Skip to main content

POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE VOL I (PARTE SECONDA)

Page 1

(parte seconda)


STATO

MA G G IOR E UFFICIO

DELL'ESERCITO STORICO

MARIO MONTANARI

POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE

VOLUME T (parte seconda TL PERIODO RISORGIMENTALE

ROMA

1996

)


INDICE GENERALE

Parte terza. La terza guerra d'indipendenza (1866) Cap. Xl - Le campagne per l'unilà d'Italia 1. L'annessione dell' Italia centrale........................................................ 2. La spedizione dei Mille ......... ... ..... ... ................................ ...... .. 3. La campagna nelle Marche e nell'Umbria ............... ................... 4. La campagna ne ll'Ttalia meridionale.............................................. 5. La nascita del! 'esercito italiano ........................................................ Cap. XIl - La decisione politica l. Le premesse per la nuova guerra ...................................................... 2. La preparazione diplomatica ................................................ _........... 3. La preparazione militare . ............................................... ................... Cap. Xlll - la campagne, del I 866 l. L'esercito italiano .................................................................................. 2. L'esercito austriaco ............................................................................... 3. Gli orientamenti strategici .................................................................. 4. Da Cusroza a Lissa .......................................................... .....................

>)

» » » »

»

» »

425 435 462 481 496 529 549 581

»

597 612 622 651

Cap. XIV - Considerazioni conclusive l. 1 protago nisti ............................................................................................ 2. L'epilogo ...................................................................................................

)> »

697 704

Indice dei nomi ........................................................................................................

»

711

»

528

»

695

»

696

»

» »

Schizzi Garibaldi da Reggio Calabria a Napoli 1860 ................ .. .......... .. Il teatro di operazioni nel 1866 ... ........................ ............. .......... . Lissa 1866 ............................. .... ..... ....... .... ......... .. .... .... ............. ..


Parte terza LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA


Capitolo Xl LE CAMPAGNE PER L'UNITA' D'ITALIA

1. L'ANNESSIONE DELL' I TALI A CENTRALE.

Contrariamente alle apparenze, g li accordi tra Napoleone e Francesco Giuseppe non chiudevano affatto la partita. Napoleone sapeva di non poter pretendere fa Savoia e Nizza, però non aveva rinunciato all' idea di farsele cedere. Vittorio Emanuele si era rassegnato alla sola Lombardia, per giunta senza Mantova e Peschiera, ma la sorte dei ducati, delle Romagne e della Toscana rimaneva tuttora da definire seppure con scarse speranze. Francesco Giuseppe era l' unico soddisfatto: riteneva di essersela cavata a buon mercato e si ripromelteva di riprendere la Lo mbardia alla pri ma occasione. Nessuno s i rese conto che «per la prima volta dopo il 1815 l' Europa dei trattati era stata sconfitta dall'Europa delle nazionalità» '. La mossa successiva spettava a Napoleone. A Parigi aveva trovato un' o pinione pubblica scontenta perché i sacrifici sostenuti dalla Francia non apparivano nè giustificati nè adeguatamente compensati. Alle deputazioni del Senato e del corpo legislativo l'imperatore aveva spiegato che: «( ... ) Lorsque, après une heureuse campagne de deux mois. )es années française et sarde arrivèreal sous Ics murs de Vèrone. la lune allai1 inévitablemcnt changer de nature, tant sous le rapport militaire quc sous le rapport politique. J'éiais fatalmenl obligé d'atlaquer de front un ennemi rétranché derrière de grandes forteresse, protegé conlre toute cliversion su.- scs Oancs par la neutralilé des territoircs q ui 1'entou raient. et, en conwnençant la longue e l stéri lc guerre de s iège. jc trouvai en face l' Europe en armcs, prete, soit à d isputcr nos succès, soit à aggraver nos rcvers {. .. ). Neanmoins, la diffieultè de l'entrcprise n'aurait ni ébranlé ma résolution, ni arreté l'élan de mon armée, si Ics moyens n'cussent pas été hors de proportion avec les résultats à auendre. Il falJai t se résoudre à briser hardimcnt les entraves opposées par les Lcrritoires neutres et alors accep1c r la luue sur le Rhin comme sur l' Adige( ... ). Si je me suis arreté, ce n'est donc pas par lassiLude ou par épuisement, ni par l'abandon de la noble cause quc je voulais servir, mais parcc que dans mon cocur quelque chosc parlai! plus haut encorc: l'intére t dc la France( .. .). Pour servir l' indépendance italicnnc, j'ai faiL la guerre contre le gré de l' Europe; clès quc !es déstinécs de mon pays ont pu etre en péril ,j' ai fait la paix ( ...)»'.

Tutte belle parole, ma nessun guadagno territoriale che giustificasse agli occhj francesi il costo della guerra. Questa insoddisfazione trovò qualcosa di simile ad una via d' uscila nell'inopinata situaz ione che stava verificandosi nell 'Italia centrale. I commissari regi, inviati dal governo sardo per la guerra e ' R. Ro~1EO, Cavour e il suo tempo, cit., lii. p. 623. ' CCSM, La .~11erra del 1859. cit. , TI, Documenti, cloc. 242 I .


426

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

r ichiamati dopo l'armistizio, rimasero in posto, col consenso di Vittorio Emanuele, come privati cittadini alla testa dei governi provvisori (Boncompagni a Firenze, Farini a Modena e Parma) o al fianco (D'Azeglio a Bologna). Le tre assemblee costituenti elette in agosto confermarono il rifiuto di qualsiasi ipotesi di restaurazione e, per contro, la volontà di unirsi al Piemonte. Ino ltre, il 18 agosto venne stipulata una Lega militare con la quale gli Stati contraenti s i impegnavano a fornire un contingente cli miliz ie regolari all 'esercito comune: Toscana 12.000 uomini, Panna 4.000, Modena 4.000 e Bologna 7.000. A capo dell'esercito fu posto il generale Manfredo Fanti, del1'annata sarda, con Garibaldi quale comandante in seconda 1. Dabormida, nuovo ministro degli Esteri nel gabinetto La Marmora succeduto a Cavour, disse francamente all'ambasciatore francese: «.Te ne puis, après /es assurances et /es encouragements que le roi et le go11verneme11r ont précédemment donnés aux populations italiennes, conseiller officiellement à ces memes populations de réprendre !es dynasrìes qu' elles ont chassées» •. E, nei negoziati di Zurigo, se Walewski manifestava convinta aderenza agli accordi di Villafranca e addirittura inclinava verso un 'alleanza con l'Austria, Napoleone come sempre ambiguo - da un lato continuava a dirsi favorevole alle restaurazioni, e dall 'altro negava che potessero essere imposte con le anni e sosteneva le buone ragioni della volontà popolare. Finì per allinearsi alla diplomazia u1'!iciale ed il 10 novembre a Zurigo fumò un trattato di pace fedelmente impostato sui preliminari di Villafranca. La costituzione di una confederazione «entre /es Eta1s ilaliens qui serait placée sous la présidence du Saint-Père, et doni le but serait de maintenir l' indépendance et l' ìnviolabililé des E1ats confédérés (...)» doveva essere affrontata, come la questione delle restaurazioni, in un congresso con la partecipazione di tutti gli interessati s. ll problema italiano, insomma, tornava sui tavoli della diplomazia e, più precisamente, era ripreso in mano da Palmerston, sin dal giugno a capo del nuovo governo whig inglese. Il pensiero di Palmerston sugli accordi di Villafranca oscillava fra disapprovazione e scetticismo. Era fermamente convinto dell ' utilità d i un regno dell 'Alla Italia comprendente anche la Toscana, cioè sufficientemente forte da non trovarsi in costante condizione di inferiorità di fronte alla Francia ed all'Austria, come aveva detto il 4 luglio a Emanuele d'Azeglio 6 • In secondo 'Garibaldi aveva acccnato l'invito fo1mu lato da l governo di Firenze - di propria iniziativa ad assumere il comando delle truppe toscane, il che poteva lasciar presumere che fosse destinato a prendere quello dell'esercito della Lega. Invece il governo di Torino aveva designato a tale incarico il generale Fanti. • La Tour d'Auvergne a Walewski in data 4.7. 1859, in R. ROMEO, Cavour e il suo 1e111po, cit.,

III, p. 631. ' CCSM, la g11erra del 1859 cit.. Il. Documcrlli, doc. 2425. Napo leone non voleva un congresso delle grandi Potenze, sapendo che per gelosia cd ostilità si sarebbero opposte all'annessione della Savoia e di Nizza alla Francia. • In A. S1GNOREITI, Italia e lnghiherra durame il Risorgimeli/o, ISP!, Milano 1940. p. 157.


427

LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D 'ITALIA

luogo, reputava inaccettabile una confederazione che automaticamente consentisse all'Austria di intervenire a sud del Po: «Siate sicurissimi - ammonì Persigny, ambasciatore francese a Londra - che, se l'Austria non è scrupolosamente esclusa da ogni ingerenza di qualsiasi specie negli affari d'Italia, il sangue francese è stato versato invano e la gloria dell'imperatore sarà di corta durata» 7 • In terzo luogo, la restaurazione dei regnanti nell'Italia centrale doveva essere interpretata possibile unicamente con il consenso delle popolazioni di Parma, Modena e Toscana: l'impiego di truppe austriache o francesi per un'imposizione di forza non si poneva nemmeno. Anzi, per essere chiari, quelle popolazioni avevano ogni diritto di scegliere il governo che preferivano 8. E poi, se mal visto il ritorno dei ciuchi austriaci in quanto equivalente al ripristino dell'influenza asburgica, la costituzione di uno Stato toscano sotto il principe Napoleone era da respingere sic et simpliciter. Agli occhi inglesi appariva molto più pericolosa la presenza francese nella penisola che non quella austriaca. Con tutto ciò Palrnerston si muoveva con cautela: «Finché la pace non è firmata a Zurigo non tutti possono fare quello che vogliono senza pericolo, dopo potranno f1u·e di più» disse il 24 settembre a Neri Corsini, inviato di Toscana a Londra, e gli fece capire che, una volta firmata la pace, un'Italia centrale con il principe di Carignano quale reggente provvisorio sarebbe stata ben accetta 9• Le posizioni di Londra, Pruigi e Vienna si trovavano in contrasto su più di un punto fra quelli che l'auspicato congresso avrebbe dovuto definire, cosicché non c'è da stupirsi del lento arenarsi del progetto. D'altronde acquistava sempre maggiore evidenza la pratica impossibilità di dar vita ad una con.federazione italiana sulla falsariga di quella germanica. A questa convinzione pervenne anche Napoleone, il quale accettò in toto la linea politica suggeritagli da Chasseloup-Laubat, ministro delle Colonie. Per eliminare l'influenza austriaca in Italia, disse questi in una memoria destinata alla persona dell'imperatore, bisognava che il Piemonte fosse sufficientemente forte da.bloccare un'offensiva austriaca in Lombardia. Per evitare che diventasse troppo forte, cioè si sottraesse all'influenza francese, occorreva non consentirgli l'annessione dell'Italia centrale. Quindi la Toscana doveva essere indipendente, ma non sotto un principe della Casa d' Asburgo. Così, dando al Piemonte molto ma non tutto «on peut encore lui .faire la parte assez belle pour que l' abandon de la Savoie à la France en soit la conséquence» 10• Entro questi limiti gli orientamenti di Napoleone verso una soluzione liberale del problema italiano si fecero più netti, anche perché il gabinetto Palmerston 1 Ibidem, p. 166. • 1/Jidem, pp. 180-18 l • ibidem, p. 194.

•° Cha~selo up-Laubat tempo, cit., III, p. 666.

n. I. a Napoleone in data 21.1 J.J 859, in R.

ROMEO,

Cavour e il suo


428

LA TERZA GUERRA D'INDJJ'ENDENZA

diventava pressante suIJe cose italiane. Il 25 novembre il ministro degli Esteri, lord Russe!, dichiarò che la sorte della Toscana, dei ducati e della Romagna, cioè delle regioni non toccate dalla guerra, non soltanto non poteva assolutamente rientrare nel trattato di Zu,igo ma spettava alla pecisione autonoma delle stesse popolazioni. E, tornando sulla convenienza di realizzare in Alta Italia uno Stato in grado di non nutrire eccessivi timo1i per la propria indipendenza, accennò a!la soluzione di una Sardegna con l'acquisizione di Panna e Piacenza, e di uno Stato centrale con Toscana, Modena e possibilmente Romagna sotto un p1incipe di Casa Savoia, o un altro non appartenente però alle principali famiglie regnanti. Per gli Stati della Chiesa e per il regno delle Due Sicilie diventavano indispensabili ed improcrastinabili rispettivamente 1iforme e costituzione 11• Il ravvicinamento anglo-francese era favorito dalla convergenza di interessi in materia economica e di politica coloniale. Così 1' int.ervento di Palmerston fornì a Napoleone un'ottima scappatoia per sortire dall'imbarazzante situazione in cui si era posto vincolandosi verso Francesco Giuseppe con i preliminari di Villafranca ed il trattato di Zurigo; e si impose facilmente a Francesco Giuseppe perché l'Austria non si trovava in condizione di insistere sulle questioni italiane a causa dell'isolamento diplomatico nel quale l'aveva ridotta un'avventata politica estera; nonchè della gravissima crisi interna sul piano finanziario e su quello costituzionale. Il giro di boa fu compiuto da Napoleone a fine 1859-primi 1860 con l'opuscolo «Le Pape et le Congrès», la lettera a Pio IX del 31 dicembre e la sostituzione del conte Walewski con Thouvenel agli Esteri, e coronato il 23 gennaio con la firma del trattato commerciale anglo-francese. In particolare, il messaggio al Papa dava un deciso impulso al problema delle Legazioni, il più delicato. Nelle circostanze di fatto: «(...) Ce qui me paraitrait le plus confonne aux véritables intérèts du Saint-Siège - suggeriva l'imperatore -ce scrait de faire le sacrifice des provinces révoltées. Si le Saint-Père, pour le repos de .1'Europe renonçait à ces provinces qui, dcpuis cinquante ans, suscitent tant d 'cmbarras à son gouvemernent et qu'en échange il demandai aux puissanccs de lui garantir la possession du reste,je ne doute pas du retour immédiat de l'ordre (...)» ".

Napoleone non si muoveva disinteressatamente. Vista la inapplicabilità degli accordi di Villafranca e la sempre più inevitabile fusione dell 'Italia centrale, tornava d'attualità la cessione di Nizza e della Savoia. Cosicché mise le mani avanti con Vittorio Emanuele, indicando come indispensabili quattro misure per uscire dalle difficoltà del momento: ammettere il principio del non intervento; provocare un plebiscito nell'Italia centrale; rinunci.are apertamente a nuove acquisizioni a spese degli Stati vicini; e, dulcis in fundo, lasciare alla "Ibidem, pp. 201-202. "Carteggio Cavour-Nigra c it., III, p. 8.


LE CAMPAGNE PER L'UNlTA D'ITALIA

429

Savoia ed a Nizza la stessa libertà di scelta concessa alla Toscana, accettando il desiderio delle popolazioni liberamente espresso. Per le Legazioni, l'imperatore ipotizzò una «viceroyauté sous la souveraineté du pape» 13• Beninteso i «principi» indicati avevano carattere generale e non dovevano esser presi alla lettera. Intanto il 16 gennaio Vittorio Emanuele - di fronte ad una situazione interna ed estera che il gabinetto La Marrnora si mostrava incapace di controllare e sotto l'universale pressione dell'opinione pubblica, della stampa e perfino degli ambienti di Corte - «fece quello che ei stesso chiamò il massimo sacrificio» 1• ed affidò a Cavour l' incarico di formare il nuovo governo. Cavour, oltre alla presidenza, tenne per sé Esteri ed Interno, menu·e Fanti ricevette la Guerra pur conservando, significativamente, il comando dell'esercito della lega dell'Italia centrale. Il commento apparso su L' Opinione del 22 gennaio dice tutto: «(...) il precedente ministero Cavour significava: guerra d'indipendenza; il nuovo signilica: annessioni. L' Italia intera vede quest' idea personificata nell'illustre stat ista. Il conte Cavour ha l'inv idiabile fottuna di riprendere le redini del governo sorretto dalla pubblica opinione, appoggiato dalla (ìducia di tutta la nazione».

Cavour aveva ben seguito lo svolgersi degli avvenimenti e si era anche tenuto in contatto con l'ambasciatore inglese Hudson, quindi partì deciso. Il 27 gennaio sollecitò Ricasol i e Farini a predispoiTe l'elezione di deputati della Toscana e dell'Emilia per il parlamento subalpino sulla base della legge elettorale sarda 15 • Il 7 febbraio, su discreta richiesta di Thouvenel, inviò a Parigi Costantino Nigra come incaricato d'affmi. Proprio quel giorno trovò il modo di contrastare l'idea della «vice-royauté» o del vicariato, espressione poi preferita dalla diplomazia, per la Romagna, con una lettera in cui il re chiedeva al pontefice, con estrema devozione, di <<(...) stabilire non solo nelle Romagne ma altresì nelle Marche e nell'Umbria tale uno stato di cose, che serbato alla Chiesa l'alto suo dominio cd assicurando al Supremo Pontefice un posto glorioso a capo dell'Italiana Nazione, farebbe partec ipare i popoli di quelle provincie dei benefic i, che un regno forte ed altamente nazionale assicura alla massima parte dcli' Italia centrale» 1• .

Questo, considerato che soltanto sotto il regime attuale si era pacificata al punto che «i ministri del culto erano 1ispettati e protetti, i tempi di Dio più frequentati che non Io furono prima», e visto che il papa «non pou·ebbe recuperare quelle provincie se non colla forza delle armi e delle armi altrui» 17• Simile prosa non poteva non apparire provocatoria e P io IX indignato, rispose praticamente a giro di coniere: ,., Napoleone a Vittorio Emanuele in data 27.1. I860, ibidem, p. 25. "In R. ROMEO, Cavour e il suo tempo, cit., p. 674. " L. Z1N1, Storia d'Italia dal /850 al 1866, Milano 1869-1875, Il, p. 2, pp. 569-571. 1• Vittorio Emanuele a Pio IX in data 6.2.1860, in Corteggio Cavour-Nigra cit., lll, p. 44. " Ibidem, p. 44.

m.


430

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

La idea che V.M. ha pensato di manifestanni è una idea non savia e certamente non degna d'un Re ca1tolic,o e d'un Re della Casa di Savoia. La mia risposta è già consegnata alle stampe nell'Enciclica all'Episcopato Cattolico(... ). Del resto io sono aftliuissimo non per me, ma per l'infelice stato dell'anima di V.M. trovandosi ilfaquesto dalle censure e da quelle che maggionnente La colpiranno dopo che sarà consumato l'ano sacrilego ch'Ella coi Suoi hanno intenzione di mettere in pratica. Prego di tutto cuore il Signore affinché La illumini e Le dia grazia di conoscere e di piangere e li scandali dati e i mali gravissimi da Lei procurati colla sua cooperazione a questa povera Italia»".

Con ciò Cavour aveva reso più che problematica la soluzione del vicariato. Intanto Napoleone spiegava a Nigra di aver mirato a dare al Veneto un governo nazionale ed autonomo e di aver sostenuto l'opportunità della restaurazione dei Lorena a Firenze proprio per rendere accettabile all' Austria tale modulo. Al punto in cui stavano adesso le cose, pensava che la soluzione migliore per tutti fosse di escludere un'annessione al Piemonte e «d' appliquer à cette partie d' Italie une autre combinaison, p.e. le Prince de Carignan ou le Due de Genes», in quanto «l' annexion de la Toscane e' est le système de l'unification, le système de Mazzini». In altri termini, avrebbe dato luogo a continui motivi di imbarazzo al governo sardo, provocando un eccessivo fermento nel Mezzogiorno, una persistente agitazione e forse addirittura un'insurrezione e una nuova guerra 19• Inoltre occorreva trovare il modo di conciliare il passaggio delle Legazioni al Piemonte salvando l'apparenza della sovranità del Papa 20 • Un accordo del genere, condiviso nelle sue linee essenziali dal! 'Inghilterra, poteva essere accettato dalla Russia e dalla Prussia e tollerato dall'Austria, mentre «une solution donnée par les /taliens, eux-memes en dehors d'un concert européen, lui [= al governo francese] parait un événement très, grave et de nature à amener dans un avenir bien rapproché des complications funestes à l' Italie et à la France» 21 • Cavour non ebbe esitazioni di fronte alle informazioni fornitegli da Nigra e gli ordinò: «Ne cédez pas une tigne sur Toscane: tout serait compromis» 22 • Era deciso a tutto. Al conte Arese, in missione ufficiosa a Parigi - il quale lo aveva avvisato che senza un accordo «on laisserait courir au Piémont des meilleurs chances, mais entièrement à ses risques et pérìls, et enfaisant rentrer en France dans un bref délai !es 50.000 h. qui sont en Lorribardie» i l - rispose " Pio IX a Viuorio Emanuele in data 14.2.1860, ibidem. p. 98. li Re cancellò il suo nome sulla busta con un gran tralto di penna e lo sostituì con un «Au Com/e de Cavour». ,. Nigra a Cavour in data 13.2.1860, ibidem. p. 60. 0 ' Nigra a Cavour in data 13.2.1860, ibidem, p. 62. " Nigra a Cavour in data 14.2.1860, ibidem, p. 67. " Cavour a Nigra in data 16.2.1860, ibidem, p. 71. u Arese a Cavour in data 15.2.1860. ibidem, p. 69.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

43 1

che, piuttosto di «costringere)) la Toscana a rinunciare ali' annessione, il Piemonte non avrebbe esitato a «courir /es chances» in questione 24 • Al generale Fanti scrisse di non perdere un minuto di tempo prezioso, di portare avanti la messa a punto delle truppe nel più grande riserbo, e di tenersi pronto ad ogni eventualità 25 • In realtà l'opposizione francese non doveva essere minimizzata. Poteva, questo sì, esser superata facendo leva su Nizza e Savoia, adesso richieste apertamente dall'imperatore e dall'opinjone pubblica francese. Le proposte conclusive formulate direttamente dal gabinetto di Napoleone furono di poco differenti da quelle iniziali: astensione da ogni propaganda nel Veneto e negli Stati pontifici; riunione immediata al Piemonte, di Parma, Piacenza e Modena; annessione delle Legazioni sotto forma di vicariato fino a quando le Potenze non avessero ottenuto il consenso del Papa; indipendenza della Toscana sotto un pri11cipe da essa liberamente eletto; annessione alla Francia della Savoia e di Nizza. Se il Piemonte avesse consentito, non soltanto il governo imperiale lo avrebbe appoggiato presso tutte le grandi Potenze, ma sarebbe stato al suo fianco contro qualsiasi ingiusta aggressione austriaca. In caso contrario, il Piemonte non avrebbe dovuto più contare in alcun modo sull'aiuto francese 26• Inoltre, l'adesione sarda a queste cond izioni, condivise in pieno dall'Inghilterra, avrebbe condotto sicuramente ad un 'alleanza offensiva e difensiva fra Parigi, Londra e Torino nella prevedibile prossima guerra d' Oriente e «de cette alliance le Piémont aurait pu (. ..) tirer d' autres avantages et peut-etre la possession de la Vénétie», tanto più che i negoziati in corso per un' alleanza fra Austria e Russia prevedevano una garanzia iussa su alcune regioni austriache, ma non sul Veneto 27 • Ma Cavour non cedette d' un pollice. Non accettare l'annessione che la Toscana chiedeva, che l'Inghilte1Ta approvava e che nessuno in Europa pensava a mettere in discussione sarebbe stato un suicidio politico, rispose a Nigra 28 • Quanto a Nizza e Savoia, dal momento in cui si puntava sulla libera volontà della Toscp na di scegliere il proprio destino, il governo sardo non poteva rifiutare analogo principio per le sue due popolazioni, purché tale volontà fosse «prononcée d'une manière légale et conf'ormement aux prescriplions du Parlement>> 29 • E beninteso, precisò Vittorio Emanuele a Napoleone, il plebiscito doveva avere luogo prima in Toscana, sì da costituire un precedente per '' Cavour a Arese in data 19.2.1860, ibidem, p. 82-85. " Cavour a Fami in data 18.2. 1860, ibidem, p. 80. "' Nigra a Cavour in data 26.2.1860, ibidem, p. 11 1- 113. " Nigra a Cavour in data 27.2.1860, ibidem , p. 11 6. " Cavour a Nigra in data 1.3. 1860, ibidem, p. 131. 19 Cavour a Nigra in data 2.3. 1860, ibideni, p. 134-135. La frase citata non venne riportaca dal Moniteur del 10 marzo.


432

LA TERZA GUERRA D'lNDfPEN DENZ/\

Nizza e Savoia 30• Per questo aveva indetto la convocazione dei comizi con un decreto del 1° marzo. Napo leone ebbe un' im pennata: «Si Votre Majeslé • scrisse a Vi11orio Emanue le • cs1 obligée de compter avec le sen1imen1 dc son pays. il en e.~1 de mcmc pour moi. Or je dois lui déclarer que le scntiment public en France est loin d'erre favorable i1 l" lralie, el il n·y a qu ' une condui1e bien franche c1 loyale pour l' annexion de la Savoie e du comté dc Nice à la France qui puisse réiablir la sympathie»".

Il re non fece piega e l' 11 ed il 12 marzo in Emilia e in Toscana si tennero le nuove votazioni a suffrag io universale 32• E da Parigi Nigra segnalò che «011 commence à se résigner ici s11r l' a11nexio11 de la Toscane», a patto che il Piemonte si fermasse a questo traguardo, non suscitasse vespai nella penisola e facilitasse il passaggio alla Francia delle due province desiderate .i.•. Tra l'unione a Casa Savoia ed un regno separato la scelta a favore della prima fu schiacciante. I regi decreti del 18 e del 23 marzo sancirono l' annessione. Ma contemporaneamente Cavour dovette finnare un trattato segreto, in sostituzione dell'impegno del gennaio 1859, per la cessione di Nizza e Savoia. La rinuncia non fu accettata facilmente in Piemonte, soprattutto per il goffo comportamento de lla Francia;,_ Cavour fu molto tocca to dall a vicenda: «L' aff aire de Nice est pour moi une répétition de celle du mariage. Je ne m' exposerai plus à une troisième affaire de ce genre» :•s. L'opposizione parlamentare acquistò fort.a con l'indignata pro testa di Garibaldi e di R attazzi: «La cession de Nice, groce surtout aux mauvais procédés des agents français, me faìt un tort immense dans l' opinion publique, surtout en Piémont» scrisse Cavour a Nigra, confidandogli di accarezzare il pensiero di ritirars i alla fine della sessione parlamentare e rimanere in disparte «jusqu' à ce qu' il s'agisse d' op érer de nouvelles annexions» 36• '" Vi uorio Emanuele a Napoleone in data 5.3. 1860, ibidem, p. 142. '' Napoleone a Viuorio Emanuele in data 8.3. 1860, ibidem, p. 153. " Anche sulla quesrione del voto esistevano cont rarietà. L' Inghi lterra avrebbe preferii<> un voto espresso dai govern i rapresentativi , ma non insis teva sulla forma da adollare . La Franci a avrebbe voluto per principio il voto popolare. ma temendo che il successivo voto in Savoia ed a Nizza potesse ri uscirle contrario, sollevò obiezioni negando di essere tenuta a riconoscere il suffragio universale fuori dalla Francia (!) c. per non correre rischi, sollcci1ò un trattato ufficiale (R. R OMEO, Cavour e il suo rempo, cit.. ID, pp. 684-685). " Nigra a Cavour in da1a 13.3. 1860, in Carteggio CMour-Nigra cii., III, p. 180. ,., G li accordi prevedevano che alla vigilia del voto i soldati piemontesi lasciassero il posto alla guardia nazionale, la quale, dopo due o ire giorni, sarebbe stata sosti1ui1a a sua volla dai francesi. Quando il console di Francia a Nizza fece sapere al comandante del presidio sardo che un repa110 francese sarebbe arrivato a prestare servizio d 'onore all 'imperatrice di Russia duranrc il suo annunciato soggiorno in c illà, Fa.nri si inalberò rifiutando recisamente e minacciando le dimissioni immediate ove si fosse aderito alla pretesa francese. L' intervento di Cavour a Parigi ridusse l' incidente (Ibidem, doc. 737, 739-743 e 749 del 1.4. 1860. pp. 235-246). ""Cavour a Nigra in dara 4.4.1860, ibidem, pp. 244.245. '·"''Cavour a Nigra in data 11.4. 1860, ibidem, pp. 255-256.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

433

L'orizzonte internazionale si era oscurato. Secondo Nigra, Napoleone adesso intendeva riprendere piena libertà di movimento sganciandosi da qualunque impegno in Italia: si rendeva conto che, se a più o meno breve scadenza si fosse verificato qualche grosso incidente nella penisola, egli sarebbe stato moralmente impegnato ad intervenire. Quindi, sgombero delle truppe francesi dalla Lombardia e eia Roma; consiglio al Piemonte di stare tranquillo; garanzie richieste all'Austria e suggerimento di invio cli truppe napoletane nelle Marche. Il tut.to per la fissazione di un prossimo rinnovarsi della questione d'Oriente. Senonchè, anche se si stava verificando un certo avvicinamento fra Parigi e le co11i di Vienna e di Pietroburgo, i rapporti con l'Inghilterra inclinavano ver.so la rottura e la Prussia non sarebbe mai stata a fianco della Francia.1 7• L' Inghilterra aveva preso n1olto male le ultime vicende italiane. Emanuele d'Azeglio fece un quadro esatto della reazione cli Palmerston e di Russe!: «L'effetto morale della cessione di Nizza e Savoia rester?i indelebil e in Inghilterra come la macchia della spartizione della Polonia. Solo dei grandi eventi glori osi per la rinascita d'Italia potranno neutralizzare il ricordo. Ma ta le prospeuiva ( ...) costituisce essa stessa un elemento di apprensione perché essa necessita prossime lotte e cambiamenti teCTitoriali che inquietano il gabinetto inglese. Vi è una distinzione essenziale che non bisogna mai perdere di vista. Gli inglesi e i loro ministri attuali ( ... ) portano alla marcia deg li eventi [in Italia} lo stesso interesse di prima e non domandano di meglio che cli vederci annett.ere tulla la Penisola. Ma soltanto essi ci dicono: se voi otterrete questi risultati puramente con delle rivoluzioni interne, andate avanti. Ma se a voi, per arrotondarvi, occorre mettere a soqquadro l'universo in modo da pescare in acque torbide e se per ottenere la Venezia, l'Umbria, ecc. vi bisogna complottare colla Francia suU'estensione alle frontiere naturali e sul rovesciamento dell 'Oricnte, allora alto là, perché non è più in gioco l'Italia, ma la tranquillit.à e l'equ ilibrio d'Europa. Tale distinzione, lo ripeto, è indispensabile sia per comprendere sia per far la d istinz ione fra il linguaggio incoraggiante e simpatico che mi tiene lord Palmerston quando si tratta della sola Italia ed il suo aggrottar di ciglia quando si tratta dell ' Imperatore e della vostra persona [= Cavour]» ·" .

Palmerston infatti si fidava poco della spregiudicatezza di Cavour, peraltro vedeva con estremo favore l ' indipendenza della Sicilia e dell'Egitto, entrambi ridotti, a suo giudizio, «à une condition misérable» 39, tanto che allo scoppio dei disordini a Pal~1rmo ed a Messina Cavour incaricò Nigra di indagare «si l'Angleterre y est pour quelque chose» 40 • Dal canto suo, l'Austria si era limitata ad una protesta formale per le annessioni, precisando tuttavia di non aver alcuna intenzione di provocare noie ai primi passi del nuovo Stato italiano. Si riservava ogni diritto d'azione unica"Nigra a Cavour in data 29.3.1860, ibidem, pp. 230-23 1. " E. d 'Azeglio a Cavour in data 14.4.1860, in Carteggia con VE. d' Aze~lio, II, tomo 2°, pp. 65-66. 39 Nigra a Cavour in data 2.4. 1860, in Carteggio Cavour-Nigra cit., III, pp. 240-24 1.. .,. Cavour a Nigra in data 5.4. 1860, ibidem, p. 245.


434

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

mente in due casi: un'invasione piemontese del Veneto ed una rivoluzione nel Mezzogiorno d'Italia 41• Nel regno delle Due Sicilie preoccupazione e scontento crescevano. Se il Papa si affliggeva per l'infelice stato dell'anima di Vittorio Emanuele II, Francesco II vedeva cadere la fiducia sempre riposta nella Russia. Il Carafa, presidente del consiglio napoletano, si era sempre battuto contro l' annessione dell'Italia centrale al Piemonte perché essa si traduceva nella «legalizzazione di un pericoloso precedente: l'abbandono dei diritti dei sovrani legittimi al voto nemmeno delle popolazioni, ma di una fazione» •2, ma senza ricavare che una distrntta attenzione. Anzi Gorcakov aveva replicato che Napoli, «au lieu de gémìr», avrebbe dovuto convincersi che nessun vero pericolo la minacciava: se si temeva il Piemonte, «boa constrìctor dejà reprevoyant son agrandissement près de s' accomplir» •3, ebbene si poteva contare sulla sua convenienza a 1imanersene tranquillo, e lo sarebbe stato se Napoli non avesse mandato trnppe nelle Marche o, peggio, nelle Romagne. Per la Russia, egli confermava di non ritenere valido il principio del non intervento nè quello della sovranità popolare, «mais comment en empecher l' application en Italie, dans le moment actuel, sans risquer une guerre générale?»••. La lettera di Vittorio Emanuele II a Pio IX aveva insinuato il sospetto che «i rivoluzionari non attendono che l'annessione per proseguire nei loro lavori verso il mezzogiorno» •5, e di conseguenza il governo di Napoli aveva cercato di caldeggiare un vicariato nelle Legazioni affidato al granduca di Toscana, reintegrato nei suoi diritti, suggerimento caduto alla proclamazione dell'indipendenza della Toscana. Restava l'invio di truppe nelle Marche ed a Roma, in sostituzione di quelle francesi, come offerto dalla Francia. Dapprima la trattativa in proposito si svolse in un'atmosfera non solo favorevole, perché il progetto appariva utile sia a Pio IX sia a Francesco Il, ma addirittura urgente, secondo l'ambasciatore francese a Roma, duca di Gramont, avendo a che fare con Cavour «qui jusqu' ici nous a toujours devancés par sa promptitude de résolution et d' exécution, et qui nous a fort habilement réduits à /aire ce qui nous pouvìons au lieu de /aire ce que nous voulions» 46 • Poco dopo la metà di marzo, in concomitanza con i decreti sardi di annessione dell 'Italia centrale, parve deciso l'invio di un corpo napoletano nelle Marche, tanto più che il Papa assicurava di poter conservare l'ordine a Roma "Nigra a Cavour in data 29.3. 1860, ibidem, p. 229. '' Carafa a Di Regina, ministro di Napoli a Pietroburgo, in data 7.2.1860, in A . ZAZO, La politica es1era del regno delle Due Sicilie nel 1859-1860, Miccoli, Napoli 1940, p. 206. ' ·' N. BIANCHJ, Storia della diplomazia, cit., vm, pp. 276-277. "Ibidem. " In A. ZAZ<J, La politica estera c il., p. 209. •• Gramom a Thouvenel in data 17.3.1860, ibidem, p. 223.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

435

con le sole sue forze 4' . Cavour, alla notizia, incaricò il Villamarina, rappresentante sardo a Napolì, di dichiarare al ministro degli Esteri napoletano che se truppe borboniche fossero entrate nel territorio pontificio senza un accordo preliminare con Torino egli avrebbe lasciato Napoli •s e Francesco TI, dopo alti e bassi, finì per abbandonare l'idea, «convinto della gravità della risoluzione che andava a prendere» e sempre più persuaso dell'opportunità di non allontanarsi dalla politica di neutralìtà assunta da oltre un anno·19,

2.

L A SPEDIZIONE DEI MILLE

•

A Cavour sembrava giunto il momento di una pausa. II nuovo Stato superava gli undici milioni di abitanti e, se costretto a rinunciare alla Savoia (culla della dinastia) ed a Nizza (patria di Garibaldi, che mai perdonò la cessione), aveva incorporato Lombardia, Emilia e Toscana acquistando maggiore omogeneità e prosperità. Certamente la partita era stata giocata essenzialmente sul tavolo della diplomazia, però l'inequivocabile pressione del sentimento nazionale delle nuove regioni aveva reso possibile le annessioni. Peraltro l'assetto del regno, che adesso inglobava un terzo dell'Italia, incontrava non trascurabili difficoltà ed opposizioni, quali la forte ostilità dei più fedeli e saldi servitori del vecchio Piemonte e la nuova ondata di accuse da parte degli esponenti mazziniani e radicali. I primi ben si erano resi conto che la perdita delle due provincie significava per il Piemonte la trasfonnazione da «guardiano delle Alpi» a semplice parte del nuovo Stato nazionale, in espansione prima nell'intera pianura padana e poi nella penisola. Insomma era la fine del vecchio Piemonte. I secondi, all'opposto, si erano convinti della fondatezza delle peggiori accuse mazziniane contro la monarchia, quali la soggezione alla Francia, l' incapacità a resistere all'avidità di Napoleone (fra poco si divulgherà la convinzione delle ambizioni dell'imperatore sulla Liguria e sulla Sardegna), il rifiuto sabaudo ad accogliere le aspirazioni unitarie dei patrioti italiani per timori egoistici Comunque, a paite gli ostacoli da superare per procedere all'organizzazione interna, affiorava nitidamente la sensazione che qualcosa cli politicamente utile si muovesse sotto il manto che copriva il resto della penisola. Perciò, pur essendo persuaso «qu' il nous conviendrait que l' état actuel dudìt encore quelques années», Cavour considerò l'opportunità di «tracer un pian que j' au" Vi.llamarina a Cavour in dal.a 22.3.1860, in Carteggio Cavour, La liberazione del Mezzogiorno e ICI formazione del regno d' ltaliCI. , Zanichelli, Bologna 1949, voi. 1, p. 3 l. ,,. Cavour a Villamarina in data 22.3.1860, ibidem. ·" Circolare di Carafa ai ministri napoletani all'estero in data 31.3. 1860, in A. ZAZO, La politica esterCI cit., pp. 229-230. Cfr. Villamarina a Cavour in data 5.4.1860 in Carteggio CavourVillamarina cit., I, p. 41,


436

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

rais voulu avoir le temps de murir» 50 e tramite La Farina, cercò di attivare una corrente insurrezionale siciliana politicamente controllata affinché non esplodesse in iniziative in tempestive e non provocasse reazioni intemaz ionalì. Il 4 aprile 1860 si verificò in Palermo un moto rivoltoso stroncato in un paio d' ore; poi, qua e là, in tutta l' isola si originarono disordini e dimostrazioni che dalle città si propagarono alle campagne. Il motivo non era tanto politico, pur prestandosi a fornire un'etichetta nazionale, quanto socio-economico e antinapoletano, inevitabile d'altronde nelle condizioni in cui vivevano le masse popolari e contadine 51 • Non si trattava di un movimento organizzato, bensì di azioni di bande locali senza molti contatti fra loro; conseguentemente non fu difficile ai presidi militari dell'isola venire a capo dei principali focolai. Senonché il mazziniano Rosalino Pilo, portatosi in Sicilia nonostante il parere contrario di Garibaldi, si prodigò per tenere accesa la fi ammella della rivolta e da un lato sparse la voce che Garibaldi stava per arrivare a dar man forte al movimento, dall 'altro il 29 aprile scrisse a Crispi: «Assicura il generale che la Sicilia è in piena rivoluzione; scongiuralo perché egli raduni quanti giovani può e per carità di Patria muova presto in aiuto di questi Siciliani che sono pronti a tutto e che mancano di un duce supremo che li guidi alla battaglia» 52 • A Genova Garibaldi accoglieva volontari in continuo afflusso. A dire iJ vero, si dibatteva in una certa indecis ione nei confronti di un ' impresa che minacciava seguire le sorti d i tutte le imprese mazziniane. Recatosi a Torino per alcuni giorni (8-12 aprile), aveva confidato al re l'intenzione di recarsi in Sicilia ed espresso il des iderio di portare seco la brigata Reggio (45° e 46° fanteria) ~l. Vittorio Emanuele, pur non mostrandosi contrario, si era riservato di sentire il pensiero di Cavour e di Fanti. Naturalmente in_fine tutti convennero sull'inoppottunità di inse1i re nella spedizione truppe regolari per le gravi ripercussioni di caratte re politico che potevano derivarne, specialmente quando daUe varie cancellerie europee pervenivano a1 governo sardo accuse di complicità nella spedizione rivoluzionaria che si stava allestendo alla luce del sole e perentorie richieste di garanzie. ,. Cavour a Villamarina in data 30.3.1860, in Mezxogiomo, cit., I, p. 37. " fJ 30 gennaio 1860 il Villamarina scriveva a Cavour: ( ... ) Pour ce qui est d11 régime, rap-

pelez-vo11s, cher Corllle, /' époq11e de Philippe Il. 111oi11s /'i11q11isi1io11 avec le bftcher, remplacée par la plus sévère po/ice politiq11e et religie11se. et vo11s oure: 1111e idée à peu près du sys1è111e en vige11r (. . .). Ce pays es1 vraime/11 le fo nd de /(I bomeille. Se11/emem dm1.i· 1111 momem d' 1111e grande peur 011 po11rrait espérer de lui/aire q11elq11e chose ( ... )» (Me:zogiomo cit.. I. pp. 11-12). '' In P. PrERI, Storia mi/i,are del Risorgimento cit., p. 647. " La richiesta derivava dal fatto che nel 46° reggimento fanteria si trovavano in servizio diversi volontari del 1859. Fanti, comunque, si oppose decisamente anche al reclutamento di volontari nelle file dell'esercito perché avrebbe gravemente turbato la discipl ina proprio nel difficile momento dell a fusione tra le truppe sarde e quelle de ll' Italia centrale.


LE CAMPAGNE PER L' UN ITÀ DTl~.c\LlA

437

In sostanza, Garibaldi, se voleva, poteva pa1tire con i suoi volontari, il cui numero dagli iniziali duecento era stato portato a mille. Il 22 aprile Nigra spedì da Parigi un dispaccio velatamente preoccupato: «On m' assure que Garibaldi prépare une équipée en Sicile» s.,, e Cavour si affrettè> a 1ispondere che «Le gouvernemenl du Roi fait des e.fforts pou.r empecher Garibaldi d' alfer en Sicile , je ne sais passi I' on reussira (. ..)» 55 • Il 2 maggio Cavour si incontrò con Vittorio Emanuele a Bologna. Non era propenso a dare il nulla osta alla spedizione, soppesando le ripercussioni negative che un possibilissimo fallimento avrebbe provocato sulla questione meridionale, e d' altra parte ben comprendeva che un insuccesso di Ga1ibaldi sarebbe stato in buona misura addebitato alla passività o cattiva volontà governativa5<i. Il r~ nutriva più fiducia in un risultato complessivamente positivo, cosicchè finirono per «lasciare che Garibaldi salpasse liberamente da Genova»5'. Garibaldi partì da Qua1io nella notte sul 6 maggio. Il giorno 7 l'ambasciatore francese a Torino, Talleyrand, presentò a Cavour una nota di protesta5R. N.igra, dal canto suo, telegrafò: «On croit ici que le consul An.glais à Genes soudaye des agiteurs pour la Sicile» 59 e Cavour prese la palla al balzo per affermare che: «Après avoir promis de rénoncer à l'expédition, Garibaldi, sur des fausses nouvelles venues de Sicile, est pani hier à trois heures du matin. Nous avons télégraphiè aussit6l à Cagliari et Sassari pour qu'on l'empeche d'exécuter son projet. li est positif que le Consul Anglais a favorisé l'expédition» ,-0.

Pochi giorni dopo il conte confessò a Nigra l' imbarazzo nel quale si era trovato: (...) Je n 'ai pas empeché Gari baldi de donner suil à son projet, paree gu ' il aurait fallu employer la foree pour y parvenir. Or le Ministère n'est pas en étal de braver !'immense impopularité qui l'aurait frappé s'il avait voulu faire arréter Garibaldi(...)»" .

E con Ricasoli completò il proprio pensiero: «Garibaldi è sbarcato in Sici.lia (... ). Che faccia guerra al Re di Napoli, non si può impedire. Sarà un bene, sarà un male, ma era inevi tabile. Garibaldi, trattenuto violentemente sarebbe divenuto pericoloso all'interno (...). E noi? Il secondario apertamente non si può, il comprimere gli sforzi " Nigra a Cavour in data 22.4. 1860, in Carteggio Cavour-Nigra cit., 111, p. 264. "Cavour e Nigra in data 23.4.1860, ibidem. '" R . ROMEO, Cavour e il suo tempo cit., III, pp. 703-704. " C. CESARI, La campag11a di Garibaldi nell'Italia meridio11ale (1860), Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Storico, Roma l928, p. 19. '' Talleyrand a Cavour in data 7.5.1860, in Carteggio Cavour-Nigra cil., rn. pp. 286-287. ,. Nigra a Cavour in data 7.5.1860, ibidem, p. 285. '° Cavour a Nigra in data 7.5.1860, ibidem, p. 287. Il sospetto di mire inglesi sulla Sicil.ia veniva agitato sulla stampa e in quasi tutte le reazioni diplomatiche sin dal mese precedente, quindi Cavour trovò comodo avvalersene. " Cavour a Nigra in data 12.5. 1860, ibidem, pp. 294-295.


438

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

individuali in suo favore nemmeno ( ... ). Non disconosco mtti gli inconvenienti della linea mal definita che seguiamo, ma pure non saprei segnarne un'altra che non ne presenti deì pit• gravi e pericolosi»•'.

La spedizione dei Mille fu davvero qualcosa di entusiasmante e di irripetibile. Nacque come avventura 6J - difficile il definirla altrimenti - sulla base di un quadro della situazione siciliana più esagerato che ottimistico fornito da Rosalino Pilo. Quasi subito si mutò in un serio tentativo di «liberare» la Sicilia. Quindi diventò impresa nazionale. Fu dapprima ritenuta avventatezza suicida, poi divenne un evento inevitabile quando si constatò fino a che punto profondamente corroso fosse lo Stato borbonico. Uno Stato che però dall'interno non sarebbe crollato 64. Occ(meva una decisa spallata dall'esterno per farlo precipitare. Ma soltanto Garibaldi poteva dare questa spallata. Non crediamo che altri vi sarebbe riuscito. Garibaldi aveva molti limiti e molti pregi. I limiti si paleseranno durante la dìttatura a .Palermo ed a Napoli. I pregi erano quelli necessmi per conquistare il regno delle Due Sicilie e consegnarlo al re d'Italia. Fu l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Per rendersi ben conto delle circostanze che favorirono lo svolgimento degli eventi sembra preferibile guardarli essenzialmente dalla parte borbonica piuttosto che da quella garibaldina. Che il regime vigente nelle Due Sicilie fosse tra i peggiori d'Europa è ampiamente risaputo ed in generale la responsabilità viene attribuita personalmente ai re, da Ferdinando I a Francesco II, nonché all'ambiente di Corte, alla Camarilla. In realtà, pur lasciando ai regnanti le loro gravi colpe, è l'intero ceto dominante a dover esser posto sotto accusa; quello dominante (non si può parlare di classe politica) che occupava i gangli nervosi dello Stato, che costituiva l'alta burocrazia, la magistratura, il vertice dell'esercito e della marina. Si trattava di un ceto largamente partecipe del clima di paternalismo e di clientelismo, di inettitudine, di passiva esecuzione di ordini, di incuria nell'applicazione delle leggi, nonché di corruzione. L'efficienza pubblica era sconosciuta. Il merito non veniva premiato, il demerito non punito. Gli abusi ed i privilegi, grandi e piccoli, risultavano tanto diffusi " Cavour a Ricasoli in data 16.5.1860, in B. R1CAsou, Caneggio. XIII, pp. 216-217. ,,., Cavour l'aveva definita una «folle équipée» (Cavou r a Nigra in data 12.5.1860) e il Thouvenel indicò la spedizione come <ifolle er coupab/e e11treprise,, (Nigra a Cavour in data 14.5.1860). •• Il Vìllamarina si espresse con crudezza al riguardo: «A Naples il n' y aura pas de mouvement, croyez-le bie11, s' il ne viem pas de /' étranger: et ce 11' est pas encore assez, il jètut que /' étranger t1ccomplisse lui-meme le mouvement dans le pays. Ces messieurs révem /' arrivée d'une [/olle fra11çaise, a11glaise 011 sarde avec des troupes de débarqueme111 quiferaient tour, 011 hien des troupes étrangères qui se présenteraient, et pénetraie111 dans /es Abruzes ; /es Napolita11is se réserve11t d' y applaudir et nous passerions aux yeux de I' Europe pour des usurpareurs ( .. .}>> (Villamarina a Cavour in data 6.2. 1860, in Mezzogiorno cit., I, p. J5. Cfr. Villamarina a Cavour in data 1.4.4. 1860, ibidem, p. 55).


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ DTT:.\UA

439

da non suscitare scandalo. In più la camorra esercitava un peso ne lieve nè discreto. II concetto di Stato non esisteva quasi. Si andava dal re, circondato dalla Corte e dalla Chiesa, al popolino. Considerate le deficienze dell'apparato statale, nessuna meraviglia che anche l'esercito, indiscutibilmente curato come proprietà personale del sovrano ed unico appoggio del governo, al momento della prova - una prova appena superiore a quella della repressione di un moto cittadino - abbiamo mostrato incredibili carenze. E, naturalmente, anche nel caso dell'esercito napoletano sottolineeremo la responsabilità dei capi. «Gli eserciti - osservò il generale Pianell -sono quali le istituzioni ed i capi li fanno. Della ignoranza, dell'indisciplina, della codardia delle truppe napoletane ricade l'onta su chi• ne ha avuto per tanti anni di pace direttamente ed esclusivamente il sommo imperio» 65 • L'esercito napoletano, compresa la gendanneria, contava 93.000 uomini, che in gueml, con il richiamo delle riserve, salivano a 130.000. La Sicilia, esonerata dalla coscrizione, forniva 12.000 volontari. TI previsto quadro di battaglia considerava quattro corpi d'esercito su due divisioni, ciascuna su due brigate di fanteria ed una di cavalleria. La flotta era di tutto rispetto per l'Italia, disponendo di una ventina di navi a vapore ed una diecina di navi a vela. Sulla carta, dunque, tutto si presentava bene. La realtà, invece, era assai different.e. Che i massimi gradi fossero attribuiti secondo favore o capriccio sovrano non deve in fondo stupire, essendo pratica diffusa. L'inconveniente maggiore risiedeva nell'età avanzata, nell'inerzia mentale, in un esercizio del comando lassista, in un atteggiamento psicologico assolutamente lontano dalla guerra. Gli ufficiali provenivano in massima parte dai sottufficiali e questi dalla truppa. Ne derivava una carriera lenta, il cui obiettivo troppo spesso si riduceva alla sicurezza del pane per sé e per la famiglia. Il livello culturale medio era scadente, l'attitudine militare inconsistente, l'affiatamento tra ufficiali e truppa molto relativo, il tornaconto personale preminente. La truppa risentiva degli aspetti sfavorevoli del sistema di reclutamento: in teoria l'obbligo al servizio era stabilito in dieci anni, dei quali cinque di ferma, ma il governo finiva per trattenere i soldati alle armi per otto anni consecutivi, collocandoli poi in congedo. Tale sistema, in unione con le raffenne e la sostituzione, consentiva ad una massa di disoccupati e di spostati di campare, con quale ésprit militaire è facile immaginare 66 • Per giunta, lo scioglimento dei quattr·o reggimenti svizzeri, a causa della rivolta dell'agosto 1859, aveva eliminato i reparti professionalmente migliori, anche se turbolenti e viziati. L'armamento era in linea con i tempi e nel 1859 tutta la fanteria era stata dotata " E. PtANELL (a cura), Il generale Pianell. Memorie, Barbera, Firenze 1902, p. 82. '"' La guardia reale non si sottraeva al basso livello medio, anzi in essa «era radicata l' indi-

sciplina» (ibidem, p. l 9).


440

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

di fucili a percussione. In tale occasione si verificò una sorpresa ricca di significato. All'atto del versamento, i vecchi fucili a selce vennero riscontrati pressochè inservibili per l'indecente incuria in cui erano stati tenuti. Ferdinando II chiese spiegazioni ai comandanti teni to1iali e, specialmente, al comandante in capo della Sicilia, il settantenne tenente generale Ruffo di Castelcicala, il quale cercò affannosamente cli giustificare il gravissimo episodio, concludendo la sua lunga relazione con la fiducia che trascuratezze di questo genere sarebbero scomparse «quando i capi di corpo che terranno le anni in cattive condizion i saranno severamente puniti, quando sarà più general izzata fra i sottufficiali cd i soldati la conoscenza delle anni a loro affidate, quando infine vi sar11 più coscienza nell 'adempimento dei propri doveri»'''.

Della campagna ricorderemo soltanto i momenti principali: la prima affermazione garibaldina; la raggiunta conquista della Sicilia, lo sbarco in Calabria, il crollo dello Stato borbonico. La spinta della rivolta si stava decisamente affievolendo sotto Ja repressione napoletana, tanto che il 3 maggio era stato revocato lo stato d'assedio, ma avrebbe acquistato immediata lena dal primo successo di Garibaldi. Il generale Ruffo di Castelcicala disponeva di 21.000 uomini con 64 pezzi, ripartiti in tre divisioni, ciascuna su due brigate. A tale complesso di truppe non corrispose una guida energica ed avveduta. Sin dall'inizio l'azione di comando del Castelcicala difettò di polso e di chiarezza cli vedute, al punto di attirarsi piLt di un rimbrotto reale 68 • Inoltre l'assoluta incapacità a valutare gli eventi ed uno stato d 'animo pericolosamente malfe1mo tingevano di disastroso allarmismo i rapporti che inviava a Napoli: «Le reali truppe - scrisse il 3 maggio, proprio quando venne revocato lo stato d 'assed io, al ministro della Guerra - sono state costrette a lasc iare tulle I.e posizioni che occupavano fuori Palermo. Le masse d'insorti sono eno,mi; esse sono valutate a quarantamila uomini. Se non giungono rinforzi potenti e celeri, la posizione non è più tenibile!».,'.

Non per nulla il 5 maggio, giorno dell'imbarco dei Mille, Francesco IJ rimproverò i troppo frequenti e spesso inutili movimenti delle colonne mobili che provocavano logorio e sconcerto nei reparti: 1 • T. BA"ITAGLINI, L'organizzazione militare del Regno delle Due Sicilie, S.T.M., Modena 1940, p. 158. ''' Il I 7 aprile, seccato per gli incitamenti del re ad uscire dall'indecisione. ed a raddoppiare la vigilanza per bloccare l'annunciato e temuto sbarco di Garibaldi, Castelcicala rispose: «(...) Io ardisco pregare la Maestà Vostra a non t:llrbarsi la meme augusta con dettagli minutissimi. che a me sfuggir non possono. E della ritrosia a prendere l'offensiva mi permetto di pregarla a dispensarmi il continuo rimprovero non meritalo» (Ibidem, p. 185). .. Villamarina a Cavour in data 4.5. J.860, in Mezzogiorno cit., I. p. 81 .


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

44 1

«Nelle vostre segnalazioni di oggi mi parlate d i fennento crescente, agitazione che cresce (... ). Ma come Luogotenente e con un Consigl io di Direttori, debbo ch iarame nte d irvi, caro Principe, che sono ormai ben quarantuno giorni, e dispiacevolmente non solo 11011 si è alla fine della cosa, ma si può d ire invece di essere ancora al bel principio, graz ie ad estese e dannose influenze. Come Luogotenence (... ) ripeto, potreste e dov reste propon-e c iò che stimate doversi fare (. ..)» '0•

Lo sbarco era in qualche modo atteso da alcuni giorni ed ipotizzato a Marsala od a Mazzara, pur con qualche dubbio sulla Calabria; tuttavia il governo puntava molto sulla crociera incaricata di intercettare le navi e sulla cospicua guarnigione dell'isola. Alle 20 ciel 6 maggio arrivò a Napoli la notizia della partenza dei Mille da Genova. L'ambasciatore napoletano a Torino, Canofari, protestò' seccamente con Cavour, il quale assicurò di aver dato ordine al contrammiraglio Persano cli femiare le navi nelle acque della Sardegna. Nel giro di pochi giorni il governo borbonico si rese conto che, per un motivo o per l'altro, nessuna Potenza era disposta a preoccuparsi eccessivamente delle sorti del regno delle Due Sicilie; allora preferì usare moderazione nej confronti del Piemonte per evitare guai maggiori, vale a dire una seconda spedizione di volontari (che sembrava in approntamento a Genova), e cercare di fermare il «masnadiero cli Montevideo» con i propri mezzi 1 1• L' 11 maggio il Castelcicala telegrafò che lo Stromboli, accorso a far fuoco sulle navi garibaldine, ne era stato «impedito» eia due navi inglesi. Poi accusò di inefficienza i comandanti delle navi napoletane in crociera; ma il 13, fras tornato ed avvilito per l'avvenuto sbarco, del tutto all'oscuro delle intenzioni di Garibaldi, preoccupato per la segnalazione cli moti riaccesisi in vaiie parti dell'isola, sconfortato dalla consapevolezza cli una situazione che stava sfug gendogli cli mano, Castelcicala gettò la spugna: «La posizione è certamence grave - scri.sse al re - ed io sono pronto a spargere tutto il mio sang11e pcl trono Augusto della Maestà Vostra, e se alte veduce consigl iano l'adozione del mio modesto parere, sarei lieto di riedere al Suo fianco» " ·

Quello che Garibaldi aveva in animo era diventato chiarissimo a Salemi. Assunta la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele, re d'Italia, si proclamò comandante in capo clell'a1mata nazionale in Sicilia e chiamò alle armi i siciliani dai 17 ai 50 anni, per inserirli nel nuovo esercito regolare sino ai 30 anni, nella milizia distretluale dai 30 ai 40 anni, nella guardia nazionale dai 40 ai 50 anni. Calcolava cli ricavare dall'isola all ' incirca 250.000 uomini, cli cui 90.000 nei ranghi dell'esercito di campagna. Si renderà subito conto che la realtà siciliana non collimava affatto con la situazione prospettatagli da molti esuli e, cli fronte all 'invincibile e perfino minacciosa resistenza della popolaT. B ,\'l'LAGLLNI, L'organizzazio11e militare cit. , p. 189. " A. ZAZO, La politica estera cit.. pp. 290-293. " T. BAITAGLINl, L' organizzazio11e milirare cit., p. 196.

1 •


442

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

zione, finirà per rimandare sine clie le operazioni di leva. Comunque, l'assunzione della dittatura in nome di Vittorio Emanuele provocò una nuova nota di protesta da patte del Canofari, e Cavour fu pronto «a dichiarare che il governo del Re è totalmente estraneo a qualsiasi atto del Garibaldi, che il titolo eia lui assunto è onninamente usurpato e che il R. Governo non può che formalmente disapprovarlo» 1 .i. A Napoli si riconobbe inevitabile la sostituzione del Castelcicala e, dopo difficile e sconsolante ricerca, la scelta cadde sul generale Lanza (72 anni), proveniente dalla cavalleria. Nel frattempo, però, in Sicilia il consiglio di guerra convocato dal Castelcicala giungeva nella determinazione di evitare la dispersione delle forze e quindi far rientrare tutte le colonne mobili, ed anche la brigata anivata in rinforzo da Gaeta, in Palenno. Il 15 Castelcicala comunicò a Napoli di trovarsi bloccato nel capoluogo siciliano «in guisa che il governo non conosce quello che avviene al di là dei monti che circondano Palermo», e di non riuscire a ricevere informazioni, «quindi s'ignora quello che fa Garibaldi; si presume che forse sia in Corleone dopo essere stato a Salemi» 74. Il Lanza arrivò a Palenno il 16 maggio. Il giorno precedente Garibaldi aveva battuto la colonna mobile del generale Landi (68 anni) a Calatafuni: inizialmente incerto sul significato cieli' apparente inerzia nel nemico e dubitoso di affrontare le truppe borboniche (circa 2.500 uomini) nella forte posizione del castello di Calatafimi, improvvisamente cambiò idea e l'istinto non l'ingannò. Dopo poche ore di combattimento «il fuoco cessò d'ambo le parti scrisse Garibaldi -, i regi si ritirarono in Calatafimi e ciascuno rimase nella propria località» 75 • Ma nella notte i napoletani ripiegarono su Alcamo, poi proseguirono in un lungo giro incappando a Partinico ed a Montelepre in una popolazione ostile che Ii assalì, ed infine si presentarono a Palermo all'alba del 17 in condizioni penose, avendo tra l'altro percorso una settantina di chilometri in meno di due giorni. Il commento fatto dal condottiero nelle sue memo1ie circa l'importanza di Calatafimi fu pertinente: «(...) La vittoria di Calatafirni fu incontesl~bilmente decisiva per la brillante campagna del 1860. Era un vero bisogno iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto d'armi. Esso demoralizzò gli avversari che con la fervida immaginazione meridionale raccontavano portenti sul valore dei Mille» '•.

Invero Calatafimi senza Palermo era ancora troppo poco e Palermo costituiva un punto interrogativo. Il Lanza non era molto diverso dal suo predeces"Cavour a Canofari in data 26.5. 1860, in Mezzo11iorno cit., I, p. 138. 14 T. BATIAGL!Nl, L'organizzazione militare cit., p. 199. '' C. CESARI, La campagna di Garibaldi cit., p. 82. '' Ibidem, p. 83.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

443

sore. Constatato che Calatafimi in nessun modo poteva chiamarsi una vittoria borbonica, come in un primo momento comunicato a tutte le legazioni napoletane, che quasi tutta la Sicilia divampava in aperta insurrezione, che le comunicazioni telegrafiche erano interrotte, che Palem10 mordeva il freno in attesa di insorgere, decise di concentrare le truppe in tre punti: a Palermo il grosso, nelle proprie mani; a Messina con il generale Clary ed a Catania con il generale Afan de Rivera. Si rasenta l'incredibile. Il Lanza invia drastiche segnalazioni a Napoli: «La città è in grande fermento, ha un aspetto sinistro (.. .). L'insurrezione sembra imminente. Tutti i paesi dei dintorni di Palenno sono in arme ed aspettano l'arrivo della banda straniera per insorgere» 77 e rimane asserragliato in Palermo, passando da cauti riferimenti alla massima «val meglio una buona ritirata che una battaglia vinta» 78 ad annunci di rotte disordinate int1itte a Garibaldi ì9. II re crede e non crede ad una situazione così disperata, sollecita il suo generale a reagire con i ventimila uomini ben equipaggiati di cui dispone e manda prescrizioni per un eventuale sgombero 80 • Garibaldi è rimasto con i tre quarti dei Mille, ha constatato quanto sia prudente non contare molto sui circa 3.000 picciotti, già dimostratisi di difficile controllo, ma si getta audacemente in Palermo. E Lanza finisce ... per chiedere un am1istizio tramite il contrammiraglio inglese Mundy. Dal 7 al l 9 giugno si effettuò l' imbarco delle truppe borboniche per Napoli. «Trentaseimila uomini [?] - commentò Pianell -corredati di tutto quello che si potesse richiedere in un ben organizzato esercito, fecero prima un armistizio, poscia una convenzione, con la quale si impegnavano ad abbandonare Palermo. Non avevano altra forza da combattere che un certo numero di insorti sostenuti da poche centinaia di garibaldini. Questo fatto positivo dimostra, più che ogni altro argomento, quanto fosse fiacca nei Capi l'abitudine del comando, e debole ne i soggetti quella dell'ubbidire; nulla la reciproca fiducia. Forze tanto numerose e mezzi di guerra tanto potenti rimasero colpiti da paralisi alla loro prima prova»".

L'abbandono della Sicilia occidentale ebbe un seguito davvero illuminante su ambiente e mentalità. II re fece mandare a Ischia tutti i generali e gli ufficiali di Stato Maggiore per sottoporli ad una corte marziale. Una giunta, composta di tre tenenti generali, esaminò preliminannente le relazioni presentate dai singoli ufficiali «e poi con succinto rapporto dichiarò di non aver trovato in "Lanza a Francesco TI in data 17.5. 1860, in T.

B A'ITAGLINI,

L'organizzazione militare cit., p.

219. ,. Lanza a Francesco Il in ·data 26.5.1860, ibidem, p. 230. ,. Lanza a Francesco Il in data 26.5.1860, ibidem, p. 229. • 0 C. CESARI, La campa!/na di Garibaldi cit., p. 93. ' ' E. PrANELL, Il !/e11era/e Piane/I cit., p. 15. Il 13 giugno Garibaldi sciolse la squadra di piccioui, «che dopo ciascuna vittoria si univano alla piccola schiera del valoroso condottiero, [in quanto] erano più d'ostacolo che di aiuto all'ordinamento miltiare» (W. ROSTOW, La guerra d'Italia del 1860, Milano I 860, p. 228).


444

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

quelle carte nessun elemento positivo di colpabilità in alcuno. l fatti cli Palermo dovevano imputarsi ad un concorso di circostanze eccezionali»! 82• Il governo reale cercò di ottenere l'aiuto francese ed una missione partì per Parigi, dove trovò un'atmosfera non eccessivamente accogliente. Da un lato si teneva d'occhio l'Austria e dall'altro si guardava con simpatia lo svolgersi degli eventi italiani •.i. Per quanto si desse per certa l'offerta di un aiuto austriaco, che il re di Napoli aveva rifiutato, secondo Napoleone e Thouvenel era improbabile che L'Austria intervenisse militai.mente nel regno delle Due Sicilie. Nigra fu tranquillizzante: «La France, m' a dit Thouvenel, ne désire certes pas l' intervention. autrichien dans !es Deux Siciles. Elle croit quel' Autriche commettrait une faute si elle intervenait, puisque son intervention pourrait peut-elre amenerforcémem celle de la France>> 84. In siffatto clima, Napoleone, ricevuti il 12 giugno gli inviati napoletani, si limitò in sostanza a ripetere il suggerimento avanzato una settimana p1ima: separazione della Sicilia, concessione della costituzione, al leanza con il Piemonte: «C' est a Turin que la Cour de Naples devrait agir» 85• Tutto qui. La diagnosi di Nigra fu esatta. Prescindendo dal testo delicatissimo del Papa: «( ...) En peu de mocs; ce n'esLpas d'ici quc viendra désonnais l'opposition à l'un ification de Cettc cause a é té gagnée le jour où Ics annexions de la Toscane au Piémom et de la Sa voi e et de Nicc à la France ont été accomplics.11 s'agit ,eulement de faciliter à l'Empereur sa tache, en ne le forçam pas a nous désavoucr, ou à se broui!Jer avec ses puissants amis d'aujourd'hui» " . J'Jtalie.

In quel marasma, a Napoli venne allora presa in considerazione la proposta avanzata dagli elementi più reazionari della Corte, vale a dire la nomina di un generale straniero alla testa dell'esercito; ma il re non si sentì di accettarla, ritenendola offensiva per l'armata napoletana. Il 21 giugno il consiglio dei ministri accolse le forti insistenze dell'ambasciatore francese, Brenier, e si rassegnò alla necessità di concedere la costituzione del 1848, di e largire alla Sicilia istituzioni speciali e di fare i passi per un'intesa con il Piemonte. Il mattino del 25 Francesco II firmò «l'atto sovrano» ed accettò la nuova bandiera tricolore con il cuore pieno cli amaro risentimento contro la Francia che l'aveva " Ibidem, p. 26. " Una sera a Fonta ineb leau, i.n un gioco di sciarade in cui si doveva far indovinare «Gargantua», l'imperatrice Eugenia - approfittando dell'assenza dell ' imperatore e chiesto il permesso d i Nigra - fece mcncre un paio d i occhialini ad un invitalo : «Vous serez 1Hr. de Cavour qui es/ le Gargantua des temps moderne.i·», e lo fece sedere a tavola. Gli servirono dello s/racchino, poi del parmigiano, poi della mortadella d i Bologna e «Vostra Eccellenza - riferì Nigra - trovava tutto cece llente e mangiava tutto di buon appetito». Poi gli fu po1iato dell'Aleatico e poi degli aranci sici liani, gustati fra g li applausi generali, e infine dei maccheroni. «Mais vous aver répo11du: C' es/ assez pour aujourd' hui. Gardez-nwi cela pour demain» (Nigra a Cavour in data [9.6.1860, in Carleggio Cavour-Nigra cii., IV, p. 29-30). "' Nigra a Cavour in data 4.6.1860, ibidem, p. 4. " A. ZAZO, La politica estera cit., pp. 333-339. •• Nigra a Cavour in data 26.6. I 960, ii1Caneggio Cavour-Nigra cit., IV, pp. 40-42.


LE CAMPAGNE PER L'UN ITÀ D'ITALIA

445

praticamente obbligato e contro l'Austria alla quale doveva l'umiliazione. L'amarezza fu probabilmente acuita dalla constatazione che la concessione della costituzione non soltanto non suscitò alcun entusiasmo, ma venne guardata con d.iffidenza, indifferenza e perfino odio, secondo i punti di v.ista. Cavour commentò: «Les succès fabuleux de Garibaldi d'un coté et de l' autre le changemenf qui vieni d' avoir lieu à Naples mettent le Gouvernernent du Roi dans une position fort délicate», in quanto il movimento unitario stava ricevendo in tutta Italia uno straordinario impulso dalle vittorie «de l' audacieux général» e le fin troppo tardive riforme borboniche non potevano trovare la desiderata eco favorevole nell'animo degli italiani. Comunque, non sarebbe stata rif~utata un'accoglienza favorevo le alle is!anze napoletane, anche perché .. . «l' entreprise du Roi de Naples me parafr n' avoir aucune chance de succès87• Il 13 luglio Francesco 11 convocò un consiglio di guerra per stabilire la linea di condotta da seguire in Sicilia. La discussione divagò e non giunse a conclusioni: i generali Ischitella e Nunziante suggerirono un accordo diretto con Garibaldi, senza peraltro specificare che cosa intendessero offiire e chiedere. Alt1i addebitarono la situazione esclusivamente all'incapacità ciel comandante in capo nell'isola e sostennero la possibilità di una riconquista, previo un riordino morale delle truppe. Il generale Pianell espresse la convinzione che «non potevasi sperare una felice guerra off~nsive da parte di truppe che in tanto maggior numero non avevano resistito alle fo rze di Garibaldi» 88 , specialmente data l'esaltazione in cui si trovava il popolo siciliano. Perciò, con l'appoggio ciel ministro degli Este1i, De Martino, propose di cercare una tregua d' armi con Garibaldi sino alla definizione delle trattative diplomatiche intavolate a Torino. Bisognava, affermò, evitare l'imprudenza di riprendere subito la lotta, nelle condizioni di scoramento nelle quali versavano gli uomini del generale Clary. A cli.re il vero, esistevano contrasti cli indirizzo a Corte ed anche dall'estero pervenivano consigli poco arrendevoli. Per Berlino e Pietroburgo la via da seguire era quella della guerra, senza alcuna prematura rinuncia alle am1i, considerato anche l'innegabile grave disordine provocato dalla dittatura garibaldina in Sicit.ia s9 , A.I termine della riunione Piane!! ricevette la nomina a ministro della Guerra. Il primo ordine spedito al Clary fu di attenersi aUa più stretta difensiva, ma cli reagi.re con il massimo vigore se attaccato: «Si deve cercare cli evitare il combattimento, poiché la ripresa delle ostilità nuocerebbe grandemente alle

81 Cavour agli ambascia tori sard i a Berlino ed a Pietroburgo in data 4 .7. 1860, in Mezzogiorno c it. , I, pp. 283-284. " E. PfANELL, li {!,en.erole Piane!/ cit., p. 13. " A. ZAZO, La po/irica esrera c iL, p. XXXIX. Cfr. H. D'lDEVLLLE, // re, il con/e e la Rosina. Longanesi, Milano 1981, pp. 123- 124, per quanto poteva risultare ad occhi stranieri.


446

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

relazioni diplomatiche, ed un rovescio apporterebbe la perdita totale» 90 • Una direttiva ovvia, dato il ragionamento esposto al re, ma che male mascherava l'altissimo timore di una nuova sconfitta e che comunque regalava ogni iniziativa ad un avversario che proprio non aveva bisogno di incitamento, nemmeno indiretto. Simile linea di condotta, apparentemente plausibile, non ha mai datq buoni frutti. Il 19 luglio ebbe luogo il combattimento di Milazzo, ingaggiato da Garibaldi con ciJca 4.000 uomini contro altrettanti del colonnello napoletano Bosco, mandato piuttosto allo sbaraglio dal Clary. Dopo uno scontro di diverse ore i borbonici, scossi e disordinati, si rifugiarono nel forte. Bosco telegrafò a Clary chiedendo rinforzi da sbarcare a tergo dei garibaldini per riprendere il vantaggio, «diversamente saremo costretti a capitolare con dolore» 9 ' . Era convinto di aver a che fare con più di 8.000 regolari piemontesi e non con volontari raccogliticci 92 • Clary girò la richiesta a Napoli, ma il conte d'Aquila, da cui dipendeva la marina, fece ostruzionismo e poi ... rifiutò di imbarcare i tre battaglioni esteri che si volevano inviare a Milazzo, minacciando in caso contrario le dimissioni 9J. La partita si chiuse il 23 con l'arrivo via mare, da Napoli del colonnello Anzani, incaricato di trattare la capitolazione e l'imbarco del presidio. Qualche giorno più tardi Garibaldi ammise con il capitano Litta-Modigliani: «Eh, siamo stati fortunati!» 94 • Intanto una missione straordinaria si era recata a Torino per stabilire le basi del! 'alleanza consigliata da Parigi 95 • Il governo napoletano prospettava un'alleanza politico-militare fra le due Corone per assicurare l'indipendenza d'Italia; una lega doganale e commerciale; l'unità monet,u-ia e dei pesi e misure; un trattato concernente poste e fen-o vie. Insomma una integrazione fra i due Stati. In cambio, il parlamento siciliano avrebbe deciso sulla sorte dell'isola «conciliando (.. .) la separazione politica sotto lo stesso sovrano e con un principe reale». Da discutere, il riconoscimento dell'annessione dei ducati e della Toscana. Da rifiutare, il riconoscimen,., T. B,\'rfAGLINI , L' 01:~anizzazione militare cit., p. 255; E. PL.\NELL, Il generale Pianell cit.,

p. 23. •• Ibidem, p. 266. ., Ibidem, p. 267. 93 E. PIANELL, Il generale Pianell cit., pp. 23-24. Cfr. Villarnarina a Cavour in data 31.7.1860, in Mezzogiorno cit., I, p. 420. .. D. GUERRINI, La missione del conte Giulio Lilla -Modigliani in Sicilia, 1860, in «Risorgimemo italiano», febbraio 1909. "' La composizione della missione era stata manovrata da Villamarina: «Tous ces messieurs 11' 0111 pas la 1noindre signification politique, comme vous r avez désiré. Par des amis communs j' ai reussi ò écarter et à disrnader tous le spersonnages remarquables, influents, ayant une couleur politique, auxquels ce Gouvern.emem s' est adres.w:» (Villamarina a Cavour in data 14.7.1860, in Mezzogiorno cit., I, p. 334).


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

447

to dell'annessione delle Legazioni. Da proporre, un vicariato piemontese per le Legazioni, ed uno napoletano per Marche-Umbria 96 • La missione si presentò a Cavour il 17 luglio, ma il combattimento di Milazzo cambiò molte cose. Per Francesco 11 si imponeva la necessità di evitare il passaggio dello stretto da parte di Garibaldi. Cavour era imbarazzatissimo: «Si nous consentons à l' alliance nous sommes perdus: si nous la rejetons, que dira l' Europe? ... De ma vie je n' ai été dans un plus grand embarras» 97 • Non poteva infatti trascurare il fatto che gli inviati napoletani godevano del palese appoggio della Francia, della Prussia, della Russia ed anche di quello, piuttosto ipocrita, clell 'Inghilterra 98 : «J' ai ici tout le corps diplomatique sur le dos, Hudson excepté. Talleyrand a tourné à l' aigre. Il est passé à l' état acide renforcJ» 99 • Le preoccupazioni di Cavour erano anche e soprattutto d'ordine interno. Egli non nutriva alcun dubbio sull'assoluta lealtà monarchica di Garibaldi, ed era per giunta convinto che se questi avesse abbandonato la formula «Italia e Vittorio Emanuele)) avrebbe perso gran parte della sua forza d'attrazione 100• Destavano, piuttosto timore «i progetti più temerari per non dire i più assurdi» accarezzati da un conquistatore inebriato dal successo. Di sicuro Garibaldi non intendeva favorire Mazzini né i repubblicani, tuttavia era fermamente convinto che la sua missione fosse di liberare l'intero Mezzogiorno, poi le regioni sotto dominio pontificio e poi il Veneto. Per disporre di un esercito che gli consentisse di prendere Napoli, poi Roma, poi Venezia aveva bisogno di conservare il potere dittatoriale e quindi di rimandare finché possibile l'annessione della Sicilia 101• Secondo Cavour, per ostacolare questi disegni bisognava allora impedirgli di conquistare tutto il regno delle Due Sicilie, perché, dopo, nulla avrebbe evitato il passo che avrebbe compromesso il Piemonte con la Francia. Quindi, se i Borboni dovevano cadere, ciò non doveva succedere per opera di Ga1ibaldi. E il primo ostacolo da porre alle mosse ciel dittatore era l'annessione della Sicilia 102• Per il momento il dilemma fu superato con la famosa lettera autografa del 22 luglio mandata dal re a Garibaldi per mezzo del capitano Litta-Modigliani, suo aiutante di campo: "· N. BIANCJII. Storia della diplomazia cit., VJU, p. 311. "' Cavour a Nigra in data 12.7. 1860, in Car1eggio Cavo11r-Nigra cit., IV, p. 71 . ., Il. o'IDEVJLLE, // re cit., p. 124. 99 Cavour a D'Azeglio in data 22.7.1860, in Carteggio Cavour-D'Azeglio cit., 11, t. 2, p. I02. 100 Cavour a Nigni in data 4.7.1860, in Carteggio Cavour-Nigra cit., IV. pp. 53-58. 1°' «L' unica eccezione ai vostri pieni poteri - dirà Garibaldi a Deprelis - ( . ..) sarà quella di non parlare di anness ione, finché il nostro programma di Vittodo Emanuele a Re d'Itali a non venga effelluato» (A. ZAZO, La politica estem cit., p. 415, n. 5). Sulla questione dell'annessione della Sicilia. che causò molti contrasti politici nell' isola, vds. D. MACK S~ITH, Cavour e Garibaldi nel I 860, Einaudi, Torino I 958, cap. Xli. '"' Cavour a Nigra in data 12.7.1860, in Car/efigio Cavour-Nigra cit., IV, pp. 70-73.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

448

«( ... ) Nel caso che il Re di Napoli acconsentisse al completo sgombero della Sicilia. volontariamcme rinunziando ad ogni maniera di influenza, e personalmente si obbligasse a non esercitare pressioni di sorta sui Siciliani, di gu isa che ess i siano perfettamente liberi di eleggersi il governo che loro torna più grad ito, in questo caso, io credo, sarebbe per noi il più saggio p:tn ito astenersi da ogni ulteriore tentativo contro il Regno di Napoli. Se Voi siete di diverso parere mi riservo espre~-

samerue l'intera libcnà d'azione, e mi astengo dal farvi qualsiasi altra osservazione circa i Vostri

piani» 1<11 •

Il messaggio lasciava aperta la strada ad ogni decisione e la disapprovazione per l'«ulteriore tentativo» contro Napoli si intuiva puramente pro-forma. Infatri esso era accompagnato da una seconda lettera personale di Vittorio Emanuele: «Ora, dopo aver scriuo da Re. Vinorio Emanuele Le suggerisce di risponderle presso a poco in questo senso. che so già essere il suo. Dire che il Gener.ile è pieno di devozione e di reverenza pel Re, che vorrebbe poter seguire i suoi consigli, ma che i suoi doveri verso l'Italia non I.i permettono di impegna rsi ,1 non soccorrere i Napo letani quando questi faces~ero appe llo a l suo braccio

per liberarli da un govcmo nel quale gli uomini leali cd i buon i italiani non possono aver fiducia. Non potere dunque aderire ai desideri del Re volendosi riservare piena la libertà d'azione» '...

In Cavour si dibattevano il pragmatismo, che suggeriva d i regolarsi a seconda delle circostanze, procedendo a passo a passo,senza perdere di vista gli atteggiamenti delle Grandi Potenze; e il disegno politico a più ampio respiro, che faceva temere le pesanti riserve mentali sul «dopo», di cui i repubblicani ed i democratic i, nume rosi nelle fi le garibaldine, non facevano mistero. Prevalse la duttilità. Si rivolse a Persano. Aveva appena saputo che il propos ito avanzato da Parigi, dopo il combattimento di Milazzo, di un blocco navale anglo-francese sullo stretto di Messina era stato respinto da Londra, perciò: «l o La prego - g li scrisse - di ponare al Genern le Garibaldi le mie sincere e calde congratulazioni. Dopo sì splendida vittoria non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul continente. Sarebbe staio meglio che i Napoletani compissero o almeno iniziassero l'opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi . L' impresa non può rimanere a me tà. La bandiera naziorwle inalberata in Sicilia deve ri sal ire il reguo ed estenders i lungo le coste dell · Adriatico finché ricopra la Rt!gina del mare ( ... )» "'.

La vera incognita rimaneva, tuttavia, la portata dell'incremento politico che la vittoriosa spedizione dei Mille avrebbe automaticamente regalato al movimento repubblicano. "'' C. CESARI, la campagna di Garibaldi cii., pp. 158- 159. Cfr. Carteggio Cavour-Nigra Cii., TV. p. 98, il cu i testo è differente. 1 1 • Pubblicato in facsimile in D. G UERRIN I, La missione cit.. Per la questione della seconda lellera del re vds. R. ROMEO, Cawmr e il s110 tempo. ciL. ili. pp. 742-743. e D. MACK SMITH, Cavour e Garibal,li nel 1860, Einaudi. Tori.no 1958. pp. 166- 170. •·• Cavow- a Pcrsano in data 25.7. 1860, in E. ANCHI ER J, A111ologia e it.. p. 140.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

449

«( ... ) si Garibaldi passe sur le continent - rifletteva Cavour - et s'empare du Royaume dc Naples et de sa capitale comme il l'a fait de la Sicile et de Palerme. il devient mai'tre absolu dc la situation. Le Roi (... ) conscrvera probablemcnt sa couronne. mais certe couronne ne brillcra plus que par le reflet de la lumière qu'un aventurier héroique jugera bon dc jeter sur e lle. Garibaldi ne proclamera pas la république à Naples; mais( ... ) disposant des ressources d'un royaume de 9.000.000 habitants, entouré d 'un prestigc populaiJe irrésistible, nous ne pourrons pas lutter avcc lui. Il sera plus fort que nous( ... ). Le Roi ne peut tenir la couronne d'Italie des rnains de Garibaldi: elle chancellcrait trop sur sa tete» ""·.

E allora il sovrano avrebbe dovuto muover guerra ali' Austria per riacquistare, con la liberazione del Veneto, il prestigio sottrattogli da Garibaldi. Avventura bellica sulla quale, data l'inevitabile iniziale fragilità del nuovo regno, i\ giudizio più pacato sarebbe stato quello di intempestiva, e che, nella probabilissima evenienza di un esito sfortunato, avrebbe rischiato di riportare la penisola indietro di dieci anni. D'altro canto appariva pressoché impossibile prendere apertamente posizione contro una spedizione che nell'Italia intera, ed anche in Europa, suscitava ammirazione ed ennisiasmo. Cavour aveva un'esatta percezione dell'opinione pubblica europea: «Si demain - disse a Nigra - j'entrais cn lutle avec Garibaldi, il est possible que j 'eusse pour rnoi la majoritè des vicux diplornates, mais l'opinion publ ique curopenne serait contre moi et l'opinion publique aurait rnison, car Garibaldi a rendu à l' ltalic !es plus grands services qu'un homrnc p(ìt lui rendrc. li a donné aux Italiens conliance en eux mernes: il a prouvé à l'Europe que Ics Italiens savaient se battre et rnourir sur les charnps dc bataille per reconquérir une patrie ( ... )» 10' .

Bisognava allora seguire, nei limiti del ragionevole, gli eventi, incoraggiandoli quando opportuno, frenandoli quando necessario. Secondo Cavour: «LI n'y a qu'un rnoyen de parvenir à ce résultat. Faire que le gouvernement de Naplcs tombe avant que Garibaldi ne passe sur le contincnt ou du moins s'en rende maitre. Une fois le Roi parti, prendre le gouvernement entre nos mains au nom <le 1'ordrc, dc l'hurnan itè en arrachant des mains de Garibaldi la clirection supreme du mouvement italien (...)» "'·

Per questo l'ammiraglio Persano ricevette ordine di recarsi a Napoli con la Maria Adelaide: doveva «cooperare alla riuscita di un piano che deve far trionfare in Napoli il principio nazionale senza l'intervento mazziniano» 109 • Ed ebbe anche un 'ultima precisazione: «Non aiuti il passaggio di Garibaldi sul continente; anzi veda di ritardarlo per via indiretta il più possibile» 110 • li 6 agosto Cavour, sningendosi nelle spalle, informò i diplomatici napoletani, rimasti a Torino in attesa, della risposta cli Garibaldi al re: Cavour a Cavour a 10 ' Cavour a 1119 Cavom a 11 • Cavour a

1"'

101

Nigra in data 22.7.1860, in Caneggio Cavour-Niira cit., TV, pp. 122- 124. Nigra in <lata 9.8.1860. ibidem, pp. 144-1 45. Nigra in data 1.8.1860, ibidem, p. 123. Persano in data 31.7. 1860, in Mezzogiorno cit., II. p. 2. Persano in data 1.8.1 S60, ibidem.


