divisioni, dislocate alla frontiera, venne stabilito un organjco rinforzato per garantire in ogni evenienza la disponibilità di grandi unità efficienti.


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IL MOMENTO STORI CO

LE LINEE FONDAMENTALI DEGLI ORDrnAMENTI DAL 19 I() AL Ordinarn. Spingardi lug. 19 10

Ordinam. provvis. Albricci nov. 1919

1926

Ordinam. provvis. Bonomi apr. 1920

Ordinam. Ordinam. Mussolini Diaz genn. l923 marzo 1926

4

5

4

4

4

Com. corpo d'armata

12

15

lO

10

11

Com. divis. fanteria

25

30

27

30

30

Com. divis . alpina

-

-

3

-

-

-

-

52

30

-

-

Comandi d' a1111ata

3

2

I

Com. brig. fant. e gran.

48

54

52

Com. brig. bersaglieri

-

6

2

Com. divis. cavalleria

Com. brig. alpina

3

4

Com. brig. cavalleria

8

6

4

3

3

3

3

Si tenga presente che una divisione d i fanteria aveva due brigate e quattro reggimenti di fanteria (una brigata e tre reggimenti, dal 1926), un reggimento di artiglieria da campagna, reparti divisionali e servzi.


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LA RI CONQUISTA DELLA LIB IA (1922 -1932)

Tuttavia, nella pratica attuazione gli ottimi principi ispiratori finorono per ridu rsi, come nel passato, «soprattutto in una diversa rid istribuzione delle stesse armi, degli stessi mezzi e degli stessi materiali della prima guerra mondiale e non ~ffrontò, se non in misura assai limitata, il problema di fondo dell'ammodernamento dei materiali» '. Tale accusa peraltro, più che alla sfera «politica>>, deve intendersi rivolta ai vertici militari, i quali, nonostante la libertà d ' iniziativa loro concessa sul piano tecnico, non seppero raccogliere gli inseg namenti della fase finale della grande guerra 2• Sull' argomento sembra opportuno soffermarsi. La scelta ordinativa del 1926 d iventa ampiamente comprensibile alla luce di alcune considerazioni. Anzitutto, o ltre a stabilire un punto di partenza indispensabile, permetteva ogn i svi luppo in senso moderno in materia di armamento ed equipaggiamento, come in tema di impiego. In secondo luogo, in quel momento il compito dell'esercito si traduceva nella difesa del territorio nazionale e la questione libica bastava ad assorbire ogni attenzione militare. In ultimo, le risorse finanziarie del paese non concedevano un impegno a favore delle forze armate che superasse le normali spese di gestione. Non sfuggì ad alcuno il problema del materiale e principalmente la necessità del rinnovo dell'artigl ie ria. Si trattava di affrontare la questione dell 'artig lieria divisionale, specie nei terreni di montagna; di introdurre nel corpo d'armata e nell 'armata bocche da fuoco veramente moderne (un nuovo modello di obice ed uno di cannone per l'armamento delle unità di ciascuno dei due livelli); di definire un soddisfacente complesso contraereo. [I programma presentato dal generale Bonzani , capo di Stato Maggiore dell'esercito nel 1929, ed accettato dal generale Gazzera, ministro della Guerra anch'egli dal I 929, consentirà di raggiungere importanti realizzazioni ma procederà troppo a rilento per carenza di fondi, talché prototipi saranno pronti soltanto nel 1934. Da te ner presente che nello stesso tempo si imponeva il rinnovo dell'armamento della fan teria, ovunque in corso di evoluzione. Pur riconoscendo le fortissime remore finan ziarie, alcuni eventi mertono in dubbio la bontà dell 'i ndirizzo italiano nel tentativo di ammodernamento. All ' estero ci si muoveva verso qualcosa di veramente nuovo per il campo d i battaglia: il carro armato, l' intervento del fuoco aereo, le unità paracadutiste. Se è vero che in Francia ed in Gran Bretagna la presenza di una pluralità di opinioni alimentava vivaci dibattiti rallentando il processo evolutivo, e altresì vero che l'Unione Sovietjca, con un imponente sforzo dell'industria pesante, stava approntando poderosi strumenti di lotta che già apparivano, numerosi, ne lle manovre militari. E la Germania seguiva a ruota con strumenti ancor più sofisticati. Purtroppo in Italia la spiccata e perniciosa inerz.ia conservatrice mise a tacere le voci che pur si levarono a prospettare la possibilità e la convenie nza

• F. STEFAr-r, Storia de/1(1 d()frrina e degli 01rlùw111emi dell'eserdro italiano cit., Il. 1orno I, p. 87. ' Ibidem. p. 88.


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di superare la forma della guerra di logoramento. Le «Norme» dottrinali d'impiego diramate nel 1926 e nel 1928 continuavano ad imperniare le operazioni sulla capacità risolu tiva del binomio fanteria appiedata-artiglieria, sia pure in un quadro di maggior dinamismo e di inserimento dei carri armati in ogni fase della battaglia. La concezione della guerra di movimento, però, era solo accennata e mancava un fo rte impu lso alla 111oto1izzazione ed alla meccanizzazione. Evidentemente i vertici militari considerarono per il momento sufficienti i provvedimenti presi ed i successivi correttivi i, e non avvertirono la rapidità cli sviluppo delle tecniche e dei livelli di qualità dell'armamento, che stravolgevano l'ambito operativo a livello tattico, ma anche a quello strategico. Quando se ne resero conto e tentarono di correre ai 1ipari era ormai tardi. Peggio ancora, non fu percepito il cambiamento delle ambizioni politiche di Mussolini, il quale già nel 1927 cominciò ad affermare che l'Italia doveva diventare una Grande Potenza. Né fu compreso che Mussolini, completato nel 1932 il controllo pieno della Libia, confortato dai brillanti successi delle crociere e dei primati di velocità colti dalla giovane aeronautica, avviato il programma della flotta corazzata, cominciava a sopravvalutare pericolosamente la reale efficienza delle forze armate italiane. Forse sarebbe stato frenato nel suo avvio verso il sogno imperialistico da un quadro completo de lle esigenze di rinnovamento de i materiali e di potenziamento delle forze armate in ogni settore, con la precisazione cli cifre e tempi cli realizzazione. Forse un simile panorama - sostenuto crudamente da confronti con quanto si vedeva all'estero e da proiezioni nel futuro , accompagnato dalla fenna indicazione dei limiti che da tale situazione derivavano per la politica estera italiana e concludentesi con la proposta di un serio e documentato piano pluriennale - sarebbe stato un tempestivo ed utile deterrente ad azioni sconsiderate quali poi si videro.

* * ::: La politica navale L' 11 agosto del 1921 il nuovo presidente americano Harding prese l' iniziativa di una conferenza internazionale in ambito ristretto per trattare del disarmo in generale \ ma essenzialmente di quello navale, e per discutere di vari

' Fra le varianti alle leggi del 1926 sono da ci1are il numero dei corpi d'anmua 1erri1oriali sali-

to ad 11 (1927). la costituzione di due d.ivisioni celeri ( 1930), l'aumento delle biigate alpine, portate a quattro ( 1930). nonché l'aumento o la diminuzione di unità delle varie armi e dei servizi. ' In terna di riduzione degli amiarnenri 1erreslri la Francia bloccò subito ogni discussione, riliutando di toccare l'argomento. 11 23 novembre 1921. quando il rapprcsenianic iialiano Schanzer cercò di insis1ere ponando ad esempio la buona vo lontà dell' llalia per il disarmo. il delega to francese Briand replicò parlando di «smobilitazione spomanca e di decomposizione morale dcll'eserci10 i1aliano». riferendosi alla simazione poli1ica esistente in l!alia in quel periodo.


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problemi dell'area del Pacifico. Alla conferenza, tenuta a Washington (12 agosto 1921 - 6 febbraio 1922), la Gran Bretagna si rassegnò ad abbandonare la formula del two powers standard, cioè di possedere una flotta pari alta somma delle due più potenti del mondo, ed il «Trattato delle cinque Potenze» (Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti Giappone), firmato il 6 febbraio 1926, stabilì le seguenti proporzioni di navi di linea: 5 Stati Uniti e Gran Bretagna, 3 Giappone, 1,75 Francia e Italia, con una naval holiday (nessuna nuova costruzione di navi di linea) di dieci anni. Escluso il naviglio più leggero, compresi i sommergibili, le quote espresse in tonnellate (misura britannica) erano le seguenti:

e

Gran Bretagna ... . .. . .... . .... . . Stati Unhi ............... . .... . . Giappone ....... . .. . ......... . . Francia ... . ... . . . .... . .... .. .. . . Italia .... . ......... .... . . ..... , .

navi da barraglia

portaerei

525 mila 525 mila 3 15 mila 175 mila

135 mila 135 mila 81 mila 60 mila

175 mila

60 mila

Il trattato, la cui validità fu stabilita sino al 31 dicembre 1936, con facoltà di denunzia due anni prima della· scadenza, era palesemente sfavorevole alla Francia rispetto all'Italia, perché, a differenza di quest'ultima, doveva dividere le sue forze navali fra il Mediterraneo e l'Atlantico. In compenso essa, con l' appoggio interessato del Giappone e dell 'Italia, riuscì ad evitare l'applicazione delle formula ai sommergibili ed al naviglio sottile. Per i problemi del Pacifico, che non riguardavano l'Italia, il 13 dicembre 1922 venne stipulato il «Trattato delle quattro Potenze>>, di durata decennale, che in sostanza si traduceva in una garanzia dei rispettivi possedimenti insulari ed in un impegno di non aggressione 1• Al termine delle ostilità le forze navali italiane ammontavano a 16 navi da battaglia fra corazzate ed incrociatori, 16 incrociatori leggeri ed esploratori, 44 cacciatorpediniere, 30 torpediniere d'alto mare, 75 torpediniere costiere, 59 sommergibili e 254 motoscafi antisommergibili (mas). La smobilitazione incise pesantemente sull'efficienza della flotta e soltanto nel 1923, con il ministro Thaon di Revel, si pose mano ad un programma inteso a ridare ossigeno alla R. Marina. Thaon di Revel non pubblicò un vero e proprio programma navale, che avrebbe probabilmente svegliato la diffidenza francese, ma adottò come criterio di primo tempo il mantenimento a numero della flotta con materiale rinnovato. Perciò, senza toccare le navi da battaglia, per le quali il u·attato di Washington imponeva la «vacanza navale», dispose la radiazione delle navi troppo vecchie o superate come concez ione (8 incrociatori , 64 cacciatorpediniere e 43 sommergibili) e la loro sostituzione con unità moderne. Rinunciò sin da allora alla sollecita costruzione di portaerei, pur essendo già in possesso di piani completi, a causa della oggettiva indisponibilità fin anziaria.


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lL MOMENTO STORICO

Circa j termini di confronto con le flotte delle altre Potenze, era evidentemente impensabile rive1eggiare con la Gran Bretagna, tuttavia il raggiungimento dell'effettiva parità, anche qualitativa, con la Francia poteva consentirci · una posizione competitiva con questa nel Mediterraneo. Da rilevare che nell'ottobre 1929 da parte anglo-americana venne proposta una nuova conferenza navale alle cinque Grandi Potenze firmatarie dell'accordo di Washington. La conferenza, svoltasi a Londra dal 21 gennaio al 22 aprile 1930 avrebbe dovuto 1iprendere la questione della limitazione degli armamenti navali, ma vide essenzialmente la contrapposizione frontale tra la Francia, che non accettava la parità con l'Italia e giustificava il proprio · programma navale con la necessità di essere presente in più mari, e l 'ltalia che si atteneva ad una opposizione di principio. Si concluse con un nulla di fatto, tuttavia la posizione italiana uscì rafforzata dal confronto, giacché, a parte il richiamo ali' impegno sottoscritto a Washington, il nostro rappresentante, Dino Grandi, si mostrò più che disponibile ad una politica di disarmo al più basso livello possibile, come richiesto insistentemente dall'opinione pubblica di tutte le nazioni, dichiarando che <<l'Italia è disposta a priori ad assumere come limite dei propri armamenti navali cifre qualsiasi, anche le più basse, purché non sorpassate da alcuna altra Potenza continenntale europea» 1• L'opera di Thaon di Revel e del suo successore ammiraglio Sirianni, sottosegretario dal maggio 1925 al settembre 1929 e i11inistro della Marina dal settembre 1929 al novembre 1933, è sintetizzata in queste cifre: anno

1923

dislocamenro navi radiate

dislocamento navi varate

116 mila tonn.

20 mila tonn. ,, 13 mila

,,

1924

16 mila

1925 1927

20 mila " ,, 15 mila ,, 18 mila

1928

29 mila

1926

,,

1929

7 mila "

1930

14 mila " ,, 2 mila

1931 1932

7 mila

,,

7 mila " 16 mila

,,

36mila " 16 mila " ,, 23 mila ,, 60mila 27 mila " 20 mila "

' D. GRANDI, La polilica estera dell'Italia cit., p. 177. ' E . CANEVARI, La. guerra italiana cit., I, p. 170.

dislocamento navi in servizio 2

510 mila tonn. ,, 512 mila ,, 505 mila 495 mila " 5 15 mila " 512 mila " 540 mila

,,

560 mila " 615 mila " ,, 640 mila


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA ( I 922-1932)

Due argomenti, peraltro, indussero Thaon di Revel ad irrigidirsi nei confronti di Mussolini. Il primo, sul quale ritorneremo, riguardò la nomina del capo di Stato Maggiore Generale abbinata a quella di capo di Stato Maggiore dell 'esercito; l'altro fu l'istituzione della R. Aeronautica, come terza Forza Armata accentrante le aviazioni terrestre e navale. In realtà, la R. Aeronautica doveva assegnare alla R. Marina 35 squadriglie e 6 dirigibili, e questa doveva fornire tutti gli ufficiali osservatori nonché l'intero equipaggio delle 6 squadriglie imbarcate; ma Thaon di Revel era fermamente convinto che la flotta non potesse rinunciare ad una propria forza aerea, così come accadeva negli Stati Uniti, in Giappone, in Francia, nell'Unione Sovietica, e quando si accorse dell'inutilità delle sue insistenze rassegnò le dimissioni dall'incarico. Il punto focale della discussione era rappresentato dalla nave portaerei, al cui riguardo due erano le tesi dottrinali in contrasto. L' una, innovatrice, sosteneva che «Nonostante i progressi delle comunicazioni radiotelegrafiche, la grande velocità dei velivo li e il loro crescente raggio d 'azione, una forza navale operante al largo delle sue basi non può fare assegnamento che i suoi velivoli provenienti da stazioni costiere arrivino con la necessaria 1empestività per difenderla contro gli attacchi aere i né per partecipare al combauimento navale. Per queste ragioni ( ... ) risulta indispensabile che la tempesti va collaborazione aerea sia assicurata mediante i velivoli di navi portaerei ( ...). Le navi po11aerei ( ...) sono djve111ai-e un -indispensabile elemento di efficienza delle flotte; esse costituiscono la più importante fra le novità che il dopoguem1 ha apportato nell'evoluzione del maieriale navale» ' ·

L'altra, conservatrice, riteneva la portaerei troppo vulnerabile e per giunta la considerava superflua per la flotta italiana, destinata ad operare in un mare ristretto, con la disponibilità di un sistema di basi aeree e navali nella penisola, nell'Egeo ed in Libia, particolarmente favorevole per il rapido intervento, su richiesta, di forze aeree. Questo ragionamento si aggiungeva alla tendenza, che stava prendendo piede ovunque, della corazzata quale nerbo della flotta, tanto più che gli aerei - si sosteneva - avrebbero incontrato molte difficoltà a colpire con bombe o siluri navi procedenti ad elevate velocità e ben dotate di difesa contraerei. Il successore di Thaon di Revel, amm. Sirianni, il 27 maggio 1931, a chiusura della discussione sul bilancio della Marina, si espresse a sostegno della politica delle corazzate in funzione della battaglia navale. In sostanza, a favore della corazzata, con aumentata protezione orizzontale e verticale, giocavano più di un fattore: il costo di una nave di grosso dislocamento era rilevante, è vero, ma sempre inferiore a quello dello stesso tonnellaggio realizzato in naviglio leggero; il maggior dislocamento delle navi da battaglia rispetto al naviglio leggero consentiva una migliore protezione contro l'offesa aerea e

' Enciclopedia Italiana, voi. XVIJJ, p. 9 I alla voce «Guerra marittima», do vuta all' amm. Bernotti.


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subacquea e, nel contempo, una più spiccata reattività contraerea; la prospettiva della battaglia navale, da taluno messa in dubbio, non poteva essere accantonata in quanto «anche se i contendenti non cercheranno più la battaglia per la battaglia perché il dominio del mare assoluto non può più essere conquistato tuttavia la battaglia può nascere ugualmente da un contrasto di scopi ed obiettivi, o da episodi all'inizio apparentemente trascurabili»'. Sul piano operativo, lo Stato Maggiore della marina considerava come ipotesi peggiore un conflitto su due fronti , contro Francia ed Jugoslavia. In tale evenienza, riteneva che la Francia dislocasse la quasi totalità delle forze navali nel Mediterraneo, lasciando nel!' Atlantico soltanto un nucleo di unità antiquate, e si prefiggesse due obiettivi: provocare azioni decisive tra le forze navali e tagliare il traffico marittimo. In questo orientamento, ravvisava la probabilità delle seguenti azioni francesi ali' inizio delle ostilità: incursione in massa nello Jonio e nel basso Adriatico per provocare una battaglia decisiva, coprendo contemporaneamente l' invio di un nucleo navale in rinforzo alla marina jugoslava e dando protezione indiretta ai trasporti delle truppe dal Nordafrica; occupazione di una delle isole maggiori e dell'Elba; bombardamento navale ed aereo dei cantieri liguri ed. azione di sorpresa nel1'estuario della Maddalena; sbarchi di cooperazione tattica con l' esercito nella zona di Taggia. A prescindere dalla pessimistica valutazione delle possibilità militari italiane nei confronti della Francia, lo Stato Maggiore della marina era essenzialmente orientato alla difesa: contrasto dell'uso del mare con il grosso dell'armata navale; prot.ezione delle coste tiITeniche con una divisione navale; cooperazione diretta con l'esercito nell'Adriatico con una ~ivisione speciale di naviglio leggero; azioni di sorpresa contro Biserta e basi jugoslave.

* ** Lo sviluppo dell'aeronautica Nel corso della guerra l'industria aeronautica italiana si era fatta le ossa, tanto che all'atto dell'armistizio la produzione giornaliera ammontava a 30 aeroplani, 60 motori e 200 eliche. L' immediato dopoguerra vide una smobilitazione disastrosa, non in quanto si volesse <<deliberatamente la rovina dell' Aeronautica perché cli sentimenti notoriamente nazionali» 2, bensì a causa di diversi fattori, quali una certa sottovalutazione del mezzo aereo, apprezzato

1 FERRUCCIO Borri, Da Flmta serondaria a grande Marina. La strategia mari((i,1w iwliww negli anni frema in «B0l1et1ino d'Archivio» dell 'Ufficio Scarico dell a Marina Milicare, Roma,

dicembre l988. 'E. CAN EVARI , La guerra iwliana cìt.. I, p. 177.


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principalmente per la ricognizione; una deplorevole mentalità liquidatrice 1, ed anche un avvertibile decadimento dovuto ai continui passaggi di dipendenze. Basti considerare che durante la guerra, a fianco dell'Ispettorato d'aeronautica (poi Direzione generale) del ministero della Guerra e ,di quello «Sommergibili e Avi.azione» del ministero della Marina, era stato creato un Commissariato generale d'aeronautica nell'ambito del ministero Armi e Munizioni per l'approvvigionamento del materiale concernente l'aviazione. A fine 1919 Orlando sciolse il Conunissariato generale e trasferì le sue competenze all'ufficio di un sottosegretario del Ministero dell'Industria e successivamente del Tesoro. Con Nitti la parte amministrativa dell'aeronautica fu passata ad una Direzione generale d'aeronautica creata nell'ambito del ministero dei Trasporti marittimi e ferroviari. Con Giolitti nuovo cambiamento: la Direzione generale fu trasferita dal ministero dei Trasporti al ministero della Guerra. Dopo pochi mesi Bonomj, con un altro decreto, attribuì tutte le competenze riguardanti l'industria aeronautica e l'aviazione civile al Comando generale d'aeronautica, dipendente dal ministero della Guerra, istituito a fine 1918 come puro ente operativo 2 • 11 R.D. 62 del 24 gennaio 1923 risolse la questione costituendo il Commissariato per l'aeronautica, ci vile e militare, con un'organizzazione indipendente, un bilancio proprio e la riunione delle forze aeree per l'esercito e per la marina. Date queste peripezie ordinativa non può destare molta meraviglia il decadimento dell'Arma Aerea. Il 28 marzo 1923 nacque la «Regia Aeronautica» che inglobava «tutte le forze aeree militari del regno e delle colonie)> sotto l'egida del Commissariato per l'aeronautica. Da questo dipendevano un Comando generale dell'arma aeronautica ed un'Intendenza generale d'aeronautica. Primo comandante generale fu il generale Piccio 3 e con lui «il disordine formale negli uffici e nei corridoi ciel Commissariato ebbe a finire. Appena pochi giorni dono il 28 marzo, egli ordinò il contemporaneo decollo per un 'ora cli volo eia tutti gli aeroporti di ogni mezzo aereo» ". Il 23 agosto venne varato il Regolamento della navigazione aerea, un regolamento tanto bene impostato eia rimanere in vigore per più di mezw secolo.

' Nacque pure un certo disordine amministrati vo unicamence a riscontrati errori, anche in buona fede, nella politica delle costruzioni, come emerse dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta su l.le spese di guerra (G. ROCHAT, Italo Balbo. minisrro dell 'aeronautica, Bovolenta, Fe1rnra 1979, pp. 14-1 5). E pesò gravemente la decisione politica di alienare i magazzini militari con scarse formalità, nella strana idea di favorire la ripresa economica post bellica. 'GIUSEPPE D'AVANZO, Ali e poltrone, Ciarrapico, Roma 1981, pp. 7 1-73. ' Il 1° gennaio 1926 il generale Piccio divenne il primo capo di StaLo Maggiore della R. Aeronautica. 'G. ROCHAl', Italo Balbo cit., pp. 39-40.


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Un ulteriore passo avanti fu compiuto con il D.L. 627 del 4 maggio 1925, che stabiliva i lineamenti fondamentali dell'ordinamento dell ' aeronautica. In particolare, quatu-o articoli rivestivano notevole rilievo perché, fermo restando l'unitarietà dell'aeronautica e l'importanza della battaglia per il dominio dell'aria, riconoscevano la necessità dell'appoggio aereo alle operazioni terrestri e navali: «Alt. 17. L'armata aerea ha compiti di guerra aerea offensiva e difensiva . È costitu ita da 78 squadriglie (26 grupni, 9 stormi). Alt. \8. L'aeronautica per il regio esercito ha i compiti che in pace e in guerra le verranno assegnati dai comandi del regio esercito, nonché la difesa aerea di centri vitali del territorio nazionale. È costituita da 57 squadriglie (19 gruppi, 6 stormi) e da 8 aerostati (due gruppi, uno ston no). A1t. 19. L'aeronautica per la regia marina ha i compiti che in pace e in guerra le verranno assegnati dai comandi della regia marina, nonché la protezione del traffico marittimo e la d ifesa delle coste metropolitane e coloniali. È costituita da 35 squadri glie (9 gru ppi, 4 st.ormi) e da 6 dirigibili (due gruppi, uno swnno). Art. 20. L'aeronautica per le regie truppe colonia li ha i co mpiti che in pace e in guerra le verranno affidati dai comandi delle regie truppe coloniali. È costitu ita da 12 squadriglie (3 gruppi)».

Le dipendenze erano stabilite dall' art. 22: «I comandi e le unità della regia aeronautica per il regio eserc iro e la regia marina, di cu i agli art. 18 e 19, dipendono stabilmente e dfrettameme dai .comandi del regio esercito e della regia marina desti nati a impiegarl i per tutto quanto concerne il loro addestramento con le forze di terra e di mare, il loro impiego e le questioni discipl inari che ne deiivano. Dipendono invece per il tramite gerarchico dai comandi della regia aeronautica per le questioni organiche, recn ico-professionali, amministrative e di avanzamento e per quelle disciplinari che ne derivano. La dipendenza degli aerei imbarcati a bordo delle regie navi è stabilita in sede di regollunento» '·

Il 30 agosto 1925 il Commissariato per l'aeronautica si trasformò in ministero, retto da Mussolini, e lo sviluppo delle commesse a ll'industria cominciò a seguire un indirizzo organico, pur nelle limitazioni di un bilancio insufficiente. Nel l'ottobre 1925 1' aeronautica contava 2 stormi eia caccia (ognuno su due gruppi assegnati all'armata aerea ed uno all 'aeronautica per l'esercito); 2 stormi .da bombardamento notturno ed 1 da bombardamento diurno deJl'annata aerea; 5 stormi da ricognizione per l'esercito; 2 stormi di idrovolanti per la marina 2. All'atto pratico, però, le aliquote per l' esercito e per la marina furono gestite dal ministero de11' Aeronautica come reparti dell'annata aerea \ La vera, profonda, ripresa ebbe inizio a fine 1926 con la nomina di Italo Balbo a sottosegretario cli Stato per l'Aeronautica (6 novembre). Il suo programma appare sintetizzato in commento fatto nel 1927: «Bisogna fare innanzi tutto un'Aeronautica sportiva, poi un'Aeronautica disciplinata e quindi un' Aeronautica militarmente efficiente»•.

'Ibidem, n. 40, nota l. ' Ibidem, pp. 180-185. ' Ibidem. pp. 90-94. ' G. AVANZO, Ali e poltrone cit., n. 98.


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Nel 1928, dopo due crociere europee, una con 60 idrovolanti da ricognizione marittima nel Mediten-aneo occidentale e l'altra con dodici aerei R. 22 in Europa occidentale, Balbo, da capitano degli alpini di complemento fu promosso generale di squadra aerea. Il 12 settembre 1929 Mussolini lasciò l' incarico di ministro dell'Aeronautica a Balbo. Le successive crociere del 1930-31, da Orbetello a Rio de Janeiro (17 dicembre 1930- 15 giugno 193 I) con 14 idrovolanti S. 55, e del 1933, da Orbetello a Chicago e ritorno (IO luglio - 12 agosto) con 24 aerei ordinati su due stormi, ottennero un successo letteralmente trionfale dando all'Italia un' immagine mai prima conseguita 1 • A parte ciò, non a torto Rochat ha indicato in Balbo «il principale responsabile dello sviluppo dell'aeronautica in funzione delle esigenze di affermazione e propaganda del regime fascista» e, con maggior puntualizzazione, gli ha addebitato - pur riconoscendolo non l'unico colpevole - di non essersi seriamente impegnato per definire concretamente il ruolo strategico dell'aeronautica italiana 2 • Non per nulla il 22 agosto 1929 il generale De Pinedo, sottocapo di Stato Maggiore dell'aeronautica con funzione .di capo di Stato Maggiore, inviò direttamente a Mussolini un «Promemoria personale» con il quale - prescindendo dalla motivata animosità nei confronti di Balbo derivante da contrasti ed incomprensioni - esponeva una situazione di fatto assai poco soddisfacente: «( ...) quando nel novembre scorso ho assunto il mio attuale incarico (...) ho trovato l'aeronautica in condizioni di gravità dal punto di vista dell'e fficienza bellica, tali che non possono essere sanate in breve tempo, e mi sono acci nto con tutta l'anima a far quanto fosse in mio po1ere per mettere riparo (...). (... ) non esisteva, neanche alcun concetto relativo all ' im piego in guerra dell 'aviazione, e non esisceva alcuno studio sulle caratteristiche militari che occorreva riccr-care negli apparecchi di guer· ra. Questo campo era nelle mie attribuzioni; e così ho potuto al più presto preparare tre documenti strettamente collegati fra loro, Direflive circa l'impiego coordinato delle unità dell'armata aerea;

Ipotesi ovest, ipotesi est, ipotesi doppia, considerazioni; Considemzion.i sul programma speri,nenwle della regia aeronautica( ...) ma tutto questo è poco, agli studi debbono seguire i fatti, i quali

sono di competenza dell'autorità amministrativa, cìoè del ministero(... ). L'aeronautica militare è un organismo militare di natura sq uisiiamentc tecnica: per essere efficiente. essa deve essere governata da un pensiero militare, profondamencc competente nel campo dell'impiego e della tecnica, profondamente coerente e meditato (...). Occorre che chi direttamente amministri e governi tale organismo si renda conto della sua complessità e delle sue necessità, poiché esso non può essere govemaco sulla base del colpo di mano o della improvvisazione( ... ). Intanto non ci sono ancora i tipi di apparecchi necessari per l' immediato fuwro, perché le migl iori energie intellettuali e industriali della tecnica aeronautica sono state impegnate nei preparativi per la coppa Schneidcr (...)>•.

' La 2• squadra atlantica superò i 2400 chilometri da Orbetello a Chicago in dodici ore alla media di 200 km/ora ed entrò nel golfo del San Lorenzo in fonnazionc di parata. L'accoglienza americana a Chicago ed a New York fu di un entusiasmo travolgente. ' G. ROCHAT, lwlo Balbo cit., p. 76.


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E proseguiva criticando gli acquisti costosi di apperecchi non utilizzabili in campo operativo, le defic ienze delle installazioni belliche deg li apparecchi m ilitari, l' impreparazione dell'industria per la mobilitazione. Questo, quando «all 'estero, invece, la preparazione mil itare è seria ed effettiva» 1• A questo promemoria personale, De Pinedo unì un documento ufficiale, datato 18 agosto 1929, con alcune «Considerazioni sulla situazione del materiale aeronau1ico» e cioè degli apparecchi da caccia terrestre e marittima; da bombardamento diurno, notturno e marittimo; da ricognizione terrestre e marittima. La situazione numerica non era brillante. comunque, considerato un fab bisogno complessivo di 655 caccia, 390 bombardieri e 701 ricognitori per un totale cl i c irca 520 milioni , ed aggiungendo il 25% cli costo per motori e parti di ricam bio, la spesa di rinnovamento totale si aggirava sui 650 mil ioni (ai prezzi del 1929). Tenuto conto poi del fatto che la vi1a di un aereo difficilmente superava i quattro anni, occorreva calcolare un quarto della predetta c ifra, cioè I63 milioni, come spese di rin novamento annuo. In meri to al valore qualitativo degli apparecchi il disco rso diventava preoccupante, precisava De Pinedo, giacché al momento !"industria nazionale poteva offrire solo aerei di efficienza bellica decisamente scadente. Per giunta, no n esistendo allo studio apparecchi più moderni e visto che dallo studio del progetto all'entrata in servizio di un aereo non passavano meno di tre anni, ne conseguiva che per ancora tre o quattro anni l'aeronautica italiana non poteva contare su apparecchi mig liori. Insomma, era evidente «per tutte le specialità l'assoluta necessità di iniziare e condurre a termine con la massima urgenza la realizzazio ne di tiri speri mentali studiati strettamente in relazione ai bisogni dell ' impiego». Concludendo: se per rimettere in efficienza l'aeronautica si intendeva anendere nuovi e soddisfacenti prototipi dell'industria nazionale, occorreva che la situazione europea escludesse fo ndatamente ogni eventualità di guerra per non meno di tre o quattro anni; se, invece, la situazione internazionale facesse ritenere necessario uno strumento aereo pronto alla guerra. bisognava ricorrere a procedure cli eccezio ne, quali il ra pido acq uisto all 'estero di un congruo numero dei migliori caccia e bombardieri esiste nti , nonché l'immediato approntamento d i altri ap parecchi nazionali per sostitui re i primi 2• Me ntre la marina si rassegnava a rinunciare ad una aviazione 3 , Balbo si tro vò di fronte a due opposte tendenze dottri nali con ovvi riflessi in campo ordinativo. Da un lato la discussa teoria del Douhet. secondo la quale una grossa massa d i aerei da bombardamento era in grado di portare alla resa qualsiasi

' li promemoria personale è riponato in G. ROCHAT, Ibidem. pp. 189-193. ' Ibidem, pp. 193-207. 'ROMEO B ERN01Tt, Ci11q11w 11'a11ni nel la Marina mil iw re, Liu rsia. Milano 1972. p. 187.


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avversario mediante un'azione improvvisa ed estesa su tutto ciò che riguardasse il potenziale aeronautico nemico; conseguito in tal modo il dominio dell'aria, le forze terrestri e la popolazione civile avversarie si sarebbero trovate alla mercé dell'armata aerea vittoriosa. In sostanza, «il dominio dell'aria è condizione necessaria e sufficiente di vittoria» 1• Come logico corollario, Douhet sosteneva che esercito e marina potevano essere ridimensionati in misura sostanziale. Dall'altro lato c'era la teoria del Mecozzi, che vedeva un impiego dell'aeronautica, pur autonoma ed indipendente, in stretta correlazione con l'esercito per le azioni terrestri e con la marina per quelle navali 2 • Senza entrare nel dibattito fra le due teorie, diremo che Balbo sembrò inclinare per la dottrina del Mecozzi dando il via alla sperimentazione dell'aviazione d'assalto ( l 929). Però il 29 aprile 193 l , nel presentare alla Camera il nuovo ordinamento, si espresse in termini che lasciano perplessi: «Sono da tempo convinto assertore dell'idea che l'azione risolutiva nei connit.ci futuri sarà affidata all'annata dell'aria; sono pure convinto che alla sua efficacia offensiva, più che a qualunque difesa attiva o passiva, sia riservato il compito di difendere il paese; ma, come ho accennato allrove, manca una dottrina in proposito perchç mancano i precedenti e bisogna formarla. Ho perciò predisposto per il prossimo agos10 impo1tanti esercitazioni a partiti contrapposti, che costituiranno il più vasto esperimento di maneggio di grandi masse aeree finora tentato. Si tratta di circa 700 aerei (... ). Avremo così modo di formarci idee più chiare di quelle 'enunciate dai numerosi sc1inori di aeronautica militare e dibattute per vari anni con molta dialcnica, per quanto senza confo1to sperimentale, nelle varie riviste militari ( ...)».

Non una parola per spiegare come e perché sino a quel momento l'aeronautica fosse rimasta priva di un qualunque indirizzo di impiego strategico. Peggio ancora, come ha sottolineato Rochat, 1' annunc.io fiero e sicuro ·cli una dottrina d'impiego a brevissima scadenza era privo di basi attendibili 3 . L'ordinamento del 1931 rafforzò sia l' isolamento dell'aeronautica sia la separazione fra le tre forze armate. I compiti delle aviazioni ausiliarie vennero ridotti, all'atto pratico, alla ricognizione': mentre con l'ordinamento 1925 l'armata aerea aveva «compiti di guerra aerea offensiva e difensiva», adesso era definita» il complesso delle forze aeree destinate ad assolvere i compiti della guerra aerea, compresa la difesa aerea del territorio» e le aviazioni ausiliarie conservavano soltanto i compiti che in pace ed in guerra sarebbero stati loro assegnati dai Comandi dell'esercito e della marina 5 •

GIULIO DOUHET, Il dominio dell'aria, Mondadori, Milano L927, p. 168. 'G. ROCMAT, Italo Balbo cit., pp. 82-90. ; Ibidem, pp. I IO-11 1. 'Ibidem, pp. 104-107. 'V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., 111. pp. 79-88; G. RocHAT. L'esercito italiano da Vi11orio Veneto a Mussolini cit., pp. 533-550; O. Bovio, Storia dell'esercito italiano cit., 1

pp. 252-253


IL MOMENTO STORICO

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È peraltro vero che non unicamente in Italia esisteva la tendenza delle singole forze armate a ritenere possibile affrontare e condurre la guerra fu tura settorialmente. Dove più, dove meno, in tutti gli Stati il problema militare risentiva di questa visione «corporativa» e della rivalità tra le singole forze armate. Gli anglo-americani, i cui problemi strategici esigevano una spiccata cooperazione interforze, seppero superare gli attriti più rapidamente ed assai meglio degli altri. Noi non siamo mai riusciti a raggiungere un livello accettabile cli cooperazione, in parte per insufficiente approfondimento del problema strategico, in parte per carente capacità organizzativa ed in parte per difetti di uomini al vertice. * * * L' alto Comando delle forze armate Il 1925 fu l' anno in cui Mussolini instaurò la dittatura, dando vita allo Stato accentrato ed autoritario. Per le forze armate fu un anno di importanti riforme, anche perché il 30 agosto Mussolini prese formalmente in mano i tre ministeri militaii. Naturalmente i rispettivi sottosegretari alla Guerra (gen. Cavallero), alla Marina (amm. Sirianni) ed al !' Aeronautica (gen. Bonzani) ricevettero la delega per la maggior parte delle incombenze del ministro. La prima rifonna riguardò la Commissione Suprema di difesa (D.L. 123 del 4 gennaio), ord.inata su un Comitato deliberativo, presieduto dal capo del Governo; da una segreteria generale e da quattro organi consult.ivi: il Consiglio dell'esercito, il Comitato degli ammiragli, il Consiglio superiore dell'aeronautica ed il Comitato per la mobilitazione nazionale. A quest'ultimo proposito, il D.L. 969 dell'8 giugno impostò l'organizzazione della nazione per la guerra su due mobilitazioni, militare e civile. La mobilitazione civile, vero nocciolo della legge, prevedeva la costituzione di quattro organismi incaricati rispettivamente delle importazioni delle mate1ie prime, delle fabbricazioni di guerra, dell'alimentazione e della propaganda ed assistenza civile. La loro direzione spettava ai ministeri competenti ed il loro coordinamento alla Commissione Suprema di difesa 1• La seconda riforma toccò l'Alto Comando delle forze annate. Il D.L. 886 dell'8 gennaio istituì la carica di capo di Stato Maggiore Generale, «per la esecuzione delle deliberazioni della Commissione Suprema di difesa e per le eventuali operazioni di guerra», alle dirette dipendenze del capo del governo, con il compito di concretare «gli studi e le disposizioni necessarie per la coordinazione dell'organizzazione difensiva dello Stato ed i piani di guerra» e cli impartire ai capi di Stato Maggiore della marina e dell'aeronautica le direttive di massima per il concorso da fornire per il raggiungimento di obiettivi comuni.

'USSME, L'eserci10 italiano fra la 1° e la 2" guerra mondiale cit., pp. 62-65.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (I 922-1932)

L'anomalia consisteva nell'aver affidato ad una stessa persona, il generale Badoglio, le due cariche di capo di Stato Maggiore Generale e di capo di Stato Maggiore dell'esercito e suscitò l'opposizione di T baon di Revel, il quale temeva che di fatto si stabilisse una sorte di preminenza dell' esercito. Al Senato Mussolini spiegò la decisione in questo modo: «(...) Ammessa come assiomatica la realtà che non si può pensare una guerra a comparti mcmi stagni, una gueJTa separata per l'Esercito, una guerra separata per la Marina cd una separata per I' Aernnamica, si ammette conseguentemente la necessità di coordinare q ueste preparazioni. Ammessa la coordinazione, bisogna trovare il coordinatore. Le grandi forze armate dello Stato al momento attuale sono tre ' : l'Esercito, la Marina e I' Aernnautica. Chi deve dare il coordinamento? ( ... ) Non ho nessun du bbio a rispondere che deve essere l'esercito( ... ). ( ...) al di là delle Alpi vi son dei popoli tre blocchi: uno occ identale. uno tedesco. uno slavo. Una invasione verrà da quelle parti. com'è sempre venuta du rante i secoli; q uindi io affermo che bisogna concepire la guerra di domani come una guerra prevalentemente terrestre, e non vi è dubbio che la gueJTa di ie,i è stara prevalentemente terrestre(... ) e con lo stato degli atti ed a seconda delle possibilità di previsioni umane, non vi è dubbio che noi dobbiamo prevedere una guerra che sarà eminentemente tcffestrc ( ... ). La tesi della costruzione geometrica del senatore Thaon di Revel sa rebbe stata questa: 3 capi di Stato Maggiore dell'Esercito, della Marina e dell 'Aerona utica. e. a l di sopra, un Capo Sup remo. Quel che ci ha diviso dal pensiero del senatore Thaon di Revel è questo: che io dico che il Capo Supremo lo deve dare l'Esercito( ...)» ' ·

Anche accettando l' idea del predominio dell'esercito, è chiaro che il discorso non spiega affatto i motivi della necessità o della bontà del dominio in carico. Quanto a Badoglio, il suo punt.0 di vista, espresso in un' intervista, lascia piuttosto perp Iessi pur essendo molto probabile il suo allineamento alla decisione di Mussolini: idi capo di Stato Maggiore Generale. per essere alla 1esta della massa prevalente delle forze armate della nazione - e cioè dell'esercito - deve essere munito della facoltà di impartire le direttive necessarie alla coordinazione armonica delle altre forze. sia del mare. come dell'aria. Ho detto direttive, perché un'azione specifica di comando sulle altre branche della difesa da un posto tanto in alto non può essere realizzata in concreto ( ... )»·'.

In definitiva, Badoglio dipendeva contemporaneamente da Mussolini, in quanto capo di Stato Maggiore Generale, e dal ministro della Guerra, in quanto capo di Stato Maggiore dell'esercito ". Da aggiungere che in quest'ultima veste presiedeva il Consiglio dell'esercito, organo di consulenza del capo cli Stato Maggiore Generale, cioè di se stesso.

'È evidente il riferimento alla mi lizia fasc ista non ancora defin itivamente regolamentata. ' EM11..10 CANEVARI, La guerra i.fa liana. Rerroscena della dis{c11ra, Tosi, Roma I 948, I, pp. 150-151. ' G. ROCliAr , L'esercito iraliano da Vi/Iorio Venero a 1'vlussoli11 i cit., p. 568. 'La legge non parlava della funzione del capo di Stato Maggio re dell'esercito. intendendola assorbita da quella del capo di Stato Maggiore generale. Comunque Le attribuzioni del p1imo erano simili a quelle già stabi lite nel 1908 e lo Stato Maggiore riacquistava la prop,i a autonomia ,ispeno al rninist.ero della Guerra e riprendeva la denomi nazione di Comando del Corpo di Stato Maggiore.


IL MOMENTO STORICO

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La novità della figura del capo di Stato Maggiore Generale rivestiva una grande importanza nei riguardi della soluzione del problema dell' Alto Comando in pace ed in guerra 1, tuttavia, per quanto il 5 giugno Mussolini avesse affermato che il provvedimento era «nettamente ispirato da quel criterio fondamentale che guida l'azione del governo fascista che vuole vi sia un responsabile, il quale debba preparare e debba rispondere», il concetto risultò carente di reale efficacia, giacché - come si è visto - il capo di Stato Maggiore Generale 1imase privo di effettivo potere di comando. Come se ciò non bastasse, egli doveva avvalersi dello Stato Maggiore dell'esercito non disponendo di organi in proprio! In caso di guerra le cose si complicavano. Secondo l'art. 2 della legge il capo di Stato Maggiore Generale continuava a dipendere dal presidente del Consiglio «per le eventuali operazioni di guerra», ma secondo l'art. 9 egli doveva esercitare «le attribuzioni stabilite per la sua carica dal Servizio in guerra». Ora, l'edizione in vigore di tale regolamento non parlava affatto - né poteva essere diversamente, essendo stata diramata nel 1912 - del capo di Stato Maggiore Generale, È pur vero che, per analogia, a questi poteva essere riferito il par. 41: «Il capo di stato maggiore dell'esercito, interprete del pensiero del comandante supremo lo traduce in ordini ed invigila sulla loro esecuzione», comunque tra l'art. 9 della legge ed il regolamento era chiara la mancanza di coordinamento; poiché non poteva essere una svista, evidentemente Mussolini si proponeva un aggiornamento del regolamento in questione. Influì in qualche misura una certa mancanza di esperienza specifica, posto che per la prima volta in Italia veniva istituita una carica interforze, ma indubbiamente il ricordo della guerra mondiale esercitò un peso determinante sulla convinzione che la guerra italiana fosse problema essenzialmente terrestre. Aggiungasi un'incompletezza di visione strategica influenzata dallo spirito accentratore di Mussolini e probabilmente anche di Badoglio per quanto concerneva l'esercito. 2 Comunque fosse, l'anomala attribuzione ad una stessa persona del doppio incarico di capo di Stato Maggiore Generale e di capo di Stato Maggiore dell'esercito non poteva durare e difatti con D.L. del 6 febbraio 1927 le due cariche furono separate. Il capo di S.M. Generale, che poteva essere scelto anche tra i grandi ammiragli e gli ammiragli d'armata, era il «consulente tecnico del capo del governo», dal quale dipendeva direttamente per quanto concerneva «la coordinazione della sistemazione difensiva dello Stato e dei progetti per eventuali operazioni cli guerra». Dal capo del governo doveva essere tenuto al cor-

1 Sull'argomento vds. M. MONTANARI, L'esercito italiano alla vigilia della seconda guerra mondiale, USSME, Roma 1993, pp. 328-338. ' L' ufficio del capo di Stato Maggiore Generale comprendeva semplicemente sei ufficiali delle tre Forze Armate, quindi si riduceva ad una segreteria tutt'altro che in condizioni di concretare studi e coordinare piani.


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ORDINAMENTO DELL'ALTO COMANDO NEL GIUGNO

1925

Capo del Governo (Mussolini)

Commiss. Supr. Difesa (Pres. Mussolini)

Ministri militari (Mussolini)

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Guerra (Sottosegretario gcn. Cavallero)

-

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Capo di S.M.G . (gen. Badoglio) Capo di S.M.E. (gen. Badoglio)

Marina (Sottosegretario amm. Sirianni) Aeronautica (Sottosegretario gcn. Bonzani)

~

..

:

C.te Gen. A.er. (*) (gcn. Piccio) Capo di S.M.M. (amm. Acton)

Rapporti: - - - - - dipenden~ . - - - - - .. esecuzione delle: deliberazioni -·-·-·-·- ·• consultazione ......... ... . .. ..,. coordinamento del concorso O

* Capo di S.M. dell'aeronautica dal l gennaio 1926

--------' ..:.--·-·-·-·1 I i,

Consiglio Esercito (Pres. Badoglio)


IL MOMENTO STORICO

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rente della situazione politica internazionale per quanto poteva concernere i risvolti militari; dai ministri delle tre forze armate veniva informato su quanto riguardava l'efficienza operativa delle singole forze amiate; dal servizio informazioni militari (dipendente dal ministero della Guerra) sulla situazione militare estera. In base alle informazioni ricevute, proponeva al capo del governo «le linee generali del piano complessivo di guerra», specificando i compiti di massima assegnati ad ogni forza a1111ata per il raggiungimento degli obiettivi comuni a due o più forze armate. Le direttive conseguenti, una volt.a approvate dal capo ciel governo, venivano da questi trasmesse ai ministri interessatj per l'inoltro ai singoli capi di Stato Maggiore, cui spettava l'applicazione in sede di pianificazione operativa (art . 4) 1• È evidente la posizione di isolamento in cui veniva tenuto il capo di Stato Maggiore Generale e palese la macchinosità della prassi prescritta, talché appare molto discutibile attribuire ad un consulente tecnico - testuale denominazione della legge - la responsabilità delle decisioni prese da altri, soprattutto quando gli era tolto qualsiasi potere di comando 2• Da rilevare che il capo di Stato Maggiore Generale corrispondeva con i capi di_Stato Maggiore di forza armata per il tramite dei rispettivi ministri. Peraltro il fatto che lui, e lui solo, avesse il compito, l' autorità e la competenza di proporre al capo del governo per l 'approvazione i lineamenti del piano di g uerra - e, in definitiva le direttive da impartire alle tre forze armate sposta la sua posizione . L ucio Ceva ha messo l'accento su tale questione, ricordando che l'approvazione, in linguaggio giuridico, «presuppone un atto già valido, ma la cui efficacia è soggetta alla condizione sospensiva della futura approvazione» 3• Pertanto, premessa 1'ovvia responsabilità del capo di Stato Maggiore Generale circa il piano presentato, se Mussolini lo approvava, detta responsabilità rimaneva totale; se lo respingeva, occoneva studiare un altro piano; se, infine, lo modificava cli sua autorità e lo inviava ai ministri militari nonostante il diverso avviso del capo di Stato Maggiore Generale, questi aveva il pieno diritto di separare la propria responsabilità con le dimission i dalla carica

' Il R.D. Legge

IL

68 in dara 6 febbraio 1927 è riporiato in A. BfAGINI e A. GIONr-RIDA, fo

Stato Maggiore Generale fra le due guerre. USSME. Roma 1997, pp. 24-26.

' La voluta rid uzione d 'importanza della figura del capo di S1aio Maggiore Generale risulla faci lmente dal confronto con la precedente legge dell'8 giugno 1925. Quesra, pur ponendolo alle dipenden,.e del presidente del Consiglio, gli riconosceva l'autorità di concretare «.gli studi e le disposizioni necessarie pe r la coordinazione dell'organizzazione difonsiva della Stato ed i piani di guerra» e di impartire direttamente ai capi di Stato Maggiore di forza aunat.a le diretti ve di massima per il concorso da forn ire nel rnggiungimento di obiettivi comuni. Nessuna proposta, dunque, e nessuna approvazione al e dal presidente del Consiglio. ' FRANCO P 1ERANDREI, l,1 prerogativa regia di comando nelle forze armate ed il suo e.wm:izio, in «Lo Stato Corporativo» gennaio 1942, p. 65.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922-1932)

S.M.

F UNZIONI D EL CAPO DI SECONDO

IL R.D.L.

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GENERALE

FEBBRAIO

Capo dd Governo +

1927, N. 69

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Capo di S.\1.G.

Ministri militari

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Capi di S.M. delle forze armate

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• informazioni e ragguagli politico - mil itar i - - - ...,. proposte <li caratte re militare - · - · - • direttive •· • · · · • • · · ·> disposizioni esecutive


lL MOMENTO STORfCO

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oppure, accettando la modifica, diventava responsabile del piano adottato come se lo avesse proposto lui stesso 1• Qualche perplessità potrebbe nascere circa la ,,coordinazione della sistemazione difensiva del1o Stato». ln proposito la legge prevedeva le proposte del capo di Stato Maggiore Generale, ma non parlava di approvazione del capo del governo, il quale si sarebbe limitato a trasmetterle ai ministri interessati (art. 3). A prescindere dal punto dell'approvazione, che si potrebbe anche ritenere implicita, bisogna soffermarsi sul!'espressione «sistemazione difensiva dello Stato», intesa come generica difesa del Paese (in primis delle frontiere) sulla base di una situazione internazionale sufficientemente stabilizzata ed in assenza di un'ipotesi bellica in corso di sviluppo. Ceva ha interpretato l'espressione nel significato di «preparazione militare» in generale, cioè di una preparazione idonea a <<sorreggere gli obiettivi politici» 2, ma in realtà la preparazione militare delle forze armate (compresi gli aspetti dell'armamento e dell'equipaggiamento) rientrava nella competenza dei singoli ministri di forza armata. Fra l'altro, secondo l'art. 5 della legge, il capo di Stato Maggiore Generale esercitava «il coordinamento della preparazione delle forze armate» praticamente solo in campo addestrativo, proponendo programmi di esercitazioni combinate e formulando osservazioni sulla loro esecuzione. Tutto qui. E non bisogna dimenticare che la stessa responsabilità in tema di coordinamento diventava relativa, posto che i capi di Stato Maggiore della marina e dell'aeronautica potevano far valere la dipendenza diretta dal ministro a favore di un'azione autonoma della rispettiva forza armata, e principalmente in considerazione del fatto che Mussolini, nella molteplicità delle sue funzioni, ripartiva il bilancio fra i dicasteri militari secondo sue personali vedute, senza essere tenuto a consultare il capo di Stato Maggiore Generale. Ancora: la legge non parlava di «governo», cioè di un organo collegiale, ma del «capo del governo», vale a dire di «un organo che ha rapporti di supremazia rispetto ad ogni altro ordine di poteri dello Stato»'. Accentuava, così, il controllo di Mussolini in ambito militare, mentre, sul piano della posizione personale, impediva che un personaggio di indubbio prestigio, quale Badoglio, potesse far pesare la propria personalità sulle forze armate. È probabile che Mussolini abbia di proposito svuotato di potere concreto un eventuale pericoloso antagonista, sul quale il Re avrebbe potuto appoggiarsi per togliere lui, Mussolini, dalla scena politica. Bisogna, ad ogni modo, ammettere che un capo dj fe1mo carattere, di dura volontà, avrebbe potuto ugualmente tenere in pugno l' intero apparato militare agendo secondo un programma organico: in fondo le proposte per la difesa

'Lucio CEYA, Costituzione efu11zioname11to del comando dell'esercito dal 1918 al 1943 in USSME, Il problema dell'Alto Comando dell'esercito italiano dal Risorgimento al Pa110 Atlantico, Roma 1985, pp. 206-208. 'Ibidem, pp. 208-209. 'Ibidem, p. 203.


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dello Stato ed il piano di guerra, che egli solo aveva l'autorità di presentare al capo del governo, potevano risultare determinanti ai fini della politica militare da seguire in coerenza con la polirjca estera. Infatti il 18 luglio 1927, quando Mussolini convocò tutti i capi di Stato Maggiore per quella che egli definì «la prima riunione per la preparazione sistematica della guerra», Badoglio prese la parola esponendo l'intenzione di determinare programmaticamente nelle linee generali e poi di precisare nei particolari i piani di guerra corrispondenti alle ipotesi piu probabili, con precedenza all'eventualità di un conflitto con la Jugoslavia. Purtroppo il proposito di iniziare la pianificazione deJJ' impiego coordinato delle tre forze am1ate congiunte, evitando i l danno della sconnessione di sforzi, non ebbe seguito. La carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito, definito «l'alto consulente tecnico ciel Ministro della Guerra», fu affidata al generale Ferrari, che già l'aveva ricoperta dall'aprile 1923 al 4 maggio 1925, con il compito cli dirigere gli studi e le predisposizioni per la preparazione alla guerra, esercitando un' azione ispettiva sulle truppe, sui servizi e sull'organizzazione scolastica dell'esercito; compito analogo a quelli stabiliti per i capi di Stato Maggiore delle altre due forze armate. Il generale Ferrari rimase poco in carica, ma lascian do il servizio presentò a Mussolini una memoria, datata 31 gennaio 1928, nella quale, fra l'altro, esaminò a fondo la questione: «(...) Somma importanza ha poi anche, ne lla 1isoluzione del prob lema militare, la precisa definizione della costituzione e delle funzioni dell 'alto comando in pace cd in guerra. (... ) La soluzione ideale, perché più radicale, sarebbe quella di dare al Capo di Stato Maggiore Generale le attribuzioni non solo di coordinatore, ma di diretto propulsore - e responsuabilc - della preparazione alla guerra dell'Eserci10, della Marina e cieli' Aeronautica. Egli dovrebbe perciò disporre dell'organo adatto per poter esplicare tale funzione e, cioè, di un vero e proprio ben attrezzato Stato Maggiore Generale , suddiviso in tre riparti, ognuno dei quali corrispondente ad una delle branche delle forze armate. Il Capo di Stato Maggiore Generale, che, in guerra, assumerebbe il Comando Supremo di tutte le forze armate e lo eserciterebbe, per quelle di terra, per mezzo dei comandanti dei gruppi di armate, sarebbe in pace alle dipendenze del Capo del Governo e ne seguirebbe le direttive nella preparazione alla guerra delle forze armate del paese(... ). Con tale soluzione, che definisce nettamente la figura e le atitribuzioni del Capo di Stato Maggiore Generale, si eviterebbero tutte le possibili cause di att.rito ora così facili fra i Capi di Stato 10 Maggiore delle tre branche delle forze armate e dei relativi Ministri, e si a~sicurcrebbe realmente unità di intenti d'indirizzo nella preparazione di esse alla guerra, pregio questo inestirnabile (...). Ceno è, ad ogni modo, che attribuire, come oggi avviene, la responsabilità della preparazione dell'Esercito alla guerra (art. 3, capoverso a del R.D. n. 69 del 6 febbraio 1927) al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito', ma ammettere in pari tempo che un ente, qua le è il Ministero - che

' li gen. Fe,rnri sou.olineò anche che «il fatto stesso di ammettere che la carica possa essere copena indifferentemente, in pace, da un generale d'am1ata - al quale l'elevatissimo grado conferisce prestigio ed autorità indiscussi. ma, in pari tempo, gli vieta di accon1.en1arsi di attribuzioni modeste, in sottordine - o da un generale di divisione- il quale è difficile vedere come potrebbe eserci1are la sua autorità sui generali d 'armata - rende malcerta la s ituazione del Capo di S.M. dell'esercito».


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ha elevatissime funzioni e responsabilità di cara[tere polit ico, amministrativo e disciplinare ma che non ha competenz,a e responsabilità tecniche in fauo d i addestramento e d ' impiego - possa imromeuersi, secondo proprie vedute, in tale opera di preparazione ed .i ntralciarla, equi vale a rendere impotente, non so ltanto il Capo di Stato Maggiore. ma tutto lo Stato Maggiore - organo tecnico di carauere continua[ivo, la cu i importanza è stata giusta mente equiparata a quella del cervello del corpo umano - e ad atrofizzarne le funzioni, le q uali, peltanto, più non sara nno in grado di agire al momento del bisogno. È la paralisi del Comando Supremo che, in questo modo, si prepara. Tali erano, pri ma dell'anno 1866, le condizioni dell'alto comando, nel giovane ed inesperto esercii.o italiano, in cui mancava un responsabile della preparazione e della condotta della guerra: lo Stato Maggiore aveva compiti limitatissimi e meschini, il Ministero tutto accentrava . La conseguenza fu: C11scoza ! ( ...)» ' ·

A prescindere dalla valutazione dell'importanza di un vero e proprio organo di comando superi.ore rispetto alle tre forze armate, si vede chiaramente in questa pur ragionata soluzione suggerita per il problema dell'Alto Comando la persistenza della concezione organizzativa per materia anziché per funzioni, la più idonea per un organo di coordinamento oltrecbé di comando. Ne deriverà, più o meno inevitabilmente, lo sviluppo delle tre forze armate secondo linee autonome tracciate da visioni egoistiche sorrette da dottrine d 'impiego unilaterali e dest.inate a non approfondite, e quindi a non risolvere, gli argomenti in cui si profilavano conflitti di interessi o di idee. La memoria del generale Ferrari incontrò una sostanziale indifferenza. Peggio ancora, qualche mese più tardi Mussolini approvò la richiesta di Badoglio di recarsi in Libia per la pacificazione definitiva della colonia, pur conservando l' incarico di capo di Stato Maggiore Generale! Nel 1931, poco dopo la trionfale conclusione della crociera aeronautica a Rio de Janeiro, Giovanni Giuriati, segretario del partito fascista, convinto della deficiente organizzazione al vertice delle forze armate e constatato che la lontananza di Badoglio dimostrava ampiamente il carattere «burocratico» dello Stato Maggiore Generale, in una conversazione a quaur'occhi suggerì a Mussolini di nominare Balbo capo di Stato Maggiore Generale al post.o di Badoglio. Mussolini reagì come se fosse stato nominato il basilisco: «Balbo?» domandò, s barrando gli occhi. «Balbo - replicò Gi uriati tranquillamente - è stato nominato da te maresciallo dell'aria: ciò dimostra che lo ritieni competente di cose militari. Balbo con la crociera atlantica , ha provato di essere un organizzatore formidabile e s i è conquistato una fama mondiale. Finalmente Balbo è fascista, mentre Badoglio non lo è; rn hai bisogno di prepara.re le forze armate della rivoluzione fascista, non quelle di uno Stato li berale».

' li rapporto Ferrari è riportato integra lmente in E. p. 236 e sg.

CAK!;VARI,

La guerra italiana cit., I,


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Mussolini rispose evasivamente che ci avrebbe riflettuto e Balbo, informato del dialogo, confidò a Gimiati_ che quella era «la sola carica da lui ambita» 1. Come fosse possibile da un lato la fonnulazione di una simile proposta e dal!' altro il pensiero della sua ammissibilità, si può spiegare soltanto con la superficialità più assoluta in fatto di cose militari. Ma, siamo sinceri, a dare l'esca a considerare la carica pressoché una sinecura era stato proprio Badoglio, accettando di andare in Libia per cinque anni come governatore della Tripolitania e della Cirenaica, allora colonie distinte, ma chiedendo di continuare a ricoprire la carica di capo di S.M.G.: «Non trovo nessuna difficoltà ad esercitare questo mandato pur non rimanendo a Roma. La questione essenziale è ora la compilazione dei piani di guerra, e questa parte può esse{e svolta per corrispondenza coi capi di Stato Maggiore ed integrata da qualche riunione da farsi a Roma quando io verrei per licenza o per motivi di servizio(... )»'·

'GIOVANNI GJURIATI, La parabola di

Mussolini nei ricordi di un. gerarca, Laterza, Roma-Bari

1981, p. 140. 'P. P 1ERI e G. RoCMAr, Badoglio cit., pp. 590-591. Per inciso, «Come testimonia - ha scritto Rochat - la documentazione disponibile (molto incompleta, ma unanime su questo punto) nessuno si accorse della prolungata assenza del capo di Stato Maggiore Genera.l e da Roma» (ibidem, p. 594).


Capitolo II LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE 1.

LA RICONQUISTA DELLA LIBIA

All'inizio dell'estate 1914 la Libia appariva saldamente in mani italiane. La Tripolitania era in pratica quasi tutta occupata e, della Cirenaica, l'intera fascia costiera e buona parte del Gebel Achdar si trovavano sotto controllo. Senonché lo scoppio della guerra mondiale mutò di colpo la situazione. Due i fattori dirompenti. Anzitutto il piano tedesco e turco di impegnare la Gran Bretagna in Egitto con la collaborazione della Senussia e la Francia nel Nordafrica francese con l'insurrezione dei musulmani. Che la rivolta musulmana si accendesse automaticament.e anche in Libia era trascurato dalla Germania, ma visto con estremo favore dalla Turchia; anzi fu qui che il movimento prese maggiormente fooco, in quanto arabi e berberi, già pressoché rassegnati alla sconfitta, rialzarono la testa trovando un insperato aiuto in soldati, armi e mezzi nella lotta contro la presenza italiana. Il secondo fattore fu costituito dalle incertezze del Governo di Roma sulla politica da seguire e dalla introduzione di una burocrazia amministrativa vessatoria nelle due colonie. Di fronte ai focolai di rivolta accesisi sin dalla. primavera nel Fezzan e nella Sirtica, il governatore della Tripolitania, generale Garioni, cominciò a pensare all'abbandono cli quelle regioni data l'impossibilità di mantenervi presidi. Simile orientamento ricevette la piena approvazione ed il sostegno del nuovo capo di Stato Maggiore dell'esercito, generale Cadorna. Il giudizio di Cadorna sulla nostra penetrazione nel Fezzan, culminata con l'occupazione di Murzuk (4 marzo 1914), a 750 chilometri in linea d'aria dalla costa, con distaccarienti a Ghat a 900 chilometri, fu drastico: «(...) avvenuta l'occupazione - egli commentò più tardi - , rimaneva un compito ancor più difficile, quello cioè di consolidarne il dominio, govemando quella immensa regione, la quale, per il s uo isolamento e per le sue speciali condizioni di vita, era refrattaria a qualunque nuovo sistema di vita. In quel momento decisivo [veramente] mancò la cognizione di ciò che si doveva fare per assicurare la conquista, ed incominciarono s ubito a svilupparsi quei fatti di natura politica e militare che, dopo un anno e mezzo, ci dovevano ridurre a Tripoli e ad Homs. Si commisero errori politici e militari che ebbero le più funeste conseguenze. Si modificarono leggi esistenti da un lontaniss imo passato per far prevalere la civiltà europea sulle usanze antichissime di que lle barbare popolazioni ( ... )» '.

1

LUIGI CADORNA,

Altre pagine sulla ,:rande guerra, Mondadori, Milano 1925, pp. 49-51.


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MARE MEDITERRANE

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La Libia


LA DECISION E POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

I() I

In questo ordine di idee, Cadorna, il quale considerava inevitabile la partecipazione italiana al conflitto europeo, il 7 agosto 19 14 prospettò al ministro della Guerra, generale Grandi, la convenienza di ridurre al minimo i presidi costieri e tre settimane più tardi si dichiarò d'accordo con il ministro delle Colonie, Ferdinando Martini, sulla necessità che i governatori delle d ue colonie si guardassero bene sul far conto su eventuali aiuti militari da parte della madrepatria 1• Lo sgombero del Fezzan ebbe luogo tardivamente in autunno, quando ormai l'im;u1Tezione divampava ovunque; quello delle oasi sirtiche iniziò a fine gennaio 1915. li nuovo governatore della Tripolitania, generale Tassoni, si al!annò e cercò di arrestare «la tendenza ad esagerare la potenzialità dei gruppi ribelli» e «l'abbandono ingiustificato di posizioni e località». A tal fine stabilì che «ormai nessun comandante deve fare un passo indietro senza ordine esplicito del Governo e le località oggi occupate dalle nostre truppe devono essere mantenute ad ogni costo» 2 • Cadorna intervenne subito. A malincuore si era indotto a concedere a Tassoni un rinforzo di tre battaglioni bersaglieri e tre squadroni di cavalleria, in aggiunta agli altri otto battaglioni già mandati in Tripolitania, nell'intesa però di recuperare quanto prima tutti questi reparti, perciò disapprovò nettamente il principio di difendere «ad ogni costo» le località occupate e lo considerò come una delle maggiori cause del successivo disastro. Nel tardo pomeriggio del 4 luglio 1915, Martini telegrafi) a Tassoni che «per concorde determinazione del Presidente del Consigl io, del ministro della Guerra e mia», autorizzava - strano modo di comunicare una decisione del genere - il ripiegamento di tutti i presidi dall'altopiano verso la costa, «niuno eccettuato», nonché di quelli costieri di Sirte e di Zliten 3. In conclusione, il 21 agosto, ali' atto della dichiarazione di guerra italiana alla Turchia, il nostro possesso in Tripolitania era ridotto ai due campi trincerati di Tripoli-Tagiura e di Homs•. In Cirenaica la situazione era leggermente migliore. Il ripiegamento dei presidi dell'interno - stabilito per tempo dal governatore, generale Ameglio ebbe luogo con regolarità e senza perdite di uomini e di materiali, talché «la miglior parte della colonia, e specialmente dell'altopiano, rimase nelle nostre

' Ibidem, p. 58. ' Ibidem, p. 67. ' FERDINANDO MAlfflNl, Diario 1914-1 918, Mondadori, Milano 1966, pp. 478-479. ' Le perdite complc$sive italiane dal gennaio a tuteo luglio 191 5 am montarono ad oltre 5 mila

uomini, fra morti, dispersi e prigionieri. l materiali perduti od abbandonati erano cospicui: 37 cannoni, 20 mitragliatrici, 9 mila fucili, ingente munizionamento e 37 automezzi (ASMA I, Libia, pos. 122/9, f. 75). Tutti i riferimenti ai documenti dell'ASMAL Libia, sono tratti da AKGELO DEL BocA, Gli italiani in Libia, I, Trip<1li, bel suol d'amore 1860-1922, Oscar Mondadori, Milano 1993, e II, Dal fascismo a Ghedda.fì, Latcrza, Roma-Bari, 1988.


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mani e ciò fu, in definitiva, la causa che obbligò in seguito la Senussia, tagliata dal mare e confinata nel deserto privo di risorse, a scendere a patti» 1• Nel corso della guerra mondiale gli eventi delle due colonie ebbero sviluppo disuguale. In Tripolitania, nonostante l'instabilità nel campo ribelle dovuta ai dissidi ed alle gelosie esistenti fra i vari capi locali e gli errori compiuti dalla Senussia, che aveva cercato di dirigere il movimento, la rivolta araba, ben sorretta da ufficiali turchi con armi e denaro, non accennava a demordere. Vero si è che già nella seconda metà del 1917 le ostilità finirono per ridursi alle razzie dei ribelli ai danni degli indigeni che riconoscevano la nostra autorità ed alle controrazzie organizzate da noi, con la conseguenza che ben presto la fame cominciò ad imperare da ambo le parti. Fu soltanto dopo la battaglia ciel Solstizio che il Governo italiano cominciò a pensare alla riconquista della Tripolitania, sì da trovarsi realmente padrone della colonia al momento della pace. Ma subentrò un nuovo ostacolo: l' epidemia di spagnola. La lotta in Cirenaica ebbe invece minor vigore perché il grosso delle forze senussite si trovava impegnato a fondo contro gli inglesi. I numerosi insuccessi e le tristissime c-0ndizioni create dalla carestia e dal blocco navale misero in crisi il prestigio del Gran Senusso, Ahmed esc-Sherif, il quale finì per cedere ai familiari i poteri civile e militare, tenendo per sé soltanto la suprema carica religiosa. Il comando in Cirenaica fu, così, affidato al cugino, il giovane Mohammed Idris. Con il nuovo capo le cose cambiarono, ravvisandosi l'opportunità di intavolare trattative di pace sia con g li italiani sia con gli inglesi. Dopo lunghe discussioni, il l 7 aprile 1917 venne firmato il patto di Acroma fra i delegati europei e senussiti. L'accordo, obiettivamente conveniente per tutti date le circostanze, si basava su una tacita spartizione della Cirenaica in zone di influenza con una ambiguità di fondo: l'Italia non rinunciava affatto alla sovranità sulla colonia, ma il patto non contemplava alcun riconoscimento di tale sovranità, e la Senussia esercitava un effettivo potere politico-religioso sulle oasi dell'interno e su buona parte del Gebel Achdar. Sul finire del 1918 nell'ambito politico italiano cominciarono a circolare propositi di togliere alla nostra azione coloniale ogni impronta imperialistica. Questo però presupponeva, evidentemente, la fine della g uerriglia in Libia, che tanto nuoceva a ll'immagine dell'Italia. A metà novembre il pres.idente Orlando telegrafò al ministro degli Esteri, Sonnino, in quel periodo a Parigi: «(...) Poiché non è possibile che, mentre tutto il mondo si pacifica, in Tripolitania si combatta, bisogna fa( sentire ai nostri alleati, e specialmente agli inglesi, la necessit11 non solo di fare proteste, probabilmente vane, ma di passare a minacce concrete di occupazioni territoriali ove quest.o stato di cose scandaloso non cessi» 1 •

' AGOSTINO GAIBI, Storia delle colonie, Schioppo, Torino l934, p. 294. ' Orlando a Sonnino in data 15.11.1918, DDI, 6' serie, l, doc. 168.


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Si trattava, in sostanza, di imporre alla Turchia - che non intendeva assolutamente cedere la Libia - il pronto ritiro delle sue truppe dalla Tripolitania. Desiderando evitare di arrivare alla pace senza aver ripreso il controllo della situazione, il Governo italiano non esitò dunque a minacciare a Parigi, l'occupazione di alcune località dell'Anatolia, qualora la Turchia non avesse rispettato le clausole dell'armjstizio 1• Dopo alcune residue tergiversazioni, fra il gennaio ed il febbraio 1919 venne effettuato il rimpatrio dei militari turchi. Però in Tripolitania si era verificato un episodio ancor più grave. 11 16 novembre 1918 ad el-Cussabat un convegno di capi arabi aveva proclamato la repubblica tripoHtana, la Giamhuriyya et-Trabulsia, retta da un governo composto dai quattro esponenti principali locali: Suleimàn el-Barùni per la Tripolitania occidentale, Abd el-Nebi Belker per gli 0 1fella ed il Fezzan, Ahmed el-Mràied per i Tarhuna, Ramadàn escScèteui per Misurata. Quest' ultimo ottenne facilmente la presidenza del governo, sia per la sua personalità sia, soprattutto, perché aveva in mano le anni ed il tesori abbanddonati dai turchi. L' annuncio formale dell' indipendenza tripolitana venne dato al generale Garioni, tornato a Tripoli 1'8 agosto 1918 come governatore 2, con una lettera recapitata il 19 novembre a Homs; lettera che, per di più, chiedeva al Governo italiano di mettere'la Giamhuriyya in rapporti con tutti gli Stati aventi una rappresentanza consolare a Tripoli 3. L'atteggiamento italiano inevitabilmente si irrigidì. Il nuovo ministro .delle Colonie, Gaspare Colosimo, scrisse subito a Garioni di non rispondere alla !et.tera dei capi arabi. Sonnino si premurò di comunicare alle Grandi Potenze che «noi manteniamo fermo il principio della nostra sovranità sulla Libia, internazionalmente riconosciuta; quindi in Libia noi consideriamo ribelli indigeni che hanno preso le armi contro di noi» 4 • Ed il ministro della Guerra, generale Zupelli, dispose l'invio in Tripolitania di numerosi rinforzi in uomini e mezzi, tanto da rendere possibile la costituzione di due divisioni, cui dopo Vittorio Veneto si aggiunse la 1• divisione d'assalto. L'aviazione, dal canto suo, poteva contare su una squadriglia Farrnan, due squadriglie Caproni, due squadriglie S.Y.A. ed una di idrovolanti F.B.A.

' Borsarelli, sottosegretario agli Esteri, a Sonnino in data 20.12.1918, ibidem, I, doc. 60 I. 'Dopo il rimpatrio del gen. Tassoni (giugno 1915) il ministro Martini chiese al gen. Ameglio, gove[l)atore della Cirenaica, di reggere anche il governatorato della Tripolitania, pur restando le due colonie ben distinte. Arneglio acceuò e si portò a Tripoli lasciando a Bengasi, come sostituto, il gen. Moccagatta. ; EMILIO C ANEVARI , La guerra iraliana. Retroscena della disfarra. Tosi, Roma 1948, I, pp. 285-287. ' Sonnino agli ambasciatori a Londra, Parigi e Washington in data 16.12.1918, DDI, 6" serie, I, doc. 570.


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Peraltro, Garioni, d'accordo con Colosimo, preferì intavolare trattative con gli arabi, assicurando l'attuazione delle libertà politiche e civili promesse nel 1917, ma avvertendo che qualunque diversa pretesa avrebbe provocato la rottura dei colloqui e quindi lasciata la parola alle armi. Il 16 aprile 19 19, a Khallet ez-Zeitun (la valle dell'ulivo), Ramadàn esc-Scèteui accettò le condizioni, promettendo di convincere tutti gli altri capi della Tripolitania a riconoscere l'accordo e di liberare i prigionieri italiani in mano araba. «La discussione - comunicò Garioni - fu lunga e laboriosa e l'accordo di massima fu raggiunto con modifiche e piccole aggiu nte, che non spostano affatto le linee generali del programma di Governo, mantenendo così integro il concetto deUa nostra assoluta sovranità e confermando la concessione di una ciuadinanza sui generis, tutta speciale e locale. con conseguente diritto alle popolazioni di partecipare in rnodo effettivo all' arrunin istrazione del paese» '·

Nel pomeriggio del 21 aprile le due parti finnarnno lo schema di uno

Statuto, che il Governo italiano promulgherà il l O giugno. Con esso, fra l'altro, veniva riconosciuta una «cittadinanza italiana della T ripolitania», disti nta da quella metropolitana; sostituito il servizio militare di leva con quello volontario nelle <<forze armate locali»; istituito un Parlamento tripolitano composto di rappresentanti elettivi e di membri di diritto (i principali capi del!' amministrazione coloniale); posta la lingua araba su un piano di parità con quella italiana. In cambio, l'accordo di Khallet ez-Zeitun impegnava i capi arabi a consegnare tutto il materiale bellico in loro possesso, ad effettuare il graduale disarmo della popolazione e «consentire» l' insediamento di ufficiali di collegamento italiani in località già sedi di presidio militare (Misurata, Zanzur, Azizia, Sirte, Tarhuna, Ga,ian, Riaina, Nalut e Beni U lid)2. Tutto sommato, l'accordo con la Giamhuriyya, cui si era adattato Garioni, non fu ben visto dai militari, che dopo lo sbarco dei consistenti rinforzi si attendevano una soluzione di forza, adesso attuabile. Si criticava la «tendenza pacifista ad oltranza» e si denunciava la percezione della nostra debolezza politica da parte degli arabo-berberi 3 . Ed il contrordine dato alle tre divisioni, già pronte per avanzare da Tripoli su un fronte di 50 chilometri, causò profonda delusione. «Perché circostanze così favorevoli - scrisse il generale Pantano - non siano state sfruttate per una rioccupazione d' impeto della colonia e per dettare legge al nemico e si sia preferita una lenta e stentata e non gloriosa trattativa di una pace ambigua, la quale imbaldanzì i ribelli ed obbligò poi l'Italia ad altra guena aspra e costosa che durò qualche anno, io non posso dire»•.

'Garioni a Colosimo in data 18.4.191 9, ACS, Ca/'/e Graziani, b.l.. f. 2. ' A. DEI, BOCA, Gli iraliani in Libia cit., I, pp. 365-367.

' OTTORINO MEZZETTI, Guerra in Libia, Cremonese, Roma 1933, p. 36. 'GHERARDO PANTA:-10, Veruirré anni di vira africana, SATET, Torino 1943, p. 313.


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Nei successivi primi mesi, comunque, tutto sembrò funzionare secondo le intese, talché ad agosto - con il governo Nitti - buona parte delle truppe recentemente affluite erano rimpatriate' ed il generale Garioni rientrava in Italia. II suo posto venne preso da un civile, il prefetto Vittorio Menzinger. La decisione di Nitti, nel quadro di una frettolosa liquidazione di tutto ciò che sapeva di guerra e di spesa, fu improvvida: la sostituzione di un governatore militare e di prestigio, il quale aveva concesso lo Statuto; l'invio di un ci vile che, per quanto non nuovo dell'ambiente essendo stato prefetto di Tripoli nel 1912, si trovava adesso davanti ad una situazione generale assai più complicata e delicata; il rapido ritiro delle truppe dalla Libia, furono tutti elementi che da un lato lasciavano trasparire ai capi arabo-berberi la nostra irresolutezza e quindi Ii incoraggiavano a nuove pretese, e dall'altro rendevano per noi la soluzione del problema libico più ardua di quanto già non fosse. Probabilmente Menzinger non era un «modestissimo burocrate, senza fantasia né iniziative», assolutamente incapace «a controllare la situazione ed a portare avanti l'applicazione dello Statuto», con una <<tendenza agli intrighi(...) anche questi di bassa lega e assolutamente controproducenti» 2• E, per converso, probabilmente nenuneno si può affermare che abbia agito «con chiarezza ed efficacia» 3, visto che conunise il grave errore di non sciogliere le truppe ribelli per incorporarle, in parte, nei battaglioni regolari, né seppe f~ entrare in funzione alcuno degli istituti previsti dallo Statuto. Certo si è che egli si trovò alle prese con un ginepraio. In autunno si rinnovarono con vigore le gelose rivalità tra i capi locali. Da una parte era Ramadàn esc-Scèteui, il quale teneva per sé il tesoro di guerra lasciato dai turchi e non mostrava alcuna intenzione di consegnare all'Italia il materiale bellico come da accordi sottoscritti; dall'altra erano i suoi rivali, Abd en-Nebi Belker e Ahmed el-Mràied. All'uno ed a questi ultimi si unirono capi nùnori, con il risultato di dar vita a due blocchi di mehalla" decisamente ostili. Il governatore Menzinger cercò di mantenersi neutrale fra le due parti, anche per evitare rappresaglie contro i nostri posti di collegamento, tuttavia non nascondeva una netta diffidenza per l'atteggiamento di latente minaccia di Ramadàn esc-Scèteui, di cui ricordava il contegno ostile tenuto nel 1915 a Gasr Bu Radi contro la colonna Miani, e nemneno celava una certa simpatia per la coalizione avversaria, la quale fra l'altro presentava un «carattere di movimento unanime e spontaneo» ed il cui esito era reputato «indubbio» 5 •

1 Degli 80 mila mili1a1i presenti in Tripolitania nel mese di aprile I920, soliamo 25 mila rimanevano in colonia a fine agosto. ' A. DEL BocA, Gli italiani in Libia cii., I , p. 370. ' E. CANEVARI, La iuerra iialia,u.i cii., I, p. 289. 'Meha/la era la riunione, in Tripolitania, di annati indigeni di livello assai vario. Generalmente ogni melwl/a corrispondeva ad un gruppo etnico determinato. A differenza del dor cirenaico la mehalla non comprendeva il concetto di campo armato. s Cfr. A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia cit., I, pp. 371-372.


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Nel maggio-giugno 1920 la situazione precipitò. Ramadàn esc-Scèteui si impadronì dei presidi italiani di Sirte e di Garian, portando i prigionieri a Misurata; poi si rivolse a Roma denunciando gli intrighi ed i ritardi del governatore di Tripoli e chiedendo, con l'appoggio dei socialisti', un'inchiesta parlamentare. «Si vide allora questo inverosimile fatto: che Ramadàn sembrava trovare improvvisamente grazia ed appoggio presso il governo di Roma; grazia ed appoggio che non tardarono a convertirsi in disapprovazione dell'operato di Tripoli e quindi, naturalmente, nel richiamo del governatore Menzinger» 2 • A sostituirlo fu inviato Luigi Mercatelli, ma il 24 agosto, un paio di giorni prima ciel suo arrivo in Africa, Ramadàn esc-Scèteui attaccò di sorpresa Beni Ulid, capoluogo degli Orfella, e, dopo un iniziale successo, venne soverchiato, catturato ed ucciso. La sua morte provocò un temporaneo disorientamento generale, poi i principali esponenti arabi trovarono una certa intesa e nel novembre 1920 si riunirono a Garian per decidere un'azione comune presso il governo italiano allo scopo di ottenere la nomina di un emiro incaricato di reggere autonomamete la Tripolitania in nome dell'Italia.

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Con il governo Bonomi, nel luglio 1921 le Colonie passarono al ministro Giuseppe Girardìni ed in Tripolitania venne inviato, quale governatore, Giuseppe Volpi, il principale artefice del trattate di Ouchy. Gilardini si propose una linea di condotta abbastanza semplice. Per tenere le colonie non bastava il titolo di diritto, ma occorreva il possesso reale; poiché tale possesso era ridotto a ben poca cosa (in Tripolitania, in quanto l'interno e parte della fascia costiera si trovava in mano araba) in Cirenaica, in quanto praticamente lasciata alla Senussia), bisognava riconquistarlo, senza concedere alcune forma di indipendenza politica alla Tripolitania, per evitare di dover poi fare analoghe concessioni alla Cirenaica. La situazione che Volpi trovò era <<molto peggiore dì quello che immaginasse», anche perché in ottobre gli arabi improvvisamente si lanciarono sui più di 30 mila berberi del Gebel occidentale, inclini alla sottomissione all' Italia, finendo per cacciarli in condizioni penose nella fascia controllata dagli italiani, fra el-Agelat e Zauia.

• L' «Avanti» del 22 giugno I920, in un arLicolo dal titolo Via i soldati dalla Libia, scriveva: ,,Per pacificare la Libia, che è matura per governarsi da sé, come lo era dalla dominazione turca liberale, civile e democratica in confronto alla dominazione italiana, impicèatrice e feroce - occorre cominciare con l'abolire il ministero delle Colonie e il resto verrà»! (in A. DEL BocA, Gli italiani in Libia cit., I, p. 379). 2 CORRA.DO Zou, Nel Fezzan. Note e impressioni di viaggio, Alfieri e Lacroix, Milano 1926, p. 27.


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Egli dunque reagì con subita decisione. Per mostrare agli arabi un gesto di sovranità e di forza, decise di occupare Misurata Marjna, centro focale dell' agitazione tripolitana, ed il mattino del 26 gennaio 1922 l'operazione, organizzata rapidamente e nella più assoluta segretezza ed eseguita di sorpresa, ebbe pieno successo 1• In Cirenaica iJ patto di Acroma aveva consentito, in effetti, una calma pressoché assoluta; però, non appena finite le ostilità in Europa, il Gran Senusso chiese una migliore attuazione degli accordi. Il governo Nitti offrì naturalmente 1'estensione dello Statuto tripolitano alla regione (31 ottobre 1919). A prescindere dal fatto che le istituzioni rappresentative da esso previste comportavano un profondo ed inaccettabile mutamento negli usi della Confraternita, la risposta inviata eia Agedabia al governatore Giacomo De Martino, entrato in carica il l O luglio 1919, fu che «le popolazioni cirenaiche, con o senza lo Statuto, avrebbero tollerato gli italiani soltanto alla costa e con mandato puramente commerciale» 2. Più che una provocazione era una sfida. De Martino peraltro non volle raccogliere e convinse il minjstro a concludere un nuovo patto. Il 25 agosto 1920 ad er-Regima venne riconosciuta la diretta sovranità italiana sulla costa e sul Gebel Achdar, mentre tale sovranità diventava indiretta sulle oasi del deserto e su tutta la regione predesertica e desertica che 1'Italia affidava in «amministrazione autonoma» al Gran Senusso. Inoltre Mohammed ldris otteneva il conferimento della dignità ereditaria di Emiro, consistenti benefici pecuniari ed onori, nonché la somma di 2 milioni e 600 mila lire, di cui 300 mila in oro, per «fronteggiate alcune spese connesse all'interesse ed alla tranquillità generale». Il Gran Senusso era tenuto, in cambio, a pochi obblighi, primi fra i quali l'impegno di sciogl.iere entro otto mesi tutti i campi armah e relativi caraco/3, e la promessa di adoperarsi in ogni modo per favorire la regolarità e continuità degli scambi, impedendo la frapposizione di ostacoli di qualsiasi genere alla costruzione di strade, ferrovie e linee telegrafoniche. A conclusione dell'accordo, De Mattino - con l'assenso di Giolitti, presidente del Consiglio - riuscì ad organizzare una visita di Mohammed ldris in Italia ed il suo ricevimento al Quirinale da parte di Vittorio Emanuele III. La soddisfazione di De Martino e l'approvazione di coloro che reputavano altamente positivo il risultato ottenuto si scontrarono ben presto con la realtà.

'All'inizio del 1922 le truppe disponibili in Tripolitania comprendevano 4 battaglioni nazional i (a difesa di Tripoli e dei vari presidi), 4 battaglioni libici, 2 battaglioni eriu-ei, 4 battaglioni misti di eritrei e abissini, 3 squadroni savari e 3 gruppi spahis libic i, uno squadrone meharisti, un gruppo di otto autoblindo (E. CANE.VARI, Lii guerra italiana cic., l, p. 294, noi.a 1). ' RAFFAELE CIASCA, Storia coloniale dell'Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 478. ' li caracol era una formazione di una cinquantina di armati al massimo, quasi sempre a cavallo. Si u-attava di un distaccamento del dor (pi. duar) c irenaico, che comprendeva un gruppo di armati e le loro famiglie.


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Quali che fossero le intenz ioni di Idris in proposito, la Confraternita considerò il patto di er-Regima come un semplice passo avan ti verso l'indipendenza della Cirenaica. Al termine di un convegno senussita convocato nell' estate 1921 ad e l-Abiar, Idris partecipò al governatore di trovarsi nella impossibilità di sciogliere i campi armati. Posto di fronte alla scelta tra un'azione di forza ed un riluttante assenso, il governo Bonomi scelse l'alternativa del compromesso, non sentendosi in condizione cli imporre alcunché, data la situazione politica e parlamentare italiana dell'autunno 1921. Così si arrivò al nuovo accordo di Bu Mariam del 29 ottobre 1921. È difficile sostenere che da questa ulteriore acquiescenza potesse sortire qualche risultato utile. Basti pensare che esso si concluse subendo l'Italia il netto rifiuto di buona parte della Senussia di sciogliere i campi armati. La soluzione escogitata per mascherare la debolezza mostra fu la creazione di campi armati misti, costituiti eia 1/5 di militari italiani e 4/5 cli senussiti, ad el-Abiar, Gerdes, Tecniz, Maraua, Slonta, Chaulan ed el-Mechi li, con il compito di assicurare l'ordine interno. Il provvedimento doveva avere carattere provvisorio, sino a quando la nostra organizzazione amministrativa si fosse estesa ali' intera Cirenaica, sostituendosi a quella senussita. Il ritenere possibile il rispetto di un simile impegno da parte del Senusso, che ricevette altri due milioni di lire, era pura poesia. Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, in dicembre ebbe luogo a Sirte una riunione fra i capi del movimento arabo ed i rappresentanti della Senussia. In questa sede, da parte tripolitana ven ne deciso di offrire a Idris «l'Emirato della Tripolitania e della Cirenaica>>, in vista di un futuro Stato indipendente, ma soprattutto per ricevere l'aiuto senussita contro la presenza italiana. L'offerta mise in imbarazzo Idris, che ne uscì comunicando il 20 febbraio 1922 al reggente Luigi Pintor I la risoluzione di «ripos are fisicamente e materialmente per un periodo di 24 mesi, in cui non dovranno esservi né lavori di carattere politico, né lavori cli carattere amministrativo, né fatic he fisiche. Questo periodo comincia il 1° marzo 1922 e fini sce il I O marzo 1924» ! Lo avrebbe sostituito il fratello, Mohammed er-Redà 2• Per l'appunto in quei giorni si insediava a Roma il governo Facta, «uno tra i più deboli ed abul ici ministeri d ' Italia del dopoguerra»3, con Giovanni Amendola alle Colonie.

' li 23 novembre 192 1 era improvvisamente deceduto a Bengasi Dc Martino ed il s uo posto rimase vacante sino al luglio 1922. ' ASMA I, Libia, pos. 134/22. L 162. ) R. CLASCA, Storia coloniale dell'ltalia co111empora11ea cit., p. 476.


LA DECISIONE POUTICA DI UN IMPERO COLONIAL E

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Il nuovo ministro esaminò attentamente la situazione coloniale ed a fine maggio espose alla Camera, senza perifrasi, il suo pensiero sul problema della Libia. Riconosciuta la validità di talune opere compiute dall'Italia, denunciò francamente la scarsa coerenza della nostra condotta, causa prima delle circostanze del momento. Occorreva, dunque, evitare anzitutto di ricadere negli errori del passato: «In una cosa io credo che saremo tutti d 'accordo - egli disse - e cioè nel riconoscere che, dopo più di un decennio di occupazione della Libia, noi dobbiamo deciderci a guardare in faccia il problema del definitivo assetto delle nostre colonie mediterranee, perché il non risolvere questo problema costituisce, per noi e per il nostro prestig io, un danno maggiore di quello che ci deriverebbe da una soluzione, sia pure mediocre». Non pensava certo di rinnegare la concessione degli Statuti, «forse un'ingenuità idealistica della nostra politica», e desiderava sinceramente la collaborazione con le popolazioni, ma non poteva ammettere che i capi tripolitani dissidenti pretendessero di trattare con il governo italiano da potenza a potenza. Se essi, d ivisi come sempre da rivalità ed interessi personali, intendevano mantenere il paese in agitazione sventolando disegni di panislamismo, «allora deve essere ben chiaro che non vi è possibilità di accordo» ed il governo si sarebbe mostrato «intransigente custode della sovranità italiana» 1• Peraltro affrontò distintamente le questioni della Tripolitania e della Cirenaica. Mentre nella prima, in cui era ripresa la guerriglia, non ebbe incertezze nell'approvare e sostenere il fermo comportamento di Volpi, nella seconda adottò un atteggiamento più cauto, se non addirittura arrendevole, evidentemente per evitare che la temibile Senussia scendesse in campo aperto con la rivolta tripolitana. Il 14 apri le il posto di guardia alla stazione ferroviaria di Ras Lahmar venne attaccato dagli arabi. Jrnmediatanente Volpi dette il via alla reazione offensiva. In una settimana ( 16-23 aprile) due colonne, agli ordini dei colonnelli Graziani e Couture, liberarono il posto di Ras Lahmar, ripristinarono le comunicazioni ferroviarie con Zuara e Zauia e cacciarono i ribelli da tutte le oasi della fascia costiera. Poi, il 29 aprile, cinque colonne mossero contro elAzizia il 29 stesso raggiunsero Suani Ben Adem battendo Ahmed el-Mràied, il 30 liberarono il presidio di Azizia da un blocco che durava da un paio. di mesi, il 4 maggio batterono g li arabi sulle dune di Sidi es-Saiah respingendoli verso il Gebel. Tutta la Gefara occidenta le era così spazzata. Il 28 maggio iniziò la seconda fase: l'occupazione del Gebel el-Ghar per consentirvi il ritorno dei 30 mila berberi cacciati dagli arabi l' anno precedente e rifug iatisi nella zona da noi controllata. L'operazione fu affidata al

' GIOVANNI AME1'DOLA. la nuova democrazia. Discorsi politici ( 1919-1925), Ricciardi, Milano-Napoli 1976, pp. l 17- 124.


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LA RICONQlJ ISTA 0ElLAL1BIA(l922-1932)

colonnello Graziani. Il 19 giugno Giado e Nalut erano in mano nostra e le genti berbere potevano rientrare nei loro luoghi. Mentre era in corso la penetrazione del Gebel occidentale, Amendola alla Carnera difendeva seccamente la propria linea di condotta contro le critiche socialiste: «Mi consenta 1'on. Modigliani di dirgli c he la realtà che io ho trovato, assumendo questo ufficio, non ammetteva alternative come quelle che ci offre( ...)» . E non esitò nemneno a prendere posizione sulla questione islamica: «S i consiglia, al Governo, di andare incontro alle vedute ed a lle finalità del movimento islamico. Ma quale vantaggio ne vcn-ebbe alJ'Italia? Dovremmo, in tal caso, consentire alla costituzione, in Libia, di lmo Staio nazionale arabo, sentinella avanzata della rivolta islamica cormo le occupazioni europee nel!' Africa settentrionale, e del q uale ci sarebbe concesso l'onore di pagare le spese; dovremmo coprire con la nostra bandiera la riaffermazione ne l Mediterraneo di un principio di conquista antioccidentalc ed anticristiana. Se noi domandassimo quale vantaggio dovrebbe de1ivarci da queste complicità con la rivo lta islarnica contro il mondo europeo, oppresso dalla elisi postbellica, si sarebbe imbarazzati ne l dare una risposta qual unque»'.

Poco dopo, Amendola risolse di recarsi in Libia per rendersi conto dì persona della situazione generale.. TI 29 giugno, appena sbarcato a T1:ip0Ii, seppe da Pintor che il giorno innanzi una delegazione tripolitana, recatasi ad Agedabia, aveva riconosciuto Mohamrned ldrìs capo di tutta la Libia e che «l'atto impegnativo sarebbe presentato ìn un prossimo convegno a Vostra Eccellenza e dovrebbe rappresentare la solenne affermazione della volontà delle popolazioni della Tripolitania e della Cirenaica di riunirsi sotto l'autoritft di Idris ( ... )» 2 • Il 5 luglio Amendola si recò a Bengasi e trovò una spiacevole sorpresa: il Gran Senusso non intendeva presentarsi nel capoluogo per l'incontro previsto, bensì attendeva il ministro italiano nella sua tenda a Gasr es-Sass, sul Gebel Achdar, in territorio senussita. Preferendo non precipitare g li eventi, Amendola consentì ma ìl colloquio si ri velò del tutto inutile. Idris si rese conto che l'Italia mai gli avrebbe consentito di immischiarsi nelle vicende della Tripolitanìa e che lo avrebbe sopportato come emiro della Cirenaica soltanto se obbediente alla sovranità italiana; Amendola riconobbe che la buona volontà dimostrata era sprecata. Rapidament.e salì la tensione anche in Cirenaica, manifestandosi con razzie ed assalti a carovane nonché eccidi, da parte di bande senussite sobillate dallo stesso presidente del parlamento di Bengasi, Safi ed-Din. Nella notte sul 15 ottobre venne attaccato il posto militare italiano di Zuetina con la distruzione dei baraccamenti e della stazione radiotelegrafica, talché il 22 ottobre il nuovo governatore Baccari telegrafò ad Amendola chiedendo aiuti militari:

'Ibidem, p. 140. 'lbidem.


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«(...) Ormai non conviene più indugiare ecccssivamcme nella disquisizione se si sia di fronte ad un ldris in buona fede o in mala fede, inosservame ovvero impotente, perché appare chiaro. anche nella migliore delle ipotesi, che la direzione dei rapporti della Senussia con noi è passata nelle mani degli elementi più intransigenti» '·

In compenso gli sviluppi delle operazioni in Tripolitania si presentavano sotto una luce sempre uiù favorevole. Assicurata la neutralità benevola di buona parte delle popolazioni del Garian, il 28 ottobre il colonnello Graziani, g ià brillantemente postosi in evidenza, muoveva da Giado su Jefren , che occupava il 30 ottobre; quindi, unit.amente a colonne minori e con l'appoggio di una dozzina di aerei, proseguiva senza dar tregua agli arabi. Il 16 novembre el Hadi Coobar, il capo che si manteneva in armi a Garian con atteggiamento incerto, si fece incontro alla colo nna Graziani nella piana di Assab e fece atto di sottomissione 2.

* * * Nella sua ampia ed esauriente introduzione a «L' imperialismo coloniale fasc ista», Luigi Goglia ha individuato tre fasi, utili come chiavi di lettura per la miglior comprensione d egli eventi dal 1922 al 1940.11 primo fu il periodo della transizione, in cui il governo fascista non manifestò idee nuove in materia, a parte un princ ipio generale di risolutezza (I 922-26). Seguì il periodo della definizione, in cui appare marcata la tendenza ali' espansione attraverso indirizzi di strategia coloniale diversi e piuttosto velleitari dal Mediterraneo orientale allo Jemen, dall'Etiopia ali' Africa settentrionale, dalle ex colonie tedesche al Congo belga, ma infine conclusasi con la grande realizzazione di un vero impero coloniale (1927-36). Infine si ebbe il periodo della maturità e dell'apogeo dell' impero coloniale fascista ed insieme della scelta definitiva della politica di dominazione diretta in tema di colonizzazione, soprattutto in Africa orientale

( 1936-40) 3 • Sostanzialmente questa determinazione di periodi sembra rispondente, tuttavia preferiamo assumere come termine del primo di essi ed inizio del secondo il gennaio J929, q uando si concluse l' opera del ministro Federzoni e Mussolini prese l'interim delle Colonie. Vediamo, dunque disti ntamente, ì tre periodi.

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' ASMAI, Libia, pos. 134/23, tele 92. RODOLFO GRAZIANI, Ho difeso la Patria, Garzanti, Milano 1950, pp. 34-35. 'F/\a10 GRASSI e LUIGI GOOLJA.11 colonialismo italiano da Adua all'Impero. Laccrza, RomaBari, 1981. p. 204 sg. 1


LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922-1932)

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Una volta giunto al potere, il primo pensiero di Mussolini in materia coloniale fu pressoché. elementare: occon-eva «riconquisrnre la Libia» e conferire un assetto opportuno all'Eritrea ed alla Somalia. Questo il concetto che espresse a Volpi, appena tre giorni dopo la marcia su Roma. Pur senza scendere in specifiche direttive, volle perseguire una politica di prestigio, vale a dire «que lla azione di governo - spiegò Volpi - che dia alle popolazioni soggeLte, chiara ed inequivocabile, non solo la sensazione della nostra superiorità militare, ma anche la convinzione che di questa superiorità siamo decisi a servirci, sempre e dovunque sia necessario. E che noi, oltre alla superiorità militare, ab biamo anche e soprattutto, una superiorità morale che ci deriva dalla forza delle nostre tradizioni storiche e dalla grandezza del compito di civiltà che da secoli l'Italia ha assolto» 1• Retorica a parte, era, né più né meno, il concetto colonialista delle Grandi Potenze. Era il salto di qualità determinante nell'azione italiana per la riconquista della Libia. Un primo passo si era avuto all'inizio di quell'anno con l'entrata in campo del ministro Amendola e del governatore Volpi nonché, nel contempo, con il largo impiego dei battaglioni eritrei, comandati da ufficiali ormai esperti conoscitori dell'ambiente e dell'avversario. Questa seconda mossa assicurava tre cose importantissime: la continuità di governo2. la disponibilità di mezzi sufficienti e la copertura politica 3 • Il 17 marzo 1923, in perfetta sintonia con Mussolini, il nuovo ministro delle Colonie, Federzoni, illustrò all'Istituto coloniale italiano l'indirizzo pratico che si proponeva di porre in atto: «Non più patteggiamenti capziosi coi ribelli al giusto dominio della bandiera italiana, non più circospetta pesantezza di grossi apparecchi militari tardi ad affrontare le agili torme avversarie; ma impiego risoluto di poche, veloci ed agguerrite colonne, guidate da lucida conoscenza della meta da raggiungere ad ogni costo» 4 • In quei pochi mesi, Federzoni aveva già avuto occasione di occuparsi a fondo della Cirenaica. Scontento della palese emotività di Baccari e del suo «così poco intuito dello spirito della nuova sit~azione creatasi nel Paese» da concedere subito al Senusso oltre due milioni e mezzo di lire sulla base di istruzioni precedenti non portate a conoscenza del ministro in carica s, lo richiamò a Roma incaricando della reggenza il generale De Gasperi, comandante delle truppe della Trìpolitania.

GIUSEPPE VOLPI, la poli1ica coloniale del fascismo, CEDAM, Padova 1937, p. 12. ' Dal giugno I9 19, dopo Gaspare Colosimo si succedcuero alle Colonie i seguenti ministri: Luigi Rossi (23.6.L919-13.3. l920), Francesco Saverio Nitti ad in1erim ( 14.3 . 1920-21.5.1920), Bartolomeo Ruini (22.5.1920-14.6.1920), Luigi Rossi (15.6.1920-3.7.1921), Giuserpc Girardini (4.7.192415.2.1922), Giovanni Amendola (16.2. 1922-30. 10.1922), Luigi Federzoni (31.10.19'Z2-2.7. I924). 'GIORGIO R OCHAT, Il colonialismo i1alia110. Loeschcr, Torino 1988, p. 99. 'LUtGI FEOERZONl, Vellfi mesi di azione coloniale, Mondadori, Milano 1926, p. 56. > Ibidem, pp. 92-93. 1


LA DECISIONE POUTICA 01 UN IMPERO COLONIA LE

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A fine dicembre i g iornali del Cairo annunciarono che Mohammed Idris aveva accettata ali ' inizio di novembre la rinnovata offerta tripolitana del doppio emirato. Per tutta risposta PederLOni nominò governatore della Cirenaica il generale Bongiovanni (7 gennaio 1923) e fece arrestare Omar Mansur elKechiyya, l'intermediario di tutti gli accordi con la Senussia (9 gennaio). Allora il Gran Senusso, senza preavvertire il governatore come stabilito dai patti, lasciò Agedabia, si portò nell 'oasi di Giarabub e, infine, riparò in Egitto. Per la Tripolitania aveva delegato Ahmed el-Mràied a rappresentarlo, per la Cirenaica incaricò il fratell o, Mohammed er-Redà 1• La rioccupazione della Tripolitania nord-orientale era assai più comulessa di quella nord-occidentale, perché in quest'ultima le popolazioni berbere avevano finito per passare tutte dalla nostra parte e poi perché, sin dalla guerra italo-turca, gli arabi orientali si erano mostrati molto sensibili alla propaganda contro l'Italia. Ahrned el-Mràied, messa insieme una forza la cui entità era valutata fra i 5 mila ed i 13 mila armati, aveva disposto le varie mehalle a semicerchio a sud-est di Tripoli per impedire lo sbocco italiano da Garian e sbarrare l'accesso a Tarhuna, il cuore della rivolta. Il 29 gennaio ebbe inizio la nuova fase offensiva italiana con circa 9 mila uomini, di cui 6 mila eritrei: il 7 febbraio le truppe occuparono Tarhuna con perdite minime, infliggendone per contro gravissime ai ribelli, i superstiti dei quali ripararono su Misurata. Il 21 febbraio le forze italiane ripresero l'avanzata. Il 23 raggiunta Zlieten, il 26 Misurata. Il successo esaltato da Federzoni ed anche da Volpi in termini un po' troppo ottimistici, tuttavia era innegabile, tanto che i capi dissidenti, molto provati e scoraggiati, a metà aprile chiesero l' aiuto di Safi ed-Din, il comandante delle forze senussite. I rinforzi senussiti arrivarono in Tripolitania in luglio e gli arabi tentarono subito un grande sforzo contro Misurata, Cussabat e Tarhuna, sforzo che si concluse disastrosamente e con ulteriori pesanti perdite specialmente quando, arrivati dall'Italia due battaglioni di fanteria e tre legioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V. S.N.), Volpi poté dare il via ad un ampio rastrellamento in tutte le zone toccate dalla rivolta. I maggiori esponenti arabi , tra i quali i fratelli Ibrahim e Ahmed esc-Scèteui, si rifugiarono a llora nella valle Sedada, formandovi un grosso campo. Per suo conto stava sempre Abd en-Nebi Belker, ritiratosi e Beni Ulid con i suoi Orfella, in atteggiamento di ostentata osservanza al governo italiano ma con dubbie intenzionì. Volpi decise di risolvere l'intera questione assegnando il compito di eliminare il campo di Sedada al colonnello Mezzetti e quello di porre agli Orfella un invito ultimativo a sottomettersi al generale Graziani. L'operazione fu condotta ad ampio raggio ma con la convergenza degli sforzi. Il 22 dicembre

1

A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia cit., I, pp. 440-442.


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Mezzetti, portatosi da Misurata a sud di Sedada con un largo movimento avvolgente da oriente, attaccò e distrusse il campo ribelle; il 27 Graziani, arrivato a nord-ovest ed a sud-est di Beni Ulid con due colonne partite da Tarhuna e da Garian, completò l'accerchiamento di Abd en-Nebi ed infranse rapidamente la resistenza araba. Il capo ribelle, perduti più di 500 uomini, si ritirò verso Sirte. A fine 1923 Volpi poteva essere molto soddisfatto della sua opera. Come egli stesso mise in evidenza a Federzoni ', ormai la Tripolitania settentrionale era in gran parte recuperata e circa 400 mila arabo-berberi, sul mezzo milione dell'intera regione, si trovavano sotto controllo italiano. Un risultato ottenuto con poco più di 20 mila uomini, di cui tre quarti indigeni. Inoltre in ogni settore il bilanc io della colonia si presentava decisamente favorevole. Gli sviluppi immediati sul Gebel el-Gharbi furono l'occupaziore di Gadames, al confine con l'Algeria, compiuta il I 5 febbraio e quella di Mizda, all'origine della carovaniera per Murzuk, in maggio. Per completare la riconquista della Tripolitania settentrionale mancava la Sinica, dove avevano trovato rifugio i principali esponenti della guerriglia sotto la guida di Ibrahim esc-Scèteui. Ma la resistenza era in piena crisi. Le rivalità e gli odi personali continuavano a dividere i capi; la stanchezza aveva indotto molti, compreso Ahmed elMràied, a cercare scampo in Egitto; l'avanzata italiana nel Gebel el-Gharbi aveva respinto altri nella Hamada el-Hamra; da varie cabile giungevano ai nostri Comandi attestazioni del desiderio di sottomettersi all'Italia. Così in settembre Ibrahim esc-Scèteui chiese un colloquio al colonnello Mezzetti ed il 12 ottobre si offrì di «divenire vostro efficace aproggio in queste regioni, dichiarandomi pronto ad impedire e fermare qualsiasi tentativo di rapina o razzia(...). Se concordate in tale mio intendimento, io sono pronto ad agire di conseguenza, sempre che non mi invitiate a sopportare un fardello superiore alle mie forze» 2 . In altre parole, era pronto a collaborare. E, sempre nel l'ottobre, anche Chalifa Zaui, capo del Fezzan, non avendo dubbi sulla parte vincente, scrisse a Volpi affermandosi «pronto a consegnare tutto quello che è sotto il mio dominio, subito se volete» 3• Le buone intenzioni di Ibrahim esc-Scèteui vennero frustrate il 19 novembre da un inconsulto attacco degli Ulad Slèman al presidio di Bir el-Hasciadia, nell'Orfella Meridionale, respinto con secche perdite arabe. Ad ogni modo l'occupazione di Sirte era, stata da tempo studiata dal colonnello Mezzetti, ora commissario della regione orientale4, perciò il 7 novembre, quando Volpi impartì l'ordine esecutivo, i preparativi erano in corso di avanzata

'Volpi a Federzoni in dma 3.1.1924, ASMA!, Libia, pos. 122/30, f. 270. ' ASMAI , Libia, pos. 122/30, f. 274.

' Ibidem. "Commissario regionale era il capo di una circoscrizione politico-amminisu·ativa. Se ufficiale, univa i poteri militari a quelli civili.


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attuazione. Il 20 prese il via l'operazione. Il 27, occupata Sirte di sorpresa dopo una breve scaramuccia, la colonna ital iana puntò d irettamente su Gasr Bu Hadi, dove Ibrahim esc-Scèteui aveva impiantato il campo. Anivò all'imbrunire, al termine di una marcia forzata, e di nuovo poté sfruttare una totale sorpresa. Nello sbandamento generale, Ibrahim si dette alla fuga, inforcando fortunosamente un cavallo privo di sella. La vittoria fu dalle nostre truppe sentita in maniera particolare perché costituiva la rivincita della disfatta subita dalla colonna Miani nella stessa località nel 1915; ma soprattutto ebbe importanza giacché si era troncata la continuità delle relazioni fra gli insorti della Sirtica, della Giofra e della Senussia. L'occupazione stabile, subito disposta, di Gasr Bu Hadi ebbe appunto lo scopo . di impedire il ristabilimento di tale continuità 1• Il 1° gennaio 1925 Volpi estese il governo civile alle regioni di Jefren, Garian e Tarhuna. Rimasero sotto governo militare, retto dal generale Graziani, gli appena rioccupati territori del sud. In 36 mesi di operazioni le nostre perdite ammontarono a 620 morti, 1924 feriti e. 38 dispersi; gli arabi ebbero circa 6.500 morti e, verosimilmente, almeno il doppio di feriti. Gran parte del merito per la riconquista della Tripolitania settentrionale spetta senza d ubbio al governatore Volpi, la cui spiccata personalità seppe imporsi sia a Tripoli come a Roma. Nella relazione sulla «Attuale situazione politica della Tripolitania» inviata in dicembre a Lanza di Scalea, subentrato nel luglio a Federzoni quale ministro delle Colonie, Volpi tenne a sottolineare che «A grandi linee può dirsi cbe il segreto intrinseco del successo fu di aver affidato le operazioni a forti colonne di truppe di colore, leggere e perciò mobilissime, capaci di opporre agli arabi la loro stessa tattica e guidate da sperimentati e valorosi uffic iali coloniali. La cavalleria e l'aviazione furono d'altra parte considerate come elementi di primo ordine» 2 • Quando, a fine gennaio 1923, il generale Bongio vanni sbarcò a Bengasi, l il controllo diretto italiano in Cirenaica si limitava ad una striscia costiera, profonda una cinquantina di chilometri, da Ghemines a Tolmeto ed alle località di Apollonia, Derna e Tobruch, ai cui margini si trovavano i campi misti di elAbiad, Gerdes, Tecniz, Maraua, Chaulan, Slonta e, più nell'interno, el-Mechili. Secondo gli accordi di Bu Mariam, detti campi dovevano essere sciolti entro otto mesi al più tardi: tuttavia, benché fosse già trascorso un anno, non esisteva alcun sintomo che da parte senussita si intendesse ottemperare ai patti . Non solo, ma si conosceva la costituzione di campi e punti armati abusivi.

1 O.

MEZZETn, Guerra i11 Ubia, cit., p. 120.

' ASMA!, Libia, pos. 122/30, f. 275.


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LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

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Bongiovanni chiese quindi a Mohammed er-Redà lo scioglimento di tutti

i campi e punti armati, quale premessa per una fattiva collaborazione. Davanti alla evasività di er-Redà, egli disperse allora con un ' improvvisa azione di forza tutti i campi misti e quello abusivo di Acroma (6 marzo L923) e nel contempo denunciò al Parlamento cirenaico l' inadempienza del Senusso e proclamò lo stato d'assedio. Il 2 1 aprile, dopo una nuova intimazione, venne occupata Agedabia, il capoluogo della Senussia. Poi, il 2 maggio, Bong iovanni annunciò la decadenza di ogni patto con la Senussia. Ora si trattava di imporsi sull'altopiano. TI problema si poneva in termini molto differenti da quelli tripolitani 1• La peculiarità della s ituazione, che inizialmente sfuggì alle autorità italiane, è ben descritta da Canevari: «Subito dopo la nostra ripresa operativa, una parte delle popolazioni cirenaiche si dichiarò sottomessa e si accostò ai nostri presidi ; un'altra parte restò dissidente o ribel le costituendo il dor: ognuna delle grandi tri bù cirenaic he, Abeidàt, Brassa-Hasa, Abìd, Aughìr, Dorsa e Mogàrba orientali ebbe un proprio dor. Questo comprendeva essenzialmente gli armati con pochissimo personale aggiunto per i servizi indispensabili». Il dor veniva rifornito di tutto e tenuto a numero dalla tribù, anche se essa, per effetto delle nostre operazioni, si trovava ad un tratto costretta a dichiararsi sottomessa. Quindi il dor, che di solito non arrivava al migliaio di armati, praticamente diventava inesauribile 2. «Al termine di ogni combattimento - spiegò più tardi Hassan, figlio di erRedà - si controllano le perdite secondo la tribù di appartenenrn e si invitano poi le stesse tribù a provvedere alla sostituzione ùei morti con nuove reclute che devono giungere al dor completamente armate ed equipaggiate. Ciò sempre che Omar el-Mukhtar [il capo militare della Senussia in Cirenaica] ritenga necessaria la sostituzione immediata dei morti; altrimenti questa viene rimandata a tempo opportuno. Se le tribù non sono in grado di fornire gli uomini richiesti, allora esse pagano una somma di denaro. generalmente mille lire per ogni uomo da sostituire, con la quale somma Omar el-Muktar arruola tra i fuorusciti libici residenti in Egitto(...) gli elemenii necessari. Ogni armato vive in genere a spese ed a carico della sua tribù (.. .). Tutte le popolazioni della Cirenaica pagano le decime in natura (la pseudo-razzia dei pseudo-sottomessi] o in denaro» :i. Inevitabilmente le tribù che si sottomettevano, tal volta volentieri talaltra per forza di circostanze, andavano incontro ad una esistenza durissima perché all 'estrema difficoltà del governo di difenderle in quel vastissimo territorio faceva riscontro la loro materiale impossibilità di sottrarsi alla prepotenza ed alle rappresaglie dei ribelli. E le armi e le munizioni da no i fornite per equipaggiare

'ASMA!. Ubia. pos. 122/30. f. 275. 'E. CAJ\EVARI, /...a guerra italia11a cit., I, pp. 304-305. ' R. GRAZ IANI, Cirenaica pacificata ciL, p. 57.


