S TATO
MAGGIORE U FFIC IO
DELL'ESERCITO STORICO
MARIO MONTANARI
POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE
VOLUME II IL PERIODO LIBERALE
TOMO I LE GUERRE D' AFRICA
ROMA
1999
PRESENTAZIONE
Con questo primo tomo inizia il secondo volwnedel/'opera "Politica e strategia in cento anni di guerre italiane" del generale Mario Montanari, dedicato al periodo liberale ( 1870-1 918). Fu il periodo in cui l 'ltalia unita si inserì fra le Grandi Potenze senza avere, come {aie, la necessaria.forza politica, economica e militare. Fu il periodo in cui l'Italia, nell'intento di creare un'identità nazionale, lasciava talvolta in ombra la politica estera e talaltra si muoveva c011 incertezze nell'agone internazionale. Fu il periodo della Triplice Alleanza. Una strana alleanza, che presentò per l'Italia vantaggi e svantaggi, ma nella quale comunque due alleati lo erano più del terza. E/11 il periodo dell'imperialismo che vide L'Italia entrare nella lotta per la spartizione dell 'Africa, per attribuirsi, come le altre Grandi Potenze, un dominio coloniale. l'esame delle due imprese belliche italiane in Africa Orientale e Libia è condotto sin dalle origini. Esse vengono inquadrate nel momento storico, collocate nell'ambito della politica colonia/e di Crispi e di Giolitti, studiate nella preparazione politico-militare. li tutto con distacco, senza cedimenti all'agiografia dell'epoca né all'anticolonialismo odierno, nell'assoluto convinc:imento che quasi sempre il perché del risultato di una guerra si trova nelle sue premesse. Gli errori di natura politica o militare, dovuti a uomini o mentalità, sono messi in obiettiva evidenza, ben conoscendo che nessuno Stato europeo è andato immune da sbagli nella linea di condotta, né da insuccessi nel corso di campagne coloniali, talvolta anche ben più disastrosi di Adua. Rivolgo, ir!fi.ne, un sentito ringraziamento all'autore, uno dei massimi storici militari italiani, che Ufficio è particolannente fiero di annoverare tra i suoi più validi e preziosi collaboratori, per la perizia e competenza dimostrate nella stesura di un 'opera di largo re5piro così completa ed articolata. Il Capo dell'Ufficio Storico Col. Enrico PINO
SIGLE usate nel volume
ACS
Archivio Centrale dello Stato, Roma.
AP
Atti Parlamentari.
AUSSME
Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito.
B.D.
British Documents on the Origins of the War 1898-1914.
CCSM
Comando del Corpo di Stato Maggiore.
D.D.F.
Documents diplomatiques français relatifs aux origines de la guerre de 1914 (1871-1914).
D.D.I.
Documenti diplomatici italiani.
G.P.
Die Grosse Politik der Europaischen Kabinette (1971-1914).
H.H.St.A.
Haus Hof und Staatsarclùv, Wien.
I.G.M.
Istituto Geografico Militare
M.A.E.
Mitùstero degli Affari Esteri.
Oe.-U.
Osterreich-Ungarns Aussenpolitik von der Bosnischen K.rise 1908 bis zum Kriegsausbruch 1914.
R.M.I.
Rivista Militare Italiana.
S.H.A.T.
Service Historique de L' Armée de Terre.
S.M.R.E.
Stato Maggiore Regio Esercito.
USSME
Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito.
USSMM
Ufficio Storico Stato Maggiore della M~tl'ina.
USSMRE
Ufficio Storico Stato Maggiore del Regio Esercito.
CNDICE GENERALE
Parte prima. Le prime guerre coloniali (1885- 1896) Cap. I. Il momento storico l. L' Italia all'indomani della terza guerra d' indipendenza ........ Pag. 2. Le riforme militari di Ricotti .. ........... .. ...................... .............. » 3. La prima Triplice Alleanza ................ ................................................................... » Cap. 11. La decisione politica di espansione coloniale i . La nascita del colonialismo italim10 ......... ...................... .. .................. 2. Le origini della spedizione di Massaua ........................................................ 3. L'occupazione d i Massaua ................................ ...................... 4. Velleità colonialiste ed incertezze politiche ................ ..................... .
3 14 44
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73 87 103 125
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151
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Cap. TU. La guerra italo-abissina l. La politica estera di Crispi ............................... ....... .......... .............................. 2. La politica coloniale di Crispi . ............................ ............................ 3. Verso la "guerra grossa" ...................................................................... ....................... 4. La campagna del 1895-1 896 ........................ ..................................................
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171
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198 233
Cap. IV. Considerazioni conclusive I . La sconfitta politica .......................................................................................................... 2. Il corpo d ' operazioni ........................................... .... ............................ ................... 3. La sconfitta militare .................................................................................................... .
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279 289
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300
Cap. V. Il momento storico 1. Il quarto trattato della Triplice Alleanza ...................................................... 2. La Turchia ed il Nordafrica ali' inizio del sec. XX ............................
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3 13 331
Cap. VI. La decisione politica 1. Dalla crisi bosniaca al "colpo di Agadir" .......................... ....................... 2. La dichiarazione di guerra .........................................................................................
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347 374
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395 4LO
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440
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Parte seconda. lA guerra itaw-turca (1911-1912)
Cap. VII. La campagna di Libia 1. I preliminari navali e lo sbarco a Tripoli ..................... . ............ . 2. La prima fase della campagna ............................................................................... 3. Il cambiamento dell'indirizzo strategico ..................................................... Cap. VIII. Considerazioni conclusive 1. Il corpo di spedizione .................................................................................................... 2. L'impostazione e la condotta della campagna ....... .............................. 3. Le prime conseguenze della guerra ...... .......................... ..............................
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467 474 484
ludici
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Parte prima LE PRIME GUERRE COLONIALI (1885-1896)
Capitolo I
IL MOMENTO STORICO 1. L'ITALIA ALL' LNDOMANI DELLA T E RZ A GUERRA D'INDIPENDENZA
Nel 1867 l'Italia venne invitata alla Conferenza di Londra, convocata per risolvere la questione del Lussemburgo, ambìto dalla Francia, e in tale veste finnò anch' essa il Trattato di Londra (9 settembre), con il quale erano garantite l'indipendenza' e la neutralità del piccolo Stato. L'ltajja era, così, fonnalmente inclusa nel Concerto delle Grandi Potenze europee, a fianco dell'Inghilterra, della Francia, della Prussia, dell'Austria e della Russia. Ma se il riconoscimento del nuovo rango poteva soddisfare la vanità e l'orgoglio del governo, della classe politica, degli intellettuali italiani, non bisognava farsi troppe illusioni sul ruolo internazionale che, almeno per il momento, l'Italia poteva rivestire. Un ruolo che, ove non sostenuto da una significativa forza economica, militare e politica, diventava marginale e riduceva l'Italia alla «sesta ruota del carro}>, come benevolmente si espresse Bismarck 1• Indubbiamente l'Italia era una Potenza per modo di dire. Fragile come Stato per la sua recentissima nascita, ma soprattutto per i visibili contrasti interni, quasi interamente da risolvere: una classe dirigente in via di formazione; le vistose sperequazioni fra il Nord ed il Sud della penisola; la troppo lenta integrazione delle masse contadine; i forti attriti tra laici e cattolici; l'inadeguato e differenziato sviluppo economico; la finanza resa disordinata dai persistenti sette diversi sistenù di riscossione delle imposte; la debolezza militare sottolineata dalle infeLic.i campagne terrestre e navale del 1866 2• D'altro canto, la posizione geografica dell'Italia le conferiva un'importanza strategica tutt'altro che trascurabile nella montante rivalità tra Francia e Prussia. A fianco dall'una o dell'altra, essa avrebbe consentito un pericoloso secondo fronte: se con la Francia, avrebbe minacciato la Prussia indirettamente, attraverso l'Austria; se con la Prussia, avrebbe premuto sulle Alpi occidentali 3• Senza considerare, infine, il potenziale peso strategico che l'Italia avrebbe potuto esercita.re nel Mediterraneo centrale una volta irrobustitasi come Stato.
'CARLO M. SANTORo, La politica estera di una media Potenza, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 73-74. ' Si tenga presente che, in particolare da parte repubblicana, s.i «propalavano le accuse di una "voluta sconfitta", di una guerra "non troppo vigorosa" per compiacere Napoleone Ill, di una "guerra addomesticata"» (s.i.a., Per Guglielmo Oberdan e Alberto Ma.rio, ed. Italia, Firenze 1909). ' RINALDO PETRJGNANI, Neutra.li1à e alleanza. Le scelte di politica estera dopo l 'Unità, Il Mu· lino, Bologna 1987, p. I 01.
LE PRIME GUERRE COLONIALI
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Ma nel 1867, dopo la miracolosa realizzazione dell'Unità, bisognava che davanti all'Europa l'Italia si mostrasse in grado di 1isolvere due problemi. Il primo era basilare per l'impo1tanza che .il fattore economico rivestiva agli occhi del tiionfante capitalismo. La questione finanziaria, problema non solo tecnico ma inevitabilmente anche politico, era «il problema nazionale per eccellenza, quello dalla cui risoluzione dipendeva l'essere stesso della Nazione. Tutto si riconduceva e si riduceva li: salvare il bilancio statale, riuscire infine al pareggio, dar la prova coi fatti, ad un mondo che al pareggio del bilancio pubblico teneva ancora come ad un assioma incrollabile( . . .), che l'Italia( .. .) era capace di vivere la vita di ogni giorno, disadorna forse, dura e faticosa certo( . .. ) ma che in verità era assai più difficile da combattere o non meno meritoria da vincere delle stesse battaglie militari» 1• La situazione finanz.iaria italiana, alla quale il capitale straniero era grandemente interessato 2, veniva seguita con attenzione nelle capitali europee, e per anni tutti gli osservatori europei saranno concordi: il de_ficit del bilancio metteva in pericolo la stabilità dell'Italia. Quintino Sella fu l'uomo che si assunse l'aspro, tremendo onere di una battaglia tenibile. Sostenne impavido impopolarità ed ostilità, ma trascinò seco la Destra ed alla fine, nel 1876, il suo successore, Marco Minghetti, poté annunciare il pareggio del bilancio. Inevitabilmente, le prime spese ad essere decurtate furono quelle militari, per l'appunto il secondo settore sul quale si appuntava l'attenzione dell'Europa, quale perno della politica estera. La tabella seguente riporta l'andamento delle spese effettive sostenute dal 1868 al 1876 per l'Esercito e per la Marina 3 :
1868 1869 1870 1871 1872 1873 1874 1875 1876
1
MARINA
ESERCffO
ANNI spese ordinarie
spese straordinarie
spese ordinarie
spese straordinarie
150.066.000 137.910.000 177.190.000 142.917.000 151.978.000 156.!09.000 165.723.000 165.630.000 164.622.000
17.271.000 JJ.620.000 5.796.000 8.159.000 14.083.000 20.567.000 17.503.000 14.356 000 21504.000
26.597.000 24.802.000 27.451.000 22.967.000 27.764.000 31.461.000 32.814.000 33.057.000 36.671.000
8.264.000 10.387.000 4.632.000 3.868.000 3.031.000 1.128.000 1.052.000 5.181.000 1.328 000
FEDERICO CHAROD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza, Bari 1990,
p. 494. ' Alla fine del 1870 i titoli collocati all' estero raggiungevano il valore di due mil iardi sui poco più di otto miliardi del complessivo debito pubblico italiano. n capitale estero investito in Italia alla stessa data superava di poco il mil iardo (EPICARMO CORBINO, Annali dell'economia italiaita, Città di Castello, I voi., 1931, pp. 165 e sgg.) . ' Lu1rn DE ROSA, Incidenza delle spese militari sullo sviluppo economico, in L'Esercito italiano dall'Unità alla grnnde guerra, USSME, Roma 1880. pp. 508-509. Le cifre sono arrotondate.
lL MOMENTO STORICO
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Il generale Efisio Cugia, subentrato il 22 agosto 1866 al generale di Pettinengo quale ministro della Guena, comun.icò al re che «la suprema necessità in cui trovasi il Governo d'introdurre nell'Amministrazione generale dello Stato le più strette economie, richiede che ogni ramo della stessa vi concorra coi maggiori possibili risparmi» 1, e, su esplicito voto del Parlamento, nominò una commissione per lo studio di un nuovo ordinamento dall'esercito, che tenesse conto delle esperienze della recente campagna, specialmente nel settore della mobilitazione 2 • Il progetto - era la prima volta che l'ordinamento dell' esercito veniva presentato al la Camera in fornm di legge - fu illustrato dal generale Thaon di Revel, succeduto a Cugia il IO aprile 1867. Premessa l'abolizione della surrogazione orqinaria, il progetto prevedeva l'articolazione dell'esercito in due aliquote. L'armata attiva (430.000 uomiru), era costituita dagli elementi permanenti (25.000 uomiru), dalle otto classi più giovani della 1° categoria e da tutte le tredici classi di cavalleria e del treno (300.000 uontiru), nonché dalle tre classi meno anziane della 2° categoria (105.000 uomini). La milizia presidiaria (140.000 uomini) doveva essere formata dalle tre classi più anziane della 1° catego1ia e dalle due più anziane della 2• categoria. Per la fanteria e l'artiglieria, la l • categoria era soggetta ad un servizio alle armi di cinque anru e la 2• categoria ad un addestramento di base di tre mesi. Di estremo interesse erano due altri provvedimenti. Anzitutto l'inquadramento della milizia presidiaria, assicurato da ufficiali di carriera trasferiti nella riserva al raggiungimento di determinati limiti di età (assoluta novità) e da ufficialì subalterni fomiti, previo esame, da graduati di truppa al quinto anno di servizio. La seconda misura concerneva la mobilitazione, affidata a trenta distretti territoriali 3. Il disegno di legge non giunse in porto per intoppi prufamentari e la discussione sul bilancio assorbì ogni priorità. Da un lato si rese necessario sopprimere i Gran Comandi di dipaitimento, affidandone le attribuzioni ai Comandi delle divisioru milìt.ari territoriali, ed effettuare riduzioni di vru-ìo tipo; ma dall'altro il ministro ottenne l'istituzione della Scuola di Guerra per la formazione degli uf-
'Citato in R. MAGNANI, Appunti sulla costituzione organica del R. Eserciio e della R. Marini, dal 1861 al 1911, ed. Italiana, Roma 1911, p. 67. ' I lavori della Commissione si svolsero dall ' 8 gennaio al 27 ma,.w 1867. Ad essi partecipò anche il generale Cesare Ricotti Magnani, che propose e sostenne un progello di ordinamento assai vicino a quello prnssiano (AUSSME, Fondo Studi tecnici, rep. G 25, racc. 2). La commissione concluse che «se era necessario lo avere un esercito permanente solidamente costituito per disciplina, per fom1azione tattica, per is1ruzione e per anuamento, e che potesse facilmente e prontamente trasformarsi dal piede di pace a quello di guerra, e notevolmente ingrossarsi in questa medesima trasformazione, era non meno indispensabile avere un sistema di riserve perfeuamente organizzato, che non solo consentisse all'esercito attivo di entrare integralmente in campo, ma gli potesse servire di valido sostegno e man mano fornire i necessari rinforzi per mantenersi costantemente a numero» (AP Senato, relazione Ricotti nella seduta del 6 dicembre I 870). ' F EDERICO TORRE, Dei vari disegni sul riordinamento de/l'esercito con alcuni studi s11Ll'ultimo adottato, Roma 1873.
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
ficiali di Stato Maggiore, nonché la trasformazione del fucile mod. 1860 e delle carabine dei bersaglieri in armi a retrocarica con l'otturatore sistema Carcano 1• La nuova avventura garibaldina, conclusasi a Mentana, suscitò qualche preoccupazione di carattere internazionale ed indusse il generale Ettore Bertolé Viale, subentrato a di Revel, a ricostituire i Comandi di divisioni attive, libere eia impegni cli natura territoriale, alle dirette dipendenze di tre corpi di esercito «per la disciplina, l'istruzione e la dislocazione delle forze il più possibile concentrate» 2, da mobilitare all'emergenza, con un aumento di spesa per l'esercito solo in parte compensato da un'ulteriore diminuzione cli spesa per la Marina :1. Le difficoltà nelle quali si dibatteva il governo erano obiettivamente fortissime. I ministeri si succedevano a getto continuo 4 • A Bettino Ricasoli era subentrato Urbano Rattazzi (10 aprile 1867); a questi, caduto in ottobre per l'ambiguo comportamento tenuto nei confronti del tentativo garibaldino, il generale Luigi Menabrea con Bertolé Viale ancora alla Guerra. Il 10 aprile 1869 Bertolé Viale ripresentò alla Camera un progetto di legge basato sul precedente. Propose un esercito attivo (425.000 uomini) composto dai permanenti, da nove classi di 1• categoria e da sei di 2• categoria, ed un esercito di riserva (198.000 uomini), formato da una nuova 3" categoria levata da sei classi (24.000 uomini per ciascuna) con quaranta giorni di istruzione e dalle tre classi più anziane di 1• categoria. Il progetto manteneva i lin1iti di età ed il conseguente passaggio nella riserva per gli ufficiali di carriera che li avessero raggiunti, e prevedeva l'istituzione del volontaiiato di nn anno per gli studenti universitari. Anche questo progetto non approdò all'esame del Parlamento per la caduta ciel gabinetto Menabrea nel dicembre 1869. Giovanni Lanza venne incaricato di formare il nuovo governo. Conservò Emilio Visconti Venosta agli Esteri, chiamò Quintino Sella alle Finanze ed il generale Giuseppe Govone alla Guerra. Quale fosse la valutazione della situazione italiana appare dal colloquio preliminare che Lanza ebbe con Vittorio Emanuele Il: «[Lanza] Dice aver esposto al Re la gravità della situazione finanziaria e la necessi tà di ristorare le finanze con una buona anuninistrazione. li Re gli chiede se vi sia pericolo di fallimento del lo Stato e Lanza risponde di sì, gli espone il disavanzo di 180 milioni dell'anno venturo e dei successivi, le operazioni rovinose che, nelle condizioni del nostro credito depresso, dové fare il precedente Ministro di finanze e l'impossibilità di migliorare la si tuazione, senza rigide economie che $01levino il bilancio e influiscano sull'opinione pubblica, disponendo il paese ai sacrifici necessari.
' FIORENZO BAVA BECCARJS, Esercito italiano, Accademia dei Lincei, Roma 1911, pp. 55-57; cfr. P IERO PIERI, Le forze armale nell'età della Destra, Giuffré, Milano 1~62. 'R.D. 24 giugno 1869. Il I corpo (tre divisio1ù) aveva sede a Pisa, il 11 (tre divisioni) a Verona), il ID (due divisioni) a Napoli. ' I Comandi delle divisioni attive, istituiti con R.D. 5 novembre 1867, verranno soppressi nel settembre 1870. 'Dal 1861 al 1870 s i succedettero quindici ministeri.
IL MOMENTO STORICO
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Il Re dice che gli fu sempre lasciata ignorare la gravità delle esse, che prima di un fallimento avrebbe abdicato, conchiudendo col raccomandargli di formare una amministrazione che salvasse il paese» '·
Sino al 1870, dunque, la politica interna era stata dominata dall' incubo dello sfacelo finanziario, le forze armate si erano contratte in attesa di tempi migliori e soprattutto di un piano organico, approvato dal Parlamento, di riordinamento, e la politica estera, consapevole delle due palle al piede e tenuto conto dell'apparente quiete europea, si era linùtata a vegetare nell'orbita dell'impero napoleonico come alleata potenziale. Non per niente nel dicembre 1869 Lanza disse a Cialdini: «Guardi, generale, di non mettere al paese il dilemma: o riduzione dell'esei;cito, o riduzione della rendita, perché rifiutando le riduzioni, l'esercito che era meritatamente amato dal paese, sarebbe divenuto odioso ed il paese avrebbe detto, prima del fallimento, si distrugga piuttosto l'esercito» 2 • Govone, le cui condizioni di salute non erano le migliori, subì a tal punto la pressione psicologica della disastrosa situazione finanziaria da lasciar cadere l'impostazione Cugia-Revel-Bertolé Viale circa il progetto di riordinamento 3 e da avanzare idee talmente riduttive da provocare una generale disapprovazione. L'esercito sarebbe diventato una scatola vuota: ferma di cinque anni, forza bilanciata di circa 129.000 uomini, invio in congedo illimitato del contingente più anziano alle anni non appena istruito a stento quello di leva, limitazione della «mobilizzabilità» a solo dodici divisioni lasciando le altre otto al compito cli riserva, forte riduzione dei quadri•. Quasi improvvisamente sul Reno si fom1ò un'inattesa tempesta, che la cecità, per non dire peggio, del governo francese anziché dissolvere fece diventare incontrollabile 5 . Il 19 luglio la Francia dichiarò guerra alla Prussia nel tiipudio esaltante cli una scontata passeggiata sino a Berlino. Tutti - governo, esercito, mondo politico, stampa, opinione pubblica - incitarono all'inunediata offensiva. Nessuno mostrò preoccupazione per l'allarmante confusione in cui si
' UBERTO GOVONE, Il generale Giuseppe Govone, Casanova, Torino 191 l , p. 323. ' Le carte di Giovanni Lanza, vr, Torino 1938, p. 376. ' ln una lettera al generale De Sonnaz, scritta poco prima di accettare la designazione a ministro della Guerra, Govone scrisse sconsolatamente: «L'esercito quale è oggidì sotto le bandiere ha forza che supera appena i bisogni del ser vizio giomaljero di presidio, onde non resta margine sufficiente ad una buona, solida, estesa istruzione militare( .. .) la povertà delle finanze toglie ogni speranza ed oppone un ostacolo insormontabile alla soddisfazione di tanti bisogni, onde saremo condannati all' impotenza finché la finanza non sia ristorata e, deboli oggi, saremo più deboli domani» (U. GOVONE, Il generale Giuseppe Govone cit., pp. 335-336). 'Ibidem, pp. 348-352. ' Nel giugno 1870 il maresciallo Le Boeuf accettò una riduzione di tJedici milioni sul bilancio militare. Invitato a spiegare il fatto dalla commissione d'inchiesta nel 1871, dirà: «le ne supponais pas qu.e la guerre pC,t éclmer pendant que j'éwis ministre»! (J. MONTE:ll.l-lET, Les institutions militaires de la France (1814-1924), Alcan, Paris 1926, p . 54).
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
compiva il passaggio dal piede di pace a quello di guerra. Tutti esultarono per il primo insignificante fatto d' a1me di Saarbrucken (2 agosto). Nessuno si attendeva i rovesci di Weissenburg (4 agosto) e di Froeschwiller e di Spicheren (6 agosto). In Italia lo scoppio della guerra franco-prussiana non ebbe gran risonanza: i moderati l'accolsero come elemento cli disturbo e con il chiaro desiderio che l'Italia non venisse .imnuschiata nel conflitto; il grosso pubblico poco si interessò ad una vicenda considerata lontana od estranea; la Sinistra, in genere, entrò invece in fermento pensando a Roma. Il pronostico sull'esito del conflitto era pressoché totalmente a favore della Francia. Per una diecina di giorni il governo rimase indeciso sull'atteggiamento da prendere. A parte il debito di riconoscenza, vivo non soltanto nel re ed in molti esponenti militari e civili, esisteva una contrapposizione pronunciata fra coloro che premevano per accorrere in aiuto della Francia (Cialdini e Menabrea in primo luogo) e coloro che preferivano la neutralità (Govone, Sella e Minghetti fra gli altri). La Sinistra si dichiarò decisamente per il non intervento, anche se al!' abdicazione dell'imperatore si mostrerà meno ostile alla repubblica. Bismarck, da un lato soffiava sul fuoco repubblicano attraverso i suoi agenti, istigando i mazziniani ad insorgere qualora il re l'avesse spuntata nell' aiuto alla Francia 1; dall'éùtro cercava di trarre l'Italia dalla propria pmte, persuadendola della inevitabile rivalità con la Francia e convincendola a riprendersi almeno Nizza: «Pourquoi n 'enverriez-vous pas un co,ps d'observation vers Nice ?» chiese al ministro d'Italia a Berlino, Edoardo de Launay 2 • E più tardi, in un lungo colloquio, Bismarck «laissa entendre qu 'il n 'eCit dépendu que de nous, de profiter de cette guerre pour revendiquer la Savoie et le Comté de Nice. Il eut sujji d'une simple manifestation appuyée par 4/m hommes de troupes» 3 • Petfino Moltke ebbe a dire al generale Petitti di Roreto: «Je n'aiJamais compris pourquoi vous n 'ayez pas alors repris Nice; vous n 'aviez qu'à vouloir et maintenant ce seraitfait» 4. Ma, se la Sinistra e l'Estrema Destra non si sarebbero fatti molti scrupoli, Visconti Venosta si era sempre ritratto seccmnente da una simile proposta:«( ... ) on nous afait maintesfois (. .. ) des insinuations au suJet de Nice - disse Isacco Artom al ministro di Francia, Rothan - , nous /es avons toujours repussées avec indignation» 5•
1 ln quel periodo Mazzini, che già dal 1.867 si era avvicinato a Bismarck offrendogli l'alleanza del pru.tito d' azione, credette a portala di. mano il suo sogno: liberazione dell'Italia dalla tutela francese. liberazione di Roma dal potere del Papa, rivoluzione in Italia e proclamazione dell a repubblica (G. M AZi.'.INl, Epistolario, VI, Scr.Ed.ln. X e, p. 320). ' De Launay a Visconti Venosta in data 27.7.1870, in D.D.I., l" serie, voi. XUI, doc. 3 11, pp.
~D.
'
; De Launay a Visconti Venosta in data 24.3.1871, D.D.I., 2' serie, li, doe. 295, pp. 308-313. ' Petitti di Roreto al nùnistero della Guerra in data 20.10.1872, in F. CHABOD, Storia della politica estera italiana cit., p. 50, nota 2. 'GUSTAVE ROTMAN, L'Allemagne et l'Jwlie /820-71, Paris 1885, pp. 169 e 277.
IL MOMENTO STORJCO
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Vittorio Emanuele II, seguendo la sua vecchia abitudine di condmTe una sua politica estera personalissima, per la verità assai più velleitaria e confusa che concreta, già dal 1868 aveva accarezzato l'idea di un qualche accordo con Napoleone che gli procmasse Roma. Da parte imperiale si reputava utile un'alleanza con l'Ita)ja e con l'Austria contro una Prussia sempre più minacciosa, ma in sostanza i contatti, riservatissimi, attraverso personaggi di fiducia fra Vittorio Emanuele e Napoleone rimasero inconcludenti sino al giugno 1869, quando l'imperatore sottopose al re un progetto di trattato d'alleanza franco-italo-austriaco offensiva e difensiva 1• Le obiezioni avanzate da Lanza furono due. Anzitutto che per Roma si chiedesse non il puro e semplice ritiro del I.e truppe francesi ritornatevi ali' epoca di Mentana, bensì che la Francia si disimpegnasse dalle sorti di Roma. In s~condo luogo, che l'obiettivo dell'alleanza non fosse tale da modificare le conseguenze della guerra del 1866 o da contrastare l'unità germanica 2• In definitiva, il vero ostacolo posto dal governo italiano era non già il ripristino delle clausole della Convenzione di settembre, ma la richiesta di lasciare mano libera all'Italia per la questione romana, nonché il rifiuto di farsi trascinare alla cieca in una situazione di ostilità con la Prussia. Nigra fece sapere che dopo il cambiamento ministeriale in Francia tali riserve non potevano essere accettate dall' imperatore e la cosa finì ll }. Il 16 luglio 1870, il giorno prima della dichiarazione di guerra della Francia, Napoleone fece sapere che approvava l'idea di una mediazione italiana ed austiiaca sulla base del mante1ùrnento dello status quo in Germania e dell'esclusione di membri delle case regnanti in Francia (Borboni e Orléans) ed in Germania (Hohenzollern) dal trono spagnolo 4, ma il governo italiano si rivolse subito a Vienna per rappresentare l'inefficacia cli una mediazione senza la partecipazione inglese 5• Senza entrare nell'intrecc.iarsi convulso dei contatti tra Parigi, Vienna e Firenze, basti ricordare che l'Inghilterra non volle esser coinvolta nella questione; che la Russia mise in guardia l'Austria dal lasciarsi attirare in una guerra contro la Prussia; che l'Austria finì per proporre una pericolosa mediazione armata a due (Austria e Italia); che la Francia non intese smuoversi dal semplice ripristino della Convenzione di settembre.
'Conte Vimercati a Menabrca in data 9.6. 1869, D.D.l., 1• serie, Xl, <loc. 379 p. 377; deliberazione del consiglio dei ministri in data 3.7.1869, D.O.J., 1• serie, XI, doc. 447, pp. 437-440; Menabrea a Vittorio Emanuele Il in data 23.7.1870, O.O.I. , I" serie, XIII, doc. 253, pp. 164- 166. Il progetto conteneva una clausola che consentiva all ' Italia di creare uno stabilimento conu11erciale sulle coste tunisine. ' R UGGERO BoNGH l,Politica estera ( 1866-1893), Istituto Storico Italiano, Staderini, Roma 1958, pp. 340-341. Nigra a Vittorio Emanuele 11 in data 16.7.1870, D.D.l.. 1• serie, XIII, doc. 178, pp. 104-1 07. ' Menabrea a Vittorio Emanuele II in data 11.7.1869, D.D.!., l" serie, Xl, doc. 466, p. 448. 'Nigra a Visconti Venosta in data J6.7.1870, D.D.!., l" serie, Xlll, doc. 175, p. 100. ' Visconti Venosta ad A.rtom in data 18.7.1870, D.D.l., l" serie, XI1I, doc. 186, p. 113.
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Vittorio Emanuele era veramente desideroso di affiancarsi a Napoleone. «Se non che nel Parlamento, nella stampa, nel paese ed in seno al Governo medesimo v'erano due potentissime correnti avverse a quell'idea, una fredda fredda, che andava dritta per l'alveo nuovo delle spese mjnime, e l'altra calda, bollente, che portava più dritta ancora, per la china del patriottismo, a Roma» '. 11 30 luglio, in un drammatico consiglio dei ministri, le insistenze del re parvero prevalere. Anche Lanza e Visconti Venosta si allinem·ono. Contrari furono Govone e Sella, il quale, vistosi in minoranza, si dimise all'istante. La decisione di intervenire, quanto meno sotto forma di mediazione armata, praticamente già decisa, 1imase allora in sospeso 2 • Pochi giorni dopo, mentre l'esercito francese si ritirava in disordine in Lorena ed attraversava i Vosgi, il ripensamento fu immediato e concorde 3, anche se fra gli uomini della Destra il ramma1ico nell'assistere al crollo della Francia era diffuso e sincero. Comunque, il timore di trovarsi militarmente impotenti davanti ad avvenimenti che potevano d'improvviso coinvolgere l'Italia si era invero presentato al governo. Il 18 luglio era stato ordinato il richiamo alle armi delle classi 1844 e 1845, quest' ultima congedata anticipatamente in gennaio, ed il 31 vennero chiamati 2.136 uomini di 1• categoria della classe 1848 rimasti a disposizione del ministero. Ma il 3-4 agosto, durante la discussione sul bilancio al Senato, Antonio Scialoja non esitò a criticare le eccessive economie decise sulle assegnazioni di fondi ai dicasteri militari. Il generale Cialdini, poi, attaccò con violenza Govone, accusandolo addirittura di aver «giornalmente offeso ed umiliato l'esercito» ed invitandolo a rendersi conto «che non può rimanere al posto che occupa, che non può sostenere più oltre il Ministero della Guerra nell'esercizio del quale non è sorretto dalla tradizione, né dall'affetto, né dalla fiducia dell'esercito»! •. Così il 20 agosto la Camera approvò un disegno di legge con cui veniva aperto un credito straordinario di 40 milioni ai ministeri della Guena e della Marina secondo una convenzione stipulata con la Banca Nazionale, ed il 24 il Senato approvò a sua volta. S.i noti bene che J' ipotesi di entrare in guerra a fianco della Francia, inviando un corpo di spedizione di 100.000 uomini sulla Saòne venne presa in seria considerazione nonostante la fiera opposizione del generale Govone, il quale ben sapeva come le riduzioni dei bilanci militari (il contingente annuo di leva era stato abbassato da 40 a 30.000 uomini) rendesse problematica la mobilitazione di
llalia (1870-1895), Rou x f rassati, Torino 1896, p. 11. F. C HABOD, S1oria della politica estera iralia11a cit., pp. 654-655.
'CARLO CORSI, 0
' «Nous /'avo11s échappée belle!» confessò candidamente Vit1orio Emanuele (Francesco Cognasso, Vittorio Emanuele Il, Torino 1942, p. 367). • AMEDEO MOSCATI, I ministri del Regno d'Italia, lll, Salerno 1960, p. 234. ll generale Govone si dimetterà il 6 senembre, colpito dalla gravissima malattia mentale che lo condurrà alla morte meno di due anni dopo.
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un così cospicuo corpo di truppe. È, ad ogni modo, da ritenere che anche i più convinti asse1tori dell'intervento si siano azzittiti nel toccar con mano le difficoltà incontrate per mettere insieme 53.000 uomini e 7 .500 quadrupedi per l' impresa di Roma, decisa il 5 settembre eia Vittorio Emanuele e Lanza alla notizia della catastrofe francese di Sedan. In questa circostanza, mentre Visconti Venosta si mostrava riluttante per timore di suscitm·e pericolose reazioni internazionali, Sella sostenne a spada tratta tutta la convenfonza di liquidare subito la questione romana mediante un accordo con il Papa oppure con le anni. La guerra franco-prnssiana e l'entrata italiana in Roma ebbero serie conseguenze in Emopa. Non quali Visconti Venosta temeva, ma ugualmente importanti. La Francia repubblicana e clericale accusò il governo di Firenze di ingratitudine, ttnzi di «u·adimento», per averla lasciata sola e di cinico opportunismo per essersi impadronita dello Stato pontificio approfittando delle sventure francesi. La Prussia accusò l'Italia di scorrettezza, anzi di <<tradimento», per non essere stata al suo fianco come nel 1866, e di ci1ùco opportunismo per essere entrata in Roma approfittando dell'impegno tedesco in Francia 1• ln compenso l' Austria, pur con qualche freclclezza , conservò il rapporto di cordialità e di quasi amicizia instauratosi nel 1870. Dal punto cli vista di Visconti Venosta, cui spetta il gran merito di aver preparato l'opinione pubblica europea all'entrata in Roma ed RI successivo riconoscimento dati' annessione, la neutralità assunta nello scontro fra Gennania e Francia e l'eliminazione del potere temporale ciel Papa costituivano congiuntamente la manifestazione concreta della conseguita libertà d'azione italiana in campo internazionale: l'Italia si era liberata dalla tutela imperiale ed aveva resistito alle pressioni cli Berlino 2• In realtà Visconti Venosta - che guiderà benissimo la politica estera italiana sino alla caduta della Destra - teneva sinceramente aU'mnicizia della Francia e si doleva per l'evidente malanimo transalpino \ così come cerco di spiegare a Bismarck la difficoltà della posizione italiana duraQte il conflitto 4• Egli intendeva mantenere rapporti amichevoli con entrambe le Potenze senza legarsi con trattati d ' alleanza, che potevano trascinare verso nuove avventure. Raggiunta l'Unità, ed il suo pieno riconoscimento europeo, e completata la cosuuzione nazionale con Roma capitale, bisognava pensare a consolidare lo Stato e questo si po-
'Visconti Venosta a Nigra in data 27.2.1871, O.O.I., 2" serie, 11, doc. 208, pp. 221-224 queslione romana - affennò Visconti Vcnosta - è stata il vincolo che ba diminuito la nostra libertà d'azione, ed ha reso dipendente, per lungo tempo, la nostra politica dalla politica francese. Ora questo vi.ncolo è rollo, è nell'interesse di tutti cb'esso non abbia a riannodarsi. La questione romana sci olla, la neutralità conservata durante questa guerra. banno reso indipendenle la situazione politica dell'Italia» (Visconli Venosta a de Launay in data 7.3.1871, O.O.I., 2" serie, 11, doc. 230, pp. 246- 250). :, Visconti Venosta a Nigra in data 27.2.1871 cit., D.D.I., 2" serie, 11, doc. 208, pp. 221-224. ' Visconti Venosi.a a De Launay in data 7.3. 187 cit., D.D.I., 2• serie, II, doc. 230, pp. 246-250. ' «(. .. )La
LE PIUME GUERRE COLONIALI
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teva realizzare soltanto contribuendo all'equilibrio europeo con una politica di tranquillità:: «l'Italia, in una parola, non ha bisogno che cli una cosa so.la, della sicurezza e della pace» fu la direttiva cli Visconti Venosta '. Quindi «indipendenti sempre, isolati mai» 2 • E tale principio era pienamente sposato dalla Destra, che lo seguì sino alla sua caduta nel 1876: «lo ritengo - affermò Lanza nel l 873 - che per ora l'Italia debba malltenersi libera nei suoi 01ovimenti e non lanciarsi attrarre troppo né di qua né di là. Riservarsi insomma la scelta delle sue alleanze secondo gli avvenimenti. Intanto mostrarsi benevola sì, ma indipendente verso tutti e da tutti; e impiegare attivamente il suo tempo a ordinare le sue finanze, il suo esercito e la difesa dello Stato senza precipitaiione ma senza ritardo» ' ·
Il principio dall'indipendenza diplomatica non cont.r~stava con la convenienza di un'oscillazione tra Francia e Germania in rapporto ai sentimenti manifestati dall'una o dall'altra. Importante era non vincolarsi. Così l'atteggiamento francese spiccatamente ostile nel 1871 portò alla ricerca di un riavvicinamento alla Germania, concretatosi nell'autunno cli quell'anno. Il nuovo inasprimento delle relazioni con la Francia nel 1873, quando il maresciallo MacMahon fu eletto presidente della repubblica ed il clericalismo riprese tanta forza da far prospettare possibile il ritorno della monarchia ed il ripristino del potere temporale del pontefice, fece temere il peggio:
«n maggior pericolo per noi - scrisse Nigra - sarebbe la combinazione costituita dalla fusione fra i due partiti orleanista e legittimista(.. . ). Se ciò accadesse, un conflitto fra la Francia e l'Italia finirebbe per imporsi come una necessità( ... ). Bisognedi quindi che il Governo del Re stia in guardia e pensi !in d' ora a provvedersi d'allean:ze e d'armi( ... )» '. Ne derivò un riaccostamento con Vienna e Berlino, propiziato da una visita del re ai due imperatori, su forte insistenza di Minghetti, succeduto nel luglio 1873 a Lanza quale presidente del consiglio. A Vienna le accoglienze furono calorose ed i propositi distensivi. Andnissy, il :ministro degli Esteri, accettò esplicita mente e serenamente «l'Italia tal quale era fatta con Roma capitale in modo irrevocabile>> 5, però altrettanto apertamente sconsigliò la ricerca di un'alleanza con la Gem1ania, che avrebbe potuto turbare l'equilibrio del concerto europeo. A Berlino le accoglienze furono altrettanto fervide, ma i propositi antifrancesi
' Visconti Venosta a Nigra in data 27 .2. I 871 cit. Cfr. CliABOo, Storia della politica estera italiana cit., p. 53 1.
' La formula «Indipendenti sempre, ma isolati mai» fu annunciata da Visconti Venosta nel primo discorso tenuto alla Camera il 26.3.1863, in qualità di ministro degli Esteri, traendo spunto dall'in vito rivolto da Inghilt.erra e Francia all'Italia per un comune int.eressamento alla causa della Polonia. ' Lanza a La Marmora in daia 4.4.1873, O.O.I., 2' serie, IV, doc. 443, p. 444. 1 • Nigra a Visconti Vcnosta in data 4.6.1873, D.D.T., 2" serie, IV, doc. 547, pp. 554-558. ' Appunto di Minghetti in data 19.9.1873, D.D.I., 2' serie, V, doc. 95, p. 95.
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formulati in modo netto. Guglielmo I lasciò cadere un «l nostri interessi nei confronti della Francia sono comuni e noi dobbiamo difenderci concordemente in ogni evento»'. Bismarck si mostrò convinto del desiderio di rivincita della Francia ed amrno1ù che «non bisogna aspettare di essere assaliti; bisogna quando la guerra sia inevitabile assai.ire per primi, portar l'attacco del territorio nemico» 2• Anche Moltke rilevò l'intento di rivincita francese e dichiarò: «Or bene, il più presto è il meglio. E quando vi sarà la guerra noi dobbiamo marciare entrambi sulla Francia decisamente e fare guerra offensiva con un punto prossimo di riunione» 3 • Minghetti e Visconti Yenosta non si sbilanciarono, pur manifestando soddisfazione per i propositi tedeschi, e Visconti Venosta informò Nigra che a Berlino «Non abbiamo offe1io e non ci fu proposto alcun impegno formale e scritto. Abbiamo acquistato il pieno convincimento che, nel caso che la Francia attaccasse l'halia, noi potremmo contare sull'appoggio morale e anche materiale della Germania.» ·'.
Caduto in Francia il ministero Broglie (maggio 1874), l'orizzonte tornò tranquillo finché nella primavera del 1875 l'improvvisa crisi franco-tedesca della cosiddetta <<guerra in vista» - provocata dalle rinnovate preoccupazioni di Bismarck per l'impensabile rapida ripresa politica ed economica francese - non rimise tutto in discussione. Il governo di Parigi si allarmò per qualche velata minaccia formulata dal sottosegretario von Radowitz all'ambasciatore Gontaut-Biron e si appelJò direttamente alle Grandi Potenze con la circolare Decazes del 29 aprile. Russia ed Inghilterra si espressero amichevolmente, l'Austria si defilò e l'Italia seguì l'invito inglese di adoperarsi per il mantenimento dalla pace. «Desidero arde111eme11te la pace( ... )- scrisse Vìsconti Venosta al conte di Robi lant, ministro italiano a Vienna - la pace è un assoluto interesse del nostro paese ( ...). È un assoluto interesse che essa sia per Io meno aggiornata il più a lungo possibile, quando in una crisi europea l' Italia possa agire come una Grande Potenza e non apparire dominata da quella specie di fatalità che è la legge del più debole» 1•
Bismarck non perdonò né a Gorcakov né a Visconti Venosta. Veramente, molto più grave era stato il passo della Russia, da decenni alleata della Prussia, che addirittura aveva promesso appoggio concreto alla Francia; ma, essendo evidentemente l'Italia reputata sotto influenza tedesca, il suo comportamento urtò in quanto considerato sleale 6. Del resto, poco prima Bi-
' Appunto di Mingheni in data 26 o 27.9.1873, O.O.I., 2" serie, V, doc. 101, p. 105. ' Appunto di Minghetti in data 26 (?).9.1873, O.O.I., 2• serie, V, doc. 100, p. 104. ' Appunto di Minghetti in data 24 o 25.9.1873. D.D.l., 2" serie, V, doc. 99, p. 100. 1 • Visconti Venosta a Nigra in data 2.10.1873, O.O.I., 2' serie, V; doc. 105, p. HO. ' Visconti Venosta a di Rohilant in data 1.7. 1875, O.O.I.. 2' serie, VI, <loc. 260, pp. 304-307. 6 R. PETRIGNANI, Neutralìtà e alleanza cii., pp. 68-70.
LE PRIME GUERRE COLONIALI
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smarck si era sfogato con il principe von Hohenlohe dicendogli: «L'Italia non ha importanza. Questo paese non ha peso perché ha l'esercito cattivo e fa una politica ganz unverliissig (assolutamente indegna di fiducia)»! 1• Da quel momento Bismarck si orientò ad un riavvicinamento alla Francia. Il risultato fu che la validità della formula dell'indipendenza diplomatica venne riconosciuta tale solo in via eccezionale. L'Italia era una Potenza «debole)). Non aveva - né l'avrebbe accettato - un rango cli secondo piano e quindi non poteva tirarsi indietro; non aveva la forza economica e militare di una Grande Potenza e quindi non poteva fare a meno di una «scelta» di alleanze. Peggio ancora, le oscillazioni della sua politica estera, provocate dall'atteggiamento altrui, avevano contribuito ad erodere la sua credibilità 2•
2. LE RIFORME MILITAR I DI Rrcorrr La guerra del 1870-71 fece superare di colpo le contrapposizioni fra il tipo francese dell'esercito di qualità, o cli casenna, e quello prussiano dell'esercito di quantità, o di riservisti. Nessuno dei due era attuato in termini rigidi, ma piuttosto si ispiravano al modello teorico con più di un compromesso dettato dalle circostanze. TI primo godeva di maggiore considerazione fra i milìtari, perché basato su un' alta percentuale di volontari e di coscritti a lunga femrn, con un organico cli pace assai prossimo a quello di guerra e perciò in grado di assorbire in tempi brevi il periodo critico della mobilitazione. Il secondo si avvicinava assai più al concetto, per la verità molto elastico, di «nazione armata» 3 e consentiva la mobilitazione di tutto le «forze vive» della nazione, superando con il vantaggio del numero, accresciuto dal presunto entusiasmo popolare, la migliore preparazione militare del modulo opposto. Le vicende della guerra mostrarono due Grandi Potenze che si affrontavano da sole con tutte le loro forze, anche se diversamente addestrate (se la Germania aveva mobilitato 1.500.000 uomini, la Francia ne aveva mobilitati 2.000.000 per quanto in tempi successivi); la marcia del vincitore era diventata un'invasione diretta senza esitazione al cuore della nazione avversaria per metterla a terra; la forza rivoluzionruia, ritenuta pressoché invincibile, del popolo in armi (la Commune) era stata schiacciata dalle truppe regolari agli ordini del le-
' Cit. in LUIGI SALVATORELLI, La Triplice Alleanza, ISPI, Milano 1939, p. 43. R. PET RIGNANI, Neutralità e alleanza cit., p. 102. 3 « Vì sono delle parole che devono la loro fortuna al carattere di oltranza o dì strano che possiedono e riescono tanto meglio quanto più appaiono difficili a realizzarci. Cosl è avvenuto per lanazione armata( .. . ). .lnsonuna, lo stesso nome di nazione armata sì adopera per esprimere una quantità di differenti ideali, dappoiché la sua esatta portata è finora vaga e l'interpretazione libera» (FE· 1.1 m DE Cf.tA.URAND, Le odierne tendenz.e nell'organizzazione degli ese~iti,Ro01a 1888, pp. 257-258). 2
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gale governo borghese. E mostrarono anche che queste stesse truppe, ricche di patriottismo e di coraggio, ma raccogliticce, della repubblica - formalmente regolari, però con cinque sesti di cittadini chiamati alle anni con un mese o poco più di istruzione militare - non avevano retto di fronte a soldati ben addestrati e comandali: a Culmiers (9 novembre 1870) 20.000 francesi non erano 1iusciti ad eliminare 25.000 tedeschi; a Champagny (2 dicembre) 60.000 tedeschi avevano battuto 140.000 francesi; il 15-17 ge1maio 1871 sulla Lissime 45.000 tedeschi avevano avuto la meglio su 130.000 francesi; a Pontarlier 80.000 francesi con 10.000 cavalli, e 200 pezzi, inseguiti sino al confine svizzere, lo superarono in massa e deposero le armi. C'era abbondante materia di riflessione: leva di massa, naziqne armata, perfetta organizzazione e pianificazione delle operazioni 1 • In tutta Europa si dette mano a cambiamenti, nell'imitazione di quanto la Prussia aveva attuato con le riforme del 1860. Per dirla in termini più significativi: «la guerra del 1870 aveva infatti dimostrato che uno stato nazionale moderno poteva chiamare alle anni le masse contadine e valorizzare il progresso tecnico e la crescita del sentimento patriottico senza mettere in pericolo l'assetto politico-sociale costituito, mentre la ripresa francese dopo il crollo dell'esercito professionale di Napoleone III provava che un governo borghese poteva suscitare una leva in massa conservando la forza per schiacciare la 1i voluzione operaia della Comune di Parigi» 2• Sul piano tec1ùco erano evidenti i fattori vincenti: una legge sul reclutamento conciliante le esigenze di carattere sociale con quelle militari (se i «maestri di scuola» prussiani rendevano più agevole l'istruzione nillit,u-e e preparavano alla disciplina i futuri soldati, l'esercito di pace era denominato dalla legge prnssiana 'la scuola dell' intera naz ione per la guerra') 3; riserve di complemento accettabilmente istruite e pronte a ripianare le perdite di guerra; ufficiali e sottufficiali preparati con continuità sì da compensare la poca esperienza dei richiamati; Stati Maggiori costituiti da un corpo ufficiali selezionato e sistematicamente abituato ad affrontare le evenienze belliche in una solida disciplina delle intelligenze; pianificazione della mobilitazione accuratissima ed aggiornata sì da rendere agevole il passaggio dal piede di pace a quello di guerra, evitando in-
' FORTUNATO :M1NNITI,
Esercito e politica da Porta Pia alla Triplice Alleanza, Bonacci, Roma
1984, p. 15. 'GIORGIO Rorni\T e G ruuo MASSOBRJO, Breve storia dell 'esercito italiano dal 1861 al 1943, Einaudi, Torino 1978, pp. 85-86. È peraltro vero che l'armée de Versailles, che schiantò la Com11u1ne, era costituita in gran pai1e dai prigionieri dell'esercito imperiale rilasciati dai prussiani. ' La «secolarizzazione» della scuola in Prnssia aveva un carattere particolarissimo, basato sulla vena di misticismo impresso da Federico Guglielmo IV. Il patriottismo era esaltato in ogni circostanza; al servizio mjlitare obbligatorio era attribuito un ruolo nella vita della Nazione, tanto fondamentale che «in ogni scuola faceva di ciascun insegnante maschio un rappresentante della potenza militare dello Stato» (A. Y ICTOR M URRAY, L'istruzione, in Storia ,lei mondo Moderno, voi. Xl, p. 233, Cambridge-Garzanti, Milano 1970).
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certezze, movimenti inutili e perdite di tempo; grande attenzione ai progressi verificatisi nei mezzi tecnici non propriamente milit~u-i, quali la ferrovia I ed il telegrafo 2• Il 7 settembre 1870 il generale Cesare Ricotti Magnani fu improvvisamente chiamato ad assumere il dicastero della Guerra per sostituire il generale Govone. La nomina venne proposta da Lanza su suggerimento di La Marmora e, dopo qualche resistenza, accettata dal re, uso a dare il placet per i ministri della Guerra e della Marina 3• Sta di fatto che il consenso dell'esercito fu pressoché unanime•. Ricotti ricoprì l' incarico sino a1 18 marzo 1876, prima nell'ambito del gabinetto Lanza e poi del gabinetto Minghetti. Non aveva preso parte ad alcun fatto d' arme, ma ern conosciuto e stimato e «niuno era più fermo di lui nel credere che tutto l'ordinamento dell'esercito esser dovesse mutato» ). Secondo una diffu sa opinione, l' impostazione che egli dette alla struttura dell'esercito italiano mostrò la sua validità sino alla prima guerra mondiale. Infatti, i suoi successori 6, pur ritoccando ed ampliando l'assetto complessivo, non ne moclific,u-cmo mai le linee fondamentali 7• Virgilio Ilari, nella sua approfondita disamina sulle riforme militari della Destra e della Sinistra s, dissente da tale affermazione di continuità. Riferendosi
L'esercito prussiano fu il primo ad effettuare sposlamenti di truppe per ferrovia in esercitazioni ( 1846) e Mollke altribuì subito grande importanz.a all'uso militare delle rerrovie, sia tenendo presente il pericolo di una guerra su due fronti, sia per realizzare una più rapida radunata delle forze mobilitate. ' L' impiego ben organizzato del telegrafo nel 1866 consentì a Moltke di dirigere le annale da Berlino sino all'entrala in Boemia. Per contro, nel 1870, questo tipo di collegamento non venn e posto in auo, a quanto pare per timore di imcrcettazioni . 'Sembra che la nomina di Ricolti abbia incontrato un' iniziale resistenza da parie del re: «Spiacque a Vittorio Emanuele la scelta e con tanla vivaci tà se ne dolse con Lanza che qucsli dette le sue dimissioni; ma il Re, secondo l'usato suo, finì col rabbonirsi» (E r>OAROO ARBlB, Cinquant'anni di storia parlamemare del Regno d'Italia, Tip. Camera dei Deputati, Roma 1907, IV. pp. 23-24). 'c. CORSI, Italia ( 1870-18 95) cii . p. 116. ' E. ARRIB , Cinquant'anni di storie, parlamentare cit., IV, p. 24. Uno dei .primissinl.i prov\'edimenti su cui ebbe l 'approvazione de lle Ca mere fu il liccm.iamento in via straordinaria degli ufficiali giud icari non idonei al servizio (ibidem, p. 25). • Completamenti e modifiche ali' ordinamento Riconi trovarono luogo nei seguenti ordinamenti caratterizzati dal nome del minislro che li realizzò: Mczzacapo ( 1876- 1877), Ferrero ( 1892- 1883), Bertolé Viale (1887- 1888), Pelloux (1 997), Casana-S pingardi (I 908- 19 l 3) . ·, «L' <)pera dcli ' Amministrazione della Guerra - scrisse Corsi - nel dece nnio 76-86 fu nello insieme quale esser doveva: sviluppo e perfezionamento progressivo del sistema inizialo dal m ini~tro Riconi» (C. CORSI, Ttalill 1870-1895 cit., p. 251). U giudizio venne ripreso e completalo da studiosi posteriori: cfr. G. Rcx:flAT e G. M ASSOIJRIO, Breve sTorill dell'esercito it(l/iano cit. , p. 86; FILIPPO STt:FANt, la storia della do11ri11a e degli ordinamenti de/l 'esercilo italiano, USSME, Roma 1984, I , pp . 286 e 323-325; VINCENZO GALLI NARI. La politica militare della Si11islrt1 storica ( J876- 1887) in «MemorieS1oriche Militari 1979», USSM1:, Ro ma l 980, pp. 69-70: L ucio Cr.vA, Le Forze Armate, UTET. Torino 1980, p. 88. • VIRGILIO ILARI, Storia del servizio mi/ilare in lta/ia, Centro Mili lare di studi strategici, cd. Rivista Jvtililarc, U, Roma J990, p. 91 e sgg.
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a studi recenti sulla politica militare della Sinistra - Fernando Venturini, che ha indicato in Luigi Mezzacapo la <(VOl.ontà di legare finalmente lo sviluppo del potenziale mjlitare italiano a fattori oggettivi, come il rappotto tra popolazione ed esercito, la situazione geografica, la preparazione bellica delle altre nazioni europee, nella convinzione della necessità di un rapporto organico tra elemento politico e militare sul piano di una rinnovata iniziativa di politica estera» 1 ; Fortunato Minniti, che ha ricordato la cura di Mezzacapo di presentare a Depretis una relazione dimostrante che «siamo ancora molto lungi da quel punto al quale generalmente si crede sia giu nta la nostra potenza militare, pregando V.E. di volerrendere nota questa relazione anche al Consiglio dei Ministri. E ci0 lo credo tanto piÌI necessario in vista delle gravi preoccupazioni politiche presenti, per effetto delle quali se si fosse costretti a prendere le armi si farebbe rovesciare sul governo attuale Ja responsabilità di fatti non suoi,, ' ,
e di rifiutare gli eccessivi limiti di bilancio; Nicola Labanca, che ha posto in evidenza «il vivace dibattito militare che attraversò e contraddistinse il secondo nùnistero Ricotti)) 3 - Ilari, dunque, conclude che Ricotti e Mezzacapo emergono dalle predette analisi «.c ome gli interpreti di due concezioru radicalmente diverse, e in certi punti decisivi addirittura opposte, del ruolo dell'esercito nella grande politica e, di conseguenza, della strategia nazionale e del modello di esercito» 4 • Sembra lecito un distinguo importante. Un conto è la struttura dell'esercito, per l'appunto quella che secondo il pensiero corrente ha conservato validità e stabilità sino alla prima guerra mondiale, pur subendo completamenti ed anche parziali adeguamenti alle circostanze; alu·o è invece la politica militare, o, per meglio dire, la concezione strategica, che come tale non può non risentire della sfruazione internazionale. In sostanza, mentre appare ampiamente confermabile il giudizio sulla continuità dell'ordinamento Ricotti, è certo netta la differenza termine che riteniamo più apprnp1iato di contrasto, perché con la Sinistra mutarono molte cose - fra le concezioni di Ricotti e dei suoi successori (in primo luogo Mezzacapo) sul molo dell'esercito. Ricotti si attenne, giustamente, alla politica estera di Visconti Venosta, aliena da azzardi in una situazione interna abbisognevole di assestamento, ed accettò, ma entro ce1ti limiti, la rigida politica finanziaria di Sella e di Minghetti. Mezzacapo e gli altri ministri della Guerra della Sinistra, fra cui lo stesso Ricotti nel suo secondo impegno ministeriale, si sentirono non più vincolati dalla finanza della «lesina» e si mossero nel quadro di una politica estera ben differentemente impostata.
' FERDIJ\'ANDO
VENTURINI, Miliiari e politici nel/' Italia umberrina in «Storia contemporanea»
I 982, n. 2, pp. 169- 170.
' M.ezzacapo a Dcpretis in d,11.a 7.7.1876, in F. MINNITI, Esercizio e politica cit., p. 72, Il generale Cesare Ricoui e la politica militare italiana dal 1884 al 1887, USSME, Roma 1987, p. 21. ' V. lLARl, Storia del servizio miliwre in Jtalia cit., TI, p. 93. ' N 1COLA L ABANCA,
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A parte l'infelice condotta della campagna del 1866, molte ed aspre perduravano le critiche e le discussioni sullo sttumento bellico che aveva affrontato la guerra. Le più importanti riguardarono la limitata entità delle forze messe in campo da La Mannora e gli inconvenienti emersi nel corso della mobilitazione e della radunata. Secondo l'esposizione fatta da Cugia alla Camera il 15 giugno 1871, la situazione numerica alla data del 12 agosto 1866, giorno della firma dell'armistizio, era dì 565.000 uomini alle anni. Di questi: 268.000 costituivano i sette corpi d'amrnta (ma con 43.000 uomini ricoverati in ospedale) e 41.000 erano i volontari di Garibaldi. Degli altri, 77.000 uomini formavano le truppe di riserva, 136.000 si tt·ovavano ancora ai depositi, 29.000 erano guardie nazionali mobili e 15.000 indisponibili per motivi diversi '. Per la verità, pur tt·attandosi di giusti rimarchi, esistevano alcune attenuanti tutt'altro che trascurabili: la leva non era stata ancora compiutamente applicata nel Mezzogiorno e, in quanto alla mobilitazione, la prima applicazione di un' operazione così complessa nell'intera penisola non poteva andare esente da pecche. E, infine, si può anche riconoscere che per preparare una guerra occorre denaro e non disponibile solo all'ultimo momento. Sotto questo aspetto sembra utile rammentare la crisi economica che colse l'Europa alla fine del 1865 con conseguenti forti difficoltà monetarie. Inevitabilmente l'Italia, la quale già aveva fatto ricorso al mercato finanziario internazionale per superare con debiti il deficit del bilancio, ne ricevette un violento contraccolpo, in particolare quando si di vulgò la notizia dell'alleanza con la Prnssia, talché la rendita italiana alla Borsa di Parigi scese dalle 65 lire del dicembre 1865 alle 46,15 della fine aprile l 866 ed alle 36, 1Odel 4 giugno successivo. Non per nulla, sulla base di una legge delega approvata dalle Camere a fine aprile 1866, il 1O maggio un decreto impose il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale 2• D'altro canto, l'alternativa sarebbe stata quella di curare le finanze e lasciar perdere l'occasione di acquistare il Veneto. L'importante, ad ogni modo, era aver messo a fuoco il da farsi e fra il 1866 ed il 1870 gli studi e le discussioni avevano preparato il terreno e fornito orientamenti più che probanti. Non poteva più esser questione di esercito relativamente piccolo, ma solido e ben addestrato. Ormai le Grandi Potenze mettevano in campo masse di centinaia di migliaia cli uomini e l' indirizzo verso un esercito di leva a grande intelaiatura era concorde. Cosicché «sin dal primo momento della sua gestione il ministro Ricotti, invece che liberissimo dì fare a piacer suo, come poté sembrare agli osservatori superficiali, si trovò stretto fra due contrarie correnti di necessità ed esigenze impostegli da una potenza superiore alla volontà sua, e per grandissima parte inconciliabili( ... ). Da lui non dipendeva d'accettare e rifiutare quelle conseguenze del gran principio dall'armamento nazio-
'E. AR11m , Cinquant'anni di storia parlamentare cit., IV, p. 32. GtORGJO C\NDC;LORO, Sroria dell'[talia modema, Fel trinelli, lv1ilano 1972, V, pp. 296-299.
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nale che gli si svolgevano fra le mani come gli anelli di una catena, cioè: l'obbligo generale della milizia, il breve servizio d ' anne in tempo di pace, la chiamata alle armi d ' una parte soltanto del contingente annuale, la partizione degli uomini validi in più ordini di milizie, un considerevole aumento dei quadri, specialmente per le milizie di seconda e terza linea( ... ). Non gli rimaneva libera la scelta nemmeno tra il sistema di reclutamento provinciale, secondo l'esempio dei Prnssiani, e il nazionale, seguìto sin allora da noi, essendo comune opinione che il primo non fosse peranco applicabile all'Italia. Dall'altra parte( ... ) le considerazioni finanziarie, soprastanti ad ogni altra nello spi.rito dei governanti e di tutti gli altri che avevano maggior voce, opponevano ostacoli insormontabili alla questione capitale del rapido aumento dei quadri, all'altra pur molto impor• grosse levate annuali e dello addestramento dei contingenti, all'altra tante delle importantissima dell'acquisto e della fabbricazione delle nuove anni e degli altri materiali guerreschi, all'edificazione delle nuove opere fortificatorie e al miglioramento delle antiche in breve tempo, a una più conveniente sistemazione delle ferrovie per gli effetti logistici, a tutto insomma quanto era da farsi, poiché tali cose alla perfine si risolvono sempre in denaro. In conclusione il ministro Ricotti non solo non avea le mani libere, ma le aveva molto legate( ... )» 1• I problemi affrontati meritano una certa attenzione perché riguardavano l 'intera costruzione militare: il recluùtmento 2, la ripartizione degli uomini disponibili, la struttura organica dell'esercito, i quadri, la mobilitazione, la difesa nazionale. Il Reclutamento. 11 punto di partenza fu l'obiettivo di un esercito di prima linea di 300.000 effettivi, pari a dieci corpi d'annata di 30.000 uomini ciascuno 3, considerati sufficienti per le necessità militari dell'Italia. Ritenendosi indispensabile un servizio aUe armi non inferiore ai tre anni per la fanteria, l'artiglieria ed il genio, ne derivò il calcolo di chiamare alle amù un contingente annuo di la categoria di 65.000 uomini, pur essendo maggiore l'aliquota utilizzabile della classe di leva. La proposta, avanzata da molti in sede parlamentare, di portare l'esercito di 1• linea a 400.000 uomini venne scartata in quanto si sarebbe tradotta in un aumento di contingente che avrebbe causato una maggiore spesa di tredici milioni ·.
'C. CORSI, ltalia 1870-1895 eit., pp. I 18-119. ' Sull'argomento vds. il saggio di PIBRO DEL NEGRO, La leva militare in Italia dall'Unità al.la Grande Guerra in Esercito, Stato e società, Cappelli, Bologna 1979. 'La forza di un corpo d'annata variava dai 30 ai 40.000 uomini e si basava sul criterio che tutto il corpo d'armata potesse entrare in azione in una stessa giornata campale incolonnato su un' unica strada. Ne derivava un massimo di forza di 40.000 uomini (FELICE SrsMONDO, Appunti di organica. militare, Roux e Favale, Torino I879, p. 110). Anche Gennania, Auslria e Francia adottavano tale ordine di grandez:c.a. 'AP Camera, XIV legislatura, relazione del nùnistro Mii on nella seduta del 24 novembre 1880.
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Ciò posto, occo1reva rivedere le esenzioni dal servizio militare. A parte gli esoneri e rinvii per particola.ti motivi di famiglia e le esclusioni per indegnità o riforma, la legge del 1854 consentiva di evitare il servizio nùlitare mediante la surrogazione ordinaria ' o l'affrancazione 2• La prima non aveva mai dato buoni risultati né in Italia né all'estero a causa della forte percentuale di elementi scadenti che per questa via entravano nell'esercito per poi foùre nelle compagnie di disciplina o incappare nella reclusione militare, tanto che già nel 1867 il ministro Cugia aveva proposto la sua abotizione. L'affrancazione, molto migliorata nel 1866 rispetto alle norme che regolavano tale istituto in Francia, mirava a procurare allo Stato i fondi per disporre di buoni sottufficiali e tenere a numero con elementi affidabili il corpo dei carabinieri, e tutto sommato stava funzionando bene. Restava comunque il fatto inaccettabile che con il denaro si potesse evitare il servizio nùlitare. I tempi erano cambiati e si faceva sempre più forte il principio del servizio obbligatorio e personale. TI 6 dicembre 1870 Ricotti illustrò al Senato il progetto di legge per «le basi generali dell'organamento dell'esercito», articolato in tre schemi di legge con i quali modificava la legge di reclutamento del ] 845, istituendo una femrn biennale con un contingente annuo di 1• categoria alle armi di 65.000 uomini ed una durata di servizio di dodici anni per la 1• e 2• categoria. Proponeva, tra l'altro, il volontariato di un anno di ispirazione prnssiana; definiva i lineamenti per la costituzione cli una nùlizia provinciale, quale esercito cli seconda linea s.ia a sostegno di quello cli campagna (o di prima linea) sia con compiti di presidio interno; fissava severi limiti di età per gli ufficiali di carriera in modo da ottenere quadri di riserva per il citato secondo esercito; chiedeva l'abolizione della surrogazione (tranne per il fratello) e limitava l'affrancazione al tempo di pace, con il passaggio dalla 1° alla 2• categoria. Oltremodo significativa fu la sua premessa programmatica: «( . ..)Anzi vi sono quattro punti sui quali mi parrebbe inammissibile la discussione, e sono: 1° che la forza delle unità tattiche del piede di pace non deve essere minore della metà di quella del piede di guerra. 2° che per l'esercito permanente i quadri del tempo di pace devono essere identici a quelli del tempo di guerra. 3° che la cavaUeria del tempo di pace dev' essere quasi tal quale la si vuole sul piede di guerra, particolarmente rapporto al numero dei cavalli. 4° che tutti i servizi militari del piede di pace debbono essere ordinati in modo che in oon più di 15 giorni l'intiero esercito permanente, alforzato dalle sue prime categorie in congedo illinùtato, possa essere perfettamente mobilizzato ed entrare in campagna di tutto punto fornito» ' .
1 La surrogazione ordinaria consentiva all'interessat(1 di farsi sostituiJe, dietro compenso, da altro elemento idoneo. ' L' affrancazione consisteva nel versamento di una certa somma da parte del!' interessato allo Stato, affinché questo potesse rimpiazzarlo trattenendo in servizio un congedante o trovando un vo lontario. ' AP Senato, Xl legislatura, relazione del ministro Ricotti nella sedura del 6 dicembre 1870.
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ll 21 febbraio 1871 l'Ufficio Centrale del Senato, di cui fac.evano parte anche i generali Menabrea, Petitti, Mezzacapo, Durando e Pettinengo, esanùnata in sede referente la bozza, presentò una relazione di maggioranza (Menabrea) ed una di minoranza (Mezzacapo). La relazione Menabrea accettò nella sostanza i p1irni due schemi di legge del progetto Ricotti, tranne la ferma triennale per la fanteria che volle riportare a quattro anni, ma si espresse negativamente sul terzo, quello dei linùti di età 1 , in parte per la falcidie che avrebbe comportato, con sensibili ripercussioni psicologiche, ed in parte per l'aggravio finanziario (quasi tre milioni) che sarebbe ricaduto sul capitolo delle pensioni. Naturalmente, però, diventava precaria l'efficienza, se non addirittura l'esistenza, del secondo esercito 2• Se pure à malincuore, Ricotti accolse le modifiche, desideroso di ve• la legge, ed il disegno passò alla Camera. Qui il dibattito si acceder approvata se vivacissimo ad opera di La Marmora, che diffuse un opuscolo con le sue critiche al progetto ministeriale ' . In realtà si trattava più che altro di un'appassionata perorazione a favore del sistema precedente (il suo): la qualità era superiore alla quantità (principio che ovviamente non poteva essere portato alle estreme conseguenze); la surrogazione e l'affrancazione non dovevano essere abolite in quanto diritti naturali ed acquisiti, intesi a non spezzare le ecmiere liberali (concetto discutibilissimo giacché si traduceva in un ingiusto privilegio per gU abbienti) ed in quanto costituivano il «fondo di soldati anziaiù di tutte le armi» cui attingere per ricavarne sottufficiali capaci (preoccupazione, questa, non infondata) Mezzacapo aveva sollevato la proposta del superamento delle categorie per giungere alla categoria unica, perfettamente in linea col principio del servizio generale obbligatorio. Dopo ampio dibattito, venne concordemente ammesso che per ragioni economiche «per molti anni non sarebbe stato possibile di arrivare alla categoria unica»: la suddivisione del contingente in due categorie consentiva di tenere la forza bilanciata entro limiti ragionevoli e nel contempo non costringeva a ridurre eccessivamente il periodo di servizio alle armi. Ma la discussione forse maggiore fu provocata dal confronto tra il ricorso al reclutamento regionale o territoriale e quello nazionale. Il sistema regionale, alla prussiana, consisteva nel basarsi su circoscrizioni territoriali corrispondenti ad un corpo d ' armata o ad una divisione prevista dal quadro di battaglia. La grande unità attingeva quadri e tmppe dalla regione alla quale era legata ed in cui aveva stanza in tempo di pace. Tutte le operazioni di reclutamento e di mobilitazione ne risultavano semplificate; gli oneri finanziari
' Ricotti aveva·ulteriormente accorciato i limiti di età: 62 anni invece di 72 per i tenenti generali 'E. ARBlll, Cinquant'anni di storia parlamentare ciL. IV, pp. 112- 114. ' ALFONSO LA MARMORA, Quattro discorsi ai suoi colleghi della Camera sulle condizioni dell'Esercito Italiano, Firenze i 871, al quale rispose Michele Roncati con i suoi Brevi commenti ai quattro discorsi del Generale Alfonso La Mannora, Torino-Firenze-Roma 1871.
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per .l'amministrazione militare erano assai ridotti; lo spirito di corpo era tenuto vivo senza forzature; i legami spi.rituali fra la grande unità e la popolazione della circoscrizione acquistavano vigore; il servizio militare riusciva più sopportabile. Esistevano peraltro inconvenienti, alcuni dei quali nell'Italia di fine Ottocento assai spiccati: una forte caratterizzazione delle utùtà accentuante gli aspetti negativi di questa o quella regione (analfabetismo più diffuso ', maggiore arretratezza sociale, malcontento e disagio economico, spinte separatiste, minor gettito della leva per esenzioni); difficoltà ad ottenere quell'amalgama su scala nazionale conslderato d'importanza vitale per l'Italia; forti ripercussioni sullo spirito e sull'economia della regione a seguito di possibili sensibili perdite umane subìte in combattimento dall'unità stanziale. Il sistema nazionale consiste nel costituire i corpi con elementi tratti dal1' intero paese. Innegabilmente l'esercito diventa un potente mezzo di fusione ed agevola la formazione del sentimento nazionale, superando lo spirito di mutùcipio, elemento reputato pericoloso in uno Stato ancora troppo giovane. Era, del resto, recente il ricordo della Francia rivoluzionaria, che per affem1a.re I.a propria nuova individualità aveva distrutto ogni tendenza particolaristica e perfino lo spirito di corpo dei vecchi reggimenti. Inoltre il sistema diminuisce, in guerra, la diversa possibile efficienza fra le divisioni monoregionali 2, e in pace consente di dislocare le divisioni sulla base di orientamenti strategici e non di legami territoriali. Infine, eventualità allora frequentissima data la indisponibilità di forze di polizia, pem1ette di contare sulle truppe per il controllo di una città o di una zona e per la repressione di gravi disordini. E che quest'ultimo motivo spingesse a «staccare» il soldato dall'ambiente originario (oggi diremmo «sterritoriali.zzare») è suffragato dai periodici, costosi, cambi di guarnigione, diffusi in quasi tutta l'Europa. Non v'è dubbio che sotto il profilo miUtare il sistema regionale abbia dalla sua una tale somma di vantaggi in tema di economia e rapidità di attuazione da risultare preferibile a quello nazionale 3 • È anche vero, tuttavia, che buona parte
'A titolo esemplificativo, il livello di analfabetismo della classe di leva 1854 fu del 56,88% (compreso un 4,46% che sapeva solo leggere), ma mentre in Piemonte ed in Liguria si ave va una media del 31 ,23%, nel Veneto si registrava il 49,56%, la Toscana toccava il 56,79% e la Sicilia arrivava addirittura al 78,60% (FEDERICO TORRE, Della leva sui giovani nati nell'anno 1854 e delle vicende dell 'Esercito italiano dal 10 otlobre 1874 al 30 settembre 1875, in «Rivista Militare Italiana» , anno XXI, voi. I. Queste percentuali costituiscono un indice abbastanza attendibile della verità dell'asserto secondo cui «i quattro quinti della bassa forza, per non dire tutti cinque uscivano dalle classi inferiori» (P. FAMBRJ, La Società e la Chiesa a proposito della nuova legge di reclutamento in «Nuova Antologia» 1875, cii. da P. DEL N EGRO, Esercito e Società ciL, p. 190). ' «Diciamolo francamente - scrisse Marselli nel 1881 -: oggi non si ha fede in Italia nell' eserc ito di seconda linea, né si crede che le popolazioni del centro e del sud abbiano valore militare pari alle nordiche» (NICOLA MARSELLI, La guerra e la sua sroria, USS11,fE, Roma 1986, p. 168). 'Nel l 905 il generale Pelloux non esitò a dichiarare, in merito all'efficienza dell'esercito, che «il sistema territoriale risolverebbe la questione nel miglior modo e permetterebbe vistose economie
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degli svantaggi di quest'ultimo sono superabili risolvendo separatamente i tre distinti aspetti del problema: il reclutamento, lo stanziamento e la mobil itazione. L'uno può aver carattere nazionale, il secondo carattere operativo ed il terzo regionale. Le circostanze politiche e strategiche influiranno in senso determinante sulla scelta. La Francia aveva adottato quest'ultima soluzione; in Italia, in quello scorcio del secolo XIX, Camera e Senato furono pressoché unanimi: considerata la situazione interna non era nemmeno pensabile il ricorso al reclutamento territoriale, anzi tutto indicava l'assoluta necessità che l'esercito fungesse da crogiuolo per la formazione e l'amalgama degli italiani. Peraltro furono apportati temperamenti all'adozione del reclutamento nazionale. Questo fu riservato a fanteria di lipea, bersaglieri, cavalleria, artiglieria, genio, carabinieri dell' esercito di prima linea, nonché all'artiglieria e genio dell'esercito di seconda linea. Gli alpini dell'esercito di prima e di seconda linea, la milizia mobile cli fanteria e bersag!ie,i e la milizia territoriale vennero reclutati regionalmente. Secondo La Marmora, ma per la verità non soltanto lui, un reclutamento ed un conseguente ordinamento effettuati letteralmente alla prussiana avrebbero per ce1to provocato una pericolosa autonomia regionale, rifiutata dalla struttura politica del regno, e la costituzione di piccoli eserciti locali, con gravissimo danno per l'unità dello Stato e dell'esercito italiano 1• Secondo il vecchio gaiibaldino Giuseppe Sirtori, invece, «l'Italia è fatta e non v'ha nessun partito che la possa disfare» e gli innegabili malessere e malcontento non erano tali da tradursi in pericolo per l'unità, perciò «è tempo di metter fine alla politica di sospetto, alla politica dì diffidenza ( .. .).L'Italia è fatta e non può esser disfatta se non da un grande disastro militare» 2• Per evitare ritardi nell'emanazione della legge, la Camera, che condivideva il pensiero di Ricotti della ferma di tre anni, accettò la modifica già apportata dal Senato (quattro anni sotto le armi e otto in congedo illimitato per la fanteria, sei anni sotto le anni e tre in congedo illimitato per la cavalleria), ma vincolò Ricotti a presentare nell'anno successivo un nuovo disegno di legge basato sui tre anni ed a ricorrere nel frattempo al congedamento anticipato deJJa classe più anziana alle anni 3. Così il progetto Ricotti divenne legge il 24 luglio 1871. Ulteriori decreti con varianti e completamenti condussero alla legge del 30 settembre 1873 "', a quella del 7 giugno 1875 ed a quella del 30 giugno 1876 (ministro Mezzaca-
nell'amministrazione della Guerra. Ma, onorevoli colleglù, di questo sistema ne abbiamo tutti un po ' paura» (AP Senato, intervento Pelloux nella seduta del 29 giugno 1905). ' A. LA MARMORA, Quattro discorsi cit., p. 204. 'AP Camera, XI legislatura, intervento Sirtori nella seduta del 21 giugno 187 I . 'E. ARBIO, Cinquant'anni di storia parlamenwre cit., IV, p. 38. ' «TJ Parlamento non dette forse mai tanta pa.tie del suo tempo alle questioni attinenti all'esercito e alla marina quanta gliene concedette nella sessione dal 1871 al 1873» (E. AR 11m , ibidem, p. 170).
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po). Senza soffemrnrsi sulla genesi e sulle discussioni relative ai diversi argomenti affrontati - il periodo fra il 1870 ed il 1873 fu ricchissimo di studi, pubblicazioni e polemiche sulla ristrutturazione in atto - faremo il punto sull'ordinamento dell'esercito a metà 1876, subito dopo la caduta della Destra e le dimissioni di Ricotti 1• Fu solo nel 1875 che, per la prima volta, venne esplicitamente prescritto l'obbligo generale e personale al servizio militare e tradotto in concreto: tutti i cittadini «idonei alle armi e non colpiti da esclusione( ... ) - diceva la legge del 7 giugno - sono personalmente obbligati al servizio militare dal tempo della leva della loro classe rispettiva al 31 dicembre dell'anno in cui compiono il 39° anno di età» (art. 1). Spariva ogni residuo di surrogazione e di affrancazione perché incompatibili col principio citato (art. 11); sparivano i favori accordati ai chierici ed ai ministri dei vari culti (art. 10) ed i riformati dovevano essere nuovamente sottoposti a visita medica nei due anni successivi 2 • Non si faceva cenno alla suddivisione in categorie, accogliendo in tal modo, con la genericità della formulazione dell'obbligo al servizio, l 'auspicio di Mezzacapo di arrivare in futuro alla classe unica, tuttavia la ripaitizione fu mantenuta. La 1a categoria era vincolata ad un periodo complessivo di dodici anni, di cui tre anni sotto le armi e nove in congedo illimitato, per tutte le armi 3, tranne la cavalleria soggetta a cinque anni di servizio e tre in congedo illimitato. La 2• categoria era obbligata a nove anni di congedo illimitato, di cui cinque di riserva per l'esercito di prima linea e quattro di riserva per l'esercito di seconda linea. La 3' categoria, proposta nel 1875 ma istituita nel 1876, comprendeva gli esentati delle prime due categorie per particolari motivi di famiglia e rimaneva in congedo illimitato. Secondo Ricotti, le forze dell'esercito penn anente, cioè di prima linea, erano inferiori a quelle degli Stati viciniori. «Quest'inferiorità di forze di prima linea - disse - procede da ragioni di bilancio finanziario: pure è necessmfo di aver modo di sopperirvi; l'unico espediente è quello di poter subito condurre in cam-
'S ulle rirorrne di Ricotti nei primi anni Settanta vds. l'opuscolo Gli atti del generale Ricotti alMinisterodella Guerra tra il 1870ad il 1876, ripreso e commen tato da C. CORSI, Italia 1870- /895 cit., pp. 117-160, e F. BAVA BECCARJS, Eserciro Iraliano cit., pp. 58- 63. Cli-. le osservazioni di G. RoCHAT e G. MASSOBRIO, Breve storia dell 'eserciro italiano cii., cap. V; VlNCENZO G.».LU.NARI, Le ri/<>rme mi/irari di Cesare Ricoui, in «Memorie Storiche Militari 1978», USSME, Roma 1976; P. M 1NNJT J, Esercito e politica cit., cap. I. ' Secondo la relazione del generale Torre, nella leva <lei J 874 (classe 1852) i rifom1ati furono 74.299 su 276.000 iscritti, vale a dire il 26,9%. Di essi 18.553 rurono rimandati alla leva successiva (R.M.I., anno XIX, voi. III). Sulla questione dei iifonnati vds. P. DEL N EGRO, Esercito, Sraro, Società cit., p. 202). · 'Giova però aggiungere che ancora nel 1879 la durata del servizio alle arn1i suscitava discussioni, talché il ministro della Guerra volle un'opinione dai generali più elevati in grado, sia in servizio sia nella riserva. Ebbene: «la grande maggioranza dei generali interpellati opina c he .la fenna di tre anni è appena sufficiente per avere soldati conven.ientemente istrniti ed educati mil itarmente» (AP Camera, relazione min istro Milon nella seduta del 24 novembre 1880).
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po e mettere a disposizione del Comandante in capo una grossa pmte del nostro esercito di seconda linea, cioè della milizia mobile. Ma così la milizia mobile sarà in gran ptute impiegata subito nelle operazioni campali, e pel servizio territoriale, cui gli altri Stati possono destinare le loro Landwehr, ci mancherà assolutamente ogni mezzo se non avremo un terzo esercito, cioè una milizia territoriale» 1• La ripa1tizione degli uomini disponibili. L'entità ciel bilancio nùlitare ed il livello della forza alle anni, cioè la forza bilanciata, venivano stabiliti annualmente dal Parlamento con inevitabili fl uttuazioni, che potevano diventare pericolose qualora la guerra fosse apparsa più o meno all' improvviso, come era accaduto nèl 1866 e nel 1870 1 . Ciò premesso, la forza militare dell'Italia nel 1876 comprendeva: un esercito permanente o di prima linea o di campagna, costituito eia otto classi di 1" categoria (350.000 uomini), tenuto a numero dalle cinque classi più giovani di 2• categoria 3; un esercito di seconda linea o milizia mobile, costituito dalle quattro classi più anziane di 1•categoria(150.000 uomini), tenuto a liveUodallequattroclassi più anziane di 2" categoria\ una milizia territoriale >, composta da sette classi di l3 categoria a fem1a ultimata, dieci di 2" categoria e diciannove di 3• categoria (dal 21 ° al 39° anno dì età), a presidio di piazze e fortezze. Per fornire qualche indicazione numerica 6, il livello annuale degli iscritti nelle liste di leva di terra; si aggirava sui 270.000 uomini, di cui il 36% di riformati o rivedibili ed il 20% di 3" categoria. Rimaneva un 44% di disponibili, peraltro ridotto al 40,5% una volta detratti i renitenti. I circa 110.000 uornitù utiliz-
' E. ARBIJ3, Cinquant'anni di swria parlamentare cii., fV, p. 429. 'In Geunania, il governo volle sottrarre in qualche misura l'asset1o dell'eserci to alle decisio-
ni parlamentari e la legge militare dell'impero germanico del 2 maggio 1874 stabilì che fino al 3 l dicembre 1881 la forza bilanciata, esclusi i volontari <li un anno, fosse di 401.659 uomini di trnppa, con ferma triennale per tutte le armi ed obblighi <li servi zio fino a 42 anni. Fu il primo dei tre «settennati», poi dal 1893 iniziarono i «quinquennali». In Austria, i1wece, la legge sul servizio militare del 5 dicembre 1868 stabilì in 800.000 uomini l'organico di guerra, esclusi l andwe/1r, Honved e confinari, liveUo invariabile per dieci anni . 'L'organico di guerra dell'esercito di prima linea comprendeva dieci corpi d'armata, ciascuno su due di visioni e unità varie. ' La milizia mobile era costituita da 900 compagnie di ranteria, 60 compagnie bersaglier i, 60 compagnie d' artiglieria e dieci del genio. ' Corrispondente alla La11ds11111n tedesca ed in sostituzione della guardia nazionale. • 1 dati, arrotondati, sono tratti da F. S1SMONDO, Appurlli di organica militare cit., pp. 75-87. ' L'età cleUa chiamata al servizio militare era stabilita al 21 °anno.la chiamata alle. armi aveva luogo in gennaio: in tal modo , in primavera, l'epoca ritenuta più probabile per la mobilitazione, la classe più giovane avrebbe avuto quattro mesi cli istruzione. In Germania ed in Austria la chiamata aveva luogo in ottobre; in Francia in luglio.
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zabili venivano ripartiti in 65.000 di 1a categoria e 45.000 di 2" categoria. Quindi la.forza nominale I dell'esercito ammontava a 1.200.000 uomini, vale a dire: 800.000 uomini fonùti dai contingenti di 65.000 uomini di 1• categoria con dodici anni di obbligo, fra esercito di prima linea e milizia mobile 2; 400.000 uomini fomiti dai contingenti di 45.000 uomini di 2• categoria con nove anni di vincolo. In realtà la forza effettiva 3 risultava sensibilmente inferiore, dovendosi tener conto delle perdite definitive di vario genere - deficienze numeriche in taluni mandamenti, morti o riformati, volontari ordinari già in servizio, volontari di un anno, carabinieri - e si riduceva a 570.000 uomini di 1• categoria, 363.000 di 2• categoria e 35.000 elementi arruolati con ferma permanente di otto anni, per complessivi 970.000 uomini circa ·1• In particolare la forza effettiva comprendeva i seguenti elementi: a. esercito di prima linea: le nove classi di cavalleria ............................................................ .......... .... 30.000 le otto classi più giovani di 1• categoria di tutte le altre armi ......... 370.000 le otto classi più giovani di volontari di un anno ................................ 6.000 elementi permanenti (esclusi gli ufficiali) .................. . 34.000 5 totale 440.000 b. esercito di seconda linea: le quattro classi più anziane di 1• categoria in congedo (nùlizia mobile) .............................................................................................. . 160.000 le quattro classi più anziane dei volontari di un anno (esclusi i promossi ufficiali) .................................................... . 3.000 totale 163.000 c. riserve di. complemento r,: le cinque classi più giovani di 2• categoria (riserva per esercito di prima linea) ................................ ........................ 211.000 le quattro classi più anziane cli 2• categoria (riserva per esercito di seconda linea) .. ........................... ....... ... .... ..... 15iOOO totale 363.000
' La forza nominale è quella ottenuta moltiplicando il contingente annuo per il numero degli anni della durata dcli' obbligo nùlitare. ' Secondo le relazioni del generale Torre sulle leve della classe 1853 (R.M.I., anno XX, tomo I, Roma 1875) e della classe 1854 (R.M.l., anno XXI, tomo I, Roma 1876), la forza del! ' esercito, fra esercito permanente e nùlizia mohile, ammontava a 751 .007 uonuni al 30 settembre 1873, a 839.628 al 30 settembre 1874 ed a 893.580 al 30 settembre 1875, ufficiali compresi. ' La forza effettiva è quella data dalla forza nominale meno le perdite definitive e pi ù gli clementi non provenienti dalla leva ordinaria. ' Lo scarto del 18% tra forza nominale e forza effettiva era pitl o meno uguale negli altri eserciti. ' L' ordinanza era da tempo in forte diminuzione: dai 101.000 uomini del 1863 era scesa a 78.000 nel 1866, a 40.000 nel 1868 ed ora a 34.000. • La costituzione delle trnppedi complemento venne stabi lita dalla legge del 30 settembre 1874.
IL MOMENTO STORICO
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Ma quello che interessa in prima istanza è la forza mobilitabile (o «mobiljzzabile» secondo l'espressione del tempo), cioè quella utile per le operazioni iniziali 1• Dalla forza effettiva occo1Teva quindi c!etrane i non istruiti, ossia le riserve di complemento, ed i non disponibili perché in servizio presso enti territoriali (92.000 uorni1li in cifra tonda) o, se in congedo, per cause varie (circa il 10%). Di conseguenza la forza mobilitabile ammontava a circa 500.000 uomini, pari a 350.000 dell'esercito di prima linea e 150.000 dell'esercito di seconda linea. In definitiva, ecco le cifra riepilogative: forza nominale: 1.200.000 uonlini, forza effettiva 970.000 uonlini, forza mobilitabile 500.000 uomini. • Il totale di 500.000 uomini mobilitabili rappresentava l' 1,83% della popolazione (27.800.000 abitanti). A titolo di confronto, secondo le tabelle statistiche del Comando del Corpo di Stato Maggiore dell'epoca, la Francia (36.600.000 abitanti) disponeva cli una forza mobilitabile complessiva di 1.540.000 uonlini, pari al 4,21% della popolazione; l' Aust1ia (35.900.000 abitanti) di 860.000 uomini, pari al 2,39% della popolazione, e la Gemmnia (42.700.000 abitanti) di 1.190.000 uomini, pari al 2,78% della popolazione i . La tabella seguente presenta un raffronto tra forza bilanciata e forza mobilitabile dell' esercito di prima linea dei principali eserciti europei negli anni Settanta 3 : Stato
Forza bilanciata
Forza mobilitabilc
Impero francese ( 1870)
357.000
350.000
100% }
Repubblica francese (187 1)
373.000
768.000
48%
Confed. Germanica Nord ( 1870)
304.000
480.000
63%
Impero germanico (1877)
402.000
711.000
56,5%
Impero austro-ung. ( 1877)
268.000
643000
41,57%
Regno d'Italia (1876)
160.000
350.000
45,71%
Rapporto
Note
Dedotte le guarnigioni d'Africa
Le osservazioni che se ne ricavano sono evidenti: la Francia imperiale soddisfaceva in pieno la pronta mobilitazione dell'esercito di campagna e la qualità di questo, però la relativa esiguità del suo strumento bellico rendeva improponi-
' La forza mobili Labile si ricava deducendo dalla forza effettiva le assenze di natura temporanea (ricoverati in ospedale, renitenti, ritardatari, ecc.) nonché gli elementi non disponibili per le operazioni (carabinieri, serviz i sedcntrui, personale dei depositi , classi prive di istnizione o troppo anziane). La renitenza, fenomeno diffuso nell'Ottocento in tutti gli eserciti. a coscrizione obbligatoria, dall ' 11 % della classe 1842 era scesa al 3,86% della classe 1852 (relazioni Torre). • F. S 1sMONDO, Appunti di organica militare cit., p. 87. ' Ibidem, p. 93 (dati arrotondati).
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
bile il confronto con le altre Grandi Potenze. L'Austria-Ungheria esprimeva lo sforzo di ottenere, con la più piccola spesa in tempo di pace, la massima forza in guerra, tuttavia proprio questo divario rendeva aleatorio il livello minimo addestrati vo della massa mobilitata. La Confederazione germanica e l'impero tedesco contemperavano in modi accettabile le esigenze di contenere l'onere finanziario in pace e di raggiungere un buon livello qualitativo e quantitativo dell'esercito cli prima linea mobilitato. La Francia repubblicana e l'Italia tenevano un posto intermedio tra Germania ed Austria-Ungheria, con la differenza che la Francia metteva in campo una forza superiore alla Germania, pur avendo una popolazione inferiore di numero, e l'Italia era frenata da una forza bilanciata molto ridotta per ragioni finanziarie che non le consentivano di sfruttare completamente il gettito della leva 1• I quadri. Lo scossone e, principalmente, il senso di mortificazione generati dalla penosa condotta della campagna del 1866 2 indussero a por mano ad un deciso «riassetto» del corpo ufficiali. Sul piano della capacità, la legge ciel 1871 dette facoltà al ministro di collocare nella riserva od a riposo gli ufficiali «giudicati inabili per difetti fisici o per altro motivo di inettitudine alle funzioni del proprio grado in servizio attivo». Successivamente venne deciso di introdurre la promozione per esami ai gradi di capitano e di maggiore di fanteria e di cavalleria 1 • Ma il problema aveva ampiezza superiore. Marselli scrisse che «la generazione ch 'era al governo dell' Esercito non favorì caldamente fino al 1866 l'istruzione, e non avviò questo altro elemento di forza dopo aver nùnato quello del!' omogeneità» 4. Per la verità, lo scadimento dell'omogeneità dell'armata sarda più che addebitabile a qualche ministro sembra legata a filo doppio alle vicende del periodo 1860-1866, comunque il fatto del!' eterogeneità esisteva e, anche per questo, occorreva elevare culturalmente il livello medio degli ufficiali, una forte percentuale dei quali proveniva dai sottufficiali 5 • Quindi l' attenzione posta al-
'F. SISMONOO, Appunti di organica militare cit., pp. 91 -92. ' Nel 1903 il generale Alberto Pollio ebbe a scrivere: «La sconfitta di Custoza pesa ,u1cora come cappa di piombo da 36 anni sul nostro Esercito, che pur meritava miglior sorte» (A. Por .L.lO, Ct,stoza, Roma 1935, p. 293). John Whittam ha commentato: <<Gli italiani dimostrarono una propensione quasi britannica all' autolesionismo. Le sconfille di Custoza e di Lissa furono trasfonnate in disfatte catastrofiche, e considerate come la prova di seri difetti nel nuovo Staw italiano, il che era vero, e nel carattere degli italiani il che non lo era» (J. WHJITAM, Storia del/' esercito italiano, Rizzoli, Milano 1979, p. 147). ' Corsi commentò al riguardo che si trattò di un' innovazione «allora molto opportuna» (in ilaLia 1870-1895 cit., p. 132). ·• NICOLA MARSELLI, Gli avvenimenti del 1870-71, I, Loescher, Torino, p. 141. ' È diffuso il convincimento che il ricavare ufficiali altingendo alla categoria dei sottufficiali anziché alla borghesia sia stata una misurn 'reazionaria' adoltata dall' establishment militare per ottenere una maggiore «presa» sulla truppa, ma occorre ricordare che l'accesso al grado di ufficiale da parte dei sottufficiali fu stabil ito in Francia all'inizio della rivoluzione francese come conquista sociale e confennato dalla le.gge Gouvion St-Cyr del 1818.
IL MOMENTO STORICO
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la revisione ed all'inèremento delle scuole di reclutamento e di perfezionamento degli ufficiali e dei sottufficiali fu notevole e pm'i alla revisione intensa della normativa tattica, tecnica e addestrativa. Fra gli aspetti più significativi del nuovo respiro culturale-professionale due meritano specifica menzione. Il primo, fondamentale, fu l' istituzione della Scuola di Guerra. Già nel 1861, nel riordinamento del Corpo di Stato Maggiore operato da Manfredo Fanti, era nata la Scuola di Applicazione di Stato Maggiore, sull'esempio di quella francese, regolata dall'ordinanza del 23 febbraio 1833. Dopo la campagna del 1866, il generale Cugia rilevò che «fra le questioni sollevate dagli studi iniziati per il riordinamento dell'Esercito, non ultima in ordine di importanza si affaccia quella che riflette il Corpo di Stato Maggiore)). La riforma in questione si collegava «con i provvedimenti richiesti da un altro bisogno, non meno imperioso, vale a dire quella dì moltiplicm·e e facilitare con la maggior larghezza possibile i mezzi di istruzione in tutti gli ufficiali dell'Esercito, dacché le scuole tecniche funzionanti in tale intendimento da alcuni anni non hanno risposto alle aspettative che si aveva dei loro risultati». Ne derivò una revisione basata su tre concetti: «ritornare temporaneamente gli ufficiali di Stato Maggiore alle pratiche di servizio nell'interno dei Corpi; diffondere nei Corpi stessi L'istruzione scientifica, per mezzo della temporanea permanenza in essi d'ufficiali dotati di speciale cultura; consentire a tutti gli ufficiali intelligenti e volonterosi di migliorare la loro carriera, col solo mezzo che, in tempi ordinari, può dar diritto a tale vantaggio: lo studio» 1• Nacque così la Scuola Superiore di Guerra \ che secondo Corsi fu la sola concreta innovazione di valore nei quattro anni tra il 1866 ed il 1870, benché «creata a furia nel 1867, quando alle fucilate di Sadowa faceva eco tutta l'Europa saccente coi famosi applausi ai Maestri di scuola prussiani» 3• Durante la campagna del 1866 in Boemia si erano viste due masse separate, non solo dalla distanza ma anche dal terreno montuoso, convergere isolatamente in territorio nemico verso l'appuntamento strategico stabilito a Jicin per operare la riunione del1' intero esercito prussiano. I capi di tali masse avevano ricevuto una precisa direttiva eia Moltke: «I comandanti d'armata, dal momento che si incontrino col nemico, devono agire secondo il proprio criterio e secondo le esigenze del momento, ma nello stesso tempo aver riguardo alla situazione in cui si trova l'altra annata: soltanto col mantenersi continuamente in vicendevole corrispondenza sarà possibile il vicendevole appoggio» •.
'Relazione a Sua. Maestù in data 11 mart.o 1867, presentata dal ministro della Guerra Cugia. ' Nel contempo ve1mero istituite scuole speciali per gli ufficiali di linea (fanteria e cavalleria) preparatorie agli esami di ammissione alla Scuola Superiore di Guerra, nelle sedi di 1orino, Milano, Verona, Bologna, Firenze, Napoli, Palem10 e Bari. ' C. CORSI, Italia /870-1895 cit., p. 117. ' Citato in SEVERINO ZANELLI, Moltke, Voghera, Roma 1895, p. 179.
30
LE PRIME GUERRE COLONIALI
Una direttiva simile poteva essere impartita e recepita soltanto fra capi che parlassero «lo stesso linguaggio». Ma nella campagna del 1870 si vide qualcosa dì diverso e più significativo. Nella battaglia dì Spicheren (6 agosto), accesasi su un'impulsiva ed avventata decisione del generale tedesco von Kameke (comandante della 14• divisione del VTT corpo prussiano) per occupare le alture di Spicheren sulla sinistra della Saar, si succedettero nel comando, per ragioni di anzianità o di grado, altri tre generali sopraggiunti con proprie truppe- il generale von Goeben (comandante dell'VIII corpo), il generale von Zastrow (comandante del VJJ corpo) ed il generale von Alvensleben (comandante del III corpo) - e tutti proseguirono nella condotta della battaglia secondo lo stesso concetto tattico. A Sedan, invece, il maresciallo MacMahon non si aspettava una battaglia e non aveva emanato ordini per l'eventualità di un attacco nemico; a lui, gravemente ferito, subentrarono prima il generale Ducrot, il meno energico dei comandanti di corpo d'armata, che appena preso il comando accennò a ritirarsi verso ovest; poi il generale Wimpfen, più anziano, che intenuppe il movimento in corso e riportò le truppe in linea per aprirsi un varco verso est ed infine fu costretto ad arrendersi. La necessità di una ben assimilata disciplina delle intelligenze si affacciava prepotente e la riforma Ricotti, rivolta al miglioramento della Scuola Superiore di Guerra e degli ufficiali di Stato Maggiore, consentì obiettivamente un considerevole progresso, cui si aggiunse la felice istituzione degli addetti militari nelle ambasciate italiane all 'estero, per acquisire con continuità notizie ed infonnazio1ù sugli ordinamenti militari degli altri Stati. L'unico appunto che sembrò potersi fare concerneva il limitato numero degli ufficiali di Stato Maggiore'. La seconda nota felice in materia culturale fu l'appoggio dato alla Rivista Militare Italiana che, sino allora edita da una tipografia privata, passò alle dirette dipendenze del ministero della Guerra. Con ciò si volle riconoscere ad essa funzione pmtante delle idee, delle proposte, degli studi degli ufficiali italian i in argomenti che avessero attinenza «con le militari dottrine». Inoltre, dal 1872 la rivista pubblicò, come supplemento ad ogni fascicolo, la Rassegna militare estera, contenente notizie sul pensiero militare e sui provvedimenti adottati dai principali eserciti europei, con il palese scopo di ampliare l'orizzonte mentale culturale e professionale degli ufficiali. Quanto all'addestramento delle unità, il rinnovamento della regolamentazione d'impiego e tecnica fu perseguito da Ricotti secondo le esigenze dei nuovi tempi e delle nuove anni, sempre tenendo presente la scuola prussiana 2• Le Istruzioni per l'ammaestramento tattico delle truppe di fanteria e della cavalleria, entrambe del 1872, il successivo Regolamento di manovra per la fanteria ciel
'C. CORSI, Italia 1870-1895 cit., p. 144. ' F. STF.FANI, Storia della dottrina e degli ordinamenti cit., l, pp. 227-229 e 255-259.
IL MOMENTO STORICO
31
1875 e le Norme per le manovre coi quadri, anch'esse del 1875, segnarono una tappa veramente importante. Lo stesso dicasi per i grandi campi di istrnzione, felicemente ripristinati su nuove basi. Circa gli ufficiali di complemento, il primo passo fu compiuto con l'istituzione del volontariato di un anno, nel 1872 1• Tale misura, nata in Prussia nel lontano 1814, era stata sempre così ben curata da rappresentm·e un ottimo mezzo per ottenere buoni ufficiali e sottufficiali di complemeoto attingendo alla parte nùgliore, sotto il profilo della condotta e del grado di istruzione, della gioventù borghese e artigiana. Come può rilevarsi dallo specchio seguente, la selezione era peraltro sensibile. Dati statistici sul v(l]Ontariato d'un anno in Germania (anno 1874) ' . Ammissione c .,. §I~
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538 1148
131
63[
473 158 281
126 189
32
3
16 101
ArLiglieria
775 559 216 174
124 437
37
3
66
126
54 412
109
Pionieri e ferrovieri
100
81
19
12
3
21
20
54
»
81
61
20
5
4
43
26
35
5
48
»
18
40
[[
9
4495 3313 1182 1579 83!'l 1836 209
Totali
20 277 560 230 1558 258
»
Annotazioni
2
Cavalleria
Treno
2908 2139 769 1071
..... ~ -e
.g
C(lndizione Sociale
39 319 152
38 363 347 347 2386 515
25
Di questi vo4 lomari d'un 8 anno 45 fecero il servizio come medici, 2 2 come vele2 rinari, 6 come farmacisti. 41
Questi dati sono estratti da specchi che si trovano annessi ad uno studio d' un ulì'ìcialc russo pubblicato nel 8111/etin de la ré1111io11 des Officiers (V. dispense 15 e 22 settembre 1877). Essi però si riferiscono soltamo a 14 dei 18 corpi d'amrnta dell'Impero Gennanko e ne sono esclusi il Xli (Sassone), il Xlll (Wurtembcrg) e I e Il del la Baviera. In un pregevole opuscolo di ignoto autore(*) trovansi i seguenti dati: nel I868 nelrescrcico della Confederazione del Nord entrarono 4587 volontari. E di questi: nella Fanteria ..... .............. 3508 fra questi si trovavano: Commercianti, industriali, artisLi.. 2360 Cavalleria .................. 4 J7 Agricoltori e proprietari .............. IO12 Artiglieria, Studenti ........................................ 720 Genio e Treno ............ 662 Funzionari pubblici ....................... 222
4587 Di questi volontari ci rca il 43 % conseguirono il grado di ufficiali di complemento. (' ) L"armée Prnssierme e11 1870.
A MYOT, éditeur.
La legge concedeva la possibilità di arruolarsi anticipatamente a I 7 anni. ' F. S 1SMONDO, Appunti di organica militare ciL.. p. 40.
1
32
LE PRIM.E GUERRE COLONlALI
Con modifiche di vario tipo, il volontariato di un anno venne via via introdotto in quasi tutti i principali eserc}ti europei, in concomitanza con l' abolizione della surrogazione e dell'affrancazione. In Italia la concorrenza con l' affrancazione, tuttora valida per il passaggio dalla 1• alla 2• categoria, nocque alla sua corretta applicazione. Superato, infatti, l'esame previsto al termine del periodo, il volontario veniva nominato ufficiale nella milizia provinciale e, pagando la tassa ridotta di affrancazione, si faceva collocare in detta milizia per tutto il tempo della ferma. Con la legge del 30 settembre 1873 si pose in parte rimedio all'inconveniente, nominando i volontmi idonei ufficiali di complemento nell'esercito di prima linea, per passare nella milizia con la rispettiva classe di leva ' . Il titolo di studio richiesto era invero assai modesto: la frequenza della 4° classe elementare oppure, in mancanza anche di questo, il superamento di un esame presso una commissione apposita. Un requisito. del genere era assolutamente, e inspiegabilmente, inferiore a quello preteso dalla Germania (studenti universitari, ma pure operai specializzati e artisti con la licenza elementare, purché «di comprovata abilità»), dell'Austria (licenza ginnasiale o scuola tecnica superiore) o dalla Francia (titoli vari, ma di livello almeno ginnasiale). Tutti i tre Stati prevedevano, inoltre, l'esenzione della tassa di affrancazione in caso di indigenza della famiglia del volont.uio particolarmente dotato. Forse la causa di simile limitato requisito culturale risiedeva nel modesto livello medio di istruzione «di quei settori della media borghesia commerciale e agricola, di quel ceto cioè che ora. si tenta di coinvolgere, a posteriori, nel processo di unificazione e costruzione nazionale» 2, ma francamente si stenta a considerarlo così basso. A conti fatti, si preparava una riserva di ufficiali subalterni pur conoscendo in partenza l'insufficienza della loro istruzione. Non può sussistere meraviglia alcuna se, una volta noti i termini concreti dell'innovazione, in ambito militare affiorò subito una netta riprovazione. Non si trattava di spirito corporativo ma si biasimava l'accontentarsi di un così povero titolo di studio e mal si accettava che si mettesse alla pali l'iter di studi presc1itto per diventare sottotenente di carriera con l'anno di servizio compiuto dal volontario presso il rispettivo distretto, e quindi praticamente a casa, «mitigato da eccezionale larghezza disciplinare e dopo un esame di idoneità necessariamente molto superficiale)) }. Perciò si rifiutava il riferimento alla validità dell'esempio prussiano a causa delle innegabili notevoli differenze sociali e politiche. E nemmeno, si obiettava, era giusto considerare equivalente il servizio del volontario di un anno ai dodici anni trascorsi sotto le armi da un sottufficiale per arrivare allo stesso traguardo. Quindi si sarebbe voluto un nuovo grado, inferiore a quello di sottotenente.
' F. SISMONDO, Appunri di organica militare cit., p. 40. 'F. M!NNITJ, Esercito e politica cit., p. 25. ' C. CORSI, Italia 1870-1892 cit., p. 128.
IL MOMENTO STORICO
33
A parte queste considerazioni, la concorrenza dell'affrancazione impediva risultati molto probanti. La legge del 1875 sembrò avviare ad accettabile soluzione il problema. Alla fine dell'anno di volontariato, gli interessati venivano sottoposti ad un primo esame per ottenere l'idoneità al grado di caporale, e ad un secondo esame per l'idoneità al grado di sergente. Superato quest'ultimo, i volontari erano inviati in congedo illimitato col grado di caporal maggiore ricevendo la nomina a sergente allorché, con la propria classe transitavano nella milizia mobile. Peraltro, i volontari che avevano ricevuto il certificato di idoneità al grado di sergente erano ammessi, purché non avessero superato il limite di età di trent'anni, ad un corso di quattro mesi organizzato da ogni Divisione militare, con due esami finali: uno di cultura generale ed uno cli arte militare. Gli ido' nei concorrevano alla nomina a sottotenente di complemento per ordine di classifica; quelli non promossi per mancanza di posti venivano nominati subito sergenti, restando in congedo illimitato. Lo specchio seguente fornisce i dati statistici in proposito dal 1871 al 1877 1.
Anno
1871 ottobre 1872
1873
1874
1138
941
117
17
241
566
aprile
1023
822
12
179
55 1
ottobre
1314
1072
80 85
36
284
667
rnar.i;o
1473
1110
100
25
184
801
ouobre
1447
11 12
91
20
395
606
marzo
638
492
41
2
146
ottobre
675
664
43
214
303 406
475
414
12
5
103
294
OlLObre
801
618
31
Il
247
329
marzo
566
429
47
4
378
237
ottobre
1457
634
17
7
610
413
1875 marzo
1876
A,uiotazioni
1877 novembre 1230 "'
941 5220 ol) 1894 1261
2222 2156
·g t·;:1
8
E; :!:.§ "' _
., "O
=V "0' 'O ~
1156 1584
g: <> ·~ ·~ 6 o
Jl32 1211
429 1730 634 _,,,
394
Sottotenenti di complemento avuti nel
( i ) Nell'anno 1871 si
1873 ....... ,................... 491
1874 ........................... 532 1875 ........................... 446 1876. ... 422 Totale 1891
' F. S 1SMONDO, Appunti di organica militare cit., p. 53.
compiè la leva sulla classe 1849 e su quella 1850. Oltre a ciò con· correva ad aumemare il numero delle affrancadoni l'idea che la facoltà di affranca~i fosse per essere abolita, o ristrella.
(2} Col I• luglio 1876 rimase abolita in modo
::issoI u10 ogni affranca·~ ~ zione. 9 o. (3) Ammissione al vo. lonrnri:no òi un anno in es:"' base ali ' istruzione IO .~ aprile 1877,laqualestao biliscc esservi uo;J sola ammessione annuale I0 novembre.
g;.g '5 "~ ;E
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La struttura organica dell'esercito 1• La struttura attuata da Ricotti seguì anch'essa il modello prussiano e rimase immutata nelle sue linee fondamentali sino alla prima guerra mondiale: corpi d'aimata (30-40.000 uomini) su due-tre divisioni, divisioni (12-15.000 uomini) su due brigate di fanteria, brigate (5-6.000 uomini) su due reggimenti, reggimenti (2.500-3.000 uomini) su tre battaglioni e battaglioni su quattro compagnie fucilieri. Era chiaro che ormai la costituzione di grandi unità interarmi non poteva essere rimandata al momento della mobilitazione o, peggio ancora, della radunata. I riflessi negativi dell'improvvisazione erano intuibili non soltanto sull'amalgama di unità delle varie armi destinate a cooperare, ma soprattutto nella forzata mancanza di allenamento dei comandanti di maggior livello e dei loro Stati Maggiori. Questo risaltava con più spiccata evidenza da quando, con gli eserciti di massa, si era reso conveniente raggruppare i corpi d'armata in complessi di entità superiore, e ben definire i ruoli delle grandi unità. Si poté, infatti, indicare nell'armata la grande unità strategica, perché la sua composizione e la sua forza derivavano dalle concezioni strategiche nelle fasi successive della campagna, sì che essa potesse operare d'iniziativa uei limiti delle direttive ricevute dal Comando Supremo; il corpo d'armata divenne organo di demoltiplicazione operativa e anello della catena logistica, sì da limitare il peso e le preoccupazioni di tal genere alle unità più direttamente impegnate nel combattimento; la divisione vide rafforzato il suo ruolo di grande unità tattica, pedina fondamentale d'impiego sul campo di battaglia. Insomma fu chiara la necessità di costituire sin dal tempo di pace i Comandi di corpo d'aimata o qualcosa che in essi si potesse rapidamente trasformare. Anche sotto questo aspetto si trattava di disponibilità di fondi. Perciò in luogo dei dieci corpi d'armata che si voleva nell' organico di guerra, e che le truppe disponibili avrebbero consentito anche in pace, Ricotti dovette limitarsi a costituirne sette, denominandoli Comandi generali 2, ciascuno con due-tre divisioni tenitmiali alle dipendenze 3• A livello divisione o brigata l'adozione del modulo binario - divisione su due brigate e brigata su due reggimenti - fu unanime in tutti gli eserciti europei, sia pure non contemporaneamente, sino al 1918. SuJJ'organico reggimentale, invece, gli orientamenti - e le discussioni - erano stati, erano e rimasero diversi,
' F. STEFANI, La storia della dottrina e degli ordinamemi cit., l, pp. 315-324. ' In ogni Comando generale esisteva un nucleo di personale destinato, ali' atto della mobilitazione, a rimanere in posto per la continuità delle funzioni territoriali e per servi.re di base per la costituzione di un nuovo Comando formato da elementi della riserva. 'Le divisioni territoriali furono sedici, contro l'organico in guerra di venti. Quauro, a rotazione, furono «atlive», come unità di pronto intervento e di prima difosa nazionale. Giova notare che in Francia l'assemblea nazionale aveva votato nel 1873 la legge su ll 'organizzazione dell'esercito, che resterà in vigore sino al 1914. Essa si basava sul principio che anche in tempo di pace l'esercito fosse ordinato come previsto in guerra. 11 territorio nazionale era diviso in diciotto regioni militari corrispondenti ai diciotto corpi d'annata (il diciannovesimo era in Algeria). Non solo, ma ad ogni regione corrispondeva un coi:po d'armata territoriale che poteva essere mobilitato in tempo di guerra.
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basandosi gli un.i su criteri tattici, gli altri su criteri numerici ossia di comandabilità. Vale la pena, ad ogrù modo, rilevare che la compagnia venne riconosciuta ovunque, come già in Prussia ed in Austria-Ungheria, unjtà non soltanto amministrativa, disciplinare e addestrativa, ma altresì pedina elementare del combattimento ossia la più piccola unità di impiego tattico in luogo del battaglione. Questo fece tornare ad un organico ben più robusto di quello adottato dopo la prima guerra d'indipendenza, ma dimostrò anche una certa esagerazione nella tanto deprecata difficoltà di comando nella campagna del 1848-49. La compagnia tedesca aveva 5 ufficiali e 249 sottufficiali e truppa, quella austro-ungarica 4 ufficiali e 232 sottufficiali e truppa, l'italiana 5 ufficiali e 200 sottufficiali e truppa. Però la prima disponeva di 20 sottufficiali e graduati di truppa, la seconda 19 e l1italiana ben 30 (9 sottufficiali e 21 graduati) 1• Nel campo della fanteria, Ricotti prese due iniziative. Dei 45 battaglioni bersaglieri raccolti, per modo di dire, in quattro grossi reggimenti nonùnali, ne sciolse cinque e ordinò gli altri su dieci reggimenti (uno per corpo d'rumata), ciascuno su quattro battaglioni, per consentire maggior compattezza disciplinare e maggiore uniformità di istruzione, nonché per dare una base alquanto più larga al1' avanzamento degli ufficiali dei bersaglieri e di tutta la fanteria 2 • Inoltre costituì, con reclutamento regionale, 24 compagnie di alpini a guardia della frontiera settentrionale e, nel 1874, le riunì in sette battaglioni. La cavalle1ia ebbe dieci reggimenti lancieri e dieci reggimenti cavalleggeri, ciascuno su sei squadroni, con una forza di pace assai prossima a quella di guerra. Lo squadrone italiano contava 5 ufficiali e 136 sottufficiali e trnppa, quello tedesco 5 ufficiali e 150 sottufficiali e truppa (però il reggimento tedesco era su cinque squadroni), quello austriaco 5 ufficiali o 146 sottufficiali e truppa 3 • I) mtiglieria, che assorbì parte del treno e perse i pontieri, fu riordinata su dieci reggimenti da campagna, corrispondenti ai dieci corpi d' armata di guerra, ognuno su dieci batterie e tre compagnie treno, e due reggimenti da fortezza, ciascuno su dieci compagnie e tre compag1ùe treno. Alcune di queste ultime compagnie poi furono trasfom1ate in batterie eia montagna e compag1ùe da costa. 11 genio fu composto da due reggimenti, ognuno da 14 compagnie zappatori, quattro compagnie pontieri, due compagnie ferrovieri e tre compagnie treno. Infine, vera novità organica, Ricotti conferì il grado di ufficiale a medici, veterinari, comnùssari e contabili. Suscitò un vespaio, ma con il tempo il provvedimento venne accettato ·•.
' F. StSMONDO, Appunri di organica mi lira re cit., p. 212. ' C. CORSI, Iralia 1870-1895 cit., p. 139. ., F. StSMONDO, Appunti di organica militare cit., p. 212. '«L'amor proprio degJj ufficialj combattenti - disse Corsi-ne fu profondamente colpito( ... }. Avrebbero perfino acce uato di buon grado per camerati i medici, che dividono con loro le fatiche ed i pericoli e stanno continuamente a contatto con i soldati; ma veder messi alla pari i servizi di penna coi servizi di spada li fed nel vivo( .. .}» (C. CoRst,Jta/ia 1870-1822 cit., p. 129).
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La mobilitazione. Ricotti voleva raggiungere l'obiettivo di una mobilitazione rapida e ordinata, organizzando l'esercito «in modo tale che, come avviene in Prussia( ... ), basti mandare un ordine, una circolare, un telegranuna, perché tutti i corpi abbiano a porsi prestamente e ordinatamente in piede di guerra, sì che non occorrano a migliaia le promozioni e gli spostamenti» 1• Da questo proposito derivò l'istituzione dei distretti nùlitari 2, destinati a costituire «quel primo gradino cui fanno capo i rapporti fra esercito e cittadini, per quanto riflette il funzionamento della legge di reclutamento» e «nello stesso tempo organo importantissimo pella mobilitazione dell'esercito» 3. Circa il primo compito i distretti dovevano provvedere alle operazioni di leva; a ricevere, vestire, equipaggiare i coscritti, ad impartire loro una istruzione militare di base e ad avviarli ai corpi di destinazione, che, avendo anche la mobilitazione carattere nazionale, rimanevano quelli in cui era stato compiuto il servizio di leva. Oltre a ciò, rientravano nelle attribuzioni dei distretti l'istruzione degli uomini della 2• categoria, l'approvvigionamento di vestiario, equipaggiamento e carreggio dei reparti di fanteria e di cavalleria dislocati nella circoscrizione del distretto, il controllo dei militari in licenza o di passaggio, l' impianto e l'aggiornamento dei ruoli della milizia mobile. All'atto della mobilitazione era compito dei distretti chiamare alle armi le classi in congedo illimitato, gli ufficiali di complemento e della milizia mobile; vestire ed inquadrare i richiamati ed inviarli ai reggimenti; fornire ai reggimenti di fanteria i materiali di mobilitazione per il passaggio al piede di guerra; approntare ed inviare ai corpi le truppe di complemento sulla base delle disposizioni ministeriali. Come si vede da questi pochi cenni, i distretti - inizialmente 45, poi diventati 62 e quindi, nel 1877, portati a 88 - avevano un'importanza enom1e, tale da meritare ogni attenta cura. Ne esistevano di tre classi, secondo la popolazione della circoscrizione anuninistrativa statale cui facevano riferimento, e la loro disponibilità di truppa andava dalle due alle sei compagnie distrettuali. Ora, da un lato la stessa gravosità dei compiti non apparve inizialmente in piena luce al ministero - il distretto era centro di reclutamento, centro di mobilitazione, deposito, organo arruninistrativo e perfino addestrativo - , il che generò ince1tezze ed adattamenti per fronteggiare gli inevitabili disguidi ed inconvenienti d 'ordine pratico immediatamente emersi; dall'altro, come giustamente rilevò Corsi, pesò l'indubbio en-ore di non aver affidato sino dall'inizio sinùle strumento delicato e difficile a ufficiali ben preparati alla bisogna e chi,mm1ente orientati sui compiti da istruzioni scritte e chiarimenti verbali. «Infatti dalla qualità delle persone
1 AP Camera, X1 legislatura, iotervento di Ricotti nella seduta del 16 giugno 1871. L'operazione venne regolata con tre «tomi di mobilitazione». ' L' istituzione dei distretti, per la verità, figurava già nelle proposte del generale di Revel. ' F. S1SMONDO, Appunti di organica militare cit., p. 155.
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che sulle prime furono destinate ai quadri dei distretti parve sj dovesse argomentare che la nuova istituzione altro non fosse in sostanza che una trasformazione degli antichi Comandi di piazza, di provincia, uno stagno ove gettare gli ufficiali inetti al servizio attivo m. bramosi di riposo» '. Ricotti peraltro, avvedutosi dei primi inconvenienti, provvide opportunamente a far passare nei distretti ufficiali superiori di nota capacità e petfino ufficiali che avevano già superato le prove della Scuola di Guerra, nonché ad incrementare il passaggio dai repruii operativi ai distretti e viceversa. La difesa nazionale. Ricotti incontrò numerose contestazioni di vario tipo nel suo ljivoro, ma l'accusa principale che gli venne mossa riguardò la sua netta propensione per una linea di condotta difensiva o, per meglio dire, rinunciataria. Sta di fatto che attribuire a Ricotti pensieri clifensivistici è esatto, rimproverarglieli è ingiusto. L'atteggiamento di assoluta neutralità sostenuto con convinzione da Lanza e Minghettì e eia Visconti Yenosta derivava da circostanze cli innegabile forza maggiore riconosciute da tutta Europa. I conunenti del mondo finanzim'io inglese, francese e tedesco erano concordi almeno per il momento l'Italia doveva rinunciare a tenere in piedi un esercito del livello delle Grandi Potenze e comunque astenersi da spese cli rafforzamento militm·e; ogni suo sforzo doveva esser rivolto al bilancio. Per tutti «l ' Italia era senz'altro il paese del deficit finanziario» 2, il problema della difesa dello Stato, sul quale in quel periodo correvano fiumi d'inchiostro, era realmente sentito, anche perché i confini settentrionali suscitavano serie perplessità. Perduta la Savoia 3, la frontiera con la Francia si presentava pressoché aperta ad un'invasione, pure se costretta a trafil,u·si per valli anguste. L'andamento del confine tirolese faceva pensare alle possibilissime calate dei lanzichenecchi. Ad oriente, non esisteva alcun punto di appoggio naturale. Roma, infine, sembrava assolutamente alla portata di qualsiasi sbm·co francese in forze. E proprio la Francia rappresentava la fonte di ogni timore. ll suo comportamento appariva decisamente ostile e si faceva strada, non importa se a torto od a ragione, il timore di una discesa francese in Piemonte ai fine di ritogliere Roma all'Italia. Insomma, le preoccupazioni erano tanto vive da convincere nel dicembre 1871 lo stesso Ricotti a chiedere 152 milioni di fondi straordinari da spendere in cinque anni per fortificazioni, armamenti o dotazioni di mobilitazione, e le due opposizioni, la Destra rigidamente conservatrice e la Sinistra ambiziosamente progressista, si trovarono concordi nel tempestare la necessità di incrementare l'efficienza dell'esercito e della marina senza bada-
' C. CORSI, Italia 1870-1895 cit., p. 135. ' F. CMAl!OD, Swria della politica estera italiana cii., p. 497.
' Secondo il trattato di Parigi (20 novembre 1815) la Savoia era stata neutralizzata, Iiconoscendo alla Confederazione Sviuera il diritto di entrarvi per difenderla con le armi ove necessario. Tale particolare stato della Savoia cesserà solo con il trattato cli Versailles del 1919.
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re a spese. Soprattutto la Sinistra si mostrò sempre disposta a dare ancor più di quanto veniva richiesto. In quell' anno la Commissione permanente per la difesa generale dello Stato presentò una relazione a complemento del piano difensivo da essa elaborato 1• In sostanza, l'ltalia veniva divisa in due scacchieri: il continentale, a nord del1' Appennfoo tosco-emiliano, ed il peninsulare a sud. Per il primo si suggeriva una difesa «sistematica)>, basata sulla reiterazione dello sforzo difensivo su tre successivi allineamenti: i forti di sbarramento ai valichi alpini, le piazzeforti appoggiate al corso del Po, la catena appenninica appoggiata in avanti al ridotto centrale di Bologna. Per lo scacchiere peninsultu:e era considerata una difesa per «capisaldi», tra i quali i campi trincerati di Roma e di Capua, le piazze di Ancona e di Lucera, i porti fortificati di Livorno, Civitavecchia e Gaeta ed altri. Il progetto prevedeva la messa a punto di 97 piazze per un onere complessivo d.i 306 miliotù, ma ad esso era unito un secondo progetto, ridotto, che appunto lim.itava i lavori a 77 piazze. Ricotti apportò altri tagli, riducendo a 65 i luoglù da fortificare per un preventivo di 90 milioni, e presentò lo studio al Parlamento. Mentre la giunta parlamentare si accingeva all'esame del documento 2, il generale Bruzzo scriveva: «Finora fu ammesso q uasi come principio indiscutibile , che ch i è padrone della valle del Po è padrone dell'Italia. Ciò era vero quando l'Italia assisteva quasi inenue alle lotte di r ivali, che se ne contendevano il possesso. Non è più vero ora che chi vuol possederla deve battersi non con altri ma con lei. Un esercito battuto sul Po si ripiega verso il mezzogiorno, e rinforzatosi nella parte peninsulare riprende l'offensiva. Un esercito battuto nel sud si ripiega verso il centro. Se il centro è minacciato si fanno convergere in suo soccorso le risorse in uomini e materiali dal nord e dal sud. Infine un esercito batluto nella parte centrale si riannoda al nord o al sud» ' ·
Ne derivava l'orientamento strategico a considerare l'Italia divisibile in tre «sistenù difensivi» - uno a nord, con una o più grandi piazze sul Po; uno al centro, con la piazzaforte di Roma; uno a sud, con Gaeta come piazzaforte - ben collegate fra loro ·•. Ma l'anno seguente uscì la pubblicazione di maggior risonanza, quella dell'allora colonnello Agostino Ricci 5• Giova premettere, però, un commento dell'epoca:
'Relazione a corredo del Piano Genera.le di Difesa de/l'Italia presentata al Ministro della Guerra il 2 agosto 1871.
' L'iter parlamentare del progetto fu defatigante perché si tradusse in una successione di studi sempre più ridotti, fino a quando, nel 1875, la Camera li mitò il preventivo a 21.900.000 lire. Le sole opere intraprese in quel periodo furono le fortificazioni della base di La Spezia, opere fortificate nelle Alpi e magazzini centrali nella pianura padana (cfr. V. GALLINARI, Le riforme militari di Cesare Ricotti cit., p. 309. ' G.B. BRUZZO, Considerazioni sulla difesa militare dell'Italia, Dura, Napoli 1871 , p. 6. 'Ibidem, p. 7 e pp. 38-39. ~ A. R1cc1, Appunti sulla difesa dell 'Italia in generale e della suafmntiera nord-ovest in particolare, Locscher, Roma-Torino-Firenze 1872.
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«(.. .)non vi ha in Italia uomo di guerra che abbia appena varcato i trent'anni, il quale non ricor<li aver udito ripetere come verità indiscutibili: non essere la harriera delle Alpi di alcuna utilità militare ai nostri giorni; il volersene valere non essere soltanto pensiero vano, ma eziandio pericoloso, come quello la cui conseguenza inevitabile sarebhe il ritorno al siscema della guerra di cordone; l'Italia doversi onnai difendere vincendo grandi bauaglia campali nelle pianura della valle del Po.» '·
In altri termini, era reputata errore la difesa diretta della linea alpina perché, come accaduto durante le guerre della Rivoluzione francese, essa finiva per assorbire - si diceva - tutte le forze creando un deprecabile filiforme sistema difensivo. Dal timore di ricadere nel pericolo del cordone difensivo si passò al puro e semplice abbandono dell'intera fascia montana, proferendo tenere le forze raccolte in pianura, pronte a gettarsi sulle colonne nemiche sboccanti isolatamente d&lle vallate alpine. «Questo concetto venne ben tosto accolto universalmente ed in modo assoluto, e diventò uno dei dogmi ciel vangelo mi litare, senza attenuanti, senza restrizioni, senza tener conto dei rapp01ti della estensione e della natura del fronte da difendere colla massa delle forze sia della difesa sia del1' attacco, né della profondità della zona montana, né della distanza dei vari punti di sbocco fra loro» 2. Già nel 1859 i generali Luigi e Carlo Mezzacapo non avevano esitato a pronunciarsi contro simile rigidità cli ragionamento, dimostrando «assurdi» sia il sistema della difesa a cordone assorbente tutte le truppe, sia la rinuncia all'utilizzazione della fascia montuosa J, ma le loro pagine non riscossero molta attenzione, anche perché era il momento della guerra all' Austria. Chi, invece, provocò un vivacissimo ed utile dibattito fu Ricci. Anzitutto, condannò senza mezzi termini l'idea cli una difensiva metodica impostata su un succedersi di posizioni che dalla frontiera giungesse ad un forte ridotto centrale, in quanto inaccettabile come forma mentis mi li tare e politica. Ciò non toglieva che ragioni militari o politiche potessero «consigliare od imporre il fatto di una difesa temporanea come prodrnmo all'offesa, e si è perciò, per ciò solo che lo studio del sistema difensivo di uno Stato s 'impone come una necessità» 4 • In sostanza, un comportamento difensivo poteva esser condiviso o accettato unicamente in quanto preludente ad una controffensiva in condizioni di favore. Questo sarebbe stato impossibile a realizzarsi, scriveva Ricci, con l'esercito di prima linea più volte battuto, con mezzo paese perduto, con molti depositi e fabbriche caduti in mano avversaria >. Le conclusioni di Ricci erano limpide: «l. ( ... ) la guerra difensiva non può essere che un atto temporaneo di co11a durata, moralmente mai, militarmente forse vantaggioso in speciali condizioni topografiche. Una difensiva indefinita,
' V 1'Jì'ORIO EMANUEl.l: D AllC)RM IDA, La difesa della nostra frontiera occidentale in rdazione agli ordinamen.ri militari odierni, Locscher, Torino 1878, p. 2. ' ibidem, p. 7. 'LUIGI e CAt<LO M EZZACAPO. Swdi topografici e strategici sull'Italia, Milano 1859. ' A. R1c:u, Appunti sulla difesa dell'ltalia in generale cit., p. 3. ' Ibidem .
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peggio poi se assoluta, non potrebbe essere che la conseguenza fatale di un grave e1TOre politico, di cui niuno sfOizo d'uomo varrebbe a scongiurare gli effetti. Uno stato che non è in grado di far da solo la guerra offensiva si procacci delle alleanze o si rassegni ad aspettare; né l'una né l'altra sono questioni nùlitari (. ..)» '.
Per l'appunto la Destra si era rassegnata ad aspettare tempi migliori contando sull'interesse delle Grandi Potenze di non turbare l'equilibrio europeo e Ricotti, persuaso della difficilissima situazione economica dell'Italia 2, non poté che limitarsi a chiedere l'indispensabile quando le circostanze politiche sembrarono farsi allarmanti. Si noti bene che gli stanziamenti straordinari domandati erano disapprovati da osservatori stranieri particolarmente qualificati. Non per niente, nel settembre 1873, proprio nel periodo di maggior tensione con la Francia, Bismarck avvertì Lanza e Minghetti: «Voi avete un solo nemico da debellare ad ogni costo: è il disavanzo», suggerendo di volgere ogni cura ed attenzione a risolvere il problema economico senza pensare ad accrescere gli arrnan1enti e le fortificazioni 3. All'inizio del 1874 Nicola Marselli sosteneva che «la politica della debolezza e della supelficialità porta le sue conseguenze sugli apparecchi guerreschi: noi non abbiamo la febbre che dovremmo avere, e che avremmo se pensassimo che la guerra con la Francia è inevitabile e potrebbe non essere lontanissima ( ... )» 4 • E Cialdini, in Senato, affermava con calore non essere affatto vero che l'Italia dovesse diventare p1ima ricca per poter poi diventare forte, anzi doversi convincere che occorreva la forza per diventare ricchi» ;. Ma Bismarck, ancora, manifestava stupore perché l'Italia si lasciava andare ad altre spese militari invece di equilibrare il bilancio, posto che il governo di Roma aveva la certezza dell'appoggio tedesco in caso di aggressione da parte francese 6 • E Gladstone, venuto a Firenze, pur complimentandosi per i passi a van-
' Ibidem, p. 103. Sugli aspetti concreti della difesa dell'Italia, ci limitiamo a dire che Ricci vedeva due scacchieri: l'Italia centro-settentrionale , il principale, e l'Italia meridionale, secondario. Come linea di condotta, si trattava, a suo giudizio, prima di ostacolare il passaggio e lo sbocco dalle A lpi, poi di opporsi al concentramento delle masse riuscite a sboccare in piano. Fallita la difesa sulalto Po, occ.orreva appoggiarsi per la difesa manovrata ad un grande campo trincerato retrostante, imperniato sulle posizioni di Stradella-Piacenza-Bobbio, che avrebbe fatto da pendant con quello di Mantova-Borgoforte nei confronti della frontiera nord-orientale (pp. 103-106). 2 Corsi scrisse che Ricotti «dichiarò ripetutamente esser egli medesimo intimamente persuaso della nece.ssità d'anteporre a qualunque altra cura quella del buon assetto delle finanze, e quindi subordinare a ciò anche l'opera da lui intrapresa». E soggiunse: «Questo, a parer nostro, fo il maggiore degli errori o torti di lui» (C. CORSI, Italia 1870-1895 cit., p. 119). Un parere che non ci sentiamo di condividere, dal momento che la scelta politica, e quindi la responsabilità piena, era esplicitamente sostenuta dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri. ' Citato da F. CHABOD, Storia della politica estera italiana cit. p . 495. 'Marselli a di Robilant in data 8.1.1874, ibidem, p. 505. ' AP Senato, XII legislatura, intervento Cialdini in data 4 giugno 1874. • F. CHABOD, Storia della politica esrera italiana cit., p. 495.
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ti fatti dall'Italia, ammoniva che gli ital iani avevano in casa un nemico ben più temibile degli eserciti stranieri: l'enorme deficit delle finanze'. Secondo Chabod il riordinamento dell'esercito, il rinnovamento delle armi ed i primi lavori di fortificazione ricevettero per forza di cose un «insufficiente appoggio finanzi,u-io», tale da creare una simazione di inferiorità militare deJI 'Italia «troppo grande »perché non ne venisse int1uenzata la sua politica estera» 2• Siamo. più inclini a condividere il giudizio di Minniti, che l'appoggio finanziario sia stato non «insufficiente» bensì puramente e semplicemente «tutto quello che si può dare, e anche qualcosa di più>> J _ Aggiungiamo che se è vero che la politica estera cli uno Stato risulta fortemente int1uenzata dalla sua forza militare, è anche vero che lo è non meno dalla sua forza economica. Ad ogni modo meritano ampio•riconoscimento gli sforzi dei minisu·i delle Finanze, della Guerra e della Marina della Destra per essere riusciti da un lato ad arrivare al pareggio ciel bilancio, e dall'altro a conferire un solido assetto di fondo alle due forze annate, ad iniziare imp01tanti lavori difensivi sia terrestri sia marittimi, a rinnovare parte dell' amrnmento ". Trovm·e il mezzo per risanare le finanze e contemporaneamente potenziare gli armamenti è sempre stata una quadramra del circolo, facile per chi non ha responsabilità di governo 5• L' Alto Comando. Per chiudere sull'opera di Ricotti è oppo1tuno un cenno sul «cervello dell'esercito» 6 • In tempo di pace l'unico organo di comando era il ministero della Guena retto dal ministro, capo supremo effettivo 7• Gli studi operativi e le disposizioni inerenti istruzione, movimenti cli uuppe ecc., erano com-
'Ibidem, p. 494. ' l biden1, p. 507. ., F. M INNJTJ, Eserci10 e politica cit., p. 39. ·• Ibidem, p. 40. Fra i lavori citiamo quelli della base navale dc La Spezia, le opere nelle Alpi occidentali e orientali, i magazzini centrali e territoriali, le piazze di Mantova, Piacenza e Bologna. > L'ou. Corte nel suo intervento alla Camera il 30 maggio 1871, a proposito della spesa di circa 150 milioni per le fortificazioni permanenti nella pianura padana, affermò che «noi non dobbiamo in questa circostanza preoccuparci troppo della questione di denaro: il giorno in cui avremo assicurata la nostra indipendenza potremo dire di averlo speso giustificato ( ... ) . L'onorevole ministro delle Finanze vi dirà che non si possono trovare i denari; ebbene io sono nemico della carta moneta, ma stampate pure di codesta carta e comprate fucili., comprate cannoni, fate le forti ficazioni!» (cit. in F. M 1NNJT1, Esercito e politica cit., p . 202, n. 48). • Vds. Lucio CEVA, L'Alto Comando Militare ( 1848-1887), in «Nuova Antologia», gennaio-marzo 1981, p. 223 e sgg. 7 JOHN GooCH nel suo Esercito, Stato e società in Italia 1670-1915, Franco Angeli, Milano 1994, accenna ad un «Alto Comando», alla fine degLi anni Sessanta, «diviso da rivalità e ambizioni personali>>in cui «affondavano le radici dei successivi disastri» (p. 39). Posto che un organo del genere in pace non esisteva - chi comandava era il ministro della Guerra ed un fo11e accentramento carauerizzava la sua azione (del resto, vds. ibidem, p. 48) - l'allusione deve probabilmente riferirsi al complesso degli alti gradi della gerarchia militare. Ma nell'Italia liberale non si verificò più l'incresciosa e drammatica situazione del 1866 ed i «successivi disastri» si linùtarono ad Adua, che non può ascriversi a questione di semplice rivalità o ambizione personale di generai.i.
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pito dell'Ufficio operazioni militari e Stato Maggiore del gabinetto militare del ministro. Il 14 dicembre 1873 detto ufficio si trasformò in Divisione di Stato Maggiore. La regolamentazione organico-tattico-logistica, nonché la raccolta dei dati sui vari eserciti este1i e le predisposizioni per i trasporti ferroviari, invece, rimanevano affidate al Comando del Corpo di Stato Maggiore; mentre i lavori caitografici erano stari passati nell' anno precedente al nuovo Istituto Topografico Militare. Per l'attività di studio e pianificazione Ricotti abolì la Comnùssione permanente per la difesa dello Stato, sostituendola con il Comitato di Stato Maggiore Generale 1, quale «corpo consultivo del Governo ne.Ile grandi questioni militari». A detto Comitato competeva anche lo studio delle linee fondamentali della difesa d' Italia e la fomrnlazione delle conseguenti proposte 2• Così, nel 1874 esso tracciò le «Ipotesi di guerra presupponibili», un ventaglio di casi probabili, possibili e improbabili, per individuare gli aspetti strategicj sui quali successivamente soffennarsi. Queste ipotesi consideravano, infatti, l' Italia da sola contro la Francia (poco probabile, comunque comportante necessariamente una guerra difensiva); Italia e Germania contro la Francia (probabile, con guerra offensiva dalle Alpi in combinazione con offensiva tedesca dal Reno); Italia da sola contro Austria (improbabile, comunque comportante una condotta strettamente difensiva); Italia e Germania contro I' Ausu·ia (del tutto unprobabile al momento, comunque guerra offensiva su Vienna o Pest, in combinazione con offensiva tedesca); Italia e Germania contro Francia e Austria (possibile, nella quale eventualità derivava un atteggiamento difensivo su entrambi i fronti, oppure su uno solo con offensiva sull'altro); Italia e Francia contro Austria e Germania (improbabile, ad ogni modo da affrontare con un'offensiva su Vienna). Né veniva trascurata l'eventualità dell'intervento russo a fianco dell'una o dell'altra pmte :S. L'offensiva a nord-ovest, cioè l'ipotesi di una guerra couu·o la Francia in concorso con la Germania •; quella nord, cioè l'eventualità cli un conflitto italo-austriaco e forse anche francese contro la Germania e quella nord-est, cioè una guerra contro l'Austria unitamente,alla Germaiùa o non 5, erano delineate con più
' La presidenza del Comitato fu affidata al generale Cialdini, il quale però dopo pochi mesi si ritirò dall'incarico, lasciando il Comitato acefalo e ridotto a poco più di una segrete1ia (C. CORSI, Italia ]870-/895 CÌL , pp. 150-15 l). ' Il Comitato, almeno nelle intenzioni, doveva avere carattere interforze. Esso, infatti, si componeva «degli Ufficiali Generali di terra e di mare che coprono i più alti impegni militari» (legge 10 settembre 1873, n. 159!, art. 10). 'AUSS.ME, Fondo C01po di Stato Maggiore. Corrispondenza, rep. 024, racc. 47 ·• AUSSME, ibidem, racc. 28 e 47. Cfr. JOHN Goorn, L'Italia comro la Francia. l piani di guerra difensivi e offensivi 1870-1914, in <<Memorie Storiche Militari 1980», USSME, Rom.a 1981, p. 153 e sgg. ' AUSSME, Fondo Corpo di Stato Maggiore, Corrispondenza, rep. G 24, mcc. 49.
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attenzione e sorrette da ricognizioni specifiche oltre frontiera e nelle vallate alpine 1, e da conseguenti monografie. Il tutto si concludeva con «memo1i e» presentate al ministro della Guerra 2• Peraltro i progetti cli radunata non erano seguiti da veli e propri piani paiticolari riflettenti i vali aspetti dell'ipotesi strategica, primo fra tutti il piano dei trasporti ferroviari. A prescindere dal fatto che l'accennata ripaitizione dei compiti era tutt'altro che ben definita, sì che della regolamentazione si occupavano la Divisione di Stato Maggi(!re del ministero, il Conùtato cli Stato Maggiore Generale, il Comitato delle ~mni speciali, il Comando del Corpo di Stato Maggiore ed anche, talvolta, qualche Comando Generale, con inevitabili sovrapposizioni di lavoro, conflitti cli interesse e dissonanze 3, la soluzione del problema Al.to Comando era ancora nel1a fase iniziale •. Secondo la relazione Corte, che accompagnava il disegno ai legge sul! ' ordinamento dell'esercito, il presidente del Comitato di Stato Maggiore Generale non poteva essere il comandante in capo dell'esercito perché il Co1nitato aveva compiti puramente consultivi, però «l:'ufficiale generale che verrà chiamato aU'altissimo ufiicio di Presidente avrà in tempo di pace incarichi di una natura sì speciale e delicata che, allo scoppio della guerra, i di lui consigli renderanno certo meno difficile al ministro della Guerra la ~celta degli ufficiali generali da proporsi ai maggiori comandi dell 'esercito( ... ). La scelta di chi deve in pace sovrintendere e dare indirizzo agli studi tattici e strategici, di chi deve nei casi di guerra preparare ed avv iare la mobilitazione, è questione di incalcolabile importanza per la nostra patria, per l'avvenire delle nostre armi» 1.
Il discorso appm·e generico e scivola nella retorica. È ben strano ritenere che un ministro della Guerra - allora sempre un generale - avesse bisogno di suggerimenti in extremis (a parte la nota influenza del re) per nominare i comandanti di armata; è insufficiente la percezione della necessità di indicare un vero responsabile tecnico della preparazione militare alla guerra; è palese, anche se comprensibile a quei tempi, l'incertezza sul predestinato comandante in campagna 6 • Indubbiamente Cialdini, nominato per piimo alla presidenza del Comitato di Stato Maggiore Generale, aveva interpretato tale no1nina quale implicita designazione al comando dell'esercito in guerra, ma tale interpretazione, pur assai
' AUSSME, ibidem, racc. 28. ' AUSSME, ibidem, racc. 47, 48 e 49; Fondo Studi, carteggio, circolari de/l'Ufficio Ordi,wmemo e Mobilizazione, rep. F4, racc. 296. ' C. CORSI, Italia 1870-1895 cit., pp. 151-152. ' Ceva ha giustameme rilevato l' incoerenza del fatto che il Comitato, composto da generali ed amnùragli, dovesse richiamare l'attenzione del solo ministro della Guerra e non anche di quello della Marina sui gravi problemi militari (L 'Alto Comando cit., pp. 226-227). ' AP Camera, Xl legislatura, relazione Corte in data 15 ollobre 1872. <· Ricordiamo che, a cinquant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, governo e parlamento italiani non hanno ancora saputo o voluto rispondere in concreto al quesito di chi deve c.omandaJe in guerra.
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diffusa, era a nostro avviso sugge1ita più dalla personalità di Cialdini stesso che non dalla carica. Ad ogni modo, il presidente di un organo puramente consultivo e di studio, privo in pace di responsabilità e di autorità sull'intero apparato militare e sui provvedimenti che ad esso si riferivano, non poteva seriamente esser visto come il naturale comandante in capo all'atto dello scoppio delle ostilità. Cialdin.i aveva un carattere difficilissimo, però ben conosceva i problemi del comando in guem1 (come dimenticare gli eventi del 1866?), perciò nel 1874 non poté accettare la situazione e nel 1877, con Mezzacapo, rifiuterà la carica di capo di Stato Maggiore perché, allora, troppo simile a quella di presidente del Comitato di Stato Maggiore Generale 1•
3. LA PRIMA TRJ"PUCE ALLEANZA M.E. Howard ha delineato in modo eccellente il periodo tra la guerra franco-prussiana e la 1• guerra mondiale. A parte i minori conflitti coloniali, si succedettero in pratica quattro decenni di pace ininterrotta, con tre eccezioni assolutamente localizzate, quali la guerra russo-turca del 1877-78, la guerra sino-giapponese del 1894 e la gue1w ispano- americana del 1898. «Eppure durante questi anni le grandi potenze, e in particolare quelle europee, si prepararono per la guerra con una diligenza quale non si era mai vista nell'epoca moderna>>. Si trattò di un vero e proprio circolo vizioso. La rivoluzione tecnologica dell'Ottocento si fece sentire anche nel settore degli armamenti e, poiché il crollo inatteso della Francia nel l 870 aveva mostrato la sorte che attendeva una Potenza che non si fosse preparata a mettere in campo un grosso esercito dotato di anni moderne, inevitabilmente ogni Grande Potenza considerò con sospetto e timore l'incremento militare dello Stato vicino e rivale e fu indotta, a sua volta, ad aumentare gli stanziamenti di bilancio per la guerra. Ma la necessità di disporre di grosse masse annate comportava la leva generale, l' istrnzione militare della popolazione atta a portare le anni, la costituzione di ingenti dotazioni di mobilitazione. Quindi le spese militari ne venivano incentivate creando un pericoloso squilibrio nelle finanze statali. Questo suscitava preoccupazione, tensioni ed opposizioni sempre più decise da parte delle forze liberali e socialiste, impegnate a chiedere l'attenzione dello Stato sulle esigenze dell'istruzione pubblica e dei servizi sociali e, in ultima analisi, pronte a battersi contro le spese militari ed il «militarismo», ali' occorrenza anche con gli scioperi generali. Dal canto loro, gli ambienti militari, per quanto, almeno in Europa, non nutrissero alcuna simpatia per la politica, si facevano carico della sicurezza dello Stato e, documentati sui prepara-
' C. CORSI, llalia 1870-1895 cit., pp. 197- 198.
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tivi bellici dei vicini, chiedevano l'aumento dei fondi per le spese militari e tendevano a liberarsi delle limitazioni imposte dallo Stato 1• Laddove le forze politiche al governo si mostrarono sensibili a motivi irredentistici o nazionalisti o colonialisti, e perciò disposte ad «avventure», i circoli militaJi trovarono incentivi e sostegno. E questo accadde in Italia durnnteil governo della Sinistra. L'occupazione di Roma ebbe riflessi anche nella politica interna italiana, in quanto eliminò i principali elementi cli attrito parlamentari. Mentre la Destra veniva lentamente logorandosi per la lotta tenace della Consorteria antipiemontese c01iu-p la Permanente piemontese e per i disaccordi fra i suoi maggiori esponenti, la Sinistra diventava «il campione di tutte le classi oppresse e di tutte le zone depresse che esigevano un riconoscimento politico» 2• Essa criticava la politica estera di Visconti Venosta giudicata troppo debole, la durezza delle repressioni in tema di ordine p ubblico, la pressione fiscale derivante dalla rigida economia di Sella e cli Minghetti. Proprio su quest'ultimo argomento si appuntava la sensibilità delle masse popolari, talché quando, il 16 marzo 1876, Minghetti annunciò alla Camera il raggiungimento del pareggio del bilancio ed il prevedibile saldo attivo neU' esercizio finanziario dell'anno successivo, la Sinistra si preparò alla lotta. Non ne ebbe l'opportunità perché due giorni dopo il governo fu battuto su un' altra questione importantissima, quella dell'esercizio statale del1' intera rete ferroviaria, cui si opposero sia la Sinistra sia parte della Destra. Accolte le dimissioni di Minghetti, il re affidò l'incarico ad Agostino Depretis, il principale esponente della Sinistra moderata, suscitando l'entusiasmo dell'intera Sinistra, dei meridionali e dei repubblicani. Nelle elezioni del novembre di quell'anno, condotte dal ministro dell'Interno, Nicotera, con una pressione mai vista in Italia, la Sinistra riportò una vittoria «eccessiva e pletorica» 3 • Fra il marzo 1876 ed il luglio 1887 Depretis resterà presidente del Consiglio per otto anni con due intenuzioni ad opera di Benedetto Cairoli, nella seconda delle quali (novembre 1879-maggio 1881) tenne il po1tafoglio dell'Interno. Convinto che l'Italia avesse ancora bisogno di qualche decennio di calma per irrobustirsi, migliorare l'economia ed acquisire un'adeguata solidità militare, il suo programma prevedeva riforme moderate cd una politica estera del tutto aliena da avventure. Come affermò nel suo discorso del 28 marzo 1876 al Parlamento, in tema di politica militare egli si proponeva di continuare l'opera «a cui diede mano il precedente ministero con sagacia e pe1tinacia» e per quanto ri-
' M.E. HOWARD, Le forze armate, in Storia del 1n01ulo moderno cit. voi. Xl, pp. 255-257. L'Italia dal liberalismo a/fascismo, 1870-1925, Latena, Roma-Bari 1993, p. 51. ' ! VANOE BoNOMJ, La polilica italiana da Porta Pia a Vìuorio Veneto, Einaudi, Torino 1944, p. 41. ' CHRISTOPHER S ETON- W ATSON,
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guardava la politica estera chiari che non c'era altro da fare. che «condurla con prudenza non minore di quella del predecessore» 1• Sul piano finanziario, poi, dichiarò subito che 11011 intendeva spendere «una sola lira in più delle entrate», perciò per il momento la più odiosa delle imposte indirette, la tassa sul macinato, fu mantenuta e l'esercizio delle ferrovie rimase allo Stato 2• In definitiva, ben presto la Destra moderata si trovò perfettamente d ' accordo con la Sinistra moderata e la cosiddetta «rivoluzione parlamentare» del 1876 perse ogni carattere rivoluzionario. Senonché un evento esterno agì da innesco nella insoddisfazione generale: la rinnovata questione d'Oriente, vale a dire l'esplosione della Balcania. Il moto insurrezionale scoppiato nel luglio 1875 nell'Erzegovina e poi nella Bosnia contro il dominio turco, trovò riscontro nel maggio-settembre 1876 nell'insurrezione della Bulgaria e nella conseguente dichi,m1zionc di guerra della Serbia e del Montenegro alla Turchia, ed infine nell'intervento armato della Russia (24 aprile 1877) con la neutralità amichevole ed interessata dell'Austria-Ungheria. Ovviamente le ape1ie mire di Vienna e di Pietroburgo su parti dell'impero ottomano in Balcania non potevano lasciare indifferenti né Inghilterra, né Germania e nemmeno l'Italia. La crisi balcanica offrì lo spunto alla Sinistra per una ripresa delle idee-guida di Mazzini: l'orgoglioso mito di Roma, il convincimento di una propria missione, il principio di nazionalità, la liberazione delle terre «irredente» , l'espansione nel Mediterraneo. Era inevitabile il ritorno alla questione del completamento dell' Unità. La politica estera della Sinistra, peraltro notevolmente divisa in proposito, ebbe dunque carattere revisionista, pur se con il semplice ricorso alla diplomazia, il che compotiava il pericolo di incidere sullo status quo, atteggiamento assai poco gradito dalle Grandi Potenze. Dirà ben presto il generale Carlo Felice di Robilant, ambasciatore a Vienna: «(... ) vano è il dissimularselo: l'opinione pubblica in Europa e quella dei Gabinetti in partico)a(e, ci è contraria su quella questione [dell'occupazione austriaca della Bosnia] perché general mente si vuol vede(e in essa un pretesto per stabilire nostri eventuali compensi, cioè all ' acquisto del Trentino e di altre terre austriache; aspirazione questa molto sfavorevolmente apprezzata in Europa, come ritenuta di natura ad accrescere le già soverchie complicazioni che minacciano la pace generale» ' ·
'AMEDEO Mosc,rn, I ministri del regno d'Ttalia, IV, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Salerno l964, pp. 1-2. Di fronte alla politica estera Depretis arretrava, privo di senso europeo e consapevole della propria impreparazione specifica. Soruiino solcva dire che la caratteristica di Depretis fu la politica alla giornata, una politica di equilibrio e di ripieghi (SAVERIO CILJBRIZZI, Sroria parlamentare, politica e diplomaiica. d'Italia da Novara a Vittorio Veneto, II, Albrighi e Segati, Milano l 925, p. 339). 'Solo nel 1889 l' esercizio delle ferrovie verrà affidato a società private, che divideranno i pr.ofitti con lo Stato. ' Di Robilant a Melegari in data 7.10.1877, D.D.l., 2' serie, IX, doc.134, pp. 114-115.
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Per giunta, «durante tutto questo periodo, la diplomazia italiana è p,u-sa non prefiggersi una meta certa e confondersi nella sua via, le due qualità peggiori dalle quali una politica possa essere magagnata» ' conunentò Ruggero Bonghi, che aveva subito intuìto trattarsi della spartizione dell'impero turco assai più che di una rinnovellata questione d'Oriente. Spa1iizione, per giunta, che non si limitava alla penisola balcanica ma si estendeva ali' Africa settentrionale: <<D giorno che l'Impero si disciogliesse, e che la sua presa cessasse non solo nella pa.tie d'Europa, in cui si regge tuttora, ma in Asia Minore e sLtlJc coste d'Africa, allora al protettorato del Sulta.t10 nell'Egitto si potrebbe surrogare quello dell'Inghilterra; e non vedo perché a]lora non si potrebbe surrogare altresì quello dell'Italia al protettorato del Sulta.t10 a Tunisi»'· l
Se il ministero degli Esteri era stato assunto da Luigi Melegari, figura diplomatica di secondo piano, già anziano e poco incline alla lotta, al quale, per di più, da segretario generale agli Esteri, era da addebitare non poca responsabilità nella discutibile politica che aveva condotto a Mentana 1, alla Guerra si era insediato il generale Luigi Mezzacapo, di tutt'altro carattere. Il pensiero di Mezzacapo divergeva da quello di Ricotti per diversi aspetti, tuttavia in sostanza si può affennare che accettava l'ordinamento Ricotti, anche se non come punto d' arrivo; che intendeva avvicinare e rapidamente la situazione organica di pace dell'esercito a quella di guerra; che, perciò, riteneva indispensabile un considerevole aumento del biJancio della Guerra. Riconobbe onestamente che «ristorare le finanze dello Stato era necessità suprema, comeché dalla finanza derivino i mezzi per raggiungere quasi tutti gli scopi», però rilevò che fosse passata «quasi inavvertitamente in seconda linea la questione delle spese occorrenti all' ordinamento della difesa dello Stato» 4. Il discorso era piuttosto contraddittorio, ma Mezzacapo rifiutava l'idea che le spese militari fossero considerate «una somma quasi perduta», essendo per lui dogmatico l'assunto «che da noi si faccia, serbate le proporzioni necessarie, quello che fanno gli Stati più potenti», visto che l'assetto da conferire alla difesa «non dipende da noi, bensì dal mezzo in cui viviamo» 5, il quale «mezzo» erano gli avvenimenti esterni. Alle vaghe notizie su accordi delle Potenze circa l'occupazione austriaca della Bosnia, Depretis si lasciò attrarre dalla tentazione di saggiare l'Austria-Ungheria sulla possibilità di uno scambio «per trarre fuori dalla guerra d'Oriente il Trentino»~. I colloqui con il m.inistro degli Esteri austriaco, Andrassy, nell'esta-
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R UGGERO BONGHI,
La diplomazia italimw nella crisi d'Oriente in «Nuova Antologia», set-
tembre 1878. ' RuCGERO BONGHI, La giustizia e
la libertà i11 Oriente, in «:Nuova An tologia», settembre 1877.
Cfr. WALTER MATURI nella prefazione a R. BONGHJ, Politica estera ( 1866-1893) cit., p. XXTII. ' A. MOSCATI , l ministri del reg110 d 'Italia cii., IV, p. 38. ' L. MEZZACAPO, Anni e politica, Roma 1882, p. 6. ' Ibidem, p. 7'. ' R. PETRIGNANI , Newralità e allea11za cit., p. 123.
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te-autunno 1876 si svolsero in un clima di cautela e di diffidenza, sino a quando la notizia di una precisazione fatta dall'Italia alle Grandi Potenze, che l'eventuale occupazione della Bosnia da parte dell'Austria avrebbe nociuto agli interessi italiani, non spinse Andrassy ad una secca e nùnacciosa messa a punto con Robilant, i1 quale informò subito Roma: «Di Trieste, disserui, facciamo astrazione: essa faceva par1e dell'Impero germanico, dunque ogni discussione al riguardo sarebbe superllua 1 Quanto al Trentino, tengo a dirvi che ferma resta sempre la nota che al riguardo scrissi al conte Wimpffen e che S.M. il Re [d ' Italia] dichiarò all' Imperatore di accettare pienamente. (. .. ) sono costretto a dichiar,u·vi che ove, per una ragione qualunque, venisse a verificar·si il caso, che spero non succederà più (. ..),che avessimo ad acquistare qualche territorio nuovo, non perciò ci rassegneremo a ceden•i p,U'c ella qualunque del territorio situato al di qua della comune frontiera stabilita dal Trattato con voi stipulato. Neppme un villaggio cederemmo; ed ove ci vedessimo minacciati di un ' aggressione non l'aspetteremmo!» '.
Il raffreddamento dei rapporti fu immediato e Depretis allora tentò di ottenere l'appoggio russo, con il risultato di incontrare l'indifferenza di Pietroburgo 2 , di insospettire ancor più Vienna, di irritare Berlino e perfino di urtare Londra \ Mezzacapo aveva già reso noto il livello della situazione militare ereditata e denunciato la sostanziale impreparazione dell'esercito a Depretis: I
«Compiendo alla riserva espressa nella mia nota confidenziale dell'8 giugno ultimo scorso e per soddisfare ad un imperioso dovere in affare di così grande importar1za guai è l'ordinamento delle forze militari del paese, dal quale dipendono la sicurezza esterna e la grar1dezza della nazione, mi onoro trasmettere a V.E. la seguente relazione dalla quale apparisce che siamo ancora mol.to lungi da quel punto al quale generalmente si crede giunta la nostra potenza militare, pregando V.E. di voler rendere nota questa relazione anche al Consiglio dei ministri. E ciò lo credo tanto più necessario in vista delle gravi preoccupazioni politiche presenti, per effetto delle quali se si fosse costretti a prendere le armi si farebbe rovesciare sul governo attuale la responsahilità di fat.ti non suoi» ·1•
La relazione consisteva in una lunga elencazione di rilievi critici sulla situazione organica, sul livello degli armamenti, sullo stato dei servizi logistici e delle dotazioni cli mobilitazione, sulle fortificaziot1i. Le deficienze ora si mutarono in accuse esplicite in Parlamento 5 • Mezzacapo sostenne che con quanto aveva trovato avrebbe potuto portare al fuoco appena 150.000 soldati dotati di fucili Wetterly di nuovo modello cal. J0,5, i soli che reputava utili <>; che le dotazio-
' Di Robilant a Melegari in data 14.1.2.1876, D .D.l., 2• serie, VU, doc. 494, p. 601. ' Nigra a Melegari in data 14. 12. 1876, D.D.J., 2' serie, VII, doc . 666, p . 803. ' R. PETRJGNANI, Neutralirà e alleanza cii., p. 127. ' Mezzacapo a Depretis in data 7 .7.1876, in F. Minniti, Esercito e polirica cit., p. 72. ' AP Camera, Xlll legislatura, seduta del 18 dicembre 1876. • L'acquisto di 270.000 fucili di nuovo modello deciso ne l 1872 aveva subito ritardo per le difficoltà emerse durante la costrnzione della fabbrica d'armi di Terni. Nel 1875 Ricotti aveva presentato un nuovo disegno di legge per l'approvvigionamento di altri 300.000 nuovi Wetterly, ma il Parlamento aveva autorizzato la spesa di soli 176.000 fucili.
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ni di mobilitazione erano insufficienti e che la mobilitazione era complessa perché, tra l'altro, occorreva creare ex-novo troppe grandi unità. Perciò chiese fondi. Ricotti, risentito, replicò che in caso di guerra improvvisa l' Italia sarebbe stata in grado di mettere in campo 400.000 uomini fra prima e seconda linea, muniti di armi idonee perché i 600.000 fucili mod. 1860 esistenti in magazzino, trasformati a retrocarica secondo il sistema Carcano dopo il 1866, valevano quelli prussiani del 1866 e del 1870; che 98 milioni di caitucce bastavano per un anno di guerra ed appariva quindi superfluo approvvigionarne a ltri 144 m ilioni; che portare il numero delle divisioni esistenti in pace da 16 a 20, ed i corpi d' armata da 7 a I O avrebbe peggiorato la situazione della forza presente nelle unità in tempo di.Pace 1• Non sembra che con la sua relazione Mezzacapo abbia suscitato nel Parlamento i consensi che si attendeva e, per contro, le critiche non furono lievi 2 • Peggio accadde il 17 maggio 1877, quando il Giornale Ufficiale riportò un inatteso decreto con il quale sette tenenti generali erano collocati a riposo e quattro altri in disponibilità, quas i lutti piemontesi. il provvedimento provocò scalpore e sdegno in Parlamento e nell'opinione pubblica sia per il modo scortese, sia perché si trattava di personalità degne di ogni riguardo: Cadoma, Petitti, Valfré ecc .. Talché si parlò di «sollevazione della Nunziatella contro l'Accademia Militare di Torino» l _ Intanto, se da parte austriaca c · era un cenno di ritorno al buon vicinato, «le nubi sorte fra i due Stati - aveva detto Andrassy, a di Robilant - essendosi del tutto dileguate» ·', l'ambasciatore a Londra, Luigi Menabrea, dal canto suo avvertì che l'Inghilterra non avrebbe assistito indifferente ad uno smembramento della Turchia e suggerì di tener presente, oltre alle predisposizioni per la difesa del regno, l' utilità di disporre di «una forza mobile tale da far pendere la bilancia dal lato in cui porremo la nostra spada» ·\ Mezzacapo procedette nella sua opera di adattamento dell 'ordinamento Ricotti senza tentennamenti, anche perché dalla politica finanziaria «della lesina» di Sella e di Minghetti si stava passando a quella della «finanza allegra» di Agostino Magliani, caratterizzata da maggiori stanziamenti per gli am1amenti e per i lavori pubblici, nonché da un pericoloso ricorso a prestiti 6 •
' E. J\ RB18, Cinquant 'anni di storia pariClmentare cit., l V, pp. 586-591. 'A. MOSCATI, / 111i11is1ri del regno d'Italia cit., IV, p. 57. ' Ibidem. p. 58. ' Di Robilant a Melegari in data 6.1.1877. O.O.I.. 2• serie, VIII, doc. 12, p. 38. ' Menabrca a Melegari in data 3.2. 1877, D.D.L, 2• serie, VIII, doc. 11 3, pp. 133-1 36. • C. SETON- WATSON, L'Italia dal liberalismo cit., p. 75. Magliani reggeva il ministero del Tesoro ed anche quello delle Finanze. TI suo nome «è rimasto famoso, come del rappresentanle tipico di una finanza insinceramente ottimisùca ed una quasi prestigitazione finanziaria ( ... ). De Prctis per parte s ua non lo frenava, preso come era dalla passione di rimanere al govemo ad ogni costo( . ..)» ( GIOVANNI G10 1. nT1, Memorie della mia vita, Garzanti, Mil ano 1967. p. 49).
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Uno dei primi punti su cui si fissò l'attenzione di Mezzacapo fu «( .. .) l'arduo problema dell' ufficio del Capo di Stato Maggiore dell' esercito di cui il suo predecessore aveva tentato la soluzione colla istituzione del Comitato di Stato Maggiore Generale, la quale, come vedemmo, era rimasta, non inoperosa, no, ma abbozzata soltanto, acefala, e da ultimo implicata col Comando del Corpo di Stato Maggiore. Gli si presentava come una doppia questione simultanea di principio e di persona; di principio perocché bisognava determinare la estensione e comprensione di quell'alto officio, e quindi l'autorità e responsabilità di chi ne fosse investito, cioè la situazione officiale di lui così in pace come in guerra, di fronte da un lato al Ministro della Guerra ed all 'esercito, dall'altro al Govemo intero, al Re cd al Parlamento; di persona perché l'esito buono o no della istituzione dovea dipendere per la massima parte dal carattere dell' uomo cui fosse affidata» '.
Pensò nuovamente a Cialdini, ma questi pose il dito sulla piaga: «Come potrei io, diceva, o come potrebbe chiunque altri assumere la direzione delle operazioni d'una guerra senza assumerne in pru·i tempo la responsabilità'? e come addossarsi questa chi non avesse parte nella preparazione degli stmmenti coi qu,1li si fa la guerra, cioè le truppe, i generali, le fort.ezze, le armi, ecc., e non lj conoscesse perfe!lamente, e non avesse assuefatta la mano ad adoperarli, e non fosse persuaso della loro bontà, e, peggio ancora, ne dubitasse? Da ciò la necessi tà d' un inferimento di questo futuro capo di Stato Maggiore in molte parti dell ' amministrazione della guerra in tempo di pace( ...). Ed aggiungeva egli stesso: come potrebbe adattarvisi il Ministro della Guerra, ché solo responsabile dinanzi al Parlamento? Lo diceva schietto, come chi si trova dinanzi ad un problema insolubile>>2 •
Mezzacapo non fece «buon viso a quelle proposte e non pareva punto soddisfatto di caricarsi di quel sopracciò». Cialdini fu mandato a Parigi come ambasciatore ed il Comitato di Stato Maggiore Generale restò «un'appendice del Comando del Corpo di Stato Maggiore» 3• Così il problema fu accantonato. Per quanto concerne la forza dell'esercito, nei due anni dell'amministrazione Mezzacapo, le principali innovazioni furono rappresentate dalla legge sulla milizia territoriale e comunale (già avviata da Ricotti) che sanzionerà l'abolizione della guardia nazionale, l'emanazione del regolamento sul servizio trasporti ferroviari e marittimi • il riordino dell'esercito di seconda linea (milizia mobile) previsto nella costituzione di dieci divisioni, la revisione della circoscrizione ter-
'C. CORSI, Italia 1870-1895 cit., p. 75. 'ibidem, pp. 197-198. 'Ibidem, p. 198. 1 • In tempo di pace venne istituito presso il Comando del Corpo di Stato Maggiore un ufficio trasporti incaricato di studiare e predisporre tutte le misure da atluare in caso di guerra per assicurare il regolare e rapido funzionamenti dei trasporti su strada, per ferrovia e per acqua. All' atto della mobilitazione 1ale ufficio si trasformava in Direzione generale trasporti, passando a far parte del segretariato genernle del ministero della Guerra. Ultimate le operazioni di mobilitazione e di radunata, la Direzione generale trasporti si staccava dal ministero della Guerra ed entrava a f:u· parte dell'Intendenza generale. I trasporti allinenti allo schieramento ed alle operazioni di campagna rientravano nella competenza delle direzioni trasporti d' armata, alle dipendenze dell'intendente d':umata.
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ritoriale. A questo proposito, il regno venne ripartito in dieci territori di corpo d'armata e venti di divisione. Per ogni divisione territoriale fu istituito un Comando Superiore dei distretti, a coordinamento e controllo dei distretti, il cui numero sali a 78 1• Poiché il provvedimento comportò il trasferimento di molte unità dal nord al centrosud, molte furono le obiezioni (anche perché lo si ritenne un primo passo verso il reclutamento territoriale) e creò problemi per i trasp01ti ferroviari di radunata, ma l'effettivo miglioramento delle operazioni di mobilitazione in ce1to modo ridusse gli effetti dell'inconveniente. li settore su cui Mezzacapo maggiormente operò fu quello delle fortificazioni. «Conviene pensare attivamente alle fortificazioni delle frontiere, vuoi dalla parte 1ena terra, vuoi da quella del mare» affermava 2• L' orientamento è stato al centro di una delle parecchie querelles, in quanto indice di deprecata mentalità difensivistica, ma bisogna tener presente che un complesso di misure difensi,ve è necessario quale che sia il disegno strategico. Negli anni Settanta, poi, esisteva una specie di febbre fo1tificatoria alla quale nessuno Stato sfuggiva, nemmeno la Germania. E la Francia, il cui spisito era dominato dal desiderio della rivincita, nel 1874 dava il via all'allestimento di un sistema fo1tificato che aveva i suoi punti chiave a Toul, Verdun e Epinal 3• Comunque, a Mezzacapo stava a cuore la difesa di Roma in primo luogo. Ad esser precisi il suo pensiero era più che complesso: «Le fortificazioni della Capitale vogliono essere prontamente compiute. Ma anche ciò fatto, se questa è garantita da un colpo di mano proveniente dalla spiaggia romana, non è sotto le mura che essa si difende. Gli attacchi seri e più pericolasi le possono venire dalle vie dell'Appennino al Nord, e al Sud di esse. In queste posii.ioni devesi di rendere efficacemente la Capitale. Quei monti mancano quasi totalmente dei mezzi che l'arte suggerisce per renderli forti, mentre sono capaci per loro natura, qualora siano ben fortificati , e di fesi da ponente da buono esercito, di diventare quasi invalicabili»",
Perciò per la capitale si accontentava di un semplice cerchio cli opere semipermanenti atte a dare sicurezza contro attacchi improvvisi a seguito cli sbarchi. Il «colpo di stato» conservatore effettuato a Parigi dal presidente MacMahon (16 maggio 1877) ed il fermento clericale transalpino fecero diventare improvvisamente difficili quei rapporti con la Francia che l'avvento della Sinistra aveva reso più cordiali. L'eventualità di una vittoria elettorale dei clericali nell'autunno venne vista alla stregua cli una minaccia di guerra, perciò i verbali delle se-
' [n caso di mobilitazione, e alla partenza dei Comandi di divisione militare, i Comandanti superiori dovevano assumere il comando territoriale della divisione per poi rimenerlo ai titolari nominati a tale incarico. 2 L. M e:uAC.11PO, Armi e politica cit., p. 12. ' P.M. Dc L \ GORCE, Le armi e il potere, TI Saggiatore, Milano 1967, p. 26. ' L. MEZZACAPO, Anni e politica c it., pp. 12-13.
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dute dei Consiglio dei ministri del 22 luglio e del 17 agosto 1877 ripottarono che una non meglio definita «situazione europea» imponeva l'adozione di pronte misure cautelative. In tale atmosfera, Mezzacapo rinunciò temporaneamente alle fortificazioni sulla frontiera orientale, che da sole avrebbero richiesto uno stanziamento di nove milioni, dando la priorità al pericolo Francia e rafforzando l'esercito di campagna sotto tutti gli aspetti con una spesa complessiva di 19 milioni senza assenso parlamentare. Sul tipo di difesa della capitale il generale del genio Giovanni Bruzzo, nominato nel maggio di quell'anno comandante della divisione militare di Roma, fece pesare la sua personale opinione. Rinunciò ali' optimum di un vero e proprio campo trincerato ma, poco prima della fine dell 'am10, avviò la costrnzione di una corona di quindici forti, ad un paio di chilometri l'uno dall'altro, attorno alla città con gravitazione sulla sinistra del Tevere. Per rendere possibile il rapido inizio dei lavori non si esitò ad operare uno storno di fondi di circa cinque milioni dei tredici già stanziati per i passi alpini. A fine anno, però, le relazioni con la Francia ripresero un tono amichevole. Quanto all'altro vicino, l'Austria-Ungheria, esisteva fra i due paesi una divergenza di fondo che inevitabilmente affiorava di tanto in tanto a turbm·e l' atmosfera di amicizia creatasi dopo la terza guerra d'indipendenza. Da parte italiana dal 1870 al 1915 sussisterà sempre la speranza che prima o poi l'Austria avrebbe acconsentito alla cessione del Trentino (almeno in patte) ed a qualche spostamento di confine verso Trieste in cambio di un favorevole atteggiamento italiano nei confronti di un'espansione austriaca nei Balcani. Da parte austriaca, non soltanto sarà sempre ritenuta inaccettabile una qualunque concessione del genere, data la necessità vitale di evit,u·e ogni tendenza centrifuga pena il dissolvimento dell'impero multinazionale, come detto da Andrassy sin dal 1874, ma, non comprendendo come gli italiani non si rendessero conto di una realtà così elementare, si reputerà tendenziosa, ostile ed ispirata dal governo di Roma la più semplice manifestazione di rinato irredentismo. Così nei primi anni della Sinistra la freddezza con Francia ed Austria più dì una volta sfiorò il limite di rottura. Viste le circostanze e le voci che correvano, nel settembre 1877 Crispi, presidente della Camera, sollecitò Depretis ad autorizzarlo ad un viaggio nelle principali capitali europee. 11 colloquio più importante ebbe luogo a Gastein con Bismarck, ma si risolse in una delusione o meglio in un passo falso. Crispi affrontò gli argomenti senza tatto e Bismarck ne rimase male impressionato. Per un'alleanza contro la Francia si mostrò ben disposto pur riservandosi di prendere gli ordini dall'imperatore «per trattare in via ufficiosa un'alleanza eventuale)). Quanto all'Austria fu chiaro: «Finché sarò ministro, sarò con l'Italia; ma essendo vostro amico, non intendo rompere con l'Austria» e soggiunse: «Del resto, se l 'Austria prenderà la Bosnia, l'Italia si prenda l'Albania o qualche altra terra sull' A-
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driatico» '. Al r.ientro di Crispi dalla missione, Depretis lasciò cadere la proposta di alleanza ed il risultato finale fu desolante: la Francia ostile; la Gennania mal disposta per la questione austriaca e seccata per il non seguito alla progettata alleanza antifrancese; l'Austria, subito posta al corrente da Bismarck, indignata ed ancor più diffidente. In particolare, Bismarck riportò una pessima impressione della politica estera italiana ed ebbe parole di fuoco nei confronti di Crispi 2 • La questione d 'Oriente si presentava delicatissima per i contrastanti interessi russi (panslavismo), austro-ungarico (problema slavo; problema adriatico) e inglese (no a Costantinopoli russa; problema mediterraneo), interessi che potevano essere conciliati solo mediante un accordo austro-russo di spartizione dei territori l.'Urchi, con il beneplacito tedesco ed il cauto assenso (con riserva) dell'Inghilterra. Il che avvenne. Le Grandi Potenze rifiutarono di accettare il trattato di Santo Stefano (3 marzo 1878) a conclusione della guerra russo-turca e convennero sulla necessità di rivedere l'intera questione con un congresso a Berlino. È su queste basi che, in una seconda relazione a Depretis, scritta poco prima di lasciare l'incarico a seguito della caduta del governo, Mezzacapo ripeté l'obiettivo di fondo del suo programma: «L' esercito sia ordinato in modo da poter fuozionare tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra coi medesimi clementi di base; le modificazioni da apportarsi al momento della mobilitazione siano minori possibili; le varie parti delle quali l'esercito si compone abbiano quelle proporzioni e quella solidità che sono ravvisate necessarie, perché esse vengano a formare un tutto interamente omogeneo e perfettamente armonico» ' .
Perciò aveva rinunciato all'addestramento di 36.000 uomini di 2• categoria ed invece trattenuto sino al termine de!l.a ferma, cioè quattro mesi in più del solito, 12.000 uomini di 1• categoria, cosa che aveva suscitato la reazione di Ricotti, per il quale il mancato addestramento della 2• categoria avrebbe avute pesanti riflessi sulla disponibilità di uomini in caso di mobilitazione. In effetti la sostanziale differenza di vedute tra Ricotti e Mezzacapo in materia ordinativa stava nel fatto che Ricotti riteneva sufficiente una prima linea di
Appunto di Crispi in data 17.9.1 877, O.O.I.,:;.• serie, IX, doc. 90, pp. 97-102. ' «Quest'uomo - avrebbe detto Bismarck a St. Vallier, ambasciatore francese a Berlino- è venuto ad offrirmi con un cinismo da malfattore i più vergognosi commerci( ... ) gli ho risposto che il giomo in cui gli italiani vorr:uu10 prendere Trieste io metterò centomila uomini ad appoggiare gli austriaci(. .. ). Questo sensale senza vergogna mi ha perseguitato tre giorni con le sue import.unità e bo dovuto finire con quello che avrei dovuto fare si n dall'inizio, e cioè farlo mettere alla porta(... ). Non intendo lasciar mai cedere Trieste, unico porto della Germania sui mari del Sud, tra le mani di una potenza non tedesca; voglio che il Treniino, chiave deUe Alpi, sia in m:u1i sicure» (De St. Vallicr a Barthélemy St. Hilaire in data 29. J J.1690, cit. in R. PtiTRIGNANl, Neutralità e alleanza cit., p. 145, n. 65). ' F. MINN ITI, Esercito e politica cit., p. 77. 1
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300.000 uomini, mentre il secondo considerava necessaria una prima linea di almeno 400.000 uomini e, in futuro, di 600.000. In quest'ottica, al momento, Mezzacapo era disposto a sacrificare la forza utilizzabile solo per la seconda linea: posto che le fortificazioni assorbivano la parte più consistente della copertura, i due mesi di addestramento della 2" categoria, insufficienti allo scopo, si traducevano in uno spreco finanziario ' . Il 23 maggio 1878 il gabinetto Deprctis cadeva e Cairoli, pau'iota e fervido irredentista, ma sprovveduto uomo politico, fonuava un nuovo governo con Luigi Corti agli Esteri. Questi accettò l'incarico alla esplicita condizione che la politica italiana si orientasse verso J'Austria, I.a cui espansione nei Balcani non costirui va, ai suoi occhi, motivo di preoccupazione. Inoltre, Corti era decisamente contrario a qualsiasi revisionismo, foriero di turbamenti pericolosi, e ad ogni avventura coloniale, fonte di spese ingenti e non amata dall'opinione pubblica. Si recò dunque al Congresso di Berlino - apertosi il 13 giugno dopo mesi di febbrile attività diplomatica - con due direttive da lui stesso pretese: consenso all'occupazione austriaca della Bosnia Limitata nel tempo e tentativo di un qualche compenso «sulle Alpi», ma soltanto nel caso in cui Andrassy avesse insistito per l'annessione. Così, quando in sede di discussione tutti scoprirono le carte, già distribuite secondo intese precedemi, e presero la rispettiva parte del bottino, l'Italia rimase «con le mani nette». Il. colpo di grazia, perfino per lo stesso Corti, fu dato dall'occupazione inglese di Cipro, in base ad un accordo segreto con La Turchia. La delusione, lo smacco e l'irritazione in Italia toccarono i vertici a tutti i livelli, a cominciare dal nuovo re, Umbe1to I. L' Estrema Sinistra colse la palla al balzo ed alimentò 1' irredentismo. Il risultato fu un nuovo irrigidimento deU' Austria-Ungheria. Questo portò ad un movimento organizzato per l'italianità di Trento e Trieste, ma anche con accenni all'Istria ed alla Dalmazia, e Cairoli, non sentendosi in grado di frenare le manifestazioni popolari, cercò di calmare le acque. Peggiorò la situazione. Il 15 onobre 1878 in un discorso a Pavia giustificò la politica delle «mani nette», si pronunciò contro il riarmo e chiamò «improduttive» le spese militrui (frase eliminata nel testo ufficiale del discorso, ma raccolta dalla stampa).fl ministro della Guerra, Bruzzo, e quello della Marina, Di Brocchetti, rassegnarono all'istante le dimissioni. TI 13 dicembre anche Cairoli fu costretto a dimettersi sotto gli attacchi concentrici della Destra e della Sinistra. La questione dcli ' irredentismo era tutt'altro che trascurabile e gravò per l'intero inverno 1879-80 sui rapporti tra Italia ed Austria-Ungheria. Tornato al potere dopo iJ breve terzo governo Depretis ( 19 dicembre 1878-14 luglio 1879), Cairoti si trovò alle prese con l'incidente più clamoroso, quando, nell'agosto 1879
' V. l LARI, Storia del servizio mi/ilare in Jralia cii., II, pp. 134- 136.
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la Oesterreichen Militiirischen Zeitschrift dedicò un intero numero aU'articolo ltalicae Res del colonnello Alois von Haymerle, già addetto militare in Italia e fratello dell'ambasciatore austroungarico a Roma. Haymcrle da un lato denunciava «sotto i più tetri colori le supposte ramificazioni della Società per l'Italia irredenta ed in genere un'agitazione rivoluzionaria molto profondamente radicata)> nella penisola'; dall'altro affermava che gli italiani irredenti si trovavano be1ùssimo sotto l'anuninistrazione austriaca, che l'Italia poteva ben accontentarsi di quel che aveva avuto, che l'esercito austroungarico non avrebbe mai permesso alcuna concessione territoriale e che anche la Germania si sarebbe opposta alla cessione di Trieste. Tutte convinzio1ù, per inciso, diffusissime nel mondo gennaxùco. Come era inevitabile l' opuscolo, al quale, per la rivista che lo aveva pubblicato e per l'incarico ricoperto a suo tempo dall'autore, si volle attribuire un tono ufficioso, suscitò un notevole fermento in Italia, tanto più che la stampa austriaca «naturalmente è tutta senza eccezione di partito molto favorevole a quella pubblicazione» e <<chim·amente si vede che governo e paese sono soddisfatti dell'effetto prodotto in Italia da quella bomba!» 2• Soltanto dopo che Andrassy ebbe disapprovato formalmente lo scritto del colonnello ed espresso il più vivo rincrescimento per l'accaduto 3 piano piano le cose si calmarono. Anche se il governo austriaco nel febbraio 1880 rinforzò le txuppe del Trentino a seguito di ulteriori incidenti inedentisti in Italia, in realtà non aveva alcun desiderio di spingere troppo oltre le cose, molto più inquieto essendo nei confronti della Russia 4. In effetti, a prescindere dagli aspetti politici della situazione, von Haymerle si era espresso nei confronti dell'esercito italiano con un giudizio complessivo 1ùente affatto sfavorevole. Prima di tutto riconosceva che «una benefica influenza reciproca si stabilì fra la nazione e l'esercito, e questo è oggi l'istituto più popolare d'Italia»; poi sottolineava «un altro compito, non meno onorevole, quello di generalizzare nel paese la nozione del leggere e dello scxivere» 5; infine si soffermava sull'ufficiale italiano. Nonostante la eterogeneità delle provenienze, il corpo ufficiali «mostra però una solida coesione interna, la quale non poté finora essere alterata dall'antagonismo tra le regioni del Nord e quelle del
' Maffei di Boglio, segretario generale agli Esteri, a Cairoli in data 24.8.1879, D.D.T., 2' serie,
xn. doc. 141, p. !00.
' Di Robilant a Cairoli in data 3.9 .1879, D.D.l., 2• serie, XII, doc. 141 , p. 100. ' Di Robilant a Cairoti in data I l.9 . 1879, O.O.I., 2• serie, xn. doc. 190, pp. 141-142. ' L'opinione pubb lica ital iana si allannò e perfino il governo si lasciò suggestionare, convocando il generale Pianell, comandante del corpo d'armata di Verona per mettere a punto i piani di difesa del Veneto e, nel contempo, l'ambasciatore di Robilant fu incaricato di intervenire a Vienna (Cairoli a di Robi lant in data 9.2.1880, D.D.l., 2' serie, Xll, doc. 610, pp. 489-490). ' Secondo la relazione del generale Torre sulla classe 1848, cb.iamata alle bandiere nel 1870, all 'arrivo ai corpi il 41,84% sapeva leggere e scrivere ed il 58,16% sapeva solo leggere o era analfabeta; mentre all 'atto del èongcdamento 1'85,40% sapeva leggere e scrivere.
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Sud, così vivamente sentito sul terreno poliùco ed economico». E sulle qualità individuali, von Haymerle così si esprimeva: «( ... ) L'ufficiale italiano è animalo dal piì1 caldo amor di patria, non di quello che si risolve in frasi altisonanti ed in vani discorsi, ma di quel vero amor di patria che fa posporre il proprio interesse all 'interesse generale, che si manifesta in un 'obbedienza doverosa, con una disciplina intelligente e severa, e che insegna a sopportare vi rilmente molti fastidi materiali della vita. In nessun esercito gli ufficiali sono così mal pagati; in nessuno le pensioni sono così meschine; e per conseguenza in nessun esercito come in quello italiano le condizioni dell'avanzamento riescono così cattive. Pure l'ufficiale italiano sa che lo Stato per ora non può far di più per lui e, senza rumore. senza mostrarSi malcontento, si adatta alle necessità della nazione(...) . Come si è detto, non vi è lode di cui il corpo di ufficiali italiano non sia degno; cd esso non ne ha bisogno per aver conoscenza del suo meri to. Era però necessario dir questo, per completare il breve cenno dato dell'esercito italiano e metterlo al posto che gli spetta»'.
In quel periodo Cairolj colse l' occasione del dibattito alla Camera sulla politica estera italiana per riaffermare con vigore la volontà di «mantenere incolumi i buoni rapporti con l'Austria-Ungheria» 2, atteggiamento condiviso da tutti i settori del Parlamento, tranne l'estrema Sinistra. Anzi il Marselli non esitò a sostenere che «se l'Impero austro-ungarico non esistesse bisognerebbe inventarlo ( . . .)è per noi un antemurale, una vera prealpc» ,. Il secondo problema politico che impegnò Cairoti fu la penetrazione economica in Tunisia •. Non sapeva che al Congresso di Berlino Salisbury e Bismarck avevano promesso alla Francia di non opporsi all'occupazione della Tunisia, ma non poteva ignorare le mire francesi sulla regione . E nemmeno volle seguire il consiglio del generale Cialdini, ambasciatore a Parigi, di non provocare una pericolosa rivalità. Cosicché, quando nel luglio 1880 la società Rubatùno si aggiudicò la linea ferroviaria Tunisi-La Goletta, ovviamente con il sostegno di garanzie finanziarie del governo di Roma, la Francia reagì e, per eliminare qualunque ulteriore velleità italiana, inviò un corpo di truppe in Tunisia con la scusa di una rappresaglia locale contro tribù di frontiera e poi impose al Bey il protettorato con il trattato del Bardo (12 maggio 1881). Cairoli, il quale con eccessivo ottimismo volle dapprima credere ad un'incursione francese di breve durata, si trovò solo davanti ali' indifferenza delle Potenze ). Se per il Congresso di Berlino si era parlato di «umiliazione nazionale»
' A!.OIS VON H AYMERLE, Italicae Res. Firenze 1880, pp. 92-94. 'AP Camera, XTTI legislatura, intervento nella seduta del 16 marzo 1880. ' L. CHIALA, Pagine di storia amtemporanea (dal /858 al 1892), Roux, Torino 1893, II, p. 51. • Cairoti ai ministri dei Lavori Pubblici e deU ' Agricollura, Tndustria e Commercio in data 12.10.1879, D.D.I., 2• serie XTT, doc. 272, pp. 205-207. ' 11 6 aprile Cairoti ebbe l'ingenuità di sostenere alla Camera in agitazione di aver ricevuto «dichiarazioni escludenti il dubbio che in qualsiasi fonna po lesse esser dato dalla Gran Bretagna un placido all'occupazione della Tonisia da parte della Francia (...). E questo valga come risposta per quelli che afTcnnano immaginari isolamenti» (E. ARBIB , Cinq11a111'a11ni di .rtoria parlame111are cit., IV, p. 253).
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(Crispi), adesso fu la volta dell' «offesa di Tunisi». Lo scalpore fu unanime ed immenso e l'opinione pubblica insorse contro l'insipienza governativa. Il gabinetto Cairoti cadde subito e cedette il posto al quarto governo Depretis. Depretis e Pasquale Stanislao Mancini, nuovo ministro degli Esteri, erano fra i pochi desiderosi di stabilire un buon rapporto con la Francia. Parlamento ed opinione pubblica si mostravano invece concordemente pieni di risentimento e manifestavano l'aperto desiderio di avvicinarsi alle Potenze Centrali sia in contrapposto alla Francia sia per sortire dall'isolamento. Proprio la constatazione di tale isolamento ed insieme la consapevolezza dell'impotenza italiana spinsero Depretis - benché anche troppo incline a voler sempre trovarsi d 'accordo con tutti e restìo a prender posizione, ma in primo luogo persuaso che l'Italia non fosse ancora• pronta per una politica estera di ampio respiro - a cercare di risolvere almeno il problema della debolezza milita.re. li vasto programma di rafforzamento deciso ed annunciato trovò conforto in un congruo aumento del bilancio della Guerra. Il 2 giugno 1881 presentò aUa Camera il suo progranuna di governo nei termini seguenti: «( . .. ) Ma l'applicazione delle leggi militari, tuttoché progredita, attende ancora il suo definitivo compimento. Ora noi possiamo annunciare alla Carnera ed al Paese che il progressivo nùglioramento delle finanze e del credito ( ... ) ci consente di provvedere con maggiore efficacia a questo che è un grande bisogno nazionale( ... ). A tale effetto il govemi.1 vi presenterà le sue proposte di maggiori stanziamenti, soddisfacendo ai voti già espressi dalla Camera, e rimanendo nei limiti dell'applicazione delle leggi esistenti. E crediamo fermamente che, entro i due o tre anni prossimi, potremo proseguire gradualmente l'opera nostra, portando gli stanziamenti O(dinari alla somma di circa 200 milioni, che gli uomini più competenti hanno giudicato necessaria. E non mancheremo di escogitare, a suo tempo, mezzi per completaJe e sistemate defilùtivamente tutto quanto occoJTe alla difesa dello Stato» '.
Mezzacapo si fece interprete di coloro, in specie della Sitùstra, che auspicavano un miglioramento ben più ampio di quanto prospettato da Depretis alfine «di pone rimedio all'insufficienza degli apparecchi militari». Un rimedio, precisava, non inteso ad assicurare all'Italia un assetto definitivo, ma «solamente a metterla in condizione di tutelare sufficientemente i propri diritti». Non riportiamo l'elencazione dei provvedimenti di cui Mezzacapo si faceva promotore perché restarono in gran pa11e lettera morta. Si trattava, comunque, di ingenti spese a favore di quasi tutto lo strumento bellico e delle fortificazioni alla frontiera 01ientale. Mezzacapo reputava infatti indispensabili ben più di cinquecento miliotù «alfine di non lasciare nel nostro sistema difensivo qualche lacuna» 2, ed incitava: «se neU'annarci sin'ora siamo andati a rilento, affrettiamoci a guadagnare
'L. CHIAI.A , Pagine di storia conremporanea cit., III, pp. 16-17. ' L. M EZZACJ\1'0, Armi e po/irica cit., p. 24.
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con la sollecitudine il tempo perduto» 1• Al 1iguardo, auspicava che il Parlamento stabilisse «le norme generali» cui doveva infonnarsi l'ordinamento militare, affid ando la realizzazione al ministro della Guerra. In pratica il Parlamento doveva assegnare l'intera somma necessaria al riarmo e ripartirla in tre esercizi fi nanziarì successivi, la legge sulla contabilità dello Stato non doveva essere imposta né osservata troppo rìgidamente, e 1'attuazione dei vari provvedimenti doveva aver luogo a mezzo di decreti reali 2• Marselli, appartenente al centro parlamentare, si soffermò maggiom1ente sulla politica estera: «( ...) se oggi l'llalia è isolata in Europa - disse - gli è appunto per aver commesso il grande errore di non partecipare ali' alleanza austro-germanica, ripugnante come ero il governo della sinistra a schierarsi contro la Francia( ... ). U governo italiano intanto in un raccoglimento sincero, calmo, operoso, apparecchi i mezzi necessari per fare in qualsiasi modo, con o senza alleanze, rispettare l'onore della Nazione, quando venisse offeso».
E soggiunse che, non essendo l'antagonismo fra Gennania e Francia e quello tra Russia ed Austria facilmente componibili, date le cause che li avevano generati e li tenevano desti, ne derìvava la grande probabilità di uno scontro fra di esse oppure fra due blocchi di Potenze. «È chiaro - proseguiva Marselli - che l'intervento della quinta Potenza mil itare del conlincnte può rompere l'equilibrio fra opposte forze e decidere la vittoria. Da ciò derivano due corollari: primo, che le Potenze europee hanno interesse ad aver alleata l'Italia, o a toglierle la possibilità di nuocere col porl a fuori di combattimento mentre è isolata; secondo, che l' Jtalia non può rimanere più a lungo isolata e che l' alleanza sua sarà sempre accolta con soddisfazione dalle Potenze ragionevoli»'·
Ma, al riguardo, occorreva tener ben presente un commento del maggiore Bisesti, addetto militare italiano a Berlino: «Essa [la Germania] non si abbandona certo ad una politica sentimentale; l'interesse è l' unica sua guida. E quindi non considera gli altri stati che, o come nemici temibili, o come al/emi desiderabili. Riguardo agli stati che non si dimostrano abbastanza forti per essere classificati in una di queste categorie, una ostentata indifferenza è la moneta onde sono da essa pagati. De minimis non c11rat praetor» ' .
'Ibidem, p. 35. ' ibidem, pp. 42-43. La richiesta appare sicuramente eccessiva, però Mezzacapo spiegò: «Non
si dica che con questa facoltà si voglia spendere arbitrariamente, si voglia sfuggire ad ogni controllo ( ...). La nostra legge sulla contabilità generale dello Stato è eia tutti ritenuta come non rispondente allo scopo che si prefigge. 13ssa inceppa i movimenti, ma non assicura il pubblico servizio. Tanto è vero. che molti lavori affidati ad appaltatori secondo le regole di essa legge, si distinguono per la pessima riuscita che fanno( ... )» (ibidem, p. 43 in nota), 'N. MARS ELI .1, Politica estera e d ifesa nazionale, in «Nuova Antologia», 1° luglio 1881. • Bisesti a Bertolé Viale in data 26.5. 1881 in /\USSME, Fond0Adde11i militari, Germania. rcp. 029, racc. 2.
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La necessità e l' urgenza di abbandonare una politica estera improntata sul concetto di indipendenza diplomatica furono energicamente sostenute da Sidney Sonnino, maggiore esponente di centro, e da Minghetti, della Destra, durante il dibattito alla Camera sul bilancio degli Esteri per il 1882: non era possibile continuare su una strada che, per voler tutti amici, aveva lasciato sola l'Italia nel momento del bisogno; l'Italia non poteva pensare di rimanere impunemente isolata, quasi attendendosi di essere chiamata ad arbitrare vertenze o contlitti altrni. In altri termini, la sicurezza e un adeguato peso politico dell' Italia esigevano il suo inserimento in un sistema pennanente di alleanze 1, tanto più che la monarchia, minacciata a sinistra dal repubblicanesimo e dal settore francofilo e a destra dall'ostilità cattolica, sembrava attraversare un momento pericoloso: «era quella allora una opinione condivisa da molti in Italia, ove dominava, in specie nei ceti dirigenti, un vivo allarme per il futuro del paese» 2 • Ma oltre alla presa di posizione di Sonnino e di Minghetti, molta importanza ebbe l'azione tenace ed appassionata del barone Albert Blanc, segretario generale agli Esteri, su Mancini. Secondo Blanc era vitale per l'Italia assumere una parte di prestigio da Grande Potenza e questa era raggiungibile con l'inunecliata scelta di campo a favore delle Potenze Centrali, che Depretis e buona aliquota della Sinistra esitavano a compiere, e con l'abbandono del perdurante stato cli inerzia militare poco apprezzato a Berlino ed a Vienna J . I prinù, discreti, sondaggi nelle due capitali non dettero risultati incoraggianti, anche per l'atteggiamento sospettoso di Bismarck e le riserve di Kalnoki, nuovo ministro degli Esteri austro-ungarico•, ma a fine dicembre 1881 gli ambasciatori de Launay e di Robilant furono incaricati di prospettare ufficialmente il desiderio italiano di stipulare con Germania ed Austria-Ungheria, «quando ne venga di comune accorcio riconosciuta l'oppo1tutùtà, un patto speciale sulla base della reciproca garanzia territoriale difensiva in caso di esterne aggressioni». Unica restiizione eia parte italiana: che il patto non si intendesse rivolto anche contro la Russia 5 • Di Robi lant, nettamente critico nei confronti cli Depretis e cli Mancini, aveva da tempo manifestato la convinzione che un atteggiamento troppo pressante dal lato italiana avrebbe rischiato un insuccesso, stante l'evidente reticenza tedesca ed austriaca a rapporti più stretti con l' Italia. A suo avviso, non era ancora il momento per un' iniziativa del genere:
' R. P ETRIGNAM,
Ne111ra/irà e alleanze cit.., pp. 295 -297.
' Ibidem, p. 300. ' Per quanto dguarda la Triplice Alleanza, nella sua prima stipulazione e nei suoi rinnovi, si è tenuto particolannente como di LuK;1 SALV,\TORELU, La Triplice Al/eanz.a. S10ria diplomarica 1877- 1912, !SPI, Mi lano 1939. 'Di Robi lant a Mancini in data 12.9.188 1, D.D.I., 2• serie , XIV, doc. 207 , pp. 206-207. ' Mancini a di Robilant in data 29.12.1881 , D.D.1., 2' serie, XIV, doc. 407, pp. 418 -419.
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«On me rirai t au nez - scrisse a Blanc - si je venais parler d'allia.ncc et de garantie de territoire da.ns ccs momeuts-ci. Nous sommes en l'air conune nous ne l'avons jamais été, care' est notrc existence mcme qui est cn jeu ( ... ). Ce qu 'il nous foul pour inspirer une solide confiancc à l' étranger, c'est des hornmes conséquents avec leur passé ( ... ). Bref, il ne s'agit pas ici de question de partis, mais d'homrnes. Quc demain le pouvoir rcpose en ltalie entre Ics mains d'hornmes réellemenl serieux el reconnus comme tels cn Europe cl nous serons de nouveau à flol, e'cst là ce qu'il nous faut cl pas des phrases ( ... )» 1 •
Purtroppo ben raramente il governo dell'Italia sarà nelle mani di uomin.i «réellement serieux et reconnus comme tels». Ad ogni modo di Robilant esegui l'incarico e dall'approccio con il conte Kalnoki ricavò la conferma delle sue previsioni: l'Austria e la Germania nutrivano scarsa fiducia nel governo italiano 2, e principalmente nel regime parlamentare considerato eccessivamente vincolante l'opera dell 'esecutì vo l, quindi la proposta non suscitò particolare interesse. A Berlino, poi, de Launay non riuscì ad ottenere un appuntamento con Bismarck che a fine gennaio ed anch'egli dovette registrare la riluttanza tedesca: «Chi potrebbe affenuare - annotò piìì tardi Bismarck- che la politica italiana, dietro una pressione parlamentare, un giorno o l'altro, non si lasci coi nvolgere in complicazioni relat ive alla costa settentrionale dell'Africa o al1rovc, che avrebbero potuto for~e essere evitate, ncll ' interesse della pace, se il Gabineno di Roma non avesse contato sull'appoggio della potenza 1edcsca?» •.