450

LA TERZA GUERRA D ' INDIPENDENZA

«(...) La presente condizione in Italia non mi concede d ' ubbidirVi, come sarebbe mio desiderio( ...). Permettete quindi, Sire, che questa volta Vi disubbidisca. Appena avrò adempiuto al mi o assunto, liberando i popoli da un giogo aborrito, deporTò la mia spada ai Vostri piedi e Vi ubbidirò fino alla fine dei miei giorni» " '·

Naturalmente il conte si mostrò dolente dell ' insuccesso del tentativo e, nello stesso tempo, vagamente possibilista per un miglioramento della situazione in un futuro imprecisato " 2• Come si è accennato, la Francia aveva cercato di agire a favo re d i Francesco 11, ma non oltre certi li miti e sicuramente non a rischio di un contrasto con l 'Inghilterra. Questa non era aliena, in linea di principio, dal favorire il regno delle Due Sicilie, perché avrebbe anch'essa pre fe rito uno Stato indipendente nell'Italia meridionale ritenendolo più disposto, in caso di una guerra fra Inghilte rra e Franc ia , ad a ppoggiare la Po tenza navale più forte, cioè l 'Inghilterra. Ma giudicando impossibile un governo illumi nato delle Due Sicilie da parte borbonica, ed inaccettabile un governo napoleonico, Londra aveva rifiutato di associarsi alla proposta francese di bloccare lo stretto d i Messina 113 • A presc inde re da ciò, era in atto una collaboraz ione armata anglo-francese in Cina e la Francia aveva ottenuto dalle Potenze l' incarico di agire in Si1ia contro i Drus i maomettani, responsabili del massacro di maroniti cristiani. In sostanza, un accorcio con l'lnghiltena era opportuno anche nelle questioni italiane e Napoleone finì per concludere: «je désire que I' Italie se pacifte, n' imporre comment, mais sans intervention étrangère et que mes troupes puissent quitter Rome sans compromettre la sécurité du Pape» 11• . La diplomazia napoletana si affannava ora ad invocare un contatto diretto dei vari governi con Garibaldi, senza naturalmente ottenere che risposte evasive e mortificanti. Lord Russe! fece notare «le danger et le ridicule que la mediatio11 fut re.fusée» 115• Gort akov sorrise: «Si Garibaldi n' écoute pas le roi Vietor Emmanuel, il n' écoutera personne (. ..) et on ne prétend pas à Naples que nous puissions entrer en communauté quelconque avec Garibaldi» "6, e più tardi fu ancor più rude: «Qu' on se persuade donc chez vous - disse al rappresentante napoletano Di Regina i primi di agosto - qu' il f aut agir avec ses propres moyens. Vo us n' etes pas en g uerre avec aucune Puissance; aucune Puissance ne vous la fera ; la luue est emre un Gouvernement organisé et Garibaldi» 111 • Il commento col quale Di Regina riferì il pensiero russo è quello di un d iplomatico avvilito: "' C. CESARI. La campagna di Garibaldi cit., p. 159. Cfr. Caneggio Cavour-Nigra cii. , IV, p. 108. il cui lesto è diffcren1e. "' Cavou r a Villamarina in data 9.8. 1!sSO, in Mez:ogiorno cit., IJ, p. 48. 111 Palmer~lon alla regina Vittoria in ~<1ta 18.1.1 860, in E. ANCIIIERI, A1110/ogia cit. pp. 144-145. 11 1 • Napoleone :1 Pcrsigny in data 29.7.1860. in Caneggio Cavour-D'Azeglio cil .• TT, t. 2, p. 115. 111 E. D' Azt:gl io a Cavour in data 29.7.1860, ibidem, p. 11 6. '" A . L \ZO, La politica es1era cit., p. XXXI.

'" Ibidem, p. 407.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

451

«Questo gabinetto e questo Sovrano non possono persuadersi dell'esistenza di un tale sfacelo da noi, che con un 'armata di più di centomila uomini ed una squadra di tale imponenza come la nostra, noi siamo alla mercé di piegare la fronte al solo nome di Garibaldi>, 118•

Prese le redini del ministero della Guerra, Pianell si dedicò ali 'urgentissima riorganizzazione dell'esercito, dando vita alle divisioni di campagna ed alle brigate e scegliendo con cura, e difficoltà, i comandanti. Alla testa del corpo di Calabria (17 .000 uomini e 32 pezzi) pose il generale Giambattista Vial. Le quattro brigate alle sue dipendenze vennero affidate ai generali Ghio (] 0 ) , Melendez (2°), Marra (3°) e Caldarelli (4°). Nonostante la buona volontà, il risultato non potrà dirsi confortanre. Vediamo i generali. Via!, «ritenuto intelligente e istruito», aveva fatto carriera grazie al favore goduto a Corte dal padre ed era incline a considerare le cose con superficialità. li Melendez «nulla aveva fatto di notevole fino allora»; il Ghio, valoroso nel 1848-49 ma «poco intelligente e molto impressionabile»; il Marra, «giovane e di merito, però insofferente di autorità superiore» e, in brevissimo tempo meriterà la sostituzione con il generale Briganti. I comandanti delle armi, cioè i comandanti territoriali delle tre provincie di Reggio, Catanzaro e Cosenza, erano «tulli e tre avanzati negli anni e di poca energia e intelligenza». Le truppe: la fanteria di linea in gran parte era quella recuperata dalla Sicilia, perciò stanca, demoralizzata priva di fiducia nei capi e indisciplinata; l'artiglieria e la cavalleria si trovavano «in pessime condizioni per materiali e quadrupedi» 119 . In sostanza, l'esercito «era vinto prima di combattere» 120• Oltre all'opera di riordino, Pianell si preoccupò di impartire direttive adeguate: non disseminare le truppe, non abbandonare il litorale, evitare combattimenti isolati di piccole frazioni, bandire irresolutezza ed inerzia 121 • Peraltro fra tali direttive e la reale possibilità di controllo delle coste esisteva indubbiamente qualche scollamento. Calcolando la distanza soltanto in linea d 'aria, la brigata Ghio (3.500 uomini e 12 pezzi) andava da Monteleone, oggi Vibo Valentia, ali 'arroccamento NicastTo-Catanzaro: una trentina di chilometri di litorale tirre nico ed una quarantina dal golfo di S. E ufe mia a Catanzaro Marina, a cavallo dell'Appennino. La brigata Melendez (3.900 uomini e 4 pezzi) era sulla fascia costiera da Bagnara a Tropea: una cinquantina di chilometri. La brigata Briganti (1.500 uomini e 8 pezzi) si trovava più raccolta, fra Reggio e Scilla: una ventina di chilometri. La brigata Caldarelli (3.600 uomini e 8 pezzi), più arretrata, da Cosenza si spingeva sul mare a Paola (circa trenta chilometri) e a sud a Rigliano, poco più di quindici chilometri. Tenendo presenti le numerose località idonee a piccoli sbarchi, la inevitabilità di errate od incomplete segnala:lioni, i lunghi tempi di trasmissione delle notiz ie e le catti'" Di Regina al ministro degli Esteri, De Martino, in data 10.8.1 860, ibidem. • T. BATlì\GLINI , Il crollo 111ilitare del Regno delle Due. Sil'ilie, I, S.T. M., Modena i 938, p. 37. '"' E. PtAl'<ELL.11 generale Piane/I cit., p. 37. '" Ibidem, pp. 39-40.

11


LA TERZA GU ERRA D'JNOIPENOENZA

452

ve condizioni delle strade, bisogna ammettere la difficoltà di contrastare subito i tentativi di sbarco, ove sfuggiti all 'osservazione ed al controllo delle navi napoletane. La flotta, d'altra parte, non si presentava molto meg lio. Il suo comandante, gene rale Salazar, si mostre rà ricco di fieri propositi e povero di fatt i. Rimproverato da Pianell per non aver impedito lo sbarco garibaldino a Melito, benché messo tempestivamente sull ' avviso, e per non aver immed iatamente informato il Vial (!), ritenne potersi giustificare con «varie e non poche difficoltà, fra le quali quella di non arrivare a sbrigare l'abbondante corrispondenza d'ufficio, e perciò richiedere al più presto un segretario. E giunge a proporre di richiamare a Napoli tutte le navi ai suoi ordini per non esporle troppo alle insidie nemiche e c_omprometterle! » 122• L'Esercito Meridionale di Garibaldi contava adesso circa 23.000 uomini. La grande maggioranza dei siciliani affluiti nei ranghi aveva disertato tornando a casa, ma erano arrivati molti rinforzi dal nord: il 18 giugno il Medici con 2.500 uomini, i primi di luglio il Corte con un migliaio, il I O luglio il Coscnz con altri 1.500, tutti lombardi, nella seconda metà dì luglio il Sacchi con 2.500 uomini ed il Dunne con 600, il 14-16 agosto il Pi.mciani con 5-6.000 volontari. Così l'esercito si era ordinato su quattro divisioni: la 15~ di Ttirr, la 16" di Cosenz, la 17a di Medici e la 13a di Bixio, più una simbolica brigata di cavalleria ed una di artiglieria. Il passaggio in Calab1ia comportava problemi non solo di affermazione militare, ma altresì di stabilità politica in Sic ilia, ove, come detto, la situazione non era delle migliori. Di tali preoccupazioni si fece interprete, in certo modo, Giacomo Medici con Cavour: «( ...) Saggio provvedimento per il meglio sarebbe quello d i inviare senza ritardo una Divisione in Sici lia: una Divisione dell'Eserci10 Nazionale. Allora, checché avvenga la Sic ilia è nostra, ne abbiamo assicurato la possess ione in faccia a qualunque evento ( ... ) . U Dit1atore forse non pensa a chiederla, anzi non la chiederà. Ma che monta? Ei la potrebbe accettare e la accenerebbe con grato animo, se veni sse otTerla ( ...). Una volta la Divisione in Sicilia, il rumore durerebbe tre giomi, e poi ruuo sarebbe finito, anche il pericolo che oggi intraved iamo( ...)» 11.1.

Ma il Piemonte non poteva intervenire adesso contro un governo costituzionale e l'annessione immediata, per inciso non voluta da Garibaldi, presentava forti rischi. li primo sbarco, effettuato Garibaldi in persona con 3.300 uomini il 19 agosto a Melito, circa trenta chilometri a sudest di Reggio 11-1, mise subito in evidenza la fragilità intrinseca del! 'apparato borbonico. La notizia dell'evento '" T.

BATIACLINI, // crollo militare ci t.. I, pp. 41-42. m Medici a Cavour in data 31.7.1860, in Mezzogiorrw cit., 1, pp. 429-430. '" Per la precisione uno s barco era già avvenuto a nordest di Villa San Giovanni nella notte su l 9 agosto: circa 200 garibaldini al comando di Musolino e di Missori , che si inollrarono ne ll'Aspromonte in a11esa di Garibaldi.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D' l'fi\LIA

453

giunse a Napoli alle 22, 15 dello stesso giorno. li telegramma era del generale Gallotti, comandante de lle anni di Reggio, e te rminava con un eloquente: «senza pronti aiut.i di forze, qui vi è poco da sperare» 125 • Lo scontro in iziale, alle porte di Reggio, si verificò a mezzogiorno del 20. Dopo un vivace fuoco di fucileria, i borbonici si ritirarono in città, lasciandone la sorveglianza delle porte al la guardi a naz ionale. Durante la notte essa fu sopraffatta senza clifficolt~1 ccl i garibaldini entrarono in Reggio. Inutile di re l'effetto provocato a Napoli dall'improvvisa ed inattesa situazione prospcllala da Reggio alle 9 del 2 l agosto: «Da l far del giorno 4uesto Castello ha aperto il fuoco e le batterie s parano continuamente contro il ,nemico dopo l'azione di questa notte. Si des iderano con la massima sollecitudine truppe per riprendere la città» "'·

L'atmosfera a Napoli si faceva sempre più Lesa. Dalle comunicazioni riportate nelle memorie di Pianell si ricava la netta sensazione dell'ineluttabiLità della sconfitta: un'azione di colonne sotto streuissimo controllo del ministro della guerra. il quale da Napoli non poteva pensare di condurre le operazion i; una chiara insufficienza del generale Via!, che però risultò di impossibile sostituzione con altro più capace ed energico ' 27; l' interessata tendenza a ripiegare dando credito a false notizie di resa in massa di interi reparti e finanche di brigate; la crescente i11decisione dei comandanti local i. quasi si trovassero alle prese con un nemico inafferrabile e comunque ritenuto sempre più forte nei luoghi di incontro; l'inevitabile fermento nelle truppe, con rapido scadimento del tono disciplinare. Il tutto mentre a Napoli, dichiarata in stato d'assedio, cresceva la psicosi di uno sbarco piemontese o garibaldino proprio nelle vicinanze della capitale 128 e il ministro del!' interno, Liborio Romano, presentava al re una gravissima lettera sulla situazione. Era una specie di «appello» col quale il ministro dimostrava la partita irrimediabilmente perduta e, nell' intento di salvare «l'onore, la dign ità e l'avvenire et.cli ' Augusta D inastia», consigliava al sovrano la via del temporaneo esilio lasòando la reggenza ad un ministero di fiducia non retto da un principe de lla famiglia reale. Nell'abbandonare il regno, Francesco TI doveva naturalmente spiegare al popolo il suo desiderio di «risparmiare al paese g li orrori della guerra civile» e chiamare a giudice degli avvenime nti l'Europa, attendendo

'" T. BA'TTAGLINt, // crollo

militare cit., I , p. 45. '" E. PtANELL. // generale Piane/I cit., p. 54. "' Piane ll ricorda che « ru lungameme di scusso se conveniva sostituire Via! con ul tro Generale più energico; ma esarninnto uno per uno lutto il ruolo dei Generali , chi per una ragine . chi per un 'altra. non fu possibile trovarne uno su cui potesse cadere la scelta» (E. PIANELL, // genemie Piane/I cit.. p. 64). '" Ibidem, p. 74-76.


454

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

«dal tempo e dalla giustizia di Dio il ritorno della fiducia ed il trionfo dei suoi diritti legittimi» 129• Il 23 Pianell s i presentò al re e chiese di assumere il diretto comando delle truppe in Calabria, portando seco una brigata cacciatori. L'esitazione del sovrano a privarsi del ministro della Guerra fu interrotta nel primo pomeriggio da un telegramma di Vial: «Otto vapori, di cui due con bandiera inglese, sono a Torre di Faro e caricano truppe non si sa per dove: si suppone sia per riunirsi alle forze già sbarcate(... ). Ordinerò alla Squadra di invigilare le mosse degli otto vapori, s'è possibile (... )» " 0•

Da quel momento cominciò a Corte un'attesa spasmod ica di ulteriori notizie. Alle 14 del 24 il comandante di un vapore riferl che il giorno precedente, 23, entrato nel Faro, «aveva visto le batterie occupate daJle nostre truppe non meno delle alture che le dominavano: nulla annunziava la catastrofe di c ui fu spettatore poche ore dopo. Nel ripassare innanzi alle batterie, le vide abbandonate dai soldati , i qual i, infranto ogni ordine militare, si sbandavano; molli buttavano le armi nel mare, molti altri pretendevano esser presi sul vapore che si era accostato al lido per avere una spiegazione di quanto avveniva: la voce tradimento, ottima a giustificare ogni vergogna ed ogni eccesso, era sparsa in tutte le truppe» rn . Davanti ad un tale disastro, che trn l'altro rendeva impossibile il transito per lo stretto di Messina, Pianell ribadì l'utilità de lla sua partenza con la brigata cacciatori ed anche con la brigata estera von Mechel. Impartiti gli ordini, un ripensamento del re bloccò ogni cosa. ll 1isultato fu che alle 3,30 del 25 agosto partì l'ordine per Vial di raccogliere le unità e ritirarsi su Napoli prima che il suo corpo si dissolvesse del tutto132 • In serata si seppe che il generale Briganti, accusato di intelligenza con Garibaldi, era stato assassinato dai suoi soldati in_ Infine, la sera successiva arrivò un altro deprimente messaggio di Vial per Pianell: «Queste truppe sono nella persuasione che debbono essere disarmate. tolta loro l'artiglieria ed altre ciarle che Le riferirà il Capitano Winspeare. Ho dovuto personalmente persuaderle che la bmteria da campo sarebbe venuta; clifatli è giunta iersera(. .. ). Non ho Generali, perché Melendez e Briganti hanno perduto il loro prestigio. e se compariscono sarà peggio. Ghio intende prendere le dimissioni. Caldarelli sta a Cosenza. Dai rapporti di ieri si argomenta che tutte le Calabrie sono in

"" C. Cr,sARl, La campagna di Garibaldi cit., pp. 16&- 169.

"" E. PJANELL, // generale Piane// ci t., p. 64. "' Ibidem , pp. 79-80. '" Ibidem, p. 81. "' Ibidem . pp. 81 -82. Sullo sfacci<> dell 'esercito borbonic<> in 0:tliibria vds. T. BATTAGLINI, Il cml/o militare cil., I. cap. IV e V.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITAUA

455

movimento generale. L'inimico è a Bagnara, ed aumenta le sue forze ora che ha il Faro a sé (...). La colonna del tenente colonnello Morisani mi s i dice essere ormai una massa disordinata. V.E. decida cosa debbo fare per togliermi dal caso eccezionale in cui, non per mia colpa, mi trovo. Mi riclùami e mandi altri più adatti alla missione» "'.

Contemporanemente, il maggiore De Sauget, mandato da Pianell al Pizzo con un vapore francese, riferiva: «Sbandamento totale delle due brigate Mclendez e Briganti, una quantità d i ufficiali sparsi sulla costa attendono imbarco ed un migliaio di uomini di questi due capi sono riuniti a Pizzo per il medesimo scopo. Demoralizzazione nelle al.tre truppe»'''·

Un paio di giorni dopo, Via] pensò bene di tornare a Napol i con un altro vapore francese, lasciando i resti delle truppe di Calabria (circa 10.000 uomini) al generale Ghio, il quale, in ritirata verso Cosenza, si anese il giorno 30 all ' avanguardia di Cosenz dopo un piccolo tentativo di resistenza. A questo punto il ministero rassegnò le dimissioni. 11 6 settembre, dopo giorni e giorni di angosciosa indecisione e nella tristezza delle ultime defezioni per abbandono dell'incarico o per la fuga all'estero o per l'attesa del vincitore, Francesco il si trasferì a Gaeta, ordinando il concentramento delle forze disponibili sul Volturno, sotto il comando del maresciallo Ritucci. La flotta si mise al completo agli ordini di Persano. Contemporaneamente Garibaldi arrivava a Salerno, dove una lettera di Liborio Romano gli a1munciava che «Napoli aspetta il redentore d'Italia per deporre nelle sue mani i propri destini)> 136• Il giorno 7 , alle ore 13, Garibaldi entrò in Napoli. Aveva con sé pochi ufficiali. Le sue truppe più vicine erano i l.500 uomini del Ttirr, a Eboli. Il presidio borbonico a Napoli, circa 10.000 uomini, rimase passivo spettatore 1•11• La battaglia del Volturno sanzionò il crollo del regno delle due Sicilie, anche se la resistenza borbonica si protrasse per qualche mese. Fu la sola vera battaglia che Garibaldi ebbe ad affrontare nella sua mirabile impresa, e fu la sua più bella e soffe1ta vittoria. Quello che rimaneva dell'esercito reale era stato riordinato in tre divisioni di fanteria, una di cavalleria ed una grossa brigata autonoma, per complessivi 41.000 uomini e.42 pezzi. Alla sua testa stava il maresciallo di campo Ritucci (66 anni), intelligente e colto, fedele al re e con esperienza di guerra. Purtroppo le sue qualità negative erano determinanti: poca iniziativa, scarsa fiducia in sé, meno ancora nei sottordini, nulla nell'esito finale della lotta. Basti dire che 1'8 settembre aveva suggerito al re di sciogliere l'esercito per evitare le tragiche " ' Ibidem, p. 84. "' C. CESARI, La campagna di Garibaldi cit., p. 164. '·"' Ibidem, p. 173. ,;, T. BAlTAGL.lNI, // crollo 111ilitare c it., I, pp. 98-99.


456

LA 1'ERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

conseguenze derivanti da una gue1n1 civile, conseguenze «che sarebbero certamente addebitate a V.M. ed ai poveri ufficiali i quali hanno creduto esser loro dovere( ...) di non abbandonare i loro posti fino all'ultimo momento, ingoiando con rassegnazione fino all' ultima sti lla il calice amarissimo» 13s. Francesco II intendeva davvero difendere la corona. Fece un nuovo ministero, mise da parte I.a costituzione, riprese la bandiera borbonica e ... poco fidandosi dalla capacità del suo comandante in capo, cercò ancora e invano un comandante straniero m , col risultato di amareggiare inutilmente il Ritucci, che si risentì per «questo traffico che si attivava per pir.occare un generale straniero a disdoro dei generali napoletani, qualunque fossero, mentre ( ... ) impiegavo tutto me stesso a ben servire il re e il mio paese» '"0• Ad ogni modo il re premeva per prendere l'iniziativa, considerato il tono soddisfacente dell'esercito, il concentramento tuttora in corso dei garibaldini nella zona di Caserta cd il favorevole rappoito di forze. Il Ritucci, invece, procrasrinava qualunque azione adducendo la convenienza cli migliorare l'assetto delle truppe. L'intervento piemontese nelle Marche e nell'Umbria e la sconfitta subìta dal La Moricière a Castelfidardo (18 settembre) resero urgerne l 'abbandono di ogni tentennamento: si trattava di battere subito Garibaldi, rioccupare Napoli e 1idare forma e sostanza allo Stato borbonico, prima che i piemontesi ed i garibaldini si riunissero, bloccassero i napoletani a Gaeta e dimostrassero all'Europa la necessità della loro invasione per riportare l'ordine nel regno e frenare gli impulsi rivoluzionari. li Ritucci , allora, propose al re di attaccare e rompere con tre colonne il fronte garibaldino, proseguire concentricamente su Napoli e riconquistarla. Poteva anelare, ma lascia più che perplessi la valutazione che il Ritucci fece del proprio proge!lo. Siccome l'off ensiva avrebbe coinvolto la popolazione, provocandone la reazione, a suo avviso esisteva la probabilità ciel novanta per cento cli insuccesso e pertanto «non rinHuTebbe tampoco a V.M. né un esercito, né un angolo di sicuro ricovero»! IJI. Nell'altro campo, Garibaldi si trovava alle prese con grossi problemi cli · vario genere. Aveva subito inviato al Volturno i primi reparti disponibili per tenere agganciato il nemico con alcune azioni di disturbo. Il 16 settembrf' dovette recarsi a Palermo per affrontare di persona 1a difficile situazione crei.rasi nell'isola, ma soprattutto fra i suoi stessi fiduciari. Durante la sua assenza, ' '' G. Drn,u cit. , 1, p. I 05.

F RANCI,

Campagna d' au/1111110 del 1860. cit. in T.

B ,,ITAGLINI,

li crollo 111ili1are

1.1• Francesco U giunse ad offrire al. Papa 3.000 uom ini e 16 pezzi per avere in prestito cernponmeo il generale Lamoricièrc! (Ibidem, p. !08). "" Ibidem , p. I 08. ' " Ibidem. p. 121.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

457

e mentre Ritucci attendeva le decisioni di Francesco TI, il Tiirr, rimasto temporaneamente al comando delle unità gari baldine, si lasciò trascinare da un'errato apprezzamento della situazione in una ricognizione offensiva verso Capua e nell'occupazione di Caiazzo, sulla destra del Volturno. L'esito della iniziativa fu decisamente negativo. Garibaldi registrò la sconfitta ed abbandonò l'idea di forzare il fiume: era preferibile porsi sulla difensiva per impedire ai borbonici di puntare su Napoli . L'euforia del successo di Caiazzo spinse il re ad insistere per passare all 'offensiva, ma il Ritucci, sempre più convinto della convenienza di raccogliere ogni forza fra le piazzeforti di Capua e di Gaeta, r.iuscì a trarre dalla sua tutti, i divisionari, sì da rendere dubbioso anche Francisco li. F u dopo qualche altro giorno di esitazione che il re ordinò di dar corso all 'operazione. Garibaldi aveva la scelta fra un dfapos itivo semicircolare di 16-18 chilometri intorno a Caserta, per sbarrare le provenienze da Capua e dal medio e alto corso del Volturno in d irezione di Napoli, e la raccolta del grosso delle sue truppe in posizione centrale per gettarsi sul nemico, una volta uscito da Capua. Si decise per la prima soluzione pur rendendosi conto dell'esiguità dell'esercito: appena 20.000 uomini, c ioè la 15~ divisione cli Tilrr, la 16~ di Milbitz, la 17a di Medici e la 18~ di Bixio. In compe nso negli ultimi giorni il ricorso alla fortificazione campale divenne frenetico ed il contributo di una compagnia cli artiglieria sarda, fatta sbarcare dalle navi su autorizzazione de l Yillamarina, rese possibile il conveniente impiego de i pochi pezzi di artiglieria disponibili. Il Ritucc i schierava 28.000 uomini: la 1~ divisione del maresciallo Afan de Rivera, la 2a de l brigadiere Tabacchi, la brigata von Mechel, la divisione d i cavalleria del brigadiere Ruggiero. La 3i! divisione del maresciallo Colonna aveva in posto soltanto pochi reparti e fungeva da riserva. La battag lia ebbe inizio il 1° ottobre. In una prima fase, dall'alba alle 15, si ebbe l'attacco borbonico e l'accanita resistenza dei garibaldini; in un secondo tempo, dalle 15 alle 17, l'intervento della r iserva condotto dal Tiirr con estrema decisione consentì a Garibaldi di respingere gli assalitori verso il fium e. A sera, mentre tutta Napoli esultava per premature notizie di vittoria telegrafate da Sirtori: «Abbiamo vinto su tutta la linea; una colonna di regi isolata è presso Caserta», cominciarono ad affluire sbandati recanti voci allarmanti. Dopo un colloquio con il Cosenz, ministro della Guerra del governo gar ibaldino, il Villamarina ordinò al colonnello Santa Rosa, comandante de lle truppe piemontesi a Napoli, di partire subito per Caserta con tutte le forze di cui poteva disporre. A mezzanotte un battaglione di formazione, costituito da due compagnie d i fanteria di linea e due di bersaglieri, partì per ferrovia ed a lle


458

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

4 del mattino seguente arrivava a Caserta, dir igendosi immediatamente al fronte 142. Il 2 ottobre vide il rinnovato tentativo borbonico di sboccare su Caserta cd il decisivo contrattacco garibaldino che spazzò ogni ulte riore possibile offensiva. Ritucci difettò di capacità propulsiva, di coordinamento, di adeguamento dello sforzo. Ebbe a portata di mano la vittoria, che avrebbe probabilmente ottenuto lanciando la riserva del generale Colonna nella breccia apertasi nel primo pomeriggio del 1° ottobre in corrispondenza di S . Maria Capua Vetere, ma non se ne accorse nenuneno. Comunque riuscì a mantenersi sul Volturno. La villoria difensiva di Garibaldi non fu risolutiva perché non condusse alla distruzione dell 'esercito napoletano e non aprl il passo alle camicie rosse. Segnò tuttavi,a-11 punto più alto dell'epopea garibaldina e, nello stesso tempo, il limite massimo raggiunto e raggiungibile sul piano politico-militare. Sotto l' aspetto militare, l'esercito ga,ibaldino stava accusando una crisi non indifferente, tanto da suscitare dubbi sulla sua effettiva capacità di contenere una possibile controffensiva borbonica. Una settimana dopo la battaglia, il Villamarina avvertiva che «/' armée de Garibaldi pourrait bien étre culbutée, elle est assez demoralisée, du moins en partie (. .. )» e chiedeva l'immediato invio a Napoli di almeno una brigata di fanteria con un paio di batterie 1• 1• Il 18 ottobre Persano telegrafò a Cavour: «Garibaldi en critique position . .Te lui ai dii de se tenir sur la défensive. .I' espère qu' il le / era ( .. .)>>1•• . Ed un rapporto presentato dal colonnello ungherese Copa (?), personalmente a Cavour dipingeva un quadro molto pesante: «Nelle cose 1~1ilitari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole. In campagna e nella distribuzione degli avam posti non si osserva alcuna regola militare: non si fa ordine del giorno, non parola d"ordine, non segnale di campo. Disposizioni generali pcl campo di battaglia non ci sono; non si [sa] mai dove si trova l'uno o l'altro corpo e quale direzione abbia pigliato. Mancano sempre le munizioni, perché non si è pensato a farne sebbene lo si sarebbe potuto, essendovi materiale di guerra bas1evole. Alle ambulanze non si è pensato, così che manca ogni cosa necessaria al soccorso cd all'assistenza dei feriti. La massima parte degli ufficiali manca affauo di istruzione, quindi pochissimi fra i medesimi hanno le qual ità rich.ieste per coprire degnamenle il posto che occupano. Da ciò il di sordine e la confusione che regna nei corpi.

'" E.Santa Rosa a Fanti in data 3. 10. 1860, in Me==ogiomo cit., lii, pp. 24-27. Quanto ai disenori ed agli sbandati, «il fenomeno ebbe anche una punta notevole durante la ba1taglia del Volturno, nel settore di S. Maria, quando molli cercarono cli nascondersi in lreno tra i feriti per poler lasciare il comba1timento, energicamente respinti dagli ufficiali e minacc iati di fucilazione dallo stesso Gari baldi» (G. GARIBALOt JR., La ba11aglia del Vol111mo, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma 1981, p. 41). Cfr. W. ROsrow, La guerra d"lfalia del 1860 cit., pp. 447-448. '" Villarnarina a Cavour in data 7. 10.1 860, in M ezzogiomo, cit., m, p. 56. " ·' Ibidem, p. 137.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

459

Le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese le razioni per il triplo degl i uomini che avevano a mantenere, cioè 70 od 80 m. razioni quando tutta l'annata non ascendeva a più di 25 m. Questi fatti sono confessati od ammessi dagli stessi so.ldati od ufficiali dei corpi di Garibaldi. A Napoli si trovano più di 800 ufficiali che non prestano alcun servizio, ma percepiscono il soldo, aspettando che vengano formati i corpi cui essere aggregati. Si danno brevetti a questo o a quell'ufficiale che propone di fonnare qualche corpo; talvolta poi essi ricevono o anticipazioni o paga per uomini che non hanno mai avuto sollo i propri ordini. Le truppa manca di cappotti e di fucili perché gli uni e gli altri vengono venduti da' soldati per pochi quattrini appena che gli ricevono. Questa mancanza di indumenti è poi cagione che molti ammalano di febbre, sicché le infermerie del campo sono piene. Niun corpo ha stato effettivo del numero e dei nomi dei soldati che ad esso appartengono; cosicché questi passano a loro talento e ad ogni tratto dall'uno all 'altro corpo, sicché questi ora aumenta b ra diminuisce. Di questa maniera i soldati che hanno qui ricevuta la paga per cinque giorni, passando ad un altro corpo la riscuotono un'altra volta( ... )»"'.

Anche se è possibile una certa generalizzazione, indubbiamente il sentimento orgoglioso delle privazioni connesse con la spedizione si era attenuato nelle vecchie camicie rosse, mentre risultava sovente sconosciuto ai nuovi volonta,i, accorsi in gran numero, in disordine e troppo spesso senza alcuna motivazione patriottica. La concessione indiscriminata del grado a troppi fannulloni e peggio, postisi rapidamente alla caccia del brevetto», destava scandalo. «Le ambizioni degli ultimi opportunisti accorsi sotto la bandiera del vincitore, le amarezze dei veterani, l'incertezza della situazione politica più che militare suscitavano cupidigie, rivalità e preocupazioni a danno della compattezza morale» 146• A parte tutto ciò, l'esercito garibaldino cominciava a trovarsi alle prese con una jacquerie sanguinosa alimentata dalla reazione borbonica. La colonna del colonnello Nullo era stata fatta letteralmente a pezzi nel Sannio, e un po' ovunque si verificavano scene di desolazione e di sangue. Ma le preoccupazioni di gran lunga maggiori provenivano. dal disordine politico che stava dilagando. Lo stesso Garibaldi se ne accorgeva. L' 11 ottobre si trovò a discutere con alcuni dei principali collaboratori a Caserta sulla scelta fra il plebiscito e l'elezione di un parlamento. In quella sede toccò il punto dolente, rilevando che «non ostante tutte le ricchezze del paese e quantunque giacessero nelle casse milioni di piastre, l'esercito non era pagato regolarmente, che il ministero si lamentava di continuo di quei governatori di provincia '" Cavour a Fanti in data 18. 10. 1860, ibidem, m, p. L37 e rapporto pp. L38- 1414. Cfr. G. Garibaldi, Barhera, Firenze 1882, II, p. 186. Secondo Guerzoni nulla era più difficile di fare un'esatta situazione delle forze garibaldine. ''"' G. GARIBALDI JR. , Ut bauag/ia del \lo/turno cit. , p. 40. E una «lettera da l fronte» in data 4 ottobre diceva. trn l'altro; «Che dire poi di quello sciame di sedicenti garibaldini che stavano a passeggiare lungo Toledo, o a blaguer nei caffè mentre qui si combatteva all'ultimo sangue'! Ho sentito io il brigadiere Bixio quando disse che se fosse al posto del Dittatore li farebbe fucilare tutti» (ibidem, p. 52). GUERZONJ.


460

L A TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

che più degli altri avevano operato per la rivoluzione, ed anche oggi erano i più attivi, e si espresse con amarezza sul regime del prodittatore al quale egli, con piena fiducia nella sua abilità e buon volere, aveva messo nelle mani la somma dell'amministrazione civile». Naturalmente il Pallavicino, nominato prodittatore una settimana prima, si sdegnò, vedendosi additato come il solo responsabile, e si dichiarò pronto a lasciare l'incarico. Poi proruppe, indicando Crispi, ministro degli Esteri della Dittatura: «Costui ( ... ) è la causa di ogni nostra discordia. S enza di- lui l'Italia sarebbe già fatta. Con lu i noi sarà mai». Garibaldi difese Crispi ed il giorno seguente convocò a Napoli i ministri per lamentare le carenze dell'amministrazione pubblica '47 • Fin dal 2 ottobre il ministro inglese a Napoli aveva manifestato seria preoccupazione e profondo pessimismo: «(...) Garibaldi sia rapidamenle perdendo lerreno fra i Napolelani e se il Re cominua a resistere a Capua ed a Gaew ben presto la regione sarà in complelo scato di anarchia.( ...) l'esercico che doveva cacciare prima i Frances i da Roma e poi gli Austriaci dal Quadtilatero è probabile resli bloccato per un tempo indefinito dai resti dell 'esercito napoletano, che per ammissione generale sarebbe dovuto nel francmpo essere dis1n1110 totalmemc ( ... )» ....

Queste impressioni e notizie venivano ripetute da pii:, parti senza possibilità alcuna di eq uivoci sulla pericolosità della situaz ione creatasi. Giuseppe Massari riferl a Cavour che «li prestigio di Garibaldi è sfumato: ieri una delle più in.fluenti popolane diceva parlando di lui: "è un eroe, ma è 1111 piccirillo" ciocché vuol dire .fanciullo. Gli spropositi politici ed amministrati vi fatti dal Garibaldi dopo il suo ingresso in Napo li hanno convinto il paese clc lla sua incapacità: Capua gli ha colto tutta l'aureola di invincibil ità che lo circondava ( ...)» "''.

Nello stesso periodo Antonio Scialoja commentava: «In questi ultLlll i aneliti del potere dittatoriale vi è lai lascivia di decreti che spaventa. Si nominano ai primi impieghi clcllo Stato. in paghe di 10, 15, 18 mila lire, gente inenissima o infame. I successori avranno un compito spaventoso da soddisfare ( ...)» '"'.

Ruggero Bonghi, rivolgendosi a Farini, lo incitava a formare al più presto un nuovo governo: «( ... ) TI paese è spaventato a un punto che per poco che le cose continuassero. Francesco li, ritornando, non sarebbe ricevuto con minor favore di quello che è stato ricevu to il Garibaldi, e forse con più profondo e unanime. I ministri attuali aumentano lo scompiglio e la vergogna ogni giorno ( ...)» '1'.

"' W. ROSTOW, la guerra d' lralia del 1860 cii., pp. 560-562). Fra l'altro. i due segretari generali della Di1ta1ura - uno a Napoli ed uno a Palermo - avevano la facoltà di emanare decreti in proprio, anche all 'insaputa dei ministri. "' E. Elliot a Hudson in data 2. 10 . 1860, in Mezzogiomo cii., IIT. p. 13. ,,. Massari a Cavour in data 21.10.1860, ibidem, p. 163. ,,. Scialoja a Cavour in data 22. 10. 1860, ibidem, p. 171. ' 5' Bonghi a Parini in data 29.1 O. I 860, ibidem. p. 228.


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D' ITALIA

46 )

E Pasquale Stan.islao Mancini concordava sulla ,, incredibile confusione in cui il potere spirante sta gettando quotidiana01eme il governo del.la cosa pubblica. Non v'è parte dell 'esercito ordinato. Le Finanze sono in completa rovina, e sarà assai malagevo le ricostru irle».

e nel descrivere l'imperante frettoloso clientelismo e gli sfacciati favoritjsrni, ammise che «l'autorità è venuta in incredibile debolezza ed avvilimento, ed il governo più non incontra né rispetto né timore» 152 • Così si spiega il netto cambiamento di pensiero di Cavour. Sino al mese di settembre inoltrato il suo orientamento nei confronti dell'impresa garibaldina era.stato cli evitare la prosecuzione dell'avanzata verso Roma. A tale scopo si proponeva semplicemente di interporsi tra le camicie rosse cd i francesi . A lla fine di settembre subentrò il timore che Garibaldi potesse non reggere la situazione e che un crollo improvviso desse ossigeno al Borbone, provocasse l'anarchia e rendesse incontrnllabili le circostanze. In merito alla stato di cose riscontrato nell'ex-regno del le Due Sicilie, è il caso di rilevare le differenze dei punti di vista di allora ed anche di oggi. Che fra moderati e democratici non ccmesse buon sangue è risaputo; che i primi non avessero alcuna intenzione di lasciar prevalere i secondi è del pari noto; che i secondi si sentissero oppressi dalle spietate critiche dei p1imi è naturale. Così, secondo il Rustow, «se fu vero che a Napoli regnava il disordine, questo era opera precipuamente di Cavour, di Farini, di F anti e dei loro sviscerati fautori» ,s3, affennazione piuttosto azzardata che si riferisce in modo particolare alla lotta tra i sostenitori del plebiscito per la rapida annessione pura e semplice al regno di Sardegna (i moderati) ed i sostenitori della convocazione di un 'assemblea costituente a Napoli ed a Pale1mo per prec isare i termini dell'annessione all 'Ttalia nel suo i11sieme (democratici, radicali, mazziniani, federalisti). E poco persuade anche il riferimento ad un'aperta campagna propagandistica svolta dagl i «agenti» di Cavour per dipingere a tinte esageratamente nere le condizioni in cui versavano il Mezzogiorno e l'esercito meridionale '5' . Troppe e troppo varie sono le testimon ianze italiane e slrnniere sul caos esistente per dubitare della loro spiacevole veridicità. L' insospettabile Rustow annotè> che: "' Mancini a Cavour in data 30.10.1860, ibidem, pp. 232-235. "' W. ROsrnw, La guerra d' lialia del 1860 cit. , p. 545. '" F. MOLFESE, Lo scioglimento del/' eserciro garibaldino cit., pp. 19-20. Lo stesso Mack Smith ammette che «in quelle tre settimane dopo il plebiscito del 2 l ottobre l'anarchia si diffuse i.n modo contagioso e cominciarono ad apparire i segni di una controrivol uz ione borbonica in tulle le prov icie>>(Cavour e Garibaldi cit,, p. 497}.


462

LA TERZA GUERRA D'I ND!PENDENZA

«(...) al Vo.ltmno pareva che tulli sonnecchiassero. Stanchi e fuor d 'esercizio per la marcia che quasi senza trar colpo dall a punta meridionale della Calabria li aveva condotti a Napoli ed a Caserta, parecchi degli uffiziali superiori non avevano quasi più voglia di fare qualche cosa di serio e di ponderato. La notizia dell'avanzarsi dei Picrnomesi valevano a mantenerli nella loro inerzia (...). E pertanto fino a quel tempo si cominciarono a udire più gravi lamentanze sulla debolezza dell'esercito meridionale»'" ·

D'altronde non deve meravig liare che uno Stato riconosciuto da tutti corrotto e guasto come quello borbonico - tanto da crollai·e davanti ad un pugno di coraggiosi - sia precipitato in convulsioni anarcoidi al crollo della monarchia: era quasi inevitabile. La spedizione garibaldina non aveva né poteva generare uomini d i governo ed amministratoli tali da rimettere in sesto il Mezzogiorno. E, a sua volta, il governo regio non aveva idea della dura realtà che avrebbe incontrato.

3. LA CAMPAGNA NELLE MARCHE E NELL'UMBRlA Il 4 luglio Cavour si era rivolto a Nigra esponendogli la sua inquietudine per l'influenza negativa dei mazziniani che circondavano Garibaldi, del quale, peraltro, non metteva in dubbio l'assoluta buona fede. «Mais la question napolitaine - teneva a precisare - n' est peut-etre pas la plus difficile a résoudre (. .. ). La question du Pape doit avoir à ses [= cli Napoleone III] yeux, et elle a réallement une hien autre importance (. .. )» 156 . Effettivamente, Roma attirava desideri ed attenzione, soprattutto dopo il combattimento cli Milazzo. 11 primo ad agitarsi fu Mazzini, che sperò di avviare s u Roma, dalla Toscana, i circa 6.000 volontari organizzati da Agostino Bertani a Genova ed i 2.000 di Giovanni Nicotera a Castel Pucci. Il governo incaricò allora Farini, ministro dell'Interno, d i «raddoppiare di energia ed appi gliarsi ad ogni possibile mezzo costituzionale che valga a far cessare l 'esistenza funesta di uno Stato nello Stato» 15 7 . Farini agì di conseguenza ed indusse Bertani ad inviare la sua spedizione in Sicilia. Peraltro la spedizione garibaldina presentava anche nel regno risvolti negativi. J primi di agosto Fanti si rivolse a Cavour scagliandosi contro Agostino Bertani, accusato di «eccitare al tumulto e alla disobbedienza o quanto meno alla diserzione fra i volontari dei Reggimenti provenienti dall'Italia centrale», benché deputato. A ciò si aggiungeva l'opera di subornazione dei comitati garibaldini stabilitisi ove si trovavano truppe delle regioni appena annesse. Nel lamentare non solo le diserzioni ma altresi l'impunità che ad esse si accompagnava, Fanti comunicò seccamente '" W. R OST()W, la guerra d'Italia del 1860 c iL.. p. 4 .1 l. '" Cavour a Nigra in data 4.7.1860. in Carteggio Cavour-Nigra cit., IV, p. 55. '" Dal verbale del consiglio de i min istri in data 1.8.1 860. in R. Rm·1EO, Cavour e il suo tempo cit .. Ill, p. 757.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALlA

463

che se non si scioglievano tutti i comitati «e non si proibisce che un individuo possa fare dei proclami incendiari, come quello del Signor Bertani, il sottoscritto dichiara non poter rispondere che non ne nascano dei gravissimi disordini morali e materiali nell'Esercito» 1~8 • Il 13 agosto, previa de liberazione del consiglio dei ministri, Farini diramò una circolare che vietava l'arruolamento de i volontari e Ricasoli fu invitato a disarmare e scioglie re il gruppo di Nicotera. Se il tasto di Roma e ra diplomaticamente proibitivo, l'invasione delle Marche e dell 'Umbria, all 'opposto, si presentava come non soltanto necessaria, ma addirittura pressante. Cavour aveva a lungo coltivato il disegno, sia pure fra alti e b4ssi, di un successo insurrezionale moderato a Napoli in anticipo sull'avanzata dì Garibaldi. Pur senza abbandonare totalmente quella speranza, non appena seppe del passaggio di questi sul continente prese in seria considerazione la mossa decisiva. Il 27 agosto, una settimana dopo lo sbarco, in un consiglio dei ministri presieduto dal re, affermò: «Se noi non arriviamo al Volturno prima che Garibaldi arrivi alla Cattolica la Monarchia è perduta e l'Italia cadrà in bai ia della rivoluzione» 1$9. Da questa convinzione nacque la campagna nelle Marche e nell'Umbria. Approfittando della presenza di Napoleone m a Chambéry, prima visita al la Savoia, Cavour mandò Parini e Cialdini a tastare il terreno. Il discorso di Farini fu molto semplice. Secondo il riassunto che Cavour fece del colloquio a Nigra, ormai era troppo tardi per impedire a Garibaldi di arrivare a Napoli e proclamarvisi dittatore; di conseguenza, l'ammiraglio Persano aveva ricevuto ordine di occupare i forti di Napoli alla fuga del Borbone, se possibile; di trarre dalla sua la flotta napoletana e, per il resto, di mostrarsi accomodante con il conquistatore. Ciò posto: «Ne pouvant prévenir Garibaldi à Naples il faut l 'arreter ailleun;. Le sera dans l'Umbrie et dans les Marches. Un mouvement insurreciionnaire va y éclatcr: aussitòl au nom des principes de l'ordre et de l 'hurnanité, Ciald ini entre dans Ics Marches, Fanti dans l'Umbrie; ils jeucnt Lamoricière à la me r et s'emparenl d'Ancòne en déclarant Rorne inviolable. L'Ernpereur a tout approuvé (...). li a clil que la diplomatie jetterait Ics hauts crìs, mais qu'elle nous laisserait faire; que lui méme se trouverait dans une position diffici le, mais qu 'i l 111e1trai1 en avanl 1'idée d'un congrès ( ...)» ''°.

Nigra, da Parigi, approvò il disegno però ritenne opportuno consigliare: «( ...) tàchcz d'éviter que I'entréc de Fanti Cl dc Cialdini ait I 'apparencc d'une agression. Et sunout prenez vos mesures pour déclarer et proclamer bien haut l'inviolabilité de Rome. En ce rnoment est indispénsable. Après, on verra» ..,.

'" Fanli a Cavour in data 6.8.1860. in Mezzogiorno cit., II, p. 2 1-22. ,,. S. C!UBRIZZI. Storia parlamentare, politica e diplomatica d'Italia, Torino 1925, l. p. 318. "° Cavour a Nigra in data 29.8. 1860, in Carteggio Cavour,Ni.~ra cit., IV. p. 186-187. '" Nigra a Cavour in data 1.9.1860. ibidem, pp. 189-190


464

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

A dire il vero sembra essersi determinato un equivoco fra gli interlocutori. Tn effetti, Napoleone in certo senso lasciò fare, come precisò a Thouvenel: «M. Farini m·a parlé avcc une grande franchise. Voic i son bui e t celui de M. clc Cavour: s'emparer du mouvemenl; conserver au Pape le patrimoine de sa im Piem:; cmpecher toule auaquc comre la Vénétie. invoquer le concours de l'Europe pou r régler Ics affaires d"llalie, une fois quc Naples el Ics Marches seron1 en lcur pouvoir» "'·

Pe rò più tardi dichiarerà ripetutamente che il suo «consenso» s i basava sull 'assicurazione di Parini che l ' intervento piemontese avrebbe avuto corso soltanto d i fronte al concretarsi della minaccia garibaldina su Roma, e cioè sarebbe s tato g iustificato dall 'ev idente pericolo per la sovranità de l Pontefice163• In tal caso la Francia non avrebbe avuto bisogno di impegnare le sue truppe. Garibaldi parlava con troppa facilità di voler conquistare con le armi Roma e Venezia e, se lui personalmente rimaneva incurante delle reazioni esterne, il mondo politico seguiva con occhio dubbioso ed irritato lo sbandieramento di tali intensioni. Fra l'altro, non si capiva bene sino a che punto si spingessero la connivenza e la comunanza di interessi tra il governo sardo e Ga1ibalcli, vale a dire sino a quando To1ino avrebbe appoggiato il movimento. Va da sè che per tutti i gabinetti europei la responsabilità di quanto poteva derivare dalle mosse di Garibaldi apparteneva in pieno al governo sardo. A fine agosto Russel fece il punto della situazione con l'ambasciatore Hudson: «(...) Ma. benché Austria. Francia e Gran Bretagna si siano as1enu1e da ognj interferenza in Sici lia o a Napoli. esiste, a Parigi come a Vienna, il timore che l' unione degli Stati napoletano e romano sollo il re di Sardegna ve nga seguila da un auacco delle forze italiane alle provincie vcni;Le dcll'Impera1ore d'Austria. È evidente che un'azione del genere non potrebbe venir cffetruata da forze militari senza il consenso del Re di Sardegna. Ed è anche chiaro, in folto di diritto, che il Re di Sardegna non avrebbe scusan l i per la violazione del tratlato di Zurigo, così da poco tempo tirmalo e ratificato. Il Re di Sardegna era libero di riliularc i preliminari di Villafranca ed il Trnua10 di Zurigo, ma, avendo rinuncialo a continuare la guerra cd avendo impegnato la sua parola reale al mantenimento de ll a pace e de ll 'a micizia con l ' Auslria, egli non può sciogl iers i d,1g li impegni assunti ed auaccare un sovrano vicino.»

Esistevano inoltre, continuava Russel, altri motivi degni di particolare riflessione. Un'offensiva contTo l'armata aust1iaca appogg iata alle robuste fortezze del Quadrilatero non era impresa dalla quale s i potesse ragionevolmente attendere un sicuro successo. E «un attacco, se fallito, darà a ll ' Austria l'opportunità, di cui essa non sarebbe s piacente di trarre vantaggio, di ridare la Romagna al Papa e la Toscana al Granduca». E così il re di Sardegna avrebbe acquistato Lombardia, Parma e Modena, ma perduto Savoia, Nizza, Toscana e Romagna! E allora l'unica possibilità cli riacquistare credito sarebbe diventata "'' In R. ROMliO, Cavour e il suo te111po cii., 111, p. 769, n. 402. "'' Napo leon e a Viuorio E manue le in data 9.9. I 860. Caneggio Cavour-Nigra c ii.. [V. p. 199.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

465

quella di trascinare in campo la Francia e provocare una guerra generale, cosa che nessuna grande Potenza poteva tollerare. A giudizio di molte Corti europee, la Gran Bretagna era stata anche troppo indulgente nei confronti della politica seguita dal governo sardo; ad ogni modo se qualche spedizione via mare poteva essere interpretata, con molta buona volontà, come spontanea e sfuggita al controllo governativo, era «abutantly clear» che nessun esercito poteva violare il confine austriaco senza espresso ordine del re. ln conclusione, Hudson si rendeva certamente conto di quanto tali considerazioni meritassero «la seria attenzione ciel gabinetto sardo». Perciò l'ambasciatore era incaricato cli leggere e dare copia del dispaccio al conte cli Cavour u". Nf l contempo, lord Elliot, ambasciatore inglese a Napoli, ricevette disposizioni di prendere contatto con Garibaldi per indurlo a lasciar cadere ogni idea su Venezia, a causa della gravissima crisi internazionale che avrebbe provocato. El liot ricevette Garibaldi il 10 settembre a bordo dell'Hannibal e fu esplicito nell 'avvertire il suo ospite «di non farsi illusioni circa i sentimenti del popolo inglese, giacché se l'Inghilterra tutta aveva applaudito ali' impresa eia lui compiuta, l'opinione pubblica sarebbe presto mutata se egli avesse spinto le cose tanto oltre da provocare una guerra europea» 165 • Garibaldi espose senza reticente il suo pensiero: intendeva entrare in Roma e qui offrire a Vittorio Emanuele la corona d'Italia. La liberazione cli Venezia sarebbe spettata al re. EJJiot gli prospettò le drammatiche conseguenze di uno scontro armato con le truppe francesi cli guarnjgione a Roma, ma Garibaldi respinse con impazienza ogni suggerimento di cautela:«( ... ) Non mi resta altra via all'infuori cli quella di Roma; non credo l'impresa troppo difficile, e l'unità d'Italia deve compiersi» 166 • Ed iI I 9 settembre annunciava ai «fratelli cl' arme» in Napoli: «Andiamo ad incontrare i nostri fratelli in Roma per marciare di là sulle venete teJTe» ! Dal canto suo Cavour era determinato a precipitarsi al confine napoletano prima che Garibaldi superasse la frontiera pontificia, non avendo alcuna intenzione cli provocare un conflitto armato, ed anche per pareggiare, in certa misura, i successi garibaldini e contenere i loro spiriti mazziniani. Per «signoreggiare la rivoluzione» non c'era che un mezzo: impadronirsi senza indugio delle Marche e dell'Umbria. Perciò Cavour avvertì Villamarina che il governo aveva deciso di compiere questo passo, gualunque conseguenza potesse derivarne. Fra I '8 ed il I O settembre in quelle provincie doveva scoppiare un moto insur'6'

Russe! a Hudson in data 3 I.8. 1860, in G. G1ARR1zzo, Gran 8re1ag11a e Sardegna ciL., Vlll,

p. 169 1•> A. VIGEVANO, La campafina 11elle Marche e nel 'Umbria. Stato Maggiore Centrale, Ufficio Storico, Roma 1923. pp. 54. "~ Elliot a Russe! i11 data 10.9. 1860, in N. BIANCHI, Storia documenww c it., Vllf, pp. 328330. Però quauro giorni più tardi Jludson scrisse a Russe (: «Ho ragione <l i credere che Garibaldi non abbia i meZZi materiali per marciare su Roma» (G. GtARRIZZO, Gra11 Bretagna e Sardeg11a cit., Ylll, p. 181).


466

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

rezionale. Represso o non il movimento, le truppe sarde avrebbero varcato il confine 167• Insomma Cavour continuò l'opera per l'unificazione d'Italia, lasciando al gabinetto di Vienna la scelta se intromettersi o non. Si preparò affrettatamente, ben sapendo che entrare in territorio pontificio rappresentava una sfida a Vienna, ma essendo anche ben consapevole del fatto che l'Austria si sarebbe trovata di nuovo contro l'opinione pubblica europea. Fu «l'atto supremo» della sua vita, come si espresse G. Macaulay-Trevelyan. Ma sarebbe rimasto incompleto se egli non avesse divisato di far proseguire l'annata sarda verso sud a guisa di esercito liberatore, alleato di Garibaldi. I fatti, tutti, gli daranno ragione. L'Austria, immersa nei suoi gravi problemi interni e pressoché isolata non oserà assumere l'iniziativa e la responsabilità di una guerra; Garibaldi, di fronte al tentativo di riscossa borbonico ed al pericolo dell'anarchia, saprà frenare il suo desiderio di entrare in Roma ed accettare la collaborazione delle truppe piemontesi; il parlamento, chiamato i primi di ottobre 1860 a giudicare fra Cavour e Garibaldi sulla questione romana, si schiererà per il primo; ed il Papa, irritato e deluso dei francesi, dovrà rassegnarsi e chiudersi in un disdegno ostile. Il 7 settembre, mentre Garibaldi entrava trionfalmente in Napoli, Hudson avvisava Russe!: «in altre parole, un'insurrezione è sul punto di scoppiare in Umbria e nelle Marche e l'intervento di questo Governo è cosa sulla quale non può esistere dubbio» 163• Il giorno seguente, infatti, Cavour intimò al cardinale Antonelli, capo della segreteria pontificia, di sciogliere le milizie straniere che «offendevano il sentimento nazionale degli italiani e che toglievano ogni libertà politica alle popolazioni delle Marche e dell 'Umbria». In caso di rifiuto la parola passava alla forza 169• Subito si sparse l'allarme tra le cancellerie. Napoleone, che si sapeva osservato da Londra, si premurò di prendere le distanze, ventilando la rottura delle relazioni diplomatiche ed annunciando il rinforzo della guarnigione francese a Roma, ma Cavour non fece piega e replicò al ministro Talleyrand: «(.. .) Si nous ne sommes pas à la Cauolica avant Garibaldi, nous sommes pcrdus et ignominieu~ement jetés dans la boue par lui. La révolution envahit l 'Europe enLière. Si notre mouvement donne lieu à une intervemion autrichienne dans les Etats de l'Eglise, tant mieux, nous pouvons, je crois, les ba1tre en dehors du quadrilatère (... ). Piacé au pied du mur et e ntre deux périls égaux, je prcfere tomber en combauant. L'idée italienne ne périra poiat» '"'.

"' Cavour a Villamarina ed a Bersano in data 3 1.8.1860, N. BIANCHI, Storia doc11111entata cit., VIII, p. 338. ,,. Hudson a Russe! in data 7.9. 1860, in G. GtARRIZZO, Gran Breragna e Sardegna cit., Vlll. pp. I74-176. .., Cavour a Antonelli in data 7.9.1860, in N. BIANCHI, Storia docwnemata cit., Vlll, p. 340. " ' In R. ROMEO, Ca11011r e il s110 tempo cit., 111, p. 775.


LE CAMPAGNE PER L'U NITA D'ITALIA

467

Hudson riferì a Londra il passo fatto dal rappresentante francese a Torino ed informò che il governo sardo aveva rifiutato di accettare un avvertimento che lo avrebbe posto alla mercé del partito rivoluzionario che circondava Garibaldi e che, perciò, un corpo di spedizione sardo sarebbe entrato negli Stati pontifici'". Cavour batteva molto sul tasto del pericolo rivoluzionario e calcava le tinte perché ben sapeva quale bufera stesse per scatenare. L' I I settembre, infatti , prima ancora che arrivasse la risposta del cardinale Antonelli, le truppe sarde passavano il confine. Per quanto attesa, la brutalità del fatto, non preceduto da una regolare dichiarazione di guerra, suscitò scandalo. Il governo francese ne fu urtato, vedendq tenuti in non cale i suoi suggerimenti d i rispettare la forma, e richiamò Talleyrand, «prova evidente - spiegò Nigra - de ll ' intenzione della Francia di negare ogni connivenza col nostro operato» 112• In realtà la misura fu giudicata esattamente: «un signe de désapprobation, mais non de rupture complète», giacché rimase a Torino un incaricato d'affari. La tempesta diplomatica che si scatenò fece esclamare a Nigra: «Siamo ormai al bando della diplomazia !» 11\ ma Cavour procedeva con s icurezza. Nutriva una sola preoccupazione: conservare la sostanziale benevolenza di Napoleone: «Nous avons indisposé contrc nous !es trois c1uarts dc I' Europc - scrisse al principe di Carignano -. Si nous touchons le Pape dans ce moment, nous toumons la France contre nous. qui a mille moyens de nous mettrc à la raison» "'.

La grande incognita, tuttavia, era costituita dall'atteggiamento austriaco. L'impero asburgico era agitato da serie difficoltà interne, ma principalmente si dibatteva in una crisi economica che Io rendeva impotente. A Pa1igi era diffusa la convinzione che l'Austria non avrebbe attaccato il Piemonte. Tuttavia, per prevenire qualunque velleità asburgica di spedire truppe ad Ancona in soccorso del Papa, Nigra consigliò di impadronirsi della città quanto prima possibile 175• Anche Cavour, pur rendendosi conto che non difettavano certo i motivi per un intervento austriaco, non lo riteneva probabile; a suo giudizio «un benché minimo rovesc io potrebbe causare la ruina totale dell'Impero». Però, siccome nulla poteva essere escluso ed i rapporti con la Francia, l'unica Potenza che potesse scendere in campo a fianco del Piemonte, si trovavano in una condizione di equilibrio instabile, studiò con Fanti qualche misura precauzionale, posta la materiale impossibilità di realizzare un sistema difensivo più o meno in cor"' Hudson a Russel in data 1 I.9. l 860. in G. G IARRIZZO, Gran Bretagna e Sardegna cit., VIII, p. 179. "'Nigra a Cavour in data 14.9.1860, in Carteggio Cavour-N(P,ra cit., IV, p. 210. "' Nigra a Cavour in data 20.9.1 860, ibidem, p. 2 12. "' In A. ZAZO. La politica estera cit., p. 4 16, n. 5. "' Nigra a Cavour in data 13.9. 1860 in Carteg11io Cavo11r-Nigra cit., IV, p. 209.


468

LA TERZA GUERRA D'lNDIPENDENZA

rispondenza della nuova - e temporanea! - frontiera con l'Austria. A fine mar1.o 1860 era stato decretato l'ampliamento delle fortificazioni di Pavia, Piacenza, Pizzigheuone e Bologna, ma i lavori erano appena avviati. Quali provvedimenti cautelativi da porre in atto al primo segno concreto de ll ' imminenza di un'aggressione, il generale Durando (Ul corpo d'armata) doveva concentrare due divisioni a Bologna, mentre il De Sonnaz (I corpo d ' annata) si sarebbe raccolto con le sue tre divisioni, più una di Durando, a Piacenza. A Milano dopo lo sgombero dei francesi, era La Marmara, richiamato in servizio a fine marzo, al la testa del II corpo d'armata. Appena iniziata la campagna contro lo Staro pontificio, Cavour scrisse a La Marmora illustrandogli la situazione e chiedendogli il parere circa le predisposizioni studiate con Fanti 176• L'atteggiamento di Cavour nei confronti dell'ipotesi austriaca sarà sempre strano. Ln fondo, non la credeva realistica, considerate le notiss ime difficohft interne ed in specie economiche dell'impero asburgico, tuttavia più volte si espresse al riguardo con uno strumentale accento allarmistico. Da un lato non voleva, giusramcnte, esser colto completamente alla sprovvista, dall'altro, con molla probabilità, considerava la minaccia come il pungolo più efficace per chiudere al più presto la partita militare in allo. Aci ogni modo, La Marmora ritenne Cavour in seria apprensione: «C' est 1111 fait - annotò - que Cavour croyail à 1111e attaque de I' A11triche: 11011 se11leme111 il le pensai/, mais il le disait meme trop>> 177• Gli rispose subito facendogli mal iziosamentc notare che l'aggravamento della posizione del Piemonte di fronte all'Austria doveva esser già stato da10 per scontato dal governo decidendo cli invadere gli Stati ponti fici, e che il governo doveva essere in grado, attraverso i canali diplomatici, di sapere per tempo se l'J\ustria avesse davvero n utrito intenzioni aggressive. Sul piano militare, i pericoli s i riscontravano s ul Po e sul Mincio. «Se la Francia non ci soccorre né per terra né per mare, colI'esercito poco organizzato quale abbiamo, colla frontiera tutta scoperta, e privi cli 4 Divisioni verso Roma e due a Bologna, che s tarebbero inoperose, la nostra situazione è delle più gravi» osservò. Perallro minimizzò il pericolo: «Potrebbe ben anco l'esercito austriaco ingrossarsi nella Venezia senza aver lì intenzione di passare la frontiera». In tal caso, tre d ivisioni, le sue, potevano raccogliersi fra Brescia e Lonato, e tutlo il resto fra Cremona, Pizzighettone e Piacenze. Questo per evitare sin l'ipotesi dell 'immediato abbandono di più di metà della Lombardia. «Siccome però - soggiunse - non mi risulta da nissuna parte che gli Austriaci si preparino ad entrare in campagna, io sono del pare re che per ora non dobbiamo fare importanti cambiamenti nè nella posizione delle truppe né d 'altro» 111• ,,. Cavour a La Marrnorn in data 13.9.1860, in Me: zo,f?iomo cit.. li. pp. 287-288. MASSAIO. li generale A. La Mam 1ora cii.. p. 264. '" La Marmora a Cavour in data 14.9. 1860, in Me:wgiomo cii.. 11. p. 296.

"' G.


LE CAMPAGNE PER L'UNlTA D'ITALIA

469

Come osservato da La Marmora, 1'esercito era poco organizzato . S'intende che si trattava cli un inconveniente più che naturale, connesso con le recentissime annessioni ed in particolare con l'assorbimento dell'esercito della Lega. In Lombardia la questione era stata abbastanza semplice. Il reclutamento dei contingenti di leva delle classi alle anni nell'armata sarda, compresi i mil itari in servizio nell'esercito aust1i aco e rilasciati dopo Yillafranca, consentì l'agevole costituzione di sei brigate di fanteria, tre reggimenti di cavalleria e sei battaglioni bersaglieri, che dettero vita a tre nuove divisioni attive, completate entro dicembre 1859. Naturalmente le vecchie brigate piemontesi cedettero reparti organici e compagnie deposito per l'approntamento delle nuove unità. • l'esercito della Lega occorreva tener conto cli talune sue peculiarità. Per Sorto tra l'agosto ed il settembre del 1859, con tutte le forze regolari degli Stati preesistenti e con numerosi volontari di svariata provenienza, il 14 settembre era stato affidato al generale Fanti, prestato dall ' armata sarda, con il compito di difendere il paese da ogni aggressione e mantenere l'ordine pubblico, compito che ben presto mise Fanti in contrasto con Garibaldi, comandante in seconda. Le direttive fissate dal primo erano in assoluta sintonia con il compito: « 1°, tenersi in difesa( ...); 2°, resistere al nemico se attaccasse( ...); 3°, respi ngerlo, inseguirlo( ... ) oltre il confine sin dove la prudenza consiglia arrestarsi (... ); 5°, qualora un ' intera provincia o anche una sola ci1tà si sollevasse e proclamasse volersi unire alla Romagna e domandasse soccorso per essere protetl.a contro un nuovo eccidio, sinù le a quello di Perugia (...) spedire ai sollevati anni ed armati (. .. ); 6°, (...) se il nemico tentasse con la forza di riprendere quei luoghi, le truppe della Lega dovranno opporvisi( ...) 179•

Garibaldi non sopportava certi vincoli ed era in un altro ordine di idee. Non esitò, dunque, a manifestare l'intenzione di sconfinare ed accendere la rivolta nello Stato pontificio, in parte per errata valutazione della situazione politica, in parte per il credito dato a false informazioni circa moti popolari in atto ne lle Marche. Fanti, naturalmente, si impose con energia per evitare pericolose iniziative. Ma non fo questo l'unico, né forse il principale, motivo di attrito. Fanti mirava a costituire un organismo militare quanto più «regolare)) possibile, si da poterlo inglobare nell'armata sarda senza provocare eccessivi sconcerti. Ciò comportava per i volontaii anche un servizio alle armi regolato da precise norme; in altro parole, una ferma di definita entità ( 18 mesi) che impedisse, tra l'altro, improvvisi autocongedamenti intesi a riprendere libertà d ' azione. Garibaldi la pensava diversamente. «Fintantoché - ha osservato Del Negro - il nizzardo militò nell'annata sarda in veste di maggior generale, il suo ruolo non andò al di là di una utilizzazione e valorizzazione dei volontari allo scopo di omologarli aJla strategia politico-militare piemontese» . Dopo "'' USSME, L'esercito e i suoi corpi. Roma 197 1, voi. I, p. 66.


470

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Villafranca le cose cambiarono e Garibaldi, «volato» ne l! 'Italia centrale, invocò ampia autonomia nel reclutamento e nell'organizzazione di volontari . Non soltanto era contrario a stabilire la durata di una «ferma», in quanto a suo avviso l'obbligo di «servire l'Italia e Vittorio Emanuele» doveva cessare solo al raggiungimento dell'unità e dell'indipendenza della patria, ma il 7 ottobre sollecitò dal re il riconoscimento della «facoltà» di «armare quanta gente è possibile» in modo da incrementare le forze dell'esercito della Lega con volontari, in assenza ed in attesa de lla coscrizione obbligatoria non ancora istituita nell'Italia centrale temendosi possibili reazioni negative nelle campagne. E addirittura chiese, «in caso di bisogno», di poter «chiamare la nazione intera alle armi»! 110 Era un po' troppo perché in pratica - ha giustamente commentato Ilari - pretendeva cli sostituirsi al re, al governo ed al parlamento. Il rifiuto del sovrano fu netto. Il 17 novembre Garibaldi si dimise anche dall'esercito della Lega. Le truppe toscane ed emiliane presentavano sensibili differenze di efficienza. Le prime quattro b1igate di fanteria e due reggimenti di fanteri a si basavano sul piccolo esercito granducale, ampliato lentamente e con qualche difficoltà, ma giunto ad una condizione accettabile sotto il ministro della guerra Raffaele Cadorna, con quadri forniti clail 'arrivo cli ufficiali piemontesi (pochissimi), dal richiamo di elementi che avevano combattuto nel 1848-49, dalla promozione di sottufficiali e dai sottotenenti usciti dagli ultimi corsi del liceo militare di F irenze. Secondo il Corsi: «Gli ufficiali toscani erano per la maggior parte degni di stare alla pari con quelli dell'esercito sardo-lombardo, ma, per effetto delle promozioni avvenute tra il maggio del ' SOe il marzo del '60, non pochi di loro avevano sorpassato nei gradi parecchi di quelli, assai più di loro maturi di età, d'esperienza, di servii.io rnilitarc e di anziar1ità d'ufficiale, di nota capacitii, di sperimcmato valore, ecc.. I rimanenti erano sottufficiali vestiti da ufficiali e volontari di ieri, cui mancava nove su dieci di quanto richiedasi per buoni uffiiciali» '".

In Emilia il Parini aveva fatto ricorso agli elementi superstiti delle forze regolari più le leve sui nati ciel 1839, nonché ai volontari delle Romagne (non ancora soggette alla coscrizione) e delle provincie pontificie, dando vita a sei brigate: brigata Ravenna: già divisione Mezzacapo, con volontari delle Marche, Umbria, Romagna e con quadri eterogenei; brigata Forli: come la Ravenna; brigal'a Bologna: volontari emiliani con quadri piemontes i; brigata Ferrara: volontari delle colonne Roselli e Masi e garibaldini; brigata Modena: già cacciatori della Magra; ,,. P . DEL NEGRO, Garibaldi tra esercito regio e nazione armata: il problema del reclutamento, in F. MAZZONIS (cur.) Garibaldi condottiero, Angeli, Milano 1984, pp. 269-270. V. ILARI. S1oria del servizio militare cit., I, pp. 4 16-417. '" C. CORSI, Vemicinque anni in llalia cit., Il, p. 13.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

47 1

brigata Parma:

truppe di Panna, più due compagnie del reggi mento Real Navi piemontese. Le disparità d'origine erano naturalmente sensibili, ma il problema più avvertito riguardava gli ufficiali. Fanti ebbe a disposizione ufficiali che nella quasi totalità avevano già prestato servizio nell'armata sarda, o negli eserciti austriaco, dei ducati, francese o spagnolo o, comunque, avevano combattuto a Roma o Venezia nel 1848 e 1849. Però erano appena duecento e quelli mandati dal Piemonte non potevano certo risultare di 'prima scelta', stanti le esigenze proprie dell'armata sarda. Quindi fu giocoforza adottare i ripieghi soliti e tipici di simili circostanze. A giudizio del Corsi: «Q~elli [=gli ufficiali] poi delle milizie emiliane quasi tutti avevano fatto carriera a vapore, alcuni erano diventati capitani, maggiori, colonnell i, di primo slancio, senza mai essere stati soldati, oppure avevano servito già molli anni prima come sottufficiali o ufficiali subalterni, e dio sa di quali milizie, o come guardie del corpo di qualche sovrano, altri avevano sì militato parecchi anni nelle truppe regolari sia dell'Austria, sia di Panna o di Modena, sia del Papa, sia de llo stesso Piemonte, ma ora avevano fatto ad un tratto un salto di uno , due, tre gradi. Non parlo di quelli che venivano per dritta linea dalle milizie venete o romane del '48 e '49 e simili, e tantomeno poi degli altri , che per qualsivoglia motivo non erano degni d.i vestire la divisa di ufficiale. Questi ultimi dovevano essere licenziati, e lo furono, infatti, o prima o poi, ma gl i altri tulli, toscani ed emiliani, furono ammessi e confermati nell'esercit<> italiano coi loro gradi e con la lor() anzianità, per lo che si videro sgambate e salti di un effetto meraviglioso, che potevano andare d'accordo con mille, tra buone e cattive, ragioni politiche. ma nemmeno con una discreta ragione militare» "'.

Alla formazione «regionale» fu comunque posto un correttivo inteso a facilitare la «fusione» delle varie parti del nuovo regno: le divisioni vennero destinate di stanza in provincie diverse da quelle della loro origine ,s,_ Il provvedimento fu ulteriormente incrementato, stante la necessità cli procedere al livellamento negli organici delle brigate, con movimenti perequativi. I reggimenti di antica formazione o creati nel 1860 erano su quattro battaglioni, mentre quelli toscani ed emilia11i avevano tre od anche solo due battaglioni, per di più di soldati di leva e di volontari o addirittura di soli volontari con la ferma a breve scadenza. Per rimediare a tale stato organico e per superare la carenza di quadri senza indebolire troppo i reggimenti, Fanti dispose che essi si formassero tutti su tre battaglioni, ma di cinque o sei compagnie, anziché su quattro, e che i reggimenti sotto organico venissero completati con movimenti perequativi. Il R. Decreto del 25 marzo 1860 inserì nell 'a1111ata sarda le truppe della Lega ammontanti a 52.000 uomini: venti reggimenti di fante1ia, dieci battaglio"' Ibidem. '" Nell ' unica brigata emiliana lasciata di stanza nella regione d' origine, la Ferrara, la propaganda mazziniana, mirante ad un intervento nello Stato pontificio, provocò un gravissimo episodio di diserzione, nel maggio 1860 nonostante Garibaldi stesso avesse invi tato i soldati a restare nei ranghi, talché si rese necessario sciogliere la brigata e ricostruirla ex novo con reparti traili da altre brigate.


L A T ERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

472

ni bersaglieri, quattro reggimenti di cavalleria, due squadroni guide, quindici batterie da campagna e dieci compagnie da piazza, dodic i compagnie de l genio, tutti impostati sotto il profilo organico, amministrativo e addestrativo secondo il modulo piemontese. L o specchio seguente ind ica l'entitĂ dei d ive rsi eserciti ali ' atto della fusione:

Corpi

armata sarda

fanteria 76.264 11.657 bersaglieri cavalleria 9.401 artiglieria 11.931 genio 3.663 treno d'armata 2.974 carabinieri 5.431 corpi d iversi 6.556 totali 127.877

truppe cmii.

eser. tosc.

totali

19.134 3.198 1.713 2.429 9 19 129 690 3.309 31.521

11.890 1.694 1.233 1.942 350 313 2.094 939 20.455

107.288 16 .549 12.347 16.302 4.932 3.146 8.215 10.804 179.853

Per gli ufficiali, la relazione de l ministero della Guerra fornisc e la seguente situazione:

Corpi

amiata sarda

ufficiali generali 71 stato maggiore 48 fanteria e bersaglieri 3.025 cavalleria 417 artiglieria 353 206 genio treno d ' annata 58 stato magg. delle piazze 247 147 carabi nieri invalidi e veterani 52 corpi diversi 67 servizio religioso 96 servizio veter. 163 40 servizio medico totali 4.990

truppe emi l.

4 4 829 82 90 52 21 61 18

9 13 111 1.294

eser. tosc.

totali

3 17 604 70 84 25 14 69 66 10 2 24 9 65 1.062

78 69 4.458 569 527 283 93 377 23 1 62 69 129 185 2 16 7.346


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D'ITALIA

473

Da questo momento ebbe inizio un riordinamento sostanziale dell 'esercito '34, opera insigne del generale Fanti, come ministro della Guerra e come capo di Stato Maggiore Generale. Abolita la circoscrizione sulla base delle divisioni territoriali, vennero isùtuiti cinque Gran Comandi, ognuno con giurisdizione su un Dipartimento militare, destinati a trasformarsi in Comandi cli corpo d'armata all'atto della mobilitazione: Alessandria (1 °), Brescia (2°), Pavia (3°) , Bologna (4°) e To1ino (5°). Rimasero temporaneamente in funzione le divisioni teJTitoriali cli Savoia, Genova, Milano e Cagliari, nonché la sottodivisione d i Nizza, e fu istituita provvisoriamente la divisione della Toscana, con giurisdizione su Massa e Carrara, Alle dipendenze dei Grandi Comandi stavano tredici divisioni attive, ognuna su due brigate di fanteria, due battaglioni bersaglieri, un reggimento di cavalleria, una b1igata d'artiglieria, unità minori e servizi, con un organico di guerra di circa 14.000 uomini. Esistevano inoltre due brigate autonome (Savoia, poi Re, e Cacciatori delle Alpi, poi Alpi) ed una divisione di cavalleria. Il complesso di provvedimenti trovò completa attuazione nel 1861, comunque a metà ottobre 1860 tutti i reggimenti di fanteria erano su tre battaglioni. In campo addestrativo si registrò un sensibile miglioramento, grazie all'esperienza bellica del 1859 ed all'amalgama con i volontari, traducentesi nella minore rigidità nel combattimento della fante1ia. Al riguardo l' impiego della «divisione» , composta da due compagnie fucilieri affiancate, nell'ambito del battaglione, viene spesso sottolineata come importante innovazione in terreni mossi, ma più che di una novità si trattava semplicemente del ritorno in auge, sull'esempio francese , di una fomrnzione già codificata dalla scarna regolamentazione del Primo Impero napoleonico. La cavalleria fu distinta in quattro reggimenti di linea, sei cli lancieri e sei di cavalleggeri, tutti su quattro squadroni. Il nuovo reggimento Guide ebbe cinque squadroni. La dottrina d 'impiego rimase invariata, però sul piano praùco la cavalleria acquistò maggiore scioltezza. Le modifiche più ril.evanti furono quelle adottate dall'arma di artiglieria. Abolita la vecchia denominazione (corpo reale di artiglieria) e soppresse le antiche cariche cli vertice, vennero creati cinque Comandi territoriali incaricati di provvedere al personale ed al materiale nella giurisdizione cli competenza. '" Vds. l'ottimo e documcntissimo saggio di M. M AZ7.E1TI, Daxli eserciti preunitari ali' esercito imliano. in USSME, L' eserciro iraliano dal/' unirà alla grande guerra, Roma 1980, pp. 159-182. sui cui dati ci basiamo. I dati sono tratti da F. BAVA- BECCARIA, L' esercito iraliano, Roma \91 l, per l'am,ata sarda; da F. T ORRE, Relazione sulle leve eseguire in Italia dalle annessioni delle varie provincie al 30 seuembre U/63 , Torino 1864, per .l'e~ercito della Lega; nonché .d a C. GmnoNE. Relazione i111orno agli aume111i e diminuzione verijìcatisi nel p ersonale dei/i ufficiali dell'esercito italiano dalle annessioni delle varie provincie al 3 I dicembre 1864 , Torino 1865. Cfr. A. V IGEVANO, La campagna nelle Marche e nel/· Umbria cit., pp. 20-64.


474

LA TERZA GUERRA D' INDlPENDENZA

Per l'impiego l'arma fu articolata in nove reggimenti: uno di operai e pontieri, quattro da piazza e quattro da campagna. Nel contempo furono avviate le esperienze per la rigatura dei cannoni in bronzo da 8 da campagna, dei pezzi da l 6 libbre per il parco d' assedio e di quelli da 40 da piazza e da costa. In sostanza, per l'impiego in campagna si ebbero: pezzi da 16 libbre lisci, cannoni rigati da 8 (pochissimi) e da 8 lisci, obici da 150. In altre parole, quattro tipi di bocche da fuoco, ciascuna con specifico munizionamento. Ma il provvedimento ordinativo più discutibile si riscontrò nelle batterie costituite da quattro pezzi lisci (a tiro radente) e due rigati da 8 (a tiro ad arco), e nell'inserire nelle batterie di riserva l'obice da I 50, il cui unico pregio consisteva nelle dimensioni della sua scatola a mitrnglia. L' anna del genio ricevette anch'essa un adeguato potenziamento sia nel servizio tec1ùco ed amministrativo, sia per l'impiego in campagna. ll primo fu assolto da nove direzioni, articolate in sottodirezioni; il secondo da due reggimenti genio zappatori su tre battaglioni di quattro compagnie. In particolare, la compagnia divenne unità d'impiego in ogni divisione e corpo d'a1mata. Infine, in campo logistico si volle alleggerire le divisioni accentrando quanto possibile dei servizi al livello corpo d 'armata, provvedimento che fino ai giorni nostri sarà periodicamente sottopsoto a ripensamenti, revisioni e ritorni, non essendo privo di svantaggi. In sostanza, il corpo d 'armata cominciò ad acquisire una forma operativa definita: tre divisioni in linea di massima, 40.000 uomini circa, funzione logistica completa. Tenuto conto dell'evoluzione degli avvenimenti nella penisola e della situazione internazionale, si rese anche opportuno procedere al potenziamento dell'esercito, sia pure per gradi, dovendosi fra l'altro armonizzare le operazioni di leva con i sistemi di reclutamento già esistenti nelle varie regioni. Così l' armata sarda, che nel gennaio 1860 contava 94.000 uomini, passò a 180.000 con 7.346 ufficiali, di cui 6.000 circa d'a1ma, alla fine di marzo. Nel mese di maggio, poi, la spedizione dei Mille consigliò di chiamare alle anni il resto delle classi lombarde del 1830-33 e in tal modo a settembre l'esercito raggiunse compl.essivamente i 192.000 uomini 185 • In caso di mobilitazione generale la cifra saliva a 215.000 uomini nelle unità d'impiego, cioè non calcolando i parchi cli artiglieria e del genio, il treno, gli organi dei servizi e la giustizia militare. La mobilitazione era stata studiata da un'apposita commissione presieduta dal generale Cialdini con l'intento di conferire all'esercito di campagna una struttura più agile (corpo d'armata pedina della battaglia) ed alla divisione una maggiore leggerezza (accentramento dei servizi al livello superiore). '" A.VIGEVANO, La campagna nelle Marche e nell'Umbria cit., p. 64.


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D'ITALIA

475

Naturalmente l'invasione dello Stato pontificio non richiedeva la mobilitazione dell'intero esercito, che d'altro canto avrebbe alimentato all'estero i timori di un 'iniziativa contro il Veneto. Considerata l'entità della forza alle armi, bastava portare sul piede di guerra soltanto il IV ed il V corpo d'aimata. Non solo, ma per evitare intempestivi allarmi nello Stato pontificio, tutto l'esercito rimase nelle sedi stanziali. Questa precauzione ebbe qualche ripercussione suJla forza di spedizione. Infatti il V corpo - costituito secondo le tabelle di mobilitazione su 1il divisione (granatieri), divisione cli riserva e due brigate autonome (Alpi e Bologna) - dovette fare a meno della brigata Alpi, sostituita da due battaglioni bersaglieri. L'<1rmata di occupazione delle Marche e dell'Umbria si fonnò il 1° settembre 1860, agli ordini dello stesso generale Fanti, che conservò il ministero della Guerra, con: IV corpo d'armata (ten.gen. E. Cialdini) su: 4~ divisione (magg.gen. B. Pes di Villamarina), 7ll divisione (magg.gen. A. Leotardi), 13~ divisione (magg.gen. R. Cadoma), riserva (magg.gen. A. Griffini). V corpo d'armata (ten. gen. E. Morozzo della Rocca) su: [il divisione ( magg.gen. M. Gerbaix de Sonnaz), divisione di riserva (magg.gen. C. Bracorens di Savoiroux). Da parte pontificia, l'annessione delle Legazioni convinse, quasi d'improvviso, che da nord si profilava come altamente probabile il pericolo di un'invasione e che la protezione fornita dagli Stati cattolici si riduceva a poco più di un'illusione. Si creò di colpo un problema ignorato in precedenza dalla trascuratezza di Pio IX: la difesa delle frontiere. Sino allora il piccolo esercito pontificio era stato orientato unicamente al mantenimento della sicurezza interna, ma i primi di maggio, quando fu chiara l'irreversibilità dell' unione di Bologna e della Romagna al regno di Sardegna, il Papa inviò monsignor de Merode in Piccardia per offrire al generale de Lamoricière il comando e la riorganizzazione delle truppe papali . Lamoricière accettò la proposta, ma senza fiducia nei risultati: «Je n' ai vraiment - scrisse al generale Bedeau - espoir qu' en Dieu, car, d' après ce que je sais, la force d'un homme ne peut suffir à l' oeuvre que je vais entreprendre» '86• Giunto a Roma, il 7 aprile fu nominato comandante in capo dell'esercito. Si pose immediatamente al lavoro, cominciando dalla testa, cioè chiedendo ed ottenendo che il ministero delle Anni venisse tolto al cardinale Antonelli ed affidato a monsignor de Merode. Poi affrontò la questione della disponibilità di truppe. Si trattava di portare i 9.000 "'' Ibidem , p. lOI.


476

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZ A

uomini impiegabili in campagna (su ci rea 17 .000 esistenti) ad almeno 20.000, cercando volontari nell' interno ed all'estero, sviluppando quella «crociata cattolica» tesa a procurare uomini, armi e denaro, già iniziata in gennaio. l volontari austriaci ammontarono a 5.000 circa, i franco-belgi ad alcune centinaia, altrettanto gli irlandesi, quasi 4.000 gli svizzeri. Insomma, dopo quattro mesi di intensa attività Lamoricière mise in piedi: due reggimenti fanteria indigeni, due reggimenti fanteria estera, due battaglioni cacciatori indigeni, sei battaglioni bersaglieri, un battaglione San Patrizio, un battaglione carabinieri esteri, un battaglione tiragliatori, un reggimento cavalleria, un reggimento artiglie,ia, un distaccamento del genio, un battaglione cli gendarmeria. Complessivamente si trattava di circa 20.000 uomini atti ad entrare in operazioni, oltre ad unità deposito, reparti sedentari e territoriali e due legioni di gendanneria '87 • Come è naturale, si rese indispensabile affrontare ed eliminare, per quanto possibile, gli inconvenienti che sempre affiorano nelle formazioni di volontari: eccesso di ufficiali, per giunta non qualificati; spiccata inclinazione alla critica ed alla discussione, unite ad un certo senso di superiorità, in particolare nei franco-belgi; irrequietezza ed insofferenza delle disciplina, specialmente negli irlandesi. I migliori apparvero gli svizzeri e gli austriaci. L'artiglieria, dallo stato penoso in cui versava - appena due batterie da campagna pluricalibro ed incomplete di cavalli, di equipaggiamento e di carreggio - fu portata a undici batterie, di cui quattro montate con sei cannoni-obici da 120 leggeri, sei a piedi con due cannoni-obici da 120 leggeri e quattro cannoni rigati eia 4, ed una di operai. V'era, inoltre, il corpo d'occupazione francese (generale Goyon), che in agosto disponeva di due reggimenti fanteria di linea, un battaglione cacciatori a piedi, due batterie ed una compagnia zappatori. La quasi totalità delle truppe si trovava di guarnigione a Roma, un'aliquota minima stava a Civitavecchia. In settembre, all'apertura delle ostilità, affluirono altri quattro reggimenti cli linea, un distaccamento di ussari, tre batterie ed una compagnia zappatori. "' Ibidem, pp. 142- 145.