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ed armare formazioni irregolaii cli autodifesa presto o tardi finivano ai duar. Tutti i notabili stipendiati dal governo della colonia, le cabile e gli irregolari da noi pagati versavano una parte delle somme alla Senussia. A conti fatti . avevamo conu·o di noi tutte le genti della Cirenaica, «da una parte allo stato potenziale: i cosiddetti sottomessi; dall'altra apertamente in campo: gli armati» 1• Una simile organizzazione di potere e di controllo, che un lungo periodo di tranquillità aveva consentito al Senusso di perfezionare, agevolava, per giunta, un tale flusso di informazioni dai sottomessi ai duar 2 da rendere estremamente difficile la sorpresa da pa.Jte nostra e, per converso, pericolosissima ogni nostra imprudenza, come quelle del IO giugno a Bir Bilal (un 'autocolonna di rifornimenti distrutta) e del giorno seguente a Bir Grada (una colonna di soccorso, sorpresa e battuta con gravi perdi te). La nostra attività op erativa riprese nella primavera del 1924. 1 due episodi citati avevano fatto sensazione nonché contribuito a tener viva l'opposizione cirenaica e la pausa invernale - pressoché inevitabile sull'altopiano a causa del rigore del c lima - aveva permesso ad Omar el-Muktar, un vecchio senussita, di prendere saldamente in mano la lotta armata e di condurla con tanta abilità da diventare ben presto il simbolo della resistenza della Senussia. TI 24 maggio il generale Mombelli sostituì Bongiovanni nella carica di governatore. Visto che i risultati delle operazioni sul Gebel apparivano sostanzialmente di scarso rilievo 3. decise di migliorare i metodi lattici seguiti in Tripolitania. Si propose dunque di individuare con precisione la d islocazione dei duar per isolarli dal retroterra, agire ogni volta con più colonne convergenti sull'obiettivo, curare al massimo la sorpresa, sfruttare meglio l'aviazione. In concreto, fece costruire presso i principali punti d 'acqua sui bordi dell'altopiano una serie di fortini, da utili:uare come perni di manovra ed appoggio logistico, e dispose la costituzione di gruppi mobili delle tre armi in ogni sertore. L'attività di tali colonne, rese ancor più leggere e collegate e dirette con la radio e l' aviazione, prese ben presto a manifestarsi redditizia e quando l'organizzazione dei perni di manovra fu completata si vide un netto affievolimento dei colpi di mano e delle razzie dei duar'. Questo incoraggiò a proseguire l'esperimento nel 1925. Una prima operazione fu effettuata in pieno inverno (2-4 febbraio) sul Gebei centrale contro i duar Abìd, Braasa e Hasa; una seconda in primavera (J0-18 aprile). Il successo aiTise vistosissimo. È vero che non si pervenne alla distruzione dei duar, tuttavia il consuntivo dei due grossi rastrellamenti fu imponente : 500 arabi morti, una quarantina di campi distru tti, 35 mila ovini e cammelli catturati od ab battuti \

' Ibidem, p. 57. 1

Compreso l'am1olarnenlo preordinalo di sottomessi nei battaglioni libici per fornire noiizic e disertare al momento opportuno (ibidem, p. 61). ' ASMA!, Libia, poS. I 34n5, ff. 188 e 191, Notiziario politico nn. 9 e IO. 1 • fbidem, pos. 134/25, ff. 19 1 e 192 , Notiziario po/irico nn. 12, 13 e 14. > Ibidem, pos. 150/6, f. IO bis.


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l i problema di fondo, quello che permetteva a Omar el-Mukhtar di sopportare i pesanti scacchi, era rappresentato dall'Egitto. Indipendente dall'aprile 1923, l'Egitto vedeva con simpatia i numerosi rifugiati libici, si guardava bene dall'ostacolare l'intensa attività dei nazionalisti a favore della lotta in Cirenaica con l'invio continuo di carovane di rifornimenti, e non concedeva l'estradizione dei più pericolosi fuorusciti richiesta dall'Italia. Ora, il 6 dicembre 1925, al termine di lunghissime trattative, venne firmato al Cairo un accordo italo-egiziano sulla determinazione dei confini tra Egitto e Libia. In base ad esso, l'oasi di Giarabub, una delle sedi religiose della Senussia, fu riconosciuta appartenente alla Cirenaica. All 'inizio del 1926 Mombelli organizzò, dunque, una spedizione per l'occupazione de ll 'oasi ed il 7 febbraio il colonnello Ronchetti, ricevuto atto di sottomissione d a parte della popolatione, entrava in Giarabub. L'importanza dell'avvenimento rivestiva un duplice aspetto. Sul piano psicologico esso costituiva un innegabile colpo al prestigio della Senussia tutta; sul piano pratico consentiva al governo di Bengasi di bloccare la carovaniera di S iwa, cioè la principale via del contrabbando egiziano a favore dei ribelli.

* * * L' 11 agosto 1926 Mussolini si recò a Tripoli per una visita di effetto e di significato. Come ha ben detto Del Boca, «dopo un ' eclisse durata non pochi anni, di colpo tutta l' attenzione del regime si sposta s ulla Libia}> 1• E Mussolini non perse l'occasione per mettere in allarme Turchia e Francia: «Ora se io vi dico che problemi di interesse generale, che concernono Tripoli e la Libia, saranno affrontati dal mio governo, voi dovete crederlo perché questa sarà la realtà di domani ( ... ). Noi abbiamo fame di terre perché siamo prolifici ed intendiamo restare prolifici. Bisogna dunque utilizzare la terra: la tecnica agricola moderna è capace di qualunque miracolo( ...)» 2 • Come se non bastasse, ad una delegazione di italiani venuta a Tripoli dalla Tunisia disse che «il popolo d'Italia non può disinteressarsi dei fratelli di Tunisia» 3• Di fronte, però, alle proteste di Angora ed al significativo annuncio della stampa francese che la flotta del Mediterraneo avrebbe effettuato manovre navali nel Canale di Sicilia .in collaborazione con le forze di base a Biserta, Mussolini ritenne opportuno cambiare tono ed il 28 maggio affermò in Senato che il governo fascista «non segue e non può seguire che una politica di pace»'.

' A. DEL BOCA, Gli iralia11i i11 Libia cit., Il, p. 83. ' B. MUSSOLI NI, Scrini e discorsi, Hoepli, Milano 1934, V. pp. 321 -322 . ., A. Dm, BocA, Gli italiani in Libia cit., 11, p. 86. ' F. M USSOLINI. Opera omnia cit.. Xli, p. 150.


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Nel novembre di quell'anno Federzoni tornò al ministero delle Colonie ed il generale Teruzzi sostituì il generale Mombelli a Bengasi. A Tripoli il generale De Bono era subentrato a Volpi sin dal giugno 1925. La situazione della Cirenaica era molto migliorata, per quanto lungi dal potersi considerare risolta, giacché il Gebel Achdar era percorso in lungo ed in largo dalle scorrerie senussite. In Tripolitania proseguiva l'opera di consolidamento del governo civile sulle popolazioni tornate sotto il nostro controllo, tuttavia ad uno sguardo attento non poteva sfuggire l'essere in atto una «lenta ma tenace riorganizzazione delle forze ribelli», le cui basi si trovavano nella Giofra e nel Fezzan, e si mantenevano in contatto con le oasi senussite di Gialo e di Cufra. Nell'ottobre 1925 il ministro Lanza di Scalea Trabia aveva approvato un disegno di operazioni presentato dal governo di Tripoli, mirante ad occupare al più presto le oasi del 290 parallelo (Giofra e Zella in Tripolitania; Marada e Gialo in Cirenaica). Il capo di Stato Maggiore Generale, Badoglio, interpellato da Mussolini in proposito, si era manifestato contrario ad una penetrazione in profondità partendo da basi non ancora sufficientemente solide ed aveva messo in evidenza la necessità di scandire i tempi di una avanzata verso l'interno. A suo giudizio, prima di tutto occorreva rendere sicure le frontiere con l'Algeria e l'Egitto per evitare possibili interferenze esterne ed almeno frenare il contrabbando; in secondo luogo, realizzare una affidabile base di partenza, senza soluzioni di continuità; infine, <<procedere a fasce parallele, alla successiva occupazione di tutto l'hinterland». In questa ottica, Badoglio non aveva mancato di sottolineare il vuoto di controllo esistente fra Sirte ed Agedabia, la cui ovvia pericolosità veniva accentuata dal fatto che per l'appunto in corrispondenza di tale vuoto si trovavano i bellicosi Mogarba. Quindi, mentre raccomandava il consolidamento dell'occupazione in atto, reputava indispensabile «senz'altro studiare e predisporre l'operazione per la conquista del paese dei Mogarba da effettuare dalle due colonie, ma sotto un'unica direzione 1». Dopo questo scambio di vedute su un argomento al cui riguardo tutti riconoscevano importanza ed urgenza, l'intera questione era stata accantonata nonostante le insistenze di De Bono: la situazione economico-finanziaria ciel paese non consentiva l'impresa. Federzoni alla carica il 24 novembre 1926, avvertendo che l'aver concesso trenta mesi di tregua alla rivolta aveva peggiorato le cose, e finalmente Mussolini si sbilanciò:

' Badoglio a Mussolini in data 23.10.1925, ASMA!, Libia, pos. 12213'1 f. 289. Badoglio colse l' occasione per «spiegare» a Mussoli ni che, proprio la necessità di provvedere con una direzione unica a risolvere il problema dei Mogarba, lo aveva indotto nel 1924 a ricusare l'offe1ta del governatorato della sola Tripolicania.


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«Credo - rispose a Federzoni - c he per la Tripolitania sia necessario preparare un· offensiva nell'autu nno 1927. che allarghi il respiro delJa colonia verso il sud e ci liberi per sempre da molestie. Bisogna studiare l'operazione in modo che il gioco valga la pena, e l'aggravio per la finanza non sia ecce.ssivo» '·

Nel frattempo, però, occorreva conseguire in Cirenaica una maggiore organicità di possesso del territorio. È significativo il commento di Teruzzi in proposito: «La nostra occupazione appariva sulle carte della Cirenaica sotto forma di macchie, che erano separate da zone bianche, di dominio dei ribelli, o si perdevano in zone grigie dove il nostro prestigio non era molto forte (... )» 2• Di conseguenza egli decise di lanciare sul Gebel Achdar, a titolo preliminare e cautelativo nei confronti della successiva azione nella Sirtica, un'operazione in grande stile. L'evento determinante circa questa esigenza di sicurezza era staro lo sfortunato scontro cli er-Raheiba, nel quale un battaglione eriu·eo il 28 marzo 1927 era stato semidistrutto dal grosso delle forze di Omar el-Mukhtar. Il generale Mezzetti, nominato comandante delle truppe in Cirenaica agli inizi cli aprile e constatato un palese diffuso «insabbiamento», provvide subito ad una ripresa alla mano dei reparti; poi, a fine mese, entrò in campagna con il fenno proposito di ottenere un pronto successo militare tale da cancellare il ricordo dell'episodio di el-Raheiba 3. L'ottenne il 27 aprile a Halugh el-Gir, per l'appunto contro el-Mukhtar, che vide i suoi duar sbandarsi dopo un violentissimo combattimento. Fu allora che, come si è accennato, Teruzzi incaricò Meaetti di una campagna estiva sull'altopiano allo scopo di battere in modo irreparabile Omar elMukhtar. Mezzetti si mosse con l'intenzione di agganciare ed avviluppare il gros-so dei ribelli, impedendone la fuga verso la zona preclese1tica4. La sua azione avrà la caratteristica della persistenza. «Il nemico - ricordò Teruzzi - , una volta preso il contatto, non veniva più abbandonato, ma era attaccato, incalzato, rimbalzato, per così dire, eia una colonna all'altra, bombardato dall'alto e mitragliato, con una tenacia ed un accanimento, che avevano aspetto di inesorabilità, fino a che si scioglieva e si disperdeva in uno sciame di fuggiaschi terrorizzati che abbandonavano tutto, donne, bambini, vestiario, materiali, bestiame e persino le am1i» 5•

' ASMA!, Libia, pos. 150/6, f. 13.

Cirenaica verde, Mondadori, l'v1ilano 1931, p. 47. ' Mezzetti, arrivato in Cirenaica il 3 gennaio, q uale addetto a.a Comando truppe, aveva 1iportato un' impressione poco buona delJ 'ambiente mi li tare e politico-a mmi nistrativo di Bengasi. Gl i sembrò «non reagisse 1.roppo vigorosamente a l 1i chiarno dell'energica azione che intendeva svolgere il governatore nei confronti della ribellione. Sembrava che questa venisse ormai considerata come un male ineluttabile che solo il tempo poteva guarire(. ..)» (O. MEZZÈ·n 1, Guerra in Libia c it. . pp. 143-144; cfr. E. CANEVARI, La guerra italiana cit., I, p. 31 1) . 1 • O. MEZZETl'l, Guerra in Libia cit., p. 162. 'A. TERUZZI, Cirenaica verde cit., p. 127. ' ATIILIO TERUZZI,


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La campagna, iniziata 1'8 luglio, si concluse il I3 settembre con un disastroso bilancio per i duar: circa 1.300 morti, quasi 4 mila camnelli catturati od abbattuti, 23 mila ovini catturati od abbattuti, la quasi totalità dell'equipaggiamento persa, contro 5 ufficiali, 2 avieri, 4 soldati e 158 ascari caduti per parte nostra'. «La ribellione cirenaica - scrisse Mezzetti - a quell'epoca poteva pertanto dirsi, a ragione, stroncata. Perché non risollevasse il capo, una sola cosa era necessaria: persistere nei sistemi seguiti» 2 • Fra questi sistemi c'era anche un'attenta cura verso i sottomessi ed il rernpero delle donne e dei bambini regolarmente abbandonati dagli arabi in foga. In campo senussita lo sconforto toccava ormai alti livelli, al punto da indurre Omar el-Mukhtar a consentire alle genti del Gebel non ancora sottomesse di abbandonare la regione e perfino di rifugiarsi in Egitto. Neil'inverno 1927-28 prese il via il ciclo operativo autorizzato da Mussolini. Il piano, messo a punto a Roma in dicembre tra Feclerzoni, Badoglio, De Bono e Teruzzi, prevedeva tre fasi. P1ima la soluzione ciel problema dei Mogarba e la sutura territoriale fra le due colonie; poi la conquista delle oasi ciel 29° parallelo (da Socna a Zella in Tripolitania e eia Marada a Bialo in Cirenaica); infine il rastrellamento dell'intera fascia ciel 29° parallelo e la costituzione di numerosi presidi per il controllo della regione . . Il 3 gennaio 1928 iniziarono i movimenti. Dieci giorni dopo la prima fase poteva reputarsi sostanzialmente conclusa: le truppe della Tripolitania occuparono en-Nufilia e quelle della Cirenaica superarono el-Agheila (già occupata il 29 settembre 1927) stabilendo la desiderata saldatura. I Mogarba cirenaici si sottomisero senza eccessive difficoltà, mentre quelli tripolitani, fortemente · ostili, vennero intercettati durante la fuga verso l'interno, attaccati dagli aerei con bombe ad esplosivo ed a gas e dispersi con gravi perdite 3. Il 9 febbraio cominciò la seconda fase. Data la diversa situazione esistente nelle due colonie - nella Tripolitania sottomessa non si presentavano problemi di 1ilievo; nel Gebel cirenaico si trattava di conciliare il lento consolidamento dei risultati acquisiti con le esigenze relative alla nuova impresa - si era rinunciato a cercare la sincronia delle operazioni. Perciò fu assegnata la precedenza agli obiettivi politico-militari rispettivamente prioritari: oasi della Giofra in Tripolitania ed oasi di Augila e Gialo in Glrenaica. Successivamente dovevano essere occupate le centrali Zella e Marada 4 •

'O. MEZZETTl, Guerra in Cirenaica cit., p. 189. Ibidem, p. 195.

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ASMA!, Libia, pos. J 50/6, f. 11 .

• O. MEZZETil, Guerra in Cirenaica cit., p. 209.


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Ad occidente furono presto raggiunte le oasi di Socna e di Hon, poi la colonna Graziani si diresse su Zella, «la inviolata ed inviolabile, secondo i capi senussiti» 1, impadronendosene senza difficoltà il 22 febbraio. A questo punto, su improvviso ordine di De Bono, la colonna avrebbe dovuto rientrare direttamente a Sirte per ragioni logistiche; ma, saputo che un grosso nucleo di armati sostava presso i pozzi di Tangrift, Graziani prese l'iniziativa di mutare l'itinerario di ritorno e di affrontare gli Aulad-Soliman, i veri padroni dell'inesplorato deserto sirtico. Il 25 febbraio si accese il combattimento nella conca di Tangrift. Dopo otto ore di sanguinosa lotta, i ribelli furono disfatti e «le porte del Fezzan vennero da quel giorno aperte alla nostra nuova penetrazione}> 1• Ad oriente le truppe del generale Mezzetti, ricevute le dichiarazioni cli sottomissione dei capi e dei notabili locali, occuparono senza incontrare resistenza Augila (24 febbraio) e dopo un breve combattimento Gialo (25 febbraio). «La vacillante organizzazione senussita usciva sconvolta .degli avvenimenti» commentò Me.zzetti 3 • Il suo capo, Mohammed er-Redà, presentatosi il 3 gennaio alle autorità italiane quando ritenne persa la partita, si trovava al confino in Italia; il figlio Saddif, indeciso se sottomettersi o non, era in fuga con pochi seguaci, meptre la famiglia, abbandonata nell'oasi di Gialo, si era posta sotto la protezione italiana; il figlio Hassan raggiunse Omar el-Mukhtar. Occorreva adesso volgersi a Marada. Fu occupata il 18 marzo e con questo atto le operazioni sul 29° parallelo si considerarono ultimate. Durante i rastrellamenti le popolazioni affluirono in gran numero a nord dell ' uadi Faregh ed alla fine di marzo i l nuovo vasto territorio venne consegnato all'amministrazione civile. Il completamento della riconquista ed il definitivo assetto politico della L ibia furono ottenuti nel successivo quinquennio ( 1929- 1933) sotto il governatorato generale di Badoglio. * * * Nel gennaio 1929 Mussolini, assunto l' interim delle Colonie, chiamò a Roma De Bono come sottosegretario e nominò Badoglio governatore generale della Tripolitania .e della Cirenaica, pur rimanendo le due amministrazioni separate. Non si conoscono i motivi all' origine del provvedimento. Tra le varie ipotesi avanzate sembra più attendibile quella di Giorgio Rochat, che tale nomina «rientrasse nella politica fascista di valorizzare la collaborazione al regime

GRAZIANI, Pace romana in Libia, Mondadori, Milano 1937, n. 102. R. GRAZIANI, Ho difeso la Patria cit., pp. 43-44. O. MEZZETn, Guerra Cirenaica cit, p. 237.

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degli esponenti della guerra mondiale e delle forze annate», unitameme ali' indubbio prestigio personale di Badoglio che sembrava garanzia di porre finalmente la pa~ola fine alla questione libica. Anche per questo il maresciallo ottenne di conservare la carica di capo di Stato Maggiore Generale, di rimanere in Libia come governatore per cinque anni, di poter curare lo snellimento dell'apparato burocratico coloniale e la sostituzione dei funzionari o militari non ritenuti adatti al compito 1• A prescindere dall'immediato attrito sorto fra Badoglio - il quale come capo di Stato Maggiore Generale intendeva rispondere direttamente al presidente del Consiglio e come governatore generale far capo al ministro delle Colonie, cioè, in ambo le vesti, a Mussolini - e De Bono, il quale chiedeva la parola nelle colonie in qualità di sostituto del ministro, tutto sommato non si verificarono inconvenienti cli rilievo nella gestione delle cose libiche. II problema operativo consisteva, per la Tripolitania nel disanno della Ghibla, cioè del territorio fra Gadames e l'oasi di Socna, e nella rioccupazione del Fezzan; per la Cirenaica nella definitiva cacciata di Omar el-Muktar dal Gebel Achdar e nella presa di possesso deJI' oasi di Cufra 1. 11 primo gesto cli Badoglio consisté in un proclama alle genti libiche, promettendo a nome del governo italiano «pace, tranquìllità e benessere» per coloro che si sottomettevano e «morte, distruzione e rovina» per quelli che si fossero mantenuti ribelli 3• II proclama fu giudicato da taluno come un «atto saggio di governo» perché mostrava disponibilità al perdono e fermezza di comportamento•, da altri «un grave errore» perché incoraggiava i ribelli 5, da altri ancora «non in ogni parte felice, sia per qualche espressione poco moderata, sia per alcuni particolari della forma» 6 • Certo si è che, a detta di Graziani , i capi, «quasi tutti refrattari ad ogni idea di sottomissione, compresero che occorreva o reagire decisamente e subito per mantenere il dominio su di esse [= le genti

'P. PIER! e G. ROCMAT, Badoglio, UTET, Torino 1974, pp. 590-592. La seconda pane della biografia è del solo Roehat. 1 Sul capo della resistenza senussita in Ci renaica cfr. AA.VY. , Omar el-1"1ukhtar e la riconquista fascista della Libia, a cura di Romain Rainero, Marzorati, Milano J 981. 3 R. GRAZIANI, Ho difeso la Patria, cit., p. 51. Da tener presente che la legge 1013 del 26 gi ugno 1927, nello stabilire il nuovo ordinamento della Tripolitania e della Ci renaica, compieva uno spiccato passo indietro rispetto allo Statuto del 19 19. Non soltanto la cittadinanza ital iana li bica era «nettamente distinta e di contenuto gi uridico inferiore a quella italiana mcrropoliiana» (G. MONDAINI, La legislazione coloniale ita/iam1 nel suo sviluppo storico e nel suo stato attuale, ISPI, Mi lano 1941, Il , p. 644, cit. in A.DEL BocA, Gli italiani in Libia cit.. li. p. 12 1), ma era soppresso il sistema rappresentati vo e «restaurato in pieno il principio della sovranità dello Stato, dell 'unità di comando e della libertà di decisione e di azione degli organi metropolitani della colonia» (G. AMBROS INI, La condizione giuridica dei libici a/l'avvento del fascismo ad oggi», in ,,Rivista delle Colonie», febbraio 1931, p. 171, in A. DEL BOCA, ibidem, p. 122). ' R. Graziani, Cirenaica pacificata cit., p. 19. 'E. CANEVARI, La guerra iralia,w cit., I, p. 318. • Giudizio di C.A. Nallino in A. DEL BOCA, Gli italiani in Libfri cit., II, p. 135.


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libiche] e non vederne scosso l' animo e la combattività o capitolare. Nella vana speranza infatti di poter ancora imporsi al Governo, alcuni osarono nuovamente muovere in armi, altri rimasero in atteggiamento ambiguo e incerto, pochi soltanto si spinsero a fare atto di sottomissione» '· Il principale protagonista della fase finale della riconquista libica fu il generale Graziani, operante dapprima in Tripolitania (aprile I929-febbraio 1930) e poi in Cirenaica (aprile 1930-dicembre 1931 ), pur riconoscendo a Badoglio il merito di una lucida e determinata impostazione delle due campagne. In Tripolitania le nuove scorrerie primaverili e l'arrivo di due mehalla nella Ghibla provocarono la pronta e risoluta reazione di Graziani, talché a fine maggio 1929 la regione era om1ai tranquilla. Anche per questo Badoglio si orientò ad affrettare i tempi. Due i fondamentali motivi politico-militari: qualunque zona non occupata materialmente diventava per forza di circostanze rifugio dei dissidenti e focolaio di rivolta; era impossibile continuare in campo internazionale a vantare il possesso di una colonia e discuterne i confini con la Francia quando non eravamo in grado di occuparla per intero e di difenderla. Quindi occorreva riprendere il Fezzan e stroncare ogni possibi le fonte cli ribellione. Solo allora si poteva pensare alla riorganizzazione complessiva ed alla riduzione del le forze militari in posto 2. Ricevuta l'approvazione d i Mussolini, in giugno si procedette con un' operazione improvvisa al disarmo dei nomadi della Ghibla e della Hamada elHomra, e fra l'agosto ed il novembre vennero completati i preparativi per la spedizione nel Fezzan. Le forze contrapposte non erano rilevanti: un complesso di 4 mila uomini, montati o autocarrati, sotto Graziani contro circa 1.500 arabi sotto diversi capi. «Questa sarà la campagna del movimento - avvertì Graziani il 25 novembre, assumendo· il comando dell~ tru ppe - ( .. .). Gli avversari formeranno il vuoto ritirandosi alle ali estreme ( ...) per colpirci sulle linee di comunicazione. Noi ii1vece andremo a cercarli dovunque saranno. Abbiamo innanzi a noi marcie omeriche da compiere (.. .). La campagna durerà tre mesi» 3. Il 5 dicembre fu raggiunta Brach, il 14 Sebha, il 21 gennaio I 930 Murzuk. Poi si svolse l' inseguimento dei ribelli in fuga verso l'Algeria, che si concluse a metà febbraio. II Fezzan era stato riconquistato in tre mesi con perdite insignificanti. ln Cirenaica le operazioni sul 29° parallelo avevano inevitabilmente indotto a trascurare il Gebel Achdar, talché Omar el-Mukhtar, già vinto nel settembre 1927, poté approfittare dalla pausa dell'inverno 1927-28 per riorganizzare le

1 R. GRAZIAN I, Cirenaica. pacificata cit., p. 20. ' Badoglio a Mussoli ni in data 2.4.1929, ASMAI, Libia, pos. 150/6, f. 10. ) In «Oltremare», marzo 193 I. p. J 05, cit. in A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia cit., li, p. 143.


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forze senussite e recuperare parte del perduto prestigio. Non disponeva che di un migliaio di armati, stando alle inform azioni, tuttavia in quell'ambiente difficile era in condizioni di rendersi pericoloso. Nel luglio 1928, perciò, Mezzetti cercò di agganciarlo per chiudere la partita. Non vi riuscì a causa delle mille asperità e fratture del terreno ed anche per il frazionamento dei duar, per lo più montati e quasi esclusivamente agenti contro i campi sottomessi e le carovane indifese. Così, all'inizio del 1929, quando Teruzzi rientrò in Italia, Omar elMukhtar teneva il Gebel Achdar come campo di battaglia. Inizialmente Badoglio affidò la carica di vicegovernatore al colonnello Siciliani - il che comportò la sostituzione del generale di divisione Mezzetti con il generale di brigata Ronchetti, quale comandante delle truppe - stabilendo, come indirizzo generale, di ricercare la soluzione della rivolta offrendo una sottomissione incondizionata oppure agendo con la repressione armata. n tentativo di persuadere quelle popolazioni a sottomettersi spontaneamente era doveroso sia per evitare di mettere le mani in un prevedibile vespaio se non indispensabile, ed anche per la necessità di porre riparo all ' insoddisfacente assetto della colonia. L'intento di arrivare alla conclusione seguendo la via pacifica sembrò corrispondere ad analogo desiderio del Gran Senusso. Difatti l'attività dei ribelli cessò quasi del tutto nel marzo 1929, grazie anche al ritorno, stabilito dal governo italiano, di Mohammed er-Redà dal confi no di Ustica, sì da favorire incontri segreti fra emissari senussiti e notabili arabi filo-italiani. Beninteso, si trattava di contatti destinati a fallire perché Badoglio intendeva ottenere la sottomissione pura e semplice e l'accettazione incondizionata della nuova legge sulla Libia, laddove il Senusso mirava quanto meno a tornare agli accordi di Bu Mariam. Molto probabilmente i due interlocutori si rendevano conto del quasi certo fallimento delle trattative, tuttavia entrambi pensavano di migliorare la rispettiva posizione guadagnando tempo. Nel giugno 1929 si arrivò ai colloqui diretti. Omar el-Mukhtar si incontrò con il colonnello Siciliani il 13 alla ridotta Ciglione, presso Barce; con il maresciallo Badoglio il 19 a Sidi Rahuma, a pochi chilometri da Barce; ancora con Siciliani il 29 a Er Gandula. I resoconti di tali incontri sono assol utamente di parte. Secondo la versione italiana, il 13 giugno Omar el-M ukhtar avrebbe di chiarato a Sici liani: «Non chiamatemi ribelle, perché mai prima di oggi sono stato sottomesso al governo, che anzi ho sempre combattuto perché la religione me lo comanda. Oggi mi sottometto con tutti i miei: da oggi la Cirenaica dovrà regnare la pace assoluta e completa. Tutti dovranno ubbidire al governo legittimo d'Italia(...)». E la dichiarazione di sottomissione sarebbe stata confermata negli altri due colloqui con Badoglio e con Siciliani, unitamente all'impegno di sciogliere i duar e disarmare gli uomi ni entro cinquanta giorni. La successiva rivalità con Hassan er-Redà - il quale finì per accettare la


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«normalizzazione» col governo - avrebbe poi indotto Omar el-Muktar a rivedere la propria posizione ed a non dar corso ai patti 1• Secondo Omar el-Mulkftar, le cose sarebbero andate invece ben diversamente. In una sua lettera datata 20 ottobre 1929, pubblicata da due giornali del Cairo, egli raccontò: «Al principio del 1348 [cioè verso la metà del 1929]. il Governo italiano. per meno del suo rappresemante il Governatore Generale Maresciallo Badoglio, mi invitò a sospendere la guerra, a presentare le nostre richieste ed a fissare una località per incontrare S.E.. Ciò avvenne, e ci incontrammo a Sidi Rahuma e ci accordammo a fare un armistizio della durata di due mesi perché ciascuno di noi potesse meuersi in rapporti con i propri superiori. Durante l' incontro il Maresciallo Badoglio mi chiese di presemargli le nostre richieste e mi disse che egli era disposto a far ritornare il nostro capo (Arnir) Seid Mohammed Idris es-Senussi in Cirenaica, qualora noi avessimo ciò desiderato. Fra le condizioni dell'arnustizio che noi presentammo erano le seguenti: I. Amnistia generale per tutti i colpevoli di reati politici, sia per coloro che si trovavano nell'interno del paese che per que lli che si u·ovavano fuori, e liberazione dei prigionieri per ragioni politiche. 2. Ritiro di tutti i Presidi stabiliti durante la guerra del 1341 (1922- 1923), compresi quelli di Giarabub e di Gialo. 3. Diritto da parte mia di prendere le decime legali dagli arabi residenti auomo ai presidi sulle coste cioè i sottomessi 4. Durata dell'armistizio, due mesi, rinnovabili.

S .E. il Maresciallo Badoglio accettò queste condizioni e promise di applicarle. Prima dello scadere dei due mesi, informai S.E. il Governatore Generale, a mezzo del suo vicario il cav. Siciliani, che tutti i notabili indigeni erano d'accordo di eleggere il nostro capo Saied Moharnrned Idris es-Senussi perché egli nominasse alcune persone idonee fra i nativi della Cirenaica e della Tripolitania per trattare col governo italiano sulle richieste della Cirenaica e· della Tripolitania (...). Ora l'armistizio è sul punto di spirare e non ho ricevuto alcuna 1isposta dal governo italiano ( ... ). Ritengo pe1ta11to di li prendere la guerra e di non tener conto di alcuna conversazione e di alcun inte1mediario (... )» '·

Come si resta scettici sulla nessuna richiesta che, secondo la nostra versione, sarebbe stata avanzata da el-Mukhtar, almeno per salvare il proprio prestigio davanti alla Senussia, così non si può condividere la conclusione di Del Boca: «Se quello che Omar el-Mukhtar afferma è vero, e tutto fa supporre che lo sia, ci troviamo di fronte ad un accordo, anche se provvisorio, che ricalca quello di er-Regima e di Bu-Mariam ( ... )»3. Che Badoglio, soprattutto dopo i

' R. GRAZIANI, Cirenaica pacificata cit., pp. 23-32. Cfr. ENRICO DE LEONE, La colonizzazione dell'Africa del Nord, CEDAM, Padova 1960, II, p. 552. 'R. GRAZIANI, Cirenaica pacificata ciL, pp. 44-45. ' A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia cit., Il, p. 156-157 (corsivo nostro).


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proclami fatti, potesse accettare senza batter ciglio le pretese dell'avversario alla lettera da «vincitore a vinto»' - di ripiegare tutti i nost1i presidi alla costa, è francamente impossibile prendere per buono. In verità, nulla può far supporre che l'affermazione di Omar el-Mukhtar sia veritiera, almeno per guanto concerne l'accoglimento della 2" e 3• condizione da lui citata. E che dette richieste ricalcassero gli accordi precedenti appare discutibile, vist0 che ad er-Regima (25 ottobre 1920) ed a Bu-Mariam (21 ottobre 1921) la Senussia aveva ricevuto l'«amninistrazione autonoma» delle regioni predesertica e desertica, ma riconoscendo la sovranità italiana ed impegnandosi a sciogliere i camr.i armati e la propria organizzazione politico-militare sul Gebel, questioni di cui Omar el-Mukhtar non fece il minimo cenno nella sua lettera. E veramente è pensabile che Mussolini, che aveva acceso le luci sulla Libia, avrebbe consentito di tornare al 1921? In realtà le due posizioni, pubblicamente sbendierate in anticipo, erano troppo distanti l'una dall'altra. Così, nel novembre 1929 ripresero gli scontri inconcludenti e le incursioni senussite e la situazione sul Gebel tornò più o meno quella di due anni prima. A questo punto, l'insoddisfacente andamento delle cose in Cirenaica spinse De Bono, divenuto ministro delle Colonie nel settembre 1929, a puntare i piedi ed a pretendere la sostituzione di Siciliani' con Graziani. Ne parlò con Mussolini ottenendo soddisfazione e I' I I gennaio 1930 comunicò la decisione a Badoglio 2• Graziani, interpellato su quando potesse lasciare il Fezzan, rispose che l'impresa in corso si sarebbe prevedibilmente conclusa entro il mese di febbraio. L'8 marzo 1930 Graziani rientrò in Italia ed il 27 dello stesso mese sbarcò a Bengasi per assumere il nuovo incarico. I nodi fondamentali del problema erano due: la sola azione militare contro i duar non appariva sufficiente ai fini di un successo definitivo a causa del fenomeno di osmosi con i sottomessi, sempre pronti a reintegrare le formazioni ribelli; l'organizzazione senussita si sosteneva essenzialmente con il traffico di contrabbando che, tra l'altro, sottraeva alla colonia forti entrate 3. Le direttive di Mussolini e di De Bono a Badoglio e Graziani furono radicali:

' Al convegno di Sidi Rahuma, Badoglio si presentò con un piccolo seguito, senza scorta, mentre Omar el-M ukhtar giunse con un seguito di 400 armati, «come un vincitore che accordi l'armistizio al vinto» (E. CANEVARI, La guerra italiana cit., I, p. 326), 2 ASMA!, Libia, pos. 150/21, f. 90. La nomina di De Bono a ministro non mutò sostanzialmente i rapporti con Badoglio, il quale continuò ad avvalersi di una ce11a indipendenza nella sua azione di governatore. In compenso De Bono volle ricevere direnamente da Graziani copia di tutte le comunicazioni di rilievo e delle relazioni inviate a Badoglio! 'R. GRAZIANI, Cirenaica pacificata cit., p, 64 e seg..


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«l . Nena e materiale distinzione tra sonomessi e non sottomessi, sia in sede di ubicazione, sia in sede di rapporti e trnffic i; 2. Dare ai sottomessi sicurezza e protezione, ma vigilarne ogni attività. 3. Sottrarre nettamente i sottomessi da ogni influenza senusssita, ev itando a~solutamente la riscossione per parte dei rappresentanti della Senussia o di chicchessia, di qualunque genere di decime o di zacar. 4 Controllo costante e preciso dei mercati e rigorosa ch iusura del confine egiziano, in modo da evitare ogni possibilità d i rifornimento all'avversario. 5. Epurazione sistema1ica ma ferma dell'ambiente indigeno, cominciando dai maggiori centli urbani e specialmente da Bengasi. 6. Impiego di elementi irregolari, per effetto politico, per controbattere il brigantaggio avversario e per una intensa azione di rappresaglia avente pe r obbiettivo finale la pulizia completa del territorio da ogni formazione avversaria. 7. Azione snella, decisa, leggera delle truppe, ·tesa a bat1erc, disorientare, sconvolgere i duar ribelli e costringerli a subire sempre e dovunque la nostra iniziativa( ...)» ' .·

Quanto alle modalità di attuazione: carta bianca. Graziani non ebbe esitazioni. il 1° aprile precisò ai nor.abili del Gebel c he la sottomissione incondizionata comportava 1' obbligo assoluto di troncare ogni connivenza con i ribelli ed ogni corresponsione di decime ad essi, sotto pena di sanzioni capitali per i colpevoli. Poi chiarì che per i clise1tori era prevista l' appl ìcazione delle leggi penali senza alcuna limitazione, compresa ovviamente la pena di morte. I primi provvedimenti per staccare le popolazioni dagli armati senussiti furono la graduale riunione degli accampamenti dei sottomessi al fine di garantir loro una migliore protezione, e naturalmente di ben controllarli; la sostituzione delle armi mod. 91 dei battaglioni libici e degli irregolari con armi mod . 70/87, allo scopo di eliminare almeno il contrabbando delle munizioni; l' e~ sproprio dei beni delle zauie senussite per tagliare i fondi della rivolta 2• Graziani ammise che «si erano calcolate con esatta precisione tutte le conseguenza presumibili d i questo indirizzo radicale e si sapeva bene che esso era quello che meno avrebbe concesso il quieto vivere a tutti» 3• Tenuto conto che a siffatto raggruppamento dei campi dei sottomessi si accompagnava un razionamento dei viveri rigidamente erogato, non ci si può meravigliare - come fece Graziani - se la sua «politica di attrazione e di reale collaborazione si infranse sistematicamente conu·o l' atteggiamento della popolazione, che non saprei definire se più perfida o ìncosciente» 4 • D'altra parte non a caso Graziani

'ASMA!, Libia, pos. 150/22, f. 98.

'Le wuie erano centri politico-amministrativi della Senussia che c uravano le rendite dei beni immobili della confraternità e riscuotevano le decime (zacar). Come è naturale, costituivano un eccellente collegamento fra sottomessi e duar. -' R. G RAZIANl, Cirenai<.:a pacificata cit., pp. 7 1-72. ' Ibidem, p. 99.


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LA RICONQUISTA DELLA LIB IA (1922-1932)

aggiunse che quella misura <<~ra l'unico ed il solo mezzo che avrebbe potuto condurre allo stroncamento della ribellione» 1• Sicuramente fu efficace. In maggio fu disposto il primo spostamento dei campi arabi in prossimità dei presidi militari della fascia costiera da Bengasi a Derna, rispettando in linea di massima le dislocazioni originarie delle tribù 2 • A fine mese, d'improvviso e simultaneamente, vennero invase le sedi della cinquantina di zauie della Cirenaica e posti sotto sequestro prima e confiscati poi tutti i beni mobili ed immobili della confraternità, meno quelli di Giarabub, riconosciuta località sacra per i musulmani. I capi zauia furono inviati ad Ustica. Anche se le misure adottate stavano arrecando un gravissimo danno alla Senussia, fu presto giocoforza riconoscere che non bastavano. Il rastrellamento effettuato nella seconda metà di giugno nella zona di el-Fayed, a sud di Cirene, non riuscì a conseguire risultati sostanziali in quanto «tutte le popolazioni del Gebel, senza distinzioni, fiancheggiavano more solito Omar elMukhtar» \ talché i ribelli, pur cacciati dalla zona ed avendo perduto una preziosa carovana, erano sfuggiti alla rotta completa. Badoglio, allora si indusse ad un ulteriore durissimo provvedimento: «Bisogna anzitutto - scrisse il 20 giugno a Graziani in una lunga lettera - creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica( ... )» 4 • Per realizzare tale intento «urge - continuava Badoglio - far rifluire in uno spazio ristretto tutta la popolazione sottomessa, in modo da poterla adeguatamente sorvegliare ed in modo che vi sia uno spazio di assoluto rispetto tra essa ed Ii ribelli. Fatto questo, allora si passa all'azione diretta contro i ribelli ( ...)» 5• Il nuovo spostamento venne completato entro i mesi di luglio ed agosto, sgombrando il primo ed il secondo gradino del Gebel e realizzando il voluto vuoto intorno ad Omar el-Mukhtar. Senonché il flusso delle defezioni persisteva e le decime continuavano ad essere pagate alla Senussia con varie astuzie.

' Ibidem, p. 72. Ibidem, p. l OI. 'Ibidem. 1 • Alla cinica, e retorica, frase finale fa riscontro l' affermazione di Omar cl-Mukhtar a Guetat, nella seconda metà di maggio J929, davanti al nostro commissario del Gebel, che «a lui poco inte!'essava se le popolazioni sottomesse avessero dovuto soffrire ed anche essere distrutte completamente purché fosse salva la Senussia,,, frase rimbeccata aspramente dai capi degli Abeidat e dei Frasa presenti al colloquio (ibidem, p. 26). 5 ACS, Carte Graziani, b. 1, f. 2, sottof. 2. 2


LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1922- 1932)

Nella seconda settimana di luglio I De Bono si recò in Cirenaica. Era al corrente degli avvenimenti e dei provvedimenti presi. Concordava sull'impostazione del problema politico-militare della colonia ed approvò la decisione di Badoglio di proseguire con ulteriore rigore nella linea di condotta adottata, nonostante le prevedibili ripercussioni in ambito internazionale delle proteste del nazionalismo arabo. F u così stabilito il trasferimento dei campi verso la Sirtica,. fra Bengasi ed el-Agheila, nel corso dell 'autunno. Qui «tutti i campi furono circondati da doppio reticolato; i vive,i razionati: i pascoli contratti e controllati; la circolazione es1erna resa soggetta a permessi speciali» 2• Il bestiame trovato fuori dei campi, e quindi esposto (più o meno volutamente) alle sicure razzie dei ribelli, doveva essere confiscato. <<li Governo - disse esplicitamente Graziani - è freddamente disposto a ridurre le popolazioni alla più squallida fame se esse non si assoggetteranno definitivamente agli ordini. Pari rigore deve essere pertanto praticato da tutti coloro che lo rappresentano alla periferia» 3. Non è difficile immaginare quali angustie si siano presentate alle genti sottomesse, giacché basta riflettere sulle conseguenze del brusco passaggio dal nomadismo alla sedentarietà coatta per un tempo indefinito. Ma pensiero e proposito di Badoglio e di Graziani erano privi di remore: «il fine g iustifica i mezzi». Perciò occorreva t0gliere l'acqua al pesce che vi si muoveva a suo agio, secondo la nota immagine di Mao Tse-tung circa l'azione del guerrigliero. «Attraverso questa genesi e questo tormento - riconobbe Graziani nei suoi ricordi africani - durato nove mesi»• e che interessò circa 80 mila nomadi e seminomadi, finalmente Omar el-Mukhtar rimase isolato sul Gebel Achaar e le truppe furono libere di muoversi in un territorio pressoché privo di popolazione. Di conseguenza, l'estate e l'autunno 1930 videro una caccia senza interruzioni

' Graziani, invece, colloca la visita di De Bono a giugno. ' R. GRAZIANI, Cirenaica pacificata cit., p. 104. ' Ibidem, p.'105. Sullo stroncamento della rivolta scnussi1a cfr. G. ROCHAT, La repressione della resistenw in Cirenaica 1927-31, in AA. VV., Omar el-Mukhtar cit.. pp. 53 -1 89. • R. GRAZIANI. Cirenaica pacificata cit .. p. I09. La raccolta delle genti del Gebel sulla fascia costiera della Cirenaica occidentale è stata stigmatizzata come un'infamia perpretata dal governo italiano tradouasi in un vero e proprio genocidio. Al polo opposto sta una descrizione addiriuura rosea: «Noi non abbiamo mai crealo rampi di co11cemrame1110 in Cirenaica, ma solo delle riserve in campi splendidamente sistemati e forniti di Iuuo il necessario. dalle tende di lana di camello nuove, agli impianti igienici, ai se rvizi idrici. ecc.». (E. CANEVARI. La guerra italiana cit., I, p. 334). Possiamo dare per scontata la nessunissima intenzione nostra di anivare deliberatamente ad un «genocidio», ma possiamo anche ammettere che quanto meno la lunga fase ini ziale sia risultata pesantissima per i cireanici. Quamo alle perdite per rnalauie, è giusto non ignorare il rapporto del prof. Tedeschi, direttore deU 'ospcdale di Dema, nel quale. oltre all'opera dei nostri sanitari, sono ricordati i seguenti da1i di morbilità (riferiti all'anno 1920) per le tribù del Gebel: luc 70%. tubercolosi 35%, tracoma 85% (R. GRAZIANI. Cirellaica pacijìcata cit., p. 124 e seg.).


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e senza quartiere sferrata dai nostri gruppi mobili contro i duar ricostituiti dagli Abid e dagli Abeidat sull'altopiano ed anche ne lla Marmarica, dove il movimento senussita cercava di riprendersi grazie aJle migliori condizioni per il contrabbando dall 'Egitto. Nel frattempo, alla base di Agedabia era stata predisposta la spedizione per l'occupazione dell 'oasi di Cufra. un' impresa le cui difficoltà logistiche superavano di gran lunga quelle operative. Per guadagnare tempo s i rinunc iò a costituire preliminarmente una base avanzata a Gialo, posto che ciò avrebbe provocato il rinvio dell 'operazione al 1932, e si preferì affrontare una puntata in profondità di 800 chilo metri di deserto e mettere in funzione, nei limiti dell'indispensabile, la base di Gialo durante la progressione verso sud. Il 20 dicembre 1930 la colonna, formata da complessi forniti dalla Tripolitania e dalla Cirenaica (in totale circa 4 mila uomini, di cui solo 700 nazionali) e con l' appoggio di una squadriglia della Tripolitania (20 apparecchi), partiva da Agedabia agli ordini del generale Ronccheui. Le informazioni davano presenti a Cufra all'incirca 600 armati divisi in vari gruppi, ben riforniti da carovane provenienti dall 'Egitto, dec isi a battersi e fiduc iosi nella vittoria, grazie anche alle barriere di dune mobili che circondavano l'oasi per un raggio di oltre 150 chilometri. L'avanzata si svolse con metodicità, su più colonne, be n guidate dalla ricognizione aerea. Il J 9 gennaio 1931 , l'obiettivo era raggi unto e dopo tre ore di combattimento accan ito i senussiti volgevano in disordinata fuga verso il Tibesti e l'Egitto. La perdita di Cufra nocque enormemente al prestigio della Senussia ed influì anche sul morale dei duar che si battevano sul Gebel Achdar, per quanto a più di milJe chilometri di distanza. Eppure non si era ancora in vista della conclusione, difatti a marzo l'attività dei ribelli riprese in pieno. Occorreva prendere di petto le questioni di fondo costituite dal contrabbando e dal «santuario» dell 'Egitto, dove trovavano comodo e sicuro rifugio migliaia di cirenaici e tripolitani, pronti a rifornire di armati Omar el-Mukhtar. A fi ne gennaio I 93 1 Graziani espose una sua idea a Badoglio: per tagliare il flusso dei rifornimenti egiziani in uomini , armi, viveri e quadrupedi si rendeva indispensabile sbarrare la frontiera. Il modo migliore sembrava quello di stendere un reticolato permanente da Bardia e Giarabub, giacché l'alternativa di ricorrere ad uno schieramento di posti di guardia appariva chiaramente meno sicura e più costosa. Badoglio, che sin dall ' inizio del suo governatorato aveva indicato l'urgenza di chiudere i confini delle due colonie, «ascoltò [Graziani) senza parlare ed infine rispose: «È cosa fatta! Ne parlerò a Roma» 1• E pochi giorni più tardi, in una riunione tenuta nella capitale sotto la presidenza di De Bono, fu stabilita la costruzione del reticolato.

' R. GRAZIANI, Cirenaica vacificata cit.. p. 226.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (1 922-1932)

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LA DECISIONE POLITICA D1 UN IMPERO COLONIALE

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L'opera ebbe inizio a metà aprile e tenninò i primi di settembre. I 270 chilometri del suo sviluppo erano guardati da tre ridotte (Amseat, Scegga, Giarabub) e da sei ridottini (Ramla, Sidi Omar, Sceferzen sud, Uescechet, Garn ul-Grein, elAamra). A ridosso della barriera furono approntati tre campi di aviazione (Amseat, Scegga e Giarabub) ed una base per quattro apparecchi (Giarabub). Una linea telefonica pem1anente, lungo l'intero tracciato, consentiva facili comunicazioni.

In tutto questo periodo la controguerriglia sul Gebel venne condotta senza tregua con quattro battaglioni e ritrei, sfruttando adesso un ben organizzato servizio informazioni con elementi sottomessi e con il forte supporto di un'aviazione pronta ad intervenire con il bombardamento ed il mitragliamento. Fu così che il 10- 11 settembre il dor Braasa-Dorsa venne esattamente localizzato ed attaccato da più direzioni, fra Cirene. e Maraua, e disperso. Il mattino dell' 11 il commissario del Gebel telegrafò a Bengasi: «Presso Slonta nostro squadrone savari ha catturato indigeno che da ascari squadrone è stato riconosciuto per Omar el-Mukhtar» '. Nel pomeriggio ciel 15 si svolse il processo a Bengasi. Si concluse con la . condanna a morte. IJ mattino del 16, nella piana di Soluq, alla presenza di non meno di 20 mila arabi, il vecchio Omar el-Mukhtar venne impiccato. Fu un grossolano errore. Come era prevedibile, il mondo musulmano entrò in ebollizione. TI nostro rappresentante al Cairo, Roberto Cantalupo, riferì che re Fuad «francamente mi ha dichiarato che, pur rendendosi conto sino ad un certo punto dei motivi che hanno indotto all'esecuzione di Omar el-Mukhtar, ha dovuto constatare che l'impressione iniziale in Egitto èstata fortissima (... )» 2• Per dare un'idea della violenza della campagna di stampa contro l'Italia, l'opuscolo «Le atrocità italiane in Tripolitania» del 7 aprile 1931, scritto dal nazionalista druso Shekib Arslan, affermò che a Cufra «hanno ucciso gli shekh in maniera atroce. Hanno squarciato i ventri delle donne, il numero delle fami- _ glie vittime di tali atti ascende fra le più nobili di Cufra. Hanno ridotto la grande zauia di et-Tag una bettola. Hanno calpestato i Corani e li hanno gettati fra le ordure dei cavalli>> 3 • La rivolta senussita, già ansimante, entrò in agonia ed il 24 gennaio 1932 Badoglio annunciò in un ordine del giorno che la ribellione in Cirenaica era completamente e definitivamente stroncata e che, dopo 20 anni dallo sbarco iniziale, le due colonie erano interamente occupate e pacificate 4 .

' R. GRAZtANt, Cirenaica pacificata cit., p. 266. 'R. Cantalupo a Grandi in data 19.10.1931, DDI, 7• serie1 Xl, doc. 35. ' ASMAE, Libia, b. 2 , f. I. Da notare che a fine 1933 Arslan cambierà di colpo atteggiamento e, ricevuto nei febbraio 1934 a Roma da Mussolini, diventei:à ben presto un importantissimo collaboratore del regime nel Vicino Oriente (A. DEL BocA, Gli italiani in Libia cit., 11, pp. 224 -227). 'R. GRAZIANI, Cirenaica pacificata cit., p. 307.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA (l 922- 1932)

Diceva la verità. La riconquista della Libia era stata portata a termine con una successione cli pause e di fasi vittoriose che nulla avevano concesso all'avversario. Ricevuti dal Governo un compito preciso e mezzi idonei, governatori e capi militari si erano mossi con abilità, decisione e senza mezze misure per conseguire ad ogni costo l'intento di schiacciare la rivolta in modo radicale. «La repressione fu quindi dura ma efficiente - ha comme ntato Rochat, - distinguendo fra aspetto tecnico ed aspetto umano secondo gli insegnamenti dei colonizzatori francesi ed inglesi, che con uguale durezza ed efficienza avevano sormontato ogni resistenza nella conquista dei rispettivi imperi afro-asiatici» 1• 2.

LA POLITICA COLONIALE DI MUSSOLINI IN AFRICA ORIENTALE

Le due carte sulle quali l'Italia puntava per ottenere «qualcosa» in Etiopia erano costituite dal trattato anglo-franco-italiano del 1908 e dal Patto di Londra. TI primo riconosceva ai contraenti zone di influenza economica, con implicita ammissione di eventuali sviluppi di altro genere nell'eventualità di rivolgimenti interni del paese. La Gran Bretagna si riferiva a l bacino del Nilo ed ai suoi affluenti con la fondamentale importanza del lago Tana, sul massiccio etiopico, dal quale scaturiva .il Nilo Azzurro. Per la Francia si trattava del retroterra della Costa dei Somali e della fascia indispensàbile per la costruzione e l'esercizio della ferrovia Gibuti-Addis Abeba. Ali' Italia premeva l'hinterland dell'Eritrea e della Somalia sì da consentire la loro unione territoriale ad ovest di Addis Abeba. L'aspetto economico delle tre zone di influenza era più esattamente indicato come interesse ferroviario: ogni ferrovia sarebbe stata realizzata con il concorso della Potenza concessionaria 2• La realtà del dopoguerra fu deludente per le aspirazioni italiane in Africa orientale, anche perché non soltanto gli ex-Alleati poco se ne curavano, ma addirittura avevano motivi per contrastarle. La Gran Bretagna mirava ad un certo controllo sull'Etiopia per evitare l' insorgere di elementi di disturbo nella questione dell'irrigazione del Sudan e dell'Egitto, e non poteva vedere molto di buon occhio il possibile affermarsi della presenza italiana, destinata con ogni probabilità a ricevere incremento da una fortissima immigrazione. La Francia non nutriva, per la verità, ambizioni territoriali, tuttavia sentiva la convenienza di evitare che l'Etiopia cadesse sotto l'influenza di un'altra Potenza straniera. Ora, nel 1919 i I governo di Addis Abeba chiese di partecipare alla Conferenza della pace, ricevendo naturalmente un rifiuto. Quattro anni dopo, su suggerimento francese, domandò l'ammissione alla Società delle Nazioni. Non fu cosa semplice da ottenere e se la conclusione ciel dibattitO risultò favorevole

'G. ROCHAT, li colonialismo i1aliano cit., p. 99. 'Per il testo cfr. ALESSANDRO LESSONA, Verso l'Impero, Sanso.ni, Firenze 1939, p. 229 sgg..


LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

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- previo impegno formale di darsi un minima dei requisiti richiesti per far parte del!' Assemblea, primo fra tutti l'abolizione della schiavitù - molto fu dovuto all'atteggiamento italiano a sostegno dell'appoggio-francese. Che ancor prima di arrivare al governo Mussolini ritenesse l'Italia ingiustamente trattata a Versailles e considerasse l'Africa un'area in cui l'Italia avrebbe dovuto cercarsi uno «spazio vitale» è sicuro, così come è certa la sua convinzione di poter realizzare la potenza italiana solo mediante una guerra: «Siamo quaranta milioni - disse il 3 l marzo 1923 - serrati in questa nostra angusta ed adorabile penisola, che ha troppe montagne ed un territorio che non può nutrire tutti quanti. Ci sono attorno all'llal ia paesi che hanno una popolazione inferiore alla nostra ed un territorio doppio del nostro. Ed allora si comprende come il problema·dell 'espansione italiana nel mondo sia un problema di vita o di morte per la razza italiana. Dico espansione: espansione in ogn i senso: morale, politico, economico, demografico»'.

Peraltro negli anni Venti egli non era assolutamente in grado di fonnulare previsioni sull'epoca in cui l'Italia avrebbe dovuto affrontare la prova 2 e nemmeno la penserà prossima ancora alla metà degli ann i Trenta". In altri termini, quali che fossero le sue ambizioni, Mussolini poneva come pregiudiziale la pace in Europa, disposto anche ad accontentarsi di programmi «minimi» che si intravvedessero raggiungibili senza sforzo gravoso. Questo attenersi alle circostanze propizie derivava in buona misura dalla consapevolezza dello scarso peso del l'Italia nell'agone internazionale, ma altresl dalla molteplicità dei poli di attrazione mediterranei. Come notato da Rosaria Quartararo, i governi liberali avevano lasciato in eredità molte direttrici di possibi le espansione: il Mar Rosso, innanzi tutto, con lo Yemen e l'Arabia Saudita da un lato e l' Etiopia dall'altro; il Medio Oriente con l'Egitto ed il Levante (Palestina, Transgiordania, Siria e Iraq) in secondo luogo; poi Malta ed infine il Mediterraneo occidentale dalla Balcania (Albania e Grecia) alla Spagna 4. Poiché Mar Rosso e Mediterraneo significavano Gran Bretagna, Mussolini si astenne dal conferire al proprio programma carattere organico e di regolarità. Lo lasciò basato sui tempi lunghi e preferì seguire gli eventi in tutti quegli obiettivi tenendosi pronto ad approfittare delle circostanze.

'B. M usSOUNI, Opera omnia. cit., XIX, p. 191 . «Visw che prima, durante e dopo la guerra le maggiori potenze non sembrarono nutrire la minima in tenzione di voler far la loro parte all'Itali a - ha scritto l'ambasciatore Quaroni -da qui ad anivare a concepire la necessità di conquistarsi questo posto al sole con le armi alla mano, non ci voleva molto» (PIETRO Q UARONI, L'Italia dal 1914 al 1945 in <<Nuove questioni storiche contempornnee». Marzorati, Milano 1986. p. 1206). '«L'Italia - dichiarò Mussolini alla Camera il 15 novembre 1924 - ha bisogno di un lungo periodo di pace: tutta l'Europa, tutto il mondo, ma anche l'ltalia; oserei dire soprattutto l'Italia» (Ibidem, XIX, p. 19). ' G. CAROCCI, La politica. estera de/1 '/ralia fascisra cit., p. 242; R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 338 -340. ' R. QUARTARARO, Romajì·a Londrn e Berlino cit., pp. 31-33.


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Nella primavera del 1924 il reggente d'Etiopia, ed erede al trono, ras Tafari Maconnen, venuto in Europa in cerca di finanziamenti stranieri per avviare l'indispensabile trasformazione economica del paese, incontrò una cortese ma fredda assenza di disponibilità a Londra, poco propensa ad avventure finanziarie e di malumore per la recente ammissione abissina a Ginevra, ed un aperto rifiuto a Parigi circa la concessione di una zona franca nel po1to di Gibuti. L'unica nota positiva venne da Roma. Mussolini promise una zona franca ad Assab e ras Tafari ricambiò esprimendo il desiderio di arrivare ad un programma di collaborazione economica e commerciale italo-abissina 1• L'Etiopia rivestiva per noi un interesse particolare, sia per i precedenti storici sia perché la posizione geografica dell'Eritrea e della Somalia induceva naturalmente ad aspirare al loro congiungimento attraverso l'unica regione africana fino allora sfuggita al saccheggio europeo. Troppo seducente e non impossibile appariva l'idea di un impero coloniale italiano, anche se dai contorni non ancora ben definiti . La questione era, e lo sarà sino al 1934, sentita in modo specifico dal ministero delle Colonie di contro alla limitata attenzione del ministero degli Esteri e dello Stato Maggiore dell'esercito. Dopo i colloqui, ampiamente favorevoli alle nostre aspirazioni, con ras Tafari, il ministro delle Colonie, Lanza di Scalea, prospettò a Mussolini la necessità, più ancora della convenienza, di affrontare il problema abissino in modo globale, in quanto «restringendoci in una modesta politica coloniale del piede di casa» avremmo agevolato il consolidamento _del governo di Addis Abeba, che con ogni probabilità non si sarebbe fatto scrupolo di giovarsi anche . dell'interessato aiuto di qualche Potenza europea, ed altresì favoriti l'insorgere di rivendicazioni abissine nei confronti delle nostre due colonie. Né mano pericolosa era l'alternativa di uno sfacelo dell'impero, provocato dall'endemico stato di ribellione contro il governo centrale esistente soprattutto nelle regioni settentrionali, giacché Francia e Gran Bretagna non avrebbero mancato di approfittare dell'occasione per trarne proprio beneficio. Su un accordo con la Francia non si poteva contare, trovando essa vantaggioso puntellare l'Etiopia contro la politica coloniale inglese ed italiana. Rimaneva la possibilità di agire in parallelo con la Gran Bretagna, i cui intenti apparivano contrari a quelli francesi e quindi sembravano suscettibili di accordarsi con i nostri. In conclusione, secondo Scalea occorreva «uscire al più presto dall'attuale disinteressamento della questione abissina» e prendere contatto con la Gran Bretagna alla prima occasione, toccando i due argomenti di fondo: le acque del lago Tana ed il rifornimento di armi all'Etiopia attraverso la ferrovia di Gibuti. Per quanto, poi, concerneva i provvedimenti da assumere, il ministro proponeva

' Le trattative per la zona franca non approdarono ad alcun risultatO perché ras Tafari chiedeva piena sovranità e proprietà ad Assab.


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il rafforzamento militare dell'Eritrea e della Somalia, nonché il blocco di qualsiasi rifornimento di armi al governo di Addis Abeba ed ai ras'. Mussolini approvò la linea di condotta suggeritagli e precisò: «(...) Prepararsi militarmente e diplomaticamente ad approfittare di un eventuale sfasciamento dell'impero etiopico. Nell'attesa, lavorare in silenzio, sin dove sia possibile in collaborazione con gli inglesi e cloroformizzare il mondo ufficiale abissino» 2• Sembra difficile trovare un nesso fra i colloqui con ras Tafari, l'iniziativa del ministro delle Colonie (che di tali colloqui non fa il minimo cenno) e la «direttiva>> di Mussolini, tenendo anche conto del fatto che in quel periodo il governo britannico, il quale nel 1923 aveva denunciato l'accordo tripartito del 1906, non manifestava alcuna propensione per una politica etiopica d'intesa con l'Italia. Siamo quindi inclini a considerare le conclusioni di Mussolini più come un invito a garantire da sorpresa Eritrea e Somalia che come un orientanento a possibili azioni .. Ricordiamo, per inciso, che la disposizione di tenersi pronti ad approfittare di un eventuale «sfasciamento)) di altri paesi è ricorrente nella storia dell'Italia unita. Senonché a metà dicembre 1925 Londra cambiò indirizzo e chiese l'aiuto italiano presso il governo abissino per ottenere da quest'ultimo la concessione di innalzare uno sbarramento nel lago Tana insieme con il diritto di costruire e mantenere una camionabile per il transito delle merci, del personale ecc, dalla frontiera del Sudan allo sbarramento. In cambio avrebbe appoggiato la richiesta italiana di costruire una ferrovia dall'Eritrea alla Somalia, sfruttando appunto la citata rotabile. Ricevute le due concessioni, il governo britannico avrebbe riconosciuto «l'esclusività dell'influenza italiana nell'ovest dell'Abissinia ed in tutto il territorio attraversato dalla suddetta ferrovia)) ed il governo italiano si sarebbe impegnato a non realizzare alle sorgenti del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco alcuna opera che potesse modificare il loro corso 3. L'idea di un accordo del genere a spese di uno Stato indipendente, da poco ~ membro della Società delle Nazioni, sembrò a Roma, ad un primo esame, imprudente nei confronti dei rapporti non soltanto con Addis Abeba, n1a anche con Parigi. D'altro canto, non si poteva sottovalutare l'utilità per l'Italia, impegnatissima in Libia, di fare affidamento sulla «cordiale ed attiva collaborazione dell'Inghilterra che, in caso contrario, avrebbe potuto farci sorgere da parte dell'Egitto i più attivi ostacoli»•. Dopo non poche esitazioni ed insistenze

'Scalea a Mussolini in data 7.7.1925, ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. I, 1iporLato da G. Rochat, La missione Ma/ladra e la responsabilità della preparazione militare in Africa orientale nel 1926, in <<Il Risorgimento», anno XXII, n. 3, ottobre 1970, pp. 145 -147. 'Mussolini a Scalea in data 10.7.1925, ibidem, p. 148. ' Cfr. Mussolini all'ambasciatore Graham in data 20. 12. 1925, in G. VEDOvAro, Studi africani ed asiatici, I, Firenze I 964, nota 11, pp. I 72-1 75. 'Roberto Cantalupo in «Atti del terzo Convegno di studi africani», Firenze 1948, p . 43.


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italiane, il Foreign Office si assunse la responsabilità di partecipare al Quai d'Orsay l'accordo, una volta stipulato. Così avvenne e <<l'iJTitazione dei francesi fu grande e durò molto» 1• Poiché lo scambio delle lettere MussoliniGraham venne comunièato anche ad Addis Abeba e, su nostra richiesta, al Segretario Generale della Società delle Nazioni per la r egistrazione, il 19 giugno J.926 ras Tafari si rivolse formalmente alla Lega protestando: . «( ... ) Non c i fu detto che ce1ti membri della Società delle Nazioni avrebbero potuto stipulare accord i separali per impone il loro punto di vista ad un altro membro, anche se questo considerasse quel punto di vista incompatibile con i suoi inte ressi nazionali (...). Ora ci piacerebbe udire dai membii della Società delle Nazioni se essi ritengano giusto che si esercitino sopra di noi dei mezzi di pressione che indubbiamente essi non accetterebbero mai(...)»'.

I pronti chiarimenti e le spiegazioni italiane ed inglesi chiusero l'incidente, però causarono un sensibile raffreddamento nelle relazioni fra_no i e l'Etiopia. All'inizio di quell'anno in Italia era stato costituito il Comitato interministeriale per le questioni militari coloniali, sotto la presidenza del ministro delle Colonie e con la partecipazione dei sotrosegretari e dei capi di Stato Maggiore delle tre forze armate. A parte lo studio di problemi di minor rilievo, nella terza seduta (28 giugno) venne a galla la questione delle competenze e quindi delle responsabilità. La tensione subentrata per l'appunto in quel periodo nei contatti con l'Etiopia ed una cena preoccupazione manifestata dal ministro italiano ad Addis Abeba, Colli di Felizzano 3, fornirono al maresciallo Badoglio, presente alla riunione come capo di Stato Maggiore dell' esercito, l'occasione per rivendicare le prerogative del capo di Stato Maggiore Generale nei riguardi delle truppe coloniali: « I. Una funzione interna, che riguarda essenzialmente la preparazione, l' istruzione, i regolamenti, le operazioni coloniali interne; questa funzione si esplica attraverso i rapponi diretti coi Comandi truppe. 2. Una funzione esterna riguardante gli stati e le colonie confinanti; si esplica con il servizio informazioni che ha per scopo la preparazione della guerra esterna. 3. Una funzione di controllo che si esplica 1nedinnte ispez.ioni saltuarie. visite di ufficialh> ~.

Si rivolse dunque a Mussolini chiedendo ed ottenendo di inviare subito in Eritrea un proprio rappresentante, il generale Malladra, per un esame dettagliato delle condizioni militari della colonia in vista di un eventuale conflitto 5 •

'Ibidem. 'G. YEDOVATO, Studi africani ed asiatici cit., I, pp. 177-178. ' Dal verbale della Ii unione del 28.6.1 926, ACS , Fondo Badoglio, h. 4, 11. 4. • USSMRE, la campagna 1935-1936 in Africa Orienrale, I, La preparazione, Roma 1939, p. 248 e 250-251. 'Sull'argomento cfr. G. RocMAT, La missione Ma/ladra c.it ..


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L'allarme era infondato e lo stesso ministro Colli rimosse ogni motivo d i apprensione dopo una diecina di giorni 1• La relazione del generale Malladra fu influenzata da due valutazioni personali: che la pace fosse precaria e la guerra potesse insorgere all'improvviso «per la ragione più impensata)}, sviluppandosi con rapidità; che in avvenire il pericolo non potesse che presentarsi più grave, e causa del suggerimento o del!' incitamento straniero. Di conseguenza, «bisogna non solo vigilare e bene combattere le battaglie dip lomatiche, ma parallelamente prepararsi agli eventi, predisporre il necessario o almeno l' indispensabile, prevenire i danni immancabili della sorpresa(.. .)». Se tutto questo suggeriva l'avvio di un complesso di misure, soprattutto cli carattere organizzativo e logistico, atte a conferire piena sicurezza all'Eritrea e qualcosa di molto simile doveva valere anche per la Somalia, - il calcolo de1le forze si basava sul concetto di accettare un rapporto non inferiore al 50% del livello etiopico, rapporto reputato sufficiente per ottenere la distruzione delle sue forze organizzate. Secondo Malladra, oltre ai 30-40 mila eritrei disponibili, occorreva inviare dall'Italia venti divisioni allegerite (su 8 mila uomini ciascuna), con corrispondenti truppe suppletive di corpo d'armata e d'armata. Il preventi vo di spesa straordinaria per i lavori urgenti toccava i 25 milioni. Il Comitato intenn inisteriale discusse la relazione Mallaclra nei giorni 19-2 1 ottobre 1926. Badoglio dichiarò cli condividerne gli apprezzamenti e le proposte concernenti l'organizzazione da predisporre, ma trovò esagerata l'entità delle forze reputate neceesarie. A suo avviso un corpo di spedizione su tre divisioni (40-50 mila uomini), più le truppe indigene ed una forte presenza dell'aeronautica, sarebbero bastati ad a1Testare e logorare il nemico in un primo tempo di difen siva ed a volgerlo nello sfacelo in una successiva controffensiva. I l solo risultato concreto delle discussioni fu la richiesta di un'assegnazione straordinaria di fondi di SO.milioni in 5 anni, che per giunta no n venne esaudita che in parte. li fattO era che nessuno prendeva in seria considerazione una guerra con l'Etiopia, che le necessità delle operazioni in Libia dominavano e che la politica coloniale italiana risentiva - e ne risentirà ancora di più tra breve - di una pessima organizzazione di governo. Fulvio Suvich, che fu a contatto con Mussolini come sottosegretario agli Esteri dal 1932 al 1936, spiegò che il «Duce» aveva creato «un'organizzazione a reparti stagni e non mi pare gradisse le intese dirette fra i rappresentanti dei van ministeri che facevano capo a lui, a meno che ciò non avvenisse per suo incaiico, il che si spiega con la sua mania accentratrice e la sua volontà di non perdere il controllo di tutte le leve di comando>>~. E questo

'Colli a Mussolini in data 9.7.1926, doc. 364; in data 16.7.1926, doc. 374; in data 17.7.1926, doc. 375, DDI, 7• serie, IV. 'FULVIO Suv1cH, Memorie 1932-1935, (a cura di G. Bianchi), Rizzoli, Milano 1984, p. 9.


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LA RICONQUISTA DELLA LlBIA ( 1922-1932)

chiarisce molte cose. A prescindere, naturalmente dai contrasti sorgenti fra ministero delle Colonie, ministero degli Esteri, ministeri militari e capi di Stato Maggiore. Il primo perché responsabile di quanto avveniva nelle colonie, tutti gli altri perché responsabili settorialmente di questioni che condizionavano i grandi avvenimenti coloniali . Ad ogni modo, dopo il breve momento di freddezza ed il falso allarme, la situazione in Africa orientale migliorò sensibilmente nel 1927 grazie ali' azione accorta del nuovo ministro plenipotenziario ad Addis Abeba, Giuliano Cora, e del governatore dell'Eritrea, Jacopo Gasparini. Pur mirando ad intavolare colloqui sulle concessioni di cui all'intesa con la Gran Bretagna 1, si puntò, come primo passo, sulla proposta all'Etiopia di una zona franca ad Assab e di una rotabile da Assab a Dessié, lasciando da parte il punto delicato dello sbocco al mare. Nella primavera del 1927 si cominciò, dunque, a tastare il terreno, in via riservatissima, con ras Tafari 2• L'approccio ricevette subito favorevole accoglienza e le trattative condussero a due risultati: un trattato di amicizia e buon vicinato e la convenzione stradale. Il tutto con la massima attenzione a non compiere passi falsi nei confronti della suscettibilità abissina ed a non cedere alla tentazione di credere possibile ed utile approfittare delle innegabili convulsioni dell'impero etiopico, derivanti anche dalla malattia dell'imperatrice Zauditù. Il nostro rappresentante ad Addis Abeba fu estremamente chiaro: «(...) È indubitato, infatti, che malgrado le tenaci antipatie il Reggente ha consolidato notevolmente il suo potere personale e l'autorità del Governo centrale (... ). Un'azione politica in Etiopia che fosse basata sul calcolo del rovesciamento del Governo attuale, sulle gelosie dei capi. sullo sfruttamenro ed incoraggiamento di ambizioni tigrine o sciane o amhara, con la speranza di provocare la disimegrazione dell'Etiopia e l'intervento delle ·Potenze - che dovrebbe essere l'intervento di quella Potenza che può vantare i maggiori diritti per il sangue sparso, per le relazioni e gli interessi, per la sua esclusione dalla spartizione .coloniale mondiale sarebbe un'azione incerta ed aleatoria, basata su false speram.e. li momento critico sarà ·un.icamente quello della mone o dell'abdicazione di S.M. l'Imperatrice. A noi basta vigilare, di essere pronti ed, in quella evenienza, se il trapasso non si compirà normalmente; di non ripetere gli errori del passato(...)». ·

E concluse che certamente alla prima camionabile altre avrebbero fatto seguito aprendo alla nostra influenza economica vaste regioni, specie nel nord del paese. Restava da vedere come l'organizzazione feudale delle provincie avrebbe retto all'urto con la civilizzzazione. Ove si fosse verificato un sostanziale mutamento nelle condizioni politiche dell'impero, c.j saremmo trovati in grado di approfittarne proprio grazie alla nostra azione di penetrazione pacifica 3 •

' R. GUARIGLIA, Ricordi, cit., p. 54. ' Cora a Mussolini in data 23.4.1927, DDI, 7• serie, V, doc. I 56, e Mussolini a Cora in data 25.4.1927, ibidem, doc. 161. ' Cora a Mussolini in data 30.5. I 928 in G. VED0VATO, Studi africani ed asiatici cit., I, pp. 213-219.


LA DECISIONE POLJT!CA DI UN IMPERO COLON IALE

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Dopo una gestazione piuttosto laboriosa 1, il trattato ventennale di amicizia e la convenzione stradale furono firmati il 2 agosto 1928 ad Addis Abeba 2• I due governi si erano impegnati a ricorrere a tutti i mezzi pacifici per risolvere gli eventuali motivi di conflitto che potessero insorgere tra di loro. I commenti internazionali ebbero un tono generalmente favorevole con l'eccezione della Francia, la quale non nascose disappunto e risentimento per essersi lasciata precedere dall'Italia sulla strada delle intese con l'Etiopia 3• Con la Francia era sfumata una buona occasione. Prendendo spunto dalla convinzione espressa il 30 settembre 1927 dal ministro degli Esteri francese, Aristide Briand, alla Camera, che Francia e Italia potessero trovare un accordo nonostante le polemiche, il J.6 dicembre M1,1ssolini dichiarò in Consiglio dei ministri di concordare in pieno sulla possibilità, sulla utilità ed anche sulla necessità di una larga intesa fra i due Stati; ma che questa intesa non poteva fondarsi «su motivi esclusivamente letterari o puramente sentimentali, bensì sulla eliminazione di quelli che possono costituire punti concreti di frizione»". I punti di frizione erano rappresentati dalla partecipazione all'amministrazione internazionale di 1àngeri, dallo statuto degli italiani a Tunisi, dai confini meridionali ed occidentali della Tripolitania, dalla libertà d'azione nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, dalla revisione dei ·mandati e dal diritto d' asilo dei fuorusciti;. Le conversazioni, che iniziarono a fine gennaio 1928 fra Mussolini e l'ambasciatore Beaumarchais e poi proseguirono sia a Roma sia a Parigi, purtroppo si arenarono dopo pochi mesi, in parte per la poca disponibilità francese ad accogliere talune richieste italiane, ma in parte anche per un atteggiamento oltranzista dei nostri ministeri degli Esteri e delle Colonie, convinti entrambi che l'Italia non avrebbe conseguito alcun reale vantaggio da un accordo con la Francia e che perciò non valesse la pena di legarsi le mani 6. Un appunto di Guariglia per Mussolini in data 30 marzo 1928 preparato sulla base ' Il 6 giugno 1928 Mussolini dichiarò in Senato che «Le nubi che agenti di altri inieressi volevano far nascere all'orizzonte dei rapporti italo-etiopici sono scomparse». Un «patto di amicizia, il primo che l' Abissinia firmi con una Potenza europea, sarà probabilmence la c.onsacrazione di questo felice stato di cose» (A. LESSONA, Verso l'Impero ci1., p. 6). 'La sera del IO agosto ras Tafari, colto da un dubbio in extremis. consultò in tutta segretezza il ministro del Belgio, nel quale riponeva assoluta fiducia, e gli chiese se, a suo giudizio, potesse firmare gli accordi senza timore di compromettere l'indipendenza etiopica. Il diplomatico lo rassicurò ed anzi aggiunse che il trattato coscituiva una grande prova di amicizia da parte italiana (G. VEDOVATO, Studi africani ed asiatici cit., p. 257). ' Ibidem, p. 259. 'B. MuSSOLJNI, Opera omnia cit., XXlll, p. 75. Il resoconto ufficiale della seduta fu pubblicato dalla stampa italiana il 16 dicembre. 'Appunto di Mussolini in data 4.12.1927, DDI, 7' serie, V, doc. 653. • R. GUARrGLIA, Ricordi cit., pp.71 -72. Cfr. D. GRANDI, La politica esrera dell'Italia dal /929 al 1932 cit., pp. 360-364.


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di un promemoria del ministro delle Colonie, Federzoni elenca le richieste territoriali in Africa: da un massimo costituito da un'espansione sino a comprendere il bacino del Ciad ed il mandato del Camerun, ad un minimo di arrivare al lago Ciad. Ovviamente simile aspirazione trovò un immediato irrigidimento francese 1 • Il valore del trattato italo-abissino aumentò quando ras Tafari fu nominato Negus (7 ottobre 1928). Senonché a fine giugno di quello stesso l 928 il governatore del! 'Eritrea, Gasparini, era stato sostituito da Corrado Zoli. Dopo appena tre settimane dal suo insediamento, questi inviò al ministero una lunga relazione sulla colonia. Era un netto attacco all ' opera del suo predecessore e del ministro Cora, accusati, in sostanza, di eccessiva longanimità se non addirittura di debolezza nei confronti di ras Tafari e dell'Imam dello Yemen, in quel periodo ai ferri corti con gli inglesi di Aden. Pur manifestandosi persuaso dei vantaggi derivanti da una politica contingente verso l'Etiopia, secondo lui «tutto l'atteggiamento del Governo dell 'Eritrea nei con fronti dei capi etiopici e delle varie questioni, piccole e grosse, di confine, deve essere riveduto e ripreso lentamente, gradatamente, con calma, con moderazione, con tatto, ma seguendo una linea inflessibile di dignità e di autorità crescente, sino a ricondutTe i nostri rapporti coll'oltre confine ad una situazione di tranquilla normalità» i . Circa gli accordi, poi, trovava che la concessione del punto franco di Assab andasse a tutto favore dell'Etiopia ma non dell'Italia e che l'unica cosa «politicamente utile» si riducesse alla camionabile Assab-Dessié (del costo «non inferiore a qualche diecina di milioni» ) 3 . Era la differenza di valutazione dei rapporti con Addis Abeba, nonché il crescente attrito tra il governatore Zoli ed il ministro Cora. L'atteggiamento di Zoli si rafforzò allorché si passò alla fase esecutiva della convenzione stradale. Apparve infatti presto evidente l' azione sabotatrice francese, interessata ad evitare che il traffico Gibuti-Addis Abeba risultasse danneggiato. Tale azione si sviluppava non soltanto con la tattica ritardatrice e negativa posta in atto dal l'ingegnere francese, capo della missione tecnica etiopica insediata il 3 I gennaio 1929, il quale voleva seguire la pista del nord, attraverso le regioni più povere della Dancalia ed evitare I' Aussa, unica regione dancala di un certo rilievo economico; ma altresì da una propaganda sottile e capillare svolta fra i carovanieri e tra i sudditi del sultano dell' Aussa, prospettando loro e convincendoli che l'automobile avrebbe soppiantato il cammello e provocato la loro rovina economica 4.

'Appunto di Guariglia in data 30.3.1928, DDI, 7• serie, VI, doc. 208. G. VEDOVATO, Studi africani ed asiatici cit., I, p. 300. ·' Ibidem. ' Zoli a Cora ed a Federzoni in data 6.2. I 029, ibidem, pp. 340 -341.

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LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLON IALE

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Nel maggio 1929 ]a situazione peggiorò in quanto i tecnici etiopici proseguirono nel loro aperto ostruzionismo e la condotta di ras Tafari suscitò qualche perplessità. Talché il generale De Bono, sottosegretario alle Colonie, ebbe ad osservare a Mussolini: ,<In conclusione doversi dedurre che gli Abissini (cioè i: Francesi) sono riusciti nel loro intento e cioè protrarre, per ora, ad autunno i lavori; resta a vedersi se, in quell'epoca, non troveranno qualche altra scusa per non fare niente»' . In realtà, a prescindere dal discutibilissimo contegno del capo della missione tecnica etiopica, anche da parte italiana non mancarono errori e per certi versi questi furono deterninanti. Prima di tutto il comportamento della nostra missione tecnica, poco rispettosa ~i alcune clausole della convenzione, dette agl i abissini la sensazione che si intendesse imporre la nostra volontà sulla definizione del tratto di rotabile, il maggiore, da realizzare nel loro territorio 1 . Ma un forte peso negativo ebbe il contrasto fra Zoli f: Cota.., '.· Quest'ultimo a buon motivo si lament.ò di essere stato messo al corrente della cause di tanti attriti e malintesi sorti fra le due parti. «Io avevo particolarmente chiesto - telegrafo a Mussolini - che le divergenze fossero comunicate alla R. Legazione e mi sarebbe stato facile chiarirle. Così si è fmmata impressione nel Governo etiopico che noi volevamo imporre un itinerario già studiato in precedenza per nostri fini, senza tenere alcun conto né dei loro tecnici, né dei loro desiderata. Ciò ritengo sia stato vera causa mancato inizio lavori» >. Zoli, dal canto suo, attribuiva gli inconvenienti alla «deplorevole imprecisione>) degli accordi stipulati. «Non dico questo precisò a De Bono - pel gusto rilevare difetti nelle trattative di Cora, che riconosco avere fatto moltissimo; lo dico soltanto per convincere V. E. e Regio Ministro Esteri che è ad Addis Abeba che conviene oggi lavorare con chiarezza ed alacrità per, riparare alle deficienze ed imprecisioni dei precedenti accordi» 4 • Le polemiche continuarono anche dopo l'interruzione delle trattative tecniche. li Negus si dichiarò disponibile a riprendere gli studi per i rilievi del tracciato, naturalmente a condizione di provvedere da sé alla costruzione del tronco in ten-itorio abissino ai sensi della convenzione \ ma a Roma nessuno, a partire da Mussolini, prese sul serio la proposta. Né miglior sorte ebbe un ulteriore passo del Negus. Il governo etiopico , attendeva da noi la consegna degli ultimi due carri d'assalto di una fornitura stabilita a suo tempo. Considerata la situazione di semirivolta esistente nel nord

' De Bono a Mussolini in data 28.4.1929, ibidem, p. 348. 'Cora sottolineò che, secondo la menta lità abissina, il fauo di costruire una strada i1nplicava quasi una specie di presa di possesso del tenitorio, del quale essi erano gelosissimi. Per gi unta il Negus Tafari non aveva l'au1orità di Menelik (ibidem, p. 355). ' Cora a Mussolini in data I 0.8. 1929, ibidem, p. 350. ' Zoli a De Bono in data 28.3.1929, ibidem, nota 200. ; Cora a Mussolini in data 22.8.1929, ibidem, p. 354.


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del paese, il negus chiese in via riservata a Cora che i due carri fossero sbarcati ad Assab e fatti proseguire per Dessié con i propri mezzi. Lo scopo era evidente: intimorire i ribelli e dare sicurezza ai lavori stradali. A queste richieste Cora aggiunse, d'iniziativa, l'invio di qualche autoblindo e Tafari, poco dopo, un paio di aerei da combattimento. Il tutto a spese dell'Etiopia 1• ·Cora caldeggiò l'accoglimento di una simile preziosa domanda di collaborazione - che la Francia avrebbe ben volentieri accettato - ma affiorò, qualche preoccupazione circa !'.accordo assunto in precedenza con Francia e Gran Bretagna di sospendere temporaneamente ogni fornitura d'armi al governo di Addis Abeba, in attesa delle conclusioni della conferenza in corso a Parigi proprio sul! ' argomento. Inoltre, sia il ministero degli Esteri sia quello delle Colonie cominciarono a considerare traballante la posizione politica di Tafari e, quindi, non vollero rischiare di compromettere le nostre buone relazioni con ras Hailù, il potente capo del Goggiam, rivale e presumibile successore di Tafari in caso di crisi del!' impero 2. · In conclusione, a fine gennaio 1930 il ministro degli Esteri, Grandi, comunicò a Cora la «assoluta impossibilità tecnica», unitamente a «ragioni di inopportunità politica» di aderire alla domanda del negus; e la convenienza di «differire di qualche tempo decisioni circa invio di tecnici» per la rotabile Assab-Dessié3. Così l'iniziativa, che poteva offrire buoni sviluppi, si spense. Ma il problema rimaneva e lo denunciò Grandi il 2 ottobre 1930 al Gran Consiglio del Fascismo: «L'Africa rimane l 'ansia segreta e fedele della Nazione italiana. Un'Italia forte non può rimanere sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all'estremo ciglio dell'altipiano etiopico, ovvero ristretta, come lo siamo oggi in Somalia, fra il Giuba ed i deserti pietrosi dell'Ogaden. La nostra Nazione ha una missione di civiltà da assolvere nel contine nte nero, cosl come la nostra generaz ione ha un problema da risolvere: il problema coloniale( ... ). Questo è il significato e l' obiettivo della politica estera dell 'Italia che stiamo conducendo, ed a questo significato ed a questo obiettivo debbono essere rife1iti non so ltanto la nostra particolare azione nell 'Africa Orientale, nel Mar Rosso, in Arabia e nell'Oceano Indiano; ma altresì la nostra azione di polit ica generale in Europa ed in primo luogo il nostro contrasto colla Francia» ' .

Per quanto Mussol ini, poco convinto di un'espansione italiana sino al Ciad ed al Camerun, sentisse assai più profondamente la tentazione dell' Abissinia, al momento non sembra dar segno di particolare interesse. * * *

' Coni a Grandi in data 28.11.1929; 8.12.1929 e 5.1 2.1929, ibidem, p. 357.

'Ibidem, p. 361. ' Grandi a Cora in data 25.I. [930, ibidem, pp. 361-362. •1 D. GRANDI, La politica estera dell 'Jta/ia dal 1929 al / 932 cii., I, p. 285.


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Nel 1933 la politica di Grandi parve promettere i primi fruttj sull'argomento-principe: un impero coloniale italiano. In Francia erano venuti alla ribalta alcuni uomini nuovi, inclini a riconoscere la necessità di addivenire ad un accordo con l'Italia. A fine luglio 1931 Pierre Lavai, presidente del Consiglio da qualche mese, non soltanto manifestò a Grandi la «ferma intenzione» d i trovare una via d'intesa con Mussolini, nei cui confronti palesava ammirazione, ma, quando il ministro italiano gli rammentò la nostra «legittima inquietudine» ed il nostro desiderio di un compenso almeno parziale per «le amare delusioni patite», lo interruppe con un significativo: «.L'Etiopie, par exemple ...» ',riferendosi alla recente morte dell'imperatrice Zauditù (2 aprile) ed alla non ancora avvenuta proclamazione del successore 2. Questo aveva suscitato notevole fermento nella «carriera» del ministero degli Esteri, tanto da far sognare Guariglia: «( ...) Io sono fermamente cònvinto che se noi potessimo ottenere dalla Francia la garanzia adriatica, il riconoscimento jugoslavo della nostra posizione in Albania, la cessione sostanziale di Gibuti e mano libera in Abissinia, nonché il riconoscimento di speciali posizioni in Oriente, noi potremmo senza alcuna esitazione giungere alla chiusura della questione libica e alla li berazione della Tunisia dalla nostra ipoteca (conispettivo tenito1iale per Gibuti), alla garanzia per il Med iterraneo occidentale e ad un accordo navale che concedesse alla Francia qualche soddisfazione, ed infine potremmo stringere un vasto accordo che avesse soprattutto larga portata economica, ed intese di doppia cittadinanza che ci permettessero di addivenire alle concessioni per la Tunisia senza eonunettere verso quei nostri valorosi connazionali un gesto di abbandono>>' ·

Nel luglio 1932 il presidente Herriot, da poco subentrato a Lavai, in un colloquio con Grandi lasciò anch'egli cadere alcuni cenni sull'obiettiva opportunità di rimediare alle ingiustizie fatte all'Italia a Versai lles e sul concreto problema coloniale italiano•. Mussolini ben comprendeva che assai più facilmente le Grandi Potenze avrebbero concesso qu alcosa non loro piuttosto che privarsi di parti dei rispettivi imperi coloniali per compensare l'Italia. L'Etiopia rappresentava appunto la soluzione più idonea: in fondo non sarebbero stati Jesi interessi di Grandi Potenze; precedenti accordi anglo-francesi-italiani vi avevano già riconosciuto un particolare interesse italiano; la situazione interna abissina, travagUata da continue rivolte contro il governo centrale, si prestava per far accettare in qualche misura all'opinione pubblica internazionale un intervento esterno con conseguenti mutamenti di carattere territoriale e politico; il paese appariva adatto quale colonia di popolamento a favore di centinaia di migliaia di italiani; la sua occupazione avrebbe fatto dimenticare il doloroso ricordo di Adua e, infine, avrebbe consentito al governo fascista di creare un vero impero coloniale 5.

'Grnndi a Mussolini in data 25.7.1931 in R. DE FF.UCE, Mussolini il duce cit., r, p. 397. ' n negus Tafari verrà 'incoronato Negus Negbesti, con il nome di Hailé Selassié. il 2 novembre. ' Guari glia a Grandi a fine lugl io 1931, ibidem, p. 398. ' Ibidem, p. 40 I , nota 1. 'Ibidem, pp. 41 4-415.


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AFRICA ORIENTALE (In una carta dei primi anni '30)

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Fu quindi nel 1932 che Mussolini si orientò decisamente verso l'obiettivo Etiopia, pur senza ancora un disegno ben definito. Cominciò, con l'invio del nuovo ministro delle Colonie, De Bono, in Eritrea per acquisire sul posto elementi probanti di giudizio sulla situazione generale e locale. La relazione di De Bono, in dàta 28 marzo 1932, sca11ò la soluzione militare e suggerì invece un'azione politica: «Un nostro intervento armato in forze che ci desse un successo militare stabilizzerebbe per anni la nostra situazione. Ma è inutile pensarci adesso. Esso comporterebbe un lungo lavoro di preparazione e centinaia di milioni di spesa, che sarebbero meglio impiegati allrove. Resta quindi l'azione politica. Il mmjìn.iu,amento è riuscito pochino; la politica periferica di accordi coi capi è fallita e non la ritengo pit1 possibile. Ci rimane l'accordo con la Francia e l'Inghilterra. Dare cioè una sostanza pratica e positiva all'accordo tripartito del 1925 ( ...)» ' .

Secondo De Felice, Mussolini stava lavorando per il Patto a Quattro con il preciso scopo di assicurare la pace in Europa e di poter dunque rivolgersi senza preoccupazioni alla realizzazione dell'impero, unendo l'Eritrea alla Somalia 2 . In quest'ottica, in luglio disse a De Bono di prendere in mano la preparazione militare in Africa Orientale. Non si conosce in quali esatti termini egli si sia rivolto a De Bono, ma sembra verosimile che questi si riducessero ad un qualcosa come «tenersi pronti ad ogni evenienza». Ad ogni modo il ministro delle Colonie aveva già preso contatto con il Comando del Corpo di Stato Maggiore, il cui ufficio operazioni il 9 luglio concludeva un «Sommario esame dei principali elementi per la formazione di un piano d'operazioni contro l'impero etiopico», compilato <<sulla base di un presupposto eccezionalme11te favorevole (1ivolta interna, Francia e Inghilterra favo revoli a noi) prospettato dal capo ufficio militare del ministero delle Colonie, col. Orlando». L'esame, che fra l'altro accennava all'ipotesi di poter utilizzare. Gibuti quale base di operazioni e la ferrovia Gibuti-Addis Abeba quale asse dei rifornimenti e sgomberi, terminava facendo capire senza molte perifrasi l'oppportuilità di facili entusiasmi, specialmente in relazione all'enonne obiettivo: <<Bisogna infine notare che i grandi imperi coloniali sono sempre stati conquistati per tappe e cioè mediante la graduale occupazione di parti di territorio per assoggettarlo e costruirvi le basi dalle quali prosegnire le ulleriori azioni di conquista. Una operazione del genere di quella qui prospettata - co11quis1a dell'Abissi11ia di un soljìa10 [ !] - comprendente azioni lungo le li nee di tappa che raggiungano i 1000 chilometri, in zone selvagge, contro un popolo guerriero armato all'europea, è una azione degna di un Alessandro» '·

Mentre De Bono chiedeva al nuovo governatore dell'Eritrea, Ricccardo Astuto, di far studiare dal comandante del R. Corpo Truppe Coloniali (R.C.T.C.)

'GIANFRANCO BIANCHI ,

Rivelazioni sul confliuo iwlo-etiopico, CEIS, Milano 1987, p. 131.

' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 417- 418. ' AUSSME, rep . N. 11, racc. 4118 (corsivo nostro).


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dell'Eritrea le possibilità operative in caso di conflitto con l'impero abissino, si affacciò un discorso delicato. Il 29 luglio il generale Bonzani, capo di Stato Maggiore dell' esercito, rappresentò al ministro della Guerra la convenienza di designare «fin d'ora» il comandante incaricato della spedizione. Il ministro Gazzera concordò ed il 3 agosto si rivolse a De Bono, spiegando che «L'esame delle necessità inerenti alla migliore nostra preparazione per l'eventualità di un conflitto con I' Abissinia porta a far giudicare come necessaria la designazione preventiva di un comandante delle forze eventualmente destinate ad operare nelle nostre colonie dell'Africa orientale». L'incarico, a suo modo di vedere, poteva non essere esclusivo 1• De Bono replicò a giro di posta che «dopo averne fatto parola oggi stesso a S.E. il Capo del Governo, il Comandante delle forze destinate ad operare nelle nostre èolonie dell'Africa orientale potrei essere io fino a quando le forze fisiche ed intellettuali me lo consentiranno» 2• Superfluo un commento a simile dichiarazione. Il 29 novembre De Bono si sentì in condizioni di mettere Gazzera e Badoglio al corrente dell'indirizzo da lui conferito alla predetta preparazione 3 • Dopo avere annunciato il sicuro avvio verso una «soluzione soddisfacente» del problema militare in Africa orientale «pur mantenendomi nei limiti modesti dei bilanci coloniali)), illustrò le due ipotesi prese in· considerazione: la difensiva e l'offensiva. Il che basterebbe a significare l'assenza di un preciso disegno politico-militare contro l'Etiopia. L'ipotesi d~fensiva partiva dal caso di un'imprevista aggressione, cioè dall'eventualità che «non sia possibile alla madre patria inviare forze in colonia, o che la colonia venga aggredita prima che tali forze abbiano la possibilità di giungere». Naturalmente esisteva già in Eritrea, come del resto in Somalia, un piano di difesa da inquadrare in un progetto generale («Progetto O.M.E.) studiato dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, quindi si trattava in sostanza di migliorare la mobilitazione, di rivedere le predisposizioni per l'afflusso del personale e dei materiali necessari per il completamento delle unità e cli ultimare il programma dei lavori pubblici. L'ipotesi offensiva corrispondeva alla <<decisione di effettuare occupazioni territoriali in quel paese per il raggiungimento delle nostre finalità politiche

' AUSSME, rep. H 11, Gazzera a De Bono in data 3.8.1932. ' De Bono a Gazzera in data 5.8.1932, ibidem. i G. ROCI·IAT, Militari e politici nella preparazione della campagna d'Etiopia, Franco Angeli, Milano 1971, doc. I, pp. 276-291. Per i preliminari della campagna si è tenuto particolare conto di questo fondamentale studio, basato in buona parte sui documenti dei Fondi Badoglio e Graziani dell' ACS, nonché del saggio di FORTUNATO MINNITI, Oltre Adua. Lo- sviluppo e la scelta della strategia operativa per la guerra corirm l'Etiopia, in Società d.i Storia Militare, «Quaderno 1993». GEI, Roma, 1994.


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ed economiche« (non precisate) e presupponeva un'intesa, o meglio il consenso della Francia e della Gran Bretagna (ancora da appurare in quale misura raggiungibile). Inoltre poteva venir attuata soltanto «qualora vi sia tranquillità in Europa e sia possibile inviare dall'Italia le forze ed i mezzi necessari». Ad ogni modo, De Bono unì la «Memoria per un'azione offensiva contro l'Etiopia» compilata dal colonnello Cubeddu, comandante il R.C.T.C. dell'Eritrea I sulla base del concetto strategico di un'azione principale partente dall 'Eritrea sulle due direttrici Senafé-lago Ascianghi e Adi Qualà-Entisciò e di una sussidiaria partente dalla Somalia; quest'ultima ali' unico scopo di attirare verso sud parte delle forze abissine. Senza entrare nella disamina della «Memoria» offensiva, stupiscono due cose. Anzitutto che De Bono l'abbia trasmessa approvandone «di massima» le conclusioni ma prospettando l'opportunità di introdurre alcune sue «modificazioni» 1, anziché farla propria previe le correzioni da lui ritenute necessarie, così come fa un comandante responsabile. In secondo luogo, l'entità delle «modificazioni» non era da poco. Accettava un rapporto di forze di I a 5, stimandolo ampiamente sufficiente a «fronteggiare eventuali sfavorevoli circostanze» ricordiamo che secondo il generale Malladra il rapporto sopportabile era di 1 a 2 - e di conseguenza, anziché prevedere l'impiego di tre divisioni metropolitane di rinforzo, con altre tre di riserva in patria, si accontentava soltanto di due, a parte una divisione speciale libica per la Somalia. La «Memoria», poi, calcolava 35 giorni per la mobilitazione dei reparti eritrei, portandoli a 30 mila uomini, e 90 giorni per la leva (chitet) di altri 30 mila eritrei privi di istruzione militare. Ebbene, De Bono dduceva il tempo della mobilitazione, sia dei reparti esistenti sia del chitet, ad appena 15 giorni! 3. Anche in tema di avia:àone sorge qualche perplessità. Quello stesso 29 novembre De Bono mise Balbo, ministro dell'Aeronautica, al corrente dei preparativi e gli chiese un rinforzo, disponibile in Eritrea «sin dal primo momento», di 6 squadrig lie da bombardamento, 4 da ricognizione tattica, l da ricognizione strategica ed eventualmente l da caccia•. Complessivamente più di un centinaio di apparecchi da concentrare sull'altopiano eritreo, a quel tempo praticamente sprovvisto delle necessarie installazioni a terra, e per giunta anche nel caso che la situazione europea avesse impedito l'invio di divisi oni metropolitane in Africa orientale. Insomma, pur riconoscendo trattarsi di un primo sommario passo nella pianificazione operativa, sembra difficile condividere il soddisfatto ottimismo con il quale De Bono chiuse la sua comunicazione a Gazzera e Badoglio:

'CCSM. La campagna 1935-1936 in Africa Orientale, I, La preparazione militare, Roma 1939, pp. 105-112. 'G. R OCHAT, Militari e politici cit., p. 284. ' Ibidem, pp. 282-283. • fbidem, doc. 2. pp. 291-293.


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«Il problema relativo ad un noslfO eventuale conflitto con l' Etiopia è stato esauriencemcntc approfondito. Le conclusioni del presence studio, determinate in funzione di una serena valutazione della situazione e dell'ambicncc, e del massimo sfrnttamento di l!Utte le risorse della colonia in favore del problema militare, danno la sicura fiducia.di essere su lla b uona strada>>'·

Di ciò convinto, De Bono presentò a Mussolini il documento ed il 15 dicembre scrisse sul suo diario, evidentemente riferendosi ad una specifica convocazione a palazzo Venezia: «Ho portato a Mussolini il progetto per un'eventuale azione in Abissinia. Gli è piaci uto . Comandarci, al caso, io. Sarebbe un bel canto del cigno! Dovrebbe essere pel '35, rna io temo che non abbia ben calcolato spese e conseguenze! Vedremo. Certo che la nostra posizione là e nel Mar Rosso è scamefola [s ic]; ci vogliono denari. È l'unica fom1>,2•

Anche in questa annotazione qualcosa non quadra. A prescindere dal fatto che i costi presumibili dovevano essere calcolati dal ministero delle Colonie, incaricato dello studio, a quali conseguenze politico-militari alludeva De Bono? Probabilmente si riferiva ad un indubbio contrasto di interessi affiorato tra Italia e Gran Bretagna. Questa aveva intensificar.o la sua penetrazione economica in Etiopia nelle zone comprese nella sfera d 'influenza accordata all'Italia, violando così il patto tripartito: creazione di numerQse compagnie commerciali, costruzione di tronchi ferroviari e stradali, sfruttamento sistematico di tutte le zone minerarie, penetrazione nell'est abissino. In sostanza, nel 1933 la Gran Bretagna aveva realizzato il controllo delle regioni abissine confinanti con il proprio impero coloniale ed a spese dell'Italia 3• E questa situazione non doveva esser presa in considerazione dal ministro delle Colonie? E Badoglio? Si è detto dell'infelice organizzaziolle al vertice nazionale. Difatti Badoglio si trovava in Libia dal l 929 in qualità di governatore generale della Tripolitania e della Cirenaica, quindi come tale dipendeva dal ministro De Bono; peraltro conservava la carica di capo di Stato Maggiore Generale, le cui prerogative si estendevano sulle truppe coloniali e sulla preparazione della «guerra esterna», quindi era in condizioni di porre vincoli a De Bono. Ad ogni modo, ricevuta «per conoscenza» le lettere (ma non la «Memoria» offensiva) spedite da I;)e Bono a Gazzera ed a Balbo, rispose il 17 dicembre da Tripoli, esprimendo una «viva soddisfazione» piuttosto di circostanza e.formulando alcune osservazioni

' Ibidem, p. 291. ' ibidem, p. 3 L. Da ci levare la tranquilla certezza con la quale De Bono s i era espresso un paio di settimane prima con Mussolini, a chiusura della lettera di trasrnissione del progetto di operazioni: «E così, essendo pronto ad agire, la nostra azione politica potrà, al momento oppo1tuno, dire, senza esitazione, la sua parola decisiva, ben felice, per conto mio, se avrò dall'E.V. il mandato di passare dalla parola all'azione e di assumere di que,sta la diretta responsabi lità» (De Bono a Mussolini in data 29.J 1.1932, AUSSME, rep. H 1 l, racc. 43). ' R. Qu,•,.RTARARO, Roma. ji"a ~ondra e Berli110 cit., pp. 57-59.


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di carattere generale: necessità di una accuratissima preparazione logistica; scarsa utilità di un'azione dallo scacchiere somalo, data l' eccessiva, distanza da quello eritreo; convenienza di prevedere una riserva di squadriglie di aerei pari a quelle in linea 1• Il ministJO Gazzera si limitò a trasmettere al capo di Stato Maggiore dell'esercito il progetto peT l'esame ed i rilievi del caso. Bonzani stava seguendo gli sviluppi della questione, anche perché a fine settembre aveva ricevuto dal1' acldettO militare ad Addis Abeba, tenente colonnello Ruggero, la prima parte delle sue «Considerazioni sulle linee generali di un piano d'operazioni per un eventuale conflitto italo-abissino» 2, cbe suggeriva un 'irruzione a massa sulla direttrice Adua-Macallé-Dessié-Addis Abeba. Studiò il problema con tutta calma, tanto che nel frattempo Mussolini assunse in prima persona la guida del ministero della Guerra, nominando come sottosegretario il generale Baistrocchi (12 luglio 1933). Fu perciò questi che il l2 settembre ricevette le osservazioni di Bonzani e le passò a De Bono. Erano secche e pesanti. Cominciavano con il sottolineare il principio di designare subito il comandante incaricato e di lasciarlo libero di definire la condotta delle operazioni, e proseguivano disapprovando nettamente il concetto operativo perché provocava un pericoloso sbilanciamento in avanti, con penetrazioni isolate e con un impiego iniziale dell'aviazione di dubbio successo. Molto meglio, affermava Bonzani, era attenersi ad un disegno strategico più cauto e più consistente. In sintesi: uno sbalzo con la massa delle forze mobili sino alla linea del Tacazzé (un'ottantina di chilometri); organizzarsi con cura sulle nuove posizioni e, con azioni a raggio limi tato, occupare il Tigrai consentendo all'avversario di completare la radunata; dar battaglia con tutte le forze aeree e terrestri non appena giunto il nemico a distanza relativamente ravvicinata; a battaglia vinta, inseguire a fondo. D fronte somalo doveva rimanere sulla difensiva 3 • Badoglio volle, a questo punto, intervenire con altro piglio. Se a metà dicembre 1932 aveva «concordato in massima» con il pensiero del ministro delle Colonie, adesso si espresse in senso opposto ed in termini estremamente espliciti. La concezione operativa non lo persuadeva. Anzi, per essere esatti: «(...) non condivido né l'apprezzamenro di codesto minis1.ero né quello del ministero della Guerra circa la convenienza di uno sbalzo avanti da effettuare da tutte le nostre forze appena effettuata la radunata.

G. RocHAT, ,Hilitari e politici cit., pp. 31-33. AUSSME, rep. N l l, racc. 4118 e rcp. A 1. Fondo Memorie storiche, ufficio operazioni. 1 Baistrocchi a Dc Bono e, per conoscenza, a Badoglio in data 15 settembre 1933, G. RoCHAr, Militari e politici cit., doc. 4, pp. 294-298. Curiosissima la presa di distanza del sottosegretario Baistrocchi. Trasnùse senza una sillaba di commento le osservazioni di Bonzani e chiuse la lettera in questi termini: «Tanto comunico a V.E. in base a quanto stabilito dal r. decreto legge n. 69 del 1927, il quale fissa le attribuzioni di S.E. il capo di Stato Maggiore dell'esercito» 1

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È mio avviso che le nostre forze debbano schierarsi inizialmente in attitudine difensiva appoggiate al sistema difensivo territoriale della colonia, che dovrà sempre essere migliorato. Chi invece dovrà essere arti va è l'aviazione: ma non contro centri territoriali nemici che non esistono di impo1tanza tale da prendere in considerazione, e non contro colonne isolate, ma contro il grosso avve rsario a radunata avvenuta( ... ). Solo dopo averlo[= il nemico) logorato in questo senso potremo pensare ad una conuoffeusiva che lo liquidi definitivamente( ...)».

Rimane da chiedersi perché non avesse preso posizione nel dicembre precedente. Ma, a parte la questione dell'impostazione della campagna, Badoglio toccò con decisione il delicato tasto del comandante incaricato - molto probabilmente conosceva la candidatura di De Bono, - precisando che la scelta del generale, da designare «sin d'ora», doveva fondarsi sui seguent.i dati: spiccata riconosciuta abilità come comandante; età tale da consentirgli di tenere il mandato almeno per cinque anni; nessun altro incarico, dovendo concentrare ogni sua energia sulla complessità del problema; disponibilità di uno Stato Maggiore che lo coadiuvasse. Nulla da dire, evidentemente, su questi requisiti, comunque è ch.iaro che per Badoglio De Bono era fuori causa. Una volta nominato il comandante in pectore, a questi spettava la formulazione del piano di guerra, della cui esecuzione doveva avere «piena ed intera responsabilità»; il che non toglieva l'opportunità di una discussione preliminare su «un principio generale ed essenziale del problema» 1• De Bono non si impressionò molto. Il 6 novembre 1933 Mussolini avocò a sé anche i ministeri della Marina e del!' Aeronautica, nominando sottosegretari rispettivamente l'ammiraglio Cavagnari e il generale Val.le. Poi, nello stesso mese, comunicò a De Bono di averlo predestinato al comando della futura campagna coloniale e gli precisò che la soluzione del problema etiopico doveva aver luogo entro il 1936 i. Così il IO dicembre De Bono rispose a Badoglio che «la questione relativa al comandante (. ..) può ritenersi ormai definita dopo la determinazione presa al riguardo da S.E. il capo del Governo». Quanto all'impostazione della campagna, difese le sue idee evitando però una polemica 3. Con il rientro a Roma di Badoglio, sostituito in Libia da Balbo (1 ° ·gennaio 1934), la disamina dell'impresa abissina assunse subito una ben diversa incisività. Mussolini lo chiamò direttamente in causa chiedendogli un motivato parere sull ' intera vicenda, il che potrebbe far supporre qualche resipiscenza nel Duce, visto che aveva appena dato piena fiducia a De Bono.

' Badoglio a De Bono in data 23.10.1933, ibidem, doc. 5, pp. 298-300. DE BONO, La preparazione e le prime operazioni, Isticuto Nazionale fascista di cultura, Roma 1936, p. 8. ' G. ROCHAT, Militari e politici cit., p . 37. ·, EMILIO


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Badoglio desiderò anzitutto conoscere le «Memorie» operative del ministero delle Colonie (a lui non inviate, come sappiamo) e poi mise nero su bianco. La lettera con la quale il 20 gennaio 1934 fissò i termini della questione abissina è obiettivamente di ampio respiro, ponderata, in linea generale ottimi• sta ma con riserva di controllo del nostro assetto in E1itrea. Spiccava la pregiudiziale, riconosciuta sin dall'inizio anche da De Bono, di trovare un qualche accordo con Parigi e Londra: «Il dare di cozzo contro il più potente impero a fricano in un terreno così difficile è già impresa cosl ardua che non è prudente ancora aggravarla con complicazioni internazionali che nel caso più sempl ice si potrebbero anche manifestare con aiuti di armi, di mezzi, se non proprio di ufficiali fatti affluire dalle colonie limitrofe».

Seguiva la valutazione del!' avversario. Non c' era da farsi illusioni circa l' efficacia della politica «pe1iferica» dato il diffuso sentimento ostile verso l'Italia, perciò in caso di guerra avremmo avuto contro l'intera Etiopia. L'esercito abissino raggiungeva, con buona approssimazione il mezzo milione di armati, di cui un'aliquota sicuramente annata e guidata all'europea. Nell'insieme, dunque, poteva essere stimato «un nemico di primo ordine», tenendo naturalmente conto della sua combattività e dell'ambiente naturale. Presentava un elemento di debolezza nel fatto che mobilitazione e radunata erano attuabili soltanto nel!' intervallo fra le grandi e le piccole piogge, ossia il pe1iodo utile per le operazioni andava a metà ottobre ai primi di maggio. Ciò detto, e considerata le nostre possibilità, la linea di condotta veniva di conseguenza: «Schieramento (difensivo) sulle nostre organizzazioni e continuo ed incessant.e martellamento con l'aviazione sui centri di raccolta delle masse di armati e dei servizi logistici. Se l'esercito abissino attacca, resistere sulle posizioni e poi passare alla controffensiva. Se non attacca, si può essere ce rti che la sua ritirata è uno sfacelo, come successo a re Giovanni. Allora approfittare ed occupare quelle provincie che si rit.engono sic conveniente an nettere at' possedimento nostro>>.

Come si vede, la parte assegnata all'aeronautica era pressoché determinante in quanto tendeva allo sconvolgimento ed alla disgregazione preliminare del nemico, tanto da rendere attendibile l'eventualità della sua rinuncia ad agire 1• Non si parla di occupazione dell'impero etiopico, ma soltanto cli alcune regioni non ancora specificate. Poi Badoglio passò alle critiche. L' ufficio militare del ministero delle Colonie aveva studiato i dispositivi offensivo e difensivo, che però in qualche

' Per questo motivo non ci sentiamo di condi videre il significato di «provocazione» dato all'impiego dell' aviazione sin dall'inizio delle ostilità (F. MINNITJ, Oltre Adua cit., p. 100). Esso era il primo vero atto offensivo e, a giudizio di Badoglio, se condou.o con paiticolare efficacia poteva condurre anche ad una rapida conclusione della lotta.


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punto considerano già come eseguiti lavori che per ora sono solo in «progetto». Perciò, prima di concludere con un parere definitivo, egli sentiva l'assoluto bisogno di controllare la situazione in posto 1• Infine, il comandante ciel corpo di spedizione: nulla da eccepire sulla persona del generale De Bono, tuttavia, tenendo presente la delicatezza dell'apertura e dello sviluppo delle operazioni, non appariva «conveniente allontanare in elette condizioni proprio il supremo timoniere nel ministero delle Colonie» 2 • 1; 8 fe bbraio De Bono annotò sul diario suo: «Si svolge presso Mussolini una riunione per individuare le cve nrnalità prevedibili in caso di campagna militare contro l'Abissinia. Sono presenti anche Badoglio, il genernle Bonzani, capo di Stato Maggiore dell'esercito, il sottosegretario alla Guerra generale Federico Baistrocc hi e quell o agli Esteri, Su vich. li concetto informativo del piano da studiare è ora diventato offensivo. Conclusione: bisognerà agire. Tuttavia Mussolin i ribadisce che 'l'ordine di marcia sarà dato solo quando con l'azione politica - qui in Conti nente - né Francia, né Piccola Intesa, Belgrado compresa, né Germania ci potranno dare il benché mi nimo fastidio ' . Poi.ché c.rova che in Europa si. è quieti, Mussolini vorrebbe fare l' azione nel 1935. lo gli ho detto che sono disposto ad andare gil1 sul luogo fin dalla fi ne di quest'anno, e lui ha preso in considerazione il fatto. Ma adesso la Francia è in ebollizione: ho paura ma non siamo ancora s icuri in Ew·opa» ' .

Suvich però negò l'esattezza dell'annotazione. Quel giorno egli si trovava al normale rapporto a palazzo Venezia, quando l'usciere Navarra avvertì dell' arrivo di Badoglio e cli De Bono. Allora Mussolini disse al sottosegretario di rimanere e di assistere anch'egli alla riunione, «così mi farà poi il verbale» . A ricordo di Suvich la convocazione, alla quale gli sembrava fosse presente anche un alto funzionario finanziario (forse il ragionere generale dello Stato o il direttore generale ciel Tesoro), aveva per scopo l'esame della spesa per la difesa delle colonie in Africa orientale nel caso cli una crisi europea, per evitare cli essere buttati a mare come in Libia durante la prima guerra mondiale.