Siccome Bismarck aveva detto esplicitamente che, per l' Italia, la strada di Berlino doveva passare per Vienna, di Robilant, sulla base di nuove istruzioni di Mancini, continuò nel tentativo. La progressione fu lenta, ma nel giro di pochi mesi la posizione della Germania e dell'Austria si modificò radicalmente. Un evento esterno, infatti, era intervenuto a far cadere le diffidenze dì Bismarck e dì Ka.lnoki ed a convincerli ad accettare di trattare «con persone così poco sicure come Depretis e Mancini» 5: la recrudescenza del panslavismo fece temere che la Russia potesse non conservar fede alla Lega dei tre imperatori, ricostituita appena l'anno precedente. Un vero «colpo di fortuna» per l'Italia 6 • Una serie di incontri portò alla firma del trattato segreto della Tripl ice Alleanza, della durata di cinque anni, il 20 maggio 1882. Esso prevedeva il casus foederis per la Gennan.ia e l'Austria qualora la Francia senza provocazione alcuna avesse aggredito l'Italia, o per l' Italia ove la Francia, sempre senza provocazione alcuna, avesse attaccato la Germania (art. 2); il casus foederis per tutte le tre parti contraenti ove una o due di esse venissero impegnate in una guerra con due o più Potenze non firmatarie (Francia e Russia evidentemente) (art. 3);
'Di Robi lant a Blanc in data 30.12.1881, D.D.l., 2" serie, XIV, doc. 412, p. 423. Di Robilant a Mancini in data LS.1.1882, D.D.1., 2" serie, XIV, doc. 484, pp. 493-494. ' Di Robilant a Mancini in data 29.1.1882, O.O.I., 2• serie, XIV, doc. 521, p. 525. 'Politique Exrérie11re de /'Alemag11e, 111, doc. 584, cit. in R. PETRIGNANI, N eutralirà e alleancit., p. 3 17. ' K:l.lnoki a Wirnpffen in data 3.3.1882,cit. in R. PETRJGNANI, Ne111rali1ù eal/eanu, cit, p. 32 1. • A.J.P. TAYLOR, Le relazio11i i111emazio11ali in Storia del mondo moderno cit., Xl, p. 696. 2
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l'obbligo di una benevola neutralità da parte dei due altri alleati (Germania e Italia) se il terzo (I' Austria) si trovasse costretto a muover guerra ad una grande Potenza non fomataria (Russia, ma anche Turchia) minacciante la sua sicurezza, obbligo evidentemente valido pure per Germania e Austria se l'Italia avesse dichiarato guerra alla Francia (art. 4). Una «dichiarazione ministeriale» precisava che il trattato non poteva venire inteso contro la Gran Bretagna. In sostanza, l'accordo garantiva all'Italia l'appoggio militare degli Imperi Centrali contro la Francia, eliminava le sue preoccupazioni alla frontiera orientale, Iiduceva a problema interno la questione romana. Rimanevano esclusi gli interessi italiani nel Mediterraneo, in Africa e nella Balcania. D'altronde era evidente che. se il governo italiano avesse insistito per includere questi temi nelle trattative, l'accordo non sarebbe mai stato firmato. Purtroppo non venne accolta la Ii chiesta italiana d.i inserire nell'art. l un vero e propiio obbligo di consultazioni e reciproco appoggio nelle questioni politiche internazionali. Bismarck volle limitarsi ad un semplice «scambio di idee sulle questioni politiche ed economiche di indole generale che potessero presentarsi, e [le parti contraenti] si promettono il loro mutuo appoggio nel limite dei loro propri interessi» 1• E merita risalto un'altra particolaiità. Il segreto attribuito al documento fu rigidamente osservato da Depretis e Mancini perfino nei confronti degli altri membri del governo, compreso il ministro della Guerra! Era la prima volta che veniva seguita una simile carente procedura, molto eloquente circa il pressappochismo governativo sugli accordi internazionali comportanti impegni bellici 2• Ma non sm·à l'ultima e del resto non accadrà solo in Italia. È noto che alla vigilia della prima guerra mondiale né il generale Pellio né il generale Conrad, i capi di Stato Maggiore italiano ed austriaco, riuscirono ad ottenere dai rispettivi governi la visione ciel testo della Triplice Alleanza. Soltanto l'anno seguente, nel suo discorso alla Camera del 13 marzo, Mancini riconobbe in pratica l'esistenza del trattato, affrettandosi però, 1'11 aprile al Senato, a negm·e che il patt() con le Potenze Centrali fosse rivolto contro la Francia. Non si può certo sostenere che il raggiungimento della desiderata alleanza avesse mutato in modo radicale la posizione italiana. Esisteva una maggior sicurezza, è vero, ma i rapporti con l'Austria rimanevano sempre ombrati dagli episodi di irredentismo. E soprattutto si presentava visibile, innegabi le, la scarsa considerazione nutrita dagli Imperi Centrali nei confronti dell'Italia. Il ritmovo della Lega dei tre imperatoli di Gennania, Austria-Ungheria e Russia, riusci-
' ETTORE ANCHJERI, Amologia s1orico-,tiplommica, !SPI, Milano 1941 , pp. 224-225. TI corsivo è nostro.
' Occorre, d'altro canto, precisare che ministro della Guerra e capo di Stato Maggiore saranno sempre sufficientemente informati dalle relazioni e dalle informazio1ù loro indirizzate dagli addetti militari.
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to a Bismarck nel 1884, ebbe luogo lasciando da parte l'Italia, il che destò una sgradevole impressione negli ambienti politici italiani, che già nella crisi egiziana del 1882 ed ancora in quella marocchina dei primi mesi del 1884 avevano toccato con mano la nessuna intenzione di Berlino e Vienna di legarsi ad una comune linea di condotta con Roma sui problemi del Mediterraneo, e men che meno di appoggiare gli interessi italiani. Inoltre era normale il mancato invito all'Italia d.i partecipare ai frequenti incontri austro-tedeschi. Di Robilant ne concluse che, vista la tranquillità acquisita dagli Imperi Centrali sul conto della Russia, conveniva ali 'Italia rinforzarsi in modo da giungere alla scadenza della Triplice con un maggior peso politico-militare 1• In siffatte condizioni di relativa sicurezza, ma anche di relativo isolamento, si poteva guardare alla Gran Bretagna per una mossa innovatiice: l'apertura di una politica coloniale. L'ingresso nella Triplice Alleanza ebbe sensibili conseguenze ne lla politica militare italiana, ma non nei primi anni. Si è già visto come l'ingrandimento dell'esercito e della marina fosse richiesto da più parti. Al generale Bruzzo erano succeduti come ministri della Guerra i generali Cesare Bonelli per pochi mesi; Gustavo Mazé dc la Roche, che il 3 febbraio 1879 impose all'annata il nome di Regio Esercito Italiano; nuovamente Bonelli, che costituì in concreto la milizia territoriale e riuscì a far approvm·e un piano quinquennale (esercizi 1880-1884) di spese straordinarie di oltre ottanta milioni per materiale d'armamento, dotazioni di mobilitazione, infrastrutture e fortificazioni; Bernardino Milon, che ripristinò le brigate di fanteria permanenti ed affidò al Comitato di Stato Maggiore Generale, trasformato in Commissione per lo studio della difesa dello Stato, l'approntamento di un secondo piano, aggiornato, di fortifi cazioni 2• Tutto sommato. i quattro generali non lasciarono gran traccia - li si definì «comandati al Ministero» - , sia per la loro breve permanenza nella c,u·ica, sia perché «nelle combinazioni ministeriali si pensava da ultimo al Ministero della Guerra, e per questa carica importante ci si acconciava al primo generale di buona volontà che per abnegazione acconsentisse di condurre innanzi le cose pur che sia, senza gravi scosse» 3• Possiamo proprio parlare di abnegazione, perché se i governi della Sinistra facevano il possibile per migliorare le condizioni delle forze armate, nondimeno dalla terza guerra d'indipendenza al principio del secolo XX i fondi assegnati al-
' Di Robilanl a Mancini in data 25.3. 1884 e in data 28.3. I 884, ciL in R. PETR101\ANI, Ne111ra/i1à e alleanza cit., p. 378, n. 58. ' Cfr. E MLNNITt, Esercito e politicc, ci L , pp. 89- J 13. ' Da un articolo apparso su «La Nazione» nell'agosto 1881. Sembra ingiusto il giudizio di J. Gooch: «La possibili là di ricoprire cariche trasformò i generali in uomini politici e la necessità di ottenere il favore regio li trasronnò in cortig iani. Sarebbe difficile Lrovare una combinaziùne più alla a generare discordie» (Esercito, Staro e Società cii., p. 39). Nel secolo XlX era nonnale in tutta Europa che i ministri della Guerra fossero generali e che molti generali venissero inviati a reggere am-
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l'esercito furono non soltanto inadeguati alle necessità ma, in prÒporzione, largamente inferiori a quelli di cui fruirono gli eserciti delle altre Grandi Potenze al cui livello si voleva portare l'Italia: due volte inferiori rispetto all'Austria-Ungheria, quattro rispetto alla Germania, sette rispetto alla Francia ed alla Russia. Perciò, se lo Stato non poteva fare cli più, i ministri della Guena agirono in un clima cli sostanziale ristrettezza e di sicuro non meritano l'accusa di spese emite 1, come si ventilerà in occasione delle nostre prime vicende coloniali. Con il generale Emilio Fenero le cose cambiarono in paite; anche grazie alla pressione dell'opinione pubblica. Nell'aprile 1880 la Camera aveva invitato il governo a presentare al più presto un disegno di legge che mettesse a punto il fabbisogi;io complessivo per la difesa nazionale. Mentre la predetta Commissione per lo studio della difesa dello Stato, presieduta per cinque sessioni da Luigi Mezzacapo e per due da Salvatore Pianell, si metteva al lavoro, Ferrero chiese un'assegnazione straordinaria di 141 milioni che vennero accordati nel 1882. ln tale predisposizione di spiriti le assegnazioni di fondi per le forze armate salirono rapidamente, in conformità del resto a quanto abbiamo visto annunciare eia Depretis il 2 giugno 1881 alla Camera: «E crediamo fermamente che, entro i due o tre anni prossimi, potremo proseguire gradualmente l'opera nostra, portando gli stanziamenti ordinari [per l'esercito] alla somma di circa 200 milioni». Il seguente quadro riepiloga le spese effettive dal 1877 al 1888 2 : ANNI
1877 1878 1879 1880 1881 1882 1883 1884 (I sem.) 1884-85 1885-86 1886-87 1887-88
ESERCITO
MARINA
spese ordinarie
spese straordi narie
spese ordinarie
spese stravr<linarie
171.950.000 170.815.000 173.781.000 I 91.600.000 187.206.000 190.080.000 I 99.331.000 107 .266.000 206.650.000 209.805.000 217.603.000 240.627.000
35.350.000 37.351.000 14.806.000 19.870.000 23.727.000 44.042.000 56.932.000 11.519.000 47.111.000 43.205.000 51.644.000 75. 930.000
41.818.000 40.462.000 39.745.000 41.788.000 41.746.000 46.061.000 57.427.000 26.336000 55.828.000 66.043.000 75.158.000 90.064.000
l.092.000 2 .785.000 3.34] .000 2.744.000 2.977.000 3.017.000 5.658 000 2.956.000 21.330.000 17.914.000 20.103.000 24.091 .000
basciate, senza per questo meritare, almeno nella maggior parte dei casi, l'accusa di cvnfonnismo o di cortigianeria. Alle grandi manovre del I 879 in Russia, lo Zar aveva al su<> seguito tutti gli ambasciatori delle Grandi Potenze, eccetto Costantino Nigra perché ci vi le (Lu1c1 PELLoux, Quelques s011venirs de ma vie, Roma 1967, p. I Il) . 'F. STEFANI, La sroria della dortri11a e degli ordinamemi cit., 1, pp. 260-262. ' L. DE ROSA, Incidenza delle spese militari cit., in L'Esercito italiano dall'Unirà cit., pp. 508-509 (cifre arrotondate).
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La relazione conclusiva presentata nel 1883 dalla Commissione ' prevedeva circa un miliardo di spese straordinarie per completare le difesa (613 milioni) ed aggiornare e completare il materiale d'artiglieria (260 milioni). Ovviamente si trattava di un impegno finanzimio insostenibile così , nel 1885 furono assegnati 240 milioni e nel 1887-1890 altri 100 milioni, utilizzati, fra l'altro, per nuove infrastrutture, per un secondo polverificio a Fontana Liri per le polveri infnmi, per il campo trincerato di R oma e per la trasformazione del fu cile mod. 70 a ripetizione i . L'aspetto navale del problema militare era tutt'altro che trascurabile, posto che la strategia attribuita alla Francia si traduceva in una battaglia navale provocata sin dall'inizio delle ostilità da parte di questa, e dalle conseguente grave sconfitta italiana. A tale prima immediata affermazione francese sul mare avrebbe fatto seguito uno sbarco in forze in Liguria (per prendere di ro vescio il dispositivo italiano sulle Alpi occidentali), o in Toscana (per tagliare la penisola in due), o nel Lazio (per muovere direttamente su Roma), o in SiciLia (per impadroni rsi dell'isola). Quale che fosse la reale probabilità di riuscita di un'invasione, il fatto che stampa francese politica e militare discutesse ape1tamente la questione era più la che sufficiente per avvalorare i peggiori timori italiani. Tanto più che le manovre navali del 1883 avevano dimostrato possibile un consistente sbarco nemico sulle coste campane. È vero che per la marina si era già cominciato a lavorare sulla base di un piano organico approvato dal Parlamento nel 1877, ma fu soprattutto a partire dal 1885 che la relazione presentata da una comnùssione per le industrie navali e Meccaniche, presieduta da Benedetto Brin, consentì un vero passo avanti sulla struttura e sull'andamento dell' industria siderurgica e degli annamenti pesanti 3•
«Le Ministère du Général Ferrero, qui dura près de 3 ans et demi, répara le néant qui, p our des causes indépendentes de leur volonté, s'était produit dans l'administration militaire sous les quatre rninisire précédents ( ... ). On doit à lui la loi de la réorganisation de l'armée sur [es bases que, substantiellement elle conserve ancore aujourd'hui [191 1]», ebbe a scrivere il generale Luigi Pelloux, che in tutto quel periodo era stato al ministero prima come capo della Divisione di Stato Maggiore e poi come segretario generale ' . L'attività di Fetrero incise soprattutto in tre settori. Il primo riguardò l'amplimnento strutturale dell'esercito. Secondo la legge di ordinamento del 29 giu-
' AUSS!v1E. Fondo Studi, carteggio, circolari dell 'ufficio ordinamemo e nwbilitazione, racc. 48, verbali delle riunioni.
' F. > L.
8,WA B OCCARIS, Esercito italiano cit., pp. 86-87. DE ROSA, Incidenza delle spese milirari cit., pp. 494-497.
Cfr. M ARIANO GABRIELE e G1upolitica navale italiana dal 1885 al 1915, USSMM, Roma 1982, pp. 28-30. ' L. Pat.oux, Quelques souvenirs de ma vie cit., p. 127.
LIANO FRIZ, La
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gno 1882 (attuata e1mo il 1884), il Regio Esercito comprendeva l'esercito permanente, la milizia mobile e la milizia territoriale. Gli ufficiali e la truppa di complemento (cioè gli uomini delle classi di 2• categoria non ancora passate al servizio territoriale e gli uomini di 1• categoria eccedenti le esigenze dell'esercito permanente e della milizia mobile) servivano per portare e mantenere al livello organico in tempo di guerra le unità del l' esercito pennanente e della milizia mobile. In teoria, la forza nominale complessiva dell'esercito di prima e seconda linea ammontava a: 984.000 uomini forniti dai contingenti annui di 82.000 uomini di 1• categoria con dodici anni di obbligo di servizio tra esercito di prima linea e nùlizia mobile; I 300.000 uomini fomiti dai contingenti annui di 25.000 uomini di 2• categoria con dodici anni (anziché nove come da legge del 1875) di obbligo. Secondo le statistiche ministeriali sulla classe 1864, gli iscritti sulle liste di leva di terra furono 337 .000 circa. Da questo numero venne detratto il 40% (4.000 cancellati dalle liste, 68.000 riformati, 70.000 rivedibili, 10.000 renitenti), perciò rimasero 185.000 iscritti ripartiti in 78.000 alla l' categoria, 24.000 alla 2" e 83.000 alla 3". Su tale base la forza militare nonùnale (compresi ufficiali, truppe di complemento, personale a ferma permanente) disponibile al 30 giugno 1885 risultava al ministero della Guerra la seguente: esercito permanente o di 1• linea ...................................... 871.000 uomini - milizia mobile .......................................................................... 317.000 » - milizia territoriale ............................................................... 1.207.864 » A prescindere dalle perdite e dalle indisponibilità, le possibilità consentite dal bilancio utilizzavano assai meno di quanto disponibile, comunque la forza mobilitabile dell'esercito permanente da 330.000 uomini saliva a 430.000 inquadrati in dodici corpi d'armata; la milizia mobile, vero esercito di riserva, passava da 150.000 uomini a 200.000 inquadrati in dodici divisioni; la milizia territoriale utilizzava solo 400.000 uomini circa. In particolare, l'organico di guerra delle compagnie di fanteria passò da 200 a 225 uomini. Da ciò derivava la costituzione di quattro altre divisioni, che diventavano in totale 25, compresa quella dislocata in Sardegna, e quindi di due nuovi corpi d'annata, il cui numero saliva a 12. La nuova circoscrizione territoriale (legge dell'8 luglio 1883) poggiava sul concetto di «disporre neil' Alta Italia i Corpi cli Armata, per modo che le varie Armate [previste in caso di guerra] possano costituirsi senza ricorrere allo spezzamento delle Grandi Unità di guerra ( ... ), disporre nella pen.isola i Corpi di Armata in relazione alle grandi linee di comunicazione per facilitarne i movimenti» 1•
'Cit. da VINCENZO GALLINARI, La politica militare della Sinistra ( 1876-1887) , in «Memorie Storiche Militari 1979,>, USSME, Roma 1980, p. 82.
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In sostanza, sei corpi furono fonnati nella pianura padana (Torino, Alessandria, Milano, Piacenza, Verona, Bologna), tre nell'Italia centrale (Firenze, Ancona, Roma), due nell'Italia meridionale (Napoli e Bari) ed uno in Sicilfa. Tuttavia, data una forza bilanciata di 200.000 uomini, l'ingrandimento dell'ossatura dell'esercito presentava aspetti negativi: insufficienza di quadri ufficiali e sottufficiali, effettivi minimi, scarsità di caserme. Ferrero giustificò la decisione affermando che l'assetto dell'esercito «deve COJTispondere alla condizione di poter inquadrare in caso di guerra il massimo numero possibile di uomùli, pur mantenendo sotto le anni i quadri necessari e la sola forza di Lruppa necessaria per le esigenze della istruzione e della educazione militare dei soldati» 1• Naturalmente non si nascondeva il rovescio della medaglia di cui si è detto: l'inevitabile debolezza delle unità in tempo di pace. È stato osservato che «la preferenza data all'esercito di massa rispetto a quello di qualità, positiva e progressista quando la qualità era fornita solo dalla lunga ferma, comjncia ad essere una concezione superata in anno in cui l'alternativa riguarda invece una qualità che sempre più deriva dalla larga disponibilità di annamenli potenti e di equipaggiamenti moderni» 2, ma è una tesi che non appare molto convincente. Premesso che la qualità è data anche dall'armamento e dall 'equipaggiamento, il discorso sulla preminenza della quantità sulla qualità e viceversa, che ba sempre suscitato polemiche, così come quello fra cultura e pratica, non può prescindere dal principio della giusta proporzione. A meno di errori grossolani nella condotta della campagna, la qualità avrà sempre la meglio sulla pura quantità purché entro detemlinati limiti, oltre i quali «ragion non vale»; la quantità in sé e per sé, invece, risulterà sicuramente vincente solo quando di dimensioni tali da annullare il vantaggio nemico della miglior preparazione.! limiti che garantiscono la preminenza oscillano secondo i tempi, le circostanze ed i comandanti. A parte questo, non si possono non riconoscere solide basi al ragionamenlo degli oppositori all'aumento di due corpi d'armata: considerate le scarse disponibilità di bilancio ordinario e l'evidente necessità di un'armonia tra bilancio dello Stato e bilanci militari, sostenevano costoro con Ricotti alla testa, è meglio avere dicci corpi d'armata efficienti piuttosto che dodici destinati sicuramente a rimanere male armati, equipaggiati e addestrati. 1 provvedimenti Ferrero furono seguiti nel loro iter parlamentare da un'intensissima partecipal.ione dei fautori dell'alleanza con gli Imperi Centrali, anche sulla stampa. Nella relazione illustrante il disegno di legge sull'ingrandimento progressivo dello strumento militare, Ferrero precisò che «il nostro esercito qual è ora costituito non è sufficiente per assicurarci pienamente contro ogni e qua-
' Ibidem, p. 86. 'Ibidem.
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lunque attacco da parte di una nazione forte per terra e per mare}) 1• In sostanza apparivano evidenti le preoccupazioni difensive nei confronti della Francia. Non solo, ma l'ampliamento presentava una disarmonia: l'artiglieria e la cavalleria, le am1i piil costose, non ricevevano un incremento proporzionale a quello della fanteria. Difensiva ed incompletezza di ingrandimento suscitarono timori e polemiche perché considerato come influenti negativamente sull'atteggiamento politico della Germania nei confronti dell'Italia. Sonnino non esitò ad affem1are alla Camera l'importanza di una maggiore efficienza nùlitare ai fini della politica estera da seguire 2 e Blanc scrisse al direttore generale degli affari politici degli Esteri, Giacomo Malvano, che
• «Un diplomatico mi ha dello di sapere che una delle ragioni p1incipali della freddezza di Vienna e di Berlino verso di noi è che non si crede che abbiamo un esercito capace di prendere l'offensiva, locché sarebbe considerato in Germania come il solo mezzo di difesa nelle attuali condizioni delle 11ostre coste» ' . Mentre i giornali Il Diritto, ispirato da Mancini, e la Rassegna settimanale di Sonnino proseguivano in una campagna a sostegno di un rafforzamento dell'esercito che gli consentisse capacità offensiva, il generale Ricotti chiedeva al governo di render noto lo stato delle relazioni internazionali dell'Italia, affinché il giudizio della Camera sui provvedimenti militari in discussione fosse ponderato e, nel contempo, sollecitava tempi assai brevi per la messa a punto dell' esercito e della marina 4. Dato il prestigio milit~u-c acquisito dalla Germania, il giudizio cli Moltke veniva reputato da tutti come detenninante, anche sul piano politico. Per qualche mese il maggiore Bisesti, dunque, fu spinto a continui contatti con il Grande Stato Maggiore tedesco, riferendone a de Launay, l'ambasciatore a Berlino; a Manci1ù, il ministro degli Ester.i; al generale Driquet, il comandante ciel Corpo di Stato Maggiore 5. I risultati dei colloqui di Bisesti con il generale von Waldersee, quartiermastro del Grande Stato Maggiore Generale, e con alt1i ufficiali qualificati, furono ovviamente influenzati da punti di vista personali che, ad ogni modo, riflettevano un'opirùone piuttosto diffusa: mobilitazione italiana troppo lenta (venti giorni per la radunata e tre-quattro settimane per sboccare oltre confine) in confronto con la tedesca (un paio di settimane per entrare in Francia) 6; organico di pace della compagnia cli fanteria troppo esiguo per addestrare gli uffi-
' AP Camera, XIV legislatura, intervento ferrero nella seduta del 27 novembre 1881. ' AP Camera, XIV legislatura, intervento Sonnino nella seduta del 6 dicembre 1881 . ; Blanc a Mal vano in data 15.1.1882, in F. JvllNNJTJ , Esercito e politica cit., p. 119. 'AP Camera, XTV legislamra, intervento Riconi nella seduta del 24 gennaio 1882. ' Vds. al riguardo l'attenta ricostnizione di F. M1NNITI, Eserciro e politica cit., pp. 124-144. • Inutile osservare che il discorso, esatto nei dati considerati, d.iventa improponibile nel confronto fra Germania cd Italia, troppo evidente essendo la differenza di morfologia dei due paesi e del loro conl1ne con la Frnnciat
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ciali; cavalle1ia inadeguata numericamente rispetto alla fanteria; artiglieria sufficiente; treno male organizzato e comunque inadatto per operazioni offensive oltre frontiera 1• Ma il punto cruciale riguardava l'aumento dei due corpi d'annata previsti dall'ordinamento Ferrero entro il 1885. Al riguardo le informazioni si susseguivano alquanto contraddittorie finché, il 18 marzo 1882, Waldersee concluse: «Alla Germania interessa contare su un alleato che possa disporre di un buon esercito; tanto più forte sarà, tanto meglio. Nella discussione dei particolari della organizzazione non si può entrare, questo è affare dell'Italia, nessun miglior giudice, nessun miglior consigliere di essa» 2 ; discorso confermato il giorno successivo da Moltke allo stesso de Launay 3 • Purtroppo sull'entità dell'esercito pesavano ineludibili difficoltà di bilancio. L'applicazione del servizio militare obbliga torio, tanto invocata, all'atto pratico incontrava ostacoli finanziari di grossa portata. Ricotti non aveva potuto evitare il ricorso a congedamenti anticipati; Mezzacapo li aveva accettati e Ferrero, pur ribadendo il principio generale, riservò al ministro la facoltà di anticipare l'invio in congedo illimitato della classe anziana dopo il compimento dell'ultimo periodo di istruzione e la limitazione della durata del servizio alle anni a due anni per una parte del contingente di 1•categoria.Resta il fatto che tali compromessi incidevano sulla semplicità del sistema e sulla obbligatorietà personale al servizio. 11 rapporto tra gli uo1nini validi disponibili e la forza bilanciata lasciò sempre a desiderare •: Anno
abitanti
disponibilità 1• linea
forza bilanciata
bilancio ordinario
1871
26.800.000
455.000
200.000
143 milioni
1881
28.450.000
490.000
200.000
190 milioni
1901
32.470.000
560.000
250.000
214 milioni
Il secondo punto sul quale si soffermò l'attenzione di Ferrero fu il collaudo ciel sistema di mobilitazione studiato da Ricotti e perlezionato eia Mezzacapo. Nell'estate 1881 vennero richiamate le classi di l • categoria 1851 e 1852, pari a circa 67.000 uomini di milizia mobile, per un mese di attività addestrativa; poi 20.000 uomini di 2" categoria per tre mesi di istruzioni; infine, nell'autunno, fu la volta della milizia territoriale con il richiamo per due settimane di due classi di 2" categoria. Provvedimenti, tutti, che vennero ripetuti nei pochi anni successivi.
'Bisesti a Driquct in data 13.2.1882, in AUSSME, Fondo Addetti militari, Gemwnia, racc. 2. Cfr. de Launay a Mancini in data 14.2.1882, D.D.I., 2• sc,ic, XIV, doc. 556, pp. 554-556. 2 Bisesti a de Launay in data 18.3.1882, cit. da F. MINNITI, Esercito e politica cit., p. 168. ' De Launay a Mancini in data 19.3.1882, D.D.I., 2• serie, XIV, doc. 646, p. 642. 'F. STEFANI, La storia della dourina. e degli ordinamenti cit., l , p. 293.
IL MOMENTO STORICO
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Il terzo punto riguardò il «cervello dell'esercito» 1• Era ormai chiara l' importanza del lavoro dello Stato Maggiore in tempo di pace e si imponeva I' adozione del sistema prussiano, cioè della responsabilità organizzativa ed operativa propria di un organo esistente sin dal tempo di pace, un organo che pur alle dipendenze del ministro della Guerra, rispondesse tecnicamente dello strumento bellico. Con la legge del 29 giugno 1882 il comandante del Corpo di Stato Maggiore ricevette il titolo di capo di Stato Maggiore dell'Esercito con il compito (R.D. del 29 luglio) di assumere in pace «l'alta direzione degli studi per la preparazione alla guerra sotto la dipendenza del Ministro della Guerra» e di esercitare, in campagna, le attiibuzioni stabilite dal Regolamento del servizio in guerra. Il capb di Stato Maggiore, in quanto comandante del Corpo di Stato Maggiore sovrintendeva al reclutamento, all'avanzamento ed all'impiego del personale di Stato Maggiore e quindi aveva alle dipendenze la Scuola di Guerra; doveva present,u-e al ministro le proposte ritenute più convenienti circa la fom1azione di guerra dell'esercito e stabilire, d'accordo con lui; le norme generali per la mobilitazione ed i progetti di radunata secondo le varie ipotesi; doveva formulare inoltre le proposte che giudicava opportune o necessarie nell'interesse della difesa dello Stato e degli studi per la preparazione alla guerra. Il comandante in 2a del Corpo di Stato Maggiore era destinato a diventare, ali' atto della mobilitazione, il sottocapo di Stato Maggiore, mentre il maggior generale addetto al Comando del Corpo avrebbe ricoperto la carica di Intendente Generale oppure di capo di Stato Maggiore dell'Intendenza Generale. Tale legge, fondamentale per l'organizzazione e l' efficienza dell'esercito, presentò alcune zone di imprecisa definizione, ma l'inconveniente era comprensibile data la necessità di un congruo periodo di sperimentazione. Dopo tutto si trattava di trasferire buona parte delle attribuzioni del ministro al capo di Stato Maggiore senza peraltro nulla togliere al primo della responsabilità decisionale in tema di politica militare e del diritto di controllo; senza limitare la competenza del capo di Stato Maggiore sulla preparazione tecnica e sull'impiego operativo dell' esercito; senza creare sovrapposizioni di responsabilità e quindi fonti di attrito ti·a mi1ùstro e capo di Stato Maggiore 2 • In definitiva, in tempo di pace la figura del capo di Stato Maggiore acquisiva talune attribuziotù e quindi responsabilità in campo organizzativo e tecnico, ma conservava un ruolo subordinato rispetto al ministro, detentore del potere politico e del comando dell'esercito, pur con i limiti dell'attenzione del re e della responsabilità collegiale del governo. Non poteva certo paragonarsi al capo di Stato Maggiore tedesco, comandante in capo effettivo, direttamente dipendente
' Vds. al riguardo N. LAllANCA, Il generale Cesare RicotTi cit., pp. 212-227; L. CEVA, L'Alto Comando Militare (1848-1887) cii., pp. 228-236. ' F. S TEFANI, Storia della dottrina e degli ordinamenti cit.
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dal re, privo di responsabilità politica 1, come da molti auspicato. E nemmeno ci sembra convincente che, diventando il ministro semplice «portavoce in seno al governo delle esigenze dell'esercito, oltre che [essendoj il politico responsabile delle questioni militari», si registri «il passaggio di potere fra capo di Stato Maggiore e ministro( ... ) assai prima degli anni 1906-1908, come comunemente si crede» 2 • Certo si è che l'affermarsi della carica ed il suo rinvigorimento, favorito dall'instabilità politica degli anni Novanta ed anche dalla continuità garantita per primo da Cosenz, che resterà in carica sino al 1893, accentueranno l'importanza del la figura del capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma sarà essenzialmente con il generale Saletta, capo di Stato Maggiore dal 1896 al 1908, che, grazie anche ad un complesso di circostanze favorevoli, la prassi comincerà «se non proprio ad esorbitare dai limiti concessi dalla legge, quantomeno a occupare tutto lo spazio concesso dalla sua interpretazione più lata» 3• Rimaneva aperto il discorso sul comandante in capo in guerra, per il quale il regolamento sul Servizio in guerra riconosceva semplicemente la delega da parte del re ad un generale, cui sarebbe spettata «interamente la condotta della guerra». Ora, rispettando la norma dello Statuto che riconosceva il re come capo supremo, cd evitando una prcdesignazione sin dal tempo di pace del generale incaricato del comando in guerra, probabilmente pericolosa, non poteva che acquistare forza l'idea che la predesignazione riguardasse non una persona ma una carica, e quindi il capo di Stato Maggiore dell'esercito ·•. Il primo capo di Stato Maggiore fu Enrico Cosenz, «indicatogli [al ministro Ferrero] non dalla sua fiducia soltanto, ma da quella di tutto l'esercito» s. Naturalmente, essendo all'oscuro della stipulazione della Triplice Alleanza, non mise mano ad un aggiornamento della pianificazione derivante dalla nuova situazione internazionale; tuttavia nel giro di un anno si ebbe la conferma che l'ipotesi bellica più probabile era quella di una gue,w contro la Francia, beninteso in unione con la Germania. Il caso era già stato studiato nelle linee generali sin dagli anni 1874-75 e le perplessità riguardavano, in pratica, soltanto la possibilità di un'offensiva oltre frontiera da parte italiana, desiderata da Moltke, il quale aveva suggerito al maggiore Tavc111a, addetto militare a Berlino, di prevedere l'invasione della Francia con la sicurezza di trovarvi già le truppe tedesche <o . Secondo Moltke, un atteggiamento italiano di semplice minaccia, se non addirittura chiaramente d ifensivo, sulle Alpi occidentali non avrebbe dato alcun
' G. Roc 1IAT e G. M ASSOBRIO, Brevi' storia dell'esercito ila/iano cit., pp. I 14- 115. ' F. M 1NNm , Esercito e politica cit., p. 56. 'L. CEVA. L'Alto Comando Militare cit., p. 233. • Ibidem, pp. 230 e 235-236. > C. CORS I, Italia 1870-1895 cit., p. 269. • Ricotti a C ialdini io cinta 20.2.1874, AUSSME, fondo Corpo di S.M. Corrispo11de11l,{I. racc.
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IL MOMENTO STORICO
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vantaggio alla Germania perché alla Francia sarebbe bastato tenere a bada l'Italia con un semplice corpo di osservazione, rivolgendosi per contro con tutte le sue forze verso l' esercito tedesco. Se invece l'Italia avesse superato le Alpi, certa di incontrare l'alleato gennaiùco in territorio francese, la Francia o si sarebbe rivolta ugualmente contro il grosso delle armate tedesche, ed in questo caso l'esercito italiano sarebbe avanzato senza incontrare molta resistenza; oppure avrebbe affrontato gli italiani, ma questi avrebbero avuto tempo e possibilità di ripiegare oltre le Alpi, ed allora l'offensiva tedesca avrebbe potuto elirn.inare comodamente J'aliquota minore francese. Insomma, un'Italia alleata aveva significato e peso solo previo fonnale impegno di attaccare in Francia contemporaneamente allp Germania 1, sì da costringere i francesi a rivolgere una parte delle trnppe contro tale tentativo. E su tale ipotesi; dunque, lo Stato Maggiore italiano tracciò un progetto d'offensiva che concluse nel I 883. Senonché studi e ricogniziotù in posto non lasciarono dubbi: rispettando la neutralità svizzera «non vi è piano di campagna che presenti condiziotù favorevoli alla congiunzione dell'esercito italiano con quello gennanico» 2, tanto più che negli anni seguenti i francesi proseguirono alacremente nell'irrobustire le fortificazioni di frontiera, sì da rendere scettici sulla reale possibilità di superare con relativa rapidità la fascia alpina per sboccare nella valle del Rodano. Non solo, ma la Francia curò con tale evidenza il proprio riarmo da indmre perfino a temere iniziative offensive transalpine con sbarchi in Toscana, nel Lazio ed in Sicilia. Senza entrare nei particolari dei piani di guerra 3, ci limiteremo a ricordare che per Cosenz la soluzione migliore per un apporto italiano ali' offensiva tedesca sarebbe stato l'invio di un' armata in Germania attraverso il San Gottardo o il Brennero. Peraltro, la violazione della neutralità svizzera - già di per sè prob.lematica date le colossali opere fortificatorie subito iniziate dalla Svizzera non appena aperto il traforo del San Gottardo - era assolutamente esclusa eia Bismarck, sia per la palese violazione dei trattati europe.i, sia soprattutto per non gettare gli svizzeri in braccio ai francesi ". Quanto a passare dal Brennero, al cui riguardo Cosenz aveva chiesto il parere tedesco, Bismarck «si disse contrario ad uno scambio cli opinioni fra i due Stati Maggiori poiché temeva indiscrezioni eia parte italiana nei confronti della Francia» 5 !
• W. FOERSTER, Aus der (ìedankemvehrstatf des Deutsches Generalstabes, pp. 71-73, citato da MASSIMO M AZZEITJ, L'esercito iialianone/la Triplice Alleanza, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1974.
pp. 34-35. ' AUSSME, Fondo Corpo di Stato Maggiore. Corrispondenza, racc. 47, Offensiva italiana contro la Francia, parte Il, data 9.7.1876, p. 23. ' Cfr. J. Gooc H, L'Italia comm la Fra11cia cit., in «Memorie storiche Militari 1980» cit. ' M . M AZZE1Tl, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cii., p. 4 1. ' Ibidem, p. 34.
Capitolo II LA DECISIONE POLITICA DI ESPANSIONE COLONIALE l. LA NASClTA DEL COLONIALISMO ITALIANO
Sino a metà Ottocento la colonizzazione europea aveva praticamente trascurato l'Africa, rivolta com' era alle due Americhe, al sud-est asiatico, all'Oceania. L:Africa non aveva attirato l'attenzione dei governi e men che meno quella dell'opinione pubblica, cosicché «negli annali dell' imperialismo la sprutizione dell'Africa appare come un processo affidato quasi essenzialmente al caso» 1• Nella seconda metà del secolo presero piede numerose iniziative, in genere di società geografiche, per l'esplorazione del cuore dell'Africa, e gli anni Settanta videro accentuarsi la spinta scientifica ed avventurosa al punto da trovare sempre maggiore appoggio da parte politica. Mentre esploratori e mercanti penetravano nel bacino del Congo, Leopoldo TT del Belgio aveva riunito a Bruxelles una conferenza geografica internazionale (12-19 settembre 1876) con dichiarato intento scientifico ed umanitmfo. In realtà, sotto la cope1tura della Association Internationale du Congo, nutriva la m.ira di costituire uno Stato indipendente sotto controllo belga, anzi personale. Al Belgio si oppose la Francia, che ormai cominciava a voler dare alla propria politica coloniale africana dimensioni «imperiali», e la Gran Bretagna, dal canto suo, appoggiò le antiche pretese avanzate dal Portogallo sulla regione. Se da un lato diventava evidente la fine della quarantennale entente anglo-francese, dall'altro affiorava la convenienza generale di trovare un minimo di 'regole' per evitare che il disordinato e pericoloso arrembaggio ali' Africa sfociasse in crisi europea. Le molle che fecero scattare gli appetiti politici furono varie e concatenate, ma verosimilmente possono veniJ individuate nelle ben distinte manifestazioni esplose ai due estremi del continente. La prima, nel Sudafrica, derivò dall'affermarsi della colonizzazione boera diretta sempre più verso nord e, in special modo, dalla annessione britannica della repubblica sudafricana (1877), che provocò la rivolta degli ajì·ikaanders e quindi la prima guerra boera del 1881. Le altre due si verificarono nel Nordafrica e furono costituite, ad occidente dal tentativo del bey di Tunisi di uscire dal marasma finanziario in cui era precipitato abolendo tutte le concessioni francesi, e ad oriente dall'ammutinamento di Arabi pascià
'ROMA!N R AINERO, L'Africa dall'epoca coloniale all'i11dipe11de11za in Nuove questioni di storia contemporanea, Marzorati , Milano 1986, p. 1564.
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contro il khed.ivé Ismail, ormai praticamente prigioniero dei suoi creditori inglesi e francesi (1881). La Ttuùsia aveva rappresentato la prima aspirazione coloniale dell'Italia sia per evidenti motivi di geografia poEtica, sia perché una consistente presenza italiana vi aveva creato interessi economici non trascurabili. L'esplicita ostilità francese, la crisi d'Oriente del 1876-78 ed i molti problemi interni del regno, quello finanziario in primo luogo, indussero il primo ministero Depretis a lasciar cadere le velleità mediterranee, tanto che alla fine del 1876, quando l'ambasciatore cli Francia, de Noailles, chiese di conoscere le intenzioni ciel governo di Roma sulla reggenza di Ttmisi, il ministro Melegari assicurò che l'Italia «non pensava affatto ad un ingrandimento territoriale a spese della Tunisia e non progettava alcuna annessione da quella ptute» '. Al Congresso di Berlino coincisero gli interessi britannic.i e quelli tedeschi. Londra non poteva vedere di buon occhio che la Sicilia e la Tunisia, controllanti il passaggio dal bacino occidentale del Mediten-aneo a quello orientale, fossero nelle stesse mani, e nello stesso tempo desiderava calmare il risentimento della Francia per la questione di Cipro. Berlino voleva riavvicinarsi alla Francia e quindi era più che disposta a favorirla nell'espansione coloniale. In definitiva, dopo una serie di colloqui fu approvata la ricerca cli una soluzione che non soltanto fosse favorevole alla Francia ma anche concedesse qualcosa all'Italia. E Salisbury, nùnistro dagli Esteri inglese, offrì Tunisi a Waddington, ministro degli Esteri francese, e disse al nostro ministro Corti che il litorale mediterraneo era abbastanza esteso perché Francia e Italia vi trovassero un compenso. In altri tcnnini suggerì di occupare T1ipoE previo accordo con la Francia. Waddington si mosse di conseguenza. Nell'agosto 1878 accennò alla questione con l'ambasciatore italiano a Paiigi, Cialdini, poi il 13 ottobre impruiì precise direttive al rappresentante francese a Roma. Ove l'argomento Tunisi fosse affiorato, egli doveva avvertire in tutta franchezza che la Francia si sarebbe opposta «con le tmni» a qualunque tentativo di occupazione da parte di altre Potenze. ln particolare, «( . .. )è assolutamente necessruio che il governo italiano si metta bene in mente che l'Italia non può accarezzru·e dei sogni di conquista in Tunisia, senza urtru·si contro la volontà deUa Francia, e senza rischiru·c un conflitto con essa».
Tuttavia l'Italia poteva cercai·e altre soddisfazioni nel Mediterraneo e la Francia sarebbe stata lieta di <~prestarvisi, se si fosse presentato il caso». Le altre soddisfazioni erano indicate nel «distretto di Bm-ka, col magnifico porto di Tobruk, che offriva un magnifico campo di colonizzazione per una potenza come l'Italia»; il caso opportuno era offerto dall'ingrandimento «prossimo ed ine-
' D.D.F., l' serie, II, doc. 122.
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vitabile della Grecia» con l' annessione di Creta, il che avrebbe reso la Po1ta così lontana dai suoi possedimenti barbareschi che «allora era da esaminarsi a chi si dovesse darne la sovranità» 1• Né Cairoti né Depretis, che si alternarono al governo negli anni 1878-1881, seppero prendere una posizione diplomatica chiaramente fon11ulata su un argomento considerato vitale. A quanto sembra, pensarono di lasciare che il tempo lavorasse a favore dei nostri interessi economici in Tunisia, i quali rafforzandosi progressivamente avrebbero forse potuto creare una situazione locale di predom.inio tale da consentire in un domani una conquista pacifica. Si tenga presente al riguardo che il trattato di commercio e navigazione stipulato tra l'Italia ed il bey di Tunisi 1'8 settembre 1868, con una durata di 28 anni (doveva spirare il 29 s~ttembre 1896) assicurava ali 'Italia il privilegio delle capitolazioni, eccezion fatta per le questioni di natura giudiziaria, e la clausola di nazione più favorita in campo commerciale. Con siffatto atteggiamento di resistenza passiva si arrivò al trattato del Bardo, con cui il bey accettava il protettorato francese ed in virti1 del quale il residente di Francia a Tunisi veniva ad assumere veste e fun zioni di ministro degli Esteri del bey. Inutili le proteste della Turchia. L' Italia rifiutò di riconoscere il trattato, senza per questo evitare che nell' opinione pubblica si producesse un penoso senso di frustrazione. Il caso egiziano, però, si presentava molto più complesso e delicato. Aprescindere dalle esplicite m.irn inglesi sulla costituzione d.i un impero africano dal Cairo al Capo di Buona Speranza 2, il controllo delle comunicazioni con l'India era da gran tempo pilastro fondamentale della politica estera britannica 3 • Se nel 1870 il governo Gladstone aveva lasciato cadere l'occasione di acquistare il pacchetto azionario del governo egiziano relativo al canaJe di Suez offertogli dal khedivé, cinque anni dopo il successivo governo Disraeli operò in senso diametralmente conu·,ufo comprando quelle azioni (pari al 40% del totale delle azioni ordinarie) per oltre quattro milioni di sterline. Il rapido sfacelo economico egiziano provocò nel 1878 la nomina di una commissione d'inchiesta anglo-fran-
' 0.0.F., 1• serie, U, doc. 352. ' Nel 1877 Gladstone non aveva esitato ad affermare crudamente: «11 nostro primo cantiere in Egiuo, sorga esso per furto o per acquisto, saJà l'embrione di un impero africano che crescerà senza posa finché non avremo congiunte le mani di là dall'equatore col Nata] e con la Città del Capo, mentre potremo inghiottire come facili bocconi lungo la via Stati liberi come quello dell'Orange e del Transvaal, nonché dell'Abissinia e dello Zanzibar» (PIETRO S1LVA, Figure e momenti di s1oria ita· liana, Mi lano i 939, p. 397). > Il IS gennaio I880 Salisbtuy, cui era stato rappresentato «l'intento puramente commerciale» con il quale il governo italiano sosteneva la società Rubattino, proprietaria di Assab, aveva replicato: «Certo, ove trartisi di una intrapresa conuncrcialc, noi la vedremo con simpatia; ma ci importa che essa non abbia nulla di politico. Il Mar Rosso è la nostni via di comunica,:ionc colle Indie. li Mar Rosso è la nostra corda sensibile» (L. CHIALA, La ,pedizio11e di Massaua, Roux, Torino I888, p. 12).
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cese, che ben presto assunse il controllo dell' amminist:n1zione egiziana. La pesantezza di tale «controllo bipartito» sul nuovo k11edivé, Tawfiq, ed il dimezzamento dell'esercito provocarono la rivolta militare a carattere nazionalistico del colonnello Arabi ( 1881 ), contro le cui pressioni Tawfiq finì per chiedere appoggio ai controllori nel maggio 1882. L'immediata dimostrazione navale anglo-francese ad Alessandria fece salire la tensione provocando gravissimi e sanguinosi tumulli xenofobi nella città. Francia e Gran Bretagna proposero allora una conferenza internazionale a Costantinopoli ed in questa circostanza l'Italia ricevette la prima delusione circa l'efficacia della Triplice Alleanza. Alla guida del governo italiano era tornato Depretis, con Mancini agli Esteri. Su entrambi gravano giudizi sostanzialmente negativi in tema di politica estera. Il primo è stato definito «uomo di limitati orizzonti intellettuali e morali, sensibile più ai grandi e piccoli problemi di politica interna, elettorali e finanziari, parlamentari e religiosi, che a quelli della poiitica estera, per i quali non solo non aveva famigliarità, ma nutriva addirittura una specie di insofferenza e di antipatia» 1 • Il secondo è apparso «dottrinario più che realista, portato più alla discussione che ali' azione, legato a concetti e a teorie riecheggianti sentimenti e ideologie proprie del Risorgimento, eia lui solo rispettate e dagli altri misconosciute, fedele alla teoria del concetto europeo anche quando essa era ormai superata dal tempo e dagli avvenimenti ( ... ); tradizionalista e conservatore per eccellenza, prudente e riservato fino alla timidezza, pavido ed ingenuo e sempre in balia di incertezze e di scrupoli» 2 • Inevitabilmente, dunque, in un periodo storico di sempre più aperto imperialismo, l'Italia finiva per trovarsi in posizione di svantaggio rispetto agli altri competitori, assai più decisi e spregiudicati nell ' accaparramento di territori considerati terra di nessuno. Ora, per Mancini un intervento in Egitto doveva esser riservato alla sola Tw-cbia, di cui l'Egitto era Stato vassallo, e comunque bisognava evitare iniziative unilaterali. Perciò cercò di interessare in tal senso Austria-Ungheria e Germania. In effetti, alla conferenza apertasi il 23 giugno 1882 entrambe appoggiarono le proposte italiane che nessuna Potenza cercasse di approfittare della crisi per acquisti territoriali in Egitto e che nessuno agisse militarmente durante i lavori della conferenza. Però né Vienna né Berlino si ritennero legate a particolari motivi di solidarietà con Roma. D'improvviso, I' 11 luglio, una squadra navale britannica si presentò davanti ad Alessandria e bombardò i terrapieni che gli insorti stavano fortifi cando e da
'CARl,OZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterra11eo, Casini, Roma 1955, pp. 56-57. Cfr. F. CIIAIJOD, Storia della politica estera italiana cit., p. 688; CARLO MORANDI, La Sinistra al potere, Le Monn.ier. fircnze 1944. p. 81 e sgg.; DENIS MACK SMIT II, Storia d'Italia dal /87/ al /969, Latem, Bari 1971. pp. 170- 178. ' C. 2.AGHI, P.S. Mancini, l 'Africa e il problema del Mediterraneo cit., p. 11. Cfr. L. CHL-'.LA , La spedizione di Massaua cit., pp. 271 -274.
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questo momento prese il v.ia un inevitabile crescendo. Arabi pascià proclamò la guerra santa contro gli infedeli ed .i moti si estesero rapidamente nell'intero Egitto, mentre nel Sudan il Mahdi cominciava la sua predicazione contro gli egiziani e gli infedeli. Visti in pericolo il canale di Suez, che intendeva conservare ad ogni costo, ed il prestigio inglese, che occorreva salvaguardare di fronte a tutti .i paesi musulmani, la Gran Bretagna decise di intervenire con le armi. La risoluzione rivestiva un duplice significato: la determinazione a difendere .il canale, anche a costo di occupare l'Egitto, e la dissociazione dalla Francia, incerta e poco incline ad un'azione militare. Ma prima di agire la Gran Bretagna giocò una carta inattesa: chiese all'Italia di partecipare al ripristino dell'ordine in Egitto, precisando che la Francia aveva rifiutato di associarsi e che Germania ed Austria-Ungheria non credevano di poter favorire iniziative di singole Potenze, e soggiungendo che essa intendeva agire anche da sola '. Come acce1mato, Manci1ù era contrario ad una politica di forza e teneva molto al principio del Concerto europeo. Rispose dunque che «nello stato attuale delle cose» non riteneva di accogliere l'offerta, specialmente tenendo conto dell'intenzione manifestata dalla Turchia di mandare sue truppe in Egitto 2. Più tardi, egli si dilungò su.i motivi che lo avevano indotto al «gran rifiuto»: oltre alla convinzione, esposta dal rappresentante italiano alla conferenza cli Costantinopoli, della competenza del Concerto europeo in luogo d.i azioni unilaterali, esistevano la perplessità di un'impresa militare probabilmente difficile e priva di prospettive cli adeguati vantaggi, la previsione cli andare incontro a fotti .impegni finanziari proprio quando in Italia era stata decisa l'abolizione del corso forzoso della lira, l'impopolaiità dell'intervento presso l'opinione pubblica .italiana che guardava con simpatia al movimento nazionalista di Arabi pascià, l'atteggiamento negativo d.i gran parte della stampa. Ma in primo luogo Mane.in.i avrebbe voluto ricevere l' approvazione delle Potenze Centrali, le quali, invece di un cenno di .incoraggiamento, avevano lasciato scorgere un' indifferente freddezza. Certo la partecipazione alla spedizione egiziana non contrastava con la Triplice Alleanza testé firmata, tuttavia senza l'appoggio di Vienna e cli Berlino egli non s.i sentiva d.i correre il risclùo Francia: se anche questa fosse intervenuta, l'Italia si sarebbe trovata in una posizione delicata nei confronti delle alleate 3; se invece avesse confermato l'annunciata astensione, avrebbe nutrito rancore verso l'Italia •. I piimi a protestare contro l'insicurezza e l'eccesso di prudenza di Mancini furono Crispi e Minghetti. L'uno in un discorso tenuto a Palermo accusò la politica estera .italiana: «Due volte quest'anno fummo invitati per intervenire con
1
Menabrca a Mancini in data 27.7.1882, ASMAE, serie politica, n. 1702, Austria-Ungheria
(J 867-1888), n. 1260, citato da R. PETRlGNANI, Neutralirà e alleam.a cit., pp. 355-356.
' Mancini a Menabrca in data 27.7.1882, Libro Verde presentato alla Camera il 14.12.1862, doc. CDX.XIX, p. 337, ibidem, p. 356 ' C. C ARACCIOLO DI BEtLA, Dieci anni di politica estera, Lopi, Città di Castello 1886, p. 309. ' Lu1c;1ÙIIALA, La Triplice e la Duplice Alleanza, Roux e Frassati, Torino 1898, p. 320.
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l'Inghilterra alla pacificazione dell'Egitto; noi ci siamo negati per tenere le mani nette». L'altro espresse ai suoi elettori il rammarico per la progressiva cancellazione <<di ogni nostra influenza nel Mediterraneo» e non esitò a dichiarare che avrebbe desiderato «che la bandiera italiana sventolasse accanto alla bandiera inglese sulla costa d' Egitto» 1• ll 16 agosto il generale Wolseley sbarcò in Egitto con un corpo di spedizione di 30.000 uomini occupando Porto Said ed il canale; il 13 settembre batté facilmente gli egiziani a Teli el-Kebir e due giorni dopo, arresosi Arabi pascià, ripristinò il potere del khedivé. Il 3 gennaio 1883 la Gran Bretagna dichiarava alle Potenze che avrebbe ritirato le sue truppe dall'Egitto non appena la situazione interna del paese e la riorganizzazione del potere khediviale lo avessero permesso. Senonché il movimento mahdista stava prendendo piede e forza e nel novembre di quell'anno, distrutto a el-Obeid l'esercito egiziano del Sudan condotto dal generale inglese Hicks, i dervisci si affacciavano sul basso Egitto e puntavano verso i porti del Mar Rosso. Dovendo puntellare in qualche modo il potere che avevano pensato di restaurare e rinsaldare, gli inglesi dovettero rimanere. Si trovarono invischiati in Egitto come i francesi in Tunisia. La prima esperienza, ma forse si dovrebbe dire «avventura», coloniale italiana si sviluppò tra il 1882, quando l'insediamento di Assab fu trasformato in colonia, cd il 1896, quando venne finnato il trattato cli pace fra l'Italia e l'Abissinia. l momenti caldi di questo periodo ebbero luogo nel 1885-87 e nel 1895-96, e ciascuno di essi si concluse con una bruciante sconfitta militare (anche se di beo diversa portata) e con la conseguente caduta del governo in carica: rispettivamente Depretis-Robilant e Crispi-Blanc. Ma il passo iniziale risale al governo Dcpretis-Mancini. Nell'euforico ed inquieto dibattito durante l'esame del bilancio per iI l 883 del ministero degli Esteri, emerse il timore che l'Italia perdesse un'occasione irripetibile e Marsel li - che appena un anno prima si era mostrato recisamente contrario ad «alcuna occupazione tenitoriale delle coste clell ' Africa o dell'Albania» 2 - ebbe a sostenere che: «L' anività europea è tale( ... ) che essa [l'Europa] potrebbe far rigurgito su di sé medesima. e schiantare a società, se non si offrissero facili e larghi sbocchi. Ora, uno di questi sbocchi io considero che sia la terra cl ' Africa, e veggo con p(eoccupaiione chiudersi qu,1si nme le porte, che dall' Italia potrebbero condurre a quella terra promessa del Sudan» '·
Secondo Sonnino, il generale Menabrca, a quel tempo ambasciatore a Lon-
' R. PETRlGNANI, Neutralità e alleanza cii., pp. 350-360. 'Citato da N 1COLA L\llANCA, Il generale Cesare Ricotti e la politica militare italiana dal 1884 til 1887, USSJ\.1E, Roma 1986. p. 3 10, nota 13. ' Intervento alla Camera nella seduta del 9 mano 1883. Due giorni dopo l'on. Spantigati mppe l 'incanto del «concerto coloniale», sostenendo che a tempo debito l'Italia avrebbe potuto pensare «ad uscire dai suoi con fini per anelare a cercare quelle espansioni coloniali, di cui parlava ieri l'altro J'on. Marselli. Ma all'on. Marselli mi permetto di dire: ora colonizziamo l' Italia; noi abbiamo in quest'opera molto da fare» (L. CHL"'-A, La spedizione di Massa,w ciL, pp. 102- 103).
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dra, il 27 settembre 1882 avrebbe spiegato a Granville che il vero motivo del mancato intervento italiano consisteva nell'impossibilità di spedire in Egitto un corpo d'armata anche di soli 20-25.000 uomini. Mancini smentì energicamente tale accusa I ed assicurò che «i ministri della Guerra e della Marina, a mia istanza, per una provvida preoccupazione, avevano tutto preparato e si potevano in una settimana spedire venti o venticinquemila uomini» 2 • La discussione si fece più accesa quando venne alla luce l' esistenza di un'alleanza con le Potenze Centrali. Fermo restando il giudizio positivo con cui il Parlamento considerò il trattato, pur non conoscendone le clausole, divenne inevitabile l'interrogativo se fosse stata l'alleanza ad impedire la partecipazione alla spedizione britatmica oppure se il governo avesse rinunciato senza riflettere bene, indipendentemente dall'assenso alleato. Mancini cercò di difendersi dalle numerose aspre critiche. L' 11 aprile, nella replica alla discussione generale, sottolineò i vantaggi della nuova situazione: «Un solo fatto è costante e veramente importante: l'Italia non è isolata in Europa» disse con enfasi. Poi espose i motivi della non accettazione dell'offerta britannica, spingendosi a sostenere che con tale rifiuto la posizione dell'Italia in Egitto non soltanto non aveva 1icevuto «detrimento», ma addirittura poteva reputarsi «notevolmente migliorata» >. Non si era ancora reso conto della montante «febbre» africana. Le correnti colo1ùalistiche in Italia erano molteplici ed in rispettiva polemica. La più forte mirava alla Tripolitania, con o senza Cirenaica, che considerava possibile punto di partenza per una spinta verso il mar Rosso attraverso il Sudan. Una seconda, non molto sentita, reputava improponibile una spedizione in Libia perché troppo risclùosa sul piano internazionale e suggeriva di rivolgersi invece alle coste dell'Oceano Indiano dalla punta del Corno d'Africa, capo Guardafui, sino al Mozambico, cioè l'intera costa somala orientale ed il sultanato di Zanzibar. Una terza, numerosa, corrente insisteva per un massiccio insediamento nell'interno dell'Abissinia, anche se in proposito le direttrici di penetrazione erano diverse: Tigré, Scioa e Harar ' . Naturalmente a queste tendenze si contrapponeva un tutt'alu·o che trascu-
'In realtà Menabrea aveva riferito a Mancini di aver portato a Gra11ville le felicitazioni del governo italiano per l 'esito della spedizione, e: «In seguito alle spiegazioni che gli ho date, mi è sembrato persuaso che il nostro prowisorio rifi uto di c.oncorrcre a quella spedizione era, nelle circostanze d 'allora, perfenamcnte giustificato. Egli mi ha ricordato che il piano di guerra seguito era confom1e a quello che io avevo accennato ( . .. )» (P.S. MANCJNI, Discorsi parlamentari, Roma 1896, VII, p. 200). 2 Ibidem, Vll, pp. 200-203. ' Intervento di Mancini all a Camera nella seduta del!' 11 aprile l 883, in P.S. M ANCINI, Discorsi parlamentari cii. , VII, pp. 320 e 335. ' CARto G 1c.uo,L'i111presa di Massarta( /884-/885) , Istituto italiano per l ' Africa, Roma 1955, pp. 16- 17.
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rabile anticolonialismo di principio o di convenienza politico-economica od anche di opportunità militare 1• Ben.inteso, anche gli anticolonialisti sorvolavano sulla carenza di alcunj fattori fondamentali per una vera politica coloniale, quali la fondatezza dell'aspirazione a Grande Potenz.a, un quadro di rapporti internazionali favorevole, un governo energico e solido, un'economia nazionale forte, uno strumento militare e terrestre consolidato, una mentalità politica e militare volta alle imprese oltremare. Pochi erano coloro che sfuggivano alla convinzione che ormai l'Italia fosse veramente una Grande Potenza. Se, a conti fatti, le aspirazioni coloniali italiane potevano definirsi «vaghe, dispm·ate, confuse, contraddittorie e un accordo fra di esse non era sempre né possibile, né compatibile» 2, tuttavia su un punto esisteva un generale consenso: il problema del Mediterraneo. Tutte le parti politiche consideravano essenziale per la sicurezza italiana che il Mediterraneo, vale a dire l' Africa settentrionale, non soltanto non dovesse subire nuove modifiche allo star.u quo, già in parte compromesso dalla presenza francese in Tunisia ed inglese in Egitto. Per l'esattezza, se era stato inevitabile rassegnarsi al fatto compiuto della Tunisia, mai si sarebbe accettata un'analoga mossa francese in Marocco. In siffatta evenienza larisposta italiana non poteva che tradursi nell'occupazione della Tripolitan.ia, anche a costo cli scatenare un conflitto europeo. Il possesso della Tripolitania non veniva valutato come un semplice aspetto della politica coloniale, bensì come una questione di equilibrio del Mediterraneo, di legittima difesa, di passo decisivo per l' avvenire di Grande Potenza cui l'Italia aveva diritto. Ai pochi ostili ad un'azione di conquista si opponevano la grande maggioranza parlamentare e del paese, nonché un fervore di iniziative private: spedizioni geografiche, istituzione di linee di navigazione con Tripoli e Bengasi, impianto di stazioni commerciali a Bengasi e a Derna, incremento della comunità italiana in Libia, pubblicazione di carte geografiche della regione 3• Di fronte alla sempre più auspicata impresa della Tripolitania e della Cirenaica,
' Per le polemiche del momento cfr. ROMAIN R AINERO, L'amicolonialismo i1a/i(l110 da Assab ad Adua, ed. Comunità, Milano 1971 , cap. II. ' C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., p. 14. Un·eloquente idea della notevole avventatezza delle aspirazioni coloniali italiane dell'epoca è fornita da un Promemoria segreto in data 4.1.1894 del Ministero degli Esteri, secondo il quale nel 1882, in un colloquio tra Mancini e l'ambasciatore inglese Paget, si sarebbe parlato di una cessione di Assab alla Gran Bretagna «avcme come corrispettivo la tutela della valle del Nilo da parte dell' Italia»; nel gennaio e poi nel mano 1884 l'Italia avrebbe preso in considerazione le proposte francesi di occupare Suakin e Massaua per poter «entrare in Egitto dal Sudan» provenendo i francesi da Obock e gli italiani da Assab; inline, nel 1885 la Francia avrebbe preferito l'occupazione itafoina (piuttosto che inglese) da Massaua per «rientrare in Egitto inviata di un condominio a tre» (ARCHIVIO CENTRALI, DELLO STATO, Carte Pis(lni Dossi, b. 14, f. 668, citato in N. L ABANCA, In marcia vers0Ad11a, Einaudi, Torino 1993, p. 53, n. 48). > C. ZAGHJ, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cil., pp. 21-23. Perfino in campo socialista, alla Tripolitarua non erano attribuiti caratteri «coloniali». Nel maggio 1885, l' uni-
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la sorte di Assab, «che infine - osservò Mancini - può dirsi un punto matematico sopra una costa marittima» 1, perdeva ogni rilievo. Anche Mancini condivideva il pensiero di chi vedeva Tripoli essenziale per la sicurezza italiana nel Mediterraneo e su tale argomento manifestava una decisione in lui insolita: «Qualunque nazione d' Europa la quale inaugtu·asse e praticasse una politica coloniale invasiva cd irrequieta - aveva affermato - e altamente proclamasse le intenzioni di conquistare in avvenire intorno al bacino del Medi terraneo un vasto impero, non potrebbe trovare indi(ferente l'Italia, cui la posizione geografica, le numerose colonie commerciali, il bisogno di laboriosa espansione di una popolazione crescente, ed infine la vocazione assegnata dalla natura ad una navigazione navigatrice e marittima, fanno un rigoroso dovere deJla vigilanza e della difesa. Una politica di rassegoazione e 'cli abbandono meriterebbe di essere qualificata la politica del suicidio, un delillo di lesa patria» ' .
Per questo aveva incaricato l'ambasciatore a Berlino di tastare il terreno. De Launay si rivolse al sottosegretario di Stato Hatzfeld, chiedendogli francamente se l'Italia «avrebbe potuto contare su qualche appoggio da parte della Germania, nel caso che la Francia avesse cercato di modificare ulteriormente a proprio vantaggio lo statu quo in Africa settentrionale». Ma Hatzfeld fu sfuggente: «Il principe di Bismarck non ama pronunciarsi su questioni ipotetiche. Quando gli si pongono questioni simili, la sua risposta è: 'La gallina non ha ancora fatto l'uovo, è presto per occuparsene'». E, d'altra parte, nulla faceva pensare che la Francia intendesse prendere Tripoli i. Nel marzo 1884 la Francia chiese al governo marocchino una rettifica del confine algerino per poter meglio opporsi alle incursioni di tribù nomadi. Larichiesta, che non riguardava la fascia costiera ma l'interno, sui monti dell' Atlante e nel Sahara, fu sufficiente a far temere l' intenzione francese di metter piede in Marocco. Mancini, allarmato, volle prendere subito contatto con i partner della Triplice. Di Robilant, da Vienna, riferì che secondo il conte Kalnoki «l' Au-
co deputato socialista, Andrea Costa, fervido anticolonialista, chiese il richiamo dello truppe di Massaua e sostenne che gli italiani, se avessero avute ancora bisogno di smentire l'insul to che «/es Italiens ne se bauent pas», «non andrebbero a cercare il loro campo di battaglia sulle sabbie dell' Africa, ma guarderebbero in faccia a Tripoli o alzerebbero gli occhi alle Alpi Giulie» (R. BATrAGLIA, La prima guerra d 'Africa cit., p. 203). 1 Intervento al Senato nella seduta dell' 11 aprile 1883. Cfr. P.S. MANCINI, Discorsi parlamentari cit., Vll, p. 564. Peralt.t·o, nel giugno 1884 Mancini si era sbilanciato dichiarando alla Carnera di voler fare di Assab <<Un modello di colonia» ed aveva espresso la convinzione che un giorno essa sarebbe stata addirillura in grado di mandare un suo rappresentante in Parlamento (P.S. MANCINI, Discorsi parlamentari cit., VII, pp. 146 - 148 e 168). Da notare che lo scetticismo cbe ci rcondava Assab era avvalorato dalla consistenza della popolazione civile del luogo agli inizi del 1882: 112 uomini di cui appena 5 italiani; 37 donne di cui solo 2 italiane; 28 ragazzi tutti indigeni (R. RAINERC>, L' a111ico/onialis1no iialiano cit., p. 36). ' P.S. MANCINI, Discorsi parlamentari cit., VU, pp. 528-529. ' De Launay a Mancini in data 28.4.1883 , in R. PETRIGNAN I, Neutralirà e alleanza cit., pp. 364-365.
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stria-Unghe1ia non aveva interessi di sorta in Marocco, che quindi l'opinione pubblica si mostrerebbe assolutamente contraria a qualsiasi intromissione della Monarchia i11 simile vertenza, ed aggiungeva che, d'altronde, il Marocco è troppo lontano dalle coste austriache perché il gabinetto di Vienna possa farvi giungere la sua voce» i. Comunque, Vienna avrebbe sentito Berlino. Dopo di che, avvertì di Robilant, era facile prevedere che «il gabinetto di Vienna declinerà cortesemente, ma con precisione, di darci il suo appoggio, osservando che questo, per quanto limitato in p1incipio, potrebbe in seguito trascimufo oltre i limiti consentitigli dai prop1i interessi. Del resto in questo caso, come sempre, la risposta del conte Kalnoki dipenderà dalle decisioni di Berlino, intorno alle quali non saprei per conto mio famù illusioni di sorta» 2• Bismarck stava conducendo una sua politica personale di riavvicinamento con la Francia, alla cui espansione coloniale non si mostrava contrario, perciò la risposta fu secca. Il suo pensiero, esposto senza perifrasi all'ambasciatore tedesco a Roma, von Keuclell, fu che la Germania era disposta a fiancheggiare l'Italia nel caso in cui venisse seriamente nùnacciata o addirittura attaccata, «ma che noi dobbiamo cercare complicazioni con la Francia per via di vaghe preoccupazioni a proposito di interessi italiani, per nulla attuali ma campati nel futuro, nel Marocco o nel mar Rosso, o a Tripoli o in Egitto o in chi sa quale altra parte del mondo, questa è un'ipotesi che non si può considerare con calma per l'assoluta noncuranza che essa rivela nei rigu~u·di dei nostri interessi e cli qualsiasi interesse che non sia italiano». E, per concludere, se gli italiani parlavano della loro «grande delusione», ebbene i tedeschi erano ancora più delusi di loro! "· Spinto da Mancini, de Launay tornò malvolentieri alla carica, prevedendo che il pensiero del cancelliere non sarebbe cambiato: <<Le Prince dc Bismarck - rifcrl infatti a Mancini- estime qu'il ne s 'est rien passé au Mawc qui soit de natmc à engager l' Allcmagne à l' égard des éventualités non nettement définies; il ne eroi! pasque l' ltalie ait lieu à se préoccuper de cettc affaire au meme dcgré que I' Angleterre ct 1' Espagne; il ne lui semble meme pas qu'il soit dans l'intérèt de V.E., vis-à-vis de l'opinion publique, de fairc dcs déclamations sans un but bien établi ( ...)» ·1•
Naturalmente in Italia dibattiti e commenti si anoventavano: «Fino a che tutte le altre Potenze rispettano lo statu quo - si diceva - non saJCmmo noi i primi a turbarlo e pou~'I bastarci la facoltà di tutelare come crederemo meglio i nostri interessi commerciali in quelle regioni; ma il giomo in cui, sotto qualsivoglia pretesto, altri tentasse di occupare
'Di Robilant a Mancini in data 1.4.1884, in C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo c it., doc. I, p. 140. 'Ibidem, pp. 140-141. ' Bismarck a von Keudell in data 6.4.1884, in R. PETRIGNANI, Neutralità e alleanza cit., pp. 369-370. ' De Launay a Mancini in data I0.6.1884, in C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., doc. 2, p. 141.
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un'altra patte di quel litorale, non dovremmo esitare a prevenire i disegni, occupando noi stessi iterritori agognati dai nostri competitori» '.
Ma, tanto per non lasciare eventuali dubbi, Bismarck puntualizzò con von Keudell che la Gennania non nutriva alcuna intenzione di riacutizzare il risentimento della Francia, col rischio di far scoppiare un'altra guerra in Europa «per compiacere le fantasie marocchine del signor Mancini» . E se l'Italia avesse inteso trarre motivo da questo episodio per abbandonare la Triplice, voleva dire che non era affidabile come alleata. Quindi Keudell doveva rifiutarsi di ascoltare nuove recriminazioni del ministro italiano a proposito del M~u-occo ' . Mancini non poteva attendersi un diverso atteggiamento, tanto più che effettivamènte Gran Bretagna e Spagna, più direttamente coinvolte, non avevano palesato sostanziale allarme, mentre la Francia, dal canto suo, si era affrettata a fornire a tutte le Potenze assicurazione categorica di non pensiu-c affatto a modifiche nello statu quo nordafricano e, in via molto confidenziale aveva fatto sapere all'Italia che «quant à cette Régence [di Tripoli] , si l'ltalie aspirait à l'occuper il[= Jules Ferry, presidente del consiglio] ne s'y opposerait pas» 3 • Il sug4 gerimento era allettante, ma venne lasciato cadere per i suoi pericolosi risvolti • L'episodio lasciò traccia in Manci1ù, il quale, constatato iJ perdurante, concreto, isolamento dell' Italia nella difesa dei propri interessi mediterranei, cominciò a cercare qualche intesa con la Gran Bretagna, pur conservando un atteggiamento negativo sull'argomento coloniale. Libertà di navigazione nel canale di Suez, sicurezza delle coste del mar Rosso, sviluppo delle relazioni commerciali e mmittime, nessuna conquista territoriale, nessuna avventata ingerenza nelle questioni interne degli altri Stati, conservazione dello scalo cli Assab, questi erano i suoi propositi. E, su questa base, affem1ò in Senato: «( ... )dichiaro senza ritegno che, come ministro e come deputato, reputerò sempre imprudente e dannoso consiglio l' eccitare l'Italia, giovane nazione, che ha più di ogni altra bisogno di sicurezza, di pace, di feconda attività interna per consolidarsi e sviluppare i suoi mezzi di prosperità e di forza, a slanciarsi in avventure dispendiose e perigliose in lontane contrade, per iniziare quella che vuol chiamarsi la politica coloniale»'·
Al che Crispi lo accusò di fare una politica umiliante e di rinuncia e lo rimproverò duramente: «La Francia vi uccide, vi soffoca( ... ). L'Africa vi sfugge» r,.
' UN BX-DIPLO:VIATICO, La questione del Marocco, in «Nuova Antologia» del 15 giugno 1884, p. 669, da C. ZAGHl , ibidem, p. 18. ' Bismarck a Keudcll in data 26.6.1 684, in R. P ETRIGNAN I. Neutralitù e a/lea11za cit., p. 370. ' Menabrea a Mancini in data 11.5.1864, in C. ZAGH I, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., pp. 65-66. ' lbidem, p. 67. ' Intervento al Senato nella seduta del 22 maggio 1884, in P.S. MANCINI , Discorsi par/ame11 tari cit., Vll, p. 565. • Intervento alla Camera nelfa seduta del 28 giugno 1884, ibidem, Vlll, Roma 1897, p. l06.
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In autum10 la crisi marocchina parve aggravarsi. L'irrequietezza coloniale si faceva sempre più insistente e l'opinione pubblica italiana, agitata dalle notizie dell'infelice sorte della spedizione Bianchi, che seguiva il massacro delle missioni Giulietti in Dancalia e Sacconi nell'Ogaden, ed irritata per l'apatia del governo, cominciò a chiedere un intervento in Tripolitania. Due lettere di Robilant al conte Corti dipingono bene la situazione. La prima è del 21 luglio, quando Robilant si trovava in vacanza a Torino: «( . ..) purtroppo le cose sono giunte ad un punto tale in Italia che a nulla serve a mettere la mano sulle piaghe e cercare di curade magari col fuoco( .. .). li Ministero è grandemente indebolito, direi anzi che la sua malattia non present.a più speranze. Il Depretis ha stufato gli uni e gli altri e se ancora è sopportato per timore di peggio, la fiducia in lui è interamente svanita. li Mancini ha perduto nel modo più completo l'appoggio della Cameni. Il Fc1Tero ha raggiunto l'ultimo grado del rammollimento fisico e morale e dovrà quanto prima lasciare il posto ad un altro generale( ... ). Gravissima per noi è la questione del Marocco a malgrado che direttamente non ci interessi, ben si può dire affatto. Ma certo si è che il sentimento uni versale in Italia non tollererebbe 24 ore un Governo che sopportasse quietamen te l'occupazione di quel paese da parte della Francia. Viceversa, poi, Camera e Senato non intendono sobbarcarsi a sacrifici di nessuna specie, pretendendo che gli altri si prendano cura dei nostri interessi. La Germania per intanto ci ha fatto clùaramente comprendere che non intende menomamente cavar per noi le castagne dal fuoco, non essendo ammissibile che chi non vuole aiutarsi pretenda di essere aiutato da altri. Nella pochezza del nostro animo sta ai miei occhi tutta la gravità della situazione, poiché se fossimo pronti, come dovressimo esserlo, ad ogni sacrificio non dovressimo esitare a po1Te la mano su Tripoli, ben inteso tenendo conto di tutte le difficoltà dell'impresa, che sommariamente ma molto savia mente mi accenni ( ...)»'.
La seconda è spedita da Vienna 1'8 settembre e tradisce inquietudini per il governo e dubbi sulla risolutezza ital.iana: «( ... ) Il paese nostro purtroppo attraversa una crisi assai peggiore del cholera. li Ministero è ammalato, morente anzi; ma la difficoltà, l'impossibilit11 anche di trovargJj un successore forre lo terrà ancora in vita per qualche tempo( ... ). In quanto a Tripoli niente di nuovo: è questione che dorme; ma ciò che ho potuto constata.re dopo la mia ultima lettera si è che se l'opinione pubblica è molto eccitata sull 'argomento, non conviene neppure nascondersi che, al momento psicologico, gli Italiani non sarebbero disposti a far sacrifici né di sangue, né di borsa per risolvere energicamente la questione. Ciò è il più grave ai miei occhi non avendo noi uomini capaci di imporsi al paese, di trascinarlo all'occorrenza( ...)»'.
Tre nuovi avvenimenti complicavano la situazione: i primi, ma decisi, passi della Germania nell'Africa equatoriale, il ritiro delle guarnigioni egiziane dalle coste del nuu· Rosso e dall'interno, la convocazione da parte di Bismarck della conferenza africana di Berlino per decidere sui destini del Niger e del Congo, sui quali stavano appuntandosi interessi e verificandosi attriti 3.
' C. ZAGHt, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Meditem1neo cit., doc. 6, pp. 147- 148. Ibidem, doc. 7, pp. 148 -149.
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Alla conferenza preliminare per l'Africa occidentale Bismarck non aveva invitato l'Italia. Messo sull'avviso, Mancini riuscì ad ottenere la partecipazione italiana, consapevole che diversa-
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Nella seconda metà di ottobre Depretis, con il parere concorde del re, aveva chiamato il generale Cesare Ricotti Magnani a sostituire il generale Ferrero, in cattive condizioni di salute, al ministero della Guerra. Ricotti, già contattato riservatamente da Depretis nell'estate, aveva dapprima rifiutato l'incarico in quanto «colla somma stanziata nel bilancio non crede[va] assolutamente possibile mantenere l'esercito nell'assetto definitivo delle ultime leggi»'. li proposito sembrò rinnovarsi quando, dopo un lungo colloquio con Umberto I, si vide disapprovare dal re il disegno di introdurre nell'ordinamento Ferrero la modifica dell'organico di pace del battaglione di fanteria (su tre compagnie anziché su quattro) per ridurre l'inconveniente delle compagnie esangui 2• Senpnché Ricotti era anche uomo politico di rilievo della Destra ed in quel periodo un argomento teneva banco nei dibattiti parlamentari: la questione delle convenzioni ferroviarie. Sull'argomento, Ricotti aveva una femrn convinzione: consenso all'esercizio privato delle fe1TOvie, ma possibilità di riscatto dopo quindici anni. Depretis, che considerava vitale attirarlo nel governo per rafforzare la maggioranza trasformista e per concludere il dibattito sulle convenzioni, riuscì a convincerlo e Ricotti ripiegò su un programma militare «ridotto»: «Quanto alle questioni militari - scrisse a Marselli una settimana dopo l'udienza del sovrano - vorrei che la nostra amministrazione, breve o lunga che possa risultare, assuma un carallere spiccato di quiete legislativa( ... ), limiteremo la nostra attività ad attuare il meno possibile quanto fu stabilito con le nuove leggi militaii votate in ultimi anni, al ritocco di molte disposizioni regolamenta.ri, al riordinamento degli Istituti e scuole militari ed al migliore funzionamento delle due Milizie (Milizia mobile e territoriale)» ' ·
Il ritorno dì Ricotti, «già nominato dall' opinione pubblica da qualche tempo» 4, fu considerato particolarmente significativo tanto da esser rìtenuto da parte di taluno, connesso con una prevista spedizione oltremare s. Certo si è che a metà novembre Mancini si era definitìvamente convertito alla suggestione di uno sbarco in Tripolitania. Ne parlò con Depretis, che alla fine aderl al progetto e certamente convinse il re, e, il 21 novembre, informò Ricotti, richiamandosi aprecedenti contatti verbali con il segretario generale aUa Guerra, colonnello Luigi
mente non sarebbe rimasto «alle Potenze posterionnente invitate che accettare passivamente, oppure respingere con proprio danno le prese deliberazioni>, (Mancini a Depretis in data 18.10.1884, in N. L ABAJ\CA, Il generale Cesare Ricotti cii., p. 288). ' A. Gu1cc1ou, Diario del 1884, in data 3.7.1884, io «Nuova Antologia», n. 12, 1936. Per il ritorno di Ricolli al ministero della Guerra vds. l' attento studio di N. L\BANCA, Il Generale Cesare Ricotti cit.). 2 A . GUJCCIOLI, Diario del 1884 cit., in dala 29. 10.1884. 1 N. LABANCA, Il generale Cesare Ricotti cit., p. 69. 'C. CORSJ, Italia 1870-1895 cii., p. 279. ., Un ex-Diplomatico, La spedizione iwliana nel Mar Rosso, in «NLtova Antologia», n. 3, 1885.
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Pclloux, della possibilità di dover occupare la costa libica e per la raccolta cli informazioni aggiornate ed attendibili su varie località 1• Scopo dell'impresa era l'occupazione della Tripolitania e della Cirenaica, tradotta negli obiettivi di Tripoli, Bengasi «cd alcun altro punto soprattutto ai due estremi della costa, sia verso l'Egitto, sia verso la Tunisia». Le modalità della conquista dovevano tener presente l'assoluta necessità di effettuare l'operazione «con sufficiente nerbo di forze e con prontezza tale per cui sia eliminato il pericolo, sia di complica7.ioni diplomatiche atte ad attraversare l'impresa, sia di resistenza da parte delle forze e delle popolazioni loca.li». Un corpo di spedizione di 30.000 uomini sembrava proporzionato alle esigenze. Date le circostanze, si imponevano perciò due vincoli: «la più assoluta segretezza», per non provocare intempestive reazioni internazionali e per agevolare la riuscita della spedizione, delle predisposizioni circa la costituzione, l'approntamento, l'imbarco e lo sbarco delle truppe; l' urgenza dei preparativi (pur trattandosi di questione non imminente e forse neanche da porre in essere) , sì da poter effettuare l'imbarco «con un intervallo di non oltre dicci giorni a decorrere dal primo avviso» al mù1istero della Guerra, dovendosi temere che «un tentativo di turbamento deJl.e presenti condizioni cli equilibrio nel Mediterraneo abbia a coincidere col ritorno delle forze francesi della Cina» 2 • Che ex-abrupto il ministro degli Esteri, e non il presidente del Consiglio, inoltrasse una simile richiesta, di una perentorietà pari all'eventualità, è eloquente indice della, diciamolo pure, faciloneria con cui veniva imbastita quella che poteva essere la prima impresa coloniale italiana. Ricotti provvide all'impostazione del progetto e delle misure preliminari e poi rispose . Prima dì tutto volle chiarire che partiva «dal concetto che le potenze marittime non abbiano a disturbare le nostre operazioni e che si debba soltanto tener conto dell'opposizione della Turchia». 1n altre parole, niente conflitto armato con la Francia, niente complicazioni con g.lj alleati. Ciò assodato e considerata la presenza in Libia di circa 10.000 turchi, reputava sufficiente un 'entità del corpo di spedizione non superiore ai 30.000 uomini e possibile l'imbarco a dieci giorni dall'ordine. Ma le difficoltà o, quanto meno, le attenzioni maggiori riguardavano l' aspetto navale - navi da trasporto e navi da guerra per la scorta alle prime - e quello finanziario. Quindi occorreva che Mancini provocasse e curasse il «pieno e perfetto accordo» con i ministri della Guerra, della Marina e del
' ll comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore, generale Agostino Ricci, ave va concluso lo studio con un 'Promemoria sugli studi ed altri provvedimenti preventivi da farsi per preparare la spedizione di Tripoli" (AUSSME, Fondo Carteggio Libia, diari me11wrie, sussidiario, rep. L8, r.1cc. 6, fase. 5). ' Manci ni a Ricotti in data 21.11. 1884, in C . Z AGHI, P.S. Manci11i, l'Africa e il problema del Mediterra11eo cit., doc. 9, p. LSl - 152.
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Tesoro '. Senonché Mancini chiese a Ricotti di tener lui stesso le redini degli accordi con gli altri ministri per meglio mascherare il disegno. A parte ciò, il 20 dicembre Ricotti scrisse al capo di S.M. dell'esercito, Cosenz, condividendo la proposta, da questi avanzata, di «affidare al Tenente Generale Ricci il comando di un corpo di operazione da destinarsi eventualmente ad una spedizione marittima nella Tripolitania» ed approvando le linee fondamentali del progetto in corso di elaborazione, sia pure ribadendo che la impresa non doveva «considerarsi un impegno assoluto da mantenersi in qualsiasi evenienza». In questa sede è peraltro eloquente il cenno alle prospettive avanzate da Mancini circa la «eventuale cooperazione dell'Italia con l'Inghilterra nell'Egitto» 2• Non stupisca, poi, l' assegnazione. del compito al comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore: il generale Ricci aveva già lavorato al progetto, era nelle migliori condizioni di lavoro per organizzare lo strumento bell ico e la sua predesignazione gli avrebbe consentito scelte oculate nel personale.
2. LE ORJGJ NI DELLA SPEDIZIONE DI MASSAUA Nel!' autunno 1884 la rivolta mahdista aveva assunto proporzioni allarmanti per l'Egitto e quindi anche per gli interessi inglesi. Il generale Gordon si trovava assediato in Khartum, dove era stato mandato per organizzare l'evacuazione del Sudan, ed il governo egiziano di Nubar pascià intendeva recuperare le guarnigioni della costa e dell' interno per evitare fossero sommerse dai dervisci o rimanessero isolate. Un primo, discreto suggerimento giunse a Rema nell'ottobre 1884 dal Cairo e da Londra quasi contemporaneamente: visto l'inevitabile ritiro dei presidi egiziani, perché l'Italia non si s,u-ebbe estesa lungo le coste del Mar Rosso? La prima notizia provenne dal console generale italiano al Cairo, Renato De Martino, che comunicava il pensiero di Nubar pascià ed inforn1ava come il governo inglese - che aveva appena stabilito un protettorato sul la p,u-te di cosùl somala da Zeila a Berbera - vedesse di buon occhio «un allargamento cieli' influenza civilizzatrice dell'Italia» intorno alla baia diAssab 3 , ovviamente nel timore che il vuoto creantesi venisse colmato dai mahdisti o, peggio ancora, dalla Francia, che a sua volta aveva trasfonnate la base di Obock in un protettorato francese occupando il golfo cli Tagiura. La proposta cadeva in terreno fertile. Già da alcuni mesi Mancini stava accogliendo suggestioni provenienti da persone qualificate. 11 l O luglio il console italiano ad Aden, Vittorio Bienenfelcl, gli aveva sc1itto:
' Ricotti a Mancini in data 4.12.1&84, in C. ZAGHI, op. cit., doc. 10, pp. 152-153. Ricotti a Coseuz in data 20.12.1885, AUSSME, Fondo Libia, racc. 6, fase. 8. ' De Martino a Mancini in data J 5.10.1684, in C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Aji-ica e il problema del Mediterraneo c it., p. 90; cfr. L. C~IIALA, La spedizione di Massaua cit., pp. 126-129. 2
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«Mi permetto di far presente all'E.V. che l'Hararè la più bella e ricca provincia che abbia l' Egitto, sono il cui governo non ha mai preso sviluppo causa la pessima amministrazione. ma è ceno che se fosse in mano d' un regolare governo europeo sarebbe una miniera d'oro»' .
E molto influivano la personalità ed il meritato prestigio di un esploratore come Antonio Cecchi. Secondo la testimonianza di Edoardo Scarfoglio, «Egli spinse il Mancilù aH'occuparione di Massaua ( ... ). Non certo a lui si può far risalire la colpa dell'incapacità, delle imperfezioni, della impreparazione, della discontinuità dei nostri uomini di stato. Il suo conceuo era intiero, armonico, esauriente. Occupare Massaua per fronteggiare l'Abissinia, il cui centro di gravitazione era allora nel nord, e impedirle di venirci a molestare verso il sud; impadronirsi dcll'Harar. allora tenuto da una vilissima e debolissima razza indigena, e fondarvi una grande colonia che si dilatasse per la sua stessa foo.,a espansiva verso l'alto corso dcli' Uebi e isolasse lo Scioa dai paesi galla; stabilirsi alla foce del Giuba, assicurandosi di questa grande via d'acqua, ch'egli credeva di aver visto nascere sugli altipiani ricchi d'oro, di caffè e di avorio di Limmu e di Ghcra. Impedire, insomma, con una lenta opera di soffocazione, con un blocco serrato e pertinace , lo sviluppo, cominciato subito dopo Magdala, della potenza nùlitare etiopico, per poter approfittare della prima occasione propizia, del primo scoppio d ' anarchia interna, e disù·uggere l'ostacolo»'·
Un programma del genere, esplicitamente mirante alla costruzione di un grande impero coloniale, si allontanava troppo dalla politica medite1Tanea e comportava un eccessivo impegno oltremare che Depretis e gli altri ministri non potevano accogliere. Peraltro, lasciò segno nell' immaginazione di Mancini, pur nel· le oscillazioni dei suoi divisamenti e nelle in certezze proprie del suo carattere. Difatti si mostrò subito propenso ad accettare, almeno in parte, il suggerimento proveniente dal Cairo e comunicò a Costantino Nigra, ambasciatore a Londra, l'intenzione di risalire la costa da Assab per una settantina di chilometri sino a Beilul (da dove era partita la spedizione Giulietti), la cui occupazione era «devenue nécessaire pour la sécurité de notre établissement d'Assab, et pour laquelle nous assurer de l'acquiéscement du cabine! cmglais» 1. Questo dispaccio si incrociò con una lettera di Nigra, che a sua volta presentava un'idea del ministro degli Esteri britannico, lord George Gran ville, es postagli in via affatto «privata e confidenziale»: «li governo inglese, egli mi disse, non vuole occupare esso stesso il porto di Massaua, nel Mar Rosso. Non vuole lasciarlo in mano di barbari, o in potere di uno Stato rivale. Esso ha proposto, o proporrà, alla Turchia, potenza sovrana, di occuparlo. Se la Turchia fa difficoltà, l'Italia vorrebbe occuparlo essa? Lord GranviJle chiese il mio avviso personale( ... ).
' C. ZA<;111, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., p. 80, nota 1. ' ibidem, p. 87, nota IO. ' Mancuù a Nigra in data 29.10. 1884, ibidem, doc. 13, pp. 156-157. Al ministro della Marina, Brin, Mancini aveva scritto che intendeva «limitarsi al semplice innalzamento della bandiera italiana nel paese, o tutl' al più ricorrere ad uno sbarco di un drappello di marinai, i quali dovrebbero essere ritirati dopo qualche giorno di effettiva permanenza, salvo a farvi periodicamente ritorno» (Mancini a Brin in data 22. 11.1884, AUSSME, Fondo Vo/11mi Eritrea, rep. D4, voi. 45).
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Risposi a lord GranviUe chiedendo tempo per rillellere. La prego di esaminare la cosa e di farmi conoscere, poi ( ... )quale sia la sua impressione. Non si tratta finora, come dissi, che di un'idea di lord Granville, ed anche non bene matura; giacché per ora le trattative per un· occupazione si fanno colla Turchia( ... ). Si tratterebbe naturalmente di un'occupazione permanente che potrebbe diventare uno stabilimento perpetuo(... ). La prego di tenere la cosa assolutamente segreta e di non farne parte che al re, a Depretis, al ministro delle Finanze ed a quello della Macina, pregandol i pure del segreto ( ... )» '.
Mancini manifestò molta cautela nel considerare in prima approssimazione l'offerta. ·Sarebbe stata la ben accetta «si une mure réflexion peut nous convaincre qu'il n'y a pas de dangers à craindre, ni des éventualités d'une gravìté considérable, et sui·tout d 'un caractère difficile à definir età limiter». Ad ogni modo,
•
«A quel titre estensible se ferait-elle notre occupation? Avec ou sans inv itation, ou consentemeni de la Turquie? Ou au moins avcc le conscntement de l'Egypte et dc I' Angletene? Se ferait-elJe·avec des conditions? L' occupation impliquerait évidenunent un devoir de défense contre qui, et dans quelles éventualités? Contre !es rebelles et les populations de l'intérieur seulement? Dans le cas où l' Abyssinie essaycrait dc nous déloger, pomTions-nous comter sur un concours effectif de forces anglaises? Doit-on envisager la possibilité d 'une opposi tion, d 'un contlict évenruel avec la France, ou bien celle de démarches amica!es del' Allemagne pour nous conseiUer de nous abstenir?>>.
E ancora, data per accolta la prospettiva di una guarnigione italiana a Massaua e di una nave da guerra della R. Marina nel Mar Rosso, «( .. .) si nos rcsponsabilités restaicnt indefitùes et non restreintes à la simple localité, et si nous pouvions nous trouver engagés dans une campagne avec l' Abyssinie, on pourrail nous reprocher dc ne pas avoir eu le courage de nous associer en temps utile à l' action militaire del' Angleterre en Egypte et de la faire aujourd'hui tardivement et sous des auspices plus défavorables. LI est vrai quc nous sérions mèmc conséquents et fidèles aux promesses faites par nous à l' Angleterre de l ui venir en ai de dans cas où sa mission en Egypte encontrerait de plus graves difficultés ( ... )».
Nigra doveva fornire informazioni atte a sciogliere tutti questi interrogativi, poi avrebbe ricevuto direttive 2• La risposta di Gran ville circa l'occupazione di Beilul giunse attraverso l' ambasciatore inglese a Roma, sir Savi.le Lumley, e fu favorevole :i_M a subito dopo arrivò una nuova lettera di Nigra concernente i molti dubbi di Mancini. Premesso che la Gran Bretagna non poteva mostrare di disporre di cosa non sua, essa non avrebbe sollevato alcuna difficoltà se l'Italia avesse preso Beilul «al momento opportuno e( ... ) senza sollevare complicazioni». Siccome, però, erano in corso conversazioni con il governo turco per ottenere la sostituzione delle truppe egiziane sul Mar Rosso con truppe ottomane, conveniva attendere la risposta
' Nigrn a Mancini.in data 20.10. 1884, in C. Z AG MI, P.S. Mancini, l'AJi-icae il problema del Mediterraneo cit., doc. 12, p. 156. ' Mancini a Nigra in data 29. 10.1884, ibidem, doc. 13, p . 167. ·' Granvillc a Lumley in data 5.11.1884, in L. CHIALA, La spedizione di Massaua cit., p. 131.
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ultima della Porta. Allora si sarebbe parlato anche di Massaua. E, in proposito, Nigra non esitò.a palesiu·e sostanziali perplessità personali. Certo, l'amor proprio nazionale sarebbe stato soddisfatto dall'occupazione di Massaua, ma all'Italia sarebbe convenuto soltanto a condizione di non trov<U'Si poi dinanzi a complicazioni internazionali (Francia), o ad una lotta con l'Abissinia od anche con le bellicose tribù della zona. Nigra non nascose il poco o punto entusiasmo per ingrandimenti sul Mar Rosso, che non riteneva potessero acquistare importanza come empori commerciali: <<l'Italia, se deve avere colonie, deve cercarle altrove, in luoghi ove vi sia probabilità che impoitanti e numerose case commerciali italiane possano stabilirvisi e prospenu·e», concludeva 1• Mancini allora tastò il terreno al Cairo e, trovato un assenso di massima da Nubar pascià, il 22 novembre si rivolse a Brin per l'invio di una nave da guerra ad Aden, dove sarebbe rimasta in attesa di ulteriori disposizioni 2, ed al commissario civile di Assab 3, Giulio Pestalozza, affinché preparasse convenientemente i capi locali ed il sultano di Aussa circa la prossima occupazione italiana di BeiJul •. Mancini conveniva con Nigra sull' opportunità di attendere che Granville tornasse spontaneamente sull'argomento Massaua, però temeva il verificarsi di fatti compiuti. Per esempio, a quanto pareva la guarnigione di Harar era in procinto di imbarcarsi a Zeila: e se la Francia fosse rapidamente subentrata, soffocando così gli scali di Zeila e Berbera? Nel Mar Rosso l'Egitto abbandonava l'intera costa a sud di Massaua: e se la Francia o la Russia, dei cui progetti per una stazione sul Mar Rosso si parlava, avessero preso l'iniziativa? Considerate le circostanze, «un programme nettcment établi en temps utile peut seul oous épargner des surprises désagreabJes. Nous sommes, cn ce qui nous concerne, tout disposés à prendre cn consi<lération le ròlc qui, <laas l'exécution dc ce programme, devrait nous etre assigné» -'.
Sarebbe difficile esprimere con maggiore buona volontà il desiderio di cooperare con la Gran Bretagna in un'impresa coloniale, a dispetto di tutti i dubbi.
' Nigra a Mancini in data 7 .11.1884, in C. ZAGHt, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cii. , <loc. 14, pp. 158-159. ' L'avviso Agostino Barbarigo parLì da Siracusa il 27 novembre e subito ebbe inizio una serie di contrattempi, per cui per ben tre volte l'impresa dovette esser affidata a nuova nave, finché la Castelftdardo occuperà Bei!ul il 25.1.1885. 'Al reggente di Assah era stato dato il titolo di «commissario civile» in analogia a l «Civil comrnissioner» inglese. 1 • Il 22 maggio 1883 la missione A.ntonelli aveva sottoscritto un trattato di amicizia e di commercio con Moharnmed Hanfari, sullano di Aussa, e con Menelik, re dello Scioa. In tal modo il conte Pietro Antonelli, che era riuscito ad accattivarsi le simpatie di Menelik, mirava ad aprire una <liretta via commerciale tra A.ssab e lo Scioa anraverso I' Aussa. 'Mancini a Nigra in C. ZAGHI. P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., doc. 15, p. 160.
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In questo orientamento mentale, Mancini chiese se nulla ostasse da paite britannica all'eventuale occupazione anche di Zula (400 chilometri a nord-ovest diAssab e poco più di quaranta a sud-est di Massaua). Ma Nigra avverù che a Londra «le Cabinet esl divisé sur presque toutes les questions» ed il suo atteggiamento nei confronti del Mar Rosso dipendeva da vruie circostanze, prima delle quali l'esito della spedizione per liberare Khartum (spedizione alla quale Granville si era deciso con estrema riluttanza). Quindi, sottolineò, essendo possibili tutte le sorprese, «mon devoir est de Vous prévenir de ne pas comter sur l'Angleterre pour les conjurer» 1• Ad ogni modo, la risposta di Londra fu positiva ed esplicita. Un paio di settimane pii\ tardi, infatti, Nigra poté riferire di aver chiesto (17 dicembre) se esistessero obiezioni all'occupazione temporanea. italiana di Zula e se il governo britannico avesse qualche progetto per i porti del Mar Rosso. Gran ville si erariservato una risposta ed il 21 dicembre aveva riconosciuto che il governo egiziano non si trovava più in condizioni di tenere l'intero litorale africano sul Mar Rosso, né quello turco aveva manifestato il proposito di subentrare con proprie truppe; perciò «(. .. ) se il governo italiano desidera occupare alcuoi di questi porti [del Mar Rosso] è affare tra la Turchia e lui; ma che il governo inglese, per parte sua, non solleva obiezioni per l' occupazione di Zula, Beilul o Massaua, sotto certe condizioni, per ciò che tocca que,~t'ultimo porto, dipendenti dal trattato italo-abissino [recte: anglo-abissinoJ ( ... )» '.
Anche attraverso l'ambasciatore a Roma Granville fece sapere che «se il governo italiano desidera occupare alcuni dei porti in discorso, si accordi in questo con la Turchia; io posso soltanto dichiarargli che il governo di Sua Maestà, dal canto suo, non ha obiezioni da sollevare contro l'occupazione italiana di qualche punto della costa fra Beilul e Massaua, inclusivamente, subordinatamente però, per quanto riguarda il secondo di detti porti, a certe determinate condizioni stabilite nel nostro recente trattato con l'Abissinia»'·
Il trattato cui Granville alludeva era quello stipulato il 3 giugno 1884 tra il negus Johannes IV di Etiopia, il governatore (inglese) di Massaua per il khedivé e l'ammiraglio Hewett per la Gran Bretagna, per effetto del quale, in sostanza, al negus neghesti veniva «restituito)) il paese dei Bogos, attorno a Cheren, ed era assicurata «la libertà di transito [da Massaua), sotto la protezione britannica, per tutte le mercanzie comprese le armi e le munizioni importate in Abissinia ed esportate da questo paese» ·1 •
' Nigra a Mancini in data 7.12.1884, ibidem, cloc. 16, pp. 160-161. ' Nigra a Mancini in data 23.12.1884, ibidem, doc. 17, pp. 161-163 ' Granv ille a Lumley in data 22.12.1884, in L. Cl~ IAI.A , La wedizio11e di Massaua cit., pp. 139-140. ' Ibidem, p. 119. fJ trattato rappresentava la conclusione diplomatica di una mossa inglese, dopo il disastro di El-Obeid, mirante ad ottenere l'appoggio del negus per garantire l'indisturbato ritiro delle tntppe anglo-egiziane dal Sudan.
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1124 dicembre il console italiano al Cairo confermò la comu1ùcazione fatta dall'ambasciatore Lumley: «Baring [il rappresentame inglese al Cairo] mi ha comunicato un telegramma di Granvilleche dice che l'Egitto deve abbandonare tutta la costa sino a un certo punto a nord di Massaua. Se la Turclùa non la occupa, il governo inglese non ha alcuna obiezione a che l'Italia occupi Bcilul, Zula e Massaua, lasciando all'Italia di sbrigarsela con la Turchia. Baring mi ha assicurato che Nubar Pascià concorda interamente su questo punto di vista; che il viceré può essere esitante ma che cederà, e al lora Nubar Pascià an.a uncerà alla Turchia l'abbandono di tutta questa costa sino al punto determinato. Baring consiglia di attendere che Nubar Pascià ... (manca) ... e allora essere in grado di occupare Massaua e Zolla [sic] senza ritardo» 1•
Tenuto conto dei documenti cli cui sopra ed anche degli avvenimenti successivi, ci sembra poco convincente l'equivoco, come è stato detto, che l'Inghilterra pensasse ad un'occupazione temporanea mentre l'Italia avesse in mente una conquista definitiva 2 • Non pare, infatti, che Granville abbia attribuito molta importanza al carattere temporaneo effettivamente indicato da Nigra per l'occupazione di Zula. Del resto, l'interesse per Zula verrà lasciato cadere da Mancini nel febbraio 1885 per non suscitare polenùche da parte francese, ove si vantavano inesistenti diritti su di essa risalenti al 1860. Soddisfatto, Mancini chiese subito ragguagli sulla forza della guarnigione egiziana a Massaua ed il numero dei funzionari egiziani da sostituire. Evidentemente stava accendendosi di sacro fuoco colonialista, perché volle anche sapere se Baring, parlando dei penti che l'Italia avrebbe potuto occupare, avesse fatto allusione anche a Berbera e Zeila, oppure se si era limitato ai soli porti del Mar Rosso 3• Ora, Zeila e Berbera si trovano sulla costa somala, affacciata sul golfo di Aden e non può non generare perplessità l'improvviso slancio velleitario di impegnarsi contemporaneamente a Massaua, a Berbera, nonché alle foci del Giuba ed a Zanzibar, per non parlare della ventilata spedizione a.I Congo! •. Comunque, De Martino rispose che «Baring non ha mai fatto alcuna allusione ai porti al di là del Mar Rosso» 5 • Pare che Mancini non soltanto abbia valutato come assolutamente favorevoli le espressioni di Granville, ma, essendo Massaua teJTitorio egiziano come il Sudan, le abbia interpretate come una nascosta richiesta cli collaborazione nel Sudan, tanto da giudicare, adesso, converùente sciogliere la «riserva di coadiuvare eventualmente e in modo opportuno l'Inghilterra, allorché ne sorgesse il bisogno», formulata nel giugno del 1882 quando aveva eluso la proposta di un'azione comune in Egitto:
' C. GtGUO, L'impresa di Massaua cit., p. 65. Cfr. Gran ville a Baring in data 23. 12.1 &84. in La spedizione di Massaua cit., p. 140. C. GIGLIO, L'impresa di Massa.ua cit., p. 29. ' Mancini a De Martino in data 28.12.1884, ibidem, p . 65. ' Comando del Corpo di Stato Maggiore (CCSM), Somalia, I, Roma 1938, pp. 47-48. Cfr. C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., pp. 80-81 . > De Martino a Mancini in data 29.12.1884, in C. G1ouo, L'impresa di Massaua cit., p. 66.
L.
CIIIA LA, 2
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«A noi pareva - spiegherà alcuni anni piì1 tardi alla Camera - che nel consentire ad occupare e tutelare con la nostra protezione le coste del Mar Rosso, non solo Massaua, ma anche l'intera costa tra Massaua cAssab verso il sud, e poi l'altra verso nord, per guida di sciogliere questa riserva, fosse pure, da un cc1to punto di vista, un assentimento all'invito britannico» '·
In realtà le intenzioni di Mancini erano assai complesse. Il modesto insediamento di Assab - che la legge del 5 lugljo 1882 aveva proclamato «colonia italiana nel territorio di Assab, sottoposta alla sovranità dell'Italia», messa alle dirette dipendenze del ministero degli Esteri, con un commissario civile a reggerne l'amministrazione - rivestiva trascurabile rilevanza, anche come scalo marittimo, non fosse altro per la vicinanza del porto di Aden. Per giunta, la nascita della «col<,mia» era avvenuta con il beneplacito di Gladston.e, tornato al governo dopo la caduta del gabinetto Disraeli, e secondo la convenzione firmata da Mancini «lo stabilimento italiano di Assab avrà un carattere commerciale, e non potrà essere destinato ad uno scopo militare, né servirà di porto militare», naturalmente senza alcun pregiudizio per lo scalo delle navi da guena né dei mezzi di difesa giudicati necessari 2• Per conferire valore ad Assab occorreva risalire la costa sino a Massaua, non potendo scendere verso sud a causa dell'affermata presenza francese nel golfo di Tagiura. L'ampliamento di Assab costituiva, dunque, il programma che Mancini stesso aveva definito «di sicura e immediata attuazione». Ma in lui si agitava un'altra mira di ben diversa portata, «un programma più lontano di attuazione eventuale, quando si ve1ificassero certe prevedibili condizioni» \ e cioè il proposito di iniziare una vera e propria collaborazione attiva con la Gran Bretagna nel Sudan, che Londra avrebbe voluto staccare dall'Egitto•: «Allorché fu occupata Massaua - ammisc più tardi - si avevano da noi anche altre eventualità in prospettiva. C'era la probabilità di una cooperazione nostra coll' Inghilterra nel Soudan ponendo un nostro presidio a Khartoum; si erano intrapresi confidenziali negoziati che si riferivano a Zcila, laddove se ne togliesse la piccolissima guarnigione inglese e questa non fosse surrogata da un presidio nirco» ' .
Piazzare truppe italiane a Khartum avrebbe rappresentato per Mancinj un risultato di politica estera foriero di ampi sviluppi, in altre parole una spinta ita-
' Intervento alla Camera nella seduta del 30 giugno 1887, in P.S. MANCINI, Discorsi parlamentari cit., Ylll, p. 452. ' Intervento alla Camera nella seduta del 26 giugno 1882, ibidem, Vll, p. 157. ' Intervento alla Camera nella seduta del 30 giugno 1887, ibidem, VIII, p. 455. ' Il 21 settembre 1884 Gran ville aveva spiegato al generale Wolseley: «Per guanto concerne il futuro governo del Sudan, e specialmente di Khartum, il governo di Sua Maestà vedrebbe con soddisfazione che si stabilisse un governo a Khartum, il quale, per ciò che si attiene a tutte le materie connesse coll'anuninistrazione interna del paese, fosse interamente in dipendente dall' Egitto>> (L. CHIALA, La spedizione di Mas.rnua cii., p. 142). ' Intervento alla Carnera nella seduta del 30 giugno 1887, P.S. MANCINI, Discorsi parlamenwri cit., VIII, p. 454 .
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liana dal Sudan in direzione del Mediterraneo. Insomma si convinse, e fu un grosso errore, che l'Inghilterra avesse bisogno dell'aiuto italiano '; una convinzione, peraltro, rafforzata il 19 gennaio 1885 dalla richiesta, non ufficiale, di Lumley circa un concorso mHitare italiano contro i dervisci. Il 29 dicembre si riurù il consiglio della Corona z e nel tardo pomeriggio, alle 18, Mancini telegrafò a Nigra ed a De Martino: «Nous avons pris, après mure réfléxion, la decision d'occuper Mass;iouah aussitot après l'évacuation des troupes égyptiennes. Norreoccupation se ferait, d'abord, moyennant le débarquement d'une force suffisante de nos navires, qui se trouveraiem sur les licux en temps utile»'·
Si ignora in quale ottica sia stata assunta la risoluzione; se, cioè, dopo aver posto sul tappeto i lineamenti di un vero e proprio programma coloniale da raggiungere a tappe, prima delle quali Massaua; oppure se, pur naturalmente guardando alle varie «possibilità», la discussione si sia ridotta a decidere sulla opportunità e convenienza di sbarcare a Massaua e poi regolarsi secondo gli eventi. Francamente si inclina verso quest'ultima ipotesi in quanto al terrnine del consiglio della Corona Mancini non conosceva ancora se il khedivé si sarebbe e fino a che punto piegato alle pressioni di Baring e di Nubar Pascià "; non sapeva se e quando il khedivé avrebbe ritirato la guarnigione di Massaua; era privo di un formale consenso del governo turco; non aveva ancora ricevuto la comunicazione di Dc Martino che escludeva allusioni inglesi oltre il Mar Rosso. A giudizio di Scarfoglio, il disegno prospettato da Cecchi, «accolto da prima nella sua pienezza dallo spirito entusias1ico di Pasquale Stanislao Mancini, trovò una ostinata resistenza da parte di Depretis, Lroppo vecchio di animo e di colnira, troppo inqui.nato di vims parlamentare, troppo italiano per poterlo intendere. E, come accade sempre nelle cose nostre, le tempestose discussioni che ebbero luogo in Consiglio dei Ministri non condussero a una risoluzione decisa: adozione o rigeuo dell'idea, ma si venne a una transazione, a un compromesso fra le parti dissenzienti e l'idea uscì dall'attrito monca, contorta, per sempre viziata e guasta( ...)» ' .
R. P ETRIGNANI, Ne11tralità e alleanza cit., pp. 384-386. ' Il 17 marzo 1885 Mancini dirà alla Camera: «Affermo che quanto fu deciso e fotto raccolse iJ consenso di tutti i miei egregi colleghi del Gabinetto; che la iniziativa fu da noi intrapresa sotto la nostra responsabilità dopo maturo esame e ponderazione, decisi a non dividere questa responsabilità sotto veruno aspetto». E il 30 giugno 1867 reiterò l'affennazione: «( .. .) quelle intraprese furono, com'è naturale, maturarnente ponderate e deliberate colletti vamente col pieno e unanime consenso di tutti i miei colleghi nel Consiglio della Corona» (P.S. MANCIN I, Discorsi parlamemari cit., Vlll, rispettivamente p. 282 e pp. 440-441). ' C. ZAGHt, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Medi1erraneo cit., p. 9, nota l. ' Proprio il 30 dicembre Mancini relegrnfava a De Martino annunciandogli che l'Italia non avrebbe proceduto all' occupazione di Massaua «se non dopo l'evacuazione degli Egiziani», e spronandolo a convincere il khedivé «che l'occupazione italiana, non pregiudiziando la questione della sovranità territoriale, è quella che risponde meglio agli interessi dell'Egitto. dell'Inghilterra e della stessa Turchia. Attendo con impazienza la Sua risposta [corsivo nostro]» (C. GIGLIO, L'impresa di Massaua cit., p. 66). ' C . ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo, cii., p. 87, nota 10. 1
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In quelle circostanze, probabilmente una decisione di compromesso era quasi inevitabile. Sta di fatto che essa non poteva avere un seguito immediato; infatti le trattative anglo-italo-egiziane furono laboriose e non si conclusero che a fine gennaio 1885 con un sotte1fugio politico. Gli ultimi giorni del 1884 furono convulsi. Il khedivé mise subito le mani avanti e rappresentò la situazione a Costantinopoli in termini sconsolati, confessando di essere stremato sul piano finanziario e su quello militare. Perciò «è da temere( ... ) - avvertì - che degli eventi irresistibili si presentino sia dal di dentro che dal di fuori nel territorio del Governatorato di Massaua» 1• Di questo primo passo, aderente agli accordi, Mancini venne messo al corrente da De Martino e da Nigra separatamente. Senonché, ad avviso di Baring, appoggiato da Granville, l'Italia avrebbe dovuto seguire una linea di condotta che a Mancini non piaceva molto. In sostanza, il procedimento da usare doveva ricalcare quello seguito ·recentemente dall'Inghilterra per occupare Zeila, vale a dire che, dopo un paio di settimane dalla spedizione della lettera, concordata, con la quale il khedivé avrebbe annunciato al Sultano la necessità di ritirare il presidio di Massaua, l'Italia doveva notificare alla Porta che i torbidi di quel territorio minacciavano la sicurezza degli interessi italiani e che, risultando l'Egitto impotente a garantire la tranquillità, essa avrebbe occupato Massaua lasciando però sventohu·e la bandiera egiziana e conservando il governatore egiziano 1 . Mancini tentò cli ricusare l'anormalità di siffatta conclusione, ma d' altra parte era in atto anche a Zeila e poteva considerarsi inevitabile la partenza degli egiziani in tempi più o meno brevi. Mancini si sentiva così sicuro da lasciar apparire su Il Diritto, il suo organo ufficioso, cenni eloquenti su quanto si preparava. Per la verità, da un paio di settimane, a dispetto della segretezza tanto vivamente raccomandata, la stampa batteva sul tasto del Mar Rosso, ma Il Diritto aveva un'autorità ben maggiore. Così, il 24 dicembre, definita l' intesa con Londra, un suo articolo annunciò che la Conferenza di Berlino, tuttora in corso, «ha determinato il nostro paese a riconoscere come opportuno questo momento per assicurarsi nel Mar Rosso un legittimo sbocco ai propri commerci e per iniziare. un'era di attività esterna. Il prossimo gennaio del nuovo anno vedrà compiuta anche tale opera che il moreo te anno non poté terminare»'-
Il 28 dicembre, poi, rincarò la dose, parlando dell'abbondanza di idee, di consigli e di obiettivi suggeriti da varie parti in relazione alla «missione dell'Italia nel Mm· Rosso». Ebbe
' La lettera venne inviata da Baring a Granville il 30.12.1884, per l'approvazione. Ricevuto il piacei telegrafico di questi, il 2 geru1aio venne spedita al gran visir. 2 De Mart.ino a Mancini in data 30.12.1884, in C. G JGUO, L'impresa di Massaua cit., p. 67. 'L. CMJALA, La spedizione di Massaua cit., p. 144.
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«D governo, crediamo, conosce da tempo e le une e gli altri, ed ha certamente presa una determinazione propria, regolata da ciò, che manca precisamente e chi ragiona di politica senza conseguenze, vale a dire delle maggiori e minori difficoltà, che egli solo, il governo, conosce e secondo le quali solo esso è in grado di calcolare il tempo e il luogo( ... )» 1 •
Nessuna sorpresa se il 31 dicembre l'ambasciatore turco a Londra si sentì in dovere di chiedere a Granville se per caso gli risultasse di un'imminente partenza di truppe italiane nel Mar Rosso, per appoggiare l'esercito britannico nel Sudan. Come se non bastasse, il l gennaio 1885 Il Diritto scrive O
<<Il 1885 deciderà delle sue[= dell'Italia] sorti come grande Potenza(. .. ). L'esercito deve essere quandochessia pronto ad entrare in 15 giorni in campagna, e prestare in qualunque momento uno o due corpi di sbarco, per qualunque destinazione vicina o lontana: la Miuina deve avere la sua flotta da battaglia, con le relati ve torpediniere, con relativo corredo di trasporti, siano regi o privati, rapidamente disponibili, essa deve anche poter contare, all' eventualità, su buone posizioni marillime di rifugio convenientemente fortificate. Abbiamo noi ciò? In pai1e sì, in parte no: dobbiamo averlo completamente nel 1885» ' .
Tenuto conto anche della recente confenna del massacro della spedizione Bianchi, il clima si accendeva sempre di più e 1'8 gennaio Il Diritto si premurava di annunciare «essere imminente l' invio ad Assab di un battaglione del regio esercito( ...) . Con siffatta risoluzione, presa ad unaninùtà in consiglio dei ministri, il governo intende affermare( ... ) l'autorità e il prestigio della bandiera italiana nel Mar Rosso, e mostrare il suo fermo proposito di(... ) assicurare una giusta e severa punizione( ... )» 3 • L'ambasciatore britannico dipinse realisticamente i sentimenti correnti a Granville: «( . ..) Giornali d'og1ù colore si accordano nel domandare la punizione dei selvaggi da cui i viaggiatori italia1ù sono stati trucidati e quasi tutti ne tolgono occasione per spingere il Governo a prendere l'i1ùziativa di una politica coloniale, in presenza di annessioni che stanno ora compiendosi da alcuna Potenza sulla costa africana. E non è solo la stampa; il suo esempio è seguito dai corpi scientifici interessati alla esplorazione geografiche; la Società Africana di Napoli, ad esempio, ( ... ) stimola ad agire prontamente ed energicamente( ... )» ·1•
Era del tutto inopportuno che Mancini si ritenesse in dovere di lamentare alla Camera, il 15 gennaio 1885, che per le imprudenze dei giornali si erano destate «fuori d'Italia preoccupazioni e diffidenze». Adesso poi le voci, i commenti e le considerazioni sul «piccolo corpo di spedizione composto di reparti di varie anni}} 5 per Assab si infittivano e sollevavano dubbi che si trattasse di qualcosa
' Ibidem, p. 146. Ibidem, p. 152. ' Ibidem, p. 153. 'Lumley a Grnnville in data 14.1.1885, ibidem, pp. 156-157. i Questa deprecazione non impedirà a Mancini di affennare con disinvoltura ali.a Camera il 28 gennaio, che il possesso di Assab «ci autorizza ad operare, ad in viare trnppe nel Mar Rosso, senza suscitare né diffidenza né opposizione» (P.S. MANClNI, Discorsi parlamentari cit., Vlll, p. 192). 1
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di ben più importante ed impegnativo. Proprio il 15 gennaio Uiùntenogazione deJ deputato Brunialti fornì a Mancini l'occasione di una prima dichiarazione ufficiale: la spedizione nel Mar Rosso si proponeva di elevare il prestigio italiano non lasciando impunita la strage della spedizione Bianchi, e di effettuare indagini e ricognizioni per consentire la punizione dei responsabili dell' eccidio. Questa era, tra l'altro, l'idea origine avanzata dal capo di Stato Maggiore, Cosenz, chiamato in causa a concretare in termini ben definiti la messa da attuare: unaricognizione per l'individuazione della località e dei particolari del massacro, affidata a qualche ufficiale come d'uso fra gli inglesi e sostenuta dalla presenza di qualche battaglione e qualche pezzo d'artiglieria in Assab. Fin qui dunque tutto collimavq, pur essendo palesemente aleatorio il risultato, senonché Mancini ampliò la sua replica additando <<le condizioni di precarietà in cui in questo momento si trovano le coste del M ar Rosso e le forze da cui sono presidiate», e la «chiara coscienza che il governo ha dei suoi doveri e delle sue responsabilità» '. Se, almeno in campo politico, non si può certamente dire che Mancini avesse il dono della limpidezza di vedute, è altrettanto sicuro che il suo modo di «dire e non dire» sembrava fatto apposta per complicare le cose. Il 28 gennaio si vanterà esser «mio sistema che valga assai meglio prometter poco e poi fm·e qualcosa di più di quanto il governo da questi banchi promette», senza accorgersi di far intravedere progetti di rilievo per poi ridursi a passi modesti 1 . Il 17 gennaio 1885 la spedizione Saletta parti va dal porto di Napoli in un' atmosfera decisamente sproporzionata di enfasi e calore, come rilevato alla Camera, considerata la destinazione ufficiale di Assab. Per Massaua era sempre in sospeso la questione della permanenza della guarnigione egiziana accanto a quella italiana. Mancini insisteva per il ritiro preliminare e Baring sosteneva l'impossibilità dell'evacuazione.All' improvviso Mancini ebbe un ripensamento, probabilmente provocato dal timore di un'azione di forza francese, e con molta ingenuità fece chiedere a Baring che il presidio egiziano non venisse più ripiegato. Naturale il commento di Baring: «Dubito che il governo italiano comprenda la situazione» 3 • Il 20 gennaio l'agenzia Reuter dette notizia delle trattative italo-anglo-egiziane ed allora Mancini tagliò corto, accettando i suggerimenti di Baring: il governo di Roma doveva chiedere al Cairo se fosse in grado di mantenere l' ordine a Massaua, posto che una spedizione italiana era stata massacrata in quella zona, ed il Cairo avrebbe reso nota la richiesta a Costantinopoli, reiterando la necessità di sgomberare Massaua ". Su questo artifizio, come punto di partenza, concordarono tutti, anche il khedivé. Il quale, intanto, comunicò al sultano il peg-
' In L'Italia militare del IO gennaio 1885, L. C HJALA,La spedizione di Massauacit. ,pp. 154-155. ' P.S. MANCINI, Discorsi parlame11tari cit., VIII, p. 160. ' C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterra11eo cit., p. 76. 'Baring a Granvi1le in data !8.l.1885, in C. G 1< ,LJO, L'impresa di Massaua cii., p. 69.
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gioramento della situazione: una corazzata italiana (la Caste(fidardo) si trovava a Beilul e molte altre navi italiane erano entrate nel Mar Rosso con destinazione ignota; perciò confermava di trovarsi neU'impossibilità di proteggere il governatorato di Massaua o la costa a sud di tale governatorato '. Informato di ciò, Mancini decise di stringere i tempi 2• Mentre il contrammiraglio Pietro Caimi, comandante la divisione navale del Mar Rosso, riceveva ordine di portarsi a Suakin, base inglese, ed attendervi disposizioni, De Martino fu incaricato di accordarsi con Baring. La risposta del console generale fu in certo modo scontata: «Come prevedevo Baring non vuole assumersi la responsabilità di fissare il momento oppornmo per l'occupazione di Massaua, dicendo che è V.E. che deve decidere; ma fa conoscere il suo parere favorevole a che si affrelti l'operazione( ... )» ; _
Secondo le sue istruzioni, il governatore di Massaua, il colonnello inglese Chermside, non avrebbe opposto la minima resistenza allo sbarco ed avrebbe accolto il comandante italiano nel migliore dei medi, fornendogli consigli e notizie; tuttavia, nell'impossibilità di cedere un territorio turco, non avrebbe ammainato la bandiera e ritirata la guarnigione senza protestare. Un diverso suo atteggiamento avrebbe compromesso il khedivé e Nubar pascià, «che non hanno, in questo affare, altro sentimento che quello della paura» ' . Il 27 gennaio, alla Camera Mancirù replicò alle interpellanze formulate due giorni prima da diversi parlamentari sulla sua politica coloniale, e nelle quali risaltava il rimprovero per la voluta nebbia che avvolgeva la sua azione diplomatica nonché per l'improvviso spostamento delle aspirazioni italiane daUa Tripolitania al Mar Rosso. Mancini tenne, prima di tutto, a spiegare che la sua attenzione coloniale derivava dai principi discussi ed accettati alla Conferenza di Berlino e nulla aveva in comune con il vecchio colonialismo, da lui sempre avversate. Il nuovo indirizzo accettava limiti e condizioni, non intendeva offendere diritti altrui né esporre il paese a pericoli di complicazioni e di conflitti, e mirava a preparare, facilitare e tutelare «gli interessi creati dal lavoro dei connazionali all'estero. In tale quadro bisognava evitare che «( ... ) l'Italia sola non rimanga straniera al movimento generale, che oggidì si è sviluppalo nello spirito dei tempi. Infatti, non è l'Italia, è l'Europa intera che, in questo momento, sembra invasa da una febbre di intraprese coloniali( ... )»'·
'Mancini a De Mattino in data 22.1.1885, ibidem. ' Nel discorso del 30 giugno 1887 alla Camera Mancini dirà: «Se io potessi farlo senza commettere indiscrezione, darei la prova che ern immed iata, imminente l' occupazione di Massaua per parie di un' altra grande Potenza militai·c ( ... ).Confesso che rimasi qualche tempo inquieto, temendo che altri ci prevenisse,, (P.S. M ANCINI, Discorsi parlamemari cit., VUJ, p. 453). -' De Ma11ino a Mancini in data 27.1.1885, C. G1auo, L 'impresa di Massaua cit., p. 70. 'Ibidem. ' P.S. MANCINI, Discorsi parlamentari cii., Vlll, p . 177.
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Poi continuò annunciando, ma senza dar molto risalto alla cosa, l'avvenuta occupazione di Beilul e specificando che Assab era la meta della spedizione testé partita da Napoli. Però, dopo questa insistenza sulla modestia dell'impresa, allargò di colpo la visuale: « Voi temei.e ancora che la nostra azione nel Mar Rosso ci distolga da quello che chiamate il vero e impo11ante obiettivo della politica italiana, che deve essere il Mediterraneo. Ma perché invece non volete riconoscere che nel Mar Rosso, il più vicino al Mediterraneo, possiamo trovare la chiave di quest'tùtima, la via che ci riconduca ad un 'efficace tutela contro ogni nuovo turbamento del suo equilibrio?» '.
Robyrto Battaglia chiude il suo commento al discorso del ministro degli Esteri e con parole taglienti ma appropriate: «Certo è che mai un' immagine poetica, nella nostra storia politica, come quella delle 'chiavi del Mediterraneo' , fu pagata a così caro prezzo da chi la pronunciò, a dimostrazione evidente che, come capita fin dal tempo di Platone, poesia e politica non son fatte per andar d' accordo» 2• Nella circostanza il ministro della Guerra, Ricotti, prese la parola in due occasioni. Inizialmente assicurò che il piccolo contingente inviato ad Assab aveva una forza sufficiente per le ricognizioni che doveva compiere. Tutt' al più sarebbe stato rinforzato da un altre battaglione. Volle, peraltro, precisare, di fronte ai dubbi affiorati: <<Questo, ben inteso, nell ' ipotesi che non si verifichi.no eventi imprevedibili ed imprevisti; come, per esempio, se invece di una semplice occupazione od anche di ricognizioni a breve distanza, si trattasse di fare una spedizione interna; ciò che, ripeto, non sarebbe nelle attuali previsioni»'·
Comunque, all'occorrenza l'Italia «non si troverebbe imbarazzata a mandare, occorrendo, anche 15.000 uomini nel Mar Rosso, e in pochissimi giorni» 4 • Poi, al tennine delle discussioni, intervenne nuovamente, ma con un'intonazione assai diversa da quella usata da Mancini: non parlò di associarsi alle Potenze europee nell' «alta missione educatrice» verso il continente africano, ma mise in guardia dall'accusa che spesso trapelava negli organi di stampa, «che cioè gli altri spargano sangue e denaro, e che l'Italia non sia buona che a scroccare». Se la Svizzera si comportava in tal senso faceva benissimo, in quanto piccolo Stato, privo di marina militare, «ma l'Italia, o signori, è un grande Stato, e deve pagare di denaro e di sangue, per mettersi al livello delle altre nazioni d'Europa» 5• Per obiettività, bisogna riferire di un passo imp01tantissimo compiuto dal-
' Ibidem, p. 185. RooERTO BAlTAGLIA, Lll prima guerra d'Africa, Einaudi, Torino 1958, p. 180. 'lotervento della seduta del 27 gennaio 1885, in L. CHIALA, La spedizione di Mllssaua c ii., p.
2
173.
'Ibidem. ' Intervento nella seduta del 28 gennaio 1885, ibidem, p. 175.
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l'ambasciatore inglese a due riprese, il 19 gennaio con Mancini ed il 22 con Giacomo Malvano, segretario generale agli Esteri, quasi con le stesse parole: «In breve, e per venire al concreto - raccontò Mancini a Nigra - l'Ambasciatore ci propose di considerare se non possa convenirci di associarci alla spedizione che, muovendo da Suakim, dovrà fra non molto inoltrarsi verso Berber, per ivi congiungersi alla spedizione principale, che, sotto gli ordini del gen. Wolseley, sia ora risalendo la valle <lel Nilo. Se un piccolo corpo di trnppe italiane (cinque o seimila uomini) fosse, a questo intento, sbarcato a Suakiro e procedesse indi, con lo sviluppo successivo della campagna intrapresa dall ' Inghilterra, a Berber dapprima e indi a Kartum, non dipenderebbe più (così affermava Lunùey) che dalla nostra volontà l' insediarci stabilmente nel Sudan, facendone il campo della nostra attività commerciale o coloniale» '.
A parte la lunga disquisizione sui vantaggi di simile programma, Lumley indorò ulteriormente l'offerta, ammettendo che l'assenso italiano potesse essere subordinato a quattro condizioni di fondo, vale a dire: l'assegnazione all'Italia non soltanto del Sudan, ma altresì dei suoi porti naturali di Suakin e Massaua; il completamento della ferrovia tra Suakin e Berber (a valle di Atbara, sul Nilo), con il concorso di operai italiani; il mantenimento all'Italia del consistente sussidio già assegnato all'Egitto per il Sudan; la temporanea presenza, ove richiesto dall'Italia, di due piccoli presidi inglesi, uno a Kha1tum e l'altro a Suakin. Tutto il discorso era stato preceduto dalla premessa tratt~u-si di idee sue proprie, di Lumley, ma essendo questi di solito assai circospetto appariva giustificato ritenere che parlasse su precisa istruzione del suo governo. Mancini si tenne sulle generali, pur manifestando interesse, ripromettendosi di considerare la questione con maggior concretezza dopo l'occupazione di Massaua, anche per aver modo di valutare l'atteggiamento delle altre Potenze di fronte all'evidente intesa tra Gran Bretagna e Italia. Intanto chiese a Nigra di approfondire le intenzioni britanniche, tanto più che Lumley aveva lasciato capire che in caso di rifiuto l'offerta poteva esser rivolta alla Francia o alla Germania 2• La prospettiva - anche se da verificare - di una collaborazione concreta fra Roma e Londra con il regalo del Sudan era davvero tale da indurre a pensare «in grande», ed anche tale da rendere comprensibile sia la trapelata euforia di Mancini, sia l'allusione ad un impegno serio e costoso avanzata da Ricotti. Che Mancini si fosse fatto idee del tutto illusorie sulla concretezza di un'azione congiunta italo-britannica e, soprattutto, sulla disponibilità del governo di Londra ad impegnarsi a fondo nel Sudan in quel momento, è certo. Purtroppo, non vi è dubbio gli fosse sfuggita anche la pericolosità del ginepraio abissino che, volente o nolente, avrebbe provocato con la sola presenza italiana a Massaua. In altre parola, la «mure réfléxion», in seguito alla quale il consiglio dei ministri del 29 dicembre 1884 aveva preso la deliberazione di sbarcare a Massaua, era molto approssimativa.
'Mancini a Nigra in data 22.1.1885, in C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., doc. 18, pp. 163-164. ' Ibidem.
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Che cosa si conosceva a Roma dell'Abissinia e delle sue popolazioni? Poco o niente, ed in questa ignoranza probabilmente risiede l'errore fondamentale dell'intera nostra politica abissina 1• Dopo il suicidio del negus neghesti Teodoro TI a Magdala (1868) a seguito della sconfitta inflittagli da sir Robe1t Napier, l'impero, non più tenuto insieme dalla vigorosa azione accentratrice di Teodoro, era precipitato in una lotta accanita fra, i vari pretendenti alla successione. Nel 1872 il degiac Cassa, signore del Tigré, riuscì a prendere il sopravvento sui due più forti rivali, ras Gobesié signore del Lasta e Menelik re dello Scioa, e si incoronò imperatore d'Etiopia come Johaimes IV. L'espansione egiziana lungo le coste del Mar Rosso, iniziata nel 1878 (Suakim e Massaua), proseguiva intanto sino ad occupare l' Harar ed i corrispondenti porti sull'Oceano lnd iano ( 1872-187 5). A questo punto Johannes dichiarò guerra ali 'Egitto e prima a Gandet (] 875) e poi a Gura (1876) batté due successivi spedizioni inviate dal kbedivé lsmail. Dopo di che egli si rivolse alla conquista dello Scioa, vi sconfisse il re Menelik (1878), ma fitù per designarlo erede presuntivo al trono imperiale dopo la vittoria di questi su Tecla Haimanot, re del Goggiam (1882). Indubbiamente, in questo periodo di riassestamento dell'impero le quahtà personali del negus vennero ad assumere un'importanza rilevante sia per le tendenze centrifughe di capi locali, sia per il verificarsi di minacce esterne: egiziane, mahdiste. Comunque, a dispetto di un'anarchia di stampo feudale, di rivalità e rancori di ogni tipo e deil' insofferenza ai pesanti tributi imposti dal potere imperiale, l'Abissinia costituiva un'area di secolare indipendenza, di difficile penetrazione coloniale, di non agevole comprensione dei rapporti intercorrenti tra i vari negus e ras. Tutto ciò non ricevette la dovuta attenzione da Mancini - per non parlare di Depretis, il quale aveva mostrato scarsissimo interesse per l'impresa, al punto di ignorare l'esistenza di una guarnigione egiziana a Massaua - , probabilmente influenzate da un lato dai resoconti delle missioni intente a dipingere l'Abissinia
' L'impero abissino comprendeva quattro regioni storiche: il Tigré a nord, con capitale Adua; l'Amhara al centro, con capitale Gondar o Dcbra Tabor; il Goggiam a sud-ovest, con capitale Debra Marcos; lo Scioa a sud-est, con capitale Entotto. Era peraltro spiccata la tendenza espansionistica, ma possiamo anche dire imperialistica, verso l'Harar, il paese dei Galla, quello dei Somali. il Giuba. n tutto a configurare l' impero di Etiopia che comparirà, per volontà di Menelik li, nel traltato di Uccialli. Non per null a la Francia obietterà che il titolo Re dei re di Etiopia destava sospetto, giacché «la quale denominazione poteva comprendere territori assai più estesi di quelli attribuiti attualmente aJ Re Menelik» (Menabrea a Crispi in data 27. l.1890, in F. CR1sr1, la prima guerra d 'Africa cit., pp. 222-223). Non per nulla la Russia rifiutava di riconoscere detto titolo a Menelik. Aggiungiamo che il 30 giugno Ul83 Giovanni Branchi, allora console presso il negus Johannes, aveva scritto al M inistero degli Esteri: «Quello che però si ignora anche alla costa, ed afor1io ri in Europa, si è l'espansione graduale e costante che la potenza del Re d' Abissinia ha ottenuto in questi ulti mi anni» (In N. LABANCA, Il generale Cesare Ricotti cit.. p. 359, nota 42). Senza contare il lento ma continuo flusso di anni e munizioni che i trafficanti italiani e francesi facevano pervenire a Menelik, re dello Scioa.
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come un paese poco temibile a causa delle lotte intestine e, dall'altro, eia un'eccessivamente ottimistica convinzione delle amichevoli disposizioni d'animo di Johannes IV e cli Menelik verso gli italiani. Non si era reso conto della detenninazione con la quale il negus neghesti accampava diritto cli possesso sul territorio ciel nord-est sino al Mar Rosso, e del sud sino all'Oceano Indiano. Ma in particolare su Massaua e sul paese dei Bogos, cioè cli Cheren. Nel 1876 aveva eletto ad un inviato egiziano: «( . .. ) fo desidero l'amicizia dell'Egitto; ma ho a cuore le tradi zioni del mio paese, e i confini dell ' Abissinia non sono sempre stati quelli che sono oggi( ... ). Io non desidero avere un mio console a Massaua; ciò che desidero avere è Massaua. Io voglio che mi si faccia ragione delle ingiustizie statemi folte pel passato ( . .. )» '.
Dopo la missione Hewett e la fama del trattato fra Gran Bretagna, Egitto e Abissinia parve che il negus neghesti , rientrando in possesso di Cheren, si accontentasse del libero transito da Massaua. Non per niente il 4 agosto il sottosegretario di Stato agli Esteri, lord Fitzmaurice, affennò alla Camera dei Comuni che vi era stato un tempo in cui «null'altro poteva appagare il re cl' Abissinia fuori che la cessione assoluta cli Massaua» 2 • La spedizione ebbe un prologo: l'occupazione cli Beilul. L' orientamento diplomatico espresso da Mancini era chiaro. Visto l'accordo con l'Egitto, la costa di Beilul poteva passare sotto giurisdizione italiana, senza peraltro procedere ad un'occupazione permanente che avrebbe suscitato intempestivamente la questione della sovranità territoriale: «Basterà invece limitarsi al semplice innalzamento della bandiera italiana nel paese, o tutt' al più ricorrere ad uno sbarco di un drappello di marinai, i quali dovrebbero essere ritirati dopo qualche giorno di effetliva permanenza salvo a farvi periodicamente ritorno» ".
Senonché, il 25 gennaio, quando la Caste/fidardo si presentò a Beilul, sorsero difficoltà. li comandante del presidio egiziano asserì di non aver ricevuto istruzioni in proposito ed oppose difficoltà alla bandiera italiana. Dopo un paio di giorni di discussioni, il capitano di vascello Trucco, comandante della Castel.fidardo, dichiarò «in nome del re e dell'Italia il territorio di Beilul territorio italiane» ed imbarcò di forza gli egiziani su una nave italiana diretta a Massaua '. Naturalmente il khedivé telegrafò a Costantinopoli che «malgré la résistence opposé sur son ordre par la garnison égyptiennes ( ... ) les troupe.i· italiennes
' L. CIIIAL.A , La spedizione di Massaua cit., p. 115. Anche Manfredo Camperio concordava: «Massaua è il solo po110 naturale dell •Abissinia. Scopo precipuo dei suoi re fu sempre il possesso di quel punto su l Mar Rosso; e se non ardirono mai di attaccare gli Egiziani in riva al mare, fu perché sapevano di esser loro superiori soltanto fra le montagne» (MANFREDO CAMPERlO, Da Assab a Dogali, Dumolard, Milano 1887, p. 63). ' Mancini a Briu in data 22.11.1884, in AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 45. ' L. CMIALA, La spedizione di Ma.rnma cit., p. 169. 2
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ont occupé Beilul après avoir désarmé et expulsé de vive force la garnison» e la Porta protestò contro la violazione del diritto internazionale appellandosi alle Grandi Potenze e chiedendo al governo italiane di ritirare le truppe'. Sembrerebbe evidente la discordanza fra disegno diplomatico ed operato militare 2, ma dobbiamo ricordare che non sempre le intenzioni di Mancini venivano espresse con la chiarezza necessaria. Basti richiamare alla mente la comunicazione fatta a fine ottobre 1884 a Nigra: «( .. .) Votre lettre se croise avec une ùépeche très-confidentielle que je vous adresse au sujet d ' une occupation éventuelle, de notre palt, à Bailoul, sur la cote de la Mer Rouge; occupation devenue nécessaire pur h1 sécurité dc notrc établissement d ' Assab et pour laquelle nous désirons, avant tout, nous ~ surer de J'acquièscecncnt du cabinet anglais» ' ;
lettera in cui l'eventuale ed il necessario non vanno cl' accordo. Occorrerebbe dunque conoscere in qual modo Mancini abbia continuato a trattare la questione con Brin prima del 17 dicembre, data della sua partenza sulla Barbarigo. Non si è in grado di verificare, poi, se il comandante della Caste(fidardo, trovatosi nelle condizioni di rinunciare o di risolvere di forza la situazione, abbia agito d'iniziativa o sulla base di istruzioni ricevute da Brin p1ima di salpare da Messina (1 O gennaio 1885) per sostituire la Barbarigo in avaria. Sono però significativi i termini sfuggenti con i quali Mancini comunicò alla Camera l'occupazione cli Beilul: se, a suo tempo, - egli disse - l'Italia avesse bombardato Beilul, i suoi abitanti «sentirebbero essi per noi quella simpatia e fiducia, che dimostrano in questo momento, aprendo le braccia ad un presidio italiano, ed invocando la protezione della nostra bandiera?» 4 •
3. L'OCCUPAZ IONE DI M ASSAUA U 31 dicembre 1884, due giorni dopo i I famoso consiglio dei ministri, Mancini chiese a Ricotti «se(... ) l'intrapresa sia possibile, quali possibilità abbia di riuscire all'intento, e soprattutto quali apprestamenti, mezzi d' uomini e di denaro sarebbero presumibilmente necessari}} per una spedizione intesa a punire l' eccidio della spedizione Bianchi, mentre scendeva dal Tigré verso la costa di Assab 5• Considerata l'ince1tezza della località del massacro, erano riportate tre distinte versioni, in merito alle quali Mancini ritenne opportuno specificare che «non uno dei nomi qui sopracitati nelle tre ipotesi [si trova] segnato anche nelle
'Ibidem, p. 181, nota 1. ' N. L A BANCA, li generale Cesare Ricolli cit., pp. 318-321. ' Mancini a Nigrn in data 29. 10.1884 (corsivi nostri), in C. ZAGHl, P.S. Mancini, l'A.fi-ica e il problema del Mediterraneo cit., doc. 13, p. 157. 'L. CHIALA. La spedizione di Massa11a cit., p. 169. ' AUSSME, Fondo Volumi E ritrea, vol. 44.
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migljori carte di quei paesi». Non è tanto da criticare l'assenza di carte topografiche a grande scala (le sole che ripo1tano le località minori), cosa più che comprensibile trattandosi di regioni pressoché sconosciute, quanto la mancata richiesta di precisazioni agli italiani che avevano fornito le di verse versioni: il conte Antonelli, il regio commissario civ ile Branchi ad Assab ed il connazionale Naretti, da molti anni residente a Debra Tabor, sede del negus neghesti. In merito alla ca1tografia esistente, si può aggiungere che sino all'occupazione di Massaua l' Istituto Geografico Militare si era limitato a riprodurre carte generali del l'Abissinia settentrionale dovute a cartografi stranieri, fra cui una carta di Massaua e dintorni; una della regione Bogos-Mensa, edizione tedesca del I 861; una della regione Cassala-Kuffit-Ghira-Mai Daro dello Stato Maggiore egiziano ; una del!' Abissinia e coste adiacenti del Mar Rosso in due fogli, edizione inglese del 1884 ; ed una di Assab, Aussa e regioni limitrofe edizione 1883. Era poco per le nuove esigenze e sin dal marzo 1885, con l'invio di personale de ll'Istituto Geografico Militare, avrà inizio un lavoro intenso e regolare '. Indeterminatezza topografica a parte, appare singolare il fatto che Depretis, presidente del Consiglio e quindi capo e coordinatore naturale dell'azione governativa, non abbia sentito il dovere di tenere le redini della prima vicenda coloniale del regno d'Italia. Il ministero della Guerra passò il quesito di Mancini al Comando del Corpo di Stato Maggiore. Occorreva fornire «un qualche dato largamente orientativo» al ministero degli Esteri, affinché questo potesse «più risolutamente scegliere» la linea di condotta politica opportuna, e precisamente «se le difficoltà locali possano essere superate, quanti mezzi occorrano in personale e materiali, quale il tempo di preparazione e quello di esecuzione a cominciare dal momento dello sbarco e infine qua le spesa complessiva, in relazione a tale studio, potrebbe importare l'esecuzione di una simile spedizione» 2• Marselli, segretario generale alla Guerra, sapeva benissimo come fosse impossibile r ispondere esaurientemente ad un interrogativo legato alla vaga e generica lettera di Mancini, perciò, via breve, spiegò al generale Ricci, comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore, che si accontentava di una risposta «d'ufficio». Detta risposta mise in ev idenza molti dubbi sugli scopi deJJ 'impresa: «Al presente mancano assolutamente dati per apprezzare quale sarebbe l'utilità di una spedii.ione che avesse ruiche per iseopo di punire l'assassinio del viaggiatore Bianchi e dei suoi compagni( ... ). Sarebbe prima di ogni a!Lra cosa indispensabile inc,1ricare alcuni ufficiali delle necessarie ricognizioni sui luoghi».
'I.G.M., L'Istituto Geografico Mi/irare in Africa Orientale 1885-1 937, Firenze 1939, pp. 3-4; L'impresa di Massaua cemo anni dopo, USSME, Roma 1985; pp. 133-136. Leprimissime carte, data l'urgenu, furono semplici rilievi topografici di Massaua e dintorni (scala l: I 0.000) e di Assab e dintorni (scala l :20.000). Cfr. M.A.E., Storia della cartografia coloniale italiana, lstit1110 Poligrafico dello Stato, Roma 1964. ' Marselli a Coseni., in data 3.1.1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea. voi. 44.
LUIGI TuCCARI,
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Ancheinrnetito all'entità del contingente da inviare, Cosenz non lasciò campo ad equivoci: «L' invio di qualche battaglione( . ..) non dovrebbe quindi costitlli.re l' inizio dell'operazione , ma fornire soltanto i mezzi per rendere possibile la ricogniz.ione preparatoria dell'operazione stessa. Del resto la presenza di una certa forza armata in Assab parrebbe conveniente non solo in modo transitorio, ma hen anche in modo pennanente. La nostra nascente colonia si p uò bensì considerare come abbastanza protetta finché lo stazionario della R. Maiina è ancorato presso la costa. Essa è però e,~posta a correre gravi risclù per le possibili invasioni dei feroci abitanti dell ' interno ogniqualvolta lo stazionario se ne allon tana, come accade abbastanza di frequente» .
Tanto per forni.re un ordine di grandezza come riferimento, Cosenz ricordò la spediZ\One inglese di sir Robert Napier per liberare i prigionieri di Teodoro II: sei o sette mesi di ricognizioni e di preparativi; contingente formato da 14.000 combattenti e 26.000 non combattenti, con 2.500 cavalli, 16.000 muli, 5.700 cammelli, 1.700 asini e 1.600 poneys; durata della spedizione cinque mesi (gennaio-maggio 1868) con un costo di 237 milioni di lire italiane. Per concludere, Cosenz non esitò a considerare «cosa affatto azzardata il dare inizio in qualsiasi modo ad un'opera di repressione» nell' interno e si limitò a trasmettere un «progetto di istruzioni militari per il Comandante delle truppe in Assab», nel quale indicava le ricognizioni da compiere, le direttrici da seguire e gli obiettivi da raggiungere, i dati da fornire 1• Non sembra che Mancini sia rimasto molto impressionato dal palese scarso entusiasmo con cui era stata accolta l'idea di una spedizione alla cieca nel1' interno della Dancalia, giacché, ricevuta la memoria del capo di Stato Maggiore, replicò a Ricotti che «come Ministro degli Affari Esteri non posso avere alcuna obiezione a qualsiasi severa e legittima opera di repressione da esercitare a nome dell'Italia>> e che, comunque, reputava di dover sollecitare «come necessario e urgente» l'invio di trnppe ad Assab 2• Tuttavia, mentre orientava Ricotti e Cosenz, cioè l'esercito, alla spedizione di Assab, obiettivo e scopo da sbandierare al Parlamento ed all'opinione pubblica, Mancini indi.rizzò al vero obiettivo il 1rùtùstro Brin, cioè la marina. infatti quest'ultimo comunicò al contrammiraglio Caimi, destinato ad assumere il comando della forza navale del Mar Rosso: «Il R. Governo decise di riunire nel Mar Rosso una forza navale di almeno 500 uomini marinai, in grado di occupa.re militarmente Massaua. Tale forza navale si comporrà per ora delle seguenti navi( . ..). Ella dovrà considerare Aden come sua base di rifornimento di viveri».
Ad Aden Caimi avrebbe trovato ordini più precisi per l'occupazione di Massaua. Infine: «( . ..)Appena occupata la città e gli approcci alla stessa dal lato di terra, e assicurato della tran-
' Cosenza Ricotti in data 4.1 .1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 44. Mancini a Ricotti in data 6.1. 1885, AUSSME, Fondo Volwni Eritrea, voi. 43.
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quillità della popolazione, vorrà tosto informare telegraficamente il .Mini~lero scri ven te . Pervenuta tale notizia, si procederà tosto alla spedizione dall' Italia o da Assab di R. Truppe che si recheranno a rimpiazzare i marinai sbarcati(... )»'·
Ora, se affidare alla marina il compito dell'occupazione urgente e temporanea di una località costiera alla cui difesa potessero partecipare le navi appare comprensibile, meno lo diventa quando l'esercito era già stato inc~ufoato, per l'appunto, di predisporre la partenza di un piccolo corpo di spedizione per il Mar Rosso, e quando comunque un contingente dell'esercito sarebbe dovuto subentrare al distaccamento di marinai sbarcato. Non solo, ma l'indecisione (o la voluta nebulosità) su questo primo passo concreto di politica coloniale spinse Manci1ù a fare approntare due distinte operazioni. L'una assegnata all'esercito, con il falso scopo di rinforzare il presidio di Assab e punire i responsabili dell'eccidio Bianchi; l'altra, affidata alla marina, con il vero intento di occupare Massaua. Per la prima, che a Manci1ù evidentemente importava assai poco e che infatti abbandonò strada facendo, vennero chiesti a Ricotti studi e dati 2; per la seconda, che a Mancini interessava moltissimo, nulla sembra essere stato clùesto a Brin, mentre a Ricotti venne semplicemente indicala l'eventualità del cambio di destinazione del corpo di spedizione. lnutile dire che tale divisione di compiti non giovò alla semplicità organizzativa dell' impresa. Ad ogni modo, i preparativi presero il via ed ambedue i ministeri clùamati in causa si limitarono a fissare l'attenzione sulla fase della presa di possesso 3• L'8 gennaio Ricolli si rivolse ai comandanti del 11 corpo d'armata (Milano), dell' VIII (Firenze), del IX (Roma) e del X (Napoli) in questi termini: «Avendo il governo adottato la de1erminazionc di invi:u·e immedia1amcnte i.n Assah alcune truppe con l'incarico di eseguire una ricognizione, In quale fornisca criteri e dati circa la condoua da seguire per ottenere adeguate riparazioni agli eccidi di Giulietti, Bianchi e dei loro compagni, prcgiomi comunicare le seguenti disposizioni( ... )» '.
Il comando del contingente era affidato al colonnello Tancredi Saletta, capo di Stato Maggiore del XIIl corpo d'armata 5, la cui missione «potrà essere non
' Brina Caimi in data 8. 1. 1885, AUSS.ME, fondo Carreggio Erirrea, rep. L 7, racc. 175, voi. I. ' Ricotti peraltro dichiarò «imposs ihile per ora fare qualsiasi preventivo anche approssimativo» su forza, mezzi e tempi necessari per una spedizione nell' interno (Ricotti a Mancini in data 7.1.1885. AUSSME, Fondo Carteggio Erirrea, voi. I, fase. 1). ' Sulla genesi e attuazione dell'impresa di Massaua si sofferma esaurientemente N. L ABA NCA, Il generale Cesare Ricotti cit., parte seconda. • AUSSME, Fondo Carteggio Eri/rea, racc. I, fase. I. ' Secondo il giudizio di un contemporaneo, la scelta era stata felice: «Intelligente, colto, carallere austero e sovrattutto ferreo, dava allidamento che non nvrebbe ind ietreggiato anche davanti alle più gravi difficoltà. Fu, forse, uno dei migliori fra tanti Comandanti che si succedettero (... )» ( EMILIO 8ELLAv1TA, La battaglia di Ad11a, Melita, Genova 1988, p. 19).
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di breve durata», come specificò Ricotti al Comando XII corpo dando notizia della designazione 1• Il 12 gennaio Saletta, convocato a Roma, ricevette istruzioni dal ministero della Guerra e da quello degli Esteri. Le prime, per il momento date solo in v.isione, fissavano il compito: assicurare esito pacifico alle trattative iniziate circa le indagini sui colpevoli dell'eccidio Bianchi; assumere infonnazioni dettagliate per calcolare possibilità, utilità ed entità di una spedizione nell'interno, se impossibile altrimenti vendicare il massacro; sostituire, ove richiesto dalla R Marina, con una o due compagnie il distaccamento di marinai dopo la prevista occupazione di BeiluL Naturalmente, l'amministrazione della colonia e le relazioni con i,capi indigeni 1imanevano di competenza del conmùssario civile in posto, Giovanni Branchi. Saletta prospettò subito la convenienza di ben definire i rapporti fra lui stesso ed il commissa1io civile e tale richiesta provocò una nota di Ricotti al mirtistero degli Esteri : «Si precisa che col. Saletta sarà considerato come auto1ità superiore del nostro possedimento in Assab, lasciando funzionare il r. conunissario civile sul posto per l'amministt'azione della colonia e le relazioni con gli indigeni. li col. Saletta eserciterà sul posto le funzioni di comandante militare e di autori tà politica ad eccezione della p:utc amministt'ativa riferente,~i alla colonia» ' .
Mancini non ebbe esitazioni a confermare alla lettera il ruolo di Saletta: «Il colonnello Saletta - precisò al conllllissario Branchi - sarà riconosciuto quale autorità superiore del nostro possedimento in Assab. Al col. Saletta saranno comunicati periodicamente i fatti più importanti. Al col. Saletta spetterà di det.emùnare o proporre secondo i casi alle autorità superio1i competenti sui fatti di maggior rilievo che potessero avvenire tra indigeni e nùlit:ui Al r. conmùssario civile restano affidati l' anuninistrazione della colonia e le relazioiù con i capi indige1ù» ' .
Ma l'avvertimento di maggiore importanza fu quello fornito verbalmente a Saletta dallo stesso Ricotti, il quale ben sapeva della decisione di occupare Massaua presa dal consiglio dei ministri il 29 dicembre. Non era improbabile che durante il viaggio per Assab l'obiettivo della spedizione venisse mutato in Massaua, ma «su questa eventualità non si era ancora in grado di dar(mi) notizie positive» annotò Saletta. Poteva anche accadere di andare a Massaua dopo lo sbarco ad Assab, oppure che l'occupazione di Massaua venisse affidata ad altri ". 111 ° febbraio il convoglio toccò Suakin e qui l'ammiraglio Caimi comunicò a Saletta il cambiamento di destinazione ricevuto telegraficamente da Roma: Massaua e non più Assab. La breve sosta consentì di prendere contatto con il go-
'TANCREDI SALETTA, Memoria sulla prima spedizione d'Africa in data 23.2.1902 (poi Memo ria Saletta). in USSME, Tancredi Saletta a Massaua, Roma 1987, p. 56. 'Ricotti a Mancini in data 12.1. 1885, AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. I, fase. I. ' Mancini a Br:u1chi in data 12. I. I 885, ibidem. ' Memoria Sa/erta in USSME, Tancredi Sa/eua a Massaua cit., p. 58.
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vematore egiziano di Massaua, l'inglese Chennside, aveva preferito lasciare Massaua e recarsi a Suakin in modo da non trovarsi in una situazione imbarazzante. L'inglese mostrò a Saletta «una carta topografica o meglio idrografica» 1 di Massaua e lo infom1ò della dislocazione delle truppe regolari ed irregolari egiziane nella zona, delle fortificazioni e delle risorse id1iche locali. Il 5 febbraio la spedizione entrava nel porto di Massaua. L'occupazione della città ebbe luogo non senza animata discussione con il vice governatore egiziano, lzzet bey, il quale in parte per l'opera cli mediazione svolta dal capitano Domville, comandante della nave inglese Condor, in parte per la risolutezza mostrata da Caimi cli ricorrere alla forza ove necessario, alla fine concluse che, non avendo modo di resistere, si trovava costretto a cedere. Però avrebbe protestato fom1almente con il proprio governo per il sopruso. Il primo telegramma di Saletta al ministero della Guerra conteneva, trn l'altro, la richiesta di rinforzi: con le truppe a disposizione poteva «appena guernire la città ed i suoi forti», ma, in previsione dello sgombero da parte egiziana di tutte le fottificazioni e dell'abbandono delle artiglierie, per garantire una robusta difesa di Massaua diventava indispensabile ricevere complessivamente altri tre battaglioni e proporzionate aliquote di artiglieria, genio e servizi 2 • Sull'invio di altre unità non esistevano problemi. La seconda spedizione al comando del tenente colonnello Leitenitz, analoga alla prima (in tutto 49 ufficiab e 921 ttuppa), era già in allestimento ed il 17 febbraio sbarcò ad Assab, mentre una terza con altri due battaglioni di fanteria e reparti vari (60 ufficiali e 1.542 ttuppa) venne subito predisposta ed il 1° marzo giungerà a Massaua. Non ci li-atterremo sui patticolari della dislocazione e della sistemazione del corpo di spedizione, le cui difficoltà - immense e troppo sottovalutate in partenza - rivestirono soprattutto carattere logistico 3 • Interessa in questa sede portare l'attenzione sulla composizione delle ttuppe inviate sulle coste del Mar Rosso, sulla definizione delle responsabilità e sulle istruzioni impartite da Roma. Gli ordini di Ricotti per il primo scaglione - ma furono analoghi anche per i due successivi - prescrissero la costituzione di reparti «di formazione», vale a
' Ibidem, p . 62. Bauaglia ha omesso la precisazione «o meglio idrografica» - peraltro omessa anc he in CCSM, Storia militare della colonia Eritrea, I, Roma 1935, p. 73 - e rimproverato Saleua di non aver sentito il dovere di «studiare la topografia dei porti principali del Mar Rosso» (La prim.a guerra d'Africa cit., p. 182). La carta idrografica inglese del porto di Massaua, scala I: 1850, in questione è riportata in 1.G.M. , L'Istilulo Geografico Militare cit., tav. TIJ. Il rimarco nei confronti di Saletta non ci sembra appropriato. Saletta si presentò al ministero della Guerra il 12 gennaio. Il 13 era a Napoli, ove si fermò tre giorni per organizzare un contingente eterogeneo di tmppe. li I7 salpò per Messina sapendo di andare ad Assab. Dove avrebbe trovato il modo ed il tempo di reperire carte inesistenti al ministero? Con lui erano il capitano Cecchi, valente esploratore, cd il contrammiraglio Caim.i, assai più di lui i.nteressato alle coste ed ai poiii, specie di Massaua. 'Saletta a Ricotti in data 6.2.1885, Memoria Sale/la cit., ali. 4, p. 152. 'Vds. USSME, Tancredi Saleua a Massaua, cit.; L. TUCCAIU, L'impresa di Massaua cit.
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dire con elementi di varia provenienza. In particolare, il battaglione bersaglieri ricevette una compagnia del l O reggimento bersaglieri, una dal 4 °, una dal 7° ed una dall'8°, scelte per sorteggio in ambito reggimentale e portate all'organico di guerra con personale preso dagli altri reparti del rispettivo reggimento. Gli ufficiali (capitani e subalterni) dovevano essere i più anziani di grado di ogni reggimento e la truppa scelta fra «gli uomini di maggior robustezza che si reputino atti a sopportare le fatiche di guerra, conservando la dovuta proporzione fra le due classi anziane sotto le armi». Inutile dire che a queste condizioni il so1teggio della compagnia diventava del rutto insignificante. Il peggio si era che la forza presente si trovava talmente al di sotto dell'organico di pace da rendere ancor più pesante lo sforzo per raggiungere il piede di guerra (infatti le compagnie partirono con 150 uomini anziché 225) 1• Tutto ciò aveva come conseguenza una forte carenza di amalgama in un'unità che si recava ad affrontare le incognite di una missione non esattamente configurata e in Africa, cioè in una terra conosciuta (entro certi limiti) solo da esploratori, viaggiatori e missionari. L'inconveniente era in buona parte inevitabile. Gli indirizzi da seguire per un rapido approntamento ciel corpo cli spedizione, qualunque fosse la sua entità, erano due. La designazione di un'unità già esistente su organico assai prossimo a quello di guerra, eia completare senza molta difficoltà con qualche perequazione; oppure la messa a punto di un' unità «di fonnazione», vale a dire attingendo in varia misura ad altri reparti. Il primo caso è consentito dall'esercito di caserma, il secondo è di solito imposto dall'esercito di coscrizione. In linea teorica l'esercito di coscrizione consiste in un'intelaiatura pari al1' esercito di campagna, con un organico di pace sensibilmente inferiore a quello di guerra, da completare mediante il richiamo alle armi delle riserve istruite, conseguendo in tal modo lo scopo di entrare in operazioni con una grossa quantità di soldati e con relativa poca spesa in tempo di pace. Peraltro esistono limiti alla corretta applicabilità del principio: una forza bilanciata adeguata o comunque non eccessivamente 1idotta rispetto all'organico di pace ed un'intelaiatura non troppo ampia rispetto alla forza bilanciata. Detti limiti erano stati superati nell'ordinamento Ferrero (organico di pace pari al 40% di quello di guerra) per il desiderio di disporre di dodici corpi d'armata, ma con una forza bilanciata troppo al di sotto delle esigenze di pace dei dodici corpi 2• È solo questione di disponibilità finanziarie. È per questo che Ricotti si era battuto, sostenendo esser preferibile, a pmità di forza bilanciata, avere dieci corpi efficienti piuttosto che
'La legge 8 luglio 1883 prevedeva per la compagnia fucil ieri un'o(ganico di guerra di 225 uomini ed uno di pace di 90; mentre per la compagnia tedesca era previsto un organico di guerra di 250 uomini ed uno di pace di 150. ' Da tener presente che dal 10 settembre 1884 si erano costituiti i nuovi 15 reggimenti fanteria di linea, 2 reggimenti bersaglieri e 2 reggimenti aniglieria da campagna.
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dodici inefficienti. E per questo aveva avanzato l'idea - che molto più tardi presenterà nuovamente - di eliminare la quarta compagnia nel battaglione (s'intende, nell'organico di pace), sì da evitare l'esistenza cli compagnie scheletriche, di 60-70 uomini, con il personale in buona parte assorbito dai servizi di caserma e di presidio, e del tutto inutilizzabili come tali per l'addestramento tattico. In simili condizioni di forza alle armi, ed a meno di rico1Tere al richiamo di classi in congedo, una qualunque esigenza operativa comportava l'impiego di unità «di formazione» con tutti gli inconvenienti del caso. La cosa si complicava quando, data la destinazione del corpo di spedizione, prevaleva il criterio del volontariato o del sorteggio, oppure quando, come accadrà a Massaua, le condizioni ambientali provocheranno un fortissimo logorio nel personale' e quindi obbligheranno a frequenti sostituzioni, ovviamente attingendo alla forza presente di altii reparti. Naturalmente, se non si trattava di operazioni belliche vere e proprie, quanto meno a breve scadenza, la mancanza di amalgama poteva essere superata in un periodo di tempo abbastanza limitato. In tema, sempre, cli unità cli formazione, merita cenno un altro criterio, chiaramente avvertibile proprio in questa prima impresa africana: le quattro compagnie bersaglieri, non soltanto erano «cli formazione», ma provenivano da quattro differenti corpi d'annata. In altre parole, da un Lato si voleva evitare che ipotetiche notevoli perdite gravassero solo su poche provincie; dall'altro si preferiva allargare la rosa di designazione dei reparti in modo da non incidere eccessivamente sulla forza presente di uno o due soli reggimenti (nel caso in argomento), il che li avrebbe resi non impiegabili, o quasi, sotto ogni profilo 2 • È evidente che l'invio di intere grandi unità, quali divisioni e corpi d' armata, senza il preliminare ricorso ad una mobilitazione parziale, non poteva non provocare uno scompaginamento generale più o meno esteso.
' TI 12 luglio Saletta fece a Ricotti un allarmante quadro c irca la situazione sanitaria delle tntppe del presidio di Massaua, segnalando un buon terzo di convalescenti ed il rimanente in condizio1ù di grave deperimento, e concludendo con la richiesta di limitare ad un anno la pem1anenza in colo1ùa dei militari inviativi (CCSM, Storia militare della co/011ia Eritrea cit., I, ali. 4, pp. 285-286). La gravità della situazione troverà ben presto ampia risonanza nella slampa nazionale con conseguenli accuse, ingiustamente rivolte a Saletta, di scadente organizzazione. Vds., ad esempio, telegramma di Ricotti a Saletta in data 3.8.1855: «( ... ) In alcuni giornali del luglio troverà attacco ingiurioso contro di Lei, non si curi, del resto altri giornali reagiscono» (in Memoria Sa/erta cit., all. 64, p . 216). ' Le preoccupazioni dell'ordine pubblico e dell'ordinato meccanismo della mobilitazione avanzate come probabile motivo di scelta da N. L ABANCA (Il generale Cesare Ricotti cit., p. 332) non sembrano valide spiegazioni. Prima di tutto il ricorso a uniti1 di fomrnzione era, come si è detto in precedenza, forlato e si trattava semplicemente di ridurre al minimo i suoi inconvenienti. In secondo luogo, i criteri adottati non potevano che complicare l'impiego delle truppe in ordine pubblico, stante la scarsa forza presente nei reparti. Infine, l'essenza del problema della mobilitazione riguarda il richiamo di intere classi e la loro immissione nei corpi e, comunque, non poteva essere influenzato dai 2 o 3.000 uomi1ù dislocati nel Mar Rosso.
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La questione del modo di approntare un corpo di spedizione venne discussa sulla stampa dell'epoca, in cui affiorò persino la proposta di una 'leva' clivolontari, tratti da militari e civili entusiasmati dalle prospettive offe1te da un'opportuna propaganda colonialista '. Ma più che altro apparve suggestiva la proposta di organizzare un corpo coloniale di militari volontari - sul cui costo si sorvolava - , soluzione non ritenuta opportuna da taluno per il pericolo che il corpo coloniale finisse per passare alle dipendenze del ministero degli Esteri, come accadeva in altre Potenze coloniali, e quindi si staccasse dall'esercito nazionale; e non vista bene da altri per la probabilità che in tal modo si inasprisse il dibattito in corso sull'avanzamento dei quadri e sui vantaggi di carriera concessi in detemlinati. casi 2• Torneremo sull'argomento, comunque una soluzione del genere non poteva essere improvvisata ed esigeva un minimo di stabilità nell.' assetto del nuovo possedimento ed un chiarimento politico di propositi per il futuro . Il parlare di «motivi ( ... )più aderenti alla funzionalità specifica della spedizione coloniale» 3 era fuori luogo nel 1885-1886. E veniamo alla questione delle responsabilità. Prima della pmtenza si è visto come, su istanza di Saletta, questi venisse riconosciuto da Ricotti, ed accettato senza discutere da Mancini, quale Mutorità superiore del nostro possedimento inAssab». Ma quale veste doveva assumere Saletta sbarcando a Massaua? Stranamente si cade nell'approssimatività proprio per quanto ha tratto a Massaua, il vero scopo della spedizione. Era ammissibile che soltanto giunti ad Assab, e strada facendo, si sapesse se, come e quando andare a Massaua e chi avrebbe ricevuto l' incarico? Pur essendo la decisione dello sbarco maturata dopo la partenza della spedizione, ciò non elimina la convenienza e la possibilità di un attento chiarimento di idee ben prima del 17 gennaio. Tutto cambiava rispetto alla destinazione ufficiale. Da quale ministero doveva dipendere i I nuovo territorio occupato sulle coste del Mar Rosso: dagli Es teli, dalla Guerra o dalla Marina? Conservava valore l'aver affidato la direzione dell'impresa al contrammiraglio Cainli, come disposto da Brin quando detta impresa doveva essere eseguita solo dalla R. Marina? Sui due piedi prevalse il grado - anche perché aveva preso terra pure un grosso contingente cli marinai - e Ca.imi il 4 febbraio nominò Saletta comandante nlilitare di Massaua, riservando a se stesso il comando dell'impresa ·1• Senonché la soluzione - convalidata da Brin l' 11 febbraio con un dispaccio nel quale stabiliva che «l'ammiraglio Ca.imi,
' ROMAIN R..\NIERO, L'anticolonialismo italiano da Assab adAdua, cit., p. 196. 'N. LAllANCA, Il generale Cesare Ricolti cit., pp. 330-331. ' N . LAllJ\NCJ\, In marcia verso Adtta cit., p. 176. 'Memoria. Sa/eua. cit., all. 7, p. 155. È però da presumere che Caimi abbia ricevuto un indi11220 in proposito da Brin.
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fino a disposizione in contrario, ha l'alta cfu:ezione della dislocazione delle truppe a terra, per cui Ella [= Saletta) dovrà annuire a qualunque richiesta di detto ammiraglio concernente dislocazione truppa qual che sia punto della costa» 1 sembrava fatta apposta per provocare dissensi (poteva il comandante delle truppe dell'esercito accettare, in tema di schieramento difensivo terrestre, un punto di vista dell'ammiraglio che giudicasse inadatto o pericoloso?) e non offriva soddisfacente risposta ai problemi che immediatamente si presentarono. Il 16 febbraio Saletta telegrafava a Ricotti di sentire la mancanza di «istruzioni circa mie difficoltà verso popolazioni limitrofe)) 2 e, in una lunga lettera sclitta lo stesso giorno, rilevava di non aver ricevuto, da parte dell'ammiraglio, <<Che istruzioni assai restrittive, avuto riguardo all ' occupazione mista[= italo-egiziana], e nessuna istruzione sui limiti deUe mie facoltà militari, ~ulle intenzioni governative anche le pit1 generali, a riguardo delle soluzioni cui avrebbero potuto dar luogo le questioni che tale occupazione non avrebbe mancato di produrre ( .. .)»,
e che «alcuni sintomi mi lasciano scorgere che facilmente dalle popolazioni finitime non mancheranno presto di sorgere difficoltà per risolvere le quali mi è indispensabile conoscere le intenzioni ministeriali e fino in qual misura io possa liberamente agire nella convinzione di non scostam1i dal la linea di condotta voluta dal Ministero( . .. )» ;.
I continui contatti fra i ministri Ricotti e Brin e la sostanziale buona intesa tra Caimi («Comandante Superiore la forza navale nel Mar Rosso») e Saletta («Comandante Superiore di Massaua» ), evitarono attriti, però basta scorrere la corrispondenza di servizio di costoro con il ,ispettivo ministro per rendersi conto delle interferenze e dei molti spunti per possibili conflitti di competenza. Citiamo due lettere. Nella prima, del 10 marzo, Ricotti scriveva a Mancini: «La E. V. comprenderà ce1iamente quanto sia necessario ed anche urgente che al Comando Superiore delle nostre truppe iii Massaua vengano date istrnzioni esplicite e conferite facoltà circa rindi.rizzo politico-amministrativo, cd in particolar modo circa la condotta da seguire nelle trattative e negli accordi coi capi delle tribù limitrofe, che chiedono e desiderano la nostra protezione. Si ritiene tanto più necessario che venga al Colonnello Saletta determinata una linea di condotta, in quanto che l'arrivo delle nostre trnppe in M~saua, menomando, se non dism1ggendo affatto, il prestigio che ancora rimaneva al Governo egiziano, non ha potuto a meno di produrre uno spostamento d'interessi. Bisogna poi por mente alla più che probabile eventualità di dovere stabilire i nostri quartieri d'estate ad ovest di Massaua sulle alture; ma per poter fare ciò è necessario che ogni trattativa sia ben definita, ogni protezione ben assicurata. Con ciò non voglio affatto alludere alle relazioni di reciproca anùcizia da stabilire coli' Abissinia, le quali costituiscono una condizione essenziale per la nostra sicurezza negli accennati quar-
' Ibidem, p. 152. Si noti la stranena tlell 'ordine di Brin ad un alto ufficiale di diversa forza armata.
, Tbidem, all. 6, p. 154. ' Ibidem, all. 7, p. 155.
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tieri d'estate. Per queste relazioni, le quali non vanno cons iderate alla stregua di quelle semplici e facili da stabilirsi fra il Co.mandante Superiore delle tn1ppe in Mass,1ua ed i Capi delle tribì1 limitrofe, ma assumono quasi l'aspetto di vere trattative diplomatiche, lo scrivente non dubita che l'E. V. ha già iniziato le pratiche opportune e quindi non crede il caso di doversene maggiormente occupare ( ... )»,
e rappresentava la necessità e l'urgenza di indicare «al Comandante Superiore di Massaua» la soluzione a otto quesiti espliciti e precisi sul contegno da tenere nei riguardi delle truppe egiziane; sulla linea di condotta nei confronti dei capi lTibù che chiedessero protezione e della loro eventuale difesa con la forza; sull'opporturùtà di occupare località viciniori a Massaua; sullimite verso il confine abissino cui spingere posti avanzati 1• Per'concludere, Ricotti non dubitava «che !'E.V. vorrì1 indicare I.a soluzione degli anzidetti quesiti, aggiungendovi rutte quelle altre istruzioni che reputerà necessario, che saranno senza ritardo comunicate al Colonnello Saletta, affinché possa ad esse infomJare la sua condotta nelle regioni occupale dal.le sue truppe» '.
Come è agevole riscontrare, Ricotti chiedeva formalmente lumi uffic.iali per l'azione di Saletta, prescindendo dal!' autorità ciel contramrni.raglio Caimi. E Mancini rispose il 12 marzo sullo stesso tono, «di guisa che( ... ) il Colonnello Saletta abbia sicura e precisa direzione non solo per i casi speciali da lui additati nella sua relazione ed in altri consimili, ma altresì per tutte quelle contingenze, che, stando alle più ragionevoli e verosimili previsioni, gli si potrebbero presentare». In questa lettera il nùnistro degli Esteri fece riferimento soltanto a «il Comandante italiano», intendendo Saletta, e le direttive con le quali scioglieva i quesiti concedevano larga autonomia rispetto all'autorità ciel Comandante Superiore della forza navale. Ad esempio: «2. Sia per effetto di protezione eventualmente accordata a capi indigeni, e s ia soprattutto per l' andamento del compito di protezione che abbiamo assun to a Massaua e nella circostante regione, il Comandante italiano pu?1 perfettamente procedere alla occupazione, in codesta regione, di quei punti che gli sembrino doversi presidiare( ... )» ' ·
L'unico vincolo, posto chiaramente e ripetutamente, riguardava la necessita di evitare qualsiasi pericolo di controversia con l' Abissitùa. «Queste - con-
' Il 5 aprile Mancini riceverà da Felice Maissa, console a Massaua, il richiesto rappor!O sui confini tra l'insediamento italiano e l'Abissinia: Ain sul fiume Lebka, occupai.o dagli egiziani, era daritenersi il nostro punto più avanzato in direzione della terra dei Bogos (che doveva essere ceduta ali' Abissinia); Ailet, primo vill aggio ad ovest di Saati, a quattro ore da questa località, era abissina; Saati, a quattro ore di marcia da Massaua, era l'ultimo post(1 egiz.iano e «allorquando si parte da Massaua per l'interno, la scorta egiziana accompagna il viaggiatore sino a meta strada fra Saati e Ailet» (Maissa a Mancini in data l 9.3.1885 in AUSSME, Fondo Car1eggio Eri1rea, rep . L 7, racc. 57, fase. 12).
' Memoria Saletta cit., ibidem, pp. 173- 174. 1 Ibidem, pp. 175-176.
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eludeva Mancini - sono le istruzioni che si potrebbero per ora impartire al Colollllello Saletta, salvo a renderle più complete secondo che ne apparirà il bisogno» 1• Nessun ii scontro, dunque, ci.real' «alta direzione e dislocazione delle truppe a terra» imposta dal ministro Brin. In maggio Caimi rimpatriò per malattia e fu sostituito dal contrammiraglio Raffaele Noce. Subito Brin volle ancora precistu-e le attribuzioni dei due comandanti, assegnando a Noce il comando interforze, come diremmo oggi: «Una recente disposizione del prcfato Dicastero della Guerra diede una organizzazione stabile a tali distaccamenti di R. Truppe di cui il Colonnello Saletta assunse il Comando Superiore, spettandogli da ora irn1anzi l'assoluta responsabilità dei medesimi, .rnbordinawmente però a quelle disposizioni che la S. V. credesse dare in seguito a speciali istruzioni che le pervenissero dal R. Governo od anche di sua iniziativa, trattandosi di fatti importanti che potessero impegnare la sicurezza e l'indirizzo politico-militare della nostra azione nel Mar Rosso e per i quali si richiedessero immediati provvedimenti. Nel qual caso è inteso che la S. V. assumerebbe tutta la responsabilità delle disposizioni date, le quali per quanto riguarda le R. Tnippe dovrebbero sempre comunicarsi nl Comandante Superiore per iscrino» ' ·
Seguiva l'indicazione delle attribuzioni specifiche di Saletta, ricalcanti quelle riconosciute dal ministero degli Esteri, con la limitazione che <<fn ogni caso però il Comandante Superiore militare dovrì, informarla dei provvedimenti che Egli avrà stimato oppo1tuno di prendere nel senso sopraccennato e 011e11ere la sua preven1iva approvazione ogni qualvolia si 1rani di occupare mwvi pumi di litorale. Qualora si richiedesse perciò il concorso della R. Marina, la S. V. come superiore in grado deciderà sulla convenienza di adottare le propo~te misuro, nonché circa il modo ed i mezzi di darvi esecuzione (... )» ' .
«Paiono istruzioni redatte da persona non avvezza al comando cd all'azione» osservò Saletta 4 • Da taluno è stata avanzata l'accusa di rivalità di forza armata, così frequente ovunque, ma, pur avendo essa un sicuro fondamento, !'errore fondamentale stava nel non aver subito messo in chiaro a quale ministro spettasse tener le redini della vicenda. Implicitamente venne riconosciuta tale prerogativa a Mancini, però non fu sollecitata per l'aspetto operativo generale. Chi, sul posto, doveva rispondere della spedizione? Mancini se ne disinteressò. Ricotti prestò attenzione ai mille problemi da affrontare a terra, perciò nominò Saletta Comandante Superiore. Brin considerò come un tutto unico la parte navale (difesa sul mare di Massaua; coordinamento per mare dei tre insediamenti di Assab, Massaua e Beilul; eventuale occupazione di nuovi tratti di costa) e la parte terrestre (difesa interna di Massaua, rapporti con gli egiziani, comporta-
' Ibidem, p. 176. ' Ibidem, ali. 36, pp. 187- 188 (corsivo nostro).
' Ibidem , p. 188 (corsivo nostro). ' Ibidem, p. 104.
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mento con gli indigeni) e non ebbe dubbi: Caimi, anche (o soprattutto?) per ragioni di grado. Se si riflette che la parte di gran lunga più complessa e delicata della missione era quella concernente Egitto ed Abissinia, e che in proposito nessuno contestava una notevolissima autonomia in campo pratico (pur nei noti limiti) a Saletta, perde solidità la tesi del grado. Se si considera che, tutto sommato, gli sviluppi terresu·i e navali della spedizione erano, sì, in qualche modo cotmessi ma non certo interdipendenti, perde valore la tesi del «tutto unico». Il peggio si verificò quando a metà aprile Ricotti nominò Saletta «Comandante Superiore della truppe italiane in Africa», con Iiferimento a tutti gli insediamenti.costieri ma ai sol i repatti dell'esercito, e la nomina venne accompagnata dalla precisazione che ai fini disciplinari al Comandante Superiore erano concesse «le facoltà stabilite dai vigenti regolamenti per i comandanti delle divisioni» i, senza peraltro specificare se e come queste dovessero stabilire un nuovo rapporto con il contrammiraglio (di rango pari a maggior generale) alla testa della formazione navale del Mar Rosso. Una settimana più tardi Ricotti ne informò Brin, spiegando che, essendo «cessato quel periodo nel quale la flotta doveva non solo concorrere, ma avere all'eventualità la patte principale delle operazioni» 2, il Comandante Superiore delle truppe italiane in Africa doveva essere riconosciuto come la più alta autorità della costa sul Mar Rosso occupata dall'Italia, lasciando al comandante della squadra navale del Mar Rosso piena indipendenza per l'aspetto navale 3 . Brin non condivise affatto tale apprezzamento e replicò che l'autorità del Comandante Superiore delle truppe andava limitata all'interno delle zone occupate, mentre sul litorale continuava ad esercitare piena azione di comando interforze il Comandante la forza navale ,,. E, per sottolineare il concetto, il 9 giugno fece occupare l'isola Dahlak, di fronte a Massaua, e, dal 18 al 29 della stesso mese, toccare alcune località costiere fra Massaua edAnsab, con consegna della bandiera italiana ai capivillaggio a titolo di «semplice indizio di presa di possesso)) 5. Stupiscono tre particolari. Concedere le «attribuzioni» di livello superiore era un provvedimento anomrnle, anche se probabilmente sugge1ito dalle circostanze I>, ma appunto per questo meritava qualche precisazione, ad evitare equi-
'Ricotti a Saletta in data 17.4.1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 2. 'li 31 maggio 1887 Ricotti spiegò alla Camera che la guida dell'impresa era stata assegnata al contrammiraglio «perché si temevano alcuni inconvenienti dalla parte di mare» (L. Ctll!\L A. L'impresa di Massaua cit., p. 291). ' Ricotti a Brin in data 22.4.1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 23. ' Brina Ricoui in data 2.5.1885, ibidem, voi. 2 . ' Brina Ricotti in data 11.5. 1885, ibidem, voi. 2. 6 Infalti. successivamente, al Comandante Superiore in Africa furnno devolute, «per la parte disciplinare, le attribuzioni di comandante di corpo d 'annata riguardo i militari dell'esercito, ele attribuzioni di comandante di dipartimemo marittimo riguardo ai militari dell'armata [navalcJ» (CCSM, Storia militare della Colonia Ehrrea cit., 1, pp. 100 e 126).
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voci. In secondo luogo, non poteva sfuggire a Ricotti - il quale, fra l'altro, ben conosceva il carattere di Saletta - che in tal modo si creavano le condizioni per sicuri conflitti di competenza. Infine, considerata l'interpretazione, volutamente ed apertamente polemica, di Brin, è strano che Ricotti non abbia sentito l' urgenza di sollecitare un chiarimento a Uvello ministeriale e addirittura governativo. Cosicché, a prescindere dal temperamento dei due capi militari in loco, sottoposti per inciso a notevole tensione e sensibile logorio fisico per il clima, si può ben dire che gli incresciosi fatti successivi furono «provocati» dalle carenze dell' autorità politica, la quale fu più tardi costretta ugualmente ad intervenire per risolvere un sgradevolissimo dissidio che sarebbe stato possibile evitare. Vale adesso la p ena di soffermarsi un poco sulla sostanza delle istruzioni impartite da Roma. A parte quelle generiche della vigilia, riferentisi ad uno sbarco ad Assab, le direttive ufficiali per Massaua vennero recapitate a Saletta il 26 febbraio, cioè una ventina di giorni dopo l'mTivo in Africa. Saletta commentò: «Io non so se il non avenni dato quelle istruzioni prima di partire sia stato 1111 atto profondo di politica del Generale Ricotti. Molti indizi me lo farebbero supporre; tra gli altri quello di non aver voluto che andassi a far visita al ministro Mancini prima di partire, ed il non avernù dato le istruzioni di carattere nùlitare. Se così è, io sono d'avviso che il Ministro Ricotti abbia fatto la miglior cosa che si potesse in quello istante. Uno dei vantaggi che arrecò lo aver fatto cosl (certamente fra i minori) fu quello di non mettemù nella circostanza di infrangerle n1tte ( . ..)» '.
Sinceramente si esita a condividere tale opinione, non fosse altro che per principio. Certo è assurdo impartire direttive eccessivamente vincolanti «stando lontani dal teatro d'azione per uno svolgimento ipotetico dei fatti» 2, ma non lo è affatto dare direttive intese a fissare compito, responsabilità ed indirizzo per una sana iniziativa. Comunque, dati i tempi, predisposizioni e ordini per Assab erano più o meno accettabili. Per Massaua il discorso è assolutamente differente. Qui tutto abbisognava di precisi orientamenti preliminm"i aUo scopo di mettere Saletta nelle condizioni di evitare possibili passi falsi iniziali. Sicuramente molte delle direttive per Massaua si trovarono superate dalla realtà incontrata. Ad esempio, a Roma si riteneva che il governatore Chermside fosse in posto secondo gli accordi, mentre invece aveva preferito portarsi a Suakin, ma il grosso delle isttuzioni di carattere politico ed anuninistrativo conservava piena validità, e non si vede perché non potessero esser consegnate prima della partenza dall' Italia. È inoltre innegabile lo scollamento di cui fece cenno Saletta 3 tra direttive
' Memoria Saletta cit., p. 77. ' Ibidem. '«La lettura tuttavia di quelle istrnzioni - scris~e Saletl.a nella sua memoria - où fece chiarnmente vedere il poco accordo esistente fra le vedute del Ministero degli Esteri e quelle del lvHnistero della Guerra, e la nessuna indicazione dello scopo a cui la mia azione complessiva si doveva informare» (ibidem).
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politiche e direttive militari (anch'esse recapitate il 26 febbraio). Le prime sono improntate a conferire regolarità ed efficienza a Massaua, a 1ispettare scrupolosamente il trattato anglo-egiziano-abissino del 4 giugno 1884, ad evitare una qualsiasi fonte di controversia diplomatica, ad evitare conflittualità con la popolazione indigena, a lasciare inalterato il funzionamento della giustizia. 1n sostanza, sono direttive «di pace», se così si può dire. Le istmzioni militari, invece, a parte quanto riguardava la difesa di Massaua, la cui rispondenza doveva ovviamente essere controllata in posto, stabilivano qualcosa di molto più grosso di una normale organizzazione «di pace» : «( ... ) 4. L'occupazione di Massaua non potrebbe però avere per unico scopo quello di limitarsi alla difesa passiva di una tale posizione marittima contro auacchj terrestri. Sarà quindi indispensabile prepararsi ad una ulteriore azione verso l'interno. Questa preparazione dovrà consistere: a) nello studio delle opere da erigersi per assicurare lo sbocco dall ' isola di Taulud verso la terraferma; b) nella ricogruzione delle probabili linee d· operazione. 5. Per raggiungere lo scopo di assicurare lo sbocco in terrafenua appare conveniente la costru.:ione <li una testa <li ponte che dia il possesso delle colline, le quali si trovano presso la costa e formano come un semicerchio del quale Massaua sarebbe ad un dipresso il centro. Le nozioni topografiche che si hanno sul terreno ove dovrebbe costruirsi la testa di ponte sono insufficienti per poter aggiungere altro in proposito. Sarà però conseguenza compito della S.V. di studiare i pa.tiicolari di questa testa di ponte e di rappresentare in tempo utile a questo Ministero quali mezzi dovrebbero essere aggiunti a quelli già posti a sua disposizione, per costruire, annare e presidiare le opere occorrenti, sernpreché V.S. reputi opportuna la costruzione di t.ale testa di ponte. 6. Per quanto riguarda la ricognizione delle probabili linee di operazione verso l'interno, si ricorda che queste sono tre, e cioè: a) quella che in direzione sud-ovest mette ad Adua e Gon<lar nell'Abissinia; b) quella che seguendo la direzione generale verso ovest mette a Kassala e quindi a Kartum nel Sudan; c) quella che in direzione Il()rd-nord-ovest mette a Suakin sulla costa del Mar Rosso. Le ultime due linee dì operazione sopra indicate seguono da principio un tratto comune in direzione nord-ovest.
7 ..... .......... .
8. L'attenzione della S.V. è specialmente chiamata sulla linea centrale che mette a Kassala, la quale, secondo alcune infomrnzioni piì1 o meno attendibili presenterebbe tre tralli ben distinti, cioè: a) da Massaua al piedi dello sperone settentrionale del grande altopiano del Seimahit; b) dal punto o,a <letto a Cheren, ove, attraversato lo sperone sopra indicato, si raggiunge il Barau; e) da Cheren a Kassala. Secondo le informazioni racc.olte il tratto più difficile dei tre indicati sarebbe il primo( .. .). 9. ( ... ) Ella non dovrà però passare alla esecuzione delle operazioni per la costituzione di una testa di ponte in terrafenua, nè all'effettuazione delle escursioni verso l'interno, se non dopo aver riferito al riguardo a quest<> Ministero ed averne ottenuta l'autorizzazione,, 1 •
Le ricognizioni dovevano essere compiute da ufficiali secondo un raggio sempre maggiore e tendere a stabilire la potenzialità e le 1isorse logistiche locali di ogni linea d'operazioni 2•
' Ibidem, ali. 12. pp. 167-169. ' Ibidem.
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La spedizione di Massaua e le probabili direttrici di penetraz.ione verso l'interno.
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Per quanto assennate sembrino queste direttive e per quanta cautela abbia posto Ricotti nel subordinare ad esplicite autorizzazioni mi1ùsteriali, vale a dire governative, l'esecuzione dei singoli passi da compiere, è chiara l'incongruenza fra l'intenzione cli spingersi nell'interno (qualunque fosse lo scopo) ed il divieto d.i provocare contrasti con l'Abissinia, È per questo che Saletta nùse da parte il documento, riservandosi cli affrontare e 1isolvere le varie questio1ù a tappe successive con rapporti periodici. Ad ogni modo, erano in sostanza indicati tre tempi. Il primo concerneva l'organizzazione e la realiuazione della difesa di Massaua da offese provetùenti dall'interno; il secondo riguardava la costituzione di una vera e propria testa di ponte,di sufficiente ampiezza, appoggiata ai primi rilievi collinari esistenti a semicerchio ad ovest ed a sud di Massaua; il terzo consisteva nelle ricognizioni operative verso l'interno. Con le forze disponibili Saletta doveva, e poteva, provvedere semplicemente alla prima esigenza. Studi effettuati sul posto e nuove forze avrebbero reso possibile l'attuazione dell' intero programma, beninteso sotto l'attenta valutazione governativa. Per Saletta, come per qualsiasi altro comandante al posto suo, il problema difensivo non poteva ridursi ad una semplice questione di difesa passiva dell'abitato, ma richiedeva la pronta acquisizione di due forti egiziani esterni (Otumlo e Moncullo), ad otto-dieci chilometri dalla città, che garantivano con le loro sorgenti il rifornimento idrico a Massaua. E c 'era anche un aspetto del tutto imprevisto dal milùstero degli Esteri, e cioè il persistere del condominio italo-egiziano senza una previsione di scadenza, se non generica. Questo generava imbarazzo in quanto la presenza egiziana suscitava difficoltà di ogni genere nella normale amministrazione di Massaua, ed i distaccamenti egiziani nei posti avanzati, aventi il compito di proteggere il transito delle carovane da e per Massaua, non offrivano le necess,u-ie garanzie di sicurezza 1• Inoltre ben presto i capi delle tribù dei dintorni cominciarono a rivolgersi al Comando italiano, chiedendo protezione contro razzie e soprusi di bande abissine, e ad essi si aggiunsero anche i capi dei Beni Amer, provenienti da Cassala e Cheren per sfuggire ai dervisci. Inevitabilmente motivi di controUo della zona circostante inducevano a dar maggior respiro alla guarnigione, il che faceva guardare con crescente interesse ai rilievi ad ovest dell'insediamento, tanto più che le pessime condizioni ambientali richiedevano di stabilire ad altitudine più elevata i quartieri d'estate per le truppe italiane. Come è naturale, si usciva dai limiti delle facili relazioni con le tribù Habab a più stretto contatto, perciò occorreva che il ministero degli Esteri prendesse l'iniziativa di rappo1ti con l' Abissinia, la cui amicizia costituiva <<tma condizione essenziale per la nostra sicurezza agli accennati quartieri d'estate» 2.
' Saletta a Ricotti in data 6 4.1855, ibidem, ali. 21, p. 178. Ricotti a Mancini in data 10.3.1855, ibidem, ali. 19, p. 173.
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Mancini, al quale l' argomento era stato presentato con chiarezza da Ricotti, fornì risposte «incerte e confuse», per dirla con Saletta ' : «Sia per effetto di protezione eventualmen te accordata a capi indigeni, e sia soprattutto per l'andamento del compi to di protezione che abbiamo assunto a Massaua e nella circostante regione, il Comandame italiano può perfcnarnente procedere, in codesta regione, ali ' occupazione di quei punti che gli sembrino doversi presidiare. Ciò sempre sotto la riserva che si traili di punti non compresi nei domi ni dell'Abissinia in virtù del trattato anglo-abissino-egiziano del 3 giugno 1884 ( ...)» 2•
Più esattamente, Saletta poteva far quello che voleva purché le sue azioni non conducessero in alcun modo ad un urto con il negus neghesti e non richiedessero oneri militari superiori ai mezzi di cui disponeva 1 • Al problema di fondo della sicurezza e della tranquill ità di Massaua si legava quello dei rapporti con l'Abissinia, tutt'altro che semplice, giacché, non soltanto la delimitazione del confine era molto soggettiva, ma il terreno tra l'altopiano e Massaua era percorso da bande di predoni, talvolta spinti addirittura da ras Alula il potente govematore dell'Hamasen, la provincia di confine •. «In mezzo a questo intricato labirinto di interessi locali - scrisse Sa letta - la nostra occupazione aveva destato un'impressione diversa, speranze negli uni , irritazione negli altri, soddisfazione in talw1i, in tutti un senso di diffidenza e di sospetto. Conveniva a1uituuo dissipare quest'ultimo e curare cbe nessuno scacco, di qualsiasi genere, diminuisse il prestigio della nostra bandiera, specialmente nei primi tempi, per non vedere sollevati d'accordo intorno a noi tutti coloro a cui non poteva garbare la nostra intrnsione e la nostnt occupazione. Conveniva inoltre trar profitto delle gare, deg li odii, dei dissensi dei vari capi Cra loro per dominare i più in.fluenti e trarne profitto per la nostra innuenza» ' .
Valutazione dei tennini del problema e linea di condotta conseguente erano ineccepibili. Ma di realizzazione non facile. I primi obiettivi oltre lo stretto
' Ibidem, p. 84. ' Mancini a Ricotti in data 12.3.1885, ibidem, p. 175. Si noti però che l'Egitto aveva fortini presidiali dai suoi basci-buzuk sino all'altopiano etiopico, mentre il negus neghesti proclamava il suo dominio sino al mare. ' Mancini a Ricotti in data 12.3.1885, ibidem, pp. 175-176. 11 17 marzo Mancini dichiarò alla Camera che l' Italia sbarcando a Massaua intendeva occupare tutto il territorio che potesse costituire il su<1 raggio d 'azione, e si proponeva di occupare con proprie lrnppe tulti i fortini, lino ai confini dcli' Abissinia, via via lasciali dagli egiziani. In tal modo i soldati italiani avrebbero potuto dispo1Tc, nell 'interno, di sedi estive migliori di Massaua. 11 re d'Abissinia aveva mostrato le migliori disposizioni nei confronti dell'Italia e lo stesso poteva dirsi del sultano dell' Aussa. cosicché la presenza itali.ana in Africa «non solo non aveva turbato le sue relazioni con quei paesi, ma le aveva migliorate!>, (M.A.E. , L'Africa italiana al Pt,rlamento nazionale 1882-/ 905, Roma 1907, pp. 46-47). • Ras Alula era uno dei più potenti e fedeli SC&'llaci delrimperatorc abissino. Coraggioso, audace ed intransigen te, «aveva un concetto smisurato della potenza e superiorità sugli Europei da lui odiati con tutta l'anima, senza distinzioni di sotia. Non nascondeva questi suoi sentimenti neppure ai snoi amici bianchi» (E. B ELLAVITA, La battaglia di Adua cit., p. 22). ' Memoria Sa/ella ci.I., pp. 87-88.
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raggio di Massaua ftu·ono Arafali (65 km a sud cli Massaua) ed Arkiko (12 km a sud-est cli Massaua), tenute da regolari egiziani, e Saati (25 km ad ovest di Massaua), presidiata da un distaccamento cli basci-buzuk egiziani. Saati soprattutto preoccupava Saletta. fl suo sgombero s,u-ebbe stato sicuramente seguito dal1' inunediata occupazione abissina, data l'importanza della località per la sosta delle carovane, che poi gli abissini avrebbero scortato sino a Moncullo, vale a dire sino a Massaua. «La conoscenza che già si aveva in allora per parte nostra degli abissini, mi consigliava - rife1ì Saletta - a far di tutto perché gli abissini non si spingessero sino a Saati» 1• Tuttavia non era affatto propenso a spingersi nell'interno senza un'attenta ponderazione: «( . .. ) a mc premeva - scrisse - conoscer bene fino a quali limi ti era di nostra convenienza, sia sotto il punto di vista mi.litare, sia sotto quello politico ed amministrativo, lo estendere la nostra occupazione. Ed era necessario che lo decidessi io stesso, perocché era i01possibile che il Governo a 2000 nùglia di distanza lo potesse fare. A quell'epoca era totale l'ignoranza in tutti delle condizioni di quei paesi. Era di più assai essenziale che cogliessi l'occasione del ritiro delle guarnigioni egiziane per sostituirle colle nostre truppe, affine di avere sia dei motivi giustificativi di fron te agli abissini, sia una maggior facilitazione per la consegna del servizio ed eventualmente delle casenne di ricovero già costruite» 2 •
Perciò volle rendersi personalmente conto dell' opportunità di occupare, ed in quale modo, Saati, Amba (40 km a nord-ovest di Massaua) ed Ailet. Con una ce1ta audacia effettuò una ricognizione sul posto. Al rienu·o a Massaua comunicò subito a Ricotti il suo apprezzamento conclusivo:
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«l. I confini con l' Abissilùa non sono delimitati. Ciò consente a re Giovanni di rar eseguire razzie in tutto il tenitorio e poi riconoscere o smentire l'opera dei suoi subalterni. Impossibile quindi, per pane nostra, assicurare l'assoluto rispetto della frontiera abissina, come pre visto dalle istruzioni del ministero degli Esteri. 2. È necessario occupare Sabati e Amba, località queste provviste di acqua e baracche. 3. Per poter reprimere eventuali atti di brigantaggio, è necessario organiu.are un servizio di esplorazione attivo e continuo, eseguito anche con colonne mobili, che metta i comandanti in condizione di ben conoscere il terreno e le vie di comunicaz,ione. È aJtresì necessario disporre di un buon servizi di infon11azioni con l'aiuto di intc1preti» ' ·
La ricognizione di Saletta provocò il risentimento di ras Alula, che vide in essa un'intrusione nella propria terra e che nùnacciò, per ritorsione, una scorreria su Arkiko e Moncullo. Di conseguenza, il 2 1 aprile Saletta si impadronì del forte di Arkiko (Arafali, in fondo al golfo di Zula, era stata occupata il IO aprile) e poi inviò al negus Johanncs una lettera con la quale lo informava di aver sostituito le guarnigioni egiziane delle due località e di essere in procinto cli huc altrettanto a Saati e ad Amba. Specificava, nel contempo, di aver dato ordine ri-
'Ibidem, p. 101. Ibidem, p. 92. ' Saletta a Ricotti in data 18.4.1855, AUSSME, Fondo Car1eggio Eritrea, racc. 175, voi. I. 2
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goroso di «rispettare scrnpolosamente il territor.io abissino» e pregava il negus neghesti di fare altrettanto «accìò sia evitato ogni motivo di contesa» '. Il guaio è che Saletta (e forse anche Rkotti e Mancini) ignorava l'esistenza di un'implicita ammissione verbale eia parte dell 'anuniraglìo Hewett a «restituire» anche Saatì all'Abissinia; implicita e verbale è vero ma ampiamente sufficiente, dal punto di vista ciel negus Johaunes e soprattutto di ras Alula, per considerare propria Saati, sebbene ancora presidiata dagli egiziani 2• Bisogna dire che sull'argomento confini Saletta opinava doversi procedere con molta cautela, trattandosi di questione assai complessa e fonte certa di discussioni capziose e irrigidimenti pericolosi. Questo naturalmente nulla toglieva alla ni;cessità di agevolare rapporti di buon vicinato e di stabilire perciò «i punti ed i villaggi speciali sulle comunicazioni che si debbano intendere come termini dell' occupazione italiana nonché quelli che si possa o no reciprocamente occupare, evitando però i siti che non ci interessano direttamente» ·1• L'espansione territoriale dell'insediamento di Massaua, pur se giustificata da reali esigenze tattiche - e annunciata il 17 marzo da Mancini alla Camera con l'intenzione di occupare «tutto il territorio che poteva costituire il raggio d'azione dì Massaua» - era seguita a Roma con una certa indecisione derivante in non scarsa misura dalle difficoltà delle finanze italiane, che inducevano a rifiutare sacrifici per un' impresa coloniale di dubbia utilità. Si riconoscevano valide le motivazioni di Saletta per le nuove occupazioni (del resto già autorizzate), ma si temeva cli perdere qualche piccolo presidio avanzato a seguito di repentino attacco di bande; si comprendeva come le forze di Massaua fossero appena sufficienti a mantenervisi, ma sì accennava alla possibilità di ridurle, anche se «una tale eventualità, giova ben affermarlo, non entra per ora nelle idee del governo» J; sì approvava l'arruolamento di irregolari, ma si imponeva fosse limitato 5; si comprendevano «quell'alternativa e queJle contraddizioni che rendono difficili le posizioni del Comando di Massaua» 6, ma non si era in grado di indicare un vero e chiaro scopo da raggiungere; si sollecitava a dare «delle buone lezioni ai predatori ed aggressori di qualunque specie e razza», ma si ammoniva che «un insuccesso, quali sarebbero l'eccidio e la prigionia dì qualche nostro ufficiale o di qualche noslrn piccolo drappello, potrebbe bastare per trascinarci ad una guerra offensiva nel centro dell'Africa» 7• ' CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., I, pp. 68-89. ' F. CRISPI, La prima guerra d'Africa, Treves, Milano 1914, p. 3. ' Saletta a Ricotti in data 28.8.1885, Memoria Saleua cit., al l.72, p. 221. ' Ricotti a Sai.e lla iJ1 data 13.4.1885, AUSSME, fondo Volumi Eritrea , voi. 43. 'Ricotti a Saletta in data 2 1.4. 1885, Memoria Saieua c ii., ali. 27, p. 181. " Ricotti a Saletta in data 23.4.1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, col. 2. ' Ricotti a Saletta in data 15.5.1885, ibidem, voi. 43. Lo stesso g iorno Ricotti cercò di evitare l'occupazione di Saari. Se proprio necessaria, doveva essere effenuara da irregolari. Se già occupata con un reparto italiano, Saletta doveva regolarsi come meglio credeva (Ricolti a Saletta in data 15.5.1885. Memoria Saleua cit., ali . 39, p. 190). Saati fu occupata il 24 giugno con irregolari, che si affiancarono al presidio egiiian{>.