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D'ITALIA

477

Il 3 settembre Lamoricière comunicò al pro-ministro delle Armi il seguente quadro di battaglia: 1~ brigata (gen. Schmidt), 2~ brigata (gen. De Pimodan), 3~ brigata (gen. De Courten), brigata di riserva (col. Cropt), per complessivi 14.000 uomini e 30 pezzi. Gli sforzi del Lamoricière per conferire all'esercito pontificio un minimo di assetto bellico rimasero poca cosa di fronte alle difficoltà di fommlare un'attendibill! ipotesi strategica. Un'azione armata contro lo Stato pontificio poteva venire da sud, ad opera cieli' esercito garibaldino; da nord, da parte dell' armata sarda; dall'interno e dal mare, per un movimento insmTezionale alimentato dall'esterno. Nella seconda metà cli agosto la minaccia garibaldina non si presentava come vicina e concreta, essendo l'esercito napoletano ancora intatto per tre quarti e guindi in condizioni di annulJarla. Quella del Piemonte rivestiva cli sicuro un carattere di maggiore pericolosità, però Lamoricière era stato ripetutamente rassicurato che né Francia né Austria avrebbero assistito indifferenti ad un' aggressione da parte del governo sardo perciò, alla peggio, si sarebbe trattato di resistere fino all'intervento straniero che ristabilisse la situazione. L'ipotesi dell'insurrezione invece assumeva il ruolo della più probabile, anche se meno temibile. I moti rivoltosi locali, pur se alimentati da bande prossime ai confini, non potevano che tradursi in atti isolati o colpi cli mano a se stanti, ed eventuali sbarchi di volontari erano reputati di dimensioni modeste e non preoccupanti . Tirando le somme, per fronteggiare la minaccia piemontese occorreva tenere le truppe riunjte, mentre per controllare i focolai di ribellione diventava necessaria una ripartizione delle forze, sì da spengere sul nascere le prime scintille insurrezionali. Il 19 agosto Lamoricière terminò una lettera indirizzata al generale Sclunjdt con una riflessione piuttosto sconsolata: «lo non posso spingere più lungi le mie previsioni perché non siamo in guerra con alcuno e possiamo essere auaccati da tutte le pani: è in conseguenza di questa situazione bizzarra che io ho determinato la ripartizione delle nostre forze nel modo che sapete,, "'·

La soluzione adottata fu di radunare 1 'esercito sulla diagonale Roma-Terni-Foligno-Ancona, cli cui gu estremi erano saldi. L'uno, Roma, perché tenuto dal corpo francese d'occupazione e l'altro, Ancona, perché fortificato sì da poter resistere ad un assedio e consentire I 'arrivo dell'aiuto austriaco. La zona intermedia, di Terni e Foligno, doveva raccogliere inizialmente il grosso '" Ibidem, p. 162.


478

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

delle truppe e pennettere di agire in varie direzioni ad ovest-cieli' Appennino. Il controllo de l versante orientale appenninico era assegnato ad un nucleo di forze dislocato a Macerata. Inoltre numerosi distaccamenti di entità varia presidiavano le località di maggiore importanza per posizione tattica o geografica. È chiaro che Lamoricière si rendeva perfettamente conto della precarietà di un simile dispositivo di attesa. Non per nulla sin dal 31 luglio aveva avvertito il ministro delle Armi che «si on ne nous protège pas, nous ne sommes pas en état de nous protéger nous meme» 189 • Il Comando piemontese era a piena conoscenza della dislocazione assunta dalle trnppe pontificie ai primi di settembre, in quasi tutti i particolari. Fanti ricevette le direttive del consiglio dei ministri il 7 settembre. Erano dettagliate sul comportamento da tenere una volta inviato al comandante pontificio un ultimatum a seguito di «manifestazioni in senso nazionale». Doveva esser pronto a superare il confine e ad occupare militarmente le Marche e l'Umbria al rifiuto del comandante avversario di uniformarsi alla richiesta, oppure, in caso di adesione di detto comandante, di ... muovere lo stesso, però su ordine superiore 190 • Su tali basi, la radunata prevedeva due masse distinte a cavallo della catena appenninica, ognuna indirizzata all'occupazione di una regione. La separazione, ovviamente di per sé poco ortodossa, era in certo modo giustificata dalle circostanze e dai rappo,rti. di forza: la massa della Romagna fu costituita dal IV corpo (generale Cialdini) con circa 23.000 uomini, e quella della Toscana (generale Morozzo della Rocca) con circa 11.000 uomini. È ovvio che il Lamoricière con i suoi 14.000 uomini, per giunta di provenienza e preparazione eterogenee, disponibili per operazioni di campagna non poteva risolvere alcun problema strategico. Se in possesso di esatte infonµazioni, avrebbe tutt'al più potuto tentare uno sforzo contro il V corpo 190o;, . Il disegno di manovra di Fanti fu di togliere all'avversario la possibilità di ripiegare su Roma o di riparare in Ancona e chiuderlo nella tenaglia formata dai due corpi d'annata. Egli riteneva molto probabile che La Moricière concentrasse le sue truppe a Macerata per poi rifugiarsi in Ancona, come più volte aveva fatto in sede di esercitazioni. Perciò il IV corpo ricevette il compito di scendere lungo il litorale adriatico quanto più rapidamente possibile, sbarrando a sud di Ancona la strada cli Macerata; il V corpo ebbe l'incarico di occupare saldamente Perngia, sì eia fame la base di operazioni principale, e proseguire su Foligno ove sarebbe stato raggiunto dalla 13~ divisione (generale Cadoma), "· Ibidem. '"" Ibidem. pp. 15 1- 152. Cfr. Cavour a Fanti in data 7.10.1860, in Mezzogiorno, II. p. 254. 19 "'" ' infatti Cia.ldini ebbe a manifestare qualche perplessità circa un ' articolazione delle forze che vedeva troppa disparità fra i due corpi d'armata e scarsa potenza nello sforzo eserci tato dalla Toscana. A suo avviso, un concentramento di forze pontificie a Foligno avre bbe potuto infliggere. se non una sconfitta, almeno uno scacco al V corpo con ripercussioni di prestigio non lievi.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D' ITALIA

479

distaccata dal IV corpo sulla direttrice Urbino-Fossombrone-Perugia. Inoltre il 7 settembre Cavour aveva ordinato a Pcrsano di recarsi con la sua divisione navale ad Ancona e, qui, prendere accordi con Cialdini per impadronirsi della città e della cittadella nel più breve tempo possibi le. La maggior forza conferita al corpo di Cialdini dipendeva dall'eventualità di dover modificare il piano in relazione ad un possibile atteggiamento ostile del l'Austria dal Veneto. Tn tal caso il IV corpo sarebbe arretrato in Emilia ed il V, rinforzato, avrebbe continuato da solo la campagna. I moti ins urrezionali che si accesero nella notte sull '8 settembre e che condussero all 'occupazione di Urbino (8 settembre), Fossombrone (JO settembre) ed Orvieto ( l l settembre) non ebbero invero grande incisività sulla situazione cdmplessiva, tuttavia esercitarono una certa influenza nel senso di st.imolare l' inizio della campagna 191 e di distrarre l'attenzione delle truppe pontificie. L'ultimatum di Fanti venne consegnato a Lamoricière alle 12 del 10 settembre, lo stesso giorno in cui il cardinale Antonelli riceveva la nota diplomatica di Cavour. Poche ore prima il comandante pontificio aveva telegrafato da Spoleto ali' Antonelli: «Je fais m.ircher mes pe1i1cs colonnes mobi lcs contre Ics bandes insurgécs qui ont cnvahi notre frontièrc, mais derrière bandes soni des grosscs colonnes piemontaises, qui annoncent l'intention de suivrc les bandes sur no1re territoire. Je serais bien ai sé d'ctre infom1é de cc qu 'on saii a cet égard car contrc les bandes jc dois laisscr mes colonnes divisées et si je dois avoir à fa ire aux piémontaises il faut Ics réunir» "'.

La risposta del cardinale fu tranquillizzante: «S.M. l'lmperatore dei Francesi, avendo sapulo che il governo sardo andava a fare una sommozione al governo ponliftcio, perché venissero da questi licenziale le truppe es1ere al suo servizio colla minaccia di occ upare in caso contrario le Marche e l'Umbria. ha scritto da Marsiglia al Re di Sardegna per annunziargli ove le truppe piemontesi entrassero nel len-itorio pontifi cio sarebbe egli obbligato ad opporvi si e che a 1alc effetto ha già dato gl i ordini affinché si aumenli la guarnigione di Roma»"".

Lamoricièrc non fu affatto convinto dalle affermazioni del Vaticano e la sera stessa replicò ai cardinale Antonelli segnalandogli l'ingresso di una banda di 500 o 600 uomini nella Città della Pieve e la notizia di alt.re bande in azione nella zona di Acquapendente . «Tout ceci - te1minò - 11' est bruit, mais cinq jours /es l,ruits se verifient. le vous engage en ami à ouvrir I' oeil (. ..)» 1.,.. ln definitiva, soltanto verso mezzogiorno dell' 11 , :·q uando le truppe di Fanti avevano già superato la frontiera , Lamoricière - che aveva invano suggerito di chiedere, tra'" Vivissime furono le sollec itaz ioni di C ialdini a Fan1i. ma per la verità e rano basate su informazioni erronee (dr. A. V10r:vi\NO. Lo r·c1111pa~11a nelle Marl'l,e e nel ' Umbria cit., pp. I86188). ''' Ibidem. p. 192. '" Ibidem. p. 193. ''" Ibidem.Tulle le com unicaz ioni sono riportate come da originale telegrafico.


480

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

mite il ministro di Francia a Roma, al generale de La Noue, comandante del corpo francese, di mandare subito anche un solo battaglione a Viterbo e ad Orvieto 195 - ordinò il concentramento delle forze, inevitabilmente affrettato e parziale. Profilatasi l'invasione piemontese, fu giocoforza dirigersi dove si poteva guadagnare tempo e facilitare l'intervento ed il soccorso stranieri: Ancona. L'offensiva piemontese non incontrò, obiettivamente, molte difficoltà. Occorre tuttavia rilevare che i principali pericoli da evitare rivestivano natura politica, a prescindere dalle inquietudini relative al comportamento austriaco'%. Fanti seppe condurre in porto la campagna in modo del tutto rispondente alle esigenze. Bisognava che l'impresa acquistasse sin dall'inizio popolarità e nel contempo si presentasse come portatrice di ordine e di legalità; che si concludesse rapidamente in modo da creare il fatto compiuto, rendendo più difficile l'intervento straniero; che evitasse qualunque attrito con le autorità francesi a Roma; che raggiungesse con celerità i confini meridionali dello Stato pontificio in modo da aiutare, all'occorrenza, l'esercito garibaldino ma anche di impedirgli di marciare su Roma e, soprattutto, di consentire una soluzione militare «governativa» al crollo del regno delle Due Sicilie. Infine, che nessuno scacco, neppur minimo, potesse appannare l'occupazione sminuendone il prestigio di fronte all'inevitabile confronto con la smagliante avventura garibaldina. Ancona costituiva l'obiettivo primario. Cialdini doveva impadronirsene al più presto o, almeno, impedire a Lamoricière di ritirarvisi con tutte le sue truppe. lnfonnato, ne lla notte sul 15 settembre, che l'avversario, diretto ad Ancona con 3 o 4.000 uomini, stava per arrivare a marce forzate a Macerata, seguito a un giorno di distanza dal generale De Primodan con altri 5 o 6.000 uomini, Cialdini si diresse per Jesi su Castelfidardo per intercettare i pontifici. Il combattimento di Castelfidardo (18 settembre) e lo sfruttamento del successo (19 settembre) segnarono la fine dell'esercito pontificio. La caduta di Ancona, bloccata anche dal mare, era questione di giorni, ed essa infatti capitolò il 29 settembre. li 3 ottobre Vittorio Emanuele arrivò ad Ancona. Indirizzò un elogio all 'esercito d'occupazione ed annunciò di assumere il comando delle truppe destinate ad operare nel regno delle Due Sicilie. Sin dal 20 settembre il re aveva scritto a Fanti, rallegrandosi per la conquista ed anticipandogli l' intenzione di avanzare negli Abruzzi verso Napoli, sempreché l'Austria fosse rimasta inerte. Ed aveva continuato: Ibidem, p. 195. '"' Cavour a Fanti in data 11 .9. 1860, in M ezzogiorno cii., U, pp. 274-276.

19J


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

481

«Non so yuale sarà la condotta di Garibaldi, ma se segue la via iniziata ed alla quale cerco di porre lii\ freno, essa sarà certamente cattiva e bisognerà prendere qualche determinaz ione. Esso mi scrisse che m' invitava a sciog lie re il Mini ste ro e che mi proclame rebbe Re d 'Italia a l Campidoglio dopo cbe egli avrebbe fugato i francesi da Roma. Si ricordi, Generale, c he Garibaldi non deve passare il confine del regno cli Napoli. così io diedi parola all'lmperawre . Fra breve spero di vederla in Ancona e ci intenderemo di meglio a viva voce. Ma credo che sarò obbligato di anelare io stesso a chiedere a Napoli se si fa l'annessione sì o no,,"'' .

4. LA C/uv1PAGNA NELL'lTALIA MERIDIONALE Entrando trionfante in Napoli probabilmente Garibaldi pensò di ave r pressoché concluso il secondo atto del suo programma - il primo era stato la Sicilia, il terzo doveva essere Roma - e sicuramente non prevedeva le cocenti amarezze e delusioni che lo attendevano. l primi di ottobre, a parte il fe lice episodio della battaglia del Volturno, dal cui esito, pur vittorioso, egli non si lasciò ingannare, ben valutando la reale consistenza delle proprie forze prive di artig lieria e di cavalleria, nonché la minacciosa presenza di tuttora temibili contingenti borbo1ùci a breve distanza eia Napoli sotto la protezione delle robuste fortezze di Capua e di Gaeta, la situazione interna del regno aveva acquistato una gravità che nessuno poteva ignorare. Molti e gravi errori furono commessi. Alcuni causati da un' inevitabile impreparazione politica ed amministrativa, ma i più addebitabili ai suoi stessi collaboratori ed ai tanti discussi personaggi scelti per rimettere in cammino la macclùoa statale. Non è questa la sede per trattare l'argomento, mol.to complesso. Basti dire che il problema di evitare una situazione anarcoide, terreno fertile per disordini di ognj tipo e per un r iaffermarsi della reazione, assunse la massima priorità. La campagna presenta due aspetti di chiaro interesse: la decisione politica e l'esecllzione militare; la prima di gran lunga preminente '98 • La determinazione cli proseguire oltre il confine ciel regno delle Due Sicilie fu presa a freddo e con-endo un rischio calcolato. Cavour tenne ben presenti tutte le implicazioni diplomatiche, le incognite degli avvenimenti derivanti dalla decisione, le ripercussioni sull'opinione pubblica europea ed italiana, le conseguenze finali sul!' assetto politico de li 'Italia. Le maggiori Potenze continuavano a seguire con inquietudine gli eventi italiani, in specìal modo la Francia. Napoleone si trovava in un di lemma chiaramente avvertibile: l ' occupazione di Roma gli pesava e non esitava ad "n Ln A. VIGJWANO, La campagna nelle Marche e nel/' Umbria ciL. p. 500. '"' Per lo ~volgimcnto de lle operaz ioni vds. C. C ESARI. L'assedio di Gaeta, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio storico, Roma 1926.


482

LA TERZA GUERRA O'INDlPENDENZA

ammetterla un grosso errore. Però ormai il prestigio imperiale lo avrebbe costretto ad impegnare l'esercito francese se Garibaldi avesse attaccato lo Stato pontificio. D 'altra parte una simile guerra avrebbe sollevato contro il governo bonapartista i democratici di tutta Europa; proprio per evitare un 'eventualità del genere, nel novembre 1859 Napoleone aveva dato il suo placet segreto ad un intervento sardo ne ll 'Italia centrale per mantenere l'ordine e «empecher I' ltalie centrale ne tombe dans /es mains de Mazzini» ' 9'\ intervento visto con occhio favorevole da Vittorio Emanuele e da Garibaldi, ma a quel tempo risolutamente bloccato da Cavour. Ora, se il Piemonte non fosse intervenuto per fermare Garibaldi, Napoleone sarebbe stato obbligato a muovere le sue truppe, smentendo con i fatti la sua ripetuta affermazione che «la France n' est à Rome que pour pro1éger le Siège de la Papauté», oppure, in alternativa, ad «assister impassible aux triomphes de Garibaldi» o «permettre au cardinal Antonelli de /aire appel à I' Autriche» 1m. In definitiva, la decisione impe1iale non poteva che ridursi a subire non soltanto l'occupazione delle Marche e dell 'Umbria, ma addirittura la formazione di un regno d'Italia, niente affatto desiderato, almeno come unità dell'intera penisola. In compenso, l 'impopolarità di uno scontro con Garibaldi sarebbe ricaduta sul governo sardo. Tutto questo Cavour lo sapeva, ma ai suoi occhi il timore di un'irruzione garibaldina contro Roma stava perdendo consistenza di fronte al profilarsi di un pericolo ancor più grave. Come si è detto, il 1° ottobre Cavour partecipò a Fanti le pesanti notizie che provenivano da Napoli circa la difficile situazione politica e militare di Garibaldi, invitandolo ad avviarsi verso il confine napoletano senza perdere tempo 201 • Fanti volle chiarire bene le cose. Se si temeva il pericolo di una ricaduta di Napoli in mani borboniche, rispose, meglio sarebbe stato spedirvi truppe via mare da Genova o da Ancona; se invece si pensava di affrontare il re di Napoli a Capua, ovvero «!es eventualités» di Garibaldi, si rendeva necessario approntare un sia pur piccolo corpo di spedizione. 1n sostanza, tempo meteorologico permettendo, prima di quindici giorni non avrebbe potuto trovarsi davanti a Capua. Comunque, visto che il re di Napoli si trovava con un esercito nel proprio regno, gli sembrava «très délicat en politique de l' attaquer» e forse era preferibile prendere intanto la Sicilia e limitarsi a spostare i due corpi d'armata verso sud 202 • Replica di Cavour: in ogni caso bisognava avvicinarsi alla frontiera potendo anche accadere che un proclama di Vittorio Emanuele indirizzato alle popolazioni del Mezzogiorno «dissiperai I en meme temps I' crrmée du Roi [Francesco II] et celle de Garibaldi» 2<". "" Napoleone a Walcwski in data l. J '. i 869. in R. ROMEO. Cavour e il s110 l<'111po cit., Ill, p. 645. ''" Cavour a Nigra in data 14.9.1860. in Mez:ogiorno cit., Il. p. 294. "" Cavour a Fanti in data I.I 0.1860, ibidem, m, p. I. ,., Fanti a Cavour in da ta I. JO. I 860, ibidem, Ili, p. 4. 1<1.1 Cavour a Fanti in cfota l.10.1860. ibidem , Jll, p. 6.


LE CAMPAG NE PER L'U NITA D 'ITALIA

483

Il giorno seguente, nuovo messaggio a Fanti: un corriere da Napoli aveva riferito che Garibaldi sollecitava l 'a1Tivo cli Cialdini, perciò il IV corpo doveva immediatamente muoversi: «Ne songez pas à la diplomatie, elle est résignée à voir le Roi jeté à la mer» io, . E, nel contempo, un incoraggiamento a Vittorio Emanuele, in viaggio per Ancona, a superare il confine: «(...) urge l'andare a Napoli, e l'andarvi presto. Azeglio mi scrive dalla vi lleggiatura stessa di Lord Palmcrston che il Ministero inglese ci consiglia a passare senza indugio il confine napolitano, senza badare alla presenza del Re Borbonico a Gaeta. Quindi avanti. avanti e viva Vittorio Emanuele Re d'Ital ia» '"'.

Il 2 ottobre si riunirono le Camere, convocate sin dal 16 setlembre. Cavour, intendeva affrontare in parlamento la sfida di Garibaldi, che aveva preteso di imporre al re «lo allontanamento» di «Cavour, Farinj ecc. ( ... ) uomini incorreggibili ( ...)con cui sarà certamente impossibile mi presenti al cospetto di V.M.» 206 , e che era stato tanto malaccorto da insistere col sovrano in termini perentori, su suggerimento cli Cattaneo, attraverso il Pallavicino 207 • Questi poi, per suo conto, aveva peggiorato le cose proponendo a Cavour di dare le dirnissioni per evitare una guerra civile 208 • Si può escludere l'intenzione di Garibaldi di arrivare ad uno scontro aperto, ma le richieste formulate per scritto potevano indurre a temere un simile pericolo e d'altronde il 23 seuembre il Bertani, diventato segretario generale a Napoli, aveva ordinato, sia pur d ' iniziativa ed in attesa di deci s ioni d i Garibaldi, che l'esercito di Fanti venisse fermato anche con la forza al confine abruzzese m . Non solo, ma il Sirtori, capo di Stato Maggiore di Garibaldi, dichiarerà in piena Camera che «avremmo combattuto» contro l'esercito regio che veniva da nemico, in quanto l'invasione delle Marche e dell'Umbria era stata ispirata dallo scopo di «combattere noi che eravamo l' Italia» 2 10• A parte ciò, onnai, dopo Castelfidardo, Cavour si sentiva sicuro dell'appoggio del re, il cui rifiuto alle richieste di Garibaldi era stato perentorio 2 11 abbandonando un atteggiamento fattosi obiettivamente ambiguo, della maggioranza parlamentare e dell'opinione pubblica. Era convinto che Garibaldi, inebriato dal successo, r itenesse di poter tutto risolvere «avec !es hommes de la ..., Cavour a Fanti in data 2.10.1860, ibidem,. "" Cavour a Viuorio Emanue le in data 11.9. 1860, in Carteggio Cavo11r-Nigra ci t., IV. pp. 212-2 13. La rich iesta, per di piÌI era stata pubb lic izzata in una lettera aperla sul «G iornale Ufficiale» di Napoli il 15.9.1860, suscitando una viva reazione nell'opinione pubblica moderata. "' Cavour a Nigra in data 24.9.1860. ibidem. IV. p. 223. '" Pallavicino a Cavou r in data 26.9.1 860, in Mezzogiorno c it. , Il, pp. 37 1-372. · ,,,. Bcrtani a Tripoli. in daca 23.9. 1860, ibidem. Ili, pp. 174 e 209. ,,. Segreteria Generale della Camera dei Deputati, li Par/a111e1110 delt 1111irà d'Italia (185961), Roma 1861, li, p. 103. seduta del 23.3.1861. '" Victorio Emanuele a Garibaldi in data 14.9. 1860, in R. RoML:O, Cavour e il suo rempo cit., 111, p. 798, e Cavour a Nigra in data 24.9. 1860, in Carreggio Cavour-N(~ra cii., IV, p. 223.


484

LA TERZA GUERRA D 'INDIPENDENZA

révolution», senza accorgersi di seminare sulla sua strada il disordine e I 'anarchia. «Si nous ne porto11s pas remède à cet é1a1 de choses - confidò a Nigra -, I' ltalie périrait sans que I' Autriche s' en mè!at. Nous sommes décidés à ne pas le soujji'ir (. ..)»m. Giudicando un accordo con Garibaldi altamente improbabile 213, non indugiò a provocare un chiarimento politico. Cavour, che «aveva doti pa1ticolari per il governo parlamentare», rafforzate da una buona conoscenza de lla prassi cos tituzionale in vigore in Inghilterra cd in Francia, volle inoltre aumentare il potere e la responsabilità della Camera «in quanto riconosceva in questa il p1incipale strumento a sua disposizione sia nei confronti del re che dei suoi maggiori avversari, Mazzini, Garibaldi e i clericali» 21 ·1• Quello che adesso gli pre meva era ottenere dal Parlamento, e soprattutto dalla Camera, l'approvazione di una linea politica proposta dal governo e che il governo avrebbe attuato in qualità di esecutore di una determinazione parlamentare. Voleva che le Camere votassero a favore del1'annessione del Mezzogiorno 21\ Nella seduta del 2 ottobre. fatto il punto de lla situazione e riconosciuto il merito della liberazione delle Due Sicilie «al concorso generoso cli volontari: e più che ad altra cagione. al magnanimo ardire dell'illustre loro capo, al generale Giuseppe Garibaldi», Cavour parlò di Venezia e di Roma. Per la prima, «sola e dolorosa eccezione» non libera d'Italia, fu esplicito: «Noi giudichiamo che non debbasi rompere guerra ali' Austria contro il volere quasi unanime delle potenze europee», dato che tale gesto avrebbe di s icuro provocato un irrigidimento diplomatico molto serio nei confronti dell' Italia e per giunta avrebbe messo a repentaglio la causa della libertà nell'intera Europa. Per la seconda, avvert1 che «la questione di Roma non è di quelle che possono sciogliersi colla sola spada». In definitiva, bisognava aspettare. Dove, invece, non si poteva attendere oltre era nel concedere al governo del Re «facoltà di compiere l'annessione di tutte quelle affrancate provincie italiane le qualì, interrogate col mezzo del voto universale e diretto, dichiarassero cli voler essere parte ( ... ) del regno glorioso di Vittorio Emanuele». Non era possibile, spiegò, tenere il Mezzogiorno «in uno stato anormale», in attesa che fossero liberate Venezia e Roma. E a questo punto prese posizione: «Nel termine in cui siamo giunti ( ...) l'era rivoluzionaria debb 'essere chi usa per noi: l'llalia deve iniziare con grande franchezza il periodo suo di ordinamento e di ordinamento interiore. ln altra gui sa l'Europa avrebbe ragione di credere che per noi la rivol uzione non è un meno, rna un

"' Cavour a Nigra in data 22.9.1860, ibidem, pp. 22 1-222. "' Cavour a Nigra in data 24.9.1860, ibidem, p. 223. '" D. M ACK SMITH, Storia d·t,afia dal 1861 al 1958, Laterza, Bari 1959, p. 53. ,u Maranini ha osservato che il voto chiesto da Cavour doveva. fra l'altro. coprire l' illegalità costituzionale commessa col promuovere l'elezione dei deputati dell'Emilia e della Toscana e con l' invitarli a deliberare con i rappresentanti delle vecchie provincie del regno, compresa la Lombardia. sull 'aru1essione delle prov incie meridionali (G. MARANl.'11, Storia del potere cii.. p. 269).


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D'ITALIA

485

fine, e ci torrebbe a buon dirino la sua benevolenza (... ). Rivoluzione e governo costituzionale non possono coesistere lungamente in Italia senza che la loro dualità non produca opposizione ed un conOitto, il quale tornerebbe a solo profitto del nemico comune(. .. )» ' "'.

Urgeva una stabilizzazione. Il 10 ottobre anche Minghetti intervenne alla Camera a favore dell'annessione quanto più sollecita possibile: «Non ci facciamo illusioni; un governo regolare ed un governo rivoluzionario non possono coesistere lungamente l'uno presso l ' altro, senza che tra loro si manifesti opposizione. E ciò tanto più facilmente, inquantochè entrambi avrebbero lo stesso scopo» . E aggiunse : «L' impresa nostra, o s ignori , è tollerata dall'Europa ma non approvata. L'Europa avvezza da secoli ad intromettersi in ogni mutazione di territorio che si compiesse, non può rinunciare di buon grado a questa prerogativa, ove si tratta di mutazione di tanto rilievo ( ... )» 217 • A favore della pronta annessione parlarono anche La Farina e Depretis, che ben conoscevano la situazione siciliana, e perfino Lorenzo Pareto, avversario dichiarato di Cavour. L'l 1 ottobre la Camera approvò all'unanimità la linea governativa; il 16 fu la volta del Senato, con schiacciante maggioranza. In questo modo, non solamente veniva tolta di mezzo qualsiasi ipotesi di annessione per voto di assemblea o, peggio, di costituente, ma si determinava che il regno d'Italia sarebbe stato essenzialmente un ampliamento del regno di Sardegna. Esisteva, elemento tutt' altro da trascurare, l'incognita Austria. Non si può affermare che un 'improvvisa offensiva dal Veneto fosse realmente probabile, però rientrava nell'ordine delle eventualità, soprattutto nel caso di un atteggiamento di sostegno da parte della Russia e della Prussia. L'ambasciatore francese aveva avvisato che <<(...) Si les troupes Piemontaises attaquent l'année restée fidèle au Roi François II et mettent le siège devant Capoue ou Gaète, 1'Empereur ne se croira plus en position de faire respecter le principe de la non intervention par les autres Puissances et il demande que le Comte de Cavour en pré vicnne le plus tot possible le Roi Victor Emmanuel» m.

Era un consiglio-avvertimento che il buon senso induceva a non ignorare né trascurare, tanto più che anche Palmerston la pensava allo stesso modo. Di conseguenza, Cavour manifestò a Fanti la necessità assoluta di occupare al più presto Napoli con reparti piemontesi, ma di non attaccare Francesco 11 né a Capua né a Gaeta; e nel contempo si dichiarò contrario a mandargli la richiesta divisione, in quanto «ce serait par trop ajfaiblir la frontière. Car enfin nous ne sommes pas certains quel' Autriche n' attaque pas» 219 •

za

,.. Segr. Gen. Camera Deputati,// Parlamento cit., I , pp. 226-230, seduta del 2.10.1860.

"' E. ARBIB, Cinquant'anni di sroria parlamentare cit., li, pp. 528-529. ' " Cavour a Vittorio Emanuele in data 3 .10 .1860, in Mezzogiorno cii., III, p. 17. " 9 Cavour a Fanti in data 4.10.1860, ibidem, III, pp. 32-33.


486

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

Sorgeva però il problema Fanti. Cavour conosceva il netto dissenso creatosi tTa Fanti e Garibaldi nell'esercito della Lega e non desiderava che i due si incontrassero a Napoli, rendendo così ancor più difficile una situazione già di per sé delicatissima, ma che d'improvviso pareva potesse sciogliersi mirabilmente, visto che Garibaldi si mostrava incline ad obbedire al re e chiedeva l'aiuto sardo per proteggere Napoli 220• D'altro canto, Fanti era sempre ministro della Guerra e per l' organizzazione di un nuovo esercito italiano la sua presenza diventava indispensabile a To1ino. CavoLu-, dunque, gli scrisse elogiandolo vivamente per la felice conclusione della campagna, rappresentandogli le esigenze del dicastero e prospettandogli la convenienza di rivedere la difesa della Lombardia 22 1• Senonché, nel consiglio tenuto ad Ancona il 4 ottobre, il re prese la decisione di tenere con sé Fanti, come capo di Stato Maggiore Generale, per l'imminente avanzata nel Mezzogiorno. Cavour rimase contrariato: ( ... ) Fanti devrait rctoumer fairc le Ministre - insisté con Farini -. L'envoycr conLre G aribaldi est un grave erreur: tout le Consci! est de cet avvis. Nous ne sommes pas Gari ba ldiens, mais sans vouloir céder une tigne nous croyons qu·on ne doit pas l'irriter. L'opinion publiquc nous abandonneniit»m.

La situazione era tutt'altro che semplice. Il re «non si smuove(va)» dall a scelta di Fanti, ma questi, che in fondo non poneva difficoltà a riprendere le funzioni effettive di ministro della Guerra, non sembrava facilmente sostituibile come capo d i S.M. Generale . I tre generali che avevano condotto la spedizione nelle Marche c nell'Umbria erano stati promossi generali d'armata; Fanti con due giorni di anzianità sugli altri due, i quali morsero il freno222• • Della Rocca si sentiva mortificato perché da tenente generale era molto più anziano di Fanti ed era stato il capo di Stato Maggiore del re nella campagna del 1859. Cialdini si sentiva insieme urtato ed eccitato. Urtato perché si riconosceva come il vero protagonista dell 'impresa testé conclusa; eccitato perché la prospetriva, affiorata il 4 otrobrc, di recarsi a Napoli via mare con la 4g divisione ::o Cavour a Yillorio Eman uele in data

3.1 O. I 866. ibidem. !Il, p. l 7.

:,i Cavour a Fanii in daLa 2. I O. I 860. ibidem. lii. p. 11. Sin dal 21 seuembrc gli aveva scriuo:

«Ella come Ministro deve tornare a Torino, ove vi è e vi sarà strnordinariamente da fare (ibidem. 11, p. 337). "' Cavour a Farini in data 4. 1O. I 860, ibidem , Tll, p. 32. ""' La questione della differenza di anzianità divenne presto un piccolo mistero, pe rché. a quanto sembra. del tuuo involontaria. Al termine della campagna nel Mezzogiorno, Della Rocca presentò le sue rimos1ran7,e al re e poi. il 15 gennaio 1861. a Cavour (ibidem. IV. p. 476, n. I). Que~li chiese spiegazioni a Farini: «Il decreto, benché sonoscritto da me, fu !innato ad i\m:ona conlemporaneamentc ad altro decreto che no111in11va Fanti Capo dello S tato M,,ggiore da voi controlirmato» (Cavou r a farin i in data 8.5.1 86l. ibidem cit. . IV, p. 475). Farini rispose che«( ... ) le nomine furono tulle insieme deliberate e ordinate ( . .. ). Come poi avvenisse che quella di fanti avesse una data anteriore, io non saprei dire». ma ritenne possibile rimediare all'inconvenicmc senza susci tare reazioni da parte di Fanti (ibidem, p. 476).


LE CAM PAGNE PER L'UNITA D' ITALJA

487

per assumervi il governatorato civile e militare gli apriva nuovi orizzonti di gloria. «(...) E poi questi benedeui generali! Altro che le prime donne! - commentava Farini -. [I solo sempre ilare, sempre docile, che parla mai di sé è l'ouimo Fanti. Per questa spedizione napoletana si sono falli più discorsi che per la guerra di Russia non ne facesse Napoleone. Fanti la crede cosa facile: a lui pare che 30 mila so ldati nostri siano d'avanzo. Ci.ildini vorrebbe qualche cosa di più. Egli non sarà contento sino a che non comanda tutto e tulli. La Rocca è assai cauto, e più soldati ha, sta meg lio, e terne sempre che gli manchi la te1Ta sotto(,.. )»"-'.

Jn realtà, di «prime donne» ce n'era una sola: Cialdini, il cui carattere impetuoso ed ombroso lo rendeva sottordine di difficile comando. Fanti si imponeva per intelligenza aperta, capacità organizzativa, calma fermezza e I prestigio personale; Cialdini per abilità tattica ed energia. Cavour stimava entrambi, infalli al primo aveva affidato il ministero della Guerra ed al secondo aveva fatto assegnare il Gran Comando di Bologna, particolarmente importante perché confinante con l'Austria e con lo Stato pontificio. Però le sue simpatie maggiori andavano a Cialdini. Quando il V corpo arrivò a Castel fidardo , gli telegrafò con un 'enfasi piuttosto eccessiva: «Bravo Generale! Così si fa la guerra. Dove comanda sono senza inquietudini. Mi dia nuove della squadra»11"'. Dopo la vittoria, Cialdini , da Jesi , ragguagliò Cavour sulle conseguenze strategiche del successo, concludendo: «Avevo ragione di dire a V.E. che la guerra va fatta così!» 125 • E Cavour, in una !et.tera entusiastica, gli scrisse tra l'altro «Il trionfo militare è grande, il politico è maggiore. Ella ha sciolto il problema che la spedizione dell 'Urnbria e delle Marche si proponeva, nel modo il più soddisfacente»22~. Con Fanti, invece, al quale si era affrettato a comunicare il proposito di proporre per Cialdini la gran croce dell'Ordine militare di Savoia, fu molto più fo1111ale: « I ri:sultati della campagna da Lei diretta non potevano essere sin qui più soddisfacenti. Spero eh 'essi saranno coronati presto dalla presa di Ancona( ....)» m . "' Gelosie e rivalità sono sempre esistite in tulli gli ambienti, compresi quelli rivoluzionari . I garibaldini non facevano eccezione. Il 7 maggio 1861 Sirtori ~i rivolse. sdegnato. a Cavour. La «Gaucl\a Ufficiale» aveva appena riponato l'e lenco dei luogotenenti generali garibaldi ni che il re aveva confe rmato ne l loro grado ne l Corpo dei Vo lontari Itali ani. Nell'ord ine: Cosenz. Med ic i, Bixio. Turr. Sirtori. «Pare da questa nota - scri sse Sirtori - ch'io sia po~posto ai generali cu i ebbi l'onore di comandare ogni volta che il Generale Garibaldi lasciò il Comando dell'Esercito Meridionale. Se cos). non volendo colla mia accellazione sanzionare sì flagrante ingiustizia. mi d imeno dalle funzion i e dal grado che ho nell'Eserci to Meridionale» (ibidem .. IV. p. 473). Poi ci ripensò. '" Cavour a C ialdini in dat;1 17.9.1860, ibidem. H. p. 306. "' Cialdini a Cavour in data 19.9. I 860, ibidem. pp. 325-326. '"' Cavour a Cialdini in dma 21.9.1860, ibidem, p. 336. "' Cavour a Fanti in data 21.9.1860, ibidem.


488

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

La momentanea assenza di Fanti - che, dopo il consiglio del 4 ottobre, si era subito recato a Torino per esaminare con Cavour i principali provvedimenti da prendere - fu illuminante circa il prestigio di cui godeva ed il suo savoir /aire: «(...) Je vous prie - telegrafò Farini a Cavour - de renvoyer Fanti tout de suite ici, croyez moi , sans lui on ne marche pas. Vous ne m 'en voudrez pas si j'ai insisté. Si vous étiez-ici vous seriez de mon opinion» "'.

Il 5 ottobre Cavour fissò per Parini i lineamenti della nuova campagna: «lo riassumo in due pani il concetto politico militare che bisogna attuare. Ristabilire l'ordine a Napoli prima, domare il Re poi. Guai se si invertisse il modo di procedere. Quindi occupazione immediata di Napoli, ed il ritiro di Garibaldi colmo d'onori, od almeno di gentilezze. Occupate senza indugio gli Abrnzzi. Fate entrare il Re in una città qualunque, e là chiami Garibaldi a sé. Lo magnetizzi e lo rimandi a Caprera, su un vapore datogli in dono. La spedizione di Cialdini a Napoli compie l'opera. Cialdini fa da Dittatore militare sino all'aiTivo del Re nella Capitale. Al suo arrivo si fa un Consiglio dei Ministri da voi presiedmo. si fanno manifestazioni a favore dell'annessione; allora il Re manda invito al Borbone di cedere al. voto dei Popoli, e se non se ne va, si caccia; e l'Europa patte applaude, parte consente tacitamente. Ecco il solo programma di esito sicuro. Bisogna evitare che l'assedio di Gaeta preceda l'entrata di Yiuorio Emai1ue.Je in Napoli. È da tenere a calcolo il convegno di Varsavia (...)» ,,._

Bisogna fare un passo indietro. Il 25 giugno Francesco Giuseppe aveva incontrato a Toeplitz Guglielmo di Prussia. Decisamente la diplomazia austriaca non riusciva a rendersi conto di come stessero le cose. Il punto di vista prussiano circa la Confederazione gemrnnica era ignorato o addirittura sfidato, al punto che Francesco Giuseppe si era recato all'appuntamento con l'intenzione di convincere l'ospite che l'Austria non poteva sacrificare i propri diritti e la propria posizione in Germania. L'Austria si era battuta onorevolmente contro il nemico ereditario della Germania, subendo perdite in uomini, denaro e territori e vedendo detronizzati principi della Casa imperiale. Come, dunque, la Prussia poteva pretendere che essa venisse limitata anche in Gem1ania? «Il Principe reggente di Prussia - così suonava il promemoria dato all'imperatore dal ministro degli Esteri - deve comprendere, quale amico del!' Austria, che non può chiedere una cosa simile, che avrebbe effetti disastrosi internamente per la Monarchia asburgica, e le farebbe perdere prestigio in tutta Europa» " 0•

L'atteggiamento prussiano era del tutto diverso, anzi agli antipodi: «È bene chiarire - diceva l'appunto prepai·ato per il principe reggente - che è l'Austria ad aver bisogno di aiuto, mentre la Prussia può trovare facilmente alleati e non dipende dal! 'aiuto

22 • Farini a Cavour in data 6.10.1860, ibidem, III, p. 49. "• Cavour a Farini in data 5.10.1860, ibidem, lii, p. 38-39. 3 ' " A. SK ED, Grandezza e caduta dell'impero asburgico, 1815-1918, Laterza. Bari 1992, p.

179.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

489

austriaco ( ..-). Se ( ... ) l'Austria ci chiede cli considerare un auacco sul Mincio come un att o di guerra, dovremo spiegare le ragioni che ci impediscono di adempiere a questa richiesta ove non si • tenga conto delle no~Lre aspirazioni in Germania» 1 ' 1•

All'incontro, inevitabilmente inconcludente, di Toeplitz, Vienna volle dare un seguito più concreto, riuscendo a fissare per l'ottobre un convegno a Varsavia, con la partecipazione dei tre sovrani d 'Austria, di Russia e di Prussia ed i rispettivi ministri degli Esteri. Ovvia l'attenzione riservata da Cavour a quell 'appuntamento, sui cui risultati tuttavia non nutriva eccessive apprensioni: «(...) Dati 'estero ecco il bollettino - scrisse Cavour al re il IO ottobre-. l' Inghilterra approva. L' Imperatore mormora un poco contro di noi e mollo contro il Papa. La Spagna protesta. ma dice di farlo unicamemc par a<:quit de co11scie11ce. Il solo punto delJ'orizzonce diplomacico ove nubi minaccios~ potrebbe ro agglnmcrnrsi è Varsavia. Ma giova sperare che, se vi scoppierù un ccmponile, si ridurrà ad alcuni strepiti di tuono che non colpiranno nessuno( ...)» ni.

Anche le notizie provenienti da Pietroburgo e da Berlino consentivano di ritenere che non sarebbe risorta una Santa Alleanza z.•1 . L'Austria, insomma, non avrebbe avuto dalla propria -parte nè la Russia, che, per quanto irritata contro il Piemonte accusato del crollo del regno delle Due Sicilie, non perdonava all'Austria il contegno tenuto durante la crisi d'Oriente; né la Prussia, che tutto sommato non si sentiva molto coiJwolta nelle vicende italiane. Ciò nondimeno Vienna dispose spostamenti di truppe verso il Mincio ed il Po. Hudson, spinto da Cavour, si rivolse a Russe!, rappresentandogli che il governo di Torino aveva ricevuti rapporti circa un considerevole movimento di unità austriache verso il confine e che «desidererebbe conoscere se Vostra Signoria r.itiene probabile un altaeco dcll ' Austria alla Sardegna» rn. Russe I rispose subito negativamente, chiarendo che anzi era proprio J'Austria a temere un ' azione iJJ Dalmazia proveniente dal regno di Napoli (dei garibaldini?), specie se in concomitanza con un attacco sardo dal Mincio 235 • Nat.uralrnenr.e Hudson replicò. stupito, di non credere affatto all'idea che la Sardegna avesse in programma uno sbarco sulle coste dalmate, visto che ad Ancona era 1imasta soltanto una fregata, e dati g li avvenimenti in corso nella penisola 2-1 6 • In realtà, le supposizioni austriache non erano del tutto infondate. In settembre Cavour aveva concluso un accordo con Kossuth, in base al quale forze italiane e volontari ungheresi sarebbero sbarcati in Dalmazia e penetrati nel1' intérno, iniziando operazioni in Bosnia e poi in Serbia e provocando un'in"' Ibidem. ' '' Cavour a Vittorio Emanuele in data 10.10. 1860. Ln Me::ot::iomo cil., lll, p. 75. m Sa ul i a Cavour in da ta 15. I 0. 1860, ihiclem. p. I 13; De Launay a Cavour in data· 15.10.1860. ibidem, p. 114; Sauli a Cavour in data 16.10.1860, ibidem, pp. 123.124. " ' Hudson a Russe! in da1a 15.10.1860, in G. GIARRIZZO. Gran Bretagna e Sanleg11a cit., Vlll, p. 203. "' Russe! a Hudson in cJaia 16.10.1860, ibidem. "" Hudson a Russe! in data 18. I 0.1860. ibidem, p. 205.


490

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

surrezione generale in Ungheria. Il disegno rimase allo stadio puramente teorico, ma in parte ebbe un'attuazione tanto concreta quanto superficiale: armi per 15-20.000 uomini furono mandate nel Mar Nero, e, per la leggerezza con cui venne fatta la spedizione, fin irono sotto sequestro in Turchia m_ Comunque Russe! spiegò che l'idea non era stata sua, bensì dell'Austria. Il ministro inglese a Vienna riferiva che in verità le forze austriache nel Veneto «sono state molto aumentate, ma crede per semplice mis ura difen siva. L'Austria ha anche troppo a cui pensare, perciò possiamo stare tranquilli» 2·' 8• Hudson chiuse l'argomento affermando che Cavour sapeva meglio di chiunque altro come un ' iniziativa bellica nella Dalmazia o nel Veneto gli avrebbe fatto perdere l'intera partita italiana. Ed insinuò: «Quesito: l'Austria non starà 'preparando' questi fals i timori nell'intento cli giustificare il passaggio del Mincio?»=. La notizia del trasferimento a sud del Po, a Borgoforte, di unità austriache non preoccupò molto Cavour, tuttavia consicl~rò il fatto significativo di ciò che sarebbe potuto accadere se a Varsavia «la Russia encourage les passions de J 'Autriche» 2.1(). Una certa cautela, del resto, si imponeva. Napoleone aveva fatto sapere di non credere ad una mossa offensiva posta in atto da Vienna, comunque, poiché nulla di certo era a sua conoscenza, raccomandava «de nous te11ir sw· nos gardes et de l'informar exactement». Nel mettere al corrente Vittorio Emanuele, a Chieti, Cavour aggiungeva altre raccomandazioni: «Je prie V.M. de ne pas exposer Naples, car si Naples est prèse [dai borbonici] pendant Varsovie, tout est perdu.» 241 • Un vero e proprio allarme si diffuse improvvisamente il 21 ottobre, quando notizie da Vienna resero note le grandi concessioni fatte dal governo all'Ungheria. 11 gabinetto di Vienna era da tempo aJle prese con la spinosissima questione ungherese, un problema quanto mai complesso e contorto, anche perché, considerando il centralismo amministrativo austriaco come il principale ostacolo alle rivendicazioni di autonomia, gli ungheresi non esitarono ad allearsi con i nobili polacchi, che chiedevano un particolare status per la Galizia, e con quelli cechi, che pretendevano speciali diritti per le terre sotto la corona boema. Insomma, Francesco Giuseppe non poteva presentarsi a Varsavia con metà dei suoi domini in uno stato assai prossimo alla rivolta. Ne derivò il «diploma d'ottobre», approntato in tutta fretta per calmare la tempesta '" Cavour a Vegezzi in data 15.9.1860. a Cerruti in data 18.9.1860 con nota in data 20.9. 1860 in Me::<>giomo cit .. Il. pp. 511-52 l. Cfr. A. TAMBORRA, Ca11011r e i Balcani, Torino 1958, pp. 133-137. '" Russe) a Hudson in dal:I I O. I 0.1860, in G. G IARR JZZO, Gran Bretag110 e Sardegna ci i. , Ylll. p. 206. ,,. Hudson a Russe! in data 19.10.1860, ibidem. p. 209. ,., Cavour a Vittorio Emanuele in data 17. 10.1860, in Me::ogiomo cit., lii, p. 128. '" Cavour a Vittorio Emanuele in data 19. 10. 1860, ibidem, p. 165.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D 'ITALfA

491

nell'impero e che po11ò in pratica alla restaurazione dell'assetto costituzionale in vigore prima del 1848 242 • Quanto però a mandare truppe in Italia o sul Reno, il ministro delle Finanze, von Plener, dichiarò nettamente che le casse dello Stato erano vuote e che non c'era neppur da pensare ad inasprimenti fiscali 2" 3 • In compenso furono inviati nel Veneto l'arciduca Alberto ed il tenente maresciallo Benedeck. «C' est très menaçant. Il faut se préparer à tout événement» scrisse Cavour a Persano, sotto la prima impressione. In tale ordine di idee gli ordinò di mettere la squadra navale in pieno assetto di guerra per essere in grado di portarsi immediatamente nell'Adriatico. Non solo, ma lo incaricò di un pa1ticolarissimo passo: dire a Garibaldi I

«de ma pari, que si nous sommes anaqués je l'invi1e au nom de l'Italie à s'embarqucr sur le champ avec deux de ses divisions pour venir combattre sur le Mincio. S'il ne peul venir, qu'il m'envoye Thur [sic:] pour agir sur les Hongrois» "·'.

Al rientro ad Ancona, Fanti aveva concluso il disegno operativo. Per concorrere con l'esercito garibaldino a proteggere Napoli da un nuovo tentativo borbonico da Capua bisognava portare il grosso delle forze piemontesi sulla sinistra del Volturno. Era però opportuno anche prendere rapidamente contatto con Garibaldi ed a ciò furono destinate due ali: il generale De Sonnaz con 2.000 uomini si sarebbe imbarcato ad Ancona e sbarcato a Manfredonia per raggiungere la zona S. Agata-Macldaloni; il generale Brignone con una piccola divisione da Genova sarebbe giunto a Napoli. Fanti partiva dal presupposto - rivelatosi poi errato - che l'esercito borbonico rimanesse sulla destra del Volturno in attesa del momento opportuno per un'improvvisa offensiva su Napoli. Di conseguenza si pose in movimento con il grosso scendendo lungo il litorale adriatico e prendendo la valle del Pescara in modo da raggiungere Isernia il 23 o 24 ottobre. Qui giunto, si sarebbe regolato secondo le circostanze. Urgeva che il corpo cli spedizione si affacciasse sull'alto Volturno e Cialdini, il cui corpo era in testa, seppe imprimere calore ed incisività all'avanzata sì da arrivare ad Isernia il 21 ottobre, in anticipo sul previsto. Aveva dovuto superare non poche difficoltà, da quelle logistiche a quelle dell'ambiente locale ostile. Come si è accennato, reazione borbonica e brigantaggio puro e semplice si stavano manifestando in misura preoccupante 2• \ Una colonna napoletana cercò di sbarrargli il passo al Macerone (20 ottobre), ma venne rapidamente travolta. TI fatto d'armi, in sé molto modesto, ottenne un risultato '" C.A. lv!ACARTNEY, L'impero degli Asburgo cit., pp. 572-574. "' Ibidem, p. 576. "' Cavour a Persano in data 22.1 0.1860, in Mezzogiorno cit., lll. p. 165. " ' 11 20 ottobre Cialdini inviò un laconico telegramma al govcmo di Garibaldi a Napoli: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio e dò solo quartiere alle troppe. Oggi ho già cominciai()>>. L'effetto fu quello aueso (In L. ZINI, Storia d ' /wlia dal 11150 al 1866 cit., p. 706).


492

LA T ERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

degno di rilievo: consentì l'agevole occupazione di l sernia 2• 1• e provocò il distacco dell 'esercito borbonico dal Volturno. Ora si doveva affrontare l'armata reale . Cialdini avrebbe voluto scendere a Ponte Landolfo e passare il Volturno a nord delle truppe napoletane, batterle e poi voltarsi e di slancio prendere Gaeta. Fanti invece intendeva passare subito sulla destra del Volturno a Venafro e portarsi a tergo dei borbonici. Dopo lunghe discussioni , il 24 ottobre la marcia riprese per Yenafro ed il giorno seguente venne stabilito il contatto con Garibaldi. Nella stessa mattinata a Teano si incontrarono Vittorio Emanuele ed il condottiero delle camicie rosse; un incontro dal quale quest'ultimo uscì con molta amarezza, vedendosi «messo alla coda». Per quanto Russe! comunicasse c he l'incaricato d'affari austriaco a Londra ed il ministro inglese a Vienna affermavano entrambi non esistere alcuna intenzione austriaca di entrare in connitto con la Sardegna 2" , e da Parigi continuassero a pervenire comunicazioni rassicuranti - «il n'y a rien de 110 11veau à Vienn e, il ne faut pas s' alarmer inutilment» faceva sapere Napoleone2'" a fine mese Cavour sembra esser giunto veramente a temere il peggio. Fu un dispaccio del tutto inatteso del principe Napoleone a metterlo in allanne: «Ce 1natin • scriveva il principe - j'ai reçu le1tre dc lui [= l'imperatore] d'une extreme violcnce et irritation contre le Piémont. li m'à di t qu·ordre a été donné à l'amiral Tinan d"empécher pas 10us Ies moyens. meme par la force. tout blocus et toute attaque par merde Gaète. J"ai été si boulcversé dc celle lenrc, que j" ai été à St. Cloud pour fai re des rcprésentations et lui 1110111rcr !es wnséqucnees déplorahles de cet ordre. L'Empcrcur m·a fait dire qu' il ne pouvnit mc recevoir. li s'cst évidemmcnt pussé dcpus hie r qualque chose dc très grave qu i a changé Ics dispositions dc l" E111pereur et lui a inspiré cette résolution. J 'ignore encore quo i: je soupçonne une mcnace dc l' Autriche à la suite de l'entrcticn de Varsovie et une sorte d"ultimarum p0rté par le Prince dc Metternich contre vous. Je ne puis vous donner aucun eonseil. comprenant la terri ble position du Roi dcvant Gaète ( ... ). Je sens quc partout nous sommes trahis. J'~n suis deso lé (. .. )» "''.

Simile lettera non poteva, obiettivamente non impensierire Cavour. Mise '"' La zona di Isernia era da oltre un mese teatro di scorribande di gruppi reazionari ed anche di uni tà gari baldine, talché vi regnava un cupo timore di altre rappresaglie. TJ 23 ouohre, prima di proseguire la marcia, Fanti diramò il bando che fu considerato il primo atto uffic iale contro il brigantaggio (C. CESARI. GaelO cii.. p. 29). " ' Russe! a Hudson in data 22. I 0.1860, in G. GJARRIZZO, Gran Bretagna e Sardegna cii., VIII, p. 2 16. ••• Cavour a J'arini in data 22. IO. 1860, in Mezzogiorno cit. , lll, p. 167. "' Principe Napoleone a Cavour in data 26.10. 1860, ibidem. p. 190- I91. In realla, la voce della " sone d"11/rimat111n» era già arrivata a Torino e il 20 ottobre Cavour aveva scritto a La Marmorn che comunque dalla conferenza di Varsavia doveva «uscire la pace o la guerra in modo definitivo». Tre le ipotes i: imervento della Franc ia a fianco del Piemonte in caso cli aggressione; in tal caso ~i doveva lasciare alla Francia la cura di combattere sul Mincio, ri~ervando al Piemonte la lotta sul Po. Intervento francese ma limitato alla difesa della Lombardia; in tal caso i tre corpi sardi dovevano essere concentrati fra Piacenw e Bologna. Rifiuto francese di intervenire: in quest"ultimo caso le dieci divisioni disponibi li si sarebbero schierate in Lom bardia (4 ua1lro div isioni con


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D' ITALIA

493

subito il re al corrente della nuova situazione. Ad ogni costo era da evitare uno scontro con la Francia. Il re, che si trovava a Teano con Garibaldi, doveva entrare al più presto a Napoli, il che avrebbe suscitato grande emozione in Europa e non avrebbe urtato Napoleone. Garibaldi doveva essere tenuto calmo e forse si potevano prendere due piccioni con una fava: «Pour liquider l' armée de Garibaldi ne serait-il pas possible de l' organiser en deux division pour la porter sur le Mincio et sur le Po si nous étions attaqués?» 2 S-O. Poi Cavour si rivolse a Hudson dicendogli che confidava nell'aiuto del governo inglese e telegrafò a D'Azeglio, a Londra, per indurre Russe! a «neutraliser» a Parigi le cattive impressioni suscitate dalle notizie di Varsavia. Quel che peS$1va era la voce di una perentoria richiesta di chiarimenti austriaca alla Francia sulla questione italiana. Hudson chiese informazioni a Russe! 251 , ma questi smentì senza esitare 251 e in via privata avvertì che alla caduta di Gaeta il governo inglese avrebbe 1iconosciuto ufticialmente l' Italia 253 • Ad ogni modo, a prescindere dal campo internazionale e dall'Italia meridionale, conveniva «en toute hypothèse» mettersi in condizioni di affrontare un «attaque terrible» nella pianura padana non contando, almeno in un primo tempo, s ull'ai uto francese. Il disegno che Cavour prospettò a Vittorio Emanuele fu di una chiarezza esemplare: «( ... ) Si nous sommes attaqués, il est de toute nécessité que V.M. rcvicnne sur le champ, cn amenant avec Elle Fanti, Garibaldi et voir meme Cialdini. La Rocca et Farini suffiront pour tenir en échcc le Roi a Gaète et organiser le Royaume tant bien que mal. Pour pourvoir au transport des troupes je renverrai à Naples tous Ics navires que

nous avons à Genes. La légion hongroise nous serait fori utile. Pour en tirer tout le parti possible, j'ai demandé à Turin par le télégraphe le général Klapka. Il scrait aussi fort avantageux de mellre cn ligne la légion anglaise ( ... ). Si la guerre éclate, Pcrsano s'en re tournera dans l'Adriatique. Si L'Autriche ne nous auaque pas, qu'il ai Ile prcndre La citadelle dc Messine ( ... )» "'·

otto-dieci battaglioni di guardia nazionale mobile), a Piacenza (tre divisioni) ed a Bologna (tre divisioni con ollo battaglioni di guardia nazionale mobile). Nel contempo «i l re dovrebbe prendere Capua, entrare in Napoli, lasciare La Rocca avanti a Gaeta e prepararsi a ritornare occorrendo. Prima della fine di mazo avremo un'armata di 60 mila uomini» (Cavour a La Marrnora in data 20.IO. 1860, in N. BIANCHI, Storia cit., VIII, pp. 693-694). "° Cavour a Vittorio Emanuele in data 26. l0. 1860, in Mezzogiorno cit., III, p. 191 . "' Hudson a Russe! in data 27. 10.1 860 in G. GIARRl7ZO, Gran Bretagna e Sardegna ci t. , VIII, p. 220. ''' Hudson a Russe! in data 29. IO. 1860, ibidem. p. 221. "' Hudson a Russe! in data 29.10.1860, ibidem, p. 222. ''' Cavour a Vittorio Emanuele in data 27.10.1860, in Mezzogiorno cit., III, pp. 197-199. Lo stesso giorno Cavour scrisse a Farini: «Se l' Imperatore si lascia intimidire dal risultato del congresso di Varsav ia è fritto; ma ciò non t0g lie che la nostra condizione s i fa assai pericolosa. Non bisogna sgomentarsi, ma è nostro dovere il prepararsi ai più estremi pericol i» (ibidem, p. 199).


494

LA TERZA GUERRA D'lNDJPENDENZA

Si trattava di un falso allarme ed i timori caddero ben presto. In effetti Francesco Giuseppe era partito per Varsavia intenzionato ad aprire le ostilità in Italia al termine del congresso, beninteso dopo aver tratto dalla sua parte lo zar Alessandro II ed il principe reggente Guglielmo di Prussia. Non è chiaro se esistesse un abbozzo di disegno operativo. Sembra che, bloccato il Mincio con il Quadrilatero, una forte massa dovesse puntare su Bologna, il che peraltro nulla avrebbe concluso se non far scattare l'allarme in tutte le cancellerie. Comunque, a Varsavia Francesco Giuseppe tracciò un quadro completo della situazione in cui si trovava l'impero, dichiarò di reputare inevitabile una guerra con il Piemonte e chiese di essere fortemente sostenuto. Evidentemente pensava di convincere con facilità i suoi ascoltatori, ma sbagliava di grosso. Lo zar non intendeva più far marciare le sue truppe «per i begli occhi delle Potenze tedesche» ed era invece orientato a cercare di trarre Napoleone dalla parte dei conservatori 255 • Siccome la risposta di questi alle avance.i· russe non arrivava, benché Alessandro l' attendesse «d 'ora in ora», i colloqui non approdavano ad alcunché. Per giunta, durante ìl convegno i polacchi inscenarono manifestazioni nazionaliste, che il principe Gorcakov malignamente spiegò allo zar doversi porre in relazione alla presenza di Francesco Giuseppe . in definitiva, Alessandro II non soltanto avvisò l'Asburgo cli non essere in condizioni cli appoggiarlo, anche a causa degli umori nazionali poco inclini ad impegnarsi a favore dell'Austria, ma lo invitò a tener presente il quasi sicuro intervento francese a fianco dell' annata sarda. Quanto alla Prussia, anche il principe reggente sconsigliò iniziative belliche, però garantì il suo aiuto qualora la Francia avesse attaccato l'Austria 256 • Il 26 ottobre notizie inquietanti circa la salute della madre dello zar indussero a chiudere affrettatamente conferenza, colloqui e festeggiamenti 257 • Prima di accomiatarsi Francesco Giuseppe promise allo zar di astenersi per il momento eia atti offensivi, rimandando la guerra a miglior occasione 258 , cioè a prendere spunto da moti insurrezionali nel Veneto 259 • Dopo di che Vienna dichiarò a Londra ed a Parigi dì non aver mai avuto intenzione di scendere in campo contro il Piemonte 2(,0 • Tenendo conto di quanto sopra, non riesce agevole comprendere il reale motivo dell' improvviso e fortissimo malumore manifestato eia Napoleone nei confronti ciel Piemonte. Tn fondo, a Varsavia il fattore francese aveva pesato molto, influenzando l'atteggiamento russo. Certo il corruccio imperiale si accentuerà, sia pure per un momento, vedendo inaspettatamente aumentare il credito inglese in Italia grazie alla nota circolare che Russe! diramò alle can"' E. COiffl, La tragedia di tre imperi cit., pp. 163- [65. "" De Launay a Cavour in data 30.J 0.1860, in Mezzogiorno cit.. 111. p. 230. 251 E. CORTl, La tragedia di tre imperi cit.. p. 165. ''' Cavour a Vittorio Emanuele in data 31. 1.0.1.860, in Mezzogiorno cit., 111, p. 237. ,,. Principe Napoleone a Cavour in data 31.10.1 860, ibidem , p. 240. "'' Cavour a Vittorio Emanuele in data 2.11 .1860, ibidem. pp. 258-261.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

495

cellerie europee il 27 ottobre. Essa esprimeva la speranza che Roma e Venezia potessero presto godere la libertà ed il buon governo del resto d'Italia e concludeva: «Il governo di Sua Maestà crede giusto dichiarare che, se qualche altra Potenza tentasse un intervento con la forza, il governo di Sua Maestà si riterrebbe libero di agire come i dil'it.ti della Nazione, l' indipendenza d'ltalia e gli interessi dell'Europa possano sembrare ad essa di richiedere» 161.

Francesco II, intanto, aveva ordinato il concentramento delle sue forze prima a Sessa Aurunca, poi sul Garigliano. Ma se la campagna onnai era senza storia, restavano alcuni problemi. Quello di Gaeta era complicato dalla presenza di un.a squadra navale :francese davanti alla piazza. Per risolverlo occorreva intervenire presso Napoleone. «Ma non meno di Gaeta • spiegò Cavour a Viuorio Emanuele - è necessario preoccuparsi di Napoli e di Pa lermo, ove le cose vanno ad magnani 111ere1ricem. 1l Regno, l'Italia, l'Europa, aspettano con ansietà che Y.M. faccia cessare lo stato deplorabile d'anarchia, il disordine colossale che esistono coli\. L'lnghiherra non cessa d i consigliarci una pronta soluzione ( ... ). Oso quindi supplicare V.M., tosto che Ella avrà ope rato il passaggio del Garigliano, di andare a Napol i ed ivi ordinare un buon governo. Subito che saprò V. M. in quella città, vi spedirò il Marchese di Montezemolo. che, presi gli ordini di V.M. , si recherà poscia in Sicilia, ove il Commissario di V.M. è invocato come un Messia ( ... )»·· ·' .

Gli eventi politico-militari del! 'ottobre 1860, consentono una riflessione sulla sicura crisi che avrebbe colto l'armata sarda nel caso di un improvviso impegno bellico con l' Austria. Abbiamo detto che molti timo1i di Cavour erano probabilmente accentuati ad arte, ma il punto è un altro. Pur rivolgendo nella propria mente le possibili soluzioni intese a fro nteggiare tale evenienza, Cavour ne parlò sempre - con il re, con Fanti, con Farini, con La Marrnora - in tono, diremmo, quasi discorsivo, senza esigere una decisione reale su quell'unità di comando che mostrerà di avere tanto a cuore soltanto a fine ottobre, quando confiderà a Farini: «( ... ) Se il Re non potesse accorrere subito con Cialdini e Fanti, in allora per conservare l'unità di comando. non vedrei altro modo di far assumere il Comando supremo dell'esercito a l Principe di Carignano, nominando Lamarmora capo del suo Staro Maggiore. Fatene un cenno al Re, ma come di un vostro pensiero, e quind i relegrnfatemi la risposta che vi darà( ... )» ""'.

Date le ci rcostanze, era la soluzione provvisoria più naturale, visto che il principe di Carignano aveva ricevuto la nomina a Luogotenente Generale del "'' Russe! a Hudson in ala 27.1 0.1860, ibidem. pp. 217-220, e in data 29.10.1860, ibidem. pp. 222-223. "'Cavou r a Vittorio Emanuele in data 2. l 1. 1860, ibidem, pp. 258-26 1. ,., Cavour a Farini in data 27. 10. 1860, i/)idem, p. 20 1. Sull'argomen to vds . L. Ct;vA, Problemi del/'A/Jo Comando cit., p. 220.


496

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Regno alla partenza di Vittorio Emanuele per Ancona 2°', ma sembra innegabile la cautela con la quale Cavour affrontava l'argomento. Aveva scritto anche a Vittorio Emanuele 26' ed a Fanti ™, ma sempre senza mettere il dito sulla piaga. Parrebbe che prevedesse un atteggiamento negativo del re a soluzioni temporanee. Comunque stessero le cose - intima certezza di una non guerra con l'Austria; illusione di poter rapidamente recuperare alle truppe del Nord il re, il ministro della Guerra ed i generali; fiducia in un'immediata rispondenza dell'armata all'offensiva nemica; sottovalutazione dello sforzo bellico austriaco si è indotti a criticare non la gravità del rìschio affrontato (ché, in effetti, esso fu minimo), ma l'aver corso inutilmente un rischio che poteva essere evitato. D'altronde, bisogna anche riconoscere che circostanze del genere erano pressoché normali nell'Europa ottocentesca. Questo a prescindere dalla notissima tendenza accentatrice di Cavour.

5. L A NASCITA DELL'ESERCITO ITALIANO La costituzione di un forte esercito italiano rappresentava un'esigenza sentita appieno dal parlamento e della pubblica opinione, reputando tutti inevitabile chiudere a più o meno breve scadenza il conto con l 'Austria. Sul tipo di esercito sorsero subito contestazioni, secondo le inclinazioni politiche, ma per la grande maggioranza non esistevano alternative al procedimento seguito durante e dopo la seconda guerra d'indipendenza, cioè all' ingrandimento dell'armata sarda, l'unica in Italia che avesse solide tradizioni, che si fosse battuta in regime costituzionale contro l'Austria, che avesse accolto nelle sue file numerosi volontari delle altre regioni italiane, che avesse già incorporato senza grossi problemi i contingenti lombardo, emiliano e toscano. La conclusione della campagna nel Mezzogiorno pose immediatamente sul tappeto le sorti dell'esercito dell'ex-regno delle Due Sicilie e di quello Meridionale 267 • Il primo di essi sembrava incontrare minori difficoltà, in quanto i risvolti politici erano limitati . Pesava invero la considerazione negativa che l'armata borbonica, «elevata e cresciuta in mezzo agli ozi della pace( ... ) non seppe né resistere ali ' urto dell 'attacco, né abbracciare nobilmente la causa ""Cavour al principe di Carignano in data 27.9.1860, in Mez:ogiomo ci1., Il. p. 383. ""' Cavour a Vinorio Emanuele in data 27.10. I 860, ibidem, m, pp. 197- 199. '"' Cavour a Fanti in data 27. 10. 1860, ibidem. pp. 205-206. '" Vds. al riguardo M. MAZZE'rri. Dagli eserciri pre11ni1ari cii.; L. Mc)ND1Nl, L'unificazione delle forze armate in Atti Xl congresso di storia del Risorgimento italiano. Roma 1962; F. MOLl'ESI;, lo scioglimemo dell'esercito garibaldino (1860-1861), in Nuova Rivi.Ha Srorica, l/XLIV; O. Bov,o, Il co1111edamento de/f'eserciro meridionale fiOribaldino. in Memorie Sroriche Militari /982, Roma 1983. USSME.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D'ITALIA

497

d'Italia, come loro aveva additato luminosamente l'esercito toscano» 1''S, perciò non si volte procedere al suo inglobamento sic et simpliciter nelle file sarde. D 'altro canto non si poteva nemmeno discutere la sua partecipazione al nuovo esercito italiano; e, se come organismo risentiva pesantemente di tutte le deficienze e trascuratezze ciel regime napoletano, offriva ufficiali con individualità più che rispettabili ed una truppa cui sarebbe stato sciocco, oltre che ingiusto, addebitare il peso di una mancata educazione militare. Di conseguenza, si convenne cli non attingere ad un esercito ricostituito «sugli antichi elementi», val.e a dire sul vecchio ordinamento, bensì di rimettere nell'annata italiana i singoli militaii. «T~rni con un pi ano per il riordinamen to de ll'esercito - aveva scritto Cavour a Fanti. a Napoli · , o, per dir megl io, per l' introduzione in esso dell 'elemento napoletano . Per carità, non si pensi a ritenere tutti i sudditi borbonici sotto le a,mi. Si lasci andare a casa quelli imbevuti del malo spirito del regime ( ... )» "'.

Il primo, delicatissimo, aspetto ciel problema riguardava gli ufficiali. Fanti fu esplicito: «( ...) Ag li ufficiali che non saranno ricevuti nell'esercito bisogna dare qualche pensione. Sono migliaia di famiglie senza pane. Ma come di ciò pensiate, il risolver presto è necessità cd è prudenza pol itica l'esser equi( ...)» "".

Stabilito il 7 settembre 1860, giorno in cui Francesco II abbandonò Napoli - implicitamente sciogliendo l'esercito dal giuramento(!), e quindi invalidando le numerosissime promozioni fatte in extremis a Gaeta, durante l'assedio come punto di riferimento, vennero riconosciuti gradi ed anzianità a tale data. Una commissione mista di ufficiali nazionali e borbonici, presieduta dal generale De Sauget, procedette alla suddivisione degli ufficiali napoletani in tre categorie: gli idonei al servizio attivo, gli idonei al solo servizio sedentario e quelli eia collocare in pensione secondo le leggi vigenti. In base allo scrutinio, 2.311 ufficiali vennero incorporati nell 'esercito nazionale, e precisamente: l.083 per il servizio attivo nelle varie am1i, 862 per il servizio sedentaiio, 3 in corpi diversi e 363 medici, farmacisti, veterinaii e cappellani. I 1.083 ufficiali in servizio attivo comprendevano 5 tenenti generali, 5 maggior generali, 7 colonnelli, 5 tenenti colonnelli, 55 maggiori, 175 capitani, 228 tenenti e 603 sottotenenti.21 1• Da rilevare che Fanti nella sua relazione alla Camera affermò cli avere ammesso nell'esercito nazionale soltanto 6 dei 60 generali napoletani, e '" Intervento di Fanti alla Camera in data l8.4.186 I , in P. PIER!, le forze arrnme cit., doc. 91, p. 359, "" Cavour a Fanti in data 16.12.1860, in Mezzogiorno cit., IV, p. 84. '"' Farini a Cavour in data 11.12. l860, ibidem, p. 53. '" C. G1B1lO:-ffi, Relazione cit.. p. 48. F. TORRE, fornisce cifre leggermenle differenti: 2.191 ufficiali incorporati, di cui l.078 per il servizio attivo, 867 per il servizio sedentario e 246 medic i, farmacisti, veterinari e cappellani (Relazione cit., p. 36).


498

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Crispi contestò l'om issione di due generali (Marra e Barbalonga) citati nella Gazzetta Ufficiale 172• Per la truppa il discorso si fece molto più compl icato per un altro verso. Anzitutto la legge napoletana sul reclutamento era pessima non soltanto per i numerosi privilegi a vantaggio del c lero e delle classi agiate (male assai diffuso ovunque nell 'Ottocento), ma anche e soprattutto per il fatto che ogni anno la leva veniva esercitata simultaneamente su giovani di ben sette classi, dai 18 ai 25 anni. Inoltre era compiuta senza alcuna regolarità: nel 1856 non aveva avuto luogo; negli anni 1857-58-59 e 60 invece era stata ordinata per 10.000 coscritti all'anno, leva teorica perché «questi uomin i non raggiunsero le bandiere che, si potrebbe dire, a loro bell' agio e molti ancora mancano oggidì 1863 al completamento di questa leva» m . 1n Sicilia, poi, la leva era sostitu ita da un tributo. Il primo provvedimento organico fu emanato il 20 novembre I 860 e riguardò gli 8.000 prigionieri di guerra napoletani m inviati a Genova, in Piemonte ed in Lombardia. Si voleva evitare di trattarli come veri e propri 'prigionieri' essendo italiani e nutrendo il proposito di incorporarli ne ll 'esercito nazionale, anche se i dubbi al riguardo erano molti. La Marrnora si recò ad un campo di concentramento per un' ispezione e ne riportò un'impressione decisamente negativa. Su 1.600 aveva trnvato meno di cento soldati disposti a servire nell'armata sarda. Gli altri ostentarono un atteggiamento legittimista: «(...) Ieri - La Mamiora rif'erl a Cavour - a taluni che con aiToganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati. e ora per la Patria comune, e per il Re eletto, s i rifiutavano di servire. che erano un branco di car.... che avressimo trovato il modo di metterl i alla ragione ( ...)» ?".

Tuttavia, con franchezza brutale confessò che non avrebbe proprio saputo cosa ricavare da quella canaglia. Tutt'al più, si potevano tenere alle armi i soldati con meno di due anni di servizio «costringendoli a servire per amore o per forza». Gli altri era preferibile fossero spediti a casa, con l'avvertenza che al minimo disordine sarebbero stati richiamati ed inquadrati in battaglioni di disciplina 176 • Di fronte a simile quadro Cavour, che inizialmente aveva disposto l'assegnazione immediata dei prigionieri ai depositi reggimentali per il conseguente diretto (ln-uolamento, cambiò idea ed il 20 novembre, come accennato, decise "' lntcrvento di Cri spi alla Camera in data 20.4. 186 1, in P. P tERJ, Le forze armare c it., doc . 102, p. 386. '" F. TORRE, Relazione cit., p. 29. 21 ' G li arrivi a Genova furono così scaglionati: 900 prig ionieri il 7 ottobre; 360 il 17 ottobre; 3.600 l '8 novembre; 2.300 I' l l novembre; 81 O il 24 novembre (Ibidem, p. 30). "' La Mam1ora a Cavour in data 18.1 1. 1860, in Mezzo11iorno cii., III , p. 355.

''' Ibidem.


LE CAMPAG!'fE PER L'UNITÀ D'ITALIA

499

che tutti i prigionieri venissero aggregati a vari depositi dell ' Italia settentrionale con riguardo ali' arma alla quale appartenevano nell'esercito napoletano. Ma occorreva pensare ai numerosissimi militari sbandatisi in seguito al dissolvimento di tanti reparti borbonici ed a coloro, circa 35.000, che Gaiibaldi aveva lasciato tornare a casa. Il decreto del 20 dicembre presentò una soluzione accettabile, chiamando alle armi i soldati delle leve 1857, 1858, 1859 e 1860, con la formula «per continum·e la ferma del servizio contratto sotto il cessato governo» 217 • Gli iscritti alle leve anterio1i al 1857 furono considerati in congedo illimitato, ma il decreto ammoniva: «Qualora in qualche provincia o comune si manifestassero mene ostili al Nostro Governo, tutti i militari appartenenti a quella, provincia o comune che fossero stati esentati dal servizio saranno immediatamente chiamati sotto le armi». Non si poteva, d'altronde, ignorare che i vecchi soldati nella grande maggioranza erano sposati e con famiglia , secondo l'indirizzo in auge nell'esercito borbonico, perciò si vollero accogliere con una certa larghezza le eventuali domande di rientrare in servizio inoltrate da appartenenti a dette leve anteriori al 1857, beninteso se idonei. TI primo risultato del decreto fu il ritorno nel Mezzogiorno dei prigionieri più anziani, nonché di quelli in particolari condizioni di famiglia o di salute: più di 2.600 nel mese di gennaio l 86 l e 1.500 della guarnigione di Messina nel marzo seguente 278 • Sulla decisione presa da Cavour influì molto la valutazione, piuttosto ottimistica, che «un atto di clemenza, la speranza di non più servire, ne faranno degli apostoli di pace, anziché di disordine» 219 • All'atto pratico, un certo numero dei circa 4.100 sottufficiali e soldati borbonici rimessi in libertà 2• 0, passò nelle file del brigantaggio, ma sembra difficile si sia trattato di una percentuale significativa. Per le classi da tenere alle anni, fu istituito a Napoli il deposito speciale di arruolamento con il compito di sottoporre a controllo e visita medica i chiamati e poi imbarcare per Genova i selezionati. La presentazione al deposito generale, da prima fissata entro il 31 gennaio 1861, venne forzatamente spostata al l O giugno con il decreto del 24 aprile, termine oltre il quale i non presentatisi sarebbero stati considerati renitenti se reclute, e disertori se già sotto le anni nell'esercito borbonico. Peraltro le abitudini erano quelle che erano ed il 1° giugno gli uomini delle quattro classi interessate presi in forza ammontavano ad appena 20.000. Gli ordini urgentissimi diramati alle autorità locali obbligarono gli «sbandati», così vennero chiamati, a farsi vivi, ma ciò avvenne con " ' F. TORRE, Relazione cit., p. 3 I. Il 27 dicembre la coscrizione fu estesa alla Sic ilia, suscitando scalpore ed opposizione. "' Alla caduta di Gaeta ( 13 febbraio 1861) i difensori non furono trattenuti come prigionieri di guerra stanti i tennini.della capitolai.ione. "" Cavour a Farini in data 21.11.1860, in Mezzogiorno cit., III, pp. 354-355. "'' Si trai.lava di 2 .600 prigionieri in Italia settentrionale e circa 1.500 dei difensori di Messina.


500

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

uno stillicidio che si trascinò sino al 1863! 23 ' . Complessivamente, al 30 novembre 1863, gl i incorporati delle provincie meridionali erano 57.968, di cui però 7.328 veterani ed invalidi della R. Casa di Napoli 282 : ben pochi. Secondo la legge napoletana del 1834, che interessava alla coscrizione i giovani dal l 8° al 25° anno di e tà, i nati nel 1841 erano già stati sorteggiati per la prima volta nel 1860. Siccome la legge piemontese del 1854 chiamava i giovani al compimento del 21 ° anno di età, non poteva applicarsi nel Mezzogiorno se non quando i giovani del 1842 avessero raggiunto il loro ventunesimo anno, cioè nel 1863. D 'altro canto, non era giusto che in questa attesa del 1863 ben sei c lassi rimanessero esonerate dal fornire i coscritti nell'entità prescritta dalla legge borbonica cui erano state assoggettate. Fu allora studiata una specie di «transazione». Calcolando in I 5.600 il contingente annuo da fornire globalmente dalle sei classi in causa, ne risultava che ogni singola classe dovesse fornire annualmente 2.228 reclute. Il «debito» dunque consisteva in: 2. 228 uomini per la classe « « 4.457 « « 6.685 « « 8.914 « « 11.142 13.371 « «

1836, I837, 1838, 1839, 1840, 1841.

Il totale risultava di 46.797 uomini, cifra stimata, in quelle circostanze, troppo onerosa se chiesta in un sol colpo. Fu operata allora una riduzione, limitando l'onere a 12.000 reclute all'anno, anziché 15.600. In definitiva, 36.000 uomini fu la cifra stabilita dalla legge cie l 26 maggio 186 1 circa la leva straordinaria a saldo di ogni impegno di servizio per i giovani delle sei classi m _ Su 353.202 iscritti, i renitenti fu rono 9.656, pari al 2,73% 28 1• La legge napoletana del 1834 circa il reclutamento non aveva mai avuto applicazione in Sicilia, sebbene riguardasse anche l'isola, cosicché la leva si presentava come una sgradevole novità, come abbondantemente dimostrato dal fallimento del tentativo di Garibaldi in materia. li decreto del 27 gennaio 1861 stabilì esplicitamente l'entrata in vigore in Sicilia delle leggi e regolamenti sul reclutamento dell'esercito nazionale. Peraltro, la legge per una leva di 4.500 uomini di 1n categoria della c lasse 1840 fu promulgata il 30 giugno me, dovendosi procedere per la prima volta ad organizzare le operazioni di leva e superare le immaginabili difficoltà, l'arruolamento definitivo degli iscritti con poté

"' F. T ORRE, Relazio11e cit., pp. 31 -34. m Ibidem, p. 37. ,., Ibidem. pp. 207-209 e 438 -439. "' Ibidem, p. 213. "' Ibidem, pp. 437-438.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

501

aver luogo che dal 2 al 30 dicembre 1861. I 4.500 coscritti rappresentavano il 18,18% dei 24.751 iscritti siciliani 266 • I renitenti furono 4.987, pari al 20,08% degli iscritti, con punte massime a Noto (50,76%), Messina (40%) e Palermo (36,80%) 2" 7•

** * L'assorbimento cieli' esercito meridionale costituì cli gran lunga il nodo più complicato del processo cli unificazione. A fine autunno 1860 le truppe garibaldine si dissolsero nel giro cli poche settimane «in un tumulto di problemi non risolti, tra un frastuono di amare recriminazioni, di calunnie, di dolorose e profonde incomprensioni e rotture» 2••. Il garibalclinismo aveva al suo attivo un'irhpresa, come abbiamo detto, irripetibile per l'impossibile ripresentarsi in quella misura delle circostanze diplomatiche, politiche, militari che consentirono la trionfale campagna da Marsala al Volturno. Tuttavia presentava anche aspetti assai meno positivi. Causava imbarazzo alla politica estera del governo per i propositi dichiaratamente aggressivi nei confronti del l'Austria; creava difficoltà nell'educazione politica del 'popolo italiano', perché offriva sollecitazioni in varie direzioni laddove l'amalgama di popolazioni di livello economico-sociale molto differenti richiedeva calma e ordine per consentire il regolare affermarsi delle istituzioni dello Stato. Per quanto attiene all'aspetto militare, poi, il garibaldi.ni.smo dette forza e forma alla convinzione dei miracoli ottenibili facilmente dalle formazioni volontarie grazie alla bontà della causa ed all'entusiasmo popolare. Una convinzione che, in assoluta ma ingenua buona fede o in un' altrettanto assoluta superficialità di giudizio, conduceva a svalutare pericolosamente le forze regolari, a manifestare insofferenza per la disciplina, a condannare la 'formazione' del soldato, a ritenere producente l'individualismo, a vantare la superiorità del1'elezione dei capi, a trovare male speso il tempo dedicato alla programmazione, all'organizzazione ed all'addestramento. Gli entusiasmi. e le passioni ciel momento portarono spesso a travisamenti del genere, quasi rifiutando di ammettere l'ovvia considerazione trattarsi di formazioni militari rispondenti a situazioni molto particolari. Ha ben eletto Rochat: «si può legittimamente sostenere che nel Risorgimento so ltanto truppe regolari come quelle franco-piemontesi potevano battere I.e truppe regolari austriache» 2~9, ferma restando, in genere, la superiorità delle forze morali nei volontari. Di conseguenza, se Cavour teneva d'occhio i riflessi che i provvedimenti da prendere potevano suscitare in Italia ed all'estero, Fanti, ex-mazziniano ed ,,. Ibidem, pp. 177-183. "' lbùlem, p. 192- 193. "' F. MOLFESE, lo scioglimen/o del/' esercìIO garibaldino c it., p. I. ''" G. RoCHAT, li genio miliwre di Garibaldi, in Garibaldi condot!iero a cura di F. MAZZONJS, Angeli. Milano 1984, p. 91.


502

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

ex-irregolare, buon conoscitore dell'ambiente dei volontari, sin dai primi cli ottobre aveva preso posizione per lo scioglimento dell'esercito meridionale a guerra conclusa. In particolare, rifiutava per principio l'equiparazione dei gradi fra ufficiali regolari o garibaldini, reputandola dannosa sotto ogni profilo, dato anche il già conosciuto abnonne numero di ufficiali garibaldini 290 • Ma il problema, nel suo insieme, rivestiva un carattere principalmente politico e Cavour si impuntò. Promesso il desiderio di «spazziu-e i Crispi, i Mordini e tutti i loro addetti cli sorta», cioè i mazziniani che stavano intorno al Dittatore, egli sostenne la assoluta necessità di trattare convenientemente l'esercito meridionale. Lo esigeva la ragion di Stato, oltre che l'equità: «( ...) Guai a noi, se ci mostrassimo sconoscenti ed ingrati per chi ha sparso il proprio sangue per l'Italia. L'Europa ci condannerebbe. Nel paese una reazione tremenda si opererebbe a favore dei Garibaldini. Ho avuto su questo punto una discussione vivissima con Fanti. Parlò delle esigenze dell'esercito. Gli risposi che non eravamo in Spagna, che da noi l'cserci10 ubbidiva»,.' .