'Rochat trova singolare la richiesta, in quanto il capo di S.M. Generale avrebbe dovuto disporre di elementi di giudizio anche senza bisogno di spostarsi. Ma iicordiamo le att1i buzion i: nelle colonie «comandava» il ministro delle Colonie ed un coimollo esterno doveva essere autorizzato dall'alto , cioè da Mussolini. Chiamato in causa in prima persona, Badoglio volle cogliere I' occa~ione per agire direttamente ed anche per far pesare la propria carica. ' Badoglio a Mussol ini in data 20.l.1934, in G. RoCHAT, MiliTGri e politici cit., doc. 7 , pp. 301-304. ' F. Suvich, Memorie cit., pp. Xl-XII dell ' introduzione di G. B ianchi, con ri feri mento alla pagina autografa del diario, quad. 38. Il settimanale «Realtà illustrarn» del I 0. 10.1956 ri portò una differente versione, e precisamente: ,,Finalmente il capo si è mo~so per l' Abissinia. Si è fatta una ri unione da lui con Badoglio e Suvich. Conclusioni: bisogne rà agi re. Badoglio va laggiù in marzo; ma non potrà cambiare niente. lo sarei sempre il designato per l' operazione. Po iché trova che in Europa si è quieti, Mussolini vorrebbe fare l'operazione ne l 1'935. Io gl i ho detto che sono disposto ad andare giù sul luogo fino dalla fine di quest'anno e lui ha preso in cons iderazione il fatto. Ma adesso la Francia è in ebollizione; ho paura, ma non siamo ancora s icuri in Europa» (G. R OCHAT, Milit(.lri e politici cit., pp. 39-40).


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L'onere per le misure difensive risultò tanto elevato che Badoglio avrebbe esclamato: «Ci costerebbe meno conqui.stare l'Abissinia e saremmo più tranquilli>,. Inoltre Suvich - che non rammentava di aver compilato il verbale, essendosi la riunione conclusa con un nulla di fatto - asserì di non poter dare alcun credito alla notizia perché Mussolini «in quel tempo era ancora nel periodo degli ondeggiamenti, e un giorno faceva la gueJTa all'Etiopia e due giorni non la faceva» 1 • Che Mussolini fosse ancora nel vago sarebbe comprovato dalla circostanza che un paio di settimane più tardi scrisse a De Bono per sollecitarlo ad apprestare <<una potente sistemaz·ionc d ifensiva. O vi sarà pace in Europa nei prossimi anni e allora la difensiva potrà servire di bas.e alla o ffensiva o alla controffensiva, o l'ambiente europeo non c i permetterà disposizioni di forze in Africa e allora l'organizzazione difensiva ci permetterà di spezzare qualunque conato degli Abissini»'.

È certo che mentre De Bono pensava al conflitto e diramava direttive al governatore della Somalia, Maurizio Rava, chiedendogli uno studio difensivocontroffensivo entro giugno ed un piano di difesa della colonia entro l'ottobre 3, gli Stati Maggiori delle tre forze annate continuavano a formulare critiche di carattere tecnico nei confronti dell'impostazione operativa del ministero delle Colottie e manifestavano dubbi sempre più consistenti sulle predisposizioni eia questo date per compiute. n IO marzo Mussolini, presumibilmente su sollecitazione di De Bono, ma in ogni caso non a torto, invitò Badoglio a rinunciare alla sua. ispezione, giacché nella situazione del momento «il viaggio eia lei progettato avrebbe e non potrebbe non avere ripercussioni ad Addis Abeba tali da accelerare quei tempi, che noi abbiamo interesse di ritardare» ' . Badoglio, come è naturale, rinunciò all'idea ma chiese di inviare in Eritrea, in sua vece, il colonnello Visconti Prasca e, cogliendo lo spunto offertogli dallo stato di allarme esistente in Etiopia, sollecitò lo stanziamento di urgenti assegnazioni straordinarie di fondi in quanto, anziché procedere ad una sistematica preparazione mirante ad accrescere progressivamente la nosu·a efficienza, «purtroppo questa preparazione non è stata effettuata che in misura inefficiemissima». A sostegno dell'accusa elencò: strade di accesso ai settori fortifi cati ancora a semplice transito; fondo stradale non in grado di sopportare un intenso traffico di automezzi; assenza di un' arteria cli arroccamento fra le varie cliretttici; mobilitazione del corpo d'annata indigeno problematica a causa della mancanza di non meno di 10 mila quadrupedi. Senza parlare della reale consistenza della sistemazione difensiva, eia accertare sul posto 5•

' F. SUVJCH, Memorie ciL, pp. 233-284. Mussolini a De Bono in data 23.2 .1934, in F. MlNNlTI, Oltre Adua cit., p. 104. 'De Bono a Rava in data 6.2.1934, in G. ROCHAT, Miliwri e politici c it., doc. 8, pp. 305-307. ·• Ibidem, pp. 41 -42. > Badoglio a Mussolini in data 3.3.J 034, ibidem, doc. 9, pp. 307-309.

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La variabilità di propositi, o di interpretazioni, affiorata in queste settimane è significativa. Il 27 febbraio De Bono comunicò a Baistrocchi la rinuncia all'ipotesi offensiva a favore di una «gueJTa difensiva, ma con intenzione, per parte nostra, di controffensiva a fondo». Gli bastava, «presi gli ordini dal Capo del Governo», ricevere una divisione metropolitana rinforzata ed un paio di battaglioni cli camicie nere, nonché trenta pezzi da 105 per sostituire i vecchi cannoni eia 120 ad affusto rigido 1• L' Il marzo Bonzani presentò a Baistrocchi le osservazioni al piano di difesa studiato dal comandante del R.C.T.C. dell'Eritrea. Dopo averne smontati le premesse e l'ottimismo («non considero - scrisse - la situazione con la fiducia e l'ottimismo che risulta dal piano») ed aver chiarito che le ·esigenze difensive della madrepatria rivestivano carattere di assoluta precedenza, Bonzani rimarcò che il problema della difesa e dei rinforzi alla colonia i variava radicalmente secondo Je ipotesi di guerra europea, che era ragionevole supporre precedesse l'aggressione abissina. Perciò si rendeva opportuno rifare il piano difensivo contemplando distintamente i casi di alleanza o di gueJTa con la Francia. In quest'ultima evenienza, l'Eritrea non doveva illudersi di ricevere alcunché dalla madrepatria, sia per inclisponibili,tà di fondi e di mezzi, sia per l' evidente precarietà dei trasporti marittimi. Quanto, poi, all'integrità territoriale della colonia, bisognava accettare il concetto che non questa era essenziale, bensì il possesso della testa di sbarco (Massaua) e dello sbocco sull'altopiano (Asmara)'. Nello stesso momento, De Bono insisteva con Mussolini: «( ... ) bisogna decidersi: o si deve marciare e allora al ministero della Guerra devono pensare a noi ; o non si deve marciare e allora è inutile lavorare per uno scopo, il quale, in tal senso, non sarebbe più ben definito. Noi per la stagione combattiva, novembre '34-aprile '35, dobbiamo essere in piena efficienza per il programma difensivo( ... ). Se, come credo, gli Abissini non s i muoveranno, occorre continuare la preparazione per creare l'incidente provocatorio, in modo da indurli all ' offensiva ed essere poi preparati a tutto, per tutto, per la controffensiva ( ...)»'.

Il 21 marzo Baistrocchi, senza battere ciglio, riferì a De Bono che anch' egli condivideva la tesi di una «pura difensiva, organizzata con appre-

' De Bono a Baistrocchi in data. 27.2.1934, AUSSME, rep. N LI, racc. 4118. 'Per portare il corpo d 'opera:zioni eritreo al livello di 60 mila uomini occorreva inviare dall'Italia 970 ufficiali, 714 sottufficiali, 3718 graduati e speciali zzati, 215 muli italiani (oltre a trore in colonia circa 12 mila muletti abissini), nonché armi, munizioni e materiale vario per un onere di circa 180 milioni. 3 Bonzani a Baistrocchi in data 17.3.1934, in G. RocMAT, Militari e politici cit., doc. 10, pp. 309-313. • De Bono a Mussolini in data 12.3.1934, DDI, 7• serie, XIV, doc. 797.


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stamenti del terreno (opere - strade), vivificata dal fuoco delle armi di fanteria e dei piccoli calibri, integrati da poche artiglieria di lunga gittata a scopo morale e d'interdizione, e da aviazione da ricognizione con aliquote da bombardamento» 1 • Ma in questo scorcio di tempo le cose sembrarono correre verso lo scioglimento di ogni indecisione. De Bono presentò a Mussolini il colonnello Cubeddu ed il tenente colonnello Ruggero, appena giunti dall'Africa orientale i, ed il Duce nel pomeriggio del 27 marzo partecipò a De Bono la sospirata decisione. Immediatamente De Bono si recò da Bonzani: «li Capo dei Governo ha determinato di farla finita con l'Abissinia quanto prirna. Prenderà accordi colla Francia e con l'Inghilterra così da avere tranq uillità in Europa e mano libera in Etiopia. Farà poi nascere il casus belli colla Etiopia, in modo da attuare non il piano offensivo ma quello difensivo -c.ontroffensivo» ' .

Ricordando che Mussolini si era rivolto al capo di Stato Maggiore Generale per una precisa valutazione circa l'impresa bellica~ che l'ispezione preliminare in Eritrea del colonnello Visconti Prasca - autorizzata il 6 marzo - ancora non aveva avuto luogo perché da Mususolini personalmente legata ai ritorno ad Asmara del colonnello Cubeddu, atteso in quel periodo a Roma, non si hanno parole per esprimere lo sconcerto destato da decisioni prese con tanta faciloneria, specialmente in un momento di tensione per la questione austriaca e di presa di distanza di Mussolini dalla Germania di Hitler. Sia peraltro ben chiaro: a dispetto della soddisfazione di De Bono, la determinazione di Mussolini non poteva che essere molto «di massima» e lo si riscontrerà ben presto. Rimane tuttavia il fatto che l'orientamento era ormai nettamente definito, pur se in tempi tutti da definire. Se il 27 marzo De Bono esultava, il 28 esplose: «Quel porco di Badoglio - annotò nel diario - ha tentato di giocarmi un tiro. Ha scritto a Mussol ini che la responsabilità della preparazione militare anche nelle colonie s petta allo Stato Maggiore e che quello che s.i faceva qui al ministero non contava. Già il principale continua con le sue pruder/es. Gli ho parlato franco come sempre ed ho messo le cose a posto. È che ognuno Lira l'acqua al suo mulino. Al ministero della guerra parlano della situazione europea impressionante. Il capo dice che a quello ci pensa lui»'.

Baistrocchi a De Bono in data 21.3. 1934, AUSSJ\.1E, rep. H 11, racc. 43. preparazione e le prime operazioni cit., p. 9. 1 Appunto di Bonzani in data 27.3.1934, ore 16, DDI, 7• serie, XV, doc. 40. Era il periodo in cui la Francia, per bocca del presidente del Consiglio, Doumergue, e del ministro degli Esteri, Barthou, si manifestava incline ad un accordo con l'Italia (R. DE FELICE, Mussolini il Duce cit., I, pp. 508-509). 'In ,~ealtà illustrata» del 17.10.1956 cit. in G. ROCHAT, Militari e politici cit., p. 47. In quel periodo in Ausria era in ano una preoccupante violenta crisi interna. 1

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E. DE. BONO, La


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La mossa di Badoglio derivava dalle pressioni di Bonzani, il quale da tempo desiderava venisse chiarita la propria posizione circa le operazioni coloniali, visto che l'art. 6 dei D.L. 69 del 1927 stabiliva inequivocabilmente la semplice funzione consultiva del capo di Stato Maggiore dell'esercito «circa le operazioni coloniali che per la loro importanza richiedano e lascino presumere la partecipazione di reparti e mezzi dei R. Esercito». L'argomento era invero meritevole di pecisazione, e non senza motivo Bonz.ani chiedeva che la sua competenza sugli studi e le predisposizioni per la preparazione della guerra, riconosciutagli in tema generale dall'art. I del predetto D.L., venisse estesa alle operazioni oltremare richiedenti l'impiego delle forze metropolitane. Questo perché si trovava in condizioni di affrontare studi del genere migliori di quanto non fosse l'ufficio militare del ministero delle Colonie. Si potrebbe, per inciso, osservare anche che un particolare distinguo sembrava ragionevole: un conto era l'impiego di poche grandi unità metropolitane, altro quello cli un'intera armata. Evidentemente Mussolini rimase colpito dalle argomentazioni di Badoglio, il quale si sentì perciò autorizzato a specificare a De Bono: «(...) Finora gli studi per le varie ipotesi nel caso di un conflitto fra noi e l' Abissinia sono stati concretati sotto la direzione di V.E. dall'u(fìcio mi litare, delle Colonie e poscia mandati in visione a me ed a S.E. il capo di Stato Maggiore dell 'esercito. L'Ente a cui compete per disposizioni legislative lo studio e la redazione dei piani di guerra per operazioni d'oltremare, ove intervenga forze metropolitane, è esclusivamente lo Stato Maggiore del R. Esercito, con l'intervento dello Stato Maggiore della R. Marina per quanto ha tratto a questioni navali 1• ( ... ) Nulla impedisce che S.E. Bonzani, nel corso di questi studi, abbia continuo contatto con V. E., designato dal Duce quale eventuale comandante di tutte le forze che verrebbero concenu·ate in Eritrea, e tenga gran conto dei suggeri menti e dei desideri che V.E. può manifestare. Ma, ripeto, l'ente direttamente responsabile è lo Stato Maggiore del R. Esercito(...)».

Nella lettera Badoglio trovò modo di sottolineare la propria supervisione. Avvertì della partenza del colonnello Visconti Prasca per l'Eritrea per fornire «precise risposte)) ad un questionario consegnatogli; fece alcune osservazioni sull'organizzazione del fuoco in corrispondenza delle opere di Senafé, Coatit e Mai Ailù; rilevò la necessità di progetti per la tempestiva esecuzione di vari lavori di fortificazione campale; suggerì cli studiare la possibilità di impiego di carri armati 2 •

'Secondo DENIS MACK SMJTH <da responsabilità della preparazione della guerra» fu affidata «ad uno speciale comitato nell'ambito del ministero delle Colon.ie» (Le guerre del Duce, Laterza, Roma-Bari 1976, p. 88). Evidentemente si riferiva - in termini assai imprecisi- all'ufficio militare delle Colonie; comunque l'affermazione è inesatta. ' Badoglio a De Bono in data 7.4. l 934, in G. RocHAT, Militari e poliiici cit., doc. 11, pp. 313-315.


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De Bono si adeguò «( ...) nulla ho da obiettare che alla formulazione definitiva del piano d'operazione provveda S.E. il capo di Stato Maggiore» 1• In fondo, non sussisteva contrasto tra quanto sopra e la riportata frase del diario di De Bono: «ho messo le cose a posto con Mussolini». Le competenze erano così ripartite: Badoglio supervisore della guerra; Bonzani responsabile dell' impostazione iniziale della campagna; De Bono, comandante designato, responsabile dell'organizzazione difensiva e dell'impiego delle truppe in Eritrea. Ferma restando, come è naturale, l'opportunità di continui contatti fra gli interessati, la soluzione accontentava tutti 2 • A De Bono, in particolare, premeva il ruolo di comandante della spedizione e Mussolini non aveva avuto difficoltà ad accontentarlo: una guerra coloniale fascista guidata vittoriosamente da un quadrumviro sarebbe stata ottima propaganda per il regime. Siccome, però, non intendeva correre rischi, quando intuì che la direzione della vicenda affidata interamente al ministero delle Colonie presentava scompensi di vario ordine, Mussolini spostò il peso organizzativo ed operativo sullo Stato Maggiore e consentì che Badoglio, più che consulente, intervenisse come controllore ' . Il 26 aprile Badoglio si inserì nuovamente nel dialogo muustero delle Colonie-Comando del Corpo di Stato Maggiore, rivolgendosi a Bonzani «per esprimere sulla questione Eritrea tutto il mio pesiero», questione limitata all' ipotesi di un attacco abissino, quindi di carattere «difensivo». Con questa lettera, trasmessa per conoscenza a De Bono ed a Baistrocchi, indicò «le linee generali

' De Bono a Badoglio in data 9 .4.1934, ibidem, doc. 12, pp. 315-316. li 30 aptile De Bono confermerà a Badoglio ed a Bonzani senza mani fesrare disappunto: «( ... )sodi dover sottostare alle idee delle Loro Eccellenze per ciò cbe riflette la preparazione di evenwali operazion i in Eritrea (ibidem, p. 53). 1 Bonzani """ooe voluto una modifica alle disposizioni legislative concernenti la figura del capo di Stato Maggiore dell'esercito, ma Badoglio pensava piuttosto a far cambiare il decreto sulle. attribuzioni del capo di Siato Maggiore Generale, visto il coinvolgimento delle altre due forze armate nelle operazioni oltremare (ibidem, doc. 13 e 14, pp. 317-323). ' Prendendo spunto da una richiesta di «esatte informazioni» sulla s imazione militare in Eriu·ea, avanzata da Badoglio a De Bono in data 3 maggio 1934, Rochat ha formulato un duro giudizio sull' <<assoluta mancanza di organizzazione e di coordinamento degli alti comandi militari>, (ibidem, p. 54). Indiscutibilmente la care nza era reale, tuttavia essa dipendeva primariamente dalle leggi in vigore - che, per reazione allo strapotere del Comando Supremo nella guerra mondiale, avevano ridimensionato il ruolo del capo di Stato Maggiore dell'esercito e limitato ad una semplice «consule nza» quello del capo di Stato Maggiore Generale (cosa che si è protratta nell'Italia repubblicana sin quasi alla fine del secolo XX) - e dalla mania accentratri ce di Mussolini. Come sappiamo, nel 1933 era presideme del Consiglio, minislro degli Esteri, ministro degli Interni, ministro della Gue1Ta, ministro deJJa Marina, ministro dell'Aeronautica e le Colonie erano affidate a uomo di sua fiducia! In teoria il totale coordinamento era assic urato come non meglio possibile, ma in pratica non funzionava e non poteva funzionare. Bisogna riconoscere che la responsabili tà di s iffatta situaiione non poteva essere artrihuita agli Alti Comandi militari.


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della nostra preparazione, quale io ho concretato dopo approfondito studio della situazione»; sottolineò che il capo del governo aveva già approvato il piano di campagna; affermò che <<ora è a V.E. che è stato devoluto lo studio e la formulazione del piano di costituzione e di mobilitazione delle truppe metropolitane occorrenti» 1• Formalmente non si può parlare di <<direttive>} vere e proprie, tuttavia nella sostanza lo erano. Gli argomenti trattati concernevano le forze presumibili del!' esercito abissino (complessivamente 500 mila uonini, di cui almeno 300 mila contro l'Eritrea) e le sue caratteristiche; le sue probabili linee di azione (AdigratSenafé-Adi Cajéh e Adua-Adi Qualà-Adi Ugri); le forze mobilitabili in colonia (stimate a non più di 30 mila indigeni) e da inviare dall'Italia (almeno tre divisioni, più una quarta in riserva, ed almeno una cinquantina di aerei, più altri 25 di riserva); i lineamenti generali della preparazione (perfetta organizzazione difensiva). Il piano di campagna si basava sulla linea di condotta già prospettata a De Bono sin dall'anno precedente 2: <<Attendere perciò l'urto nemico e, per intanto, disturbarlo il più possibile con l'aviazione durante la sua radunata. Soltanto dopo aver infranto l'attacco nemico sarà da effetwai:si una controffensiva in territorio abissino. l'entità e la direzione della quale non si possono evidentemente determinare a piiori» ' .

Una osservazione. Accanto all'intento nettamente difensivo assegnato alla preparazione risalta il tono unicamente «tecnico» di questa, ossia a prescindere dall'attendibilità di una ipotesi che Badoglio definiva «attualmente la più probabile». Tutto può accadere, ma era verosimile che l'Etiopia si muovesse d'iniziativa contro l'Eritrea, vale a dire contro l'Italia, quando questa non era impegnata altrove? Ad ogni modo Badoglio trasse motivo dal proprio inserimento in materia per muovere una decisa critica nei confronti di De Bono. Comunicò a Mussolini di aver «constatato come S.E. il ministro delle Colonie abbia una concezione molto differente dalla mia sulla entità dello sforzo che noi dovremo compiere». In altri termini, giudicava «assolutamente inadeguati allo scopo» i rinforzi preventivati da De Bono (una divisione rinforzata, più una in Italia di riserva) e lo dimostrò allegando copia della lettera inviata a Bonzani . Poi, a sostegno delle sue argomentazioni, affermò che «una guerra con l'Abissinia sarebbe un problema molto grave anche per le altre nazioni europee confinanti con l'impero etiopico: lo è gravissimo per noi perché non possiamo assolutamente correre l'alea di un qualche grave scacco»•.

'Badoglio a Bonzani in data 26.4.1934, ibidem, doc.14, pp. 320-324. ' Badoglio a Dc Bono in data 23.10.1933, ibidem, doc. 5, cit. , pp. 298-300. ' Badoglio a Bonzani in data 26.4.1934, ibidem, doc. J 4, cit., p. 323. ·• Badoglio a Mussolini in data 26.4. 1934, ibidem, doc.15, pp. 323-324.


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L'impresa, bisogna ammetterlo, si presentava in toni così indefiniti da sfociare nel velleitario e questo dipendeva in misura determinante da Mussolini. Già da un paio di anni si parlava vagamente di una guerra senza avere idee chiare sui suoi scopi, né su quando sarebbe stata possibile, né su come provocarla con un' elemetare parvenza di giustificazione di fronte alla platea internazionale. Il ministero degli Esteri era tagliato fuori (ma il ministro era Mussolini!) e nessuna preoccupazione affiorava per gli impegni presi con la Società delle Nazioni, di cui anche l'EtiÒpia faceva parte. In simili circostanze, «pianificare» fatalmente non poteva che ridursi a realizzare una solida base difensiva. Certo Mussolini si rendeva conto che questo stato di indeterminatezza non forniva la base concreta indispensabile per approntare un piano di guerra. Comprendeva che tre o quattro divisioni ben difficilmente avrebbero consentito risultati duraturi in un territorio vasto ed aspro come que llo dell'impero abissino e, men che meno, sarebbero state in grado di occuparlo per intero. Ma egli stesso ignorava fin dove le c ircostanze internazionali gli avrebbero consentito di spingersi e, a dispetto della sua apparente sicurezza, stava ben attento a non compiere passi falsi. Perciò Badoglio e Bonzani avevano accettato l'idea che la redazione del piano per la controffensiva, il vero piano di campag na, sarebbe stata non possibile in pratica ad operazioni avviate (se non addirittura a battaglia difensiva iniziata) e, di conseguenza, sarebbe spettata al comandante responsabile delle operazioni. Così la riunione del 7 maggio a palazzo Venezia - alla quale pa1teciparono Badoglio, De Bono, Baistrocchi, Valle e Bonzani - si concluse in questo modo: «È stato deciso che le forze metropolitane di eventuale imipicgo in Eritrea non debbano essere inferiori ad un corpo d'annata su tre divisioni, truppe suppletive e servizi. come da piano particolareggiato che sarà concretato dal Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Resta affidato allo Stato Maggiore dell' Esercito lo studio dettagliato dei trasporti e l'organizzazione di tutti i servizi e l'eventuale anticipato dislocamento in Libia del predetto corpo metropolirano» '·

In quella sede il generale Valle aveva accennato alla disponibilità in Eritrea di qualche aereo da bombardamento a grande autonomia per poter agire su Addis Abeba e De Bono, d i rincalzo, aveva suggerito di utilizzarli per una provocazione decisiva. Badoglio si allarmò in quanto un gesto simile avrebbe ottenuto il solo risultato di sollevare contro l' Italia l'intera opinione internazionale. Ma, soprattutto, sembrò avere un improvviso ripensamento globale sulla guerra. Ne volle parlare con De Bono prima di sottoporre, eventualmente, le sue perplessità a Mussol ini. I n sintesi: la guerra sarebbe costata qualcosa come sei miliardi, ossia ali ' incirca un terzo della nostra riserva aurea; l' esercito avrebbe attraversato una doppia crisi, di forze durante la campagna e di dotazioni dopo,

' A. B1AGINI e A. G 10NFRIDA, lo Stato Maggiore Generale fra le due guerre, doc. 30.


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per la lentezza del loro reintegro; un eventuale ingrandimento dell'Eritrea non avrebbe costituito un gran guadagno e, per contro, si sarebbe tradotto in un aggravio per il nostro bilancio coloniale, già in sofferenza. Valeva proprio la pena cli voler provocare una guerra? A suo maturato giudizio, conveniva dunque attenersi semplicemente ad un contegno «risoluto ma prudente)) e completare la nostra organizzazione difensiva per l'eventualità che il negus, «per cause che è inutile indagare, si decida ad una guena contro cli noi)). In tal caso, avremmo accettato la lotta e cercato la «grande battaglia)) . In proposito, Badoglio parve modificare un suo concetto. Mentre aveva sempre indicato il mezzo aereo come il migliore per disintegrare il nemico in corso di radunata o già ammassato, adesso considerò il bombardamento iniziale delle masse abissine come «provocazione risolutiva». A parte ciò non convince l'affermazione che l'azione aerea, «se metodicamente e potentemente condotta, deve porre l'avversario nel dilemma immediato: o ritirarsi prontamente od attaccare)> 1• Davvero si poteva ritenere che un esercito abissino «metodicamente e potentemente» sconquassato avrebbe preso la decisione di attaccarci su posizioni ben sistemate a difesa? Non conosciamo la risposta di De Bono, ma evidentemente lasciò le cose come stavano. 11 fatto nuovo fu costituito daJla relazione che,il colonnel lo Visconti Prasca presentò al suo ritorno dall'Eritrea. Era tanto dettagliata quanto severa. Bastino due pennellate: Io stadio del nostro assetto consigliava «un atteggiamento di prudenza assoluta» <li fronte all'Etiopia ed un 'operazione oltre frontiera poteva anche tradursi in un «salto nel buio,> 2 • Il promemoria che accompagnava la relazione, a titolo di sintesi, è più che sufficiente a dare un quadro della situazione e vale la pena di riportarlo per intero: <<Sistemazione difensiva. Inefficiente per armamemo, insufficiente rispetto alla estensione per la presenza di vasti intervall i indifesi e mancanza di zone orga nizzate di ostacolo. Inoltre diversi trai.li della sistemazione sono allo stato di progetto. Rich iederebbe forte presidio e 11\0hilità di truppe, condizioni inattuabi li per la debolezza numerica dell'attuale contingente ind igeno mobilitabi le e la mancanz.a di rete stradale adeguata. In complesso: sistemazione difensiva inefficiente. Possibilità di res iste nz.a ed esito inceito. ciò che mette la colonia in situazione pericolosa fin dal primo momemo. Rete stradale. Inadeguata per una campagna di guerra, per orientamento. svi luppo e manutenzione. Consente un le nto deflusso di truppe e materiali dalla base di Massaua, aggravando e prolungando le condizioni di debolezza della sistemazione difensiva. Richiede lavori di vasta mole e di lunga durata.

' Badoglio a De Bono ed a Valle in data 12.5. l 934, in G. ROCHAT, Militari e politici cit., doc. 16, pp. 324-327. ' Relazione in data 25.5. 1934, ibidem, doc. 17, pp. 327-349.


LA DECISIONE POLJTI CA Dl UN JMPl:RO COLONIALE

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Acqua. Manca completamente e non è previs1a e studiala la sistemazione idrica c he è condizione essenziale di vita e di manovra in colonia. Anua1jonc di lunga durata.

Servili. Alloggiamemi. La sistemazione dei servi zi è appena ne lla sua fase iniziale per le truppe indigene. Non esiste per le truppe bianche e rappresenta un lavoro di organizzazione di vasta mole. Non esistono alloggiamcnù. Il porto di Massaua è scarsamente attrezzato, circostanza che si ripercuote, aggravandola, sulla insufficienza della rete Stradale.

Organizzazione aerona111ica. È appena nella sua fase iniziale, non consente l'impiego di avia,ione su va~ta scala, richi esta nella fa~e iniziale dalle alti condizioni di debolezza fortificatoria, logistica e tanica.

Truppe mobili. Indigene. Delle due divisioni previste - oltre ai repa1ti presidiari e speciali - appena una divi sione potrebbe costituirsi perché la maggioranza dell'elemento indigeno in congedo non è istruito. Bianche. Occorrono almeno tre o quanro divisioni bianche per difendere la Colonia, premesso che vi sia un'organizzazione logistica in colonia che penneua loro cli vivere e di manovrare.

Oriema111e1110 politico-miliare. li servizio informativo eriLreo tanto nei progetti quanto nei concetù è nullo. La cartografia dell'oltre confine è deficiemc cd incompleta.

Co11cl11.tion.i. L'organizzazione militare informativa. tattica e logistica della co lon ia Eritrea è nella sua fase iniziale e molto incompleta e richiederebbe un lavoro di vasta riorganiaazione. L'anualc organizzazione non dà garanzia di efficienza e ne deri va una situazione pericolosa. Non si può prevedere l'esito di una campagna contro l'A bissinia nel caso difensivo e tanto me no in que llo offensivo, se non s i attuano provved imenti radicali e tempestivi,,'.

Se si co nfrontano queste considerazioni con l'atteggiamento tenuto dal ministero delle Colonie sull' argomento, lo scarto è molto, molto forte ! 2• Badoglio presentò la relazione Visconti Prasca a Mussolini e questi, a quattr'occhi, il 28 maggio riconobbe l'apprestamento bellico dell 'Eritrea assai precario e tale da non offrire garanzie di resistere ad un improvviso attacco abissino. Quindi bisognava attivare tutte le provvidenze per dare un conveniente assetto militare alla colonia e, durante i tre anni occorrenti a tale scopo, si rendeva assol utamente necessario «clorofonn izzare centro e periferia dell'impero abissi no» in modo da rassicurare circa la nessuna nostra volontà aggressiva. Non volle, peraltro, sconfessare De Bono, che aveva in animo di nominare governatore dell'Eritrea con alta giurisdizione sulla Somalia. Rendendosi conto del contrasto fra questa idea e la realtà, non immaginata, della situa1.ione eritrea,

' Ibidem, pp. 60- 61. ' De Bono non fece piega: «La rela1jone, molto ben fana - commentò più tard i -, era però a tinte non certo 011irnistiche ( ...). Ma le relazioni possono benissimo rimanere soltanto tali. Io non mi impressionai ed andai av anti secondo quanto mi ero ficcato in testa e che sapevo rispondere alla volontà del Capo» (E. DE BONO, la preparazione cit., p. l 0).


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LA RLCONQUISTA DELLA LIBIA (1922-1932)

chiese a Badoglio se riteneva De Bono «specialmente adatto a questo incarico». È chiaro che avrebbe desiderato una risposta quanto meno conciliante. . Badoglio rispose per scritto il giorno seguente. Ripeté le conclusioni del colloquio precedente e in merito a De Bono, premessi l'età del ministro ed i disagi derivanti dalle condizioni ambientali dell'altopiano eritreo, fu esplicito: «S.E. De Bono ha visitato la colonia tre anni fo, da solo, e poi due anni fa in accompagnamento di Sua Maestà il Re. Egli sapeva del nuovo orientamento a noi non favorevole del negus , anche perché V.E. nel '25 aveva richiamato la sua attenzione sull 'argo mento. Avrebbe dovuto q uindi sin da allora prendere tutti i provvedimenti occo1Tenti per mettere in migliori condizioni la colonia, chiedendo a V.E. i fondi occorrenti. Invece nulla è stato fatto se non studi sulla carta e qualche provvidenza di piccola importanza nel campo operativo. Anzi si è studiato per primo un progetto offensivo in direzione del lago Ascianghi a 500 km in linea d'aria da Massaua, il quale progetto, considerata la pedana di partenza, era fuori da ogni realtà.

Pura e semplice verità. Badoglio continuò sottolineando la scarsa capacità organizzativa del comandante designato e finì dichiarando seccamente che «in coscienza non ritengo sia S.E. il generale De Bono l'uomo indicato per una situazione quale è quella che vi è attualmente in Eritrea» 1• Mussolini non fece commenti. Poiché non poteva passare sotto silenzio la relazione Visconti Prasca, il 31 maggio tenne una riunione a palazzo Venezia limitata ai maggiori interessati: lui stesso, Badoglio, De Bono e Suvich. Non venne steso un regolare verbale, ma semplicemente fissate le direttive conclusive: «I - completarnemo nel piÌI breve tempo possibile dagli apprestamenti difensivi. 2 - Ad apprestamenti di fensivi ultimati, si porrà il problema di provocare indirettamente un'azione da parte dell' Abissinia. 3. - Quanto a politica generale nei confronti del!' Abissinia, seguire una politica che tenda ad evitare tutto ciò che potrebbe turbare la nostra preparazione militare e quindi una politica che dia applicazione nella misura del possibile al nostro trattato di amici zia. Tenere un contegno di osservazione e di contatto con la periferia(= i vari ras], salvo il caso in cui si determinassero seri tentativi di disintegrazione del centralismo che sta alla base della politica·dell'attuale lrnper.itore. 4 - Silenzio assoluto per quanto riguarda la politica di prepara;e,ione militare coi Governi di Francia e Gran Bretagna»'.

Da questa base e dagli stanziamenti subito stabiliti da Mussolini ricevette impulso, in modo più organico, la preparazione difensiva dell'Eritrea. Venne nomjnato l'intendente del corpo di spedizione nella persona del generale Dall'Ora, il cui primo incarico fu di «studiare sul posto le possibilità logistiche e l' organizzazione dei servizi» nell'eventualità di dover procedere all'invio delle truppe

'Badoglio a Mussolini io data 29.5.1934, ibidem, doc. 18, pp. 344-351. Badoglio inviò al generale Asinari di Bernezzo, Primo Aiut,ante di campo generale del Re, copia della lettera per opportuna conoscenza del sovrano, già, di suo, disapprovante la situazione. 'A. BIAGJNI e A. GJONFRJ()A, Lo Stato Maggiore Generale fra le due guerre, doc. 31.


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LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

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LA RICONQUJSTA DELLA LIBIA (t922-1 932)

metropolitane. Non che tutto si fosse messo a procedere per il meglio. Un appunto del colonnello Visconti Prasca per Badoglio a fine luglio è illuminante sullo stato di fatto . Alcuni uffici consideravano la questione «alla stregua ed al ritmo di un piano di mobilitazione da attuare a lunga scadenza»; altri invece erano «in allarme forse eccessivo». Non si sapeva da quale bilancio dovessero essere soppmtate le spese per l'organizzazione militare dell'Eritrea e della Somalia. Il coordinamento dagli sforzi era infirmato dal doppio incruico di De Bono: nella veste di comandante designato avrebbe dovuto seguire le direttive del capo di Stato Maggiore dell'esercito. Risultato: «Si ha l'impressione dall' insieme del carteggio - scrisse Visconti Prasca, - che il ministro delle Colonie annuisca a quanto viene ordinato da S.E. Bonzani, ma che nella realtà dominino sempre le idee del ministro delle Colonie. E tra queste idlee vi è q uella offensiva, categoricamente già espressa nei 'progetti ' e ribadita con la richiesta recente di apparecchi per bombardare Addis Abeba allo scopo di provocare un' offensiva abissina, e ciò fin.ché date persone sono ancora al potere o al comando» '. Nella riunione che ebbe luogo due giorni dopo al palazzo del Yiminale presenti Badoglio, De Bono, i sottosegretari d i Stato delle tre forze armate, il capo di Stato Maggiore dell'esercito ed i sottocapi di Stato Maggiore della Marina e dell'Aeronautica 2 - il primo accento fu messo sulle voci dilaganti in colonia sulla guerra, il che ovviamente non poteva che allarmare il governo di Addis Abeba. Poi, dopo aver toccato molti sva,iati argomenti, Badoglio finì per chiedere di conoscere «al più presto» lo schieramento del R.C.T.C. dell'Eritrea in copertura, e tornò a ribadire il concetto di escludere bombardamenti aerei prematuri, orientandosi invece ad intervenire sul nenùco appena ammassato'. lJl quel mentre in Europa era scoppiata una crisi assai grave: il colpo di forza di nazisti austriaci che il 25 luglio si impadronirono del palazzo della Cancelleria a Vienna e ferirono mortalmente Dollfuss. ' Promemoria di Visconti Prnsca per Badoglio in data 25.7.1934, in G. RocMAT, Militari e polilici cit. , doc. 20, pp. 353-355. ' Da qualche mese i sottosegrelari alla Marina ed all'Aeronautica rivestivano anche la carica di capo di Stato Maggiore della rispeui va forza armata. L'ammiraglio Cavagnari dal 7 giugno ed il generale Valle dal 22 marzo. ' A. B1AOINI e A. GIONFRIDA , Lo Stato Maggiore Generale tra le due guerre cit., doc. 32. 11 colonnello Visconti Prasca commentò, in un suo appunto datato 4.8.1934, che « I. Il capo di S.M. dell'esercito espone a spizzico i suoi crite ri su i vari argomenti dei progetti d'operazione. 2. li ministro delle Colonie ne prende atto, in genere approva, ma ne attua quella parte che crede e come crede, né si conosce qual i ordin i trasmeua ai comandanti militari in Eritrea ed in Somalia. 3. Il Comando del R.C.T. C. continua in Eritrea a lavorare sulle direttive dei primitivi progetti da lui stesso compi lati, che si sono rivelati inadatti e che ad ogni modo lo sono divenuti, dopo l'intervento di S.E., Il capo del Governo e di V.E. [= Badoglio] e dopo i conseguenti provvedimenti» (G. ROCHAT, Mi/ilari e poli1ici cit., p. 75).


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A questo punto Mussolini ritenne indispensabile un punto fermo: «Riconfermo, precisandolo in forma perento1ia, il mio pensiero sulla questione abissina, affinché ognuno informi strettamente la sua azione e quella dei propri dipendenti alle mie direttive. I. L'attuale situazione i n Europa, coll'ormai avvenuto fall imento del la conferenza del disarmo e coi conflitti dell'Estremo Oriente, è cosl ince11a che tutte le forze armate ital iane devono essere tenute in vigile efficien:c.a per poter affrontare nelle migliori condizioni gli avvenimenti che si possono produrre anche improvvisamente, come è accaduto alla fine dello scorso luglio. 2 . Qualsiasi impresa che in questo momento sottragga importanti forze militari allo scacchiere europeo deve essere ritenuta come sommamente dannosa e come producente una pericolosa diminuzione del nostro potenziale bellico. 3. Di conseguenza peH1uanlo riguarda l'Abissinia la nostra linea di condotta deve essere tale da dare a tulli la sensazione che noi manteniamo fede al trattato di amic izia. Siano quindi decisamene stroncate e con ogni mezzo tutte le chiacchere che in Italia e nelle colonie si fanno su nostre intenzioni aggressive verso l'Abissinia. Queste voci possono costare domani più ingenti sacrifici. 4. Ciò posto, il ministtro delle Colonie con tutti gli accorgimenti all'uopo necessari deve imprimere un ritmo accelerato alla preparazione di fensiva della nostra colon ia, secondo i programmi già defi niti nelle tiunioni interministeriali ( ...).

5. ................. .. 6. Preciso ancora e defin iti vamcnte che in caso di aggressione abissina la linea da seguire è la seguente: 'resistere sulle n ostre organizzazioni difensive e soltanto dopo aver inflitto un deciso scacco al nernico passare alla controffensiva in quella d irezione e con quegli obici.l i vi che la situazione del momento consiglierà'» ' ·

3. LA CR IS I ETIOPICA (1934 - [935) Bisogna adesso accennare a come Londra vedesse le cose africane. L' atteggiamento del Foreign Office sembrava complessivamente indifferente, tanto che nella seconda metà del 1934 il nostro ministero degli Esteri ritenne, sulla base di informazioni fiduciarie, la Gran Bretagna addirittura incline a guardare con simpatia una penetrazione italiana in Abissinia, preferendola a quella giapponese, «per modo che se Mussolini sarà costretto a fare la guerra all'Etiopia, ciè> avverrebbe senza intralcio da parte delle altre due nazioni della Triplice» 2 • Basandosi su questa erronea interpretazione, Mussolini dunque badò più ad avvicinarsi alla Francia che alla Gran Bretagna, da parte della quale opinava non si profilassero difficoltà. Stranamente vennero sottovalutate altre informazioni che invece dimosu-avano una precisa attenzione ing lese alle nostre velleità in Abissinia: si sapeva, ad esempio, che fra il maggio ed il settembre 1933 i rifornimenti britannici di armi, cmr i armati ed automezzi al governo etiopico erano stati consistenti e che nel 1934 erano tuttora in corso. Ed era altresì conosciuta l' intensificazione della cosiddetta «politica periferica» britannica, rivolta verso i ras, nell'Etiopia occidentale ' .

1 Mussolini a De Bono, ai sottosegretari di Stato delle tre forze armate e, per conoscenza, a Badoglio in data 10.8.1934, ibidem, doc. 21. pp. 356 -357. 2 ASMAE, Fondi Lancellotti, 86, Informazioni fiduciarie, Gabinetto E~teri, data 18.1 1935. ' R. QuAffft\RARO, Roma.ji·a ù.mdra e Berlino cit., p. 87.


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LA RICONQUISTA DELLA LIBIA ( 1922-1932)

D'altro canto si deve riconoscere che Londra, pur essendo perfettamente al corrente delle mire italiane, evitò di toccare l' argomento sino ali' accordo italo-francese del gennaio 1935. Probabilmente - ha argomentato R. Quartararo - influì in qualche misura il fatto che «uno dei canoni fondamentali del Foreign Office era risolvere le questioni una alla volta in ordine di importanza». Avevano perciò la precedenza i problemi dell'Austria e della Saar, per i quali la cooperazione italiana si manifestava indispensabile 1• Nell'autunno del 1934 i rapporti italo-etiopici raggiunsero un alto livello di diffidenza e di freddezza, senza peraltro suscitare particolari reazioni a Roma. Anzi, da parte del ministero della Guerra e del Comando del Corpo di Stato Maggiore giunse il suggerimento, nemmeno troppo velato, di non imbarcarsi in avventure oltremare in un momento in cui si registravano così diffuse preoccpazioni in Europa. Il 9 settembre il sottosegretario per la Guerra; Baistrocchi, presentò a Mussolini un appunto sul prevedibile onere di un impresa africana, «nel dubbio che il minjstero delle Colonie non abbia trasmesso a V.E. qualche dato interessante in merito al costo delle operazioni militari nell'Africa Orientale>>. Il calcolo effettuato dallo Stato Maggiore nell'ipotesi ottimistica di una guerra di sei mesi, condotta da un corpo di spedizione di quattro divisioni, si aggirava sui 3 miliardi e mezzo, che sarebbero saliti a poco meno di 5 miliardi per una guerra. di un anno. Naturalmente, la sostituzione del cospicuo materiale sottratto alle dotazioni di mobilitazione in Italia avrebbe richiesto «tempo considerevole con sensibile pregiudizio nell'efficienza bellica in Europa» 2 • Mussolini non fece commenti, ma i governatori dell'Eritrea e della Somalia ricevettero precise disposizioni di evitare ogni motivo di contrasto con l'Etiopia~. L'atteggiamento prudente non impedì tuttavia il verificarsi di significativi incidenti. Il primo fu l'assalto al nostro consolato di Gondar ad opera di facinorosi (4 novembre), episodio chiuso dopo l'energica protesta italiana•. Pochi giorni più tardi, il 22 novembre, alcune centinaia di armati abissini si presentarono davanti ai pozzi di Ual-Ual chiedendo il passo. Il comandante del piccolo presidio italiano rifiutò nettamente. Il giorno seguente i rappresentanti britannico (ten. col. Clifford) ed etiopico (Tememmà Banté), incaricati di studiare la questione dei diritti di pascolo nell'Ogaden previsti dall'accordo anglo-etioico del 1897 e riconosciuti dall'Italia in sede di convenzione tripartita, presentarono al commissario italiano della regione una protesta scritta, constatando «con rincrescimento, che un impedimento a mano armata è stato opposto alla loro

''Ibidem, pp. 88-89. 'AUSSl\1E, rep. H 9, Fondo Carteggio del Capo del Governo. f. I. ' De Bono a Rava i n data 4.10. 1934, DDI, 7• serie, XVI, doc. n. • Furono concordate le scuse ufficiali etiopiche con gli onori alla bandiera italiana e Mussolini manifestò a Vinci , nostro ministro ad Addis Abeba, la propria soddisfazione per la risoluzione del l' inciden1.e (Mussolini a Vinci in data 27.11.1934, ibidem, XVI, doc. 196).


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libera circolazione in Etiopia dall'autorità italiana nella regione di Ual-Ual)). Il 24 novembre il ten. col. Clifford, prendendo spunto dalla dichiarazione del comandante del settore di frontiera di non poter permettere che un così ingente numero di am1ati entrasse in territorio italiano e dal sorvolo di un paio dì aerei italiani, interruppe un primo tentativo di composizione della vertenza. Seguì una puntualizzazione italiana a Londra e ad Addis Abeba 1• L'episodio, in fondo, non passava i limiti di una certa routine coloniale; il Foreign Office, infatti, non attribuì soverchia importanza alla polemica e, pur attenendosi alle sole prime sommarie notizie, chiarì che le affermazioni del Clifford, «quali che siano», non dovevano essere in alcun modo considerate espressioni del punto di vista del governo britannico 2• Il basso profilo della controversia subì, peraltro, una brusca impennata il pomeriggio del 5 dicembre con un improvviso attacco abissino al posto italiano di Ual-Ual. Fu respinto nettamente, ma provocò 22 morti e 61 feriti fra i dubat del presidio 3. Il punto cruciale della controversia riguardava la posizione territoriale dei pozzi. Ual-Ual si trova nella zona compresa fra l 'Uebi Scebeli ed il Somaliland, nella quale il confine non era ancora stato determinato. Occorre, anche, sottolineare che nel corso degli ultimi cinque anni, cioè da quando il sultanato di Obbia, prima protettorato, era stato ammesso alla Somalia, il governo di Addis Abeba mai aveva contestato la legittimità della nostra occupazione militare dei pozzi, molto importanti per le popolazioni nomadi della regione•. Tutto sommato, ad ogni modo, sarebbe rimasto un incidente di frontiera, non più grave di quello di Gondar, ma una mossa a sorpresa etiopica lo portò alla ribalta internazionale. Di fronte alla richiesta italiana di formali scuse da parte del governatore di Harrar, di un indennizzo e della punizione dei colpevoli 5, il 9 dicembre il governo etiopico chiese a Roma di sottoporre «ad una procedura di conciliazione o di arbitrato)) l'incidente, come previsto dall'art. 5 del trattato di amicizia italo-etiopica del 1928. Mussolini rifiutò significando che l'episodio si era verificato «in circostanze talmente precise e manifeste che non può esservi dubbio di sorta sulla sua natura» e cioè sulla responsabilità abissina 6 • Il 14 dicembre, allora, il governo etiopico si rivolse al Segretario Generale della Società delle Nazioni denunciando un'aggressione italiana a Ual-Ual, sollevando la questione del possesso dei pozzi e sostenendo illegale l'occupazione

'Suvich a Grandi c Vinci in data 29. 11.1934, ibidem, XVI, doc. 2 11. ' Grandi a Mussolini in data 4. 12.1934, ibidem, XVI, doc. 236. ' Rava a De Bono in data 6.12.1934, ibidem, XVI, doc. 249. Cfr. relazione 1en. col. Umbe110 Montanari in data 17.3.1935, rep. D-1, Fondo Guerra ira/o-etiopica, racc. 136 AUUSME. Sull'inciden1.e vds. G. W. BAER, La guerra italo-etiopica e la crisi dell'equilibrio europeo, Laterza, BariRoma 1970, pp. 62-71; ANTHONY MocKLER Il mito dell'impero, Rizzoli, Milano 1977, pp. 53-55. 'Buti a Suvich in data 13.12.1934, ODI, 7• serie, XVI, doc. 286. s Mussolini a Mombelli, incaricato d' affari ad Addis Abeba, io data 8.12.1934, ibidem, XVI, doc. 258. • Mussolini a Mornbelli in data 11.12.1934, ibidem, XVI, doc. 272.


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italiana della zona. In particolare, richiamò «l'attenzione del Consiglio sulla gravità della situazione». Con il ricorso a Ginevra l'Etiopia aprì una crisi europea, in cui l'Italia, accusata di aver «organizzato» l'incidente, finì per assumere la parte dell' aggressore. È stato osservato, non a torto, che se sul piano politico Addis Abeba a buon diritto chiese un arbitrato, dal punto di vista psicologico commise un grave errore, in quanto pose in pericolo il prestigio personale di Mussolini, accusato davanti all'opinione pubblica internazionale, e coinvolse l'amor proprio degli italiani nella vicenda J . L'incognita che maggiom1ente Roma desiderava sciogliere riguardava l'atteggiamento della Gran Bretagna. Una prima informazione di Grandi parve tranquillizzante, giacché il Foreign Office aveva escluso l'esistenza di un rappo1to qualsiasi tra l'incidente del 23 novembre con il ten.col. Clifford e l'attacco abissino del 5 dicembre 2• A buon conto Mussolini impartì rigorose istruzioni di evitare ulteriori incidenti 3, come del resto fece il governo etiopico •. Senonché nel frattempo il Poreign Office si era premurato di rassicurare il Negus dell' incondizionato appoggio britanico 5 • Venuto a conoscenza del favore inglese 6, Mussolini rinnovò in tono perentorio le proteste e la richiesta di soddisfazione 7. Dobbiamo riconoscere che, a quanto comtinicato dal nostro incaricato d' affrui ad Addis Abeba, il governo etiopico non pareva affatto irrigidito sulla propria tesi e, al contrario, mostrava ogni intenzione di pervenire ad una pacifica soluzione della vertenza. A fine mese Mombelli segnalava, ancora «la preoccupazione etiopica per tutta la frontiera con Somalia e vivo desiderio giungere a delimitazione frontiera stessa», per evitare possibili futuri nuovi scontri. E sottolineava il diffuso timore suscitato dalla stampa francese circa un trattato italo-francese concernente anche l'Africa, al punto che un fiduciario di ras Cassa aveva ribadito la piena diasponibilità governativa a clùudere la questione, tanto più che <<sorge qualche dubbio ci.rea la sua [= di Ual- Ual] appartenenza ali 'Etiopia» ~. In effetti, in quel periodo erano in corso i contatti preliminari che dovevano condurre all' accordo Mussolini-Lavai del 7 gennaio; un accordo per Mussolini importantissimo sotto il profilo del «via libera» desiderato per la sua politica

li mito dell'Impero cic., pp. 59-61. 'Grandi a Mussolini in data 13.12.1934, DDI, 7' serie, XVI, doc. 296. ' De Bono a Rava in data 14. J2 . 1934, ibidem, X VI, doc. 301. ' Mombelli a Mussolini in data 14.12.1934, ibidem, XVl, doc. 290 Per la precisione, il governo abissino aveva «minacciato impiccagione abissini che provochino incidenti». 5 R. Q UARTARARO, Ro111afra ÙJlldra e Berlino cit., p. 86. • Mombelli a Mussolini in data 17.12.1 934, DDI, 7• serie, XV I, doc. 301. ' Mussolini a Mornbclli in data 23. 12.1934, ibide111, XVI, doc. 329; nonché a Grandi ed a Pignatti Morano di Custoza in data 24. 12 .1934. ibidem, doc. 331. 8 Mombelli a Mussolini in data 28. 12. 1934, ibidem, XVI, doc. 344 e 346. 'A. MOCKER,


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abissina. Dopo una fase di schermaglie fra Suvich e l'ambasciatore de Chambrun, durante la quale continuarono le misure militari italiane 1, il 27 dicembre Mussolini incontrò personalmente il diplomatico francese e, secondo il resoconto di Suvich, la sua conclusione non lasciò dubbi: «Il Capo del Governo osserva che le concessioni relative alla Somalia e all'EriLrea sono fondamentali. La Francia ha già un numero coloniale vastissimo che le garantisce l'avvenire. L'Italia trova chiuso tutto il mondo; ha una possibilità di espansione, con molte difficoltà, in Abissinia; non le si deve chiudere anche questo sbocco se si vuole che l'lralia possa essere un elememo per il mantenimento del l'equilibrio generale, altrimenti 'nous pourrions gater lafete, au moins par notre inquiétude'. È importante che la Francia delimiti la sua :wna di influenza commerciale in una striscia lungo la fen-ovia Gibuti-Addis Abeba disinteressandosi per tutto il resto»'·

A quanto sembra, da quell'incontro Mussolini ricavò la certezza che l'accordo sarebbe andatO in porto. Questo lo indusse ad avviare in concreto la preparazione delle operazioni in Africa orientale, tanto più che il colonnello Ruggero da Addis Abeba aveva inviato un allarmato telegramma: «Confermo timore che nulla potrà più fermare Etiopia. Poiché etiopici ricorreranno certamente noti barbari sistemi noi potremo avere diritto usare mezzi proibiti per esempio gas. Pertanto necessario prevedere et predisporre» 3 • L'addetto mi litare andava oltre i suoi compiti, non poteva perciò mancare una vivace presa di posizione del titolare della rappresentanza italiana. Il 19 dicembre Mombelli aveva scritto al ministro Vinci, in quel periodo in congedo a Roma, lamentando una seria divergenza di vedute nell'ambito della Legazione: «Notizie telegrafate a Mogadiscio e Roma circa misure militari etiopiche danno senso eccessivo allarme ( ...). Ho intrattenuto al riguardo questo addetto militare ( ...)>). Ed aveva posto in evidenza come, invece, i provvedimenti militari abissini venissero assunti «in modo quanto meno possibile apparente» •. Qualche ora dopo proseguì dichiarando di nutrire «serie apprensioni circa attuale svolgersi attività a Lei nota (...). Sembrami anche mancare assolutamente ogni seria valutazione politica nei riguardi di questo paese». E suggerì di parlare direttamente con Mussolini della difficile situazione creatasi nella Legazione, in quanto «Nostri vitali interessi in questo paese potrebbero venire seriamente e forse irrimediabilmente danneggiati da iniziative che non

' Il 24 dicembre De Bono annotò sul suo diario: «Decisa la mia partenza [per l'Eri trea] per il 7 [gennaio). In sostanza Mussolini ha fretta che io vada. Oggi stesso mi ha detto che quando sarò là io, si sentirà più quieto; è un vero segno di fiducia. Gli abissi ni spavaldeggiano; sono certo spalleggiati dagli inglesi» (in «Real.là Illustrata» del 17 ottobre 1956). ' Appunto di Suvich in data 27. 12. 1934, ODI, 7• serie, XVI, doc. 341. ; Ruggero al ministero della Guerra in data 26.12. 1934, AUSSME, rep. H 9, Fondo Carreggio del Capo del Governo, racc. I. La sera stessa veniva proclamata la mobili tazione generale in Somalia con inizio alle ore zero del 27 dicembre. ·• Mombelli a Vinci in data 19.12. 1934, ODI, 7• serie, XV I, doc. 308.


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rispondessero in modo assoluto a precise superiori direttive» '. L'allusione al]' attività nota riguardava l'impostazione e la condotta del settore informativo controllato dal colonnello Ruggero ed anche il filo diretto «tra militari» con De Bono. Vinci allora si rivolse ad Aloisi, capo di Gabinetto del ministro degli Esteri, cioè Mussolini, con un appunto. Circa «informazioni d'indole politica che sarebbero state inviate direttamente a S.E. De Bono - scrisse - riterrei necessario siano(... ) inviate chiare istruzioni al R. Addetto Militare, che(...) per qualunque cosa che esca da questo campo [informativo] e tocchi quello politico, egli deve limitarsi a riferire alla R. Legazione. Non è possibile che il R. Addetto Militare, che dipende dal R. Ministro, riferisca direttamente sulle questioni politiche ed abbia comunque un'attività in questo campo(... )» 2• È difficile argomentare sul peso che tale presa di posizione possa aver esercitato sullo spirito di Mussolini. Sta di fatto che il 30 dicembre egli ritenne opportuno fare il punto della situazione con un promemoria contenente le «Direttive e piano d'azione per risolvere la questione abissina»'. In primo luogo mise a fuoco l'argomento: «I. fl problema dei rapporti italo-abissini si è spostato in questi ultimi tempi su un piano diverso: da problema diplomatico è diventato un pmblema di forza; un problema «storico» che bisogna risolvere con l'unico mezzo col quale tali problemi furono sempre risolti: con l'impiego delle anni».

Poi tratteggiò il potenziale militare del negus: erano in corso il riordinamento, il riequipaggiamento e l'armamento dell'esercito abissino secondo concezioni moderne, grazie ai numerosi istruttori europei, ma l'opera non sembrava realizzabile in tempi brevi'. Le deduzioni diventavano piuttosto ovvie: «il tempo lavora contro di noi. Più tarderemo a liquidare il problema e più sarà difficile il compito e maggiori i sacrifici»; e dunque «bisogna risolvere il problema il più presto possibile, non appena i nostri apprestamenti militari ci diano la sicurezza della vittoria».

' Mombelli a Vinci in data 19.1 2. 1934, ibidem, XVI, doc. 31 1. zvinci ad Aloisi in data 29.12.1934, ibidem, XVI, doc. 357. Quando nel marzo 1935 Dc Bono costituì in Eritrea il Comando Superiore, chiamò il col. Ruggero a capo dell'ufficio politico e nelle sue memorie commentò: <<Una vera politica attiva in Etiopia fu fatta nel 1935 dopo la costi1.uzione dell'ufficio politico presso il Comando Superiore, in stretta relazione con la nostra legazione di Addis Abeba, che aveva, al riguardo, ricevuto categoriche istruzioni dal Duce» (E. DE BONO, La preparazione cit., p. 33). 'Il promemoria fu inviato a Bado_glio, a De Bono, a Lessona e. con ogni verosimiglianza, ai · sottosegretari di Forza armata (DDI, 7• serie, XVI, doc. 358). ' In proposito Mussolini si espresse con qualche incoerenza. Ad esempi~ riconobbe che «ci vorrà molto tempo prima che tale trasformazione sia compiuta», ma subito affermò che «la marcia può essere veloce» (par. 4).


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Seguiva lo scopo dell'impresa, per la prima volta indicata senza mezzi termini: «6. Decisi a questa guerra, l'obiettivo non può essere che la distruzione delle forze armate abissine e la conquisra totale dell'Etiopia. L'impero non si fa altrimenti».

Avrebbe potuto limitarsi ad indicare «la conquista totale dell'Etiopia>>, la distruzione delle truppe nemiche non essendo che il mezzo per raggiungere lo scopo, ma l'enfasi faceva parte dello stile mussoliniano. Il «quando» venne posto in relazione con la situazione internazionale: «8. Condizione essenziale. ma non pregiudiziale della nostra azione è quella di avere alle spalle un'Europa tranquilla almeno per il bieruùo 1935-36 e 1936-37, che dovrebbe essere il periodo risolutivo. Un esame della situazione, quale si presenta agli inizi del 1935, permette di prevedere che, nei prossimi ano.i, sarà evitata la guerra in.Europa, come è stata evitata nel luglio e nell'ottobre del I934. Elementi di stabilizzazione sono: gli accordi del'Italia con la Francia. Tale accordi allontanano il pericolo di un nuovo attacco della Germania ali' Austria. D'altra prute la conseguenza inevitabile degli accordi italo-francesi è il miglioramento delle relazioni italo-jugoslave. La crisi politica jugoslava durerà a lungo. Questo indebolù-à per molto tempo Belgrado, che dovrà dedicarsi ai problemi politici di ordine interno. Altrettanto dicasi della Gennania, il cui appru-ato militare è lungi da quell'efficienza che può consentire di rendere iniziative di guerra, senza contare le ragioni di ordine interno che consigliano alla Ge1mania di fare, per qualche tempo ancora, una politica. di pace. La Polonia, che pareva dovesse diventare una pedina del gioco tedesco, sta facendo un molto pronunciato movimento di conversione verso la Francia. Ciò funziona da rallentatore al dinamismo del Terzo Reich. La conclusione che si può ricavare da questo esame somma.rio è che ci sarà in Europa un ulteriore periodo di pace. 12. Poiché la nostra preparazione sarà ultimata o quasi solo nell'autunno del 1935, la politica deve impedir.e tutti gli incidenti che potrebbero anticipare il conflitto».

Il «come» fu illustrato nel par. 10, quale elemento di primaria importanza. La guerra doveva essere <<rapida e definitiva)), perciò occorreva «predisporre grandi mezzi» 1 in quanto: «(...) Più sarà rapida la nostra azione e tanto minore sarà il pericolo di complicazioni diplomatiche. More nipponico non ci sarà nenuneno bisogno di dichiarare ufficialmente la guerra e, in ogni caso, si insisterà sul carattere puramente difensivo delle operazioni. Nessuno ci solleverà delle difficoltà in Europa, se la condotta delle operazioni militari determinerà rapidamente il fatto compiuto. Basterà dichiarare all'Inghilterra ed alla Francia che i loro interessi saranno riconosciuti. Dal punto di vista diplomatico sono le uniche nazioni che hanno preso accordi con noi circa l'Etiopia. Imbarazzi da pane della Societ.à delle Nazioni non ne verranno o saranno tali da non impedirci di condurre a fondo l'impresa».

Seguivano due assicurazioni. L'una ad uso del ministero della Guerra e dello Stato Maggiore: «Tutte le dotazioni saranno man mano reintegrate, in modo che

1 Mussolini calcolò, oltre ai 60 nùla indigeni, almeno altrettanti metropolitani (meglio ancora se 100 nùla) con 250 aerei in Eritrea e 50 i.n Somalia, 150 carri in Eritrea e 50 in Somalia. La «superiorità assoluta in artiglieria e gas» era scontata. Da quest'ultima osservazione derivava l' implicita autorizzazione ad usru·e i gas.


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l'esercito non abbia diminuita la sua efficienza globale», il che era tutto da dimostrare. L' altra era intesa a suscitare insieme tranquillità e fervore: «Nessuna preoccupazione dal punto di vista interno (...)», il che starebbe ad indicare che qualche contrarietà interna. era affiorata. Alla base della decisione, secondo la maggioranza degli storici, starebbero l'intento di rilanciare l'economia italiana con le commesse belliche all 'industria ed il desiderio di un'affermazione vistosa del regime in uno con la conquista di un maggiore prestigio internazionale per l'Italia 1• Sono motivi probabilmente presenti, ma non determinanti: innegabilmente la crisi economica era già superata ed il regime stava godendo cli un rilevante consenso. Poiché non c' era da illudersi che l'iniziativa bellica in Etiopia lasciasse l'Europa indifferente, valeva la pena di rischiare un sempre possibile rovescio di fortuna? Il sottosegretario alle Colonie, Lessona, anch'egli destinatario del documento, ebbe più tardi a ricordare, in merito alle direttive in argomento: «Volle Mussolini deliberatamente la guerra per la guerra? Non si può affermare. Mussolini conveniva c he i nostri rapporti con l'Etiopia dovevano essere definitivamente chiariti, ma avrebbe preferito riso lverli attraverso una via pacifica. Quando accadde l'incidente di Ual-Ual egli non pe nsava alla gueua, tanto è vern che Ieee richieste accettabilissime, che il Negus Neghesti, consigliato dal Ministro d 'lnghilten-a ad Addis Abeba \ rifiutò di accettare. Fu allora che la questione, portata su un piano euroreo a Ginevra, impegnò il prestigio dcli' Italia non più in una banale questione coloniale, e fu allorà che si incominciò a prospettare l' ipotesi della guerra. Ma io posso affermare in tutta verità che, anche quando i nostri pre parativi nùli1.ari erano iniziati, il Capo del Governo sarebbe stato proclive ad una soluzione pacifica della vertenw la quale, ormai, non poteva però più riguardare l'incidente di Ual-Ual , ma tuno l'insieme dei rapporti italo-abissini. Quando il gen. De Bono pa1tì il 7 gennaio 1935 per prendere possesso della carica di Alto Commissario in Africa Orientale, le ultime direttive del Duce furono di prepararsi alacremente alla gueua, rna a me soggiunse: ' Perch.é soltanto vedendoci decisi ad and are fino in fondo s i indurranno a lasciarci risolvere la questione con onore e senza guerra '>•'.

Ed in un appunto per Grandi, senza data ma verosimilmente riferibile all'immediata conclusione degli accordi con Lavai, quindi al 7 od all'8 gennaio 1935, Mussolini scrisse: ,,Cercare di sondare fin d'orn l'atteggiamento del govemo britannico in relazione ai futu ri avvenimenti ed avviarsi a preparare codesto ambiente in modo che la nostra azione in Etiop.ia invece che ostacolata venga possibilmente considerata in modo simpatico ( ...) intendiamo possibil mente agire in Etiopia in via pacifica, curando di dare sviluppo alla nostra penetrazione economica ( ...)» ·•.

'Cfr. G. ROCMAI', Militari e politici cit., pp. 105- 107; G. W. BAER, La guerra italo-etiopica ci1., pp. 39 -40 'I pricipali consiglieri del Negus in pol itica estera furono tre: il generale svedese Eric Vi rgini, consigliere militare; lo svizzero Auberson, consigliere giuridico; l'americano Everett Colson, consigliere finanziario (G.W. BAER, La guerra italo-etiopica cit., p. 157). ~ A LESSANDRO L ESSONA , lvfemorie, Roma 1963, pp. 171-1 72. ·• ASMAE, Etiopia, Fondo Guerra, b .7, f. 9, cit. da R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 111.


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Non potendosi pensare di riuscire a «fare l' impero» senza guerra, rimarrebbe l'idea di una formula pacifica, sul tipo di quella francese per il Marocco o di quella inglese per l'Egitto, che, fatti salvi gli interessi della Gran Bretagna e della Francia, consentisse all'Italia il controllo effettivo dell'Etiopia, lasciando formalmente regnante il Negus. A prescindere dalla validità o meno di simile speranza, è più che naturale l'affiorare di qualche dubbio nell' animo di Mussolini circa le reazioni internaz.ionali. Ad ogni modo, considerata la sua cautela nei confronti delle due Potenze occcidentali nei primi mesi del 1935, appare plausibile la tesi di De Felice, secondo la. quale - pur senza escludere l'ipotesi di un rischio calcolato - «egli dovette credere che in quel momento la cosa migliore per lui fosse ostentare sicurezza e decisione e lasciare agli altri la scelta delle ulteriori mosse, limitandosi per parte sua a sfruttare l 'inci.dente di Ual-Ual, sia per sondare le intenzioni degli inglesi e dei francesi, sia per preparare l'opinione pubblica italiana all'eventualità del fu turo conflitto e vincere le resistenza ed i timor.i che la sua politica africana suscitava al vertice del suo stesso regime» 1• Badoglio convocò i capi di Stato Maggiore ed i rispettivi sottocapi delle tre forze armate e, dopo aver inviato a M ussolini il verbale della riunione tenuta il 14 gennaio 19352, prospettò le proprie considerazioni. In sintesi : «I. L'aviazione, sempre quando abbia ordini e mezzi per l'immediato iniz.io dei lavori, potrà essere pronta per l'ottobre prossimo venturo; 2. Il corpo di spedizione, secondo gli studi fatti, non potrà essere completo su ll'altopiano che in febbraio [ I 936); · 3. Il problema stradale, pur essendo stato ridotto ad una sola co municazione stradale fra le basi navali e l'altopiano, non è verosimile che sia risolto per l'ottobre prossimo venturo; 4 . lo stato attuale dei provvedi menti per la ricerca e la captazione dell 'acqua non dà sinora . la garanzia che si potrà dispori'e dell'ingente massa d'acqua co1Tente. In siffatte condizioni no n si può certo affeCTT1are che noi potremo im postare il problema offensivo contro l'Abissi nia nel prossimo ottobre ne lla manie ra necessaria per avere sicuro successo (. ..)».

E concluse: «Occorrono a noi tutto il 1935 ed i primi otto mesi del 1936 per essere in grado di affrontare un problema così arduo con sicurezza di successo» J _ Non è tutto. Il giorno successivo alla riunione, Cavagnari - non presente alla seduta, verosimilmente per altri impegni, ma sostituito dal sottocapo di

' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit. , l, pp. 610- 6 16 . ' A. 13JAG JNI e A. G!ONFRIDA, Lo Staro Maggiore Generale tra le due guerre cit. , doc. 35. 'Badoglio a Mussolini in data 19.1 .1935, in G. R OCHAT , Militari e politici cit.., doc. 3 1. Tre giorni dopo Valle scrisse a Badoglio convenendo «pienamente s ull' impossibil ità di agire prima della fine del I 936», in considerazione dell'insufficientissima rete stradale e della mancanza di attrez.zat ure aeronautiche. Tuttavia asserì che la R. Aeronamica era pronta a sostenere per il novembre 1935 «una guem1 difensiva», perché dotata dei m;cessari e moderni mezzi d'i nterdiz.ione (Valle a Badoglio in data 22.1.1935 , DDI, 7• seiie, XVI, doc. 479).


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Stato Maggiore, ammiraglio Vannutelli - presentò a Mussolini un lungo memoriale, nel quale esponeva il proprio pensiero in qualità di sottosegretario alla Marina, e quindi limitandosi al quadro internazionale. Partendo dalla considerazione che i problemi demografici spngevano a ricercare territori ove fosse ancora possibile un'espansione e che questa diveniva sempre più difficile «per la generale concorrenza», sosteneva che tali osservazioni «si possono integralmente applicare all'Etiopia, la quale, oltre che essere soggetta, in forma ogni giorno più spiccata alle brame di altri paesi, si trova in stadio di graduale sviluppo specialmente per quanto si riferisce alla sua preparazione militare. Conseguenza di tali rilievi si è che, nei riguardi di una nostra espansione in Abissinia, si può concludere: oggi o non più (...)».

Peraltro Cavagnari ammo1ùva che l'azione militare doveva essere preceduta e poi fiancheggiata da passi intesi ad ottenere il consenso di Francia ed Inghilterra ed il disinteresse o la neuttralità di gran parte del consenso politico internazionale. In ogni caso occorreva prevedere sanzioni da parte della Lega: «Tali sanzioni potrebbero assumere forme ed aspetti diversi. Si ritiene di poter quasi escludere la misura, che avrebbe gravissime conseguenze, della chiusura del Canale di Suez, relativamente al passaggio delle nostre forze militari (...). Comunque, visto che tale passaggio è praticamente nelle mani degli Inglesi, ne scaturisce un ulteriore motivo per la convenienza di un'intesa preventiva con l' Inghilterra nei riguardi delle operazioni allo studio(...),,.

E l'essere in gioco notevoli interessi economici della Gran Bretagna costituiva un motivo di più che ch.iarire tempestivamente il non interesse di Londra a benefici di ordine politico territoriale, per non «spartire con altri Stati il territorio conquistato» 1•

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Il 3 gennaio 1935, mentre sporadici scontri continuavano a verificarsi nell'Ogaden, il governo etiopico fece un nuovo passo avanti nella crisi investendo ufficialmente la Società delle Nazioni della vertenza con il richiamarsi all'art. 11 del Covenant, che si riferiva al pericolo di guerra fra Stati membri della Lega 2; quindi informò l'Italia che la decisione su quanto concerneva l'incidente e sui relativi·risvolti rientrava ormai neùa competenza della Società delle Nazioni.

'Cavagnari a Mussolini in data 15.1.1935, ACS, Ministero della Marina, Gabinetto (19351940), b. 199 «La questione abissina». ' L'art. 11 del Covenant specificava che «Ogni guerra o minaccia di guerra, che interessi direuamente, o meno uno dei membri della Società delle Nazioni, sarà considerala come interessante l'intera Società e questa prenderà ogni iniziativa atta a salvaguardare efficacemente la pace delle Nazioni (...)».


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Il 4 gennaio arrivò a Roma il ministro degli Esteri francese. Anche Lava] aveva interesse a concludere ad ogni costo le trattative con l'Italia, sia per gettare le basi dì una stretta collaborazione militare contro la minaccia tedesca, sia per ragioni di politica interna 1• Incontrò Mussolini in forma ufficiale due volte. Secondo, il verbale di Suvich, verso la fine del colloquio del 5 gennaio, «Il Capo del Governo fa presente che la questione principale per lui è la questione deHa rnano libera in Etiopia, il cosiddetto désistement. Lavai è perfeuamente d'accordo con tale principio. Egli vuole soltanto trovare una. formula che presenti l'atteggiamento francese come corretto anche quando domani venisse pubblicato. Suvich rile va che s i sta siudiando tale formula che verrà presentata domani per l'approvazione»'.

Nel colloquio del 6 gennaio Mussolini tornò sull'importanza che attribuiva al désistement francese e Lavai r iconferma che ha capito benissimo il concetto italiano e che, a parte gli interessi di carattere economico che la Francia vuole salvaguardare, il suo Paese non intende intralciare l'opera di penetrazione italiana in Abissinia» ' .

Il successivo 28 giugno Lavai negherà con il ministro inglese Eden di essersi espresso in tal senso 4 ed in effetti nessun accordo se&rreto venne stipulato in proposito e nemmeno alcuna approvazione ufficiale alle mire di Mussolini, ma - come vedremo in seguito - non sembrano sussistere dubbi sul fatto che le intese intercorse ebbero il preciso significato di assicurare alla Francia l'appoggio ita.lìano contro la Gemrnnia ed all'Italia l'espansione in Etiopia s. D'altronde, il 21 novembre 1935 davanti al Consiglio della Difesa nazionale e il 14 marzo 1940 in una seduta segreta del Senato, Lavai ammise di aver lasciato carta bianca a Mussolini a condizione che non scoppiasse una guerra 6. E nella sua deposizione al processo Pétain confermò l'ammissione: <<(...) Les concessions que j'ai faites à Mussolini étaicnt purement de caractère économique J'ai dit à Mussolin i: 'Vous avez désormais ]es rnains libres, mais n'abusez pas de vos mains libres

' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., i, p. 524. 'Appunto di Suvich in data 5. 1.1935, DDI, 7' Serie, XVI , doc. 391. ' Appunto di Suvich in data 6. 1. 1935, ibidem, XVI, doc. 399. ' R. QUARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 132. 'R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 529-533. • Nella prima circostanza Lavai avrebbe detto, a proposito dell'Etiopia: «Ho concluso effettivamente un trattato segreto con Mussolini» (MAURICE-GUSTAVE GAMELIN, Servir, JI, Paris 1947, pp. 162-167). Nella seconda, Lavai spiegò l'accordo con Mussolin i in questi termini: «Raggiungemmo un accordo - questa è la famosa clausola segreta, che ho nei miei arc hi vi, ma che è da tempo nota a tutti - in base alla quale la Francia 1inunciava da allora in poi alla sua influenza s ull'Abissinia e cedeva all'Italia tutti i privilegi economici di cui godeva ( ...). Dissi tuttavia a Mussolini: «D'ora in poi avete mano libera, ma mano libera sulla via della pace» (W!LLIAM L. SH!RER, La caduta della Francia, Einaudi, Torino I 971, p. 276).


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pour y accomplir des actes de force. lmitez l'exernple du maréchal Lyautey', Mussolini a commis l'erreur et la faute d'engager la guerre, de faire la guerre à l' Abissinie. Il a déclaré la guerre contre rnon gré, malgré mes protestations ( ...)» ' .

Molto verosimilmente l'acquiescenza di Lava] derivava da una previsione che si rivelò esatta. Il 13 gennaio 1935 ebbe luogo il plebiscito della Saar. La Francia non si era mai fatta illusioni sul risultato, ma, a patte questo, era in corso una violenta polemica di stampa tra Parigi e Berlino. Alcuni giornali pariginj avevano accennato all'eventualità di un'occupazione militare della regione e, per converso, giornali berlinesi avevano riportato commenti di alti esponenti della Reichswehr sulle non poche sorprese che l'esercito tedesco avrebbe potuto riservare agli «aggressori)>. Quando si conobbe l'esito del plebiscito (90% a favore dell'unione pura e semplice alla Germania), l'entusiasmo tedesco non conobbe limiti e gli accordi italo-francesi trovarono conferma del loro peso in campo internazionale 2 . Ovviamente l'intesa con Lava! non implicava in alcun modo un consenso britannico. Tn quel periodo Suvich presentò un appunto sulla «Preparazione diplomatica nei riguardi della Gran Bretagna», nel quale ben valutava la posizione del Regno Unito. <<La Gran Bretagna - scrisse - non è certamente ben disposta ~ favorire la nostra espansione, e tanto meno la nostra occupazione in Etiopia. La coslituzione di u 11 Impero italiano tra la linea longitudinale del! ' Africa, Cairo-Capetown, e la via delle Indie, non può essere scevra di preoccupazio1ù per la pol.ilica inglese. D'altra parte l'Inghi ll.errn, che sente rallentarsi sempre di più i vincoli coi suoi domini e possedimenti nelle altre parti del mondo, si attacca con sempre maggior energia ali' Africa ( .. .). Pe r queste ragioni non è da attendersi uo dis interessamento dell'lnghiltèrra per l'Abissi nia, come invece è avvenuto da parte delle Francia ( ...). Gli argomenti che abbiamo ragione di far valere(...) potrebbero servire a s uperare le oppos iz.ioni dell' Inghilterra ad un' azione italiana in Abissinia. Ci sono però due elementi che rendono difficile e delicata la s ituazione: l. il fatto dell 'appa1t enenza dell'Etiopia alla Società delle Nazroni; 2. l'evenrnale pretesa della Gran Bretagna ad una partecipazione nel dominio dell'Etiopia . Per quanto riguarda il punlo I ( ... ) si presentano due vie: o regolare l'azione in modo da poterci mantenere sempre - almeno relativamente - entro le regole di Ginevra; o trascurare del tutto Ginevra, decisi ad abbandonarla quando si verificherà l'immanc abile reazione( ... ). Ci sarebbe anche una terza eventualità, m.a non pare possa avere nel momen~o anuale prospeu.ive di riuscita: quella di ottenere l'espu lsione dell'Etiopia dalla Società delle Nazioni valen doci del fatto che esiste la schiavitù, della mancata organizzaz,ione statale, ecc.. Per seguire la via d'intesa con Ginevra bisognerà evitare una dichiarazione di gucrrn (va ten uto presente anche il Pauo Kellog) ed apparire aggrediti ( ...).

'R. G UARIGLIA, Ricordi cit., p. 223. Cfr. la lettera di Lavai a Mussolini in data 22. 12 .1 935 e la risposta di Mussolin i in data 25. 12.1935 e, ancora, la lettera di Mussolini a Lavai in data 19.2.1936 in B. M u SSOLfNI, Opera omnia cit., XXVTJ, pp. 279-287. , MASSIMO MAGISTRATI , li prologo del dramma, cit., p. 62 e 69.


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Veniamo ora al secondo punto: quello relativo agli interessi diretti della Gran Bretagna in Etiop ia (... ). Si presenta ora il problema: in caso di una conquista dell'Abissinia con una nostra azione e con nostri sacrifici, le disposizioni dei trattati a favore della Gran Bretagna rimangono valide? La risposta dovrebbe essere affermativa (...). Perciò sarà conveniente trattare quesco punto con la Gran Bretagna. Le trattative potrebbero prende re un duplice aspeuo: - o trattare sulla. base di una occupazione esclusiva da parte nostra di tutto il tel'l'itorio abissi no sia pure in forma di protettora to, garantendo all'Inghilterra i suoi di1itti econom ici; - o concordare un 'azione comune con la Gran Bretagna lasciando alla stessa una pane del territorio abissino nei limiti più riscreui possibili; Sulla convenienza dell'uno o dell'altro sistema bisognerà decidere in corso di trattative sulla base degli elementi che da queste risulteranno( ...)»'·

Il 29 gennaio il governo britannico ricevette dall'ambasciata italiana comunicazione ufficiosa - «in an informa[ way», come più tardi Hoare spiegò ai Comuni - dell' accordo stipulato con la Francia 2, ed il suo imbarazzo fu subito evidente. Sir John Simon e Vansittart, sottosegretario permanente agli Esteri, mostrarono «la maggiore esitazione ed incertezza su quelle che possono essere le conseguenze politiche dell'accordo italo-francese nei riguardi dell'integrità etiopica e per quel li che possono essere i fini ultimi della nostra iniziativa e della nostra azione» comunicò Grandi da Londra. In particolare, Simon voleva «rendersi conto della portata politica dell'intesa e delle conseguenze alle quali essa potre]:>be portare in caso di una tensione italo-abissina», tanto che ritenne opportuno chiarire all'ambasciatore italìano che il governo britannico, in base al trattato anglo-franco-italiano del 1930, «si sentiva giuridicamente obbligato ad aderire alla richiesta del governo abissino, una volta che esso avesse verifi cato che le condizioni previste nel suddetto trattato fossero state rispettate». Questo era bene fosse tenuto presente dal governo italiano «a scanso di malintesi e di equivoci». Grandi non nascose la sua «dolorosa sorpresa»: pur essendo obiettivo il riferimento al trattato, pure non si poteva ignorare l'esistenza di interessi comuni dell'Italia e dell'Inghilterra in Abissinia, secondo lo spirito dell'accordo tripartito, oltre che nel quadro della collaborazione italo-britannica nella politica mondiale. «La Francia e l'Italia - affermò - hanno finalmente capito che una politica di concorrenza italo-fran cese in Abissinia non portava che al danno comune, e si sono messe lealmente d'acccordo per una leale col laborazione. Altrettanto l'Italia desidera fare con il governo britannico». Grandi, infine, assicurò che l'Italia non intendeva asso Iutamente interferire con gli interessi inglesi, «ma domanda nel contempo alla Gran Bretagna di non essere ostacolata nella realizzazione dei propri vitali interessi. È da questo punto di

' ASMAE, Fondo Lancellotti, Etiopia, f. «Appunti per il Duce: Suvich». Giustamente De Felice ha osser.vaco che Suvich non spiegava perché ritenesse possibile non solo trattare, ma pervenire ad un' intesa con la Gran Bretagna (R. DE Fr,u ci::, ,Hussolini il duce cit., I, pp. 644-646). i R. G UARIGLIA, Ricordi cit., pp. 2 14-2 15.


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vista e non da quello di una convenzione per il traffico delle anni che bisogna considerare il problema dei rapporti fra la Gran Bretagna e l'Abissinia». Simon e Vansittart presero tempo e Grandi, dal canto suo, disse che si sarebbe limitato ad informare Mussolini in via confidenziale'. Poco soddisfatto della cautela inglese, Mussolini si affrettò a spedire a Grandi chiare istruzioni di intavolare colloqui intesi ad arrivare ad un accordo sulla falsariga di quello stipulato con Lavai, evitando però «di dichiarare esplicitamente la deternùnazione italiana ad agire militarmente in Etiopia» e senza scoprire «gli obiettivi finali della nostra azione politica e militare». Quest'ultima raccomandazione può essere citata sia nel senso della decisione maturata da Mussolini alla guerra, sia in quello di una ultima ratio 2 • A Ginevra Francia e Gran Bretagna si trovavano alle prese con la difficoltà di evitare un contrasto deciso od una umiliazione dell'Italia, al cui appoggio tenevano molto, senza peraltro sconfessare apertamente la Società delle Nazioni . D'altra parte il nuovo Segretario Generale della Lega era Joseph Avenol, non certo il tipo da promuovere un'azione coercitiva da patte della Società. A conti fatti, tutti ritennero procedura migliore quella di cercare di risolvere la questione fuori dalla Lega, per via diplomatica, senza obbligare la Società delle Nazioni a prendere una detenninazione. Quindi Lavai, Eden e Avenol, nonché il rappresentante italiano a Ginevra Aloisi, fecero a gara nel tentar (senza successo) di convincere il delegato etiopico Tecle Hawaiiate a non insistere per far mettere la vertenza all'ordine del giorno del Consiglio. Questi non defletté dal suo proposito, tuttavia il 18 gennaio, vale a dire il giorno prima della discussione del memoriale etiopico, Mussolini dichiarò che «la sistemazione [del problema] potrebbe vantaggiosamente essere perseguita in conformità del l'art. 5 del trattato italo-etiopico del I928 3 • Il governo di Addis Abeba consentì allora il rinvio della discussione della propria richiesta alla successiva sessione del Consiglio 4. Entrambe le parti in causa si impegnarono ad evitare nuovi incidenti. Dal mese di febbraio le misure militari adottate dal! 'Italia, quale che fosse il pensiero di fondo di Mussolini, furono sotto gli occhi di tutti e più di chiunque altro ne prese conoscenza il governo britannico, che vedeva passm·e eia Suez soldati, operai e materiali bellici italiani.

'Grandi a Mussolini in data 1.2.1935, DDI, 7• serie, XVI, doc. 523. Simona Vansitta1t reputavano importante l'amicizia dell'Italia per la stabilità nel Mediterraneo. Inoltre il primo temeva che un' opposizione inglese nella vicenda etiopica (alla quale per giunta non mostrava molto interesse) potesse provocare la caduta di Mussolini , esponendo l'Ital·i a alla pericolosa inlluen w bolscevica; il secondo considerava l'Italia come elemento fondamentale per contrastare la Germania (G.W. BAER, La guerra italo-etiopica cit., pp. J 12-113). ' R. QUARTARARO, Romaji-<1 Londra e Berlino cil., p. 91. ' D. ALOISI, Journa/ cit., pp. 251 -252. 'Aloisia Mussolini in data 20.1.1935, DDI, 7' serie, Xll, doc. 472.


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Le discussioni diplomatiche sull'incidente di Ual-Ual si protrassero sino a metà marzo, quando, vista la loro inconcludenza e tenuto conto del fallimento delle trattative dirette, l 'Etiopia invocò in termini formali l'intervento della Società delle Nazioni, sostenendo che, a causa dei provvedimenti di mobi litazione in corso da parte italiana alle frontiere eritrea e somala, «esiste ora fra l'Etiopia ed il Regio Governo italiano una controversia suscettibile d i portare ad una rottura». Poiché vedeva in pericolo «l ' indipendenza dell'Etiopia, un membro della Società delle Nazioni>), Il Negus, secondo la procedura di cui all'art. 15 del Covenant, si richiamò ali' a1t. IO: «I membri della Società delle Nazioni si impegnano a rispetta re e salvaguardare contro un'aggressione esterna l' integrit/1 della Società delle Nazioni, In caso di cale aggressione, il Consiglio si consulterà sui mezzi attraverso i quali adempiere a tale obbligo».

Inoltre i I governo etiopico si dic hiarò pronto ad accettare «immediatamente e senza riserve qualsiasi lodo arbitrale» 1• Il ricorso fu presentato da Tecle Hawariate il 17 marzo, ma per l'appunto in questo stesso momento un episodio agitò di colpo le acque in Europa e distrasse l'attenzione della Lega.

* * * Al rafforzamento dei legami tra Francia e Italia stava facendo riscontro un progressivo avvicinamento tra Germania e Gran Bretagna. A Berlino si guardava senza simpatia alle evidenti velleità mussoliniane sull'Abissinia, probabilmente valutandole controproducenti ad un certo consenso che da parte tedesca si mirava ad ottenere da Londra - considerata contraria ad un'espansione italiana in Africa Orientale - per la restaurazione della potenza militare germanica ~. Senonché il I O marzo il presidente del Consiglio francese, Flandin, illustrò alla Carnera un disegno di legge che ristabiliva il servizio militare cli due anni, ed il 4 uscì a Londra un «Libro Bianco>) a finmt di Ramsay MacDonald, in cui l'incremento della spesa militare era giustificato con il riarmo tedesco. La Germania reagì, o per meglio dire prese al volo l' occasione, ed il 9 marzo Goering informò gli addetti aeronautici esteri che la Luftwaffe sarebbe stata ricostituita, facendo capire la nessuna intenzione di sottostare a vincoli internazionali. Ed il 15 marzo, proprio il giorno dopo la sed uta nella quale il Parlamento francese aveva accolto il progetto governativo sul servizio militare ', pur

' G.W. BAER, La guerra italo-abissina cit., pp. 145- 147. ' M, MAGISTRATI, // prologo del dramma cii., pp. 70-72. ·' I comunisti avevano votato contro il disegno di legge. Il loro capo, Thorez, dich iarò, fra gli

applausi del suo partilo: «Noi non tollereremo che le classi lavoratrici vengano trascinate in una cosidderta guerra in difesa delle democrazie contro il fascismo« (W 1NSTOK CHURCHll,L, l..ti seconda 11uerra mondiale, I, Da guerra a guerra, Mondado1i, Verona I948, p, 154). Quando, di lì a poco, il VII congresso dell'Internazionale comunista indirizzerà i partiti comunisti occideniali verso la poli tica del «fronte popolare», il discorso cambierà radicalmente.


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conferendogli carattere transitorio, Hitler annunciò l'emanazione della legge che rip1istinava la coscrizione obbligatoria, stabilendo in 36 divisioni, inquadrate in 12 corpi d'armata, la forza del nuovo esercito tedesco, la Wehrmach1 1• Motivi: il fallimento della conferenza del disarmo ed il riarmo delle Grandi Potenze, Unione Sovietica compresa. Ad un tentativo inglese di attenuare l'attrito e trovare una formula di compromesso, Hitler oppose il rifiutO di partecipare a qualsiasi patto orientale e la precisazione che la Germania sarebbe tornata in seno alla Società delle Nazioni soltanto dopo una vasta riforma di ques ta. Gran Bretagna, Francia ed Italia decisero di adottare una linea d 'azio ne comune da stabilire in un convegno a Stresa. U n appunto interno di Gino Buti, direttore generale degli affari politici al ministero degli Esteri, sintetizzò bene il punto cli vista itali.ano. In sostanza, Stresa non doveva figurare come punto di arrivo, bensì di partenza per una più intensa azione politica e diplomatica; per l'Italia la questione più impellente era rappresentata clall' Austria, la nostra «zona demilitarizzata», quindi occorreva raccogliere attorno ad essa il massimo dei consensi per allontanare la pressione e la minaccia tedesca; tale atteggiamento aveva peralt.ro essenzialmente «valore tattico», considerando il carattere evidentemente tra nsitorio ciel periodo in corso. Ciò posto, sull'Inghilterra. non c'era molto da contare circa un reale interessamento all'Austria e la Francia sembrava concentrare l'attenzione in altri settori. Perciò si rendeva necessario chiarire la nostra posizione con la Francia e con g li altri Stati maggiormente interessati (Cecoslovacchia ed Jugoslavia)2. Nella Conferenza cli Stresa (ll - 14 aprile 1935) le tre Potenze protestarono contro la denuncia unilaterale dei trattati eia parte tedesca, tuttavia due rilievi si impongono. Non soltanto il comportamento francese ed inglese circa il problema austriaco, che dopo tutto interessava loro almeno quanto l'Italia, non anelò oltre ad affermazioni cli principio, ma neppure l'argomento Etiopia ven ne posto sul tappeto. Nella documentazione preparata dal Foreign Office per la conferenza no n esiste alcun appun to in proposito. Non per nulla il 2 aprile Simon, interrogato dai Comuni se la Gran Bretagna intendesse discutere a Stresa dell'Etiopia, rispose evasi va mente 3 .

' Fu in questo periodo che, nel quadro degli accordi Badoglio-Ga rnelin per un a cooperazione militare irato-francese, il Comando del Corpo di Staro Maggiore. tracciò un progetto per il trasporto di un 'armata ira liana in Francia. Tale armata. denominata convenzionalmente «F», era su tre corpi d'annata, ciasc uno su tre divisioni ternarie. In.i ziando i trasporti alk ore O del 5° giorno di mobilitazione, essi sarebbero terminati alle 24 del 15° giorno per le eruppe e del 16° per i servizi e le dotazioni, scar;cando unirà e materiali nella zona di Belfort-Lure-Montbél iard. Complessivamente si sarebbe trattato di 700 treni di 80 assi ad una media di 75 treni giornalieri (AUSSME. rcp. H 5, Fondo S.M.R.E. Segre1issi11uJ; racc. 54, appunto in data 29.3.1 935). 'l:luti a Suvich in data 2.4.1935, DDL 7' serie, XV{, doc. 852. ' R. Q U,\RTARARO, Roma fra Londra e Berlino eit. . pp. I I9-120.


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A dire il vero, Mussolini aveva in animo di approfittare dell'occasione per trattare personalmente con Simo n, sostenendo che la sicurezza delle colonie italiane richiedeva u na soluzione non più procrastinabile a lungo e, naturalmente, assicurando che «i diritti e gli interessi britannici ed italiani in Etiopia no n sono contrastanti, ma coordinabili)> e che «nessun timore debba esservi che il problema etiopico distragga l'Italia da altri e più importanti problem i di carattere europeo» 1• Questo orientamento a cercare un'intesa venne manifestato tempestivamente. li 5 aprile, infatti, il Foreign Office fu avvisato dalla nostra ambasciata a Londra che il Governo italiano desiderava affrontare il tema ab'issino in conversazioni informali bilaterali fra gli esperti coloniali, evidentemente per preparare il terreno al colloquio diretto tra Mussolini e S imon. Da parte inglese si aderì di buon grado a questa procedura che consentiva di tenere dette conversazioni ben distinte e separate da quelle ufficiali e, quindi, di lasciar cadere il d iscorso qualora fosse apparso conveniente. L' incontro degli esperti ebbe luogo in un'atmosfera di aperta franchezza. L'italiano GuarnascheLli avvertì che «la questione etiopica non si era risolta con le Commissioni di conciliazione. Al tempo stesso, la necessità di una soluzione diventava ogni giorno più pressante>>. L'esperto inglese, Thompson, replicò che l'Italia <<non poteva aspettarsi alcuna cooperazione da parte del Regno Unito» e poi riportò il commento di Vansittart che «la situazione generale europea non consigliava di risolvere prossimamente il problema etiopico» ". In definitiva, i colloqui informali non ebbero seguito ed il discorso rimase pericolosamente aperto\ anche perché durante la lettura della bozza d i dichiarazione finale della Conferenza - secondo la quale le tre Potenze occidentali si professavano d'accordo «per opporsi, con ogni mezzo opportuno, a qualsiasi ripudio unilaterale dei trattati che possa mettere in pericolo la pace (... )» - Mussolini fece una pausa sig nificativa prima cli pronunciare <<in Europa» rinnovando poi con intenzione la pausa. Era chiaro il sottinteso 1iferimento all'esclusione dell'Etiopia, così come era evidente che Mussolini si aspettava qualche replica". Ma MacDonald e Vansittart guardarono Simon, il quale rimase impassibile, senza dar segno cli

' Appu nto di Buti per Mussolini in data 1.4.1935, ASMAE. Etiopia, Fondo guerra, b. 8. ' R. Q UARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit.. pp. 12 1- 129. Cfr. ENRICO SERRA. La questione itaio-e1iopica alla Confere11w di S1resa in «A ffari Esteri». anno lX, apcilc I977. ·' Sul comportamenro b1i tan nico a Stresa circa i due problemi del!' Au$tria e dell'Etiopia cfr. G.W. BArn. La guerra ilall!-eliopica cit., pp. 164 - 170 e R. D E FELICE, Mussolin i il duce ci t.. I. pp. 660-661 ·' Vansit1art confidò a Rudolph Churchill che, quando Mussolini pronu nciò con enfasi «in Europa». egli indicò a MacDonald che la precisa1.ione escl udeva intenzionalmente l'Etiopia e MacDonald replicò: «Non essere noioso, Van, non vogliamo grane. Quello che vogliamo è un accordo da poter presentare al la Camera dei Comuni» (R. C HURCHILL, Tlie Rise ami Fai/ ol Sir Amlwny Eden, London J95'9. p. 85. cit. d~ G.W. BAER , ibidem, p. 134, nota 21).


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voler interloquire. «Lavai ed io - ricordò Flandin - , e senza dubbio anche Mussol ini, ricevemmo l'impressione di un'acquiescenza tacita data dal governo britannico alle ambizioni italiane in Abissinia, se non al modo cli realizzarle, che non divenne chiaro che dopo Stresa 1• Secondo Churchill, in realtà durante la notte i rappresentanti britannici avevano discusso se sollevare o non la questione abissina, «ma tutti erano tanto ansiosi di assicurarsi l'appoggio di Mussolini, che per il momento fu considerato più opportuno non rivolgergli nei 1iguardi dell'Abissinia un avvertimento che lo avrebbe infastidito in sommo grado(...) e Mussolini credette (come in un certo senso aveva ragione di credere) che gli Alleati avessero accettato la sua dichiarazione e fossero pronti a lasciargli mano libera nei confronti dell 'Etiopia>> 2 • Qualche settimana più tardi MacDonald, interpellato se avesse toccato il tema dell 'Etiopia, si limitò a rispondere che gli esperti del Foreign. Office avevano avuto contatti con quelli italiani mentre egli era stato «completamente assorbito dal problema principale, quello della Germania. Alla conferenza c'era anche (... ) Simon. Non so se abbia sollevato il problema cieli ' Abissi nia» ! ' . E nel novembre di quello stesso anno MacDonald disse a Ezio Garibaldi: «A Stresa nessuno mi ha mai parlato cieli ' Abissinia(... ). Ho avuto l'onore di avere il Duce seduto accanto a me (... ) ma mai mi ha parlato delle sue intenzioni in Abissinia. Se Io avesse fatto oggi forse l' Italia non sarebbe in questa situazione» . Ma Flandin, per suo conto, osservò che se il governo britannico avesse voluto impedire l'operazione italiana, gli sarebbe stato faci le intervenire prima che Mussolini si impegnasse «au point de ne pouvoir reculer sans subir una humiliation, in.toLérable pour un dictateur» 4 •

* * * Sull'onda di questa impressione favorevole, ma colpito dall' inatteso ambiguo comportamento di Simon a Ginevra, nella recente seduta privata del Consiglio sul ricorso etiopico\ il 29 aprile Mussolini incaricò Grandi di invitare Simon «a considerare il vantaggio cli porsi al più presto su un terreno pratico cli amichevoli conversazioni>) con noi, anziché perseverare «in una più o meno voluta incomprensione tanto delle nostre intenzioni che dei nostri bisogni» 6 • La sollecitazione non condusse ad alcunché di positivo, tuttavia fu utile per rendersi conto delle d ifficoltà di carattere interno in cui si clibaneva il governo inglese. Vansittart fu rn·oJto esplicito:

Poli1iquejiw1çaise 1919-1940, Nouvelles, Paris 1947. p. 178. La seconda guerra mondiale cit., I. pp. 156- 157. ·' G.W. BAER, la guerra ira/o-etiopica cit., p. 85, nota 27. 'R. GUAIHGLIA, Ricordi cit. , pp. 228-229. ' Aloisia Mussolini in data 16.4.1935, DDT, 3• serie, L doc. 12 . ' Mussolini a Grandi in data 20.4.1935, ibidem, I, doc. 60. 'ETIENKE FLAKDIN.

'W. C MURCMJLL .


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«Il governo britannico non da questo momento, ma precisamente dalla metà di febbraio , ha la netta sensazione degli avvenimenti che si preparano nell'Africa orientale. Noi non abbiamo mai avuto alcu n dubbio su quelle. che sono le ferme inten zioni del Duce al riguardo. Su questo punto voi potete assicurare il Duce: il governo britannico si rende conto che e 'è qualcosa di molto grosso in marcia e che è assai difficile fermarlo. L'Italia vuole mettere le mani sull'Abissinia( ...). Bisognerà tuttavia che voi illuminiate il vostro govemo in modo che non vi siano né equivoci né malintesi: nessun appoggio deve aspetcarsi l' Italia dalla politica britannica nell'eventualità di un conflitto con l'Abissinia. L'opi nione pubblica inglese sarà decisamente contro l'Italia e questa reazione non potrà essere controllata se non in misura assai relativa da un governo di per se stesso debole e reso ancor più debole dal fatto di trovarsi alla vigilia di una elezione generale( ...)».

Messo alle strette da Grandi, Vansittart, a titolo di informazione personale, ammise che non credeva «insolubile il problema della conciliazione degli interessi britannici e degli interessi italiani in Etiopia», tuttavia il suo governo, per il momento, non avrebbe risposto affermativamente alla domanda italiana di un'apertura di trattative fra Roma e Londra: «Voi ci avete detto( ...) che la sostanza degli accordi italo-francesi del gennaio u.s. consiste per l' Italia nell'aver ottenuto dalla Francia rn.ano liber(l in Et.iopia. Ora, nessun governo britannico oserebbe, nelle anuali condizioni di politica interna, intraprendere un negoziato con l' Italia che lasciasse pensare altrettanto da pane dell'Inghilterra. Già a quest 'ora, per la sua tattica acqu iescente a Ginevra sulla controversia italo-abissina, il governo inglese è accusato da ogni parte di complicità con l'Italia e di venir meno ai suoi doveri verso la Lega.

E, a sua volta, Yansittart chiese una risposta altrettanto franca: «Quali sono i veri obiettivi dell'azione militare italiana in Etiopia? Che cosa il Duce intende come 'soluzione del problema della sicurezza italiana in Africa'? (.. .) quali sono i limiti e gli obiettivi che egli pone alla sua azione? Vi è un limite minimo nei desiderata italiani che voi credete si potrebbe riuscire a raggiungere facendo sul Negus forti pressioni o comunque riducendo al minimo indispensabile l' impegno del!' Italia?» 1• Grandi fu evasivo. Non sapeva cosa rispondere di preciso. Il colloquio con Simon ebbe luogo il 3 maggio . Il ministro degli Esteri inglese, premesso che «Mussolini è certamente fra i viventi, il più grande Uomo della terra» [sic], si mostrò dolente «che il Duce non abbia creduto di intrattenere a Stresa il Primo Ministro o il sottoscritto su questo argomento [= l' Etiopia]» . Poi pregò te ner presente in quale imbarazzo un eventuale conflitto avrebbe posto il suo governo e spiegò il motivo per cui il Regno Unito tale guerra non desiderava: «Non crediate che noi non abbiamo esami nato e fatto esaminare dai nostri esperti coloniali e militari la situazione. Una spedizione militare

1 Grandi a Mussolini in data 3.5.1935, ibidem , I. 134. Vansittart - il quale. pur favorevole alla Società delle Nazioni, era convimo che l'u nico modo di salvare l'Etiopia fosse quello di muovere guerra ali' Italia, cosa che nessuno voleva - reputava il sostegno politico alla Lega un semplice esercizio privo di sbocchi (G.W. BAER , La guerra irato-etiopica cit., p. 194).


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in Etiopia richiede dall 'Italia dei mezzi sproporzionati agl i obiettivi da raggi ungere e indebolirà notevolmente la vostra preparnzione militare sul continente» . A questa disinteressata considerazione, Simon ne aggiunse un 'altra di ben altro rilievo: «Uno strano ed impre visto fermento si è rivela10 a favore delE'Abissi nia e contro l'Italia in Egitto, ncll' Arabia, nel Sudan. nei territori dell 'Africa Orientale. Una volta accesa la guelTa, quali saranno le ri percussioni che questa avrà nei paesi di colonizzazione inglese? Noi terniamo seriamente che la guerra italo-abissina possa essere l' origine di rivolgimenti politici ncll' Africa Orientale ed in Arabia a.danno dell'Inghilterra>>.

E finì chiedendo anch'egli che cosa Mussolini considerasse materia lmente sufficiente garanzia alla sicurezza delle colonie Italiane nel Corno d'Africa. Grandi replicò genericamente che l'Italia chiedeva di aJTivare con la Gran Bretagna ad una «discussione serena e conclusiva deg]i interessi delle due Potenze in Abissinia» 1• «Lo spettacolo dato da Simon - ha commentato Baer - è un esempio sfolgorante della sua inettitudine diplomatica»; giacché rafforzò in Mussolini la persuasione della «debolezza della politica britann.ica e la confusione della diplomazia inglese» 1 . Stando così le cose, il sostegno inglese all'ostruzionismo di Avenol condusse il 2 maggio alla deliberazione del Consiglio della Società delle Nazioni cli rivolgere nuovamente all'Italia ed all'Etiopia l' invito ad indicare un arbitro entro il 25 luglio, circoscrivendo l'arbitrato all'accertamento dei fatti (come voluto dall' Italia) e quindi con esclusione del problema dei confini (come avrebbe voluto l'Etiopia). Ad ogni modo era evidente la sostanziale opposizione britannica alle mire di Mussolini, il quale cominciò ad assumere un orientamento sempre meno possibilista, probabilmente perché persuaso che di fronte al suo atteggiamento deciso l'Inghilterra avrebbe finito per non opporsi all'espansione italiana 3. Così, dopo aver illustrato al Senato il 14 maggio le ragioni di politica europea che spingevano l'Italia a risolvere in breve tempo la vertenza abissina•, il 25

Grandi a 1vlussoli ni in data 3.5. 1935, DDI, s• serie, J. doc. 134 cit. ' G.W. BAER, La guerru itu/o-etiopicu cit .. p. l80. ' 11 4 maggio Mussolini spiegò all'ambasciatore Drummond che l' Italia intendeva risolvere «con qualsiasi mezzo il problema etiopico per avere libertà d'azione in Europa» (R. GUARICI.IA. Ricordi cir.. p. 235). ·'«( ...)è appunto per essere tranqui llamente presenti in Eurnpa - affennò Mussolini - che noi intendiamo di avere le spalle completamente al sicuro in Africa». E .~oggiunse: «Quanto all'Europa ed alle deprecabili subitanee eventualità che potrebbero verificarsi. desidero riconfermare al Senato che noi manterremo alle arrni, per 1u1to il tempo necessario, le ere classi del 1911. 19 13, 19 14 più una classe, quella del 1912, di 1iserva, pronta» (B. MussoLJNI, Opern omnia cir., XVll. pp. 73-74). 1


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maggio alla Camera tirò, in un certo senso, le conclusioni partendo dalla situazione provocata dall'iniziativa di Hitler: «(...) Non sarà però inopportuno, arri vati a questo argornenw [= l' Austri a], dedicare alcune parole a coloro i quali ci vo rrebbero pie1.1ificarc al Brennero per impedirci di muovere in qualsiasi altra parie del vasio orbe terracqueo. Anche a questo proposito bisogna dire una voha per tutte e nella man iera più esplicita che il problema dell ' indipendenza austriaca è un problema austriaco ed europeo e, in quanto europeo. anche panicolarmence italiano. ma non esclusivamente italio110. In alni termini l'Italia rascista non imcndc circoscrivere la sua missione sto1ica ad un solo problema politico(. .. ) poiché llllte le frontiere, e le metropolitane e le coloniali, devono essere vigilate e difese contro qualsias i. anche soltanto potenziale. minaccia. Sono al punro che voi, camerati, ne sono sicuro. attendevate. Il complesso dei problemi che vi ho prospettati, voi li dovete considerare in rapporto a quantO può accadere in Africa Orientale, e in rappo1to con gli aneggiamenri che i singoli Stati europei assumeranno, offrendoci l'occasione di dimostrarci la loro com plela e non soltanto ~uperficiale o verbosa amicizia. Ma, in primo lungo, dobbiamo contare su noi stessi. Ora la minaccia alle frontiere dell'Africa Oriemale non è potenziale, ma effettiva, rna in at1 0, in proporzioni ogni giorno crescenti e tali da porre il problema italo-etiopico nei termini più crudi e radica li (...). Lo scontro di Ual-Ual è stato il campanello segnalatore di una situazione che viene maturando da tempo, silUaòone che impone all' Italia fascista l'adempimento di imprescindibili doveri ( ... ). Così nessuno deve sperare di fare dell'Abissinia una nuova pistola che sarebbe perennemente punlata co ntro di noi e che in caso di torbidi europei renderebbe insostenibile la nostra posizione in Africa Orientale: ogn uno si metta bene in lesta che quando si tratta della sicurezza dei nostri 1crritori e della vita dei nostri snidati nni siamo pronri ad assumerci tutte. anche le supreme, responsabilità»'.

I messaggi erano inequivocabili: Francia e Gran Bretagna avrebbero avuto a fianco l'Italia solo agevolandola nel progetto coloniale; la Germania vedeva apprezzato il discorso di Hitler del 2 l maggio al Reichstag, ma anch'essa doveva mostrare la sua completa amicizia 2. Il 30 maggio l'ambasciatore tedesco a Roma, von Basse!, comunicò all'Auswiittiges Arnt che, a suo giudizio, Mussolini era «irrevocabilmente» deciso ad agire con le armi a partire dai primi d i ottobre 3• L'impazienza d i Mussolini - e forse anche il desiderio di impressionare il mondo politico internazionale - è resa evidente anche dall'attivismo di chi, standogli vic ino, ne intuiva pensieri e stato d 'animo. Un promemoria in data 17 maggio, attribuibile con ogni evidenza a Lessona, proponeva d i «superare la

' Ibidem, XVII. pp.78-80.

' Hitler aveva annunciato: ,,La Germa nia non intende né desidera ingerirsi negli affari interni dell' Ausuia, annettere l'Austria, oppure raggiungere un Anschluss ( ... ). li governo tedesco si rammarica della tensione so1ta dal conflitto con l'Austria, e ciò tanto più in quanto ha avuto per effetto di turbare le nostre precedenci buone relazioni con l'Italia, uno Stato col quale non abbiamo per altco alcun contrasto di interessi« (in G.W. BAER, La f(uerra iwlo-eriopica cit., pp. 212-213). ' J. PÈTÈRSEN, Hitler e Mussolini. La difficile alleanza (Latcrza. Roma-Bari 1975, p. 567. nota 130).


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stasi attuale» mediante «un'azione che ci svincoli dalle commissioni di garanzia e ponga l'Europa e specialmente l'Inghilterra in presenza di un fatto compiuto». Per essere più chiari: occorreva <<nei prossimi giorni» provocare un incidente alla frontiera somala che dimostrasse come l'ltalia fosse costretta ad intervenire nei confronti dell'anarchia etiopica. Ed il fervore di Lessona andava ben oltre il semplice incidente. Per il quale suggeriva di utilizzare il rinnegato abissino Olol Divole. Lo scontro locale doveva trovare immediato seguito in una penetrazione in profondità sino a Barrar, in modo da concludere la questione prima della stagione delle piogge 1• Davanti all'avventurosità di simile disegno, Mussolini prese tempo e mandò Lessona a Asmara a chiedere il parere di De Bono e di Graziani. La parola decisiva spettava evidentemente a quest'ultimo, il quale rispose che «volendo creare un incidente, lo si può dove e come si voglia», perè) occorreva riflettere sulle conseguenze e tener presente che il R.C.T.C. della Somalia non è pronto», motivo per cui espresse «parere nettamente contrario ad una nostra iniziativa in questo momento» 2• De Bono convenne con Graziani e lo riferì a Mussol ini il quale concluse: «Concordo pienamente. Affare J7 maggio può venire a maturazione fra agosto e settembre» 3.

In giugno i rapporti con la Gran Bretagna peggiorarono. Stanley Baldwyn era subentrato a MacDonald quale Primo ministro e Samuel Hoare aveva rilevato il Foreign Office da Simon. Quest'ultima nomina si mostrò infelice. Hoare stesso si giudicava «persona molto sensibile, forse ipersensibi le, all'ambiente che lo circonda (...). Una mentalità prudente e non aggressiva( ... ). In tutte le attività era ansioso di vedere risultati rapidi e concreti e, per raggiungere anche in parte il suo obiettivo, era di solito pronto ad accettare un compromesso. Questa abitudine, molto inglese, al compromesso l'aveva a volte messso nei guai(...)» ' . Un posto speciale nel Gabinetto era stato assegnato a Eden, messo alla testa del nuovo ministero «per gli affa1i della Società delle Nazioni», novità che fece apparire il governo Baldwin come fermamente schierato a sostegno della Lega. In realtà Hoare, come già Simon prima di lui, si trovò impegnato a seguire due

' G. 8 1ANCIII. Rivelazioni sul confli110 i1a/o-e1iopico cit., pp.166-168. Graziani a De Bono in data 16.6.1935, ibidem, p. 169- 17 1. ' Mussolini a De Bono in data 17.6.1935. Per la precisione, Graziani scrisse: «( ..) Mi è stato decto, fino ad ora. in tutte le salse che dovevo mtenermi ad un conce.110 difensivo. Ora, improv visa rnence, mi si prospetla ( ... ) di dover assumere d' urgenza un atteggiamento decisamente offensivo dopo il colpo di mano. lo non sono ancora pronto per la difensiva-controffensiva, come ho gia accennaco, per difccto di mezzi e di organizzazione. Tanto meno posso pensare perciò ad assumere contegno offensivo(...)» (ACS, Fondo Graziani, b. 29, cit. in G. ROCHAT, Miliwri e politici cit. pp. 159-160). Il gcn. Graziani era. dai primi del marzo I935, governatore della Somalia. 'Viscount Templewood (Samuel Hoare), Ambassador on Speciàl Missio11, Collins Soons, london 1938, p. 10, cit. in G.W. BAER, la guerra italo-etiopica cit., p.. 232). 2


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linee di condotta del tutto opposte: evitare assolutamente di entrare in urto con l'Italia e appoggiare la Società delle Nazioni. «Non riuscendo ad operare una scelta, Hoare decise cli seguire contemporaneamente le due direttive, comportandosi per cli più da incapace» 1• Mussolini mal sopportava le critiche d'oltre Manica e 1'8 giugno, parlando alla divisione Sabauda, in partenza da Cagliari per l'Africa Orientale, disse: «Abbiamo dei vecchi e dei nuovi conti da regolare: li regoleremo( ...). Imiteremo alla lettera coloro i quali ci fanno la lezione. Essi hanno dimostrato che quando si trattava di creare un impero o difenderlo, non tennero mai in alcun conto l'opinione del mondo» 2 . A questo punto il governo britannico «compì un gesto sorprendente, suggerito, almeno in parte, dall'Ammiragliato»\ Il 18 giugno, dopo alcune settimane di non facili conversazioni condotte in un quadro di estrema discrezione, Hoare ed il ministro degli Esteri tedesco, von Ribbentrop, firmarono un accordo che impegnava la Germania a 11011 superare, nel tonnellaggio complessivo della sua flotta da guerra, il 35% di quello britannico. In apparenza si trattava di una limitazione al riarmo. Di fatto era - e tale fu recepita - il rientro del la Germania nel rango delle Grandi Potenze europee 4 • Ma era anche un duro colpo alla solidarietà di Stresa, che da allora ai francesi ed agli italiani apparve seriamente incrinata, tanto da indurli a cercare un'intesa militare bilaterale in funzione antitedesca. Giustamente Churchill rimarcò la contraddittoria azione del governo britannico, che mentre si rivolgeva alla Società delle Nazioni per protestare contro la violazione delle clausole militari del trattato di Versailles da parte della Germania, veniva poi ad un accordo diretto con questa per annullare le clausole navali dello stesso trattato 5. H 19 giugno Addis Abeba si indirizzò ancora una volta al Consiglio della Lega. Negò che le misure militari italiane potessero qualificarsi come difensive, ribadì con forza l'aggravarsi della situazione e ricordò i precedenti richiami agli art. 1O, 11 e 15 del Covenan.t.

' G.W. BAER, La guerr:a italo-etiopica cii., p. 238. LESSONA, Verso l'Impero cit., p. 127. ' W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cil., J, p. 160. ' M. tvlAGISTRATl, // prologo del dramma cit., p. 87. 'W. CHURCH ILL, La seconda guerra mondiale cit., 1, p. 161. Alla Germania ven ne conscncito di costruire sommergibili, es plicitamente vietati dal trattato di Versailles, sino al 60% del t.on nellaggio brita nnico e addirittura sino al 100% qualora reputato (dalla Germania stessa) indispensabile per la sua sicurez1.a. Non solo, ma appena stipul alo il trallato, Hitler rrùse in cantiere due navi da battaglia, la Bismarck e la Tirpitz, di oltre 45 mila tonne Ilate, mentre il limite massimo stabilito dagli accordi navali fra le Grandi Potenze era di 35 mila tonnellate. ' A.