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AJJa fine Ricotti, che in fondo era uno spirito pratico, telegrafò: «Non avendosi dati sufficienti per gi udicare in proposito con piena conoscenza di causa, il Mi nistero lascia al colonnello Saletta di prendere quelle determinazioni che crederà pili opportune, pur tenendo presenti i criteri principali che gli vennero comunicati» '.
I rapporti con l'Abissinia erano assai incerti. Basti dire che, a proposito di Massaua e dei contatti iniziali, Mancini ebbe a definirli «i primi tentativi, i primi passi» 2 • Menelik, re dello Scioa, ricevette notizia dell'occupazione italiana di Massaua il 6 marzo, e conferma il 28 dello stesso mese da una lettera del commissario civile di Assab. Menelik espresse al conte Antonelli, accreditato presso di lui , viva sorpresa ed inquietudine per l'avvenimento ed il I O aprile inviò ad Umberto I una lettera personale in cui, rilevato che «sarebbe stato meglio mettersi d'accordo con l'Imperatore prima di occupare quel posto», chiedeva spiegazioni. Cinque giorni dopo giunsero corrieri da parte di Johannes IV, che, irritatissimo contro gli italiani, lo invitava a prepararsi alla guerra al suo fianco J _ Nel frattempo, il 10 marzo, era partita da Massaua la missione Ferra.ri-Nerazzini diretta ad Ambasciarà, dove all'epoca si trovava il negus Johannes. Arrivata a destinazione il 23 aprile, consegnò aJl.'imperatore, con i doni d'uso, un messaggio di Umberto I, il quale assicw·ava il rispetto del trattato Hewett e preannunciava l'invio di un'altra missione per negoziare ulteriori accordi considerati di comune vantaggio. li capitano Ferrari telegrafò il 3 maggio a Mancini, annunciando «tosto rimessa ogni men favorevole prevenzione per l'occupazione di Massaua» 4. La necessità, più che la convenienza, di stabilire legami amichevoli e duraturi con il sovrano d'Abissinia non sfuggiva ad alcuno. Anche il generale Ricci, rientrato dalla sua ispezione a Massaua, aveva toccato questo tasto in una relazione a Ricotti: «L' occupazione di Massaua ha insospettito grandemente il Re d' Abissinia ( ... ). Bisogna assolutamente dissipare questa diffidenza. se vogliamo essere solidamente stabiliti a Massaua. Nella mia mente un'alleanza con l' Abissinia, come è possibile farne una con quel paese, dovrebbe, nel momento attuale, essere l'obiettivo della nostra politica; più tardi poi si vedrà che cosa convenga di fare»'·
Di questi brevi cenni interessa sottolineare la data di arrivo a destinazione de i messaggi, per rendersi conto di come le comunicazioni ufficiali tra l'Italia e
' Ricotti a Saletta in data 15.5. 1885, AUSSME, Fondo Volumi Eri1rea, voi. 2. ' Intervento di Mancini alla Carnera i] 17 marzo I 885, C. ZAGLIO, P.S. Mancini, l'Afi-ica e il problema del Mediterraneo cit., p. 105. ' Antonelli a Robilant in data 11.5.1885, in F. CRISPI, u, prima guerra d'Africa cit.. pp. 76-79. ' Ibidem, p. 10. ' Ricci a Ricotti in data 19.4. 1885, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. Il (Relazione Ricci, doc. C).
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l'Abissinia si trovassero sempre superate dagli avvenimenti. Più aderenti alla situazione erano i rapporti, altalenanti, fra Saletta e ras Alula. Ad ogni modo, in quel periodo la rivolta degli Uollo Galla, la rivalità fra Tigré e Scioa e le mire di Menelik sull 'Harar distraevano in buona pmte l'attenzione abissina da Massaua. Durante l'estate ebbe luogo il noto violento urto fra Noce e Saletta 1• L'uno, che dava un'interpretazione estensiva alle direttive di Brin, rassegnò le dimissioni dall'incarico, dicendo di non sentirsi «di più a lungo tollerare l'indisciplina e l'insolenza di un inferiore» 1 . L'altro, che puntava sulle isuuzioni di Ricotti e di Mancini, nonché suUe attribuzioni riconosciutegli, chiese 1' esonero «riuscendo oltremodo malagevole funzionamento mio comando» a causa delle interferenzç di Noce in questioni non di sua competenza 3• Davanti ad una situazione fattasi insostenibile, i due comandanti vennero entrambi rimpatriati (novembre 1885); le navi da guerra ripresero il compito ordinario ed autonomo di pattugliamento e di repressione della tratta degli schiavi •; il nuovo Comandante Superiore, maggior generale Carlo Gené, ricevette «il comando delle forze di terra e di mare dislocate nel Mar Rosso e la suprema direzione di tutti i servizi colà costituiti, da qualsiasi anuninistrazione essi dipendano» 5; il comando della R. Marina fu affidato in Massaua al comandante della Garibaldi, il quale doveva disimpegnare le funzioni di capitano del porto alle dipendenze disciplinari e amministrative del Comandante Superiore 6; infine, punto principale, il Comando Superiore delle Regie Truppe nel Mar Rosso passò formalmente alle dipendenze del nuovo ministro degli Esteri, conte di Robilant, «per l'indirizzo da darsi alle questioni d'ordine generale» la cui soluzione potesse <<in un modo qualsiasi influire sulla condotta politica» 7 •
4. V ELLEITÀ COLONIALISTE E JNCERTEZZE POLITICH E L'aver messo piede a Massaua non aveva affatto provocato la concentrazione di ogni pensiero di conquista coloniale su quella costa del Mar Rosso. Era-
'Sul contrasto tra i Comandanti Superiori vds. AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 44, fase. I. Cfr. anche N. LABANCA, Il generale Cesare Ricotti cit., pp. 389-394. 'Noce a Brin in data 26.7.1885, AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 44, fase. I. ' Saletta a Ricotti in data 27.7. 1885, ibidem. La risposta, telegrafata congiuntamente il 28 l uglio da Ricotti e Brin, lascia qualche peip!essità. Chiesta una relazione dettagliata sui motivi di attrito, i due ministri intimarono (?) o consigliarono a Saletta: «Usi prndenza, attengasi agli ordini Ammiraglio quand'anche non conformi istrnz ioni ministeriali» (Memoria Saletta cii., ali. 55, p. 209). Probabilmente qualcosa di simile fo scritta anche a Noce. ·• GABRIELE e FRn'Z, u1 politica navale iialiana dal 1885 al 1915, cit., p. 55. La divisione navale del Mar Rosso venne ricostituita alla fine del 1895. 'CCSM, Storia rniliiare della colonia Eritrea cit., I, p. 99. ' Ibidem, ali. 6, p. 289. ' L. C111.~LA, La spedizione di Massaua cit., p. 291.
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no ancora coltivate speranze e illusioni che richiedevano studi e calcoli. L'accenno dell'ambasciatore inglese, Lumley, ad una spedizione congiunta da Suakin a Berber, di cui si è parlato in precedenza 1, aveva spinto Mancini ad affidare al rrùnistero della Guerra l'esame tecnico di tale evenienza. Ricotti si rivolse a Cosenz. Si trattava di valutare le forze occorrenti - con relativi servizi, approvvigionamenti e mezzi di trasporto - per due diversi casi: stabilire una base a Suakin e muovere da tale località sino a due e tre giornate di marcia allo scopo di elirrùnare le bande mahdiste dalla zona, oppure spingersi da Suakin e da Massaua nell'interno del Sudan sino ad occupare rispettivamente Berbere Metemma-Khartum. Naturalmente, il ministro si rendeva conto delle difficoltà di fornire dati in una questione formulata così genericamente, ma confidava di poter ricevere ugualmente indicazioni sufficienti per «preparare tutte le disposizioni esecutive nei modi che le circostanze saranno per consigliare» e «per essere, come si disse, pronti ad ogni evento» 2 • Lo Stato Maggiore escluse subito l'ipotesi di un'operazione da Suakin a Berber, visto che si sarebbe dovuta snodare per «una profondità di 400 chilometri in una regione fra le più calde del globo, priva di risorse e povera d'acqua», con una forte colonna obbligata a procedere su unico itinerario a causa dell'insicurezza generale del paese. Qualora, nonostante questi elementi negativi, alti interessi politici imponessero di raggiungere la linea Berber-Metemma, occorreva almeno rinviare l'impresa alla successiva stagione invernale. In tal caso si poteva mobilitare il corpo d'armata già previsto per la spedizione in Libia, con un iniziale invio cli una divisione rinforzata (13.000 uorrùni e 2.000 quadrupedi). Per la seconda ipotesi, di spazzare cioè la zona di Suakin dai dervisci (stimati a circa 15.000), si reputava necessario un complesso di 7-8.000 uorrùni a Suakin, con altrettanti in riserva in patria. Le esigenze logistiche dovevano far riferimento a due mesi per 15.000 uonùni e 3.000 quadrnpedi. Questo il preventivo, in sintesi. Però lo studio - a firma del generale Ricci - metteva in evidenza due gravi motivi cli riflessione. Era possibile tenere per sette mesi d'estate le truppe a Suakin, malsana e senza risorse, quando gli stessi inglesi l'abbandonavano in quella stagione, lasciandovi soltanto un piccolo presidio? Non era troppo tardo un intervento italiano «per esercitare un' influenza qualsiasi sulle operazioni che si stanno eseguendo sul Nilo»? In conclusione, «la campagna invernale 1884-85 si può dire quasi finita e non resta altro che prepararne una nuova per l'inverno 1885-1886». Questa doveva essere la logica base di una qualunque intesa con la Gran Bretagna, «elirrùnando ogni idea troppo sog-
' Citata lettera di Mancini a Nigra in data 22. l.1885 , in C. Z AC,111, P.S. Mancini, l 'Africa e il problema del Mediterraneo cit., doc. 18, pp. 163-166. ' Ricotti a Cosenz in data 6.2.1885, AUSSME, Fondo Carteggio Eri1.rea, racc. 19. Cfr. L. T ucCARI, L'impresa di Massaua cit., app. 6, pp. 191-192.
LA DECISIONE POLITICA DI. ESPANSIONE COLONIALE
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gettiva italiana e gli è che quando si contrae un' alleanza, guai se le parti contraenti non si rassegnano a considerare le operazioni oggettivamente specie dal punto di vista dell'interesse generale». Ed un'ultima ammonizione: «la questione merita ancora di essere studiata. In sei mesi i preparativi possono essere fatti e bene, ma non si creda che siano eccedenti al bisogno» 1• Cosenz condivise l'apprezzamento generale fatto da Ricci, ma aumentò il preventivo. Per l'eliminazione degli insorti considerò necessaria una divisione rinforzata (parte della quale avrebbe costituito il presidio di Suakin); per la spedizione su Khartum, invece, c'era da discutere. Un'impresa muovente da Suakin e da Massaua contemporaneamente avrebbe richiesto
•
«forle notevolmente superiori a quelle di un Corpo d'Armata, cosa questa che ci obbligherebbe a destinare alla spedizione un 'aliquota troppo grande del nostro Esercito e ci trascinerebbe a spese veramente colossali».
Invece, per un'unica penetrazione lunga la direttrice Massaua-Cheren-Cassala-Khartum (evidentemente non effettuabile prima dell'inverno) occorreva tener presente l'assoluta necessità che il corpo operante giungesse sull'obiettivo con 8-9.000 combattenti, nonché l'opportunità di un accordo con l'Abissinia per passare da Cheren, nel territorio dei Bogos. La direttrice Suakin-Berber-Kbartum era da scartare senz'altro perché troppo povera e arida 2• Prima ancora che Ricotti presentasse lo studio dello Stato Maggiore a Mancini, era peraltro intervenuto un fatto nuovo e di grande risonanza. Il 5 febbraio, proprio il giorno dello sbarco a Massaua della spedizione Saletta, un dispaccio da Londra aveva dato la notizia della caduta di Kha1tum, avvenuta il 26 gennaio con il massacro dell'intera guarnigione. L'avvenimento provocò un'immensa emozione anche in Italia, dove c.ominci,u-ono a circolm·e critiche all'inazione governativa. Il mattino dell' 8 febbraio Mancini incaricò dunque Nigra di sondare le intenzioni britanniche, lasciando comprendere che, ove l'Italia avesse ricevuto un invito per un'azione militare in comune, essa avrebbe considerato larichiesta con animo favorevole 3 • Ma la riunione del consiglio dei ministri sotto la presidenza di Umberto I, nella stessa mattinata dell'8, giunse a conclusioni più radicali: «Le Conseil - scrisse subito Mancini a Nigra - a été d'avis que ce scrait, à tous !es points de vue, du plus grand avantage pour l 'Italie si elle ét.ait appelée ì1 pre11dre pari, à coté de I' Angleterre, à la campagne du Sudan. Mes collègues allaient jusqu' à considercr comme un échec politique de la plus haute gravité
' Promemoria di Ricci a Cosenz in data 8.2.1885, trasmesso a Ricoui in data l 0.2.1885 , e da questi a Mancini con lettera in data 12.2.1885 (AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, Voi. l9. Vds. C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cit., doc., 29, pp. 175-178. 'Cosenza Mancini in data 12.2.1885, C. ZAGH J, ibidem, doc. 29, pp. 175- 178. 'Mancini a Nigra in data 8.2.1885, ibidem, doc. 19, p. 166.
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si notre partecipation à celte campagne n'avait pas lieu, età suggérer par conséqucnt qu'on fosse spontanéament, immédialement, sans réserve ni condition, l'offre de notre concoms ( .. .)».
In poche parole, Nigra doveva assolutamente mettere in chiaro con Granville che «si l'Angleterre fait appel à notre cooperation, nous somrnes prets à l'accorder sans la moindre vue intéressée» bensì, come è ovvio, per anùcizia verso l'Inghilterra e per contribuire «au triomphe d'une cause cl'humanité et de civilisation» '. Nigra fece del suo meglio, e Granville si mostrò grato per la disinteressata offerta, però «Nous croyons - spiegò - avoir la force nécessaire pour faire face à la difliculté, et nous devons déployer nous memes celte Force pour obtenir ce but. L'effet mora! désiderable serait affaibli si, dans ce moment particulier, nous faisons appel à una aide, quelque amicai quelle fùt» '·
Il giorno seguente Nigra tornò sull'argomento con Mancini, riepilogò contatti e colloqui, assicurò di non aver mai ricevuto il benché minimo indizio che potesse indurre a credere che il gabinetto inglese pensasse di invitare l'Italia ad una collaborazione nùlitare nel Sudan, ed aggiunse, da prute di Granville che «se l'Italia è disposta a fare opera di umanità, egli ci proponeva d'assumere l' impresa d'andar a liberare la guarnigione egiziana a Kassala, partendo da Massaua. La campagna per la ripresa di Khart.u m e per sconfiggere il Mahdi doveva, ad ogni modo, essere esclusivamente riservata alle truppe britanniche» ' ·
A conclusione del suo rapporto, Nigra credette opportuno formulare un apprezzamento personale. A suo avviso una spedizione da Massaua su Cassala, compreso il ritorno, era da considerarsi «un'impresa deUe più ardue e delle più arrischiate» per il clima terribile e per la totale insicurezza che Turchi.a ed Abissinia avrebbero create intorno all'operazione". Mancini non si arrese ed insistette per liberare almeno Cassala, con il risultate che Gladstone confermò il principio essere la campagna del Sudan questione puramente britannica, ed avvertì cbe, secondo il pensiero inglese, la liberazione dì Cassala, visto lo scopo umanitario «qui nous à. été suggeré», avrebbe dovuto aver «un caractère de spontaneité et de initiative de notre part [= italiana], sans aucun pacte préalable» 5• A questo punto Mancini si calmò. Ma a marzo, prendendo spunto da un'interpellanza parlamentare sui rapporti fra Italia e Gran Bretagna, tornò alla cari-
' Mancini a Nigra in data 8.2. 1855, ibidem, doc. 20, pp. 167- 168. 'Nigra a Mancini in data 9.2.1885, ore 7,55, ibidem, doc. 21, pp. 168-169. La segretezza sulla questione, richiesta proprio da Nigra, fu subito rotta a Roma, ove la notizia di accordi italo-inglesi si diffuse e rimbalzò immediatamente sui giornali di Londra con fo1te disappunto di Granville (Nigra a Mancini in data 10.2.1885, ibidem, doc. 23, p. 172). ' Nigra a Mancini in data 10.2.1885, ibidem, doc. 22, p. 171, ribadito con telegranuna in data 11.2.1885, ibidem, doc. 25, p. 173. ' Ibidem, p. 171. 5 Nigra a Mancini in data 13.2.1885, ore 7,30, ibidem, doc. 30, pp. 178-179.
LA DECISIONE POUTICA Dl ESPANSIONE COLONIALE
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ca coll Nigra, offrendo l'invio di 2.000-2.500 uomi1ù a Suakin per la liberazione cli Cassala '. L' imbarazzatissimo ambasciatore si rassegnò a ripresentarsi a Granville, il quale non ebbe esitazione nel ribadire per l'ennesima volta i motivi per i quali l'Inghilterra non intendeva, a meno di un mutare delle circostanze, chiedere l'aiuto dell'Italia 2 • In aprile poi il Parlamento britannico decise che, per il momento, la Gran Bretagna doveva rinunciare alla campagna contro i mahdisti. Vale la pena di rimarcare che, nel frattempo, il capo di Stato Maggiore aveva fatto approfondire lo studio per l'eventuale spedizione da Massaua su Cheren e Cassala. La memoria conclusiva, veramente notevole per l'accuratezza d' indagine, fu presentata da Cosenz a Ricotti a metà marzo. Essa valutava necessario l'impiego di 17.000 combattenti con 1.100 quadrnpedi per raggiungere Cassala, però sottolineava, con intenzione, che la spedizione «sarebbe stata grandemente agevolata qualora sin dalla primavera venisse occupata Keren» 3• La questione di Cheren - vista in concomitanza con il ritiro delle guarnigioni egiziane dal paese dei Bogos - poteva esser esaminata anche separatamente dall'insediamento in Cassala, tuttavia poco cambiava circa l'entità dello sforzo militare e comunque rendeva indispensabile un intervento da pmte del nùnistero degli Esteri presso la Gran Bretagna e l'Abissinia, data la palese violazione del trattato Hewett. Per l'appunto sull' argomento Saletta intrattenne Ricci. A suo giudizio, tenendo conto delle favorevoli disposizioni dei Bogos verso l'Italia e fatti salvi gli indispensabili accordi diplomatici, l'occupazione di Cheren avrebbe giovato alla sicurezza generale di Massaua e consentito una forte affluenza di carovane, senza contare la soluzione dei quartieri d'estate per le truppe. Ricci, che aveva appunto studiato l' operazione su Cassala, si espresse negativamente perché stimava troppo gravoso l'impiego dei 15.000 uominj reputati indispensabili•. Di diverso parere invece era Cosenz, il quale continuò per qualche tempo a caldeggiare l' idea di Cheren italiana, ma trovò un netto rifiuto da parte di Ricotti, il quale giudicò una spedizione isolata su Cassala «un'impresa malagevole ed imprudente)) sotto il punto di vista militare, ed anche in concomitanza con un'operazione inglese, da Suakin a Berbera e da Dongola a Khartum, le difficoltà sm·ebbero state rilevanti, oltre ad una spesa non inferiore ai quaranta milioni 5. Del resto ormai era venuta a cadere ogni mira governativa in quella direzione.
'Mancini a Nigra in data 12.3.1885, ore 18, ibidem, doc. 32, pp. 179-180. 'Nigra a Mancini in data 15.3.1885, ore 19, 10, ibidem, doc. 34, p. 180. ' Cosenz a Ricotti in data 16.3.1855, AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 57, fase. 21. Ricotti annotò a margine: «Mi pare veramente eccessivo il numero delle bocche da fuoco. In ogni modo sopra questa marcia progettata non si prenderà una determinazione senza aver prima sentito il parere del generale Ricci( ... )», poi la questione doveva essere affrontata in sede di consiglio dei ministri. 1 • Memoria Sa/ella cit., p. 80. ' Cosenza Ricotti in data 28.3.1885 e 1.4. 1885,e Ricotti a Mancini in data 7.4.1885,AUSSME, Fondo Carteggio Eriirea, racc. 57, fase. 20.
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Visto il diniego britannico per Cassala, lo sguardo di Mancini si spostò subito alla costa africana sull'Oceano Indiano, nel tratto corrispondente all'Harar, che già gli inglesi sembravano intenzionati a sgomberare 1• Nuovamente interessato, Ricotti chiese a Cosenz di raccogliere tutte le notizie disponibili su Zeila e Berbera prevedendone possibile una prossima occupazione i . Ricevuto lo studio orientativo dello Stato Maggiore, sulla base dei primi dati raccolti (un battaglione per Zeila e due battaglioni per Berbera) 3 , Ricotti rispose a Mancini: l' occupazione delle due località «con azione limitativa verso terra, sarebbe cosa da potersi attuare senza gravi pericoli con le forze cli circa due battaglioni e richiederebbe quindi una spesa limitata»; per Harar, invece, «la cosa cambiava totalmente di aspetto: altri 3-4.000 uomini più strade e ferrovia» 4 • Mancini replicò che, stando alle informazioni fomite daJ console ad Aden, Bienenfeld, un migliaio cli uonùni potevano considerarsi sufficienti 5• Peraltro a Londra si affacciavano esitazioni di carattere politico, essendo Zeila stata offerta alla Turchia 6 e si finì per concludere che se l'Italia avesse chiesto Zeila per inoltrarsi sino ad Harar, il governo britannico non si sarebbe opposto con la forza 7• Mancini esitò, volle un'intesa esplicita 8 e così anche quell'occasione propizia sfumò e con essa la speranza di un successe politico molto più rilevante di quello di Massaua. L'Inglùlterra, avvertì senza perifrasi Nigra, «si rifiuta assolutamente a qualsiasi accordo e qualsiasi impegno dopo Khartum e all'occorrenza vuole poter lavarsene le mani» 9 • Restava il ritorno al Mediterraneo. Il 26 febbraio 1885 era terminata la conferenza di Berlino, Essa gettò le basi di un accordo di po1tata internazionale intese a regolare la futura occupazione
'Manci1ù era stato informato dal conteAntonelli, all'epoca presso Menelik H, re dello Scioa, delle mire di questi sull' Harar. L' l I aprile 1885 Antonelli scrisse che, secondo Menelik, .il governo britannico aveva l'intenzione di dare il paese ad un emiro all'atto del ritiro della guarnigione egiziana. E riportù la conclusione di Menelik: «Se il governo italiano occupasse Zeila e Berbera e desse a me l' Harar, allora si che avremmo una buona via commerciale» (lvi.A.E., L'ltalia in Africa, serie storica, voi. I, tomo V, Roma 1966). La lettera peraltro arrivò a Roma il 5 luglio, dopo la caduta di Mancini. ' Ricotti a Coseni in data 21.3.1885, AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 72, fase. 2. Non per niente Ricolti affem1erà alla Camera, dopo Aclua: «( .. .) quando andammo a Massaua, sin d'allora, il Capo di Stato Maggiore fece lutti gli studi occorrenti. C'era allora la questione di Gordon ( ... ); c'era alla vista la spedizione inglese verso K.hartum, e, trovandoci in buone relazioni con gli inglesi, non era impossibile che essi ci chiedessero di aiutar loro( ... )» (Intervento alla Camera nella seduta del 22 maggio I 896). ' Coscnz a Ricott.i in data 26.3.85, AUSSME, Fondo Carreggio Eritrea, racc. 57, fase. 25. ' Ricotti a Mancini in data 7.4.1885, ibidem. ' Manci1ù a Ricolti in data 8.4.1885, ibidem. 6 Nigra a Mancini in data 20.4.1885 e 7.5.1885, CARLO CmiTI ROSSINI, Italia ed Etiopia dal trattato di Uccialli alla bauaglia di Adiw, Roma 1935, p. 14. ' Nigra a Mancini in data 21.5. 1885, ibidem. 8 Mancini a Nigra in data 22.5. 1885, ibidem. • C. G IGLIO, L'impresa di Massaua cit.., p. 151.
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dell' Africa. F ra le conclusioni finali, a parte quelle relative ai bacini dei due fiumi Congo e Niger, figuravano garanzie a favore degli indigeni, condanna della tratta degli schiavi, norme per le successive occupazioni europee «sulle coste del1' Africa» che imponevano la «notificazione» diplomatica: «La Potenza che d'ora innanzi prenderà possesso di un terrilorio sulle coste del continente africano, o che, non avendone avuto rino a quel momento, verrebbe ad acquistarne, e ugualmente la Potenza che si assumerà un protettorato, accompagnerà l'atto rispellivù coo una notifica, indirizzata alle altre Potenze firmatarie del presente allo, a fine di mellerle io grado di far valere, se vi ha luogo, i loro reclami».
E ancora: «Le Potenze firmatarie del presente allo riconoscono l'obbligo di assicurare nei territori da esse occupati sulle coste del continente africano, l'esistenza di un 'autorità sufficieote per far rispettare i diritti acquisiti, ed occorrendo, la libertà del commercio e del traosito, aUe condiz.ion.i alle quali essa verrà stipulata» '.
Se questi accordi riuscirono, tutte sommato, ad evitare crisi incontrollabili, da un lato non poterono impedire il perdurare di forti rivalità coloniali, specie tra Francia e Gran Bretagna, e dall'altro non sopirono la resistenza armata indigena. Fu essenzialmente dopo la conferenza di Berlino che si scatenò la brutale «corsa all'Africa». In quindici anni l'intero continente cadde sotto il dominio europeo. Uniche eccezioni: la Liberia e l'Etiopia. Perfino la Germania era entrata in lizza, nonostante Bismarck avesse sempre dichiarato di esser contrario alle colonie per ragioni di ordine pratico. Le motivazioni adottate per spiegare tale corsa furono diverse. «Nessuna cli esse resiste alle verifiche della storia, ma ciascuna di esse conta per i consensi di cui è suscitatrice>> 2 • Si andava dall'idealismo, cioè dalle responsabilità delle nazioni evolute a rendere partecipi del progresso i popoli «selvaggi», alle giustificazioni economiche dettate dalla necessità di offrire sbocchi alla produzione della madrepatria ed al capitale; a convinzioni politiche, secondo le quali le Grandi Potenze prive della capacità dì espandersi andavano incontro alla sicura ed irrimediabile decadenza; ad una rigida concezione di prestigio che esigeva la difesa ad oltranza dall ' onore della bandiera una volta spiegata sui nuovi territori occupati, ed impediva ad una Potenza di ritornare sui propri passi nella sua espansione imperiale, specie sotto imposizione implicita od esplicita di altra Potenza }_
'USSME, Somalia, l, Roma 1938, p. 47. 'SERGIO ROMANO, La Francia dal 1870 ai nostri g iorni, Oscar Mondadori, Milano I 981, p. 23. ' «(. ..)è om1ai un fatto costante - osservò Camperio - che non è possibile, una volta inalberata una bandiera su qualunque costa, di ammainarla, ma l'occupazione di un punto po1ta di conseguenza una contiouata espansione; è il famoso principio della macchia d'olio» (M. CAMPERIO, Da Assab a Dogali cit., p. 55).
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LE PRil'vlE GUERRE COLONIALI
L'Italia aveva un motivo in più, un motivo di forte presa sugli animi: l'idea di Roma, e cioè della missione civilizzatrice di Roma nel Mediterraneo. Petfino Mazzini «non sfuggì sempre alla tentazione dei problemi nazionali nelle loro forme più di potenza, diplomatiche e militari», arrivando a vagheggiare anche che l'Italia, «conseguiti i veri confini nazionali, s'arrotondasse con domini coloniali e, insediata a Tunisi, tornasse a dominare il Mediterraneo)) 1• Indipendentemente dalla conferenza di Berlino e nonostante la decisione presa dal governo italiano a fine dicembre 1884 di puntare sul Mar•Rosso, la questione della Libia si trascinò ancora per qualche mese, in quanto sostenuta da un nutrito schieramento politico. Ricotti ben conosceva i tentennamenti di Mancini e, nella sua risposta del 4 dicembre 1884, a buon motivo si era premurato di sottolineare I.e premesse politico-diplomatiche per l'occupazione della Libia. Quando, dunque, ricevette una nota ciel ministero degli Esteri del 30 maggio 1885, con la quale «sembra che si voglia alludere alla nostra preparazione, anche per l'eventualità che la Francia invadesse la Tripolitania», si affrettò ad obiettare che «questa grave ed importante compUcazione altera di molto la soluzione del problema». Occorreva, tenne a precisare, considenu·e due ipotesi. Se la Francia avesse occupata la Tripolitatua ed al governo italiano fosse bastato lirnitarsi ad avere la Cirenaica, l'irnpresa sarebbe rirnasta nei linuti di quella già studiata, a parte talune complicazioni per la Marina. Qualora invece l'Italia non avesse ritenuto di accontentar·si della Cirenaica, oppure si fosse trovata a dover reagire di fronte alla possibile invasione francese dell'intera Libia, allora «si sarebbe trattato di una guerra continentale e marittima con la Francia». «Evidentemente - continuò Ricotti - su questo secondo caso non è il Ministero della Guerra che possa pronunciarsi, giacché non trattasi più d i un '(lperazione limitata e parziale, ma di una mohilitazione generale e dell'impiego di tutte le nostre forze militari, terrestri e marittime. La soluzione pertant(l di questa questione entra nella competenza particolare di codesto Dicastero ed in quella del Governo preso nel suo complesso. Solo lo scrivente stima opportuno soggi ungere che, ammessa la importanza della Tripolitania come obiettivo politico e militare, è indispensabile o con una preventiva occupazione militare o con una appropriata preparazione politica, impedire che la Francia possa in una qualsiasi eventualità precederci; ed in caso contrario occorre che la preparazione politica sia tale che, verificandosi questo fatto, il quale ci costringerebbe ad una guerra così colossale, l'Italia non abbia a trovarsi isolata» '·
La risposta di Mancini non venne mai. La crescente insoddisfazione del paese, che dopo cinque mesi di presenza
'F. CHABOD, Sroria della politica estera italiana cit., p. 194. Cfr. G. M AZZINI, Politica internazionale, Roma 1871, XCII, pp. 167-168. Ad ogni modo, se, qualunque fosse la molla ispiratrice, il «colonialismo» fu accompagnato da una retorica di vaste dimensiolÙ che sorvolava su scottanti realtà, per obiettività bisogna riconoscere che l'«anticolonialismo» non resta indietro su tale prassi. 'Ricotti a Mancini i11 data 4 .6. 1885, C. ZAGHI, P.S. Mancini, l'Africa e il problema del Mediterraneo cii., doc. Il, pp. 154-155.
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in Africa vedeva l'Italia ridotta a qualche piccolo insediamento costiero malsano con l'unico risultato di una forte usura del corpo di spedizione e di spese crescenti, aveva trovato già due occasioni alla Camera per manifestarsi contro la politica coloniale del governo. Una p1ima volta, il 17 e 18 marzo 1885, Mancini si era visto rinfacciare di essers.i avventurato nel Mar Rosso senza idee chiare sullo scopo da conseguire', di aver puntato sull'appoggio inglese rivelatosi ben presto molto generico, cli aver lasciato intendere l'esistenza di una copertura della Triplice Alleanza che invece non si estendeva agli interessi africani. Una seconda volta, il 6 maggio, Mancini venne accusato da Sonnino cli avere «isterilita» la Triplice e «sciupato l'amicizia» con la Germania e l'Austria, e dall'opposizione cli SinistPa cli esser rimasto isolato nel Mediterraneo. Insomma, a conti fatti, l'Ital ia si trovava abbarbicata a qualche ,u-ido tratto costiero del Mar Rosso, in una situazione priva di sbocchi visibili, in uno stato di crescente tensione ancor più che di incerta amicizia con i capi abissini viciniori e con il negus neghesti, guardata con indifferenza dalla Gran Bretagna e senza simpatia dai due partners della Triplice. Infine, il dibattito sul bilancio di previsione del ministero degli Esteri (16-17 giugno) - dopo la caduta cli Gladstone e l'avvento di Salisbury, assai meno fa. vorevole all'Italia - si concluse con un'approvazione di strettissima maggioranza (appena quattro voti). Il significato di sfiducia era implicito e Depretis colse la palla al balzo per liberarsi del ministro rassegnando le dimissioni dell'intero gabinetto 2• Ricomporrà un nuovo governo il 29 giugno, tenendo l'interim degli Esteri. In merito alla politica africana di Mancini è stato osservato che «i militari non seppero tenere un atteggiamento sufficientemente univoco e saldo, anche su questioni di grande importanza tecnico-operativa», e che le autorità militari «si trovarono spesso in difficoltà di fronte alle cangianti politiche di Mancini, ma mai vollero assumersi l'onere ed il rischio di bloccarle», forse confidando «cli fa. re più grande la potenza italiana» 3• Alla luce di quanto precede non possiamo condividere questo giudizio per due motivi. Prima di tutto Ricotti e Cosenz non ebbero mai alcuna reticenza a manifestare dubbi e dissensi, e pedino ad indicare le prevedibili difficoltà di carattere politico e finanziario; in secondo luogo, non si può ammettere che i vertici militari (anche se in questo caso il militare Ricotti agiva da politico) intervengano
1 Non per nulla, il 19 marzo l'esploratore Antonio Cecchi scriveva che «come spedizione militare, per re.~tare a Massaua siamo troppi, per marciare ali ' interno siamo invece pochi» (FRANCESCO B oNASERA, L'altivilà di Antonio Cecchi in 1Vi-ica nel 1855 in alcune sue lettere, Atima, Ancona 1949,
p. 11). 1 L'Osservatore Romano del 19 giugno conuuentò: «La Camera era snifa di soppo11are il ministro Mancini; negli ultimi giorni le sue parole non sollevavano che esclamazioni, risa e mmori» (R.
La prima guerra d'Africa cit., p. 206). ' N. LABANCA, li generale Cesare Ricotti cii., pp. 322-323.
BATIAGUA ,
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pesantemente nella politica estera del governo condizionandola a loro insindacabile giudizio. Quando ritengono che una determinata scelta politica conduca il paese ad una guerra rovinosa, sono in pieno diritto di presentare le dimissioni, come fece nel 1849 il generale Colli di Felizzano, ministro degli Esteri, di fronte alla decisione del governo di rompere l' amlistizio (e nella più assoluta indifferenza degli altri membri del gabinetto nonché dell'intero Parlamento). Ma una simile deprecabile prospettiva di guerra disastrosa non esisteva negli anni Ottanta del secolo scorso. Analogamente, personalità militari di alto livello, quando disapprovino in toto determinate direttive operative loro impartite e quindi non si sentano onestamente in grado di porle in atto con la convinzione indispensabile, hanno a loro disposizione la più semplice richiesta di esonero dall'incarico. Lo farà dopo Dogali, nell'ottobre 1887, Saletta da generale, essendo decisamente contrario alla stabile occupazione di Saati e Ua-à; lo farà il ministro Bertolé-Viale nell'aprile 1889, rifi utando di anticipare i tempi per l'occupazione di Asmara come voluto con insistenza da Crispi; lo farà il generale Baldissera nel dicembre 1809, con la scusa di reumatismi, disapprovando l'impegno italiano nel Tigré per imporre l'autorità imperiale di Menelik come voluto dalla politica scioana del conte Antonelli; lo farà il generale Orero nell'ap1ile 1890, vedendo le proprie continue iniziative volta a volt.a criticate, approvate e discusse da Crispi; e lo farà anche il generale Gandolfi nel 1891 disapprovando la forte riduzione delle truppe in Eritrea voluta da Rudinì. D ' altronde, per le linee di fondo della politica coloniale, appare di ben maggior peso la critica mossa a suo tempo dal deputato Attilio Brunialti a Mancini, ma in realtà indirizzata alla passività pmfamentare: «Noi [parlamentari] siamo stati tenuti, ed il Paese con noi, soverchiamente al buio. Il ministro quando ha discorso non ha mai esposto con una parola semplice, chiara, esatta, il concetto suo (.... ). Questa condotta lasciò nel Paese il sospetto che quello che non si diceva non si potesse assolutamente dire, e provocti negli animi alternativamente illusioni ed accasciamenti» '.
Un ennesimo sussulto della questione balcanica, causato dalla sollevazione della Rumelia orientale e dalla sua autoannessione alla Bulgaria (18 settembre 1885), con il profilarsi di un'altra crisi europea, indusse Depretis ad offrire gli Esteri al conte di Robilant. Questi, che non sentiva alcuna particolru·e inclinazione per l'incarico, aveva già opposto un rifiuto a giugno dichiarando che fra le «principalissime ragioni» del diniego spiccava per l'appunto l'occupazione di Massaua «avvenuta senza criteri ben determinati e senza preciso obiettivo, la quale ci metteva in una posizione tale che l'Europa, che ci guardava, si chiedeva come facevamo ad uscirne» •. Adesso, però, davanti all'intervento personale
' An11.,10 BRUNlALTI, L'Italia e le colonie. Studi e proposte, p. 321 (corsivo nostro), L ABANCA, In marcia verso Adua cit., p. 7 1. Ben di peggio accadrà con Crispi al governo.
cit, da N.
'lntervento al Senato in data 8.7.1885, in L. CHIALA , la .spedizione di Massaua cit., p. 290.
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l dintorni di M.assaua.
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di Umberto I, non poté tirarsi indietro e, astraendo dai suoi «particolari sentimenti», cioè pur conservando ogni contrarietà per la spedizione nel Mar Rosso, accettò il dicastero nonché la responsabilità dei «fatti compiuti» 1• Robilant volle subito fissare alcuni punti fem1i in merito alla situazione di Massaua. Prima di tutto provocò un R.D.L. (5 novembre 1885) con il quale il Comandante Superiore in Africa veniva posto alle dipendenze del ministero degli Esteri; in secondo luogo, prescrisse al generale Gené di assumere un atteggiamento molto cauto con gli Habab, per non compromettersi con ras Alula, ad essi ostilissimo; in terzo luogo si propose di «semplificare la nostra posizione in Africa, eliminando la bandiera e l'amministrazione egiziane e limitando, per quanto è possibile, l'estensione della nostra occupazione militare» i . In sostanza: conservare le località già occupate, ma non occuparne altre 3 • Un esame particolare venne 1iservato a Saati. L'atteggiamento di sfida di ras Alula, tornato a noi ostile in ottobre, non poteva essere ignorato. Saletta sosteneva la necessità di non abbandonare Saati, pur riconoscendolo «isolato, privo di ogni risorsa all'infuori dell'acqua», sia per non dare l'impressione di sottostare all'ultimatum dì ras Alula, sia per la sicurezza delle carovane. Robilant trovò valide le motivazioni di Saletta e ne informò Ricotti, il quale riassunse il proprio pensiero in una lettera che merita di essere riportata in parte. Cominciò col dichiararsi «anch'io del parere che Saati non debba essere sgombrato» per i motivi addotti da Saletta. Poi dichiarò che sotto il profilo militare «il tenere quel punto, quasi .isolato, costituisce per noi causa di debolezza», però ribadì di associarsi pienamente alla convenienza di conservare. Quindi passò al come tenere Saati. Se con truppe irregolari (come in atto), era «certo» che quel presidio sarebbe stato esposto ad un qualsiasi colpo di mano di ras Alula. Se con truppe regolari; «in tal caso sarebbe assolutamente indispensabile costruirvi almeno una casenna difensiva, in modo che verificandosi un attacco improvviso, quel distaccamento possa sostenervisi alcuni giorni in attesa che da Moncullo, ed occorrendo da Mass,ma, si possa con sufficiente nerbo di truppe accorrere a disimpegnarlo. Orn, questo secondo modo di occupare Saati implica anzitutto ed evidentemente una nuova causa di dissidi con ras Alula per la costruzione del forte o caserma difensiva, dissidii che, per ora almeno e finché possibile, è bene evitare. Oltre a ciò per essere in grado di sostenere efficacemente e senza ritardo il distaccamento di Saati in caso di attacco, sarebbe mestieri aumentare il presidio di Massaua, imperciocché la vicinanza di detto punto al campo abissino permei-
'Ibidem, pp. 290-291. ' Ibidem, p. 293. ., Non per nulla aveva eliminato ogni fantasia suH'Harar: «( ... ) Ripeto ad ogni buon fine l'avvertenza che nessun indizio accenna essere l'Inghilterra disposta a vedere con occhio favorevole l'insediamento di un presidio italiano a Zeila, condizione evidentemente indispensabile per una eventuale impresa sopra l'Harar » (Di Robilanl a Ricotti in data 24.9.1885, AUSSME, Carteggio Eritrea, racc. 57, fase. 25).
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te a quel capo d'impiegare bande cmch.e considerevoli, donde la necessità di poterlo contrallaccarc con [orze superiori, tanto più che si tratterebbe di operare contro dj lui in apc11a campagna(... )» ' .
In definitiva, si pronunciava a favore di un presidio di irregolari, giacché, in caso di eventi sfortunati, «non saremmo costretti ad operare di urgenza>} 2 • Idee chiarissime, però le forze a disposizione di Gené non soltanto non verranno aumentate, ma nemmeno riportate a livello dopo i rimpatri per malattia e per congedamenti. Robilant condivise il ragionamento di Ricotti ed a Gené venne ordinato di «provvedere alla sua [di Saati] occupazione soltanto con irregolari (basci-buzuk) al nostro soldo, ed in quel numero che crederà conveniente» :•_ Il che fu fatto. Su questo assetto ebbe inizio il periodo di raccoglimento coloniale che Robilant vo• leva per dedicarsi interamente ai piì:1 urgenti problemi europei o, per meglio dire, europei-mediterranei. Al riguardo, il nuovo capo della diplomazia italiana poté trarre subito vantaggio da due fattori favorevoli•. La sua persona era stata grandemente apprezzata e stimata nei tre lunghi lust1i trascorsi all'ambasciata di Vienna; era considerato abile diplomatico ed insieme uomo integro ed affidabile, con il quale si riconosceva possibile stabilire intese su solide basi, sia pure dopo dure trattative: secondo Kalnoky, era un ambasciatore di relazioni leali e sicure ma non comodo 5• TI secondo fattore derivava dalla situazione internazionale. Il rinnovarsi della rivalità franco-tedesca, il riavvicinamento anglo-tedesco, l'inasprimento dei rapporti austro-russi, tutto ciò valorizzava il peso dell'Italia agli occhi della Francia e degli Imperi Centrali. Robilant si mosse con sicurezza. Espresse aperto favore per un miglioramento delle relazioni con la Francia ed affrontò la questione del rinnovo della Triplice con estrema dignità e franchezza. A Kalnoky disse tranquillamente che alla scadenza del trattato (1887) si sarebbe presentata la scelta fra tre soluzioni: rinnovarlo così com'era, rinnovarlo su altre basi rendendolo più vantaggioso per l'Italia, lasciarlo cadere. Egli avrebbe preferito la seconda alternativa, tuttavia, qualora fosse apparsa impossibile, sarebbe stato costretto dall' opinione pubblica italiana a rinunciare all'alleanza 6. A Bismarck fece sapere, tramite l'amba'Siamo nel novembre 1885. n 25 gennaio 1887, dopo un peggioramento della situazione locale, Saali, rinforzata da poco con due compagnie di fanteria italiane, sarà auaccata da alcune migliaia di abissini e li respingerà brillantemente, con appena cinque morti. Alla urgente ricb.iesta di rifornimenti, Gené ordinerà al comandante del presidio di Moncullo, tenente colonnello Dc Cristoforis, di scortare a Saati una colonna di viveri e munizioni con tre compagnie. TI 26 l'intera colonna di soccorso sarà distrntta «in aperta campagna». 2 Ricol.ti a di Robilant in data 12.11.1885, in L. Cl·IIALA, l a spedizione di Massaua cit., pp. 294-295. ' Ricotti a Gené in data 21.11.1885, ibidem, p. 295. 'Sulla politica di Robilant ed il rinnovo della Triplice cfr. R. PETRIGNANI, Neutralità e alleanza cit., cap. XII, pp. 381 -334. ' F. CHABOD, Storia della politica estera italiana cii., p. 267. • Di Robilant a Depretis in data 8.10.1885, in R. PETR IGNANI, Neutralità e alleanza cit., p. 196.
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sciatore de Launay, che, nel quadro di un'alleanza «più intima e più pratica», la Germania avrebbe dov uto mostrarsi disposta ad appoggiare l'Italia per la «salvaguardia di quella che resta dell'equilibrio nel Mediterraneo» 1• Non basta. Una volta chiarita senza possibilità di equivoco la posizione italiana ai due interlocutori della Triplice, Robilant fu esplicito con gli ambasciatori: «Stava om1ai a Berlino e a Vienna di prendere la parola al momento opportuno» 2 • E su questo atteggiamento rimase irremovibile. Benché sino a metà 1886 nulla si muovesse, Robilant persistette nella determinazione : «evitare tutto ciò che potrebbe avere l' apparenza anche solo d' una iniziati va al riguardo» 3• La carta su cui puntava era Bismarck, il quale aveva mutato radicalmente atteggiamento, anche e soprattutto per la stima e la fiducia ispirategli da Robilant. Adesso pensava di poter fare affidamento sull'Italia e ne valutava il nuovo peso sulla scacchiera europea, stanti il peggioramento delle relazioni fra Austria e Russia, nonché la manifestata inclinazione della Francia ad un accordo franco-italiano . «Tutto ci spinge a farle, poiché il Mediterraneo deve appartenere alla Francia ed all' Italia; c'è posto per entrambi i paesi cd ogni altro stato di cose non può che essere artificiale», questo si affermava a Parigi •. Prop rio l'atteggiamento francese fu utile a muovere Bismarck, giacché Robilant nell'ottobre 1886 non esitò a ventilare all'ambasciatore tedesco, Robert von Keudell, la probabilità di un accordo con la Francia nel caso in cui la Triplice Alleanza non fosse stata rinnovata e su nuove basi 5 • Bismarck non intendeva assolutamente trovarsi in contrasto con la Russia, specie quando si profilava una possibile intesa franco-rnssa, e si dichiarò disposto a prendere l'iniziativa per il rinnovo della Triplice. Robilant gradì l'offerta ma fu pronto ad obiettare che il nuovo trattato doveva tener presenti gli interessi italiani nel Mediterra neo. Per l'esattezza, doveva comprendere due garanzie : una per lo status quo in Tripolitania; l'altra per la tutela degli interessi italiani nel caso di una spartizione dei Balcani tra l'Austria (che mirava a Salonicco) e la Russia (che voleva Costantinopoli). Il che significava, tra l' altro, l' obbligo di una consultazione preventiva e la non accettazione del fatto compiuto 6 • Dopo un paio di colloqui con il riluttante Kalnoky, Bismarck chiese all'Italia un progetto del nuovo trattato come base d i discussione, assicurando che per la questione sulla Tripolitania la Ge1111auia era disposta ad appoggiare J'Italia anche da sola ' . Il 23 novembre Robilant trasmise a Berlino il documento che, pur
' Di Robi lant a de Launay in data 10. I0. 1885, ibidem. ' Di Robilant a de Launay in data 30.10.1885, ibidem, p. 397. ' Di Robilant a de Launay e a Nigra, nuovo ambasciatore a Vienna, in data 26.7.1885, ibidem, p. 400. ' Ressman, incaricato d'affari a Parigi, a Robilant in data 9.10. 1886, ibidem, p. 402. ' CARLO MORANDI, La poli1ica estera dell'Italia dli Porla Pia llll'elà giolit1il11w, Le Monnier. Firenze 1968, p. 198. • Di Robilanl a de Launay in data 7.10. 1886, R. PETRIGNANI, Neutralità e alleanza cit., p. 401. ' De Launay a di Robil ant in data 15. 11.1886, ibidem, p. 404.
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conservando il carattere del precedente, introduceva alcune modifiche a vantaggio italiano. Anzitutto l'impegno ad impedire variazioni allo statu quo in Oriente, sulle coste e isole dell'Impero turco nell'Adriatico e nell'Egeo. Qualora, peraltro, Austria e Italia si trovassero costrette dalle circostanze a modificare la situazione esistente e ad occupare a titolo provvisorio e permanente qualche regione o località, ciò sarebbe avvenuto solo previa un'intesa fra le due Potenze, fondata sul principio di un ragionevole compenso tenitoriale. In secondo luogo, l'Italia avrebbe ricevuto l'appoggio militare dei due alleati se la Francia avesse tentato di entrare in Marocco o in Tripolitania 1• Però, mentre Bismarck era disposto ad accettare il rinnovo del trattato su queste basi, Kalnoky esitava ad affrontare il rischio di una guerra contro la Francia ed a cbncedere all'Italia compensi territoriali. Finalmente, sotto la pressione di Berlino, preoccupata per il palese orientamento dello zar verso Parigi, avanzò una controproposta: status quo in tutta la Balcania, quindi anche in Bulgaria; nessun compenso all'Italia ove si fosse reso necessario qualche cambiamento; adesione italiana ad una guerra conu·o la Russia ove questa avesse attaccato l' Ausilia 2 • A prescindere dal netto 1ifiuto di Bismarck di mantenere inalterata la sit11azione dell'intera Balcania, posto che a suo giudizio la regione doveva esser divisa in zone di influenza tra Austria e Russia, il nuovo impegno richiesto all ' Italia era troppo gravoso. Quindi Robilant chiarì nettamente: o veniva accolta la proposta italiana originaria, oppure l'Italia avrebbe accettata l'ipotesi di guerra contro la Russia ma con l'intesa di «stipuhu·e a.I momento opportuno, prima di entrare in campagna, un accordo ulteriore destinato a regolare, sulla base di una compensazione equa, le combinazioni territoriali che pou·ebbero eventualmente risultare dalla guerra intrapresa in comune» 3• Mentre la crisi della Bulgaria cresceva di tono al punto di far ritenere imminente un intervento armato russo, e mentre l'atllito fra la Francia (stimolata dal nuovo ministro della Guerra, Boulanger) e la Germania (che aveva deciso una parziale mobilitazione delle riserve) si faceva sempre più aperto, l'Austria si manteneva ferma nel rifiuto di compensi all'Italia in caso di vm·iazioni dello statu quo balcanico, temendo che riguardassero 1ì-ento e Trieste, nonché nella scarsissima propensione ad impegnarsi per Tripoli contro la Francia. Nel frattempo la situazione a Massaua stava subendo rapidamente uno svolta non priva di elementi preoccupanti. Il 24 gennaio 1887, alla Camera, Robilant venne interrogato sull' attendibilità di una notizia proveniente dal Cairo, secondo la quale ras Alula si trovava in marcia su Massaua. Lesse allora un telegramma spedito il 15 gennaio da Gené a Ricotti e spiegò che, a dispetto della secca
' Di Robilant a de Launay in data 23.11.1886, ibidem. ·, De Launay a di Robilant in data 30.12.1886, ibidem, p. 406. ' Di Robilant a de Launay in data 1.1.1887, ibidem, p. 433.
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intimazione di ras Alula di sgomberare Ua-à e Zula, appena occupate, non esisteva motivo di allarme ' perché le forze di Massaua erano «più che sufficienti per respingere qualsiasi attacco che ci possa pervenire da quelle colonne abissine» 2. Poi concluse: «non mi pare che nel momento attuale convenga, e non conviene certamente, attaccare tanta impottanza a quattro predoni, che possiamo avere tra i piedi in Africa», suscitando «vive approvazioni» >. Molto giustamente Battaglia ha sottolineato con cura l'espressione «nel momento attuale», un momento di estrema tensione europea, che Robilant ben valutava in tutta la sua importanza 4 e che richiedeva un atteggiamento italiano «forte». Non per nulla, due giorni dopo, in risposta ad un'interpellanza di Rudirù, il ministro tenne a ribadire che non intendeva e che non aveva mai inteso porre in atto una politica di espansione in Africa, ma che iiconfermava la frase detta a suo tempo: «bandiera alzata più non si abbassa». E disse ancora: «(. .. )la nosu·a bandiera è tanto ben di fesa io Africa che non torna proprio il conto di discuterne. li generale Gené, che ivi comanda le nostre truppe, ha tutta la fiducia del governo e del paese. Noi dobbiamo mostrare non solo all'Italia, ma anche all'Europa tutta che noi siamo veramente tranqui lli su quello che succede a Massaua, e certo qualunque piega possano prendere gli avvenimenti, questi non saranno di natura tale da dovercene menomamente preoccupare» ' . O
TJ l febbraio Depretis interruppe la discussione in corso alla Camera sul bilancio dei Lavori Pubblici per leggere con voce accorata il telegranuna di Gené con la notizia del massacro di Dogali (spedito il 29 gennaio, tre gionù dopo il combattimento!) e dell'immediato ritiro dei presidi di Saatì, Ua-à eArafali. Il dibattito, appassionato e veemente, sull'accaduto si svolse nei giorni 3-4 febbraio, mentre in tutta Italia - assolutamente impreparata al benché minimo evento sfortunato - si sollevava un'ondata di protesta, Intuibili motivi psicologici e passionali contribuirono a conferire al luttuoso episodio «il carattere di un avvenimento militm·e e politico» 6 • Se l'intero governo era in stato d'accusa, Robìlant evidentemente sì trovava in prima fila. Fu dignitoso e fermo:
'Il 15 gennaio Gené aveva telegrafato a Robilanl comunicando la minaccia di ras Alula e specificando: «Ho rinforzato Sahati e Ua-à con regolari e cannoni. Nessun timore. È però necessario l' invio di un battaglione, di una sezione da montagna completa con personale e muli e di una compagnia del genio». Ed il 22 (ma il telegramma fu ritrasmesso da Aden il 25) comunicò: «Continua la tensione con ras Alula. Ho ricevuto una lellera scritta in termini grossolani, ma senia intimidazione. Ras Alula ed i suoi soldati sono esitanti ad assalirci, poiché il Negus non approva la rottura con no.i ( .. . )» (AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 41. Cfr. Libro Verde Massaua presentato al Parlamento il 24 aprile 1888). ' Intervento alla Camera nella seduta del 24 gennaio 1887, in L. CHIALA, La spedizione di Massaua cit., p. 337. ; Ibidem, p. 338. 'R. BAlTAGLIA, La prima guerra d'Africa cit., p. 227. ' Intervento aUa Camera nella seduta del 26.1.1887, in L. CH IAI.A , LA spedizione di Massaua cit., pp. 343-344. • Ibidem, p. 345.
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«Ad alcune mie parole di pochi giorni fa non hanno risposto gli avvenimenti; e quindi non ho difficoltà alcuna di riconoscere cbe quelle parole furono infelici. Non mendicherò scuse al riguardo. Dirò solo che, quando pronunciai quelle parole , non ritenevo impossibili i falli che si produssero, ma ii.tenevo, come ritengo tutiora, che mai nelle presenti circostanze d' Europa, l'Itafo dovesse mostrare che, qualunque potesse essere la nostra si tuazione a Massaua, la nostra azione colà non poteva e non doveva essere considerata che come un episodio di secondaria importanza; tale da non inceppare menomamente la nostra azione in Europa» ' .
E, tenendo ben presente quanto era ancora in ballo, sostenne che la Camera avrebbe dovuto dare la fiducia al governo con larga maggioranza, sì da salvare il prestigio internazionale dell'Italia, perché «dalla fonna del verdetto che il Parlamento avrebbe pronunciato dipendeva in massima parte se l'Italia sarebbe stata uni grande Potenza» 2• Il risultato della votazione concesse una fiducia con appena quattordici voti. di maggioranza e Robilant, per coerenza ed orgoglio, rassegnò le dimissioni, provocando quelle dell'intero governo (8 febbraio). Ma, pur dimissionario, volle e seppe completare l'opera che gli stava tanto a cuore e che doveva lasciare l'Italia «in una botte di feno», come si espresse appena lasciato l'incarico. L'aiuto determinante in campo internazionale vem1e da Berlino. Bismarck, che già dubitava di non riuscire a rinnovare la Lega dei tre imperatori, continuava ad insistere con Kalnoky, rappresentando i pericoli connessi con il fallimento delle trattative per la nuova Triplice. Deciso com'era a stipulare, all'occorrenza, un'alleanza separata con l'Italia, avvertì che in siffatta deprecabile ipotesi la Russia sarebbe stata indotta a ritenere l' Aust:Jia-Ungheria non più coperta alle spalle e quindi avrebbe potuto compiere nei Balcani qualche passo dalle conseguenze incontrollabili. Dopo ulteriori discussioni, finalmente K<llnoky si piegò ed il 20 febbraio fu possibile finnare a Berlino tre trattati. Il primo, comune alle tre Potenze, si limitava a confermare ed a rinnovare il documento del 1882 per un altro quinquennio. li secondo, tra Germania e Italia, lasciava reciproca libettà d 'azione in merito alla questione egiziana; stabiliva il casus f oederis su ii chiesta dell' Italia ed a carico dei due contraenti, ove la Francia avesse tentato di estendere la propria occupazione e sovranità o protettorato in Marocco o in Libia; assicurava l'appoggio tedesco alle garanzie territoriali (Nizza e Corsica) cercate daU'Ttalia nei riguardi della Francia in caso di guerra in comune contro quest'ultima. Il terzo, fra Austria e Italia, si proponeva il mantenimento dello status quo in Oriente, ma, nel caso si fosse resa inevitabile un'alterazione, impegnava le due parti a non procedere ad occupazioni di sorta se non previo un accordo che garantisse un compenso tale da soddisfare i rispettivi interessi 3. In tal modo l'Italia otteneva daJJ' Austria-Ungheria il ,iconoscimento della
'Intervento alla Camera nella seduta del 4.2.1887, ibidem, pp. 338-339. ' R. BATrAGLIA, La prima guerra d'Africa cit., p. 249. ' E. ANCH JER!, Amologia politico-diplomatica cit.. pp. 232- 235.
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parità di diritti e dalla Germania la promessa di aiuto militare a favore di una reazione italiana contro una espansione francese nel Nordafrica. n tutto senza maggior aggravio rispetto al trattato del 1882. Ma c'era dell'altro. In questo periodo, e con il favorevole, ed interessato, parere di Bismarck, Robilant riuscì a condurre in porto un accordo necessario ad integrare il rinnovo della Triplice: un'intesa con la Gran Bretagna. 11 I 2 febbraio a Londra si ebbe un conclusivo scambio di note tra Salisbury e Corti, nuovo ambasciatore italiano. La nota italiana prevedeva la conservazione dello status quo nel Mediterraneo, nell'Adriatico, nell'Egeo e nel Mar Nero, evitando qualsiasi evento che potesse alterare la situazione in atto con detrimento delle due Potenze; qualora tale mantenimento si fosse palesato impossibile, le due Potenze si sarebbero accordate preliminam1ente; l'Italia era pronta acl appoggiare l'lnghilterra in Egitto e l' Inghilterra ad aiutare l'Italia nel caso di invasione ciel litorale nordafricano, e specie della Tripolitania, da parte di altre Potenze; infine, Italia ed Inghilterra si promettevano mutuo appoggio in linea di massima per ogni contesa che potesse sorgere nel Mediterraneo fra una di esse ed una terza Potenza. La nota britannica, invero, era assai più misurata. Esprimeva il desiderio di cooperare con l'Italia, ma precisava che «il carattere di tale cooperazione dovrà essere deciso quando se ne presentino le occasioni, in relazione con le circostanze del caso»; riconosceva il desiderio del mantenimento dello statu quo sui mari citati ed affem1ava che comunque «entrambe le Potenze desiderano che non vi sia estensione di dominio da parte di un'altra grande Potenza su alcuna parte di tali coste». Si trattava di un semplice impegno di gabinetto, non ratificato dal Parlamento e valido sola per i punti accettati da entrambe le parti. In sostanza, era valida la nota di Salisbury 1• Ciò nondimeno era un risultato impo11antissimo, tanto da convincere l' Austria-Ungheria ad aderire all'intesa mediterranea italo-britannica (24 marzo) e da provocare poco dopo un'analoga intesa italo-spagnola (4 maggio), basata sull'impegno d'ambo le parti di impedire cambiamenti nel Nordafrica con esplicito riferimento ad iniziative francesi. Il 21 maggio 1887 l'Austria e la Germania accedevano a loro volta a questo accordo. A buona ragione si può dunque convenire che «il sistema Robilant è uno dei più intelligenti e perfetti dell'imperialismo» 2, e che la conclusione sia stata conseguita da Robilant già dimissionario sta a dimostrare quanto l'uomo fosse apprezzato dai governi europei. Si è soliti chiudere con il combattimento di Dogali la «impresa di Massaua» e sostanzialmente è giusto, visto che l'episodio provocò un brusco ripensamento nelle cose d 'Africa e portò al governo all.ri protagonisti in un quadro di asso-
'ENRICO SERRA, L'Italia e le grandi alleanze nel rempo dell'imperialismo, Franco Angeli. Mi-
lano 1990. pp. 60-62. 1 Ibidem, p. 66.
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Iuta incertezza e con diffuse recriminazioni per aver a suo tempo occupato Massaua 1• È indubbio l'intento di evitare motivi di discordia con il negus neghesti, così come è doveroso riconoscere la difficoltà di conservare rapporti durevolmente amichevoli con gli abissini, in primo luogo con ras Alula, e nel contempo con le tribù arabe loro nemiche, dislocate nell'area di Massaua. Ciò premesso, sicuramente mancò in Robilant, la cui attenzione somma si concentrava sugli avvenimenti europei e sul rinnovo della Triplice Alleanza, l'accortezza di coltivare le poche buone intenzioni del negus Johannes verso l'Italia e di conservare i contatti per eliminare i motivi di diffidenza e di risentimento 2. Il richiamo in patria della missione Pozzolini all'inizio del marzo 1886, preannunciata da Umbe1to I ed attesa •da Johannes IV, ebbe luogo dopo qualche settimana di attesa a Massaua, nutrendosi fondati timori che finisse per essere catturata (come accadrà a fine anno alla spedizione Salimbeni ad opera di ras Alula) e sollevasse perciò il problema di come liberarla e di come vendicare l'offesa recata all'Italia. Tuttavia, per quanto la cosa venisse spiegata al negus (accorso nel sud dell'Abissinia a reprimere una rivolta) come un differimento della missione, data la prevedibile non breve sua assenza da Adua, sua sede ordinaria, inevitabilmente venne dall'imperatore vista come affronto personale e contribuì a lasciare a ras Alula una libertà d' azione che in altre circostanze il negus gli avrebbe negato 3 . L'occupazione di Saati nel giugno 1885, il successivo invio a Saati nel gennaio 1887 di un paio di compagnie italiane in rinforzo al presidio di irregolari, nonché la costruzione di piccole casermette in muratura e di embrionali opere di difesa, sono state considerate generalmente come il casus belli che condusse a Dogali . Non ne siamo molto convinti, visto che ras Alula, dopo l'impennata iniziale dell'agosto 1865, tornò .in buoni rapporti con Saletta. Ben più aspra fu la protesta del successivo ottobre 1886 per la protezione data dall'Italia agli Habab; ben più determinata l'intimazione del 10 gennaio 1887 cli sgomberare gli appena occupati fortini di Ua-à e di Zula, che impedivano le razzie abissine contro gli Habab. A conti fatti, pensiamo avesse ragione Saletta: il malcontento degli abissini «esisteva pel fatto stesso della nostra occupazione; tutte le altre ragioni erano pretesti che cercavano al momento per non dire la ragione principale del loro malcontento» 4 • ' «L'effetto che produsse in Italia la strage di Dogali - scrisse Corsi - con quel nimbo di esagerazione che le si fece d' attorno, fu . .. quello che fu: inunenso oltre ogni dire( . .. ). Generale il rimprovero al Governo di quella inutile e rovinosa impresa ( ... ). TI Governo ammutolì, p:uve quasi morto, schiacciato da quel piccolo fatto tanto rumoroso; ma lasciò cadere i Ministri degli Esteri e della Guerra, generali Di Robilante Ricotti, e si .rialzò con Crispi e Bertolé Viale( . ..)» (C. CORSI, Italia (1870-1895) cit., pp. 358-359). 'L. Cl·IIALA, La spedizione di Massaua cit., n. 346. ' Dichiarazioni di Robilant alla Camera nella seduta del 15 marzo 1886, e Libro Verde Massaua cit., doc. 60, Sulla missione Pouolini e sul suo richiamo cfr. R. BATIAGLIA, La prima guerra d'Africa cit., pp. 221-225. 'Memoria Saletta in USSME, T Saleua a Massaua cit., p. 130.
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L'altro grande errore da parte italiana fu la sottovalutazione politica e militare del pericolo abissino. Innegabile l'ingiustificata convinzione generale che il negus neghesti non fosse in grado di costituire una concreta minaccia per l'insediamento di Massaua. Innegabile l'altrettanto errata convinzione della superiorità qualitativa delle truppe europee sulla bande indigene, qualunque fossero la loro entità ed il loro armamento. Si trattava di opinioni larghissirnamente diffuse e non soltanto in Italia. Molto obiettivamente è stato rilevato che Robilant, quando affennava la certezza che le forze italiane di Massaua fossero più che sufficienti a respingere qualsiasi attacco, «esprimeva l'opinione del comando superiore delle truppe a Massaua e cli tutta quanta, si può dire, la stampa italiana» 1• D ' altronde, minacce a parte, bisogna ammettere che mai gli abissini ventilarono il proposito di un'azione di forza contro Massaua. L'accusa cli sottovalutazione è ricorrente nei commenti suU' avventura italiana nel Mar Rosso. Talvolta non a proposito. Ad esempio, per il combattimento di Dogali è eia vedere se e fino a qual punto abbia davvero influito la sottovalutazione. Alla urgente richiesta di rifornimenti inoltrata dal presidio di Saati (700 uomini, di cui 300 irregolari) il 25 gennaio 1887, appena dopo il vittorioso scontro con 5-6.000 abissini di ras Alula, il generale Gené non poté che ordinare al presidio più vicino, cioè Moncullo, di scortare una colonna di viveri e munizioni a Saati. Quanto al combattimento, due sono state le cause reputate determinanti per l'infelice esito della lotta: .il ritardo causato dalla discussione per il noleggio dei cammelli a Moncullo, che avrebbe impedito alla colonna De Cristoforis di giungere, come ordinato, entro l'alba a Saati, evitando in tal modo ogni insidia del nemico 2; la «sottovalutazione», appunto, dell'avversario, che indusse De Cristofo1is, avvisato tempestivamente della presenza di una forte massa abissina, ad accettare lo scontro invece di ritirarsi. Sul primo punto è da tener presente che l'ordine fu inviato da Massaua di notte 3 e comunque non poteva ingiungere di partire immediatamenie. De Cristoforis doveva, infatti, attendere l'arrivo a Moncullo dei rifornimenti inviati da Massaua, come emerge dal diario del Comando Superiore alla data del 26 gennaio: «Alle due circa paite [da Massaua] per Monkullo una colonna munizioni composta come segue e scortata da 1/2 compagnia del 4° bersaglieri: - 16.000 caitucce Wetterli, - 16.500 cartucce Remington; - 200 colpi per sezione da montagna. Alle 5 1/2 detta colonna prosegue su Saati colla colonna viveri e colle seguenti trnppe ( ... ).Le truppe ed il convoglio sono agli ordini del Comandante del 3° Battaglione, Colonnello cav. De Cri-
1
L. CH JALA, la spedizione di Massaua cit., p. 339. ' R. BAITAGUA, la prima guerra d'Africa cit., p. 231, poi ripreso da molti altri. ' La richiesta di viveri e munizion i, te legrafata nel pomeriggio dal comandante di Saati, giunse a Massaua verso le ore 17 del 25 gennaio e Gené «nella notte stessa mandò ordine al ten. col. De Cristoforis di scortare la colonna di rifornimenti e di po1iarsi subito in aiuto elci presidio di Saaii» (CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., I, p. lll).
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sioforis, il quale ha ordine, giunto col convogl io a Saati, di lasciarvi quei rinfoni che giudicherà del casa e ritornare a MonkulJo col resto ( ... )» '.
Tenuto conto della distanza, del passo dei cammelli e del buio profondo, il convoglio munizioni (comandato dal capitano M ichelini) non poté arrivare a Moncullo che poco prima delle 5, quindi l'accusa a De Cristoforis perde ogni significato 2• Questo a prescindere dall'opinabile convinzione c he di notte ras Alula non si sarebbe accorto del sopraggiungere dei rinforzi oppure che, in ogni caso, non li avrebbe attaccati 3• Resterebbe la decisione di De Cristoforis d i accettare il combattimento. Sono molto probabil i la scarsa stima degli abissini come combattenti e l'eccessiva fiducia nelle mitragliere ", tuttavia ci sembra che la risoluzione debba vedersi essenzialmente legata all'ordine di soccorrere Saati, per giunta ormai assai più vicina di Moncullo. Ammesso, e non del tutto concesso, che potesse ritirarsi alle prime notizie della presenza del nemico 5, De Cristoforis non avrebbe assolto il compito e, per quanto ne sapeva, avrebbe lasciato Saati in balia di ras Alula 6 •
'AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, r.icc. 10, fase. IO. ' Il rapporto del Comando Superiore inizia con questa frase: «Stante la difficoltà di provvedere sollecitamente i quadrupedi necessari per il trasporto del carico, munizioni e vi veri, desti nati a Saati, il convoglio non poté lasciare MonJrnllo prima delle 5,20 antimeridi ane del 26 gennaio u.a. ( . .. )» (CCSM. Storia milirare della colonia Eritrea, cii., I, ali. 8, p. 292). e si presta a.ll'equivoco della località ove furono noleggiati cammelli e muletti. ' Secondo il maggiore Della Noce, meglio sarebbe stato se Dc Cristoforis, anziché la strada diretta Moncullo-Saati, avesse preso quella seguita, nella notte sul 28 gennaio, dal presidio di Saati per ripiegare su Moncullo (Alcune considerazioni sopra Dogali. AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 58, fase. 36 ). Può essere, ma quell' itinerario, definito dal maggiore Boretti, comandante di Saati, «molto di fficile e scabroso>>compo1t ava una marcia d i ben otto ore e mezzo. senza salmerie (CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., I, ali. IO, p. 303). ' La colonna Dc Cristoforis aveva una sezione del 17° artiglieria con due vecchie mitragliere Gatling a dieci canne, su naote. Erano state trovate i n un deposito egiziano e rimesse in ordine, ma cessarono di funzionare poco dopo l' inizio ciel combattimento (CCSM, op. citata, I, ali. 8, p. 195). Secondo iJ cap. Michelini l'inconveniente fu dovuto «al cattivo stato delle cartucce, all' imbr.ittamento cd all'impiombatura delle canne» (CARI.O MtCHELINt, Studio sul modo di combarrere g li abissini, Roma 1887 in AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 58, fase. 7). Nulla induce a ritenere che dette mitragliere siano state <<male usate» (N. LAJlANCi\, In marcia verso Adua cit., p. 195). ' Secondo il conte Salimbeni, presente a Dogali come prigioniero di ras Alula, un migliaio di uomini a cavallo erano stati dislocati <<sulla dcstrn della strada Saati-Moncullo. coll'ordine di non muoversi se non per precipitarsi su di noi, nel caso che avessimo tentato la ri tirata» (C. M1CHELINT, St11dio sul modo di combattere degli abissi11i cit., p. 57). ' Ricolli il 3 I maggio 1887 disse alla Camera che la colonna Dc Cristoforis non poteva ignorare che avrebbe trovato un nemico molto più forte, ed era perc iò stato un errore militare 1·esporsi ad un combattimento in condizioni di simile disparità (M.A.E., Ttctlia in Africa c it., p. 11O). Ma chi era responsabile dell 'errore: De Cristoforis che aveva eseguito l'ordine di soccorrere Saali o Gené che l'aveva impartito, sapendo della presenza di rns Alula? Ricotti aggiunse che De Cristoforis avrebbe avuto tutto il tempo di ritirarsi e se aveva creduto di affrontare il nemico non se ne poteva dar colpa che al comandante (ibidem). Ma Bertolé Vi ale il 2 luglio 1887 sosterrà che se De Cristoforis non si fosse comportato come aveva fallo sarebbe potuto essere sottoposto ad un consiglio di guerra (ibidem, p. 117}.
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La zona del combattimento di Dogali.
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In definitiva, è più che possibile abbia scelto quello che considerò il rischio minore. Tutto ciò, naturalmente, prescinde da un errore di partenza, quale l' aver dotato cli scarsa autonomia una posizione avanzata ed esposta come Saati, e da indubbie carenze di condotta del combattimento (presunte incomplete misure di sicurezza, discutibile scelta della prima posizione, apertura del fuoco di fila a distanza eccessiva, indisciplina del fuoco, cambiamento di posizione ordinato con segnali di tromba ed eseguito disordinatamente). Difficile condividere !'.interpretazione dei fatti fonùta da Angelo Del Boca, che l'attacco del 25 gennaio a Saati fosse «soltanto una mossa diversiva» di ras Alula peli provocare «l'immancabile arrivo della colonna di soccorso italiana>) e distruggerla 1 • Un attacco «diversivo» condotto subendo notevoli perdite, come accadde a Saati, non sembra molto coerente, visto che l'intento poteva esser raggiunto con uno sforzo assai inferiore. Che poi l'agguato alla colonna di soccorso costituisse lo scopo primo della mossa di ras Alula è piuttosto opinabile. Siamo più propensi a ritenere che, anelata a vuoto l'azione centro Saati, il ras sia rimasto in zona nella notte e, appena avvisato dell'approssimarsi di De Cristoforis, abbia ovviamente voluto approfittare della circostanza favorevole. Dopo il fallito attacco a Saati, infatti, egli disse al conte Salimbeni, suo prigioniero: «I soldati del tuo generale non hanno pane. E se essi vorranno stare nella loro buca come i topi e non vorranno uscirne, moriranno di.fame>>. Il che significa che l'obiettivo era proprio Saati e che, riconosciuta vana l'azione di forza, 1icorreva al blocco; un blocco, si badi bene, necessariamente limitato a qualche giorno in quanto l'aridità della zona attorno a Saati non consentiva che una permanenza in posto molto breve. E dopo la strage di Dogali, e le nuove pesanti perdite subite, ras Alula chiese a Salimbeni: «Ma che razza cli gente sono i vostri soldati? Sono dunque leoni? Perché non si sono ritirati e perché per uccidere tanti dei miei hanno voluto morire essi?» 2 • Il che confenna l'occasionalità del combattimento di Dogali. Piuttosto è davvero il caso di ritornare su un punto già toccato in precedenza. Le nostre truppe d'Africa, e quelle che negli anni successivi sopraggiunsero, presentavano un grave difetto di origine: non erano veri «reparti». La colonna De Cristoforis era formata da tre compagnie cli formazione, messe insieme con personale rispettivamente del 15°, del 20° e del 41 ° reggimento fanteria, completate da drappelli del 6° e del 7° fanteria arrivati due giorni prima dall'Italia, e da gruppi del 1°, del 37°, del 54°, del 79° e del 93° fante-
' ANGELO Dr;1. BoCA, Gli llaliani in Africa orierirale. Dall'Unitù alla marcia s11 Roma , Latcrza, Roma-Bari 1976, p. 221. Da notare. del resto, che lo stesso Del Boca pal'lcrà di «leggenda del vile agguato» (ibidem, p. 260). 'La testimonianza di Salimbeni (corsivi nostri) è riportata da R. BATIAG1-JA, La prima g11erra d'.4friça cit., p. 232.
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ria; nonché da una compagnfo di artiglieria del 17° reggimento artiglieria, completata con uornini del 14° e del 16° artiglieria '. In totale, compresi una cinquantina di inegolari, poco più di 500 uomini. Possiamo anche dire 500 soldati, ma sicuramente non un piccolo battaglione. È ovvio che l'apprezzamento riguarda l'efficienza dell'unità come tale e non il comportamento degli uomini nella lotta durata sino all'estremo sacrificio, facendo pagare a carissimo prezzo la vittoria a ras Alula 2• È a monte, dunque, che a nostro avviso sta la vera «sottovalutazione» del probabile nemico da parte governativa e tecnica. Ogni provvedimento fu assunto in fretta e furia, sia per la partenza della spedizione, sia per i rinforzi inviati in seguito. Ogni misura di carattere logistico fu lasciata alla valutazione del comandante una volta sbarcato, con tutte le conseguenze del caso. Peggio ancora: il gravissimo inconveniente dell'inevitabile ricorso a reparti cli fomrnzione costituiti con personale di leva a breve ferma, subì aggravanti (volontariato, ripartizione dell'onere su più reggimenti, nessun periodo di amalgama preliminare) niente affatto indispensabili. Naturalmente bisogna riconoscere che la messa a punto di ogni esigenza logistica avrebbe bloccato la partenza del piccolo corpo di spedizione almeno sino all'autunno. Ricotti, in altre parole, avrebbe dovuto rifiutare detto invio, subordinandolo a ricognizioni in posto ed all'approvvigionamento in patria dì tutto l'occorrente. Un' alternativa che sarebbe stata respinta da qualsiasi governo. L'elemento più appariscente dell' impreparazione fu senza dubbio la disastrosa situazione igienico-sanitaria di tutta la prima fase dell'occupazione. Farne colpa ai primi comandanti, a partire da Saletta, significa non aver idee chiare sulle responsabilità organizzative, ma agli occhi del grosso pubblico fu inevitabile che accadesse. Ciò detto, appare doverosa una precisazione. È più che giusto attribuire a Mancini la maggior pa1te del giudizio negativo sullo sconsiderato repentino invio della spedizione, però Ricotti non andò esente da difetto. Quante volte non affermò di esser pronto a spedire sui due piedi contingenti di truppe oltremare, senza che apparisse in lui il minimo dubbio sulla disponibilità, sempre sui due piedi, cli un adeguato supporto logistico? Un supporto, si noti bene, che l'esistente organizzazione territoriale dei servizi di pace costringeva a creare quasi ex-novo. Il 4 dicembre 1884 Ricotti dichiarava a Mancini cli essere in condizioni di imbarcare 30.000 uomini per la Tripolitania con un preavviso di soli dieci giorni 3 ! Il 27 gennaio 1885 rispondeva al deputato De Renzis che non si sarebbe tro-
' CCSM, Storia ,nilitare della colonia Eritrea cit., I, p. l. 15. ' Su realtà e leggenda di Dogali vds. R. BAITAGU A, La prima guerra d'Africa cit., pp. 230-242. -' C. ZAGHI, l-'.S. Mancini, l'Africa ed il problema del Mediterraneo cit. , doc. 10, p. 153.
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vato imbarazzato ad inviare nel Mar Rosso, ove necessario, anche 15.000 uomini in pochissimi giorni senza aver bisogno di risorse straordinarie 1• Il 10 maggio successivo ripeté alla Camera che «il governo è in grado di spedire, quando se ne presenti il caso, 15 o 20.000 uomini nel Mar Rosso senza indebolire per nulla, od almeno quasi per nulla, il nostro esercito, e senza turbarne la mobilitazione» 1 . Ancora, il seguente 4 giugno, quando apparivano brucianti le difficoltà e le carenze delle truppe di Saletta, confem1ava la poss.ibilità cli un'immediata spedizione in Tripolita11ia. In altri termini: il condizionamento della logistica era ncllamente e pericolosamente trascurato. Si potrebbe osservare che anche alla Gran Bretagna ed alla Francia era più volte capitato di iniziare un' avventura oltremare molto sorvolando in sede organizzativa, ma un confronto non si pone, perché esse erano in grado di sopperire rapidamente agli inconvenienti riscontrati e l'Italia non lo era. Dopo l' impegno programmatico cli ottenere una 'rivincita' su Dogali per «ristabilire il prestigio delle nostre amù)} assunto dal suo ottavo, ed ultimo, gabinetto- nel quale erano entrati Crispi (Interni) ed il generale Bertolé-Viale (Guerra) - alla cauta offerta del governo britannico di farsi, all'occorrenza, mediatore nello scontro fra Italia ed Abissinia, Depretis rispose alla sua maniera: «Impcrocché - telegrafò all'ambasciatore italiano a Londra - se a noi giova conoscere quello che il ministero britannico pensa, non solo dello stato presente, ma altresl delle conseguenze p<>ssibili a Massaua, sarebbe, d'altra parte, evidentemente prematura e intempestiva ogn i nostra enunciazione qualsiasi, mentre per quanto riguarda noi stessi, non è abbastanza chiari to l' atteggiamento che vorrenuno assumere verso l'Abissinia» ' .
Questo, cinque mesi dopo Dogali! All'improvvisa morte di Depretis (29 luglio 1887), Crispi subentrò nel governo e nella direzione degli affari esteri, e quindi nella questione abissina. Non era mai stato colonialista, ma anch'egli, come Robilant, accettò il fatto compiuto . In sostanza, la situazione complessiva in politica estera ereditata da Crispi a fine luglio 1887 può essere così sintetizzata. In Europa la seconda Triplice, per quanto si presentasse ancora come alleanza di carattere difensivo, offriva all'Italia una «posizione» sicuramente migliore di prima, ma proprio il nuovo senso di sicurezza e la consapevolezza di avere dalla propria parte la più forte potenza militare europea contribuirono non poco a «spingere l'Italia sulla via dell' espansionismo, a stimolare certe ambi:lioni di ingradimento che erano latenti nel!' animo de lla nazione italiana»'.
'L. CHIALA, La .spediz.ione di Massa11r1cit.. p. 223. ' C. Z AGHI, P.S. Mancini, l 'Africa e il problema del Mediterraneo cii., doc. 11, p. 154. ' Depretis a Corti in data 4.7. 1887, in Libro Verde Massmw cit., doc. 122. ' R. PETRJ(;NANt, Neum,litil e allea11w ci t., pp. 423-424.
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In Africa orientale lo stato delle cose rimaneva incerto ed inquieto: non ben definito sul piano politico; povero di mezzi e senza uno scopo chiaro e motivato sotto il profilo militare; vissuto quasi come in guarnigione di tempo cli pace, nonostante l'evidente peso negativo dei recenti avvenimenti e le incognite sul futw-o 1• L'attenzione del nuovo governo dovette concentrarsi sulla ricerca di una soluzione.
' T. SAuffrA, Relazio11e sulla colonia italiana di Massaua dal 23 aprile al 9 novembre 1887, in USSi'v1E, T._Saletta a Massc1tw cit., p. 25 1.
Capitolo III LA GUERRA ITALO-ABISSINA 1. L A POLITICA ESTERA DI C RISPI
Il «trasfonnismo», con il quale Depretis contava di raccogliere attorno ad un programma di graduali rifonne coloro che si offrivano a collaborare al progresso de1nocratico della Nazione, fu imputato a Depretis non tanto per l' idea in sé - che poi altro non era se non l'intento di realizzare un nuovo «connubio» alla Cavour - quanto per l'incapacità di reggere con mano salda il timone di governo '. Cosicché il «trasformismo» acquistò un significato deteriore, riducendosi ad una deprecabile manipolazione parlamentare e determinando, secondo Crispi, una grande «dissoluzione morale e poliLica della Camera» 2• Pesava l'assenza di aggruppamenti politici caratterizzati da orientamenti ben definiti e da concreti programmi, aggru ppamenti che potessero condurre a stabili e chiari schiermnenti parlamentari Ne derivava un grosso problema, ingigantito dall'allargamento precipitoso dell'elettorato, senza peraltro una conveniente maturazione politica generale: quello di ottenere un governo sorretto da una forte maggioranza parlamentare. L' inconveniente, con i suoi visibili e negativi risultati, destava insoddisfazione e desiderio di una guida sicura 3 • È dunque comprensibile che l'avvento di Crispi abbia suscitato vasti consensi per la sua forte personalità e per le indubbie doti di energia, di capacità, di patiiottismo che apparivano valide garanzie di un governo efficiente e stabile. E per un decennio apparve un «dominatore della vita pubblica italiana», anche se dal gennaio 1891 al novembre 1893 fu assente dal governo'. Indubbiamente con lui la politica italiana, specialmente in campo internazionale, ricevette un forte impulso, molto più preciso ed energico di quella gestita da Depretis e da Cairoti: «Siam dclii, e lo sappiamo, autoritari da qualcuno - egli rilevò subito. il 25 ottobre 1887 a Torino - e lo saremo. se per au toritarismo intendesi la fem1a persuasione che un· autorità debba presie-
' CARU) MORAAOI, La politica estera de/l'Italia da Porta Pia a Vi/Iorio Veneto, Le Monnier, Firenze 1968, pp. 213-215. ' F. CR1SP1, Politica interna, Trevcs, Milano 1924, p. 173. ' Sulle con traddizioni e sulla corrosione del regime pseudoparlamentare vds. GJUSEPPH M ARAJ\'tNt, Storia del potere i11 Italia, Nuova Guanda, Firenze 1983, pp. 187-109. Cfr. D. MACK SMITH, Ce1110 anni di vita italiana, Rizzoli, Milano 1978, pp. 24-28. • C. MORANDI, La politica estera dell'lwlia cit., p. 217. ' F. C!i1s r 1, Scritti e discorsi politici 1848-1890. Un. Coop. Ed., Roma 1890, p. 695.
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dere all'essenza fondamentale e al quotidiano svolgimento deUo Stato( ...). Per noi govcmo è quello che congiunge il dovere, il volere e il sapere. All'infuori di ciò è l'arbitrio» '·
Poiché tale autoritarismo, tendente alla dittatura, gli venne ben presto rimproverato, tenne a chiaiire il proprio pensiero. Al deputato Chiaves, che il l Omarzo 1888 alla Camera lo rimproverò di avere in mano anche il po1tafoglio degli Interni e l' interim degli Esteri, rispose: « Vi sono dei momenti storici nella vita delle Nazioni, in cui bisogna subire ceni obblighi, certi incarichi, anche contro la propria volontà» '.
Peraltro il 18 marzo 1889 Bonghi tornò sull' argomento con vivacità: «Io oso dire chiaramente e francamente che questa unione del Ministero degli Esteri con quello dell'Interno, nelle mani <lei Presidente del Consiglio distrugge radicalmente la costituzione del Gabinetto. Quando voi avete nelle mani di una sola persona i due Ministeri politici più importanti, gli altri Ministri diventano capi divisione, e tutt'al più ministri tecnici, se tecnici sono. Ed aUora, signori, non v'è piì1 davvero una seria deliberazione collettiva, ma v'è una volontà che tira a sé tt1tte .le altre; tut.ti gli altri ministri diventano semplici esect1tori della volontà del presidente del Consiglio; onde viene a mancare la guarentigia principale del Gabinetto di un Governo padamentare» '.
L'obiezione era ben posta, ma Cri.spi, richiamandosi al precedente di Cavour nel 1857-59, replicò tranquillamente: «Vi sono momenti in cui alcuni impegni, alcune obbligazioni, alcmù doveri esigono che l'amministrazione di questi due dicasteri debba essere retta dalla stessa persona» 3 • Il miglior commento a tale affermazione è stato fatto da Cilibrizzi.: «La Camera si convinse della bontà delle dichiarazioni del presidente dei mi1ùstri, e ne continuò docilmente a subire la dittatura»". Senonché Cri.spi, non soltanto difettava di esperienza governativa, ma aveva un carattere passionale ed un' aspirazione alla potenza fortissima, talché «( ... )subito <lette prova del suo scarso equilibrio, della sua pericolosa impulsività in politica intema come in politica estera, della sua vanità. Era convinto, con Garibaldi, che soltanto con mezzi autoritari sarebbe stato possibile ricavare qualche cosa da un parlamento corrotto e inefficiente. Rimaneva liberale nei fini, ma n.ei mezzi lo era molto meno dei suoi predecessori, anzi non lo era affatto( ... ). La sua pericolosa convinzione che l' Italia dovesse sviluppare una politica di potenza, e la sua inclinazione a sacrificare a quella politica ogni altro problema, gli facilitò l'incontro con la
' F. CRISPI, Discorsi parlamentari, !II, Camera Deputati, Roma 1915, p. 267. R. BONGI-II, Discorsi parlamentari, li, Milano 1934, p. 666. -' F. Crus1•1, Discorsi par/ame111ari cit., 111, p. 289. ' S. CILIBR1ZZI, Storia parlamentare, politica e diplonwtica d'Italia cit., U, p. 369. D. M ACK 2
SMITH, parlando di questa «dillatura parlamentare» italiana, ha osservato che essa «presentò soltant(i differenze di grado sotto Cavour, Depretis, Crispi e Giolitti, o anche persino sotto Mussolini nei suoi primi anni di governo. Quanto ai deputati stessi, essi di solito erano grati quando un uomo <l'azione tagliava corto ai loro interminabili dibattiti e li sollevava dalla responsabilità di decisioni importanti» (Storia d'Italia cit., p. 220).
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dinastia, che incominciava ad allarmarsi delle agitazioni sociali, e che stava cercando il suo uomo forte» '·
La situazione internazionale trovata da Crispi si presentava di tutto favore per l'Italia, grazie alla nuova Triplice Alleanza ed agli accordi mediterranei con la Gran Bretagna realizzati da Robilant. Anch' egli condivideva pienamente la convinzione dell'utilità della Triplice, tuttavia il suo temperamento, nonché la sua infatuazione per Bismarck e per la politica di forza tedesca, accentuarono l' adesione .in modo così marcato da suscitare tre contraccolpi negativi: un inutile sbilanciamento a favore dell' Ausuia, uno stato di allarme in Francia ed una rinnovata ostilità interna nei confronti dell'Austria, alimentata eia un i1Tedentismo sempre pi.'ù vivo. Nel luglio-agosto di quell' anno il problema bulgaro calamitò attenzione e preoccupazione da parte delle Grandi Potenze, in quanto la Russia rifiutò di riconoscere l'elezione di Ferdinando cli Sassonia-Coburgo-Gotha (ufficiale ungherese e cattolico) a re dei bulgari. Ciispi prese immediatamente posizione a favore di Ferdinando 2 e sostenne la necessità di procedere d'intesa con Gran Bretagna ed Austria-Ungheria sulla base dell' accordo italo-anglo-austriaco ciel 24 marzo 3. Non solo, ma il 29 agosto si spinse a proporre al governo britannico la stipulazione di una convenzione militare indicante «les lignes principales de leur intervention armée éventuelle et lct part de cooperation qui devrait échoir à chacun des deuxEtats», per il caso di un'azione comune contro la Russia 4 • Salisbw-y si affrettò a dichiarare che «tant qu'un dangerde guerre n.'était imminent, la constitution politique de ce pays et la tradition (. . . ) le mettaient dans l 'impossibililé de stipuler un acte de ce genre» 5, però consentì che gli ambasciatori delle tre Potenze a Costantinopoli st11diassero un nuovo accordo più concreto. Dal canto suo, Kalnoky, messo al corrente della prudenza inglese, si tenne sulle generali 6 • Tn compenso Bismarck, dopo un colloquio con Kalnoky, espresse il desiderio cli incontrarsi con Crispi 7• Entusiasmato per l'invito, in tutta segretezza Crispi si recò a Friedrichsruhe. Il 3 ottobre il neo presidente del Consiglio italiano toccò subito il tasto che maggiormente gli stava a cuore: nei trattati della Triplice del 1882 e di quello stesso 1887 figuravano le ipotesi del concorso reciproco
'G. MARANJNI, Storia de/potere in Italia cii., pp. 191-192. ' «Il principe Ferdinando, per il fatto della sua elezione, rappresenta agli occhj miei, sino a prova contraria, l'espressione della volontà del popolo bulgaro>>comunicò al rappresentanti italiani all'estero in data 8.8.1 887 (D.D.I., 2• serie, voi. XXL doc. 19, p. 14). } Crispi a Nigra, ambasciatore a Vienna, e a Catalani, incaricato d' affari a Londra, in data 15.8.1887, ibidem, doc. 48, pp. 34-35. ·' Crispi a Catala1ù in <lata 29.8.1887, ibidem, doc. 86, p. 73. 'Catalani a Crispi in data 31.8.1887, ibidem, doc. 89, p. 75. • Nigra a Crispi in data 12.9.1887, ibidem, doc. 134, p. 113, e in data 1.10.1887, doc. 193, p. 164. ·, De Launay a Crispi in data 18.9. 1887, ibidem, doc. 156, pp. 134-137.
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della Germania e dell'Italia in caso di aggressione ad opera della Francia, ma non si era ancora pensato al!' opportunità di una convenzione militare che invece egli reputava indispensabile: «Nessuno può sapere - sostenne - ne quando né come scoppierà la guerra. Può essere un fatto improvviso; e non si deve attenderlo per metterci d' accordo nella parte che ciascuno di noi dovrà prendere alla difesa comune. Giova stabilire al più presto un piano di difesa e cli offesa prevedendo tutte le ipotesi, affinché, scoppiata la guerra, ciascuno di noi sappia quello che deve fare. Insomma una convenzione militare è complemento ai trattati di alleanza» 1• A differenza di Salisbury, Bismarck accettò la proposta, pur riservandosi di parlarne con l'imperatore 2 • Quanto alla questione bulgara, Bismarck fu molto abile. Aveva appena concluso il segretissimo «trattato di contrassicurazione» russo-tedesco (18 giugno), con il quale le due parti si garantivano la reciproca benevola neutralità ove l'una o l'altra si trovassero in guerra con una grande Potenza. L'impegno, triennale, era valido nel caso in cui la Germania avesse aggredito la Francia o la Russia attaccato l'Austria. Per la Gennania il trattato rivestiva somma importanza perché sostituiva la non rinnovata alleanza dei tre imperatori, ma come contropartita aveva 1iconosciuto la preponderanza russa sulla Bulgaria e sulla Rumelia orientale ed il principio della chiusura degli stretti in caso di guerra. Stante la violazione cleilo spirito antirusso dell'alleanza con l'Austria, Bismarck doveva procedere con i piedi di piombo. Non poteva opporsi apertamente alla Russia per i Balcani, ma nel tempo stesso non desiderava che l'Austria si trovasse sola. La plausibile coalizione antimssa esisteva già in nuce: era data dall'intesa mediterranea tra Italia, Gran Bretagna ed Austria-Ungheria. A Crispi, che proclamava di non poter accettare una Costantinopoli mssa, suggerì di mettersi d'accordo con l'Austria; all'Austria ed alla Gran Bretagna pose in evidenza l'utilità di accettare la proposta di Crispi. In definitiva, appena rientrato in Italia, Crispi dichiarò ali' ambasciatore austriaco, bm·one von Bruck, che, nel caso di un attacco russo alla Turchia ed alla Bulgaria, l'Italia avrebbe messo a disposizione dell'Austria da 100.000 a 200.000 uomini, senza accennare a compensi 1 ! Così potremmo dire che il primo risultato conseguito da Crispi in campo internazionale fu l'ostilità rnssa, la diffidenza inglese, il comodo utile austriaco e l'interessato defilamento tedesco. Il tutto per una questione marginale per l'Italia. Subito dopo, però, Crispi colse l'occasione di un banchetto a To1ino (il 25 ottobre) per affe1111are:
' F. CRISPI, Politica estera, Treves, Milano 1914, pp. 173-178. ' Guglielmo I dett.e subito l'assenso, ma chiese di estendere la convenzione anche all'aspetto navale. Crispi, messo al corrente dall'ambasciatore tedesco a Roma, concordò pienamente. ' G.P., IV, doc. 917, Berlino 1927, in M. MAZZElTI , L'esercito ita/ia.rw nella Triplice Alleanza CÌL, p. 73.
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«Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tulle intendiamo mantenere i migliori rapporti( ... ). Ma se siamo, sul continente, alleati con le potem:e centrali, se sui mari procediamo d'accordo con l'Ingh ilterra, nessun obiettivo ci proponiamo da cui gli altri si debbano sentire minacciati(. ..)»,
e, riferendosi al recentissimo incontro con Bismarck, aggiunse: «Si è detto che abbiamo cospirato. E sia pure: a me, vecchio cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole: abbiamo cospirato, ma abbiamo cospirato per fa pace» '.
Quando il testo completo del discorso venne divulgato, gli apprezzamenti generali a Parigi, Berlino e Vienna furono ampiamente favorevoli 2• Il 12 dicembre gli accordi italo-anglo-austriaci fim1ati a fine marzo si concretaronOI in una vera e propria convenzione di otto punti, che da un lato precisava le condizioni per garantire lo status quo nel Mediterraneo e dall'altra impegnava gli Stati contraenti ad un'azione concorde qualora si verificasse una minaccia all'impero ottomano, oppure quest'ultimo si prestasse alla politica espansionistica di altra Potenza (ovviamente la Russia)". Così la Triplice mediterranea sbarrava alla Russia la strada per Costantinopoli socchiusale dal trattato di controassicurazione ''. Sulle conversazioni milìtari, tuttavia, si profilò un atteggiamento di sensibile cautela, se non proprio diffidenza, dello Stato Maggiore germanico nei confronti dell'ltalia. ll 31 ottobre 1887 l'adcletto militare tedesco a Roma, maggiore von Engelbrecht, non favorevole all'Italia, mise in guardia sul fatto che Crispi poteva cadere improvvisamente come Robilante che il generale Corvette, segretario generale alla Guerra, godeva di «cattiva fama», motivo per cui «finché questo generale ricopre questa carica non si potrà essere mai troppo cauti nella comunicazione dei piani, per non esporsi a possibili fatali indiscrezioni» 5• D'altra parte, Moltke - pur al corrente che proprio quell'anno lo Stato Maggiore francese aveva riordinato le forze per la difesa della frontiera alpina, recuperando il XIV e XV corpo d'annata a favore dell'inevitabile grande lotta sul Reno, e nonostante fosse riconosciuta l'impossibilità cli uno sfondamento nel tratto alpino da pmte italiana<, - continuava a ritenere che, stante la neutralità svizzera, la col-
' F. CRISPI, Scritti e discorsi politici cii., pp. 695-696. ' Ressma11, i11caricat.o d'affari a Parigi, a Cris pi in data 28.10.1887, D.D.l., 2a serie, XXI, doc. 2 52, p. 2 17; Riva, incaricato d'affari a Berlino, a Crispi in data 28.10.1887, ibidem, doc. 254, p. 218; Avama, inca1ica10 d'affari a Vienna, a Crispi in data 29.10.1887, ibidem, doc. 257, p. 220. ' Catalani a Crispi in data 12. 12.1887, ibidem, doc. 409, pp. 344-346. 'E. S ERRA, L'flalia e le grwuti alleanze nel rempo dell'imperialismo, cii., p.7 1. ' G. VOK WALDERSEE, Von Deutschlands rnililtirpolitischen Bezie/wngen zu /talien riportato in M. MAZZETII, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 59. • Nel 1886, in una nota del m.in.istro degli Esteri tedesco, si leggeva che «dalle informazioni del maggiore von Engelbrecht scaturisce la completa conferma che Ja Francia è completamente imlltaccabile dall'Italia sulle frontiere comuni, cosa che è già noto da tempo ai circoli militari» (G.P., IV, doc. 84, cit. in M. M AZZEITI, ibidem, p. 56).
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laborazione diretta tra Italia e Gemrnnia fosse possibile «soltanto quando il corso degli avvenimenti militari permetterà ai due eserciti cli orientarsi in direzione di Lione» e, in conclusione, «il fatto che da parte nostra, al principio, siano eia aspettarsi grandi e decisivi scontri, rende impossibile detem1inare a priori, fin eia adesso, un piano di operazioni». Tuttavia Moltke concordava sul fatto che «sarebbe desiderabile un primo scambio di opinioni fra militari italiani e tedeschi» '. La memoria di Moltke, trasmessa all'ambasciatore tedesco a Roma, conte von Solms-Sonnenwalde, fil da questi illustrata verbalmente a Crispi e seguita eia due note. Nella prima veniva messo in risalto il vantaggio della superio1ità numerica italiana sui francesi: «Le.~ troupes dcs Alpes dc I' Anuée Italienne, si merveilleusement organisées, pourront écarter la résistance qu'ellcs trouveront dans les differents passages memes. Mais alors l' armée entrera dans un vaste pays montagneux dans !eque! ni l'agresseur ni le défenseur ne pourront développer des masses. TI s'agira autour dcs diffcrcnts positions d'une serie de combats plus au moins grands dans lesquelles la superiorité numcrique sera du coté des Italiens, rnernc s'ils avançaient avec une partie de I'année dans le plus grand nombre possibJe de colonnes».
Perciò prima o poi sarebbe stato ugualmente raggiunto il desiderato sbocco verso Lione. Ad ogni modo, un piano di campagna complessivo non era possibile senza convenienti discuss.ioni preliminari tra i rappresentanti dei due Stati Maggiori 2 • Il secondo documento consegnato da Solms era un promemoria segreto concernente le forze navali dei probabili contendenti. In sostanza, esistevano pro e contro per ogni Stato, comunque per l'Italia il tallone d ' Achille si configurava nel rifornimento di carbone. L'orientamento d'impiego della Kriegsmarine si concretava nell'assunzione dell'iniziativa contro la flotta francese dell' Atlantico in modo da alleggerire la pressione francese nel Mediterraneo contro l'Italia: «En face des escadres de Brest ed dc Cherbourg, comp!ètement réunies, notre flotte se trouverait dans une posi ti on difficile mais non désespcrée. En tout cas, entreprise hasardeuse devra+ elle etre tentée» ' .
Il 24 dicembre i tenenti colonnelli Vittorio Emanuele Dabormida e Matteo Albertone giunsero a Berlino ed il 27 vennero ricevuti da Moltke. I primi contatti destarono buona impressione, tanto più che il disegno operativo italiano collimava con i desiderata tedeschi. In una guerra centro la sola Francia, l'Italia intendeva attaccare nella Francia meridionale. Se sorretta dall'aiuto inglese per la
'Memoria di Moltke in data novembre 1887, in M. MAZZEITI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., doc. l , pp. 465-467. Bismarck postillò il documento con un «Con ciò si può sondare come l'Austria pensi di comportarsi in una guerra soltanto tedesco-italiana-francese. Se farà passare gli italiani, la Russia considererà ciò un'occasione per uscire dalla neutralità» (ibidem, p. 470). ' Solms a Crispi in data 27.11.1887, D.D.l., 2• serie, XXI , doc. 346, pp. 297-299. ' Solms a Crispi in data 27.11.1887, ibidem, doc. 347, pp. 299-301.
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conquista della superiorità navale, l'avanzata si sarebbe sviluppata lungo la striscia costiera. Poiché comunque soltanto otto corpi d'armata italiani sarebbero stati impegnati sul fronte alpino, le rimanenti forze - quattro o cinque corpi d'armata e due o tre divisioni di cavalleria - potevano raggiungere l'esercito tedesco sul Reno. Di fronte a questo quadro conveniente e convincente (a parte l'illusione del concorso britannico), Moltke espresse al proprio ministero degli Esteri l'opportunità di proseguire le conversazioni e gli studi con la partecipazione di ufficiali dei tre eserciti della Triplice 1• La presenza di un rappresentante austriaco era vitale perché «les arrangements à prendre, pour qu'ils aìent toute l'efficacìté vouloue, sont étroitement liés à lafacullé du passage éventuel de nos troupes [le i1.3iliane] à travers le territoire de l'Autriche. Rien ne prouve que cette puissance soit disposée à nous l 'accorder» 1 commentò de Launay. Infatti, in caso di un conflitto italo-tedesco contro la sola Francia, concedendo il passaggio l' Ausu·ia sarebbe uscita dalla neutralità tirandosi addosso la Russia 3 • Tenendo presenti gli aspetti politici della questione, occorreva salire di livello•. Il momento era delicatissimo a causa della tensione esistente nei rapporti austro-russi 5 • Di fronte a notizie accertate di concentramenti di truppe russe sul fronte orientale, Io Stato Maggiore austriaco aveva compiuto un passo ufficiale a Berlino per cercare una comune intesa e prospettando, in certo modo, l'eventualità di una guerra preventiva. Ovviamente Bismarck non intendeva affatto lasciarsi trascinare in un conflitto con la Russia 6, perciò da un lato si mantenne evasivo con l'addetto militare austriaco, tenente colonnello von Steininger, e dall'altro invitò Moltke a non sbilancim·si in favore dell' Aust1ia. Perciò Moltke fu con Steininger «molto stringato ed estremamente prudente», limitandosi ad informarlo che per il fronte orientale la Germania avrebbe approntato quattro corpi d 'armata. In compenso acce1mò all'ipotesi della guerra limitata alla Francia ed alla necessità di utilizzare le ferrovie austriache per il trasporto di truppe italiane in Gennania. Al pranzo che seguì l' inconu·o parteciparono anche Dabormida e Albertone, i quali, non avendo ancora ricevuto istruzioni, assunsero un atteggiamento riservato 7 •
'Moltke al ministero degli Esteri in data 28. 12.1887, M. MAZZETfl, L'Esercito italiano nella Triplice Alleanza c it., doc. 3, pp. 469-470. ' De Launay a Crispi in data 31.12.1887, D.D.I., 2" serie, XXI, doc. 469, p. 390. ' Il trattato della 1ì·iplice faceva obbligo unicamente ali 'Ital.ia di intervenire a favore della Germania, qualora questa fosse stata attaccata dalla sola Francia. ' Sulle vicende auorno a.Ile trattative militari vds. M. MAZZETTI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., pp. 68 -89. 'Bisio, incaricato d 'affari a Pietroburgo, a Crispi in data 18.12. 1887, D.D.I., 2" serie, XXI, doc. 433, p. 364. ' Cfr. RIVA, inc:uicato d'affari a Berlino, a Crispi in data 29.12.1887, ibidem , doc. 463, pp. 387-388. ' Rapporto di von Steininger in data 31.12.1887, H.H.St.A, Pol. Arc/1., r. 469, cii. da M. M AZZElTl, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p . 71.
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A questo punto si mossero i nùnistri degli Esteri. Il conte Herbert von Bismarck, figlio del cancelliere, comunicò a de Launay il desiderio della presenza austriaca ai colloqui nùlitari, spiegando senza mezzi ternùni che ove la Francia avesse attaccato la Gem1ania, quasi sicuramente la Russia non sarebbe rimasta con le mani in mano e sarebbe intervenuta contro l 'Austria. Ad ogni modo, sia il cancelliere sia Moltke ritenevano utilissima la p1utecipazione dell'addetto nùlitare austriaco, non foss'altro per veder chiaro nella disponibilità del governo di Vienna. Non si sarebbe, naturalmente, usciti dagli impegni della Triplice, ma si sarebbe lavorato su semplici studi preliminari da sottoporre poi all'attenzione dei rispettivi governi per le decisioni conseguenti '. Dopo di che il conte Bismarck scrisse al l'ambasciatore tedesco a Vienna, principe von Reuss, affinché il Iustrasse bene la questione a Kalnoky: data per scontata una forte nùnaccia nùlitare, se non addirittura un intervento rnsso, l' Austria sarebbe stata trascinata nella guerra ed allora diventava suo interesse che la Germania potesse ricevere il concorso italiano sul Reno per essere più forte ad oriente. In sostanza, .il consenso austriaco al traspotto ferroviario dei corpi d'am1ata italiani poteva essere automatico nell'istante dell'entrata in guerra dell'Austria 2• A Vienna si stava considerando con estremo favore la promessa d.i Crispi di offrire 100-200.000 uomini contro le velJeità russe in Turchia ed in Bulgaria, talché Kalnoky a fine dicembre invitò il barone von Bruck ad effettuare sondaggi a Roma per rendersi ben conto della concreta possibilità di raggiungere un accordo militare al riguardo. Anche se parecchi motivi consigliavano ptuclenza: «Modestia e disinteresse - scrisse - sono qualità di cui l'Italia non può essere ri mproverata. Per questa ragione dobbiamo ricordare che il prezzo che l' ltalia chiederà per il suo aiuto può dare origine a molte spiacevoli discussioni, e anche alla possibile rottura dei negoziati» ' ·
In questo mentre, il 4 ge1maio 1888 giunse a Vienna la richiesta tedesca di inserire l'Austria nella convenzione militare con l'Italia. La notizia, che veniva ad interferire con il proposito austriaco cli chiarire l' offetta di Cri spi, fu seguita a rnota da un dispaccio di Bruck da Roma: «Da una conversazione confidenziale con il signor Crispi apprendo che l'Italia dovrebbe dare alla Germania almeno tanti co11ii d'annata quanti quest'ultima deve menerne a nostra disposizione. L'intenzione di portare le truppe italiane al Reno sembra aver la meglio qui. Poiché il trasporlo di cui si parla dovrebbe passare per il Tirolo la cosa potrebbe coinvolgerci. Inoltre si vuole tenere indietro, per la difesa del territorio e delle coste, un numero sufficiente di trnppe. Sembra però che si sia disposti a concludere una convenzione militare con noi per cedere allo stesso modo a noi delle truppe.
De Launay a Crispi in data 31.12.1887, D.D.l., 2• serie. XXI, pp. 391-392. ' G.P., VI, doc. l304, cit. da M. MAZZETII, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., pp. 72-73. ' Kalnoky a Bruck in data 28.12.1887, H.H.St.A., Poi. Arch., r. 469, cit. da M. M AZZETII, ibidem, p. 74. 1
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Questo mi ha detto il signor Crispi. Qui si lavora intensamente, perché in primavera si vogliono avere quindici corpi d 'annata pronti ( ... )» '.
Le cose si stavano aggrovigliando in modo eccessivo e Kalnoky volle mettere in luce alcuni punti con la Germania: prematuro il parlare dell'utilizzazione delle ferrovie austriache, non esistendo imminente pericolo di guerra; carattere pacifico dell'impero asburgico, per cui sarebbe stata lasciata alla Russia ogni responsabilità di entrare in guerra; gradimento austriaco all'offerta di aiuto militare italiano, che sarebbe stato impiegato in Romania, a rinforzo delle truppe rumene; in ogni caso Vienna non intendeva devolvere a Berlino La cura di condurre trattative militari con l'Italia ' . Tuttb ciò trova buon motivo di essere, data la situazione internazionale. Quello che invece suscita seria perplessità è costituito dalle confidenze che de Launay avrebbe fatto al sottosegretario agli Esteri tedesco, von Berchem: Dabonn.ida ed Alhertone avevano ricevuto disposizioni di trattare apertamente ogni aspetto del problema trasporti ferroviari con i rappresentanti austriaci soltanto in riferimento all'ipotesi di una guerra della Triplice contro i franco-russi; lo studio, invece, di un eventuale conflitto limitato alla sola Francia non doveva dar luogo a scambio di informazioni per evitare che lo Stato Maggiore austriaco venisse a conoscenza di particolari della mobilitazione italiana 3• Il motivo del distinguo appare comprensibile, ma davvero non era il caso di manifestare ai tedeschi simile diffidenza per I' «alleato» aust1iaco, anche a causa del pericolo di un'indiscrezione dalle possibili gravi conseguenze sulla validità della stessa Triplice. Ed inoltre stupisce la preoccupazione cli evitare informazioni sulla mobilitazione, quando l'invio di I 00-200.000 uomini in Romania avrebbe inevitabilmente offerto a Vienna il modo di raccogliere elementi utili. A conclusione delle confidenze, de Launay consegnò la seguente nota: «En rentrant cbez moi, j'ai reçu un telegrarnrne en réponse au rnessage quc Vous m'aviez fait le 3 janvicr, au nom du Segretai.re d'Etat. Son Exce llence M. Crispi me mande que nous préférons ne pas ouvrir des pourparlers di.rects avec Vienne. Il vaut mieux que I.es conférences aient lieu à Berli n a trois, à conditi on quc l' Autriche délègue un officier superieur de son Etat Major plus au courant que ne peut etrc I' attaché militaire attuel, depuis longtemps à Berlin, et des lors piacé en dehors des études, qui se font sans discontinuité dans les bureaux del' Etat Major. Les démarches en ce sens devraient etre faites par le Cabinet de Berlin pur assurer le succés» '.
Anche questa richiesta obiettivamente sembra piuttosto pretesmosa, giacché gli argomenti operativi in discussione tiguardavano Italia e Germania e per l'aspetto trasporti ferroviari in quella sede la presenza di un esperto non era dav-
• Bmck a Kalnoky in data 4 .l.l 888, cit. da M. MAZZB'1-r1, ibidem, p. 75. Reuss a Bismarck in data 7.1.1888, cit. da M . MAZZETTI, ibidem, pp. 75-76. ' Berchern al conte Bismarck in data 5.1.1888, cit. da M. M AZZETfl, ibidem, pp. 92-93. ' Ibidem. 1
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vero indispensabile. Tutto ciò venne fatto rimarcare a de Launay, il quale il 7 gennaio informò Crispi, dichiarandosi disposto, per sua patte, ad accedere alle insistenze del conte Bismarck 1• Crispi dette l'inunediato consenso, tanto più che l'iniziativa era stata dell'ambasciatore 2 • Il placet di Roma, formulato in fom1a di semplice adesione alla richiesta tedesca 3, fu comunicato à Vienna dall' ambasciatore Bruck con una lettera molto dettagliata: «A primavera dovrebbero essere pronti e armati I 5 corpi d'annata italiani. L'Italia terrà per sé 8 corpi d'armata ai quali sarà affidato il compito di difendere il te1Titorio nazionale e le coste. Cinque corpi d'am1ata devono essere mandati sul Reno e in questo caso passeranno per il Tirolo, due corpi d'armata potrebbero rimanere disponibili. In un certo senso ciò sarebbe di grande vantaggio per noi poiché un tale aiuto non susciterebbe grandi contrasti, però, in ogni caso, due corpi d'armata sarebbero a noi legati, cosicché l'Italia sarebbe legata ali' Austria-Ungheria( .. .)» .
A quanto pareva, l'Italia non avrebbe richiesto compensi territoriali: «Ciò che qui pfo si desidera e di cui si ha più bisogno, è la nostra flotta, infatti non si fa più molto affidamento su una cooperazione con l' Inghilterra, e, a questo proposito, Crispi mi chiese se in caso di guerra le tlotte italiana, tedesca ed austriaca potessero combattere insieme( ... ). Penso che questa sia l'unica compensazione a cui si miri per adesso qui e potrebbe essere la base di eventuali traltative, naturalmente ci vuole cautela e so che a Berlino si pensa che l' Italia è molto più pronta colle parole che con i fatti, ma per noi questa convenzione sarebbe più facile; se iufatti si giungerà ad una convenzione il concentramento delle truppe italiane avverrà nelle Venezie e da lì i primi reggimenti giungeranno in poche ore alla nostra frontiera e allora l'Italia sarà già compromessa con noi e potrà cosl essere evitata ogni brutta sorpresa( ... ). li signor Crispi pensa che la Francia manterrà nel sud circa 160.000 uomini per difendersi dall'Italia, io penso invece che saranno soltanto 80.000 nel caso in cui, come un anno fa, a Parigi predomini la volontà di mettere in campo contro la Germania tutto il grosso dell'esercito. Il signor Crispi parla di un eventuale sbarco a Marsiglia, un' idea che difficilmente potrà essere realizzata . Finché l'Austria-Ungheria ha mano libera e finché può essere evitata una guerra con la Russia è assai facile potere trattare con gli italiani, poiché si può far loro credere che non si abbia bisogno di loro. So bene che ogni ital.iano pensa e spera su Trento, e Crispi non fa eccezione, tuttavia mi sembra assai improbabile che in questo momento veJTà sollevata la questione di Trento quale oggetto di compensa.àone (... )» ' .
In definitiva, l'addetto militare austriaco fu autorizzato ai colloqui, seppure ancora con qualche esitazione; infatti cominciò col dichiararsi privo di esplicite istruzioni 5. Poi, ricevuti finalmente concreti elementi dal generale von Beck,
'De Launay a Crispi in data 7.1.1888, O.O.I.. 2' serie, XXI. doc. 482, p. 409. ' Crispi a de Launay in data 8. 1.1888, ibidem, doc. 484, p. 4 10. ' Il testo del telegramma di Brnck era il seguente: «li governo italiano condivide il desiderio della Germania di far partecipare anche ufficiali austriaci alle conversazioni militari segrete a Ber] ino», H.H.St.A., Poi. Arch., r. 469, in M. MA7.7.l;ITI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 78. 1 • Brnck a Kalnoky in data 9.1.1888, in M. l'v1Azzm 1, ibidem , pp. 79-80. ' De Launay a Crispi in data 12. 1. 1888, O.O.I., 2' serie, XXI, doc . 491, pp. 434-435.
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capo d.ì Stato Maggiore austriaco, specificò che in caso di guerra generale gli alleati potevano contare sul consenso di Vienna per passare dal Brennero, da Pontebba e da Cormons, ma nel caso di una lotta contro la sola Francia la neutralità dell'Austria avrebbe conservato la preminenza 1• Vista l'estrema cautela di Vienna, Bismarck giudicò prematuro giungere ad una fonnale convenzione a tre e decise di limitarsi ad una memoria conclusiva, contenente i punti sui quali era stato raggiunto un accordo 2 • Il documento fu chiuso il 20 gennaio 1888. Era basato sull'ipotesi di una guerra fra la Triplice ed un'alleanza franco -russa. Il caso di un conflitto limitato ad occidente non figurava esplicitamente. Il delegato tedesco desiderò fosse precisata l'offensiva italiana attraverso le Alpi occidentali; quello austriaco volle venisse sottolineata le neutralità• austriaca nell'eventualità di una guerra con la sola Francia ed il conseguente rifiuto di accordare il passaggio di truppe italiane verso la Germania 3• Il 28 gennaio, dopo che i tre governi ebbero dato l'autorizzazione, i rappresentanti militari fim1arono il documento 4. Giova rilevare che la conettezza, la discrezione ed il tatto di Dabormida e cli Albertone avevano loro guadagnato rispetto e stima sia da parte tedesca 5, sia eia parte austriaca 6 • I due ufficiali fornirono subito, con un lungo messaggio da Vienna, il resoconto dei commiati berlinesi con i principali esponenti tedeschi. Il generale Waldersee, quartiermastro generale, aveva tenuto a partecipare quanto assicurato a Vienna, e cioè che maggiore era la quantità cli forze italiane che si sarebbe trasferita sul Reno e «maggiore la rapidità del loro trasporto, altrettanto più ragguardevole sarebbe stata la quantità di forze cli cui la Germania avrebbe disposto per appoggim·e 1a loro[= austriaca] azione contro la Russia». Poi si era sbilanciato in una confidenza: dati i movimenti russi alla frontiera, la minaccia di una guena era reale, perciò a suo giudizio sarebbe stato quello il momento propizio per una guerra preventiva contro la Russia, ma il ministero degli Esteri non aveva raccolto L'idea. li generale Schlieffen, dal canto suo, aveva raccomandato la sollecita partenza ciel delegato italiano per Vienna, sì da condu1Te a termine i lavori tecnici per il mese di aprile; questo per poter iniziare il complesso studio cli preclisposizione di linee ferroviarie in Germania e delle misure di carattere lo-
' De Launay a Crispi in data 17. l. l 888, ibidem, doc. 501, p. 422. ' De Launay a Crispi in data 17.1. 1888, ibidem, doc. 502. p. 422. ' Dabonnida a Bertolé-Viale in data 20.1.1888, ibidem, doc. 510, p. 434. Nel documento era detto che le forze italiane destinate ad operare sul Reno alle dirette dipendenze del Comando Supremo tedesco ammontavano a sei corpi d'annata e lre divisioni di cavalleria. 'De Launay a Crispi in data 28. 1.1888, ibidem, doc. 529, p. 446. ' Dc Launay a Crispi in data 20.1 .1888, ibidem, doc. 509, p. 434: «( ... ) Le Secrétaire d'Etat vieni me dire que TIOS délégués avaient produit ici la 111.eilleure des impressions par leur savoir militaire, leur 1act et la manière dont ils se sont acquillé de leur tache». Cfr. doc. 529 c it., pp. 446-447. • Il 12 gennaio I 'ambasciatore austriaco Szechényi telegrafava a Vienna che «tutte le dichiarazioni degli u[(ìcial i italiani sono state improntate a perfetta lealtà al trattato sia nei confronti della Germania che nei nostri» (cit. da MAUEJT I, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit. p. 81 ).
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gistico per l'afflusso delle truppe italiane. Infine Bismarck. Prima di tutto egli volle sottolineare «il suo convincimento che la Germania e l'Italia fossero le due sole nazioni d'Europa la cui alleanza era naturale». Fra di esse esistevano molti interessi comuni e nessuno in contrasto. «Ad ogni modo - continuò il cancelliere sorridendo - l'amicizia della Prussia e del!' Austr.ia mi ricorda sempre quelle parole di una canzone francese: on pense avec plaisir aux coups qu'on s'est donné>>. Secondo Bismarck la situazione internazionale risentiva di minor tensione che non nel recente passato, e, quanto ali' allarme destato dagli spostamenti di truppe russe: «Sì, i militari ne prendono argomento per spingere ad una guerra immediata, dicendo che il momento è favorevole ed han.oo con loro il Principe Guglielmo, che un giorno salirà sul trono (... ); ma questi non sono più i tempi in cui, quando nel silenzio del Gabinetto gli uomini di Stato si convincevano che il momento era favorevole per intraprendere una guerra. bastava diramare gli ordini per mettere in cammino i 60-80.000 uomini che costituivano una annata decisiva e ciò senza che il Paese se ne commovesse e ne risentisse incaglio nella sua vita abituale( ... )».
Poi continuò: «Che cosa potrebbe guadagnare la Germania da una guerra? Di Polacchi ne abbiamo plus qu'il nefaut e di Francesi plus que nous n'en pourrons Jamais digéret: Sono convinto che i preparativi attuali della Russia hanno scopo difensivo e soltanto fra quattro anni sarà in grado di diventare aggressiva ( .. .)»
Ed aggiunse: «Se però la guerra dovesse scoppiare, essa si farà senza dubbio generale, ed allora sarebbe meglio che le vostre truppe difendessero oltre il Reno le proprie frontiere, anziché andare ad impantanarsi nelle paludi della Polonia od impegnarsi in Rumenia, tanto lontano dal proprio paese(...)» '·
Concetto ribadito qualche tempo dopo da Moltke a de Launay; «c'était en effet à l'Autriche d'aider, le cas écheant, la Roumanie à défendre son territoire» 2, ma tenuto ben nascosto a Vienna, dove la questione del concorso italiano era valutata con qualche incertezza. Bisogna rilevare che, se fra i partner della Triplice esistevano forti motivi di convergenza di interessi, non minori erano gli egoismi, le diffidenze e l' insincerità. Bismarck taceva all'Austria del trattato di controassicw-azione con il quale si era garantito le spalle in caso cli cont1itto con la Francia, e Moltke affermava l'utilità del concorso italiano all'armata rumena per agire su Odessa 3, ma poi sconsigliava l'Italia di impegnarsi ad est. Per Moltke, più ancora di una presenza italiana sul Reno, in una guerra limitata era essenziale ai fini tedeschi un' of-
' Dabormida e Albertone a Bertolé-Viale in data 31. I. I888, O.O.I., 2" serie, XXT, doc. 534, pp. 450-454. ' De Launay a Crispi in data 29.2.1888, ibidem, doc. 635, pp. 532-533. ' Promemoria di MoltkeaBismarckin data 14.1.1888, in M. MAZZETI1,L'eserci10 italiano nella Triplice Alleanza cit., doc. 5, p. 473.
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fensiva italiana sulle Alpi, qualunque fosse il risultato, anzi pur essendo molto dubbio il forzamento delle difese francesi. Kalnoky diffidava sia della spregiudicatezza dello Stato Maggiore tedesco, sia dell'attivismo di Crispi, e le sue somme preoccupazioni erano di non lasciarsi coinvolgere in una guerra Iimitata ad ovest e, in caso di guerra generale, di non trovarsi davanti ad improvvise richieste di compensi territoriali italiani. Tra Italia ed Austria-Ungheria, poi, esisteva innegabile anche se taciuta, la questione delle terre irredente, senza contare che l'una si fidava tanto dell' altra da tenere aggiornatissima la rispettiva pianificazione operativa sullo scacchiere veneto-friulano, sia pure a scopo difensivo. L'Italia reputava sicura, in caso di ostilità con l'Austria, l' invasione del Friuli, data h\ materiale impossibilità di farvi tempestivamente affluire forze tali da bloccare l' irmzione. Perciò lo Stato Maggiore prevedeva un'azione ritardatrice di difese avanzate e lo schieramento di un' m1nata sul Piave, linea idonea per l' organizzazione di una posizione difensiva con teste di ponte utili per operazioni offensive. Nel contempo, il rientrante del Trentino doveva esser possibilmente eliminato o, quanto meno, ridotto, mentre un'armata di riserva si sarebbe raccolta nella pianura veneta 1• L'Austria-Ungheria, dal canto suo, dopo il 1884 riconobbe che le mutate circostanze politiche indicavano come più pericoloso e probabile il fronte orientale. Cosicché lo Stato Maggiore prese Ja decisione strategica di attenersi alla difensiva sull'eventuale fronte italiano e di assumere atteggiamento offensivo su quello rnsso. La pianificazione, conclusasi nel 1886, previde lo schieramento di tre armate ad oriente e di una sola sul fronte italiano 2• I rappo1ti tra Francia e Italia non erano in quel momento propriamente cordiali. Per quanto da parte italiana i contatti militari in ambito Triplice fossero stati avvolti da un'atmosfera di assoluta riservatezza, lo stesso non può dirsi da parte tedesca, probabilmente a titolo di ammonizione verso Parigi e Pietroburgo 3 • Ne derivò una fuga di notizie a Berlino", cui seguì un'altra a Roma 5 , col risultato che a Londra ed a Parigi corse subito la voce di un' intesa militare. Per giunta, il 4 febbraio 1888 Crispi dichiarò alla Camera: «Non si potrebbe mantenere la pace fra chi tende a turbarla se l' esercito e l'annata [navale] non fossero forti: questo il solo modo di persuadere coloro, i quali non condividono le nostre idee, che, ove occorresse , la pace sarebbe loro imposta»•.
'ET mRE V IGANÒ, La nostra guerra, Firenze 1920, pp. 78-81. ' Sull'argomento vds. M . MAZZFilTI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., pp. 43-47. ·' ALFRED VON SCHLIEFFEN, Denkwurdigkeiten, Stungart 1922, I, p. 339, cit. in M. MAZZETTI, ibidem, p. 132. ' De Launay a Crispi in data 20.1.1888, D.D.l., 2' serie, XXI, doc. 512, p. 435. ' Ibidem, nota 2. • Pur non avendo alcuna intenzione di muover guerra alla Francia, C1ispi era ossessionato dalla convinzione che questa aspella.~se soltanto il momento propizio per attaccare l'Italia. Da qui una serie assolutamente inopportuna di moniti e accuse ad essa (cfr. G AETA.NO SAL\'EMINI, La politica estera di Francesco Crispi, La Voce, Roma 1919, pp. 42-44).
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Se si tiene presente che la Francia attraversava un periodo di accentuato nazionalismo per la presenza del generale Boulanger al tnilùstero della Guerra, e che essa guardava con allarmata ostilità alla Triplice e perciò incoraggiava in ogni modo l'irredentismo italfano per favorire attriti fra Roma e Vienna, non c'è da meravigliarsi se i già difficili negoziati in corso a Roma per la stipulazione di un nuovo trattato commerciale italo-francese, in sostituzione di quello scaduto il 31 dicembre 1887, finirono per arenarsi 1• Uno dei due delegati francesi si congedò il 6 febbraio con queste parole: «Finché sarete nella Triplice non sarà possibile un accordo commerciale tra l'Italia e la Francia» 2. Lo stesso giorno Crispi affennò orgogliosamente alla Camera che purtroppo in Europa, e segnatamente in Francia, spirava un'aria di protezionismo scoraggiante; ciò nondimeno il senso cli autonomia che ne derivava, se ben diretto, «potrà far sì che l'Italia esca dalla lotta che le si prepara, più forte e più potente, anche economicamente( ... ). In ogtù guerra vi ha motti e feriti, e mo1ti e feriti ci possono essere pure nelle battaglie economiche. Tuttavia un popolo forte non si scoraggia per ciò!» l. Convinto che l'occasione fosse adatta per il raggiungimento dell'indipendenza economica italiana - nonostante uno spareggio pauroso di 100120 nùlioui, determinato dalla gestione delle finanze di Magliani • - Crispi non esitò ad accettare la lotta e quando, il 1° marzo, la Francia impose una tariffa generale discriminante, l'Italia aumentò del 50% la dogana sulle merci francesi. Senonché la guerra doganale poteva essere sopportata dalla Francia assai meglio, date la superiorità delJe sue risorse e la disponibilità di altri mercati cli sbocco. Inoltre, Parigi ritirò i capitali investiti in Italia e dette inizio ad un'aspra lotta contro i titoli italiani. In definitiva, le esportazioni italiane subirono una gravissima riduzione ed il danno economico per alcune regioni, ed in particolare per le colture specializzate del Mezzogiorno, si rivelò pesantissimo e compensato appena in parte dall'impulso ricevuto dallo sviluppo industriale del Settentrione. Né l'intervento tedesco fu sufficiente ad evitare la depressione agricola e l'esodo dalle campagne, che condurranno alla rivolta siciliana del 1892-93, e le difficoltà finanziarie che nel 1889-1893 provocheranno un buon numero di fallimenti bancari. Con il 1° gennaio 1890 Crispi sarà costretto a rinunciare unilateralmente ad alcuni dei dazi più gravosi sulle merci francesi, tuttavia la guerra commerciale durerà ancora un paio di anni.
1
GIORGIO CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, VI, Fe!trinelli, Milano 1970, pp. 248-282. ' F. CR ISPI, Politica estera cit., p. 204. ' F. CRISPI, Discorsi parlamentari cit., III, p. I. 'L'ottimismo finanziario di Magliani era pericoloso «per l'abilità con cui si dissimulava il disavanzo allo scopo di giustificare aumenti di spese. Si ricorreva, a questo fine, a vari trncclù e ripieghi; si era inventata la categoria delle spese ultra straordinarie, che non dovevano contare per la loro eccezionalità, vera o pretesa; e si era escogitata la dottrina della ' trasformazioni di capitale', per cui una spesa che creava una cosa reale, non doveva contare come spesa, essendosi convertita in capitale» (G. GiOLrrn, Memorie della mia vita, cit., p. 50).
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Ma torniamo alle intese militari della Triplice. Il 4 febbraio 1888 Kalnoky inviò istruzioni all'ambasciatore Bruck per mettere in chlaro alcuni punti con il governo di Roma. Il primo riguardava 1' effettiva volontà italiana a mandare trnppe contro la Russia ed a «partecipare attivamente ad una tale guerra alla quale non sarebbe obbligata da trattati», ed in proposito Kalnoky manifestava sufficiente ottimismo, considerando ìl desiderio cli potenza di Crispi. Il secondo concerneva la pratica possibilità italiana a mandare almeno due corpi d'armata in oriente, dopo aver provveduto alle esigenze proprie e dopo aver spedito in Germania il grosso contingente di cui aveva preso impegno formale, ed al riguardo Kalnoky non esitava a mostrarsi scettico:
•
«Lo Staio Maggiore italiano deve, senza deludere se stesso e senza le usate ostentazioni, coscientemente, consigliarsi per essere, prima di ttltto, clùaro su questo punto. lo non posso fare a meno di pensare alla errata spedizione di Massaua, la fine della quale non si attende senza gravi apprensioni».
Il terzo argomento da approfondire riguardava le condizioni alle quali l' Italia sarebbe stata disposta a cooperare. Kalnoky non pensava che sarebbero state avanzate richleste di compensi territoriali, però non poteva esserne sicuro. Tutto ciò costituiva il sondaggio che Bruck doveva compiere con Crispi. In caso favorevole si sarebbe passati a colloqui militari specifici '. Brnck incontrò due contrattempi. L'uno derivava da un falso allaime provocato da una misura francese, l'altro da un non ponderato passo italiano. Nei primi giorni di febbraio gran parte delle forze navali d'oltralpe vennero concentrate a Tolone. La notizia, partita dall'ambasciatore tedesco a Pmigi, provocò un immediato turbamento, per quanto Bismarck accogliesse il giudizio del capo dell'Ammiragliato germanico - cui constava trattarsi di un provvedimento ordinato dal nuovo mitùstro della Marina francese per effettuare un'accurata ricognizione circa carenze delle navi e spese necessarie ad ovviarle - che non esistesse motivo fondato di timori, a meno che seguisse il richiamo allearmi degli equipaggi 2• Per suo conto, Salisbury, avvertito dall'ambasciatore tedesco a Londra 1, ordinò al Primo Lord dell' Amnuragliato di 1inforzare la squadra inglese ciel Mediterraneo • a titolo di semplice precauzione 5• La vicenda però contribuì a diffondere a Roma la persuasione che, in caso di ostilità con la Francia, la flotta inglese sarebbe stata a fianco di quella italiana 6• Di conseguenza il
' Kalnoky a Brnck in data 4.2. 1688, H.H.St.A., Poi. Are/i., r. 469, cit. da M. MAZZETil, L'esercito iraliar10 nella Triplice Alleanza cit., aU. 6, pp. 474-476. 'De Launay a Crispi io data 3.2.1.888, D.0.1., 2• serie, XXI. doc. 548. p. 463. ' Catalani a Crispi in data 4.2.1888, ibidem, doc. 550, p. 464. ' Catalani a Crispi in data 5.2.1888, ibidem, doc. 557, p. 467. 1 Catala1ù a Crispi in data 7.2.1888, ibidem, doc. 563, p. 47 I. ' Brnck a Kalnoky in data 8.2.1888, e in data 11.2.1888, H.H.St., Poi. Arch.., r. 469, cit. da M. M AZZETIJ , L'eserciro italiar10 nella Triplice Alleanza cit., pp. 100-101.
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contributo navale che l'Austria avrebbe potuto offrire, a compenso del contingente italiano in oriente, perdeva ogni importanza. Ma c'era dì peggio. Crispi cominciava a rimandare un discorso approfondito sul concorso militare ali' Austria. L' 8 febbraio si riservò di dare una risposta precisa 1; l' 11 febbraio disse che «metterebbe voJentieli a disposizione alcuni corpi d'armata, però non sa se potrà farlo, ne parlerà col Ministro della Guerra» 2; il 13 ripeté di «voler trattare ancora una volta la questione della guerra con i suoi colleghi, per poter dare notizie su eventuali corpi disponibili». «Qui - riferì l'ambasciatore Bruck - si lavora mollo seriamente per poter creare i quadri necessari alla realiuazione di una milizia terri101ialc, per la quale mancano soprattutto gli ufficiali. Appena questa sarà organizzata sarà più facile, secondo l'opinione del signor Cri spi, mandare corpi d' armata anche nei teatri più lontani, fosse anche fino aJ confine rumeno. Dall'Inghilterra arrivano notizie favorevoli e si conta su un intervento della flotta inglese» >,
Purtroppo l'opinione di Crispi era strettamente personale e stava diventando sempre più evidente che il suo «metodo garibaldinesco di condurre la politica» 4 lo aveva spinto ad impegni insostenibili per lo strumento militare italiano, specie nelle difficoltà finanziarie in cui si dibatteva l'Italia. L'aver trascurato il coordinamento fra direzione politica e possibilità militari inevitabilmente condusse Crispi di fronte al «non possumus» del ministero della Guerra. Era chiara l'impossibilità di realizzare un quadro di battaglia di quindici corpi d'armata, più le unità in essi non inquadrate, più gli indispensabili servizi di Intendenza. Le deficienze principali riguardavano gli ufficiali, cavalli e le artiglierie. Durante il mese di febbraio i dispacci di Brnck fecero affievolire le speranze di Vienna del concorso italiano. II lungo rapporto del nuovo addetto militare, colonnello Forstner, al generale Beck fu estremamente eloquente: il computo delle forze italiane doveva l..imitm·si ai dodici corpi d'armata pemianenti, giacché sui tre da costituire con la milizia mobile «nessun militare serio conta[vaJ»; la maggior parte dei dodici corpi d'armata era legata alla difesa della frontiera nordovest, perché nessun politico o militare italiano si sarebbe esposto alle incertezze di una grossa offensiva francese, per improbabile che fosse; sul Reno era previsto l' invio cli sei corpi d' a1111ata, organizzati orientativamente in un gruppo d' armate (gen. Pianell) su due armate; esistevano esitazioni sulla designazione dei generali da porre ,ù comando delle gran cli unità destinate in Germani.a; della tlotta austriaca nessuno faceva più cenno, essendosi quasi ce1ti dell'aiuto britannico; in definitiva, ammesso e non concesso che risultasse una certa dispon ibilità di truppe per l'est, quale sarebbe stata la loro efficienza? Quindi era preferibile non fare ttffidamento sulla presenza italiana in Romania 5 •
' Bruck a Kalnoky in data 8.2.1888, ibidem, p. 100. Bruck a Kalnoky in data 11 .2.1888, ibidem, p. 106. ' Bruck a Kalnoky in data I 3.2. 1888, ibidem. p. 102. 'M. M AZZETTI, ibidem, p. 105. ' Ibidem, doc. 7, pp. 476-478. 2
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Peraltro il lavoro dei tecnici a Vienna si svolse senza difficoltà e giunse a conclusione con un protocollo firmato il 1° marzo.L'organizzazione dei trasporti ferroviari era stata delineata in modo soddisfacente e per il materiale rotabi le, aspetto fondamentale dell'intero problema, gli oneri vennero ripartiti: delle 577 locomotive occorrenti, l'Austria ne avrebbe fornito 234, l'Italia 106 e la Gennania il resto; dei 10.000 vagoni, l'Austria ne avrebbe dati 2.000, l'Italia 5.000 e la Germania 3.000. A questo punto si verificarono due iniziative da parte italiana che sicuramente non giovarono all'opinione che Germania e Austria-Ungheria stavano facendosi sulJ'attendibilità dell'alleato. Diciamo due gaffes. A fine febbraio Bertolé-Viale inviò a Crispi copia della convenzione militare firmata a Berlino il 28 gennaio, proponendone la sanzione governativa, previo l'inserimento di tre riserve, del resto già formulate verbalmente da Dabornlida ed Albertone e considerate implicite dal generale von Schlieffen. La prima riguardava l'entità delle forze da mandare sul Reno: nessun impegno assoluto cli inviare sei corpi d'annata e tre divisioni di cavalleria, bensì l'invio di cinque o sei corpi e due o tre divisioni cli cavalleria «a seconda delle circostanze del momento della guerra». La seconda stabiliva che il predetto impegno avrebbe perso validità nel caso in cui la Francia avesse attaccato l'Italia «con forze talmente considerevoli da esigere il concorso cli tutte le nostre per fronteggiarle» . La terza riconosceva al governo italiano la facoltà di raggruppare le truppe in una piuttosto che due armate 1• Se la prima riserva poteva considerarsi plausibile (ma i rappresentanti italiani dovevano essere più precisi nella stesura finale del documento), la seconda si basava su un' ipotesi francamente più illogica che discutibile e proprio per questo era destinata a suscitare l'impressione sia di scarsa sicmezza nella prop1ia efficienza, sia cli mirare a sotu·arsi al concorso armato sul Reno. La terza era francamente superflua. Crispi spedì il promemoria cli Bertolé-Viale a de Launay 2, il quale, per quanto poco persuaso dell'opportunità di simile passo, lo fece leggere al conte Bismarck, affrettandosi poi ad infonnare di aver 1ilevato «une impression pénible» dipingersi sul volto del 1ninistro al conoscere la seconda riserva '. Come se non bastasse, l' impressione sconcertante si diffuse anche a Vienna, da dove il capo di Stato Maggiore telegrafò al colonnello von Forstner: «Oggi ho saputo da fonte degna di fede [ovviamente l'addetto militare tedesco a Vienna] che
' Bertolé-Yiale a Crispi in data 24.2. 1888, D.D.l., 2• serie, X.Xl, doc. 622, p.518. 'Crispi a de Launay in data 7.2. 1888, ibidem, doc. 653, p. 547. ' De Launay a Crispi in data 12.3. 1888, ibidem, doc. 673, pp. 557-558. Si noti che nel ramoso discorso al Reichstag del 6 febbraio il cancelliere aveva affennato che «nessuna grande nazione potrà essere indotta mai a sacrificare Ja sua esistenza sull'altare della fedeltà ai trattati, quando sia costretta a scegliere Ira l'u na e l'altra» (GERARD Rrr n,R, / m.iliiari e la polilica nella Germania mo derna, f, Einaudi, Tori no 1967, p. 3 18).
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gli italiani sarebbero attaccati da dodici corpi francesi! Hanno comunicato a Berlino che non potrebbero mandare l'intero numero concordato di trnppc sul Reno» '.
Mentre Crispi si rivolgeva a de Launay in certo modo accusandolo di essere stato poco chiaro con j tedeschi 2, il vecchio Moltke confutava con un promemoria convincente il pericolo paventato da Bertolé-Viale 3 • De Launay ne anticipò il contenuto ed avvertì che il protrarsi dell'esitazione italiana ad accettare in toto la convenzione del 28 gennaio non poteva che far aumentare il senso di disagio già destato •. Questa volta si inalberò Bertolé-Viale, che si rivolse a Crispi lamentando il persistente accenno alla «penosa impressione» riportata dai tedeschi ed accusando l' ambasciatore di non essersi espresso a dovere sul pensiero italiano. Chiese inoltre la partenza del tenente colonnello Goiran per Berlino il più presto possibile per le ulteriori intese tecniche e precisò: «Ad ogni modo siate pur cettissimo che non appena l'addetto militare tedesco presso di noi avrà parlato con me e Cosenz, egli saprà perfettamente chiarire le cose al suo Governo ed al suo Stato Maggiore» 5 • La questione si chiuse il 10 aprile, quando, all'arrivo di Goiran a Berlino, de Launay poté comunicare al conte Bismarck che: «Le mitùstre de la GuerTe M. Bertolé-Vi.ale, après avoir pris connaissance du mémoire de Comte de Moltke, laisse tomber certaine réserve dont j'avais été chargé de Vous entrctcnir. Ainsi le mémoirc signé à Berlin le 28 janvier échu, reste tel quel pour servir au besoin. Au reste le général Bertolé-Viale n'ava.il jamais entendu do1mer una grande importance à la réserve dont il s'agissait [!l. Voilà donc una question réglée. J'cn suis on ne peut plus satisfait» •.
Nonostante l'imbarazzo dì questo atteggiamento equivoco e del tutto gratuito, Crispi ebbe un'altra idea assolutamente fuori luogo. Incaricò Cosenz (saltando quindi il ministro della Guerra) di impartire a Goi.ran direttive per l'inclusione nei protocolli militari di «un articolo in base al quale l'Italia dovrebbe avere il diritto di ingerirsi in qualsiasi conflitto tra la Francia e gli imperi alleati, persino nel ca.~o in cui il conflitto fosse provocato da cause che non hanno una evidente attinenza col nostro paese(... ). Se per esempio scoppiasse una guerra tra l' Aus1ria e la Russia in circostanze che escludessero il casus foederis, noi desidereremmo rimanere in dispane. Ma se it1 analoghe circostanze ( ...) scoppiasse una guerra tra la Francia e la Genmuùa, noi saremmo propensi, nonosiante ciò, a prendervi parte, in primo luogo perché gli interessi generali della nostra politica estera esigono una ma1ùfesta-
' H.H.St.A., Poi. Arch., r. 469, in M. MAZZETn, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 119.
' Crispi a de Launay in data 16.3.1888, D.D.l., 2" serie, XXI, doc. 684, p. 568. ' M. MAZZETTI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cii., doc. IO, pp. 490-492. • De Launay a Crispi in data 29.3.1888, D.D.I., 2• serie, XXI, doc. 712, p. 589. 'Be11olé-Viale a Crispi in data 3 l .3.1888, ibidem, doc. 724, p. 576. • M. MAZZEITl, l 'eserciro iwliano nella Triplice Alleanza cit., doc. 11, p. 492.
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zione della nostra potenza militare, e in secondo luogo perché nel caso in questione è estremamente importante che la Francia non risulti vincitrice. La grandezza del!' Italia e la sua posizione nel l\foditerraneo possono basarsi unicamente sull'indebolimento della Francia, d'altro canto se questa fosse nuovamente vinta dalla Genna1ùa, sarebbe per noi assai impottante pattecipare alla vittoria su di essa( ... )».
Ma c'era dell'altro. Goiran doveva cercare di far accettare dall' Aust1ia l'invio dei due promessi corpi d'annata senza artiglierie, <<in modo di avere la possibilità, al momento opportuno, di fare delle concessioni su questo punto ed ottenere in cambio dei vantaggi su qualche altro» 1, nonché a prospettare una possibile occupazione italiana del!' Albania. L'esito della mossa, voluta da Crispi, a Vienna fu naturalmente ed ampiamente negativo. Il 1icevere truppe, già reputate di scafsa solidità, senza artiglierie non poteva risultare conveniente all'Austria (che, tra l'altro, non sapeva di poter «contrattare»), men che meno quando si profi,lava un legame fra concorso Inilitare e l'occupazione dell'Albania. Quanto alla partecipazione italiana ad una guerra non prevista dal casusfoederis, fu facile allo Stato Maggiore austriaco dichiarare la questione di stretta competenza della diplomazia. «Ho comunque notato in ogni caso - riferì Goirnn - che a Vienna si desidera la guerra meno che a Berlino. L'asprezza delle parole di Kii!noky a questo proposito mi ha profondamente colpito, e nù è parso che si sia fatto beffa di noi, quando gli parlai con molta insistenza del nostro fermo desiderio di partecipare alla guerra, anche nel caso in cui non fossimo tenuti a farlo. Sono pure stato colpite dall'asprezza con cui il cancellie(e austro-ungaricv si è categoricamente e definitivamente opposto alle nostre intenzioni circa una possibile occupazione del]' Albania. In generale ritengo che l'Austria non abbia fiducia in noi. ed ho osservato che a Berlino diffidano del]' Austria non meno che della Russia( ... )» ' .
In definitiva, 1' atteggiamento italiano del marzo-ap1ile 1888 lasciò traccia, tanto più che il quasi novantenne maresciallo Moltke venne sostituito da Waldersee, quale capo di Stato Maggiore. Mentre Moltke aveva finito per piegarsi alla volontà superiore del cancelliere, tanto da venir considerato dal conte Bismarck «il più tranquillo e riflessivo di tutti i nostri generali» 3, l'irrequieto Waldersee era condizionato da due irremovibili convinzioni: che una guerra con la Russia fosse inevitabile a brevissima scadenza, il che induceva a strettissimi rapporti con l'Austria per una strategia comune ·'; che l'Italia, come Stato e come istituzioni, fosse ancora debole 5• Le predette convinzioni lo portarono a polarizzare l'attenzione sul fronte orientale, dove sognava la grande offensiva ausu·otcdesca, e ad assegnare a quello del Reno compito difensivo, almeno inizialmente. Si può quindi comprendere come, ritenendo poco probabile un conflitto limita-
' Cosenza Goiran in data 21.3.1888, ibidem, doc. 12, p. 493. 'Goiran a Cosenz in data 22.4.1888. ibidem, doc. 13, p. 494. ·' G. RnTER, / militari e la politica nella Gennania moderna cit., I, p. 302. ' M. M AZZclTI, L'esercito italiano nella. Triplice Alleanza cit., p. 140. ' Ibidem.
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to ad occidente ed invece sicura una guerra generale, Waldersee abbia finito per continuare a privilegiare i contatti con l'Austria piuttosto che con l'Italia. D' altronde quest'ultima, preoccupata per le lunghissime coste esposte alla minaccia nemica, tentò nel 1888 di concludere una vera e propria alleanza con la Gran Bretagna; poi, quando nel dicembre di quell'anno l'ambasciatore britannico diclùarò a B1in che «l'Italia faceva meglio a non contare sull' assistenza dell'Inghilterra per la difesa delle sue coste» ', capì inutile ogni tentativo e nel 1889 si rivolse nuovamente all'Austria-Ungheria. Ma Kalnoky si tirò indietro: gli interessi austriaci si volgevano al Mediterraneo orientale e non a quello occidentale, e l'entità della flotta austriaca non avrebbe risolto il problema italiano, che solo con un'intesa con la Gran Bretagna poteva trovare una via d'uscita 2 • Così si arrivò al 1890. Non può non lasciare perplessi «l'attivismo» di Crispi del tutto sproporzionato alla potenzialità dell'Italia. Non per nulla nel 1888 si ebbe una fotte impennata nelle spese militari, proprio in conseguenza della politica estera di Crispi nonché delle sue preoccupazioni nei confronti della Francia. Queste condussero ad un'accelerazione delle spese nel settore degli armamenti navali e delle fortificaziotù costiere. Nel dicembre cli quell'anno Crispi chiese alla Camera di deliberare una spesa straordinaria di 100 milioni sul bilancio della Guerra, cosicché tra spese ordinarie e straordinarie si arrivò ad oltre 400 milioni, il livello più alto toccato dall'Unità alla guerra di Libia 3• Naturalmente l'esercizio 188889 si chiuse con un disavanzo di 253 milioni •. Tutto ciò a prescindere dall'impulsività con la quale le informazioni venivano accolte. Nel luglio 1889, in un momento di acuta tensione con il Vaticano oltre che con la Francia, Crispi espresse a Bertolé-Viale le sue preoccupazioni: «L'Europa al presente è un vulcano che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti . Ogni mattina ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra>>. Due giorni dopo, il 12 luglio, ricevette un rapporto segreto. Infonnò subito Umberto I e convocò a Roma l'assente Giolitti, che dal 9 marzo aveva assunto il dicastero ciel Tesoro, e gli disse a bruciapelo che c'era da temere un imminente colpo di mano della Francia su Spezia! All'incredulità di Giolitti, replicò rimanendo fenno nella sua opinione e facendo avvisare Londra, che inviò un ammiraglio a Genova, e Berlino, che rimase cortesemente scettica. «Quando poi fui presidente del Consiglio e ministro degli Interni - rievocò in seguito Giolitti - scoprì che quella sorprendente infor-
'In M. GABRIELE e G. F RIZ, La politica navale italiana dal1885 al 1912,cit., Roma 1982, p. 7. ' Vale la pena di riportare un commento di Kalnoky: «Finché questo accordo con l'Inghilterra non sarà raggiunto, io considero l'Italia incapace di agire poiché il timore per le sue coste paralizzerebbe il paese e il suo popolo e si dimostrerebbe più forte del più energico primo ministro» (in M. M AZZETTI, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 168, n. 7). 'F. B AVA B ECCARIS, Esercito lw/iano cit., p. 95. ' Ibidem, p. 87.
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rnazione Ciispi l'aveva avuta da un agente che teneva presso il Vaticano, e I' aveva accettata senz'altro come vera, senza curarsi di appurarla» 1•
2. LA POUTlCA COLONIALE DI CR1SPI L'infelice combattimento cli Dogali scosse per un momento il paese. Il ventaglio delle tendenze era completamente aperto. Si andava dalla posizione decisamente negativa di Andrea Costa a quella orgogliosa di Cavallotti. Nella discussione che si svolse alla Camera il 3-4 febbraio 1887, Costa si espresse in questi termini: «( .. .)Noi vi diciamo oggi, come allora [nel 1885]: richiamate le nostre truppe clall' Africa e non ci lasciamo impressionare dalJe frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, e che so io: tutta questa roba qui è di quella che si adopera sempre per far passare la merce avariata( ... )», concludendo che per un'impresa «non nobile», quale quella africana, «noi non ci sentiamo di dare né un uomo né un soldo». Cavallotti replicò impetuosamente che «i paesi non vivono soltanto di pane e di benefici materiali. I popoli vivono anche di onore ( . .. );vendichiamo l'offesa, vendichiamo i morti e daremo tutti i denari che occon:ono, faremo tutti i sacrifici che ci vorranno( ... )» 2 • Molto più cautamente, il 4 febbraio «L'Osservatore Romano» criticò le agitazioni di piaua ma suggerì che «il meglio che resta da fare dopo questa lezione è di ritirarci a Massaua, se la posizione, specialmente per il concorso della tlotta, sia sostenibile, e smettere ogni idea d.i revanche sull'Abissinia». Seguì il pacato pensiero di Ferdinando Martini, esposto in sede di discussione sul bilancio cli previsione del ministero della Guerra (30 maggio-3 giugno 1887). Contrario sia alla «spedizione grossa» intesa a conquistare l'Abissinia, sia alla «piccola guerra» diretta all'occupazione cli Cheren, egli invitò a ragionare con freddezza, ponendo da parte ogni retorica: «Lasciate stare la civiltà, e dite le cose senza ipocrisia; dite che tutti gli Stati <li Europa fanno una politica coloniale, e che dobbiamo farla anche noi, perché in Italia allo Stato che è giovane, il popolo che è vecchio impone tutte le impazienze, tlltle le frette, tulle le irrequietudini dell'individuo. Dite ciò, ed io vi approverò fors'anche: ma a patto che mi dic iate altresì quali sono gli intenti vostri, e che mi dimostriate quali utili effetti susseguiranno ai sacrifici che il paese s'impone».
Peraltro tenne a precisare che alla base del ragionamento stava la convinzione che non si trattasse di un caso in cui «fosse lesa la dignità nazionale». A Martini si oppose Ruggero Bonghi: «La sola questione, il solo punto che dobbiamo ora discutere, rispetto ali' Abissinia è questo: dobbiamo sl o no rioccupare Saati e Ua-à? Quest'è la sola cosa che io concedo a quel ca50 di gucr-
' G. GIOLJTII, Memorie della mia vii.a cit., p. 54. M.A.E., L'Africa italiana al Parlamento cit., pp. 96-101.
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ra che è sono, che io concedo a quel sentimento ragionevole che può essere ancora, cd è bene che resti , nell'animo di tutti, cioè a dire: nata una gueua, avuto uno scacco, noi dobbiamo rioccupare Saali e Ua-11. Se l'Abissinia continua a pretendere che Saati e Ua-à sono suoi, venga a ripigliarli all' Italia. Se essa rinuncia a ritenere quei due punti come suoi, allora il fatto solo che l'Italia, che ne era stata scacciata, v'è ritornata, e vi rimane non molestata. basterà perché la guerra che è sorta non sia finita con suo danno».
Era una via di mezzo moderata e sufficientemente convincent.e, tanto che Martini ritirò la sua proposta. Dal canto suo Cri spi, a nome del governo, dichiarò che questo non aveva, né aveva mai avuto l'intenzione di conquistare l'Abissi nia, tuttavia non intendeva «rinunciare a qualsiasi impresa, che le circostanze, un caso anche fortuito, possano consigliare per rifare la nostra posizione in Africa e ricondurre le nostre arnù a quello splendore a cui tutti miriamo» 1• Il Parlamento approvò il bilancio della Guerra, così come poco dopo approvò la legge per un credito straordinario di venti milioni e per l'autorizzazione a formare un corpo speciale di truppe coloniali, destinate a fornire i presidi d'Africa senza incidere sull' integrità dell'esercito metropolitano 2• Ma molto sentito era il proposito della rivincita, il desiderio di «ristabilire il prestigio delle nostre armi». Ed anche a tal riguardo le tliscussioni si infittivano. Subito dopo Dogali il generale Gené sottopose a Robilant un disegno operativo di vasto respiro: «far definitivamente nostre alleate le tribù più vicine( ... ) sovvenendole di qualche aiuto e spingendole dalia parte del nord verso l' Abissinia, facendo percorrere la valle del Mareb che volge verso Adua a quelli cli Kassala ( ... )e spingendo verso Gondar quelli di Metenuna; promuovere sollevazioni nell 'Hamascn stesso, dove le popolazioni non sono punto soddisfatte del loro capo, ras Alula, e dove, latente, ma abbastanza efficace, l'elemento musulmano alu·o non brama che di liberarsi del giogo abissino( ... )» .i. Il tutto, secondo Gené, sarebbe stato realizzabile subito, con un corpo di spedizione di otto-diecimila uomini, con obiettivo l'occupazione de l paese dei Bogos e possibilmente Asmara. Robilant rispose tre settimane più tardi con una lunga ed ineccepibile lettera, respingendo senza molte perifrasi i suggerimenti operativi tratteggiati da Gené: «l'enunciazione sola di questi concetti( ... ) basta a dimostnu·e quanti e quanto grandi problenù militari, economici e politici si racchiudono nel programma da Lei additato». Senza soffem1arsi sulle considerazioni di natura militare ed economica, Robilant si limjtò all'aspetto politico-diplomatico: «( ... )Anzitutto pongo come assioma fondamentale che, se dobbiamo accingerci ad una campagna in Abissinia, questa deve essere preordinata e condona con mezzi così sicuramente efficaci e potenti da escludere ogni più remota contingenza di insuccesso(... ) se una nostra volomaria impre-
' Ibidem, pp. 108-119. ' Ibidem, pp. 108-119. 1 Gené a Robilant in data 29.1 . 1887, AUSSME, Fondo Carre,:gio Eritrea, racc. 1.
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sa in Abissinia non avesse la pienezza della vittoria, io stimo che sarebbe più <li un'amara sventura; sarebbe fatale evento che lungamente peserebbe sull'Italia. Una spedizione in Abissinia non è quindi opera prudente se non s.i adoperino mezzi nostri, soldati, navi, denaro, in così larga coph1 che rimuovano ogni alea o pericolo, o se, assieme con piÌl limitati mezzi nostri, non si ricorra a quei sussidi di alleanze e cooperazioni varie cui la Signoria Vostra stessa accenna. In altre parole, o dobbiamo addirillura consacrare alla impresa abissina buona parte dei nostri apprestamenti milita.r ie linanziari, mentre si agitano in Europa questioni gravissime dalle quali dipende forse l'avvenire del nostro Paese, o dobbiamo impigliaJci nel dedalo intricato e malfido delle alleanze africane ( ...)» '.
Il 17 aprile l'intera gestione degli affari d'Africa venne trasferita al ministro della Guerra 2, generale Bertolé-Viale, che un paio di settimane prima aveva sostituito Ricotti. Bertolé-Viale non era particolarmente entusiasta dell'avventura àfricana e l'affrontò sulla base di due concetti: dare la dovuta attenzione alle valutazioni ed aI pensiero di chi sul posto (cioè, per lui, il Comandante Superiore) conosceva la situazione locale meglio che a Roma; evitare mosse inutili ed arrischiate e dare corso ad azioni militari indispensabili solo e quando sugge1ito e consentito dalle circostanze. Perciò cominciò a chiedere al generale Saletta, tornato a Massaua quale nuovo Comandante Superiore in luogo di Gené 3, di «proporre quale operazione si dovesse eseguire e quale scopo raggiungere». Saletta era sbarcato il 22 ap1ile ed aveva trovato un dispaccio inviato al suo predecessore, con il quale il ministero ordinava di calcolare al più presto il preventivo cli quanto potesse occorrere «per poter iniziare nel!' 01tobre, od al più tardi in novembre, qualche operazione offensiva contro l' Abissinia, supposta una tale operazione limitata ali' attacco ed all'occupazione temporanea di Asmara od altro posto importante del territorio abissino» ' .
Saletta, dunque, sulla base delle direttive ricevute alla partenza da Roma, appena assunto l'incarico annunciò il blocco della costa a nord ed a sud di Massaua, e notificò lo stato di guerra con l'Abissinia; poi allacciò opportuni accordi con il capo degli arabi Habab, kantibay Hamecl, e quelli degli Assaorta, ed accolse la sottomissione di due fuoriusciti abissini, alla testa di bande irregolari, fitaurari Debeb (cugino di Johannes e cognato di ras Alula) e barambaras Kafil.
' Robilant a Gené in data 18.2.1887, in Libro Verde Massaua, doc. 79. Secondo l'art. 3 del R.D. 17 apri le 1887, «il Ministro della Guerra riferisce e souopone alle deliberazioni del Consiglio dei Ministri tutte le questioni d'ordine generale ed uniforma alle deliberazioni medesime la sua azione direttiva. Egli comunica agli altri Ministri, a ciascuno per la pane che lo riguarda, le richieste, proposi.e, od infom1azioni che gli vengano dal Comandante Superiore in Africa, e trasmette ad esso le risposte, disposizioni ed istruzioni dei vari Ministri( ... )» (CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., 1, p. 126) . ' La sostituzione di Gené fu determinata dalla improvvida consegna a ras Alula di mille fucili bloccati alla dogana di Massaua, nonché di alcuni assaortini richiesti dal ras come traditori, per ottenere la liberazione della missione Salimbeni. ·• Ricolli a Gené in data 2.4.1887, in Relazione sulla colonia italiana di Massaua cit., in USSME, Tancredi Saleua cii., p. 298. 1
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Quindi provvide al riordinamento delle trnppe nazionali in relazione al previsto arrivo di rinforzi ed ,ùl' organizzazione del corpo degli irregolari (portato a 2.000 uomini) con conveniente selezione e ben defoùto arruolamento; infine accelerò i lavori per la realizzazione del campo trincerato di Massaua e per l' accoglimento delle annunciate nuove truppe. Una volta orientatosi, come primo elemento di risposta per l'impostazione del problema indicato da Bertolé-Viale osservò che, volendo far la guerra, occorreva battere il nernico. Poiché provocare una battaglia campale era possibile soltanto con una guerra d'invasione (la quale usciva dalle intenzioni governative), l'occupazione temporanea di località come Asmara, o Ghinda od altra, ottenibile senza necessariamente giungere ad un grosso scontro armato, non avrebbe condotto ad un risultato definitivo. Forse l'unico obiettivo concreto sarebbe stato Cheren, il capoluogo dei Bogos, che consentiva notevole libertà d'azione per il futuro '. Chi, invece, propendeva per un' azione in profondità era il conte Antonelli, il quale avanzò la proposta di «inviare addirittura un corpo d'esercito di 80.000 uomini e tentare la conquista del paese, riservando alle anni la soluzione di tutto ( ... )», fermo restando che «l'Italia, accomodate le cose e fatto il trattato [di pace], lascerebbe un piccolo presidio di truppe a Massaua per la sicurezza deUa città e non per altro». Bertolé-Viale clùese a Saletta che cosa ne pensasse, e Saletta non esitò a rispondere che in quella proposta «non ravvisava quell'elevatezza di vedute e cli giusti criteri che sarebbero richiesti dalla gravità della situazione». Infatti, «per fare questo sacrificio di uomini e questa spesa enorme di milioni occorre anzitutto che l'Italia sia ben determinata a volere stabilire permanentemente in questo paese l' alto ed incontrastato suo dom.itùo». Quando poi a limitare la nostra presenza ad una piccola guarnigione a Massaua, «questa restrizione imposta alla nostra condotta ( .. .) vincolerebbe tutta la nostra politica generale cl' Africa, e ci metterebbe in balìa cli un vicino sulla lealtà e amicizia del quale l'esperienza ha mostrato che non è bene fare troppo assegnamento» 2 • Il 29 luglio Bertolé-Viale comunicò a Saletta che l'obiettivo cui il governo 1nirava era la semplice riconquista di Saati e di Ua-à. Saletta, fenno nella propria convinzione, si dichiarò «decisamente contrario alla stabile occupazione dell' uno o dell'altro cli quei due punti», come obiettivo militare di un' operazione contro l'Abissinia, perché insufficiente a provocare una battaglia importante con l' avversario. Questi, infatti, «traendo profitto dalle sue qualità speciali, probabilmente non mancherebbe di venir di tanto in tanto a molestare i nost1i distaccamenti, deludendoci poi sempre con una riti.rata improvvisa». Di conseguenza, la soluzione da scegliere doveva rinvenirsi fra una decisa invasione dell' Abissi-
' Saletta a Benolé-Vialc in data 14.5.1877, ibidem, pp. 298-299. CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., I, p. f40.
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nia, o l'occupazione di parte del territorio dei Bogos, oppure rimanere nel campo trincerato di Massaua, ulteriormente potenziato, e controllare la zona circostante con puntate di colonne volanti. Quanto al ritorno a Saati, esso richiedeva una preparazione locale di tre mesi almeno ed ancora qualche mese per realizzare un'occupazione quale voluta dal ministero (fortificazioni, installazioni e casermette, autonomia logistica, ferrovia, posa del telegrafo). Il che rischiava di non poter essere concluso prima dell'estate. ln definitiva , Saletta indicò la sua netta preferenza per l'alternativa del campo trincerato di Massaua, in quanto: «( .. . ) non volendo addivenire contro l'Abissinia, ad un 'azione offensiva risolutiva e non potendosi addivenire colla medes ima ad un modus vivendi 4ualunque, non vedrei alcun all ro mezzo possibile pe, soste nere, col minimo dispend io di forze, uno stato di ostilità permanente, in anesa che si maturino avvenimenti più favorevoli (ad esempio, una rivoluzione nell 'interno dcli' Abissinia) per un· azione decisi va» ' .
Dopo attenta riflessione, iJ governo confem,ò l'orientamento indicato a Saletta a frne luglio, affidandone l'attua:done ad un corpo di operazioni su tre grosse brigate (escluso il presidio di Massaua) agli ordini del tenente generale San Marzano. A Saletta venne offerta la carica di capo di Stato Maggiore, ma egli declinò 1' invito «attesoché per le esplicite opinioni antecedentemente emesse sull'operazione da eseguire, accettandola si sarebbe messo in completa contraddizione con se stesso e con le proprie convinzioni» 2• Il negus Johannes, saputo di Dogali, si era affrettato a rivolgersi alla regina Vittoria per lamentare la pretesa inosservanza italiana del trattato Hewell, ma essenzialmente per sondare le i11tenzioni britanniche. Salisbury, come si è detto, aveva allora avanzato una vaga proposta a Roma di assumere un ruolo di mediazione fra Italia ed Abissinia, al fine di evitare pericolosi sviluppi in Africa orientale e nel Sudan. Crispi ereditò la questione e subito volle puntualizzare che l'occupazione di Massaua, dovuta a motivi di ordine e di sicurezza, non poteva essere vista dall'lnghilte1Ta che con occhio favorevole; che ras AJula si era reso responsabile di un'ingiusta aggressione; che il negus, se voleva la pace, poteva chiedere, tramite la regina Vittoria, a quali condizionj re Umberto s,u-ebbe stato disposto a concederla. Nel frattempo, avvertì, «( ... ) En attendant nous <levons loyalemenl cl eonfidentiellemeot pour lui seul, déclarer au Cabi ne! Britannique quc cet essai de médiation ne saurait nous fai re ralcntir nos préparatifs ct·action mi-
' Saletta a Bertolé-Viale in data 25.8.1887, ibù/em, ali. 11. pp. 311-315. ' Relazione sulla colonia italiana a Massaua cit., in USSME, Tancredi Sa/ella cit., p. 302. Non è dunque esano che Saletta avesse sempre sostenuto il convinc imento che «occorresse fina lmente muoversi dalla costa e occupare l' Asmara e il paese dei Bogos» e fosse «cosl entrato in con Ili Ho irrcparabile cùl prudentissimo mi1ùstro della Guerra.( . .. ) tanto da essere improvvisamente richiamato in Italia e sostituito proprio al momento decisivo, quando cioè slava per partire( ...)» (R. B ATIACUA , La prima guerra d'Africa cit., p. 271). Inoltre il grado di Saletta non gli avrebbe consentito il comando del cnrpù di spedizione.
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litaire y compris la réoccupation de Saha1i e1 que si une conclusion au moins préliminaire se faisail attendrc au delà du mois de novembre, nous ne pourrions, à notre tour, laisser pru;ser, ni m~me s'avancer, la seule saison 011 des opérations sont possiblcs dans régions doni il s'agit» '.
Salisbury rimase bene impressionano dal tono energico e sicuro del nuovo governo italiano e scrisse al negus, in sostanza appoggiando la tesi di Roma. Johannes non si riconobbe assolutamente in difetto e respinse con orgoglio la condizione di inferiorità implicita nella richiesta cli pace pretesa dall ' Italia; ma un'altra missione, più importante, affidata a sir Gerald Porta!, era in viaggio. Crispi, messo a l corrente di questo nuovo passo e pregato di non precipitare gli eventi dando il via alle ostilità prima del ritorno di Porta!, fece conoscere le condizioni minime poste dall' Italia per la pace: esplicito ramnuu-ico espresso dal negus per l'eccidio di Dogali; Saati e Ua-à definitivamente acquisite all 'Italia con il margine di una fascia profonda almeno una giornata cli marcia; Ghinda città di frontiera abissina eAilet all' Italia; riconoscimento da paite del negus del protettorato italiano sugli Assaorta e gli Habab; occupazione italiana, d'accordo con l'Inghilterra, del Sanahit 2• Ma un' altra iniziativa diplomatica si profilò d'improvviso all'orizzonte. 1n novembre Menelik comunicò l'intenzione di offrirsi come mediatore 3• Crispi rimase alquanto imbarazzato. «È manifesto - scrisse a Be1t0Ié-Viale - che noi non possiamo accettare la mediazione di Re Menelik», in parte per ragioni di dignità nazionale ed in parte per non intralciare l'opera della missione Porta!. Pertanto, non volendo o ffendere Menclik con un rifiuto, pensava di spiegare «l'Italia ormai essere impegnata in una azione militare che non potrebbe intc1Tompersi né rallentarsi. Re Menelik potere tuttavia rendere servizio al Negus con l'indurlo a chiedere la pace». Quanto ai fucili richiesti, nulla contro ma «quando sia onorevolmente finita la nostra guerra con l' Abissinia»•. Sir PortaJ era intanto sbarcato a Massaua, dove ricevette le citate istruzioni cli Crispi. TI 2 novembre partì verso l' interno ed il 25 dicembre ritornò, dando notizia del fallimento: «Baring - telcgra{ò subito il console generale nostro al Cairo al ministero degli Esteri - vient me communiqucr télégrmnmc reçu <le Portai. Mission complètemcnt échouée per I' in ll ucnce de Ras Alula. U a été rctenu prisonnicr par celui-ci pendant IOjours. Les anglais soni considérés trop nos amis. Le Pays est tout en annes <lécidé combattre à outrance» '.
Ed in effetti il negus - cui ras Alula aveva fatto credere, inten1.ionalmente, che gli italiani stavano già avanzando oltre Saati - affermava che non desidera-
' Cri spi a Catalani in data I .8. 1887, D.D.I., 2• serie. XXI, doc. 3, p. 3. ' Crispi a Catal ani in data 29. I0. 1887, ibidem, doc. 256, p. 219. ' Bicnenfeld a Crispi in data 4.11.1887, ibidem, doc. 276. p. 239. 'Crispi a Benolé-Viale in data 24.1 1.1887, ibidem, doc. 339, p. 290. 1 Dc Martino a Crispi in data 26. 12. 1887, ibidem, doc. 453, p. 380.
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va la guerra, ma non avrebbe consentito ad alcuna delle condizioni fonnulate dagli italiani, ai quali, tutt'al più, era disposto a lasciare «il pacifico possesso di Massaua e di Monkullo». Non avrebbe ceduto alcun altra «particella di territorio» senza venire alle armi. Se l'Italia rifiutava, egli era pronto alla guerra e sperava che l'Inghilterra non si intromettesse 1• Salisbury espresse un vivo ranunarico per il fallimento di una mossa su cui aveva contato, e tenne ad indirizzare a Crispi la raccomandazione, amichevole e del tutto confidenziale, «d'insister auprès de nos généraux de ne faire trop peu de cas desforces abyssiniennes (. . .) si c'eut été une cmnée anglaise il aurait récommandé au gé11éral en chef de ne pas négliger la moindre des précautions» 2• Non c'è dubbio che i Comandanti Superio1i, da Saletta a Balclissera, si guardarono bene dal «ne fa ire trop peu de cas» • dell'avversario. Mentre il Comando Superiore di Massaua aveva in pratica polarizzato l'attenzione sul Tigré e contava di appoggiare or l' uno or l'altro dei capi della regione, divisi da gelosie e rivalità, il conte Antonelli, residente alla corte di Menelik, da tempo caldeggiava la convenienza di coltivare l'amicizia del re dello Scioa, cli cui era nota l'ambizione di diventare negus neghesti e che, dopo aver sottomesso la grande regione degli Uollo Galla e poi facilmente conquistato l'Harar, si presentava come il più pericoloso antago1ùsta di Johannes, pur mantenendosi cauto ed obbediente nei confronti dell'imperatore. Come è naturale, Menelik pensava esclusivamente ai propri interessi e lo stesso aiuto che cercava dall'Italia non lo impegnava affatto a sbilanciarsi con avventatezza, compromettendosi inutilmente con Johannes. Possiamo dire che era pronto a schierarsi col vincitore, ma Antonelli era convinto che la linea politica «scioana» fosse quella cli maggiore utilità per l'Italia. Così a fine settembre 1887 inoltrò a Roma, per l'approvazione, una bozza di convenzione «per assicurare un'assoluta neutralità dello Scioa, in caso di azione militare contro l'Abissinia del Nord». Menelik sembrava ben disposto, scrisse, però «prevengo V.E. che l'unico mezzo per aiutare imprese di questa natura è larghezza nel fare doni e distribuire denaro( ... ). Oltre ai doni da farsi al Re ed alla Regina, è necessario dare gratificazioni ai vari Capi più influenti della Co1te Scioana ( ... )». Il dono più impo1tante era una partita di 5.000 fucili Remington in Assab entro sei mesi 3 • Un mese dopo Antonelli spedì la convenzione fi nnata dal re il 20 ottobre, sottolineando che il numero dei fucili poteva sembrare troppo elevato, «ma è bene riflettere che più grande è il dono che noi facciamo, più potente è l'impegno del re verso di noi» 4•
' Portai a Salisbury in data 25. 12.1887, in Catalani a Cri spi in data 23.12.1889 in Libro Verde Massaua ci t. , doc. 198.
' Catalani a Crispi in data 3.1.1888, D.D.1.. 2" serie, XXJ, doc. 476. p. 405. ; Antonelli a Crispi in data 19.9.1887, ibidem. doc. 163, pp. 141- 142. ' Antonelli a Crispi in data 29.10.1887, ibidem, doc. 258, p. 220.
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Il generale Alessandro Asinari di San Marzano sbarcò a Massaua 1'8 novembre 1887 con direttive molto dettagliate, nel quadro di un atteggiamento ptudente ma fermo: «IJ governo, ia confonnità delle dichiarazioni fatte al Parlamento, ha detenninato d'intraprendere e possibilmente compire in Africa un'azione militare la quale valga a rivendicare quivi il prestigio del le nostre anni; e c iò senza impegnarci in una guerra a fondo coll'idea di conq uistare I' Abissinia. In questo prec iso conceuo il governo ha deliberato che l'azione predetta debba essenzialmente consistere nel rioccupare Saati e Ua-à ( ... ). Sarebbe nelle inlenz.ioni del governo, una volta Saati assicurata nei modi e con i mezz.i suaccennati, il ridurre le truppe in Africa alla forza streuamente necessaria per presidiare i foni e mantenere le fatte occupazioni; nel quale i<leamento fu costituito il corpo speciale; a meno che gli avveni menti non inducano ad intraprendere altre operazioni ol'fensive contro l' Abissinia ( .. .)» '.
EnLro dicembre San Marzano ebbe a disposizione: le truppe già a Mac;saua, il nuovo Corpo speciale d'Africa ed il nuovo Corpo di truppe per l'Africa (o Corpo di rinforzo), per complessivi 18.500 uomini 2• Tutti questi reparti vennero ordinati in quattro brigate, provvedimento lasciato di proposito a San Marzano per consentirgli di attuare l' ordinamento ritenuto più aderente al piano operativo. Le immediate cure del nuovo Comandante Superiore si rivolsero al completamento del!' assetto difensivo del campo trincerato di Massaua e degli accordi con le tribù dei dintorni. Poi fu programmata la marcia su Saati: doveva precedere l'avanzata della ferrovia e della strada di quanto neccssa.-io per la sicurezza dei lavori 3 • Di conseguenza, l'obiettivo venne occupato e sistemato a difesa soltanto i primi di febbraio 1888. La stazione di testa non era ancora giunta a Dogali, ma a quanto risultava il negus aveva sospeso l'iniziale decisione di prendere l'offensiva e, invece, aveva convocato ad Aksum i due ras della zona: ras Alula e ras Agos. li 9 marzo si seppe che gli abissini erano in movimento. Il negus, che aveva proclamato la guerra santa, prima contro gli italiani e poi contro i dervisci, sembrava disponesse all'incirca di 80.000 uomini. Inutile dire che gli avvenimenti africani erano seguiti a Roma con un'attenzione acuìta dai commenti europei. A fine febbraio l' ambasciatore Solms fece conoscere a Crispi una lettera appena ricevuta da Bismarck:
'CCSM, Storia militare della colo11ia Eri1rea c it., I, pp. 146-148. ' Dei nuovi giunli, ogni battaglione di fanteria era su quattro compagnie, ciascuna costituita da volontari tratti da quattro-cinque reggimenti differenti; del pari i batlaglioni bersaglieri erano su quattro compagnie, ciascuna formata da volontari tratli da tre reggimenti bersaglieri. In totale avevano fornito personale 2 reggimenti granatieri, 94 reggimenti fanteria e 6 reggimenti bersaglieri. Da rilevare il fo11c numero degli ufficiali di complemento richiamati a domanda: in media due per compagnia <li fanteria, e uno per batteria o sq uadrone. Tuili fecero molto bene. ' Il materiale ed il personale per la costruzione dell a ferrovia (circa 27 chilometri con 57 curve e 85 opere d'arte) sbarcarono a Ma.•,saua il 28 settembre. La ferrovia fu completata in tempi successivi. Il primo tronco, sino a Moncullo, fu ultimato il 24 novembre; il tronco .Moncullo- Hamassat, il 7 ge11llaio 1888; il tronco Hamassat-Snati fu completato il 15 mano.
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«Il résulte des rnpports de V.E. qu ·on éprouve de nouveau dans Ics derniers temps à Rome un cenain malaise au sujet de J' entreprise de I' Abyssinie. Comme vous avez pu voir par mes instructions je dirige depuis longtemps mes regards avec appréhension sur la possibilité que l' Italie puisse s'engager davantage dans le territoire sinté vers l'intérieur de Massaua et éprouver des déceptions coiìteuses. Nos autorités militaires s' alanuent de ce que les troupes Italiennes s'éloignent si loin de la cote. Politiquement cependant je ne vois à pcine une raison pourquoi l' ltalie mettrait en dangcr par une extension téméraire dc sa position militaire, l'effet immanquable avec le temps, de son occupati on dc Massaua (... )».
Secondo Bismarck, l'Italia era così salvaguardata dal possesso del litorale e delle isole vicine che doveva, a suo modo di vedere, non far altro che attendere, essen~o l'Abissinia, o almeno tutta la zona compresa fra il 12° ed il 16° parallelo, legata a Massaua come unico accesso al mare: «L' Abyssinie doit tot ou tard faiJe des démaJches auprès du propriétaire de la position 11wri1ime dc Massaua pour obtenir de lui l'admission à la navigation»,
perché non avrebbe mai avuto la forza di eliminare il possedimento italiano. li possesso di Massaua e delle isole Dahlak, combinato col blocco, avrebbe costituito un nodo scorsoio che avrebbe costretto l'Abissinia ad accettare le condizioni italiane 1• Il pensiero ufficiale del governo fu espresso da Crispi il 17 marzo alla Camera, durante la discussione sul bilancio degli Esteri. Il governo non intendeva affatto conquistare l'Abissinia: sarebbe stata follia pensarlo e se anche si fosse compiuta la conquista, si sarebbe poi reso inevitabile l'abbandono del paese come fatto dall'Inghilterra. Il governo aveva promesso di riprendere le posizioni abbandonate dopo Dogali e di occupare una linea di difesa della colonia. In gran parte il programma era attuato, ma la questione era tuttora sub judice 2• Il 26 marzo la massa abissina apparve a pochi chilometri dalle posizioni di Saati, ma le notizie risultavano contrastanti 3• Secondo alcune fonti, il negus si preparava all' attacco; secondo altre, più attendibili, pareva desiderare la pace.
' Solms a Crispi in data 27.2.1888, D.D.L, 2" serie, XXI, doc. 631, pp. 527-528. ' M .A.E., L'Africa italiana al Parlamento cit., p. 135. ·' Secondo l'attenta ed obiettiva testimonianza del più importante corrispondente di guerra, Vico Mantegazza: «Quando leggo sui giornali d' llalia dei lamenti perché il servizio di informazioni è mal fatto, mi persuado che( ... ) non si ha ancora il piì1 lontano concetto del come stiano le cose. Mi pare puerile il pensare che si possa avere un servizio d'informazioni regolare in un paese, dove accade spesso che in una provincia non si sa quello che accade in un'altra. Si fa come si può, beninteso che alle informazioni prese a questo modo - e non c'è altro modo di averne - bisogna sempre dare un'importanza relativa; non fidarvisi mai ciecamente. ln un prima perché può darsi il caso che uno tradisca, e diventi invece strumento in mano del nemico, poi perché possono essere tratti in errore (.. .). Poclù giomi fa gli informatori recarono la notizia che il Negus si era ritiJat.o [la corrispondenza è del marzo l 888] con tutte le sue truppe, e allora la notizia non era punto vera. Ciò non pe11anto la notizia era stata po1tata quasi contemporaneamente da quattro informatori (. .. )»(V. MAKTEGAZZA, Da Massaua a Saati, Treves, Milano 1888, p. 223).
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La zona d., Massaua al 1• novembre 1887 (forti interni).
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Una sua lettera a San Marzano, infatti, accennava all'antica anùcizia col re d'Italia; sosteneva: «Questa Etiopia che mi fu data da Dio è il nùo regno; lasciate dunque il mio paese e state nel vostro»; affermava il suo desiderio di attenersi al trattato Hewett; commentava filosoficamente che quanto era accaduto era accaduto ed alla fin fine era lui a doversi lagnare perché «voi siete venuti a combattere nel nùo paese, io non sono anelato nel vostro». E concludeva: «Ritornate dunque nel vostro paese, restiamo ciascuno nel nostro. Il porto di Massaua sia aperto come era prima ( ... )» 1• Non aveva tutti i to1ti. Però il messaggero «fit connaftre à San Marzano que le Negus déclarait reconnaftre l'occupation italienne, jusqu'à Sahati. Quant aux autres conditions, Le Roi Jean se mon/.rait disposé à ·les accepoer, ,~ais il désirait en differer I'accomplissement jusqu 'après la guerre avec les Dervisch» 2• Fosse o non esatto quanto riferito dal messaggero, il 30 marzo il negus, evidentemente desideroso di addivenire alla pace, sollecitò una risposta di intesa per un incontro. La lettera si incrociò con la replica cli San Marzano, basata sulle istruzioni ricevute da Roma, che confermavano in pieno le condizioni indicate a suo tempo munite sir Portai. Se accettate, il negus doveva inviare a Saati un suo fiducimio e, avvenuto l'incontro, sarebbe stata stipulato un trattato di amicizia e commercio fra i due paesi 3• Salisbury fu d'accorcio e soddisfatto: «le fait que le Roi Jean désavoue Ras Alula et demande la paix est une satisfaction évidente pour l'honneur militaire de l'ltalie». Soddisfazione che non sarebbe aumentata insistendo per qualche chilometro quadrato di terreno, privo di reale valore, in più. Quindi, se l'Italia otteneva una frontiera tale da assicurare il possesso di Massaua, poteva ritirarsi vittoriosa •. Ma la parola definitiva cli Johannes, semplice ed inevitabile, fu di tenore ben diverso da quello atteso: «Il vostro paese è dal mare sino a Roma, il nùo è dal mare sino a qui, cioè all'Etiopia: non vi è alcun motivo per questionarci. Di più come potrei ( ... )concedere i paesi che i Re nùei avi governarono?( ... ) E però da quest'ora non verrà più da voi il mio messo, e che il vostro non venga più da me» 5• Era la guerra? No, il negus non aveva accettato la pace a quelle condizioni, ma lo stato del suo esercito, stremato e in disordine, non gli consentiva di affrontare una battaglia. Perciò, dopo un'esibizione puramente di orgoglio, fu costretto a ritirarsi rapidamente verso sud, mentre le sue bande si disperdevano. «Rimase così delusa - scrisse San Marzano nel suo d.iario di guerra - la speranza che avevamo tutti di poter forse approfittare di questa ritirata per trarre occasio-
' Johanncs a San Marzano in data 26.3.1888, in Libro Verde Massaua cit., doc. 218. ' Crispi a de Launay in data 30.3.1888, D.D.I., 2• serie, XXI, doc. 717, pp. 591-592. "' San Marzano a Johanncs in data 30.3.1888, Libro Verde Massaua, doc. 223. " Catalani a Crispi in data 31.3.1888, D.D.l., 2" serie, XXI, doc. 722, pp. 594-595. ' Johannes a San Marzano in data 31.3.1888, Libro Verde Massaua, doc. 228.
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ne di un combattimento» 1• Al governo bastò. Tutto sommato gli scopi territoriali indicati sin dall'inizio erano stati conseguiti. Bertolé-Viale ordinò dunque il sollecito rientro in Italia delle truppe «non necessarie alle occupazioni prestabilite», quelle di Saati e di Ua-à 2 • I conunenti naturalmente furono diversi. Valeva la pena di aver speso venti milioni per una semplice dimostrnzione bellica? si diceva da una parte. Visto che il prestigio militare era stato salvaguardato, perché non ritirare tutte le truppe dall' Africa? si diceva dall'altra. Crispi alla Camera, nei primi di maggio, difese l'opera del governo. Poi affermò: «Da oggi in poi la nostra azione in Africa dipenderà da avvenimenti che 11011 tocca a noi di creare( .. .). Di un caso fo1tu ito, di un caso inaspettato, di un'azione da parte di quelle popolazioni che ci possano essere utile, noi dobbiamo valerci e protìtlare ( ...). Insomma, noi possiamo dirvi quello che non fru·emo, ma sarebbe stoltezza la nostra se vi dicessimo quello che potremmo fare» '·
Il 20 aprile 1888 Bertolé-Vialc comunicò al generale Baldissera che il R.D. 17 aprile 1888 lo nom.inava Comandante Superiore delle truppe in Africa. L'opera di Baldissera fu indubbiamente di gran rilievo nell'assetto del campo trincerato di Massaua, nel miglioramento delle infrastrutture e negli accordi di protettorato con i capi locali, che consentirono di realizzare una specie di fascia amica tra l'insediamento e l'Abissinia ed i dervisci, Ed ebbe un fotie peso nei confronti della linea di condotta verso il negus. Baldissera si era persuaso che l'occupazione di Massaua non potesse aver senso se priva di un conveniente retroterra, cioè se l'Italia non avesse messo piede saldamente sull'altopiano. Capace, sicuro di sé, energico e realista sino alla spregiudicatezza, vide esattamente la situazione esistente nel Tigré settentrionale: una regione abitata da genti diverse, solcata da continue lotte annate fra i capi locali, toccata dai contrasti fra le popolazioni musulmane del litorale e quelle cristiane dell'altopiano. Non poteva essere conquistata con operazioni beUiche di tipo «regolare» e nemmeno si poteva contare sul trar profitto da un accorcio con il negus. L'unico indirizzo concreto era quello seguito in tanti casi dalle potenze coloniali: fomentm·e le discordie intestine, appoggiare qualche capo amico, intervenire poi all'esaurimento delle parti in lotta e col favore delle esauste popolazioni. Il mezzo più efficace: truppe indigene regolarmente inquadrate. Perciò nell'ottobre 1888 Baldissera costituì i primi quattro battaglioni di ascari, lasciando alle bande irregolari di bascibuzuk compiti complementari 4• Il conte Antonelli, invece, era convinto che la carta migliore contro il negus fosse l'aUeanza con il potente re dello Scioa. Te-
1 CCSM, Storia militare della Colonia Eritrea cit., I, p. 167. ' Be1tolé-Viale a San Marzano in data 4.4.1888, ibidem. ' F. CRISPJ, La prima guerra d'Africa cit., pp. 51-52. 'Sulle truppe indigene arruolate in Eritrea vds. MARCO S C ARD1<;1.1. li braccio indigeno, Franco Angeli, Mi lano 1996.
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nuto conto delle ben note ambizioni di costui, a suo avviso l'alleanza militare poteva condurre alla conquista del Tigré settentrionale in un primo tempo, ed al protettorato sull'Abissinia tutta in un secondo, quando Menelik fosse diventato negus neghesti. Mentre dunque Baldissera non soltanto diffidava del lontano re dello Scioa e non gli attribuiva gran peso, Antonelli puntava tutto su Menelik e peifino garantiva per lui. J due agiranno, perciò, seguendo idee personali e con criteri addirittura divergenti, mentre Crispi entrerà rapidamente nell'ottimistica ottica di Antonelli. A fine maggio 1888 Menelik ebbe un brusco cambiamento di condotta e convocò ad Entotto, la sua capitale, Antonelli. li telegramma che questi spedì il 6 agosto qa Aden delineò una situazione improvvisamente foriera di lusinghiere prospettive: «( .. .)Re Menelik fina.lmente ha deciso di agire contro Re Giovanni nel prossimo ouobre (... ). Il Re del Goggiam ed una parie del Beghemeder sono alleati con Menelik. Ras Mikael è pure ma lcontento di Giovanni. L'unili\ abissina sta per essere scossa. L"Jlalia potrà dominare continuando ancora perun anno le ostilità contro Giovanni. Menelik chiede risposta immediata. Diedi parola di mantenere segreto ( ...)» '.
Due giorni più tardi Antonelli mandò un rapporto dettagliato. Menelik aveva spiegato di essere stato costretto da un ordine-preghiera del negus di rec,u-si nel Goggiam contro i dervisci durante l'avanzata di Johannes verso Saati; e che I' improvvisamente mutato atteggiamento del negus al rientro da Saati lo aveva gravemente offeso. Di conseguenza, «si sentiva sciolto da qualunque impegno e dal giuramento fatto di fedeltà» e si dichiarava pronto ad aiutare l'Italia contro il negus. All'uopo, però, chiedeva un anticipo della somma necessaria per comprare 10.000 fucili Remington 2 e 400.000 cartucce Wetterly, che avrebbe lui stesso ritirato alla sbarco ad Assab. Per motivi di sicurezza, desiderava che la carovana di armi e munizioni fosse scortata da 500-1.000 soldati italiani. Nel suo resoconto Antonelli aggiunse: «Le mie lunghe dimore neir Abissinia meridionale mi hanno reso piunosto diffidente sulle promes~e dei Re etiopici. Questa volta, però, credo di poter assicurare l'E. V. che l'llalia può contare in Menelik un polente alleato che può risolvere, anche da solo, la nostra questione di Massaua, .limitandoci noi a qualche mossa su Sabarguma ed /\ilet, tanto per mantenere viva l'attenzione su noi dell'Lmperatore ( ...)» •.
E, a ruota, mandò più ampie informazioni e soprattutto sollecitazioni: «{ ... ) lo non dubito della sincerità di Mcnelik. È troppo compromesso e sono ceno che Re Giovanni in ouobre o novembre andrà ,td invadere lo Scioa e che Menelik non potrà fare un secondo atto di souomissione e dovrà battersi( ...).
'Antonelli a Crispi in data 6.8.1888, in F. CKISPI, La prima g11erra d'Africa cit.. p. 96. 'l 5.000 fucili chiesti in precedenza da Mcnelik non erano stati ancora dati. 'Antonelli a Crispi in data 8.8.1888, in r:. CRISPI, La prima guerra d 'Africa cit.. p. I(){).
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La parola che ci dà Menelik non può mancare e sarebbe errore non approfittare di quesia circostanza a noi tanto favorevole. Il programma è vasto e se vogliamo cessione <li territorio, potremmo fin d' ora domandare a Menelik, se sarà vincitore, che ci riconosca padroni fino a un dato punto al di sopra di Saati e Ua-à (. .. ). La soll ecitudù1c però è la condizione sine qua 11011 per la riuscita dell'impresa ( ... )» '.
Crispi ebbe qualche incertezza. Da un lato avrebbe desiderato sfruttare l'evidente momento di grave crisi dell'Abissinia, appoggiando in qualche modo Menelik; dall'altro né lui né Bertolé-Viale avevano intenzione di impegnarsi in incognite vicende, tanto più che Baldissera, pur avendo gli occhi su Asmara e pur avendo fatto occupare Cheren (26 luglio) da balambaras Kafil, non si sentiva sufficientemente forte per un' iniziativa del genere. Aveva chiesto al ministero un rinforzo di altri quattro battaglioni indigeni, 1.400 uomini di fanteria nazionale, un' altra balleria ed almeno 500 quadrupedi, per una spesa complessiva di circa tre milioni, ricevendo un netto rifiuto. Bertolé-Viale aveva tenuto un discorso molto esplicito: di rinforzi non se ne parlava data la situazione finanziaria del regno, quindi ogni avventura era bandita. Baldissera, allora, non esitò a considerare la marcia su Asmara del tutto fuori luogo in quelle circostanze: possibile occupare l'intero altopiano con le truppe di cui disponeva cd impossibile rùnanere qualche tempo ad Asmara senza fortifi carsi, vale a dfre senza costruire opere in muratura. Quanto all'asserita intenzione di Menelik di marciare contro il negus, le previsioni di Antonell.i apparivano del tutto ottimistiche e, per contro, il nostro prestigio avrebbe ricevuto un duro colpo se costretti a ritirarci, in caso cli pericolo, eia un territoiio sul quale avessimo messo piede 2 • Alla fine Crispi fece sapere a Menelik che un'azione militare a suo favore era prevista, «ma perché avvenga è necessario che Menelik si muova contro il Negus. Il governo del Re ricorda l'inerzia del re dello Scioa nello scorso anno, quando il Negus stesso era impegnato contro cli noi» ,. Crispi si era persuaso che soltanto sull'altopiano si potessero conseguù·e le garanzie territoriali affinché Menelik non mancasse agli impegni accettati, le migliori condizioni d i sicurezza per Massaua, la tranquillità del commercio nella zona, I.a disponibilità cli località dal clima assai migliore che non sulla costa ed infine l'aumento del prestigio italiano. La tentazione di occupare Asmara era rafforzata dalle gravi difficoltà che il negus Johannes incontrava in Abissinia (penetrazione dei dervisci, rivolta del re del Goggiam) e dall ' aperta rivalità di Menelik, il quale non ristava dal sollecitare un'azione militare italiana sull'altopiano, in modo da attirarvi parte delle forze del negus, nonché l'invio di cospicui rifonùmenti di armi e munizioni.
un-
' Antonellj a Crisp i in data 11.8. 1888, ibidem, p. 106. ' CCSM, Storia miliwre della colonia Eritrea cit., I, p. 189. ' Cri spi ad Antonelli in data 24.1 1.1888, in Libro Verde XIV, L'occupazio11e di Keren e dell'Asmara, doc. 7.
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1112 dicembre Crispi rispose ad un'interrogazione alla Camera sulle condizioni interne dell' Abissinia che «per quanto gli constava, l'impero etiopico si trovava in quel momento in gravi disordini; il Goggiam devastato ed il suo re si era racchiuso e fortificato sopra una montagna. Non sapeva quali fossero le intenzioni del Negus verso Menelik e viceversa; e se lo avesse saputo credeva che non sarebbe stato necessario dirlo» 1• Tl 29 di quello stesso mese, poi, non avendo «oramai alcun dubbio che Re Menelik intenda di assumere un contegno ostile al Negus Giovanni», invitò Bertolé-Viale a prendere in attenta considerazione la conquista di Asmara 2 • Il ministro della Guerra, ,ifacendosi alle vecchie obiezioni di Saletta, rispose subito in senso negativo. Da qualunque lato si fosse esaminata la questione non sembrava proprio il caso di tentare un' impresa che «potrebbe esporre il paese a fare la t1iste figura di abbandonare, davanti al nemico, un territorio di cui si abbia appena preso il possesso. Sarebbe questo per l'Italia il colmo della debolezza». Infatti per salire ad Asmara ed operarvi occorreva mettere in preventivo la spedizione dall'Italia di almeno 25.000 uomini con molte batterie da montagna e salmerie. Tempo necessario per approntamento e trasporto ciel contingente: almeno tre mesi. Onere finanziario prevedibile: un centinaio di milioni. Oltre a ciò bisognava pensare ad un altro gruppo di esigenze: la costruzione di fortificazioni, casermette e depositi in muratura ad Asmara; la costituzione di un'autonomia cli viveri e munizioni per sei mesi per superare l'estate; la realizzazione di una strada carreggiabile da Saati ad Asmara. Tirando le somme: poiché in aprile non era più possibile effettuare operazioni di una certa entità, rimanevano utilizzabili appena tre mesi scarsi, assolutamente insufficienti. In conclusione, la portata dell'impegno in truppe, matetiali e denaro ed il difetto di tempo per la spedizione e l'organizzazione logistica in posto escludevano di dare itùzio all'impresa. E il discorso valeva anche per Cheren 3 , dove pure stava il balambaras Kafil, sostenuto sottobanco ma ignorato ufficialmente. Crispi replicò immediatamente: «( .. .)Non intendevo dire una vera e regolare campagna tendente ad una occupazione stabile, ma bensì di una marcia-ricognizione( ...) e di quelle fortiricazioni transitorie che il Comando Superiore potrebbe eventual.mente far erigere per assicurare la colonna da qualunque sorpresa, quando per lo svolgimento di avvenimenti a noi favorevoli, si giudicasse utile di farla sostare per qualche tempo sull'altipiano( ... )».