A prescindere dal pungente riferimento al non essere «nato» nell 'arn1ata sarda ( «da noi»), si badi a questa affermazione di superiorità dell ' uomo di governo su quello militare, anche se ministro. Essa, giustamente, ha ricevuto approvazione incondizionata. Però, quando si è trattato di confrontare l'uguale affennazione di Cavour cli fronte a Garibaldi, che addirittura minacciava di trascinare la neonata e traballante Italia, eia sola, in una nuova guena, le simpatie di parte sono entrate in gioco, negando in pratica la preminenza della politica governativa, per giunta in uno Stato di diritto, sulle istanze «rivoluzionarie». Non si può sottacere che Garibaldi aveva promesso ai suoi volontari di non ritirarsi eia qualsiasi impegno fi nché non fossero state «liberate» Roma e Yenezia291 , tanto che nell'accomiatarsi dai garibaldini li aveva esortati a tenersi pronti in ogni momento. Mack Smith ha osservato che per Garibaldi «la rivoluzione nazionale era tutto e la politica interna nulla; e in ciò soprattutto differiva dagli uomini politici di Torino» 293 • Pensiamo che più esatto sarebbe dire che anche la politica estera era zero per Garibaldi, e per 1'appunto in questo consisteva la maggiore differenza con Cavour. Quanto a Fanti è certo che vide l'intera vicenda con animo ancora acceso con Garibaldi per il dissidio del 1859; è probabile che in lui affiorasse «l'intolleranza zelo prop1io dei convertiti, sempre i meno adatti a transazioni con gli antichi compagni di studio» 194; ma è anche possibilissimo che ricordasse la ben diversa trafila cui egli stesso si era assoggettato con modestia nella sua carriera ';'' Nel l'esercito merid ionale su 52.389 effc1tivi, 7.343 erano ufficiali (F. TORRr;, Relazione cit., pp. 38 e 416), mentre J'cserci10 regio ,JVeva 7.346 ufficiali per circa 180.000 soldati. Alla battaglia del Volturno erano presenti solo 22.574 garibaldini, di cui I .746 ufficiali. " ' Cavour a Farini in data 8. 10. 1860, in Mezzogiorno cit., III , p. 63. "' Discorso di Garibaldi a Caserta in data 29.9.1860 in Scriui, IV, Roma 1934, p. 310. m D. MACK SM 1T11 , Cavour e Garibaldi c it. , p. 500. ,., L. CEVA, Problemi tlell' Alto Comanclo cii., p. 2 16.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

503

da irregolare 295 • Inoltre, al suo scrupoloso spirito di disciplina e di legalità non poteva non ripugnare veder rientrare nelle file del regio esercito, con sensibili vantaggi di grado, ufficiali che avevano disertato per seguire Garibaldi mentre i loro colleghi erano rimasti correttamente nei ranghi; ed almeno in questo era ben difficile dargli torto. In realtà Cavour voleva, sì, mostrare gratitudine all'esercito meridionale, ma a due precise condizioni. Che i garibaldini «riconoscano senza riserve l'autorità reale. Se si rivoltano~ disse a Farini - esterminateli tutti sino all'ultimo, buttateli tutti in mare» 296 • Come presidente del consiglio e ministro degli Esteri, consapevole della diffidenza ed anche di qualche ostilità straniera, e di conseguenza della necessità di difendere l'immagine dello Stato davanti al consessb internazionale, a buon motivo intendeva opporsi ad inconsulte e pericolose intemperanze. Che i sospetti sull'atteggiamento di Garibaldi fossero fondati o non, ha scarso valore: il fatto è che Cavour ed i moderati li ritenevano ben collocati. Del resto, Bertani arrivò a consigliare il Dittatore di ritirarsi in Sicilia con l'intero esercito meridionale per tenerlo pronto a nuove imprese297 • Cavour teneva a convincere i governi stranieri che il Piemonte non soltanto era alla testa dell'indipendenza italiana, ma altresì il solo capace di opporre una diga insormontabile alla rivoluzione. «( .. .) Noi siamo l'Italia - scriveva al De Launay, ministro di Sardegna a Berlino, affinché ne parlasse a Corte -e operiamo in suo nome. Ma nello stesso tempo siamo i moderatori del movimento nazionale( ...). Questo principio [monarchico] noi abbiamo rilevato; gli abbiamo dato una nuova consacrazione. Quando il regno italico sarà costituito sulle basi irremovibili del diritto nazionale e del diritto monarchico, siamo convinti che l'Europa modificherà il giudizio severo che ora fa pesare su di noi»"' ·

La seconda condizione concerneva i gradi degli ufficiali garibaldini. Nessuna incertezza sulla necessità di «mostrarsi larghi per tutti quei che si sono battuti», ma «non per ciò intendo che si debbano conservare tutti i gradi dati da Garibaldi o da chi per esso. Tolga il Cielo che simile assurdo mi cada nel cervello». Secondo lui una commi~sione, presieduta da Cialdini e formata da due generali piemontesi (ad esempio, De So1maz e Villamarina) e due garibaldini (Medici e Cosenz), avrebbe dovuto suddividere gli ufficiali dell'esercito meridionale in tre gruppi. Una prima ridottissima aliquota da ammettere alla pari nel regio eser,., Fanti era stato volontario in Spagna, fra le truppe cristine, nel luglio 1835; tenente nel 5° reggimento franco di Catalogna nel novembre 1835; capitano nei cacci.atori di Oporto nel luglio 1838; sottotenente nell'esercito regolare spagnolo nel settembre 1839 e poi tenente nel novembre dello stesso anno; capitano nel 1840, 1° comandante di battaglione nel 1843; co.lonnello di stato maggiore nel 1848; quindi nominato maggior generale dal governo provvisorio lombardo ne l luglio 1848; infine maggior generale nell'armata sarda nel nuvembre 1848 e tenente generale nella stessa nel marzo I859. ""' Cavour a Parini in data 8.10.1860 cit. ·m Bertani a Garibaldi in data 25.10.1860, in D. MACK SMJTB, Cavour e Garibaldi cit., p. 496. ''" Cavour a De Launay in data 9.11. J860, in Mezzogiorno cit., III, p. 305.


504

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

cito; una seconda per l'inquadramento di una o due divisioni speciali di volontari (Cacciatori delle Alpi), distinte dall'annata e destinate a sciogliersi per inevitabile e naturale estinzione in breve tempo; una terza, più numerosa, da inviare a casa con una gratifica di un anno di stipendio. Questo perché «si leverebbe in Italia un grido di riprobazione, se si conservassero i gradi agli ufficiali napoletani che fuggirono obbrobriosamente e si mandassero a casa i Garibaldini» 299 • Anche per la Marina, Cavour non amava eccedere in indulgenza. A Persano telegrafò disapprovando esplicitamente le promozioni fatte nella flotta napoletana dopo il passaggio alla causa nazionale: «( .. .) Io sono lungi dal volere che si disconoscano i servigi resi alla causa italiana sia dai seguaci di Garibaldi, sia da quelli che hanno favorito la sua impresa (...). Ma non debbo, nè posso acconsenti.re che si usufrutti il gran movimento nazionale da ambiziosi smodati, le di cui pretese non sono in ragione dei servizi resi (. .. ). Quindi gli dichiaro che consiglierò al Re di non riconoscere in modo assoluto le promozioni fatte dal Generale Garibaldi, ma di sottoporle ad una Commissione di squittinio (...)»,oo.

Sulle modalità di assorbimento dell'esercito meridionale influì sicuramente la decisione di Garibaldi di ritirarsi a Caprera, abbandonando - per il momento - la scena politica. Egli era «il simbolo vivente della dittatura democratica e l'effettiva guida dell'esercito volontario» e questo, massimo fattore del successo garibaldino sino al Volturno, finì per divenire «l'elemento catalizzatore del fallimentare scioglimento dell'esercito meridionale» .101• Il sopraggiungere degli invisi Farini e Fanti aveva mal disposto il condottiero ben più dell'approssimarsi delle truppe regie. Il 28 ottobre lasciò al Sirtori il comando dei volontari, chiedendo ai suoi generali e al Della Rocca di tener segreta la cosa 302• Secondo la narrazione fatta da Parini a Cavour: «( ... ) Garibaldi vide Cialdini a Caserta due giorni prima che il Re venisse a Napoli (5 novembre). li Re aveva dato a Cialdini l'incarico di portargli il decreto col quale lo nominava Generale d'Armata, di dargli sigurtà della conservazione del suo corpo di volontari, e di fargli ogni più ampia dimostrazione di stima in nome del governo e di affetto in nome del Re. Cialdini fu accolto male: Garibaldi rifiutò il grado, fece le solite mormorazioni, i soliti vaniloqui. La nostra longanimità superò quesia prova: il Re lo mandò ad invitare ad accompagnarlo a Napoli. Accettò(... ). Tornammo a fare pratiche per recarlo in tranqui]lo e contentato (...). Ieri (8 novembre) a dieci ore del mattino tutto pareva in accordo. Accettava il grado, accettava i temperamenti proposti rispeuo a' suoi commilitoni: aveva scritto un ordine del giorno conveniente. li Re voleva che per telegrafo vi mandassi la buona novella, annunciandovi che Garibaldi contento veniva a Caprera sul vapore accettato (pareva) in dono. Intanto il Re mandava il Collare dell'Ordine a Pallavicino che si era diportato assai bene. Garibaldi venne alla funzione (il rogito sul plebiscito con le forme usate per l'Emilia e la Toscana) senza di lui (i I Pallavicino, con cui si era urtato). Finito che fu il rogito, Garibaldi entrò

'" Cavour a Farini in data 8. 10. 1860, ibidem, pp. 63-65 . .,.. Cavour a Pcrsano in data 26.10. 1860, ibidem, pp. 192-193. "'' F. MOLFESE, Lo scioglimento dell'esercito garibaldino cit., p. 22. '°' E. DELLA ROCCA, Autobiografia cit., p. 23, nota I.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

505

nelle stanze del Re, il quale lo accoglieva lieto, esprimendogli il compiacimento per le cose convenute con Persano. Garibaldi , accigliato gli disse che aveva mutato pensiero: che egli intendeva esser nominato Governatore civile e militare delle Due Sicilie per un anno con pieni poteri e che voleva il Collare dell'Ordine per Mordini. Il Re rispose corto: <<impossibile». Garibaldi uscì dalle stanze reali e non si vide più. E noi a far nuova prova di pazienza: messaggi in su e in giù, parole dette e disdette, una pratica affannosa di tre ore. Tutto inutile(... )» ,o.1.

Non si è in grado di spiegare il cambiamento d'umore di Garibaldi in extremis. Verosimilmente agirono sul suo spirito influenze, istigazioni, suggerimenti avanzati da qualcuno a lui vicino. Forse gli fu prospettata la fine ingloriosa della sua opera. Forse si trattò di un ripensamento dovuto al recentissimo incontro con Mazzini (intorno al 5 novembre a Caserta), il quale era rimasto convint~ di aver raggiunto un pieno accordo con Garibaldi circa l'azione su Roma e Venezia ,04 _ Soltanto il 9 novembre, al momento della partenza di Garibaldi per Caprera, Sirtori comunicò alle truppe che il condottiero aveva «temporariamente)) lasciato il comando, «abbisognando alcuni giorni di cura» 305• Certamente il gesto - di immenso valore ai fini di evitare pericolosi scontri personali, con ripercussioni di difficile controllabilità, e quindi di agevolare l'unificazione del giovane regno - non era da tutti e ribadiva l'ardente e sincero amor di patria di Garibaldi, ben superiore alla sua indubbia «ambizione di gloria e di popolarità» '.l06_ A Napoli, il problema dell'esercito meridionale fu preso in esame 1'11 noven;ibre da Vittorio Emanuele con Farini, Fanti e Della Rocca. Accanto ai propositi esposti da Cavour stava un progetto presentato da Sirtori, che riprendeva le idee del capo dei Mille. In sostanza, caldeggiava la costituzione di un corpo d'annata dei Cacciatori delle Alpi su cinque divisioni di due brigate ciascuna, composto da tutti i volontari garibaldini (italiani e stranieri) che intendessero rimanere alle armi, dai volontari meridionali non soggetti agli obblighi di leva per l'esercito regolare, e dai volontari dello Stato pontificio e del Veneto. Per gli ufficiali, una commissione - era sottinteso fosse fomiata dagli stessi generali garibaldini - avrebbe vagliato titoli e gradi acquisiti e proposto (e ottenuto) l'equiparazione giuridica agli ufficiali regolari. La truppa doveva accettare una ferma di 18 mesi e comunque, in caso di guerra, l'impegno aprestare servizio sino ad un mese dopo la stipulazione della pace. All'atto del futuro scioglimento del corpo d'armata, tutti, ufficiali e truppa, sarebbero pas"" Farini a Cavour i.n data 9.11.1860, in Mezzogiorno cit, Ili, pp. 306-307. Cfr. L. CHIALA, Ricordi di M. Castelli, cìt., p. 345. Bisogna convenire che Cavour aveva da tempo intuito «il concetto di Garibaldi, che mira appunto ad otten.e re una gran dittatura rivoluzionaria da esercitarsi in nome del Re, senza controllo di stampa libera, di guarentigie individuali né parlamentari» (Cavour a Salvagnoli in data 2.10.1860, ibidem, pp. 12- 13). ""' G. MAZZIN I, Scritti, LXX, pp. 182-184, cit. in R. ROMEO, Cavour e il suo tempo, cit., III, p. 882, nota 226. ·" " F. MOLFESE, Lo scioglimento dell'esercito garibaldino cit., p. 23, nota l . ·'" ' C. CORSI, Venticinque anni cii., p. 368.


506

LA TERZA GUERRA l)' I.NDIPENDENZA

sati nei ranghi dell'esercito nazionale. Inoltre, le divisioni dovevano essere dislocate in sedi stanzial i che potessero funzionare come deposito per i nuovi volontari alla ripresa delle ostilità contro l'Austria, che secondo Garibaldi si sarebbe immancabilmente verificata nella primavera del 1861. Una soluzione del genere presentava pro e contra. D i sicuro evitava ! 'accusa di ingratitudine nei confronti di chi aveva messo in ginocchio il regno delle Due Sicilie; tuttavia trascurava due fattori di basilare importanza: la nessuna intenzione del governo di provocare una nuova gue1Ta d'indipendenza a breve scadenza, e men che meno nella primavera del 1861; l'impossibilità di trattenere quei volontari sotto una qualsiasi ferma e con i vincolì disciplinari propri di un regolare servizio militare. Per la prima considerazione dobbiamo ritornare sulle differenze di prospettiva fra chi ha responsabilità di governo e opposizione (parlamentare o meno): quale mai governo dotato di un minimo di equilibrio politico, d i senso della misura, di capacità di valutazione dei gravosissimi obblighi connessi con la «costruzione» dell 'Italia, avrebbe rischiato di provocare la frantumazione istantanea dell'Unità così fortunosamente conseguita? La fretta, se c'era, riguardava la capacità governativa di far sentire la propria azione in ogni campo della vita nazionale nell'intera penisola. E, osserviamo, il piccolo Piemonte non aveva le spalle così robuste da sopportare l'improvviso peso delle strutture del nuovo regno, non era la forte Prussia che retta da un pugno di ferro - stava operando con progressione misurata nella Confederazione germanica. Sulla disponibilità dei volontari a rimanere sotto le armi , poi, erano leciti fondatissimi dubbi, in quanto la massa si stava mostrando comprensibilmente soddisfatta dell'impresa realizzata (almeno i settentrionali, che rappresentavano quasi la metà dell'intero esercito meridionale ed avevano quasi tutti combattuto) e poco incline ad una guerra nel Veneto (almeno i meridionali). D'altronde, lo stesso progetto garibaldino ammetteva implicitamente una fluttuazione di effettivi. È vero che l'obbligo di sottostare ad una ferma avre bbe in teoria evitato l'inconveniente, però bisognava vedere quanti l'avrebbero accettata. Fanti non esitò a mostrarsi contrario al progetto di Sirtori ; a prescindere dall'onere di dover armare ed equipaggiare l' intero corpo d i volontari, sostenne la necessità cieli' immediata licenzian1ento dell'esercito meridionale come tale , per il carattere provocatorio che avrebbe avuto nei riguard i dell'Austria, e negò recisamente la possibilità di una equiparazione tra i gradi degli ufficiali garibaldini e quelli regolari nonché la concessione ai volontari di passare nel regio esercito a suo tempo. Dopo animata discussione - nel corso della quale arrivò persino a minacciare le dimissioni da ministro della Guerra - con il re, Fanti finì per accettare l'esistenza di un corpo di volontari separato dall'esercito regolare, in cui gli ufficiali fossero stati selezionati da apposita commissione ed inseriti in una «speciale loro scala di


LE CAMPAGNE PER L'UNIT.À D'lTALfA

507

anzianità e di avanzamento» 30 7 , e la truppa risultasse vincolata a due anni di ferma. Gli ufficiali non accettati ed i volontari rifiutanti la ferma dovevano essere congedati con una gratifica di tre mesi di paga. Il giorno seguente, mentre Fanti partiva per Torino per illustrare queste conclusioni al governo, Farini telegrafava a Cavour: «Hicr au soir le Roi était très ému et lrès irrité contre scs Généraux (. .. ) il a dit des cboses dures ao Général Della Rocca; avec moi il a fail une tirade en disant que ses Généraux voulaient lui imposer des actes d' ingratitude et impolitiques contre ceux qui s'étaient battus pour l ' ltalie ( ... ) qu 'il n'cntendait pas ètre le Roi du seul Piémont ni le chef d'une Cour militaire ( ... ). Maintenant, je vous prie de prendre sur !es volontaires des clélibérations équitables qui contenrent le Roi ( ... ). J'ai tiìché de calmer cette tempele en faisant faire, d'accorci avcc le Général Della Rocca, quelques aorrections dans 1'ordre du jour que Fanti avait préparé ( ...)» ~'' .

Vittorio Emanuele si era schierato a favore di un più benevolo trattamento verso i garibaldini, memore della promessa appena fatta al loro capo 3°9, e quanto fosse seccato per l'intransigenza di Fanti è dimostrato dall'ordine del giorno emanato il 12 novembre, in cui, premesso che l'esercito me1idionale aveva ben meritato dalla Patria e dalla sua persona, ne anticipava la conservazione sotto altra veste ed annunciava le concessioni che intendeva fare. Cavour, allarmato, si affrettò ad avvisare Farini affinché «la Commission ne /asse rien sans que le Conseil des Ministres n' ait pas discuté !es base.i· de son lravail», e specificando: «Rappelez au Roi que le Parlement n' a pas donné /es pleins pouvoirs» 310• Poi, il 14, gli inviò, per l'approvazione del sovrano, le bozze di due decreti redatti dal consiglio dei ministri. Il giorno successivo i documenti furono restituiti a Torino con qualche ulteriore modifica apportata da Vittorio Emanuele, fra cui il raddoppio della gratifica di congedo per sottufficiali e volontari, portata a sei mesi come per gli ufficiali. I decreti, pubblicati il 16 novembre con la data però del!' 11, stabilirono dunque l'istituzione di un corpo di volontari, distinto dall'esercito regolare, con ufficiali convenientemente scrutinati (e con i gradi rivestiti al momento del plebiscito e non oltre) e con truppa vincolata ad una ferma biennale. La decisione governativa, caduta in un'atmosfera di tensione per la partenza di Garibaldi e di incertezza per il futuro dell 'esercito meridionale, generò immediatamente reazioni di vario tipo. Secondo l'interpretazione pressoché generale, il provvedimento mirava a sciogliere le truppe garibaldine, a provocare un pericoloso antagonismo tra i due eserciti (regolare e volontario), ad esercitare un umiliante controllo sui gradi e titoli conquistati durante la campagna. Ora, la costituzione del corpo ''" Inrer1ento di Fanti alla Camera in data 18.4. 1861, in P. PIER!, Le forze armate cit., doc. 91, p. 357. ·"'' Farini a Cavour in data I 2. 11.1 860, in Mezzogiorno cit., Ili, p. 316. ·"' Vittorio Emanuele a Garibaldi in data 29.10.1860, ibidem, p. 224. "" Cavour a Farini in data 13.1 I. I 860, ibidem .. III, p. 316.


508

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

d'armata di volontari, a se stante, era per l'appunto l'accoglimento in forma organica delle richieste di Sirtori e del desiderio di Garibaldi di conservare il suo esercito contro il parere del ministro della Guerra, quindi l'agitazione a tal riguardo sembra priva di basi e probabilmente derivava da cattiva informazione. Quanto all' accertamento dei gradi e titoli di merito, era evidente la preoccupazione di chi si sentiva poco sicuro dei propri. Il Riistow ammise con franchezza che «la necessità di uno scrutinio venne ammessa assolutamente dalla maggioranza dei migliori ufficiali» 3 ". Com' é naturale le posizioni degli ufficiali e dei semplici garibaldini erano differenti. In tutti sembra fosse diffusa la convinzione che «l'Esercito Meridionale sarebbe stato conservato e che tutti i volontari, dopo esser stati inviati a casa in licenza pagata, sarebbero stati richiamati entro qualche mese per la ripresa della gueJTa» m. Orbene, alla truppa era offerta la possibilità di scelta fra due anni di ferma o un congedo con sei mesi di gratifica (cioè sino a primavera avanzata) e l'implicita prospettiva di nuovo arruolamento in occasione della prossima guerra. Non possono certo chiamarsi condizioni capestro. E se le si confrontano con il congedamento, avvenuto regolarmente, dei 23.000 volontari che avevano partecipato alla campagna del 1859, non si ravvisa proprio alcun motivo di valida recriminazione. Eppure sin dal 9 novembre i volontari entrarono in agitazione con manifestazioni che, dopo la pubblicazione del decreto reale, andarono aggravandosi per giungere sino all' ammutinamento, al saccheggio, alla violenza 313• 1n linea di massima questo fermento non riguardò i volontari settentrionali, i quali, in fondo, costituivano il grosso dei combattenti dallo sbarco a Marsala al Volturno. Essi, infatti, salvo poche eccezioni, tornarono ordinatamente a casa senza avvertire né creare problemi. Più riottosi si mostrarono i meridionali, invano richiamati alla disciplina dai ripetuti ordini di Sirtori e di Cosenz. Della differenza di comportamento dei due blocchi di volontari molti contemporanei fecero risalire le cause esclusivamente al diverso livello di educazione sociale e culturale, ma appare persuasiva, come ragione più profonda, la tesi che i settentrionali «erano venuti nel Mezzogiorno con lo scopo di unificare l'Italia e di renderla indipendente, convinti in varie misure di arrecare nelle provincie meridionali i benefici delle libertà costituzionali, della certezza ed uguaglianza della legge, della istruzione pubblica, destinate da sè sole a debellarvi l'arretratezza, l'ignoranza e la miseria. La loro 'rivoluzione' era puramente 'politica' e il loro compito, almeno per quel che riguardava il Mezzogiorno, poteva da essi a buon diritto considerarsi esaurito sul Voltumo» ·11 • . ' " W. ROSTOW, la guerra d'Italia del 1860 cit., p. 600. "' F. MOLFESE, Lo scioglimento del/' esercito garibaldino cii.., p. 28. "' C. AGRÈSTI.• Sir1ori, il primo dei Mille, Laterza, Bari 1940, pp. 204-207. ·' '"' F. MOLFESE, Lo sciog/imemo del/' esercito garibaldino, cit., p. 3 I .


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

509

I volontari meridionali, invece, si aspettavano dal nuovo ordine di cose un «rimedio alla disoccupazione, alla mancanza di prospettive, alla demoralizzazione croniche ( ...) mediante l'accesso agli impieghi civili e militari del nuovo Stato unitario» 3 '5, e ciò spiegherebbe «in buona parte la reazione scomposta e tumultaria dei volontari meridionali rimandati a casa bruscamente e senza più prospettive» ·116 • Ma questo non può sicuramente ritenersi valido per i gregari, ai quali erano offerti due anni di ferma e la concessione della pensione per ferite riportate durante la campagna. In realtà, il punto dolente fu il riconoscimento di «vero» volontario, riconoscimento devoluto ad una speciale Direzione del ministero della Guerra distaccata a Napoli con ampia facoltà di decisione. Alla sua testa fu posto il tenente colonnello Genova Thaon di Revel, che procedette alla discrlminazione fra i «veri» e gli «accorsi al bottino» sulla rigida base dell'esibizione di documenti regolari. Non si può dire che avesse torto in linea di principio, considerando che oltre la metà dell'esercito meridionale non aveva preso parte alle operazioni ed era praticamente priva di qualsiasi esperienza militare. Nella seduta del 23 marzo 1861 alla Camera Fanti dimostrerà l'estrema difficoltà di orientarsi sulla effettiva forza dell 'esercito garibaldino: «(...) sono 51.400 che hanno preso il congedo colle rispeuive gratificazioni. Risulta, d'altra parte, che si davano a tali truppe 33 mila razioni di pane e 25 mila di viveri , e si raccolsero 18 mila fucili. Domando se c 'é alcuno che possa trame il conto!»"'.

Ad ogni modo, mentre ancora era tenuta la linea del Volturno, oltre 2.000 volontari avevano chiesto ed ottenuto il congedo. Gli altri, come del resto nelle previsioni generali, «si volatilizzarono letteralmente» 318, riducendosi a circa trecento. Fanti fu accusato di averli invogliati a prendere il congedo con la gratificazione di sei mesi ed il viaggio di ritorno gratuito, e Luigi Mondini ha osservato, molto a proposito, che «l'accusa è molto più grave e peggiore per i volontari che non per Fanti» 319• Il problema degli ufficiali aveva maggiore complessitt1 e risvolti psicologici più gravi. Erano troppi (7.343 per 45.496 soldati) ed i brevetti notoriamente distribuiti con eccessiva facilità, specie nell'ultima fase della dittatura 320 • La commissione di scrutinio, presieduta dal Della Rocca, era composta daj generali garibaldini Sirtori, Medici e Cosenz Ji ,, dai generali del regio esercito Pet"' Ibidem. 6 " lbidem, pp. 32-33. "' In P. PIERI, Le forze armate, cit., doc. 69, p. 327. '" F. MOl.FESE, lo scioglimento del 'esercito garibaldino c it., p. 30. ,,. L. MONOINI, L'unificazione cit., p. 331 . '"' F. TORRE, Relazione cit., p. 40. Dei 7.343 ufficiali, ben 1.700 erano stati nominati in Sicilia dopo lo sbarco di Garibaldi in Calabria, non muovendosi mai dall'isola, dove si trovavano 6.000 volontari. "' I gradi di generale di Sirtori, Bixio, Medici, Cosenz e Tiirr furono subito riconosciuti, senza passare al vaglio della commissione, in analogia a quanto fatto a suo tempo per Fanti, Cialdini, Cucchiari ed i Durando.


510

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

tinengo (sostituito presto dal generale Solaroli) e Gozzani di Treville, con il colonnello Ferrero quale segretario, ed ebbe la generica istruzione di escludere i disertori del regio esercito, i renitenti alla leva e gli immeritevoli sia per comportamento tenuto nel corso della campagna sia per fatti precedenti m _ La selezione peraltro cominciò ad opera dello stesso Comando generale garibaldino di Napoli, che allontanò dal servizio 2.608 uffic iali. La direzione speciale di Revel eliminò altri 630 ufficiali per mancanza di requisiti formali o di documentazione e 159 fecero valere il loro grado di ex ufficiale borbonico per entrare nel regio esercito. A Palermo la commissione mista esonerò 633 ufficiali per difetto di nomina (aprile 1861) e registrò le dimissioni di altri 364. Rimasero dunque 2.949 ufficiali3 23, ma la situazione invece di migliorare risultava peggiorata. A metà gennaio 1861 la commissione Della Rocca si era riunita una sola volta, e per approvare la concessione della gratifica di tre mesi di stipendio agli ufficiali sprovvisti di brevetto, in quanto il lavoro di selezione incontrava continui ostacoli nelle contestazioni fra il Reve l ed il Sirtori . Il primo chiedeva l'esatta situazione organica dell'esercito meridionale per controllare i requisiti formali; il secondo, che neppur lontanamente era in grado di accedere alla ric hi es ta, aveva assunto un atteggiamento offeso )2•. Inevitabilmente gli ufficiali garibaldini, sentendosi lasciati allo sbando, scesero ne lle strade e nelle piazze abbandonandosi a dimostrazioni pubbliche, che aggravarono la situazio11e e indussero Cavour a sciogliere il Comando dei volontari di Napoli sotto la data del 10 febbraio 1861 - giustificando la misura con il congedamento della gran massa dei gregari -, a trasferire la commissione a Torino, ad assegnare ai depositi in Piemonte i resti dei volontari e ad ordinare la presentazione degli ufficiali a detti depositi entro il 15 febbraio, pena l 'automatica attribuzione della qualifica di dimissionari m _ Dopo lo spostamento a Torino, la commissione, presieduta ora dal generale Biscaretti di Ruffia, prese a funzionare con regolarità, anche se sempre con molto scrupolo nell'esame dei titoli e della idoneità dei 2.766 ufficiali presentatisi alle nuove sedi: 2.227 da Napoli (febbraio 1861) e 539 da Palermo (aprile e maggio 186If 26 • Vista la procedura, parecchi preferirono rassegnare le dimissioni senza attendere lo scrutinio. Al momento della fusione nel regio esercito '" F. TORRE, Relazione cii., p. 39. "' Ibidem , p. 40. "' Nella seduta del 23.3.186 I alla Camera, alle osservazioni critiche di Fanti, Sirtori non seppe che opporre un imbarazzato: «Se il numero degli ufficiali fu assai maggiore di quello che avrebbe dovuto essere, anche di questo ne fu cagione la situazione» (in P. PmR1, Le forze armare cii., doc. 60, p. 327). '" A proposito delle manifesta.zioni dei volontari a Napoli, il Cassinis scrisse a Cavour: «Se ne spediscano al settentrione quanti più si può. Sta bene: lo si fa. Restano gli ufficiali. Per carità, la sede della Commissione si fissi a Torino od Alessandria, insomma fuori di qui. Debbano colà presentare in persona i loro ùtoli (...)» (Cassinis a Cavour in data 9.12.1860, in Mezzogiorno cii., IV, p. 38). ,,. F. TORRE. Relozione cit., p. 40.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

5 11

(27 marzo l862, dopo Aspromonte) gli ufficiali garibaldini saranno rappresentati da 6 tenenti generali, 6 maggiori generali, 34 colonnelli, 177 maggiori e tenenti colonnelli , 384 capitani e 1.267 subalterni, pari a 1.874 ufficiali d'arma. Ad essi si aggiungevano 125 medici, veterinaii e cappellani n,_TI RUstow aveva scritto: «( ... ) Levando via questa scoria (cioè gli ufficiali che mai s'erano balluti, o che acquistato il breveno si e rano procurati un impiego civile. o che facevano ritorno al nord senza aver altro operato che qualche marcia) rimangono all'incirca, computati gli ufficiali amministrativi e sanitari. nella parte auiva dell' armata ancora 2.000 uffic iali effettivi cd attivi . Che anche se da questi taluno non fosse acconcio al proprio posto, che anzi molti avessero consumato in pern1esso la parte maggiore e la più importante del loro tempo, che altri in faccia al nemico non si fossero condoni secondo il debito, è cosa ammessa. Laonde, a parer nostro, uno scrutinio era necessario, nell ' interesse medes imo dell'esercito meridionale( ... )» " ' ·

Il ' taglio ' fu dunque forte ma non esagerato, posto che anche il Riistow, competente protagonista garibaldino, aveva giudicato, sia pure «a occhio» la necessità di una selezione dell'entità pari a quella operata. La reale difficoltà pensiamo sia stata avvertita non tanto a proposito delle formazioni garibaldine più o meno regolari, per le quali testimonianze e controlli non erano impossibili, almeno per i veri combattenti m, bensì per i corpi volontari insurrezionali sorti qua e là, in genere d ' iniziativa, legati a situaz ioni local i, senza alcun inquadramento operativo nell'eserc ito meridionale. Ad ogni modo ci pare degna del massimo risalto la consideraziç>ne de l Riistow sulla necessit~t di una selezione «nell'interesse medesimo dell'eserc ito meridionale)). Il principio di salvaguardare i meriti reali di un movimento «volontario» - cioè, per sua natura, di composizione qualitativa molto eterogenea - con un severo riscontTO conclusivo, assai raramente viene osservato dagli stessi principali responsabili de l movimento per un insie me di motivi che vanno dal malinteso senso di solidarietà all'indulgente compiacimento per il successo dell' impresa, al comodo rifuggire dall'onere di una selezione spesso non semplice e sempre fonte di inimicizie e polemiche, all ' interesse di parte o personale di mostrare un peso politico s uperiore. Purtroppo viene ignorato "' C. GlllllOl'IE. Relazione cit., p. 49. Il Torre fornisce dati leggermente differenti: 1.879 ufficiali , di cui 1.740 d 'arma e 139 dei servizi d i campagna, oltre a 220 impiegati amministrativi. 11 • W. Rosrow, La guel'l'a d'/1a/ia del 1860 c ii.. p. 600. Due anni dopo. il 27 marzo 1862, Genova Thaon di Revel scriverà al fratello Ouavio: «Le scorie che si attaccheram10 all'esercito ne saranno rimosse dai consigli di disciplina» (G. DI R EVEL. Umbria e Aspro1110111e, Ricordi diplommici, Milano 1894, p. 58. ,,. P. Pieri ha commentato che il Revel con la sua severità di accertamento, «inclubbiamcn le eliminò dei profiuatori e degli eroi dell'ultima ora, ma pure 11011 pochi aute111ici co111ba11e111i (corsivo nostro)» (Storia militare del Risorgimemo cit.. p. 735). La peremorietà dell"affermazione potrebbe suscitare più di un du bbi<>, giacché gli awe111ici combo11e11ti trovano sempre testimoni nei superiori direlti; ma rimane validissin1a ove la si ponga in rcla7.ionc allo siato d 'anim o provocato dal modo di eITerruare la selezione.


5 12

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

l'aforisma «quel che si regala a chi non merita, si toglie a chi merita». Non solo, ma si sottovaluta l'impressione psicologicamente negativa derivante dal la cieca difesa dei non meritevoli. Nella vicenda sin qui tracciata, merita allora riconoscimento la sostanziale validità del punto di vista di Fanti: no ad un corpo d'annata di volontari a se stante, no all'indiscriminata o troppo benevola equiparazione dei gradi, no a tenere in servizio volontari senza un determinato vincolo di ferma. In fondo pure Cavour la pensava nello stesso modo, anche se per ragioni di politica estera ed interna, e proprio per questo avvertiva la necessità di dare qualche soddisfazione ai garibaldini. Fanti chinò la testa sulla costituzione del corpo dei Cacciatori delle Alpi, ma si impose sulla discriminazione e sulla fenna di due anni. Purtroppo, e qui è il suo grosso torto, affrontò l'intera vicenda con un'ostilità preconcetta, tale da su sci tare perfino lo sdegno di Vittorio Emanuele: «Je voudrais - scrisse il re a Cavour il 22 novembre - pouvoir dire que I' ajfaire de so11 [di Garibaldi] armée 11e m· a pas prése11té de plus graves difficu/tés pour e11 finir avec elle, mais la chose 11' est pas ainsi. le savais parfaitemem ce qu· il fa/lait [aire, je me serais senti fort de la fai re moi méme, car j' avais pour cela plus de faci/ité que tout autre, mais le général Fanti, très ho11néte homme d'ailleurs, mais dom j'ai beaucoup de motiff à me plai11dre durant celle campag11e, ne sauva d' auc1111e manière /es formes dans cette ajfaire et mécomenta tout le mo11de et si je ne me fut [sic] interposé ainsi que la plus part des Générau.x de Garibaldi, 110us aurians eu 1111e révo/utio11 armée et il auraitfa/111 verser du sa11g. On a traité ces malheureux, qui à tort 011 à raison croyaient d' avoir fai/ beaucoup, comme des chiens. Fa11ti /es traitais enpub/ic avec souverain mépris,je lui ai vu maltraiterdes mllfilés qui dema11daie111 I' aumone, en un mot il est trop long d' Ierire et j' a11rais trop à vous dire, mais sachezbien du tori, car de Turin on ne voie pas la c/1ose d' assez de près, et si vous aviez été dans leurs ro11gs comme moi, si vous aviez vu /eur gaieté et leur bonne volonté pour se ba1tre, si vous aviez vu comme moi mi/le l111it cem de /eur mwilés à Naples età Caserte, sans conter [sic] la Sici/e, peut étre vous a11riez épro11vé le méme effort que moi, et peut €tre vous auriez fait des é/oges à la bravoure de ces malheureux, laque//e bravo11re meme était mise en rìdicu/e par Fanti en public. Tout ce qui devait se [aire tolll le monde le savait, meme I' armé de Garibaldi en était prete à tout subi,; mais 011 devait sauver /es apparences pour le corps. Maintenant la d1ose est réduite à ces termes. lmpossibi/ité de la part des Gé11éraux de Garibaldi de s' e11te11dre en rien avec Fanti. Dissolwion compMte du corps q11i emporte avec soi de gra11des haines, lesque//es nous po11rro11s e11core 1111ire. le suis faché de devoir dire tout cela, mais j' écris comme je pense et suis s11r de ne pas me rromper» JJ<J_

A siffatta situazione aggiungasi, da parte delle varie autorità preposte all'attuazione del decreto dell' 11 novembre, uno spirito burocratico cosl privo di tatto e così gretto da provocare l'inevitabile impressione di una voluta e sprezzante persecuzione nei confronti delle camicie rosse e della loro impresa. Ad esempio, le condizioni minime per essere confennati nei gradi rivestiti non furono specificate e rese note a tutti gli interessati; l'interrogativo preliminare ·''" L. MONDfNI, Viuorio Emanuele Il, Cavour e Garibaldi, in Nuova Antologia, ,igosto 1960,

pp. 497-499.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

513

circa l' intenzione di dare spontaneamente le dimissioni fu inopportunamente ripetuto a più livelli; le stesse domande di dimissioni non ricevettero risposta se non dopo due o tre settimane; le liquidazioni spettanti a coloro che avevano chiesto il congedo vennero talvolta corrisposte con inaccettabile ritardo; in attesa dell 'afflusso ai depositi del Piemonte entro il 15 febbraio vennero sospesi gli stipendi, e via dicendo. La questione non era affatto esaurita con lo scioglimento del Comando generale garibaldino. ln tutta la penisola correvano fremiti antiaustriaci e si riteneva prossima la guerra. In questo clima psicologico I' 11 aprile 1861 vide la luce il decreto che riconosceva il Corpo Volontari Italiani «come elemento di forza che in circostanze di guerra avrebbe contribuito alla difesa dei diritti sacri della natione». Era fondato sul criterio di formare i quadri di tre divisioni sin dal tempo di pace, apprestare le dotazioni di armamento e di equipaggiamento sì da poter in brevissimo tempo approntare le unità, aprire gli arruolamenti per i volontari all 'emergenza. L'organico prevedeva circa 2.200 ufficiali, che i generali gruibaldini dovevano scegliere tra quelli riconosciuti dalla commissione di scrutinio. Date le premesse, ovviamente i volontari (beninteso che avessero assolto gli obblighi di leva) sarebbero stati chiamati in un domani non precisabile, e, altrettanto naturalmente, mancando i soldati gli ufficiali erano collocati in disponibilità o in aspettativa per riduzione di corpo. I materiali, invece, erano già disponibili, al pun to che «se mai scoppiasse la guerra, in 15 o 20 giorni tutta l'armata sarebbe in istato di entrare in campagna» ~31• Che la soluzione fosse valida tecnicamente pare difficile da sostenere: quale istr uzione , quale amalgama poteva offrire un simile corpo di volontari allo scoppio della guerra? Per istrnire gli ufficiali ed abituarli all'impiego operativo sarebbe occorso dare vita, almeno di tanto in tanto, ai reparti, ma assegnare soldati di leva del regio esercito avrebbe provocato inconvenienti d'ordine pratico nelle unità regolari; affiancare per brevi periodi gli ufficiali volontari a quelli regolari non avrebbe consentito l'esercizio del comando; richiamare, sia pur temporaneamente, i volontari poteva costituire pretesto per l'accusa di provocazione ostile. Cosicché la soluzione al problema addestrativo rimase in sospeso. il decreto, in realtà, traduceva una mossa di Cavour per prevenire l'intervento parlamentare di Garibaldi, il quale, esacerbato ed offeso per la fine del suo esercito, nonché sollecitato a prendere posizione, si recò a Torino pronto a dare battaglia alla Camera, come deputato di Napoli . L'interpellanza Ricasoli del 18 aprile, che nel le intenzioni si riprometteva di trovare un accordo sulla questione dei volontari, aprì invece la strada ad un'aspra e violentis" ' Intervento di Cavour alla Camera in data 18.4. 1861, in P. P1ERI, le forze armate cit., doc.

94,p.370


514

LA TERZA GUERRA D'lNDIPENDENZA

sima esplosione di contrasti. Allacciandosi a detta interpellanza, Garibaldi negò di aver mai dato motivo ad un «dualismo», poi, lasciandosi trasportare dal temperamento, trascese evocando « l'orrore di una guerra fratricida, provocata da questo stesso Ministero» m _ Cavour reagì, indignalo, ed il tumulto che ne seguì fece epoca ne lla storia parlamentare 333• Ripresa la parola, Garibaldi collegò la grave situazione nel Napoletano con la dispersione delle forze garibaldine e chiese « l' immediata riorganizzazione dell'esercito meridionale, come principio dell'indispensabile armamento, come atto di giustizia e di sicurezza» Jw_ Quella sera stessa gli amici del condottiero lo calmarono, sì da farg li presentare il giorno seguente un ordine del giorno più conciliante. Ma il fatto era che Garibaldi deside rava un suo esercito. «Gli annali del Parlamento - scrisse Arbib - scarsamente consultati dai biografi di Cavour e di Garibaldi, provano ( ... ) che il Generale nemmeno si sarebbe piegato ove, seduta stante, gli avessero offerto d'incorporare tutti i suoi ufficiali (ed era .il partito migliore) nell'esercito regolare. Voleva 25 o 30.000 uomini, e forse molto di più, inquadrati e sotto le armi, per fronteggiare, insieme con l'esercito, gli Austriaci al Po ed al Mincio, e provocare una guerra immediata. Equesto appunto Cavour contrastava parendogli non esser quello te mpo adatto a sospingere di propria iniziativa il giovane Stato a nuova e poderosa guerra» ,.u_ Al tem1ine del dibattito, calmatisi g li spiriti, Cavour impegnò il governo a prendere in attento esame il disegno di legge presentato da Garibaldi per il riordinamento della guardia nazionale mobile («formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell'am,ata di terra») ·'16, ma, «Quanto all 'esercito dei volontari mi esprimo nel modo più categorico. Il Ministero imcncle di te ne re i quadri organizzati in modo che, non solo quando la guerra sia scoppiata, ma altrcsì quando vi sia seria minaccia di guerra, quando cioè le condi2.ioni politiche sieno tali che il Ministero possa menere in azione tune le forze del paese, senza che ciò possa avere quel carauere di provocazione, ora eia! Ministero ritenuta funesta agli interessi d'Italia. il Ministero, dico, immediatamente organizzerà attivamente i corpi dei volontari, li provvederà di yuanto può essere necessario, e pregherà l'onorevole generale Garibaldi di volerne assume re il comando»"' .

..., Segr. Gcn. Camera Deputati, I/ Parla111e1110 del ' Unità d'Italia c it., Il, p. 612. In 1-1. o'lot!Vlt.1.E, Il Re, il Conte e la Rosina cit.. pp. 171 - 179. il racconto di osservatore straniero. "' Fr'.i gli altri. Cialdini insorse vivacemente cd il 2 l apri le scrisse a Garibaldi una lencrn durissima accusandolo di volersi porre al di sopra del parlamento e del governo, e rivendicando ropera decisiva dell'esercito regio nella lib.:razione del regno delle Due Sicilie. La lettern, subito conosciuta, suscitò un nuovo vespa io. " ' Imcrvent() alla Camera in data 18.4.1861. in P. PtERI. Le forze armate ci t.. doc. 92, p. 6 15. "' E. ARB1B. Ci11q11am·a1111i di storia parlczmemare cit., Il. p. 598. ,,. In P. PtEKI, Le/orze armare cit., doc. l07, p. 391. "' Intervento alla Camera in data 20.4.1861 , ibidem, doc. 105. p. 309.


LE CAMPAGNE PER L'UNITA D"ITALIA

515

Garibaldi ringraziò per i chiarimenti e si d ichiarò «completamente insoddisfatto» 3.1 3• Non ci tratterremo oltre sull 'argomento, già ampiamente discusso da storici di varia tendenza .139, limitandoc i a riprendere due considerazioni esposte da Fanti alla Camera. La prima è di carattere etico: «Se fosse ammissibile che un ufficiale qua lunque, abbandonando l'armata a cui s i è asc rillo, e specia lmente trovandosi essa di guardia e di fronte ad un nemico continuamente aueggiato ad offesa, potesse accorrere per impazienz.a. o per altra ragione , laddove, pur combattendo, si raccolgono i gradi a dismisura; se fosse ammissibi le, dico, che quest'uffiziale potesse ritornare lranquillamente co i gradi ottenuli nell'am1a1a che abbandonò, in quell'armata dove i suoi compagni. combattendo più di lui, non hanno ottenuto un solo avanzamento. sarebbe, o signori, tale disprezzo di ogni principio di giustizia e di moralità, che ciò basterebbe per isciogliere quei vi ncoli potent i che costituiscono g li eserciti nazionali, sui quali poggia oggi più che mai la vita e l'onore delle nazioni ( ...)»"0•

A prescindere dal più facile guadagno di gradi, la sola riammissione nei ranghi regolari si presterebbe a serie obiez ioni, e questo sia in un esercito dinastico, sia in uno democratico (specialmente a matrice ideologica). E vale la pena di rammentare che lo stesso Garibaldi. nel chiamare volontari per la sua spedizione, aveva ammonito i militari alle atmi dal non disertare per seguirlo, contrariamente all'opera di subornazione de i vari Bertani, Nicotera e altri suoi fiduciari. La seconda è di natura professionale. L'ostilità preconcetta deg li ufficiali regolari è stata attribuita ad intollerante e non del tutto giustificata gelosia corporativa. Senza dubbio questa esisteva , come è comprensibile esistesse in una carriera appena riordinata e vincolata al superamento di prove iniziali, di cicli di studi, di esami medici 34 ' . Disse Fanti: «Se in poc hi mesi si potessero raggiungere i gradi più e minenti nella gerarchia mi litare, a che servirebbero le accademie, gli istituti mi litari, le leggi sull'avanzamento, le condizioni di ido-

'" lbillem, doc. 106. p. 390. «Dico il vero - tenne a chiarire Gari baldi - . tanto il mio ordine del giorno, dopo che per condiscendenza ai miei amici sono stato obbligato a mod ificare in senso malvagio, quanto l'ordine del giorno dell'onorevole Ricasoli sono ben lungi dal soddisfarmi». "' Fra gli altri. G. ROCHAT, li ienio militare di Garibaldi; F. MAZZONIS, l'esercito italiano al re111po di G(1ribaldi; P. DEiL N EGRO, Garibaldi.fra esercito regio e na:ione armata; L. CEVA, Dalla campagna del •59 alla sciofilimenro detr esercito meridionale; S. LASALVIA, I 111or11e11ri del/' inco11rro e dello scomro (1861-1870), in F. MA'.I..ZONIS (a cura). Garibaldi condouiero cit., L. CEVA. Le Forze Armare, UTET. Torino 1981 , cap. III. "" Intervento alla Camera in data 18.4. 186 1, in P. PJER J, Le for:e armare cit.. doc. 9 I. p. 356. notissima l'estrema contrarietà tuu'ogg i suscitata dall'immissione nei ruoli di una qualsiasi ammin i~trazione statale di elementi ai qual i unu decisione politica «abbuoni» il nonnale scoglio iniziale del concorso. E. del resto. quale mai ordine degli ingegneri accoglierebbe nelle proprie file s ia pur ottim i geometri con diec i o vent' anni di esperie nza? E s i potrebbe esemplificare con alu-e categori e professionali.

'" t


516

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

neità? Perché sacrificare i nostri figli a lunghi studi, a discipline rigorose, a privazioni, a spese? ( ... )» '".

Dopo tutte le critiche impietose agli ufficiali della vecchia annata sarda, accusati di insufficiente preparazione professionale; dopo le revisioni e le innovazioni attuate da La Marmora e dallo stesso Fanti per migliorare il livello qualitativo dei quadri, diventava quasi inevitabile il rifiuto all'accettazione indiscriminata dei volontari di grado più elevato (e ciò nonostante i divisionari garibaldini furono ammessi senza selezione). Quanto ali ' «opportunità di dare una posizione a tanti piccolo-borghesi cui le industrie non offrivano un adeguato sfogo come nel nord» 3'3, condividiamo le obiezioni di Mazzetti 344 e rammentiamo che su simile principio dello Stato assistenziale erano per l'appunto fondati la pubblica amministrazione e l'esercito delle Due Sicilie 345 • Certamente in quel periodo le esigenze belliche e la dilatazione dell'esercito connessa con le annessioni resero frequente il ricorso a provvedimenti straordinari circa i quadri, quali l'istituzione di corsi accelerati e l'accettazione di ufficiali provenienti da altr i eserc iti regolari o non, ma - fermo restando che misure del genere, determinate dall'imperiosità delle circostanze, non hanno mai dato, nel loro insieme, risultati eccelsi - occorre distinguere tra i giovani ufficiali e quelli di grado medio-alto. Per i primi, date le circostanze, si accettava una sommaria preparazione professionale di base, devolvendone il completamento al successivo servizio nei reparti. Per i secondi si può reputare più o meno sicura la riserva mentale dell'accantonamento o dell'esonero, ove avessero palesato gravi deficienze di un qualsiasi tipo. L'accusa di pretendere garanzie sul piano politico, anche facendo astrazione di ventilate implicazioni classiste, ha sicuramente un fondamento, ma è lecito riconoscere trattarsi di una pretesa propria di qualunque regime. Il rifiuto delle teorie repubblicane, della loro propaganda e, in particolare, della manifesta intenzione di attuarle appare addirittura ovvio, così come lo sarebbe a situazione invertita. Non si dimentichi che l'esercito meridionale era sorto da una iniziativa individuale e non governativa; che Garibaldi considerava i suoi volontari come i veri, i soli e legittimi rappresentanti della nazione; che all'occorrenza i volontari avrebbero seguito ancora Garibaldi e non il governo. Peraltro, con ogni probabilità - tenu'" Intervento alla Camera in data 18.4.186 1. in P. PcERJ, Le forze armate cil., doc. 9 l, p. 356. '" P. PIER!, le for:e armare cit., p. 56. Stupisce l'opportunità suggerita dal Pieri, visto che egli stesso aveva definito l'esercito napoletano «pressoché un grande ente di sussidio per la disocucpazione» (S1oria milirare del Risorgimenlo cii., p. 658). "" M. MAzzETTI, Dagli eserciti 11nitari c iL., p. 30, nota 52. "'' Ma.ssari illustrò la penosa situazione dell ' arnrninjstrazione e della burocrazia a Napoli, ove occorreva distruggere l'opinione «che il Governo abbia ad essere il grande elemosiniere pubblico, il riparatore di tutti i mali» (Segr. Gen. Camera Deputati, li Parlamento del/' U11i1à d'Italia cit., p. 263).


LE CAMPAGNE PER L' UNITÀ D'ITAUA

517

to nel debito conto l'indiscusso lealismo di Garibaldi nei confronti del re - il vero timore riguardava la vena rivoluzionaria ne lla versione del «colpo di testa», a causa delle prevedibili ripercussioni internazionali e della minaccia all'unità del nuovo Stato. In sos tanza, possiamo condividere sia il commento di Guerzon i: «Avevano torto i garibaldini di presentare il conto, e torto il governo di tirare il prezzo», sia quello di Mondini: «Si poteva far meglio e si poteva far peggio ( ...). Ma a parte il fatto che facile è criticare ragionando col senno del poi, ( ... ) in qualunque modo lamentele e recriminazioni, giustificate e ingiustificate, non si sarebbero potute evitare in alcun modo» .M6.

*** 114 maggio 1861 il Giornale Militare pubblicò la seguente nota: «Vista la legge in data 17 marzo 1861, colla quale S.M. ha assunto il titolo di Re d'Italia. il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Capi ed Uffici Militari che d'ora in poi il Regio Eserci to dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l'antica denominazione di Armata Sarda. Tulle le relative iscrizioni ed intestazioni che d 'ora in avanti occorra di fare e di rinnovare, saranno modificate in questo senso. li Ministro della Guerra, M.Fanti»

La struttura che l'esercito italiano doveva assumere era già stata indicata dal decreto del 24 gennaio 1861, vale a dire: - uno Stato Maggiore Generale; - sei corpi d 'armata, ognuno su tre divisioni 347, un battaglione di deposito, due reggimenti di cavalleria, nove batterie di artiglieria, una compagnia zappatori ecc.; - una divisione di cavalleria di riserva, su due brigate di cavalleria ed una di artiglieria a cavallo; - una riserva generale d 'artiglieria, con undici batterie da battaglia; - il corpo dei carabinieri su 13 legioni territoriali ed una legione allievi. La divisione era su due brigate di fanteria, due battaglioni bersaglieri e tre batterie campali. Complessivamente, l'intero esercito avrebbe avuto diciassette divisioni di fanteria ed una di cavalleria 348 • L'argomento divenne oggetto di un vivace dibattito a lla Came ra tra il Fanti ed il La Marmora. Questi, legatissimo alle pi:oprie idee, attaccò l'intero programma del ministro chiedendone la sospensione, tuttavia fermò l'attenzione principalmente su tre punti: l'organico dei reggimenti di fanteria e di cavalleria, la valorizzazione delle figure del vicecomandante (tenente colonnello) e ;.. L. MONDIJ\~, l ' 1111ificazio11e cit., p. 332. -"' Eccezion fatta per iJ V corpo d' armata, che ebbe due sole divisioni. "' TI Ri.istow osservò che si aveva: una brigara per 400.000 abitanti per le provincie del regno prima del 1860; una ogni 655.000 abitanti per Marche e Umbria; una ogni 2 .280.000 abitanti per l'ex-regno delle Due Sicilie (la guerra d'Italia del 1860 cit., p. 664).


518

LA TERZA GUERRA D'IN DIPENDENZA

dell'aiutante maggiore (capitano anziché tenente), la convenienza di non toccare l'ordinamento precedente (dello stesso La Marmora) per non dover mutare la regolamentazione d'impiego in circostanze tanto delicate. 11 tutto con divagazioni che impedivano una esauriente discussione e sotto l'insistente affiorare del più grosso problema dei garibaldini. In poche parole: La Mannora non accettava la nuova struttura del reggimento di fanteria su tre battaglioni di sei compagnie e sosteneva i vantaggi del proprio, con i reggimenti su quattro battaglioni di quattro compagnie; criticava la reintroduzione del grado di tenente colonnello perché, a suo dire, «colonnello e tenente colonnello non andavano mai d'accordo tra di loro; gli urti erano continui, gli scandali assai frequenti ( ... )»; considerava pericoloso l'affidare l'incarico di aiutante maggiore ad un capitano, anziché ad un luogotenente come sempre fatto, perché l' influenza che l'aiutante maggiore avrebbe acquistato sarebbe stata nociva sotto ogni aspetto; affermava impossibile per un comandante di reggimento di cavalleria esercitare un'efficace azione di comando sui sci squadroni voluti eia Fanti in luogo dei vecchi quattro; metteva in guardia dal prendere decisioni che comportassero modifiche nella regolamentazione, perché «neanche gli anziani uffiziali saranno in grado di facilmente imparare le innovazioni che si vorranno introdurre in questi regolamenti» '"9 • Come si vede, si trattava di argomenti di natura eminentemente tecnica, per i quali era difficile sollevare una proficua discussione parlamentare, e bene fece Cavour a tagliar corto: se la Camera riteneva che l'intera organizzazione dell'esercito in corso d'attuazione fosse sbagliata, come in pratica sembrava sostenere La Marmora, si pronunciasse liberamente in tal senso ed il ministero avrebbe lasciato ad altri più abili la cura di «provvedere al più grande, al più urgente di tutti i bisogni, la costruzione e l'ordinamento del grande esercito ita1iano» '\O. L'ordine del giorno La Marrnora fu respinto a netta maggioranza. Su due punti, più impo1tanti, invece non esistette dibattito. Erano di alto interesse ma, evidentemente, non di interesse «politico». Il primo concerneva il «sistema generale della difesa del paese» , come disse La Marmora, il quale biasimò l'assenza di provvedimenti per la sponda sinistra del Po in quanto lasciava indifesa la Lombardia. Fanti rispose brevemente, respingendo.le osservazioni, e nessuno mostrò di voler approfondire la questione. Il secondo punto si traduceva nell'articolazione di comando dell'armata. Tutti sembrarono convenire sull'ordinamento Fanti, a parte un non necessario decentramento ed una certa rigidità nella costituzione dei corpi d'armata rilevati da La Marmora: invece, il 9 giugno, appena riformato il governo a seguito dell ' improvvisa mo1te cli Cavour 351, vennero sciolti i corpi d · armata e conservate le 17 divis ioni

"' Intervento in data 23.3. 1861, P. PIERI, Lefor:e armare cit., doc. 63, pp. 306-3 16. "'' Intervento in dutil 23.3. 1861, ibidem, doc. 71 , p. 328. '" Il nuovo presidente del consiglio, Rica~oli, assunse ad imerim il portafoglio della Guerra.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

519

attive. Il territorio nazionale fu suddiviso in sei dipartimenti militari, comprendenti un determinato numero di divisioni e sottodivisioni territoriali e retti da Gran Comandi (Torino, Milano, Panna, Bologna, Firenze, Napoli). L'aspetto più caratteristico del provvedimento riguardò l'articolazione interna dei Comandi di divisione e di dipartimento: ognuno comprendeva due Stati Maggiori, uno per l'impiego operativo, l'altro per gli impegni territoriali. Ovviamente il primo sarebbe entrato in campagna con le truppe mobilitate. Tuttavia, il generale Petitti di Roreto, ministro della Guerra dal 4 marzo 1862, prima (R.D. del 29 giugno 1862) soppresse nelle divisioni i due Stati maggiori, fondendoli in uno, poi (R.D. del 23 febbraio 1863) abolì le divisioni attive e ritornò così, completamente, al vecchio ordinamento La Marmora. In 'sede di studio delle modifiche da apportare alla legge di reclutamento e delle modalità della sua estensione all'intero territorio nazionale, il Petitti si attenne a tre c1iteri reputati di piena rispondenza ai fini delle determinazione della forza dell'esercito in guerra: non superiore al 3% della popolazione; non tenere una forza di pace superiore alt'!% della popolazione, stabilire un organico di pace pari ad un terzo di quello di guerra ' 12• Inoltre decise di continuare a tenere alle armi la seconda categoria come fatto dal 1859, per coprire il mancato o l'incompleto gettito di leva di talune provincie "1. Calcolando di disporre, con un reclutamento annuo di 44.000 uomini di leva (seconda categoria compresa), di circa 400.000 uomini in cifra tonda all'i· nizio del 1864, Petitti dedusse: 30.000 u. per i servizi di sicurezza pubblica e territoriale, istituti militari, stabilimenti di pena e veterani; 28.000 u. per i Comandi territoriali, i quadri dei depositi e gli operai cli artiglieria; 30.000 u. per i servizi di campagna, come parchi, equipaggi da ponte, traini, ospedali ecc.; 4.000 u. per una divisione di cavalleria di linea. Rimanevano 308.000 uomini che potevano dar vita a 21 divisioni su circa 15.000 effettivi e 10.12.000 presenti 35''. L'incremento di quat.tro divisioni si prestava a risolvere finalmente l'incresciosa questione dei garibaldini: o costituire di fatto le quat· tro divisioni di volontari di cui al decreto dell' l 1° aprile 1861, ribadito da quel· lo del 20 ottobre successivo, oppure incorporare i circa 2.000 ufficiali garibaldini nel! 'esercito regolare, anticipando di poco la costituzione di 12 nuovi reggimenti di fanteria. li governo Rattazzi si trovò concorde su quest'ultima soluzione, facendo «procedere di pari passo la fusione coll ' ingrandimento dell'Esercito» m, cosa che fu possibile realizzare senza aggravio per il bilancio della Guerra, iscrivendo sul capitolo Fanteria la spesa dei nuovi reggimenti e cancellando l'intero capitolo Corpo dei Volontari. Ciò deciso, scrisse Petitti, "' A. PETITTJ DJ RORETO, L' ordinamellfo dell'esercito italiano esposto al bilancio per il 1863, Torino 1863, p. 22. L'opuscolo spiega nei particolari le ragioni delle scelte alla base cle ll 'ordinarnento 1863 e conrrobatte le osservazioni rorrnulate eia Fanti in un suo scritto. '" Ibidem , p. 23. " ' Ibidem , p. 24. "' Ibidem , pp. 24-27.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

520

«io diedi scrupolosamente a ciascuno la parte sua, quindi riempii nelle esistenti 17 divisioni tutti i posti vacanti colla promozione degli antichi ufficiali, e per altra parte rise~ai ai volontari un numero di posti corrispondente ai 12 nuovi reggimenti. L'esito fu pari all 'aspettazione (...)» 3~ . Peraltro Petitti approfittò del non essere ancora andata in esecuzione la disposizione che portava i battaglioni a sei compagnie, come previsto dall'ordinamento Fanti, e, allegando «unicamente la ragione di opportunità, [e] lasciando intatta la questione tecnica», si affrettò a riproporre l'organico reggimentale su quattro battaglioni, secondo I' ordinamento La Marmora del 1852 m, che avrebbe agevolato la formazione delle nuove grandi unità. La proposta Petitti venne approvata e sanzionata con il decreto del 23 marzo 1862. I quarti battaglioni, non appena formati, saranno inviati tutti nel Mezzogiorno a combattere il brigantaggio. Nel 1863 per la prima volta un'unica legge sul reclutamento entrò in vigore in tutta Italia. Essa riguardò la classe 1842 e i dati complessivi furono i seguenti "': cancellati dalle liste di estrazione ................ ..... .... .............. ............... 5.055 rifom1ati ..... ......... .............. ........ ...... .................................................. 50.220 esentati ........................................................................... ...................53.990 rimandati alla leva successiva ................ .. .............. ........................ ... 12.952 contingente dì J@ categoria ................................................................. 33.529 contingente di 2il categoria ........:................... ............. .......... ............. 25.749 totale iscritti

224.506

Poiché il corpo ufficiali aveva ormai ricevuto le ultime immissioni dai volontari, possiamo datare da quest'anno la situazione stabilizzata del primo esercita italiano. La relazione del ministero della Guerra sulle leve dal 1860 al 1863 riepiloga alcuni dati di forza, comprendenti ufficiali, sottufficiali e truppa)'9: armata sarda ... .............................................................. ................... 111.201 lombardi (classi 1830-39) ................................................................. 37.476

"' Ibidem, p. 30. m Senza dilungarci sulla lunga ed appassionata discussione su pregi e difetti dell'una e de!· l'altra soluzione, ricordiamo il confronto fatto dal Petitti fra i vari organici. L'ordinamento Fanti prevedeva il reggimento su tre battaglioni di 900 u., ciascuno su sei compagnie di 150 u., per complessivi 2.700 u. L'ordinamento Petiui.. il reggimento su quauro battaglioni d.i 692 li., ciascuno su quattro compagni e di 173 u., per complessivi 2.768 u .. Nell'esercito austriaco il reggimento aveva tre battaglioni di 912 u., ciascuno su sei compagnie di 152 li., per complessivi 2.736 u .. Nell'esercito prussiano il reggimento aveva tre battaglioni di 1.000 u., ciascuno su quattro compagnie di 250 u., per complessivi 3.000 u. (A. PETITTI, ibidem, pp. 65-66). "' F. T ORRE, Relazione cit.. pp. 441-442, pp. CLXIV-CLXV. "' Ibidem, pp. 45-48.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

521

esercito dell 'En1ilia ......... ....... ............. ...... ..... .... ..... .... ..... ..... ............31.521 esercito della Toscana ..... .......... .......... .......... ......... ................... ........20.455 esercito napoletano .... ..... ..... .......... ................................................... 60. 159 esercito meridionale .... ..... .................. ......................................... .. ..... . 1.955 cacciatori del Tevere (volontari Masi) ............... ........................... .... .. 1.613 arruolamento volontario nell'esercito ............... .... .... ..... ......... ...... .... 11.812 ufficiali posteriori alle annessioni .. ......... ......... .............. ......... ............3.376 totale 279.568 coscritti leve classi 1839-42 ............................. .............................. 229.717 totale generale

509.285

A questo numero globale occorre, tuttavia, apportare le seguenti detrazioni: perdite per Nizza e Savoia ...... ................... .................. ......... ............ 12.000 congedo assoluto per fine fem1a ..................... ............. .............. .... ...70.353 congedo per infem1ità ......................................... ..... .... .... .............. ... 17.918 congedo per altre cause .............. ..... ............... ......... ......... .... ..... ..........9.142 morti in servizio e non ...... .......... .... .... ....... ... ..... ...... ........ ... .............. 15.064 disertori 360. •• .. •• •••••••.•••••••••••••••••••• •• •• ••• •• ••• •• ••• •. ..••••••••• . •• •••• . ••• • ••••.••••••• 16.223 passati alla leva di mare ............. .... .. ...................................................3.958 totale perdite

132.658

In conclusione: incrementi ... .......................................................... .... ..... .......... .......509.285 deduzioni ....................................... .... .......... ..... ................... ............ 132.658 forza presente teorica ................... ..... ..... .........................................376.627 forza presente reale .............................................. .......... ........ ..... ... .379.722 La differenza di 3.095 uomini è spiegata con il successivo passaggio nell'esercito di mjljti della guardia nazionale mobile e dei volontari del 1860. Con i 380.000 uomini in servizio, l'esercito aveva costituito, oltre ai vari enti terTitoriali 361 :

·''° Dedotti coloro che si presentarono in ritardo spontaneamente e quelli tratti in arresto. " ' F. TORRE, Relazione cit., p. 2.


522

LA TERZA GUERRA D ' INDIPENDENZA

80 reggimenti fa nteria di linea, 6 reggimenti bersaglie1i , l 7 reggimenti di cavalleria, 10 reggimenti d'artiglieria, 2 reggimenti del genio, 3 reggimenti del treno, 14 legioni di carabinieri. Petitti aveva ammesso che col tenere alle armi anche la 2~ categoria beninteso sino a conseguito pieno effetto della leva in rutta la penisola - l'eserc ito sarebbe stato privo di riserve p~r qualche tempo e che perciò in questo periodo la g uardia nazionale mobile doveva supplire a tale carenza ·162• Ma affermò con forza, tenendo conto del fatto che le guerre dell'epoca si presentavano «grosse e brevi», come riconosciuto anche da Fanti: «preferisco avere un Esercito maggiore senza riserve ad un Esercito minore con riserve, perché col primo vi è più probabilità di utilizzare tutte le forze, che col secondo» ; <>.i_ È chiaro che la bontà del principio e la sua applicazione debbono esser poste in relazione all'ipotesi strategica, sulla quale per il momento non ci soffermeremo. *** Occorre adesso tornare, brevemente, alla famosa seduta alla Camera del

18 aprile 1861. Un mese dopo lo sgradevole episodio, Garibaldi aveva scritto a Cavour: «Sia Vittorio Emanuele il braccio dell 'Italia e Lei il senno, signor Conte, e formino insieme quell 'intesa potente che solo manca oggi alla penisola». E, fisso com'era nell'idea de lla possibilità e necessità di aprire una nuova immediata guerra con l'Austria, aveva suggerito all ' uomo di Stato di assumere la dittatura straordinaria, con la conseguente temporanea sospensione delle prerogative delle Can1ere, al fine di meglio realizzare la concentrazione di ogni sforzo utile per il completamento dell'Unità! <1>< . È per l'appunto nel quadro di un «armamento» generale che Garibaldi aveva presentato alla Camera il progetto di ristrntrurazione della guardia nazionale, accolto dal governo per un esame approfondito. La guardia nazionale doveva esser composta da tutti i cittadini di età compresa tra i l8 ed i 35 anni (esclusi quelli in servizio alle armi od in particolari situazioni di famiglia), di cui un 'aliquota «distaccata per servizio di guerra>) sarebbe stata ordinata come

"" A. PETI lTI, L' ordinamemo cii., p. 23. '"' Ibidem, p. 45.

"" Garibaldi a Cavour in dala 18.5 . I 86 1. in Episrolario di G. Garibaldi, VI, Roma 1983, pp. I 04- 105.


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALlA

523

l'esercito regolare .1o). Le obiezioni a simile disegno di armare un milione e duecentomila uomini (secondo Bixio) furono di tre tipi. Dal punto di vista sociale, inglobando tutti i cittadini, il servizio avrebbe gravato maggiormente sui braccianti, già più degli altri soggetti alla leva, senza ouenere un risultato probante, giacché per circostanze politiche varie gran parte di tale classe in Italia non possedeva particolari doti di patriottismo nè un minimo di base culturale. L'argomentazione era, invero, alquanto speciosa. Assai più attendibile sarebbe stata l'aperta ammissione delle preoccupazioni che potevano sorgere nel Mezzogiorno, ove già il banditismo si stava affennando J66 • Comunque un motivo del genere probabilmente non aveva gran peso per Garibaldi, per il quale il mito del popolo in armi conservava piena suggestione a dispetto delle recenti desolanti esperienze in Sicilia e nel Napoletano. Esistevano anche perplessità di natura politica, visto che la proposta di Garibaldi (<creava quasi un esercito a costa del! 'altro, di ordine e di spiriti diversi, ed evitando da una parte un pericolo andava incontro ad un altro: apparecchiava, cioè, le forze per la difesa nazionale, e dall'altra parte creava delle forze le quali potevano servire per un caso più o meno remoto, più o meno probabile, al disordine ed alla rivoluzione» .167• Ed infine non si potevano ignorare le serie difficoltà d 'ordine tecnico. Faci le parlare di costituzione di «divisioni», ma dove prendere gli uffic iali per g li Stati Ivlaggiori? come mettere in piedi efficienti reparti di artiglieria e di cavalleria? come addestrare all'impiego in campagna almeno le brigate? ln definitiva si addivenne ad un compromesso, approvato dalla Camera a grandissima maggioranza il 24 lug lio, che praticamente si limitava ad un riordino della guardia nazionale e svuotava di contenuto il progetto di Garibaldi: esclusione dei cittadini che non avessero soddisfatto gli obblighi di leva e superato i 35 anni; esclusione dei braccianti e dei manovali; ordinamento dei reparti limitato al livello di battag lione di fanteria; esclusione dell'artiglieria e de lla cavalleria, eccezion fatta per casi particolari (servizio alle ballerie da piazza e pattugliamento a cavallo in determinare regioni); costituzione di 220 battaglioni di circa 600 uomini, per complessiva 130-140.000 guardie; ferma biennale, con precedenza ai volontari , poi agli iscritti alla 1° cd infine alla 2u categoria; dipendenza dal ministero della Guerra; nomina degli ufficiali devoluta al re su proposta del ministro. Il RUstow, grande fautore della Lcmc/wehr, sì espresse sull 'argomento con un'osservazione più volta citata: «L'Italia, che in condizioni specialmente favorevoli si aggruppò intorno al piccolo Piemonte, sarebbe stata nella posizione di collegare la rivoluzione politica con una grande riforma 1nilitarc eia far sbalor''' J11 P. P1E111.Leforzean11arec it. , doc. 107, p. 39 1. "" L'on. Musolino propose addirittura che ogni milite potesse tenere a casa propria le armi! (imervento alla Camera in data 24.6. 1861, ibidem, doc. 117, p. 410). ,., Intervento clell'tm. Carncciolo alla Camera in data 20.6. 186 1. ibidem. tloc. I IO, p. 402).


524

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZ A

dire il mondo. A tal uopo mancò ai suoi capi il necessario spirito d'intraprendenza, e l'Italia creò un'armata sul mode llo piemontese»lòS. Si tratta di un'opinione largamente accettata acriticamente, se non addirittura calorosamente accolta, ma che non ci sentiamo di condividere - a parte valutazioni di carattere militare - proprio nella premessa, data per incontrovertibile: «in condizioni specialmente fa vorevoli». La situazione della penisola nel 1861 -62 tutto poteva chiamarsi fuorché tranquilla. Cominciamo dalla nuova posizione che la Sinistra democratica aveva guadagnato con l'impresa garibaldina (le e lezioni del gennaio 186 1 avevano dato una certa consistenza all'Estrema Sinistra). Gli eventi del 1849 ed i sanguinosi insuccessi degli anni seguenti le avevano nuociuto grandemente, ma adesso che forze rivoluzionarie, forze popolari , avevano conquistato il Mezzogiorno, la Sinistra poneva al parlamento ed al paese «un'ipoteca sull'avvenire» 369, e la Destra si trovava in certo modo costretta alla difensiva. Non poteva più rinfacciare ai democratic i la mancanza di senso di responsabilità c lo scarso realismo, e, per converso, doveva scrollars i di dosso le accuse di soggezione verso Napoleone ID e di ingratitudine verso Garibaldi. Secondo l'acuto giudizio di Romeo: «È questo il nucleo originario della frattura politica e morale che tanto peserà nei decenni successivi sulla vita dell'Italia unita e che si tradurrà nella coscienza e nella ideologia del Risorgimento come rivoluzione incompleta, matrice, sul piano politico, di sempre rinnovate contestazioni dell'assetto vigente e, sul piano culturale, del «revisionismo risorgimentale»"''.

In campo economico stavano affiorando problemi di rilevante portata. La politica finanziar ia dipendeva dalla politica economica dell'Italia unita. Per quanto ottimistiche fossero le convinzioni sul futuro economico del paese, era chiara la necessità di' almeno qualche anno di assestamento. Basti accennare all' impossibilità di predisporre un bilancio attendibile per l'intero regno, dovendosi desumere i dati da quelli parziali e difformi degli Stati annessi, tanto che il bilancio provvisorio consentito dal 1° novembre 1860 al 31 mano 1861 prima dovette esser prorogato di tre mesi, 'poi di fatto durò sino al dicembre. A buon motivo Cavour guardava attentamente la situazione complessiva, persuaso che «se non giungiamo a entrare in una via che ci conduca al pareggio delle entrate colle spese, l'Italia si sfascia» m . E le spese crescevano: dall'ampliamento inevitabile dell 'esercito e della marina agli investimenti per lo sviluppo. li Bastogi, ministro delle Finanze dal marzo 1861 , creò il Gran Libro del Debito Pubblico iscrivendovi anzitutto il prestito di 500 milioni di lire chiesto per coprire il prevedibile disavanzo del 1861 di ben 314 milioni (anziché di W. ROsrow. la guerra del 1866 in Germania e in Iwlia. Milano 1866, p. 515. Cavour e il .mo tempo cit., m, p. 822. ,,. Ibidem, pp. 822-823. "' Cavour a Nigra in data 14.2. 1861, in Mezzogiorno cit., IV, p. 333. ,M

"" R. ROMEO,


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITALIA

525

267 mìlioni, come calcolato inizialmente), e poi, unificandoli, tutti i debiti degli Stati preesistenti. D 'altronde l'imposizione fiscale non poteva essere unifonne se le varie regioni, ed in specie quelle meridionali, non acquistavano «la medesima forza per sopportare i medesimi pesi» come affermò il Bastogi. Inevitabilmente, dur~te la discussione parlamentare sul bilancio a fine giugno 1861 il dibattito assunse toni accesi, tanto da far nascere sospetti e accuse: da un lato che i meridionali «volessero sottrarsi studiatamente ad ogni sacrificio necessario per la Patria» e dall'altro che i settentrionali, «tanto più ricchi, pretendessero di aggravare in malo modo e di sorpresa la mano su quelli che già vivevano in condizione miserrima» 372 • A fine 1861 il Bastogi dovette comunicare che il I disavanzo ammontava a 400 milioni, e nel 1862 il Sella, nuovo ministro delle Finanze, accertò una falla di ben 500 milioni. n Minghetti, a sua volta, il 14 febbraio 1863 annunciò un prevedibile disavanzo per l'anno in corso di 775 milioni esprimendo la speranza di raggiungere il pareggio nel 1866. Ma il Mezzogiorno si dibatteva in un'evidentissima crisi che rischiava di compromettere sin dall'inizio l'esistenza del giovane regno. Cavour era partito dall'idea di lasciare larga autonomia amministrativa e perfino politica ai luogotenenti nominati a Napoli ed a Palermo, persuaso com'era della convenienza iniziale di «conservare il più possibile dell'amministrazione precedente, riordinando ciò che sia confuso e disordinato ( ... ) e preparando l'avvenire ( ...). L'esperienza passata ci ha dimostrato che in materia amministrativa è bene non affrettarsi a cambiare» m, ma, di fronte ad inequivocabili segni di regionalismo e particolarismo, aveva finito per convincersi del forte pericolo insito in un decentramento incontrollato. Il Mezzogiorno non si riduceva ad un semplice problema di polizia; le sue risorse economiche non bastavano a sostenere gli oneri necessari ad avviarlo sulla strada della modernizzazione, a rompere la rigidità delle struttura sociale della sua agricoltura, ad incentivare un 'attività privata della borghesia, a rivedere l'intera burocrazia. Il tutto in un crescente affiorare di disordini, nel dilagare di un brigantaggio che obbligava ad impegnare buona parte dell'esercito 37' , nel fonnarsi di un pericolosissimo distacco psicologico fra il Nord, sprezzante per l'arretratezza civile e politica di regioni infelici al di sotto di ogni livello immaginato, ed il Sud, ferito nell'amor proprio da quella che più dell'Unità assumeva l'aspetto della Conquista. Deluso ed allarmato, sin dalle prime settimane di luogotenenza Cavour concluse che occorreva assolutamente «imporre l'unità alla parte più corrotta, "'E. ARllJB, Cinqua11r' anni di storia parlamemare cit., Il, p. 706. -"' Minghetti a Farini in data 1.1 1.1860, in Mezzogiorno cit., Ili, p. 252. m Quanto alla ventilata idea di conservare l'esercito meridionale per impiegarlo neUa loua contro il brigantaggio, a prescindere dalla sua concretezza vi sta la situazione. ci limitiamo ad osservare che per certo Garibaldi non ne avrebbe assunto il comando e che i generali garibaldini non avrebbero tollerato il Sirtori alla loro testa (cfr. C. AGRATI, Giuseppe Sinori cit., p. 206 e 218).


526

LA TERZA GUERRA D' [NDIPENDENZA

più debole d'Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta, la fisica» m_ E, per quanto non fosse certo difficile rendersi conto della molteplicità di misure cui bisognava dar mano per superare quelle drammatiche circostanze, pure nell 'estate del 1861 il «grande brigantaggio» e le sommosse contadine assunsero un ruolo di tale assoluta priorità nazionale che l' intera classe politica si trovò «ad essere sospesa ( ... ) su .posizioni nelle quali il momento della forza tendeva a prevalere su quello del consenso» 376• Aggiungasi, come pennellata finale al quadro appena abbozzato, l' imbarazzante situazione nella quale il governo italiano versava: se già alla fine del 1860 in buona paiie dell'opinione pubblica europea si diffondeva la sensazione che l'unione italiana fosse stata quanto meno prematura m, a metà del 1861 le sanguinose vicissitudini in quasi tutto il sud della penisola potevano addirittura far dubitare dell'attendibilità del plebiscito. All'inizio del 1862 il Corsi scriveva: «Al presente l'Esercito italiano è travagliato da diserzioni frequenti e numerose»"\ ed in agosto, a seguito del tentativo garibaldino bloccato ali' Aspromonte, la Sicilia ed il Napoletano venivano dichiarati in stato d'assedio! fosomma non ci sembra davvero che J'Italia si trovasse nelle «condizioni specialmente favorevoli» di cui parlò il Ri.istow. Quanto alla carenza di spirito di intraprendenza da parte dei vertici governativi, osserviamo che la classe politica era letteralmente presa da problemi attinenti alla stessa esistenza del nuovo Stato. V'erano quelli ingenti e ardui cli politica interna da affrontare e risolvere, quali l ' unificazione amministrativa, il pareggio del bilancio, la repressione delle rivolte e del brigantaggio nel Mezzogiorno, lo sviluppo economico del Centro-Sud; v'erano quelli di politica estera da considerare con estrema cautela, quali la questione romana e la liberazione del Veneto o l'ostilità austriaca. Era proprio il caso di creare un diverso - ed estremamente discusso - tipo di esercito, in luogo di quell'armata sarda appena ingrandita e rinnovata, fiduciosa nella sua recente fisionomia, che poco alla volta stava trasferendosi nel Meridione per combattere il banditismo? m. , "'Cavour a ViHorio Emanuele in da1a 14.1 2.1860, in Car1eggio Cavo11r-Nigra c it., IV. pp. 292-293. "" R. Ro:-11;0, Cavour e il suo tempo cii., III, p. 872. "' Il RUs1ow. prnprio lui. a fine 1860 scriveva: «Diciamolo senza ambagi, il Regno d' ltali.1 non è ancora folto» (La guerra d'Italia d<:I /860 cit.. p. 657). E quando, ìl 18 febbraio 1861, si aprì a palazzo Carignano la prima legislatura del Parlamento italiano. la tribuna del corpo diplomatico «rimase poco men c he deserta( .. .). li nuovo S tato era segregato, quasi posto al bando della diplomazia» (E. ARRtB. Ci11q11a11r'a1111i di sloria parlame11wre cit.. li. p. 562). "' C. CORSI. Ril'isra Militare Italiana, 1/1862. p. 156. "' S i concorda pienamente con Rochat e Massobrio: «La scelta della fus ione delle forze militari preunitarie intorno al nucleo piemontese e l'emarginazione delle milizie irregolari erano quindi inevitabil i. nella concreta si1uazione del 1859-61» (G. RoCBAT G G . MASSOBRIO, Rreve .\"IO · ria de/l'esercito i1a/ia110 dal /86/ al /943. Einaudi, Torino 1978 , p. 23).


LE CAMPAGNE PER L'UNITÀ D'ITAUA

527

Ma non basta. Il 6 giugno 1861 era improvvisamente morto Cavour. «La costernazione che invase gli animi non può paragonarsi che a quella che successe nel 1849 alla notizia della disfatta di Novara» '80 • Sei giorni dopo, Fanti lasciò l'incarico di ministro della Guerra.

'"' E. ARBIB, Ci11qua11t'a1111i di Storia Parlamentare cit., Il, p. 600. Solo «l' infame» giornale L'Unità italiana - scrisse Ideville - «osa lasciar esplodere la sua gioia» (op. cit., p. 189).


528

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

o

,, I I

~\ I I I

\

I

\

,>:, I

I

..-

·~

\

\

.,0,L,jont9ro ' b,L~vri~

·

b,,C1Jftl/vwo

'''Cf:5fro1il~ ri ~

....

?Spt~ noA!bdnts•

·~

•

t I(" I ~

I i_

1;),\

- --·

fJ' ......,

(?Cosenza

Q, R•1J,,,,. Q, fq1u,',1 lf,q,.,t/, p(rio/11

• ''OCara I

oM,,'r/,

I

Garibaldi da Reggio Calabria a Napoli


Capitolo XII LA DECISIONE POLITICA

I . LE PREMESSE PER LA NUOVA GUERRA.

Si è accennato alla gravità dei problemi di politica interna che la Destra si trovò ad affrontare per l'organizzazione del nuovo Stato, e sono note le critiche e le polbmiche suscitate dalle soluzioni perseguite nonché le vivacissime accuse contro il «piemonlesismo» che aveva esteso il sistema amministrativo del regno sardo all'intera penisola. «Nonostante tulle queste recriminazion i - ha riconosciuto Mack Smith - gli statisti della Destra (...) avevano stabilito un luminoso esempio di patrionismo e di abilità politica. Durante questi primi anni difficili avevano fatto quanto era stato loro possibile per instaurare una tradizione di governo parlamentare e di integrità politica. Raramente nella sua storia l' Italia ha conosciuto governanti altrettanto domi ed incorruttibili come l'agricoltore Ricasoli, i medici Farini e Lanza, il geologo Sella e l'economista Ferrara(... )» '.

A prescindere dall'onestà di intenti e dall'indubbio senso dello Stato, i maggiori esponenti della Destra liberale e moderata, assai più che conservatrice, non raggiungevano certo l'altezza di Cavour, il più grande, vero uomo di Stato italiano, perciò l'eterogeneità della maggioranza parlamentare, che serviva di base ai loro governi ma non veniva più tenuta in pugno dal prestigio personale di un Cavour, finì per provocare una serie di ministeri brevi ed instabili con inevitabili incertezze ed oscillazioni nella linea di condotta governativa. Questo si verificò anche in sede di politica estera, ove due delicatissime questioni primeggiavano: Roma e Venezia. Roma costituiva un pericoloso «santuario» per molte bandè brigantesche agenti nel Napoletano ed offriva coperture borboniche e cattoliche tutt'altro che trascurabili in campo diplomatico. Inoltre rappresentava un punto di arrivo ideale per l'assetto definitivo del regno. Venezia, invece, rivestiva un'importanza che andava ben oltre l'aspirazione all'unità italiana. Il possesso del Quadrilatero e dell 'Oltrepò mantovano assicurava ali' Austria una base di partenza offensiva che minacciava la sicurezza del giovane Stato, talché il pensiero della liberazione della parte orientale della pianura padana sino alle Alpi veniva ad assumere una forma quasi ossessiva. Per di più, i recenti successi del 1859-60-61 avevano infiammato gli animi: la tentazione di gettarsi in una nuova guerra contro l'Austria era diffu1

D . MACK SMITH, Storia d'Italia dal /861 al 1958,

Laterza, Bari 1959, pp. 163- 164.


530

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

sissima, anche perché, secondo il pensiero di molti, adesso l'Italia poteva facilmente e rapidamente trarre dai suoi 22 milioni di abitanti le poche centinaia di migliaia di uomini da mettere in campo. Sotto la spima dell'entusiasmo ben sappiamo come spesso si confondano gli «uomini» con i «soldati», ed altrettanto spesso si sottovalutino il tempo e la pazienza occorrenti per una seria organizzazione. Gli entusiasmi vogliono subito l'azione, comunque sia. In realtà, anche i successori di Cavour riconobbero I' assoluta necessità di non compromettere i risultati raggiunti con avventure suggerite dall'impazienza. L'importante era prepararsi a sfruttare una favorevole occasione in campo internazionale. Infatti Cavour, pur tirando i freni affinché gli eventi generati dalle iniziative di Garibaldi non sfuggissero al suo controllo, aveva tenute entrambe le questioni in tanta evidenza da porre gli addentellati per gli ulteriori sviluppi. Nel convincimento che la fine del dominio temporale del Papa costituisse l'indispensabile coronamento dell'Italia unita, aveva dapp1ima tentato accordi diretti con la Corte pontificia sulla base del concetto «libera Chiesa in libero Stato». Viste cadere le speranze di un 'intesa, tra l'altro auspicata con estremo favore da Napoleone, decise di proclamare all'opinione pubblica il suo principio, pur tacendo dei contatti falliti. Di conseguenza, il 27 marzo I 861 concluse un dibattito parlamentare sull 'argomento, abilmente provocato, con un discorso di grande risonanza negli ambienti liberali italiani e stranieri, nel quale ribadì che Roma doveva essere la capita le d'Italia e che indicare tale necessità costituiva «condizione indispensabile del buon esito delle pratiche che il Governo potrà fare per giungere alla soluzione romana». Si trattava da un lato di convincere la Francia, cioè «la parte sana della società cattolica», che la riunione di Roma all'Italia non pregiudicava l'indipendenza della Chiesa, e dall'altro di persuadere il Pontefice che la Chiesa poteva conservare la piena indipendenza pur perdendo il potere temporale. E se per avventura il Papa non avesse riconosciuto la verità di questo asserto, «la responsabilità degli atti che ne potrebbero seguire non ricadrebbe su di noi». Poi, al fine di marcare ancor più il concetto, tornò ad esprimere ogni fiducia nell'accordo con la Francia e nel consenso del Papa ma, ove si verificasse un'impossibilità d 'intesa non dipendente dalla volontà dell'Italia, «anche in quell 'ipotesi Roma potrebbe essere unita ali ' Italia, senza che ne seguissero fatal i conseguenze per noi e per la Chiesa» 2 • D'altro canto, pur intendendo prendere assoluta libertà d'azione sull'argomento, Cavour non voleva rompere con la Francia, anche per un sincero senso di gratitudine nei confronti dell'imperatore. Partite le truppe francesi, lo scioglimento del nodo romano poteva aver luogo molto più agevolmente. Poi, , Intervento alla Camera in data 27.3.1861, in E. ANCHIERI, A111ologia dip/0111(1/Ìc(I cit., pp. 150-151.