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Quel giorno il Foreign Office riceveva il rapporto Maffey, compilato dalla comm issione incaricata tJe mesi prima di studiare l'importanza degli interessi inglesi in Etiopia. Il rapporto s i articolava in tre parti . La prima si esprimeva senza reticenze sulle condizioni abissine: un paese instabile a causa dell'impotenza del controllo governativo sulle regioni periferiche, delle acute rivalità tribali e conseguenti lotte continue intestine, del livello di civiltà assai basso con diffusa schiavitù. La seconda parte riguardava le proteste e le mire italiane e, al riguardo, richiamava l'accordo del 1906 con cui il Regno Unito aveva riconosciuto «quasi l'intera Etiopia come appartenente alla sfera d'i nfl uenza italiana». La terza parte si dilungava nella valutazione degli interessi britannici nella regione. In conclusione, sul piano complessivo, per quanto concerneva g li interessi locali la bi lancia dei vantaggi e degli svantaggi si trovava in equilibrio, «sia nel caso che l'Etiopia rimanga indipendente, sia ne l caso che venga assorbita dall'Italia». Ma dal punto cli vista imperiale, indubbiamente era preferibile un' Abissinia indipendente. Qualunque accordo fosse intercorso con l'Italia, questa sarebbe stata portata a spingere la sua attenzione verso il Sudan, minacciando così i vitali interessi britannici. I quali interessi si sintetizzavano in considerazioni di natura strategica, nelle acque del lago Tana, nel campo commerciale e nella sicurezza delle confinanti dipendenze britanniche. In particolare, i possedimenti finitimi, Sudan compreso, avrebbero avuto una frontiera di oltre 2 mila miglia in comune con il territorio di una Grande Potenza europea. E l'insieme delle forze italiane nell 'Africa nord-orientale avrebbe costituito «una grave minaccia potenziale per il Sudan, il Kenya e la Somalia britannica. Anche solo considerando il tempo di pace, la situazione coloniale potrebbe cosu·ingerci a tiesaminare le nostre idee sulle misure di difesa per questi territori» 1• Aci avviso dello stesso ChurchiJJ, era sin troppo evidente che Mussolini stesse preparandosi per la conquista dell'Abissinia, sotto una qualunque forma 2, ma, a parte ciò, le notizie che arrivavano a Londra denunciavano a chiare note il progressivo deterioramento delle circostanze. Informazioni provenienti dal Sudan segnalavano centinaia d i aerei già in Eritrea, ed' altra parte il flusso delle navi italiane nel Mar Rosso era continuo. Insomma, diventava urgente intervenire. Ne derivò la missione di Eden a Roma. Indubbiamente la strada seguita dal Foreign Office risentì di alcuni grossi errori cli valutazione, nonché di una inspiegabile superficialità. Hoare non si rese conto appieno dell'irritazione suscitata in Mussolini dalla tiepidezza inglese e ritenne che la tradizionale amicizia anglo-italiana consentisse all'Inghilterra di <<influire sull'opinione pubblica italiana e di premere su Mussolini». Per giunta

'R. QUARTARARO, Roma ji"a Londra e Berlino cii., pp. 143 - 147, con particolare riferimento al Memorandum del Foreign Office (p. 146). Cfr. G.W. BAER, La guerra iwlo-etiopica cit., pp. 148-1 50. ' W. CHURCHILL, La seconda guerra momliale cit., I, p. 193.


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si convinse che questi fosse «in quel momento in pessimi rapporti con Hitler» a causa, ancora. dell'assassinio di Dollfuss. Credette che messaggi personal i di amicizia basati su un su o lontano fuggevole contatto con il Mussoli ni direttore del «Popolo d'Italia» potessero rendere agevole l'intesa 1• A Roma, nell'incontro del 24 giugno, Eden si affrettò a mettere in evidenza da un lato l'irrevocabi le impegno britannico verso la Società delle Nalioni e dall'altro la preoccupazione ing lese di doversi schierare a Ginevra contro l"Italia. Nella ricerca d i un'accettabile soluzione del dilemma, prospettò un compromesso fondato su scambi territoriali: «La Gran Bretagna, conscia che l'Abissinia tiene enor111c111ente ad avere uno sbocco al 111are, è decisa di cedere ali' Abissinia la piccola baia di Zeila ed un 1rauo di 1erri1ori o che costi1ui$ce un corridoio fr.i Zcila cd il retro1erra abissino per indurre I' Abiçsinia a fare delle notevoli concessioni

all'Ital ia. Tali concessioni potrebbero essere: la cessione della provincia dcll'Ogaden, concessioni di ca raiterc economico ed altri vantaggi da determinare» ' .

In altri termini, l' Italia avrebbe ricevuto un t'crritorio privo di qualsiasi risorsa; e l'Etiopia uno sbocco al mare. Nella proposta - per dirla con Guariglia - non si poteva più dire «se predominasse l'ottusità o l'improntitudine o il disprezzo assoluto non tanto verso la politica italiana quanto verso il popolo italiano, fascista o non fascista che fosse( ...)»'. Non per nulla, a Londra, Thompson, richiesto di un parere in proposito, aveva esclamato: «Ma Mussolini non acceuerà mai!» 5• Mussolin i infatti respi nse subito l'ingenuo tentativo di conpromesso. 1 motivi erano più c he ovvi: per l'Etiopia la cosa si sarebbe tradotta ne l tanto desiderato accesso al mare ed in una vittoria diplomatica su ll'Italia; questa avrebbe ricevuto un pezzo di deserto, per di più concesso dall'Etiopia per amicizia verso la Gran Bretagna; la posizione inglese ne sarebbe uscita come di protettrice dell'Etiopia a svantaggio cieli ' ltal ia. Come se queste considera:lioni non bastassero, l'offerta era lontanissima dalle rivendicazion i italiane. Allora, spiegò con calma Mussolini, era bene si sapesse che a suo avviso esistevano soltanto due modi per risolvere la controversia: «Una solu zione pacifica vorrebbe dire la cessione in nostro direlto dominio di 1u11i i paesi che non sono di rau.a eLiopica e che sono stati conquistati per l'Abissinia da Mcnelik e dai suoi successori. più il controllo del nucleo centrale. Lina soluzione con la guerra vorrebbe dire. eventualmente, la cancellazione del l' Etiopia dalla carta geografica».

1 TEMPLEWOOD. Nine Tm11bl es Years. Collins Sons. London 1954. pp. 152-153 cit. da G.W. BAER. La guerra italo-etiopica cit... p. 252. ' Secondo colloquio Mussolini-Eden in data 24.6. 1935, ODI. s• serie, I, doc. 43 1. ' «Era un tenitorio poco attraente - ammise Eden -, 111a co me soluzione di prescigio po1eva andare» (A. EDl!N, Memorie Cii., p. 281 ). 'R. Gt:ARICLIA. Ricordi cit., pp. 245-246. ' G.W. BAER. La guerra italo-etiopica cit., p. 253.


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Avve11ì, poi, che la soluzione con le armi era stata da lui attentamente vagliata in tutte le prevedibili ripercussioni nei confronti dei rapporti con la Società delle Nazioni e della Gran Bretagna stessa '. Eden, secondo Guariglia pur quasi «messo a terra» dal colloquio, sollecitò un nuovo incontro, che ebbe luogo nel pomeriggio del 25 giugno. In tale sede Mussolini specificò su una carta geografica i territori che avrebbe lasciati nominalmente al Negus (Tigré, Goggiam, Scioa), con un regime tipo Egitto o Marocco, e quelli che intendeva occupare. Eden osservò che «pumoppo il punto di vista italiano non è condiviso dalla Gran Bretagna», ma si premurò di aggiungere che, disponendo ancora di un certo margine di tempo, era «sperabile che possa intervenire qualche fatto nuovo che renda possibile una soluzione pacifica» 2• Secondo Aloisi, la visita di Eden fu «un gesto del tutto maldestro»'. Che il problema abissino fosse una «grana» anche per la Lega può essere avvalorato da una brillante idea di Avenol per risolverlo. Anzitutto occorreva che un accordo anglo-franco-italiano rivedesse il patto tripartito nel senso di attribuire all'Italia un diritto più ampio ed essenziale di quello già riconosciuto. In secondo luogo, bisognava documentare la «indegnità» dell' arretratezza dei costumi etiopici. Infine, su istanza dell'Italia, «sollevare la questione del!' appartenenza dell'Abissinia alla Lega delle Nazioni». Una volta decaduta l'Etiopia da membro della Lega, diventava cosa semplice assegnarne il mandato od il protettorato all'Italia•. Questa scappatoria fu riproposta eia Aloisi a Eden il 25 giugno 5, ma il Foreign Office non la prese nenuneno in considerazione perché a fine giugno il governo britannico «remava in una poltiglia di parole sperando di pescare una formula», come ricordò Vansittart 6, ma molto probabilmente anche perché, a conti fatti, una marcatissima influenza italiana in Africa orientale non era gradita. Nel contempo, sulla scia dell' intesa navale anglo-tedesca, giunsero a conclusione le trattative militari italo-francesi, in funzione antitedesca. Il primo passo era stato compiuto in occasione dell'accordo del 7 gennaio; seguirono le conversazioni tra gli Stati Maggiori dei due paesi del 25 gennaio, del 20 febbraio, del 7 marzo e ciel 6 aprile; infine a Stresa Flandin comunicò a Mussolini

' Secondo colloquio Mussolini-Eden, DDI. 3• se1ie, I, doc. 431 cit.. 'Terzo colloqu io Mussolini-Eden, data 25.6.1935. ibidem, I, doc. 433. l P. ALOIS I, Journa[ cit., p. 284. 'R. Q UARTARARO, Roma fra Londra e Berlino cit., p. 138. All'origine della proposca scava proprio un'iniziativa inglese. ll 18 mag1io 1934 Eden aveva chiesto, per conto del governo briiannico, l'espulsione della L iberia dalla Lega, perché stava conducendo o tollerando inc ursioni di frontiera, maltractando la popolazione e tollerando pratiche analoghe alla schiavitù (G.W. BAER, u1 guerra ira/o-etiopica cit. , p. 278 , nota 66) . 'P. A LOISI, Joumal cit. , p. 282. ,. G.W. BAER, L.a guerra italo-etiopica cit. , p. 270.


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la disponibilità francese a concludere le convenzioni Gamelin-Badoglio per l'esercito e Denain-Valle per l'aeronautica 1 • Per la prima il 27 giugno si incontrarono a Roma Badoglio e Gamelin e stabilirono le misure da prendere nel caso di un ' invasione tedesca in Austria. In sostanza, un corpo d'armata francese s i sarebbe trasferito in Italia per agire eia cuscinetto tra le forze italiane e quelle jugoslave, con obiettivo Vienna. In cambio, un corpo d'armata italiano avrebbe agito in Savoia, tra Belfort e la fron tie ra svizzera 1 . Per la parte aeronautica, l'accordo venne definito il I 3 maggio, concordando il trasferimento di stormi aerei italiani nell'alta valle Saòne nonché un piano d' insieme congi unto J. L' accordo venne poi perfezionato a Parigi a metà settembre.

* * * Contattato dagli inglesi, Lavai - che il 7 giugno era succeduto a Flandin quale presidente del Consiglio, pur conservando gli Esteri - il 4 luglio rispose francamente di non sentirsi di compromettere l'amiciz ia franco-italiana (con accordi militari connessi) per la questione abissina", tuttavia, attraverso I' ambasciatore Chambrun, rappresentò a Mussolini la convenienza di un incontro a tre per un chiarimento al di fuori della Lega i e ri~hiamò la sua anenzione sul fatto che la Società delle Nazioni era l'asse portante de lla politica francese e che il governo francese non avrebbe potuto convalidare un comportamento contrario al Covenant. «M. Lavai - disse Chambrun - è sicuro che l' Italia comprenderà ed apprezzerà l'atteggiamento francese e che non metterà la Franc ia in condizioni di non poterla aiutare ad onta della più assoluta buona volontà»(,. A complemento di ciò, in una conversazione con Aloisi, Chambrun ribadì il desiderio di Parigi e di Londra cli evitare una guerra. Aloisi chiese allora se

' R. QUARTARARO, Rmnafra Lo11dra e Berlino cit., p. 663, noia 76. 1 S.11LVATORc MINAROI. L'acc:ordo militare segreto Badot::lio-Gamelin

del 1935 in «Clio» 1987. n. 2, Edizioni Scicn1ifiche haliane. Nel novembre 1934 Badoglio aveva an1 icipato a Mussolini proposte di diverso 1enore, e precisamente: ognu no dei due Stari avrebbe operaio nel proprio ambi10 1erri1ori ale, la Francia con obiettivo Berl ino e l' Italia con obie11ivo Monaco; ogni csercuo sarebb.: simo autonomo (/\. ll!AGl:S'I e /\. G10Nr-RmA, Lo Sww 1\1/at::1::iore (;e11emle ji-a le due guerre cii .. doc. 34 bis). Perahro sin dal primo colloquio con l'addetto militare francese, colonnello Parisot, Badoglio aveva accoho il cri1crio dello scambio di truppe sui rispeuivi fronti (AUSSME. rcp. H 5. Fondo S.M. R.E. - Se[?re1issù1w, racc. 54). ' Testo della convem:ione in data 13.5. 1935 in ODI, 8" serie, I. doc. 196. Sulla collabornzione militare italo-francese cfr. F. M1NNJTI, Fi110 alla guerra ci1.. pp. 96-103. • A. EDE-'I, Memorie cii., p. 303. 'Colloquio Mussol ini-Chambrun in data 16.7.1935 in ODI, 8' serie. I, doc. 548. • Suvich a Mussolini in data 20.7. I935, ibidem, I, doc. 584.


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q uesta espressione doveva essere interpretata nel senso di evitare la dichiarazione d i guerra oppure al r.icorso vero e proprio alle armi . L'ambasciatore rispose che «bisognava evitare una dichiarazione fo rma le di guerra, comprendendo egli in vece perfettamente come l'Italia non potesse fare a meno d.i impiegare la forza contro l' Abissinia. Tutto stava di trovare, come ha fatto la Francia nel Marocco, opportune giustificazioni per l'impiego di questa forza» '. Quanto a Hoare, il 24 luglio informò, attraverso l' ambasciatore Drummond, dei timori in lui suscitati dall'aperta minaccia italiana. Comunque, fermo restando il pieno sostegno alla Lega, posizione assolutamente condivisa dall'opinione pubblica britannica, confermava l'intenzione di favorire una soluzione della vertenza attraverso un arbitrato 2 . Egli teneva d'occhio anche, e forse soprattutto, i risvolti internazionali della vicenda. Oltre alle ripercussion i europee che un conflitto italo-etiopico avreb be suscitato qualunque fosse stato l'esito, non se ne poteva ignorare l'impatto in campo coloniale. Un'Italia vittoriosa avrebbe sign ificato il persistere dell'imperialismo razzista europeo perfino nei confronti cli uno Stato membro della Lega. Un'Italia sconfitta avrebbe dato vigore ad un acceso anticolonialismo in Africa ed in Asia «per non parlare spiegò Hoare all ' ambasciatore C lerk il 29 luglio, in vista dell'i ncontro con Lavai - delle più vaste ripercussioni nei tenitori confinanti con l'Etiopia che consistono largamente in interessi francesi e britannici}) 3 . TI 3 1 lug li o apparve su «TI Popolo d' Italia» un a,ticolo di Mussolini: «(...) Gli argomenti essenziali, assolutamente irrefutabi li e tali da chiudere qualsiasi tentativo di polemica, sono due: i bisogni vitali del popolo ital iano e la sua sicu rezza militare nell'Africa orientale. Sul prirno argomento lo stesso min istro degli Affari Esteri b1itann ico ha fallo del le ammissioni esplicite. il secondo argomento è decisivo (. .. ). È di un'evidenza luminosa cha la situazione strategica delle nostre colonie, precaria in tempi normali, diventerebbe insostenibile in tempi eccezionali, qualora l'Italia fosse impegnata sullo scacchiere europeo. La soluzione del problema non può essere che total ita ria. Un'espansione che non sia presidiata dalle anni, un protettorato che non sia accompagnato da misure militari, può non chiudersi come quello d'Ucciall i: d'altra parte, finché non sia elimi nata l'i ncombente minaccia abissina, ogni sicurezza delle nostre colonie sarà aleatoria. Dei limiti di questa sicurezza, solo gi udice è l' Italia: in casi pericolosi noi non avremmo aiuti di sorta da nessu no; anzi è probabilissimo in contrario. Posto in termi ni militari, il problema italo-abissino è di una immedi ata semplicità, di una logica assoluta; po~lù in termini militari, il problema non ammelte - con Ginevra. senza Ginevra. contro Ginevra - che una soluzione(...)»'.

Dal 3 1 lug lio al 3 agosto il Consiglio della Lega si riunì a Ginevra per approvare due risoluzioni concordate in antici po tra Gran Bretagna, Francia ed

' Aloisi a Mussolini in data 22.7.193 5, ibidem, I, doc. 592. ' Drurnrnond a Mussolini in data 24 .7.1935, ibidem, l, doc. 605. ' R. Q UARTARARO. Ro11w.fra Londra e Berlino cit., p. 140. Cfr. G .W. e1iopica cit., pp. 316 -317. ' B. Mussou:-11, Opera omnia cit. , XY!f, pp. 110-111.

BAER,

La guerra i1a/o-


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Italia. La prima stabiliva che la questione delle frontiere, e quindi della sovranità di Ual-Ual, non rie ntrava nella competenza della commissione arbitrale; la seconda rimandava al 4 settembre «l'esame generale delle relazioni fra Italia e Etiopia» 1• Eden assicurò che si sarebbe fatto, nel frattempo, un ulteriore tentativo di risolvere l'incidente secondo il trauaco del 1908 e, comunque, i firmatari del palio tripartito del 1906 si sarebbero incontrati per cercare una soluzione a<;cettabile per tutti , ma che l' incontro doveva essere auto rizzato dalla lega 2 . Le due risoluzioni naturalmente vennero approvate. Avcnol ben dipinse il mome nto. I delegati delle altre dodici nazioni presenti nel Consiglio «Erano abbasianza consci della gravità e dei peri coli della situazione e sapevano per la maggior pane ch'era minacciata la loro s1essa ~icurczza. Ma erano stati indotli a credere eh.: 1iconoscerc apenmnemc la verità dei foni e aprire una discussione su quelle che ne sarebbero potute essere le conseguen2.e. avrebbe esasperato il di11a1ore italiano, distrugge ndo la possibilità che la Francia e l' lnghiherra potessero arrivcire a trovare i mezzi per distoglierlo dal suo proposiLo (...). C'era un altro moti vo al silen zio delle Potenze minori. Non ·solo si preoccupavano di non offendere I' halia, ,nasi trovavano anche nell'assoluta inceneua di quel che avrebbero fan o le ahre Grandi Potenze quando si verificasse la crisi. La parola s<m;;ioni non era sulle labbra di nes~uno. rua era nella mente di nmi ( ...)» ' ·

Ne l frattempo, il 30 luglio, il Foreign Office aveva inviato a L ava] un promemoria nel quale, mentre dichiarava inaccettabile la conquista italiana del l'Abissinia, rilevava la perdita d i importanza dell'amici;:ia italiana, motivi per cui la Gran Bretag na riteneva valesse la pe na d i fare fronte con dure7.7.a alle iniziative di Mussolini, anche per no n incoraggiare la politica italiana ad «altre avventure e ad un ulteriore opportunismo». Il tutto condito con apprezzamenti poco lusinghieri per Mussolini, per il regime fascista e per g li italian i•. Lavai fece conoscere il promemoria ne lla sua interezza ad Aloisi ' e M ussolini se ne adontò per la ferita a li ' orgoglio personale e della nazione . . Peraltro Mussolini si rese anche conto, forse per la prima volta, della reale possibi lità di uno scontro aperto con la Gran Bretagna. Il IO agosto A loisi annotò sul diario: «La nota inglese alla Francia ha terribilmente irrigidito la situazione. Il Duce pensa che non si potrà evitare il conflitto con l'Tnghilterra>> 6. Infatti il 3 agosto Mussolini informò il Re dell'aggravarsi della tensione italo-bri tannica. Vittorio Emanuele III rispose il giorno seguente. Ringraziò per le buone notizie

' L. Vn,t.AR l, Swria dip/011wtica del c11njli110 italo-e1i11pico cit.. p. 77. ' A. EDEN. Memorie cic., pp. 314-315. Aloisia Mus~olini in data 4 .8. 1935. DDI, 8' serie. I. doc. 664. ' In G.W. BAER, ui guerra italo-etiopica cit., p. 3 14. 'R. GUAR IGLIA, Ricordi cii., p. 250. 5 Poi. in agosto. si penti e si fece restituire da Aloisi la nota originale. sostituendola con un altro testo «purgato» (ibidem. p. 250). 6 P. ALOlSI, Jounwl ci t.. p. 292.


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del paese e del]' Africa orientale», però, a proposito del I.a Gran Bretagna, il tono cambiò: «È mia ardente speranza che troverete il modo di evitare un urto violento con l' Inghiltena. Questa sarebbe una faccenda della massima gravità per l'Italia, dati i dubbi che si potrebbero nutrire riguardo all'atteggiamento della Francia. Io sono d 'avviso che se la Francia dovesse scegliere tra l'amicizia nostra e quella con la Gran Bretagna, fin irebbe con lo scegliere quest' ultima» 1• La previsione non era difficile da formulare e Mussolin i, evidentemente impensierito, se non proprio preoccupato, 1'8 agosto telegrafò a Grandi: «Al punco in cui sono le cose si tratta di sapere se la Gran Bretagna è disposta a farci la guer-

ra per evitare che noi la facciamo all ' Eliopia. È necessario, quindi, che io abbia la tua impressione sulla questione»'.

In attesa della risposta dell'ambasciatore, si rivolse a Badoglio: «Nell'eventualitì1 di dover fronteggiare una situazione di estrerna tensione con l' Ingh ilterra. prego Vostra Eccellenza di mettere irrunediatarnente allo studio il problema della nostra difesa e di impa11ire ai tre Stati Maggiori le disposizioni più urgenti» ).

Una direttiva stilata in questi termini appare molto, molto strana. Senza spiegare che cosa si dovesse intendere per situazione d i «esù·ema tensione», Mussolini chiedeva di por mano ad uno studio di difensiva globale e nel contempo di impartire agli Stati Maggiori di forza armata precise disposizioni! Sorvolando sul fatto che naturalmente esistevano presso i tre Stati Maggiori studi o progetti difensivi, quanto meno parziali, e che uno dei compiti del capo di Stato Maggiore Generale riguardava per l'appunto il coordinamento della sistemazione difensiva dello Stato, davvero Mussolini riteneva di nulla dover dire ai tre sottosegretari, lui che si era posto alla testa di tutti i dicasteri militari? In ogni caso è evidente la mancanza di concrete informazioni sulla situazione politico-strategica da porre alla base di un qualunque studio. Dobbiamo perciò supporre che, quanto meno verbalmente, la questione sia stata assai meglio posta. Tutto sommato, l'atteggiamento di Mussolini sembra indicare non soltanto la sua convinzione di riuscire a controllare gli eventi, ma altresì quella di disporre cli margini di sicurezza. Così, l' l J agosto, con Aloisi in procinto di partire per Parigi per i negoziati delle tre Potenze occidentali, prima proclamò che «Anche se mi accordano tutto, preferisco vendicare Adua. Sono già pronto!» 4,

'GAET."-NO SAt.VEMJN J, Preludio alla seconda guerm mondiale (:a cura di A . ToJTe) in «Opera di G. Salvernini», lll, t,.,tilano 1967, pp. 4 14-415. La lettera fu riportata anche dal «Coniere d'informazione« dal 14-15 gennaio 1946 con il t.itolo, ad effcno, La lei/era del re che diede ii via all'avventura eriopica. In realtà, la lenera metteva in guardia Mussolini dal provocare uno scontro con la Gran Bretagna, considerata la Potenza che poteva consentire o vietare gli svi.luppi della vicenda abissina. z Mussolini a Grandi in data 8.8.1935, ODI, 8" serie, I, doc. 693 -' «Corriere d' informazione>> del 15-16 gennaio 1946. ' P. ALOJSt, Journal cit., pp. 292-294.


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poi, sul piano pratico, g li disse di parlare chiaro a Lavai, promettendogli di ricambiare l'appoggio francese per l'Abissinia con quello italiano nella regione danubiana, nonché con la firma di un trattato con la Jugoslavia per bloccare Hitler 1. L'attesa risposta di Grandi sulle intenzioni inglesi atTivò il 15. Nessun dubbio sul fatto che il nervosismo del governo e dell'opinione pubil ica britannica stesse aumentando, tuttavia l'ipotesi cli un'azione isolata dell 'Inghilterra contro l'Italia non era mai stata prospettata seriamente. Tutto dipe ndeva dalle decisioni della Società delle Nazioni di arrivare all' applicazione cieli' art. J6 del Covenant ed alle sanzioni conseguenti. C'era da chiedersi se il governo britannico fosse deciso a spingere la procedura fino all'applicazione cli sanzioni militari contro l'Italia, comunque era noto che nulla avrebbe fatto a Ginevra senza un previo accordo con la Francia. Quanto all'opinione pubblica, nonostante l'evidente peggioramento dei rapporti fra i due paesi, essa si di vicleva ancora fra «sanzionisti» e «neL1lralisti» ~. Il commento di Salvemini appare centrato: «Con un uomo come Mussolini non era possibi le indovinare fino a che punto egli fosse sincero, sino a che pu11to egli bluffasse e fino a che punto fosse trascinato dal suo stesso bluff» 3 .

Tn merito alla difesa nazionale, Badoglio tradusse l'espressione mussoliniana «estrema tensione» in «pericolo di guerra» e cominciò con il fare il punto dell'efficienza militare. Il 13 agosto convocò i tre capi di Stato Maggiore Baistrocchi, Cavagna1i e Valle - ed il giorno successivo riferì al Duce la valutazione fatta dai clirett.i responsabili. Il .generale Baistrocchi si dichiarava molto fiducioso per l'esercito, sia perché a buon livello cli forza presente grazie alla parziale mobilitazione, sia perché gli inglesi in Egitto, unico fronte tetTestre, non potevano suscitare serie apprensioni . L'ammiraglio Cavagnari al contrario fu pessimista: la R. Marina tutt'al più era in grado di svolgere una sorta di <<guerriglia marittima»; l'esito di un qualsiasi combattimento navale con «grossi» inglesi era da reputarsi scontato (in senso negativo, naturalmente); l'azione della flotta britannica contro le nostre coste poteva, nella migliore nelle ipotesi, essere semplicemente disturbata• . Il generale Valle denunciò in termini espliciti il grave stato di crisi della R. Aeronautica: gli aerei erano vecchi, talché «un' alta percentuale di apparecchi( ... ) nella prima giornata saranno messi

'Ibidem, p. 294. ' Grandi a Mussolini in data l 5.8.1 935. ODI, 8' serie, I, doc. 740. ' G. SAl.YEMtN J, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., p. 415. 'L'ammirnglio Cavagnari, pur presentando come possibile l'occupazione di Ma lta nell 'ipotesi di una guerra contro il Regno Unito, non aveva esitato a dichiarare di gran lunga preferibile un pieno accordo con la Gran Bretagna (ASMAE, Fondo Lancelloni, 85).


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LA R ICONQUISTA DELLA LI BI A ( 1922- 1932)

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fuori servizio»; la «base mobile per 200 ap parecchi» costi tuita alle sei portaerei inglesi era in grado di trasferirsi «ove meglio crede» per eseguire rapidi e potenti bombardamenti. La conclusione di Badoglio fu sconsolante: ,,Tu1io il paese. indignato dal contegno inglese. seguirà con slancio Vostra Eccellenza qualunque siano le decision i prese. Ma ciò non toglie, anzi maggiormcmc rafforza negl i elernen1i diretrivi l'obbligo di esaminare con 1u1.1a freddezza la situazione(... ). Ma è, ripeto, mio s1rello dovere di dichiarare aJla Eccellenza Vostra che reputo la situazione nella quale verremo a tl'ovarci di gran lunga la più grave che mai il paese abbia anraversaro nella sua fo1tunosa storia di formazione di consolidarnenlù nazi<>nale» '.

In sostanza: poiché per mare e per aria non esisteva piano difensivo che tenesse, occon-eva evitare ad ogni costo una guerra con la Gran Bretagna. Comunque. i provvedimenti presi da Cavagnari riguardarono la mobilitazione de l la 1• squadra navale , il richiamo dei comple me nti della 2• squadra navale e la nomina dell 'am miraglio Gino Ducci a comandante delle F lotte navali ri unite 2. Valle. per parte sua, si orientò alla costituzione di quattro Comandi di settore aereo lungo le coste della penisola, due in Sicilia e Sardegna ed altri tre in Egeo, Libia ed Eritrea con la Mediterranean Fleet come obiettivo pri ncipale ,_ Ed i tre Stati Maggiori di forza annata si acci nsero alla progettazione di eventuali operazioni che in caso di guerra con la Gran Bretagna, a prescindere dalla ques tione etiopica , interessassero il bacino del Mediterraneo ". Bisog na anche dire che da parte britannica il ricorso a lla forza in Mediterraneo non era affatto visto con entusiasmo\

' G. ROCHAT, Militari e politici ci1.. pp. 226-227. Badoglio staccava nettamen1e la questione etiopica da quella bri tan nica. Per la prima. difatti, il 20 agoslo trasmise a Mussolini una memoria relativa al «primo sbalzo verso il ~ud». con obicnivi Adua eAdigrat (ihidem, doc. 64. pp. 469-473). 'E. CI HAVAR ELÌ..1, L'opera della Marina italia11a 11ella guerra itulo-e1iopic:a, Giuffré. Milano I 969, pp. 79-80. ·' AUSSMA. Urficio Stato Maggiore della R. Aeronautica. I Repan<>, Divisione operazioni, Operazione 'B'. Compiti per i Comandi di Sei/ore e direuive di 111assi11w per l'impiego di repar1i alle loro dipendenze in data 2 . 10.1935. 5 105, b. 68. ' Cfr. in proposito FORTUNATO M1N;-;1T1, /I 'nemico l'ero·. Gli obietrivi dei piani di opera:.io11.e co111ro la Gran Brerag11a nef comesto etiopico (magi/io 1935-maggio 1936), in «S toria Contemporanea», ag<>Stù 1995, n. 4. ' Si tenga present.e che il 4 marzo 1935 la «Dichiarazione relativa alla difosa,,, presentala dal governo bri tann ico sou<> forma di«Libm bianco,, ammetteva serie deficienze. nel dispositi vo di difesa e che a seguito del dibattito parlamentare il bilancio per la fonc annate aveva 1i c.:vmo un aumento Jimicam. A buon motivo il 15 marzo, in un anicolo sul «Tirncs», Liddell Han scrisse che <<Raggiungere in n1t1i e tre gli ambiti [militari] un livello di armamento che ci resti tu isca la sicurezza di un tempo è impossibile. per motivi tecnici e finanziari. Questa dura realtà ci cost1inge, volenti o nolemi. a riconoscere la s<>ggezione della sicurezza colleniva saggezza della politica ( ... )», cioè dell'appoggio alla Società delle Nazioni (B.H. LIDDELL 1-!ART, L'ar1e della guerra 11el XX secolo. Mondadori. !'vlilano 197 1, pp. 2 15-2 16.).


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Il Primo Lord del mare e capo di Stato Maggiore della Marina, Ernie Chatfield, considerava con accentuato pessimismo l'efficienza della Mediterranean Fleet. Si dichiarava sicuro che essa, beninteso previ congrui rinforzi, avrebbe potuto affrontare con successo la flotta italiana, tuttavia tenne ad avvertire senza perifrasi che il prezzo da pagare non sembrava giustificato dal motivo della guerra, tanto più che il Giappone sarebbe stato ben lieto di vedere la Royal Navy seriamente impegnata nel Medìte1Taneo. E, naturalmente, apresci ndere dalla potenziale minaccia tedesca a nord 1• Che il Regno Unito avesse problemi dì carattere m il itare era per Mussolini cosa nota per notiz ie fornite sia dal Servizio Informazion i Militari (S.LM.), secondo il quale la Mediterranean Fleet risultava in condizioni di inferiorità tecnica e per giunta dotata di appena mezz'ora dì fuoco, sia da Grandi, che il 15 agostO g li aveva scritto da Londra: «(. ..) L'Ammiragliato ha domandato qualche giorno per studiare la situazione, ed ha inviato quindi una risposta che il Gabi netto ha ricevuto qualche giorno prima della pa1ienza di Eden e Vansinar1 per Parigi. ln questa risposca avrebbe deuo chiaramente che l' Ammiragliato sconsiglia nel modo più deciso il Gabinetto ed il Forei1;11 Ofjìce di portare la sirnazione al punto in cui potesse essere richiesto l'intervento della flotta britannica per operazioni di guerra contro l' Italia, e ci<1 perché lo stato di efficien;,;a bellica delle unità navali britanniche nel Mediterraneo non è tale da gani ntire il successo di operazioni di guerra contro le unità della Marina ital iana e l'Armata Aerea dell ' Italia. L' Ammiragliato avrebbe aggiunto che le posizioni di offesa e di difesa britanniche nel Med iterraneo non sono oggi, di fronte alla preparazione ed all'efficienza bellica de ll' Italia, quali potevano essere considerate soltanto qualche tempo fa»'.

* * * Vale la pena d i riportare il pensiero cli Baistrocchi . Il 13 agosto, presumibilmente prima della seduta presso il capo di Stato Maggiore Generale, ebbe occasione di parlare con Mussolini. Due giorni più tardi presentò a quest'u ltimo un promemoria in cui assumeva un atteggiamento sostanzialmente difforme da quello manifestato da Badoglio. Mentre questi invitava ad un' estrema cautela nel confronto con l'Inghilterra, Baistrocchi comi nciè) col ribaltare il significato della parola «difesa» nel senso cli non lim itarla «solo a fissare la situazione>), ma anche e principalmente a riferirla «a un concetto operativo» cioè aggressivo. In altri termini la constatazione delle nostre inferiorità per mare e per aria doveva provocare la determinazione cli <<reagire al massimo».

'G.W. BAER, La iuerra iwlo-e1iopica cit., p. 337. L'amiraglio Fisher, comandante in capo della Medi1erra11ean Flee1, irritato per il giudizio. espresse una nena disapprovazione «per questo imbelle documento. La flotta del Mediterraneo non è affatto così debole come esso dice» (ANDREW CuNNtNG HAM, L'odissea di un. marinaio, Garzanti, Mi lano 1952. p. J 9). ' Grandi a Mussolini in data 15.8.1935, DDI, 8" serie, I, doc. 746.


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L'eventuale bombardamento di Malta era poca cosa: la «nostra azione potrà esplicarsi, audace e redditizia fino al massimo sacrificio [ !] alle tre strette - Gibilterra, canale di Sicilia, Suez - eventualmente a Bab el Mandeb». A tal fine considerava opportuno: rinforzare le truppe dell'Egeo, della Cirenaica e di Tobruk; studiare a grandi linee eventuali operazioni coloniali, specialmente se trasportate tutte o quasi le previste division i in Eritrea; assumere un atteggiamento con aerei e sottomarini in un quadro di massima cooperazione; accentuare il ritmo di produzione delle armi e munizioni; assicurarsi adeguate scorte cli materia prime; continuare a garantire massimi rifornimenti in A.O. anche via mare «costi quel che costi». Un simile discorso appare inaccettabile. Pur escludendo l'intenzione di Baistrocchi di incitare sul serio Mussolini ad una guerra con l'Inghilterra, bisogna dire nei fatti che, invece di appoggiare l'azione di Badoglio, ispirata ad una condotta molto prndente in considerazione della dubbia efficienza operativa delle nostre forze, col solo ipotizzare il conseguimento di risultati di rilievo contro obiettivi vitali britannici, rafforzava in Mussolini la tendenza ad osare, tipica dell'uomo. Baistrocchi concluse sostenendo che «in caso di lotta contro l' Inghi lterra, un contegno passivo ispirato al criterio di volere nulla o poco azzardare sarebbe assai pericoloso e contrario allo spirito ciel Regime che oggi è penetrato ovunque nel popolo italiano» 1• Piaggeria e retorica a parte, non si trattava tanto di decidere il contegno da tenere «in caso di lolla contro l' Inghiltena», quanto d i non tirare troppo la corda col rischio cli attirarsi addosso l'ostilità armata britannica, anche perché molto probabilmente sarebbe stata seguita da quella di altTi Stati.

** * A metà agosto si incontrarono a Parigi Lavai, Eden e Aloisi. Quest'ultimo chiese a Lavai, a quattr'occhi, di sostenere un predominio politico ed economico «italiano in Etiopia, ossia una specie di mandato di serie C, ma il francese rispose in tutta franchezza cli non poter accogliere una richiesta del genere, assicurando che si sarebbe opposto alla decisione cli applicare sanzioni all'Italia. 1• La conclusione della conferenza fu deludente. Il progetto messo a punto da Lavai e Eden prevedeva che l'Etiopia potesse rivolgersi alla Società delle Nazioni per promuovere l'assistenza collettiva necessaria allo sviluppo economico ed alla riorganizzazione amministrativa dell'impero. I conseguenti accordi fra le tre Potenze (Gran Bretagna, Francia, Italia) e l'Etiopia, approvati dal Consiglio

'Baistrocchi a MussoHini in data 15.8.1935, AUSSME, rcp. H 9, Fondo Car1eggio Capo del Governo, racc. I, fase. 2. ' L. V1LLAR I, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cii.. pp. I 84-1 85.


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della Lega, dovevano tener conto «degli interessi speciali riconoscì uti all'Italia (...) senza preg iudìzio dei diritti preesistenti riconosciuti alla Francia ed a lla Gran Bretagna». Il progetto non escludeva l'eventualità di «aggiustamentì» te rritoriali (non precisati). Era comunque esplicitamente proclamato il «rispetto del principio dell ' indipendenza e sovranità abissine e così pure quello della porta aperta in materia economica» '. E Lavai si preoccupò di avvertire Mussoli ni elle le proposte anglo-francesi costìtuivano l'estremo lìmite cui le due Potenze si sarebbero spinte per favorire un accordo negoziato e che, se non accolte dall'Italia, egli <<sarebbe stato costretto a schierarsi a fianco degli amici inglesi» 1 . La risposta di Mussolini fu un netto rifiuto: «Proposte assolutamente inaccenabi li da qualsias i punto di vis:ta. Potevano essere 111atc1ia d i discussione dieci mesi fa, e le a vremmo ugualmen te respinte; ma oggi elle l' Italia ha inviaco in Abissinia 280.000 uom ini e speso 2 miliardi. simi li proposte equi valgono a tentare d i umiliare l'Italia nel peggiore de i modi ( ...)» ' .

E il 20 agosto Mussol ini telegrafò a De Bono : «Conferenza tripartita di Parigi è fall ita. Ora c'è G inevra, ma la situazione d iplomatica è ormai esaurita. Puoi trarne le conclusionì ' . In effetti, a questo punto Francia e Gran Bretagna considerarono reale il pericolo che la controversia sfociasse a breve termine i.n vere e proprie ostilità. Il 22 l'ambasciatore italiano a Parigi, Cerru ti, comunicò che Lavai riteneva l'Ttalìa decisa ad iniziare le operazioni militari nella seconda metà di settembre e che «si augurava che, dopo un primo successo molto appariscente, fossi mo d isposti , avendo vendicato Aclua e dimostrato agli abissini qual'è la forza del1' italia, di mostrare moderazione e di esaminare la proposta di penetrazio ne econom ica respinta quattro giorni or sono». Anche se Cen-uti si era affrettato a «togliere ogni illusione al riguardo»' probabilmente non molto differente il pensiero di Mussolini , che proprio il giorno precedente aveva telegrafato a De Bono: <<( ...) lo credo che, dopo il 10 settembre, tu debba senz'altro aspettare la mia parola d'ordi ne ( ...). Le forze sono sufficienti per il primo scatto e per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Sulla li nea conqu istata ti fermerai e ti sistemerai per organizzare le retrovie e attendere g li eventi sul piano internazionale ( ... )»•.

' Lavai a Suvich in data 16.8.1935, ODI, s• serie, I. doc. 748. ' A . EDEN. Memorie ci t.. p.318. ' Mussolin i a Aloisi in data 17.8. 1935, DDI, 8° serie, I, doc. 767. ' B. MUSSOLIKI, Opera omnia c ii.. , XVII. p. 295. Dc Bono cifcrisce una versione più disinvolta : «Confere nia niente concl uso; c'è Ginevra c he concluderà lo stesso. Concludi» (E. DE BONO. La preparazione cit., p. 190). ·' Cerruti a Mussolini in data 22.8. 1935. DD I, 8" serie, l, doc. 787. • Mussol ini a De Bono in data 21 .8.1935. ibidem. I, doc . 788.


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Viste le circostanze, Lava] e Eden riconobbero la convenienza di mettersi d'accordo su lle posizione eia adottare nella sessione della Società delle Nazioni stabilita per l'inizio cli settembre. Lavai riconosceva inevitabile giungere ad «una qualche fo rma di condan na cieli' azione italiana», ma si palesava assai poco propenso a sbilanciarsi senza l' assoluta garanzia dell ' appoggio inglese - in luogo di quello italiano nei confronti della Germania, e ben sapeva come le assicurazioni categoriche non rientrassero nelle abitudini diplomatiche della Gran Bretagna . Comunque una discussione a ragion veduta sul eia farsi non poteva evidentemente aver luogo che allorquando la Lega avesse proc lamato l' Italia Stato aggressore. Alla cautela francese fece riscontro la reticenza inglese. Il governo Baldwin - che non d imenticava l' avvertimento cieli' Ammiragliato - escludeva che la Gran Bretagna fosse tenuta ad assumere il ruolo di guida della Lega e quindi stabilì di agire soltanto «collettivamente», vale a dire in relazione alle decisioni prese dalla Società delle nazioni . Alla base di questo indiritto politico del Foreign Office stava «l'ottimistica convinzione che Mussolini potesse ancora venire a patti» e, soprattutto, «la riluttanza a far qualunque cosa che potesse spingere il Duce ad atti avventati» 1• Tuttavia il 24 agosto la dichiarazione del Gabinetto, che il Regno Unito avrebbe tenuto fede agli obblighi derivanti dai trattati e dal Covenanr, costituì per Churchill «un fatto straordinario e, per me, dopo le mie conversazioni al Foreign Office, com pletamente inatteso». Si riferiva alle preoccupazioni per la minaccia italiana nel Mediterraneo 2 ed ai provvedimenti che avevano seguito la dichiarazione: il 27 agosto era stato annunciato che le guarnigioni di Malta e cli Aden venivano portate a pieno livello organ ico, ed il 29 la flot.ta del Med iterraneo abbandonava Malta per Alessandria, Porto Saicl e Haifa 3. Proprio quel giorno Mussolini - con il comunicato della ri unione del Consiglio dei ministri tenuta il 28 agosto a Bolzano, a l termine delle grandi manovre svoltesi in Allto Adige ed impostate sulla difesa contro un' invasione da nord - puntualizzava tre concetti fondamentali. Primo. la Gran Bretagna nu lla aveva da temere circa l'azione ital iana in Etiopia, in quanto «la politica dell'Italia non minaccia, né direttamente, né indirettamente, gl i interessi imperiali inglesi». In secondo luogo, la vicenda etiopica rivestiva un carattere strettamente coloniale privo di riflessi sulla situazione e uropea, «a meno che non si

' A. EDF.:-1, Memorie cit., p. 370. ' Sull'argornento cfr. MARIANO GABRIELE, Operazione C3: Malta, USSMM. Roma 1975. pp.

9- 12; F. M INNITI, Il nemico 11ero. Gli obiettivi dei piani di operazione contro la Gran Bretagna nel contesto etiopico cit. , pp. 577-580. ' L'ordine ufficiale di abbandonare Malia fu impa1tito il 22 agosto, ma i preliminari era no già in atto da un mese ed il provvedimento venne completato in settembre (R. Q UARTARARO, La crisi mediterranea 1935-36 in «S101i a Contemporanea», dicembre 1975, pp. 808-8!0,>.


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voglia correre il pericolo di scatenare una nuova guerra mondiale per evitare che l'Italia metta ordine in un vasto paese dove regnano le schiavitù più atroci e primitive condizioni di esistenza». Infine, parlare di sanzioni, comunque da approvare dalla Lega, era un discorso pericoloso perché significava «porsi su un piano inclinato dal quale si può sboccare nelle più gravi conseguenze» 1• Il tono del comunicato in fondo era misurato. Meno lo fu il discorso che Mussolini tenne il 31, ancora a Bolzano, in occasione della grande parata a conclusione delle manovre: «Entro il me$e di settembre alt1i duecent0mi la uomini saranno -chiamati nei vostri ranghi per ponare gli effettivi dell'esercito al livello previsto di un milione di uomini. Il mondo deve sapere, ancora una volta, che fino a quando si parlerà in maniera assurda e provocatoria di sanzioni, noi non 1inunceremo a un solo soldato, a un solo marinaio, a un solo aviere, ma porteremo al massimo livello possibile della potenza tulle le forz.e annate della nazione» '·

*

**

Settembre fu il mese cruciale ,_ Il Consiglio della Società delle Nazioni aprì la 80" sessione il 4 settembre per un esame complessivo del problema italoetiopica. A dispetto cieli' ostentata sicurezza men ifestata in ogni circostanza, Mussolini non intendeva rischiare troppo e una diecina di giorni prima della convocazione del Consiglio catechizzò a dovere l'ambasciatore Cerruti.. Doveva essere, in quel periodo, «l'Angelo Custode» di Lavai per convincerlo che «la questione più urgente è quella di evitare un urto fra Italia e Gran Bretagna. Tale urto potrebbe significare l'Anschluss e in poche settimane una Germania con 80 milioni di abitanti, ai confini dell'Ungheria, oltre al crollo della Lega dleUe Nazioni». E doveva suggeri re anche, «senza aver l'aria di avanzare ufficialmente la proposta>,, la convenienza di ampliare gli accordi militari stipulati di recente, trasfonnandoli in una vera e propria alleanza difensiva~. Lavai peraltro si tenne sulle generali. Asserì cli non credere che Londra int.endesse spingere i contrasti con l'Italia sino ad una guerra e nemmeno che si orientasse al blocco del canale cli Suez o dei porti italiani. Aci ogni modo non si doveva trascurare la delicatezza estrema della sua posizione fra due Potenze entrambe amiche della Francia'. Londra e Parigi avevano cercato, separatamente, di definire il rispettivo atteggiamento da assumere a Ginevra. Ma nessuna era riuscita nel l' intento. A

' B. M USSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, pp. 116-117. ' lhidem,pp. 118- 11 9. 'Sulla riunione di settembre a Ginevra cfr. L. V!LLARI, S1oria diplomatica del corif/iuo ita/oe1iopico cit., pp. 131- 149.

' Mussolini a Cerruti in data 25.8.1935, DDI, 8" serie, I, doc. 8 I5. < Cerruti a Mussolini in data 27.8.1935, ibidem, I, doc. 830.


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Parigi una lunga discussione, tenuta il 28 agosto dal Consiglio dei ministri, si tradusse nel solo proposito di stare a vedere quello che avrebbero fatto gl i inglesi e con un telegramma a Mussolini per avve11irlo cha la Francia non poteva abbandonare la Lega 1• A Londra, al termine di un'analoga riunione di Gabinetto tenuta il 22 agosto, il governo «semplicemente non era giunto ad alcuna concl usione circa la prossima mossa», cosicché il 1° settembre Eden partì per Ginevra <<privo di ogni istruzione» 2• Peggio ancora, durante la sua breve sosta, di passaggio, a Parigi, Lavai gli chiese assicurazione che «in futuro la Gran Bretagna sarebbe stata tanto ferma nel sostenere il Patto in Europa, sino ad anivare alle sanz.ioni, quanto sembrava esserlo oggi in Abissinia>}, alludendo ovviamente ad un'eventuale iniziativa tedesca contro la Francia. Ed Eden trovò «impossibile» promettere il 2 settembre un futuro appoggio incondizionato del Patto a prescindere dall'esito della vertenza in corso 3. I primi giorni di settembre fecero registrare due delusioni per l'Ital ia. La presentazione al Consiglio di un memoriale, molto dettagliato e conedato da fotografie e documenti, accusante l'Etiopia di aver costantemente violato gli accordi fi1111ati e cli non possedere un grado accettabile di organizzazione statale', e, in definitiva cli esser priva dei requisiti per essere membro della Società delle Nazioni, tutto sommato «cadde nel vuoto» 5 • Indubbiamente l'elencazione documentata delle accuse colpì l'uditorio, tanto più che il rappresentante abissino non seppe replicare se non per dichiarare infondate tali accuse, tuttavia non ne poteva certo de rivare l' intervento unilaterale italiano contro l'Abissinia in nome della Lega. Inoltre la commissione arbitrale presieduta dal ministro greco Politis dichiarò il governo italiano «immune da ogni responsabilità per non aver compiuto l' aggres.sione» ma del pari non responsabile il governo etiopico, sottintendendo per insufficienza di prove 6• Il 9 settembre si aprì la 16" sessione dell'Assemblea della Società delle Nazioni. I frettolosi, riservatissimi, incontri preliminari tra Hoare, Eden e Lavai per individuare il modo di rendere concreto il meccanismo della sicurezza collettiva rimasero, per l'ennesima volta, senza un punto d'arrivo. Hoare aveva appena ricevuto dall'ambasciatore D rummond un telegramma allarmante: «Nel loro attuale stato d'animo, tanto Mussolini quanto il popolo italiano sono capaci di commettere un suicidio se questa pare l'unica alternativa ad

'Lavai a Mussolini in data 30.8. l935, ibidem, I, doc. ' G .W. BAER. La guerra iwlo -e1iopica cit., pp. 405-407 e 456 n. 14. ' A. EDEN, Memorie cic., p. 328. 1 • Aloisi a Mussolini in data 5.9. I935, ODI. 3• serie, li, doc. 38 L'accodi accusa dcli' Italia scris~e Eden - consisteva «Ì'll due volunù a stampa e una serie di fotografie di ripugnante atrocità» ( A. EDEN Memorie cit., p. 329). ' R. G UAR IGLIA, Ricordi cil., p. 259. • Ibidem.


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un ·ammainabandiera. Roma è oggi piena cli voci d i un'imminente dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna( ... )» 1• Lavai sapeva da Mussolini che, nel caso di un conflitto italo-britannico, l'Italia avrebbe dovuto abbando nare la guardia al Brennero, però era stato informato dall'ambasciatore Chambrun che nessuna definitiva scelta era stata ancora fatta dal Duce e che rimaneva spazio per un 'intesa in extremis, specialmente se al di fuori della Lega. A lla fine Hoare e Lavai concordarono «se possibile [di) evitare di provocare Mussolini ad un'osti lità aperta, e che ogni sanzione economica decisa collettivamente dalla Lega. dovesse essere applicata con prudenza e gradatamente, e tenendo pienamente conto del fauo inevitabi le che gli Stati Un iti, il Giappone e la Germania non erano membri della Società delle Nazioni» '·

Il ricorso a sanzioni di natura militare era del tutto respinto. Più tardi Hoare spiegò : «Cosi escludemmo entrambi l'idea di una guerra con l'Italia, perché era un 'area pericolosa ed a doppio taglio per il futuro dell 'Europa» 3 • E Lavai : «Ci trovammo immediatamente d'accordo - riferì il 28 dicembre successivo alla Carnera francese - nell'escludere sanzioni militari, nel non adottare alcun provvedimento d i blocco navale, nel non prevedere neanche la chiusura del canale di Suez. nell'escludere, in una parola, tutto quanto potesse portare alla gue1Ta}> ' . Cosicché Hoare I' 11 settembre si ri volse aWAssemblea in questi termini: «( ...) Comincerò col riaffermare l'appoggio che il governo da me rappresen tato è sempre disposto a dare alla Società delle Nazioni e l'interesse per la sicurezza colleniva man irestato dal popolo britannico(...). Gli obblighi del Patto pennangono; le responsabilità che ci impongono sono notevolmente aumentate; ma una cosa è certa: se queste responsabilità devono essere assunte, devono esserlo collettivamcme. Se si devono correre rischi li corrano t.utti (. .. ). È opinione del governo di Sua Maestà che il problema [etiopico] ri vesta carattere economico piuttosto che territoriale e politico (...). L'atteggiamento del governo di Sua Maestà è sempre staro d'incrollabile tèdeltà alla Società delle Nazioni ed a rurc.i i principi di cui essa è l'alfiere, e il caso che è oggi davanti a noi non fa per nulla eccezione a quesia regola; ne segna, al contrario, la prosecuzione(... ). In conformità con i suoi precisi cd espliciti obblighi, la Societì, delle Nazioni è l'alfiere - ed il mio paese lo è con essa - del manten imento colleHivo del Patio, nella sua interezza e, in parcicolare, della resistenza tenace e collettiva a tutti gl i ani di aggressione non provocata (...)» 5 .

Il discorso di Hoare venne da tutti interpretato come un fermissimo alt all'Ital ia, anche a costo di usare la forza. Sfuggì il monito che «se ques te responsabilità devono essere assunte, devo no esserlo collettrvamente» . E sfuggì anche il sottile spostamento della questione su un piano assai meno pericoloso: «È

' A. EDEN, Memorie cit., p. 334.

ci!., pp. !68 -169 e 425-426. ·' J. PETERSEN, Hi1/er e /vfuss11/ini cii., p. 381. ' G.W. BAER, La Ruerra italo -eiiopica cit.. p. 427. ' Ibidem, pp. 429 -430. 'TEMPLEWOOD, Nine //'Oubles Years


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opinione del governo di Sua Maestà che il problema rivesta carattere economico piuttosto che territoriale e politico». Ovviamente si trattava del tentativo di trovare una scappatoia e di evitare le ostilità. L' impressione della determinazione inglese ricevette un ' immediata confer ma dalla notizia che il 12 settembre buona parte della Home Fleet (gli incrociatori da battaglia Hood e Renown, la 2" squadra incrociatori ed una flottiglia cli cacciatorpediniere) giungeva a Gibilterra. Lavai, colpi to anch'egli dalle parole cli Hoare, ammise con Aloisi di non poter dissociarsi dal la posizione britannica I e, dopo un paio cli giorni di si lenzio, dichiarò che la Francia rimaneva fedele al Cove11ant. E bbe, peraltro, cura di sottolineare due cose. Prima di tutto che la volontà della Gran Bretagna cli aderire al sistema della sicurezza collettiva era particolarmente apprezzata dalla Francia per la propria salvaguardia in Europa; in secondo luogo, che sperava ancora di trovare un'intesa con il capo del governo ital.iano 2 • Mussolini accolse i discorsi di Hoare e di Lavai con apparente calma. A quest'ultimo fece sapere, con un comunicato del 15 settembre, di aver preso atto con soddisfazione dell' amicizia dimostrata dalla Francia, «amicizia che l' Italia intende sviluppare e fottificare. non solo nell'i nteresse dei due paesi, ma anche in quello della collaborazione europea, i:hc non essere spezzata da un conflitto di carattere coloniale, o dall'impiego di sanzioni che non furono mai specilicate e ma i app licate nelle ben più gravi coniroversie precedenti fra memb1i della Lega delle Nazioni».

Quanto a Hoare, «Il Consiglio dei mi nistri, dopo aver constatato che attorno alla vicenda iialo-e1iopica si stanno coagulando 1.uue le forze dell'anti fascismo straniero, sente il dovere di riconfermare, nel lu man iera più esplicita, che il problema italo-etiopico non ammc11e soluzioni di compromesso, dopo gli ingenti sforzi e i sacrifici soppo11ati dall' Italia, e dopo la documentazione irrefutabile contenuta nel memorandum italiano presentato a Ginevra».

E, per maggior chiarezza, Mussolini specificò che il Consiglio dei ministri aveva esaminato «in quali condizioni si renderebbe impossibi le l' ulteriore permanenza dell'Italia nella Lega delle Nazioni» i. Poi il 15 settembre, in un'intervista a «Le Matin», affermò in tono di sfida: «Quanto agli altri, si renderanno conto di questo: che adottare sanzioni vorrebbe dire co1Tere il rischio di rifare la carta d'Europa( ... ). Vedremo cosa costerà spingere l'Italia tra le fi la di coloro che reclamano una nuova disn·ibuzione e, chissà, forse una maggiore giusitizia» ".

'Ibidem, p. 43 1. ' Ibidem, pp. 441 - 443. ' B. M USSOLINI. Opera omnia cit.. XXV II. p. 128. ' G. SALVEMINI, Preludio alla seconda guerra mondiale cic .. pp. 47 1-472. L'intervista fu pubblicata il I8 settembre.


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Alla ricerca di una via d'uscita, il Comjtato dei Cinque, istituito dalla Lega il 6 settembre escogitò la formula di una specie di «mandato internazionale». La proposta venne trasmessa a Roma da Aloisi con una lettera tutt'altro che ottimista, al punto di suggerire il nostro riconoscimento di un'Abissinia formalmente indipendente, anche se ridotta territorialmente e sotto il controllo della Società delle Nazioni, in modo da non far temere una pericolosa valorizzazio ne militare dell 'Etiopia da parte italiana'. Ma Mussolini respinse detta formula perché «elle représen.te la prise de possession. de l'Ethiopie de la part de la Societé des Nations ave e l 'exclusion pratique de l '!tali e» 1• Il 21 settembre, dunque, Aloisi consegnò la risposta ufficiale italiana, cortese ma negativa, al presidente del Comitato dei Cinque 3• Il governo d i Addis Abeba, dal canto suo, reputò il progetto lesivo di larga parte della libertà del paese, però, sicuro che sarebbe stato respinto dall'Italia, il 23 settembre si dichiarò disposto a discuterne, nell'intesa che comunque venissero salvaguardate la sovranità, l' indipendenza e l'integrità territoriale dell 'impero •. L' invio di una grossa aliquota della Home Fleet a Gibilterra non era stato deliberato come manifestazione di forza in appoggio al discorso di Hoare a Ginevra, bensì, molto più semplicemente, a titolo prudenziale. A quanto pare la iniziativa era stata presa dall'Ammiragliato, senza alcuna consultazione con il Foreign Office, sulla spinta emotiva del timore di una mossa inconsulta italiana, viste le voci allannistiche provenienti da Roma e la violenta campagna di stampa antinglese dei g iornali italiani. Tuttavia l'effetto suscitato fu di aperta minaccia e lasciò il segno nelle alte sfere di Roma. Basti, al riguardo, la notissima lettera che all'inizio di settembre Badoglio indirizzò a Mussolini: «Ho conferito stamane con gli ammiragli l:lurzaghi, Call!ù, Cavagnari. So che essi sono già smti convocaci dalla E. V. e mi risulla che V.E. ha richiesto loro di esprimere il proprio parere sulla situazione navale che si verrebbe a creare nel caso di un conflitto con l' Inghilterra. Cornplernndo quanto hanno detto gli anuniragli con quanto ha esposto S.E. Valle nella penultima riunione nel mio ufficio, e della quale ho inviato a V.E. il verbale, e ce nendo presence Io stato di preparazione delle nostre forze terrestri, io ho pocmo farmi un concetto esan.o della situai.ione, concetto che ora espri mo a V.E. con tutta franchezza, come è mio stretto dovere di fare. Le forze naval i inglesi sono in via di avanzato concentramento in due nuclei poderosi: - Med iterraneo orientale (Alessandria, Haifa, Pono Said): flona del Mediterraneo; - Mediterraneo occidcncale (Gibilterra): forze trane dalla Home Fleet.

'Aloisia Mussolini in data 19.9.1935, DDI, 8· serie. II , doc. 138. 'M ussolini a Lavai in data 25.12.1935, ibidem , Il. p. 9 15. Il 16 senembre Suvich. in un colloq uio con Chambrun. aveva ripetuto quall!o precisato da Mussolini a Eden a fine gi ugno: «Noi non abbiamo un programma massimo né un programma minimo. Noi abbiamo un solo programma c he ormai è noto e di dominio pubblico: richiediamo il dominio diretto sui paesi non Amhara, un protettorato con occupazione militare dell'Altipiano centrale, una rettifica di confine nel Tigrai». Charnbrun ma nifestò il dubbio che la Lega potesse accogliere simili richieste (Suvich a Mussoli ni in data 16.9.1 935, ibidem, Il, doc. 124). ' Mussolini alle rappresentanze italiane all'estero in data 21 .9. 193 ibidem, li, doc. 154 e 156. 'G.W. BAER, La guerrc1 italo-etiopica cii., p. 454.


LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLON IALE

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Esse rappresentano un insieme di forze che rispetto alle nostre non si può alrrimen1i defi nire che di «superio1i tà schiacciante>>. Non è possibile nutrire alcuna speranza di avere risultati positivi in una lotta contro cali forze, dato che la nostra Marina non è che una avanguardia senza grosso. Né bisogna che ci illudiamo sulla possibili tà di un a guerra d'insidia, possibile in stretto mare come J' Adriatico, non attuabile in un ma re come il Mediterraneo. Di fatto, dei nostri sommergibili più di 12 a 15 non potrebbero trovarsi in appostamento io un mare che supera le duemi la miglia e ciascun di essi verrebbe ad avere tale zona di sorveglianza da rendere quasi nu lla la probabilità di qualche buon colpo. D'altra pa1te le navi da banaglia inglesi, sco1tate da un'imponente massa di caccia, potrebbero sco1rnzzare nel Mediterraneo infliggendo n1tti i danni che vogl iono alle nostre coste con scarse difese. Né ci può giovare l'aviazione che S.E. Valle ha defi ni to in istato di crisi e di cui tlltta la pa1te vecchia che è la maggiore sarebbe fuori uso dopo pochi giorni di intenso lavoro. È vero che si costruiscono squadriglie nuove. i'vla bisogna preparare gli equipaggi per delli llppllrecchi e non si può pretendere che essi diano un positi vo rendimento se non danno un periodo abbastanza lungo di allenamento. In conclusione. e per adoperare termini precisi quali la gravità della situaòone richiede, la lotta condu rrebbe noi ad una vera catastrofe. Abbiamo inoltre 200.000 uomini nell' A.O. e le forze navali nOSlre in quei mari sono tali da essere messe presto fuori azione dalle preponderanti forze che l'lnghiltem1 sta riunendo a sud del Canale. Le nostre eruppe nell'A.0. hanno qualche mese - con precisione non l'ho ancora pot uto sapere - di rifornimenti. Dopo dovrebbero essere abbandonate a se stesse, né è da prendere in seri a considerazione, date le distanze e la natura dei cen-eni, l' ipotesi di ricercare mezzi di sussistenza nelle viciniori colonie inglesi . Né possiano sperare di minacciare seriamente l'Egi110 con l'addensamento di nostre forze in Cirenaica. giacché basta considerare che cosa sia il terreno della Marmarica e quello egiziano ad almeno 200 km dal nostro confine. per dedurre l'i mpossibilità a masse metropolitane di agire in quel settore. In questa lotta. dunque. tutto sarebbe contro di noi. Abbiamo, è vero, l'Esercito in gran parte mobilitato ed è ce1to che siffatta preparazione può stroncare velleità di poco amabili vicini. Ma se le divisioni dell'Esercito ci danno sicurezza alle frontiere terrestri , nu lla esse possono in una lotta contro l'Inghilterra. Dopo aver profondamente studiato il problema ed avere assaggiato lo spirito dei francesi nel mio recente viaggio', sono venuto alla conclusione che nessuno si muoverà in nostro aimo. limitandosi gli uni a fare platoniche manifestazioni di amicizia ed i più ad essere pienamente soddisfalli di questa grave situazione nostra. Vostra Eccellenza ha fano un bene enorme al nostro Paese. Lo ha messo ali' onore del mondo. V.E. non può interrompere questa a1.ione generosa. Né può, ramo meno, esporre il Paese ad un disastro che ci piomberebbe ad un livel lo balcanico. V.E. saprà sicu ramente nelle sue inesauribili ri sorse. di cui ha dato luminose prove, trovare una sol uzione onorevole all'a ngoscioso problema auuale, che eviti una guerra con l'Inghi lterra. E dopo quanto so pra non mi 1imane che assicurare V.E. che noi soldati compiremo fino al i' ult imo il nostro do vere»' .

' Badoglio all udeva alla visita in Francia a seguito dell'invito ri voltogli da Gamelin di assistere alle grandi manovre francesi. ' F RAKCESCO Rossi, Mussolini e lo Swto Maggiore. Regionale, Roma 1951. pp. 24-26. La data della leuera non è precisata.


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Mussol ini non era tanto invasato da non rendersi conto della estrema serietà delle osservazioni del capo di Stato Maggiore Generale e dell'immenso risch.io cui esponeva la propria posizione personale, oltre che iI regime fasc ista 1• Comprese che in una partita a due con la Gran Bretagna, sostenuta dalla Società delle Nazioni, l'Italia non poteva certo sperare di uscirne vittoriosa; tanto più che Suvich non gli aveva nascosto le preoccupazioni ed i timori derivanti da un'opinione pubblica mondiale in gran parte ostile perché più che incli ne a ritenere l'ltalia decisa «a voler fare la guerra a qualunque costo, scartando rigidamente ogni possibilità cli soluzione pacifica» 2• Si era dunque orientato a fare ricorso alle armi come extrema ratio, nell'eventualità che la Lega decidesse di adottare sanzioni militari, ma nel suo intimo era persuaso che gli ing lesi ed i francesi. rimanessero assai restii ad un provvedimento del genere. Pescando a llora nelle sue «inesauribili risorse», come aveva suggerito Badoglio, incaricò Suvich di prendere contatto con de Chambrun prospettando una soluzione che reputava soddisfacente per tutti (meno, ovviamente, l'Etiopia): se la Gran Bretagna e la Francia si fossero impegnate a non ricorrere a sanzioni militari, egli avrebbe rinunciato a «certe precauziòni mi litari» poste in atto in Libia. In altri termini, avrebbe ritirato le due divisioni testé inviate in Cire naica. Il mezzo migliore per agevolare la distensione nei rap porti italo-inglesi sarebbe stato il ritorno della Home Fleet nel Mare ciel Nord. Il I 8 settembre Suvich avanzò la proposta all 'ambasciatore francese 3 ed il giorno seguente Aloisi, a Ginevra, la ripeté a Laval. chiedendogl i di «passarla}} a Eden ". Lavai si prestò volentieri e nel colloquio con il ministro inglese chiese cli poter rassicurare Mussolini sul fatto che la Gran Bretagna non nutriva intenzione cli sba1Tare il canale cli Suez, né di bloccare Gibilterra. Eden informò subito il Foreign Office 5 ed a Londra si espresse un ceno interesse in merito, talché Hoare inviò a Mussolini un messaggio personale dichiarando che «il governo britannico non ha a lcun proposito di umil iare l'Ital ia e nemmeno il regime che la governa da tredici anni, regime che Hoare desidera forte, prospero e stabile»; formulando ogni assicurazione e garantendo che la Gran B retagna, per quanto decisa a partecipare ad una azione collettiva della Lega, si sarebbe limitata a sanzioni economiche; professandosi

1 A dire di Mussolini. a!r apparirc della Ho111e Flee1 a Gibilcem1 Badoglio «ebbe una grave crisi e considerò compromessa la parti ra» (B . M USSOLIN I, Storia di 1111 anno, Mondadori, Milano 1944, p. 19 1); ma secondo Suvich l'avvenimento suscitò nel D uce una paura «diventata quasi un' ossessione» che l' Inghilterra si apprestasse ad attaccare, ca neo da calmarsi soltnnto quando vide ,,col passare dei giorni,, che le cose nel MediLeJTaneo non cambiavano (F. Suv1cH, Memorie cii., p. 289). E. Huben de Lagardelle ha ricordato la confidenza di Mussolini: «Sco giocando il cucto per tutco. Se perdo ml.Lo è perduto» (E. HL'BERT DE L AGARDELLE, Mission a Rome: Mussolin i, Plon. Paris 1955, p. 160). ' Suvich a Mussolini in daw 16.9.1935, DDT, s• serie. 11, doc 125. ' Suvihh a Chambrun in data 18.9. 1935, ibide111 , 11, doc. 136. ' Aloisia Mussolini in data 19.9.1935. ibidem, ll, doc. 140 ' A. EDEK, Memorie cic.. pp. 337-338. Cfr. P. A LOISI, Jouma/ ciL., pp. 306-307.


LA DECISIONE POLITICA DI UN IMPERO COLONIALE

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«felice se si potesse trovare una soluzione onorevole prendendo in considerazione tutti gli elementi del problema» '. I-Ioare era tanto ben intenzionato che la sera del 24 settembre inviò a Eden istruzioni di «frenare» qualsiasi iniziativa del Consiglio della Società delle Nazioni: «Confido che non metterete premura al Consiglio perché discuta le sanzioni. È opinione del governo che, sebbene gl i sforzi del Comitato dei Cinque si siano dimos1rat i inefficaci ed esso abbia coffcnamcnr~ rimesso la questione al Consiglio, quest' ul1.irno dovrebbe compiere un ulteriore tema1ivo di trovare una soluzione, che potrebbe non essere senza speranza. dato un ceno mutamento di a1mosfera ridottosi a Roma sotto l'effe.no congiunto della pressione e del messaggio amichevole»'.

Ed il Consiglio della Lega istituì un Comitato dei Tredici (gli esponenti degli Stati presenti nel Consiglio, eccetto l'Italia) per un ultimo tentativo di conciliazione. Era, comunque, il passo iniziale per anivare a decidere le sanzioni eia applicare in caso di aggressione italiana 3 • Il 29 settembre, a Roma, un comunicaro ufficiale 1iportò le decisioni del Consiglio dei ministri, riunitosi il giorno prima, precisando subito che l'Italia non avre bbe abbandonato la Lega sino al giorno in cui questa non si fosse assunta la responsabilità cli «misure» contro J' Italia. Poi però fece capi re che l'orizzonte delle relazio.ni tra Roma e Londra si era rischiarato: «(...) La politica dell' Italia non ha rnire immediate a remote che possano fe,i re gli interessi della Gran Bretagna (... ). Il popolo inglese deve sapere (... ) che il governo italiano ha comunicato a quello britan nico di essere pronto a trattare per ulteriori accordi volti a tranquillizzare gli interessi legittimi dcll ' lnghi l1 en·a nell' Africa orientale. Il governo fascista dichiara nella maniera più solenne che e.viterà tulio quello che può allargare su un più vasi.O terreno il conflitto italo-etiopico(...)» ' .

Quel giorno, ad Addis Abeba, Heilé Selassié ricevette un rapporto dalla delegazione etiopica a Ginevra, che dava la guerra addirittura per imminente. Si rivolse ancora una volta alla Lega, annunciando la mobi litazione generale e chiedendo un urgente intervento~. Un passo inutile. Mussolini ormai reputava vinta la partita sul piano internazionale. Poteva adesso accingersi a vincerla sul piano militare ed a questo riguardo non vedeva serie diffico ltà. Sia per Badoglio, sia per Cavagnari e Valle, una volta tolto d i mezzo il pericolo inglese, i preparativi militari in corso avanzato in Africa,

' Colloquio Mussolini-Drurnrnond in data 23.9.1935, DDI. 8' serie. li , doc. 156. Cfr. A . EDEN, Memorie cit., p. 340. 'A. Eden. Memorie cii.. p. 342. ' P. Aloisi, Joumal cit., p. 308.

'B. MuSSOUNl, Opera 011mia cit., XXVII, p. 153. ' A. EDE:-1, Memorie cit. , pp. 344-345.


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LA RICONQUISTA DELLA LIB IA (1922- 1932)

orientale consentivano di affrontare l'impresa etiopica senza grossi problemi' . Ma non è tutto. Con un indubbio senso di realismo, nel passare all ' azione concreta Mussolini ebbe cura di seguire una linea cli condotta impostata su due concetti fondamentali. Sul terreno politico-diplomatico, quella di non troncare i rapporti, per tenui che potessero diventare, con Gran Bretagna e Francia, insi stendo sul comune interesse della solidarietà in Europa. Sul terreno militare, quello di ottenere rapidamente una grande e travolgente vittoria inviando in Africa uomini, mezzi e materiali senza alcun risparmio. Mussolini si stava rasserenando e lo prova iE modo con il quale considerò il difficile momento fina nziario. Sin dai primi di luglio si erano verifi cati a New York i sintomi di una presa di posizione della finanza internazionale, rapidamente diffusasi ovunque fosse presente l'organizzazione bancaria italiana. Inizialmente questo atteggiamento aveva assunto la forma di un drenaggio di depositi, poi si aggiunse una progressiva riduzione del crediti di accettazione, poi infine il rifiuto allo sconto di tratte accettate dalle nostre banche a Londra ed a New York; Tale procedimento di stampo sanzionistico pose subito la Sovrintendenza allo scambio delle valute di fronte al dilemma se abbandonare le banche al loro destino, con il risultato cli un'enorme perdita d ' immagine, oppure se sostenerle, sacrificando però buona parte delle riserve auree. 11 sovrintendente Guarneri propose di seguire la seconda via e Mussolini autorizzò la scelta. Però l'Italia si trovò di colpo impegnata al rimborso dei depositi e dei crediti di accettazione nonché al pagamento in contanti di qualsiasi rifornimento estero. In settembre le richieste di valuta da parte della Stato, comprese le necessità per l' i1npresa in Africa orientale, ammontarono a 225 milioni e quelle del commercio con l'estero a 287 milioni, mentre le divise provenienti dalle banche coprivano a stento un terza del fabbisogno. JI 25 settembre Guarneri ed il ministro delle Finanze Thaon cli Revel illustrarono a Mussolini l'estrema gravità della situazione raggiunta dalla gestione valutaria e suggerirono provvedimenti radicali intesi a seguire u1Ja politica valutaria di lesina e, nel contempo, provvedere alla mobil itazione d i nuove risorse. Mussolini approvò il disegno, ma si disse convinto che «nello spazio cli quindici giorni la crisi sarebbe stata superata». Ed anivò addirittura ad affermare: «Entro tre mesi la vertenza sarà risolta»~.

' Difalli il 17 seuembre Badoglio aveva espresso a Mussoli11i il parere che «ben esaminato il problema delle forze nello scacchiere eritreo», De Bono potesse attaccare non appena disponibili 6 divisioni metropolitane, oltre aile due indigene e gl i otto battaglioni non .i ndivisionati (G. ROCHJ\T. Mi/irari e poli1ici cit., p. 230). ' F. G UARNERI, Bauar.:lie economiche ji'e le ,Jue guerre cit. pp. 484-490.


I.A DECISIONE POUTICA DI UN tMPERO COLONIALE

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Il 29 rispose a De Bono, il quale aveva chiesto lumi circa la dichiarazione di guerra: «Nessu na dichiarazione di guerra nel primo tempo. Davanti alla mobilitazione generale che il Negus ha già annunciaco ufficialmente a Ginevra, bisogna tro ncare asso lutamen te gli indugi. Ti ordino di iniziare 1'avanzaia nelle prime ore del 3. dico 3 ottobre. Attendo immediata conferrna» '.

La decisione di aprire le osti lità non denotava superficialià circa le possibili conseguenze ciel gesto. Sotto il profilo politico era un rischio calcolato: dopo aver per tre volte respinto le proposte britanniche; Mussolini si rendeva conto cli non poter rimanere con le mani in mano, rischiando che qualcuno volesse «vedere» il suo bluff D'altro canto, pur convinto dell'assoluto rifiuto da parte di Baldwin e di Hoare della prospettiva di una guerra, capiva la necess ità di non tirare troppo la corda. Non per nulla Hoare aveva commentato che «La situazione è migliorata dopo l'incontro Mussolini-Drummond, ma non è affatto mutata né accen na a mutare. Italia ed Inghilterra sono rimaste nelle loro posizioni. Né io vedo ora come si uscirà ( ...)» 2 • Di conseguenza, Mussolini volle iniziare le operazioni senza dichiarazione di guerra, come del resto suggerito da Chambrun. In tal modo sarebbe stato molto più facile arrestare in qualunque momento dopo un primo tangibile successo, qualora consenùto od imposto dalle circostanze internazionali. E continuò a cercare un'intesa con Londra per realizzare quell 'acc<)!do generale che, solo, avrebbe assicurato solidità alla grande conquista in Etiopia e rafforzata la posizione internazionale ciel!' Italia 3• A lle 18,30 de l 2 ottobre il Duce comparve sul balcone di palazzo Venezia, davanti ad una piazza gremita di folla acclamante, e così presentò la situazione: «(...) Un 'ora solenne sta per scoccare nella storia della patria (..). (..,) attorno al tavolo della esosa pace non toccarono ali ' Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altru i. Abbiamo pazientato tredici anni durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l'Etiopia abbiamo pazicmato quarant 'anni ' Ora basta' Alle Lega delle Nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti. si parla di sanzioni ( ... ). Alle sanzioni economiche oppon-emo la nostra disciplina. la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrifi cio. Alle sanzioni militari risponderemo con sanzioni militari. Ad atti di guerra ri sponderemo con atti di guemi (...).

' Mussolini a De Bono in data 29.9.1935, DDI, s• serie, Il, doc. 202. ' Grandi a Mussol ini in data 30.9.1 935, ibidem, Il, doc. 209. ' Il IO ottobre Aloisi rimase stupefatto nel semirsi confidare da Mussoli ni che se gli avessero concesso «le grandi regioni vassalle dell 'Abissinia, l'affare si sarebbe potuto forse sistemare» (P. ALOISI, Journa/ cit., p. 310).


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LA RICONQUISTA DELLA LIB IA (1922-1 932)

Ma sia detto ancora una volta. nella maniera più categorica - ed io ne prendo in questo momcnro impegno sacro dava nti a voi - che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il caranere e la portata di un confli tto europeo (...) •.

La fol]a applaudì con entusiasmo. Però, di fronte a Francia e Gran Bretagna, Mussolini non volle dare troppo l'impressione di un' aperta sfida. Preavvisò, dunque, gli ambasciatori a Parigi ed a Londra che il mattino seguente avrebbero ricevuto il comunicato uffic iale delJ' inizio delle ostil ità e, poiché detto comunicato sarebbe apparso sui g iornali a mezzogiorno, prima delle 11 essi dovevano informare il Quai d 'Orsay ed il Foreign Office. Per Grandi, Mussolini aggiunse: ,<Voglio che Hoare sappia che, anche in questo periodo di più aspra tensione italo-britannica, rimangono per parte mia immutate le disponibilità a smobilitare nel Mediterraneo contemporaneamente all'Inghilterra e rimangono anche aperte le possibilità di u·attative italo-inglesi (... ) anche per una soluzione del conflitto italo-etiopico che possa essere soddisfacente per l'Italia>>1 .

B. M USSOI.INI, Opera omnia cit., XXVH, pp. 157- 160. ' Mussolini a Cerruti ed a Grandi in data 2. 10. 1935, DDI, 8' serie, Il. rispeHi vamente doc.

1

2 I7e2 l 8.


Parte seconda

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935-1936)


Capitolo III LE PREMESSE MILITARI l.

L'IMPOSTAZIONE DELLA CAMPAGNA

Per mettere in evidenza gli aspetti fondamentali dell'approccio militare al conflitto sembra utile soffermarsi brevemente sulla direzione complessiva dell'impresa nella sua fase preparatoria e descrivere l'evoluzione della concezione strategica. La direzione dell'impresa. Nella riunione del 14 gennaio 1935 al Vimi nale, sede del suo ufficio, Badoglio comunicò di aver ricevuto da Mussolini l'incarico di «coordinare la preparazione per l'emergenza A.O.». L'espressione era piuttosto generica o, quanto meno, si prestava ad essere interpretata in vario modo. Pensiamo che Badoglio si riferisse essenzialmente all'aspetto operativo, per il quale, come sappiamo, sin dall ' aprile 1934 egli si era impuntato con successo affinché ne fosse riconosciuta l'esclusiva competenza dello Stato Maggiore dell'esercito 1• Sta di fatto che la suddivisione dei compiti e delle responsabilità era tutt'altro che lineare e le interfere nze fra l'opera del ministero delle Colonie e quella, in particolare, del ministero della Guerra si verificarono con dannosa freq uenza. Non per nulla il 31 gennaio Baistrocchi presentò a Mussolini un promemoria con il quale sosteneva la necessità -

«che all'affl uenza ed invio dei mezzi vari per le colonie sovraintenda lo Stato Maggiore dell'faercito e non il ministero delle Colonie; soltanto così si potrà assicurare - attraverso un solo responsabile, il ministeco della Guerra - la perfetta efficienza dei materiali inviati in colonia; - che funzioni in quesw intenso lavoro di preparazione lo Stato Maggiore responsabile. gi usta gli ordini dati sin dall'ottobre scorso da V.E. a S.E. Badoglio ed a me. L'Esercito non può essere considerato alla stregua di un semplice serbatoio dove attingere e lo Stato Maggiore come organo di !rapasso delle commesse inoltrate dal ministero delle Colonie; - che a tutta la preparazione militare. specie in questo inizio (cioè in paese e dal paese verso l'Africa) che è il più importante, presieda un eme unico responsabi le. Il ministero delle Colonie non è a mio avviso, l'ente più idoneo per coordinare il lavoro delle tre branche del complesso organis mo militare(... ). Il Capo di S.M. Generale che, agli ordini di V.E., è il coordinatore delle forze armate, dovrebbe proprio in questo inizio interveni re: egli sa organizz.are» '·

' Badoglio a De Bono in data 7.4. I 934, in G. ROCHAT, Militari e politici cit., doc. Il cii .. 'Elaistrocchi a Mussolini in data 3 1. 1. 1935, AUSME. rep . H 9 Fondo Car1e1:gio Capo del governo, racc. I. Baistrocchi tenne a sottolineare, con una ce11a piaggeria. «i l fatto che V.E. è a capo di tutti i Ministeri militari e delle colonie, fac ilita l'unicità della preparazione , evitando così interferenze, malintesi, preconcetti, spese superflue», ma, a quanto pare, non si rese conto che - visto l'andazzo - stava accusando Mussolini di non saper coordinare tutte le redini di cui si era impadronito. Il che, dopo tutto, era verissimo.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935 - 1936)

Il promemoria di Baistrocchi, ineccepibile ed a buon conto c lassificato «Segreto-Personale» mirava non soltanto a mettere da parte il ministero delle Colonie, ma altresì a sollecitare Badoglio, il quale non sembrava dar segno di prendere di petto la questione, forse anche perché in attesa di conoscere il pens iero definitivo di Mussolini sulla epoca dell'impresa. Dal canto suo, quasi contemporaneamente, De Bono - che aveva appena assunto l'incarico di Alto Commissario - prende_va posizione: ,,Eccellenza - scrisse a Mussolini,-, sta bene che gli srndi e le conseguenti disposizioni per preparare siano devoluti agli Stati Maggiori che sono a Roma; ma la fase che attraversiamo adesso qu i in colonia è gia una fase inoltrata di esec uzione e di questo la responsabilità è esclusivamente mia se so1111 io c:he devo comandare. L'E. V. nel congedarmi mi manifestò la sua piena fiducia; io non chiedo ora che di lasciarmi fare, dandomene i mezzi che. per la verità, finora non mi furono lesi naci( ...)»'·

È difficile comprendere esattamente l' atteggiamento mentale cli Mussolin i nei confronti di De Bono. Da un lato è evidente il suo interesse che una figura «fascista» cli primo piano fosse alla testa dell'impresa, beninteso ai suoi diretti ordini. Dall'alo-o è altrettanto ovvià l'assoluta volontà di evitare un qualsiasi smacco di qualunque genere in campo operativo e sotto questo aspetto Mussolini non poteva trascurare il giudizio non molto posit,ivo di Badogl io. Insomma, si può ritenere che egli fosse orientato ad impiegare De Bono finché le circostanze non suggerissero o non imponessero un rruovo capo. Il che non significa necessariamente che egli già pensasse a Badoglio, p ur avendone con ogni probabilità intuitO la segreta ambizione. Ad ogni modo, quanto rappresentar.o eia Baistrocch i era più che convi ncente e Mussolini accolse il suggerimento. Così, il 5 febbraio , in una nuova riunione, Badoglio informò i sottosegretari ed i sottocapi di Stato Maggiore delle tre forze armate che il giorno precedente il capo del governo gli aveva esposto ,de sue idee ed alcune determinazioni», senza però giungere ancora a conclusioni, giacché aspettava un rapporto del!' Alto Commissario: «Solo dopo aver visto questo rapporto ed averlo stu diato e discusso con S.E. il Capo di S.M. Generale, potrà prendere delle decisioni, in base alle quali si entrerà nel campo operativo». Intanto aveva «dato ordine» a Badoglio di assumere il coordinamento delle richieste cli rinforzi e mezzi per l'Africa orientale rivolte al ministero delle Colonie e smistare le incombenze ai ministeri interessati. In proposito, Badoglio volle specificare che la sua opera avrebbe avuto «come particolare scopo quello di disciplinare l'organizzazione dei trasporti marittimi» 1 •

co

' De Bono a Mussolini in data 5.2.1935, in G. BIANCH I, Rivelazioni rnl co11flitto italo-etiopicit.. p. 147. ' A. BIAG!NJ e A. G 10NFRIDA , Lo Stato Ma1111iore Generale fra le due guerre cit., doc. 36,

pp. 337-338.


LE PREMESSE MILITAR I

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Stupisce francamente che Badoglio reputasse sufficiente per le necessità operative del capo di Stato Maggiore Generale un semplice «ufficio» cli sei ufficiali e che, lungi dall'approfittare dell'occasione per chiedere una modifica strutturale, si limitasse a domandare a Baistrocchi la «temporanea» assegnazione d i un maggiore ! 1• 1àle sua convinzione durerà sino al 1940. Come sempre il fattore finanziario condizionava pesantemente l' intera progettazione del le operazioni. In quelle circostanze, il sot.tosegretario alle Colonie, Lessona, intervenne per la prima volta alle riunio ni per l'esigenza A.O. e rese noto che, con tutte le buone intenzioni del ministero delle Finanze, le disponibilità cli cassa sino a giugno, cioè per l'esercizio finanziario in atto, erano molto esigue. Da parte loro i sottosegretari delle forze armate dichiararemo che le asseg nazioni del bilancio ordinario dovevano considerarsi interamente irn pegnat.e e quelle st.raordinarie già ipotecate. Al che Badoglio si riservò di sollevare il problema con Mussolini, specificando che «se dopo l'arrivo della relazione cieli' Alto Commissario per l' A.O., l' inizio delle operazion i sarà deciso per il 1935, allora sarà necessario disporre dei fondi occorrenti» 2 • Comunque la questione dell'armonizzazione dei preparativi non era affatto risolta: se dalla madrepatria Badoglio avvisava De Bono di essere stato designato come unico responsabile del coordinamento di «tutte le richieste e relati ve spedizioni dall'Itaha» 3, in colonia De Bono annotava s ul proprio diario che Mussoli ni «non vuole più che io corrisponda con Badoglio direttamente. Lo ha fatto dire anche a lui» ! 4 • Particolarmente significativa appare oggi la descrizione dei confli tti di competenza e della confusione reg nante nei rapporti tra i fu nzionari ed i ministeri interessati. Dal punto di vista di Lessona: «( ...) Il Ministero delle Colonie funzionava come il segretario generale del Capo del Governo in occasione della preparazione politica e militare della guerra e perciò trasmetteva ordini e sorvegliava .sulla loro esecuzione, ma i ri fomirnenti logistici delle forze annate erano lasciati ai rispettivi dicas1e1i milirari. Ogni sotrosegrerario delle forze armate teneva a son.oli neare che eseguiva gli ordini da mc trasmessi in quanto venivano dal Capo del Governo e che non si sentivano affatto subordinati a me. Tale situazione di dissid io dipendeva purtroppo dal non aver voluto Mussolini mettere in chiaro le nostre rispetci ve compeccnze. Egli avrebbe dovuto dare a me, nella qualità di coordinatore di tutte le attività, una posizione inequi vocabile di superiorità (ed allora molti contrasti

' Cfr. per converso la leuera di Pariani a Baiso·occhi in data 9.2.1935. con cui il sottocapo di Stato Maggiore propose lo scioglimemo dell' ufficio militare del ministero delle Colonie, privo di ragion d'essere, ed il «rinforzo», invece, dell'ufficio del capo di Stato Maggiore Generale (G. RocHAT, Miliwri e politici cit., doc. 34). ' A. BtAGINI e A. G!ONFRIDA, Lo Stato Maggiore Generale fra le due guerre cit.. doc. 35, pp. 338-34 1. ' Badoglio a De Bono in data 7.2. 1935. in G. ROCIIAT. Militari e politici ci t. , doc. 33. " Diario De Bono in data 13.2.1 935. in G. BIANCHI, Rivelazioni sul conjlillo italo-etiopico Ci!. , p. 57.


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sarebbero stati evitati), oppure esercicare personalmente quesca coordinazione. li voler mantenere i quauro sottosegrecari di Staro da lui dipendenti (Colonie, Guerra, Marina ed Aeronautica) allo scesso li vello quando di fatto quello delle Colonie aveva, e per la fiducia in esso riposta e per la perfeua organizzazione dei suoi servizi e per la competenza istituzionale e completa sul ccnicorio coloniale, supremazia sugli altri , equivaleva a sfasare l'azione di comando non garantendone la necessaria unità ( ...)».

E, addirittura, «Frequentemente io ero da lui [Mussolini) incaricato di compiere azioni ispetti ve sul! ' operato di altri sottosegretari mil itari in colonia e fatalmente questa mia azione, non essendo io investito dal Capo del Governo di una posizione gerarchica superiore, urtava la suscettibilità dei miei colleghi e mi poneva nelle condizioni di limitare le mie possibilità a redigere un rapp-0110 per il Capo del Governo. Ma questi comunicava le mie osservazioni ai miei colleghi e , ricevute le loro spiegazioni. che naturalmence tendevano a scagionarli, se ne dichiarava soddisfatto e le cose continuavano come prima, con l'unico risultato di aver inaspiito i rapporti fra me ed i miei colleghi» '·

Da perfetto burocrate il sottosegretario fornisce una lettura in chiave di «supremazia» e di «potere» della vicenda organizzativa; ma, prescindendo da tanta pochezza, non si può negare che la situazione era talmente ingarbugliata da risultare pregiudizievole per l'azione direttiva dello stesso Mussolini. A complicare ulteriormente le cose giunse I~ nomina di Graziani. Più che l'uomo, fu l'idea di cui era portatore, assai poco in sintonia con il disegno strategico in corso di pianificazione, a indurre subito Mussolini ad accarezzare per la Somalia. Per quanto avesse riconosciuto la convenienza di lasciare alla Somalia un compito nettamente difensivo anche per non incidere sull' entità dello sforzo previsto dalla scacchiere eritreo, che si voleva rapido e risolutivo qualunque fosse l' obiettivo della campagna, il Duce aveva recepito - e continuava a rimuginare - l'ammissione di Badoglio che quello scacchiere, per noi secondario, tale poteva non apparire agli occhi del Negus e che, quindi, convenisse irrobustirlo per scongiurare possibili insuccessi, pericolosissimi sotto il profilo psicologico i. Sulle prime Mussolini si limitò alla decisione di mandare in Somalia quattro battaglioni eritrei dislocati in Libia e 12 carri veloci , ma il 5 febbraio, in una riunione al Viminale presieduta da Badoglio, i principali esponenti mi litari concordarono sull'opportunità di ulteriori provvedimenti, e cioè dell' invio di una divisione metropolitana con un'aliquota di a11iglieria di corpo d'armata per la difesa del campo trincerato di Mogadiscio. Venne altresì riconosciuta la convenienza di destinare un generale di corpo d'armata per la doppia carica di governatore della colonia e di comandante delle truppe, in modo da assicurare una

1

A. Lessona, Memorie cit., pp. 158-161 . ' Badoglio a Mussolini in data I9 .1.1935, in G . Rocw.;r, MWtari e politici cit., doc. 3 1 cit..


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IL TEATRO D' OPERAZIONI DELL' AFRICA ORIENTALE


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ferma direzione delle operazioni militari. Badoglio fece il nome del generale Graziani e i presenti approvarono 1• Queste proposte delineavano un quadro del tutto nuovo, che fece maturare in Mussolini il proposito di un'offensiva «concomitante>> su Hanar, da tempo coltivata, se è vero che aveva, per conto suo, e specificato al generale Frusci, in partenza alla fine di gennaio per assumere il comando del Regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia, che quelle truppe dovevano essere portate al più presto al livello sufficiente per garantire la sicurezza della colonia, nonché per concorrere all'offensiva sferrata da nord « nell 'eventualità che ritenessimo in Somalia prendere l'iniziativa delle operazioni» 2• Con Graziani, il 21 fe bbraio, in vista del suo imbarco per Mogadiscio, fu ancora pìù esplicito: «Se, giungendo in Somalia - gli disse Mussolini, presemc Lessona - ella giudicherà uti le e possibile l'in vio di un'altra di visione metropolitana, mc la chieda e la manderò. Se ugualmente riterrà necessario raddoppiare il numero degl i aeroplani e carri veloci, lo domandi. Desidero infi ne che le truppe indige ne siano potenziaic al massimo, fino a raggiungere i 50.000 uomini. Il tutto perché penso che l'azione della Somalia potrà avere, in seguito, degli sviluppi assai interessanti, di caranerc offensivo, in direzione e con obiettivo Han-ar in concorso con le operazioni dal nord»'·

Il messaggio era chiarissimo: Graziani poteva rivolgersi direttamente a Mussolini su un canale privilegiato. I l che puntualmente accadde, scavalcando anche De Bono. La soluzione accontentava sia 'Graziani sia Lessona, sempre teso a primeggiare, soprattutto per la Somalia. Anche se nella riunione del 5 febbraio a l Viminate non aveva sollevato obiezione alcuna all'accentramento della preparazione militare nelle mani del capo di Stato Maggiore Generale, quando 1' 8 marzo, Graziani inviò un telegramma al ministero della Guerra ed a quello delle Colonie, Lessona si affrettò a puntualizzare: «Vostra Eccellenza può indirizzare Ministero Colonie che penserà recapito immediato per competenza»•. Contro l'invadenza di Lessona, Baistrocchi tornò alla carica i prim i di aprile, poco dopo la costituzione del Comando Superiore A.O .. La premessa con cui espose l'argomento a Mussolini era già di per sé eloquente:

1 A. Bt-'IGINI e A. G!ONFRIDA, Lo Srato Maggiore Generale fra le due guerre cit., doc. 36 cit.. Graziani prese la destinazione in mala pa11e. «Non ne rimasi lusi ngato affatto - scrisse molt i anni dopo - perché il compito si presentava, dalla Somalia, di carauere assol utamente difens ivo; il che equivaleva a rneue,rni fin dall ' in izio in una situaiione di quiescenz.a bellica sulle rive dell'Oceano lndiano (... ). È evidente che la mia destinazione laggiù non corrispondeva a necessità di carattere militare-politico, ma postillava la palese intenzione dello Stato Maggiore di rifilanni in una posizione secondaria( ...)» (RODOLFO GRAZIANI, Ho difeso la Patria; Garzanti, Milano 1.950, pp. 79-80). ' «Programma di massima dei provvdimenti necessari per l 'ulteriore sviluppo dell'organizzazione militare della Somalia del gen.. Frusci in data 31.1. 1935, AUSSME, Fondo Guerra italoeriopica, rep. D 2, racc. 36. ' Cfr. A. L ESSONJ\, Verso l'Impero cit., p. 198, e R. GRAZIANI, Fronte Sud, Mondadori, Milano 1938, p. 33. ' Lessona a Gra,:iani in data 12.3.1935, in G. ROCHAT, Nlilitari e politici cit.. p. 175, nota 19.


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« I. La gue1Ta nel!' A.O. sarà ben diversa dall.e altre imprese coloniali preparate e dirette dal Ministero delle Colonie (come intendeva fare l'ambiente che circu iva il De Bono); sarà invece una grande gue1Ta alla cui preparazione de ve sovraintendere per quanto interessa l'esercito, che ne ha il peso maggiore l'organo narnralc e responsabi le: il Ministero della Guerra (Stato lvlaggiore). 2. Il Ministero della Guccrn, che è agli ordini Vostri, non può - per la sua orga nizzaz.ione e stnctt1C ra - condi videre le responsabilità che gli competono con altri dicasteri (...). Ogni giornata che passa disc1Cte ndo, non organiz.7,ando, accresce le di ftìcohà di essere pronti ad ottobre».

Seguivano le accuse specifiche al ministero delle Colonie: «In questi ultimi tre mesi di preparnzione disordinata (che faceva capo a Cubeddu-Consoli) ' si constatano, giorno per giorno, i gravi inconvenienti delle i11te1ferenze diverse, della mancata unità di comando, per cui non essendo stato impiantato, dall'ouobre ad oggi, nessun magazzino: - al Ministero della G1Cerra seguita no ad afn uire richieste caotiche di materiali e personale (...) che esrracndo da ogni criterio organico (serviz,i adeguati ai bisogni) non possono non provocare pregiudizievoli soqirese; - il Ministero della Guerra non può essere considerato alla st.regua di un serbaroio o di un bazar dal quale quello delle Colonie attinge nel modo più disorganico in base alle richieste dell'Alto Commissario, mentre il Ministero delle Colonie appare il depositaci o della volontà di V.E. e dei desideri di Dc Bono e di Graziani».

Quanto a questi ultimi, «ognuno per conto proprio, si appresta ad una guerra offensiva con relative paradossali richieste a cui non bastano più tutte le risorse di tutto l'esercito, in ufficiali, sottufficiali, specialisti e materiali (incredibile ma vero, e siamo all' inizio). Non si è previsto nulla, non si scevera l' indispensabile dal necessario, dall ' opportuno ( ... )». Di conseguenza, Baistrocchi chiedeva - giustamente .- un chiarimento dei rapporti cli dipendenza di De Bono (come Alto Commissario, funzione politica, dal ministero delle Colonie e come Comandante Superiore, fun zio ne militare, dal ministero della Guerra) ed una messa a punto delle competenze designando il solo Comando del Corpo di Stato Maggiore, cioè il"ministero della Guerra, per la preparazione ed escl udendo il ministero delle Colonie, la cui attività direttiva sull'Intendenza A.O. stava creando una confusione destinata a crescere con l'aumento dell'organizzazione logistica. L' ufficio militare ciel ministero delle Colonie doveva, per quanto rignardava l'Africa orientale, «1idursi ad un semlice organo di collegamento (come hanno sempre insistito Badoglio, Bonzani e Pariani)». E, sempre in tema di attribuzioni, Baistrocchi volle insistere sull'argomento di fondo: la responsabilità, e quindi l'autorità, del solo ministero del la Guerra sui preparativi per l'impresa. Nel promemoria del 3 l gennaio egli aveva suggerit0 l' intervento del capo di Stato Maggiore Generale quale coordinatore; ma adesso, evidentemente riscontrato un prevalere di Badoglio, si espresse in modo assai diverso:

' U generale Cubeddu era. all'epoca, comandante del R.C.T.C. dell'Eritrea ed il colonnello Consoli capo dell' ufficio militare del ministero delle Colonie.


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«Il Capo di S.M.Generale è il consulente di V.E., specie per quanto si riferisce al coordinamento della preparazione e dell 'azione; però coordinamento non significa in franunettenza, interferenza od assenza. Ogni Ministero Militare (e per esso lo Stato Maggiore) opera in base agli ordini di V.E. nella sfera di sua competenza e responsabilità».

Insomma, per conferire armonia e regolarità alla preparazione militare ed all'approntamento del corpo di spedizione sarebbe bastato un semplice ordine del capo del governo così concepito: <<In seguito alla costituzione del Comando Superiore Forze Armate A.O. [avvenuta formalme-nte il 28 marzo] detto Comando per tutta la preparazione militare darà capo direttamente ai ministeri militari competenti». In tal modo, fra l'altro, il ministero delle Colonie sarebbe risultato «ben orientato» dal suo «organo di collegamento» (l' ufficio militare) con il ministero della Guerra 1• In definitiva, la frettolosità e J'approssimatività con le quali l'impresa cominciava ad assumere consistenza sono da addebitare in massima parte a Mussolini. Se l'abnorme raccolta di incarichi nelle sue mani presentava, per taluni versi, un innegabile vantaggio, per altri provoca vistosi scompensi, anche perché, date le leggi vigenti, tutti i ministeri avevano titolo per intervenire direttamente. Peggio ancora, detti interventi non potevano che risultare disarmonici ed interferentisi in quanto l'apparato logistico non era definibile con esattezza se prima non veniva redatto un vero e prorio piano di guerra. Non sappiamo come siano andate le cose, tuttavia, a quanto sembra, Mussolini mise a confronto Baistrocchi e Lessona e questi, più tardi, asserì che «la questione fu conclusa a favore del mio Ministero, dopo una scenata piuttosto violenta fra il Baistrocchi e me avvenuta alla presenza di Mussolini» 2• A completamento della «scenata>>, Lessona informò De Bono e Graziani che, per quanto Mussolini avesse «auiorizzato ministero Guerra Marina et Aviazione conisponderc direttamente Loro Eccellenze per casi paiticolari attinenti presente periodo mobilitazione forze e loro invio 1enitorio nostre colonie orientali con stretto vincolo da parte Loro Eccellenze 1ispondere sempre per tramite questo ministero»,

egli si trovava costretto ad invitarli a <<limiiare a streuo necessario corrispondenze personali perché questo ministero ha dovuto sosienere vere battaglie per rendere vitale suo incomestabile diritto di compeienza su rutto quanto avviene in pace c in guerra nei teniiori coloniali» '·

1 Baistrocchi «Alla persona del Capo del Governo» in data l 3 ottobre I935. in E. CANEVARI, La guerra ìwliana cit., I, pp. 400-402. La data è evidentemente inesatta. co nsiderato il testo del promemoria che si riferisce palesemente alla receme costituzione del Comando Supeiore A.O. («V.E. ha ora costituito il comando di guerra A.O. col suo Stato Maggiore e con la sua Intendenza»). Trattasi quindi con ogni verosimiglianza di un refuso per 13 aprile 1935. ' A. LESSONA, Memorìe cit., p. 155. Lessona non precisa in quale occasione abbia avuto luogo l'episodio, ma verosimilmente lo si può collocare in questa circostanza. 'Lessona a De Bono e Graziani in data 25.4.1935 (data di arrivo), ACS, Fondo Grazianì, b. 29, fase. rileg ..


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Tuttavia, pur volendo dar credito ad un certo rafforzamento della posizione personale di Lessona, restava in ogni caso lontana una soddisfacente soluzione in campo organizzativo. Basti accennare alla piega di sviluppo abnorme presa dalla questione Somalia. L'8 maggio il sottosegretario comunicò a Baistrocchi ed a Badoglio che Graziani - al quale evidentemente lasciava ampia libertà d'azione - aveva segnalato al «ministro delle Colonie», cioè Mussolini, la possibilità di un attacco abissino all'inizio della stagione delle piogge (giugnoluglio) e, più in paiticolare, dell'investimento della Somalia con una massa di 150 mila uomini. Di conseguenza, «S.E. il Capo del Governo, dopo aver personalmente esaminato la relazione. ha disposto che S.E. Graziani intensifichi gli arrruolamenti di indigeni in Somalia sino ad un massimo di 50.000 e com unichi l' ulteriore fabbisogno di materiale c di personale nazionale da destinare all'inquadramento delle nuove unità che secondo il genito degli a1rnolamenti stessi potranno cosriiuirsi» '.

Naturalmente Graziani non perse l' occasione per rappresentare ulteriori necessità, fatto di per sé non censurabile e persino comprensibile, ma - per quanto Baistrocchi accogliesse tutte le richieste e Mussolini autorizzasse l'acquisto all'estero di automezzi sino ad un massimo di 3 mila - non trovò di meglio che tornare a scrivere a Mussolini lamentando l'inerzia de l ministero della Guerra e chiedendo irritualmente, altri mezzi e quadrupedi 2• A giustificazione di questo modo di agire, Graziani spiegò: <<L' importanza dell'argomento e la necessità di mettermi .in condizion.i di co1Tispondere alle direttive ed alle aspettative della E. V. mi hanno indono anche questa volta a ri volgermi direttamente sembrandomi mancare, diversamente, al più assoluto mio dovere. Gli argomemi trattati sono del resto a completa conoscenza e approvati dal co mandante superiore A.O.,, ' .

Verso la fine del mese di maggio Lessona venne mandato da Mussolini in Eritrea, sia per sentire il parere di De Bono e di Graziani sulla possibilità e convenienza d i provocare un incidente di frontiera in Somalia, sia per rendersi conto e riferire sullo stato di approntamento in colonia. Al rientro in Italia, il sottosegretario presentò a Mussolini una corposa relazione che investiva tutti

' Lessona a Baistrocchi e. per conoscenza. a Badoglio in data 8.5. I935. in G. ROCHAT, Militari e politici cit., doc. 50.

' L'elenco di quanto occorreva venne recato a Roma dal cap. Di Dato e, per risolvere rapidamente il problema della spedizione, Graziani espresse a Mussolini il «subordi.nato parere che al capitano Di Dato sia messo a disposizione un piroscafo sul quale egli possa caricare personale. quadrupedi, materiali e ann.i richieste per condurle al pi(1 presto direttamente a Mogadiscio»! (Ibidem. p. 197). La domanda fu soddisfatta (Baistrocchi a Graziani in data 15.9.1935, ibidem, doc. 65). ' Graziani a Mussolini e De Bono in data 29.6. I935, ibidem, doc. 54. Naturalmente Baistrocchi fece le opportune rimostranze a Graziani per l'appello al capo del govemo, definito assai simile ad un S.0.S. - «sono superflui et poco riguardosi SOS et incitamenti» - pur stando attento a non coinvolgere Mussolini nei rimarchi (Baistrocchi a Graziani in data 8.7.1935, ibidem, doc. 55).


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gli aspetti dell' impresa: dalle linee generali (con riferimento specifico all'organizzazione logistica) all'aspetto militare (situazione organica del corpo di spedizione, piano di difesa, direttive operative diramate), quello politico (possibilità di sfruttare le rivalità dei capi abissi ni), a quello civile (rimpatrio delle famiglie). Ma, tirando il consuntivo, mise il dito sulla piaga: «Con 1'anuale ~istema, tali atcivi1à dei diversi ministeri interes.sati alla preparazione tese nme a fin di bene a far presto, continueranno ad accavallarsi, ad urtarsi, a ingenerare con rusione. se non saranno regolate e graduate nel tempo con criterio decisamente unitario. È indispensabile che co1Tisponden1emente ali ' Alto Commissario in colonia, un solo ente in patria, interprete della volomà di comando dell'E.V., sia il coordinatore ed il regolatore nei dettagli e nel tenpo di tutte le disparate attività che alla volontà del capo obbediscono. Poiché tali attività sono esclusivamente rivolte verso le colonie, è il ministero delle Colonie che deve riunirle in un fascio e convogliarle razionalmente verso la meta. Se non si add ìviene a questa azione unitaria coordinatrice e regolatrice non si può confermare la certezza di essere sul'fìcientemente pronti per la data fissata» '.

Queste considerazioni finali di sicuro non potevano riuscire gradite a Mussolini, che infatti non ne tenne conto e lasciò che l'andazzo instauratosi continuasse. Come in altre occasioni, mostrò d i non interessarsi più di tanto alle beghe tra i suoi dipendenti e, d 'altra parte, tenei;sene fuori ed intervenire solo per sanare gli attriti più gravi poteva essere la via più comoda. L'evoluzione della concezione strategica Il «Progetto A.O.», messo allo studio dal Comando del Corpo di Stato Maggiore alla fi ne cli aprile 1934 sulla base delle direttive di Badoglio, si riferiva all ' ipotesi di «un' azione abissina contro di noi, mentre noi non siamo impegnati in altro scacchiere di guerra», stroncata la quale sulle posizioni d i frontiera, sarebbe stato possibi le effettuare una controffensiva da determinare secondo gli eventi 2• Forze reputate occorrenti: almeno tre divisioni nazionali di composizione ad hoc, più una quarta da tenere in riserva in Italia 3, e due divisioni del R.C.T.C. dell' Eritrea con circa 30 mila ind igeni. Per l' aeronutica si pensava ad una c inquantina di apparecchi in tutto, più una riserva del 50%. Ln Somalia era

' «Relazione sullo stato della preparazione in Eri trea a fine maggio J935» in data 21.6.1935, in G. ROCHAT, Mili10ri e politici cit., doc. 52. 'Badoglio a Bonzani in data 26.4. 1934, in G. RocHt\T, Militari e politici cit., pp. 320-324. ' li «Progetto A.O.» fu concluso nell'agosto 1934. Esso contemplava l'impiego di un corpo d'armata metropol itano su 3.100 ufficiali, 80.000 truppe, I 4.000 quadrupedi, 2.500 autonezzi, 220 pezzi d'aniglieria e 46 can-i (dati a1Tot:ondati). Le divisioni predesignate a costituire il corpo di spedizione erano la Gavinana, la Sila, la Peloritana e la Gran Sasso (Mi nistero della Guerra, Re/azio11e su/l'attivirà svolta per /'esif!enza A.O., Roma 1936. pp. 4 -5).


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prevista la mobilitazione di una brigata speciale, su due gruppi di tre battaglioni ciascuno, del R.C.T.C. della Somalia. Sino al dicembre dello stesso anno nelle due colonie fu dato corso a provvedimenti in relazione alla predetta esigenza essenzialmente difensiva, con uno spiccato ottimismo del ministero delle Colonie ed un altrettanto marcato scetticismo del capo di Stato Maggiore Generale e dello Stato Maggiore dell'esercito sulla «realizzabilità» , in tempi brevi, dell 'organizzazione prevista. Ricordiamo che la severa re lazione presentata a fine maggio 1934 dal colonnello Visconti Prasca. al ritorno dalla sua visita ispettiva, più che ricognitiva. in Eritrea 1, era stata accolta da Mussolini con l'ammissione che per «attivare tutte le provvidenze, per attrezzare convenientemente la colonia in tutti g li elementi costituivi del potere militare« occorrevano tre an ni 2, e che il 10 agosto Mussolini aveva ordinato al ministero delle Colonie di «imprimere un ritmo accelerato al la preparazione difensiva dell'Eritrea», non intendendo essere distratto dall'assai più impegnativa situazione europea l_ L'inizio delle vere e proprie predisposizioni logistiche si può dunque collocare a fine estate 1934. li primo atto concreto al riguardo fu la nomina, sia pure sulla carta, dell ' intendente del corpo di spedizione nel generale Dall 'Ora 4 • Questi esaminò l'intera documentazione concernente il «Progetto A.O.» allo studio presso il Comando del Corpo di Stato Maggiore, prese contauo con g li organi mini steriali e con g li uffici dello Stato Maggiore interessati e poi , il 7 novembre, comunicò: «Sono in grado di poter assolvere i compiti affidatimi nella carica di Intendente A.O.». Tenne però a mettere in chiaro che i lavori <<rite nuti indispensabili ed urgenti», compresi nel programma abbozzato a suo tempo da chi di dovere, si trovavano ancora nello stadio di «studio o di progetto>>. Perciò, tenuto conto d elle circostanze, l'invio del corpo di spedizione previsto era da reputarsi «se non impossibi le, certo molto difficile» e per g iunta «grave di incognite». Ad ogni modo, «qualora non si debba esc ludere l'eventualità di attuazione integrale dell'esigenza A.O.» occorreva conoscere esattamente «scopo e limiti del l' operazione da compiere» e dar subito corso ai lavori più impellenti per una conveniente attrezzatura territoriale dell'Eritrea. Contava, perciò, di recarsi in Africa orientale per valutare il problema logistico nella sua interezza, al presente ed in prospettiva, e programmare l 'organizzazione dei servizi del corpo di sped izione secondo le fas i consentite dalla cadenza dei lavori.

' Relazione in data 25.5.1834. in G. ROCHAT, Militari e politici cit., doc. 16 cit.. già pona10 in stralcio in precedenza. 'Badoglio a Mussolini in data 29.5.1934. ibidem. doc.18 cit.. 'Mussolini a De Bono, Badoglio e Baistrocchi in data I0.8.1934. ibidem. doc. 21 cit.. 'Sull 'organizzazione lngistica relativa alla campagna in A.O .. cfr. F1DENz1o DALL.'OR/\, !111ende11w A.O. , Istituto Nazionale Fascis1a di cultura, Roma 1937.


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Intanto si poteva procedere all'esame del fabbisogno sulla prima linea difensiva, nonché di quello complessivo derivante dal progetto iniziale compilato dallo Stato Maggiore dell'Esercito 1• De Bono si sentì punto sul vivo. Si era tanto sbilanciato con Mussolini che la ribadita insufficienza de[]' organizzazione eritrea, per non parlare di quella somala, lo toccò come una critica personale e si difese affermando che «di più non sarebbe stato possibile fare con gli scarsi mezzi disponibili, nonostante il fervore con cui gli organi da lui dipendenti si sono prodigati nell'intensa opera di preparazione (...)» 2• Il che rispondeva al vero, ma non giustificava affatto la sicumera dei suoi disegni operativi. Il commento di Badoglio a De Bono, si noti bene, in procinto di partire per Massaua e prendere sul posto le redini dell'impresa, fu quasi caustico poiché il programma stradale non poteva essere ultimato, pur lavorando a tutta intensità, che alla fine del 1936; poiché le comunicazioni radiotelegrafiche si trovavano allo stadio primordiale; poiché per l'allestimento delle basi aeree occorrevano due anni e spese notevoli; poiché era dubbio che entro il 1935 la forza aerea riuscisse ad essere a punto; poiché la questione delle basi di sbarco era tutta da risolvere, «( ...) possiamo concludere che ci occorrono almeno due anni, ossia sino a tutto il 1936, per essere abbastanza tranquilli sulla situai.ione. E se possiamo protrarre questo periodo sino a tutto il 1937, potremo allora considerare con assoluta sicurezza il problema dei nosrri rappo1ti con l'Abissinia. Del resto su questo argomento il capo del Governo ha già emanato direuive così precise che non ho altro da aggiungere».