Se Asmara, continuò, appariva obiettivo troppo oneroso, poteva essere scelto altro luogo; l'importante era mostrarsi sull'altipiano. Giustificava l'insistenza col fatto che «nel giudicare Menelik e la situazione attuale del Negus io mi ba-
' M.A.E., L'Africa italiww al Parlamet1fo cit., p. 163. ' Crispi a Bertolé-Viale in data 29.12.1888, in Libro Verde XIV, doc. 8. ' Bertolé-Viale a Crispi in data 3.1.1889, ibidem, doc. 10.
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so principalmente sulle notizie inviate dal conte Antonelli, poco curandosi se esse siano più o meno avvalorate dai telegrammi del Comandante Superiore in Africa», sia per le relazioni e le conoscenze dell' Antonelli nello Scioa, sia per la minore attendibilità degli infom1atori del Comando Superiore, anche se in buona fede. E: «( ... )pare a me che l'allendere che si sia impegnata l'azione fra Menelik e il Negus, prima di incominciare la nostra, equivalga a desistere da ogni impresa. Nella mia precedente lettera ebbi già occasione di accennare a V. E. come il Re dello Scioa, se fortunato nelle arnù, potrebbe rifiutarci quelle cessioni di territorio che si dichiarò disposto a farci, adducendo a pretesto che noi non l'abbiamo aiutato affatto o che ci siamo mossi a falli compiuti( ... ). Comprenderei ben.issimo la nostra inazione quando il Governo si rosse deciso a seguire una politica di assoluta aspettazione ( ... ), ma dal momento che laggiù son() riuniti 8.000 uomini , e che si è convenuto di aiutare Menclik inviandogli anni e denaro, questa inazione francamente non la comprendo. Non mi dissimu.Io che si potrà correre qualche rischio, ma non sarebbe questo il primo caso (e la gloriosa epopea garibaldina informi) in cui ad una saggia audacia corrispondesse un luminoso suc-
cesso»'.
Be1tolé-Viale accettò il punto di vista di Crispi, ma senza molta convinzione, e domandò a Baldissera se riteneva «opportuno e utile anche per il m.orale delle trnppe, costà togliendole dalla inazione, di eseguire subi to o quanto prima una marcia-ricognizione sull ' Asmara, oppure verso Gura, non già allo scopo di prendervi piede s tabilmente, ma per riconoscere il terreno e fare auo di presenza sul!' altipiano, onde indirettamente concorrere azione di Menelik che, da quanto scrive Antonelli, pare imminente, giacché Negus marcia contro di lui».
Chiese inoltre come pensava attuabile una spedizione di tal genere e «se fosse possibile eseguirla senza andare incontro a disastri colle limitate forze impiegabili». Ed avvertì di rispondere senza mezzi termini «essendo supremo interesse nostro non impegnarci avventatamente, non potendosi pensare ora a spedizioni cli rinforzi» 1 • Baldissera espresse parere favorevole. Nelle circostanze in atto, riteneva di poter raggiungere lo scopo con tre battaglioni nazionali, tre di asc,u"i, alcune bande di irregolari, due batterie da montagna ed una compagnia zappatori 3 • Tuttavia, ricevuta l'approvazione, si affrettò ad avvertire che, per risultare di una certa efficacia, la pennanenza delle truppe sull'altopiano si sarebbe dovuta prou·arre per almeno un mese, si da consentire alle bande di basci-buzuk di spingersi verso il Mareb ed anche sino ad Adua, per prendere contatto con i loro partigiani e sollevare il paese in favore dell'Italia 4 • Be1tolé-Viale sia allarmò:
' Crispi a Bertolé- Viale in data 6.1.1889, ibidem, doc. 11. ' Bcrtolé-Yiale a Baldissera in data 8.1.1889, AUSSME, Volumi Eritrea, voi. 18. ' Baldisscra a Bertolé-Yiale in data 9.L 1889, ibidem, voi. 19. ·• Baldissera a Bertolé-Viale in data 15. J.1 889. ibidem, voi. 19.
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«( ... ) l'operazione - ordinò - deve quindi durare tempo Limitato all'esecuzione della marcia
e della ricognizione del terreno e stato di cose(. ..). Dopo otto o dieci giorni di sosta ali' Asmara, no-
stra colonna dovrà ritornare Massaua essendo assolutamente mio intendimento che Ella non si impegni seriamente oltre Asmara con le poche forze nostre, potendosi in codesta infida regione andai-e incontro a bmtte e rovinose sorprese come accadde Egi;:iani» '.
Senonché, venuto poi a conoscenza della probabilità di un accordo intervenuto tra il negus e Menelik, Bertolé-Viale bloccò tutto z e spiegò a Crispi che per avanzare sino ad Asmara, ed attendervi lo scontro con il nemico, occorreva spedire oltremare truppe consistenti con una spesa altrettanto rilevante, ciò che l'Italia non poteva permettersi materialmente. Se invece di attendere gli abissini ad Asmara, le nostre forze si fossero ritirate, l'interpretazione generale sarebbe andata ~ tuttb nostro sfavore, ciò che l'Italia non poteva pem1ettersi sul piano psicologico e del prestigio. Quindi, almeno per il momento, niente Asmara '. Crispi, che già era intervenuto pesantemente spronando Bertolé-Viale 4, lì per lì convenne sulla decisione, ma subito dopo dissentì focosamente dall'immediata sospensione dell'operazione appena iniziata 5 • Bertolé-Viale non fece piega e non mostrò alcuna disponibilità, anzi ribadì senza mezzi termini: «( ... ) in concl usione io sono dunque d'avviso ( ... )che la nostra marcia-ricognizione sull'Asmara ( ...) non possa riprendersi, né possa essere utile e tanto meno giustificata se non quando si abbia, con ogni certezza. la positiva notizia che la guerra tra il negus e Menelik è realmente impegnala» •.
Intanto si poteva procedere all'occupazione di Cheren, lasciando però tale compito al balambaras Kafil, il quale si impadronì della località e della zona tra il 2 ed il 12 febbraio 1889, mentre Debeb (un ribelle scaltro ed aggressivo, a suo tempo passato a noi con la sua banda di irregolari per successivamente defezionare 7 a favore del negus durante le operazioni di Saati compiute da San Marzano, e poi il 2 febbraio presentatosi spontaneamente per un nuovo atto di sottomissione incondizionata all'Italia) aveva occupato per proprio conto Asmara.
' Bertolé-Viale a Baldissera in data LS.1.1889, ibidem , voi. 20. Bertolé-Viale a Baldissera in data 18.1.1889; «Notizie ricevute dal Ministero Affari Esteri obbligano il Governo ad ordinare la sospensione, fmo a nuovo avviso, della marcia di ricognizione su Asmara». L'ordine fu ribadi to il giorno successivo (ibidem, voi. 18). ' Bertolé-Viale a Crispi in data 19.1 .1889, ibidem, voi. 20. ' «Stabilito il piano d'azione - aveva intimato Cì·ispi - voglia dare V.E. senza più gli ordini al Comandante Superiore in Massaua» (Crispi a Be1tolé-Viale in data 13.1.1889, in Libro Verde XIV, doc. 13. ' Crispi a Bertolé-Vìale in data 23.1.1889, ibidem, doc. 23. • Bertolé-Viale a Crispi in data 25.1.1889, ibidem, doc. 24. 1 Contro Debeb, stabilitosi dopo la defezione a Saganeiti, i primi di agosto I 888, Baldissera aveva inviato il capitano Cornacchia con 400 irregolari. La spedizione, perso il vantaggio della sorpresa, si concluse con la perdita di tutti i cinque ufficiali e di 250 irregolari. Su un particolare, decisivo, della spedizione vds. ROSAI.DO ORDANO, La vita militare di Marcello Prestinari, USSME, Memorie storiche militari 1982, Roma 1983, pp. 302-302. 2
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La 1isposta di Ciispi a Bertolé-Viale consisté in una lunghissima lettera basata sul significato po.litico della nuova situazione creatasi nel Tigré, per cui: «dopo la notizia ormai conosciuta sull'altipiano della ritirata delle colonne abissine che già erano avanzate all'offesa; dopo il fatto della sconfitta inflitta da Debeb alle truppe abissine già incaricate della difesa dell'Asmara, pamù che non si possa più oltre procrastinare una ripresa di movimento senza assumersi una gravissima responsabilità in faccia al paese, che quando conoscerà ciò che al presente soltanto gli è noto per incerte ed incomplete nolìzic, avrà diritto e in Parlamento e col mezzo della stampa di chiederci ragione della sospensione di un'intrapresa troncata quando si palesava di esito più che facile, certo ed incontrastato» '.
D'altronde, «( .. .) può volendo considerare il caso per noi peggiore, che cioè il Negus liberatosi di Menelik e del Re del Goggiam e non nùnacciato dai Dervisci muovesse, all'annuncio della nostra comparsa sull'altipiano, verso di noi, è evidente che noi avevamo tutto il nostro agio di compiere laricognizione, spingere la scorreria nelle regioni circostanti, affermare la nostra potenza, rialzare il nostro prestigio e presso le popolazioni e ancor più presso i nostri alleati e le nostre bande, elevare al più alto grado il morale del valoroso nostro esercito se avrà la fortuna di battersi e dargli almeno una soddisfazione( ... ); e, ottenuto lutto ciò, ritornare al basso, salvo che impreviste circostanze avessero a consigliare di sostare più a lungo sul ciglio dell'altipiano( ...)»'·
In sostanza, posta la questione nei precisi tem1ini anzidetti, che escludevano e l'insuccesso e l'accusa di debolezza, gli sembrava non doversi esitare del far riprendere l'operazione, già felicemente iniziata ed infelicemente sospesa. Quindi, qualora Baldissera assicurasse la lontananza del negus perché impegnato nel sud dell'Abissinia, e confermasse la notizia della sconfitta inflitta da Debeb alle truppe abissine del degiac Ailù Selassié, ad Adi Baro, la situazione complessiva sm·ebbe migliorata, tenendo conto dell' occupazione cli Cheren, della cooperazione di balambaras Kafil e del recupero di Debeb. <<Tutto ciò- concluse Crispi-pare a me, non dovrebbe lasciar dubbio nell'a1ùmo della E.V. sulla opportunità non solo, ma sulla necessità pol itica certa (cd a me sembra anche nùlitare) di contromandare l' ordine di sospensione non appena sia giunta la risposta telegrafica favorevole. del generale Baldissera. In allesa di questa, vivamente desidererei che !'E. V. anche a sollievo della grave responsabilità che di versamente peserebbe tutta su di Lei, avesse a sentire l'autorevole parere del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. lo nutro ferma fiducia che l'esperienza di guerra e la dollrina dell 'illustre soldato vaffaru10, nell'ordine di idee militari, unitamente alle mie considerazioni ineccepibili in quello politico, ad allontanare dall'E.V. quei dubbi che potrebbero ancora trattenerla dall'accondiscendere alle mie vive sollecitazioni, le quali tendono al fine immediato del prestigio delle nostre arnù ed a quello deJl'interesse della nazione» ;.
A prescindere dalle intenzioni di amor patrio, la lettera era, a dir poco, assolutamente priva di un elementare tatto. Bertolé-ViaJe rispose ai due argomen-
'Crispi a Bert.olé-Viale in data 12.2.1889, in Libro Verde XIV, doc. 3 I. 'Ibidem, p. 31 . ' Ibidem, p. 33. L' ultimo capoverso non è riportato nel Libro Verde, ma figura in F. CRLSPI, La prima guerra d 'A/i-ica cit., p. 127.
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ti posti sul tappeto da Crispi con molta semplicità, ma seccamente. Dopo il successo di Debeb sul rappresentante. del negus in Tigré, la marcia-ricognizione non aveva più alcuna ragione d'essere. In suo luogo occorreva, se mai, considerare l'occupazione permanente di Asmara. A parte il noto costo di tale impresa, Debeb, che ci aveva chiesto perdono ed amicizia aspirando a farsi negus neghesti, ne sarebbe rimasto sicuramente soddisfatto, ma Menelik? Quando a rivolgersi a Cosenz per consiglio, non era il caso di parlarne, giacché, sentendosi in grado di assumere la piena responsabilità dei propri atti, non voleva «coprirsi col mantello delle responsabilità altrui». Dulcis in.fundo, chiese che la questione venisse discussa in sede di Consiglio dei ministri '. Per l,'appunto le perplessità sulle vicende africane esistevano anche nell'ambito del Gabinetto. I due ministri delle Finanze e del Tesoro, Grimaldi e Perazzi, in carica da poco più di un mese in seguito alle forzate dimissioni di Magliani, avevano fatto alla Camera una cruda esposizione della situazione finanziaria, con previsioni di disavanzo preoccupanti, sollevando una tempestosa discussione. Al1che Saracco, ministro ai Lavori Pubblici, giudicava eccessiva le spese militari, tanto da invit~u-e Crispi a «pensare sul serio, se non sia venuto il tempo di fare davanti alla Camera qualche dichiarazione esplicita o abbastanza implicita su propositi di abbandonare Massaua, in un tempo non lontano» 2• Crispi non demordeva. A Bertolé-Viale ribatté che il suo desiderio di una marcia-ricognizione era privo di rischi e redditizio; che non aveva mai pensato e non pensava ad un'occupazione stabile di Asmara; che om1ai effettivamente ma non per colpa sua - non si trattava più di raccogliere allori, però la nostra presenza sull'altopiano avrebbe dato a Menelik piena fiducia sul sostegno italiano. Quanto al discutere la questione in Consiglio dei ministri, «sai vo che tale proposta non miri a sollevare in pane la nostra responsabilità - osservò-, siccome non si tratta, come ho dett.o, di un'occupazione stabile di territorio abissino, ma di una semplice marcia-ricognizione, non ne vedo per ora la necessità, come non la si vide nel gennaio scorso all'atto di ordinare la mossa contro l'Asmara, come non la si vide per la ricognizione felicemente compiuta su Keren» ' ·
Dopo di che procedette ad un rimpasto ministeriale. Giolitti sostituì Perazzi al Tesoro, Sesmit Doda andò alle Finanze al posto di Grimaldi e Finali ai Lavori Pubblici al posto di Saracco (9 marzo 1889). Il 1° aprile arrivò a Roma la notizia, u·asmessa da Baldissera, della morte di Johannes, avvenuta a Metemma 1'8 marzo 4 • Poco prima il conte Antonelli ave-
'Berto!é-Viale a Crispi in data 18.2.1889, ibidem, pp. 130-131. Nel Libro Verde è omesso il riferin1ento a Coscnz cd alla discussione in sede di consiglio dei ministri. ' Saracco a Crispi in data 13.2.1889, ibidem, pp. 128-129. 3 Crispi a Bertolé-Viale in data 27.2.1869, ibidem. pp. 132-133. ' Secondo l'emiro del Ghcdarcf, vincitore di Metemma, la morte di Johannes ebbe luogo 1'8 marzo (ibidem, p. 134); secondo .Menelik il 10 marzo (ibidem, p. 147).
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va fatto sapere che la firma di un nuovo trattato di amicizia e commercio con Menelik, di cui era stato incaricato da Crispi, «non incontra(va) difficoltà» 1• Ora, nella proposta di patto presentata al re dello Scioa, Crispi aveva spiegato che «i territori che il mio Re domanda non sono allo scopo di fare annessioni, ma bensì per avere un confine ben tracciato con l'Abissinia e per mantenere i nostri soldati in luoghi meno caldi di Massaum> 2 • Ebbene, a seguito del dispaccio di Baldissera, erano pervenute due lettere di Menelik in data 20 febbraio 1889. Con la prima, diretta a Umberto I, esprimeva gratitudine all'Italia e prometteva: «( .. .) n modo col quale V.M. intende stabili.re il confine di Massaua è da me approvato e se la Divina Provvidenza permetterà che un giorno dette località mi appartengano, la M.V. può essere sicura che nessuna difficoltà sorgerà per turbare il nostro pieno accordo e la nostra sincera amicizia» '·
Con la seconda a Crispi, ribadiva l'impegno: «l tenitori che S.M. il Re domanda non ho nessuna difficoltà ad accordarli, se è stabilito da Dio che quei paesi dovranno un giorno appartenermi»•.
Però sollecitava l'aiuto italiano in armi e munizio1li. Inutile dire che tutto ciò elettrizzò Crispi al punto da dettare a Bertolé-Viale il testo di un telegramma da spedire subito a Massaua: «( . ..) ogni indugio a marciare su Asmara sarebbe dannoso agi i interessi nostri. Una occasione come questa non ci si potrà più offri.re. La prego quindi di dare ordini al generale Baldissera, al quale si potrebbe telegrafare in questi termini: 'Spero notizie telegramma 226 confermate. In tal caso, se Ella non si trovi assolutamente impossibiLitato da ragioni logistiche, marci inuuediatarnente su Asmara e vi si fortifichi. Cerchi trarre maggior profitto possibile dalle rela:z.ioni con Debeb. Lo stimoli con promesse e prenderà posizione che gl i può competere. Occupando Asmarn proclami che Italia desidera guarentire ordine ai suoi confm.i e proteggere popolazioni che domandano suo appoggio' . Se Y.S., come confido, non dissente, spedisca telegramma.» '·
Ma in sede di Consiglio dei nùnistri tenuto il 5 aprile, Bertolé-Viale gli obiettò che il quadro della situazione rappresentato da Baldissera meritava attento approfondimento 6 • «Mo1ie Negus - aveva scritto Baldissera - confermata ogni parte. Suo esercito piena dissoluzione. Dovunque anarchia completa inasprita da grande miseria. Attuale sitllazione abissina non è passeggera, potrà durare anni. Coll'aspettare non perdiamo nulla. Periodo guerra civile potrà essere
'Antonelli a Crispi in data 13.3.1889, ibidem, p. 110. 'Crispi a Menelik in data 12.9.1888, ibidem, p. 109. ' Tbidem, pp. 110-111 . ·• Ibidem, p. 111. ' Crispi a Be1tolé-Viale in data 2.4.1889, ibidem,pp. 134-135. Il testo del Libro Verde, doc. 45, è leggermente diverso. • M.A.E., L'Aji-ica italiana al Parlamento cii., pp. 169-170.
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abbreviato se Menelik verrà Adua presto e in forza, cosa assai difficile. Nel Tigré si combatteranno Debeb, Alula, Degiac Sejum, Balambaras Kafil; tutti presto o tardi chiederanno il nostro aiuto. Purché preparati, si potrà intervenire quando meglio ci converrà. Occupazione da pari.e nostra di Asmara o di Keren oggi come prima non presenta difficoltà, ma potranno sorgere dopo. Difatti tutto dovrà essere portato da Massaua (. .. ). Inoltre notizia vittoria Meternma ecciterà fanatismo musulmano. Finalmente andando Asmara bisognerebbe essere sicuri di potervi rimanere definitivamente, occupazione temporanea o fatta senza mezzi necessari sarebbe iimtile e dannosa nostro prestigio» '.
La discussione fu seJTata e la considerazione che «coll'aspettare non perdiamo nulla» convinse il Gabinetto a lasciare isolato Crispi. Questi se ne dolse ed il giorno successivo mandò a Be1tolé-Viale una lettera personale di delusione ed anohe di accusa. L'elemento di fondo era il seguente: «( ... ) Oggi voi siete contrario ad 11m1 spedizione su]]' Asmara che avevate consentito allora. Questo mutamento nell ' animo vostro deve avere una ragione che io non so capire. Le difficoltà dell'impresa non sono cresciute, rutt'altrn! (... )So che con questa mia non potrò ma.i convincervi a cambiar avviso. Ma nella storia vi sono doveri che s' impongono. Ed io voglio per discarico della mia coscienza, lasciar un segno della mia volontà. Nelle condizioni fatte al governo e che non posso mutare desidero liberarmi per l'avvenire di una responsabilità che sarà tutta vostra. L'impresa di Massaua non è mia; la trovai compiuta, la deplorai, con la speranza di trame profitto alla prima occasione per la patria nostra. Non mi è permesso di farlo. Delle conseguenze di questa politica lasciamone ai po· steri il giudizio» ' .
Bertolé-Viale non si lasciò smuovere e ribatté con pacatezza, confutando le varie affermazioni di Crispi e soffermandosi sulla questione delle responsabilità: <<Voi di.te che nelle condizioni fatte al governo e che non potete mutare, desiderate ljberarvi per l'avvenire di una responsabilità che sarà tutta mia. Su ciò permettete una mia dichiarazione. Io posso e debbo come ministro della Guerra [portare] la responsabilità militare, ma non credo possa pesare su di me solo la responsabilità politica di un 'occupazione, la quale può avere conseguenze non facilmente ora valutabili per il paese. Codesta ullima responsabilità dev 'essere collettiva dell'intero Gabinetto. Ma considerando la responsabilità militare, come posso io assumerla a cuor leggero di fronte alle molte e ponderate considerazioni fatte dal generale Baldissera nel suo telegramma del 3 aprile n. 230? Io confesso di essere seguace della sentenza del piÌI grande stratega moderno: prima ponderare e poi osare; ed al momento le considerazioni fatte dal generale Baldissera, giudice secondo me imponante perché sul sito dell'azione ed incaricato di dirigerla, non consigliavano pienamente di osaJe».
Poi continuò che poteva consultare ancora Baldissera e lo avrebbe fatto, tuttavia, di fronte ad una nuova pressione ad agire senza indugio, si sarebbe inchinato «a quelli che nell'animo Vostro Ii tenete alti interessi della Patria», ma avrebbe presentato all'istante le dimissioni 3 • Cr.ispi aveva appena formato il suo se-
' Baldissera a Bertolé-Viale in data 2.4.1889, in F. CRISPI, La prima guerra d 'Africa cit., pp. 135-136. > Crispi a Bertolé-Viale in data 6.4.1889, in R. BA'ITAC.LIA, La prima guerra d'Africa cit., pp. 351-362.
' Bertolé-Viale a Crispi in data 6.4.1889, ibidem, p. 362.
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condo governo in seguito al dissenso con i ministri finanziari, e non poteva permettersi una nuova crisi ministeriale. Non insisté, pur ribadendo le proprie convinzioni: «( .. .)Io penso - scrisse nuovamente a Bertolé-Viale - che 1iguardo alla marcia su Kerene sul-
!' Asmara, l'attendere, militarmente e pol.iticarnente, può essere di danno e senza alcun beneficio per
l' Italia. Si può rinunciare ad ogni espansione e cbiudersi nel buco di Massaua e Saati (...). Bisogna però far presto se si crede che giovi occupare i territori vicini ai nostri possedimenti africani. Che volete? Io sono ancora garibaldino e, nonostante i miei 69 anni vedo le cose diversamente da quelle che le vedono i tallici educati alle scuole militari ( ...)» '.
Battaglia giustamente pone in risalto «il dissidio cli fondo , l'u1to non solo fra due temperamenti, ma fra due orientamenti o indirizzi diversi nella nostra tradizione»: da un Lato il fi lone garibaldino, impetuoso e stimolante, con riferimenti alla spedizione dei Mille, già più volte affiorato nell'atteggiamento degli africanisti; dall'altra il modo di pensare e d'essere dell'esercito regolare, tenacemente opposto al precedente. Dissidio stranamente persistente, specie dopo il «trasfomùsmo» 2 • Bertolé-Viale volle concludere, dopo aver meditato «con perfetta calma» sulle osservazioni critiche di Crispi: «( ... ) Del resto a me pare purtroppo che nell'animo vostro alligni una certa diffidenza verso di me, la quale trae origine dal diverso modo di apprezzare le cose. Voi le vedete con l'audacia del vecchio garibaldino; io, come Voi dite, con la mente di chi fu educato alle discipline tattiche nelle scuole militari, ma, lasciatemi aggiungere, anche un poco ali 'esperienza di gue1Ta. Permettetemi pertanto che io dica che tra il Vostro modo di vedere le cose ed il mio importa tener conto delle diversità dei luoghi, dei tempi, delle circostanze, dei moventi, che sono fattori tutl'altro che disprezzabili. L'audacia vale molto; ma in Africa, più ancora che altrove, l'audacia deve essere accompagnata dalla prndenza e dalla previdenza, poiché colà tutto manca, e non si può far conto su nessun appoggio morale e materiale fra quei popoli barbari. Senza di ci<'> si può andaJ'e incontro a disastJ'i. Sotto questo punto di vista io mi appoggio alla storia delle nazioni che hanno fatto imprese coloniali: e ritengo di pensare giusto. A me duole dovervi dire che forse, non perfettamente edotto dei bisogni del nostro soldato, voi vedete più facile quello che praticamente 11011 lo è. Vi scrivo come sento e non me ne farete colpa. Vivere in dissidio su questioni che possono avere conseguenza sull'avvenire e sulla grandezza della Patria, non può convenire né a Voi né a me. Ma Voi siete un Presidente del Consiglio, e perciò dovete rimanere al Vostro posto. lo come semplice Ministro posso facilmente essere rimpiazzato da un altro, il quale sappia meglio di me secondarvi nelle Vostre vedute sulla politica africana» '·
Una lettera dignitosa e ferma. A questo punto intervenne il ministro della Marina, Benedetto Brin, e con la buona volontà dj entrambi i protagonisti dello scontro l'attrito si compose, almeno per qualche mese•. Nel frattempo Bertolé-
' Crispi a Bertolé-Viale in data 7.4.1889, ibidem, p. 363. ' Ibidem, pp. 363-364 . ., Bertolé-Viale a Crispi in data 8.4.1889, ibidem, pp. 364-365. 'InF. CRISPI, La prima guerra d'Africa cit., non esiste traccia dell'urto tra Crispi e Bertolé-Viale, tranne un eufemistico «Sembra che il progetto di telegramma da spedirsi al Comandante delle truppe in Africa non piacesse al Bertolé» (p. 135).
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Viale, come aveva promesso, si rivolse nuovamente a Baldissera, presentandogli cinque espliciti quesiti: forze necessarie per intervenire sull'altopiano; possibilità reale di poter occupare quanto prima Asmara in modo permanente; pericoli derivanti da una diminuzione delle forze al momento dislocate in Africa; possibilità e convenienza di spostare alternativamente i reparti da Massaua all'altopiano; utilità delle bande irregolari 1• Baldissera rispose punto per punto: il livello delle trnppe era adeguato per spingersi sull'altopiano; pur essendo possibile l'occupazione cli Asmara non sembrava opportuno un suo presidio stabile a causa della vicina stagione delle piogge e della grande carestia, nonché dei difficilissimi rifornimenti; nessuna controindicazione, sul piano della sicurezza, aridurre di tre battaglioni nazionali le truppe d' Africa, «rinunciando, bene inteso, a qualunque idea di espansione» e cl' altroncle non ritenendo «prossima una occasione favorevole al nostro intervento in Abissinia»; a conti fatti, tenuti presenti i rapporti di distanza, era preferibile che le truppe rimanessero degli attuali alloggiamenti anche nei mesi caldi; le bande potevano occupare alcune località atte ad allargare il raggio di sicurezza e per influire sulle popolazioni dell'altopiano 2 • Ad un'ulteriore richiesta di precisazioni da parte del ministero della Guerra sull'entità dei rinforzi reputati necessari per la sicura definitiva occupazione cli Asmara 3• Baldissera chiese altri tre o quattro battaglioni, numerose salmerie ed un migliaio di portatori, nonché viveri in proporzione. Elencò, poi, i materiali per lavori e rafforzamento e finì coll' .indicare le circostanze più idonee per l' o perazione: «( ... )Il momento favore vole azione sarà giunto quando Abissini avranno consumato tra loro ultime c:utucce e quando popolazioni sempre più bisognose di pace imploreranuo l'intervento. Allora compariremo liberatori, mentre ora possiamo sembrare conquistatori( ... ). Nostra spedi,done potrebbe, se fossi avvertito sino da ora, essere pronta verso metà maggio( ... )»".
Bisogna dire che in ambito parlamentare si stava largamente diffondendo la persuasione che fosse ormai conveniente salire sull'altopiano, tanto piì:1 che generali come Cosenz, Dal Verme e Sironj non esitavano a sottolineare l'importanza cli Asmara come posizione di sicuro valore strategico per la sicurezza dell' insediamento di Massaua. Crispi non cessava dal premere su Bertolé-Viale, il quale foù per off1ire a Balclissera la scelta definitiva: «Per l'ipotesi in cui venisse accertata avam;ata Menelik su Adua - gli telegrafò dopo la discussione alla Camera - voglia dirmi se Ella stimerebbe venuto momento propizio per occupare
' Be1tolé-Yiale a Baldissera in data 6.4.1689, Libro Verde XIV, doc. 47. ' Baldissera a Bertolé-Yi ale in data 8.4.1889, ibidem, doc. 48. Ma la me nte corre con pena al 1895-1896, quando tra ministro della Guerra e comandante delle truppe in Eritrea non si riuscì mai a far chiareu.a su intenzioni e necessità! ' Bertolé-Yialc a Baldissera in data 17.4.1889, ibidem, doc. 51. ' Baldissera a Bertolé-Yiale in data 20.4.1889, ibidem, doc. 52.
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Asmara, con parte delle forze di cui Ella ora dispone, sia per favorire con tale occupazione ai.ione Menelik, sia per affermare nostra presa possesso quel punto. Questo le chiedo stimando Lei miglior giudice della situazione, del tempo e del modo per profittare delle circostanze favorevoli che potessero presentarsi» '.
Il 7 maggio Sonnino presentava un'interpellanza alla Camera per sapere che cosa avesse indotto il governo, «mentre siamo in guerra con l'Abissinia, a non profittare degli ultimi rivoJgirnenti là avvenuti, per assicurare il confine che strategicamente è necessario alla sicurezza dei nostri possedimenti ed al benessere dei nostri presidi». Crispi rispose il giorno seguente. Il 19 marzo, disse, aveva annunciato alla Camera il protettorato assunto dall'Italia sui sultanati somali di Obbia e della Migiurtinia; adesso, nel tornare a dichiarare cli non voler conquiste, ribadiva il diritto italiano ad occupare territori considerati indispensabili alla sicurezza. La sua conclusione fu lapidaria: «bisogna lasciare al Governo di decidere quello che deve fare; e quando crede che si debba fare»! Ma Baldissera, molto scettico verso la politica scioana o, per meglio dire, verso le affermazioni di Antonelli, non esitò a manifestm·e dubbi sull'avanzata di Menelik per affermare la propria sovranità sul Tigré, data la stagione troppo inoltrata e l'esaurimento del paese, percorso da troppo tempo da soldati che predavano senza pietà. <<Ignoro - se.risse al ministero - cosa abbia pwmesso Menelik ad Antonelli. Comunque sarà bene non farci molto assegnamento. Nostra occupazione Asmara non può essere determinata dal solo fatto dell'arrivo di Meneli.k ad Adua, ma deve dipendere da insieme di circostanze favorevol i. Tuttavia militarmente e politicamente converrebbe che nostra occupazione precedesse arrivo Menelik Adua; perciò propongo seguente piano d'azione: demolire Alula, Mangascià ccc. per mezzo Debeb; questi riconosca Menclik imperatore Abissinia e Menel ik a sua volta assicuri Debeb governo Tigré; entrambi infine riconoscano Italiani padroni Hamasen e Bogos. Questo il progranuna. Quanto a tempo e modo esecuzione non posso atn1almentc pronunciarmi, causa grande ince1tezza situazione. Vedrò Dcbeb fra giorni: se entra mie vedute bisognerà infonnarc Antonelli» '·
Finalmente Menelik mise le carte in tavola. 1n una lettera ad Umbe1to l annunciò la morte cli Johannes e la ferma intenzione di proclamarsi negus neghesti. Quanto al Tigré fu chiaro: «(.. . )pregherei V.M. di dare ordini ai general i di Massaua di non ascoltare le parole dei ribelli che si trovassero dalla parte del Tigré, ed impedire il passaggio delle anni. Dopo questa notizia tutti vorranno far credere che hanno diritto al trono di Etiopia. Desidererei che i soldati della M. V. occupassero fortemente l'Asmara per essere sic uri che quella via sia ben custodita e difesa» ·' .
Quale che fosse la bontà della linea di azione esposta al nùnistero della Guerra, Baldissera nutriva ancora qualche perplessità. Sapeva che ras Mangascià era
' Bertolé-Viale a Baldissera in data 5.5.1889, ibidem, doc. 59. Baldissera a Be1tolé-Yiale in data 6.5.1889, ibidem, p. 145. Il testo del doc. 60, Libro Verde Xl V, è molto sintetizzato. ' Menelik a Umberto I in data 26.3.1889, giunta a Roma il 14.5.1889, ibiclem, pp. 146-147. 2
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stato designato al trono imperiale eia Johannes in extremis, tuttavia vedeva una generale instabilità tra i principali capi abissini e percepiva la posizione di attesa assunta da Menelik, per quanto si fosse affrettato a prendere il titolo di negus neghesti. Ben presto giunsero a Massaua altre informazioni. Ras Alula stava convincendo balambaras Kafil ad allearsi con lui per rioccupare il suo vecchio feudo dell'Hamasen. Allora Baldissera prese l'iniziativa. Anzitutto si volse su Cheren (2 giugno) disarmando Kafil e lasciando in posto un distaccamento italiano; poi avanzò con due battaglioni nazionali e due indigeni su Asmara (Debeb era stato convocato a Macallé da ras Mangascià e ras Alula e fatto prigioniero, e la sua banda si era rapidamente dispersa) ed il 3 agosto l'occupava disponendo per una stabije occupazione della località. Asmara servì poi di base per l'invio dicolonne volanti irregolari nell' Acchelé Guzai e nel Seraé, con una spinta sino ad Adua (19 dicembre), mentre i vari capi del Tigré si battevano fra di loro, di volta in volta rivolgendosi a Baldissera. In tal modo entro l'anno il controllo italiano giunse sino alla linea fluviale Nareb-Belesa-Muna, a nord di Adua. Nel frattempo Antonelli aveva concluso il trattato «cli amicizia e di commercio». Lo schema del trattato era stato portato da Antonelli a Menelik il 21 gennaio 1889- unitamente alla prima partita di 5.000 fucili Remington e 220.000 cartucce - e firmato in Uccialli il 2 maggio seguente, in due esemplari, italiano ed amarico. L'articolo XVII, quello che nonostante la fom1a volutamente obliqua intendeva significare un vero e proprio protettorato italiano 1, accenderà, come è noto, polemiche a non finire. Nella versione italiana diceva: «Sua Maestà il Re dei Re di Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d'Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre Potenze e Governi». Nella versione amarica, invece di «consente» figurava la parola «potrà» i . Crispi, euforico per l'accordo diplomatico e senza conoscere le differenti versioni dei due testi, fece subito (11 ottobre 1889) notificare ai vari governi il testo italiano dell'a11. XVII, riferendosi a quanto prescritto dall'a1t. 34 del!' Atto generale della Conferenza di Berlino del 26 febbraio 1885 3, ed in un grande di-
' Non per nulla la forma dell' articolo sollevò più di un dubbio perfino da parte di Salisbury. Secondo Palamenghi-Crispi, l'art. XVII «in realtà non era stato dettato per creare 1111 vero protettorato, ma piuttosto per assicurare la preponderanza italiana in Etiopia» (F. CRISPI, La prima guerra d'Africa cit., pp. 224-225); ma la tesi è insostenibile, non foss'altro per la notjfica falla ai vari govenli con esplicito richiamo all'art. 32 dcli' Atto di Berlino, che, appunto, prescriveva una notifica ufficiale in caso di «presa di possesso» o di «assunzione di protetto.rato,>. ' Da notare che nella convenzione stipulata tra Italia e Scioa ad Ancober il 21 maggio 1880 l'art. 13 diceva «Sarà i11facoltà di S.lvf. il Re dello Scioa di valersi delle autorità consolari italiane ( . ..)peri contatti con i governi europei,>. Peraltro, nel trattato della Tafna del 30 maggio 1837 con Abd cl-Kader, Bugeaud si era comportato assai peggio. Nel testo arabo si leggeva: «L'emiro dei credenti sa che il sultano è grande», ma in quello francese era scritto: «L'emi.ro dei credenti riconosce la sovranità della Francia»! (ROMAIN RAJNERO, Storia dell'Algeria, Firenze, 1960, p. 88). ' Sulle vicende del 1httato di Uccialli si rimanda a R. BATl,\GLIA, La prima guerra d'Africa cit., pp. 372-385; CARLO RossETn, Storia diplomatica dell'Etiopia duran1e il regno di Menelik, S.Te.N., Torino 1910, capi IV e IV bis; CARLO ZAGHI, Crispi e Menelik, Ilta, Torino 1958.
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scorso tenuto a Palermo il 14 ottobre illustrò ed esaltò i risultati raggiunti e le prospettive coloniali che si offrivano «in un avvenire non remoto alla esuberante fecondità italiana». La differenza tra le due versioni del trattato emerse da un controllo effettuato ad Entotto quando Menelik, avendo annunciato direttamente ai principali Stati europei l'assunzione al trono di Etiopia, si avvide dalle risposte della regina Vittoria e dell'imperatore Guglielmo II, pervenute tramite l'Italia, che il governo italiano aveva dato ufficiale comunicazione del!' art. XVU (nella versione italiana) alle varie capitali. Naturalmente l'Abissinia veniva a perdere la dignità di Stato indipendente e Menelik, pungolato anche da alcuni consiglieri e residenti europei ostili al conte Antonelli, protestò vivamente con quest'ultimo. Le accuse di malafede corsero subito da una parte e dall'altra, ma con ogni probabilità si trattò di negligenza e di superficialità italiane nella collazione dei due testi. Tuttavia, chi veramente sembra responsabile delle conseguenze dell'art. XVII fu Crispi. Ben sapeva che l'art. 34 dell'Atto di Berlino 1iguardava soltanto i territori costieri e non quelli situati nell'interno, ma, spiega Giglio, egli giocava sul fatto che le Potenze coloniali si stavano prendendo pezzi di Africa senza guardare tanto per il sottile, perciò non avrebbero rifiutato il riconoscimento del protettorato all'Italia. «È da questo momento, non prima, che nasce l'imbroglio. Senza notificazione il dissidio italo-abissino non sarebbe sorto, o, se sorto, non avrebbe incontrato il problema di salvare la faccia di fronte all'estero» '. Dove, invece, non si può non ravvisare malizia è nella stesura dell'atto addizionale firmato dal degiasmac Maconnen in Italia il 1° ottobre 1889. TI trattato «perpetuo» di Uccìalli era stato attentamente studiato dal ministero degli Esteri e trovato insoddisfacente. Troppe erano le varianti pretese da Menelik rispetto alla bozza originaria. Principali, la questione dei confini 2, assolutamente i.nsufficienti per l'Italia perché indifendibili; quella delle tasse e dei dazi; quella dell'estradizione degli abissini che avessero commessi reati in territorio italiano. Rifare il trattato era impensabile; rifiutarne la ratifica non conveniva; modificarlo era possibi le. Però bisognava limitare le correzioni ad un solo punto, specificato in un atto addizionale e formulato in modo che Maconnen potesse accettarlo. II punto prescelto riguardava, come è ovvio, i confini. Volutamente venne redatto in modo da «lascia[re] aperta la nostra estensione nell'Hamasen e in ogni caso rimanda( re] la determinazione dei confini ad un'epoca che probabilmente non arriverà mai» 3 • In definitiva Maconnen firmò l'atto addizionale, che prevedeva una rettifica di frontiera «prendendo a base il possesso di fatto attuale» (art. 3), ignorando
'G. GIGLIO, L'articolo XV!! del trattato di Uccialli, Calcoli, Como, 1907, pp. 58-60. 'L'art. IIl del trattato di Uccialli ind.icava il confme con le località (all' Italia) di Awfali-Malai-Saganeiti-Asmara e poi, verso il paese dei Bogos, Adì Nefos-Adi Johannes. ' Appunto Branchi a Pisani-Dossi in data 7 .9 .1889, in R. BATfAGLIA, La prima guerra d 'Africa cit. , p. 380.
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che Baldissera veniva sollecitato ad estendere quanto più possibile I' occupazione oltre Asmara '. Da parte sua, Menelik ratificò la convenzione (25 febbraio 1890), obiettando però di essere stato esplicito nel precisare nel trattato il principio che la linea dell' altopiano segnasse il confine italo-abissino, e che nell'ottobre precedente lo stato di fatto linlitava l'occupazione italiana ad Asmara. Comunque, in nessun modo avrebbe potuto consenti.re a riconoscere il dominio italiano sino alla linea del Mareb 1 . In ottobre Baldissera chiese a Bertolé-Viale l'esonero dal Comando esercitato ed il rimpat1io. Aveva già presentato tale richiesta il I O dicembre 1888, 1'8 aprile e l' 8 settembre 1889 ed ogni volta Bertolé-Viale lo aveva invitato a continuare a reggere il Comando Superiore. Il 12 ottobre Baldissera tornò alla carica «unicame nte nell'interesse del servizio», motivando il gesto con il persistere di forti affezioni reumatiche 3. In realtà giudicava errata la linea politica seguita da Antonelli e da Crispi e disapprovava il trattato di Uccialli perché l'Italia si obbligava a sostenere Menelik nella sottomissione dell'intera Abissinia in cambio di impegni vaghi e solo favorevoli al negus. Con la proclamazione della Colonia Eritrea (R.D. 1° gennaio 1890) subentrò a Massaua l' anuninistrazione civile, senonché la situazione in Abissinia e nel Sudan consigliava di lasciare la direzione superiore delle cose nelle mani di un capo rnilitare. Il R.D. stabiliva che il governatore, come funzionario civile, dipendente dal ministero degli Esteri, conducesse la colonia sotto le norme del diritto comune e la dotasse di un'anuninistrazione prettamente civile. Come capo militare, il governatore dipendeva dal ministro della Guerra, e dal ministro della Marina per ciò che riguardava l'aspetto navale •. Diciamo pure che l'impostazione di governo lasciò molto a desiderare. Le funzioni civili e militmi potevano essere affidate a due distinte persone: il governatore civile ed il comandante delle truppe, il che sembrava fatto apposta per creare equivoci e contrapposizioni. Nel 1892 il R.D. del 10 marzo specificherà che «( ... ) li governatore civ ile dell'Eritrea, allorquando sarà Llll ufficiale generale o superiore del Regio Esercito in atllvità di servizio, dovrà sorvegliare la disciplina, l'istruzione e l' amministrazione delle truppe .
Crispi a Umbe110 I in data 27.9 .1889, ibidem, p. 384. ATTILIO Mrnu, / confini e l'area dell 'Africa italiana , Ricci, Firenze 1909. ' AUSSME, Fondo Carteggio Eri1rea, racc. I, fase. 31 . 'Crispi venne attaccato alla Carnera il 5 marzo 1893 per non avere sottoposto all'approvazione del Parlamento il decreto sulla costil.Uzione della colonia Eritrea, comportante una variazione del territorio dello Stato. li giorno successivo Crispi rispose soste nendo che il caso dell'Eritrea nulla aveva a che vedere con l'art. 5 dello Statuto: «Sono le colonie territorio dello Stato? Niente affatto, sono dipendenze dello Stato, non ne fanno parte integrante, non sono nello stato, ma sotto il dominio dello Stato». Non basta: si trattava di «un territorio extra-statutario ed in conseguenza non soggetto al regime politico della madrepatria», perciò «il potere esecutivo ha piena balìa sulle provincie, cbe non fanno parte integrante del territorio dello Stato». E la Camera approvò la mozione di fiducia con I 93 voti favorevoli, 55 contrari e 5 astenuti (F. CR1sr1, u, prima guerra d',Vrica cit., pp. 202-207). 1
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Il Comandante delle truppe corrisponderà diJettamente col Ministro della Guerra, ma la coJTispondenza fra detto Ministero e il Comandante delle truppe e viceversa dovrà sempre passare pel trnmitedel Governatore. n Governatore potrà pure corrispondere direttamente col Ministero della Guerra( . ..)».
3.
V ERSO LA «GUERRA GROSSA»
Nel 1890 il prevedibile scacchiere operativo si spostò decisamente ne.I Tigré. Questo, caratterizzato da tradizioni e lingua proprie, comprendeva le tre provincie settentrionali a nord della linea Mareb-Belesa-Muna (Hamasen a nord, Seraé a sud-ovest e Acchelé Guzai a sud-est); il territorio di Adua, la capitale storica, e di Aksum, la città santa dell'intera Abissinia; l' Agarné con capoluogo Adigrat; lo Sciré, tra il Mareb ed il Tacazzé; iJ Tembien con capoluogo Abbi Addi; l'Endertà con capoluogo Macallé; il Seloà con capoluogo Antalo; lo Uoggerat con l'Amba Alagi; qualche regione minore. Sulla linea di condotta italiana erano venuti a formarsi due orientamenti, per non dire partiti, ben distinti. Uno, sostenuto dal conteAntonelli e ben presto condiviso da Crispi, aveva subito appoggiato le ambizioni cli Menelik, re dello Scioa, contro il negus Johannes per indebolirne la forza. L'altro, seguito in modo particolare dai Comandanti Superiori succedutisi a Massaua, aveva trascurato Mcnelik, in parte perché troppo lontano dall'Hamasen ed in parte per diffidenza, e preferito giocare la carta fra i vari capi del Tigré settentrionale. Concluso l'accordo di Ucciallì, a maggior ragione Antonelli volle continuare nell'appoggio a Menelik, adesso negus neghesti. Ma c'era una delicata e difficile questione da risolvere. Fra Tigré e Scioa esisteva una profonda e secolare rivalità, ed il primo non era affatto disposto a subire la supremazia scioana. Per giunta, nel Tigré, terra originaria di Johannes, si trovava ras Mangascià, figlio naturale di Johannes e da questi indicato come successore. Peggio ancora, l'autorità di ras Mangascià era contestata da rivali locali. 1n definitiva, Menelik doveva, con la persuasione o con la forza, farsi riconoscere come imperatore ad Adua. Cominc.iò con l'inviare il degiac Sejum, come suo rappresentante e per rendere più facile la sottomissione della regione, ma i risultati furono deludenti. Allora, vista la persistente chiara sfiducia in Menelik da parte del Comando Superiore, Antonelli volle mettere bene in luce la politica da seguire. Approfittando dell'incarico offertogli di riaccompagnare in Abissinia Maconnen e di fermarsi alla corte di Menelìk per risolvere la questione dei confini, fece il punto della situazione con Crispi e pose la scelta: «( .. .) È mia ferma convinzione che Menelik fra due o tre mesi sarà il padrone del Tigré e che giovi a noi l'aiutarlo, ma è una mia opinione e potrei errare. Quindi, per concludere, se tenendo conto delle condizioni interne dell'Etiopia il Regio Governo riconoscerà conveniente seguire una politica pacifica d 'accordo con Menelik, in questo caso( ... ) accetto l' onorifico incarico di una seconda missione presso l'imperatore d'Etiopia. Se al contrario si riconoscesse più utile prendere un altro indiriuo o continuare nell ' incertez-
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Schizzo della regione ove si svolse il connitto italo-etiopico (da C. ConLi Rossi ni, lwlia ed Etiopia dal 1ra11a10 di Uccialli alla banaglia di At/1/(/).
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za come fu fatto sin qui, credo che non potrei essere la persona più adatta per compiere soddisfacentemente una simile missione» ' .
Quando dunque si trattò cli cercare un successore a Baldissera, Crispi scelse personalmente il generale Baldassarre Orero, suo fervido anuniratore e nipote cli Ricotti, e, prima della sua partenza, ebbe cura di irnpattirgli verbalmente le sue personali direttive: «L'indirizzo che il Governo intende che abbiano le nostre cose d'Africa le fu fallo noto. Esso si basa sulla nostra amicizia coll'Inghilterra, sulla nostra alleanza col Negus Menelik. L'Italia non ha e non sente bisogno di nuove avvenl\lre. Ma se non intende pestare i piedi a nessuno, intende parimenti che nessuno glieli pesti. In qualunque evento: bandiera alta; e dicendo questo so che parlo a un soldato» ' .
Battaglia attribuisce particolare importanza a simile discorso per capire il successivo comportamento di Orero, «altrimenti incomprensibili» ed, in effetti, a sentire lo stesso Orero, la direttiva sollecitò fortemente i suoi propositi di innalzare il nome ed il prestigio dell'Italia 3• In altri termini, con ogni probabilità Orero si convinse di dover agire rispettando l'alleanza con Menel ik, ma con spiccata iniziativa ed energia quando avesse incontrato una sinrnzione incerta o difficile. A dirla tutta, si convinse, non importa se a torto od a ragione, di aver ricevuto un qualcosa cli assai simile ad un mandato in bianco 4. Più irrealistico pensare ad una 'tacita intesa' fra Crispi ed Orero, ad una commedia con Crispi 'regista occulto' 5• Ad ognj modo, appena orientatosi sullo stato di fatto esistente nel Tigré ras Mangascià e ras Alula si erano ritirati, esausti, nel Tembien e nell'Endertà; miser.ia, disordine ed anarchia regnavano nel territorio di Adua, sì da far apparire necessario un intervento esterno; il degiac Sebath, capo indipendente dell' Agamé e nostro alleato, era deciso a muovere, insieme con il degiac Sejum, contro Mangascià ed Alula, vista Ja passività italiana 6 - Orero prospettò a Bertolé-Viale l'idea «di indurre Makoneu a muoversi contro Menelik preceduto e scortato dalle nostre truppe, che potrebbero accompagnarlo fino Adua, dove attenderebbe arrivo MeneJik. Pensi, Eccellenza, che bel colpo sarebbe per noi mandare da Adua dei messi a Menelik per dfrgli che, avendo tolto ai suoi nemici la capitale del Tigré, lo aspettiamo per consegnargliela e ritirarci quindi dietro il confine nostro e che dovrebbe essere quello segnato dalla linea del Mareb prolungata verso est, da quella di uno dei suoi affluenti, Muna o Belcsa ( .. .)>>.
' F. CR1SP1, La prima guerra d'Africa cit., p. J73. ' B AWASSARRE ORERO, Ricordi d'A/i'ica, in <<Nuova Antologia», 1° gennaio 190 l, p. l96.
' Ibidem, p. 203. 'R. BAITAGI.IA, La prim.a guerra d'Africa cit, p. 403. ' A. DEL BOCA, Gli Italiani in Africa orientale. Dall'Unità alla marcia su Roma cit., p. 367. ' <<( ... ) Voi siete ricchi - aveva scriuo Sebath a Orero - . Voi avete fucili, cannoni, caiiucce quante ne volete. Ma a che vi giova tutto que.~to se non osate ai1dare contro i vostri nemici e spreca-
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Il tutto, si badi, «nella convinzione di essere stato e di voler rimanere l'interprete fedele delle intenzioni del Ministro degli Esteri, intenzioni che collimano pe1fettamente colla mia opinione personale» 1• Il disegno venne illustrato a Crispi una settimana dopo. La spedizione sarebbe stata effettuata con 4.500 uomini, fra nazionali ed indigeni, ed 8 pezzi di artiglieria. Sabath e Sejum sarebbero stati chiamati a concorrere, ma avvisati soltanto a tempo debito per evitare il loro ingresso in Adua p1ima degli italiani 2 • Più tardi Orero spiegò lo scopo recondito che si riprometteva cli conseguire: l'operazione, «da eseguirsi con le forze italiane e di Sebat unite» da nord e quelle di Sejum da sud, avrebbe consentito di «prendere in mezzo il nostro amico Alula» e di entr11re in Adua nell' anniversario di DogaJj t 3• Secondo Orero «nessuna disposizione esecutiva fu emanata prima che mi fosse pervenuta l'autorizzazione del Governo» e «il consenso mi venne, contenuto in un telegramma del ministro della Guerra, confem1ato il giorno dopo da un telegramma del mirustro degli Esteri e Presidente del Consiglio» 4. Secondo Crispi, invece, non fu dato alcun consenso: «il ministro della Guerra - rispose ad Orero - è di opinione contraria ad una spedizione sopra Aclua. Teme per l'allontanarsi molto dalla nostra base di operazi011i e presume che il nostro provvisorio dominio susciterebbe gelosia in Menelik». Di suo, Crispi, nunistro degli Esteri, da cui dipendeva direttamente la colonia, disse solo che «gioverebbe, prima di intraprendere qualunque operazione consultarsi con Antonelli e Makonen ed infom1armene» 5 • Orero considerò «non revocata l' autorizzazione di occupare Adua» 6 e, visto il completo disaccordo con Antonelli replicò il 16 gennaio che le circostanze lo confem1avano nel suo proposito e che «sai vo ordine tassativo contrario domani si andrà tutti avanti una tappa>> 7• Ciispi si allarmò: «Il suo telegramma non mi da tempo a rispondere. Aspetti dove si trova ordini del Governo» ". E nello
te invece le vostre cartucce e 2 pezzi con i serventi(!) per auaccare Mangaseià?» (B. ORERO, Ricordi d'Africa cit., p. 202). 1 Orero a Bertolé-Viale in data 2.1.1890, in F. CR1SP1, La prima guerra d'Ajì·ica cit., p. 176. (198) Orero a Crispi in data 7.1.1890, ibidem, pp. 179-180. Per la marcia su Adua cfr. C. ZAGHI, La nuircia su A dtui del 11e11erale Orero, in «Rassegna di politica internazionale», IV, 1937, pp. 208-209. ' Cit. in R. BATTAGLIA, Ùt prima guerra d'Africa cit., p. 404. ' B. ORERO, Ricordi d'Africa cit., l O febbraio 1901, p. 503. 'Crispi ad Orero in data 10.1.1890, in F. CRISPJ, La. prima g uerra d ',Vrica cit., p. 180. ' B. ORERO, Ricordi d'Africa cìt.., p. 503. ln quei giorni Bertolé-Viale tempestava il Comando
di Massaua: «Mi telegrafi immediatamente dove precisamente sia oggi generale Orero.» (Bertolé-Yiale a Cossato in <lata 11.1.1690 e 16.1.1890 in AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 20). • Orero a Crispi in data 16.1.1890, in F. CRJSPJ, La prima guerra d'Africa cit., pp. 180-181. ' Crispi a Orero in data 17. l.1890, ibidem. p. 181.
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stesso giorno spedì altri due dispacci per fermare l'avventuroso generale. Nel secondo fu chiarissimo: «( . ..) Nou conviene, dunque, andare in Adua per insediarvi un capo a nome di un sovrano che non sembra curarsi di stabilire il suo potere su quelle regioni. Importa invece profittare del disordine attualmente regnante per prendere tulle le posizioni strategiche forti, utili al nostro dominio e tali da potere, in qualsiasi contingenza, pennellerei di parlare da forti, se non da padroni, a coloro, quali possano essere, che avranno potere nel Tigré. Abbandoni dunque marcia su Adua, donde dovremmo ritirarci. Presidi invece e fortifichi ogni altra località che possa convenirci nello intento sopraccennato» '.
Ma a quali «posizioni strategicamente fo1ti, utili al nostro dominio» si riferiva? Lasciava libera scelta ad Orero? Il successivo messaggio di Orero lascia francamente interdetti: «Ringrazio V.E. suo t.e legranuna perfettamente consono mie vedute personali. Sembrami però che modo migliore attuazione savio energico concetto sia quello di insediare in Adua, in nostro nome, capo nostra fiducia che potrebbe essere degiac Sebath, il quale ha anche titoli famiglia. Dopo di che ritornerò Asmara, occupandomi fortificare Gura» ' .
Crispi stranamente si limitò a ribadire che «per quanto riguarda nostra azione Tigré», Orero doveva procedere d'intesa con il conteAntonelli J _Secondo Orero, il 21 fu raggiunto a Godofelassi dal conte Antonelli, il quale «con atto gentile, era semplicemente venuto a recarmi il suo saluto e quello di Makonnen, a.i guali saluti volle aggiungere i suoi auguri. accompagnati dal consiglio di essere prudente e guardingo» •. Il risultato fu che il 22 gennaio Cri spi ricevette tre telegrammi da Massaua. Uno di Maconnen: il generale Orero non avrebbe dovuto assolutamente oltrepassare nemmeno Asmara perché l'avanzata su Adua avrebbe allarmato Menelik 5• Uno di Antonelli: le disposizioni a lui mandate erano in netta contraddizione con quanto stava facendo Orero, perciò chiedeva il rimpatrio per non essere d'ostacolo 6• Il terzo telegramma era di Orero, spedito prima della prutenza verso il Mareb: «Senza intervento Antonelli, Makonen avrebbe accettato mie ragioni per marciare su Aclua» 1• 1n quel guazzabuglio, Crispi cercò di calmru·e le acque. Invitò Antonelli a proseguire per Entotto per compiere la missione affidatagli presso Menelik e gli assicurò che avrebbe rinnovato ad Orero il divieto di muovere su Adua s. Ad Orero scrisse:
' Crispi a Orero in <lata 17.1.1890, p. 182, ibidem. ' Orero a Crispi in data 17.1.1890, ibidem, p. 182. ' Crispi a Orero in data 21.1.1890, ibidem, p. 182. 'B. ORERO, Ricordi d'Africa cit., p. 669, 16 febbraio 1901 . ' Maconnen a Crispi in data 22.1.1890, in F. CRJSPI, La prima guerra d'Africa cii., p. 181. ' Antonelli a Crispi in data 22.1.1890, ibidem, p. 183. 7 Orero a Crispi in data 22.1.1890, ibidem, p. 166. • Crispi a Antonelli in data 23.1.1890, ibidem, p. 184 .
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«li Governo persiste nella precedente sua decisione che non debba farsi una spedizione italiana sopra Adua. Fortifichi le frontiere del ten·itorio occupato e lasci il Tigré al suo destino fino allo arrivo Menelik» '.
Orero, che riteneva di avere scoperto un segreto accordo fra Antonelli, Maconnen e Sebath per togliere di mezzo le truppe italiane ed entrare essi in Adua con bande di irregolari 2, replicò che, «non avendo ricevuto ordini contrari» aveva continuato la marcia e «per il giorno 26, anniversario di Dogali, contava di entrare in Adua» 3 • Crispi si rivolse allora a Bertolé-Viale rimarcando la disobbedienza di Orero e rimettendosi a lui «per provvedimenti che saranno del caso»". Nel contempo chiese spiegazioni al Comandante Superiore per la mancata osservanza agli ordini del governo e ... soggiunse: «Comunque sia, affretti installazione capo nostra fiducia e ritorni ali' Asmara per fortificarvisi» 5 • D'altronde, ormai era fatta. Senònché, dopo l'entrata trionfale nella capitale del Tigré ", Orero ricevette le «felicitazioni» del governo ed il rinnovato invito a scegliere, d ' accorcio conAntonelli e Maconnen, un capo cli fiducia da porre alla guida del Tigré, a nome cli Menelik 7, ed ebbe un'altra impennata. Dichiarò a Crispi di aver ricevuto iJ1 Adua, in ritardo, il tel.egrarnma del 24 gennaio con la richiesta di spiegazioni circa la sua condotta e l'ordine di rientrare all'Asmara. Quindi sostenne di essere stato «interprete fedele» delle direttive ricevute di mantenere alta la dignità del nome italiano. Quanto al capo di fiducia, non riteneva più tale Sebath, indicatogli da Antonelli come gradito a Maconnen, comunque lasciava la questione nelle mani appunto di A11tonelli e di Maconnen perché intendeva ripartire subito per Asmara 8• Crispi era profondamente, ed a ragione, urtato ed il dispaccio che spedì subito a Massaua era il meno che potesse fare:
'Crispi a Orero in data 23.1.1890, ibidem, p. 184. ' Orero a Crispi in data 24.1.1890, ibidem, pp. 184-185. ' Orer(l a Crispi in data 24.1.1890, ibidem, p. l84. ln realt.à, l'ordine contrario (dispaccio Crispi del 23 gennaio) raggiunse Orero in marcia, ma questi dichiarò che ... la linea telegrafica era interrotta e quindi il telegramma non era arrivato (Orero a Dal Verme in data 22.2.1890, in R. TRUFFI, Precursori dell'impero africano, Roma 1936, pp. 174-176). ' Crispi a Bert(l\é-Viale in data 24.1.1890, ibidem, p. 185. L'intervento di Be1tolé-Viale si limitò al monito di ritomare indietro e «Ora innanzi tenga per nonna qualunque volta intenda eseguire operazioni di qualche ril.iev(l prevenire Governo per tempo e ricevere ordini e decisioni. Deploriamo screzio insorto fra V.S. e Antonelli» (Bertolé-Viale a Orer(l in data 30.1.1890 in AUSS!vlE, Fondo Volumi Eritrea, voi. 20). 'Crispi a Orer(l in data 24.1.1890, in F. CRISPI, La prima guerra d'Africa c ii., p. 165. 6 Orero a Bertolé-Viale in data 27. I.I 890, AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, voi. 21. La spedizione si svolse in. modo veramente encomiabile sotto ogni aspetlo ed in un'atmosfera lusinghiera per l'Italia. Basti dire che le bande di irregolari abissini assoldate raggiunsero rapidamente i 4.000 uonùni, ai quali durante il percorso al Mareb si aggiunsero altri 3.000 fucili (E. BELLAVITA, La batwg/ia di Adua cit., pp. 104-105). 'Crispi a Orero in data 28.1.1890, in F. CRISPI, La primagr,erm d'Africa cit., p. 189. • Orero a Crispi in data 29.1.1890, ibiden~ p. 191.
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«Ella è troppo suscettibile e negli affari di Stato non bisogna prendere risoluzioni immediatamente dopo impressioni ricevute per notizie più o meno attendibi li. Ella è precipitosa e non mi lascia neanche un momento ri llellere. Di questo modo non si governa e temo che continuando così il nostro accordo non potrà durare. Intempestivamente andò in Adua ed intempestivamente la vuole abbandonare. Spero che il mio telegranuna di stanotte ' sarà giunto in tempo per far sospendere l' immediato ritomo delle nostre truppe al di qua del Mareb. Stia al suo posto ed attenda altro mio lelegranuna» ' .
Ma il dispaccio non arrivò in tempo e Orero il 7 febbraio rientrava in Asmara. È veramente strano che Crispi, dato il suo carattere, abbia sopportato l'indisciplina, più che l'indipendenza di Orero. Forse questi non aveva tutti i torti quando sosteneva di essere sicuro che «in fondo il Presidente del Consiglio non fosse contrario alla mia idea» 3, tuttavia il suo comportamento non può andare esente da critica. L'ultima parola di Crispi ad Orero sulla vicenda fu la seguente: «Com'Ella sa, io non ero favorevole marcia su Adua. Ma una volta fatta, desiderava trarne maggior profitto possibile. Inutile oggi ritornare sovra tale argomento; occorre però si faccia quanto era stato da me indicato prima di quella spedizione. Resti dunque e si fortifichi nei possessi attuali, !asciando il Tigré in balia sua sorte. Se Menelik verrà, tant<>meglio; se no, noo giova preoccuparsene( ... )» ' .
Orero non perse l'occasione per manifestare il suo conrn,ento duro, ma non del tutto foori luogo, a Bertolé-Viale: «In quasi ogni suo telegramma Ministero Affari Esteri insiste perché io mi fortifichi, ora nei nostri possessi, ora sulle frontiere cui abbiamo diritto. Sarei grato V.E. se credesse rare parola al Ministero Affari Esteri, in modo incidentale e come cosa sua, che per forze di cui disponiamo sono soverchie le fortificazioni già esistenti e che concetto di tenere l'altopiano e dettar legge con nuove fortificazioni non è pratico ove 11011 esistono strade e viceversa le truppe indigene passano dappertutto. Senza numerose forze la sicurezza nostra suH' altopiano non puù veni.rei che mettendo in mano di capi sicuri le provincie di confine, perché tutto il loro interesse è di rimanere amici nostri( ... )» '·
Alla fine ebbe sicuramente un'influenza distensiva l'osservazione conclusiva del vescovo apostolico del Sudan, monsignor Sodano, fatta il 7 marzo: «La marcia del generale Orero su Adua ha avuto sulle popolazioni abissine e soprattutto sul clero un effetto morale pari a mezza battaglia vinta» 6• Menelik non si recò ad Adua e preferì tornarsene ad Addis Abeba, la nuova capitale, pochi chilometri a sud di Entotto, sede precedente. Ad ogni modo in apparenza il Tigré mostrò di essersi sottomesso. Ras Mangascià si era accontenta-
'Crispi a Orero in data 29.J.1890: «Resti in Adua fino all 'arrivo di Antooelli eMakonen e dopo aver d'accordo con loro istituito un govematore pcl Tigré t<>meri1 nei nostri donù1ù» (ibidem, p. 190). 2 Crispi a Orero in data 30.1.1890, ibidem, p. 191. ' R. TRUffl, Precursori dell'impero africano cit., p. 176). 'Crispi a Orero io data 2.2.1890, in F. CRJSPI, La prima guerra d'Africa cit., p. 192. ' Orero a Bcrtolé-Viale in data 4.2.l 890, AUSStvfE, Fondo Volumi Eritrea, voi. 21. • ln R. B ATIAGLJA, La prima guerra d'Africa cit., p. 409.
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to del Tigré sud-occidentale; il degiac Masciascià Uorchié si era insediato inAdua in nome del negus e governava anche il Seraé; il degiac Sejum aveva ricevuto l' Acchelé Guzai e l' Agamé. All'Italia era rimasto l'Hamasen delim.itato dalla linea Halai-Saganeiti-Sciket-Asmara, però il controllo italiano di fatto anivava al Mareb e comprendeva perciò anche il Seraé e l' Accbelé Guzai. Questa conclusione era stata accettata da Antonelli che il 23 marzo fim1ò con Menetik un accordo secondo il quale il negus avrebbe nominato un governatore del Tigré non ostile all'Italia, consentito che un rappresentante italiano risiedesse presso detto governatore e ... in cambio l'Italia si obbligava a «dare speciale protezione per sistemare il governatore dell'Imperatore col dare nei limiti del possibile viveri, munizioni da guerra, forze armate» 1• Giustamente Crispi I protestò contro tale clausola, che impegnava l'Italia «all'ignoto» 2, specialmente visto che Menelik nulla aveva fatto nel Tigré contro ras Alula e le bande dei ribelli ancora in circolazione, però finì per limitarsi a qualche riserva di circostanza. L'unico rifiuto netto riguardò l'invio cli truppe ad Adua '. Intanto, l'apparizione di dervisci nel territorio dei Beni Amer e dei Maiia aveva indotto Orero a proporre al ministero della Guerra una spedizione per rintuzzare quelle scorrerie ai danni di popolazioni da noi protette, ma Crispi, interpellato eia Bertolé-Viale, rispose che disapprovava nuove imprese militari dalle evidenti incogrùte e perciò consigliava Orero «a starsi tranquillo>>·'. Il 17 aprile Orero chiese l'esonero dall'incarico. Era inevitabile. Ebbe una punta polemica sulla intera questione etiopica diclùarando la necessità che «il Governo si prommci chiaramente, riponendo rutta la sua fiducia nel Comando Superiore o tutta nel conte Antonelli» S, e Crispi ribatté subito di non aver mai avuto intenzione di istituire in Etitrea «un governatorato puramente civile» 6• Per dare un'idea ciel grado di tensione raggiunto dai rapporti fra Orero e Crispi, basti accennare al timore verificatosi al ministero della Guerra che il governatore abbandonasse l'Eritrea d'impulso. Bertolé-Viale ed i I generale Corvetto, segretario generale al7 la Guerra, letteralmente raccomandarono ad Orero di evitare un colpo di testa •
'Antonelli a Crispi in data 26.3.1890, ibidem, p. 214. ' Crispi ad Antonelli in data 28.3.1890, ibidem, p. 215 3 Crispi ad Antonelli in data 24.4.1890, ibidem, p. 219. 'Ibidem, p. l 98, senza indicazione di data, ma il 21 febbraio Corvetto telegrafò ad Orero: «Presidente Consiglio e MinislTO Guerra ritengono non debbansi verun modo stuzzicare, provocaJ'C dervish. Epperò Bila astengasi assolutamente proposto suo telegramma 210. Si guardi bene dalla parte Keren» (AUSS.lvIB, Fondo Volumi Eritrea, voi. 20). ' Orero a Crispi in data 23.4.l 890, in C..>,R.LO CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia dal trattalo di Uccialli alla battaglia di Adua, Istituto per l'Oriente, Roma 1935, p. 24. • Crispi a Orero in data 23.4.1890, ibidem, p. 25. ' «Sarai ce1tamente prontamente sostituito - telegrafò Bertolé-Viale ad Orero il 24 aprile -; ma non muovere sinché non autorizzato Ministero della Guerra», e Corvetta, lo stesso giorno, reiter?1: «Ricotti scongi ura non abbandonare posto senza autorizzazione. Sarebbe gravissimo reato insubordinazione, diser2.ione». Ed il 25 ancora Bertolé-Viale: «Ella sarà quanto prima sostituita. Ella non deve muovere senza previo mio esplicito consenso» (AUSSME, Fondo \!o/umi Eritrea, voi. 20).
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Ci siamo dilungati alquanto sulla spedizione di Adua. Adesso occorre valutarne i risultati. Secondo Orero il prestigio italiano era stato da lui difeso ed accresciuto 1, come voluto da Crispi, e su ciò si può concordare. Per Antonelli l'operazione aveva rappresentato un rischio inutile e costoso, privo di risultati pratici 2, e su ciò non si concorda. Un risultato sicuramente fu conseguito. Purtroppo fu negativo. Menelik mal sopportò una penetrazione in profondità sino ad Adua ed Aksum, in quel Tigré recalcitrante, sul quale intendeva far pesare la sua sovranità perché parte integrante dell'Abissinia. Menelik non era più il re dello Scioa. Era il negus neghesti. Aveva altissimo in senso della dignità imperiale. Il trono l'aveva ottenuto da sé e con l'aiuto di Dio. Aveva gradito il concorso italiano ed era pronto ad approfittarne ancora senza scrupoli; ma non si sentiva affatto obbligato a subire una tutela italiana, pretesa che considerava del tutto gratuita, specialmente quando vedeva Francia e Russia ben disposte nei suoi riguardi. Se in precedenza aveva nutrito dubbi sulle aspirazioni imperialistiche dell'Italia, adesso si convinse del subdolo proposito italiano di appropriarsi del suo impero. A sostituire Orero fu inviato il generale Antonio Gandolfi, entrato in carica 1'8 giugno 1890. Con lui arrivarono in Eritrea il colonnello Oreste Baratieri, quale comandante in seconda, ed il barone Leopoldo Franchetti, incaricato di dirigere la sperimentazione agricola per convogliare nella colonia gli emigranti italiani. Tutti tre erano deputati. Tutti tre avevano titoli per l'incarico loro assegnato. Ma Baratieri, molto ambizioso, male si adattò al ruolo in sottordine, tanto più che si vide preposto dapprima al comando della piazza di Massaua e successivamente a quello della zona. di Cheren, anziché ricevere la desiderata carica di vicegovernatore; e Franchetti, cui era stata concessa larga autonomia, pretese indipendenza. Poiché Ganclolfi aveva un carattere piuttosto autoritario e dunque poco malleabile, gli attriti diventarono frequenti e Baratieri e Franchetti non esitarono a far risuonare le rispettive lagnanze a Roma, in ambito politico. Baratieri, addirittura, il 29 maggio 1891 scriverà all'amico Pelloux lamentando le continue frizioni col governatore e chiedendo iJ rimpatlio: «Scusi, mio generale, la lunga lettera ma è nove mesi che bevo l'amaro calice; è nove mesi che tutto sopporto( ... ) la supplico di chiamanni» 3 • Naturalmente, nemmeno col nuovo governatore i rapporti fra Italia ed Etiopia cambiarono, anzi ben presto si ingolfarono in un lungo contenzioso sulla questione dei confini e sull'art. XVII del trattato di Uccialli: contenzioso che sfociò in una secca rottura di rapporti fra i nost1·i rappresentanti, Salimbeni ed Antonelli, ed il negus Menelik (febbraio 1891). In Italia molti fattori stavano pesando sempre più gravemente sulla politica interna ed estera: le fotti difficoltà finanziarie in cui versava il paese; le spese e
'B. ORERO, Ricordi d'Africa cit., 16 febbraio 1901. p. 687. 'Antonelli a Crispi in data 2.2.1890, in F. CRJSPJ, La prima guerra d'Africa cìt., p. 194. ' Cit. in A. 0 1,1, BOCA, Gli Italiani in Africa orienlale cit., p. 474.
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le preoccupazioni per le incognite africane; la prolungata tensione politica ed economica con la Francia, che non era possibile ignorare più a .lungo. Nel maggio 1890 si formò il cosiddetto «Patto cli Roma» con il quale numerosi esponenti socialisti, radicali e repubblicani chiedevano il rafforzamento del Parlamento, la fine dell'accentramento di piì:1 nùnisteri nelle mani di Crispi, la riduzione delle spese militari e La sostituzione della Triplice Alleanza con una Unione Latina democratica '. Nonostante questo animoso schieramento avversario, Crispi, sostenuto anche dalla Destra, riuscì a vincere in modo nettissimo le elezimù del novembre dello stesso anno. Senonché, durante un dibattito finanziario tenuto alla Camera a fine gennaio 1891, Crispi impulsivamente accusò la Destra di aver raggiunto a suo tempo il pareggio solo perché «la politica servile verso lo straniero aveva evitato le spese militari». L'offesa alle «sante memorie» provocò l'immediata caduta del ministero. Il nuovo governo fu fo1mato dal marchese Antonio di Rudi1ù, che tenne per sé gli Esteri ed affidò la Guerra al generale Luigi Pelloux ed il Tesoro a Luigi Luzzatti. Le direttive impartite a Gandolfi furono: «Non estendere i confini della nostra Colonia, eliminare ogni ragione di attrito, evitare ogni motivo di ostil ità con Menelich e nostri vicilù. E desidero come conseguenza ridurre le spese militari. Ma, sollecito della dignità del paese, intendo provvedere con cautela e dopo profonda meditazione» ' ·
Era chiara l'impostazione della linea di condotta. 11 programma di Rudinì si 1iassumeva in un solo punto: il risanamento del bilancio (quante volte questo punto non ricorrerà nella storia d'Italia?). Negli anni seguenti i bilanci della Guerra e della Marina subiranno perciò tagli inevitabili 3 • Per la Guerra: SPESE
ANNO ordinarie
straordinaifo
totali
1889-90
257.814.000
47.684.000
305.498.000
1.890-91
252.891.000
32.549.000
285.440.000
1.891-92
18.018.000
1892-91
243.299.000 233.254.000
12.994000
261.117.000 246.248.(){)0
1893-94
238.064.000
15.176.000
253.440 000
1894-95
217.422.000
15.229.000
232.651.000
'C. SF:rDN- WATSON, L'Italia dal liberalismo al.f,iscismo cit., I, p. 157. 'Rudinì a Gandolfi in data 18.2.1891, in C. Co:m RossJNI, Italia ed Etiopia cii., p. 53. ' «Toccheremo con mano prudente ma risoluta - annunciò alla Camera Rudinì, il 14 febbraio 1891 - ttllti i bilanci, compresi quelli della Guerra e della Marina, per usare (lvunquc e per tulli la parsimonia; e cercheremo di restringere anche le spese d'Africa» . I dati dei bilanci dal 1889-90 al 1894-95 sono tratti da L. DE ROSA, Incidenza delle spese miliwri cii. , in L'Esercito italiano dall'U· nilà alla Grande Guerra (1861-1918) cit., pp. 508-509.
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LE PRll'vlE GUERRE COLONIAU
Per la Marina: ANNO
SPESE ordinarie
straordinarie
totali
1889-98
108.699.000
14.654.000
123,351.000
1890-91
102.877.000
IO 151.000
113.028.000
1891-92
99.090.000
6.049.000
105.119.000
1892-93
97.912.000
3.846.000
101.758.000
1893-94
96. ISl.000
3.925.000
100.076.000
1894-96
92.673000
3.004.000
95.677.000
Rudinì si trovava in piena sintonia con Pelloux, il quale concentrò ogni attenzione sulla «continua ricerca del difficile equilibrio fra i limiti finanziari e 1' esigenza di avere un esercito capace di far fronte all'eventualità di una guerra in Europa ed agli impegni derivanti dalla Triplice» 1• Ne conseguì: manteni.mento dell'organico di dodici corpi d'armata; adozione della mobilitazione regionale per i reggimenti di fanteria e bersaglieri; riduzione al minimo delle spese straordinarie; severe economie sulle spese ordinarie (ritardo della chiamata di leva di novembre a marzo ed innovazione del periodo di «forza mjnima» invernale) 2; sensibili tagli alle spese coloniali. Quanto alla politica estera, visto che le passioni nazionalistiche d'oltralpe impedivano un miglioramento dei rapporti con la Francia a condizioni accettabili, Rudinì si volse verso la Germania e l'Austria-Ungheria per rinnovare subito la Triplice Alleanza, con un anno di anticipo, includendo nel nuovo lrnttato accordi commerciali ed un'intesa con la Gennania, secondo la quale un nostro interessamento per Tripoli non sarebbe stato legato ad un'eventuale minaccia francese. In Africa Orientale venne anzitutto smussato l'att1ito affiorato con la Gran Bretagna, mediante due protocolli (24 marzo e 15 aprile 1891) che definivano le rispettive zone di int1uenza 3, accettando l'occupazione solo temporanea di Cassala (rifiutata da Crispi) se necessaria e comunque fino al ripristino del potere egiziano. Nei confronti dell'Eritrea, il pensiero di Rudinì fu di conservare una
l
G ,\STONE MANACORDA, lnrroduzione (p. L), il L UIGI P ELLOUX,
Quelques souvenirs de ma vie,
Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1967. 2 L'anno militare (da settembre a settembre) fu ripartito in due periodi . Quello di.f<,rza mini1na, da settembre a marzo, con due sole classi di leva alle anni, e quello di./àrza massima, da mar1.,o a sellembre, con tre classi e con il richiamo di qualche classe anziana in agosto. Il vantaggio economico e gli svantaggi tecnici sono di per sé chiari. J All'Italia, che puntava ovviamente sul «protettorato» dell' Abissinia, vennero assegnati tutti i territori abissini e galla citati nel trattato di Ucciall.i, più parte della Somalia, l'Ogaden e parte della Nubia (C. RossF.rrl, Storia diplomatica de/l'Etiopia cit., pp. 119- 122 e 125-133).
LA GUERRA ITALO-Ail lSSINA
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«leale franca amicizia» con Menelik, pretendendo però da parte di questi, conferma clell 'fu1. XVII di Uccialli (!) per salvare la faccia dell 'Italia davanti all'Europa. Per il resto, ammise la «grande e profonda amarezza di dover restru·e in Eritrea» '. Di conseguenza, riteneva opportuno restringere l'occupazione militare diretta al triangolo Massaua-Cheren-Asmara, sì da evitare dispersione di forze e coinvolgimento in possibili complicazioni locali. In particolare: disi nteressamento delle vicende in atto, oltre il territorio tenuto dalle nostre truppe, senza peraltro coinvolgere la questione dei confini 1; rapporti amichevoli con i capi tigrini che si volgessero all'Italia ' ; insediamento, ma senza compromettenti impegni, cli capi favorevoli al! 'Italia nelle regioni comprese fra il possedimento e1itreo vero e proprio ed il Mareb-Belesa-Muna •. Gandolfi si trovava alle prese con una situazione interna spinosa, con defe:Gioni e ribellioni di capi locali e scorrerie di bande irregolari. Fece subito rilevare che il triangolo Massaua-Cheren-Asmara risultava privo cli unitarietà e la sua difesa per nulla econonùca, e quindi alla lunga sarebbe diventato insostenibile 5, ma senza ottenere soverchia attenzione. B en presto, anzi, assai profonda si palesò la divergenza di opinioni con il governo. Rudinì e Pelloux avevano comunicato al governatore la ferma intenzione di contenere il bilancio militare dell 'Eritrea entro gli otto milioni (da una spesa media annua di venti milioni) e richiesto proposte concrete circa la conseguente ristrutturazione da realizzare. Gandolfi lavorò tenendo più presenti le esigenze militari di difesa che non il vincolo del bilancio, cosicché i «tagli» all 'organico delle truppe d 'Africa vennero studiati direttamente dal nùnistero della Guerra e il 19 aprile inviati all'interessato, per il tramite della Commissione reale d'inchiesta operante in quel periodo a Massaua sull'amministrazione e sulle risorse della colonia. Gandolfi spedì il 15 maggio una relazione critica sul progetto ministeriale ed il giorno seguente un secco telegramma a Rucli1ù: «Ultimando Commissione inchiesta sui primi del prossimo giugno suoi lavori nella colonia, prego istantemente V.E. volermi esonerare carica Governatore civile e militare dalla quale dò fino da ora le dimissioni» 6 • A questa brusca presa di posizione, Rudinì si affrettò a spiegare all'allarmatissimo presidente della Conu1ùssione, Borgnini, che il suo dispaccio per Gandolfi conteneva «la simple instruction de préparer graduellement l'application pour le l " Juillet de notre p/011 d'occupation réduit. De plus le Ministère de la Guerre l'invitai! expréssement à présenter les emendements
1 Intervento alla Camera nella seduta del I• aprile 1892. cfr. F. CR1s1•1, La prima guerra d 'Africa cit., pp. 258-259. ' Rud inl a Gandolfi in data 13.3.1891 e 10.4.1891, in C. CoNTI ROSS INI, Italia ed Eriopia cit., p. 54. ' Rudinl a Gandolfi in data 8.4.1891, ibidem. ' Rudinì a Gandolfi in data 13.4.1891, ibidem. ' Gandolfi a Rudinì in data 9.4.189 I, ibidem. • Gandolfi a Rudirù in data 16.5.1891 , AUSSME, Pondo Carteggio Erirrea, racc. I, fase. 44.
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
de détc1il qu'il cnìt d'apporter aux tableaux organiques». Non avendo ancora ricevuto la risposta, «nous l' attendons pour prendre une décision définitive» . Quindi, per il momento tutto restava com'era 1• Ma Gandolfi non si smosse: «Attenderò al mio posto decisioni Governo del Re intorno mie dimissioni. Avverto però che nuovo ordinamento e dislocazione militare, sulle quali mandai 15 corrente osservazioni richieste, devono essere attuate nel prossimo giugno e che non sarebbe conveniente per il Governo e per me rimanere qui oltre quel mese» '·
Il motivo cli fondo dell'opposizione cli Gand o Ifi a limitare l'occupazione vera e propria al noto triangolo Massaua-Cheren-Asmara risiedeva nel fatto che, tanto per linùtarsi alle regiotù meridionali, lo sgombero dei presidi avanzati e l' eccessiva riduzione delle forze avrebbero lasciato l' Acchelé Guzai ed il Seraé praticamente in balia di eventuali serie aggressioni abissine. Vista le riduzioni studiate dal ministero de lla Guerra, secondo le quali, tra l'altro, venivano soppressi anche i Comandi di zona, Gandolfi insistette: «( .. .) non intendo assumere nessuna responsabilità, che m1zi mi rendo più sollecito invocare da V.E. mio richiamo non avendo in modificazioni introdotte nel nostro ordinamento la fede che mi sarebbe necessaria per poter prestare nella Colonia ulteriormente utili servizi al Governo» ' .
La questione si risolse con la concessione di un congedo di quattro mesi che avrebbe consentito a Gandolfi di conferire a Roma con Rudinì e Pelloux •. TI colonnello Baratieri venne nominato governatore interinale, con l'esplicita direttiva di limitare l'occupazione milit,u·e diretta al citato triangolo, «salvo le appendici ritenute assolutamente indispensabili». I rapporti con i capi tigrini oltre Mareb «debbooo essere improntati ad un carattere di cauta benevolenza. Nulla deve ncgligersi acciocché ci rimangano runici, ma nulla neppure deve farsi che possa dare ombra all'Imperatore Menelik, verso il quale, fino a dimostrazione positiva della imposs ibilità di ristabilire con esso relazioni di mutua liducia, intendiamo di perseverare nella politica di pace che è conforme aJI' interesse dei due Paesi ( .. .)».
Rudinì tenne infine a sottolineare la rigidità del voluto programma di economia, raccomandando «una rigorosa conformità di indirizzo fra l'esecuzione a Lei affidata e la direzione che, salvo le amplissime delegaziorù che il Governatore possiede, deve necessarirunente emanare dal Governo Centrale» 5.
' Rudinì alla Commissione in data 18.5.189 I, ibidem. ' Gandolfi a Rudiru in data 21.5.1891, ibidem. ' Gandolfi a Rudinì in data 3.6.1891, ibidem. • Rudinì a Pelloux in data 23.6. 1891, ibidem ' Rudi1ù a Baratieri in data 4.7.1891, ibidem. Baratieri rispose il 27 luglio con una lunghissima letter.i privata, c he in sostanza mirava a dimostrare che finalmente il governo aveva messo l'uomo giusto al posto gi usto: «Qui Lutti hanno lavorato col concetto: dopo di me il diluvio!» (ibidem).
LA GUERRA ITALO-ABJSS INA
2 1I
A Roma, intanto, considerata l'inutilità di ulterio1i trattative con Menelik, il quale tra l'altro il 10 aprile aveva protestato con le Potenze per i protocolli italo-inglesi, Gandolfi avanzò l'idea di favorire i tentativi d'indipendenza del Tigré. Ras Mangascià, infatti, stava affermandosi nella regione, prevalendo sulle rivalità e gelosie interne, e si proponeva a Massaua e persino a Roma come anùco. La decisione di Rudinl fu più ambigua che prudente. Gandolfi ricevette l'incarico di raggiungere un accordo con Mangascià, senza tuttavia ledere i diritti cli Menelik e nemmeno urtarne la suscettibilità: <<Se accordi più precisi con taluni cli quei capi - scrisse Rudinì - fanno giovare ai nostri intenti, non dobbiamo esitare ad accertarne, od anche a promuoverne la stipulazione in quelle forme che a Lei pajano più acconce, purché non abbia a derivarne con l'imperatore un'a• 1• L'intesa con il ras non sembrava difficile da raggiungere. Queperla rottura» sti manifestava la più assoluta indifferenza per il confine italiano al Mareb ed aveva già implicitamente riconosciuto l' inglobamento nell'Eritrea del Seraé e dell' Acchelé Guzai; per di più era desideroso, come i vari capi tigrini, di riaprire il u·affico con Massaua per attenuare la carestia diffusa nel paese. L' incontro fra Gandolfi, tornato in Africa a fine ottobre, ed il ras ebbe luogo il 6-7 dicembre 1891 in territorio e1itreo, sulla sponda destra del Mareb, dopo alcune discussioni derivanti dalla pretesa italiana che Mangascià partecipasse al convegno in qualità cli rappresentante di Menelik, e si concluse piuttosto genericamente con il giuramento di rispettare la situazione in atto e con la promessa di eterna amicizia 2• Se Rudinì e Gandolfi pensarono cli aver trovato una soluzione al problema dei confini si illudevano. Agli occhi di Menelik l'avvenimento, ovviamente riportatogli con molta tendenziosità, fece apparse Mangascià un traditore, Ganclolfi un sobillatore e J' Italia scorretta, in quanto aveva trattato con Mangascià come se fosse un sovrano indipendente, aspirante per giunta alla corona imperiale! 3• Si dominò - anche perché ad Assab giacevano due milioni di cartucce acquistate in Italia da Maconnen, nominato ras al suo rientro in Etiopia - e si limitò, eia un lato a reclamare con il governo italiano per l'operato di Ganclolfi, dall' altro ad ind111Te Mangascià ad un gesto di obbedienza 4. Molto probabilmente pesò sulla politica africana del governo Rudinì una vicenda che nel 1891 scosse profondamente l'opinione pubblica: lo scandalo L i-
' Auc;usr o SALJMBENI, Diario di un pioniere afi'icano, manoscritto cii. in A. DF.L B OCA, Gli Italia11i in Aji-ica orientale ci t., p. 465. ' Al convegno partecipò anche ras Alula, che chiese eù ottenne di abbracciare Gandolfi in segno di pace. 1 Nella breve corrispondenza fra ras Mangascià e Gandolfi prima dell ' abboccamentù al Marcb, il primù si era presentalù come «ras Mangascià, figlio di Giovanni re di Sian, Re dei Re d'Etiop ia» ed il secondo, nel rispondere, aveva ripetuto l' intestazione, sen,.a far menzione dell a dipendenza dal neglls. Per giunta, dopo il convegno Mangascià nominò ras Gandolfi, cosa inaccettabile. essendo la concessione di tale titolo prerogativa di un re. ' c. CONTI ROSSINI, Italia ed Eliopia cit., pp. 65-66.
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
vraghi-Cagnassi, capo della polizia indigena il primo (tenente dei carabinieri), e segretario degli affari coloniali il secondo. Si trattava, secondo l'accusa, di uu' amministrazione della giustizia condotta negli anni 1888-1890 (e quindi coinvolgente in certo modo Baldissera e Orero) al di fuori di ogni diritto cd ampiamente costellata di esecuzioni sommarie. In quel momento storico, che vedeva in Italia l' affermarsi delle idee socialiste e l'emergere della questione sociale, il processo di Massaua ebbe una risonanza smisurata, sì da provocare l'invio di una Commissione reale d'inchiesta. Senza addentrarci nell'argomento 1, diremo che la commissione non si ridusse ad indagare sui fatti di Massaua - al cui riguardo presentò un rapporto che ridimensionava la vicenda e la riduceva in sostanza ad un «eccesso di potere» - , ma nella sua «Relazione generale» concluse che: «A ) La Colonia Eritrea è suscettibi le di servire in avvenire di sfogo ad una parte dell'emigrazione italiana e si ha moti vo di sperare che possa a poco a poco essere messa in grado di bastare linanziariamemc a se si.essa B) Per raggi ungere il duplice intento è necessru"io:
9. Introdurre un regime razionale della proprietà fondiaria; IO. Adottare i metodi di colonizzazione più idonei a costituire una società itali ana prevalentemcme composta di contadini-proprietari» '·
Inoltre affermò l'inopportunità di restringere l'occupazione militare al triangolo noto, e la convenienza invece di spingere il confine sino al Mareb per dare respiro e sicurezza alla colorùa cd evitare spese prive di utile, sia commerciale sia politico. Torneremo più tardi sul «regime razionale di proprietà fondiaria». Per il momento è da sottolineare che la cosiddetta politica di raccoglimento, il cui punto fermo fu il R. Decreto ciel 20 dicembre 1891 - che, considerando la pace assicurata lungo la frontiera dell'Eritrea, toglieva lo stato di guerra da Massaua e dintorni, ma lo lasciava in vigore, sino a nuova d isposizione, nel resto della colonia - fissava per le truppe d' Africa due limiti: il bilancio ridotto a poco più di quattro milioni e la forza limitata a circa 7.000 uomini, di cui 2.000 nazionali (una compagnia carabinieri, un battaglione cacciatori, una compagnia cannonieri, una compagnia genio zappatori e unità de.i servizi), con un mig liaio di quadrupedi l _ Giova accennare anche ad una sgradevo lissima situazione verificatasi a Massaua. Durante i quattro mesi di temporanea assenza di Gandolfi, Baratieri si era prodigato in modo più che obliquo. Anziché ridursi a continuare ad operare nella scia del governatore titolare, sia pur tenendo in debito conto le direttive di Ro-
' Per la vicenda s i rimanda a R. B ATIAGLJA, La prima guerra d'Africa c it., pp. 459-479. Cfr. Italiani in Africa orientale c it., pp. 435-450. ' Relazio11e generale della regia commissio11e d'inchiesta sulla Colonia Eritrea, Roma 1891, p. 204. ' CCSM, Swria militare della colonia Eritrea cit., l, p. 236.
DEL B OCA, Gli
LA GUERRA ITJ\LO-ABISSlNA
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ma, a quanto pare «pose arditamente mano a tutti gli affari e governò come se il Gandolfi non dovesse più ritornare», mirando ad accattivarsi le simpatie di tutti «ma specialmente di quelli eh' egli sapeva non benevoli al Governatore», e creando in tal guisa un proprio «partito» decisamente avverso a Gandolfi, con pubblica manifestazione in uno dei due giornali locai i 1• Al rientro in colonia, Gandolfi si avvide subito dell'inaccettabile atmosfera creata dal velleitarismo di Baratieri e lo affrontò duramente. Baratieri allora si rivolse di nuovo a Pelloux spiegando: «li generale Gandolfi probabilmente ignora che io, forte degli ordini e degli appoggi del Governo, non supponendo mai che egli potesse riprendere le redini del potere, stimolato e spronato dalle necessità del m<i>mento, ho fatto e riformato più di quello che egli avrebbe desiderato, così nel ramo civile come nel militare» i _ Edificante! Ottenne di recarsi in licenza in Italia e qui, il 28 febbraio 1892, ricevette finalmente la nomina a governatore civile in sostituzione di Gandolfi. Nonostante il grado relativamente poco elevato, avevano giocato in suo favore la conoscenza dell'ambiente, le indubbie capacità, ma principabnente le cospicue amicizie politiche (nonché, si disse, massoni). Nella disperata lotta per contenere il bilancio della Gue1Ta nei voluti ristrettissimi limiti, Pelloux non soltanto aveva accettato di ridurre le spese straordinarie per il 1891 -1892 a 16 milioni, per quanto già stabilito in 20 milioni l , ma a calcolarne in preventivo appena 4, nell' intesa con Rudinl che per i rimanenti 12 si sarebbe provveduto con una legge speciale nei primi mesi del 1892. Senonché, arrivato il momento, Luzzatti dichiarò l' impossibilita di dare il via ad una legge speciale ed anzi suggerì un'ulteriore economia nelle spese nùlitari. Pelloux si irrigidl, anche per le conseguenze disastrose sul lavoro negli stabilimenti militari e quindi sulle maestranze civili. La discussione si allargò e ben presto apparve la necessità di una scelta fra la riduzione dell'esercito o l'imposizione d i nuove tasse. Il ministro delle Finanze, Giuseppe Colombo, si oppose a quest'ultima soluzione e chiese risolutamente lo scioglin1ento di due corpi d'am,ata sui dodici esistenti. Vistosi in minoranza, rassegnò le dinù1,;sioni ed aprì la crisi governativa 4 • Il 15 maggio 1892 cadde il ministero Rudinì. Ricevette l' incarico Giovanni Giolitti, che formò un gabinetto nettamente di sinistra, con Brin agli Esteri, Pelloux alla Guerra e Saint Bon alla Marina. Primo punto del programma governativo: il risanamento del bilancio. Secondo punto: pieno valore alla Triplice
' E. B 8tLAVITA, La bauaglia di Ad11a cit., p. 127. ' Cit. in A. DEL BOCA, Gli Italiani i11 Africa orientale cit., p. 475. ' La riduzione fu consentita vista la necessità di appon.are alcune modifiche tecniche all' adottato fucile mod. 91, prima di iniz.iare la produzione in serie. ' G. MANACORD.'-, lntrod11zio11e (pp. XXIX-XXX) a L. PELLOUX, Q11elq11es so11venirs de ma vie ci t.
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LE PRIME GUERRE COLONIALI
Alleanza. ma «nell'aspetto di una alleanza difensiva», che consentisse all'Italia relazionì cordiali «sovra un piede di riconosciuta eguaglianza con le altre Potenze» 1• Terzo punto: l'adozione di criteri democratici in tema di politica interna e, più precisamente, di questione sociale. Cominciamo da quest'ultimo.L'agitazione proletaria culminò nel 1893 nella costituzione dei Fasci dei lavoratori in Sicilia e si estese violentemente all'intera isola, ponendo gravi problernì di ognì genere e spaventando i conservatori. La politica estera si tradusse in un'attività di basso profilo, con l'intento di raggiungere un riavvicinamento con la Francia ed ottenendo un ce1to sospetto negli alleati di Berlino e di Vienna. Quanto al più importante punto del programma di governo, il risanamento del bilancio, la situazione politico-finanziaria sfociò nel clamoroso scandalo della Banca Romana che nel novembre 1893 u·avolse il gabinetto Giolitti e per un paio d'anni terrà agitati il Parlamento e l'opinìone pubblica. Ciò premesso, nessuna meraviglia dunque che Giolitti abbia fatto dichiarare nel discorso della Corona del 23 novembre 1892, in ape1tura ai lavori della XVlll legislatura, che «la colonìa Eritrea non è più argomento di preoccupazione, né per la sicurezza, né per la nostra finanza», essendo ormai pienamente pacificata 2• Ne derivò l'adozione della politica del «doppio accordo». Nei confronti di Menelik si provvide ali' invio della missione Traversi per sostituire l'art. XV il del trattato di Uccialli con una fommla che lasciasse l'impero etiopico sotto l'influenza italiana, «svincolando» nel contempo i due milioni di cartucce sempre bloccate ad Assab. Nei confronti di ras Mangascià, che ormai aveva in mano tutto il Tigré meridionale, si te1me a precisare che l'Italia subordinava l'invio di aiuti e l'appoggio alla sua riappacificazione con il negus. Il risultato tù che Menelik, appena seppe che l'enorme carovana delle munizionì era entrata nel suo territorio fece spedire subito lettere cli denuncia del trattato d i Uccialli e di protesta contro l' Italia (27 febbraio 1893), in quanto «sotto apparenza amichevole non si cercò con questo artificio se non di impadronirsi del nùo paese». Quindi non intendeva rinnovare il documento alla sua scadenza J. Dal canto suo Mangaseià il quale il 24 aprile aveva annunciato con un bando solenne la pace fra il Tigré e l'Eritrea ed accarezzava la speranza di un' affermazione del Tigré tale da consentirgli la preminenza sullo Scioa e, in definitiva, la corona imperiale - cominciò a rendersi conto che l'atteggiamento aggressivo da lui assunto nei confronti. di vassalli scioani, minacciava di rivelarsi pericolosamente controproducente. Quanto al governo di Roma, per dirla con Traversi: «Non sapeva che pesci pigliare o, per rimanere nella metafora, cambiava reti ad ogni cambiar di ministero» •. Alla denuncia del trattato da parte di Menelik, Brin rispose sostenendo
' G. Gtourn, Memorie della mia vita, cit., p. 63.
'r. CRISPI , U , prima gut>rra d'Africa cit., p. 265. ' c. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., pp. 67-68. • Cit. in A. DEL Boc:A, Gli lwlia11i i11 Africa oriemale cit., p. 467.
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la natura perpetua del documento ' e la sola possibilità di revisioni parziali allo scadere del quinquennio. Ora, Londra e Berlino accettarono questa tesi, invero originale; Parigi avvisò che non avrebbe risposto; Vienna e Pietroburgo dichiararono a Roma di non aver ricevuto la comunicazione etiopica. Naturalmente Menelik ed i suoi consiglieri non poterono non rest,u-e sgradevolmente colpiti dall'atteggiamento delle Potenze, tuttavia non mutarono linea di condotta: l'impero aveva acquistato dimensioni e tranquillità interna sconosciute, le stesse nazioni europee non lesinavano in rifornimenti ed agevolazioni commerciali. Perché mail' Etiopia avrebbe dovuto subire un umiliante protettorato di cui non sentiva assolutamente bisogno? Bastava perciò aspettare, senza fretta, che le cose con l'ltal.~a si chiarissero. Ed intanto continuare ad armarsi per essere preparati ad ogni evenienza. E «recuperare» per prima cosa il Tigré 2 • In Eritrea Baratieri aveva seguito le direttive di Ruduù prima e di Giolitti poi. Non nutriva fiducia né in Menelik né in Mangascià, però per aderire all'indirizzo governativo rimandò sempre un colloquio chiarificatore chiesto insistentemente da Mangascià, soprattutto nel 1893. Il 30 giugno di quell'anno, in una relazione al ministro Brin, Baratieri espose con chiarezza la posizione creata a Mangascià dall'equivoca politica italiana: «o convegno e accordo con il Governatore dell'Eritrea, o convegno e accordo coll'Imperatore d'Etiopia. La bilancia del doppio accordo, tenuta con infinite cure ed accorgimento fin qui, va diventando ogni giorno più difficile» 1. Di fronte al dilemma, il governo si mantenne più evasivo che incerto, essendo nettamente contrario a spese e ad invio di truppe in Africa perché «se ora od Ì1l un prossimo avvenire - confessò Brin a Baratieri nel luglio - questa eventualità dovesse verificarsi, io credo che il paese non vorrebbe più saperne dell'Eritrea» 4. I primi di settembre Baratieri, maggior generale dal 17 luglio, si recò a Roma, lasciando la colonia ad Arunondi, promosso colonnello da pochi mesi. Scopo della convocazione da parte di Brin, era l'esame di tutta la politica eritrea, amministrazione compresa. Ma, come si è eletto, nel novembre Giolitti rassegnò le dimissioni del gabinetto sotto una tempesta di accuse, ed abbandonò la Camera inseguito dal grado di Cavallotti: «Il governo scappa!». In un primo momento l'incarico di fonnare un nuovo ministero fu dato a Zanardelli, il quale scelse l'amico Baratieri, presente a Roma, quale ministro degli Esteri. In seguito alle proteste austr·iache per la designazione di un .irredento a simile dicastero, Zanardelli declinò l'invito. Dopo una lunga crisi il mandato venne affidato a Crispi. Benché anch'egli coinvolto nello scandalo bancmio, fu subito visto come l'uomo for-
' Lo spunto per tale affermazione era fornito dal!' art. I del lraltato: « Vi saranno pace perpetua ed amicizia costante» fra i due sovrani ed i rispettivi eredi e sudditi! 2 c. CONTI R OSSINI, Italia ed Etiopia cit., pp. 83-86. ' O. BAR/\TJERI, Memorie d'Africa, Melita, Geno\'a 1988, p. 19. ., c. CONTI ROSSINI , ltalia ed Etiopia cii., p. 70.
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te, la sola forza morale che rimanesse e che fosse in grado di salvare l' Italia 1• Il 16 dicembre formò il gabinetto, con Blanc agli Esteri (e Antonelli sottosegretario) ed il generale Stanislao Mocenni alla Guerra. Il l O dicembre il generale Domenico Primerano aveva sostituito Cosenz nella carica di capo di S.M. dell'esercito. Il governo Crispi si era appena insediato che fulminea si diffuse una notizia assolutamente inaspettata: in Africa il colonnello Arimondi aveva riportato una grande vittoria ad Agordat contro un corpo di J0.000 dervisci! Era una vera vittoria in una battaglia campale, non un semplice combattimento. Era un grosso successo ottenuto nonostante la pesante sproporzione di forze. L'entusiasmo collettivo fu tale che per un istante spazzò via H ricordo di Custoza e di Lissa. Dogali era «vendicata» in certo modo. L'aspra polemica tra af1icanisti cd antiafricanisti temporaneamente si acquietò. Nei confronti dei dervisci esistevano due precedenti. Il 27 giugno 1890 il capitano Fara con due compagnie di ascari aveva battuto brillantemente, proprio ad Agordat, un migliaio di mahdisti che avevano fatto irruzione nel territorio dei Betti Amcr. 1116 giugno di due amù dopo era stato il capitano Hidalgo a battere e mettere in fuga nella piana di Sarobeti una nuova colonna di dervisci lanciatisi in una scorreria contro i Bm·ia. È possibile che il desiderio di vendicare le due sconfitte abbia indotto l'emiro di Ghedaref ad organizzare una spedizione vera e propria contro Cheren e, sullo slancio, su Massaua. È anche possibile, tuttavia, si trattasse di un gesto pressoché disperato mirante ad uscire da una condizione di mise1ia. Fatto si è che nella seconda metà di novembre 1893 giunsero notizie concrete circa l'afflusso di migliaia di dervisci nella zona di Cassala. Arimondi prese le prime precauzioni rinforzando Agordat, punto di obbligato passaggio, ed attivando le tre bande del Barca; poi, l' 11 dicembre, quando conobbe da fonte sicura l'arrivo dell'emiro a Cassala, mise io stato di allarme tutto il presidio di Cheren e tre compagnie di Massaua. lnfom1ato, infine, che 10.000 dervisci stavano per mettersi in movimento, ordinò il concentramento delle trnppe ad Agordat e qui, i13 1 dicembre, ottenne una netta vittoria. Baratieri volle subito rientrare a Massaua. Prima però ricevette istruzioni da Blanc di evitare qualunque mossa potesse nuocere al buon esito della missione Traversi: basta con gli incoraggiamenti a ras Mangascià, riduzione della presenza militare al triangolo Massaua-Cheren-Asmara, confine politico a Sciket (punto concordato a suo tempo con Menelik). Baratieri ne fu angustiato e durante il viaggio in mare verso l' Africa scrisse a Crispi lamentando i «nove tipi di danni» che l'abbandono di <<almeno due terzi della colonia» avrebbe comportato, cd invocando il suo intervento: «( ... )ate che vedi le cose con t:u\la chiarezza e che con mirabile sintesi tutto riassumi oel1'eccelsa meotc, non può sfuggire come il lasciare a me l'intera rcspoosabilità per la conservazione
'DOMENICO FARINI,
Diario di fin e secolo, Bardi, Roma 1961. I, p. 339.
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dell' Eritrea non giovi a danni la confidenza di essere sosten uto nell ' esecuzione del mio difficile mandato: le tristi previsioni possono sempre verificarsi» ' ·
A parte l'indecorosa piagge1ia, Baratieri non ebbe torto a commentare, in seguito, che nel biennio 1892-1893 si era avuto «dapprima prevalenza di accordi col Tigré; poscia tendenza maggiore ad accordi con 1' imperatore Menelik; più tardi ritorno alle idee del trattato concluso al Mareb; infine politica scioana inaugurata dal nuovo Ministero degli Esteri» ~-Ma Crispi sino al febbraio 1894 dovette rivolgere ogni attenzione ed energia alla drammatica situazione in Sicilia ed in Lunigiana. 1114 febbraio Mocenni, telegrafò a Baratieri, anche a nome del presidente del consiglio, che «il governo non mette limiti nella difesa della colonia, da qualunque parte i nemici si presentino, appunto perché non vuole assolutamente menomare la di lei responsabilità» '. Il discorso era pericolosamente generico ma fece comodo a Baratieri che tosto fissò lo sguardo su Cassala. Cominciò a parlare di misure cautelati ve nei confronti dei dervisci, quindi di «una punta ardita)> su Cassala, senza naturalmente pensare di occuparla • e, subito dopo, di prevenire un eventuale attacco mahdista in concomitanza con una «levata di scudi in Etiopia». L' operazione poteva essere compiuta in pochi giorni, assicurò, sì da «dissipare le nubi verso occidente non solo, ma prevenire eziandio le ostilità verso mezzogiorno», visto che «non è improbabile che nel convegno etiopico si tratti la questione di allargare il territorio di Ras Mangascià invece che verso sud, a spalle di ras Olié, verso nord, sulla destra del Mareb, nel territorio e1itreo» 5• Proprio in quel periodo, infatti, Mangascià deluso per l'ennesimo rinvio del1' incontro promesso con Baratieri, amareggiato per il rifiuto di aiuti materiali nonostante avesse accolto l'idea di una cooperazione militare contro i dervisci, ed allarmato per il proprio palese isolamento, s.i dirigeva verso Addis Abeba per rendere pubblico omaggio al negus neghesti, che da tempo lo sollecitava con lusinghe e minacce. Si badi che Mangascià non aveva affatto nascosto a Baratieri il suo stato d'animo e la sua decisione 6, tanto evidente ormai era per lui l'inutilità di sperare nell'Italia, ed anche per il lento, quasi insensibile, diffondersi nell' intera Etiopia di una «parvenza di idea nazionale sotto fom1a, soprattutto, di odio contro i bianchi» 1 , identificati in quella circostanza negli italiani. Insistendo sul tasto dell'urgenza di «liberarsi dai Dervisci per non avere in autunno ostili in campo e Dervisci ed Abissini» 8, il 9 luglio Baratieri telegrafò a Blanc che, per mandare a vuoto l'intenzione dei mahdisti di radunare in autun-
' F. CR1SPJ La prima guerra d'Africa cit., pp. 268-270. ' 0. BARATlERl, Memorie d 'Africa cit., p. 23. 1 Ibidem, p. 44. ' Baratieri a Blanc in data 11.5. 1894, ibidem. p. 53. ' Baratieri a Blanc in data 8.6.1894, ibidem, pp. 53-54. • Baratieri a Blanc in data 12.4.1894, in C. CONTI Ross1 N"1, ilalia ed Etiopia cit., p. 97. 1 E. BcLLAVlTA, La battaglia dì Adua cil., p. 151. • Baratieri a Blanc in data 5.7.1894, in O. BARATIERl, Memorie d'Africa cit. , p. 55.
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no un grosso contingente in Cassala, aveva stabilito di «effettuare il colpo» contro la località cinque giornj dopo '. Il ministro rispose che il governo lo lasciava giudice di prendere le ilisposizioni ritenute più opportune per l'operazione 2• In sostanza: carta bianca, ma responsabilità di Baratieri. ll 17 luglio questi comunicò a Roma il trionfale ingresso in Cassala. A Crispi scrisse: «Chiedo venia per tono confidenziale, ma dalle rovine fumanti del campo mahdista, dove ho piantato la mia tenda, mi sarebbe difficile scrivere direttamente al precursore dei Mille, a chi mi ha dato l'ispirazione quando, volendo occupare altipiano abissino, ha seri Ho ad un Ministro: 'mi sento nelle vene il sangue garibaldino' »'·
Per la verità, la vittoria venne piuttosto enfatizzata 4, ma costituì pur sempre un successo di rilevante effetto in Europa, nel Sudan ed in Abissinia. Pose peraltro subito un interrogativo (che, per inciso, poteva e doveva essere stuiliato prima ancora di i1ùziare l'operazione): tenere o abbandonare Cassala? Crispi naturalmente fu affascinato dal pensiero di possedere un punto così avanzato verso il cuore del Sudan, né Baratieri mostrò un'eccessiva preoccupazione per la dislocazione ili una guarnigione tanto isolata e lontana. Al quesito postegli da Blanc si limitò ad inilicare la necessità di un presidio di 800 uomini ed a prospettare: «Sicurezza comune conven-ebbe Inghllterra occupare Berber oppure si preparasse autunno marcia generale obiettivo Kartum» 5 • Crispi scelse l'occupazione definitiva con una banda di irregolari, con una tribù o con un battaglione regolare 6 e Baratieri si adeguò nella illusione che, approfittando della presenza italiana nel S udan, gli inglesi appena finita la stagione delle piogge muovessero verso l' Atbara, e nella fiducia di ottenere la Roma un aumento del bilancio e delle truppe coloniali 7• P iù tardi avrà a pentirsi perché Cassala, se giovò a tenere a bada nuove incursioni dei dervisci nel gennaio 1895 e nel gennaio 1896, rappresentò una dispersione di forze non necessaria, la sua funzione potendo essere benissimo assolta da Agordat.
' Baratieri e Blanc in data 9.7. I894, ibidem, pp. 55-56. Nel telegramma Baratieri precisò che avrebbe assuolo personalmente il comando «d'accordo con il comandante delle truppe»! Questa affermazione era tanto poco vera che dopo la conquista di Cassala, recatosi io Italia per un congedo di quattro mesi, Arimondi chìese al ministero di non rientrare in colonia. Le insistenze di Mocenni lo fecero recedere dal proposito e fu male. z Blanc a Baratieri in data 1.2.7.1894, ibidem, p. 65. ' In R. BAITAGLIA, La prima guerra d'Africa cit., p. 577. Vale la pena di ri levare che l'occupazione di Cassala ebbe luogo senza che da Mocenni partisse una direttiva, e che dell'avvenuta occupazione Mocenni ricevette notizia da Crispi. ' Ibidem, pp. 577-578: cfr. E. BELLAVITJ\, La battaglia di A dua cit., p. 155. ' F. CR1SP1, La prima guerra d 'Africa cit., p. 285, nota 2. ~ Blanc a Baratieri in data 21.7.1894, in O. BARi\TlERI, Memorie d'Africa cii., p. 61. Crispi alla Camera, nella seduta del 22 luglio, annunciò soddisfatto che «l' Italia può ormai disporre di un territorio due volte e mezzo la penisola nostra». ' Baratieri a Blanc in data 22.7.1894, ibidem, p. 62.
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Cassala ebbe anche due risvolti psicologici molto importanti. Il primo fu di carattere personale. Baratie,i, sin dal suo insediamento come governatore civile, si era dato a riformare l'organizzazione amministrativa della colonia, che risentiva della carenza di una legislazione specifica, con un'eccessiva valorizzazione ciel proprio incarico e soprattutto con un'inopportuna invadenza in ogni settore, talché, ad esempio, i comandanti delle zone di Cheren e di Asmara e persino il barone Franchetti (che pure con Gandolfi era an-ivato ai ferri corti) chiesero il rimpatrio. Con il R. Decreto del 10 marzo 1892 aveva ottenuto di assumere il comando superiore delle forze di terra e di mare della colonia nei casi in cui lo avesse ritenuto opportuno. In tale eventualità, il comandante delle truppe avrebbe svolto le funzioni di capo di Stato Maggiore. È evidente la discutibilità di simile provvedimentb, ma Baratieri, così sensibile per se stesso, poco si curava degli altri: «Io sono molto riconoscente al Governo per le amplissime attribuzioni datemi - aveva scritto a PeUoux nel 1892 - ma, come ho già detto in certe occasioni, la divisione dei poteri era prematura come l'abolizione dello stato di guerra. Veramente io faccio da sovrano assoluto; ma bisogna moltiplicare i carteggi, bisogna urtare la suscet.tibilità; bisogna bruscamente togliere di mezzo eventuali incertezze. li ten. col. Arimondi è, a dir vero, corretto. defere nte, ossequiente, in tutto e per tutto, ma io stesso comprendo che devo soven te invadere i suoi domini e pigliarmi le sue attribuzioni. Qui non si può andare tanto per il sonii e,, '.
Per di più, con il R. Decreto ciel 18 febbraio 1894 Bm·atieri ottenne di amministrare autonomamente la gestione delle entrate coloniali e delle spese, sino allora divise fra il bilancio speciale della colonia e quello generale dello Stato. Alla vigilia di Amba Alagi egli affermerò candidamente che «il germe della discordanza fra lui e Arimondi stava nella prima divisione dei poteri, la quale necessariamente doveva avere due tendenze diverse, una poggiata sul Ministero degli Este,i, l'altra sul Ministero della Guerra», con l'aggravamento provocato dall'introduzione del bilancio unico della colonia 2 • Ma era una simazione equivoca proprio da lui voluta; una simazione resa ancor più delicata dalla promozione per merito di guerra di Arimondi a maggior generale, cioè pari grado di Baratieri, governatore civile 3. Un elementare senso di convenienza avrebbe suggeri-
' BICE R1zzt, Tre inediti di Oreste Baratieri in «Bollettino del Museo Trentino del Risorgimento», Trento 1955, p. 49. ' O. BARATIERI, Memorie d'Africa cit., p. 216. ' li I 9 ottobre dall'Italia, ove si trovava in licenza, Ari mondi rispose a Baraticri - che, manifestando qualche timore per la possibilità di un dualismo fra loro, gli aveva chiesto proposte inlese ad evitarlo - in tono molto fiero e quasi, addirittura, sdegnoso. Nulla da dire sul fatto che la direzione superiore militare passasse al governatore. quando questi fosse generale. Ma tale ordinamento «non contempla il caso transitorio ed eccezionale di un generale comandante delle truppe. Se queslo caso può avere per conseguenza anche il solo dubbio di rendere il Governatore meno indipendente di quanlo si ritiene necessario, non c'è per me che una soluzione, ed è quella di rinunziare senz'altro alla mia carica. Un colonnello nuovo giumo potrà forse adattarsi a qualche restrizione nelle attribui.ioni che il regolamento gli assegna; a me sarebbe impossibile accettare delle restrizioni senza esautoranni di fronte ai miei dipendenti». Aveva sopponato la situazione a Cassala, spiegò Arimondi, unicamente a causa dell'emergen:w dervisci (AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 44, fase. 26).
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to la sostituzione di Arimondi da pa1te di Mocenni o, guanto meno, l'attenta e scrupolosa rinuncia ad ogni ingerenza nelle cose mWtari da parte di Baratieri. Nulla di questo accadde e le conseguenze saranno gravissime. Marciando su Cassala è possibile che Baratieri cercasse gloria sul campo; infatti volle comandare la spedizione senza che esistessero né l'opportunità né la necessità, e dopo il successo non esitò a giudicare inadeguata la commenda del1' ordine militare di Savoia ricevuta, quando Arimondi per Agordat aveva avuto una promozione per merito di guerra. Arriverà addirittura a ventilare il proposito di rassegnare le dimissioni. Fu frenato dal timore di essere mal giudicato ed allora, sottolineando il <<tanto studio ed amore>> con cui aveva «preparato e condotto la spedizione ed in faccia a tutti assunto la responsabilità», elencò a Crispi il moltissimo lavoro ancora da compiere in Eritrea e concluse esprimendo la speranza di essere ancora utile all'Italia 1• Il secondo aspetto psicologico ebbe carattere politico. Il ripetuto successo contro i dervisci sembrò diminuire l'attenzione verso il problema abissino. Il fallimento della politica scioana 2 condusse alle dimissioni di Antonelli e ad un nuovo indirizzo strategico da parte di Crispi, il quale nell'agosto 1894 delineò a Baratieri un piano che il senno e il tatto del governatore avrebbero saputo realizz~u·e: «Inescusabile contegno di Menelich obbliga preparare fin d'ora piano difesa. Come facemmo con Menelich contro Joh:umes, dobbiamo ora incoraggiare pretendenti contro Menelich; Mangascià nel Tigré, Maconnen nell'Harar, oltre personali ambizioni, hanno gravi motivi odio vendetta contro imperatore. Sc.omparendo Menelich, impero potrebbe dividersi in due regni, uno al nord, un altro al sud, sotto alta protezione Italia, senza escludere altre migliori combinazioni per noi. Esecuzione piano non facile, però possibile, stante senno, tatto V.S .. Prego esprimermi segretamente Suo parere ( ... )» ' ·
Ora, comunque la si guardasse questa era una politica non difensiva, bensì aggressiva e come tale comportava oneri di ogni tipo. A prescindere da ciò, il cosiddetto piano difesa era pura poesia. Per recuperare l'inevitabihnente scettico Mangascià (il quale, ad ogni buon conto, tornato nel Tigré aveva continuato a palesare simpatie per l'Italia) sarebbe occorso qualcosa di estremamente concreto. E Maconnen, governatore dell'Harar, il più abile dei collaboratori di Menelik, pur guardando senza odio all'Italia, di cui però respingeva fieramente il protettorato, mai avrebbe agito contro l'imperatore, dato, fra l'altro, che ove questi avesse avuto la peggio in un conflitto con l'Italia, proprio lui, Maconnen, aveva ogni probabilità di succedergli. Per converso, Cassala aumentò, se possibile, la diffidenza di Menelik e lo indusse a predispon-e scorte di viveri in misura conveniente, grazie ad un bai-
' Baratieri a Crispi in data 8.10.1894, in F. C!HSPI, La prima guerra d'Africa cit., p. 289. ' La miss ione Traversi, raggiunta in Abissinia dal colonnello Piano, lasci<'> Addis Abeba il 9 luglio senza aver ottenuto alcun risultato se non quello di un penoso e mortificante trattamento da parte del negus (C. CONTI ROSSINI, ltalia ed Etiopia cit., pp. 101-102). ' lbidem, p. 103.
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zello straordinario imposto all'intero impero, tranne il Tigré. Tuttavia era lontanissimo dal pensare ad una rischiosa prova di forza con l'Italia. Gli bastava suscitare nella fascia di confine uno stato di irrequietezza sufficiente a togliere a Baratieri ogni velleità aggressiva. Giustamente è stato osservato che mentre noi cercavamo di accendere focolai di rivolta contro l'impero, Menelik faceva altrettanto nei territori di quell'incerta frontiera. Ed il conflitto sorse all'improvviso, in Eritrea, senza che il negus vi avesse mano, senza che il governo di Massaua ne ricevesse il minimo sentore premonitore 1• Dobbiamo fare un passo indietro e tornare a1 programma di colonizzazione affidato al bru-one Franchetti ed aUe direttive di Crispi in merito. Secondo il rappo1to di J;ranchetti, illustrato da Blanc alla Camera il 28 aprile 1894, le prime limitate esperienze si erano rivelate soddisfacenti ed i procedimenti adottati relativamente economici con ottimistiche previsioni per una colonizzazione su scala·assai maggiore. Tuttavia «è indispensabile che nelle aree destinate ai colotù italiani sia immediata la cultura indigena», applicando la legge italiana del 1890, secondo la quale «tutte le terre disoccupate sono proprietà della nazione italiana indipendentemente da qualunque formalità di indemaniazione» 2• Accolto questo principio, diventava ovvio sbrigarsi ad indemaniru-e tutte le terre al momento disponibili, o ritenute tali, per evitare che prima o poi vi si insediassero indigeni. C1ispi, dunque, scrisse immediatamente a Baratieri: «Come lu meglio di ogni altro sai, fra gli scopi della nostra espansione coloniale primeggia quello di preparare un campo adatto e vasto all' enùgrazione patria che ora è sfrnttata dalle altre na:l ioni e così ai nostri commerci. Gli studi già fatti in proposito, le prove già tentate dal bravo Franchelli sono lì a dimostrare come tale scopo si riveli logico e pratico. Per attuarlo due clementi soli si richieggono: tempo e pa,.iern:a. Senonché onde lo scopo non sia fin dagli inizi compromesso, dobbiamo vegliare che la colonizzazione indigena non precluda la via alla nostrale e che non domini in noi uno scrupolo esagerato nel procedere alla indemaniazione di ten-e1ù che debbonsi in gran pane considerare abbandonati, res nullius, alla mercé del primo occupante» ' ·
Baratieri si accinse al compito con tale zelo da metter da patte Franchetti (il quale a dicembre dette sdegnosamente le dimissioni) e da procedere letteralmente «senza troppi scrupoli» all'indemanjamento delle tetTe. Nessuno in Eritrea, a quanto sembra, si rese conto del pericolosissimo sovvertimento degli usi e costumi locali; nessuno si rese conto di stare operando una vera e prop1ia spoliazione degli indigeni a tutto favore dei «bianchi»; nessuno si rese conto del fatto che non soltanto in Eritrea nasceva una grave tensione pronta a diventare ostilità, ma che oltre confine si diffondeva un crescente allatme, proprio mentre Menelik eliminava il diritto di confisca delle terre".
' R. BATIAGLIA, La prima guerra. d'Africa cii., p. 582. Ibidem, p. 586. ; F. CRISPI, La prima guerra d 'Africa cit., pp. 272-274. 'Per la que,5tione vds. R. BAITAGUA, La prima guerra d'Africa cit., pp. 582-594. 1
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Il 15 dicembre 1894 il degiac Batha Agos, da noi posto a capo dell' Acchelé Guzai, la provincia più ricca e popolosa della colonia, e eia noi considerato cli piena affidabilità anche se si era cominciato a nutrire qualche vago sospetto 1, lanciò questo bando: <<lo vi ho liberati da questo governo, venuto dal mare per spogliarvi, per prendere i nostri terreni, per impedirvi di coltivare nel metri senza tributo, per pmibirvi di far legna nei boschi, ecc. lo ho operato in nome di ras Mangascià che si avanza con grandi forie; se non mi sono levato prima è che aspettavo una risposta da lontano» '·
Era una mossa precipitosa. Già da tempo egli era in contatto con Menelik e Mangascià, ma volle rompere gli indugi contando su un' imminente incw-sione dei dervisci. Baratieri inviò a Saganeiti il maggiore Toselli, che, portatosi rapidamente in posto, affrontò ad Halai il degiac, uccidendolo e stroncando la rivolta. Nel frattempo anche ras Mangascià scendeva in amù. La campagna tigrina durò un mese e bisogna riconoscere a Baratieri prontezza di decisione ed abilità. In pochi giorni raccolse 3.500 uonùni ad Adi Ugri, lasciando 400 annati sul ciglione del Mareb e mobilitando la milizia mobile indigena ( 1.500 uomini). Il 28 dicembre, superato il Mareb, entrò in Adua mirando ad un successo di prestigio che lasciasse aperta una possibilità di resipiscenza per Mangascià. Ma questi si era portato nel Tembien e si Limitò a cercare di guadagnare tempo. Piuttosto che avventw-arsi nell' int1icato territorio montano e non conosciuto del Tembien, Baratieri preferì tornare ad Adi Ugri. Ad ogni modo la questione si risolse a metà gennaio 1895. Mangascià passò il Belesa ed entrò nell' Acchelé Guzai con circa 12.000 armati di fucile e 7.000 di lancia o disannati, in direzione di Saganeiti. Il 13-14 gennaio fu preceduto ed attaccato a Coatit da Baratieri con 4.000 uomini, tutti indigeni. La vittoria fu completata il successivo giorno 15 a Senafé. Ras Mangascià, disfatto, venne posto in fuga. Baratieri ricevette la promozione a tenente generale. Si trattava ora di prendere una decisione fondamentale sul seguito da dare alle operazioni. Qualunque essa fosse non poteva partire da Baratieri. Adesso più di prima occorreva che il governo esponesse in termini nettissimi lo scopo da conseguire e l'atteggiamento da assumere. Crispi telegrafò subito: «Il Tigré è aperto all'Italia; sarà indulgenza nostra se non vorremo occuparlo» 3• Ma che cosa voleva dire: preavvisava la direttiva di impadronirsi del Tigré oppure soUecitava Baratieri pur lasciandogli la scelta strategica (e la conseguente responsabilità)?
'Secondo il maggiore Salsa, capo di Stato Maggiore di Baratieri, «già da qualche tempo si aveva il sospetto che uno dei nostri principali capi indige ni stava tramando per ribellarsi, ma si riteneva che la cosa non fosse tanto prossima( ... ). Invece quando meno ce l' aspet.tavamo la bomba scoppiò improvvisamen te» (E. CANEVA RI e G. COM ISSO, Il generale Tommaso Salsa e le sue campagne coloniali, Mondadori, Milano 1935, pp. 242-243). 'R. BATIACLIA, La prima guerra d 'Africa eit., p. 5946. ' Crispi a Baratieri in data 18. l.1895, Libro Verde Halai-Coarir-Senafé, XIII bis, doc. 43.
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Mocenni si affrettò lo stesso giorno ad annunciare l'invio .in Eritrea di quattro battaglioni «per parare ad ogni pericolo» e l'auto1izzazione ad arruolare almeno 2.000 indigeni '. Ma che cosa voleva dire: invitava a passare alla difensiva oppure intendeva mettere il governatore nelle condizioni di meglio decidere il da farsi? Anche Blanc telegrafò, e fu il più pratico: «Aspettiamo sue proposte sul modo di trarre profitto dal successo. Due battaglioni partiranno il 30 corrente, gli altri due il 14 febbraio, salvo suoi desideri in contrario( ... ))> 2• Per Baratieri il significato di questi dispacci fu uno solo: passare all'offensiva oltre frontiera. Tuttavia volle gli fosse ben precisato il motivo dei rinforzi: servivano «per tutelare la integrità o la sicurezza entro gli attuali confini della colonia»,? 3 • La risposta di Blanc fu emblematica dell'atteggiamento governativo, giacché, esclusa una qualsiasi mossa offensiva verso il Sudan, comunicava: <<Le porte del Tigré essendo aperte all'Italia, se V.E. crede agire lo dica apertamente, e manterremo l' invio degli annunziati rinforzi» •. Il che significa che questi rinforzi erano stati deliberati sull'onda dell'entusiasmo, ritenendo ovvio penetrare nel Tigré, ma senza volerlo ordinare esplicitamente. Dobbiamo peraltro riconoscere che a Roma non si possedeva ancora un quadro esatto della situazione determinatasi dopo Coatit e Senafé, giacché da Massaua ancora non era stato fornito un rapporto esauriente. Baratieri cercò di essere chiaro: «L'occupazione dell' Agamé e del Tigré offre notevoli vantaggi politici e militari e sarà mio obiettivo; ma non ritengo prudente farla prima di aver accresciuto le forze e preparato l'invasione. Frattanto avremo notizie del convegno degli Scioani reduci ora dalla spedizione verso il sud con forze riunite, e vedremo se i Dervisci continueranno nella inazione e se sia sufficiente contro di essi il presidio di Cassala. Quinto battaglione indigeno quasi costi tuito. Per il sesto cominc io arruolamento» ' ·
Però, ventiquattr'ore dopo sembrò più cauto: «Il Governo del Re, dopo la vit.toria di Coatit, annunziandomi l'invio di quattro battaglioni bianchi, ordinandomi l'arruolamento s11 vasta scala, credetti intenzione del Ministero prendere l'offensiva e chiesi spiegazioni per deternùnare e preparare la nùa azione. In seguito agli ultimi telegrammi di V.E. ritengo sufficiente per la difesa del territorio coloniale e per l'eventuale occ upazione del Tigré e dcli' Agamé, l'invio di due battaglioni bianchi, la fonnazione di una batteria indigena da montagna e l'arrnolamento della fanteria indigena nei limiti ordinati dal Ministero della Guerra» •.
Nella relazione ufficiale, compilata sotto la data dello stesso 25 gennaio e giunta al ministero degli Esteri il 4 marzo(!), Baratieri confermò di non aver vo-
'Mocenni a Baratleri in data 18.1.1895, in E. BELLAVITA, La ba11aglia di Ad11a cit., p. 185. ' Blanc a Baratieri in <lata 21.1..1895, in O. BARATIERI, Memorie d 'Africa cit., pp. 101- 102. ' Baratieri a Blanc in data 22. 1.1 895, ibiden1, p. 102. ' Blanc a Baratieri in data 22. 1.1 895, ibidem, p. I02. ' Baratieri a Blanc in data 24.1.1895, Libro Verde Avvenimenti d'Africa (gennaio 1895-marz,o 1896), XXIll bis, doc. 5. Per 1igré intendasi il cuore della regione, ossia il territorio di Adua e di Aksum. • Baratieri a Blanc in data 25.1 ..1895, ibidem, doc. 41.
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luto superare il confine, eccedendo l'atto la competenza del governatore e, d' altro canto, non disponendo di forze adeguate 1• Pur tuttavia «neppure si poteva lasciare l' Agamé ed il Tigré in balìa di ras Mangascià» e, vedendo aperte le due regioni, «la tentazione era grande così a Roma come a Massaua» scrisse a posteriori 2 • Ed aggiunse: «Ma io era deciso a non oltrepassare la frontiera se non allo scopo di prevenire una nuova alzata di scudi da patte di ras Mangascià ed una conseguente nùnaccia al nostro territorio» ' . Un orientamento mentale non molto incisivo sicuramente, ma che dire delle seguenti direttive di Blanc del 1° febbraio? «( .. .)In quanto al Sudan -scrisse il ministro degli Esteri - la posizione per noi politicamente più vantaggiosa è quella di una pura e semplice, ma sicura di fensiva in Cassala, con impedimento di incursioni di Dervisci tra Cassala e l'Eritrea. In quanto al Tigré, che ci è onnai aperto, la nostra situazione non può di certo né politicamente né militannente tornare allo statu quo ante; ed il nostro concetto è per quella regione una difesa non inerte; tale da impedire il pericolo, prevenuto dalla rapidità delle sue mosse, di una incursione abissina su Massaua; tale altresì da non indebolire la difesa, dal punto di vista militare, con una eccessi va estensione di essa, e dal punto di vista politico colla assunzione di domini diretti che potessero dare nuovo alimento alle ostilità delle popolazioni abissine. Quali siano i punti da fortificare nell'Oculé Cusai e perfino nell' Agamé, quale protezione sia da concedersi alle popolazioni di Adua e di Axum, sono questioni che noi non possiamo definire se non dietro le ragionate proposte di Lei; e che Ella, conscio delle difficoltà finanziarie e della tendenza dell' opinione pubblica ad avere per programma una difensiva sicura - difensiva che Ella fece anzi gloriosa - studierà senza prescindere dall'avvenire nostro in Abissinia, ma piuttosto col concetto di una difensiva più larga e più completa, non necessariamente limitata ormai al Mareb» ' .
È una lettera alla quale è difficile far seguire un commento, a parte il fatto che le «difficoltà finanzim·ie» erano tali che Sonnino, nùnistro del Tesoro, pochi gionù prima aveva ammonito Blanc: «L'invio di altre truppe dopo queste [= i prinù due battaglioni] che si mandano il 30, sarebbe, nello stato delle cose, una vera follia» 5• Ad ogni modo la situazione a fine marzo precipitò. La rinnovata e concreta minaccia d'invasione dell 'Agamé ad opera di Mangascià spinse Baratieri a superare il Belesa con tre battaglioni di ascari e duemila irregolari ed occupare Adigrat (25 marzo) annunciando l'annessione dell' Agamé all' Eritrea 6, poi Macallé (28 marzo), Adua (1 ° aprile) edAksum (5 aprile). Ras Mangascià ripiegò nell'Uoggerat, all'estrenùtà sud-orientale del Trigré. Da Roma l'operazione venne seguita in questi tennini:
' Relazione ufficiale di Baraticri in data 25.1.1895, ibidem, doc. 56. o. BARATIERI, Memorie d'Africa eil., pp. 109- 111. ' Ibidem, p. 112. ' Libro Verde XXlll bis, doc, 22. 'Sonnino a Bhmc in data 27.1.1895, in C. CONTJ ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., p. 120. • U 28 marzo Baratieri chiese a Blanc la proclarnaz.ione ufficiale, ma Crispi e Blanc risposero essere sufficiente !"occupazione militare (CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., II, p. 35, 11. I). 2
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«Per ragione politica e per ragione finanziaria - telegrafarono il l O aprile Crispi, Mocenni e Blanc a Baralieri - crediamo non conveniente occupazione permanente di Adua. Per ora Adigrat deve rimanere punto estremo nostra occupazione. E qualora arruolamento altri nùlle indigeni non sia ancora un fatto compiuto preghiamo sospenderlo o ridurlo minime proporzioni possibil i» ' .
Qualche giorno dopo Crispi spiegò: «Ogni ulteriore espansione in Africa trova opposizione nell ' Alta Italia, anche fra gli amici del Ministero. Il nùo collega del Tesoro se ne preoccupa per l' incertezza delle spese cui andremo incontro.L'impresa potrebbe essere tollerata solamente se la colonia concorresse ,uiche essa coi tributi locali. Ad ogni modo S .E. Sonnino non pem1ette che il bilancio dell'Eritrea ecceda i nove milioni. Non vorrernm() che la questione suscitasse imbarazzi nella nuova Camera, la cui opera instauratrice 1lon dovrebbe essere turbata . Rimane dunque inteso che Adig.rat debba essere il limite della noslra occupazione» ' .
E, pensando evidentemente di non essere stato sufficientemente chiaro, il 10 aprile Crispi tornò sull'argomento: «Ripetiamo che bisogna limitarsi, per ora, alla impresa tigrina, e poiché gli ultinù battaglioni furono da qui spediti senza una vera necessità della difesa; il Ministero è di avviso che due di essi p()trebbero rimpatriare. Vi è opposizione nel paese ad ulteriore espansione. Ad ogni modo, è nostra assoluta volontà che nulla costà sia fatto che valga ad eccedere la spesa di nove milioni nel bilancio della rnadrepaLria . A salvare l'Eritrea in Parlamento bisogna tenersi in questi limiti, e noi non vogliamo cimentare le sorti d ' Italia per un errore finanziario commesso in Africa» '·
Il minimo che si possa osservare è che se gli «ultimi battaglioni» erano stati spediti in colonia «senza una vera necessità della difesa» - cioè, a caso? - adesso che l'occupazione si era smodatamente estesa la necessità diventava vera. Ma di fronte a simile atteggiamento del governo, per il quale il vincolo finanziario e l'incognita delle elezioni del 26 maggio erano tali da superare qualsiasi esigenza operativa in Eritrea, ci sembra che a Baratieri non rimanesse che una soluzione: esporre in tennini «aritmetici)> l'esatto fabbisogno di truppe, di materiali e di mezzi di trasporto (punto sul quale egli si era fino allora mostrato assai sensibile alle difficoltà economiche illustrate dal governo) in relazione all'occupazione dell'Agamé e di parte del Tigré. Non seppe o non volle essere drastico. Aveva appena accennato alla probabilità di una guerra con Menelik per il prossimo ottobre ". Adesso tornò sull'argomento. Avverti che la limitazione del bilancio eritreo a soli nove milioni avrebbe comportato il rimpatrio di tre battaglioni nazionali e lo scioglimento di due indigeni, incoraggiando così il nemico (Menelik ed i dervisci) ad affrettare le ostilità, e pose un morbido aut-aut: «Es-
'Libro Verde XXIII bis , doc. 47. 'Crispi a Baratieri in data 5.4. 1895, ibidem, doc. 51 . -' Ibidem, doc. 59. ·• Baratieri a Crispi in data 9.4.1895, ibidem, doc. 57.
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sendo così la situazione, io non posso proporre una diminuzione cli forze mantenendo la responsabilità per la difesa della colonia» '. La replica di Crispi fu assolutamente inaccettabile nella fom1a e nella sostanza. La riportiamo nella sua interezza: «Le ostilità cui alludi erano prevedibili anche prima. Le viuorie da te riportate lo furono quando non disponevi ancora dei battaglioni ultimamente inviati. Se la forza non può essere ridoua, bisogna che tu trovi costì il denaro necessario a coprire la spesa eccedente quella che può per ora subirsi. Gli Egiziani. durante la occupazione. traevano da codesto territorio i mezzi per vivere, e mi pare che noi potremmo trarne una parte fino a che nell'eritrea non ~in costituito un governo civile, siccome era stato mio proponimento sino dal 1890, e che avremmo ottenuto se non si fosse opposto il malvolere di Gandolfi. TJ Ministero vorrebbe sapere quale sarebbe l' economia se rimpatriassero due battaglioni soltanto. Comunque sia, trova tu il modo di sciogliere il problema con i mezzi che li offre il paese. Napoleone r faceva la guerra coi denari dei vinti» ' .
Baratieri, che non era Napoleone, cercò inutilmente di dimostrare l'assoluta necessità di un bilancio di tredici milioni almeno, ma quando mise in dubbio la possibilità di garantire il possesso di Adua, non occupandola, Crispi e Blanc si affrettarono a mettere le mani avanti: «Il Governo del Re non può certo volere che Ras Mangasc iù si impossessi di Adua e a V.E. non mancherà modo di impedirlo. ll noslro desiderio è cli avere una posizione nel Tigré che ci assicuri contro le necessità di nuove occupazioni. senza perdere intanto gli ottenuti vantaggi» '·
«Dinanzi a tale prodigio di logica politica e militare», come disse Carlo Corsi 4, Baratieri allora offiì più chiaramente la propria disponibilità a tirarsi da parte, ma ancora una volta in forma molto blanda. Comprendeva come la pubblica opinione fosse allam1ata e le difficoltà incontrate dal governo in vista delle elezioni, perciò la soluzione più semplice «per quietare g li animi» era quella di richiamarlo in patria: «Un altro, non così impegnato come me - spiegò - potrebbe tentare in Africa un componimento con Mangascià e con Menelik, che permetta di ridurre notevolmente le spese, e potrebbe per avventura abbandonare qual che lembo di territorio» 5 • Peraltro, un paio di giorni dopo rappresentò, allarmato, il pericolo, segnalato come attendibile, che ras Alula giungesse al la frontiera con 12.000 armati «per invadere la colonia», precedendo di poco Menelik in persona 6 • Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e la risposta di Blanc fu mielata e promettente per un domani (indefinito) : « ( ... ) li Governo è ben lontano dall ' idea cli voler privarsi dell ' opera di Vostra Eccellenza in Africa, ove è riuscito così giovevole e così onorevole per le anni italiane. Non crediamo a compo-
'Baratieri a Crispi in data 12.4. 1895, ibidem, cloc. 6l. ' Crispi a Baratieri in data 13.4.1895, ibidem, doc. 63. ' Crispi e Blanc a Baratieri in data 22.4.1895, ibidem, doc. 67. ' C. CoRSI, Le cose d',Vrica, in «Rivista Militare Italiana,, del 16 agosto 1909, p. 1542. ' Baratieri a Blanc in data 23.4.1895, Libro Verde XXIH bis, doc. 68. '' Baralieri a Blanc in data 25.4. 1895. ibidem, <loc. 69.
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nimenti con Mangasc ià, né con Menelik. 1 disegni di Vostra Eccellenza che, come Ella conosce, eccedevano le possibilità del momento, possono essere le basi di un 'azione futura, a condizioni fmanziarie migliorate( ... )»'.
Baratieri si sforzò di suonare l'allarme. Il 20 maggio inviò a Mocenni ed a Blanc una lunga relazione, nella quale sostenne l'eccessiva sproporzione delle u-uppe disponibili 1ispetto al territorio da difendere e da controllare, la certezza di preparativi di guerra da parte di Mene.l ik, l'estrema improbabilità di poter tornare alla pace, la necessità di «esser pronti alla guerra nel prossimo ottobre». «M i pare necessario - continuò - che il Governo del Re esamini a fondo la questione dell 'Eritrea e dcci<Ja sulla di lei sorte e perciò sul programma avvenire. O guerra di difesa che per cento ragioni c i spinge all'offesa e quindi a conquista territoriale, 11d espansione, a soluzione definitiva del problema, e ad indebolimento dei nostri nemici del sud e per contraccolpo di quelli del]' ovest; <1 pace con sacrificio notevole di territorio, quando la pace si possa concludere ed essa non porti con se medesima, per la baldanza abissina, il gem1e di nuove guerre e di maggiori sacrifici» '·
Il discorso non era né persuasivo né tranquillizzante. Che una guernl di difesa dovesse «per cento ragioni» spingere all'offensiva si può anche accettare, ma certo non appare convincente la inevitabilità di nuove conquiste territoriali. Anche perché, di colpo, si faceva intravedere il desiderio cli una guerra di tali dimensioni da consentire la «soluzione definitiva ciel problema» ! Il giorno successivo, Baratieri si rivolse al solo Mocenni per attenuare le prospettive e per chiedere, in sostanza, il suo appoggio. Fu una lettera infirmata dalla genericità e dall'enfasi: «(. .. ) È veco che il prepararsi alla guerra può essere la migliore via per stornarla( . ..). Non si tratta di un corpo di spedizione come quello del Madagascar e neppure come quello di San Marzano a Saati, si traila di accrescere almeno e nella misura già prevista le truppe indigene e di provvedere bestie per i trasporti. ( . .. ) Ella vede le cose dall'alto e sa quali splendidi risultati possa avere la vittoria col dissipa re definitivamente i due grandi pericoli che minacciano e minacceranno la Colonia, col conquistare un vru;to e ferLile. paese alla colonizzazione italiana, col darci la chiave della valle superiore del Nilo, coll'aprirsi di botto tutta la sfera d'influenza nostra in Africa( ... )».
E concluse: «Io aspetto il verbo di Roma»! 3• Il verbo non venne, nonostante due nuove sollecitazioni fatte il 7 giugno" ed il 10 giugno. In quest'ultima, Baratieri ribadì : «Per autunno credo possibile una grossa guerra con Menelik ( ... ). [Sono] necessari aumenti da me indicati ministro della Guerra, nùnimo assoluto per far fronte alle eventualità( ... ). Potendo altri sia fare la pace, sia difendere la Colonia con nùnori mezzi, rinnovo domanda mio rimpatrio( ... )» 5.
' Blanc a Baratieri in data 7.5 . I 895, ibidem, doc. 70. 'In CCSM, Sloria militare del/u colonia EriTrea cii., li, pp. 37-39. ' Ibidem, pp. 39-40. ' Libro Verde XXlll bis, doc. 83 e 84. ' AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 12, rase. 19
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Una settimana più tardi, perdurando l'attesa del verbo, egli tratteggiò le probabili linee deJlo sforzo abissino nell'ottobre e chiese risposta alla domanda cli rimpatrio '. La replica di Blanc porta la data del 22 giugno: «Lungi dall'accettare la sua proposta del 10, confido che V.E. troverà nella mia lettera di oggi conforto a continuare nella sua opera patriottica,> 2 • Inutile dire che 1a lettera preannunciata conteneva solo frasi di circostanza e formule di cortesia, ma, nel contempo, manifestava lo stupore di Blanc per la domanda di esonero, di cui «scorrendo il cmteggio scambiato con !'E.V. in quest'ultimo periodo di tempo, cerco invano glielementi che valgano a spiegarmi la Sua determinazione». Inoltre ribadiva il rifiuto di abbandona.re Cassala, Adigrat e Adua 3 • Fu ricevuta il 7 luglio e questa volta Bm·atieri mise il governo con le spalle al muro: «Miei precedenti telegramnù dicono chiaramente offerte dimissioni occasionate da proibizione categorica aumento di forze, ordine di diminuire spese. Ritengo attuale preparazione insufficiente mantenere, contro possibile attacco Menel.i.k in aut111mo, i punti dai quali Governo del Re i.mende assoh1camente non recedere, quindi devo insistere per autorizzazione conservare attuali forze italiane, aumentare subito forze indigene, crescere mezzi trasporto; è impossibile improvvisare. Senza tale autorizzazione coscienza patriottismo mi impongono insistere dimissioni offerte, nella speranza altri possa tenere Colonia con minori mezzi e concludere pace onorevole e durevole. Prego telegrafarsi come intende regolarsi il Governo del Re. Cappucci è catturato, Felter espulso» ' .
Il governo, ormai sicuro politicamente, convocò subito a Roma Baratieri per un esame globale della situazione e per le conseguenti misure da prendere 5. Quattro mesi erano già stati regalati a Menelik; quattro mesi erano già stati sottratti alla prepm·azione italiana. Un breve conunento si impone. Il 14 febbraio 1895 Baratieri aveva comunicato che «dal complesso delle lettere [trovate nella tenda di ras Mangascià a Senafé] risulta indiscutibile l'accordo da tempo esistente fra l'imperatore Menelik, ras Mangascià e Batha Agos di strapparci tutto o gran pa1te del territorio etiopico al nord del Mareb-Belesa-Muna» <,. Menelik, dal canto suo, aveva rimproverato Baratieri di avere invaso il suo territorio: «Se Ras Mangascià aveva mancato, perché non ne scrivesti a me, anziché entrare con i tuoi soldati in Adua?», e scritto a Umberto I affinché facesse «intendere ragione» al governatore. Tuttavia non aveva manifestato intenzioni bellicose. Anche nella dura lettera di pro-
'C. BARAfl ER I, Memorie d'Africa cit., p. 129. 'AUSS1\.1E, Fondo Carteggio Eritrea, mcc. 12, fase. 19. 'Ibidem. ' Ibidem. Capucci era residente a.Ila corte dì Menelik, Feltcr era incaricato d'affari a Harar, presso ras Maconoeo. ' L'ordine era firmato «come si sole va soltanto nei casi gravissimi» da Crispi, Blanc e Mocenni (0. BARATfERI, Memorie d'Africa cit., p. 175). • Libro Verde xxm bis, doc. 69.
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testa indirizzata alle Potenze amiche si era limitato ad avvertire che, ove il governo itatiano non avesse posto fine ai suoi intrighi, sarebbe stato «costretto a prendere le anni per difendere l'eredità di mio padre e l'indipendenza del mio impero. Ma non lo farò se prima non avrò esaurito tutte le vie della pace» '. Di fronte a queste notizie ed alle informazioni provenienti da Addis Abeba, secondo le quali sin dai primi di marzo si era diffusa nello Scioa la netta sensazione che Menelik sarebbe sceso in campo contro I'!tal ia 2, il nunistero degli Esteri doveva discutere in sede di Gabinetto se dar credito o non all'ipotesi guerra. Evidentemente fu tenuta in non cale. Per di più a fine marzo, quando Baratieri iniziò l'invasione dell' Agamé e del Tigré, cioè dell'Abissinia, con un atto di vera provo~azione nei confronti del negus, brillarono la mancata diramazione di responsabili direttive politiche da parte di Crispi e di Blanc, e la trascuratezza di Mocenni circa l'approntamento di un piano di campagna. Evidentemente tutti erano ipnotizzati daUe difficoltà interne e dal desiderio di salvare il governo erifiutarono di prendere partito sino ad elezioni avvenute, anche se il ministro della Guerra non poteva ignorare che sua era la responsabilità della preparazione bellica. Il giorno prima della partenza di Baratieri da Massaua, il maggiore Salsa manifestò privatamente le incertezze sul reale motivo della convocazione: «( ...) Non si conosce bene ancora quale sia la vera ragione di questa chiamata. In principio si poteva supporre che fosse dovuta alla insistenza del Baratieri ( ... };ma dopo la discussione avvem1ta alla Camera, mi pare cbe il Ministero non vorrà fare questione di quattrini. Perciè:i ritengo che il Baratieri sia stato ch_iarnat(> a Roma per essere sentito prima di prendere una decisione molto più grave, come potrebbe essere la guerra con lo Scioa o la pace con esso a gravissimi patti(... )» ;.
Lo stesso Baratieri pensò che il governo accettasse le sue dimissioni ed inaugurasse una politica radicalmente diversa, per giungere ad un accordo con Menelik. Perciò s.i imbarcò esprimendo a Salsa i suoi dubbi sul ritorno in colonia ·1• Il 27 luglio arrivò a Roma, dove ricevette accoglienze pressoché trionfali dal popolo ed applausi dalla Camera, quando si presentò per prestare il giuramento da deputato. Secondo le sue stesse «Memorie», egli si proponeva di ottenere tre cose. Anzitutto, i rinforzi cli personale e quadrupedi già richiesti e la conseguente autorizzazione di spesa ordinaria a carico del bilancio di 13 milioni, a prescindere dalla spesa straordinaria per la preparazione alla «guerra grossa» che in autunno avrebbe minacciato La colonia. ln secondo luogo, informazioni chiare sulle intenzioni governative circa la politica coloniale e notizie sulle trattati-
'C. CONTI RossL<st, Italia ed E1iopia cit., p. 130. 'Ibidem, p. 129. ' Salsa al fratello in data 16.7.1895, in E. CANEVARI e G. Co:v11sso, Il generale To111111aso Salsa cit., pp. 260-261. ' O. 8/\Ri\TLERI, Memorie d 'Africa cit., p. 174.
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ve con i principali ras etiopici e sui rappo1ti con Menelik. In terzo luogo, sistemazione definitiva dell' ordinamento della colonia col bilancio unico alla dipendenza del ministero degli Esteri, sulla base delle prime esperienze '. Stona, peraltro, il pensiero che coltivò durante il viaggio, di «ridurre al minimum la domanda per le spese militari che [io] reputava assolutamente indispensabili, nella considerazione specialmente che, essendo trascorso tanto tempo ed essendo .così vicine le eventuali ostilità, non avrei potuto dare alle nostre forze la soluzione desiderata( ... ). Per il momento e in quelle strettezze, chiedere di più, dato anche che fosse concesso, non avrebbe aumentato in autunno la nostra forza combattente» 2 • In altri termini, Baratieri non soltanto rinunciava spontaneamente a pretendere quanto reputava occorrere per la grossa guerra che temeva, che aveva ripetutamente segnalato come pericolosa e che riteneva a breve scadenza; ma, peggio ancora, non si presentava neanche con un abbozzo di disegno operativo sulla cui base fare i calcoli del fabbisogno, non pensava neanche all'urgenza di costituire un'Intendenza in Eritrea! E quando si legge il suo commento di deprecazione (per l'incuria del governo, è ovvio): «Si erano perduti quattro mesi e per la preparazione ne restavano appena tre» 3, non è facile trovare una parola cli commento, tanto più che questi residui tre mesi Baratie1i si preparava a trascorrerli in Italia! A suo dire, «insistendo molto» e grazie alla «buona volontà» (?) di Crispi, Bl.anc e Mocenni riuscì ad ottenere di trattenere in Africa due battaglioni nazionali che sarebbero dovuti rimpatriare, di arruolare mille indigeni e di acquistare 700 quadrupedi. Ritenne di non chiedere altro, almeno per il momento, posto che «la guerra era ancora lontana ed ipotetica», che Blanc stava curando le aperture con ras Mangascià, che «probabili ostilità si avevano tutt'al più con Mangascià)) e che le uotizie dall'Eritrea escludevano preoccupazioni. Soddisfatto della promessa che «in caso di bisogno sarebbero state pronte le navi ed i battaglioni)>, non insistette delle dimissioni e se ne anelò in licenza ". Rimaneva in sospeso «un'ampia discussione circa la mia linea di condotta e la politica ciel governo in Africa» 5, quella, si badi bene, che doveva rappresentare lo scopo di fondo della presenza di Baratieri a Roma: «convenire insieme il da farsi e provvedere occorrendo, prima dell'autunno» aveva telegrafato il governo 6• Resterà in sospeso perché, i dispacci da Massaua fartisi inquietanti, Baratieri, concluse frettolosamente a Napoli la sua missione. Crispi gli espresse la sua assoluta fiducia e si mostrò spiacente per le difficoltà di aumentare la disponibilità di spesa (al che
' Ibidem, p. 175. ' Ibidem, pp. 174- 175. ' Ibidem, p. 175. ' Ibidem, pp. 176-177. ' Ibidem, p. 180. ''Telegramma di Crispi, Blanc e Mocenni in data 8.7.1895 ciL
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Baratieri lasciò perdere la questione delle spese straordinarie per la preparazione alla guerra) e lo congedò «senza voler udire parole di preoccupazioni e di dubbi circa le prossime probabili complicazioni ed espresse la ferma speranza in nuove vittorie»; Mocenni, dal canto suo lo tranquillizzò dicendogli: «Non temere di nulla: io sono fo1tunato, e sotto di me anche in Africa tutto deve andare bene» '! E Baratieri si imbarcò «nella lusinga che tutto sarebbe pronto in Italia quando si avesse sulle braccia tutta l'Etiopia» 2• Secondo Palamenghi-Crispi, Baratieri sorvolò alquanto sui colloqui avuti con i diversi ministri. In realtà egli chiese a Sonnino, ed ottenne, tre milioni in più per l'esercizio 1895-96, dichiarando che gli sarebbero bastati anche se Mangascià avesse ape1to le ostilità, ed il 14 settembre, a Napoli, disse a Crispi che I «partiva soddisfatto per avere ottenuto quanto aveva domandato» 3• Non poteva non esserlo: «A tutti i ministri coi quali parlò, il Baratieri ripeté le stesse dichiarazioni: di aver soltanto per obiettivo il mantenimento dei territori occupati; che se avesse veduto Mangascià in armi si impegnava a non fare movimenti offensivi cd a non attaccarlo prima che fosse pronto; riservava il caso di avvenimenti straordinari, ai quali si sarebbe fatto fronte secondo il bisogno; credeva poco probabile una invasione della colonia da pane di Menelik» ·•. E la guerra grossa che tanto aveva sbandierato come una spada cli Damocle sospesa sulla sua testa? E, vista l'estrema facilità di intesa sulle spese ordinarie (i tre milioni che consentivano di trattenere in Africa i due battaglioni nazionali, di reclutare un altro battaglione indigeno e di comperare alcune centinaia cli quadrupedi), era proprio necessaria la convocazione a Roma del governatore? E, vista la preoccupazione per la guerra in autunno, era mai possibile che Baratieri ritornasse in colonia senza aver toccato il tasto della spesa straordinaria per la preparazione aJJa guerra con Menelik? L'incoerenza e la superficialità che emergono dai colloqui in argomento lasciano davvero interdetti. Tuttavia un elemento di spiegazione si può forse cogliere nella conispondenza p1ivata del maggiore Salsa. Salsa, un ufficiale di prim'ordine, freddo e capace, buon conoscitore dell'ambiente, la «testa fine» del Comando Truppe, nel giugno reputava inevitabile una «seria lotta con l' Abissinia», a meno di un'improbabile guerra intestina nell'impero etiopico. La preparazione per la citata inevitabile even ienza bellica doveva essere accurata e completa «per evitare non solo una sconfitta, ma per poter in caso di vittoria trarre il massimo profitto che, secondo mc, non potrebbe essere che la sottomissione clel1' intera Etiopia. Questa è la sola soluzione vantaggiosa» S. Sempre secondo Sal-
' O. I3ARATIERI, Memorie d'Africa cii., pp. 182-183. ' Ibidem. p. 183. ' J3araticri amnùse di uver «ottenuto quello che invano chiedevo da mes i e mesi» (ibidem, p. 176).
' F. CIUSPI. lo prima guerra d'Africt1 cii., pp. 305-306. ' Sal~a al fratello in d:ua 2.5.1895, in E. cii.. pp. 259-260.
CANEVARI
e G.
COMISSO, // Generale Tommaso
Salst1
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LE PRJME GUERRE COL01'ìlALI
sa, il sacrificio da compiere per «una campagna di qualche mese» si concretava in una spesa straordinaria di non più di 15 o, al massimo, di 20 milioni. Se il governo avesse deciso di fare questo sforzo fra due o tre anni, bisognava almeno «mettersi in condizioni di non subire degli scacchi che potrebbero avere un contraccolpo incalcolabile in Europa». Il confronto fra le opposte forze era stabilito nei seguenti termini. La fanteria della colonia ammontava a circa 2.000 nazionali (4 battaglioni) e 10.000 indigeni (6 battaglfoni, 6 compagnie di milizia mobile, bande eritree), non considerando 5.000 uomini delle bande di recente arruolamento perché scadenti e poco affidabili. Dctraendo i vari presidi verso il Sudan e nell'interno, sarebbero rimasti disponibili per tenere la fronte Adua-Adigrat un battaglione nazionale (600 uomini) di guarnigione ad Adigrat e più di 7.000 indigeni (sempre senza contare le nuove bande) per operazioni di campagna. Quanto al nemico, «credo che l'intera Etiopia potrebbe portare nel Tigré non più di 40.000 fucili lasciandone altri 20.000, i più scadenti, a guardia del paese». Per giunta «è molto difficile e s~u-ebbc caso unico nella storia d'Abissinia che tutti i capi principali si trovino d'accordo», quindi «io ritengo che non ci troveremo mai nel caso di aver da combattere contro più di 20.000 fucili». Una forza del genere, ed anche superiore, poteva essere affrontata vittoriosamente in battaglia campale da almeno I 0.000 uomini. In definitiva, «si tratterebbe di trovare circa tremi la buoni soldati, cosa che si potrebbe fare prima di ottobre» 1• Non sappiamo su quali basi poggiasse una così grossolana sottovalutazione dell'entità di ,umati che l'Abissinia era in grado di mettere in campo, comunque dato il prestigio, giustificato del resto, di cui godeva Salsa nell'ambiente coloniale, sembra lecito ritenere che il suo pensiero fosse pienamente condiviso da Baraticri all'atto della sua partenza da Massaua. Alla luce dei colloqui citati da Crispi e delle riflessioni di Salsa, si spiegherebbe, almeno in parte, l'assai poco 2 chiesto ed ottenuto da Baratieri; la sua fiducia in rinforzi da ricevere a tempo debito; l'accenno ad una guerra di difesa che avrebbe inevitabilmente condotto «a soluzione definitiva del problema». Meno comprensibile il ripetuto allarme al governo per la guerra in autunno, tanto pronunciato da domandare il rimpat1io, anche se al riguardo si potrebbe rinvenire un convincente motivo nel carattere di Baratieri, molto incline alle esagerazioni e tutt'altro che sistematico nella pianificazione. Consigliava prudenza, rappresentava pericoli e difficoltà ma in cuor suo li sminuiva. Infatti a Roma tutta l'eccitazione scomparve. Dalla permanenza in patria Baratieri dovette riportare seco due nette sensazioni. L' una che governo e paese avessero delle cose d ' Africa una visione rosea 'Salsa al fratello in data 16.7.1895, ibidem, pp. 261 -264.
' ln particolare Moccnni aveva concordato con Baraticri di portare e mantenere a livello la forza di 110 uomini per le compagnie dei tre bauaglioni fanteria d'Africa, di ripianare le perdite di ufficiali , di arruolare 700 indigeni, di acquistare 500 muletti (Mocenni ad Ari.mondi in data ·r 6.8.1895, AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc . 12, fase. 19).
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ed assolutamente priva di motivi di apprensione (cosa che non può stupire molto, visto il comportamento del governatore); l'altra che gli africanjsti non soltanto rifuggissero dall'idea di 1inunciare ai ten-itori di fresca acquisizione, ma nutrissero il desiderio di ampliare la colonia. «Crispi medesimo non si sgomentava punto a sentir parlare di conquista dello I-lan-ar, cli far punta nello Scioa». Tirando le somme, le istruzioni ricevute si traducevano in «Fate quello che vi pare meglio» 1 •
4. LACAM PAGNA DEL 1895-96
Se Baratieri il 26 settembre, allo sbarco a Massaua, era sufficientemente soddisfatto, Salsa rimase «male impressionato dal nessun risultato pratico del!' andata in Italia del Baratieri, poiché il Ministero non capisce o non vuol capire» 1. Ad ogni modo era urgente fru· mente locale a ras Mangascià, il quale, sapendosi sostenuto da Menelik, aveva radunato 5-6.000 uomini a Debra I-Iailà. Ari.mondi aveva già studiato un piano da eseguire con la massima rapidità e Baratieri condivise subito la convenienza di assumere l'iniziativa per sorprendere ras Mangascià ed obbligarlo ad accettare un combattimento od a fuggi.re per la quarta volta. Alla testa di sei battaglioni ascari, un battaglione cacciatori nazionali e due batterie da montagna (circa 9.000 uomini), il 9 ottobre Baratieri raggiunse Debra Hailà, dove peraltro trovò soltanto una retroguardia di un migliaio cli uomini, che dopo breve resistenza ripiegò con perdite insignificanti. A questo punto si poneva il problema del quid faciendum. Tra le possibili soluzioni, il governatore preferì stabilire ad Adigrat il perno della difesa cleU' Agamé; organizzare come paesi cuscinetto l'Ende1tà per mezzo di ras Sebath, liberato all' AmbaAlagi daArimoncli il 13 ottobre, e l' Uoggerat per mezzo del degiac Alì, sottomessosi purché gli fosse consentito il dominio del suo territorio; occupare Macallè con una guarnigione a titolo di avamposto ma non di caposaldo; tenere di base all'Amba Alagi una colonna volante di indigeni a scopo politico e di raccolta di notizie. Intanto, il 17 settembre Menelik aveva fatto chiamare dai banditori il popolo alle an-ni per il 25 ottobre, contro il nemico che «incomincia ad avanzare, forando la terra come le talpe». L' appello era per la difesa della terra e della casa, ma, ben conoscendo le genti dell'impero e volendo agire con le spalle sicure, Menelik prese ostaggi ed avvisò che chi non si fosse presentato all ' appello avrebbe ricevuto, invece delle tradizionali venti curbasciate, la pena di morte l.
' C. CORSI, Le cose d'Africa cit., p. 1549. ' Salsa alla madre in data 27.9. 1895, in E. CANEVARI e G. COM ISSO, Il generale Tommaso Salsa cit., p. 264. ' c. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., pp. 175- 176.
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n concentramento del grosso delle forze fu indicalo a sud del lago Ascianghi.
Se dopo Coatit e Senafé e la fuga di Mangascià si era verificato un largo movimento favorevole agli iralianj fra i capi del Tigré, adesso, correndo le notizie sugli annamenti fatti dal negus neghesti, e soprattutto sull'enu·ata in campo dell'esercito scioano, le cose cambiarono creando le premesse per il passaggio a Menclik della maggior parte dei capi sui quali il governo dell'Eritrea riteneva di poter contare. Mentre le nubi della tempesta stavano addensandosi, Baratieri, a quanto pare, era lungi dal pensare di trovarsi alle prese con qualcosa di veramente pericoloso. Aveva, sì, aperto un nuovo arruolamento di ascari «per far fronte alle circostanze ed alla guerra, cosa sempre possibile, dello Scioa» 1, ma evidentemente stimava sufficiente disporre di otto battaglioni indigeni invece di sei. È doverosa una considerazione di carattere generale. Almeno del 1891 la politica interna dall'Abissinia veniva concordemente dipinta come instabile se non proprio traballante. Nel maggio di quell'anno il dott. Traversi scrisse in un rapporto: «Non credo di esagerare dicendo che Menelik prepara lo sfacelo del suo paese, sfacelo del quale noi potremo approfittare quando vorremo». E sei mesi dopo aggiungeva: «Questo suo impero è, in apparenza, un colosso, ma in sostanza non ha alcuna base. Guai a lui il giorno che volessimo abbatterlo! non sarebbe né un lavoro che richiederebbe troppo tempo né canti sacrifici». Nell'autunno del 1894 l'ing. Capucci commentava: «Nessuno è contento dello stato attuale, né grandi né piccoli, né Scioani né nuovi annessi: l'impero attuale si regge per forza di inerzia; al primo urto andrà tutto in frantumi». Nel gennaio 1895 sosteneva che «Menelik ha fatto una disastrosa politica di espansione, e la solidità del suo impero è in ragione inversa dell'estensione che vuol dargli». E in febbraio, da Harar, Felter scriveva che «se spinto poi dall'ambiente, Menelik si facesse coraggio e marciasse al nord, si vaticinano guai interni e fine probabile del regno di Menelik, colosso dai piedi d'argilla» 2 • Queste non erano fonti irresponsabili o superficiali, quindi, è comprensibile che il governo e, in fondo, anche Baratieri si lasciassero volentieri andare a suggestioni ottimistiche e, comunque, non vedessero la particolare urgente necessità di una costosa preparazione bellica per un'ipotesi di là da venire. Si aggiungano le avances di pace di Menelik per il tramite di ras Maconnen, anche se da taluno considerate con scetticismo, e certe tranquillità possono u·ovare un motivo di spiegazione. Resta il fatto, francamente sconcertante, del continuo passaggio dall'inquieto allarmismo alla spensierata serenità, all' irrifless iva aggressività.
' Baratieri a Blanc in data 15.10.1895. Libro Verde XXTIL bis, doc. 120. ' C. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., pp. 154-155.
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Il 22 ollobre, da Adua, Baratieri inviò una lunga relazione a Blanc per un esame della situazione determinatasi dopo la fu ga cli Mangascià nell'Uoggerat e l'occupazione di Macallé, «resa necessaria da moli vi così militari come politici». li documento dipinge l'uomo. Vi si trovano apprezzamenti, ipotesi, proposte contrastanti, anche se alla fine emerge il vero intento accarezzato e desiderato, quasi suggerito rna non sostenuto con vigore: l'offensiva a fondo . Il preambolo mira a rassicurare il governo: «Le nubi che, come avevo previsto fino dal giugno scorso, si sarebbero addensate al sud durante la stagione delle piogge, furono dissipate». Con ciò sembrerebbe caduto tutto l'allarme diffuso in primavera e sino alla partenza per l' Italia circa la guen-a ad ottobre. Ma immediatamente accenna a «due nemici, relativamente ali' Africa, davvero formidabili»,•e cioè i dervisci sul fronte di Cassala e gli abissini sul fronte tigrino. Per i primi «per quanto terribile sia stato il colpo dato colla presa di Cassala al mahdismo, sarebbe follìa il trascurare le più elementari precauzioni contro un eventuale, sia pur fugace, ridestarsi di esso». Si noti il susseguirsi di chiaro-scuri: nemici formidabili, colpo terribile ad essi inferto, follia non preoccuparsene, eventuale e fugace il rinnovarsi del pericolo. Nei confronti dei secondi, «è pur necessario più che mai esser preparati a guerra grossa», per quanto l'offensiva italiana e la vittoria di Debra Hailà «abbiano scombussolato il piano nemico e forse paralizzato, almeno per ora» i fautori della guerra presso Meneli.k. Tenuto presente il temperamento impressionabile e mobile degli abissini, e sapendoli ben riforniti di armi da francesi e rnssi, e' era da attendersi che cl' improvviso aprissero le ostilità, salvo poi a ritirarsi prontamente una volta desolato il paese. «Dunque dobbiamo esser pronti alla guerra in modo da prevenire qualsiasi scacco» con opponune misure cautelative. Ma - ecco il punto - era possibile continuare a lungo su questa difensiva che destava tante preoccupazioni e comportava tante spese? No certamente perché, fra l'altro, si sarebbe rimandato sine die l' assetto definitivo della colonia e l'avvio della redditizia colonizzazione. Per uscire da simile imbarazzo occorreva scegliere tra due strade: pace o guerra. La pace appariva raggiungibile con un accordo diretto con Menelik oppure innalzando al trono imperiale un ras affidabile, per esempio Maconnen, perciò «credo - scrive Baratieri - debbasi tentare ogni via per un accomodamento ed una pace dignitosa sulla base dei confini al sud di Macallé e del protettorato di Italia in tutta l'Etiopia». Nel toccare, poi, l'alternativa della guerra, cioè L'eventualità di una guerra, J3aratieri cambia tono. «Ma è d'uopo non perdere di vista la probabilità di una guerra offensiva». Perché probabilità? perché offensiva? ci domandiamo. Perché è la sua scelta ideale, anche se in precedenza egli si è proclamato a netto favore della pace. E subito, difatti fa seguire ammonimenti, prospettive e proposte di ampio respiro: «Badiamo però che essa esige ben altri preparativi, ben altre forze e ben altre spese che quelle impegnate lino ad ora perché è necessario spingerla a fondo senza correre il pericolo di scacchi,
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siano pure pa,dali; e condotta la guerra a fondo, bisogna essere pronti ad organizzare saldamente il paese conquisrnto contro ogni eventualità. Certo che un atto vigoroso di questa natura darebbe ali 'Italia una grande colonia la quale, dopo qualche anno, sicura da qualsiasi nemico esterno, potrebbe diventare singolarmente prospera ed utile sotto ogni aspetto; certo, quest<1 della guerra sarebbe, a lunga scadenza, il metodo più economjco perché ci toglierebbe un pericolo permanente colle relative spese; ma i preparativi sono lunghi e dispendiosi perché una punta di quella natura non potrebbe essere fatta che coll'appoggio immediato di trnppe bianche, e quindi con servizi, che siamo ben 1.ontaai di ,1vere. Converrebbe quindi risolversi presto per potere entrare in campagna a stagione propizia, cioè ai primi del venturo ottobre. Alcuni mesi di calma preparazione non sarebbero certo soverchi ( ...)» '.
Quest'ultima parte relativa alla guerra a fondo è interamente omessa nelle «Memorie» di Baratieri 2 et pour cause. Infatti in esse egli sottolinea con forza che «dunque insistentemente proponevo: programma definito e possesso pacifico; aumento di forze». E poco dopo soggiunge: «Ma chi mi biasimava di soverchia prudenza così all'indomani di Senafé come all'indomani di Debra Ailé non poneva mente né alle anni nostre né alle armi nemiche, né al teatro di guerra, né alle condizioni economiche e politiche dell'Eritrea» 3 • Un paio di settimane piì:t tardi volle tornare ancorasull' argomento con Blanc: «( ...)sarebbe errore il credere che le nuove provincie uscite da tante guerre e convulsioni siano pacificate( ... ). Ma, in generale, clero e popolo sono con noi sia perché sanno della prosperità della vicina Eritrea, sia perché li ha colpiti la rapidità dei nostri successi e la fuga del loro signore, sia perché sentono bisogno di quieto dominio. Nessuno è per gli Scioani e per gli Amhara(. . .). Lo sbaraglio militare e politico di Mangascià è stato completo( ... ). Tutti ora temono l'avanzare degli Italiani( ...). Del resto tutto ciò è nel programma di preparazione pel prossimo avvenire, così se il Governo di S.M. intende d'intraprendere guerra definitiva contro l'imperatore Menelich, come se egli creda bastevole( .. .) un cuscinetto di Stati da noi protetti ed intere,~sati a ronnare usbergo alla colonia contro le ostilità dello Scioa. (... ) Io ho preparato bensì nella colonia ogni cosa per la difesa; cd ho ( ... ) cercato sempre di difendemù attaccando. Ma sarebbe pericolosa illusione il credere che senza una base di operazioni bene consolidata politicamente e militarmente(... ) si possa lanciarsi in una guerra a fondo( ... ). ln ogni caso occorrerebbe esser pronti ad una campagna di più mesi perché partendo dalla base di Adigrat-Adua ed avanzando a marce relativamente celeri, con truppe indigene, senza diversioni queste, e coi pochissimi impedimenti che rendono così celeri le nostre operazioni eritree, occorrerebbe su per giù per la sola marcia in avanti circa un mese. Per un'offensiva di questa fatta, che deve esser lanciata lontano dalla base coli.a sicurezw della vittoria, le truppe coloniali non sono sufficienti né per numero né per mezzi. (... ) l'impresa a fondo contro lo Scioa sarebbe ben maggjore di quella dispendiosamente condotta da lord Napicr contro Magdala ( ...). Ciò non toglie che con tempo assai minore e mezzi assai più ristretti noi saremo in grado di fare una campagna a fondo, se il Governo di S.M. la reputa conforme al suo programma coloruale e si ha il tempo di prepararla».
' Baratieri a Blanc in data 22.10.1895, ricevuto il 10.11.1895, Libro VcrdcXXlll bis, doc. 127. ' O. BARATIERI, Memorie d'Africa cit., pp. 200-202. > Ibidem, p. 202.
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Intanto, spiegò, aveva occupato un complesso di posizioni nel paese compreso fra Adua ed Acligrat, tale eia assicurargli una base conve1ùente per il controllo e la difesa dei nuovi territori: «(. .. )Così abbiamo un triangolo strategico montano, il cui perno principale rimane sempre il forte di Adigrat; triangolo montano che volge una delle facce (Adigrat-Macallé) alla cresta dello spartiacque etiopico e l'altra (Adua-Macallé) ai torrenti defluenti nel 1àcazzé e che ha la base (AdigratAdua) largamente appoggiata alla antica colonia Eritrea con parecchie non lunghe e guardate comunicazioni. In tal guisa e con la politica sinora seguita, che ha avuto sempre il consentimento del Governo di S.M., confido di tranquillare consolidare le nostre provincie e di creare intorno ad esse un ambiente favorevole, come già nell'antica. colonia»'.
Di cu-1esta relazione, di cui Blanc fu pregato dare conoscenza a Mocenni, colpiscono il ragionamento involuto, alcune affermazioni ciel tutto gratuite e la proposta di una guerra offensiva, anzi risolutiva. Sul modo di presentare situazioni e propositi in fondo c'è poco eia dire: era tipico di Baratieri. Che talune affermazioni fossero non soltanto discutibili ma perfino contraddittorie è palese: possibilità di una rapida avanzata con truppe indigene della durata di un mese (ma con quale obiettivo?) e con pochissime impedimenta, con l'immediata successiva ammissione clell' insufficienza quantitativa delle truppe coloniali; impresa a fondo contro lo Scioa valutata assai più pesante (giustamente) della spedizione inglese su Magdala, ma assicurazione di poterla effettuare più rapidamente e più economicamente! Sulla questione della guerra 1isolutiva, è manifesta, invece, una visione distante dalla realtà, superficiale ed approssimativa. O, forse, si trattava del desiderio cli presentarsi al governo come il grande generale coloniale, dalle concezioni ardite, a volo d'aquila. Senza, peraltro, cessare cli lamentare la situazione d'imbarazzo suscitata dal disinteresse ciel governo. Ora, pur avendo da mesi suonato l'allarme per le difficoltà di fronteggiare la «grossa guerra» prevista per l'autunno; pur dichiarandosi più che compenetrato nella acuta crisi finanziaria dello Stato, tanto, appunto, eia aver clùesto il minimo indispensabile per la difesa della colonie; pur essendo appena tornato dall'Italia dove soltanto «insistendo molto» aveva strappato il poclùssirno che reclamava eia tempo, Barntieri non solamente prospettava un disegno operativo di grande respiro (senza tuttavia precisare obiettivo e scopo), ma addirittura suggeriva di porlo in esecuzione nell' ottobre dell'anno seguente. Come poteva pensare che il governo l'avrebbe preso in considerazione? Come poteva immaginare che Sonnino l'avrebbe accettato? Obiettività vuole che anche cli questo atteggiamento si possa trovare una attenuante di non lieve entità. Era cominciato «il periodo acutomegalomaniaco della follia conquistatrice». Dopo Debra Hailà dal partito degli africanisti era emerso un piccolo ma rnmoroso gruppo di «gtien-afondai», con i crispini in testa, che
' Baratieri a Blanc in data 4.11.1895, ricevuto il 19.1 1.1895, Libro Verde X.Xill bis, doc. 132.
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voleva puntare diritto sullo Scioa, aiutare il sultano del!' Aussa con una spedizione da Assab, impadronirsi dell'Harar con un'altra spedizione da Zeila. Tutti progetti «che superavano di gran lunga i Iimiti del possibile» 1• Baratieri non era ottimista sino al punto di non vedere quel che aveva sotto gli occhi ; ecco, perciò, da un lato la sua cautela nel fermare Arimondi dopo l'occupazione di Macallé e nell'individuare la difficoltà di ogni genere connesse con qualunque impresa; e dall'altro, la sua indulgenza verso immagini strategiche che solleticavano Crispi, per le esigenze cli politica interna, e la sua propria vanità cli conquistatore. Blanc passò copia della relazione a Mocenni , il quale non si pronunciò. Si limitò a condividere i provvedimenti presi da Baraticri dopo Debra Hailà ed a «richiamare l'attenzione dell'EccclJcnza Vostra[= di Blanc) sulla eventualità di un'azione offensiva, alJa quale accenna Sua Eccellenza il governatore nella chiusa della sua lettera, giacché non si può pensare ad una guerra di questo genere senza essere sicuri della vittoria, e per ottenere una tale sic urezza è indispensabi le una fona ragguardevole ed una notevole quantit.ì di mezzi, che rappresentano una spesa molto rilevante» 1 .
Non risulta che abbia affidato al Comando del Corpo di Stato Maggiore uno studio in proposito, nemmeno per valutarne la fattibilità. La questione del costo di una qualunque offensiva sembra pesasse in modo determinante sul pensiero di Mocenni. Eppure per principio non era contrario ad una soluzione siffatta: «Per la natura dell'animo mio - confidò ad un amico - e per la vecchia massima che chi attacca meglio si difende, inclinerei a farla finita con una guerra a fondo, che non mettesse fr1 dubbio la vittoria, ma la facesse sicura». Senonché, per un'impresa di tali dimensioni occorrevano uonùni, armi, munizioni, viveri, mezzi di trasporto e principalmente denaro. E il denaro mancava, sì che «la madrepatria vedrebbe compromesso l'esercito suo già tanto stremato di forze numeriche, e compromessa col piano fin anziario, ora già a buon punto, ogni speranza di più riposato avvenire». In definitiva, bisognava rassegnarsi ad attendere tempi migliori e per intanto accettare la semplice difensiva 3• ll 9 novembre un telegramma del dott. Nerazzini da Adua chiuse il periodo di incertezza sulle concrete intenzioni del negus, comunicando essere sicuro «che Menelik è pattito mezzo ottobre per il Tigré con numeroso esercito, accompagnato da Makonnen e che le truppe di Makonnen sono accampate fra l'Harar e Auasc in osservazione» 4. La musica non cambiò. Baratieri sembrava sereno: era al con-ente delle mosse di Maconnen, ma telegrafò a Roma che tutto procedeva per il meglio, anche se «è impossibile conoscere impressione fatta nello Scioa dal nostro avanza-
' C. CoRs t, Cose d'Africa cit.. pp. 1550-1551. 'Mocenni a Blanc in data 6.12.1895, Libro Verde XXIII bis, doc. 157. ' c. CO:-ITI R OSSINI, lwlia ed Etiopia cii., pp. 177-178, nota I. ' Nerazzini a Barai ieri e a Blmtc in data 9.11. 1895, Libro Verde XXffi bis, doc . 135.
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re» '- Anzi, qualche giorno dopo garantì di poter «paralizzare l'offensiva dello Scioa» 1 . E poi assicurò: «Situazione interna, esterna, tranquille( ... ) a Macallé continua sottomissione capi; mercato molto frequentato sino lago Ascianghi; si giura in nome Italia oltre frontiera( ... ). Dicono Menelik giunto presso Uoro Jclù, ma tutti credono per difendere non per attaccare» '. Ed il 15 novembre aggiunse : «Per dicembre annunciasi Menelik a Bornrnieda. Pru·e prevalga consiglio Maconnen evitare combattimento, tranne nostra invasione» ". Ma l'invasione italiana non era già in atto? Davvero si poteva credere che il negus ed i ras della zona si sarebbero rassegnati a perdere gran parte del Tigré? Tuttavia l'inquietudine comi nciava a serpeggiare. Salsa, che si stava ricredendo suJl'avversario, lamentava il silenzio del governo e l 'assoluta impreparazione ad una guerra che poteva scoppiare anche prima di quanto si pensasse. Ma «quello che scoraggia di più è la mancanza assoluta di un programma. Questo vivere alla giornata snerva assolutameute» 5 • Indubbiamente il servizio informazioni non dava il rendimento desiderato, né ciò deve meravigliare. Le enormi difficoltà, crescenti a mano a mano che le forze del negus si avvicinavano, derivavano in parte dall'ostilità delle popolazioni ed in parte dai rischi cui gli informatori andavano incontro (dall'amputazione della mano destra e del piede sinistro alla morte), talché gli ascari si mostravano assai riluttanti ad accettare incarichi del genere e quando consentivano spesso facevano il doppio gioco per salvare la pelle·6 • A prescindere da tale considerazione, ormai non poteva più sussistere alcun dubbio sull'avanzata dell'esercito abissino oltre il lago Ascianghi; eppure la lettera spedita il 23 novembre a Blanc conferma l'assenza a Massaua di un'idea esatta degli eventi in corso. Dopo aver riferito che «mai lo Scioa è stato pronto alla guerra come il mese passato e come lo è al presente», Baratieri scriveva che, tutto sommato, si poteva calcolare che Menelik non avesse seco più di 30.000 uomini. Ora, «una cifra tonda di 30.000 uomini non è certo molto ragguardevole dato il nostro a.~ccndente militare e poli1ico. le scissioni fra i capi cd il timore dei soldati segnalato da parecchi informatori
' Baratieri a Blanc in data 23.10.1895. ibidem. doc. 129. , Barati eri a Blanc in data 28. IO. 1895, ibidem, doc. 131. ' Baraticri a Blanc in da1a 9.11.1895, ibidem, doc. 134. ·• Baraticri a Blanc in data 15.11 .1895, ibidem, <loc. 119. ' Salsa al fratello in data 5.11.1895, in E. CANEVARI e G. COMISSO, Il generale Tommaso Salsa cit .. pp. 271-272. • 11 Sapelli, comandante di una banda di irregolari, sicummentc esperto della mentalità locale, ebbe a scrivere: «Le spie che in Africa riescono a portare infonnazioni di reale importanza sono sempre quelle che fanno doppi o gioco, perché soltanto queste hanno modo di penetrare dove si prendono e si conoscono le decisioni di chi comanda. Dipende dall'abilità di chi se ne serve lasciar intravvedere o magari dire addirittura delle cose nostre quel tanto che non può po11are grave pregiudizio; lasciar intendere e dire in modo che le notizie possano sembrare vere ed importanti anche al nemico ( ...)che non dohbiamo ritenere meno furbo di noi» (A. SAPl)l,1.1, 1"1emorie d'Africa, Zanichelli, Bologna 1935, p. 108).
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( . ..).Generalmente si crede che il Negus s i risolved1per la difensiva, quantunque le grandi puliture di strade che continuano da Borumieda verso Uotià vorrebbero far credere ad una avanzata offensiva ( ... ) ad ogni modo l'essenziale è di tenersi preparati per trnrre dagli avvenimenti che si svolgono oltre Amba Alagi pro !ìuo e vantaggio per la nostra Colonia» '.
Che cosa intendeva dire con quest' ultima frase ? Aveva in animo di approfittare della presunta prossima disgregazione etiopica? E con che cosa? Ad Adigrat era rimasto Arimoncti per il controllo del territorio occupato. Manifestava da tempo un' aperta insoddisfazione per gli osta coli derivanti da un'espansione costosa e pericolosa, priva di apprezzabile contropartita: «Abbiamo nelle due nuove zone di Adigrat e Adua un vero vulcano; quasi nessuno dei capi ci è sinceramente fedele cd intanto dispongono di più d i 4.000 Remington ( . .. ). E dire che se dopo Senafé si spingevano avanti due battaglioni, si sarebbe forse ottenuto il disarmo generale con poca fatica ed allora non era necessario occultare queste nuove provincie per cui non abbiamo denari a sufficienza, perché le occupazioni costano e non rendono» i _ Dopo la penetrazione in profondità sino ali' Amba Alagi, aveva caldeggiato un'incursione nel Lasta, ma Baratieri, a ragione, aveva respinto la proposta reputando l' operazione troppo isolata ed esposta a rovesci. Il rifiuto rese più aspro il già acuto dissidio fra i due generali e Arimondi presentò una seconda volta domanda di rimpatrio. Baratieri inoltrò la richiesta con un telegramma sufficientemente esplicito, anche se non perentorio: «Fi no dal novembre 1894 il Generale Arimoudi risolveva chiedere rimpatrio. Tardò per sollecitaz ione Mi nistro Guerra. 1n aprile presentò domanda ufficiale che. con suo consenso, tenni sospesa, prima per causa situazione cd offerta mio richiamo, poi per mia assenza dalla Colonia. Ora Arimondi rinnova domanda. G ravi ragioni consigliano accettarla subi to. Esperienza dimostra incompatibile tempo di guerra coesistenza Colonia Comandante tmppe e Governatore con poteri mi litari . Non pote ndo rinunz iare tali poteri, propongo Comandante truppe venga sostituito con colom1ell o o tenente colollllello capo di Stato maggiore cui possa lasciare tempo ordinario larghe attribuzioni ( ...)» ' ·
Crispi e Mocenni non si sentirono di tichiarnai:e in Italia il brillante vincitore dei dervisci proprio in quel momento, ed il primo fece appe llo aJ patriottismo di entrambi i generali per non precipitare le cose •. Fu un grave errore, ma la responsabilità maggiore apparliene a Baratieri, il quale durante la sua pennanenza a Roma, durante la quale voleva per l' appunto mettere fuoco l' ordinamento della colonia, avrebbe dovuto imporre la soluzione che solo adesso presentava. indubbiamente a Roma le idee sullo stato delle cose in Erilrca non erano affatto chiare. ln sede di dibattito parlamentare sulla politica estera, il 28 novembre Blanc sostenne che Baratied nella capitale aveva avuto modo di rendersi
' Baratieri a Blanc in data 23.11.1895, Libro Verde XXIlI bis, doc. 142. ' Ari mondi al fratello in data 27 .9. 1895, ATSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 44, fase. 26. ' Baratieri a Crispi in data 13. 11. 1895, Libro Verde XIITI bis, doc. 137. Baratieri indicò, in ordine di preferenza, due colonnelli e due lenenti colonnelli. Sarà accontentato a fine dicembre 1895 con il primo nome dell' elenco : il colonne llo Valenzano. ' Crispi a Baratieri in data 13. li . 1895, ibidem , doc. 138.
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«esatto conLo» dei rapporti esistenti «fra la nostra politica coloniale e la nostra politica generale, tra la situa:t.ione dell'Eritrea e la situazione complessiva dell'Italia», ed affermò che di comune accordo era stata presa «I.a esatta determinazione dei ragionevoli limiti territoriali, entro cui doveva contenersi una ulteriore azione militare contro il nemico debellato, quando non si mostrasse ancora rassegnato e minacciasse, dalle posizioni che gli erano rimaste nel Tigré , la sicurezza della colonia, affidata alla responsabilità del governo». Poi Blanc aggiunse che Baratieri aveva toccato i nuovi confini incorporando l'intero Tigré all'Eritrea, «come da tempo anelavano quelle popolazioni, stanche di essere dissanguate da capi altrettanto avidi che crudeli, in perpetua guerra tra di loro», concludend6 il discorso con un retorico volo di sogni orgogliosi 1• Il 29 novembre il maggiore Tosclli, spintosi a Belagò, una ventina d i chilometri oltre l'Amba Alagi, e raccolti elementi sicuri circa la presenza di masse abissine a sud del lago Ascianghi, chiese lumi «sulle intenzioni governo [dell'Eritrea]» giacché «il conoscere se il governo mobilita e dove si stabi lisce concentramento renderebbe più sicura mia condotta verso regioni e capi» 2• Arimondi rispose che il governo di Massaua non accennava a mobilitare, ma aveva indicato l'opportunità di concentrare le trnppe avanzate a Macallé escludendo ipotesi di offensiva, salvo casi di assoluta necessità. Toselli era autorizzato a rimanere a Belagò «oppure ripiegare ai piedi Amba Alagé o secondo circostanze più indietro ancora» 3 • Nondimeno l'atteggiamento italiano a fine novembre continuava a rimanere di sostanziale tranquillità. A Roma, Blanc assicurava alla Camera che «tutto nella colonia procede bene, le sue risorse si sviluppano regolarmente, la pace è assicurata». A Massaua, Baratieri ordinava ad Arimondi, a seguito delle comunicazioni inviate eia Toselli, di concentrare a Macallé - quindi Adigrat perdeva, almeno temporaneamente, la funzione di perno di manovra - tutte le sue tiuppe indigene, compreso il battaglione dislocato ad Adua, le quali avrebbero costituito una forza (600 nazionali, 3750 ascari più 2.000 irregolari delle bande) «sufficiente a fronteggiare vittoriosamente qualsiasi attacco, anche se osassero avanzare tutte le bande di Alula, Micael, Olié, Mangascià, Atichem, Guargùl e qualche altro partigiano» •. Fu proprio in quei giorni che Baratieri ebbe notizia dal dottor Nerazzini, inviato dal ministero degli Esteri a trattare con Maconnen, che il ras desiderava un abboccamento con lui, mentre Menel ik sostava nel paese deglj Uollo Galla «non
'fRAN<.:i::sco BRANC:ATO (a cura), Storia del Parlamento i1alia110, X, r lncconio, Palermo 1973, pp. 143-1 45. ' Toselli ad Arimondi in data 29. I I .I 895, AUSSME, Carteggio Eri1rea, racc. 44, fase. 26. ' Arimondi a Toselli in data 30.11.1895, ibidem. Le parole in corsivo non figuravano nel dispaccio pervenuto a ToseUi , il quale ritenne doversi fennare ali' Amba Alagi. ' Relaiio nc di Baraticri, Libro Verde Amba Alagi-Macallé, XXHI qunter, doc. 2, ali. 11.
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con cattive intenzioni». La richiesta venne ripetuta direttamente da Maconnen, tramite Arimondi, il 26 novembre. Il 3 dicembre Baralieri inviò la risposta affermati va, affidandone la consegna a Tosclli, l' elemento più avanzato cd anche il più indicato per tale missione, con l'incarico inoltre, di preparare il convegno 1• Il 7 dicembre la colonna Toselli (IV battaglione indigeni, bande di ras Sebhat e di degiac Alì) fu sommersa da 25-30.000 abissini all' Amba Alagi, dove Toselli aveva ripiegato disponendovisi aJla difesa ad oltranza secondo una troppo letterale interpretazione dell'ordine di Arimondi, in attesa del soccorso promessogli dal generale, soccorso che prntroppo sarà tardivo. Secondo la versione italiana il combattimento fu intenzionalmente provocato da Maconnen. Secondo le fon ti etiopiche si accese incidentalmente e le bande avanzale sfuggirono di mano al ras 2 • Sull'episodio sorsero, come è naturale, violente polemiche. Ari mondi, che aveva chiesto di muovere da Macallé per soccorrere Toselli 3, accusò Baratieri di averlo fermato e, addirittura, di aver provocato la situazione operativa propizia al disastro ' . Baratieri lo accuserà, a sua volta, di aver travisalo i suoi ordini e di non aver esattamente comunicato a Toselli la sua disposizione: «tenga contatto fin che può, poscia ripieghi colla maggior lentezza possibile» 5• Sta di fatto che obiettivamente più pesanti appaiono le responsabilità di Ari mondi. Per certo, nella sua azione complessiva andò oltre lo spirito e la lettera delle istrnzioni ricevute; nel messaggio mandato il 30 novembre a Toselli non figura il detcmùnance invito finale a ripiegare oltre Amba Alagi in caso di pericolo; nei suoi ultimi contatti epistolari con Toselli si verificarono mancati recapiti e fatali ritardi. Il combattimento deU' Amba Alagi ebbe gravissime ripercussioni. Per gli abissini rappresenlò una svolta decisiva nella guerra contro l'Italia, mentre «tutto l'edificio politico, indispensabile alla difesa coloniale, veniva scosso dalle fondamenta e in patte crollava», come ammise amaramente Baratieri 6 • Tutti i capi d'oltre frontiera ancora incerti si volsero verso il negus e si misero in movimento per ingrossare i suoi ranghi. Arimondi ripiegò su Adigrat con tutte le ttuppe, ma tenne presidiata Macallé con un robusto distaccamento (UI battaglione indigeni del maggiore Galliano, rinforzato) per molteplici motivi: evitare dannose ripercussioni sul mora-
• Ibidem, doc. 2, ali. 20.
'c. Cmm R OSSINI, ltaliu ed E1iopia cii., pp. 197-208. ' Arimondi a Baratieri in data 5.12.1895, Libro Verde XXITI quatcr, doc. 2, ali. 22. 1 L' «ltalia milil:U'c» del 4-5 febbraio 1897 pubblicò una lettera di Ari mondi del l 1.12.1895, in cui si sosteneva che «se anche il go,•emalore non avesse fermalo con quel certo telegramma il gcncraleArimondi mentre accorreva in aiuto al maggiore Toselli, la catastrofe si sarebbe prodotta egualmente; perché il Tigré non aveva tmppe bastanti per impedire un'avanzata nemica di qualche importanza». ' Baratieri ad Arimondi in data 5.12. 1895, Libro Verde XXIU quater, doc. 2, ali. 23. • O. J3ARATIE.RI, Memorie d 'Africa cii., p. 251.
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le dei repai1i, impossibilità di sgombenu·e i tre mesi di autonomia in vi veri e munizioni del forte, conservare l'eventuale possibilità di utilizzare a tempo debito Macallé come base operativa 1• Baratieri approvò, assunse il comando diretto ad Adigrat delle unità del Tigré ed incaricò Arimondi di trasferirsi a Massaua per organizzare la difesa delle retrovie e per accogliere i rinforzi di prossimo sbarco dall'Italia. Lo avrebbe rimandato volentieri in patria, ma non ebbe il coraggio di provocare una tempestosa diatriba in quelle difficilissime circostanze. Ancora una volta sbagliò, perché non soltanto i rapporti fra i due divennero ancor più tesi, se possibile, ma «influirono non poco a far subito serpeggiare fra le truppe allora giunte dall'Italia un senso deprimente e preoccupante di mal celata sfiducia sul nuovo ambiente in generale, e sul comandante in capo in particolare» 2. • la notizia del massacro suscitò «un furore d'offeso orgoglio nazioIn Italia nale, che parve scoppio di patriottismo( . . .). Guai a chi si fosse arrischiato in quel momento a fare osservare che in fin dei conti anche gli Etiopi sono una nazione, hanno una patria ed hanno anch'essi il diritto di difendere come sanno e come possono la loro indipendenza» J _ In Francia ed in Russia la stampa in linea di massima non dissimulò una celta soddisfazione. In Austria ed in Gennania fu assoluta l'ammirazione per il comportamento del battaglione Toselli. Alla Camera il governo venne investito con durezza. Di San Giuliano chiese al ministro degli Esteri di far conoscere gli elementi in base ai quali egli aveva dichiarato esistere ogni motivo di tranquillità in Africa, e Blanc replicò di essere disposto a rispondere «come fatto personale», dopo di che si chiuse in un totale silenzio nonostante gli incitamenti e le risate della Camera. Il socialista Andrea Costa rinnovò tutta la sua ostilità «a questa disastrosa impresa» africana, ch.iedendo l'abbandono puro e semplice dell' Eritrea •. Ma anche in ambito governativo vi fu scontro. Sonnino, quale ministro del Tesoro, si impennò per l'emanazione del decreto di richiamo alle armi di 25.000 uomini provocato a sua insaputa da Mocenni e, definendo la cosa scorretta e non regolare, annunciò seccamente il proposito di rassegnare le dimissioni. C1ispi reagì da un lato giustificando l'urgenza del provvedimento e dall'altro chiamando in causa la responsabilità collegiale del governo: «( .. .) Voi, Mocenni, Baraticri vi concordaste sulle cose d'Africa e siete responsabili se provvedeste incompletamente all'csigenze della Colonia. Come uomo sono innocente di tutto ciò che è avvenuto; come presidente del Consiglio pago la colpa dei miei colleghi. Ritirarvi oggi dal ministero, non è degno di voi. Siamo nello ardore della lotta e non possiamo lasciare il campo. Sarebbe una viltà andarsene» ' .
'Arimondi a Baraticri in data 8.12.1895, Libro Verde XXlll quater, doc. 2, ali. 35. ' E. BELLAVITA, La battaglia di Adua cit., p. 221. ' C. CORSI, Cose d'Africa cii., p. 1564. ' F. BRANCATO, Storia del Parlamenro italiano cit., X, pp. 168-170. ' Crispi a Sonnino in data 14.12.1895 riportato da D. ADORNI, Presupposti ed evoluzione della politica coloniale di Crispi in A. DEL Boc:A, Adua cit., p. 54.
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Nel suo intervento alla Camera il 16 dicembre, Crispi cercò di ridurre la portata del triste fatto dell'Amba Alagi, definendo l' episodio «uno dei tanti che avvengono in tutte le guerre coloniali», come recentemente deplorato dall'Olanda, dal Portogallo e, proprio in quei gionù, dalla Spagna, e comunque si affrettò a scaricare ogni responsabi Lità su Baratieri: <<Vi fu, si dice, imprevidenza. t.fa quale? Noi abbiamo mandato al Generale Baratieri più di quello che ci aveva domandato. Egli fu qui nell'agosto, e prima della sua partenza, in un consesso tenuto coi Ministri della Guerra e del Tesoro, stabili egli stesso quello che gli abbisognava in fatto di uomini e di denaro, e gli fu dato. Posterionnente ha chiesto altre cose e nulla gli è stato negato ( ... )» '.
Il giorno successivo il governo presentò un disegno di legge per una maggior assegnazione di 20 milioni sull'esercizio finanziario 1895-96 dell'Eritrea e la Camera lo approvò 2. Ma le discussioni fervevano con sempre maggior veemenza e Crispi, nella seduta del 19 - l'ultima e più tempestosa seduta della sua carriera politica-, accusato di megalomania e di «esautorare Baratieri di fronte al nemico», si difese allontanando da sé ogni peso: «li generale Baratieri venne a Roma. Si chiese a lui quali fossero i bisogni della difesa. Non gli furono posti limiti perché egli solo poteva giudicare e sapere; egli solo doveva chiedere quauto era necessario 1. lo non ebbi mai in mente di fare una guerra di conquista, di andare in fondo al Ti gré, di andare allo Scioa; sarebbe stata pazzia la mia .. . Ritornato Baraticri nell'Eritrea, nulla gli fu negato <li quello cbe aveva chiesto. lo non ho mai avuto idee di espans ione, non le ho mai imposte al generale Baratieri. Ho accennato al Tigré dopo le vit.torie del Barntieri. Io non ci pensavo pri ma. La sua occupazione è stata una conseguenza della difesa contro il nemico; dopo i combatt imenti contro il nemico nei quali fummo fortunati, abbiamo occupato quei territori nei quali si ottenne la vittoria. Decidere quali provvedimenti militari occorrono per mantenere quei territori a chi spetta? Al Governatore ( . .. )» •.