LA DEClSIONE POLITICA

531

raggiunto tale obbiettivo, si poteva rivolgere ogni attenzione ed impegno a Venezia: meno arduo sarebbe stato affrontare l'Austria, una volta rimasta il solo straniero con i piedi in ltalia. «Questa - scrisse Minghetti - era l'idea che stava in cima al pensiero di Cavour negli ultimi mesi della sua vila» ~. Il discorso di Cavour alla Carnera e l'acclamazione di Roma capitale d'Ital ia da parte del Parlamento sollevarono all'estero una comprensibilissima irritazione, sì che apparve evidente la convenienza di una garanzia politica italiana. Fu jl principe Napoleone che trovò la formula adatta: una convenzione tra i due paesi, nella quale l'Italia si impegnasse a non attaccare lo Stato pontificio e ad impedire, all'occorrenza con la forza, invasioni da parte di chicchessia, nonché a consentire che l'esercito pontificio si avvalesse anche di volontari cattolici 'stranieri. In tal modo, spiegava il principe Napoleone, solo la rinnovata incapacità del governo e la manifesta volontà dei sudditi del Papa avrebbe potuto far diventare Roma capitale dell'Italia ·•. Contemporaneamente al trattato, la Francia avrebbe riconosciuto il regno d'Italia. Cavour discusse la proposta prima con Ricasoli e Minghetti, e poi con Vittorio Emanuele. Tutti si trovarono d'accordo nell'accettare le condizioni. Seno nché Napoleone ebbe un ripensamento e si tirò indietro: non sapeva decidersi sul momento dei ritiro delle truppe francesi 5• La morte di Cavour chiuse il P.rimo periodo delle trattative. Cavour guardava anche a Venezia, per quanto in prospettiva lontana. Nel gennaio 1861 inviò La Marmara a Berlino, quale ambasciatore straordinario, per portare a Guglielmo 1, nuovo re di Prussia, le congratulazioni di Vittorio Emanuele ma, essenzialmente, per far conoscere le intenzioni del governo italiano e la linea politica che si riprometteva di seguire. Tenuto conto della conosciuta scarsa simpatia che Corte, governo, esercito e buona parte dell' opinione pubblica prussiana nutriva per l'Italia, accusata di sconvoglimenti politici rivoluzionari, La Mannora doveva chiarire, non appena se ne fosse presentata l 'opportunità, alcuni punti fondamentali. Anzitutto, che «( ...) il governo del Re non ha alcuna intenzione di rompere guerra ali ' Austria, e che saprà, occon endo, impedire quelle mosse irregolari di volontari che potrebbero, sino ad un certo segno, compromettere la sua libertà d'azione. Soggiungerà che noi non crediamo risolta la questione italiana finché la Venezia non sarà restituita all'Italia; ma che non disperiamo che tale grave vertenza possa avere, quando che sia, un pacifico e naturale scioglimento ( ... ). Q uanto all'Ungheria, Ella non tacerà che portiamo la più viva simpatia a quella generosa e forte nazione ( ... ). ma che lungi dallo spingerla a riacquistarli [i diritti secolari I col mezzo de lla rivoluzione e delle am1i, facciam voti onde raggiunga questo scopo coi mezzi legali( ...). Similmente !'E.V. di chiarerà molto risolutamente che il Regno d'Italia rispetterà sempre e scrupolosamente i diritti della Confederazione Gennanica ( ... ).

' M. M1NOH6'!1'1, La convenzione di settembre, Zanichelli, Bologna 1899, p. 3. • Principe Napoleone a Cavour in data 13.4.1861, in La questione romana negli anni 186061. Carteggi del come Cai•our, Zanichelli, Bologna 1929, Il voi., pp. 138-141. ' M . MINGHEITI, La convemione cil., pp. 5-6.


532

LA TERZA GUERRA D'lNDIPENDENZA

Quanto alle questioni generali che si attengono all'indirizzo della nostra politica ed alle condizioni auuali della Penisola, Ella farà comprendere in primo luogo che l'Italia unita ha vero e permanente interesse di stringere intime relazioni colla Prnssia, a cui è riserbata parte tanto principale nella costituzione avvenire della Gem1ania ( ...). ( ... ) Ella si troverà spesso in contatto coi militari prussiani. I ragionamenti potrebbero cadere sulla Venezia, che a Berlino si considera da non pochi come posizione di frontiera militare necessaria per la sicurezza della Confederazione Germanica. Non io accennerò a Lei gli argomenti che dimostrano quanto queste affermazioni si discostino dal vero. L'E.V. parlerà con quell'autorità che a Lei sola compete(... )»•.

Il risultato dell'avance fu piuttosto tiepido e La Marmora dovette ammettere che «quantunque io fossi ottimamente accolto dal Re e dalla famiglia Reale, noi sembravamo allora troppo rivoluzionari, e ci si rimproverava particolarmente la cacciata delle varie dinastie che tenevano divisa l ' Italia» 7• L'opposizione più netta veniva dal ministro degli Esteri, von Schleinitz, il quale, pur riconoscendo al popolo italiano il diritto di dare alla propria nazionalità «una forma che guarantisca la sua sicurezza e risponda alla sua importanza politica», si opponeva ad attribuire un valore assoluto al principio delle nazionalità: «Se si volesse ordinare l'Europa - sostenne alla Dieta prussiana su basi assolutamente e puramente nazionali, si entrerebbe nella via delle più sanguinose rivoluzioni»'. Esistevano altre due carte che forse le circostanze avrebbero consentito di giocare al momento opportuno e sempre con l'appoggio ed il consenso francese: la sollevazione dell'Ungheria in concomitanza con la nuova guerra d' indipendenza per la liberazione del Veneto, l'una aiutata da volontari garibaldini e l'altra sostenuta dall 'esercito italiano; oppure l'acquisto del Veneto mediante trattative diplomatiche. Cavour mantenne i contatti con Kossuth e continuò a privilegiare l'amicizia di Napoleone, ma, come si è accennato, dopo di lui i problemi di Roma e Venezia rimasero affidati a governanti di abilità ed esperienza decisamente inferiori, i quali, per giunta, furono costretti a portare ogni cura alla situazione interna del regno. Inoltre la scomparsa di Cavour consentì al re, «al quale il pescare in tutte le combinazioni andava a sangue» 9, di indulgere ad una propria politica personale, non sempre collimante con quella del ministero. Non sembra possa asserirsi che Vittorio Emanuele tramasse in assoluto segreto, giacché, pur attribuendo alle questioni la necessaria riservatezza, • Cavour a La Marmora in data 16.1.1861 , in A. LA MARMORA, Un po· pÌll di luce sugli

eventi politici e militari dell'a11110 1866, Barbera, Firenze 1873, pp. 3-6. ' A. LA MARMORA, lettera agli elettori di Biella, Barbera, Firenze 1867. ' Intervento alla Dieta in data 5.2. 186 l. Ad ogni modo, detta Camera approvò il temperamento del liberale von Wincke, secondo il quale, ringraziato Vittorio Emanuele per la sua risoluzione di tutelare l' integrità del territorio tedesco, si riconosceva di non considerare come un interesse prussiano o tedesco il fare opposizione ai progress i del consolidamento dell'Italia (L. CHIALA, Ancora po' più di luce sugli eventi politici e militari dell'anno 1866, Barbera, Firenze 1902, pp. 5 10.S I I). • M. M INGHE'TTI, La convenzione cit., p. 28.

w,


LA DECISIONE POLITICA

533

amava parlarne e discuterne a lungo con taluni consiglieri, fra cui il Minghetti, ministro dell'Interno 10• E, almeno secondo costui, manteneva fede ad alcuni principi di fondo: «iniziativa soltanto al governo; concorso di tutti, anche dei repubblicani, bene accetto, ma se questi volevano anticipare gli eventi e capitanarli, era debito del governo italiano cercare di stornare e mandare a vuoto gli apparecchi che si facevano sulla fronte veneta» 11 • Resta il fatto, comunque, che l'agitarsi del re non poteva che complicare la già difficile situazione. L'Inghilterra e la Svizzera avevano riconosciuto il regno d'Italia il 31 marzo 1861, gli Stati Uniti il 13 aprile, poi fu la volta degli Stati scandinavi, ma la Francia si decise soltanto dopo la morte di Cavour, peraltro con alcune riserve formali ed il monito di non toccare Roma 12• Inoltre, Napoleone, irritato per un discorso 'di Ricasoli alla Camera, in cui aveva reiterato l'aspirazione italiana al completamento dell'unità con Roma e Venezia, ritenne opportuno precisare che le truppe francesi sarebbero rimaste a Roma fino a quando il re non si fosse riconciliato col Papa e lo Stato pontificio non fosse apparso veramente al sicuro da ogni minaccia 1". La Russia e 1a Prussia comunicarono il riconoscimento nel luglio 1862. In sostanza, per Roma c'era poco o nulla da fare e Vittorio Emanuele, ampiamente convintosene, nell'ottobre 1861 mandò Rattazzi a Parigi per sottoporre all'imperatore un piano mirante alla liberazione di Venezia approfittando delle agitazioni in Erzegovina contro il regime turco ed in Grecia contro re Ottone di Wittelsbach: sbarco di Garibaldi in Dalmazia, insurrezione dell'Ungheria, offensiva italiana nel Veneto. Erano le idee di Mazzini, ma il re intendeva realizzarle con la garanzia di un'alleanza militare offensiva e difensiva con la Francia. Naturalmente, Napoleone respinse le fantasie ed invitò alla massima prudenza 14. Non domo, Vittorio Emanuele tornò alla carica nel gennaio 1862 con un nuovo progetto dello stampo di quello bocciato: appoggio ai liberali greci e sostituzione di re Ottone con un principe di casa Savoia; guerra della Grecia, d'intesa con Serbia e Montenegro, alla Turchia; spedizione garibaldina in Dalmazia per provocare l'insurrezione ungherese; intervento italofrancese nel Veneto. Nuova netta replica negativa di Napoleone 15 • Allora Vittorio Emanuele, memore del 1859, chiese se la Francia avrebbe sostenuto I 'Italia in caso di aggressione austriaca e, ottenuta la risposta che in tale ipotesi, peraltro del tutto improbabile, la Francia sarebbe intervenuta a fianco "Ibidem. "Ibidem, p. 29. " Il riconoscimento governativo francese ebbe luogo il 24 giugno 1861 , ma quello ufficiale di Napoleone a Vittorio Emanuele Il come re d 'Italia tardò sino al 13 settembre. ,.) Napoleone a Vittorio Emanuele in data 12.7. I 861, in La questione romana cit., ll, p. 251. " Rattazzi a Vittorio Emanuele in data 23.10.1861, in Documenti diplomatici italiani (D.D.I.), 1• serie, voi. I, doc. 359, pp. 439-445. "Nigra a Ricasoli in data 26.1 . 1862, ibidem, II, doc. 53, pp. 85-88.


534

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

del! 'Italia, cominciò a cullarsi con il pensiero di provocare l'Austria, come così bene era riuscito a Cavour. Un orientamento mentale del genere era letteralmente agli antipodi rispetto ai propositi di Ricasoli, che temeva le conseguenze di una politica estera avventata e che disapprovava in modo totale le intese fra Vittorio Emanuele, Rattazzi e Garibaldi: «Re, Rattazzi e Garibaldi - scrisse a La Mannora, allora a Napoli - tennero conciliaboli in cui si convenne in cose che io stimo pericolosissime alla mia Patria. Io allora venni a conoscere meglio il caranere incerto del sig.Rauazzi ( ... ). Il Re dette speranze a Garibaldi di mandarlo nelle provincie napoletane per organizzare dei volontari e intanto si studiò un piano di sbarco sulla coste Dalmate; questo disegno ha allarmato l'Austria e la Turchia e preoccupato la Francia, non che peggiorato i nostri rapporti con .la Prnssia e la Russia. che invece si andavano molto migliorando. Intenzione è pure disfarsi di me e della Camera(...). La mia politica è netta e perfetlamente liberale. Voglio l'ordine all'interno, voglio che si proceda nella riorganizzazione civile e finanziaria. Voglio che gli Italiani si mostrino ognora più gente seria, e atta a governare ed a essere governata. Voglio che il 1862 si passi senza agitazioni , senza disturbi, senza dare noia e fare provocazioni ad alcuno. Voglio che si proceda negli armamenti( ...). Voglio serbare all 'Italia l'amicizia e le simpatie di tutte le potenze (. ..)» 1• .

Ed in quest'ottica, Ricasoli non aveva esitato ad esprimersi anche direttamente con Garibaldi: «Dirimpetto a Garibaldi - scrisse ancora a La Mannora - io ho tutt'altro da dire, ed é che, conscio delle promesse trascorse tra il Re, Garibaldi e Rattazzi nel dicembre decorso, ho inteso a far presente a Garibaldi unicamente che l'Italia aveva di necessità, durante il '62, di quiete, di tranquillità, e che non occorreva, non dico tentare, ma neppure pensare ad arrischiare imprese. Ella ritenga per vero ciò che le scrivo. Vede se durante il mio Ministero mi sono mai valso dell'elemento di agitazione e di rivoluzione (. ..)» " .

Nessuna meraviglia, date le circostanze, che quando Ricasoli fu in pratica costretto a dare le dimissioni gli sia subentrato Rattazzi alla testa del governo (10 marzo 1862). Questi volle subito tranquillizzare La Marmora: «Non occorre, caro Generale - gli scrisse - che io Le dica quale sia il mio programma. Ella, spero, mi conosce, e sarà persuaso che non si faranno pazzie di sorta alcu.na; so che non siamo pronti per la guerra e che se si provocasse avremmo tutta l'Europa [contro]. Perciò non saremo certo provocatori ed impediremo la provocazione, chiunque la volesse fare. Nell'interno ciò che abbiamo bisogno è dell'ordine e della tranquillità cd io farò tutto il possibile per darla al Paese»".

Peraltro, il 20 marzo, in una circolare inviata ai rappresentanti diplomatici ali' estero, si espresse, è vero, in termini di prudente attesa circa la questione romana (anche se inopportuni nei confronti della Francia), ma usò per quella 11 ' Ricasoli a La Marmora in data 12.2.1862, in Carteg11io di Alfonso La Mormora. Chiantore, Torino 1928, p. 149. Cfr. Ricasoli a D'Azeglio in data 13.2.1862, in D.D.I., fI , doc. 91, pp. 133- 134. 17 Ricasoli a La Marmora in data 25.4.1862, in Carreggio La Mormora cit., pp. 159-160. "Rattazzi a La Marmora in data 4.3.1862, ibidem, p. 198.


LA DECISIONE POLITICA

535

veneta un tono addirittura minaccioso 19• Nelle principali cancellerie europee circolavano voci poco tranquillizzanti sulle velleità di Vittorio Emanuele in Balcania, cosicché la circolare suscitò un tale disappunto 20 da indurre il ministro degli Esteri francese, Thouvenel, a consigliare implicitamente Rattazzi a rinunciare all 'interim degli Esteri, suggerimento che questi accolse affidando il portafoglio al gen. Durando e dando così l' impressione di rinunciare ad avventurosi propositi 21• Tornò allora in primo piano il problema romano. Tra Londra e Parigi si stava radicalizzando il disaccordo su Roma. L' 11 aprile il Premier Palmerston aveva pronosticato che il potere temporale pontificio non poteva durare a lungo e che in un futuro non troppo lontano Roma sarebbe diventata capitale d'Italia, pur rimabendo sede del Papa, e soprattutto aveva rilevato come la necessità di una guarnigione straniera mal si conci liasse con la pretesa indipendenza garantita dal potere temporale. Come è naturale, in Francia la questione diventava di principio e stimolava l'intransigenza cattolica. Dal canto suo Mazzini era ostile sia ad una spedizione contro Roma sia al progetto dalmato-ungherese. Secondo lui conveniva puntare su un 'azione nel Trentino e nel Veneto, che da sola poteva far precipitare la crisi in cui si dibatteva l' impero asburgico: «(...) guardate al disegno mio - aveva detto ad Achi lle Sacchi e ad Antonio Mosto il 13 agosto 1861 - . L'opinione in Italia e in Europa dispos1a a sùnpatie quand 'anche cadessimo. a eniusiasmo in caso di successo: l' Austria messa fra noi e l'insurrezione inevitabile d 'Ungheria: il segnale dato alla Polonia e a quelle popolazioni d' Oriente tra le quali Garibaldi voleva trasportar la guerra più mesi addietro: l ' iniziativa delle batlaglie nazionali data ali 'Italia: una popolazione della cui universale cooperazione non potete dubitare: posizion i, nella zona d'operazioni che v'indicai [il Trentino], inaccessibi li e d ' alta importanza straiegica: la disenione dei reggimenti ungaresi: il Quadri latero 1agliato: il Governo italiano costretto a muovere: Luigi Napoleone nella impossibilità di combatlcrci e di aiu tarci, che è ciò che vogli amo. Quanto più esamino il mio disegno, tanto più lo trovo praticabile e vi tale per noi . Disfatta I' A usiria, marceremo. col voto di ll!Hi, a Roma»"·

Insomma, «la serie di insurrezioni alle quali il nostro assalto all 'Austria darebbe segnale dctem1inerebbe probabilmente anche un moto a Parigi>>, di cui l'Italia avrebbe approfittato per liberare Roma 23 • Mazzini non era uomo da

" D.D.l., II, doc. 186, pp. 228-232. :o Nigra a Rattazzi in data 28.3. 1862, ibidem, II, doc. 200 pp. 248 -25 1, e Thouvenel a Benedetli in data 28.3.1862, ibidem, H, doc. 201 , pp. 252-253. " Rauaui comunicò il rimpasto governativo a La Marmora in tcnnini di assoluta sufficienza e spiegando: «Non so dirle quanto mi stia a cuore di veder terminata questa faccenda e di vedcm1i liberato da uno dei due portafogli , i quali mi erano veramente insopportabili. Ho preso con rincrescimento que llo de ll ' Interno, ma pazienza; ora almeno potrò occuparmene, e spero che fra non molto si potrà dare un qualche ordine a quell'amministrazione, la quale è realmente in uno staio deplorabi le( ...)». in Car1e,11gio La Mormora cii., p. 202. 12 ln G. CANDELORO, Storia del/'lta/ia moderna, Feltrinelli, Milano 1968, V, pp. 188-189. " Ibidem, p. 189.


536

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

lasciar cadere le sue convinzioni, fondate o irrealistiche che fossero, e l 'insistenza trovò alla fine uno sbocco. Garibaldi, eletto presidente dell'appena cos tituita Associazione Emancipatrice Italiana, ritenne sfumata l'operazione balcanica e prese in considerazione le suggestioni di Mazzini. I primi di maggio del I 862 si recò dunque nei dintorni di Brescia per una cura termale, mentre suoi ufficiali si adoperavano per raccogliere volontari in prossimità del confine. Durando intervenne immediatamente arrestando numerosi garibaldini a Sarnico e stroncando così sul nascere l'ideata azione nel Trentino. Ciò non toglie che contatti assai poco chiari continuassero ad intercorrere fra Vittorio Emanuele, R attazzi e Garibaldi, talché quest 'ultimo scrisse al presidente della Camera, Tecchio, sostenendo di non aver mai nutrito l'intenzione di compiere un'irruzione nel Tirolo, e Rattazzi fece scarcerare i volontari . Sempre nel quadro di una politica più equivoca che incerta, il 2 giugno Rattazzi informò iJ nuovo ministro francese a Torino, Benedetti, che Garibaldi stava pensando di recarsi in Grecia, che purtroppo non era riuscito a dissuaderlo ma che si sarebbe adoperato ugualmente per impedirgli di porre in atto il suo progetto. Fatto sta che il 28 giugno Garibaldi sbarcava a Palenno e dava il via ad una serie di discorsi fortemente patriottici , che sfociarono in un violento attacco a Napoleone TU (6 luglio a Palermo) e nella parola d'ordine «Roma o morte» ( 19 luglio a Marsala), nonché all'inizio dell'aperto arruolamento di volontari. li tutto sotto uno sguardo così tollerante del prefetto di Palermo, Giorgio Pallavicino Trivulzio già prodittatore di Garibaldi a Napoli da far supporre alle autorità civili e militari dell'isola l'esistenza in alto loco di accordi sotterranei intesi a ripetere la vicenda garibaldina di appena due anni prima, questa volta con obiettivo Roma, e che quindi fosse opportuno attendere precise disposizioni da Torino. Se Rattazzi taceva, Napoleone parlò: «(...) J'ai toujours désiré de quitter Rome avec l'asscntiment du Pape. mais Garibaldi m·y fixe de plus par ses menées; jc ne céderai jamais à la mcnace, et je fcrai mon dcvoir quelques soiem lez conséquences (...)» "'.

Il 3 agosto, allora, un proclama del re alla nazione chiarì nettamente la disapprovazione ufficiale dell'impresa ed ammonì di guardarsi «dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni»: ogni iniziativa personale sarebbe caduta sotto il rigore delle leggi. Tuttavia la condanna non riguardava affatto il fine indicato da Garibaldi. Semplicemente, per quanto inequivocabilmente, il proclama avvertiva che «quando l'ora del compimento della grande opera sarà giunte, la voce del Re si farà sentire da voi»: in sostanza, nessuno, nemmeno Garibaldi, era autorizzato a sostituirsi al re, al governo ed al parlamento. Se si pone mente al fatto che Garibaldi assunse il comando dei volontari il l O agosto '' Napo leone a Vinorio Emanuele in data 3 1.7. 1862, in O.O. I.. TI, doc.6 16, p. 607.


LA DECIS IONI:-: POLITICA

537

ed entrò in Catania il 20 nella prudente passività di prefetti e comandanti locali, bisogna ammettere l'esistenza di un clima estremamente ambiguo, capace solo di provocare incidenti e di aggravare la situazione e la cui responsabilità non poteva che essere attribuita al governo. Nell'ultima decade di agosto, finalmente, Rattazzi si decise a misure energiche che non impedirono a Garibaldi di sbarcare in Calabria e condussero allo scontro suJI 'Aspromonte. Una più chiara visione politica ecl una maggiore fermezza governativa avrebbero evitato un episodio cli enorme risonanza in Italia ed in Europa e che poté essere risolto solo con un'amnistia per tutti coloro che vi furono coinvolti. Nell ' imbarazzo del momento e per dare qualche soddisfazione all' opinione pubblica interna, fortemente scossa dall'arresto di Garibaldi, il gabinetto Ratta:azi cadde in una nuova dimostrazione di sprovvedutezza diplomatica. n 10 settembre Durando con un'enfatica circolare affermò che l'Italia intera reclamava la sua capitale, che il problema posto da Garibaldi rimaneva intatto anche se spellava al governo del re trovare la soluzione, che lo stato di fatto non poteva essere sopportato a lungo e che avrebbe finito per spingere il governo a decisioni estreme la cui responsabilità non sarebbe risalita alla sola Italia 25 • Un così malaccorto passo riscosse immediata risonanza negativa in primo luogo a Parigi, al punto che, su pressante invito di Nigra, Durando si affrettò a smussare i toni della dichiarazione ed a chiedere al governo francese la possibilità di un accomodamento sulla base del ritiro delle truppe imperiali da Roma 26 • La replica del nuovo ministro degli Esteri francese, Drouyn de Lhuis, fu secca e sco1tese: in sostanza, ogni discussione con l'Italia appariva inutile ed ogni tentativo di transazione illusorio; comunque l'Italia poteva indicare una combinazione che salvaguardasse gli interessi sia propri sia del Papato 11 • I primi di dicembre, alla riape,t ura del Parlamento, Rattazzi si dimise. Il nuovo ministero, costituito 1'8 dicembre 1862, fu affidato a Farfni, che però ben presto dette segni di alienazione mentale e dovette ritirarsi dalla po litica. Subentrò, nello stesso ministero, Minghetti. Questi comprese subito la inutilità di insistere sull'argomento di Roma finché le circostanze non l'avessero riportato d' attualità. D'altronde, anche il re non mostrava alcuna fretta al riguardo. Per Vittorio Emanuele lo sgombero degli austriaci dall ' ltalia aveva carattere prioritario e tale desiderio lo condusse a spingersi verso più direzioni: da un ' intesa con Mazzini per favorire ed aiutare insurrezioni popolari nel Veneto ed in Galizia, ad un sondaggio per la cessione del Veneto da parte dell'Austria contro un forte indennizzo in denaro. Ma il disegno di maggior respiro fu quello che doveva avere Garibaldi come protagonis1a, sulla base di accorci i con J'esule magiaro, generale Klapka: un moto insurrezionale nei " Durando alle Legazioni in daia 10.9.1862. O.O.I., III. doc. 105, pp. 75-76. ,. Durando a Nigra in data 8.10.1862, ibidem, m, doc. 143, pp. 11 1-1 13. '' Nigra a Durando in data 26. 10. 1862, ìhìdem, ill, doc. 180, p. 136.


538

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

domini danubiani e slavi della corona austriaca, che avrebbe visto Garibaldi recarsi in posto da solo o con pochi elementi per assumere la direzione della lotta di ungheresi, rumeni e serbi contro l'Austria 28. Naturalmente, quando l' insurrezione generale, aiutata dal governo i taliano con denaro ed armi, avesse impegnato tutte le forze imperiali in Balcania, l'Italia avrebbe dichiarato guerra ed attaccato nel Veneto le poche truppe austriache ivi rimaste in posto. Nel contempo venne specificato che date le circostanze il governo italiano si sarebbe opposto con estrema decisione a qualsiasi iniziativa di volontari gari baldini o mazziniani su Roma, o in Tirolo o in Dalmazia 29 • La cosa sembrò prendere p iede, però Mazzini. contrarissimo all'impresa, foce pubblicare da «Il Diri tto» (10 lug lio 1864) un commento che deprecava la «certa notizia c he alcuni fra i migliori de l partito d'azione sono chiamati a prendere parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d'Italia» perché il loro allontanamento in quel momento «non può che riuscire funesto agli interessi della patria». Visto il rumore provocato dall'articolo non solo in Italia, ma anche a Parigi ed a Vienna, Garibaldi rinunciò al disegno. Intanto, nella primavera del 1864, si erano sparse voci insistenti sulle pessime condizioni di salute di Pio IX. Minghetti, allora, trovò opportuno richiamare l'attenzione di Parigi sulla necessità d i accordi tempestivi per il caso dcli 'eventuale improvvisa 1110,te del Papa ~0• e l'imperatore concordò se pure con molte incertezze 30• In breve, da entrambe le parti si convenne nel prendere a base della soluzione il vecchio progetto approvato da Cavour nel I 861: sgombero dei francesi da Roma contro l'impegno de ll'Italia a non attaccare, né permetterlo da altri, il territorio pontificio. Peraltro, al fine di far accettare di cattolici d'oltralpe tale accordo, Napoleone riteneva indispensabile «imprimer un caractère sérieux au traité, qui en relève I' autorité» n_In altri termini, il trasferimento della capitale da Torino in altra città acquistava valore di pegno 33 • A prescindere dalle idee di Napoleone, la questione della capitale stava diventando in Italia seria fonte di d iscussioni e di attriti per motivi diversi. La Sinistra non faceva che ripetere e sottolineare l'impossibilità di governare la penisola da Torino; motivi cli sicurezza sconsigliavano di conservare la capitale a due passi da una frontiera ormai controllata da un potente Stato come la Francia; considerazioni strategiche mostravano che Torino capitale avrebbe continuato a vincolare la condotta della guerra alla pian ura padana. «La verità, " Colloquio fra Minghetti, Visconti Ve nosta e Mordini in data 18.6.1864, in O.O.I., IV, doc. 807, pp. 775-776. ,. Minghctti a D' Azeglio in data 29.3.1864, ibidem, doc. 651, pp. 61 2-6 13: Minghetti a La Marrnora in data 6.7. I 864, ibidem, V, doc. 13, pp. 7-9. ''' Minghctti a Nigra in data 28.3. 1864, ibidem, IV, doc. 647. pp. 608-609. " Visconti Vcnosta a Minghctti in data 17.6. 1864, ibidem. l V, doc. 803, pp. 773-774. " Appunto Pcpoli in data fra 16 e 23.6.1864, ibidem, IV. doc. 818, pp. 785 -787. " Nigra a Visconti Venosta in data 26.6. I 864, ibidem, IV, doc. 773-774.


LA DECISIONE POUTICA

539

che tutti più o meno vivamente sentivano, è che dove la speranza cli prossima andata a Roma si dileguasse interamente, diventava impossibile mantenere a lungo la capitale a Torino» riassunse Minghetti, il quale, ad ogni buon conto, volle conoscere il personale parere di alcune eminenti personalità civili e militari, fra cui Bettino Ricasoli, Massimo d'Azeglio, Michelangelo Castelli, Garibaldi 3' e Cialdini. Quest'ultimo, su ricl1iesta di Minghetti, mise per scritto le ragioni strategiche che a suo avviso rendevano indispensabile il trasferimento della capitale: «(...) Noi abbiamo un nemico pennanent.e stabilito nel cuore del nostro paese, ed assiso in una delle più formidabili posizioni militari che si conoscano. Non v'é tregua, non v'é transazione con lui, finché abbia piede in Italia. Egli è possente per copia di eserciti, per forte organizzazione, per tradizii ni antichissime. Noi abbiamo un 'alleanza eventuale, transitoria, perché dovuta alla politica personale d'un grande uomo, che può sparire un giorno o l'altro dalla scena del mondo (... ). Quindi un nemico in casa, ed un amico (che può domani mutar natura) pronto ad entrarvi. Noi abbiamo uno Stato in fusione, le di cui varie parti, per assimilarsi, richiedono una forza di adesione, che finora non riuscimmo a sv iluppaJe. Noi abbiamo il tesoro esausto, il credito stanco, mal accolte le imposte create per ripararvi, dubbio il loro risu.ltato (... ). Aggiungasi una necessità fatale, irresistibile , che prescrive al Govemo cli andar oltre o di lasc.iarsi precedere. Aggiungasi la coaliiione di tutti gli interessi lesi, che aspira al ritorno al pa~sato. Tali condizioni di cose devono, tardi o tosto, produrre la guerra, od iniziata da noi per convenienza o pressione di circostanze politiche, oppure fatta a noi dalla rivoluz.ione o dalla restaurazione(...). Nelle presenti condizioni dello Stato, una campagna disastrosa, una battaglia perduta, rovinerebbero l'opera miracolosa del 59 e 60, e del creato Regno d ' Italia potrebbe rimanere soltanto il glorioso ricordo. Perché? Perché abbiamo la capitale esposta ad un ' invas ione austriaca, espostissima ad un'invasione francese; percl1é in questi ultimi anni non si è immaginato, né fatto nulla per dotare il paese d 'un solido sistema di difesa (... ). L'aspetto ciel nostro paese, la configuraz,ione del nostro suolo, potrebbero essere per avventura più eloquenti e più chiare? Quelle Alpi non dicono che bisogna munire e contenderne i passaggi che restano tutlora nelle nostre mani? Quelle pianure non sono forse la gran piazza d'armi italiana dove devono essere combattute Je annate nemiche discese dalle Alpi? Quel Po non è forse una magnifica linea di difesa, sulla quale conviene prepararci il modo di manovrare facilmente per mezzo di teste e cli equipaggi da ponte? Quell'Appennino, da Genova alla Cattolica, incastrato fra due mari, non è forse un'immensa cortina eretta dalla natura a saldezza d'Italia, purché venga provvidamente assicurato in tutti i suoi s bocchi?(... )» " .

Senza entrare nei dettagli delle trattative condotte su canali ufficiali ed ufficiosi nei mesi di luglio e di agosto 1864 36 , la convenzione venne finalmente "' Garibaldi fu interpellato tramite Bixio, che tramfae a Minghetti la tardiva e lapidaria risposta da Caprera: «La questione romana la diano a voi [BixioJ ed a me da sciogliere, e sarà presto sciolta, e di trattati con Bonaparte non me ne impiccio» (Garibaldi a Bixio in data 25.9.1864, in M. MtNGHETIJ, La convenzione cit., pp. 162-163). " Cialdini a Minghetti in data 27.8.1864, D.D.l., V, doc. 169, pp. 156-159. "' Vds. M. MINGHE'fTf, La convenzione cit., pp. 67-146.


540

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

firmata a Parigi il 15 settembre nei tennini noti, con il ritiro dei francesi previsto entTO due anni al massimo, ma con un protocollo segreto secondo il quale l'Italia si impegnava a trasferire la capitale entro sei mesi 3'. Il 18 settembre fu convocato un consiglio di generali d'armata, presieduto dal principe di Carignano, per rispondere a due precisi quesiti: «1°- Nelle condizion i attua li d ' llalia, ed in un s istema generale di difcsn de llo Stato, Torino può esserne la capitale? 2° - In caso che no, qual'é la città principale d'ltalia (fatta astrazione, per ora, da Roma) che, dal punto di vista militare, sarebbe più acconcia come sede del governo?»

Il consiglio si pronunciò ali ' unanimità nel riconoscere F irenze la sola possibile nuova capitale 38• L'annuncio di tale decisione fu sicuramente giudicato come una «consacrazione definitiva dell'unità d'Italia» 39 ovunque tranne che nelle regioni subalpine, ove il trattato fu considerato una vera e propria calamità nazionale ·•0 , ed i d isordini del 2 1 e 22 settembre a Torino indussero Minghetti a rassegnare le dimissioni. Il re allora intervenne ed il 24, con i 'uso della sola sua prerogativa, ii1caricò La Marmora di formare il nuovo gabinetto. Alfonso La Marmora stava seguendo con attenzione gli sviluppi della complic atiss ima questione dei ducati dello Sch leswig, dell 'Holstein e del Lauenburg, la cui guerra era da poco terminata con la disfatta danese. Riteneva attendibile, cioè duratura, l'alleanza fra Prussia ed Austria, e per di più pensava che la Prussia non sentisse ancora la convenienza di un'alleanza con l'Italia. Prima di tutto perché durante la sua recente visita al campo di Chalons per le manovre militari francesi , aveva notato l'accoglienza estremamente affabile riservata dall'imperatore e dai generali francesi alla missione prussiana, guidata dallo stesso ministro della Guerra, von Roon. In secondo luogo, perché la Prussia rimandava con vari pretesti, più o meno plausibili, la conclusione di un h·attato di commercio con l'Italia, evidentemente in relazione ai rapporti con Vienna••. " O.O.I., V, doc. 225, p. 204. La scelta della nuova sede era ovviamente lasciata alla decisione del re d'Italia. " I componemi del consiglio furono l'ammiraglio Persano, e i generali Cialdini, Durando, Della Rocca. De Sonnaz (Eugenio di Savoia a Minghetti in data 18.9.1864, ibidem, V, doc. 237, pp. 220-22 l. ,., Intervento di E. Visconti Venosta alla Camera in data 8. l I .1864, in M. MiNGHETrl, la COIIVe11Zio11e cit., pp. 239-263. .. A molti il 1rasferimento apparve intempestivo, in quanto destinato «a produrre una profonda perturbazione nell'organismo politico non ancora robusto del Regno, e a far si che ape11amente prorompessero molte cattive pa~s ioni prim a latenti. In alln:: parola, veniva ritenuto preferibile aspettare «la liberazione del Veneto e dato assetto alle grandi questioni amministrative», obiettivi più facilmente conseguibili con un ·Alta Itali a compatta (S. J ACINI, D11e anni di vira politica italiana, Civelli, M ilano 1868). " A. LA MARMORA, Un po' pilÌ di luce cit., pp. 33-35.


LA DECISIONE POLITICA

541

Comunque il 12 novembre 1864, alla Camera, si sbilanciò dichiarando che, in un ipotetico colloquio con l'imperatore d'Austria, avrebbe saputo esporre ragionamenti di tale interesse reciproco da indurre l'Austria a cedere il Veneto. Con quelle parole mirava a far comprendere a Vienna che l'armonia austro-prussiana non poteva durare a lungo e che un brutto giorno i motivi di contrasto avrebbero r ipreso il sopravvento. Di quel giorno l'Italia avrebbe certamente approfittato per arrivare in un modo o nell'altro all'acquisizione del Veneto; per contro, l'Austria doveva convincersi che senza il Veneto sarebbe stata molto più forte (discorso, questo, francamente opinabile). La frase di La Marmora non sfuggì all'estero. Da Berlino si fece sapere che la questione del trattato commerciale sarebbe stata ripresa in esame; e da Parigi si' ebbe notizia di sondaggi compiuti da Vienna presso il governo francese. Nigra, infatti, rese noti propositi al momento del tutto privi di ufficialità, ma non per questo meno significativi. L'Austria non pareva aliena dal riconoscere anch'essa il regno d'Italia e dallo stabilire regolari relazioni diplomatiche, accontentandosi, per il problema di Venezia, che l'Italia almeno assicurasse di osservare con lealtà i doveri internazionali nei confronti dell'impero austriaco; ed era anche favorevole ad intavolare trattative di commercio, purché l'intero blocco degli accordi passasse attraverso la Francia. Questo importantissimo passo con ogni probabilità ne avrebbe provocato un altro verso la distensione: la Spagna si sarebbe, a sua volta, decisa al riconoscimento, accettando, per Roma, un potere temporale del Pontefice molto più ridotto, beninteso veramente indipendente. Secondo il personale parere di Nigra, le prospettive di cui si è detto dovevano tuttavia essere accompagnate da un provvedimento molto difficile a prendere in Italia: il disarmo. «Io credo - spiegò Nigra -che se si entra in una via di avvicinamento coll'Austria non bisogna pensare a fare la guerra. Sarebbe poi illusione il credere in una prossima con!lagrazione europea. Questa non avrà luogo, per quanto è possibile il congetturare. Scartata l' idea della guerra, adottato iJ sistema del riconoscimento austriaco, e quello di ordinare ad ogni costo le finanze e l'amministrazione interna, l'idea del disarmo si presenta da sé (...)»41 •

La Mam1ora rimase assai incerto. Una risoluzione del genere non avrebbe mancato di provocare nel Parlamento e nel paese polemiche e forse disordini. Se almeno fosse stato possibile avere Venezia ... 43 • Nigra tornò ad una sua vecchia idea: lo scambio fra il Veneto ed i principati danubiani di Moldavia e Valacchia. Tastò il ten-eno a Parigi e comunkò a La Marmora: «( ...) Secondo il signor Drouyn de Lhuis (e anche secondo me) l'Austria si rifiuterà ad ogni proposta di cessione della Venezia contro un compenso di denaro. Il signor Drouyn non ammette in proposito il menomo dubbio , ma crede che forse in avvenire si potrà vincere la ripugnanza dell'Austria, quando invece di denaro si proponga un cambiamento di territorio( ... )» "'.

" Nigra a La Marmora in data 19. 11.1864, D.D.J., V, doc. 415, pp. 380-382. " La Marmora a Nigra in data 23. 11.1864, ibidem, V, doc. 418, pp. 383-384. "'Nigra a La Marmora in data 26. 11.1864, ibidem, V, doc. 432, p. 399.


542

LA TERZA GUERRA D'INDlPENDENZA

La Marmora preferì lasciar decantare la situazione. Da un lato aveva sulle braccia il pesante, sotto ogni aspetto, trasferimento cli Corte, governo e parlamento a Firenze. Dall'altro, segni abbastanza evidenti davano a vedere un rapido deterioramento dei rappo1ti tra Berlino e Vienna per la definizione dei tre ducati di Schleswig, Holstein e Lauenburg. Quindi , valeva la pena di aspettare. Infatti , i primi di agosto del 1865 poté avvertire Nigra di una circostanza addirittura inattesa: il ministro di Prussia, von Usedom, gli aveva chiesto senza perifrasi quale sarebbe stato iI contegno dell 'Ital ia nel probabile caso d i una guerra fra la Prussia e l'Austria. Nel 1862 in Prussia si era verificata una situazione di estrema tensione a sanar la quale era stato ch iamato un uomo di levatura eccezionale. Tra Guglielmo I, che voleva fosse approvato il bilancio militare indispensabile per le riforme del generale von Roon, ministro della Guerra, e la maggioranza liberale del Parlamento, che rifiutava, stavano i ministri, che non volevano assumersi la responsabilità dì governare senza l' approvazione del bilancio. La gravità della crisi era tale che Guglielmo I parlò perfino di abdicare. Richiamato d'urgenza da Parigi, ove da pochi mesi rappresentava la Prussia, Ottone di Bismarck accettò di formare il nuovQ. ministero, per governare senza tener conto dell 'opposizione parlamentare. lJ 29 settembre, una settimana dopo l'entrata in carica, affermò alla commissione finanze: «La Germania non guarda al liberalismo della Prussia, ma alla sua potenza (... ). La Prussia deve conservare tale potenza per il momento favorevole, che più volte si è già lasciata sfuggire. I confini della Prussia non sono tali da permettere una sana vita nazionale. I grandi problemi del nostro paese non si decideranno con i discorsi e le decisioni di maggioranza - fu questo l'errore del 1848-49 - ma col ferro e col fuoco» •s. Ma fu il 29 maggio del 1865 che Bismarck, in un consiglio della Corona, mise in piena evidenza la questione austriaca. Per il momento occoneva seguire una linea conciliativa, perché i tempi non erano maturi . La guerra con l'Austria richiedeva, infatti, un'attenta preparazione estera ed interna, vale a dire l 'amicizia della Russia; la benevola neutralità francese; l'alleanza con l'Italia. dipendente dal consenso francese; la manipolazione de ll'opinione pubblica germanica, contraria ad una guerra «fratricida». Il 21 luglio Guglielmo I presiedette un consiglio di ministri e generali, con l' intervento del conte von cler Goltz, ambasciatore a Parigi, e del barone von Werther, ministro plenipotenziario a Vienna, ed in quella sede esaminò l'eventualità dì un conflitto con l'Austria. Da tutto questo, il passo d i -.,on Usedom. La Marmora si attenne ad una certa prudenza: '' J. JOLL, La Prussia e il problema tedesco , in «Storia del mondo mode rno», vo i. X, Garzanti , Mi lano 1970, p. 65 1.


LA DECISIONE POLITICA

543

«Se il Gove rno Prussiano - rispose - ha veramente intenzione dl muovere guerra all'Austria, ci faccia una proposta seria e formale, e noi l'esamineremo; ma se si tratta soltanto di servi rsi di una nostra dichiarazione per fare una pressione diplomatica sull'Austria in favore della Prussia, ciò non ci conviene» ...

In una seconda visita, a lle reiterate affermazioni dell 'Usedom che la Prussia era decisa a scendere in campo contro l'Austria, «io gli dichiarai - scrisse La Mannora a Nigra - senz'ahro che noi non po1evamo prendere impegno senza conoscere quali fossero le intenzioni del! 'Imperatore dei Francesi, e non esitai per anco a suggerirgli che il Govemo Prussiano ne facesse altrettan10. Voi capile, replicai a d'Usedom, di quale importanza sia per noi, e anche per voi, sapere se la Francia sia favorevole o contraria alla guerra (...). Ripetei a più riprese al Ministro Prussiano che noi dobbì r mo andar mollo cauti nell ' impegnare una nuova guerra coli' Austria, in quanto che siamo persuas i che sarà una guerra à outrance. L'Austria cercherà naturalmente di distruggere l'Italia, e noi non potremo rimettere la spada nel fodero. finché l' Austria non avrà più un soldalo in llalia e sarà ridotta al punto da non poterci più nuocere ( ...). Prima però di impegnarci colla Prussia, noi non dobbiamo neppure escludere la supposizione che l'Austria, vedendo da lungi il temporale che sta per piombargli addosso, collo stato disperato delle finanze e la confusione politi· ca in cui si trova. si risolva finalmen1e a far sacrificio della Venezia (...). Al barone Malare! [ministro di Francia a Firenze] ho poi dichiarato a più riprese, perché il Governo Francese ne sia bene infonnaro. che qualora la guerra tra Prussia e Austria venisse realmente a scoppiare, è impossibile che l'Italia non vi prenda parte. Nessun governo lo potrebbe impedire» ".

Secondo Nigra la cautela era opportuna, però - avvertì - <<il timore dei Prussiani si è che quando il momento sia giunto, la Francia mandi all'Italia il suo veto». Ad ogni modo, occorreva tener presente che solo dopo il ventilato convegno di Gaste in (se pur aveva luogo) si potevano far calcoli più precisi; che l' Ausl'ria, vivo Francesco Giuseppe, avrebbe ceduto il Veneto soltanto ove costretta dalla forza delle armi; che nessun governo prussiano avrebbe mai ceduto un pezzetto di territorio gennanico; che Napoleone m non aveva più mire sul Reno e che nessuna promessa di rettifica della Frontiera renana l'avrebbe indotto ad impegnarsi in un nuovo conflitto. Perciò: «(...) In sola soluzione possibile è un'alleanza italo-prussiana contro l'Austria, e .limitala al i' Austria, colla neut ralità francese, la quale condurrebbe necessa riam ente alla neutra lità dell'lnghilterra e della Russia».

Ora, evidentemente la Prussia non avrebbe potuto accettare il rischio che, guerra durante, la Francia uscisse dalla neutralità e ponesse condizioni o volesse convocare un congresso a Parigi; quindi si trattava di ottenere dal! 'imperatore la promessa, possibilmente per scritto, di una neutralità assoluta ' 8 • •• La Mam,ora a Nigra in data 4.8. 1865, D.D.l.. VI, doc. 11 3. pp.14 1-142. " Ibidem . .., Nigra a La Ma.rmora in data 8.8.1865, ibidem, VI, doc. 115. pp. 146-149. Da notare che Nigra era stato informato del pensiero prussiano dal conte von der Golrz. mentre l'Usedorn, a Firenze, non aveva detto sillaba.


544

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Una settimana dopo, Nigra ebbe modo di parlare con Drouyn de Lhuis, rientrato a Parigi dalla campagna, e questi, che aveva già preso contatto con l'imperatore, si espresse con sufficiente chiarezza sul punto di vista francese. In sostanza: piena approvazione del contegno tenuto dal governo italiano; il gabinetto di Firenze era assolutamente padrone di decidere anche di entrare in guerra, qualora ritenuto necessario o conveniente per la difesa dei propri interessi, «ma in questo caso l'Italia farebbe la guerra a suo rischio e pericolo»; se gli eventi della guerra avessero condotto l'esercito austriaco al Ticino, alla Stura, alle Alpi, «allora si verificherebbe uno di quei casi nei quali la Francia si riserverebbe di provvedere ai suoi interessi, giacché è interesse grave per la Francia che l'Austria non ripigli in Italia il territorio perduto»; comunque era prudente non affrettarsi a prendere una decisione radicale perché «l'Austria stessa potrà forse tentare un accomodamento con voi» 49• La Marmora andò a Torino a riferire al re gli sviluppi di questi contatti diplomatici e il 14 agosto, al ritorno a Firenze, seppe dal segretario generale del ministero degli Esteri che l'Usedom gli aveva assicuralo a più riprese che «da Berlino si avevano le migliori notizie, che l'accordo con l'Austria era impossibile, la rottura anzi vicina, e che la guerra era immancabile, se l'Italia prometteva la sua alleanza». Il giorno seguente si diffondeva la notizia che Austria e Prussia avevano appena firmato la convenzione di Gastein! «Il Ministro di Prussia - annotò La Mannora - abbandonò Firenze e per due mesi non si lasciò più vedere» 50 • La convenzione di Gastein fece sensazione, anche se entro certi limiti. Non poteva annullare gli attriti e men che meno le rivalità tra le due Potenze. Il solo fatto che adesso l'Austria stesse nell 'Holstein, in mezzo allo Stato prussiano, era sufficiente a far presumere un nuovo scontro a più o meno breve scadenza. TI governo italiano fu urtato non tanto dall'inattesa svolta prussiana, quanto dalle prevedibili conseguenze, cioè dall'alta probabilità che la Prussia si fosse impegnata a non procedere sulla via di un trattato commerciale con l'Italia e del contemporaneo riconoscimento del nuovo regno 51 • La Marmora, allora, colse 1'occasione per avanzare ali' Austria una proposta cli cessione del Veneto contro un forte indennizzo. Non potendo agire allo scoperto, anche data la perdurante sospensione dei rapporti diplomatici con Vienna, incruicò il conte Malaguzzi-Valeri di effettuare un sondaggio riservatissimo ma concreto. Il governo italiano era disponibile a spendere un miliardo, metà quale quota-parte del debito complessivo austriaco e metà a titolo di indennizzo, ed a concludere un trattato commerciale e di navigazione per "Nigra a La Mannora io data 13.8. 1865, ibidem, VI. doc. 117, pp. 149-153. "'A. LA MARMORA, Un po' pitl di luce cit., p. 47. "Nigra a LaMarmora in data 16.9.1865, D.D.T., Vl, doc. 145, pp. 191 - 192.


LA DECISIONE POLITICA

545

acquistare il Veneto sino all'Isonzo e prevedere, con un accordo segreto, la cessione del Trentino in epoca successiva 52 • A prescindere dalla estremamente problematica possibilità di reperire un miliardo nella preoccupante s ituazione finanziaria dell'Italia, il conte Malaguzzi rientrò a Firenze i primi di dicembre con un nulla di fatto, cosa d'altra parte prevedibile 53 , ma durante la sua missione aveva luogo a Biarritz un incontro di somma rilevanza tra Napoleone JJ1 e Bismarck. Nella sua relazione a La Marmora, Nigra fece il punto della situazione in modo perfetto: «Rare volte la diplomazia europea s'é trovata seduta ad una tavola di giuoco in cui le partite fossero ijiù vivamente disputate e presentassero più diverse e più bilanciate combinazioni, di quanto avvenga in questo momento. Austria e Prussia tengono le carte. Itali.a e Francia girano intorno al tappeto verde per esaminare da qual lato siano le probabilità dell'esito e per approfittarne. La Prnssia è sospinta da due torrenti. Dall'altro lato Bismarck spinge alla politica dell'ingrandimento tenitoriale o, per servi.mii di un'espressione che noi abbiamo reso storica, alla politica dell'annessione (...). D'altro lato questa politica ripugna al re Guglielmo ed è avversata dal partito feudale che lavora ostinatamente alla caduta di Bismarck. Così mentre da un lato si tende ad un'alleanza colla Francia e coll'Italia, dall'altro lato si propende all 'alleanza austriaca come la sola che possa preservare l 'Allemagna dalla rivoluzione democratica. L'Austria anch'essa tentenna incerta fra due paititi, cioè: o l'alleanza colla Francia e un accomodamento coll'Italia, o l'alleanza colla Prussia. TI primo prutito le darebbe il vantaggio di pacificare seriamente l'Ungheria. di ristaurare le finanze, di romper le gainbe a Bismarck e alla sua politica d' annessione. TI secondo le permetterebbe di tener la Venezia, che spera vedersi guarentila dalla Prussia, ma offre il pericolo della perdita della preponderanza e dell'influenza sua in Allcmagna. La Francia e l'Italia hanno in questo giuoco un interesse comune cd eguale. La loro situazione pennette ad esse di accostarsi sia all'una sia all 'altra delle due grandi potenze germaniche secondo che l'una o I' ahra potrà o vo1Tà offrir loro maggiori vantaggi. Difatti se l'Austria cede la Venezia all'Italia, questa rimane affatto disinteressata in Allemagna, e l'Austria sicura alle spalle potrà dettare i patti a Berlino. Viceversa, se la Prussia aiuta l'ltalia a ricuperare la Venezia, l'Italia l'aiuterà ad abbattere l'Austria, e la Prussia potrà procedere spedita nella via delle annessioni. La Francia non domru1da che una cosa, cioè che Prussia ed Austria non si meuan d'accordo. Essa tiene quindi un linguaggio quasi identico alle due grandi potenze germaniche. Dice alla Prnssia che se muove guena ali' Austria, lascierà fare; che se la guerra avrà per risultato d'ingrandire la P1ussia. vedrà che cosa avrà da fare ma che la Prussia, senza ceder un 'oncia di suolo tedesco, può forse aver modo di disinteressare la Francia, e che quindi v'è modo di intendersi. "La Marmora a Malaguzzi in data 9.10.1 865, ibidem, VI, doc. 159, pp. 204-207. «A Trieste - ammise La Mrumora - non ho mai pensato né allora né poi, giacché (...) gli interessi di quella città, eminentemente commerciale, sono tutti legati alla Germania(...). Se per caso Trieste appru1enesse all ' Italia, quel possesso sarebbe per il nostro Regno pieno di difficoltà e di gravissimi pericoli» (Un po' di luce cit., p. 52). Per il Tirolo, invece, La Marrnora lasciò dubbi su quello che veramente intendesse. Qunado mandò il conte Malaguzzi, parlò di parte «veramente italiana» (ibidem, p. 52),poi spiegò e~sere «quella parte del territorio tirolese che trovasi di qua delle Alpi» (ibidem, p. 55). In realtà, come si vedrà nel corso delle trattative diplomatiche con Bismarck, si trattava del Trentino. " Vds. C.L. Malaguz.zi-Valeri, Tra11a1ive segrere ira/o-austriache prima della guerra del 1866, in «Rivista d'Italia», 1905, voi. IJ, P. 505 e seg.


546

LA T ERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

D ice all' Austria la stessa cosa, agg iungendo però che l'Austria ha due modi di disinteressa· re la Franc ia. cioè il modo generale (non preciso, non determ inato) detto di sopra, e la cessione della Venezia all'Italia. Questo è lo stato delle cose in generale. Ora vengo a falli e concetti più precisi. Bismarck ha parlato a ll'Imperatore a Biarri tz, e naturalmente g li ha domandato fino a qual punto (in caso di guerra fra la Prussia e l'Austria) il gabinetto di Berlino poteva contare sulla neutralità della Francia. Il senso della risposta dell 'Imperatore è questo. Se la guerra si re$tringe in brevi limiti. la Francia lasc ia fare; ( ... ) Se la guerra avesse o dovesse avere per risultato di dare all a Prussia non solo i ducati, ma altri terri tori tedeschi, e di rinforzare ed ingrandi re considerevolmente la monarchia prussiana, la Francia dovrebbe pensare a stabilire per sé un contrappeso. Quale? Il terreno qui diventava arduo. La conversaz.ione delicatissima. J due interlocutori si espressero con molta riserva. Ma alcuni punti furono se non chiarit i almeno accerm ati o sottintes i. Q uesto contrappeso o compenso che dir si voglia non sarebbe pigliato sul territorio germanico ( ... ). Esso sarebbe pigliato nel Belgio. colla retrocessione all 'Olanda cl' Anversa e delle provi ncie fi nitime fiamminghe( ...). Questo medesimo discorso può esser tenuto all ' Austria, e non m i stupirebbe fosse tenuto ( ... ). Quello però che mi par ceno si è che tanto l 'Austria, quanto la Prussia devono comare con noi nell'una o nell 'altra di queste previsioni . lo le ho esposto la situaz ione. Non sia a me a determinare il partito che dobbiam prendere ( ...). Ad ogn i modo mi pare che l'Italia debba tirar partito di questa situazione che in fondo le è favorevole( ... )»"'.

Poi, quando vide Bismarck al suo passaggio da Parigi, Nigra ebbe qualche aggiunta da fare. li prussiano non esitò a far capire che la guerra con l'Austria si profilava inevitabile e si mostrò fiducioso che la Francia avrebbe tenuto un atteggiamento amichevole. Nell 'affe rmare, inoltre, che «se l'Italia non ci fosse bisognerebbe inventarla», insisté per la ripresa delle trattative commerciali, poiché l'accordo con lo Zollverein avrebbe accelerato il riconoscimento de l regno d'Italia da parte della Sassonia e di altri Stati tedeschi, nonché rafforzata la posizione della Prussia in Gcnuania 55 • TI g iorno seguente Nigra fornì ragguagli sul! ' incontro fra l'imperatore e Bismarck a Saint Cloud: in sostanza, Napoleone «pareva desiderare che per ora si aspettassero gli eventi». I quali eventi, a giudizio di Bismarck, probabilmente sare bbero scaturiti a Francoforte, ove la Prussia preparava l'occasione per la rottura con l'Austria. In caso di guerra, sempre secondo Bismarck. la Moravia poteva essere occupata dai prussiani «pri ma ancora che l'Austria possa concentrare le sue forze», jn quanto «anche da solo l'esercito prussiano potrebbe avere il disopra sull'austriaco in questo momento» '6_ Per quanto stupito dall'improv viso calore per un accordo sino allora tanto poco considerato importante prop rio da Bismarck, La Marmora autorizzò il conte de Barrai, ministro d'Italia a Berlino, a condurre in porto le trattative commerciali. La firma ebbe luogo 1! 31 dicembre 1865.

" Nigra a La Marmora in data 25. 10. 1865, D.D.I., VI , doc. 165, pp. 2 12-21 4 . " Nigra a La Marmora in data 3.11 . 1865. ibidem , VI, doc. 172, pp. 224-225. ,. Nigra a La Marmora in data 4.1 1.1865, ibidem, p. 225.


LA DECISIONE POLITICA

547

La situazione interna italiana non era facile. L'opposizione al governo non si limitava più alla Sinistra, ma si era arricchita della fazione di Destra delta della «Pennanente», fonnata da tutti gli scontenti per la convenzione di settembre e per il trasferimento della capitale. In più lo stato delle finanze risultava davvero drammatico. La conseguenza di tutto ciò fu lo scioglimento delle Camere. Le elezioni si tradussero nella netta sconfitta del partito di maggioranza della prima legislatura. Di fronte allo spettro del completo dissesto dello Stato, Quintino Sella propose una serie di ponderati disegni di legge intesi a realizzare trenta milioni di economie, ma suscitò una tale furente ostilità da parte della nuova maggioranza che dett.e le dimissioni, imitato dagli altri membri del ioverno ~'. Il re affidò la costituzione del nuovo governo ancora a La Mannora. I primi di gennaio 1866 entrò in carica il nuovo ministero. con il generale Di Pettinengo alla Guerra ed iJ generale Angioletti alla Marina. Gli Esteri furono tenuti dallo stesso La Mannora. Questi si trovò indubbiamente alle pres~ con problemi di carattere interno ed inte rnazionale tutt'altro che semplici. Li affrontò con qualità di mente e d'animo di tutto rispetto, ma inficiate da limiti non trascurabili. La Marmora amava la pallia e le istituzioni, aveva un rigido senso del dovere, non arretrava di fronte a pesanti responsabilità, era esente da meschini interessi personali, disponeva di una buona preparazione professionale, possedeva una buona conoscenza degli eserciti prussiano, francese ed austriaco. Aggiungendo a queste doti una carriera che, grazie anche a c ircostanze fortu nate e fortunose, lo aveva portato presto ai vertic i politici e militari, non deve suscitare meraviglia che, in assoluta buona fede, egli si fosse convinto di essere eccellente ordinatore, provetto comandante in capo, abile uomo politico: in altre parole, di essere più o meno indispensabile e di non sbagliare mai. Tanto più che sin da giovane «si credeva da tanto di non voler mai ubbidire e di voler fare le cose a modo suo», come ebbe a raccontare Della Rocca. Tutto c iò si presentava sotto l'aspetto cli una competente autorevolezza, poco incline a sopportare rapporti di di pendenza e per niente disposta a tollerare contraddizioni dagli inferiori; nonché sotto l'egida di convinzioni dogmatiche in tema di ordi ne, legalità, lealtà. Agli inconvenienti derivanti da s im ile rigidità ed angolosità d.i carattere, sembrava unirsi talvolla una certa insicurezza di fondo, che affiorava nei momenti difficili e che si palesava con forti dubbi in sede di valutazione ciel problema, con serie incertezze in sede di decisione ed in strane p~use in sede esecutiva. Secondo Nigra questi scompensi del suo " Dato il momento Vinorio Emanuele Il cd il governo vollero. con l'esempio, mostrare di esser consapevoli delle difficohà di bilancio. Il re rinunciò a tre milioni della lista civile ed i ministri si ridussero lo stipendio annuo da 24.000 a 20.000 lire. Altri ccmpi.


548

LA TERZ A GUERRA D' INDIPENDENZA

stato d ' animo facevano sì che potessero verificarsi manifestaz ioni di incrollabile fiducia come brevi periodi di depressione desolata. In politica il suo costante punto di riferimento era Napoleone Ili. Quando non comprendeva le intenzio ni dell 'imperatore diventava es itante. Visti gli approcci austriaci a Parigi sull' opportunità di riprendere i rapporti commerciali con l'Italia, La Marmara espresse a Nigra il timore che «menu·e l'Austria è ora disposta a lla conciliazione, fors'anche fi no a trattare la questione veneta, la Francia in questo momento non la desidera» 58 • Nigra, dal canto suo, lasciava affiorare adesso un sempre più netto scetticismo sull'eventualità di una guerra, sia a causa dell'accordo di Gastein, nonostante il discorso fanogli un paio di mesi prima da Bismarck, sia perché la Francia non aveva alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere in un conflitto. Perciò suggerì di provocare il ristabilimento dei rapporti diplomatici con l' Austria e delineò un vero e proprio programma governativo sintetizzabile in poche parole: «disarmo, rinunc ia per un dato numero di anni ad ogni impresa guerresca, e quindi a pigliare la Venezia colle armi. Politica esclusivamente di finanza e di amministrazione interna» 59 • Un programma del genere era, in fondo, molto sensato, ma improponibile per La Marmora, che sapeva benissimo di non poter affrontare una discussione parlamentare sull 'argomento. L'atteggiamento dei partiti in tema di politica estera seguiva le linee di confronto ideologico e politico fra Destra (moderati) e Sinistra (democratici), che, fi nito il «connubio» cavouriano, vennero ad aperto contrasto con una caratteristica: pur proclamando l' irriducibile inconci liabilità dei principi rispettivi, spesso e volentieri accettavano un compromesso sulla «politica delle cose». La Destra continuerà a seguire la linea di amiciziaalleanza con la Francia e l'Inghiltena, sostenuta da Cavour; la Sinistra si sposterà su quella filogermanica sino a giungere al trattato della Triplice Alleanza nel 1882. Il 1866 vide dunque il lento passaggio de lla Sinistra da una posizione di ostilità alla Prussia di Bismarck, antidemocratica e antiliberale, ad una decisa professione di simpatia. All'indirizzo ufficiale, quale che fosse, si contrapponeva con peso di entità variabile, seppure non determinante, una tendenza «di taglio meditenaneo, indipendentista e per conseguenza antiaustriaca nel Balcani, che diventerà rapidamente la bandiera dei democratici e degli irredentisti» 60 • Sta di fatto che all'inizio del 1866 la Prussia non godeva in Italia di eccessiva fiduc ia per un complesso di motivi: dalla famosa affennazione di von Radowitz che il Reno si difendeva sul Mincio all' atteggiamento prussiano dopo Solferino e San Martino, alle esitazioni nel riconoscere il regno d'Italia, all 'alleanza austroprussiana nella guerra contro la Danimarca, alla convenzione di Gastein. "' La Mam1ora a Nigra in data t 1.1.1866, O.O.I. , VI, doc. 259, pp. 311 -313. ,. Nigra a La Mannora in data 19.1.1866, ibidem. VI, doc. 269, pp. 323-328. "'C. M. SANTORO, La [Nlitica estera di 11110 media Potenza, Il Mulino, Milan o 1991 , pp. 109-1 ro.


LA DECISIONE POLITICA

549

li nuovo anno vide, quasi improvvisamente, una svolta netta nei rapponi fra Prussia ed Austria. Il 22 gennaio, Napoleone, inaugurando la sessione del Corpo legislativo, pronunciò una frase sintomatica: «A l'égard de l'Allemagne, mon intention est de continuerà observer une politique de neutralité, qui, sans nous empecher parfois de nous affliger ou de nous réjouir, nous laisse cependan1 étrangers à des questions où nos inlérèts ne som pas directement engagés».,.

Bismarck scorse in essa un incoraggiamento alla propria politica e colse al volo un banale episodio nell'Holstein per protestare formalmente contro il contegno «rivoluzionario» tenuto dall'Austria nel ducato e per chiedere il rispetto di un rigoroso status quo, come implicato nella convenzione di Gastein. La nota diplomatica si concludeva avvertendo che una risposta negativa o ev~siva sarebbe stata interpretata come manifestazione di «sentiments d' antagonisme» e scarsa volontà di collaborare con la Prussia. Di conseguenza, «nous serions obligés de nous assurer une liberté pour toute notre politique, et d' en faire l' usage que nour croirions conforme aux entéréts de la Prusse». Al che, il conte Benedetti, ambasciatore di Francia a Berlino, commentò che «du pas dont I' on marche on pourrait bien se trouver pris, plus tot qu' on ne pense, entre une témerité et une défaillance» 62 • Difatti il 7 febbraio il conte von Mensdorff, ministro degli Esteri austriaco, rispose che il governo imperiale non aveva alcuna concessione da offrire al governo prussiano circa l'amministrazione provvisoria dei ducati. Bismarck replicò verbalmente al rappresentante austriaco a Berlino, conte Karolyi, che l'eventualità indicata dalla Nota del 26 gennaio si era verificata, che l'entente era rotta e che la Prussia riprendeva la piena libertà d'azione. 2. LA PREPARAZIONE D1PL0MATICA. L'azione di La Marmara era psicologicamente influenzata, come abbiamo visto, da una conditio sino qua non, costituita dall'approvazione di Napoleone III, e dalla convinzione «che l'Austria tosto o tardi ci avrebbe proposto la cessione della Venezia» 63 • Per giunta, nonostante la conosciuta rottura dei buoni rapporti tra Prussia ed AustTia, nutriva fondati motivi di diffidenza circa la politica di Bismarck. Questa sua palese cautela destò, di rimbalzo, sospetti anche in Bismarck, il quale trovò l'occasione di dire a Benedetti che: · «suivant ce que lui mandait M. <l'Usedom, le cabinet de Florence inclinai! visiblement à chercher, dans un rapprochement avec celui de Vienne. la solution de la question de Vcnise»". •• L. CHIALA, Ancora un po' phì di luce c ii., p. 45, noia l. • 1 V. BENEDm·n, Ma mission en Prusse, Plon, Paris 1871, p. 31. •• A. L A MARMORA, Un po' pi,) di luce cit., p. 77 . .. V. BENEOErn, Ma missio11 c ii., p. 69. Il 7 febbraio Usedom aveva serino che, dopo gli approcci 1en1ati dal I' Auslria (cviden1cmente quelli riferentisi ai ncgoi,iati commerciali), il governo prussiano non poteva più fidarsi dell'Italia (P. SJLVA, // Sessantasei, Treves, Milano 1917, p. 42.


550

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

E quando Benedetti osservò che anche se tale soluzione fosse costata cinquecento mii.ioni di franchi, ne sarebbe valsa la pena, Bismarck replicò che una guerra ne sarebbe costata soltanto duecento e non avrebbe lasciato quelle inevitabili pendenze su qualche punto del confine che la pace non è mai in grado di risolvere. Benedetti non prese posizione e Bismarck, a buon conto, convocò da Parigi il von der Goltz. Il diplomatico gli fornì rassicuranti informazioni sul pensiero di Napoleone e dopo il colloquio, evidentemente non d'iniziativa, .invitò il conte de Barra! a telegrafare a Firenze di appoggiare le mosse prussiano contro l'Austria. La Marmora mise Nigra al corrente: «A Ber/in on se montre très be!liqueux: on nous fait meme de nouvelles ouvertures» 65. però si mantenne sulle sue. Anzi, approvò il suggerimento di Nigra di ricorrere ai buoni uffici della Francia per cercar d i ottenere il Veneto in cambio dei Principati danubiani, insorti contro Alessandro Couza, da offrire ali' Austria. Nigra, che già in passato aveva prospe ttato e caldegg iato ta le idea, si affrettò a parlarne con Napoleone, richiamandone l'attenzione sulle significative aperture d' alleanza formulate da Bismarck al governo italiano. L' imperatore si mostrò personalmente favorevole al cambio, e, pur avvertendo con franchezza come da parte austriaca il rifiuto fosse più che probabile, assicurò che avrebbe fatto un passo presso il governo per ottenere il suo intervento. Comunque, per superare il prevedibile atteggiamento negativo di Vienna «l'Imperatore crede indispensabile scrisse Nigra - che noi spingiamo arditamente la Prussia alla guerra e ci mettiamo in grado di farla» 66 • Il tentativo di scambio andò a vuoto per l'opposizione di lord Clarendon, e allora Nigra concl use che «la nostra sola speranza si riduce quindi ad una guerra d'accordo con la Prussia» 61 • Intanto il 28 febbrai o aveva avuto luogo a Berlino un consiglio della Corona, con la partecipazione anche de l generale Moltke e del von der Goltz, per deliberare se continuare nel confronto con l'Austria quand 'anche ne fosse derivata una guerra. In questa sede tutti, tranne il principe ereditario, accettarono la prospettiva di un conflitto ove necessario, ma il Moltke d ichiarò impossibile contare con qualche certezza su un risultato favorevole, a meno che l'Italia non fosse entrata in campo a fianco della Prussia 63 • Rientrato a Parigi, il von der Goltz ebbe un incontro con Nigra, il quale si affrettè) a·telegrafare a La Mannora: «Le comte Gohz m'a dit qu'à Berlin on désirc que vous envoyez de suite. cn secret, un oni-

., La Mannora a Nigra in data 24.2.1 866. in L. Chiala, Ancora 1111 po' pi,ì di l11ce cit., p. 49. "' Nigra a La Mannora in dat a 1.3.1866. O.O.O., VI, doc. 347, pp. 408-4 11. " Nigra a La Mannora in data 17.3.1866, ibidem, Vl, doc. 397. pp. 460-462. " Peraltro il ministro della Guerra, von Roon. si dichiarò d'avviso che un'intesa con l'llalia fosse attendibile solo dopo che questa avesse troncaco le sue relazioni troppo amichevoli con la Francia (L. CHIALA, Ancora un po' pitì di luce. cit., p. 59).


LA DECfSIONE POLITICA

551

cier pour y tra iter la question milita ire, ce qui n 'empèchera pas envoi à Florence d'un officier supericur prussien, qui partira bientot» ••.

Così La Marmora decise di mandare a Berlino il generale Govone. Inoltre, pur essendo venuto a conoscenza che nel Consiglio della Corona del 28 febbraio la Prussia aveva concl uso di non poter più indietreggiare 7(>, conservava un certo scetticismo perché «troppe volte già il Gabinetto di Berlino ci aveva lusingati con interrogazioni, supposizioni e discorsi più o meno accademici, senza mai formulare una proposta vera» 7 '. Deciso ad evi tare che i contatti si riducessero ad uno scambio di orientamenti strategici o ad una generica convenzione militare, affidò a Barrai l'incarico di seguire le conversazioni da vicino ~er arrivare possibilmente ad un serio accordo politico. Il suo obiettivo era un trattato offensivo e difensivo. TI suo timore, che Bismarck intendesse impegnarsi il meno possibile, pur attirando in pieno l'Italia nel suo gioco. La sua vaga speranza riguardava la possibilità che l'Austria, allarmata per i contatti italo-prussiani, si inducesse a «serie riflessioni», creando situazioni cli cui l'Italia avrebbe potuto approfittare se non coinvolta a vuoto in obblighi con la Prussia. Ad ogni buon conto, La Mannora orientò Pettinengo ail'evenrualità di una guerra contro l' Austria «non però ancora, come un fatto sicuro, ma bensì come ad una probabilità di cui doveva tener conto da quel punto innanzi il Ministro stesso» 12 • Diciamo pure che la lettera a Barral non brillò per incisività circa lo scopo della missione. Dopo aver specificato che le decisioni italiane dipendevano strettamente dagli obblighi che la Prussia s i sarebbe mostrata pronta ad assumere, vale a dire dal fatto che il governo di Berlino fosse o non deciso realmente ad una guerra contro l'Austria, sì da «prendre avec l' !ra fie des accords ejfectifs en vue de buts determinés», la Prussia doveva mettere le carte in tavola per definire «/es combinations militaires» da <<concerter avec nous pour la d4f'ense commune» 73 • Secondo La Marmora, con «accords en vue de b111s determinés» si intendeva «in modo abbastanza chiaro» il proposito italiano di concludere un trattato offensivo e difensivo per una guerra contro l'Austria, il che è opinabile, visto che poi indicava come scopo della missione il coordinamento della «difesa comune». Secondo il generale Govone, ufficiale di primissimo piano, «i l mandato conferitogli era ad un tempo largo e restrittivo, perché precludeva la possibilità a quella semplice, generica intesa per un'azione comune, sotto forma tale eia non impegnare né vincolare in modo definì-

"' Nigra a La Marmora in data 3.6. 1866, D.D.l.. Vl, doc: 360. p. 417. '° Barrai a La Mannora in data 8.3. 1866,ibidem, Vl, doc., 37 l , pp. 427-428. " A. LA MAR.\10RA. Un po' pili di luce cit., p. 76. "La Marmora a Pettim:ngo in data 7.3.1866, in Relazione Pe11i11engo. Cassone, Torino 1867, p. 14. "La Mannora a lla1Tal in data 9.3. 1866. D.D.l.. VI. doc. 375. pp. 430-431.


552

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

tivo la Prussia, impresa che, sola, come si vide poi, era desiderata da Bismarck» 74 • In sostanza, le istruzioni impartite da La Mannora si limitavano ad indicare un desiderabile e generico punto di arrivo deJie trattative, ma senza lasciare margini di gioco per i negoziatori; e con la parola d'ordine «diffidare». Avendo mandato a Berlino un generale per trattare gli aspetti militari di un'alleanza offensiva-difensiva e volendo, per sua stessa ammissione, evitare formule vaghe, non si comprende perché non abbia messo Govone nelle condizioni di disporre di basi concrete di discussione. Avendo incaricato un diplomatico di seguire da vicino i colloqui per conferire, all'occorrenza od ove possibile, veste politica all'incontro, non si comprende perché non abbia indicato al conte de Barrali.termini necessari e sufficienti per la realizzazione dell'alleanza. Ma, in fondo, sono interrogativi retorici. La spiegazione risiedeva nell'indole di La Marrnora: voleva farsi le idee a passo a passo e si riservava di decidere da solo. Da sottolineare che la diffidenza di La Marmora veniva ad assommarsi a quella di Barral, secondo il quale Bismarck avrebbe fatto balenare le più rosee speranze per poi «presentare all'Austria il trattato e ottenere senza colpo ferire la cessione dei ducati dell'Elba» 75 • A questo punto occorre fare un importante inciso, utile a mostrare il diversissimo approccio delle due parti ad un accordo che doveva condurle al conflitto. Dopo il predetto consiglio dei ministri del 28 febbraio, il Moltke riepilogò per scritto il punto di vista militare che Bismarck doveva tener presente nel corso delle trattative. Si tratta di due documenti riportati nella Moltkes Militiirische Korrespondenz. 11 primo è una lettera in data 9 marzo 1866, nella quale il dubbio iniziale del generale si tradurrà, invece, esattamente in realtà: «Nella nostra conferenza del 3 a sera, io ho espresso a V.E. il dubbio che il govemo italiano si decida a concludere un accordo senza che noi ci impegnamo dal nostro canto a fare la guerra e che noi ne stabiliamo precisamente la data. lmperocché senza di ciò l'accordo non assicura all'Italia alcun vantaggio che non possa ottenere senza di esso nel caso in cui noi ci accingeremmo ad agire (...)» " .

Seguono poi le indicazioni per le clausole di carattere militare, su cui torneremo. Il secondo documento è un memoriale redatto in francese, senza data ma evidentemente di quei giorni, nel quale figurano argomenti che costituiranno punti fermi per Bismarck: «Mon gouvernement est pénetré de l' importance qu ' aurait, en cas d 'une guerre cont;c l' Autriche, une coopération de la part de l'ltalie. Mais nous ne pourrions, dès le présent, nous obliger à entreprendre celte guerre, nous ne pouvons prendre des engagements que pour le cas, où elle éclaterait. D'abord, nous ne connaissons pas encore exactement /es i11tentio11s du gouvernement

,., U. GovONE, li ge11era/e Govone cit., p. 176. "Ibidem, p. 177. '' In L. CHJALA, Ancora un po' più di luce cit., pp. 525-526.


LA DECISIONE POLITICA

553

français à /' égard d'une parei/le éventualité; puis. une agrcssion imprévuc Cl arbitrai re en apparence hcurteraiL l'opinion publiquc cn Europe Cl forcerail mèmc les gouvemcmems amis à nous réfuser leur concours mora!. Surlùul cn Allemagnc, l'opinion ne sera satisfaiLe quc par une guerre, qui aurail pour bui de rétablir J'unilé allemande (... ). Les démarches que nous ferons pour centr.iliser le pouvoir en Allemagne amencronl presque infalliblement une ruplure avcc le cabine! dc Vienne. Les circons1ances acruellcs paraissent favorables pour courir ce risquc. la France est gouvemée pour la volonté absolue d'un Souvemin qui s'i111éresse à la cause des natiorwlirés, camme il/' a prouvé en ltalie. li symparhisera avec /es ejforrs de la ?russe dans ce méme sens. Durant les demières années l'état des linances n'a pa.~ pcrmis à I' Aulrichc de vouer à son année les soins nécessaires (... ). La situation po litique ac1uelle est favorable, mais sa durée est incertaine et, pcut-etre. ne se réprentera+ ellc jamais dans des conditions aussi avantageuses. Aussi le gouvernemcnt du Roi mon ma1tre ne tardera+il pas à cn proli1er. Mais avan1 d'eatreprendrc une action qui, selon 1ou1c vraisemblance, cntrainera une guerre générale, il importc à la Prussc de savoir jusqu'à quel point on pourra comtcr su r le concors de l'!talic (... ). Il nous est nécessaire de placer le conOit avcc l' Autriche sur un terra in où ics Jégitirnes pré1en1ions de la Prusse se trouvent en complet accorci avcc les besoin rcconnus de I' Allcmagne. La conclusion <l'une alliance fre11tuel/e inOuera d'une manièrc cssemielle sur notre décision dc nous engagcr dans une politique belliqueuse. n es1 dc l'intérèt de l'Italie que du nòtre nous soyons mis à mèmc de faire tomcs Jes démarches qui pourraicm abouti r à la guerra. Le traité, tcl que nous lo désirons, con tienclrait les points suivants: l. Les deux gouvememems s'entendron1 sur le tenne où ils déclareront simultanémcni la guerre à r Autriche. 2. Dès ce moment ils s'engagent à ne pas conclure la paix ni à suspendre les hostilités avant quc le bui de la guerre soit attcint par les dcux parties belligérnnts. 3. Ce but, pour ce qu i rcgarde J ' llalic, est la possession de la Vénétic. Si, clans le,couran t <le la guerre, l'ltalic s'empare d'autres provinces limitrophes à l'Adriatique, il n 'y aura poinl d'objection ;, faire; cependant la Prussc ne pourra pas consenlir à la céssion délini1ive d'un territoire appartcnant à la Confédéra1ion gcrmanique. Le but de la Prusse est de gagner certains clroits dans le Nord de l'Allernagnc, et de forccr I' Autrichc à !es reconnaitre. 4. Les deux gouvernemen1s, dès qu'ils seront convenus de fairc la guerre. mobi liseront 1ou1cs leurs forces mili1aires, 1ant de !erre que de mer. 5. Dans l'cspace de 3 (4) semaines à dater du terme susmentionnné, la Prusse conccnrrera sur la frontière dc la Bohème une force de 300.000 hommes au moins (... ). L'Italie, dc sa part, dans l'espace indiqué (3 à 4 semaincs) rassemblcrn contre l' Au1riche 220.000 hommes. déductions fai1c des gamisons Cl des forces nécessaires pour le mantien dc l'ordre dans l 'intérieur du royaume (... ). 6. Les hosti lités commenccrom des deux cotés du momcnt où les annécs seront rasscmblées. 7. En cas où I' Autriche conccntrerait la majeurc part de ses forccs con1re un des alliés, l 'autrc agirai! avcc d'autant plus d'éncrgic, meme après avoir atteint son but direc1, jusqu'à ce quc I'autre aurait ancint le sien (...). Notre décision de mener /es événemems de 11w11ière à provoquer la guerre, dépend de la question si nous pourrons comter abosolumenr sur la coopérarion italienne. Nous sommes encore libres d' e/1/rer dans des voies pacifiques et de re11011cer à une polirique belliq11e11se. E,11 nous ref11sa11t certe alliance et e11 formulam des exigences q11 ·act11elleme111 no11s ne pouvons p"r remplir. /' lta/ie réduirait /es chances réciproques de s11cds (. ..). TI es1 vrai que l' llalie pourrait encore trouver rnoyen dc s'a rranger d ' une manière pacifique


554

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

avec J'Autriche à J'égard de la Vénétie. Mais le prix qu'on devra payer sera probablement plus grand que les frnis d'une guerre, et, en meme temps. on foumira par là à l'Autriche les moyens dc rècum mcncer sa politique traditionnellc en Jtal.ie ( ... ). Pour l' Italie la guc,rn est suffisamment motivée par le besoin de se consolider. Le gouvernc•nen: n'a à redouter aucune opposition de l'opinion publ ique dans son pays. MEme en Europe LI y a longten1ps qu'on reconnait généralement la nécéssité qui la pousse. L'Allemagne n'est pas encorc aussi av~ncée. Le cas de guerre serai1 recherché dans les diflicultés résultants dc la question dcs duchés de l 'Elbe, qucstion trop peu importante pour justifier dans I'opionion publique une rupturc qu i pourrait embrasscr l'Europe. li nous faut donc du ·lemps po ur !es démarches en vuc d'une recons titurion dc la Confédération gennanique, objet dont l'imponancc sera reconnue talli en Allemagc qu'à l'étranger ( ... ). lf ne nous est pas possibles de.fìxer exacte111en1 le momellf que nous a11e11dons avec cer1i1ude. Nous ne pouvons que détermj ncr notre résolution de prendre, dés à présent. Ics dispositions qui provoqueraien1 la crise. 01; le 111oi11s que nous croyons pom·oir obrenir de /'/rafie. e· est qu'elle emrera a11ec 11011s, dès à prése111, dans 1111e simple alliance, par laquelle on nous 11ara111ira d'a11a11ce la conc/11sio11e de /'allia11ce rnsi11diq11ée au 1110111e 111 olÌ pretulions la résolution irrévocable de commencer la guerre( ... )".

L'arrivo di Govone a Berlino fu preceduto da un'indiscrezione che, sebbene criticatissima da Bismarck, lasciò adito al sospetto fosse intenzionale. A parte questo inc idente, Govone ebbe subito modo di entrare in argomento con Bismarck. Premesso che in ltalia le ripetute ed insistenti affermazioni del conte von Usedom - anche a lui stesso prima della partenza - avevano lasciato supporre l' intenzione prussiana d i risolvere con le armi le gravi divergenze con l'Austria, Govone comunicò che « Il Re e il Gabineuo di Firenze erano disposti a tener dietro alla Prussia. per cercare la soluzione della questione Veneta, in pari 1cmpo che questa cercherebbe il compimento del proprio programma. L'Italia però poteva aspettare ( ... ) e quindi non avrebbe voluto fare alcun passo decisivo senza che esso fosse preceduto da impegni formali con cui i due programmi , ltaliunn e Prnssiano, si foccsscro sol idal i ( ...)» " ·

Su queste basi Govone si dichiarò autorizzato a conce1tare una convenz ione militare derivante dai predetti accordi politici. Bismarck ascoltò «con molta attenzione e con occhio penetrante» il discorso, poi illustrò la situazione ed il suo pensiero in propos ito. L'ambizione della Prussia «si estende, ma in pari tempo si limita, al dominio del Nord della Germania» . Avrebbe potuto far scaturire facilmente il casus belli dalla questione dei ducati dell'Elba, ma «una tale e sì grande g uerra per così piccola questione» le avrebbe messo contro l' opinione pubblica europea. Invece, se il casus belli fosse stato legato ai grossi contrasti relativi alla rifom1a della Confederazione germanica. nessuno avrebbe potuto sollevare obiezioni . Considerando l'Austria come l'avversario naturale della Pruss ia, egli aveva sempre visto con interesse e simpatia l' affermarsi " In L. CHIALA, ibidem, pp. 526-529. " Govone a La Mannora in data 14.3. 1866, D.D.I., Vl, doc .. 389, p. 450.


LA DECISIONE POLITICA

555

dell'Italia. Senonchè la sua opinione personale rimaneva piuttosto isolata in Prussia, dove un conflitto contro l'Austria era considerato pressoché sacrilego, e dove l'Italia appariva impersonata «eia Garibaldi, anzi da Mazzini». Tuttavia, proprio con il chiamare l'Austria a fianco della Prussia nella guerra contro la Danimarca, egli era finalmente riuscito a convincere il re e gran parte degli ambienti di Corte e politici della naturale rivalità fra i due Stati tedeschi. Adesso il suo obiettivo si traduceva nel «rimettere sul tappeto la questione della rifonna germanica, abbellita (assaisonnée) di un Parlamento tedesco», il che sicuramente avrebbe provocato uno scontro frontale fra Berlino e Vienna, e quindi una guerra plausibile agli occhi dell'intera Europa. Bismarck era abile e sottile. Dopo aver esposto tale programma, aggiunse, quasi si trattasse di logica ed inevitabile conseguenza, che «per potervi facilmente mantenere il Re, suo Signore» gli occorreva stipulare subito un trattato con l'Italia, cioè «un impegno preso già ora, eia parte nostra [=italiana], di seguire la Prussia in questo piano». E per converso? «Beninteso - assicurò Bismarck - la Prussia prenderebbe, per reciprocità, l'impegno che la guerra conseguente dovesse sciogliere ad un tempo la questione Veneta». In altri termini, la Prussia si riservava cli stabilire se, come e quando aprixe le ostilità. Come è naturale, Govone rilevò l'impossibilità cli accettare vincoli per un futuro indefinito, dato il rischio di un cambiamento delle circostanze presenti. Bismarck cercò di aggirare la palese diffidenza verso una proposta così pericolosamente obbligante per l'Italia e suggerì di far partire la validità del trattato dalla convocazione ciel Parlamento tedesco, da lui prospettata come sicuro ed irreversibile spunto di guerra; ma Govone si mantenne distaccato, allegando la mancanza cli istruzioni per una simile ipotesi. Bismarck, allora, dopo qualche ulteriore, vana, insistenza, chiese come minimum un semplice e generico trattato di amicizia e cli alleanza perpetua, a lui utile in certo modo nei confronti di Guglielmo I. Govone si riservò di riferire a La Marmora. Il lungo colloquio non lasciò in Govone una buona impressione e neppure in Barrai. In entrambi si formò la persuasione che la Prussia fosse lungi dal pensare alla guerra. Un trattato con l'Italia l'interessava per due scopi: premere sull'Austria per risolvere al più presto la questione dei ducati (nella quale non voleva l'intromissione dell'Italia) ed evitare che l' Austria entrasse in trattative con l'Italia per la cessione del Veneto (cosa che rischiava di togliere alla Pmssia l'indispensabile alleato militare). Anzi, tanto per scoraggiare un'eventuale inclinazione cli La Mannora, Bismarck osservò che l'offerta austsiaca «( ...) sarebbe un ingan no, dal quale sarà be ne che noi [i taliani] ci guard iamo. Aggiunse sarebbe fornire ali' Austria il medesimo denaro con cui tentere bbe poi riprendere il Veneto e la Lombardia; essere quindi assai preferibile irnpiegare nella guerra, uniti colla Prussia. il denaro che sarebbe destinato al riscallo ( ... ) "'·

19

Govone a La Marmora in data 14.4.1866 c iL. ibidem. VI, doc. 389, pp. 450-454.