Veramente, una cosa la aggiunse: «Il problema abiss.ino dovrà una volta essere risolto. Per il momento esso deve essere assoprocrastinato per dar modo a noi di prepararci convenientemente ed alla situazione politica in Eu ropa di schiari rsi. Occorre pertanto avere la vi rtù di Fabio: aspettare,, ' . I utamente

Le direttive di Mussolini in data 30 dicembre cambiarono molte cose. In primo luogo significarono la sua presenza diretta nella vicenda etiopica, così attiva e risoluta da spingere De Bono a scrivere sul diario: «li Principale in cose militari è un orecchiante. Lui manderebbe giù tutto l'Esercito, tutta l'Aviazione e tutta la Marina senza pensare a come là si possono collocare e far vivere. Vedrò, ripeto, sul posto (...)>> 4.

' Dall'Ora a Pariani in data 7.11.1934, allegato al promemoria dell' ufficio colonie dello Staro Maggiore dell'esercito in data 22.11.1934, in G. RocH11T, Militari e politici cit., doc. 25. ' De Bono a Baistrocchi in data 14.12. 1934, ibidem, doc. 27. Nella stessa lettera De Bono espresse il «nulla osra» che DaH'Ora si recasse in Eritrea nella seconda metà di gennaio (cioè dopo il suo insediamento quale Alto Commissario) ed «in abito civile» (cioè senza avere la veste ufficiale di Intendente). -' Badoglio a De Bono in data 18.12. 1934, ibidem, doc. 99. La lettera fu inviata in copia al Re ed a Mussolini. ' Diario De Bono in data 3.1.1935, in G.Bv1NCH1, Rive/azioni sul conflitto italo-etiopico cit, p. 40.


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De Bono arrivò a Massaua il 16 gennaio 1935, assumendo la carica di Alto Commissario in Africa orientale e, nel contempo, di governatore dell'Eritrea. Lo stesso giorno Mussolini avocò a sé il ministero delle Colonie, conservando Lessema quale sottosegretario. Queste le istruzioni impartite a De Bono: «Tu pani col ramoscello d' ulivo in tasca: vediamo come e se si 1isolve l'affare di Ua l-Ual. Se ci converrà accettare le condizioni che ci saranno fatte in conseguenza del lodo, sarà il caso che lU annunci all'imperatore la tua assunzione alla carica dicendogli che sei star.o mandato là per derimere i malintesi e per collaborare alla relazione di buon vicinato (...). Intanto prosegui attivamente nella preparai.ione, considerando sernpre il caso più difficile ed a noi più avverso. Se la soluzione dell' incidente o non avviene, o non è di nostra soddisfazione, seguiremo gli eventi secondo l'esclusi vo nostro punto di vista» '·

Il tutto significava che Mussolini non aveva ancora preso una decisione definitiva, riservandosi di valutare gli sviluppi politici in campo internazionale, e che, nonostante le relazioni di Visconti Prasca e cli Dall'Ora, riteneva le predisposizion i già soddisfacentemente avviate. Comunque De Bono si tenne per ribadito che Mussolini «vuol fare la guerra, possibilmente in ottobre» 2 . TI programma stabilito dall'Alto Commissario per l'approntamento dello strumento bellico si basava sui seguenti punti: mobilitazione occulta del la I" divisione indigena entro febbraio; afflusso della prima divisione metropolitana entro apri le; mobilitazione della 2° divisione indigena e dei servizi del corpo d'armata eritreo entro agosto; afflusso delle altre due divisioni metropolitane e dei servizi del corpo d'armata nazionale e dell'Intendenza tra la metà di agosto e la prima quindicina di settembre; afflusso degli aerei in relazione alla realizzazione delle infrastrutture indispensabili\ Ma Mussolini aveva ricevuto nel frattempo da Badoglio la risposta alle sue direttive del 30 dicembre. Le previsioni dei responsabili delle tre forze annate, emerse nel corso della riunione del 14 gennaio, non erano ottimistiche. Nelle conclusioni verbalizzate spiccava infatti una inequivocabile indicazione: la fase organizzativa di un conflitto della complessità di quello etiopico richiedeva un arco di tempo comprendente tutto il 1935 e, in più, i primi otto mesi del 1936 •. Badoglio si era affrettato a segnalare questa previsione a Mussolini, ma questi l' aveva incassata senza replicare. Peraltro aveva già scritto troppo ed insieme troppo poco. Sappiamo benissimo che non intendeva forzare anzitempo la situazione, tuttavia indubbiamente il «Progetto A.O.» doveva essere modificato.

1 E. DE BONO, La preparazione cit., p. 39. ' Diario De Bono in dala 10.1.1 935 in G. BIANCHI, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit.,

p. 40.

' De Bono a Badoglio ed a Baistrocehi in data 22.1. 1935 in G. ROCH1\T, Militari e politici cit., p. 133.

'Badoglio a Mussolini in data 19.1.1936, ibidem, doc. 31 cic..


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LA GUERRA ITALO-ETIOPI CA ( 193 5-1 936)

Non per nulla, quando Valle assicurò che per una guerra puramente difensiva l' Aeronautica poteva essere pronta per il novembre 1935, Badoglio annotò la lettera con eloquente: «Sta bene, ma S. E. il Capo del Governo deve ora dire le sue decisioni( ... )»'. In questo avvio di attività preliminare le perplessità affioravano un po' dovu nque. Baistrocchi incaricò il generale Parian i, sottocapo di Stato Maggiore del l'esercito, di inviare in Eritrea il generale Babbini per un giudizio, sul posto, circa i progetti allo studio e la situazione militare. La prima lettera di Babbini da Asmara fu chiarissima. Su lla difensiva nulla da dire: era stata affrontata «sufficientemente bene sulla base degli stud i precedenti)) e le tre divisioni nazionali e le· due indigene apparivano adeguate alla bisog na. Per la controffensiva (o l'offensiva) invece «difettavano concetti definitivi». A prescindere dall' ipotesi-base cli lasciars i attaccare dal nemico e poi contrattaccare - mentre gli abissini avrebbero anche potuto sottrarsi al nosu-o gioco ed aspettarci in posizioni montuose a loro più congeniali - il Comando Truppe d.ell ' Eritrea aveva previsto, in un suo progetto offensivo, che «le cinque divisioni possono penetrare nel territorio nemico fino anche a 200 chilometri dalla frontiera, approfittando di una momentanea superiorità di mezzi. Poi sarebbero occorsi rinforzi per continuare le operazioni>> . Ora, rilevava Babbini, la superiorità iniziale non risultava affatto sicura visto che le informazioni attribuivano agli abissini la capacità cli ammassare fi no a 600 mila uomini, ed anche riducendo di un terzo questo dato, da parte nostra si doveva calcolare la disponibilità pratica di ci rca 40 mila eritrei e 20 combattenti nazionali (circa 6 mila per divisione). Strano dunque che si corresse il rischio di anelare incontro alla massa principale abissina senza attendere quei rinforzi che disponibili sin dall'inizio, avrebbero consentito il successo sicuro (ovvio il riferimento al generale Baratieri). Tn sostanza, secondo Babbini l'offensiva richiedeva altre tre di visioni nazionali senza escl udere la necessità di altri eventuali rinforzi richiesti dallo sviluppo delle operazioni e dai tempi della campagna, non calcolabili con esattezza 2 • E, in una successiva lettera, confermò quanto gjà eletto, ammonendo che «l' impresa si presenta militarmente seria» ' . La relazione ufficiale di Babbini si dilungò sull 'azione difensiva. Da un lato ii levava l'impossibilità di presidiare l'intera linea principale di difesa, il cui sviluppo di oltre un centinaio di chilometri avrebbe provocato una pericolosissi ma dispersione di forze; dall'altro, però, sottolineava la non necessità, nella guerra coloniale, di mantenere la continuità del possesso del terreno per evitare

' Valle a Badoglio in data 22.1 .1 935, ibidem, doc. 32 ci t. ' Babbini a Pa1iani in data 6.2 . 1935, AUSSME, rep. H 9, Fondo Carteggio Capo del governo, racc. I. ' Babbini a Pariani in data 6.3 .1 935 , ibidem, rep. D I , Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 2 .


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gli aggiramenti. E, al riguardo, reputava possibile che gli abissini, a radunata completata, agissero a massa contro la fronte eritrea, tendendo all'aggiramentO del fianco occidentale del nostro dispositivo. Le direttrici naturali di attacco, conosciute per esperienza tradizionale, erano quelle che adducevano al tratto AcligratAdua-Axum da sud ed ancor più a ovest, cioè a Dembeguinà, da sud-ovest 1• Ma Mussolin i stava accarezzando per proprio conto l'occasione. Quando, il 27 gennaio, De Bono gli scrisse dichiarandosi convinto che il Negus non pensasse più ad attaccare, pur non escludendo la possibilità cli un colpo d i testa da parte di qualche ras del la zona e ribadendo che in Eritrea nulla esisteva di organizzato 2, rispose in tono quasi seccato e rifiutando l' idea che tut.to potesse arenarsi: ,,(...) Può anche essere che il Negus non abbia intenzione di attaccarci. nel qual caso dobbiamo noi stessi prendere l' ini z.iaLiva. Ciò non può avvenire se tu. olu·e ai negri. non disponi verso la fine di settembre di almeno 100 mila bianchi, i quali rapidamente devono salire a 200 mila. Io voglio mandarti entro l'anno 200 mila uomini. Così l'offensiva avrà forze sufficienti per spingersi a fondo e onem:re sin dal principio successi essenziali (.. .). Ho parlato due volte con Grazian i. Credo che ti potrì1essere di grande aiuto in Somalia, quando potrà disporre di 30-40 mi la uomini (...) '.

TI 6 marzo Badoglio gli presentò un documento, sulle cui conclusioni si sarebbe dovuto impostare la pianificazione della guerra in Africa orientale. Si trattava di un vero e proprio studio strategico, comprendente un 'analisi piuttosto dettagliata dei termini del problema e le deduzioni conseguenti, da assumere come direttive operative 4 • Anzitutto veniva dimostrata la assai vaga interdipendenza fra i due scacchieri, l'eritreo ed il S·Omalo, separati da ben 1.300 chilometri in linea d'aria, nonché l'impo1tanza clete1minante del primo per qualsiasi disegno controffensivo od offensivo. In secondo luogo era calcolato il probabile rapporto di forze. A conti fatti sembrava presumibile con sufficiente approssimazione che I' Abissinia potesse mobilitare 200-250 mila uomini verso nord e 80- lOO mila verso sud. Non definibile la riserva armata in posizione centrale. La valutazione dell'efficienza militare etiopica era espressa su valori piuttosto bassi: armamento indi viduale di vario tipo, un migliaio di mitragliatrici e fucili mitragliatori di specie e calibri diversi, un centinaio o poco pii:1 di pezzi di artiglieria da campagna, qualche carro armato, una diecina di aerei poco in ordine; addestramento buono soltanto per un quarto degli armati, rudimentale per l' artiglieria, i carri e gli aerei.

' Relazione Babbini data marzo 1935, ibidem, racc. 2, f. 7 . 'De Bono a Mussolini in data 27. 1. 1935, in G. BIA'ICHt, Rivelazioni sul co1rjTi1to italo-etiopico cit., pp. 140-142. 'Mussolini a De Bono in data 26.2. 1935, ibidem. p. 150. ' Badoglio a Mussolini in data 6.3.1935 in G. ROO·li\T, Militari e politici cit., doc. 35. pp. 392-404.


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Quanto alla radunata, si prevedeva che la massa abissina interessata al fronte settentrionale vi si raccogliesse in modo completo fra il secondo ed il terzo mese dalla fine delle piogge, e cioè fra il 15 novembre ed il l5 dicembre. Invece le forze destinate al fronte meridionale si sarebbero probabilmente riunite già a novembre, perché in gran parte già sul posto. La radunata italiana poteva essere compiuta entro i primi di febbraio 1936, (e non più nel settembre, come avevano indicato i massimi responsabili militari in consesso appena due mesi prima). Nello scacchiere eritreo, infatti, si consideravano disponibili una divisione metropolitana e due grosse divisioni ind igene, più le truppe dei bassopiani e dei forti, prima della stagione delle piogge. Poi altre due divisioni metropolitane sull'altopiano per il IO dicembre, ed una quarta divisione entro i primi di gennaio. E ancora i 150 carri veloci, 200 apparecchi da bombardamento ed una cinquantina di caccia disponibili per i primi di novembre. Il tutto, quindi, costituiva un «elemento di enorme importanza e di superiorità assoluta sull'avversario». Nello scacchiere somalo, le truppe sarebbero state già al completo per la metà di aprile: una divisione metropolitana, una grossa divisione indigena più 4 mila uomini delle bande, 50 carri veloci e 50 aerei. Dopo questo esame preliminare, Badoglio passava agli orientamenti operativi per la difensiva e per l'offensiva. Sintetizziamo le considerazioni esposte per i due scacchieri. Il concetto strategico sul quale regolare la condotta della difensiva in Eritrea era già stato approvato da Mussolini: «Attendere entro i nostri confini, ed appoggiati possibilmente alle nostre organizzazioni difensive, l'u110 delle masse abissine e dopo averle battute passare alla controffensiva nella direzione che risulterà più redditizia»'. Le posizioni difensive seguivano il bordo dell'altopiano (dove le truppe nazionali non incontravano difficoltà a manovrare), mentre nei bassopiani la difesa era affidata alle truppe indigene ed all'aviazione. Il grosso del le forze doveva esser tenuto alla mano neJla zona· Saganeiti-GuraAsmara «pronto a muovere non appena risulta, evidente la direzione e l'entità della minaccia nemici», e le azioni di bombardamento aereo dovevano essere strettamente regolate dal comandante superiore e «soltanto contro obiettivi di importanza vitale per non disperdere i nostri sforzi». Se il nemico, come auspicato, avesse attaccato con la massa, riunita od articolata in più colonne, non ne sarebbero derivate sostanziali difficoltà per la difesa, anzi probabilmente ne sarebbe derivato un successo definitivo. Tuttavia «Pmrcbbe darsi che il Negus procedesse bensì alla radunata delle sue forze verso il confine nostro senza procedere ad un'offensiva, e ciò sia per il timore noto di dar di cozzo cOJiu-o le nostre organizzazioni difensive, sia per attirarci fuori di esse in teffeno non preparato e dove evidentemente egli potrebbe poi affrontarci in rniglio1i condizioni per ottenere un successo(...).

' Ibidem, p. 396.


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Ma noi abbiamo ora un'arma che non avevamo nel 1896, ossia l'aviazione(...). Per più di 200 chilomelri a sud del nostro confine noi potremo rendere quasi impossibile la vita a masse che nel complesso ammonteranno a più di trecemo mila uomini. È questo che rappresenta l'assoluta superiorità nostra: l'offendere senza poter essere offesi ..)» '·

Quindi, o le masse etiopiche «avanzeranno e avremo la battaglia oppure inizieranno una ritirata che equivarrà ad una disfatta». Infine, se il nemico sopportasse l'offesa aerea «senza però decidersi né ad un attacco né ad una rit.irata>), allora non restava altra via per noi che dar corso all ' azione offensiva. li problema difensivo per la Somalia - l'unico possibile - si imperniava sull'assoluta necessità di contendere passo a passo ogni progresso nemico, tenendo però sempre presente che «per nessun motivo noi dobbiamo subìre un aggiramento strategico ed essere separati dal mare». Per questo motivo la divisione Peloritana era stata diretta a Mogadiscio per costruirvi un vero e proprio campo trincerato e, con gli elementi esuberanti, approvarne un altro a Chisimaio. In relazione a tale concezione, Badoglio aveva impartito a Graziani direttive adeguate: «Non appena si accentui la minaccia di una vigorosa pressione nemica, provvedere ad un concentramento delle forze mobili in modo da non dare al nemico la possibilità di facili successi contro nostri distaccamenti ( ... ). Concentrare le forze mobili su quella o su quelle linee di operazioni sulle quali egli intende agire, approfittare di ogni condizione favorevole di rapporti di forze o di terreno per infliggere le maggiori perdite all'avversario(...). Mantenere in ogni circostanza un'avveduta aggressività che 1enga alto il morale delle nostre truppe ed imponga timore al nemico (...)» '·

Il problema offensivo riguardava unicamente l' Eritrea e le ipotesi erano due. Qualora il Negus avesse stabilito di attaccarci sulle nostre posizioni, «noi dovremo affrontare o una grossa battaglia, od affrontare un seguito di rapide manovre che ci porteranno a combattimenti poderosi. Se la nostra superiorità di mezzi e di capacità tecnica dei reparti sarà ben sfruttata da un'abile ed energica azione di comando, noi possiamo avere fondate ragioni per ritenere che questo o questi urti finiranno in una vittoria per noi. Ed allora avverrà la ritirata avversaria, operazione questa che, se fu sempre delicata anche per eserciti a saldi vincoli organici, è sempre stata dissolvente per un -esercito cosituito come quello abissino». L'aeronautica non doveva dare tregua nell'inseguimento e le truppe dovevano procedere in profondità costituendo via via solidi punti di appoggio. Qualora, invece, fossimo obbligati a prendere l'iniziativa, avendo il nemico non soltanto rifiutato lo scontro ma altresì sopp011ato i nostri bombardamenti

' Ibidem, p. 400. 'Ibidem, pp. 401-402_


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aerei nel! 'intento di attenderci fuori dalle nostre posizioni ed imporre la lotta in circostanze ed in un terreno a lui favorevo li, allora si jmponeva attribuire alla nostra offensiva carattere sistematico con un'avanzata a sbalzi successivi, per la quale occorreva prevedere subito una consistente organizzazione volta a sviluppare, operazioni durante, un enorme complesso di lavori stradali. Il primo sbalzo poteva raggiungere Adigrat, ove esisteva la certezza di trovare acqua, ed Adua, per l'evidente motivo sentimentale. L'obiettivo finale era, naturalmente, Addis Abeba, a 700 chilometri in linea d'aria dal confine aritreo. La marcia sulla capitale doveva esser preceduta dall'azione massiccia dei bombardieri. «Tutto deve essere distrutto con bombe esplodenti ed incendiarie. Deve essere seminato il terrore in tutto l'impero» '. A conclusione d i questa memoria operativa, Badoglio fece due affermazioni, entrambe tendenziose. La prima, che «una guerra a fondo contro l'impero abissino rappresenta, senza alcuna disc ussione possibile, la più difficile impresa che possa essere ass unta da una nazione europea in Africa», quindi l'impresa era da prendere molto sul serio. La seconda, che «la grande complessità e difficoltà ciel problema esige che comandante e stato maggiore emergano per capacità organizzativa, per attività, energia ed abilità di comando». De Bono non sembrava al!' altezza della situazione, come del resto già detto più volte e senza perifrasi, in precedenza. · L'analisi, le deduzioni e le conclusioni dell'esame ciel problema strategico erano indubbiamente corrette (a parte l' implicita autocandidatura alla successione di De Bono), tuttavia non può che meravigliare lo scollamento tra le direttive impa,tite a Graziani da Mussolini e da Badoglio, ed ancor più stupire il silenzio conservato da Mussolini e da Lessona su una questione che in fondo, allo stato delle cose, poteva formare oggetto di tranquillo scambio di pareri. Non è peraltro da escludere che il capo di Stato Maggiore Generale, venuto comunque a conoscenza della vagheggiata offensiva s u Harrar, abbia preferito ignorare l'informazione per sottolineare intenzionalmente il concetto originario di una Smnalia sulla difensiva e provocare così un ' aperta risposta di Mussolini 2• Ancora un rilievo. Mentre nel documento del I9 _gennaio Badoglio poneva in primo piano la questione dei baraccamenti occorre nti per il ricovero del

' Ibidem , pp. 403 -404 . 'La frase con cui Badoglio si espresse nel documento era significmiva per l'implicito richiamo al rappono di dipendenza di Graziani dal capo di S.M. Gene rale e non da altri. «Le direttive scrisse Badoglio - sono le seguenti. Non appen a si accentu i la minaccia di una vigorosa press ione nemica, provvedere ad un concentramento delle forze mobi li in modo da non dare al nemico la possibilità di facil i successi contro nostri dis1accamenti ( ... ). Essere perciò preparati ad abbandonare posizioni troppo ecce ntriche ( ...). Evitare ad ogni costo di impegnarsi in un'azione che per troppa sproporzione di forze possa avere un risultato grave per le nostre forze mobi li ( ...). Mantenere in ogni circostanza un'avveduta aggresività ( ...)» (ibidem. pp. 402-403).


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corpo di spedizione in Eritrea, tanto da farne derivare i tempi della preparazione', nel presente studio del 6 marzo non figura alcun cenno al riguardo ed i tempi vengono, invece, riferiti ai trasporti: «Prima che s i inizi la stagione delle piogge avremo anche sul posto una divi,ione metropolitana. Attivando al massimo i trasponi noi potremo avere per il IO dicembre [ 1935] ultimata la concent razione di due altre d ivisioni metropolitane s ull 'al topiano eritreo. ed una quarta divisione vi potrebbe afflu ire fra dicembre ed i primi di gennaio [1936'1» '·

Mussoli ni replicò a tamburo battente. Accettò l'esposizione dei termini del problema strategico, ma, quanto alle conclusioni, «superò» di colpo le principali remore ravvisate nei quattro argomenti fondamentali: costituzione del corpo di spedizione, aviazione, Somalia, fattore logistico. Beninteso, non svolse un vero e proprio ragionamento di natura operativa, ma puntò direttamente all 'aritmetica, cioè alla «quantità>} come chiave della soluzione dei problemi . Quattro divisioni metropolitane apparivano adeguate per una vittoriosa difensiva in Eritrea, mentre non era possibile stabilire a priori l'entità delle forze occonenti per l'offensiva') Bene: entro settembre-ottobre di quello stesso I 935 dovevano partire non meno cli dieci divisioni. «Se si vuole avere la massa indispensabile per la controffensiva o, in mancanza di attacco abissino, per l' offensiva, è necessario avere in colonia (Eritrea-Somalia) I00 mila neri, 200 mila bianchi, 300 carri armati ( ...) e I 00 mila bianchi di riserva in Italia». L'aviazione si trovava ad avere un compito esorbitante a causa della vastità del teJTitorio? Bene: anziché 250 apparecchi di vario tipo, sarebbero stati impiegati da 300 a 500 aerei. Lo scacchiere somalo rivestiva importanza secondaria? Dissentì: «Non è esso molto più facile per una penetrazione nei confronti con l'Eritrea che ha di fro nte l'altopiano abissi no?(... ). Penso che con una massa ben armata di 40-50 mila uomini la pura difensiva sia un errore. Tale massa appoggiata da 300 carri veloci e 50-100 velivoli può penetrare molto a fondo in Etiopia e attraverso territori le cui popolazioni sono ostili ad Addis Abeba}>. Comunque esistevano già, in materia, proposte di Graziani. La manovra offensiva esigeva un'organizzazione di lavoro di decisiva importanza, dove ndosi procedere in profondità in Etiopia a sbalzi successivi determinati cli volta in volta dalla realizzazione di strade camionabili per i rifornimenti? Bene: «le masse occorrono anche per i servizi logistici: ci vogliono

' l tempi erano così scand iti: nel 1935 e nella prima metà del 1936 costruzione dei baraccamenti; nella prima metà de l 1936 inv io in Eritrea di tutti i materia li; nei mesi di giugno-luglio 1936 invio dei complementi pe r il corpo indigeno. dei servizi di corpo d' armata e d'Intendenza, nonché di una divisione; a partire dall'ottobre I936 invio delle d ue o tre altre divisioni. (Badoglio a Mussolini in data 19.1. 1935, ibidem. doc. 3 1 cic. , p. 188). 'Ibidem, p. 395.


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migliaia e migliaia di uomini (soldati ed operai) per creare le retrovie immediatamente dopo ogni sbalzo in avanti. Senza retrovie, niente rifornimenti e senza rifornimenti non si va avanti e nemmeno si può sostare sulle posizioni raggiunte» 1• Il discorso ali' apparenza lapalissiano, sottintendeva che l'invio di decine di migliaia di operai per i lavori non rappresentava un problema. A questa risposta per Badoglio era unita copia di una lettera spedita lo stesso giorno a De Bono, nella quale gli intendimenti di Mussolini erano manifestati in maniera ancor più incisiva: «(...) È mia profonda convinzione che - dovendo noi prendere a fine ottobre o fine settembre l'iniziativa delle operazioni - tu devi avere una forza complessi va di 300 mila 11omini (di cui l 00 mila neri circa fra le due colonie), più 300-500 aeroplani, più 300 carri veloci. Senza queste forze per alimentare la pene1ra1.ione offensiva, le operazioni non avranno il ritmo energico che noi vogliamo. Tu chiedi tre divisioni per la fine ottobre: io intendo mandanene 10, dico dieci: cinque di regolari dell'esercito; cinque di formazioni vo lontarie di camicie nere, le qual i saranno accuratamenre selezionate e preparate. Queste divisioni di camicie nere saranno la documentazione che l'impresa trova il consenso popolare. Il problema che tu devi affrontare è questo: alloggiare, n11trire, ,nuove re, far comballere 300 m.ila uomini. Problema grav isimo ma non insol ubile coi mezzi che io sono pronto a fornini in rempo utile (. ..). Anche in vista di possibili controversie intemazionali.(Società delle Nazioni etc.) è bene affrettare i tempi. Per poche migliaia di uomini che non c'erano perdemmo Adua: non comrneuerò rnai lo stesso errore. Voglio peccare per eccesso, non mai per difetto ( .. .)» ' .

Badoglio replicò in tono molto asciutto e non senza una larvata sufficienza. Per la Somalia dimostrò che mancavano in essa le condizioni essenziali di facilità di rifornimenti e di forze per scegliere quello scacchiere come il principale. «Le direttive strategiche da me date a S.E. Graziani corrispondono quindi alla situazione di fatto esistente in quello scacchiere»;. T utt'al più, ove Graziani fosse riuscir.o ad aumentare le forze indigene, la sua azione poteva essere caratterizzata da una maggiore aggressività 4. Per l'Eritrea, Badoglio si riferì al programma stilato da De Bono, che escludeva l' invio di una seconda divisione prima della stagione delle piogge, «non

' Mussolini a Badoglio in data 8.3.1935, ibidem, doc. 36. 'Mussolini a De Bono in data 8.3. I 935, ibidem, doc. 37. ' Mussolini aveva passato a Badoglio uno studio dell'ammiraglio Baistrocchi circa un'offensiva dalla Somalia. Badoglio osservò che «la memorìa dell'ammiraglio Baistrocchi sull'argomento, simile a rune le alire che sui più svariati argomenti il predetto ammiraglio ha compilato e diramato, non contiene che idee generiche non suffragate da elementi positivi e convincenti». ' Considerando l'ipotesi di una massa etiopica di circa 100 mila armati e l'impossiblità di impiegare truppe nazionali se non per la difesa di campi trincerati o per il presidio di taluni punti, Badoglio stimava doversi costituire ex novo (cioè oltre agli orto battaglioni esistenti od in via di mobilitazione) una cinquantina di battaglioni somali ed una trentina di batterie, il che era praticamente impossibile.


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essendo ammissibile che uomini e quadrupedi possano resistere alJo scoperto durante le piogge». Quanto alle divisioni della milizia, «sinora noi non abbiamo organizzato le camicie nere che in battaglioni. Occorre quindi provvedere alla organizzazione dei comandi di divisione e di brigata, alla costituzione delle batterie e dei reparti genio, sanità e sussistenza». E naturalmente bisognava non soltanto dotarle di uno scelto inquadramento, ma altresì porle in stato di efficienza sotto il profilo de ll ' amalgama e dell ' impiego. Il che doveva essere cominciato subito perché richiedeva molto tempo. Infine, il generale Valle si trovava in Africa orientale per studiare bene quanto concerneva l'aeronautica. Ad ogni modo, evidente l'impossibilità dì continuare a mandare in Eritrea gli aerei smontati in casse a bordo dei piroscafi, diventava urgente trattare con Gran Bretagna ed Egitto per il sorvolo dei territori egiziano e sudanese 1• Ma intanto Graziani, sbarcato a Mogadiscio il 7 marzo ed animato da sacro fuoco in virtù della carta bianca ricevuta dal capo del governo in prima persona alla presenza di Lessona 2, si stava dando da fare in Somalia, regolando le sue necessità di personale e mezzi anche in funzione della prevista possibi lità offensiva. Motivo per cui Badoglio non esitò a prendere posizione, trattandosi di argomento sul quale non intendeva recedere. Prima scrisse a Lessona, e per conoscenza ai tre sottosegretari militari: «Presi gli ordini da S.E. il Capo del Governo, mi preme dirimere un dubbio che pùlrebbe nascere dalla lettura del telegramma n. 89 in data 14 corrente del Governatore della Somalia specialmente dove la prefata Eccellenza accenna a di renive impaititegli dal Capo del Governo. Resta stabilito che la missione delle truppe della Somalia è quale risulta dal mio f. I 164.S in data 6 marzo 1935 (... ) '. Difensiva qu indi attivissima, ma mai problema offensivo in direzione di Harrar. Riterrei oppo11uno che su quanto sopra fosse richiamata l'attenzione dell'Alto Commissario per I' AO. e del governatore della Somalia» ' .

' Badoglio a Mussolini in data 12.3.1935, ibidem. doc. 38. ' «Dal primo giorno del mio arrivo qui - scriverà molto più tardi Graziani a Lessona - , pur preparandomi a ritirare le truppe su Mogadiscio, se necessario, ho spinto costantemente lo sguardo e la volontà sull'obiettivo lontano di Harrar, seguendo le direttive del Capo» (Graziani a Lessona in data 10. 10.1935, lettera non spedita, ibidem, doc. 67). ' Ibidem, doc. 35 cit.. 'Badoglio a Lessona in data 18.3.1935, AUSSME. rep. D 1. Fondo Guerra i1a/o-etiopica, racc. 2, fase. 11. Baistrocchi annotò nervosamente sulla lettera: «Quale pasticcio. Come c' entra Lessona?» Poi scrisse a Graziani ammonendolo per l'eccessività delle sue richieste: «(...) No, Graziani, no. Tu devi fare piani e progetti in base alle direttive che ricevi. Non puoi fare la guerra per conto tuo. Tu in base poi ai progetti inoltrerai le richieste organiche, sceverando ciò che è più urgente da quanto è necessano, ma non indispensabile: e così noi dall'lcalia avremo elementi per coordinare spedizioni di uomini, quadrnpedi, materiali (... )» (Baistrocchi a Graziani in data 26.3.1936, ibidem).


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Poi tornò a rivolgersi a Mussolini per una definitiva messa a punto: «Repu to opportu no un diretto interven10 di V.E. per ben precisare a S.E. Graziani quale debba essere il suo compito essenziale. Come si deduce dalle richieste inolrrate da S.E. Graziani, egli deve avere equivocato sop ra direttive che egli afferma gli furono date diretramente da V.E. In sostanza V.E., come ebbe a confermarmi, tracciò a S.E. Graziani una linea di difensiva attiva, la sola aua a garantire la colonia, imporsi al nemico. trattenendo cormo di sé le maggiori forze avversarie. Queste direitive sono le stesse eia me indicate nello studio che ho av uto l'onore di inviare a V.E. Invece S.E. Graziani dimostra di avere anzitutto per obiettivo una offensiva su Harrar e chiede enormi quantità cli mezzi all'uopo stimati necesari. Ciò porta, a mio avviso, ad una sconcordanza di idee che può dar luogo a seri incon ven ienti ( ...). Perciò invoco il diretto intervento di V.E.» ' .

Musoli ni aveva ormai nella testa Harrar. Non osò prendere di petto Badoglio né rimangiarsi quanto aveva detto a Graziani, perciò telegrafò a De Bono - il quale aveva nel frattempo suggerito a Graziani di non insistere con richieste formulate in tono assoluto - specificando che, «(...) Bisogna preparare una sistemazione difcnsiva. ma efficiente e per essere in grado di respingere un'eventuale azione nemica e per contrattaccare quando ci fosse un complesso di ci rcostanze sommamente favorevole. Confermo qu indi mie dircH ive e mie istruzioni date personalmente al generale Graziani»'.

•

E, nel dare comunicazione del telegramma a Badoglio, concluse significativamente: «con ciò è precisato il compito del generale Graziani nel settore somalo» 3 . Badog lio tacque. Se osteggiava l'offensiva su Harrar non dipendeva da puntiglio. Semplicemente, ben conoscendo l'indole di Graziani, voleva evitare che questa eventualità sfugisse di mano al Comando Superiore A.O., sia durante la preparazione, concedendo alla Somalia maggiori forze e mezzi del necessario per la sua funzione difensiva a detrimento dello sforzo principale, sia e soprattutto operazioni durante, determinando uno squilibrio strategico dagl i sv iluppi non esattamente ipotizzabili. In altre parole, Badoglio poteva accettare l'avanzata su Harrar solo se e quando esplicitamente ordinato dal comandante superiore, e solo una volt.a assicurata l'offensiva determinante dall'Eritrea. Non ammetteva alcuna iniziativa in proposito da parte di Graziani".

' Badoglio a Mussoli ni in data 4.4. 1935, in G. R.OCBAT, Miliwri e politici cit., doc. 43. ' Mussolini a De Bono in data 4.4.1935, i bidem. p. 180. 'Mussolini a Badoglio in data 4 .4.1935. ibidem, p. 18 I. ' La polemica. si acquetò, almeno per il momento, con l'assicurazione di Grazian i che nel suo programma operativo «ipotesi offensiva è subordinata a tali e tante condizioni organizzative da non po1er cerco lasciare possibilità né immediate né prossime. ma bensì assai remote. Alle quali tuttavia riterrei mia colpa non tenermi ft n da ora orientato(...)» (Graziani a Lessona in dara 14 .4.1 935, AUSSME, Fondo Guerra iralo-eriopica, (rep. D I, racc. 2. fase. 15).


LE PREMESSE MILITARI

245

Un paio di mesi più tardi prese fomrn la pianificazione della campagna. Il 7 luglio Mussolini trasmise al capo di Stato Maggiore Generale il «Piano per l'azione offensiva oltre il confine meridionale dell'Eritrea» in data 15 giugno, ricevuto da De Bono. Desiderava venisse esaminato e commentato, tenendo presente che lui, Mussolini, l'aveva approvato nelle linee generali, nella definizione degli obiettivi del primo sbalzo e dell'ant.icipo dell'inizio delle ostilità '. A premessa dello studio figurava la persuasione che soltanto da un 'offensiva immediata ed a fm1do si potesse ricavare la soluzione rapida e totale del conflitto e che il periodo più opportuno per attaccare fosse la fine di settembre, anche se la preparazione non risultasse completa. li disegno operativo vero e proprio era sostanzialmente aderente alle direttive strategiche diramate il 6 marzo da Badoglio. In sintesi: un'irruzione violenta, possibilmente di sorpresa, con una massa di manovra di 85 mila uomini, 16 mila quadrupedi e 200 pezzi, articolata in tre corpi d'armata, ed una riserva di 43 mila uomini, 6 mila quadrupedi e 138 pezzi. L'azione, svolta su tre direttrici e preceduta ed accompagnata da una serie di intensi bombardamenti aerei in profondit~t sino ad Addis Abeba, doveva conduJTe agli obiettivi di Adigrat-Adua-Axum. Il progetto però offriva il fianco a due fondamentali rilievi. Di sorpresa non era evidentemente il caso cli parlare, se non .in termini di celerità d'avanzata. Senonché anche sotto questo profilo esistevano fondati motivi cli dubbio. La valutazione dei tempi relativi allo svolgimento dello sbalzo iniziale - da I l a 16 ore per i nazionali e da 8 a 11 ore per gli indigeni per superare la cinquantina cli chilometri in linea d'aria intercorrenti fra il confine e gli obiettivi - non sembrava realistica. <<Perciò del progetto offensivo si potrebbe dire che esso sarà attuabile se l'organismo avrà capacità di funzionamento adeguato» 2 . TI secondo rilievo concerneva le operaziolli in Somalia, in merito alle quali le di rettive impartite da De Bono a Graziani erano suscettibili cli un'interpretazione troppo estensiva. Il concorso all'offensiva dall'Eritrea doveva essere, difatti, fornito «subito, sia pure, all' inizio, con le sole forze aeree e con minacce e attacchi teJTestri nella direzione che Ella riterrà al momento più conveniente, tenendo presente, come obiettivo finale, Hanar» ;_

' Mussolini a Badoglio in data 7 .7. I 935, ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 158 'Promemoria del generale Visconti Prasca pe( Badoglio in data 8.7.1935. in G. RoCHAT, Mili1ari e politici cit.. doc. 5-6, pp. 452-457. Visconti Prasca fece anche un'osservazione di fuoco: «Il Comando del Regio Corpo dell'Eritrea ed il ministero delle Colonie hanno inviato in passato e recentemente dei progetti le cui previsioni logistiche ed organiche. quando hanno dovuto tradursi in realtà, non si sono mai avverate sia nei tempi che nelle proporzioni (vedi potenzialità del porco di Massaua, possibilità di afflusso all 'altipiano eritreo, potenzialità stradale, disponibtlità idriche. ecc.). Perciò, dati questi precedenti, le previsioni logistiche del presente progetto offensivo, che cosituiscono la chiave di volta del progetto e la garanzia della sua atwabilità. sono soggette a cauzione» (ibidem, p. 456). ' De Bono a Graziani in data 2 1.6.1935, ibidem, doc. 53, p. 448.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935-1936)

Badoglio prese in esame il documento. La sua critica si appuntò su una certa avventurosità del progetto, originata forse dalla convinzione di De Bono «che cioè sia possibile con un colpo fortunato indurre il nemico alla resa. Illusione pericolosa questa, che già inquinò l'inizio delle nostre operazioni in Libia e nella guerra mondiale». La guerra invece, egli affermò, «sarà lunga ed asprissima» ed indicò come riferimento mentale (con qualche forzatura) la spedizione inglese di sir Napier. Il punto centrale del dissenso consisteva nel rifiuto, da parte di Badoglio, di accettare anche la sola idea di iniziare le ostilità prima che tutti i 250 aerei previsti fossero in posto ed in condizioni di operare a massa e senza limitazioni di sorta. Sotto l'aspetto logistico, poi, occorrevano calcoli accurati, sì da definire senza incertezze quanto ritenuto necessario e conoscere quanto sarebbe stato disponibile al momento voluto. L'argomento era delicato ma da considerare seriamente «perché tutte le previsioni logistiche presentate dall'Alto Commissario non si sono mai avverate sia nei tempi sia nel le proporzioni»! In sostanza, le condizioni indispensabili per muovere erano tre: la disponibilità in Eritrea delle quattro divisioni nazionali, di almeno tre di camicie nere e di tutta l' aviazione; l'esatto calcolo delle salmerie da impegnare per i rifornimenti sino agli obiettivi iniziali; la pianificazione e programmazione dei lavori stradali da compiere al seguito delle truppe. «Ogni impazienza in questo campo non è che debolezza» ammonì. Poi Badoglio tornò sulla vexata quaestio della Somalia. Già in precedenza aveva ammorbidito l'aspetto formale del conu·asto, riconoscendo preferibile definire come scacchiere offensivo (invece che principale) l'Eritrea e scacchiere difensivo (anziché secondario) la Somalia per evitare equivoci 1• Adesso riprese il discorso, dimostrando implicitamente ben collocata la richiesta, fatta tre mesi prima, di un intervento diretto di Mussolini per chiarire in termini inequivocabili a Graziani il compito fondamentale assegnato al fronte somalo e per garantire la necessaria disciplina delle intelligenze 2 • Non usò mezzi termini: «TI compito dimostrativo impegnativo aflidato al corpo di spedizione della Somalia non trova rispondenza nell'obiectivo linale fissato, e cioè Hacrnr, data la enorme distanza che ci separa da quell'obiettivo. Ma con un comandante in sonordine quale è S.E. Graziani bisogna essere ben precisi. ben decisi e pronti ad intervenire ad ogni più piccolo sconfinamento di attribuzioni. In una parola, bisogna che S.E. Graziani abbia ben chiara la percezione di quanto vuole S.E. l' Alco Commissario e la persuasione che deve anenersi alle prescrizioni ricevute».

' Badoglio a Mussolini in data 29.4.1935, ibidem, doc. 48. ' Badoglio a Mussolini in data 4.4.1935, ibidem, doc. 43' cit.


LE PREMESSE MILITARI

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Infine rintuzzò le sollecitazioni mussoliniane: i tre sottosegretari di forza armata stavano facendo l'impossibile, «ma la situazione in colonia è tale che non lascia adito a molte speranze di poter ottenere una sensibile accelerazione di trasporti» ; e per quanto concerneva l'aviazione, non soltanto Valle aveva affermato l' impossibilità di esser pronti prima della fine di ottobre, ma occorreva pensare anche al modo di fare arrivare gli aerei in Eritrea, questione internazionale «che solo V.E. può decidere» 1• Mussolini allora chiese il parere di Baistrocchi e questi si espresse ancor più negativamente: il piano era troppo teorico e basato su preconcetti più che su dati concreti; non teneva conto del nemico; trascurava pericolosamente la sicurezza delle singole colonne; non dava al problema logistico l'importanza che richiedeva; astraeva dall'impiego dell'aviazione in massa. Ad evitare il verificarsi del benché minimo scacco iniziale, che sarebbe stato «catastrofico» per il nostro prestigio militare e politico, suggeriva quindi di raggiungere gli obiettivi in due tempi anziché in uno solo. Prima l' occupazione di Adigrat, con due e non tre colonne; poi, ben sistemati ad Adigrat, procedere alla conquista di Adua 2 . Badoglio e Baistrocchi nei loro commenti si richiamavano a direttive ed opinioni di Mussolini 3• Non era la prima volta. Rochat ha rilevato la cosa come uno sforzo di «presentare il proprio pensiero come la retta interpretazione del pensiero del dittatore» •. Più probabilmente l'intento prevalente era di coinvolgere Mussolini, citando di proposito sue dichiarazioni per dare un ineccepibile sostegno alle critiche mosse a Lessona e Graziani, che si lasciavano trasportare, ed a De Bono, poco convincente come protagonista, e soprattutto come guida. Mussolini persuaso di possedere ormai idee chiarissime sulla situazione complessiva, cominciò a stabilire un punto fermo. Il 18 maggio avvisò De Bono della possibilità che in settembre, in occasione della riunione del Consiglio della Società delle Nazioni, si rendesse necessario il nostro distacco eia Ginevra». Perciò, considerando questa eventualità, diventava «assolutamente indispensabile non spostare la data di ottobre c:he abbiamo stabilito per l'inizio delle operaz.ioni. Quando dico ottobre, non voglio dire il 1° ottobre, ma deve essere entro ottobre e tanto più presto, tanto meglio. Per quell'epoca è pregiudiziale che tu abbia sul posto al completo le 1O divisioni metropolitane (... ).

'Badoglio a Mussolini in data 9.7.1935, ibidem, doc. 57. ' Baislrocchi a Mussolini in data 13.8. 1935, ibidem, doc. 63. Non si comprende come Mussolini abbia inviato al ministero della Guem1 il piano del Comando Superiore A.O. con tanto ritardo. ' Badoglio chiamò in c.ausa il giudizio di Mussolini sulla necessità di «allungare» i tempi del primo sbalzo; Baistrocchi, il concetto che aerei, carri armati e mezzi logistici, da usare a massa, fossero «indispensabili per trionfare». ' G. ROCH/\T, Militari e politici cit., p. 218, nota JO.


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Devi predisporre viveri e munjzioni per almeno tre anni e( ...) prevedere difficoltà di passaggio ciel canale di Suez( ...)»'. Intanto Lessona non demordeva. Il 26 luglio trasmise a Badoglio, beninteso d'ordine di Mussolini, un suo promemoria con il quale aveva presentato «alcune considerazioni di carattere politico che, a mio avviso, renderebbero oggi opportuno un riesame delle direttive di carattere strategico nei riguardi del teatro d'operazioni somalo». Non gli sembrava appropriata la definizione di scacchiere difensivo data a lla Somalia, perché, se gli abissini non avessero preso l'iniziativa, le nostre truppe si sarebbero trovate impreparate ad un 'offensiva. Giudicava controproducente un atteggiamento inutilmente difensivo perché avrebbe dan neggiato il nostro prestig io nell'Ogaden, le cui popolazioni erano in complesso ostili agli abissini e, essendo bellicose ed armate, potevano fornire eccellenti bande itTegolari cli supporto ad una nostra azione nel confinante Harrar. Queste considerazioni erano tanto importanti, secondo Lessona, da rendere «necessario che i militari tengano conto delle ragioni politiche le quali in questo caso possono essere altrettanti motivi cli forza militare». In caso di inazione abissina - c.ontin uava Lessona - non si deve creare uno stato di forza maggiore che ci inchiodi alla difensiva: questa poteva essere accettata come exrrema rario quattro mesi or sono di fronte alla minacciata offensiva abissina in forze verso la Somalia. Oggi non più; bisogna che le nostre forze agiscano con volontà aggressiva che può essere compresa fra un li mite minimo - presenza attiva in Ogaden mediante colonne leggere anche solamente di dubat - ed un limice massimo offensiva verso Harrai·, centro musulmano e capoluogo del feudo personale del negus in modo da influire sulle decisioni stesse della campagna e prevenirvi, se fosse il caso, gli inglesi provenienri dal Sornaliland».

Poi, dopo alcune disquisizioni sulla guerra manovrata, si domandò, con evidente tendenziosità. se potevano essere forn iti in tempo i mezzi per una guerra in Somal ia prudente ma aggressiva. La domanda non era affatto retorica perché chiamava in causa il ministero della Guerra: ,,La concezione dello Staro Maggiore è di adonare un atteggiamento difensivo-controffensivo. Ma tale atteggiamento è consigliato da una concezione strategica cui si perviene con piena libertà di decisione oppure è la conseguenza di uno stato d'impossibilità d'inviare i mezzi necessari all'offensiva in Somalia? Sarebbe oppo11uno di sciogliere questo inteJTogativo che contiene delicatissime responsabilità»'·

• Mussol ini a De Bono in data 18.5. 1935, DDI, s• serie, I, doc. 247. In utile sottolineare l'approssi matività di Mussolini in materia militare, in special modo in questione di natura logistica. Non aveva assolmamente idea di che cosa cornpo,tasse la disponibilità di dieci divisioni metropolitane al completo entro ottobre né, men che meno, di che cosa significasse l'ammassamento di sco1te in Eritrea per tre anni' Per meglio dire: era incapace di fare il confronto tra esigenze epossibilità. A prescindere poi dal falto che il tutto veniva dato come compito a De Bono, il quale invece doveva ricevere e non approvvigionare e spedire. ' Lessona a Badoglio in data 26.7. 1935, ibidem, doc . .'i8.


LE PREMESSE MJUTAR I

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Lessona ave va trovato alleati . D giorno dopo fu Suvich a trasmettere a Badoglio un suo appunto per il ministro degli Este ri (Mussoli ni), le c ui conclusio ni «hanno ricevuto l'approvazione di S.E. il Capo del Governo» (Mussolini). Il discorso di Suvich poggiava su due argomenti. Anzitutto l'impossibilità d i preven ire eventuali occ upazio ni britanniche in terri tori abissini prossimi ai possedime nti inglesi gius tificate da pretestuosi motivi di sicurezza. In secondo luogo, dal pericolo di dover ab bando nare popolazioni musulmane a noi favorevoli all' influenza etiopica. Ciò posto, «Non vi è dubbio che una noscra azione militare dalla Somaiia richiederebbe impiego di mezzi e di forze su scala maggiore che non ne richiedano operazioni dalla colonia eritrea( ... ); ma queste considerazioni di carattere più propriamente tecnico-militare, tanto più se unite a quelle di carat1erc più prop1iarnen te politico sopra esposte, sembrerebbero dover consigliare di predisporre sin da ora la preparazione necessaria ad effelluare, a momento opponuno, una nostra penetrazione mi litare in Etiopia anche dal sud» '.

Badoglio replicò a Lessona a giro di posta. Si era sforzato in più occasioni di porre in evidenza la i ndispensabilità di condurre le operazioni in Somalia con truppe indige ne. Gli abissi ni potevano co ncentrare contro que llo scacchiere 100 mila uomini, mentre noi no n raggiungevamo i 35 mila. Il terre no, inoltre, assai mal si prestava per l'utilizzazione di autocolonne. «Ecco perché - co ncluse in tono asci utto - pur tenendo nel dovuto conto delle giuste considerazioni di carattere politico da V.E. sottoposte a S.E. il capo del Governo, io sono costrclto a mantenere, nei riguardi delle operazioni nello scacchiere somalo, il pu nto di vista da me più volte esposto»'·

Non era fi nita. Il 3 agosto Lessona annunciò a Badogl io di aver studiato la creazione di una «divisione s traniera coloniale>> per l'impresa etiopica, naturalmente su ordine di Mussolini 3. Badoglio respinse ne ttame nte l'idea per motivi morali ( «Aclua fu sconfitta italiana, eia rivendicare da soldati italiani»), tecnici ( <<tnancando di tradizioni , l' unità av rebbe poca consistenza» ) e psicologici (Mussolini aveva voluto una larga partecipazione di camicie nere per conferire alla guerra «carattere prettamente nazionale e popolare>}) 4.

' Suvich (non identilic.,1to con cenezza) a Badoglio in data 27.7.1935, ibidem, doc. 59. ' Badoglio a Lessona in data 1.8. 1935, ibidem, doc. 61 . Lessona com memò: «Le mie considerazioni (... ) non ebbero favorevole accoglienza» (A. Lt::SSOKA, Verso l'impero cit., p. 20 1). ' Lessona a Badoglio in data 3.8.1935, ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 188. ' Badoglio a Lessona in data 15.8. 1935, ibidem, b. 4, n. I92. In quei giorni si verificò un nuovo scontro fra Lessona e Baistrocchi. Questi, il 22 agosto, repl icò: «Il concen uto della lu nga lettera di Codesto a questo Ministero mi induce a ritenere di non essere ri uscito a chiarire il mio pensiero con le mie, forse troppo sintetiche, lettere. In ogni modo. raccolgo ed apprezzo l'ulti ma parte del foglio al quale rispondo e che 1i assumo così ' nella presente situazione non distu rbare il nostro Grande Capo'(. ..)» (A USSìV{E, rep. D I, Fondo Guerra iwlo -etiopirn ., racc. 2, fase. 11). Nessun commento.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935 - l936}

A questo punto Badoglio pensò bene di tirare le somme e presentò a Mussolini una memoria riassuntiva sui principi da seguire per il primo sbalzo offensivo dall'Eritrea. Ci limitiamo a pochi cenni. Adigrat era l'obiettivo cli primaria, assoluta, importanza per organizzare immediatamente la costruzione di una camionabile a doppio transito oltre confine; Adua dava sicurezza alla conquista di Adigrat ed aveva valore sostanzialmente sentimentale; il dosaggio cli forze sulle tre direttrici adducenti a questi obiettivi dipendeva dalla dislocazione, non conosciuta, delle masse etiopiche. «Mancando l'elemento base, ogni schema Fano si n d 'ora su di una nostra avanzata sulla linea Adigrat-Ad ua non ha a lcuna sicurezza di ben corrispondere alla situazione che vi sarà al momento dell'attuazione. Ma all'infuori della situazione delle forze nemiche vi sono e lementi direi 1opografici e logi stici che ci possono indurre a seguire un determinaio itinerario piuttosto che un altro( ...)».

In definitiva, nell' intesa che le predisposizioni per l'avanzata su Acligrat dovevano comprendere la programmazione dei lavori stradali ad immediato seguito, la pianificazione del primo sbalzo poteva basarsi sui seguenti concetti: «A1tcndere fino all'u ltimo. in base alle notizie c he si avranno sulla dislocazione nemica, a stabilire la composizione delle colonne. Tener presente che per evitare qualsiasi sorpresa bisogna avere a piè d'opera, oltre le due di visioni indigene e le due J11etropolitane già in posto, al meno altre due di visioni di camicie nere ed un'allra divisione metropolitana. Bisogna inoltre lasciar passare un paio di settimane dopo ultimate le piogge per dar modo al terreno di asciugarsi. Questo periodo potrà essere sfruttato per un intenso impiego dell 'aviazionc nel senso da me indicato nelle direllive strategiche» '.

Qualche parola in proposito. Si trattava del terzo documento con il quale Badoglio impostò la campagna italo-etiopica. l i primo, del 19 gennaio, sintetizzava i termini del problema strategico e chiedeva tempo sino al settembre 1936 per la preparazione dell'impresa 2 • Il secondo, del 9 marzo, fissava le direttive strategiche per l'Eritrea (difensiva-controffensiva oppure offensiva) e per la Somalia (difensiva) e sollevava dubbi sulla scelta del comandante superiore A.O. e del suo capo di Stato Maggiore 3 . Questo terzo documento non apportava varianti a quanto detto in precedenza, ma concentrava di proposito ogni attenzione sul primo sbalzo operativo. Non si esprimeva in termini cli tempo minimo per completare i preparativi, bensì in termini di forze: poneva infatti come conditio sine qua non la disponibilità in colonia di sette divisioni (due indigene, tre metropolitane e due di camicie nere) e d i tutta l'aviazione prevista. Non si soffermava sull'aspetto logistico perché il generale Dall'Ora, nella sua rapida visita a Roma a metà agosto, aveva assicurato che per la fine

'Badoglio a Mussolini in data 20.8.1935. in G. ' Ibidem, doc. 3 1 c it .. ·' Ibidem, doc . 35 cit..

RoCHAT,

Mi/ilari e politici cii., doc. 64.


LE PREMESSE Mli .lTARI

25 1

del periodo delle piogge l'Intendenza sarebbe stata sufficientemente pronta per consentire il raggiungimento degli obiettivi iniziali. Lasciava alla competenza del comandante superiore il passaggio dal piano operativo alla concreta defini zione dell 'ordine d 'operazioni, in rapporto alle ultime informazio ni su dis locazione e, possibilmente, intendimenti del nem ico. Mancava ogni accenno al dopo Adigrat-Adua e non è d iffici le intui rne la ragione. S ia Badoglio s ia Mussolini erano perfettamente consapevoli dell' inelullabilità di una svolta, una volta compiuto lo sbalzo iniziale. TI primo per motivi di natura militare: riordinare il dispositivo, far affluire nuove truppe, preparare sul piano logistico la successiva spinta in ava nti . Il secondo per opportu nità cli politica internazionale: vedere le reazioni cli Gran Bretagna e F rancia, valutare l'atteggiamento della Società delle Nazioni, saggiare le eventuali possibilità di chiudere il conflitto in modo soddisfacente . Ciò chiarito, sarebbe stato dec iso lo sviluppo eia dare alle operazioni e, con esso, definita la questione del Comando S uperiore A.O .. La lettera di Badoglio a Mussoli ni recava la data del 20 agost.o. Proprio quel giorno Mussol ini aveva comunicato a De Bono il fall imento della conferenza tripartita di Parigi. Il giorno successivo incalzava il maresciallo con un nuovo messaggio : «Questa è l'uhi ma leuera che 1i scrivo prima dell'azione ( .. .). lo credo che dopo il I O se1.tembre tu debba senz'altro aspettare la mia parol a d'ordine. Le rorze sono sufficient i per il primo scano e per i l raggiungimento degl i obiettivi siabiliti. Sulla linea conquistata li fennerai, ti sistemerai , poi organizzerai le retrovie ed auenderai gl i eventi sul piano internazional e. Nel caso di gravi compl icazioni con da questo rnomemo c he do vresti metterti sulla difensiva ( ...).

la Gran Bretagna è chiaro sin

Dopo il 10 settembre. q uando riceverai un mio telegramma così çoncepito: 'R icevuto tuo rappo110' a mia firma, darai 1·ordine di avanzare nelle successive 24 ore( ... )» '.

La visibi le impazienza di Mussolini derivava evidentemente dalla sua personale analisi della situazione europea in essa è ravvisabile una notevole spregiudicatezza, alla cui base stava forse la convinzione che, tutto sommato, avanzare sino alla linea Adigrat-Adua non fosse poi ta nto difficile e non sollevasse molti problemi 2 . Tuttavia si è portati a 1itenere assai più probabile l' intenzione di spronare De Bono ad accelerare i preparati vi. Per orecchiante che fosse in campo mi litare,

' l'vfossolini a Dc Bono in data 21.8.1935, DDI, 8" serie. I, doc. 788 cii. 1126 g iugno M ussolin i avev11 preannunciato a Dc Bono che <<la marcia su Adua ini zierà i l 24 01tobre». Vedendo questo brusco anticipo di data, i l 2 sette mbre Dc Bono replicò che per i l IO S<1rebbe stato possibi le solo un «colpo di mano» e non «l'occupazione dell'intera posizione prefissata» (G. B tANCMi. Rivelazioni sul (wt/litw i1alo-e1iopico cit., p. 172 seg.). ' Il bolletti no del 1° settembre del Servi zio Informazion i M il icari (S.I.M.) sti ma va in 110 mil a gli abissin i mobi l itati ed armal i presenti nello scacchiere eritreo ed in 47 mila in quello somalo.


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LA GU ERRA JTALO-ETIOPICA ( 1915 - !936}

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LE PREMESSE MILITARI

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LA GUl~RRA ITALO-ETIOPICA ( 1935 - 1936)

Mussolini non poteva certo ignorare i 1ischi cui sarebbe andato incontro anticipando in questo modo i tempi dell'i ntervento', per giunta senza un valido motivo. Difatti, quando De Bono, abbandonando di colpo la tranquilla fiducia sempre ostentata, il 7 settembre si affrettò a dic hiarare l' imposs ibil ità d i iniziare le operazioni prima della fi ne del mese, Mussolini lo tra nquillizzò: la parola c1· ord ine gli sarebbe arri vata certamente più tardi . E aggiunse: «Probabil ità aumencarnnno ogni giorno trascorsa quell'epoca. Hai quindi tempo per prcparani i n maniera imcgrale per un'azione di vasm ponaia come nel piano approvato. non per il 'colpo di mano· . operazione che in genere non gode le mie si mpatie. lmponante ai fi ni poli1ici è l' incideme che deve 01i ginare i l movimento. Rasca che defezione ras e nos1ro sconfinamento siano simultanei(...)» '.

De Bono approvò . con apparente entusiasmo. peraltro i I 15 settembre an not<'> sul diario: «Disorientamento politico completo. A volte ho la sensazione che il Capo s iasi buttato in un vicolo cieco( ... ). Faremo il colpo d i tes ta'>C i potrebbe costare ben caro>) 3 . A metà settembre si trovavano in Eritrea le divisioni Gavinana e Sabauda. già in colonia prima delle piogge: erano in viaggio le prirne tre d ivisioni di camicie nere, con arrivi previsti per il 21-22 settembre a Massaua; stavano per panire da Napol i la Gran Sasso e la Sila, con sbarco previsto rispettivamente il 29 settembre e il 10 ottobre. E Badoglio, che seguiva con attenzione i traspo11i, il 17 settembre poté come già accennat0 confermare a Mussol ini çiuanto dichiarato il 20 agosto: «l...) sono del parere che l'Alto Comm issario possa iniziare le operazioni non appena avrà a piè d'opera oltre le due divi sio ni indigene, alcre sci divisioni mecropol icane, più i l gruppo di ouo ba11ag\ion i non i ndi vi sionaci. Ciò. bene i nresa, fatta ast razione delle condizion i del terreno e della orga nizzazione dei serv izi, che deve essere tale da non dare alcuna preoccupazione per i l rifornimento delle truppe»'.

Ma De Bono non riusciva a nascondere le crescenti esitazioni provocate dal-

!' incompletezza dei preparativi. tanto più che Graziani si era lamentato de! fatto che il Regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia mancasse delle «cose più e lementmi e necessarie>>. Era pur vero che tutti i materiali si trovavano in viaggio, comunque <<impossibile qui ndi spingere volontà e sguardo do ve è vietato andare a causa deficienze organizzazione>). E i venti aerei da bombardamento d isponibili non possedevano autonomia sufficiente per s pingersi sino a Harrar ed a Giggiga ;.

' 1110 se11e mhrc Dc Bono avrebbe poc.uto comare ~olo su due di visioni indigene ed al1re::uance mecropol i 1anc. G li arri vi delle altre di visioni erano prc visc.c dopo i l 20 seue::mbre. ' M usso lini a De Bono in (!ara 10.9. 1935. DDI. 8' serie. IL doc . 79. ' G. BIANCH I, Ril'(t/a:ioni sul cm!fliuo italo-eriopirn c it .. pp. 95-96. ' Badoglio a tvlussolini i n data 17.9. 1935. ACS, Fondo Bado,q!io, b. 4, n. 193. ' Graziani a Dc Bono e. Lessona in data 19 .9.1935. AUSSME, rep. D I. Fondo Guerra iwloeriopic:a., racc. 14. Si trattava del materiale richiesto a mezzo del c api tano Di Dato e panito il 16 ,cuc rnbre da Napoli. Baistrocchi, cui Lessona fece trasrneuen~ i l tekgramma «per notizia» annotò: «Soddu, - I O desidero conoscere tutte queste deficien7,e. - 2'' fauo grave è mancanza tempismo». Poi seccatis,i mo, ribaué a G razian i che scava facendo quanto possi bile e che «se V.E. fosse qui non potrebbe né saprebbe fare d i più» (13aistrocchi a Graziani in daca 24.9. J 935, ibidem) .


LE PREMESSI:: M ILITAR!

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Per giun ta anivi'i un telegramma di Mussolini assolutamente inatteso: «Metti allo studio un piano di attacco dall'Eritrea s ul Sudan ed uno dalla Somalia sul Kenia. Se g li inglesi non dormono, bisogna fronteggiarli dovunque si confina con lort))) 1 1. Kit.orneremo sull ' argomento, ma basti qui rilevare che fare un discorso del genere a De Bono, il quale nemmeno si semi va preparato per un primo s balzo di cui si parlava da un anno, era un 'assurdità e che il termine «fron teggiare)) è legato alla d ifensiva e non ali' offensiva. De Bono, sconforta to. scosse la testa e: «Ho risposto - scrisse sul diario - che occorrono 60 g iorn i. Mah! Per me M ussolini si è messo in un v icolo cieco. Non ha pensato come doveva all'Inghilterra. Ma poi abbiamo tutti contro!»~. Il 28 settembre Mussolini risolse di rompere gli indugi, pur senza avventatezza. Mandò la parola d 'ordine a De Bono e soggiunse: «Precisami giorno e vai tranquil lo . Ordina a Graziani di tenersi assolutamente sulla d ifensiva» ' . Ricevuta l' indicazione ciel 5 ottobre quale apertura delle ostilità, abbreviò i tempi e ordinò, come sappiamo, di dare il via all'avanzata il 3 ottobre ". Vale la pena di soffermarsi brevemente alle convinzioni personali dei principali protagonisti militari - il sottosegretario per la Guerra, il capo di Stato Maggiore Generale, il comandante s uperiore A.O. - alla vigilia della guerra. I primi due ebbero uno scambio di lettere p1ivate a fine settembre. Prendendo spun to da una conversazione fra Soddu e Badoglio, Baistrocchi scrisse a quest' ultimo: ,,(...) In 111e1im poi al m odo come serviamo il Duce (di c ui hai fa llo cen no a Soddu) rntto ciò - caro Badoglio - è qucsiione di apprezzamen!o . l ndubbiamcmc ognuno di noi

fa

tutto il possibi le per ser vi re bene. Tu consideri i l problema

dal pun to d i vista. - che allo stato attuale - non è ader enie al 111io . I o (Par iani con me) nei riguardi del!' impresa A.O . ( ...) 1i 1engo peri coloso. esiziale. cedere di fronrc all ' i mposizione societaria capeggiata dall'amica lnghi lte1Ta. A m io modesto avviso, 111cgli o perire - e 11011 si perirà; 1rionfe-

re1110 - che ripiegare di fron1e alla lega bo lscev ico-masson ico-a,11ifi1scis1a del la quale 1.u 1i preoccupi. Solo r ipiegando, divcnrerernmo peggio dell' ul timo Stato balcanico ( ...). In ogn i modo pur constatando la schiacciante superi orità di nav i da banagl ia. po11aerei e can non i a lun ga gittata della tlo11a inglese io ho fede nell'audacia e gcnial i1à dei nostri 11in:oli 1uJ111i11i

di mare dell'lla lia dell'anno X lll ( ...)>>' .

Badoglio ris pose in sintonia con l'avverti mento dato a M ussolini che uno scontro fronta le con l'Inghilterra sarebbe stato disastroso per l'Italia e che quindi occorreva assolutamente evitare di sringere le cose o ltre il punto di rottura:

'J:l. MUSSOLIN I, Opera 1111111ia cit. XV II. p: 297. ' G. B 1A!\'CHJ, Rivelazio 11i sul conilìuo iwlo -eti11picu cit .. p. 97. ·' 8 . M USSOLINI, Oper(.J 011111ia cit.. XXVII. p. 297. ' M ussolini a De Bono in data 29.9.1935, DDI, 8' serie, II. doc. 202 c it.. ' Baisi.rocchi a l:ladogUi o i n data 27.9. 1935. La lettera trabocca di espress ioni di devozione a M ussolini (AUSS ME, rcp. H 9. Fondo Carteggio capo del Covemo, racc. 11, rase. 2).


256

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935- l 936)

«(...) C irca la questi one dirci Inglese. la divei;i1à di apprezzamenri e di conseguenie linea di condotta dipende dal diverso punio di osservazione i n cui noi due siamo collocati . lo esami no la que1ai one dal solo punto di vista militare, e dico al D uce con iurta franchezza tutto i l mio pensiero. Così ho sempre fatto e così semp re farò ( .. .). Tanto è vero che ieri mi ha fimo chiamare alle ore 15, ed ho avuto con lui un colloquio di più d i un 'ora sempre in termini più che cordi ali . Dopo che io ho prospeuato quale, secondo me, e secondo gli esperti navali. sarebbe la situazione, io non penso piì1che alla esecuzione degli ordi ni. Ma la mia coscienza non mi darebbe requi e se io non dicessi al Capo 1uHo quamo io dopo maturo esame penso s ull a situazione ( ...). Nel caso i n questione il memo riale presentalO da S.E. Cavagnari non era differente da quanto io avevo affermato. E con Cavagnari si espressero neg li stessi termini [gli ammiragli) Burzaghi e Cantì1 ( ...). Per me l 'ora della discussione è finita poiché è sopraggiunta l 'ora degli ord ini quindi obbedienza e fervore di e~ecuzione. Queste mie dichiarazioni ti possono <lu nque tranquillizzare(...)»'·

Baistrocchi non ne fu tranquillizzato per niente e ben presto tornerà alla carica con Mussolini in termini difficilmente accettabili sul piano del semplice buon senso. Il più angosciato era De Bono. R icevuto l'ordine di attaccare il 3 ottobre, non osò replicare, ma si sfogò con il diario: «E così sia e io finisco col dire: sarà quel che sarà. Fidiamoci in Dio. Pronti bene non siamo ( ... ). A Roma non hanno idea delle nostre difficoltà ( ... ). 48 ore contano molto nella preparazione. Coraggio Emilio'» i. Poiché però l' immediato futuro gli appariva sotto l'aspetto di una assoluta e temibile incognita, ne volle parlare a Mussolini : «Siccome è probabile gli scrisse i l 30 seuembre - che occupazione nota posizione possa avvenire senza gravi difficoltà, sar,ebbc errore massimo farla passare come cosa grande. L e grav i d ifficoltà cd i pericoli sorgeranno poi e per avere i rifornimenti tempesti vamente. poiché siamo tu11ora i n crisi di quadrupedi da salmeri a, che su pereremo cerio. Potre mmo essere i n critiche condi ;/.Ìoni qualora fossimo forternen1e con1ra1eaccati mentre sti amo sistemandoci sull a estesa posizione occupata ( ...) . B isogna pensare

fin d'ora che tranne speciali fortunatissimi evenli, sulla nuova posizione

dovremo sostare parecchio tempo prima di procedere avanti e che sarebbe colpa lo inohrarsi nello assol utamente sconli na10 1eacro d 'operai.ioni abissino senza avere a dispos izione le altre tre d iv isioni che si attendono e senza avere la sicurea.a matematica del possibile funzionamen1.o dei servi.zi . Soprar1.uuo la calma ne' la grande fede»'.

Calma e fede a parte, motivi di incertezza esistevano indubbiamente di fronte alla navigazione «a vista>> con la quale procedeva Mussolini. In quel momento egli giocò a freddo la carta dell'avanzata, disposto a correre un risc hio ma pronto alla frenata. Intanto ebbe una preoccupazione. Lo stesso giorno 30 inviò a De Bono un telegramma significativo.:

a Baistrocchi i n daia 29.9. 1935, ibidem. Rivelazioni siti conflitto italo-etiopico ci i... p. 99. ' Ibidem, pp. 184-185. 'Badogl io

' G.

B IANCHI,


LE PREMESSE M ILITA RI

257

,,Nel! 'approssima rsi degli eventi, una parola d'ord ine seve1issirna deve essere data perso nalmente da te a tuui i com.andanti: decisione inesorabile contro gl i armati, rispetto ed umanità per le popolazion i disarmate. RiSJlOndi» '.

Alle cinque del mattino del 3 ottobre 11O mila uomini passarono il confine del Mareb e del Belese. Se De Bono guardava al domani con una certa insicurezza, fra le truppe parlare di entusiasmo è dire poco. S i trattava di una vera e propria esaltazione.

2. L'-\

PREP.'-\ RAZIONE M IUTARE

Per illustrare i dati salienti della preparazione militare si accennerà ai criteri adottati per la costituzione del corpo di spedizione nel suo complesso e si sintetizzeranno le caratteristiche dell'apparato logistico 1• Il corpo cli spedizione Il «Progetto A.O.» dell 'agosto 1934 era stato compilato con molta cura pre nde ndo in considerazione tutti i particolari aspetti dell'esigenza difensi va, dalla mobilitazione del le uni tà ( con iI richiamo della classe 191 I dal congedo) ai trasporti in Eritrea, alla ricostituzione in patria del le unità partite. Tuttavia, fin dal successivo dicembre l' impianto organizzativo ris ul tò superato a causa de ll'evolvere degli orientamenti operativi in senso più nettamente controffensivo per l'Eritrea ed anche per la Somalia, ove la difesa tendeva a caratteri di più s piccata reattività. I primi , ovvi, . provvedimenti riguardaro no la mobi litazione dei Regi Corpi T ruppe Coloniali delle due colonie, ordinata a fine 1934, che nel giro di un paio di mesi po,t ò le forze indigene del l'Eritrea da 12 mila uomini a circa 50 mila, e quelle della Somalia da 7 mila a 17.500. Le modifiche più grosse, però, si resero indispensabili a seguito delle d irettive di M ussolini un data 30 dicembre I934, quando egli annunciò il cambiamento dei rapporti con l'Etiopia da problema diplomatico· a problema di forza , e do po l'espressione del la chiara volo ntà di una strapotente offensiva man ifestata a De Bono ed a Badoglio 1' 8 marzo 1935 . Le direttive del 30 dicembre, in fondo, non comportavano un impegno esorbitante, perché in quel primo momento Mussolini stimava sufficienti, oltre a 60 mila indigeni, almeno altrettanti nazionali , meglio ancora se 100 mila. Egli puntava essenzialmente sull'aviazione, s ull'artiglieria, s ui carri. In base, dunque, al «Progetto A.O.», nel febbraio 1935 presero il via le prime misure collegate al

'E. DE BONO, La preparazione cit., p. 152. ' I da1i relativi a tale p re parnzione sono tratti dalla «Relazione su ll ' aui vità svol ta per l'esigenza A.O.» del ministero della Guen-a. Poligrafico dello S1ato, Roma 1916.


258

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935-1936)

nuovo co rso, c o n la mobilitazione delle di visioni Peloritana e Gavinana e de l I gruppo battaglio ni camicie nere. Dai calco li fatti , che co ntemplavano anche il no leggio de i pirosca fi d i linea, si reputava di pote r completare il trasporto de lla Peloritana in So malia e ntro la fine di a prile e que llo de lla Gavinana a Massaua a fine maggio, beninteso nella migliore de lle ipotesi. L' improvvisa decisione d i Mussolini di raddoppiare le forze da impiegare in Africa orientale, confermando senza esitazione l'assunzione dell' iniziativa belI ica per il settembre- ottobre 1935, provocò una ulteri ore e più radicale revisione ciel programma, con il triplice obiettivo d i affro ntare lo sforzo previsto in A .O . senza infirma re l'efficienza co mplessiva dell'eserc ito, di co nservare la capacità di fronteggiare possibi li sviluppi ostili dell' incerta s ituazione internazionale, e di portare l'organizzazione logistica oltremare in linea con il ben piL1 cospic uo o nere o pe rativo. Si rese perciò nec essario mo bilitare nuove unità e completare quelle già mobil itate'; pianificare il rifornimento dei complementi; ricostituire in territorio naziona le le unità partite pe r l'Africa 1; ripristinate le dotazioni d i mobilitazione utilizzate per l'esigenza africana. Di consegue nza, nella seconda metà d i marzo fu ro no d isposte la mobilitazione delle d ivisioni Sabauda, Sila e Gran Sasso e la costituzione delle cinque d i visioni d i c amicie nere: 23 marz.o (I"), 28 ottobre (2"), 21 aprile (3°), 3 gennaio (4°) e IOfehhraio (5"). La mobilitazione delle d ivisioni de ll'esercito ebbe luogo seguendo alcuni basilari criteri: attenta scelta delle grandi unità per turbare il meno possibile il piano d i mobilitazione generale; inq uadrame nto con larga partecipazio ne di ufficiali richiamati per i quadri inferiori (nel rapporto cli I ufficiale in s.p.e . a 3 ufficiali richiamati), limitatissima per i quadri s uperiori e praticamente esclusa per i ge nerali; volontarismo ammesso solo in piccola parte per le truppe, sì da no n incidere nel gettito dei s ingoli blocchi di classi ; s piccata leggere zza organica cli qualsiasi unità «in modo da ridurre al minimo possibile le preoccupazioni logistiche>> 1 . La costituzio ne delle divisio ni di camicie nere fu deli neata da Baistrocchi con grande e nfasi. Loro caratteristiche dovevano essere « la leggerezza e percièJ la spregiudicatezza logistica, lo slancio col quale si compensa qualche deficienza di

' Furono cichiamati 15.500 ufficiali dal congedo. memre per i sotwfficiali e la truppa il richiamo riguardò l'imera classe 19 11 e pressoché al complew quella del 1912, nonché, in misura lirnitarn e secondo il fabbisogno, talune specialità e servizi delle classi dal I 907 al 19 I 3. Le due sole eccezioni riguardarono gli operai d'a11iglieri a (classi 1900- 19 12) cd i maniscalchi di truppa (classi 1905 -I 9 I O). ' Le grandi un ità ricos1.i1uice presero la stessa denominazione di quelle partite per l'Africa: Peloritana Il, Cavinana Il, ecc .. ·' Baistrocchi a Mussol ini in data 8.3. 1935. AUSSME, rep. D I. Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 13, fase . 14.


COSTITUZIONE DELLA DIVISIONE DI FANTERIA secondo il Progetto A.O. SPECCHIO RIEPILOGATIVO DELLA COSTITUZIONE DELLA DIVISIONE

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COSTITUZIONE DELLA DIVISIONE DELLE CAMICIE NERE secondo il Progetto A.O.

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LE PREMESSE MILITARI

26 1

carattere professionale» (1). Per ottenere che esse fossero «tecnicamente efficienti» - da notare che si prevedeva venissero forniate «almeno un mese p1ima dell'imbarco» - i comandanti dovevano avere comandato in guerra (cioè più di quindici anni prima) almeno il battaglione o la compagnia, ed in pace 1isultare esponenti ciel partito fascista e capi apprezzati di camjcie nere. A lla costituzione di talj grandi unità doveva presiedere il Comando Generale della M.V.S.N. d'intesa con il ministero della Gue1rn, 1iservando ad elementi dell'esercito alcuni posti di comando di particolare importanza o tecnici. «Prendo personale impegno come soldato e come fascista - affermava Baistrocchi - che entro i limiti cli tempo sopraccennato potranno costituirsi unità efficienti senza pregjudizio e contraccolpi nell'esercito». Però avrebbe voluto denominare queste fom1azioni «grandi unità di cc.nn.» anziché «divisioni» per evitare confronti. Questa soluzione, fra l'altro, rispondeva in pieno, sempre a giudizio di Baistrocchi, «ad esigenze politiche fasciste [e] la milizia della rivoluzione sarà meritatamente valo1izzata in operazion i di guen-a» 1• Problema centrale della mobilitazione, anche per la successi va ricostituzione delle grandi unità in patria per sostitui re quelle inviate in Africa orientale, fu la questione dei quadri. Anzitutto il completamento dei Regi Corpi 1\uppe Coloniali - nell'agostO 1934 si trovavano in servizio nelle varie colonie 1.244 ufficiali - richiese più personale di quanto, in congedo, disponibile per precedente servizio in colonia. Benché le domande di assegnazione alle truppe indigene superassero di gran Jun_ga il fabb isogno e qu indi consentissero una notevole selezione per il delicatissimo incarico, non sempre eletta selezione risultò efficace, anche a causa del quasi immed iato impiego in operazio ni. In merito, poi, ai q uadri cieli' esercito, la bontà di alcuni provvedimenti stabil iti per il reclutamento lasciò francamente a desiderare. Furono istituiti corsi allievi ufficiali di complemento «per accelerare la nomina a sottotenente>> di coloro che, riunendo i voluti titoli di studio ed appartenendo a classi precedenti a quelle per le quali era fatto obbligo di frequenza dei normali corsi allievi ufficiali, avessero presentato domanda di partire volontari per l'Africa orientale. La durata di tali corsi speciali si riduceva a 40 giorni presso i reggimentiscuola, mentre la durata dei corsi normali era di sei mesi. Un altro particola.re tipo di corso venne riservato a militari in congedo aspirami, apppunto, alla nomina a sottotenente di complemento. Effettuati in territorio nazionale ed in Africa orientale, i corsi avevano una durata di due mesi, di cui la prima fase (45 giorni) veniva svolta con riunioni serali ed istruzioni domenicali, e la seconda, di esperimento pratico, presso i reparti d' impiego. Un terzo, ancor più ridotto, tipo sarà istituito in Atìica orientale a partire dal gennaio 1936 con una durata di 45 giorni, di cui 15 a carattere pratico.

' Ibidem.


262

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935- l 936)

Non basta. Fu consentir.a la revoca di 1i forme per chi desiderava «compensare con l'esuberanza dello spirito qualc he manchevolezza o imperfezione fisica», perciò si intese offrire ai riformati la possibilità non soltanto cli am10larsi volontario per l' A.O., ma altresì di concorrere perfino alla nomina a sottotenente di complemento 1• Da aggiungere che in alc uni casi la re visione dei riformati venne attuata «d ' autorità per considerazioni morali e politiche» 12• «Tn virtù di tali disposizioni - spiega la Relazione del ministero della Guerra furono estese anche alle personalità del regime ed a tutti indistintamente i combatte nti le fac ilitazioni già limitate ai soli combatten ti della grande guerra» 3 • Nessun dubbio s ulla complessità del problema, tanto più che le esigenze cl i inquadramento crebbero rapidamente, ma nessuna meraviglia altresl può sussistere se la preparazione tecnica e la capacità d i governo del persona le degli ufficiali tanto sbrigativamente formati presentarono aspetti negativi . Ancora: un buon numero d.i ex-ufficiali e di ex-s.ottufficiali, rimossi dal grado per motivi disciplinari o per co ndanna penale, e desiderosi di riabilitazio ne chiesero di recarsi in Africa orientale come soldati. Alcuni ufficiali. i migliori, e molti sottuffici ali videro accolte le domande e furo no poi rein tegrati nel grado ". In parte per l' imponenza delle richieste ed in parte per non depauperare le unità rimaste in patria, il ministero impartì disposizioni miran ti ad alleggerire i criteri restrittivi per l'idoneità al servizio in colonia. lnvece per gli ufficiali in s .p.e. i provvedirnent.i assunsero un aspetto vessato1io. A ll' ufficiale il cui reparto fosse inviato in Africa non era consentita l'esenzione della pa1tenza per non idoneità a l servizio in colonia, bensì veniva assegnata la qualifica di «i ncapacità alle fatiche di guerra» e perc iò decretata la cessazione dal ruolo comando. Nei casi di inidoneità di breve durata, l'u fficia le, durante il periodo d i me nomata at.ti tudi ne, non poteva ri vestire incaricbi di comando -'. «Non si trattava di inasprimento a carattere persecutorio - affermò il m inistero - ma di giusta valorizzazione delle attitud ini fisiche e di esatta comprensione del momento, c he richiedeva, per confronto, l'esaltazione dei valori morali cli quanti, volontariamente od' autorità, si accingevano ad affrontare una campag na in ambiente di particolari esigenze ed a grande d istanza da affetti ed interessi»(,_È una prosa che si legge con estremo disagio.

' Ministero della Guerra, Relazione cii., p. 44. La visita di revisione fu ammessa per le class i da l 190 1 al 1914 compresa, ma l'attuazione venne limitata ai giovani del le classi dal 191 1 al 1914. ' Omesso nella Relazione. Figura nella bozza ad uso interno ,,L'alfività liel M. G. per l'esigenza A.O.» <lata 1.8.1936, p. 39. ' tvl inistcro della Guerra, Relazione, cii.. ' lbide111, p. 47. 'lbide111, p. 48. • La frase figu ra a p. 44 della bozza ad uso interno.


LE f>REMESSE M[LfTARI

263

ll problema addestrativo delle grandi unità trovò soluzione in un ciclo di esercitazioni svolte prima della partenza per l' Africa, molto utile per le divisioni dell 'esercito, perché l'organico eia esse assunto era differente da quello normale, e particolarmente necessario per le divisioni di camicie nere perché, oltre ad un organico ulteriormente alleggerito, mancavano di qualsiasi amalgama 1. A quest'ultimo riguardo è il caso d i menzionare il I gruppo di battaglioni camicie nere. Arrivò in Eritrea a fine febbraio ed i m iliti erano «male, ma ben male com binati» per d irla con De Bono, il quale giudicò <<buoni, ottimi direi , i tre comandanti [di battaglio ne]; appena discreti gli uffic iali inferiori, tranne qualche rara eccezione; assolutamente deficienti i capi squadra, che non sanno fars i obbedire. Q uesto per confessione spontanea degli stessi comandanti d i battag lione. Le cam icie nere prese, poi, un po' dovunque, quindi assolutamente prive di coesione. Più di un quarto della forza non ha ricevu/0 nessuna istruzione militare (...). Indubbiamente la preparazione e la formaz io ne di questi tre battaglio ni non è stata curata come si doveva ( ...)». Per non parlare poi delle condizioni del vestiario ed equipaggiamento e dell'armamento individuale 2. Nel giugno 1935 il Comando del Corpo di Stato Maggiore pubblicò le «Direllive per l' impiego delle grandi unità», che fissavano principi d i fondo della tatt.ica, lasciando una certa libertà d i applicazione ai comandanti di grado e levato, e precisamente che la battaglia si vince a colpi di divisione e che la vera, grande, unità d i manovra c:ra il corpo d'armata. Ma nel successivo agosto uscì una breve «Memoria su ll 'i mpiego delle grandi unità in A.O.» 3 , che - confermando la validità dei principi enunciati dalle «Direttive» per le esigenze di una guerra coloniale in grande sti le - volle illustrare si nteticamente le varianti imposte o suggerite dalle infl uenze dell' ambiente coloniale «nel campo strategico, organico, logistico e tattico» . Nel campo strategico la concezione operativa doveva orientarsi non soltanto. verso l'annie ntamento del nemico, ma altresì all'occupazione graduale e progressiva del territorio da conquistare. Prescriveva un' avanzata a sbalzi, da obiettivo ad obiettivo, s u un fronte non eccessivamente ampio, seguita ogni volta eia una salda occupazione delle posizion i raggiunte. Disti ngueva le grandi operazioni, da condurre con sistematicità per la conqu ista di obiettivi importanti, dalle piccole operazioni, da svolgere con rapidità e decisione nell' ambito delle grandi.

' Il pciiodo addestrativo stabili to per le di visioni camicie nere era di sei se.tlimwie al meno, divise in quauro fas i, dall 'addestramento individuale a quello di,·i~ionale. ' De Bono a Mussolini in data 3.3. 1935. in G. B 1A!\CMt. Rivelazioni sul rnnf/iuo italo-eriopico cit. , pp. 15 1- 155. ' Ministero della G uerra. Relazione cit. , ali. 52. La conclu~ione della ,,Memoria» - acceuabi lc nella formulazione - «la battaglia colon iale è tipica battaglia d'incontro. di breve durata, dominata in tutto il suo svi luppo tanico dai concetti di manovra e di dece11.1ra111ewo». a dire il vero , i Slempera poi in affermazioni più retoriche che concrete.


264

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935- J936)

Sul piano organico la divisione, affermata inscindibile come nei teatri d' operazione europei, doveva esser dotata di autonomia logistica e tattica tale da «consentire grande mobilità e manovrabilità» ed organizzata in modo da potersi articolare in «nuclei di battaglia» - due o pi ù battaglio ni con una batteria d'accompagnamento eia 65/17 ed eventualmente con mo11ai d'assalto 1 - cioè in raggruppamenti tattici. La «Memoria» insisteva sull'importanza determinante del fattore logistico e, per esso, dell'organ izzazio ne dei rifornimenti e sgomberi. Meueva inoltre in guardia dalle mosse decise od effettuate senza l' ind is pensabile ponderatezza (diciamo pure: dalle mosse avventate) e dalla superficialità in tema di sicurezza delle truppe e delle comunicazioni. Quanto al quadro tattico, si sottolineava il carattere tipico della lotta coloniale : la battaglia d'incontro, da affrontare con il procedimento difensivo-controffensivo, nel caso di rilevante superiorità numerica dell'avversario, oppure con l'offensiva. Atti integratori dell'azione vittoriosa erano lo sfruttamento del successo e l'inseguimento condotto senza treg ua con l'aviazione e con colonne leggere di truppe indigene. Il riferimento della «Memoria» àll'imminente campagna etiopica era ovvio. Ed il primo adeguamento, che in realtà aveva preceduto la pubblicazione nel quadro degli studi per il «Progetto A.O.», fu la modifica ordinativa posta alla divisione di fanteria, la pedina fondamentale dèlla battaglia. La sua fanteria passò da due brigate su due reggimenti ad una brigata su tre reggimenti 2• Il nuovo modulo sembrò indicato per operazioni da svolgere in un teatro come quello etiopico, che suggeiiva l' utilizzazione di grandi unità poco pesanti e più spiccatamente manovrabili, ma ali' organico stalbilito ne l 1934 vennero apportate alcune modifiche: fu prevista una batteria d'accompagnamento da 65/l 7 per reggimento di fa nteria ed aumentato il fuoco a ti ro teso con un battaglione mitraglieri divisionale. Inoltre, i mezzi di trasporto, prima tenuti a lla mano (tre drappelli automezzi per i reggimenti di fanteria ed un reparto salmerie) furono tutti assegnati in proprio alle unità. La biigata di fanteria ebbe dunque 3 reggimenti (ciascuno su 2 battaglioni fuc ilieri ed un battaglione mitraglieri), un battaglione mitraglieri e 2 battaglioni complementi. Il reggimento di artiglieria aveva 2 gruppi cannon i da 75/27 ed I gruppo obici da 75/13, oppure 3 gruppi tutti da 75/J 3 . TI gen io comprendeva reparti del le varie specializzazioni, adeguati ali 'ambiente ' . Due soli commenti. Venne attribuita con convi nz io ne alla fo rmula «ternaria» la qualifica di grande unità elementare do tata di leggerezza, mobilità e

' La precisaiione è significativa della rilevante valenza stranamente riconosciuta al mortaio da 45 mm. ' li quarto reggimento di fanteria servì di base per la ricostituzione in patria della divisione «Il». 'Complessi varnent~ la divisione contava 541 ufficial i. 592 so1.rufficiali, 15.536 truppa, 3.1 28 quadrupedi, 286 au1.ornezzi, 247 mitragliatrici e 47 pezzi di artigl ieri a.


265

LE PREMESSE MILITARI

manovrabilità, caratteristiche tutte che, appena dopo la campagna in quel particolare ambiente coloniale ed operativo, le furono disconosciute e trasferite in blocco alla nuova «bina,ia», il cui rendimento si paleserà, a dir poco, deludente. Fu esaltato l'impiego delle anni e mezzi nuovi (quali il carro veloce ed' assalto, il mortaio da 45 ed il lanciafiamme), che «possono offrire largo impiego nelle g ueITe coloniali essendo molto redditizi contro un nemico impressionabi le e male armato i, ma francamente non si può nascondere una certa perplessità nel riscontrare tanta fiducia in quei mezzi . La divisione camicie nere ricevette un ordinamento analogo a quella di fanceria, ma più leggero. Si basava su tre legioni della M.Y.S.N. (ciascuna su 2 battaglioni, 1 compagnia mitrag lieri ed una batteria cannoni da 65/17), I battaglione rnitraglieri e 2 battaglioni complementi della Milizia. I reparti d'artiglieria e del genio erano forniti dall'esercito: I gruppo obici da 65/17 ed una compagnia speciale del genio 2. Alla data del l O ottobre il Comando Superiore A.O. disponeva in Eritrea delle divisioni Gavinana e Sabauda, nonché della Gran Sasso in arrivo, delle prime tre divisioni di camicie nere e delle due divisioni eritree, oltre a reparti minori e supporti vari non indivisionati. In Somalia c'erano la Peloritana ed il R.C.T.C. mobilitato, rinforzato da tre battaglioni eritrei provenienti dalla Libia, e due compagnie carri veloci . Le grandi unità elementari erano inquadrate in tre corpi d 'armata cli nuova formazione per l'Eritrea ed in un corpo di spedizione per la Somalia. In Libia si trovavano le divisioni Assietta, Cosseria e Metauro' e due divisioni indigene. Alla data citata la situazione della forza in Africa era la segueme: lmppa Colonia

ujjìciali

so11ufjicia/i

nazionali

indigeni

Totali

Eritrea

5.721

6.292

99.243

53.226

164.482

Somalia

1.651

1.546

21. 144

29.511

53.852

Libia

1.522

15.984

48. 163

30.657

' Ad opera~ioni iniziate il generale Zoppi. ispeuore della fanteria. espresse a Rais1.rocchi il suo ra mmarico per la notizia che i mortai da 45 ed i lanciafiamme non sarebbero scaci invié11i alle truppe in Africa orientale, cd insisté: «(...) non posso esimermi dal proporre che, per conservare nelle fanterie la fiducia che dette armi assoluiameme meritano in qua lunque te1Tcno (piano o mon tano) contro qualunque nemico (nero. giallo o bianco) nelle fasi decisive dell'attacco o della difesa, ne venga inviato in A.O. un congwo numero(. .. ). Rinunciando a priori a tali anni noi ve1Temmo fra l'altro a privarci di una esperienza sul loro impiego e sul loro rendimento nelle colonie e qua» (Baistrocchi a Mussolini in data 31.10.1935, AUSSME, rcp. H 9, Fondo Carlef:gio del Capo del governo, racc. l, fase. 2). "'In 1.ornle la divisione camicie nere aveva 374 ufficiali, 10.51 1 sottufficiali e truppa, 1.724 quadrupedi, 139 automezzi, 98 mitragliatrici e 24 pezzi d'a1tiglieria. ·' La divisione Me1auro rimpatrierà il 28 ottobre 1935.


SITUAZIONE DELLA FORZA PRESENTE IN ERITREA AL

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Staio Maggiore .

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Quartier General e Comandi sup. : art., genio, rep. dipendenti '·

cc.

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593

65

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3

660

498

244

280

4,606

550

5.680

366

3.927

Intendenza e r ep . dipendenti

870

548

12.290

1.536

15.2H

3.743

47.268

Div. , Gran Sasso> ,

139

-

3.104

3.243

586

-

-

I corpo d'armata

J.202

IA92

30.680

62 1

33.995

4.115

29.298

Corpo d'armata indigeni .

1.456

1.332

17.376

35,591

55.745

19.405

53.521

Il corpo d'annata

1.075

1.451

25.778

1.985

30.289

3.752

26 .127

Bassopiani (orientale e occidentale)

179

116

499

9.051

9.845

3.222

10.092

Regio Corpo truppe coloniali.

101

228

J..\75

2.208

4.012

461

·3.162

Aviazione

216

350

842

8 15

2.223

Marina (1) .

167

435

2.000

879

3.481

-

Totale

(t) Con 26 unità di naviglio vario.

5.721

I

6.292

99.243 1 53. 226 164.482

-

-

35.653 173.893

- - - - - - - - - - - 84 25 8 12 17 - - 252 14 - - 1.350 142 408 55 - 167 - - - - - 12 1.128 146 46 14 - - 601 92 - 96 1,535 130 31 29 828 467 ò8 S41 1'10 15 9 - 8 249 39 20 - - ~ 16 3 46 - 33 40 45 1 74 - - - - - - - - -

-

-

-

13

4.209

580 112 295

45

I

74

7

3.683

+48

18 12 160

-· 477 246 365

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SITUAZIONE DELLA FORZA PRESENTE IN SOMALIA AL Persona l e

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Delegazione Intendenza

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192

1.701

Divisione "Peloritana,.

653

632

16.408

Regio Corpo truppe coloniali

664

296

1.674

Truppe genio C. S.

28

84

Aviazione

58

Ca.rablnieri Reali

Comando del genio C . S.

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7

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70

2.336

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963

14.580

600

60

26.017

28.651

6,858

28.684

839

57

874

660

1.646

30

1.740

211

378

485

1.132

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105

97

1.493

1,735

1.651

1.546

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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935- J 936)

268

L'organizzazione logistica Per rendersi conto con sufficiente approssimazione dell'entità del problema logistico in Africa orientale, è bene riepilogare le caratteristiche salienti del primo contatto con il teatro d' operazioni da affrontare, vale a dire porti e comunicazioni interne. L'Eritrea poteva contare sullo scalo di Assab e sul porto di Massaua. Questo, per condizioni naturali, si presentava come l' unico approdo dell'Africa orientale in grado di dar vita ad una vera e propria base per il corpo di spedizione. Disponeva inoltre di banchine, di magazzini do_ganali, deposit.i di nafta, impianti idrici. Il tutto purtroppo in misura estremamente ridotta, essendo abituato a ricevere un paio di piroscafi al mese ed a scaricare 200 tonnellate al giorno. Per giunta le possibilità di un rapido ampliamento delle stru tture port.uali apparivano assai scarse. La Somalia, con uno sviluppo costiero superiore ai duemila chilometri, non possedeva alcun porto naturale. La spiaggia, piatta, lineare, aperta ai monsoni, mal si prestava alla creazione di porti artificiali. Le possibilità medie di scarico negli scali di Mogadiscio, che costituì la base per la Somalia, e Bencler Cassim si aggiravano sulla cinquantina cli tonnel late giornaliere. Minori quelle degli scali d i Chisimaio e di Obbia. Ma al problema degli sbarchi si aggiungeva queJlo degli sgomberi verso l'interno. In Eritrea la rete stradale non poteva dirsi povera in senso assoluto, però le strade presentavano un fondo poco resistente, curve troppo strette ed eccessi va pendenza tanto da risultare inadatte al traffico nei due sensi. Inoltre, su alcuni tronchi esistevano tratti cli pista a fondo naturale e mancavano le opere d'a11e per l'attraversamento dei corsi d'acqua. In Somalia le difficoltà erano d'altro genere: la rete stradale si riduceva ad un insieme di piste camionabili a fondo naturale, che allacciavano centri abitati separati da distanze enormi. Considerata questa situazione di partenza, è evidente come il fattore logistico assumesse un valore determinante. Fu sin dal momento dello sbarco a Massaua che De Bono ebbe modo di constatare quanto il suo otti mismo fosse assolutamente in contrasto con la realtà. <<Confesso - scrisse più tardi - che mi sono impressionato, non spaventato. A prima vista la Colonia del gennaio I935 si presentava ancora con la calma e, direi, l' apatia di quando l'avevo visitata due anni prima( ...). In conclusione, quasi tutto era da fare» '. Evidentemente le relazioni di Visconti Prasca e di D all'Ora nessun dubbio avevano suscitato in lui. Nella lettera che il 22 gennaio indirizzò a Mussolini si espresse in tono ambiguo:

' E. DE BONO,

u1 preparazione cit., p. 40.


LE PREMESSE MILITA RI

269

«(... ) Per oni io non sono riuscico a farmi una precisa idea se i preparativi continui ed in profondità del!' Abissinia abbiano scopo offensivo o solamente di fensivo. Però non devo escludere che si possa centare qualche azione di sorpresa, sia verso la Somali a che verso l'Eritrea(...). Se noi venissimo attaccati prima della stagione del le piogge iI nemico ci croverebbe in un disagevole scato di crisi, che pot rebbe esserci di grave dan no (...). L'accelerare l' inv io qu i di uomini e maceriali, per il momemo, non servirebbe che ad ingenerar'c confusione. non essendo qui ancora pronti i mezzi per l' impiego effi cace dei materiali e per far vivere ed operare gli uomini (. ..)» '.

Di questa lettera dette conoscenza a Badoglio, sempre co nservando un atteggiamento molto sereno, anzi soddisfatto: «Ti mando ufficialmente lo stralcio di una lettera che mando al Principale(...). È un bene che io sia venuto e mi piace dini subito che non ho trovato qu i quel poco di confusione che temevo e che voglio asso lucarnente evitare. ~fa c'è tanto da fa re e si capisce' Non si impro vvisa niente( ...)»'·

Nella prima riu nione tenuta da De Bono, presente anche il generale Dall 'Ora, appena giunto in Eritrea, si prese atto che nulla esisteva in colonia al di fuori dello stretto ind ispensabile per la vita di un migliaio di nazionali, dei pochi battaglioni ind igeni e della popolazione. E la situazione del porto di Massaua appariva tale da richiedere provvedimenti sostanziali ed immediati. I piroscafi arri vavano se nza preavviso e scaricavano alla rinfusa i materiali sulle banchine, quando e dove potevano, impedendo o rendendo d iffici li le successive operazioni. Naturalmente le navi cariche di materiali no n indispensabili in modo assoluto in que l primo periodo rimanevano in rada in attesa di turno e d i possibilità di scarico, cosicché d ivenne normale hi presenza cli una sessantina di piroscafi in rada, funzionanti all' occorrenza da magazzini galleggianti 3 • Venne allora messo a punto una priorità nelle misure da prendere. Al primissimo posto ciel programma figurò il piccolo porto di Massaua. Si trattava d i render lo atto ad accogliere a nche pi ù d i 10 piroscafi al giorno e cli scaricare 3-4 mila tonnellate di merce giornalmente. Per una conveniente sistemazione portuale si costrui rono ben sette nuovi pontili e nuove banchine, attrezzature meccaniche (non esisteva nemmeno una gru), magazzini, anelli stradali e raccordi ferrov iari. Il tutto ben presto incrementato dal!' inglobamento delle due rade vicine di Dachil ia e cli Archico ".

' De Bono a Mussolini in data 22.1 .1935, in G. 8 1ANCHl, Rivelazioni sul Un!f7i110 iu1lo-e1iopico cit., pp. 135- 140. 'De Bono a Badoglio in data 22.1.1935, ODI, 7• se1ie, XVI, doc. 477. ' F. DALL' ORA. lnlendenw in A.O. cit.. p. 15. La situazione migliorò dopo il giugno 1935, quando il compiw di provvedere alle esigenze portuali fu affidaco al Comando Marina. ' Problema complementare gravissimo fu l'organizzazione della rnanovalan za portuale. Dei 1.200 scaricatori genovesi e triestini, ri uniti in un regolare consorzio, dopo appena un mese rimanevano disponibili appena un terzo a causa del micidiale clima di Massaua. Cosicché fu giocoforza provvedere ad ingaggi in Arabia.


270

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935- 1936)

In seconda istanza bisognava costituire al più presto la base di Massaua, vero pol mone oltremare del corpo d i spedizione 1• Quindi sarebbe stata la volta clell 'Intenclenza A.O., con precedenza ai servizi trasporti, sanità, genio, veterinario, commissariato ed artiglieria. Per quanto riguardava le truppe, mentre si accele rè> la mobilitazione del corpo d'armata eritreo, l'afflusso delle unità metropoli.tane non necessarie per l' immed iata difesa della colonia fu rimandato ad un momento successivo. Nel contempo occoneva prendere di petto la questione delle comunicazioni, e cioè delle carrarecce eia trasformare in rotabili - in primo luogo la Massaua-Nefasit-Decameré-Asmara, che in 125 chilometri di percorso superava 2.500 metri di dislivello, da portare a doppio transito - e della ferrovia a scartamento ridotto Massaua-Asmara, che consentiva quattro coppie di treni settimanali, da potenziare sino ad un servizio giornaliero a più coppie di treni. Quanto alle spedizioni dall'Italia, il «sistema» seguito fino a llora risentiva pesantemente delle interferenze dei diversi organi interessati alla preparazione dell'impresa, ed a fine gennaio 1935 gli inconvenienti vennero posti sul tappeto da Baistrocchi in un promemoria per Mussolini. Nonostante l'istituzione di una commissione noleggio naviglio per l'esigenza A.O. presso l' ufficio del capo di Stato Maggiore della marina, ogni ministero stava provvedendo ai nolegg i per proprio conto e l'ufficio trasporti dello Stato Maggiore dell'esercito era costretto a curare l'afflusso feJToviari o dei materiali senza conoscere arrivi e partenze dei piroscafi a e da Napoli. Inutile dire che siffatto modo di procedere, oltre che non rispettoso delle norme, si palesava antieconomico e poco pratico. Non era eonomico perché lo spazio disponibile a bordo di solito non veniva .interamente sfruttato; provocava un sensibile rialzo dei noli; obbligava il governo a pagare alla Società del Cana.le di Suez una tassa in lire-oro in base alla stazza del piroscafo, anche se a carico incompleto. Non era pratico perché le affluenze dei treni non avvenivano in relazione alla data cl' arrivo delle navi ai po11i d'imbarco ed alla durata della loro sosta; inoltre lo stivaggio dei materiali era effettuato secondo gli arrivi dei treni e non secondo la logica di caiico, vale a dire poco razionalment.e 2• Baistrocchi si lamemò anche delle continue richieste a spizzico di personale. quadrupedi e materiali con il preavviso d'i mbarco a data fissa, inoltrate

' Anche dopo l'entrata in funzione della Base di Massaua (28 rnai-w) continuarono ad affiorare difficolt.à di natura burocratica. Basti dire che a Massaua agivano con co mpeten2.a di verse, ma sovente interferentisi, il Cormmdo Base. il Comando Ma1ina A.O .. la Capitaneria di porto, la Dogana ed il Commissariato civile della città. tutti organi dipendenci da amministrazioni diverse. Comunque, al 30 settembre erano stati sbarcati a Massaua 278 mila uomini, 35 mila quadrupedi. 8.500 automezzi e 500 mila tonnellate di materiale. ' Promemoria del colonnello Perugi, capo ufficio traspo,ti del Comando del Corpo di Stato Maggiore, in data 31. 1.1935, AUSSME; rep. H 9, Fondo Caneggio Capo del Governo, racc. 1.


LE PREMESSE M ILITAR I

271

dal ministero delle Colonie. A parte il deprecabile difetto dell'assenza di un programma organico e di non rispettare il criterio di imbarcare unità organiche, contestò apertamente - come sappiamo - , ma senza risultato, che il ministero delle Colonie potesse essere «l'ente più idoneo a coordinare il lavoro delle tre branche del complesso organismo militare>> 1• C hi premeva più in concreto per mettere sui giusti binari l'avvio della ponderosa preparazione era il sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito Pariani, a fi ne febbraio, non esitò a rappresentare a Baistrocchi l'urgente necessità cli provvedere in proposito. L' afflusso disordinato di richieste dall'Eritrea poneva in chiara evidenza «l'inesistenza di un piano operativo e la conseguente inesiste nza d i un piano di organiu.azione logistica, che serve ad alimentare il piano operativo stesso», e questo perché, nonostante l'Alto Commissario e l'Intendente fossero da più d i un mese ad Asmara, poco o nulla era stato fatto per dare vita al «complesso dirigente», cioè al Comando Super.iore ed all'Intendenza. Non si intendeva certo sostenere che in Africa non si lavorasse a lacremente, tu ttavia, mentre si seguivano i dettagli, non sembrava ven issero impostate «le questioni di più largo raggio>>. Nulla infatti si sapeva sul concetto operaiivo (in E ri trea, in Soma lia e la -con elazione fra le due); su quale fosse il clisposit.ivo che s i intendeva assumere e quando; sulle predisposizioni logistiche da prendere per consentire non solo la normale alimentazione, ma anche lq sbarco simultaneo della massa da inviare s ul posto rapidamente, al momento opportuno; sui lineamenti dell ' organizzazio ne logistica per l 'offensiva (acqua, strade, magazzini); sull'azione pol itica di disgregazione in A bissinia (clero, capi). In altri termin i era necessario costituire al p ii:, presto il Comando delle truppe operanti e l'Intendenza. «Senza questi due elementi - dichiarò Pariani av remo un organismo senza cervello e senza muscoli: incapace cioè cli dirigere e di agire». E propose un organico ad hoc i . La critica nei confronti di De Bono era severa, ma centrata solo in parte. P1i ma di tutto non dimen tichiamo che Pariani riceveva notizie e comunicazioni di seconda mano e qu indi con un ritardo talvolta anche sensibile . In secondo luogo, è verissimo che, pur non restando con le mani in mano, né De Bono né Dall'Ora potevano concludere. molto senza un appropriato organo di comando, capace di tradurre i loro intendimenti in progetti ed in ordini - lo ammetterà francamente lo stesso Dall'Ora - , tuttavia occorre tener presente che già prima della partenza di De Bono per l'E1itrea la questione del Comando per l' esigenza A.O. poteva essere vista ed affrontata dal ministero della Guerra, posto che alla fin fine a questo spettava l'attuazione pratica; e che Badoglio solo i primi di marzo presentò a Mussolini il suo studio strategico.

' Baistrocchi a MussoEn i in data 3 1.1 . 1935, ibidem. ' Parian i a Bai$trocchi in data 28.2. 1935, AUSSME. rcp. D I, Fondo Guerra italo-etiopico, racc. 13, rase. 2


272

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( l935- l 936)

Baistrocchi chiese ed ottenne il placet di Mussolini per la costituzione del Comando Superiore A.O. e dell'Intendenza con relativi organi direttivi, però a metà marzo tornò alla carica su una questione che gli stava sommamente a cuore. P remesso che «a mio avviso, per quanto concerne la preparazione abbiamo perduto due mesi» e che «il lavoro eseguito - sia pure intensivo, affannoso, gravoso - è mancat0 di ogni senso di organicità e praticità», si imponeva l'urgente necessità di affrontare in concreto tutta una serie di problemi di natura logistica. Fi n qui, la bocciatura di De Bono. L'obiettivo però era sempre Lessona: «Il comando unico come e lememo coordinatore serve, è indis pensabile. Questo comando spetta a VE. che, Capo del Governo , Mi nistro delle Forze Armate e delle Colonie, Siete nelle migliori condizioni per esercitarlo su wtti noi con quell'autorità c he soltanto Voi avete» ' .

Non lo scrisse, ma la conclusione scaturiva da sé: il braccio destro di Mussolini comandante unico doveva essere lui. La creazione del Comando Superiore A.O. e dell ' lntendenza A.O., insieme con quella del Comando Base di Massaua, rappresentò la piattaforma di un'organizzazione logistica degna di nota, che riuscì a superare un vincolo ed alcune difficoltà di grossa entità. U vincolo era dato dai termini di tempo indicati per l' inizio delle operazioni, cioè ottobre 1935: pochi mesi comprendenti la stagione delle grandi piogge. Le difficoltà, le principali, da affrontare già in sede di programmazione, erano essenzialmente tre: far subito arrivare, ner ragioni di sicurezza, alcune divisioni anche se non tutto era predisposto per riceverle; fare affluire notevoli quantitativi di scorte per i diversi servizi benché il porto di Massaua non si trovasse ancora in grado di scaiicarli e di smistarli ordinatamente; lasciar percorrere le rotabili in costruzione quando dovevano essere chiuse al traffico, specie pesante. Per il corpo di spedizione fu stabilita una Intendenza su.i generis, che le circostanze richiedevano differente da una normale Intendenza d'armata e che estendeva la sue prerogative da Napoli, dove fu approntata la Base Principale per l'Africa orientale \ a Massaua ed a Mogadiscio, e poi all 'imrnediato tergo delle truppe operanti. Per forza di cose essa concentrò l' attenzione sullo scacchiere eritreo e sulle necessità dell'iniziale sbalzo in avanti (anche se dapprima alquanto vago). Senza scendere nei dettagli, ricorderemo che il complesso dell'Intendenza - destinato ad alimentare e sostenere una forza crescente sino a raggiungere i

'Baistrocchi a Mussolini in data 17.3.1935 , ibidem , racc. 13, fase. 14. ' In origine motivi di economia avevano indocto ad accentrare nel porto di Napoli tutto il mov imento da e per l'Africa orientale. Poi, però, vennero util izzate anche Genova, Trieste. Livorno, Mess ina ed altri porli.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( J91S-1936)

460 mila militari, 100 mila operai e 70 mila quadrupedi - salirà anch'esso e conterà, alla fine , 3 mila ufficiali e 50 mila sottufficia li e truppa, 2 .500 automezzi militari e 3 mila automezzi civili di ditte, nonché 42 mila quadrupedi. Il lavoro non fu semplice. Il generale Dall'Ora anunise francamente che «non mancarono deficienze ed inconvenienti. Influirono la ristrettezza dei tempi, la non completa rispondenza di taluni materiali inviati, la insufficienza di altri e la non completa regolarità delle affluenze. Mancò il tempestivo arrivo di molto materiale lettereccio per le formazioni sanitarie, si dovettero acquistare medicinali in regioni limitrofe, giunsero granaglie sfuse c he non si sapeva come scaricare, si ebbe sempre difetto nei ricambi del vestiario, tardò l' ingranamento del servizio carne congelata, permasero sempre deficienze cli bardature per i quadrupedi, di t.ende per truppe e Comandi, il materiale automobilistico ed i quadrupedi non sempre corrisposero qualitativamente e mai raggiunsero la sufficienza quantitativa. Si dovettero adottare ripieghi, moltiplicare le atti v ità e, soprattutto, ricb iedere alle truppe i maggiori sacrifici» '. Gli inconvenienti iniziali ebbero tre origini. Prima di tutto l'incompletezza dell'Intendenza: mancavano ancqra elemènti diretttivi dei servizi e personale d'inq uadramento, la deficienza nel settore dei trasporti, quantitativi di materiali urgenti si trovavano ancora in attesa d' imbarco a Napoli. In secondo luogo, mentre Dall'Ora aveva esplicitamente ricbiest.o ohe le grandi unità arrivassero in Africa orientale facendosi precedere dai rispettivi o rgani dei servizi, quasi sempre sbarcarono per primi i reparti costringendo così l'Intendenza a cedere temporaneamente personale e mezzi proprio per completare i servizi divisionali e di corpo d'armata. Infine, gli organici degli autoreparti divisionali non consentivano il traspo1to delle truppe sull'altopiano, il che costrinse subito l'Intendenza a provvedere in merito, con una cadenza d'impiego molto celere ed un impegno vistoso (700 automezzi per il trasporto di una divisione)2. Stante l' importanza dell'organizzazione logistica da impiantare e l'eccellente - per i tempi e per l'ambiente naturale - lavoro svolto dall'Intendenza, sembra utile riponare alcuni dati relativi ai principali servizi riepilogati da Dall'Ora.

Servizio di Sanità Disponeva di appena 400 posti letto nelle infermerie civili di Asmara e di Massaua ed in quelle minori e cli un piccolo magazzino di mobilitazione per i reparti eritrei. Sulla base di un programma preliminare d i approntamento di 20 mila posti letto, si provvide a reali zzare una zona di stabi limenti sanitari di primo sgom bero a ridosso del confine (Adì Qualà-Senafé), una zona di

' F. D ALL'ORA, Intendenza in A.O. cit., p. 323. ' Ibidem, pp. 49 -5 1.


LE PREMESSE MILITAR I

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stabilimenti sanitari di secondo sgombero per decongestionare gl i avanzati (Adi Ugri-Decamerè-Saganeiti), una terza zona di grandi stabilimenti a carattere territoriale ed infine, a Massaua, una base ospedaliera di sosta e cli transito. L'aderenza alle grandi unità di prima schiera venne assicurata mediante 3 1 ospedal i da campo d'Intendenza, ripiegati e pronti a portarsi avanti a sostituire e disimpegnare quelli divisionali, nonché a costituire centri ospedal ieri avanzati a carattere fisso' .

Servizio di Commissariato I suoi organi consistevano in un magazzi no per il materiale d i casermaggio del R.C.T.C. dell'Eritrea, con poco vestiario ed equipaggiamento, ed in una sezione viveri con un limitatissimo quantitativo di viveri cli riserva. l i vettovagliamento, i n particolare, non era considerato un problema perché i reparti indigeni ricevevano le spettanze in denaro e per i pochi nazionali si provvedeva con appalti . L'arrivo, a fine feb braio, del I gruppo di battaglioni camicie nere mise perciò subito in crisi il servizio, essendo, fra l' altro, i mi liti arrivati non adeguatamente provvisti. Soltanto ali' inizio di aprile le cose cominciarono a fun7.ionare, sì da consentire a costituzione di scorte di derrate e di vestiario e di eq uipaggiarnento. A l I O ottobre l'esistenza delle scorte di a lcuni generi per la forza presente a quella data era la seguente: 150 giornate pasta e riso . . . . .. . . . . . .. . . . . far ina . .. .... . ... . . .... . ... . 60 galletta . . . . .... . .. . .. .. . . . . . 22 140 legumi e patate .. . .. ........ . caffè e the . . ............. . . . 115 vino . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 carne o pesce in scatola . . 50 carne congelata . . . . . . . . . . . . . . 40 Si era calcolato cli dover alimentare 300 m ila militari, 90 mila operai e 70 mila quadrupedi e cli ammassare almeno 60 giornate cli viveri ordinari e I 5 cli riserva. Poiché soltanto carne in piedi e poco foraggio poteva essere tratto dalle risorse locali, tutto il resto doveva provenire dall ' Italia. Di conseguenza i consumi giornalieri ammonteranno a circa 9 .500 quintali di derrate e le scorte complessive a circa 700 m ila quintali. Per il vestiario-equipaggiamento venne considerato inizialmente il solo rinnovo e qui ndi un onere lim itato. Purtroppo molte unità metropolitane arrivarono in colonia in condizioni tali da rendere necessario provvedere subito a

'F. DALL'ORA. Intendenza in A.O. cit.. cap. VH I.