Lo stesso giorno Arimoncli, presa visione del rapporto inviato da Baratieri a Roma, telegrafò a Mocenni facendo seguito a!Ia propria relazione del 13 dicembre su Amba Alagi. I punti che gli premeva mettere in chiaro erano due. Il
'E. BELLAVJTA, La battaglia di Adua cit., p. 244. 'Peraltro ben 238 deputati abbandonarono l' aula al momento della seconda votazione. ' Aggiunse a questo punto (ma la frase non fu pubblicata): «Sentite, Signori, la Convenzione, la cui storia avete potuto leggere meglio di mc, nel suo celebre decreto de l 12 maggio 1893, non condannava Camot che organizzò la vittoria, ma condannava i Generali che non chiedevano per vincere tutto ciò che è necessario»! (E. BELLAVJTA, La battaglia diAdua c it., p . 247, n.a). ' Ibidem. Non si può evitare il confronto con ratteggiamento di Joseph Chamberlain, ministro delle Colonie nel terzo gabinetto Sali sbury, il quale durante la guerra anglo-boera dichiarò fieramente alla Camera dei Comuni: «lo solo merito il biasimo dell' impreparazione: le sconfitte non sono dovute ai generali, ma al sistema: l'organizzazione è difettosa 1» (cit. in ANGELO Gxrn, Uomini e folle di guerra, Mondadori, Milano 1929, p. 295, n. 1).
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primo concerneva l'aiuto che avrebbe voluto e potuto dare tempestivamente a ToseJli, e che gli era stato impedito da Baratieri: <<( . ..)Concentramento circa millecinquecento uomini compiuto giorno cinque, decisi avvicinanui Alagi per dare possibilmente mano a Tosell i. Disposi p:utenza mattino giorno sei, e avvertìi Governatore mossa che intendevo evidente, dandone ragione. Ricevetti in giornata ordine di non muovere. Giomo sei notizie facendosi più gravi , telegrafai aiutare nuovamente, ed ottenuta autorizzazione partii sera stessa ( .. .)».
Inutile dire che, ove si fosse unito a Toselli, con ogni probabilità avrebbe semplicemente aumentato la carneficina. il secondo argomento tiguardavail «dopo Amba Alagi»: I
«( ... ) dal qllindici [dicembre], per la tena volta nell'anno, ricevo destinazione arbitraria, non
consentita dal regolamento. Quando situaiione sarà risoluta, confido che V.E. si compiacerà di sollevarmi da un incarico dove l'ab11ega-,done mi sarebbe col tempo rimproverata come mancanza di dignità personale. Governo colorùale non terme mai conto mia opinione circa convenien,.a occupazione territori che rendevano difficili condizioni difensive . .. ?... e 11011 si preoccupò menomamente eventualità d 'una prossima guerra. È naturale che truppe ed ufficiali essendo in gran parte impegnati nel Tigré e 11011 essendovi nulla di organizzato per numerosi repaiti che arrivano dall'Italia, potranno verificarsi inconvenienti malgrado ogni sforzo per far rronte ai bisogni» '.
Giunti a questo punto è evidente come si ponesse una scelta. Arimondi era stato esplicito: non chiedeva il rimpatrio per l'ennesima volta perché in quei frangenti non si sentiva l'animo di abbandonare la colonia, però desiderava al più presto il cambio. A B,m1tieri, buttato a mare in modo così ingiusto e plateale da Crispi (ma poteva recitare il mea culpa), non si offriva che una linea di condotta: pretendere la propria immediata sostituzione, constatata la gravità delle accuse fon nulate dal presidente del consiglio e la conseguente inevitabile mancanza di fiducia nel suo operato da pa1te del governo, a dispetto del formale telegramma inviatogli da Mocenni all'indomani del «grave insuccesso» 1 . È verissimo che questo poteva venire interpretato come un'ammissione di colpa, ma, orgoglio a parte, come sentirsi in grado di do1ninare la delicatezza della congiuntura avendo una netta dissociazione governativa alle spalle e vedendo affiorare la incertezza nelle truppe? Sperava forse di risollevare la propria posizione con un colpo d' ala? Il pensiero sorse in molti. Come timore, subito; come dubbio, dopo Adua.
' F. CRJSPJ, La prima guerra d'Africa cit., pp. 377-378. Documento non compreso nel Libro Verde XXTU qoarcr. È ben strano che, dopo un sinùle dispaccio, Moceu.o.i non abbia sentito la necessità di rimpatriare subito Arimondi (a meno che, invece, non si proponesse di richiamare Baratieri). ' Libro Verde XXIII bi s, doc. 74.
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Per quanto serie perplessità fossero emerse in consiglio dei ministri sulla capacità di Baratieri di risolvere sul piano militm·e la crisi, la questione del suo esonero non venne presa in considerazione con immediatezza. Maturò nel giro di una dozzina di giorni, attraverso un succedersi di telegranuni. L' 8 dicembre Baratieri chiuse il rapporto sul combattimento dell'Amba Alagi con un laconico «situazione certamente grave. Parrebbemi utile preparazione invio rinforzi». li giorno seguente Mocenni gli rispose: «( ... ) Da lontano non posso dare consigli a Lei che vede e giudica sul posto, ma con[ido in Sua prudenza perché voglia evita{e sorprese. Preparo rinforzi, ma intanto vogli a di{mi in quale specie, misura le occorrono ( ... )»,
e d'iniziativa dispose per la partenza di tre battaglioni ed una batteria. Baratieri replìcò in giornata, candidamente: «( ... )Non posso detenninare quante e quali truppe possano occorre{e non conoscendo intenzioni invasore, c ui forze possono arrivare anche a qua{antamila fucili con bande. Frattanto cominci i.nvio qualche battaglione e paio di batterie montagna e munizioni» '.
Qui sì impone un commento. Baratieri indi.cava un'eventuale disponibilità massi.ma di 40.000 uomini da parte di Menelik, mostrando dì trascurare totalmente ed immotivatamente una infom1azione trasmessa il l O dicembre da Toselli ad A.rimondi: «In.fonnatori degiac Berì che visitarono tutti i campi nemici (. ..) riferiscono: stamane esercito nemico, numeroso quasi come quando Imperatore scese a Saati, trovasi scaglionato fra Aia eAscianghi e Uar ( . ..)» 1 .
Nel prosieguo del dispaccio, Toselli aveva manifestato il personale parere trattarsi di apprezzamento esagerato, tuttavia si era sentito in dovere di scrivere: «ma credo ritenere confermato che [abissini] sono molto numerosi». Evidentemente Baratieri non attribuì alcuna importanza a quanto comunicato dagli informatori indigeni, perché non esiste traccia di una sia pur lontana preoccupazione nella sua tranquilla valutazione. Ed è quasi incidentalmente, quasi con indifferenza, che pochi giorni dopo il combattimento di Amba Alagi, eg)j riferiva di aver saputo da Gibuti che «Menelik può disporre di novantacinque1nila fucili ed è deciso, forse spinto, ad offesa» 3 , senza commentare la cosa né trame deduzioni operative.
' Ibidem, rispettivamente doc. 158, 159 e 16 l.. Baratieri a Mocenni in data 6. I. I 896, Libro Verde XXIII quater, Amba Alagi-Macallé. Il telegramma di Toselli è allegato (n. 21) al rapporto di Baratieri, nel quale il messaggio è sintetizzato con 1111 «In data del IO da Atzalà, Toselli segnala il grande numero di Seioani». 'Baratieri a Moccnni in data 10.12.1895, Libro Verde XXlll bis, doc. 167. i
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Moccnni si rendeva ben conto di dover lavorare su elementi definiti, ma stranamente non sapeva ottenere risposte precise. Interpellò Baldissera per conoscere le sue impressioni ed il commento di questi fu eloquente: il quadro complessivo sembrava vernmente inquietante e di conseguenza occorreva «mandare rinforzi superiori a quanto Baratieri accenna» 1• Anche Primerano, il capo di Stato Maggiore, rappresentava l' urgenza di rialzare il prestigio dell'esercito i . Perciò il 12 dicembre il ministro della Guerra insistette: «Prego Vostra Ecce1Jen1.a indicare telegraficamente quali sono in complesso i suoi intendimenli e precisare meglio quantità e specie rin!ort.i occorrenti( ... )» 1.
ed annunciò il prossimo imbarco di altri due battaglioni. Gli intendimenti di Baratieri erano piuttosto complessi. Proprio quel giorno aveva suggerito al ministro degli Esteri l'utilità di una dimostrazione a Zeila, anche solo per qualche giorno, anche solo con un piccolo repruto di marinai. Siccome ras Maconnen ne sarebbe rimasto impressionato e meglio disposto verso l' Italia, egli teneva il Curtatone e lo Scilla «pronti a partire per Zeila» ' Il 13 si dilungò con Crispi sul proprio concetto operativo: «( ...) Non posso attaccare il nemico perché è ancora fuori di ponata e troppo numeroso. Se il nemico avanza e ci attacca con forze riu1ùte. sono sicuro di respingerlo, e il ri ti ro si volge per lui facilmente al disastro. Se il nenùco si divide, conto di auaccarc una delle colonne e rovesciarla. Se il ncnùco porta sua linea verso il Mareb, conto di approftuarc della circostanza per attaccarlo di fianco(.. , )»' ·
Poi si r ivolse a Mocenni, spiegando di aver dapprima pensato di concentrare 10.000 uomini a Macallé per essere in misura di attaccare l'esercito abissino frontalmente se diretto su Macallé, oppure sul fi anco se diretto verso Adua. Adesso, avendo perduto 2.000 uomini ad Amba Alagi e lasciati oltre J .000 a Macallé, era tornato all'idea di concentrare le forze residue (ci.rea 6.000 uomini) ad Adigrat. Con esse si ripromelleva di «profittare situazione» a seconda della direzione di avanzata di Menelik: su Adigrat, su Adua o su entrambi gli obiettivi. E non perse l'occasione per una penne!lata di ottimismo, espressa quasi sotto forma di consiglio: «Quando si manifesti sua [= di Menelik] ritirata sarebbe conveniente disordinarlo con inseguimento e poi avanzare con forze regolari europee ed indigene a dare possibilmente colpo grazia impero etiopico». Infine pro-
' F. CR1sr1, La prima guerra d'Africa cit.. p. 379. ln una lettern personale a Toselli, Baldissera aveva espresso il convincimenlo che per affrontare e risolvere la campagna occorressero non meno di 50.000 uomini (C. C ONTI R OSSIN I, Italia ed Etiopia cit., p. 226, nota 2). ' Primerano a Mocenni in data 12.12.1895, A USSME, Fondo Corrispondenza Corpo SM., racc. 49, I voi. Il 13 dicembre venne riclùamata alle armi la 1• calegoria della classe 1873. ' Libro Verde x:xm bis, doc. 169. • Ibidem, doc. 515. Cfr. O. BARATIERI, Memorie d'Africa cit.. p. 328. ' Ibidem, doc. 173.
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seguì reiterando la richiesta precedente di un battaglione alpini, e pregando di «preparare altri tre battaglioni che forse sarebbero necessari per riscossa finale» ! '. Vale la pena di soffermarsi un poco sul pensiero strategico di Baratieri. L' idea di difendere la colonia ad Adigrat - da utilizzare come caposaldo per la difesa tattica contro un nemico soverchiante, come perno di manovra per azioni offensive in campo tattico contro un nemico non eccessivamente superiore numericamente, o come base di operazioni per un'eventuale offensiva strategica a raggio limitato - esigeva due condizioni: raccogliervi tempestivamente truppe di entità sufficiente per respingere il primo attacco abissino in massa; costituirvi un' autonomia logistica di qualche mese per essere in grado di alimentare i successivi rinforzi e poi prendere l'iniziativa. Sulla realistica possibilità di utilizzare Adigrat nel senso indicato è stato fatto un calcolo. Avanzando ad una media di dieci chilometri al giorno, come fatto da Addis Abeba in poi, Menelik si sarebbe presentato davanti ad Adigrat a fine dicembre, mentre il primo battaglione partito dall'Italia a metà dicembre non sarebbe arrivato ad Adigrat che il 6 gennaio. Gli altri sarebbero affluiti al ritmo di uno o due al giorno 2• In sostanza, nella prima metà di gennaio, ma in particolare nella prima settimana, il pericolo di dover respingere un nemico di gran lunga più numeroso risultava altissimo. Ma c'era di peggio. Se Menelik avesse bloccato Adigrat con il grosso delle sue forze ed impiegato il rimanente per isolare la località, tagliando le comunicazioni con l'Eritrea ed ostacolando l'anivo dei rinforzi, la posizione di Baratieri sarebbe diventata gravissima. Tenuto conto, dunque, di questa tutt'altro che improbabile ipotesi, molto meglio sarebbe stato retrocedere subito su Adi Cajèh 3 • II 14 dicembre Mocenni, nel tentativo di far luce sullo stato di fatto, riepilogò i reparti messi in partenza - sette battaglioni di fanteria, uno di bersaglieri ed uno di alpini, su seicento uomini, con salmerie di quaranta muli, in imbarco fra il 16 ed il 25 dicembre - e domandò se occoffessero altri muli 4. Bm·atieri rispose il 15, che avrebbe provveduto con quadrupedi tratti dalla colonia 5. In altre parole: non ne aveva bisogno. Il 17 dicembre, nuovo telegramma di Mocenni, sempre più in apprensione: a fine mese potevano essere pronti altri tre o più battaglioni; voleva sapere se e quanti ritenuti necessari, e se preferito l'invio di batterie da campagna o da mon-
' Ibidem, doc . 174. 'Lo stesso Baratieri era consapevole del fatto che i rinforzi in arrivo non potevano trovarsi tutti ad Adigrat prima della fine di gennaio, «dato che tutto procedesse regolarmente» (O. BARATIERI, Memorie d 'Africa cit., p. 260 . L'ultimo <lei primi 14 battaglioni arrivò ad Adigrat il 29 gem1aio. ' G.A. MALLADRA, La battaglia di Adua, S.A. La Nuova Antologia, Roma 1933, pp. 18-19. Lo studio del generale Malladra rimane la migliore critica sugli errori militari commessi nella campagna e nella battaglia di Adua. · ' Libro Verde XXlll bis, doc. 177. ' Ibidem, doc. 187.
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tagna '. Il 16 dicembre ennesima sfuggente risposta di Baratieri: solo batterie da montagna; utile la preparazione di altri rinforzi; riserva di precisazioni «delineata che sia la situazione odierna» 2• Intervenne allora Crispi. Il 17 aveva esplicitamente richiamato il governatore alle sue responsabilità in colonia: «li momento è critico, per te e per noi. Ti abbiamo mandato e mandiamo più di quanto hai domandato. Se per insufficienza di mezzi o per imprevidenza avvengono danni , la colpa non sarà nostra. li paese è pronto a vendicare le vittime del 7 dicembre ed a tenere alto il prestigio dell a nostra bandiera» ' ·
Il 18 fu brusco. E con ragione:
•
«Tu chiedi nuovi rinforzi senz~ specificarlo, aspettando all'uopo che la situazione sia delineata . Le distanze dall'Italia a Massaua e da Massaua all'Abissinia sono tali che giova saper prevedere il bisogno. Spiegati subito; ci va dell'onor tuo e dell 'onore d'Italia. Pare che nella tua mente vi sia confusione cd incertezza: è tempo di provvedere» ·1•
All'energica presa di posizione di Crispi, che intanto aveva disposto laricostituzione della divisione navale del Mar Rosso, di forza maggiore del 1885, Baraticri rispose con due telegrammi. Nell'uno, del 18 dicembre, mescolava gratitudine («le offerte del Governo del Re e il contegno del paese rincorano e consolano»), spiegazioni ( «limitai la domanda per l' incerta situazione qui e in Italia, pel momento incalzante, pel lungo ritardo, per le enormi difficoltà di provvedere al conveniente bisogno e al servizio»), monito ( «Ben vengano dunque al più presto 14 battaglioni e 5 batterie da montagna, ma provviste di tutto, ma con corrispondente approvvigionamento per guerra»), consapevolezza della propria capacità e retorica ( «nella ferma fiducia di vendicare i caduti di Amba Alagi erisolvere la questione africana. Frattanto fino dal primo momento ho usato ogni mezzo per accrescere le truppe indigene, singolarmente atte alla guerra d' Africa, e per fare luce sulla situazione che mi permetterà cli approfittare di ogni circostanza favorevole per la riscossa») 5• L'altro, ciel 19 dicembre, era pieno di sicurezza: «Nessuna incertezza dopo il tuo telegramma di ieri. Nella mente mia la situazione .. .? ... proposito fenno, confidenza grande, tenere alto onore Italia. Sconvolto da sconfitta AmhaAJagi mio piano concentramento trnppe Macallé, non mi restava che guadagnare tempo . .. ?.. . per raccogliere .. . ? ... numero, forze colonia, ritarda.re invasione, aspettando i rinforzi dalla madre patria, approfittare dcli' occasione propizia per ottenere vantaggi. Questo piano va svolgendosi con successo( .. .). Ora, dopo l'o fferta del nùnistro dell a Guerra e gli incoraggiamenti tuoi, chiesi altri cinque battaglioni e due batterie da montagna, specificando anche relativi bisogni .
' Ibidem, doc. l 90. ' Ibidem, doc. l 96. ' Ibidem, doc. 191. • Ibidem, doc. 197. ' Ibidem, doc. 202.
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Questa truppa, anche giungendo con 1itardo, potrebbe servire ad incalz,u·e operazione offensiva e contribuire efficacemente nuova conquista. Richiesti altri cinque battaglioni, anche a motivo delle notizie di riunione dervisci nel Ghedarcf, dicesi con intenzioni ostili a Cassala» ' .
Un guazzabuglio. La risposta di Crispi, seguita a mota da analoga di Mocenni, fu inunediata (19 dicembre) e secca: «11 Governo non intende far politica di espansione, né fare spedizioni militari neU' interno del!' Abissinia. Intende chiedere al Parlamento solo i mezzi occorrenti per la difesa della colonia, respingendo il nemico. Telegrafi al Govem.o se, per questi sol i obiettivi, occorrano altri rinforzi, oltre i prinù nove battaglioni e le tre batterie da montagna già in partenza, e quanti» ' ·
Dopo siffatta, inequivocabile, precisazione Mocenni avanzò l'idea di sostituire Baratieri, previo un abboccamento con Baldissera, il predesignato nuovo governatore. Naturalmente ne informò Crispi (21 dicembre), reiterando il giudizio su Baratieri: «Quest'uomo non mi ispira più fiducia e mi pare che egli non abbia più fiducia in se stesso». Se la persona prescelta (così si espresse nella lettera personale per Crispi) era d'accordo, l'avrebbe fatta imbarcare a Trieste. Crispi approvò senza esitazione 3• Dopo di ciò diventa inspiegabile il telegramma che egli spedì a B~m1tieri: «Dovresti conoscere le ... ?... del nenùco per poterti decidere se convenga fare una campagna offensiva o menerei sulla difensiva. Nel primo caso pensa che a noi è permesso il passaggio per Zeila senza però ivi fenuarci. Pei due sistemi a seguire bisogna deternùnare il numero degli uonùni a noi necessati. Per il caso di doversi limitare alla difensiva, giova stabilire la nostra Gibilterra. Deciditi; non perdere tempo» ".
Come era possibile porre un interrogativo su un disegno strategico, per di più comportante uno sbarco di truppe a Zeila, ad un generale di cui si stava concordando la inunediata sostituzione? Comunque nel contempo Mocenni, evidentemente poco convinto della concezione operativa esposta da Baratieri a Crispi il 13 dicembre, chiese ulteriori delucidazioni «nel caso cli poderoso attacco di una parte forze scioane Adigrat e di una contemporanea marcia di altre su Adua-Axum» ·' . Bm·atieri 1ispose a Crispi, cogliendo al volo l'occasione per ottenerne il beneplacito. La situazione avversaria fu prospettata in termini tranquillizzanti: ras Maconnen con 30-35.000 fucili ad est di Macallé, Menelik con 20-25.000 fucili verso il lago Ascianghi, il re del Goggiam con 12.000 fucili si dichiarava amico dell'Italia però .il suo atteggiamento era incerto. Tolti i presidi
' Ibidem, doc. 2 10. ' ibidem, doc. 211. Il testo del telegramma fu compilato da Sonnino, dopo l'esame del messaggio di Baratieri da parte del consiglio dei ministri. ' CCSM. Storia militare della colonia Eritrea, cit. , Il, p. I 05. ' Crispi a Baratieri in data 21.12. 1895, Libro Verde XXIII bis, doc. 212. 5 Mocenni a Baratieri in data 23.12.1895, ibidem, doc. 231.
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verso la frontiera sudanese, quelli intenù dell'Eritrea e quelli dell'Agamé, rimanevano disponibili ad Adigrat circa 10.000 uonùni. «Con tale forza - spiegò Baratieri - e data la situazione oltre Atbara, sono costretto a rimanere sulla difensiva, pmc decisamente preparando tutto per l'offensiva, che inizierò appena che si presenti l'occasione opportuna. Questa offensiva avrebbe per scopo immediato di disorganiuare l' esercito nemico, non difficile dopo un primo successo, quando gli scioani siano obbl igati ad un principio di ritirata. Colla forza e coi mezzi di cui disporrò quando siano giunti tutti i rinforzi ed i mezzi richiesti, l'offensiva potrà essere spinta energicamente sino a Ascianghi o poco oltre. Per procedere e conseguire l'obieuivo linale, cioè la soluzione della questione etiopica, sarebbero sufficienti le forze, ( ... ), oltre i mezzi che potrò anche provvedere man mano, avanzando però lentamente e sicuramente(...)».
Poi tcfccò un altro argomento. Caduta la possibilità di una dimostrazione a Zeila, avendo il governo brita111ùco limitato il suo consenso allo sbarco e transito di truppe da quel porto ma non alla sosta, Baratieri - in perfetta linea con il fermo monito del ministero di non effettuare spedizio1ù nell'interno dell' Abissinia - aveva pensato ad una penetrazione ... verso l 'Harar '. Questa, affermò, «sarà sempre utilissima per sciogliere la questione coloniale, e potrebbe essere potente spinta alla dissoluzione dell'esercito [abissino])). Naturalmente, la diversione in argomento (sei o sette battaglioni con un paio di batterie) non poteva essere orgatùzzata in Eritrea, ma pm·tire dall'Italia 2• Che dire di tutto ciò? Crispi lesse e replicò con un certo distacco: «Non dò consigli perché solamente il generale il quale si trova sul luogo può decidere qual possa e debba essere l'azione c he meglio a noi convenga. Posso però far riflettere che per una guerra offensiva voglionsi forze maggiori di quelle delle quali al presente noi possiamo disporre( .. . ). Domandiamo ci istruisca del vero stato delle cose e ci assicuri quale sia e debba essere la tua condotta. Non indugiare perché il tempo corre a beneficio del nemico»'·
A complemento di questa corrispondenza telegrafica, già di per sé più che eloquente, riportiamo una considerazione di Baratieri riferita proprio a quel periodo. Si tratta di una recriminazione nei confronti del governo: «Si voleva [da me] un piano preciso di operazioni con tendenza offensiva e magari con offensiva a fondo, là dove si dovevano affrontare tutte le incognite della guerra contro l'invasione. Così e non altrimenti si dovevano interpretare i telegrammi nell'ambiente nel quale erano compilati e spediti ad un generale in capo» 4 • Senza conunenti. Era Natale. Quel giorno Mocenni telegrafò a Crispi che Balclissera si dichiarava disponibile per il nuovo incarico; tuttavia, considerato il carattere di Baratieri, «giudicava pericoloso destituirlo in questo modo» per evitare che ciò «po-
' O. BARAT IER I, Memorie d'Africa cit., pp. 328-329. ' Baratieri a Crispi in data 24.12.1895, Libro Verde XXIII bis, doc. 241. ' Crispi a Baratieri in data 25.12.1895. ibidem, doc. 243. '0. BARATIERI. Memorie d'Africa cit., p. 336.
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tesse indurlo a commettere qualche atto precipitato e meno corretto». Dovevasi, infatti, tener presente, secondo Baldissera, che la campagna sarebbe potuta essere breve <<e forse più diplomatica che militare, potendosi verificare pronta ritirata abissina come accadde al Negus Giovanni e allo stesso Menelik nel gennaio 1890» 1• A dire il vero, il timore di un gesto inconsulto da parte di Baratieri sembra molto opinabile. Con il nemico che, oltrepassato l'Amba Alagi, si trovava ancora a 150 chilometri di distanza da Adigrat, non si vede quale mossa azzardata Baratieri potesse porre in atto con i suoi 10.000 uomini a po1tata di mano 2• Equesta situazione sarebbe durata fino a metà gennaio. Ad ogni modo Crispi concordò sulla battuta d'arresto: «Approvo che nulla si faccia» 3 • Tutto era incomprensibile. Restava al comando un generale nel quale non si riponeva più fiducia; si accarezzavano i suoi progetti di una guerra «risolutiva», ma espressa in termini generici, senza un calcolo delle forze, senza nemmeno una bozza di piano; si lasciava intatto un dissidio Baratieri-Arimoncli che poteva avere dannosissime conseguenze sulle operazioni; si spedivano più o meno alla rinfusa battaglioni su battaglioni in Africa senza avere idee chiare se sufficienti o meno e su come sarebbero stati impiegati; si accettava un discorso di guerra «risolutiva» quando nulla ancora veniva fatto in Eritrea sul piano logistico per consentire al crescente complesso di forze di vivere, muovere e combattere a centinaia di chilometri da Massaua; si accennava alla conquista dell'intera Abissinia senza neppure una valutazione sommaria di quel che comportava la sottomissione di un popolo bellicoso e indipendente da secoli. Maconnen con l'esercito dei ras vincitori all'Amba Alagi raggiunse Macallé il 16 dicembre, ma Menelik non arrivò in zona che il 6 gennaio 1896. E il mattino seguente ebbe subito luogo il primo attacco al forte, con l'ausilio di una quarantina cli pezzi di artiglieria (contro i quattro cannoni di Galliano). Fu nettamente respinto. Mocenni, sempre più allarmato per l'avanzata del negus, informò Baratieri di essere disposto a proporre in Consiglio dei ministri la spedizione di ulterio1i rinforzi e, allo scopo cli smuovere la reticenza del governatore, gli presentò la convenienza cli «profittare favorevole circostanza delle molte forze costì raccolte per fini rla, mandando quanto potesse ancora occorrere di truppe e mezzi». Beninteso, alludeva ad una vittoria che consentisse il definitivo possesso del Tigré e comunque prima voleva almeno «indicazioni sommarie» sul fabbisogno".
' Moccnni a Crispi in data 25.12.1895, CCSM, Storia mi/ilare della colonia Eri1rea cit., II, p. 105. ' O.A. 1v1ALLADRA, La battaglia di Adua cii., p. 21. ' Crispi a Mocenni in data 25. 12.1895, CCSM, Storia 1nilitare della colonia Eritrea cii., pp. 105-106. 'Mocenni a Baraticri in data 7 .1.1896, Libro Verde XXIfl bis, doc. 277.
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Dal canto suo Crispi, che in sede politica si sentiva accerchiato da un lato e isolato dall'altro, fremeva per l'ardente desiderio di un successo africano che potesse smorzare l'ondata di autentica avversione montante contro di lui. Indispettito contro Baratieri ed anch'egli dubitando un nuovo rovescio, telegrafò: «Il Governo ti ha mandalo quanto hai chiesto in uomini e in anni. Il paese aspetta un 'altra vittoria ed io l'aspetto autentica, tale cbe definisca per sempre la questione abissina. Bada a quel che fai. Ci va dell'onor tuo e della dignità dell'Italia nostra lo non ti chiedo il piano di guerra. Ti chiedo solamente che non si ripetano le sconfitte»'·
L'intimazione-sollecito non sembra abbia molto impressionato Baratieri, il quale cominciò a rispondere proprio al presidente del Consiglio. Come al solito, il dispacd o ebbe tono fiducioso e retorico: «Meriterei biasimo, sfiducia, condanna, se avessi chiesto meno truppa, quantità possibile vettovaglie, per ottenere massimo effettivo possibile presente situazione. Finora tenni con successo difensiva, perché sarebbe stato pazi,ia affrontare sperimento prima che gi unga dupljce rinforzo Itali a. Confido che nemico rinfonato da Meneli.k muoverà innanzi. ovvero di fianco. Allora opererò con forze riunite in modo da avere successo, dal quale cercherò trarre massimo profiuo non avendo altra vitalità, altro pensiero che onore e decoro patria» ' ·
Fra pochi giorni si avrà modo di vedere quanta base abbia il proposito sventolato davanti a Crispi. Nella risposta a Mocenni, invece, per la prima volta venne sollevato il velo su un altro serio problema, fino allora lasciato in ombra: quello logistico. Bm·atieri affermò tranquillamente che nell'attuale situazione non aveva e non chiedeva altre truppe «tenuto conto del mass.imo che è possibile nutrire data la scarsità preparazione». La difficoltà di alimentare il corpo di operazioni lungo aspri sentieri, con un insufficiente numero di quadrupedi, senza la costituzione preventiva di magazzini avanzati con adeguate dotazioni, erano «infinite», «cosicché il numero anzi che giovare oltre certi limiti potrebbe essere imbarazzante». In sostanza: era sicuro di poter battere gli scioani «riuniti o divisi» e, dopo il successo, di poterli inseguire sì da disorganizzarli. Per la campagna a fondo, invece, occorreva una preparazione (a cura del governo, naturalmente) di qualche mese (ma guanti?) e forze convenienti (ma quante?) 3 . Mocenni informò subito Crispi delle ragioni addotte dal governatore, ragioni evidentemente ritenute poco convincenti, perché propose di spedire a Massaua altri l.000 uomini, a titolo di rassicurante riserva 4. Non è chiaro perché, se esisteva un problema di viveri, queste truppe non dovessero aggravarlo, comunque Crispi approvò senza discutere 5.
'Crispi a Baratieri in data 7.1.1896, ibidem, doc. 278. 'Baratieri a Crispi in data 8.1 .1 896, ibidem, doc. 281 . ' Baratieri a Mocenni in data 8.1.1896, ibidem, doc. 282. ' Mocenni a Crispi in data 4.1.1896, ibidem, doc. 286. ' Crispi a Moccnni in data 9.1.1896, ibidem, doc. 287.
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L'avviso della prossima partenza dall'Italia di un nuovo blocco di cinque battaglioni e tre batterie destò un rinnovato entusiasmo in Baratieri. Con questi reparti, che in Eritrea «potrebbero non essere di gran giovamento» sul piano operativo e per contro avrebbero costituito un aggravio logistico, perché non dar corso alla già accennata spedizione a Zeila? In un paio di settimane Harar era raggiungibile da Zeila ed il vettovagliamento e l'acquisto di cammelli sul posto non presentavano difficoltà, a quanto 1iferito. Se il governo era d'accordo, egli si sarebbe premurato di dare il via alle predisposizioni 1• Crispi si affrettò a gettare acqua sul fuoco: «Convengo dell'utilità diversione sopra Harar. Vi ha però una difiicoltà diplomatica che bisogna evitare. l1 governo inglese esige un accordo nostro con Francia e conoscenza dei particolari della nostra spedizione. Queste condizioni rendono illusorio permesso sbarco nostro a Zeila. Ciò posto, bisogna valersi di una via che non incontri sfere d'influenza iuglese e di Francia. Questa via sarebbe Assab, lunga e difficile. Panni inoltre necessario che il corpo di spedizione sia composto di indigeni e di bianchi, e non meno di seimila uomini» ' .
Poteva anche aggiungere che tutte le polemiche apparse sui giornali a proposito della supposta intenzione italiana di occupare Zeila per poi puntare sull'Harar avevano ottenuto un risultato contrario a quello voluto, al.meno per quanto riguardava Maconnen. Il ras, infatti, irritato per la minaccia esercitata su un territorio sotto il suo domfoio, si era ancor più stretto a Menelik ' . Nel frattempo, non soltanto il governo, ma l'intera Italia, si può dfre, seguiva con apprensione la difesa di Macallé. Così, quando Menelik - desideroso di non farsi bloccare in zona, turbato per le pesanti perdite che stava subendo ed ignaro che la guarnigione si trovasse agli estremi per mancanza di acqua - offrì libertà al presidio di raggiungere Adigrat con anni e bagagli, con la sola condizione di avviare trattative di pace, la notizia venne accolta con gioia. li 21 gennaio Galliano uscì per ultimo dal forte. La resa fu salutata in pat1ia quasi si trattasse di una vittoria, ma l'effetto dello sgombero di Macallé fra i nostri ascari fu in generale penoso e se ne avvantaggiò il prestigio del negus ... Anziché proseguire in direzione di Adigrat, Menelik prese la strada verso nord-ovest, in direzione di Adua, passando per Hausièn (una cinquantina di chilometri da Adigrat). Offriva il fianco destro all'offesa italiana. Come è naturale,
' Baratieri a Crispi in data 15.1. 1846, ibidem, doc. 314. ' Crispi a Barntieri in data 17.1.1896, ibidem , doc. 317. ' CCSM, Storia militare della colonia. Eritrea cit., II, p. 81. Cfr. G. MONDAINI, Manuale di STO· ria e legislazione coloniale cit., p. 114, nota 4, e 115, nota 1. U desiderio di aprire un «secondo fronte>>spinse all'invio ad Assab del colonnello PittaJuga con un battaglione ed una batteria «per preparare una linea d' operazioni secondaria attraverso I' Aussa» (Mocenni a Blanc in data 5.2. 1896, Libro Verde XXIII bis, doc. 395). Un ripensarnent(l quasi inunediato, dovuto all'opposizione di Primera110, fece abbandonare il progetto e la spedizione rimase a Massaua a disposizione di Baratieri (Moceru1i a Baratieri in data 9.2.1896, ibidem, doc. 415). ' C. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., p. 263.
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Crispi e Mocenni, che vedevano verificarsi proprio una delle ipotesi indicate da Baratieri per ottenere il successo, sollecitarono con jrnpazienza l'iniziativa tanto attesa. Ma inutilmente. Baratieri spiegò che le circostanze «obbligano alla massima prudenza, per non compromettere l'esito finale, vigilando per trar profitto ogni suo [= di Mene Iik] errore» '. Il negus aveva ancora seco iI battaglione Galliano 2 e questo costituiva una remora, ma soprattutto il terreno rotto e scoperto mal si prestava al rapido movimento, inoltre pesava la scarsa disponibilità di quadrupedi ed era manifesta la sproporzione delle forze. Per obiettività, bisogna ammettere che tali motivi erano validissimi, tuttavia occorre anche riconoscere che l'intenzione di Baratieri di gettarsi vittoriosamente sul fianco del nemico era non soltanto Nelleitaria, perché priva di un serio esmne dei fattori del problema operativo, ma addirittura temeraria in quelle contingenze. La mossa del negus, qualunque scopo di ripromettesse, modificava radicalmente la situazione strategica. Portandosi ad Adua, Menelik si poneva in grado di passare il Mareb indisturbato puntando su Adi Ugri, e, molto più pericolosamente per noi, minacciava di dirigersi su Mai Maret ed entrare nel I' Acchelé Guzai alle spalle del corpo italiano. La sera del 31 gennaio 1896, in un rapporto tenuto al fotte di Edagà Hamùs (una decina di chilometri a sud-est di Adigrat), Baratieri, appoggiato dal nuovo capo di Stato Maggiore, colonnello Valenzano, espose l'intenzione di inseguire il nenùco, della cui partenza da Hausièn era appena pervenuta notizia. Il colonnello Albertone ed il generale Dabormida 3 lo convinsero che la decisione si sarebbe tradotta in una puntata nel vuoto, considerati i rapporti di distanza e la maggiore velocità di marcia degli abissini, ed invece sostennero la necessita di portarsi nell'Entisciò, fronte ad ovest, sì da sbarrare la strada per l' Acchelé Guzai. Dopo alcuni movimenti intesi a contrastare le reciproche manovre, i due avversm'i, ormai fronteggiantisi, si fermarono. Il 13 febbraio il corpo d'operazioni italiano, superata la conca di Entisciò, si appoggiò alle alture di Saurià, fronte ad occidente, e su questo allineamento montano si sistemò a difesa e rimase sino al 29 febbraio. Gli abissini, sfumata la riuscita dell'aggiramento, sostm·ono con gli accampamenti a pochi chilomeui dalle nostre linee.
' Baratieri a Mocenni in data 30.1.1896, Libro Verde XXlll bis, doc. 372. ' ll battaglione Galliano fu «scortato» dal!' esercito abissino fmo ad Hausièn ufficialmente per proteggerlo da irregolari abissini , probabilmente anche quale cautela, se non proprio a titolo di ostaggio, contro attacchi italiani. Ad Hausièn venne lasciato in libertà e raggiunse Adigrat il giorno successivo. ' In gennaio arrivarono quasi tutti gli ufficiali di grado e le vato destinati ad assumere il comando delle costituende brigate e dei reggimenti di fanteria. I primi del mese sbarcò a Massaua il generale Lamberti, poi nominato (16 gennaio) vice governatore, rendendo disponibileArimondi. Si presentarono ad Adigrat, in successione: il colonnello Valenzano (7 gennaio); il colonnello Albertone (9 gennaio) in attesa della promozione a generale, che arriverà il 18 febbraio; il generale Dabonnida (28 geruiaio). L'ultimo a giungere fu il generale Ellena, che si presenterà al campo di Saurià il 17 febbraio.
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Intanto il governo, cioè Crispi, aveva preso di petto la situazione. Se il ministero della Guerra si preoccupava per le sorti di Macallé e s.i affannava ad approntare sempre nuovi reparti eia inviare in Eritrea, il ministero degli Esteri non era da meno ed agiva lungo due linee di azione indipendenti (ma non del tutto). L'una concerneva lo sviluppo delle operazioni in Africa per la conclusione militare della vicenda etiopica; l'altra, La prosecuzione dello sforzo diplomatico per la conclusione politica della stessa vicenda. Chi si aspettasse chiusa senza appello l'idea di aprire nuovi scacchieri in Abissinia rimarrebbe stupitissimo nel constatare che, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali e del voto della Camera, nonché della situazione complessiva, Crispi e Blanc accarezzavano un ampliamento strategico della guena. A metà gennaio l'ufficio coloniale del ministero degli Esteri presentò ad entrambi una ponderosa memoria, di cui è sufficiente riportare il preambolo per illustrarne tono e fini: «Dato lo stato presente delle cose in Etiopia, e l 'obbligo morale che ha l'Italia di non abbandonare le posizioni g ià occupate, quindi di tenere il Tigré, per assicurare questa occupazione ed impedire futuri ed inevitabili ri torni offensivi per parte degli abissini, non vi sono che due soluzioni razionali: 1°, o si spinge l'occupazione a sud della linea Debra Tabor-Magdala; 2°, o si occupa l'Harar ( .. .)» '.
Oltre alle due soluzioni «razionali», ne erano «escogitate» altre due, e precisamente: una spedizione da Assab allo Scioa, passando per I' Aussa ed Ancober; oppure da Assab ad Harar, sempre passando per 1' Aussa 2• Tirando le somme, veniva proposta come «la soluzione nùgliore, se non pure l'unica possibile» la spedizione da Zeila all'Harar, con un corpo di 9.000 uonùni e 18 pezzi da montagna, ed una spesa di undici milioni per un anno, più altri quatu·o per eventuali maggiori spese 3 • Quanto alle trattative di pace richieste da Menelik, l'atteggiamento italiano era indubbiamente condizionato dal desiderio politico di arrivare ad una conclusjone che in qualche modo potesse pareggiare i due insuccessi dì Amba Alagi e Macallé, unica maniera di calmare l'eccitazione nazionale. Tuttavia a Roma si era perso il senso della realtà. Mentre Menelik procedeva verso Hausièn, Baratieri chiese lumi sul contegno da adottare circa le trattative di pace e il 28 gennaio Blanc, che non faceva mistero della sua diffidenza verso il negus, espresse assoluta fiducia nelle anni italiane: «Allo stato delle operazioni militari e prima che l'Itali a abbia riportato una vittoria sul nemico, il Governo del Re non vede che si possa seriamente trattare ed ottenere condizioni utili e che assicurino la nostra posizione in Eti(lpia per l'avvenire. Noi abbiamo bisogno di risolvere la questione
' Libro Verde XXIII bis. doc. I ll .
'Ibidem, pp. 194- 195. ' Ibidem, pp. 196-197.
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in modo che non si ripetano annualmente le ostilità e che le io gerenze a noi avverse non possano più applicarsi a provocarle periodicamente» 1•
Qualche giorno dopo la fiducia dovette sembrare un po' troppo assoluta, perché Mocenni intervenne. Il governo, egli telegrafò, cominciava ad essere «preoccupato delle proporzioni crescenti che, a quanto pare, va assumendo guerra etiopica», perciò era giunto nella determinazione di mandare a Massaua altri 8.000 uomini cli fanteria con relative artiglierie, salmerie e servizi, per costituire una grossa riserva 1 . Questa volta Baratieri non sollevò obiezioni di sorta ed elencò un dettagliato fabbisogno per le truppe e per l'lntenclenza, ormai in funzione 3• Nello stesso tempo Crispi autorizzava a prendere contatto ad referendum con Me1ielik per l'eventuale raggiungimento di una composizione pacifica della vertenza. Però le condizioni sulle quali Baratie1i doveva, in linea di massima, basarsi erano francamente inaccettabili. Il desideratum, trasmesso a parte da Blanc, comprendeva diciotto punti. È sufficiente riportare i primi due per rendersi conto trattarsi di un vero e proprio diktat, concepibile soltanto nel caso di un'Etiopia vinta e schiacciata: «l. ll negus e tutti i ras capi di provincia riconoscono l' intero Tigré come territorio italiano sottoposto alla sola diretta sovranità del Re d'Italia e ciò fino ad Ascianghi e il corso del Tacazzé. 2. Il negus e tutti i ras riconoscono l'Etiopia, ali' infuori del Tigré e compreso l'Harar e tuttele altre dipendenze, coma sottoposta al protettormo italiano e alJ'alta sovranità del Re Umberto e suoi stwccssori».
Si aggiunga: contatti con l'estero unicamente tramite l'Italia; truppe solo nella misura consentita daU'Italia; nomina dei ras solo quando approvata dall'Italia; sudditi italiani abitanti o di passaggio in Abissinia giudicati solo dall'Italia; contese fra il negus ed i ras arbiu·ate dall'Italia, e così via. Dulcis in fundo: «li Governo italiano assicura al negus X e ai suoi legittimi successori il trono». La X voleva indicare che il governo italiano non stava a sottilizzare se un alu·o capo abissino avesse preso il posto di Menelik ". Probabilmente rendendosi conto deUa eccessività delle clausole, Crispi volle dar prova di ... moderazione ed indicò le condizioni minime da ottenere: «(. ..) il possesso definitivo per l' Jtalia <lei territori occupati in agosto 1895, lineaAdigrat-Adua e riconfem1a trattato di Uccialli. Chieda anche occupazione temporanea Macallé e Amba Alagi».
Blanc a Baratieri in data 28.l.1896, ibidem, doc. 364. ' Mocenni. a Blanc in data 3.2.1896, ibidem, doc. 388. ' Baratieri a Mocenni in data 6.2.1896, ibidem, doc. 397. 'Blanc a Baratieri in data 18.1 .1896, ibidem, doc. 320. La conoscenza dei capi abissini era tale che Blanc suggerì di «far sapere a ras Mangascià, a Tecla Haimanot, come a ras Maconnen, le nostre disposizioni a loro riguardo», beninteso usando anche «mezzi finanziari segreti, cosl efficaci nelle guerre africane» (Blanc a Baratieri in data 13.2.1896, ibidem, <loc. 422). 1
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E poi dette al governatore il consiglio di guardarsi dalle insidie e la direttiva di non sospendere le ostilità che nel solo caso di utilità per l'Italia'. Il giorno successivo tornò alla carica con un nuovo incitamento a mostrare fermezza nelle trattative o nella lotta: «Ottenni dai nliei colleghi che ti si spediscano altre due brigate e tu!lo ciò che avevi domandato. Ricordati che Amba Alagi e Macallé sono due insuccessi militari, quantunque gloriosi; che sono nelle tue mani l'onore dell'Italia e quello della Monarchia»'·
Baratieri si persuase subito dell' assurdità del desideratum di Blanc ed incaricò il maggiore Salsa di recarsi da Menelik per esporre le condizioni minime. Naturalmente Menelik rifiutò sdegnosamente, invitando anzi a ripiegare a nord della linea Mareb-Belesa e chiedendo una radicale modifica del trattato di Uccialli 3. Questo significò l'interruzione dei rapporti che potevano condurre ad una sol.uzione pacifica del contrasto fra Italia ed Abissinia. Peraltro Blanc, personalmente poco propenso ad un irrigidimento sul protettorato da imporre ali' Abissinia, cercherà una via d'uscita telegrafando a Baldissera - ancora in viaggio verso Alessandria d'Egitto - che, a suo modo di vedere, l'impegno assunto da MeneLik di non concedere né protettorato né territori ad altre Potenze «manterrebbe intatta la posizione da noi presa alla Conferenza di Bruxelles», cioè sarebbe stato sufficiente a garantire gli interessi politici italiani in Etiopia. Pur convinto di questo, Blanc evidentemente non osava affrontare da solo C1ispi, perché chiuse il messaggio con un significativo: «E quando Ella proponesse ciò, l'appoggerei in Consiglio dei Ministri» ". Ma il messaggio fu tardivo. La sera del 12 febbraio giunse al Comando italiano la notizia del passaggio al nemico di due capi locali molto influenti nella regione, ras Sebath e degiac Agos Tafm-i, con le loro bande. L' episodio, di cui si intuì subito la pericolosità, fu interpretato come «il segnale dell'attacco degli scioani» 5 e Baratieri ordinò cli portare immediatamente lo schieramento sulle alture di Sauria, già occupate eia• Crispi a Baratieri in data 8.2.1896, ibidem, doc. 406. «Il governo autorizzò ad entrare in trattative - scrisse Salsa al fratello il 13 febbraio - , ma ponendo condizioni tali che era evidente non si sarebbe potuto venire ad una conclusione» (E. CANEVARI e G. COMJSSO, Il generale Tommaso Salsa cit., p. 288). il telegranuna a Baratieri fu inviato dopo una «lunga, vivacissima, quasi violenta discussione» in un «tempest.osissimo» consiglio dei ministri, nel corso del quale Sonnino, ministro del Tesoro, appoggiato da Saracco (Lavori Pubblici) e da Mori.J1 (!'.farina), chiese a Crispi, invano, che venissero detem1inati gli obiettiv i della nostra azione iJ1 Abissinia da indicare a Baratieri (S IDl\"F.Y SONNINO, Diario 1866-1912, Laterza, Bari 1972. pp. 214-236). ' Crispi a Baratieri in data 9.2.1896, ibidem, doc. 411. ' Baratieri a Blanc in data 13.2.1896, ibidem, doc. 426. Cfr. diario capitano Bassi in E. BELLAVITA, La battaglia dì Adua cit., p. 548. ' Blanc a Balclissera in data 27.2.1896, ibidem, doc. 482. Si tenga presente che nella seduta alla Camera del 19 dicembre 1895 Crìspi aveva defoùto il trattato di Uccialli come «uno degli atti che fanno onore alla politica italiana>>, e dichiarato che uno dei motivi per cui Menelik non voleva riconoscerlo era la non accettazione della clausola vietante la tratta degli schiavi. ' Diario capitano Bassi in data 13.2.1896, in E. BELLAVITA, La battag lia di Adua cit., p. 548.
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gli avamposti. Per converso, questa mossa ed iJ fallimento delle trattative destarono negli abissini il sospetto di un i.nuninente attacco italiano. Il negus fece battere i suoi negarit e nella mattinata del 13 una massa valutata a circa 50.000 ~u-mati uscì dagli accampamenti ed invase la piana di Ghendapta. Gli elementi avanzati erano ad un paio di chilometri dalle linee italiane. Così i due avversm·i si fronteggiarono sino alle 14. Poi, all'improvviso, gli abissini comincìarono aritirarsi ed in tre ore la piana si vuotò. A quanto pare, all' iniziale decisione di dar battaglia, subentrò un ripensamento di Menelik dopo la visita dei due capi disertori, che lo dissuasero dal prendere cli petto la sistemazione difensiva italiana e lo convinsero che molto più efficace ed economica sarebbe stata Ja loro azione sulle retrovie italiane coll'interrompere le linee telegrafiche e l'ostacolare i rifornimenti 1• In effetti, poiché le forze dei due capi raggiunsero presto i 1.500 fucili, la minaccia alle spalle rese necessario distogliere trnppe dal campo di Saurià. I prirni risultati dell'inevitabile insurrezione dell' Agamé a favore di ras Sebath non tardarono. Nei giorni 14-16 febbraio sui due colli di Sehetà e di Alequà, per i quali passava I.a linea di tappa Adigrat-Saurià, si verificarono alcuni scontri in cui drappelli italiani furono sorpresi e battuti, riportando sensibili perdite 2• Il 17 il controllo dei due colli veniva ripristinato, ma J' accaduto preoccupò. Fu per l'appunto in relazione a questa circostanza che Crispi indirizzò a Baratieri il famoso telegramma della «tisi militare» sul quale ritorneremo. Intanto Mocenni, sempre più inquieto, chiese a Baratieri di esporgli senza reticenze il suo apprezzamento sullo stato di cose creato dalla diserzione di ras Sebath e di Agos 1àfm·i e dall'accentuata rivolta nell' Agamé, dichiarandosi prontissimo ad ennesimi aiuti .1. Il quadro fornito da Baratieri mostrò per la prima volta un orientamento ad arretrare le truppa su posizioni in migliori rapporti di sicurezza con le retrovie. L'orientamento era affiorato sin dalla notizia della defezione di ras Sebath, ma subito abbandonato non ravvisando la situazione tanto grave e d' altronde avendo dislocato reparti a salvaguardia della linea cli operazioni. Qualora la rivolta dell' Agamé avesse assunto proporzioni allmmanti, si fosse estesa all' Acchelé Guzai ovvero si fosse manifestato un pericolo incorn-
' C. CONTI Ross1N1 , Italia ed Etiopia cit., p. 285. ' Baratieri a Mocenni in data 21.2. I 896, Libro Verde XXIll bis, doc. 453 e in data 23.2. I 896, ibidem, doc. 464. Salsa scrisse al fratello: «( ... ) Chissà quale penosa impressione avranno prodotto le notizie dei piccoli scontri avvenuti intorno ad Adigrat! L'ebbimo anche noi penosissima, tanto più che se si fosse usata un po' più di prudenza, e si fosse avuta negli ufficiali (tutti nuovi) un po' più di esperienza, le cose sarebbero andate diversamente. Bisogna anche confessare che quei reparti erano anche formati con elementi scadentissimi( .. .). Abbiamo avuto così molte vittime che si potevano risparmiare( ... )» (E. CANEVARI e G. COMISSO, Il generale Tommaso Salsa cit., p. 293). j Mocen ni a Baratieri in data 20.2.1896, Libro Verde XXlli bis, doc. 452. [I giorno innan.r.i Primcrano aveva dichiarato urgente la spediz ione di altri dodici battaglioni, possibilmente tutti insieme (AUSSME, Fondo Corrispondenza del Cmpo dì S.M., racc. 49, I).
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bente sul campo cli Saurià, Baratieri si sarebbe risolto «per una posizione più arretrata verso Adi Cajèh, dove farei radunata ancora ultimi rinforzi in viaggio», rinforzi che avrebbero portato al limite massimo dei rifornimenti le forze mobili operanti in Eritrea 1• La risposta di Baratieri destò a Roma una pessima impressione ed il Consiglio dei ministri si trovò concorde nello stabilire il 1ichiamo del governatore, ritenuto privo di una chiara visione della gravità delle circostanze, e l'invio immediato, ma segreto, cli Balclissera a sostituirlo 2 • Il motivo delle segretezza risiedeva nel timore cli un gesto avventato di Baratieri, timore già preso in considerazione nel dicembre 1895. Il nuovo governatore in pectore si imbarcò sotto altro nome il 23 febbraio a Brindisi su un piroscafo britannico. Il 24 Mocenni avvisò Baratieri della prossima partenza (26 e 29 febbraio) di un nuovo contingente costituito da sei battaglioni di fanteria, quattro di alpini, due cli bersaglieri, quattro batterie, una compagnia del genio, con i relativi servizi nonché una riserva di nùlle muli: in sostanza, una divisione \ Il giorno dopo mandò un altro telegramma, ma questa volta indirizzato al generale Lamberti, il vicegovernatore. I giornali in Italia stavano pubblicando le voci dell'imminente sostituzione di Baratieri; se qualche telegramma indiscreto fosse pervenuto a Massaua occorreva sequestrarlo «essendo indispensabile che serenità animo comandante non abbia essere turbata» -'. Proprio in quel mentre Crispi spediva a Baratieri il dispaccio che da molti fu considerato come causa non ultima della decisione che condusse alla battaglia di Adua: «Codesta è una ti si militare, non una guerra; piccole scaramucce nelle quali ci troviamo sempre inferiori di numero dinanzi al nemico; sciupìo di eroismo senza successo. Non ho consigli a dare perché non sono sul luogo, ma constato che la campagna è senza un preconcetto e vorrei fosse stabilito. Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l'onore dell'esercito ed il prestigio della Monarchia» ' ·
Osserviamo subito che l'accusa di «tisi militare», chiaramente provocata da uno scatto di nervi, è senza dubbio riferita agli episodi di Sehetà e cli Alequà. Baratieri commentò che «il rimprovero era cocente, la spinta crudele per un generale( ... ) il quale da tante settimane, resistendo a tutti gli eccitamenti, arrestava la invasione alla frontiera dell'Eritrea» 6, lasciando così intendere di aver ricevuto un'inopportuna :;pinta all'offensiva. In realtà, per quanto fuori luogo, il dispaccio di Crispi non sembra affatto un sollecito ad attaccare. Quanto al rimprovero che la campagna fosse «senza un preconcetto» era la pura verità, e il desi-
1 Baratieri a Mocenni in <lata 21.2.1896, ibidem, doc. 457. ' Mocenni a Baratieri in data 24.2.1896, ibidem, doc. 471. ' F. CRISPI, La prima guerra d 'Africa cit., p. 398. 'C. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia. cii., p. 300. 5 Crispi a Baratieri in data 25.2.1896, Libro Verde XXIII bis, doc. 477. 6 0. BARATCERJ, Memorie d'Africa cit., p. 354.
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de1io che detto «preconcetto» venisse stabilito era più che legittimo. Pjuttosto, assai meno comprensibile è l'accenno alla necessità di stabilire un piano di campagna quando chi doveva prendere le redini della guerra era già in navigazione verso Alessandria! Si voleva forse contribuire ad allontanare in Baratieri il sospetto o il timore della sostituzione? Secondo Palamenghi-Crispi, con quella frase si volle «mettere il Baratieri in condizioni di apprezzare esattamente i motivi della sua prossima sostituzione» ', ma è un discorso per nulla convincente, non foss'altro perché Baldissera portava seco una lettera che spiegava le ragioni del provvedimento 2• In questo periodo nel Tigré gli eventi si succedevano senza, a dire il vero, indicare' l'inevitab.ilità della battaglia. Nella notte sul 23 il Comando del corpo d'operazioni venne a conoscenza del ritiro di Menelik nella conca di Adua e di un movimento etiopico verso il Mareb. Sicuramente il messaggio di Crispi non aveva lasciato indifferente Baratieri, tanto più che, secondo molte testimonianze, non ignorava il mormorio critico nei propri confronti circolante nel campo. Il suo prestigio era sceso ai minimi termini ed il logorio psico-fisico non lo aiutava a superare il delicatissimo momento 3• Egli stesso ammise, più tardi, di essersi trovato in difficilissimo frangente: «Il Generale era irrcsolmo, era inerte, lasciava dubitare della sua capacità. E le voci crescendo divennero corrente ( .. .) . I telegrammi riservati e confidenziali del Presidente del Consiglio, con grave danno della mia autorità sulle truppe in Africa, fecero il giro della stampa oltre un mese prima che fosse decisa la rnia sostitu,:ione, mentre non erano pubblicati i miei rapporti ufficiali che giustificavano pienamente la rnia condotta ad Amba Alagi e mentre si voleva lo sfratto dei giornalisti dall'Eritrea,, ·1•
Sempre secondo Baratieri, il suo disegno era lineare e conosciuto: «aspettare sulla difensiva, finché un attacco dei nemici contro di noi in buona posizione, o la divisione ed il disaccordo, o lo scemato loro numero per mancanza di vettovaglie od altro, ci prestasse il destro all'offensiva. Frattanto il massimo ardimento doveva essere quello cli preservare la colonia dall'invasione, trattenendo le ostilità alla frontiera» 5• Quanto meno bisogna ammettere che la concezione operativa prescindeva, arbitrariamente, da lunghezza e sicurezza della linea di rifornimento, nonché dall'intero problema logistico; e che il secondo intento enunciava un proposito astratto. E, in quelle circostanze, lo stesso 23 febbraio, Baratieri diramò l'ordine di ripiegamento, un ordine, lo si noti, dettato da motivi tattici e non logistici:
' F. CRJSPr, La prinw Guerra d 'Africa cit., p. 398, nota 1. 'CCSM, S1oria militare della colonia Eritrea cit., Il, n. 106. ' Diario capitano Bassi in data 26.2 .1896, in E. BELL,W JTA , La battaglia di Adua cit., pp. 55 1554.
, o. B ARATIERJ, Memorie d 'Africa cit., pp. 340-341. i
Ibidem, p. 341.
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«Ieri il nemico si è trasportato in Adua, rompendo il contatto con le nostre truppe. l.n seguito a questa mossa ho deciso di spostare il corpo di operazioni verso Dedradamo [= Debra Damo, una quindicina di chilometri a nord-est di Saurià]. Oggi alle 13 partiranno le salmerie( ... )» 1 •
La determinazione suscitò uno spiccato e diffuso malumore, tanto che i brigadieri se ne fecero interpreti presso Baratieri. Davanti a simile manifestazione di dissenso, ed anche in seguito alla segnalazione che non tutte le fo1mazioni abissine erano ripiegate su Adua, egli tornò sulla decisione, arrestando il movimento già iniziato. Anche se il contrordine fu accolto dalle truppe con soddisfazione, l'episodio non tornò certo a favore del comandante in capo, tanto più che, sempre nello stesso giorno, egli si lasciò indurre ad una iniziativa letteralmente agli antipodi: una ricognizione offensiva da effettuare il giorno successivo, con quattordici battaglioni spinti a qualche chilometro dalle posizioni di Saurià. Lo scopo era di raccogliere notizie più precise sugli abissini, riconoscere la piana di Ghendapta, battere eventualmente qualche distaccamento nemico ancora in zona. Il risultato fu nullo 2 e pmtroppo non giovò nenuneno ad acquistare elementi di conoscenza ciel terreno che sarà attraversato nella notte sul 1° marzo. I due eserciti si trovavano adesso ad una cinquantina di chilometri di distanza, nei rispettivi campi, separati da una fascia di aspro e intricato ambiente montuoso. Avevano problemi simili Ricevettero iniezioni di fiducia simili. Menelik disponeva di un imponente esercito, la cui consistenza, valutata in termini assai diversi a seconda delle fonti, può considerarsi compresa fra gli 80.000 ed i 130.000 fucili, con un'indicazione massima di 150.000 amiati. A costoro occon-e aggiungere una moltitudine cli almeno 80.000 donne, ragazzi e servi 3 • Una massa di tale entità si trovava in condizioni decisamente cattive e non poteva protrarre a lungo il soggiorno in una regione percorsa e devastata dalla guerra, insufficiente ormai a fornire viveri e bestiame nella misura necessaria. Cominciavano a manifestarsi epidernie. L'eccessiva, anormale, durata della campagna creava difficoltà di ogni genere. Molti erano i capi desiderosi di tornare alle rispettive sede stanziali e l'autorità di Menelik, pur sempre indubbia, cominciava a risentire degli attriti affioranti. Il morale però si rialzò non appena giunse la notizia che gli insorti dell' Aussa erano stati battuti e disfatti ". Baratieri aveva in colonia 25.000 bianchi e 20.000 indigeni complessivamente. Di questi, 14.000 bianchi e 6.000 indigeni, con 52 cannoni, formavano il corpo d'operazioni, articolato in tre brigate nazionali ci• Arimondi, 2• Dabormi-
' E. BELL,WfrA, La battaglia di Adua cii., p. 311 . 'Bellavita afferma che la sera del 24 sulle posizioni raggiunte nella piana di Ghendapta furnno accesi numerosi fuochi «allo scopo di indur re il nemico a credere che colà si sarebbe pernottato per riprendere la marcia su Adua il mattino appresso» (ibidem, p . 3 13). ' c. CONTI RosSJNI, Italia ed Etiopia cit., pp. 340-342. ' TI 26 febbrnio Mocemù chiese a Primerano un parere sulla proposta del nùnistero degli Esteri di un intervento nell' Aussa, ma tre giorni dopo iJ capo di Stato Maggiore si espresse in tono recisamente negativo: tutto doveva esser rivolto alla «grossa guerra c he si comballe nel Tigré» (AUSSME, Fondo Corrispondenzw Corpo di S.M., racc. 49, I).
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da e 3• Ellena) ed una indigeni (Albe1tone). Il rimanente forniva i vari presidi (dieci battaglioni) o si trovava in corso di riordinamento fra Massaua ed Asmara (undici battaglioni). Erano in navigazione ed attesi a Massaua fra il 1° ed il 3 marzo altri 4.500 uomini. In Italia, poi, si preparava l'imbarco, dopo il 10 marzo, di ulteriori 9.000 uomini 1• Ciò significa che tre settimane più tardi Baratieri avrebbe potuto contare su non meno di 40.000 uomini per le operazioni di campagna. Purtroppo l'aspetto logistico presentava vistose pecche. Il vestiario e l' equipaggiamento, non soltanto delle trnppe già da tempo in Eritrea, ma perfino cli quello di recentissimo arrivo, lasciavano penosamente a desiderare; in tema di armamento, tra i reparti inviati dall'Italia aveva destato cattiva impressione la sostituzione, prima cieli' imbarco, del nuovo fucile '91 con il relativamente vecchio Wetterly di cui erano dotate le truppe cl' Africa, per non dover provvedere ad un doppio murùzionamento; la disponibilità dei materiali cli artiglieria e del genio era molto limitata, e quella del materiale di sanità addirittura irrisoria. Le manchevolezze peggiori si riscontravano nei trasporti, proprio nel «servizio dei servizi». Fin quando aveva funzionato la base di Adigrat, che peraltrn «nessuno aveva pensato a rifornire come se fosse inesauribile 2, non si erano lamentati inconvenienti di rilievo; ma con lo spostamento del corpo d'operazioni a Saurià ed il conseguente trasferimento dell'Intendenza a Mai Marèt, serv.ita dall'itinerario Massaua/Asrnara-Adi Cajèh-Senafé, l'intera organizzazione entrò in crisi ,. li logorio dei quadrupedi risultava enonne; muli, muletti e cammelli morivano a centinaia per L'eccessivo lavoro, per il percorso di sentieri impervi, per la mancanza di riposo e di cure; i conducenti ed i cammellieri tendevano a sottrarsi ad un compito faticoso ed ormai anche pericoloso per le incursioni degli insorti. Insomma, l'Intendenza si trovava pressoché al punto di non essere in grado di risolvere il suo problema 4 • È vero che il IO marzo cominciava l'invio dall'Italia di 3.000 muli e l.500 conducenti; è vero che l'impresa appaltatrice dei trasporti stava procedendo ad altri acquisti di cammelli, ma occorreva superare due o u·e settimane. Tuttavia, a dispetto della precarietà dei 1ifomimenti, è unanime il riconoscimento dell' elevatissimo morale delle truppe a fine febbraio, probabilmente anche grazie alla notizia dei cospicui rinforzi in corso cli sbarco a Massaua o di prossima pmtenza dalla madre pau'ia, nonché dalla seria batosta infl itta a ras Sebath da una colonna inviatagli contro.
' CCSM, Storia militare della colonia Eri/rea cit. , li, pp. 96 e LOO. Adua, in «Echi e commenti» del 5 marzo 1928, p. 2. 'Per .le difficoltà del servizio traspo11i vds. CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., Il, pp. 100-103. Da tener presente che l'occu pazione di Adua avrebbe nùgliorato notevolmente il problema dei rifomimcnti, perché avrebbe reso possibile l'utilizzazione dell'itinerari.o Adua-Adi UgriAsmara, più breve e molto più agevole; vds. O . BARATIERI, Memorie d ',Vrica c it., p. 162). ' 1 rapporti di distanza erano i seguen ti: Massaua-Adi Cajèh, 104 chilometri; Adi Cajèh-Mai Marèt, 54 chilometri; Mai Marèt-Saurià, 28 chilometri. 'ENR ICO C,w10 1.IA, La battaglia di
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A questo punto, ad entrambi i capi, Menelik e Baratieri, si impose una scelta assai ardua, ed entrambi, in una forma o nell'altra, chiesero consiglio ai sottordini. Menelik convocò un consiglio di guerra che durò due giorni, il 26 e 27 febbraio. TI punto era: attaccare o ritirarsi? Alla prima soluzione si opponeva una facile critica: perché affrontare, proprio adesso, gli italiani saldamente sistemati a difesa sulle posizioni di Saurià, quando non lo si era fatto in precedenza, in circostanze molto più favorevoli? Alla seconda soluzione si opponevano due diversi motivi, di carattere psicologico questi: perché ritirarsi dopo aver sconfitto gU italiani all'Amba Alagi ed a Macallé? perché imitare il negus Johannes, che vide, così, sfasciarsi l'esercito senza combattere? C'era un'alternativa: restare in posto ed aspettare che fossero gli italiani ad attaccare, ma questa attesa era possibile solo per poco tempo: come restare in zona in quelle ristrettezze? La conclusione finale riportata da fonti etiopiche fu: «Si decide che si sarebbe combattuto con gli Italiani se questi fossero usciti dai loro ripari; altrimenti ci si sarebbe mossi verso l'Hamasièn», cioè a nord del Mmeb in direzione di Adi Ugri. 1129 sera Menelik ordinò che, appena rientrati gli uomini inviati nei dintorni per far razzie, il campo venisse tolto. In altri termini: 1° marzo, rientro dei distaccamenti; 2 marzo pmtenza 1• Qualche anno più tardi ras Maconnen, visitando il campo di battaglia, confessò che per la ritirata abissina i giorni erano contati, e che agli itaUani sarebbe bastato rimanere sulle posizioni di Saurià per vincere la guerra 2 • Baratieri, dal canto suo, si trovò nuovamente alle prese con il problema del vettovagliamento. Il 27 febbraio un dettagliato rapporto dell'Intendenza mise in risalto l'impossibilità di garantire il regolare rifornimento oltre il 2 marzo, data in cui sarebbe giunta a Saurià una carovana di 400 cammelli con viveri sino al 7 mmzo. Dopo di che og1ù previsione diventava impossibile. Questo indusse il governatore ad orientarsi a restare in posto ancora per qualche giorno, sì da poter eventualmente approfittare in qualche modo della crisi che risultava esistere nell'esercito abissino; poi sarebbe ripiegato su Adi Cajèh per attendervi i numerosi rinforzi, riordinare il servizio trasporti e, attorno alla metà di marzo, prendere l'offensiva 3 • Maturata la decisione, telegrafò a Mocenni avvertendolo che era «da prevedere non lontano momento che esigenze logistiche s'impongano a quelle strategiche» 4. Però, subito dopo, rappresentò una situazione di calma: «Nessuna novità d'importanza al campo scioano» 5• Evidentemente pensava di aver spiegato
'R. B ATIAGLIA, La prima guerra d'Africa cit., pp. 725-726. ' E. BEl.l.AVITA, la baua.glia di Adua cit., p. 408, nota b., C. CONTJ ROSSINI, Italia ed Etiopia cit.,p. 316. 3 Salsa alla famiglia in data 20.3.1896, in E. C ANEVARI e G. COMJSSo, li generale Tommaso Salsa cit., p. 297. Cfr. O. BARATJERI, Memorie d'Aji-ica cit., p. 366. ' Bawtieri a Moccnni in data 28.2. 1896, Libro Verde XXIII bis, doc. 491. ' Baratieri a Mocenni in data 28.2.1896, ibidem, doc. 492.
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abbastanza chiaramente la probabilità di un ripiegamento, ma Mocenni non afferrò per niente simile prospettiva ed invece interpretò il messaggio come un rimprovero al governo di non fare abbastanza. Motivo per cui replicò per le time e garantì la sollecita partenza della riserva di 3.000 muli 1• Nel pometiggio del 28 Baratieri convocò a rapporto i quattro comandanti di brigata. Fuori dalla tenda stavano in attesa alcuni ufficiali del Comando, «nessuno dei quali supponeva che in quella sera si sarebbe decisa la sorte della nostra guerra, nessuno dei quali sospettava minimamente che il generale Baldissera stesse per sbarcare a Massaua» 2 • Appena iniziata la riunione, il comandante fece esporre dal capo di Stato Maggiore la situazione logistica e le disposizioni per la ritirata su Adi Cajèh, già preparate; quindi chiese di conoscere il pensiero dei presenti. Dopo un momento di grande silenzio, prese la parola il generaleAlbertone, quale meno anziano, pregando si rileggesse il dispaccio dell'Intendente recato dal capitano Caviglia 3• La discussione che seguì ebbe molte versioni, comunque il punto centrale riguardava la scelta tra rimanere a Saurià oppure ritirarsi su Adi Cajèh. Albertone sottolineò la forza delle posizioni attuali, la rottura del contatto da parte abissina, l'inesistenza di una seria minaccia alle spalle, la possibilità di migliorare la questione viveri facendo una spola con Mai Marèt e ricorrendo in maggior misura alle requisizioni a pagamento, l'alto morale delle truppe. 1ì.1tto ciò, a suo avviso, non giustificava una ritirata che, oltre tutto, avrebbe mortificato gli uomini e, invece, agevolato iI nemico regalandogli la possibilità di entrare nell' Acchelé Guzai e di trovarsi in territorio ancora non sfruttato". Poi intervenne Dabormida. Anche secondo lui un arretramento avrebbe provocato delusione e scoraggiamento nelle truppe ed initazione in patria. D' altra parte, pensava che la c1isi del vettovagliamento potesse esser superata con qualche accorgimento e temeva che la ritirata avrebbe provocato un inseguimento da parte delle veloci bande etiopiche ed uno scontro in condizioni assai pericolose. In definitiva: meglio rimanere e, anzi, esser pronti a dare addosso all'avversario ove si fosse presentata una buona occasione. Arimondi fece leva sul rapporto di forze: gli abissini probabilmente non disponevano che di 50-60.000 uomini e forse anche meno; la superiorità qualitativa dei reparti italiani non poteva far temere questa disparità numerica; solo modo per uscire dalle difficoltà del momento era l'avanzata su Adua, un'avanzata intesa a provocare una battaglia ed ottenere un non difficile successo, sia pure
'Mocenni a Baratieri in data 29.2.1896, ibidem, doc. 495. 'E. BELLAVITA, La battaglia di Adua cit., p. 117. Su quel rapporto vds. anche C. CONTI ROSSI · Nl, flalia ed Etiopia cit., pp. 317-324. 'E. CAVIGLIA, Diario, Casini, Roma 1952, p. 150. ' Sul pensiero e sul carattere di Alhertone esistono testimonianze addirittura antitetiche. Cfr. C. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cii., pp. 336-337; E. CAVIGLIA, Diario cit., p. 153, nota I ; E. B EL· L,WJTA, la battaglia di Adua c it., pp. 319-320.
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parziale. Ellena, appena arrivato in Africa e recante l'eco della vivissima attesa in Italia di una vitto1ia, si associò di buon grado al pensiero di Ari.mondi, precisando: «adunare il massimo delle forze disponibili e poi andare a cercare il nerrùco» 1• Tenninato il rapporto, Valenzano andò incontro al capitano Caviglia ed al tenente Malladra, che aspettavano ordini, e disse loro sorridendo: «Siamo fitialmente riusciti a indurlo ad attaccare>> 2• Baratieri aveva congedato i comandanti di brigata dicendo che, ricevute ulteriori informazioni sul nemico, avrebbe preso la decisione. Sta di fatto che «i brigadieri, adunque, entrati per ricevere un ordine di ritirata, già pronto, ne uscirono con un ordine di attacco senza che nulla fosse venuto a modificare la situazione» 1. Sembra, ad ogni modo, che i generali siano usciti dalla riunione convinti che comunque non si sarebbe parlato cli atto offensivo sino al 2 marzo, vale a dire, sino alla disponibilità di una sicura 1iserva di viveri ed al rientro dei diversi battaglioni distaccati 4. La convinzione dei generali era mal fondata . A tarda sera, il maggiore Salsa, sottocapo cli Stato Maggiore, fu chiamato nella tenda del comandante, ove da Baratieri e da Valenzano seppe «che era stato deciso di avanzare e di attaccare al più presto, che bisognava quindi prepanu-e ogni cosa» 5 • Salsa, che ben aveva in mente l'esercito del negus, visto durante le trattative di pace e, stimato sui 7080.000 fucili, rimase fulnùnato: «( ... )Cercai di rappresentare le gravi conseguenze che poteva avere in Italia il nostro scacco. T1 generale e il colonnello parevano scossi dal_le mie parole, ma ad esse rispondevano, sempre, che om1ai la cosa era decisa d'accordo con nltti i generali, che non si poteva più tornare indietro, che era necessario preparare tutto nel miglior modo, che per questo contavano su di me. Dovetti terminare col dire al generale: 'Lei comanda ed io obbedirò come sempre'. Così uscii dalla tenda con Valen,:ano. Questi era stato molto se.osso dalle ragioni da me esposte, ma finì col dirmi: 'Ormai il generale ha promesso e non può più tornare indietro'» (,.
Per quanto il mattino successivo Valenzano, parlando con Dabom1ida, abbia rifer.ito che la sera precedente aveva dovuto rimproverare Salsa perché si ostinava a formulare obiezioni alla decisione presa di muovere contro il nemico 7,
' E. B1;LLAVITA, La battaglia di Adua cil., pp. 117- 122. G.A. MAt.lA DRA, La battaglia di Adua cil., p. 30. Cfr. E. CAVIGLIA, Diario cil., pp. 150-152. ' E. C..w1GL1A, La bauaglia di Adua cit., p. 2. «Allorché uscirono, Baratieri era con loro [= i 2
brigadieri) e parlavano tutti insieme della decisione presa. Si sentirono frasi come questa: 'Con le nostre batt.erie abbiano un forte elemento di superiorità( ... )' » (E. CAVIGLIA, Diario cii., pp. 150-151). ' E. BELLAVlTA, La battaglia di Adua cit., p. 323. ~ Salsa alla famigl ia in data 30.3.1896, in E. CANEVARI e G. COMJSSO, I/generale Tommaso Salsa cit., p. 298). '' Ibidem.Per la stima della forza abissina, vds. Baratieri a Mocenni in data 13.2.1896, Libro Verde X:Xlli bis, doc. 423. 'E. BELLAVl'i,\, La ba11aglia di Adua cit., p. 324.
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indubbiamente i ragionamenti di Salsa riuscirono ad allontanare l' idea di una vera e propria azione offensiva, sostituendola con una dimostrazione offensiva, un' avanzata con presa di posizione. Una mossa del genere, per la verità piuttosto discutibile concettualmente, era già stata compiuta in precedenza. Anche nel caso specifico Baratieri intendeva regolarsi sulla base dell'atteggiamento tenuto dal nemico. Se questi attaccava, contava di respingerlo agevolmente dal nuovo schieramento; se non attaccava, sarebbe tornato a Saurià nella notte seguente, dopo «aver osato un'altra volta una manovra offensiva e aver sfidato l'imponente numero degli Scioani»; se off1iva l'occasione cli attaccare la retroguardia nel vallone cli Mariam Sciauitù, egli avrebbe ottenuto un successo parziale probabilmente foriero di ulteriori sviluppi favorevoli 1• Il m~ttino del 29, dunque, Baratieri confem1ò ai generali la deliberazione di avanzare, spiegandola col fatto che le ultime infom1azioni davano il grosso abissino sempre nella conca di Adua (notizia sostanzialmente esatta), con una semplice retroguardia di 15 mila uomini a Mariam Sciauitù (non falso ma inesatto), ras Olié morto (falso), Menelik malato (falso). Nessuno mosse obiezioni di sorta sia considerando le favorevoli circostanze esposte, sia trattandosi ormai cli ordini 2 . La sera cli quel 29 febbraio, Baratieri tenne un ultimo rapporto; lesse l'ordine di avanzata ed impartì verbalmente istmzioru complementari. Poco dopo le 21 ebbe inizio il movimento verso la battaglia di Adua. Sulla battaglia ci linùteremo a pochi cenni riepilogativi, rimandando per un esame più dettaglialo ai principali novissinù studi pubblicati da tempo 1 • Le disposizioni imprutite da Baratieri prevedevano l'occupazione di un «primo obiettivo» rappresentato dalla posizione formata «dai colli Chidane Meret e Rebbi Arienni tra monte Semaiata e monte Esciasciò». Allegato all' ordine del giorno era uno schizzo sommario contenente, purtroppo, grossolani errori. Il più grave, che ebbe effetti disastrosi, riguardava proprio il cosiddetto primo obiettivo. Vi era indicato come «colle Chidane Meret» quello che invece era il colle Erarà, la cui spalla meridionale non era affatto monte Semaiata, bensì monte Erarà. Inoltre l'intera zona ad occidente del primo obiettivo risultava «compressa» rispetto alla realtà. Il vero colle Chidane Meret, detem1inato da monte Gosossò e da Enda Chiclane Meret, si trovava a circa sette chilometri ad ovest del
'O. BAR1\Tlf: R1, Memorie d'Africa cit., p. 370. ' Secondo Bellavita il grosso abissino era segnalato gravitante verso Aksum e la retroguardia era stimata in 20-25 mila fucili (E. B ELL,WITA, La battaglia di Adrw cit., pp. 324-127). ' Oltre agli autori ed ai testi citati in precedenza, occorre tener presente, come fondamentale, ALBERTO POLI.ERA, La battaglia di Adua scritta. nei luoghi dove fu combattuta, Carpigiani e Zipoli, Firenze l 928. La Relazione sulla battaglia, trasmessa dal generale Uunberti al ministero della Guerra il 10 maggio 1896, risente - come del resto esplicitamente avvertito - della mancanza dei rapporti degli Llfficiali prigionieri, ma soprattutto della superficiale ed inesana conoscenza del terreno sul quale si svolse la lotta. Nelle linee generali faceva ancora testo uno schizzo sol11lnario. Del pari, negli atti del processo Baratieri affiorano, tal volta, chiare incoerenze o incert.e zzeda parte dei testimoni provocate dal disorientamento topografico, oltre che dalla disordinata successione degli eventi.
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Schizzo N°/. Copia ddlo schi;uo originale della regione
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Da E. Bellavita '
u1 bauaglia diAdua.
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colle Erarà. Quando, una trentina di anni più tardi, fu pubblicata una carta attendibile dell'area della battaglia, gli ufficiali reduci ebbero finalmente modo cli orientarsi sugli eventi di quell'infelice giornata e spiegarsi la ragione di tanti errori. Bisogna tuttavia riconoscere che, se molti riferimenti topografici dello schizzo sommario erano sbagliati, non si poteva equivocare sull'indicazione: quell'allineamento di posizioni appariva ben visibile da Saurià ed il profilo di monte Rajo inconfondibile. Purtroppo le istruzioni furono ben lungi dal consentire una interpretazione scevra da equivoci (ad esempio, non venne esplkitamente indicata la funzione di monte Rajo, quale perno dell'allineamento difensivo) e, per giunta, era assai diffusa fra i sottordin.i una chiave di lettura di tono offensivo. Del resto, l ' ordine cominciava con «stasera il corpo d'operazione muove dalla posizione di Saur.ià in direzione di Adua». Non deve dunque stupire molto che non si sia parlato di «avanzare» bensì di attaccare. TI primo obiettivo doveva essere occupato da tre colonne: a destra la brigata Dabomtida (3.800 uomini e 18 pezzi) su colle Rebbi A.rienni; al centro la brigata A.rimondi (2.500 uontini e 12 pezzi) anch'essa su colle Rebbi A.rienni, ma verso monte Rajo; a sinistra la brigata indigeniAlbertone (4.000 uomini e 14 pezzi) sul presunto colle Chidane Meret; in riserva, dietro la brigata Arimondi, la brigata Ellena (4.100 uomini e 12 pezzi). Negli accampamenti di Samià rimasero circa 3.000 uomitù, quindi la battaglia fu affrontata con 17.000 uomini, di cui 14.000 fanti (8.000 nazionali e 6.000 ascari). L'avanzata ebbe inizio verso le 21,15 del 29 febbraio, per mettere piede sull'obiettivo di primo tempo cli sorpresa. La colonna Albertone arrivò verso le 4 del mattino al colle Chidane Meret dello sclùzzo, ove le guide chiarirono trattarsi del colle Erarà, mentre il vero colle Chidane Meret si trovava molto più avanti. Albertone proseguì ed alle 5,15 toccò la sella di Acli Becci, fra Monte Monoxeito e monte Gosossò, non segnati nello schizzo. La posizione parve subito molto fotte ad Albertone, che, ritenendo di agire nell'ambito della concezione difensiva di Baratieri, la scelse per schierarvi a difesa le sue truppe anche se non era proprio l'obiettivo indicato. Il colle Chidane Meret era difatti più avanti di un paio di chilometri, ed era stato già raggiunto dal battaglione TLu-itto, in avanguardia. L'occupazione doveva aver luogo sulla base ciel seguente ordine di Albertone: «( ... ) si terrà sul colle con le ttuppe riunite a massa, coprendosi con posti di sicurezza. Invierà pattuglie per aver notizie del nemico( ... ). Si asterrà assolutamente di spingersi col battaglione oltre il colle senza ordine mio» 1•
1 CCSM, Storia militare della colonia Eri1rea cii., Il, p. 130. L'ordine era quanto mai opportuno perché, secondo le «Norme generali per l'impiego delle tre anni nel combattimento», l' avanguardia avrebbe dovuto superare il colle per dare agio e sicurezza al grosso durante l'occupazione della posizione, ma in questo caso il grosso si stava schierando su!h1 sella di Adi Becci, a tergo del colle Chidane Merci.
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Peraltro, mentre la brigata si sistemava sul terreno, Albertone, meglio orientatosi sulla zona, volle richiamare l'avanguardia, giudicandola in pericoloso isolamento. Purtroppo, prima ancora che l'ordine giungesse a destinazione, ebbe luogo il contatto tra gli elementi avanzati e gli abissini, già in allarme da qualche ora e si accese il combatti.mento rapidamente alimentato da forze avversarie sempre più consistenti '. Poco prima delle 8 una massa valutata a circa 25.000 abissini inseguendo il battaglione Turitto investì la brigata. Albertone allora risolse cli resistere in posto e chiese un soccorso tattico al Comando del corpo d'operazione Che cosa spinseAlbcrtone a portarsi tanto avanti? Secondo alcuni, era troppo intelligente per non rendersi conto che l'obiettivo assegnatogli era il colle Erarà, a sud del monte Rajo, qualunque nome gli fosse attribuito sullo schizzo, e perciò si trattò di trasgressione voluta per sorprendere, o meglio per mostrarsi al nemico e provocare la battaglia. Secondo altri egli, in assoluta buona fede ma erroneamente, si regolò sul rigido 1iferimento alla denominazione «colle Chiclane Meret», tanto p iù che il colle Erarà mal si prestava per lo schieramento della brigata. Quindi si dispose a difesa ad Adì Becci convinto di aver obbedito ed anzi persuaso di essersi tenuto leggermente indietro, ma in posizione tatticamente preferibile_ Probabilmente lo scontro, assai più che cercato deliberatamente, contro gli ordini ricevuti, venne determinato da due cause concorrenti: l'errore topografico, seguendo le guide che, non dimentichiamolo, gl i erano state date apposta dal Comando del corpo, ed un malinteso spirito di iniziativa. Si può escludere, ad ogni modo, cheAlbertonesi sia avventurato incoscientemente nella conca di Adua per «attaccare» con i suoi quattromila uomini le decine di migliaia di abissini che sapeva in quella zona. Fatto si è, però, che il d ispositivo previsto da Baratieri veniva a mancare dell'appoggio meridionale. Quando il comandante in capo si accorse che la brigata indigeni aveva oltrepassato la posizione assegnatale e si trovava agganciata dal nemico, pur non potendo rendersi conto di dove effettivamente fosse giunta, si trovò a dover scegliere se richiamarla indietro, oppure abbandonarla al suo destino e intanto riformare la linea atto1110 al monte Rajo, oppure, infine, spostare in avanti l'intero dispositivo per aiutarla. Preferl attenersi ad una soluzione intermedia, nel senso che limitò lo spostamento in avanti alle brigate Dabonnida ed Arimondi verso monte Bellah-rnonle Zeban Darò per «dare una mano» alla brigata indigeni. Per quale motivo Dabormida invece di risalire sui monti citati proseguì in discesa per il vallone di Mariam Sciauitù? Nessuno degli ufficiali superstiti lo ha saputo dire, anche perché Dabormida non comunjcò ad alcuno, nemmeno al comandante del reggimento di testa, compito e destinazione della brigata. Baratie-
'Che l'avanguardia sia stata agganciata non al colle Chidane Meret «ma molto pili avan1i, in un vuoto creatole apposta dagli abissini per poter poi operare a tenaglia» (A. DEL Bo<:A, Gli italiani in Africa orientale cit., p. 663) è affermazione che non può esser presa in seria considerazione.
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ri scrisse: «Il movimento Dabormida per me è sempre un enigma perché - pur concedendo che il generale Dabormida si credesse autorizzato ad occupare di propria iniziativa una posizione antistante a quella prescrittagli - equivoco non poteva essere nel soccorso, nel sostegno, nell'appoggio che la 2• brigata doveva dare Albertone)) 1• Ma Baratieri scriveva anche e soprattutto per difendersi e perciò omise un particolare determinante ai fini della spiegazione. Dopo aver ordinato a Dabormida di occupare monte Bellah, egli fu raggiunto al colle Rebbi Arienni dal colonne! lo Valenzano, il quale, portatosi con i due generali su un buon posto di osservazione nelle vicinanze, mostrò sia la lontana brigata Albettone che non sembrava più possibile richiamare, sia il campo abissino di Mariam Sciauitù 2 • Su proposta, allora, del capo di Stato Maggiore, Baratieri impartì a Dabormida un secondo ordine, a modifica del precedente, e cioè cli avanzare lungo il vallone quanto più velocemente possibile e portarsi all'altezza di Albertone per stabilire con lui un collegamento tattico, non appena consentitogli dal ten-eno. È per questo che Dabormida lungo tutto il cammino, ed anche quando si trovò isolalo nel vallone, «aveva l'assoluto, incrollabile convincimento di aver seguito puntualmente l'ordine ricevuto», come testimoniò il suo aiutante di campo 3 • Fatalmente, procedendo nel vallone, si scontrò con le forze cli ras Mangascià. A pomeriggio inoltrato, allorché i combattimenti slegati nei quali risultava onnai impegnata la brillata fecero apparire sempre più probabile una conclusione disastrosa, Dabormicla ebbe un ripensamento a causa dell'inspiegabile solitudine dell'unità e dubitò di aver commesso un fatale en-ore attaccando a fondo. Intanto Baratieri aveva ordinato alla brigata Arimondi cli portarsi sull' allineamento monte Rajo-monte Zeban Darò, ed alla brigata Ellena di avvicinarsi a monte Rajo. Ma gli eventi cominciavano a precipitare. Dopo circa tre ore di combattimento accanito - cimante il quale per un momento Menelik fu seriamente tentato di interrompere l'attacco, viste le perdite che stava subendo - di fronte all'immensa superiorità numerica abissina, la resistenza della brigata indigeni si incrinò. Alle 10,20, perduta la speranza di ricevere aiuto, Albertone volle sfuggire alla minaccia incombente di un accerchiante senza via di scampo ed ordinò la ritirata, il cui inizio fu protetto dalle batterie «siciliane» che si sacrificarono sui pezzi. I resti della brigata si diressero in fuga
'O. BARAT!ERI, Memorie d 'Africa cit., p. 411 . Cfr. G.A. MALLADRA, La ballaglia di Adua cii., pp. 44-48; E. BELLAVITA, La battaglia di Adua cii., p. 364. ' Valenzano, scoperta col canocchiale la brigata Albertone in du-ezione di Abba Garima. si recò di galoppo verso la brigata Dabormida <<deciso di dare alla medesima sulla mia responsabilità, salvo ad informare tosto il Comandante in capo, l'ordine di avanzare lungo il vallone di Mariam Scioaitù, in direi.ione dell 'accampamento nenùco, e coll'istruzione di collegarsi a sinistra, appena il terreno lo permettesse, colla brigata A lbertone». Incontrati Baratieri e Daborrnida ancora insieme, «dopo breve confabulazione, fu approvata la mia idea dal Comandante in capo e dal generale Daborrnida» (VALENTINO CHlALA, La brigata Dabormida alla giornata del 10 marzo i 896, Voghera, Roma 1897; cfr. G.A. MALLADRA, La battaglia di Adua cit., pp. 45-48). 3 E. BELLAVJTA, La battaglia di Adua cit., p. 364.
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verso monte Erarà, inseguiti da un torrente vittorioso che, verso le 10,45, sullo slancio andò ad investire la retrostante brigata Arimondi. Poi, dilagando, la sorpassò sulle ali e si trovò a contatto con la brigata Ellena, cogliendola di sorpresa con i reparti non riuniti e costringendola ad accettare la lotta frazionata. Fu tra le 11 e le 12 che gli abissini avvolsero le due brigate Arimondi ed Ellena ed il combattimento attorno a monte Rajo diventò episodico. A mezzogiorno la battaglia, già male impostata e diretta, sfuggì del tutto di mano a Baratieri. Verso le 14 cominciò lo sbandamento generale e divenne impossibile qualsiasi efficace azione di comando. Riepilogando, la battaglia si infranse in «quattro combattimenti separati. Due volqti da Albe1tone e Dabormida, gli altri due subiti da Arimondi e Ellena» 1• Stabilito uno schieramento sulla linea dei due colli Erarà (chiamato erroneamente Chidane Meret) e Rebbi Arienni, l'inopinata «fuga in avanti» della brigata Albe1tone ruppe l'unitarietà del dispositivo, togliendo la spalla sinistra. Fu disposto il sostegno ad essa per mezzo della brigata Daborrnida, ma questa si infilò nel vallone di Mariam Sciauitù, deviando verso nord, e venne a mancare la spalla destra. Mentre la brigata Albertone era travolta dopo aspra resistenza ed i suoi inseguitori si abbattevano sulla brigata Arimondi e poi su quella Ellena, la brigata Dabonnida si impegnava per proprio conto in una lotta disperata. Le perdite italiane ammontarono a circa 5.500 morti (fra cui i generali Dabonnida ed Arimondi), 1.500 feriti (fra cui il generale Ellena) e 2.700 p1igionieri (fra cui il generale Albe1tone). Caddero sul campo quasi il 60% degli ufficiali. Anche le perdite abissine furono gravissime, ma le valutazioni in proposito sono discordanti: in genere dai 4.000 ai 7 .000 morti e dai 6.000 ai 10.000 feriti. Secondo informazioni attinte in prigionia da Albertone, i m01ti sarebbero stati, invece, 8-10.000. Infine, secondo il capitano francese Clochette, presente alla battaglia, i caduti non sarebbero stati meno di 12.000 ed i feriti il doppio. Difatti la sola Croce Rossa russa ne curò 7 .500 2 • Il 2 marzo il ministro della Guerra ricevette un telegramma agghiacc.iantc dal vice governatore dell'Eritrea: «Telegrammi arri,•ati ora da Adi Cajèh informano governatore si è deciso sera 29 attaccare mattina seguente posizioni scioane ( ... ). Teste colonne raggi unsero, sorpresero passi verso Adua senza combattere; ma colonna Albertone avanzò su Abba Garima impegnando intiero esercito scioano accampato A<lua ( ... ). Attacco scioano impetuoso, avvolgente destra e sinistra, obbligò truppe ritirata, che presto prese aspetto di rovescio. Tulle batterie da montagna cadute in mano nemico(...). Generale Baratieri quasi certamente morto( ... )» 3•
La notizia suscitò nel governo un atto11ito, incredulo, doloroso stupore. Sul momento venne tenuta nascosta e le prime indiscrezioni smentite. Nella tarda
E. CAVIGLIA, la battaglia di Adua cit., p. 2. ' GHERARDO PANTANO, Ventilré anni di vita africana., S.A.T.E.T., Torino 1943, p. li 8. ' Lamberti a Mocenni in data 2.3.1896, libro Verde XXIU bis, doc. 500.
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notte Crispi decise di diramare un comunicato ufficiale, ritenendo di aver preso ogni precauzione per mantenere l'ordine pubblico. Le prime ventiquattr'ore furono pressoché insurrezionali. Nei giorni seguenti le ulteriori informazioni provenienti da Massaua provocarono uno scoppio di furente indignazione, specialmente quando arrivò il rapporto di Baraticri che descriveva la fase finale della battaglia in termini di fuoco, scaricando in pratica sui soldati la responsabilità della disfatta 1• È vero che il telegramma era cifrato, ma venne ugualmente conosciuto suscitando sdegno e sconfotio. 11 5 marzo, alla riapertura della Camera, Crispi, senza nemmeno affrontare il dibattito parlamentare, ammnciò le dimissioni del governo. Malgrado la presunta larga maggioranza, un immenso applauso da tutti i settori e dalle tribune salutò la sua caduta. Baldissera fu raggiunto allo sbarco a Massaua dalle seguenti direttive : «Ella assuma, come da decreto reale consegnatole in Brindisi, il comando in capo di tutte le truppe ed i poteri civili e politici. II Governo la lascia interamente arbitro di prendere subilo lulte le. misure che Ella ritenga conveniente per far fronte alla difficile situazione. In vista dello scopo che Ella si prefiggerà disponga quanto crede più utile( . .. ) a prendere lale detenninazione [eventuale abbandono Adigrat e Cassala] non la lrattenga una riflessione puramente politica, ma prenda norma in prima linea dall' lllil ità e necess ità militare. Maturate le Sue decisioni, le mena in attuazione. Informi questo ministero e chieda quanto Ella stim i necessario a raggiungere il sicuro scopo delle decisioni medesime( ...)» ' .
Crediamo che raramente un governo abbia dato una tanto letterale carta bianca al comandante di un corpo di spedizione. Nell'assoluta ignoranza della situazione creatasi in Eritrea a seguito della disastrosa battaglia, era comprensibile la decisione di Jasciaré facoltà di provvedimenti inunediati, anche se importanti, al comandante in posto, ma al di là di questo non è difficile scorgere nel dispaccio lo smarrimento del governo, atterrato da un evento con ogni probabilità neppur lontanamente preso in considerazione. Baldissera si ripromise di riorganizzare ab imis l'apparato logistico, di rincuorare le trnppe battute ad Adua, di dare un asselto organico alle unità disponibili. Ma prima avvertì il ministro: la situazione si presentava obiettivamente grave perché le fo17~ mobili ( 13.000 nazionali e 5.000 indigeni) erano scosse; ince1te le noti1,ie su Cassala; accerchiato il presidio di Adigrat; prevedibile l' avanzata abissina verso Asmara. Di conseguenza,
' Più tardi Baratieri volle scusarsi: «/\ me coU"eva l'obbligo assoluto <li nulla celare al Governo affinché esso fosse in grado di esaminare e di bilanciare le condizioni della difesa e della riscossa( ... ). Forse lo spenacolo dei banaglioni disciolti, dei battaglioni in ritirala senta combattere, le torture morali di quei giorni, il male che mi rodeva, mi hanno fatto vedere troppo nero; né ho abbastanza distinto. Ma, ripeto, le notizie erano in c ifre e pel solo Ministero. Se fossero stalc pel pubblico avrei scriuo beo diversamente, né mi sarebbe sfuggita parola che potesse far torto ai nostri soldari» (Memorie d'Africa cit., p. 459). ' Mocenni a BaJdissera in data 3.3.1846, Libro Verde xxm ler, doc. I. Si noti che a nome del governo seri veva il ministro della Guerra. non il ministro degli Esteri da cui dipendeva il governatore deUa colonia. né il presidente del Consiglio.
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«concentrerò - egli spiegò - forze disponibili in Asmara, mantenendo per ora i posti avanzati di Saganeiti e di Adi Ugri; tenterò prontamente ritirare presidi di Adigrat e di Cassala; infine prenderò nonna daUe c.ircostanze». Intanto aveva mandato il maggiore Salsa dal negus per ottenere il seppellimento dei mo1ti, la liberazione dei prigionieri e riprendere le trattative per la pace. Chiuse il telegramma con la richiesta urgente di altii sei battaglioni con sei batterie ed un minuzioso elenco del le prime necessità, dalle anni individuali alle borraccie, alle scatolette cli carne '. Il 10 marzo si insediò il nuovo governo di Rudinì, con Caetani di Sennoneta agli Esteri e Ricotti alla Guerra. I
Le operazioni nella seconda parte della campagna possono vedersi suddivise in quattro fasi. La prima fu interamente occupata dall'assunzione di un'organizzazione difensiva attorno all'Asmara, a tergo del fronte Ad.i Cajèh-Adi Ugri; dall'invio di truppe a Cassala per eliminare o quanto meno alleggerire la pressione dei dervisci; dall'approntamento ciel corpo d'operazioni. Durò tutto il mese di marzo, ma ad un iniziale momento cli tensione, per la temuta ipotesi di una irruzione abissina a nord ciel Mareb-Belesa, subentrò un sempre minor pessimismo. La notizia, infatti, della decisione presa dal negus neghesti, in un consiglio di guerra tenuto ad Adua dopo la battaglia, di invadere il Seraé e l' Acchelé Guzai, era stata seguita da informazioni più tranquillizzanti. Il 5 marzo l'esercito abissino si era mosso verso Entisciò, raggiunto da ras Maconnen con 20.000 armati il giorno 8. Nel contempo il degiac Area si di1igeva verso il Mareb, Agos Tafari si spingeva al Belesa e ras Sebath superava Mai Marèt, tagliando le comunicazioni con Adigrat, sempre tenuta dal battaglione cacciatori del maggiore Prestinari. Ma questo era tutto. Subentrava una sosta e poi giungeva notizia che il 20 mm·zo il grosso abissino aveva iniziato la ritirata verso lo Scioa, lasciando nel Tigré ras Mangascià ed i minori capi tigrini con non più cli 12.000 annati. A Roma, alla riapertura del parlamento, cli Rudi1ù espose le intenzioni ciel governo io merito alla guerra con l'Abissinia. I negoziati di pace sarebbero stati condotti con prndenza, fierezza e soprattutto con la fenna risoluzione di respingere proposte poco onorevoli. Nel corso delle trattative le ostilità sarebbero continuate e non sospese, qualunque fosse il loro andamento, fino al conseguimento di una situazione politico-militare accettabile. Due i punti fermi da parte ciel ministero: nessuna mira di espansione, quindi nessun proposito cli «riconquistare» il Tigré; nessuna pretesa di protettorato come conditio sine qua non per la pace. Ciò premesso, di Rudinì annunciò la presentazfone di un disegno di legge per un'ape1tura di credito di 140 milioni per le spese di guerra sino al dicembre 1896.
'Baldisse(a a Mocenni in data 5.3 .1 896, ibidem, doc. 3.
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Pwtroppo le conversazioni per la pace si arenarono presto. La bozza di documento che Salsa riuscì a concordare con Menelik e ras Maconnen - basata sul riconoscimento del confine al Mtu-eb-Belese-Muna, su un trattato di amicizia ed alleanza esclusa qualsiasi forma cli protettorato, sulla nomina di un capo del Tigré gradito aI1'Ttalia, sull'inunediata evacuazione di Adigrat (punti che Baldissera riconosceva come massimo ottenibile) ' - venne da Rudinì subordinata all'impegno di Menelik «di non accettare il protettorato di qualsiasi altra potenza» 2 • Benché Baldissera rappresentasse l'assoluta improbabiljtà che il negus accettasse simile pretesa 3, di Ruditù insistette, col risultato che le trattative vennero interrotte e Salsa tenuto in ostaggio 4 • I motivi della ritirata abissina erano intuibili e furono confermati da molte fonti. Primo fra tutti stava proprio iLrisultato ottenuto, che, anziché spingere l' imperatore ad entrare nell 'Eritrea, gli consigliava di ritenersi appagato dalla grande vittoria e dal successo politico. Non era mai stato bellicoso, aveva preso le armi soltanto contro capi ribelli o per sottomettere senza molto rischio regioni che intendeva inglobare nell'impero. Non aveva attaccato a suo tempo iI negus Johannes, pur essendo bene armato e potendo contare sull'Italia; non aveva invaso l'Harar che sotto l'invito di circostanze più che favorevoli. Sapeva che, battute le truppe di Baratieri, avrebbe dovuto affrontare un nuovo corpo di esercito che stava sbarcando e che sarebbe stato guidato da Balclissera. Sapeva che una potenza europea costituiva avversario assai temibile, da non sfidare impunemente. E, a prescindere da queste motivazioni di natura politico-nlilitare, esistevano le già citate ragioni cli carattere logistico e psicologico: estrema difficoltà cli restare ancora in zona, insofferenza per una campagna insolitamente lunga, stanchezza generale, fotti perdite umane. Solo i capi tigrini erano propensi a continuare le operazioni per gli evidenti vantaggi che si ripromettevano nel Seraé e nell' Acchelé Guzai, ma Menelik non aveva alcun motivo di ingrandire troppo il Tigré, regione da sempre irrequieta e recalcitrante di fronte all' auto1ità imperiale e verso la quale egli da tempo usava la tattica del divide et impera. La seconda fase operativa (fine marzo-fine aprile) consentì a Baldissera, da un lato cli respingere ed allentare, almeno per un po' di tempo, il pe1icòJo mahdista nel settore di Cassala, e dall' altro di preparare con calma l'avanzata del corpo d'operazioni per recuperare il presidio di Adigrat. Questo ebbe luogo nella terza fase (fine apiile-18 maggio). Con lo sblocco di Adigrat e la liberazione dei prigionie1i rimasti nel Tigré, Baldissera reputò raggiunto lo scopo prefissosi:
' Baldissera al ministro della Guerra in data 12.3.1896, ibidem, doc. 24. ' Ricotti, a nome di Rudinì, a Baldissera in data 12.3.1896, ibidem., doc . 50. ' Baldissera a Rudinì in data 21.3.1896, ibidem, doc. 52. • Menclik trattenne Salsa finché non gli venne restituito il documento col timbro imperiale costituente il preliminare del trattato, documento che doveva rimanere segreto sino alla conclusione della pace.
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«L'unica ragione che avrebbe potuto indlU'ci a continuare le operazioni - scrisse - sarebbe stata la probabilità di poter raggiungere il nemico e dargli battaglia. Sapevasi, invece, da fonte ce1ta, che, in seguito alla nostra avanzata, avendo ras Mangascià chiest(l istruzioni a Menelik, questi gli aveva risposto: 'N(ln impegnatevi, non combattete e ritiratevi qua e là, a seconda delle circostanze' e difatti ad (lgni nostro movimento in avanti, seguiva sempre un suo spostamento indietro» '·
D'altronde, anche le condizioni climatiche ed ambientali consigliavano di rientrare in Eritrea, il che fu portato a te1mine nella quarta fase. (18 maggio-IO giugno). IL 15 giugno si concluse all'Asmara, al tribunale di guerra, il processo contro Bm·atieri 2 • Imputato di due reati - avere deciso un attacco conu·o il nemico, per motiv.i inescusabili (reazione alla notizia della sostituzione con Baldissera), in condizioni tali da andare sicuramente incontro alla sconfitta, ed avere abbandonato il comando nel corso della battaglia - fu di essi giustamente assolto, ma la sentenza fu durissima: «11 'Ihbunale esclude ogni responsabilità penale nel generale Baratieri, ma non si può astenere dal deplorare che la somma delle cose in una J(ltta così disuguale, in circostanze così difficili, fosse affidata ad un generale che si dimostrò tanto al di sotto delle. esigenze della situazione( ... )» ' ·
Il 18 giugno, ripaitita per l'Italia la maggior parte delle truppe, tornata la colonia allo stato di normalità ed iniziata la stagione delle pioggia, il territorio dell'Eritrea cessò cli essere considerato in stato di guerra. Al u·attato di pace con l'Abissinia si arriverà, dopo rinnovati contatti, il 26 ottobre 1896.
' Relazione di S.E. il tenente generale Antonio Baldissera; governatore della colonia Erirrea a S.E. il Ministro della Guerra, relativa alle operazioni militari nel secondo periodo della. campagna d'Africa 1895-1896, in data I0.6. l 896, in «Rivista Militare (taliana», disp. XV, 10 agosto 1896, p. 1477.
'A fine maggio era stato discusso alla Camera se Baratieri, in quanto deputato, pote.sse esser sottoposto a processo da parte di un tribunale rn.i ljtare senza l'autorizzazione della Camera. Poiché la conclusione ru che l'immunità parlamentare valesse anche in quel caso, l'avvocato generale militare chiese l'autorizzazione a procedere sulla base dell'atto di accusa e la domanda fu accolta a grande maggioranza. Venne invece respinto un ordine del giorno dell'Estrema Sinistra che mirava a conglobare nel processo militare contro Baratieri un processo politico contro l'intero governo Crispi. Ad ogni modo, visto il caso. il governo di Rudi1ù presentò subito un progetto di legge secondo il quale i nùlitari aventi comando di truppe in tempo di guerra non potessero essere eletti deputati o, se già lo fossero. decadessero ipso facto. ' Per consentire elementi di giudizio all'autorità inquirente, il colonnello Corticell i, comandante del 6" reggimento fanteria d' Africa, fu incaricato di svolgere un'inchiesta tecnico-militare, con particola.re riguardo ali' azione di comando di Baratieri. La relazi(lne Corticelli fu chiusa in data 30 aprile 1896 (AUSSME, Fondo Volumi Eritrea, racc. 55).
Capitolo IV CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE 1. LA SCONFITTA POLITICA
Poco più di dieci anni erano trascorsi dallo sbarco italiano a Massaua. In questo lasso di tempo spiccò una figura politica, Francesco Crispi, il cui sentimento patiiottico, esasperato dalla convinzione di dovere, a qualunque costo, tenere alto il• prestigio nazionale, finì per sfociare in un africanismo sempre più avventuroso che andò ad infrangersi in un ostacolo dalle dimensioni non immaginate: Adua. Non percepl il forte divruio esistente fra la presunta esuberanza di un paese giovane alla ricerca di nuove frontiere e la realtà di uno Stato recente, ancora sulla via della maturità culturale e della solidità istituzionale, e non irrunaginò le amare conseguenze proprio di questo scarto 1• La costituzione della colonia Eritrea nel 1890, che doveva rappresentru·e un atto conclusivo dell'affennazione coloniale italiana sulle coste del mar Rosso, e quindi la fine del colonialismo militare, si trasfom1ò, invece, nel primo passo verso l'urto con l'Abissinia di Menelik. Un primo passo presto consolidato dal ritorno al governo di Crispi e dall'accentramento dei poteri civili e militati e finanzia1i dell'Eritrea nelle mani di Baratieri. Come sappiamo, il 16 dicembre 1893, caduto il nùnistero Giolitti e fallito il tentativo di un ministero Zanardelli, Crispi formò il suo secondo gabinetto con Blanc agli Esteri e Mocenni alla Guerra. Da questo momento sino al fatale marzo 1896, Crispi, Blanc, Mocenni eBaratieri condmnnno ed attueranno la politica coloniale in Africa orientale. Aragion veduta non parliamo di politici e nùlitari, parliamo di personaggi. Anzitutto, qualche giudizio su di loro. «Crispi aveva omrni settantacinque anni e cominciava a manifestare segni di decadimento fisico; spesso parlava in modo confuso, si stancava facilmente e cedeva in preda ad attacchi di estremo scoraggiamento e di lacrimosa malinconia; conservavano tuttavia molta della sua antica energia, e i suoi arruniratori non furono delusi» 2 • Gli si presentavano tre problemi urgenti: la questione finanziaria, la questione sociale e la questione coloniale. Sulla prima, la necessità ciel conte11imento della spesa pubblica fu da Crispi riconosciuta cd anche difesa, però non venne convenientemente posta in re-
'D. ADORNI, Presupposti ed evoluzione della poli1ica coloniale di Crispi, in A. D EL BocA (a cura), Adua. cit., p. 37. i C. SETON-WATSON, L'IIalia dal li/Jeralismo al fascismo cit. , I, p. 91.
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!azione con le nure imperialistiche. Quanto al problema sociale, molto probabilmente Crispi non era e non intendeva apparire come sostenitore di una politica interna repressiva nei confronti delle agitazioni sociali che si accendevano qua e là con preoccupante virulenza. Era convinto della necessità di un forte esecutivo per la difesa del giovane Stato unitario, ma altrcsì persuaso che il socialismo fosse una terribile forza antipatriottica e sovversiva e che le masse popolari fossero invidiose ed ingrate e, data la loro ignoranza, non dovessero avere peso politico. Per questo finì per adottare un programma indubbiamente autoritario, agevolato sia dall'imbarazzato silenzio di una classe politica screditata dagli scandali bancari, sia dall'appoggio del re. In merito, infine, al problema coloniale, occorre tener presente la delicatezza della posizione personale di Crispi, molto importante per ben comprendere lo svolgimento degli eventi nel 1895-96. L' 11 dicembre 1894 Gioi itti fece una mossa teatrale per uscire in qualche modo dallo scandalo che ne aveva determfoato le dimissioni: consegnò al presidente della Camera un «plico» sigillato, contenente documenti compromettenti per Crispi e la sua famigl ia. Da allora questi, particolarmente sensibile ali ' attacco diretto, si impegnò a fondo per evitare un dibattito parlamentare. A suo tempo aveva sostenuto di esser pronto a governare anche senza il Parlamento, se necessario. Non erano parole vane. Il 15 dicembre chiese cd ottenne da Umberto I di prorogare - cioè di sospendere- la sessione parlamentare, giustificando la richiesta con la necessità che la Camera avesse il tempo di riacquistare la calma turbata, al momento, da un «manipolo di tumultuanti». Poi (13 gennaio 1895) ottenne la chiusura delle Camere per impedire la discussione e la conseguente valutazione di ordine morale sulla sua vicenda privata, il famoso «plico», e cominciò a governare con il Parlamento aggiornato a tempo indeterminato. Si anivò in tal modo allo scioglimento delle Camere (8 maggio 1895) ed alla convocazione dei comizi elettorali (26 maggio e 2 giugno). In sostanza, dalla chiusura della sessione precedente (23 luglio 1894) alla presentazione del nuovo governo (I O giugno 1895) Crispi aveva tenuto aperte le Camere soltanto per undici giorni. Non basta. Incombevano le vacanze estive e, dopo pochi giorni, la Camera venne prorogata e sino al novembre il governo continuò a non dover rendere conto ad alcuno dei suoi atti. li 20 dicembre la Camera interruppe i lavori per le festività natalizie e si aggiornò al 20 gennaio 1896, ma una settimana prima ditale data Crispi ottenne dal re un ' ulteriore proroga per evitare un logorante confronto con l'opposizione. In definitiva, l'intera crisi in Africa fu condotta da Crispi in modo assolutamente personale e senza controlJo parlamentare, e, anzi, prendendo talvolta decisioni molto importanti senza nemmeno consultare i ministri interessati. Insonuna, se durante il suo primo ministero egli aveva gestito l'impresa coloniale con incertezze, nervosismo ed impazienza, nel secondo risentì in misura sensibile dello stato d'animo derivante da una situazione particolare e dal desiderio di un trionfo coloniale, che Baratieri gli faceva apparire possibile e che gli avrebbe consentito di dominare Prufamcnto ed opinione pubblica.
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11 ministro degli Esteri, Blanc, aveva lunghi e distinti precedenti quale diplomatico, che purtroppo non riuscirono ad impedire la non felice prova quale responsabile della politica estera. La prova fallì «perché egli non misurò nel!' affrontarla il peso e le responsabilità che avrebbe potuto imporre quella che a lui poteva sembrare una parte poco rilevante dell' ufficio [e cioè] il reggimento degli affari della Col01ùa, diventati di lì a poco la guerra coloniale» 1• Tollerò che la politica coloniale <<si facesse assai più altrove che alla Consulta», come disse un suo collaboratore e, del resto, quanto poco Crispi intendesse ricavare da lu.i nel settore specifico si potrebbe desumere dalla nomina del conte Antonelli a segretario generale agli Esteri. A siffatto atteggiamento complessivo bisogna aggiungere ,un palese disagio nell'affrontare in sede parlamentare le istanze, le .interrogazioni, le censure relative alla politica coloniale ed alle vicende africane, per cui spesso si rimetteva al presidente del Consiglio oppure de.legava il sottosegretario a rispondere 2• Il ministro della Guerra, Mocenni, secondo voci molto diffuse doveva la nomina nel secondo governo Crispi alla promessa fatta a Sonnino di accettare quindici milioni di econonùe sul bilancio della Guerra (ordimu'io e straordinario), già ridotto da Pelloux a 246 milioni consolidati, comprese le spese d'Africa. «C'était en e.ffet une faute imperdonaible de la part de Mocenni - accusò Pelloux - , faute quel 'ltalie devait hientiJt payer chèrement; car la défaite d'Aduafut la conséquence immédiate de la situation qui se créa alorsh> 3• Ceito si è che ben presto si trovò in mezzo a difficoltà finanziarie che lo spinsero a prendere misure «irréfléchies et tumultuaires» tali da peggiorare lo stato di fatto ·1• Su di lui venne dato un giudizio severo: «fu assolutamente impari alla situazione: sopraffatto dalla autoritaria ed invadente azione del Presidente del Consiglio, non aveva l'autorevolezza, né ebbe l'alto e fermo senso del prestigio del proprio ufficio per resistervi( .. .). Ebbe la colpa, praticamente esautorato, di adattarsi senza proteste a conservare l'ufficio, che nella ptute di più notevole responsabilità non da lui e con intenti a lui poco noti, veniva esercitato» 5•
' AMEDEO Mosu,n, / ministri del reg110 d 'Italia cit., VI, Roma 1976, p. 330. ' Ibidem, Vl, p. 13 l. ' L. Pm.LOux, Quelques souvenirs de ma vie cii., p. 159. Pelloux era sempre stato contrario alla pC>litica coloniale a causa della situazione finanziaria dell'Italia, rifiutando che le spese per l' Africa dovessero incidere sullo stato di approntamento dell'esercito in fum,ione degli impegni militari connessi con la Triplice Alleanza. Tuttavia, non perdonò mai a Crispi cd a Mocenni da un lato di aver diminuito i fondi per l' esercito e dall'altro di scivolare nella guerra con l'Abissinia cC>n mezzi insufficienti. ' Ibidem, p. 163. ' A. MOSCATI,/ ministri del reg110 d'Italia ci!., VI, p. 413. In una discussione alla Camera, Pelloux sostenne essere preferibile un ministro della Guerra civile, ma buono, piuttosto che un militare incapace. Mocenni se ne adontò, ma Pclloux spiegò che soprattullo era necessario disporre di «un excellent Chef-d'Etat-Major de l'armée et de très bons Chefv lÌ la tele des différents services». Comunque, ribadì il concetto, precisando: «Civil, soit 1 mais capable!» (L. PELLOUX, Quelques souvenirs de ma vie cit., p. 162).
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La responsabilità specifica del ministro della Guerra 1ivestiva valore determinante perché concerneva la preparazione dell'eventuale guerra. Il 22 maggio, durante la discussione alla Camera del bilancio della Guerra, il nuovo ministro, Ricotti, accusò: «(...) che potesse avvenire una guerra grossa contro Menelik, nel Tigré, era almeno presumibile, si presumeva da tutti, da Baratieri, dal Governo. C' era la probabilità, fin da un anno fa, che c i potesse essere questa guerra grossa in Abissinia. Quindi si sarebbe dovuto fare questo studio, affinché, verificandosi il caso, fosse già detenninato il modo di comporre i battaglioui, i reggimenti, il loro equipaggiamento, la quantità delle vettovaglie, ecc., ecc.: invece non c'era niente di preparato».
E che la preparazione fosse una questione estremamente delicata si può comprendere appieno ricordando che in autunno le unità si trovavano nel periodo di forza minima, vale a dire che le compagnie di fanteria scendevano al livello cli una quarantina di presenti! Ma, a questo punto, si rende necessario un inciso per ben inquadrare il problema africano nell'ambito più vasto della politica estera del governo CrispiBlanc. I primi di novembre del 1895 l'opinione pubblica europea esplose di indignazione per il selvaggio massacro degli armeni da parte turca. Il barbaro tentativo di genocidio (circa 200.000 vittime complessivamente, senza distinzione di età e di sesso) operato dalle truppe turche, regolato addirittura da segnali di tromba, era iniziato nell'estate ciel 1894 e durerà sino al 1896, ad intervalli irregolari, sempre su ordine del sultano Abdul Hamid. Salisbury dapprima parve incerto 1, poi, sembrando mettere da parte la tradizionale politica inglese di non turbare la quiete in Oriente, decise di intervenire ed ordinò il trasferimento di una grossa forza navale a Lemno e di fronte ai Dardanelli per forzare il sultano ad accettare un piano di sostanziali riforme. La Russia entrò subito in allarn1e temendo che venissero occupati gli stretti approfittando delle circostanze e la Francia appoggiò la sua presa di posizione, rifiutando di considerare troppo seriamente questi «incidenti» ricorrenti nella lotta fra cristiani e musulmani e condannando lo spirito crociato ed avventuroso del1' iniziativa britannica. Quanto a Crispi, la reazione fu .immediata ed una squadra italiana agli ordini ciel viceammiraglio Accinni, composta di due corazzate, due incrociatori ed un esploratore, fu spedita a Snùrne con la direttiva di conformarsi alle istruzioni dell'ammiraglio Seymour, comandante della t1otta inglese del Mediterraneo, portatasi nel Levante.
' Secondo fonte tedesca (smentita da successivi studi di parte inglese) Salisbury avrebbe preso in considerazione la spartizione dell'impero turco in «sfere d' influenza». In tale ipotesi, all'Italia sarebbe stata riservala l'Albania e, nel Nordafrica, la Tripolitania oppure, in caso di guerra con la Francia, la Tunisia o il Marocco (ENR ICO SERRA, La questione tunisina da Crispi a Rudinì ed il «Colpo di timone,, alla polilica esrera italiana, Giuffré, Milano I 967 , pp. 237-238.
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Ma c'è di più. Secondo il suo diario, Crispi avrebbe detto ad Umberto I che «( ...) Lord Salisbury dichiarò di ritenere in vigore gli accordi del 1887. Dichiarò che vuol procedere d'accordo con noi e che in caso di occupazione dei Dardanelli toccherebbe all'Italia l'espugnazione delle fortezze turcbe. Spero nella pace, ma ho provveduto per il possibile caso della
guerra»
t.
A prescindere dalla sicura «forzatura» circa il pensiero di Salisbury, i provvedimenti consistevano nella determinazione di approntare un consistente corpo di spedizione da mandare in Levante. Il generale Annibale Ferrero, ambasciatore a Londra, infom1ato da Blanc della misura, rimase sconce1tato e non esitò a chiedere subito di conoscere da Mocenn.i e da Primerano quanto tempo occor1 resse per la costituzione di un corpo d'annata da inviare oltremare e per il suo imbarco. Inoltre prospettò i riflessi che a suo avviso la fo1mazione cli tale corpo avrebbe provocato nella situazione organica dell'esercito, «mettendo probabilmente il paese nell'impossibilità di mantenere a suo tempo gli obblighi inerenti alle alleanze ed alla difesa della Patria» 2• Afferrato l'avvertimento, Blanc si fece subito più prudente e rispose a Ferrero d.i tener semplicemente presente che! 'Italia poteva accogliere «eventuali offerte cli cooperazione», ma di non comunicare alcunché a Salisbury 1• Poi indirizzò una memoria segreta a Mocenni ed a Primerano. Con essa profilava l'eventualità di un invio di truppe «in Oriente»; chiedeva assicurazione circa la possibilità d.i fronteggiare contemporaneamente glj obblighi connessi con le alleanze e quelli imposti dalla difesa del territorio nazionale; spiegava che: «Dalla possibilità di una nostra cooperazione con forze di terra in Oriente in caso di azione austro-inglese dipende la cooperazione navale dell'Jnghilterra alla difesa delle nostre coste meridionali. Il problema militare per l'Italia è dunque doppio ed apparisce agli alleati essere compromesso dall'attuale riordinamento a base regionale» •.
li Comando del Corpo di Stato Maggiore intanto aveva ripreso alla mano uno studio del febbraio precedente per la costituzione d.i un corpo d' armata di spedizione per la Tripolitania, su otto reggimenti di fanteria, da mobilitare secondo le nonne in vigore (compagnie d.i fanteria su 200 uom.inì). I reggimenti sarebbero stati sostitu.iti in patria da altrettanti reggimenti d.i milizia mobile 5.
'F. CRJSPI, Questioni i11temazio11ali, Milano 1913, p. 253. 'Carte Blanc, Ferrero a B\anc in data 19.1 '1. I895, riportato in E. SERRA, La questione t1111isi11a cit., p. 254. Il 18 novembre B\anc aveva telegrafato al console italiano a Salonicco, Frisi, di informare in via privata l'ammiragl io Seymour che l'Italia aveva pronti 50.000 uomini «per i forti degli stretti», cd ordinato all'amm. Accinni di portare la sua squadra a Salonicco (ibidem). ' Carte Blanc, Blanc a Ferrero in data 19.11.1895, ibidem.. '' Memoria Blanc in data 20.l 1.1895, ibidem., pp. 255- 256. L'allusione al <<riordinamento a hase regionale» concerne provvedimenti di natura organica che Mocenni aveva allo studio ma che non mise in atto. > AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 6, fase. 12 e 18.
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L'aggiornamento dello studio per l'ipotesi 'Levante' diventerà ben presto utile per gli imprevisti sviluppi della guerra in Abissinia. La nuova versione della questione d'Oriente venne peraltro a perdere presto il tono preoccupante assunto.all'inizio. Tutte le Potenze avvertivano le incognite di passi avventati e tutte si adoperarono in favore del la pace. Crispi e Blanc rimasero delusi. Il ministro degli Esteri il 29 novembre così telegrafò ai nostri ambasciatori a Londra, Berlino, Vienna e Costantinopoli: «Siamo piì1 che mai convinti che non attuandosi gli accordi del 1887, solo mezzo per assicurare la pace e la preponderanza d'influenza tutelare in Oriente, andiamo incontro a pericoli d'anarchia in Turchia e di guerre europee a riparti territoriali. E manifestammo confidenzialmente tale convincimento a scanso di responsabilità» '.
Tutto ciò nel novembre 1895, quando la tempesta stava avvicinandosi a Baratieri. È ampiamente evidente la pressoché assoluta attenzione rivolta dal governo agli avvenimenti del Levante europeo, che evidentemente avevano lasciato sognare una nuova alleanza di Crimea, ma che, d'altra parte, potevano superare l'invio cli un corpo di spedizione e sboccare in una guerra direttamente coinvolgente l'Italia. Illuminante sotto ogni aspetto è un appunto di Blanc senza data, però attribuibile a questo periodo, in cui si legge: «Importa al ministro degli Esteri: I. avere assicurazione riservata che nùnistro della Guerra e Stato Maggiore, quando le condizioni internazionali esigono il richiamo di certe classi e certi movimenti di truppe, fanno immediatamente gli studi per modificare in conseguenza ed in tempo utile il piano di mobilitazione; 2. avere assicurazione riservata sul modo di vedere del capo di S.M. per il caso di mobilitazione, sia che divida o meno la politica mili/are sin qui seguita della pura difensiva; 3. sapere se l'esercito potrebbe in caso di bisogno essere pronto ad entrare in campagna nel marzo od aprile se inaspe11a1amente gli obblighi del!' alleanza lo esigessero» '·
Torniamo adesso agli avvenimenti cl' Africa. Giustamente è stato rilevato che l'accordo tra Menelik e ras Mangascià per strapparci, in toto od in parte, il territorio a nord del Mareb-Belesa, dimostrato dal carteggio rinvenuto nella tenda ciel ras a Senafé, poteva anche svanire nel tempo per un qualsiasi motivo; tuttavia l'invasione dell' Agamé e del cuore ciel Tigré non poteva che rinvigorire l'intesa fra il negus ed il ras. Infatti, in primavera, spintosi a Macallé, Baratieri dette l'allarme. In questo momento nasceva la responsabilità della preparazione ad un possibile conflitto, prevedibilmente assai pesante sul piano logistico, trattandosi cli una spedizione oltremare ed in uno scacchiere pressoché privo di risorse, nonché per l'approntamento dei reparti, data la ben nota oscillazione ciel livello di forza organica delle unità. Per quanto si conoscessero e si citassero le relazioni sulle campagne inglesi di sir Napier nel
' Carte Blanc, ripo11ato in E. SERRA, la questione tunisina cit., p. 258. 'Arclùvio Blanc, ripo11ato in E. SERRA, ibidem, p. 255.
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1867-68 contro il negus Teodoro ed egiziane del 1875-76 contro il negus Johannes, non sembra che ne sia derivato spunto per uno studio preliminare sul presumibile fabbisogno complessivo, specialmente in campo logistico. Alle ripetute insistenze di Baratieri il governo opponeva un atteggiamento tra l'incurante e l' annoiato, qualcosa di simile ad un: «Per intanto, vediamocela con Mangascià ed affermiamoci nel Tigré; a Menelik si penserà poi, se proprio veITà, per ora è lontano» 1• È evidente che per un progetto lo Stato Maggiore dell'esercito aveva bisogno di dati e di indicazioni che, in quelle circostanze, solo Baratieri poteva fornire. Ebbene, Mocenni non curò di chiederli. Non ignorava certo che il passaggio dalla, stesura finale di un piano alla determinazione concreta delle esigenze logistiche comporta uno studio a patte e quindi un certo tempo; che i soli lavori po1tuali, ferroviari e stradali in Africa avrebbero richiesto mesi e denaro; che la reale gravità della finanza pubblica avrebbe consentito di accettare I.e nuove spese militari unicamente di fronte all'evidenza di cifre incontrovertibili. Eppure non impose a Baratieri di fornirgli con ogni urgenza tutti gli elementi per decidere subito, in Consiglio dei ministri, se ordinare un'offensiva e con quale obiettivo, oppure se scegliere la difensiva e su quali posizioni; in altre parole per impartire direttive inequivocabili ma aderenti alla situazione politico-militare. Dopo il combattimento dell' AmbaAlagi, Mocenni esplicò un'attività obiettivamente encomiabile per l'invio di truppe a Massaua e sempre di propria iniziativa. Purtroppo si trattò di un'opera monca: le truppe venivano spedite più o meno alla rinfusa, sotto la paura di un nuovo rovescio e, data anche la frettolosità del provvedimento, senza un conveniente, parallelo, allestimento dei servizi di campagna. L'inadeguatezza della base di Napoli a fronteggiare le esigenze delle unità in partenza, l'impreparazione tenitoriale dello scacchiere e l'insufficiente soluzione del problema dei trasporti fecero il resto. Cosicché lo sforzo compiuto in Italia si riversò in Eritrea come un fiotto disordinato, manchevole e perfino aggravante le difficoltà. Se a Mocenni evidentemente sfuggì l'assoluta necessità di un piano operativo di base «da impone in modo perentorio a Baratieri, fornendogliene una traccia, appena ebbe la certezza che questi vi era decisamente refrattario» 2, nel governatore si radicò la strana convinzione che tutto ciò che riguardava il problema da lui sollevato dovesse essere affrontato e risolto dall'esclusiva competenza del mjnistro della Guerra. Comunque, ammesso e non concesso un simile eccessivo punto di vista, rimangono senza spiegazione la sua continua ince1tezza, la sua ostinata riluttanza a spiegare con esattezza il suo pensiero e ciò che considerava necessario 3•
'G.A. MALI.ADRA, La battaglia di Adua cit., pp. 4-7 . ' Ibidem, p. 14. ·' Baratic1i «sente ed affcnna ogni pochi giorni che la guerra grossa è assai possibile e vicina,
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Baratieri possedeva ottime doti cli mente e d'animo. I suoi precedenti garibaldini e politici (era deputato dal 1876) gli avevano valso la nomina a governatore civile dell'Eritrea, una designazione incauta in quelle circostanze '. Il suo carattere era intaccato da «un'ambizione ed orgoglio spinti al di là del limite oltre il quale queste qualità cessano di essere buone e perciò utili, per divenire difetti e perciò nocive; e debolezza, una gran debolezza» scrisse il Malladra, che gli fu vicino durante la campagna cli Adua. E spiegò: l'ambizione gli fece assumere, da governatore civile, il comando diretto delle truppe senza alcuna necessità, esautorando Arimondi, che ne rimase ferito; l'ambizione e la debolezza lo fecero desistere dalla domanda di rimpatiio ripetutamente presentata; la debolezza lo fece insufficientemente energico ed autorevole nei confronti dei suoi brigadieri, uno dei quali «poté arrivare impunemente ad un punto quasi incredibile di critica e maldicenza del superiore consapevole»; l'orgoglio e la debolezza lo spinsero ad accusare la massa dei soldati per cercare di coprire la propria deficiente azione di comando 2• Il contenzioso con Menelik riguardava l'art. XVII del trattato di Uccialli ed il confine. Non era, però, tanto grave da provocare una guerra. In fondo il negus, per quanto lo riguardava, aveva puramente e semplicemente rifiutato di riconoscere quell'atticolo, anzi aveva tranquillamente sconfessato l'intero trattato, e sulla questione dei confini non mostrava un eccessivo interesse o, quanto meno, una grande premura di addivenire ad una definizione formale. Il punctum dolens era la malacco1ta linea cli condotta tenuta dall'Italia con lui e con ras Mangascià. La scarsa chiarezza dello scopo perseguito, l'ondeggiamento fra la politica scioaua e quella tigrina, una certa trascuratezza nell'osservare la scelta fatta, il tentativo di mettere i piedi in due staffe, .il tutto nel quadro cli una conoscenza troppo superficiale della realtà etiopica: bisogna ammettere che un errore fatale era inevitabile. Tutto sommato, anche se questo errore fatale doveva prima o poi aver luogo, la sua conclusione poteva essere differente. Per quanto da patte italiana si sia voluto commettere uno sbaglio dopo l'altro, ogni volta Menelik si mostrò disponibile ad un accomodamento, naturalmente a certe condizioni, sulle quali Crispi non intendeva ragioni, anche per una carente visione delle prospettive militari. Purtroppo, ogni volta abbiamo peggiorato la situazione.
che i mezzi attuali vi sono inadeguati, che occorre rinforzarli , che bisogna prepararsi, che soprattutto abbisognano molti quadrupedi; ma gli viene in mente di fare lui il calcolo bene specilicato di quel che stima necessario e di notificarlo al governo? Neanche per idea; e si contenta di indicazioni vaghe, generiche: uomini, quadrupedi. Quel calcolo, che lui solo poteva e primo doveva fare, egli mostra di ritenere che debba farlo il governo; tanto che nelle sue Memorie cita quella corrispondenza come documenti a suo favore>> (Ibidem, p. 8). ' Nella seduta del 26 maggio 1899 alla Camera Crispi affermerà che, incontrato J3aratieri nel febbraio l 892, poco prima che gli venisse affidato l'incarico di governatore, «gli dissi francamente che non era impresa per lui e che avrebbe fatto fiasco» (F. CRISPI, Discorsi parlamentari cit., TTT). ' G.A. M ALLADRA, la battaglia di Adua cit., pp. 55-56.
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La prima mossa falsa fu l'invasione del Tigré per togliere di mezzo l'ambizioso ed avventato Mangascià. Intendiamoci, l'iniziativa era stata del ras, che non aveva avuto remore nell'entrare in Eritrea sino a Coatit, e la ritorsione con l'inseguimento nel suo territorio appariva più che giustificata ai nostri occhi, sia per togliergli la voglia di ricominciare, sia per dare un avvertimento a chi avesse avuto l'idea di imitarlo. Tuttavia agli occhi del negus suonava indebita penetrazione nel suo impero ed offesa al suo prestigio interno, specialmente per aver occupato Adua e Macallé e proseguito la puntata sin quasi al lago Ascianghi. Comunque, un ripiegamento a nord del Mareb-Belesa assunto di nostra volontà, non sotto la pressione degli avvenimenti, sarebbe stato sufficiente a calmare le acque. Ma Baratieri - che, per inciso, era assolutamente persuaso di conoscere a fondo l'Africa e soprattutto l'Abissinia - propose l'annessione del Tigré all'Eritrea e Crispi accettò (pur preferendo evitare una proclamazione ufficiale). Non era necessario possedere sicura nozione di cultura, costumi, mentalità e psicologia degli abissini per rendersi conto che mai Menelik, sovrano di un impero indipendente da secoli, che aveva ingrandito e consolidato, in contatto con le principali Potenze europee alcune delle quali (Francia e Russia) lo vedevano con particolare benevolenza, avrebbe potuto sopportare simile presa di possesso. Non solo, ma inevitabilmente sospettò I'.intento subdolo, ma fermo, dell' Italia di estendere il dominio all'intero impero, non avendone ottenuto il protettorato. Questo fu il vero, grande errore, di cui purtroppo sembra che nessuno abbia percepito con esattezza la portata. L'annessione poneva il governo di Roma nelle condizioni di non poter più rinunciare al Tigré senza perdere la faccia in Europa. L' abbandono della regione adesso diventava una sconfitta politica che l'Italia non avrebbe certo perdonato a Crispi. Ma per tenerla occorreva mettere in preventivo una guerra e questo non parve preoccupare alcuno a Roma. È verissimo che Baratieri cominciò a tempestare il governo, rappresentando la certezza di vedersi arrivare addosso Menelik nel successivo ottobre, ma i I governo continuò ad insistere sul limite finanziario di nove milioni per il bilancio della colonia, chiudendo gli occhi sulle conseguenze di natura militare, ed a tergiversare senza pervenire ad una conclusione, pur avendo escluso la possibilità di un componimento della ve1tenza. E Baratieri si adattò all'atmosfera. Il secondo errore, di superficialità, riguardò la scarsa attenzione riservata alla notizia che Menelik aveva chiamato i suoi ras alle armi per il 25 ottobre. Il terzo, dovuto alla poca conoscenza dell'avversario, nonostante i numerosi contatti con lui avuti da numerosi emissari italiani, consistette nella diffidenza nei confronti delle intenzioni di pace manifestate dal negus sin da prima dell' AmbaAlagi. Il quarto sbaglio, determinante, fu la sopravvalutazione della propria forza ed insieme il 1ifiuto di abbandonare i nuovi teJTitori temendo le reazioni interne. Il promemoria inviato da Blanc a Baratieri il 18 gennaio, «per eventuali trattative a tempo opportuno», conteneva l'inaccettabile desideratum di cui si è parla-
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to in precedenza, e dieci giorni più tardi lo stesso ministro affermava fiduciosamente che conditio sine qua non per trattare seriamente ed ottenere buone condizioni di pace era una vittoria italiana! Gli fece seguito Crispi, spiegando che, tutto sommato, si sarebbe accontentato del possesso definitivo della linea AduaAdigrat, di quello temporaneo di Macallé e dell'Amba Alagi, e dell'accettazione del famoso articolo XVII. Si era nella più assoluta cecità della situazione venuta a crearsi nel Tigré. Eppure si doveva immaginare, come già rilevato, sulla base dell'esperienza del negus Johannes nel 1888, che se Menelik si era mosso con tanto di proclama avrebbe verosimilmente raccolto molte e molte decine di migliaia di guerrieri! Eppure, solo a guardare la carta topografica, o meglio quella corografica, si doveva comprendere da un lato l'onere di sicurezza imposto dalla profonda penetrazione nel Tigré, e dall'altro che presidiare Adigrat e non Adua era un non senso! Eppure, sempre guardando i rapporti di distanza di centinaia di chilometri, il problema dei mezzi di trasporto non poteva non apparire tale da esigere provvedimenti inattuabili facilmente ed in tempi ristretti! Eppure non si poteva ignorare che una «guerra grossa» imponeva la preventiva costituzione di una base di operazioni oltremare ampia e cospicua! O forse Crispi si aggrappava con tutta la sua disperata energia alla speranza di un confronto vittorioso, uno qualunque, reso possibile dall'ininterrotto invio di battaglioni e batterie a Massaua? Ma allora perché non prendere di petto subito la questione del comandante in capo, vista la sfiducia che ormai circondava Baratieri? Che Crispi difendesse soprattutto la propria posizione era opinione diffusa. Non per niente nel novembre 1895 Pelloux annotava: «Brutta condizione è quella di avere a capo del governo un uomo che, in momenti difficili come questi, può essere trascinato a giuocare qualunque carta, anche la pÌll pericolosa, pur di tentare di sai vare la sua posizione personale».
Sta di fatto che alla fine del 1895 negli ambienti politici, specialmente se antiafricanisti, si diffondevano inquietudine e più marcato dissenso sugli eventi in corso in Abissinia, ed in ambito militare affiorava aperta critica per la sventatezza con la quale il governo aveva trascurato il tempestivo approntamento dei mezzi necessari ad affrontare la nuova guerra etiopica. Il 7 febbraio 1896 proprio in una lettera indirizzata a Peiloux, il generale Dal Verme espresse il suo amaro commento: «Intorno ali' Africa, debbo confessarti cbe pur mantenendo le mie antiche moderate convinzioni coloni.ali, sono irritato quanto mai contro Crispi, Baratieri, Mocermi, Blanc (in questo preciso ordine di precedenza) che con un colpevole eccesso di fiducia e conseguente leggerezza di apprezzamento della situazione, hanno condotto il Paese a queste terribili strette» 1•
' L. Pr,u.oux, Quelques souvenirs de ma vie cit., Introduzione, p. LII, nota 84.
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2. lL CORPO D'OPERAZIONI Le necessità militari in Eritrea erano sempre state fronteggiate di volta in volta, all'emergenza, sotto l'assillo di un qualche avvenimento minaccioso. Così, il corpo d' operazioni per la campagna venne a formarsi dopo il combattimento dell' AmbaAlagi, nel gennaio-febbraio 1896. Vale la pena di dare un rapido sguardo a tale strumento di guerra, cominciando dal capo. Baratieri non aveva mai comandato che qualche battaglione e adesso si trovava alla testa di un piccolo corpo d'armata autonomo, oltremare, con un'Intendenza di scacchiere da impiantare. Riferendosi alla sua nomina a comandante delle truppe, Carlo Corsi ebbe ad osservare che runici ed ammiratori avevano fatto di tutto per «gonfiare quella testa, ricca di ingegno, ma squilibrata rispetto al carattere. Uomo politico o piuttosto politicante, inverniciato di soldatesco quanto poteva bastare per poter mettergli indosso una divisa di generale, il Baratieri era in sostanza ancora allo stadio della prova come uomo di gueml e già, con la consueta precipitazione, lo si salutava come sommo» 1• Cesare Pini, che fu ai suoi ordini, si espresse ancor più crndamente: «aveva la debolezza di credersi un grande soldato; e invece fu soldato mediocrissimo ed ancor meno condottiero» 2 • Adesso Bru·atieri era chiamato a mostrare quel che sapeva fare sul piano del carattere, del senso di responsabilità e della capacità operativa. A parte il vice governatore, generale Lamberti, ottimo sotto ogni aspetto, disponeva alle truppe di quattro giovani generali, professionalmente di tutto rispetto, ben conosciuti nel!' esercito. Nel suo Stato Maggiore prestavano servizio alcuni ufficialì sicuramente ottimi, destinati a raggiungere in seguito gradi elevati. Diviene allora spontanea una domanda: come mai - a prescindere dal risultato finale - la decisione di avanzru·e per sfidare il nemico fu accompagnata da una quasi incredibile somma di errori, disguidi, incertezze, omissioni, incomprensioni, scelte strane? Venne messo sotto accusa lo Stato Maggiore, comprendendo in questo termine, per motivi diversi, sia i brigadieri sia il Comando del corpo d ' operazioni ' . Vediamo, per prima cosa, i rapporti intercorrenti fra il comandante in capo ed i suoi principali sottordini. Il noto, profondo ed inaccettabile attrito con Arimondi era, se possibile, ulteriormente peggiorato. Dei nuovi, il generale Dabormida ed il colonnello Albertone (in attesa della promozione) erano due ufficialì di Stato Maggiore cli altissima reputazione, non per niente da tenenti colonnelli
' C. CORSI, Le cose d 'Africa cit., p. 1541. 'CESARE GUGLIEL~O PINT, Frammenti dei miei ricordi d'Africa, Lapi, Città di Castello 1912, p. 165.
' Nella seduta del 21 maggio alla Camera, Ricotti fu netto e breve: «Allo Stato Maggiore sono stati, da alcuni, imputati i disastri di Adua e recenti pubblicazioni, non opportune, hanno messo in luce i dissidi avvenuti in questo corpo, ora, siffatti dissidi non avvengono se non quando il C<)mando è debole; col generale Baldissera non si ripetermmo» ( «Rivista Militare», disp. Xl, IO gi ugno
1896, p. I050).
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avevano condotto in porto la convenzione militare delle Triplice Alleanza, a Berlino ed a Vienna, svolgendo le trattative con gli Stati Maggiori dei due paesi alleati in modo egregio; il generale Ellena, direttore generale delle armi e munizioni a Roma, godeva fama di egregio artigliere e si era presentato a Massaua per assumere l'incarico di comandante dell'artiglieria. Tutti erano ufficiali di solida preparazione, assuefatti a lavorare senza timidezza con superiori italiani e stranieri di altissimo livello, di carattere assai fenno. Tutti erano in rapporti epistolari, nei quali esprimevano giudizi e critiche, con personalità militari o politiche ed anche con giornali 1• B~m1tieri si sentiva a disagio con loro. Nel giro di un mese il cli.ma si fece estremamente pesante e le testimonianze in proposito sono molte e concordi. Già il 3 gennaio Albertone confidava al generale Sismondo, in Italia: <<Nota triste: profondi screzi demoliscono la disciplina e lo spirito militare». Il 13 febbraio Dabonnida scriveva al generale Chiala: «Il più difficile è frenare I.e impazienze degli ufficiali e dei soldati venuti a prender parte ad azioni brillanti(... ). Qui si ha bisogno di molta calma e serenità. Ne usciremo bene soltanto con la concordia e la disciplina e il sacrificio delle opinioni individuali)) 2 • Il BeUavita raccontò: «l'ambiente dei nostri accampamenti diventava intanto sempre più disciplinarmente irrespirabile per le critiche e le recriminazioni contro il Comando, le quali si facevano palesemente e sempre più vivaci, senza ritegno alcuno. In questo ambiente malsano il Baratieri andava perdendo rapidamente quello scarso prestigio che gli rimaneva, facendolo apparire sempre più in-esoluto, inerte, nullo» 3. L'allora tenente Panigai ricordò: «L'indisciplina dei brigadieri, manifestavasi in continue proposte ed osservazioni dirette al comandante in capo, con discorsi confidenziali fra essi, critiche talora esuberanti e fallaci sul complesso e sul dettaglio della situazione: ciò trapelava ai sottoposti» •. Insomma Baratieri non era in grado di tenere in pugno la propria gente ed aveva perduto gran parte della fiducia in se stesso. Sentiva montare contro la sua persona un' aspra critica non soltanto in Italia, ma anche in colonia; non soltanto in ambito politico e nella pubblica opinione, ma anche nel corpo d'operazionì. Era spesso febbricitante, fisicamente assai scosso, in preda all' insonnia ed ali ' esaurimento nervoso. Ad Alberto ne avrebbe confidato venirgli ogni tanto la tentazione di «farla finita con un colpo di rivoltella)} 5. E, sempre stando ad Albertone, girava perfino la voce dell'opportunità di convincerlo a sottoporsi ad una visita medica collegiale 6 • Il 22 febbraio il capo di Stato Maggiore, Valenzano,
' Entro limiti di evidente opportunità e correttezza la cosa era naturale; oltre questi limiti, biasimevole. Ma a suo tempo Baratieri non si era comportato analogamente nei confronti di San Marzano e di Gandolfi? ' C . CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., p. 306. 'E. B ELLAVITA, La ballaglia diAdua cit., p. 310. ' ALDO VALORJ, Ancora verità e leggenda nella battaglia di Adua, in «Nuova Rivista Storica», 1929, fase. VI. s E. B BLLAVITA, La battag lia di Adua cit., p. 310. • C. CONTI R OSSINI, Italia ed Etiopia cit., p. 307.
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confidò all'inviato della «Tribuna» di «aver pregato i vari comandanti di brigata di non inquietare il comandante se non chiamati» 1• Anche la posizione del capo di Stato Maggiore merita attenzione. Quando Arimondi rinnovò la domanda di rimpatrio, Baratieri tenne a dichiarare al ministro degli Esteri che non intendeva rinunciare al «potere pieno» conferitogli d,ù doppio incarico di governatore civile con poteti militari e di comandante delle truppe. Per ciò chiese una modifica di natw·a organica: sostituzione dell'incarico a se stante di comandante delle truppe con quello di un capo di Stato Maggiore, con il grado di colonnello o tenente colonnello, cui poter affidare ampie attribuzioni in «tempi ordinari» 2• La proposta diviene comprensibile soltanto se tradotta çon un «voglio i pieni poteri in ogni settore». Vista poi la disponibilità di un vice governatore e di un intendente, è difficile individuare a quali ampie attribuzioni Baratieri si riferisse, senza modificare i compiti propri della figura del capo di Stato Maggiore. Valenzano era stato da lui richiesto con preferenza nornfoativa, ma non rappresentò l'uomo giusto al posto giusto: mancava di esperienza africana ed il tempo per farsela difettava; non possedeva una personalità spiccata e questo lo mise in difficoltà nell'ambiente del Comando. In definitiva, non fu in grado di offrire un'immediata e fattiva collaborazione a Baratieri, come s.ino allora avvenuto da parte del maggiore Salsa. Ricordò Caviglia: «Essendosi frapposto come un diaframma il colonnello Valenzano tra Salsa e Baratieri, questi si trovava senza appoggio, esposto alle due correnti: quella dei vecchi ufficiali coloniali, che con Salsa non volevano affrontare l'enorme superiorità numerica degli Amhara, e la corrente delle nuove truppe giunte dall 'ltalia, animate da forte spirito offensivo» 3• C'è da domandarsi seriamente per quali motivi Baratieri non abbia voluto affidare la carica di capo di Stato Maggiore a Salsa, che in pratica veniva messo da pmte, nonostante la sua esperienza e nonostante soprattutto a lui fossero dovuti, a parere unanime, i successi conseguiti. La questione del grado non può persuadere, posto che Baratieri 1iteneva accettabile anche un tenente colonnello. Ed è altresì strano che sull'argomento Baratieri, pur sempre disposto a lunghe spiegazioni, non abbia speso una parola. Salsa, considerato la vera mente del Comando, in quelle circostanze di palese, eccessiva sproporzione di forze, aveva assunto un orientamento nettamente contrario a mosse avventate, come del resto tutti i vecchi ufficiali del Comando stesso. Anche perché, per esperienza sapevano che l' inunenso esercito di Menelik non sarebbe potuto durare ancora a lungo ad Adua, per la difficoltà di vettovagliamento. Quindi miglior partito era reputato sistemai-si su una forte posizione naturale, migliorare i rifornimenti ed aspettare o l'attacco (poco probabile) o la ritirata (molto probabile a non lunga scadenza) di Menelik. IJ Malladra
' Ibidem, nota I. Baratieri a Blanc in data 13. 11. I 895, in Libro Verde XXIII bis, doc. 137. ' E. C AVIGLIA, Diario cit., p. 152. 2
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criticò nettamente la mancata utilizzazione di Salsa e si manifestò convinto che «con Salsa in quel posto Adua non sarebbe avvenuta» 1• Sul Comando grava, senza appello, la responsabilità della cattiva organizzazione dell'operazione: dalle ricognizioni, non fatte o mal fatte, alla stesura clel1'ordine, ai collegamenti, ai servizi. L'ordine del giorno 2 presentò pecche di vario tipo. È norma universale che la responsabilità della cattiva interpretazione cli un ordine ambiguo od oscuro, o che lasci spazio non esattamente delimitato alle iniziative dei sottordini, spetta per intera al comandante che imprutisce l'ordine. Ciò premesso, al capo di Stato Maggiore compete la corretta e completa compilazione del documento e la cura delle 1n.isure organizzative che ne conseguono. La questione dell'ordine non è formalmente burocratica, come taluno potrebbe pensare. Si tratta di impartire disposizioni operative e di assumersene la responsabilità. In quelle contingenze, poi, acquistava un valore spiccato perché Baratieri doveva far comprendere, senza dar luogo a dubbi, che, raggiunto il «primo obiettivo», egli si 1iservava di decidere il seguito da dare all'operazione; e nel contempo doveva evitare che si verificassero mosse troppo ru·dite dettate dalla sottovalutazione dell'avversario o da criteri concettuali assai in voga all'epoca e ribaditi dogmaticamente dalla regolamentazione. Sui brigadieri, infatti, pesa l'accusa di un errato spirito d'iniziativa o di un esagerato criterio offensivo, o di entrambi. Il Corsi ha posto in risalto «quello spirito altamente, esclusivamente offensivo che predominava sovranamente in tutto il nostro sistema tattico, specie nel Regolamento sul Servizio in guerra, tutto imbevuto di attacco e cli iniziativa» \ In realtà, il «Servizio in guerra», ed. 1892, prescriveva: «625. Princ ipio capitale al quale deve sapersi inspirare ogni comandante di grande reparto di truppe in presenza del nemico, quello si è di prendere risolutrunente l'iniziativa e di condurre l' azione con la massima energia. Ciò però non significa lanciare inconsideratamente le truppe sul nem.ico; iJ combattimento deve essere condotto colle buone nonne tattiche secondo lo scopo, cioè, offensivo, difensivo o di semplice dimostrazione».
Negli anni Novanta si accentuò l'accennato spirito offensivo e l'edizione 1892 del «Servizio in guerra» esaltava al massimo grado l'iniziativa:
'G.A. M ,,1.LADRA , La battaglia di Adua cit., p. 23. ' Secondo il «Regolamento sul Servizio in guerra>>, ed. 1892, l'ordine scritto assumeva la forma di ordine del giorno laddove si intendeva portare a conoscenza di tutti i Comandi dipendenti un argomento di servizio. Quru1do, invece , si imr.arti vano disposizioni per l'esecuzione di operazioni di guerra (marcia, avanscoperta, combattimento, ecc.) il documento assumeva il nome di ordine d'operazioni. Queslo significa: che l'ordine dirnmato da Baratieri il 29 febbraio non intendeva regolare un atto operativo, cosa sttanissima perché esisteva perfino la possibilità, almeno teo1ica, che sul «primo obiettivo» si veri(icasse prestissimo l'incontto col nemico; che, per contro, data la materia trattata, doveva chiamarsi ordine d' operazioni ed essere redatto come tale. ' C. CORSI, Le cose d'Africa c it ., p. 2296.
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«103. (...) il principio dell'iniziativa, che è tra i più potenti fattori di villoria, si applica a tutti i gradi, in ragione della responsabilità che a ciascuno compete. Tutti devono essere convinti che quando manchino gli ordini, ovvero quelli precedentemente ricevuti per il mutarsi della situazione non corrispondano più a questa, è virtù il saper concorrere all'esecuzione dei disegni dei superiori, operando secondo il proprio giudizio e affrontando coraggiosamente la responsabilità de· propri atti; che la mancanza di iniziativa è sempre piì1 dannosa di un errore nell'apprezzamento della situazione o nella scelta dei mezzi: che in tali casi la maggiore colpa nella quale possa incorrere un militare è l'inazione».
E le «Norme generali per l'impiego delle tre mini nel combattimento» prescrivevano: «Poiché l'azione offensiva è quella che permette cli raggiungere i maggiori risultati, ad essa deve tendere costantemente ogni comandante di truppa. Solo'iu circostanze eccezionali e in modo transitorio conviene appigliarsi alla difensiva» (n. 12), e poiché «una resistenza interamente passiva, lasciando al nemico piena libertà di fare ciò che meglio gli conviene, è per lo più condannata ad essere sopraffatta>> (n. 16), il combattimento difensivo non doveva considenm;i che come una preparazione al contrattacco da svolgersi al momento opportuno. Riflessi di ciò sono chiaramente avvertibili nella campagna del 1895-96 in Tigré. Non si creda, peraltro, che simili idee fossero peculiari dell'esercito italiano. Il valore predominante dell'offensiva era diffuso in tutta Europa e se esisteva una dottrina (da non confondere con un piano strategico) di deciso stampo offensivo, quella era la francese. E lo era al punto che il regolamento della fanteria del 1894 abbandonava I.' assalto in formazione aperta a favore cli quello pressoché in «ordine chiuso», con le compagnie a contatto di gomito, sostenendo che soltanto in tal modo si manteneva elevato il morale degli attaccanti e si era in grado di produrre il massimo volume di fuoco d.i fucileria. Tattica che, ad onor del vero, durante gli anni Novanta cominciò ad essere adottata anche in altri eserciti. È evidente che nelle operazioni coloniali, pur conservando piena validità, i principi dell'art.e della guerra dovevano necessariamente essere applicati con un'opportuna elasticità, tenendo conto delle differenze esistenti rispetto alla guerra europea dallo scopo all'ambiente naturale, alle difficoltà logistiche, al nemico da affrontare (un popolo, non un esercito). Questo comportava la costituzione di un corpo di spedizione ad hoc sotto ogni aspetto (personale, vestimio, equipaggiamento, mezzi di trasporto) e l'attivazione di rappo1ti con gli indigeni studiati con attenzione e da tempo. Quanto alla linea di condotta, in Africa come in Asia, ogni qualvolta un esercito europeo voleva risolvere un problema operativo, ed era o si riteneva in condizione di farlo, doveva agire offensivamente. La scelta deliberata cli pura e semplice difesa passiva ili detem1inate località o tratti di confine, appoggiata a fortini, poteva essere solo temporanea, in quanto non risolutiva. Comunque, gli adattamenti alla regolamentazione d'impiego in vigore in patria venivano studiati sul posto e sulla base delle crescenti esperienze.
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Nel 1896 uscì l'opera del generale Charles Callwell, «Small Wars: Their Principles and Practice», che, esaminando le numerose campagne coloniali, mise in evidenza come nella maggior parte dei casi le operazioni venissero improvvisate sul piano tattico dai diversi comandanti in relazione ai più svariati fattori, non escluso il temperamento del comandante stesso. Naturalmente una sola battaglia quasi mai portava a conclusioni. Occorreva aver pazienza ed estendere l'occupazione a macchia d ' olio, come fatto dai francesi in Algeria, la cui conquista durò cinquant'anni. Fra le modalità studiate sul piano strategico per sconfiggere un nemico incline ad affidarsi alle imboscate ed alle incursioni, sfruttando l' appoggio spontaneo o non delle popolazioni, aveva preso piede il sistema di requisire greggi e raccolti, devastare campi, incendiare capanne, nel triplice intento di rifornire se stessi, togliere rifornimenti e basi alt' avversario e indurre gli abitanti a negare aiuto al nemico. Il generale russo Mikhail Skobelev affermò nel 1877, nel Turkestan, che «in Asia domina chi afferra senza pietà la gente per la gola». 11 procedimento, in verità, era seguito spesso e volentieri anche dal nemico, incurante della popolazione locale, ma quando veniva messo in atto dai bianchi suscitava negli indigeni un rancore ovviamente di gran lunga maggiore. Nella guerra anglo-boera verrà compiuto un ulteriore passo ai danni dei civili. Constatata la difficoltà di aver ragione della resistenza boera che continuava, in forma cli guerriglia (1901-1902), nonostante la fuga di Kri.iger in Europa e J'occupazione inglese delle principali città boere, Kitchener, rimasto al comando delle truppe britanniche, adottò il procedimento cli incendiare le fattorie sulle quali potevano appoggiarsi i boeri e di internare la popolazioni civile (120.000 vecchi, donne e bambini) in campi di concentramento dove le condizioni di vita erano tremende (circa 20.000 morti di malattia e di stenti). Visto che nemmeno in questo modo riusciva a piegare i boeri, Kitchener divise il paese in settori delimitati da filo spinato e fortini e ricorse su larga scala all' arruolamento di truppe indigene. Le colonne britanniche cominciarono a rastrellare un settore dopo l'altro spingendo sul fondo della rete e poi catturando capi di bestiame, cavalli, carri e prigionieri. Sul piano t attico, invece, il discorso cambiava. «Di fronte a combattenti coraggiosi come i maori o i dervisci [o, possiamo aggiungere, gli abissini] o contro montanari della frontiera indiana o gli zulu, disciplinatissimi e dotati di senso tattico) un disastro era sempre prevedibile» 1• Di conseguenza, parlare di offensiva non sempre appariva conveniente: poteva risultare preferibile offrire al nemico numericamente superiore un combattimento difensivo ed attendere l'urto, appoggiandosi ad una posizione naturalmente forte, per rompere con il fuoco la violenza dell' attacco e provocare all'avversario perdite sensibilissime. Oppure, in terreno desertico, ricorrendo al vecchio quaclrato. Quest' ultimo caso veniva ad imporsi per necessità di difesa a giro d'orizzonte, ma nel contempo ri-
1
BER NARD LAW MONTGOMERY,
Storia delle guerre, Rì,.:zoli, Milano 1970, p. 467.
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sultava particolannente vantaggioso perché l'ampio campo di tiro che si offriva al difensore consentiva di prendere sotto un fuoco micidiale sin da lontano un attaccante numerosissimo, ma dotato di armi di gran lunga inferiori o male usate. Chiuso l'inciso di carattere dottrinale e tornando alla battaglia di Adua, si può concludere che, tenuto conto della consapevole assimilazione della normativa d'impiego, della diffusa opinione che gli abissini alla fin fine non rappresentassero un avversario molto temibile - dopo tutto, negli scontri verificatisi sino allora gli italiani avevano sempre affrontato una grande superiorità numerica etiopica, cosa abbastanza normale in colonia - e dello spirito supe1ficialmente aggressivo che animava i rinforzi, diventava indispensabile tener ben strette le redini del corpo d' operazioni, tanto più che non era affatto da escludere l'incontro con il nemico. E per questo gli ordini dovevano essere inequivocabili. Purtroppo, come osservò Malladra nel suo pregevole studio, con Baratieri «erano possibili gli eccessi di iniziativa», perché egli possedeva uno scarso senso dcl1' organizzazione, sorvolava sulla necessità dell' esame ponderato dei fattori del problema operativo, privilegiava l'intuizione e 1' audacia. Ha detto benissimo Del Boca: «Un fatto è certo: l'espe1ienza garibaldina avrebbe lasciato su Baratieri un'impronta indelebile» 1• Sempre in tema di ordini, vediamo adesso la questione delle disposizioni per la 1itirata. Fu detto all'epoca che, secondo il «Regolamento sul Se1vizio in gue1Ta», negli ordini diramati per il combattimento non si faceva cenno a misure «per l'eventuale ritirata» (I, n. 19). Esatto, tuttavia l'edizione 1882 dello stesso regolamento faceva una precisazione che forse dovette sembrare tanto ovvia da ritenere superfluo il ripeterla nella successiva ristampa. Essa diceva: «Le linee di ritirata da seguirsi in caso di insuccesso sm·anno fatte conoscere ai comandanti i grandi reparti prima ciel combattimento ed ai comandanti di corpo e di reparti di artiglieria soltanto al momento in cui devesi iniziare la ritirata» (I, n. 628). Non è chi non veda L'oppo1tunità di simile precauzione alla luce della probabilità di un combattimento d'incontro, sia pure sull' appena raggiunto obiettivo iniziale. Ad ogni modo, è indubbio che quanto meno dal mezzogiorno del 1° marzo le sorti della battaglia apparivano cosl compromesse da potersi pretendere che Baratieri impartisse subito gli ordini per la ritirata almeno sulle posizioni di Saurià. Ma non soltanto difettarono tali disposizioni. D peggio riguardò l'atteggiamento inspiegabilmente passivo del Comando del corpo d'operazioni durante la ritirata. La prima notizia al vice governatore a Massaua (ore 8 del 2 marzo) fu dovuta all'iniziativa di un ufficiale di Mai Uaini a seguito di cenno della scon-
1 A. DEL BOCJ\, Oreste Baratieri, una parabola coloniale, in A . DEL BocA (a cura) Adua. Le ragioni di una sconjìlta cit., p. 361 .
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fitta riferita da due ascari fuggiti dal campo di battaglia. Alle 10,20 fu la volta del telegramma del tenente Bodrero, addetto al Comando di Baratieri, da Adi Caièh: «Battaglia iniziata ieri mattina contro Adua convertitasi in breve in vero disastro irreparabile per il corpo di operazioni. Telegrafo d ' ordine colonnello Valenzano. Segue telegramma con particolari». Non si può comprendere perché tale comunicazione non sia stata fatta con un telegramma ufficiale a firma del capo di Stato Maggiore, né perché questi, abbia invece lasciato ad un tenente la responsabilità della compilazione di un messaggio tanto impegnativo e delicato. Alle 10,50 Bodrero spedì un secondo telegramma con maggiori ragguagli, tra cui quello delle probabile rnmie di Baratieri e della presenza in posto ciel capitano Caviglia (ma senza spiegare come e perché essi si trovassero a 120 chilometri dal luogo della battaglia). Nuova elementare domanda: come mai non fu Caviglia, superiore in grado e di Stato Maggiore, a telegrafare, pur essendo in loco? Giunsero poi a Massaua ulteriori telegrammi, sempre d'iniziativa personale, eia varie località, sulla cui base il generale Lamberti inviò a Roma il primo rapporto sulla battaglia (ore 14,30). La relazione Corticelli giustamente sottolinea una singolarità nella successione delle notizie: «la mancanza, direi così cli veste ufficiale in chi le spedi va e la conseguente incompletezza e inesattezza delle notizie». E Baratieri, arrivato la sera del 2 ad Abba Raincli, mandò un ufficiale ad Adi Cajèh per avvertire del suo arrivo il mattino seguente, senza affidare al messo un telegramma per il vice governatore con notizie e istruzioni immediate! È inevitabile il durissimo commento che non soltanto le brigate non erano in pugno al comandante in capo, ma nemmeno il Comando era in mano al capo di Stato Maggiore col Iisultato di mosu·arsi penosamente impari ali.a bisogna. Dei reparti inviati in rinforzo si è accennato. La situazione esistente in campo organico rendeva forzata la costituzione di unità cli formazjone estremamente composite. Fu t11ttavia peggiorata da due fattori. Non ricorrendo a reparti organici, quindi con i quadri già presenti ed un nocciolo di truppa esistente, la necessità di amalgama coinvolse ufficiali e soldati di ogni reparto. Non costituendo, inoltre, già in Italia i reggimenti e le brigate e le divisioni, si privarono i comandanti di battaglione di una gu.ida preziosa e si provocarono ripercussioni negative sull'adeguamento dei servizi di compagna. Baratieri si lamentò diffusamente dei rinforzi ricevuti, perché recanti chiaramente i segni della cattiva organizzazione provocata dalla mancata pianificazione; della frettolosità derivante dal timore di altri rovesci; delle scadenti saldezza e coesione causate dalla mescolanza di volontari spinti da motivazioni diverse e di elementi inviati più o meno d' autorità e non certo fra i migliori. Tutto vero, con qualcosa di inevitabile (le unità di formazione), qualcosa di ù1giustificabile (le cattive condizioni del vestiarjo e dell'equipaggiamento) e qualcosa di esagerato (il «tono» complessivo). È unanime il 1iconoscimento che, a dispetto degli inconvenienti, e dei difetti ri-
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scontrati nonché dei disagi immediati nel nuovo ambiente, il morale delle truppe appariva eccellente 1• Lo stesso Baratieri dovette ammetterlo. Quanto ai battaglioni di ascari, i giudizi positivi sono concordi e basti a dimostrarlo il diffusissimo desiderio degli ufficiali italiani di esservi destinati. Nel 1893 il ministro Pelloux aveva diramato un apposito regolamento di disciplina per le trnppe indigene, particolarmente studiato sulla base dei loro usi e costumi. Gli e1ìtrei, ostilissimi agli scioani ed agli amhara, erano sobri, resistenti, coraggiosi, fedeli. Naturalmente nell'apprezzare queste caratteristiche naturali. occorreva tener presente la loro mentalità. Così, la devozione all'ufficiale era indubbia, ma limitata alla persona del capo che si fosse imposto per le sue doti. La fedeltà en1 sicura, ma poteva esser lesa eia un errore di comportamento del superiore, specie nel campo disciplinare; non a caso in quel periodo le assai rare diserzioni furono quasi sempre provocate dal!' inesperienza o dall'errata scelta di nuovi ufficiali. Il coraggio in battaglia era dimostrato, ma su di esso poteva incidere negativamente lo scoramento derivante dal palese profilarsi della sconfitta e, per giunta, l'abbandonare una partita senza più speranza non veniva considerato disonorante (del resto anche gli abissini la pensavano nello stesso modo). I difetti affioranti in combattimento erano due: la «fuga in avanti», cioè il lasciarsi trascinare imprudentemente dall'entusiasmo, e la scarsa disciplina di fuoco, per cui il dispendio di mutùzioni risultava eccessivo rispetto ai risultati. L'argomento che suscitò discussioni, ed anche polemiche, riguardò la convenienza e possibilità di costituire un esercito coloniale a se stante, basato essenzialmente su truppe regolari indigene ma con un'aliquota di reparti nazionali. Non era problema privo di risvolti meritevoli di serio esame, infatti la Francia, che possedeva in materia un'esperienza di lunga data, non l'aveva ancora risolto. Il disegno di costituire una ben definita Armée coloniale, con trnppe europee ed indigene, era affiorato nel 1883 ma non andò in porto che, dopo molti ed accesi dibattiti, con la legge del 7 luglio 1900. Essa, tra l'altro, fissò disposizioni sufficientemente elastiche in tema di quadri e di truppe, in modo da poter rispondere sia alle esigenze coloniali sia all'eventuale impiego in territorio metropolitano. In Italia l'attenzione si concentrò in particolare sui quadri ufficiali. Le soluziorù adottate dalle Potenze coloniali seguivano due indirizzi di massima: la fonnazione di un ruolo distinto di ufficiali coloniali oppure l'assegnazione temporanea alle truppe coloniali di ufficiali dell'esercito metropolitano. Ambedue presentavano vantaggi e svantaggi. li primo consentiva la disponibilità di quadri esperti dell'ambiente umano e naturale della colonia, temprati dalla vita di campagna, abituati ad affrontare l'insidia ed il pericolo, stimolati dalle stesse circo-
1 «( ... ) se le condizioni generali del corpo di operai.ioni - ricordò un testimone - non erano liete, non offrivano affatto lo spettacolo triste presentato da giomali a tinte c.osì scure; il morale e la disciplina, se avevano avuto delle scosse( . .. ) avevano conservato tutta la loro elasticità, tutta la loro flessibilità, e non era poco» (GIUSEPPE MENARINI, La brigara Dabonnida alla bmwglia di Adua, in «Rivista Militare Italiana», disp. XTIT del IO luglio 1896, p. 1188).
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LE PIUME GUERRE COLONTALI
stanze a spiccato spirito d'iniziativa e senso della responsabilità. Per contro logorava più rapidamente e disavvezzava ai problemi operativi e militari propri dei conflitti europei. La Francia aveva toccato con mano, nella guerra del 1970, gli inconvenienti de1ivanti da permanenza lunghissima (anche venti anni e più) in Algeria dei generali che nel conflitto franco-prussiano avevano esercitato alte funzioni di comando. Secondo il generale Thoumas, «molti tra di essi avevano portato dall'Africa delle idee false sulla guerra(... ) se essa [=l'Algeria] fu un' eccellente scuola lo fu però incompleta ( ... ) e sviluppò delle cattive abitudini accanto a quelle buone}> 1• Così, la citata legge del 1900 regolò lo scambio degli ufficiali fra l'esercito metropolitano e quello coloniale con norme molto precise. Il secondo indirizzo presentava l'inconveniente di non fornire uno strumento creato su misura, ma in compenso pennetteva una selezione degli ufficiali in patria sì da inviare in colonia elementi sicuri, almeno in teoria; favoriva il 1innovo del personale per ridurre gli effetti del cosiddetto «insabbiamento»; consentiva ad una certa percentuale cli ufficiali un'esperienza militare sicuramente valida. La Gran Bretagna, in cui non vigeva la coscrizione, dopo la grande rivolta dei sepoys e lo scioglimento degli eserciti del Bengala, di Madras e cli Bombay, aveva seguito per il nuovo esercito indiano una politica per lo più di rotazione degli ufficiali d'inquadramento delle unità indigene e dei battaglioni nazionali e lo stesso fece nelle altre colonie. L'Italia preferì il sistema della destinazione temporanea di ufficiali cieli' esercito metropolitano alle truppe indigene. In ogni modo, se una rigida adozione dell'uno o dell'altro dei due sistemi avrebbe alla lunga presentato più svantaggi che vantaggi, una soluzione intennedia richiedeva tempo per essere sperimentata e valutata.
In fatto di arn1amento si può osservare che la migliore disponibilità qualitativa e quantitativa nell'ultimo ventennio dell'Ottocento consentì agli europei facili vittorie e, nei terreni desertici, conseguenti massacri. Fece epoca la battaglia di Omdunnan (2 settembre 1898) in cui lord Kitchener con 25.000 uomini, appoggiato da cinque cannoniere tluviali, batté 40.000 dervisci causando loro 10.000 morti, altrettanti feriti e 5.000 prigionieri contro perdite limitate a 20 morti inglesi ed altrettanti egiziani e poche centinaia di feriti. Le eccezioni si verificarono nel Sudan occidentale ed in special modo nel!' Abissinia settentrionale, dove l'ambiente montano riduceva sensibilmente il campo cli tiro ed il nemico era dotato di un annamento quasi alla pari con l'europeo ed era anche abilissimo nello sfruttare le fom1e del terreno. Nel 1896 il negus Menelik disponeva «dell'esercito meglio equipaggiato di qualsiasi regnante africano mai esistito» 2 •
' 1HOUMAS, Les transformations de l'armée française, Berger, Paris 1887, riportato da EMILIO Bonmo, Le guerre per l'unità germanica, Zanichclli, Bologna 1939, p. 191. 2 D.R. HEADR!CK, Al servizio dell'Impero. Tecnologia e imperialismo europeo nell'Ottocento, 11 Mulino, Bologna 1984, p. 127.
CONSIDERAZION I CONCLUSIVE
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Con la scoperta delle polvere infum.i verso la metà degli anni Ottanta tre furono i grandi progressi registrati nel campo degli armamenti: il fuc.ile a caricatore, di piccolo ca.libro; il perfezionamento della mitragliatrice ed il pezzo d.i artiglieria a tiro rapido. L'adozione del fucile di nuovo tipo si diffuse sul finire degli anni Ottanta. In Italia i.I fucile mod. 91 venne distribuito alle truppe nel 1895, ma ai rinforzi destinati in Eritrea (tranne a quattro battaglioni alpini) venne tolto ptima dell'imbarco e sostituito con il relativamente vecchio Wetterly mod. 70/87 per evitare il presunto inconveniente del doppio lifornimento di munizioni, provvedimento assai discusso. Anche se la modifica apportata nell'87 al Wetterly consentiva il tiro a ripetizione ordinaria, grazie all' adozione di un caricatore con quattro cartucce, i vantaggi del \movo fucile mod. 91 erano sensibili giacché la grande velocità iniziale impressa alla pallottola e la radenza della traiettoria generavano circa 600 metri di spazio battuto davanti al fucile, consentendo minor preoccupazione nell 'uso dell'alzo; inoltre il piccolo calibro (6,5 mm anziché 10,35 del Wetterly) diminuiva il peso della caituccia e quindi permetteva al soldato di portare con sé un maggior numero di colpi. Le mitragliatrici degli anni Ottanta erano ancora congegni pluricanna, azionati a mano, pesanti, su ruote e facili ad incepparsi. Venivano considerate come artiglieria leggera ed utilizzate essenzialmente sulle navi e dalla fanteria di marina .. Nel 1884 Maxim brevettò la sua mitragliatrice automatica, ad una canna, utilizzando la forza di rinculo per il caricamento, sufficientemente leggera per entrare nella dotazione della fanteria. Fu collaudata da diversi paesi europei, fra cui l'Italia (1887), ma soltanto negli anni Novanta le mitragliatrici in senso moderno cominciarono a mostrarsi sui campi di battaglia coloniali, anche se considerate con una certa diffidenza a causa del forte consumo di munizioni e di talurù inconvenienti. Lo Stato Maggiore tedesco, ad esempio, rifiutò la miu·agliatrice ped'esercito meu·opolitano, limitandosi ad autoiizzame l'impiego di qualche esemplare in Aftica equatoriale '. Furono la guerra anglo-boera (1989-1902) e quella russo-giapponese (1904-1905) che segnarono la piena affermazione della Maxim, con conseguente ampia divulgazione del sistema. I pezzi a tiro rapido, invece, fmono inizialmente una delusione. L'Italia ne aveva acquistati un centinaio sotto l' amministrazione Be1tolé-Viale; ma non erano cannoni da campagna né da montagna, il calibro era troppo piccolo (42 mm) e le operazio1ù di puntamento richiedevano tempo e pratica 2 • ' Ibidem, pp. 103-111. ·, J. Gooch pone in risalto la «capacità militare degli etiopi, la cui artiglieria a Macallé dimo-
strò quanto fossero migliorati gli armamenti degli indigeni dopo il 1888)>(Esercito, Stato e Societù in Italia, Franco Angeli, Milano 1994, p. 126). Nessun dubbio sul sensibile miglioramento qualitativo e quantitativo dell'armamento abissino, però l'esempio non sembra calzante: il fortino di Macallé aveva una cinta difensiva assolutamente modesta per forza di cose ed i dodici pezzi da 37 abissini (contro i quattro di Galliano) non riuscirono a smantellare le difese perimetrali e men che meno ad aprire una breccia. Del resto gli abissini resteranno sempre ostili ad affrontare gli italia1ù in posizione orgatùzzata a difesa.
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3. LA SCONFITTA MILITARE Baratieri si era ripromesso - e l'aveva comunicato a Roma - di «tranenere le ostilità alla frontiera» e di impedire l'invasione della colonia facendo cenno della difesa manovrata su Adigrat. Così annunciando, tranquillizzò il governo e chiuse gli occhi su due fattori negativi che complicavano, e non poco, la sua concezione operativa: lui mirava ad offrire battaglia appoggiato ad una posizione ben organizzata a difesa mentre Menelik non intendeva battersi se non in campo aperto dove la sua immensa superiorità numerica avrebbe avuto buon gioco; l' organizzazione dei rifornimenti, affrontata troppo in ritardo e su una distanza eccessiva, era destinata a toccare in breve il punto di rottura '. Una ritirata in Eritrea, anche se per raccogliere le forze, rischiava di acquistare agli occhi del governo e dell'opinione pubblica il significato di una sconfitta, tanto più che sarebbe avvenuta davanti alla massa dell'esercito abissino. Baratieri, sensibilissimo alle istanze politiche, rifuggiva dal prendere decisioni che sapeva contrarie ai desideri ed alle aspettative circolanti nel paese, pur scorgendo nitidamente ed apprezzando al giusto valore le ragioni militari. Tnevitabilmente la sua scarsa fcnnezza di carattere influl nel senso peggiore sulle sue scelte. li 23 febbraio aveva preso una determinazione sulla sola base di considerazioni strategiche: dubitando che Menelik da Adua si accingesse a superare il Mareb, «per quanto fosse doloroso l'abbandonare il paese e volgere le spalle al nemico senza combattere; per quanto fosse pericoloso deprimere lo spirito militare, il dar ansa alla insurrezione dell' Agamé ed autorità e audacia ai due capi ribelli; per quanto fosse duro il rinunciare al piano da due mesi e mezzo perseguito( ...)» 2, si era indotto ad impartire l'ordine di ripiegamento. Un ripiegamento, si badi, deciso all'improvviso, a parte un semplice accenno fatto un paio di giorni prima a Mocenni a titolo di ipotesi, senza consultare alcuno, senza ritenere indispensabile una mossa intesa a provocare il nemico, senza dar peso alla situazione logistica, senza curarsi delle eventuali ripercussioni psicologiche in patria. Come sappiamo, di fronte al malumore generale e, visto che in realtà Menelik si trovava sempre raccolto nella conca di Adua, Baratierì si rimangiò l'ordine - più che volentieri, c'è da pensare-, rimase a Saurià e dispose l'enorme e priva di senso pratico dimostrazione offensiva del 24. Il 28 febbraio accadde qualcosa di molto diverso. Prima, la nùnaccia logistica era stata ignorata, pur nella consapevolezza che non poteva che peggiorare. Adesso, si era con l'acqua alla gola. Per raggiungere Adì Cajèh occorrevano cinque tappe, dunque al più tardi la sera del 2 marzo bisognava iniziare il movimento.
' CCSM, Storia militare della colonia Eritrea cit., Il, pp. 102-103. Sull'argomento vds. FERBorri, l a logistico dell'esercito italiano, U, USSME, Roma 1991 , pp. 486-503. ' o. BARATIERI, Memorie d'Africa cit., p. 349.
RUCCIO
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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È giudizio diffuso fra tutti i superstiti qualificati della battaglia che il rapporto tenuto da Baratieri equivalesse nella sostanza ad un consiglio di guerra e che tradisse le incertezze e la debolezza del comandante in capo. Non aveva la forza morale di seguire (come peraltro fatto in un primo e breve momento il giorno 23) il freddo ragionamento che gli indicava l'assoluta necessità di ripiegare su Adì Cajèh. E nel suo intimo probabilmente confidava nella contrarietà dei brigadieri ad una ritirata sic et simpliciter, equivalente ad una confessione di inferiorità, e nella loro inclinazione ad «attaccare», per trovare La spinta ad ignorare la sola ragione militare. Sul significato del tenni ne <<attaccare)> sembra opportuno chiarire che - per quanto l'espressione fosse tale da far ritenere che si ventilassero seriamente propositi inconsulti - nessuno in realtà era orientato a gettarsi alla cieca contro un avversario forte di 80.000 armati, procedendo sino ad Adua, per una trentina di chilometri in ambiente montano e non conosciuto per poi tuffarsi in mezzo ad una massa di quelle dimensioni. Le idee «offensivistiche)> dei nuovi giunti si erano lentamente ridimensionate a mano a mano che cresceva l'esperienza e si facevano più chim·e le notizie circa la consistenza dell'esercito del negus. A metà febbraio Dabormida ed Albertone, ascoltati i resoconti di Salsa dopo le sue visite al campo di Menelik, si mostravano sempre più inclini alla prudenza: attaccare gli abissini nella regione intricatissima delle montagne di Adua avrebbe esposto il corpo d ' operazioni ad essere schiacciato dalla loro enorme superiorità numerica 1; abbandonare le posizioni di Saurià sarebbe stato «non pure azzm·dato, ma atto di follia}) 2 • Quando però Menelik ruppe il contatto per ritirarsi nella conca di Adua, evidentemente qualcosa cambiò nella valutazione della situazione operativa e ciò spiegherebbe le idee manifestate nel rapporto tenuto da Baratieri ìl 28 febbraio. Tuttavia, pur riscontrando - sulla base di varie testimonianze - nell'atteggiamento dei principali protagonisti l'affiorare cli elementi contraddittori e talora perfino inspiegabili alla luce del semplice buon senso, riesce francamente difficile accogliere la tesi del primeggiare di una cieca, ottusa, imperiosa volontà offensiva, tanto più che ormai era cliffoso il convincimento di poter battere un nemico numericamente più forte soltanto dopo averlo logorato in un combattimento difensivo su terreno preparato. È quindi più verosimile che l'attacco mirasse a cercare l'esercito del negus, intendesse cioè procedere sino ad una certa distan-
1 Dabonnida al generale Chiala i11 data 15.2.1896, in E. BELI.AV ITA , La bauaglia di Adua cit., p. 295. ' Albertonc al generale Sismondo in data 16.2.1896, ibidem, p. 296. li Bcllavita, inoltre, dichiarò di essere stato presente ad un lungo colloquio avvenuto il 14 febbraio fra Dabonnìda ed Albertonc. Entrambi si trovarono d'accordo nel concludere che non era più il caso di. pensare ad un'az.ione offensiva, 01a bisognava conce11U'are gli sforzi per rendere inespug.nabili le posizioni di Saurià ed attendere o che il grosso abissino si disperdesse almeno in parte, oppure che l' arrivo di nuove trnppe consentisse di avanzaie senza molto pericolo (ibidem, p. 295).
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za dagli elementi avanzati abissini, contando di avere tempo e modo di attuare una rapida presa di posizione in attesa dell' urto inevitabile e ricacciabile senza grossa difficoltà. 11 che non significa, comunque, veder giusto. Baratieri non sapeva risolversi. Rifiutava la ritirata, ma ne comprendeva l'ineluttabilità a meno cli un miracolo; aveva gradito le pressioni dei brigadieri che gli facevano sembrare non assurdo sperare in un successo andando a provocare il nemico, però si rendeva conto del rischio connesso con l'abbandono delle posizioni di Saurià 1; aveva accettato il compromesso suggeritogli da Salsa, ma si era riproposto almeno la soddisfazione cli cacciare gli abissini dal vallone cli Mariam Sc.iauitù. In quella sua indecisione tra il desiderio di attaccare e l'intenzione di farsi attaccare, reputò di poter salvare capra e cavoli compiendo un gesto cli sfida che, se non raccolto dal negus, gli consentisse di indietreggiare su Adi Cajèh a testa alta. Un gesto che, .in fondo, rispondeva al suo modo d.i pensare: nel 1888 non aveva forse criticato la prndenza di San Marzano, che si era irrigidito sulle posizioni di Saati piuttosto che muovere contro l'immenso esercito di Johannes? Nel corso del processo gli venne contestato il ripetuto uso del concetto di «atlaccare»: nell'ordine del giorno del 29 febbraio aveva parlato di muovere «in direzione di Adua» e di un «primo obiettivo», il che faceva supporre che ne esistesse almeno un secondo sulla strada di Adua; il telegramma del generale Lamberti del 2 marzo comunicava che «governatore si è deciso sera 29 attaccare mattina seguente posizioni scioane»; il suo del 3 marzo spiegava di aver «deciso un'azione contro le posizioni avanzate scioane verso Adua»; a Baldissera aveva dichiarato che «le seguenti ragioni mi decisero all'attacco>>. Baratie1i si giustificò dicendo che «essendo la dimostrazione degenerata in combattimento, i concetti dell'attacco sono così radicati per isbaglio nella mia mente che, anche ora parlando, spesso dico attacco invece di azione» e che il secondo obiettivo era quello di «costringere il nemico a sloggiare eia Mariam Sciauitù» 2• Gli si può credere senza difficoltà. Anche il «verso Adua}> del telegramma del 3 marzo rientrava .in un modo sicuramente infelke di esprimersi; difatti, la dimostrazione offensiva compiuta il 24 febbraio appena a qualche chilometro davanti a Saurià, era stata annunciata a Roma con queste parole: «Oggi faccio dimostrazione verso Adua, truppe rientreranno stanotte» 3 • Che nel pensiero cli Baratieri esistesse il desiderio-proposito di assalire il campo abissino ciel vallone di Mariam Sciauitù, beninteso qualora le circostanze lo avessero consentito, a nostro avviso non infl uenzò il reale intento di offri-
' Cosenz nei suoi appunti sulle vicende di Adua espresse un incredulo rammarico: «E quando si pensa che per gli Abissini un attacco di una posizione trincerata e difesa dal cannone era considerata come un'operazione impossibile!» (AUSSME, Fondo Cosenz, racc. l15, busta e). 2 AUSSME, Fondo Carteggio Eritrea, racc. 44, fase. 22. ' Baraticri a Mocenni in data 24.2. 1896, Libro Verde XXI!I bis, doc. 407.
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re una battaglia difensiva. Del resto, anche la «fuga in avanti» di Albertone in nessun caso può essere attribuita alla mira di puntare direttamente su Adua, perché egli si dispose a difesa alla soglia di Adi Becci, stimandola meno esposta ad offese da sud di quanto non lo fosse l'antistante colle Chidane Meret (il suo obiettivo secondo la lettera dell'ordine del giorno), prima ancora che la sua avanguardia venisse impegnata ad ovest del colle '. Piuttosto è da discutere criticamente la dimostrazione offensiva in sé e per sé. Qualora Menelik avesse attaccato le posizioni del «primo obiettivo», le truppe italiane avrebbero sostenuto il combattimento, indipendentemente dall'esito, con una faticosa marcia notturna alle spalle. Ma se poi il nemico, ammesso che fosse sta\o respinto una prima volta, fosse rimasto in agguato nella zona circostante, aspettando il momento inevitabile, ed a brevissima scadenza, della ritirata su Saurià, per piombare sulle singole colonie in movimento retrogrado, ormai in difetto di munizioni? E se durante la lotta sulle posizioni di colle Erarà-colle Rebbi Arienni, diecimila abissini avessero fatto irruzione sull'indifeso campo di Saurià? Qualora, invece, la mossa italiana non avesse sortito l'effetto sperato di provocare un attacco abissino, le brigate sarebbero state costrette ad una seconda faticosa marcia notturna. È evidente che, in simili circostanze, la successiva, prevista, ritirata verso Adi Cajèh si sarebbe svolta in uno stato d'animo generale sicuramente assai scosso e scontento. E se il nemico, uscito ormai dalla conca di Adua, si fosse gettato d' improvviso sulle lunghe colonne ripieganti in fila indiana, quali tremende prospettive si sarebbero presentate al corpo d'operazioni? Queste eventualità dovevano esser prese in considerazione, ma non risulta lo siano state. Non sappiamo a quali condizioni Baratieri avrebbe prescritto il conseguimento del secondo obiettivo. Con ogni probabilità, se non si fosse manifestato l'attacco cli Menelik e tutto si fosse profilato in piena calma. Possiamo tuttavia pensare che, ammesso il mancato investimento del «primo obiettivo» da parte abissina, la mossa aggressiva italiana contro il campo cli Mariam Sciauitù avrebbe verosimilmente attirato la valanga etiopica, che solo attendeva l'uscita in campo ape1to di Baratieri. Ed allora sarebbe stato il disastro. Nella realtà la mossa che originò la «valanga» fu quella infelice cli Albe1tone, e l' inopportuno spostamento cli Dabo1111ida consentì alla «valanga» di irrompere fra le brigate isolandole. Tutto ciò, beninteso, a prescindere dall'eccessivo diva.rio di forze.
' La Relazione Co1ticelli dice che la colonna Albeitone si avanzò «precipitosamente s u Abba Garima e forse (a quanto pare) fin dentro Adua» (p. 5), ma l'i nesattezza de!l'affennazione è giustificata dalla compilazione della memoria a ridosso degli avvenimenti (30 aprile 1896) e con davanti agli occhi lo schizzo famigerato. Stupisce, invece, sinceramente che a distanza di anni Caviglia abbia potuto scrivere che Albertone «condusse la brigata alla perdizione a Adua spingendosi troppo avanti e attaccando addirittura, coi suoi qual/ro battaglioni isolati, i 100.000 uomini di Menelik» (Diario cit., p. 153, nota l , corsivo nostro) e si sia convinto «ch'egli abbia creduto veramente di rompere le truppe di Menelik per sorpresa nel loro campo addormentato»! (ibillem, p. 155).
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Come è naturale, date le circostanze, fiorirono anche esagerazioni. Lo stesso criticatissimo schizzo sommario venne deprecato oltre misura. Non poteva avere la pretesa di rappresentare il territorio sino ad Adua se non per un'idea generale, né certo intendeva sostituirsi ad una carta topografica. Nell'Ottocento le battaglie si dirigevano ancora a vista e ciò che esisteva in secondo e terzo piano spesso era conosciuto solo approssimativamente. Importante era fissare esattamente compiti e movimenti delle truppe sul terreno davanti agli occhi. Il «primo obiettivo» (ed in particolare il «dente» di monte Rajo, che invece non fu nemmeno nominato nell'ordine) si presentava chiarissimo fin dalle posizioni cli Saurià. Purtroppo non soltanto le istruzioni per la sua occupazione furono penosamente ed inaccettabilmente imprecise', ma lo furono anche quelle relative all'avanzata dai campi di Saurià per imperdonabile difetto di ricognizioni 2 . Talché bisogna dire che, nonostante la facilità di indicare senza tema di errore le posizioni che le singole brigate dovevano occupare ed immediatamente organizzare a difesa, il corpo d 'operazion.i fu avviato «verso Adua» con estrema superficialità. Proprio partì col piede sbagliato. Un altro punto sul quale molto si esagerò fu quello delle infonnazioni sul nemico, tra l'altro senza tener conto che analoghi inconvenienti (compresa la carenza di carte topografiche) sono sempre emersi anche nelle imprese coloniali francesi ed inglesi del secolo scorso in territori non o mal conosciuti, daJI' Algeria al Madagascar, dal Congo al Natal, daJl' Afghanistan al Tonchino 3• L'insufficiente e confuso quadro circa forza, movimenti ed intenzioni del negus ricavato dalle informazioni fu motivo di accuse sempre più roventi. Quando poi i due eserciti si trovarono a fronteggiarsi ad oriente di Adua, alla difficoltà di raccolta di notizie da parte italiana venne contrapposta la piena conoscenza della situazione italiana da parte etiopica. E questo grazie alla comprensibile collaborazione fornita agli abissini dalle popolazioni dell' Agamé ed al doppio gioco svolto da ascari al nostro servizio. Il generale Albertone, durante la prigionia, ricevette dal grasmac Josièf la confidenza che «quanto a informazioni, avevate
' Quanto le istruzioni verbali di Baratieri debbano essere state suscettibi li di errate interpretazioni è dimostrato dalle relazioni compilate in tempo successivo da superstiti di vario grado, nelle quali si assiste a palesi e stranissime deformazioni dell'ordine origi nale. 'Dietro le insistenze dei brigadieri per effettuare ricognizioni offensive intese a tenere alto il morale, ad assumere informazioni sul nemico ed a riconoscere il terreno davanti a Saurià, Baratieri aveva autorizzato talune piccole operazioni oltre gli avamposti. Peraltro queste furono impostate con tanta precauzione di non allontanarsi Lroppo da tradursi in marce a breve raggio, senza uno scopo preciso e quindi senza effetto: «semplici passeggiate più o meno di piacere» (G. MENARINI, La brigata Dabor,nida alla ballaglia di Adua. cit., p. 1189). ,. Per restare in Europa. non è ceno arduo indicare le difficoltà di notizie precise incontrate da questo o quell'esercito in varie campagne. Ba~ti ricordare che soltanto I' li giugno 1866 Moltke seppe che iJ grosso dell'annata del Nord austriaca non si trovava in Boemia (come creduto da un mese), bensì in Moravia, dove ben sei corpi d' armala su sette stavano portandosi sul piede di guerra, ed allora capl che un'invasione da parie austriaca non poteva che concernere la Slesia.
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soltanto quelle che a Menelik piaceva inviarvi. Tutti, o quasi, i vostri infomrntori obbedivano al negus, e ci fornivano sulle cose vostre notizie precise, esattissime}} 1• Non si mette in dubbio che a Menelik potessero pervenire informazioni ampiamente attendibili sulle forze di Baratieri, ma quelle giunte al Comando italiano furono davvero tali da spingere Baratieri nel baratro? Esaminiamole brevemente. Le notizie prese per buone da Baratieri 2 furono: il grosso abissino sempre nella conca di Adua ' ; un'aliquota di 15.000 uomini nel campo di Mariam Sciauitù 4 ; un «gran numero» di abissini tuttora impegnati a razziare nello Sciré 5; una grossa colonna di malati, con moltissimi pseudomalati, in cammino verso il Tembieni qualche capo, come il negus del Goggiam, poco propenso a battersi; le posizioni a sud del monte Semaiata libere dal nemico. Aggiungiamo quanto riferito da Baratieri in sede di processo: discordia in campo etiopico; Menelik stanco della guerra; colle Chidane Meret (in realtà colle Erarà) e colle Rebbi Arienni non occupati daUi avversario; sicurezza sul fianco sinistro. Ebbene: in che cosa queste notizie, per generiche o inesatte o infondate che fossero, hanno potuto influire sulla decisione di Baratieri di effettuare una «dimostrazione offensiva» sul primo obiettivo? Ricordiamo che egli voleva occupare di sorpresa, per le ore 5 del 1° marzo, i due colli Erarà e Rebbi Arienni, e questo ebbe luogo; voleva sistemarsi a difesa sul «primo obiettivo» e se questo non riuscì non dipese affatto da un inganno informativo; era disposto ad accettare battaglia appoggiato a posizioni fo1ti e se questo non avvenne anche a tal riguardo non si possono tirare in ballo false notizie; sperava di ottenere un successo parziale, ma solo in caso più che propizio. Che il grosso dell'esercito ab.issino fosse stato attorno ad Adua o spostato verso Aksum non cambiava molto la situazione, data la breve distanza tra le due località, ed a Baratieri importava relativamente. Per il successo della sua «dimostrazione» reputava sufficiente occupare i due colli senza lotta e sistemare a difesa quelle posizioni. II resto lo lasciava alla scelta di Menelik: se attaccarlo o no.
' C. CONTI RossrN1, Italia ed Etiopia cit., p. 326. Secondo Del Boca, fu grazie a questo «apparato» che Menelik riuscì «ad altirare Baratieri nella conca di Adua, dove gl i è stato fatto credere che è rimasto il solo Maconnen, con appena 25 mila uomini» (Gli Iralia.11i in Africa Orientale cit., p. 644). In realtà il vallone di Mariam Sciauitì1 non può sicuramente dirsi nella conca di Adua; vi entrò, su ordine impreciso di Baratieri, la sola brigata Dabormida e lo scontro in quella località era stato considerato da Baratieri semplicemente come un possibile successo parziale a seguito di condizioni più che favorevoli . 'O. BARATIERI, Memorie d'Africa cit., pp. 375-376. 'Secondo Bellavita il grosso si era spostato verso Aksum (E. BELLAVITA, L" baua.g/ia di Aduti cit., p. 323). •1 Secondo Bellavita l'entità di questa «retroguardia» era stimata in 20-25.0001101n.ini (ibidem). ' Ma al ministro della Guerra, Baratieri aveva specificato che le «grosse colonne» inviate a razziare erano attese di ritorno ad Adua il 28 od il 29 febbraio (Baratieri a Mocelllli in data 28.2.1896. Libro Verde XXIII bis, doc. 490).
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E Menelik? Avrebbe preso l'offensiva soltanto se gJj italiani avessero lasciato le alture di Saurià, se fossero usciti dal covo inoltrandosi in mezzo ai monti per assalirlo. Quando lo avvertirono, nelle prime ore del 1° marzo, che stava accadendo proprio questo, lasciò la chiesa di Adua, dove ascoltava la messa, e si diresse incontro a Baratieri. ln sostanza, non si vede quali false notizie abbiano potuto influire sulla risoluzione di Baratieri, come un deliberato inganno del negus abbia potuto portare Baratieri allo scontro. Gravissimo, invece, è l'addebito dell'incredibile incuria in tema di ricognizioni del tetTeno e di collegamenti, un addebito che chiama in causa il capo di Stato Maggiore, ma anche lo stesso comandante in capo. «Non sospettai - confessò Baratieri - che potesse esservi equivoco circa i monti Semaiata e Rajo, che vedevansi da Saurià. La linea era così accentuata che anche i semplici soldati la sapevano distinguere». Non era un buon motivo per trascurare il coordinamento delle più elementari misure di esplorazione, di sicurezza sulla fronte e sui fianchi, di avanzata e di sbocco sull'obiettivo (le brigate nazionali furono fatte convergere tutte tre sul colle Rebbi Arienni!). Per concludere, sicuramente l'avanzata-sfida fu una mossa azzardata perché provocava un avversario che aveva spontaneamente rotto il contatto e che, una volta avvicinatosi, avrebbe potuto dare o non battaglia a seconda delle probabilità che pensasse di avere per schiacciare col suo peso numerico gli italiani, colti in un'affrettata sistemazione difensiva; oppure raggiungere rapidamente le colo1111e in ritirata su Adì Cajèh determinando così un disastro ancor peggiore di quello subìto. Secondo una corrente critica, Adua fu il punto cli arrivo logico ed ineluttabile di un comportamento politico-diplomatico-militare italiano denso di errori e durato una decina cli anni. Che costituisca il degno (per modo di dire) coronamento di un'infelice impresa è esatto. Che la campagna e le ambizioni italiane siano finite ad Adua e che la successiva marcia di Baldissera su Adigrat abbia avuto essenzialmente carattere di prestigio I è del pari esatto. Che la battaglia fosse inevitabile sembra più che discutibile, anche se non c'è affatto da meravigliarsi che si sia verificata. Premesso che le responsabilità della campagna vanno distinte da quelle della battaglia, appare innegabile che se Crispi, ancora nel febbraio 1896, non si fosse intestardito nell'assurda pretesa del riconoscimento del trattato di Uccialli (protettorato compreso) e del possesso definitivo del territorio tigrino sino alla linea Adua-Adigrat, ed avesse invece accolto le proposte di pace di Menelik, che si ha ogni motivo di considerare sincere, la situazione si sarebbe stemperata di colpo. E se Baratieri avesse mantenuto fermo l'ordine di ripiegamento già compilato sulla base di semplici ma chiare ragioni militari - prima del famoso rapporto del 28 febbraio, con ogni verosimiglianza la battaglia non avrebbe avuto luogo.
' G. RoCHAT, Adua, analisi di una sconfitta, in A. DELBOCA (a cura), Adua. Le ragioni di una sconfitta cit., p. 356.