556

LA T13RZA GUERRA D'INDJPENDGNZA

Nei giorni successivi, altri rapporti di Govone e di Barrai non fecero che rafforzare nell'animo e nella mente di La Mannora la convinzione della pretesa di Bismarck cli vincolare la politica italiana a quella prussiana, lasciando quest' ultima libera delle proprie iniziative ll<l_ Bismarck aveva elencato le ragion i che «ci spingono a procrastinare la guerra e prepararla successivamente. Ma prima di metterc i sulla via della preparazione, noi desideriamo assicurarci l'appoggio dell'Italia» 81 ed aveva addirittura presentato una fonnul azione del progetto di trattato più che sintomatica. Il primo articolo era redatto in questi termini: «La Prussia prornuoverè la rifonna gem1anica, consentanea ai bisogni del tempo moderno. Se questa rìfom1a potesse alterare la buona armonia della Confederazione e mettere in conflillo la Prnssia e l'Austria, in questo caso l'Italia , ricevutane comunicazione. dichiarerà la g uerra a.li' Austria ed ai suoi alleati»".

Gli altri due aiticoli impegnavano le due Potenze firmatarie a non concludere pace o annistizio separati, e stabilivano i rispettivi obiettivi nello sgombero da parte austriaca del regno Lombardo-Veneto (quindi non del Tirolo) e nella conquista prussiana di un territorio austriaco equivalente al Lombardo Veneto (cioè il Veneto e la provincia di Mantova). Ora, la semplice interruzione dei rapporti diplomatici fra Vienna e Berlino rischiava di essere valutata alla stregua del «conflitto» e quindi obbligare l'Italia a sbilanciarsi nella guerra per prima. E ancora, se l'Austria avesse improvvisamente dec iso di gellarsi subito su un 'Italia impreparata, la Prnssia non era tenuta ad intervenire. Nel colloquio serale del. 17 marzo Bismarck spiegò anche che il governo prussiano aveva stabilito, prima ancora dell'arrivo di Govone , di mandare a Firenze il generale Moltke, facendolo passare da Nizza con la famiglia per non dare nell 'occhio, e, ben comprendendo il segreto pensiero italiano, tenne aprecisare: «Voi dovete quindi rigettare il sospetto che io voglia un trattato con voi per presentarlo aU' Austria, ed ottenere così i mie i fin i». Tuttavia Barrai e Govone si sentirono in dovere di dichiarare a La Marmora che «nulla di serio e pratico vi sia da auendere qui in favore dell 'Italia dalle trattative pendenti» 8'. Durante queste conversazioni di incerto valore e più atte a seminare dubbi che certezze, si verificò un tentativo inglese di mediazione fra Austria e Prussia (18 marzo). Bismarck fu colto di contropiede dalla iniziativa inglese e rispose subito rifiutando e dichiarando che detta mediazione doveva essere indirizzata ali' Austria, il vero aggressore e violatore dell' accordo di Gastein. Poi convocò

'° Govone a La Mam1ora in data 17.3.1 866, ibidem, Vl. doc. 398, pp. 462-466; in data 18.3. 1866, doc. 399, pp. 466-467; inoltre Barrai a La Mannora in data 19.3. l866, ibidem , doc. 400. pp. 476-468. " Ci tata lettera di Govone a La Marmora in data 17.3.1866. " Ibidem. " Ibidem.


LA DECISIONE POLITICA

557

Barrai e gli pose a bruciapelo due domande. Anzitutto «se l'Italia serait disposée à déclarer immédiatement la guerra è l' Autriche, ( .. .) dans ce cas la ?russe suivrait aussitot après, en la déclarant de son coté». Barrai ribatté che, veramente, c'era da attendersi il contrario e cioè che una dichiarazione del genere spettasse alla Pmssia. Ma anche supponendo che l'Italia acconsentisse a simile pretesa, la Prussia si sarebbe impegnata con un trattato ufficiale ad entrare in guerra non «aussitòt après», bensì «le lendemaim>? Bismarck esitò e poi finì per ammettere che avrebbe dovuto consultare ancora una volta il re. Però, si affrettò a dire, in caso di riJìuto reale egli avrebbe dato le dimissioni (e l'Italia sarebbe rimasta in guerra da sola!). La seconda domanda riguardava la flotta: l'Italia avrebbe offerto l'appoggio della sua squadra navale nel mare del Nord, dove si sarebbe probabilmente trasfe1ita la squadra austriaca da Pola e da Trieste? Naturalmente, Barrai si dichiarò privo di elementi per rispondere 84 • Il giorno successivo, nuovo tentativo di Bismarck, ancora più vincolante per Firenze che per Berlino: «L'on signerait - telegrafò Barrai-de suite un traité d'alliance et d 'amitié, conçu en tennes généraux, mais portant que certaines évcntualités belliqueuses venant à se réaliser !'on procédérai.t immédiatemenl à la signature d'un traité d'alliance offensive et défensive, stipulant action commune et engagement réciproque, de ne pas déposer !es armes sans consentement mutue!, et bui atteint de part et d 'autre. Les tennes de ce dernier traité dcvraient etre convenus dés à présent de manière à pouvoir etre instantanément signé ( ...)» "·

Rimaneva aperta, avvertiva Barrai, la pesante questione di chi dovesse prendere l'iniziativa di dichiarare guerra all'Austria. Guglielmo I aveva tranquillamente sostenuto che spettava all'Italia e Barrai aveva opposto che competeva alla Prussia. Inoltre esisteva l'indeterminatezza delle circostanze che avrebbero costretto la Prussia ad entrare in campo. Le notizie sugli armamenti austriaci impressero un'accelerazione agli eventi. Barrai ritenne opportuno considerare la situazione con maggiore pragmatismo. Certamente Bismarck voleva il trattato sia per influiJe meglio sul re, sia per evitare di lTovarsi spiazzato da un improvviso accordo italo-austriaco sul Veneto. Ma era proprio da rifiutare il trattato «eventuale» proposto dal prussiano in seconda istanza? Fissandogli una validità di due mesi, il trattato lasciava alla Prussia la cura di trovare il casus belli entro quel termine, e consentiva all'Italia ogni libertà di scelta dopo quel termine. Alla fin fine, non offrendo a Bismarck il mezzo di convincere Guglielmo I, la cui decisione era determinante, non si rischiava di provocare l'avvento di un governo filoaustriaco e, quindi, di rimandare sine die la liberazione del Veneto? 86 • "' Barrai a La M:umora in data 19.3. 1866,ibidem , VI, doc. 400, pp. 467-468 . ., Barrai a La M:umora in data 20.3.1866, ibidem, VI, doc. 401, p. 469. 86 Barrai a La Marmora in data 21.3.1866, ibidem, VI, doc. 408, pp. 478-479.


558

LA T ERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

La Marmora volle evitare equivoci sull'argomento, motivo per cui, prima di decidere anche per un trattato a tempo limitato, chiese una proposta scritta «nette et precise» da parte prussiana 87 • Nel contempo cercò di conoscere con esattezza «i limiti entro i quali la Francia sarebbe stata disposta ad aiutarci» 88 se coinvolti in una guerra. Nigra tastò il terreno ed informò che: «L' Empereur croft qu' il n'y a ni inconvénient ni danger à signer le traité generique en question, et que par contre ce traité pourrait amener plus facilement la ?russe à déclarer la guerre» •v. Poi aggiunse: «L'Empercur a dil au prince Napoléon quc s i la Prussc faisait la paix séparée avcc I' AuLriche et si l'Autriche s 'avissait de tombcr ensuile sur nous, In France ne le pcrmettrait pas. L'Empereur croit qu'en cas dc guerre nous devrions opérer un débarquement sur la cote de I'Adrialique. L' Empcreur ne croit pas que I' Autrichc ose envahir la Lombardi e. Je vous cngage après cela à signer memc un traité d'alliancc offensive et défensive générique» ...

E poche ore dopo spiegò che l'opportunità di firmare un trattato «générique pur et simple» derivava dal fatto che «la Pmsse évidemment n' est pas pre1e à tirer l' epée» 91 • E poi riepilogò la situazione complessiva in una lunga ed importante lettera: «( ... ) Non celai all'Imperatore che la nostra impressione non era favorevole. e che questa proposta pareva a noi poco sicura e inutilmente compromettente. Ma l'Imperatore mi disse, al contrario. che non vedeva nessun inconven iente neU 'accwazione di tale proposta per parte dell'TLalia, e che g li pareva che nui potevamo clare a Bismarck quest'arma onde se ne servisse, per indurre il Re di Prussia alla guerra. Io feci notare all'Imperatore che si poteva temere che Bismarck si servisse, invece, di questo tra11aio per indurre l'Austria a nuove concessioni, e che l'Austria, dal suo lato. avrebbe potuto farcene un gravame che le servisse di pretesto per cader soprn di noi rimasti soli. L'Imperatore rispose che anche nella peggiore ipotesi l'Italia non aveva null a da temere: giacché dall ' un lato la sua situazione verso l'Austria è tale, che nulla può renderla più compromet· lente: dal l'altro lato l' Italia è libera di scegliere le sue allean ze, e un trattato generico di alleanza colla Prussia non può fornire un gravame giustilicato all'Austria. Quanto all'eventualità che l'Austria in seguito a ciò venisse ad auaccarci, J'lmpcratore disse che l'Austria sa berùssimo che se auaceasse l'Italia per la prima, la Francia la difenderebbe(... )»" ·

Tnsomma, come ebbe ad esprimersi Drouyn de Lhuis con Nigra: «Se l 'Ttalia aggredjsce l'Austria, lo farà a suo rischio e pericolo; se l'Austria aggredisce l'ltalia, posso dirvi che il passato risponde dell'avvenire: questa è la condotta che sarà tenuta dalla Francia» 93 • Sì trattava, del resto, cli una posizione " La Marmora a Barrai in data 21.3.1866. ibidem, VI, doc. 410, p. 479. " A. LA MARMORA, Un po' pitì di luce cit, p. I 24. '" Nigra a La Mnrmora in data 2 1.3. 1866, D.D. I. , VI, doc. 41 I, p. 480. •• Nigra a La Mannora in data 23.3. 1866.ibidem, VI, doc . 415, p. 484. " Nigra a La Marmora in data 23.3.1866, ibidem, VI, doc. 416. p. 484. ., Nigra a La Mannora in data 23.3.1866, ibidem. Vl, doc. 417, pp. 485-488. 1 • Nigra a La Marmora in data 20.3. 1866, ibidem, VI, doc. 407, p. 475.


LA DECISIONE POLITICA

559

già nota, che venne confennata da un ennesimo telegramma di Nigra riportante il pensiero dell ' imperatore espresso al principe Napoleone: «si l'ltalie prenait l' initiative de la guerre, la Fran ce ne pourrait pas /' aider (. .. )» 9.1_ La situazione andava ingarbugliandosi sempre di più. Francesco Giuseppe aveva assicurato personalmente a Guglielmo I che i movimenti di truppe austriache non obbedivano ad alcuna ragione aggressiva e lo stesso ministro austriaco a Berlino aveva del pari garantito a Barrai trattarsi di misure cautelative. Ad ogni modo, Bismarck, che di proposito aveva ìngradìto l'importanza dei provvedimenti austriaci, era deciso a giungere al «trattato eventuale» limitato a tre mesi 95 , bozza del quale intendeva redigere con Govone prima dì sottoporla al governo 96. • D'altro canto, il generale Moltke, la cui missione a Firenze sembrava sfumata, non soltanto confennava l'esagerazione data ai pochi reparti austriaci mandati in Boemia, ma i suoi discorsi portavano a credere che «la Prussia non intendesse procedere a nessuna misura di mobilizzazione nei prossimi giorni», come invece aveva fatto supporre Bismarck. E, ancora, Moltke «riteneva che si dovesse aspettare fino al giorno in cui si fosse decisi alla guerra, ed allora annare tutto ad un tratto ed interamente» 9'. Il 27 marzo Barrai trasmise a La Mannora il testo del progetto d'alleanza da lui concordato e scritto sotto dettatura di Bismarck, omettendo per brevità il preambolo. L'articolo 2 suonava così: «Si (...) Sa Majesté prussienne (...) scrait mise cn misure dc prendre les armes pour faire prévaloir ses propositions, Sa Majesté italicnne. après l'initiative prese par la Pmsse, dès q11' elle en sera avertie, cn vertu dc présent traitè déclarera la guerre à l"Autrichc et aux Gouvememcnts allcmancls qui seraient alliés à r Autriche contre la Prusse».

I rimanenti articoli stabilivano: nessuna pace o armistizio separato; obiettivi di guerra costituiti dal Lombardo-Veneto per l'Italia e da un tenitorio equivalente in popolazione per la Prussia; durata del trattato di tre mesi; invio di una parte della flotta corazzata italiana nel Baltico, qualora la squadra navale austriaca avesse lasciato l'Adriatico prima della dichiarazione di guerra 98 . È veramente strano che La Marmora, leggendo il documento, non si sia accorto del divario tra la formulazione del test.o e la condizione fondan1entale da lui imposta come norma ai suoi delegati: la reciprocità. Essa, infatti, nell'articolo 2 era as~olutamente assente. •• Nigra a La Mannora in data 24.3.1866, ibidem, VI,doc. 4 18, p. 488. 9' Barrai a La Marmora in data 23.3. 1866, ibidem, VI, doc. 4 14, pp. 483-484. " Barrai a La Marmara in data 25.3.1866, in A. LA MAKMORA, Un po' pi1ì di luce cii., p.

!05. .., Govone a La Mannora in data 26.3.1866, O.O.I., Vi, doc. 424, pp. 492-494. "' Barrai a La Mam1ora in data 28.3.1866, ibidem, VI, doc. 428, pp. 495-499. Le parole in corsivo furono aggiunte al progetto in seguito alle insistenze di Barrai che, volendo cautelare


560

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Govone nutriva ancora qualche perplessità sulla firma di un trattato che, quanto meno, presentava il rischio di un'inutile, costosa mobilitazione, ma soprattutto attorno al quale, a suo avviso, si incrociavano troppe ambiguità. Bismack si affrettava sempre a mettere Benedetti al corrente dei particolari delle discussioni italo-prussiane; Benedetti si proclamava privo di direttive, ma spingeva alla guerra ed aUa stipulazione del trattato, pur pensando che difficilmente si sarebbe fatto ricorso alle anni. Non era meglio, allora, un'ulteriore pausa di riflessione? 99 • Ma La Marmora accettò il punto di vista di Barrai e spedì subito ai negoziatori i pieni poteri per la firma, chiedendo solo di far includere il Trentino nel territo1io che l'Austria avrebbe dovuto cedere, «comme étant dans les limits naturelles de l' ltalie» 100 • Bismarck, pur lasciando vaghe speranze per il futuro, rifiutò spiegando che «( ... ) Le Trentin faisant partie de la Confédération gennanique, ìl était impossible de stipuler à l'avance sa cession à l'Italie; mais ce qui ne pourrait passe faire avant la guerre, pourrait parfaitement s 'effectuer pendant ou après, sur tout en adressant un appel aux populacions» 101 •

Napoleone, cui da Nigra era stato mostrato il progetto di trattato, si mostrava, del resto, favorevole all'accordo; ripetendo peraltro mille volte che l'Italia doveva assolutamente guardarsi dal compiere mosse avventate. L'appoggio francese era garantito ove l'Austria avesse attaccato per prima l'Italia, nonché nel caso in cui la Prussia, mancando ai patti, facesse pace separata lasciando l'Italia sola davanti all'Austria. In ogni altra circostanza, la Francia avrebbe conservata intera la propria libertà d'azione 102• Contrariamente a quanto sarebbe stato lecito attendersi, da Berlino aITivavano ancora segni di perplessità: la posizione di Bismarck sembrava tutt'altro che solida; J'opinione pubblica si dimostrava contraria o, quanto meno, poco favorevole al conflitto; i rancori e le diffidenze contro la Francia erano di gran lunga più rilevanti del!' animosità verso l'Austria; l'esercito prussiano nutriva simpatia per J'armata asburgica, anche se ciò non avrebbe influito sul suo compo11amento in guerra; Bismarck risultava piuttosto isolato, tanto da far reputare non impossibile il suo ritiro dall'agone politico 103. L'accordo che doveva rimanere segreto era stato accettato, ma non ancora firmato , e di comune intesa si poteva procedere ad aggiunte o varianti, perciò Barrai e Govone chiesero a La Marmora l'autorizzazione a proporre l'inserimento di due clausole. L'una concerneva la definjzione di una convenzione 99

Govone a La Marmora in data 28.3.1866, in L. CH!ALA, Ancora un po' phl di luce cit., pp.

97-98. 100

La Marmora a Barrai in data 28.3.1866, D.D.I., VI, doc. 427, p. 495. Barrai a La Mam1ora in data 28.3.1866, ibidem, VI, doc. p. 508. 102 Nigra a La Marmora in data 29.3.1866. ibidem., VI, doc. 435, pp. 506-507. 10 > Govone a La Marmorn in data 2.4.1866, ibidem, Yl, doc. 446, pp. 543-545. 101


LA DECISIONE POLITICA

56 1

militare e l'altra rifletteva l'obbligo di una mobilitazione simultanea dei due eserciti. La Marmora ritenne superflue entrambe le clausole. La convenzione militare non gli pareva necessaria trattandosi di operazioni in distinti teat1i, e per contro avrebbe comportato l'i.nconveniente che la Prussia avrebbe preteso la direzione suprema della guerra. Di conseguenza, il corn,mdante in capo prussiano avrebbe potuto imporre uno svolgimento delle operazioni nel LombardoVeneto od una spedizione in Vnghe1ia anche contro le possibilità o gli interessi italiani. Quanto alla contemporaneità del passaggio al piede di guerra, era preferibile che ognuno si regolasse secondo le rispettive esigenze 1~ 1• Se da parte italiana sussistevano dubbi e cautele, da parte prussiana affiorava qualcosa di simile, con la differenza che, a conti fatti, chi guidava il gioco era Ber!ino. Bismarck veniva assai male informato da Usedom. 11 7 aprile Barrai 1iferì uno sfogo del primo ministro prussiano, in uno stato di «extreme irritation» perché «toute la diplomatie prussienne travaille contre se projets belliqueux», e quasi orientato a sostituire l'Usedom, secondo il quale il governo italiano «aurait fait des démarches secrètes auprès de l' Autriche, qui /es aurait repoussées, pour obtenir la cession de la Vénétie»,e sarebbe stato sconsigliato da un'alleanza con la Prussia dal principe Napoleone - a nome dell'imperatore - nel suo recente viaggio a Firenze! 105 • Peraltro, il 3 aprile il conte Benedetti comunicava a Parigi che Bismarck, pur facendo molte riserve sulle congetture di Usedom, aveva ammesso con lui che il comportamento esitante o reticente italiano gli faceva pensare «que le Cabinet de Florence poursuit plus desseins à la fois». Il rimarco di maggior rilievo concerneva una strana affennazione secondo il Benedetti, di Bismarck: «(. ..) le général Govone a été envoyé à Berlin sans qu'on en ait cxprimé le désir à Florence, qu ' il s'est annoncé comme étant autorisé à negocier et qu'il s'est borné à écouter !es ouvertures qui Lui ont été faites, déclaran! après coup, qu'il n'avait pas été muni des pouvoirs nécéssaires pour signer un acte quelconque» "'·.

In effetti, Govone annotò, al suo rientro in Italia, la posizione per qualche tempo «difficile e falsa» in cui era mosso dal silenzio che spesso gli fu opposto dal ministero degli Esteri italiano, nonostante le insistenze di Bismarck, «l'alché egli sospettò cattiva volontà da parte mia, si lagnò coll'ambasciatore di Francia della mia freddezza e finalmente sospettò forse peggio, perché mi mandò il signor Thile, segretario generale del ministero degli Esteri, a richiedenni se io avessi i necessari poteri regolari per trattare, ed avendogli di chiarato di no, trattò alcun tempo solo col conte de Barra!» 107 • iè,i A. LA MARMORA, Un po' phì di luce cit., p. 137. '"' Barrai a La Marmora in data 7.4. 1866, in L.CH!Al.A, Ancora un po' più di luce cit., p.

113. V. BENEDETl'I, Ma mission. cit., pp. 100-102. U. GovoNE, Il generale Govone cit., p. 185. Cfr. Govone a La Manuora in data 26.3.1866, D.D.l., VI, doc. 424, pp. 492-494. l(f.,

107


562

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Il 1° aprile vennero spediti da Torino, a mezzo corriere, i pieni poteri per la finna del trattato. Un dispaccio di La Marmora precisò che l'alleanza fra i due sovrani si riprometteva due scopi: «I. di mantenere, all'occorrenza colle armi, le proposte fatte da S.M.Prussiana per la riforma della costituzione federale in un senso conforme ai bisogni dell a Nazione; 2. di ouenere la cessione al Regno dei territori italiani soggcui ali' Austria» "'".

La Marmora si dolse di alcune discussioni provocate da modifiche al trattato chieste in extremis da Bismarck, su ordine di Guglielmo I. Una, soprattutto, lo colpì al punto di fargli definire «gravissimo» l'episodio. Secondo una lettera confidenziale di Govone, al momento della firma i plenipotenziari italiani si accorsero che nel preambolo del documento la formula «Trattato di alleanza offensiva e difensiva» era stata modificata in «Trattato di alleanza e di amicizia». Di fronte alla nena opposizione del conte de Barrai, Bismarck fu costretto a rinunciare 109• Il preambolo rimase così compilato: «LL.MM. le Roi d'halie et le Roi dc Prusse, an imés du meme désir dc consolidcr les garanties de la paix generale en tcnant comtc des besoins et des aspiralions JégiLimes de leurs nations, 0111, pour réglcr les articles d'un Trairé d' al/iance offensive er défensive, nommé pour leurs Plénipotentiaires ( ...)» 11•.

L'episodio merita una riflessione. Il Trattato non comprendeva nei suoi articoli alcun cenno concreto ad una vera e propria alleanza offensiva e d(fensiva. Il primo di essi, sino dalla bozza iniziale, si era limitato a proclamare «amitié et a/liance» fra i due sovrani. Il secondo, quello fondamentale, precisava che, quando la Prussia avesse preso l'iniziativa delle ostilità, l'Italia avrebbe dichiarato guerra ali ' Austria. Rispetto alla bozza, fu eliminata la frase finale di quell'articolo, che componava l'obbligo per l'Italia di dichiarare guerra anche «aux gouvernements allemands qui se seraient a/liés à l' Autriche con tre la Prusse» " '. Secondo la Relazione prussiana della guerra del l866, la Prussia desiderava che, in determinate circostanze, l'Italia fosse pronta a battersi contro un avversario temibile come I' Austria; ma non poteva impegnarla a mobilitare in vista di. una semplice eventualità. Dal canto suo l'Italia desiderava, per evidenti motivi di sicurezza, che ambedue gli eserciti fossero pronti contemporanea-

'°' La Marrnorn a Ba1Tal in data 3.4. 1866, L. CMIALA, Ancora un po' pit) di luce cit., pp.

107-

108. '"' Govone a La Mannora in data 10.4. 1866. Quanto la modifica fosse considerata importante da Bismarck risulta dal fano che a lungo egli sostenne Lale essere la formula originaria mandata a Firenze; e so ltanto quando Barrai poté mostrare il tesco da lui scritto sotto dettatura dello stesso Bismarck, questi si arrese (ibidem, p. 481 ). ''° Ibidem, p. 485. 111 Barrai a La Marrnora in data 27.3. I866. ore 16.50, L. CHIALA, Ancora 1111 po' pilÌ di luce cit., p. 91. Cfr. Barrai a La Marmora in data 28.3.1866, D.D.I., VI, doc. 428, pp. 495-497. [I documento fu firmato 1'8 aprile a Berlino e ratificato il 14 da Vit1orio Emanuele Il ed il 20 da Guglielmo 1.


LA DECISJONE POLITICA

563

mente; ma la Prussia non poteva determinare a priori il momento in cui il proprio doveva essere sul piede di guerra «puisqu' elle n' avait pas l' intention d' attaquer l' Autriche» (!). Questo spiega perché «les conventions» stabilite <<tout d' abord» col generale Govone, ,<Ministre d' I talie à Berlin» (?) fossero concepite in termini assai generici. «On avait eu soin dans ces négotiations de garantir complètement les intérets del' Allemagne» 112 • Che la Prussia avesse ogni diritto di tutelare i propri interessi è perfettamente logico. Che 1'Italia, dopo tutte le perplessità e cautele, avesse accettato un documento che non corrispondeva appieno a quanto essa desiderava (un'alleanza offensiva e difensiva) e che non salvaguardava la sua sicurezza, è assolutamente illogico. Francamente appare inspiegabile che la frase contenuta nel preambo\o «alleanza offensiva e difensiva» fosse ritenuta di assoluta affidabilità e di significato concreto, quando nessun riscontro si trovava negli articoli del trattato per l'evenienza che l'Austria attaccasse la sola ltalia! 113 • Ed anche inspiegabile è che nè i delegati nè La Marmora, pur tanto diffidente e pur tanto allarmato per il «gravissimo» incidente, abbiano chiesto a Bismarck il significato del tentativo di modificare il titolo del trattato. ln conclusione, l' alleanza nacque davvero sotto il segno dell'ambiguità. Ambiguo Bismarck nel predisporre un trattato non paritetico. Ambiguo La Marmora, lui così diffidente, nell' accettarlo. Ambiguo anche Napoleone, che approvava ma con molte riserve mentali. Comunque, dal momento della fama tutta l'attenzione del governo di Firenze si concentrò sui sintomi della guena desiderata e sui provvedimenti di mobilitazione presi dalla Prussia, per motivi di sintonia. Durante il mese di aprile Berlino e Vieru1a si confrontarono. Da ambo le parti si sosteneva di aver dato corso a semplici spostamenti prudenziali di truppe, finché, il giorno 19, l'Austria non annunciò la revoca delle misure militari a partiJ:e dal 25, aspettandosi che la Prussia iniziasse il proprio disanno il giorno successivo. Di fronte a simile notizia, alla quale era ben difficile rispondere negativamente, Bismarck dubitò per un momento di poter giungere alla guerra. Poi trovò una scappatoia, autorizzando il ministro prussiano a Vienna a dichiarare che la Prussia avrebbe proceduto alla riduzione dei suoi effettivi seguendo a passo a passo i provvedimenti messi i_n atto dall'Austria, provvedimenti sui quali attendeva di essere informata particolareggiatamente 11 4. Mentre sembrava profilarsi un lento attenuarsi della tensione, Barrai mandò un 'inattesa notizia:

'" H. Moi;rKE, Histoire de la campag11e de 1866, Dumaine, Pairs 1868, p. LO. .1La Mannora sostenne che «per la offe11siva molte e varie sono le condizioni che si pussono introdurre in un trattato, e che tutte devono essere chiaramente stabilite, ma per la dife11siva, lo ripeto ancora una volta. il titolo solo era sufficiente e negli articoli non se ne doveva parlare» (A. LA MARMORA, I segreti di Srato nel governo costituzionale Barbera, Firenze 1877, p. 143). '" Govone a La Marmora in data 21 .4. 1866, D.D.I., VI, doc. 502, pp. 603-604. 11


564

LA TERZA GUERRA D' lNDlPENDENZA

«Le ministre d ' Autrichc a dit flier à l'ambassadeur de France, qu'en présence dcs concenlrations de troupes italiennes à Bologne et à Plaisance, I' Autriche ne pouvait pas rester sans prendre quelques rnesures de précautions» "' ·

Si trattava di un equivoco derivante dal rientro nelle rispettive guarnigioni, a scaglioni, di due reggimenti di cavalleria inviati nel 1864 nel Mezzogiorno, ma che, del tutto involontariamente, mise in moto il meccanismo che condurrà all'apertura delle ostilità. L'Austria, infatti, da un lato sospese l'inizio dell'annunciato disarmo e dall'altro comunicò, tramite i suoi rappresentanti all'estero, l'aumento dei provvedimenti difensivi nel Veneto a causa delle inquietanti notizie ricevute dall'Italia. In quelle circostanze Cavour si sarebbe fregato le mani, come faceva quand'era soddisfatto, vedendo che l'Austria ricadeva nell'errore del 1859. La Marmora invece, pur rendendosi conto di quanto potesse rivelarsi utile la dichiarazione austriaca, si considerò offeso da quei sospetti ed ancor più dalla notizia, proveniente da Vienna, che una banda di garibaldini avrebbe fatto irruzione nel Veneto puntando su Rovigo: «La notizia era falsa, falsissima, mi affretto a dirlo, e m'offendeva il sospetto ch'io vi avessi avuto pur qualche parte, mentre in tutte le circostanze della mia vita politica, ho respinto sempre le insurrezioni, le provocazioni, gli inganni e tutti i mezzi sleali, che molti credono indispensabili per riuscire» affermò 11<'. Perciò, mosso più da sdegno moralistico che da intento politico, si affannò a smentire ogni intento provocatorio «e con ciò potevamo tenere la testa alta a fronte delle accuse e insinuazioni della diplomazia» c11 7 )_ Poi avvertì Parigi che se l'Austria am1ava nel Veneto, «il nous est impossible de ne pas nous mettre sur le pied de guerre» 118 • Evidentemente si aspettava solidarietà e simpatia, ma restò deluso. La Francia sconsigliò di annare: l'importante era far constatare inequivocabilmente l'iniziativa bellicosa dell'Austria, in realtà poco pericolosa perché se le sue truppe avessero passato il Mincio ed il Po la Francia sarebbe intervenuta 11 9 • L'Italia doveva limitarsi a rendere noto formalmente, ma senza enfasi, che l'Austria armava nel Veneto di fronte ad un atteggiamento pacifico italiano 120 • D'Azeglio, da Londra, telegrafò che Clarendon, palesemente di cattivo umore, aveva posto quattro ironiche domande: il gabinetto di Firenze aveva mai fatto mistero dell'intenzione di dichiarare guerra all'Austria, non appena questa fosse in conflitto con la Prussia? Non aveva sguarnito il Mezzogiorno per trasferire truppe al Nord? Considerata la missione Govone e le voci non 111

Barrai a La Marrnorn in data 23.4.1866, ibidem, VI, doc. 508, p. 607.

116

A. LA MARMORA, Un po' più di luce, cit, p. 169.

'" Ibidem, p. 170. Cfr. La Marmora a Barrai. Nigra e d'Azeglio in data 23.4.1866, D.D.I., VI,doc. 509,p.607. '" La Mam1ora a Nigra in data 24.4. l 866, ibidem, VI, <loc. 5 li, p. 609. "' Nigra a La Marmora in data 24.4.1866, ibidem , VI, doc. 514, p. 610. "" Nigra a LaMarnwra in data 25.4.1866, ibidem, VI, doc. 519, p. 614.


LA DECISIONE POLITICA

565

contraddette di guerra entro due mesi, era davvero strano che l'Austria prendesse le sue precauzioni? Era proprio credibile che l'Austria, con tutti i suoi problemi, avesse voglia di attaccare l'Italia per prima? 121 • Ma La Marmora stimò impossibile rimanere inerti davanti ai cospicui movimenti di unità segnalate in partenza fin dalla frontiera turca. Un'impossibilità dettata da ragioni sia di dignità nazionale, sia di sicurazza. Invitò, dunque, il generale Pettinengo a prepararsi alla mobilitazione dell'esercito al primo cenno. Nel contempo ricevette da Berlino copia della Nota trasmessa da Vienna al proprio rappresentante in Prussia. Il conte Mensdorff-Pouilly, premessa la soddisfazione dell'imperatore Francesco Giuseppe per la buona accoglienza fatta alla proposta sul disarmo simultaneo tra le due Potenze, comunicava che l'Austria si trovava nella necessità di rinforzare le difese in altra parte dell'impero: «Lcs demières nouvelles d 'ltalie prouvent en effet que l'année du roi Victor-Emmanuel est mise cn état d' attaquer la Vénétie. L' Autriche est donc obligée de mettre, par I' appel des réserves, son armée italianne sur le pied de guerre, et de veiller à la securité, non seulement de la frontière le long du Po, mais encore dc son titoral si étcndu, ce qui ne peut avoir lieu d'une manière efficace sans qu'on opère des mouvements de troupes considérables dans l 'intérieur de la monarchie( ...)» 121 •

La Marmora si sentiva a disagio, in particolare per il silenzio di Berlino. Eppure il mattino del 26 la Norddeutsche Allgemeine Zeitung, notoriamente organo ufficioso del governo, pubblicava un articolo molto esplicito sulla situazione: la sospensione ed anzi l'aumento degli armamenti austriaci non potevano essere addebitati a provocazione italiana, e «supposto, nondimeno, che l'Austria intenda realmente di attaccare l'Italia, deve la Prussia consentire che l'esercito italiano, sul quale noi probabilmente possiamo contare in caso di attacco da parte dell'Austria, venga posto fuori combattimento? Dobbiamo noi avvalorare in Italia la sconfonante persuasione che quel regno in caso di guerra coll 'Austria sarebbe esposto all'isolamento?( ... ). L'Austria deve, o ritornare seriamente, e in confonnità del suo dispaccio del 19 corrente, allo stalli quo ante, o aspettarsi che gli annamenti prussiani si rafforzino a seconda dell'aumentO che sarà dato agli armamenti austriaci» '" ·

Il 27 aprile La Mannora ordinò la mobilitazione e la sera del 28 fece pubblicare sulla «Gazzetta Ufficiale» la circolare diramata ai rappresentanti italiani all'estero affinché illustrassero ai governi presso i quali erano accreditati l'improvvisa minaccia austriaca di cui era fatta segno l'Italia, occupata in un'intensa e laboriosa opera di riordinamento dell'amministrazione interna e di riforma "'D'Azeglio a La Marmora in dta 27.4.1866, ibidem, VI, doc. 522, pp. 615-61 6. "' Barrai a La Marmora in data 26.4.1866, con il riassunto telegrafico della Nota austriaca, in A. LA MARMORA, Unpo' più di luce cit., pp. 177-179. "' L. CHIAt.A,Ancora un po' più di luce cit., pp. 144-145.


566

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

delle finanze, e comunicassero la necessità, per il governo italiano, di incrementare le sue forze di teITa e cli mare, rimaste sino allora sul piede di pace 12• . Da Parigi Nigra informò che la circolare aveva destato sensazione e che il ministro austriaco, Metternich, aveva assicurato a Drouyn de Lhuis che l'Austria armava soltanto in funzione di una temuta aggressione italiana, e, alla replica del francese che ben si sapeva come l'Italia non avrebbe mai attaccato per prima, Metternich aveva chiesto se la Francia era in grado di dargliene garanzia 125 • Inoltre, anche l'imperatore disapprovava gli armamenti m,_ Da Pietroburgo il ministro d'Italia avvertiva delle preoccupazioni espresse da Gorcakov e dallo stesso Zar 127, ma da Berlino arrivavano notizie più tranquillizzanti. Il conte Quigini Puliga, che reggeva la legazione in assenza cli BaITal, recatosi a presentare le credenziali in alcuni Stati tedeschi presso i quali era stato recentemente accreditato, comunicò che il ministro prussiano a Vienna, von Werther, aveva ricevuto disposizioni di dichiarare ufficialmente «qu' il est inadmissible qu' on prenne pour prétexte à conserver !es armements l' attitude del' italie» e che «la Prusse considère, dans l'état actuel, l'Italie comme nécessaire pour l'équilibre européen, et qu'elle ne poun·ait pas rester indifférent à une attaque contre l'Italie (... )» '" ·

Secondo il rapporto di von Werther, il conte Mensdorff ascoltò con calma e si riservò di conferire con l'imperatore sull'argomento, limitandosi ad osservare che davanti a precise infonnazioni provenienti dall'Italia, l'Austria «ne pouvait s' empecher d' augmenter ses armements». Assicurò, tuttavia, che l'Austria non aveva alcuna intenzione di attaccare né la Prnssia né l'Italia 128 • Infine Puliga riferì che, di fronte alla Nota austriaca, «la Prusse re/use de son coté de désarmer» e che, a giudizio di Bismarck, l'esercito prussiano aveva bisogno di quindici giorni per l'acquisto dei cavalli per l'artiglieria e la cavalleria e dieci giorni per il richiamo delle riserve 12~. Per quanto questi dispacci consentissero con buon fondamento di fidm·e nelle favorevoli disposizioni di Berlino, La Marmora notò con rincrescimento che la situazione era valutata da Bismarck unicamente in funzione dei suoi disegni. Non una chi<u·a parola di approvazione per la decisione italiana. Ad ogni modo, il 30 aprile Bismarck presentò a Vienna una nota diplomatica con la quale contestava le argomentazioni circa la pretesa minaccia esercitata dall'Italia. Era sicuro che il governo di Firenze «est loin de vouloir attaquer le territoire autrichien sans motif de provocatiom), e che le predisposizioni militari assunte in quei giorni non fossero che «la conséquence des armaments '"La Marrnora a tutte le legazioni in data 27.4. 1866, D.D.l., VI, doc. 524, pp. 616-617. '" Nigra a La Manuora in data 30.4. 1866 ore 10. 15, ibidem, VI, doc. 533, pp. 623-624 . '" Nigra a La Marmora in data 30.4.1866 ore 18, ibidem, VI, doc. 536, pp. 626-628. 127 Puliga a La Marmora in data 27.4.1866, ore 14.35, ibidem, VI, doc. 521 , p. 615." "' Puliga a La Mam1ora in data 28.4. 1866, ibidem, VI, doc. 525, p. 618. ,,. Puliga a La Marmora in data 29.4.1866, ore 23.40, ibidem, VI, doc. 530, p. 621.


567

LA DECISIONE POLITICA

dont l' Autriche a pris l' initiative, de meme, que !es mesures que nous avons décretées le 28 mars n' ont été provoquées que par eux». Infine, si dichiarò sicuro che l 'Italia avrebbe sospeso ogni armamento se l' Austria avesse fatto altrettanto 130• A parte il fastidio di quest'ultima affermazione di Bismm·ck, che lo faceva sentire un po' sotto tutela, La Mannora continuava a non essere affatto tranquillo. Da un lato, gli pesavano le critiche dell'opposizione: i contatti diplomatici si svolgevano quasi pubblicamente ed in aprile si era ampiamente diffusa la sensazione dell' imminenza di una grossa guerra, con nuove sollecitazioni e l'accusa di tardare ad annarsi a dispetto dei manifesti ingenti apprestamenti austriaci. La Sinistra, inoltre, non faceva mistero di ritenere La Ma1mora inadatto a i'eggere la guerra. Per altro verso, La Marmora era imbarazzato dall ' azione frenante di Napoleone, che adesso non perdeva occasione per significare il suo scontento. «C' était bien la peine de me demander conseil, pour faire tout le contraire de ce que je conseillais» aveva detto a Nigra in un ricevimento alle Tuileries 1~1 • Per giunta, anche Bismarck non appariva molto soddisfatto, tanto da commentare con Benedetti che gli armamenti italiani erano «troppo affrettati» 132 • Si noti, per inciso, che verso la fine di aprile, durante la crisi fra Vienna e Firenze determinata dalle accuse all 'Ilalia di raccogliere truppe a Bologna, Bismarck ebbe a confidare a Benedett.i che «le gouvernement prussien ne saurait indifférent à une agression de l'Autriche contre l'Ttalie; la loyauté, non moins que son propre intérét, lui ferait un devoù; en pare il cas, de prendre part à la guerre». La concl.L1sione di Benedetti fu quasi inevitabile: se l'Italia provocava davvero l' Austria, evidentemente «ilfaudrait croire qu'il existe autre chose que le traité que nous connaissons (. .. )» rn. Il fatto era che né la Prussia né la Francia credevano, con ragione del resto, al reale pericolo di un attacco improvviso austriaco all' Italia. E nessuna delle due gradiva misure italiane che rischiassero di far precipitare le cose: la Francia perché, tutto sommato, inclinava verso combinazioni diplomatiche che ~e consentissero di aver voce in capir.alo e, possibilmente, qualche guadagno; la Prussia pe rché non voleva lasciarsi forzare la mano dal! 'Italia, intendendo decidere essa il momento cli entrare in campo. Nell'ultima settimana di aprile era stato assente eia Berlino anche Govone. Rientrato da Amburgo il 1° maggio, su convocazione di Puliga, quella sera stessa il generale ebbe un lungo colloquio con Bismarck. Voleva conoscere esatta-

,,o A. LA MARMORA, Un po' più di luce cit., pp. 186- 187. LH Nigra a La ~1annora in data 1.5.01 866, D.D.I. , VI, doc. 540, pp. 631-632. '" Govone a La Marmora in data 2.5.1866, in U. G OVONE, Il generale Govone c it., p. 494495. "-' Benedetti a Drouyn de Lhu is in data 25.4. 1866, in L. cit., pp. 143- 144.

Ci11ALA ,

Ancora un po' piiì di luce


568

LA TERZA GUERRA D' .INDIPENDENZ A

mente la linea politica prussiana in relazione alle misure militari austriache, e sapere fino a che punto il governo di Berlino si considerasse legato all'Italia, ora che questa, e non più la Prussia, sembrava sotto l'imminente pericolo di un confli tto. Non si poteva infatti ignorare che entro un mese, al più tardi, Austria e Italia si sarebbero trovate a fronteggiarsi in armi con il rischio che un qualunque possibilissimo incidente rompesse all'improvviso quell'equilibrio instabile. Di conseguenza, chiese, la Prussia faceva gli stessi calcolì e si preparava per essere in grado, nel medesimo lasso di tempo, a dichiarare guerra all'Austria, in conformità al trartato dell '8 aprile, qualora le ostilità iniziassero in Italia? Bismarck concordò subito sulla pretestuosità delle accuse austriache, come riscontrato anche dalla Francia, e poi venne al nocciolo della questione. La condotta della Prussia, egli disse, era dettata dalla forza delle circostanze: doveva entrare in lizza contro l'Austria non appena la guerra fosse scoppiata nella pianura padana; reputava principio elementare il non esporsi separatamente al nemico comune; desiderava precedere la troppo interessata Francia come alleata dell'Italia. «Però, aggiunse il conte di Bismarck, noi non diamo al tranato dell'8 aprile l'interpretazione che esso leghi la Prussia a dichiarare la guerra all 'Austria, se questa si trova in lotta con l'lralia. Noi crediamo che queslO obbligo esista solo per parte dell'Italia. e tale è il s ignilicaco lettera le delJ' arlicolo relativo»"''.

All'immediata replica di Govone, che in un trattato di alleanza offensiva e difensiva gli obblighi sono reciproci e che, se nel trattato la cosa non risultava chiaramente espressa, la si poteva meglio definire in una convenzione militare, che d'altronde sarebbe stata necessaria, Bismarck confessò che: «il Re non avrebbe mai apposto la sua finna ad una stipulazione che polesse dare a noi un'arma in mano ed incoraggiarci a spingere le cose impegnando la Prussia suo malgrado nella guerra».

Poi, tuttavia, Bismarck si affrettò a soggiungere di avvertir troppo bene l' importanza di non lasciare l'Italia sola nella lotta, e di esser deciso ad entrare nel conflitto contemporaneamente ad essa, presentando, in caso di opposizione da parte del sovrano, le dimissioni del gabinetto. Govone fu molto abile. Aveva appena saputo da Moltke che, trovandosi l'Austria in vantaggio sulla Prussia in tema di armamenti, occorreva rinunciare oppure dare subito il via aJla mobilitazione generale. In tal caso il I 8° giorno o, al più tardi, il 25° le truppe prussiane potevano essere concentrate in Sassonia. '" Bismarck volle precisare che proprio l'inciso «d·après r initiative prise par la Prusse», che i plenipolenziari italiani avevano voluto inserire nell 'articolo 2 per specificare quando l'I tali a avrebbe dovuto dichiarare guerra ali' Austria, gli aveva fallo ritenere che essi intendessero escludere qualunque altro caso, compreso quello di un ' iniziativa assunta dall 'Austria contro l'l\alia s1cssa. L'argomentazione era speciosa, anche perché sarebbe dovuta valere pure per il caso di un attacco austriaco alla Prussia (Memoria di Govone per Nigra in data 7.5.1866, in U. OovoNE, li generale Go"one c it., pp. 500-507).


LA DECISIONE POLITICA

569

Govone disse, dunque, che se il governo di Berlino non si sentiva sufficientemente legato all'Italia sarebbe stato bene lo dicesse apertamente. L'Italia affrontava la guerra fiduciosa, con un esercito forte ed una nazione di saldi sentimenti patriottici, peraltro, piuttosto che affrontare l'Austria da soli in una lotta «di vita o di morte», un elementare motivo di prudenza consigliava di ricercare altrove combinazioni diverse; sia politiche sia militari; in particolare, per quanto concerneva quelle militari, sarebbe bastato avere accanto, per esempio, non il numero ma la sola bandiera francese per sostenere la guerra anche soli. «Il Presidente del consiglio ascoltò con marcata attenzione queste parole» riferì Govone nella sua lunga lettera a La Marmora, cercò di spiegare la difficoltà di ~uperare le influenze che si agitavano nelle immediate vicinanze del re ed esortò a nutrire fiducia nella forza delle circostanze che ormai si imponeva. «La s ituazione - concluse Govone - è quindi la seguente: il conte di Bismarck cammina con tutta la sua energia e la sua alta intelligenza verso il suo scopo, che è la guerra coli' Austria. Avendo da fare col Re esitante non può dire in modo assoluto che lo avrà sempre con sé, ma avanza ogni giorno di un passo. Ora, se si guarda ai grandi interessi che sono in questione per la Prussia, se si guarda al cammino già fatto, se s i riOene quanto le circostanze attuali sono favorevoli alla Prussia, conviene concludere che le probabilità si fanno sempre n,aggiori che il conte di Bismarck possa raggiungere il suo scopo ( ...)» "'.

La lettera fu preceduta da un telegramma in cui Govone sintetizzò i punti salienti della conversazione '36• Quando La Marmora lesse che il re di Prussia rifiutava di impegnarsi a dichiarare la guerra all'Austria, ove le ostilità fossero scoppiate in Italia, giacché secondo il testo letterale del trattato non esisteva reciprocità, rimase sconvolto dalla «enormità di questa dichiarazione» 137 • Evidentemente la frase del preambolo «alleanza offensiva e difensiva» aveva per lui significato e valore assoluti., a prescindere dalla formulazione delle clausole. Indignato, telegrafò immediatamente a Govone: «Dites à Bismarck que l'ltalie n'a nullement l'intcntion d'attaquer Autriche, mais que pour le cas d'une agression autrichienne contre l'ltalie, l'alliance offensive et défensivc. obligerait la Prusse à cngager de son coté !es hostilités et à !es poursuivre en confonnité du traité. Comme nos engagements envers la Prussc et la poliùque que nous devons suivre en conséquence seraient la cause unique de l'attaque de l'Autriche contre nous, je ne vois comment le Roi de Prussc pourrait se croire libre d'obligations envers l'Italic, ni comment la Prusse pourrait se soustraire aux obligations réciproques de l' alliance offensive et dèfensive. Ne Jai.s ez aucun doute que le gouvemement du Roi est ici pa1faitement maitre de la situation, et qu ' il n'y a pas à craindre que cc soit nous, mais au contrai.re l' Autriche qui pourrail pousser le choses à bout» '"·

"' Citata leuera di Govone a La Marmora in data 2 .5. 1866, in U. GOVONE, il generale Govone cit., pp. 494-498. '" Govone a La Mam1ora in data 2.5.l.866, ore 2.35, D.D.l., VI, doc. 541, pp. 632-633. '" A. LA MARMORA, Un po' più di luce cit., p. 193. "' La Marmora a Govone in data 2.5.1866, ore 16.50, D.D.I., VI, doc. 542, p. 633.


570

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

La sgradevolissima impressione rjcevuta da La Marmora venne, la sera stessa del 2 maggio, rafforzata da un dispaccio di Barrai, rientrato anch'egli a Berlino. In sostanza, c'era da temere che nemmeno in caso di risposta negativa di Vienna alla nota prussiana il re avrebbe ordinato il passaggio al piede di guerra delle truppe 139• «A mon avis - soggiungeva con amarezza Barrai - e' est sur nous meme et sur la France qu' il /aut compter bien plus que sur la Prusse» 140• Ma non era finita . Appena uscito da un'udienza reale, Bismarck convocò Govone per metterlo al corrente degli ultimi sviluppi della situazione. Aveva esposto al sovrano le due precise domande fonnulate da Govone: «Que ferait Prusse si ltalie attaque Autriche? Que ferait Prusse si Autriche attaque ltalie ?», spiegando cli essersi già sbilanciato con il generale con l'assicurazione che nel secondo caso la Prnssia sarebbe scesa in campo contro l'Austria, E Guglielmo I aveva approvato senza esitazione. Circa la prima ipotesi, invece, il re consigliava francamente l'Italia di astenersi da iniziative belliche. Govone allora chiese a che punto fossero gli armamenti e Bismarck rispose che la questione doveva essere affrontata il giorno successivo al consiglio dei ministri; comunque lo stesso re aveva ammesso non esistere alcuno del suo entourage che non gli dicesse «qu' il trahirait son pays s' il n' armait pas». Perciò molto probabilmente l'indomani sarebbe stata decisa la mobilitazione. All'ultimo interrogativo di Govone, se ritenesse possibile un arrangiamento fra Prussia ed Austria che lasciasse da parte l'Italia, Bismarck chiarì, che «aucune concession de l' Autriche ne pourrait désormais compenser la Prusse des inconvénients d'un arrangement». Qualora Vienna avesse avanzato proposte assolutamente impossibili a rifiutare, Berlino avrebbe avvisato Firenze con tempestività e lealtà, ma «En aucun cas !es arrangements ne seraient tels que l' ltalie put se trouver seule vis-à-vis de I' Autriche armée» ''11 • La Mannora prese male anche questo resoconto. Evidentemente, pensò, Bismarck cominciava a temere che l'Italia, disgustata dal comportamento prussiano, potesse accettare un accordo con l'Austria. Colpiva «lo studio col quale si evita qualunque allusione al trattato». Bismarck non escludeva l'eventualità di un accomodamento con l'Austria, però avrebbe avvisato l'Italia, verso la quale non aveva alcun obbligo, in tempo e con lealtà! E se il re non avesse seguito la politica consigliatagli dal suo primo ministro, questi avrebbe dato le dimissioni! 1• 2• La Mannora sentiva gravare su cli sé la responsabilità di aver concluso un trattato di cui ora non si teneva alcun conto, nonché !'ancor più ,,. Barrai a La Mam10ra in data 2.5.1866, ibidem, VI, doc. 548, p. 637. 0 " La frase non figura nel predetto dispaccio di Ban-al. Essa è invece riportata in L. C~IIAI.A. Ancora un po' pilì di luce cii., p. 165. ' " Govone a La Marmora in data 2.5.1866, ore 23.30, D.D.l., VI, doc. 546, p. 635.


LA DECISIONE POLITICA

571

grossa responsabilità di aver, in fede a questo impegno, ordinato apertamente misure militari disapprovate da tutti, Prussia compresa! Il 28 aprile aveva chiesto a Ricasoli di assumere subito il governo, intendendo egli dedicarsi in modo esclusivo ai suoi compiti di capo di Stato Maggiore Generale, e Ricasoli annotò nel suo diaiio: «Vedevo manifesto lo stato morale di La Mannora. Esso era disanimato. Risposi voler tempo a decidere fino al giorno appresso» 143 • Ed il 29 aprile: «Rivedo La Marrnora al mezzogiorno e gli dico recisamente che solo nel caso di guerra di sicuro e prossimo effetto, o guerra dichiarata io mi ponevo a disposizione del Re e sua. ( ... ) nessun altro Ministero sarebbe stato possibile in questo momento in cui non avevamo che un dubitativo avvenire; doversi ancora condurre le cose da chi ne era stato il nocchiero fino a questo giorno»

1 ••.

Nel consiglio dei ministri del 3 maggio, Bismarck non riuscì a convincere Guglielmo l alla mobilitazione dell'intero esercito, ma solo a quella di cinque corpi d'annata oltre che della cavalleria e dell'artiglieria. C'era un motivo che frenava il re e fors'anche lo stesso Bismarck: «/es allures mystèrieuses de Napoléon, dont il a été impossible jusqu' ici de pénétrer les intentions». Si temeva che l'imperatore potesse, ad ostilità iniziate, avanzare pretese sul Reno o accogliere proposte di accomodamenti con l'Austria, mai definitivamente respinte. Non solo, ma gli agenti diplomatici segnalavano trattative segrete fra Italia ed Austria per la cessione del Veneto 14s. E banchieri di Vienna, Parigi e Costantinopoli confermavano l'esistenza di contatti fra Vienna e Parigi per Venezia 046 • Come precisò subito Govone, la mobilitazione completa 1iguardava il III, IV, V e VI corpo d'annata e la Guardia, per complessivi 168.000 uomini da concentrare alla frontiera austriaca. Per i rimanenti quattro corpi, per il momento si stava procedendo all'acquisto dei cavalli destinati all' a1tiglieria ed alla cavalleria, ma in otto-dieci giorni potevano esser posti sul piede di guerra ed avviati al fronte. In tal modo, per la fine di maggio la Prussia poteva dispoJTe di 300.000 uomini. L'Austria ne aveva 60.000 in Boemia, che sarebbero saliti a 100.000 a fme mese, secondo i calcoli dello Stato Maggiore prussiano 1•·1 • Il 5 maggio La Marmora, notevolmente impensierito per le notizie che gli pervenivano da Berlino, ricevette un dispaccio il cui inizio era tutto un programma: <(Déch(ffréz vous-meme». Nigra comunicava: A. LA MARMORA, Un po' più di luce cit., pp. 194- 195. '" Diario di Bettino Ricasoli sulla fonnazionc del Ministero, in Carte[igi di Bettino Ricaso/i, voi. XXTI, Roma 1967, doc. I , p. 6. 1 " Ibidem, pp. 6-7. 1" Barrai a La Mannora in data 4.5.1866, ore 1.1 O, D.D.l., VI, doc. 553, p. 639. "'' L. CHIALA, Ancora 1111 po' pii) di luce cit., p. 169. ,,., Govone a La Marmora in data 4.5.1866, in U . GOVONE, Il generale Govone cit., 1"

pp. 499- 500.


572

LA T ERZA GUERRA D'INDTPENDUNZA

<<L'Empcreur ro 'a fai1 appeler aujourd' hui. Il m' a dit que l'Autriche lui a fait proposition formelle de céder la Vénétie, i, la condition que l'on laisserait Autriche libre dc se dédommager sur la Prusse e11 S lésie. La cession serait faite à la France, qui la ré1rocéderai1 à l' Italie saas conditions. Empereur m' a demandé si nous pouvions rompre engagemenr avec la Prussc. Je vous cnvie courricr pour expliquer !es détails (... ). Je vous prie de mc télégr<1phier votre première impréssion (...)» '"'·

La Marmora non poté fare a meno di pensare che di fronte al mancato rispetto, a suo giudizio, del trattato da parte prussiana, nulla gli vietava di prendere al volo l'occasione che gli si presentava. Ma, a prescindere dai suoi limiti come generale in capo e come presidente del consigl io, era un uomo di un'onestà e di una lealtà a tutta prova. Sentiva impegnata la sua personale reputazione e, soprattutto, quella del nuovo regno d' Italia. Rispose dunque: «Reçu votre importante dépeche. J'attends avec impatience courrier. Ma première impression est que c'cst une question d'honncur et de loyauté dc ne pas nous dégager avcc la Prussc, surtout qu'elle vient d' armer et de déclarer a toutcs les puissanccs qu 'elle auaquera I' Autriche si l' Autriche nous aitaque. Mais comme le traité cxpire le 8 juillet, en pourrait arranger la chose avec un Congrès. L' Empereur n' oubliera pas qu 'ìl nous a conseìllé le traité avec la Prusse. Vous ne me dite rien du Congrès dont il est quéstion à Londres» "".

Il mattino successivo un nuovo telegramma di Nigra rese ancor più allettante l'offerta: «L'Empcreur m'a fai1 dire ce ma1in avant son départ [per Auxerre) que prince Metternich avait reçu autorisation formelle dc signer la ccssion de la Vénétie contro la simple [promesse] de 11eutra/ité. Vous recevrez dcrnain soir ma lettre. Je vous pric de répondre le plus tot possible. Veuillcz me dire par le télégraphc si Roi de Prusse a posi ti vament promis de défendre si nous somrnes attaquès. On ne m'a pas dit un mot de Congrèsjusqu' ici» '"'.

I primi di maggio la situazione internazionale era la seguente. L'Austria si vedeva minacciata da Prussia ed Italia, confortate dalla benevola neutralità della Francia, in un momento in cui lo stato delle finanze dell'impero era talmente grave da provocare continui attriti fra i maggio1i esponenti militari, che constatando l'aggravarsi delle circostanze chiedevano con insistenza la mobilitazione dell 'esercito, ed il governo che, intravedendo un'estrema possibilità d'accordo diplomatico, prendeva tempo per non trovarsi impelagato in spese '" Nigra a La Marmora in data 4.5.1866 ore 7.15, in L. CmALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 170. Cfr. Nigra a La Marmora in data 5.5.1866 D.D.l., VI, doc. 561, pp. 646-648, ove però è sc ritto «Ieri sera» e non «oggi». 14 • La Marmora a Nigra in data 5.5.1866, ibidem, Vl, doc. 559, pp. 646. 0 " Nigra a La Marmora in data 6.5. 1866, ore 13.27, ibidem Vl, doc. 564, p. 649. La écss.io11e avrebbe comportato un «indennizzo pecuniario corrispondente al valore materiale delle fortezze del quadrilatero>>(Govone a La Marmora in data 14.5. 1866, L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., pp. l75- l 76).


LA DECISIONE POLITICA

573

insostenibili e forse inutili. In siffatto imbarazzo, cercava di staccare 1'Italia dalla Prussia cedendo il Veneto attraverso la Francia, ma proponendosi di rifarsi col riprendere la Slesia alla Prussia. L'Italia si sentiva legata dal trattato con Berlino, ma si considerava ingannata e temeva di trovarsi da sola alle prese con l'Austria. La proposta di Metternich era certamente invogliante, però presentava anche inconvenienti da non sottovalutare. Gli obblighi morali verso Napoleone sarebbero accresciuti a dismisura e la Francia avrebbe fatto pesare questo secondo aiuto; la forza cieli' Austria sarebbe rimasta intatta, anzi avvantaggiata nel cambio VenetoSlesia, ed il suo desiderio di rivincita in Italia immutato; la Prussia avrebbe gridato al, tradimento del governo cli Firenze e trovato facile eco in tutta la Germania, le cui già scarse simpatie si sarebbero trasformate in decisa ostilità. Né potevano essere ignorate le recriminazioni dell'opposizione parlamentare e del partito d'azione, nonché lo scontento dello stesso esercito. II 10 maggio Ricasoli annotò nel suo diario: «Rivedo in questi giorni il generale La Marmora. La cagione principale deriva da un sentimento di sfiducia venuto nel Ministero di potere continuare con amorità l'ufficio. La Mannora ne è sopraffatto e si rivolge a me per conoscere l'animo mio. Io gli ripeto il mio parere che in questo momentO la questione estera sopraffà la questione interna, e il Ministero deve restare al suo posto e (...) aspettare che la posizione delle cose resti meglio chiarita» " '.

D'altra parte, le contraddizioni prussiane non parevano offrire garanzia né che Berlino dichiarasse guerra per prima, né che intervenisse davvero a seguito di un attacco austriaco. L'unica via d ' uscita sembrava l'idea di un congresso europeo, già affiorata a Londra. Napoleone III si trovava anch'egli a risolvere uno spinoso problema. Voleva in assoluta since1ità la liberazione del Veneto e, come si è visto, vedeva con occhio favorevole una guerra italo-prussiana contro l'Austria, specialmente se lo scontro avesse potuto p9rtarlo al Reno senza ricorrere alle armi. Tuttavia l'opposizione e l'opinione pubblica, già mostratesi contrarie alla campagna del 1859 in Lombardia, insistevano affinché egli si imponesse sull'Italia, impedendole di muoversi: in tal modo la Prussia, rimasta isolata, non avrebbe mai osato attaccare l' Austria 152 • Date le circostanze, l'imperatore si trovò costretto a fare un passo indietro e ad approfittare dell'inattesa opportunità ol'fertagli da Vienna; tanto più scorgendo il verso di sciogliere l'innegabile vincolo del trattato d'alleanza italoprussiano. Al corrente delle peripezie di questo patto e posto che l'Austria rinunciava addirittura a subordinare la cessione del Veneto alla conquista della " ' Carteggi di Bettino Ricasoli cit., XXII, p. 7. '" Il 3 maggio Adolfo Thiers pronunciò a Parigi un gra11de discorso comro tutta la politica napoleonica, denunciando i pericoli che l'alleanza fra Italia e Prussia ponava seco e i danni che sarebbero derivati alla Francia da una vittoria prussiana.


574

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Slesia, non rimaneva che essere sicuri che negli ultimi giorni Guglielmo I non avesse esplicitamente promesso di intervenire a fianco dell'Italia ove attaccata. La Prussia, o meglio Bismarck, doveva conciliare diverse tendenze. A dispetto degli eventi, il re non era affatto propenso al conflitto. Bismarck si reputava in grado di convincerlo, anche perché l'esercito ormai era praticamente mobilitato per intero 153 e non poteva rimanere a lungo sul piede di guerra. Però, a meno di una gravissima provocazione diretta, escludeva di poter prendere l'iniziativa delle ostilità. Purtroppo si stava insinuando il sospetto preoccupante che le trattative fra Ausnia e Francia, segnalate da più fonti, si intensificassero con molta serietà d'intenti regalando all'Italia il Veneto per toglierla dalla partita in corso, ed aUa Francia la linea del Reno per la mediazione e la neutralità. Tutto ciò minacciava non soltanto il raggiungimento dell'obiettivo della g uerra, cioè il dominio della Germania settentrionale, ma inevitabilmente l'esistenza dello stesso ministero Bismarck. Bismarck non pensava che sull'Italia si potesse fare solido affidamento. Govone si era «spaventato» quando gli aveva chiesto se l'Italia avrebbe tenuto fede al trattato anche contro «cattive disposizioni» di Napoleone, ed aveva risposto che la domanda sarebbe stata telegrafata lo stesso giorno a Parigi chiedendo lumi. In sostanza «l'alleanza dell'Italia colla Francia e coli' Austria non era, non solo secondo i miei timori, ma anche secondo la pubblica opinione in Europa, all'infuori di ogni probabilità» 154. Per giunta si susseguivano le informazioni dell'Usedom da Firenze senza eccessiva cura di controllo, malevoli e con illazioni spesso del tutto gratuite 155 • Giunse, infatti, a comunicare a Berlino che i suoi agenti l'avevano informato che «toutes !es lroupes massées dans !es provinces méridionales [dell'Austria] avaient reçu I' ordre de se diriger vers le nord» e che, a quanto pareva, sarebbero rimaste nel Veneto solo «!es forces nécessaires pour occuper et #fendre le quadrilatère», mentre l'intero esercito austriaco stava concentrandosi in Boemia ed in Moravia 156• Bismarck non aveva certo gli scrupoli di La Mannora. Il 7 maggio, dunque, incaricò von Werther di presentare a Mensdorff una comunicazione confidenziale per «<~ffrir de nouveau et laisser au cabinet de Vienne la possibilité d'un approchement» 157 , comunicazione alla quale non seguì alcun riscontro da parte austriaca. Peraltro, contemporaneamente prendeva consistenza la missio"·' La mobilitazione era stata ordinata con i decreti reali del 6, del 7, dell'8, de.I LO e del 12 maggio. " ' O.B ISMARCK, Pensieri e ricordi, Rosenberg e Sellier, Torino 19 15, I, p. 52. 1 " Sull'opera del conte von Usedom vds. L. CHJALA, Ancora un po' pit) di llice c it., app. XVII, pp. 556-557, che riporta il gi udizio negativo di Bismarck, e app. XIX, pp. 572-573. Dal canto suo,Usedom si lamentava perché «non gl i si dà un sufficiente orientamerno sull'indiri zzo della politica prussiana in genere» e il 28 maggio «non sa nemmeno se noi prussiani faremo realmente la guerra o no» (dal diario di von Bemhardi, in L. ÙIIALA. op. citata, p. 213). '"'Benedetti a Drouyn dc Lhuis in data 15.5. 1866, ibidem, pp. 181-182. "' B.ismarck ai rapprese11lallli prussiani ali 'estero in data 4.6.1866, ibidem, p. 540.


LA DECISlON E POLITICA

575

ne Gablenz, avviata a fine aprile e indirizzata a sviluppare trattative strettamente riservate fra Gu glielmo I , che mirava sempre alla pace, e Francesco Giuseppe, influenzato da ministri e consiglieri, tutti fautori della guerra contro la Prnssia, con la quale speravano di superare le d ifficoltà interne e risanare il bilancio dell'impero mediante le contTibuzioni prussiane 158 • La missione Gablenz, seguita in prima persona anche da Bismarck, come egli stesso ammise molti anni dopo, proponeva semplicemente una spartizione della Germania (nord alla Prussia e sud ali ' Austria), una guerra austro-prussiana contro la Franc ia e la riconquista dell'Alsazia ! 159• Si concluderà il 28 maggio, quando Mensdorff parteciperà formalmente al barone Antonio Gablenz che l'imperatore era contrario ad ogni trattativa diretta. Ovviamente, se fosse stato n=tgg iunto un accordo, l'Italia sare bbe stata «giocata», perché mai le sarebbe sta to ceduto il Veneto. Il quesito di Napoleone, se Guglielmo I avesse o non promesso chiaramente di difendere l' Italia ove aggredita, spin se la coscie nziosità di La Marmora a chiedere a Barrai: <<Etes vous bien s11r que la Prusse attaquera aussitot Autriche si Autriche nous attaque?» 160• Barrai rispose: «M. de Bismarck m'a dit que tl 'après la le ttre du trailé la Prusse n 'était pas slrictemenl tenue à auaquer I'Autrichc si I' Autriche nous attaquail. Majs quc c'é1ai1 pour la Prusse un engagemcm mora!; et que le Roi. auquel il en a parlé lui. ava il répondu que la Joyauté lui cn faisait un devoir» 1• 1•

La Marmora, c he ben ricordava il dispaccio di Govone del 2 maggio, secondo il quale il re di Prussia aveva «comp lètement approuvé» la risposta data da Bismarck, che la Prussia sarebbe entrata in campo a fianco dell ' Italia, telegrafò allora a Govone di recarsi segretamente a Parigi per mettere esattamente al corrente Nigra e, attraverso lui, l'imperatore. E l'imperatore, prima convenne che «la situation est très délicate» e che per guadagnare te mpo bisognava coltiv,u-e l' idea del congresso 162 , poi, dopo l' arrivo dì Govone, decise di puntare tutto sul congresso, tanto che accolse il suggerimento della Russia di sostituire la formula «cession ou question de la Vénétie», quale argomento da discutere fra gli altri , con l'espressione più generica di «le dffférend iwlien», per rendere più probabile l 'acc-e ttazione dell ' Austria 11,\ 11 1° giugno gli inviti al congresso fatti da Gran Bretagna, Francia e Russia erano accolti , con maggiore o minore convinzione, da tutti gli Stati inte"' Govone a La Marmora in data 3.6.1866, O.O.I .. VI, doc. 694. pp. 745-747. ,,., Diario Busch, segretario d i B ismarck, in da ta 28.1.1883; in L. CH!AL,\. Ancora 1111 f)o· piiì di /11ce cit., pp. 544-545. "'' La Marmora a Barrai in data 6.5.1866, ore 16.25, D.D.I.. VI. doc. 562. p. 648. ,., Barrai a La Mannora in data 7.5.1866, L. CIHALa. Ancora 1111 fJO ' piiì di luce cii.. p. 173. "' N igra a La Marrnora in data 7.5. 1866. O .O. I. , VI. doc. 570. p. 655. 11 • De Launay a La Marn1ora in data 24.5. 1866. ibidem , V I, doc. 652, p. 7 15.


576

LA T ERZA GUERRA O' lNDIPENDENZA

ressati: Italia, Prussia, Austria e Confederazione germanica. Senonché le riserve mentali dei protagonisti rivestivano peso tutt'altro che indifferente. La Marmora era pronto a partecipare, fermamente risoluto a mantenere gli impegni con la Prussia, malgrado i torti di questa, e desiderando, per converso, non irritare l' imperatore con un rifiuto alla sua offerta; però intendeva accettare il Veneto non in dono dalla Francia, bensì a seguito di un plebiscito: «Franchement - diceva - moi qui ai toujours cherché àfaciliter une solution pacifique de la quéstion Vénitienne, je préférai la guerre à une te/le solution» 164 • Bismarck era scettico sull 'efficacia del congresso e nutriva qualche preoccupazione, giacché «non è tranquillante per noi di cominciare la guerra colla minaccia di 300.000 uomini [francesi], i quali possono caderci addosso quando saremo bene impegnati» 165 , per la qual cosa giunse a considerare l'eventualità di «accordare alla Francia il territorio compreso fra la Mosella ed il Reno in compenso d' una cooperazione annata» iG<,. Tuttavia Moltke, che stava concentrando sulle frontiere austriaca e sassone «con ordine, regolarità e prontezza ( ... ) 300 e più mila combattenti, di belle e buone truppe», manifestava piena fiducia che lo scontro tra le opposte forze si risolvesse a favore dell 'esercito prussiano e non voleva regalare altro tempo ali' Austria 161 • L'Austria, infine, era incerta. Le trattative con Napoleone la inducevano a ritenersi tranquilla dal lato francese ed anche, in un certo senso, da quello italiano. Restava la Prussia, ma in una guerra a due si sentiva sicura di batterla; convinzione esistente anche in Francia ed in Ge1mania, tanto che il 2 maggio un diplomatico tedesco aveva affermato: «L' lta.lia può arm are e la Francia può sguainare la spada nello stesso tempo dcll ' halia: l'Austria. che ha grandi probabilità contro la Prussia sola, è capace di tener testa dovunque, se la Francia non sostiene la Prussia» ,...

E perfino in Italia era diffusissima l'opinione che la potenza prussiana fosse destLnata ad infrangersi al primo scontro con l'esercito austriaco. Quando si cominciò a parlare di alleanza militare con BerliJ10, moltissimi scongiurarono La Marmora di guardarsi da un passo simile con una Potenza di carta. ,., La Marmora a Nigra in data 14.5.1866, ibidem VI. doc. 604. p. 681. "' Govone a La Marmora in data 22.5.1866, in U. GOVON E, Il generale Govone, Il generale Govone cit.. p. 509. "'' Nigra a La Mam1ora in data 3 1.5. 1866, in LA M AR~10RA. Un po' pi1ì di luce cit.. p. 258. '" Govone a La Marmora in data 26.5.1 866, in U. GovoNE, Il generale Govone cit., p. 515. Cfr. Govone a La Marmora in data 26.5. 1866, D.D.I.. VVI, doc. 638, p. 705. La radunata era stata predisposta con precise misure di cara ttere ferrov iario. Gli ordin i del 15 e 16 maggio avevano dato inizio ai movimenti per via ordinaria e per ferrovia. In 21 giorni furono spostati 197.000 uomini. 55.000 cavalli e 5.300 vcnure. 115 giugno la 1• e la 2• annata erano concentrdl'e rispettivamente in Lusazia e nella bassa Slesia (H. MoLTKE, Campagne de 1866 cit., p.30). ,., P. S1LVJ\, TI Sessa/1/a.i·ei cit., p. 80. Cfr. A. LA M ARMORA, Un po' pitì di luce c it., p. 288.


LA DECISIONE POLITfCA

577

Quanto poi ai democratici, che riecheggiavano i democratici prussiani, essi tuonavano contro un uomo come Bismarck. Insomma, fra il congresso, che inev itabilmente le avrebbe tolto il Veneto e fors'anche i ducati dell 'Elba senza compenso, ed una guerra molto probabilmente vittoriosa, che le avrebbe dato la Slesia ed i ducati in cambio del Veneto, nonché la supremazia in Germania, per l'Austria la scelta diventava quasi obbligata. Perc iò Mensdorff rispose ali ' invito specificando di reputare «indispensable 4u'il soit convenu d"avance qu ·on excluse des dél ibérations toute combinaison qui tcndrail à donncr à un des Etats invités aujourd'hui à la réunion un agmndissement 1erritorial ou un accroissemenl de puissuance».

Npn solo, ma, tanto per sottolineare che il «d(fj'érend italien» non riguardava semplicemente il Veneto, chiese la partecipaz ione del Pontefice ad una riunione «qui doit s' occuper des ajfaires d' ltalie» •<'1 _ Dal canto suo la Dieta di Francoforte accettò l' invito con tre precisazioni: la questione dcll'Holstein era una questione strettamente tedesca; la questione della riforma federale era del pari una questione interna della Germania; la questione italiana era di competenza europea, pur riguardando anche gli interessi tedeschi 070 • Farsi molte illusioni sull'esito della conferenza era inutile. TI 5 giugno l' Inghilterra e la Russia rinunciarono. Ma Napoleone volle fare un ultimo tentativo, mandando a Vienna il duca di Gramont. Secondo Nigra, questi doveva formulare a Mcnsdorff la seguente proposta: «L'Austria prometterebbe la cessione della Venezia nel caso in cui essa fosse vincitrice contro la Prussia. Dal canto suo, I" imperatore promeuerebbc la neutralità della Francia. Quan10 all'Italia. essa farebbe la guerra come se nulla fosse: giacché l"lmpcralore non piglierebbe impegni che per sé(...)»"'.

Naturalmente, un passo del genere costituiva un nuovo colpo di freno ai preparativi militari italiani, ormai urgenti. Da questo momento La Marmora si trovò dibattuto tra Napoleone. che d iceva di attendere e di spingere invece la Prussia a dare il via alle ostilità, e Bismarck, che insisteva affinché l'Italia rompesse gli indugi contro l'Austria; fra le resistenze di Ricasoli, incaricato di succedergli quale presidente del consiglio ma ricusante la carica finché non fosse scoppiata la guerra, e g li impegni di capo di Stato Maggiore, che reclamavano la sua presenza al Quartier Generale 172• "" Mensdorff a Meuemich in data 1.6.1866 in A. LA MAltMORA. ibidem, pp. 263-265. ,,. Rati Opizzoni a La Marrnora in data 4.6. I 866, D.D.l., V I. doc. 695, p. 748. '" Nigra a La Marmora in dma 5.6.1866, ihidem. VI, doc. 707, pp. 756-757. "' Ma Ricaso li. tornato a Firenze dopo un paio di giorni passali a Brolio e saputo che la conferenza era sfumala. si rammaricò che La Marrnora non g.Ji comunicasse nulla e precisò che si asteneva dal farsi vivo proprio perché un po· urtato dalla mancala informazione sui cambiamenti avvenu1i s ulla scena internazionale (C(lrleggi di Be11i110 Ricasoli, ci1., XXTI, p. 8).


578

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

L' 11 giugno Napoleone annunciò che la Francia, rimanendo neutrale nel probabile conflitto, si riservava libertà d' azione qualora i suoi interessi venissero compromessi dai risultati della guerra. Que l giorno Ricasoli fu convocato dal re, che voleva conoscere la sua reale disponibilità a formare un nuovo governo. Ricasoli rispose che «in quel momento non dovendosi fare calcoli personali, (... ) quando fosse piaciuto al Re di darmene il mandato fin ale, io l'avrei compiuto con tutta coscienza». Vittorio Emanuele chiese allora se La Marrnora poteva conservare il portafoglio degli Esteri, ma Ricasoli replicò «parermi non si potesse fare ogni qual volta il generale La Mannora andasse al campo». In sostanza, il re concluse che lo avrebbe richiamato quando «fosse sicuro il giorno in cui la guerra comincerebbe» m. Nel pomeriggio ebbe luogo un colloquio tra La Marrnora e Ricasoli. l i generale non approvava certe scelte di uomini nel costituendo governo Ricasol i. Questi lo osservava freddamente e scrisse nel diario: «mi apparisce molto preoccupalo. lo non voglio fare giudizi sopra d i lui. nulla conosco delle nos1re relazioni estere; nulla mi è stato detto e nulla ho cercato, ma dubito che il MiniS1ro e abbia creduto troppo e in qualche caso abbia credulo tardi. Ma forse verrà giorno che schiarira questo ))U1110».

E ancora: «Eg li non vuol sentire parlare d'impulsi alle insurrez ion i ( ... ) croate e ungheresi. Ammeue oggi che a guerra cominciata potremo valerci. in ques10 senso, del Garibaldi. Insomma è un alr ro metodo di politica pratica che io non avrei seguito e credo cerio che si siano accettate alcune suppos izioni che non erano acce1labili: I) che l'Austria ci auaccherebbe; 2) che la Prussia auaccherebbe; 3) che l'Austria attaccherebbe la Prussia; 4) che le conferenze sarebbero, e sarebbero con esi1 0 sicuro; 5) che J'Aus1ria ancora res is1ere bbe all a Pruss ia ne ll 'Holstein o la Prussia respingerebbe con la forza l'Austria»"'·

Le incertezze di La Marmora, che si rendeva conto di non essere vero protagonista della partita, aumentarono in seguito ad un «curioso» telegramma di Barrai, da Berlino: «Je viens à l'instanl de rencontrer le ministre d'A utriche, qui m'a abordé, et cn m 'annonçant son départ m'adii: «Nous ne sere.m l pas toujours ennemis , e l si comme je l'espère nous baurons la Prusse, je puis vous conlier que nous nous arrangeront avec vous pou r la cession de la V6nétie» m.

Nel contempo le incessanti insistenze di Napoleone affinché l' Italia non si compromettesse per prima vennero a trovare una spiegazione più definita di "'Carteggi di Bettino Ricasoli cit., XXII, pp. 8- 10. In quella circostanza il re non nascose di ave re in testa qualche veUei1à decisamente i:oco cos1ituzionale: «Mi parla a lungo deUa dittatura annotò infaui Ricasoli - e se ne mos1ra ::(vogliato. lo combauo ques10 pensiero infelice ed inopportuno; combatto anche l' idea dei pieni po1eri indeterminati di cui si fece ne l '59 uso ed abuso di sas1roso» (ibidem). "' Ibidem, pp. 10-1 1. '" Barrai a La Marmora in data 12.6.1866, ore 2 1, D.D.I., VI, doc. 737, p. 777.


579

LA DECISIONE POLITICA

quella, generica, che l'assumere iniziative belliche a favore di Bismarck non avrebbe offerto alcun vantaggio all'Italia. Da due fonti francesi, il ministro Malaret a La Marmora ed il principe Napoleone a Vittorio Emanuele, arrivò un'informazione inattesa: «(...) Il s'agit - telegrafò La Marmora a Nigra - d'une dépeche de Gramont, qui assure que le Reinc de Prusse, écrivant à l'Empereur d ' Autriche, l'aurait assuré que le Roi dc Prusse lui avait donné sa parole, qu ' il n'existait pas de véritable traité entre la Prnsse e l'Italie, et quc si l'ltalie attaquait l' Autrichc, la Prusse n 'était pas tenue de la suivre. Cc sera le cas de poser carrément la question à Bismarck ( ...)».

La Mam1ora vedeva confermati i suoi motivi di diffidenza nei confronti dell'alleato, però si preoccupava, e forse di più, delle possibili accuse prussia• ne: «Mais comme ce lui.ci pourrait nous répondrc - continuò - q u'il y a cu, entre nous et J'Autriche, dcs prepositions pour la cession de la Vénctic e 6 maggio] je désire savoir si l'Empereur admct que nous pu issions riposter quel' Autriche nous fit réellement propositions de céder la Vénétie si nous restions neutres, mais que nous avons rcfusé pour rester fidèlcs au traité» D\

rs

Le perplessità di La Marmora vennero sciolte indirettamente da una lettera di Nigra che ben chiariva il pensiero di Napoleone. In sostanza, aveva incaricato Gramont di chiedere a Vienna se essa era disposta a promettere la cessione del Veneto, una volta che avesse battuto la Prussia, e se era altresì disposta a promettere in ogni caso il rispetto deJJo statu quo in Italia. A queste condizioni la Francia sarebbe rimasta neutrale. La risposta di Vienna fu considerata affermativa dall'imperatore, che promise la neutralità. Nigra continuò: «L'Imperatore mi disse che il Re di Prnssia aveva dato all'Imperatore d'Austria l'assicurazione d 'onore che non aveva firmato nessun trattato coll'Italia, e che se l'Italia aggrediva l'Austria per prima, la Prussia non era obbligata a dichiarare la guerra ( ... ): ( ...) mentre appunto io ero dall 'Imperal()re, giunse la notizia che l'Austria richiama da Berlino il proprio Ambasciatore. L' imperatore crede che ciò fa presagire pross ime le ostil itì1, e quindi crede più che mai che noi commetteremmo un errore grave, pigliando la responsabilità dell'iniziativa dell.e ostilità. L'Imperat()re mi disse una parola che mi aprì un vasto orizzonte. Egli disse che durante la campagna potrebbe accadere che fosse utile che l' Italia non facesse la guerra con troppo vigore . Ma io dissi all'Imperatore che noi avremmo incominciato la guerra con grande energia, che noi ignoriamo le assicurazioni dell'Austria alla Francia. E che se durante la guerra c i si farà deUe proposte, allora sarà il caso di esaminare la condotta a tenersi» "'.

Il «vasto orizzonte» apertosi a Nigra lasciò estenefatto e indignato La Mam1ora, l' ultima persona al mondo cui si potesse suggerire di «accomodarsi coli' Austria dopo cominciata la guerra o di fare la guerra per burla»! 178• Ma La Mamora a Nigra in data 12.6.1866, ibidem , VI, doc. 729, p. 774. Nigra a La Marmora in data 12.6. 1866, ibidem, VI, doc. 740, pp. 779-781. m A. L A MAR.MORA, Un po' più d luce cit., p. 31 1.

11•

117


580

LA TERZA GUERRA D'INDfl>ENDENZA

sembra giusto riportare un'osservazione molto pertinente circa lo stato d'animo di La Marmora nel giugno 1866, lo stato d'animo di un capo d'esercito consapevole di «dover intraprendere una guerra col dubbio che lo scopo di essa sia già stato raggiunto per via di negoziati, da un'altra Potenza». Egli non accennò mai, nei suoi scritti, alle sue più profonde riflessioni. Se ha avvertito la probabilità di affrontare una guerra senza scopo, più che una guerra eia burla, come nel suo intimo si acconciò a tale situazione? 179• Intanto l' 11 giugno l'Austria aveva chiesto formalmente alla Dieta di Francoforte la mobilitazione delle truppe federali per un'azione militare contro la Prussia. Quel giorno Moltke ebbe in mano le prime informazioni sicure sulla dislocazione avversaria: il grosso dell'am1ata del Nord austriaca non si trovava in Boemia, come creduto, bensì in Moravia, dove ben sei corpi d'annata su sette stavano completando il passaggio al piede di guerra, in specie per i servizi cli campagna. Conosciuta questa situazione, ogni indecisione cadde: un' invasione da parte austriaca non poteva che verificarsi in Slesia iw, e per effettuarla gli austriaci avevano bisogno almeno di una settimana per concentrarsi 18 1• Il 14 la maggioranza dell'assemblea di Francofo1te votò a favore della richiesta del]' Austiia, al che il ministro cli Prussia lasciò la seduta dichiarando rotto il patto federale. Quanto agli scrupoli di La Mannora, che nella dichiarazione di guerra ali' Austria intendeva lasciare il termine di tre giorni «come essa fece con noi nel 1859» 161, Bismarck confidò a Barrai che le truppe prussiane sarebbero entrate il giorno successivo in Assia, Hannover e Sassonia senza «manifeste de guerre, mais simplement proclamation aux populations à mesi,re qu' on entrera sur leur territoire» 183 • Il 17 giugno l'Austria e la Baviera si dichiararono disposte ad eseguire le decisioni della Dieta, su richiesta della Sasson ia invasa, di intervenire con le am,i contro la Prussia. Lo stesso giorno Bismarck chiese che l'Italia rispettasse il patto d'alleanza 184 • Il risultato italiano di questi avvenimenti non è francamente brillante. Non appena ricevuto il telegramma di Barrai con la comunicazione di Bismarck, il re dette l'incarico del nuovo gabinetto a Ricasoli perché «la guerra poteva scoppiare da un momento all'altro», e La Marmora partì per raggiungere finalmente il Quartier Generale a Cremona, lasciando il po1tafoglio degli Esteri al ministro Jacini. Non poté parlare con Ricasoli, che del resto non vede"" G. DEL BONO, Come arrivammo a Custoza e come ne ritormammo, Oberdan-Zucchi. Milano 1935, pp. 134-135. 0 " H. MOLr KR, Campagne de 1866 cit., p. 32. 1 " Ibidem, p. 34. '" La Marmora a Petitti in data J 3.6.1866, in L. C HIA LA , Ancora un po' più di luce cit., p. 328. . '" Barrai a La Mannora in dala 15.6. 1866, D.D.l., VI, doc. 753, p. 789. "·' Barrai a La Mannora in data 17.6. 1866, ibidem, doc. 758, p. 79 J.


LA DECISIONE POLillCA

581

va da diversi giorni e che stava cercando di costituire il governo, ma, su autorizzazione del re, intendeva inviare l'indomani la dichiarazione di guerra all'Austria. La formazione del ministero richiese due altri giorni, cosicché il 20 giugno la dichiarazione venne consegnata al Comando austriaco a Mantova, che la inviò immediatamente a Verona. L'apertura delle ostilità era fissata per il mattino del 23. L'Italia iniziava la sua prima guerra con il governo appena formato e nuovo per metà (e nei quattro nuovi ministri c'erano quelli degli Esteri e della Marina!) ed il capo di Stato Maggiore in funzione da pochi giorni .

•

3. LA PREPARAZIONE MILITARE. Nel febbraio I 864, durante la guerra dei ducati dell' Elba, il ministro della Guerra, generale Della Rovere, aveva fatto approntare le tabelle di mobilitazione dell'esercito in modo da non essere colto di sorpresa ove complicazioni internazionali avessero costretto ad assumere misure militari 185 • [I quadro di battaglia prevedeva sette corpi d'armata con venti divisioni di fanteria, una divisione di cavalleria di riserva, una riserva generale d ' artiglieria ed una del genio. T p1imi sci corpi d'armata erano ordinati uniformemente su tre divisioni di fanteria e due reggimenti di cavalleria leggera, il settimo su due divisioni e tre reggimenti di cavalleria leggera. Tutti disponevano di un parco generale di artiglieria, un equipaggio da ponte di I00 metri lineari, un parco del genio. Ogni divisione aveva due brigate di fanteria, due battaglioni bersaglieri, tre batterie, una compagnia zappatori, una compagnia del treno. Se in quei primi anni dopo l' unità le spese per l'esercito e la marina avevano consentito di immagazzinare materiali di ogni tipo, nell'autunno 1864, con il ministero La Marmora, la preparazione militare entrò in crisi. Quintino Sella, ministro delle Finanze, fu rude ed il bilancio per l'esercito fu ridotto di 36 mili01ù e quello della Mruina di 10. La situazione si profilò tanto difficile che, quando La Marmora nel gennaio 1866 formò il suo secondo governo, nessun generale intendeva accettare il portafoglio della Guerra, vista l'ulteriore riduzione di 11 milioni nel bilancio, proprio mentre «sorgeva all'orizzonte l'occasione propizia di poter colle armi compiere l'opera della nostra unità nazionale», come osservò amaramente lo stesso La Marmora. Non sapendo come uscire ,., Sull'argomento hanno costituito fonte preminente i seguenti testi: CCSM, La campagna del 1866 in Italia, 1, Voghera, Roma 1875: L. CHIALA, La politica italiana e l'amministrazione della Guerra dal 1863 al 1866, Firenze 1873: L. CHIALA, Cenni storici sui preliminari della g11erra del 1866 e della batl(Jgfia di Custoza, I, cap. IV e V, Voghera, Firenze 1870; I. 01 PETTINENGO. Relazione sui provedime111i dell'Amministrazione della Guerra <Lai 1° gennaio al 20 agosto dell'anno 1866, Firenze 1867: F. TORRE. Relazione al Ministro della Guerra sulle vicende dell'esercito dal / 0 oflobre 1865 al 30 seuembre l 866, Firenze 1867.