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larghissime sostituzioni, specialmente di scarpe, il che complicò le cose al punto che una soddisfacente situazione si registrò solo verso la fine della campagna 1•

Servizio d'artiglieria Disponeva di un piccolo magazzino con un modesto laboratorio e di nove depositi munizioni. Si stabilì di raggi ungere un livello di scorte di IOgiornate per le artiglierie e 15 per le armi portatili, ma le preoccupazioni maggiori vennero dal materiale d'armamento e cioè dalle riparazioni e sostituzioni di anni e, principalmente, di batterie e bardature, giacché ogni previsione risultò in feriore alle reali necessità.

Servizio del genio Partiva letteralmente da zero. Basti dire che durante la campagna la Direzione genio riceverà 900 mila quintali di materiali da costruzione, 164 mila quintali di materiali di rafforzamento, 35 mila c hilometri di cordoncino telefonico e costruirà ben I00 mila metri quadrati di aree coperte per la sistemazione di magazzini, depositi, ecc. I lavori stradali, di competenza del Servizio strade e genio civile, furono eseguiti da vari organi civili e militari finché nel gennaio 1936 non si costituirà la Direzione genio civile. A dispetto delle circostanze e delle difficoltà, la prima grande e silenziosa battaglia, quella della preparazione logistica, ai primi cli ottobre poteva dirsi condotta a termine in modo soddisfacente. A quella data il dispositivo cl ' Intenclenza era costituito dalla Base di Massaua; dai magazzini d ' Intendenza impiantati sull'alto piano nelle zone di Asmara, Nefasit e Decameré; dalle frazioni di magazzi ni dislocate nelle zone di Adi Ugri, Mai Edagà e Saganeiti, destinate al sostegno logistico dei corpi d ' armata agenti sulle direttrici di Adua (I corpo), Enticciò (corpo indigeno) e Adigrat (l corpo); dalle frazioni avanzate di magazzino ubicate a Adì Qualà, Mai Ainì e Senafé; eia depositi a terra sulla frontiera, realizzati nell'imminenza dell'inizio delle ostilità.

** * Il Comando Aeronautica A.O., dipendente dal Comando Superiore A.O., a fine settembre 1935 disponeva in E ritrea di 130 apparecchi cli vario tipo, tutti superati (Ro. I e Ro. 37-bis ricognizione; Cr. 20 da caccia; Ca. 101 D/2 e _Ca. 111 eia bombardamento e da trasporto; S. 81 da bornbardamento)2, giunti smontati e

' lbide//1, cap . IX. 'G. ROCHAT, Guerre italiane i11 Libia e in Etiopia, Pagus, Padova 1991, p. 128.


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trasportati per nave, essendo il sorvolo dell'Egitto e del Sudan vietato per ragioni di «neutralità», come spiegato a Londra. Ad ogni modo, secondo il generale Aimone-Cat, «il trasporto via mare con piroscafi appositamente attrezzati, ne risultò, nel complesso, più rapido, agevole ed economico di quello via aerea, perché evitò i seri rischi di una lunga trasvolata desertica, effettuata con materiale nuovo» 1• Queste forze aeree, rapidamente aumentate di numero dopo l' inizio della campagna, forn1avano tre stormi da bombardamento ed un certo numero di squadriglie cli caccia e di ricognizione strategica. Le squadriglie di ricognizione tattica (con i Ro. 1) dipendevano per l' impiego dai Comandi dell'esercito. In Somalia agiva una brigata aerea mista, dipendente dal Comando del Fronte sud. Per la guerra che s.tava per cominciare l'aeronautica aveva evidentemente poco eia temere sul piano ciel confronto del materiale, tuttavia risentirà presto di un grave inconveniente. Se la politica ciel personale seguita dall 'esercito lasciava a desiderare per talun i aspetti, l'aeronautica si trovava in condizioni peggiori . La giovane forza armata aveva, è vero, sbarrato nel 1928 l'accesso ai propri ruoli in servizio permanente imponendo concorsi per titoli ed esami e frequenza dell'accademia aeronautica e di scuole di reclutamento, però era rimasta aperta una porticina ... d i servizio. Un comma dell'art. 8 l del la legge del luglio 1927 sullo stato e avanzamento degli ufficiali dava facoltà al ministro di nominare sottotenenti di complemento dei vari corpi della aeronautica qualsiasi cittadino italiano senz'altro requisito tranne quello della cittadinanza italiana. ,<In questo modo - scrisse il generale Pricolo - proprio nell'arma più tecnica e più complessa qual'è l'Aeronautica, era possibile diventare ufficiali, sia pure di complemento, senza alcun titolo di studio e senza alcun tirocinio precedente>> 2. Era previsto semplicemente un eventuale esame di cultura generale. Sino al 1934 il ministro si avvalse di tale facoltà nominando 53 sottotenenti, ma con la guerra d' Etiopia e poi quella di Spagna si ebbe un'esplosione. Le conseguenze più rilevanti si verificheranno, da un lato con il facile ingresso nell'arma azwrra di elementi del panito fascista pa11icolannente in v ista o loro parenti, forti dell'acquisizione del brevetto di pilota eia turismo preso in qualche aeroclub' ; dall'altro con l'altrettanto facile passaggio in servizio permanente di elementi no n selezionati con il metro d i severità usato per gli effettivi. Non a caso durante la guena d'Etiopia le ricompense al valore verranno concesse con una larghezza ignota nella prima gue1Ta mondiale e sino allora.

' MARIO AIMONE·CAT, Notizie sul/u preparnzione e par/ecipazione dell 'Aero11au1ica dell'Africa orientale alla Campagna per la conquista del 'Etiopia, Roma 1937, pp. 11-12. 'FRANCESCO PRICOLO. La Regia Aeronall/ica nella secondo guerra mondiale, Longanesi,

Milano 197 1, p. 142. -' Cfr. G IUSEPPE D'AVANZO. Ali e po/1ro11e, Ciarrapico, Roma I 98 l. pp . 2 I 4-2 I 9.


Capitolo IV

LA CAMPAGNA DI ETIOPIA \ . LE OPER;~ZIONI DEL GENERALE DE BONO

Anzitutto uno sguardo complessivo sull' intera campagna. Si sviluppò attraverso una sequenza cli tre cicli operativi, con un periodo di assestamento non appena raggiunti gli obiettivi iniziali. Il primo ciclo (3 ottobre - 30 novembre 1935) ebbe inizio prematuramente su pression i politiche accettate da De Bono, che d'altra parte, come si è visto, si n dall'estate si era manifestato propenso ad attaccare a fine settembre anche se non completamente a punto. li risultato fu la rapida occupazione di Adua e cli Acligrat e, dopo un mese, di Macallé, tutte località ben note agli italiani. Però così facendo si era creato un dispositivo sbilanciato in avanti, sulla sinistra, e non si era dato corso ad azioni che motivi di sicurezza consigliavano di effettuare prima di procedere su Macal.lé. Il periodo d_i assestamento ( 1° dicembre 1935 - 3 I gen naio I936) consentì il completamento del corpo di spedizione durante la presa di contatto etiopica e, con la 1• baHaglia ciel Tembien, la preparazione per la ripresa offensiva. Il secondo ciclo (I O febbraio - 5 marzo) riguardò la grande offensiva strategica destinata a stroncare le resistenze organizzate ciel nemico e comprese le tre battaglie di annientamento: dell 'Endertà ( I0-1 8 febbraio), 2• del Tembien (27 fe bbraio - 6 marzo) e del lo Sciré (29 febbra io - 3 marzo). TI terzo ciclo coincise con lo sfruttamento del successo. Fra il 3 1 marzo ed il 2 aprile l'ultima annata del Negus venne disfatta al lago Ascianghi e poco dopo, con la battaglia dell ' Ogaden a sud (15 aprile - 9 maggio), anche il fronte sud passava all'offensiva. La marcia su Add is Abeba, iniziata il 24 aprile eia Dessi.é si concluse il 5 maggio. ·;-. ·:· * Il mattino ciel 3 ottobre i tTe corpi cl' am1ata ciel corpo cli spedizione pu ntarono sui rispettivi obiettivi. De Bono aveva impiantato il Comando tattico a Coatit ed il suo disegn<>operativo, molto semplice, era in assol uta sintonia con le direttive superiori: arrivare il più presto possibile sulle posizioni di Acligrat e Adua, ad una quarantina di chilometri, o poco più, daila frontiera, c sistemarvisi a difesa in modo eia poter dare corso, in ambiente cli sicurezza, al completamento della preparazione ed allo spostamento in avanti ciel dispositivo logistico, nonché attendere «l'opportunità per proseguire nella progettata offensiva a fondo» 1•

' E . DE BONO, I.a prepamzione cil., p. 396.


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LA GUERRA ITA LO-ETIOPICA ( 1935- I 936)

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I.A CAMPAGNA DI ETIOPIA

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L' avanzata in iziò su un fro nte di circa settanta chi lometri con una cen a cautela. li corpo d ' armata indigeni (gen. Pirz.io Biroli), centrale, costituito in buona parte da truppe molto mobili , aveva il compito di intervenire, ali" occorrenza, con uni ti\ eritree per disimpegnare il I corpo (gen. Santini) cd il II corpo (gen. Mara vigna). laterali, contro possibil i in fi ltrazioni nem iche favorite da quel terreno così diffici le . La ricognizione aerea, d "altronde, sorvolava le colonne e si spingeva fin o al Tacaz:t.é per indi viduare con te mpestività le masse abissine. E i bombardamenti colpivano Ad igrat e Adua. Ma ras Scjum, il capo etiopico più vicino al confine, non affrontò la lotta se non con scontri locali condotti eia gruppi sparsi. Aveva infatti ricevuto ordine dal Negus di evitare una battaglia campale e d i ripiegare attraverso le foreste verso il Tembien. limitandosi ad azioni di guerriglia. sia per rispe11are i trenta chilometri di zona «neutra» a ridosso della frontiera assicurati alla Società delle Nazioni e consentire così una soluzione d i compro messo, sia per attirare gl i italian i nell' interno con crescenti difficoltà d i ri fornimenti e di avanzata. li ras obbedì estremamente a malincuore, anche per il timore, no n ingiustificato, di perdere la fiducia delle popolazioni tigrine abbandonate all ' in vasore 1• Al fiduc ioso e ba ttagliero stato d'animo con il quale le tru ppe ave va no cominciato la faticos a penetrazione in E tiopia, superando scarse resistenze. si contrappo neva l' ans iosa sovrecc itazione con cui a Ro ma era no atlese notizie . T ra l' a ltro. M usso li ni era pressato da Baistroceh i, c he s in da ll ' agosto a bbiamo visto bocciare il piano del Comando Superio re A.O. in quanto. secondo lui, «ispirato al criterio del piano Barattieri [sic] di Adun: cioè avanzata su più colonne largamente intervallate (30 km) preordinate (sin dal I " giugno ultimo scor~o) a marciare per circa 40 km astra.:ndo dall'even1ualità che il nemico promamente si raduni. s'infiltri, piombi ~opra ciascuna colon na e le rechi grave danno senza che le ulrre abbiano la possibtl,1/,J di .rnccorrerla».

Di conseguenza, aveva caldeggiato un'avanzata su un uni<.:O obiettivo: Adigrat-Enticcò. Ad ua doveva essere conquistata in un secondo tempo, a seguito di un conveniente rafforzamento s ulle posizioni occupate 1. Conservando questo atteggiamento anche nell'imminenza de lle ostil ità, Baistrocchi non si era trattenuto dal manifestare una scarsa consideraLione nei confronti di De Bono. Dopo aver sostenuto che ogni ritardo nell' azione ris ultava comrario agli interessi italiani e che le forze disponi bili in Eri trea erano ta!i da consentire ser11a preoccupazioni la conq uista ed il possesso della linea Adigrat-Ad ua. ri levò che <<abbiamo un progetto di attacco che astrae dal nemico». del quale «non sappiamo dove sia, q uali intenzio ni abbi a>), e che no n valers i de ll ' aviaz io ne poteva

'A. DEL B<lC'A, Gli /1aliw1i i,1 A.fi-ica Orienfllle cii., I l, pp. 404-405. ' Baistrocehi a Mussolini in data 13.8.1935. in G. ROCHAT, i\!Jiliwri e politici cic.. doc. 63 cic., p. 469.


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QUADRO DI BATTAGLIA NELLO SCACCHIERE ERITREO alla data del 3 ottobre l 93 5

Comando Superiore A.O. Comandante Superiore A.O.: gen. De Bono E mi lio Capo di Stato Maggiore: gen. Gabba Melchiade Comandante superiore artiglieria: gen. Garavell i E milio Comandante s uperiore genio: gen . Caffo Aventino Comandante superiore aeronautica: gen. Aymone Cat Mario Intendente A.O.: gen. Dall ' Ora Fidenzio corpo d ' armata (gen. Santini Ruggero) su: D.f. Sabauda (gen. Gariboldi Italo) D.cc .nn. 28 ottobre (gen . Somma Umberto) supporti vari e servizi II corpo d' armata (gen. Maravigna Pietro) su: D.f. Cavinana (gen. Villasanta Nino) D.cc.nn. 21 apri le (gen. Appiotti Giacomo) supponi vari e servizi Corpo d'armata ind igeni (gen. Pirzio Biroli Alessandro) su: l" D.eritrea (gen. Pesenti Gustavo) 2° D.eritrea (gen . Dalmazzo Re nzo) l gruppo battaglioni cc.nn. (console gen. Diamanti Filippo) supporti vari e servizi Truppe del Bassopiano occidentale (gen. Couture Amedeo) Trurpe del Bassopiano orientale (col. Malta Giuse ppe) Truppe suppletive d'armata


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riservare amare sorprese, e poi finì con uno sfiduciato: «Può darsi che S.E. De Bono si regolerà nel senso sopra cennato: me lo auguro - anzi dovrei essere sicuro» 1• Poiché un'interruzione dei collegamenti non consentì l'immediato inoltro di informazioni, la sera del 3 ottobre «Mussolini aveva ormai perduto il control lo dei suoi nervi: mi telefonava - ricordò Lessona - ogni cinque minuti, preso da un'ansia febb1ile ch'io giustificavo, ma che mi metteva in un imbarazzo penoso». Dopo mezzanotte, Mussolini non solo ebbe «severe parole nei riguardi di De Bono» ma addirittura non nascose «il suo proposito di destituirlo» 2 . Le prime notizie da Coatit perverranno alle IO del giorno 4 ed allora Mussolini si calmò. Tuttavia, raccogliendo le osservazioni di Baistrocchi, rimproverò De Bono di aver adottata un dispositivo su tre colonne troppo intervallate e quindi soggette al rischio di essere battute separatamente. De Bono, piccato, ribatté: <<Quanto mi consigli col tuo telegramma è elementare e chi te lo ha suggerito deve aver pensato che qui ci sia un orologiaio a comandare e non un generale» 3. Il 5 ottobre le truppe italiane entrarono in Adigrat ed il 6 in Adua con perdite insignificanti.

* * * In Italia naturalmente l'entusiasmo era vivissimo, ma adesso si attendevano i commenti di Londra e di Ginevra. Già il 4 ottobre Hoare aveva respinto la proposta italiana di una «reciproca e simu.ltanea smobilitazione>, nel Mediterraneo", visto e considerato l' inizio delle ostilità in Africa orientale e, manifestata una netta disapprovazione per il bombardamento di Adua, aveva lasciaro trasparire una larvata minaccia:

' Baistrocchi a Mussolini in data 1..10.1935, AUSSME, rep. H 9, Fondo Carteggio del Capo del gover,w. racc. I, fase . 2. Baistrocchi tenne a spiegare che quanto detto «ho il dovere di affermare a V.E., forte delle mie esperienze di guc,rn, basate non sul preconcetto ma sulri mprev isto che è dogma di guerra» (ibidem) . 'A. LESSONA. Memorie cit., p. 182. ·' De Bono a Mussolini in data 5.1 0. 1935, in G. BIANCHI, Rivelazioni sul conjlitto italo-etiopico cit., p. 185. ' Mussolini a Grandi in data 4.1 O. l 935, DDI, s• serie, Il. doc. 218. In un 'intervista pubblicata il 7 ottobre da «Paris Soir», Mussolini, fra l'altro. affermò che «Se, in cambio di una cena smobilitazione della flotta. la Gran Bretagna mi chiede una ri<luzione dei nostri effetti vi in Libia. si può for,e trovare su questa base un terreno d' intesa. Mi sembra che la Gran Bretagna si sia allarmai.a senza motivo per l'aumento (lei nostri effetti vi. Quando provvedimenti reciproci di questo genere avranno creato un 'aunosfera più serena. dando nello stesso tempo la prova che la fiducia è ristabi1ita, si potrà allora affrontare, tra le Potenze interessate. il vero e proprio problema etiopico. Come ho detto altre volte. si può trovare una soluzione con Ginevra. senza Ginevra o contro Ginevra» (R. D E FEllCE, Mussolini il duce cit.. p. 7 I I, nota I).


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«Al punto in cui sono giunte le cose, io non vedo come si possa escludere il pericolo di un allargamento de l conlliuo. Noi siamo preoccupati della possibilità di incidenti fra le forze italiane e le forze britanniche nel Mediterraneo e nel Mar l{o,so, che potreb bero rendere la situazione ancor pi ù grave di quello che non sia oggi».

Poi però, pur sollevando dubbi sulla plausibilità di negoziati a causa di un 'opinione pubblica britannica decisamente ostile ali 'Italia per l'iniziativa bell ica, aggiunse in tono significativo che le difficoltà sarebbero aumentate «se le operazioni saranno condotte su scala più vasta ed il conflitto italo-etiopico andr~t prendendo delle proporzioni e degli aspetti più gravi ( ... )» 1• Da pane sua, Vansittart comunicò a Grandi c he «a nome del governo britannico egli desiderava esprimere al Duce speranza c he azione dell'Italia non sarebbe andata oltre limiti imposti dalle necessità di sicurezza e non avrebbe ass unto una tale ampiezza e carattere da chiudere strada alla possibilità di una sol uzione che il Consiglio Società delle Nazioni non potrebbe ricercare su nuove basi>> 1. Il 7 ottobre, a Ginevra, un com itat0 di sei membri, riunitosi su incarico del Consiglio della Lega per esaminare se l'azione italiana potesse configurarsi come atto di aggressione non provocata e se l'Ital ia avesse violato il Patto, concludeva la sua relazione per il Consiglio affermando che «il Governo ital iano ha fatto ricorso alla gue1Ta ignorando i suoi obbl ig hi de rivanti dall'art. 12 del Covenant» ·'. Lo stesso giorno Suvich rappresentò a Mussolini la convenienza di occupare in quella prima fase più territorio possibile. anelando c ioè oltre la linea prevista per il primo sbalzo. Mussolini lì per lì obiettò la Jlecessicà di una settimana di sosta 4, ma, riflettendo, volle veder chiaro nella situazione operativa e la sera del 7 ottobre telegrafò a De Bono: «Ho deciso di manda re in Eritrea il maresciallo Badoglio ed il sot1osegreta1io Lessona per esaminare insieme con te. in loco. la situazione che ,i detenuinerebbe nel caso di un .:onflir ro con una potenza europea e su quello che potrebbe fare l' Eritrea in armonia con altri se1ro1i. A missione esplerara, maresciallo Badoglio tornerà a riferire»' .

Lessona fu esplicito sul vero motivo del viaggio . Chiamato da Mussoli ni, si sentì annunciare la propria imminente partenza per Massaua. «Desidero - gli disse M ussolini - che con voi venga anche il Maresciallo Badoglio. Ciò non sarà gradito al generale De Bono e perciò voi agirete sul posto per evitare attriti. Ma col procedere delle operazioni può darsi che sorgano delle compl icazioni ed

' Grand i a Mussolini in data 4. 10.1935, DPI. ga ~erie, doc. 236. 'Grandi a Mussolini in data 4. 10.1935, DDI, 8' serie, Il. doc. 250. • A .EDEN, Memorie cit., p. 35 1. 'Suvich a Mussolini in data 7.10. 1935, ODI, saserie, Il, doc. 265. -' B. MlJSSOLINI. Opera 011111ia cit., XXV II, p. 208.


LA CAMPAGNA DI ETIOPI A

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io voglio avere sul posto il Maresciallo Badoglio per ogni eventualità». Il commento di Lessema conferma che l'ipotesi ventilata circa un possibile conflitto con «una potenza europea>> aveva tutto il carattere del pretesto: «Queste parole - scrisse più tardi - erano la prova manifesta della scarsa fiducia che egli aveva nell ' azione di comando del De Bono e dimostravano ch'egli aveva obbedito a considerazioni di partita e personali nell ' inviarlo in Eritrea. li De Bono era da lui considerato nocchiero da mare a tempo sereno : sostanzialmente considerato incapace» 1• De Bono protestò immediatamente: «Il tuo telegramma - replicò a Mussolini - non mi persuade(... ). Tmvo s1rano che con la possibil ità di gue rra in altri seno ri il capo di Stato Maggiore Genera le si allontani per bu(•n numero di giorni dalla sede del suo lavoro (. ..). Ora ti dico con la mi a solita franchezza che se verrà qu i per ficcare il naso in quel che ho fa1to e intendo farà, pianto ogni cosa e me ne vengo via. Tuuo ha un limite( ...)»'.

Mussolini lo pregò di non «drammatizzare»-', ma De Bono non si acquetò. L' 11 ott.obre, mentre Badoglio e Lessona si imbarcavano, Suvich tornò ad insistere con Mussol in i. Due giorni prima si era riunita l'Assemblea della Società delle Nazioni per discutere le conclusioni cui era pervenu to il Consiglio . L' Ital ia era stata reputar.a aggressore da 50 su 54 Stati, tuttavia Benes presidente dell'Assemblea, non nascondeva l' intima persuasio ne che l'unico modo di evitare cornplicazioni, che avrebbero inev itabilmente condotto ad una catas trofe europea, fosse qt1ello che le ostilità in Africa potessero <<concludersi rapidamente per permettere all'Italia di accettare una soddisfacente soluzione di conci liazione» · . Tenendo conto di ciò, Suvich, sempre più sicuro del nostro interesse a non limitarc i al primo sbalzo finché c·era tempo, suggerì di spi ngere le truppe sino al Tacazzé ed a Macalle. Mussolini si convinse e telegrafò subito a De Bono cli orientarsi a proseguire per Macallé il 18 ottobre 6. Riconoscendo però le d ifficoltà di vario genere rappresentateg li dal Comandante Superiore, che si trovava con le retrovie ancora tutte da organizzare, si limitò a raccomandargli di intensificare l'assetto difensivo sulla linea Adigrat-Adua-Axum, a llargandosi

' A. LESSONA. i\'1e11wrie cit., p. 412. Ricordiamo che Mussolini aveva affidato alle Colonie le red ini dell ' impresa. 'De Bono a Mussoli ni in data 8. 10.1 935, in G. BIAKCtn, Rivelazioni sul nn1/li11n iwlo-etiopiw cit.. pp. 186-187. ' Mussolini a De Bono in data 8.10.1935, ibidem, p. 187. ' Aloisi a Mus~olini in data 9. 10.1935, DDI. 8" ~erie, II, doc. 299. 'Suvich a Mussolini in data l I. I0.1 935. ibidem. ll, doc. 3 l 6. " Mussolini a De l:lono in data 13.1 0. 1935. in Mussoli ni. Opem 011111ia cit.. XXVII, p. 299. ,,Adesso - commentò De Bono - il Principale ha la fregola per Macallé. In vece ade.sso sare bbe pc1icoloso l'andarci. Bisogna attendere (..)» (Diario in data 16. 10.1935, in G. BIANCHI, Rivelazin11i sul c:m(/7i110 irafo-eriopico ci t.).


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su lla destra. Gli ordini per la ripresa dell'offensiva g li sarebbero stati inviati una volta «chiarita la situazione europea dal punto di vista delle sanzioni e soprattutto dei rapporti italo-inglesi» '. Il chiarimento si verificò nei giorni successi vi. Il I 6 ottobre l' ambasciatore francese de Chambrun illustrò a Mussolini un tentativo di conciliazione che Lavai aveva in animo di compiere, beninteso dopo aver conosciuto il pensiero italiano in proposito. In quella sede Mussolini così riepilogò le sue idee:

-

rnandaco o altra forma di amministrazione affidata all'lcalia nelle zone pe1fferiche (paesi non amhara); congrua pat1eci pazione dell' lcalia nel sistema di as$i~tenza collettiva per il nucleo c.:ntra le (paesi amhara): cessione definitiva ali' Italia dei paesi riconquistati nell'Abissinia settentrionale, la cui superficie è minima val utata con quella totale dell'Etiopia: fissazione delle frontiere nella Dancalia e nell'Ogaden in modo da allargare le aHuali zone costiere in possesso dcli' Italia; limitazione e controllo degli armamenti dell'Abissi nia».

In cambio non avrebbe levato truppe nelle zone di amministrazione italiana se non per le necessità locali di polizia e di ordine pubblico ed avrebbe assicurato ad Assab uno sbocco commerciale per l'Etiopia 2. Il 17 Grandi avvertì, da Londra, che Hoare aveva negato una qualunque intenzione britannica di prepararsi ad una guerra 3 ed il giorno seguente l'ambasciatore Drummond presentò a Mussolini una dichiarazione formale dello stesso Hoare: «Il Governo di S.M., come ha ripetutamente dichiarato negli ambienti responsabili. non desi dera intraprendere alcuna azione nei riguardi del conflitto italo-abissino al di là di quanto è richiesw dai suoi obblighi di leale membro della Lega. o al di là di qua.mo è consemito e raccomandai o dalla Lega in conformità delle disposizioni del Patto. Qualsiasi affermazione o impressione. nel senso che il Governo di S.M. per motivi di proprio interesse abbia cercato o stia cercando lite coli' Italia o col presente Governo dell'Italia, è assolutamente senza fondamento e può sohanto essere stata diffusa da persone male informate o male intenzionate. i\ji)J"(iori l' idea che il Governo di S.M. possa considerare con indifferenza la possibilità che la presente contesa si sviluppi in tal modo da po1tare ad una guerra in cui lnghiherra e Italia siano sole protagoniste è assolutamente contraria al vero. e il Governo di S.M. è sommamente sorprc.so che essa possa avere onenuto qualsiasi credito,, '.

'Mussolini a De Bono in data 17.1 0.1935, in B. Mussou i-;1. Opera 011111ia cit., XXVII, p. 299. Dc Bono osservò: «Mussolini ha approvato la mia proposw di non andare a Macallé. Pare sicura la guerra con l'Inghilterra. lo devo, si capisce, stare sull a di fensiva. Così ho qualcosa di ceno (... ). Che Dio ce la mand i buona( ...)» (Dia1io in data I 8 ottobre in G. BI ANCHI, Rivelazioni sul co11 .flit10 iw/o-etiopico cit.). 'Colloquio Mussolini-Chambrun in data 17. 10. 1935, DDI , 8' serie, li. doc. 35ì. ' Grandi a Mussolini in data 17. l 0.1 935. ibidem. H, doc. 377. ' Colloquio Mussolini-Drummond in data 18. 10. 193.'i, ibidem, H, doc. 388.


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A complemento di questa dichiarazione, Drummond prospettò ad Aloisi l'opportunità di concedere un «corridoio» etiopico al mare e di rispettare una sovranità nominale del Negus, quale contropartita per quest'ultimo 1• Il l 9 ottobre la Società delle Nazioni pervenne alla determinazione di raccomandare ai vari governi l'adozione di sanzioni contro l'Italia. Per il momento si trattava del rifiuto di credito al governo italiano, del divieto d'importazione di merci italiane e di esportazione in Italia di un certo numero di materie prime. La data stabi lita per l'entrata in vigore di tali sanzioni economiche era il I 8 novembre. Il primo effetto della decisione fu controproducente ai fini di una composizione della vertenza. L'annuncio delle misure in questione sollevò in tutta Italia una vera ondata di indignazione e cli colpo la guemt italo-etiopica d ivenne popolare, al punto che anche personalità politiche ·non accusabili di simpatie fasciste, come Vittorio Emanuele Orlando e Benedetto Croce, fecero atto di solidarietà con il governoJ_ Immediatamente Mussolini telegrafò a De Bono. Non stimava pericolose le sanzioni di natura economica e Francia e Gran Bretagna gli avevano «formalmente escluso» quelle di carattere militare, dichiarandosi per giunta lontanissime da ogni pensiero di bloccare il canale di Suez. Non che si fidasse ciecamente di queste assicurazioni, tuttavia a suo avviso: «Non ci saranno complicazioni in Europa prima dellc elezioni inglesi fissate per la metà di no vembre. Ebbene per quella dam tutlo il Tigrai fino a Macallé deve essere nosrro (...}» '.

* * * Balbo aveva delineato una prospettiva che Mussolini trovò interessante. Lo stato di inquietudine internazionale aveva indotto il governatore della Libia a prendere qualche elementare provvedimento difensivo. Per la verità, già nel 1934 aveva approfondito uno studio sull'ipotesi di un conflitto che coinvolgesse, sia pure marginalmente, la colonia. L'esame si era concluso con la proposta di costituire un corpo d'armata libico su una divisione ed un complesso difensivo forniti dal Regio Corpo Truppe Coloniali della Tripolitania ed un identico contingente fornito dal R.C.T.C. della Cirenaica, oltre a supporti operativi e logistici vari. Le due divisioni ed i suppo11i avrebbero rappresentato gli elementi di manovra, liberi da preocct1pazioni territoriali e pronti ad agire secondo le sole necessità delle operazioni di movime nto; alle rimanenti truppe rimaneva il compito della difesa statica dei punti di vitale interesse. L'eventualità a base dello studio era generica, ma naturalmente prese consistenza in occasione della guerra d'Etiopia.

'Aloisi a Mussolini in data 19. 10.1935, ibidem. Il, doc. 429. ' Persino all'estero amifascisti come A1turo Labriola e Alberto Malatesta manifestarono il loro consenso all'impresa. ' Mussolini a De Bono in data 20. 10.1935, DDI, 8' serie, Il. doc. 437.


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Se per un verso occorreva provvedere in funzione di un possibi le attacco, per l' altro si reputò utile esercitare una-minaccia, anche se vaga, contro un avversario che avesse inteso ostacolare in qualche modo la prossima campagna. A tal fine, sin dalla primavera fu dato inizio ai primi lavori di fortificazione delle piazze di Bardia, al confine egiziano, e di Tobruk, la più importante insenatura della Marmarica, Venne inoltre costituita la divisione indigena Libia, che sarà poi destinata in Somalia, e nel settembre sbarcarono tre divisioni nazionali, l'Assietta, la Cosseria e la Metauro con organico ridotto ', volendosi dar loro caratteristica di spiccata manovrabilità. È peraltro significativo come sin da allora non apparissero valutate al loro giusto grado le possibilità d i movimento offerte dal deserto del)' Africa settentrionale; infatti le divisioni erano tutte appiedar.e e le capac ità dei servizi trasporti e della motorizzazione assolutamente insignificanti. In tema di operazioni verso l'Egitto, oltre al la direttrice operativa principale Bardia-Marsa Matruh-Alessandria, sussidiata da quella interna GiarabubSiwa-Marsa Matruh, era individuata una direttrice secondaria verso il Stidan, la Cufra-Auenat- Wadi Haifa (a sud di Assuan), Balbo l'aveva presa in considerazione soltanto ai fini di un concorso ad operazioni provenienti dall 'Eritrea e precisamente come «incursione aero-terrestre»: da Auenat due battaglioni libici autoportati ed un battaglione carri veloci si sarebbero impadroniti della zona di Wadi Haifa occupandone i campi di aviazione; subito dopo altri quattro battaglioni sarebbero arrivati via aerea, mentre una colonna partita dall'Eritrea avrebbe puntato su Kha1tum 2, Naturalmente, il tutto in tono generico e sempre nel quadro di un' offensiva in grande stile contro Egitto e Sudan . Un semplice sguardo alla carta geografica è sufficiente a fare nascere solide perplessità sulla bontà e s ul rendimento di una simile «incursione aero-terrestre», comunque Mussolini i ncaricò De Bono di prendere in esame la possibilità di uno sforzo dall'Eritrea in direzione di Cassala-Khartum. Tutto sommato non doveva però essere molto convi nto, perché accolse senza batter ciglio la risposta negativa di De Bono, d'accordo con Badoglio e con Lessona. I motivi del rifiuto erano tanto ovvi che non si comprende come una simile ipotesi possa essere stata accettata. De Bono mise innanzi la ben nota situazione logistica, il pericolo di un ' ulteriore estensione della fronte ed anche la probabilità, tutt'altro che remota in caso di guerra con la Gran Bretagna, di un' offensiva inglese dal Sudan in concomitanza con un attacco abissino dal Setit Perciò, invece di pensare ad un'offensiva, intendeva preoccuparsi di individuare una conveniente linea cli difesa ' .

' Fu il primo esempio d i divisione binaria. Erano composte da 2 reggimenti di fanteria. l bat taglione rnitraglieri, I battagl ione co mplementi, I reggimento di artigl ieria su due gruppi, 2 compagnie del genio e serviii. ' Orgallizza~ione economica e mi/ilare della Libia, re lazione presentata da Balbo alla XIV Sessione dell a Commissione Suprema di Difesa (febbraio 1937), pp. 33-34, in AUSSl'vlE, rep. F 9, Fondo Commissione di Difesa. Consiilio dell 'Esercito, mcc. 44. ' De Uono a Mussolini in data 19. 10. 1935 , AUSSi'vlE, rep. L 8_ Fondo Libia, racc. I 82, fase. I.


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Rimaneva l' inten zione di De Bono di rimandare l'avanzata su Macallé, da svolgere in due tempi, ai prim i dj dicembre «se tutto va bene», dopo l'arrivo delle altre due divisio ni d i camicie nere e dei vari rinforzi richiesti 1• Al sollecito di marciare al più presto, De Bono rispose con una nota nel diario: «E va bene. Vuole che mi accordi con Badoglio e con Lessema; non ho bisogno di accordarmi con nessuno; le mie possibilità le considero e le valuto soltanto io. C he Dio me la mandi buona» ". Dapprima rispose a M ussolini sostenendo di non potersi muovere prima dell' ini zio cli dicembre; in un secondo momento, reputandosi forse in grado di ava nzare per il 10 novembre'; poi, d i fronte ad un nuovo sollecito d i Mussolini per «antic ipare al 5 quanto proponi per il IO novembre»", fece un quadro piuttos to oscuro delle d ifficoltà logistiche ed assicurò che avre bbe fatto del suo meglio per provvedere in qualche modo, pur avvertendo che «siamo giunti al limi te dei ripieghi}>. Quindi sbottò: «Quc,10, caro Capo del Governo, io qimo doveroso di dirti per rneuerti in guard ia c:onrro qualche fac iloneria che potrehbe essen i riferita da Lessona e magari anche 1fo Badoglio. Ci pub e,sere staio quakuno che può aver bulrnto là la frase: 'lo sono promo anche oggi' : viene sempre in ,eg.uho il famoso .,·e. seguito da molt i ma quando si 1ratta di venire all' a110 pratico(...)».

Alla fine si rassegnò e riconobbe di poter anticipare l' inizio del nuovo sbalzo in avam i al 5 o 6 novembre 5. La lettera si incrociò con un altro teìegramm:i di Mussoli ni che ordinava la ripresa delle operazioni con obiettivo Macal léTacazzé il matti.no del 3 novembre 6. Intanto Mussolin i aveva accolto la proposta avanzata il 30 settembre da Hoare a Grandi, d i una reciproca. smobil itazione nel Medi terraneo, con la de termi nazione di richiamare in ltalia la di visione Merauro. Si aspettava evi~ dentemente un corrispettivo ritiro di navi da parte inglese ma rimase deluso. Drummond disse francamente a Suvich che il governo brita nnico aveva apprezzato il gesto, tuttavia non poteva a meno di rimarcare che nell 'estate si trovavano in Libia 20 mila italiani contro gli 11 mila inglesi in Egitto, mentre adesso gli italiani erano 55 mila e g li inglesi appena 11.500. La sproporzione appariva eccessiva e, in sostanza, il Foreign Office chiedeva il ritiro di un'altra d ivisione. Tutto ciò a prescindere dalla minacciosa campagna di stampa antibrit.annica svemolara dai giornali ita liani 1.

' De Bono a Mussolini in dara 19. J 0.1935, in G. B1A>1CHI, Rivelazioni sul co11fliru, iralo-eriopit:11 cit.. p. I92.

' Diario De Bono in da ta 22. I0. 1935, ibidem, p. 107. ' De Bono a lvlussolin i in data 23. 10. 1935, ibidem, p. 194. ' Mus,olini a De Bono in data 25.1 0. 1935, ibidem, p. 194. ' De Bono a Mussolini in data 28.10.1935, ibidem, pp. I95- 196. • Mussol ini a De Bono in data 28. 10. 1935, ibidem, p. 197. ' Colloquio Suvich-Drumrnond in data 28.1 0. I935, DDI. 8° serie. Il, doc. 505.


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Baistrocchi soffiava sul fuoco. Il 28 ottobre presentò a Mussolini un lungo promemoria. Era, come non di rado accadeva, impulsivo, enfatico e piuttosto ambiguo nelle conclusioni. Prendeva in esame due situazioni: quella politicomilitare e quella del Comando Superiore A.O. Sotto il primo profilo era chiaro - egli scrive - che del nostro ritiro della Metauro dalla Cirenaica l'Inghilterra stava approfittando per continuare imperterrita la propria preparazione bellica: «(...) Attualmente, nel Sudan, le forze inglesi sono inferiori a una nostra divisione e nell'Egitto poco più. Noi quindi, per terra, qualora decidessimo di non lasciarci totalmente rimorchiare dal!' Inghilterra e subirne supinamente la prepotenza, dovremmo prepararci all 'evemualità di un conflitto. Non provocare è nostro dovere, in ques10 momento d.i gravi responsabilità; ma di fronte alle provoca.doni inglesi, latenti e patemi, restare impassibili senza prepararci alla difesa, non significa, a mio avviso, stornare il pericolo, ma anticiparlo, aggravandolo (...). Qualsiasi guerra va condotta in base ad un piano che ha per i capisaldi i tre elementi politicoeconomico-militare. I due primi sono determinami; e, in questo caso, politica ed economia sono concordi nel dirci:fa1e presto; donde la necessità, nel campo tecnico-militare, d'impostare il piano operativo per un 'azione intesa a fare presto. E in vece, nel caso nostro concreto, la linea operativa sembra tutta orientata verso la len1.ezz.a: avanzata prudente, metodica su larga e ponderata preparazione logistica. alirnen1a1a dalla sola preoccupazione di evitare il più piccolo scasso ( ...). In tal guisa, come si è impostato il piano d'attacco sopra una concezione topografica, che àst.rae dal 11e111ico, così oggi lavoriamo nel carnpo militare astraendo dalla situazione politica e da quella economica(...)».

Insomma, secondo Baistrocchi appariva indispensabile: dare il massimo impulso alle operazioni in A.O.; non arrestare la nostra preparazione per una eventuale guerra con l'Jnghilterra, la quale «è oggi troppo preoccupata dell'Italia che Voi, Duce, avete creata in così pochi anni: ne ha paura)>; rendere efficienti quanto più possibile le nostre forze navali ed aeree per provvedere alla nostra difesa «aggredendo e sfruttando così l' ardire di questa nostra balda giovinezza, pronta a qualsiasi sacrificio»; curare buoni rapporti con i pochi paesi amici ed avvicinarci ai neutrali (Germania e Giappone in primis). Siffatta elencazione di provvedimenti da adottare potrebbe considerarsi piuttosto superficiale se alcune altre proposte non lasciassero perplessi. Occorre «scegliere gli uomini adatti da mettere a capo delle forze armate» sostenne Baistrocchi. La frase era pesante. Chi, degli attuali, g iudicava inadatti? Forse vista la categorica affe1111azione che «è indubbio che se oggi avessimo sommergibili e aeroplani in maggior quantità nel Mediterraneo comanderemmo noi; le navi inglesi, fedeli alla tradizione dell'ultima guerra, non si impegnerebbero in mare aperto, ma s' intanerebbero nei porti per uscirne a guerra finita>> - si riferiva a Cavagnari ed a Valle? Oppure a Badoglio? E con quale aut0rità si esprimeva in tal modo? E chi sarebbe stato adatto? Lui stesso? E ancora: «Tutto quanto sopra - concludeva - dovrebbe essere il nostro programma d'azione, anche se, per causa di forza maggiore, fossimo costretti a rimandare la partita. Ormai nostra preparazione politica economica militare non può non mutare rou a».


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La seconda parte del promemoria si traduceva in una tirata contro De Bono ed il Comando Superiore: «Grande attività del vecchio De Bono, però sempre vegeto: tutti - militari e civili - sperano dalla sua generosità. Tutti lo amano, ma riconoscono l'insufficienza ciel Comando A.O .. Energia, volontà, spirito di decisione, quali la situazione impongono [sic] , lasciano a desiderare». Inoltre il capo di Stato Maggiore e l'Intendente erano in urto fra loro, così come si era creato un clima ostile fra ufficiali e funzionari civili del ministero delle Colonie. E principalmente era «unanimamente sentito il bisogno di una dipendenza più diretta delle operazioni di guerra - intesa nel campo organizzativo, non in quello operativo (dai 4.000 agli 8.000 chilometri) - dal!' Amministrazione della GueJTa», a causa delle mal tollerabili interferenze del sottosegretario per le Colonie in ogni campo, compreso quello disciplinare ed operativo 1• Ma Mussolini stava soppesando con cura la situazione internazionale e, a quanto pare, rifletteva seriamente sull'opportunità di pervenire ad una conclusione. Proprio il 28 ottobre Suvich confidò ad Aloisi che

«n Capo ha intenzione dopo la presa di Macàllé (prima settimana di novembre) di dichiarare sospese le ostilità. La comunicazione potrebbe essere fatta da De Bono direttamente al negus. Si dichiarerebbe che abbiamo raggiunto il pri ncipale obiettivo, che era quello di riconquistare i teJTitori già occupati prima del 1896. Questo potrà dar luogo a trattative( ...)»'. Le sanzioni stavano infatti sollevando grossi problemi economici e finanziari, in aggiunta ai già rilevanti impegni richiesti dalla gueJTa con l' Etiopia. Il timore che l' indisponibilità delle materie prime paralizzasse il paese «si impadroniva di tutti i settori responsabili dell'amministrazione dello Stato e della produzione nazionale»- ricordò Guarneri e diventava urgente procedere alla costituzione di scorte di un'ampia gamma di materie greggie e semilavorate, nonché frenare le spese in valuta e le importazioni da farsi in regime di clearing con paesi non sanzionisti come Austria ed Ungheria e soprattutto Germania. Insomma, a conti fatti si prevedevano per il 1936 spese per oltre otto miliardi di lire contro i soli introiti delle importazioni, ridotti sicuramente a non più del 50% del normale gettito. li 29 ottobre, Guarneri ed il generale Dallolio, commissario per le Fabbricazioni di guerra, si fecero ricevere da Mussolini ed esposero in terminj ·i~1equivocabili la necessità di tagliare radicalmente il preventivo per non dover «dar fondo alle resiò_ue riserve della Banca d'Italia» ·1. Mussolini ascoltò attentamente, convenne sulla· ineluttabilità di ridurre drasticamente le erogazioni di valuta e stabilì che il ricorso alle riserve della Banca d'Italia non

1

Baistrocchi a Mussolini in data 28. I0.1935, AUSSME, rep. H 9, Carrexgio del Capo del

governo, mcc. I, fase. 2.

' Suvich a Aloisi in darn 28. IO. I935, DDI, 8' serie, 11, doc. 506. ·' F. GUARNERI, Batlaglie economiche.fra le due guerre cit., pp. 494-495.


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dovesse superare per il 1936 i due miliardi, con i quali occorreva far fronte a tutte le necessità. Ne derivò una serie di riunioni presiedute dallo stesso Mussolini con l' intervento dei ministri delle Finanze (di Revel), delle Comunicazioni (Benni), di Dallolio e di Guarneri, e dei sottosegretari militari (Baistrocchi, Cavagnari e Valle), riunioni in cui vennero esaminati i fabbisogni delle amministrazioni militari e quelli dei prodotti di monopolio (carbone, rame, nichel e stagno) al fine cli ridurre tutte le importazioni, anche cli materie prime occorrenti alle forze armate' . I calcoli di Guarneri si basavano sulla considerazione che le industrie possedevano scorte sufficienti, con il ritmo di lavoro in corso, per circa sei mesi e che, tornando subito alla normale sett.imana di quaranta ore, tale periodo poteva essere prolungato 2 • Mussolini concluse con direttive precise in tema di commesse militari. Queste dovevano essere «rigorosamenvte mantenute nei limiti dei quantitativi di materie prime di cui è stata prevista l'importazione» e gli acquisti ali' estero, previo benestare ciel Commissariat.o per le fabbricazionj di guerra e della Sovrintendenza Scambi e Valute, dovevano essere fatti esclusivamente presso paesi non sanzionisti 3. Come era evidente, i provvediment.i presi assicuravano l'autonomia solo per un periodo determinato, durante il quale, approfittando di un prevedibile assetto della situazione internazionale, sarebbe stato possibile trovare una soluzione accettabi le. Intanto Badoglio e Less<ma erano rientrati a Roma. Il rapporto presentato dal capo di Stato Maggiore Generale sulla «Ispezione a Comando, truppe e servizi in Eritrea}> e «pienamente condiviso da S.E. Lessona», porta la data del 3 novembre 4. Fu la liquidazione di De Bono. Ci limiteremo a riportare le osservazioni a carico del Comando Superiore. «Tuu.o il Comando Superiore A.O. è saturato dalla speciale psicologia eritrea (... ). Questo stato d'animo si compendia nella frase arcinota: 'In Eritrea per vincere bisogna star fermi'. Di fatto, non appena io ho rappresentato a S.E. De Bono la necessità assoluta di avanzare sia per avere una più estesa occupazione in caso di accordi internazionali, sia e più specialmente per la speranza di poter agganciare l'esercito abissino e dargli una severa lezione, S.E. Gabba mi interruppe dicendo ' ma la battaglia non è assolutamente necessaria: il nemico non ci attaccherà mai. Noi possiamo su queste posizioni, che sono più folti di quelle da cui siamo partiti. attendere che il nemico ci fronteggi e poi si ritiri per mancanza di viveri'.

' Ibidem, pp. 495-496. Le riunioni ebbero luogo i giorni 30 ottobre, I. 4, 6 e 8 novembre. ' Ibidem, p. 497. ' Mussolini a Baistrocchi in data 15.11 .1 935, AUSSME, rep. H 9, Fondo Carteggio del capo del govemo, ,-ace. I. ' Badoglio a Mussolini in data 3.11.1935, AUSS1v1E, rap. H 9, Fondo Car1eggio del Capo del governo, racc. I.


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Sono subico imervenuto dichi arando che se V.E. avesse des iderato tale linea di condotta avrebbe inviato in colonia al più tre d ivisioni di rinforzo e non l'equi vale nte di otto, quante ne sono state finora sbarcate( ... ). Mi parve che S.E. De Bono annuisse a questo concetto. Purtroppo mi ero sbagliato. Nel colloquio che ho auro co n lui prima della partenza mia da Coatit, assicurando mi di disporre per l'avanzata su Macallé, concluse dicendo che non riteneva affatto necessaria una battagl ia( ... ). Questo stato d 'an imo si palesa e s i paleserà sempre quando V. E . ord inerà uno sbalzo in avanti. Non s i dirà certamente di non ritenere opportuno detto sbalzo, ma si affacceranno tutte le difficoltà logistiche. in pane vere ma sempre esagerate, che permetteranno di ritardare l'inizio del movi mento. Così è successo per lo sbabw del 3 ottobre per il quale occorsero ordini categorici da carte di V.E .. Così avviene per l'atruale avan,:arn s u Macallé ( ... ). Come V.E. veda, è una resistenza passiva diffic ile da superare, dato specialmente che S.E. De Bono si dimostrava pa1ticolarmente sensibi le e quasi irritato d i questo mio intervento. Il Co mando Superiore A.O. si è stabilito a Coatit in comode, troppo comode, baracche . Vi regna molta serenità. ma è una serenità di ambiente burocratico, piuttosto che di Comando di operazioni ( ... ). In sostanza, Comando essenzialmente statico nello spi1ito e nel s uo funzionamento. Esa minato così l' ambiente, rni resta ora a dire il mio apprezzamento sulla persona. S.E. De Brno ha compiuto in questi nove mesi un lavoro notevolissi mo e quanto mai gravoso. Vero che V.E. ha sempre dato almeno il doppio di quanto è stato richiesto, cosicché si ebbero a pro fusione tutti i mezzi occo1i-enti. Ve ro altresì che aon si ebbero limitazioni né preoccupazioni finanziarie e le somme spese sono ... q ue lle che V.E. conosce. Ma ciò nonostante la somma di lavoro falla da S.E. De Bono è rimarchevol issi ma e tale da costituire per lui un vero titolo di onore. Ma secondo me lo sforzo fatto ha non poco esaurito le ri serve di forw di S.E. De Bono. A vederlo in molti, troppi momenti, dà l' impressione di un uomo stanco, quasi s fi nito. Questo suo stato si ripe rcuote ovviamente sulla capacità voliti va( ... ). Con S.E. De Bono(... ) si dice dappe rtutto più o me no apertamente che il Comando non si sente. Quale sarà la sua azione di co mando qualora, ad adunata compiuta dalle forze abissine, debba dirige re una grande battaglia? Eccellenza. su questo punto io devo dichiarare che attenderci l'esito "on grandissima preoccupazione . S.E. De Bono è inol tre di una bontà in fini ta e non gli si può toccare alcun dipendente, anche se non perfettamente idoneo alle mansioni affidategli. E la troppa bontà, in un'azione di coma ndo , non è che debolezza>>.

Seguivano rilievi relativi al capo di Stato Maggiore, gen. Gabba I; al sottocapo di Stato Maggiore, gen. Cona; ali' Intendente, gen. Dall'Ora. A fattor comune: ottima capacità professionale, ma necessità di guida da parte di un comandante dotato del prestigio e dell ' autorevolezza necessari. Sotto il profilo ordinativo, poi, spiccava l'urgenza di due provvedimenti. Secondo le disposizioni regolamentari l'Intendente dipendeva direttanente dal Comandante S uperiore, al quale perciò risaliva il coordinamento fra operazioni e servizi, aggravio notevole per la sua azione di comando. Molto meglio,

' li generale Gabba, da colonnello di Stato Maggiore, e ra stato c hiamato al Comando Supremo ne ll'agosto 1917 per sostituire il capo della segreteria di Cadoma, il neo promosso brigadiere Bencivenga . Dopo Caporetto, con il riordinamento del Comando Supremo, egli fu destinato al Comando del XIX corpo d 'armata, quale capo di Stato Maggiore.


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dunque, porre l'Intendente alle dipendenze del capo di Stato Maggiore, che sarebbe stato in tal modo in condizioni di armonizzare il disegno operativo con le possibilità offerte dall'apparato logistico, in un teatro d'operazioni pmticolare in cui la logistica rivestiva un peso fondamentale . Il secondo nodo da sciogliere riguardava l'aeronautica, essendosi creata una situazione «che occorre sanare al più presto». Alla testa dell'aeronautica in Africa orientale stava il generale Aimone Cat, sicuramente molto capace. Senonché egli ... non aveva il comando effettivo e difatti firmava «d'ordine». Questo perché, come l'interessato aveva spiegato a Badoglio, «si considerava come capo di Stato Maggiore di S.E. Valle, che avrebbe dovuto presto assumere il comando». Badoglio non fece commenti sull'inedita soluzione ordinativa che avrebbe visto un sottosegretario di Stato, capo cli Stato Maggiore della aeronautica, partecipare alla campagna etiopica, naturalmente e incredibilmente con un Comando autonomo rispetto al Comando Superiore A.O .. Si limitò perciò a sottolineare che reputava indispensabile addivenire ad un preciso ordinamento del Comando «in modo che si possano ben determinare le responsabilità». Badoglio stesso passò, infine, a formulare alcune altre osservazioni di carattere tecnico su quell ' inizio di campagna ed accennò alle due direttrici strategiche disponibili verso sud, confermando come preferibjle sotto ogni aspetto la Adigrat-Ascianghi, rispetto alla Adua-Gondar. Il problema strategico era in fondo semplice, nell'intesa di presentare, in caso d'incontro col nemico, due indiscusse superiorità: l'aviazione e l'artiglieria.« Tutto sta nel poterlo agganciare - scrisse-. Ma se si sta fermi non lo si aggancerà mai. E nemmeno procedendo a passi eia tartaruga». Così Badoglio chiuse il documento. Il rapporto del capo di Stato Maggiore Generale era ce1tamente severo e non poteva non esserlo. Non si trattava di critiche mosse in base ad elementi di seconda mano o generici o superficiali. Era pertinente l'appunto fatto alla visione operativa che sembrava regnare al Comando Superiore A.O.? Pensiamo si possa rispondere in senso affermativo perché, se il primo concetto strategico enunciato nella memoria presentata eia Badoglio a Mussolini il 6 marzo - e fondato sulla disponibilità in ottobre di tre divisioni metropolitane e due indigene - era nettamente difensivo-controffensivo, già in quella sede era stata considerata l'ipotesi offe.nsiva ove il nemico fosse rimasto «senza decidersi né ad un attacco né ad una ritirata». Quando poi Mussolini risolse di aumentare in modo radicale le forze, l'unico vincolo che Badoglio pose per muovere all'offensiva fu la presenza in Eritrea delle previste sette di visioni e di tutta l'aviazione. Ed era pertinente l'accusa fatta a De Bono di esagerare le difficoltà di natura logistica per procrastinare la prosecuzione dell' avanzata su Macallé? Alla luce delle circostanze sembra che in effetti la scarsa inclinazione cieli' Alto Commissario a proseguire dipendesse ben più dalle sue incertezze (in proposito il suo diario è eloquente) che da un disegno su·ategico da preparare con calma.


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Non a caso Badoglio citò l'impossibilità sostenuta da De Bono il 18 ottobre di non poter muovere su Macallé se non a fine novembre - primi di dicembre, per poi , dopo «vivaci discussioni», accettare controvoglia la data del IO novembre. Questo mentre Dall'Ora, «messo alle strette» da Badoglio, si dichiarava in grado di rifornire le truppe in movimento su Macallé a partire dal 5 novembre. Diciamo pure che De Bono tutti i torti non li aveva. Anche Badoglio del resto, come riconosciuto al termine della guerra, era partito da Roma calcolando «che solo ai primi giorni di dicembre si sarebbe potuta iniziare l'avanzata da Adigrai su !vlacallé per impegnare la bauagl ia decisiva. Contemporaneamente, sulla rcstance fronte (... ) avrebbe dovuto essere tenuto atteggiamento difensivo, atto anche a garantire il fianco della massa sboccante da Adigrat» ' .

Soltanto che le ragioni politiche per le quali Mussolini fu spinto a voler occupare il Tigrai prima della metà di novembre vennero accolte di buon grado da Badoglio2, il quale considerò come circostanze al momento favorevoli, e quindi da sfruttare, la lontananza del nemico e la conseguente mancanza di una seria opposizione etiopica sino a Macallé; la sottomissione del capo locale, il degiac Hailé Selassié Gugsà, e perciò almeno la neutralità della popolazione della zona; una sufficiente disponbilità di tempo per sistemarsi a difesa ed offrire battaglia sulle nuove posizioni. Per contro De Bono si trincerò dietro obiezioni che non fu in grado di sostenere fino in fondo. E, secondo l'ordine tassativo del Duce del 29 ottobre, si rassegnò a muovere il mattino del 3 novembre. Il disegno di manovra era, anche questa volta, molto semplice: procedere con il grosso delle forze lungo la direttrice Adigrat-Macallé, mantenere contegno prevalentemente difensivo sulla fronte Adigrat-Enticciò-Adua-Axum ed effettuare nei due bassopiani laterali azioni offensive in relazione allo svolgersi degli .eventi. Le masse abissine risultavano ancora a sud del Tacazzé e nel Lasta. L' avanzata venne dunque affidata al I corpo su Edagà Hamus-Agulà-Scelicot ed al corpo indigeno al centro, attraverso l'aspra regione del Gheraltà, su Hausièn. Il II corpo si portò sulle alture ad occidente di Selaclacà e spinse verso il Tacazzé colonne leggere. In questo modo, però, la fronte dell'armata assunse una forte estensione ed il li corpo si trovò escluso dall'azione principale. L'offensiva non incontrò resistenze di rilievo, anche perché, sempre su ordine ciel Negus, perfino Macallé era stata sgomberata. Ma De Bono era molto turbato. Il 7 novembre scrisse sul diario: «Piove da quel Dio! Le truppe hanno ripreso l'avanzata; domani saranno a Macallé (...).Vedremo.Ma, perdio, basta

'P. BADOGLIO, La guerra d'Eliopia, Mondadori, Mi lano 1936, p. 19. '«Necessità di indole superiore - scrisse poi - imposero, invece, di accelerare ancora una volta i ten1pi (...) >>, ibidem, p. 20.


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poi con le frego le. Ne abbiamo parlato anche con Dall ' Ora. Bisognerà essere espliciti. Ma poi: o a fine novembre è deciso qualcosa, o ... non lo voglio dire» '. Per quanto la profondità dell'avanzata sino a Macallé fosse, tutto sommato, poco rilevante (circa 150 chilometri), nel campo dei trasporti contavano i tempi di percorrenza. E a sud del confine esistevano unicamente piste e carovaniere. Cosicché il dispositivo d'Intendenza era stato subito obbligato a slittare in avanti. La convenienza di tenere ad immediate contatto con le grandi unità organi demolt.ipl icatori dell ' azione di comando dell'Intendente e, nel contempo. in grado di sopperire con la massima tempestivit.à alle esigenze non sempre prevedibili in un ambiente operativo atipico, aveva suggerito l'istituzione di due Delegazioni d'Intendenza, a Massaua e ad Adigrat. La prima per trasformazione del Comando Base: data la complessità della struttura e la convenienza di conferire unitarietà a quell'organo cli vitale import.anza per la guerra, il Comando Base divenne Delegazione d'Intendenza e Comando Base di Massaua. La seconda ebbe il compito di coordinare il sostegno logistico dei complessi cli forze incaricati del primo sbalzo. Le frazioni di magazzino cli Adi Ugri, Mai Edagà e Saganeiti, previo esaurimento delle scorte, si portarono verso sud subentrando alle frazioni avanzate. Queste si attestarono prima sul parallelo di Mai Enda Baria e poi, a fine ottobre, raggiunsero le zone di Aclua, Enticciò e Adigrat. Per l'alimentazione dell'avanzata su Macallé vennero costituite nuove basi logistiche utilizzando quasi interamente salmerie. Basti dire che ad Adigrat erano stati concentrati oltre 16 mila muli! Soddisfazione a parte, c'era motivo di raccoglimento. Lo stato delle mulattiere seguite era in tali condizioni, a causa della pioggia, che i due corpi d'armata si erano di luiti strada facendo, sì che le artiglierie trainate ed i carri veloci si ricongiunsero dopo alcuni giorni. Comunque, «Anche questa è fatta commentò De Bono -. Molto bene tutti. Sta a vedere quel che ne pensano a Roma e se ci saranno ancora fregole ( ...)» 1• Lo vide subito. <<S ulla destra fai attestare il corpo d' annata Maravigna al Tacazzé - télegrafò Mussolini l' 11 novembre - e con le divisioni indigene marcia su Amba Alagi senza indugio, mencre le divisioni na7..ionali sosteranno a Macallé-Scelicot» ' .

L' ordine cli Mussolini ha dello stupefacente, ove s i pensi che il 5 novembre Badoglio gli aveva illustrato la prevedibile situazione, a Macallé occupata, in termini chiarissimi. L'aeronautica aveva individuato grandi masse abissine in movimento verso nord dalla zona del lago Ascianghi. Questo sign ificava che se il nemico intendeva affrontarci <<molto probabilmente fra il 10 ed il 15 novembre potremo avere la battaglia nei pressi di Macallé». Se, invece. preferiva

'G. BIANCH I, Rivelazioni sul conjliuo italo-eriopico cit., p. 110. ' Ibidem. ' E. DE BONO, La preparazione cit., p. 209.


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Il dispositivo d'intendenza durante il primo ciclo opcra1ivo


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arrenderci, si s~u-ebbe probabilmente fennato ali' Amba Alagi, a metà distanza fra il lago Ascianghi e Macallé». Di conseguenza occorreva intanto provvedere ad assumere un conveniente assetto. Mentre tre divisioni dovevano incaricarsi cli difendere il pericolosamente scope110 fianco destro ciel dispositivo (Arresa-Adua), si potevano concentrare a Macal!é otto divisioni più reparti minori e le rutiglierie eia posizione dislocate nelle piazze più interne dell'E1itrea in modo da affrontare la bar.taglia nelle rniglio1i condizioni, «perché non è da ammettere banaglia non decisiva». E poi aveva concluso: <<Tutto calcolato, reputo che dal giorno cli arrivo a Macallé occorra non meno di un mese per trovarci pronti per un altro sbalzo in avanti»'. De B0119 replicò immediatamente a Mussolini, contenendo a stento l'i rritazione: «( ... ) Tieni presente che abbia1110 attualmente una linea di operazioni lunga :'iOO chilometri dei quali più di un 1erlO di cattiva pista. Inoltre I 00 chilomet1i ancora insidiati richiedono misure speciali di sicurezza. Posizioni da tre giorni occupate non sono ancora sistemate a difc-sa e non vi $0110 arrivate le artiglierie da posizione. La mia riserva è tutta scaglionata per lavori stradali (... ). Noca infine che. a pa1te il doloroso ricordo storico, la posizione di Arnba Alagi non ha alcuna importa nza strategica ed è tauicamente difeHosa perché aggirabile ovunque»' .

Aveva ragioni da vendere e nel diario si sfogò, prendendosela con Mussolini ma anche con chi gli stava intorno, in particolare Baistrocchi }: <<Me l'aspettavo: incompetenza, orecchiantismo, malafede(!]. Ho risposto a dovere ed aspetto; ma per mio conto non mollo. Le condizioni logistiche sono disastrose: il corpo d'annata indigeno non si può muovere (...). Basta, facciano un poco quel che credono. Se mi sostituissero sarebbe, in fondo, un piacere» •. Mussolini riconobbe la «validità tue ragioni per una ragionevole sosta sulla linea di "tvfacallé, mentre farai avanzare sul Tacazzé» e, lasciando inequivocabilmente scorgere il desiderio, o quanto meno la propensione, di accettare una soluzione diplomatica di compromesso, proseguì: «Nell'attesa che funzionamento trattative politiche riescano [sic] a conclusiva fine, rafforza le linee cli Macallé e sistema rapidamente le retrovie>} 5• Ritornava ali' intenzione di sospendere le operazioni dopo la presa di Macallé, espressa già il 28 ottobre 6.

' Badoglio a Mussolini in data 5. I I. I935, in G. ROCHAr, Miliwri e politici cit., doc. 69. ' E. DE BONO, La preparazione cii., p. 210. ' Una frase del telegra111111a inviato il 12 nove111bre da Bais1rocchi a De Bono sembrerebbe significativa: «Mi compiaccio nuov i successi raggiunti e quelli che sicuramente pres1issimo raggiungerai. Non sono io a spingere, co111e Li diceva quel vociferatore malevo lo, ma è la si1uazione politico-milirnrc. Ad igra1-Adua-Macallé e A111ba Alagi sono troppo scolpite nell'animo di tucti (. ..)» (G. BtAì'<CHI, Rivelazioni sul conflirto iwlo-eriopico cit., p. 200). ' Ibidem, p. I IO. ' Mussolini a De Bono in data 12. I 1.1935, in E. DE BONO, La preparazione cit.. p. 211 . Quel giorno l'a111basciatore Chambrun aveva comunicato ad Aloisi una proposta di Lavai per avviare un qualche accordo: sospensione delle ostilità italiane in cambio della sospensione delle san zioni (colloquio Aloisi-Chambrun in data 12.1 l.1935, ODI, 8' serie, U, doc. 619). ,. P. ALOISl, Joumal cit., p.317.


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Non per nulla, in un recente colloquio con Drummond era stato molto concil iante. L'ambasciatore inglese aveva 1iferito che la Gran Bretagna era pronta a ritirare due incrociatori da battaglia se l' Italia avesse rimpatriato un' a ltra divisione dalla Libia. Questo perché il governo britannico teneva moltissimo ad una détente nel Mediterraneo e riteneva possibile ottenerla per fas i successive. E Mussolini era stato pronto a rispondere che la proposta poteva essere accettata in un più vasto piano di normalizzazione: «Ci sono elememi per un'i ntesa di vasta portata tra la Gran Bretagna e l'ltalia - assicu rò - . L' Italia ha bisogno del Mediterraneo perché ci vive; la Gran Bretagna ha bisogno del Mediterra neo perché rappresenta la via obbligatoria per i suoi possedimenti d'oltremare. Le due necessità sono concil iabi li fra loro( ...). La déteme sare bbe dunque il mezzo per arrivare al fine che sarebbe l'accorcio definitivo,, '.

Ma nel contempo decise cli sostituire Del Bono: «Colla 1iconquista di Maca llé- gli te legrafò un paio di giorni più tardi - considero ulti mata la rua missione nel!' Africa Orientale, rrùssione che tu hai svolio in circostanze estremameme diffi cili é con risu ltati che ti additano nel presente e nell' avvenire alla grati tudine della Nazione. J tuoi meriti incontestabili e dovunque 1iconosciuti saran no esplicitamente consacrar.i coi fatti (... ). Ti comunico che quale tuo successore ho scelto il maresciallo Badoglio» ' ·

Il riconoscimento dell ' opera di De Bono fu il bastone cli maresciallo d ' Italia ' . L'esonero di De Bono era nell' aria. È impensabile che Mussolini potesse lasciarlo nell' incarico di Comandante Superiore dopo la relazione del capo cli Stato Maggiore Generale ed i commenti del sottosegretario alle Colonie. Nella mig liore delle ipotesi la sostituzione sarebbe avvenuta dopo la conquista del!' Amba Alagi, ammesso e non concesso che il quadrumviro si fosse avventurato subito verso quell' obiettivo e non fosse incappato in qualche rovescio, sia pure limitato. Secondo l'opinione ciel generale Falclella, De Bono «certo aveva i suoi limiti, ma con i mezzi a sua disposizione sarebbe comunq ue arrivato ad Addis Abeba nello stesso tempo cli Badoglio»'. Può essere, ma sembra lecito piL1 di un dubbio, specialmente riportandoci al momento in cui venne presa la decisione. L'efficacia dell'azione di comando è sempre sensibilmente condizionata dal carattere del capo. Non soltanto come organizzatore De Bono aveva mostrato carenze, ma come comandante cli una spedizione di tal fatta, per dimensioni e distanza dalla madrepatria, chiaramente clava a vedere di non potersi definire l'uomo giusto al posto giusto. Se poi si guarda il suo diario, nessuna esitazione

' Colloquio Mussolini-Drummond in data 12.1 J.1935, ODI, 8" serie, doc. 609. ' Mussolini a De Bono in data I4. I I. I935, ibidem, lJ . doc. 632. ' Mussolini a De Bono in data 16.11.. 1935, in B. Mussou NI, Opera omnia cit. XXVII, p. 303. 'Cit., da A. Da BOCA, Gli Italiani in A/i'ica Orientale, ci t. , H, p. 439.


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diventa possibile: la responsabilità dell'impresa lo sovrastava e le incognite di quella che gli appari va un' avventura piena di 1ischi pesavano troppo su.I suo animo, quindi l'esonero si imponeva. Anche perché la situazione internazionale della quale De Bono riceveva da Mussolini solo poche notizie e, per giunta, tali da frastornarlo - era così tesa da non escludere del tutto un repentino isolamento del corpo di spedizione nel teatro d'operazioni afiicano. C hamberlain scriverà sul suo diario: «Portando il suo grande esercito dall'altra parte del canale di Suez Mussolini ha stretto un cappio al prop1io collo, lasciando penzolare un capo a disposizione di chiunque disponga di una marina ed abbia voglia di tirarlo (...)». È vero che fece questa considerazione per sostenere l'improbabilità di un'iniziativa bellica italiana contro la Gran Bretagna date le circostanze 1, ma in De Bono affiorava fortissimo proprio il timore di una sim ile eventual ità da parte britannica. Piuttosto viene spontaneo un interrogativo. Come mai la scelta del sostituto sia caduta su Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale, in un momento in cui gli umori internazionali erano percorsi da una inequivocabile con·ente di disapprovazione, con punte di aperta ostilità, nei confronti dell'Italia e ciel suo governo. Sul piano politico si potrebbe pensare alla convinzione del Duce di essere in grado di gestire gli eventi e di saper evitare di spingere le cose oltre un certo limite sì da non incappare in una guerra con la Gran Bretagna, la vera antagonista. Sul piano mjJitare, sembra evidente l' intento di conseguire al più presto e senza palpitazioni un tangibile 1isultato territoriale con un significativo successo bellico, lasciando peraltro in sospeso la decisione - da prendere in relazione agli sviluppi diplomatici se accontentarsi di un compromesso o se proseguire verso l'obiettivo massimo: l'annessione dell'Etiopia. Sul piano interno sono state affacciate due ipotesi. Secondo Rochat «la desti nazione in Afììca del vincitore di Vitt01io Veneto sottolineava la continuità tra la grande guerra e l'aggressione all'Etiopia e il carattere nazionale dell'impresa>> 1 . Secondo De Felice, con la sostituzione di De Bono Mussolini, «ritenendo conclusa sostanzialmente la fase delle grandi operazioni militari, voleva essenzialmente dare un contentino all'esercito (...), pensando peraltro di aver assicurato al pa,tito fascista i veri allori della guerra e di lasciare a Badoglio le briciole della gestione dell ' ultimo e meno imponame ciclo delle operazioni, quello, in pratica, destinato solo .a contrappuntare la fase decisiva dei negoziati diplomatici che riteneva sarebbero cominciati dopo le elezioni inglesi»;_ Certo si è che M ussolini conosceva benissimo il desiderio di Badoglio di prendere le redini della campagna• e volle accontentarlo per le garanzie che

'La nota di Chamberlain nel diario ern dell'8. 12 .1 935, in B.H. L1DDELL HART. /.'arre della 1-:uerra nel XX sew/o, cit., p. 218. 'G. ROCHAT, Mili rari e po/irici cit., pp. 232-233 ' R. DE FEUCE, Musso/in.i il duce cit.. I, p. 709. 'La guida della campagna faceva gola a parecchi: lo stesso Baistrocchi. con le sue concinuc censure. tradiva quell'ambi;r,ione. E. del resto. Valle non aspirava al comando dell'Aeronautica A.O.?


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forniva e, nel contempo, per renderlo di fronte all'opinione pubblica co1Tesponsabile del risultato finale. Difatti non gli chiese nemmeno di propo1Te il nominativo di qualche altro generale per rilevare De Bono. Né, sintomatico, lo c hiese a Baistrocchi . 2. IL PERIODO

DI ASSESTAMENTO

Si è detto dell'ambiguità di fondo del comportamento britannico. In effetti, sul piano politico il conflitto italo-etiopico aveva assunt0 un significato che andava ben oltre l'aspetto della aggressione di un membro della Società delle Nazioni ad un altro membro. li concetto, espresso da Eden già nel maggio 1935, era inteso evidentemente ad evitare che episodi come quello del Giappone nel 1931-32 in Cina si ripetessero restando impun iti: la Lega doveva assumere un atteggiamento risoluto nei confronti dell'Italia per ammonire la Germania che in qualunque sua eventuale iniziativa europea si sarebbe trovata contro la ferma reazione della Società delle Nazioni 1• Ed in ottobre Eden ripeté: «Non si tratta di una questione di guerra o di pace in qualche remora parte del mondo. Il veto problema è se in questa disputa la Società delle Nazioni si mostrerà uno strumento efficace (... ). La controversia è un banco di prova>>'. Ma i conservatori inglesi, al governo, non erano concordi sulla linea da seguire. La destra inclinava, come Lavai, ad applicare il Covenant secondo le circostanze; la sinistra non intendeva fare sconti. Secondo Hoare: «Da una parte si doveva procedere con estrema cautela e indulgenza per tenerlo [Mussolini] dalla parte degli Alleati, dall'altra creare a Ginevra un fronte unito per dissuadere i tedeschi da un'aggressione» 3• Che a Londra si nutrissero serie preoccupazioni per il Mediterraneo, in senso lato, sembra indubbio. Non era tanto questione di attribuire all'Italia propositi bellicosi spinti sino alle estreme conseguenze, quanto di presa di conoscenza della vulnerabil ità del sistema difensivo britannico nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e nel Medio Oriente. Secondo l'addetto militare italiano a Londra, col. Mondadori, l'invio in Libia di u·e divisioni era stato interpretato come concreta minaccia verso l'Egitto, la cui difesa notoriamente insufficiente causava serie preoccupazioni. Un attacco italiano in direzione del Canale di Suez avrebbe rappresentato un tale pericolo per le comunicazioni imperiali britanniche «dar far pensare molto a quegli uomini di Stato che vogliono assumersi la responsabilità di applicare sanzioni all'Italia(..)» 4 • Pochi giorni dopo la trasmissione di questo rapporto, il col. Mondadori ribadì i

' J. PtTERSE:-1, Hirler e Mussolini cit., pp. 379-380. ' Ibidem, p. 380. ·' /bide 111, p. 38 I.

' Mondadori a S.l.M. in data 23.9.1935, AUSSME, rep. H 3, Fondo S.I.M. - Noriziari esteri. racc. 39, fase. 5 1.


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timori circolanti a Londra. La propaganda fatta in Egitto e nel mondo arabo in genere contro gli interessi britannici 1, le misure precauzionali adottate dall 'Italia nel Medi tem111eo, la presenza di un consistente contingente di truppe in Cirenaica, tutto ciò si presentava agli occhi inglesi come un deliberato proposito di attentare agli interessi britannici nel Mediterraneo ed in Africa. Conseg ue ntemente «L' lngh illerra. seriamente allarmata della sua posizione in Egitto, considerato come la chiave del Mediterraneo cd il ponte di passaggio fra l'Europa ed il suo impero. ha gradualmente tr.L~formato la que~tione abissina in questione molto più imponante per i suoi interessi vitali e panicolar111en1e in questione egiziana. È noto co me da trattati l'Egitto non possa avere un esercito e come pos$a quindi trovarsi nell'im possibili tà di difendersi qualora attaccato: di qui il timore che l'Egitto potesse i:hiedere ali' Inghilterra il permesso di co~tituire un esercito che sollo la parvenza di difendere 11 proprio Paese direttamente, ed indircuamente I ' lnghillerra, potesse servire a riacquistare la propria completa indipendenza con l'appoggio dircno o indireno dell' Italia»'.

Ne derivò, da parte inglese, una importante distinzione fra il problema de lla sicurezza imperiale e quello etiopico\ L'uno riguardava la Gran Bretagna da sola, l'altro la Gran Bretagna nell'ambito della Lega. Ognuno di essi presentava risvolti peculiari, ma esiste vano anche bande di sovrapposizione. L' opinione dell ' addetto mi litare fu, in sostanza, che «l' Inghilterra, una volta rassicurata sulla minaccia ai suoi interessi, cercherebbe di salvare il suo prestigio di fronte al mo ndo, accontentandosi, bene inteso anche qualora si possa raggiungere il consenso unanime presso la L.N., di insignificanti sanzioni di carattere economico tali da non minacciare un turbamento in Europa» •. Le conseguenze s i tradussero, da un lato nelle intese franco-inglesi prese in questo periodo sulla base del Covenanr - al cui riguardo S uvich ebbe a scrivere all 'ambasc iatore Cen-uti a Parigi che, benché Lavai le considerasse poco più che platon iche e perciò all'atto pratico inoperanti, costituivano nondimeno un fatto politico di somma importanza per il peso rivestito nei rapporti fra i tre Stati 5 - e dall 'altro le conversazioni italo-ing lesi dei prim i di settembre. Accanto al punto della «smobilitazione)> nell ' area del Mediterraneo, si scorgeva il desiderio di trovare un·accettabile via d' uscita prima c he la situazione sfuggisse di mano. A Ginevra Aloisi ebbe lunghe conversazioni con Hoare e Lavai, nel corso delle quali si form ularono anche ipotesi sulla cessione del Tigrai ali 'Italia 6 • Il 5 novembre Drummond assicurò a Mussolini c he il

1 Sulla politica di «presenza» perscguiia dal governo nel Mediterraneo centro-orientale e nel Mar Rosso cfr. R. QUARTARARO, Romafi·a Londra e Berlino cii., pp. I52- I54. ' Mondadori a S.l.M. in data 26.9. 1935, AUSSME, rep. H 3, Fondo S.U,f., racc. 39, fase. 5. 'R. Ql"ARTARARO, Rm11a ji-a Londra e Berlino cii.. cap. II I. ' Mondadori a S.I.M. in data 26.9.1935 cit. ' Suvich a Cerru1i in data 6.11. 1935, 001, 8' serie, Il, cloc. 572. '' Aloisi a Mussolini in <lata 2.11.1935, ihirlem, Il, doc. 554 e 555.


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governo britannico si proponeva di «arrivare ad una détente nel Medite1i-aneo» ed aggiunse che «in Inghilterra nessuno si sogna di fare la guerra all'ltalia. che le sanzioni milita1i non sono mai state r,,.,.;iderate dal governo inglese, che di un controllo mi li tare non si è mai fatt~ cénno neanche a Ginevra» 1• Peraltro, fra gli elementi di cui a Londra si teneva conto c'era pure una spiccatissima incertezza deriva nte dall'impulsività attribuita a Mussolini , tanto che in novembre si diffusero forti timori di un improvviso attacco italiano contro la tvfediterranean Flee1. Be nel-re le navi fossero state spostate ad Alessandria e oltre, l'Ammiragliato non si sentiva molto tranquillo, anche a causa della mancanza di un' alleanza militare con l'Egitto. Più esattamente, si paventava che il possibile insuccesso dell'impresa etiopica mettesse in pericolo la posizione personale de l Duce, al punto eia spingerlo a decidere <<di perire tra le fiamme, come lui stesso aveva accennar.o, attaccando la nostra flotta>> 2 • L'atmosfera indusse il governo Baldwin a puntare tutto sul p1incipio della «sicurezza collettiva», cioè del pieno appoggio alla Società delle Nazioni . E per l'appunto questa cat1a gl i fece vincere le elezioni politiche del 14 novembre, attese da tutti per l'inizio di concrete trattative. Però i contrasti permanevano. Hoare e Vansiltart erano convinti fautori del l' opportunità di una composizione del conflitto in corso, che avrebbe salvaguardato l'equilibrio europeo, ma Hom·e, a dire il vero, non si era ancora formata un· idea precisa circa un'accettabile soluzione. Peggio ancora, il 22 novembre Mussolini venne avvertit.o che il 29 si sarebbe riun ito a Ginevra il Comitato dei Dic iotto per esaminare la proposta canadese di estendere l'embargo a petrolio, carbone, ferro, ghisa ed acciaio -'. Immediatamente telegrafò al l'ambasciatore a Parigi incaricandolo di chiedere alla Francia una valida prova cli amicizia 4 . Cerruti fornì una risposta sostanzialmente deludente. In una conversazione «assai drammatica» Lava] aveva fatto presente di trovarsi in una posizione difficilissima. Pur essendo personalmente contrario alle sanzioni petrolifere, aveva le mani legate non essendo la Francia un paese produttore. L'unica cosa che rientrava ne lle sue possibilità era di appoggiare qualunque proposta contraria all ' inclusione del petrolio nell'em bargo fosse avanzata da un paese produttore. Poteva invece opporsi, e lo avrebbe fatt.o, per quanto rigu ardava carbone ed acciaio, entrambi esportati in Italia. Allora Cerruti aveva chiesto. ed ottenuto, il suo intervento almeno per procrastinare la convocazione del Comitato \

' Colloquio Mussoli ni -Drumrnond in data 5. 11.1935, ibidem, doc. 562. ' B.H. LmDl:'LL HMff. L'arte della guerra nel XX secolo cit .. p. 252. Sulla valutazione della situazione militare nel Medi terraneo in questo periodo da pane bri tannica cfr. R. Q UARTARARO, Roma .fra Londm e Berlino cit ., pp. I70-189. ' Bova Scoppa a ì'vlussolini in data 22.1 1.1935, DDI. 8' se1ic, Il, doc. 684. • Mussoli ni a Cerruti in data 22. 11.1935, ibidem, n, doc. 686. ' Cerruti a Mus~olini in data 23. 11 .1935, ibidem, Il. doc. 699.


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ln quella fine di novembre si sviluppò un'intensa attività diplomatica tra Parigi e Londra. Hoare tentennava. Il 26 novembre, in un colloquio con Grandi , parlò senza reticenze: «È difficile per l'Inghilterra esaminare la situazione della questione etiopica sulle basi del contatto Mussolini-Chambrun. Questo significherebbe dare all'Italia praticamente l'intera Abissinia. Il Capo del Governo italiano insiste nel domandare tutta l'Abissinia. Non è possibile trattare su queste basi». Comunque promise di riflettere attentamente sulle obiezioni formulate dal nostro ambasciacore '. Vansittart, invece, si mostrava propenso a maggiori concessioni territoriali in Etiopia pur di arrivare ad una sollecita conclusione della crisi internazionale e di evitare che l' Italia si volgesse verso la Germania. Si temeva che il Comitato dei Diciotto, nella riunione prevista per il 29 novembre ma poi spostata al 12 dicembre su pressioni francesi , decidesse l'estensione delle sanzioni al petrol io. Grandi non esitò a prospettare a Vansittart il pericolo di una disastrosa guerra italo-inglese, i cui risultati sarebbero stati desolanti: «ltali;i sconfitta, po/1,erizzara, come qu i si dice. Ciò significa necessariame nte un 'llalia co munista alla completa mercé della Germania. L'Inghilterra militarmente indeholita, la Francia nella guerra civile, gli Stati del centro-est europeo in ginocchio davanti a Berlino. La Germania padrona dell ' Europa. Ecco il solo risultato della politica britannica delle 'sanzioni' che l'Inghilterra preccnde giustificare come um esperimento prelimjnare e necessario per un'azione collettiva contro la Germania in un prossimo fucuro».

Di fronte ad una simile prospettiva, evidentemente occorreva che Italia e Gran Bretagna trovassero un'intesa e che i contatti fra Londra e Parigi e fra Parigi e Roma venissero integrati da contatti diretti fra Roma e Londra 2 . Vansittart convenne su t.utto, ma Hoare aveva a che fare con un governo diviso. Il 2 dicembre, in una riunione di gabinetto, Eden, il politico più determinato conu·o l'Italia, insistette a lungo per includere nelle sanzioni economiche il petrolio, mentre Hoare pensava sufficiente la minaccia di una simile misura. Eden contestò anche lo spauracchio del rischio militare, «cioè della possibilità che il signor Mussolini, ridotto alla disperazione, scateni un attacco contro di noi. Confesso - disse - che questo pericolo mi è sempre sembrato assai remoto (... ). Inoltre il signor Mussolini no n mi ha mai colpito come il tipo d'uomo capace di commettere un suicidio. È stato male infom1ato sul nostro atteggiamento in questa vertenza e, per quanto possa essere esasperato, c'è una distanza notevole tra questa condizione e la follia)) 3• In definitiva, Hoare accolse le conclusioni cui erano pervenuti Vansittart e Grandi e ne discusse con Lavai a Parigi il 7-8 dicembre. Se nutriva ancora

' Grandi a Mus~olini in data 26.1 I. I935, ibidem, II, doc. 726. 'Grandi a Mussolini in data 29.11. I935, ibidem, Il, doc. 755. ' A. EDEN, Memorie cit., pp. 277-278.


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qualche incertezza, questa scomparve quando Lavai gli disse che Mussolini aveva fatto sapere di considerare un atto di guerra l'applicazione dell 'embargo sul petrolio 1• Si arrivò dunque al cosiddetto «Piano Hoare-Laval». Doveva essere sottoposto all' esame del governo britannico e, se approvato, presentato alla Società delle Nazioni ed ai due governi interessati. Esso prevedeva la cessione all'Italia del Tigrai orientale e di territori fra la Dancalia e l'Eritrea e tra l'Ogaden e la Somalia; in cambio, assegnava all'Etiopia uno sbocco al mare, «preferibilmente» ad Assab. Inoltre all'Italia sarebbe stata riconosciuta una vasta zona di espansione e colonizzazione in territorio sotto sovranità etiopica 2• Il documento incontrò subito obiezioni a Londra e fu approvato essenzialmente per le insistenze di Lavai, il quale anivò a minacciare di dissociarsi dalle sanzioni se non fosse stato mandato avanti. L' 11 dicembre fu trasmesso a Roma e ad Addis Abeba; il 12 a Ginevra. Il governo etiopico respinse il piano il 18. considerandolo un premio all'aggressore. Mussolini prese tempo. Secondo Suvich il progetto «non è buono e non potrebbe essere accettato» in quanto, fra l'altro, trascurava tre dei punti più importanti per l'Italia e cioè il congiungimento territoriale fra Eritrea e Somalia, il disarmo dell'Abissinia e lo sfruttamento delle ricche.z ze minerarie nelle zone non sottoposte al controllo italiano. Tuttavia per il momento poteva convenire chiudere la questione, giacché «Una ripulsa ci porterebbe probabilmente all'embargo sul petrolio e alla nostra uscita dalla Società delle Nazioni e qui ndi alla difficoltà di ulteriori trattative sul terreno collettivo. La nostra questione, in altre parole, sarebbe rimessa completamente al successo militare»\ Secondo Guariglia, Mussolini era intenzionato ad accettare il piano, ma intendeva esporlo al Gran Consiglio ciel Fascismo allo scopo di «ottenere una adesione esplicita da parte dei suoi , per impedire che costoro potessero addurre la propria irresponsabilità», ben sapendo che ove l'impresa non fosse stata coronata dal successo «se li sarebbe trovati tutti contro, o almeno tutti pronti a lavarsene le mani» 4. Il piano Laval-Hoare andava senza dubbio a tutto vantaggio dell'aggressore. Tuttavia, pur apparendo per tale motivo ingiusto, offriva una sensata via d'uscita: soddisfaceva in parte l'Italia, lasciava all'Etiopia un impero piL1 compatto e meglio amministrabile, riconosceva la mediazione di Francia e Gran Bretagna. Una rigidità nel considerare l'impresa italiana poteva essere concreta soltanto portandola alle estreme conseguenze. Invece l'indecisione sulla via delle sanzioni, per non dire delle arrrii, condusse fatalmente all'accettazione del

1

Cfr. J. PETERSEN, Hitler e Mussolini cit., p. 403.

'L. VJLLARJ, Storia diplomatica del conflitto iwlo-etiopico cit. pp. 224-226. ·' R . DE F ELICE,

Mussolini il duce cit., pp. 920-923.

' R. G uARJGLJA, Ricordi cit. p. 294.


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li piano Laval-Hoare

Territorio da annettere all a Colonia Eritrea. 2 Territorio da an nettere alla Somalia Italiana.

3 Territorio assegnato alla penetrazione economica iialiana. 4 Territorio assegnato all'Etiopia.

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fatto compiuto regalando a Mussolini la convinzione che «tutto si potesse osare conrro le decrepite democrazie» '. Per una intenzionale indiscrezione del segretario generale del Quay d'Orsay, copia del piano giunse a giornali ostili a Lavai che lo pubblicarono il 9 dicembre conferendogli gran risalto ed accompagnandolo con aspri commenti. In Gran Bretagna l'opinione pubblica ebbe una reazione violentemente negativa. Prima ancora della riunione del Consiglio della Lega, il 18 dicembre Hoare fu costretto a rassegnare le dimissioni sorto la pressione dei Tories di sinistra capeggiati eia Austen Chamberlain. Venne sostituito ai Foreign Office proprio da Eden. Il 21 il Consiglio della Società delle Nazioni respinse il piano ed un mese più tardi anc he Lavai pagò la sconfit.ta con le dimissioni (per vari motivi, ma non ultimo il suo tentativo). «Avete visto, Lessona, il Negus e l'Inghi lterra ci hanno tolto d ' imbarazzo. Così non siamo stati noi a far fallire il piano HoareLaval» disse Mussolini al sottosegretario alle Colonie 2 • Sembrava soddisfano, ma in realtà mal celava un serio turbamento scorgendo davanti a sé una strada che sembrava senza vie d'uscita, a prescindere dalla sorte delle am1i. Vansittart, anch'egli travolto dalla bufera, scriverà più tardi che con il fiasco del piano Hoare-Laval «perdemmo l'Abissinia, perdemmo l'Austria, creammo l'Asse, rendemmo inevitabile la prossima guerra della Germania» ;_ Ed anche Eden ebbe a recriminare. Nell'estate del 1943 scrisse nel suo diario: «Ripensando al passato mi torna in mente la stessa idea. Non avremmo dovu1.o, nel 1935, dimostrare pi ù de1cr111inarezza nell 'applicare le sanzioni '! E se lo avcssi1110 fano non avrem mo costretto Musso !sic) a scoprire il suo bluff'e non avremmo al meno rinviato la guerra? La risposta, ne sono ceno, è un sì. Siamo stati noi a fare di Mussolini una grande potenza. e i greci sono stati i primi a ridurlo alle giuste proporzioni»'.

Svanita, almeno al momento, la possibilità di una conclusione tutto sommato soddisfacenre, restava la spada cli Damocle dell'embargo sul petrolio. In quei frangenti la riunione del Comitato dei Diciotto subì un nuovo rinvio. Mussolini non poteva prevederlo, ma la convocazione continuerà a slittare fino alla metà del febbraio 1936, quando il Comitato ammise nel suo rapporto che se quelle sanzioni fossero state applicate da tutti i membri della Lega avrebbero fatto sentire i loro effetti dopo tre mesi e più, ed unicamente qualora gli Stati Uniti avessero continuato le loro esportazioni in Italia al livello degli anni precedenti 5 . Ce,10 si è che Mussolini, in occasione della conferenza di Monaco, confessò a Hitler: «Se la Lega delle Nazioni avesse seguito il consiglio di Eden ed esteso al

'Ru<;GERO MOSCATI , Dal Pa/lo a Quattro all'Asse Roma -Berlino, in «CJio». aprile-settem bre

1972, p. 168. ' A. L ES$0:'iA , Memorie ci t., p. 247. ·' J. PETERSEN, Hi1/a e Mussolini cii.. p. 405. J A. EDEK, Memorie cir.. p. 396. ' lhìr.lem, p. 4 13.


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petrolio le sanzioni contro l' Italia, nello spazio di otto giorni avrei dovuto battare in ritirata in Abissinia. Sarebbe stata per rne un'indicibile catastrofe>>'. Quanto alla sorte delle armi, per l'appunto in quel periodo di stasi affioravano motivi di disappunto e di perplessità, anche perché i commenti di carattere militare all'estero apparivano concordi del pronosticare una campagna di esito incerto e comunque molto, molto lunga. Né si poteva ignorare il pericolo . opposto: che, in una situazione priva di sviluppi politici immediati, gli auspicati successi militari provocassero un ' ulteriore eccitazione internazionale contro l'Ital ia e favor issero l'adozione di sanzion i determinanti per il fallimento dell'impresa 2•

* * * Intanto Badoglio aveva assunto il comando delle forze italiane in Africa orientale. li I 5 novembre era stato convocato a palazzo Venezia. Mussolini lo ricevette alla presenza di Lessona e gli comunicò cli aver deciso cli «sostituire il generale De Bono nella carica di Alto Commissario e Comandante Superiore A.O. con la Eccellenza Vostra». Badoglio era evidentemente preparato alla notizia. «Va bene - rispose sono pronto; vorrei però chiedere due cose alla E. V: di destinare quale Vice Governatore dell'Eritrea un generale di mia fiducia; di poter agire, nelle mie nuove funzioni, in piena libertà d'azione, assumendo per contro su di me tutta la responsabilità della condotta della guerra>> 3• Si noti questa seconda richiesta. Adesso il rapporto con Mussolini cambiava. Pur conservando la carica di capo di Stato Maggiore Generale, Badoglio ora veniva ad assumere l'inca1ico di comandante di un teatro d'operazioni, cioè una responsabilità diretta e non divisibile e, come tale, era disposto ad accettare senza batter ciglio una sostituzione ma non un' invadenza nella propria azione di comando. Mussolini capì e consentì. La sera del J 8 Badoglio, con il generale Guzzoni, si imbarcò a Napol•. Prima ancora di partire da Roma però ebbe cura di inviare al generale Gabba un telegramma col quale si premurò di dare tranquillità di lavoro al Comando Superiore («Ho assoluta fiducia opera V.E. et Stato Maggiore dipende nte, che continuerà sue funzioni») ove evidentemente non si ignoravano le critiche circolanti a Roma; cli impart.ire le prime direttive («costituire sulle attuali linee sud di Macallé solida posizione fortificata che possa servire sia di sicura pedana di partenza per ulteriore avanzata verso sud, sia da arresto contro tentativo nemico, qualora fosse necessario cambiare direttrice operazioni»); e di risolvere il

' PAUL SCHMIDT, Da Versa1:lia a Norimberga. Roma 1951. p. 3 1S. ' R. DE FELICE, Mus.wli11i il duce. cit., I, pp. 723-724. ' Q. ARMELLINI. Con Badoglio in E.1iopia cit. , p. I o.


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problema logistico sotto l'aspetto ordinativo («Intendente( ... ) da oggi passerà dipendenze V.E.>>) 1• Da sottolineare che l'assunzione della carica di Alto Commissario e quindi del comando, fu immediata, anziché, come di solito avviene in circostanze del genere, stabilita all ' arrivo in posto. Il motivo sembra evidente: in Badoglio affiorava una certa inquietudine, perché adesso si rendeva conto di come l' avanzata su Macallé, «che per supe1iori esigenze e inderogabile necessità era stata effectuala prima di quando, ai fin i militari, sarebbe stato opportuno, ci aveva posto, in conclusione, in una situazione delicata che poteva aggravarsi se il nemico, accelerando la sua radunata, avesse preso contatto con noi» 1 . Infatti. Urgeva completare la strada Senafé-Adigrat (80 km) e costruire di sana pianta la Adigrat-Macallé ( J21 km); costituire con urgenza la nuova base di Macallé, in un quadro di aggravamento e di ritardo dell'intera organizzazione logistica; dare pronta sicurezza al settore Macallé, esposto a seria minaccia sulla sua destra, essendo appena iniziata la sistemazione difensiva della fronte AduaAdigrat\ Quindi volle dare subito i suoi ordini. Il 30 novembre Badoglio raggiunse Adigrat, sede operativa ciel Comando Superiore. Le notizie s ul nemico indicavano ras Cassa con 50 mila armati nella zona del lago Ascianghi; ras Mulughietà con 40 mila uomini in marcia da Dessié per congiungersi con i precedenti; il degiac Ajaleu Burrù con I O mila uomini nel Caftà, ad ovest del Tacazzé; ras lmmirù con 40 mila seguaci in marcia dal Goggiam verso nord. Quanto agli intendimenti del Negus - che in quei giorni si era portato a Dessié col proprio Quartier Generale - era difficile formulare previsioni. Si pensava possibile l'accendersi spontaneo di una battaglia su uno o più settori ciel fronte, ma Badoglio inclinava per l'ipotesi di una grossa battaglia a Macallé nella seconda decade di dicembre contro più di I 00 mila abissini, oppure nella terza decade contro una massa di I 50-200 mila uomini ". Il 6 dicembre il ministro d'Etiopia a Parigi aveva telefonato a Addis Abeba: «L'Italia è in completa rovina ed è demoralizzata per gli effetli de lla nostra guerriglia. Essa dispera d i salvarsi perché il prossimo embargo sul petrolio la strangolerà. Cercherà in una grande vittoria la sa lveua del suo prestigio e condizioni favorevoli di pace. Come già altre volte vi ho cons igliato sarà indispensabile evitare una battaglia campale ed inte nsificare la guerriglia ( ...

w.

1

PIETRO BADOUIO,

La guerra d'l:.:tiopia. Mondaclori. Milano 1936, ali. I.

'Ibidem, p. 19.

-' Ibidem. ' Ibidem, p. 25. ' SIM a Comando Superiore A.O. in data I0.1 2.1935, AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra iwlo-etiopica, racc. 12, fase. 2.


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Badoglio si trovava ad affrontare una situazione che, quando aveva sollecitato De Bono a muovere su Macallé, non aveva certo immaginato così complessa. Non che fosse il caso di drammatizzare, però la preparazione non compiuta integralmente piima dell'inizio delle ostilità e durante il celerissimo duplice sbalzo offensivo, doveva essere completata adesso. Ne deiivava che «essa durante, bisognava evidentemente escludere ogni nostro atteggiamento offensivo; non solo, ma poiché, sulla base delle infonnazioni in nostro possesso, dovevamo doverosamente prevedere azioni offensive da pane del nemico, bisognava altresi alacremente organizzare una sicura difesa» '. In definitiva, se Mussolini aveva creduto di continuare l' avanzata con il ·nuovo comandante, aveva preso un grosso abbaglio. Sin dal suo primo telegramma Badoglio seppe infondere nel Comando Superiore e poi in quelli dipendenti un senso di fiducia e di sicurezza tanto più spiccato in quanto in precedenza non erano mancati elementi di dubbio per il poco ordinato accrescersi del corpo di spedizione e per le palesi difficoltà di raggiungere un assetto logistico di partenza soddisfacente. «Badoglio - ha scritto Rochat - aveva un'ottima conoscenza dell'organizzazione degli Stati Maggiori, che sapeva far rendere al massimo; aveva molta fiducia in sé, la capacità di farsi rispettare e un'ostentata estraneità per il mondo politico; aveva gusti e modi d i vita semplici, tratto umano verso i dipendenti, cui chiedeva di lavorare molto e con ordine, ma sempre nei limiti del possibile; emanava ordini chiari e realistici e ne assumeva la responsabilità; era insomma un uomo dell'ambiente, che offriva ai suoi ufficiali un modello comprensibile (...). Badoglio rappresentava un sicuro punto di riferimento e la tranquillizzante certezza che la guerra sarebbe stata condotta senza chiedere alle truppe più di quanto sapessero fare, senza rischi inutili e senza dilettantisrni» 2• In poche parole, prese visibilmente in mano le redini dell'impresa, con serena competenza e con un evidente disegno in mente: anzitutt.o sistemarsi a d ifesa per aver agio di prepararsi bene; poi attaccare a fondo. Per chi gli era vicino, il suo prestigio e la fiducia che ispirava raddoppiarono quando, alla prima sollecitazione di Mussolini , rispose senza scomporsi: «Come V.E. vede, si u·atta prima di organizzare seriamente per non essere in aria come siamo ora, e poi dare seguito ad operazioni militari» I_ Badoglio era appena arrivato in Eritrea che Baistrocchi, mosso da una personalissima visione della politica estera e da evidente protagonismo, presentò a Mussolini uno st.raordinario promemoria contro Badoglio e contro Lessona. Cominciò col dire che la nomina del capo di Stato Maggiore Generale a Comandante Superiore in A.O., in un momento così grave sul piano politicomilitare, aveva suscitato, in specie all'estero, ,<l'impressione che l'Italia, troppo assorta nel conflitto con l'Etiopia, abbia rinunciato al suo p05lO di Grande

' P. BADOGUO, la guerra d'Etiopia cit., pp. 28-29. ' P. PIER( e G. ROCHAT, Badoglio, UTET, Torino 1974, pp. 686-687 . ' Badoglio a Mussolini in da~a 8.12.1935, in P. BADOGLIO, u, guerra d'Uiopia cii., p. 30.


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Potenza, qui in Europa». In un'Europa dove tutti, o quasi, erano contro l'Italia <<agli ordini dell'Inghilterra, decisa a soffocarci>~. Ciò premesso, spiegò che Badoglio avrebbe riordinato assai bene le forze, riorganizzato i servizi logistici, costituito una solida base a Macallé, operato con colonne leggere, agi li, ecc., però non avrebbe risolto il problema della guerra rapida, della battaglia da tutti invocata. Questo a causa del deteriorarsi della situazione internazionale, degli impacci di natura logistica e ... della sua mentalità «organica e posata» ma «non geniale, né ardita». E spiegò come la scelta dell'uomo fosse stata incauta: «Badoglio - come prima Dc Bono - non vuole compromeuere nulla. Differenza sostanziale fra l'uno e l'altro, nei riguardi dell'Alto Comando in A.O. e della Vosl!'a azione e responsabilità, è questa: Voi a 4.000 chilometri avete lanciato De Bono, il 3 ottobre. ad Adigrat e ad Adua; il 3 novembre a Macallé; senza di Voi saremmo ancora a nord del Mareb. Voi. però. non lancerete Badoglio. il quale opererà come riterrà opportuno; e cucco ciò è logico. A 4.000 chilometri si può guidare De Bono, non Badoglio. li conflitto fra l!alia e Abissinia non si risolve in A.O.. anche se Badoglio saprà darci la grande vinoria, alla qu ale aneliamo: e io mi auguro di en-are nelle mie. precedemi affermazioni (...)».

Era l'Inghilterra la nemica. L'Inghilterra intendeva ad ogni costo impedire il trionfo italiano, e allora noi «o dovremo cedere (... ) ritirandoci dalla Società delle Nazioni o dovremo lottare, provocando l'incendio dal quale avremo tutto da guadagnare». In ogni caso occorreva la presenza del capo cli Stato Maggiore Generale per riordinare forze e idee, «non incapsulato nel solo sett'ore etiopico, ma qui in Italia, dove si decidono i nostri destini; un Capo che orienti, guidi . coordini la preparazione di tutte le forze armate>>. Per sgomberare subito il terreno da equivoci, all'inizio del promemoria Baistrocchi aveva dichiarato che l'opera di Badoglio, quale capo cli Stato Maggiore Generale, era stata «assai scarsa», cosa d'altronde non scevra cli verità. Risultato: le tre forze armate erano «organi estranei 1'uno ali' altro», e le Colonie erano addirittura «l'antitesi della collaborazione». E per essere ancor più incisivo, }3aistrocchi non ebbe remo re: «Non esito ad affermarVi ch'esse furono, per l'amministrazione della Guerra, in questo periodo di fervida operosità, un pericolo potente e latente sotto ogni punto di vista. Inte,ferenze continue; l'unitarietà della preparazione ne ha scapitato, doppioni continui, incompetenza assoluta in questioni militari; malessere nell'alta gerarchia militare. La guerra è, per opera delle Colonie, costata indubbiamente il doppio». E qui cominciò la «t.irata»: «Duce, è indispensabile. in questo momento grave per la Nazione, che uno solo comandi nd campo militare con un ità d' intenti e di opere. Un Co111anda111e ufficiale, reale con tutte le sue responsabilità. col prestigio che l' alia carica impone. Questo Comandante dovete essere Voi con la collaborazione di un Segretario Generale, 1ec11im di larghe vedute. senza preconcetti. fascista a Voi devoto, che goda, nel paese. prestigio: !'ARIANI, AGO. Non ne vedo alcri. I SoHosegrecari e Capi di S.M. delle singole forze armate non possono essere il Voscro Segretario(...); essi sono orientati esclusivamente e con passione di parre (io no, solo perché fascisca) nel loro settore. Vedi Sottosegrecario marina e grandi navi.


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Se oggi avessimo avut.o I500 aeroplani efficienti e 150 sommergibili l'Italia di Mussolini avrebbe avuto l'onore, l'orgoglio, la gioia di distruggere nel Mediterraneo - e poi nel mondo - la porenz.a inglese (...). Duce, tutte le forze mil icari di cui l'ltalia - aggred ita da tutti - dispone devono sentirsi nel Vostro pugno di Comanda,ue. Grande. enorme impressione all'estero. la costituzione dell'Alto Comando» '·

Che dire? Quanto meno c'è da chiedersi perché a suo tempo non avesse proposto Pariani o Ago per sostituire De Bono. Il 3 dicembre si fece vivo Lessona per appoggiare un' offensiva di Graziani su Harrar e la ferrovia d i Gibuti. Spiegò che si trattava semplicemente d i inviare a Graziani in tutta sollecitud ine 2 mila automezzi autorizzandolo ad agire e ricordò la propria fermissima convinzione che da questa azione soltanto, «nella situazione attuale, si può attendere un'avvenimento decisivo del confl itto con l'Etiopia»~Baistrocchi, interpellato, scattò con veemenza. «Il progetto Lessona per l'attacco su Harrar ( .. .) è altra prova evidente della necessità che delle operazioni si occupino i tecnici e non gli orecchianti». Infatti, mentre in altri tempi (cioè quando suggerito da lui stesso, Baistrocchi) l'operazione poteva ripromettersi risultati assai redditizi, lanciare adesso nel deserto una colonna improvvisata di 35 mila uomini ad oltre 400 chilometri di distanza, con fianco e tergo esposti e senza riserve, diventava un assurdo sott.o qualunque aspetto. Perciò, «un vecchio soldato e navigato comandante» non poteva non giudicare l'intervento di Lessema al la stregua di «azione perturbatrice». E «ogni gerarca, specie se al governo, deve sapere contenere la sua attività nei limiti delle sue attribuzioni e della sua capacità», senza inframmettenze nell'ambito militare. Ad ogni modo, avrebbe messo a disposizione di Graziani la divisione camicie nere Tevere (ancora di scarsa efficienza) 3 e 600 automezzi pesanti entro dicembre ' . Anche Badoglio si fece sentire. Con calma. ALessona scrisse che Graziani era obbligato a concentrare la maggior parte delle sue truppe nel settore di Dolo in previsione dell' urto con ras Desta Damtù, quindi non era proprio il caso che si distraesse con altre operazioni. Inoltre, a breve scadenza si sarebbe messo in movimento il fronte eritreo e non esisteva certamente in Italia una così larga disponibilità di automezzi da destinare ad offensive contemporanee nei due

' Baistrocchi a Mussolini in data 1.12.XIV [ 1935], AUSSME, rep. H 9, Fondo Ccll'le[igio del Capo del !iovemo, racc. I, fase. 2.

racc.

' Lessona a Mussolini in data 3.12.1935, AUSSME, rep. D I , Fondo Guerra ira/o-etiopica. fase. 11 . Sui risvol1.i della «questione Harrar» cfr. G. ROCH!\I', Militari e politici cit., pp.

2,

238-268.

' La Tevere (6") fu costituita con ital iani residenti all'estero, volontari della grande guerra, mutilati. Era staia mobilitata per la Libia. 'Baistrocchi a Mussolini in data 6.1 2. 1935, AUSSME, rep. H 9, Fondo Caneggio del Capo del governo. racc. I, fase. 2.


3 14

LA GUERRA ITALO-ETfOPlCA ( 1935- L936)

Il fronte Sud


LA CAMPAGNA DI ETfOPfA

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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935- 1936)

scacchieri '. A Grazian i telegrafò semipliceme nte: «V.E. dipende da me, che a mia volt.a dipendo eia Ministero Colonie. V.E. ha 1i cevuto mie istruzioni che ciel resto ha finora brillantemente eseguito. V.E. gode mia piena fiducia e co ntinui con serenità di animo s ua missione» 2•

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*

*

A metà dicembre le masse etiopiche stavano prendendo contatto con le posizioni italiane del fronte settentrionale. Riaffiorato a Roma il desiderio di arrivare ali' Amba Alagi, Badoglio rispose laconicamente: «Possesso Amba Alagi è meta al la quale tendo io e tutto il corpo di spedizione (...); mio stretto dovere è di non impegnare così decisiva partita se non dopo preparato forze, mezzi e linee rifornimento( ...). V.E. e il Paese non devono avere sorprese>, 3• E Mussolini convenne: «(...) no n si deve perdere tempo, ma nessuna impazienza>> •. Nella notte sul 15 dicembre le avanguardie del degiac AjaleuBurrù e di ras Tmmirù attraversarono il Tacazzé ed entrarono nello Sciré, puntando al passo di Dembegui nà. Nel contempo ras Sejum e ras Cassa si inoltravano nel Tembien dirigendosi verso Abbi Addì , e ras Mulughietà si presentava a sud di Macallé. La lotta, accesasi ben presto s u vari tratti del fronte, determinò nel giro di un paio cli settimane una situazione sicuramente non prevista. Nello Sciré un g ruppo bande spinto al Tacazzé dal generale Maravigna (Il corpo), sistemato nella zona di Adua, non fu in grado di reggere all'urto abiss ino e dovette ripiegare prima al passo Dembeguinà e poi al passo cli Af Gagà, ad ovest di Selaclacà. Ma la minaccia di ras lmmirù (dai 30 ai 40 mila uomini complessivamente) di aggirare la destra italiana indusse Badoglio ad ordinare a Maravigna l'abbando no di Selaclacà e l'i1Tigidimento della difesa sulle m igl iori posizioni retrostanti. Il Tembien era la zona più delicata. Affidar.o inizialmente alla sorveglianza dei quattro battaglion i camicie nere del 1 gruppo D iamanti, data l'assenza dell'ambiente naturale, fu investito il 18 dicembre dai ras Cassa e Sej um. Per qua nto il generale Pirzio Biroli (corpo eritreo) fosse corso ai ripari con l'invio cli altre unità, Abbi Acidi venne ripresa dall ' avversario. «Francamente - osservò il generale Armell ini - bisogna dire che il problema della difesa del Tembien non era stato visto giust0. Bisogna però anc he dire che, senza carte, in un paese

' Badoglio a Lcssona in data 8. 12. 1935, AUSSME, rep. D I. Fondo, Guerra iralo-eriopica,

raec. 2, rase. 11. ' Badoglio a Graziani in data 13. 12. 1935, ibidem, racc. 2, fase . 11. ' Badoglio a Mussol ini in data 17. 12. 1935. in Q. ARMELLlNI, Con Badoglio in Etiopia eit. , pp. 98-99. ' Mussolini a Badoglio in data 18. 12. 1935, ibidem, p. 99.


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sconosciuto, difficile ed intricato( ... )» diventava tutt'altro che semplice fare un esatto calcolo delle forze necessarie per una difesa accurata 1• In conclusione, s ia per una sottovalutazione del nemico, sia per difetto di infonnazioni, nello Sciré gli abissini minacciavano di irrompere sulla destra del dispositivo italiano; nel Tembien tendevano all'avvolgimento di Macallé ed a ll'i nterruzione dell 'asse dei rifornimenti e sgomberi con l'Eritrea. Il tutto mentre davanti a Macallé si raccoglieva la grossa massa di ras Mulughietà. I provvedimenti presi furono conseguenti: il II corpo doveva tenere i campi tri ncerati di Axum (una divisione) e di Adua (due divisioni ed una brigata eritrea) e proteggere le provenienze da A.di Qualà e da Adi Cajèh; nel frattempo a nord del Mareb si costituiva il nuovo IV corpo (gen . Babbini) con due divisioni; il corpo d'annata eritreo era incaricato di presidiare il passo Uarieu e di sbarrare la strada per Hausièn (tenuta da un paio di battaglioni nazionali) per impedire l'avvolgimento ad ampio raggio di Macallé; il III corpo (due divisioni) aveva il compito d i evitare l'aggiramento a breve ragg io della stessa Macallé ed il I corpo (due divisioni e due gruppi di battag lioni) era pronto a respi ngere il previsto attacco da sud. «Si poteva - scrisse Badoglio nel suo li bro - essere increduli sulla capacità ciel nemico di attuare un tale vasto pian o strategico; si doveva, data la situazione come si era venuta deli neando, agire c<>n molta cautela, fi no alla sua chiarificazione» 2 . In effetti il nem ico non fu io grado di realizzare simile disegno, però fu in grado cli far temere il peggio. Tanto che il 22 d icembre Badoglio autorizzò il Comando Aeronautica alla prima «azione cli sbarramento C)> nella zona cli Dembeguinà, cioè all'impiego cli bombe ali ' iprite per interdire soprattutto passaggi obbligati a notevole distanza dalle linee italiane in modo da non coinvolgerle\ Le truppe di ras Immirù ri masero sconvolte dall' inattt;SO mezzo chimico ed il pericolo sfumò. E quando Mussolini , il 28 dicembre, autorizzò «l'impiego anche su vasta scala cli qualunque gas e dei lanciafiamme>> 4, Badogl io rispose: «Già adoperata iprite. Se presentassi occasione adopererò lanciafiamm e»'. Tirando le somme, a fine dicembre da parte italiana si registravano un netto insuccesso a Dernbegui nà, che, per quanto episodio di limitata entità, acquistò immediata risonanza anche all'estero; diversi scontri locali di vario esito e perciò poco soddisfacenti; un atteggiamento difensivo assunto frettolosamente

' Ibidem, p. )49. ~ P. BADOG LIO, La guerra d'Eriopia cit., p. 48.

' Dia,io s101i co Comando Superiore Aeronautica A.O.. AUSSMA, Fondo 1101, cart. I. 'AUSSME, rcp. D 6, Diario storico Comando Superiore A.O., racc. 20. 'Ibidem. li 5 gennaio, però, Mussolini telegrafò: «Sospenda l'i mpiego dei gas si no alle riunioni ginevrine, a meno che non sia reso necessario da supreme necessità offesa o difesa. Le darò io ulterio1i istru,:ioni al riguardo» (B. M USSOLINI, Opern omnia cit.. XXVII, p. 307.


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davanti ad una minaccia tutt'altro che teorica; la necessità di ulteriori truppe dall'Italia per completare l'assetto generale 1• Il 28 dicembre Badoglio telegrafò a Mussolini che «soltanto dopo aver provveduto a questa complessa organizzazione [difensiva] potremo procedere contro nenùco a sud di Macallé» 2• Mussolini mordeva il freno ma si conteneva. Si limitò ad osservare che, non appena giunte in Eritrea le tre divisioni inviate in rinforzo, «ritengo che ogni giorno sia buono per riprendere l'iniziativa e far risentire all'Etiopia la nostra dura e immutabile volontà di vincere(. .. ). La stessa situazione internazionale impone la decisione con le armi» 3• In realtà la linea di condotta da tenere in campo diplomatico non era ben individuabile, anche perché il 20 gennaio doveva riunirsi il Consiglio della Società delle Nazioni per decidere sull 'embargo del petrolio. Suvich presentò a Mussolini un appunto molto ponderato. Le ipotesi erano due: «I. Una soluzione del tutto fuori della Società delle Nazioni su basi nuove, e questo non èda attendersi se non in caso di una nostra vittoria sul Negus e di trattative dirette con lo stesso. La soluzione, qualunque essa sia, sarebbe, se anche a mali.ncuore, accettata dalla Società delle Nazioni: Litvinov stesso ha già accettato questa tesi; 2. altra soluzione non può essere che una soluzione societaria. Questa però consisterà o in una modifica dell'accordo Hoare-Laval, che potrebbe essere presentata in fonna diversa(. .. ), o in un altro sviluppo de.I Piano dei Cinque (anche l'accordo Hoare-Laval de,ivava dal Piano dei Cinque(...)».