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Si dovrebbe concludere che la battaglia di Adua è accaduta per caso? No, di certo. Essa è avvenuta perché dopo il combattimento dell'Amba Alagi Crispi pretese l' impossibile; Blanc, il ministro degli Este1i, lo assecondò; Mocenni, il ministro della Guerra, non ebbe il coraggio di sostituire Btu-atieri, pur avendo perduto la fiducia in lui; e Baratieri decise una manovra in avanti a provocazione del nemico non necessaria perché non basata su moti vi operativi, di utilità incerta e di sicuro pericolo, sotto l'assillo di una situazione logistica angosciante perché non risolvibile in breve tempo. Fu un 1ischio non calcolato. Non sembra convincente il sostenere che l'invio di 40.000 uomini in Eritrea compiuto dal governo, nonostante la difficilissima situazione finanziaria in cui versava l'Italia, obbligassr Baratieri alla battaglia. Anzi, proprio quello sforzo doveva incoraggiare Baratieri a non rischiare le sue quattro brigate ed invece attendere la piena disponibilità delle due divisioni in afflusso. Altrimenti, perché il governo gliele avrebbe mandate? Al vecchio Cosenz parve incomprensibile che Baratieri avesse ceduto ali' idea cli andare incontro a Menelik pur essendo persuaso che ciò fosse una follìa, come più volte aveva telegrafato al governo, e si domandava: «Il generale Barattieri [sic] sapeva egli che una divisione e più di truppe era giunta a Massaua e che un'altra stava in mare per raggiungerlo?» 1• Sì, lo sapeva, ma aveva ragione Caviglia: «Ci voleva più coraggio e più forza di volontà a ritirarsi che ad attaccare!>} '. Baratieri aveva una sola, grossa attenuante: il problema operativo era superiore alla sua capacità. Peraltro, obiettività vuole si sottolinei che questa attenuante è pesantemente appannata da un' aggravante: il comando delle truppe l' aveva preteso lui, governatore civile, per ambizione! Baratieri, dunque, capro espiatorio? nemmeno. Il comandante non è mai un capro espiato1io: non è ammissibile che chi esercita un comando non ne abbia la relativa responsabilità, come non è ammissibile che chi viene investito di un comando non pretenda di esercitarlo nella pienezza della sua responsabilità. Il comandante è il naturale responsabile dell' impiego delle truppe a lui affidate epossiede l'autorità ed il modo per imporsi ai sottordini, e per 1ichieclere all'autorità da cui dipende (militare o politica, secondo il livello operativo) che gli vengano assegnati forze e mezzi adeguati al compito fissatogli, oppure, qualora esistano limiti insuperabili di disponibilità, che il compito venga adeguato a queste. Naturalmente deve avere idee chiare e fermezza d'animo. Nel 1896 l'Italia si trovò ad affrontare lo Stato africano meglio armato e più bellicoso, guidato da un capo politico molto abile e da capi militari ardenti. John Gooch ha commentato:
' AUSSME, Fondo Cosenz, racc. ll.6. busta U. E. CAV IGLIA , La barraglia di Adua in «Echi e commenti» cit. , p. 2.
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LE PRIIVlE GUERRE COLONJALI
«Anche le forze britanniche e francesi avrebbero potuto perdere una battaglia di questo tipo, anche se probabilmente non sarebbero mai state sottoposte ad un'uguale pressione LPolitica] per impegnarvisi; ma la Gran Bretagna e la Francia avrebbero certo vendicato una simile sconfitta. L'imperialismo italiano era troppo debole per reagire allo stesso modo» '.
Diciamo che non soltanto l'imperialjsmo italiano era debole. Era l'Italia tutta ancora troppo debole. La notizia del grave fatto di Adua fo accolta in patria da una tale crisi di 1igetto sull'avventura coloniale da superare ogni decoro 2• È verissimo che l'emotività delle folle fu strumentalizzata da un formidabile schieramento contro la politica crispina, che andava dall'Estrema Sinistra al mondo cattolico, profondamente int1uenzato negativamente dalla questione romana, uno schieramento di cui si affrettarono a far parte molti interessati ad approfittare di un così drammatico evento finale per eludere responsabilità non indifferenti, quando non addirittura pesanti, in tema di politica coloniale: «una volta sconfitto, il colonialismo diventava così solo crispino» ~. Comunque lo spettacolo che ne risultò venne giudicato con severità all'estero. L'ambasciatore a Londra telegrafò al nuovo ministro degli Esteri senza mezzi termini: «(...)quando si pensa alle fe.ste carnevalesche fatte l'estate scorsa al 'Generale' Baratieri bisogna credere che il paese era c ieco e che amava quella politica che lo condusse all'orlo del precipizio. Ci voleva Adua per aprire gli occhi al paese. Ma ciò che ha pii1 impressionato, e sfavorevolmente l'opinione degli uomini se,i è stato il contraccolpo prodotto in Italia da quella sconfitta. Si sono presentati fenomeni i quali dimostrano che il noslr() paese è soprattutto ammalato e che va lnittato come tale. Amo sorvolare su lla prova mediocre fatta dal nostro sistema militare a base di tn1ppe improvvisate( ... ). L ' impressione fatta in lnghilterra dagli ultimi avvenimenti è stata penosa(... )»'.
Ma un secondo e p iù pesante riscontro negativo in ambito internazionale fu provocato dalla presentazione dei primi tre Libri Verdi sugli «Avvenimenti d' Africa» (L. V. XXIII, XXIII bis e XXIII ter) fatta dal nuovo mjnistro degli Esteri, Caetani cli Sermoneta, il 30 apri.le alla riapertura delle Camere. 11 7 maggio venne distribuito il L.V. XXIII quater. Era evidente l'intento di documentare gli er-
1 J. Gooc1-1, Esercito, S1(lfo e Società i11 Italia cit., p. 115. Se s i g uarda alla guerra anglo-boera, bisogna ammettere che raramente una guerra di conquista fu preparata in modo tant<>superficiale sia s ul piano organizzativo sia su quello operativo. E così evidenti furono le conseguenze di queste carenze di base «da far vacillare per un istante il prestigio politico dell'impero ingle.se». Ma la gravità degli insuccessi fu compensata dall'entità dello sforzo compiuto in tempi ristTetti per ribaltare la situazione; contro 80.000 boeri in grado di battersi (ma mai più di 40.000 in campo) le forze britanniche salirono dai 25.000 uomini iniziali a circa 500.000. E, soprattutto, la Gran Bretagna si impegnò a rivedere a fondo la strnttura del suo esercito per renderlo idoneo ad operare anche in una guerra europea (Cfr. G. R1TTER, / militari e la politica nella Germania moderna, l, Einaudi, Torino 1967, p. 396. ' li 5 marzo a Parigi, Bruxelles ed a Londra corse persino voce, subito smentita, che Crispi fosse stato assassinato. ' N. LAllANCA, lii m.arcia versoAdua cit., p. 30. ' Fenero a Caetani in data 15.3.1896, in D.D.J., 3' serie, I, doc. 18, pp. 16-17.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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rori commessi dal governo Crispi. L'effetto fu tremendo. Il rappresentante italiano al Cairo, Salvago Raggi, scrisse all'ambasciatore a Costantinopoli, Pansa: «Che roba! e quale vergogna in faccia all'Europa che vede cosl andate le cose da noi! Speriamo che questo mettere in piaz.za tante magagne serva a ripulire 1 Speriamolo ed in tal caso sia da benedire questa pubblicazione forse eccessivamente completa (... )»' .
Com' era inevitabile, un'ondata di ostile recriminazione si riversò sull'esercito. Ne derivò un dibattito parlamentare che chiamò in causa anche l'opera del Comando del Corpo di Stato Maggiore, e quindi del capo di Stato Maggiore 2 • Il generale Primerano non volle mai difendersi, e certo la sua posizione di assoluta dipendenza dal niinistro lo metteva in difficoltà 3• Il 25 febbraio 1896 «L'Esercito Italiano» osservava che, in Italia, nella definizione delle funzioni e responsabilità del ministro della Guerra e del capo di Stato Maggiore era stato creato «non solo il più inazionale, ma, quel che è peggio, il più pericoloso ibridismo». Qualche giorno dopo, il 29, il colonnello Mazzitelli, dello Stato Maggiore, scriveva al colonnello Ugo Brnsati, comandante di un reggimento della brigata Arirnondi, lamentando che della campagna in corso «questo ufficio (come già all'epoca della spedizione San Marzano) sia stato tenuto in disparte» 4. Ricotti, però, colse l'occasione per una puntualizzazione di principio inequivocabile. Comunicò che Primerano l'8 maggio aveva rassegnato le dimissioni dall'il1c,u-ico e che queste erano state accettate senza chiederne il motivo «trat-
' Raggi a Pansa in data 7.5.1896, in E. SERRA, La questione tunisina cit., p. 386. ' Il deputato Brunialti scrisse che «a percorrere i documenti pubblicati nelle relazioni militari, si direbbe che l' Italia non aveva uno Stato Maggiore, o che questo della guerra d'Africa non si occupò affatto, o se ne occupò senza avere la più piccola idea di quello che sia una guerra in Abissirua» (Arr11.10 BR UN IAt:1'1, Le colonie degli Italiani, UTET, 1orino 1897, p. 513). ' Primerano lasciò scritto: «Dimettersi in questo caso significa cessare dalJ 'avere qualsiasi influenza, fuggire la responsabilità, ribellarsi all'autorità del Ministro ed infine fare un allo di prole.sta politica bassissimo, giacché il capo di Stato Maggiore dell'esercito è precisamente la persona che deve astenersi dalla più piccola manifestazione politica» (CCSM, I capi di Stato Maggiore dell'esercito. Domenico Primerano, Roma 1935, p. 13). ·• Riportato in N. L\Bi\NCA, In marcia verso Adua cit., p. 110. Tuttavia occorre registrare anche un durissimo commento di Pelloux, espresso in un diario personale del 1894-95: «U massimo errore da me compiuto fu di far nominare il generale Primernno Capo di Stato Maggiore. Ma chi poteva supporre un'indolenza così fenomenale mista a così poca conoscenza di tante cose ed alla pretesa di saperne più di tutti? Dicono che alla Commissione dei generali ha fatto veramente una figura topica e ciò non mi stupisce. Un Capo di Stato Maggiore che, non conoscendo menomamente la frontiera nord-ovest, non trova in un anno iutiero un momento per farvi una corsa, non fosse altro per poter di.re di esservi stato, è davvero un colmo! (...) Che razza di parere può dare sulla di fesa alpina un Capo di Stato Maggiore, degno in ciò del ministro [Nfocenni], che come lui non ha visto le Alpi? Infatti le sciocchezze non si sono fatte aspettare e fra queste la famosa questione del Chaberton! che quell' imbecille disse una scemità 1 Del resto, anche nelle questioni di disciplina non è fo1te, oltreché è di una partigianeria unica! (...)» (Archivio Centrale dello Stato, Carte Pellot.a, busta 52, riportato in L. CEVA, Ministro e capo di Sfato Maggiore in «Nuova Antologia», ottobre-dicembre 1986, pp. 129-130).
LE PR1Jv1E GUERRE COLONIALI
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tandosi di ufficiale di grado elevato ed anziano» (spiegazione francamente strana). Comunque il motivo era ovvio: Adua 1• E poi affermò: «Riguardo alle responsabilità del capo di Stato Maggiore è da osservare cbe egli non comanda, come qualcuno crede, l'esercito; questo è comandato dal Re cd il Ministro della Guerra ne ha la responsabilità. In contatto, poi, del nemico, la responsabilità spetta al generale che ha il comando; e non è a credere che il Ministro della Guerra o ìl capo dì Stato Maggiore possano dargli consigli».
Tutto ciò non per rovesciare ogni colpa su Baratieri, ma per mettere bene a fuoco le attribuzioni del rninistro rispetto al capo di Stato .Maggiore dell'esercito. Quindi passò a parlare della campagna abissina: «Il dovere del capo di Stato Maggiore è <li studiare i.I piano dì una futura guerra possibile; e ciò non soltanto nell'ipotesi di una guerra europea, ma anche nell 'ipotesi di. una guerra africana. E questo studio il capo dì Stato Maggiore lo fa, o per ordine del Ministro o per iniziativa propria. Ora, lo studio preventivo di una grossa guerra coli' Abissinia, che si poteva prevedere, non era ancor fatto»
2
•
1n un clima così acceso e risentito, un'aspra critica si appuntò in particolare contro gli ufficiali di Stato Maggiore, visto che coloro che apparivano maggiormente responsabili dei disastri dell'Amba Alagi e di Adua provenivano dalla Scuola di Guerra. In altri termini: «contro la scienza militare, a favore del mestiere» 3• Un contemporaneo sintetizzò in questi termini le passioni che in quel periodo sconvolsero l'Italia: «Chi fu in grado di vedere e valutare le cose nel 1896 e vide l'Italia alla dimane di Caporetto stenta a credere che lo stesso popolo abbia potuto comportarsi in modo sl differente» 4 •
' Per la precisione, 1'8 maggio il governo venne interpellato alla Camera sui motivi che avevano indotto il ministro della Guerra, Mocenni, a non consultare il capo di Stato Maggiore e perché questi non avesse protestato. Vista l'evasività di Mocenni, Primerano rifiutò di confutare le accuse rivoltegli, anche da parte di Ricotti, e rassegnò immediatamente le dimissioni. Un mese dopo, però, l' I I giugno intervenne al Senato prospettando la convenienza di attribuire al capo di Stato Maggiore superiori autonomia e responsabilità, anche per evitare che il ministro della Guerra, attraverso la sua Divisione di Stato Maggiore, agisse più o meno senza t.ener conto del Comando del Corpo dì Stato Maggiore. Ne derivò uno scontro con Ricotti, con riferimento alla campagna di Adua, ed il 16 giugno Primerano ve1u1c collocato a riposo. 0 Intervento di Ricotti alla Camera nella seduta del 22 maggio 1896, in «Rivista Militare Italiana», disp. XI, I giugno 1896, p. 1050. 'C. CORSI, Le cose d'rVrica cit., p. 23 14. ·• C. CONTI ROSSINI, Italia ed Etiopia cit., p. 497. Vds. ancl1e le amarissime, sdegnate parole di Sonnino nell'autunno 1896 in Diario 1866-1912 cit., pp. 312-317. O
Parte seconda LA GUERRA ITALO-TURCA (1911-1912)
Capitolo V IL MOMENTO STORICO
l. TL QUARTO TRATTATO DELLA TRIPLICE ALLEANZA Nel maggio 1896 la Triplice Alleanza era stata automaticamente rinnovata. Di Rudinì era personalmente convinto che essa fosse onnai «una cosa molto anodina», destinata a morire di stanchezza, e che non meritasse una conferma 1; tuttavia proprio dopo Adua non si poteva seppur lontanamente pensare di uscirne. Anzi, era il caso dì riaffermare la piena validità del patto, inteso soprattutto ai fini del mantenimento della pace europea. Perciò la linea di condotta che adottò, e che fu poi conservata dai suoi successori, fu quella della fedeltà alla Triplice e della buona armonia con Inghilterra e Francia, in special modo con la prima, per la quale il ministro Caetani si era affrettato a chiedere (inutilmente) agli alleati che «/es trois Cabinels s 'accordent à considérer l'Angleterre comme n'étant visée dans les combinations en vue des quelle.i· la Triple Alleance s' est formée et renouvelée» 2• Nel 1902 toccò al governo Zanardelli, formatosi il 15 febbraio 1901, con Giulio Prinetti agli Esteri, di occuparsi del rinnovo del trattato in scadenza l' anno successivo. La questione rivestiva ìmpo1tanza particolare per due aspetti cli differente natura. L'uno risaliva ad un episodio di alcuni anni p1ima. Il 24 ottobre 1896 la Hamburger Nachrichten aveva pubblicato un articolo cli critica nei confronti del cancelliere von Caprivi, successore di Bismarck, per aver lasciato decadere nel 1880 il trattato di controassicurazione stipulato da Bismarck con la Russia, Wtttato la cui segretezza era stata mantenuta anche nei confronti dei due alleati della Triplice. Questa deliberatamente nascosta info1mazione fu colta con risentimento dall' Austria e con un certo piacere dall'Italia, orientata, come si è detto, a rapporti più amichevoli con la Francia oltre che con la Gran Bretagna. A Roma il commento del segretario generale agLi Esteri, Malvano, fu cauto ma significativo: «Senza neppure cercare di sapere che cosa vi sia di fondato nelle rivelazioni della Hamburger Na.chrichten. il governo italiano non vi scorge motivo alcuno di preoccupazione(...). 1\nt'al più ciò proverebbe che la Triplice non è incompatibile con altre combina.doni miranti, come quell a, a pre-
' DOM ENICO F.,\RINI, Dia.rio di fine secolo, 11, Roma 1962, p. 923. ' Caetaoi a Nigra, ambasciatore a Vienna, ed a Lanza, ambasciatore a Berlino, in data 26.4.1896, i.n O.O.I., 3' serie, I, doc. 87 , p. 57.
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LA GUERRA ITALO-TURCA
servare la pace. È proprio così che il governo Rudinì ne interpreta I.a lettera e lo spirito. Tutti i suoi sforzi mirano a togliere alla Triplice quel carattere inquietante che le era stato conferi to dal precedente governo( ... ). Ma esso non ritiene che gli ohblighi sottoscritti lo rinchiudano in sistema esclu sivo e circoscritto. Seguendo l' e~empio che la Gem,anja avrebbe dato secondo le notizie da Amburgo, nulla gli vieta di concludere con altri accordi pacifici, che potrebbero contribuire alla tranquillità generale e favorire gli interessi particolari del Regno. È lo scopo aJ quale esso tende, ad esempio, cerc,mdo aperta mente di avvicinarsi alla Francia e di dissipare i malintesi che hanno raffreddato troppo a lungo i rapporti <lei due paesi» '.
II secondo aspetto fu l'attenzione con cui la Francia seguì ed agevolò il riavvicinamento dell'Italia, non nascondendo la speranza di allentare il vincolo diplomatico che legava questa alla Triplice. Fu nel più stretto segreto che Prinetti prese contatto con il nuovo cancelliere von Btilow, proponendo alcuni ritocchi al documento dell'alleanza. Desiderava rafforzare quanto era già convenuto con la Germania (art. VI) e con I'Austria-Ungheria (art. VII) circa l'opposizione a modifiche, eventualmente tentate da altre Potenze, allo statu quo in Albania del 2-11 febbraio 1901 2 ed estendendola alla Macedonia, ed inserendo altresì una qualche garanzia tedesca sulla clausola dei compensi reciproci fra Italia ed Austria in caso di vantaggi di qualsiasi natura ottenuti dall'una o dall'altra (art. Vll). Inoltre chiedeva l'impegno ad un adeguato trattato conunerciale. Ed aveva saputo da Nigra che Berlino era un passaggio obbligato. Nell'incontro avvenuto a Venezia a fine marzo, Btilow non ebbe difficoltà nel riconoscere all'Italia piena autonomia per Tripoli, ma respinse il desiderio di varianti al trattato J _ In quella occasione usò la celebre risposta data a suo tempo dal generale dei gesuiti al papa Clemente XTV: «Sint ut sunt aul non sint» ·•. AI termine di lunghe discussioni, il 28 giugno 1902 venne firmato a Berlino il nuovo trattato della Triplice Alleanza secondo il testo del 1891. Inevitabilmente il deluso ed amareggiato Prinetti, che si rendeva conto cli non poter abbandonare la Triplice, volle accentuare il riavvicinamento alla Francia, già così ben avviato nel 1896 da Visconti Venosta, e subito concluse con Barrère, l'abile ambasciatore francese a Roma, un'intesa sulle rispettive libertà d'azione in Marocco ed in Tripolitania-Cirenaica, ma comprendente anche un vero e proprio patto reciproco di «striete neutralité» nel caso in cui una delle due Potenze divenisse oggetto di «agression directe ou indirecte de la pari d'une ou
' E. S ERRA, L'Italia e le grandi alleanze cit., pp. 81-82. ' Goluchowski a Pasetti per Visconti Venosta in data 9.2.1901, D.D.J., 3" serie, Vl, doc. 309, p. 480. 1 Prinetti a Barrère in <lata 1.11.1902, D.D.I., 3• serie, VI, doc. 619, pp. 428-429, e Barrère a Prinetti in data 1.11.1902, ibidem, doc. 620, pp. 429-430. Lo scambio delle note fra Prinetti e Barrère ebbe luogo il 30 giugno 1902, però, volendosi evitare la contemporaneità col rim1ovo della Triplice, ad esse fu apposta la data del 1-2 novembre. Affinché potessero entrnrc subito in vigore vennero sottoscritti due duplicati io data IO e 11 luglio, poi bruciati il 2 novembre (ibidem, p. 429, nota l). ' Pri.netti a Lanza in data 29.3. I 902, D.D.J., 3• serie, VI, doc. 309, p. 221.
IL MOMENTO STORICO
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de plusieurs puissances», oppure qualora «par suite d'une provocation directe, se trouverait réduite à prendre, pour la défense de son honneur ou de sa sécurité, l'initiative d 'une déclaration de guerre» 1• Per quanto concerne l'Italia, l'impegno ad una «stretta neutralità» non contrastava con la clausola della Triplice che prevedeva l'intervento militare italiano a favore della Germania se attaccata dalla Francia senza provocazione diretta, e una «neutralità benevola» italiana se la Germania avesse aggredito la Francia. Fra le espressioni «stretta neutralità» e «neutralità benevola» esiste indubbiamente una djfferenza di significato, anche se politica e non giuridica 2, che può prestarsi ad accusa di poca Jjnearità. Bisogna peraltro rimarcare che Prinetti aveva ef;plicitamente avvertito Btilow che, essendo mutati i rapporti italo-francesi, egli era orientato ad assumere con la Francia l'impegno di non concludere accordj contrari aUa sicurezza di questa 3 • Più complesso appare l'obbligo aUa neutralità in caso di guerra decisa d'iniziativa dalla Francia (ovviamente contro la Germania) a seguito di «provocazione diretta», sia pure previo accertamento da parte italiana della reale esistenza dj tale provocazione •. Ma anche questo poteva ritenersi formalmente compatibile con l'art. II del trattato della Triplice, che prevedeva per l'Italia l'obbligo di prestare aiuto militare alla Germania «nel caso di un'aggressione, non direttamente provocata, della Francia contro la Germanja» 5 • La Germanja accusò il colpo - come l' Austria del resto - ma fece buon viso a cattivo gioco, anche se più tardi punterà sulla Kriegschuldfrage, considerando violato lo spirito della Tripl ice Alleanza dall'accordo Prinetti-Ba1Tère 6 • È pur vero c,he, come abbiamo visto, l'ultima parola sulla esistenza di una reale «provocazione diretta>> spettava all'Italia e che, in sostanza, dall'impegno di neutralità franco-italiana rimaneva escluso esattamente il casusfoederis previsto dal1' art. III del trattato della Triplice, concernente appunto l'eventualità di un attacco francese non rurettamente provocato 7, ma Prinetti rufficilmente avrebbe potuto ripetere la dichiarazione fatta il 16 dicembre 1901 a von Wedel, ambasciatore tedesco a Roma, di essere disposto «a sacrificare l'amicizia francese alla Tri-
'BERNARD VON BOLow, Memorie,
I, Mondadori, Milano 1931, p . 595.
' E. S ERRA, L'Italia e le grandi alleanze cit, p, 95. ' L. SALVATORF.LLI, La Triplice Alleanza cit., pp. 255-256. ' Secondo Prinetti , ad esempio di «provocazione diretta» si poteva citare il rifiuto di Guglielmo l nel 1870 di ricevere l'ambasciatore francese Benedetti e la pubblicazione del telegramma di Elns. Un altro esempio era l'incidente di Fashoda (E. SERRA , L'Italia e le grandi alleanze cit., p. 96). 'Ibidem, p. 138 (corsivo nostro). 6 lbidem. 7 Per la precisione, l'art. m ipotizzava che una delle parti contraenti fosse attaccata da due o più Grandi Polenze, alludendo per la Germania al.l'attacco di Francia e Russia.
LA GUERRA ITALO-TURCA
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plice, ma giammai la Triplice all'amicizia della Francia»'. Ad ogni modo, si deve convenire che la critica di fondo all'accordo Prinetti-Barrère consiste nell'aver l'ltalia ipotecato la sua libertà di scelta ed' azione in caso di guerra franco-tedesca, accettando volontariamente la neutralità senza chiedere né 1icevere compensi specifici in Europa dalla Francia. Il rinnovo della Triplice presentava anche un risvolto di carattere tecnico: l'impegno assunto con la convenzione militare segreta del 1888 per l'invio di sei corpi d'armata e tre divisioni di cavalleria in Alsazia, poi ridotti rispettivamente a cinque corpi e due divisioni nel 1891, e con quella navale del 1900. Mentre però quest'ultima si limitava alla defitùzione delle aree di maggiore responsabilità (l'Adriatico era attribuito in toto all'Austria-Ungheria) ed al riconoscimento del principio della cooperazione 2 - e quindi finiva per tradursi in un alleggerimento sensibile per la difesa costiera italiana - gli accordi per l'esercito rivestivano un ruolo assai più complesso. Ma vediamo in breve la situazione militare dell' Italia. Con il ministro della Guerra Bertolé-Viale erano state realizzati nel I 887 due provvedimenti di rilievo: aumento della forza dell'esercito permanente 3 e miglioramento della proporzione di cavalleria e di artiglieria nelle grandi unità 4. Poi il problema abissino assunse dimensioni sempre più coinvolgenti, toccando l'apice con Adua. A questo punto si aprì una vera e profonda crisi nazionale, che andava dalla necessità di sanare il bilancio con un severo contenimento delle spese, in primo luogo quelle militari, alla diffusione di un aspro e vasto, anche se eterogeneo, movimento antimilitarista ben presto, come era ovvio, considerato eversivo dal!' ambiente militare 5; alla difficoltà di formare un governo stabile ed efficiente, data l'intensa lotta parlamentare; all' esplosione di un violento malcontento popolare, ritenuto a torto di predominante carattere politico sovversivo ed alla conseguente adozione di misure repressive. Nel 1900 «con la caduta del [governo] Pelloux si chiuse definitivamente un periodo assai torbido della nostra vita na-
'C. 1vloRAND1, La politica estera dell'Ttalia cit., p. 303. M ARIANO G.ABR IELE, Le convenzioni navali della Triplice, Roma 1969, pp. 256-284 e app.
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Vlll.
' Con la legge di reclutamento del 15 dicembre 1907 gli incorporati nella I' categoria passarono dai 75.979 della classe 1887 a 99.351 della classe 1888 ed a 118.469 della classe 1889; e gli arruolati nella 2• categoria, salirono a 28.741 per la classe 1888 e 34.079 per la classe 1889. 'Con la legge 28 giugno 1897 i reggimenti di cavalleria passarono da 22 a 24; i reggimenti di artiglie1ia da campagna salirono da 12 (su 10 batterie) a 24 (su 8 batterie), e furono costituiti un reggimento artiglieria a cavallo (su 6 bauerie) ed un reggimento artiglieria da montagna (su 9 batterie). ' Nell 'antimilitarismo degli ann i Novanta si distinguevano tre componenti fondamentali: l',mtimilitarismo patriottico della sinistra risorgimentale, l'antimilitarismo generico delle masse popolari e l'antimilitarismo socialista ed anarchico. Quest'ultimo era il più politicizzato cd il più sovvers ivo (G. Roc11AT e G. MAssonruo, Breve storia dell'esercito italiano cit., p. 135).
IL MOMENTO STORlCO
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zionale» ' e sotto il regno di Vittorio Emanuele lII, con l' avvento della Sinistra liberale (ZanardeJli nel 1901 e Giolitti nel 1903), cominciò la lenta ripresa. L'esercito non sfuggiva alle ripercussioni della situazione generale. Sul piano finanziario, non soltanto la realtà di una esigua forza presente nei reparti, sia nel periodo invernale sia in quello estivo, condizionava in modo troppo negativo l'addestramento degli ufficiali e· delle unità, ma tra le numerose econonùe spiccavano Ja sospensione di qualunque lavoro di fortificazione ai confini, la rinuncia al completamento od al reintegro delle dotazioni di mobilitazione nonché la sostituzione di gran parte delle artiglierie da campagna e da montagna 2• Sul piano morale pesavano il troppo frequente impiego delle truppe in servizio di ordine pubblico, detestato dagli ufficiali e dai soldati. Come se non bastasse, venne presto a galla, senza mezze nùsure, l' ape1ta espressione del disagio economico e di carriera degli ufficiali inferiori e dei sottufficiali. Al momento, Zanardelli riuscì ad ottenere il consolidamento dei bilanci militari per il periodo 1900-1906 3 , poi, a partire dal 1906, Giolitti poté aumentare le assegnazioni dei fondi giovandosi cli una maggioranza governativa più stabile, cli un sostanziale nùglioramento dell'econonùa nazionale e del livello di vita, nonché di un rapido sviluppo industriale. Ciò detto, torniamo ai leganù internazionali, cioè alla Triplice. Il 10 giugno 1896 il generale Saletta aveva assunto l'inca1ico di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Lo manterrà sino al 27 giugno 1908. Era un uomo di spiccata personalità e «di una semplicità e una risolutezza di decisioni eia far spavento»• e l'aveva già posto in evidenza a Massaua. Non mostrò imbarazzo per le interpretazioni restrittive di Ricotti, che sottolineavano il carattere di studio del Com~mdo ciel Corpo di Stato Maggiore e circoscrivevano nettamente compito ed attribuzioni del capo di Stato Maggiore, però mise subito sul tappeto (febbraio 1897) la questione ciel Comando Supremo clell' esercito: dimostrò che nei principali paesi si era cercato di sottrarre la direzione dello strumento militare alle influenze
' G. G1ourn , Memorie della mia vita cit., p. 111. AJJ'origine delle repressioni mcmu militari stavano la debolezza ed il lassismo dimostrati da tempo dal governo e dalle autorità locali: «( ... )perdurava ancora nelle classi dirigenti uno stato d ' animo paurosiss imo di qualunque agitazione popolare e delle sue manifestazioni, e il governo, rispecchiando tale sentimento, si lasciò andare a provvedimenti eccessivi» (ibidem, pp. 104-105). ' Peraltro nella seduta del 18 dicembre l 898 della Commissione speciale nominata a fine J898 dal ministro della Guerra per l'esame di talune questioni relative alla difesa dello Stato, il generale Pelloux ebbe a rimarcare che «non si spendono neppure tulle le somme inscrille nel bilancio, ( ... ) nell'anuo corrente figurano 20 milioni per artiglieria da campagna, dei quali forse non se ne spenderam10 due.( ... ) sul bilancio della marina vi sono residui dei bilanci degli anni decorsi per oltre 52 milioni, dei quali difficihncnte se ne potranno spendere 40» (AUSSME, rep. F9, Fondo Commissioni difesa, racc. I). ·' Per l'esercito vem1e fissato un bilancio annuo di 275 milion.i, comprese le spese straordinarie e le pensioni (circa 5 nùlioni). ' ANGELO GArn , La parte dell'Italia, Mondadori, Milano 1926, p . 36.
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politiche e parlamentari, mentre in Italia tutto faceva capo al nùnistro della Guerra, e propose la designazione in tempo di pace del generale che in guerra avrebbe assunto il comando operativo, oppure, meglio ancora, più ampie attribuzioni del capo di Stato Maggiore, al momento privo di autorità e di responsabilità propria. Non riceverà risposta dal nùnistero 1, ma insisterà e riuscirà ad ottenere una sempre maggiore autonomia, in pa1te per il rapido avvicendarsi dei successivi nùnistri della Guerra 2 e molto per l'appoggio datogli da Vittorio Emanuele III, che provocherà l'ampliamento e la definizione dei pote1i del capo di Stato Maggiore con le successive leggi ciel 1900, 1904, 1906 ed infine 1908 3 • Saletta volle anzitutto rivedere le ipotesi operati ve alla frontiera nord-ovest '1• Ne trasse la piena conferma dell'impossibilità di ottenere risultati apprezzabili da un'offensiva attraverso le Alpi occidentali. Sul piano strategico, per rappresentare degnamente la presenza italiana in una guerra contro la Francia a fianco della Gennania, rimaneva dunque confennato l'invio della 3" annata in Alsazia. I casi erano due: partecipazione al conflitto dell'Austria-Ungheria o• ipotesi), ed al riguardo i piani per i trasporti ferrovirui attraverso l' Austria erano in corso cli aggiornamento; neutralità dell'Austria-Ungheria, nell' eventualità di conflitto localizzato in occidente (2° ipotesi), ed allora sorgeva il problema del trasferimento dell'armata attraverso la Svizzera. La questione del rispetto della neutralità svizzera meritava di per sé seria riflessione, difatti da tempo era attentamente considerata nelle sue prospettive: violazione ad opera della Francia in un'offensiva contro l'Italia, oppure ad opera dell'Italia per il transito della 3• armata; probabilità ed efficacia della resistenza opposta dalla Svizzera all'una come all'altra violazione; precauzioni difensive da assumere alla frontiera elvetica e provvedimenti per il superamento delle resistenze elvetiche al nostro passaggio verso la Germania 5 • Saletta intanto riprese nel 1898 un vecchio progetto studiato nel 1889 per l'attraversamento ciel territorio svizzero, muovendo per via ordinaria dai passi
' AUSSME, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, racc. 7, Sunto delle principali pratiche svotre per recluw.mento, ordinamento e m.obilirazione, p. 58. 'Nel periodo durante il quale Saletta ricoprì la carica di capo di Stato Maggiore, succedettero a Ricoui i seguenti ministri: L. Pelloux (14.7.1896-10.12.1897), A. Asinari di San Marzano (14.12. 1897- 14.5.1899), G. Mirri (14.5.1899-7.1.1900), L. Pelloux ad interim, da presidente del consiglio (7. 1. 1900-7.4. 1900), C. Ponza di S. Martino (7.4. 1900-27.4.1902), C. Morin, ad interim, da ministro della Marina (17.4. 1902-14.5.1902), G . Ottolcnghi (14.5 .1902-3.11.1903), E. Pedotti (3.ll.190324.12.1905), L. Majnoni d 'l.ntignano (24.12.1905-27.5.1906), E. Viganò (27.5.1906-29.12 .1907), S. Casana, primo ministro civile (29.12.1907-4.4.1909). ' Sul ruolo rivestito dal capo di Stato Maggiore dell'esercito all'inizio del secolo, vds. Lucio CEVA, Ministro e Capo di Stato Maggiore in «Nuova Antologia», ottobre-dic.embre 1986, e Capo di Stato Maggiore e politica estera al principio del secolo, in «li Politico», Università Pavia, n. I, 1987. ' Sull'argomento cfr. JOHN GoocH, L'Italia contro la Francia. I piani di guerra difensivi ed offensivi 1870-1914, in «Jvlemorie storiche nùlitari 1980», USSME, Roma 1981. 'Sull'argomento cfr. A NTONELLO BIAGINI e DANIEL REICH"-L, [talia e Svizzera durante la Triplice Alleanza. USSME, Roma 1991; At.B cRTO RovtGMI, Un secolo di relazioni militari tra ltctlia e Svizzera, 186/-1961, USSME, Roma 1987, cap. VI.
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centrali dal Sempione allo Spluga 1• L' esame, condotto nel presupposto dell' assenso elvetico, indicò realizzabile il concentramento dell' annata sul medio Reno, a nord di Zurigo, fra il 36° ed il 42° giorno dall'inizio della mobilitazione. Questa conclusione, accolta a quanto pare 2 con un certo scetticismo dal generale von Schlieffen, capo di Stato Maggiore germanico, venne ulteriormente sviluppata in un lavoro d'intesa fra gli Stati Maggiori italiano e tedesco, ma con una variante provocata dai sempre più forti dubbi di poter contare sul consenso della Svizzera a lasciar passare la 3° armata senza opporsi. Non rimaneva che un' azione di forza, e questa, pur tenendo conto delle difficoltà derivanti dalla resistenza delle truppe svizzere, fu ritenuta possibile - eccezion fatta in taluni periodi dell;auno a causa delle proibitive condizioni meteorologiche - occupando tempestivamente i passi orientali dello Spluga, del Maloggia e del Bernina, e facendo affluìre nella conca di Coira forze superiori a quelle impiegabili dalla Svizzera, entro il 13° giorno dall'inizio dell'operazione. Poi la 3• annata avrebbe superato il lago di Costanza e fatto fronte ad ovest verso l'allineamento Zurigo-Eglisau. Naturalmente la sua alimentazione doveva venire in seguito assicurata da una base logistica costituita nella Germania meridionale, come da accordi presi in una conferenza tenuta il 5 novembre 1900 a Berlino 3• Nel frattempo Saletta si era fatto un' idea molto precisa anche della situazione esistente alla frontiera austriaca con due «viaggi di Stato Maggiore». Nel 1898 il viaggio aveva preso in esame il Trentino e la valle Pusteria (dallo Stelvio all'alta valle del Piave); nel 1899, la fascia dal monte Peralba al mare e lo scacchiere veneto sino al basso Piave. Il risultato non era stato consolante. Per conferire un'accettabile validità al sistema difensivo dello scacchiere Trentino-Alto Adige si considerava necessario un finanziamento di almeno 14 milioni e per quello del Friuli poco più di 13 milioni, ma «la sistemazione dell'aperta frontiera del Friuli va subordinata a quella di un rafforzamento possente di quella del nord: in altre parole, questa deve avere la precedenza» ". Ma c'era qualcosa di ben più importante sotto il profilo organizzativo e Saletta non esitò ad affrontare l'argomento. Nel comunicare al ministro Mirri che lo studio delle frontiere terrestri era ultimato, lamentò il nessun valore di studi e proposte se non seguiti da provvedimenti concreti e completi. «Le attuali prescrizioni - scrisse - non danno al capo di Stato Maggiore alcuna ingerenza esecutiva, né affidamento che le sue proposte verranno accolte. In vari problemi non
1
A. BIAGINI e D. R EICH EL, Italia e S vizzera cit., pp. 89-101. ' W. F oERSTF.R. Il conte Schliejfe11 e la guerra mondiale, Berlino 192 1, cit. in M. MAzzr,rn , L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit. pp. 178-179. ' AUSSME, Fondo Scacchiere occidemale, rep. G 23, racc. 43. 'AUSSME, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, racc . 63, Relazioni dei viaggi di Sta· 10 Maggiore 1898 e 1899. Per quanto ha tratto ai successivi progetti difensivi alla frontiera nord-est cfr. M. MAZZETII, I piani di guerra contro l 'Austria df1l 1866 alla prima guerra mondiale in L 'esercito italiano dall'unitù alla grande guerra ( 1868-1918), USSJ\.1E, Roma 1980.
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ho avuto risposta». Ebbene: se la preparazione alla guen:a non corrispondeva alle necessità, di chi sarebbe stata la responsabilità? Inevitabilmente del capo di Stato Maggiore, la cui posizione, bisognava riconoscerlo, risentiva di un'ambiguità non accettabile. L' 8 dicembre del 1899 Mirri ammise che in effetti sarebbe stato necessaiio rivedere lo scoglio delle attiibuzioni, ma «la cosa urta contro gravi difficoltà specialmente d'ordine politico». Non reputava possibile apportare varianti alle disposizioni vigenti, comunque la recente istimzione della Commissione Suprema per la difesa dello Stato, in cui erano presenti i capi di Stato Maggiore dell'esercito e della marina (e nessun rappresentante del governo), sembrava offrire sufficienti garanzie. Saletta replicò (27 dicembre) contestando i vantaggi attesi dalla Commissione Suprema, escludendo in modo assoluto che essa potesse 1isolvere i problemi relativi all'impiego delle forze annate e dimostrando che in ogni caso le responsabilità del capo di Stato Maggiore dell'esercito non ne venivano diminuite. La questione rimase in sospeso, ma il 31 dicembre 1900 il nuovo ministro della Guerra, Ponza di San Martino, trasmise i documenti relativi alle convenzioni militari segrete con Austria-Ungheria e Gemumia e precisò di aver chiesto ed ottenuto dal sovrano che detti documenti venissero affidati «esclusivamente» al capo di Stato Maggiore. Di conseguenza, presi gli ordirti dal re, rimaneva stabilito che «il capo di Stato Maggiore prepara in tempo cli pace e sottopone a S.M. il Re, con cui ha relazione diretta, i progetti di operazioni di guerra da svolgersi durante e dopo la radunata» nel quadro però cli quanto detemunato dal R.D. 968 del 29 luglio 1882 '. Pochi mesi dopo, il 23 febbraio 1901, il maggiore von Chelius, addetto militai·e tedesco, fu ricevuto in udienza da Vittorio Emanuele lil al quale doveva consegnare un dono di Guglielmo IL In questa circostanza il re avrebbe espresso senza mezzi termini la sua personale contrarietà all'invio della 3° am1ata in Germania, sia perché nella penisola sarebbe rimasto ben poco per la difesa del paese ed i francesi, bene informati, ne avrebbero approfittato; sia per l'eccessiva durata del viaggio attraverso l'Austria 2, che avrebbe portato l'armata sul Reno troppo tardi, «infatti, prima che la si possa impiegare, la guerra sarà già verosimilmente decisa». Una simile dichiarazione contrastava nettamente con l'affermazione di Saletta, secondo la quale il re era decisissimo a mettere la 3• armata sul Reno a disposizione dell'alleato, ed appare anche poco in sintonia con il carattere di Vittorio Emanuele, poco incline a confidenze, motivo per cui è possibile che l'addetto militare abbia «forzato» più o meno involontariamente qualche generica considerazione di carattere tecnico formulata dal sovrano nel cor-
' AUSSl'vfE, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, racc. 7, Sunto delle principali pratiche cit., pp. 58-61. ' [I lrasferimento della 3" annata attraverso il territorio austriaco era inevitabilmente su bordinato alla radunata dell'esercito austro-ungarico con prevedibi li inlralci e ritardi .
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so del colloquio. Comunque sia, l'interpretazione di Chelius fu presa per buona ed avallata dall'ambasciatore von Wedel, il quale giunse a concludere che: «Le preoccupazioni che l'idea di un'energica azione militare al di fuori della propria terra suscita nel re, fino ad ora così pieno di volontà e conscio degli scopi del1' azione, consigliano precauzione e mi fanno sembrare inopportuno il porre nei nostri calcoli strategici, come fattore assolutamente sicuro, la partecipazione di truppe italiane ad eventuali operazioni contro la Francia» 1• Come era inevitabile, la notizia non mancò di suscitare uno sgradevole stupore a Berlino. Il conte Schlieffen illustrò con freddezza il proprio pensiero sul concorso militare di.retto italiano. I vantaggi che la Germania poteva trarne erano due: l 50.000 francesi tenuti bloccati, almeno in un primo tempo, alla frontiera alpina; 200.000 italiani sul medio Reno fra il 19° ed il 28° giorno di mobilitazione e quindi utilizzabili soltanto come riserva, in quanto le operazioni sarebbero iniziate il 13° giorno (termine della mobilitazione francese). Molto peggio però sarebbe stato se l'Italia, per sottrarsi all'obbligo valutato troppo pesante di mandare l'annata in Germania, fosse uscita dall'alleanza. Infatti in tal caso i 150.000 uomini inchiodati sulle Alpi si sarebbero aggiunti al grosso dell'esercito francese. Per non parlare poi dell'eventualità che l'Italia fosse passata nel campo avverso, il che avrebbe costretto l'Austria-Ungheria a battersi su due fronti. In definitiva: «da un punto d.i vista militare si potrebbe anche consentire all'Italia d.i d.isimpegnarsi da tale obbligo» 2• A seguito d.i queste considerazioni, il 16 marzo il Chelius venne incaricato di riprendere il discorso con Saletta e, ricordato che l'invio d.i truppe sul Reno era stata un'idea italiana, di rappresentare che la Gem1ania, sebbene a malincuore, non avrebbe sollevato difficoltà ove l'Italia avesse cambiato parere; tuttavia in siffatta evenienza, desiderava conoscere se e come essa intendesse condurre la guerra «contro il nemico comune». Secondo le successive informazioni dell'addetto milit~u·e, Saletta prima (30 marzo) avrebbe spontaneamente dichiarato che il re «sarebbe stato molto contento di non essere più assolutamente vincolato a proposito d.i questa questione» e che, nell'ipotesi della rinuncia all'invio dell'armata, l'esercito italiano avrebbe attaccato attraverso le Alpi; poi (15 aprile) che il re si era mostrato assai soddisfatto e che «in ogni modo i preparativi vengono proseguiti come prima» 3• Per la verità, sono innegabili i motivi di perplessità derivanti dalla lettura dei rappo1ti trasmessi a Berlino: strana mancanza di riserbo del re come di Saletta, incoerenza di atteggiamento, affermazioni poco convincenti, orientamento ad un'offensiva contro Nizza e la Savoia già in precedenza bocciata.
'G.P., XVIII, doc. 5817 e 5818, esaminati da M. M,\ZZE'T1'1, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., pp. 183-185. ' G.P., XVII1, doc. 5819. La memoria di Schlieffen è riportata in M. MAZZErr1, ibidem, pp. 188-191. ' G.P., XV!Il, doc. 5822 e 5823, ibidem, pp. 192-194.
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Più tardi Cadorna, in una memoria in data 31 luglio 1914, nella quale sintetizzò la genesi del progetto concernente la 3° armata, ricordò che il generale Pollio, subentrato a Saletta nel 1908, durante la guerra italo-turca fu costretto a ii conoscere la mate1iale impossibilità di trasferire sul Reno un'armata e, con l' approvazione del re, comunicò allo Stato Maggiore tedesco che la convenzione doveva considerarsi non più in vigore 1• Tuttavia, nell'attesa di poterla ripristinare, fece compiere due nuovi distinti studi sulla concreta possibilità di sferrare un' offensiva generale attraverso le Alpi occidentali e di un'operazione più complessa coordinante tale offensiva con uno sbarco consistente (tre o quattro corpi d ' armata) in Provenza. Ambedue gli studi conclusero che sforzi strategici del genere erano condannati all'insuccesso 2• In seguito lo stesso Cadoma ebbe ancora a scrivere che «l'impegno militare da noi volontariamente assunto nel 1888 rimase in vigore fino al 1912; ma nel dicembre di quell'anno esso fu sospeso, trovandoci, a causa della campagna di Libia, nell'impossibilità di dare ad esso esecuzione. Ma l'impegno medesimo ritornò in vita alla v.igilia della guerra europea, limitato però a tre corpi d'armata e due divisioni di cavalleria»•. I contatti per la pianificazione dei trasporti della 3• armata attraverso l' Austria continuarono infatti dopo il 1901 e ulte1iori accordi per le varianti stimate necessarie furono presi a Berlino il 15 marzo 1903, a Roma il 14 giugno 1907, a Vienna il 17 novembre 1909, a Berlino 1'8 luglio 1911. Si potrebbe riconoscere che tale sequenza di incontri non contrasta con il malevolo commento di Chelius: «Del resto ritengo che tutta la faccenda faccia un grande piacere agli italiani: promettere molto, mantenere poco o niente. Non legarsi mai 1e mani in modo da non potersi poi 1itirare. Tutto questo è tipico del carattere italiano, adesso si metteranno all'opera con triplicato ardore» 4 • Peraltro, nessun documento interno italiano autorizza a supporre una qualche volontà italiana di sottrarsi alla cooperazione sul medio Reno, né a pensare che sia stata accolta in alcun modo la dichiarazione di von Schlieffen di non ritenere indispensabile il diretto appoggio italiano 5• In realtà, a prescindere dall'ottica deformante dell'addetto militare tedesco, all'origine della spiacevole se1ie di malintesi stava il desiderio italiano di ottenere l'intervento di Berlino in favore di un'intesa navale italo-britannica, che avrebbe reso di più agevole soluzione il problema della difesa costiera tirrenica e, di conseguenza, consentito un più rapido e sicuro trasferimento della 3• armata.
1 M. MAZZElTI, ibidem, doc. 25, pp. 534-535. ' Ibidem, doc. 37. ' L ulGJ CADORNA, Alrre pagine sulla grande guerra, Mondadori, Milano l 925, p. 15. • G.P., XVIII, doc. 5822, in M. MAZZETII, L'esercito iraliano nella Triplice Alleanza cit., p.
193. ' Però nel 1908 Tittoni, ministro degli Esteri, avrebbe dichiarato all'ambasciatore russo a Roma che l'impegno era stato lasciato scadere nel 1902 al rinnovo della Triplice (D.D.F., 2' serie, XI, doc. 560).
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Saletta volle uscire da quella situazione imbarazzante cogliendo I' occasione dell' invito alle grandi manovre tedesche del 1902. In quella sede si compo1tò in modo da non lasciare incettezze sulla convenzione militare e riaffermò la decisione di far passare la 3• armata dalla Svizzera nel caso della 2° ipotesi '. Per obiettività dobbiamo comunque riconoscere che lo Stato Maggiore tedesco si orientò a non considerare ce1to l'arrivo delle trnppe italiane. Anzi, col passare del tempo tale orientamento si rafforzò a causa delle evidenti simpatie verso la Francia circolanti in tutti gli ambienti italiani e della sempre più forte convinzione che l'Italia non avrebbe mai potuto schierarsi contro l'Inghilterra, della cui Entente cordiale con la Francia si scorgevano i primi sintomi. Il 14 dicembre 1903 von, Schlieffen rispose al sottosegretario agli Esteri von Richtofen, che gli riferiva il pensiero del cancelliere, sostanzialmente in linea con i continui rapporti tendenziosi di von Chelius, che: «secondo la nùa opilùone, non solo non possiamo contare sulla 3~ armata italiana, ma dobbiamo esser preparati a dover combattere con l'intero esercito francese» 2 • La Triplice Alleanza era, in fondo, una strana combinazione. Che il1 ogni sistema di alleanze i singoli Stati non rinuncino a coltivare interessi particolari può essere reputato normale. Ma il principale membro della Triplice, la Germania, era convinto di essere costretto a fare affidamento soltanto sulle proprie forze, essendo uno degli alleati (l'Italia) politicamente incerto, economicamente in difficoltà e militarmente debole, e l'altro (l'Austria-Ungheria) non in grado di reggere a lungo contro la Russia. Per giunta, fra questi due alleati esisteva un contrasto di fondo difficilmente sanabile perché alimentato da motivi nazionalistici ed irredentistici da parte italiana, di rivincita da parte austriaca e di sfiducia reciproca da patte di entrambi. La Triplice avrebbe dovuto consentire ad essi un' affidabile tranquillità sulla frontiera comune, sì da poter rivolgere ogni cura al confine «nemico». Invece, l'Italia con gli accordi italo-francesi del 1900-1902 aveva conseguito un vantaggioso risultato sul piano politico (ed implicitamente militare), economico (per il concorso del capitale francese alla sua ripresa) e delle simpatie popolari. E l'Austria con l'intesa balcanica del 1897 aveva raggiunto un modus vivendi con la Russia che nell'autunno del 1902, al verificarsi dell'insurrezione in Macedonia, seguita nella primavera deI 1903 dai moti rivoltosi in Albarùa, sembrava denotare una certa validità. Tutto questo portava dunque in primo piano i motivi di attrito: il revanscismo austriaco e l'.irredentismo italiano in corrispondenza del confine comune, l'espansionismo austriaco in Balcania ed il desiderio italiano cli compensi. La questione dei compensi (art. VII del trattato) era la vera causa della diffidenza re-
1 G.P., XVIII, doc. 5825, ibidem, pp. 197-198. In merito ai dubbi suscitati a Berlino dai rapporti dell' addeuo militare a Roma, vds. ibidem, pp. 198- 199. ' G.P., XVlll, doc. 5829, ibidem, p. 204.
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ciproca, perché si fondava su un'assoluta differenza di riferimento mentale: per l'Austria i compensi dell'ltalia andavano cercati in Albania, mentre per l'Italia i compensi erano Trento e Trieste. Non costituiva un mistero per lo Stato Maggiore italiano lo sviluppo delle difese austriache realizzate sin dalla fine del 1897 nel Trentino, trasformato in un vero campo trincerato, e nella valle Pusteria 1, il che limitava il tratto di frontiera invitante ad un'offensiva alla zona carsica, in corrispondenza della quale sarebbe stato più facile per l'Alto Comando austriaco concentrare la massa delle forze mobili per una battaglia d ' arresto e/o per una invasione della pianura veneto-friulana. Inoltre si sapeva del notevole potenziamento delle basi navali di Pola e di Cattaro. Tuttavia non fu che all'inizio del secolo che in Italia si venne a conoscenza degli studi effettuati dal generale von Beck, capo di Stato Maggiore dell'impero asburgico, per l'eventualità di operare nella pianura padana. Saletta, in un colloquio con il maggiore von Chelius a fine 1903, assicurò di essere sinceramente convinto dell'utilità della Triplice quale base della politica estera italiana, anche se riconosceva indispensabile coltivm·e buoni rapporti con Francia e Gran Bretagna data l'evidente impo11anza degli interessi mediterranei, e non esitò a dichiarare che la sola minaccia alla Triplice proveniva unicamente dal comportamento di Vienna: «non si può - disse - prntroppo negare che il contrasto tra ItaLia e Austria cresca sempre di più» 2• In effetti la palese attenzione posta dall'Austria al confine italiano- un'attenzione che appariva rivolta a precauzioni difensive come ad ipotesi offensive - aveva destato nelle sfere militari italiane di Roma un sensibile turbamento. I pochi lavori di fortificazione compiuti negli anni Novanta erano stati sufficienti a fronteggiare esigenze locali, a causa della ben nota situazione finanziaria del paese che impediva l'attuazione di un piano organico. Nel 1899 la citata Commissione Suprema per la difesa dello Stato, istituita con il compito di esaminare con unitarietà d'indirizzo le più importanti questioni attinenti la preparazione della difesa nazionale, e di prospettare soluzioni a carattere di stabilità, aveva subito concretato un progetto complessivo. Secondo un calcolo fatto da Pelloux, il totale delle spese straordinarie occorrenti raggiungeva i 440 milioni, che potevano essere concessi in quote medie annuali di 17 11tilioni per 25 anni, ferma restando la spesa ordinaria di 223 milioni. 11 preventivo delle spese straordinm-ie comprendeva, fra l'altro, circa 67 milioni per la difesa delle frontiere terrestri, 70 per la difesa interna e 108 per quella delle coste e delle isole 3 • È chiaro che nessun preventivo poteva reggere su tale arco di tempo, comunque il relativo disegno di legge, presentato alla Camera il 31 gennaio 1900, non venne discusso da-
' AUSSME, Fondo Ufficio Ordin,1men.10 e Mobilitazione, racc. 58 bis. ' G.P., XVITT, doc. 5817, in M. MAZZETil , L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 203. 3 S. SONNINO,
Diario 1866-1912 cii., I, pp. 420-421.
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te le tumultuose vicende parlamentm·i che si conclusero con la caduta del governo Pelloux. Nel 1903, dunque, il generale Ottolenghi, ministro della Guerra nel secondo governo Giolitti (3.ll.1903-4.3.1905) subentrato a Zanardelli, nùse in chiara luce l'allarmante situazione dei confini e delle piazze mm-ittime. Ma i fondi a disposizione non permettevano neppure di provvedere al minimo urgente delle spese indispensabili: 67 nùlioni per le fortificazioni, 2,5 per il parco d'assedio e 5 per i lavori ferroviari '. Per suo conto Saletta, dopo il viaggio cli Stato Maggiore del 1903, portò avanti l'aggiornamento cieli' esistente progetto di mobilitazione per l'emergenza Austria. A prescindere dalle sensibili ed inevitabili varianti a quanto fino a quel momento previsto, il nuovo documento «rappresentò il vero e completo primo progetto di mobilitazione e radunata nord-est», in quanto definito in tutti i particolari relativi alla mobilitazione delle unità, ai trasporti di radunata (da concludere entro il 26° giorno di mobilitazione) ed allo schieramento iniziale 2• D ' altro canto Vienna non poteva restare indifferente alla ripresa di man.ifestaziorù irredentistiche sempre più vivaci, al punto che il nuovo ambasciatore tedesco a Roma, Monts, rappresentò, su incarico di Blilow, l'incompatibilità fra irredentisnù e alleanza della Triplice 3• In sostanza, l'Austria accusava il governo italiano di lasciare br.ìglia sciolta agli irredentisti e di agire spregiudicatamente per accattivarsi le simpatie albanesi. Per cli più, lamentava le manifeste tendenze filofrancesi di Vittorio Emanuele ID. Nigra, da Vienna espresse addirittura il timore che la tensione potesse sfociare in un conflitto armato, in cui l'Austria avrebbe avuto daUa sua il favore della Russia e probabilmente anche quello della Gran Bretagna, mentre la Francia sarebbe rimasta a guardare 4 • Giolitti si affrettò a garantire all' ambasciatore Monts la precisa volontà di conservare assoluta fedeltà all'alleanza con gli Imperi Centrali (specificando di
' CCSM, L'esercito ila/i(lnO nella grarute guerra (1915-1918), Roma 1974, I, p. 26. ·, CCSM, I capi di Simo Maggiore dell'Esercito. Tancredi S(l/eua, Roma 1935, p. 18. Nel febbraio 1903 ebbe luogo una polenùca tra Ottolenghi e Saletta in merito alle competenze in tema di mobilitazione. Su richiesta del nùnistero, il Comando del Corpo di Stato Maggiore aveva indicato la ripartizione ritenuta più opportuna dei documenti di mobilitazione fra i due enti. Ot1.olengh.i non volle accogliere il concetto del!' esclusiva competenza in materia proposto per sé dal Comando del Corpo e Saletta osservò che, riservandosi il ministero la emanazione dei principali documenti e istruzioni che implicavano disposizio1ù sin dal tempo di pace, non si mutava l'insoddisfacente stato di fatto: solo si aumentava il lavoro burocratico dello Stato Maggiore se1ua concedergli la necessaria iniziativa. In conclusione, Saletta espresse il parere che tanto valeva lasciare le cose come stavano. L'argomento sarà ripreso e risolto nel 1906, nel quadro della definizione delle attribuzioni del capo di Stato Maggiore (AUSSME, Fondo Uflìcio Oniinwnento e Mobilitazione, racc . 7, Sunto principali pratiche cit., pp. 66-69. Cfr. L. C EVA, Capo ,ti Staio Maggiore e politica estera al principio del secolo in «Il Politico», Un. Pavia, 1987, n. 1, pp. 125-129). 3 Blilow a Monts in data 9.6.1903, G.P., XVIII, doc. 5776, in L. SALVATORELLI, La Triplice Alleanza cit., p. 270. ' G.P., XVIII, doc. 5779 e 5780, ibidem, p. 271 .
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non poter essere chiamato responsabile degli incidenti verificatisi sotto il governo Zanardelli), ed all'ambasciatore Barrère il desiderio di continuare sulla strada dei rapporti mnichevoli con la vicina repubblica. Cjò nonostante i motivi di inquietudine si accrebbero come riflesso dell'accordo austro-russo del 2 ottobre 1903 a Mtirsteg, preso sotto lo stimolo della critica situazione formatasi in Macedonia, per un'azione in comune intesa ad imporre riforme alla Turchia e tener calme le popolazioni della Bakania. ll 18 febbraio 1904, Tittoni, al quale Giolitti aveva affidato gli Esteri, comunicò a Monts che l'Italia desiderava da Vienna l'assicurazione che non avrebbe occupato l ' Albania e non intendeva esser posta davm1ti a fatti compiuti. Nel contempo pregò il cancelliere Biilow di saggiare gli orientamenti austriaci 1• L'accordo austro-russo del 1903 per il programma balcanico si traduceva in una palese diminuzione di prestigio della posizione che l'Italia teneva a manifestare nei Balcani, ma il patto stipulato il 15 ottobre 1904 fra Austria e Russia, che assicurava reciprocamente la neutralità dell'una ove l'altra si fosse trovata in guerra con una terza Potenza, non poteva che significare libertà per l'Austria di rivolgersi contro l'Italia. E che Vienna proprio questa ipotesi avesse considerato, era dimostrato dal fatto che notizia del patto fu data a Berlino ma non a Roma. Nessuna meraviglia, perciò, se nel dicembre di queIIo stesso 1904 Saletta si espresse in termini assai espliciti, pur senza drammatizzare, con l'addetto militru·e tedesco. Prima di tutto ammise apertamente la revisione dei provvedimenti difensivi al confine orientale, «poiché il Comando Supremo dell'esercito non può prendersi la responsabilità di mantenere la frontiera del tutto indifesa nei confronti di una terra che è armata sino ai denti», il che denotava quanto fosse sentito il pericolo di una guerra voluta dall'Austria. Poi esisteva il timore di dover assistere impotenti ad una spartizione dei Balcani fra Austria e Russia. Tenne anche ad aggiungere che gli amichevoli rappo1ti instaurati con la Francia, lungi dal nuocere alla Triplice, avevano importanza per l'Italia «soltanto in quanto l'esercito viene alleggerito dal compito cli marciare su due fronti nel caso che la rivalità con l'Austria per il dominio dell'Adriatico dovesse sfociare in un vero conflitto», precisando che tutto sommato vedeva «negli allettamenti del vicino francese soltanto il pericolo di diventare completamente sottomessi e vassalli della Francia» 2• Ma è opportuno rilevare, proprio in questo periodo, un atteggiamento apparentemente contraddittorio di Saletta. Conosciamo il suo fenno proposito di acquistare sul piano tecnico una maggiore autonotnia rispetto alla preminenza ministeriale, perciò non stupisce che il 14 gennaio 1905 abbia presentato al re uno «Studio sulle attribuzioni del capo di Stato Maggiore» . Lo studio dimostra-
' G.P., XYill, doc. 5792, ibidem, p. 282. G.P., XYlII, doc. 6424, ibidem, pp. 209-210.
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va la necessità che in tempo di pace l'azione preparatoria del capo di Stato Maggiore venisse spinta fin là dove lo spirito dello Statuto, che riconosceva al ministro la responsabilità delle cose della guerra, poteva consenti.re e proponeva uno schema d.i decreto con una «Istruzione sulle attribuzioni del capo di Stato Maggiore, del comandante in 2• del Corpo di Stato Maggiore e dell'ufficiale generale addetto al Comando del Corpo». Sulla base di alcune osservazioni del .re e del mi1ùstro Majnoni d'Intignano, a sua volta intervenuto, si giunse al R.D. del 4 marzo 1906, che sostituì quello del 29 luglio 1882 1• La grossa novità risiedeva nel par. 4, secondo cui, premesso che «il capo di Stato Maggiore dell'Esercito deve essere tenuto a giorno della situazione politico-militare per quanto possano essen1e interessati gli studi e le predisposizioni per la guerra», veniva sanci1 ta la sua «piena ed esclusiva competenza per prendere in vista della mobilitazione e durante la medesima, con gli stati maggiori degli eserciti eventualmente vincolati da trattati di alleanza e nei limiti dei trattati stessi, tutte le disposizioni e gli accordi necessari pel migliore impiego delle forze mobilitate».
La cosa non poteva non dtffe nell'occhio e d.ifatti provocò un commento più che favorevole da p,ffte deJJa Boersen Zeitung e della Berliner Neueste Nachrichten del 26 giugno 1906 2, in quanto la «piena ed esclusiva competenza» del capo di Stato Maggio.re italiano dava maggior valo.re agli impegni che egli prendeva personalmente con ipartners della Triplice 3 • Peraltro Saletta chiedeva l'autonomia ritenuta necessaria per bene assolvere i propri compiti, primi fra tutti la mobilitazione e la radunata, ma faceva un netto distinguo fra gli impegni dell'alleanza ed il possibile verificarsi di eventi pericolosi per l'Italia da qualunque parte provenissero. Di fronte a seri motivi di inquietudine per il progressivo deterioramento della Triplice derivante da un pressoché ostile atteggiamento dell' Aust:Jia, la constatazione delle gravissime difficoltà relative alla radunata sulla frontiera nord-est spinse il Comando del Corpo di Stato Maggiore ad insistere per ottenere di effettua.re il completamento in po-
'AUSSME, Fondo Ufjìcio On/iname1110 e Mobilitazione, racc. 7, S1111U) principali pratiche cit., pp. 61-64. ' AUSSME, Fondo Addetti militari. Germania 1906. 'L. C EVA nel suo Capo di Stato Maggiore e politica estera al principio del secolo ciL si sofferma sull' argomento e conclude che il verificare se ed in quale misura la <<piena ed esclusiva competenza» sia stata effettivamente esercitata da Saletta consisterebbe in gran parte in un.fal.1·0 problema. «Infatti, fosse o non fosse riconosciuta tale competenza, essa non si estese mai fino a confiscare il potere del governo responsabile (di fronte al Parlamento e perciò al Paese} di stabilire se una determinata circostanza politica integrasse oppure no il casus .foederis . Se l'opinione del Governo era positiva, gli accordi militari valevano e una competenza del capo di S.M. al riguardo aveva campo per dispiegarsi. Tn caso contrario, qualunque cosa egli avesse pauuito o promesso in convem:ioni, protocolli mili tari ed altre intese, perdeva ogni valore». In al tri termini, il capo di Stato Maggiore, per quanto rafforzato nelle sue prerogative, rimaneva sempre organo tecnico e non politico (p. 134).
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sto della maggior parte delle unità, specie di fanteria, dislocate nello scacchiere veneto, nonché per adottare diversi altri provvedimenti definiti «un mi1ùmo al di sotto del quale non si può scendere», fra i quali il rinforzo cli talune guarnigioni, l'attestamento del VI corpo d'annata alla frontiera, il ritiro sulla destra del Tagliamento dei centri di mobilitazione di Udine. Fu così che, nel corso del I 906 fu possibile realizzare una nuova sistemazione delle trnppe nel Veneto e buona parte dei provvedimenti organici proposti dallo Stato Maggiore trovarono attuazione '. Mentre la Gran Bretagna si allineava all'Italia nel rifiutare che Austria e Russia si considerassero le sole Potenze interessate alle vicende della penisola balcanica ed alle riforme da imporre alla Turclùa, l'insorgere della questione marocchina, in cui all' inizio del 1905 si fronteggiarono Francia e Ge1111ania, mise in difficoltà i rappo1ti tra Germania e Italia. Berlino intendeva anestare l'espansione francese in Marocco ed avrebbe voluto l'appoggio italiano, però, conoscendo il riavvicinameilto italo-francese e sapendo ora che i nuovi rapporti derivanti da tale amicizia dispensavano lo Stato Maggiore italiano dal preoccuparsi di una guerra su due fronti, sospettò l'esistenza di un trattato di controassicurazione. Giolitti e Tittoni smentirnno. «La lettera dei ministri italiani, architettata con arte e misura, era bensì parzialmente reticente, per mantenere il segreto contrattuale della stipulazione con la Francia; ma non diceva nulla direttamente contrario al vero, e anzi faceva comprendere (per chi avesse avuto un mi1ùmo di discernimento) che qualche intelligenza era corsa realmente fra Italia e Francia in relazione al caso di una guerra offensiva della Germania contro di questa» 2• Billow si accontentò del «pentimento degli italiani» e del mantenimento della «facciata della Triplice per i tempi di pace e per ogni combinazione interna» 3 • La vicenda culminò l'anno seguente nella conferenza di Algeciras (16 gennaio-? aprile 1906) chiesta insistentemente dalla Gennaiùa, in occasione della quale il nostro rappresentante, Visconti Venosta, pur avendo sempre cercato di appianare i contrasti e di rendere accessibili alla parte francese i desiderata piuttosto rigidi tedeschi, alla fine votò con i delegati delle altre nazioni contro gli Imperi Centrali. La Germania, il cui proposito di isolare la Francia era fallito mentre invece aveva dovuto constatare la forza ed il carattere antitedesco dei legami dell'Entente cordiale, si sentì sconfitta e lo manifestò ape1tamente. Di rimbalzo, l'ostilità verso l'Italia cominciò a diffondersi in modo visibile negli ambienti ger-
'AUSSME Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitazione racc. 7 Sunto principali pratiche cit.
pp. 78-83. ' Giolitti e Tittoni a Lanza in data 25.2.1905 in L. 298.
' Ibidem.
SALVATOREL.U ,
La Triplice Alleanza cii., p.
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manici, grazie anche al personale contributo di Guglielmo Il, il quale in un telegramma al ministro degli Esteri austriaco Goluchowski, elogiò la collaborazione fornita dal «vero alleato» e «brillante secondo» nel corso della conferenza; e poi confidò ali' ambasciatore austriaco a Berlino che, presentandosi l'occasione, sarebbe stato ben lieto di impartire, d'intesa con Vienna, una lezione salutare al poco leale alleato italiano '. Piano piano le acque si calmarono, anche per l'interesse austriaco a non ferire oltre misura l'Italia, ed il 7 giugno i due imperatori inviarono da Vienna «au troisième allié l'expression de not.re amitié inalterahle». In quell'occasione Goluchowski commentò: «Fra Austria e Italia o alleanza o guerra» 2• È i11teressante vedere quali fossero le opinioni dominanti a Berlino ed a Vienna proprio in quel periodo. Il quarto trattato della Triplice sarebbe stato automaticamente confermato per altri sei anni se non denunziato un anno prima della scadenza, vale a dire entro 1'8 luglio 1907. Nel giugno 1906, l'ambasciatore Monts inoltrò a Berlino ben tre memorie con le quali suggeriva l'opportunità che il governo tedesco prendesse l'iniziativa di denunziare il patto. Il primo documento sottolineava la caduta dei presupposti che a suo tempo erano stati alla base della stipulazione dell'alleanza: pericolo di un'aggressione della sola Francia contro la Germania; disponibilità italiana a battersi contro la Francia; pericolo di una guerra austro-tussa e quindi necessità di evitare aU' Austria un secondo fronte italiano; buone relazioni tra Inghilterra e Germania; situazione incerta suUe coste nordafricane. Ciò posto, confrontando i vantaggi presenti offerti dalla Triplice agi i Imperi Centrali (garanzia dello status quo europeo, sicurezza per l' Austria cli fronte al pericolo russo, vantaggio tedesco nei confronti di un'eventuale coalizione anglo-francese) e quelli che ne traeva l'Italia (molo di Grande Potenza, sicurezza contro l'Austria, sicurezza contro la Francia, garanzia per le aspirazioni in Balcania e su Tripoli), si doveva ammettere che
'G.P., XXXI , doc. 7140, p. 308. Tuuavia, osserva Salvatorelli, una buona dose di responsabilità nell'atteggiamento tedesco nei nostri confronti è da attribuire ad alcuni uomini politici italiani. L'ambasciatore Monts rife.lÌ a Berlino che il 27 febbraio Rudiuì si era espresso con lui pesantemente in merito agli accordi. italo-francesi, sostenendo essere in contrasto con lo spirito della Triplice ed affermando che se egli fosse stato presidente del consiglio li avrebbe immediatamente denunciati! E San Giuliano, ministro degli Esteri del breve gabineu o Fortis, 1'8 agosto aveva criticato con Monts la condotta di Visconti Venosta (che lui stesso aveva scelto come delegato italiano) spiegandola con motivi personali (G.P., XXI, doc. 7050 e 7145, ibidem, p. 3). ' G.P., XXI, doc. 7155, ibidem, p. 312. Due anni dopo, nella seduta del 4 giugno 1908 alla Camera, Luzzatti, giì1 ministro del Tesoro, ebbe a dire: «La Triplice Alleanza, che noi liberamen te abbiamo stipulato e di cui dobbiamo lealmente osservare i palli, giova dirlo, o signori, senza certe reticenze e senza abili circonlocuzioni, non è più oggidì quale si faceva manifesta nella sua prima origine( ... ). Oggi le ipotesi, sulle quali si regge va la prima forma della Triplice Alleanza, sono tutte cadute. Infalli le gelosie che dividevano l'Inghillerra dalla Francia si sono mutate in una cordiale intesa(...). Rimane la Triplice Allean,,a come nna lega di Stati, i quali rimangono uniti per garantire la pace nel mondo» (cit. in F. ToMMASIN I, L'lwlia alla vigilia della guerra. La poli1ica estera di Tommaso Tir10ni, Zanichelli, Bologna 1937, rv, pp. 110-11 1).
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il rinnovo giovasse più all'Italia, ed altresì prevedere la richiesta italiana di essere svincolata da impegni nel caso di un conflitto anglo-tedesco 1• La seconda memoria poneva in chiara evidenza che all'atto pratico la sola ipotesi valida per ricevere il concorso armato dell' Italia nell'eventualità di una guerra sarebbe stata quella di un'aggressione franco -russa contro la Germania, con l'Inghilterra neutrale. Ed anche in tale evenienza era più che probabile che l'Italia si limitasse ad una mobilitazione dimostrativa. Il terzo documento insisteva sullo scarso affidamento offerto dall'Ita.lia come partner: «L'alleanza italo-tedesca è infruttuosa dal lato positivo, poiché non c'è da pensare ad un aiuto attivo dell'Italia in caso di guerra. E l'incidente marocchino ha dimostrato fin dove arrivi l' aiuto diplomatico dell'Italia. Dal lato negativo, la Triplice Alleanza non ha impedito il riavvicinamento dell ' llalia alle potenze occidentali. Se le amicizie non si sono consolidate in vere e proprie alleanze, si deve meno alla fedeltà del Regno che al fatio che l' lnghillerra non si vuole legare e, come per il passato, considera l' lla.lia come una quantità trascurabile. In ogni caso, coll' andar del tempo, la permanenza dell'Italia nella Triplice dipenderà sempre più dal beneplacito dell'Inghilterra. Deve ancora nascere il mirùstro italiano il quale rifi uti di partecipare ad uoa combinazione anglo-francese, eventualmente raffonata da accordi con la Russia. Il testo dell'atiuale trattato non ci tutelerebbe contro una simile partecipazione, come non ha impedito la convenzione per il .Marocco e la Tripolitania. Inoltre il machiavellismo di questi uomini di Stato e del re troverebbe una formula per dichiarare completamente conciliabili le tendenze pacifiche della Triplice con quelle non meno pacil1che di un siffatto sistema occidentale(...)».
E concludeva con la proposta di rinunciare all'aiuto militare italiano, promesso unicamente sulla carta, ma in compenso di vincolare in modo inequivocabile l'Italia ad un «incondizionato appoggio diplomatico in tutte le questioni mediterranee ed orientali, nonché [al]la sua neutralità benevola in caso di complicazioni». Ove ciò non si fosse palesato possibile, era meglio «scrollar via un' alleata altrettanto debole quanto sleale» 2• È vero che si trattava del pensiero dell'ambasciatore, però a Berlino trovava molte orecchie disposte ad ascoltarlo. A Vienna, invece, i toni apparivano più blandi. «Col bisogno di tranquiUi tà che c'è a Vienna - scriveva Monts - si vorrà colà, non fosse che per infingardaggine, lasciare le cose come stanno. Gli austriaci rifuggiranno certo, tremando, da una denunzia(. .. )», ma potevano essere indotti a considerare un adattamento della Triplice alle mutate circostanze 3 • In effetti negli ambienti politici austriaci esisteva assoluta contrarietà a rompere od a modificare i termini dell'alleanza. Anche il barone Aerenthal, che alla fine di ottobre 1906 sostituì l'incerto Goluchowski, condivideva q uesto punto di vista. Pur non facendosi alcuna illusione sull'Italia, nutriva motivi di apprensio-
'F. TOMMASINI, L 'Italia alla vigilia della guerra cii., pp. 105- 110. 'Ibidem, pp. 106- l!O. ; Ibidem, p. 109.
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ne sulle condizioni interne della Duplice Monarchia ed aveva accolto di buon grado la direttiva di Francesco Giuseppe: «Aspettiamo che cosa fa l'Italia. Se non ci annunzia la sua uscita dalla Triplice o non mette condizioni inaccettabili per il suo rillllovamento, lasciamo naturalmente continuare la Triplice» 1• Tilloni, rimasto agli Esteri con il terzo governo Giolitti (29.5.19062.12.1909), professava la più ampia fiducia nella Triplice attribuendole una rilevante importanza per la stabilità della politica europea, ma anche perché, come ebbe ad esprimersi, aveva permesso all'Italia «una sosta nelle spese militari» in un momento in cui ogni suo sforzo doveva esser dedicato alla ripresa economica. Perciò assicurò a Tschirschl.-y, segretario per gli Esteri germanico, la volontà di protnvTe l'alleanza e di migliorare i buoni rapporti con l'Austria-Ungheria. Con l'occasione chiese l'appoggio diplomatico dell'alleato presso Costantinopoli per la Tripolitania, dove l'Italia intendeva affermarsi non militarmente ma economicamente 2•
2. L A T URCHIA ED IL NORDAFRICA ALL'INIZIO DEL SECOLO XX Agli albori dell'Otlocento la Turclùa estendeva il suo dominio sull' intera Africa settentrionale, eccezion fatta per il Marocco, anche se si trattava di una sovranità pressoché nominale essendo le tre reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli semiindipendenti di fatto. Tuttavia la conquista francese di Algeri (5 luglio 1830) allarmè>la Sublime Porta, che nel 1835 brnscamente rovesciò la signoria dei Qaramanli nella reggenza di Tripol i (comprendente la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan) e ridusse la regione a vi/ayer turco, governato da un valì. Più tardi, nel 1875, su suggerimento interessato dcll'lnglùlterra, la Cirenaica venne staccata dal vilayel e passata alle dipendenze del ministero degli Interni ottomano. L'Inghilterra otteneva in tal modo, e senza clamore, l'autorizzazione a costituire suoi depositi di carbone sulla costa cirenaica. In Italia, anche se la prima aspirazione sul Nordafrica era stata rivolta, ed a buon motivo, alla Tunisia, il possesso della Tripolitania e della Cirenaica non veniva considerato alla stregua di uno dei possibili obiettivi coloniali, bensì come un elemento fondamentale per la sicurezza italiana nel Mediterraneo. Come ovunque anche in quest'area, in un quadro complessivo di miseria e di arretratezza, la trascurata auto1ità governativa turca si limitava alla fascia costiera. Nell'interno i turclù avevano accettato un compromesso che si dimostrava conveniente sul piano pratico. Verso la metà dell'Ottocento l'ordine dei Senussi, provenienLc dalla Mecca, si era fermato in Cirenaica, stabilendo nell'oasi di Giarabub il centro spiri tuale della confraternita. Le sedi minori della comunità,
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lbidem, pp. 138-139. L. SALVATORELLI, La Triplice Alleanza ci t., p.319.
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Le grandi direttrici di espansione del senussismo.
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zauie, erano insieme luoghi di preghiera e di raccoglimento, scuole, posti tappa e centri agricoli. Negli anni Sessanta il Kalifa, o Gran Senusso, come venne poi chiamato, si spostò da Giarabub alla vastissima oasi di Cufra, per allontanarsi dalla presenza degli odiati europei, turchi compresi, ed addentrarsi ne.I cuore del1' Africa settentrionale. Agli inizi del Novecento, la confraternita, xenofoba e integralista, occupava e controllava l' hinterland cirenaico e parte di quello tripolitano. Il più profondo retroterra superava la zona centrale del Sahara ed arrivava al lago Ciad, nel Sudan centrale. Inevitabilmente la spinta colonialista francese si scontrò con la confraternita, che fu allora indotta a cercare un riavvicinamento con il governo turco, raggiungendo così, nel 1910, un accordo di carattere nazionalistico ed islamico. Ne deriverà il ritorno di un presidio ottomano nel Borcu, a sud del Tibesti, e l' istituzione del caicamato di Cufra, affidato ad un esponente senussita 1• Nel Sahara libico, in buona parte popolato come quello alge1ino da tribù nomadi di tuaregh insofferenti della presenza straniera, specie se cristiana, le principali oasi vi vevano in uno stato di assoluta autonomia e, anche per questo, la loro importanza commerciale e strategica induceva Francia e Inghilterra ad avvicinarsi ad esse, la prima dal Sahara algerino e la seconda dal deserto cirenaico e dal Sudan anglo-egiziano 2, tenendo in non cale la sovranità ottomana. Il vastissimo Sudan, popolato da vari «imperi» loca.li (Mandingo, Tokolar, Sokoto, Wadai) non in grado di opporsi con probabilità di successo finale alla colonizzazione europea, si trovava coinvolto inizialmente nelle rivalità e poi negli accordi tra Francia ed Inghilterra. La Francia, che dall'Africa occidentale aveva cominciato a penetrare nell'interno con un vago programma commerciale e di protettorato, incontrò ben presto la resistenza annata delle bellicose teocrazie sudanesi e nigeriane, le quali, rifiutando qualsiasi infiltrazione c1istiana, si impegnarono in una vera e prop1iajihad. Ne 1isultò una lotta lunga e penosa, ricca di successi ed anche di insuccessi episodici, che condusse i francesi sempre più verso il lago Ciad. Per l'Inghilterra, come noto, la via per l'India rivestiva primaria importanza nella politica estera. Da questa valutazione conseguiva la massima cura che nulla turbasse lo status quo del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, nonché la convenienza di lasciare che il controllo ufficiale di eletta via per l'India venisse svolto dalla Turchia e quindi la necessità che l'impero ottomano non venisse fatto a pezzi. In sostanza, gli interessi britannici in quell'area si concentravano sulla inviolabilità cli Costantinopoli e degli Stretti, del ca-
' Sulla Senussia cfr. B OURBON 1)1::L M ONTE DI SANTA MARIA, L'islamismo e la confratemita dei Senussi, Artigrafiche, Citt.à di Castello 1912; F. SERRA, Italia e Senussia. Venti anni di occupazione italiana in Cirenaica, Treves, Milano 1933. ' Nelle ca1ie britanniche di fine secolo il confine egi~iano era segnato, sulla costa, alla baia di Sollum (i nvece che più o meno a Marsa Matrnh) e nell' interno raggiungeva le oasi di Giarabub e di Cul'ra (invece che correre a valle di Siwa e di el-Faratrnh).
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nale di Suez e dell'Egitto, del golfo Persico. I possibili perturbatori della quiete erano la Russia e la Francia 1• Nel novembre 1889 Salisbury, alla testa del suo secondo governo, dichiarò all' ambasciatore francese che la politica estera inglese continuava ad essere «quella del mantenimento della pace in Europa e del lo status quo nel Mediterraneo. Noi siamo con quelli che difendono la stessa politica ed i cui interessi sono simili ai nostri» 1 . In tale ottica, per tener lontana la Francia dalla vaHe del Nilo era disposto ad offlirle compensi, che non gli costavano molto, nell'Africa occidentale e centrale. La penetrazione francese nella grande regione sudanese venne regolata con l'Inghilt; rra da un primo accordo il 10 agosto 1889, che delimitava le rispettive zone di influenza, meglio definite il 5 agosto dell'anno seguente con un protocollo per cui la Francia riconosceva il protettorato inglese su Zanzibar in cambio cli analogo assenso circa l'occupazione francese del Madagascar. Inoltre, nel Sudan era fissata una linea da Say, sul medio Niger, a Barrowa sul lago Ciad, a sud della quale era riconosciuto il possesso britannico (Nigeria) ed a nord quello francese (Niger). La nota ufficiale turca del 10 ottobre 1890 formulò ampie riserve circa detta convenzione, rivendicando la sovranità sull'intero Sudan centrale cioè sulla vasta zona a sud ciel Fezzan e dell'oasi di Cufra sino al confine settentrionale della colonia tedesca ciel Camerun - ma lasciò Parigi e Londra del tutto indifferenti. Anche il governo Crispi rimase scontento e preoccupato. In una memoria del 2 dicembre 1890 il generale Dal Verme mise in evidenza che non soltanto la zona d'influenza francese veniva a comprendere il profondo retroterra tripolitano, ma in pratica alla Francia era lasciata libertà d'azione verso oiiente. Questo significava consentirle il controllo delle vie carovaniere dal Ciad a Tripoli, e quindi del commercio con il bacino centrale nordafricano. L'ambasciatore italiano Menabrea protestò con il ministro degli Esteri francese Ribot, il quale assicurò l'infondatezza dei timoli 3• Comunque è degno di nota il fatto che la Turchia «dette più importanza al sospetto che l'Italia meditasse l'occupazione di Tripoli, anziché alla realtà delle usurpazioni della Francia» 4. Negli anni Novanta l'Inghilterra fu costretta ad abbandonare la politica dello «splendido isolamento» che aveva potuto seguire finché le crisi internazionali erano sostanzialmente deiivate da problemi europei e, di conseguenza, finché le era stato possibile conservare la posizione di ago della bilancia. Le competi-
' Fu questa considerazione che provocò nel 1888 l'adozione del Two power standard, cioè del principio che la marina da guerra britannica dovesse avere un numero di navi corazzate pari a quello delle marine francese e rnssa sommate. e nel maggio J889 l'approvazione del Naval deferice act. 'D.D.F., 1· serie, Yll, doc. 504. ' D.D.F., 2" serie, Il, doc . 130. ' F. CRtSPI, Questioni internazionali cit., p. 64.
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zioni coloniali con il pieno sviluppo del colonialismo in Africa ed in Asia la vedevano adesso oggetto di interessi ostili .. Non poteva rimanere ancora a lungo isolata. Le concessioni più o meno imposte alla Cina dopo la disastrosa guerra con il Giappone del 1895-96 e La spartizione dell'Africa stavano creando continui attriti e rivalità fra le Grandi Potenze: era l'epoca delle «sfere d'influenza». Trovatosi solo di fronte alla Russia in Estremo Oriente ed alla Francia in Africa centrale, Chamberlain, ministro delle Colonie, comprese la necessità di cambiare linea di condotta e di cercare appoggio in alcune Potenze sì da esser più facilmente in grado di controllare e 1isolvere le difficoltà che in anibito coloniale altre Potenze potevano sollevare contro l'Inghilterra. In questo quadro, nella prima vera del 1890 ti.1 incaricato da Salisbury, benché a malincuore, cli tastare il terreno con la Germania per arrivare ad un'intesa. A fine nuu-zo, in un colloquio con l'ambasciatore tedesco Hatzfeld, ammise schiettamente che «la situazione politica aveva preso ora una direzione che non permetteva più ali ' Inghilterra di continuare nella sua tradizionale politica dell'isolamento» e che «la situazione era critica non solo a causa del la questione cinese, ma perché si dovevano temere serie complicazioni con la Francia a causa dell'Africa occidentale». Perciò il governo britannico era disposto ad un'alleanza vera e propria 1• Biilow non mostrò alcun entusiasmo per la proposta. Prima di tutto conosceva il distinguo britannko fra l'impegno preso da un governo, val ido unicamente per detto governo, e l'impegno assunto dal parlamento, che vincolava anche i successivi governi; perciò eventualmente occorreva la sicurezza dell'approvazione parlamentare, cosa sulla quale nutriva parecchi dubbi. Poi, ammessa la convenienza tedesca a non indebolire la potenza britannica, non vedeva la necessità di una regolare alleanza, diventando naturale che la Germania intervenisse in aiuto dell' Inghilterra per difendere anche i propri interessi. Perché rischi,u-e un rifiuto pubblico da parte ciel parlamento inglese? «La Germania, che in questo momento non è premuta né minacciata dalla Russia in nessun luogo in Europa o fuori, avrebbe fatto il tentativo, e senza una vera necessità, di legarsi nella fom1a piì:1 impegnativa col nemico capitale della Russia», col risultato che Francia e Russia le sarebbero saltate subito addosso, mentre l.'Tnghilterra si sarebbe defilata, riservandosi di intervenire a suo giudizio e secondo il suo tornaconto. In definitiva, Biilow manifestò netta contrarietà all'accoglimento della proposta, pur dichiarandosi pronto ad accettare l'alleanza (naturalmente a prezzo più vantaggioso) nel caso in cui l'Inghilterra si fosse trovata .in gravi difficoltà 2• Dopo di che, come è naturale, le trattative si arenarono. Persa la speranza di un accorcio con la Germania, per Londra fu giocoforza individuare una via d'uscita alla disputa sul possesso della Nigeria occidentale, che stava portando Inghilterra e Francia sull'orlo dello scontro aperto.
1 G.P., XlV, doc. 3782 in AUGUSTO TORRE, Alla vigilia della guerra mo1uliale 1914-1918, ISP! , Mi.laoo 1942, p. 64. ' G .P., XIV, doc. 3785, ibidem, p. 66.
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Così la convenzione del 12 giugno 1898 riconobbe alla Francia l'intero Sudan occidentale e quel lo centrale sino al lago Ciad, tacendo però sul limite orientale della sfera d'influenza francese 1• Fu un'incauta omissione perché rese possibile il verificarsi di un altro motivo di gravissima tensione: l'arrivo della colonna Marchand a Fashoda, vecchio posto egiziano sull'alto Nilo Bianco, ed il conseguente noto «incidente» internazionale. Di fronte all'irrigidimento di Salisbury - il quale il 18 settembre, attraverso l'ambasciatore a Parigi, ricordò che l'Inghilterra «aveva fatto capire molto chiaramente alla Francia che qualsiasi sua incursione nel bacino dell'alto Nilo sarebbe stata considerata come atto non amichevole» 2, ed il 3 ottobre avvertì l' ambasciatore francese a Londra che qualsiasi disputa.circa i diritti sull'alto Nilo poteva essere risolta «solo sul campo di battaglia» 3 - il governo francese decise di cedere, visto che la Russia, lungi da spalleggiarlo, consigliava di abbandonare Fashoda e cogliere l'occasione per una delimitazione degli interessi africani. L'episodio fu sentito dalla Francia e dal ministro degli Esteri Delcassé personalmente come un'umiliazione, tuttavia fonù ad entrambe le parti lo spunto iniziale per riconsiderare l'utilità di un riaccostamento. Non a caso ebbero presto inizio le trattative che, facilitate dall'acquiescenza e dall'impotenza turche, condussero il 21 marw 1899 a comporre la crisi con la definizione della linea di separazione fra Sudan francese e Sudan anglo-egiziano: l' intero hinterland del vilayet di Tripoli a sud del Fezzan venne riconosciuto appartenente alla sfera d 'influenza francese, e con esso la zona ad oriente del lago Ciad, terminale geografico delle carovaniere provenienti dalla Tripolitania e dalla C irenaica. In Italia, il disgraziato esito della campagna 1895-96 segnò un brusco aITesto nelle aspirazioni coloniali, sia sotto il profilo degli scopi sia sotto quello degli impegni che ne derivavano. Natw-almente si presentò l'irrunediato quesito, a livello di scelta di governo, se valesse la pena di rimanere in Eritrea e di continuare nell'indirizzo di colonializzazione africana. ll 17 marzo 1896, nel presentare il governo alla Camera, Rudinì annunciò il proposito di adottare una politica di temporaneo raccoglimento e di rinuncia a mi.re imperialistiche, però, pur intendendo raggiungere la pace con Menelik, fu fermo nella determinazione di «respingere qualsiasi proposta non confacente al nostro decoro». Nel contempo, il ritorno al ministero degli Esteri di Visconti Yenosta nel luglio di quello stesso 1896, consentì all'Italia di usci.re da una posizione internazionale insoddisfac.ente. Il passo detemùnante fu la conclusione di una rapidissima trattativa con la Francia (30 settembre) per risolvere la questione tu1ùsina
' Un protocollo franco-tedesco fim1ato a Berlino il 15 marzo 1894 aveva dato alla Francia via libc.ra ad oriente della regione del Baiguinni e del Wadai, nonché lungo il corso del fiume Chari, aprendole la strada verso il Nilo. ' B.l., 1, doc. 191. ' B.!., l, doc. 203.
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sul piano del realismo. Il «colpo di timone inferto alla barca della politica estera italiana» ' portò i due paesi alla successiva stipulazione di un trattato di commercio (21 novembre), che accordava alla Francia il trattamento di nazione più favorita ed assegnava all'Italia la tariffa minima. Il valore economico dell'atto appariva superato da quello politico, che suonava come un proficuo gesto di buon vicinato fra i due Stati, anche se non visto volentieri da Berlino, ove ben si conosceva la preoccupata ostilità francese alla Triplice. Comunque l'accennato accordo anglo-francese del 1899 non mancò di suscitare reazioni negati ve soprattutto a Costantinopoli ed a Roma. La Sublime Porta inviò a Londra ed a Parigi una generica nota diplomatica nella quale avvertiva che il sultano pretendeva il rispetto dei diritti della Turchia su Tripoli, e le due Potenze risposero tranquillamente che l'accordo non pregiudicava i diritti esistenti. In Italia l'ammiraglio Canevaro, subentrato agli Esteri il 29 giugno 1898 con il ministero Pelloux, rimase sconcertato, avendo confidato nell' assicurazione fornita dall'ambasciatore britannico Currie nel novembre 1898 che il suo governo «conosceva perfettemente le suscettibilità italiane rispetto a Tripoli ed al suo retroterra e senza dubbio si sarebbe fatto uno stretto scrupolo di rispettarle» 2• Ravvisando ora un possibile pregiudizio al retroterra tripolitano, volle intervenire presso entrambe le Potenze. In un primo momento avanzò con l'ambasciatore Currie l'idea di una guarnigione italo-turca in Tripolitania, ma l'inglese dubitò che il sultano potesse cedere se non con la forza. Allora Canevaro scrisse a Lanza di tastare il terreno a Berlino 3• Anche Bi.ilow osservò che per formulare simile proposta a Costantinopoli sarebbe stato necessario usare mezzi coercitivi «di cui non è il caso di parlare» 4, perciò la cosa cadde subito. In sua vece, Canevaro presentò un progetto cli documento secondo il quale l'Inghilterra e la Francia si sarebbero impegnate nei confronti dell'Italia a «n 'acquérir ultérieurement ni territoire ni influence politique au nord du parallèle eff!.eurant l'extremité méridiona.le du Fezzan. Il y aura pleine et entière liberté de commerce pour les routes ca.ravanières venant du tac Tchad et des régions voisinantes et se dirigéant sur la Tripolitaine» 5• Per l'Inghilterra, Salisbury, al suo terzo gabinetto, cominciò col rispondere laconicamente che «nel fare accordo non abbiamo avuto altra idea che di impedire Francia di avanzare oltre il limite segnato. La convenzione non dice altro, né riconosce altro diritto» 6 • Poi aggiunse di «poter egli fare tutte le più franche dichiarazioni sulle intenzioni del governo inglese, ma di non poter fare promes-
' E. SERRA, La questione tunisina da Crispi a Rudinl ed il colpo di timone alla politiça estera dell'Italia, Giuffré, Milano 1967, cap. IX. ' B.D., I, doc. 236. 3 Canevaro a Lanza in data 3.4.1899, D.D.I., 3' serie, III, doc. 212, p. 130. ' Lanza a Canevaro in data 8.4. 1899, ibidem, doc. 218, p. 138. ' Canevaro a De Renzis e Tomielli in data 13.4. 1899, ibidem, doc. 229, p . 140. • De Rcnzis a Canevaro in data 10.4.1899, ibidem, doc. 223, p. 136.
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se che impegnino l'avvenire, non volendo lasciare le mani legate al suo paese nel caso che eventualmente i paesi sui quali discutiamo dovessero passare in mano di versa da quelle che oggi ne ha il possesso» '. Un paio di settimane più tardi, Salisbury ribadì al nostro ambasciatore De Renzis c he la convenzione era stata fatta per «la pace dei due popoli e per la sicurezza delle condizioni avvenire» e che il suo governo poteva dare dichiarazioni senza tema, ma era costretto a fare riserva per assicurazioni »2• In sostanza, l'Inghilterra non nutriva mire né sulla Tripolitania né sul suo profondo retroterTa. Voleva semplicemente che lo status quo del Mediterraneo non venisse mrbato. Per il futuro non intendeva vincolarsi: <<Quali assicurazioni possiamo noi dare all'Italia per l'avvenire e quali garanzie chç avvenimenti superiori al nostro volere non cangino a Tripoli la situazione delle cose?» 3• Con Currie, però, Sal isbury fu più esplicito: «Non sarebbe una misura sostenibile da parte nostra accettare un impegno che potrebbe essere svantaggioso alla Gran Bretagna senza un vantaggio corrispondente che c i inducesse a tale impresa, e l 'accordo richiesto porrebbe avere conseguenze dannose in certe circostanze. Pot rebbe avvenire una divisione dell'impero turco in un momento in cui l'Italia, per una qualsiasi ci.rcostanza, non fosse in grado di prendere parte alle operazioni o trattative della divisione: potrebbe darsi che Tripoli o il Fczzan fossero minacciati da qualche altra Potenza. le cui aspirazioni non sono ancora slale messe avanti, e che, nell ' azione ciel governo inglese, fosse la sola risorsn per impedire un accordo che intaccasse profondamente l'equili brio del Mediterraneo»'.
Con la Francia c'era stata una prima precisazione. Barrèrc, al ricevimento di capodanno 1900 a palazzo Farnese a Roma, aveva colto l'occasione «per una dichiarazione ufficiale che lo (= il governo italiano J ha assicurato completamente sulla portata della convenzione»; ma il governo italiano non si era ritenuto affatto appagato da simile vaga affermazione e Sonnino dubitò che la Francia si riservasse di chiedere all' Italia il riconoscimento della sovranità sull'hinterland secondo l' accordo con l' Inghilterra in cambio del consenso all'occupazione della Tripolitania 5• Ad ogni modo il generale Saletta aveva già preso in considerazione la questione di Tripoli disponendo la compilazione di una nuova monografia sulla Tripolitania (1 896), nonché d.i un progetto di sbarco per il XV corpo d'armata, su due divisioni, sulla spiaggia ad est di Tagiura (1897) 6• Nel contempo aveva voluto l'aggiornamento dei precedenti studi. Per il richiamo di due classi e la messa a punto del corpo di spedizione occorrevano venti giorni, ma il problema di fondo era rappresentato dall' artiglieria. Ed era un problema di fondo perché si trattava di sostituire un forte quantitativo di pezzi da crunpagna, da mon-
'De Rcrtz.is a Cancvaro in data 28.4.1 899, ibidem, doc. 247, p. 150.
' Dc Renzis a Canevaro in data 11.5.1899. ibidem, cloc. 254, pp. 159- 160. ' Ibidem. 'Salisbury a Currie in data 13.5.1899. 8.0.. I. doc. 25 1. 5 S . SONNINO, Diario 1866-1912 eit., p. 427. • AUSSMTI, Fondo Carreggio Libia, racc. 7, fase . 2 .
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tagna e d' assedio per una spesa di circa un centinaio di miJjoni. Se la commessa fosse stata assegnata all'industria nazionale sarebbe occorso assai più di un anno per la disponibilità operativa del materiale •. Visconti Venosta, tornato ancora una volta agli Esteri nel maggio 1899, si rese conto che l'accordo incriminato costituiva l'apertura di una nuova fase nei rapporti anglo-francesi e volle procedere con prudenza e tatto. Barrère affermò in una nota segreta che la convenzione: «e11 laissa111 en dehors d11 partage d 'infl11e11ce q11 'elle sanctionne le vilayet de Tripoli, marque po11r hl sphère d'injl11e11cefrançaise, par rapport à la Tripolitai11e-Cyrenaiq11e, ,me limite q11e le Go11verneme111 de la Rép11bliq11e n 'apas l'imen1ion de dépasser, et q11'il 11 'e111re pas dans ses projets d'in1ercep1er les communicatio11s commercia/es établies par le voies caravanières de Tripoli vers [es régions visées par la s11sdite convention»'·
Dal canto suo, Visconti Venosta dichiarò con altra nota segreta di aver acclarato che l'azione della Francia si poneva per scopo la salvaguardia dei diritti derivanti le dalla vicinanza del suo territorio con l' impero marocchino, e, ciò premesso, riconobbe che «une parei/le action 11 'est pas à nos yeux de nature à porter atteinte aux intérels de l'/ talie comme Puissance méditerranée». Naturalmente, «s 'il en devait résulter une modification de l 'éÙlt politique ou territorial du Maroc, l'Italie se réserverait, par mesure de réciprocité, le droit de développer éventuellement son influence par rapport à la Tripolita ine-Cyrenaique» 3 • Barrère considerò che, tutto sommato, la questione si chiudeva a vantaggio della Francia, senza il cui consenso l'Italia non avrebbe occupato la Tripolitania e, nel riferi re a Delcassé, commentò: «È assai poco probabile che l' Italia si induca a tentare un 'impresa in Tripolitruùa, anche se noi ci impadronissimo del Marocco; per iniziarla ci vogliono soldati, denaro, una situazione interna intatta, buona volontà da parte delle Potenze, e specialmente alleati, tutte cose che mancano all'Italia in questa grande questione ( ...)» ' .
L'atteggiamento inglese di prudente distacco cambiò nel 1902, dopo il fallimento di un nuovo tentativo compiuto l' anno precedente, durante la seconda guerra boera, di giungere con la Germania ad un'alleanza in funzione antitussa 5.
'S. SONNINO, Diario 1866-1912 cii., p. 432. ' Barrèrc a Visconti Venosta in data 14.12.1900, O.O.I., 3' serie, IV. doc. 577, p. 363. ' Visconti Venosta a Barrère in data 16.12.1900, ibidem, doc. 586. p. 370. ' Barrère a Delcassé in data I0.1. 190 I, in L. PETEA1'1, La q11es1ione libica MIia diplomazia europea, Cya, Firenze 1939, p. 174. S ull' apparente stranezza del fatto che Barrère abbia parlato solo cli Tripoli con una dichi arazione di disinteressamento, e Venosta di Tripoli e del Marocco, con un ticonoscimento itali ano degli interessi francesi in Marocco ed una riserva di compenso in Tripolitani a, cfr. L. SALVATORELLI, I.A Triplice Alleanza cit., pp. 233-235. ' Non è chiaro se l ' iniziativa sia stata inglese, come sostenuto da fonte gcnnaiùca (0.P., XVII, doc . 4994) o tedesca, come affemiato da fonte britannica (B.D., II, doc. 77). Ad ogni modo la Germania sarebbe stata propensa solo a condizione che la Gran Bretagna s i fosse unita al la Triplice Al-
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A questo punto l'Inghilterra decise di accogliere le avances giapponesi di un accordo per mantenere l'indipendenza e l'integrità territoriale della Cina e riconoscere i reciproci interessi in Estremo Oriente. L'alleanza, firmata il 30 gennaio 1902, rendeva più salda la presenza britaruùca in Cina e segnava la fine di quello splendido isolamento che tanto a lungo il governo inglese aveva difeso. E la posizione dell'Italia risultò migliorata. Quando il ministro degli Esteri Prinetti rappresentò senza pe1ifrasi che la Tripolitania era «il solo punto per noi interessante del Nord Africa>> e che avrebbe gradito che l'Inghilterra «spontaneamente come la Francia» rilasciasse una «dichiarazione di disinteresse e carta bianca in Tripolitania», perché «l'Italia non ha nessuna fretta di andare a Tripoli, molto meno di ~ndarci con un'azione violenta, ma ama esser ben sicura che quella regione non potrà mai cessare d'essere turca se non per essere italiana» 1, la risposta di Londra fu assai più comprensiva. Lord Currie assicurò da parte del suo governo che l'accordo con la Francia non intendeva contrastare i diritti del vilayet di T1ipoli e del mutessariflik di Bengasi sull'entroterra e, ribadito il disinteresse britannico per Tripoli, dichiarò che <<(...) se in qualunque epoca dovesse aver luogo un'alterazione dello stat11 quo, sarà suo scopo che, nella misura compatibile con gli obbliglù risultanti dai trattati che formano attualmente prute del diritto intemazionale europeo (e cioè queJlj che garantiscono l'integrità territoriale delri.mpero ottomano], tale alterazione sia in confornùtà con gli interessi italiani. Questa assicurazione viene data nell'intesa e nella piena fiducia che l'Italia da parte sua non è entrata e non entrerà in accordi con altre Potenze, riguardo a questa o ad altre parti della costa del Mediterraneo, di natura ostile agli interessi britanruci» ' ·
Insomma, anche se l'intesa non impegnava che il governo Salisbury, era chiaro che l'occupazione della Tripolitania non avrebbe incontrato ostacoli nei disegni del! 'Inghilterra. A fine giugno ebbero luogo sia il rinnovo della Triplice Alleanza sia gli accordi Prinetti-Barrère, tutti comprendenti un riferimento alla Tripolitania-Circnaica. Per gli alleati, la Gem1ania confermava l'impegno ad appoggiare l'Italia nel Nordafrica se le circostanze avessero reso necessario l'intervento di questa «en. vue d'un intéret d'équilibre et de légitime compen.sation.» (art. IX) ' . L'ambasciatore austriaco Pasetti, due giorni dopo, rilasciò una nota nella quale specificava che
leanza, mentre l' Inghilterra era molto riluttante a «permettere che la propria libertà d'azione ve1ùsse così limitata riguardo alle questioni di politica estere» (B.D., JJ, doc . 82). Più precisamente, la Germania non intendeva essere ostile alla Russia .in Estremo Oriente e l' Inghilterra cercava alleati in Estremo Oriente proprio contro La Russia. ' Prinetti a Pansa, ambasciatore a Londra, in data 3.1.1902, D.D.l., 3• serie, VI, doc. 6, p. 7. ' Currie a Prinetl.i in data 11.3. I 902, ibidem, doc. 234, pp. 174-175. Per i precedenti sulla meticolosa scelta delle parole della dichiarazione cfr. ibidem, doc. 138, 154, 159. 164, 169, 214. ' Lanza a Prinelli in data 28.6.1902, ibidem,, doc. 609, pp. 422-424.
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«n 'ayant pas d'i111éret special à .ìw1vegarder dans la Tripoliraine et la Cyre,iaique, fi l suo governo} esl decidé à 11e rien entreprendre de ce qui pourrait contrecarrer l'action de l'ltalie tm cas où, par suite de circonsumces for111i1es /'état de.r choses ac111el établi da11s ces régio11s s11birai1 une altératio11 q11e/co11q11e et forcerait le go11vememe111 royal il reco11rir à tles mésures qui lui seraie111 rlictées par ses propres intérets (... )» '.
Quanto alla Francia, ai reciproci impegni assunti nel 1900, e in un' atmosfera di calorosa soddisfazione per la ritrovata amicizia fra i due paesi, seguì nel 1902 un 'intesa segreta, in base alla quale ((chacun.e des deux Puissances pourra librement développer sa sphére d'influence dans Les régions susmentionnées [= Marocco e Tripolitania], au moment qu 'elle jugera opportun et sans que l'action de l'une d'elles soit nécessairement subordonnée à celle de l'autre». A buon conto, venne aggiunto che «l'interprétation des intérets méditerranéens des deux Puissances (... ) a un caractère définitif» 2• Adesso l' Italia poteva considerare acquisito il beneplacito di tutte le Potenze direttamente interessate alle vicende nordafricane per l'eventuale occupazione, a tempo debito, della Tripolitania-Cirenaica. Il che non impedirà alla Francia di continuare la sua erosione del mal definito hinterland tripolitano. Ma intanto l' attenzione di Parigi si concentrava sul Marocco a causa dei disordini cronici ivi affioranti contro l'autorità del sultano, e ne stava approfittando con l'occupazione di diverse oasi marocchine a sud dcli' Atlante. Il Marocco rivestiva una rilevante importanza per la Francia, ma anche, per evidenti motivi, per l'Inghilterra e la Spagna. Il risultato fu l'intesa anglo-francese dell'8 aprile 1904, secondo il cui punto centrale le due Potenze si riconoscevano reciprocamente un'influenza preponderante rispettivamente in Egitto ed in Marocco. Ad essa seguì, il 3 ottobre, la convenzione franco-spagnola che attribuiva alla Spagna una zona d'influenza in Marocco. Che l'Entente cordiale fosse convinta si avrà ben presto campo di verificare. La Germania, cui il testo dell' accordo non era stato comunicato, qualche mese più tardi si limitò ad avvertire che intendeva conservare tutti i diritti commerciali nel Marocco ad essa garantiti dai trattati in vigore, ma intervenne nel febbraio 1905, quando il ministro francese a Tangeri si recò a Fez e - affem1ando che «le Potenze più particolarmente interessate, dopo la Francia, agli affari marocchini, le avevano riconosciuto il diritto, e con ciò stesso imposto il dovere, di ispirarvi essa sola le ri forme necessarie» 3 - chiese al sultano di adottare una serie di misure che avrebbero messo il paese nelle mani della Francia. Prima la Germania smentì di aver autorizzato il passo francese, poi offrì il suo aiu-
Pasciti a Prinetti in data 30.6.1902, ibidem, doc. 617, p. 427. ' Prinelti a Barrère in data l.ll.1902, ibidem, doc. 619, pp. 428-429, e Barrère a Prinetti stessa data, ibidem, doc. 620, pp. 429-430, già citati. ' Dal Libro giallo, Affoires du Maroc, cit. da A. TORRE, in Alla vigilia tiella guerra mondiale cit., p. 144. Su tutta la cris i cfr. ibidem, cap. lV. 1
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to al sultano per resistere alle pretese francesi, infine volle compiere un gesto ad effetto: durante il suo viaggio nel Mediterraneo, Guglielmo TI sbarcò a Tangeri (31 marzo 1905) e dichiarò di fare visita al sultano come sovrano indipendente e di garantirgli pieno sostegno. La conclusione della vicenda, che più volte minacciò di sfociare in una guerra cercata di proposito dalla Germania, si ebbe nella conferenza di Algeciras che assegnò un mandato di polizia internazionale nel Marocco proplio alla Francia, la quale, nel periodo di calma che seguì continuò la politica di espansione nel cuore dell'Africa settentrionale. Nel 1906 ottenne dalla Turchia il ritiro ciel presidio clall' oasi di Djanet, un'ottantina di chilometri a sud-ovest cli Ghat. Nel contempo, il governatore generale dell'Africa occidentale francese faceva occupare da una colonna l'oasi di Bi Ima, in pieno Sahara, sulla carovaniera Tripoli-Ghet-lago Ciad e poco dopo, nel gennaio 1907, decretava l'annessione dell'oasi alla colonia del Niger, ignorando la protesta ufficiale della Sublime Porta. Infine, nell'estate del 1909, ebbe inizio l'occupazione del Waclai, ad est del lago Ciad, territorio riconosciuto alla Francia dalla convenzione con l'Inghilterra, ma sostenuto come proprio dalla Turchia. In definiva, la fotte spinta espansionistica della Francia e la palese impotenza del «malato d'Europa», di fronte alle usurpazioni territoriali a suo danno, avevano condotto all'isolamento, più che all'accerchiamento, della Libia. Fu anche per questo che nell'accordo di Racconigi del 24 ottobre 1909 tra Italia e Russia - accorcio essenzialmente in funzione antiaustriaca e riguardante i Balcani - il rappresentante italiano volle chiedere l'impegno russo ad un atteggiamento benevolo verso le aspirazioni italiane in Tripolitania-Cirenaica. La Russia non era direttamente coinvolta nei problemi africani, quindi non potevano sorgere seri ostacoli da parte sua, tuttavia, avendo essa motivi di contrasto con la Turchia, diventava conveniente stabilire la reciprocità d'interessi. In questo periodo di difficoltà e di incognite per l'impero ottomano, il Comando del Corpo di Stato Maggiore aveva condotto uno studio per la mobilitazione di un corpo di spedizione oltremare, indipendentemente dal caso della mobilitazione generale, nell'eventualità di dover inviare, sotto la pressione di improvvisi eventi internazionali, un corpo di truppe in Albania, in Tripolitania o in Eritrea 1• L'idea non era nuova, come si è già visto, ma questa volta si cercò di approntare un progetto valido, con poche debite varianti, per più ipotesi «in quanto il subordinare gli studi militati all'arrivo di informazioni certe, po1terebbe al grave inconveniente di non aver mai nulla di pronto». Naturalmente il governo doveva dare tempestivi orientamenti sui propri intendimenti in tema di politica estera. Nei primi due casi, occorreva dotare il corpo di spedizione dei mezzi e servizi indispensabili per vivere ed operare nella regione di sbarco per la durata del-
'AUSS.ME, Fondo Carteggio Libia, racc. 38 e 40.
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le prime operazioni, ad una distanza di un paio di tappe al massimo dal punto di sbarco. Nel terzo caso, si trattava cli rinforzare le trnppe coloniali già in Eritrea, ma sempre con una certa autonomia iniziale. La forza e la composizione del corpo era stata valutata al livello di un corpo d'armata su due divisioni, ognuna su due brigate, con opportuni adattamenti rispetto agli organici normali. Per ottenere le indispensabili omogeneità e coesione delle tmppe e per effettuare la loro mobilitazione col minor intralcio possibile ad un'eventuale mobilitazione generale, immediatamente successiva a quella della spedizione, era stato designato il XIl corpo d'armata teITitoriale, completato da reparti tratti da altri coq)i d' annata soltanto nella misura occorrente '. Per quanto, dunque, il beneplacito europeo fosse assicurato e per quanto fosse pronto un progetto sufficientemente calibrato per le varie evenienze, il governo sembrava pago dell'indubbio successo diplomatico e, forse ancora sotto il peso psicologico della disgraziata campagna di Adua, arretrava di fronte al pensiero di un'altra avventura coloniale che potesse finire male 2• Di conseguenza preferiva dedicarsi ai problemi interni, che certo non erano pochi né semplici e che del resto parevano assorbire attenzione ed interesse dell' intera classe politica, riservando alla questione libica la guardia gelosa che nessun' altra Potenza si insinuasse sotto un qualunque pretesto in quella regione: a tempo debito l'Italia sola doveva essere l'erede della Turchia. Bisogna peraltro sottolineare che a quel tempo la politica estera era circondata da tali segretezza e reticenza che, osservò più tardi Einaudi, la Camera «quasi non si occupava» di questioni internazionali 3• U guaio era che la rivoluzione giovane-turca del 1908, accolta in Italia - e in Europa - con molta simpatia, ma senza alcun serio approfondimento del suo significato politico, non aveva affatto mantenuto le ingenue speranze suscitate in molti, come Tittorù, il quale il 3 dicembre di quell'anno si era dichiarato «grato di constatare che il nuovo regime di libertà ha dissipato qualunque malinteso, qualsiasi sospetto fra l'Italia e la Turchia, e che la trattazione degli affari fra i due governi ha un'impronta di simpatia e di fiducia quale mai si era avuta in passato» 4. Come era abbastanza facilmente prevedibile, date le circostanze, il governo giovane-turco, mentre si riprometteva di modernizzare il regime capricciosamente dispotico dei sultani - e perciò accettava ed incoraggiava la presenza te-
'AUSSME, Carteggio Corrispondenza del Corpo di Stato Maggiore, rep. G 24, racc. 38, fa. se. 13 e 15. ' Nel 1902 Cesare Lombroso dichiarava non soltanto di temere un insuccesso, ma ancor più di temere una vittoria che inevitabilmente avrebbe spinto l'Italia sulla strada dell'imperialismo funesto (articolo «Il pericolo tripolitano», ristampato in Problèmes d11 jour, Paris 1906). ' Cii. in DENIS MACK SMITH, Storia di cento anni di storia italiana, visti attraverso il Corriere della Sera, Rizzoli, Milano 1978, p. 142. 'In la libia negli atti del Parlamento e nei provvedimenti del governo (1881-19/J), Pirola, Milano 1912, l,p. 295.
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desca nei trasporti, nelle banche e nella riorganizzazione dell ' esercito-, non poteva certo continuare a subire passivamente le ininterrotte limitazioni cli sovranità e sottrazioni di territori da parte delle Potenze europee. D'altronde, se è vero che le Grandi Potenze si trovavano d'accorcio nell'accettare un' eventuale occupazione italiana della Tripolitania, anche perché non dava noia ad alcuno, è altresì eia rimarcare che l'ipotesi di una conquista militare, cioè cli una guerra italo-turca, non era stata nemmeno presa in considerazione. Su questo punto le opinioni coincidevano: dare uno scossone troppo forte alla Turchia poteva provocare l'esplosione dei Balcani e quindi un conflitto generale. Tutti desideravano pezzi dell'impero ottomano, ma ne temevano il crollo. E la sospettosità delle Grandi Potenze sulle reciproche intenzioni costituiva per l'impero 'un'ulteriore garanzia di vita. La seconda crisi marocchina, quella cli Agadir, fece precipitare gli eventi.
Capitolo VI LA DECISIONE POLITICA 1. DALLA CRISI BOSNIACA AL «COLPO DI AGADIR» Le relazioni tra Roma e Vienna continuavano a non essere buone: episodi di irredentismo nel Trentino, a Fiume, in Dalmazia; contrasti per la ferrovia dal Danubio <}Il' Adriatico, desiderata dalla Serbia, e per quella del Sangiaccato, voluta dall'Austria; sospetti di intrighi balcanici d' ambo le parti. Peggio ancora, nel corso del 1906 cambiarono i capi di Stato Maggiore degli Imperi Centrali: in Germania il generale Helmuth von Moltke, nipote del vincitore di Koeniggraetz e di Sedan, sostituì il generale von Schlieffen; in Austria il generale Conrad von Hoetzendorf subentrò al feldmaresciallo von Beck. Nessuno dei due nutriva simpatia per l'Italia. E nemmeno considerazione. Quanto agli orientamenti di natura strategica, Moltke guardava all'arrivo della 3" armata sul medio Reno senza farvi molto assegnamento, e meno ancora se fosse stato necessario passare attraverso la Svizzera; in compenso reputava improbabile che l'Italia coltivasse il segreto intento di aggredire l'impero asburgico. Conrad, invece, era sotto la convinzione dell'incombente pericolo mortale rappresentato da ogni irredentismo, specie se spronato da un governo straniero. Dei due più temibili, quello serbo aveva carattere panserbo e mirava ad imporsi sulle popolazioni slave della Balcmù a, agitando il vessillo dello jugoslavismo, in contrapposizione allo austroslavismo, diffuso in Slovenia ed in Croazia; quello italiano puntava con decisione a sottrane all'impero Trento e Trieste, cd a conseguire il controllo dell' Adriatico occupando l'Albania e parte della Dalmazia. Sulla base di tali radicate convinzioni, Conracl aveva concepito l'idea, cli cui non faceva mistero, della necessità strategica di sferrare due guerre preventive: contro la Serbia e contro l' Italia. Precedenza a quest' ultima. Appena assunto l' incarico, si rivolse ad Aerenthal: «Non è affatto opportuno che il ministro degli Esteri ed il comandante supremo dell' esercito lavorino senza avere contatto. La politica di una grande potenza ha senso solo se può appoggiare, in caso di bisogno, le proprie pretese militarmente con l'ultima ratio. Rischia di fare una politica malsicw-a il ministro degli Esteri che non sappia quale dei suo.i scopi possa essere appoggiato daII' esercito e con quanta forza» 1• Ma mentre Aerenthal concentrava ogni attenzione sui Balcani, Conrad era letteralmente «ossessionato)) dall'Italia. Di conseguenza, propose con un memo1iale del 6 aprile 1907 di attaccare nel settore dell'Isonzo, senza dichiarazione di guerra, in modo da inve-
' CARLO FEDERICO NOWAK, La marcia alla ca/astro/e, Cappelli, Bologna 1922, pp. 16-17.
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LA GUERRA ITALO-TU RCA
stire il grosso del nemico prima che questi potesse completare la radunata. Limiti di tempo: nel 1908 per approfittare dell' impreparazione bellica italiana, o nel 1909 per entrare in campagna con la propria artiglieria rinnovata. La proposta venne respinta da Francesco Giuseppe, del tutto alieno da nuove avventure belliche, e da Aerenthal, che rifiutava la concezione di una guerra preventiva, non corrispondente alle tradizioni dell'esercito asburgico né ai tempi, e per di più, a suo modo di vedere, priva di veri vantaggi perché rimetter piede in Italia avrebbe arrecato solo seri guai alla Monarchìa 1 • Conrad era convinto, come del resto molti in Austria, che il governo italiano, pur essendo lealmente triplicista, non avrebbe avuto la forza cli resistere alla pressione dell'opinione pubblica ove questa fosse stata aizzata da «pochi demagoghi irredentisti». Inoltre reputava l'esercito italiano «in preda ad una grave crisi morale. Il malcontento degli ufficiali, il cosiddetto modernismo, il caso Ambrosini, l' inchìesta parlamentare sul! 'esercito, la nomina del ministro della Guerra borghese ecc. sono tutti fattori che, visti a traverso la lente d'ingrandimento dei commenti giornalistici, contribuiscono a provocare, indipendentemente dalla loro importanza reale, giudizi pessimistici sulla coesione e sulla situazione morale dell'esercito» 2• Il 4 settembre di quello stesso 1907, a Klagenfurt, Conrad - che «vedeva continuamente davanti a sé lo spettro italiano» 3 - tornò alla carica al termine delle grancti manovre organizzate con intenzione in Carinzia e rinnovò all'imperatore il suggerimento di un'immediata offensiva contro l'Italia, sottolineando il favorevole momento politico-militare, l' impreparazione dell'esercito italiano e la sua mancanza di artiglierie moderne; significando che un solo forte nei pressi di Verona era in grado di opporre una qualche resistenza e che ogni fortificazione di frontiera del tipo di quelle dell'altopiano dei Sette Comuni poteva essere distrutta in un giorno dai pezzi da 150 mm; ed infine, che un rapido sfondamento avrebbe offerto una facile avanzata nella pianura padana ed aperta la via per Milano. Si prendeva la responsabilità di garantire la decisione favorevole in quattro settimane •. Nonostante l'enfasi, anche il nuovo tentativo di persuasione rimase senza successo.
' F. TOMMASIKI. l 'Italia alla vigilia della g11erra cit., ID, p. 3. Conrad, invece, poneva come scopo della guerra la 1-esti111iio11e ali' Austria del Quadrilatero (L. SALVATORELLI, la Triplice Al/ea11za eit., p. 234, nota 16). i A. di San Marzano, addello militare a Vienna, a Saletta in data 25.1.1908, AUSS1\.1E, fondo Ufficio Ordi11ame1110 e Mobìlita,ìo11e, mcc. 61. San Marzano tenne a dire che «Per quanto concerne le sue relazioni personali con V.E. [= Saletta1, il FML Conrad mi ha più volte accennato alla sua incondizionata stima per l'E.V. oome purea! suo rincrescimento per il fatto che tra breve V.E. avrà raggiunti i limiti di età; mi manifestò pure più volte il suo dispiacere di non cono8cere personalmente V.13., ma non mi ha però mai accennato a voler fare il primo passo per provocare un incontro o per entrare altrimenti in relazione diretta con V.E». 1 C.F. NowAK, la marcia alla catastrofe cii., p. 18. • FRANZCONRAD vo~ H o87U:-JD0RF,A1~1· meiner Dienstzeir 1906-1918, Rikola, Wien 1921, I, pp. 64-65.
LA DECISIONE POLITICA
349
Naturalmente, proprio quelle manovre - alle quali nessun addetto militare era stato invitato - lasciarono trapelare in Italia indizi di pericolo, il più rilevante dei quali risiedeva nell'organizzazione ferroviaria posta in atto in quella circostanza: era stata grandiosa, sproporzionata all'entità dei trasporti. «Si trattava di concentrare 30.000 uomini con i servizi, i preparativi avrebbero potuto servire per 400.000! Ed erano tutti lavori di carattere permanente». ln sostanza, con ogni probabilità le manovre erano state «il paravento, il pretesto per nascondere e spiegare il raddoppiamento di potenzialità ferroviaria, compiuto in quella zona di radunata per l'esercito austriaco( ... ) in caso di guerra con l' Italia» 1• Successive infonna:lioni, specie sulle caratteristiche della rete ferroviaria austro-ungruica, e studi approfonditi portarono Saletta alla conclusione che per il concentramento austriaco alla frontiera sarebbero occorsi almeno una quindicina di giorni. Di più, una rete di infonnatori avrebbe assicurato un «preavviso» dei primi traspo1ti militari pa1i ad una diecina di giorni, sufficienti per affrontare le sei divisioni di cavalleria nemica prevedibilmente gettate nella pianura friulana. Quindi, contrariamente al suo primo disegno di effettuare la radunata al Piave e di là muovere contro l'avversario, decise di prevedere il concentramento suIl' Adige e sul Po di tutte le truppe prontamente disponibili. Oltre a ciò si rendevano indispensabili altri provvedimenti, che nei limiti di un piccolo miglioramento del bilancio 2 consentiranno un aumento della forza bilanciata e la sostituzione dei vecchi e logori pezzi da campagna mod. Krupp da 75 B e da 87 B con il matc1iale da 75 A ad affusto rigido, già superato J _ Lo scoglio finanziario maggiore era costituito dalle spese straordinarie. Nel luglio 1906 il ministro della Guerra Viganò aveva incaricato il Comando del Corpo di Stato Maggiore di calcolare il fa bbisogno complessivo dei fondi straordinari occorrenti per la completa definizione dell'assetto militare, ai fini della presentazione di un programma concreto al parlamento. L'importo totale, compresa la sistemazione delle fortificazioni alle due frontiere ed alle piazze marittime, risultava di 586 tnilioni. Viganò tuttavia non ritenne tale programma compatibile con la poi itica finanziaria seguita, perciò nel febbraio l 907 sottopose al Par-
' Et.:GEN IO DE Rossi, La vira di un ufficiale italiano .l'ino alla guerra, Mondadori, Milano 1928, pp. 193-1 94. ' Con l'esercizio 1905-06 era terminato il sessennio con il bilancio ordinario consolidato nella cifra di 259 milioni, portata a 270 milioni per gli ultimi due anni, ed un 'assegnazione complessiva per le spese slniordinaric di 96 mii.ioni {16 annui). La decisione se continuare nel sistema del bilancio consolidato restò in sospeso per un anno, poi il governo con la legge del 14 luglio 1907 consolidò la pa.i1e ordinaria del bilancio per il quadriennio dal 1906-07 al 1909- LO in 270.050.000 lire. ' Sulla questione del rinnovo delle artiglierie, che provocherà dibattiti e polemiche a causa delle indecisioni, dei ritardi, degli errori e delle spese risultate vane, e che si concluderà con una secca denuncia da parte della Commissione d'inchiesta parlan1e111arc, vds. FELICE DE CIIAURAND DE SAINT EuSTACME, Come l 'esercito italiano entrò guerra, Mondadori. Milano 1929, pp. I06-114.
RlPARTlZIONENEI SINGOLI ESERCIZI FTNANZTART DAL 1906-07 AL 1917-18 delle somme concesse «per spese straordinarie dell 'esercito» dal 1907 al 1918.
<.,.)
V,
o
LEGGE con la quale furono concessi i fondi (milioni)
TOTALE dei fondi concessi
N. 496 del 14 luglio 1907 .........
60
4
16
20
20
-
-
-
-
-
-
-
-
N. 361 del 5 luglio 1908 ...........
23
-
13
-
-
25
25
30
30
30
35
35
-
N. 404 del 30 giugno 1909 ........
25
-
-
20
20
25
30
30
-
-
-
-
-
N . 780 del 26 dicembre 1909-
-
-
-
meno 7,5
3,750
3,750
-
-
-
-
-
N. 422 del 10 luglio 19 10 .... .... (dirigibili, aeroplani)
IO
-
-
-
10
-
-
-
-
-
-
-
N . 591 del 22 luglio 1911.......... (sostituzione delle batterie da 75A/900)
50
-
-
-
-
-
-
15
15
20
-
-
-
N. 7 I O del 23 giugno 1912........
60
-
-
-
-
-
-
6
6
12
12
12
12
N. dell' li maggio 1913 ............ (fabbricati militari)
25
-
-
-
-
-
-
4
3
3
5
5
5
553
4
29
40
54
65
52
52
17
TOTALI
Ripanizione della somma totale nei singoli esercizi (milioni) 1906-09 1907-08 1908-09 1909-10 1910-11 191 1-12 1912-13 1913-14 1914-15 1915 -1 6 1916-17 1917-18 (*)
-
meno 15
25
57,5()()
35
58,750 88,750
(*) Effettivamente dei 65 milioni di competenza dell 'esercito finanziario 1909-10, 7 e mezzo vennero «stornati» e passati alla parte ordinaria del bilancio, quale <<Sovvenzione alle masse in terne dei corpi». - Essi vennero reintegrati in parti uguali negli esercizi 1911-12 e 1912-13 (legge 780 del 26 dicembre 1909).
(da L'Esercito italiano nella grande guerra, CCSM, Roma 1927, I bis, p. 13).
RIPARTIZIONE NET VARI CAPITOLI DI BILANCIO delle somme concesse dal 1907 al 1914 (escluso) per spese straordinarie dell 'esercito.
Le~e496
del 14-Vll-19m
del Legge361del 30-Leggc404 1'1-190'1 mod. Legge 422 5-Vll-1908 d,dla213 dell'S, modif. dalla619 IX-1910<: d"llà del IO-VII-191O del 19,\11-1913 261 del4,IV-1912
I
2
3
Legge.710
Legge 59L. del 22-VJ-1911
4
5
del 23-Vl-1912 modificata
Legge 472
dell'JI -V-1913 dalla6?4 del ll>-1'11-1914
6
TOTALI
7
8
Armi portatili, relative munizioni, buffetcerie e trasponi relativi
2.8()().000
6.000000
16.100000
-
-
9.000.000
-
33.900.000
Approvvigionamenti di mobilitazione, riparazione e trasporti dei medesimi, provviste, impianti, lavori e relativi trasporti per le brigate specialisti e ferrovieri e per le altre specialità del genio militare
1.400.000
17.150.000
16.600.000
10.000.000
-
4.000.000
-
49.150000
24.800.000
79.850.000
Arciglicria di gran potenza cd arrnamenco delle difese costiere e ccrrcstri; parco d'assedio; mate1iali, provviste e relativi tra~porti per le dette a11iglie1ie
10.300.000
44.000.000 79.000.000
Lavori, provviste e mezzi di trasporto per fortificazioni tcn-cstri e costiere; strade, ferrovie ed opere varie militari
13.700.000
50.000.000
Costnizionc di fabbricati milicari nuovi, crasformazioni cd ampliamento di quelli c.sistenci; impianto e riordinamento di poligoni e di piazze d'anni; acquisto di immobili all'uopo occorrenti. Costnizione, sistemazione ed ampliamento di stabilimenti militari vari
5.000.000
Acquisto di quadrnpedi per le artiglierie, le mitragliatrici e la cavai· Jeiia Somma «a calcolo» a disposizione Totali
r
)>
Artiglieria da campagna, a cavallo e da moncagna, mitragliatrici e con·ispondcnti munizionamcnti,e materiali rclacivi ai scrviz.idi mobilitazione
Ci
-
50.(){)0.000
6.100.000
-
-
16.000.000
3.200.000
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-
5.000.000
1.000.000
5.000.000
3.000.000
J.000.000
5.000.000
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(da L'Esercito italiano nella grande guerra, CCSM, Roma 1927, Tbis. p. 15).
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352
LA GUERRA ITALO-TURCA
lamento un progetto limitato a 200 milioni che, con l'aggiunta dj circa 60 milioni di residuj già esistenti, assommava a 260 milioni per il decennio 1907-1917 1• Il Parlamento non prese neanche in considerazione la cifra di 200 milioni e ne assegnò soltanto 60 in quattro esercizi. Così il grosso problema della sistemazione difensiva delle frontiere rimase insoluto. Come si vede, i rapporti tra Italia ed Austria erano contraddistinti da una strana e contorta complessità: sul piano politico-diplomatico, tutto sommato, esistevano buone Lntenzioni di un accettabile modus vivendi ed una radicata contrarietà alla guerra; sul piano militare invece lo Stato Maggiore italiano temeva un attacco austriaco e cercava di parare l'ovvia incompletezza difensiva sulla frontiera nord-est; mentre lo Stato Maggiore austro-ungarico, paventando, a sua volta, iniziative militari italiane, si orientava ad un'offensiva preventiva. Il 19 febbraio 1908 Conrad scrisse al generale Schoenaich, ministro della Guemt: «Prima di pensare a qualsiasi mossa nei Balcani, bisogna liquidare i conti con l'Italia, poiché questo Stato, secondo ogni previsione, metterà tutti i possibili ostacoli a qualsiasi impresa della Monarchia nei Balcani». I calcoli di Conrad erano lineari: sicuro dell' impossibilità della Russia di muoversi militarmente, dato il critico momento che stava attraversando, prevedeva di attaccare con circa 520.000 uomini l'Italia, che al massimo ne avrebbe potuti portare in campo 417.000, e cli tenere a bada Serbia e Montenegro con un minimo di forze 1. Una cosa molto semplice. A Saletta, come è naturale, non potevano sfuggire i sintomi di intenzioni concretamente ostili, perciò presentò al ministro della Guerra, Casana 3, un rapporto che documentava la notevole ripresa dell'attività militare aust1iaca alla nostra frontiera. Tittoni intervenne e promise a Casana il suo appoggio per qualunque provvedimento inteso a rafforzare le difese cli confine e migliorare l'efficienza dell'esercito, purché «si eviti qualunque pubblicità, che sarebbe non solo inutile, ma grandemente pericolosa ed intralcerebbe la mia azione politica» '".
' Da ciò un contrasto con Saletta che considerò la somma predetta assolutamente impari alle esigen:;:e e nel maggio 1907 propose un nuovo programma limitato alla sola sistemazione della frontiera occidentale e delle piazze marittime ed interne per complessivi 405 nùlioni, avvertendo trattarsi del minimo per le esigenze difensive (AUSSME, Fondo U!Jicio Ordinamento e Mobilitazione, race. 4). 2 F. CONRJ\J) VON HOETZENDORF, Aus meiner Dienstzeit cit., I, pp. 117- 118. 1 La nonùna del senatore Casana a ministro della Guerra (29 dicembre 1907) era stata intenzionale, nel senso di voler affidare la e.osa militare a persona estranea all'ambiente, è quindi libera da pregiudizi o male intesa solidarietà, e consentire la massima libertà d' indagine e di studio alla Commissione parlamentare d'inchiesta istituita con il compito di valutare le effettive necessità dell'esercito. All'origine del provvedimento stava il nutrito sospetto che l'amministrazione militare non presentasse consuntivi corretti. Non si temevano malversazioni, bensì stomi di fondi per nascondere spese impreviste o riservate. Giolitti, secondo il suo costume, volle prevenire l'opposizione e propose appunto la nomina di una Commissione con pieni poteri. Sull 'opera della Commissione vds. F. DE CHAURAND, Come l'esercito italiano entrò in guerra cit., pp. 81-85. ' F. TOMMASIN I, L'Italia alla vigilia della guerra cit., pp. 542-543.
LA DECISIONE POLITICA
353
Il 1908 vide la Balcania alla ribalta: rivoluzione dei Giovani Turchi in Turchia (22 luglio), proclamazione d'indipendenza della Bulgaria (5 ottobre), annessione della Bosnia-Erzegovina da parte austriaca (7 ottobre), proclamazione di unione alla Grecia da parte di Creta (7 ottobre). Il momento critico si verificò con La questione bosniaca. Gli attori principali furono i due ministri degli Esteri russo e austriaco, lzvolskij ed Aerenthal, divisi più che da assenza di simpatia da qualcosa cli assai simile all'avversione, e «con parecchi tratti affini: ambizione personale e conseguente irrequietezza, impulsività e bruschi mutamenti cli condotta, tendenza all'intrigo ed all'inganno» 1• La rivoluzione dei Giovani Turchi, che si proponeva di realizzare un regime costitb1zionale di tipo occidentale, suscitò impressioni e timori diversi, anche a causa delle sue 1ipercussioni nel mondo musulmano. Affermandosi avrebbe bloccato qualsiasi aspirazione russa su Costantinopoli e bulgara sulla Macedonia, ed altresì avrebbe sollevato una discussione sulla presenza austriaca nella Bosnia-Erzegovina, considerata irregolare e comunque temporanea. Nell'eventualità di un fallimento, l'impero ottomano sarebbe con molta probabilità caduto in uno stato di disordine anarcoide, facendo apparire raggiungibili gli obiettivi russi e bulgari. In ogni caso sarebbero nate complicazioni internazionali. L'Austria-Ungheria si allarmò, sapendo che la questione istituzionale della Bosnia era un problema ancora ambiguamente in sospeso, un problema che già nel 1907 aveva trovato nell'impero asburgico forti pressioni (specie di Comad) per una soluzione definitiva, cioè l'annessione, che avrebbe consolidato il possesso dell'Istria e della Dalmazia. Il 7 agosto Aerenthal sottopose al presidente del consiglio austriaco le sue proposte. P1imo: annettere la Bosnia-Erzegovina e rinunciare al sangiaccato di Novi Pazar, difficile e costoso da mantenere militarmente. Secondo: impedire la nascita di uno stato slavo-meridionale e perciò «decidersi ad attaccare il male alle sue radici», approfittando della sicura prossima guerra fra Bulgaria e Serbia per il possesso di Uskiib e favorendo la costituzione di una grande Bulgaria a spese della Serbia. Terzo: occupare il resto della Serbia, non appena la situazione europea lo avesse consentito. «Allora noi avremo le frontiere sicure, che ci abbisognano: un'Albania divenuta indipendente sotto la nostra egida; un Montenegro con cui manteniamo relazioni amichevoli; una grande Bulgaria, che ci deve riconoscenza» 2 • Da tener presente che irredentismo e nazionalismo non erano movimenti soltanto italiani e che nel 1908 dimostrazioni e tafferugli si accentuarono ovunque. In Boemia ed in Moravia erano scontri fra cechi e tedeschi, in Carniola fra sloveni e tedeschi, in Dalmazia attriti fra italiani e slavi e in Croazia fra croati e ungheresi. I primi di settembre la legazione austro-ungarica di Belgrado segnalò che l'associazione serba Slovenski Jug aveva preso contatto con il potente Co-
' L. SALVATORELU, La Triplice Alleanza cit., p. 325. 'F. TOMMASJN I, L'Italia alla vigilia della guerra cit., IV, p. ?'!'?
354
LA GUERRA ITALO-TURCA
mitato Unione e Progresso dei Giovani Turchi per provocare un'insurrezione in Bosnia. A questo punto si imponeva una scelta. Esisteva il reale pericolo che il parlamento turco, la cui riunione era prevista per novembre, prendesse decisioni sulla sorte della Bosnia e che la stessa Bosnia assumesse un indirizzo indipendente. Inoltre, rinunciando spontaneamente al sangiaccato sembrava possibile ricavare qualche vantaggio. L'annessione della Bosnia-Erzegovina I fu dunque stabilita per il 7 ottobre. Comunicazione in proposito venne preparata con lettere personali di Francesco Giuseppe ai capi di Stato e con dichiarazioni ufficiali ai governi delle Grandi Potenze; con una nota fonnale alla Sublime Porta. I motivi dell'annessione erano spiegati col fatto che la rinascita turca rendeva superflua la collaborazione nel sangiaccato, ma in compenso l'Austria-Ungheria rivendicava completa libertà d'azione in Bosnia, assicurando a questa un regime autonomo e costituzionale. La consegna delle lettere e dei dispacci doveva aver luogo il 5 o 6 ottobre, la nota alla Turchia lo stesso giorno 7. «Tutto ciò cheAerenthal faceva era a doppio senso per potersi servire, al bisogno, di una doppia interpretazione. Questo era il pezzo forte della sua arte diplomatica» 2• Nel corso del mese egli aveva incontrato Tittoni (4 settembre a Salisburgo), il sottosegretario agli Esteri tedesco Schoen (5 settembre a Berchtesgaden), Izvolskij (16 settembre a Buchlau). Al primo disse che le circostanze avrebbero deciso la trasformazione dell'occupazione della Bosnia-Erzegovina in annessione, cosa che non dava diritto a compensi particolrui all'Italia; Tittoni ricordò l'impegno ad una strettissima intesa, chiese un certo preavviso per preparare l'opinione pubblica italiana e non formulò obiezioni in tema di compensi. A Schoen comunicò che col tempo si sarebbe resa necessaria l'annessione della Bosnia, che aveva abbandonato l'idea di arrivare a Salonicco e che il suo obiettivo finale consisteva nell' eliminazione del «nido serbo rivoluzionruio» grazie anche alla costituzione di una grande Bulgaria, e Schoen si limitò a commentare che probabilmente questo programma avrebbe incontrato qualche difficoltà. Con Izvolskij, già messo al corrente a fine agosto della possibile annessione, il colloquio venne da Aerenthal condotto, a quanto pare, in modo equivoco sì da trarre in inganno il russo, il quale sarebbe stato indotto a promettere un contegno amichevole in cambio di uguale comportamento austriaco ove la Russia avesse chiesto libe1tà di passaggio attraverso i Dardanelli 3• Comunque, il 6 ottobre Aerenthal
' Tommasini ha giustamente osservato che, poiché la Bosnia-Erzegovina non veniva annessa né all ' Austria né all' Ungheria né alla Duplice Monarclùa nel suo complesso, in fondo si traltava dell'estensione della sovranità dell'imperatore in quella regione (ibidem, p. 291). ' C.F. NOWAK, La marcia alla catastrofe cit., p. 17. 'La questione degli stretti consisteva nella richiesta russa del libero passaggio solo per le navi da guerra degli Stati che si affacciavano sul Mar Nero. Naturalmente l'Inghilterra più di tutti si opponeva a tale limitazione, temendo che in caso di guerra le navi russe potessero compiere incursioni nel Mediterraneo e poi ritirarsi al sicurn nel Mar Nero. Quindi, sosteneva: libertà di passaggio ma per tulti gli Stati.
LA DECISIONE POLLTJCA
355
riconobbe esplicitamente con l'ambasciatore britannico a Vienna, Goschen, che né la Russia né l'Italia avevano dato il loro consenso preventivo 1• L'annessione ed il modo di procedere di Aerenthal sollevarono una tempesta ovunque. lzvolskij accusò Aerenthal di avergli fatto credere di reputare necessaria l' approvazione preliminare di tutte le Potenze; Clemenceau, presidente del consiglio francese, affermò che il gesto austriaco costituiva una violazione dei trattati ed un'offesa alla correttezza internazionale; Grey, Premier britannico inviò a Vienna una nota ufficiale contro qualsiasi alterazione unilaterale del trattato di Berlino. In Germania, Guglielmo Il si sentì offeso per non essere stato informato in anticipo da Francesco Giuseppe, ma Biilow - per quanto avesse ricevuto a~sicurazione da Aerenthal dell'approvazione russa ed italiana - dichiarò che non era possibile mettere in gioco l'alleanza austriaca per l' arnie.izia turca 2 • In Italia la posizione di Tittoni risultò compromessa da un discorso tenuto a Carate Brianza il 6 ottobre, nel corso del quale, riferendosi ad eventi che andavano maturando in Balcan.ia, aveva affennato: «Ad ogni modo l'Italia può attendere serenamente gli avvenimenti perché, comunque si svolgeranno, non la sorprenderanno né la troveranno impreparata né isolata( ... ). Una cosa sola a noi importa ed è ( ... ) che le possibili variazioni nella penisola balcanica non turbino l'equilibrio degli interessi e soprattutto non lo turbino a nostro datmo. Come no.i e.i siamo premuniti in tempo contro simili eventualità, io dirò quando sarà il momento e forse gli avvenimenti Io diranno per me prima che io parli( ... )» 3• Poche ore dopo Aerenthal annunciava l'annessione della Bosnia-Erzegovina. Un passo falso così grossolano mise in seria difficoltà il governo oltre che Tittoni, accusato in sede parlamentare di inettitudine e di essersi lasciato giocare eia Aerenthal. Tittoni cercò di ottenere da Vienna qualche soddisfazione per calmare l'opinione pubblica italiana'. Indicò all' atnbasciatore austriaco Ltitzow una rettifica di confine, includente Aquileia, a favore dell'Italia a titolo cli «atto grazioso» da parte austriaca e risollevò la questione della facoltà di giurisprudenza dell'università di Trieste - argomento molto sentito nella penisola - che Aerenth.al aveva promesso di caldeggiare nel convegno ciel 15 luglio a Desio, quando da ambo le patti era stato preso atto dell'automatico prolungamento ciel trattato. Ma la prima richiesta fu respinta dalla Camera austriaca e la seconda trovò luogo in un disegno di legge presentato il 20 gennaio 1909, però non nel senso desiderato: anziché a Trieste, la facoltà giuridica era prevista a Vienna 5•
'L. S ,\J,VATOREUJ, La Triplice Alleanza cit., pp. 339-340. ' Ibidem pp. 342-343. ' F. T0MMAS 1N1, L 'l wlia alla vigilia della guerra cit. , IV, p. 303. ' fn Italia era diffusa l'impressione che il governo approvasse l'iniziativa austriaca. avendo ricevuto in cambio impegni di carattere territoriale. Erano persino corse voci, per quanto subito smentite, di cessione del Trentino e dell'occupazione deJJa Tripolitania (ibidem, p. 305). ' Nel linguaggio corrente era fallo abitualmente ri ferimento all'istituzione della «università it.1liana», ma in realtà si trattava semplicemente della «facoltà giuridica».
356
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Allora Tittoni, che aveva dato imprudente assicurazione al parlamento, si dichi,U'ò disposto a rassegnare le dimissioni. Giolitti lo dissuase senza molto insistere: le dimissioni del ministro degli Esteri avrebbero implicitamente ammesso di fronte all'opinione pubblica l'errore commesso nell'eccessiva fiducia data all' Austr.ia e, di necessità, obbligato il governo a rivedere la sua politica t1iplicista: «( . . .) d'al1.ra parte - scrisse poi Giolitti - non pensavo che la questione potesse produrre vera e propria agitazione nel paese; pochissinù essendo stati quelli che avevano veramente creduto alla istituzione di una università italiana a Trieste; io, fra gli altri, dovevo confessare di non averci creduto. Ora, rilevare la mancata istituzione come un'offesa cosl grave da provocare le dimissioni del ministro degli Esteri e poi conti.nuare nella stessa politica di adesione alla Triplice, non mi pareva decoroso, e forse non sarebbe stato nemmeno possibile(.. .). E concludendo osservavo di non ammettere che il contegno di un ministro austriaco potesse produrre una crisi di governo in Italia. Ciò avrebbe potuto essere solo nel caso in cui l'Italia volesse mutare radicalmente politica denunciando senz' altro la Triplice Alleanza; nel qual caso però io per primo avrei date le dimissioni, non intendendo di assumeruù la responsabilità di esporre in quel momento il paese ad una guerra( ...) sia perché una guerra, qualunque ne fosse stato l'esito militare, sarebbe riuscita allora per l'lt.alia un disasl.ro, sia perché ci saremmo trovati affatto isolati» '.
Perciò accettò il fatto compiuto. Che all'inizio del 1909 il pericolo di una guerra europea fosse ritenuto reale è indubbio. La Serbia insisteva nella protesta contro l'annessione bosniaca e prendeva misure di natura militare; l'Austria replicava con analogh.i provvedimenti; la Russia pretendeva che alla Serbia venissero dati compensi territoriali e non nascondeva che sarebbe stata al suo fianco nel caso di un' aggressione austriaca; la Turchia chiedeva ali' Austria l'assunzione di almeno una parte del debito pubblico ottomano; la Germania, benché malvolentieri, sosteneva l' Austria; la Gran Bretagna temeva che in caso di un conflitto austro-serbo ben difficilmente le Grandi Potenze sarebbero potute rimanere estranee. La posizione dell'Italia era valutata dagli Imperi Centrali con molta incertezza. Non pensavano che sarebbe passata dalla p,U'te dell' Intesa, però dubitavano che sarebbe scesa in campo al fianco degli alleati della Triplice. La neutralità sembrava l'ipotesi più probabile sia per Aerenthal sia per Blilow 1. Poteva essere accettabile, però c'era di mezzo Conrad. Non soltanto premeva per attaccare la Serbia e smembrarla, non soltanto prendeva precauzioni contro il pericolo Russia, ma continuava nei suoi progetti aggressivi nei riguardi dell'Italia: Nel gennaio 1909 si rivolse direttamente a Moltke, su autorizzazione dei ri_spettivi governi, per conoscere a quale fronte la Germania avrebbe dato la priorità qualora
' G. G !OLITII, Memorie della mia vita cit., pp. 172-173. Gi(ltitti tace sul comp(lrtarnent(l di Titt(lDÌ nella questione dell'annessione bosniaca, che era i.I vero argomento di fondo, e sposta l' attenzione sulla mancata istituzione della facoltà italiana a Trieste. ' G.P., XXVI, doc. 9I50, 9155 e 9173, in M. MAZZETTI , L'esercito italiano nella Triplice Alleanza cit., p. 239.
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una guerra austro-serba avesse via via coinvolto la Russia, la German.i.a e la Francia. Moltke rispose che il grosso delle forze tedesche si sarebbe scagliato addosso alla Francia, lasciando ad oriente tredici divisioni per cooperare con l'offensiva austriaca in Galizia. Quanto all'Italia, reputava che prima di due o tre anni il suo esercito non avrebbe raggiunto un grado di efficienza tale da affrontare una guerra '. Forse anche per questa considerazione il 2 luglio Conrad suggerì nuovamente ad Aerenthal un attacco preventivo - il 23 dicembre 1903 un disastroso terremoto aveva distrutto Messina e Reggio Calabria e l'opera di soccorso aveva reso necessario attingere pesantemente alle dotazioni di mobilitazione italiane - sostenendo che gli obiettivi della politica austro-ungarica erano costituiti dalla dete.rminante influenza nei Balcani e dal dominio dell'Adriatico. U primo comportava l'assorbimento della Serbia. Entrambi richiedevano la sconfitta dell'Italia, poiché perseguiva gli stessi scopi. Quindi: guerra principale ali' Italia, secondaria alla Serbia. Aerenthal si allam1ò e rivendicò davanti all'imperatore il diritto, come ministro degli Esteri, di decidere se e quando muovere guerra, e smontò tutte le argomentazioni del capo di Stato Maggiore 2• Per obiettività bisogna accennare anche al pensiero circolante negli ambienti militari italiani per l'appunto in concomitanza con la crisi bosniaca, pensiero che, pur assegnando ovvia priorità alle preoccupazioni difensive, non esitava a prendere in considerazione vaghi disegni offensivi. Nel marzo 1909 il generale Poliio, succeduto a Saletta il 10 luglio 1908, chiese all'ammiraglio Bettolo, capo di Stato Maggiore della marina, di esaminare per la parte di sua competenza la possibilità d.i sbarcare sulla costa balcanica un corpo di spedizione dell'entità di un corpo d 'annata. Dal canto suo, nell'autunno del 1908 lo Stato Maggiore della marina aveva messo a punto uno «Studio in caso di contlitto fra l' Italia e I' Austria», che riguardava in particolare quattro aspetti di un'ipotetica guerra: possibilità di occupare l'isola di Lesina, rifornimento al largo della flotta impegnata in Adriatico, difesa della costa italiana contro attacchi prove1ùenti dal mare, costituzione di una base navale provvisoria. A questo studio era aggiunto un altro documento compilato dai generali Baldissera e Saletta, ormai senatori, a fine 1908, dal titolo «Il problema militare marittimo», in funzione ciel mutato obiettivo <<di una possibile, anzi probabile guerra)), cioè l'Austria-Ungheria e non più la Francia. In relazione a questi elementi Bettolo fece compilare uno «Studio sommario circa una spedizione marittima dall'Italia contro l'Impero austro-ungarico», con la vincolante premessa che la flotta austriaca fosse stata già distrntta in battaglia navale, oppure che fosse sicuramente bloccata nelle sue basi. Le ipotesi di sbarco erano quattro, in riferimento ai tratti di costa idonei «per capacità nautiche e per linee di comunicazione con l'interno»: Trieste e la attigua baia di Mug-
' F. CONRAD VQN HOETZENDORF, Aus meiner Dienstzeit cit., I , p. 142.
' Ibidem, I, p. 238.
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gia, per un corpo destinato a concorrere ad un'offensiva del grosso dell 'esercito dal confine friulano; Spalato, per una diversione operativa, peraltro di difficile attuazione; Ragusa-Gravosa, per un'azione a sud dell'Erzegovina, in concorso ad un'operazione concomitante dai confirù serbo e montenegrino; Cattaro, per sottrarre alla flotta austriaca quell'importantissima base navale '. Lentamente la crisi venne a smorzarsi, soprattutto per l'intervento della Gran Bretagna, cui presto si affiancarono Francia e Russia. Il 31 marzo la Serbia dichiarò cli non sentirsi toccata nei suoi diritti cl ali ' annessione bosniaca e di essere disposta ad adeguarsi alle decisioni delle Grandi Potenze. Il 2 aprile l' Austria-Ungheria chiese formalmente il riconoscimento dell'annessione e le Potenze risposero in senso affermativo. ln tutta questa vicenda l'Italia era venuta avvicinandosi alla Russia, giungendo, dopo un'attenta preparazione, ad uno scambio di note segrete fra Tittoni ed lzvolskij, naturalmente in funzione antiaustriaca, effettuato a Racconigi il 24 ottobre 1909. Con esse i due paesi dichiararono di trovarsi d'accordo sul mantenimento dello stalus quo nei Balcani, sull'applicazione del principio delle nazionalità in caso di modifiche alla situazione in atto, sull 'opposizione ad ognj agitazione in contrasto con quanto sopra mediante un' azione diplomatica comune, sulla partecipazione di entrambi ad eventuali nuovi accordi con altre Potenze sull'oriente europeo, ed infine «a considerare con benevolenza l'una gli interessi italiani in Tripolitania e Cirenaica, e l'altra gli interessi russi nella questione degli su·etti» 2• Da quanto si è ricordato sulle vicende europee appare chiaro come l'Italia non abbia mai rivestito un ruolo da protagonista, né in fondo poteva essere diversamente considerata la sua recentissima unjtà. Certo, poteva essere alleata utile, in qualche circostanza perfino indispensabile (ad esempio per evitare all ' Austria di dover combarrere su due o tre fronti); talvolta perfino nemico temibile (ove unita ad avversari potenti), ma tutto sommato il suo peso mililfu-e non incuteva molto rispetto. Per quanto la classe politica italiana tenesse al rango di Grande Potenza, non sembrava avvertire lo squilibrio tra ambizione e possibilità. Ne derivavano sprazzi velleitari di politica da Grande Potenza, senza purLroppo la disponibilità dell'indispensabile sostegno materiale: un grosso esercito ed una grossa marina. E questo perché le risorse finanziarie italiane non lo consentivano. Non può esistere motivo cli meraviglia, dunque, se l' Italia veniva considerata con una certa sufficienza dalle altre Potenze. Ma a tale atteggiamento, più o meno inevitabile, sul finire degli anni Dieci si unl una certa diffidenza· causata dalla linea politica seguita dal governo italiano in campo internazionale. Non ap-
' Sull'argomento vds. M. G ABRm1.r, e G. f'RIZ. La politica navale italiana c ii., cap. lX. 'E. SERRA, L'Italia e le grondi alleanze cit., pp. 171-172. Le csita,.:ioni di Tittoni caddero quando Jzvolsk:ij gli fece leggere il testo del trattato segreto austro-rnsso del 1904.
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pariva netta né agli «alleati» Imperi Centrali, né agli «amici» della Triplice Intesa, soprattutto a mano a mano che aumentava la contrapposizione frontale tra i due blocchi di Potenze. Non era cosa semplice assicurare fedeltà alla Triplice AJ leanza e nel contempo garantirsi la sicurezza con le altre Grandi Potenze.
* * * Alla fine del 191 O i rappotti tra Italia e Turchia erano esattamente quali descritti dall'ambasciatore britannico a Roma, Rodd, in una sua relazione a Londra: «( ... JL' assunzione dell'Italia al rango di Grande Pote.nza è avvenuta in un'epoca relati va mente recente, e l'Italia senza dubbio ha diversi motivi per non ritenersi trattata dalla Porta con quella considerazione che una Grande Potenza ha dirillo di attendersi, e che i vecchi Stati hanno già 011enuto. L'estrema sensibilità in questo rispetto, propria alle nazioni giovani, e la prontezza di individuare subito gli affronti, debbono essere tenute presenti nel considerare la condotta verso la Turchia. Nello stesso tempo si deve ammetter.e che l'alleggiamento dell'llalia ha suscitato i sospetti di una Potenza la cui storia per un secolo è consistita nel suo graduale e costante smembramento territoriale. Prescindendo dall'occupazione di una parte dell a costa del Mar Rosso, sulla quale la Turchia non poteva pretendere altro che la pura ombra di un dominio, l'Italia non ha mai nascosto le sue ambizioni all'acquisto di Tripoli. Perc iò nessuna meraviglia che il governo turco fosse disposto a considerare con diffidenza qualsiasi iniziativa e impresa italiana in una provincia dell'impero così dichiaratamente indicata come una sfera d' influenza italiana. Nello stesso tempo un più saggio .istinto politico avrebbe dovuto suggerire ai 'l\1rchi l'opportunità di evitare tutti gli aui e le provocazioni qui , tanto più che, mancando la Turchia di forze navali, non poteva sperare di respingere un attacco che essa poteva rimandare indefinitamente col permettere la penetrazione pacifica ( . ..). Negli ultimi tempi dell'ex-Sultano Abdul Hamid una lunga serie di episodi incresciosi culminarono nel rifiuto a sanzionare l'apertura di certi uffici postali nell'impero ottomano. In Ital ia si pensò che un tale rifiuto non sarebbe stato opposto a qualsiasi altra Grande Potenza, e la flotta fu inviala nelle acque turche, con l'inunediato risultato di provocare assicurazioni soddisfacenti. La rivoluzione in Turchia sembrò offrire una buona occasione per un riavvic inamento, e durante i primissimi mesi del ouovo regime esso ebbe tulle le simpatie dell'Italia e fu formata un'associazione ital.o-turca per l'incremento degli scambi commerciali. Tuttavia bastò uo periodo anche troppo breve per mostrare che il regime costituzionale era ancora più intrattabile del governo autocratico di Abdul Hamid. Adesso era più che mai sicuro che il nuovo regime, prescindendo dai trattati speciali, non avrebbe wllerato nessuna violazione dei diritti ottomani. L'integrità dell'impero ottomano era incontestabile e fuori discussione» ' ·
Il 2 dicembre 1910 il marchese di San Giuliano, ministro degli Esteri del governo Luzzatti (28 aprile-20 marzo 1911), affermò alla Camera che «i turchi non sono ancora riusciti a capire una cosa, che pure è chiarissima. L'Italia non vuole prendere la T1ipolitania e desidera che resti ottomana. Ma quella regione,
' B.D., IX, p. l, p. 259, in AUGUSTO TORRE, La preparazione diplomarica dell'impresa. libica, in «Rassegna di politica internazionale», ISPI, gennaio 1937, Il, pp. 42-43. Sull ' impresa di Libia sono stati tenuti in particolare considerazione FRANCESCO MALGERJ La guerra libica 1911-1912, Edizioni di Storia e leueratura, Roma 1970; SERGIO ROM ANO, La quarta spontla.. La guerra di Libia 1911-1912, B(lmpiani, l'vtilano 1977; PAOLO MALTESE, La Terrapmmessa., Sugar, Roma 1968.
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posta fra l'Egitto e la Tunisia, che si vengono economicamente sviluppando in modo cosl grandioso, non pou·à rimanere perennemente con tutte le risorse intentate, e l'interesse nostro è che questa opera di sviluppo economico della Tripolitania non sia falla che o dalla attività di ottomani veri ed autentici o dalle attività italiane» 1• Il discorso non brillava per chiare.cza, ma rifletteva la tesi della cosiddetta «penetrazione pacifica», vale a dire della silenziosa e progressiva colonizzazione economica della Tripolitania-Cirenaica come premessa dell'occupazione politica. È molto probabile, inoltre, che tale «premessa» fosse da San Giuliano intesa in funzione di sviluppi ancor più ampi. In una lettera personale a Luzzatti aveva indicato infatti la necessità di «preoccuparci oltre che delle complicazioni momentanee, anche dell' avvenire nostro in Turchia». In altri remlini, di «assicurarci, mediante una Banca italiana, il ricco mercato turco» 2, quel mercato in cui le Grandi Potenze si adoperavano per entrare. Sulla «penetrazione pacifica» bisogna soffennarsi un poco, visto che per pacifica che volesse essere, si rivelò proprio causa determinante dell'ostilità del governo giovane-turco contro di noi. Non esistendo alcuna impresa privata che potesse e volesse impegnarsi in Tripolitania, il governo aveva finito per spingere il Banco di Roma ad avviare molteplici attività in Tripolitania 1. Era nata così la prima succursale del Banco a Tripoli il 15 aprile 1907, presto seguita da agenzie nelle principali c ittà della costa. Ma in quattro anni il Banco dette vita ad una tale gamma di iniziative economiche e co nunerciali da acquistare agli occhi turchi un'allarmante invadenza: l' azienda oleifici italiani in Tripolitania; un grosso stabilimento per l' estrazione dell 'olio a mezzo del solfuro di carbonio a Tripoli; un mulino a cilindri anch' esso a Tripoli; una grande azienda agricola a Bengasi; una fabbrica di ghiaccio; un'industria per la lavorazione delle spugne e delle piume di struzzo, banchi di pegno; ricerche per lo sfruttamento dei fosfati e dello zolfo, ecc. <.
Anche se il governo ottomano non si fosse insospettito per suo conto, dalla stampa italiana avrebbe attinto clementi più che probanti per accusare l' Italia di voler realizzare subdolamente una specie di conquista economica della regione ~.
' La Libia negli a11i del Parlamento cit. I, p. 309. ' San Giuliano a Luzzaui in data 20. 10. 1910, in G. Vc>1.P1:, L'impresa di Tripoli cii., p. 20. ' TI 10 aprile J911 San Giuliano ammise, in una lettera all'ambasciatore aCostantinopoli, Mayor des Planches, che «tutta l' azione noslra in quelle regioni ITripolitanfo e Cirenaica] deve necessariamente incardinarsi nel detto Istituto [Banco di Roma]. giacché da nessun altro (né enti né privati) abbiamo potuto ottenere il minimo accordo» (RE.'IATO M ORI, I.A penetrazione pacifica ila/icma in Libia dal 1907 al 1911 e il Banco di Roma, in «Rivis1a di studi politici internazionali», gennaio-marzo 1957, p. 114). " F. M ALGERI, La guerra libica 19JJ-I912 cii., pp. 17-20. > TI 2 aprile 1909 il direttore della succursale del Banco di Roma a Tripoli riferì al direttore generale del Banco, Pacell i, una confidenza ricevuta da Hussein pascià. valì di Tripoli in quel periodo: «A Costantinopoli c'è contro di voi un dossier formidabile» (in GJC>ACHlNO V OLPE, L'impresa di Tripoli 1911-1912, Leonardo. Roma 1946, p. 18).
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Per la verità, di una vera e propria campagna di stampa non si può parlare sino al tardo inverno 1910-1911, quando entrerà in campo «L'Idea Nazionale» di tono nazionalista 1• La questione dell'emigrazione era tornata d'attualità per le amare notizie e considerazioni che dall'estero pervenivano nella penisola, e di conseguenza si riprendeva a parlare dell'opportunità di un'emigrazione non più nelle lontane Americhe bensì in colonie italiane che potessero accogliere il flusso migratorio. Che in Tripolitania fosse in atto una prova di forza tra l'autorità locale turca e la presenza economica italiana era in.negabile ed anzi si stava accentuando ad opera di Ibrahim pascià, che nell'ottobre 191 O aveva assunto la carica di valì di quella provincia. Si andava dalle prevaricazioni nei confronti dei singoli sot1 to accuse spesso pretestuose, al diniego di concessioni, al rifiuto di registrazione al catasto di acquisti di immobili o terreni compiuti da italiani. Il 6 dicembre San Giuliano ritenne conveniente prendere contatto con gli alleati <<affinché non siano sorpresi da un ulteriore sviluppo, ed eventualmente sfavorevole, delle cose», le quali, tra l'altro, diventavano sempre meno accettabili, talché, dovendo egli tener conto anche del giusto risentimento di larghi setto1i dell'opinione pubblica, avanzava l'ipotesi di dover ricorrere a misure significative. «Quali debbano essere non sa ancora, ma sembra pensare ad una dimostrazione navale» riferì l'ambasciatore tedesco. Berlino e Vienna incaricarono allora i rispettivi rappresentanti a Costantinopoli cli richiamare l'attenzione del governo turco sulla effettiva serietà della situazione, ma il ministro degli Esteri ottomano, Rifaat pascià, replicò seccamente di essere animato dalle migliori intenzioni verso l'Italia. Pnrtroppo questa «voleva tutto per sé e l'esclusione di ogni altra concorrenza», ma se il governo italiano credeva di «ottenere un successo a spese della Turchia, allora alla Porta non rimaneva altro che lascim·e che le cose seguissero il loro corso; dimostrazioni navali e cose simili non avrebbero più prodotto sulla Turchia l'effetto dei tempi andati; se l'Italia poi voleva andare oltre allora la questione diventava europea». Il Gran Vizir non soltanto reiterò queste affermazioni, ma precisò che ove l'Italia avesse voluto presentare un formale reclamo onnicomprensivo, <di governo turco avrebbe considerato tale procedura come una minaccia» 2 • A maggior chiarezza dell'Italia, Rifaat pascià volle chiosare con l'ambasciatore tedesco, l'abilissimo barone Marschall, il discorso di San Giuliano. Anzitutto avvertì che «la Turchia è disposta a d.ifendere con tutte le forze a sua di-
' Il settimanale uscì per la prima volta, intenzionalmente, il 10 marzo 1911 , ricorrenza della battaglia di Adua. L' Associazio11e nazionalisrica italia11a era nata da un convegno tenuto a Firenze il 3 dicembre 1910, da un gmppo di politici, letterati e giornalisti. Per essi non Adua ma la liquidazione fallimentare della campagna era colpa; non Crispi ma i governi successivi erano colpevoli. E la Tripolitania diventò il nuovo concreto obiettivo. ' A. TORRE, La préparazione diplomatica cit., 11, pp. 42-43.
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sposizione ogrù zolla del suo territorio contro chiunque lo violasse». Poi, per quanto concerneva lo sviluppo economico delta Tripolitania, toccò il nocciolo della questione: «Poiché i Turchi nei prossimi decenni non saranno in grado di contribuire con capitali propri allo sviluppo del paese, così l'effetto di quella cooperazione sarebbe che l' Italia ottenebbe un monopolio econorrùco in quelle regioni, o - in altre parole - che la Tripolitania formerebbe una esclusiva sfera d' influenza italiana. A questo la Porta non si presterà a nessuna condizione. Essa, naturalmente, farà partecipare l'Italia allo sviluppo di quella provincia ma soltanto in concorrenza con gli altri Stati. Sotto il nuovo regime è stata sottoposta ogni aggiudicaz ione del le intraprese econonùche a un voto del la Camera. Equesto sistema verrà seguito in tutto il paese. Se il capitale italiano farà la proposta più vantaggiosa, otterrà la concessione, ma solo a questa condizione» 1• Indipendentemente dal fatto che con ogrù probabilità sarebbe stato preferibile per la Turchia accettare la politica delle concessiorù all' Italia, in quanto Potenza più debole e priva di rrùrc nei Balcani, punto dolente delt 'impero ottomano, non si può certo dire che il ragionamento cli Rifaat pascià fosse ingiustificato. San Giuliano, al quale l' ambasciatore tedesco a Roma riferì i commenti, contestò le osservazioni turche: il trattamento accordato ai concorrenti cli altre nazioni risultava rrùgliore di quello riservato agli italia1ù, nei cui confronti era palese un ostruzionismo intenzionale; egli faceva del suo meglio per evitare una crisi, ma aveva da tenere a freno un'opinione pubblica sempre più eccitata. E, tanto per lanciare un monito concreto, si lasciò andare ad una riflessione: se un conflitto fosse diventato inevitabile, l'unica azione efficace sarebbe consistita in uno sbarco a Tripoli, dato che una dimostrazione navale o l'occupazione di un'isola deserta non sarebbero stati che «colpi nell'acqua}>. Naturalmente si affrettò a soggiungere che si sarebbe adoperato affinché non si arrivasse a tali estremi, e sempre che la Porta fornisse prova cli buona volontà nei riguardi degli interessi italiani in Tripolitania 2 • Davanti a siffatto crescendo, gli Imperi centrali si attennero alla prudenza. L'Austria-Ungheria, che aveva rinunciato ad ulteriore espansione in Balcania, temeva che la Russia approfittasse di qualunque occasione per spingere i piccoli Stati del la penisola ad attaccare la Turchia ed agevolare così la soluzione del. problema degli stretti. La Germania stava trovando terreno fertile nel regime dei Giovani Turchi e nutriva la speranza di avvicinare la Turchia al la Triplice. Quanto ad uno scontro bellico, l'Italia non poteva contare sull' appoggio del!' Austria, impegnata semplicemente ad una benevola neutralità; e nemmeno su quello della Germania, la quale il 30 gennaio 191 l fece sapere che «Se il governo italiano ritiene giunto il momento cli realizzare le sue aspirazioni su Tripoli, naturalmen-
' G.P., XXX , doc. 10.806, ibidem, p. 44. ' G.P., XXX , doc. 10.807, ibidem, p. 47.
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te noi non frapporremo ostacoli, ma non possiamo essere indotti a prestare una cooperazione concreta per l'esecuzione di tale piano.» . In sostanza, i due alleati furono prodighi di consigli di ... non esagerare la portata degli incidenti con la Porta e di tener presente, invece, che l'Italia aveva tutto da guadagnare mantenendosi stretta alla Triplice '. A fine marzo 1911 il governo Luzzatti, troppo indeciso e debole, venne sostituito dal quatto governo Giolitti. Questi aveva sempre manifestato precipuo interesse per i problemi di politica interna e scarsa attenzione per la politica estera. Tornato al potere, indicò, come punti essenziali del suo programma, una riforma elettorale più vicina al suffragio universale e l'istituzione del monopolio delle assicurt1zioni sulla vita. Nelle sue «Memorie>> affermò l'esistenza di un terzo punto programmatico, «cioè la soluzione della questione della Libia, già da tempo presente alla mia mente, con la ferma intenzione di cogliere la prima occasione per condurla in porto». Questo terzo obiettivo aveva tenuto segretissimo «essendo di nat11ra tale che nessuna enunciazione pubblica, anzi nemmeno il minimo accenno, doveva essere fatto» 1. È difficile dire quanto il fattore libico fosse realmente presente nella mente di Giolitti all'inizio di quella primavera, tuttavia due cose sono certe: primo, che necessariamente dovette farsi mettere al corrente da San Giuliano, che aveva conservato agli Esteri, sui più recenti precedenti della vicenda, sull'atteggiamento turco e sulle opinioni nelle Grandi Potenze 3; secondo, che nessuno «avrebbe mai supposto che proprio lui potesse decidersi a risolvere il problema» ·'. È altresì indubbio che, considerate le circostanze, Giolitti non poté non rendersi conto del fatto che la linea di condotta seguita sino allora cominciava a rivelat·si controproducente. «Perseverare nella situazione in cui ci trovavamo - scrisse - , di aver messo una ipoteca sulla Libia, ciò che impediva agli altri di andarci, senza poi andarci noi, sarebbe stata una cosa non seria, e che del resto ci creava difficoltà in tutte le altre questioni europee, e particohmnente in quelle dei Balcani» 3 • I primi di marzo erano scoppiati tumulti nella zona di Fez. Automaticamente si pose la questione dell'intervento francese, in base a quanto stabilito ad Algeciras. I rapporti fra Gennania e Francia si erano normalizzati nel 1909 in occasione della crisi balcanica, che aveva suscitato apprensioni in entrambi i governi, ma l'accordo commerciale concluso aveva offerto spunto per malintesi, cosicché rapidamente le relazioni fra i due paesi erano tornate fredde. L'occupazione di Fez da patie francese (21 maggio) venne valutata a Berlino come p1imo passo per l'occupazione dell'intero Marocco, come già accaduto in Tunisia. Di
' Ibidem, TI, pp. 47-51. G. Gmurn, Memorie della mia vita cii., p. 192. ' A. TORRE, La preparazione diplomatica cit., 111, p. 221. ' DW'antc il suo teno governo ( 1906- 1909) Giolitti si era personalmente interessato ,JJ proble-
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ma della Tripolitania ed aveva partecipato all'accordo di Racconigi con la Russia. ' G. GIOLITII, Memorie della mia vira cit., p. 217.
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conseguenza, il governo tedesco fece capire di volere un compenso territoriale nello stesso Marocco. Date le circostanze, Giolitti volle aspettare che la crisi marocchina si risolvesse, almeno nelle grandi linee, temendo che l'acuto antagonismo tra Gennania e Francia potesse sfociare in un conflitto armato che avrebbe coinvolto l'intera Europa. Nel dicembre 1913, in occasione dell' apertura della XXIV legislatura, tenne a precisare: «La Camera sa che, per accordi internazionali( ... ) due questio1ù erano tra loro collegate: quella del Marocco e quella della Libia. Quando questo Ministero venne costituito, erano in cors<i negoziazioni internazionali riguardo al Marocco. Allora abbiamo considerato che il sollevare la questione della Libia in quel momento poteva produrre complicazioni che era interesse nostro, come era interesse di rutti gli altri paesi, di evitare. Ma quando la questione del Marocco fu completamente risoluta, ci trovammo di fronte a questo dilemma: o dar seguito ai diritti che ci venivano dagli accordi internazionali riguardo alla Libia, o rinunciarci» ' .
Oltre a questa ragione di politica internazionale, Giolitti volle indicare motivi di carattere militare a sostegno della sua reticenza a rompere gli indugi. Si tratta però di motivi che non sembrano molto convincenti quanto a peso reale nella decisione di attendere tempi migliori. Era noto che il governo giovane-turco stava impegnandosi per riorganizzare e rimettere in piena efficienza l'esercito e la flotta, quindi, una volta apparsa evidente l'intenzione italiana di sbarcare a Tripoli, «nulla gli avrebbe impedito ( ... ) di portare in Libia forti reparti di trnppe e di rafforzare la resistenza contro sbarchi con mine e torpedini»: ma col passare del tempo non diventava sicuro il potenziamento de lle difese libiche, a parte i rinforzi da inviare all'emergenza? Grossi sbarchi improvvisi non erano valutati possibili, date le condizioni del mare, fra il dicembre ed il maggio, perciò l'impresa «o doveva farsi in autunno o rimandare all'anno seguente»: e perché non nell'estate di quell'anno? La scelta della stagione autunnale era suggerita dal desiderio di «evitare ripercussioni nei Balcani, che l'esperienza mostrava assai meno probabili nella stagione invernale» 2 : ciò significa che riteneva possibile liquidare l'impresa entro lo stesso autunno? Naturalmente, si porrebbe anche un altro interrogativo, il più pesante. Se fin dall' inizio del suo governo Giolitti aveva riconosciuto l'inevitabilità di un' azione militare e individuato nell 'autunno il periodo per risolvere in via definitiva la pendenza libica, perché non utilizzò primavera ed estate per porre esercito e flotta in condizioni di effettuare lo sbarco e chiudere rapidamente la partita? Occorre, d'altra prute, ricordare che in campo militare le attenzioni erano ormai rivolte decisamente al confine nord-est. In breve, il terremoto di Messina e di Reggio Calabria, verificatosi in concomitanza con la crisi bosniaca, aveva suscitato nel parlamento timori assai diffusi circa La possibilità di difendere le
' G. GIOLl'fl'I, Discorsi parlamentari (a cura di N. Yalcri), III, Einaudi , Torino 1952, p. 1667. ' G. G10UTTI, Memorie della mia vita cit., p. 219.
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frontiere (anzi la frontiera, quella con l'Austria-Ungheria) da un'offensiva nemica improvvisa. Ne era derivata una generale disponibilità (socialisti a parte) a consentire maggiori spese militari e, nel contempo, la sensazione che il ministro Casana non fosse all'altezza della situazione come prestigio personale , spirito d'iniziativa e fermezza di decisione. Avvertita l'atmosfera politica di sfiducia, il 31 marzo 1909 Casana si era dimesso. A suo successore era stato designato il generale Spingardi, già sottosegretario alla Guerra con il ministro Pedotti, ben visto dal sovrano ed in sintonia con Giolitti. Spingardi aveva voluto un colloquio preliminare con il generale Pollio. I rapporti fra ministro e capo di Stato maggiore erano mutati per effetto del decreto 5 marzo 1908, promulgato pochi mesi prima che Saletta venisse collocato in congedo per raggiunti a limiti di età. Tale decreto tornava a rendere più esplicita la dipendenza del capo di Stato Maggiore dal ministro, in quanto sopprimeva il famoso art. 4 del precedente decreto del 1906 circa gli accordi diretti con i capi di Stato Maggiore degli eserciti alleati e poneva alcuni vincoli alle attribuzioni del capo di Stato Maggiore, ferma comunque restando la sua assoluta responsabilità in merito ad ogni questione di mobilitazione, formazione di guerra e difesa dello Stato, impianto dei servizi d'Intendenza, difesa delle ferrovie e vigilanza costiera. In particolare, per quanto concerneva l' istruzione delle truppe, spettava al capo di Stato Maggiore compilare j regolamenti tattici e di servizio in guerra, programmare le grandi manovre annuali, disporre per le esercitazioni da svolgersi sotto la direzione dei comandanti di corpo d'armata, ma tenendo presenti le deliberazioni del Consiglio dell'esercito (istituito nel 1908) ed i Limiti di spesa fissati dal ministero. In campo finanziario, poi, proponeva al ministro la ripartizione dei foncli iscritti nel bilancio, ma rispettando le deliberazioni della Commissione Suprema di difesa 1• Olu·e che con Pollio, Spingard i volle parlare anche con Cammo, ministro del Tesoro, per «togliere di mezzo ogn.i eventuale causa di dissenso conciliando quanto più possibile le esigenze della difesa e del bilancio dello Stato, in questo quarto d'ora in cui la questione militare è assurta alla più alta importanza» 2• R assicurato «sui mezzi per raggiungere lo scopo che si propone[ va]» 3 , il 4 aprile entrò in carica e, d' intesa con Pollio, elaborò un piano quadriennale impostato su un'assegnazione straordinaria di 126 milioni con la quale «non si risolve né si può risolvere completamente il problema, però si rimane nel campo pratico della possibile attuazione e si provvede alle necessita più urgenti»•. Tuttavia, era
'FELICE SAN'l'ANGELO, Alcune questioni di organica militare, Scuola di Guerra, Torino 1912, pp. 114-116. 1 Spingardi a Gio litti in data 3.4.1909, in ANDREA S ACCOMAN, li generale Paolo Spi11gardi, ministro della Guerra, 1909-1914, USSME, Roma 1995, p. 26. ' Spingardi in un' intervista al «Corriere della Sera» del 7.4.1900, ibidem, p. 26, nota 47. • Pollio a Spingardi in data 8.4. 1909, ibidem, p. 29.
LA GUERRA ITALO-TURCA
368
indispensabile che, oltre a tale assegnazione venissero «prestati nel prossimo quadriennio o di fatto, oppure per artificio contabile» gli stanziamenti previsti dalla legge 5 luglio 1908 per il periodo 1913-19 17 (pari a 120 milioni in totale) per risolvere in qualche modo i problemi del munizionamento e delle fortificazioni. ln alll·i ternùni, nel periodo 1909-1913 dovevano essere disponibili fondi straordinari per 126+ 120 milìoni, cioè 246 milioni complessivi. «L'essenziale - scrive Pollio - è uscire al più presto (e neppure quattro anni sono pochi) dai pericoli che la nostra impreparazione ci farebbe correre in caso di guerra ( ... )»'. Con il vaglio e l'appoggio della Commissione parlamentare d'inchiesta 2, che aveva già presentato tre relazioni, rispettivamente sulla difesa dei confini, sul nuovo materiale da adottare per l'artiglieria da campagna 3 e sull'ordinamento dell'esercito, Spingardi illustrò alla Camera un programma «minimo» ma «soddisfacente», nùrante a raggiungere sette obiettivi: aumento della forza bilanciata a 225.000 uomini, che avrebbe consentito di portare la forza delle compagnie in pace a 85 uomini; più frequenti e numerosi richiami alle arnù per addestramento, cioè almeno di 100.000 uomini anziché di 50.000 come nell'esercizio in corso o, peggio, di 20-30.000 come negli eserciti precedenti; completamento delle fortificazioni e relativo arn1amento alle frontiere terrestri e marittime; sostituzione in tempi relativamente brevi delle artiglierie da 87 B da campagna con materiale 906 a defonnazione; adozione della ferma biennale per tutte le armi ; parziale revisione dell'ordinamento dell' esercito; attenta modifica delle leggi per l'avanzamento degli ufficiali per risolvere in maniera accettabile la crisi delle carriere ed eliminare il profondo turbamento esistente negli ufficiali •. Le Camere rimasero assai bene impressionate 5 e non soltanto concessero
' Pollio a Spingardi in data 10.4.1909, ibi,lem, pp. 29-30. La Commissione avrebbe dovuto riferire le sue conclusioni al Parlamento entro un anno. ma il suo m:u1dato fu prorogato sino al 30 giugno 1909 ed in questo periodo il suo compito venne modificato e ampliato. Dapprima riguardò il miglioramento dell 'organizzazione dell'esercito compaiibilmente con le possibilità finanziarie del Paese. Successivamente prese in considerazione le esigenze minime difensive i11dipe11denteme111e dalla spesa relativa. L' ultima relazione sarà presentata nel luglio 1910. ' Quando la Commissione d'inchiesta mise in evidenw la scarsa ponderatezza con la quale era stato impostato e seguito il programma d'ammodernamento della artiglieria da campagna, Casana collocò in disponibilità i due ultimi ispettori generali dell ' artiglieria, misura palesemente intesa ad accontentare l'opinione pubblica ma ingiusta perché trascurava le responsabiità dei ministri della Guerra del periodo incrim.inato. ' Relazione ai Spingardi alla Camera nella seduta dell' l I giugno l 909. 5 Turati ebbe a commentare: «La pessima causa non meritava un così buon avvocato», in A. SACCOMAN Il generale Paolo Spingardi cit., p. 37. Però 'forati proclamava «impossibile» e «àssurdo>> che l'Austria «piombi nel Lombardo-Veneto per ricondurlo allo srasu quo a111e» E. anche se questo assurdo si fosse verificato. «allora, sì (... ) noi tutti accorreremmo alla frontiera. insorgerebbero anche le donne, insorgerebbero anche le pietre 1 Se questo avvenisse( .. .) io dico che l'inva.~ione non durerebbe due mesi (.. .)». La sua preoccupazione era che «queste anni che voi preparate contro il nemico al di là deUa frontiera. non debbano servire un giorno contro il petto dei cittadini» (F. DE CHAURAND DE SAINT EuSTACHE, Come l 'esercito italiano enm) in guerra cil., p. 77). Mollo eloquente come modo di argomentare sulla difesa della patria. 2
369
LA DECIS IONE POLITICA
RICHIAMI ALLEARMI per istruzione effelluati dal 1895 a tutto il 1913 (a).
Militari che si presentarono Anno
Numero
Militari
de1miht:u'i
mmpresenmis1 alric.hiami>
rkhiam:ni peristruzione
Numero
Percento
Numero
Percento
Numero
Percento
diquclhche
diqucllicbe non nce,¡enero ism1zione alcuri3
rite\'et:ero ismrli.Oilè
1895
109.103
26.946
82.157
75,30
4.339
3,98
77.818
71,32
1896
11.068
3.561
7.507
67,83
1.483
13,40
6.024
54,43
1897
116.978
39.662
77.3 16
66,09
5.506
4,71
71.810
61,38
1.898
Non ebbero luogo richiami per istruzione. chiamati ,,Ile anni per ordine pubblico 129.965 uomini.
1899
87.956
44.827
53.129
62,68
3.412
6,16
49.717
56,52
1900
71.260
23.214
49.046
68,82
2 .800
4,00
46.196
64,82
1901
91.240
35.869
55.371
60,69
3.905
4 ,29
51.466
56,40
1092
94.624
37.667
56.957
60,19
3.939
3,94
53.018
56,25
1903
91.513
36079
55.434
60,57
6.569
7,18
48.865
53,39
1904
43.923
17.990
27.107
61,71
6.152
9,84
22.781
51,87
1905
61.884
25.128
36.756
59,39
5.432
8,78
31.324
50,61
1906
43.500
20.542
22.958
52,78
3.616
8,5 1
19.342
44,27
1907
70.458
35.131
35.327
50, 14
5.733
8,14
29.594
42,00
1908
112.004
51.208
60.796
54,28
10.101
9 ,02
50.695
45,26
1909
172.439
81.697
90.742
52,62
14.956
8,67
75.786
43,95
1910
208.857
105.556
103.301
49,46
16.800
8,04
86.501
41,42
1911
152.71.8
81.741
70.977
46,48
12.461
8,16
58.516
38,32
1912
17.985
10.393
7.592
42,21
1.044
5,80
6.548
36,41
1913
287.624
137.829
148.685
51,62
17.681
6,14
131.247
45,48
(a) Negli anni I898, 1902 e 1904 si ebbero anche dei richiami per motivi di ordine pubblico: per
129.965 uomini nel 1898 (dei quali si presentarono 111.790), per 102.311 nel 1902 (presentatisi 90.594), per 65.177 nel 1904 (presentatisi 48.291). Nell'anno 1912 vennero richiamali alle anni per mobilitazione 241.839 uomini delle classi del 1887, 1888, 1889 e 1890: se ne presentarono 170.361 dei quali 164.022 (urono incorporati.
(da L'Esercito italiano nella grande guerra, I bis, p. 21).
370
LA GUERRA ITALO-TURCA
gli stanziamenti richiesti, ma consentirono che venisse spesa in anticipo la cifra prevista per più eserciti finanziari 1• I lavori alla frontiera - che rappresentavano la parte più pesante ed urgente del programma - ebbero inizio nel dicembre 1908. Rispondevano ai seguenti concetti: sbarrare le principali direttrici d'invasione dal Trentino e dalla valle Pusteria al fine di garantire il fianco sinistro dell'esercito, in corso di radunata dietro una linea fluviale tra l' Adige ed il Tagliamento, dando la precedenza alle opere fronteggianti il saliente trentino da dove il nemico era in grado di sboccare sulle retrovie dell'esercito schierato sul Piave e di penetrare di.rettamente sul Po; sbarrare il tratto di frontiera del basso Friuli sia per rendere possibile un'eventuale radunata dietro il Tagliamento, sia soprattutto per evitare gli effetti disastrosi che un' incursione avversaria verso il Piave avrebbe avuto sul movimento ferroviario di radunata 2 • A prescindere dall'ammodernamento del materiale e dai lavori di fortificazione, di non rapida conclusione, il programma Spingardi, sanzionato con la legge del 17 luglio 1910, introduceva numerose innovazioni nella struttura dell'esercito, fra le quali la costituzione sin dal tempo di pace di quattro Comandi di armata, di tre Comandi di divisione di cavalleria, di tre Comandi di artiglieria da campagna e di uno di artiglieria da fortezza, di un Ispettorato del genio. Il nuovo o rdinamento era dunque in pieno corso di attuazione, ma evidentemente aveva bisogno di tempo per completarsi e consolidarsi e Giolitti ne era ben consapevole. In definitiva, pur accettando la sua affennazione sulla presenza del problema libico nella sua mente, sembra più che plausibile che egli fosse non soltanto lungi dall'accarezzare l'intento di «cogliere la prima occasione», ma altresì assolutamente contrario ad una guerra. fn una conversazione avuta con un collaboratore nel maggio 1911, avrebbe infatti dichiarato: «I naziona.listi si immaginano che la Tripolitania è il territorio di un povero re negro che uno stato europeo può detronizzare quando vuole? Ma la Tripolitania è una provincia dell'impero ottomano e l' impero ottomano è una grande potenza europea(. .. ). Per impossessarsi della Tripolitania dovrei muovere guerra all' impero ottomano e per fare la guerra a una grande potenza europea dovrei avere se non una ragione, almeno un pretesto. Non posso giustificare la guerra all'impero ottomano dichiarando all'Europa che il partito nazionalista vuole la Tripolitania. E poi ( .. .) l'integrità dell'impero ottomano è una condizione dell'equilibrio dell'equilibrio delle forze dell'Europa. È forse nell'interesse detrltal ia mandare in frantumi una pietra angolare del vecchio edilic io? E se dopo che
' AUSSME. Fondo Ufficio Ordina111e1110 e Mobilirazione, racc. 74, Memorie sui bisogni dell 'a111millistrazione della guerra e sulla gestione del suo bilancio. In realtà, successive ri chieste di fondi verranno accontentate con le leggi del 30.6. 1909 ( 16 milioni per portare la forza bilanciata da 205.000 a 225.000 uomini), del 10.7. 1910 (10 milioni per la costruzione di dirigibili ed aeroplani e relat ivi impianti aeroportuali), del 22.6.1911 (50 milioni in tre esercizi per la sostituzione deUe batterie campali da 75 A ad affusto rigido). Sulla dottrina militare ed il riarmo di quel periodo vds. F. STEt'AN I, La storia militare della dottrina e degli armamellli ci t. , l, pp. 536-554. ' AUSSME, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitcizio11e, racc. 4.
371
LA DECISIONE POLITICA
ORDINAMENTO DEL REGIO ESERCITO ITALIANO (a) conseguente alle leggi 15 luglio 1909, n. 473, e 17 luglio 1910, 11. 515. (Ordinamento Spi11gardi) Ordinamento precedente alla legge 15 luglio 1909, n. 473
Variazioni apportate dalla legge Varinioni apponate dalla legge Ordinamemo conseguente alle I5 luglio l909, n. 473 17 luglio I9 IO, n. 5 I5 leggi 15 luglio .I909, 11 · 473 e 17 luglio 1910. n. 515 ESERCITO
PERM ANENTE
12 corpi d'armata.. pit, 3 divisioni di cavalleria
25 divisioni militari .........
12 corpi d'armata. 25 divisioni militari.
3 divisioni di ca\lalleria. 12 legioni di carabinieri.
12 legioni di carabinieri.......... . pill una compagnia....
94 reggiment~di fanteria di linea) 2 reggimenti granatieri {1152 cp. e 96 depositi).
12 reggimenti bersaglieri (144 cp. e l2 dc1ios).
12 reggimenti bersaglieri { 144
cp. e l2 depositi).
8 reggimenti alpini {78 cp. e 8 depositi).
7 reggimenti al11ini (75 cp. e 7 1ii~ I regg. alpino (3 c<nnp., I
depositi). .....................
94 reggimenti di fante.ria di linea, 2 rtggirnenti grnoaliai {1153 cp. e 96 depositi).
dep.)
88 distretti militari ........ ..
ct,mbiano la denominazione in 88 distretti di reclutamento. ,<distretti di reclut::ime.nto»
29 reggimenti cavalleria (145 squt1droni, 29 depositi). .. ..
24 reggimenti di ca"alleria( 144 più S regg. cavalleria ( I suadr.. squadroni, 24 depositi)............ 5 dcposili).
4 de.posi ti allevamento cavalli .
24 reggimemi artiglieria da campagna (186 btr., 36 cp. treno, 24 depositi) ..
cambiano la denominazione in depositi allevamentoca,•:1lli cui
,deposito allevamento cav.illi sono addetti squadroni di ricui sono addetti squadroni di ri- monta. monta». Si sopprime l'indicazione del numero. più di 12 reggimenti artiglieria 36 reggimenti artiglieria da campagna (7 btr.. 12dcpositi). campagna (193 btr., 36 cp. treno, 36 depositi). pH1 2 reggitncmi artiglieria pe- 2 rtggi1)1e.nli artiglieria pcsame sante campale (20 btr., 2 ,ICf>l)- campale (20 btr., 2 depositi). siti).
I reggimento ~irtiglicria da pili I rtgg. a11iglieria monwgn::i si sopprime daH'elenco la hri- 2 reggimen1i arLiglieriada mon-
mon1agnil e I brigata artiglieria (9 btr., I deposito). da montagna del Veneto (I5 bu·., I deposito) .....
gala del Veneto.
tngna (24 b1r., e 2 deposito).
I reggimen10 ~miglicria a ca-
pili 2 balteri;;1 artiglieria a ca-
I reggimento aniglieria a ca• val lo (8 btr.. 4 cp. treno, I deposito).
vallo (6 btr.. 4 c.p. treno. l de· posito) ..
vallo.
6 reggimenti artiglieriadacosta e fortezza e l brigata artiglieri,1
più4 reggimenti ,u1iglicria for- IOreggimenti a11iglieriada fortew, (98 q>., IOcp. treno, 6 detezza (20 cp., 4 deposi li). mu1:rnno la denominazione in ilClSiti). (ta11iglieria da Jorleu.a>>.
da costa dellaSardegna (25 brigate. 78 cp., 6 depositi).. 5_compagnie operai d'a11igliena .. ... .
soppresse e 1nisfonna1c in 5 compagnie d'artiglieria da lortc1..za.
5 reggimenti del ge.nio (60 CJl., IOcp. 1reno. 5 depositi)
piì1 I reggimento, 3 compagnie 6 reggimenti del genio (69 cp.. ed I depos. IOdepositi).
I brigata ferrovieri del genio{6 compagnie) ...
più I bauaglione spccialisti del I ba11aglione .11iecialisti del gc· genioo (5 compagnie). nio (5 compagnie).
12 compagnie di sanità
12 compagnie di sanità.
12 compagnie di sussistenza
12 comp::ignie di s.us.sisleni.a.
(da L'Esercito italiano nella grande guerra, I bis, pp. 16-1 7).
LA GUERRA ITALO-TURCA
372
noi avremo attaccato la 1\,rchia i Balcani si muovono? E se una guerra balcanica provoca un urto fra i due gruppi di potenze e una guerra europea? Forse che noi pos~iamo addossarci la responsabilità di dare fuoco aUa polvere?» ' .
Il timore di provocare una mobilitazione slava e nazionalista conlro la Turchia, e quindi l'intervento delle Grandi Potenze, e poi una guerra generale, era avvertito seriamente da Giolitti. Di fatto gli avvenimenti successivi, dalle guerre balcaniche alla grande guerra, sembrarono confermare il rapporto di causa-effetto. E questo a dispetto delle crisi verificatesi prima deHa guerra italo-turca nonché delle ben più gravi altre cause della prima guerra mondiale. «Eppure- ha osservato con acutezza Sergio Romano - la tesi della responsabilità italiana presenta un interesse che oltrepassa il contesto storico perché è indice d'una ricorrente concezione gerarchica e aristocratica degli affari internazionali. Che una grande potenza potesse aspirare al Marocco, come la Francia, o annettere due province balcaniche, come l'Austria-Ungheria, rientrava nella logica del potere; che una potenza di media grandezza come l'Italia aspirasse alla Tripolitania era un pericoloso attentato all'edificio della pace. Non è forse vero che le rapine dei grandi servono a consolidare una certa pace, quella delle superpotenze, mentre quelle dei piccoli rischiano di minarne le fondamenta?» 2• Nel giro di pochi mesi la febbre per la T1;politania salì rapidamente. Alla stampa di colore nazionalista si unirono i giornali di ispirazione cattolica, i quali non vollero rimanere assenti da un movimento di simpatia nei confronti di un'impresa che stava suscitando consensi nelle masse popolari, specialmente nel Mezzogiorno, e che per giunta, era diretta contro un nemico della Chiesa, l'unpero turco ;_Senza parlare dei libri che uscivano a getto continuo e orientati, per la maggior parte, a senso unico, cioè a favore dell' occupazione della Tripolitania. Quello che colpisce è l'enfasi smodata con la quale l'operazione veniva caldeggiata. Un'enfasi che non soltanto finiva per lasciare in disparte il pur sempre esistente motivo di politica estera, vale a dire la sicurezza italiana nel Mediterraneo, ma privilegiava in maniera aggressiva e senza scrupoli di verità le vantate ragioni socio-economiche. Al punto da distorcere la realtà e da agitare ingannevoli speranze, perfino incurante di talune contraddizioni. Si affermava perentoriamente che la Tripolitania era fertile ma trascurata, che possedeva ricchezze minerarie interamente da sfruttare, che si prestava magnificamente quale colonia di popolamento, che nel sottosuolo correva acqua in abbondanza, che insomma era la terra promessa. A titolo di contorno si sosteneva che la popolazione araba 4, stanca del pessimo governo ottomano, aspettava a braccia aperte gli Italiani.
' G UGLIEL~IO FERRERO, Potere,
Milano 1947, pp. 325-326. cìt.. p. 13.
' S. R OMANO, La quarta sponda
' ibidem, pp. 39-40. In realtà, all 'epoca vivevano in Libia 280 mila arabi, 270 mila ambo-berberi, 135 mila ber· bcri, 36 mila cologhli, 20 mila ebrei e poche migliaia di negri. 1 •
LA DECISIONE POLITICA
373
Il 7-9 giugno l'argomento venne posto sul tappeto alla Camera, durante la discussione del bilancio degli Esteri. Da un lato furono ripetute le aspirazioni plrnidecennali dell'Italia su quella tena, e la linea di condotta adottata dal governo di Costantinopoli «differenziale a danno degli italiani ed a vantaggio di altre nazionalità» 1• Dall' altro si sbandierò l'opportunità di dispo1Te finalmente di una colonia di popolamento ideale, dove il nostro lavoro avrebbe valorizzato le grandissime risorse di ogni genere ignorate dall'ignavia ottomana e si decantò l'attesa del sospirato arrivo italiano da parte indigena. Come è naturale, si levarono anche voci contra.rie. Fra queste l'intervento del noto orientalista Leone Cattani, che, ostile ad una nuova impresa coloniale, non esitq a smentire le affermazioni superficiali sulle presunte ricchezze della Tripolitanfo e della Ciremùca, a dissuadere dal credere la popolazione locale in trepidante aspettativa e dal ritenere l'impero turco in stato di sfacelo. E, principalmente, mise in guardia dal sottovalutare la Senussia: «Le popolazioni della Tripolitania sono fra le più fanatiche del mondo musulmano. Nell'oasi di Kufra a mezzodì della Cirenaica ha dimora il famoso papa nero; il pontefice del Vaticano musulmano, il capo della grande setta dei Senussi, sella che è una specie, mi permettano l'espressione, di massoneria ecclesiastica. È una setta segreta con distintivi speciali, e con vari gradi di iniziazione e il capo di essa è il ponte fice massimo, arbitro in questioni di dogma e in questioni di diritto( ... ). Questo capo è rorse uno degli uomini più intelligenti che esistano nel mondo musulmano, è nipote del primo fondatore e il suo impero si estende dalle rive <lell ' Atlantico sin nel cuore dcli' Arabia , e ha il grande vantaggio di avere un grandissimo impero senza le molestie di governarlo. Quest'uomo fornisce gli insorti di armi, gli insorti del Wadai, quest'uomo eccita le popolazioni del Marocco contro i Francesi, quest'uomo eccita le popolazioni dcll' Algeria e dell a Tunisia, per c ui se il governo francese si allanna ed estende la sua azione politica verso Ghadames egl i è perché terne l'azione nascosta di questa setta musulmana. 1 Senussi sono l'anima della rivolta contro i Turchi ncll' Asir, al nord dello Jemen. E noi vogliamo proprio andare ad occupare queste terre eccitando contro il nostro dominio una delle pfo terribili forze del fanatismo musulmano, per cui ci troveremo in stai.o di continua guerra, e quindi di spese senza fine?» '·
Fra gli oppositori all'indirizzo generale spiccò Gaetano Salvem.ini. Le ragioni che adduceva erano molteplici e giustificate: di politica interna (oneri finanziari eccessivi; soluzione del problema emigratorio illusoria), di sicurezza nazionale (forte impegno del!' esercito e della marina a detrimento della libertà cl' azione italiana in Europa), di politica estera (probabilità di richiesta di compensi in Balcania da parte austriaca, probabile senso di inferiorità della Triplice Intesa, in quanto «abbandonata» dall'Italia davanti agli Imperi Centrali). Che l' impresa di Tripoli, per facile che apparisse, dovesse tradursi in un atto bellico nessuno lo poneva in dubbio. Ma, sempre secondo Salvemini, la dissennatezza di
' Intervento di Guicciardini nella seduta del 7 giugno 1911, La Libia neg li atti del Parlamenro cit. , I, p. 32 1. ' La Libia negli aui del Parlamento cit., r, p. 333. Sulla Senussia si era espresso in termini analogh i San Giulian(l il 29 giugno 1896 (ibidem, p. 66).