582

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

dalla serie di rifiuti, finì per forzare la mano al generale Di Pettinengo telegrafandogli che il re aveva firmato il decreto con il quale veniva nominato ministro della Guerra. Naturalmente, Pettinengo non poté tirarsi indietro. Le economie provocate dalla riduzione del bilancio della Guerra iniziarono nel 1864 e proseguirono sino al febbraio 1866. Fra di esse figurano l'invio anticipato in congedo illimitato della 13 categoria della classe 1840; delle leve del 1859, 1860 e 1861 del Mezzogiorno; dei militari d'ordinanza ultimanti la ferma negli anni 1866-67-68; dei militari del treno delle classi 1841 e 1842. Inoltre furono congedate le seconde categorie del 1840 e 1841 tenute alle armi anche in pace, e perciò perfettamente addestrate, non potendosi ancora applicare all 'intera penisola la legge sarda sul reclutamento. Infine fu rimandata la chiamata de lla classe 1845 e si vendettero quadrupedi dell'esercito, suscitando proteste in parlamento e nella stampa. Non può peraltro mancar di suscitare perplessità il fatto che nel febbraio 1866 La Marmora abbia caldeggiato ùna riduzione di bilancio del 35% sulle spese militari: «Per la guerra e per la marina (... ) al di là di 200 milioni, io credo che per un piede di pace non si possa andare. Finora, signori, questa cifra si è oltrepassala di molto. Sapete cosa si è speso? Sono, questi, conti dolorosi (...). Nel l861 per la guerra si spesero 297 milioni e 59 per la marina (...). Nel 1862, la guerra spese 290 milioni, la marina 86 (...). Nel 1863, la guerra 250, la marina 78 (...). Nel 1864, la guerra 256, la marina 66 (... ). Nel 1865, la guerra spese 193 milioni, la marina 48 ( ...)» ....

I primi di marzo 1866 la forza effettiva dell'esercito ammontava a ci rca 160.000 uomini 181 , e precisamente 125.000 delle classi provinciali di leva 1841 42-43-44, 5.000 appartenenti a classi anteriori ancora in servizio ed a seconde categorie di varie classi, 30.000 di ordinanza con cinque-sei anni di servizio ininte rrotto ed una o due campagne cli guerra. A questi 160.000 uomini già disponibili, dovevano aggiungersi 140.000 uomini in congedo illimitato di sette classi cli !il categoria (dal 1834 al 1840) con una permanenza complessiva alle armi di cinque-selle anni ed un ' interruzione variabile da quattro mesi (classe 1840) a quasi quattro anni (classe 1834). Si trattava, dunque, di 300.000 uomini utilizzabili in operazioni di campagna. Esistevano, inoltre, le seconde categorie di quattro classi (1842-43-44-45) per un totale di 148.000 uomini, i quali, essendo privi di istruzione militare, potevano venire impiegati come truppe prcsidiarie dopo un paio cl i mesi cli permanenza ai depositi.

''° Intervento alla Camera in dala 20.2.1866, in D. GUERRINI, Ussa (1866) , Casanova, Tl1ri110 1907, '· pp. 446-447. '" L. CHIALA. Preliminari ci i.. I, o. 240. La relazione ufficiale fornisce la seguente s in,azione al 1° marto. in cui i dati sono comprensivi anche dei molti non combattenti: alle armi 12.857 ufficiali e 184.383 truppa; non alle anni 2.785 ufficiali in aspettativa, 146.71 I truppa in congedo. In 101alc, 346.736 uomini (CCSM. La campagna del /866 cit., p. 54).


LA DECISIONE POLITICA

583

Per gli ufficiali si poteva contare su 9.630 in servizio effettivo e 2.620 in aspettativa. Di questi complessivi 12.250 ufficiali, il 50% circa proveniva dall'esercito sardo ed aveva preso parte a tutte le campagne dal 1848 in poi, il 25% proveniva degli eserciti degli altri Stati preunitari e dai volontari, ed i restante 25% (interamente in servizio) aveva ricevuto la nomina ufficiale dal 1861 in poi . In definitiva, la disponibilità di 12.000 ufficiali per 300.000 soldati addestrati era insufficiente. Peggio ancora ove si considerino le necessità di inquadramento dei 148.000 uomini delle seconde categorie, nonché il fabbisogno dei depositi e dei vari incarichi territoriali. La serie di provvedimenti studiati e predisposti dal ministro Pettinengo riguardò tre esigenze: una rapida e regolare mobilitazione; una sollecita radunata dèll'esercito; il rifornimento del personale alle unità di campagna, anche nel caso di una guerra lunga. La regolarità della mobilitazione comportava la pronta ricostituzione dei depositi dei corpi sciolti per ragioni di economia (quelli di fanteria all'inizio del 1865, quelli dei bersaglieri e cli cavalleria nel gennaio 1866) sotto la pressione della stampa che li denunciava come spesa inutile, e cioè un deposito di due compagnie per ogni reggimento di fanteria, un settimo squadrone di deposito per ogni reggimento di cavalleria. Il problema principale consisteva nel disp<me dei quadri occorrenti per i depositi senza incidere eccessivamente sul1'inquadramento dei reparti di campagna. Per gli ufficiali, il R.D. del 29 marzo richiamò quelli collocati in aspettativa per effelto dei decreti del 18 dicembre 1864 e ciel 30 dicembre 1865. Per i sottufficiali e caporali, il I O aprile i comandanti di corpo furono autorizzati a procedere all'immediata promozione di elementi idonei in numero superiore alle esigenze organiche, sì da poter dar corpo immediato alla costituzione dei depositi, pur se da completare, all' atto dei Iichiami. TnollTe la dislocazione dei depositi in questione venne pianificata in funzione della radunata e delle presumibili prime operazioni, e comunque nel rispetto del principio di spostare dalle guarnigioni dei corpi solo quei depositi per i 4uali la misura fosse richiesta dalla pericolosa prossimità ciel confine. Purlrnppo, l'organizzazione del treno, lrnppo accentrata e troppo povera di personale, lasciò a desiderare e provocò numerosi disguidi. Quanto alla radunata, il ministero si basò sulla situazione dell'armata austriaca in Italia, di cui le informazioni davano presenti tre corpi d 'armata (lll, V e VII) per complessive tredici brigate, più altre tre brigate fra Tirolo e Istria. In definitiva, prescindendo dalle truppe presidiarie ammontanti a circa 40.000 uomini, si poteva calcolare una disponibilità austriaca di trnppe mobili sul piede di guerra per 110-L LS. 000 effettivi, ma con 90-95.000 presenti. Ciò posto, le operazioni di radunata dovevano concentrare alla frontiera una forza tale da poter affrontare con vantaggio l'armata austriaca; in alt1i termini , le predisposizioni mirarono ad avere al fronte, non appena deciso, una


584

LA TERZA GUERRA O'JNDIPENDGNZA

massa di sedici divisioni di fanteria ed una di cavalleria con i supporti o servizi relativi, tutti sul piede di guerra. «Si contava - spiegò PeLtinengo nella sua relazione - di avere così disponibili immediatamenle per iniziare la campagna 210.000 uomini circa d'effettivo, corrispondenti a circa 175.000 presenti, non contai:ido i volontari dei quali era facile prevedere la formazione al primo sintomo di guerra sicura».

In marzo, dunque, a modifica di precedenti disposizioni ritlettenti il cambio da dare ad unità dislocate o distaccate nel meridione, ve1111e stabilito il trasferimento dai dipartimenti meridional i a quelli del nord delle brigate Piemonte e Livorno e di cinque battaglioni bersaglieri; lo spostamento verso la ferrovia dell'Adriatico della brigata Marche , dei reggimenti di cavalleria Usseri di Piacenza e cavalleggeri di Monferrato, di sette battaglioni bersaglieri e sei batterie, in modo da consentire la loro partenza per il nord nel più breve tempo possibile. Fu poi disposto un analogo spostamento verso le stazioni ferroviarie o i porti d'imbarco per 57 battaglioni distaccati nei dipartimenti di Napoli e di Palermo, con riserva però di decisione per la partenza. A metà aprile i movimenti citati erano completati o almeno in corso. Con simile massa di manovra Pettinengo riteneva poter: «Approfittare del periodo di tempo in cui l'Austria ha impegnato una parte delle sue forze nel conflitto germanico per operare in massa contro di essa nel Veneto, onde iniziare la guerra col vantaggio della preponderanza delle for;,.e ed assicurare al nostro giovane esercito quei primi successi dai quali può dipendere per avventura l'esito della campagna» 188.

Infine, per l'alimentazione delle forze di campagna, con il R.D. dell'll m~u·zo la 2a categoria della classe 1844 (circa 30.000 uomini) venne chi~unata ali' isttuzione annuale di quaranta giorni, sotto la data del I O aprile. li rinnovato stato di tensione tra la Prussia e l'Austria e la probabile evoluzione della situazione politica verso un ricorso alle armi, provocarono in Italia un'ondata di protesta per l' inerzia governativa. Adesso da più parti, sui giornali ed in parlamento, si chiedeva che l'Italia non esitasse a compiere, con le sue armi , l'ultimo passo verso l' indipendenza e l'unità. Il 12 aprile I 866 corse voce alla Borsa di Parigi che l'Austria avesse intenzione di attaccare l'Italia e nei giorni successivi pervenne a Firenze notizia di richiami ordinati nell'impero asburgico, della messa sul piede di guerr:1 de ll'esercito del Veneto, della nomina dell'arciduca Alberto a suo comandante in sostituzione del fe ldmaresciallo Benedeck. Di fronte a questi eve nti ed all 'eccitazione dell'opinione pubblica, il 24 aprile Pettinengo presentò a La Marmora un preoccupato promemoria con il quale chiedeva un'approvazione di massima ad alcune sue idee, sì da aver il tempo di predisporre l'occorrente per salvare la sua «responsabilità personale in faccia al re e alla nazione». Egli '" L.

CMIALA,

Preliminari cit., J. p. 249.


LA DECISIONE POLITICA

585

riteneva utile sia stabilire subito l'immediato ritorno ai reggimenti d' origine, non appena scoppiate le ostilità, dei 57 battaglioni (circa 20.000 uomini complessivamente) distaccati nel Mezzogiorno e nelle isole; sia prevedere il possibile afflusso a nord di gran parte delle rimanenti forze operanti nel sud, pari a 71 battaglioni, 12 squadroni e 10 batterie, le quali, con il richiamo delle classi napoletane e siciliane in congedo illimitato e la chiamata della 2~ categoria della classe 1844, avrebbero raggiunto i 40.000 uomini. Oltre a questo, occorrevano indicazioni sul concetto generale d'operazioni per costituire i corpi d'armata in relazione agli oriemamenti d'impiego. «Senza una guida generale siffatta - concluse Pettinengo - il sottoscritto si troverebbe imbarazzato e impossibilitato a studiare e prendere una quantità di disposii ioni che esclusivamente da lui dipendono» 169 • La Marmara, invece, preferiva attendere gli sviluppi della situazione per non risultare precipitoso, ma anche per non sollevare inutilmente questioni delicate connesse con l 'assegnazione degli incarichi cli comando. Naturalmente pensava di impiegare tutte le venti divisioni nell'Alt.a Italia in caso di guerra, però nelle c ircostanze presenti gli sembravano ampiamente sufficiente sedici divisioni. Quanto al Mezzogiorno, le seconde categorie e la chiamata di leva della classe 1845 avrebbero consentito all'emergenza di mettere in piedi i quinti battaglioni per il contro.Ilo della parte meridionale della penisola e per un eventua le rinforzo all'armata senza imbarcarsi in nuove spese forse non indispensabili 190 • Diventando le notizie dall ' Austria.sempre più preoccupanti, il 27 aprile un R.D. ordinò l'immediata incorporazione della 2~ categoria della classe 1844 19 1, mentre La Marmora preparava la nota circolare per i rappresentami diplomatici all'estero in cui dichiarava la determinazione del governo di dar corso a serie misure cli difesa per ovviare agli a1mamenti austriaci nel Veneto. Il 28, due fatti dettero il via agli aperti preparativi mil itari: l'approvazione della Camera di un ordine del giorno dell'opposizione che suonava sfiducia al governo perché «in faccia agli straordinari apparecchi di guerra dell'Austria, esso tardava ancora a contrapporre armamenti ad armamenti», ed il telegramma cli Puliga che preavvisava la presentazione di una nota cli Mensdorff al governo prussiano, significante che l'Austria «non poteva rinunciare ad aumentare i suoi armamenti cli front.e all'atteggiamento dell'Italia» 192 •

"' Pettinengo a La Marmora in data 24.4. l866, in

L. CHlALA.

Prdiminari cit., I, pp. 248-

25 l. ''"' Petitti a Pettinengo in data 24.4. 1866, ibidem, pp. 483-486. "'' Ogni rcggiment<>di fanteria doveva ricevere all'incirca 300 uomini, senonché per errori cli ripartizione alcuni reggimenti ricevettero 150- 170 uomini (e perfino appena 60) ed altri 800-900 (F. TORRE, Relazione cit. . p. 178). ,., Puliga a La Mannora in data 27.4. 1866, D.D.l., VI, doc. 521 cit., p. 615.


586

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Allora La Marmora fece·diramare la circolare ed i primi ordini di mobilitazione: l'immediata costituzione dei depositi ed il richiamo delle classi 183435-36-37-38-39-40, delle classi 1841 -42 del treno d'armata appena congedate e della seconda categoria delle classi 1840-41, per un totale di 130.000 uomini già istruiti 19' . Secondo le tabelle organiche del 30 dicembre 1865, le principali differenze tra il piede di pace e quello di guerra erano le seguenti 19,1: ufficiali

truppa

unità

reggimento fanteria 195 ....... ........ . reggimento bersaglieri i% ........ .... reggimento cavalleria 191 .... . . .. ..... arma artiglieria .............. ............ arma genio ................................. treno ··········································

pace

guerra

74 150 37 930 405 129

94 171

so 1.071 452 195

pace

guerra

1.441 3.037 892 16.067 3.856 2.310

2.971 5.119 936 27.826 6.500 8.988

In definitiva, per il passaggio al piede di guerra occorrevano i seguenti aumenti: ufficiali

truppa

fanteria ..................................... . bersaglieri ......... ......... ..... .......... . cavalleria ................................. .. artiglieria ................................. .. genio .......... .. ............................. . treno ...... ......... .. ................ .. ..... ..

1.840 105 247 141 47 66

122.400 J0.410 836 11.259 2. 744 6.678

totale .. .... .................. .............. ... .

2.446

154.327

Nel contempo La Marrnora dispose l' inizio dei movimenti e trasporti di radunata per la notte sul 3 maggio, da completare, almeno per la maggioranza degli spostamenti, entro il 5. In quest'ultima data doveva cominciare l'invio ai reggimenti delle classi richiamate. '''' Di cui però 2.092 disertori e tali rimasti. ,., L. CHIALA, Preliminari, cit., I, pp. 488-494. ,., su quanro battaglioni. '"" su ouo banaglioni;

"' su sei sq uadroni.


LA DECISIONE POLITICA

587

A partire, dunque, dal 6 maggio l'esercito mobilitato - quattro corpi d'armata con sedici divisioni di fanteria ed una di cavalleria - si trovava nelle seguenti dislocazioni: I corpo (Durando) attorno a Lodi, con I•, 2Qe 3• d ivisione, due reggimenti di cavalleria, nove batterie d'artiglieria, quattro compagnie del genio e quattro compagnie del treno; II corpo (Cucchiari) attorno a Cremona, con 4", 5" e 6" divisione, due reggimenti di cavalleria, nove batterie d'artiglieria, quallro compagnie del genio e quattro compagnie del treno; III corpo (Dell a Rocca) attorno a Piacenza, con 7•, 8". 9° o IO" divisione, tre reggimenti di cavalleria, dodici batterie d'artiglieria, cinque compagnie del genio e cinque compagnie del treno; IV corpo (C ialdini) attorno a Bologna, con I I", I 2•, 13~. 14~, 15" e I 6• divisione, due brigate di cavalleria, quindici batterie d'arti glieria, otto compagnie del genio, sette del treno; divisione di cavalleria di linea (De Sonnaz) fra Lodi e Crema, con quattro reggimenti di cavalleria ~ due batterie a cavallo.

La radunata ebbe due punti principali di concentrazione, Piacenza e Bologna, ma unicamente per realizzare uno schieramento sulla linea del Po che facilitasse le operazioni di mobilitazione, senza pregiudicare ulterio1i adeguamenti in relazione all'ancora non stabilito piano di campagna. Anche l'articolazione delle forze er~ al momento generica, con la sola gravitazione su Piacenza (dieci divisioni) rispetto a Bologna (sei divisioni), perché La Marmora riteneva che un'eventuale offensiva austriaca sarebbe stata diretta verso la Lombardia e nutriva la radicata convinzione che un'offensiva italiana dovesse partire dal Mincio. Il comando dei corpi d'armata venne affidato, su decisione del consiglio dei ministri presieduto dal re, ai comandanti generali dei dipartimenti militari: Durando (Milano), Cucchiari (Firenze), Morozzo della Rocca (Torino) e Cialdini (Bologna). I divisionari, invece, furono scelti da La Marmora e da Pettinengo, che ebbero cura di comprendere tutti i generali provenienti dagli eserciti meridionale (quattro), borbonico (due) ed emiliano (uno) e, per il resto, dall'esercito sardo (dieci con De Sonnaz). Quasi tutti comandavano divisioni territoriali. Le dotazioni di mobilitazione erano già in gran parte accantonate, perciò eia quel lato non sarebbero dovute sorgere preoccupazioni. Invece ce n'erano. li problema più grave concerneva i cavalli, come in ogni esercito al passaggio dal piede di pace a quello di guerra. Nell'aprile 1866 il fabbisogno si traduceva in: 5.500 cavalli per portare le ottanta batterie da campagna da 70 a 138 cavalli, 1.000 per le dieci batterie deposito, 900 per mettere sul piede di guerra i 114 squadroni di cavalleria, 1.900 per costit11ire 19 squadroni deposito, 250 per gli ufficiali subalterni delle armi a cavallo ed infine 16.000 cavalli per i servizi di artiglieria, del genio, dei quartier generali, delle ambulanze e dei corpi di fanteria mobilitati. Complessivamente, si trattava di acquistare 25.600 cavalli, il che fu compiuto entro il mese di maggio. L'amministrazione della Guerra provvide direttamente per 8.500 cavalli ed i consigli amministrativi della cavalleria, del!' artiglieria e del treno furono


588

LA TERZA GUERR A D'INDIPENDENZA

autorizzati ad acquistarne altri 7.500 mediante incetta ad economia. Per il resto venne fatto ricorso all'arruolamento del treno civile, che fornì 1.715 pariglie con finimenti per il traino di carri con timone e 2.020 carri trainati a due cavalli 198 • Senza entrare nei particolari, aggiungeremo che le difficoltà incontrate nelr acquisto dei cavalli e l' iniziale carenza di personale di artiglieria e de l genio. consigliarono talune modifiche temporanee negli ordinamenti. Così, ad esempio, dal 1° maggio le batterie da campagna furono portate sul piede di guerra prima alla forza ridotta a quattro pezzi, poi su quella normale a sei pezzi, con riserva d i passare eventualmente ad una costituzione su otto pezzi incompleta. Quanto ai materiali , la brusca e forre riduz ione nell'assegnazione dei fondi del 1865 non soltanto provocò l'arresto delle operazioni di incetta, ma rese necessario frontegg iare il fabbisogno ordinario dell'esercito attingendo alle scorte di mobilitazione. Cosicché, mentre a fi ne 1864 la situazione di magazzino consentiva di vestire, equipaggiare ed armare 3-400.000 uomini , a metà marzo 1866, quando si riteneva possibile la guerra, non soltanto il livello delle scorte era calato paurosamente, ma occorreva provvedere all'intero corredo per quasi 370.000 uomini, cioè almeno 50.000 impiegati per la repressione del brigantaggio, 126.000 richiamati dal congedo illimitato, J 88.000 delle seconde categorie delle classi 1842-43-44-45 e della classe di leva 1845. Naturalmente, senza calcolare la guardia nazionale. Comunque, a metà giugno 1866 tulli i soldatj erano vestiti ed equipaggiati. Ben presto Pettinengo ebbe altri elementi sui quali basarsi per le sue misure di mobilitazione. Non soltanto le voci che arrivavano da.ll 'Austria e dal! 'estero davano a reputare assai poco probabile un 'offensiva austJiaca sul fron te italiano, ma la convocazione della Dieta federale germanica per il 1° giugno legava lo scoppio del conflitto austro-prussiano alle decisioni prese dall'assemblea, e pertanto a dopo il L0-15 giugno. Questo significava che la 2~ categoria del 1844 avrebbe fruito di un abbondante secondo mese di istruzione proficua e, di conseguen7.a, immessa nelle vecchie classi sarebbe stata in grado di entrare in campagna senza grossi problemi. n 13 maggio fu poi disposta la costituzione dei quinti ba11agl ioni dei reggimenti di fanteria di numero dispari entro il 20 del mese, utilizzando soldati anziani, 2il categoria del 1844 e l il categoria del 1845. T quaranta battaglioni così disponibili vennero destinati al presidio delle provincie meridionali, dove il brigantaggio non accennava ad affievolirsi, per sostituire quattro brigate e quattro battaglioni bersaglieri richiamati a nord per dar vita a Bologna a due altre divisioni (la 17ue la 18~, aggiunte al corpo di Cialdini). "' L. CIIIALA. l'reliminari cit., I, pp. 488-490.


Li\ DECISIONE POLITICA

589

Per completare il quadro di battaglia secondo l'organico 1864 non rimaneva che formare ancora due divisioni, ma le truppe necessarie allo scopo erano tuttora vincolate a sud. Di conseguenza, il 2 giugno Pettinengo ordinò l 'approntamento dei quinti battaglioni dei reggimenti pari, più un nono battaglione per ogni reggimento bersaglieri entro il 10 seguente, facendo ancora ricorso alle categorie predette. In tal modo a metà giugno l'esercito italiano venne a superare l'organico di guerra di ben ottanta battaglioni di fanteria e di cinque battaglioni bersaglieri. Questo, però, comportò la nomina, o la promozione o il trasferimento di numerosi ufficiali a tutto danno della coesione dei corpi. I nuovi reparti furono utilizzati, sia insieme con quelli della guardia n azionale mobile di cui erano stati mobilitati cinquanta battaglioni, dieci nell ' Alta Italia e quaranta nel Mezzogiorno, per compiti di presidio e contro il brigantaggio; sia per cominciare a formare un corpo d ' armata di riserva di tre divisioni. A tal fine, gli ottanta battaglioni furono riuniti in venti reggimenti provvisori, dei quali diec i formarono cinque brigate che, p iù tardi, nel luglio, contribuirono a co st itui re le due d ivis ioni del corpo d i riserva del general e Nunziante, unitamente a nuovi reparti di cavalleria, artiglieria e genio. Gli altri furono mandati nel sud ed in Sicilia a dare il cambio alle brigate Calabria, Palermo ed Ancona, ed ai battaglioni bersaglieri chiamati a nord per le necessità delle ultime due divisioni, la 19ge la 201 . Insomma, all 'inizio delle ostilità l'esercito mobilitato disponeva di quattro corpi d 'annata (anziché otto) con complessive venti divisioni di fanteria, una di cavalleria d i riserva ed una riserva generale d'artiglieria: in tutto 360 battaglioni, 92 squadroni e 84 batterie per 21 5.000 uomini e 35.000 cavalli ' 99 • Ai depositi erano concentrati più di 100.000 uomini, di cui una metà circa in grado di colmare subito le perdite subil'e dalle unità di campagna nella fase iniziale della guerra. Alla mobi litazione delle truppe regolari occorre unire quella dei volontari , consentita ai giovani che avessero già assolto agli obblighi di leva o appartenenti a classi posteriori al 1845. Come sempre, l'organizzazione dei volontari presentò un aspetto favorevole, consistente nell'affl usso spontaneo e rapido di coloro che desideravano partecipare all ' impresa; ma anche due aspetti sfavorevoli: l'impossibilità, per motivi politici e diplomatic i, cli por mano se non all ' ultimo momento alla diramazione di o rdini in proposito; e l'incertezza circa l'entità del concorso volontario . Fu, dunque, con il R.D. del 6 maggio che il governo stabilì le nonn e d i arruolamento e l' ordinamento del corpo volontari, alla cui testa venne subito nominato Garibaldi. La selezione fisica e morale ed il successivo a1TUolament.o

"'' CCSM, La campagna del 1866 cit., I. allegato A. p. 343.


590

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

furono affidati ad organi appositi funzionanti in ogni capoluogo di circondario, incaricati inoltre di indirizzare gli idonei a due centri di formazione dei corpi: uno a Bari (per i provenienti dalla Toscana, dall' Umbria e dal versante adriatico dell'Appennino), l'altro a Como (per quelli del Piemonte, della Lombardia, delle isole, della Campania e della Calabria). Senonché le prime disposizioni organizzative, basate su una previsione di circa 15.000 volontari, saltarono rapidamente di fronte alla subitanea affluenza di oltre 40.000 volontari . Ne derivarono due inconvenienti notevoli, con ripercussioni tutt'altro che trascurabili. Molti organi di arruolamento operarono una selezione frettolosa, con scarso rispetto dei requisiti indicati dal R.D., il che si tradusse in un avviamento disordinato e massiccio ai centri di Como e Bari, subito posti in crisi, e nella necessità di una ulteriore selezione da parte dei comandanti dei reggimenti volontari.L'altro inconveniente fu l'assoluta insufficienza delle serie di vestiario ed equipaggiamento e di armamento predisposte a Como ed a Bari. Per fronteggiare l'ingolfamento e lo stato di disordine ad esso connesso, fu giocoforza sospendere temporaneamente gli an-uolamenti. TI corpo volontari italiani doveva essere composto da dieci reggimenti di fanteria, inizialmente previsti su due battaglioni ciascuno, poi (R.D.del 29 maggio) su quattro, come i reggimenti dell'esercito. Ovvie esigenze operative, rappresentate da Garibaldi, indussero a costituire anche uno squadrone guide, due battaglioni bersaglieri ed una compagnia zappatori, sempre con volontari. Ma in giugno il ministero decise di aggiungere al corpo un contingente di truppe regolari, assegnando prima un 'intendenza ed un contingente sanit,u'ÌO, poi tre batterie da battag lia e due da montagna, ed una compagnia zappatori del genio, e successivamente anche due battaglioni bersaglieri ed una compagnia ai1iglieria da piazza. Da rilevare che sulla scelta dei comandanti di reggimento e di brigata ove se ne tosse decisa la fonnazione, come in effetti accadde in lugl io - furono ascoltate le proposte di Garibaldi. Al corpo volontari venne inoltre unita una legione di guardia nazionale mobile (1.400 uCJmini), su un battaglione volontari della Valtellina ed uno della val Camonica, per la difesa delle alte valli lombarde ed in specie dei passi dello Stelvio e del Tonale. Tnvece la legione ungherese. ridotta nel 1866 ad un simulacro, non ebbe modo di trovare impiego perché il R.D. che ne fissava il potenziamento ed il riordinamento (due battaglioni ungheresi, una compagnia serbo-croata e due squadroni di cavalleria) fu promulgato il 2 luglio e la tregua del 26 luglio impedì una qualche utilizzazione dell'unità. Il panorama militare sarebbe incompleto senza almeno un cenno sulla condizioni in cui si trovava la marina ital iana 200 • "" Sull'argomcnLO hanno costitu ito fonte pr~minente i seguenti testi: C. R ,\NDACCIO, Storia delle Marine Mi/ilari iwliane. Roma 1886; A. L UMllROSO. // processo de/l'ammiraglio Carlo di Persa110, Bocca. Roma 1905; D. G1,ERR1:-11. Ussa (/866) cii.; A. J ACHINO, la campagna nam/e di Lissa 1866, [I Saggiatore. Milano 1966.


LA DECISIONE POLffiCA

591

Come l'esercito, anche la marina godé per qualche anno della libertà e della liberalità con le quali il governo stanziò i fondi per le necessità militari, e questo in parte perché in tema di bilancio l'esercizio provvisorio fu in pratica la norma, in parte perché il Par lamento accettava di buon grado qualunque impegno teso ad incrementare la preparazione bellica. Ciò non toglie che in realtà poca attenzione fosse prestata alle questioni attinenti lo sviluppo della marina da guerra, influenzata da due fattori: le novità suggerite dalle esperienze della guerra di secessione americana in corso e la cura assillante di non lasciare senza imitazione ogni aumento della t1otta austriaca, sì da poterla fronteggiare senza pericolo. Nell'ottobre 1861 il gen. Menabrea, ministro per la Marina, affidò ad una commissione lo studio di un «piano di ~omposizione del naviglio da guerra». La commissione presentò nel dicembre una relazione piuttosto frettolosa, concludendo, in sostanza, che prima di pensare ad una qualunque forza navale occorreva provvedere agli arsenali, ai cantieri ed ai bacini di carenaggio; che al momento l'indisponibilità di bastimenti di linea non consentiva di parlare del('esistenza cli una vera e propria armata navale, né era possibile dare un giudizio sulle due fregate corazzate ordinate ai cantieri americani (saranno la Re d'I talia e la Re di Portof?allo). Peraltro l'allestimento, quanto più sollecito possibile, di detta armata navale doveva tener conto della necessità della sua articolazione in tre squadre: una nel Mediterraneo, una nell'Adriatico ed una in riserva. La squadra del Mediterraneo avrebbe dovuto tener testa alla flotta spagnola che, fino ,ù riconoscimento del regno d 'Italia da parte di Madrid, tutti reputavano naturale alleata di quella austriaca. Sul punto cruciale di fornire un parere su numero e tipo delle navi occorrenti, la commissione fu evasiva, affermando che: «(...) è questo un assunto che la Commissione ravvisa. se non impossibile, inutile affatto. lnvero noi sappiamo come non siano per anco compiuti g li esperimenti sui vari sistemi di

corazzatura ( ... ) che già altri se ne propongono, e sappiamo pure come sriasi ora studiando sul sistema delle artiglierie da adottarsi, dopo alcuni recenti esperimenti fatti, in cui parve rilevare che cannoni di minor calibro ottennero risultati i più soddisfacenti, ragione per cui le opinion i dei marini sono contraddillorie su tale scibile e più che mai indecise(... )'".

Ne conseguiva il suggerimento di costruire vascelli ad elica bene annata e serviti quale perno della flotta, piuttosto che fregate non corazzate di gran lunga inferiori sotto tutti gli aspetti, principio d'altronde seguito da tull'i g li Stati. Tuttavia, occorreva proseguire nell'allestimento delle fregate corazzate «poiché in sostanza una nazione marittima deve sforzarsi di possedere i mezzi che sono in uso presso le altre marine, quando non ne rinvenga dei migliori» 202 •

•,. o. GUEIUUNI, lissa cil.. 1, pp. 395-396. "" Ibidem, p. 396.


592

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

E così Menabrea, sul finire del 1861, decise la costruzione di quattro vascelli ad elica. Con il gabinetto Rattazzi il Persano subentrò al Menabrea nel dicastero della Marina e quasi subito nominò una nuova commissione. Questa consigliò le fregate corazzate in luogo dei vascelli a ruote, ma l'orientamento non fu decisivo giacché la questione si trascinò per qualche tempo ancora sollevando polemiche e ondeggiamenti di opinioni, a causa delle continue novità tecniche scaturenti dalla guerra in America. Basti pensare che Bixio, uno dei pochi parlamentari attenti alle cose di mare, contrarissimo alle fregate corazzate nel 1861, divenne presto convinto assertore delle navi d i tale tipo al punto di dichiarare nel J 863, in sede di discussione del bilancio della Marina, che «io trascuro di noverare tutti i bastimenti a vapore senza corazzatura, poiché io d ichiaro che non comprendo tra i bastimenti da guerra quelli che non sono corazzati» 103. Nel novembre 1864 il vento favorevole alle nuove costruzioni cadde di colpo e l'esercizio provvisorio del bilancio della marina subì bruscamente un taglio di 12 milioni e mezzo. Nel gennaio 1865 un secondo disegno di bilancio indicò un ulteriore taglio di 4,8 milioni e subito dopo ancora un'economia di 1,4 milioni. ln definitiva, si trattava di quasi 19 milioni in meno, ad un anno dalla guerra che tutti volevano. l nutile dire che tale diminuzione incise sul capitolo degli armamenti, cioè venne a riflettersi no n tanto sulle eventuali nuove costruzioni, quando sull'addestramento degli equipaggi a manovrare e degli artiglieri a tirare al bersaglio. Non a caso la squadra di evoluzione, da due divisioni si ridusse ad una sola. Fra le economie mal concepite si può certamente collocare quella della barca-porta di ferro per il bacino di carenaggio di Napoli. La spesa, di lire 112.000, restò in sospeso per il mancato esame del progetto di legge presentato il 15 marzo 1865 ed a nulla valse la reiterazione del ministro Angioletti nel febbraio 1866, cosicché la guerra trovò la marina italiana con due soli bacini, uno dei quali, il più vicino all'Adriatico, a rischio di risultare improvvisamente inagibile. Il primo piano organico per la composizione dalla flotta fu presentato da Persano alla Camera il 18 novembre 1662 e, per quanto non mai stampato, trovò d iffusione nello studio eseguito «per ordine del Ministro della marina» e pubblicato nel marzo 1863. Esso prevedeva 46 navi corazzate e precisamente 34 da battaglia (20 di fregate 1° ordine e 14 fregate di 2° ordine), 6 cannoniere e 6 batterie 2().1, oltre a 47 navi minori e 14 piroscafi da trasporto. li piano Cugia, presentato alla Camera il I 8 aprile 1864, si basò sul criterio più concreto non di disporre di una marina in grado di opporsi alle flotte , ,., P. PI.ERI , 20>

le forze armare ci t. , doc; 127, p. 428.

o. GUERRINI, Lisso cìt.. I. pp. 66-67.

.


LA DECISIONE POLITICA

593

riunite dell'Austria e della Spagna, bensì di «avere una forza marittima secondo le forze de l paese permettono». Il naviglio da guerra consisteva in quattro «generi» (classificazione provvisoria) di bastimenti: I O genere, con 21 navi a vapore di linea, di cui 19 esistenti; 2° genere, con 21 navi con macchina ausiliaria, di cui 6 esistenti e disomogenee, per protezione convogli, attacco e difesa dei porti e per viaggi di istruzione; 3° genere, con 14 navi minori; 4° genere, con 15 caru1oniere in legno e piccoli piroscafi guardacoste 205 • La generica indicazione di 21 navi da battaglia a vapore fu spiegata dal Cugia col non voler vincolare eccessivamente il tipo, tenuto conto dei continui progressi tecnici. Il piano, però, non fu nemmeno discusso. Q~esti brevissimi cenni appaiono significativi dell'incertezza che regnò dal 1861 al 1866 in fatto di preparazione navale. Nei cinque anni furono costruite o impostate 25 navi:

corazzate

non corazzate

Ministro numero

tonnellate

numero

Menabrea ............................ Persano ................................ Cugia ................................... Angioletti ......... ............. .......

3 8 4 5

15.368 36.404 7.700 13.486

2 2 1

totali ................ .... ........

20

72.958

5

tonnellate

2.000 7.460 l.578 11.038 20(>

Giova tuttavia notare che allo scoppio della guena di queste 25 navi, ben 14 erano in costruzione o in allestimento, cioè 38 .000 tonnellate su 84.000 complessive 20'. In sostanza il 20 giugno 1866 la situazione navale si traduceva in queste cifre 203: 23 navi corazzate, di cui: 12 disponibili (45.956 tonn.); 4 in allestimento (13.369 tonn.); 7 da varare (23. 119);

"" Progetto distribuito alla camera in data 17.7.1864, ibidem , pp. 431-435. "" Ibidem, p. 77. "" Ibidem, p. 78. Il Guerrini giustamente pone in risalto la dispersione di meui, la sproporzione fra navi in cantiere e capacità di produzione e la scarsa stabilità d i idee in tema di costruzioni navali, visto che nel 1866 non erano ancora pronte fregate prese a costruire nel 1863 e perfino nel 1861. "" Ibidem, p. 81 e specchio 2.


594

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

21. navi da guerra ad elica, di cui: 20 disponibili (44.683 tonn.); 1 da varare ( 1.578 tonn.); 49 navi minori da combattimento, da avviso e da traspo1to, a ruote o ad elica (46.912 toon.) La mobilitazione della marina cominciò i primi di aprile 1866, quando un R.D. dispose la chiamata della leva di mare del 1845, con un anticipo di nove mesi. A fine aprile vennero richiamate sette leve di mare (dal 1834 al 1840). Furono quindi presenti alle armi le quattro classi in nom1ale servizio di leva, le sette richiamate e quella del 1845, il che portò la forza del corpo reale equipaggi a 17.500 uomini. Purtroppo ai provvedimenti attinenti il personale non corrispose il riam10 delle navi, per tema fosse considerato aperta provocazione ali' AustTia, cosicché soltanto in maggio i dipartimenti militari marittimi settentrionale (Genova) e meridionale (Napoli) passarono alla mobilitazione della flotta, ciascuno per suo conto data l 'arnpia autonomia ad essi riconosciuta 209 • Quando, il 16 maggio, Persano giunse a Taranto ed assunse il comando in capo, trovò in rada quattro fregate ed una cannoniera corazzate, una fregata non corazzata ed un avviso. Le altre navi arrivarono alla spicciolata entro la prima quindicina di giugno, a mano a mano che venivano approntate dai dipartimenti. Ogni unità si presentava con tali problemi di organizzazione interna, di affiatamento del personale raccogliticcio, di addestramento al tiro che sul momento bisognò rinunciare a far compiere esercitazioni di squadra e ad uscire in mare con l'intera flotta. Come se non bastasse, la scarsità cli carbone imponeva di limitare il numero delle uscite in mare per non correre il rischio di arrivare al giorno della dichiarazione di guerra con i depositi di Taranto vuoti. Per gli ufficiali di vascello esisteva l' inconveniente delle numerose promozioni e ffettuate e della provenienza dalla marina mercantile, cui recentemente si era attinto. Anche i sottufficiali erano al di sotto del livello organico, con ovvi grossi problemi nell ' inquadramento degli equipaggi; ma le deficienze numeriche più sentite 1iguardavano i cannonieri , specialmente perché su molte navi i cannoni ad anima liscia erano in corso di sostituzione con nuove artiglierie rigate, ed i macchinisti. Persano si rivolse al m inistro Angioletti: «(...) Sento il dovere di souoporrc a V.E. come i legni che via via raggiungono l'armata di operazione, arrivino cog li equipaggi incomp leti. manca mi di sollufficiali ( 14 sul solo Castclfidardo), e, que llo che più conta senza cannonieri, necessari , ora più che mai, per la spccia-

"" li teno dipanimento militare marittimo, dell'Adriatico, aveva un ' organizzazione ancora del tutto embrionale. Il Comando era stabilito provvisoriamente ad Ancom1, in attesa di trasferirl o a Venezia.


LA DECISIONE POLITICA

595

li1à delle artiglierie. rigate nel loro maggior numero, richiedc,ui lunghe ed accur.ite eserci1azioni. Questo quando le ostilità possono incominciare da un momen10 all'altro. Codesto mi mene in grave pensiero. La flolla non è pronta alla guerra. Ci vorrà almeno un mese per portarla a un pun10 to llerabile. Ci faremo uccidere per il Re e per la Patria: ma ciò 11011 fa vincere. e bisogna vincere. Mi aiuti, ne la supplico caldamente»'".

Angioletti rispose assicurando ogni interessamento per cercare di ovviare in qualche modo alle caren:le segnalate, ma nel contempo, con una lettera privata, invitò in sostanza Pcrsano ad aver pazienza, anche perché l'esercito non si trovava in condizioni molto migliori, ed a non lasciarsi andare ad un'eccessiva severità nei confronti dei dipendenti rn . Persano si sentì punto sul vivo dal constatare che il ministro aveva dato ascolto alle voci sulla sua pretesa durezza nel trattli> con i dipendenti. Respinse la frase, sicuramente inopportuna, circa il metodo addestrativo del «gran rigore, il quale da molti si traduce poi interrore», e precisò di aver esposto la situazione senza perifrasi per ragioni superiori: «Se non si trattasse di circostanze di guerra, nelle quali ci corre la salvezza d' Italia, non avrei profferito verbo, me lo creda. Tacere nel caso presente sarebbe tradire il re, la patria e Lei che è alla direzione delle cose nostre» 212 • Poi concluse: «Jo ho adempiuto al debito mio. d' ora in poi l'EY. (...) 11011 sentirà mai più da mc parole di rimo$tranza né di rich ieste, e se vedrò di non po1errni compromellere della fiducia. che il re e il suo governo haimo voluto porre in me. saprò cedere il comando ad altri, e servirò il paese, se non coll'intelleuo, con quel poco di vita che mi rimane ancora»'°.

Il 13 giugno l'armata navale era ormai quasi tutta riunita a Taranto, ma la situazione complessiva lasciava a desiderare in fatto di preparazione e di addestramento, e non a caso quel giorno Persano così telegrafò ad Angioletti: «Parte annata è riuni1a e pronta, ma mancante di cannonieri. primi luogotenenti, guardiamarine, medici, munizioni di guerra. materiale d'ospedale e altro cli minore interes$e, la cui spedi,done venne più volte annunciata dal ministero (. ..)» ' ".

••• Persano ad Angioleni in dta 21.5.1866, in A. JACHJ:-10, La campagna nm•ale di lism cil., p. 124.

'" Angiolcni a Persano in data 26.5. 1866, ibidem, p. 126. "' Persai10 ad Angioletti in data 30.5.1866, ibidem. p. 127. "' Ibidem. tbidem, p. 13 1.

1•••


Capitolo XIII LA CAMPAGNA DEL 1866

1. L'ESERCITO n:~LIANO Complessivamente l'esercito italiano si presentava bene alla prova suprema. Almeno ad un esame non spinto molto in profondità. Gli sforzi fatti per metterlo in grado di affrontare la guerra erano stati cospicui ed i risultati si vedevano. Certo, la coesione era relativa, dato il brevissimo tempo nel quale l'annata si era costituita e, soprattutto, date le svariate provenienze. I problemi di fondo risiedevano nel Comando Supremo e nei quadri, nella possibilità di alimentare una guerra lunga e nel contemporaneo controllo del Mezzogiorno. Ci soffenneremo sui tratti salienti: Alto Comando, quadri e truppe. Affermare che il primo rivestì un'importanza determinente nell'impostazione e nella condotta della campagna sarebbe ovvio. Diciamo, piuttosto, che purtroppo la sua organizzazione e la sua azione costituiscono tuttora un esempio luminoso di tutto ciò che non si deve fare. Il Comando Supremo. Verso il 20 aprile 1866 Vittorio Emanuele II dichiarò apertamente di riservare a se stesso il comando in capo dell'esercito, e tale annuncio fu trovato del tutto naturale per il carattere della nuova guerra d'indipendenza e dando per scontato che il vero capo responsabile sarebbe stato il capo di Stato Maggiore. «Siffatta combinazione - scrisse il generale Petitti - che ai più pareva di facile attuazione, ( ...) a coloro, che conoscevano le persone colle quali sarebbe stato presumibilmente ad effetto, ispirava per lo meno il dubbio che l'attuazione sarebbe stata difficile, e che l'esito della guerra ne sarebbe fors'anche sfavorevole» '· Se infatti la sintonia fra comandante e capo di Stato Maggiore risulta di somma importanza nel comando di una grande unità, a maggior ragione questo devo accadere al vertice. Occorreva, in sostanza, da un lato che il re costituzionale rispettasse il principio di serbare per sè il comando nominale e sostenesse con la sua autorità il collaboratore prescelto; dall'altro, che il capo di Stato Maggiore non sminuisse con atteggiamento presuntuoso il

'Da una memoria inedita del Petitti scritta ne l 1887. cit. in L. luce cit, p. 560.

CmALA,

Ancora un po' pilÌ di


598

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

prestigio del sovrano e godesse di effettiva considerazione agli occhi dei principali comandanti 1 . La designazione sarebbe dovuta cadere su uno dei quattro generali d'armata: La Marmora, il più illustre; Cialdini, il più brillante; Della Rocca, già capo di Stato Maggiore nella campagna del 1859; Durando, veterano di tutte le imprese risorgimentali. Vittorio Emanuele, che li conosceva bene tutti, era più che convinto delle difticoltà della delicatissima questione. In un consiglio dei ministri tenuto a Torino il 29 marzo 1866, al quale non era presente La Marmora, si era lasciato andare a qualche considerazione: «Con La Marmora e Cialdini non passerebbero due giorni che ci romperemmo la testa insieme. Durando è ottimo ma non ha volontà di far nulla. Il migliore è Della Rocca, ma anch'egli non ha la volontà di far nulla». Anche Petitti confermò la scarsissima propensione del re a tenersi accanto La Mannora o Cialdini, «coi qual i sapeva di non poter fare a modo suo e presumeva che in caso di felice esito della guerra (cosa questa che non si poneva in dubbio allora) il merito della vittoria sarebbe attribuito al suo capo cli Stato Maggiore anziché a lui» 3 • Tutto sommato avrebbe preferito il Della Rocca, senonché si rendeva conto che difficilmente La Marmora e Cialdini avrebbero accettato cli sentirsi guidati da costui. Rimaneva un' altra soluzione: considerare non il rango del generale ma la sua attitudine a reggere l'incarico sotto il re. L'uomo c'era: il generale Petitti di Roreto. Di carattere fermo ed insieme conciliante, equilibrato, intelligente e preparato, aveva ricoperto con abilità e tatto una serie di incarichi di responsabilità: capo di Stato Maggiore cli La Marmora nel corpo di spedizione in Crimea; a fianco di La Mannora, ministro della Guerra al campo durante la campagna del 1859; comandante in 2J del corpo cli Stato Maggiore, alle dipendenze di Fanti; ministro della Guerra nel gabinetto Rattazzi nel 1862 e nel gabinetto La Marmora nel settembre ciel 1864. Comandava la divisione di Milano quando, a metà aprile, fu convocato a Firenze dal re. L'orientamento di Vittorio Emanuele, così come lo espose a Petitti, era di articolare l 'esercito in due armate, agli ordini rispettivamente di La Marmora e di Cialdini, ed un corpo di riserva sotto Della Rocca, avocando a sé il comando in capo, con Petitti quale capo di Stato Maggiore. Ti piano di guerra sarebbe stato concertato fra il re ed i tre generali. Vittorio Emanuele si sentiva sicuro cieli' adesione di Cialdini e cli Della Rocca a questa soluzione, ma non 'Il 9 marzo 1908, in una lettera personale al generale Brusali, Luigi Cadoma rievocò «i fatali dua.lisrni delle guerre passate e specialmente del 1866» e sostenne con forza la necessiti¼ che la responsabilità del capo di S. M. abbia come correlativo libertà d'azione nella preparazione e condona delle operazioni, senza peraltro sminui.re in alcun caso l'autorità del sovrano - nel c ui nome vengono diramati gli ordini - «per soddisfare una stupida vanità( ... ) e da rsi le arie di fare la prima figura» (in L. MONDINI, La Marmora, Cadorna e r A/10 Comando nel I 866. in «Nuova Antologia», giugno 1966, pp. 173-174) . ' L. C~uAt,A, Ancora un po' più di /uçe cit., p. 562.


LA CAMPAGNA DEL 1866

599

altrettanto di quella di La Marmora. Motivo per cui pregò Petitti di parlare con quest'ultimo e di convincerlo. Contrariamente ai dubbi del sovrano, La Marmora trovò perfettamente plausibile ed accettabile il progetto ed anzi manifestò piena soddisfazione per la designazione di Petitti quale capo di Stato Maggiore dell'esercito•. Chi, invece, imprevedibilmente, sollevò obiezioni fu Cialdini: «( ...) il vostro progetto - scrisse a La Marmora, col quale aveva conferito il 28 aprile, subito dopo la diramazione della nota circolare ai rappresentanti diplomatici italiani all'estero - o quello del Re, di tre armate, mi spaventa. È egli supponibile che noi obbediamo ciecamente a Petitti quando ci darà ordini in nome suo od in quello del Re? Se obbediamo, Petitti sarà il vero Generale in capo, cosa che non mi pare conveniente per molte ragioni; se non obbediamo e facciamo di nostra testa, avremo mancanza d'assieme, sconnessione e ci faremo battere in dettaglio».

Per Cialdini la soluzione era obbligata: «Una sola speranza mi resta, ed è che il nuovo Ministero ponga la condizione sine qua non, che voi siate il Capo di stato maggiore generale presso S.M. od in altri termini il vero generale in Capo(...). Abbandonate questa idea delle tre armale compiacente ma rovinosa, e riunite il Comando dell'intera Am1ata in una sola mano, e sia la Vostra. Solo così potremo cavarcela, solo così saremo al coperto di 1111 colpo di testa del Re il quale crede proprio di essere un gran capitano( .. .)» '·

Il discorso era un po' contorto, ma in sostanza Cialdini voleva evitare che il re comandasse in prima persona su tre distinte annate; riconosceva alla figura del capo di Stato Maggiore le attribuzioni di vero comandante in capo dell'esercito; non accettava nell'incarico altri che La Marmora. Ma Cialdini scrisse qualcosa di ancor più importante: si tirò indietro da ogni responsabilità e ciò a causa, sembrerebbe, di uno stato d'animo insolitamente depresso: «Spero che farete venire al più presto tutte le truppe dall 'ltalia meridionale sostituendovi battaglioni di guardia nazionale mobile. Mi pare misura prudente e saggia. Pecchiamo in troppo e non in meno, e rifleniamo che facciamo una prova tremenda e che da un'Annata nuova dipendono le soni del Paese(...). Tulle queste cose ha scritto ieri al generai Pettinengo, aggiungendo che qualunque sia l'idea che prevalga, o l'organizzazione definitiva che adotterete, io non accetto un comando maggiore di due o tre divisioni al più. Accetto ciò, perché l'ebbi già altra volta. Ma dopo maturo esame di coscienza non mi sento forza nè capacità di assumere comandi piu in,portanti, né di concorrere alla condotta generale della campagna, la cui responsabilità declino completamente. Farò quello che mi sarà comandato, né più né meno •. '' Petilti a Vittorio Emanuele in data 18.4.1866, ibidem, pp. 565-566. ' Cialdini a La Marmora in data 1.5.1866, ibidem, pp. 567-568. L'ultima frase, in corsivo, è omessa in Chiala e figura in A. LUZIO, Srudi e bozzetti di storia letteraria e politica, Cogliati, Milano 1810, p. 435. Per inciso, secondo Cialdini, evidentemente il non obbedire, per di più in guerra, non era da considerare gravissima colpa, se non addirinura reato. 6 /bidem, p. 568


600

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Non si può non rimarcare spiacevolmente la frase finale: «Farò quello che mi sarà comandato, né più né meno»! Più tardi, dopo la guerra, Cialdini fornirà una ben diversa spiegazione del suo atteggiamento. Polemizzando con un'affermazione di La Marmora, che in fondo riprendeva l'ultima parte della lettera', Cialdini sostenne che «(...) io non voleva in faccia all'esercito né in faccia al paese dividere la responsabilità morale della suprema condotta della guerra, se le mie idee non prevalevano, se il mio piano di campagna, qualunque ei fosse, buono o cattivo, non era acceuato»•.

Il fatto era che l'approvazione di un nuovo progetto di fortificazioni a Cremona, nonché l'ordine di radunata di dieci divisioni fra Lodi e Piacenza e di sei nella zona di Bologna, erano apparsi agli occhi di Cialdini chiaro sintomo dei preparativi per l'attuazione di uno sforzo principale dal Mincio, cosa da lui decisamente avversata. Ecco allora il vero motivo del rifiuto, che non era depresso, come si poteva pensare, bensì sdegnoso. È indubbio che un piano debba essere posto in esecuzione da chi l'ha concepito o quanto meno da un capo che creda in esso. Tuttavia la proclamazione di un 'obbedienza passiva per dispetto non fa onore ad alcun comandante, quale che sia il suo rango. A questo punto, secondo Petitti, il re si rivolse a La Marmora, il quale non si mostrò affatto propenso a riunire le redini dell'esercito nelle sue mani, come l'aveva sollecitato Cialdini. Anzi, insisté affinché l'incarico di capo di Stato Maggiore venisse affidato proprio a Cialdini, dichiarandosi dispostissimo ad accettare il comando di un corpo alle dipendenze di questi. «li generale Cialdini - continuò Petitti - si sentiva capace di condurre la guerra; ma sentiva pure che nel buon successo di questa gli era necessaria piena libertà d'azione, e prevedeva che questa gl i sarebbe mancata col Re all'esercito, il quale si sarebbe difficilmente astenuto dal dare ordini per conto suo, ed avrebbe probabilmente diminuita la di lui autorità, sia col pronunziare imprndenti discorsi per dar prova della capacità al comando che egli era persuaso di avere, sia col dar rena alle suggestioni di altri generali. Egli [Cialdini] presumeva fors'anche che La Marmora, malgrado il suo buon volere e le sue promesse, per la grande attitudine che aveva di comandare anziché di obbedire, e per la sua natura dominatrice , gli avrebbe creato delle difficoltà; e conoscendo il proprio carattere impetuoso, prevedeva che sarebbero sorti degli screzi e il buon esito della guerra sarebbe compromesso. Per queste ragioni il generale Cialdini rifiutò in modo assoluto l' ufficio di Capo di Stato maggiore, e per quanto si insistesse per fargli mutare opinione, non vi si riuscì. A questo rifiuto egli aggiunse la dichiarasione che si assoggeuerebbe alla dipendenza del solo La Marmora, loché escludeva dall'ufficio di Capo di Stato Maggiore ogni altro generale(... ). La Mannora, infine, si risolse di accettare l'ufficio di Capo di Stato maggiore, pcl timore che altrimenti giungesse il momento di entrare in campagna senza che quel posto fosse occupato»' .

' La Marrnora aveva scritto che Cialdini declinava ogni concorso nella condona generale della guerra e che in fatto di comandi parziali preferiva di gran lunga quello di un piccolo corpo d'armata (A. LA MARMORA, Schiarimellli e rettifiche cit., p. 11). • E. CIALDINI, Risposta cit., p. 17 • Memoria Petitti. in L. CHlALA, Ancora u11 po' pitì di luce cit., pp. 569-570.


LA CAMPAGNA DEL 1866

60L

I motivi che convinsero La Marmora furnno, in realtà, parecchi. Prima di tutto l'illusione, del resto diffusissima, di aver a che fare con una guena facilmente vittoriosa; poi la relativamente scarsa attenzione posta sino allora alle questioni militari, dato l'intenso impegno diplomatico che l'assaliva da mesi ed il non minore assillo politico della situazione interna del regno; infine, la convinzione di poter sopportare, in quelle felici circostanze belliche, gli inevitabili attriti col re 10• Tutto sommato, Vittorio Emanuele lasciava molto spazio ai suoi ministri sul piano politico, ma non è una novità che tenesse in modo particolare, a «comandare» l'esercito in campagna. Mentre, perciò, il tutt'altro che cordiale stato dej rapporti con La Marmora non gli aveva impedito di affidargli più volte il governo, il discorso cambiava in guerra, ove «non tollerava che altri assumesse l'autorità che egli intendeva di esercitare sull'annata»". Prima di preparare il decreto per la nomina di La Mannora, il ministro Pettinengo chiese al re se intendesse nominarlo quartiermastro generale, generai maggiore o semplicemente capo di Stato Maggiore. Vittorio Emanuele replicò: «Basta, basta, dia a La Marmora il titolo di capo di Stato Maggiore. Tutto ciò del resto mi è indifferente: come già le dissi a Torino, dopo due giorni ci romperemo la testa insieme» 12 • Non può sussistere dubbio sul proposito del sovrano di aver voce in capitoli nella campagna, ed al riguardo sono state citate da Luigi Mondini 13 due sue risposte significative. L'una del 15 giugno al generale Ttirr, che gli riferiva il rifiuto di La Marmora di prendere in considerazione un'intesa con gli ungheresi: «Con La Mrumora non si può combinare nulla, Ma non importa: fra due giorni me lo porto al campo(...)» •• L'altra, del 21 giugno, al La Marmora, che l'informava della petulante e scen etta insistenza di Usedom per avere una risposta alla sua Nota de l 17 giugno sull'impostazione da dare alla guerra: «Non stia a rispondere. Delle operazioni militari rispondo io. Non ho bisogno che i diplomatici mi insegnino a far la guerra» 15. '" Ibidem, p. 571 . A dire il vero, secondo alcuni contemporanei La Mannora avrebbe desiderato l'incarico. Genova di Revel, tratteggiando la situazione del 1866, affennò che la nomina a capo di Stato Maggiore di La Mam10ra era stata «.da lui voluta» (in Selle Mesi al Ministero, Dumolard, Milano 1895). Secondo Della Rocca, «il Re certamcme non avrebbe potuto togliere il posto di capo di stato maggiore che il Ministro [cioè La Marmora) serbava per sé» (Aurobiografia di un Veterano cit., U, p. 194). Ricasoli, nella seduta del 20 giugno 1866 alla Camera, annunciò che La Marmora «ha scelto di seguire il Re nei campi di battaglia, assumendo l'ufficio di capo di stato maggiore dell'Esercito» (L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 592). 11 Memoria Petitti, in L. CHIALA , Ancora un po' pùì di luce cit., p. 570. "Ibidem, p. 572. " L. MOND!Nl, La Mormora, Cadom a e l'Alto Comando nel 1866 cit., p. 178. "Stefano TiitT in un articolo sulla Deutsche Revue, marzo 1900, cit. in L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit. p. 286. .., Ibidem, p. 304.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

602

Tuttavia, la voce in capitolo che si riservava il re ci sembra più apparente che sostanziale. Se ben guardiamo le campagne precedenti, ed anche quella che stava per aprirsi, non troviamo vere imposizioni di Vittorio Emanuele, bensì consigli e suggerimenti che quando non ascoltati sollevavano il suo dispetto. Nulla più. Anzi, concordiamo in pieno col giudizio del generale Pollio, che se il tanto criticato re avesse davvero esercitato il comando in prima persona, beninteso con il Petitti quale capo di Stato Maggiore, molto probabilmente, e a dispetto della sua innegabile minor esperienza militare, non avrebbe commesso certi gravissimi errori di cui si rese responsabile La Marmora. Commento, questo di Pollio, basato sul buon senso delle disposizioni impartite dal sovrano durante e dopo la battaglia di Custoza 1<•. La Marmora accettò l'incarico senza entusiasmo, affermando d'interpretarlo come il Della Rocca - che nel 1859 firmava ordini e disposizioni d' ordine di S.M. - e come, d'altronde, indicato dalle norme in vigore. In sostanza, si ritenne null'altro che «mezzo autorevole di far noti ai comandanti dei corpi e a tutte le persone dell'armata guerreggiante i cenni del Re o gli ordini del comandante in capo». Questo, almeno, l'orientamento mentale che ostentò a propria giustificazione: «(...)Lamia posizione presso l'esercito, di capo di stato maggiore, non solo non mi ha permesso latitudine e indipendenza completa nel dare ordini e direzioni; ma neanche talvolta di tutto conoscere, sia delle intenzioni concepite, sia delle disposizioni date intorno a me( ... ). Questa qualità [di semplice capo di Stato Maggiore}, se mi pcnnetteva nelle cose della guerra di proporre, suggerire, consigli are, ragionare, mi vietava, per altro, di agire di proprio impulso e di emanare ordini precisi, chiari, assoluti, com'è nella mia natura, quando mi sento in diriuo e in dovere di assumere una responsabilità, per quanto grave essa sia; e mi costringeva sovente a tacere, cedere, transigere con le mie convinzioni, onde evitare urti, sconcerti, complicazioni e maggiori danni (. ..)» " .

Un discorso in verità molto discutibile, anche alla luce degli eventi bellici. Che non potesse godere di «latitudine ed indipendenza completa» è esatto ed inevitabile - neanche Moltke poteva sottrarsi interamente alla volontà del re - ma egli ben sapeva che se l 'incarico di ministro senza portafoglio al campo copriva la non responsabilità regia sul piano politico, quello di capo di Stato Maggiore copriva la non responsabilità regia in can1po operativo. Quanto a lamentare l'impossibilità di conoscere sempre intenzioni e disposizioni date «intorno a me», cioè dal re, l'affermazione è difficilmente sostenibile, almeno sino alla giornata di Custoza; così come appare inaccettabile il suo dover tacere pro bono pacis. Forse che non era intervenuto, con molto minor autorità, all'inizio della campagna del 1859 con il Canrobert contro il Re? A. PoLLJO, Custoza, Libreria dello Stato, Roma 1935, pp. 6-7. " A. LA MARMORA, Relazione al ministro della Guerra in data 20 dicembre 1868 (Prima relazione), in CCSM, Complemento alfa storia de/la guerra del /866 in Italia, Roma 1909, Il voi., doc. n. 189, pp. 39-40. 1 •


LA CAMPAGNA DEL 1866

603

Alla dichiarazione, ripetuta, di La Mrumora di non aver mai assunto il comando dell'esercito, ma di aver ricoperto semplicemente le funzioni di capo Stato Maggiore 18, replicò in modo secco Cialdini: «Siamo d'accordo in qmmto alla firma; ma per ciò che tocca la sostanza egli sa meglio di me, che quando l'esercito è comandato da un sovrano costituzionale, il vero Generale in capo responsabile è il capo di stato maggiore» 19• La scarsa validità degli argomenti addotti da La Marmora risulterebbe ,mche da un diverso e forse preminente motivo, da lui stesso indicato nel 1869 nella seconda relazione al ministro della Guerra: i suoi personali rapporti con Cialdini, di cui «la capacità e molta influenza che aveva nell'esercito» evidentement$ lo mettevano, si direbbe, in soggezione. Prima cercò di persuadere Cialdini ad accettare la carica di capo di Stato Maggiore, offrendosi di stare in sottordine; poi gli affidò il comando di cinque divisioni sul basso Po per un'operazione d'intesa con la flotta «nella speranza di meglio utilizzarlo, soddisfacendo nel tempo stesso il suo amor proprio» 20• La tarda designazione del capo di Stato Maggiore si accompagnò, purtroppo, alla sua concreta entrata in carica solo in extremis. Lo stesso La Marmora ammise di essersi potuto occupare della mobilitazione e della radunata poco e sporadicamente, per la gravosità degli impegni politici e stante la riluttanza di Ricasoli a formare il governo prima dello scoppio delle ostilità. Sempre secondo La Marmora, le predette misure militari si svolsero ugualmente con ordine e rapidità grazie all'intelligente opera del ministro della Guerra, Pettinengo, e dell' aiutante generale dell'esercito, Petitti 2 1• Tuttavia, Petitti, benché i primi di giugno scrivesse a La Marmora che «l'armata ha ottimo spirito; le divisioni sono belle e numerose. In media il loro effettivo è di 11 .000 uomini ciascuna, dei quali 9.000 sono presenti. Aggiungendo la cavalleria, gli stati maggiori, i servizi vari si raggiunge un totale di circa 160.000 uomini presenti, non comprese le due divisioni che si aspettano in questi giomi» ",

pochi giorni più tardi si espresse in termini che indicavano una situazione preoccupante e non ulteriormente sopportabile: «Ora che le negoziazioni sono finite e che all' azione della diplomazia sembra che in breve abbia a sostituirsi quella degli eserciti, mi pare che sarebbe urgente che tu venissi all 'eserci.to per prenderne la direzione effettiva. per sollecitare il compimento di quei servizi che sono tuttora

" A. LA MARMORA, Schiarimenti e rettifiche del Generale la Marmora, Firenre 1868, p. 11-12. "' E. CIALDINI, Risposta ali' opuscolo Schiarimenti e rettifiche del Generale La Marmora, Civelli, Firenze 1868, pp.7-8. '" A. LA MARMORA, Relazione al ministro della Guerra in data 10 luglio 1869 (Seconda relazione), in C.C.S.M., Complemenro cit., II, doc. n. i 90, pp. 44-45. " A. LA MARMORA, Seconda Relazione cit., II, p. 44. La carica di «ai.utame generale dell'esercito» fu creata per l' occasione. Petitri agi, .in pratica, come sostituto del capo di Stato Maggiore. "Peti.tti a La Mannora in data 6.6. 1866, in L. CHIALA, Preliminari cit,d, p. 557.


604

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

incompiuti, per metterli al corrente sulle forze e sulla dislocazione degli austriaci, per combinare infine le operazioni da eseguirsi all'esordire della guc1Ta (...). Ma siccome vedo e sento che è realmente indispensabile che tu non ritardi pili oltre a meditare sul gravissimo incarico che hai, così è che ti prego e ti scongiuro di ve1ùr presto(... ). Un 'annata di 200 mila uomini e, se vuoi escludere il corpo di Cialdini, diciamo pur soltanto di 120 mila uomini, non può esser retta da Firenze. con telegrammi e lettere. Essa abbisogna d'un capo che la sorvegli, la curi e la diriga. Se questo difetto si facesse sentire a lungo. ne nascerebbero sicuramente pregiudizievoli conseguenze(...)» " .

Le pagine di Pollio sull'argomento sono più che sufficienti per mettere in assoluta evidenza i molti aspetti criticabili dell'organizzazione del Comando Supremo, nonché «l'impossibilità» per un sottordine di «usare una maggiore e più eloquente insistenza» di quel che Petitti abbia fatto 24 • È difficile accettare come valida scusante per La Marmora l'incarico politico conservato sino al 18 giugno. Conosciamo gli avvenimenti e le reticenze di Ricasoli, ma ciò non basta: d iciamo pure che La Marmora quanto meno sottovalutò l'importanza del ruolo militare che andava ad assumere in una guerra di così ampio respiro, la prima dell'Italia unita. E certo lo assunse nelle peggiori condizioni. Era in rappotti difficili con Vittorio Emanuele e la cosa non gli giovava nei contatti di servizio con i generali di alto grado; in rapporti ambigui con Cialdini, cui aveva affidato più cli un terzo dell'esercito, ma del quale conosceva la latente rivalità; in rapporti pessimi con Ricasoli, designato a reggere il governo in guerra! Non conosceva con adeguata completezza l'esercito, del quale aveva lasciato la messa a punto all'ottimo Petitti, senza rendersi conto dell'assoluta necessità della sua presenza in posto e senza dar peso al fatto che la preparazione dello strumento bellico procedeva a strappi, per impulsi di varie persone: Cialdini amava rivolgersi direttamente a Pettinengo; Petitti ora ragguagliava La Marmora ora chiedeva a Pettinengo; Pettinengo non sapeva opporre rifiuti alle pretese di Cialdini e si sfogava con Petitti 25• E né Pettinengo, né Petitti avevano ritenuto cli impostare il Comando Supremo sull 'Ufficio Superiore di Stato Maggiore, di cui il capo (tenente generale Ricci) ed il sottocapo (colonnello Federici) rimasero alla sede di Firenze e non pa1ieciparono alla campagna! 26• L' 11 giugno Petitti, nel rispondere a La Marmora, che si rammaricava di non pot~r lasciare la capitale a causa delle recenti notizie sulla persistente esitazione dell'Austria e della Prussia ad aprire le ostilità 27 , mise sul tappeto un argomento sino allora appena accennato di sfuggita. L'Austria, ragionò, spera " Petitti a La Mannora in data I0.6. I866, ibidem, pp. 560-561 . " A. POLLIO, CuslOZll, cit., pp.4-9. " «Tutti e tutto vorrebbe il generale Cialdini - scri.sse Pettinengo il IO giugno -. Ora ha creato un parco d'assedio» (in L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 587). ,. Il R.D. del 24 germaio 1861 aveva riordinato il Corpo reale dello Stato Maggiore costituendo un Ufficio Superiore del Corpo ed un Comitato consultivo di Stato Maggiore. Da tale data il generale Ricci era capo dell 'Ufficio Superiore e presidente del Comitato consultivo. "La Mannora a Petitti in data 10.6.1866, in L.CHIAU\, Preliminari cit., I, p. 560.


LA CAMPAGNA DEL 1866

605

di poter limitarsi alla difesa nella pianura padana, grazie al Quadrilatero ed agli ostacoli naturali sul fronte meridionale, sì da avere il tempo di battere la Prussia e poi rivolgersi contro l'Italia. «Ora a mio avviso - scrisse - il solo mez7.0 per impedire ciò è quello di agir subito con vivacità e con un piano determinato, appena le ostilità saranno rotte. Ma per questo non solo bisogna essere materialmente pronti, ma bisogna aver meditato e studiato sulle varie eventualità che si possono presentare, onde prendere di voli un partito e seguirlo secondo una linea di condotta preventivamente immaginata. E per poter stud iare e meditare problemi di questa natura bisogna aver la mente libera da ogni preoccupazione e fame l'oggetto dei nostr.i pensieri dalla sveglia a] sonno( ... ). So che in breve ti metterai a! corrente d.i ogni cosa, che in minor tempo di ogni altro anche ti farai un piano che seguirai con la costanza che è parte essenziale del tuo carattere, ma ad ogni modo qua1che po' di tempo ci vorrà per questo, e d'altronde potrebbe accadere che ti appigliassi ad un partito per cui occorressero provviste e preparativi ai quali non si fosse per avvenura pensato ( ...)» " ·

Era la voce del buon senso. All'origine vera dell'imbrogliata situazione del Comando Supremo c'era proprio l'assenza del piano di guerra. I quadri La dilatazione dell' armata sarda e la formazione dell'esercito italiano resero necessaria l'adozione dei provvedimenti accennati in precedenza, con un conseguente impoverimento della qualità dei quadri. È quindi comprensibile come nel brevissimo periodo fra l'Unità e la terza guerra d'indipendenza l'assetto dei reparti non avesse modo di riprendere la consistenza del J859. Fra gli inevitabili inconvenienti generati dalle circostanze figura la lotta contro il brigantaggio nel Mezzogiorno. Indubbiamente essa giovò in qualche misura al singolo soldato ed anche ai minori reparti, ma nocque all'addestramento tattico e non fu utile alla disciplina. Coloro che 1isentirono in maggior misura della crisi di crescita e dalle difficoltà addestrative furono i capi. Si possono e si debbono riconoscere come diffusissimi il senso del dovere, il coraggio personale di fronte al pericolo, l'attaccamento al re ed alla patria, però in tema di abilità di condotta di grossi complessi di forze esistevano carenze non isolate. «Ma i generali non s ' improvvisano - scrisse Pellio - e sarebbe stato un miracolo che dal valoroso e solido, ma piccolo Esercito piemontese, avessero pomto uscire tanti buoni comandanti di Corpo d'Armata, di Divisione e di brigata, quanti ne occorrevano all'Esercito italiano ~ei o sette volte più fo1te» 29 •

E, detto questo, tenne subito a precisare che intendeva parlare non di capi di genio, sempre rari, bensì dei "Petitti a La Marrnora in data 11.6.1866, ibidem, pp. 561-563. 2 • A. POLLIO, Custoza cit. , pp. 3-4.


606

LA TERZA GUERRA D'lNDIPENDENZA

«generali che siano preparati al comando con lo studio e l'esperienza e che commettano anche errori, come tutti ne hanno commessi e commetterruu10, ma che conoscano bene ed applichino i principi dell'arte militare e che facciano tutto quanto è loro possibile fisicamente, intellettualmente e moralmente per preparare ed assicurare il successo»'°.

È plausibile ritenere che se il comandante in capo (che non esistette) avesse comandato nel pieno significato del termine, tutti i capi ad alto livello avrebbero tenuto più o meno soddisfacentemente il comando di un corpo d'armata. Tanto per tornare allo sfruttatissimo riferimento ai marescialli di Napoleone, quanti di essi non furono che semplici e non sempre ottimi esecutori? e quanti, ove non diretti dalla mano dell'imperatore, naufragarono? «Vi sono però errori e negligenze che difficilmente si perdonano - commentò Pollio - e difficilmente si spiegano, altrimenti che coll'attribuire, a chi vi è incorso, cognizioni e sentimenti al di sotto del proprio grado» 31• Limitandoci ai quattro generali d'armata esistenti e dal cui diritto al comando, occorre ammetterlo, non si poteva prescindere, pur conoscendosi i difetti di carattere o la limitata preparazione ali' alto ufficio o lo scarso mordente dell'uno o dell'altro, alla prova dei fatti apparvero tutti inferiori alle aspettative, li si vide privi di reale talento strategico, e talvolta pe1fmo tattico, o della capacità di mettere in atto le concezioni operative caldeggiate (buone o discutibili che fossero) o della fermezza di carattere indispensabile per affrontare le impreviste vicende della guerra. Per i comandanti di livello inferiore aggiungeremo che, nonostante gli indubbi passi avanti compiuti grazie all'opera di La Marmora dopo la prima guerra d'indipendenza ed i non trascurabili risultati, ancora molto era da fare. Ad esempio: «(... ) l'esercito italiano si trovò quasi solo in Europa privo di pubblicazioni periodiche, nelle quali come in famiglia fosse permessa una libera discussione sugli argomenti militari del giorno. Scarsi , aridi e scritti spesso in stile pesante e tutt'altro che italiru10 essendo i documenti ufficiali, non è meraviglia che la massa deJJ 'Ufficialità Jtaliruia nelle armi di linea sia rimasta fino al 1866 quasi all 'oscuro dei progressi dell'arte nelle armate limitrofe e ridotta a prender norma dalle sole e poco util.i manovre di piazza d 'am,i»".

L'affermazione è probabilmente troppo drastica perché, dopo tutto, a quell'epoca gli studi militari erano coltivati solo in pochi ambiti e l'Europa che «sapeva» in pratica si riduceva a Francia e Prussia. La stessa Austria non poteva vantare molto in materia. Ad ogni modo la sostanza dell'osservazione resta valida.

"' Ibidem, p. 4. l i Ibidem. " A. GUARNIERI, Otto anni di storia militare in Italia ( I 859-J866), Galletti, Firenze 1868, p. 494.


LA CAMPAGNA DEL 1866

607

Le truppe. Nel giugno 1866 l'esercito italiano era costituito da soldati di varia provenienza, nelle seguenti percentuali attendibili: 5,6% dell'annata sarda, 4,6% dell'esercito austriaco, 2,5% delle milizie emiliane, 4,8% delle Due Sicilie, 40% delle leve 1860-65 delle provincie unite prima del settembre 1860, 31 ,7% delle leve 1861-65 delle provincie unite dopo il settembre 1860, 10,8 % della seconda categoria della classe 1864. UQ.a siffatta accentuata mescolanza non poteva che ripercuotersi sulla compattezza, tuttavia merita attenzione il fatto che, nella campagna del 1866, quando ben guidati i reparti si batterono molto bene. La fanteria di linea era armata con fucili rigati mod. 1860, calibro 17,5 mm (tollerato sino a 18,2), con proiettile cilindro-ogivale cal.l 7,2. La gittata massima era di 600 metri, il tiro utile non raggiungeva i 400 metri. Si trattava di un'arma di modello superato, però migliorato con l'aggiunta dell'alzo e con la rigatura. Rimaneva l'inconveniente del calibro esagerato. Sul piano della dottrina tattica poco è da dire, giacché più o meno appariva adeguata ai tempi, fermo restando nell'addestramento della fanteria, mal comune a tutti gli eserciti, un'eccessività davvero non più accettabile nel cosiddetto maneggio d'a1me, col quale cominciava l'istruzione delle reclute: «Chi non ha assistito all'esercizio individuale del maneggio d'arme nei reggimenti di linea italiani non h~ idea degli estremi limiti a cui è sottoposta la pazienza dell'uomo. Tre o quattro mesi si sprecano in una interminabile gradazione che decompone il movimento totale ìn parziali contati prima dall' istruttore, in seguito dall'esecutore e più tardi non contati altrimenti» 3'. L'artiglieria era molto curata, come sempre. I pezzi venivano indicati in libbre piemontesi, esprimenti il peso della palla sferica, e in BR (bronzo rigato) o FR (ferro rigato). Le batterie da campagna erano ordinate su sei cannoni da 8 BR (calibro 96 mm), con gittata massima di 4.000 metri e utile sino a 2.500 metri per il tiro a granata e sino a 500 metri per quello a mitraglia. Il pezzo tipico delle batterie cli riserva era il cannone da 16 BR (calibro 121 mm), con gittata massima di 5.000 metri ed utile fino a 3.200 metri col tiro a granata e fino a 600 metri con quella a mitraglia. Peraltro si preferì dotare del pezzo da 8 BR anche la riserva generale d'artiglieria, perché il pezzo era più o meno equivalente a quello da 16 BR nelle operazioni di campagna e consentiva di portare al seguito un maggior numero di colpì a parità di mezzo di trasporto. Le batterie da montagna avevano il cannone da 5 1/3 BR (calibro 86 mm), con tiro efficace sino a 1.200 metri con la granata e sino a 400 con la " Ibidem, p. 304.


608

LA TERZA GUERRA D'LNDIPENDENZA

mitraglia. Le artiglierie d'assedio o da piazza erano costituite dal cannone da 40 FR (calibro 165 mm) cerchiato o non, e dai cannoni da 16 FR o BR da muro. Ad Alessandria ed a Piacenza erano state creati due parchi d'assedio con 200 pezzi ciascuno. Poiché non potevano essere mobilitati per l'impiego che in fasi successive stante l'ingente quantitativo di equipaggi occorrenti, e poiché, inoltre, il loro trasferimento in operazioni non poteva aver luogo che per aliquote, detti parchi erano stati articolati in batterie di dodici cannoni da 40 FR e di diciotto cannoni da 16 BR, con le rispettive colonne munizioni 3\ Infme, i pontieri disponevano complessivamente di oltre 3.000 metri di ponte e precisamente: 2.000 metri con i rispettivi carri al seguito dell'esercito; 1.000 di ponte pesante di grosse barche sul Po e 250 di ponte leggero senza carri. La ripartizione finale fra i corpi d'armata vide un equipaggio mod. Birago di 150 metri ai corpi del Mincio, e tutto il resto al VI corpo, vale a dire sei equipaggi mod.1860 da 200 metri, l'equipaggio pesante e l 'equipaggio leggero, per complessivi 2.500 metri di ponte 35 • Le tabelle di mobilitazione prevedevano corpi d'armata unifonni, perciò sui 44.000 uomini, 5.000 cavalli e 60 pezzi di artiglieria, eccezion fatta per il VII corpo, di entità minore. All'atto pratico furono apportate modifiche in relazione al molto vago disegno operativo. Il 24 giugno l'esercito italiano (ordine di battaglia alle pagin.e seguenti) entrava in guerra così formato 36 : Quartier Generale Principale... ....... I corpo d'armata ... ........................ II corpo d'armata ................ ......... Ill corpo d'armata ........................ IV corpo d'armata ........ .... ............ Divisione cavalleria .................... Artiglieria di riserva ........ ...... ...... totali .........................

775 uomini 43.801 41.124 42.417 82.758 3.431 1.366

e e e e e e

72 72 72 354 12 54

pezzi

245.652 uomini

e

636

pezzi

La flotta L'armata di operazione navale, creata dal R.D. del 3 maggio 1866 e posta agli ordini dell'ammiraglio Persano, era articolata in tre gruppi di navi: la squadra da battaglia, composta dalle fregate corazzate, sotto lo stesso Persano;

"CCSM, La campagna del 1866 cii., I, pp. 47-48 e 90. ;, Ibidem, p. 91. "'Ibidem, specchio allegato A.


LA CAMPAGNA DEL 1866

QUADRO DI BATIAGLIA DELL'ESERCITO ITALIANO alla data del 24 giugno 1866 Comandante in capo: Vittorio Emanuele II Capo di S.M.: generale La Marmora Aiutante Generale: ten.gen. Petitti di Roreto Comandante artiglieria: ten.gen.ValfrĂŠ di Bonzo Comandante genio: ten.gen.Menabrea Intendente generale: magg.gen. BertolĂŠ Viale I corpo d'armata (gen.G.Durando) su: â&#x20AC;˘P divisione (ten.gen.Cerale) 2~ divisione (ten.gen. Pianell) 3~ divisione (ten.gen Brignone) divisione (ten.gen. Sirtori)

s~

II corpo d' armata (ten.gen. Cucch.iari) su: 4~divisione (ten.gen. Nunziante) 6ll divisione (ten.gen. Cosenz) I CJ' divisione (ten.gen.Angioletti) 19~ divisione (magg.gen. Longoni) III corpo d' armata (gen. Della Rocca) su: 7a divisione (ten.gen. Bixio) 8il divisione (ten.gen.Cugia) 9il divisione (ten.gen. Govone) ] 6il divisione (principe Umberto) IV corpo d'armata (gen. Cialdini) su: 11~ divisione (ten.gen. Casanova) 12~divisione (ten.gen. Ricotti) 13a divisione (ten.gen. Mezzacapo) 148 divisione (ten.gen. Chiabrera) 15a divisione (ten.gen. Medici) 17~ divisione (ten.gen. Cadorna) ]8tl divisione (ten.gen. Della Chiesa) 20il divisione (magg.gen .. Franzini) artiglieria di riserva (col. Mattei) 1~ brigata cavalleria (magg.gen. Paninski) 2ubrigata cavalleria (magg.gen. De La Forest) Divisione cavalleria di linea (ten.gen. De Sonnaz) Riserva di artiglieria (col. Balegno) Corpo Volontari italiani (gen. Garibaldi) in fonnazione.

609


610

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

la squadra sussidiaria, composta dalle fregate e corvette ad elica non corazzate, con il viceammiraglio Albini; la squadra d 'assedio, composta dalle minori unità corazzate, sotto il contrammirag lio Yacca37 • Ebbene, la nomina dei tre comandanti verrà severamente giudicata, dopo Lissa, né più né meno di quella dei generali dopo Custoza. Sia chiaro: i tre alti ufficiali offrivano il fianco a qualche critica, però tutti avevano precedenti di carriera e grado che li ponevano quasi automaticamente ai vertici dell 'armata navale. Persano fondava il suo prestigio sulle campagne del 1860 e 1861 in S icilia, a Napoli, e ad Ancona, a Gaeta ed a Messina; aveva tenuto positivamente per nove mesi il portafoglio di ministro della Marina ed era l' ammiraglio più anziano di grado. Nessuno aveva titoli di merito paragonabili ai suoi. Per converso, la sua promozione ad ammiraglio, primo ad ottenerla nel 1862, conferitagli da Rattazzi al c adere del suo governo a seguito dei fatti di Aspromonte, aveva suscitato commenti assai duri. Intelligente ed attivo, vanitoso ed esibizionista, ombroso ed impulsivo, autoritario più che autorevole, non sempre seppe accattivarsi l'animo dei dipendenti; taluni dei quali addirittura lo avversarono. Inoltre, proprio ad Ancona in qualche modo aveva dato spunto a voci obiettivamente prive di serio fondamento di scarso coraggio, voci che riprenderanno vigore dopo Lìssa. TI viceammiraglio Albini, proveniente anch'egli dalla marina sarda, aveva mostrato capacità ed audacia ad Ancona, sì da meritare la medaglia d 'oro al valor militare su proposta di Persano. Tuttavia i suoi difetti di carattere non avrebbero mai consentito di riservargli il comando in capo. Era g iudicato di intell igenza e cultura limitate, retrivo, faci le al rancore ed all'invidia. Posto dal ministro Angioleni alla testa della squadra non corazzata per la sua aperta preferenza per le navi non corazzate, manifestò scontento della destinazione e protestò per la mancata assegnazione alla squadra d 'assedio, affidata al contrammiraglio Vacca, più esperto di navi corazzate. Il contrammiraglio Vacca aveva comandato la divisione navale di evoluzione cioè l'unico gruppo navale in annamento sino al 16 maggio, palesando energia ed abilità, ed acquistando esperienza nella nuova tattica navale. Però non era proponibile quale comandante in capo perché contrammiraglio, e nemmeno il più anziano, perché proveniva dalla marina napoletana e perché giudicato dagli stessi ufficiali napoletani intrigante, privo di scrupoli e pronto a porsi dalla parte da dove spirava il vento (come si era visto durante la campagna del Mezzogiorno). Quanto all'opinione che egli aveva di Persano, basti la seguente lettera privata: «(...) Qui Persano la fa da despota in tutto, ed è singolare che noi, che abbiamo fatto una rivoluzione e compromessa la nostra testa

" La denominazione di «squadra d ' as~'edio» era assai strana perché l'assedio di Venezia era assolutamente escluso dalla concezione della prossi ma campagna navale.