Secondo Suvich, il nostro atteggiamento doveva .seguire «la fonnula: molta decisione nel campo miJitare, molta calma all'interno e nei rapporti internazionali. Quando parlo di molta decisione militare escludo l'impiego di gas che possono produrci più danno per le inevitabili ripercussioni politiche di quello che possono produrci di vantaggio per gli interessi militari inunediati. Meglio quindi non fare uso dei gas, proibito rigorosamente da una convenzione internazionale da noi sottosc1itta. Se tuttavia tale impiego fosse assolutamente necessario per darci la vittoria militare, bisogna che esso sia assolutamente limitato a obiettivi strettamente e sicuramente militaii e che abbia carattere di rappresaglia (...)». «Perciò - continuò Suvich - gli ordini categorici inviati di rispaimiare gli ospedali e la Croce Rossa e di non fare uso di gas sono della massima importanza. L'episodio di Dolo ci ha danneggiat0 a questo riguai·do enormemente»'.

' Badoglio chiese due divisioni, Mussolini ne fece mandare tre: la D.f. Cosseria, la D.alp. Pusteria e la D.f. Assietra. Non si dimentichi che fortissimi contingenti di truppe erano impegnati in lavori stradali. . "Q. ARMELLJNJ, Con Badoglio in Etiopia cit., p. 102. 'Ibidem, p. 104. ' Suvich a Mussolini in data I0.1.1936, DD1, s• serie, 111, doc. 39. A Dolo, sul fronte sud, era stato coinvolto in un bombardamento aereo ua ospedale della Croce Rossa svedese, suscitando un pandemonio. Mussolini riprese seccamente Graziani: «(...) Nessuno più di me è favorevole alla guerra dura, cioè alla guerra, e in tal senso ho dato a Vostra Eccellenza istruzioni recenti; ma iJ gioco deve valere la candela e la necessaria rappresaglia deve essere intelligente. Se per disperdere dieci abissini in più, noi ci tiriamo addosso l'opinione del mondo (...) noi non facciamo che rendere sempre più difficile il nostro compito. Dia ordini tassativi perché impianti della Croce Rossa siano ovunque e diligeniemente rispettati» (B. MUSSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 306).


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Badoglio rassicurò Mussolini circa la ripresa dell'avanzata in modo un po' ambiguo: «( ...). Quando sarà ultimato concentramento forze Macallé agirò come la situazione indicherà (... )» 1• Il fatto era che, mentre le cose nello Sciré miglioravano sensibilmente a causa delle perdite inflitte dall'aviazione a ras Immirù, nel Tembien s i profilava un attacco di ras Cassa con la mira di puntare verso il Gheraltà per troncare la strada Senafé-Adigrat-Macallé a nord di Macallé, oppure di vo]gersi a nord in direzione di Enticciò, alle spalle di Adua. L' 11 gennaio Badoglio riepilogò il quadro operativo, aggiungendo: «Siccome so che in Italia si attende con ansia una grande battaglia, ho ritenuto mio stretto dovere prospettare la reale situazione (... )» 2• La risposta di Mussolini fu lunga: «( ... ) anzitutto desidero dirle che il popolo italiano non auendc con ansia una grande battaglia. La battaglia più o meno grande non dipende soltanto da noi, ma anche dal nemico, il quale, obbedendo ai suoi sagaci consiglieri europei, probabilmente farà di tutto per evitarla. L'essenziale, a mio avviso, è di riprendere l'iniziativa delle operazioni, il che ci faciliterà il compito nel caso che siamo attaccati o ci permetterà di attaccare con successo quando le circostanze si appalesassero propizie. Vostra &cellenza dispone di quindici divisioni in complesso e soprattutto di truppe che anelano soltanto una cosa: combattere(... ). Relazioni sulle battagl ie di Dembeguinà, a parte talune negligenze e insensibilità del Comando II corpo, sono altamente confortanti perché poche centinaia di uomini sono riuscite a brillantemente disimpegnarsi dall'accerchiamento di migliaia di armati. Desidero che V.E. sappia che io non dò all'episodio del 15 dicembre maggiore importanza di quanto esso non ne abbia avuto nella realtà. Ma desidero soprattutto che Ella sappia che io ho piena fiducia in V.E. (... ). Se ci sono dei capi stanchi o non piì1 efficienti, li sostitu isca senza indugio con altri elementi di sicuro rendimento fisico e intellettuale. La parola d'ordine è di non attendere passivamente iniziativa del nemico ( ...)» i .

La questione del Tembien andava risolta e Badoglio, piuttosto che attendere l'azione etiopica, decise di prevenirla a poi, sfruttando il prevedibile successo di tale uscita in tempo, dar corso all'offensiva, in corso di preparazione, contro ras Mulughietà, con l'Amba Aradam come obiettivo iniziale•. Così il 19 gennaio ebbe inizio la 1• battaglia del Tembien, combattuta quasi interamente dal corpo d'armata eritreo, giacché il ID corpo si limitò a portarsi a sud del torrente Gabat per impedire che ras Mulughietà inviasse armati verso il Tembi_en. Qui la lotta si accese durissima, con qualche giorno di grave tensione. Mussolini non esitò. Se il 5 gennaio aveva bloccato i bombardamenti aerei a gas «sino alle riunioni ginevrine», a meno di perentorie esigenze 5, adesso non lasciò

1

Q. ARMELLINI, Con Badoglio ÙI Etiopia cit., p. 104.

2

Ibidem.

Opera omnia cit., XXVII, p. 308. ' P. BADOGLIO, La guerra d'Etiopia cit., p. 63. ' B . MUSSOLINI,

'Mussolini a Badoglio in data 5.1.1936, AUSSME, Diario storico Comalldo Superiore A.O., mcc. 22, ali. 49.


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cadere l'osservazione fatta da Badoglio a Lessona - «Impiego iprite si è dimostrato molto efficace, specie verso zona Tacazzé. Circolano voci di terrore per impiego gas. Certamente sospensione rappresenta grave svantaggio per noi» 1 ed il 19 gennaio abbandonò ogni remora: «La manovra è bene ideata e riuscirà sicuramente. Autorizzo V.E. a impiegare tutti i mezzi di guerra, dico tutti , sia dall'aria sia da terra. Massima decisione» 1• Il 22 Badoglio comunicò a Roma che, secondo un rapporto d i Pirzio Biroli, la situazione a passo Uarieu, tenuto dalla divisione di camicie nere 28 ottobre, risultava «assai grave», con otto pezzi (resi inservibili) abbandonati e con perdite di 50 ufficiali e 400 truppe fra morti e feriti. «Si farà tutto il possibile per fronteggiare la situazione» concludeva il dispaccio 3, il che era ben poco tranqui llizzante. Quanto realmente fosse valutato critico il momento è dimostrato dal fatto che il 22 gennaio Badoglio fece studiare in stretta riservatezza le modalità per la ritirata eia Macallé di «una massa - ricordò - di circa 70.000 uomini, 14.000 quadrupedi, 300 pezzi d'artig lieria di vario calibro, dalle due alle tre giornate di fuoco , di sei giornate di viveri, di numerose dotazioni di materiali del genio e d i carburanti: il tutto da avviare lungo una sola strada e per di più ancora in via di costruzione» 4. La notte sul 23 fu cupa. Soltanto il mattino seguente la crisi risultò superata. Il generale Somma, comandante della 28 ottobre, telegrafò: «Ho sensazione che stanotte la situazione sia completamente rovesciata perché reazione [etiopica] è molto diminuita. Ritengo che nemico abbia lasciato velo di forze ( ...)» 5 • Ras Cassa infatti aveva desistito dallo sforzo. Mussolini tenne a manifestare a Badoglio il suo appoggio e questi , già il 24, lo informò che «situazione in Tembien è ora stabilizzata ma tutto è in opera per migliorarla ancora. Abbiamo passato ore di crisi dovute essenzial mente ad

' Badoglio a Lessona in data 9.1 .1936, ibidem, racc. 22, al l. 86. L'azione «di sbacrnmenco C» era cffenuara con le bombe C 500 T all' yprite. Essa doveva interdire per una diccina di giorni punti di obbligato passaggio, senonché le condizioni climatiche dell'altopiano ridussero spesso r efficacia dell'yprite ad un paio di giorni. Da documenti e dall ' analisi degli obiettivi bam1ti con gl i «sbarramenti C» non risu lta in alcun modo che questi siano stati intenzionalmente diretti su luogh i abitati (FERDINANDO PEDRIALI, L'aeronaurica iraliana nelle guerre col<>niali. Guerra eriopica 193536, USSMA, Roma 1997, p. 89). 'Mussolini a Badoglio in data 19.1.1936, ibidem, racc. 23, all. 188. 'Badoglio a Mussolini in data 22.1.1936, A USSME, rep. D I, Fondo Guerra iwlo-etiopica, racc. I 30, fase. 3. • P. BAD<XJLIO, La guerra di Etiopia cii.. p. 70. Quando il gen. Dall'Ora ricevette l'ordine di predisporre lo sgombero dell ' apparato di Intendenza avanzato, espresse un avviso nettamente contrario al ripiegamen10, a causa del pericolo di un vero disastro. Due g·iorni dopo, conclusasi l'azione, Badoglio lo chiamò e gli disse: «La ringrazio di non avermi obbedi10» (E. CANEVARI, La guerra italiana ciL, I , p. 359). ' Q. AR.vlELLINI, Con Badoglio in. Etiopia cit., p. 153.


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errori di comando sui quali sto raccogliendo dati. Abbiamo avuto perdite, ma quelle del nemico sono almeno quintuple( ...)» 1• La conclusione della battaglia venne sintetizzata da Badoglio, poche ore più tardi, in questi termini: «(... ) operazioni svolte in Tembien hanno conseguito in pieno rist!ltato prefisso di sventare manovra nemica cendente con folte massa a Gheraltà, obbligandolo ripiegare verso ovest (... ). Bisogna riconoscere che azione felicemente iniziatasi e che avrebbe potuco 1isolvere definitivamente situazione Tembien ricacc iando forze ras Cassa e Sejum oltre Ghevà non ha potuto consegui re cale decisivo risultato( ...)» ' .

È innegabile la validità dell'apporto fornito dall'aeronautica nel corso dei combattimenti svoltisi in dicembre-gennaio . Il generale Aimone Cat volle giustamente sottolinearlo, anche se con un'enfasi piuttosto marcata: «Di wtta l'epopea viss.uta dall'aeronautica in Africa orientale, questo periodo è senza dubbio il più interessante e quello che, (...) può meglio di ogni altra anche più vistosa vicenda dimostrare la pienezza e l' irnporcanza dell'intervento aereo. Perché è in quesco periodo che J'aeronaurica ha avuto l'alto onore di cimentarsi nell'unico impiego veramente nuovo e del tutto imp(evisto che avrebbe potuto e,~erle affidato: quello cioè che le era imposto con l'actribuzione di opporsi da sola, unica massa di manovra disponibile, in quel momento, alla ardita minaccia di invasione(... ). Ed è in questo periodo che l'aeronauti ca non solranto ha risolto o contribuico alla soluzione di situazioni iattiche, come in llltte le altre fasi della campagna. ma le ha anche rovesciate. impe.dendo che si concludessero se non in un vero e proprio scacco, ceno con il momentaneo abbandono di posizioni strenuamente, eroicamente difese» ).

Tn compenso in Somalia Graziani aveva riportato una davvero brillante vittoria. Se l'Ogaclen poteva dirsi tranquillo, la minaccia esercitata da ras Destà era pericolosa. Saputo ciel lento avvicinarsi etiopico attraverso le foreste e le montagne ciel Sidama, Graziani si trincerò nel settore di Dolo ed attese al varco il nemico, niente affatto intenzionato ad una difesa passiva. L' 11 gennaio fu informato dalla ricognizione aerea che ras Destà si trovava ormai a breve distanza. Immediatamente stabilì di provocare una battaglia d'incontro ed all'alba del 12 attaccò. Anche in questa circostanza Mussolini non ebbe incertezze: «Autorizzo V.E. ad impiegare in caso di necessità qualunque mezzo (...)» 4 • Dopo u-e giorni di dura lotta, le forze cli ras Destà crollarono e si dettero ad una fuga disordinata. Ma Graziani si era preparato anche al grande successo. Non appena cominciò la rotta etiopica, un formidabile complesso cli oltre mille automezzi e trattori d'artiglieria si mise in moto. Erano 7 mila uomini con otto giorni cli

1 Badoglio a Lessona in data 24.1.1936, AUSSME, rep. DI , Fondo Guerra italo-eriopica. racc. 130, fase. 3. 1 Badoglio a Lcssona in data 24.1. 1936, ibidem. 'Cit. in G. ROC1·1,xr, Guerre iraliane in Libia ed in Etiopia cit., p. 134. ' Mussolini a Graziani in data 9.1.1 936, Comando Forze Armate Somalia, La guerra iwloeriopica. Fron1e sud, Relazione, Addis Abeba 1937, III, ali. 308.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935-1936)

L'offensiva su Neghelli - 12-20 gennaio 1936


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viveri e quattro di acqua, 150 tonnellate di munizioni e 300 di carburante. L'inseguimento a cavallo della carovaniera Dolo-Filtù-Neghelli fu incalzante e spietato. Nel contempo l'aeronautica si spingeva verso l'interno accelerando il disastroso scompaginamento dell'armata di ras Destà, i cui resti, circa 10 mila armati, si raccolsero sulle alture a nord di Neghelli. Il 20 gennaio Graziani entrò in Neghelli, la base di ras Destà. Alla sua sinistra la colonna Agostini avanzava lungo il confine con il Kenia; alla sua destra altre due colonne si spinsero a circa 130 chilometri da Dolo, l'uno sull'Uebi Gestri e l'altro sul Ganale Doria. Facile immaginare quali fossero gli umori a Roma. Ancora una volta Baistroccbi gettò un peso sulla bilancia. Il 28 gennaio presentò a Mussolini un promemoria dall'inizio più che significativo: «È doveroso riconoscere che il piano operativo della guerra italo-etiopica non è stato studiato a fondo nelle sue possibilità. L'andamento delle operazioni in A.O. lo copferma». Dopo di che spiegò come si doveva fare per vincere prima della stagione delle piogge: «Occorre concomitanza di sforzi in modo che il nemico, premuto contemporaneamente da varie direttrici, sia costretto ovunque a difendersi». Lasciando da parte le piuttosto ovvie considerazioni di carattere tattico e logistico, vediamo la seconda parte dell'appunto. Era un attacco, senza far nomi, a Badoglio e ad altri generali: «I Capi. Qualunque concezione non può avere adeguato sviluppo se coloro che la debbono attuare non ne sono intimamente co11vi111i. Ora, mentre sembra che in Somalia tutto sia a posto sotto il punto di vista dei Capi, altrettanto non si può di re per l'Eritrea. Si ha l'impressione che, su questa fronte, si sia ormai radicata una mentalità statica per la quale la soluzione del problema è basata più sul tempo che sul!' azione. Le difficoltà del teueoo, la mobile aggressività del nemico, hanno fatto perdere l'iniziativa delle operazioni che bisogna invece riprendere ad ogni costo. Tutti i capi debbono avere intimamente la convinzione che ad essi è affidata la soluzione del problema esclusivamente basata sulla necessità di battere il nemico. Unico desiderio per tutti: la ricerca della battaglia perseguita a fondo - sema tregua - con la visione netta che solo cosi si potrà debellare queslO nemico che è valoroso ma non potente, che ha ardimento ma non tenacia di propositi, pronto all'entusiasmo ma anche alla demoralizzazione, che è fo1te sul fronte eritreo. Ad ogni modo poi: decidere presto perché non c 'é tempo da perdere» •.

Evjdentemente Mussolini che aveva appena inviato un telegramma di elogio a Badoglio2 - non rimase molto impressionato da questa filippica, perché

'Baistrocchi a Mussolini in data 28.1.1936, AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 2, fase . 3. '<<Il tentalivo nemico di forzare l'ala destra del nostro schieramento sul fronte no!'d - scrisse Mussolini - è stato annientato nella vittoriosa battaglia del Terobien. A V.E. che ha ideato la manovra, agli ufficiali ed alle truppe nazionali ed eritree che l'hanno eseguita, va il mio fervido elogio ( ...)» (Mussolini a Badoglio io data 28.1.1936, in B. MussouNr, Opera omnia cit., XXVII, p. 311.


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LA G UERRA ITALO-ETIOPICA (1935-1 916)

Baisrrocchi tornò subito alla carica. Un secondo promemoria, in data 29 gennaio, inaccettabile per la forma 1, probabilmente non fu consegnato in quanto po11a in margine l'annotazione «Atti. B.». In sua vece il 30 gennaio venne presentato - o forse illustrato a voce - un terzo promemoria, più moderalo nella forma ma ugualmente determinato nel chiedere la testa di Badoglio con la completa rivoluzione dei quadri del corpo di spedizione. Il nocciolo della questione era che sul fronte sett.entrionale «occorre decidersi per la soluzione statica con Badoglio comandante o per la soluzione manovrata, mutando radicalmente comandanti e comandi. Duce: è penoso affermò Baistrocchi - procedere in questi giorni alla liquidazione di tanti generali per deficienze di comando 2, laddove si conservano quelli che hanno dato prove le più evidenti d'incapacità e di sgomento morale di fronte al nemico (Maravigna-Terziani)>>! Non aggiunse Badoglio, ma er.a sottinteso. A suo giudizio il nuovo disposi tivo eritreo doveva essere così riorganizzato: zona a nord del Mareb, cioè l'Eritrea, con il vice governatore della colonia (gen. Gabba) ed una divisione come elemento di manovra; zona a sud del Mareb, cioè quella occupata, con tre «capisaldi di manovra>> (Macallé, AcluaAxum e Hausièn) presidiati da 4-5 divisioni, al comando ciel generale Babbini; truppe di manovra: due complessi, uno poggiante a Macallé (gen. Pirzio Biroli) e l' altro ad Ad ua-Axum (gen. Guzzoni), ed una riserva (gen. Bastico)'. Limitiamoci ad un paio di osservazioni, senza entrare in un confronto con il dispositivo in atto (tenninologia a parte, non sembra che esistessero molte differenze con le idee di Baistrocchi) né con i propositi di Badoglio (vedasi l'ordine di operazione diramato da Badoglio il 7 gennaio per muovere da Macallé"). Entrambe riguardano la riserva. Badoglio v,olle disporre di due «riserve» con cui far pesare la sua azione diretta. L' una designata di volta in volta in base all'alternarsi dei corpi d'annata nella manovra strategica. L'altra, precostituita, formata dal grosso raggruppamento di artiglieria di corpo d'armata. Per la prima, Baistrocchi propendeva per una riserva, in mano a Bastico, formata da «gruppi di battaglioni di camicie nere e battaglioni suppletivi». Ebbene, quelle unità non potevano rappresentare una riserva strategica, ma semplicemente truppe alle dirette dipendenze del Comando Superiore, così come lo

' Basti la frase rife1ita a Badoglio: «(...) dato l'uomo il quale, avendo già carpito un fervido elogio per la sua manovra con l'eco conseguente mondiale, nulla più oserà per non offuscare la sua reputazione riaffermatasi alla battaglia del Tembien» (Baistrocch i a Mussolini in data 29.1 .1 936, AUSSME, rep. O l, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 13 fase. 14). ' Baistrocchi si riferiva alla Commissione di avanzamento in a tto. ' Specificò che, naturalmente, ,,Santini, Maravigna rimpatriano». Per delicatezza non fece cenno della so11e di Badoglio. ' Q. ARMELLIN I, Con Badoglio in Etiopia cit.. p. I 03.


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erano al momento. Per la seconda, Baistrocchi non ne vedeva la necessità e preferi va ripartire le artiglierie fra i due corpi di manovra; e la questione poteva essere discussa. TI vero nodo cruciale concerneva l'articolazione cli comando, o meg lio i protagonisti. Per il fronte eritreo Baistrocchi proponeva i generali Grazioli o Ago, o anche alu-i qualificati, con .il generale Cavallero I quale capo di Stato Maggiore; per il fronte somalo, che doveva essere legato al settore AssabAussa, nessun dubbio: Graziani. E nessuna esitazione su chi doveva dirigere la campagna: «incaricato del coordinamento, V.E., da Roma: nessuno in questo momento, per autorità, capacità, sensibilità, sarebbe più adatto» a tenere le redini dei due fro nti distinti 2 • La pennellata finale era in linea con quanto precede: «Questo od altro programma, Duce, poco importa [?]. L'importante è subito marciare: nuovi Capi, nuovo indirizzo, guerra fascista» 3 • Non si comprende come Baistrocchi non riuscisse a rendersi como del turbamento che avrebbe provocato nell'opinione pubblica italiana, e specialmente nell'esercito, il siluramento del capo di Stato Maggiore Generale senza nemmeno la giustificazione di un rovescio. E, peggio ancora, visto che aveva sempre chiamato in causa la situazione internazionale, come non immaginare i giudizi che sarebbero stati formulati all'estero sull' Italia e sulle forze annate italiane nel vedere esonerare, uno dopo l'altro, nel giro di quattro mesi di operazioni, in un'impresa militare da tutti giudicata problematica, due Comandanti Superiori di altissimo livello politico-militare? È possibile - lo si è accennato - che anche questo terzo prornemo1ia ciel 30 gennaio, «Personale per il Duce>,, non sia stato .effettivamente consegnato, giacché il documento agli atti non reca traccia di visione del Duce. Molto probabi lmente, quindi, venne esposto verbalmente e, visto che Mussolini non mostrava eccessivo entusiasmo per proposte così radicali, ritirato. Aci ogni modo le considerazioni di Baistrocchi circa lo scacchiere nord eranò improntate ad una concezione difensiva o, almeno ad una situazione di difesa obbligata, il che potrebbe apparire strano in quanto doveva ben sapere che la 1• battaglia del Tembien tutto sommato aveva fornito qualche risultato e che Badoglio - completate le due grandi linee di comunicazione di Macallé e di Adua - era già tornato all' intento di sferrare l'offensiva da Macallé. Senonché ... agli occhi di Baistrocchi l' intero quadro strategico si stava rivelando un fallimento generale. Basandosi sui commenti e giudizi di «un valoroso e competente ufficiale>> che aveva partecipato ai combattimenti del Tembien (ma

' In alternaciva suggeriva Guz.zoni. '«Mi risu lta - scrisse Baistrocchi - che Badoglio desidera recarsi a dirigere l' azione su Harrar: sarebbe errore gravissimo»! ' Baistrocchi a Mussolini in data 30. 1.1 936, AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. I3, fase. 14.


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con molta sua valutazione personale) egli sembra non aver avuto ritegno apresentare a Mussolini un ennesimo appunto di aspra stroncatura. La battaglia era stata «scatenata senza alcuna preparazione, senza riserve, con incoscienza massima perché non si attacca con inferiorità di forze e senza un battaglione di riserva. Guai se i~nemico avesse sfondato ai passi Uarieu e Abarò!». Hausièn era quasi indifesa; la divisione eritrea era stata inviata in rinforzo con almeno un giorno di ritardo; di manovra non esisteva alcun cenno a nessun livello, a cominciare dal Comandante Superiore. Il morale delle unità si rivelava altissimo, ma «i comandanti incerti subiscono influenza dall'alto che ha convinto tutti del pericolo di... osare e della necessità di camminare a passo di formica, da trincea a trincea e, meglio, di stare fem1i)). Quanto a l futuro: «Si prepara la battaglia di Macallé?! Marcia nel vuoto con preavviso di lunga data. Il nemico sa da oltre due mesi che il Comando Superiore A.O. vuole quest' azione. E il nemico gli darà Amba Aradam, Scelicot e il resto, e poi? Mulughietà non si farà acchiappare da nessuno. Sarebbe opportuno che acchiappassimo chi è a portata di mano. Ciò è possibilissimo. Basta volere e osare. Nessun pericolo. La vedrete... la nuova battaglia»'. Anche in questo caso si trattò presumibilmente di una esposizione verbale, comunque ignoriamo la reazione di Mussolini. A quel che sembra non batté ciglio e lasciò cadere gli attacchi contro Badoglio, attacchi che, qualunque spunto di plausibilità potessero avere, erano inficiati proprio dalla forma violenta che li caratterizzava. 3. LE OPERAZIONI DEL MARESCIALLO BADOGLIO 11 31 gennaio il Quartier Generale etiopico di Dessié annunciò trionfante: «La battaglia, nel settore del Tembien, che ebbe effettivamente inizio fin dal 19 gennaio, si è conclusa il 30 gennaio con la nostra vittoria(... ). I nostri vittoriosi soldati, fin o a tutto il 30 gennaio, hanno trasportato al posto di comando 29 cannoni, 175 mitragliatrici, 2.654 fucili, muli carichi di munizioni, materiale vario e mumerosi prigionieri» 2• Chiara l'esagerazione ad uso propagandistico. 11 ministro Bottai, volontario nella divisione Sila del III corpo, fu più aderente alla realtà: «( ...). Le maggiori perdite del nemico (oltre 5 mila morti) - scrisse del suo diario il 2 febbraio - non bastano a convertire un'azione mancata in una vittoria. Non ha vinto il nemico; non abbiamo vinto noi. Ci esauriamo nello, statu quo. Languiamo nel provvisorio» 3 .

' Cit. in PAOLO CACCIA D0)AJNION!, Ascari K 7, i 935-1936, Longane$i, Milano i 966, pp. 353-356. ' RAFFAELE D1 LAURO, / bollettini di guerra del Negus e altri documenti di fonte abissina, in «Gli annali dell'Africa italiana» n. I, marzo 1939, p. 142. ' GIUSEPPE BorrAJ, Quaderno abissino, Sansoni, Firenze 1939, pp. 45-46.


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Tuttavia, come si è detto, un risultato era stato acquisito, e non da poco. L'offensiva etiopica si era arenata. I motivi erano parecchi: impossibilità di superare il fuoco italiano, nonostante l'indubbio valore mostrato dagli abissini; atteggiamento indocile ed egocentrico dei capi (ras Cassa, comandante in capo del fronte nord, incontrava difficoltà con tutti gli altri ras: Sejum, intrattabile discendente del negus Giovanni; lmmirù, tenace nella sua autonomia; Mulughietà, compreso dell'incarico di ministro della guerra); carenze nell'azione di comando di Hailé Selassié; organizzazione complessiva, di comando e logistica, embrionale; collegamenti insufficienti e facilmente intercettabili. Farne carico al Negus ed a ras Cassa sembra assurdo, più ancora che ingeneroso. Nessuno di loro avrebbe mai potuto immaginare di dover condurre una guerra di taglio europeo; nessuno di loro avrebbe potuto cambiare la mentalità dell 'attacco in massa, basato sul numero e sul coraggio individuale, in quella di un'azione manovrata/uoco e movimento di carattere moderno; nessuno avrebbe accettato di rinunciare alla grande battaglia e nessuno avrebbe saputo organizzare e guidare una guerra sotto la forma della guerriglia. La guerriglia, sì, interverrà, specialmente dopo la conquista, ma con una visione limitata, per iniziative locali, non molto dissimi le da quella endemica che da sempre imperversava in vaste zone dell 'impero etiopico. La situazione abissina, quale risultava al Comando Supremo dopo la battaglia, era complessa e non priva di e lementi di debolezza. Nell ' Endertà, fra l'Amba Aradam e Debrà Ailà, insistevano le forze di ras Mulughietà, circa 80 mila uomini, in condizioni di essere rinforzati nel giro di tre o quattro giorni da altri 15-20 mila armati stazionanti nella zona del lago Ascianghi 1• Nel Tembien meridionale, i ras Cassa e Sejum, disponevano di 30 mila uomini al più, senza molte prosoettive di successo. Nello Sciré, ras Immirù, che si era ben guardato dal dare una mano a ras Cassa durante la prima battaglia del Tembien, conservava una massa di 40 mila uomini, e poteva contare su altri IO mila armati schierati ai guadi del Tacazzé. Infine, fra Dessié e Addis Abeba - e quindi troppo indietro per essere in grado di intervenire utilmente in una battaglia - era dislocata una riserva agli ordini dello stesso Negus. Lo schieramento italiano comprendeva: sulla sinistra il I ed il lll corpo immediatamente a sud di Macallé; il corpo d'armata eritreo al centro, nel Tembien; il Il ed il IV corpo sulla destra nella zona di Adua-Axum e nel DechéTesfà. A tergo, a presidio delle posizioni arretrate e delle linee d'operazioni, sta-

' Badoglio personalmente calcolava la forza di ras Mulughietà fra i 50 ed i 70 mila uomini (G. B OTTAI, Quaderno abissino cit., pp. 48-49). Secondo il Negus, il ras aveva circa 50 nùla armati. È evidente che nell'affrontare una banaglia un comandante non possa che basarsi sulla valutazione compiuta dai suoi or gani di informazione. Se si dimosira fatta per eccesso, tanto meglio; diversamente sarebbe peggio.


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vano due brigate eritree, un gruppo di battaglioni nazionali, i battaglioni di complementi divisiona1i, reparti d'Intendenza, una cinquantina di batterie da posizione. I due grandi assi di rifornimento e sgombero di Macallé e di Adua erano ormai in condizioni cli sostenere un traffico adeguato alle prevedibili esigenze di un intenso ciclo operativo. Quanto all 'apparato logistico, durante il periodo di sosta la Delegazione d' Intendenza di Adigrat si era trasferita a Macallé coordinando il sostegno dei corpi d'armata I, 1II ed e1itreo, mentre due nuove Delegazioni erano state istituite, l' una ad Adua per le necessità del TT corpo e l'altra per quelle delle truppe del bassopiano occidentale e del IV corpo. Secondo I'espressione del gen. Dall 'Ora: «La gigantesca macchina dei se,vizi si metteva in grado di ' rullare' senza soluzione di continuità al seguito delle Grandi Unità che operavano con fom1a di guerra che di coloniale aveva solo il nome» 1• TI 31 gennaio Badoglio informò Mussolini sulle proprie intenzioni: «(. ..) Riunirò tulle le truppe qui disponibili in una massa di manovra compo~la di 40 baHaglioni e 230 cannoni. Con essa puncerò su Antelò e Debra Ai là. Ras Mulughietà o accena bauaglia o deve ritirarsi ver~o sud scoprendo comunicazioni ras Cassa ed abbandonando Amba Aradam. suo fon ilizio. Spero che si decida a combauerc, nel qual caso si tranerà di una grande banaglia che io, assolutamente sicuro del valore dei nostri solda1i, affronterò con estrema decisione» 1.

Era tempo. li 24 gennaio la riunione del Consiglio della Lega si era svolin un clima di «relativa bonaccia», come riferì Aloisi. Circa la guerra in Africa orientale «il primo grande sforzo verso la normalizzazione, per lo meno ginevrina, sembra riuscito. L'Italia(... ) ha partecipato attivamente a tutti i lavori con disinvoltura e la questione italo-etiopica per I.a prima volta non ha fatto parlare di sé ( ...). La delegazione etiopica ha ricevuto consiglio di moderazione ed ha taciuto ( ...). Ma sotto l'indifferenza, la preoccupazione ed i rancori sono pronti a scattare. Per ora, in attesa del cenno inglese, ci si li mita a seguire con dispetto i nostrÌ! successi mi litari ( ... )». La questione del petrolio «appare pronta ad essere lanciata fuori al primo segno. Si arrende la decisione americam1 e si attende lo sviluppo degli avvenimenti (.. .)» >. Le inquietudin i italiane assumono piena evidenza nell'intensa attività diplomatica svolta nell ' intero corso di febbraio•. Perciò, quando Badoglio si premurò di calmare le intuibili impazienze romane precisando che: «È sempre stata mia norma essere meticoloso nella preparazione per poter essere irruente nell' azione» \ Mussolin i lo incoraggiò e lo stimolò, face ndogli capire che importante era ta

'F. Dall' Ora, /11re11de11w in A.O. cit., p. 54. ' Q. ARMELUNI, Con Badoglio in Eriopia cit.. p. 108. ' Aloisi a Mussolinj in data 24.1.1936. ODI, sa serie. Ili, doc. 111. ·' Ibidem, Ili. cfr. sopnmuno doc. 16 1. 163, 164, 165. 173. 21 5. ·' Badogl io a Mussoli ni in da ta 1.2. I936, in P. BADOGLIO, La guerra di Eriopia cit., p. 71 .


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vincere ad ogni costo: «Approvo preparazione e confermo mia certezza nella vittoria. Autorizzola impiegare qualsiasi mezzo» 1• La battaglia che Badoglio aveva in mente doveva iniziare nel settore di Macallé contro la principale massa avversaria e sulla principale direttrice verso il cuore dell'impero. TI successo e la conseguente avanzata avrebbero ragionevolmente obbligato ras Cassa ad abbandonare il Tembien e fors'anche deterrninato lo sfasciamento dell'intero complesso militare etiopico. Se questo non fosse accadtuto, una volta battuto ras Mulughietà avrebbe affrontato e sconfitto ·i ras Cassa e Sejum e poi ras Immirù. Infine sarebbe stata la volta della riserva, sia che venisse spinta a nord sia che fosse rimasta dov'era. Sul piano strategico Badoglio contava molto sulla mancanza del vicendevole appoggio fra i capi abissini; comunque, stante l'interdipendenza dell'Endertà e del Tembien, occorreva che in questo settore la massa avversaria rimanesse bloccata. In campo tattico si basava su quattro concetti fondamentali: procedere nella battaglia appoggiandosi ad alcuni punti per meglio contrastare l'eventuale contrattacco abissino; prolungare di proposito la lotta per esaurire lo scarso munizionamento nemico e, specialmente, per fiaccarne i nervi; impiegare a massa l'artiglieria di manovra su obiettivi successivi, per sottoporre il nemico ad un tremendo logorio; impiegare il bombardamento aereo con azione continua, massiccia, insistente prima e durante la battaglia e, in particolare, nel corso della ritirata per produrre la completa disorganizzazione dello sconfitto 2. Lo svolgimento del primo atto - battaglia dell'Endertà, la maggiore della campagna per l'entità delle forze contrapposte - fu previsto in una successione di fasi e di tempi strettamente regolati dal Comando Superiore, che intendeva condurre la lotta a redini corte. Il 4 febbraio fu diramato l'ordine d'operazione. Nella fase iniziale, pianificata con cura, i corpi I e III dovevano portarsi sulla base di partenza, stabilita a distanza tale dalla poderosa Amba Aradam - lunga dieci chilometri e larga quattro, alta di fronte a Macallé -, ove ras Mulughietà si era sistemato a difesa, da poter poi effettuare l'avvolgimento in un solo giorno. Nella seconda fase, per la quale Badoglio si riservò di impartire ordini in relazione allo sviluppo della battaglia, era previsto l'avvolgimento delle forze

' Mussolini a Badoglio in data 4.2.1936, in B. MussoLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 312. In quel periodo i commenti stranieri erano improntati a schietto scetticismo sulla nostra impresa. li «New Chronicle» del 2 febbraio scriveva: «Una prossima avanzata è impossibile. I giganteschi sbagli sono adesso manifesti per il Duce, il quale cerca una pace qualunque per nasconderli». Ed il «Times» del 4 insisteva: 'Date le circostanze è chiaro che gli italiani non potevano fare una corsa in avanti prima delle piogge, e quando il tempo si guasterà dovranno rimanere fenni per un lungo pe1iodo» (P. CACCIA DOMINION!, Ascari K 7 cit., p. 402). Lo stesso Mussolini, nella seduta del 30 gennaio del Consiglio dei ministri, parlò dell'invio in corso in Africa orientale di 50 mila operai per mettere i servizi logistici in condizione di funzionare <<anche durante il periodo estivo delle grandi piogge» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali). ' P. BADOGLIO, La guerra di Etiopia cit., p. 87.


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etiopiche facendo convergere a sud dell'amba i due corpi d'armata. In riserva la 1• divisione eritrea ed il VI gruppo battaglioni camicie nere e cinque gruppi di a11iglieria di manovra. La divisione Assietta, appena arrivata dalla Libia, restava a presidio del campo trincerato di Macallé, pur tenendosi in misura di intervenire all'occorrenza 1 • Il I O febbraio prese il via la prima fase. Si concluse entro il 12 con la salda occupazione delle pendici dell'Amba Aradam, superando le resistenze in posto ed i contrattacchi locali. Dopo di che, Badoglio, interpellati i generali Santini e Bastico, decise un paio di giorni di sosta per far riposare le truppe, portare avanti lo schieramento delle artig)jerie e bene organizzare le basi di partenza per avere la certezza di riuscita della manovra di accerchiamento. All'alba del 15 le unità si mossero nella fittissima nebbia che avvolgeva l'amba. Verso le 9, pressoché all'improvviso la nebbia prese rapidamente a diradarsi e subito si accese il combattimento. Il corrispondente del «Temps» annotò: «Durante tutta l'offensiva, l'artiglieria di piccolo calibro non cessò di martellare l'avversario. In certi momenti più di 200 pezzi, dal calibro variante fra il 74 ed il 149, spararono contemporaneamente( ...). Quanto all'aviazione, la battaglia dell'Endertà offrì una nuova dimostrazione della sua efficacia(...). Un grande vantaggio da parte italiana era quello di disporre a 15 chilometri dall'Amba Aradam dell'aeroporto di Macallé (...). Un aereo era appena partito, che un altro decollava>-) 2. Nel tardo pomeriggio l'amba era totalmente conquistata, ma la manovra di accerchiamento non aveva fatto in tempo ad impedire che grosse aliquote abissine abbandonassero il campo, sfuggendo alla morsa. Le perdite italiane ammontarono a 36 ufficiali, 621 nazionali e 145 indigeni, fra morti e feriti. Quelle etiopiche vennero stimate a circa 20 mila, dovute in gran parte al fuoco d' art.iglieria (280 pezzi di vario calibro e 23 mila colpi sparati) e, ancor più, al bombardamento aereo durante l'inseguimento, senza contare gli attacchi degli azebò-galla contro gli odiati dominatori in fuga 3._ «A questo punto - ricordò Badoglio - due erano i problemi che dovevo risolvere, entrambi urgenti, sebbene di una urgenza diversamente immediata: la conclusione della battaglia per sfruttare, mediante l'inseguimento, il successo; lo sviluppo della battaglia strategica mediante l'azione rivolta alla distruzione delle rimanenti armate abissine del fronte nord>> 4 • Due erano quindi le azioni da programmare: da un lato muovere al più presto per occupare i passi dell'Amba

1 Giustamente Badoglio scrisse: «Questa divisione che in soli otto g iorni da Dema sbarca a Massaua e raggiunge Macallé - a circa 450 km di distanza - può dare un'idea della perfezione raggiunta nella organizzazione dei servizi» (ibidem, p. 88). 'PAUL GENTIZON, La conquista dell'Etiopia, Hoepli, Milano 1937, p. 48-49. 3 P. BADOGLIO, La guerra di Etiopia cit., p. 105.

' Ibidem, p. 11 O.


LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935- l 936)

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La battaglia dell 'Endertà 10 -15 febbraio 1936


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Alagi, di elevato valore difensivo contro le provenienze da sud, cioè contro possibili, anche se poco probabili, controffensive etiopiche: dall'altro, impedire che le forze dei ras Immirù e Cassa - i quali per il consueto egoismo.o forse per difetto di inforn1azioni, non si erano interessati a quanto accadeva nell' Endertà - si ritirassero, sfuggendo alla battaglia, una volta appresa la sorte di ras Mulughietà. «Procedere contro le loro armate, prima che ciò si verificasse, appmiva necessario ed urgente», e Badoglio si preparò ad entrambe le battaglie, riservandosi di stabilire a tempo debito a quale dare la precedenza 1• Le disposizioni in vista della d uplice offensiva, d iramate fra il 16 ed il 18 feb braio, rispondevano ad un disegno semplice e pratico. Nel Tembien, le forze di ras Cassa e Sejum, impegnate frontalmente dal corpo d'annata eritreo, sarebbero state attaccate a tergo dal [11 corpo. Con ana loga manovra, nello Sciré, le forze di ras lmmirù, agganciate sulla fronte dal II corpo, sarebbero state prese alle spalle dal IV. Queste le linee della battaglia strategica del Tembien. A completamento del quadro al I corpo fu affidato il compito di puntare su Amba A lagi e sui valichi laterali. Nel contempo Dall'Ora provvedeva all'adeguamento delle scorte nei magazzi ni e nelle basi avanzate di Mai Macdem (Per I e III corpo), di Hausièn (per il corpo eritreo), di Adua (per il II corpo) e di Funidini (per il IV corpo), e specificava le attribuzioni nelle funzioni di trasportò per via ordinaria: unità mi litari in Etiopia per l' immediato sostegno dei corpi' d'armata, imprese civili in Eritrea e nella fasc ia etiopica a ridosso del confine. Il 17 febbraio il III corpo (divisioni 23 marzo, 1• eritrea e unità minori) si diresse verso il Seloà per raccogliersi a sud del Gherà, sulla carovaniera da Socotà a Abbi Addi. Concluse lo spostamento il 20, dopo aver costruito una pista di 80 chilometri da Antalò. [n questo frattempo, e precisamente il 15, ras Cassa aveva ricevuto dal Negus notizie sulla battaglia tuttora in corso nell 'Endertà, in uno con l'ordine di attaccare alle spalle g li italiani impegnati nell'azione contro ras Mulugh ietà. Allegando difficoltà, sulle prime evitò cli muoversi ma il 20 febbraio, accortosi della minacciosa presenza del III corpo, sollecitò nuove istruzioni: doveva, chiese, «attaccare il nemjco che ho di fronte», ossia il corpo d'armata eritreo, per unirsi a ras lmmirù; oppure «attaccare il nemico che ho alle spalle», cioè il III corpo, per unirsi a ras Mulughietà (evidentemente ignorando che era già stato battuto); oppure attendere in posto il nemico «che abbiamo circondato e che ci circonda)>? 2 • Nella confu sione generale Hailé Selassiè ordinò a Cassa ed a Imrn irù di ripiegare verso l'Am ba A lagi in modo da raccogliervi una forza poderosa 3, ma dallo scambio di messaggi fra il Negus ed i suoi luogotenenti - messaggi che

' Ibidem, p. J 13. ' P. BADOGLIO, Lu guerra di Etiopia cit., p. 117. ' Ibidem, p. 173.


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giungeranno sempre in ritardo al destinatario, ma non all'intercettazione italiana - Badoglio si rese presto conto che in sostanza ras Immirù stava sulle difensiva e ras Cassa, ignaro della sorte toccata a ras Mulughietà, era incerto se ritirarsi nel Seloà o tentare di unirsi a ras Immirù nello Sciré. Stando così le cose, stabilì le grandi linee della manovra: in primo luogo assicurarsi il possesso dei passi clell' Amba Alagi in modo da evitare sorprese da sud e, insieme, per sbruTare a ras Cassa la ritirata verso il lago Ascianghi; in secondo tempo, battere e disperdere le forze di ras Cassa nel Tembien; infine battere le forze di ras Immirù nello Sciré e ributtarlo a sud del Tacazzé. Il 21 febbraio diramò gli ordini ai generali Maravigna e Babbinj per la battaglia dello Sciré, il 24 ai generali Pirzio Biroli e Bastico quelli per la 2• battaglia del Tembien, il 25 al generale Santini quelli per l'occupazione dell'Amba Alagi. «Per la prima volta nella storia militare coloniale - scrisse Badoglio - dovevano essere impiegati contemporaneamente in un attacco generale, cinque corpi d'armata schierati su 250 chilometri di fronte, procedenti da nord verso sud e da sud verso nord, da est verso ovest e da nord-ovest verso sud-est; nonché masse .imponenti masse d'artiglieria, carri veloci e interi stormi di aviazione. Concetto fondanentale: non dare tregua al nemico già scosso e colpirlo con tutti i mezzi e senza interruzione fino al completo suo annientamento» 1• Il 27 febbraio il I corpo (divisioni Sabauda, Pusteria, 3 gennaio, VI gruppo battaglioni camicie nere e VIII gruppo battaglioni eritrei) si diresse verso sud ed il giorno seguente, superate serie difficoltà di terreno ma senza incontrare resistenze, occupava l'Amba Alagi ed i passi Togorà, ad ovest, e Falagà, ad est. Il nemico, vista la disfatta di ras Mulughietà, si era ritirato al lago Ascianghi abbandonando la difesa del!' Amba Alagi. In questo mentre aveva luogo la 2• battaglia del Tembien. Durante l' adeguamento del dispositivo d'Intendenza per consentire gli sviluppi della manovra nella quale per la seconda volta il III corpo (divisioni Sila e 23 marzo e unità minori) era obbligato a cambiare la propria linea di rifornimento, in due giorni, il 27 ed il 28, il corpo eritreo (divisioni 28 ottobre, 2a eritrea, un gruppo battaglioni camicie nere ed un gruppo battaglioni misti dell'esercito) batteva nettamente e poneva in rotta le forze di ras Cassa e di ras Sejum ed il 29 si congiungeva con il III corpo ad ovest di Abbi Addi, chiudendo i resti etiopici in un ampio cerchio. Tra il 1° ed il 6 marzo si completò il rastrellamento della zona. Perdite nostre fra morti e feriti : 34 ufficiali, 359 nazionali e 188 eritrei; perdite abissine accertate: circa 8 mila uomini). Era adesso la volta dello Sciré. Il Il corpo (divisioni Gavinana, Gran Sasso e 21 aprile e III brigata eritrea) con forze ridotte a causa dei reparti

' Ibidem, p. 121.


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La 2â&#x20AC;¢ battaglia di Tembien 27-29 febbraio 1936


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lasciati nei campi trincerati di Axum e di Adua, ma con una cospicua massa di artiglieria, ricevette ordine di attaccare frontalmente ras Immirù e il degiac Ajaleu Burrù, mentre il IV corpo (divisioni Cosseria e J 0 febbraio) da nordovest si sarebbe portato sul fianco e sul tergo del nemico. Sull'entità dell 'armata etiopica si disponeva di notizie incerte, da un massimo di 50 mila a poco più di 25 mila armati. Il 29 fe bbraio il generale Maravigna, che si apprestava a muovere contro monte Coiett.'.à ed il passo di Af Gagà, venne precedu to dagli elementi avanzati abissini. In parte per g li sviluppi presi dalla battaglia prima che la preparazione fosse completata e molto per la resistenza accanita e g li animosi contrattacchi etiopici, la progressione italiana per due lunghi giorni fu lentissima. 11 fan.o era che il IV corpo, superato il Mareb il 29 febbraio, si trovò ad avanzare verso Az Darò, dove era segnalata l'ala si nistra di ra Immirù, attraverso una regione di fitta vegetazione spinosa ed accidentata, del tutto priva di ogni risorsa e di acqua, tanto da essere indicata sul la ca1ta come «zona inesplorata». Cosicché la colon na raggiunse Az Nebrid la sera del 2 marzo, mortalmente stanca, e la marcia ripresa il giorno seguente non poté incidere sulla battaglia in corso perché l'avversario, il quale aveva già iniziar.o la rottura del contatto non appena resosi conto della minaccia, accelerò la ri tirata e riuscì a ripassare il Tacazzé, pur con gravissime perdite, sotto l' imperversare dell'aviazione. Contro un migliaio di uomini fuori combattimento da parte italiana, le perdite etiopiche ammontarono a 4 mila accertate sul campo e ad oltre 3 mila provocate dall'intervento aereo durante la ritirata 1• Ras Immirù telegrafò ad Addis Abeba: «La maggior parte delle truppe del Goggiam ha disertato e rifiuta di battersi se non nel rispettivo paese; i pochi rima<;ti hanno fatto opera di disgregazione, anche fra i nostri armati personali, così che non abbiamo potuto seguire il nostro piano. Tutte le popolazioni hanno, non solo disertato, ma dimostrato poco rispetto al loro capo degiac Ajaleu Burrù rispondendogli con schjoppetlate» 2•

' li 3 marzo il Comando Aeronautica comunicava che il nemico in fuga si accalca va spaventato sulle rive del Tacazzé in corrispondenza dei guadi sotto un conLinuo bombardamento che aveva incendiato la zona di Mai Timchelt (Q. ARMELLINI, Con Badoglio in Etiopia cit., p. 185). A differenza di quan10 l'aito nel Tembien a fine febbraio, nella battaglia dello Sciré l'avia1.ione agì e mise in roua l'armata di ras lmmirù senza far ricorso al bombardamento all' yprite. ' P. BADOGLIO, La guen a di Eriopia cit., p. 174. Dopo la guerra ras lmmir(1confermò le LriSLi condizioni in cui ven ne a trovarsi durante la ritirata: «Riuscii a condurre in salvo, al di là del fiume, circa diecimila uomini, ma essi erano talmente scossi e demoralizzati che non fui in grado di tenerli insieme. Era mia in1enzione di organizzare la guerriglia fra i monti dello Tsellemcì e del Semien, che si prestavano meravigliosamente allo scopo; ma quando ne parlai con il degiac Aj aleu Burrù, che era uno dei pochi capi che fossero rimasti in vita, non ne volle sapere e decise di ritirarsi coi suoi uomini e con quelli del fratello Admasù più indietro, nel Beghemeder» (A. DEL BocA, Gli ila/iani in Africa orientale cit., II, p. 599).


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La battaglia dello Scirè 29 febbraio-3 marzo 1936


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La manovra strategica del Tigrai


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In queste due ultime battaglie venne fatto ricorso al rifornimento aereo. Dall'Ora aveva prospettato tale eventualità sin dal periodo della preparazione, considerando l' altissima probabilità di dover alimentare colonne in zone non percorribili da automezzi o comunque lanciate in profondità. Al riguardo, anzi, aveva avanzato la proposta di costituire un nucleo di aviazione «oneraria», con materiale di volo adatto allo specifico scopo e personale addestrato al servizio. La proposta venne respinta sia da Valle sia da Aimone Cat per indisponibilità di mezzi adeguati ed anche perché l'impiego del mezzo aereo era visto essenzialmente in campo strategico. Quando poi la marc ia del III corpo nel Seloà e quella del IV corpo nello Sciré settentrionale resero inevitabile proprio questo tipo di rifornimento, fu g iocoforza utilizzare apparecchi da bombardamento. Dall'Ora osservò: «Che i valenti rappresentanti del la R. Aeronautica in A.O. fossero molto entusiasti del nuovo e gravoso compito che veniva accollato su larga scala all ' aviazione da bombardamento non si può veramente dire! Occorse vincere qualche naturale e più che legittima resistenza, ma poi la R. Aeronautica(... ) si adattò al nuovo compito, lo assolse con entusiasmo e sovente offrì spontaneamente la propria disponibilità di ap parecchi ( ... ). Sta il fatto che dal mese di febbraio 1936 in avanti i rifornimenti aerei presero sempre maggiore estensione( ...)»'. Dal canto suo, Aimone Cat riconobbe che «i primi ingenti lanci di viveri dettero naturalmente luogo ad inconvenienti piuttosto gravi, quali ad esemnio la perdita del terzo, se non talvolta della metà addirittura dei viveri a causa di imperfetto imballaggio da parte dell'Intendenza, di inadeguata manovra da parte degli aerei e di infelice ubicazione del terreno di raccolta ( ...). Ma in seguito si riuscì a contenere la perdita del materiale in misura sempre più ristretta» z.

**

*

Nell'arena politica europea c'era nervosismo. li 25 febbraio il ministro degli Esteri francese Flandin domandò al nostro ambasciatore «se noi escludessimo una soluzione del conflitto basata sulle proposte del settembre scorso» e Cerruti ricordò che a suo tempo il governo italiano, su richiesta di Lavai, aveva fatto conoscere le condizioni minime, formulate in relazione ad una distin zione fra territori amhara e non, e che nel rapporto presentato dal Comitato dei Cinque si potevano rinvenire elementi per un progetto di concilia7.ione che (<tenesse conto delle nostre legittime aspirazioni» ·'. D'altro canto Suvich avvertì Mussolini che «si sente nell'aria che le ore della resistenza abissina sono

' F. DAL L'ORA, hirendenw in A.O. cit, p. 62. ' M. A IMONE CAT, Nolizie sulla preparazione dell'Aeronaulica dell'A.0. alla cc1111pai::na per la conquista de/l'E1iopia. conferenza Scuola di Guerra Aerea. Roma 1937 , p. 45. 'Ce1Tu1.i a Mu~sol ini in data 25.2.1936. ODI. 8' serie. III, doc. 304.


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contate» 1, ma qualcosa di pericoloso si affacciava all'orizzonte internazionale. Non che si trattasse cli una questione nuova: si trovava infatti su l tappeto da quasi un anno. Ma era venuto il momento cli tirare le somme. Nel maggio 1935 era stato firmato un patto di mutua assistenza tra Francia e Unione Sovietica e Berlino aveva subito giudicato tale accordo come incompatibile con il Trattato di Locarno (comportante un patto di non aggressione tra Francia e Germania) e di estrema gravità per la sicurezza del Terzo Reich. Mentre si attendeva la ratifica del Parlamento francese, che tardava anche perché la destra vi si opponeva con vivacità, il 26 novembre, dopo una lunga conversazione con Hitler, l'ambasciatore François-Poncet comunicò al Quay d 'Orsay la propria convinzione che con ogni probabilità il Fi.ihrer si sarebbe servito di questo pretesto per occupare la zona smilitarizzata della Renania 2 . Adesso, nel febbraio 1936, durante la discussione sulla ratifica del patto in corso alla Camera, sorgeva in Francia qualche inquietudine. Tra l'altro il paese stava attraversando una crisi politica, il governo Sarraut avendo carattere di transizione ed il Fronte Popolare preparandosi alle elezioni dell'aprile. Mussolini ne tenne conto. L' ambasciatore von Hassel lo aveva appena informato che il governo tedesco non aveva ancora preso una decisione in me1ito all ' eventuale replica contro la prevedibile ratifica francese, tuttavia sarebbe stato elemento utile conoscere il pensiero italiano in proposito. Mussolini non si era sbilanciato: «pur non essendoci simpatico il patto franco-russo», la mancanza di un interesse diretto induceva il governo italiano ad attendere «di vedere quale sarà l'atteggiamento tedesco», peraltro assicurò che l'Italia non avrebbe preso posizione di fronte ad una reazione del Reich ' . E il 27 febbraio parlò con de Chambrun senza giri di parole: «Siamo arrivati ad un punto - disse - in cui bisogna assumei, i le proprie responsabilitii e menere questa $ituazione in chiaro(... ). lo posso assicurarvi che non vi è a tutt' oggi nella sfera politica assolurnrnemc niente fra !a Germania e me. li mio modo di vedere sulla Germania rimane quel lo che era l'anno passato in aprile. Ma dopo i mesi che sono passati e gli sviluppi che ha preso questa crisi feti opica). qualsiasi aggravamento delle sanzioni rigetterà necessariamente l' Italia in un isolament o, da cui il suo governo avrà il dovere imperioso di farla uscire. Spetta alla Francia e all' In ghilterra di non respingerci(. ..)»'.

In questo clima il 2 marzo si riunì a Ginevra il Comitato dei Diciotto per il coordinamento delle sanzioni. [I monito lanciato da Mussolini a Chambrun dette i suoi frutti. Mussolini aveva avvertito, fra l'altro, che se la riun ione ginevrina fosse sfociata in un aggravamento delle sanzioni, l'Italia avrebbe respi nto ogni

' Suvich a i\fossoli ni in data 26.2.1936, ibidem, li 1, doc. 320. ' A:-IDRÉ FRANç01S-PO!'-CET, Ric:ordi di 1111 ambasciatore a Berlino, Rizzoli, Milano 1947, pp. 203-204. .1 Colloquio Mussolini-von I-lasse! in data 22.2.1936, DD1, 8" serie, lll, doc. 295. ' DDF, 2• serie, I, p. 336.


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accordo navale 1, lasciato la Società delle Nazioni e denunciato le convenzioni militari con la Francia. Di conseguenza, Eden dichiarò che la Gran Bretagna avrebbe votato a favore dell'immediata applicazione dell'embargo petrolifero contro l'Italia «a condizione che tutti gli Stati sanzionisti vi aderissero», e Flandin propose che il Conùtato dei Tredici venisse convocato al più presto «per esaminare la situazione ai fini di una possibile soluzione del conflitto». Il suggerimento fu approvato senza contrasti 2, nella fiduciosa speranza che Mussolini "accetti di discutere il negoziato 3". Mussolini rispose tenendosi sulle generali: «(...) Si sa che l'Italia riteneva nel dicembre scorso inadeguate proposte di Laval -Hoare (sebbene avrebbe potuto forse accettare le se.esse come base di discussione); si sa che antecedentemente Italia aveva respinto come inadeguate proposte Eden del giugno, proposte Parigi dell'agosto e progetto dei Cinque del settembre 1935. È naturale che dopo vittoria militare che ormai può cons iderarsi acquisita e definitiva, le richieste dell'llalia non possano essere ridotte, ma aumentate. Ritiene il Sig. Flandi n che questo punto di vista italiano sia conciliabile con intenzioni che avranno i signori di Ginevra e con pretese che solleverà il Negus forte dell'appoggio ginevrino( ... )»•.

Il 27 febbraio a Parigi la Camera aveva ratificato il trattato franco-sovietico. Il 5 marzo la Commissione Esteri del Senato l'arpprovò, anticipando chiaramente la ratifica del Senato. La ritorsione della Germania, già pronta, fu immediata: il 7 truppe tedesche entrarono in Renania. Le prima notizie furono confuse. Attolico, il nostro ambasciatore a Berlino, telegrafò a Roma: «Rioccupazione zona derni.litarizzata stata decisa massima segretezza; solo ieri, quando cominciò a circolare notizia convocazione straordinaria Reichstag, cominciarono primi dubbi. Ancora stamane ambasciatore francese (...) mostrava dubitarne. Ambasciatore sovietico ha avuto notizia da me ed è rimasto impressionatissimo, quasi allibito» 5 •

Alle 10 il ministro degli Esteri von Neurath convocò gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Italia, fim1atarie del Trattato di Locarno, e li informò che il governo del Reich aveva «ristabilito le proprie guarnigioni nella zona demilitarizzata del Reno» 6 • Poi consegnò loro una nota di denuncia del predetto trattato, nella quale si assicurava la disponibilità tedesca all'apertura di negoziati con Francia e Belgio per la firma di un patto di non aggressione della durata di venticinque anni, con la garanzia cli Inghilterra ed Italia 7•

' Era in corso la form ulazione di un nuovo trattato navale che, a differenza di quelli di Washington (1922) e di Londra (1930) basati sul tonnellaggio, imponeva una limitazione qualitariva fra le varie flotte. Il trattato venne firmato il 25 marzo, ma l'Italia, che non aveva partecipato alle discussion i, rifiutò di firmarlo (ASMAE, Fondo Lance/lotti, 148). 2 Bova Scoppa a Mussolini in data 2.3. 1936, ODI, s• seiie, III, doc . 345. 1 Bova Scoppa a Mussolini in data 4.3.1936, ibidem, lii, doc. 354. " Mussolini a Cerruti in data 4.3. 1936, ibidem,III, doc. 362. 5 Attolico a Mussolini in data 4.3.1936, ibidem, III, doc. 384. • Cerruti a Suvich in data 7.3. 1936, ibidem, UI, doc. 387 . ' A. F'RANQOIS-PONCET, Ricordi di wi ambasciarore cit., pp. 207-208.


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A mezzogiorno Hitler, salito alla tribuna del Reichstag, dichiarò che l'alleanza militare della Francia con l'Unione Sovietica era esclusivamente diretta contro la Germania e costituiva un'aperta violazione del patto renano. Il Trattato di Locarno aveva quindi perso ogni valore e «In nome del diritto elementare del suo popolo alla sicurezza delle frontiere, per la tutela della sua difesa, il governo tedesco ha ristabilito da oggi l'assoluta, illimitata sovranità del Reich sulla zona smilitarizzata» 1• Se in Germania ed in Renania l'entusiasmo era generale, in Francia l'emozione fu altissima. Per quanto la sera dell'8 marzo, alla radio, Sarraut dichiarasse fieramente che «Non siamo disposti a lasciare Strasburgo esposta al fuoco dei cannoni tedeschi!» 2 , la realtà stava nella risposta data poco tempo prima dal generale Maurin, ministro della Guerra, a Flandin, e cioè che l'esercito era stato «interamente concepito per una missione difensiva e che niente era pronto; ancor meno era preparato per un intervento militare del genere che io suggerivo» 3 • Difatti il mattino di quello stesso 7 marzo Gamelin disse a Sarraut che, nelle condizioni presenti, se la Francia si fosse trovata da sola di fronte alla Germania, all'inizio avrebbe avuto la meglio, ma in una guerra di lunga durata la superiorità numerica e quella industriale giocavan9 necessariamente a favore del nostro avversario 4 e comunque <<un'operazione militare, anche se su scala limitata, avrebbe potuto comportare rischi imprevedibili e non si sarebbe potuta intraprendere senza proclamare la mobilitazione generale» 5 . Ad ogni modo, Gamelin dispose il concentramento di tredici divisioni a ridosso della linea Maginot. Non poteva immaginarlo, ma questa sola misura fu sul punto di far retrocedere i tedeschi. L'Alto Comando della Wehrmacht ne fu intimidito ed il generale von Blomberg, mai convinto dell'iniziativa renana, accennò prudentemente al ritiro dei tre battaglioni diretti ad Aquisgrana, Treviri e Saarbrucken e della divisione successivamente inviata per l'occupazione del territorio 6 ; Hitler invece si impuntò. «Le quarantott' ore che seguirono la marcia in Renania - ammise più tardi - furono le più tormentose della mia vita. Se in quel momento i francesi avessero invaso la Renania, avremmo dovuto ritirarci con la coda tra le gambe, giacché i mezzi militari a nostra disposizione erano assolutamente inadeguati anche ad una modesta resistenza» 7 •

1

L. SHJRER, Storia del Terzo Reich cit., p. 320. Riconti di un'ambasciatore cit., p. 208. ; Cit in.PAUL REYNAUD, Memorie, Cappelli, Bologna 1964, li. p. 42. ' P.M. DE LA GORCE, Le armi e il potere cit., pp. 354-355. 'A. FRANço1s-PONCET, Ricordi di 1111 ambasciatore cit., p. 207. • A Londra ed a Parigi le truppe tedesche entrate in Renania furono calcolate pari a 35 mila uomini (W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cil., l, p. 218). ' W.L. SHJRER, Storia del Terzo Reich cit., pp. 321-322. WJLLIAM

' A.

FRANço1s-PONCET,


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Non meno turbata si mostrava la Gran Bretagna. L'ipotesi di una mossa del genere eia parte tedesca era stata indubbiamente ventilata tuttavia l'improvvisa rea1izzazione colse l'opinione pubblica di sorpresa e disorientò il governo. Eden chiese a Grandi «quale sarebbe stato il comportamento dell'Italia nell'i mminente riunione ciel Consiglio della Società delle Nazioni, in qualità di Stato garante cli Locarno e di membro del Consiglio». Grandi rispose ironicamente che era «per lo meno strano domandare all'Italia cli uniformarsi ai principi collettivi (... ) nello stesso momento in cui si cercava cli strangolarla proprio in nome cli quei principi>> e la politica inglese non poteva «pretendere che l'opinione pubblica mondiale riconosca legittima e giustifi cata applicazione contro l'Italia di sanzioni che l'Inghilrerra non oserà o comunque non potrà far applicare alla Germania». Aci ogni modo era evidente che tutti si aspettavano che l'Italia avrebbe accolto una richiesta di cooperazione in base al Trattato di Locarno pretendendo 1' immediato abbandono delle sanzioni '. Com'è naturale la questione renana tenne banco e l'argomento «Etiopia» in certa misura passò in secondo piano. Il presidente del Comitato dei Tredici aveva intanto invitato i governi di Roma e di Addis Abeba a mostrarsi disponi bili alla ricerca di una base di conciliazione accettabile per entrambi. Mussolini si mantenne in linea con quanto aveva detto all'ambasciatore Chambrun nel colloquio del 27 febbraio: se all'Italia fossero state date adeguate soddisfazioni, egli era disposto a chiudere la partita senza imporre al negus un Diktat 1. Ed in un editoriale sul «Popolo d'Italia» fece scrivere (o scrisse) che con la conquista del! ' Amba Alagi i vecchi conti che l' Italia aveva in soppeso con l'Etiopia erano definiti militarmente e moralmente. Adesso te]egrafò subito a Bova Scoppa, segretario aggiunto alla nostra delegazione presso la Società delle Nazioni; «Pregola comunicare Presidente Comitato dei Tredici che governo italiano, in risposta all'appello rivoltogli, accetta in massima di entrare in negoziati attinenti al regolamento conflitto italo-etiopico» 3 • Due giorn i prima anche il Negus si era dichiarato d isponibile ad un accomodamento. Nel contempo - mentre a Gi nevra era convocato il Consiglio della Lega Mussol ini volle che Cerruti, nella riunione dei quattro firmatari cli Locarno indetta a Parigi il 9 marzo per l'esame della situazione, facesse rilevare che «l'Italia, quale Stato sanzionato, non è in grado di impegnarsi preventivamente ad un'azio ne di qualsias i natura, militare, politica od economica, per cui deve fi n d'ora riservarsi». Ciò chiarito, Cerruti doveva limitarsi ad ascoltare e riferi re a Roma \

' Grandi a lvfussolini in data 7.3.1936, DDI, 8' serie, IIL doc. 393. ' R. DE F ELICE, Mussolini il duce cit., I, 11 . 727. 'tvlussolini a Bova Scoppa in data 8.3.1936, ODI, 8' serie, 111, cloc. 398. ·• Mussolini a Cem.1ti in data 8.3.1 936, ibidem, III, doc. 396.


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La riunione di Parigi, spostata al 10, s i chiuse ponendo in piano risalto il pericolo rappresentato dall'ingresso di truppe tedesche in Renania. Flandin ricordò - soprattutto a Eden, incline a minimizzare' - che i garanti di Locarno erano impegnati nell'adozione di misure militari, qualora necessario, e più tardi in una riunione riservata (presenti Flandin e Paul-Boncour per la Francia, Eden e Halifax per la Gran Bretagna, van Zeeland per il Belgio e CeJTuti per l'ltalia) dichiarò che il governo francese era pronto anche a ricorrere alla forza per far s loggiare i tedeschi. Affermò altresì che «se si desse ancora una volta partita vinta a Hitler, prossima sua mossa sarebbe diretta a privare dell'indipendenza Austria e Cecoslovacchia, vale a dire a rendere la Gennania arbitra dell'Europa orientale e balcanica», ed aggiunse di «non dubitare di poter contare sopra assistenza piena ed intera dell'Inghilterra e dell ' Italia» 2 • Quanto tale certezza fosse fondata Flandin ebbe modo cli constatare nel prosieguo della riunione, ripresa a Londra nei giorni J2 e 13 marzo. Nella mattinata del 13 Neville Chamberlain, cancelliere dello Scacchiere, interruppe Paul-Boncour - che chiedeva nei confronti della Germania «le sanzioni economiche e finanziarie prima, le sanzioni militari poi» - e dichiarò nettamente che «non vi è nessuno in Inghilterra che accetterebbe di applicare le sanzioni alla Germania, né economiche, né finanziarie, né militari. L'opinione pubblica inglese non seguirebbe il governo su questa strada. Se il governo decidesse di applicare le sanzioni a lla Germania esso sarebbe costretto a dimettersi perché non interpreterebbe in questo caso la volontà del popolo britannico. Le sanzioni economiche e finanziarie non avrebbero nessuna efficacia. Di sanzioni militari non è neppure il caso cli parlarne ( ...)» 3 •

*

A

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Con il termine della manovra strategica del Tembien la situazione militare in Africa orientale risultava praticamente decisa a favore dell'Italia. Le forze etiopiche non soltanto erano state battute ma, data le loro caratteristiche, completamente scompaginate. Quanto ai capi, Mulughietà era stato ucciso dagli azebò-galla durante la clisasu-osa ritirata verso il lago Ascianghi ; Cassa e Sejum, salvatisi a stento in mezzo alla moltitudine cli sbandati, aITivarono a Quoram, ove il Negus si era portato, con le sole guardie ciel corpo; Immirù si trovava in fuga verso Gondar con poche centinaia di uomini. Rimaneva al

' II 9 marzo Eden aveva detto ai Comun i: «L'occupazione della Renania da pa,te della Reicbswehr è un grave colpo al principio dell'intangibilità dei trattati. Fortunatamente non abbiamo ragione di temere che questa azione della Germania possa portare a delle ostilità» (W.L. SttlRER, Storia del Terzo Reich cit., p. 322). ' Cctl'uti a Mussolini in data 10.3. 1936, DDI, 8' serie, III, doc. 4 16. ' Grand i a M ussol ini in data 13.3.1936, ibidem, III. doc. 451.


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Negus l'ultima armata, costituita dalla guardia imperiale addestrata ed equipaggiata all'europea, da alcune migliaia di irregolari e dagli scampati dalle battaglie dell'Endertà e del Tembien . Pèr Badoglio si trattava di battere il ferro finché era caldo. L'interrogativo riguardava l'armata del Negus. Questa forza residua, abbastanza bene organizzata, ultimo pilastro del cadente impero, rappresentava l'estremo, non trascurabile, ostacolo. L' ipotesi più verosimile - specie nel caso in cui il Comando etiopico ritenesse l'armata in grado di opporre una valida resistenza - era che essa andasse a schierarsi a nord di Dessié, per sbarrare all'invasore la via imperiale. Si doveva quindi prevedere e preparare la battaglia decisiva in quella direzione. Ma nel contempo occorreva anche estendere o meglio completare l'occupazione procedendo con colonre leggere lungo le direttrici Om Ager-Gondar e Mai Tinchet-Debarech ad ovest dell'alto Tacazzé, e Antelò-Socotà-Sardò ad est del fiume, e soprattutto organizzare e sistemare l'intera Etiopia sett.entrionale per dare subito l'immagine di un saldo assetto. Fra il 4 ed il 12 marzo Badoglio impartì gli ordini. Uno di questi era per Dall'Ora: doveva predisporre un'autocolonna di oltre un migliaio di automezzi per dirigersi, al momento opportuno, su Addis Abeba. Il quadro operativo fornito da concordi notizie si presentava privo di incertezze preoccupanti. Badoglio confidò al colonnello Armellini: «Ai primi di aprile batterò il Negus. Verso il 15 sarò a Dessié. Dopo dieci giorni muoverò per Addis Abeba. Entreremo nella capitale il 30 aprile. Io sono venuto qui solo per fare la guerra. Ad Addis Abeba mi fermerò pochi giorni, quattro o cinque. Altrettanti ad Asmara per preparare la partenza. Sì, il I Omaggio mi imbarco per l'Italia» 1• I calcoli si dimostrarono esatti. A parte il prolungamento degli assi viari di penetrazione e, più in generale, l'ampliamento dalla rete stradale già in avanzata realizzazione, particolarmente significative appaiono le misure predisposte da Badoglio per garantire comunque il possesso del territorio conquistato. La sistemazione difensiva comprendeva, in sostanza, una linea di opere avanzate sull'allineamento Fenaroà (sud-ovest di Antalò) - passi del!' Amba Alagi; una linea avanzata di campi trincerati immediatamente a nord del solco Tacazzé-Ghevà-Gabat, sulle posizioni di Dembeguinà, Mintil, Abbi Addì e MacaBé; una linea arretrata di campi trincerati sulla posizioni di Caietzà, Selaclacà, Axum, Adua, Enticciò e Adigrat). Il tutto completato da opere staccate a protezione delle principali vie di comunicazione 2•

'Q. ARMELLTNI, Con Badoglio in Etiopia cìt., pp. 176-177. Giustamente Rochat ha commentato che un uomo prudente e misurato come Badoglio doveva sentirsi ben sicuro di sé e della propria valutazione delle circostanze per sbilanciarsi .in previsioni così dettagliate (G. ROCHAT. Guerre italiane in Libia e in Etiopia cit., p. 113. 'P. BADOGLIO, La guerra di Etiopia cit., pp. 153-156.


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Verso la fine dj marzo le truppe italiane si apprestavano al terzo ciclo operativo. Il II corpo ed il corpo del Bassopiano occidentale stavano per arrivare a Gondar; il III corpo si trovava a Fenaroà; il I corpo ed il corpo d'armata eritreo erano a cavallo della strada imperiale, all'altezza di Mai Ceu, di fronte all'armata del Negus. Le intenzioni di quest'ultimo furono chiarite da un telegramma spedito nel pomeriggio del 27 marzo all'imperatrice in Addis Abeba e regolarmente intercettato: «Ci troviamo schierati davanl.i al nemico osservandoci l'un l'altro col bi.nocolo. Ci dicono che le truppe del nemico che si trovano riunite davanti a noi sino ad ora approssimativamente non superano i diecimila uomini. Le nostre truppe ammontano esattamente a trentunmila persone. Ad osservarle bene [le truppe italiane] si potrebbe credere che siano circa ventimila uomini. Poiché la nos1.ra fede è ciposta nel nostro Creatore e nella speranza che Egli ci aiuti, avendo noi deciso di avanzare e di entrare nelle fortificazioni (...) rivolgete a Dio le vostre decise preghiere»'.

La tristezza e la rassegnazione che i toni accorati del dispaccio lasciano trasparire fanno pensare, più che ad una autentica, estrema risoluzione bellicosa, al desiderio di concl udere onorevolmente, con un ultimo bel gesto, una campagna sfortunata e deludente. La spinta ad agire, tuttavia, fu anche ispirata dallo stimato favorevole rappo110 di forze - 31 mila abissini contro I O mila o, al più, 20 mila italiani (si trattava della divisione alpina Pusteria e del IlI gruppo battaglioni eriu-ei) - ed in effetti il dispositivo italiano era fo11emente diluito in profondità. Badoglio ne spiegò il motivo, indicando da un lato la convenienza di non estendere troppo la fronte e la necessità di dare sicurezza ai fianchi della lunga penetrazione, e dall'altro la possibilità di far affluire rapidamente sulla fronte i reparti retrostanti. La posizione chiave era rappresentata dai due passi Mecan. Quello occidentale si trovava saldamente in mano alla Pusteria, quello orientale era tenuto degli eritrei. Un osservatore accennò alla probabile influenza dj un a ltro fattore: l'inevitabile ritardo dei lavori stradali rispetto all'avanzata. Non per nulla i rifornimenti per i due corpi d'armata venivano effettuati solo con colonne di salmerie. Ed il fatto che Badoglio, ancora indieU'o, avesse affidato al generale Santini la temporanea direzione delle operazioni del I e del corpo eritreo potrebbe significare che la battaglia si verificò prima del previsto 2. È pur vero che Badoglio fa cenno ad un telegramma ciel Negus che comunicava la decisione di attaccare le posizioni dei passi Mecan e deU' Amba Bohorà «sabato [28] o lunedì [30]», senza però indicare la data dell'intercettazione. D'altronde il dispositivo era sufficientemente duttile e lo provò nel corso dei combattimenti.

' Ibidem, p. 176. ' RODOLFO XJLANDER, La conquista dell'Abissinia, Treves, Milano 1937, p. 115.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( I935-1936)

QUADRO DI BATIAGLIA NELLO SCACCHIERE ERITREO nell'aprile l 936 Comando Superiore A.O. Comandante Superiore: mar. Badoglio Pietro capo di Stato Maggiore: gen. Gabba Melchiade comandante superiore artiglieria: gen. Garavelli Emilio comandante superiore genio: gen. Caffo Aventino comandante superiore aeronautica: gen. Aimone Cat Mario comandante superiore carabinieri: col. Hazon Azzolino intendente A. O.: gen. Dall'Ora Fidenzio. I corpo d'armata (gen. Santini Ruggero) su: D.f. Sabauda (gen. Gariboldi Italo) D.alp. Pusteria (gen. Negri Luigi) D.f. Assietta (gen. Riccardi Enrico) 4' D.cc.nn. 3 gennaio (gen. Traditi Alessandro) supporti vati. e servizi II corpo d'armata (gen. Maravigna Pietro) su: D.f. Gavinan.a (gen. Villasanta Nino) D.f. Gran Sasso (gen. Adalberto di Savoia) 3" D.cc.nn. 21 aprile (gen. Appiatti Giacomo) supporti vari e servizi IlI corpo d'amrnta (gen. Bastico Ettore) su: D.f. Sila (gen. Bertini Francesco) 1• D.cc.nn. 23 marza (gen. Siciliani Domenico) supporti vari e servizi IV corpo d'armata (gen. Babbini Ezio) su: D.f. Cosseria (gen. Olivetti Adolfo) 5" D.cc.nn. 1° febbraio (gen. Teruzzi Attilio) 2• D.cc.nn. 28 ottobre (gen. Somma Umberto) supporti vari e servizi Corpo d'armata eritreo (gen. Pirzio Biroli Alessandro) su:

1• D. eritrea (gen. Pesenti Gustavo) 2• D. e1itrea (gen. Da!mazzo Renzo) supporti vari e servizi Ttuppe del Bassopiano occidentale (gen. Couture Amedeo) Trnppe del Bassopiano orientale (col. Malta Giuseppe) Zona territoriale (gen. Redini Alderigo) Tr.uppe suppletive d'armata Intendenza A.O.


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LA CAMPAGNA DI ETIOPIA

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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935-1936)

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La battaglia del lago Ascianghi 31 marzo-3 aprile I 936


LA CAMPAGNA DI ETIOPIA

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Secondo le informazioni ricevute alla sera del 29 marzo, le forze etiopiche anmontavano complessivamente a circa 70 mila uomini, anch'essi dislocati in profondità: 20 mila nella regione Ezbà e sulla destra del torrente Mecan; circa 6 mila nella regione Aia; 40 mila fra l'Amba Zaffalan e Agumbertà; 2 mila all'altezza del lago Ascianghi ed altri 2 mila nella zona di Quoram. Il p1ìmo attacco, improvviso, fu sferrato verso le 6 del 31 marzo contro le posizioni della Pusteria, con forte appoggio di artiglieria. Poi lo sforzo etiopico si spostò verso il passo Mecan orientale inserendosi incautamente in un intervallo della difesa. I combattimenti furono durissimi, però poco dopo mezzogiorno il nemico non resse al fuoco ed abbandonò la presa. Tornò alla carica nel tardo pomeriggio puntando disperatamente alle ali dello schieramento, ma ancora senza successo. La stessa sera Hailé Selassié riferì all'imperatrice: «Dalle 5 del mattino sino alle 7 di sera le nostre truppe hanno attaccato le forti posizioni nemiche combattendo senza u·egua. Anche noi abbiamo partecipato all'azione e, per grazia di Dio, siamo rimasti incolumi. I nost1i p1incipali e fidati soldati sono morti o feriti( ...). Le nostre truppe per quanto non siano in grndo d.i svolgere combattimenti di tipo europeo hanno sostenuto per l'intera giornata il confronto con quelle italiane. I galJa ci hanno aiutato solo con le grida e non col braccio» '·

Il 1° aprile si rinnovarono tentativi su vari tratti del fronte ma ormai stavano entrando nella lotta la divisione Sabauda e le due eritree. Le sorti della battaglia apparvero presto segnate, pur se le avverse condizioni atmosferiche limitavano l'intervento dell'aviazione e se gli equipaggi degli apparecchi del campo di Macallé, il più vicino, subivano sensibili perdite dovendo volare a bassa quota. La notte sul 2 l'armata del Negus, demoralizzata per l'insuccesso, le perdite e le diserzioni, si ritirò confusamente nella zona di Adi Assel Ghertà, una diecina di chilometri a sud dei passi Mecan. Sfortunatamente per essa, il miglioramento ciel tempo consentì all'aeronautica di agire a fondo, mentre Santini .e Pirzio Biroli si accingevano a passare alla controffensiva o meglio allo sfruttamento del successo. Quel giorno il ministro degli Esteri etiopico telegrafò all'ambasciatore a Parigi: «La situazione mil itare diven-à insostenibile. Soltanto cinquemila uomini si trovano al lago 1àna per opporsi all'avanzata - via Gondar - verso il Goggiam e la capitale. L'avam,ata delle truppe italiane è a mezza strada ·tra Assab e Dessié e non vi è nessun armato per arrestarla . L'esercito di ras lmmirù è molto ri.d ouo. Per il resto degli eserciti, disciolti, questi si sono uniti all 'esercito dell'imperatore. L'esercito dell'imperatore è minacciato di essere circondato. Impossibile trovare rinforzi. L'imperatore resterà lì sino alla morte. Allora sfacelo dell'impero. Mettetevi in rapporti diretti con... ? .. esponendogli confidenzialmente la gravità della situazione militare e l'imminente pericolo. Fateci conoscere la sua opinione sulle misure immediate da prendere»'.

1

P. BADOGLIO,

la guerra di Etiopia cit., p. 182.

'Ibidem, p. 185.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935 - 1936)

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LA CAMPAGNA 01 ETIOPIA

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Poche ore più tardi ras Immirù rese nota ad Addis Abeba l'occupazione di Gondar eia parte italiana. Il 3 aprile vide il I corpo procedere direttamente verso il lago Ascianghi, superando sporadiche resistenze, ed il corpo eritreo compiere un movimento avvolgente che lo portò a sboccare il mattino del 4 a pochi chilometri a nord di Quoram, sorprendendo· la coda dell'armata del Negus, sempre bombardata dagli aerei. La ritirata abissina diventò allora una fuga caotica senza più alcuna possibiUtà di controllo. A questo punto, 5 aprile, Badoglio ordinò a Santini di sostare fra Mai Ceu e Quoràm allo scopo di organizzare la zona essenzialmente sotto il profilo logistico-teni toriale: intensificazione dei lavori stradali, spostamento in avanti delle formazioni d'Intendenza, sicurezza della linea d' operazioni. Pirzio Biroli, invece, ricevette il compito di riprendere l'avanzata il 9 e di occupare Dessié non oltre il 15. L'i1ùnterrotto rifornimento aereo - che durò ancora per i primi otto giorni dell'occupazione - fu il fattore fondamentale del-la riuscita di siffatta velocissima marcia, che in appena sette giorni superò 250 chilometri. Anche Graziani ricevette ordine di attaccare: «Esercito del Nord comandato dal Negus in fuga, in pieno sfacelo. Se VE. legge telegramma che le ho spedito del Ministero Esteri etiopico a suo ministro a Parigi, deduce chiaramente che riserve in paese non ve ne sono più. Graziani, mio vecchio comuapagno d'armi, dìa sotto che avrà un'altra vittoria»'. Il 14 le pattuglie di cavalleria arrivarono in vista di Dessié, sede del Quartier Generale del Negus, dove sembrava che il principe ereditario si accingesse ad opporre viva resistenza. Pirzio Biroli si dispose dunque ad un'azione di forza, ma quasi subito si accorse che il nemico era scomparso. Badoglio si trasferì a Dessié con il suo Comando tattico il 20 aprile.

*** Avendo accolto l'invito di Ginevra e desiderando sempre pervenire ad un miglioramento complessivo nei rapporti con il governo britannico, che il 3 aprile aveva ricevuto un disperato appello di aiuto da Hailé Selassié, Mussolini pensò di tentare la via delle trattative dirette senza passare attraverso la Lega. Naturalmente bisognava conciliare qualche rinuncia con le esigenze di prestigio del regime. Il 7 aprile ne parlò con Aloisi: per vari ed evidenti motivi non nutriva alcuna intenzione di abbandonare il territorio conquistato; non prendeva nemmeno in considerazione la possibilità di collegare Assab con il cuore dell'Etiopia per mezzo di un corridoio; vedeva il resto cieli' Abissinia sotto un regfrne sul tipo di quello instaurato nell'Iraq o nel Marocco, come suggerito da

' Badoglio a Graziani in data 6.4.1936, in R.

GRAZIANI,

Il Fronle sud cit., n. 303.


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Tenitorio da annettere alla Colonia Eritrea. Territorio da annettere alla Somalia Italiana. Territorio sotto il protettorato italiano. Tenitorio sotto mandato dell'Italia. Regno dello Scioa, sotto il controllo politico-nùlitare dell'Italia.

Progetto di spartizione dell'Etiopia aprile 1936


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Chambrun 1• E il 9 aprile, nell'intento di arrivare appunto all'accordo diretto, attraverso l'ambasciatore presso la Santa Sede mise al corrente del progetto il cardinale Pacelli, segretario di Stato del Vaticano, affinché facesse conoscere in anticipo a Francia ed Inghilterra le sue condizioni di pace con l'Etiopia 2• Lo studio di compromesso era così formulato: « l. Tenitori da annettere all'Eritrea: a. li Tigrai, in senso lato, sino al lago Ascianghi; b. Il Uag, il Lasta, l' Jeggiù, il Uollo, il Bassopiano orie ntale abitato dalle popolazioni dancale consanguinee delle nostre, annessione necessaria per formare il retroterra economico ad Assab e per sviluppare una li nea indipendente dalla ferrovia d i G ibuti. c. la regioni Beghemeder, Quarà, Alefa, necessarie per dare il dominio del Tana. 2. Territori da annettere alla Somalia: Si dama, Borana, Ba1e, Ogaden, Harrarghié pe r troncare l' azione svolta dal Chenia verso l'Etiopia e troncare allo Scioa ogni speranza di sbocco al mare; l'Harrarghié per la giunzione territoriale tra le co lonie e per assicurare oltre i su pposti giacimenti petroliferi, il controllo della ferrovia di Gibuti. 3. Territori sotto protettorato italiano: il Goggiam restituito alla famiglia originaria. 4. Tutte le regioni comprese nel basso corso del Nilo Azzurro fino al lago Rodolfo, corne Beni Sciagul, Uommega, Girnma, Gherar, Limma, Caffa, affidate ad un mandato di tipo C. 5. Un regno dello Scioa autonomo, ma disarmato e sotto nostro controllo, con l' attuale famiglia regnante» '

Il disegno non trovò possibilità di sbocco per un complesso di mouv1. Anzitutto gli sviluppi delle operazioni: gli eventi stavano precipitando ed arrestare l'avanzata per favorire le trattative poteva indurre il governo etiopico a tergiversare sperando in un intervento britannico in extremis e nel guadagno di tempo per arrivare alla stagione delle grandi piogge non lontana. In secondo luogo, l'atteggiamento britannico: Eden appariva deciso a giocare la carta delle sanzioni, sia sentendosi in certo modo sospinto da una opinione pubblica di novo ostile nei confronti dell'Italia; sia perché forse attribuì all'iniziativa di Mussolini un' insicurezza di fondo a proseguire verso una soluzione radicale; sia, infine, per la convinzione, molto diffusa del resto, che nonostante le vittoriose battaglie Badoglio non si trovasse in condizione di poter concludere la campagna entro la primavera•. Si potrebbe invero osservare che la politica piuttosto personale di Eden incontrava dissenso in vari settori parlamentari, era giudicata contraddittoria ed in-iflessiva dai francesi, provocava un riflusso antisanzionista in molti ambienti, comunque è indubbio l'influenza acquisita da Eden nel Gabinetto.

P. ALOISI, Journal cit., p. 367. R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, p. 739. 'Ibidem., p. 740. lo quei giomi Graziani stava organizzando l'offeosiva su Harrar, per la cui 1

2

fase preliminare aveva predisposto bombardamenti aerei, anche a yprite, sulle posizioni etiopiche. Il IO aprile Mussolini lo bloccò: «Non faccia, dico non faccia, impiego di mezzi chimici sino a nuovo ordine» (in B. M USSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 317. ' R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 740-741.


LA CAMPAGNA DI ETIOPIA

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4. LA FASE FINALE DELLA GUERRA

In questo periodo di acuta tensione, a Roma si parlava senza perifrasi della possibilità di uno scontro aperto con la Gran Bretagna e la posizione della Libia tornò sul tappeto. Facciamo un passo indietro. A suo tempo il ministero della Guerra affermò che «in Libia si dislocarono forze tali da assicurare l'integrità delle nostre colonie dell'Africa settentrionale e , nel tempo stesso, da poter eventualmente operare in cooperazione con le ingenti forze dislocate in A.O.» 1, ma in realtà l'accenno ad una cooperazione strategica con le truppe dell'Eritrea non sembra affatto appropriato. Nel novembre 1935, a Roma, Balbo ricevette da Mussolini direttive circa un «disegno d'operazione dalla Libia verso Io scacchiere EgittoSudan» 2. Rientrato in Libia, Balbo convocò a Giarabub, il 4 dicembre, tutti i comandanti di grande unità e li guidò in una ricognizione lungo il confine egiziano ponendo loro il problema di un'offensiva verso est-sudest, poi trasmise a Mussolini uno studio relativo all'orgaRjzzazione del «corpo di spedizione» ed ai provvedimenti di carattere logistico, comprese le disposizioni per il trasporto delle unità in zona di radunata, scelta fra il meridiano di Tobruk e la linea di confine J _ Si riservò, in.vece, di inviare il disegno operativo sul piano stra tegico e su que llo tattico. Senza scendere troppo nei particolari, il complesso di forze interessato doveva essere costituito da un Comando d'armata ridotto, due Comandi di corpo d' armata, dei quali uno già in posto e l'altro da spedire dall'Italia; quattro divisioni di fanteria metropolitana (Cosseria. ed Assietta già in Libia e Meta.uro ed Alpi di previsto sbarco entro gennaio 1936); la divisione motorizzata Tremo, in corso di trasferimento a Tripoli; due divisioni di fanteria coloniale (Libia. ed Eritrea); supporti vari e servizi di corpo d'armata e d 'armata. In totale 100 rnila uomini, 22 mila quadrupedi, 300 pezzi d 'artiglieria, 256 cmTi d'assalto e 3.500 automezzi•. Il promemoria di Balbo venne passato a Baistroccb.i e da questi al Comando del Corpo di Stato Maggiore, il cui sottocapo, Pariani - ali' oscuro del pensiero di Mussolini ed anche di quello di Balbo - lo restituì dopo pochi giorni, tenendosi alquanto sulle generali, ma criticando giustamente l' impianto dello studio:

' Citata Relazione del ministero del I a Guerra, p. 31. 'Agli ani dell'USSME non si è rinvenuto alcun documento con queste direttive. n riferimento ad esse contenuto nella risposta di Balbo fa ritenere che siano state impartite verbalmente ed in modo piuttosto generico. ' Balbo a Mussolini i.n data 1.5.I2. L935, AUSSME, rep. D 1, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 7 , fase. 4. 'Nel febbraio 1937, in sede di relazione sulla Libia alla XIV sessione della Commissione Suprema di Difesa, Balbo modificò qualche dato (16.500 quadrupedi anziché 22.000 e 6.500 automezzi anziché 3.500), evidentemente a causa d i successive. varianti nel progetto iniziale.


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«Il promemoria contempla solo questioni organiche e logistiche: fa riserva di ulteriore invio di quelle opera1ive. Premeuo che questioni organiche e logistiche sono intimamente legate alle operative e che quindi - a rigore di tennini - non si può esprimere un giudizio sulle prime senza conoscere l'obiettivo che si vuole raggiungere e le modalità prescelte. Allo scopo di compiere un esame comcreto, presumo che l'operazione abbia per obiettivo il Delta del Nilo (Alessandria-Cairo). In tal caso: se si vuole agire per il litorale, Sollurn-Marsa Matruh, dati i preparativi difensivi che risulta abbiano fatto gli inglesi, occorrerebbero maggiori mezzi distruttivi, soprattutto artiglierie di medio e grosso calibro. Se si vuole invece agire da Giarabub, per l'oasi di Siwa, aggirando al largo le suddette difese, sarebbero sufficienti le artiglierie richieste per svi luppare un'azione dimostrativa sulla direttrice di Sollum, mentre l'azione principale (direttrice Siwa-Bir Lebuk-Delta del Nilo) dovrebbe essere affidata ad un complesso assai leggero: gruppi sahariani ed elementi motorizzati od autotrasportati ( ...)» '·

Inoltre formulò alcuni rilievi sulla «pesantezza» del corpo di spedizione, che avrebbe preferito ordinato su un blocco operante dotato di maggiore mobilità un raggruppamento celere 2, una divisione motorizzata, due brigate motorizzate 3 e due divisioni libiche - ed una riserva, su una divisione metropolitana ed una eritrea, oltre a vari suppo1ti. Anche se Pariani si era limitato a pochi cenni, bisogna riconoscere che aveva collocato in miglior prospettiva la questione del!' Africa settenn"ionale con l'accentuare la percentuale di unità motorizzate. La cosa rimase in sospeso, però in marzo Pariani tornò alla carica, richiamando l'attenzione di Baistrocchi sulla convenienza di procedere con una certa alacrità alla sistemazione della base di Tobruk: «Questa è destinata ad avere s icura importanza in eventuali lotte mediterranee, e poiché non è da escludere che queste possano essere vicine, sarei d'accordo di accedere all'idea di rafforzarla

in modo da poter fare su di essa sicuro affidamento in qualsiasi occasione»'.

Mentre Pariani in fondo non era molto pessimista, visto che pensava ad una possibile iniziativa verso il .canale, Lessona intervenne bruscamente in tono diametralmente opposto rivolgendosi a Baistrocchi: «La situazione militare dell'Egitto per le truppe e gli aeroplani inglesi che vi sono concentrati, messa in relazione con l'atteggiamento politico dell'Inghilterra stessa, fa prospettare la possibilità di un'azione offensiva contro la Libia. Preoccupato della di fesa della Colonia, dopo aver esaminato la situazione delle nostre forze presenti in Libia, ritengo mio stretto dovere di rappresentare al Duce, per la parte di inia competenza, alcune proposte di cui, per doverosa collaborazione, ti mando copia»'·

'Paiian i a Baistrocchi in data 5.1.1936, AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 7, fase. 19. 'Il raggruppamcmo sahariano. ' Pariani espresse il parere di costituire subito in Italia una di queste brigate con un reggimento bersaglieri, due battaglioni caITi d'assalto, un gmppo d'rutiglieria motorizzato da 75/27 ed un plotone genio per complessivi 2.600 uomini, 12 pezzi, 92 carri e 180 automezzi. Baistrocchi annotò: «Approvo. M i piace molto» (Padani a Baistrocchi in data 5.1.1936, rep. D I, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 7, fase. 4). ' ?ariani a Baistrocchi in data 14.3.1936, ibidem. 'Lessona a Baistrocchi in data l 4.3.1936, lettera personale, ibidem.


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Nel promemoria per Mussolini Lessona aveva tratteggiata la situazione nello scacchiere libico-egiziano basandola sui rapporti di forza esistenti all'inizio della guerra etiopica e quelli stimati in atto. I dati sui quali fondava il suo ragionamento erano i seguenti: a) autunno 1935: - Libia .. .... . ...... . .. ..... . .. 69 mila uomini e 105 aerei, - Egitto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52 mila uomini e 550 aerei. Quindi «sensibile superiorità numerica (1 a 0,75)>> - affermava - ed anche qualitativa, perché le· truppe anglo-egiziane non erano raggruppate in grandi unità organiche. La nostra inferiorità aerea veniva compensata dal possibile intervento dell'aviazione di stanza in Italia. b) marzo 1936: - Libia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 mila uomini e 108 aerei, - Egitto .. ........... .. ......... 75 mila uomini e 936 aerei. Perciò «notevole inferiorità numerica (1 a 1,6 circa)», aggravata dal fatto che le nostre grandi unità erano incomplete ed in corso di riorganizzazione, mentre gli inglesi (60 mila sui 75 mila uomini citati) erano molto meglio sistemati. In definitiva, «mentre nell'autunno scorso hoi eravamo in grado di non temere la loro efficacia e di minacciare il territorio egiziano, attualmente non possiamo svolgere nemmeno una efficace azione difensiva» 1• Il 16 ed il 17 marzo ebbero luogo a Roma due riunione nelle quali il gen. Pintor, per delega di Balbo, espose la situazione in Africa settentrionale a Baistrocchi ed a Pariani. A prescindere dall'incremento dei lavori per Tobruk, dall'invio di materiali ed operai e dalle disposizioni per il completamento di talune grandi unità in Libia, qualcosa evidentemente non funzionava. E questo qualcosa era un indirizzo preciso in campo strategico. Mussolini il 1° aprile telegrafò a Balbo: «Situazione non è chiara. Dimmi subito che cosa ti occorre per ognuno dei due casi contemplabili»2, e Balbo molto tranquillamente rispose che l'eventuale offensiva era per il momento inattuabile data la grande sproporzione dei mezzi e la stagione avanzata, mentre per la difensiva il programma era avviato e, se procedeva regolarmente, per la fine del mese la situazione sarebbe stata sostanzialmente tranquillizzante, «anche se nuovi reparti come battaglioni camicie nere non sono ancora addestrati bellicamente» 3 • Poi spedì copia del messaggio a Baistrocchi, spiegandogli gli aspetti particolari ed aggiungendo a penna: «E tanto più si è pronti, quanto meglio si conosce la situazione. Io sono ali 'oscuro di tutto. Perché non mi scrivi j)luminandorni?» •.

Lessona a Mussolini in data 13.3.1936, ibidem. Mussolini a Balbo in data 1.4.1936, ibidem. ' Balbo a Mussol ini in data 2.4.1936, ibidem. 'Balbo a Baistrocd1i in data 3.4.1936, lettera personale , ibidem. 1

2


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935- 1936)

Ora, c'è qualche considerazione da fare. Prima di tutto sull'interferenza del ministro delle Colonie, interferenza che evidentemente derivava più da cattiva attribuzione di compiti e di responsabilità che da inframmettenza di persona. Sta di fatto che gli interessati erano troppi: Mussolini, il quale interveniva frequentemente, ma senza impartire precise direttive; il sottosegretario Baistrocchi, che seguiva in primo luogo la guerra in Etiopia; il sottocapo di Stato Maggiore dell'esercito, Pariani, che si sforzava di dare orga1ùcità allo sforzo generale e pensava alla sua riforma ordinativa; il ministro Lessona, le cui prerogative non erano ben delimitate ed il governatore della Libia, Balbo, che naturalmente si interessava dell'Africa settentrionale. Il tutto mentre il capo di Stato Maggiore Generale, Badoglio, stava superando l' ultima resistenza etiopica al lago Ascianghi (31 marzo-4 aprile) e, come è ovvio, l'ultima cosa cui poteva pensare era uno studio circa un'eventuale azione verso il Sudan in concomitanza con un'operazione dalla Libia. In secondo luogo i rapporti di forza. Secondo le informazioni di cui si era in possesso, le disponibilità contrapposte a fine aprile sarebbero state le seguenti : -

italiani in Libia: 74 mila uomini, 399 pezzi, 184 carri ed una settanti na di aerei;

-

inglesi: 75 mila uomini ', 510 pezzi, 700 ca1Ti e 150 aerei in Egitto; IO rnila uomini e 100 aerei nel Sudan; 9 mila uomini in Kenia e 2 mila in Somalia.

Tale il quadro riepilogato da Pariani, che concludeva: «Inferiorità nostra nel basso Egitto; nostra superiorità s u qualunque altro ,seltore. Ne viene che, qualora do vessero scoppiare ostilità italo-inglesi, conve1Tebbe: a) Mantenersi in dife nsiva lungo il litorale; b) impadronirci invece dell'oasi di Siwa, per poi eventualmente procedere su Farafra;

e) agire immediatamente nel Sudan (Porto Sudan e Atbara) coa le truppe in Eritrea e contro la

Somalia inglese con le truppe della Somalia. In relazione al raggiungimento di questi primi obiettivi si sarà delineata una situazione che dai:à consiglio sul proseguimento delle operazion.i. Naturalmente queste operazioni dovranno essere svolte in armonia con operazioni aeree e marittime. Fra queste riterrei necessario: a) sbarramento del Canale (affondamento di nave carica); b) sbarramento dello stretto di Bab el Mandcb; e) compartimentazione del Mediterraneo (canale di Sicilia), ottenendo, cioè, come primo obietti-

vo la divisione delle forie nemiche»'.

Per quanto riguardava le presunùbili intenzioni britanniche, Balbo dava credito ad informazioni che attribuivano al Comando britannico il proposito di

'Di cui 15 mila egiziani. Un terzo deJJe fo,.ce complessive era indicato neJJa zona di SollumSiwa, un terzo nella zona di Alessandria ed un terzo fra il Cairo ed lsmailia. ' Pariani a Ba.istrocchi in data 8.4. 1936, ibidem.. AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra italoetiopica, racc. 7, fase. 4.


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attaccare la Marrnarica con obiettivo Tobru k, però, pur ritenendo che l'avversario disponesse di un migliaio di carri e autoblindo, reputò possibi le un'offensiva italiana purché gli fossero inviati una divisione motorizzata, un centinaio di cannoni contraerei ed il «massimo numero possibile carri armati et automezzi in prevale nza autobotti oltre beninteso reparti aerei non sproporzionati massa avversaria» 1• Inevitabilmente Baistrocchi gli rispose in tono piuttosto secco, sottolineando che «abbiamo in Africa oltre mezzo milione uomini pari a 24 divisioni provvisti cli tutto e che hanno consumato per 70» 2 • Al che, altrettanto inevitabilmente, Balbo ribatté: «Mio telegramma 3876 esL conseguente alte esplicite richieste del Duce per eventualità dover agire offensivamen1e. Poiché non sono né Sottosegretari o né Ministro delta Guerra non posso suggerire dove debbono essere prese le unità ed i mezzi. Avverti Lu stesso il Duce che per ora non puoi far fronte alte mie richieste, cosl tutto est chiuso»'·

La cosa più strana è che venisse accettata la valutazione di 60 mila britannici in Egitto con 700 o «un migliaio» di cani ed oltre 500 pezzi, quando la forza reale inglese in quel periodo si aggirava sui 16 mila uomini. Per quanto poi riguarda i carri armali ricordiamo che appena nell' ap1\le 1936 apparvero in Gran Bretagna i cruisers A 9 da 12 tonnellate per la cavalleria e gli A 1O da 14 tonnellate per la fanteria, quali primi tentativi di risolvere il problema dei corazzati . In primavera la disponibilità complessiva dell'esercito britannico sembra arrivasse a 375 carri, la maggior parte dei quali dichiarati ufficialmente superati e non impiegabili in combattimento. D'altronde, lo stesso Baistrocchi commentò in un promemoria per Mussolini: «In merito ai 1.000 carri armati ing lesi in Egitto di cui fa cenno Balbo ho i miei dubbi». Stupisce dunque, come si è detto, che i dati forniti dal servizio informazioni non venissero sottoposti ad un attento controllo, che non poteva essere molto difficile•. Ancor più meraviglia il dato su cui il gen. Cavallero, richiesto da Mussolini di un parere sulle possibilità operative verso l'Egitto, si basò per delineare una azione offensiva: «Secondo le notizie avute fino a pochi giorni addietro le fone britanniche in Egitto sommavano a poco più di 20.000 uomini»! 5 Pur ammettendo, come faceva Cavallero, che potessero venire almeno raddoppiate, non si comprende il divario rispetto ai calcoli di Lessona, di Balbo e di Pariani. Della memoria Cavallero meritano citazione le conclusioni. Nell'ipotesi di una nostra iniziativa contro l'Egitto lo scacchiere eritreo sarebbe sicuramente

1

Balbo a Mussolini in data 1.5.1936, ibidem. a Balbo in data 12.5.1936, ibidem. ' Balbo a Baistrocchi in data 13.5. 1936, ibidem. 'La stessa cosa si ripeterà nel 1940, nell'imminenza della nostra entrata in guerra. ' Memoria gen. Cavallero per Mussolini in data aprile 1936 (scritta a mano), AUSSME, rep. L 8, Fondo Libia, raec. 182. > Baisu:occhi


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diventato secondario e tutt'al più non era da escludere una puntata sulle direttrice Cassala-Berbera. Quanto all'offensiva, l' operazione era realizzabile a condizione di distruggere le forze britanniche a Marsa Matruh per evitare che esse ripiegassero sino ad Alessandria ancora in condizioni di efficienza, il che avrebbe provocato il nostro arresto «quasi certamente definitivo». In ogni caso occorreva la sicurezza dei rifornimenti attraverso il Mediterraneo e su Massaua.

** * A Ginevra Aloisi raccoglieva impressioni e pesava gli orientamenti. L' 11 aprile comunicò a Mussolini: «L' Inghi Iterra è tornata alla durezza dei peggiori momenti del conflitto e forse l'ha superata. Essa dà a tutti l'impressione di volere ad ogni costo, e, precipitosamente, far constatare una qual che nostra inadempienza in un campo qualsiasi per far dichiarare chiusa la procedura di conciliazione e passare a far decidere ulteriori sanzioni dal Comitaro dei Diciotto»'.

A questa percepibile ostilità, Mussolini oppose un impulsivo messaggio per Badoglio: «Dato atteggiamento Gran Bretagna, è necessario prospettarsi l'ipotesi di una nostra azione a occidente. Le propongo quindi: 1. Di delegare a un generale il compito di iniziare i lavori necessari dal punto di vista logistico. 2. Di studiare il piano di operaziohe. 3. Di conùnciare ad inquadrare uonùni e mezzi. Può darsi che tutto ciò debba restare inoperante, roa tale eventualità si verificherà soprattutto se noi saremo in grado di operare. Colla vittoria definitiva sull'Etiopia, la nostra situazione strategica ne l cuore dell ' Af1ica è migliorata» 2•

Un commento a simile telegramma è perfino inutile. Come si poteva pensare di «iniziare i lavori)} di carattere logistico senza partire da un piano? Come si poteva studiare un piano senza una direttiva che stabilisse scopo ed obiettivo, collocati in un quadro generale (non dimentichiamo che l'avversario sarebbe stata l'Inghilterra)? Come pensare a «cominciare ad inquadrare uomini e mezzi» quando l'intero corpo di spedizione stava diluendosi per penetrare in profondità e chiudere la partita? De Bono avrebbe parlato - a ragione - di «incompetenza, orecchiantismo e malafede», Badoglio mise il telegramma agli atti. A metà aprile Mussolini cominciò ad irrigidirsi. Telegrafò a Cerruti che dopo le recenti riunioni di Ginevra le probabilità di uno scontro italo-inglese erano aumentate e che perciò bisognava «seminare l'allarme fra gli amici dell'Italia>> 3• Poi incaricò Aloisi di prendere contatto con Madariaga per ribadire

' Aloisia Mussolini in data 9-11.4.1936, ODI, 8' serie, III, doc. 635. ' Mussolini a Badoglio in data 9.4.1936, in B. MussOLJ.NI, Opera omnia cit., XXVII, p. 317. i Mussolini a Cerruti in data 12.4.1936, DDT, s• serie, I.II, doc. 638.


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che «siamo pronti a negoziare direttamente col Negus ed a tollerare un osservatore ginevrino che potrebbe essere lo stesso Madariaga». Ma era una mossa sulla quale, in fondo, non riponeva molta fiducia, aJ punto di lasciarsi sfuggire: «Si può prevedere che il Comitato dei Tredici cederà il posto al Comitato dei Diciotto e che si proporrà 1'aggravamento delle sanzioni, decise le quali l'Italia abbandonerà la Società delle Nazioni e si preparerà a qualunque guerra, mentre concluderà quella abissina( ...)» 1• In quest'ottica pessimistica - ma in realtà fino a che punto Mussolini pensava veramente ad una guerra con la Gran Bretagna? - indicò a Grandi alcuni punti fermi dell'Italia: nessuna partecipazione a misure ispirate a Locarno; uscita dalla Società delle Nazioni nel caso di un aggravamento delle sanzioni; «siamo pronti a giocare il tutto per tutto» 2• Grandi gli riferì allora la dichiarazione fatta da Baldwin ad un amico intimo: «Io sono avverso alla dittature fasciste e credo che l'Inghilterra debba continuare a combatterle perché esse sono un pericolo per la pace e per la democrazia. Ma l' Inghilterra non è militarmente preparata e non può, in questo momento, lasciarsi trascinare in una guerra mediterranea per punire Mussolini in Europa. Sono d'accordo sulla necessità di mettere un freno all'azione di Eden. L'It.alia ha vinto. Non resta che prenderne atto; la macchina di Ginevra ha fallito. Bisogna trasformare la Società delle Na,,ioni in uno strumento efficiente(...)>>' ·

A prescindere dal 1ifiuto opposto dal governo etiopico a risolvere il prop1io problema - o meglio la propria esistenza - mediante trattative dirette 4, indubbiamente era spiccato i I contrasto fra l'appeasement di Eden nei confronti del1' occupazione militare tedesca della Renania e la sua intransigenza nei riguardi della questione abissina. Forte dell'ormai trionfale vittoria di Badoglio, Mussolini convocò de Chambrun ed affrontò francamente l'argomento che tan'to stava a cuore alla Francia. Premesso che questa, in caso di un'aggressione tedesca, poteva contare sul pieno concorso italiano secondo gli accordi BadoglioGamelin e Valle-Denain, doveva essere scontato che un conflitto anglo-italiano avrebbe inevitabilmente impedito all'Italia di intervenire «con tutte le sue forze» in difesa dell'Austria per respingere un attacco tedesco. Se Flandin si mostrò pronto a recepire il messaggio, Eden dapprima chiese l'appoggio francese per convincere Mussolini a moderare le sue pretese, anche per non arrecare alla Società delle Nazioni un colpo «troppo rude», poi però tornò ad orientarsi verso l'embargo petrolifero e addirittura verso il blocco del canale di Suez 5.

' Mussolini a Cerruti in data 13.4.1936, ibidem, III, doc. 644. 'M ussolini a Grandi in data 13.4.1936, ibidem, III, doc. 645. ' Grandi a Mussolini in data 15.4.1936, ibidem, III, doc. 669. ' Il 18 aprile Mussolini telegrafò a Badoglio: «Delegati etiopici hanno respinto nostre proposte di discussione diretta e fuori Ginevra. Consiglio della Lega si riunirà lunedl, noi presenti. Dato atteggiamento molti paesi, non si prevede ulteriore aggravamento sanzioni. Noi tireremo di1itto» (B. MUSSOLINJ, Opera omnia cit., XXVII, p. 318). 1 R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I, pp. 742-743.


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Quanto la situazione apparisse complessa a Londra risulta dal contrasto tra l'atteggiamento politico e le conclusioni di natura militare cui addivenne il governo inglese. Dall'altra parte della collina, infatti, le intenzioni erano tutt'altro che bellicose. Il 3 aprile il Consiglio della Difesa Imperiale, considerando i rapporti con l'Italia ancora «incerti», decise di riti.rare dal Mediterraneo le unità della Mediterranean Fleet solo a determinate condizioni, e precisamente, nell'ordine: all'abrogazione delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni; all 'assicurazione, da parte del Foreign Office, della scomparsa del rischio cli una guerra con l'Jtalia; al ritorno della normalità nella turbolenta situazione palestinese; alla ratifica del trattato di alleanza anglo-egiziano. L'Ammiragliato fu d'avviso che, pur, pur sapendo l'Italia in serie difficoltà economico-finanziarie e considerata la «durata imprecisabile» del conflitto in Etiopia, bisognava reputare sempre possibile un' avventura di Mussolini. Questa eventualità «impone un esame immediato dei nostri problemi difensivi nel Mediterraneo e nell'Africa Nord-orientale (... ). A parte la crisi in Palestina e le prevedibili complicazioni in Egitto, non potremo più fidarci dell'Ital ia per molto tempo». E il War Office concordò in pieno' . In definitiva verranno ritirate dal Meditenaneo soltanto le navi che, per motivi tecnici, si sarebbero comunque dovute ritirare.

In questi stessi giorni Mussolini aveva ordinato a Baistrocchi di sospendere la chiamata alle armi del contingente classe 1912 e, nel contempo, di studiare la possibilità di avvicendare e smobilitare il personale in Africa orientale da oltre un anno. Baistrocchi riferì che, al momento, la questione riguardava le divisioni Peloritana, Gavinana. e Sabauda quasi per intero ed altri reparti non indivisionati. Propose perciò il rimpatrio in tre scaglioni di circa 20 mila uomini ciascuno, nei mesi di maggio, giugno e luglio. Sarebbero stati sostituiti dà personale delle unità bis. Dopo i particolari tecnici, Baistrocchi si lasciò andare ad una puntualizzazione di natura personale: «Ho ritenuto doveroso espo1Te a V.E. quanto sopra, frutto di med.itata preparazione e meditazione, tenendo presente che solo chi - in base ai Vostri Ordini ed ai Vostri piani politicì militari - ha la responsabilità dell'efficienz.a dell'Esercito, è in grado di conciliare le esigenze in Africa (Orientale e Settentrionale) con quelle in Patria: queste ultime, specie in questo moment0, meritano la più attenta considerazione ( ...)»l.

Si riferiva a lle pretese di Badoglio, Graziani e Balbo. Torneremo sul!' argomento.

** * 'R. QUARTARARO, Roma.fra Londra e Berlino cit., pp. 291 -292. 'Baistrocchi a Mussolini in data 13.4. [936, AUSSl'vfE, rep. D l, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. I3, fase. 14.


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Ormai in Etiopia le cose procedevano quasi automaticamente. Mentre a Dessié Badoglio organizzava la marcia su Addis Abeba, il 20 aprile la colonna Starace, che il 12 aveva raggiunto il lago Tana, entrava iu Debra Marcos e Graziani, bloccato nella prima decade del mese da una pioggia torrenziale che aveva trasformato le piste in pantani, iniziava l'offensiva su Harrar. Sulla determinazione di sfruttare il successo coronaudolo con l'occupazione di Addis Abeba è forse opportuno spendere qualche parola, giacché non sono mancate critiche che possono riassumersi in questi termini: successo effimero ed operazione discutibile se non addiiittura errata 1• Tali critiche derivano dal fatto che poco dopo la conquista le grandi piogge, cominciate come sempre alla fine di maggio, isolarono la capitale per più di tre mesi, resero difficili le comun icazioni, facilitarono l'insorgere della guerriglia, togliendoci qualunque iniziativa. I motivi addotti non sembrano sufficienti a giustificare i ri lievi. Quale sarebbe stata l'alternativa? Fermarsi a Dessié ed a Debra Marcos e restare inoperosi in Somalia? Le grandi piogge sarebbero sopraggiunte ugualmente, il Negus avrebbe riordinato le sue forze, il costo della guerra sarebbe diventato per noi insostenibile, forse le sanzioni si sarebbero estese all'embargo petrolifero. Non pare che questa alternativa - ed altre non se ne scorgono, viste rifiutate da Hailé Selassié le trattative di pace - possa venir considerata migliore dell'occupazione di Addis Abeba. Badoglio ha rivendicato per sé l'intero merito della decisione di marciare sulla capitale, richiamandosi - a titolo di testimonianza ineccepibile - a quanto scriuo da Mussolini nella prefazione al libro del maresciallo sulla campagna: «Solo un Comandante della statura di Badoglio poteva concepire ed attuare la marcia Dessié-Addis Abeba, poiché solo con l'occupazione di Addis Abeba la guerra poteva avere la sua trionfale conclusione» 2• A parte le parole di Mussolini, che potrebbero anche derivare da un riconoscimento di convenienza, pur se meritatissimo, dal punto di vista militare la spedizione appare del tutto naturale e inevitabile, e qualunque comandante in capo, degno di tale titolo, l'avrebbe intrapresa. Naturale, perché dopo la sconfitta di un esercito il successo viene, da secoli, sfruttato sino alle estreme conseguenze, cioè sino a!l' ingresso nella capitale nemica a suggello della vittoria. Inevitabile, perché, come si è detto, l'alternativa di arrestarsi avrebbe avuto conseguenze peggiori. Il grande merito di Badoglio consisté, piuttosto, nel modo con il quale mise in atto la marcia. Esaminò e ponderò attentamente gli elementi del problema da

'Sull'argomento vds. G. ROCHAT, Guerre italiane in Libia e in Etiopia cit., pp. 11 5- 118. Men che meno si comprende come Badoglio. una diecina di giorni dopo l'entrata in Addis Abeba, abbia dovu10 «ammettere che si è caccialo da solo in un tranello» (A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa orie111a/e cit., Il, p. 727). ' P. BADOGLIO, La guerra di Etiopia cii .. n. Xl.