374
LA GUERRA ITALO-TURCA
una campagna di stampa priva di remore influenzò l'opinione pubblica al punto di farle prendere la mano al governo, che non poté sottrarsi alla pressione generale '· A quanto pare, tuttavia, Spingardi continuava a guardare con assai maggiore attenzione verso la frontiera orientale. n 30 giugno avvertì esplicitamente Giolitti che le misure di rafforzamento del dispositivo austriaco al confine non potevano essere sottovalutate: «( ... )Tali faui, caraneristici e davvero impressionanti, hanno avuto una prima manifestazione nel periodo di tempo dal 1903 al I 908 ed hanno preludiato aJranncssione della Bosnia-Erzegovina. Nel successivo periodo 1908-d icembre 1910, e cioè ad annessione compiuta, l'aumenlo e l'addensamento pur non avendo subito un rallentamento sensibile, non hanno però conservato il carattere intenso del precedente periodo. Ma da qualche tempo si nota un nuovo risveglio che non può a meno di preoccupare».
E, dopo aver riepilogato i previsti ulteriori rinforzi austriaci, aggiunse: «Io non voglio ora discutere se tale aumento di forze, che, a quanto risulta, verrebbe a gravare specialmente verso la nostra frontiera. sia l'indice di una dimostra2.ione che l'Austria intenda fa. re, non saprei a quale scopo, o sia piuuosto la preparazione di una nuova impresa sul genere di quella che ha testé condouo alla a,rncssione della Bosnia-Erzegovina; rna io credo doveroso di segnalarlo affinché tu possa port;u·e su di esso la tua attenzione»'.
2. L A DICHIARAZIONE DI GUERRA TI 10 luglio 1910, d' improvviso, l'incrociatore tedesco Panther entrò nel porto di Agadir, mentre la Germania comunicava che l'occupazione di Fez annullava la convenzione diAlgeciras e che occorreva procedere ad un nuovo «amichevole scambio di vedute». La Francia accolse l' idea e la Gem,ania scoprì le carte: libertà d'azione alla Francia in cambio di un sostanzioso compenso territoriale (più o meno l'intero Congo francese) e commerciale. La rea:lione di Parigi fu secca nel respingere la richiesta ( 17 luglio), ma più gravida di minaccia fu quella di Londra. Il 21 luglio Lloyd George, allora cancelliere dello Scacchiere, tenne alla Mansion House un discorso preventivamente approvato da Grey, il Premier, in cui, pur non citando né la Germania né il Marocco, dava un inequivocabile avvertimento: «( . ..) Se una siluazionc ci fosse imposta in cui la pace potesse essere mantenuta( ... ) solo col consentire che là dove sono in gioco i suoi L= della Gran Bretagna) interessi vitali essa fosse tralla·
' GAETANO S AI.VEMINI, Come siamo andati i11 libia ed altri scritti dal 1900 al 191§ (a cura di A. Torre), Milano 1963. ' ACS, Carte Giolitti, b. 13, riportato da M.. MA22B"m, L'eserciw i1alia110 Mila Triplice Alleanza cit., p. 244.
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ta come se non meritasse considerazione alcuna, allora la pace a quel prezzo - lo proclamo solennemente - costituirebbe un'umiliazione insopportabile per un paese grande come il nostro» '.
La Germania prese atto del discorso e si adattò a trattative con la Francia, non semplici e più volte sull'orlo della rottura con nuovi timori di guerra, che si concluderanno il 4 novembre 1911. Questi eventi imposero il problema «Tripolitania)) con ancor maggiore evidenza e crudezza agli occhi del governo e del paese. Alla Camera vennero presentate interpellanze per conoscere se il gabinetto non ritenesse arrivato il momento per migliorare la posizione italiana nel Mediterraneo. li 28 giugno San Giuliano scrisse un promemoria per il re e per Giolitti, promemoria giudicato «vero caµo lavoro di diplomazia, per indurre il presidente del consiglio a considerare realisticamente la possibilità cli un'impresa coloniale» 2 : «(. .. )Dal complesso della situa.r.ione internazionale e di quella locale in Tripolitania, io sono oggi indotto a ritenere probabile che, tra pochi mesi, l'Italia possa essere cosrretta a compiere la spedizione militare in Tripolitania. È necessario, in tutt<> l'indirizzo della nostra politica, di tener conto di questa probabilità, pur dovendosi, a mio avviso, cercare di evirarla( ... ). La ragione principale, per la quale io credo preferibile di evitare la spedizione in Tripolitan ia e la probabilità (probabilità 11011 certezza) che il colpo, che il successo di tale spedizione darebbe al prestigio dell'Impero ottomano, spinga all'azione contro di esso i popoli balcanici, entro e fuori dell'impero, oggi più che mai irritati contro il pazzesco regime central ista giovane-turco, ed affrettare una crisi che potrebbe determioare e quasi costringere l'Austria ad agire nei Balcani. Ne potrebbero seguire, molto probabilmente, modificazioni allo statu quo territoriale nei Balcani e nell'Adriatico, in parte realmente nocive agli interessi dell'Italia, in parte giudicate cometali, sia pure a to1io, dall'opinione pubblica italiana. Esse, e le conseguenti manifestazioni antiaustriache, specialmente nell'Alta Italia, accadrebbern nel momento stesso in cui l'Italia si troverebbe, per quanto transitoriamente, pure sensibilmente indebolita per terra e per mare (e perciò stesso meno influente in Europa e meno temuta ed apprezzata mili tarmente dall' A ustria), perché la spedizione in Tripolitania richiede almeno un corpo d' esercito, e quasi tutta la flotta. Date, infatti, le forze turche di terra esistenti in Tripolitania e le forze turche esistenti nel Mediterraneo, è indubitato che la spedizione non deve farsi se non con forze talmente preponderanti da renderne sicuro e rapido il successo. La necessità che il successo, oltreché sicuro, sia rapido è evidente. Bisogna che tutta l' Europa si trovi in presenza di un fatto compiuto, prima quasi di prenderlo in esame, e che la siniazione, che ne seguirà, venga, nei rapporti internazionali, rapidamente liquidata. La Francia non può, per patto, opporsi; l'Inghilterra, l'Austria e la Germania vedranno tale nostro atto con dispiacere, ma non avranno modo di impedirlo, massime se sarà rapidamente compiuto. Ripeto che la ragione principale per cui credo si debba cercare di evitare tale atto , è il timore della sua ripercussione sulla situazione del la penisola dei Balcani e nell' Adriatico. Può darsi che tale ripercussione non avvenga, ma le probabilità che avvenga sono oggi abbastanza serie per rendere desiderabile di evitarla. All'infuori, però, di tale rag.ione, di cui è grandissima la gravità, tutte le nostre considerazioni di politica estera consiglierebbero, a mio parere, di affrettare l'occupazione della Tripolitania da parte nostra».
'B.D., VII, doc. 412. Da tener presente che il 13 luglio la Gran Bretagna aveva rinnovato l'alleanza con il Giappone per altri dieci anni. ' F. MALC,ERI, La guerra libica cit. , p. !00.
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Le considerazioni fom,ulate da San Giuliano erano in sostanza le seguenti: una volta che la Francia avesse «tunisificato» il Marocco, avrebbe raggiunto il fine di cui all'accordo franco-italiano perdendo quindi buona parte dell'interesse ad applicare la parte favorevole all ' Italia; la «tu1ùsificazione» del Marocco avrebbe alterato lo status quo nel Mediterraneo; occupata la Tripolitania, l'Italia si sarebbe trovata in condizioni migliori per trattare con gli Imperi Centrali il rinnovo della Triplice e non avrebbe più dovuto temere che la regione venisse ritenuta dagli alleati come compenso per un nuovo ingrandimento territoriale austriaco in Balcaiùa; nella situazione internazionale del momento l'impresa di T1ipoli non avrebbe incontrato ostacoli diplomatici di rilievo, cosa che non poteva essere garantita in futuro; soltanto dopo l'occupazione della Tripolitania, l'Italia poteva finalmente raggiungere, col tempo, rapporti realmente amichevoli con la Turclùa; il governo ottomano al momento non era in grado di mandare consistenti rinforzi in Tripolitania data la pesante situazione esistente in varie zone dell'impero, ma in un domani poteva anche riuscire a mettere in piedi un esercito ed una marina da guerra notevoli. A prescindere dalla certezza che la decisione di dar corso all'impresa prima o poi sarebbe stata imposta al governo o da un'opinione pubblica sempre più accesa, «( .. .) gli stessi mezzi - continuava San Giuliano - che servono a cercare di evitare la spedizione in Tripolitania, servono anche, ove diventi inevitabile, ad assicurarne il successo; ciò è vero tanto dei mezzi politici quanto dei mezzi militari. Per cominciare da questi ultimi, è evidente che quanto piìl e meglio saranno preparati i meui militari (terrestri e navali) tanto più sicuro e rapido sarà il successo. Perciò io credo che converrebbe fin d 'ora cominciare alcuni prepar.itivi, anche perché, se la decisione d'agire si dovrà prendere, è necessari o che tra la decisione e l'azione interceda il minor tempo possibile, onde non vi sia tempo ad intervento diplomatico altrui, a maggiori preparativi turchi ed a mutamento d'una situazione generale che sarà parsa favorevole. Cominciare alcuni preparativi gioverebbe( ... ) anche a diminuire la probabilità che la spedii ione diventi inevitabile, perché tali preparativi, per mezzo di abili indiscrezioni, si comincerebbero a sapere dal pubblico, cd anche dalla Turchia; si smentirebbero dal governo in modo non troppo reciso, e gioverebbero a far capire alla Turchia che non siamo più disposti a tollerare il suo modo di condunsi verso di noi( ... ). lnfalli i turchi non cedono che alla forza. I mezzi politici sono quelli stessi tentati finora, e che, uniti a tale larvata intimidazione, converrà continuare ancora un poco, ne ll a speranza, per verità non molto fondata, che finiscano per riuscire, almeno in parte, a.I desiderato miglioramento dei reciproci rapporti, ed anche allo scopo di dimostrare all'Europa che prima di agire abbiamo esaurito tutti i 1cntativi amichevoli e siamo stati sin troppo longanimi e pazienti. D'a]tJonde ancora un mese o due di te ntativi pacifici non saranno tempo perduto se verranno utilizzati a perfezionare i nostri preparativi mii ilari ( ... ). E se questa spedizione dovesse avvenire, quale dovrebbe essere l' obicnivo? Bcttòlo vagheggia l'occupazione di Tobruk; essa però, con poco minori rischi e spese che l'occupazione di Tripoli, non sarebbe riso lutiva. Se dobbiamo affrontare tutte le possibili conseguenze di un'azione audace, bisogna che essa sia tale da risolvere il problema, e quindi dovrebbe subito e direttamente mirare ad impadronirsi dei due centri del Governo lllrco uell' Africa del Nord, cioè prima Tripoli, e, pochi giorni dopo, Bengasi. Fatto ciò, si cercherebbe di dare ali' esercizio della nostra sovranità su Tripoli la forma più idonea a ridurre ad un minimum, almeno per alcuni anni , le nostre spese e l'impiego permanente di for-
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K,.,
LA LIBIA NEL 1911 da L. Tuccari, / governi militari della Libia, USSME, Roma l 994, p. 10.
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ze militari italiane in quelle regioni. Si potrebbe probabilmente utilinarela dinastia, non ancora spenta, dei Karamanli, e venir con la Turchia ad una soluzione come quella adottata per la Bosnia nel 1878 o colla Cina dalla Germania ed altre potenze europee. Ma discutere tutto ciò è prematuro oggi; oggi basta tener presente la probabilità che tutta la . spedizione diventi presto inevitabiJee indirizzare, fin d'ora, la nostra azione al doppio fine di tentare da una parte di evitarla e di prepararne fin d'ora il successo, se, come appare sempre più probabile, diventerà, contro la volontà nostra, inevitabile,, '.
Giolitti non fa menzione di questo promemoria e si limita a dire che San Giuliano lo teneva «sempre informato, anche quando eravamo lontani, minutamente di tutto, e non prendeva alcuna deliberazione senza prima essersi messo d'accordo con me» 2• Ciò in relazione all'innegabile diverso orientamento dei due uomini politici: San Giuliano, che molto sentiva la questione della Tripolitania, diventava sempre più propenso all' azione, pur con tutti i se ed i ma di cui aveva costellato il promemoria; Giolitti era di gran lunga meno incline all'impresa. A buon motivo e stato rilevato che «tutto porta( ... ) a ritenere che la divergenza verificatasi tra lui [Giolitti] e di San Giuliano fosse più profonda di quanto lo stesso Giolitti voglia far apparire nelle sue Memorie» 3• Ad ogni modo, dopo il «colpo di Agaclir» San Giuliano avviò una serie di contatti con le varie Potenze per garantirsi in certa guisa del loro disinteresse benevolo per l' iniziativa italiana. Senonché, le motivazioni che egli fornì sull' aggravarsi della tensione si tradussero, tutto sommato, in una denuncia specifica: l'ostruzionismo e l'ostilità del governo turco ad og1ù legittima attività commerciale in T1ipolitania si dimostravano insuperabili, nonostante l'Italia avesse prima mostrato un'infinita pazienza e poi avvertito che, perdurando simile insopportabile situazione, si profilava l'inevitabilità di un conflitto. Questo atteggiamento diplomatico fu un errore. Lo stillicidio delle angherie, l'eccitazione continua verso gli italiani, il ,ipeters.i degli incidenti, rientravano per la maggior parte dei casi in un quadro di controversia economica, tale cioè da poter trovare senza eccessiva difficoltà un componimento in sede diplomatica. Il ricorso allear1ni per un motivo ciel genere non potrà non provocare una sorpresa generale". I contatti presi da San Giuliano in luglio-agosto, mesi di tensione internazionale per la difficoltà di un terreno d'intesa fra Germania e Francia, fornirono un panorama tranquillizzante. Grey si espresse favorevolmente ed assicurò che, fallito ogni tentativo cli accordo, «l'Inghilterra non solo non interverrebbe contro, ma le [=all'Italia] concederebbe simpatia ed appoggio, beninteso solo morale» 5• De Selves, ministro degli Esteri francese, fu ancor più netto: «Qualunque
' F. MALGERI, La guerra libica cit., pp. 385-389. Le parole e le frasi in corsiv,o sono, nell' originale indirizzato a Giolitti, sottolineate a penna, verosimilmente dallo stesso Giolitt.i. 2 G. G!OLJTrl , Memorie della mia vita cit., p. 216. ' MARIOTOSCANO, Storia dei trattati e politica imernazionale, Torino l 961, p. 463. ' F. MALGERI, La guerra libica cit., pp. 105-1 07. > Imperiali, ambasciatore a Londra, a San Giuliano in da1a 26.7.1911, ibidem, p. 108.
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cosa voi facciate a Tripoli e comunque la facciate, noi, fedeli ai nostri impegni, saremo con voi incondizionatamente» 1• Izvolskij, ora ambasciatore russo a Parigi, si limitò a chiarire: «fate pure quel che credete, ma procurate di non farci trovare all'improvviso sulle braccia lo sfacelo della Turchia e la necessità di un intervento europeo nella penisola balcanica» 2. Se l'atteggiamento delle Potenze dell'Intesa appariva p1ivo di ostacoli, quello degli Imperi Centrali suscitò qualche delusione a causa dei loro particolari rapporti con la Turchia. Anzitutto occorre però registrare un passo italiano per il quinto rinnovo della T1iplice, in scadenza l' 8 luglio 1914. Evidentemente su istruzioni del ministero degli Esfe1i, il nostro ambasciatore a Vienna, GiuseppeAvama di Gualtieri, ne aveva fatto cenno nella primavera. II forte anticipo con cui veniva toccato l'argomento non poteva non collegarsi con il desiderio di evitare che gli alleati ci ponessero i bastoni tra le ruote nella questione della Tripolitania, facendo loro comprendere che il loro contegno avrebbe pesato sull'accordo. Avarna riprese il discorso il 28 luglio con l'ambasciatore tedesco, von Tschirschky, ponendo in evidenza la disponibilità di Vittorio Emanuele III e di Giolitti a rinnovare il trattato così com'era e spiegando che l'orientamento derivava dal desiderio di Giolitti di procedere al rinnovo sinché era al governo e prima che l'opinione pubblica potesse chiedere con cessioni agli alleati, nonché dalla convenienza di giungere alla conclusione con Francesco Giuseppe ancora sul trono 3 • Gli alleati capfrono l'antifona, ma non dettero mostra di voler legare le due questioni e per l'intera estate si adoperarono per «frenare». La Germania stava compiendo passi da gigante in Turchia: i prodotti tedeschi avevano invaso il mercato, una missione militare tedesca guidata dal generale von der Goltz riorganizzava l'esercito, armi tedesche entravano in dotazione alle truppe ottomane, la cultura tedesca (scuole e lingua) si affermava nelle principali città dell'impero. Tuttavia, al desiderio di non compromettere l'opera di penetrazione in Turchia, così ben avviata, faceva da contrappeso il desiderio che l'Italia, delusa, non cercasse conforto fuori dalla Triplice Alleanza; perciò Bethmann-Hollweg, subentrato a Blilow come cancelLiere, fece di tutto per indurre il governo giovane-turco a miti consigli riguardo a Tripoli, arrivando a sig1ùficare senza mezzi termini che, in caso di 1icorso alle anni, se la sarebbe dovuta sbrogliare da solo. Invece l' Austtia si trovava su una posizione assai più negativa. Non era tanto in ballo il problema di Tripoli quanto il timore delle ripercussioni balcaniche di cui avrebbero sicuramente approfittato la Serbia e la Russia.
'Tittoni, ambasciatore a Parigi, a San Giuliano in data 20.9.19 Il, ibidem, p. Il 3. 'Tittoni a San Giuliano in data 14.9.1911, ibidem, p. 114. ' A . T ORRE, la. preparazione diplomatica cit., Ili, p. 232, con riferimento a CARLO AVARNA DI G UALTIERI, L'ultimo rim1ovo della Triplice (5 dicembre 1912), p. 52 ed alla documentazione austriaca e tedesca.
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Comunque il sondaggio italiano non poteva passare sotto silenzio. Il 31 luglio il segretario agli Esteri tedesco, Kiderlen Waechter, sc1isse ad Aerenthal in merito ed il min.istro austriaco rispose il 10 agosto che la proposta mostrava con evidenza l'intento italiano di «assicurarsi l' anùcizia dell' Austria e della Gennania per diversi anni, e questo interesse particolare derivava proprio dalla questione tripolina, alla quale l'Italia si attaccava sempre di più» 1• In definitiva, i due governi concordarono sulla convenienza di approfondii-e l'argomento con i rispettivi ambasciatori italiani. Infine e' era la maggiore interessata, la Turchia. Sotto la pressione congiunta dell'Austria e della Germania, la Porta cominciò ad eliminare qualunque elemento potesse rappresentare pretesto per lagnanze o rivendicazioni eia parte italiana. Richiamò il valì di T1ip0Ii, Ibrahim pascià; si mostrò conciliante; si dichiarò desiderosa soltanto di pace. Ma proprio in rapporto a tale atteggiamento emerse la volontà ciel nostro ministero degli Esteri di pervenire alla soluzione cli forza. L'incaricato di affari a Costantinopoli, De Martino, inviato in maggio nella capitale turca a sostituire l'ambasciatore Mayor des Planches 2 , fu orientato da Roma a non attenuare in alcun modo le frizioni perché il governo era deciso ad approfittare delle cii-costanze per «risolvere» la questione di Tripoli, e si attenne scrupolosamente alle istruzioni ricevute. Difatti il 31 agosto egli affermò che l'occupazione italiana della Tripolitania avrebbe messo la Porta «davanti al fatto compiuto ed irrevocabile», che soltanto un gesto di forza del genere avrebbe ripristinato il nostro prestigio in Oriente, che era l'unica soluzione per consentire un ristabilimento di rapporti normali con la Turchia, che il consenso delle Potenze rendeva politicamente attuabile l'impresa, che sul piano militare non esistevano problemi 3 • Inoltre, dieci giorni dopo si premurò di informare il m.inistero che il governo ottomano intendeva rivolgersi alla mediazione di Berlino, avvertendo che «qualunque atteggiamento arrendevole assumesse il R. Governo, sarebbe attribuito a merito della Germania con danno del. nostro prestigio e senza miglioramento alcuno delle relazioni italo-turche» •. Nella prima quindicina di settembre si profilò una schiarita sull'intero orizzonte europeo. Il giorno 4 la Francia, consigl.iata dalla Russia di non irrigidirsi,
'A. TORRE, La preparazione diplomatica cit., m, p. 237. ' Secondo il racconto del senatore Theodoli , delegato italiano alla Cassa del Debito Pubblico Ottomano, la sostituzione ebbe luogo con un improvviso telegramma inviato da San Giuliano a Mayor des Planches: <<Doman i giungerà costi il commendatore Giacomo De Martino al quale V.E. è pregata di fare l'inunediata consegna dell'ambasciata di S.M.». Il motivo del cambio appariva dovuto al fallo che Giolitti non aveva perdonato al Mayor di essere stato capo di gabinetto di Crispi al momento dello scandalo della Banca Romana, ma il modo ru veramente inaccettabile e destò conunenti sfavorevoli (ALBERTO THEODOLI, La preparazione dell'impresa di Tripoli, in «Nuova Antologia», fase. 1496, 16 luglio 1934). ' F. MALGERI , La guerra libica c ii., p. 121. 1 • GIACOMO DE MARTINO, La mia missione a Costantinopoli per la guerra di Libia, in «Rassegna di Politica Internazionale», aprile 1937, p. 264.
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si dichiarò disposta a cedere ungros morceau. della regione congolese senza chiedere in cambio il Togo, ma a condizione di ricevere il «becco d'oca» del Camerun, ad est del Ciad. L' 8 settembre Kiderlen Waechter, che del pari aveva abbandonato l'iniziale intransigenza, si mostrò disponibile a concludere i negoziati su queste basi, abbandonando ogni pretesa di compensi o posizioni privilegiate nel Marocco, lasciato al protettorato francese. Il 15 settembre si diffuse la certezza che le trattative sarebbero anelate in porto. Questa data è importantissima per l'impresa di Tripoli. San Giuliano, come si è già visto, aveva curato cli tenere alta la tensione a Costantinopoli ed a Roma 1 per mettersi in grado di approfittare della prima occasione utile e l'occasione quella del,sicuro accordo franco-tedesco, quella che Giolitti aveva precisato cli voler attendere - finalmente si presentava. Si incontrarono il 14 settembre e sembra che Giolitti, convinto che la crisi marocchina volgesse al termine, ed altresì convinto che la grande maggioranza dell' opinione pubblica fosse in ape1ta attesa della spedizione di Tripoli, abbia accettato il proposito di dare il via ali' operazione in novembre. Ma il giorno successivo San Giuliano ritornò sull'argomento sostenendo la convenienza di anticipare la mossa: <<( .. .)se una nostra azione in Tripolitania sarà necessaria conviene effettuarle il piì1 presto possibile, o per lo meno converrebbe dare fin d'ora una di quelle disposizioni che richiedono qualche tempo ad essere tradotte in atto. Piuttosto che in novembre sarebbe preferibile agire in ottobre, e possibilmente non oltre il 15, e prima del 20, epoca che susseguendo immediatamente all'equinozio, offre maggiori possibilità di mare calmo( ... ). Tutto ben ponderato, io credo che incontreremo minori difficoltà internazionali e più benevolo giudizio dell'opinione pubblica europea se agiremo mentre questa è ancora preoccupata per il possibile esito delle trattati ve franco-tedesche, anziché quando, rassicurata per questa parte, sarà meno disposta a gilldicarc benevolmente chi le procuri nuove preoccupazioni» 2 •
Anche se Giolitti ebbe ad affenmu·e che «tra San Giuliano e me vi fu sempre completo accorcio e abbiamo sempre esaminato insieme (noi due soli) in modo assolutamente obiettivo il pro ed il contro delle diverse parti del problema» \ si può convenire sul diffuso giudizio che San Giuliano possa essere considerato il vero deus ex-machina della guerra. Adesso avvertì l'importanza di talune circostanze contingenti, che, a suo parere, inducevano a non perdere tempo: l'assenza da Roma di quasi tutti gli ambasciato1i stranieri, la persuasione degli Imperi Centrali che l'Italia non avrebbe dato seguito ai propositi ventilati, l'opportunità di «non dare tempo alla stampa inglese, che tanto influisce sull'opinione pubblica e per essa sul governo, d'occuparsi ex professo della Tripolitani a, eco-
' Il 6 settembre De Marlino, assai bene «orientato» dal ministero degli Esteri, faceva constatare: «( ... ) il progressivo peggioramento delle relazioni italo-turche» ed osservava che <<gli inconvenienti che ne derivano possono considerarsi come trascurabili, ma ad una condizione cd è che il R. Governo proceda senza esitazione a soluzioni radicali; il danno cd il pericolo consistono nel prolungarsi della situazione presente» (G. DE MARTINO, La mia missione a Costantinopoli cit., p. 265). ' P. M ALGERI , La guerra libica c it., p. 131. ' Giolitti a Ferdinando Martini in data 3.11.1911, ibidem, p . 156, nota 7.
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gliere il momento in cui la sua attenzione è concentrata sul Marocco e contro la Germania» '. Giolitti conservava qualche riserva sull' utilità di un'impresa che rischiava di provocare conseguenze pericolose per l'Europa, tuttavia cedette, in parte riconoscendo il consenso quasi generale sia in ambito gabinetto, sia in ambito parlamentare, sia nel paese; in parte probabilmente per salvare il proprio potere 2 • E, a quanto pare, in patte anche per I' aut-aut di San Giuliano, il quale avrebbe minacciato di rassegnare le dimissiotli se si fosse ancora esitato a prendere la decisione 3 . ll 17 settembre, dunque, a Racconigi informò Vittorio Emanuele Ill delle conclusioni alle quali era giunto. Il re dette l' assenso all' azione di forza ed il 18 Giolitti telegrafò ai ministri della Guerra, generale Spingardi, e della Marina, ammiraglio Leonardi Cattolica, di avviare i preparativi militari. Adesso occorreva non perdere più tempo, anche perché il 22 settembre giunsero due telegrammi, rispettivamente di Pansa e di Avarna, che comunicavano la disponibilità del governo tedesco ed austriaco ad accogliere la nostra proposta di rinnovare la Triplice. Lascia però perplessi la sorpresa manifestata dallo stesso Giolitti («Non capisco bene la ragione della domanda fatta ora, ma certamente non si deve far sorgere diffidenza») e dal re ( «mi reca qual meraviglia vedere fare questo passo simultaneo agli alleati in questo momento») •, dovendosi escludere che la proposta italiana originaria sia stata iniziativa personale di San Giuliano. In merito al rinnovo della Triplice esistono stranissime contraddizioni ed imprecisioni. Giolitti, che nelle sue memorie non fa cenno dei primi passi compiuti dai nostri ambasciatori a Berlino ed a Vienna, così si espresse: «Già durante la guerra libica la Germania e l'Austria avevano avanzata la proposta del rinnovamento anticipato della Triplice; e quella loro proposta ci era pervenuta appunto subito dopo gli incidenti sorti fra noi e la Francia per il fermo e la visita del Manouba e ciel Carthage» 5, cioè nella seconda metà del gennaio 1912! Però
' F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 132. Fra l'altro, San Giuliano temeva che il Banco di Roma intendesse concludere la cessione dei suoi affaJi in Tripolitania ad una società austro-tedesca. Non ne era certo, «ma intanto - aveva scritto a Giolitti i primi cli agosto - reputo mio dovere farti conoscere che più volte Pacelli ha fallo questa minaccia, ma che io non credo che la tradurrà in atto finché serberà la speranza che l'Italia occupi la Tripolitania ( ... )» (G. GIOLITTI, Quaranr'anni di vira po/irica iraliana, (a cura di C. Pavone), Feltri.nelli, Milano 1962, III, n. 50)'. ' F. MAL<oÈRI, La guerra libica cit., p. 136. Cfr. G. FERRERO, Porere cit., p. 238. ; «Io so però - ricordò De Martino - che durante il mese di settembre il ministro Di San Giuliano minacciò di dimettersi se la decisione fosse stata 111aggiom1ente procrastinata.» (G. DE MARTINO, La mia missione a Cosran.tinopoli cit., p. 256). ' Ibidem, p. 128. ' G. G1ourr1, Memorie della mia vita cit., p. 296. Il 16 gennaio I912 un incrociatore italiano fermò la nave francese Carthage e la dirottò su Cagliari con l'accusa di trasportare un aeroplano per i turco-arabi combattenti contro di noi in Tripolitania. Due giorni dopo fu la volta del Manouba con l'accusa di avere a bordo una missione militare turca destinata anch' essa a raggiungere la Tripolitania.
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sostenne che «nel fare le nostre comunicazioni all'Austria e alla Germania [cioè il 28-30 settembre 1911], noi avevamo abbinato in certo modo la questione della Tripolitania col rinnovamento, ormai prossimo, della Triplice, per fare bene comprendere a Vienna ed a Berlino che un atteggiamento ostile e poco cordiale verso di noi avrebbe messo in serio pericolo l'alleanza» 1• Quanto a San Giuliano, dopo il sondaggio fatto nell'estate per il rinnovo del trattato, ovviamente inteso ad ottenere la conferma di un atteggiamento amichevole, a fine settembre mostrava addirittura di temere che l'impresa di Tripoli potesse nuocere al rinnovo e quindi impartì agli ambasciatori la direttiva di «non parlare affatto della questione di Tripoli ecl evitare possibilmente che altri ne parli» 2. Il 23 settembre venne firmato un accordo preliminare tra Francia e Gemutnia relativamente al Marocco ecl il giorno dopo, al termine di un consiglio dei ministri, Giolitti appose la data e la firma ad un telegramma al re, preparato da San Giuliano: «Per molte gravi ragioni politiche e militari potrebbe essere necessario inviare alla Turchia ultimatum, considerandoci in istato di guerra se non risponde entro ventiquattro ore. Ultimatum domanderebbe che Turchia dia ordine alle sue autorità ci vili e militari in Tripolitania e Cirenaica di non opporsi alla nostra occupazione nùlitare ed alla assuniione da parte de!J' Italia dell' amministrazione di quelle province essendo ciò divenuto necessario ed urgente vista la sistematica opposizione alla libera esplicazione di ogni nostra attività economica ed il pericolo imminente dei nostri con.nazionali in seguito alla continua sobillazione di masse fanatiche frutto anche di ufliciali turchi. Se Turchia non risponde entro ventiquattro ore dichiarazione di guerra. Preghiamo Vostra Maestà di autorizzare il governo a prendere questo provvedimento. Dichiarazione di guerra e.i rnelterebbe in regola col diritto internazionale( ...)».
Vittorio Emanuele rispose: «Mi associo suo modo di vedere e di agire come meglio neil'jnteresse del paese» 3 • La risposta del re, pur con la freddezza, la laconicità e l'ambiguità proprie dell'uomo, era un chiaro imprimatur aUa scelta indicata dal governo. In quegli ultimi giorni di settembre San Giuliano si preoccupò di due cose; che gli alleati non interferissero e che la Turchia riuscisse a svincolarsi dalla stretta. Per gli alleati, si attenne ad un precedente. Come la Germania aveva gradito non ricevere preavviso dall'Austria circa l'intenzione di passare all'annessione della Bosnia-Erzogovina, così tale modus procedendi adottato adesso dall'Italia le avrebbe messe «in grado di non raffreddare né l'amicizia clell'Italia, né quella della Turchia verso di loro». Inoltre a questo punto conveniva separare nettamente il rinnovo della Triplice dall'occupazione cli Tripoli per evitare pretese. Perciò, nell'infom1are gli ambasciatori a Berlino ecl a Vienna della decisione di
' Ibidem, p. 227.
'F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 129. 3
lbide1n, pp. 136-1 37.
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«assicurare ali' Italia la direzione effettiva del governo e dell'amministrazione della Tripolitania e Cirenaica», avve1tì di sorvolare su Tripoli e di chiarire agli alleati, a tempo debito, che si era voluto evitare di metterli «in una posizione difficile» 1• Quanto alla Turchia, il 26 settembre l'incaricato di affari ottomano dichiarò a San Giuliano che il suo governo era pronto a concessioni economiche 2, e il giorno seguente a Costantinopoli il barone MarschalJ cercò di convincere De Martino che un'azione miUtare italiana avrebbe prodotto una rivoluzione in Turchia con ripercussioni assai gravi e che ottenere importanti concessioni economiche in T1ip0Iitania sarebbe stata per l'Italia la soluzione più vantaggiosa, nella sicura attesa, in un domani, di ricevere la regione 3• A Berlino la stessa tesi fu sostenuta da Kiderlen Waechter a Pansa ''. San Giuliano, che aveva già pronto l'ultimatum da presentare al Governo turco, replicò che «qualunque numero ed entità di concessioni economiche lascerebbero intatte le cause permanenti di contiimi conflitti» con l'impero ottomano 5. Comunque, prima di spedire l'ultimatum, San Giuliano volle premunirsi sul piano internazionale, telegrafando alle legazioni nelle capitali balcaniche, nonché ai consolati d'Italia, per segnalare l'eventualità dello «scoppio immediato di un conflitto anche armato tra Italia e 1\1rchia>> e per significare che, quali che fossero i mezzi che il governo avrebbe adoperato per «risolvere la questione della Tripolitania in conformità agli interessi ed alla digiùtà» dell'Italia, scopo della sua politica rimaneva il mantenimento dello statu quo in Balcania e «il consolidamento della Turchia europea» 6 • Finalmente, nella notte sul 27 settembre, il ministero degli Esteri inviò l'ultimatum. Dopo un lungo preambolo, riassumente lo stato di disordine e di abbandono in cui la Turch.ia aveva sempre lasciato la Tripolitania e la Cirenaica, l'opposizione sistematica ed ingiustificata spiegata dalla Turchia nei confronti delle iniziative commerciali italiane, il pericolo in cui versavano gli italiani e gli stranieri colà residenti a causa della violenta agitazione contro di essi, concluse: «Il Governo itaUano, vedendosi( ... ) oramai forzato a pensare alla tutela della sua dignità e dei suoi interessi, ha deciso di procedere ali' occupazione militare della Tripolitania e della. Cirenaica. Questa soluzione è la sola che l'Italia possa adottare; e il Governo italiano si a.~pella che il Go-
' San Giuliano a Pansa e Avarna in data 22 e 24.9.1911, ibidem, p. l29. ' San Giuliano a Giolitti in data 26.9.1911, ibidem, p. 138. Lo stesso giorno De M.artino telegrafava: «Opinione pubblica ottomana ritiene che Tripoli sia ormai perduta. Da indagini accurate che ho praticato in diversi ambienti risulta che tale eventualità è considerata generalmente con sufficiente rassegnazione dai musulmani, salvo i circoli del Comitato Un.ione e Progresso» (G. DE MARTtNO, La mia missione a Costanrinopoli cit., p. 273). ' De Martino a San Giuliano in data 27.9.1911, in F. MALCERJ, La guerra libica cit., p. 118. "G. G1our n, Memorie della mia vita cit., p. 228. ' San Giuliano a Pansa in data 27.9.1911, in F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 138, nota 111. • l</. Libia negli atri del Parlamento cit., II, p. 379, nota 1.
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vemo Imperiale voglia dare gli ordini occorrenti affinché essa non incontri da parte degli attuali rap· presentanti Ollomani alcuna opposizione, e i provvedimenti che necessariamente ne deriveranno pOS· sano e ffeuuarsi senza difficoltà ( . ..) . La Reg ia Ambasciata a Costantinopoli ha ordine di domandare una risposta perentoria in pro-
posito (... ) entro un tennine di 24 ore dalla presefllazione alla Sublime Porta del preseflle documento. In mancanza di che il Govemo italiano sarà nella necessità di procedere alla attuazione immediata dei provvedimenti ,tes1i11ati ad assicurare l'occupazione( ... )» '.
La Turchja volle cercare ancora una via d'uscita largheggiando in concessioni economiche e, soprattutto, fornendo garanzie circa l' espansione commerciale italiana. Di conseguenza, chiese all'Itali a di «far conoscere la natura di tali garanzie, alle quali essa sottoscriverà volentieri, purché non tocchino la sua integrità territoriale» 2 • Ma tutto era ormai deciso ed il 29 settembre De Martino consegnò la dichiarazione di guerra senza altre spiegazioni. Accenniamo brevemente alle reazioni dei principali paesi europei, Guglielmo II parlò dello «scoppio di una bomba» ed Aerenthal della «penosa impressione» suscitata nel governo ausuiaco. Grey disse francamente che se l'Italia si fosse «limitata ad una grossa dimostrazione navale» avrebbe senza dubbio ricevuto «approvazione e incoraggiamento», mal' ultimatum era piombato «come un fulmine» in un'opinione pubblica «addirittura terrorizzata dalla prospettiva di una guerra inattesa» 3• Quanto aila stampa ed ai sentimenti popolari, fu unanime il coro di condanna dell'atto italiano. I toni più accesi si riscontrarono in Germania, in Austria ed in Gran Bretagna. La Frankfurter Zeitung, uno dei giornali più acrimoniosi, scrisse subito (28 settembre): «Non è la prima volta che una politica così poco pulita spinse una Potenza a tali imprese, e molli ritengono che ciò possa considerarsi regola normale, ma le altre Potenze, se pur si sono lasciate trascinare alla violenza da necessità politiche hanno avuto per lo meno il pudore di salvare la forma, mettendo il dcrnbato nell'alternativa di accettare alcune condizioni o di souometlersi alla forza. Da quanto ci risulta, nei tempi moderni è la prima volta che una Potenza violenta un'altra nazione senza neppure offrirle una via d 'uscita ( ... )».
E un paio di giorni dopo reiterò: «Mai nessuna guerra ebbe origini piÌl chiare e la sua sola base è la ragione della forza da parte dell'aggressore( ... ). Tutta la Germania deplora il passo dell 'alleata Italia, passo che, da nessun punto di vista, può essere considerato con simpatia o essere approvato dal popolo tedesco. A noi questa azione avrebbe ripugnato anche se si fosse trauato di interessi vitali» '.
' F. MALGERI, La guerra libica cit., pp. 389-391 . L' ultimatum era stato «compilato in modo da non aprire la strada a qualunque evasione e non dare appigli ad una lunga discussione» scrisse Giolitti (G. Gioliui, Memorie della mia vira cit., p. 234). De Martino commentò che esso era «interessante anche dal punto di vista teco.ico in quanto non lascia via d' uscita all 'avversario: noi abbiamo deciso di occupare se non rispondete entro le 24 ore, e se rispondete occuperemo lo stesso»! (G. De Martino, La mia missione a Costafllinopoli c ii., p. 279). 'F. Malgeri, la guerra libica cit., pp. 391-393. ' Ibidem, p. 145. 'Ibidem, p. 144.
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A prescindere dal «modo» con il quale la vicenda era stata po1tata a conclusione e dall'irritata sorpresa che l'Italia avesse rotto i ponti all'improvviso e senza neppure preoccuparsi di giustificare adeguatamente la decisione con un incidente nuovo 1, magari provocato ad arte, il sentimento di fondo si traduceva nel timore di un allargamento incontrollabile della guerra. Non per nulla la diplomazia europea si mise in moto «per 1isolvere al più presto un conflitto che dava fastidio a tutti)> 1 . Bisogna ammettere che, per quanto l'Europa non conoscesse grosse guerre dal 1870, pur tuttavia più di una volta si era trovata, o si era creduta, sull'orlo del baratro. E questo anche se il deprecato incidente aveva avuto luogo fuori d'Europa. La prospettiva di una guerra generale, specialmente da quando si erano formati due blocchi ben distinti di Grandi Potenze, allarmava dunque e non a torto. Si è visto, ad esempio, come da anni in Italia governo e Stato Maggiore affrontassero la previsione o la realtà di un qualsiasi impegno bellico d'oltremare con l'assillo del timore di un'improvvisa guerra in Europa e quindi con la preoccupazione di complicare mobilitazione e radunata già rese difficili dalla conformazione della penisola. Adesso l'Italia aveva un socio, la Russia, che tutto sommato non teneva affatto a rompere i tuttora buoni rapporti con la Germania. E la Triplice un alleato, l'Italia, che non intendeva assolutamente essere trascinato in uno scontro armato con l'Inghilterra e che si era cautelata con la Francia. Delle due Potenze «incerte», la prima stava ancora riprendendosi dalla bruciante sconfitta subita ad opera del Giappone nel 1904-1905 e dalla rivoluzione dell'ottobre 1905, aveva dovuto sopportare l'annessione della Bosnia-Erzegovina a causa della sua lenta riorganizzazione militare, e prima di due o tre anni il suo esercito non sarebbe stato in grado di affrontare una prova bellica. L'Italia si trovava in fase «crescente» ed aveva acquistato un' importanza, se non un «peso», politico-militare tutt'altro che indifferente: se gli Imperi Centrali non potevano permettersi di lasciarla uscire dalla Triplice, l'Intesa aveva ogni interesse a trarla dalla sua patte. Aerenthal si espresse in modo inequivocabile: anche se sembrava difficile nutrire una speciale fiducia nell'alleata Italia, mancavano motivi di aperta diffidenza e perciò occorreva evitare «tutto quello che poteva far credere all'Italia che noi ci attendevamo da essa un tradimento» 3 • E quando Conrad - il quale non temeva al momento la Russia e pensava possibile rinnovare qualcosa di simile alla vecchia Lega dei tre imperatori - tornò alla carica il 24 settembre indicando il pericolo costituito dal progresso politico-economico-militare italiano e pose il quesito se l'Austria «è decisa o no ad opporsi aUa politica dell'Italia e cioè nel
' L'arrivo a Tripoli il 26 settembre del piroscafo turco Dema con un forte carico di fucili e di munizioni non poteva proprio essere consideralo «atto estremameme grave», per quanto così defou to dal governo italiano. ' F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 150. ' Dichiarazione del 6.12.1911 in consiglio dei ministri, in A. T OR RE, La preparazione diplomatica cit., lV, giugno I 937, p . 508.
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caso presente se il Governo di Vienna si opporrà decisamente e ostilmente alle aspirazioni italiane a Tripoli, e le manderà a monte, oppure appena l'Italia si sia impegnata a Tripoli farà i conti con quest'ultima per rovinare per molto tempo i progetti italiani rispetto ai territori austriaci abitati da italiani, e rispetto alla signorìa in Ad1iatico» 1, Aerenthal puntò i piedi e Conrad dovette frenarsi. Beth.mann-Hollweg non fu da meno e il 19 ottobre manifestò il suo pensiero in un memorandum segreto: «Dopo lo scoppio del conflitto non vi poteva essere dubbio sul nostro atteggiamento di fronte ai belligeranti. Noi siamo tenuti ad una stretta neutralità ( ... ). li parteggiare per la Turchia avrebbe non solo mandato ali' aria la Triplice e compromessa per sempre davanti al mondo la fedeltà alle alleanze con la Germania, ma avrebbe irrimediabilmente gettato l'Italia nelle braccia della Triplice Intesa( ...)>> 2 • In quelle circostanze, anche Giolitti e San Giuliano si rendevano ben conto della necessità di portare a termine l'occupazione della Tripolitania molto velocemente. Ma avevano creato le premesse per un'impresa rapida e vittoriosa? «Nel mese di agosto - scrisse Giolitti - io avevo pertanto chiamato a me il nostro capo di Stato Maggiore, generale Pollio, e gli avevo dato incarico di studiare il problema dell'occupazio11e della Libia e di fare il calcolo delle truppe necessarie per effettuarla, e gli raccomandai di calcolare con larghezza(.. . ). Pertanto, quando il generale Pellio mi portò il risultato dei suoi studi, in base ai quali egli riteneva sufficiente una spedizione di circa venticinquemila uomirù, io gli dissi di raddoppiarla, portandola a circa quarantanùla ( ... )» ' .
Detto così e considerati gli avvenimenti politico-diplomatici che conosciamo, sembrerebbe che Giolitti abbia tempestivamente disposto la messa a punto dello strumento militare per l'operazione Tripolitania, per di più con una lungimiranza ben supe1iore a quella del capo di Stato Maggiore in tema di forze. In realtà la risposta di Pollìo - che, tutto sommato, non aveva validi motivi per ritenere privo di fondamento l'apprezzamento ottimistico dell'atteggiamento arabo, più che favorevole agli italiani, assicurato concordemente dal ministero degli Este1i, dagli ambienti politici e diplomatici, dai viaggiatori e dalla stampa, ed accettato dallo stesso presidente del consiglio - si basava sulla scarsa entità delle truppe turche dislocate nella regione e, con ogni verosimiglianza, si riferiva alla sola forza delle due divisioni costituenti il corpo di spedizione, dando per scontata la naturale aggiunta di trnppe suppletive e dei servizi di 1° e 2• linea. Infatti il corpo d'armata speciale sarà appunto costituito dai 24.000 uomini delle due divisioni più altri 10.000 circa di unità suppletive e dei servizi. E Giolitti nulla avrà da ridire in proposito. Resta il fatto che una richiesta del genere fatta via breve, a ridosso di esercitazioni che videro impegnato un grosso contingente di truppe, non poteva che
'Ibidem, p. 511. ' Ibidem, p. 512. ' G. GJOLJTfI, Memorie della mia vita cit., p. 230 (corsivo nostro).
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assumere valore di prima approssimazione, tanto più considerando l'indeterminatezza del compito («l'occupazione della Libia») e l' assenza di un sottolineato motivo di urgenza. In tutta franchezza si deve dubitare della versione di Giolitti, che sembra costmita a posteriori, a titolo di autodifesa, anche perché, se fosse stata vera, egli avrebbe dovuto, per coerenza, impedire che si lasciasse congedare una classe alle anni - un'autentica enormità - rimanendo con i soli 90.000 soldati della classe più giovane. Nell'agosto 1911 ebbero luogo grandi manovre a partiti contrapposti (generale Caneva alla testa del partito rosso, sboccato neUa pianura padana dalla frontiera francese, e generale Cadorna alla testa del partito azzurro), molto importanti perché per ambo le parti entrò in campo un Comando d'annata, e perché le unità destinate a parteciparvi si erano in precedenza addestrate in campi di brigata e di divisione. Le manovre - sin dal febbraio auto1izzate dal ministero della Guerra - dovevano avere inizio il 20 agosto e dunu·e dieci giorni, con la partecipazione di 20.000 1ichiamati di 1• categoria delle classi 1886 e 1887 del!' esercito permanente e della classe 1881 della milizia mobile. Ogni partito fu costituito da un'armata su due corpi d'armata di manovra, dì due divisioni di fanteria ed una di cavalleria ciascuna, oltre ad una aliquota di tnrppe e servizi di armata. Per la prima volta vennero impiegati dirigibili ed aeroplani. Sul piano dottrinale si trattava di applicare su vasta scala le recentissime «Norme generali per l'impiego delle grandi unità in guerra», nonché le complementari «Nonne per il combattimento» 1• Poiché il terreno prescelto per queste manovre era il Monferrato e Giolitti si trovava in vacanza a Cavour ed a Bardonecchia 2, quasi certamente il colloquio con Pollio ebbe luogo nella seconda quindicina di agosto. La risposta di PolLio - che lascia chiaramente intuire la genericità dell'incarico di «studiare il problema dell'occupazione» datogli da Giolitti - si trova in un promemoria in data 10 settembre, in cui viene fatto il punto alle informazioni in nostro possesso circa le truppe turche dislocate in Tripolitania ed in Cirenaica; si propone l'inm1ediata stampa di duemila copie del «Manualetto per l'ufficiale in Tripolitania» del 1903, aggiornato nel 1904; si comunica che in tema di studi operativi esistevano al Comando del Corpo di Stato Maggiore «Appunti per uno sbarco in Tripolitania e Cirenaica», compilati nel 1902 ed aggiornati l'anno seguente 3• Tutto qui. È evidente che «l'incarico» di Giolitti non soltanto non uscì dall'orientativo, ma fu del tutto privo di qualsiasi riferimento temporale. Infatti,_lo stesso svolgimento delle grandi manovre, che avrebbero potuto rappresentare un'ottima oc-
'AUSSME , Fondo Ujjicio Ordi11ame11to e Mobilitazione, racc. 58, Relazio11e sulle gra11di manovre 1911. '«Io poi m'ero inteso con San Giu liano - ricordò Giolilli - perché col pretesto delle vacanze egli si tenesse a Fiuggi o a Vallombrosa, me1m-e io stavo a Cavour ed a Bardonecchia, per mostrare che nulla d 'il)SO!ito era sul tappeto» (G. Gmun1, Memorie della mia vita cit., p. 229). ~ AUSSME, Fondo Libia, rep. L 8, racc. 180, fase. 2.
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casione per mimetizzare l'approntamento del corpo di spedizione, non era gradito a Giolitti a causa di un'epidemia di colera in Piemonte ed in Liguria, che aveva spinto alcuni deputati a chiedere la sospensione delle esercitazioni. Spingardi intervenne seccamente: «Le manovre avranno luogo così come il capo di Stato Maggiore le ha predisposte, naturalmente con ogni possibile riguardo» 1• E, il giorno dopo, confermando che Pollio ed il direttore generale della Sanità militare erano contnui alla sospensione, aggiunse: «Quindi dal lato mil itare non vi sarebbero ragioni sufficienti per sospensione. Questione può assumere aspetto politico, sia per la possibilità non esclusa che possa estendersi epidemia, sia perché anche pochi casi potrebbero formare oggeuo di censura»'·
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Giolitti se ne lavò le mani, limitandosi ad avvertire che se fossero insorti casi di colera tra le truppe, «la responsabilità del capo di Stato Maggiore sarà gravissima e molto severo sarà il giudizio dell'opinione pubbjjca»! 3 • Da notare che il 2 settembre Spingardi scriverà al generale Brusati, primo aiutante di campo del re: «Vidi subito Giolitti al mio arrivo a Roma: mi venne incontro colla più bella faccia di questo mondo, ilare e sorridente, quasi volesse abbraccianni! !! Si compiacque immensamente del risultato delle grandi manovre, lasciandomi intendere che era sempre stato nel suo pensiero che le manovre dovessero farsi ecc. ecc.( ... )» •. ·
Il 3 settembre, alla fine delle manovre, la classe 1889 ve1me collocata in congedo. Quel giorno Spingardi ricevette una lettera di San Giuliano, nella quale il ministro osservava che «data la situazione internazionale, a me pare che l'occupazione di Tripoli si imponga a breve scadenza da parte n(lstra. Ciò può mutarsi, ma ora la situazione mi pare chiara in questo senso. Anche <li questo dovremo anzitutto parlarne tra Giolitti, te e me. Vedo qui ogni giorno Giolitti; parliamo sempre di tutti questi argomenti. Basta un breve cenno perché egli veda subito ogrù questione nella sua vera luce senza idee preconcette e con calma serena. È un gran confo1to vedere affidata a lui la cosa pubblica»'·
Il 5 settembre cominciarono le manovre della flotta . Termjnarono il 15, per l'appunto il giorno in cui San Giuliano convinse Giolitti a dare il via all'impresa di Tripoli non oltre il 15 ottobre. TI 18 settembre, come sappiamo, Giolitti telegrafò a Spingardi ed a Leonardi Cattolica di «affrettare i preparativi, insistendo perché si procedesse con la massima segretezza e a mezzo cli persone di fiducia» 6•
Spingardi a Giolilli in data 18.8.J 9'11, in F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 154. Spingardi a Giolitti in data 19.8.191 I, ibidem. ' Spingardi a Brnsati in data 19.8.1911. Brnsati annotò a margine un malizioso commento: «per eliminare fin d'ora responsabilità ministeriali» (ibidem, p. 155). 1 • A. SACCOMAN, Il generale Paolo Spingardi cit., p. 147. ' Ibidem, pp. 147- 148, nota I. • G. G10 L1ITI, Memorie della mia vita cit., p. 224. 1
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Suj «preparativi» è bene intendersi. Il lavoro <<a tavolino» era già iniziato presso gli Stati Maggiori dell'esercito e della marina, riprendendo alla mano e rivedendo studi e calcoli esistenti. Il promemoria di Pollio del 19 settembre per Spingardi e Giolitti è estremamente chiaro sulla situazione di partenza, sui presupposti della spedizione, sulla visione operativa iniziale 1• Ne riportiamo le parti più significative: «I presidi turchi sulle coste della Tripolitania e della Cirenaica S()no ora relativamente piccoli, scarse sono le fo1tificazioni che possono offrire valida resistenza, antiquato in genere è l'armamento, il quale inoltre è in misura accentuata molto frammischiato nelle opere, con che il tiro, specie a una certa distanza, difficilmente potrà essere regolato ed aggiustato. È difficile immaginare che le forze turche possano ritirarsi e far massa nell'interno del territorio, costituendo cosl una grave minaccia pel corpo di occupazione da prima, ed obbligando questo poi ad intraprendere una difficile spedizione in terre ignote ed inospitali(... ). Si crede, invece, che esse combatteranno sul posto, valorosamente come sempre, ma nulla di piì1. La loro linea di sgombero sarà sempre, probabilmente, diretta a Costantinopoli. Ma, dopo tale premessa, è necessario aggiungere che non conviene di crearsi illusioni e credere che l'occupazione di quei paesi costi tuisca una facile impresa. Ritengo anzi l'impresa difficile: per ragioni tecniche e per ragioni militari( ... ). Osservo però che le disposizio1ù studiate dall' ufficio del capo di stato maggiore della Marina non sono tali da assicttrare che la Turchia non mandi rinforzi nella Tripolitania, rendendo così più difficile il nostro compito. !Via quell'ufficio non poteva accennare disposizioni diverse perché la nostra azione in Tripolitania non sarà preceduta, a quel che pare, da una dichiaraàone di guerra, e la R. Marina non è autorizzata ad impedire fin da ora colla forza che piroscafi con m1ppe turche o con materiale da guerra vadano in Tripolitmùa o in Cirenaica. Si tratta di questione diplomatica che sfugge alla mia compete11Za, ma avendo io il dovere di esporre ciò che militarmente è necessario per assicurare U buon successo della spedizione, io non posso esimermi dal rappresentare che la nostra squadra, non appena pronta, debba operare in modo da impedire quell'ù1vio dei rinforzi ai quali ho accennato. È nota la maniera con la quale viene costituito il nostro corpo di spedizione(... ). Tutto quanto si riferisce al corpo di spedizione, alla maniera di costituirlo, di equipaggiado, di concentrarlo, è stato studiato nei più nùnuti particolari. La for.w totale del corpo, che era calcolata in: 1. 105 ufficiali, 33.303 uomini di truppa, 90 impiegati non militari, I .494 cavallì da sella, 4.753 quadrupedi da tiro o da salma, 200 carri regolamemari, 798 carrette speciali, verrà lievemente aumentata per meglio provvedere a talmù servizi (casse di cottura, trasporto acqua ecc.). Stante l'importanza della spedizione si è creduto, coll'assentimento di S.M. il Re, di nominare comandante del corpo di spedizione S.E. U ten. gen. Caneva, comandante designato d'armata, il quale avrà per capo di stato maggiore il magg. gen. Gasta\dello. Comandanti di divisione sono i tenenti generali Briccola e Pecori Giraldi. Intendente è il magg. gen. Gazzola (.. .). Ritengo che la forza del corpo di spedizione sia adeguata alle esigenze della situazione come si presenta ora: cioè per combattere, occorrendo, con grande superiorità numerica, le poche truppe (5-6.000 uomini) che la Turchia tiene in Tripolitania e Cirenaica. · Ritengo che la situazione non possa mutare sensibilmente in poco tempo, cioè pri ma che sia dato da noi l'ordine di mobilitazione. È però sommamente necessario, come ho già dett.o, che se la spedizione e decisa, non si dia tempo ai turchi di aumentare i presidi, se11Za di che le difficoltà aumenterebbero di molto e la forza stabilita potrebbe parere anche insufficiente, tanto più se, come si vedrà, si dovrà operare a scaglioni, cioè si dovrà dividere il convoglio in due parti( ... ).
'USSMRE, Campagna di Libia, I, Roma 1922, d<>c. 1, pp. 269-274.
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È necessario un periodo di mobilitazione occulta, la cui durata massima può essere calcolata in 7 giorni, durante la quale si eseguiranno presso il Ministero, il Comando del corpo e presso gli enti interessati tutte quelle operazioni che si possono compiere almeno con una certa riservate7.,z,1. L'ordine di mobi litazione deve coincidere con quello della indispensabile chiamata di una classe. Si crede tale richiamo indispensabile specialmente nel tempo attuale in cui i corpi non hanno sotto le anni che anziani di una classe e uomini di 2" categoria sommariamente istruiti. Gli annessi promemoria spiegano particolareggiatamente le condizioni attuali , i bisogni futuri e i motivi per i quali si ritiene la chiamata debba aver luogo per il grosso delle classi ( ... ). La prima operazione della mobilitazione palese è quindi il richiamo di una classe da cui si possono eccelluare gli alpini, la cavalleria, l'artiglieria a cavallo e i pontieri. È stabilito che la classe 1888 si presenti il 27 corrente(... ). Ritengo impossibile o almeno poco consigliabile di far partire il corpo di spedizione in una volta sola. 1 porti d ' imbarco sono tre: Napoli (il principale), Palermo, Catania. Ora i mez.zi d'imbarco di cui sii dispone anche a Napoli sono appena sufficienti. L'imbarco degli uomini, dei cavalli, dei materiali, richiederebbe parecch i giorni ( ... ). Inoltre la navigazione di questi tre convogli, che dovrebbero muovere da tre punti diversi e riunirsi in alto mare, non è scevra di difficoltà( . ..). lnfine le difficoltà di sbarco sarebbero enormi( ... ). Le predisposizioni profondamente studiate e date dallo stesso comandante( .. .) pel bombardamento di Tripoli sono di competenza esclusiva della marina e ad esse possono pienamente accordarsi quelle dell'esercito( ... ). n criterio è questo: dopo l'azione dell'a1iiglieria delle navi, che sarà certo efficacissima, bisogna assicurare il buon successo facendo seguire immediatamente lo sbarco delle trnppe ( ... ). Si prepara intanto il secondo scaglione( ... ). Il primo obiettivo è dunque Tripoli e niente altro. Se giungesse la notizia cbe il presidio è stato molto aumentato, allora una parte sola del corp() di spedizione non basterebbe e bisognerebbe far parti.re, pur lasciando indielTO i servizi, che non sono subii.o necessari, l'intero Corpo d'armata. Poiché, in modo assoluto, l'impresa è da tentare soltanto con sicura superiorità di forze( ... ). Se si verificasse invece la prima ipotesi (quella cioè che il presidio sia normale), occupata Tripol i bisognerà colle truppe del secondo scaglione, e con quella forza che i due comandanti terrestre e marittimo crederanno necessaria, occupare i punti più impo1tanti della Cirenaica. Essi sono: Bengasi, Dermi e Tobmk. L'occupazione di quest'ultima località, che rappresenta uno dei piri bei porti naturali del Mediterraneo, deve essere fatta al più presto ( .. .). Verso ovest sembra opportuna la presa di possesso di Zuara, perché è località vicina alla frontiera tunisina, e si segnerebbe così anche da quella parte il limite della nostra occupazione, come ho suggerito per Tobruk. Il concetto delle occupazio1ù deve essere progressivo, secondo il mio avviso, ma in tempo non lungo si debbono mettere in rilievo quei punti che segnano le basi e i limiti degli obbiettivi necessari. Non è anzi inutile indicare fin d'ora che una delle operazioni a cui si dovrà pensare, appena preso asseuo, è la spedizione su Ghadames, uno dei punti più impo11anti dell'Africa settentrionale. Secondo le disposizioni date, i corpi partenti possono ricevere i complementi prima. del 5 ottobre e concentrarsi ai porti d"imbarco, Napoli e Palermo, per 1'8 ottobre. L' imbarco potrebbe avve-nire verso il IO, al più tardi il 12, sempre quando siano pronti i piroscafi, la raccolta e l' arredamento dei quali sono fatti dalla R. Marina. Salvo eventi imprevedibili l'azione vigorosa su Tripoli potrebbe essere fatta il 15 ottobre o solo qualche giorno piì1 tardi. Concludendo questa spedizione può riuscire benissimo se benissimo viene preparata(. . .)».
Però il grosso dei «preparativi» era costituito dalle operazioni connesse col richiamo alle am1i dei contingenti in congedo ed alla mobilitazione del corpo di spedizione, ed al riguardo mancavano le decisioni politiche. Spingardi si sfogò con Brusati: «Volevo scriverti a lungo intorno alla Tripolitania, come sintesi delle conferenze avute in questi giorni con Pollio, e prima con Giolitti e San Giuliano. Per quanto riguarda queste ultime ormai è
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acqua passata. La decisione difar presto è stata presa, ed è quella che mi nuoceva di più. Spero ora ( ... ) di sentirn qualche cosa di rassicurante da San Giuliano, poiché se la nostra azione della Squadra non dovesse cominciare che a mobilitazione compiuta e convoglio partito, daremo troppo buon gioco alla Turchia. È troppo ovvio! d'altra parte hai visto la gaz:c.arra dei giornali, e nota che provvedimenti esecutivi non furono presi che dalla Marina per il noleggio dei piroscafi. Quindi il segreto è un mito. Del resto l'a1muncio diverrà ufficiale colla pubblicazione del manifesto di chiamata. Io speravo di ritardarla, ma Pollio insiste. E dire che 15 o 20 giorni or sono avevamo la classe da congedare e una classe richiamata alle armi: 80.000 uomini pronti a partire in 48 ore!! ! Siamo dissipati .. . o imprevidenti» '.
Lo scollamento tra la situazione in cui si trovavano esercito e m,u-ina e l'improvvisa decisione politica venne reso ancor più complesso da un'altra esigenza, di natura diplomatica. La direttiva impartita da Giolitti ai ministri militari, di «affrettare» i preparativi però nella «massima segretezza», trovava una spiegazione nel fatto che la determinazione dell'impresa doveva rimanere sconosciuta, sul piano internazionale, sino al momento del!' inaccettabile ultimatum, per timore di interventi cli terzi, mentre sul piano interno era ancora una questione interamente cli Giolitti e di San Giuliano. U Parlamento, infatti, non verrà nemmeno convocato, appigliandosi Giolitti all' ait. 5 dello Statuto, che consentiva alla Corona di non infom1are le Camere su dichiarazioni di guerra, trattati di pace e di alleanza, «dandone notizia (. _.) tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano». La pretestuosità di tale linea di condotta emerge dal fatto che la Camera affronterà il problema della Libia soltanto il 23 febbraio 1912 (quattro mesi d!)pO la dichiai·azione di guerra) e per discutere e naturalmente approvare il decreto di sovranità emesso il 5 novembre 1911. Sul Parlamento dell'epoca molte sono state le critiche severe: «Ci basti rammentcu-e - scrisse Francesco Luig i Ferrari a proposito del Parlamento degli anni Venti - qual'era, alla vigilia della guerra mondiale, la situazione reale del Parlamento italiano. Sommesso per lunga consuetudine alla volontà cli un pacifico e bonario dittatore, esso non chiedeva che di servire( ... ). Socialisti e nazionalisti, cattolici e anticlericali, momu-chici e repubblicani, tutti servivano alla sottile politica dell'equilibrio e del compromesso, contraria per sua natura alle grandi competizioni di principio, dalle quali soltanto può scaturire il progresso politico della nazione. Credevamo ali' esistenza dei partiti, e non avevamo che dei 'gruppi', perpetuamente rinnovantisi sotto la spinta di interessi contingenti e di ambizioni personali» 2• A parte ciò, il ritenere che una spedizione oltremare, da organizzare in fretta e furia, potesse restai·e segreta era pura fantasia, non fosse altro a causa della necessità di noleggiare i piroscafi per il trasporto delle truppe e di sottoporli a conveniente sistemazione preventiva in un arsenale. L'invito, poi, di agire per mezzo di «persone di fiducia» supera ogni commento.
' Spingardi a Brnsati in data 20.9. 1911, in A.
SACCOMAN,
Il generale /'aolo Spingardi cit., p.
148. 'F.L. FERRAR!, Democrazia di oggi e di domani, aiticolo sul «Pungolo» di P:uigi del 15 luglio 1929, cit. in F. MALGERI, La guerra libica cii., pp. 265-266. nota 160.
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Ma Giolitti evidentemente non intendeva ragioni ed il 21 settembre spedì ai due ministri militari telegrammi imperiosi. A Spingardi scrisse: «Ti prego di prendere precauzioni rigorose anche nel tuo Gabinetto poiché lunga esperienza mi insegnò che al ministero della Guerra il segreto non si mantiene». A Leonardi Cattolica: «Continuo avere notizie di indiscrezioni commesse dal Ministero della Marina e temo specialmente dal tuo Gabinetto( ... )» 1• Ma come poteva pensare che si potessero diramare ordini per la messa a punto di un corpo d' annata da inviare in Africa e per l'impiego di quasi tutta la flotta in segreto? Spingardi replicò il 22 settembre, rappresentando come la situazione militare divei;itassc sempre più complessa ed urgesse quindi «uscire al più presto da questo stato di preparazione occulta, che mentre lega le mani a noi non raggiunge il suo scopo per le invenzioni malvagie della stampa ed aumenta le difficoltà a nostro danno». E chiese a Giolitti ed al re l'autorizzazione a procedere senz'altro alla parte esecutiva della mobilitazione del corpo di spedizione ed a pubblicare al più presto il manifesto di chiamata alle armi della classe 1888 2• Conosciamo le tappe successive: 20 settembre, ordine al comandante in capo dell'armata navale di radunare tutte le navi da guerra ad Augusta; 22 settembre 1ichiamo alle armi dei marinai delle classi dal 1884 al 1887; 23 settembre, richiamo alle armi dei soldati della classe 1888; 23 settembre, riunione del consiglio dei ministri e richiesta dell'autorizzazione reale all'invio del!' ultimatum; 25 settembre, ordine di mobilitazione del corpo di spedizione; 26 settembre, invio dell' ultimatum, presentazione dei richiamati e ordine di mobilitazione della flotta; 28 settembre, primo giorno di mobilitazione; 29 settembre, consegna della dichiarazione di guerra.
' ACS, Cane Giolilli, cit. in F. MALGERJ, ibidem, p. 156. ' Ibidem.
Capitolo VII LA CAMPAGNA DI LIBIA l. I PRELIMINARI NAVALI E LO SBARCO A TRIPOLI La sera del 20 settembre, appena sette giorni prima dell'ultimatum, Leonardi Cattolica aveva telegrafato aj comandanti delle forze navali: «Prevengo che situazione politica con Turchia d'Europa puossi aggravare improvvisamente. Prenda dlsposizioni che giudicherà del caso». Non si può certo affennare che come direttiva fosse esauriente né precisa. E nerruneno, francamente, persuade il successivo clispaccio diramato dal comandante in capo dell'armata navale, viceammiraglio Aubry, visto che a tutti era ben nota la di gran lunga superiorità della marina italiana su quella turca: «Nel confermare urgenza sollecita radunata di tutte le navi da guerra ad Augusta, richiamo attenzione V.E. sull'assoluta necessità che le nostre forze siano da ora superiori per numero di navi e siluranti alla flotta ottomana» 1• L'armata navale, con la denominazione di «Forze navali riunite», era sotto il comando di Aubry e si articolava in la squadra (con lo stessoAubry), 2• squadra (viccanuniraglio Faravelli), divisione navi scuola (contrammiraglio Borea Ricci), ispettorato siluranti (contrammiraglio duca degli Abruzzi), divisione del Mar Rosso (capitano di vascello Cerrina Ferroni). Il 27 settembre il duca degli Abruzzi ricevette l'incarico di effettuare un servizio di vigilanza nel basso Adriatico e nello Jonio per impedire incursioni cli naviglio sottile contro le coste italiane. In particolare, doveva controllare la fondatezza della segnalazione di quattro torpediniere turche nel po1to di Preveza ed impedire che uscissero in mare, vale a dire: affondarle se avessero tentato di prendere il largo. ln questa interpretazione dell'ordine, il duca prima di partire comunicò: «( ... )reputo forza sufficiente compimento missione. Manderò siluranti Preveza verificare presenza torpediniere turche imponendo consegna macchinari e ricorrendo forza se necessario». La sua fonnazione comprendeva la Vettor Pisani, due cacciatorpediniere ed una torpediniera, e fu presto raggiunta da una squadriglia di altri tre cacciatorpediniere. Poiché però il 29 settembre il mi1ùstero gli prescrisse di non impegnarsi in azioni di guerra, in quanto l' ultimatum sarebbe prevedibilmente scaduto alle 14 cli quel giorno, il duca si orientò ad incrociare davanti alla costa. Alle 14 una torpediniera turca uscì dal porto di Preveza, seguita da un cacciatorpediniere: all'apertura del fuoco da paite delle navi italiane, la prima rien-
'M. GABRIELE e G. PIUZ, La politica navale italiana cit., p. 178.
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trò subito gravemente colpita, il secondo tentò di sfuggire verso nord ma andò ad incagliarsi sulla costa, sbarcando l'equipaggio. Il giorno dopo furono semidistrutte altre due torpediniere nemiche a Igoumenitsa e catturati uno yacht ed un mercantile con un centinaio di soldati. ll tutto destò scalpore in quattro governi. Quello di Roma anzitutto, che, avendo dichiarato alle Grandi Potenze di non volere estendere la guerra alla Turchia europea, si sentì in difetto; l' austriaco che protestò vivacemente, riferendosi agli accordi sul rispetto dell'integrità del territorio ottomano in Albania, e preannunciò adeguate «contromisure» in caso di sbarco italiano a Preveza; il russo, per Je conseguenze che l'incursione navale sulle coste balcaniche poteva suscitare nell' irrequieta penisola; il greco, per la violazione delle sue acque territoriaU e per il fermo in mare di una sua nave allo scopo di ottenere infonnazioni. A seguito di tale fermento, il ministero della Marina telegrafò il 2 ottobre il divieto di trattenersi oltre 24 ore nelle acque territoriali elleniche e di astenersi da qualsiasi atto di guerra contro Preveza cd altri porti nel!' Adriatico, linùtandosi ad agire contro navi 1• Il messaggio arrivò a destinazione il 3, ma nel frattempo il duca degli Abruzzi aveva comunicato l' intenzione di mantenere il blocco di Preveza e di intimare al comandante della piazza la consegna della torpediniera che il 29 settembre vi si era rifugiata, nonché di altro naviglio da guerra turco che eventualmente si trovasse nel porto. Nuovo immediato telegramma di Leonardi Cattolica: «Non minacci forti e non faccia nessun tiro contro costa, ragioni politiche internazionali vietandolo assolutamente. Cerchi di ottenere consegna navi con semplice nùnaccia ( ... )» 2• TI che era del tutto illusorio. In questo strano inizio di guerra, mentre l'unica operazione nei confronti della Tripolitania era costituita dal blocco di Tripoli, iniziato il 27 settembre dal contrammiraglio Thaon cli Revel con la 2• divisione navale della 2• squadra, e febbrile si palesava l'intento delle Grandi Potenze cli 'rompere le uova nel paniere' al governo italiano, nel!' Adriatico sorse un nuovo incidente. TI mattino del 4 ottobre il capitano di fregata Biscaretti di Ruffia entrò con la sua squadriglia di cacciatorpediniere nel porto albanese di San Giovanni di Medua e fece ispezionare un mercantile austriaco, quindi neutrale, che sospettava portasse un carico d' arrni. Al ritorno del battello (munito di bandiera bianca), partirono fucilate dalla costa ove si scorgeva un accampamento ed in breve si accese un vivace scambio di colpi, che rese ancor più clamoroso il fatto. Inevitabile fu la nuova protesta di Vienna, che intanto aveva provveduto a concentrare la J• divisione navale austriaca alle Bocche di Cattaro, tenendo a Fasana un'altra formazione in riserva. 115 ottobre il duca degli Abruzzi ricevette un nuovo dispaccio: «Essendo la costa d' Albania completamente esplorata, considerazioni politiche esigono assolutamente che la sorveglianza sia fatta fuori dell'Adriatico». Obiettò che, a me-
' G10VAKKJ R o~CAGl.f, La
' Jbidem, p. 114.
guerra italo-turca 1911-1912, l , Roma 1918, p. 106.
LA CAMPAGNA DI LIBIA
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no di ordine contrmio, era orientato a limitare la crociera tra Preveza e capo Linguetta (che chiude a nord la baia di Valona). Pronta replica di Leonardi Cattolica: «L'incidente Biscaretti a San Giovanni di Medua può avere conseguenze politiche gravissime; è assolutamente indispensabile che non si facciano più operazioni in Adriatico avendone il regio governo preso formale impegno» 1• E questo chiuse l'attività della marina in Adriatico. L'irritazione di Giolitti fu somma. Accusava la marina dj una sua propria visione strategica della guerra, contrarissima alle esigenze della politica estera. In realtà, però, stava affiorando un sensibile scollamento fra la direzione politica della guerra e quella delle due forze annate. Nessuno stupore: Giolitti, che intendeva gestire personalmente il conflitto, non si era curato di stendere ed illustrare un piano di guerra basato sulla particolarissima situazione diplomatico-militare e tenendo d'occhio i riflessi delle operazioni in campo internazionale. Così,.se fu costretto a coprire in qualche modo il duca degli Abruzzi di fronte al1' Austria, non volle sentire ragioni sull'operato di Biscaretti. Il 6 ottobre telegrafò a Leonardi Cattolica di ordinare a questi formalmente di «astenersi da qualunque operazione. Se non ubbidisce in modo assoluto richiamalo immediatamente a Roma. È deplorevole che vanità personali compromettano interessi vitali del paese» 2• E a ruota; «Ricevo ulteriori particolari azione Biscaretti. È azione indegna contro ordini formali. Occorre immediatamente togliergli ogni comando. Attendo assicurazione che ciò sia stato fatto» 3• Neanche Leonardi Cattolica sfuggì ai rimbrotti di Giolitti: «( ...) se ministro Marina - scrisse a San Giuliano - incapace far cessare operazioni contro porti in Europa dovrò proporre a Sua Maestà di provvedere» 4 • San Giuliano tentò di attenuare la tensione, ma Giolitti replicò: «Ordini devono essere dati nel senso cbe navi nostre in Adriatico e Jonio debbono restare sempre a non meno di cinque chilometri dalla costa nemica. Ti prego di leggere tu stesso il testo degli ordini che si danno [!J. Ministero Marina non sa né comandare né tacere» 5 • L'accusa di non saper «tacere» era legata a filo doppio alla recentissima notizia che il telegramma cli Aubry, con il quale comunicava a Leonarcli Cattolica lo sbarco a Tobruk, stava per essere pubblicato su Il Messaggero! «Occorre sbottò Giolitti - procunu·e in tutti i modi di scoprire chi fu traditore. Prego dire ministro Marina che io credo siano quelli stessi del suo Gabinetto che tradirono nella questione del Dema ( ... )» 6 • Il Dema. era un mercantile turco con un carico di fucili e munizionj per la Tripolitania 1, che, eludendo sotto falso nome il
' Ibidem, p. 125. G. G101.11-r1, Quarant'anni di po/irica italiana cit., lll, doc. 63, pp. 65-66. 3 Ibidem, doc. 64, p. 66. • Ibidem, doc. 65, p. 66. 'Ibidem, doc. 68, p. 67. • Ibidem, doc. 69, p. 68. ·, L'entità del carico non fu mai esattamente accurata. I fucili furono calcolati fra un minimo di 18.000 ed un massimo di 30.000; le munizioni a probabilmente un paio di milioni d.i cartucce. 1
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tentativo di intercettazione effettuato da tre navi italiane inviate a fermarlo, era riuscito a forzare il blocco e ad entrare nel porto di Tripoli il 26 settembre. Sorse una polemica fra il Comando in capo della marina ed il ministero, e Giolitti rimase convinto che all'origine esistesse un traditore annidato nel gabinetto di Lconardi Cattolica: «È veramente disastrosa mancanza Ministero Marina alla più elementare discrezione» 1• Giolitti fremeva. Aveva respinto la richiesta di 1ùrati di riconvocare le Camere in anticipo. Respinse ora, il 3 ottobre, il tentativo austriaco di mediazione: Aerenthal lo informava, attraverso l'ambasciatore a Roma, che il governo di Costantinopoli era dispo1ùbile ad entrare in negoziati e suggeriva di lasciare aUa Turchia la sovranità nominale sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, in modo da non ledere la dignità nazionale. Il giorno successivo si presentò a Roma il nostro incaricato d'affari a Costantinopoli, Theodoli, il quale fu ricevuto da San Giuliano ma non da Giolitti. ln sostanza, le proposte turche venivano dichiarate suggerite dal desiderio di evitare spargimento di sangue cd anunettevano l'impossibilità ottomana di impedire l'occupazione delle due province. 1\1ttavia la Porta era ben decisa a non subire passivamente l'aggressione: in Turchia avrebbe boicottato qualunque iniziativa italiana di qualsiasi genere ed in Libia avrebbe organizzato la resistenza armata degli arabi contro gli italiani. Perciò essa proponeva di mantenere sulle due province la sovranità de l sultano (secondo la legge islamica al sultano non era consentito alienare terre dell'Islam), il quale avrebbe concesso al re d'Italia il mandato di occupare ed amministrare la Libia, dietro versamento di dieci milioni cli lire turche, a titolo di indennizzo, e stipulazione di un trattato di amicizia italo-turco. Il tutto sulla falsariga di quanto fatto a suo tempo per l'Egitto e per la Tunisia 1 • San Giuliano, su incarico di Giolitti, rispose che «la nota turca era uno dei soliti artifizi della Porta, da non prendersi sul serio, e che noi non potevamo contentarci di mezzi termini, il nostro scopo essendo di risolvere la questione della Libia in modo da togliere di mezzo una causa continua di attriti fra noi e la Turchia, e di complicazioni internazionali}) '. Accettare la sovranità nominale del Sultano avrebbe significato la rinuncia allo scopo e non sarebbe stato sopportato dall'opuùone pubblica italiana, e d'altra parte non potevano sussistere dubbi
1 G. Gmun1, Quarant'anni di politica italiuna cit., Hl, doc. 7 1, p. 69. ' G. G101,rm, Memorie dello 111ia vita cii., pp. 240-241. La proposte era slala recata a Rornn anche dal Theodoli, il quale, ricevuto un secco rifiuto, tomè> in Turchia dove l'ambasciatore tedesco, Marschall, si espresse con molta ruvidezza: «Non sapevo - gli disse - che anche voi faceste parte cli quella banda cli briganti siciliani che si è impadronita del governo». I briganti siciliani erano i principali collaboratori di. Giolitti, tutti siciliani e tutti convinti dell ' impresa (A. TliHODOLI, Laprepamzione dell'impresa di Tripoli cit., pp. 239-240). Del resto, anche l' ambasciatore tedesco a Roma, von Jagow, manifestò il suo meravigliato disappunto, sia pure in termini meno rozzi: «On leur a apporté la Tripoliwine servie s11r 1111 plateau, et ils /'011 re/11sé ( .. .)» (Larochc a De Selves in data 4 .11.1911,
in D.D.F., 3' serie, I. doc. 14). ' G. R ONCACI.I, Guerra italo-111rca cii.,
r, pp. 118-123.
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sulla rapida vittoria italiana. Tuttavia il lavorìo diplomatico continuerà tessendo una fitta trama, nella quale ogni Potenza interverrà con una arrière pensée e che i primi di novembre indurrà Giolitti ad un gesto poi rimproveratogli come intempestivo.
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Alla base della costituzione del corpo cli spedizione stavano due elementi, al cui riguardo si intendeva evitare in modo assoluto il ripetersi degli inconvenienti lamentati nella campagna di Adua, vale a dire il criterio della costituzione di reparti,di formazione e le modalità di mobilitazione. In merito al primo punto non vi furono esitazioni. Le utùtà combattenti dovevano essere organicamente costituite sin dal tempo di pace, con i loro quadri naturali, al livello di reggimento di fanteria, squadrone di cavalleria, batteria e compagnia del ge1ùo. Dette unità, tratte dai differenti corpi d'annata tenitoriali in modo da non gravare solo su pochi, sarebbero state portate alla forza organica stabilita per l' impresa con il richiamo di classi dal congedo e coo il completamento, per talune specìalizzaziorù, di militari forn iti da corpi non destinati a mobilitarsi. La mobilitazione, necessariamente piuttosto estesa non doveva compromettere un'eventuale mobilitazione generale dell ' esercito, la cui necessità fosse insorta dopo l'emergenza Tripolitania. Perciò, fra l'altro, tutte le dotazioni di mobilitazione dei corpi non mobilitati, ma parzialmente intaccate per la messa a punto del corpo di spedizione, dovevano essere reintegrate al più presto. Tutto ciò era stato studiato e predisposto da parte dello Stato Maggiore con un lavoro preparatorio ed organizzativo invero commendevole. Esisteva qualche comprensibile incertezza sulla regolarità della fase esecutiva, giacché per la prima volta sarebbe stata effettuata un'operazione del genere, ma, a giudizio concorde, la mobilitazione speciale procedette con ordine e celerità sia per l' approntamento del «corpo <l'armata speciale» , sia successivamente, in particolare nel periodo ottobre-dicembre 1911 , nonostante il presentarsi di nuove, pressanti e non pianificate esigenze. Taluni imprevisti furono più o meno inevitabili, quali il dover escludere dal richiamo alle armi determinati distretti a causa di manifestazioni epidemiche cli colera, le percentuali difformi di non idonei alle fatiche di guerra riscontrate in sede di visita medica presso i corpi , gli scadenti risultati nella precettazione dei quadrupedi, l'incompletezza delle dotazioni di mobilitazione nei magazzini, la necessità di effettuare i trasporti di radunata e gli imbarchi senza intralciare troppo il traffico ferroviario e quello marittimo dei porti prescelti, l'opportunità di far ricorso al noleggio di piroscafi senza troppo incidere sul fabbisogno mercantile nazionale. Un elemento però non poteva assolutamente trovare luogo in sede di previsioni e di pianificazione: che il governo desse il via ad un'impresa ol-
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tremare a ridosso ciel congedamento della classe 1889 e ciel conseguente dimezzamento della forza alle anni. Secondo le informazioni in nostro possesso, si trovava in Libia la 42• divisione turca di forza assai inferiore a quella normale (4.000 effettivi contro i 7 .000 previsti dall'organico), con tre reggimenti di fanteria in Tripolitania (2.880 uomini con 36 pezzi) ed un reggimento rinforzato in Cirenaica (1.200 uonùni con 12 pezzi). In ciascuna provincia più della metà delle truppe e nitte le artiglierie costituivano il presidio del rispettivo capoluogo, Tripoli e Bengasi; il rimanente era frazionato in piccoli distaccamenti nel la fascia costiera e nell'interno. Era calcolata la possibilità che le lruppe regolari turche ricevessero l'incremento di 1nilizie locali di leva, ma si presumeva che la Tripolitania fosse in grado di fornire al massimo 8.000 am1ati e la Cirenaica 2.000, cli scarso rendimento perché poco addestrati e di dubbia fede verso l'impero ottomano. Circa il presumibile atteggiamento dell'avversario, l'ufficio infonnazioni dello Stato Maggiore sintetizzò in un promemoria del 5 ottobre le notizie ricevute dagli abitanti di Tripoli, rimpatriati a seguito dello scoppio delle ostilità: «( .. .)Tutti coloro che furono interrogati concordarono nel riferire l'intenzione evidente delle truppe turche di non opporre seria resistenza aUo sbarco delle nost'fe forse ed alle operazioni per l' occupa:lione della città e della regione limitrofa alla costa. Ne è prova il ritiro già incominciato da qualche giorno del grosso delle forze turche in Tripolitania verso l'interno; il richiamo delle guarnigioni delle oasi lontane, non a Tripoli ma verso le posizioni forti dell 'iaterno; l'avviamento verso l'interno delle anni e delle ri.sorse recentemente sbarcate o già esistenti in Tripoli. Questa intenzione di non opporre seria resistenza nella zona litoranea pare sia dovuta ali.a considerazione della impossibilità di resistere al fuoco delle nostre navi e all ' azione concorde di numerose forze nostre» '·
C'era, è vero, un interrogativo sull'eventualità dell'intervento nella lotta della confraternita dei senussi, che si presumeva fosse in grado di mettere in campo 25-30.000 armati cli fucile, ma tutto sommato «si teneva quasi per fern10 che non avremmo avuto da fare se non coi pochi e deboli reparti regolari turchi, mentre la popolazione sarebbe stata, in generale, se non proprio risolutamente propensa ad accoglierci favorevolmente, per lo meno neutrale in attesa degli eventi» 2• Tutto dipendeva dalle prime settimane, di questo si era convinti. «La nostra azione nùlitare per l' occupazione dei territori in questione - affennò Giolitti - si svolse con precisione e rapidità, quale era stata predisposta» .1 . Non è esattamente così che andarono gli eventi. L'improvvisa, frenetica fretta di Giolitti e di San Giuliano volle l'occupazione di Tripoli immediatamente, sin dal1' inizio delle ostilità. Così, il 28 settembre Aub1y ricevette le seguenti istruziotù dal nùnistero della Marina: «In attesa imminente dichiarazione di guerra che telegraferò, comunico intanto ist111zioni cui dovrà dare sollecita esecuzione con forze che crederà necessarie appena ricevuta confenna dichia-
1 USSMRE, Campagna di Libia cit., I, p. 275. ' Ibidem, p. 56. ' G. G101.1rr1, Memorie della mia vita cit., p. 237.
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razione di guerra. Presentarsi davanti Tripoli fuori tiro cRnnoni e possibili mine subacquee. Intimare resa piazza. Se resa avviene, co11cordare modalità prendendo debite precauzioni a garanzia. Caso contrario(. .. ) smantellare forti evitando possibilmente damù città. Raccomando non sprecare munizioni ( .. .)» '.
li mattino del I ottobre, dunque, il viceammiraglio Faravelli si presentò al largo di Tripoli con la za squadra e la divisione navi scuola. Ma, contrariamente alle direttive, non intimò la resa. È vero che in porto c' era solamente una vecchia cannoniera turca; è vero che smantellare i fo1ti non sarebbe stato difficile per i cannoni delle sue otto navi da battaglia, però uno sbarco di forza era altra cosa. Perciò telegrafò al ministero: «Indispensabile avere subito almeno tremila uonùni fé\11te1ia per occupazione immediata Tripoli e protezione fronte a terra. Forze sbarco queste navi impari a detto compito. Per questo motivo non ho intimato la resa che probabilmente sarebbe stata accordata, opinando convenga intimarla solo quando sappia giorno arrivo truppe esercito». Come si vede, Faravelli dava per scontata la nessuna resistenza turca e si preoccupava semplicemente di un successivo attacco nemico alla testa di sbarco: la questione della cattura del presidio turco non era posta. Leonardi Cattolica fu perentorio. Anzi quasi perentorio: «Subordinatamente esigenze militari infom10 V.E. che situazione politica esige si proceda con la massima sollecitudine al bombardamento di Tripoli. Prego informarmi operazione» 2• Anche questa volta il messaggio era strano: se si consentiva la prevalenza delle ragio1ù militari, perché dire che la situazione politica esigeva il bombardamento? E se quest'ultima era imperativa, che significato aveva il «subordinatamente esigenze militari»? Comunque il pensiero del ministro era evidente. Faravelli, intanto, aveva cercato di parlamentare con il defterdar Ahmed Bessim bey che reggeva Tripoli ', ma questi naturalmente cercò di acquistare tempo allegando l'assenza di ordini superiori. Alla fine, il 2 ottobre venne intimata la resa. Scadenza dell'ultimatum: mezzogiorno del 3. Riuscita vana l' intimazione, il bombardamento ebbe inizio e, ad intervalli, si protrasse sino al mattino seguente. A questo punto, che fare? Il ministero aveva ordinato il bombardamento, ma nulla detto sul dopo. Faravelli decise, d'iniziativa, lo sbarco di un reggimento di 900 marinai, tratti da tutte le navi, per l'occupazione dei sem.ismantellati forti Sultania e Hamidié nella mattinata di quello stesso 4 ottobre, mentre dal ministero gli giungevano consigli di prudenza. Poi, nel pomeriggio, constatata l'assenza di reazione, fece sbarcare un secondo contingente di 700 marinai. li capitano di vascello Cagni era al comando della forza sbarcata. O
' M. GABRIELE e G. Fluz, lA politica navale ira/iana cit., p. 179, nota 5. ' Ibidem, p. 179, nota 7. ' Ibrahim pascià, vali e comandante della 42• divisione twca, era stato richiamato in patria nell'agosto. Lo sostituirono il dejienlar Ahmed Bessim bey nelle funzioni civili e il colonnello Ncsciat bey, capo di Stato Maggiore della divisione, in quelle militari.
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La frettolosità politica aveva causato un ulte1iore grosso inconveniente. Il piano originario di Caneva si basava su due sbarchi da effettuare ad oriente di Tripoli: uno sulla spiaggia di el-Argub, prossima alla città; l'altro ad una ventina di chilometri, sulla spiaggia cli Tagiura. Dato il divario di forze l'esito non poteva esser dubbio ed una penetrazione convergente ed avvolgente su Ain Zara avrebbe consentito la conquista dell'oasi di Tagiura e delle colline di Ain Zara, vale a dire una testa di sbarco di un certo respiro, non limitata al solo abitato di Tripoli 1• Purtroppo, l'avere affidato sui due piedi l'incarico alla marina, non soltanto rese inevitabilmente impossibile l'effettuazione del piano, ma consentì al grosso della guarnigione turca di abbandonare la città sin dal giorno 2, evitando la cattura, da noi tanto desiderata. Non per nulla la notizia dell'ordine dato ad Aubry determinò una sconsolata reazione da parte di Caneva, che vedeva sfumare la realizzazione di un primo importantissimo passo. Peggio ancora, l'urgenza di accorrere a Tripoli costrinse all'impiego frammentario delle trnppe, scombussolando la regolarità della spedizione. Stante la necessità di un pronto arrivo di reparti dell'esercito, Spingardi convocò subito Pollio per sollecitare la partenza del primo scaglione (Comando ciel corpo d'armata, l3 divisione speciale, buona parte delle trnppe suppletive, intendenza e servizi di 1• linea non indivisionati) 2• Appigliandosi a precedente conversazione il ministro riteneva che un'aliquota di detto scaglione, pronta a salpare da Napoli il 9 ottobre, potesse affrettare i tempi e proseguire direttamente su Tripoli. Pollio invece gli comunicò che essa si sarebbe fe.rmata il giorno 1Oad Augusta per attendere iJ convoglio proveniente da Palenno. A Spingardi, ed a Giolitti, premeva che almeno un continente anticipasse, «ove possibile», la partenza per operare a fianco dell'armata navale. Questa specie di avanguardia si sarebbe dovuta portare subito nelle acque di Tripoli, ove «spetterà al comandante in capo, solo responsabile dell'azione militare, di giudicm·e, a seconda delle circostanze, se sarà il caso di sbarcare, e dove, o se sarà necessario di attendere il resto del I scaglione». Nel formulare il suo netto desiderio di vedere a Tripoli unità dell'esercito, Spingardi volle peraltro precisare che «della possibilità o meno di anticipare la partenza e sulla condotta delle operazioni sono giudici e responsabili esclusivamente la E.V. e S.E. il comandante in capo del corpo di spedizione, poiché in argomento nessuna influenza, uessuna pressione io intendo esercitare» 3• Si potrebbe osservare che la precisazione era poco precisa: chi per-
' Cfr. le «Direttive per il comandante di una spedizione de-stinata ad occupare la Tripolitania» del febbraio 1900, in AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 7, fase. 19. Anche Roberto Bencivenga, Saggio critico sulle nostra guerra, I, Roma I930, pp. 338-339. ' I tempi inizialmente previsli, a titolo orientativo, da Pollio nella memoria del 19 settembre erano i seguenti: entro il 5 ottobre arrivo dei complementi ai coi:pi; 8 ottobre, inizio del concentramento ai porti d'imbarco (Napoli a Palermo); 10 o 12 ottobre (al più tardi) imbarco delle truppe; 15 ottobre o qualche giorno più tardi, «azione vigorosa» su Tripoli. } Spiugardi a Pollio in data 5.10.1911, AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 1, fase. 27.
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sonalmente rispondeva dell'impresa? Ma è evidente che le responsabilità dovevano essere ripartite secondo le attribuzioni e, giustamente, al comandante sul posto spettava piena facoltà di decisione sull'impiego delle sue truppe. Il 6 ottobre Pollio consegnò al generale Caneva, comandante del corpo di spedizione denomfoaro «corpo d' annata speciale>}, le sue istruzioni: «( ... ) Il primo scopo della spedizione è q uello di impadronirsi di Tripoli e dintorni, anche a viva l'orza, impegnando combattimento contro le opere di fortificazione, le truppe dell a guarnigione turca cd, occorrendo, comro le truppe indigene arabe che combat1essero a fianco dei turchi. È sommamente desiderabile, però, che fin dal primo momento si cerchi di separare la causa dei Turchi considerati come oppressori da quell a degli arabi considerat i come oppressi. Con questi si tenterà ogni meuo, tranne la debolezza, per renderli ligi, o almeno neuirali, fin dal principio al nuovo regirrrc nostro. Questa linea di condolla dovrà essere costantemente seguita ed anche accentuata in tutte le ulteriori operazioni: ovunque cioè il nemico è rappresentato dalle guarnigioni turche(. ..)».
Il grosso delle truppe operative del primo scaglione ( 18 piroscafi provenienti da Napoli e da Palermo) doveva riunirsi il I O ottobre ad Augusta, ove avrebbe trovato una conveniente scorta di navi da guerra. Poi, «se lo stato del mare è promettente (e di ciò è giudice l'ammiraglio comandante della scona) e sempre quando le notizie del nemico gli facciano parere opportuna l'operazione, proseguirà risolutamente verso Tripoli e sbarcherà secondo paiTà più conveniente, dopo gli accordi da prendere coll'ammiraglio, o sulle spiagge oppure al pono. Per tale operazione, come del resto per tutte le successive operazioni militari, viene lasciata la massima libertà d'azione al comandante del corpo d'armata speciale. Basandosi sulle notizie ultimamente giunte, le quali fann<> ritenere che le guarnigioni turche. insieme con arabi ind igeni, tendano a ritirarsi nel terreno collinoso e montuoso verso est e sud-est, si raccomanda specialmente di tenere inceno il nemico, minacciando sbarchi verso Homs e Misurata( ... )» I,
Qualora la resjstcnza opposta dall'avversario si fosse manifestata superiore al previsto, Caneva poteva contare sul pronto afflusso del resto del primo convoglio (altri 17 piroscafi), in pa1tenza da Napoli l' 11 ottobre, nonché della IV brigata di fanteria, pronta per il 13 od il 14. <<In via assolutamente eccezionale - continuava Pollio - potrà essere avvialo a Tripoli tutto il resto del corpo d'annata, cioè la 2' divisione (meno la 4' brigata) ed .i servizi. La pa11enza di quest'ultimo scaglione non potrà avvenire che parecchi giorni più tardi perché si dovrà usufruire dei piroscafi che hanno servito per le altre spedizioni ( . .. )».
In merito aH' impostazione della campagna, Pollio fissò le seguenti direttive:
1 TI 29 seuembre il console a Tripoli, Galli, segnalò l'arrivo del piroscafo Dema con il suo carico di armi ed aggiunse: «disegno n1rco è ritirarsi interno per sostenere campagna armando popolazioni appoggiate regioni montuose Gebel; perciò carico Dema viene febbrilmente traspor1ato interno: è probabile distribuzione Bengasi anni vettovaglie decida popolazione montanara appoggiare lllI· chi, almeno da principio» (cit. in F. M ,\LGERI, La 1111erra libica cit. , p. 181 ).
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Le convenienze politiche internazionali e la necessità di esercitare una grande intluenza sui nuovi paesi con lo spiegamento di grandi forze e colla affermazione di una grande potenza impongono che, dopo 1'occupazione di Tripoli, si metta al più presto saldo piede anche in Cirenaica. L' occupazione di tale regione, appena iniziata colla presa di Tobruk ', non deve Iinùtarsi alla costa, ma invece deve essere spinta, per evidenti ragiorù militari, fino all'altipiano di Barka. 'là le penetrazione però dovrà essere preparata opportunamente con misure di carattere politico e, prima di agire, occorrerà l'approvazione del Governo. Ma, intanto, converrà occupare subito Bengasi e, prima di procedere verso l'altipiano, è necessario crearsi colà una base, fortificandone anche i dintorni, per rendere impossibile qualunque riscossa dei Turchi o qualunque irrnzionc degli Arabi( .. .). Come ho già detto in una memoria di cui fu data copia a S.E. Caneva ' , credo opportuna l'occupazione di Zuara o di altro punto importante verso la Ttulisia per affermare da quella parte il linùte del nostro possesso. Dalle notizie giunte, le forze turche che pare siano incominciate già a ritirare da Tripoli verso l'interno, sembra siano sprovviste di viveri. S.E. Cancva è il solo giudice dell'opportunità o meno di attaccarle e della scelta del momento propizio nel caso in cui si decidesse per l'attacco. Cosl pure lo stesso comandante supremo deJJe forze navali, giudicherà del momento propizio per la spedizione su Bengasi e darà gli ordini al comandante della 2• divisione,comunicandoli al Ministero della Guerra. Infine il generale Caneva giudicherà dell'opportunità e del momento propizio per l'occupazione di Gadames, che pur credo necessaria per segnare il linùte sud-ovest della nostra occupazione. Prima di effettuarla, però, trattandosi di operazione che ha carattere anche di politica i.ntemazionale, ne riferirà a S.E. il ministro della Guerra, affinché si pronunci il R. Governo( .. .)» '.
Le attribuzioni di Caneva vennero fissate dal R.D. dell'8 ottobre. Il 9 novembre egli trasmise al Comando della 1• divisione l'ordine d' operazioni n. l, «Sbarco e costituzione della testa dì sbarco sulla spiaggia di Argub>}, in plico sigillato con l'avvertenza «Da aprire in alto mare dopo Augusta» •. Come è naturale, le direttive e gli ordini altro non erano che la conclusione di studi iniziati ai vari livelli sin dalla fine di settembre sulla base di quanto già progettato, delle infomiazioni raccolte e dei suggerimenti o vincoli espressi dallo Stato Maggiore della marina. Sia Caneva, sia i generali Pecori Giraldi, comandante della 1• divisione destinata all'occupazione della Tripolitania, e Briccola, comandante della 2• divisione destinata all'occupazione della Cirenaica, avevano esaminato per proprio conto i rispettivi problemi e formulato considerazioni e proposte, sottoponendoli all'approvazione dello Stato Maggiore dell'esercito. Per quanto ha tratto alla Cirenaica, Caneva delegò al generale Briccola la direzione e la responsabilità della condotta delle operazioni in quello scacchiere \ nei limiti dell'approvazione data agli intendimenti operativi presentati dallo stesso .Briccola 6 e nello spirito delle istruzioni del capo di Stato Maggiore del1' esercito. Ma fu Pollio ad impartire a Briccola le direttive ufficiali:
' Tobruk era stata occupata il 4 ottobre da compagnie da sbarco, raggiunte subito da un battaglione del 40° fanteria, partito il 5 da Napoli su ordine di Gioliui. ' Si tratta della «Memoria sulla occupazione della Tripolitania e della Cirenaica» in data 19.9.1911 di Pollio di cui si è fatto cenno. ' USS1v1RE, Campagna di Libia cii., I, pp. 70-73. 'AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 1, fase. 30. ,; Cane va a Briccola in data 9.10. 1911 , Campagna di Libia cit., IV, pp. 8-9. • Briccola a Pollio in data 29.9.1911 , ibidem, IV, pp. 221-224, e Cancva a Briccola in data 4.10.1911, ibidem, pp. 224-225.
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«Urge di occupare i punli principali della Cirenaica per ragioni politiche, per rngioni militari e per ragioni morali. I punti pri ncipali sono Bengasi e Dema. Più importante notevolmente il primo.
Non ritengo consigliabile di molLiplicare lin dal principio i punti di occupazione per quanto possa allettare il possesso per le future operazioni progertate. E questo per non dividere le forze fin dal primo momento, ma anche per l' impianto dei servizi; operazione difficile e delicata anche in vista dei non. ricchi mezzi logistici, di cui la 2• divisione dispone e, soprattutto, per la difficoltì1 dei rifornimenti. li tenente generale Briccola si asterrà perciò di disporre fin dalla partenza per l'impianto di all ii presidi che non siano quel li suindicati. Lo farà, se e quando lo crederà, ancnendosi anche agli ordini che riceverà da S.E. Cancva. In og1ù caso però non Io farà se non dopo aver messo saldo piede sulla costa e dopo aver fatto un accurato studio delle risorse locali, studio che per ora è quasi embrionale. Il vero possesso della Cirenaica lo si ha col possesso dell'altipiano di Barca; di quella regione cioè fra il Gran Sirte e il golfo di Bomba, che è relativamente ricca. che è sana cd alquauto popolata, e che può rappresentare il primo campo d ' azione de ll a nostra opera rigeneratrice per rispetto ali' agricoltura. La penetrazione in detto altipiano. considerate le fone di cui il generale Briccola può disporre, si potrebbe fare senza molte difficoltà dal punto di vista mi litare, ma la si farà soltanto dopo che sia condotta a buon punto la preparazione politica dell'impresa(. .. ). Fino a nuovo ordine perciò dovrà il generale Briccola astenersi assolutamente da qualsiasi spedizione nell'interno e qualunque presa di possesso suJJ ' allipiano, senza averne avuta autorizzazione da S.E. Cane va( ... ). Lo sbarco e l'occupazione di Derna saram10 fatti con un'alu-a spedizione, e, precisamente, quando verranno di ritorno i piroscafi che banno portato le prime Lruppe a Tripoli ( ...)».
Oltre a ripetere le raccomandazioni sul contegno da osservare con gli arabi, mirando a separare la loro causa da quella dei turchi, Pollio volle accennare in modo specifico alla confraternita dei senussi: «( ... )Ignoro quali disposizioni abbia preso il Governo relativamente a tale setta. Mi si parlò di un'ambasceria inviata al suo capo, residente - pare - nell'oasi di Cufra. Se l'ambasceria fu realmente inviata, è dubbio che una risposta possa giungere avanti la fine di novembre. Sarà bene perciò che fin dal principio il generale Briccola cerclù il contatto coi scnussi» '.
Volendo tratteggiare un giudizio complessivo sull'impostazione militare dell' impresa, possiamo ritenere obiettiva una valutazione di sostanziale cura e relativa completezza in sede organizzativa e di buon senso in sede di orientamenti operativi iniziali. Pwtroppo, come si è visto, la spedizione partiva con due palle al piede: la subitaneità della partenza in una situazione anormale e la gravissima ignoranza circa il possibile orientamento dei libici, anche alla luce delle loro credenze religiose. Una ignoranza, che può essere anche chiamata cecilà, sottovalutazione, incuria, ottusità, ma che ad ogni modo non può non lasciare interdetti considerandola nel quadro di una preparazione diplomatica di a lmeno un decennio. Il terreno presso gli arabi, e in particolare presso i senussi, non era stato convenientemente preparato. Nessun dubbio che l'attenzione di Giolitti in persona fosse stata richiamata sull'importanza dell 'elemento senusso. L'8 agosto un suo fiduciario gli scris' Polli o a Briccola in data 14. J6. 1911, ibidem, IV. pp. 9-11.
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se da Tripoli: «Voglio solo far notare che oggi specialmente si impone la necessità di avere amici i Senussi, non solo per ragioni commerciali ecc., ma anche in vista di una possibile occupazione. Infatti in questi ultimi anni tutta la popolazione della Cirenaica si è armata, non vi è ragazzo di 14 an11i che non abbia il suo Mauser o il suo Martini ( ... ).Data quindi un'occupazione militare noi ci troveremmo di fronte ad una popolazione armata la quale, se ci fosse avversa, potrebbe rendere se non impossibile per Io meno difficile e sanguinosa l'occupazione» 1• E pochi giorni dopo aggiunse che i senussi, se in Ci1·enaica erano «gli assoluti padroni», esercitavano una rilevantissima influenza anche in Tripolitania, al punto che «gli stessi turchi non possono far nulla senza averli per lo meno indifferenti» 2• Non sappiamo esattamente come si sia mosso Giolitti, comunque è certo che egli attivò suoi elementi di fiducia. La voce giunta a Pollio non era priva di fondamento. A fine ottobre Giolitti infatti mandò a Spingardi «due lettere dirette dal rappresentante del Gran Senusso in Cairo, col quale sono in relazione per mezzo di agenti miei - scriveva Giolitti - , ai capi dei Senussi di Derna e di Bengasi per indurli o a prendere partito per noi o almeno a rimanere tranquilli fino a che non riceveranno ordini diretti dal Gran Senusso, ordini che sono già stati da noi provocati e che potranno arrivare entro una quarantina cli giorni». Spingardi doveva spedire le due lettere rispettivamente a Briccola per Bengasi (occupata il 20 ottobre) ed al colonnello Zupelli, comandanle del presidio di Dema (occupata il 17 ottobre), affinché le rimettessero ai destinatari, mostrando loro riguardo e dichiarandosi disposti a «prendere la loro Congregazione sotto il nostro patronato» 3. Torneremo sull'argomento. In un quadro più generale, occorre guardare all'attività del ministero degli Esteri . 11 nuovo vice console a Tripoli, Carlo Galli, insediato a fine luglio, per quanto scarso conoscitore dell'ambiente e letteralmente solo, il 19 agosto era in grado di segnalare a San Giuliano che la simpatia e la fiducia riposte una volta nell'Italia da parte araba si erano in gran misura dileguate a causa della condotta italiana, poco incisiva, e dell'opera di denigrazione svolta con zelante continuità dai turchi a nostro danno. E se il governo italiano aveva intenzione di dar corso ad un'azione militare, occorreva uùziare senza perdere tempo un' accorta opera di propaganda appoggiata da «molti sussidi ed aiuti pecuniari». E infine che la sola e non piccola difficoltà era «guadagnarsi preventivamente l'adesione dei capi arabi» '1• Il 29 agosto Galli fu ancora più esplicito:
'ln F. MALGERJ, L(I. guerra libica cit., p. 178. • Ibidem, nota 31. ' Giolitti a Spingardi in data 29.10. 191 I, AUSSME. Fondo Carteggio Libia, racc. 2, fase. 7. Cfr. G. GtOU'!'TI, Memorie della mia vita cii., p. 2] 4. 'F. MALGl:R I, La guerra libica cii., p. 180.
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«( ... )Non pare sia il caso di parlare di simpatie dei senussi (mi riferisco sempre a quelli del vilayet di Tripoli) per l'Italia. Poiché l'odio contro il ture() è determinato principalmente da principi religiosi ( ...) a maggior ragione l'ostilità dovrebbe esservi contro un possibile governo cristiano, il quale venisse ad occupare questi ten·itori» '·
D discorso non faceva una grinza. Tanto più che ad esso fece eco una lettera del console a Bengasi, Bemabei, il quale il 6 settembre riferì: «( ...)non v'ha dllbbio che i principali fattori di resistenza cui andremo incontro in caso di occupazione sonù: la forza militare turca, l'aiuto che ad essa potrebbe venire dalla popolazione indigena e la confraternita dei Senussi, che sorregge in questa con trada l'opinione pubblica musulmana ( ... ). La popolazione musulmana di Bengasi e Derna è nota per essere la più fanatica dell'Africa del Nord. Non è improbabile che parte di esse ricorra alle anni per aiutare le tnrppe turche in caso di occupazione,>''.
A quanto pare, San Giuliano non attribuì mai la dovuta importanza a questi suggerimenti, non li apprezzò al punto di sentire il bisogno di fm·si un quadro sicuro dell'ambiente nel quale l'Italia stava per impegnare truppe, denaro e buon nome; né si preoccupò di impartire direttive ed assegnare personale e mezzi ai consoli italiani in posto per creare un clima favorevole all'Italia, per contrastare la propaganda turca, per rendere più agevole l'occupazione. Era ciecamente convinto che gli arabi avrebbero accolto con simpatia e fiducia la spedizione italiana? Anche se così fosse, non si comprende l'irrilevante attenzione riservata da San Giuliano al fattore arabo. O forse il timore della possibilissima interferenza di altre Potenze, in pruticolare degli Imperi Centrali, fu tale da provocare una sottovalutazione del problema in questione. Resta, come grave errore, la trascuratezza del ministero degli Esteri nei confronti di 1-Iassuna pascià, appm1enente alla famiglia dei Caramanli, influente sindaco di Tripoli da una dozzina di anni, nipote dell'ultimo bey detronizzato nel 1835 dai turchi quando ripresero il potere e crearono il vilayet, e quindi in grado di rappresentare un'ottima carta in mano italiana. Veramente l'idea di utilizzare 1-Iassuna pascià era stata coltivata per un certo tempo. «Già il marchese di San Giuliano - ebbe a scrivere Galli, dopo la guerra - nel decidere la conquista libica pensò (lo disse a me prima che partissi per Tripol i nel luglio 1911 e piì:l ancora quando vi tornai alla fine di ottobre) di fare della famiglia dei Caramanli una specie di famiglia beycale sul tipo di quella di Tunisi. Era un eccellente disegno che ci avrebbe risparmiato qualche miliardo» 3 • L a cosa venne pigramente lasciata cadere. Il 23 settembre Galli riferì che Hassuna pascià probabilmente aspettava qmtlche parola da parte nostra ed avverù: «Quanto al contegno degli arabi, che è quello che pi ù preme, 1ipeto che essi sono piano piano, volenti o nolenti, attratti nell'orbita del Comitato giovane turco( .. .). Perciò, poiché adesso l' E.V. mi chiede quale somma iniziale mi sai-ebbe necessaria per cominciare l'opera indicata nei miei pre-
' Ibidem. Ibidem, p. l 8 I. 3 Galli all ' ambasciatore Lago in data 8.6.1922, in 1911-Trieste I9I8, Firenze 195 l, p. 403. 1
CARLO GA LLI,
Diarii e lettere. Tripoli
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cedenti i:appo11i, io credo utile non attendere a cominciarla di fatto, poiché ogni giorno perduto chiederà in seguito un lavoro maggiore e più difficile. È pur da chiedersi se non otterremo che Hassuna pascià faccia a ritroso il camnùno percorso fin qui , e neUa ipotesi che vi aderisca se potrà condurre seco gli altri capi arabi e le masse che sottostavano alla sua influenz.a» '.
Quello che venne fatto purtroppo non ebbe gran successo: era tardivo. Forse 1' opposizione ad avvalersi della persona di Hassuna pascià partì da Giolitti, che intendeva pervenire ad una annessione pura e semplice, senza equivoci di sovranità o di governo. Ora, l'affidare a Caneva ed a Briccola il compito di cercare subito di trarre dalla nostra parte gli arabi era logico e doveroso, ma il ritenere che essi fossero in grado di portare avanti con una certa rapidità, ed in una situazione di guerra, quello che il governo non era riuscito od aveva trascurato di ottenere in anni di pace, pur avendo fisso in mente l'obiettivo della Tripolitania, era fuori dalla realtà In poche settimane le conseguenze delle due palle al piede emergeranno in piena evidenza. Quanto al nemico, al presentarsi della squadra di Faravelli, Nesciat bey, il nuovo comandante della divisione turca, aveva preso le prime misure preparando la partenza delle truppe verso l'interno, tranne i serventi delle artiglierie dei forti, e facendo distribuire alle cabile più fidate della Gefara le armi portate dal Dema. Uscito poi da Tripoli, si fermò a Suani Ben Adem, una trentina di chilometri a sud-ovest di Tripoli, dove fu raggiunto da due giovani deputati al parlamento ottomano: Suleiman el Baruni, appartenente ad una delle più influenti famiglie del Gebel e personaggio molto complesso, e Ferhat bey. Entrambi si dichiararono pronti a lottare purché il governo turco inviasse rifornimenti e denaro. Il 7 ottobre Nesciat bey riunl ad el-Azizia, ad una settantina di chilometri da Tripoli ed assai prossima al Gebel, quasi tutti i capi della regione. A quanto risulta, si impegnarono a battersi contro gli infedeli italiani le mehalla (riunione dj più cabile) di Zauia (2.000 armati), di Usceffana (3.000 armati), di Fonduk Ben Gascir (l.500 armati), di Tagiura e di Sahel (4.000 annati) e di altre minori nella Gefara; di Tarhuna (2.200 armati), di Jefren (2.000 am1at.i), di Garian (700 annati) e di altre minori nel Gebel. Complessivamente sembra che nella prima fase siano scesi in campo circa 10.000 annati, la maggior parte con fucili Mauser, gli altri con Martin.i, Lebel, Gras ed altri tipi. Presso i capi della mehal/a si posero ufficiali turchi. Centro propulsivo della guerriglia in Tripolirania fu el-Azizia, dove Nesciat bey stabilì il proprio Comando ed istituì la base logistica, periodicamente rifornita da carovane provenienti da Ben Gardane, in Tunisia 2 • La forza delle mehalla risiedeva nel-
'Ibidem, pp. 184-185, nota 68. ' AUSSME, Fondo Carreggio Libia, racc. I, fase. 16, Memoria circa le 1101iue raccolle su quanto avvenne in campo avversario; racc. I, fase. 12, S1111to delle i1lformazio11i racco/le dall'i111erroga1orio di ascari libici che avevano fauo parte delle mehalla comba1te11ti nel se/tore tripolino: wce. 142, fase. 3, Memoria del cap. Gastaldi. addetto al servizio i11for111azio11i.
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l'abilità di spostamento sul terreno, nell'im1enza dell'assalto di sorpresa, nella repentinità di sganciamento. La debolezza, nello scarso coordinamento di più sforzi, nella tendenza a ridurre il combattimento ad una serie di piccoli scontri, nell'incapacità di perseverare nell'azione. La loro tattica era rudimentale: attacco improvviso quando il successo appariva probabile, razzia appena conquistata una posizione o rotta una linea, rapidissima ritirata con la preda. Il 7 ottobre il contrammiraglio Borea Ricci assunse il governo provviso1io di Tripoli, ricevette i consoli stranieri, ricevette i notabili. Hassuna pascià fece un discorso favorevole, ma di circostanza. Borea Ricci rispose sullo stesso tono. I giornalisti descrissero con enfasi la lusinghiera accoglienza riservata alla marina italiana. È vero che durante la notte sul 9 ottobre due o trecento arabo-turchi saggiarono la sottile consistenza della linea difensiva alle sorgenti di Bu Meliana, ma furono respinti senza eccessivo sforzo, anche se con una sparatoria, specie navale, del tutto sproporzionata. Barzini, da Tripoli, I' 11 ottobre scrisse al Corriere della Sera che «la situazione militare non dà molte preoccupazioni ( .. .). Noi giungiamo come amici lungamente aspettati ed inutilmente chiamati, si direbbe che Tripoli sia stata sempre segretamente italiana( .. .). Sembra che il regime della Turchia sia lontano come un ricordo»! 1• Il mattino del 10 Faravelli telegrafò ad Augusta sollecitando l'afflusso di unità dell' esercito ed un urgente rifornimento di munizioni. Al che i due piroscafi più veloci del primo scaglione si staccarono dal convoglio ed arrivarono a Tripoli il giorno successivo, sbarcando 5.000 uomini della 1° divisione con Pecori Giraldi. U 12 giunse il grosso dello scaglione ed il 13 Caneva assunse il governo della città.
2. LA PRIMA FASE DELLA CAMPAGNA Senza entrare nella disamina delle operazioni perché già descritte dettagliatamente dalle pubblicazioni ufficiali 2, ci soffermeremo brevemente sugli aspetti salienti della guerra, prendendo come «spartiacque» degli avvenimenti la decisione strategica del governo di ampliare il teatro delle operazioni e di spingere l'offesa nel mare Egeo, per minacciare il cuore dell'impero ottomano. Tripoli si trovava pressoché al limite occidentale della grande oasi. La linea difensiva venne costituita a sud e ad est della città, con un senùcerchio da forte Sultania a forte Hamidié, toccando Bu Meliana, Sidi Messri, fortino Messri, Henni e Sciara Sciat. La fanteria della 1° divisione (6°, 40°, 82° e 84° reggimento fanteria e 11 ° reggimento bersaglieri) presidiava la decina di chilometri della li-
' D. MACK SMJTH, Storia di cen/0 anni di vita ita/iar1a cii., p. 162. 'USSMRE, Campagna di Libia cit., cinque volumi, Roma 1922- 1927; USSMRM, Guerra italo-turca. Cronistoria delle operazioni navali, cit., I (G. Roncagli) Roma 1918, II (C. Manrroni) Milano 1926.
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nea trincerata con 10.000 uomini. A sud-ovest ed a sud il compito della difesa non presentava difficoltà perché oltre le posizioni si stendeva la Gefara, una plaga semidesertica, ma ad est, dove l'oasi continuava per una ventina di chilometri sino all'oasi di Tagiura con un' ampiezza variabile da uno a tre chilometri, il problema cambiava bruscamente. La linea difensiva vi era stata tracciata di necessità dal fortino Messri a Sciata Sciat in piena oasi, in mezzo ad un labirinto densamente punteggiato di casette, piccoli u·atti coltivati, muretti di terra con siepi di fichi d'India, gruppi di palme, marabuti, cimiteri. L' appoggio ai villaggi di Sciara Sciate di Henni dava poco vantaggio, a causa della limitazione del campo di tiro e del frammischiamento con la popolazione. Sott9 un certo assetto Je prime due settimane di occupazione potevano aver offerto un'impressione tranquillizzante: il presidio turco aveva rifiutato la lotta abbandonando subito le fortificazioni; per sei giorni meno di duemila marinai erano rimasti da soli nella testa di sbarco senza che il nemico osasse attaccare (a parte un tentativo alle sorgenti di Bu Melìana nella notte sul 9 ottobre); le sole azioni notturne verificatesi contro le truppe della 1" divisione a Sidi Messri (1316 ottobre) erano state respinte con facilità; i notabili arabi apparivano di attimo ben disposto verso di noi. Invece il fuoco covava sotto le ceneri. Non fu avvertito, o meglio fu trascurato l'evidente atteggiamento di indifferenza tenuto sin dall'inizio nei riguardi delle nosu·e truppe, nonché l'ostentata noncuranza della popolazione seduta nei caffè o nelle strade verso gli ufficiali italiani; non fu convalidata l'autorità dei mudir, i capi che tanto potere esercitavano sulle loro genti; il muftì di Tripoli, per quanto chiaramente desideroso di un pmticolare segno di riguardo per la propria altissima carica religiosa, non ricevette che qualche distratta p~u-ola. Inevitabilmente i capi arabi o berberi furono tratti ad un confronto a noi del tutto sfavorevole: i turchi avevano saputo offrir loro maggiore prestigio, maggiore sicurezza e maggiore ricchezza. Per giunta, se i proclami di Borea Ricci e di Caneva risultavano in qualche parte assai poco adatti alla mentalità di una società come quella tripolina, la Direzione Generale dei servizi civili, istituita subito nell'ambito del governatorato ma operante su istruzioni del ministero, palesò mano assai poco felice sin dai primi provvedimenti, che apparvero in genere inopportuni cd inadeguati 1• «Da dieci anni - ha commentato Volpe - l'Italia, il Governo italiano, covavano l'uovo di Tripoli: ma non si può dire che si fossero dati tanta briga di studiare quel paese, quelle genti, quella vita religiosa, quelle società segrete e sette fanaticamente musulmane( ... ) che, con le loro zauie a Tripoli ed in molte altre località di Tripolitania e Cirenaica, creavano diffusi e misteriosi legami e potenti forze di resistenza. Così la massa subito ci sfuggì, mentre si dimostnu-ono fragili e illusorie quelle intese locali che avevano faticosamente lavorato a creare>> 2• 'F. MALGERJ, La guerra libica cit., p. 188. VOLPE, L'impresa di Tripoli cit., p. 67.
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Giolitti era impaziente. Si rendeva conto che il coro europeo di disapprovazione poteva essere zittito solo arrivando presto alla conclusione dell'impresa e che, d'altro canto, mai l'eccitata opinione pubblica italiana gli avrebbe consentito di aprire trattative di pace con la Turchia, invece di continuare le operazioni militari appena cominciate. Ad Alfredo Frassati ebbe a fare un commento sulla propria posizione personale in quella difficile situazione internazionale: «Sono in una polve1iera con un fiammifero acceso fra le dita. Occorre che io risolva il problema di non bruciarmi il dito e di non far saltare la polveriera» 1• Sul piano della politica interna, il 7 ottobre, in un discorso tenuto al Teatro Regio di Torino, tirò in ballo la «fatalità storica>>ali' origine della guerra e sostenne che la politica estera era spesso subordinata «ad avvenimenti che non dipendono dalla nostra volontà» 2• Soprattutto, ben consapevole del passo fatto a Parlamento chiuso, batté sul tasto che la spedizione doveva essere lasciata alle cure del governo, il solo che avesse in mano gli elementi di valutazione per una decisione serena. Il 12 ottobre Spingardi telegrafò a Caneva, appena arrivato a Tripoli, rappresentandogli «necessità occupare più presto possibile Bengasi e Derna per ragioni politiche internazionali della più alta importanza», a meno che non ostassero «ragioni militari delle quali è giudice soltanto V.E.». Per quanto la Cirenaica fosse riservata alla 2• divisione, tuttora alle basi in Italia, per abbreviare itempi l'operazione poteva esser compiuta dalla stessa Tripoli, utilizzando parte delle truppe del primo scaglione. Caneva, che si era già orientato ad impiegare alcuni reparti per l'occupazione di Homs e di Zuara (rispettivamente ad est e ad ovest di 1ì·ipoli), considerata non difficile in quel momento, decise di indirizzarli a Bengasi con il generale Giardina e di inviare a Derna tre compagnie del presidio di Tobruk. Pollio intervenne, opponendosi piuttosto seccamente: «( .. .)Facendo partire scaglione L= reparti] di Tripoli per Bengasi, oltre cattivo effetto morale, non si potrebbe distaccare che solo fanteria senza artiglieria·e soprattutto senza servizi, visto che, come è noto a V.E., esso non ne ha. Bisognerebbe quindi frazionare materiali, vettovaglie. Truppa non avrebbe materiale sruùtario (. .. ).Ho disposto affinché scaglione organico, accelerando al massimo operazioni carico, parta da Napoli col comando di divisione. Partenza mattino del 15. Non dubito che V.E. condivida mio avviso, tuttavia gradirò conferma telegrafica» ' ·
'ALFREDO FRASS,\TI, Giolitti, Parenti, Firenze 1959, p. 4. ' Più tardi, in un articolo del 29 febbraio 19l4 su L'Unità, Salvernini commentò: «( ... ) La 'fa. talità storica' è la incoltura e la leggerezza, di cui tutti in Italia siamo più o meno malati , incoltura e leggerezza grazie a cui a poco a poco si è trasformata io dogma una aspirazione dapprima vaga e fantastica e gli animi di uonù1ù anche non leggeri e non volgari si trovarono a poco a poco conquistati da questo dogma, perché nessuno aveva mai pensato a criticarlo di proposito, supponendo che ooo si trattasse di altro che di aspirazione senza immediati pericoli e senia pratiche conseguenze; e si ,mdò avanti per trenta anni alla carlona, oscillando fra volontà e nolontà, finché da un momento ali' altro i nodi non vennero improvvisamente al pettine, e la 'fatalità storica' della nostra leggerezza e della nostra ignoranza non ci prese per il coll<>, costringendoci una buona volt.a a prendere o lasciare» (G. SALVEMINI, Come siamo and111i in L ibia cit.). ' Pollio a Cruicva in data 13.10.1911, ibidem, doc. 8, p. 227.
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Caneva prese atto che la spedizione sarebbe stata effettuata direttamente da Napoli ad opera della 2• divisione, come previsto, e dette il contrordine. Derna venne occupata senza fatica il 17. Il 18 mattina la prima aliquota della 2• divisione, scottata dalla 1• divisione navale, arrivava davanti a Bengasi. Il vice ammiraglio Aubry inviò subito l' intimazione di resa, con scadenza alle ore 6 del giorno successivo. Rimasto senza risposta, il 19, dopo un breve bombardamento ordinò lo sbarco. Fu un'operazione molto contrastata dal nemico (sembra 400 turchi con una dozzina di pezzi o poco più e circa 2.000 arabi) e resa complessa dal mare agitato e dallo svolgersi sulla spiaggia aperta della Giuliana, a sud della città, su ampia fronte. 11 combattimento terminò a notte inoltrata ed il 20 ebbe luogo l' occupazione. Il generale Briccola nella sua relazione mise il dito su due punti significativi. Nel pomeriggio del 20, a città occupata e presidio turco ritiratosi ad oriente di Bengasi, «turbe dì beduini armati» attaccarono gli _avamposti stabiliti ai pozzi di Sab1i, alla periferia nord-est dell'abitato. Furono respinti ma l'episodio stava a dimostrare l'esistenza di un fermento anti-italìano fra le tribù dei dintorni. 11 secondo rilievo concerneva l'inesperienza delle truppe, venute improvvisamente a contatto con un mondo diverso. «Io debbo a questo punto rilevare- scrisse Briccola - che mentre durante il combattimento la disciplina del fuoco è stata generalmente mantenuta, agli avamposti e specie di notte ho dovuto più volte lamentare momenti di panico ingiustificati, che hanno dato luogo a prolungati tiri di fucileria inutili non solo, ma spesso pericolosi per gli uomini appostati in altre trincee. La stanchezza, l' eccitazione e l'inesperienza scusano, se non giustificano, questo dannoso spreco del fuoco(. ..)» '·
Intanto qualche elemento di inquietudine affiorava a Roma nelle alte sfere militari. AU 'origine c'era more solito l'Austria. Fin dal 30 giugno Spingardi, niente affatto indifferente ai notati più che amichevoli rapporti instauratisi fra gli Stati Maggiori austriaco e tedesco e quello svizzero, aveva avvisato Giolitti <;lell' incremento ingiustificato di truppe austro-ungariche a ridosso della frontiera italiana. Non poteva dire se fosse «l'indice di una dimostrazione che l' Austria intenda fare, non saprei a quale scopo, o sia piuttosto Ja preparazione di una nuova impresa sul genere di quella che ha testé condotto all'annessione della Bosnia-Erzegovina, comunque era bene pattare su di esso ogni attenzione ' .
Spingardi non conosceva l'eccitazione suscitata dalla spedizione di Tripoli in Conrad, il quale il 24 settembre suggerì ad Aerenthal, con una nota motivata, la scelta fra un'opposizione austriaca alla impresa italiana, ovvero il «fare i conti» con l'Italia, una volta che si fosse trovata ben impigliata in Libia. Naturalmente questa alternativa era di gran lunga preferibile secondo lui. L'8 ottobre, poi, indirizzò un promemoria all'imperatore, i cui effetti si intravidero una decina di giorni più tardi. Il 18 ottobre, infatti, il maggiore Alb1icci, nostro addetto
' Briccola a Caneva in data 25.10.1911, ibidem, doc. 14, pp. 238-239. 'ACS, Carte Giolitti, b. 10, riportata da M. MAZZETTI, L'esercito italiano nella Triplice Al-
leanza cit., p . 244.
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militare a Vienna, comunicò: «Ieri mattina Consiglio marescialli presieduto da Imperatore. Voci mobilitazione VII, VIII e XIII corpi d'armata. Indizi fanno ritenere autorità militare pronta prevedere impiego, verificandosi complicazioni, nei Balcani» '. Che, in questa atmosfera, a qualcuno fosse sorto un dubbio sulla reale possibilità di condurre in porto la guerra in tempi brevi operando in Tripolitania, può ricavarsi da una lettera di Pollio del 19 ottobre, lettera che tradiva una perplessità interiore. Quel giorno, mentre le prime e principali città costiere venivano occupate come da programma e ben poche erano I.e nubi all'orizzonte, Pollio pose improvvisamente un quesito al viceamnùraglio Rocca Rey, capo di Stato Maggiore della marina: «Siccome bisogna essere preparali a tuuo. così io penso che possa essere utile per noi, nell'auual e guerra, di occupare qualche cosa dell'impero ottomano, che lo porti ad acceuare la pace. Ptutroppo non abbiamo le mani libere e non possiamo p.e. agire sulle coste occidentali della penisola balcanica, né andare a Costantinopoli forzando i Dardanelli, né imporre contribuzioni di guerra minacciando bombardamenti, né eseguirli. Possiamo però - almeno credo - dopo aver sbarcato tullo il corpo d' operazione in Tripolita1ùa e Cirenaica - impadronirci di qualche isola, almeno tenibile come pegno. Su·ategicamente, l'isola di Rodi sarebbe per noi un pegno prezioso, anche perché si potrebbe occupare e vitando le insidie delle Cicladi e delle Sporndi ( ... ). Sarebbe bene quindi che V.E. mi dicesse se crede la cosa possibile, anche dal lato marinaresco, pel quale non ho competenza( ... ). L'essenziale è che dal lato militare (e mi sembra che in guen·a esso solo debba avere il sopravvento) ci sia accordo fra noi nel tentare quest'impresa: occupazione di una o più isole imporwnti lontanissime dall',4driatico e dal ionio( ... )» ' ·
L'idea, evidentemente accettata di buon grado dai ministri della Gue1Ta e della Marina, venne prospettata subito al ministero degli Esteri. San Giuliano il quale il 10 ottobre si era impegnato con Aerenthal ad escludere sbarchi sulle coste dell'Albania e dell 'Epiro, nell'intesa (accolta) che l'impegno rimanesse segreto e che l'Austria garantisse appoggio nel caso in cui altre Potenze pretendessero la stessa neutralizzazione per altre zone 3 - incaricò il nostro ambasciatore a Vienna di saggiare il terreno. Poi spronò Spingardi per accelerare le operazioni in Tripolitania. Ai fini di «eventuali trattative diplomatiche» voleva, in particolare, che Caneva chiarisse due punti: quando calcolava di poter «disperdere oppure far capitolare principale nucleo ttuppe regolari turche Tripolitania» e se gli attacchi ai nostri avamposti avessero un obiettivo tattico oppure se fossero dettati dall'intento politico di «far credere che la resistenza continui per influire condizioni di pace» 4 • Sembra piuttosto strano potersi ritenere Caneva - in posto da una settimana - in grado di dar risposta attendibile per «eventuali trattative diplomatiche» a
'AUSSME, rep. G 29, Fondo .4ddetti Militari, racc. 16, fase. 6. ' AUSSME, Fondo Carteggio Libia, rac-c. 1, fase. 18. 'L. SALVAT()RELLI, La Triplice Alleanza cit., pp. 407-408. 'Spingardi a Caneva in data 17.10.1911, USSMRE, Campagna di Libia cii., I, doc. 19, p. 298.
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questi interrogativi; comunque è evidente che al ministero degli Esteri la conclusione apprui va pressoché a po11ata di mano. Cane va cercò di illustrare alla meglio la situazione: «Non c-sistc nucleo principale lruppe regol ari turche di tale forza da opporre sensibile resistenza nostro corpo operazioni. Attacchi contro avamposti nostri per forz.a e durata non ebbero evidentemente alcuno scopo militare, ma soltanto scopo politico. Tal i attacchi furono eseguiti da esigui distaccamenti di forze turche dislocate a ciJca sei ore di marcia sud Tripoli, donde ultime notizie affenuaoo vadano dileguandosi verso GebeL Ali' inizio cli operaziotù attive verso interno, che debbono esser prudenti e decisive, sono fio d'ora ostacolo le sole evidenti necessità nùlitari di ultimare lo sbarco, costi tuire ed assicurare la base, organ izzare funzionameotO servizi logistici attraverso paese senza risorse. Clùarire intendimenti popolazioni arabe e svolgere fra esse preparazione politica senza coinvolgerle prematuramente in azione di guerra, che conviene dirigere esclusi varnente contro turchi. Condit ioni tutte affatto indipendenti da forze regolari turche e dal loro contegno, e che non permettono fare ora previsioni fondate ( .. .)» '.
Il 21 ottobre Homs era occupata dall'8° bersaglieri, ma due giorni dopo si verificò il fatto nuovo. Un episodio di per sé militarmente non rilevante ma, come sovente accade, denso cli conseguenze psicologiche, in particolare all'estero. Verso le 8 di quel mattino il nemico attaccò il settore del 6° fanteria, nel tratto più occidentale della linea, ma in breve tempo il fuoco delle batterie terrestri e navali volse in fuga gli assalitori, del resto non molto decisi. Alle 8,30 circa venne investito il fronte meridionale della testa di sbarco, il settore tenuto dall'84° fanteria, fra Bu Meliana e Sidi Messri. Anche in questo caso, come nel precedente, si trattava di azione diversiva. Il vero attacco si pronunciò sul fronte orientale, inizialmente al fortino Messri, poi si estese sino a Sciara Sciat, dove infine trovò rispondenza, sia pme in modo irregolare, con un attacco alle spalle. Azione, quest'ultima, che piano piano si propagò verso sud, sin verso Bu Meliana. Quello che provocò la crisi fu appunto il doppio e contemporaneo attacco quando e dove si verificò, cioè a Sciara Sciat. A Henni, sede del Comando dell' 11 ° bersaglieri, che teneva il settore, la resistenza si protrasse fino al sopraggiungere dei rinforzi. A Sciara Sciat due compagnie furono sopraffatte dal numero. Al tramonto la situazione era ripristinata, sia pure a caro prezzo. Sull'episodio è il caso cli fare qualche considerazione 2 • L'attacco alle spai-
'Caneva a Spingardi in data 18.10.1911, ibidem, p . 299. 'Le precisazioni sono lratle dal Promemoria compilato più tardi dal colonnello Giardino, già S()tlocapo di Stato Maggiore del Comando del coi:po di spedizione, in risposta al discorso del deputato Dc Felice Giuffrida alla Camera nella tomaia dell' 1I febbraio I 914 (AUSSME, rep. H 5, Fondo Carreggio S.M.R.E. classificato RR, racc. 30, fase. I ). li socialista De Felice Giuffrida, già alla Lesta del movimento dei fasci siciliani, era stato uno dei più ardenti propugnatori dell'impresa di Tripoli. Era conv into che la conquista libica avrebbe trasformato la Sicilia, da appendice dell'llalia a qualco~a di simile al centro nevralgico ed economico del Mediterraneo, perciò non soltanto inneggiò ed incitò all' impresa, ma seguì la spedizione come corrispondente del Corriere di Catania. Deluso dall'andamento della guerra e dall'abbandono delle idee di c ivilizzazione per dar l uogo ad una politica di conquista e repressiva nei confronti degli arabi, si abbandonò a violente recriminazioni contro il Comando del coi:po di occupazione, troppo spesso deformando la realtà o addirittura falsandola platealmente. Nel suo promemoria, Giardino lo smentì con durezza.
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LEGENDA POSTO COMANDO DI RGT . REGGIMENTI CANNONI
\ Tripoli: situazione al 23 ottobre 1911 (da L. Tuccari, l govemi militari della Libia).
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le fu opera di arabi sparsi nell'oasi sin dalle prime ore del mattino e l' aggressione si manifestò in successione di tempi per l'afflusso di altri arabi, lavoratori in città. Ma se esisteva un'intesa fra esterno ed interno, come poi confermato, perché l'azione fallì, visto che l'intero perimetro difensivo (circa 12 chilometri con 9 .600 fucilieri disponibili) era in allanne, che nel tratto di Sciara Sciat si era aperta una breccia di quasi un chilometro, che la breccia non era prontamente collocabile essendosi costretti a recuperare reparti da altri settori? li perché risiede in una serie di scollamenti di tempi dovuti all'incapacità araba - anche l'attacco esterno fu opera di soli arabi - di armonizzare un atto tattico complesso. Infatti: l'aggressione alle spalle non si ve1ificò ovunque e questo consentì in genere la resistenza in posto; la sommossa in città iniziò dopo mezzogiorno e si esaurì quasi spondneamente e rapidamente perché non incoraggiata da segni di penetrazione dall'esterno; l'inuzione attraverso la breccia di Sciara Sciat non ebbe luogo perché non incoraggiata da segni di insurrezione in città. li corrispondente dell' Echo de Paris riferl che Fethy bey, da lui intervistato successivamente, avrebbe dichiarato che l'attacco a Tripoli dall'esterno (con reparti turchi e arabi) e dal!' interno era stato stabilito per il giorno 26 ottobre, dovendosi concentrare forze consistenti, ma gli arabi precipitarono gli eventi, probabilmente per l'impazienza e l'avidità di bottino di qualche capo, che volle cogliere l'occasione dell'imbarco per il rimpatrio di 800 persone di famiglie turche effettuato il 22, giorno in cui la squadra di Faravelli salpò per Augusta lasciando poche navi in porto. In fondo, il combattimento non poteva definirsi né un insuccesso difensivo né, meno ancora, una disfatta perché gli assalitori erano stati volti in fuga e le posizioni tenute. Però innegabilmente le perdite erano state rilevanti e la situazione ripristinata, dopo un momento di netta crisi, in modo piuttosto fortunoso. Erano emersi tre aspetti preoccupanti della lotta appena iniziata: la difficoltà del combattimento nelle grandi oasi, la possibilità di essere attaccati alle spalle da almeno parte della popolazione dell' oasi e la limitata saldezza dei soldati di leva alla loro prima prova in colonia. All'estero nessuno - tranne in Turchia - vide nello scontro del 23 ottobre un insuccesso italiano su cui ricamare. Destò scalpore, invece ed in altissimo grado, la brutalità della repressione, da un lato eccessiva e dall'altro parzialmente incontrollata. Ali' origine vi fu l'immediata legge marziale con l'ordine di far consegnare dagli arabi «le am1i da guerra da fuoco e da taglio», alla base c'era il risentimento per il «tradimento». Così la repressione ebbe risvolti emotivi. Non soltanto molti arabi saranno condannati dal tribunale di guerra alla fucilazione od all'impiccagione, ma nei primi tre giorni si ebbero fucilazioni sommarie od arbitrarie '. E moltissimi, considerati pericolosi (circa 1.500) vennero condanna' Lo stesso Caneva ordinò subito di «impedire che i nostri soldati passino per le arnù gli indigeni per semplice sospell<1, dovendosi tale grave nùsma applicare escl usivamente co1mo i ribelli trovati con le anni in mano» (L. T ucCARI, Governi milirari della Libia cii., p. 28). [I col. Giardino attestò che «l'ordine era di passare per le anni soltanto i ribelli presi e.on le armi in mano, e sempre con l'intervento di un ufficiale» (Promemoria Giardino cit., p. 19).
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ti alla deportazione alle isole Tremiti o ad Ustica. Nel pomeriggio del 24 Giolitti telegrafò a Caneva senza mezzi termini: «Dal suo telegramma non si capisce come sia proceduto combattimemo nel quale si sono subite perdite di ufficiali e soldati da Lei indicate. Necessario avere indicazioni precise complete per poter impedire false notizie in Italia e ali' estero, dove potrehhero essere considerate come sconfitte nostre, cosa che produrrebbe nostro grave discredito. Quanto a rivoltosi arrestati che non sìano fucilati costà, li manderò alle isole Tremiti mare Adriatico coi domiciliati coatti dove Ella può direitamente dirigerli avvisandomi pa1tenza. Isole Tremiti possono ricevere oltre a quattrocento detenuti. Mando colà ispettore generale pubblica sicurezza regolare loro collocamento» ' .
Naturalmente gli effetti della repressione insediata e sanguinosa, nonché le continue retate dj arabi dell'oasi condotti a Tripoli in attesa del giudizio, erano sotto gli occhi cli tutti i corrispondenti, parecchi dei quali ne scrissero in tono di aspra condanna. Caneva riferì a Spingardi in questi termini: «(. .. )dovetti senz'altro ricorrere al m ezzo più radicale dello sgombero dell'oasi come unico mezzo valevole a garantire la sicura percorribilità dell 'oasi alle spalle delle nostre truppe. Di fronte a questa suprema necessità, se anche da parte dei nostri soldati impegnati nel vile attacco di sorpresa a tergo si avverò talun caso isolato di eccesso nella repressione della rivolta, panni siano da trascurarsi i commenti meno benigni di qualche corrispondente della stampa estera(. , .)» ' ·
Ma sulla stampa internazionale, già per niente favorevole aU'azione italiana, dilagò la denuncia contro le «atrocità» delle truppe italiane. I giornali inglesi e tedeschi furono i più accaniti J _ Quelli francesi in generale non dettero molto peso alla questione. Come giustamente ha osservato Sergio Romano 4, i concetti della guerra coloniale come necessaria missione di civiltà, della rappresaglia e della repressione come «una necesstuia pedagogia», della conquista di terre lontane e sottosviluppate come «il fardello dell'uomo bianco», dell'indigeno come essere elementare ignorante e crudele, questi concetti si erano quanto meno attenuati al principio del nuovo secolo. Affiorava una sensibilità nuova rappresentata dalla istituzione della fondazione Nobel (1805), dall'assegnazione del primo premio Nobel per la pace (1901), dalle conferenze internazionali della Pace (1899 e 1907), con le convenzioni dell'Aja per il regolamento pacifico delle controversie internazionali e sul diritto di guerra terrestre. Questa nuova sensibilità talvolta scivolava nell'utopico, perché coltivava la speranza di «esorcizzare la violenza con il diritto», e nell'insincerità, perché all'atto pratico ogni Stato
' G. G10UTTI, Quarar1t'a1mi di politica italiana cit., llI, doc. 73, p. 69. ' USSMRE, Campagna di Libia cit., I, doc. 21, p. 301. ' ll corrispondente del Times, trasferitosi a Malta per protestare contro la censura instaurala a Tripoli, il 31 ottobre scrisse che «il sangue ela lussuria [ 1] avevano rotto gli argini e inondato la terra» (riportato in S . ROMANO, La quarta sponda ciL, p. IOS), Evidentemente quanto era accaduto durante la recente guerra boera era già dimenticato. 'S. R OMANO, La quarta sponda cit., pp. l04-l ll.
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non esitava a difendere comunque il proprio interesse nazionale. Tuttavia faceva sl che la moralità internazionale fosse pronta ad assumere la veste di severo giudice di fronte al comportamento altrui. «L'Italia, giunta in Libia con uno scarto storico che sembra essere una colpa ricorrente della sua politica estera, è sottomessa al giudizio di un tribunale internazionale che nel 1896, se essa avesse vendicato e punito la sconfitta di Adua, l'avrebbe compresa e giustificata» 1• Il governo turco si affrettò a denunciare la violazione della Convenzione clell' Aja del 1907 sul principio del diritto delle genti da parte italiana: «( ... ) sous prétexte que quelques patriotes onomans de la ville avaicnt voulu préter main-forte à l' année libératrice, l'Etat-Major italien a froidement décrété la terreur et la 111011 contre toute une population i;noffensive. TI a fait et fait encore fusiller journellement et en masse, sur un simple soupcon et méme sans motif, des hommes valides avec des vieillards. Des femmcs et des enfants sont tués, ou cnfouis dans des cachots. Des quartiere sont Jivrés à la soldatesque et detrnite par le feu. Dcs mi lliers dc malheureux sont e1ùevés à !eur famille, dcs malades arrachés de lcur lit et entassés piìlcmele dans des navires, pour ètre transportés au loin, voués à toutes !es pri vations età une décimation certaine» '·
E, ovviamente, la stampa turca si avvalse subito dei commenti europei per diffondere la riprovazione nell'intero mondo musulmano. Qui le stragi degli armeni non avevano fatto notizia, ma le «atrocità» italiane provocarono un vivissimo movimento ostile all'Italia, segnatamente in India ed in Medio Oriente. Ali' alba del 26 ottobre circa 8.000 e forse più arabo-turchi rinnovarono l' attacco. Un primo tentativo fu esercitato fra Bu Meliana e Sciara Messri, contro le posizioni de11'84° fanteria. Riuscirono a penetrare in un tratto, ma l'intervento di rincalzi consentì il ripristino della linea al termine della mattinata. Quasi contemporaneamente una seconda azione, di minore entità, si pronunciò nuovamente contro l' 11 ° bersaglieri, fra Sciara Sciate Henni, ed anche questo tentativo venne infranto e l'avversario respinto. Ma i due combattimenti - del 23 e del 26 ottobre - ebbero un significato pesante, di cui tutti si resero conto: contrariamente alla convinzione generale, alla guerra partecipavano anche gli arabi, sospinti dalla fede e sorretti dal mondo islamico, e questo dava al conflitto una dilatazione di cui diventava difficilissimo ipotizzare limiti di tempo e di spazio. Caneva decise di abbandonare il fronte Sciara Sciat-Henni-fortino Messri e di arretrare la difesa di circa un chilometro, su una linea più corta e quindi più economica che venne divisa tra il l 8° fanteria e l' 11 ° bersaglieri. I motivi del provvedimento furono due: in attesa di tempi migliori evitare cli sostenere ancora la difesa in un inest1icabile labirinto; non sostare in una zona piena di cadave1i, dati i numerosi episodi di colera tuttora esistenti nelle truppe. PoHio mise le mani avanti: «Se i Senussi marciassero o facessero marciare le tribù arabe contro cli noi, oltre alle due Brigate di fanteria in partenza per Tri-
'Ibidem, p. 108. J.n F. MALGERI, La guerra libica cit., p. 196.
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poli, occorrerà formare altre due Divisioni, con che si imporrebbe il richiamo di un'altra classe sotto le amù» '. I prinù di novembre furono giorni densi di importanti riflessioni di carattere politico-strategico. Il 26 ottobre Vittorio Emanuele aveva scritto a Giolitti. Era rimasto colpito dall'opinione del generale di Robilant che «la Turchia tirerà le cose in lungo specialmente perché persuasa che l'atteggiamento delle Potenze impedirà all'Italia di portare quel colpo decisivo il quale solo potrebbe segnare la fine della Guerra». E, vista simile prospettiva, aveva posto sul tavolo un problema d'attualità: «Se( ... ) il Governo si risolvesse per un'azione nell'Egeo, occorre naturalmente che il da farsi militare ed i mezzi adeguati siano preparati in tempo» 2• Giolitti si sentì toccato dal non troppo velato rimprovero sulla precipitazione e scarsa avvedutezza con le quali era stato dato il via all'impresa, e replicò: «Visti ultimi avvenimenti Tripoli credo che convenga seguire seguente progranuna. Fare ogni sforzo per distruggere al più presto nuclei di forze turche esistenti in Tripolitania a fine dì provare al mondo che la conquista è definitiva. Dopo ciò proclamare la sovranità assoluta del Regno d'Italia sopra Tripolitania e Cirenaica. Dopo, tenendo pronta la marina e la tmppa che potrebbe occorrere per occupare qualche isola, si giudicherà quale azione di occupaz.ione o di blocchi possa occorrere per costringere la Turchia alla pace. In questa eventuale ulteriore azione converrà tener conto delle difficoltà intemazionalj che l'uno o l'altro mezzo di azione potrebbe suscitare ( ... )» ' .
Il clima europeo, come sappiamo, era contrario all' Italia. Il 31 ottobre l' addetto militare a Londra inviava al Comando del Corpo di Stato Maggiore un notiziario sulla T1ipolitania quanto mai eloquente. I corrispondenti dei giornali britannici si vendicavano della severità della censura pubblicando i dispacci di Costantinopoli annuncianti grandi vittorie turche con titoli a grosse lettere. Sulla repressione, gli inviati avevano mandato «impressionanti descrizioni che ci procacceranno eterno odio nell' elemento musulmano». Quello del Times chiamava «macelli umani» i quartieri abitati dagli arabi che assalirono alle spalle l' 11 ° bersaglieri. Qualcuno invece, come il corrispondente militare del Daily Telegraph, aveva parole di lode per il modo con cui erano stati effettuati gli sbarchi e per l'organizzazione del corpo di spedizione. La stampa austriaca riportava i telegrammi di fonte turca sulle nostre pretese sconfitte «quasi con compiacimento» e diversi giornali mettevano in evidenza che «l'Italia ha solo promesso di evitare operazioni sulle coste albanesi e dell'Epiro}} 4. Pollio, sempre più convinto che si trattasse ormai di conquistare più che di occupare la Libia, decise una nuova e più ampia articolazione delle forze. Cane-
' Pollio a Spingardi in data 28.10.1911, AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 2, fase. 7. G. G1oun1, Quarant'anni di politica italiana cit., III, doc. 74, pp. 69-70. ' Ibidem, m, doc. 75, p . 70. ' AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 159, fase. 8. 1
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va venne ad assumere l'incarico di governatore generale e comandante del corpo cli spedizione. Al comando del nuovo I corpo d'armata speciale fu preposto il generale Frugoni, alle cui dipendenze furono messe la 1• divisione (generale Pecori Giraldi) 1 e la 3• (generale De Chaurancl) 2, nonché la brigata mista Lequio. Diventò, così, indispensabile l'adozione del provvedimento già adombrato da Pollio a Spingardi: il 1ichiamo alle anni della classe 1889, congedata in settembre. E questo fu stabilito il 3 novembre. Il principio di negoziare soltanto dopo aver 1iportato una vittoria nùlitare «esprimeva quel misto di fierezza e di insicurezza che era la nota donùnante dell'Italia a cinquant'anni dall'unità» l. Si aggiunga ad esso il timore, più che manifesto il\Giolitti, di perdere, appunto senza un preliminare successo 1niUtare, sul tavolo diplomatico quella che onnai considerava una più che lecita conquista. Visto però che la desiderata vittoria non arrivava, egli passò al secondo punto del prograrruna esposto al re. Il 5 novembre un decreto proclamò che «la TripoUtania e la Cirenaica sono poste sotto la sovranità piena ed intera del Regno d'Italia», con riserva di essere convertito in legge dal parlamento. Fu una mancanza cli senso delle proporzioni e quindi un errore politico. L'annuncio colpì. In Italia venne accolto con un generale entusiasmo. All'estero molto meno. Per un verso suscitò una facile ironia, considerata la nostra limitata occupazione e le incertezze militari del futuro; per altro verso generò ulteriore disappunto, sia perché stava a dimostrare un illogico irrigidimento italiano, sia perché lo si giudicava serio ostacolo ad un accomodamento diplomatico della guerra. Secondo un commento francese: «( ... ) D'altra parte per i turclù era una questione d'onore di non sanzionare mai la perdita di 1u1a terra dell'Islam come avrebbe dovuto fare con l' abbandono della Tripolitaiùa. della Cirenaica e del Fczzan, cioè di province popolate unicamente da musulmarù e tra cui vi erano i pìì1 famosi, i Senussi, e proprio quando gli abitanti, ponendo una tregua a tutto ciò che divideva gli arabi dai turchi, per non ricordare più che la comunanza di religione, difendevano palmo a palmo il terreno ottomano contro l'invasore cristiano»'.
Mentre la Porta protestava con violenza contro una decisione <icontraria ai più elementari principi delle leggi internazionali>>, il governo italiano cercò di spiegare alle potenze europee come una soluzione meno radicale, che avesse lasciato anche l'ombra di sovranità fonnale del sultano sulla regione sarebbe stata una causa certa di continui attriti e conflitti fra Italia e Turchia; di conseguenza sperava che esse inducessero la Porta «a prendere savie e risolute decisioni» 5 •
' La 1• divisione era composta dalle brigate I (generale Raynaldi) e 11 (generale Giardina). ' La 3• divisione era composta dalle brigate V (generale Del Mastro) e VI (generale Nasalli Rocca). ' S. ROMANO, La qua.ria sponda cit., p. 176. 'P. MALTESE, La terra promessa cit., pp. 174-175. 5 Ibidem, p. 175.
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Ma il vero motivo era un altro. «È in.fatti evidente che io non potevo spiegare pubblicamente che avevo proclamato la nostra sovranità sulla Libia per paura di un intervento da parte delle Potenze alleate o amiche» ammise più tardi Giolitti 1, rendendosi ben conto che stava forzando la mano a tutti: alla Turchia, alle Potenze ed anche a Caneva. Però in campo diplomatico era in corso un'altra schermaglia che riguardava la questione «Egeo». Leonardi Cattolica, reputando accettato dal governo lo spostamento del centro di gravità della guerra nel Mediterraneo orientale, aveva convocato a Roma Aubry il 21 ottobre: <<lntendimento governo flotta prepararsi per azione risolutiva Egeo, la quale potrebbe esplicarsi bloccando Smirne e occupando Mitilcne. È perciò necessario ritorno V.E. per opportune intese ( .. .). l" e 2' squadra, cacciatorpediniere e torpediniere destinate operare in Levante concentrinsi a Taranto per riparazioni e riposo( .. .)» '·
E il 31 ottobre, dopo aver saputo che a Caneva bastavano una decina di navi davanti alle coste tibiche, ordinò che tutto il resto dell'armata navale tornasse immediatamente ad Augusta. Senonché proprio in quei giorni Aerenthal aveva dichiarato ad Avama che, se l'Italia avesse operato fuori della Tripolitan..ia e della Cirenaica, avrebbe provocato sicure complicazioni e rischiato di perdere l'appoggio degli Imperi Centrali presso la Turchia 3• Subito dopo, comunicò a Roma ed a Berlino che qualsiasi azione nell' Egeo al di là di una semplice dimostrazione, anche se limitata ad un'occupazione temporanea, sarebbe stata in contrasto con l'art. VII del trattato della Triplice Alleanza •. Il 7 novembre San Giuliano ebbe un colloquio con l'ambasciatore tedesco von Jagow per smussare le difficoltà od i sospetti connessi con l'iniziativa militare in causa. Quello che si proponeva l'Italia si limitava ad un semplice gesto di intimidazione nei confronti della Turchia, cioè a qualche dimostrazione navale. Jagow non sembrò molto convinto e cercò di dissuadere San Giuliano, almeno fintanto che l'occupazione della Ttipolitania non si fosse ingrandita. Gli parve che il ministro entrasse in questo ordine di idee ed in tal senso telegrafò a Berjjno 5• Invece, proprio in quel mentre Avarna avvertiva Aerenthal che il governo italiano aveva deciso di ampliare il teatro d'operazioni, pur mantenendo fede ali' impegno di non effettuate operazioni nell'Adriatico e nello Jonio. La discussione tra Vienna e Roma proseguì finché iI 14 novembre l'ambasciatore austriaco Merey informò che l'Italia aveva abbandonato il disegno 6•
' G. G10LJTT1, Memorie della mia vita cit., p. 246. ' C. MANFRONl, Guerra italo-turca cit., II, p. 6. ' L. SALVATORELLI, La Triplice Alleanza cit., p. 408. "Ibidem. 5 G.P., XXX, doc. 10934, ibidem, p. 408. • G.P., XXX, doc. 10936, ibidem, p . 409.
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Si imponeva intanto un serio esame della situazione militare. Giolitti era seccato per la carenza di informazioni da parte di Caneva, che lo metteva in difficoltà in campo politico e diplomatico. Gli spedì un secco richiamo: «( ... )Causa deficienza assoluta di nmizie sollecite, precise, particolareggiate, complete da parte Comando, molte parte stampa europea ci considera quasi come battuti e ci accusa falsamente di atrocità contro indigeni. La prego disporre che ogni fatto d'anne, ogni incidente, sia dal Comando telegrafato al Governo prima che passi a mezzo giornalisti. Solamente così governo ricevendo per il telegrafo narrazione esatta e completa potrà evitare a che si divulghino notizie false. Bisogna che Ella si persuada che per l'Italia è causa di gravi danni politici sistema seguito sinora dal Comando nello informare Governo» '.
No'n si può certo dire che avesse torto. Ma in quello stesso giorno Caneva spedì al ministro della Guerra una lunga e ragionata relazione sullo stato di fatto esistente in Libia In primo luogo la situazione trovata in Tripolitania ed in Cirenaica era «assai diversa da quella che si sperava di trovare»: «( ... ) Le popolazioni costiere, e le più vicine dell'interno, si sono mostrate, e sono generalmente, a no.i ostili; ed è anche certo, per segni non dubbi, che la loro ostilità- specialmente in T1ipolitania - si fonda e si alimenta nel fanatismo religioso. Per questo è ragionevole e prndente presumere che l'odierno sentimento delle popolazioni a nostro riguardo sia per essere profondo e tenace, e per costituire un dato di fatto essenziale per l'indirizzo delle nostre azio1ù ( ... )».
TI motivo del prorompere di tale animosità non appariva ben chiaro, a parte l'accorta propaganda turca, comunque esisteva la fiducia che le cose potessero migliorare «a mano a mano che i nostri afforzamenti militari ed i nostri atti di governo dimostreranno tangibilmente le nostre intenzioni di stabile padronanza».
'Giolitti a Caneva in data 6. 11 ,19 11 , AUSSME, Fondo Car1eggio Libia, racc. I, fase. 40. Lo stesso giorno Giolitti passava a Spingardi copia di «una lettera privata da Tripoli scrit.ta da persona imparziale». li quadro fornito dalla persona «imparziale>> era il seguente. A Tripoli <<in ogni atlacco i nemici sfo11da110 sempre i.n qualche punto» perché la linea «non era stata fortificata come doveva,,; si viveva giorno e notie «con l'incertezza di passare la sera o la mallina ancora a Tripoli o ancora vivi»; la citlà era «ancora piena di turchi», anzi «piena di turchi e di anni» perché, nonostante la lezione avuta il 23 ottobre «non si sono ancora volute perquisire le moschee, che di arnù sono piene»; si lasciavano passare le spie «con una facilità incredibile>>; i militari non conoscevano gli arabi e «disdegnano i consigli di chi li conosce». Dulcis i11fimdo: invece di fare una politica araba, «se una politica si è fatta, è una politica ebrea, la più odiata in questo paese. Tuna, o quasi, la colonia italiana qui è ebrea. Ebbene, lo S1ato Maggiore si è circondato di ebrei, ebrei dovunque, interpreti ebrei! ( .. .) il Governatore apparisce ogni momento sulla carrozza di un signore ebreo che l' ha messa a sua disposizione(... ). lo ho visto qualche ebreo, ringalluzzito, sputare in faccia agli arabi! ( ... )». Poi la persona «imparziale» concluse: «Credo anche che chi la guerra comanda da qui non abbia proprio tutte le qualità necessarie». Giolitti da questa lettera trasse prova deUa ,,insuflìcieni,a inte]letluale» di Caneva e della sua scarsa sensibilità (spinta al punto di «farsi prestare la carrozza di un ebreo!»). E formulò la speranza: «Se a Caneva venisse la buona idea di trovarsi per salute costretto a tornare in Italia! Di quanta intelligenza darebbe prova così facendo!» (AUSSME, Fondo Car1eggio S.M.R.S., Classificato RR, racc. 30, fase. 2).
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Quanto alla presenza turca, essa era piuttosto limitata, tuttavia l'afflusso di ufficiali e di rifornimenti di vario genere d'oltre frontiera, che non si poteva impedire, costituiva un non indifferente motivo di disturbo. Il punto fondamentale era che: «noi queste popolazioni dovremo pure un giorno governare colle arti della pace produttiva e della prosperità comune, e che r avvento di quel giorno a noi conviene, con ogni mezzo, di affrettare( ... ).
Non si può negare che gli arabi manchino tuttora di prove tangibili della stabilità del nostro dominio, ed a noi occorre tempo per fornirl e, come ad essi di comprenderla, con la loro tarda mentalità rndimentale, per apprezzarle e decidersi. Soltanto ad esperienza esaurita, si potrebbe accettare come ineluttabile la conquista puramente militare dell ' interno, seppure tale sforzo, enonne per la madre patria, sembrasse militannente possibile e politicamente ed economicamente conveniente( ... )».
Proprio in quest'ottica si stavano creando contatti proficui con le cabile vicine a Tripoli e con i senussi ' e , pur ignorando le nostre possibilità di successo in proposito, bisognava evitare che un'affrettata operazione rendesse vano ognj sforzo. Sul piano militare «(...) oggi nessuno può dire quanto sia per dumre il presente stato di ostilità delle tribù dell'interno; stato di ostilità che non dipende da noi e che non è in poter nostro di far cessare con un 'immediata azione militare di carattere offensivo. Un' azione militare di tal genere, in regioni come 4uestc, è sempre u11a impresa che vuol essere profondamente meditata e preparala, e che generalmente mal si può compiere senza il sussidio di truppe indigene, sobrie, leggere, pratiche dei luoghi: ma nelle nostre odierne condizioni essa è degna di particolarissima riflessione( . .. )».
A prescindere da intuibili pesanti considerazioru di natura logistica, «Nelle presenti condizioni politiche, la occupazione di punti dell'interno non può certo proporsi il fine immediato di esercitare azione di governo sulle tribù circostanti, assicurando loro la protezione contro le incursi.01ù e le rapine dei finitinù. la giustizia, la pacifica coltura dei campi; ché. anzi, la occupazione nostra porterebbe seco la guerra ovunque essa si stabilisca. Dovrebbe dunque proporsi lo scopo di occupare punti tali che{ ... ) mettessero al sicuro le tribù retrostant.i, le pacificassero man mano sotto il governo nostro, e costituissero, in sostanza, una pit1larga ma sempre sicura cerchi.i di protezione dal mare verso l'interno. ( ... )Ma la geografia e la topografia del paese, col deserto aperto ovunque, non offrono alcuno di tali punti; cosicché qualunque occupazione avanzata non potrebbe raggiungere lo scopo ora detto, e sarebbe invece girabile da ogni lato, e sempre debolissima, per quanto munita, nelle sue comunicazioni col mare. Né si può avere alcuna speranza che ad una simile avanz,lla le forze regolari turche oppongano una resistenza deliberata, la quale possa condurre ad uno scontro che sia decisivo della campagna ( ... )».
' Le trattative con i senussi erano carancrizzate dalla più assoluta confusione. Dopo il fogl io del 29 ottobre, con il quale Giolitti trasmetteva a Spingardi due leuere per i capi dei senussi di Dcrna e di Bengasi, San Giuliano il 30 avc,•a pregato Spingard i di incaricare Caneva di convocare due capi medani da Costantinopoli e dal Cairo. Risultando da precedenti documenti dello stesso ministero degli Esteri che le due sette si trovavano in netto contrasto, Spingardi chiese quale linea di condotta dovesse essere seguita. Non ebbe risposta, salvo la precisazione di San Giuliano che «nessuna missione speciale al capo dei Senussi er;, progettata» dal suo m.irtistero! Insorruna, non esisteva un minimo di accordo su materia così importante fra Giolitti e San Giuliano (AUSSME, Fondo Carreggio Libia, racc. 2, fase. 7).
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Allora, che cosa si poteva fm·e? Il proceclimento più sicuro, meno costoso e più agevole per dominare la situazione era il fattore econonùco: «È questo, per queste regioni, il quarto o quinto anno di scarso raccolto; riserve importanti non esistevano e la riunione di masse annate per la guerra dicono stia per esaurire quelle poche che a stento l'urono raccolte; se continuano le presenti ostilità ancora qualche sellimana, le tribù ora in armi non potranno fare la sem ina, ed in ogni caso poca sementa hanno certamente da spargere se noi non la regaleremo ad esse; i rifornimenti dalla Tunisia e dall'Egitto non possono essere abbondanti né facili per le distanze, né essere di leggero aggq1vio alle finanze ottom:uie. Rese inespugnabili le nostre basi e sorvegliate attivamente le coste, noi abbiamo dunque in pugno, con assai moderato spargimento di sangue italiano. le sorti de] paese ( ... ). Ma soprattutto, in questa genere di lotta, fra noi ed i Turchi un terzo interverrà, più presto forse di quaiito ora si possa supporre, a gettare nella bilancia un peso politicamente e militanneme decisivo; e sarà l'arabo che, fra i due contendenti , strello dalla fame, prenderà finalmente partito per il solo che possa riaprirgli le sorgenti della vita, e consegnerà le anni in cambio del pane, se pure non le volgerà colllro chi fu causa della sua estrema miseria( .. . )» .
Ce1to non era il caso dj adottare simile programma, ma lo si poteva seguire, intanto, durante l'inverno, operando per rendere sicuro il territorio attorno alle basi e preparare così «una prima zona protetta per le tribù vicine, che man mano accettassero il donù1ùo nostro». In conclusione, scriveva Caneva, «a me pare che l'acquisto e la costituzione di una colonia debba farsi con mezzi tali, che non ne riesca scossa, né nùlitarmente, né finanziariamente, la compagine e la efficienza della nazione, per qualsiasi contingenza in Europa» '. Ad immediato seguito della relazione di Caneva, il 9 novembre i capi di Stato Maggiore dell'esercito e della marina misero a punto un promemoria per il governo. «Il documento era un catalogo di ipotesi scattate» 2• Si conùnciava con l' ammettere che per terra i turchi erano pressoché inaffe1.-abili: si mostravano da lontano e con forze così esigue che, anche se distrntte completamente, non sarebbe stato possibile pensare di aver loro inflitto una sconfitta decisiva. Azioni combinate nell' Egeo non si presentavano come molto ardue e di sicuro l'occupazione di Rodi, di Mitilene o Chio sarebbe riuscita, anche se a prezzo di un certo sforzo. Però, «secondo le diclùarazio1ù fatte dai mi1ùstri a nome del Governo, risulterebbe che, ove ci impadronissimo di quelle isole( ... ) bisognerebbe poi abbandonarle all'atto della conclusione della pace e forse anche lasciare che passino in mano ad altre Potenze, come pegno della loro mediazione». Quindi esse non apparivano· converuenti. Un attacco contro Costantinopoli o il blocco dei principali porti turchi avrebbe potuto influire sulla resistenza della Porta, per il danno derivante al commercio ottomano, ma si avevano le mani legate. Fra l'altro, il
' USSMRE, Campagna di Libia cit., I, doc. 26, pp. 308-31 O. Ne.I blocco economico era compreso quello del fiorentissimo commercio degli schiavi, po1tati a Tripoli, Bengasi e ad altri porti con le c:u·ovanc provenienti dall'interno. Per gli arabi i «neri» er:u10 razza inferiore. 2 S. ROMANO, La quarta sponda cit., p. 172.
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bombardamento delle opere di fortificazione di vari porti avrebbe danneggiato interessi solo in piccola parte turchi, attirandoci nuove accuse europee e provocando rappresaglie musulmane contro gli italiani. Per operazioni minori era ovviamente inutile logorare la flotta. In definitiva, non era da escludere la possibilità di un'azione nel Mar Rosso, ma soprattutto era concorde la convinzione di dover «rendere sempre più forte la nostra occupa:lione in Tripolitania ed in Cirenaica». In fondo, anche se il possesso delle due provincie era stato conseguito solo in parte, non di meno era da reputarsi ormai come irreversibile. E «che la Turchia sia ancora nostra nemica per qualche tempo poco ci nuoce. Potrebbe per contro nuocerci assai di pili tentare imprese o audaci, o inefficienti, o destinate ad essere troncate intempestivamente( . ..). In conclusione( ... ) le azioni che si potrebbero tentare all'infuori delle coste africane non sono tali da ripromettere effetti risolutivi capaci di giustificare i rischi e l'entità dei mez:i:i che converrebbe destinarvi. Esse porrebbero soltanto avere effetti morali sia sulla Turchia sia sulle altre Potenze. Tuttavia la decisione, se convenga o meno di agire nell'Egeo o di assumere un atteggiamento di aspettativa passiva, può soltanto competere a chi conosca a fondo tutti i lati della complessa questione, mentre a noi spetta soltanto di considerare il lato militare della medesima» '·
Diciamo pure che il documento non appare molto soddisfacente. Ammessa l'analisi, lascia incerti la conclusione. Che cosa si intendeva esattamente con «rendere più forte» la occupazione, e, in particolare, come? C'era bisogno di un promemoria congiunto dei due capi di Stato Maggiore per lasciare che le cose andassero come stavano andando? Ma soprattutto se ne trae la sensazione di una non completa coincidenza di pensiero. Pollio, contrariamente alla sua prima idea di prendere Rodi, sembrava aver ripiegato su un «raffonamento» delle posizioni; Rocca Rey, invece, risultava orientatissimo verso l'Egeo. Ma non era del tutto così. Spingardi mmotò in matita rossa sul documento: «Faccio molte riserve sulla inazione della flotta». Infatti gli umori dei principali esponenti della marina erano tutt'altro che inclini ad accettare il pattugliamento delle coste libiche come direttiva navale. Il 5 novembre il contrammiraglio Thaon di Revel si era rivolto a Faravelli chiedendo di effettuare un'azione offensiva contro i Dardanelli 2, e adesso Rocca Rey, dopo aver firmato il promemoria, ebbe un immediato ripensamento. Escluse senza possibi lità di equivoco operazioni in Albania ed in Macedonia, restavano le sole ipotesi dell'Egeo e del Mar Rosso. Quest'ultin10, a ben vedere, non consentiva affatto il conseguimento di successi tali da influire sulla guerra e per giunta presentava incognite circa il transito per il canale di Suez. Siccome una qualsiasi scorreria non avrebbe condotto a risultati materiali e psicologici determinanti, ne derivava che
' AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 1, fase. 46.
'G. G1ourn, Quart111t'a11ni di politica italiana cit., lll, doc. 77, p. 71.
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«( ... ) l'unica azione capace di dare pratici risultati sia l' occupaziooe di un'isola, coli' eventuale concorso del R. Esercito, allo scopo di bloccare con tutto il rigore Salonicco, Smirne e i Dardanelli, arrecando al commerc io turco cd alla stessa sua capitale danno sì grave e prolungato da coosigliare la Porta a venire a più miti consigli».
Questa operazione non avrebbe comportato un eccessivo costo in perdite, denaro e munizioni ed avrebbe consentito «di mantenere sempre la flotta in uno stato di efficienza se non perfetta per lo meno assai soddisfacente». A parere di Rocca Rey conveniva, dunque, approfittare dell'attuale tregua forzata per studiare compiutamente l'azione, in modo da essere in grado di effettuarla con immediatezza «se il lavo1ìo diplomatico dovesse condurci ( ...) aIJ' autorizzazione di u·adurre in effetti il piano» 1• Pollio gli rispose chiarendo che al.la base delle • di cui alla riunione in causa c'era il concetto «che non si dovesse tenconclusioni tare impresa marittima riferendosi alla situazione di oggi e a quella di domani. Cioè che non convenisse di tentarla in brevi temùni, ma che si dovesse tenersi pronti ad agire». Perciò entrambi potevano concretare i rispettivi studi 2 • Il governo per il momento si concentrò sulla Libia e sulla risposta da dare a Caneva. Fu Pollio a scrivere: «Governo mi ordina rappresentare V.E. grande necessità politica, che collima perfettamente esigenze militari, impadronirsi tempo relativamente breve tutta oasi est Tripoli. Se V.E. credesse non aver sufficieoti for,:e tale scopo, prego telegrafarmelo entro oggi. Governo stesso raccomanda perquisizioni assai intense severissime case Tripoli e fuori Tripoli. Se vuole agenti pubblica sìcurezza carabinieri li domandi» ' .
Caneva non fece piega. Impadronirsi dell'intera parte orientale dell'oasi di Tripoli richiedeva un'avanzata esu·emamente lenta, attraverso un terreno incredibilmente insidioso, contro un nenùco di entità difficile a determinare e di abilità somma nelle imboscate. Perciò 1' operazione avrebbe comportato l'impiego di almeno un'altra divisione e relativo supporto logistico. Ma questi nuovi reparti avrebbero dovuto sostare qualche tempo a T ripoli per orientarsi e prepararsi convenientemente al particolare tipo di guerra, mentre la situazione a Tripoli, specie sotto il profilo sanitario, non consentiva di ospitare che una altra brigata al più. «Malgrado tutto ciò - concluse nella sua risposta- comandante del corpo d'annata qui giunto aveva in animo studiare e tentare inizio operazione, quando dovette rinunciarvi per esplicita dichiarazione capo servizio sanitario sua ampia relazione 7 corrente, nella quale, considerato terreno oasi e acque gravemente infette colera per cadaveri colerosi insepolti , affermasi non procedere in esso se non con precauzioni specifiche e del tutto incompatibili con esecuzione qualsiasi operazione di guerra».
inoltre, una volta impadronitisi dell'oasi, lunga 18 chilometri e larga 3, sarebbe stato indispensabile tenerla, per non commettere L'errore di avanzare e poi
'Rocca Rey a Pollio in data 10.11.1911, lettera persooale, AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 1, fase. 48. ' Pollio a Rocca Rey io data 10.1.19 Il, lettera personale, ibidem. ' Pollio a Caneva in data I0.11.191 I, USSMRE, Campagna di Libia cil., I, doc. 30, p. 311..
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ritirarsi, suscitando negli arabi sensazione di una nostra debolezza. Ma il tenerla avrebbe provocato un forte dispendio cli truppe, data la possibilità degli ,mtbo-turch.i di attaccare da ogni direzione. Meglio allora esercitare il dominio del1' oasi e perfino di Ain Zara con il tiro dei cannoni delle navi, utilizzando il dirigibile e l'aereo per l'osservazione 1 • La replica di Pellio mise a nudo, nella premessa, il contrasto che sempre dividerà il pensiero di Giolitti da quella di Caneva: «Da parte del governo comunico V.E. che sua azione deve essere subordinata esigenze militari e certezza vittoria; però è bene che Ella sappia come dal punt<J di vista relazioni internazionali sarebbe sommamente opportuno cancellare rapidamente impressione che costà siamo costretti rimanere di l'ensiva e che perciò proclamata sovranità italiana sopra Tripolitania sia una finzione Iontaoa realtà».
La rimanente parte del telegranuna esponeva la speranza che Cane va - sempre riconosciuto come solo giudice in materia - trovasse il modo di effettuare un'operazione offensiva, sia pure sotto fonna di una «misurata avanzata», sia pure «in limitato raggio», che evitasse la sensazione fossero gli arabi gli assedianti e dimostrasse all'Europa «che siamo noi padroni almeno a Tripoli e dintorni per ora» 2 • Caneva e Frugoni non ignoravano la validità delle ragioni politiche, ma consideravano illusorio «che nostra azione offensiva in raggio più o meno limitato possa portare a vittoria sopra turchi, lasciando inalterata nostra situazione rispetto arabi». Una nostra offensiva avrebbe incontrato probabilmente il vuoto, si sarebbe trovata alle spa!Je turbe di arabi ed avrebbe indebolito il. presidio di Tripoli, preda ambita da patte araba. Comunque si ripromettevano di cogliere ogni occasione per spazzare i dintorni di Tripoli dalle bande che vi circolavano 3• Pellio ammise la sostanziale validità deile ragioni di Caneva, sia pure a malincuore, e rispose: «Pmtecipo che prendo atto e che V.E. agisca come crede, tenendo solo presente per sua intelligenza quanto le fu detto intorno sit11azione internazionale» •. Il 20 novembre la forza del corpo cli occultazione aveva raggiunto i 60.000 uomini con 50 mitragliatrici e 130 pezzi, e finalmente Caneva avvertì Pollio 5 suscitandone il «vero compiacimento» 6 - dell'imminente azione sul fronte orien-
' Caneva a Pollio in data 10.11. 1911, ibidem, segue doc. 30, p. 312. Pollio a Caneva in <lata 11.11.1911, ibidem, doc. 31, pp. 312-313. ' Caneva a Pallio in data 1.9.11.1911, ibidem. 1 • Pollio a Caneva in data 12.1 J.l 911, ibidem, segue doc. 31. ' Caneva a Pollio in data 20. Il . I91.1, ibidem, doc. 33, p. 314. • Pollio a Caneva in data 21.11.1911, ibidem, segue doc. 33. Però tre giorni dopo, sollecitalo dall ' impazienza <li Giolitti, telegrafò: «Ritengo a.5solutamente necessario per alte esigenze internazionali e sopra tutto per elevate considerazioni di ordine militare, che senza iodugio la S.Y. con i mezzi di cui attualmente dispone proceda ad una azione controffensiva risoluta ed efficace» (AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 1, fase. 50). 1
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tale di Tripoli, in direzione di Ain Zara, a quindici chilometri sud-est della c ittà, nodo di carovaniere di una certa importanza e base nemica. L' anesa non fece che accendere ancor pi ù la sovreccitazione di Giolitti, che il 27 novembre mandò un biglietto a Spingardi: «Caro collega, si vede proprio che Caneva si è addormentato. Speri di svegliarlo? Io no. Bisognerà assolutamente mandare un altro, se non sacrificheremo uonùni e le vittorie non saranno mai decisive». E il giorno dopo: «Caneva ricomincia a mettersi nelle condizioni d i non offendere! Credo necessario prepararsi subito a sostituirlo» 1• Polli o, al quale Spingardi passò il biglietto, non nascose un certo disappunto di fondo: «Sono anch' io del parere che convenga procedere aUa sostituzione» rispose. Tuttavia pensava che convenisse attendere la conclusione dell 'attacco su Ain Zara, già deciso a breve scadenza. Dopo di e~sso era p revedibile «una nuova fase e il cambio del comandante supremo non offre più pericoli di inopportuni turbamenti» 2• Il I corpo d'armata si era già mosso, anche se con un primo obiettivo ravvicinato: riportarsi sulle posizioni di Sciara Sciat-Henni-fortino Messri. Il successo fu offuscato dalla constatazione dello scempio compiuto dagli arabi sui prigionieri catturati il 23-26 ottobre. Che atti di crudeltà fossero stati commessi su nostii soldati si era già verificato, cosl come era noto che nostri .informatori, od anche individui semplicemente sospettati di esserlo, venivano dagli arabi impiccati senza esitazione 3 , ma il quadro che si presentò a Henni, presso il cimitero di Rebab, dov'era stato situato un posto di medicazione e ricoverati numerosi feriti, fu orrendo: «( ...) con riserva trasmettere relazioni documentate - telegrafò Cnneva- comunico primi rapporti sommari. Generale medico riferisce aver veduto cadavere tenente medico De Murtas martirizzato con tutti i suoi portaferiti, bersaglieri posto medicazione entrò casa oasi. Alcuni erano stati crocilissi, ad uno erano state cuci te palpebre con spago grossolano, uno e ra evirato. tre decapitati, ad uno era stata tagliata la testa e portate le gambe vicino al collo per lussazione articolazioni, ad uno era stata strappala una mano, ad un altro inferta una pugnalata su lla croce rossa del bracciale, cinque propagginati nel cimitero arabo sporgendo da terra solo con la testa con le bocche spalancate, indizio atroci sofferenze patite prima di morire. In una grande fossa erano ammassati numerosi cadaveri di feri ti, forse tutti egualmente martirizzali. Ufficiale medico 1° reggimento granatieri riferisce trovati presso un muro circa dieci cadaveri martirizzati. Uno aveva legata mano sinislrn con funicella allo stelo centrale di una foglia di palma che ;mm versava muscoli nuca fino spalla destra, uno evirato, due brociati, un bersagliere decapitato e testa ricoperta elmetto vicino tronco. Per denuncia venne scoperto inumato cimitero arabo cadavere soldato nostro ucciso impiccagione avendo ancora fu. nicclla stretta gola» '.
' In A. SACCOMA:-1, Il generale Paolo Spingardi cii., p. 152, nota 21. ' Pollio a Spingardi in data 28. 11 . 1911, ibidem, p. 180, nota 123. ' Cancva a Spingardi in data 8. 11 . 19 I l, Campagna di Libia cii., I, doc. 28. p. 3 IO. • Caneva a Spingardi in data 30. 11.1911, ibillem, doc. 28, p. 110. lnulile dire che la denunzia delle efferate crudeltà e dell'impiego di proiettili esplodenti (dum-<lurn) da parte turca non ebbe gran risalto nella stampa internazionale e In «Memoria» pubblicata nel 1912 dal ministero degli Esteri, con numerose fotografie molto esplicite, rimase sostanzialmente in ambito limitato (AUSSM E, Fondo Carteggio Libia, racc. I, rase. 5). L'ambasciatore De Martino ba raccontato il raccapriccio provato nel 1895 a Costantinopoli di fronte ad uno dei periodici massacri degli armeni: massacri che po-
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Un giornalista argentino, D ' Armesano, corrispondente de La Prensa, aggiunse: «(... )E che dire di quel grappolo umano trovato in uu pozzo là presso? Erano tuui legati per i piedi e vivi erano stati gittati a capofillo in quel pM.zo. Trovammo quei cadaveri stre ttamente lega· ti l'uno all'altro!»'.
L'impressione tra le truppe fu di furente indignazio ne, né in Italia fu minore, tanto che Giolitti comunicò: «Credo bene avvertire che dopo inaudite atrocità commesse da turchi, governo non consentirà il passaggio per Tripoli della Mezzaluna Rossa» 2, ed un paio di giorni più tardi fu drastico: <<(..• )credo necessaria una rigidissima epurazione di tutti gli elementi pericolosi, mandandoli alle isole Tremiti insieme agli altri deponati. L'oasi alle spalle della truppa dovrebbe poi essere sgomberata in modo assoluto da abitanti e non permettersi di andare nell'oasi se non ai soli militari. Cosl gli arabi costreui a restare sempre nella città possono essere conlinuamellte sorvegliati e perquisiti. Nessuna misura può credersi troppo grave e troppo severa per assicurare la vita dei nostri. Ricordi che ogni atto di generosità è per gli arabi prova di debolezza e produce effetti disastrosi
( ... )» ' .
Caneva rispose la sera stessa che «oasi fra città e trincee completamente deserta e proibito accesso anche con totale perdita raccolti agricoltura. Q ualche infiltrazione isolata inevitabile viene subito soppressa senza formalità. Case oasi non occupate truppe sono tutte diroccate e anche villaggio Dahra è sgombero abitanti e occupato accantonamenti nostri. Continuano provvedimenti epurazione per prossima deportazione ( ... )» ... In questo frattempo, Pollio aveva avuto a!Lri contatti con Rocca Rey, stimolandolo sull'impiego della flotta e, a quanto risulta, il capo di Stato Maggiore della marina aveva gettato molta acqua sul fuoco. In una lettera personale di fine novembre, infatti, si mostrò completamente allineato sulle posizioni di Giolitti: «Se la guerra fosse soltanto fra noi e la Turchia, certamente a quest'ora l'azione in Egeo si Sii· rebbe già fatta e, probabilmente, la pace sarebbe già conclusa. Ma tu sai meglio di me che, oltre ai nemici cogniti, abbiamo contro di noi i grandi interes.~i delle maggiori Potenze; e perciò l'azione nell'Egeo, opportunissima dal punto di vista mil itare, c i è vietata dalle esigenze politiche. Le conseguenze che essa potrebbe ora produrre, sarebbero probabilmente tali da distruggere i vantaggi degli obbiettivi militari che potremmo raggiungere, trascinandoci in una conflagrazione generale, della
ca reazione suscitavano nell'ambiente diplomatico, anche per l'abitudine falla a simile tipo di «re· pressione». Erano note, infatti, le cospirazioni annene contro il governo ottomano, che - come tulli i precedenti governi rurchi - si mostrnva assolutamente incapace di prevenire: sapeva solo reprimere, il che faceva radicalmente di tanto in tanto (G. DE MARTINO, La mia 111issio11e a Costa11ti11opoli cii., pp. 260-261). ' fo F. Malgeri, La guerra libica cit., p. I 97. ' Giolitti a Caneva in data 30. 11.1911 , USSMRE, Campagna di Libia cit., I, doc. 42, p. 321. ' Giolitti a Caneva in data 2. 12.191 I, ibidem, doc. 43, p. 321. ' Stralcio rapporto telegrafico serale in data 2.12.1911 , ibidem.
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quale tutta la colpa verrebbe senza dubbio geltata sulle nostre spalle. Se la [fotta non ha ancora agito, ciò dipende dunque da ragioni politiche le quali, lungi dall' essere cessate, sembrano aggravarsi sempre più e quindi mi sembrerebbe superfluo preparare nuovi promemoria che resterebbero, probabilmente, infruttuosi, al pari di quelli precedenti. Ad ogni modo gli studi opportmù furono fatti e se la s ituazione politica dovesse consentirci di agi.re, potremo in breve termine fissare le modalità definitive dell'azione. ( .. .) l'Lnghilterra ha già subodorato le segrete mire dell ' Ausu·ia, la quale non aspetta che il momento propizio per marciare su Salonicco, ed il pretesto a tale suo atto sarebbero gli inev itabili moti insurrezionali che una nostra azione nell'Egeo non mancherebbe di produrre, turbando cosl l'equilibrio nei Balcani. Perciò io mi persuado sempre più che l'unica via di uscire da questa intricata si tuazione sia quella di intensificare con ogni mezzo l'azione nùlitare in Africa, in modo da raggiungere qualche risultato decisivo che valga a convincere la Po1ta della inutilità dei suoi sforzi, ed a convincere \'Eu ropa che noi. vogliamo rispettare i suoi interessi e non essere causa di una guerra europea col portare il teatro delle operazioni fuori della Tripohtania e Cirenaica( ...)».
Poi Rocca Rey si soffermò brevemente sul suggerimento di Pollio di una provvisoria occupazione di Bomba, allo scopo di distogliere Enver bey da Derna. La cosa, a suo avviso, era da scartare per non vincolare parecchie navi in un' operazione del genere e per evitare gli inconvenienti cui la marina andava i.nconu·o impiegando a terra non «truppe da sb~u-co», che non possedeva, bensì marinai che a bordo rivestivano incarichi specifici cd a volta di importanza vitale. Nelle compagnie di formazione della nave Napoli impiegate nel combattimento del 24 novembre sull'uadi Derna, ad esempio, erano stati messi fuori combattimento molti cannonieri puntatori e quattro ufficiali, fra cui il comandante in seconda ed il direttore del tiro '. E così la questione fu accantonata. Il 4 dicembre la 1a divisione speciale occupò Ain Zara, infliggendo forti perdite al nemico e catturando sette pezzi d'artiglieria. Ma Giolitti incalzava Caneva. Il 6 dicembre gli scrisse di reputare, dopo la vittoria, più facile qualche azione per staccare gli arabi dai turchi e addirittura «per spingerli contro i turchi stessi» 2 • Il giorno 8 gli telegrafò ancora, piuttosto scontento, avendo constatato che «a causa della lunga attesa, la presa di Ain Zara non ha prodotto in Europa impressione di atto decisivo, non avendo finora assicurato neppure l'occupazione di tutta l'oasi fino a Tagiura». Quanto a trattare con gli arabi, «poteva essere utile» con le cabile più lontane, ma «l'oasi di Tripoli di Barberia e di Zanzur va occupata subito con la forza» . La sottomissione delle cabile vicine doveva essere ottenuta con La forza, pena l'impressione di una nostra «inesplicabile debolezza». Infine ... occorreva «la disfatta del nucleo cli truppe turche» 1 . Caneva replicò che «in questo momento tutte le oasi prossime a Tripoli di Barberia sono abbandonate» e che, essendosi allont~mato l'avversario, pensava di riordinare le cabile dei dintorni e di ottenerne piccole bande cli irregolari da
' Rocca Rey a Pollio in data 29.11.191 1, AUSSME, Fondo Carteggio Libia. racc. l, fase. 59. Giolitti a Caneva in data 6.12.1911, ibidem, racc. 12, fase. 2. ' Giolitti a Caneva in data 8.1 2. 191 l , ibidem, mcc. l, fase. 50.
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noi armati, pagati e controllati, per l'impiego in operazioni a breve raggio. Sarebbe stato un primo passo per accattivarsi gli arabi della zona. Quanto poi a distruggere i turc:hj, anche il combattimento di Ain Zara aveva dimostrato la loro decisa volontà di sottrarsi allo scontro diretto 1• Giolitti non intendeva correre alcun rischio e immediatamente ribatté, mettendosi sul piano degli ordini: ,<li permettere che l'oasi sia ripopolata da arabi significa preparare altri tradimenti e altre stragi di soldati italiani. Perciò di concerto con il ministro della Guerra La invi to formalmente sgombrare
per intero oasi e vietare in modo assoluto che oasi sia in qualunque modo abitala da arabi. Le ric..-ordo che ttile ordine Le avevo già dato con mio precedente telegrauuna» ' .
Non c'era colloquio. Giolitti persisteva nella convinzione che il nemico da battere fosse sempre l'originario presidio turco di Tripoli e non si rendeva conto che i turchi rappresentavano un elemento sicuramente importante della guerra, perché fornivano ufficiali, denaro e rifornimenti, ma il problema bellico adesso era costituito dagli arabi. E, a tal riguardo, bisognava pure cominciare non soltanto a distinguere i «buoni» dai «cattivi», ma anche ad allentare il vincolo turchi-arabi. Il modo più sensato e convincente consisteva appunto nel pennettere il lento ritorno fiducioso degli arabi vicini 1. Inoltre, precisò Caneva, il ripopolamento cui egli aveva accennato si riferiva u1ùcarnente alla parte dell'oasi ad oriente delle nostre linee •. Giolitti volle allora far pesare tutta la sua autorità: «Per tutto quanto rigu;uda azione m.ilitare il governo lascia a Lei la più com1>Leta libertà d'azione. Pe r quanto riguarda invece la linea di condotta po litica che Ella si propone di seguire fin da ora nei rapporti con gli Arabi dell 'oasi, il Governo non la può in alcun modo approvare. Gli Arabi dell' oasi furono finora alleati dei Turchi ed autori di tradimenti e di nefande crudeltà verso soldati italiani. Finché resta in campo un nucleo di Turchi sarebbe imperdonabile ingenuità fidarsi della parola degl i Arabi. Se essi vogliono ora essere trattati come amici si rivoltino ai Turchi, li comhattano, ci aiuti no a distrnggcre ogni nucleo e allora li compenseremo largamente e li tratteremo come amici. Prima di ciò è dovere di V.E. di agire contro di loro con inesorabile severità. Le terre che ess i occupano devono essere tenute sgombre non occorrendo a ciò occupazione permanente. La politica indicata da V.E. potrà farsi con molta prudenza quando non vi saranno più Turchi in campo( .. .)»•.
Caneva non rimase molto impressionato dal messaggio. Il 13 rispose con calma e dignità. assicurando che a tergo della linea gli arabi incriminati erano stati giustiziati o deportati, e spiegando che davanti c'erano le cabile di Sahel e di Tagiura, mai indiziate di colpevolezza pur avendo dovuto sopportare il dominio diretto turco, non solo ma dichiaratesi disposte ad accettare l'autorità del Co' Caneva a Giolitti in data I 1.12.19 11 , ibidem. ' Gioi.i tti a Caneva in data 11.12. 19 11 . ibidem. ' «Anche il modo di vedere fra il Ministero ed il generale Caneva va sempre più accentuatamente diversificandosi,, annotò il generale Salsa I' I I dicembre (E. CANEVARI e G. Cmusso, li generale Tommaso Salsa cit., p. 398). • Caneva a Giolitti in data I 1.12.1911, AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. I, f. 50. • Giol itti a Cancva in data 12.1 2. l9ll, ibidem.
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mando italiano. Poiché egli aveva accolto la sottomissione e promesso protezione, non poteva mancare di parola '. Allora Giolitti smorzò il tono. Riconobbe la necessità di non venire meno all'impegno e si limitò a rinnovare il monito di evitare «il fotmarsi di una situazione internazionale gravemente ostile ali 'Italia. La guerra - volle chiarire, ove Caneva ancora non l'avesse capito - turba gli interessi di tutte le Potenze, le quali trovano che noi con tulle le nostre forze non riusciamo a distruggere le poche forze che i Turchi hanno in Tripolitania» 2 • Durante questo scambio di telegrammi, ii portati per meglio mostrare le sempre più evidenti divergenze di vedute fra il presidente del consiglio, che rifiutava di accettare una realtà militare scomoda per i suoi problemi di politica estera, ed il com~dante del corpo di occupazione, che rifiutava di mettere a repentaglio truppe e impresa in inutili e pericolose (a suo giudizio di capo responsabile) operazioni. D'altro canto, il 2 dicembre l' Intendente (generale Gazzola) aveva rappresentato serie limitazioni nelle dotazioni di 2° linea e nei mezzi di trasporto (solo 4 autocarri, 400 asinelli e 400 cammelli noleggiati, sui cui conducenti non c'era da contare per il servizio oltre gli avamposti). Naturalmente si stava dando da fare in ogni settore, ma occo1Teva qualche tempo per raggiungere una situazione logistica accettabile 3• Spingardi fu tentato di dare una mano a Caneva. Preparò un telegramma riservatissimo personale, dicendogli di lasciar perdere per il momento le preoccupazioni per il ripopolamento dell' oasi e che la «occupazione di Tagiura ha grave impo1tanza politica come segno materiale tangibile nostro possesso oasi. Questo il consiglio amico». Poi ci ripensò e mise il telegramma agli atti con una nota scarabocchiata malinconicamente: «Ma tant' è. Penso sia un guaio questo arresto. Mi auguro di sbagliarmi»•. Sbagliava su due punti. Pur con la pausa l'avanzata non era interrotta del tutto ed il 12 dicembre proscgul con l'occupazione dell'oasi di Tagiura ed oltre; raggiungere Punta Tagiura non si rivelò gran che importante (ed in effetti non lo era). Che fosse bene procedere con i piedi di piombo fu dimostrato eia un'iniziativa del generale Pecori Giraldi, che decise di inviare una colonna di tremila uomini al comando del colonnello Fara ali ' oasi di Bir Tobras, una quindicina di chi-
' Cancva a Giolitti in data 13.1 2. 1911 , ibidem. ' Giolitti a Caneva in data 14.1 l.1 911, ibidem. 'L' Il dicembre il gen. Salsa, inviato a Tripoli a fine novembre, scriveva: «(. .. ) siamo completamente paralizzati, nell'imp0ssibilità di fare qualsia.~i oper,17,;ione ardita più o meno ciò ci si allontani di poco da Tripoli, perché la parte logistica ( ... ) è stata poco curata e lascia sempre più a desiderare. Se anche non si avesse di fronte un solo nemico, dovremmo egualmente stare fermi se non si vuole morir di fame» (F. CANEV..\RI e G. C OMISSO, li generale Tommaso Salsa cit., pp. 378-379). ' AUSSME, nùnuta di telegramma s.d., ma evidentemente subito dop0 roccupaz.iooe di Aio Zara, raec. I . fase. 50.
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lometri a sud di Ain Zara, per liberare alcune famiglie di capi arabi messisi sotto la nostra protezione. L'azione ebbe inizio nella notte sul 19. Nacque male; si sviluppò peggio nell'incontro con un avversario più numeroso ed aggressivo del previsto; rischiò grosso in un combattimento disordinato; si risolse con un ilisimpegno fortunoso 1• Caneva ordinò un'inchiesta, sia per non essere stato messo preventivamente a conoscenza della spedizione, sia per l'immediato emergere di difetti organizzativi (in primo luogo la mancm1za di collegamento) ed il generale Pecori Giraldi, sostituito nel comando della 1° divisione dal generale Camerana, rientrò in Italia. Con il nuovo anno la situazione complessiva non mutò. In Tripolita1ùa Fethy bey stava organizzandosi a Garian, in Cirenaica Enver bey aveva in breve tempo acquistato un prestigio altissimo presso gli arabi ed i senussi 1 ; entrambi si dimostravano abili e decisamente ostili all'Italia. In salde mani erano le nostre teste di sbarco, o «basi», di Tripoli, Homs, Bengasi, Dema e Tobmk 1 . Non per partito preso Caneva si mostrava reticente sul compiere speilizioni nell'interno. Semplicemente, vedeva possibile un' operazione soltanto in presenza di precise condizioni : elevata probabilità ili trovare un nemico consistente, ampia disponibilità di materiali e mezzi di trasporto, sicurezza di occupazione dell'obiettivo territoriale, possibilità di stabilire una sicura linea di comunicazioni. Dopo il successo di Ain Zara, volle studiare un'ipotesi operativa in profondità: obiettivo Garian, ad un centinaio di chilometri da Tripoli; inizio del1' operazione i prinù di febbraio 1912, per concluderla prima dei calori estivi; forza della colonna sui 12.000 uomini; cinque presidi di tappa da costituire, di un migliaio di uorrùni ciascuno. L' Intendenza presentò la conclusione del suo studio il 19 dicembre. Complessivamente, in cifre tonde, fra colonna e presidi di tappa, si trattava di 17.000 uomini, 700 cammellieri, 2.200 cavalli e muli, 1.300 cammelli, Inoltre, per i trasporti d' lntendenza: 60 chilometri di ferrovia Decauville, 134 autocarri e 5.000 cammelli. Per disporre di tutto ciò occorrevano un paio di mesi, quindi l'operazione doveva essere spostata ai primi di marzo 4 • Il ministero approvò progetto e spese. Senonché la situazione stava mutando in senso a noi sfavorevole. A quan-
'Cfr. L UIGI EMILIO LoNGO, Francesco Saverio Grazio/i, USSME. Roma 1896, aU. I, pp. 561577. ' Secondo un rapporto dcli ' addetto militare francese a Costantinopoli, in gennaio Enver bey avrebbe disposto di 150 ufficiali turchi per l'inquadramento degli arabi, 5.000 soldati regolari turchi e più di 100.000 arabi (L. T u c CARI, Tgovemi militari della Libia cit., p. 49). 'Dalla metà di ottobre alla fine di dicembre erano stati mobilitati in Italia e mandati in Libia i seguenti Comandi e reparti: Comando della 3• e 4' divisione speciale con relativi servizi, sette brigate di fanteria (dalla V alla XJ), un reggimento fanteria. un reggimento bersaglieri, due battaglioni granatieri, sci battaglioni alpini, otto squadroni, 17 batterie da compagna, otto da montagna e sette da fortezza, più numerosi reparti minori. Complessivamente: 67.000 uomini, 8.300quadrupedi, 1.500 carrette, 84 pezzi da campagna, 42 da montagna e 28 d'assedio. • USSMRE, Campagna di libia cit., Il, doc. 1, pp. 199-204.
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to sembrava le mehallc1 si erano riordinate, raggiungendo i 14- 15.000 armati, con il risultato, tra l'altro, che nessun affidmnento si poteva più fare sull'elemento locale (guide, cammellieri, ecc.). Frugoni allora riesaminò il problema, indicando la preferenza per una minaccia frontale su Garian da el-Azizia ed un attacco avvolgente, da est e da sud, sfenato da Tarhuna. Fin qui si era nel campo dell 'esame de ll ' impiego tattico della colonna, sia pure presentato sottolineando difficoltà d.i vario genere. Ma l' aspetto sul quale Frugoni intendeva richiamare l'attenzione risiedeva nella premessa: «Non compete certamente a me indagare se e in quanto le condizioni politiche internal.ionali possano imporre al Corpo di spedizione in Tripoli, fm da qucs1'aru10, la marcia su Garian , per creare una situazione a noi più favorevole per la conclusione della pace con la Turchia. L'esperienza delle analoghe guerre coloniali, combatnite dalla Francia, dall 'Inghilterra e dalla Spagna, potrebbe consigliare l'attesa di migliori condizioni prima di avventurarci in un' operazione di così grande importanza, e che richiede forze ragguardevoli e mezzi con~istenti. D'altra parte le attuali condizioni politiche della Tripolitania non sembrano molto favorevoli per una tale spedizione ( ... )» '.
Caneva allora mandò a Roma il suo sottocapo di S.M. , tenente colonneHo Giardino, per esporre a viva voce a Giolitti, a San Giuliano cd a Spingtu-di lo stato di fatto. Giardino assolse benissimo la missione. .Ln sintesi, la sua esposizione toccò i seguenti argomenti. La situazione libica era variabilissima, però al momento vedeva tutte le cabile ostili ali' Italia e tutte piì:t o meno in armi. Il meu·o di tale ostilità, ben aizzata dai turchi, poteva essere ravvisato nel fatto che le tribù dise1tavano i propri territori, portavano le famiglie all'interno, rinunciavano a lavorare i propri terreni pur di combattere contro d.i noi. La guerra, dunque, non era più contro i turchi, bensì contro gli arabi. Questo significava che l'avversario non era localizzabile con certezza e, comunque, che la sicurezza della base d'operazioni e della linea di rifornimento acquistava un'importanza immensa, non potendo contare su alcuna risorsa locale, nemmeno sull 'acqua. 1n siffatte condizioni un qualsiasi insuccesso, un «arenamento» dell'avanzata, una ritirata anche se dovuta a fattori logistici, avrebbero assunto un pericoloso valore negativo. Prova ne era che, occupata da noi Ain Zara, i turchi si ritirarono sino a Garian e gli arabi sembrarono disunirsi; mentre, vedendo la sosta ad Ain Zara, i turchi ridiscesero dall ' Altopiano e g li arabi si riannodarono con più entusiasmo di prima. Ora, un obiettivo territoriale, ad esempio Tarhuna, con lo scopo di pacificare la retrostante zona non pareva molto realistico, vista l'attuale disposizione delle cabile a ::.postarsi al completo piuttosto che rimanere sotto il dominio italiano. Un obiettivo militare, nel caso specifico Garian, dove tutto indicava l' in-
' Ibidem, n, doc. 8, pp. 205-207.
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tenzione turca di creare un solido punto cli riferimento, presentava il dubbio confermato anche dall'esperienza di Ain Zara - che i turchi ad un tratto si sottraessero ugualmente all'urto decisivo. Questa eventualità forse poteva, peraltro, esser resa vana mediante un'azione avvolgente, o da est per spingere i turchi verso I.a Tunisia, oppure da ovest sperando di riuscire a tagliar loro la ritirata verso la Tunisia. A conti fatti si propendeva per un'avanzata diretta su Garian con una sola colonna, e quindi con una sola linea d'operazioni, per poi, nell'ultimo tratto, sviluppare con parte della colonna un'azione avvolgente, di raggio limitato, da ovest. Tuttavia - ecco la fonte della perplessità - i dati del problema operativo erano così incerti e mutevoli (carte topografiche o corografiche turche disponibili inesatte perfino nell'indicazione dei pozzi; situazione nemica poco certa a causa della scarsa affidabilità degli informatori e l'impossibilità di utilizzare aerei o dirigibili in quella stagione; mancanza di preziose truppe indigene e difficoltà d'impiego della cavalleria in lunghe perlustrazioni per il problema dell'acqua, ccc.) che, pur tutto preparando per la spedizione a primavera e con la migliore intenzione di attuarla, bisognava sperare che l'attuale clima politi.co in Tripolitania cambiasse, almeno un poco, a nostro favore. Diversamente, concluse Giardino: «converrà decidere se la condotta della guerra non debba mutare sostanzialmente e formalmente i.l suo carattere, e se, posti inopinatamente di fronte ad una guerra grossa su tutti i punti da noi occ upati, ad una guerra oramai condotta dagli arabi più che dai turchi, ad una guerra che(. .. ) ha acquistato neuamente oramai tuui i caratteri esclusivi di una grossa guerra coloniale di penetrazione. non ci convenga. come in tuUe le guerre coloniali tutti e sempre hanno fatto, allearci al tempo, aflem1arci alle coste su lutti i punti vitali del paese, esplicare opera politica intensa ed ocu lata, e sia pure lunga, procurarci poco a poco truppe indigene(. .. ) e far procedere( ... ) le anui nostre su terreno politicamente meglio preparato, od almeno meno irto di difficoltà e di agguati» ' ·
In Cirenaica la situazione locale presentava la nota diffenza, rispetto alla Tripolitania, dell'esistenza cli un' autorità religiosa e politica cli gran peso, la Senussia, riconosciuta da tutti i duar (equivalente di mehalla). Nella reazione si dovevano distinguere tre aree, in ciascuna delle quali operava un comandante turco: il maggiore Aziz bey nella zona di Bengasi; il maggiore Envcr bey, già addetto militare a Berlino, in quella di Dcma; il generale Edhen pascià nella zona di Tobruk. La personalità di più evidente spicco era senza dubbio Enver bey. Era arrivato in Cirenaica a fine ottobre e, ben comprendendo la necessità di traJTe il Gran Senusso dalla propria parte, inviò subito un emissario a Cufra_ La risposta del Gran Scnusso fu eloquente:
'AUSSME, Fondo Carteggio Libia. racc. 2, fase. 15, «Comunicazioni verbali fanc a Roma alle LL.EE. il Capo di S.M., il Ministro della Guerra, degli Esteri e il Presidente del Consiglio il 4-5 gennaio 1912 dal ten.col. G iardino». Alla esposizione in quesiionc fecero seguito due promemoria per Spingardi in data 12 e 13 gennaio (cfr. A. SACCOMAN , Il generale Paolo Spingardi cit., p. 160).
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«(.. .) I fratelli mandati da voi ( ... )ci hanno comunicato i progeni che avete ponato agli uomini di questo paese, prngetti gloriosi per l' Islam e fatali ai vili italiaiù. Ce ne s iamo rallegrati, lode a Allah. in nome dell'Islam e cli tutti i musulmani. Gli italiani avevai10 portato l'oppressione e il disordine nel paese dell'Islam( ... ). Dobbiamo, noi e voi, multiplicare gli sforzi, l'assiduità, li coraggio, la fermezza e predicare la concordia(. .. ). La guerra santa non ainmette la defezione di alcun musulmano( ... ). Noi abbiamo predicato la guerra santa a tutti i nostri fratelli musulmani e li abbiano esortati a dare il loro contributo, a baJldire le discordie intestine ( .. .). Per quanto ci concerne, se piace ad Allah, vi caggiungerc mo con i nostri fratell i, con i nostri sudditi, e il nostro esercito riscuoterà la vittoria per esaltare la parola di Allah» '.
Le possibilità operative erano state descritte da Briccola in un lungo e dettagliato studio del 20 dicembre, inviato anche a Pollio 2 • La prossimità dell'altopiano del I3arca, densamente abitato, consentiva l'individuazione di due obiettivi territoriali, la cui occupazione avrebbe assicurato il dominio delle numerose e bellicose tribù del Gebel. Il primo e più importante era el-Merg, ad un centinaio di chilometri ad est di Bengasi e quindi nel raggio d'azione della 2• divisione 3; il secondo era Cirene-Slonta, ad una settantina di chilometri a sud-ovest di Derna, nel raggio d'azione della 4• divisione 4 • Peraltro, per un atto di viva forza occorrevano almeno tre mesi per consentire una sistemazione d ifensiva delle basi tale da renderle difendibili con un minimo di truppe; poi era necessario disporre di cospicui rinforzi e mettere a punto l'apparato logistico; infine, aspettare che si attenuasse il fanatismo per cui «ogni individuo, decrepito, adolescente, valido od invalido, è un acerrimo nemico dell'Italia» s_ In definitiva, «non è assolutamente il caso - affermò Briccola - né ora né fino a quando duri una così grave situazione, di intraprendere e di condurre risolutamente a fondo una spedizione nell'interno, perché allo sforzo inunenso che sì dovrebbe fare, non corrisponderebbe affatto il risultato che si otterrebbe» 6 • Bisognava pazientare e prepararsi. Ed intanto sfruttare il blocco economico, assicurato dall'incontrastabile possesso della costa, i cui effetti già cominciavano a farsi sentire sugli arabi. Di fronte a simile quadro complessivo perfino Giolitti ammutolì. Anzi, a posteriori, scrisse: «L'opinione pubblica, che non si rendeva abbastanza conto di tali condizioni e del fatto che la guerra era ormai degenerata in guerriglia, si mostrava impaziente. A questa impazienza io non partecipavo»! 7• Spingardi riassunse a Caneva le deliberazionj governative: carta bianca per l'operazione su Garian, da attuare soltanto quando giudicata «conveniente e si-
' S. R OMANO, La quarta sponda cii.. p. 157. ' USSMRE, Campagna di Libia cit., IV, doc. 30, pp. 295-311. ' La 21 divisione (gen. Briccola) comprendeva la lll brigata (gen. D' Amico), la IV (gen. Amcglio) e la V li (gen. Ciaiicio). ' La 4• divisione (gen . Trombi) comprendeva la IX brigata (gen. Capello) e l'XI (gcn. Ve! Buono). ' USSMRE. Campagna di Ubia cit., IV, doc. 30. p. 203. ' Ibidem . ' G. G10 1,1n1, Memorie della mia vita cit., pp. 246-247.
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cw·amente possibile ed efficace»; la ventiJata occupazione di Zuara, sulla costa a cinquanta chilometri dalla frontiera tunisina, rimandata a tempo da definire; approvata la piena sicurezza da conferire a Tripoli, come base principale del corpo di occupazione. Il messaggio accennava anche all'opportunità di estendere sulla costa, verso ovest a Zanzur, la base di Tripoli, ma ciò non era espresso con un ordine e nemmeno con una direttiva. Dopo l'esposizione di Giardino, «il governo vedrebbe volentieri occupata Zanzur» 1 • Per la Cirenaica si pronunciò Pollio: nessuna fretta, prepararsi ed intanto continuare l'azione politica. A tal riguardo è significativa una fra~e della sua lettera a Caneva: •<Non posso giudicru·e della situazione politica, perché non so, benché lo abbia chiesto, se e quali trattative furono intavolate dal Governo coi Senussi, trattative il cui risultato ha una grandissima imponanza sulla situazione stessa»! '·
Per quanto l'esposizione verbale ed i promemoria di Giardino fossero più che convincenti, per quanto lo fosse del pari lo studio di Briccola, per quanto il 18-20 gennaio fosse occupata l'oasi di Gargaresh (al lo scopo di assicurarci il possesso delle cave di pietra necessaria per le progettate costru1.ioni portuali di Tripoli), permaneva a Roma un senso di insoddisfazione. lo gennaio fra Giolitti, sempre più convinto dell'inettitudine di Caneva, e Spingardi sorse una «discussione vivace», in seguito alla quale Caneva venne convocato nella capitale. Il 7 e I' 8 febbraio ebbero luogo lunghi colloqui con Giolitti, con i ministri e con Pollio, GioEtti accennò nelle sue «Memorie» a questa visita: «Nelle conversazioni egli mi spiegò con grande chiarezza tale situazione militare e la difficoltà di azioni risolutive, tanto che io fui persuaso che molte delle critiche che si rivolgevano alla sua opera non erano giustificate; egli a sua volta si persuase delle ragioni d i politica internazionale che consigliavano di abbreviare al possibile la durata della guerra» ' · Sembrerebbe si fosse stabilito un equilibrio tra i due interlocutori, ma non era affatto così , ed alcune frasi precedenti, nelle «Memorie», dimostrano il proseguire del «dialogo assurdo e vizioso»", che si trascinava da tempo. «Mi parve anche - scrisse Giolitti - ( .. .) che non si rendesse abbastanza conto delle ragioni di politica estera che consigliavano una azione più rapida, per evitare complicazioni che potevano nascere ad ogni momento in una guerra che turbava tanti altri interessi. Il Caneva invece considerava quasi esclusivamente la situazione mi litare locale» s_ ' Spingardi a Caneva in data 5. I.I 912, in USSMRE. Campagna di Libia cit., U, doc. 9, p. 208. • Pollio a Ca11eva i.u data 17. l.191 2, ibidem, li, doc. 11, pp. 311-312. ' G. G1ourr1, Memorie della mia vita ci t. , p. 248. • S. ROMANO, Ln quarta sponda cit., p. 194. • G. G1ourr1, Memorie della mia vita cit., p. 248. Sulla stampa le polemiche continuavano. Su L 'Unità del 12 marzo 1912, Salvemini auaccò il governo, chiedendosi: «vide le ultime conseguenze, a cui i coloniali volevano condurlo? E se le vide, le accettò senz'altro? Oppure aveva il proposito di fcmiarsi al momento opportuno? Oppure non vide e non capì nulla, e cedé a quelle prime prcs-
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Dopo l'incontro, Pollio riassunse in una memoria la linea di condotta da seguire in Libia. Prima di tulto si preoccupò (ma ce n'era davvero bisogno?) di chiarire che l'aspetto politico <<Si sovrappone decisamente» a quello militare. Quindi seguirono gli orientamenti operativi . ln Tripolitania concedeva che non convenisse penetrare nell' in temo, ma non per questo si doveva rinunciare a qua lche piccola azione. In altri termini, bisognava abbandonare l'idea della difensiva passiva ed approfittare di ogni attacco nemico per contrattaccarlo dopo averlo arrestato co.l fuoco (ma tutti i comandanti in posto non erano concordi nell'affermare che gli arabi, una volta respinti, si disimpegnavano con una rapidità di gran lunga superiore alla mobilità delle nostre truppe?). Ad ogni modo occorreva impedire o '\imeno ostacolare il contrabbando dalla T unisia, occupando capo Macabez, visto che vari motivi impedivano di prendere Zuara. L'altra occupazione da effettuare era quella di Margheb, che sovrastava pericolosamente Homs 1• Due successivi combattimenti in Cirenaica, di Sidi Abdallah presso Derna (3 marzo) e appunto di Margheb (conquistata il 27 febbraio e difesa il 5-6 marzo), provocarono uno scatto di nervi di Giolitti: «Dopo cinque mesi di guerra - scrisse a Spingardi - i nostri genernJi non hanno ancora imparato neppure a scri vere un telegramma1 È una inferiorità intelleuuale veramente deplorevole. Da Derna si telegrafa in modo da far credere che si sia avuta una sconfitta. Al Mergheb si sa che avvenne un attacco e ora, alle 5 dell'indomani. neanche la Presidenza del Consiglio sa che cosa avvcnne.1iltoni mi ha detto che alrestero si dice che noi abbiamo buoni soldati ma pessimi generali. Ed è purtroppo una verità che con dolore vedo confermata sempre più. Se non c i decidiamo a una epurazione mandando via per i,1sufficie11za i11tellet111ale i due teni dei generali , le spese militari saranno purtroppo spese improduttive! In Francia la nostra impotenza ad occupare la frontiera tunisina ci rese addirittura ridicoli! Che non vi sia modo di utilizzare un esercito come il nostro?» ' .
Non aveva to1to sulla compilazione dei dispacci e sulla loro tempestività, dato l'evidente bisogno di infonnazioni rapide, sicure, precise ed esaurienti, ma i suo.i giudizi erano ingiusti, non fosse altro perché connessi con un' impresa del cui avventato ini;,:io proprio lui, Giolitti, era il primo responsabile. Spingardi prese posizione: «Tl tuo pensiero sui generali dell'Esercito nostro mi era noto; ma oggi la penna ha varcato il segno, e credo anche il tuo pensiero. È vero quello che tu scrivi: i nostri generali non sa1mo forse
sioni. ed ha continuato a cedere, e conti nuerà a cedere sempre, perché non ha idee, perché non sa quello che vuole, perché tutta la politica gioliniaaa consiste nel vivere alla giornata. Vo1Temmo sbagliarci, ma quest'ultima ipotesi sembra a noi la più probabile. Un ministro degli Esteri rammollito ed esautorato, un presidemc del consiglio ignorantissimo di politica estera, un ministero degli Esteri che è una organizzazione di incompetenza, un corpo diplomatico e consolare troppo inferiore al suo compi lo, non ci ranno sperare nulla di buono per la noslrn patria( ... )» (G. SAI.VEMINJ, Come siamo andati in Ubia cii., p. 178). ' Pollio a Cancva in data 14.2.1912, USSMRE, Campagna di libia cit., II. doc. 28, pp. 233234. ' Giolitti a Spingardi in da1a 7 .3. 1912, in A. SACCOM,IN, Il generale Paolo Spingardi cit., p. 162.
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scrivere telegrammi, o dettare note diplomatiche come gli amici tuoi San Giuliano ed il Sig. Tittoni; non è il loro mestiere. Ma questo però sanno: in ci nque mesi di singolare campagna hanJ10 condotto alla vittoria sempre i nostri valorosi soldati. Non uno scacco! Nessun esercito del mondo può vantare nella sua storia coloniale risultati sinùli, e tanto meno la Francia, di cui "littoni riporta lo strano giudizio raccolto 11011 so dnve. Non è all' indomani di due sanguinose vittorie che si possa dire questo. Critiche se ne possono fare su tutto e su tutti: io stesso ne ho falle e non le tacqui: è questione di nùsura ( . ..)» 1 •
Lo scontro di maggior portata e più sanguinoso si verificò il 12 marzo ali ' oasi delle Due Palme (Suani Abd el-Ghani). Il generale Ameglio seppe avvol-
gere in tempo, da nord e da sud, una massa stimata a 4-5.000 armati, causando loro un migliaio di morti e ovviamente non meno di altrettanti feriti. Le nostre perdite assommarono a 37 caduti, di cui 5 ufficiali, e 140 feriti, di cui 12 ufficiali 2• Ma neanche quello poteva definirsi un successo determinante: il grosso delle forze arabo-turche non aveva preso parte al combattimento. Briccola, orientato inizialmente a sfruttare il successo puntando sul campo arabo di Benina, situato a quindici chilometri oltre gli avamposti, la cui forza era stimata sugli 8-10.000 armati, rifletté che, anche se la sorpresa avesse sortito buon esito, non gli sarebbe stato possibile rimanere sulla l.ocalità raggiunta per carenza di acqua. Perciò «fermo nella linea di condotta - rifer'ì a Caneva - che ogni passo avanti verso l' interno, finché dura l'attuale atteggiamento de lle tribù, dev' essere seguito da successive stabili occupazioni e che in questa guerra non convenga, per ora, intraprendere operazioni senza la quasi assoluta certezza di buona riuscita, ho dovuto, con rammarico, dopo maturo esame, rinunciare all'avanzata contro il campo avversario» 3 • Né la musica era diversa a Tripoli: «Ora situazione odierna - telegrafava Caneva a PoUio - e ragione militare coincidono esattamente e praticamente con deduzioni teoriche che sconsigliano operazioni da Tripoli verso Zuara. Situazione nemica( ... ) è variabile continuamente( ... ). Dovunque si avanzi non si troverebbe grossa resistenza frontale ( ... )»•.
3. IL CAMBIAMENTO DELL'INDIRIZZO STRATEGICO Se Caneva disturbava i sonni di Giolitti, la marina non era da meno. Volendo effettuare una dimostrazione di forza, il 24 febbraio due incrociatori della 2• divisione di Thaon di Revel si erano presentati davanti a Beirut, intimando la consegna di due navi turche in rada. Alle 9, 1Onon essendo stato dato seguito al-
'Spingardi a Giolitti in data 7.3. 19 12, ibidem, pp. 162-163. ' Relazione Briccola a Caneva in data 23.3.1912, USSMRE. Campagna di Libia cit., IV, doc. 4 1, pp. 365-374 .
' Briccola a Caneva in data 1.4. 191 2, «Relazione sulla situazione e sugli avverùmenti di marzo 1912», ibidem, IV, doc. 42, p. 376. 'Cancva a PoUio in data 16.3. 191 2, ibidem , lV, doc. 32, p. 237.
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la richiesta, gli incrociatori aprirono il fuoco. Le navi ottomane furono colate a picco, ed alcuni colpi di cannone caddero sulla città provocando panico e vittime, ma principalmente offrendo spunto per saccheggio ed assassini da parte della feccia della città, pronta ad approfittare subito dell'occasione. Ovvie le nuove proteste internazionali. Il governo austriaco, attraverso il suo ambasciatore a Roma, ci accusò di «aver bombardato una città aperta» e ci diffidò dal rinnovare «il bombardamento di una città, in cui viveva una numerosa colonùt austriaca»'. 114 marzo Aubry morì a Taranto, a bordo della sua nave. Subentrò nella carica di comandante in capo, l'ammiraglio Fara velli, che già da un mese aveva assunto il comando interinale. Appena insediato, rinnovò al ministro Leonardi Cattolica il s,uggerimento, già fom1ulato il 28 febbraio, di inviare nell'Egeo meridionale due incrociatori ausiliari per ostacolare l'attività dei piroscafi contrabbandieri. Che la guerra stesse arenandosi in Libia era un timore che conùnciava a farsi assillante, anche fuori dell'ambiente nùlitare. Tittoni, da Parigi, aveva scritto a San Giuliano che stava persuadendosi di una triste realtà: la condotta delle operazioni in Tripolitania ed in Cirenaica non era in grado, «in nessun modo di detenninare la cessazione della guerra, la quale, anzi, restando noi ed i turchi a guardarci da lontano, potrebbe durare all'infinito)) 1 . Quindi o si riusciva ad ottenere il placet delle Potenze per agire nel bacino orientale del Mediterraneo oppure bisognava cercare un dialogo diretto con la Porta per arr.ivare alla pace con un accordo a due. In quel periodo, su iniziativa russa, le Potenze stavano soppesando l'opportunità di intervenire per salvaguardare gli interessi europei. L' idea era di convincere la Turchia a cedere la Libia e l'Italia ad offri.re un risarcimento finanziario. Inoltre le Potenze avrebbero subito riconosciuto la sovrarùtà italiana su Tripolitania e Cirenaica, mentre per il riconoscimento turco l'Italia non avrebbe avanzato subito pretese, ma lasciato «alle circostanze di regolare il corso degli eventi» 3. L' 11 marzo gli ambasciatori esteri, separatamente, tastarono il terreno a Roma ed il 15 ricevettero una nota di San Giuliano con le condizioni alle quali l'Italia sarebbe stata disposta a chiudere il conflitto: riconoscimento della sovranità da parte delle Potenze, ritiro delle truppe turche dalla Libia, riconoscimento italiano dell' autorità del califfo in quella regione. Le Potenze si riservarono di consultarsi prima di rivolgersi a Costantinopoli. Nel frattempo Leonardi Cattolica era riuscito a convincere Giolitti ad un primo gesto di intimidazione diretta, cosicché il 14 marzo Thaon di Revel ricevette l'ordine di tentare un atto offensivo contro le navi turche nei Dardanelli, evitando però qualunque azione contro le fortificazioni costiere che avrebbe potu-
'G. GJOLITII, Memorie della mia vita cit., p. 251. ' Tittoni a San Giuliano in data 14.2.1912, in F. M ALGERJ, La guerra libica cit., p. 335. ' G. GIOLITII, Memorie della mia vita cit., p. 245.
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to avere gravi ripercussioni sulle trattative internazionali, stanti le già esistenti preoccupazioni che la Turchia decidesse di minare l'accesso agli stretti come misura difensiva. Revel si preparò. Avrebbe dovuto utilizzare come guida uno straniero, vissuto a lungo a Costantinopoli, offertosi, sembra, a Giolitti di agevolare un colpo di mano contro la t1otta turca, di cui sosteneva di conoscere l'esatto ancoraggio nel mar di Mannora e la cattiva vigilanza. Una lunga conversazione con lo stra1ùero in questione destò però la diffidenza dell'anuniraglio: era generico, vago, poco e male informato. Rendendosi conto che in queste condizioni il tentativo sarebbe diventato un azzardo, nonostante il desiderio di compierlo Revel si avvalse della facoltà lasciatagli di rinunciare all'impresa, ove le circostanze l'avessero sconsigliato '. Non per questo si arrese, perché nel rapporto sulla missione a Beirut, presentato poco dopo a Leonardi Cattolica, osservò: «Non conosco abbastanza intimamente la psiche della Sublime Porta ( ... ) ma se, dopo il colpo assestatole a Beirut non ha reagito, la credo decisamente più disposta alla fatalistica ma più formidabile passività, che non ad ,u·dite e violente iniziative. Ciononostante la nostra flotta è ancora vincolata all'ufficio di guardiana delle coste della Cirenaica( ... )» 2• Quindi, a suo giudizio, bisognava provocare l'uscita della flotta turca dai porti e distruggerla. Una provocazione di grande effetto sarebbe stata l'interruzione dei cavi telègrafici fra il continente e le isole. Senza entrare nella complicatissima rete di proposte, discussioui, obiezioni, che si stese sul tavolo diplomatico nel primo t1imestre del 1917 3 - incertezze e contrasti che dimostravano quanto complessi e sentiti fossero gli interessi europei in gioco attorno al «grande malato» - possiamo affennare che in sostanza quasi tutte le Potenze, eccezion fatta per la Russia, per un motivo o per l'altro non manifestarono certo simpatie per la posizione dell'Italia. Il 25 marzo Guglielmo II inconu·ò Vittorio Emanuele Hl a Venezia. Sullo sfondo c' era la prossima scadenza della Triplice. L'argomento era tornato d'attualità nell' ottobre 1911 e sia Kiderlen Waechter sia Aerenthal avevano incaricato i rispettivi ambasciatori a Roma di continuare le conversazioni. Dopo alcuni contatti, però, San Giuliano il 23 dicembre aveva dichiarato che gli sembrava preferibile rimandare il trattato al termine della guerra, anche perché si rendeva necessario adeguare le disposizioni circa lo status quo del Mediterraneo alla nuova situazione politica. Non disse che temeva la disapprovazione deU'opinione pubblica a causa dei commenti ostili della stampa austriaca e tedesca nei confronti della spedizione italiana a Tripoli. Per inciso, secondo l'ambasciatore inglese Rodd, Giolitti avrebbe man.ifestato il proposito cli non alienarsi Francia e Gran Bretagna in quanto il possesso
'C. MANl'RONI. Guerra iialo-turca cit. , II, pp. 86-87. 'G. GJOLITI'I, Quarant'anni di vita politica cit., III, doc. 77, pp. 71 -72. Cfr. C. MANFRON I, Guerra iwl.o-turca cit., il, pp. 77-78. Il rapporto fu presentato da Leonardi Cattolica a Giolitti il 23 mano. ' L. SAi,VATORELLI, La Triplice Alleanza.cit., pp. 416-424.
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della Libia poneva ora l'Italia in posizione di maggiore dipendenza da esse 1• San Giuli.ano, invece, sostenne con l'ambasciatore austriaco Merey che uno dei principali scopi della sped.izione era appunto il conseguimento cli una maggiore indipendenza dalle Potenze occidentali e, quindi, la possibilità di fare una completa politica triplicista 2 • Il 7 febbraio 1912 era morto Aerenthal, sostituito dall'am.basciatore a Pietroburgo, Berchtold, giudicato da San Giuliano come «persona senza idee proprie ed asservita interamente alla camarilla aulica e militare» 3, I rapporti fra Italia e Austria non jJotevano definirsi propriamente amichevoli. Anche se l' allontanamento di Conrad dalla carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito, deciso il 30 npvembre 19 11 dal!' imperatore, aveva tolto di mezzo uno dei personaggi più contrari all'Italia 4, l'Austria non era per nulla intenzionata a consentire alla marina italiana di affacciarsi nell'Egeo ed aveva sempre respinto i tentativi di aliui1orbidimento compiuti da Kiderlen Waechter. Ma il predetto incontro dei sovrani a Venezia cambiò molte cose. Il re parlò <<con franchezza sorprendente», come riconobbe il Kaiser con compiacimento, ed ebbe l'abilità di persuadere il suo interlocutore che l'Italia desiderava giungere al più presto possibile alla pace per lasciare in Libia le sole gutm1igioni indispensabili e riordinare l'esercito metropolitano, sì da trovarsi in condizioni di assolvere i suoi impegni di alleata 5 • Guglielmo II, che teneva molto al rinnovamento della Triplice, accolse la tesi e promise di intervenire con Vienna. Forte di questo appoggio, San Giuliano avvertì Berchtold che «il contrabbando militare turco» obbligava l'Italia a bloccare le provenienze dall'Egeo, impossessandosi temporaneamente di alcune isole. Berchtold resisté a lungo risollevando la questione dell'art. VII del trattato, vietante qualunque occupazione dei territori ew-opei dell' impero ottomano, e sostenendo che tutte le isol.e dell'Egeo facevano parte appunto della Turchia europea. San Giuliano obiettava che l'art. VII si riferiva ad occupazioni pem1anenti e non temporanee, e che il vilayet delle isole del basso Egeo, essendo compreso nei vilayet dell' Asia, non doveva
1 B.D., IX, pJ, doc. 302. in L. SA.LVATORELLI, ibidem, p. 414, ' Ibidem, p. 41.3. ' Ò. G1ourn, ,\t!emorie della mia vita cit., p. 256.
' La c1isi che provocò la cadu ta di Conrad fu provocala da un ennesimo promemoria da questi presentato a Francesco Giuseppe, il I 5 novembre 1911 , in cui non sollanto sosteneva che «I' alleanza con l'Italia è un danno per la Monarchia» e che occorreva fare i conti con essa quando ancora non aveva completato il piano ferroviario e le fortificazioni al confine, cioè nella primavera del 1912, ma precisava che «l'apprnfittare della situazione di momentanea debolezza creata dall'impresa tripol ina è imposto dalla stessa necessità di vita della Monarchia». Francesco Giuseppe, dopo aver sentito lo sdegnato Aercnthal, rifiutò seccamente di seguire quei suggerimenti e concluse: «Finché l'Italia non ci attacca, questa guerra non ci sarà, del resto, fino ad oggi da noi noa c'è mai stato un partito della guerra» (in M. MAZZElTI, L'eserci10 ifaliarw nella Triplice Alleanza ciL, p. 249). Conrad venne sostituito dal generale Schemua. ' L. ALl!ERTINI, Ven1 'anni di vita politica, Bologna 1950, p. l, voi. li, pp. 172- 173.
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venir considerato europeo '. Alla fine, il 12 aprile, di fronte alla dichiarazione italiana di non essere in grado cli differire oltre l'operazione per motivi politici e militari, Berchtolcl si arrese a condizione che, a guerra finita le isole occupate (tre sole: Rodi, Scarpanto e Stampalia) venissero restituite 2 • Al comando in capo delle forse navali era adesso il vice ammiraglio Viale, il quale apportò poche modifiche al piano già predisposto da Faravelli. In sintesi, venne ripresa in considerazione l'azione di sorpresa contra la squadra turca nei Dardanelli, scartata poco tempo prima da Thaon di Revel, ma ora posta in relazione con alu·e due operazioni. L'una contro i forti esterni dei Dardanelli e l' altra con una preliminare incursione lungo le coste dell'Anatolia, contro i forti di Smirne e di Cesmé, per danneggiare le comunicazioni telegrafiche. Quanto alle isole, erano previste azioni a Mitilene nonché lo sbarco a Rodi. Base di rifornimento a Stampalia. Obiettivo principale era la flotta turca, ma l'attacco, affidato alle siluranti del duca degli Abruzzi, doveva venir organizzato e condotto in modo da poterlo ignorare in caso cli fallimento e da lasciar apparire come principale l'occupazione delle isole 3 . La squadriglia di siluranti si presentò davanti ai Dardanelli la notte sul I 8 aprile; puru·oppo le condizioni del mare ed anche la palese efficienza della sorveglianza turca mostnuono impossibile la sorpresa 4 • Tutto, in sostanza, si ridusse ad uno scambio di cannonate nella mattinata del 18 fra i forti all'ingresso dei Dardanelli e le corazzate della 1• squadra navale, mentre la divisione dell' ammiraglio Presbitero tagliava i cavi telegrafici di Chio e di Scarpanto e distruggeva la stazione radiotelegrafica di Cesmé, presso Smirne s. La reazione della Porta fu immediata. Anzitutto con la chiusura dei Dardanelli, il che sollevò le proteste dell'Inghilterra (principalmente verso l'Italia) e della Russia (verso la Tmclua). Berchtold, dal canto suo, dichiarò che l'attacco costituiva una vera e propria provocazione italiana, in contrasto con gli accordi presi. San Giuliano cercò di convincere che si era trattato di prevenire un'azione della t1otta nuca, di cui il governo italiano era venuto a conoscenza. Ma all'ambasciatore inglese confidò che l'anuniraglio Viale era andato oltre le istruzioni ricevute 6. In secondo luogo, risposta negativa alla mediazione delle Potenze. Pur accogliendo la proposta, il governo ottomano avvertì che sarebbe stato disposto ad entrare in negoziati soltanto sulla base del pieno mantenimento dei diritti del
' D vilayet dell'arcipelago comprendeva anche i sangiaccati di Rodi e di Chio, relli ciascuno da un rnutasserif. ' C. MANrRONJ, Guerra italo-turca cit., II, pp. 103-104. ' Ibidem, p. 105. ' Anche questa volta Giolitti ricordò «l'agente forestiero segreto,> (già messo da pari.e da Thaon di Revel come poco affidabile), che doveva guidare le sil uranti nei Dardanelli (G. GIOLITII, Memorie della mia vita cit., p. 253). ' C. MANFROKI, Guerra italo-wrca cit., li, p. 114. '' S. ROMANO, La quarta sponda cit., p. 209.
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sultano e della rinuncia italiana ali' annessione della Tripolitania e della Cirenaica, nonché, evidentemente, dell'immediato sgombero delle sue trnppe da.IL' Africa 1• Pur con ogni comprensione per le caratteristiche della guerra nel teatro libico, pur riconoscendo la fondamentale razionalità delle motivazioni di Caneva, Spingardi e Pellio non riuscivano più ad accettare una situazione psicologicamente difficile da capire. Entrambi avevano già messo sul! ' avviso Caneva in via personale.
«n nostro prestigio militare a Tripoli - gli aveva scritto Spingardi - è molto discusso. In altri termini, ancora una volta ;i lamenta la nostra ... inazione! E si dice che essa abbia, e forse ha di fatto, una grave ripercussione sulla politica estera(,.,). Questo ed altro si dice qui, e pur troppo si scrive di costà anche da ufficiali di vario grado; e q11esto pur troppo ha presa e determina correoti di opinione pub~Jica non favorevoli al nostro prestigio. Questo ho voluto dirti perché tu lo sappia; ripet.o, non il Ministro, è l'amico che t.i scrive: tu gi udica e ... manda( ...)» ' · Pollio si era espresso ancor più esplicitamente, contestando pm·ecchi aspetti dell'azione di comando di Caneva: «La linea di condotta stabilita nel febbraio scorso fra V.E. e le autorità centrali intorno al modo di condurre le operazioni nella Libia in generale, e in Tripolitania in particolare, si ri feriva alla situazione di allora, e naturalmente non si intendeva che essa dovesse servire come una guida itmnutabile e continuò per lo svolgimento dell'azione di guerra che sosteniamo contro i turco-arabi. Almeno io faceva assegnamento sulla disgregazione del nemico, che pareva probabile, e sopra la conti nuazione da parte del nemico stesso della tattica offensiva dalla quale potevano risultare per noi van taggi quasi sicuri. V.E. sa meglio di ogni altro che la disgregazione non si è ancora verificata. e che il nemico non ha eseguito che qualche insignificante attacco facilmente respinto senza che perciò si possa da parte nostra vantare vittoria. D'altra parte l'attuale situazione non accenna a mutare. Il nemico è diviso in nuclei posti attorno a noi a distanza variabile, ma a poche ore di marcia. Fra esso e le linee da noi occupate intercede breve spazio, e il nemico se non può dire in buona fede che ci tiene assediati. può dire però che di fatto è ancora padrone del paese e che noi non osiamo inoln·arci. Di fallo V.E. non ha creduto neppure di occupare Zanzur. A rendere ancora più penosa tale situazione sta il l'atto che tra breve il caldo impedirà ogni azione verso l' interno, e l'altro fatto che bisogna congedare la classe 1888 e sostituire gli uomini che a detta classe appartengono, aprendo cosl una crisi non ind ifferente che potrà 1ipercuotersi sulla compagine dei corpi. In poche parole la nostra situazione costì non è all'altezza delle forze di cui disponiamo e dei nostri mezzi. V.E. ha chiesto molti mezzi logistici, e sono stati concessi, sempre nell' idea che V.E. li avrebbe utilizzati. È vero che l'E.V. manifestava il proposito di sfruttare l'occasione per allargare il territorio da noi occupato e per rialzare il nostro prestigio militare, e che può essere discutibile se l'occasione siasi presentata davvero, ma è certo che se si continua nel proposito di non muoversi assolutamente e di non fare nessuna azione di guerra, il nostro prestigio militare, il quale, è inutile illudersi, è alquanto scosso in Tripolitania, continuerà a scendere. Nell'inverno scorso, come V.E. mi ha riferito, si è lavorato alle fortificazioni allo scopo assegnato colle mie direttive, da V.E. approvate, di costituire una robust.a cinta di sicurezza con opere
'G1o urr1 , Memorie della mia vita cit., p. 246. ' Spingardi a Caneva in data 30.3. 19 12, in A. SACCOMAN, Il generale Paolo Spi11gardi cit., p.
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staccate chiuse, anche per rcndc1:e disponibile una grossa forza mobile per operare in campo aperto. I lavori non sono finiti, e non potevano esser.lo, ma sono progrediti in modo da rendere disponibil i molti banaglioni di fanteria e molte batterie. Inoltre non sembra necessario clie a Homs continuino ad esservi nove battaglioni, specie dopo che si è fortificato il Mergbeb. Ritengo perciò che le forze costl non difettino. Prima che incominci la stagione calda si impone quindi di stabi lire che cosa sia necessario fare e che cosa convenga di fare. Secondo il mio avviso urge di prendere una decisione. In nome mio perciò e in nome di S .E. il Ministro della Guerra , io prego V.E. di prendere nuovamente in considerazione la situazione internazionale, la sitllazione mi li tare nostra costì, e di farmi sapere che cosa intende V.E. di fare. Non nascondo però fin d'ora che l'inazione completa non entra nelle mie vedute e che nel considerare la situazione non la si può guardare solo sotto l'aspetto puramente tecnico, ma si deve tenere anche conto, e conto anche maggiore, della parte morale» '.
Era una lettera equilibrata, sensata, obiettiva. Caneva si rendeva conto che poteva e doveva quanto meno risolvere la questione del controllo della fascia costiera da Tripoli alla frontiera con la Tunisia. Come sappiamo, ai due obiettivi territoriali di Zanzur e di Zuara, rispettivamente a trenta ed a cento chilometri da Tripoli, si pensava già da tempo, in particolare al secondo. Non che, padroni di questa località, saremmo stati in grado cli chiudere completamente la porta agli aiuti provenienti dalla Tunisia, però avremmo tolto agli arabi l' utilizzazione delle carovane provenienti da Ben Gardane. Per quanto si conosceva, i primi di aprile gli amrnti tunisini entrati in Tripolitania si aggiravano sui 5-6.000. Una m.ehalla di 1.500 armati, condotta da un notissimo marabutto, proveniente da Timbuctù, risultava arrivata il 7 aprile al campo arabo di Suani Beni Adem, dove sembrava attesa un'altra mehalla proveniente da Misurata. Sui giornali turchi si leggeva di grandi quantità di anni e di munizioni inviate agli arabi e della certezza di Nesciat bey cli riprendere quanto prima molte posizioni agli italiani. Così, .il I O aprile una colonna della divisione Garioni sbarcò sulla penisoletta di Ras el-Machbez e il giorno successivo un distacciunento occupò il vicino forte costiero di Bu Chemrnesh. A questo punto Caneva, considerando la prospettiva di un attacco in forze da parte arabo-turca e l'invio in congedo della classe .1.888, si fermò di nuovo. Anche Titto1ù si premurava di far conoscere da Parigi umori e commenti francesi. Ferma restando la diffusa ammissione della necessità per l'Italia di estendere la gue1Ta e della validità di un pegno importante quale il Dodecanneso per le trattative di pace, si reputava che essa avrebbe commesso un errore «nocivo al suo prestigio, e presso la Turchia e presso le Potenze, se, mentre. occupa le isole dell'Egeo, non spingesse in pari tempo l'azione militare in T1ipolitania», Tittoni accennava altresì ad osservazioni ironiche della stampa cl' oltralpe sulle nostre operazioni di sbarco 2 • Pollio, al quale i dispacci dell'ambasciatore venivano passati in visione, si risentì:
'Polli o a Cancva in data non precisata dell ' aprile l 912, ma verosimilmente, all' inizio del mese, AUSSME, Fondo Carteggio S.M.S.R.. Classifìcaro RR, mcc. 30, fase. 14. 1 Tittoni a San Giuliano in data 16.4.19 12,AUSSME. Fondo Carteggio Libia, racc. 3, fase. 42 .
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«( ... ) non posso a meuo di rappresentare - sc1isse a Spingardi - che i consigli e le critic he militari che ci vengono ripetutamente trasmessi dal R. Ambasciatore a Parigi come emanati da(]'ambiente che lo circonda, o traiti dalla stampa, sono spesso così ~trani ed infondati, che io non so davvero perché egli si dia la pena di telegrafarli(. .. ). E i critici francesi dovrebbero ricorda.re il tempo e le difficoltà con cui i Francesi sbarcarono nel 1859 ... nel porto di Genova! Infine i critici dei quali il nostro ambasciatore c i ripurta le opinioni, dimenticano di dirci iJJ qual modo si potrebbé' impedire alle orde arabe-turche riunite a Zua.ra di fuggire» '.
Tuttavia, Pollio era decisamente scontento dell' andamento delle cose in Africa. «Continua non verificarsi attacco arabo-turchi - rimarcò ancora a Caneva - e neppure desiderata disgregazione; avvicinandosi inoltre estate non mi sembra inazione, 'sia pure meditata, r.isponda più esigenze militari, come non risponde certamente esigenze politiche internazionali. Prego telegrafarmi Sue intenzioni, essendovi ancora poche settimane utili per operazioni offensive» 2• Caneva probabilmente non brillava per grande energia ma per certo, una volta convintosi della bontà di una determinata linea di condotta, non si lasciava smuovere dal proposito e replicava con assoluta tranquillità ai nemmeno velati rimproveri. E non riteneva neanche fosse il caso di dichiararsi disposto a lasciare l'incarico. Questa volta, facendosi forte anche del parere cli Frugoni, non soltanto ribadì le precedenti dichiarazioni, «che in questo momento più che mai ritengo essenziale mantenere rigorosamente immutate}} visti i due nuovi fattori negativi (congedamento della classe 1888 e arrivo dei giovanissimi soldati di leva), ma quasi si stupì che la circostanza non fosse valutata a Roma nella giusta nùsura. Spiegò, poi, che il generale Garion.i aveva intenzione di occupare Sidi Said, costituendovi una base per il controllo delle carovane verso sud, e che, una volta effettuata la sostituzione dei congedanti, poteva essere il caso cli occupare una posizione costiera dominante l'oasi cli Zanzur, tale eia consentire di prolungare la ferrovia già ultimata sino a Gargarcsh e di sfruttare senza preoccupazioni le cave di el-Glùran per i lavori portuali. Questa era al momento la sola operazione militarmente efficace e lui, Caneva, avrebbe commesso un grave errore se l'avesse trascurata «per essermi lasciato indurre da ragioni extra militari ad operazioni militannente da me ritenute inutili e aleatorie nelle loro conseguenze sulla nostra situazione nùlitare Tripoli, ora eccellente come lo stesso nemico chiaramente dimostra» 3• Il 28 aprile l'ammiraglio Presbitero prendeva possesso dell'isola cli Stampalia nei cui porti già si era raccolta la sua divisione navale. A questa, e sempre in risposta alla chiusura degli stretti, fece seguito la prevista occupazione cli Rodi da parte di un contingente cli 15 .000 uomini agli ordini del generale A.meglio,
' Pollio a Spinga.rdi in data 21.4.1912. In calce alla lettera Polli o aggiunse a penna: <<Sarei grat(i a V.E. se volesse sottoporre queste mie considerazioni a S.E. il Ministero degl i Esteri». ' Pollio a Caneva in data 25.4.1912, ibidem, racc. 2, fase. 10. ' Caneva a Pomo in data 26.4. I 9 I 2, ibidem.
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imbarcatosi a Tobruk. A dire il vero, Rocca Rey aveva avanzato più di una perplessità sulla convenienza di prendere Rodi. A suo avviso era eccentrica rispetto alla Libia come rispetto ai Dardanelli ed a Smirne; era priva di risorse locali e di ancoraggi; il rifornimento delle truppe di occupazione avrebbe comportato ulteriori one1i e continua vigilanza sul mare; sul piano bellico non vedeva quale effetto pratico potesse rivestire per la Turchia; sul piano psicologico l'effetto era nullo, ben sapendo la Porta che al termine della guerra le sarebbe stata restituita 1• E il 18 aprile volle ripetere il suo parere contrario 2• Ma la scelta di Rodi, 1' isola più importante delle Sporadi meridionali, riscuoteva la generale approvazione. All'alba del 4 maggio il corpo di spedizione effettuò lo sbm·co. In quel mentre Pollio spediva a Caneva un'altra lettera personale, nella qual.e fomrnlava un insieme di considerazioni sulla situazione complessiva e su quella libica, di incitamenti, di critiche, il tutto espresso con una certa forma ma con il tono deluso di chi sempre meno trova sostenibile la deliberata stasi operativa: «Allorché questa mia lettera ti perverrà, sarà forse noto che abbiamo fatto qualcosa altrove [=lo sbarco a Rodi). Oggi dico: speriamo che Lutto riesca bene, quantunque si tratti di cosa non facile. Ma io non credo che l'operazione, pur se riuscita bene, potrà avere grande influenza sull'andamento della guerra( ... ). L'impero ottomano pare alla vigilia della rovina. Ma a noi non conviene che rovini in questo momento perché, con tante truppe e tanti mezzi tolti dal paese, non ci troviamo in condizione di poter sfruttare gli eventi. È vero che l'impero ottomano si è trovato più volte alla vigilia della rovina e che sempre è stato a tempo puntellato dalle Potenze, ma questa volta potrebbe essere la buona, oppure se le Potenze concordi non ne volessero la rovina, potrebbern intimare a noi chi sa che cosa, chi sa quale umiliante passo indietro( . .. ). La nostra non è soltanto una guerra coloniale, ma è una guerra contro una Potenza che è anche europea, ed è guerra contro g]j interessi ew-opei; il fattore tempo perciò ha un'importanza ben maggiore che in qualunque altra guerra coloniale ( .. .). Nessun generale forse, nei tempi moderni, ha avuto tanta libe1tà d'azione nel campo militare e tanta larghezza di mezzi come te. Non hai avuto che da chiedere! Quando tu fosti qui ( ... )mettevi in sostanza il diknuna: o gli Arabi attaccano o 11011 attaccano: se attaccano saranno battuti; se 11011 attaccano devono disgregarsi, essendo pagati per combauere ( ... ).Ma è una continua e grossa delusione: gli arabo-turchi non attaccano e, ben lontani dal disgregarsi, sono più forti o almeno più numerosi di p1ima ( .. .).In guerra non si può considerare una situazione, sia pure invariata, in modo invariabile( .. . ). Siamo perfettamente d'accordo che questo [= la critica dell'opinione pubblica] non deve rare impressione, ma d ' altra parte essendo la guerra un atto politico per eccellenza, non è possibile rare astrazione dalla politica internazionale e dalla politica interna. Ma racciamo pure astrazione da tutto questo e consideriamo la silllazione tua., esclusivamente t.ua, sotto l'aspetto politico-militare. Non è proprio possibile (are nulla per 'aument,1re il territorio da noi effettivamente occupato e per rialza· re il nostro prestigio militare' ?( .. .). In conclusione, caro Caneva, io credo che se lasciamo ancora passare alcune altre settimane e andiamo incontro alla feroce estate africana, non potremo fare più nulla, e bisognerà allora aspettare l'autunno. E credo che si possa invece non aspettare oltre e far qualcosa per attuare o almeno avvicinarci agli obiettivi che ci siamo proposti» ' ·
' Rocca Rey a Leonardi Cattolica in data 16.4.1912, Fondo Carteggio Libia, racc. 3, fase. 36. ' Rocca Rey a Leonardi Cattolica in data 8.4.1912, ibidem. ' Pollio a Caneva in data 2.5.1912, in A. SACCOMAN, li generale Paolo Spingardi cit., pp. 168-169.
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Anche Giolitti manifestò, con una lettera «scritta tutta di mio pugno», il suo ma.lcontento, rimarcando soprattutto una differenza: «( ... )le lettere di ufficiali e soldati che vengono da Bengasi, Dema, Homs, Tobruk, contengono I.e espressioni di entusiasmo, di fiducia, di soddisfazione dell' opera compiuta( ... ). Le lettere invece che vengono da Tripoli, sia da ufficiali che da soldati, contengono in moltissimi casi sentimenti di sfiduci a, di depressione d'animo, che addolorano e gettano nel paese una grandissima sfiducia nel nostro eserci to (.. .)»,
e tenne a toccare il tasto dolente, deprecato dall'opinione pubblica perché non riusciva a trovare una giustificazione: «È m~o dovere aggiungere che, avendo chiesto sempre a quali cause si attribuisce tale diversità cosl impressionante, mi fu da tutti risposto che c iò dipendeva dalla inazione in cui per lunghissimo tempo erano tenute le trnppe, alle quali riusciva quasi mortilìcante la posizione cli assediati da trnppe nenùche tanto mano numerose( .. .)» '.
A questo punto Caneva avrebbe fatto bene a chiedere la propria sostituzione, vedendo rilevata ad atto livello tale carenza nell'azione di comando; invece rispose a Pollio auspicando comprensione da parte del paese e disponjbjlità ad «affrontare virilmente l'ineluttabile sacrificio di un lungo e tenace sforzo», ripetendo concetti già illustrati e lamentando che la guerra fosse stata «localizzata in Libia» a causa degli errori iniziali 2• Pollio, sconfortato, si sfogò con Brusati: «Come vedi, non c'è nulla da fare. Il G. Caneva risponde sempre con delle ragioni. Si può obiellare che egli raramente parli dei vantaggi delle operazio1ù, ma ne mette in luce solo gli svantaggi e le difficoltà. Ma lo fa in modo che non c'è nu.lla da dire per controbatterli. Si può discutere ed io disc uto, specie per l' azione del passato, ma chi può giudicare ciò che sarebbe avvenuto se vi fosse stato un altro indirizzo? E che cosa avverrebbe se oggi si cambiasse rotta?» ' ·
Intanto il Dodecaneso cadeva, in rapida sequenza di tappe, nelle nostre mani. Il 12 maggio vennero occupate Scarpanto, Coo ed altre isole minori; il 13 le rimanenti. Il 17 il presidio turco di Rodi si arrese 4 • Berchtold si fece ancora sentire. Oltre ad esprimere le sue lagnanze perché l'Italia non si era limitata ad occupare tre isole, secondo le intese, sostenne che l'accaduto dava all'Austria il diritto di chiedere compensi. Non avanzava pretese al momento, però non rinunciava a tale di1itto in futuro! Il 20 maggio il governo turco, che il giorno 2 aveva 1iaperto gli stretti a seguito dell'energica presa di posizione della Russia, decretò l'espulsione di 70.000 italiani residenti in Turchia, a partire dal 20 giugno, ma, per La verità, l'applicazione del decreto fu assai blanda. Tirando le somme, a fine maggio la situazione complessiva, almeno in apparenza, era sempre la stessa: l'occupazione del Dodecaneso lasciava più o me-
' ' ' '
Giolitti a Caneva in data 6.5.1912, ibidem, p. 170, n. 93. Cane va a Pollio in data 6.5.1912, ibidem, p. 170. Pollio a Brnsati in data 16.5.1912, in F. MAL<.ERI, La guerra libica cit., p. 171, 11. 33. li 3 giugno il «Distaccamento di Rodi» prenderà il nome di 6' divisione speciale.
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no indifferente la Po1ta. Avama scrisse a San Giulfano il 25 maggio che l'affermazione in Egeo non gli sembrava «un mezzo efficace per indurre la Turchia a cedere», tutt'altro. Molto meglio, pensava, intensificare le operazioni in Libia 1• E pochi giorni più tardi riferì che secondo l'ambasciatore austriaco a Costantinopoli, Pallavicini, la guerra non causava alla Turchia disagi tali da costringerla ad accettare il fatto compiuto. Sarebbe stato preferibile che le due parti abbandonassero l'atteggiamento intransigente e venissero a reciproche concessioni 1 . San Giuliano si irritò per il commento. «Non avendo mai fatto sapere alla Turchia - ribatté - che noi non cederemo sulla questione della sovranità, Pallavicini contribuisce a mantenere la Turchia nella jllusione e rende un cattivo servizio alla Turchia ed all ' Italia» 3 • Ma vedeva anch'egli l'insufficienza dell'iniziativa. Il pensiero ed il discorso tornavano alla Libia: «L'occupazione delJ"isola di Rodi - osservò- può contribuire ad affrettare la pace soltanto se viene a breve scadenza seguita <la qualche fortunata azione tattica offensiva ne lla regione più vicina a Tripoli. Senza un fotto, che, se non in realtà, almeno in apparenza, metta in maggior evidenza la nostra superiorità militare in Libia, e specialmente nella parte di essa I= Tripoli) su cui si concentra maggiormente l'attenzione dell' Europa, non è possibile che la Turchia si dimostri, anche volendo, disposta a trattare la pace sulla base della perdita di una posizione che è o sembra ancora in grado di <lif'e ndere. Tale è l' impressione generale non solo in Turchia, ma in Europa, e tutta la nostra situazione diplomatica è debole finché non si 1iesce a modilicaJe almeno in pruic tale impressione».
Naturalmente senza contare che qualunque azione militare fuori dell' Africa quanto meno rischiava di danneggiare gli interessi di questa o quella Potenza, oppure di avere ripercussioni in Balcania. Però il vero pericolo consisteva nel dare l'impressione che queste azioni mirassero a mascherare la nostra sostanziale impotenza a venire a capo del conflitto incautamente aperto, «così che pare che noi vogliamo ottenere dagli altri quella Libia che non sappiamo prendere noi stessi» ·•. Il punto di vista di Caneva era differente e su molti aspetti. A fi ne maggio fece al ministero un quadro approfondito della situazione politico-militare in Libia (per la Cirenaica allegò un rapporto di Briccola) e comunicò le proprie intenzioni operative. In sostanza, i due generali partivano dalla convinzione che in Libia non si stesse combattendo la guerra italo-turca, bensì una guerra coloniale. Infatti, anche se i turchi, presenti ma non in misura determinante, se ne fossero andati, non c'era da sperare nella più o meno immediata fine delle ostilità. Bastava por mente a lla grande incognita della Senussia, a l cui riguardo i contatti stabiliti dal governo avevano ottenuto in pratica «una assai discutibile neutralità in alcune ' F. MAt, GERI, u,.guerra libica cil., p. 339. ' Ibidem. ' Ibidem. ' Appunto di San Giuliano trasmesso da Spingardi a Pollio in data 6.5.1912, in A. SAcc:m1J\N, TI generale Paolo Spinsurdi cit., p. 167.
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zauie» '. Da un lato, dunque, si poteva considerare acquisito il possesso della Tripolitania e della Cirenaica, cioè lo scopo della guerra, mediante la salda occupazione dei punti principali della fascia costiera e, in primo luogo, della grande oasi di Tripoli; dall'altro, bisognava ammettere che gli eventi militari in Libia non potevano influenzare le decisioni della Porta (molto più attenta all'atteggiamento delle Potenze). TI persistere nell'idea che guerra con la Turchia e occupazione della Libia fossero una cosa unica induceva alla pericolosa tentazione di imbarcarsi in una serie di operazioni grandiose, dispendiose, logoranti e pressoché ptive di risultati tangibili. Occorreva allora affrontare il problema «colo1ùale», secondo Caneva. DaJ1' esperienza dei primi otto mesi di ostilità e tenendo presenti gli avvenimenti ma• rocchini, sembrava lecito: «presumere con fondamento che né noi, né altri, avremo mai la souomissione leale e cordiale di queste popolazioni arabe e musulmane. Panarabismo e Panislamismo non possono essere qui considerati vane parole; e l'odio contro il mmi è, e sarà forse sempre, un fatto fondamentale, col quale bisogna e bisognerà contare. E tm1to più dobbiamo porvi attenzione noi, i quali, a sostanziale differenza dei nostri vicini (... ) dobbiamo pensare ad una colonia di popolamento e non di solo sfruttamento; e perciò dobbiamo pensare ad un governo di dominio e non di collaborazione o di transazioni; e perciò ancora dobbiamo mirare ad un soggiogamento completo, come richiede inesorabilmente la vicinanza dei nostri futuri coloni. E tale soggiogamento non può, fra queste popolaz,ioni, essere ottenuto se non con lariduzione alla impotenza, e cioè con l'assoluto disarmo» '·
Il disa11110 - argomento scottante per arabi, berberi e beduini, abituati da sempre ad essere armati, in un ambiente ove la razzia rientrava nel modo cli pensare e di vivere - era però connesso con il grado cli protezione da noi assicurato alle popolazioni: «ln altri termini, occorre definire se la penetrazione, oppure la estensione, debbono corrispondere al bisogno di appoggiare e copri.re popolazioni che già si sieno sottomesse o abbiano dato pegno di souomettersi, oppure debbano invece mirare a costituire zone preventivamente protette per il ricovero di popolazioni che eventualmente si disponessero più tardi a sottomettersi» ' .
Su questo nessun equivoco doveva sussistere fra il Comando del corpo di occupazione ed il governo. Ora, sempre con il conforto dell'esperienza, Caneva si era rafforzato nel convincimento che nelle attuali circostanze la seconda interpretazione costituisse inutile dispersione di forze e sperpero di mezzi, tanto più che dinanzi alle nostre basi si stendevano generalmente zone dese1tiche, che nessuna risorsa potevano offiire. Non rimaneva, che intendere la penetrazione nell' in temo solo «come atto tangibile di protezione e di governo su tribù che si
' Briccola a Caneva, «Relazione sulla situazione politico-militare Cirenaica ai primi di maggio 1912», USSMRE, Campagna di Libia ciL, IV, doc. 52, p. 437. 2 Caneva a Spingardi, «Relazione sulla situazione politico-militare in Libia alla fine di maggio 1912», ibidem, doc. 53, p. 442. ; Ibidem, p. 443.
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siano già sottomesse o che abbiano dato pegno sicuro cli sottomettersi» ' e come tale attuarla. Per concludere, approfittando cli un «lento crescere}) fra gli arabi della convinzione del nostro irrevocabile dominio, conveniva procedere senza fretta, a passo a passo. Quanto alle truppe da impiegare, ci si poteva limitare a conferire assol.uta sicurezza alle basi cli semplice occupazione ai fini del blocco economico e, per contro, a disporre nelle basi di Tripoli e di Bengasi, di unità mobili di riserva sia per l'estensione dell'occupazione fra le tribù finitime, a seguito della penetrazione politica; sia per l'eventuale intervento a favore delle basi più importanti. Sotto questo profilo era auspicabile la costituzione di reparti coloniali di volontari, nonché, nei limiti del possibile, di indigeni, come fatto in Eritrea ed in Somalia. «Certamente, però, è necessario, a mio giudizio, che anche lo spirito nostro sia richiamato alla calma tenacia, che è indispensabile al lungo sforzo con la vis.ione tranquilla della colossale impresa, lontano da chimeriche illusiotù e da impazienti aspettative che, nella guerra di Libia, s~u-ebbero ineluttabilmente votate alla delusione» 2• San Giuliano, cui Spingru-di passò la relazione, respinse ogni ulteriore «sistema di attesa» in quanto impensabile «ottenere dalla diplomazia europea una soluzione conforme alla nostra legge di sovranità sulla Libia, finché la nostra situazione di fatto colà non sia posta in maggior corrispondenza con quella legge». Di conseguenza, chiese l'occupazione di Misurata, di Marsa Susa e di Bomba «per dimostrare che siamo almeno padroni di tutta la costa» 3• Se le riflessioni di San Giuliano si presentavano come più che convincenti, le considerazioni di Caneva non potevano, obiettivamente, essere ritenute prive di una loro validità. Il politico considerava la guerra sul piano diplomatico di cui era responsabile; il n:ùlitare considerava la guerra sul piano operativo di cui era in pari misura responsabile. Il primo aveva davanti agli occhi il teatro di guem1 eia lui aperto: Mediterraneo, Africa settentrionale, Balcania, Asia Minore. Il secondo aveva da risolvere il problema affidatogli sugli scacchieri della Tripolitania e della Cirenaica.
Naturalmente non si conosceva bene come stessero le cose dall'altra parte della collina. In altri. tennini, se nessun dubbio poteva esistere sul fatto che la Turchia u·ovasse conveniente lasciar languire la guerra in Africa, c'era da chiedersi se la linea di condotta di Caneva, basata sull'estrema prudenza e sull'assedio economico, logorasse veramente gli arabo-turchi. La valutazione delle forze avversarie era difficilissima; le fonti francesi, egiziane e turche fornivano cifre
' Ibidem, p. 445. ' Ibidem, p. 446. ' AUSSME, Fondo Carteggio Libia, racc. 3, fase. 56.
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contrastanti, talvolta chiaramente dettate da scopi propagandistici, talora derivanti da palese mancanza di sicuri punti di riferimento. Gli stessi turchi sapevano che, per ricevere più denaro, i capi delle cabile e delle zauie denunciavano un numero di armati almeno doppio del reale. Comunque sembrerebbe, dai dati conosciuti dopo la guerra, che in Tripolitania si trovassero dai 1.000 ai 2.500 regolari turchi e 30-35.000 arabi, e in qualche occasione anche di piL1; mentre in Ciranaica Je forze erano leggermente inferiori. Nella primavera del 1912 spirava aria di crisi nel campo arabo-turco. Lanaturale indisciplina degli arabi, le rivalità fra i capi, J'irregolarità dei rifornimenti, il peso delle privazioni, la constatazione che gli italiani o rimanevano nelle ben difest posizioni oppure facevano piccoli passi avanti in condizioni di piena sicurezza, stavano creando una non trascurabile incertezza di fondo. La motivazione religiosa della lotta contro gli infedeli era sufficiente a spingere gli arabi contro i posti avanzati italiani in uno stillicidio di piccoli fatti d'arme, tuttavia le perdite subite nei pochi scontri di un certo rilievo inducevano gli ufficiali turchi a frenare l'istintivo slancio aggressivo degli arabi. Un cenno patticolare merita Enver bey, il più capace comandante turco. Era abile, coraggioso, deciso, vanitoso, senza sciupoli e crudele. Animato da un vero e proprio odio razzista verso gli «infedeli» (e tre anni dopo lo dimostrerà vergognosamente nei confronti degli armeni), voleva imporsi in qualità di uno dei massinù esponenti dei Giovani Turchi. Non riconosceva l'autorità di ufficiali a lui superiori in grado o più anziani e non esitava a tener per sé i 1ifomimenti provenienti dall'Egitto. Da ciò, lotte di potere che lasciavano traccia. Se a Roma fosse pervenuto un qualche sentore delle difficoltà affioranti in campo avverso, forse le critiche a Caneva sarebbero state meno accese. Peraltro, quanto meno l'obiettivo di impadronirsi saldamente di tutti i punti della costa per limitare il contrabbando dal mare doveva essere raggiunto. L'8 giugno il combattimento di Sidi Abdul Gilil, ad occidente di Tripoli, consentì la conquista della collina ove si trovava un marabutto, con gravi perdite fra gli arabi (oltre 1.100 i morti), ma Frugoni non volle addentrarsi nell'intrico dell' oasi di Zanzur, cosa che gli venne rimproverata. li 12 giugno un attacco ru·abo a Homs venne durnmente respinto dal generale Reisoli. IL 15 giugno il generale Camerruia sbarcò con 9.000 uomini a Bu Sceifa, a breve distanza da Misurata, che ve1Tà occupata più tardi, 1'8 luglio. Il 25-28 giugno il generale Garioni si impadronì di Sidi Said, nei pressi di Machbez, battendo seccamente il nemico. Ma a Roma dubbi e scontento non diminuivano. Il 29 giugno Pollio tornò a battere sul chiodo dell'espansione del conflitto con uno spregiudicato «Promemoria sulla situazione politico-militare» per Spingardi e Giolitti. Premesso di non conoscere a sufficienza la posizione delle Potenze amiche ed a!Jeate, non essendone stato informato, e quindi di ignorare «le ragioni che paralizzano l'azione italiana nel Mediterraneo orientale», era convinto che l'impero ottomano fosse alla vigilia dello sfacelo. Ebbene, allora all' Italia conveniva affrettarne il crollo per uscire da una guerra lunga e costosa:
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«Noi siamo insonuna come sospesi in auesa che si verifichi qualche evento favorevole che possa far mutare radicalmente la situazione a nostro vantaggio. Ora di eventi favorevoli io non ne vedo che due: le vittorie in Libia e lo sfaccio della Turchia. Le vitt0rie non fanno nessuna impressione né in Turchia né fuori. Resta lo sfaccio. Se esso deve venire, ripeto, perché non dobbiamo profittarne? E se dovessimo noi renderlo evidente e imminente, perché si aspetta a colpire? Certo se l:Utte le grandi potenze fossero d'accordo e ci imponessero di fermarci, dovrenuno fenuarci e non sarebbe un 'umiLi a,.ione il farlo, davanti a forza veramente maggiore. Però mi permetto di dubitare che, uscendo da quel cerchio di ostilità sorda in cui esse s.i sono messe, vi possa essere ancora l'accordo fra di loro. Inoltre esse hanno proclamato la loro neutralità mentre noi abbiamo promesso di rispettare la penisola balcanica come è di fatto. Ma facendo noi la guerra alla Turchia, ci si può impedire di compiere l'impresa che a noi gioverebbe di più e che militarmente e politicamente mi sembra naturalmente indicata: la conquis1a di Smirne? ( ... ) al punto in cui siamo c'è da temere seriamente che se noi facciamo la guerra sul scrio alla 1ì.1rchia le Potenze occidentali ci manderanno contro le loro squadre e invaderanno l' Italia? Se non c'è questo pericolo e se vi è solo la minaccia che esse cerchino compensi, sempre a spese della Turchia, prima che esse accorrano alla curée andiamo avanti noi! L'Austria-Ungheria può mirare al Sangiaccato dì Novi Ba,.ar, ma a noi che impoJta se viritorna? Può mirare aU' Alban ia eque.sto sarebbe il peggio. Ma gli albanesi lasceranno tranquillamente che il loro Paese serva di c.ompenso? Io non lo credo. Si può pensare ad un intervento della Germatùa nel Mediterraneo quando essa dovrebbe lasciarsi alle spalle la tlotta inglese? E possiamo trovarci l'Inghilterra nemica, quando noi abbiamo ad essa usati tanti riguardi (... )? V'è poi un 'altra considerazione da fare e che credo possa contribuire ad assicurarci una certa Libertà d'azione. Ed è il contegno dei piccoli Stati balcanici, i quali, ne sono sicuro, non aspeuano che una parola per schierarsi tosto o tardi con noi» ' .
Spingardi si dichiarò contrario in modo assoluto ad una soluzione così radicale, anche perché per un'impresa del genere sarebbero occorsi non meno di due corpi d'armata 2, e del pari GioUtli, cui il ministro della Guerra aveva messo in visione il documento 3, scartò senza esitazione il progetto, considerando I' elevata probabilità di un insuccesso militare che «per noi sarebbe una nuova Adua con tutte le ripercussioni interne ed estere. Ma poniamo che riesca(. .. ). Quindi o l'operazione resterebbe senza grande effeuo, non potendo noi poi, senza altri 100.000 uomini, occupare l'interno; oppure avrebbe un contraccolpo nella compagine interna della Turchia, procurandone il dissolvimento come lo stesso Stato Maggiore accenna».
E siccome tutte le Potenze erano concordi nel non volere il. dissolvimento della Turchia, esse avrebbero intimato all'Italia di tornare indietro col risultato di rialzare le so1ti della Turchia e di porre nuovamente sotto tutela l'Italia! E sicuramente si sarebbe dovuto 1inunciare alla sovranità piena e intera sulla Libia! Quindi, proposta bocciata. E Giolitti apj)rofittò per dare una lezione al capo di Stato Maggiore:
' In F. MAI.GERI, La guerra libica cit., pp. 341 -342. ' Spingardi a Pollio in data 27.6. 1912, in A. SACCOMAN, li Generale Paolo Spinganli cit., p. 174.
' Il 3 luglio Spingardi comunicò a Brusati: «Pollio ha voluto che io comunicassi a Giolitti il sùo promemoria su Smirne e sull'Egeo, di cui avrai avuto copia, e il giudizio non è stato, dirò così con termini parlamentari, favorevole» (ibidem, p. 18 1, n. 125).
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«Comprendo che la proposta dello Stato Maggiore dipende dal non conoscere le condizioni dell 'Europa, ed è naturale che non le conosca non essendo la diplomazia di sua competenza, ma anche la più superficiale no:lione può bastare ad escludere la proposta. Lasciar credere alla Turchia che si farà è un bene perché la obbliga a spesa e le cagiona ansia; ma non penserei sul serio» '.
Pollio avrebbe potuto replicare, in termini analoghi, a patti invertite, col ricordare in quali condizioni dell'esercito il governo aveva dichiarato guerra; ma effettivamente non sapeva, e non poteva sapere che sul piano diplomatico, in tutta segretezza, si era stabilito un contatto fra i due paesi. Dopo la risposta sostanzialmente negativa data dalla Turchia al passo compiuto dalle Potenze, si svilupparono singole iniziative. Una di queste vide come promotore l'ambasciatore italiano a Sofia, De Bosdari, il quale, giovandosi della cordiale amicizia stretta con il ministro degli Esteri turco, Assim bey, e nonostante il divieto espressogli da San Giuliano, ottenne una proposta ottomana che si traduceva nel riconoscimento turco del possesso italiano pieno e assoluto della sola Tripolitania dietro pagamento di un'indennità (per non ammettere la nostra conquista con le armi) e forse anche del Fezzan. De Bosdari portò la proposta a Roma a metà giugno, ma Giolitti , presenti San Giuliano e Spìngardi, dopo aver ascoltato con interesse, «mi disse che non aveva nessuna premura cli concludere la pace, che la guerra in Africa era per il nostro esercito e per il nostro paese un ottimo esercizio, una eccellente preparazione ai più gravi conflitti che certo si prepat·avano; che, in riassunto, era sua salda opinione che non si dovesse far più nulla che potesse anche lontanamente far credere alla Turchia che noi fossimo desiderosi o bisognosi cli pace» 2• Anche l' Austiia si mosse per proprio conto, incaricando neUa seconda metà cli giugno il proprio ambasciatore, Pallavicini, cli rappresentare ad Assim bey la convenienza di porre tem1ine alla guerra. Una soluzione poteva essere costituita dalla cessione della Cirenaica al khedivé d'Egitto e della Tripolitania al bey cli Tunisi, che le avrebbero poi cedute ali ' Italia, ma fu riconosciuta poco pratica ed abbandonata. Una seconda ipotesi, avanzata eia Assim bey, prevedeva l'indipendenza concessa dal sultano alle due province, il conseguente ritiro delle truppe italiane e turche ed un successivo accordo dell' Italia con i due governi beycali
'Giolitti a Spingarcli in data 1.7.1912, ibidem, pp. 174-175. «Gli sconfinamenti di Pollio nella politica estera - ha osservato Romano - erano il rovescio di una medaglia che portava sull'altro verso gli sconfinamenti di Giolit.ti ueU 'arte militare. La polemica aveva toccato il suo punto piì1 pericoloso: quello delle recriminazioni e delle reciproche accuse» (S. ROMANO, La quarta sponda cit., p. 177). 2 ALESSANDRO DE BosoARI, Delle guerre balcaniche, della grande guerra e di alcun i fatti tul esse, Mondadoi:i, Milano 1931, pp. 71-73. De Bosdari rimarcò che «dell'anzidetlo colloquio, Giolitti, che ne ha ricordati vari altri del genere, non ra nessuna menzione nelle sue Memorie» (ibidem , p. 73).
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sul tipo di quello concluso tra Francia e bey di Tunisi. Benché considerata come impraticabile eia Pallavicini 1, venne coltivata eia parte ottomana. L'impressione riportata da De Bosdari che Giolitti non avesse intenzione cli avvalersi di lui, ambasciatore, per le trattative di pace era esatta. In realtà egli aveva già colto la disponibilità di una persona cli sua fiducia, il finanziere Giuseppe Volpi, console onorario di Serbia a Costantinopoli. Giolitti vedeva con preoccupazione il protrarsi di una guerra logorante e la marcata scarsa simpatia europea per l'Italia. È stato ben a proposito posto in evidenza il verific,u-si di un' inquietante convergenza di interessi fra i governi che temevano la disintegrazione dell'impero ottomano e quelli che temevano l'affermarsi di una nuova Potenza nel Mediterraneo 2 • Per questo egli voleva una vittoria, una vera vittoria in Tripolitania per dare forza e significato cli conquista militare all'occupazione italiana. Deluso da Caneva, impensierito dalla marina, prese in mano le redini di un tentativo personale, molto delicato e segreto. Volpi era l'uomo giusto per una nùssione del genere. Comunque Giolitti aveva due teste da tagliare. Una era quella di Caneva, sul quale tutti sembravano d'accorcio; l'altra era del generale Trombi, la cui posizione di «assediato» in Dema eia 8-12.000 arabo-turchi suscitava polemiche a non finire. La sostituzione del primo venne decisa all'inizio di luglio. li giorno 3 Spingardi ne informò Brusati: «A me fu dato incruico formale di provvedere alla sostituzjone di Caneva e di Frugoni nel modo e nel tempo (non oltre luglio) che avrei creduto meglio( .. .)» 3. Diversamente da quanto il ministro credeva, Pollio avanzò obiezioni all'esonero di Caneva. Pur riconoscendo che questi 11011 aveva dato il dovuto, e più volte ingiuntogli, rispetto al fattore tempo richiesto dalle esigenze internazionali, mise in risalto il fatto che «il G. Caneva però fu sempre profondamente convinto che non erano le operazioni in Libia per quanto a noi favorevoli, che potevano mutare la situazione internazionale. Ed in questo io sono del suo pru·ere» ·•_ Ecco il punto: PoUio aveva accettato .il punto di vista di Caneva e l'aveva sviluppato proponendo lo sbMco a Smirne. La questione restò .in sospeso momentaneamente, anche perché un'altra iniziativa - navale - colse di sorpresa il governo. A mezzanotte ciel 18 luglio il capitano di vascello Millo cercò di forzare i Dardanelli con cinque torpediniere d'alto mare per agire contro la flotta turca all'ancora. Scoperto e sottoposto al fuoco delle batterie dei forti, proseguì per una ventina di chilometri poi invertì la rotta, 1iconoscendo la nessuna probabilità di mTivm·e a silurare le navi turche, e tornò indietro con tre s.iluranti leggermente ' G. GiOLL'rf'I, Memorie della mia vita cii,. pp. 262- 264. ' S. ROMANO, La qmma sponda. cit., p. 244. l Spingardi a Bnisati in data 3.7.1912, in A. SACCOMAN, Il generale Paolo Spingardi cit., pp.
179- 180. 'Poli io a Spingardi in data. 5.7.1912, ibidem, p. I 80.
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colpite.L'operazione era stata obiettivamente avventurosa e pericolosa sotto ogni aspetto, tanto che San Giuliano si accinse ad inventm·e qualche scusa per evitare nuove complicazioni diplomatiche. Ma la notizia, diffusa ed amplificata dalla stampa come una sfida alla Turchia, destò l'entusiasmo dell'opinione pubblica e allora San GiuJjano commentò che «per quanto tentativo entrare Dardanelli possa procurarci qualche difficoltà di politica estera, però operazione militare è così brillante che giova al nostro prestigio» '. Infatti il 12 luglio i delegati italiani e turchi si erano incontrati, naturalmente in via ufficiosa, per la prima volta a Losanna, e il gesto di Milio veniva a proposito, come venne a proposito la schiarita sul fronte libico: 1'8 luglio il generale Camerana si impadronì di Misurata con uno sbarco di sorpresa; il 14 Garioni occupò Sidi Alì, nei pressi di Zuara (che sarà occupata il 5 agosto, senza difficoltà), infliggendo ancora gravi perdite agli arabi. C'era in sospeso la sostituzione di Trombi. Il 19 luglio, mentre Enver bey cannoneggiava Derna, Giolitti telegrafò a Spingardi che Derna era sempre stata la posizione meno organizzata e peggio difesa, perciò «credo conveniente mandare subito forze e prepararsi poi a mandare generale più abile e più energico» 2• E qualche giorno più tardi tornò sull\u-gomento, accusando la «insufficienza del comando» di Trombi, che da dieci mesi rimaneva chiuso in Dema, e la debolezza di Spingardi, reticente a prendere le misure del caso dati i rapporti di amicizia che lo legavano a Trombi: «Interesse della guerra - ammonì Giolitti - non può mai sacrificarsi anche in minima parte a considerazioni personali. Ti prego vivamente di esaminare a fondo la questione» 3• L'accusa era ingiusta e Spingardi ribatté dignitosamente. Prima di tutto volle mettere bene a fuoco l'aspetto operativo: «Topograficamente è la zona più difficile di tutta la Libia ed il nemfoo vi è guidato dal capo più abile e che gode di maggior prestigio. La difensiva manovrata si imponeva qui più che altrove. A quanto mi risulta la sistemazione difensiva vi è stata fatta con giusto criterio e niun pericolo serio minacciò quel presidio». Poi assicurò di aver inviato un rinforzo di quattro battaglioni. Infine comunicò seccamente: «Ad ogni modo, non escludo una eventuale sostituzione cl.i quel comandante, ma non improvvisa, che ad ogni modo non giungerebbe a tempo nella presente situazione e avrebbe certo sinistra ripercussione. Puoi essere certo che ninna considerazione personale mi tratterrà dal prendere quei provvedimenti che fossero del caso» '.
L'8 agosto Trombi fu sostituito dal generale Reisoli. Ma Giolitti continuava a recriminare. 11 9 scrisse a Spingardi «Pace non affatto probabile prima di
' In S. ROMANO, La quarra sponda cii., p. 242. ' Giolitti a Spingardi in data 19.7.1912, in A. SACCOMAN, Il generale Paolo Spingardi cit., p. 175. ; Giolilli a Spingarcli s.d., ma prima del 19.7.1912, ibidem, p . 176. 'Spingardi a Giolilli s.d., ma prima del 29.7. 1912, ibidem.
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due o tre mesi. Occorrerà soprattutto intensificare azione in Cirenaica dove inazione Trombi fu un vero disastro politico al quale è necessario porre riparo» 1• Ed ancora, il 12: «( ...)A Dema siamo assediati, cioè ili posizione inferiore e poco decorosa. Colà si ebbero fino a 12.000 uomini e non si seppe far nulla che costrni.re dei ripari. Confessiamo pure che peggio di così non si poteva fare a Derna , e ciò per assoluta deficienza del comando. Speriamo che vi si rimedi perché quella deficienza ci reca politicamente grandissimo danno» 2 •
La decisione di richiamare Caneva giunse a maturazione attorno al 10 agosto e Giolitti il 12 concordò con Spiugardi che questi ne informasse in anticipo e privatamente l'interessato 3 • Di ciò si trova riscontro in una lettera familiare del generale Salsa del 19 agosto da Tripoli: «Caneva ( . . .)mi ha annunziato I.a sua partenza per il 23 o 24 dicendo che ha proposto la soppressione del suo posto, perché due comandi qui, quello del corpo di occupazione, cioè il suo, e quello del corpo d'armata speciale, di Ragni non possono sussistere insieme( .. .)» 4. Oltre all'inconveniente 1imarcato da Caneva, erano innegabili le difficoltà di esercitare da Tripoli un'efficace azione di comando anche sulla lontana Cirenaica, come del resto in certo modo dimostravano le frequenti e dirette comunicazioni di Giolitti a Briccola. Il 31 dello stesso mese Caneva rientrò a Roma ed il 2 settembre fu esonerato dal comando in capo del corpo di occupazione. Venne sostituito da due comandanti, alle dirette dipendenze del ministero: i generali Ragni in Tripolitania e Briccola in Cirenaica. Intanto il 13 agosto erano riprese le concertazioni italo-turche interrottesi a fine luglio, anche per la crisi governativa in atto a Costantinopoli. La nuova sede fu Caux, sempre in Svizzera, nell' intesa che i colloqui di Losanna dovessero considerarsi come non avvenuti. Il momento era più che favorevole perché la Turchia dall'inizio dell'estate si trovava di fronte ad un susseguirsi cli eventi allrumanti. Sul piano interno, si era ammutinata la guarnigione cli Adrianopoli; a Monastir si era verificata una rivolta; il governo giovane turco era caduto; gli albauesi, sollevatisi, avevano preso Ipek, Pristina e Prizrend; comitagi bulgari avevano provocato morti e feriti con un attentato a Kocani, con conseguente massacro turco, a titolo di repressione. Sul piano internazionale era inevitabile che gli Stati balcanici avessero accolto la guerra italo-turca come l'occasione auspicata per realizzare le loro aspirazioni a spese della Turchia. Le mire si concentravano sulla Macedotùa e sulla Tracia. Il 13 marzo Serbia e Bulgruia si erano impegnate, con un trattato di al-
'Giolilli a Spingatdi in data 9.8.1912, in G. GJOLl1TL, Quaranl'tmni di polilica italiana cit., Ill, doc. 81, p. 80. 2 Giolitti a Spingardi in data 12.8.1912, in A. SACCOMAN, li generale Paolo Spingardi cit., p. 183, n. 130. ' A. SACCOMAN, Il generale Paolo Spinganli cit., pp. 182-183. 'E. CANEVARI e G. COMISSO, il generale Tommaso Salsa, cit. , p. 408.
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leanza, all'appoggio reciproco ove una Grande Potenza, cioè l'Austria, avesse tentato «di annettersi, di occupare o di impadronirsi di qualsiasi parte dei territori della penisola balcanica ora sottoposti al dom.inio turco>). Il 12 giugno era seguito un trattato greco-bulgaro, ma solo difensivo (entrnmbe le parti avevano mire su Salonicco). Il Montenegro, che voleva Scutari, si era mùto a queste alleanze, alle cui spalle stava la presenza russa, con convenzioni verbali. Il documento di maggiore impo1ta11za finnato da serbi e bulgari era però un annesso segreto al trattato di alleanza. Questo stabiliva, tra l' altro, che, ove uno dei due contraenti avesse reputato in pericolo lo status quo balcanico e ritenuto necessario il ricorso alle armi , la Russia avrebbe avuto il ruolo di arbitro: dando l'assenso se entrambi • si fossero trovati cl' accordo nell'intraprendere l'azione offensiva; op-. pure dando un giudizio vincolativo in caso di divergenza di opirùoni. Nonostante questo diritto di veto, a fine giugno lo Zar dirà all'ambasciatore francese: «Noi ci-sforzeremo di mantenere la pace; ma sarà probabilmente fiato sprecato. Per la popolazioni balcaniche l'occasione sarebbe troppo bella». Anche se la Porta non era esattamente a conoscenza di tali accordi, la gravità delle circostanze era percepibile senza molte difficoltà. Per quanto, infine, concerneva la Tripolitania e la Cirenaica, la situazione, in primavera ancora apparsa sopportabile con oneri e preoccupazioni quasi relativi, in quanto gravanti essenzialmente sugli arabi, e con la prospettiva dell' intervento delle Potenze ritenuto quasi certo, si presentava adesso con più ombre che speranze. 1 progressi di Caneva, per cauti e lenti che fossero, si rivelavano innegabili, visto che tutti i punti costieri di qualche importanza erano occupati e non c'era da pensare di poterne ricacciare gli italiatù. In campo arabo, poi, affioravano indubbi sintomi di logoramento. Dtùl' Algeria giungeva notizia che un campo a circa tre ore da Tripoli, in cui trovavano quasi 10.000 beduini e 700 turchi era «un inferno in cui la malattia fa ogni giorno numerose vittime, in cui il fanatismo diminuisce rapidamente a causa delle privazioni di ogni genere, in cui la disciplina, dopo la morte di alcuni capi molto obbediti, è carente». E dal Cairo si segnalava che «le carovane provenienti dalla Tripolitani a riferiscono che gli arabi conùnciano a manifestm·e segni di stanchezza nella loro lotta sterile contro gli italiarù. Gli ufficiali ottomani farebbero fatica a farsi obbedire. La loro situazione di fronte alle truppe che rimproverano loro l'insuccesso, divenebbe persino critica, il denaro del soldo conùncia a mancare>> '. Il 21 luglio Nesciat bey telegrafava a Costantinopoli che in Tripolitania «presentemente non abbiamo più provvigionj e cartucce per i mezzi completi di difesa; abbiamo appena 17 mila fucili di vari modelli( ... ). Io credo che se noi ricevessimo subito, per quanto è possibile, munizio1ù e 50 mila Mauser, il nemico non potrebbe fm·e un passo al di fuori del Sahel. Se ciò non è possibile, credo miglior partito risolvere diplomaticamente la questione, ponendo fine al sangue innocente che si sta versando
1 S.
ROMANO, La quarw sponda cit., p. 233.
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inutilmente» '. In Cirenaica la presenza di Enver bey, al cui seguito si trovano alcuni ufficiali tedeschi, era sicuramente più incisiva, ma «del resto anche qui - scrisse Salsa da Dema - questi arabi non sanno né possono resistere ad una nostra avanzata risoluta e decisa, e se hanno causato delle perdite è sempre stato quando i nostri si sono ripiegati abbandonando il terreno conquistato» 2• Le Potenze, lutto sommato, stavano a guardare e certo non avrebbero imposto all'Italia di sloggiare. E il maggior pericolo stava profilandosi in Balcania. C'era fermento. il capo di Stato Maggiore bulgaro fece avvisare De Bosdari che «con novantanove probabilità su cento i paesi balcanici avrebbero fra pochi mesi mosso guerra alla Turchia», chiedendo se la guerra italo-turca sarebbe durata ancora a lungo per potersi regolare di conseguenza 3. Anche se gli ambienti diplomatici europei consideravano con molto scetticismo le voci circolanti sui propositi aggressivi contro l'impero ottomano, tanto gli Stati balcanici apparivano impreparati ad affrontare una prova bellica, a Costantinopoli si stava più attenti. La guerra era al1a fase finale. Mentre a Caux proseguivano discussioni a non finire, Giolitti ebbe modo di ben valutare l'atteggiamento avversario, rilevando come i vari progeui turchi «indicassero che per la Turchia non si trattava ormai di una questione di sostanza, ma di forma; e come per essa fossero in gioco, non già la Cìrenaica e la Tripolitanla, irrevocabilmente perdute fino dal principio, ma il prestigio politico interno di fronte al mondo musulmano, ed all'elemento arabo in particolare» •. Di conseguenza, incaricò San Giuliano di comunicare alle Potenze che l'Italia, viste le tergiversazioni turche, era decisa ad interrompere le trattative ed a conferire maggiore aggressività alla guerra, dirigendo le offese contro la Turchi.a europea. Nel contempo telegrafò ai fiduciari a Caux di fare intendere ai rappresentanti avversari che in caso di una guerra balcanica i colloqui sarebbero immediatamente sospesi. In Libia le operazioni ripresero con più vigore. A Derna il 14 settembre Rei.soli ruppe le posizioni turche raggiungendo i ruderi di un vecchio castello, Gasr el-Leben. Contrattaccato in forze da Enver bey il 17, lo respinse infliggendogli oltre un migliaio di morti e mise piede sull' altopiano cirenaico. In Tripolitania il 20 settembre De Chaurand si assicurò il possesso dell'oasi di Zanzur battendo sanguinosamente gli armati di Nesciat bey a Sidi Bila!, anche se a caro presso (120 morti e 433 feriti) . ll 30 settembre la Bulgaria, la Serbia, la Grecia ed il Montenegro mobilitarono i rispettivi eserciti. L'8 ottobre il Montenegro dfohiarò guerra alla Turchia. Il 2 ottobre Giolitti incaricò i delegati a Ouchy, dove si era spostato il convegno, di porre un aut-aut ai rappresentanti turchi: se entro otto giorni non aves-
' P. MALTESE, u, terra promessa cit., pp. 197· J98. ' F. CANEVARI e G. COMISSO, li generale Tommaso Salsa cit., p. 4 J I. ' A. DE B oSDARI, Delle guerre balcaniche cit., p. 52. ' G. G1oun1, Memorie della mia vita cit., p. 28 l.
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sero firmato uno schema di accordo segreto, sul quale era stato finalmente raggiunto un punto di incontro, il governo italiano avrebbe rivendicato piena libertà d'azione. Ad una prima risposta affermativa del governo ottomano seguiva però una resipiscenza dovuta a dimostrazioni popolari a Costantinopoli. Giolitti ebbe l' accortezza di mostrare pazienza, comprendendo le difficoltà interne della Porta, e concesse una proroga sino alla mezzanotte del 15, facendo sapere, attraverso le Potenze, che in caso di ripresa delle ostilità la marina italiana avrebbe bombardato le fortificazioni di Smirne e danneggiato il nodo ferroviario di Dede Agatch, rompendo le comunicazioni fra Costantinopoli e Salonicco con serie ripercussioni sulla mobilitazione turca contro Bulgaria e Grecia. La sera del 15 ottobre, sei ote prima dello spinu-e del tennine stabilito, venne firmato l'accordo preliminare della pace. II 18 fu la volta del trattato di Losanna. La conclusione della guerra fu tale da lasciare perplessi sotto molti aspetti. L'accordo preliminru·e prevedeva che prima della firma del trattato di pace venissero promulgati unilateralmente alcuni documenti. Il sultano con un firmano avrebbe concesso autonomia ai due vilayet, riservandosi la nomina di un suo rappresentante per la protezione degli interessi delle popolazioni nonché di un capo religioso; con due iradé avrebbe promosso riforn1e agli abitanti delle isole del!' Egeo occupate dagli italiani, nonché accordata l'amnistia a Said Idriss, uno dei capi schieratosi in Arabia a favore dell' Italia, nella «terza piccola guerra» nel Mar Rosso diretta «personalmente da Giolitti» '. Il governo italiano avrebbe garantito l'amnistia agli arabi della Libia e riconosciuto il capo religioso nominato dal sultano. 11 cenno all'oggetto del firmano è sufficiente a suscitare stupore. TI 16 ottobre Maometto V emanò il decreto. Lo indirizzò agli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica e spiegò che, trovandosi nell'impossibilità di dare i soccorsi necessari per la difesa del loro paese e volendo evitare il protrarsi di «una guerra disastrosa», egli si avvaleva dei propri «diritti sovrani» per consentire alle due province «una piena ed intera autonomia». Nel quadro delle «nuove leggi», egli nominava Naib ul Sultan, cioè suo rappresentante personale, Scemsi Addin bey con un mandato di cinque anni, rinnovabile o non. Per l'osservanza delle disposizioni della legge sacra dello Sceriat, si riservava di nominru-e il cadì, il quale, a sua volta, avrebbe designato i naib fra gli ulema locali. L'Italia non venne nemmeno nominata. Come se non esistesse. Come se le sue trnppe non fossero in Libia e nell' Egeo. Sovrano dei due vilayet era ancora il sultano e, come tale, con «nuove leggi» intendeva proteggere i diritti e gli interessi dei sudditi libici. E, sempre come tale, nominava un Naib ul Sultan. per la sfera politico-amministrativa ed un cadì per la sfera religiosa 2•
G. G101,11T1, Memorie della mia vita cit., p. 259. ' F. MAL<;ERI, La guerra libica cit., pp. 399-400.
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Il regio decreto del 17 ottobre era invece formulato secondo la legittima sovranità italiana sulla Libia, ma, a differenza del firmano, che ignorava l' Italia, ad esso si richiamava, sia pure in tema di libertà religiosa 1, suscitando la sensazione che l' annessione proclamata i l 5 ottobre 1911 avesse valore più o meno retorico. I due governi si esprimevano considerandosi entrambi, nei documenti, legittimi detentori del potere sovrano sulla Libia ! Il fatto era che la necessità, sentita da ambo le parti, di arrivare presto alla cessazione delle ostilità aveva suggerito una scappatoia molto sofisticata: prima della finna del trattato la Turchia avrebbe parlato di autonomia e l'Italia di sovranità, superando la difficoltà di un accordo in proposito coll'affidare tacitamente la soluzione del problema al tempo. A Giolitti bastava la preliminare dichiarazione del sultano sull'autononùa per evitare che le Potenze ponessero in discussione la sovranità italiana. Al sultano bastava salvare la faccia di fronte al mondo musulmano. Vedendo lo scoppio della temuta guerra balca1ùca, le Potenze, che per un momento avevano temuto la rottura dei negoziati di Ouchy, si affrettarono a riconoscere l'annessione. 11 trattato di Losanna chiuse la pmtita. L'impressione generale in Italia fu favorevole, anzi si può dire che il paese tirò un sospiro di sollievo, ma i commenti della stampa politica furono negativi, sia pure per motivi diversi. Uno dei più aspri censori fu Edoardo Scmfoglio, che su Il Mattino non esitò a parlare del «più buffo lrnttato di pace» e scrisse: «Per mandato del governo italian.o i plenipotenziari di Losanna han.no solennemente tradita la parola emessa dal governo a nome della nazione( . .. ). Esistendo dunque dal 5 novembre 1911 per il governo italiano due province delle quali è solo sovrano il re d'Italia, un al tro sovrano, il capo dell'impero ottomano, dichiara con suo ircuté le suddeue province ottomane il giorno 17 ottobre 1912. E le dichiara autonome valendosi 'dei suoi diritti sovrani '. Sono le parole dcll'iradé ( .. .). È così che si salva, secondo la formula ufficiosa, il decreto di sovranità, è così che noi continuiamo a mentire e a smentire, popolo irrequieto e spaventato, audace di lingua e tiepido di cuore, retore del marciapiede ed indegno del foro, bastardi greculi che siamo» '.
Secondo il Giornale d'Italia la pace a quelle condizioni poteva essere conclusa dieci mesi prima, il che non era del tutto privo di fondamento. li 28 settembre 1911 San Giuliano aveva spiegato all'ambasciatore tedesco von Jagow che l'ultimatum alla Turchia derivava dal timore che la Francia volesse spingersi anche in Tripolitania, nel cui hinterland si era già insediata ' , ed accennato - stando al rapporto di Jagow - alla possibilità cli «un'occupazione di Tripoli con la conservazione della sovranità nonùnale del Sultano» ed il versamento a.I-
1 L'art. 2 del firmano diceva:«(. .. ) Il nome di Sua Maestà Imperiale il Sultano, come califfo, continuerà ad essere pronuncialo nelle preghiere pubbliche dei musulmani ed è riconosciuta la Sua rappresentanza nella persona da Lui nom i.nata». ' Kim, L'amara feccia in Il MallÌlw del 18-19 ottobre 1912. ' ln realtà il timore era che fosse la Germania a volere la lì'ipolitania per ripagarsi dello scacco subito nel Marocco.
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la Turchia di un'indennità annua pari ai proventi da essa percepiti al momento a Tripoli'. Due giorni più tardi, e quindi ad osti lità iniziate, era ritornato sulla questione con l'ambasciatore, prospettando come pace onorevole per la Po1ta il mantenimento della sovranità del sultano, così come fatto dall'Austria in Bosnia-Erzegovina prima dell'annessione 2• San Giuliano si manifestava sicuro dell'approvazione di Giolitti 3 • Ma evidentemente s'ingannava perché il 5 ottobre cominciò a fare marcia indietro con Jagow ed il 13 ottobre finì per dirgli che l'Italia considerava necessaria l'annessione. Per addolcire la pillola, era disposta a Iiconoscere l'autorità religiosa del Califfo, analogamente a quanto fatto a suo tempo dall'Austria in Bosnia, ed a versare un indennizzo alla Turchia ·'. Nella relazione inr iata il 6 novembre a Berlino, dopo l'annuncio dell'annessione, Jagow così riepilogò e commentò gli eventi: «Giolitti, che <la principio era contrario alla spedizione <li Tripoli, ora ha assunto la direzione della guerra in tutti i suoi deuagli. Le idee autocratiche di questo uomo di Stato si sono sempre più accenniate con l'età e si fanno valere attraverso guesl;i specie di dittatura cbe egli esercita. Nemmeno la Consulta può far nulla contro la sua testardaggine. Il marchese di San Giuliano era da principio ben disposto ad accellare quale condizione di pace la sovraiùtà fiHiòa del Sultano. Ma, ritomato Giolitti da Torino, mutò parere e non volle più che l'annessione pura e semplice, dicendo che la esigeva l'opitùone pubblica. Quest'ultima però fu sobillata all'ultimo momento dagli organi del presidente del Consiglio che credette opportuno, per ragioni di poli1ica interna, prevenire, dimostrandosi intransigente, gli attacchi <le.li ' opposizione nazionalista. Credo di non sbagliare se dico che San Giuliano, che ha n10lto più senso di uomo di Stato, ha subi to riconosciuto l'errore commesso. Ancora la sera del 3 novembre il sottosegretario di Stato, principe di Scalea, mi diceva che si sarebbe dovuto attendere a proclamare l'annessione che si fosse conseguito un risultato concreto sul campo di batlaglia. Ma la mattina dopo San Giuliano nù dichiarò che l'annessione era stata decisa» '.
È certo che ai rappresentanti italiatù, fra i quali Pietro Bertolini, cui dopo la pace Giolitti affiderà il ministero delle Colonie, di nuova istituzione, sfuggì del tutto l'impo1tanza rivestita agli occhi musulmani dal Naib es-Sultan e dal cadì; sfuggì completamente il legame tra autorità politica e autorità religiosa, il nesso fra giustizia civile e giustizia religiosa. Il noto orientalista Nallino osservò che «la storia non registra forse nessun altro esempio di un trattato discusso e concluso con si completa ignoranza delle istituzioni dell'avversario» 6• E Mondaini definì la sovra1ùtà italiana «attenuata e limitata dal carattere speciale (politico e religioso in un tempo) della rappresentanza del sultano in quanto Califfo e della
'G.P., XX.X, doc. 10841. Giolitti invece affenno che l' idea di lasciare la sovranità nominale al sultano fu avanzata da Vienna e che San Giuliano la respinse (G. GIOUTII, Memorie della mia vita, cit., p. 240). 'G.P., XXX, doc. 10859. ' G.P., XXX, doc. 10866. 'G.P., XXX, doc. !0885. > G.P., XX.X, doc. 10917. Tutti i riferimenti testé citati a G.P. sono tratti <la L. ALBERTINI, Le origini della guerra del 1914, I, Bocca, Milano 1942, pp. 364-367. ' Carlo ALFONSONALLINO, Gli errori del trattato di Losanna in L'Unità del 30 novembre 19 12.
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no mina ottomana del cadì per l'amministrazione giudiziaria oltreché religiosa» Decisamente l' Italia non aveva la mano felice nei trattati coloniali.
1 •
Non appena stipulata la pace. Giolitti si affrettò ad istituire il ministero delle Colonie. Anche in questo provvedimento, comprensibile politicamente, affiorò una certa superficialità. Non si ravvisò la necessità di una chiarissima definizione delle responsabilità, considerando le particolari circostanze d.i incertezza militare. Il R.D. 1205 del 20 novembre 1912 stabili che «la competenza del Ministero delle Colonie comprende tutti indistintamente gli interessi ed i servizi pubblici» delle colonie e che «le eventuali operazioni politiche militmi saranno intraprese per iniziativa del Min.istro delle Colonie d'accordo rispettivamente coi Ministeri della Guerra e della Marina, o saranno condotte d.i concerto fra i due Ministeri». In sostanza, il ministro delle Colonie veniva investito di alcune responsabilità - ma fino a qual punto? - e questo, come osservò l'addetto militare francese, «en un moment où il 11 'est pas dit qu'il n 'y ait eneo re beacoup à /aire, pour la conquète de la Cyrénaique princìpalement» 1• Pellio chiese subito chiarimenti, visto che il R.D. 77 del 5 marzo 1908 nel detenninare le attribuzioni del capo di Stato Maggiore dell'esercito precisava essere a lui devoluta anche «la trattazione di tutte le questioni relative alle truppe coloniali e truppe distaccate all'estero» 3• Spingardi si strinse nelle spalle e rispose ribadendo la validità di quanto sancito dal R.D. 77, «previo, s'intende, gli accorci.i necessari con questo Ministero e, per il tramjte di esso, col Ministero delle Colonie»•. I nodi verranno presto al pettine e daranno origine agli inevitabili contrasti tra ministero delle Colonie e governatori. Gli arabo-turchi in Libia furono colti pressoché di sorpresa dagli accordi di pace. Il ritiro degli ufficiali e deUe truppe turche non poteva non tradursi in un colpo durissimo alla resistenza contro l' Italia. Si registrarono differenze di comportamento nei due governatorati. In Tripolitania Nesciat bey si adeguò alle decisioni superiori, ordinò ai vari d.istaccamenti ottomani di affluire a Tripoli ed i primi di d.icembre si imbarcò con più di 2.000 uomini. Nel contempo, nel corso di una grande assemblea svoltasi ad Azizia, la maggior parte dei capi arabi si pronunciò per la sottomissione all' Italia. Volle invece continuare la guerriglia il berbero Suleiman el-Baruni, il quale si ritirò sul Gebel con coloro che riuscì a convincere. Dopo la sconfitta di
' G. MONOAIN I, La legislazione colo11ia/e iwliana cii., I, p. 64 ' De Gondrccourt al ministero della Guerra francese in data 26.11.191 in L. T uc:CARJ, / governi 111iliwri della Libia cit., Il, doc. 3. ' Pollio a S pingardi in data 22.11 . 19 12, ibidem, Il. doc. l. ' Spingardi a Pollio in data 27.1 1.1912, ibidem . doc. 2.
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Asaba (23 marzo 1913) troverà iifugio in 1\misia, peraltro, superato un breve peiiodo di disorientamento, la rivoJta scoppierà con altri capi. In Cirenaica, invece, Enver bey non soltanto sulle prime mosu·ò reticenza a lasciare il paese, ma, quando si deciderà ad abbandonare la regione lascerà una pmte delle sue truppe al maggiore Aziz Alì. E soprattutto sarà riuscito a convincere il Gran Senusso a proseguire I.a gue1Ta in prima persona. Difatti questi, già spostatosi a Giarabub dalla lontana oasi di Cufra, si portò sul Gebel Achdm·. Da una parte, dunque, i berberi, dall'altra i senussi. Senza entrare nelle nuove vicende, non appartenenti più alla guerra italo-turca, ci limiteremo a constatare che Caneva, in fondo, non aveva torto quando sosteneva che, turchi o non turchi, in Libia si aveva a fare i conti con gli arabi. Anzi, con il• nascente nazionalismo arabo. La lotta durerà, fra alti e bassi, sino al 1925 in Tripolitania e sino al 1931 in Cirenaica '.
' Per gl i avvenimenti successivi al trattato di Losanna vds. A. Del Boca, Gli Italiani in Libia. Tripoli bel suol d'amore 1860-1922. Roma-Baii 1986; C LAUDIO SEGRÉ, L'Italia in Libia. Dall'età gioliuiana a Gheddafi, Feltrinelli, Milai10 1978; L. TUCCARI, / governi miliwri della Libia cit.
Capitolo VIII CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE 1. ILCORPO DI SPEDIZIONE Lo studio effettuato dal Comando del Corpo di Stato Maggiore per la costituzione e l'approntamento del corpo di spedizione si basò su una mobilitazione parzii1le su scala piuttosto ampia. Fu il primo caso ed anche per questo richiese ogni attenzione, trattandosi di eludere le incidenze negative che essa avrebbe potuto avere su un'eventuale successiva mobilitazione generale. Si volle evitare il ripetersi degli en-ori commessi durante la campagna di Abissinia del 1895-96, ma molto probabilmente si desiderò anche cancellare il ricordo della piccola spedizione in Cina del 1900, in cui la subitaneità degli ordini di costituzione e di pmtenza aveva generato un penoso inizio di avventura. In quella circostanza, infatti, affinché l'Italia avesse «la sua pa1te nell'azione solidale con le altre Potenze» - come si espresse il ministro degli Esteri, Visconti Venosta - per intervenire in Cina a difesa delle legazioni minacciate dalla sanguinosa rivolta xenofoba dei Boxers, tutto si svolse precipitosamente. Il 5 luglio il ministero della Guerra dispose l'immediata formazione di un piccolo corpo cli spedizione', le truppe si raccolsero a Napoli il 14 e due giorni dopo il colonnello Garioni ne assunse il comando. Il 18 ebbero inizio le operazioni di carico sulle navi; dovevano durare sino a tutto il 20, ma il 19 un improvviso ordine del ministero impose di accelerare l'imbarco e pa1tire la sera stessa. In ognuno dei tre piroscafi il piano di carico aveva previsto uno spazio per 500 tonnellate di materiale, ma, poiché ne occorreva per più di 3.000, gran parte dei materiali e delle dotazioni rimase a terra. L'affollamento sulle navi provocò disagi sensibili per gli uomini, deterioramento di derrate (il viaggio durò dal 19 luglio al 29 agosto!), impossibilità di effettuare qualche istrnzione a bordo. All'arrivo a Tien Tsin nulla era predisposto per lo sbarco: né banchine, né pontoni, né rimorchiatori, né luoghi per il ricovero del personale, né aree per i materiali 2•
' n corpo di spedizione era composto da un battaglione di fanteria, uno di bersaglieri, una batteria mitragliatrici, un distaccamento misto del genio, un ospedale da campo ed un drappello di sussistenza. Le qualtro compagnie di fanteria, organiche, furono tratte eia quattro differenti brigate di fanteria; ogni compagnia bersaglieri, anch'essa organica, venne fornita eia un differente reggimento. li completamento ebbe luogo rispettivamente nell'ambito della brigata di fanteria e del reggimento bersagl_ieri, secondo i seguenti criteri: idoneità fisica ai clinù tropicali. precedenza ai volontari, poi militari con ferma permanente, quindi classi di leva 1878 e 1879 (quest'ultima al massimo per un quarto del totale). La ferma all'epoca era di tre muù. ' AMEDEO Tosr1 , La spedizione italiana in Cina ( 1900-1901), CCSM, Roma 1926.
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Per la Tripolitania, come si è detto in precedenza, in linea dì massima le disposizioni assunte consentirono un buon risultato e le relazioni, chieste subito ai Comandi territoriali ed ai centri di mobilitazione, sull'andamento della mobilitazione speciale e sugli inconvenienti riscontrati resero possibile superare anche le difficoltà connesse con la mobilitazione dei rinforzi inviali in Libia sul finire del 191 l. Sfuggì però ad ogni previsione il dover affrontare l'impresa con una sola c lasse di leva! La già lamentata irriflessiva decisione di aver lasciato congedare la classe 1889 nonostante gli eventi in maturazione, non può trovare spiegazione se non nell'essere diventata, l'impresa di Tripoli, «un problema personale ed esclusivo di Giolitti e di San Giuliano, un fatto politico, economico e diplomatico in cui l' elemento militare rappresentava un fattore secondario e di scarso peso, nella convinzione diffusa che vera guerra non vi sarebbe stata, che i turchi avrebbero facilmente ceduto e gl i arabi si sarebbero subito uniti col più forte, come sentenziava San Giuliano» '. Da ciò derivarono inconvenienti assai pesanti e di lunga durata, quali l'ind isponibilità della classe più anziana e più addestrata in servizio e quindi l'inevitabile ricorso a coscritti o richiamati; la scarsa residua forza al le armi e quindi la necessità di effettuare la mobilitazione del corpo di spedizione ricorrendo in più larga misura a complementi forniti da altri enti ed anche a richiamati, nonché la necessità di utilizzare molti militari in incarichi propri di differenti armi e servizi per coprire notevoli deficienze in talune specializzazioni (radiotelegrafisti, treno, infermieri di sanità, panettieri, ccc.); l'intelaiatura di base delle unità organiche mobilitate molto meno solida del previsto e quindi con problemi di amalgama, specie dovendo operare in ambiente coloniale; l'insufficiente livello di forza presente in cui vennero a trovarsi le unità non interessate alla mobilitazione, tra l'altro ben presto aggravato dalle ulteriori esigenze della guerra in Libia, e quindi una crisi inattesa dello strumento militare italiano in un momento di particolare tensione intema7,ionale 2 • L'apprezzamento superficiale di una faci le e veloce occupazione della Tripolitania e della Cirenaica provocò altri gravi intralci: l' inunediato impiego operativo del corpo di spedizione appena mobi litato e quindi con carenze addestrative nelle minori unità; la mancata previsione dcli' invio di complementi e di rinforzi di entità rilevantissima ', con nuovi richiami ed una contemporanea mo-
' F. M ALOERI, La guerra libica cit., pp. 155-156.
' Alla stipulazione del tranato di pace si trovavano in Libia cinque divi sioni speciali, più una nell'Egeo, per complessivi 120.000 uomini circa, pari ;id un terzo della forza alle anni dcll ' inlero esercito ital iano. ' Ai 34.000 uomini, 48 pezzi da campagna e 24 da montagna, 6 .300 quadrnpedi e I.OSO carrcne sbarcaù nella prima mc1à di ottobre si aggiunsero dalla fine di oltobre alla fine di dicembre 1911 altri 55.000 uomini, 84 pez.z.i da campagna, 42 da montagna e 28 d' assedio, 8.300 quadrnpedi e 1.500 carrette, nonché, dal gennaio all'otlobre 1912, Comandi di vario tipo, quattro battaglioni alpini , setle battaglion i ascari eritrei, uno squadrone meharisti , unità dirigibili ed aerei.
CONSlDERAZIONl CONCLUSIVE
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bilitazione inevitabilmente assai più complessa di quella iniziale; un impegno bellico di tipo nuovo e di durata calcolabile solo in larga approssimazione. Alla repentinità della decisione segui, per forza di cose, la fretta con la quale il governo cercò di evitare le temute intromissioni delle altre Potenze. L'urgenza indusse, perciò, a prefe1ire il richiamo della classe 1888, piuttosto che bloccare il congedamento della modesta aliquota della classe 1889 non ancora tornata a casa e richiamare il grosso cli detta classe, il che avrebbe reso necessaria la preliminare messa a punto dei ruolini de.I l'aliquota già congedata. Con una spesa di tempo non eccessiva sarebbe stato possibile avvalersi della classe 1889 prima di ricorrere a quella del 1888, comunque da toccare, almeno per talune armi e servizi. Questa soluzione - rilevò lo Stato Maggiore nella sua relazione ufficiale - avrebbe consentito cli svolgere con maggiore regolarità la mobilitazione, evitando inoltre di trovarsi con unità mobilitate con personale di piì:1 classi non in misura proporzionale, sicché alcune risultarono costituite quasi per intero dalla classe 1890, altre con una prevalenza della classe 1888 ed altre infine quasi del tutto con la classe 1889 1• Sembra tuttavia lecito ritenere migliore la soluzione, scartata anche per non far gravare il peso della guerra su una sola regione, di mobilitare un intero corpo d'armata, dislocato nell'Italia merictionale. È pur vero che in tal modo sarebbe venuta a mancare una pedina completa nell'ipotesi di una guerra contro l'alleata Aust1ia, ma - a parte l'attendibilità di questa ipotesi - l'inconveniente sarebbe stato inferiore rispetto ad uno scombussolamento di vaste proporzioni. Nonostante le considerazioni negative di cui si è fatto cenno ed i rimarchi posti in evidenza dalla relazione dello Stato Maggiore 2, il giudizio complessivo sulla formazione del corpo d' mmata speciale fu decisamente favorevole. I reparti si presentavano bene, gli ufficiali ed i sottufficiali erano in gran parte volontari, il clima generale attorno alla spedizione di diffuso entusiasmo a ctispetto di manifestazioni organizzate in diverse città contro la guerra e di un tentativo di sciopero generale di protesta proclamato dai sindacalisti del Comitato d'Azione diretta cli Parma. Lo stesso Salvemini ebbe a riconoscere che, tutto sommato, le spese sostenute per la circostanza erano hen collocate perché «grazie ad esse abbiamo acquistato la coscienza di possedere capacità di organizzazione, di azione, cli disciplina meno scarse di quelle che ci attribuiscono» 3• Il rilievo più ricorrente sull'impiego delle truppe di Caneva fu che esse non erano «preparate» ad una guerra coloniale. È esatto, però qualche riflessione non guasta. Ogni tipo di esercito presenta pregi e difetti. L'esercito pem1anente o di mestiere ha il vantaggio di risultare di pronto impiego, ma gli svantaggi di esse-
' USSMRE, La campagna di Libi.a cit., 1, pp. 15-16. ' Ibidem, pp. 13-17. ' G. SALVEMINI, Come siamo andati in L ibia ed altri scritti dal 1900 al !915, a cura di A. Torre , Feltrinelli, Milano 1963, p. 149.
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re costoso, di entità limitata e di non essere alimentabile con riserve istruite; l'esercito basato sulla coscrizione non è di pronto impiego perché deve mobilitarsi, ma consente di mettere in campo enormi masse di soldati. E la durata della ferma, lunga o breve, differenzia a sua volta l'esercito di coscrizione: la ferma lunga pennette una struttura più solida ma un minor numero di riserve istruite, la ferma breve l'opposto. La decisione politica sul tipo di esercito che si vuole deve dunque essere esattamente consapevole delle caratteristiche dello strumento militare da adottare ed accettarne il pro ed il contra. Naturalmente esistono misure ad hoc per esigenze particolari. In colonia possono essere utilizzate truppe metropolitane, truppe coloniali bianche e truppe indigene. L'Italia non disponeva cli truppe coloniali bianche sia perché non ne avvertiva ancora un vero bisogno, sia soprattutto per ragioni economiche; e, sempre per motivi finanziari, teneva in piedi pochi reparti indigeni 1• Diventava allora inevitabile il ricorso a truppe metropolitane ed un giudizio severo sul loro rendimento è ingiusto. Il Bugeaud nel 1836, appena preso il comando in Algeria, ebbe ad avvertire che «solo i reggimenti che sono da due o tre anni in questo paese cominciano ad essere buoni», e si riferiva ad un periodo in cui il servizio attivo durava sette anni! Il de Gondrecourt tenne a riconoscere che «il gen. Caneva operava in Africa con truppe formate unicamente di giovani coscritti di leva, di cui nessuno aveva mai visto il fuoco. Queste truppe hanno dato ottima prova dopo un anno, ma nei primi mesi vi era molto da ridire>) 2 • Non bisogna poi dimenticare che Caneva, non soltanto disponeva unicamente di soldati di leva, ma, dopo un buon ambientamento, vide i reparti dimezzarsi e ricevere personale di leva ancor più giovane! Infatti nell' aprile-maggio 1912 dovette congedare 30.000 uomini della classe 1888 e nel luglio-agosto 37.000 uomini della classe 1889! 3. Il comportamento dei reparti al fuoco chiama in causa gli ufficiali. Fu notato il forte numero di perdite fra gli ufficiali e messo in rappo1t o alla scarsa com-
' In Francia, pur essendo le uuppe di fanteria di marina e indigene presenti da tempo nei possedimenti d'oltremare, il primo progetto per l'istituzione di un'armée coloniale, con tmppe volontarie europee e/o indigene, fu presentato dal Reille nel 1883, ma venne lasciato cadere. Ripreso nel 1891, soltanto nel 1900 il Parlamento francese votò l'autonomia di 1111 esercito coloniale, con proprio bilancio, alle dipendenze del ministero de]Ja Guerra. L'aliquota di questo esercito dislocata nel tenitorio metropolitano costituiva un corpo d'armala coloniale su tre divisioni (M. W EYGAND, Hisroire de l'Arméefrançaise cit., pp. 324-325). Nel febbraio 1912 il colonnello Chapperon, inviato a Tunisi per studiare organizzazione, ordinamento cd impiego deJle truppe francesi in Africa, presentò al Comando del Corpo di S.M. una relazione con riferimento alla possibilità di recl utare trnppe analoghe per la Libia (AUSS]\,fE, Fondo Carteggio Libia, racc. 7, fase. 13). ' SHAT, rep. 7N 1370, Addeui Militari Italia, in L. TUCCAR I, I governi milirari della Libia cit., l, p. 65. 3 Si tenga anche presente che durante la guerra furono rimpatriati circa 24.000 ammalati e 2.800 feriti.
CONSIDERAZ K)Nl CONCLUS[VE
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battività dei soldati, non sufficientemente motivati. In realtà i comandanti delle minori unità dovettero «imparare» a battersi in modo diverso dalla norma ed a muoversi sul terreno sfruttando le paiticolarità del nuovo ambiente naturale. Il che non era semplice e richiedeva un minimo di tempo, e per superare la crisi di ambientamento dei soldati dovettero tanto più impegnarsi in quanto poco assistiti dallo scarso numero di sottufficiali '. Inoltre il frequente passaggio dalla difesa di trincee al combattimento di guerriglia nell'oasi od al combattimento d 'incontro in te1Teno predese1tico, non agevolava certamente il rapido adattamento a tale forma di guerra. Questa situazione di insufficiente rendimento, confermato dallo sproporzionato consumo di munizioni (anche il fuoco delle artiglierie navali fu richiesto esageratamente), è stato addebitato al lungo tempo di pace ed all' abbandono in cui venne lasciato l'esercito dopo la campagna di Adua 2 • Si è più inclini ad ascriverla al mancato addestrainento specifico non consentito in patria a causa della frettolosa partenza e, per forza di circostanze, non abbastanza curato in Africa. In proposito, particolare attenzione venne rivolta al combattimento co1vo a corpo, allorché si ebbe conferma di una regola tratta dalle esperienze francesi, cioè che gli arabi non resistevano mai ad un attacco o contrattacco alla baionetta. Giolitti, nel manifestare senza perifrasi la sua mediocre opinione per gli alti gradi delle forze annate, sicuramente era incauto perché in quel periodo la classe politica godeva di una pessima stampa ed egli stesso si trovava in mezzo ad aspre polemiche, tuttavia è giusto ammettere che I.a sua non era soltanto una rancorosa presa di posizione. Il problema esisteva ed era già stato preso in seria considerazione dal re (attraverso il Brusati), da Spingardi e da Pollio. Ricevuto da Ragni un rappo1to sul combattimento di Zanzur-Sidi Bilal condotto dalla 3" divisione di De Chaurand il 20 settembre (rapporto che, tra l' alu·o, indicava la necessità della sostituzione di alcuni comandanti), Pollio volle ulteriori delucidazioni su diversi aspetti dell'azione. Da quell' esame ricavò apprezzamenti che espose a Spingardi e di cui, dato i l loro carattere di interesse generale, fece poi oggetto di comunicazione ai Comandi dei due corpi di occupazione di Tripoli e di Bengasi: « I. Gli ufficiali generali e superiori hanno dimostrato una soverchia cd esclusiva preoccupazione dell'azione e delle sorti dei riparti che avevano alla ÌlTlmediata dipendenza, troppo astraendo dall'azione dei riparti laterali. Hanno cioè dato importanza ali' episodio che avevano soll' occhio, senza ricordare che l'azione di un riparto nella battaglia non ha alcun valore se non è in perfetta armonia con quella dei riparti laterali e con lo scopo ultimo delJ'azione.
' «Le elevate perd ite in quadri ufficiali - riferì de Gondrecourt - sono da attribuirsi alla limitata disponibilità di sottufficiali. SuJJa linea del fuoco gli ufficiali non sono aiutati, e c iè> li obbliga a pagare molto di persona. Inoltre l' uniforme adottata per gli ufficiali (velo blu alla base del casco colo1ùale) li designa all' attenzione dell' avversario( .. .)» (ibidem, p. 71 ). ' Diario Capello, ACS, B/1, fase. 1, cit. in L. TVCCARJ, ibidem, p. 70.
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2. Gli ordini d'operazione assegnavano i riparti di d.irezione, ma la prescrizione non è stata sempre con la necessaria costanza ed energia osservata, ed am.i fu proprio al centro della fronte, dove maggiore era la necessità di rispellarla, che essa è stata tf'dSgredita. Così un ba11aglione dcll'82° non seppe conservare la direzione appena ebbe minacce sulla propria destra cd un battaglione del l 8° alle prime minacce si. fem1ò. 3. Nonostante le ripetute raccomandazioni il consumo delle munizioni è stato eccessivo e nelle relazioni più volte è cenno dell' esauri111ento delle dotazioni. 4. Contrariamente a quanto si era constatato nei precedenti comb,ntimenti, i servizi non hanno funzionato nel modo desiderabile. Se la loro preparazione fu, come appare, accurata, l'attuazione sul campo di batlaglia è stata deficiente e male funzionarono specialmente i scrvi.:i a più immediato contatto dei combattenti. Probabilmente mancò l'impulso necessario da parte dei Comandi di brigata e di reggimento» '·
In una successiva lettera a Spingardi, Pollio ebbe l'onestà di scrivere: «(...) Per speciali circostanze di tempo e di calma (dovute alla conclusione della pace), le indagini sulla giornata del 20 settembre sono state molto più ampie e minute di quelle fotte per gli altri combauimenti della campagna; io sono però convinto che se ricerche simili fosse stato possibile ed opportuno fare anche per taluni di questi ultimi - non esclusi quelli che hanno dato i più notevoli risultati - sarebbero apparse analoghe od altre manchevolezze. Quando avviene di scendere ali ' esame minuto delle azioni di gnerra, è inevitabile che 1isaltino più le ombre che le luci del quadro della battaglia; ma non sarebbe equo giudicare ora con troppo rigido criterio il combattimento del. 20 settembre, quando una eguale misura di giudizio non si ebbe l'occasione di adoperare per tutti i precedenti fatti d'arma della campagna. Mi sembra dunque che neJJ 'attribuire le responsabilità a ciascuno dei comandanti, occorra tener presente il risultato finale della giornata e, soprattutto, non eccedere nel giudicare con criteri assoluti i fatti e le persone, mentre in altre circostanze analoghe gli avvenimenti sono sempre stati interpretati con largo senso di relatività» ' ·
Se i comandanti di reparto avevano la grande attenuante di dover impiegare uno strumento troppo giovane, incompleto e non a punto, il discorso per i gradi più elevati cambiava. Spingardi fece tesoro dell'esperienza ricavata dalla guerra di Libia e poco dopo, probabilmente su implicita spinta del re 3, inviò una circolare ai componenti della Commissione centrale di avanzamento chiamata a pronunciarsi sull'aliquota arn;ruale, invitando ad una ponderata opera di vera selezione: «(...) Credo superfluo di segnalare la necessità assoluta che la Commissione io.fonni la sua opera ad un criterio di rigorosa severità, escludendo ogni sen timento di benevolenza che possa non corrispondere alle esigenze dc.Ila costituzione veramente solida dell'alta geraJ'chia militare.
' Polli o a Spingardi in data 22. 10.1912, AUSSME, Fondo Carteggio S.M.R.E.. classificato RR, racc. IO, fase. 21. 'Pollio a Spingardi in data 31.10.1 912, ibidem. ' Il 25 ottobre Brusati scrisse a Spingardi, restituendo i documenti sulla battaglia di Zanzur-Sidi BiJal e comunicando: «S.M. è d 'avviso che essendo la guerra la sola vera pietra di paragone per la capacità militare degli ufficiali, specie di grado elevato, e in vista di un interesse supremo dinnanzi al quale scompaiono i riguardi alle persone, si dovrebbero, senz'altro, eliminare dai quad1i gl i ufficiali che su campo di battaglia diedero cattiva prova di sé ( .. .). Così soltanto si potranno avere.negli alti comandi umciali circondati dalla stima e dalla fiducia degli inferiori( .. .)» (A. SAcco:-.1AN, Il generale Paolo Spingardi cii.., p. 185, nota 138).
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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La guerra di Libia, che ha posto in luce tulio il valore e le straordinarie qualità dell ' immensa maggioranza degli ufficiali di ogni grado, ha pur mostrato manchevolezze, specie negli ufficiali superiori, e taluna anche nei generali. Né era possibile sospettare prima tali manchevolezze, data la naturale tendenza da parte dei compilatori e dei revisori delle note caratteristiche ad attribuire a tutti, salvo rarissime eccezioni, la qualifica di ottimo o, in pochi casi, di buono: togliendo così al Ministero la possibilità di procedere, <iccorrendo, ad una scelta cui s ia di guida il concel.to di relatività, che l'uniforme qualifica non gli consente di formars i. A colmare tale lacuna io giudico pertanto necessario che la Commissione Centrale, la quale ( ...) è anche la consulente legittima per la designazione dei titolari di ciascuna delle cariche attribuile agli ufficiali generali dalla legge di ordinamento ( ...), porti la sua attenzione sopra tutti indistintamente gli ufficiali generali pei quali la sua funzione consultiva può estrinsecarsi, e segnali col suo voto al Ministero la convenienza di provvedimenti a riguardo di quell i di essi che abbiano fatto dubitare della !oro completa attitudine ad esercitare nel modo p iù degno, sia in pace che in guerra, le funzioni inerenti ali' alto ufficio cui furono elevati ( ...)» '.
A questa circolare seguì una seconda, indi.rizzata ai componenti della Commissione speciale 2: «(...) non posso tacere loro dell'imbarazzo in cui il Ministero si è trovato talvolta per la scelta dei generali da destinarsi a capo delle trnppe combattenti; prova evidente che gli uomini g iudicati sotto ogni aspetto completi erano scarsi( ... ). All a carica di Comandante di corpo d'armata è d·uopo pervengano esclusivamente vere, spiccate individualitì1 a cui non sia soltanto titolo per ascendere la lunga e non contrastata can-icra fin qui percorsa nei vari gradi. Nei Comandanti di Corpo d 'armata debbono esigersi doti eccelse di senno, di intelligenza, di attività e di sapere; e se per trovare unite in am1onica fusione tali doti la Commissione dovesse scendere sino ai Tenenti Generali meno anziani( ... ) essa ha facoltà di farlo(... ). E un altro ufficio incombe ancora alla Commissione: quello di illunùnare il Ministro sul possesso da parte degli attuali Comandanti di Corpo d'armata ed Ispettori Generali di tutte le qualità eminenti che in essi sono indispensabili. Tutti indistintamente prego la Commissione di porre a minuiiosa e diligente indagine, per riconoscere e segnalanni quelli che - pur essendo meritatamente apprezzati per distinte q ualità militari - non riuoiscano tuttavia, insieme armonizzanti, tutte le altissime doti cui ho pili indietro accennato, così da dare, per unanime consenso, pieno e sicuro affidamento che possa sempre ollenersi da loro, in qualsiasi eventualità di pace o di guen-a, può occorrere di dover chiedere» :,.
Si noti il distinguo fatto da Spingardi, ma già implicito nelle attribuzioni della Commissione speciale, fra la promozione a tenente generale, basata essenzialmente sui precedenti di carriera, e la destinazione ad altissimi incarichi, basata anche e soprattutto su un giudizio di affidabilità del generale ad un livello superiore.
'Circ. ris. 3136 diSpingardi in data 24.11.1912,AUSSME, Fondo UfJicio Ordinamento e Mobilitazione, racc. 61, Corrispondenza di Pollio. ' La Commissione speciale di avanzamento, presieduta dal re, cm un organo oon previsto dalla legislazione vigente. Si occupava esclusivamente delle nonùne dei tenenti generali alle cariche superiori a quella di comandante di divisione. In tal modo il re si riservava un intervento personale nella scelta dei generali da destinare agli incarichi più elevati. Era in sostanza la «prerogativa regia» . Vittorio Emanuele III fu sempre estremamente discreto in merito, ma ovviamente un suo parere negativo diventava det.emli.oante. 1 Circ. ns. 80 di Spingardi in data 10.1 2.1912, AUSSJ'vffi, Fondo Ufficio Ordinamento e Mobilitazi<me, racc. 61, Corrispondenza di Pollio.
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LA GUERRA ITALO-TURCA
2. L'IMPOSTAZIONE E LA CONDOTTA DELLA GUERRA Senza alcun dubbio, chi tenne le redini della guerra, dapprima con qualche incertezza, poi con sempre maggiore incisività, fu Giolitti. Non si era mai interessato alle cose militari e non si rese conto della necessità di una direzione politico-nùlitare con idee chiarissime sugli obiettivi da conseguire, sui compiti da assegnare alle due forze armate e sull'armonizzazione dell'impiego cli elette forze armate, per evitare un netto scollamento tra .l 'azione delle truppe di teml e quelle della marina (come a tratti si verificò). Ritenne doveroso e sufficiente «dirigere la guerra come aveva diretto il paese durante gli scioperi degli inizi del secolo, trattando generali ed ammiragli alla stregua di altrettanti prefetti» 1, il che non giovò ad un sereno apprezzamento degli eventi bellici e più di una volta portò a scavalcamento cli posizioni e ad invadenza di ruoli. A metà novembre il generale Brnsati mise per scritto alcune considerazioni sulla guerra in corso 2, quali potevano farsi dopo circa un mese e mezzo di operazioni. Nel documento, molto probabilmente preparato per Vittorio Emanuele III, assumeva massimo risalto il come si era entrati nel conflitto e venivano esposti con crudo rispetto della verità gli errori commessi sia in campo politico sia in campo militare. Perciò Brnsati non ebbe remore nell 'indicare nell'improvvida azione governativa l'origine di tanti scompensi. In effetti, ricordando i passi successivi del governo Giolitti-San Giuliano, dallo studio affidato a Pollio all'invio dell 'ultimatum, all'inizio delle ostilità, i due fondamentali errori cli valutazione, il cui peso sull'andamento del conflitto risultò seriamente condizionante, rientrano nella sfera politica. Il primo fu di ritenere conclusa la preparazione diplomatica che da anni il ministero degli Esteri stava conducendo per assicurare all'Italia il riconoscimento del «diritto» di occupare la Libia da parte delle Grandi Potenze. Proprio perché la questione si trascinava da tanto tempo, l'inattesa rottura dei ponti effettuata dall'Italia in un momento di tensione internazionale colse tutti di sorpresa. Le ragioni addotte da Giolitti e da San Giuliano per spiegare l'ultimatum, pur avendo una loro validità, incontrarono la disapprovazione della diplomazia europea, cosicché l'Italia, invece di ricevere l'amichevole comprensione che si aspettava, trovò la stupita irritazione che essa si fosse permessa una simile levata di scudi. Insomma, mancò la «rifinitura» al pur lodevole lungo lavorio diplomatico. Da questo ebbero origine i vincoli all'azione militare: guai ad uscire dagli stretti limjti territoriali della Tripolitania e della Cirenaica. 11 secondo errore di valutazione fu ancora più pesante. Venne accettato senza il minimo dubbio il principio che il mondo libico fosse in trepidante attesa che
'S. ROMANO, Giolitti, io srile del potere, Bompiani, Milano 1989, p. 227. ' U. B trnSATJ, Appunti relativi alla guerra italo-turca, in F. MALGERJ, la guerra libica cit. , p. 161.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIV E
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l'Italia lo liberasse dal giogo turco 1• Se la campagna di stampa poté ingannare tante persone qualificate, nessuna giustificazione può addursi per l'ignoranza della situazione reale mostrata dal ministero degli Esteri e dalla presidenza del consiglio. Anche perché le non rosee informazioni fornite in settembre dai consoli italiani a Tripoli ed a Bengasi, pur se tardive, avrebbero dovuto suscitare almeno qualche attenzione. Da simile cieca, irresponsabile convinzione derivò inevitabilmente una catena di decisioni di vario tipo: per impadronirsi della Libia bastava scacciare i turchi dalle pochissime località presidiate ed installarsi al loro posto; per siffatta impresa era più che sufficiente un corpo di spedizione sicuramente più forte della divisione turca in loco, senza bisogno di ulte1iori truppe) 2; per garali\tirsi da eventuali difficoltà, quali l'aft1usso di sensibili rinforzi dalla Turchia, bastava che le nostre navi incrociassero al largo delle coste libiche. In sostanza, per stupefacente che possa apparire, si pensò che tutto si sarebbe ridotto ad un qualcosa di molto simile ad un cambio della guardia eseguito in modo brusco. Del resto, i progetti approntati a suo tempo dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, sotto altri governi, contemplavano anch'essi l'impiego di un corpo d'armata per la conquista dei soli centii nevralgici della regione e quindi, in certo modo, escludevano anch'essi che potesse emergere un problema degli arabi. E perfino un personaggio come il generale Luigi Cadorna valutava ben poco impegnativa l'impresa: «Credo che sarà una spedizione da ridere - scrisse al figlio Raffaele il 4 ottobre - e che si ridurrà ad una presa di possesso o poco più. La Turchia mollerà appena lo potrà fare con qualche dignità» 3• Partendo da simile pregiudiziale si può comprendere, per modo di dire, la nessuna preoccupazione governativa di tenere al corrente i capi di Stato Maggiore •; la preparazione militare limitata al solo corpo di spedizione e non ampliata in previsione di possibile invio di altre unità mobilitate; la carenza di ricognizioni preventive delle principali città da occupare; la nessuna cura di prevedere l'organizzazione di operazioni combinate dell'esercito e della marina; lo scollamento tra ultimatum e messa a punto del corpo di spedizione; l'improvvi-
' Cfr. in proposito ENRICO DELEONE, La colonizzazione de/l 'Africa del Nord, Il, Cedam, Padova 1960. ' Il 4 ottobre Thcodoli, recatosi a Roma con una proposta di compromesso turca, seppe da Luigi Mercatelli, capo servizio stampa presso il gabinetto di Giolitti, che questi respingeva l'avance ottomana perché, fra l'altro, «non v'era dubbio che l'Italia con le sue potenti navi e coi 20.000 soldati di Caneva, avrebbe facilmente e in breve tempo ragione dei pochi battaglioni turchi armati di vecchi cannoni» (A. THEODOLI, La preparazione del 'impresa di Tripoli cit., p. 245). ' L. CAOORNA, Lettere famigliari, Mondadori, Mi lano 1967, p. 82. 1 • A buon motivo WhiHam ha commentato che la maggior parte dei civili pri.n1a del 1914 «riteneva che un breve messaggio allo Stato Maggiore avrebbe potuto essere trasformato quasi istantaneamente in una determinata operazione militare» (J . WtttTTAM, Sroria dell'esercito italiano cii., p. 254).
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1.,A GUERRA ITAlO-TURCA
so ordine alla flotta di occupare la città di Tripoli, che invece, con l'oasi, faceva parte dell'obiettivo assegnato all'esercito. La prima comunicazione di Giolitti sull'eventualità bellica si limitò, come sappiamo, al vago incarico dato a fine agosto a Pollio di «studiare il problema clell' occupazione della Libia». Il 19 settembre Spingardi presentò a Giolitti il noto dettagliatissimo promemoria di Pollio, un promemoria molto importante perché con esso il capo di Stato Maggiore fissava gli obiettivi del corpo di spedizione (primo obiettivo «Tripoli e niente altro»; in caso favorevole, occupazione cli Bengasi, Derna e Tobruk con il secondo scaglione); si manifestava convinto che lo sbarco di Caneva a Tripoli non sarebbe stato preceduto «a quel che pare, da una dichim·azione di guerra», e quindi dovesse e potesse esser compiuto di sorpresa; suggeriva che alla marina venisse commesso il compito di impedire l'afilusso di rinforzi e rifornimenti via mare; metteva in guardia dal credere che l'occupazione della Libia fosse «una facile impresa». li documento venne letto ed implicitamente approvato. Ma poi trascurato e addirittura sconvolto per l'appunto a proposito del passo iniziale, quello più importante, l'occupazione di sorpresa dell'oasi di Tripoli, e la cattura di gran paite della guarnigione turca ad opera dell'esercito si trasformò nell'occupazione senza sorpresa della città di Tripoli affidata sui due piedi all'ammiraglio Faravelli. Brusati osservò: «Entrammo in campagna, per quanto io sappia, senza un piano cli guerra ben studiato e ponderato» 1• L'accusa non era infondata e sarebbe bastato a dimostrarlo l'intraprendenza della marina in Adriatico contro ogni intenzione governativa. Però per quanto concerne l'azione a terra, il rilievo cli Brusati sembra risentire della conoscenza degli avvenimenti verificatisi sino a metà settembre. Si poteva realisticamente procedere ad una pianificazione delle operazioni in Libia riflettenti l'intera regione? Lo Stato Maggiore e Caneva pianificarono semplicemente la presa di terra, e segnatamente quella dell'oasi di Tripoli. Il resto - specificato nelle direttive di Pollio del 6 ottobre - sarebbe venuto dopo, sulla base della situazione locale, concedendo la massima libertà d'azione al comandante del corpo d'armata speciale, prassi sempre seguita da ogni esercito nelle spedizioni coloniali in nuovi territori. A questa considerazione di carattere generale, occorre aggiungere il secondo errore di valutazione di cui si è parlato. La costituzione dell'ampia testa di sbarco era stata studiata con cura. Purtroppo l'inopinato ordine impartito a Faravelli ne compromise la riuscita e Caneva non se ne dette pace. Non soltanto abbandonò lo sbarco su spiaggia aperta e costrinse le uuppe ad infilarsi nel p01to della città, ma rese inevitabile il loro impiego a spizzico per sostenere con urgenza i marinai cli Cagni sull'ampia difesa perimetrale. «Così ( ... ) finimmo per doverci far largo in un secondo tempo
' U .13RUSATJ , Appunti relarivi alla
p. 161.
guerra iwlo-turca cit., in F . MALGERJ, la guerra libica cit.,
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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dall' interno verso l'esterno» 1• Per giunta, essendo il piano di imbarco inteso a sfruttare al massimo il tonnellaggio delle navi, si verificò la rottura di vincoli organici per talune unità destinate a compiti particolaii. Infine, la nave sulla quale si trovava l'Intende,ua con cospicua quantità di rifornimenti non poté partire con il primo scaglione, cosicché sin dall'inizio si ebbe una crisi logistica 2 • L'accusa di Brnsati assunse patticolare valore dopo i combattimenti di Sciara Sciat-Henni, quando non fu ravvisata la necessità di un vero e proprio piano contemplante l'ineluttabilità di affrontare militarmente il fattore turco-arabo e politicamente il fattore arabo. Il 5 novembre la Tripolitania e la Cirenaica vennero annesse al regno d' Italia. Con questa decisione - che, secondo il programma illustrato da Giolitti al re il 25 ottobre, avrebbe dovuto costituire il secondo punto dopo la distruzione del grosso della guarnigione turca e che certamente prese consistenza in un clima assai teso per le improvvise incognite affiorate in Tripolitania - Giolìtti giocò d' azzardo, ma giudicò ne valesse la pena visto l'attivismo della diplomazia europea mirante a trovare (e, prevedibilmente, ad imporre) una soluzione di compromesso nella vertenza tra Italia e Turchia. Con un atto così apertamente irrevocabile, alle Potenze doveva risultare chiara l'impossibilità di chiedere al governo italiano di rinunciare al decreto. È anche possibile che su Giolitti abbia influito il ricordo di due amare esperienze internazionali: la Tunisia, ove l'Italia si era lasciata precedere dalla Frm1cia, e l'Abissinia, con la quale il tentativo di un protettorato italiano era naufragato nell'infelice trattato di Uccialli 3• Se però sin dall'apertura delle ostilità appariva evidente l'opportunità di conferire all'impresa un tono di rapida occupazione, adesso diventava imperiosa la necessità di ottenere al più presto con le anni una vittoria conclusiva. E da questo momento ebbe inizio l'inasprimento dei rapporti tra Giolitti ed i generali in Libia, un inasprimento che, aggiunto all'attrito tra Giolitti e gli ammiragli, scavò un solco fra potere politico e potere milit,u·e. Caneva aveva 66 anni. Secondo Spingardi, «il comandante in capo è ottimo purché lo sorregga la salute» •, stranissimo commento alla designazione; secondo Sonnino, era «un uomo usato che soffre di stomaco da otto alllli a questa parte» 5; secondo il tenente colollllello de Gondrecourt, addetto militare francese a Roma, «la sua scelta ha sorpreso l'Italia» per la sua età 6 • Luigi Barzini, uno dei più caldi sostenitori dell'impresa e probabilmente il più impietoso dei gior-
' R. BENCIVENGA, Saggio critico della nostra guerra cit., I, p. 339. Ibidem, p. 340. ' S. ROMANO, La quarta sponda cit., p. 228. 'Spingardi a Brusati in data 25.9.1911, in F. MALGERI, La guerra libica cit. p. 157. nota 11. ' S. SONNINO, Diario 1866-1912 cii., I, p. 503. • SHAT, rep. 7N 1370, Addeui Militari Italia, in L. T u CCARl, l governi militari della Libia cit., I, p. 24, nota 35. 2
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nalisti presenti a Tripoli, ne fece un ritratto corrosivo in una lettera ad Albe1tini, il direttore del Corriere della Sera: «Non so proprio con quale criterio sia stato scelto questo generale. Mi fa 1'effetto di uo uomo inebetito, finito, annientato. Non un granello di energia, parla con un filo di voce come un agonizzante, non ha un 'idea, si rammarica che il suo piano, che consisteva nel concentrare tutte le forLe per agire in Tripolitarùa e agire poi in Cirenaica, non sia stato accettato. E non si orizzonta. 1\1tto lo sorprende. Non esce mai, mai, mai dal castello. Passa le notti insonni disperandosi. È spaventato, non riesce a prendere una decisione, oscilla, tentenna, rimanda. Non è mai stato sulle posizioni. Parola d'onore se non sapessi che al tavolino vale qualche cosa (così dicono) lo prenderei per il più completo campione della imbecillità gal lonata ( ...)» '.
Barzini non aveva capito l'uomo. Può essere che Caneva si presentasse come senile, tuttavia che passasse «le notti insonni disperandosi» sembra difficilmente attestabile; e che fosse «spaventato» e non riuscisse «a prendere una decisione)} è smentito dai fotti. Basti leggere le sue relazioni guerra durante ericordare i suoi collogui con Giolitti e Spingardi nel febbraio 1912 a Roma. Era un uomo calmo, meticoloso, che «non procedeva se non rendendosi pienamente conto delle cose», per dirla con Giolitti 2• Non incline ai facili entusiasnù, contrario alle avventure, possedeva la tranquilla convinzione delle proprie idee, dalle quali nessuna pressione dell'alto l'avrebbe smosso. Non era brillante, né rapido di decisioni e, a quanto pare, non esattamente dotato di carisma. È stato accusato di una prudenza superiore all'accettabile in quanto condizionato sul piano psicologico dal timore di un'altra Adua, senza rilevare che l' ombra di Adua si stendeva non soltanto su Caneva ed i militari, ma anche sui politici (Adua venne subito in mente a Giolitti quando Pollio avanzò l'idea cli uno sbarco a Smirne) e in generale su t1ltti gli ambienti italiani. Il governo per primo temeva un qualunque insuccesso, ben sapendo come sarebbe stato strumentalizzato in campo internazionale ed interno 3• Per obiettività ricordiamo che Caneva si trovò a lottare in condizioni sicuramente non facili. Non soltanto ebbe ad affrontare problemi locali non previsti - estrema indigenza delle popolazioni e colera, ostilità delle cabile ed ambiente naturale ingrato - ma sin dalle difficoltà iniziali dovette sopportare severi giudizi apertamente espressi sulla stampa, e fu accompagnato durante l' intera cam-
' Barzini ad Albertirù in data 4.11.1911, in Lu1GJ ALBERTINI, Epistolario 1911-1926, l, Dalla guerra di Libia alla Grande Guerra, Mondadori, Milano 1968, p. 25. 'G. GJOLITII, Memorie della mia vita c ii., p. 248. 'In gennaio il ten. col. de Gondreconrt comunica,•a a Parigi: «La stampa si è fatta eco in questi ultimi tempi di pretesi contrasti fra Governo e Comandante in Tripolitania. Io so che M. Giolitti ha raccomandato espressamente al gen. Caneva di non far niente che possa essere l' occasione di unv scacco e che dal canto suo il gen. Pollio insiste perché non si proceda che con grande prndenza. Ma è esatto che la tattica del gen. Caneva nvn raccoglie tutti i consensi(... )» (SHAT, racc. 7N 1370, Addetti militari Italia, in L. TuCCARI, / governi militari della Libia cit., I, p. 61). Uguale preoccupazione di possibili insuccessi verrà subito manifestata, dopo la pace, dal ministro delle Colonie, Bertolin.i, a Spiogardi in merito ad un' operazione proposta dal gen. Ragni i primi di febbraio 191.3 (Cfr. L. TU<.:CARI, ibidem, U, doc . IO, pp. 58-60).
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pagna dal coro polemico di chi sentenziava dover essere, le operazioni, condotte in tutt'altro modo. La relazione iniziale del 6 novembre di Caneva a Spingardi sulla situazione in Tripolitania ed in Cirenaica, di cui è stato riportato ampio stralcio, fu importante per le considerazioni che fo1mulava - situazione locale «assai diversa» da quella creduta, convenienza di cercare contatti con la popolazione, necessità di rendere «inespugnabili» le basi costiere, impossibilità di prevedere la durata dell'ostilità ,umata araba, nessuna speranza di riuscire ad affrontare un consistente contingente regolare turco, fiducia nell'efficacia del blocco economico per logorare la resistenza ,u:aba - e che verranno confermate in tutte le successi ve relazioni mensili. • E sempre più Caneva insisterà sul carattere coloniale della guerra e sulla linea di condotta operativa da seguire. In materia esistevano due procedimenti di massima: l'uno cauto, l'altro audace. L'occupazione progressiva, o a macchia d'olio, si basava sui principi di non occupare un territorio in avanti senza prima aver organizzato quello relTostante, e di evitare scacchi dannosi al prestigio europeo; la penetrazione in profondità, mediante forti colonne, seguiva il criterio di affrontare e distruggere una massa nenùca preventivamente individuata. Entrambi i procedimenti presentavano vantaggi e svantaggi se presi isolatamente. L'occupazione progressiva rn.irava a creare un ambiente di tranquillità attraverso un sistema di presidi fissi di controllo sulle zone circostanti; ma oltre certi linùti si traduceva in una polverizzazione delle forze con l'inevitabile diminuzione proprio delle garanzie di sicurezza, in una complessa organizzazione dei rifornimenti comportante risclù per le carovane ad essi adibite, in una relativa dipendenza dai fattori climatici e conseguenti riflessi negativi sulla regolarità del sistema, in una difensiva ine1te per gran parte delle truppe col rischio di pericolose flessioni nel morale e nella reattività dei soldati. La penetrazione in profondità tendeva alla soluzione di forza, a distruggere pii:t che a disperdere la maggior quantità di nemici; ma era inutile se non riusciva ad afferrare l'avversario, era controproducente se raggiunto l'obiettivo si tornava indietro non avendo la possibilità di mantenervi un presidio, era logorante psicologicamente e materialmente se non attuata con elevate probabilità di riuscita. Evidentemente, la scelta fra i due procedimenti doveva tener conto delle circostanze e della disponibilità di truppe e di mezzi, cioè delle concrete possibilità di attuazione. La stessa consapevolezza che solo l'offensiva consentisse risultati non doveva impedire il ricorso alla difensiva temporanea, soprattutto quando richfosto da necessità organizzative e logistiche. Questi concetti erano molto diffusi in Europa in quel periodo perché derivavano dal le esperienze francesi in Algeria, nel Sudan, nel Madagascar e nel Marocco; nonché tedesche nell'Africa orientale e nell'Africa del sud-ovest '. Quin-
' Cfr. RODOLFO CORSELLI, La guerra in colonia, Roma 1914.
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di Caneva appoggiava la propria valutazione della situazione libica a soluzioni già sperimentate, tuttavia incontrò critici quasi ovunque. Il l Ofebbraio il de Gondrecourt riferiva a Parigi: «L'opinione pubblica è sbalordita di <1uesta passività troppo accentuata(. .. ). Un buon numero di membri del Parlamento non sono soddisfatti di questo stato di cose e il loro pensiero corrisponderebbe a quello di molti ufficiali del corpo di spedizione(. .. ). Si pensa che i governo provvederà a rimpiazzare il gen. Caneva con un capo più attivo e più energico [anche se] non immediatamente (...)»
I•
Non era facile trov~u·e subito la via giusta da seguire, anche perché la resistenza delle popolazioni africane all'espansione europea ebbe caratteristiche profondamente diverse, a seconda del}-c1 loro organizzazione - dai piccoli gruppi tribali privi di un potere centrale (tipo Guinea o Costa d'Oro) agli Stati di tipo feudale (tipo Abissinia), alla confraternita politico-religiosa (tipo Senussia), alla confederazioni militari delle comunità più battagliere (tipo Zulu) - ed anche del periodo storico che attraversavano. La djfferenza tra Cirenaica e Tripolitania diventerà sempre più evidente dopo la pace di Losanna. Durante la campagna di Libia il riferimento mentale era naturalmente volto all' Algeria (la Tunisia era caso del tutto a sé), ma il confronto present.ava una doppia faccia. Per una diecina di anni, dopo la conquista di Algeri, i governi coloniali succedutisi mostrarono indecisione, incoerenza, assenza di sistematicità, anche se la commissione d' inchiesta nominata dal governo francese nel 1833 aveva concluso la sua indagine indicando l'opportunità di adottare la formuJa dell'occupazione ristretta. Si volle, cioè, linùtare l'occupazione ai pochi punti costieri di Orano, Arzew, Mostaganem, Algeri, Bougie e Bona e, a sud di Algeri, Medeah. Ma la decisione e gli errori di comportamento consentirono l' affermarsi di un pericolo inatteso. Caduto il dominio ottomano, si era creato un vuoto di potere nel quale l'apparire di un capo carismatico fo sufficiente a scatenare una guerra santa ed a mettere l'Algeria in fiamme. Nel 1837 Abd el-Kader era padrone di tutta la regione dal confine col Marocco sin quasi a Costantina. Le cose cominciarono a cambiare nel 1841 con l'an-ivo di Bugeaud, grazie anche ai rinforzi che portarono il livello delle truppe francesi a circa 100.000 uomini, pari ad un terzo dell'esercito francese dell'epoca, e ad una guerra che durò più di tre anni. E quando Bugeaud rientrò in Francia (1845), scoppiò subito una nuova rivolta. E nel 1871 l'ultima grande ribellione nella zona di Costantina mostrò come, quarant'anni dopo la conquista di Algeri, fosse ancora indispensabile una fotte presenza di truppe francesi. Ora, è vero che, visti i precedenti algerini, non era il caso di abbandonarsi a grandi recriminazioni a proposito delle vicende libiche, ma è anche vero che -
'SHAT, .racc. 7N 1370, Addetti militari Italia, in L. T u <:CARI, l governi militari della Libia c it., I, p. 61.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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si pensava- sarebbe stato possibile utilizzare meglio la conoscenza appunto delle disavventure francesi.
L' «attendismo» di Caneva non piaceva e non convinceva essenzialmente per due motivi, entrambi molto appariscenti: il rapporto di forze a troppo nostro favore e l'indiscutibile abbassamento di morale nelle truppe, specie a T1ipoli. Il generale Salsa, inviato a Tripoli per assumere il Comando della Piazza con lo specifico incarico di affrontare il problema della popolazione araba, ebbe anche il delicatissimo compito di «far in modo che nel limite del ragionevole e dell'utile il nostro corpo di operazioni uscisse da quello stato di inazione nel quale ora si trova\ del quale non si possono spiegare le cause, e che è derivazione e cagione ad un tempo di un generale convincimento d'impotenza ad operazioni offensive sia pure nel la misura e nello spazio più limitati» '. Il 30 novembre scrisse alla famiglia le sue prime impressioni: «(...) i nemici sono pochi (non arrivano a più di 8 o 10.000), sono cagione di conti nui allarmi di giorno e di notte, che consumano le forze delle nostre trnppc e ci cagionano un continuo still icidio di perdi te che in complesso superano quelle che si potrebbero avere in un serio combattimento. Qui ho trovato tutti impressionati e preoccupati in un modo incredibile: parlo delle sfere alte, perché invece le trnppe, almeno fino a che sono nei trinceramenti, sono veramente magnifiche per l'indifferenza con la quale sfidano i pericoli; ma anch ·esse sono state impressionate e negli attacchi risentono dello stato d'animo delle alte sfere che in tutte le loro disposizioni fanno sentire la preoccupazione( ...)» ' ·
Cadorna fu durissimo: <,Qualunque sia l'esito del trastullamento che stiamo facendo nell'Egeo, noi dovremo sempre conquistare il territorio e gli arabi( ... ). L'Algeria non divenne francese che quando Bugeaud seppe conquistarla undici anni dopo lo sbarco ( ... ). È demoralizzante vedere 120.000 uomini circondati sulla costa e confessi d'impotenza di andare avanti» ' .
Anche il generale Capello fu aspro contro quel «guerreggiare difensivamente» che avrebbe finito «per atrofizzare ogni sentimento di iniziativa e di offensiva», e contro quella «tattica di comodo» i cui «apostoli (... ) predicano ad ogni angolo di piazza e di accampamento che, poiché ci siamo fortificati, è necessario attendere che il nemico venga a rompersi egli stesso la testa» •. E più tardi fu sprezzante: «La guerra fu militarmente condotta in quella zona [Derna] in modo ridicolo! 1 Non trovo altra parola più appropdata. Non avemmo mai di fronte pÌll di 6-8.000 uomini ia massima parte irre-
' E. CANEVARI e G. COMISSO, /I generale Tommaso Salsa cit., p. 361 ' Ibidem , pp. 367-368. ' L. Cadorna a Spingardi in data 15.5.1912, AUSSME, Fondo Carreggio S.M.R.E.. classificato RR, racc. 10. 'Capello a Ragni ia data 10.4. 1912, in F. M AUGERI, La guerra libica cit., p. 175.
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golari (forse queste cifre sono pu{e esagerate). li nemico non aveva che 4-6 vecchi cannoni da 0.87 con poche munizioni scadentissimi. Noi giungemmo ad avere oltre 30.000 uomini con più di 50-60 cannoni di lutti i calibri, fino a 149 di acciaio allungato. Non faccio commenti»'.
Ed anche al vertice militare la contrarietà era viva, come dimostrato dal1'invio cli Salsa, e spesso prornppe in lettere private e ufficiali. Si noti peraltro che Spingardj e Pollio eia un lato premevano per l'abbandono dello scoraggiante ed esasperante atteggiamento di inerzia sotto gli occhi cli tutti, ma dall'altro ... non riuscivano a trovare obiezioni di fondo alle ragionate argomentazioni cli Caneva. E Pollio addirittura finirà per passare dalla parte di quest'ultimo, quando si persuaderà a sua volta che la guerra in Libia era una guerra coloniale. Irremovibile rimarrà sempre Giolitti. Si badi, anch'egli non trovava elementi per confutare le motivazioni cli Caneva. Si limitava a ribadire la necessità di battere un consistente «nucleo>> di turchi (sorvolando sull'affermazione di Caneva che ciò era praticamente impossibile), di avere se non una battaglia risolutiva almeno alcuni successi militari che giustificassero l'annessione e stessero ad indicare la prossima fine della resistenza arabo-turca (sorvolando ancora sulla dichiarata impossibilità di un risultato di tale portata). Si limitava a recriminare e ad accusare Caneva di non rendersi conto delle esigenze di politica estera e di dimostrarsi mediocre. Men che meno poteva accettare la tesi cli avere a che fare con una guerra coloniale. Per poco che avesse seguito le vicende francesi in Algeria ed in Marocco ed a prescindere dalle nostre esperienze in Eritrea, era consapevole che le campagne coloniali richiedevano tempo, uomini e denaro e che le carenze della preparazione (politica e militare) non erano mai colmabili se non a fatica e con un dispendio cli energie ancor maggiore. Ma non poteva riconoscere la validità della tesi perché l' impresa non faceva parte cli un vero programma coloniale, essendo stata suggerita da motivi di prestigio e cli politica mediterranea, ed anche per non ammettere implicitamente l' avventatezza di aver considerato l'occupazione come questione semplice e rapida. Le campagne coloniali sfuggivano all'imposizione di vincoli cli tempo e difatti Caneva puntava suJ tempo; ma Giolitti non poteva concederglielo. Malvolentieri Giolitti aderì alle sempre più insistenti proposte dj portare la guerra nell' alto Egeo, e lo fece solo quando l'Austria-Ungheria 1itirò la propria opposizione. Recisamente Giolitti rifiutò di sbarcare a Smirne, ma, rendendosi conto che la guerra nell'Egeo non sembrava sufficiente a mettere la Turchia alle corde e che il malumore europeo stava crescendo, giocò la catta delle trattative diplomatiche segrete. «Anziché mostrarsi così difficile e capzioso - commenterà il Bompard, ambasciatore francese a Costantinopoli - il governo italiano farebbe meglio a facilitare il compito di coloro che si adoperano a conclude-
' Appunto probabiJmente del 1913, ibidem. Ma su Capello in Cirenaica vds. il giudizio del gen. Garrnccio, già capo di Stato Maggiore di Trombi, in ANGELO G ATII, Caporetto, Il Mulino, Bologna t964, pp. 160-161.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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re una guerra iniziata con tanta leggerezza, condotta senza slancio dalle sue truppe e la cui conclusione a suo vantaggio è ostacolata, da mesi, dalle colpe della sua diplomazia» 1• Il giudizio era largamente diffuso in ambito diplomatico e nella stampa europea. Come si è detto, i commenti sull'azione di comando di Cane va furono in gran parte sfavorevoli, tuttavia alcune voci, non sospette perché non particolarmente interessate, espressero un diverso avviso. Già nel marzo del 1912 la National Review riportava un preciso pensiero del suo corrispondente: «( ...) è fuori di dubbio che la presente politica militare ciel gen. Caneva è l'unica adatta alla situazione, perché sarebbe follia avanzare senza una lunga preparazione in un paese cosìI inospitale» 2• E più tardi, dopo il rientro di Caneva in Italia, il ten. col. de Gondrecourt così si espresse in un rapporto a Parigi: «( ...) Nell'esercito si è piuttosto indotti a criticare l'andamento da lui impresso alle operazioni. A lui si addebita di non essere stato più dinamico, più energico e di avere temporeggiato( ...). fl governo, che poteva temere soprattuno un mutamento di opinione, gli ha certamente 'imposto' di evitare perdite che potessero colpire sfavorevolmente lo spi.rito pubblico. (...) la prudenza esagerata che gli si addebita, ha contribuito al mantenimento del tono elevato, che ha avuto questa guerra nel Paese, anche perché non si sono dovuti registrare gravi rovesci»'·
Il console Galli scrisse in una lettera ptivata che in TripoJitania sarebbero stati necessari «una azione militare ed un governo civile» 4, invece di un governatorato nùlitare. Che sinùle soluzione fosse la migliore durante la guerra è opinabile e difatti nessuno Stato l'aveva mai praticata, comunque bisogna tener presente che sin dall'inizio le istruzioni riguardanti l'amministrazione civile (arabi compresi) provennero dal ministero degli Esteri e che in pratica sin dal momento dello sbarco la posizione degli italiani di fronte agli arabi era già compromessa: per quanto il governo italiano da d.ieci anni «covasse .l'uovo di Tripoli», non aveva neppur pensato alle predisposizioni organizzative per guel territorio, sì da evitare l'adozione di misure contrarie agli usi e costumi di queIJe genti, spesso basati su motivi religiosi. Un aspetto particolare, ma niente affatto trascnrabile, fu rappresentato dai rappotti con la stampa. NeU'evidente intento di accompagnare la presunta rapida e brillante impresa con commenti trionfalistici, un centinaio cli giornalisti italiani e stranieri venne accreditato presso i Comandi in Libia. liùzialmente tutto andò liscio, anche perché molti corrispondenti erano accaniti sostenitori del1' occupazione. Dopo Sciara Sciat le cose conùnciarono a cambiare. Negli miicoli degli inviati i combattimenti e gli episodi di vario genere, le notizie di ogni
' Bompard a Poincaré, presidente del Consiglio, in data 17.8. l 912, in S. Romano, La q11ar1a sponda cii., p. 244. 2 In L. Tuccari, 1 governi mi/ilari della Libia cit., p. 65. ' ibidem. ' C. Galli, Diarii e lei/ere cit., p. 115.
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LA GUERRA ITALO-TURCA
tipo, venivano presentati con ampie concessioni a sentimenti personali ed a punti di vista politici, e talvolta con scarso rispetto della realtà e con carente senso della misura. Non si poteva pretendere che nella mentalità dell'epoca esistesse il concetto di una doverosa ed obiettiva informazione pubblica. e che le autorità politiche e militari sapessero stabitire con la stampa le regole del gioco in circostanze delicate quali queUe di una guerra.D'altronde, se Giolitti non poteva consentire che le notizie provenienti dalla Libia lasciassero intravvedere un quadro della situazione locale ben differente da quello che intendeva presentare all'opinione pubblica italiana ed europea, i Comandi militari non erano disposti né a veder circolare impunemente notizie di carattere militare (partenze ed arrivi di navi, repatti impegnati in operazioni, movimenti di unità, perdite subite, morale delle truppe, ecc.), né a sentirsi criticati senza perifrasi. Ai due estremi, quindi, stavano da un lato una stampa spesso desiderosa cli impressionare i lettori con resoconti esageratamente coloriti, dall'altro provvedimenti radicali, quali l'espulsione dei giornalisti, vincoli per la trasmissione delle notizie, una seconda censura romana che si sovrapponeva a quella di Tripoli '.
3. LE PRIME CONSEGUENZE DELLA GUERRA
Sul finire del 1912 era però necessario tirare un consuntivo della guerra. L'impegno di repaiti era stato ed era cospicuo; le perdite non eccessive anche se sensibili (circa 3.500 morti, de.i quali quasi 2.000 per malattia, e poco più di 4.200 feriti) . Le spese formarono subito oggetto di accese discussioni: secondo Giolitti si era trattato di appena 512 milioni, ma Sonnino accusò il governo di giocare sui dati ed indicò come più probabile una cifra di oltre un miliardo. Leone Wollemborg ritenne addirittura doversi considerare valida una spesa effettiva prossima ai 1.700 milioni. Tutto ciò ebbe ripercussioni in diversi settori. Sul piano militare la guerra - che ancora non era finita - aveva inciso con una certa pesantezza ed oltre ogni previsione sull'esercito italiano. Il primo programma Spingardi-Pollio in tema cli ordinamento, che doveva essere completato entro il giugno 1.9 J3, si trovava ancora lontano dalla conclusione e per giunta il bilancio della Guerra, per quanto gradatamente aumentato, appariva chiaramente insufficiente. Ne cle1ivò un' inunediata conseguenza in campo internazionale. Il 22 novembre Moltke aveva ricevuto la visita del generale Schemua, successore d.i Conrad, e si era premurato dì chiedere informazioni sullo stato dei rapp01ti esistenti mi Italia ed Austria, non ignorando gli orientamenti aggressivi di Conrad e rendendosi conto che la guerra con la Turchia (al cui concorso gli Im-
' S. ROMANO, La q11arta sponda cit., pp. 134-142.
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CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
peri Centrali tenevano molto) aveva reso più complessa la posizione dell'Italia nella Triplice Alleanza 1• Rassicurato sulla distensione in atto fra Vienna e Roma e su suggerimento di Guglielmo II, Moltke propose a Pollio un incontro per uno scambio di vedute sulla pianificazione operativa. Pollio aveva già da qualche mese riconosciuto l'impossibilità provocata dagli impegni libici per l'invio della 3• armata sull'alto Reno in caso di guerra con la Francia, secondo la convenzione militare stipulata con la Germania, e da tempo aveva ripreso alla mano il vecchio progetto di un'offensiva attraverso le Alpi in concomitanza con uno sbm·co in Provenza. Probabilmente conservava un certo scetticismo sui risultati ottenibili con simile operazione, ma si trattava di non lasciar cadere del tutto l'impegno preso con la Germania. Il 27 novembre, per• ciò, incaricò il colonnello Z upelli di recarsi a Berlino per informare lo Stato Maggiore tedesco della sospensione dell' accordo. In sua vece, appunto, l'Italia avrebbe condotto un' energica azione sul fronte alpino e - se lo Stato Maggiore della marina lo avesse ritenuto possibile - avrebbe sbm·cato un corpo cli truppe in Provenza per risalire la valle del Rodano. MoJtke si allarmò subito. «Prego - disse a ZupeJli - , mi risponda nettamente se l'Italia intende mantenere fede ai suoi patti se dovesse iniziare la prevista conflagrazione europea; e parteciperà, in ogni caso, alla guerra a fianco degli altri due stati alleati? Sapere questo è, per ora, la cosa più imp01tante per me, sul ' come' della partecipazione potremmo discutere ulteriormente in seguito» . Zupelli assicurò con fermezza, ma ovviamente rimase sulle sue posizio1ù, anche quando Moltke si dichiarò disposto a mettere unità tedesche alle dipendenze del Comando della 3" armata italiana 1 . A questa conversazione seguì, poco dopo un secondo abboccamento, nel corso del quale Zupelli confermò la decisione negativa del capo di Stato Maggiore italiano. Infine, il 21 dicembre Pollio .inviò una lettera formale a Moltke, con la quale dichiarò: .
«l. Per i motivi che il suddetto colonnello [Zupellil, ha già esposti a Vosù·a Eccellenza. non è possibile, almeno nelle condizioni attuali, di inviare sul Reno un'annata italiana, come era previsto dal memorandum. firmato a Berlino il 28 gennaio 1888, neppure di forza ridotta; 2. li Governo italiano m'incarica di dare a Vostra Eccellenza piena assicurazione che se il ca.rns foederis venisse a verificarsi, l'Italia mobiliterebbe inunediatament.e, e al più tardi contemporaneamente alla Gennania, le sue forze di terra e di mare. 3. Le forze italiane cercheranno con un'energica offensiva attraverso le Alpi, di trattenervi o di attirarvi la maggior quantità di forze francesi, operando anche, qualora se ne dia la possibilità, sbarchi sulle coste francesi con la cooperazione della noua, tentando infine, con tutti i mezzi di terra e di mare, di arrecare il maggior male al nemico comune nel più breve tempo e fin dai primi momenti. Intanto, il suddetto 1nemorandw11 del 28 gennaio deve essere considerato decaduto(... )»'.
' AMBROGtO BOLI.ATI, La n<)stra guerra dal punto di vista della letteratura milita.re austriaca
e germanica in Rivista Militare, novembre 1931, pp. 1650-1651. ' W. FOERSTER, Die ,teu.tsch-italienische Miliriirko11ve11tio11 , riportato in M. cito italiano nella Triplice Alleanza cit. , pp. 265-266.
MAZZETTI,
L'eser-
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I.A GUERRA ITALO-TURCA
Inoltre, d'accordo con Rocca Rey, prospettò la necessità di modificare la convenzione navale del 5 dicembre 1900 essendo la situazione nel Mediterraneo profondamente cambiata. Dal canto suo Moltke terminò la sua relazione sull'argomento con queste righe significative: «Sappiamo ora a che punto siamo; l' appoggio italiano vincolerà indubbiamente l'armata francese delle Alpi, fors 'anche il XV ed il XVI corpo, ma pel rimanente dovremo sostenere da soli la lotta contro la Francia. Probabilmente un aiuto diretto dell'Italia ci giungerà troppo tardi}} 1. In ultimo occorre dare uno sguardo alle ripercussioni della guerra nella politica interna italiana. Sicuramente il conflitto aveva interrotto il processo di sviluppo sociale ed economico ciel paese, aveva causato un grosso onere finan ziario, non offriva prospettiva cli risolvere in temùni brevi il problema della guerriglia araba, aveva lasciato intatta la questione meridionale. Si poteva convenire sull'iniziale entusiasmo nazionale per l'occupazione di Tripoli, ma bisognava ammettere che col passare dei mesi il mito del concorde sentimento era sfumato o quasi. «Giolitti aveva pensato di condurre in porto un' operazione cli politica internazionale senza turbare l'ordine interno» 3, senza rendersi conto che il suo sistema cli governo, la sua «dittatura», non avrebbe resistito a lungo all' opposizione liberale e conservatrice, che si appoggiava all'irrequieto movimento nazionalista, ne al riorganizzato movimento operaio. Né, forse, si rese conto che l'Europa si trovava su di un piano inclinato. Lasciamo l'ultima parola a Salvernini: «Chi vuol giudicare lealmente l'opera di Giolitti in quest'anno passato, se trova molti errori da Jamen.Uire, e del più funesto noi stiamo appunto occupandoci, deve in coscienza riconoscere anche che q ualunque alLTO, al posto dell'on. Giolitti, avrebbe conunesso errori assai più numerosi cd assai più funesti , perché sarebbe stato impreparato alle difficoltà dell' impresa né piÌl né meno dcll'on. Giolitti e solo avrebbe avuto in meno quella freddezza spregiudicata e accomodante che, dannosa spesso e rcpugnantc nella politica interna, riesce necessaria e opportuna nella politica estera (...)» ·1•
Però è ben collocata, anche se amara, la riflessione di Sergio Romano, che per la terza volta, dopo il 1859 ed il 1866, l'Italia otteneva ciò che desiderava nel modo peggiore: la Tripolitania e la Cirenaica non le erano cedute bensì solo abbandonate. Ancora una volta l'Italia «si vedeva privata dell'unico titolo che conferisce legittimità ad una conquista: il riconoscimento dei vinti» 5 •
'M. M AZZETTI, ibidem, doc. 25, pp. 534-535. 'W. FOERSTER, Die deu1sch- iia/ienische Milildrkonve111io11 cii., ibidem, pp. 267-268. ' F. MALGERI, La g11erra libica cit., p. 377. ' G. S A l,VEMIN I, Come siamo andati in Africa cit., p. 254. ' S . ROMANO, ù1 quarta sponda cit., p. 253.
INDICE DEI NOMI*
Abd el Kader, 480. Abdul Hamid, 282, 361. Accinni E., 282, 283. Adorni Daniela, 243, 279. Aerenthal Alois von, 330, 347, 348, 353-357, 380, 385-387, 398, 413, 4 14, 422, 442, 443. Agos Tafari ras, 177, 258, 259,275. Aluned Bessim bey, 40 I. Ailù Selassiè ras, 188. Albertini Luigi, 443, 463, 478. AlbertoneMatteo, 155, 157,159, 161, 162, 167, 255, 263, 265, 270-272 289, 290, 301, 303, 304. Albricci Alberico, 413. Alì degiac, 233, 242. Alula ras, 120, 122, 125, 136, 139, 140, 143- 148, 173, 176, 177, 191, 194, 195, 200, 20[, 205, 226, 241. Alvensleben Gustav von, 30. Ameglio Giovanni, 437, 440,447. Anchieri Ettore, 61, 141. Andrassy Gyula, 12, 47-49, 52, 54, 55. Antonelli Pietro, 90, 104, 124, 130, 134, 174, 177, 182- 186, 189, 190, 194-198, 201-206, 216, 220,281. Arabi Ahmed pascià, 73, 76-78. Arbib Edoardo, 16, 18, 21, 23, 25, 49, 54. Arimondi Giuseppe, 215, 216, 218-220, 232, 2.33, 240-246, 271-273, 286, 289, 291, 309. Asinari di San Marzano Alessandro, 175, 178, 181, 182, 187, 227, 290, 302, 309, 318, 348. Assim bey, 455 . Aubry Augusto, 395, 397, 400, 402, 413, 422,441. Avama di Gualtieri Carlo, 379. Avarna di Gualtieri Giuseppe, 155, 379, 382, 422, 458.
Baldissera Anto1lio, 134, 177, I 82- I 84, 186-191, 193- 197, 200, 212, 247, 250-261, 265, 274-277, 289, 302, 306, 357. Barntieri Oreste , 206, 210, 212, 213, 215-267, 270-274, 276, 277, 279, 280, 282, 284-292, 295-297, 300-308, 310. Baring Evelyn, 92, 94, 95, 97, 176. Barrère Camille, 314-316, 326, 339-342. Barthelemy Saint-Hilaire Jules, 53. Barzini Luigi, 410, 477,478. Bassi Mario, 258, 261. Batha Agos degiac, 222, 228. Battaglia Roberto, 81, 99, 133, 140-144, 147, 148, 175, 191, 192, 195,196,200, 20 1, 204,2 12, 218,221,222,264. Bava Beccaris Fiorenzo, 6, 24, 64, 170. Beck-Rzikowsky Friedrich von, 166, 324, 347. Bellavita Emilio, 106,120,203, 213, 2 17, 2 18, 223, 243, 244, 250, 261, 262, 264-266,272,290,301,305. Bencivenga Roberto, 402,477. Berchem von, 159. Berchtold Leopold von, 443, 444,449. Bernabei, 407. Bertolé-Viale, 6, 7, 16, 58,134, 143, 145, 149, 161, 167, 168, 170, 173, 174, 176, 182, 184-194, 197,200-205, 299. Bertolini Pietro, 463, 478. Bethmann-Hollweg Theobald von, 379, 387. Bettola Giovanni, 357, 376. Biagini Antonello, 318, 319. Bianclli Gustavo, 84, 96, 97, 103, 106, 107. Bienenfeld Vitto1io, 87, 130, 176. Biscaretti di Ruffia Guido, 396, 397. Bisesti Luigi, 58, 67, 68. Bisio, 157. Bismarck Schoenhausen Herbert von, 158, 160, 1.67- 169.
N.B. In corsivo i nomi degli autori citati nel testo.
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POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE
Bismarck Schoenhausen Otto von, 3, 8, 13, 14, 40, 52, 53, 56, 59, 60-62, 71, 81-85, 131, 136, 138, 139, 141, 142, 153-157, 161,162,165, 178,179,313,316. BlancAlberto, 59, 60, 67, 78, 216-218, 221, 223-230, 234- 241, 243, 254, 256-258, 279, 28 1-284, 287,288, 291,307. Bobbio Emilio, 298. Bodrero Alessandro, 296. Bollati Ambrogio, 485. Bompard Louis Maurice, 482, 483. Bonasera Francesco, 133. Bonelli Cesare, 62. Bonghi Ruggero, 9, 47, 152, 171. Bonomi Ivano, 45. Borea Ricci Raffaele, 395, 410,411. Boretti, 145. Borgnini Giuseppe, 209. Botti Ferruccio, 300. Boulanger Georges, 139, 164. Bourbon Del Monte di Santa Maria, 323. Branca/o Francesco, 241,243. Branchi Giovaruli, 101, 104, l07, 196. Briccola Ottavio, 390, 404-406, 408, 413, 437,438,440, 450, 451,452. Brin Benedetto, 64, 88, 90, 102, l03, 105, 106, 111, 112, 114-116, 125, 170, 192, 213-215. Broglie Jacques-Victor-Albert, 13. Bruck Karl von, 154, 158-160, 165, 166. Brunialti Attilio, 91, 134, 309. Bruzzo Giovanni, 38, 52, 54, 62. Bugeaud Thomas Robe1t, 195, 470, 480, 481. Blilow Bemhard von, 314,3 15, 325-327, 335,338,355,356,379. Cadoma Luigi, 322, 388,475,481. Cadoma Raffaele, 49. Caetani di Sermoneta Onorato, 275, 308, 313. Cagnassi E teocle, 211. Cagni Umberto, 401,476. Caimi Pietro, 98, 105-108, lll-114. Cairoli Benedetto, 45, 54, 55-57, 75, 151. Callwell Charles, 294. Camerana Vittorio, 434, 453, 482.
Camperio Manfredo, 102, 131. Ccmdeloro Giorgio, 18, 164. Caneva Carlo, 383, 390, 402-405, 408, 410-415, 417, 418, 422-425, 427-435, 437,438,440,445-456, 458, 459, 465, 469, 470, 476-483. Canevari Emilio, 222, 229, 231, 233, 239, 258,254, 264,266, 432,433,458, 460, 481. Canevaro Felice Napoleone, 338, 339. Capello Luigi, 437, 481,482. Caprivi von Caprara George Leo von, 313. Capucci Luigi, 228, 234. Caracciolo di Bella Camillo, 77. Carcano Paolo, 367. Casana Severino, 16, 318, 352, 367, 368. Cassa ras, 101. Catalani Tommaso, 153, 155, 165, 176, 177, 18 I. Catta1li Leone, 373. Cavalloni Felice, 171, 215. Caviglia Enrico, 263, 265, 266, 273, 29 1, 296,303,307. Cecchi Antonio, 88, 94, 108, 133. Cerrina Ferroni Giovanni, 395. Ceva Lucio, 16, 4 1, 43, 69, 70, 309, 318, 325, 327. Chabod Federico, 4, 9, 10, 37, 40, 4 1, 76, 13[, 137. Chelius von, 320-324. Chamberlain Joseph, 244, 336. Chapperon Alessio, 470. Chermside, 9, LOS, llO. ChialaLuigi, 56, 57, 75-78, 87, 89, 91-93, 95, 97, 99, 102,125,134,137,140,143, 144, 149. Chiala Valentino, 272, 290, 301. Chiaves Desiderato, 152. Cialdini Enrico, 7-10, 40, 42-44, 50, 54, 70, 74. Ciancio Giuseppe, 437. Cilibrizzi Saverio, 46, 152. Clemenceau Georges, 355. Clochette Henri, 273. Colli di Felizzano Carlo, 134. Colombo Giuseppe, 213. Comisso Giovanni, 222, 229,231,233,239,
JN1)ICE DEI NOMT
258,259,264,266, 432,433,453,460, 481. Conrad von Hoetzendorf Franz, 61, 347, 348,352, 356,357,386,387, 413,443, 484. Conti Rossini Carlo, 130, 205, 207, 209, 211,214, 215, 217,220,224,229, 232, 234,238,242,247,254,259,260,262, 264,265, 290,305,310. Cornacchia, 187. Corse/li Rodolfo, 479. Corsi Carlo, 9, 10, 16, 19, 24, 28, 30, 32, 35, 37, 40, 42-44, 50-70, 85, 143, 226, 233,238,243,289,310. Corte Clemente, 41, 43. Corti Luigi, 54, 74, 84, 142, 149. Corticelli Carlo, 277, 296, 303. Corvetto Giovanni, 155,205. CosenzEnrico, 70, 71 , 7, 97,104,105,126, 1.27, 129, 130, 133, 168, 169, 189, I 93, 216,302,307. Costa Andrea, 17[, 243. CrispiFrancesco, 52-54, 57, 77, 78,83, 101, 123, 124, 134, 143, 149, 151-172, 175-179, 181-198, 200-209, 214-218, 220- 222, 224-233, 240, 244, 245, 247, 249-26 1, 274, 277, 279- 284, 286-288, 307-309, 335, 363, 380. Cugia Efisio, 5, 7, 18, 20, 29. D' Anùco, 437. D' Arrnesano, 430. Dabornùda Vìttorio Emanuele, 39, 156, 157, [59, 161,162,167, 255,262,265, 266,270-273,289,290,301, 303,305. Dal Venne Luchino, 193, 203, 288, 335. De Bosdari Alessandro, 455, 456, 460. De Chaurand de Saint Eustache Felice, 14, 349,368,421, 460,471. De Cristoforis Tonunaso, I 37, 144, 145, 147. De Felice Giuffrida Giuseppe, 415. De Gondrecomt Henri, 464,470, 477,478, 480,483. De Launay Edoardo, 8, 11, 59, 60, 67, 68, 81,82, 138, 153, 157-163, 165, 167, 168, 181. De Leone Enrico, 475.
49 1
De Martino Giacomo, 380-382, 384, 385, 429,430. De Martino Renato, 87, 92, 94, 9-5, 98,176. De Murtas, 429. De Renzis Francesco, 149, 338, 339. De Rosa Luigi, 4, 63, 64,207. De Rossi Eugenio, 349, De Selves Justin, 378, 398. Debeb fitaurari, 173, 187, 188, 189, 191, 194, 195. Decazes Louis Charles, 13. Del Boca Angelo, 147, 200, 206, 2 12-214, 243,271,279,294,305,306,465. Del Buono Francesco, 437. Del Mastro Cesare, 421. Del Neiro Pietro, 19, 24. Delcassè Théophile, 337, 340. Della Noce Giuseppe, 145. Depretis Agostino, 17, 45-49, 52-54, 57, 59-63, 74-76, 78, 84, 85, 88, 94, 101, 133, 140, 149,151,152. Di Brocchetti Enrico, 54. Di Pettinengo Ignazio, 5, 21. Di Robilant Carlo Felice, 40, 46, 48, 49, 55, 60,62,78,81,82,84, 124,125, 136-144, 149, 153, 155, 172,173,420. DiRudi1ùAntonio, 134, 140, 207-211, 213, 215, 275-277, 313, 314,329, 337. Di San Giuliano Antonino, 329, 361-365, 375-384, 387- 389, 391, 392, 397, 398, 400, 406, 407, 414, 422, 424, 435, 440-444, 446, 450, 452, 455, 457, 460, 462,463,468, 474. Disrae!i Beniamino, 75, 93. Domville, 108. Driquet Edoardo, 67, 68. Duca degli Abmzzi, 396, 397. Ducrot, 30. Durando Giacomo 21. Edhem pascià, 436. Ellena Giuseppe, 255, 263, 266, 270, 272, 273,290. Engelbrecht, 155. Enver bey, 432, 434, 436, 453, 457, 460, 465.
492
POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE
Fambri Paulo, 22. Fanti Manfredo, 29. Fara Gustavo, 216, 433. Faravelli Luigi, 395, 401, 408, 410, 417, 426,441 ,444. Farini Domenico, 216,313. Fecia di Cossato Luigi, 20 I. Federico Guglielmo IV di Hohenzollern, 15. Felter Pietro, 228, 234. Ferdinando I di Sassonia-Coburgo-Gotha, 153. Ferhat Bey, 408. Ferrari Francesco Luigi, 392. Ferrari Vincenzo, 124. Ferrero Annibale, 283, 308. Ferrero Emilio, 16, 63, 64. 66-68, 70, 84, 85. Ferrero Guglielmo, 372. Ferry Jules, 83. Fethy bey, 417, 434. Finali Gaspare, 189. Fitzmaurice, 102. Foerster Wolfgcmg, 71 ,319,485,486. Forstner, 166, 167. Fortis Alessandro, 329. Francesco Giuseppe Id' Asburgo, 331, 348, 354,355,379,443 . Franchetti Leopoldo, 206,219,221. Frassati Alfredo, 4 1L. Fritz Giuliano, 64, 125, 170,316,360,395, 401. Fmgoni Pietro, 421,428,435,453,456. Gabriele Mariano, 64, 125, 170,316,360, 395,401. Galli Carlo, 403,406,407, 483. Galliano Giuseppe, 242,252,254,255,299. Gal/i11ari Vincenzo, 16, 24, 38, 65. GandolfiAntonio, 134,206,207, 209-211, 213,219,226,290. Garibaldi Giuseppe, 18, 152. Garioni Vincenzo, 446, 453. 457, 467. Garruccio Giovanni, 482. Gastaldello Annibale, 390. Gatti Angelo, 344,3 17,482.
Gazwla Imerio, 433. Genè Carlo, 125,136,137, 139,140, 144, 145, 172, 173. Giardina Antonino, 412, 42 1. Giardino Gaetano, 415,417,435,436, 433. Giglio Carlo, 79, 92, 94, 95, 97, 98, 130, 196. Giolitti Giovanni, 49, 152, 164, 170, 171, 189, 213-215, 279,280, 317, 325-327, 331, 352, 356, 365-367, 370, 372- 375, 378-393, 397-402, 404--406, 408, 412-413, 418, 420-424, 426, 428-435, 437-443, 445, 449, 453-458, 460-464, 468,471,474,476-478, 482,484,486. Giulietti Giuseppe Maria, 84, 88, 106. Gladstone William Ewart, 40, 75, 128, 133. Gobesiè ras, 101. Goeben August von, 30. Goiran Giovanni, 168, 169, Gollz Colmar von der, 379. Goluchowski Agenor Jr., 3 14,329,330. Gontaut-Biron Anne-Armand-Elie, 13. Gooch 10h11, 41, 42, 62. 71,299,308, 318. Gorcakov Aleksandr :tvlikhai lovié, 13. Gorce Paul-Marie de la, 5 l . Gordon Charles George, 87, 130. Goschen W. Edward, 355. Gouvion Sl. Cyr Laurent, 28. Govone Giuseppe, 6, 7, 8, 10. Govone Uberto, 1. Granville George, 88-93, 95, 96, 128, 129. Grey of Falloden Edward, 355, 374, 378, 385. Grimaldi Bernardino, 189. Guglielmo [ di Hohenzollern, 13,154,3 15. Guglielmo Il di Hohenzollcrn, 196, 320, 329,343,355,385,442,443,485. Guicciardini Francesco, 373. Guiccioli Alessandro, 85. Hanfari Mohammed, 90. Hassuna pascià, 407,408,4 10. Hatzfield Paul, 81, 335. Haymerle Alois, 55, 56. Hewett William, 91, 102, 123, 124, 129. Hicks William, 78. Hohenlohe-SchillingflirstClodwig von, 14.
INDICE DEI NOJvCT
Howard Michael E., 44, 45.
Ibrahim pascià, 363,380,401. Ilari Virgilio, 16, 54. lsmail pascià, 73, 10 1. favolskijA!eksandr Petrovic, 353-355, 360, 379. lzzet bey, 108.
493
Li.itzow von, 355. Luzzatti Luigi, 207, 2 13, 329, 361, 362, 365.
Mac Mahon Patrice, 12, 30, 31. Mac Smith Denis, 76, 151, 152,344, 410. Maffei di Boglio Carlo Alberto, 55. Magliaiù Agostino, 39, 164, 189. Magnani R., 5. Jagow Gottlieb von, 422,462,463. Maissa Felice, 113. Johannes rv d' Etiopia, 91, 101, 102, 120, Majnoni d'Intignano Luigi, 318, 327. 123, 124, 143, 173, 175-177, 181 , Malgeri Francesco, 361, 362, 375, 378, 183-185, 189, 194, 195,198,252,264, 380,382,383,385,386,392, 393, 403, 285, 288, 302. 406,411,419, 430,441,450,454, 461, 468,476, 477,481,486. Kafil balambaras, 173, 184,185,187,188, Malladra Gustavo Adolfo, 248, 252, 266, 19 1, 195. 272,285,286, 291,292,295. Kalnoki di Korospatak Gustav, 59, 60, 81 , Maltese Paolo, 361,42 1,460. 82, 136, 138, 139, 141, 153, 158-160, Malvano Giacomo, 67,100,313. 163, 165, 169, 170. Manacorda Gastone, 208, 213. Kameke Georg von, 30. Mancini Pasquale Stanislao, 57, 59-62, 67, Keudell Robert von, 82, 83, 138. 68, 76-98, 100- 107, 111-114, 120, Kiderlen-Waechter Alfred von, 380, 381, 123-128, 130-133, 148. 384, 442, 443. Manfroni Camilla, 422, 442, 444. Kitchener Horatio Herbert, 294, 298. Mangascià ras, 194, 195, 198, 200, 201, Kri.iger Johannes Paulus, 294. 204,211,214,2 15,2 17,220, 222,224, 226-23 1, 222-236, 241, 257, 272, 275, 277, 284-287. LaMannoraA!fonso, 12, 16, 18, 21,23. ùibanca Nicola, 17, 69, 78, 80, 85, 101 , Mantegazza Vico, 179. 103, 106, 110, 111, 125, 133, 134, 145, Maometto V, 461. 308,309. Maranini Giuseppe, 151, 153. Lamberti Mario, 255, 260, 273, 289, 296, Marschall von Bieberstein Adolf, 363, 384. 302. Marselli Nicola, 22, 28, 40, 56, 58, 78, 85, Lanza di Scalea Pietro, 463. 104. Lanza Giovanni, 6, 7, 9, IO, 12, 16, 37, 40, Mattini Ferdinando, 171, 172. 313,314,328,338,341. Massobrio Giulio, I 6, 24, 70, 316. Laroche Jules, 398. Maturi Walter, 47. Le BoeufEdward, 7. Mayor De Planches Edmondo, 362, 380. Leitenitz Alfred, 108. Mazè De La Roche Gustavo, 6 1. Leonardo Cattolica Pasquale, 382, 389, Mazzetti Massimo, 71, 154, 159-163, 165, 393, 395-398, 401, 422,441, 442, 448. 166, 168-170, 319,321,322,324, 356, Leopoldo n del Belgio, 73. 374, 443, 485, 486. Livraglù Dario, 2 12. Mazzini Giuseppe, 8, 46, 131. Lloyd George David, 374. Melegari Luigi Aledeo, 46-49, 74. Lombroso Cesare, 344. Menabrea Luigi Federico, 6, 8, 9, 21 , 49, ùingo luigi Emilio, 434. 77-79, 83, 101 , 335. Lumley $avile, 89, 91, 92, 94, 96, 100, 126. Men.arini Giuseppe, 297, 304.
494
POLITI CA E STRATEGIA IN CENTO ANN1 DI GUERRE ITALIANE
Menelik II di Etiopia, 90, 101, 102, 124, 125, 130, 134, 176, 177, 183- 198, 200-206, 210,211,214,215, 217, 220222, 225-231, 233-236, 238, 239, 241, 246-259, 261 , 262, 254, 267, 272, 276, 279,282, 284-288, 291 , 300, 301, 303, 305-307. Mercatelli Luigi, 475 Merey von Kapos- Mere Kajetan, 422,443. Mesciascià Uorchiè degiac, 205. Mezzacapo Carlo, 39. Mezzacapo Luigi, 16, 17, 21, 23, 24, 39, 44, 47-53,57,58,63,68. Michelini Carlo, 145. Mikael ras, 183,241. Millo di Casalgiata Enrico, 456. Milon Bernardino, 19, 62. Minghetti Marco, 4, 8, 12, 13, 16, 37, 40, 45, 49, 59, 70, 77. Minniti Fortunato, 15, 17, 24, 32, 41, 62, 67, 68. Mirri Giuseppe, 318, 319, 320. Mocenni 216-218, 220, 223, 227, 228, 230-232, 237, 238, 240, 243-255, 257, 259, 260, 262, 264-266, 273-275, 279, 281,283,285,288,300, 302, 305,307, 310. Moltke Helmuth Johann von, 347, 356, 357, 484-486. MoltkeHelmuth Karl von, 8, 13, 16, 67, 68, 70, 155-158, 162, 168, 169,304. Mondaini Gennaro, 254,463, 464. Montgomery Bernard Law, 294. Monts Anton, 325, 326, 329, 330. Morandi Carlo, 76, 138, 151, 316. Mori Attilio, I 97. Mori Renato, 362. Morin Costantino Enrico, 258, 318. Moscati Amedeo, LO, 46, 47, 49, 28 I. Murray A. Vìctor, 15. Mussolini Benito, 152. Nallino Carlo Alfonso, 463. Napier Robert Comelius, IOl , 105, 236, 284. Napoleone Ill, 9, IO, 15. Naretti Giovanni Giacomo, 104.
Nasalli Rocca Saverio, 421. Nerazzini Cesare, 124, 238. Nesciat bey, 408,446, 459,460, 464. Nicotera Giovanni, 45. Nigra Costantino, 9, ll- 13, 48, 63, 88-91, 94, 95, 100, 103, 126-130, 138, 153, 313, 314, 325. Noailles Emmanuel Henri de, 74. Noce Raffaele, 114,125. Nowak Karl Friedrich, 347, 348, 354. Nubar pascià, 87, 90, 92, 94, 98. Olièras, 217, 241,267. Ordano Rosa/do, 187. Orero Baldassarre, 134, 200-206, 212. Ottolenghi Giuseppe, 318, 325. Pacelli Ernesto, 362. Pagel Augustus, 80. Palamenghi-Crispi Tommaso, 195, 231, 261. Pallavicini, 450, 455, 456. Pansa Alberto, 309, 341,382, 384. Pantano Gherardo, 273. Pasetti von Friedeburg Marius, 314, 342. Pecori-Giraldi Guglielmo, 390, 404, 4[0, 421, 433, 434. Pedotti Ettore, 3 18,367. Pelloux Luigi, 16, 22, 63, 64, 86, 206-2!0, 213,219, 281,288,297, 309,317, 318, 338. Perazzi Costantino, 189. Peteani Luigi, 340. Petit.ti Bagliani di Roreto Agostino, S , 21, 49. Petrignani Rinaldo, 3, 13, 14, 47, 48, 53, 59, 60, 62, 78, 81 -83, 94, [37, 149. Pianell Salvatore Gi useppe, 55, 63, 166. Piano Federico, 220. Pini Guglielmo Cesare, 289. Pisani Dossi Alberto, 196. Pittaluga, 254. Poincarè Raymond, 483. Poi/ara Alberto, 267. Pollio Albe1to, 28, 61, 322, 357, 367, 368, 387-391, 402- 406, 4 12, 414, 419-421,
fNDICE DEI NO.Ml
426-431, 437-440, 445-450, 453-456, 464,471-473,476, 478, 482,484,485. Ponza di San Martino Coriolano, 318,320. Porta] Gerald, 176, 177, 181. Pozzolini Giorgio, 143. Presbitero Ernesto, 444,447. Prestinaò Marcello, 275. Primerano Domenico, 216, 247, 254, 259, 262,283,309, 310. Prinetti Giulio, 313, 314, 315, 316, 341, 342. Radowitz Joseph J'vlarie von, 13. Ragni Ottavio, 458,471,478, 481. RaineroRobin, 73, 80, 81,111,195. Raynaldi Luigi, 421. ReichelDaniel, 318,319. Reisoli Ezio, 453,457, 460. Ressman Costantino, 138, 155. Reuss Heinrich Yll von, 158, 159. Ribot Alexandre-Félix-Joseph, 335. Ricasoli Bettino 6. RicciAgostino, 38, 39, 86, 87, 104, 1,4, 126, 127, 129. Richtofen Oswald von, 323. Ricotti Magnani Cesare, 5, 14, 16-18, 20, 21,24,30,34-38,40-42, 47,48,50,53, 67,68,70,85-87,99, 100,103, 105- 116, 119, 120, 122-124, 275, 282, 289, 310, 317,318. Rifaat pascià, 343, 364. Riaer Oerard, 167, 169, 308. Riva, 155, 157. Rizzi Bice, 219. Rocca-Rey Carlo 414,426, 427,430, 431, 448,486. Rochat Giorgio, 15, 24, 70, 306, 316. Romano Sergio, 131 , 361,372,418,421, 425, 437, 438, 444, 455-457, 459, 474, 483, 484, 486. Roncagli Gioi,anni, 396, 398. Rossetti Carlo, 195, 208. Rothan Gustave, 8. Rovighi Alberto, 318.
Saccoman Andrea, 367, 368,389,392, 429, 436,439,445,448,450, 457,458, 472.
495
Sacconi Pietro, 84. Saint Bon Simone Antonio, 43. Saint-Yallier Charles Raymond De, 53. Saletta Tancredi, 70, 97, 106-108, 110-115, 119,120, 122- 125, 127,129, 134, 136, 143, 148, 149, 150, 173-175, 177, 185, 317-322, 324-327, 339, 348, 349, 352, 357. Salimbeni Augusto, 143, 145, 147, 206, 211. Salisbury Robe1t Arthur, 56, 74, 75, 133, 142, [53-154, 165, 175, 176, 177, 181, 244,282,283,335,336,338,339. Salsa Tonunaso, 222, 229, 231-233, 239, 258,259,264,266,267,275,276,291, 292,301 , 302,432,458,460,481, 482. Salvago Raggi Giuseppe, 309. Salvatorelli Luigi, 14, 59, 315, 325, 328, 329,331, 340,348,353,355,414,422, 442,443. Salvemini Gaetano, 163, 373, 374, 412, 438,439,469, 486. Santangelo Felice, 367. Santoro Carlo Maria, 3. Sapei/i Alessandro, 239. Smacco Giuseppe, 189, 258. Scardigli Marco, 182. Scarfoglio Edoardo, 88, 94, 462. Scemsi Addin bey, 461. Schemua von, 443, 484. SchlieffenAlfred von, 161, 163,167,319, 321-323, 347. Schoen Wilhelm, 354. Schoenhaich Franz von, 352. Scialoja Antonio, 9, 10. Sebath ras, 200-203, 242, 258, 259, 263, 275. Seismit-Doda Federico, 189. S~jum degiac, 191, 198,200,201,205. Sella Quintino, 4, 6, 8, 10, 17, 45, 49. Serra Enrico, 142, 155, 282-284, 314,315, 338,360. Serra Fabrizio, 333. Seton-Watson Christopher, 45, 49,207. Seymour F., 282. Silva Pietro, 75. Sironi Giovanni, 193.
496
POLITICA E STRATEGIA lN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE
Sirtori G iuseppe, 23. Sismondo Felice, 19, 25, 27, 31-36, 290, 301. Skobelev Mikhail, 294. Sodano, 204. Solms-Sonnenwalde Pietro Clemente von, 156, 178, 179. Sonnino Sidney, 46, 59, 67, 78, 133, 194, 224,225,231,243, 250,258,281,310, 324,339,340, 477,484. Spantigaci Federico, 78. Spingard i Paolo, 16, 367, 368, 370, 374, 382, 389-393, 402. 406, 4 12-415, 4 18, 420, 421, 423-426, 429, 435-440, 445, 447, 450-458, 464 , 471-473, 477-479, 48 I, 482, 484. Stefani Filippo, 16, 30, 34, 63, 68, 69, 370. Steininger Cari von, 157. Suleiman El-Baruni 408,464. Szechenyi Istvan, 161. Taverna Rinaldo, 70. Tawfiq Mohamed, 76. Taylor A.lan J.P, 60. Tecla Haimanot, 101, 257. Thaon dì Revel Giovanni, 5-7, 36. Thaon di Revel Paolo, 396, 426, 440-442, 444. Theodoli Alberto, 380,398,475. Thoumas, 298. Tìttoui Tomaso, 322, 326, 327, 33 1, 344, 352,354-356,360,379,440,441,446. Tommasini Francesco, 329, 330, 348, 352-355. Torniel]j Brusatì di Vergano Giuseppe, 338. Torre Augusto, 335, 342, 361, 363, 365, 379, 330, 386. Torre Federico, 5, 22, 24, 55. Toscano Mario, 378. Tose!Ji Pietro, 222, 241 -243, 245, 246. Tosti Amedeo, 467. Traversi Leopoldo, 2 14, 216, 220, 234. Trombi Vittorio, 437, 456-458, 482. Trucco Gioacchino, I 02. Truffi R., 203, 204. Tschirschky und Boegendorff He inrich von, 33 1,379.
Tuccarilitigi, 104, 108, 126,417, 434,464, 470,471,477,478,480,483. Turati Filippo, 368, 398. Turitto Domenico, 270,271. Umberto I di Savoia, 54, 85, 124, 127, 136, 143, 170, 175, 190, 194,197,228, 257, 280,283. Valenzano Gioacchino, 240, 255, 266, 272, 290, 291 , 296, Yalfrè dì Bonzo Leopoldo, 49. Valori Aldo, 290. Venturini Fernando, 17. Viale Leone, 444. Viganò Ettore, 163, 31 8,349. Vimercati Ottaviano, 9. Visconti Venosta Emilio, 6, 8-13, 17, 37, 45, 3 14, 328,329,337,240, 467. Vittoria di Hanuover, 175, 196. Vittorio Emanuele II di Savoia, 9-11 , 16. Vittorio Emanuele m di Savoia, 317,318, 320,325, 379,382, 383,420,442,473, 474. Volpe Gioacchino, 362,411 . Volpi Giuseppe, 456. Waddington Francis, 74. Wa]dersee Alfred von, 67, 68, 155, 161, 169,170. Wedel Cari von, 315, 32 1. Weygand Maxime, 470. Whittam John, 28, 475. Wimpfen, 30 Wimpffeu Felix von, 48, 60. Wollemborg Leone, 484.
Zaghi Carlo, 76, 80, 82-84, 86-90, 92, 94, 97, 100, 103, 124, 126, 127, 131, 148, 149, 195,201. Zanardelli Giuseppe, 215, 279, 313, 317, 325, 326. Zastrow von, 30. Zu pelli Vittorio, 406, 485.