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risolvere. Già da oltre un mese aveva schematizzato il prosieguo della campagna e non già sulla base di una superficiale aspirazione, bensì sul calcolo delle forze che gli restavano da affrontare dopo aver scompaginato l'esercito etiopico nella manovra strategica del Tembien. A Dessié ricevette conferma della validità della propria valutazione. Non rimaneva che proseguire verso il cuore dell'impero per completare il conseguimento dell'obiettivo indicato da Mussolini nelle sue direttive iniziali: «La conquista totale dell'Etiopia». Il che Badoglio fece con fermezza di propositi, precisione di ordini, chiarezza di idee in campo logistico e senza dimenticare la possibilità di qualche sorpresa, per poco attendibile che potesse apparire. Ma oltre l'aspetto militare esisteva anche quello politico. Non si può negare che Mussolini abbia, sotto tale profilo, tenuto strettamente sotto controllo la guerra, incitando o dando fiducia a De Bono, a Badoglio ed a Graziani secondo l' andamento diplomatico della vicenda in campo irnternazionale. Così, il 13 aprile, mentre riteneva plausibile un accordo con Hailé Selassié, telegrafò a Badoglio: «Quando il Negus avrà visto che le nuove come le vecchie sanzioni son.o inoperanti, finirà per convincersi e chiedere direttamente la pace» 1• Invece il 18 aprile, due giorni prima che Badoglio si portasse a Dessié, lo avvisò che il tentativo era fallito e che aveva via libera: «Noi tireremo diritto!». Non c'è dubbio che, ove si fosse profilata una possibilità di intesa con il Negus, Mussolini avrebbe bloccato le operazioni in Etiopia. E Badoglio e Graziani, anche se probabilmente molto contrariati, avrebbero obbedito. E il 19 Mussolini telegrafò a tutte le rappresentanze diplomatiche all'estero: «Nei prossimi giorni nostre truppe riprenderanno azione puntando su Barrar, per liquidare ultimo esercito abissino, e su Addis Abeba. Mobilitare tutte le forze pro-Italia e antisanzioniste» 2• Occorreva però ben riflettere sulla linea di condotta da seguire sul piano internazionale ad obiettivo raggiunto. Il ministero degli Esteri aveva già messo allo studio la questione e proprio in quei giorni. Suvich presentò a Mussolini un promemoria del capo dell' ufficio III, Guarnaschelli, che previo un dettagliato esame delle circostanze sconsigliava il rinnovo dell'offerta di pace al Negus «subito dopo la presa di Addis Abeba». Suvich illustrò e commentò il documento dichiarandosi favorevole teoricamente ad un tentativo di accordo con Hailé Selassié, in quanto una dichiarazione unilaterale italiana di annessione non avrebbe certo ricevuto il riconoscimento da alcuna Potenze, mentre una pace, sia pure a condizioni onerosissime per il governo etiopico, stipulata in seguito a trattative dirette sarebbe stata sicuramente accettata e riconosciuta dalla Società delle Nazioni e dalla Gran Bretagna. Ma quali probabilità di accoglimento della

'P. PJERJ e G. ROCHAT, Badoglio cit., p. 701. ' DDI, 8' serie, III, doc. 707.


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proposta esistevano in concreto? A parere del ministero appariva estremamente difficile raggiungere questo traguardo, perciò Suvich propose una sequenza di passi successivi: occupare la capitale al più presto creando in tal modo una situazione di fatto ; annunciare con un bando alle genti dell'Abissinia che le autorità italiane avevano sostituito gli organi centrali dell'impero e che l'Italia assumeva la tutela di tutte le popolazioni dell'impero e garantiva il rispetto delle religioni, dei diritti, degli usi e costumi locali; aspettare le ripercussioni dell'occupazione di Addis Abeba nel mondo politico internazionale per ulteriori decisioni, cioè per un'eventuale rinnovata offerta di pace al Negus; cercare di evitare che le trattative per una composizione della guerra passassero attraverso la Società delle Nazioni 1 • Mussolini accettò, nella sostanza, queste conclusioni. Passiamo ora al fronte sud. Graziani si mosse contro l'armata del ras Nasibù il mattino del 14 aprile. I circa 30 mila uomini di Nasibù erano ben sistemati in profondità. Ad una irregolare fascia avanzata di posizioni isolate seguiva una prima posizione sull'allineamento Dagamedò-Dagahbur ed una secondo e più forte linea difensiva da Barrar a Giggiga. l lavori e gli apprestamenti erano stati condotti sotto la guida del generale turco Wehib pascià. Graziani disponeva per l'operazione di 38 mila uomini, cli cui 15 mila nazionali . Il progetto maturato eia tempo perché a fine gennaio, dopo la battaglia ciel Ganale Doria, era stato delineato a Baistrocchi in risposta ad una sollecitazione esplicità di quest'ultimo, si presentava in questi termini: <<l. Piano. Attaccare, possibilmente di sorpresa (per esempio, in piene piogge) con tre colonne autocarrate o quasi, per le direttrici: - laterale: Danan-Segag-Dagamedò; - centrale: Gabrcdarre-Sassabaneh-Dagahbur; - laterale: Gherlogubi-Dighelt-Bullalé. Rovesciare la linea avve rsaria Dagarnedò-Dagahbur-Bullalé ed investire subito Giggiga, quindi Harrar. · 2 . Tempo. Azione impetuosa, travolgente, senza respiro, a te mpi di arresto limi1atissimi fra un obieuivo e l'altro. Un mese di operazioni dovrebbe essere cons iderato come massimo, tutto compreso(...)» 2 •

Baistrocchi aveva pensato anche ad un'azione concorrente - si noti che la campagna era nelle mani cli Badoglio! - e chiesto il parere di Graziani:

'Suvich a Mussolini in data 22.4.1936, ibidem, Ill, doc. 73 1. ' Graziani a Baistrocchi in data 29.1 .1936, in G. ROCHAT, Militari e politici cit., doc. 78.


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QUADRO DI BATTAGLIA NELLO SCACCHIERE SOMALO nell'aprile 1936

Comandante F.A. della Somalia: gen. Graziani Rodolfo capo di Stato Maggiore: col. O!learo Alfonso comandante aeronautica Somalia: gen. Ranza Ferruccio delegato intendente: col. Giordano Edoardo Regio Corpo Truppe Coloniali (gen. Frusci Luigi) D.f. Peloritana (gen. Bertoldi Sisto) D.f. Libia (gen. Nasi Guglielmo) D.cc.nn. Tevere (gen. Boscardi Enrico) Settore occidentale Somalia (gen. Geloso Carlo) Truppe suppletive


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«Da Assab- gli aveva scritto- si può concorrere all'azione su Harrar verso la ferrovia di Gibuti. Per organizzare sempre entro febbraio-marzo una colonna operante in quel settore (infernale per il caldo pure superabile) alla tua dipendenza si potrebbero utilizzare battaglioni di colore e bianchi costituiti da sicil iani e calabresi, gente abituata alle più elevate temperature. Che ne dici? Ritieni la cosa possibile? La gradiresti?»'.

Nel suo promemoriia di risposta, Graziani scartò senz'altro l'idea: «Concorso colonna da Assab. Lo ritengo difficile e onerosissimo, lontano dal teatro d'operazione. Basterebbe, a mio avviso, il concorso di una forte aviazione (...)» 2 • Or dunque il progetto, tratteggiato a fine gennaio e completato nel tempo, fu posto in esecuzione a metà aprile. A sinistra la colonna principale (gen. Nasi) costituita dalla divisione Libia e dal raggruppamento somalo del console generale Navarra; al centro la colonna Frusci, composta essenzialmente da indigeni; a destra la colonna Agostini , più leggera. In riserva, aliquote delle divisioni Peloritana e Tevere . Il raggiungimento del primo obiettivo, Sassabaneh-Dagahbur, non fu impresa semplice né rapida in quanto le caverne dell' Uadi Carrac ben si prestavano ad una difesa accanita e solo il I 9 vennero superate le resistenze sul.I ' allineamento Danan-Gabredarre. Ripresa l'avanzata, il 24 aprile si accese la lotta sull 'intero fronte Dagamedò-Sassabaneh-Gunu Gadu. La battaglia, assai dura (perdite: circa 2 mila tra morti e feriti da parte nostra, oltre il doppio per il nemico) si concluse vittoriosamente là sera del 25, ma Graziani fu costretto ad ordinare una sosta d i quattro giorni per concedere un po' di riposo alle truppe, riordinarle e fare affluire i rifornimenti. Mussolini aveva fretta. In parte per spronare, in parte per premiare Graziani, gli telegrafò: «Conquistata Barrar Vostra Eccellenza vi troverà il bastone di maresciallo d'Italia>>'. La ripresa dell'operazione ebbe luogo il mattino del 29 ed in serata Sassabaneh e Bullaleh, in precedenza bombardate pesantemente dall'aviazione, erano occupate. Graziani poteva essere soddisfatto, invece si sentì ferito nell'amor proprio ritenendo poco considerata la sua opera dal Comando Superiore •. Se ne lamentò

'Baistrocchi a Graziani in data 22.1.1936, ibidem, doc. 75, allegato Il. ' Graziani a Baistrocchi in data 29.1.1936, ibidem, doc. 78 cit. Nel dicembre 1935, su insistenza del col. Ruggero, capo dell'ufficio politico del Comando Superiore, era iniziata l'organizzazione di una spedizione da Bei lui a Sardò, capoluogo dell' Aussa. La colonna - composta da 350 indigeni a1TUolati un po' ovunque - pa.t1ì da Beilul, a nord di Assab, il 19 gennaio. Raggiungerà Sardò il 12 marzo senza incontrare resistenza ma superando molte difficoltà ambientali. La sped izione non ebbe influenza sulle operazioni, però fu utile ai fini .della sottomissione del! ' Aussa. ' B. MUSSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 3 19. ·• Nel rapporto personale compilato al termine della campagna su Graziani, Badoglio scrisse, fra l'altro: «Una accentuata nervosità ed una continua sospettosa agitazione che l'opera propria non sia convenientemente valutata e poco adeguatamente esaltata, rendono i rapporti col Maresciallo Graziani non sempre facili e sereni(...)» (R. GRAZIANI, Ho difeso la Patria cit., p. 86). A parte questa «menda», che Badoglio volle sottolineare, il rapporto era ottimo.


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L' offensiva nell'Ogaden 14 aprile-9 maggio 1936

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rivolgendosi a Mussolini in persona 1 • A Badoglio indirizzò un dispaccio risentito ed amareggiato: il comunicato del Comando Superiore A.O. del 29 aprile, che si limitava ad un breve cenno al1 1offensiva su Dagahbur, deprimeva lo spirito dei combattenti in Somalia, «che si vedono completamente dimenticati». Inoltre sminuiva l'azione (o meglio, la sua capacità di comandante) non avendo posto in risalto «l'organicità della manovra strategica», «l'asprezza degli scontri tattici» e «la perfetta sincronia» dell'avanzata delle tre colonne 2. Suscettibilità a parte, non aveva torto. Pur ammettendo l'assoluta priorità data al fronte nord dal Comando Superiore, un elementare tatto non doveva ferire la sensibilità dei combattenti del fronte sud. Si era all'ultimo passo. I due obiettivi finali, Addis Abeba e Harrar si trovavano a portata di mano. Per quanto al Comando Superiore pervenissero voci di intenzioni etiopiche di sbarrare in extremis la strada per la capitale, le intercettazioni radio consentivano a Badoglio un quadro attendibile ed ottimistico della situazione complessiva: «dispersa l'armata del Negus, nessuna resistenza mi poteva essere in quel momento opposta» 3, considerati i concordi segni dello sfacelo e dello scoraggiamento diffusi nell'ambiente abissino. Per riprendere almeno le forze Hailé Selassié avrebbe avuto bisogno almeno di tempo e Badoglio non intendeva, né aveva alcun motivo di concederglielo. Comunque, non volendo escludere l'eventualità di incontrare un'opposizione nemica sulle forti posizioni di Dobà-passo di Termaber (più o. meno a metà strada da Addis Abeba), vi si sarebbe presentato con forze tali da stroncare qualsiasi velleità. Restava il difficile problema logistico, che l'Intendenza stava affrontando con un'organizzazione ed una capacità tecnica degne di ogni elogio. Prima ancora della battaglia del lago Ascianghi, i rifornimenti d'Intendenza vennero spinti oltre i passi dell'Amba Alagi ed una base provvisoria fu impiantata a Mai Ceu. Poi fu costituita una nuova grossa base avanzata a Quoram. Nella seconda metà di aprile, raggiunta Dessié, si predispose rapidamente la creazione di un'altra, più grossa ancora, base avanzata per la prosecuzione dello sforzo su Addis Abeba. I tre più complessi aspetti dell'organizzazione logistica furono senza dubbio alcuno i lavori stradali per rendere camionabili le piste, i rifornimenti per via ordinaria ed i mezzi per la marcia sulla capitale. Per i lavori stradali Dall'Ora ricorse all 'opera di migliaia di soldati in unione alle diecine di migliaia di operai inviati dall'Italia; per i rifornimenti volle un continuo slittamento in avanti

' Comando ForzeAnn:uc Somalia, La guerra ira/o-etiopica. Fro,ue Sud. Relazione, IV, ali. 471.

' Ibidem, ali. 474. ' P. BADOGLIO, La guerra di Etiopia cit., p. 193.


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La marcia su Addis Abeba 24 aprile-5 maggio 1936


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degli organi d'Intendenza, restituendo via via l'apparato arretrato alle autorità n,jlitari e civili territoriali; per i trasporti egli scrisse: «( ...) si trattava di approntare una massa di 1.785 automezzi, farla affluire tempestivamente a Dessié nonostante la mancanza di Strade e costituire contemporaneamente adeguate scorte di viveri e materiali vari, sia per le lruppe della colonna Addis Abeba e sia per quelle destinate apres idiare il centro di Dessié. Tutto quello che di meglio si aveva in materia di automezzi militari doveva essere reso disponibile (... ); la rimanenza fu u-atta da urgenti acquisti e requisizioni e ricorrendo al gettito delle ditte civili, con mililarizzazione del personale(...)» ' .

Tranquìllo sul piano operativo e visto ben avviato a soluzione il problema logistico, Badoglio curò personalmente la valo1izzazione di due particolari aspetti dell' a fondo conclusivo. Poiché doveva attraversare lo Scioa, ritenne opportuno dal punto di vista psicologico, una dimostrazione ili forza agli occhi delle popolazioni della regione. E poiché lo stabi]jrsi ad Addis Abeba significava accettare una situazione di isolamento sicuramente ed inevitabilmente non breve, occorreva arrivare subito con un contingente di truppe sufficiente per occupare la vasta area della capitale e soprattutto per controllare la ferrovia di Gibuti, indispensabile per il coi1giungimento con ·il corpo di Graziani e per i rifornimenti. L'avanzata prese il via il 24 aprile. Si mossero tre colonne. Sulla destra la colonna Vaccarisi, con la I bligata eritrea, un gruppo di cavalleria ed un gruppo di artiglieria someggiata, doveva seguire il sèntiero Dessié-Dobà-Entottò fiancheggiando la colonna principale. Questa era preceduta da un' avanguardia appiedata (col. De Meo), formata da un gruppo di battaglioni eritrei di formazione ed un gruppo di artiglieria someggiato, sulla pista Dessié-passo Termaber. Le colonne Vaccarisi e De Meo avevano il compito di impostare il combattimento qualora le posizioni Dobà-Tennaber fossero risultate occupate dal nemico. Poiché erano sgombere, la colonna principale, autotrasportata D.f. Sabauda, II brigata eritrea, tre gruppi di artiglieria, uno squadrone carri veloci e repa1ti del genio - superò l'avanguardia e proseguì direttamente su Addis Abeba 2 . Forza complessiva delle colonne, al comando di Badoglio: IO mila nazionali ed altrettanti eritrei con undici batterie. Hailé Selassié rientrò ad Addis Abeba il 30 aplile. Era incerto sul da farsi, comunque non pensava ad abbandonare il campo. Il prim.o impulso fu di battersi alle porte della capitale, poi ebbe l'idea di trasferirsi con il governo a Harrar, vicino alla Somalia francese, oppure a Gore, presso il confine sudanese. Sarebbe stato anche disposto ad unirsi a ras Immirù e capeggiare la guerriglia nel Goggiam. Nel pomeriggio di quel giorno ricevette alcuni diplomatici. Al ministro di Gran Bretagna chiese se potesse sperare in un aiuto inglese determinante, e più precisamente su una pressante richiesta di Londra per applicare l'embargo petrolifero

'F. DALL'ORA, Intendenza i11 A.O. cit., p. 82. ' Con la colonna autolrasportata viaggiavano anche gli e lementi per costituire subito ad Addis Abeba una nuova delegazione d'Intendenza.


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all'Italia, ma la risposta molto franca gli tolse ogni illusione: il governo brlttannico non avrebbe preso simile iniziativa. Il ministro di Francia dal canto suo, fu schietto nel dissuaderlo dal ventilato proposito di difendere la città, considerata la presenza di circa 6 mila stranieri i quali sarebbero rimasti coinvolti in una lotta difficilmente controllabile a causa delle tensioni già affioranti nella popolazione. Allora il Negus richiamò il Consigliò Supremo, già da lui convocato in mattinata ed al quale aveva esposto il suo pensiero, ed in una serie di discussioni, in cui toccò con mano il sostanziale rifiuto a battersi di molti capi, la sera del 10 maggio prese la decisione di abbandonare Addis Abeba e cli rinunciare all'ulteriore lotta. Alle 10,30 del 3 arrivò a Gibuti. Il giorno seguente l'incrociatore inglese Enterprise, con a bordo Hailé Sela%ié, la famiglia imperiale ed il seguito, salpava per Haifa 1• Nel pomeriggio del 5 maggio, dopo dieci giorni di marcia penosa, la colonna autotrasportata giungeva al traguardo e Badoglio comunicava a Roma: «Oggi, 5 maggio, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba». La città era in preda ad uno spaventoso saccheggio, alla caccia al bianco sin dall'alba del 2 maggio, da quando cio,è era circolata la notizia della partenza del negus 2 • Nell'Ogaden Graziani, battuto seccamente ras Nasibù a Sassabaneh ed a Dagahbur, avanzava senza incontrare ormai che resistenze sporadiche, ma ostacolato dalle pessime condizioni meteorologiche. L'8 maggio entrò in Harrar. li 9 la colonna Navarra occupò Diredaua, ove poco dopo arrivò in treno un battaglione della divisione Sabauda da Addis Abeba. La guerra era finita. *

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Prima ancora che Badoglio spedisse il telegramma del trionfo, l'ambasciatore Drummond aveva avuto una conversazione con Suvich. Vedeva la situazione con ottimismo e «ritiene - riferì Suvich - di non incontrare difficoltà se noi vorremno salvare le forme dando alla soluzione il carattere di una pace negoziata». A tal proposito, non esistendo più il Negus né altra autorità etiopica, «potremmo creare noi la controparte, che naturalmente farebbe tutto ciò che vogliamo» 3 • Il giorno seguente anche Chambrun prese contatto con Suvich: condivideva perfettamente il punto di vista di Drummond 4 • Mussolini non ebbe incertezze. La sera del 5 maggio si affacciò al balcone di palazzo Venezia per dare lettura del telegramma di Badoglio e per dichiarare:

' A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa orientale cit., li, pp. 690-696. 'Ibidem, pp. 697-701 . Il 3 maggio Mussolini aveva telegrafato a Badoglio: <<Governo fran cese rinnova suoi insistenti appelli di soccorso data situazione europei Addis Abeba ( ... )» (B. MUSSOLINI, Opera omnia cit., XXVII, p. 320). 'Colloquio Suvich-Drummond in data 4.5. 1936, DDI, s• serie, lii, doc. 824. 'Colloquio Suvich-Chambrun in data 5.5.1936, ibidem, III, doc. 832.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( I935-1936)

«Durante i trenta secoli della sua storia, l'ltalia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Armuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita (...). Ma debbo immediatamente aggiungere che noi siamo pronti a djfendere la nostra folgorante vittoria con la stessa intrepida ed inesorabiJe decisione con la quale l'abbiamo conquistata(...)» ' .

Nella sola piazza Venezia e nelle strade circostanti si erano assiepate almeno 400 mila persone frementi. Nelle piazze d'Italia 30 milioni d'italiani erano stati chiamati dalle sirene. L'entrata delle nostre truppe in Addis Abeba era attesa da diversi giorni, mal' entusiamo generale, assolutamente sincero, esplose irrefrenabile. Aloisi annotò nel suo diario: «Ormai in effetti l'annessione completa si impone. Con la fuga del Negus e del governo non vi è più autorità centrale abilitata a concludere la pace. La SdN diventa incompetente a trattare e noi dobbiamo sostenere la tesi della sua incompetenza. Naturalmente dovremo affrontare l'opposizione violenta dell'Inghilterra e della Francia. La nostra pace non sarà riconosciuta e probabilmente le sanzioni mantenute. Ma ormai il dado è tratto» 2 • Era troppo pessimista. Il 7 maggio, commentando gli avvenimenti, Churchill avrebbe detto ad Alberto Pirelli: «L'annessione sarà difficile a digerire tanto a Londra che a Ginevra. Ma se Mussolini ha intenzione di procedervi, lo faccia subito, mentre dura la confusione e prima che il governo inglese abbia preso posizione»,_ Mussolini la pensava come Churchill. La sera del 9 maggio, dalle 22 alle 22, 15 riunì il Gran Consiglio del Fascismo; dalle 22, 15 alle 22,25 il Consiglio dei ministri; alle 22,30 si presentò di nuovo al balcone centrale di palazzo Venezia ed all'immensa folla annunciò che l'Italia aveva finalmente il suo impero: «Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:

I. I territori e le genti che appartenevano all'impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d'Italia. 2. Il titolo di imperatore d'Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal re d'Italia. (...) il popolo italiano ha creato con suo sangue l'impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro clùunque con le sue anni. 1n questa certezza suprema, levate in alto, o legionari , le insegue, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell' impero sui colli fatali di Roma. (... )»·•.

Ineccepibile il commento di Del Boca: «Se l'adunata del 5 maggio ha rappresentato per Mussolini un trionfo, quella del 9 maggio segna la sua apoteosi» 5•

' B. MUSSOLINI, Opera omnia cit. XXVII, p. 265. ' P. ALOISI, Journal cit., p. 381. 'R. GU,\.RIGLIA, Ricordi cit., p. 312. 'B. MUSSOLINI, Opera omnia cit. XXJll, pp. 368-369. 'A. DEI, BocA, Gli iwliani in Africa orientale cit., II, p. 709.


Capitolo V

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE l.

LA vrrroRIA MILITARE

Prima cli soffermarci sulle caratteristiche della vittoria militare, sembra utile un breve consuntivo dello sforzo compiuto non soltanto per la campagna, ma anche per la contemporanea esigenza ciel riassetto del!' esercito 1• La carenza di quadri ufficiali si presentò come un problema di primissimo piano per le sue proporzioni e per la delicatezza e la complessità delle sue implicazioni. La soluzione tuttavia risultò piu agevole del previsto grazie all'enorme numero di volontari, che nell'occasione si fecero avanti. Oltre 21 mi la ufficiali, di cui ;I- mila in servizio e 17 mila in congedo presentarono domanda per partire, sia seguendo il normale tramite gerarchico al ministero della Guerra (12 mila) sia addirittura rivolgendosi a membri della Casa Reale od a personalità di governo. Ben 9 mila domande non trovarono possibilità di accoglimento. Fra il 1° gennaio 1935 ed il maggio 1936 si provvide alle seguenti necessità: il rinforzo dei Regi Corpi Truppe Coloniali della Libia, dell'Eritrea e della Somalia; la mobilitazione delle predestinate grandi unità dell'esercito con un movimento di 1.096 ufficiali in s.p.e. ed il richiamo di 3.909 ufficiali dal congedo; la costituzione delle sette divisioni d i camicie nere con 89 ufficiali in s.p.e. e 21 ufficiali in congedo dell' esercito, oltre a quelli mobilitati della milizia; la ricostituzione in patria di sei divisioni di fanteria ed una alpina, nonché dei reparti complementi per le truppe in A.O. con il richiamo dal congedo di altri 2.450 ufficiali; infine il rinforzo dei Comandi e degli organi dei servizi in territorio metropolitano interessati all'esigenza A.O., effettuato con altri 5.770 ufficiai i richiamati. Per i sottufficiali e gli specializzati fu provveduto mediante il richiamo cli personale in congedo e l ' an-uolamento volontario. Questo fornì un gettito di 15 mila uomini (sulle 50 mila domande arrivate al ministero), che furono utilizzati con il criterio di completare unità già efficienti, piuttosto che costituire con essi reparti organici. Anche il problema dell' addestramento dei sottufficiali fu cospicuo e comportò il richiamo per istruzione (venti giorni) cli 14 mjla sottufficiali in congedo e di 20 mila caporal maggiori con idoneità a sergente delle classi dal 1900 al 1914.

' I dati sono tratti dalla «Rela1.ione sull' attività svolta per l'esigenza A.O." del ministero della Guerra, Roma 1936.


378

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA 0935-1936}

DATI RELATIVI ALL'IMBARCO DELLE DIVISIONI PER L'A.O.

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CONSIDERAZION1 CONCLUSIVE

379

I circa 400 mila uomini impiegati in Africa orientale formarono: in Eritrea: il Comando Superiore Forze Armate A.O., 4 Comandi di corpo d'armata con relativi supporti tattici e logistici, 6 divisioni di fanteria (Gavinana, Sabauda, Gran Sasso, Sila, Assietta e Cosseria) ed 1 divisione alpina (Pusteria) dell'esercito, 5 divisioni di camicie nere (23 marzo, 28 ottobre, 21 aprile, 3 gennaio e 1° febbraio), 2 divisioni eritree, una Intendenza A.O. e supporti vari; in Somalia: il Comando Forze Armate della Somalia, 1 divisione di fanteria (Peloritana), di camicie nere (Tevere) e la divisione Libia, una Delegazione d'Intendenza e supporti vari. L'impegno complessivo dell'esercito oltremare, comprendendo perc10 quanto fu inviato in Libia e nell'Egeo, può vedersi tradotto nella seguente situazione al ·1° giugno 1936: personale: ufficiali 18 m ila (il 1° gennaio 1935 erano 1.300); sottufficiali e truppa 477 mila (il 1° gennaio 1935 erano 40 mila); quadrupedi: l 03 mi la (il 10 gennaio 1935 erano 13 mila); mezzi in dotazione alle unità: pezzi di artiglieria 1.500; carri armati 500; automezzi 19 mila 1 • Quanto alle scorte d'Intendenza ci limitiamo a riportare quelle relative al servizio di artiglieria: 124 mila fucili e moschetti; 3.265 fucili mitragliatori e mitragliatrici, 609 pezzi di artiglieria, 400 milioni di cartucce per armi individuali e 430 milioni per armi automatiche di reparto, 3.250.000 bombe a mano e circa 4 milioni di proietti di artiglieria. È stato calcolato che i consumi delle quindici divisioni metropolitane operanti in Africa orientale, più le cinque inviate in Libia, siano stati equivalenti aUe dotazioni di 75 divisioni binarie. La valutazione tendeva a porre in evidenza il fortiss,i mo logorio provocato dall'impresa etiopica, logorio che, unitamente a quello della successiva guerra di Spagna, si manifestò causa di gravi difficoltà nel 1940, allorché l'Italia entrò in guerra, perciò merita un chiarimento. In sostanza, se si afferma che nell'impresa etiopica furono spese somme ingenti che potevano trovare altra e più appropriata destinazione nel potenziamento e ne ll ' ammodernamento delle Forze Armate in vista delle prove future, si è nel vero. Non altrettanto rispondente alla realtà - o per lo meno

' È opportuno rilevare che i numerosi dati riportati dalla citata Relazione del ministero della Guerra non sempre sono chiari, talvolta non appaiono convi nce nti e talaltra non concordano con quanto indicato in altri documenti dello stesso ministero. A titolo di esempio, il documento compilato dal col. Serra sulla guerra d'Etiopia per la Relazione alla Camera sul bilancio della Guerra (febbraio 1937) specifica come inviati in A.O. alla data del 30 maggio 1936: ufficiali 17.346, sottufficiali e truppa 384.099, quadrupedi 106.000, pezzi J.609, automezzi 14.592 (AUSSME, rep. L l 4, Fondo Carteggio sussidiario S.M.R.E., racc. l 04, fase. 5).


380

LA GUERRA lTALO-ETlOPICA (1 935-1936)

solo parzialmente - è la tesi di un consumo di tale rilevanza da intaccare gravemente scorte e dotazioni, g iacché gran parte dei rifornimenti - di tutti i servizi - non fu consumata, bensì rimase nell'impero per le necessità delle truppe ivi dislocate oppure rientrò in Italia con le grandi unità rimpatriate. Secondo il ministero della Guerra, alla data del 15 giugno 1936 i materiali per l'esigenza A.O. tratti dalle dotazioni di mobilitazione erano stati reintegrati: pressoché al I 00% per le armi e munizioni (le armi individuali e di reparto superate, quali fucili Mannlicher, mitragliatrici Fiat I 9 14, ecc., vennero sostituite con i nuovi allestimenti in corso), per il materiale ed i mezzi del servizio sanitario e del genio; al 50% per il servizio di commissariato e per gli automezzi. Ma ciò non deve ingannare: la verità è che anche prima del conflitto etiopico le dotazioni erano largamente incomplete, quindi il discorso del ripristino al 100% è privo di fondamento in quanto riferito ai soli quantitativi utilizzati e non alla globalità delle dotazioni . ln merito, poi, agli stanziamenti sul bilancio dell'esercito, occorre tener presente che per l'esercizio 1934-35 il ministero della Guerra provvide soltanto ai propri oneri; per quello 1935-36, invece, detto Ministero sostenne le spese effettuate in Italia anche per le truppe coloniali, mentre il ministero delle Colonie si accol lò le spese fatte in Africa orientale sia per le truppe metropolitane sia per le coloniali (assegni compresi). Sul cap. 64 bis, istituito con R.D.L. 28 febbraio J935, n. l21, per acquisti e lavori inerenti l'impresa etiopica, vennero assegnati circa 5 miliardi per i due esercizi 1934-35 e 1935-36. Per contro l'ammontare degli impegni assunti a tutto il 31 maggio 1936 (impegni definitivi, impegni provvisori e spese ad economia) superava di poco gli 8 miliardi in cifra tonda. Globalmente il costo della guerra venne indicato dal ministro del le Finanze, Thaon di Revel, in una dichiarazione fatta alla Camera il 20 maggio I 936, in 975 milioni per l'esercizio 1934-35 ed in 11 miliardi e 136 milioni per l'esercizio 1935-36 1, con un disavanzo per il 1935-36 di oltre 6 miliardi segnalato dal Ragioniere Generale dello Stato, Cambi 2 • L' ingombro dei materiali sbarcati in fretta e sistemati alla meno peggio ali' aperto e nelle infrastrutture portuali di Massaua, in attesa di smistamento verso l'altopiano, lasciò in molti una sgradevole sensazione di spreco in tutti i sensi. A parte il fatto che ciò non sarebbe accaduto se le decisioni per una spedizione oltremare di quella entità fossero state prese a tempo debito, questa impressione si rafforzò quando, a posteriori, si riscontrò essere stata inviata in Africa orientale una quantità di rifornimenti eccessiva, rispetto alle esigenze affrontate . .IJ gen. Dall'Ora ammise la possibili tà di organizzare e rifornire il corpo d i spedizione con criteri più restrittivi di economia. Tuttavia affermò con

' L UIGI PJCiKi\TELLJ, La guerra dei sette mesi, Longanesi, Milano 1955, p. 276. 'A. DEL BOCA, Gli iwliani in Africa Orientale cit., li, p. 718.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

38 1

convinzione c he la campagna non sarebbe stata guidata rapidamente in tutta la profondità del suo svi luppo ove fosse mancata la certezza che la macchina logistica avrebbe consentito qualun4ue ·sforzo 1• La guerra italo-etiopica porta due etichette: fascista e colonialista. Quanto basta per renderla invisa. Trattandosi di una guerra vinta dall'Italia, una certa vulgata corrente considera la vittoria facile, data la strapotenza dei mezzi; sleale e atroce, per il ricorso ai gas ed ai bombardamenti aerei; fittizia, a causa del rapido insorgere del la gueITiglia; effimera, per la sconfitta finale ad opera delle truppe britanniche nella seconda guerra mondiale. Naturalmente non mancano gli storici che, a prescindere dalle etichette, hanno affrontato lo studio della campagna, sia pure nelle linee generali, con obiettivo senso critico. Una premessa è d ' obbligo. All'inizio delle ostilità, ed almeno sino a tutto il marzo 1936, sia il mondo politico internazionale sia quello militare considerarono il conflitto «un'avventura che superava di molto le forze dell'Italia e( ... ) che se non altro sarebbe durata vari anni» 2 • Tanto da constatare con stupore come essa venisse condotta a termine in soli sette mesi. Le rivolte successive, verificatesi in questa o quell a regione, erano date per scontate perché normali in tutte le imprese coloniali e, del resto, gli stessi Negus avevano dovuto combattere e reprimere le ribellioni dei vari ras. Un confronto fra la potenza militare dei due avversari non si pone neppure: basti accennare alla schiacciante superiorità di fuoco nostra ed alla mancanza di aerei etiopica, cui si dovette la relativa lievità delle nostre perdite nelle operazioni: nazionali 2. 988 morti e 7.845 feriti; indigeni 1.457 morti e 3.307 fer iti. Tuttavia lo sviluppo della campagna non poteva non essere seriamente condizionato da taluni peculiari fattori. L'ambiente naturale innanzi tutto: basti pensare alla vastità dell'Abissinia, superiore a quella della Francia e della Germania messe insieme; all'inesistenza quasi assoluta di rotabili; al la penuria d'acqua; all'inisorio numero di centri abitati cli una qualche importanza. La logistica, in secondo luogo, tipica delle spedizioni coloniali ed esasperata dalle carati.eristiche ciel paese (risorse locali pressoché a zero). Infine il fattore politico (inaccettabile un q ualunque insuccesso, necessità di concludere presto l'impresa per creare il fatto compiuto di fronte alla Società delle Nazioni). Dal peso di questi fatt.ori derivò non soltanto l'opportunità, ma altresì l'esigenza imprescindibile di porre il comandante de lla spedizione in condizioni di superare ogni possibile ostacolo, di qualsiasi genere. Il primo vincitore della guerra fu dunque Mussolini, ha asserito giustamente Rochat, perché come capo del governo non esitò ad inviare in Africa orientale una tale massa di truppe e

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F. D ALL0RA, huendenz.a in A.O. ci r., p. 319. XILANDER, La conquisTa dell'Abissinia cit., pp. 146- 147.

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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935 - 1936)

382

di mezzi da rendere in partenza certo il successo. Beninteso regolando via via il passo con l'obiettivo politico raggiungibile e preoccupandosi essenzialmente di battere in modo determinanti le forze militari organizzate etiopiche. E Rochat ha anche toccato un preciso elemento di confronto, indicando questa come «l'unica guerra della nostra storia recente combattuta con una larghezza di mezzi veramente americana (valutata naturalmente in relazione ai tempi e non con metri odierni). Una guerra in cui i Comandi italiani diedero prova di elasticità e capacità organizzative, sperimentando nuove forme di lotta e muovendo con sicurezza masse di diecine di migliaia di uomini» 1 • Un commento che richiama alla mente l'opinione del gen. Capello: che la guerra si fa come si deve e non come si può; se non si può fare come si deve non la si fa. Ebbene la guerra d'Etiopia, per la prima ed unica volta nella sua storia, l'Italia l'ha fatta come si doveva.

** * Concesso a Mussolini il giusto merito, è doveroso riconoscere al geo. Baistrocchi la competenza e l'energia di aver guidato il ministero della Guerra nel duplice laboriosissimo compito di mettere in piedi un esercito per 1'Esigenza A. O. e, nel contempo di colmare i vuoti lasciati dalla spedizione oltremare e di proseguire il processo triennale di sviluppo e di trasformazione dell'esercito metropolitano. Di questa opera Baistrocchi menava gran vanto temendo però che non venisse apprezzata al grado giusto, davanti all'esito trionfale del conflitto. Da ciò un'orgogliosa autoesaltazione con Mussolini: «(...) I comandanti in Africa BADOGLIO, GRAZIANI, BALBO chiedono - come hanno sempre fatto - a V.E. - Capo del Governo e delle Forze Armate - quanto a essi è necessario per operare e assicurare le conquiste realizzate, ma l'equa ripartizione dei mezzi (ufficiali, truppe, materiali) nel grande quadro della sicurezza della Patria è compito mio, cioè di chi - agli Ordini dell'E.V. - con la sua anima fascista e con la sua esperienza ha la gioia di averVi obbedito: - preparando per l'Africa ben 23 divisioni nel 1935, laddove altri ritenevano assurdo poterne preparare più di 5 (sei al massimo) ragione per cui sosteneva la necessità del rinvio della guerra ali' ottobre I936; - predisponendo ogni cosa per le delicatissime operazioni di mobilitazione e avvicendamento senza per nulla perturbare in A.O. e in Patria l'efficientissi di questo potente EsercitO che Voi

avete creato. In attesa Vostri Ordini, domani a rapporto» 1.

Purtrop_po l'esercito era numeroso, non potente. 11 1O gennaio 1935 l' eser~ cito aveva sotto le armi 16.750 ufficiali in s.p.e., 9 mila sottufficiali e 150 mila

Guerre italiane i11 Libia e in Etiopia cit., pp. 106-107. Baistrocchi a Mussolini in data 13.4.1936, citato promemoria in merito agli avvicendamenti

'G. ROCHAT, 2

in A.O.


383

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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384

LA GUERRA ITA LO-ETIOPICA (1935-1936)

graduati e soldati. Il livello salì rapidamente sino a toccare e addirittura superare il milione di uomini, inquadrati da 40 mila ufficiali e da altrettanti sottufficiali. Il gettito delle classi di previsto richiamo per la mobilitazione generale ' avrebbe fornito 68 mila ufficiali delle varie categorie in congedo, 50 mila sottufficiali e 1.850.000 truppa, compresi naturalmente i richiamati già alle armi nel 1936. La forza globale così disponibile (85 mila ufficiali, 69 mila sottufficiali e 2 milioni truppa) poteva consentire la costituzione immediata di 5 Comandi d'armata, 13 Comandi di corpo d 'armata, 31 divisioni di fanteria ternarie, 3 div isioni celeri, 4 divisioni alpine, truppe suppletive di corpo d'armata e d 'armata, reparti territoriali e territoriali mobili. Inoltre era prevista la costituzione successiva (affluen za ai depositi tre giorni più tardi) di altri 3 Comandi di corpo d'armata e relativi supporti è di altre IO divisioni di fanteria. · Da segnalare i provvedimenti organici introdotti nell'esercito tra il fe bbraio 1935 ed il maggio 1936: costituzione della divisione motorizzata Trento e trasfonnazione in motorizzata della divisione di fanteria Po, che assunse il nominativo di Trieste; trasformazione dei Comandi superiori alpini in divisioni alpine; riordinamento dell'arma di cavalleria con l'assegnazione ad ogni divisione celere di un gruppo carri veloci ed a ciascun reggimento di cavalleria di uno squadrone carri veloci; costituzione di una brigata motomeccanizzata; moto1izzazione dei primi due reggimenti bersaglieri; riordinamento dell ' anna del genio con la creazione di nuove specialità; costituzione del reggimento chimico ed assegnazione di una compagnia chimica ad ogni corpo d'armata; costituzione del corpo automobilistico; attuazione dell 'organizzazione territoriale con la creazione di 8 Comandi di difesa territoriali e 28 Comandi di Zona militare. A questo veramente ingente lavoro di carattere organico occorre aggiungere l'adozione del nuovo armamento della fanteria (mortai d' assalto, mortai da 81 e cannoni da 47/32) e conseguente inizio della graduale costituzione dei relativi reparti (squadre, plotoni, compagnie) e del nuovo materiale da 75/18 trainato e someggiato. Per mantenere nel voluto grado di efficienza le unità in patria oltre alla sospensione del congeclamento della classe 19 13, fu disposta nel novembre 1.935 la chiamata alle armi dei contingenti ascritti a ferma cli 3° grado delle c lassi dal 19 11 al 1914 comprese. Buona parte delle unità poté quindi essere tenuta quasi ad organico di guerra; il che permise di costituire in taluni corpi d'armata i terzi battaglioni , Je terze batterie d 'artiglieria divisionale ed i terzi e quarti gruppi di a1tiglieria di corpo d'armata. In conclusione, lo sforzo militare compiuto fu innegabilmente rilevantissimo. A parte le chiamate ed i richiami alle armi, che interessarono oltre 800

' Classi gruppo A (più giovani): 1902- 19 14 comprese con esclusioni parziali o dell'intera classe secondo l' arma o la specialità o il servizio; classi gruppo E (media anzianità): 1893 e 1894; classi gruppo C (anzi ane): 1892 e, per i servizi, 189 1.


CONSIDERAZIONI CONCLUS IVE

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mila uomini, bisogna tener presenti le grandi manovre che in quel periodo vennero svolte in Italia con la partecipazione di ben quattro armate ( 14 divisioni, oltre alle truppe e servizi di corpo d'annata e d'armata) nelle quattro zone di esercitazione - Valtellina, Alto Adige, Carnia e Molise - per rendersi conto di come potesse apparire in tensione l'esercito italiano. Peraltro, la situazione delle dotazioni (scorte) nei magazzini d'armata e dei depositi centrali era nettamente insoddisfacente. Nei magazzini d'armata, per il materiale di sanità esistevano dotazioni al completo solo per 8 divisioni; per i materiali d ' artiglieria e del genio le dotazioni variavano a seconda dei tipi di materiale, sino a ridursi a zero per cartucciame, pistole, mitragliatrici, mezzi radio e stazioni fot0elettriche; zero ancora per gli autornotomezzi. I depositi centrali, poi, disponevano di dotazioni di munizioni e materiali d'artiglieria quasi al completo per 29 divisioni, zero invece per le armi individuali ed automatiche di reparto; zero assoluto per tutti gli altri servizi. Ecco perché, nonostante l'immenso sforzo l' esercito non era in grado di misurarsi in una guerra di dimensioni europee. Ecco il motivo della posizione assunta da Badoglio di fronte alla prospettiva di uno scontro con la Gran Bretagna. Nel discorso tenuto ad Avellino il 30 agosto 1936, Mussolini affermò: «Non già malgrado la gueJTa d'Africa, ma in conseguenza della guerra d'Africa, tutte le Forze Armate d 'Italia sono oggi più efficienti di prima». Si trattava, come ovvio, cli una frase ad effetto, la cui retorica però non venne in genere percepita, avendo I' ottin,a organizzazione e la vittoriosa conclusione posto in ombra la disparità dei mezzi con i quali essa era stata condotta. Talché una propapagancla monocorde ingenerò nelle masse una pericolosa illusione: che l'esercito italiano, così com'era, potesse misurarsi con notevoli possibilità di successo i più foni avversari. Fu un errore gravido di conseguenze funeste. Peggio ancora, non soltanto Mussolini accentuò le sua supremazia sui venici militari, ma «la vittoria e l'incenso d'Etiopia ingigantirono l'idea mussoliniana che gli aspetti tecnico-militari dovessero piegarsi alle sue intuizioni politiche» '. * * * Nel suo libro sulla campagna etiopica Badoglio accennò, con intenzione, pur senza particolare vis polemica, ad un importante fattore di successo: il comando unico. Si potrebbe reputare superfluo il cenno se non fosse per l'implicito, riferimento ai rapporti con tre personaggi di primo piano: Mussolini, di

' Lucio (EVA, Le campagne coloniali del.fascismo e la loro incidenza nella guerra in Africa settenlrimwle in A . DEL BOCA (a cura), Le guerre coloniali del fascismo, La1erza, Ba,i I 991, p. 219.

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cui era nota l'invadenza; Graziani, molto suscettibile ed ansioso di rivestire un ruolo di spicco e possibilmente risolutivo 1; Valle, che avrebbe voluto un' aeronautica indipendente ai propri diretti ordini. Per quanto riguarda Valle, non si trattava di questione personale quanto di convinzioni d'impiego, tenendo soprattutto presente che la R. Aeronautica entrava in guerra per la prima volta come Forza Armata a se stante. I suoi vertici avevano assorbito la dottrina del gen. Douhet e poco erano disposti ad.accogliere le tesi del gen. Mecozzi sull'aviazione d'assalto. La naturale conseguenza di tale impostazione dottrinale, peraltro non sorretta da corrispondente stanziamento di bilancio, fu l'assenza di una normativa di cooperazione interforze sia a livello Alti Comandi, sia in fatto di collegamenti, sia per i mezzi aerei da utilizzare - e, principalmente, di una mentalità idonea a comprendere esigenze e possibilità altrui. Non per nulla il 12 gennaio 1935 Valle aveva sostenuto che con un'organizzazione autonoma di basi costiere, l'aviazione poteva «rastrellare tutta la zona di operazioni ed effettuare tutte.le azioni richieste, ivi comprese eventualmente la distruzione di Addis Abeba, di Gondar, di Harrar e l'incendio sistematico di tutta la brughiera somala» e che le circostanze non potevano essere migliori per compiere un'offensiva decisiva 2 . E dieci giorni più tardi ribadì che, nell'eventualità di un attacco etiopico nel successivo dicembre, i mezzi aerei avrebbero arrestato e forse spazzato qualsiasi velleità offensiva «ingenerando nel nemico un salutare terrore di cui sapremo trarre profitto nel 1936» ' . Anche Badoglio, del resto, molto si riprometteva dall'aviazione, ma certo non intendeva lasciare spazio ad indipendenza operativa e ·difatti nelle direttive strategiche, che i primi di marzo sottopose a Mussolini, sottolinea la necessità di «un severo esercizio di comando ed una assoluta disciplina»: la ricognizione aerea aveva il compito, semplice ma preziosissimo, di fornire indicazioni su movimenti ed ammassamenti del nemico e per nessun motivo doveva lasciarsi trascinare a prematuri combattimenti; le azioni di bombardamento dovevano essere indicate dal Comando Superiore e limitate ad obiettivi di importanza vitale, per non disperdere gli sforzi. Soltanto nello sfruttamento del successo l'aviazione avrebbe avuto via libera 4.

' Badoglio precisò di aver lasciato alla Somalia, «in considerazione anche della spiccata personalità del suo comandante, la più grande libertà d'azione» e di essersi così limitato a «solo senplici, poche e larghe direttive» (la guerra di Etiopia cit., p. 14). Il che è esatto fino ad un certo punto: Graziani aveva carta bianca, però entro limiti operativi ben definiti e seccamente ricordati da Badoglio, nonostante i tentativi di Graziani di svicolare ricorrendo direttamente a Mussolini. 'Valle a Badoglio in data 12.1.1935, in G. ROCHAt, Militari e politici cit., doc. 30. ' Valle a Badoglio in data 22.1.1935, ibidem, doc. 32. ' Badoglio a Mussolini in data 6.3 .1935, ibidem, doc. 35 cit.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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Naturalmente, essendo in Africa orientale acquisito in partenza il dominio del cielo data l'inesistenza di un'aviazione avversaria, l'appoggio diretto alle operazioni terrestri venne considerato normale dal Comando Superiore. Per contro il pensiero del gen. Aimone Cat er~ ben diverso. Nell'inuninenza della campagna egli aveva diramato le «Direttive provvisorie di massima per l'impiego dei mezzi aerei», con le quali orientò l'aeronautica a «quella forma di cooperazione indiretta che, consentendo di colpire ovunque e ripetutamente gli organi di resistenza del!' avversario, ne fiaccherà e disgregherà il potere militare, con sicure ripercussioni definitive nel campo politico, riducendo l'occupazione terrestre ad un problema quasi esclusivamente logistico». Poiché le disponibilità di apparecchi non consentivano una così vasta azione, il concorso dell'aeronautica doveva limitarsi «alla protezione della colonia» e «alle operazioni terrestri contro !'Etiopia» 1• Nel periodo iniziale, durante l'avanzata delle truppe condotte da De Bono, l'attività aerea si ridusse, secondo Aimone Cat, ad una serie di «voli brillanti e relativamente facili», e cioè a numerose missioni di esplorazione vicina, a qualche bombardamento isolato contro le scarse resistenze nemiche e ad esplorazioni lontane per la ricerca delle masse abissine 2. In realtà l'aviazione incontrò condizioni ben diverse da quelle che avrebbe trovato in Europa. Al vantaggio, innegabilmente forte, di non avere un competitore, si contrapposero difficoltà di natura tecnica tutt'altro che trascurabili, quali il decollo reso non semplice dall'altitudine, le forti escursioni termiche, le pericolose correnti aeree, i banchi di nebbia, l'orientamento incerto per carenza di chiari punti di riferimento. Si aggiunga che gli abissini si erano rapidamente posti in condizioni di soffrire il meno possibile per i raids aerei, muovendosi in massa nelle ore notturne ed a gruppi largamente intervallati nel corso della giornata. Un sistema di avvistamento sulle dorsali, primordiale ma efficace, consentiva inoltre di dare l'allarme al lontano apparire degli aerei e di nascondersi subito nei boschi e nelle pieghe del terreno, molto frastagliato, prima del1' arrivo dei ricognitori e dei bombardieri italiani. bi conseguenza, non v'è da meravigliarsi se l'armata di ras Mulughietà (80 mila uomini) poté concentrarsi senza serio contrasto davanti a Macallé, e se non si riuscì ad individuare l'avvicinamento delle armate di ras Cassa e ras Sejum (40 mila uomini) verso il Tembien e soprattutto quello di ras Immirù (40 mila uomini), che - sfuggendo ad una ricerca «paziente, accurata e coscienziosa» - all'alba del 14 dicembre si presentò all'improvviso davanti al passo di Dembeguinà. Basti dire che a partire dal 19 dicembre le ricognizioni offensive a sud del Tacazzé vennero sospese «per mancanza di obiettivi 3 •

' AUSSMA, Fondo A. O.I., cart. 144, f. 9. 'MARIO ArMONE C AT, L'Aeronautica nella guerra in Africa orientale, AUSSMA, Fondo A.O./., cart. 174.

' FERDINANDO P EDRJALI, L'aeronautica italiana nelle guerre coloniali. Guerra etiopica !935-

36, USSMA, Roma 1997, p. ?I.


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Dopo la presa di contatto da parte delle masse etiopiche, Aimone Cat modificò alquanto le prime diretti ve ed il l O gennaio 1936 avvertì che la situazione imponeva «oggi e certo più ancora nell'avvenire la necessità assoluta di una più intima cooperazione aero-terrestre» 1 • In merito ai risultati concreti ottenuti dall'aeronautica sul fronte eritreo, Badogl io si espresse in tono misurato: nel campo strategico. Azioni di massa: scarse per mancanza di obiettivi e perché quelli esistenti non erano colpibili (ferrovia [Addis Abeba-Gibuti], Addis Abeba, ecc.). Difficoltà di azioni di bombardamento: a Adigrat. Dessié, ecc., ovunque l'aviazione assicurava di aver distrutto, poi andando a vedere non aveva distrutto niente. Bombe che non scoppiavano o andavano a cadere altrove. Ricognizioni: difficoltì1di vedere; b) nel campo tattico. Bombardamento-mitragliamento-incendio: azioni efficaci ma difficili. Ricognizione: vedeva poco perché il nemico aveva imparato bene a mascherarsi e perché il terreno facilitava ciò; e) nel ca.mpo dei servizi. Utilissimo perché ha reso possibile l'effetuazione di operazioni che altrimenti non sarebbe stato possibile eseguire (Gondar, Aussa, Dessié ecc.). Però occorre una seria organizzazione: apparecchi adatti, involucri adatti, piloti di eccezionale capacità. Inoltre un numero enorme di apparecchi» ' .

«a)

L'aspetto più drammaticamente messo in risalto dall'intera guerra fu l'impiego degli aggressivi chimici, ossia, secondo l'impropria ma corrente denominazione, dei gas. Vediamo le posizioni di Mussolini e dei capi militari sul!' argomento. Mussolini non poteva non tener presente che proprio sotto il suo governo l'Italia aveva ratificato (R.D. del 6 gennaio 1928) il trattato internazionale firmato il 17 giugno J925, che vietavava «l'uso in guerra di gas asfissianti, tossici o simili, nonché di tutti i liquidi, materiali o procedimenti analoghi» ed esteso il divieto anche ai mezzi della guerra batteriologica. Per giunta, a differenza della riserva formulata da alcuni Stati, come la Francia, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica - cli osservare l' impegno soltanto nei confronti degli altri firmatari e sempre che non avessero per primi impiegato tali armi - , la ratifica italiana era stata priva di eccezioni. Vero si è che Mussolin i non si faceva molti scrupoli in tema cli accordi. Ad esempio, per quanto la III Convenzione dell ' Aja del 18 ottobre 1907 prescrivesse che le ostilità non dovessero cominciare senza un avvertimento preventivo, che poteva avere «sia la forma cli una dichiarazione di guerra motivata, sia

'AUSSMA, Fondo A.O.I., catl. 5, f. 2. 'P. PIERI-G. ROCMAT, Pietro Badoglio, UTET, Torino 1974, pp. 697-698. Appunti stesi da Badoglio nell' inverno 1936-37 verosimilmente per uno studio critico della guerra, poi non realizzato. Giustamente Rochat rileva qualche contraddizione su giudizi formulati in precedenza circa l'efficacia dei bombardamenti tattici ed osserva che molto probabilmente Badoglio intese 1idimensionare le esagerazioni che auribuivano quasi tullo il meriro della vittoria all'aeronautica. Per uno sguardo d'assieme cfr. G. ROCHAT, Guerre italiane in Libia e ùi Etiopia cit., pp. 121-141.


CONSJOERAZlONT CONCLUSIVE

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quella di un ultimatum con dichiarazione di guerra condizionata» 1, Mussolini aveva seguito l'esempio del Giappone con la speciosa motivazione non trattarsi di vera guerra, ma in realtà con il preciso proposito di poter interrompere in qualunque momento le operazioni, qualora imposto dalla situazione internazionale, senza perdere la faccia. Ed in quanto ai gas, a suo tempo non aveva avuto remore nell'autorizzarne l'impiego, sia pure limitato a qualche episodio, nel corso della riconquista della Libia. Nel caso della guerra in Africa orientale non pare che inizialmente avesse idee ben defìnite - l'Etiopia non aveva ratificato il trattato sui gas e vi provvide d' urgenza il 7 ottobre I 935, ad ostilità iniziate-, ad ogni modo ben presto ogni eventuale esitazìone scomparve davanti ali' imperativo di fare presto. Peraltro volle regolare personalmente il ricorso agli aggressivi chimici autorizzandoli, ove ritenuto indispensabile per risolvere una situazione contingente o per concludere rapidamente una determinata operazione, oppure vietandoli, se suggerito o imposto da motivi di politica internazionale. Per i militari il discorso era diverso. La loro generazione aveva partecipato a lla grande guerra ed impiegato e subìto i gas. Per essi si trattava cli «un mezzo cli guerra come tanti altri» 2, con due sole differenze rispetto alle armi da fuoco o bianche: che i risultati dell'arma chimica erano estremamente incerti perché condizionati da molti fattori e che, per contro, il loro impatto psicologico era di gran lunga superiore. Il carattere di «normalità» attribuito a siffatto tipo cli offesa nella guerra moderna sembra confermato dal fatto che, mentre l'opinione pubblica internazionale si emozionò subito alle prime notizie provenienti dall'Etiopia e condannò decisamente l'Italia, gli ambienti militari esteri rimasero piuttosto indifferenti. Probabilmente perché la ratifica del trattato internazionale ciel 1925 con la messa al bando della guerra chimica, invece di bloccare qualunque studio o predisposizione in merito, in pratica segnò l'inizio in tutto il mondo di «una vera e propria corsa agli armamenti chimici» 3. 1n definitiva, una volta ricevuta la copertura politica dal capo del governo, Badoglio e Graziani u·ovarono più che naturale adoperare anche i gas, laddove, secondo la loro valutazione, richiesto dalle circostanze. Fino a che punto furono irnponanti? È difficile definire la loro reale portata in quella guerra. Badoglio non ne ricavò un'impressione soddisfacente. Nella traccia degli argomenti sui quab chiese osservazioni tecniche, scrisse: «L'arma chimica: a) terrestre. Fallimento e d irne le ragioni anche perché il nemico non aveva nulla di tutto ciò. b) aerea. Molto sviluppo ma non adeguati 1isultati; difticoltà clima, temperatura, venti, terreno,

' ARTURO MARCHEGGIANO, Dirirro umanitario e sua i111rod11zione nella regolamenrazione dell'esercito iraliano , I, USSME, Roma 1990, p. 144. 'Ministero della Guerra, Direzione del Servii.io Chimico Militare, Impiego lattico dell'arma chimica, Roma l936, AUSSME, rep. D I, Fondo Guerra ira/o-etiopica, racc. IO, fase. I. ' A. MARCHEGGIANO, Dirillo umanitario cit., p. 180.


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eccetera». Nessuna relazione fornì elementi concreti. Su richiesta di Parianj, il gen. Ricchetti, capo del Servizio chimjco, anunise che i due ufficiali preposti al servizio, rispettivamente in Eritrea ed in Somalia, non erano stati in grado di raccogliere dati di esperienza attendibili sui risultati ottenuti dai bombardamenti all'yprite 1• L'avversario indicò nei gas il principale elemento della vittoria italiana: «La guerra chimica non ci ha causato solo un gran numero di morti e di feriti atfennò trent'anni più tardi Hailé Selassié in un intervista - ma ha avuto innanzi tutto l' effetto di distruggere la forza morale e la capacità di resistenza delle truppe etiopiche. Senza l'impiego di questo inumano mezzo dì combattimento, la decisione dei nostri soldati non sarebbe mai venuta meno e la vittoria non ci sarebbe sfuggita>> i. Invece, sempre molto tempo dopo la fine della guerra, il fig lio di ras Immirù dichiarò alla Televisione italiana che, dopo l'injziale smarrimento di fronte all'inattesa arma chimica, gli etiopici trovarono il modo almeno di individuare e di evitare le zone contaminate dall'yprite. La tesi avanzata dal Negus per giustificare la disfatta è piu che comprensibile, ma il sia pur rapido sguardo alla campagna non sembra possa lasciar dubbi sul suo sviluppo: dal momento. in cui la macchina montata da Badoglio per l'offensiva a fondo prese a marciare, le sorti della guerra furono decise, Concordiamo, in sostanza, con Rochat sul ruolo secondario rivestito dai gas l . Sorge allora spontanea la domanda: era proprio indispensabile il ricorso all'arma chimica? A nostro avviso non lo era. Pensiamo che in qualche circostanza locale del dicembre 1935-gennaio 1936 Badoglio lo abbia effettivamente valutato necessario, nel senso di sentirsi jn dovere di adoperare tutti ì mezzi dì lotta di cui disponeva; che in altri momenti operativi abbia ravvisato l'utilità del mezzo per accelerare la disgregazione abissina (battaglia dell'Endertà e dello Scìré) ed evitare in tal modo ulteriori combattimenti. Per Graziani, che impiegò insieme bombe all'yprite ed al fosgene per incidere sulla resistenza nemica prima ancora di attaccare, e quìndì quasi esclusivamente in campo tattico 4, probabilmente non sì può parlare dì stato dì necessità e, comunque, egli volle anche dare carattere di rappresaglia ali' offesa chimica. A conti fatti, sicuramente fu un grosso errore politico. E, per fortuna fu evitato dì peggio. La Direzione Generale di Sanità militare un certo giorno avanzò al geo. Pariani l'ipotesi dell'impiego dei germi del colera, del tifo e della dissenteria bacillare 5. Pariani ne parlò con Baistrocchi e questi a Mussolini, il quale

'Ricchetli a Pariani in data6.7.1936, AUSSME. rep. D 1, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 170. ' Antonio Gambino, Il Negus racconta in «L'&presso» del 26 settembre 1965. ' Cfr. l'attento studio di G. RocHAT su «L'impiego dei gas nella guerra, d'Etiopia 1935-36» in Guerre italiane in Libia ed in Eiiopia cit., pp. 143-176. ' A. PEDRIAU, L'impiego strategico dei gas in Etiopia in «Storia militare» marzo 1998, pp. 10-11. ' Dir. Gen. Sanità a sottocapo di S.M.E. in data 13.2.1935. AUSSME, rep. H 5, Fondo S.M.R.E. - Classificato RR, racc. 47 , fase. IO.


CONSIDERAZIONI CONC LUSIVE

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- era in corso la battaglia dell'Endertà - prospettò l'idea a Badoglio. Il I 9 gennaio, a giro di telegramma, Badoglio non esitò ad esprimere «parere nettamente contrario» a lla guerra batteriologica, perché l'avversario ormai era battuto e questo nuovo tipo di offesa ci avrebbe squalificati agli occhi delle popolazioni e, soprattutto, di fronte all'opinione pubblica internazionale. Mussolini non batté ciglio: «Concordo con quanto osserva V.E. circa l'impiego della guerra batteriolog ica» rispose il 20 febbraio 1•

* * * Dei due Comandanti Superiori si è parlato. De Bono apparve presto uomo non all'altezza dell'incarico. Si era comportato dignitosamente nella grande guerra arrivando a comandare un corpo d'annata, poi si era fennato. Comunque è ingiusto affermare che egli altro non fosse che «un soldato dilettante» 2 • La scelta, sbagliata, di fylu ssolini è da ascriversi in parte al desiderio di marcare il carattere fascista dell'impresa che doveva dare un impero all 'Italia ed in parte alla sua scarsa perspicacia nella valutazione delle doti di comando richieste dalle circostanze . .Badoglio, a nostro avviso, ebbe tre grandi meriti, tutti derivanti dalla piena conoscenza della macchina militare e dalla fiducia in se stesso. Primo, la creazione di una solida base per la ripresa delle operazioni (sicurezza, riordino logistico, completamento del corpo di spedizione); secondo, la risoluzione di muovere all ' offensiva solo a seguito di un 'accurata, specifica preparazione anche in campo logistico ed a colpo sicuro; terzo, la calma e fredda resistenza alle sollecitazioni di Mussolini in tema di operazioni ed alle inevitabili perplessità suscitate dal lungo periodo di sosta inframmezzato da insuccessi locali'. A quest'ultimo riguardo il gen. Baratier commentò sul «Temps» del 12 maggio 1936: «Celte i11action apparente, dont on commence à s'étonner en Europe, sera toutefois la cause principale des étonnantes victoires du maréchal Badoglio»". Sicuramente Badoglio fu aiutato anche dagli errori abissini. Hailé Selassié non possedeva l'autorevolezza né le virtù militari di Menelik e le rivalità dei ras aggravarono la già incerta direzione della lotta. Per giunta, la mentalità etiopica era ancorata all'idea dell'assalto in massa ed improvviso su punti riscontrati o reputati deboli oppure all'aperta battaglia campale basata sul coraggio fisico e sulla preponderanza numerica. Ma la carta che lo stesso Badoglio giudicò vincente fu data dalle intercettazioni: «Guai a me - disse più di una volta se compiacentemente le radio del negus non mi tenessero infonnato di quanto il

' A. DEI, BOCA, Gli italiani in Africa orie111ale cit., li, p. 489. MACK SMIDI. Le guerre del D11ce Cil., p. 95. ' In quel periodo Badoglio non conosceva le critiche presentate da Baisirocchi a Mussolini. 'AUSSME, rep. DI, Fondo Guerra ira/o-etiopica, racc. 122, fase. 5.

'D.


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nemico intende fare. Guai a me se prestassi fede a quanto mi viene riferito, come cosa assolutamente attendi bi le, sulle forze e sui progetti manovrieri del nemico. Diventerei matto» 1• Più tard i scrisse che era stata una guerra «dalla cui esperienza potranno esser tratti grandi ammaestramenti per la condotta delle guen-e future, siano esse coloniali o 110» 2• In quest'ottica inviò ai comandanti di grande unità che avevano partecipato alla campagna un preciso questionario per ricavare osservazioni e proposte utili. 1enne peraltro ad ammonire dal lasciarsi anelare a giudicare troppo «colo niale» - e quindi irripetibile - la campagna sfertata contro l'ultima Potenza indigena, dotata di un'organizzazione militare primi ti va e perciò no n in grado di affrontare lo sforzo moderno e volutamente risolutivo esercitato da una Potenza europea. L'aspetto principale caratterizzante - a suo avviso - la preparazione e le fasi della gue1Ta era prop1io il fatto che essa fosse stata «condotta, in ogni campo, con concetti ispirati alla nostra dottrina militare studiata essenzialmente per una guerra nello scacchiere europeo. Guerra di masse costituite da grandi unità metropolitane; guerra di movimento nella quale la manovra e le forme più reclclitizie di essa hanno avuto grande sviluppo; guerra in cui il fuoco come mezzo per muovere e per manovrare è stato largamente impiegato; guerra che ha aperto nuovi orizzonti ali' arma aerea rivelando insospettate possibilità; guerra in cui lo sfruttamento ciel successo è stato spinto sino all'audacia più esasperante; guerra, infine, combattuta in buona parte in uno scacchiere montano, nel quale i vincoli logistici avevano, come nella nostra frontiera hanno, impo1tanza determinante nella condotta delle operazioni». Quindi, pur tenendo nel debito conto le limitate possibilità di azione delle masse etiopiche, sempre secondo Badoglio, «molti sono i punti di contatto fra la condotta delle operazioni nella guerra d'Etiopia ed i caratteri e la condotta d i una guerra nel teatro europeo» 3• Sia lecita qualche osservazione. Non pensiamo che Badoglio intendesse essere preso alla lettera, perché i citati punti di contatto tra la campagna etiopica ed una guerra europea non potevano che consistere nei principi della guerra, immutabili dai tempi cli A lessandro e di Cesare, ma da adattare di volta in volta al momento ed all 'ambiente operativo. Sicuramente la battaglia strategica del Tembien era stata studiata ed eseguita con una manovra degna di questo nome; sicuramente erano stati impiegati vari e propri corpi d'armata organizzati all'europea; sicuramente lo sfruttamento del successo in campo strategico era stato portato alle estreme conseguenze; sicuramente il suppo1to logistico era stato calcolato ed approntato con il preciso scopo di non interrompere, per sue carenze, né la manovra né lo sfruttamento del successo. Tutto ciò conforta le

1

Q.

ARMELLl'.'il,

Con Badoglio in Etiopia cit., p. 224.

'P. BADOGLIO, f...a guerra di Etiopia cit., p. 2 10.

' Questionario sulle operazioni in A.O., ACS, Fondo Badoglio, cart. 9, fase. 34.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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affermazioni - chiaramenre ed a buon motivo, d'altronde. compiaciute - di Badoglio. Peraltro esistono fondati motivi di riflessione: l'assenza di un'opposizione di stampo europeo; l' impiego dell'aviazione senza alcun contrasto; la dovizia dei mezzi a disposizione dell'Intendenza, assolutamente inusuale rispert.o alle disponibilità del l'esercito italiano; la discutibile convinzione di aver svolt0 una gueJTa di movimento di tipo moderno, cioè motorizzata se non proprio meccanizzata. I quesiti posti da Badoglio concernevano u·e argomenti: l'organica (rispondenza dell'ordinamento ternario o binario delle divisioni dell'esercito e della milizia, nonché del reggimento di fanteria e della legione camicie nere); la logistica (rispondenza dell'organizzazione d' Intendenza in generale, funzione logistica del la divisione e del corpo d 'armata); l' impiego delle grandi unità (validità della regolamentazione tattica in vigore, rendimento dei carri veloci, ecc.). Non è il caso in questa sede dì addentrarci nella questione, ma dagli stessi quesiti ed ancor più dalle risposte appare chiaro come l'esperienza fatta non potesse fornire clementi riferibili con sicurezza anche ad una guerra europea, perché il nemico affrontato era sui generis, date le insufficienze di comando, di collegamenti , di fuoco; perché il problema della costruzione del le strade e della loro manutenzione più di una volta aveva avuto «riflessi capitali sulla condotta deJle operazioni» e ad ogni ampio sbalzo in avanti aveva provocato un logorio di automezzi addirittura « impressionante» 1; perché la battaglia era sempre stata di breve durata in quanto l' avversario, non appena convintosi dell'inutilità di persistere nello sforzo, offensivo o difensivo che fosse, interrompeva la lotta e si sbandava in ogni direzione. Il gen . Santini fu drastico: stante l' inferiorità etiopica «noi abbiamo ( ... ) potuto agire sempre, quando eravamo fuori dal tiro delle armi portatili, senza limitazioni e preoccupazioni. Tale stato di fatto deve essere valutato in tuuo il suo valore e in tutti i campi e ci deve quindi rendere molto cauti nel trarre conseguenze ed ammaestramenti per evitare che si radichino nei combattenti e nei comandanti che hanno partecipato a questa bri llante campagna falsi concetti informati a situazioni eccezionalmente favorevoli che, in altre guerre, difficilmente si ripeteranno» 2• Per converso, talune indicazioni cli carattere tecnico effettivamente fornite dall'esperienza africana non sempre apparvero utilizzate correttamente, per motivi diversi. Ad ese mpio, in campo organico si accettò il principio di alleggerire le divisioni di fanteria, riducendo i mezzi di trasporto ai vari livelli ed

' Relazione del gen. Benini. comandante della divisione Sila, ibidem. Al riguardo, la scarsità e la d ifficoltà di rifornimento delle pani di ricambio pesarono gravemente sulla riparazione degli automezzi. E questo, provocato ìn buona parte dalla varietà e dall'anzianità dei mczz.i utilizzati, si verificherà anche dura{lte l' intera seconda guerra mondi ale. ' Relazione del gen. Santini, comandante del I corpo d'annata. ibidem.


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accentrandoli, ma senza incremento, al gradino superiore per la manovra. Inoltre fu esaltata la convenienza di disporre di divisioni di camicie nere anche in caso di guerra europea - per le loro caratteristiche di «formazioni volontarie, agili, manovriere ed audaci», purché il loro addestramento fosse completato prima dell'impiego[!]. Entrambe le indicazioni non reggeranno alla prova dei fatti . In tema di armamento, il giudizio sui mortai d' assalto da 45 e sui fucili mitragliatori di recente acquisizione non fu entusiasmante e quello sui lanciafianme tutto sommato deludente. Questi infatti avevano trovato scarse occasioni di impiego tattico, erano ingombranti e giudicati pericolosi per il «flammiere». Ma nel 1940 avevamo ancora tali armi. In quanto ai cani veloci 1, la delusione fu anche maggiore. A dispetto dei collaudi, si constatò che in marcia su buona strada occorreva procedere a non più di 7 chilometri di media oraria per evitare, e non del tutto, varie rotture nel delicato sistema di sospensione - sistema che era «causa di apprensione e di eccessiva prudenza>> per l'equipaggio -, e che l'autonomia lasciava parecchio a desiderare 2• Inoltre presentavano il grosso difetto dell'impossibilità di una difesa a tergo, come purtroppo si era dovuto deprecare il 15 dicembre 1935 a Dembeguinà, ove gli equipaggi di alcuni cani veloci immobilizzati erano stati uccisi dagli abissini. Diciamo pure che, molto più dell'insoddisfacente prestazione dei carri in questione, colpisce sfavorevolmente la risposta del gen. Manera, ispettore delle truppe celeri, al ministero deJla Guerra il 19 ottobre 1936 in merito ai rilievi fatti . La ditta Ansaldo aveva da tempo apportato «razionali modifiche» alla sospensione irrobustendo le balestre per guanto possibile. Il rapido deterioramento del sistema di sospensione era causato dal fatto che i complessi dei veicoli a cingoli erano soggetti a maggior logorio di quelli su ruote [cosa piuttosto ovvia], comunque: «A parere dello scrivente, per ovviare a tali inconvenienti, sarebbe necessario precisare, nei criteri d' impiego dei carri veloci, il concetto che debbono essere risparmiati tutti gli eccessi inutili e persistenti i quali, in definitiva, non producono che logorio di materiale e degradazione ai complessi meccanici».

Un simile «concetto» applicato in combattimento ad un mezzo bellico al quale si chiedeva capacità d' urto, di manovra e di sorpresa, lascia molto, molto perplessi. Il tocco finale alla lettera dell'Ispettorato era conferito dal provvedimento adottato per la difesa posteriore del can-o: «portelli che consentono, attraverso apposita feritoia manovrabile dall'interno, l'impiego della pistola di dotazione da parte del personale!» 3 • '

'Sull'argomento cfr. Lucio C EVA e ANDREA CURAMI, La meccaniu.azione dell'esercito sino al 1943, USSME, Roma 1982, I, pp. 186-197. 'Ibidem, II, doc. 29. ' Ibidem, II, doc. 30.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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In campo logistico, poi, pur sottolineando che l'organizzazione realizzata in Etiopia era legata alla particolare impresa, si riconobbe che operazioni rapidamente risolutive potevano essere sviluppate col necessario carattere dinamico soltanto se appoggiate da un sistema logistico efficiente ed elastico; purtroppo, però, su nessun fronte della seconda guerra mondiale l'Italia riuscirà a tradurre tempestivamente in pratica tale convinzione. 2. LA VITTORIA MILITARE La guerra d'Etiopia costituì un nuovo capitolo del periodo fascista. Se fra il 1929 ed il 1934 motivi di va.rio ordine fornirono la base per il consenso interno del regime, nonostante la indubbia crisi economica, nel 1935 si presentò a Mussolini l'occasione per completare l' affennazione in politica estera acquisita in occasione della vicenda austriaca, con la rivalutazione dell'Italia come grande Potenza - qualunque fosse il risultato raggiungibile nell'impresa abissina, minimo con una composizione vantaggiosa della vertenza o massimo con la guerra - e le conseguenti ripercussioni interne 1• Gli altri fattori di cui si è fatto cenno in precedenza, pur presenti nel pensiero del Duce, ci sembrano meno influenti dell'obiettivo del prestigio nazionale e personale, che, così acquisito, avrebbe veramente consentito all'Italia di esercitare un peso determinante nella situazione europea di quel momento storico. Indubbiamente fu sul piano politico-diplomatico che divenne necessario guidare la guerra passo a passo. E Mussolini lo fece con somma abilità, con «una intuizione al limite della scommessa» 2, alternando la ragionevolezza alla voce grossa, l'azione di forza al bluff, la rassicurante offerta di collaborazione a favore della pace in Europa alla minaccia, ora sottintesa ora esplicita, di lasciar rompersi l'equilibrio già di per sé instabile nel settore danubiano. L'opera, diplomatica, mai abbandonata, nei confronti di Parigi e di Londra, fu condotta con sistematicità. «La carta francese, Lavai o non Lava], era per Mussolini e per palazzo Chigi l'unico punto fermo, l'unica ancora di salvezza» 3• Quella inglese fu difficilissima da giocare. Petersen ha posto in esatto rilievo la sostanziale differenza dei punti di vista britannico e italiano. La Gran Bretagna era già entrata nella fase del tardo colonialismo - pur senza una precisa presa di conoscenza da parte dell'opinione pubblica - e cominciava a rendersi conto del fatto che all'imperialjsmo storico stava opponendosi un processo di emancipazione dei popoli di colore, destinato a diventare sempre più forte ed aggressivo. Si trovava, dunque, impegnata a difendere

'F.

CHABOD, L'Italia cor11empora11ea (1918-1948), Einaudi, Torino 1961 pp. 91 -92. 'R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., II, Torino 1981, p. 343. ' Ibidem, I, n. 725. Dobbiamo riconoscere l'appoggio convi nto cd efficace di Suvich, di Grandi e di gran parte della «camera».


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Li\ GUERRA !Ti\LO-ETIOPICA ( 1935 -1936)

il suo magnifico impero. L'Italia, invece. assolutamente inconsapevole che il periodo della grande espansione europea volgesse al suo epilogo, continuava a procedere lungo la strada del colonialismo, ritenendosi p ienamente legittimata a cogliere l'occasione per costruirs i - come già fatto dalle altre Potenze - un impero compatto in Africa orientale. Tanto più in quanto privata dei compensi riconosciutile dal Patto di Londra. E tanto più che conservava il bruciore della sconfitta di Adua 1• Cosicché, a sua volta R. Quartararo ha osservato che la crisi del 1935-36 fu un vero e proprio braccio di ferro fra Italia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo. Da un lato la sfida italiana e le sue gravi implicazioni in Egitto e ne l Medio Oriente; dall'altro le preoccupazioni britanniche provocate dalla sostanzia le debolezza militare in un'area delicatissima a causa della sua importanza strategica 2• Da un lato il desiderio di fondo di Mussolini di pervenire ad un accordo generale con l'Inghilterra e le continue dichiarazioni che la questione eti opica do veva rimanere c ircoscritta all'ambito coloniale (anche questo però dava pensiero a Londra); dall'altro la coscienza del governo britannico di rivestire il ruolo di leader della Società delle Nazioni e perciò impossibilitato ad accettare l' infrazione italiana al Covena111. Da un lato le affermazioni fatte ad intervalli da Mussolini s ulla inevitabilità di una g ue rra italo-britannica, pur nella piena intima convinzione d i non poterselo permettere; dall'altro la crescente rigidità britannica contro il governo fascista, ferma restando la nessunissima intenzione di battersi da sola in nome della Lega. Mentre, in fo ndo, da am bo le parti sarebbe stata ben accetto un accomodamento, la stampa dei due paesi si era lanciata in una violentissima reci proca polemica. In Italia il regime se ne serviva per attizzare la suscettibilità nazionale e convogliare il risentimento popolare genericamente verso gli Stati sanzionisti ; ma in particolare contro la Petjìda Albione. In Gran Bretagna l'opinio ne pubblica, specialmente nel ceto medio, era pervasa da una inequivocabile ostilità verso l'Italia ed il suo governo, anche a causa di vecchi pregiudizi3. La stato di sovreccitazione si fece massimo nell ' ultima settimana di aprile 1936. E Mussolini mosu·ò d i saper uscire dalle pole miche prima che la situazione politica ne risultasse compromessa. Per sdrammatizzare com inciò con l'attenuare di colpo gli attacchi dei giornali italiani; in secondo luogo incaricò Grandi di chiedere udienza ad Edoardo VIII per manifestargli il timore che i rapporti fra Roma e Londra degenerassero al pun to eia rendere estremamente difficile tornare, in un futuro ormai prossimo, alla tradizionale amicizia ita lo- inglese. L'udienza ottenuta da Grandi fu estremamente positiva. Alle assicurazioni del nostro ambasciatore che Mussolini non soltanto desiderava un armistizio

I J. PETERSEN. Hitler e M11ssoli11i cit., pp. 361 -362. ' R. Q UARTARARO. Roma fra Lo11dra e Berlino cii.. pp. 148-151. ' R. D1; Fr;LICE, M11ssoli11i il duce, cii.. I, app. lO. pp. 928-932.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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politico, ma auspicava un ripristino della politica di collaborazione «piena e integrale fra Gran Bretagna e Italia», il Re disse che «da parte sua egli aveva sempre cercato di indirettamente influire perché la follia criminale di qualche irresponsabile esponente politico britannico (parole testuali del Re) non rischiasse di portare l' Inghilterra ad una situazione irreparabile» 1• Nel contempo, Grandi prese contatto con molti esponenti politici di primo piano - Vansittart, il ministro di Gabinetto Stanley, il ministro della Guerra Duff-Cooper, Churchill, Lloyd George, lord Lothian, ecc. - ed informò che «Nessuno discute il fatto compiuto della conquista italiana totalitaria e integrale dell'Abissin ia 2• Un successivo incontro privato con Edoardo VIII, avvenuto tre giorni più tardi, fu non meno tranquillizzante. Secondo quanto Jiferit.o da Grandi: «Ormai - egli mi ha detto in sostanza - l'Italia ha preso l'Abissinia e se la terrà, lasciate che i sanzionisti stri llino. Il popolo inglese non si lascerà trascinare a nessuna pazzia ed io farò di tutto per evitarlo ed impedirlo. Questo mi sarà tanto più facile se, con la vittoria, l'Italia darà al popolo inglese la precisa sensazione che essa è pronta a riprendere una politica di cooperazione con l'InghilteJTa» 3 • Infine ~fossolini ricorse alla stampa. In una intervista rilasciata il 4 maggio al <<Daily Mail», con un miscuglio di sincerità e di impudenza seppe abilmente toccare alcuni argomenti di sicuro interesse per il mondo britannico: l'Italia era prontissima a cooperare per la riorganizzazione della Società delle Nazioni su nuove basi ai fini di una maggiore efficienza; era disposta a realizzare «un riavvicinamento franco e concreto fra i paesi dell'Occidente, i quali devono finalmente intendersi, perché non possono combattersi fra loro, pena il crollo della intera civiltà europea»; i legittimi diritti delle Potenze in Etiopia sarebbero stati rispettati «sino all'ultimo punto>>: non intendeva arrecare alcun danno agli interessi dell'impero britannico; non nutriva nemmeno la più remota aspirazione sull'Egitto, che considerava Stato indipendente; men che meno aveva interessi politjci nel Sudan e nella Palestina. Ammise che la stampa italiana, aveva polemizzato aspramente con quella inglese, ma ciò era inevitabile dato l'atteggiamento assunto da molti. circoli b1itannici. Negò il bombardamento deliberato di ospedali inglesi. Sorvolò sui gas. Accusò gli abissini di atrocità, quali l'eccidio degli operai del cantiere Gondrand a Mai Lahlà il 13 febbraio 1936. In una intervista al giornale giapponese «Asahi Shinbun» affennè) che la sua linea cli condotta verso Londra si era resa «necessaria per la difesa della Patria», ma si augurava il ristabilimento di buoni rapporti con la Gran Bretagna, e assicurò che «l'Italia non provocherà mai una guerra in Europa» 4.

' Grandi a Mussolini in data 29.4.1 936, DD1. 8' serie, !Il, doc. 796. 'Ibidem. L' unico uomo politico deliberatamente non avvicinato fu Eden. ' Grandi a Mussolini in data 1.5. 1936. ibidem, 111, doc. 8 1l. 'R. DE FEUCE, Mussolini il duce cit., I, pp. 744-745.


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LA GUERRA JTALO-ETIOPICA (1935-1936)

Contrasto inglese a parte, bisogna ricordare che l'aggressione all'Etiopia aveva sollevato riprovazione quasi ovunque nei paesi democratici, e che proprio in Francia, ove particolarmente presente era l'emigrazione antifascista e l'estrema sinistra aveva raggiunto il potere con il Fronte popolare', si registrava una spiccata agitazione contro il fascismo cui, peraltro, si contrapponeva un largo orientamento a favore dell'Italia derivante dai timori di nuove iniziative revansciste della Germania 2• Ad ogni modo, il punto cruciale delle preoccupazioni di Mussolini era e rimase l'embargo stabilito dalla Società delle Nazioni. Anche a tal riguardo, tuttavia, occorre fare alcune distinzioni. Intanto apparve chiaro sin dall'inizio che le sanzioni economiche non sarebbero state totali, ad esse non partecipando sicuramente grandi paesi non appartenenti alla Lega (Stati Uniti, Germania, Giappone), né paesi legati all'Italia da ragioni politiche od economiche (Austria, Ungheria, Albania) e nemmeno paesi dell'America latina in cui la forte pressione della rilevante comunità italiana avrebbe consentito un'applicazione puramente formale. Non solo, ma gli stessi Stati più sanzionisti si mostrarono disposti a chiudere un occhio: 1'11 ottobre, ad embargo proclamato, le miniere britanniche offrirono carbone alle Ferrovie italiane a prezzi di concorrenza e pagamento in clearing; il 18 ottobre le francesi Citroen e Renault offrirono forti quantitativi di autoveicoli, anch'essi a prezzi vantaggiosi, ed altre industrie ci consegnarono 250 moto1i di aviazione; nel marzo 1936 il Belgio ci vendette ben 800 mila tonnellate di carbone. Insomma, ha scritto Guarneri, «questa stessa comprovata possibilità d i attingere all'estero( ... ) ogni sorta di merci e armi e munizioni, mi confermava nell'opinione che nulla avevamo da temere in fatto di rifornimenti esteri, sol che noi fossimo stati in grado di pagarli» 3 • Le inquietudini maggiori concernevano il petrolio, benché le principali compagnie petrolifere in Italia avessero subito promesso che avrebbero continuato a rifornirci alle nom1ali condizioni di pagamento 4. L'estensione delle sanzioni al petrolio non ebbe luogo perché un provvedimento di tale portata, per guanto a lungo discusso in Gran Bretagna, non riuscì a trovare mai un concreto

· 'La politica dei «Fronti popolari» fu indicata al VII Congresso del Cornintcrn dal segretario generale, Dimitrov, quale linea di condotta da seguire di fronte alla minaccia tedesca contro l'Unione Sovietica: «La formazione di un fronte comune del popolo che permetta un 'azione comune con i prutiti democratici è una necessità. Perché non tentare di unire i lavoratori comunisti, socialdemocratici c<lttolici e altri? Compagni, voi ricorderete l' antica storia della presa di Troia( ...). Noi lavoratori rivoluzionari, non dobbiam aver soggezione ad usare la medesima tattica». Perciò in vitò i va1i partiti comunisti a difendere la democrazia parlamentare borghese finché non potessero rimpiazzarla con la «democrazia proletaria» (H. THOMAS, Storia della guerra civile spagnola, Einaudi. Torino 1963, pp. 92-93. ' Ibidem, pp. 789-790. ' F. G UARNERI, Bauag/ie economiche cit., pp. 498-499. 'Ibidem, p. 498.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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modo di applicazione: all'atto pratico le uniche possibilità di assicurare l'efficacia della misura si riducevano alla chiusura del Canale di Suez oppure al blocco controllato militarmente. A prescindere dalle ovvie complicazioni di simili decisioni, esistevano non pochi dubbi sulla probabilità che l'embargo sul petrolio potesse mettere l'economia italiana in ginocchio sino a provocare la fine della guerra. L'Anglo-lran.ian OiL Cornpany, che in materia aveva voce in capitolo, forniva all'Italia il 53% del fabbisogno. Era molto, ma non abbastanza per risultare determinante, tanto più che l'Italia poteva tranquillamente rivolgersi al mercato americano, soprattutto alle compagnie petrolifere non soggette a controlli governativi, nonché alla Romania ed al Giappone. L'Anglo-lranian Oil Company inoltre non era affatto disposta a compromettere i propri interessi in Ital ia amm.ontanti a circa IO milioni di sterline, né la City a vedere ulteriormente danneggiati i propri affari. Insomma, con tutte le intenzioni del Foreign Office di puntare sul petrolio come carta vincente, la questione non uscì mai dall'ambito teorico e si limitò a costituire mezzo di pressione politica su Mussolini, che ignorava i retroscena 1• 11 rovescio della medaglia era costituito dal fatto che le sanzioni riducevano grandemente le nostre esportazioni verso i paesi sanzionisti. Ed anche questo pesava sul fattore valutario. In definitiva, il programma italiano non poteva che tradursi nella resistenza ad oltranza all'assedio economico, cercando di far durare il più a lungo possibile le nostre risorse. Da parte britannica si stava a calcolare quanto questa resistenza potesse andare avanti. A fine febbraio 1936 il «Manchester Guardian» concludeva un'attenta analisi della nostra situazione finanziaria, condotta in base alla riserva aurea della Banca d'Italia, all'oro offerto alla patria, al realizzo dei crediti ed al deficit della nostra bilancia commerciale, con l'affermazione che l'Italia era in grado di resistere per circa due anni 2 • La realtà era drammaticamente diversa, perché, secondo un rapporto presentato il 31 gennaio a Mussolini, pur bruciando tutti i mezzi straordinari disponibili, il I 936 si sarebbe chiuso con uno scoperto in divise di oltre un miliardo 3. Da cui, provvedimenti di rigore in tutti i seuori, compresi i programmi militari. Il 23 marzo Mussolinj indicò all ' Assemblea delle Corporazioni il «Piano regolatore dell'economia italiana del prossimo tempo fascista», piano derivante, secondo il suo giudizio, da due constatazioni: che «l ' autonomia politica, con la possibilità di una politica estera indipendente, non si può più concedere senza una correlativa capacità di autonomia economica» e che era ineluttabile che «la nazione sia chiamata al cimento bellico». Era il «piano di autarchia» •.

' R.

Q UARTATARO,

z F G UAR,,11;R 1,

Roma fra Londra e Berlino cit.. pp. 196-198.

Barmg fie economiche cit., p. 501.

' Ibidem, pp. 543-545. • Ibidem, p. 549.


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LA GUE RRA ITALO-ETIOPICA (1935- 1936)

La proclamazione dell'Impero evidentemente non c hiudeva la questione etiopica. R imanevano sul tappeto il riconoscimento formale degli altri Stati e la revoca delle sanzioni . Al primo era inutile pensare al momento ; sul secondo in vece si nutrivano speranze, perché il fronte sanzio nista palesava evidenti segni di disgregazione. La Società delle Nazioni, riunitasi il 12- I 3 maggio, rimandò una decisione in proposit0 al 16 giugno e Mussolini ne approfittò per cercare di riannodare le relazioni con Francia e Gran Bretagna, tenendo «in riserva» la Germania. Con la Francia agì sul Quay cl'Orsay in sede diplomatica, facendo comprendere che se fosse stata respinta la sua offerta di un ' intesa ai fin i della sicurezza europea, egli inevitabilmente si sarebbe indirizzato verso la Germania; nel contempo si presentò all'opinione pubblica francese attraverso interviste, ostentando un tono quanto mai pacifico e distensivo. B il risultato fu che sia il governo Sa.irnut nella seconda metà di maggio, sia il governo Blum in giugno, si adoperarono presso quello britannico affinché venisse presa in considerazione 1'abrogazione delle sanzioni , anche per evitare appunto che Mussolini accog liesse le ouvertures di Hitler. Con la Gran Bretagna Mussolini si comportò analogamente, ma la pre-· senza di Eden rese le cose più difficili. Perciò, a fine maggio, incaricò Grandi di ottenere una seconda udienza dal re Edoardo VIII e di abbordare Eden per comunicarg li il suo desiderio di arrivare ad un riavvicinamento; frattanto, con una serie di interviste a vari giornali, si sforzò di convincere l'opinione pubblica ing lese che l'Italia voleva collaborare alla pace europea. Il ris ultato fu che il 10 giugno Neville Chamberlain si dichiarò favorevole all' abrogazione delle sanzioni, che Hoare rientrò al governo come Primo Lord dell 'Ammiragliato e che lo stesso Eden il 18 giugno comunicò ai Comuni che il governo avrebbe raccomandato alla Lega la revoca dell'embargo'. Con la Germania vi fu uno scotto da pagare: il via libera al u-attato austrotedesco del] ' 11 luglio, con cui Berlino ricono bbe la piena sovranità dell'Austria e si impegnò a non interferire nei suoi affari interni, e Vienna accettò di impostare la propria politica nei confronti ciel Reich tenendo conto di essere uno «Stato tedesco» 2• Il compenso stava in quanto comunicato dall'ambasciatore von Hassel a Ciano il 29 giugno: il Fi.ihrer lo aveva incaricato di far sapere che, «quando si riconoscerà matura la questione del rico1wscimento dell'impero, egli sarà disposto a prenderlo senz'altro in favorevole considerazione e senza chiedere alcuna contropartita !»\ Il 4 luglio, su proposta dei governi francese ed inglese, la Società delle Nazioni approva la risoluzione di abrogare il regime delle sanzioni, a partire dal

1

R. DE FELICE, Mussolini il duce cit., I , pp. 748-754. 'Ibidem, p. 736. ' Von Hassel a Ciano in data 29.6.1936.


CONS lDERAZlONI CONCLUSIVE

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15 luglio, con 44 voti a favore, I contrario e 4 astenuti. Pochi giorni dopo le unità della Home Fleet si ritiravano dal MediteJTaneo e Mussolini dichiarava al giornalista americano Knickerbocker: «L'Abissinia, ha soddisfatto l'inesorabile bisogno di espansione del popolo italiano ed ha piazzato l'Italia fra i popoli soddisfatti» 1• La sera del 15 luglio Mussolini si affacciò al balcone di palazzo Venez ia ed annunciò con esultanza: «Oggi , 15 luglio dell'anno XIV, sugli spalti del sanzion ismo mondiale è stata innalzata la bandiera bianca( ...)» . Aveva vinto veramente 1Cinque anni più tardi egli ricordò: «L'Italia ha vissuto dat 2 ottobre 1935 al 9 maggio J936 uno dei periodi più drammatici, più intensi, più lumi nosi della sua storia. Quegli otto mesi cantano in molte an ime ancora come un 'epopea vissuta. T'urto è stato fermo, deciso, virile. popolare e tulio, visto a distanza, sembra romantico canw fu la bellezza, la poesia, lo splendore rivelatisi nell'an imo degli ital iani. Mai una guerra fu più sentita di quella. Mai entusiasmo fu pi ù si ncero. Mai unità di spiriti più profonda. Una guerra a distanza di quattro e seimi la chilometri; un nemico numeroso e crudele; un mondo inesplornto; la Società delle Nazioni ostile; la flotta inglese nel Mediterraneo; le sanzioni; e al 3 ottobre il passaggio del Mareb. Quindi le battaglie decisive della primavera e la fantastica marda su Addis Abeba. Tre ad unate improvvise di popolo come non si ebbero nella storia e poi la notte trion fale del 9 maggio, la più grande vibrazione dell'anima collettiva del popolo italiano» 2 •

Il maresciallo Caviglia annotò nel suo diario: «È indubitato che il merito della vittoria è suo ( ... ). Io stesso ritenevo, per la mia vecchia esperienza in Eritrea, che la gueJTa non sarebbe durata meno di qualche anno (... ). Mussolini ha ragione cli essere orgoglioso della sua vittoria. Ormai la sua posizione è sicura e nulla potrà più scuoterla se ... se non si monterà la testa sotto le nuvole inebrianti d' incenso( ... )». E finì con una considerazione molto appropriata: «Non si deve dimenticare che per mettere in valore l'Etiopia ci vogliono due o tre generazioni e mo lti miliardi che non abbiamo» 3. Per l'appunto a questo riguardo Mussolini commise due errori. E li commise subito. Nel pur brevissimo periodo di governo da Viceré, Badoglio volle affrontare un problema non da poco: l'organjzzazione dell'impero o, più esattamente, il controllo dell'Abissinia. Lo stesso giorno 6 maggio Mussolini gli aveva telegrafato di accettare tutte le sottomissioni dei vari ras, beninteso senza condizioni o promesse, in quanto, come annunciato nel suo discorso al popolo italiano, «i capi ed i ras non contano più». Ma questo era tutto. Badoglio, che ricordava l'esperienza libica e soprattutto ben teneva presente il sistema di dominio coloniale ·inglese, la pensava diversamente ed il 16 maggio non ebbe remore a formulare criteri di governo di altro tipo:

'B . MUSSOLINI, Scritti e discorsi s11/l' fmpero , Hoepli,

Milano 1936, p. 153.

Opera omnia cit., XXXIV, p. 210. ' E NRICO CAVIGLIA, Diario (aprile 1925-marw l.945), Roma 1952, pp. 144- 145.

' B.

M USSOLI NI,


402

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935- 1936)

«Premei.lo - scrisse - che per popolazioni etiopiche non vi sono che due modi di organizzazione: quello delle dirette relazioni tta nostri organi politici e popolazioni e quello che si vale di capi locali come organi intermedi. L'uno e l'altro hanno pregi e difetti: principalmente, primo risponde meglio in generale tendenza popolazione ma: trascurando famiglie e persone esponenti del millenario sistema feudale etiopico crea focolai malcontento e turbamento. L'altro può raggiungere più rapidamente assetto soddisfacente sul quale fondare poi organizzazioni più rispondenti finalità nostra occupazione. In conclusione non conviene seguire rigidamente l'uno o l'altro sistema ma applicare or l' uno or l'altro prendendo norma dalle condizioni particolari dei vari territo1i. Va anche premesso che è nostro interesse raggiungere più presto assetto politico soddisfacente facendo qualche concessione antico ordine di cose quando ciò possa giovare raggiungere più rapidamente normalizzazione condizioni interne del vasto impero».

Perciò propose di esercitare il dominio diretto sulle regioni centrali ma «molto concedendo all'antico ordine delle cose sia moralmente sia materialmente», e di affidare il governo dei territori periferici a ras che già avevano parteggiato per l'Italia o che ne accettassero sinceramente la sovranità '. Questo punto di vista venne nettamente bocciato da Lessona, il quale riteneva indispensabile il dominio diretto, con l'abolizione delle vecchie regioni. TI 19 si presentò dunque da Mussolini con il suo progetto: ripartizione dell'Africa orientale italiana in cinque grandi governatorati, dipendenti dal Viceré e dal ministero delle Colonie. Mussolini approvò queste proposte «senza esitazione; né avrebbe potuto essere diversamente perché era completamente all'oscuro di quanto riguarda va l'Abissinia in materia di politica indigena» 2, dopo di che rispose a Badoglio: «Circa il progetto di s istemazione politico-territoriale dell'Etiopia, sono recisamente con trario a ridare un qualsiasi potere ai Ras, che sono stati citati in detto te legramma o ad a ltri dello stesso genere. L'Etiopia deve essere in linea di massima divisa in cinque grandi zone, così dete rminate. La prima comprendente l'Eritrea, il Tigra i, gli Azebò-Galla e la Dancalia, capitale Asmara, governatore Guzzoni. La seconda comprendente lo Scioa, il Goggiam e l'Etiopia nordoccidentale, capitale Gondar, governatore Pirzio Biroli. La terza, l'Harrar, l' Arussi e il Baie, capitale Harrar, governarore Nasi. La quarta, i paesi Galla e le tribù dell'Ovest, capitale Gimma, governatore Geloso. La quinta, l'antica Somalia e l ' Ogaden, governatore Santini. Addis Abeba e tenitori adiacenti direnamente ammin istrati dal Viceré. Niente poteri a mezzadria, in ogni caso, e particolarmente in Etiopia» '.

Così Mussolini, per superficialità, per eccesso di sicurezza, per insofferenza di attesa, credette - o volle credere - che la conquista dell'Etiopia in pratica potesse considerarsi conclusa ad Addis Abeba. Ritenne che l'impiego di mezzi drastici per estendere l'occupazione a tutto l'immenso territorio abissino, per buona parte ancora in mano ai capi locali, avrebbe accelerato la pacificazione e

'G. RocH,ff, Guerre italiane in Libia e in Etiopia cit., pp. 119- 120. A. LESSONA, Memorie cit., pp. 271-272. ' AUSS!v1E, rep. D 6, Diari storici, Diario storic-o Comando Superiore A.O., data 20.5.1936, ali. 123. 2


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

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consentito di dare un assetto stabile all'impero 1• Non si soffermò a ricordare le esperienze francesi in Algeria e nel Madagascar e male valutò quelle italiane in Libia. Il pensiero della possibilità e della probabilità di dover sostenere, invece, un lungo periodo di guerriglia, in un paese turbolento e non facilmente controllabile, non lo sfiorò nemmeno.

*** Il secondo errore fu rappresentato dal non porsi come problema numero uno per l'Italia la valorizzazione dell'impero, affinché non divenisse una palla al piede. Anche in questo fu indubbiamente tratto in inganno da Lessona, nominato ministro delle Colonie l' 11 giugno, il quale, con molta sicumera il 5 agosto diramò le sue direttive «per l'organizzazione e l'avvaloramento del!' AOh>. Esse riguardavano: l'azione politica (nessun potere ai ras, ma impiegarli in operazioni di polizia); i rapporti fra nazionali ed indigeni (netta separazione fra le due razze, soprattutto affrontando «con estremo rigore» la questione delle madame e delle sciarmutte); l'azione militare (entro il J937 si doveva raggiungere la possibilità cli riunire 200 mila indigeni ben addestrati ed inguaclrati)2; l'azione economica. E, al riguardo, le direttive erano imperiose: « l. L' AOI deve essere messa in grado di bastare a se stessa in ogni evenienza, cioè deve poter vivere, difendersi ed o ffendern senza l'aiuto della madrepatria in previsione di qualsiasi evemualità politico-militare. L'attrezzatura agricola ed industriale - ivi comprese le più elementari industrie di guen-a, a cominciar.e, nei primi tempi, dalla fabbricazione delle armi po1tatili - deve essere pertanto indirizzata a questo scopo fondamentale. 2. L' AOI deve rifornir.e alla madrepatria le materie prime - cotone, semi oleosi, carni, pelli, ecc. - necessarie a colmare le deficienze della produzione nazionale ( ...). 3. Infine è da considerare la convenienza di sviluppare talune attività in modo da poter dare prodotti finiti da destinarsi ad un commercio estero proprio dell' AOI (... )» i.

Queste non erano affatto direttive, vale a dire nonne sulla linea di condotta da seguire - perché il governo dell'impero, da solo, nulla era in condizioni di impiantare e cli sviluppare ".", bensì scopi che proprio il ministero delle Colonie doveva proporre a se stesso, convogliando in Africa orientale energie produttrici ed industriali dal paese. Una volta creata la base economico-industriale, e solo allora, il Viceré poteva ricevere direttive del genere.

'L'8 luglio 1936 Mussolini telegrafò a Graziani: «Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del te1TOre e dello stenninio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del. taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma» (in G. ROCHAT, li colonialismo italiano, Loescher, Torino 1988, p. 170). 2 L'idea di Mussolini era di creare un' armara nera di un milione di uonùni' (P. ALO!St, Joumal cit., p. 382). ' ACS. Fondo Graziani, b. 30, fase. 2.


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LA GUERRA ITALO-ETIOPICA ( 1935-1936)

Beninteso né a Mussolini, né a Lessona, sfuggivano le d ifficoltà di dare un impianto ad un paese che praticamente usciva da un 'epoca di stampo disordinatamente feudale, e per giunta del quale assai poco era co nosciuto, specie in tema di concrete possibilità economiche. Tuttavia, forse sull'onda dell'ebbrezza della vittoria fascista, sottoval utarono il problema in termini di impegno e di tempo. Il ritorno alla normalità dei rapporti finanziari, l'intensificazione dell'attività contrattuale, subito iniziata con tutti i paesi già partecipanti alle san;,.ioni, ed una prudente politica commerciale e finanziaria riuscirono a riportare l'economia italiana, già alla fi ne del 1936, verso un regime cli normalità ed a reinserirla nell'economia mondiale, pur rimanendo grave la posizione valutaria del paese. Ma, per quanto Mussolini intendesse dare subirn corso alla valorizzazione del!' impero, ben sapendo essere vi ve e numerose le aspettati ve popolari, presto fu costretto a toccare con mano che il problema present.ava difficoltà e dimensioni assai più grandi cli quanto non pensasse e che gran parte ciel mondo economico italiano - già molto perplesso sul <<piano regolatore» annunciato il 23 marzo - si mostrava apettamente scettico sulle concrete possibilità cli rendere l'impero fo nte cli reddito 1• Nel gennaio del 1937 Mussolini inviò in Africa orientale Giuseppe Tassinari, sottosegretario all'Agricoltura e Foreste, per un esame circa le potenzialità economiche dell'impero. La «meditata convinzione» tratta da Tassinari al termine cli un lungo viaggio dall'Eritrea allo Scioa, alla Somallia, fu che l'impero offriva «grandi possibi lità. (... ) per raggiungere indipendenza economica Madre Patria» 2• E anche gli americani apparvero interessati alla questione, peraltro lasciando cadere ogni proposito nell'autunno 1937 a causa del progressivo avvicinamento dell'Italia al Giappone 3 . * *

*

Si è detto dei due errori, conunessi da Mussolini in relazione alla gestione del successo. Però a monte di essi vediamo la mancata percezione del momento storico in fatto di colonialismo. Giustamente Pietro Quaroni ha osservato che per soddisfare appieno le necessità ital iane sarebbe stata necessaria l'acquisizione di un territorio potenzialmente ricco di materie prime e scarsamente abitato, come a suo tempo erano apparse l' America settentrionale, l'Argentina, l'Australia.

'ErroRE CONTI, Dal wccuino di w1 borghese, Milano I 946, p. 546. Nell a seconda metà del 1936 oltre un terzo delle merci uscite d al!' Italia era assorbito dall' impero (F. GUARNERI, Bar taglie eco110111iche tra le due guerre, cii.., p. 653). ' Tassinari a Mussolini in data 25.2. 1937, ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabine(to. b. 1066, fase. 17/7, n. 6643/6/.2. ' R. DE FELICE, 1'vfu.tsolì11ì il duce cit., Il, p. 335, nota 6.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

405

Ora, l' Etiopia non si col locava in tale categoria; comunque, ammesso e non concesso che lo fosse, una volla conquistato questo territorio la colonizzazione italiana si sarebbe trovata o a doversi sovrapporre all'elemento indigeno, cosa non faci lmente realizzabile stante il risveg lio di coscienza delle popolazioni di colore; oppure addiriuura a sostituire l'elemento indigeno con quello italiano, cioè a fare in pieno secolo XX ciò che le Grandi Potenze coloniali avevano fa110 nei secoli XVJJl e XJ.X, cosa non soltanto ancor più problematica, ma anche ben difficilmente con ressa bi le. In sostanza, la conquista dell'Impero peccava di anacronismo 1•

Dulcis in fundo. L" ambasciatore de Chambrun avvertì con chiarezza il pericolo in agguato per Io spirito cli un capo trionfatore, circondato da un esaltato entusiasmo e fatto segno a manifestazioni di incondizionata ammirazio ne. In un dispaccio a Parigi, si chiese <dusqu'mì le chef du go11vememe111 peut se laisser çonduire par des reves de grandeur dont la lucidité"et la pénét~ation de son esprit devraient pourtant Lui révéler les dan.gers». E Mussolini non si rese conto che l'innegabile grande successo «era nulla più che il suo quarto d'ora, un momento cioè particolarmente favorevole per lui, che però sarebbe stato difficile e soprattutto rischioso pensare cli poter perpetuare» 2•

3. UN

MO:S:ITO

Alla proclamazione dell'Impero doveva naturalme nte fare seguito una serie di provvedimenti che ne definissero struttura, funzioni e difesa. Quest'ultimo as petto ebbe un risultato che merita di essere riportato. Secondo le decisioni d i Mussolini, l'organiz.zazione dell 'Africa Orientale Italiana si basò su un governatorato (Addis Abeba) cinque governi regionali (Eritrea. Amhara. Galla-Sidamo, Harrar e Somalia) ' . I governi avevano una discutibi lissima duplice dipendenza: dal governo generale, c ioè dal Yicerè, per quanto concerneva le linee generali della politica interna e della difesa; direttamente dal ministero delle Colonie per «i problemi di ordinaria amministrazione». La struttura amministrativa comprendeva tre livelli: i commissari, i residenti ed i vicepresidenti. Né era dimenticato il regime: in ogni governo regionale era insediato un segretario federale, che faceva capo al segretario del P.N.F. a Roma. Un'organizzazione dunque capillare, ma cli stampo metropolitano, poco adatta, al meno per un lungo periodo iniziale, alla realtà etiopica.

' P1r:rno QuAROM, L 'halia d11/ !914 al 1943 in «N uove Questioni di storia conte111poranea», Marzorati. Mi lano 1986, p. 12 10. ' R. DE F ELICE. M11ssoli11i il duce cit., Il, p. 788. ' Lo Scioa era stato deliberatamente smembrato per rompere le tradizioni imperiali e rendere più agevole il $ UO controllo. Venne costituito in 'governo' - in luogo dell' iniziale go vernatorato di Addis Abeba - nel I938, quando Amedeo d'Aosta subentrò a Graziani.


406

LA GUERRA ITALO-ETIOPICA (1935- 1936)

li 9 ed il 24 giugno ebbero luogo ad Addis Abeba due cerimonie nel corso delle quali molti dei più importanti ras, degiac e fitaurari fecero atto di sottomissione con relativo giuramento di fedeltà, alla presenza del Viceré Graziani, subentrato a Badoglio il 22 maggio. Non che le sottomissioni fossero tutte sincere. Inevitabilmente la scomparsa del Negus Neghesti fu un evento traumatico e la perdita di potere e di presti~io dei vecchi capi venne male accolta. Le circostanze, dunque, esigevano molta attenzione e grande avvedutezza. Nello Scioa il capo potenzialmete più pericoloso eraAverrà Cassa, il figlio maggiore dell'esule ras Cassa, di sangue imperiale, di notevole prestigio personale, ricco ed appoggiato dal vescovo di Dessié, l' Abuna Pet:ros. Nell'Amhara si trovava ancora in armi ras Immirù; nel Sidamo, ras Destà. A metà giugno ebbe inizio la stagione delle piogge e fino al suo termine le piene dei corsi d'acqua e l'impantanamento delle piste rendevano impossibili operazioni militari. In questo periodo, all'alba del 28 luglio, Averrà Cassa mise in atto un piano tanto audace quanto avventuroso. Assalì Addis Abeba con il proposito di riconquistarla, di distruggere il presidio italiano e, possibilmente, uccidere . Graziani. L'incursione fallì, da un lato per le incertezze dei capi, l'indis.c iplina degli armati abissini, le carenze di comando, l'indifferenza della popolazione ed il tempo pessimo; dall'altro perché, superata la crisi derivante dall'occupazione della città con poche truppe, la guarnigione italiana fu in grado di reagire con efficacia. Nel complesso almeno per quanto riguardava, le zone da noi controllate, la situazione generale si profilava senza grossi problemi e con il finire delle piogge le colonne italiane ricominciavano a spegnere i focolai di rivolta. Fu anche per questo che durante l'estate, a Roma, sorse un vivo contrasto fra Lessona e Baistrocchi. Il primo considerava chiusa la partita militare in Africa orientale reputando, con molta superficialità, «sistemato» l'impero con l' organizzazione da lui voluta e, vista per giunta la situazione internazionale «avviata a definitivo miglioramento» ', intendeva recuperare buona parte delle truppe colà inviate per «alleggerire» le spese. Baistrocchi, invece, assai meglio valutando le esigenze militari dell'impero, sia al momento sia in prospettiva, desiderava presidiare l'impero con un consistente gruppo di unità metropolitane e, soprattutto, voleva che le divisioni rimpatrianti lasciassero il posto gran parte delle dotazioni. Poiché Lessona era riuscito a convincere Mussolini, a questi Baistrocchi si rivolse il 18 settembre:

' Cfr. Lessona a Graziani in dala 19.6.1936, AUSSME, rep. D 1, Fondo Guerra italo-etiopica, racc. 130, fase. 2.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

407

(<Duce, ho profondamente riflettuto sul Vostro ordine di recuperare quanto di superfluo è in Et.iopia di armi e materiali vari. E con la mia abituale franchezza, pur sapendo di non farVi anche questa volta cosa gradita, Vi dirò che sarebbe esiziale tale ritorno in Patria di quanto rappresenta, oggi più di ieri, una necessità per la esistenza di quell' impero che Voi avete voluto e fondato. I burocrati della finanza (vedi Min. Revel e Ragioniere capo dello Stato, Cambi) ritengono così di risolvere un grave problema di preparazione bellica, spogliando l' Impero di quant_o non potrà più essergli dato, specie in vista di q uella conflagrazione mondiale che Voi prevedete e di cui più vole mi avete fatto cenno. lo, invece, considerato che lnghiltcffa, Francia ed anche l'America (perché ritengo che anche l'America sarà contro di noi) von·anno farci scontare il nostro grande successo in Africa, considerando che l' Impero, in caso di conflagrazione generale, rappresenta per noi non una forza ma un grave pericolo, soprattutto per la difficoltà, anzi , l'impossibilità di rifornirlo attraverso il mare e l'aria, Vi ripono quanto già e bbi a proporVi nello scorso luglio sulla necessità di completare nel pit1 breve tempo possibile (e mi fo garante di farlo tra la primavera e l' estate prossima) le dotazioni per 18 mesi, onde far fronte alle esigenze belliche c all'alimentazione dei civili. Nel contempo occorre provvedere alla creazione in Colonia di stabilimenti di produzione per disimpegnare l' Impero dalla Madre patria. Nella circostanza, Duce, occorre tener presente: I) che la guerra che prevedele sarà lunga, assai lunga - quella lampo di cui fanno cenno gli SU'llteghi da strapazzo, gli utopisti, è una g1'lld ita aspirazione di tutti, realizzabile sol quando fra i belligeranti vi è enorme discrepanza di forze - vedi Italia con oltre 400.000 armati, con 1.200 cannoni, 400 aeroplani contro Abissinia senza cannoni e aerei. Ma nella guerra mondiale che troverà )'universo in due campi opposti per una lotta senza quait iere e perciò lunghissima, a ultimo sangue, trionferà chi ha saputo e soprattutto potuto meglio prepararsi, resistere, alimentarsi; 2) che il Mediterraneo non è nostro: l'Inghilterra lo domina e per ciò in considerazione di queJJ a politica di grande porenza che Voi avete deciso debba seguire l'Italia, occorre prepararsi a lui.Li gli eventi perché oggi siamo impreparati, ed una preparazione che affidi richiede tempo, denaro, materie pri me, consa pevole.-:za delle necessità della gue1Ta. Caso contrario, Duce, l' Impero che avete creato lo perderete» '·

Anche se sul piano della politica militare il sottosegretario alla Guerra e Capo di Stato Maggiore dell'Esercito avrebbe potuto dire di più, non si possono negare alla sua lettera chiarezza di espressione ed ampiezza di vedute. Forse non esiste un diretto rapporto di causa-effetto, tuttavia diciotto giorni dopo Baistrocchi era sostituito nel duplice incarico dal gen. Pariani.

'EMILIO CANEVARi, La guerra italiana, l, Tosi, Roma 1948, pp. 381-383. Come s i vede, il desiderio di Baist r.occhi di conservare molte truppe nell'Impero non derivava dalla guerriglia in Etiopia, la q uale scoppiò in forma veramente preoccupante nell 'autunno 1937.


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