LA CAMPAGNA DEL 1866

611

per abbattere il despotismo di un sovrano, ora dobbiamo tollerare quello di un coglione!» ( .. .) 38 Per giunta, Persano era letteralmente, quanto inspiegabilmente, odiato da Albini, il quale si sentì offeso per aver ricevuto un comando meno importante di Vacca. E questi si sentì offeso perché, essendo stato nel 1865 l'unico ammiraglio imbarcato, riteneva di aver diritto, a dispetto del grado, ad un molo molto più importante. A simile incresciosa situazione psicologica di partenza si aggiungevano gli inconvenienti di un provvedimento reputato utile per favorire l'amalgama tra gli ufficiali appartenuti alle tre marine preunitarie: sarda, napoletana e veneta. Era ,diventata consuetudine affiancare ad un ammiraglio un capo di Stato Maggiore proveniente da diversa ma1ina, e ad un comandante un secondo di differente origine. L'espediente presentava inevitabilmente pro e contra. Fra questi ultimi, il rischio di incomprensioni o di vera e propria incompatibilità tra persone destinate a lavorare fianco a fianco. Così i rapporti tra Persano ed il suo capo di Stato Maggiore, il capitano di vascello D'Amico, andarono rapidamente guastandosi 39• In sostanza, negli Stati Maggiori mancava l'indispensabile omogenità. La fusione delle tre marine, anzi delle quattro ove si calcoli anche quella «garibaldina», non era stata realizzata che superficialmente e, per forza di cose, non aveva potuto creare la marina italiana. La difficoltà maggiori cle1ivavano dalla diversa provenienza e dagli antagonismi. La prima era probabilmente meno pronunciata di quanto lo fosse nell'esercir.o, anche per l'assenza di scontri annati tra le flotte sarda e napoletana, tuttavia il suo peso risultò forse più spiccato a causa dell'autonomia concessa ai Comandi dei due dipartimenti militari marittimi di Genova e di Napoli, che consentì l'affermarsi di c1icche e cli rivalità personali, con riflessi dannosi sui rapporti di servizio e sulla disciplina. Le campagne navali del 1860 e 1861 non avevano presentato vere e proprie difficoltà; la vittoria era stata più politica che militare e le lodi ed i premi troppo facili. Da qui «la generale querela - ha osservato Mariano Gabriele - per le promozioni, reclamate dai napoletani a pagamento della loro inazione durante l'impresa dei Mille, reclamate dai sardi per le guerre combattute, sia pure poco rischiosamente, e per un certo qual diritto di primogenitura, reclamate da tutti gli altri per ragioni di equitlt comparativa e per non restare indietro nella carriera (...). Nè più confortante era il panorama che si offriva agli osservatori che avessero voluto conoscere lo stato della disciplina tra gli equipaggi, nei quali reati e diserzioni erano alJ ' ordine del giorno, particolarmente sentite queste ·' ' Vacca al capitano di vascello E. di Brocchetti, direttore generale al ministero della Marina, in data 29.5.1866, in A. JACHINO, La campagna navale di Lissa cit., p. 151. ,., A. JACHJNO, La campagna navale di Lissa cit., pp. 32-42.


612

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

ultime dopo che la maggioranza dei marinai meridionali aveva abbandonato le nav i ancorate a Napoli nel settembre 1860» 40• Ma non sembra possa esistere dubbio sul fatto che gli antagonismi ed i contrasti fra i comandanti di maggior livello si dimostrarono assai più dannosi del cosiddetto regionalismo.

2.

L'ESERCITO AUSTRIACO.

La guerra del 1859 rappresentò per l'Austria un crudele disinganno. Le ostilità erano cominciate in un atmosfera di assoluta certezza nella vittoria e solo lentamente il negativo svolgimento delle operazioni ebbe ragione dell 'incredulità sistematica di fronte alle notizie degli insuccessi e de lle sconfitte. Ovviamente, come ovunque accade dopo una guerra perduta, la reazione fu violentissima. Salvato il valore dei soldati , la denigrazione dei comandanti fu pressoché totale ed i provvedimenti inevitabili: secondo i ricordi del generale Mollinary, almeno cinque Feldzeugmeister, sessanta tenenti marescialli e settanta maggior generali vennero collocati a riposo dopo Villafranca. A prescindere, comunque, dai capi, molto doveva essere addebitato al «sistema». In fatto di dottrina, gli studi militari ad alto livello erano in genere assai trascurati e l'attenzione maggiore si concentrava sulle manovra di piazza d' armi e dei campi d'istruzione; la conoscenza della truppe da parte degli ufficiali continuava ad essere quella del 1848 ed il formalismo trionfava dando supporto ad una sempre rigidissima disciplina. La sconfitta venne analizzata ed attribuita essenzialmente agli errori di comando, alla superiorità dell'artiglieria rigata francese ed alla tattica d'urto. Su questa base, l'Austria riconobbe la necessità di apportare miglioramenti più di carattere tattico che organico nel suo esercito. li principale ostacolo da superare risiedeva nel disastroso stato della finanze imperiali. Anche per questo il ministero della Guerra decise di attenersi ad uno schema di esercito a larga intelaiatura, più ricco di quadri e con un servizio di leva ridotto. Pur mantenendo la fenna a otto anni, più due nella riserva, la presenza alle armi venne limitata a tre anni teorici (in realtà 15-1 8 mesi) per fanteria, artiglieria e genio, lasciando immutati i sette anni per la cavalleria. li principio era di non congedare le classi di leva se non quando bene addestrate, anche se un ufficiale austriaco ebbe a commentare: «Non so come accada, ma sia nel 1848, sia nel 1859, non appena scoppiata la guerra, invece di ricevere soldati esperti i nostri

., M. GA8R1ELE, La politica navale italiana dall'Unità alla vigilia di Ussa. Milano 1958. p. 107 e seg


LA CAMPAGNA DEL 1866

613

ranghi si riempirono di reclute, tanto che nell'ultima guerra si fu obbligati ad insegnar loro la tecnica dell'assalto nei vagoni ferroviari» 41 • Alla riduzione del servizio effettivo della truppa fece da contraltare l'aumento del numero degli ufficiali e sottufficiali ai reggimenti anche in tempo di pace. A tal riguardo, dal vecchio ordinamento, che presentava un fortissimo scarto tra gli organici di pace e quelli di guerra, si passò ad una differenza minima: appena venti ufficiali per il completamento del reggimento di fanteria all'atto dell'emergenza. <<Se il governo non avesse fatto ricorso a questo mezzo, ma avesse conservato nei singoli corpi l'effettivo che prima avevano sul piede di pace - spiegò il ministro della Guerra, generale Franck, al Reichsrat il 4 maggio 1865 - , volendo ora tener conto dello stato delle finanze, per naturale conse~uenza avrebbe dovuto ridurre al piede di pace interi c0tpi, che al primo annunzio di guerra si sarebbero dovuti rifo1mare di nuovo( ... ). Avendo i quadri bene organizzati e costantemente a numero, anche in tempo di pace, si può correre il rischio di condurre al fuoco truppe poco esperte(...)» " ·

Le due classi di riserva non venivano utilizzate per costituire nuove unità, ma anch'esse per tenere a numero quelle esistenti. Da notare che il sistema del reingaggio, che in Francia si stava dimostrando ottimo (nel 1861 si erano raffermati 7.000 sottufficiali e 20.000 soldati, la maggior parte per sette anni)4 \ in Austria fu lungi dal produrre simili 1isultati, probabilmente per offerte economiche meno favorevoli e, per i sottufficiali, minori prospettive di carriera. Negli anni precedenti il 1866 la forza dell'esercito austriaco, che in guerra raggiungeva i 600.000 uomini, era stata la seguente: 1862: 544.000 uomini e 77 .000 cavalli con un bilancio di 135 milioni di fiorini; 1863: 476.000 uomini e 68.000 cavalli con un bilancio di 113 milioni; 1864: 418.000 uomini e 61.000 cavalli con un bilancio di 105 milioni; 1865: 350.000 uomini e 43.000 cavalli con un bilancio di 90 milioni Lo Stato Maggiore. Sotto questa denominazione si comprendevano due organismi. Il primo era 10 Stato Maggiore del Quartier MastTo Generale (Generai Quartiermeister Stab) alla cui testa era il generale Henikstein, composto da sette generali, una trentina di colonnelli e tenenti colonnelli ed un certo numero di maggiori e capitani. Il secondo era lo Stato Maggiore Generale (Generalitdt), ossia l'insieme degli ufficiali generali 44 • "E. FAVRE, l) Autriche et ses institutions militaires, Dumaine-Amyot, Pari~ 1866, pp. I04105.

L. CHIALA , Preliminari cit., p. I08. '' E. FAVRE, L' Aurriche cit., p. 108.

42

" Nel 1865 lo Stato Maggiore Generale comprendeva 214 generali in servizio: 3 feldmarescialli, 15 Feldzeuimeister. 12 tenenti marescialli e 124 maggior generali. Permaneva l'assenza del


614

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Lo scioglimento del corpo speciale degli aiutanti nel I860 aveva notevolmente semplificato l'organizzazione dello Stato Maggiore, giacché adesso gli aiutanti di campo venivano tratti dai vari reparti e più nulla avevano a che fare con le funzioni di Stato Maggiore. Il reclutamento degli ufficiali di S.M. avveniva dagli ufficiali di fanteria e cavalleria, a domanda e beninteso se meritevoli. Essi entravano alla Scuola di Guerra (Kriegsschule) di Vienna. Ogni corso, di trenta allievi, durava due anni e comprendeva due mesi (agosto e settembre di ogni anno) di servizio in arma diversa, con esercizio di comando di reparto. Al termine del corso gli ufficiali entravano nel Generai Quartiermeister Stab fino a concorrenza dei posti organici disponibili, altrimenti rientravano al corpo di provenienza, dal quale in caso di necessità potevano esser richiamati. In campo ordinativo le modifiche apportate dopo il 1860 non erano molte. La grande unità tattica era il corpo d'armata, comandato da un tenente-maresciallo. Si componeva ordinariamente di quattro brigate di fanteria, una di cavalleria leggera, un battaglione pionieri con quattro equipaggi da ponte, un corpo di artiglieria di riserva e adeguati organi dei vari servizi di campagna, per complessivi 35-40.000 uomini e 40 pezzi. Lo snellimento della catena di comando presentava un rovescio della medaglia nel talvolta eccessivo numero di redini in mano al comandante del corpo d'armata. La brigata era una grande unità interarma, fom1ata da due reggimenti di fanteria (anziché uno solo, come prima), un battaglione di cacciatori ed una batteria da campagna da 4. La divisione era costituita soltanto quando si rendeva necessario l'impiego di un complesso di forze di due o tre brigate, oppure per la riserva di cavalleria. L'annata, grande unità strategica, era agli ordini di un feldmaresciallo o di un Feldzèugmeister. Il suo Stato Maggiore comprendeva un capo di Stato Maggiore, preposto alla branca operazioni e informazioni; un aiutante generale, cui facevano capo la branca personale e l'organizzazione generale dell'armata; i comandanti dell'artiglieria e del genio; l'intendente d'armata, preposto alla branca logistica. 11 nuovo assetto del! ' impero si basava su dieci grandi circoscrizioni militari territoriali ed amministrative, denominate Comandi Generali regionali (Landes Generai Commanden). Uno di essi includeva Lombardo-Veneto, Tirol.o, Carinzia, Carniola e Litorale, cioè il teatro d'operazioni italiano. Vi era dislocata la 2~ armata (feldmaresciallo Benedeck), con il Comando a Verona. Ciascuno dei suoi tre corpi d'armata era formato da tre brigate. La cavalleria era raccolta in due brigate, meno pochi squadroni assegnati ai corpi d'armata. Nel marzo 1866 un consiglio di guerra presieduto dall'imperatore stabilì di concentrare contro la Prussia sei corpi d'armata inquadrati nell'armata del

limite di età: il collocamento in pensione aveva luogo su proposta del Ministero della Guerra e decisione dell'imperatore.


LA CAMPAGNA DEL I866

6 15

zi

Nord, e di lasciare in Italia la annata con i soli suoi tre corpì. Nel caso di un successo austriaco in Boemia, si sarebbe valutato se rinforzare le truppe del Veneto. L'armata del Sud tenne dunque il V corpo attorno a Verona, il VII nella zona di Padova Rovigo ed il IX (che aveva sostituito il III) a Vicenza-Bassano. TI III corpo era stato arretrato a Lubiana, in misura di spostarsi a nord ove richiesto dalle circostanze strategiche. TI 21 aprile la 2~ armata fu posta sul piede di guerra ed il 9 maggio l'arciduca Alberto sostituiva a Verona il Benedeck, destinato, pressoché a furor di popolo, ad assumere il comando dell'armata del nord. Eppure Benedeck, così quotato, aveva tentato di esimersi dal prestigioso incarico dichiarandosi non in grado di guidare un così forte complesso di forze ! Il nuovo comandante in Italia non poteva vantare la popolarità goduta dal Benedeck nell 'intero esercito asburgico, tuttavia era sicuramente all'altezza del ruolo per inteli igenza, preparazione e cultura. Aveva partecipato alle campagne del 1848 e 1849 e possedeva esperienza di comando ad alto livello. Il suo capo di Stato Maggiore, generale fohn, passava per uno dei migliori ufficiali di Stato Maggiore ed anch'egli ben conosceva il teatro italiano, avendovi combattuto nelle guerra del 1848-49 e del 1859. Appena assunto il comando, l'arciduca Alberto emanò una serie di istruzioni concernenti il terreno dello scacchiere lombardo-veneto, il nemico e l'orientamento strategico. Come ben rilevò il Chiala, delle istruzioni non presentavano particolari innovazioni, ma si restava obiettivamente colpiti «dall'ordine, dalla lucidezza d'idee, dal modo semplice ed e levato ad un tempo con cui sono dettate» ·~. L'ambiente naturale - avvertiva l'arciduca - è talmente frastagliato, ricco di canali e fossi, di cascinali e piccoli abitati che «queste circostanze locali danno ad ogni battaglia che succeda su quel terreno il carattere di una serie di combattimenti parziali, in cui la brigara è il corpo più grosso che sia ancora possibile abbracciare con lo sguardo e guidare nell'azione». Ciò comportava da un lato la possibilità che ogni brigata vedesse mutare il proprio compito dall 'avanguardia alla riserva, dalla posizione cli centro a quella d'ala; dall'altro l'assoluta necessità che i comandanti di maggior livello sapessero agiJe d'iniziativa. Alle direttive difettose era spesso possibile porre riparo con un'esecuzione energica e priva cli titubanza; alla timidità iniziale ed all'esitazione provocata dal riscontrare un proprio errore di valut.azione quasi sempre diventava difficile trovar rimedio ed evitare un cattivo esito dello scontro. lo altri termini: « Anche un generale valorosissimo. alla testa delle migliori truppe, può subire un insuccesso; s i potrà anche fargli colpa di ,1lcun i errori commessi, ma il comandante in capo noi lascerà certo cadere se egli durante il combattimento avrà agito di proprio impu lso e dato prova di risolutezza, di

' ' L.

CHlALA,

Preliminari c it.. l , p. 605.


616

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

energia e di valor personale; il comandante in capo saprà ben anco proteggerlo contro le accuse che gli si facessero. Le truppe da lui comandate, anche ad onta di gravi perdite, non saranno moralmente distrutte. Ma per contro, la negligenza, la mancanza di energia nel risolvere e l'indifferenza o l'inazione durante l'esecuzione , mandano a vuoto i meglio concepiti disegni del comandante supremo, e rendono per lungo tempo inservibili le truppe meglio disposte. Il manifestarsi di simili difetti in un comandante ne provocherebbe sull'istante la rimozione»"·

La linea di condotta cui attenersi non doveva lasciare perplessità, Non si voleva un cieco avventarsi (ein blindes Drauflosgehen) sull'avversario, bensì una rapida ed attenta valutazione delle c ircostanze operative e quindi una ferma decisione ed un'ancor più ferma esecuzione. Lo sfruttamento immediato della sorpresa tattica, l'accorto protraue della resistenza ove riconosciuto utile, il tempestivo contrattacco sul fianco, il costante controllo del proprio reparto, un 'aggressività di contegno sin dal primo incontro col nemico, la prontezza nel «marciare al cannone» udito in lonrananza, erano tutte norme di comportamento che ogni comandante era tenuto ad aver sempre presenti nel proprio spirito. Quanto all ' avversario («l'esercito sardo»), esso aveva compiuto grandi progressi in quasi tutti i campi tranne nei valori morali. Secondo l 'arciduca, infatti: «La coscienza di appartenere tutti ad un solo corpo, il sentimento della fedeltà nella bassa fona, che segnalava I' antico esercito piemontese, distribuito fr.1 i vari reggimenti per provincie, non può più sussistere negli attuali corpi di tnippa, perché questi si compongono delle reclute di tutte le provincie d'Italia insieme raccolte in varia miscela, in cui i Piemontesi rappresentano soltanto una piccola frazione, e perché inoltre nella maggior parte delle reclute alla malavoglia pel mestiere del soldato si accoppia l'avversione verso il Piemonte(...)» Le migliori truppe sono incontrastabilmellle i bersaglieri; in questi più che in ogni altra specie di truppa, si trova spirito di corpo: essi hanno i migliori e più risoluti ufficiali e sono abili al tiro. La fanteria di linea è molto addietro ai bersaglieri sotto ogni riguardo. La cavalleria è montata in modo ineguale; i cavalieri non sono abbastanza padroni dei loro cavalli, né posseggono la necessaria destrezza nel superare gli ostacoli del terreno. L' artiglieria tira bene, ma tira troppo: è istruita, ma mal montata (...), l loro generali sono in parte della vecchia nobiltà piemontese, già esperimentati per molte campagne fatte, in parte pon ati a quel grado dagli avvenimenti della rivoluzione, dotati di molte qualità natural i di soldato e di quell 'energia ed operosità senza riguardi, a cui essi sono quasi in tuuo debitori di essere saliti così in alto(...)».

Quindi, contro un tale esercito bisognava evitare di lasciarsi agganciare iii condizioni di inferiorità di forze per non infondergli quella fiducia in se stesso «che ora gli fa difetto», ed invece occorreva provocare, con opportuni concentramenti di forze, una serie di successi parziali rapidi e da sfruttare senza dar respiro 47 • .. Ibidem, p. 607. " Ibidem, pp.611 -613.


LA CAMPAGNA DEL 1866

617

Quanto precede rende perfettamente l'idea della differenza nel «prendere in mano» le truppe fra l'arciduca Alberto e La Marmora, a prescindere dal ritardo nell 'assunzione del comando da parte di quest 'ultimo. Le truppe. Durante la campagna del 1859, l'Austria contava 62 reggimenti di fanteria di linea, ordinati, sul piede di guerra, su quattro battaglioni più uno di deposito. Peraltro poiché, come sappiamo, le compagnie granatieri di ogni reggimento (una per battaglione) allo scoppio delle ostilità venivano 1iunite in un battaglione granatieri, in pratica il reggimento in guerra disponeva di cinque battaglipni di campagna ed uno di deposito, per complessivi 6.800 uomini. Dopo la campagna del 1859 vennero abolite le compagnie granatieri, e quindi i battaglioni da esse formati, portando però il numero dei reggimenti a 80, su tre battaglioni oltre il deposito. Nel 1861 fu deciso lo schieramento della fanteria su due linee anziché su tre. Questo ricondusse ali ' organico reggimentale su quattro battaglioni di sei compagnie, ove peraltro, a differenza di prima, i primi tre battaglioni furono dislocati in unica guarnigione ed il quarto rimase nel distretto di reclutamento con due compagnie-quadro di deposito. In caso di guerra il quarto battaglione mobilitato raggiungeva il reggimento o riceveva un compito particolare e le compagnie deposito davano vita ad un quinto battaglione. I reggimenti cacciatori erano ordinati su sei battaglioni di sci compa~ gnie ed anch'essi disponevano di un deposito .. È utile un raffronto, in tema di livelli organici, tra la fanteria di linea fanteria austriaca e quella italiana "8 : pace

repano austriaco

compagnia ............................... battaglione .............................. reggimento ..............................

83 605 J.800

italiano

86 334 l.525

guerra austriaco italiano

177 1.080 4.500

176 704

3.065

La forza del battaglione austriaco era, dunque, superiore al battaglione inglese (900 uomini), più o meno pari ai battaglioni prussiano e russo, molto superiore a quello francese (720 uomini) ed italiano. Naturalmente, non appena entrato in campagna il battaglione subiva un calo diciamo fi siologico e poteva contare su poco meno di 800 uomini in Austria, Prussia e Russia, livello che "' I dati sono tratt i da W. RusTow, La guerra del 1866 cit.; CCSM, La campagna del 1866 ciL, I; L lJDINGHAUSEN, l' armée prussienne ci!..


618

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

poteva considerarsi sufficiente; ma poco più di 500 uomini in Francia ed in Italia, decisamente poco. La cavalleria pesante (corazzieri) aveva i reggimenti su cinque squadroni, uno dei quali, designato solo al momento di passare sul piede di guerra, di deposito. Dopo il 1863 il regolamento d'esercizio prescrisse lo squadrone come unità d'impiego tattico. Esso in guerra contava 5 ufficiali e 165 uomini, di cui 20 non montati, contro i 5 ufficiali e 145 uomini, di cui 30 non montati, dello squadrone italiano. Sul piede di guerra il reggimento disponeva di 896 uomini, d i cui 726 per i quatt1·0 squadroni d i campagna ed il resto per il deposito. Il reggimento di cavalleria leggera (dragoni, ussari, ulani o lancieri) aveva uno squadrone di campagna in più, di uguale organico. L'artiglieria invece venne riordinata con lo scioglimento del reggimento razzieri e artiglieria da montagna, ma, essenzialmente, rivedendo la questione del traino. Il sistema di tenere il traino in tempo di pace al 50% dei pezzi, obbligava al frettoloso ricorso alle requisizioni con la conseguenza di portare al fuoco le batterie con i cavalli non preparati. Perciò fu presa la determinazione di tenere il traino allestito per tutte le batterie del reggimento anche sul piede di pace 49 • L'organico dei reggimenti di artiglieria rimase piuttosto complesso. Dei dodjci reggimenti, nove erano destinati, in guerra, ai corpi d'armata, ed i rimanenti tre (il 6°, I' 11 ° ed il 12°) dovevano fornire i pezzi alla riserva d'artiglieria, alle divisioni di cavalleria di riserva ed alle divisioni di fanteria eventualmente costitu ite per particolari esigenze. Ogni reggimento destinato ad un corpo d'armata aveva: quattro batterie a piedi con otto pezzi da 4, due batterie a piedi con quattro pezzi da 4 (otto in guerra), due batterie a cavallo con otto pezzi da 4, due batterie a piedi con otto pezzi da 8, una batteria di racchette, una compagnia parco, quattro compagnie da piazza. Tutti i pezzi erano rigati ad avancarica. Le racchette erano a rotazione e con granate coniche anziché rotonde, come nella campagna del 1859. L'armata del sud (quadro di battaglia alla pag. seguente), come a partire dal 22 maggio si chiamò la 2! armata, comprendeva truppe disponibili per l'impiego in campagna e truppe vincolate al presidio di detem,inate zone o piazze. Alla data del 24 giugno, le truppe mobili erano così inquadrate: 50 "' Temporaneamente, per ragioni di economia, su dicci batterie del reggimento due furono lasciate a mezzo traino. ,. CCSM. La campagna del 1866 cit., 1, specchio allegato A.


LA CAMPAGNA DEL 1866

619

4.144 uomini;

Quartier Generale Principale ................... . V corpo d'armata ......................................... . VII corpo d'armata ...................................... . IX corpo d' armata ........................................ . divisione di riserva ............................. ......... . riserva di cavalleria ...................................... .

25.720 24.528 24.197 12.197 3.885

e e e e

totali .................................................................. .

95.458

uomini e

e

48 pezzi 48

48 16 8 168 pezzi

A difesa di territori o guarnigioni di piazze erano impegnate le seguenti truppe:' Brigata mobile ........... ................................. . Tirolo .................................... ... . Litorale (Istria) ...................... Yerona-Pastrengo-Ceraino Mantova-Borgoforte .................................... . Peschiera-Malcesine ................................... . Legnago ........................................................... . Venezia ............................................................. . Rovigo .............................................................. . Klagenfurth ..................................................... . Lubiana ............................................................ .

7.616 uomini e 17.408 e 21.854 e 12.936 e 8.624 5.168 2.370 12.987 e

totali ................................................................... .

95 .487

8 pezzi

32 24 8

8

1.824

2.692 2.008 uomini e

80 pezzi

Complessivamente le truppe dell'armata del Sud ammontavano a 190.945 uomini con 248 pezzi.


620

LA TERZA GUERRA O'lNDIPENDl3NZA

QUADRO DI BATTAGLIA DELL'ARMATA AUSTRIACA DEL SUD alla data del 24 giugno 1866 Comandante in capo: Arciduca Alberto Capo di Stato Maggiore: magg.gen. John Comandante artiglieria: magg.gen. Hutschenreiter Comandante genio: magg.gen. Rado Intendente generale: magg.gen. Arbter V corpo d'annata (magg.gen. Rodie, ad interim) su: brigata Bauer brigata Moring brigata Piret VU corpo d 'annata (ten.mar. Maroicic) su: brigata Toply brigata Scudier brigata Welsersheimb IX corpo d'armata (ten.mar. Hartung) su: brigata Kirchsberg brigata v.Wekbecker brigata Bock Divisione di riserva (magg.gen.Rupp recht) su: brigata Weimar brigata Benko Riserva di cavalleria su: brigata Pulz brigata Bujanovics

Brigata mobile (col.Zastavnikovic) Truppe del Tirolo (magg.gen. Ktihn) Truppe del Litorale (Istria) (t.en.mar.Wezlar) Truppe d i guarigione in varie sedi.


LA CAMPAGNA DEL 1866

621

La flotta. La marina austriaca presentava due caratteristiche. Era praticamente nuova perché dopo il 1848-49, quando la maggior parte degli ufficiali e marinai veneti passò alla causa italiana, dovette esser rifondata reclutando ufficiali negli Stati ereditari d'Austria ed in Germania, e marinai in Dalmazia, in Illiria e nel Veneto. Tuttavia, per quanto molto eterogenea, l'amalgama del personale fu ottenuto senza eccessiva fatica, probabilmente grazie alla disciplina austriaca ben più severa di quella italiana, tanto che negli equipaggi non si registrerà alcun sintomo di irredentismo. Anche la lentezza della ricostruz ione, sulla q uale pesarono sensibilmente le d iffic@ltà economiche dello Stato, non incise sulla qualità della nuova flotta, e questo per merito dello svi luppo fiorente della marina mercantile e degli ottimi cantieri navali . Si aggiungano la cura attenta riservata alla marina militare dall'arciduca Massimiliano, che fece di Pola la maggior base navale austriaca in previsione della perdita di Venezia a più o meno breve scadenza; nonché la felice scelta del contrammiraglio von Tegetthof a capo della flotta. Il prestigio acquisito dal giovane ammiraglio nella battaglia di Helgo land contro i danesi era tale che nessuno mostrò stupore o si adontò quando Francesco Giuseppe il 9 maggio gli affidò il comando in capo. 11 30 aprile era stata costituita a Pola sotto l'occhio di Tegetthof, arrivatovi il 18 per presiedere allo svolgimento della mobilitazione ed alla preparazione degli equipaggi, la squadra d'operazioni con cinque fregate corazzate, cinque fregate in legno, una corvetta, cinque cannoniere e cinque bastimenti a ruota. L'inferiorità austriaca era palese in tem1ini di navi e tonnellaggio, tanto che l'imperatore riservava alla flotta un 'atteggiamento difensivo, volto essenzialmente ad appoggiare per quanto possibile e necessario le operazioni terrestri dell'annata del sud. Le istruzioni inviate dal ministero a Tegetthof erano chiare: «Per quanto l'lmpera~ore si aspetti che la flotta imperiale, d'accordo con l'esercito, si sforti di fare il proprio dovere, Sua Maestà non può non riconoscere l'importanza della superiorità numerica della flotta nemica. Partendo da questo punto di vista, io sono incaricato da Sua Maestà di prescrivere a Vostra Eccellenza, come suo preciso dovere, di non cominciare alcuna operazione che possa mettere in g ioco l'esistenza de lla flotta, e ne ll a qual e i risu ltati previsti no n compensino i sac ri fici probabili»''.

Ma Tegetthof fidava molto in una tattica aggressiva, che non si stancava di prospettare, spiegare, instillare nei suoi comandanti in sottordine mediante continue direttive e conferenze operative ed esercitazioni al tavolo tattico. Egli

" A. JACHINO. La campagna navale di Lissa cit., p. 150.


622

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

intendeva misurarsi in mare aperto con la flotta italiana, dirigendosi su di essa alla massima velocità si da ridurre al minimo l'avvicinamento e quindi la soggezione al tiro italiano; facendo massa con tutte le sue navi, corazzate e di legno, contro le sole navi corazzate avversarie che, prevedeva, avrebbero costituito il cuore di Persano, secondo le idee dell 'epoca; attaccando con due o più navi contemporaneamente ogni nave italiana isolata 52•

3. Gu

ORrENTAMENTI STRATEGICI

Prima di entrare nell'esame dei piani strategici sembra conveniente uno sguardo al teatro d'operazioni, «il più battuto e il più conosciuto della storia moderna, - secondo il Ri.istow - [sì che] un errore sul medesimo dovrebbe essere quasi impossibile cosa», visto che si trattava del terreno «pieno delle memorie di una dozzina di campagne negli ultimi settant'anni, per non dire delle anteriori» 51 • Ad essere precisi, il terreno, è vero, era sempre quello, però i fattori del problema operativo avevano subito modifiche di vario tipo e non di poco conto. Per rimanere ai confronti più recenti, quali le campagne del 1848 e del 1859, il Quadrilatero del 1866 si presentava come un osso ben più duro di quanto non fosse stato in passato e vi spiccava il campo trincerato di Verona, inesistente nel 1848 e assai meno pronunciato nel 1859; l'Emilia e la Romagna appartenevano adesso al regno d'Italia e potevano offrire una solida base di operazioni senza i rischi derivanti dalla situazione politica precedente; le forze terrestri e navali italiane erano superiori numericamente a quelle austriache e l'esercito asburgico doveva affrontare la contemporanea offensiva prussiana. La frontiera italo-austriaca si identificava essenzialmente nella linea Mincio-Po, una vera linea difensiva con un andamento ad angolo retto in corrispondenza di Mantova. li tratto meridiano pa1tiva dallo Stelvio e, attraverso le impervie Alpi lombarde, scendeva al lago di Garda, seguiva poi il Mincio sino a Curtatone e puntava infine al Po, ad ovest di Borgoforte, testa di ponte austriaca a sud del fiume. In sostanza, su uno sviluppo di circa 180 chilometri, il fronte veramente utilizzabile per operazioni di rilevanti complessi di forze si limitava a meno di una cinquantina di chilometri , da Peschiera a Mantova. Il tratto meridionale seguiva il corso del Po, da Suzzara al mare. A tergo del lago di Garda, del Mincio e de l Po, corre l' Adige un'ottima seconda linea difensiva naturale. " Ibidem, pp. 148-150. " W. ROSTOW, UI guerra del 1866 cit., pp. 105-106. L'affermazione è un po ' troppo perentoria, anche perché raramente si ripetono c ircostanze operative uguali ed ancor più raramente s i trovano di fronte comandami dello s1esso scampo dei loro predecessori.


LA CAMPAGNA DEL I866

623

Ad uno sguardo superficiale - come era accaduto nel 1848-49 nell'ebbrezza dei moti 1ivoluzionari - le possibilità strategiche contro l'Austria potevano apparire estremamente favorevoli, ma in realtà le cose stavano in modo alquanto differente. JJ Mincio non costituiva ostacolo degno di nota, salvo nel tratto meridionale vicino a Mantova, ma passarlo significava entrare nel Quadrilatero, molto più irrobustito negli ultimi anni, al punto da far giudicare la difesa austriaca del Mincio «tale che non si trova la simile sopra nessun campo d'operazioni militare» 54. Vediamo rapidamente le singole fortezze. Peschiera, appoggio d'ala destra della difesa del Mincio, era stata fortemente potenziata dopo il 1659. Ben quattordici forti staccati coronavano le alture circostanti e controllavano gli approcci; un nuovo quartiere militare era stato costruito sulla sinistra dell'Adige. Mantova aveva un aspetto singolare. Benché difesa da forti e cittadelle a nord e ad est, nonché da una triplice cinta a sud, la sua vera difesa era costituita da due fattori sul momento poco avvertibili: le febbri e l'acqua. Le chiuse manovrate da Peschiera potevano riversare nei laghi superiore ed inferiore di Mantova l'acqua del lago di Garda, inondando interamente la piana attorno alla città, cosicché non soltanto l'attaccante non poteva avvicinarsi alla piazza, ma nemmeno scavare trinceramenti d'assedio. Doveva limitarsi a bloccarla. Insomma il ruolo di Mantova aveva carattere essenzialmente difensivo. Legnago consisteva in una doppia testa di ponte chiusa sulle opposte rive dell'Adige da tre bastioni. La guarnigione non poteva superare i 2.000 uomini e funzionava da piazza di deposito per il basso Adige, peraltro il suo scopo principale consisteva nel garantire un punto di passaggio per manovrare ad oriente come ad occidente del fiume. Verona, la maggiore piazza del Quadrilatero, non soltanto era protetta da una grossa cinta bastionata, ma una specie di anfiteatro collinare a semicerchio ad un paio di chilometri dalla cinta, aveva suggerito e consentito la costruzione di una catena di dodici forti staccati sulla riva destra dell'Adige. Appena iniziati nel 1848, erano stati completati quando la battaglia di Custoza ne fece risaltare l 'utilità. Intervallati di un migliaio di metri o poco più, erano in grado di incrociare i fuochi sulla pianura e di sostenersi vicendevolmente. Dopo il 1859 la cinta, già molto forte, era stata rafforzata da altri cinque fo1ti spinti nel piano a diversi chilometri di distanza. A monte c'erano gli sbarramenti di Pastrengo e di Ceraino. In definitiva, tutto il complesso non dava vita ad una semplice piazzaforte, bensì ad un vero e proprio campo trincerato in grado di dare appoggio ad un'armata di centomila uomini. E, di conseguenza, il compito principale di Verona si traduceva nel consentire una controffensiva. "W. RUSTOW, La guerra del 1866 cit., p. 197.


624

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

li Po era tutt'altra cosa che il Mincio, tanto più che non esistevano ponti permanenti ad oriente di Piacenza, ma solo guadi e ponti volanti, e le rive erano costeggiate da terreno paludoso. Inoltre, non era facile gettare un ponte militare di fronte ad una difesa avversaria, giacché i principali passaggi erano protetti da opere fortificate . Per giunta a ridosso del Po corre l'Adige, quindi anche se fosse riuscito il forzamento del Po, l'invasore si sarebbe trovato in una ristretta striscia di terreno, piena di paludi e tagliata da canali e dighe, fra le lagune e l 'Adige, nell'alternativa di risalire fra Adige e Po verso Mantova e Legnago attraverso le Grandi Valli Veronesi, pressoché insuperabili, oppure tentare subito il forzamento dell'Adige, naturalmente assai arduo, anche per la presenza della piazza di Rovigo. Si può ben dire che «le due linee del Mincio e del Po dapprima, quella dell 'Adige poi, con i loro ostacoli naturali e quelli che vi ha aggiunto l'opera dell'uomo, sono così ravvicinati e così ben legati insieme, che, come la prima e la seconda linea di truppe in un ordine di battaglia, debbono essere considerate un tutt' uno, una sola posizione difensiva. Finché la seconda linea non è forzata, la prima può sempre essere ripresa» 5~. Sul litorale adriatico tutta la costa, dalle foci del Po sino all'Isonzo era assolutamente inadatta a sbarchi di una certa consistenza, a causa delle paludi, delle lagune, delle caratteristiche costiere.

*** Fino al 1866 le preoccupazioni militari derivanti dall 'andamento del confine con l'Austria furono di tono assolutamente difensivo, qualunque fossero le parole d'ordine correnti in Italia e indipendentemente dall'andamento dei noti contatti diplomatici. Nel 1862 la Commissione permanente di difesa aveva interpellato i generali d 'armata per conoscere il loro pensiero circa l'impostazione della difesa contro un'aggressione austriaca. La Marmora rispose da Napoli il 9 giugno scartando l'ipotesi di un'offensiva austriaca su Bologna e, di conseguenza, cogliendo l'occasione per proporre di non peggiorare l'errore commesso nell'approntare un campo trincerato attorno a questa città: «I 50 o 60 mila uomini delle fortificazioni di Bologna sono troppo necessari pei campi della Lombardia, ove le sorti d' Italia sarann o in giuoco se una nuova lolta dobbiamo sostenere coli' Austria»,._

In quest'ordine dì idee, per agire contro il Quadrilatero a suo giudizio occorreva appoggiarsi a buone opere fortificate «nell'attacco come nella difesa», e questa opere non potevano che essere Cremona e Lonato. Cremona, in quanto costituiva un poderoso punto d'appoggio anche per una resistenza sul basso Oglìo, in sistema con Piacenza sul Po e Pizzighettone sull'Adda. Lonato '' E. FAVRE, l' A11triche cit., p. 83. ,. L. CHIALA , Preliminari cit., I, p. 444.


LA CAMPAGNA DEL 1866

625

(preferita a Brescia, troppo arretrata) perché, appoggiata al lago di Garda, sbarrava le provenienze da Peschiera, e soprattutto «perché la riguardo come piazza offensiva che molto ci gioverebbe nelle bauaglie che devono necessariamente aver luogo fra il Chiese e il Mincio, mentre Brescia dietro al Chiese non avrebbe che una parte assolutamente difensiva»".

Dal canto suo, Cialdini, nella risposta del 4 giugno da Bologna, sostenne l'esatto contrario c irca l ' importanza della città, ma puntò le principali argomentazioni sul condizionamento strategico posto da Torino capitale: la difesa dello Stato non poteva più esser vista secondo il modulo piemontese; tutte le risorse, magazzini, fabbriche e arsenali dovevano essere portati «in quella pa1te della penisola che giace in mezzo al mare»; la pianura padana poteva restare il teatro di grandi battaglie contro gli invasori, ma non per questo si doveva rinunciaie alle possibilità di difesa offerte dal l'Appennino. L'argomento tornò in ballo, seppure cli sfuggita per evidenti motivi di segretezza, allorché in Parlamento venne affrontata la questione dello spostamento della capitale a Firenze. In quella occasione Cialdini riprese a caldeggiare il trasferimento a sud dell' Appennino del grosso dell'organizzazione militare italiana, insistendo sulJa possibilità e convenienza di munire di difese tutti i passi appenninici da Spezia a Cattolica, e di approntare sul Po abbondanti mezzi permanenti e di campagna per garantire sempre la possibilità dì manovrare sull 'una o sull 'altra riva del fiume. «Qualora questo sistema generale di difesa dello Stato - disse - venga accolto e anuato, le sorti d'llalia non dipenderanno mai dall'esito non sempre favorevole di una giornata. A nostro talento, e secondo le circostanze, noi potremo ritirarci dietro Po e oltre Appennino ed auenderv i giorni migliori. Oppure, se ci conviene, se sia.mo in misura di eombauere, potremo discendere e tentare la sone delle armi nella valle del Po»"·

Naturalmente non si sbilanciò in considerazioni sull 'indirizzo da dare ad una guerra per la liberazione del Veneto, tuttavia suscitò la netta sensazione di preferire operazioni partenti dal basso Po verso Padova. La Marmora, presidente del consiglio, dichiarò di associarsi «in tutto alle idee militari esposte dal generale Cialdini», alludendo peraltro alla semplice opportunità di portare la capitale a Firenze. Infatti, subito dopo, si sentì in obbligo prima (7 dicembre) di osservare che né lui né, presumibilmente, Cialdini avevano mai pensato di abbandonare alla loro sorte tutte le città della pianura padana; e poi (9 dicembre) precisando di trovarsi d'accordo con Cialdini soltanto in linea di massima: «Io confesso sinceramente - spiegò al Senato - eh.e se l'onorevole genera.le Cialdini avesse l'opinione che tu tti gli s tabilimenti militari anzidetti dovessero essere trasportati al di là degli Appennini, con mio rincrescimento mi dovrei su questo avviso separare dal mio runico e collega, in quamo io credo che in questa parte superiore della valle del Po non solo gli stabilimenti militari

'' Ibidem. pp. 444-447. " intervento al Senmo in data 6. 12.1 864, in L. CHlALA, Preliminari c it., T, p. 447.


626

LA TERZA GUERRA D'[NDIPENDENZA

non hanno nulla da pericolare, ma credo che siano convenientemente collocati sia per la difesa come per l'offesa, e spero anzi che saranno ampliati» w.

Il trasferimento della capitale a Firenze portò in primo piano le nuove esigenze difensive, considerate la maggiore importanza strategica di Bologna e quella adesso minore di Piacenza, talché il 13 febbraio 1865 il ministro della Guerra affidò alla Commissione permanente per la difesa dello Stato l 'incarico di studiare un altro progetto generale difensivo, inteso a fronteggiare «tutte le eventualità cui può dar luogo una guerra in cui l'ltalia venga ad essere avvolta, sia isolatamente contro qualsias i potenza d'Europa, anche di pri mo ordine, sia alleata con qualche altra potenza; ed in ogni caso tanto se l'attacco principale venga dalla frontiera di terra, quanto se provenga dalla parte di mare, oppure anche si spieghi s imultaneamente dalle due parti»"'.

Il progetto, molto accurato e complesso, fu presentato il 9 aprile 1866, quando la guerra imminente non poteva aver più carattere difensivo ma offensivo, quindi rimase agli atti, eccezion fatta per i lavori suggeriti a Cremona e Pizzighettone per la costruzione di una testa di ponte sulla sinistra del Po, che agevolasse una difesa di fianco della Lombardia attaccata dalla linea del Mincio 61 • Per quanto, come si è visto, le misure precauzionali ottenessero la più corretta attenzione, per liberare il Veneto occorreva pensare ad un'offensiva ed al riguardo le idee generali erano due. O partire col grosso dal Mincio, con base di operazioni a Cremona, entrare nel Quadrilatero, battere il nemico e poi proseguire oltre l'Adige lasciando poche forze a sorvegliare le fortezze. Oppure partire dal basso Po, con base di operazioni a Bologna, forzare il Po e l'Adige e puntare su Padova e Vicenza. Se l 'armata austriaca fosse uscita dal Quadrilatero, dar battaglia ad oriente dell 'Adige; se fosse rimasta nel Quadrilatero, ove probabilmente era dislocata, bloccarla con un adeguato corpo d'osservazione e proseguire con il grosso su Vienna. In partìcolare, per alcuni, fra i quali Cialdini, I'offensiva principale da sud presentava netti vantaggi: incideva sul debole del nemico, quindi incontrava minore resistenza; puntava su Padova, cioè sulla principale arteria di collegamento austriaca 62, obbligando l'avversario ad una battaglia campale a nord dell'Adige; una vittoria avrebbe costretto gli austriaci a ripìegare su Verona e regalato il probabile dominio del triangolo Padova-Vicenza-Treviso; una sconfitta non avrebbe che comportato il ripiegamento a sud del Po, senza gravi con,. L. CIIIALA, Preliminari cit., I, p. 450. '~ CCSM, La campagna del 1866 cit., r ,p. 15. 1 • Jbidem, pp. 16- 17. .. La principale linea di comunicazione fra le provincie italiane e l'Austria era servita da una ferrovia e da una strada, entrambe partenti da Verona e adducenti a Vienna. Peraltro a Codroipo esse si dividevano: la ferrovia si dirigeva a Trieste, attraversava la Carniola e la Stiria a Graz e si congiungeva con la rotabile a Bruck; la rotabile da Codroipo pa.~sava per Tarvisio-Villach -Bruck. Da Bruck ferrovia e strada superavano insieme il Semmcring e sboccavano a Vienna.


LA CAMPAGNA DEL 1866

627

seguenze. L'unico reale vincolo posto dall'operazione consisteva nell'assoluta necessità di distnUTe od impegnare sul fronte del Mincio il nucleo principale dell'esercito imperiale, per consentire a sud il guadagno di almeno tre giorni: il tempo occorrente affinché il grosso potesse attraversare la fascia compresa tra il Po e l'Adige. Non meno di tre giorni, infatti, oltre beninteso numerosi provvedimenti di natura tecnica, si rendevano indispensabili per portare sugli argini sopraelevati, o per farne discendere, artiglierie e treno. Senza contare, ovviamente, le misure cautelative contro un eventuale improvviso contrattacco austriaco sul fianco sinistro, proveniente da Legnago o da Mantova e sferrato fra i due fiumi . Per altri, tra i quali La Marmora, non si dovevano sottovalutare le complicazioni derivanti dalla duplice barriera del Po e dell'Adige, nonché dalle caratteristiche dal terreno compreso fra di essi: paludoso e malsano in gran parte, facilmente inondabile, povero di strade, con la sola grande arteria FerraraPadova bloccata dalla fo1iezza di Rovigo sul!' Adige, con poco spazio per lo schieramento di grossi complessi di forze. «In sostanza tutti gli ostacoli tra Po e Adige costituivano nel loro insieme un grande ostacolo strategico della profondità di 15 a 25 chilometri, che riduceva le operazioni dell'invasore ad un continuo passaggio di singole strette» 63 • Per concludere, le difficoltà poste dall'ambiente naturale e dagli ostacoli artificiali all'offensiva dal basso Po sembravano tali da far preferire l' operazione dal Mincio 64 • In quest'ultima ipotesi, fra l'altro, occupando subito le alture di Sona e Sommacampagna si sarebbe bloccata qualunque possibilità di sortita da Verona, e forzando Peschiera e passando l'Adige all'altezza di Pastrengo si sarebbe conquistata una posizione di estremo favore nei confronti dell'intero Quadrilatero e nel contempo si sarebbe interrotto il canale di alimentazione della val Lagarina, che metteva in comunicazione, attraverso il Brennero, il Lombardo-Veneto con la valle del Danubio 65• La Marmora non aveva dubbi sulla preferenza da accordare all'offensiva dal Mincio, anche perché appena dopo la battaglia di Solferino il Quartier Generale francese aveva preso per un momento in considerazione l'eventualità di continuare le operazioni partendo dal basso Po, abbandonandola però subito, proprio per l'insieme delle citate difficoltà 66 • Cialdini, invece, era altrettanto convinto della convenienza di attaccare da sud: gli avvenimenti del 1848 parla"CCSM, La campagna del 1866 cit., I, p. 122. "'Anche in seno alla Commissione pennanente per la difesa generale dello Statò emerse la convinzione che l'offensiva del basso Po fosse assai meno favorita dalla situazione !attiva ed ambientale di quella del Mincio (Ibidem, pp. 32-33). 6'0ltre che dalla rotabile, la linea di comunicazione era servita dalla ferrovia VeronaInnsbruck, peraltro ancora in costruzione fra Bolzano e Innsbruck (sarà completata nel 1867). 66 Dépòt de la guerre, Campagne de l'Empereur Napoléon III en lwlie en 1859, Paris 1865, p. 343.


628

LA TERZ/\ GUERRA D'INDIPENDENZA

vano chiaro, secondo lui, e dimostravano che passare il Mincio significava impelagarsi nel Quadrilatero, impegnava truppe preziose per l'assedio o la semplice sorveglianza delle fortezze e non perveniva ad una vittoria decisiva se ortenuta ad ovest di Verona, perché gli austriaci avre bbero mantenuto il libero possesso delle linee di comunicazione con l'Austria 67 • Intanto, a fine marzo 1866, il generale Petitti, amico di La Marmora come di Cialdini e membro della Commissione di difesa, aveva ritenuto necessario un chiarimento circa la concezione operativa da seguire. D' iniziativa scrisse a La Marmora. Pur rendendosi conto che in effetti ognuna delle due linee d' azione - attacco dal Mincio o attacco dal basso Po - presentava pro e contra diffic ilmente soppesabili e confrontabili, vedeva lucidamente la convenienza di arrivare tempestivamente ad una scelta abbracciata di comune accordo «per evitare Le tristissime conseguenze che potrebbero derivare da un'azione con vedute differenti e con pieno disaccordo nei concetti direttivi», essendo preferibile «anche un piano mediocre ma seguito con unità di pensiero, che non un altro piano migliore mandato ad eseguimento da chi non ne é convinto». Perciò suggeriva nuovi studi sulla base di dati tecnici, raccolti da ufficiali di Stato Maggiore ed anche di Marina di piena fiducia di La Marmora e di Cialdini, per poi concludere per la definitiva scelta di una soluzione: «(...) Sia che le attuali vertenze dell'Austria e della Prussia possano per avventura condurci a prendere le anni, sia che la soluzione della questione veneta sia rimandata a tempo più lontano. mi sembra che torni essenziale che vi s ia accordo fra coloro che ad una evenienza sarebbe ro sicuramente chiamati ad avere una parte principale della direzione delle operazioni militari, e per questo mi sembra conveniente che anz ilu1lo si abbiano i dati necessari alla soluzione dei problemi sui quali l'accordo ha da stabilirsi ( ... ). Ho creduto bene di scriverti queste cose perché, se avremo una guerra, tornerà essenzialmente di cominciarla presto e con un piano preconceuo, e col corredo dei materiali.che occorrono , e se durano le cose come sono, la guerra potra scoppiare senza che ciò si sia deciso, senza che forse si abbia tutto l'occorrente per farla e quel che più monta con un completo disaccordo nelle idee di coloro che la dirigeranno» '''.

La Marmora rispose l' 11 aprile, tre giorni dopo la firma del trattato di alleanza a Berlino: «Cialdini ha passato qui due giorni, e ti posso con gran piacere annunziare che s iamo assai più d ' accordo di quello che si poteva credere . Egli mi assicurò di non aver mai pensato che lo sforzo principale contro il Quadrilatero dovessimo farl o per il basso Po. Solo egli ammette la convenienza di aver da questa pa11e, fra Bologna e Modena, un corpo per difendere la destra del fiume e operare col passaggio, se possibile, una diversione, mentre il grosso dell 'esercito passarebbe il Mincio. Egli credeva che noi avessimo in pensiero di assed iare una dopo I' altra le fortezze del Quadrilatero, mentre io son pure di opinione con Cialdini che quando potessimo disporre di suffi-

1 • L. CHIALA, Preliminari c it, I, pp. 441 -442. Anche Fan ti , succeduto a La Marmora al ministero della Guerra nel 1860, aveva mostrato chiara preferenza per una gravitazione delle forze sul basso Po. ''' Ibidem, I, pp. 451-453.


LA CAMPAGNA DEL 1866

629

cienti forze, convien passare in mezzo alle fortezze, mascherare le principali, e andare oltre; massime se l'esercito prussiano potesse vincitore avvicinarsi a Vienna» ...

Il commento di Chiala su questa lettera è assolutamente pertinente. Premesso che con estrema probabilità La Marmora reputava inutili ulteriori ricognizioni da cui nessun nuovo argomento sarebbe scaturito, per certo egli si persuase che Cialdini avesse finito per avvicinarsi alla sua tesi. Invece non aveva afferrato con esattezza il reale pensiero di Cialdini, oppure questi aveva preferito non insistere sul proprio dissenso visto che le prospettive di guerra sembravano ancora lontane 70 • A fine aprile, subito dopo la diramazione dell 'ordine di mobilitazione generale, Vittorio Emanuele incaricò La Marmora di presentargli i lineamenti del piano d'operazioni. Nel contempo Cialdini prese inaspettatamente posizione con Ja nota lettera del 1O maggio, con la quale dichiarava di rifiutare un comando superiore alle tre o quattro divisioni e si dissociava da qualsiasi responsabilità circa la condotta della guerra. Disgrazia volle che La Marmora non desse alla lettera il suo vero significato, ma attribuisse ad un passeggero momento di malumore e di delusione, derivante da motivi personali, l'atteggiamento di rinuncia ad una parte di primo piano in campo operativo. In tale errata convinzione, non soltanto non pensò nùnimamente ad influire sul ministro Pettinengo per ridurre il numero di divisioni del IV corpo d'armata, ma m~mdò Petitti a Bologna il 5 maggio per pregare Cialdini di rimanere almeno provvisoriamente aJ comando delle sei divisioni poste ai suoi ordini. Un paio di settimane dopo La Marmora scrisse a Petitti, che dal 1O maggio era a Piacenza in qualità di aiutante generale dell'esercito per organizzarvi il Quartier Generale principale, esprimendo molti dubbi sugli sviluppi militari della situazione ma tornando a ribadire il proprio orientamento strategico dì massima: «Che vuoi? Io sono persuaso: I° Che l'Austria non oserà rompere le ostilità; 2° Che scoppiando la guerra, si terrà sulla difensiva; 3° Che quando l'Austria pigliasse anche l'offensiva, non passerà il Po se non è padrona di una gran parte della Lombardia (...). Ragione politica vuole che noi non prendiamo ora disposizioni provocanti; ma militarmente dobbiamo ben guardarci dal lasciar credere che noi intendiamo rimanere sulla difensiva, perciò io capisco che non ci conviene andare al Mincio, ma, a mio modo di vedere, non tarderei a scaglionare il grosso dell'esercito fra Lonato e Marcaria. Ben inteso lascerei cinque o sei divisioni sulla destra, colle quali Cialdini, appoggiato a Bologna, basterebbe a impedire qualunque scorreria, terrebbe a bada un corpo considerevole a Rovigo, e quando venisse l'ora di avanzare, o passerebbe il Po, o simulando il passaggio renderebbe sempre più facile il passaggio del Mincio ai corpi della riva sinistra (...)» " . "' Ibidem, I, p. 454.. 0 ' Ibidem. " La Marmora a Petitti in data 17.5.1866, ibidem, I, p. 458.


630

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Secondo Chiala, Petitti aveva appena ricevuto una visita di Cialdini con relativo sfogo di disapprovazione espresso senza reticenza alcuna. Cialdini avrebbe rilevato criticamente che dopo aver strombazzato la disponibilità di quasi mezzo milione di uomini, il governo non sembrava voler o poter mettere in campo che 180.000 soldati . A suo modo di vedere, partire con le forze contate costituiva un i:ischio perché lasciava all'arciduca Alberto la libertà di porre in atto efficacemente una manovra per linee interne. Invece, un'irruzione nel Veneto con almeno 300.000 uomini avrebbe evitato un sempre possibile scacco; concesso una rapida vittoria e consentito di spingere I 00.000 uomini su Vienna 11• La risposta di Petitti a La Marmora risentirebbe della conversazione con Cialdini. In realtà è assai dubbio sia avvenuto il colloquio 73 • In tal caso la lettera di Petitti a La Marmora, di cui diamo stralcio, sarebbe ricca di buon senso, però, stranamente, priva dell'incisività richiesta dalle circostanze. Anche ritenendo che Petitti non avesse voluto intromettersi apertamente fra i due generali per un eccesso di delicatezza, non si può ammettere che, invece di porre in guardia il capo di Stato Maggiore sull'atteggiamento mentale del principale sottordine, si sia limitato ad indicare nuovamente l'opportunità di un accordo di base! «(...) Convengo teco - scrisse infatti Petitti - che l'Austria non può prendere contemporaneamente l'offensiva contro di noi e contro la Prussia, e siccome è di somma importanza il prenderla contro quest'ultima, così è ev idente che si terrà sulla difensiva dal nostro lato, locché ci porgerà il destrn di prendere noi stessi l'offensiva verso di lei ( ...)» L'operazione presenterà(...) una certa difficoltà, e per ben riuscire bisognerà sia ben ideata e ben condot.ta. E qualunque sia il piano che si adolli , non v'é dubbio che pel suo eseguimento occorrono speciali preparativi i quali richiedono un certo tempo(... ). Per tulle queste ragioni, quand'anche vi fosse probabilità che non avessimo a fare realmente la guc,rn, cionullameno io credo che sarebbe essenzialissimo di avere alcune idee cardinali sulle quali si fosse d'accordo e che si preparasse quanto occorre per l'eseguimento di ·uno dei piani sui quali la scelta cadrebbe all'ultimo momento. Se ciò non si fa, può darsi benissimo che le cose riescano ugualmente bene, ma può anche darsi che al bel principio ci trovassimo arenati davanti a qualche difficoltà materiale, la qual cosa pregiudicherebbe grandemente il morale dell'esercito e diminuirebbe le probabilità di buon esito le quali adesso sono tutte per noi ( ...)» " .

La replica di La Marrnora, a volta di corriere, lascia interdetti: «( ...) Ti ringrazio per le tue osservazioni su] modo di condurre la guerra; ma non vedo troppo come si possa fin d 'ora stabilire un piano di campagna che deve essenzialmente dipendere dal numero e attitudine degli Austriaci nel Veneto, non che dalla coopera,done del corpo di Cialdini sul

" L. CHJALA, Preliminari cit., i, p. 459. '·' Della predetta visita di Cialdini non esiste più traccia nello stesso Chiala, Ancora un po· più di luce cit., pp. 581-582. E per di più, nei Preliminari le argomentazioni di Cialdini nel presunto colloquio an/eriore al 20 maggio sono espresse con le identiche parole con le quali vengono esposte nella lettera di Cialdin i a Petitti in data 23 maggio (vds. testo), riportate per esteso in Ancora 1111 po' più di luce, pp. 582-583. In definitiva, anche se la visita ebbe veramente luogo non dovette che toccare aspetti secondari o generici. "Petitti a La Marmara in data 20.5.1866, in Preliminari cit., 1, pp. 459-461.


LA CAMPAGNA DEL 1866

63 1

basso Po. Siccome questo è imponantissimo, io li pregavo appunto di dirmi come avevi trovato Cialdini e se ti aveva manifestato le sue intenzi oni. Ciò mi preme tanto più che il Cialdini (... ) non mi scrisse più e non so di che umore egli sia(...)»"·

Simile pass ività è le tte ralmente incompre nsibile. Il capo di Sta to Maggiore, richiesto dal re di formulare un disegno strategico, si dichiarava nel!' impossibilità di tracciar lo per difetto di informazioni sul nemico e per il silenzio di Cialdini! Ad ogni modo ebbe subito occasione di colmare quest' ultima lacuna. Cialdini, con un cambiamento di tendenza che il Chiala suppose dovuto alla speranza, forse fattagli balenare da Petitti, di convincere La Marmora a dare allo sforzo dal basso Po un significato strategico determinante, aveva per cinque volte percorso il centinaio di chilometri del tratto di fiume a sud del t>olesine, da Stellata a Taglio di Po, esaminando attentamente tutti i punti di passaggio, i loro sbocchi nel Polesine e la prosecuzione dello sforzo sino ali ' Adige e valutando nuovamente le probabilità di riuscita dell 'operazione. Dopo di che - convintosi che sarebbe passato «senza fallo e senza troppo sangue» ed avrebbe superato vittoriosamente le prime cruciali quarantott'ore purché non gli si «lesinasse il necessario» - Cialdini mandò a Firenze il generale Ricotti, per presentare a La Marmora ed a Pettinengo le conclusioni cui era pervenuto e per chiedere gli equipaggi da ponte e gli altri materiali occorrenti per il forzamento del Po, e ripeté a Petitti i concetti alla base delle sue convinzioni: «( ... ) Conv icn ri!le1terc che noi abbiamo un 'armata quas i nuova, nella quale affluirono elementi sinora conosciuti poco o sfavorevolmente. Un rovescio anche parziale nell'esordio della campagna potrebbe compromenerla ( ... ).· Ciò vuol dire ch'egli era prudente di rendere facile il compito nostro e di evitare persino la possibilità di un mezzo fiasco soverchiando addirittura il nemico con 300 mila uomini. Cosl si era sicuri di vincere non solo, ma di vince re presto nel Veneto e di poter in seguito far marciare su Vienna !00 mil a uomini. (... ) Biasimo quindi grandemente che dopo aver voluto persuadere il mondo che abbiamo 450 mila uomini, non si sappia o non si voglia mettere in campo che poco più di 200 mila, dei quali 20 mila dovrebbero rimanere fra Bologna e Piacenza. Mi pare che così si renda difficile e lungo ciò che per mille ragioni poli tiche e mili tari importerebbe che fosse facile e breve( ...)»".

La Mannora, rimasto al proposito di Cialdini di non voler accettare incarichi operativi di rilievo, si stupì molto di quanto riferito da Ricotti, tuttavia non si oppose ali 'accoglimento delle richieste, in attesa di chiarimenti da parte dt Pe t.itti . E la nuova lettera di questi chiarì effettivamente e fi nalmente le intenzioni di Cialdini: «A quest'ora hai veduto Ricolti e sai per conseguenza che Cialdini s'incarica di buon grado di comandare e d irigere un' operazione sul basso Po, e che spera assai di riuscirvi. Non conosco il

" La Marmora a Petitti in data 21.5. 1866, ibidem, 1. p. 461. •• Cialdini a Petitti in data 23.5.1866, in L. CHIALA, Ancora pp. 582-583.

1111

po' pi,ì di luce cit.,


632

LA TERZA GUERRA D'INDTPENDENZA

suo piano e ignoro quello cbe ci domandi per mandarlo ad eseguimento, quindi non sono in grado di ragionare in proposito. Quello su cui pare che contasse è sul concorso delle 20 divisioni, per evitare anche il menomo pericolo che l'arciduca Alberto possa per avventura batterci partitamente o solo rendere vani i nostri sforzi per spuntarla da una parte o dall 'altra( ... ). Sta di fatto che l'arciduca Alberto può calcolare sopra 80 mila combattenti oltre ai pres idi delle piazze ed alle difese del Tirolo e della costa adriatica. Egli prenderà una posizione centrale fra il corpo nostro che varcherà il Mincio e l'altro che passerà il basso Po. Egli potrà a suo piacimento o venirsi a opporre a noi , nel qual caso appoggiandosi ai presidi di Verona e di Mantova potrà presentare in linea oltre a I 00 mila uomini . Ovvero si porterà contro Cialdini, e in tal caso avrà la superiorità numerica, e il considerevole vantaggio di conoscere il paese e di possedere un 'imn1ensità di materiali di difesa. Si dirà che il corpo comandato dal Re facendo una diversione solleverà Cialdini, ma è da osservare che la diversione è troppo lontana perché l'arciduca Alberto abbia ad inquietarsene(... ), tanto più che egli non può ignorare che quando cj troveremo di fronte ali' Adige incontreremo difficoltà grandissime a passarlo. È pertanto naturale ché Cialdini si preoccupi di aver sufficienti forze per esser certo di render vani gli sforzi che l'arciduca Alberto farà più che probabilmente per impedirgli il passo dei vari corsi d'acqua ( ...)» " .

Poi Petitti foce il calcolo delle forze e della loro ripartizione. Al momento l'esercito di campagna poteva contare su 18 divisioni. Una almeno dov~va restare a Bologna, base di operazioni di Cialdini. Rinunciando a presidiare Piacenza, base di operazioni dei corpi del Mincio, rimanevano 17 divisioni, pari a 170.000 uomini contro i 180.000 dell'arciduca Alberto (100.000 fra Mincio e Adige e 80.000 sul basso Po). Dunque occorreva portare l'esercito a 20 divisioni, di cui 12 per il Mincio e 8 per il Po, in modo da ottenere la superiorità numerica ovunque. <<E se Cialdini riuscisse a guadagnare Padova prima dell'arciduca Alberto [in ritirata] mentre i volontari tagliassero ogni comunicazione in Tirolo, l'annata austriaca d'Italia si troverebbe a mal partito ( ...)78 • In definitiva, non uno sforzo principale ed una piversione, bensì uno sforzo principale ed un'operazione speciale, ossia uno sforzo secondario che però doveva essere in grado di superare con certezza quasi la metà ~ell'annata austriaca. A queste condizioni Cialdini avrebbe accettato il comando del «mostruoso» IV corpo, come ebbe a definirlo Pollio. La Mannora acconsentì. Sullo strano contegno di La Marmora nei confronti di Cialdini si soffermò il Chiala per giustificarlo almeno in parte. La spiegazione che ne fornì risiedeva nello sconvolgimento recato dagli avvenimenti del 1860 e 1861. Fu un vero e proprio processo rivoluzionario che non poteva non ripercuotersi in qualche misura in campo disciplinare <<Se vi era uomo in Italia - osservò Chiala - il quale avesse la bosse, per così dire, dell'autorità, era certo il generale La Marmora. Dal I 850 al 1859 egli ebbe in sua mano il portafoglio della Guerra, e certo niuno potrebbe dire che durante tuuo questo periodo egli non abbia dimostrato una tempra ferrea e gagliarda. In tutti i gradi, anche i più alti, esisteva una disciplina 'prussiana'. Tutto pendeva dai cenni del gran ministro. Si ubbidiva, non si discuteva» 1• .

n Petitti a La Marrnora in data 24.5.1866, in L. CHIAl..A, Preliminari cit., I, pp. 462-464. ,. Ibidem, I, p. 465. 9 ' Ibidem, I, p. 468.


LA CAMPAGNA DEL 1866

633

Con l'affermarsi di Fanti nell' opera di costituzione dell 'esercito italiano e di Cialdini nei fatti d'arme di Castelfidardo e di Gaeta, la figura di La Marmora risultò in certo modo superata. «La sua appariva una riputazione tutta piemontese, dove che quella del Cialdini appariva piuttosto una riputazione italiana. Tutti si inchinavano riverenti al generale La Marmora. Il generale Cialdini destava entusiasmo. Era il Garibaldi dell'esercito regolare. E lo sapeva» 80• Ecco dunque i riguardi del primo verso il secondo. Inoltre, La Mannora non si sentiva a proprio agio come capo di Stato Maggiore: difettava la sintonia con Vittorio Emanuele e, diciamolo pure, egli avrebbe desiderato il comando supremo che non poteva avere. Con tutto questo, le spiegazioni sono indubbimente plausibili, ma non alleggeriscono la responsabilità di La Marmora nella grande e' voluta ambiguità della situazione. Per quanto avesse infom1ato Petitti il 2 giugno che «Cialdini è venuto a Firenze. Parlammo lungamente, e mi pare che siamo abbastanza d'accordo» 81 , in realtà egli evitò di impartire a Cialdini ordini precisi circa scopo, compito e obiettivo, e Cialdini evitò di chiedere ordini, contando probabilmente di forzare la mano al Comando Supremo con uno sviluppo vittorioso della sua «operazione speciale», per la quale aveva ottenuto otto divisioni e 354 bocche da fuoco. Giustamente Petitti rilevò nella sua Memoria che, con ogni verosimiglianza, nei loro rari incontri personali i due generali elusero un esame a fondo e una discussione sui particolari dei rispettivi piani, limitandosi a «ragionare sui punti comuni dei piani stessi, per impedire che, allargandosi la discussione e portandola sui punti sui quali sapevano di essere di opinione diversa, avesse a nascere un disaccordo fra loro, con funeste conseguenze in quel momento» 82 • Purtroppo la cattiva intelligenza fra i due capi dava già frutti amari. Nel diario von Bemhardi, un personaggio sul quale ritorneremo, esiste questa annotazione sotto la data del 1° giugno: «Tiirr mi fa vedere una lettera che ha ricevuta da Cialdini, dove si dice che i piani del La Marmora non sono certo i migliori, ma che bisogna aver pazienza; che dagli uomini mediocri non conviene pretendere più di quel ch'essi possano dare; non bisogna spingerli ad imprese per le quali non si sentano in forze ...» 83 • Un commento è superfluo. Il 10 giugno Petitti si rivolse ancora a La Mannora. Gli fornì un quadro attendibile circa la situazione ed i propositi del nemico. A quanto pareva, in Italia non restavano che 13-14 brigate austriache, di cui non più di dieci, pari a 90-80 mila uomini utilizzabili per operazioni di campagna nel Veneto. Presumibilmente si sarebbero dislocate oltre l ' Adige, fra i monti Berici ed i colli Euganei, per gettarsi sulle prime colonne italiane partite dal Mincio e dal

.. Ibidem, I, p. 469. " Ibidem, I, p. 474. " L. CHIALA, Ancora un po' pitl di luce cii., p. 587. ' ' Ibidem, p. 241.


634

LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

Po e sboccanti oltre l'Adige. In siffatta ipotesi, 6.000 confinari avrebbero tenuto Peschiera, 12-15.000 Mantova e 30.000 Verona, il che significava una ben scarsa resistenza fra il Mincio e l'Adige. «A me sembra - proseguiva Petitti - che avendo molta superiorità numerica potremmo camminare verso l'Adige, ma questo si dovrebbe fare in modo da facilitare l'operazione del generale Cialdini, ed in guisa anzi a potersi facilmente riunire con essolui, per la qual cosa bisognerebbe · dirigersi sopra Bonavigo e Angiari a nord di Legnago. (... ) Egli è per questo che mi sembra che noi dovremmo discendere per dar la mano a Cialdini, il quale penso abbia l'intenzione di spuntar fuori verso la Badia [Polesine]» ...

La Marmora non volle pronunciarsi sull'argomento. Il 17 lasciò Firenze per raggiungere il Quartier Generale Principale a Cremona e, di passaggio, si fennò a Bologna trattenendosi in un lungo colloquio con Cialdini. Non sappiamo esattamente che cosa sia stato concordato. Secondo Cialdini: «Ei [La Marmora] volle inesorabilmente portare su l Mincio il grosso delle forze, adducendo

a ragione che non poteva lasciare esposte alle scorreri.e nemiche le terre di Lombardia (... ). Or dunque se io m'incaricai di tentare il passaggio del Po con un corpo ragguardevole di trnppe (... ) ciò vuol dire evidentemente che malgrado la collocazione di 12 divisioni sul Mincio. malgrado l'apparente frazionamento dell'esercito, io ritenevo pur sempre, che il corpo principale accorrerebbe a me, appena riuscito il passaggio del Po, e che si varcherebbe l'Adige col nostro esercito intero. Ciò vuol dire che frattanto il corpo principale avrebbe eseguita sul Mincio quella dimostrazione( ... ) ch'era del resto la condizione indispensabile, sine q11a non da me posta per t.entare il passaggio del Po»"·

Secondo La Marrnora, nella conversazione del 17 giugno «nessun accordo venne stabilito sui particolari dell'azione rispettiva, che per me era troppo evidente non dovesse, né potesse combinarsi a puntino. Ciascuno dalla parte sua avrebbe agito secondo le occorrenze e colla necessaria energia per modo da battere o paralizzare il nemico, attraendolo ora dall'una pa11e ora dall'altra( ...). Il progetto di cui si tratta, non si estendeva, e non poteva estendersi a mio avviso, senza futuri ordini e concerti, oltre il passaggio del Po e l'espugnazione di Rovigo, operazioni entrambe difficollisissime» ""·

In altra sede La Marmora volle precisare: «In seguito, e dipendentemente dai successi ottenuti, o l'esercito si sarebbe riunito tutto da una parte, o si sarebbe considerevolmente rinfo,Lato l'esercito del Po, qualora avesse riuscito ad espugnare Rovigo e portarsi ali' Adige. Di dimostrazioni sul Mincio, per parte del corpo principale, a Bologna non se ne fece parola»"·

A parte lo sconforto per la superficialità (non sembra possa adoperarsi altro termine) con la quale veniva discusso il piano di guerra, si resta perplessi "Petitti a La Marmora in data 10.6.1866, in L. CHIALA. Preliminari cit., I, p. 475.

"E. CIALDINI, Risposta cit.., pp. 17-18. •• A.LA MARMORA, Seconda relazione cit., in CCSM, Complemento cit. , 11, p. 48. "A. LA MARMORA, Schiarimellli e rettifiche cit., p. 17.


LA CAMPAGNA DEL 1866

635

nel vedere in quali termini La Mannora abbia riferito al ministro della Guerra una questione così importante: «Nelle varie ore che passai a Bologna, Cialdini mi spiegò il suo progetto, egli lo ha molto studiato e spero vi riuscirà»! 88 • Comunque, giunto a Cremona il giomo successivo, il quadro costruito in base alle infomrnzioni sul nemico gli mostrò il VII corpo austriaco concentrato a Rovigo a cavallo dell'Adige; il IX corpo fra Legnago e Monselice, in seconda schiera rispetto al VTI; il V fra Verona e Lonigo. In poche parole: l'arciduca Alberto sembrava aver deciso di contrastare il fo rzamento dell ' Adige con apparente gravitazione delle forze sul basso Adige, cioè contro l'azione di Cialdini. Il 19 La Marmora ricevette la famosa «Nota Usedom», una lettera con le osservaztoni che il rappresentante prussiano von Usedom presentava in merito all'impostazione della guerra imminente: «li sistema di guerra che la Prussia propone all'Italia per la prossima campagna, è quello di una guerra a fondo. Se la sorte delle armi sia loro propizia sul principio, i due alleali non si lasceranno trattenere dagli ostacoli frapposti; cercheranno piuttosto di spingere il loro avversario nei suoi ultimi rifugi, fino alle sue estreme risorse».

Dalla premessa discendevano i consigli sulla condotta della campagna: «Quanto alle operazioni ( ... ) delle forie italiane, queste non dovrebbero essere impiegate ad assediare il Quadrilatero, ma piuttosto auraversarlo o aggirarlo, per bauerc l'esercito nemico in campo aperto».

E, altresì, derivavano le precisazioni circa J'obiettivo: «(...) per procedere d'accordo colla Prussia, bisognerà che l'Italia non si contenti di penetrare fino alla frontiera setlentrionalc della Venezia, ma si apra la strada verso il Danubio, e vada a incontrarsi colla Prnssia nel centro della Monarchia imperiale; che marci su Vienna, a dir breve».

C'era anche un monito che, pur se basato sulle probabili ripercussioni che gli eventi bellici di uno scacchiere avrebbero avuto sull 'altro, era espresso in forma talmente rozza da stupirsi provenisse da un diplomatico. Se l' Italia, scriveva Usedom, si fosse limitata a spingersi sino ali 'Isonzo, avrebbe in pratica fermato la guerra: potendo l'Austria lrasferire altre forze in Boemia, la Prussia sarebbe stata costretta alla difensiva, anche per iJ quasi certo intervento d~lle truppe bavaresi a fianco di quelle austriache, determinando in tal modo l'inevitabilità di una pace insoddisfacente per Prussia e Italia. Ove così fosse accaduto, la cooperazione italiana sarebbe stata più dannosa della semplice neutralità. «Ma il governo del Re (...) si affida pienamente alla lealtà del suo alleato, sicché non può ammettere la probabilità che ciò avvenga». Un ragionamento del genere poggiava non su precisi accordi operativi, che nè Moltke né La Marmora avevano voluto, bensì su «un terreno comune». Questo, diceva Useclom, era rappresentato dall'Ungheria. Gli sviluppi politicomilitari di un'azione centrata sull'Ungheria erano chiari: un 'insurrezione " La Mannora a Petli ncngo in data 19.6. 1866, in L.

CIIIALA,

Preliminari tic., ll. p. 17.


636

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

magiara e slava provocata e aiutata da un corpo di volontari condotti da Garibaldi, sbarcato in Dalmazia; l'ammutinamento dei reggimenti ungheresi e croati ed il conseguente sconvolgimento interno dell'impero, attaccato dall'esterno da Prussia e Italia. Per facilitare le cose, dalla Slesia «un corpo volante composto, per quanto possibile, di elementi nazionali, potrebbe entrare in Ungheria» a dar mano forte all'insurrezione. Le spese necessarie per realizzare l'impresa sarebbero state sopportate da entrambi gli alleati 89 • L'intera questione non era propriamente una novità e merita di essere ripresa dalle origini. Su un aspetto dell'alleanza La Mannora e Moltke si erano trovati subito d'accordo: nel giudicare superfluo uno_studio strategico in comune, visto che ognuno avrebbe dovuto condurre una propria guerra in un disti11to teatro d'operazioni. Nessuno dei due gradiva inframmettenze. La Marmora perché temeva che la Prussia gli imponesse operazioni che non approvava; Moltke perché gli bastava che l'Italia vincolasse una buona parte dell'esercito austriaco. L'unico ad ammettere grande importanza ad una convenzione militare fu Govone, il quale più volte cercò di ottenerla rivolgendosi a La Marmora ed a Bismarck, ma senza esito. «Io ero di tutt'altro parere - ammise La Marmora - e non l'avrei probabilmente accettata, quand'anche la Prussia ce l'avesse proposta» 90 • Govone era rimasto colpito da un'osservazione di Bismarck circa la condotta della guerra, ove la Baviera fosse intervenuta nel conflitto a fianco dell'Austria. In tale evenienza, gli oltre 100.000 uomini che la Prussia avrebbe tratto dalle sue provincie renane <<marcerebbero attraverso la Baviera, e dopo di averla spazzata, farebbero una diversione sopra Lintz sulla direzione di Vienna, e darebbero una mano all' esercito italiano». Questo cenno fu sufficiente ad insospettire La Marmora: Bismarck non aveva espresso alcun desider io di concludere una convenzione militare, «ma ciò nonostante, già si disponeva del nostro esercito per le combinazioni prussiane»! 9'. · Nella speranza di risultare più convincente, Govone compilò allora una bozza di convenzione in dodici articoli, i cui punti salienti concernevano la forza minima che ogni Stato doveva impiegare nella guerra e l'attribuzione del comando unico, ove aliquote dei due eserciti si fossero trovate ad agire nello stesso scacchiere. La Marmora la lesse e riconobbe che «la teneur en général en est bonne, et le projet, sauf quelque modification, serait adm.irable le cas échéant», ma siccome questa eventualità appariva più che remota, egli pensava «plus que jamais» che non fosse il caso di parlarne 92 • Così sin dall'inizio aveva •• Usedom a La Marmara in data 17.6.1866, in CCSM, la campagna del 1866 cit., I, pp. 130-134. Il resto originale è in francese in L. CHIALA, Preliminari cii., Il, pp. 22-23. 90 A. LA MARMORA, Un po' più di luce cit., p. 132. '" Govone a La Mannora in data 6.4.1866, ibidem, pp. 138-139. '" La Marmara a Govone in data !5.4. 1866, in L. ClilALA, Ancora un po' più di lu.ce cii., p. 121.


LA CAMPAGNA DEL 1866

637

preferito scoraggiare le insistenze di Govone su un'intesa di carattere militare, tanto da ammonirlo, ancora il 22 maggio: «Ne vous mélez pas trop de ce qui régarde la Prosse et sur1out des dispositions militaires. Cela nous donnerait una responsabilité, qu ' il ne convieni pas de nous prcndre» •1.

Considerato l'atteggiamento mentale di La Mannora, è facile immaginare l'accoglienza da luj fatta ad «un personaggio alquanto misterioso», che il 30 maggio gli venne presentato dal conte von Usedom: il consigliere di legazione onorario Theodor von Bemhardi, studioso di storia e di filosofia, molto apprezzato da Guglielmo I e da Moltke, ma privo di una qualunque credenziale scritta e da nessuno incaricato di intavolare e condurre trattative di natura militare, come inv~ce si reputò autorizzato. Senza entrare nei particolari della missione Bemhardi 94 , djremo che il 6 giugno lo studioso illustrò a La Marrnora le grandi linee di quello che riteneva il piano strategico prussiano e poi rimase chiaramente in attesa di conoscere iJ disegno italiano. La Marmora, non soltanto aveva prestato scarsa attenzione all'esposizione di «un signore che, per quanto sapiente potesse essere, non era stato mai militare», ma, essendosi sempre attenuto ad una linea di riservatezza sulle operazioni prussiane, «non potevo ammettere che altri, e meno di tutti un personaggio non militare e senza missione militare, si verusse a mischiare nelle nostre» 95 • Tuttavia, dentro di sé, La Marmara riconosceva la convenienza di un accordo reciproco sulla guerra. Si era irrigidito in un rifiuto essenzialmente di puntiglio accorgendosi che la Prussia, tutto sommato, non avvertiva analogo bisogno. Se Bismarck avesse mandato a Firenze un generale, sicuramente La Marmora avrebbe mutato atteggiamento. Infatti finirà per riconoscere che l'accenno a Linz meritava approfondimento ai fini operativi w,_ Affiorò invece l'ipotesi ungherese. Non appena formato il ministero nel 1864, La Marmora era rimasto sgradevolmente sorpreso dalle forti somme erogate senza controllo per la causa ungherese, una causa per la quale non nutriva molti entusiasmi in quanto agitata da rivoluzionari poco affidabili. Spiegò, dunque, francamente al generale Tiirr, uno dei più conosciuti esponenti dell'emigrazione ungherese, l'impossibilità di appoggiare ulteriormente il movimento, anche per la difficilissima situazione finanziaria italiana 97 • Tenuto conto di ciò, non deve meravigliare la sua tiepida accoglienza ai suggerimenti di Napoleone III di «agire ., La Marmora a Govone in data 22.5.1866, ibidem, pp. 240-241. " Vds. L. ClilALA, ibidem, cap. V, pp. 196-271.

" A. LA MARMORA, Un po' pi,ì di luce cit., p. 314. ..' Ibidem, p . 315. " In seguito alla presa di posizione di La Marmora, Tiìrr dette per protesta le dimissioni dall'esercito italiano, ma Vittorio Emanuele gli conferi il titolo d i aiutante di campo onorario.


638

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

sull'Adriatico, e sollevare la costa illirica e possibilmente l'Ungheria» 98• Non che fosse contrario ad una «diversione in Croazia ed in Ungheria», però la subordinava, correttamente, al conseguimento del dominio dell'Adriatico e, comunque, reputava «che lo sforzo principale per dar la mano al nostro alleato dovesse farsi dal Tirolo» 9<). Aggiungiamo le valutazioni fatte i primi di maggio del 1866 dal Visconti Venosta, predecessore di La Mannora al ministero degli Esteri ed ai momento ministro d'Italia a Costantinopoli. Secondo questi, o meglio secondo le confidenze raccolte a Pest da alcuni autorevoli parlamentari ungheresi, «( ... ) In Ungheria la nazione è alquanto stanca, e scol'aggiata dalle sue tristi condizioni economiche. Non vi è probabilità alcuna di moti insurrezionali, a meno di qualche scossa potente e imprevedibile(...)» "'".

Era verissimo che il partito Deak, padrone del paese e della Dieta, non avrebbe ceduto sulle richieste di riforme, ma se l 'imperatore le avesse accolte i magiari, molto più disposti alla conciliazione che alla rivoluzione, si sarebbero prontamente allineati con l'Austria. «Se la guerra scoppiasse - continuava Visconti Venosta - , se si trattasse di qualche diversione di volontari o di truppe regolari che dovesse toccare all'Ungheria, sarebbero necessarie prima delle intelligenze e delle spiegazioni per non esporsi a qualche disinganno, m'intendo soprattutto nel caso delle concessioni fatte dall'Austria. Gli esuli unghresi non hanno ora influenza e non sarebbero nemmeno intermediari opportuni per simili trattative( ...)» 1• 1•

Convinto della esattezza di simile quadro, La Marmora accolse con scetticismo e sdegno le proposte che in quel periodo gli venivano avanzate da esuli magiari e da parte prussiana. I primi, da Kossuth al generale Klapka, poggiavano i loro disegni sull'asserita attendibilità del Comitato nazionale segreto di Pest e chiedevano il riconoscimento italiano del governo provvisorio ungherese e del sovrano eletto, io scambio di rappresentanti diplomatici, l'impegno alla concessione di un prestito di entità da determinare, la promessa di non posare le anni prima di aver realizzato l'unità d'Italia da un iato e l'indipendenza e l'unità dell'Ungheria dall'altro 102• La Marmora commentò: "Nigra a La Marmora in data 2.9.1865, in L. ClilALA, Ancora un po' pitì di luce cit., p. 26, e ancora in data 23.3.1866, p. 82. "'' A.LA MARMORA , Un po' più di luce cit., p. 315. 00 ' E. Visconti Venosta a La Marmora in data 8.5.1866, in L. CHJALA, Ançora un po' pitì di luce cit., p. 315. '"' Ibidem, pp. 232-233. 0 ' ' A. LA MARMORA, Un po' pilì di luce cii., pp. 318-326. Sia chiaro che per realizzare l'unità dell'Ungheria i principali esponenti magiari - da Kossuth a Deak- intendevano annettersi Ja Transilvania e non staccare il regno di Croazia e Slavonia, né la Dalmazia! Quanto all'indipendenza, essi pretendevano l'applicazione della Prammatica sanzione del 1772, vale a dire leggi ungheresi e sovrano asburgico incoronato come re d'Ungheria, ma anche accettavano che il regno fosse unito «indivisibiliter atque inseparabiliter» con le altre parti dell'impero! Quindi la questione ungherese era tutt'altro che semplice, come veniva prospettata e creduta. Che su I 3 milioni di sud-


LA CAMPAGNA DEL 1866

639

«Ora, il legarsi per uno scopo determinato, con uo Regno fone, robu~to com'era la Prussia, che aveva le sue finanze in onimo stato e un esercito già secondo a nessuno. era per l'Italia di una gran convenienza, come i risultati lo provano; ma prendere impegni con un Regno immaginario, quale era l'Ungheria allora, senza soldati e senza denari, sarebbe stato il colmo della demenza»'°'·

Con Bismarck il discorso era alquanto differente.All'inizio di maggio questi aveva scartato senza es itazione l'idea prospettatagli da Govone- di «sacrifier cinq million pour la Hongrie», dicendo di non conoscere nè il paese nè gli uomini e di non volere buttare inutilmente una simile ingente somma 104 • E lo stesso diniego era stato riferito da Moltke, che invece vedeva di buon occhio l'esplodere del problema magiaro io.1. I primi di giugno Bismarck mutò orient.am.e nto. Il contegno della Francia lo teneva in pensiero. Quello dell'Austria gli faceva temere che l' impero fosse più forte di quanto creduto. L'Usedom insisteva sul tasto ungherese, anche per «compromettere» il governo italiano davanti alla Francia. Il conte Csaki, esponente del Comitato Nazionale ungherese, gli garantiva la possibilità di una sollevazione generale dalle grosse conseguenze politiche e militari. Alla fine, il 5 giugno, telegrafò a Usedom di mandargli il Tiirr, per sentire anche lui, e così si persuase che la carta poteva essere buona. Il mattino dell' 11 un consiglio di ministri e di generali presieduto da Guglielmo I decise di accettare la cooperazione ungherese 106• In seguito a questa determinazione, Bismarck incaricò Usedom di proporre all 'Italia che i due governi stanziassero tre milioni di franchi complessivamente per facilitare l'insurrezione in Croazia ed in Ungheria 107· Questa volta, però, fu La Marmora a respingere l'invito, spiacevolmente meravigliato di vederselo rivolgere, e senza neanche passare per il tramite di Barrai, dopo il rifiuto oppostogli un mese prima 1011. Per converso, inevitabilmente, Bismarck non capì l'atteggiamento negativo italiano di fronte ad un 'idea avanzata in precedenza proprio da Firenze, e la sua diffidenza crebbe al punto di replicare a Usedom: <<lnsisrcz énergiqucment qu 'on se mcue d'accord avec le Comité hongrois. Le refus de La Marmora nous donnerail plutot quelque soupçon contre le sericux de l'Italie dans la guerre. Nous voulons ouvrir les hostilités dans le commencement de la semaine prochaine. Nous somme.~

diti della Corona di S. Stefano ce ne fossero 8 di nuneni, valacchi, rutcni. serbi. croati, sloveni, tedeschi ecc.. e che rutti fossero molto più ostili a Ptlit che a Vienna, erano particolari di scarsa rilevanza per i patrioti della Grande Ungheria. 10 ' Ibidem . p. 326. '"' Govone a La Marmora in data 2.5.1866, ibidem, p. I92. ,., Govone a La Mannora in data 4.5.1866, ibidem, p. 203. '"' L. CH IALA, Ancora 1111 po' pi1ì di luce cit., pp. 274-277. 1• 1 Usedom a La Marmnra in data 12.6.1866. ibidem. pp. 278-279. "" La risposta di La Marmora a Usedom, nello stesso 12 giugno, fu verbale (ibidem. p. 279).


640

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

frappés pourtant par les hésitations inexplicables de l'Italie contre une union avec la Mongrie. Nos anxiétés sous ce rapport seraient multipliées si l'ltalie voulait s'engager dans una guerre stérile dans le quadrilatère» ""·

A soffiare sul fuoco erano in primo luogo Usedom e Bemhardi, la cui presenza a Firenze e la cui opera spesso tendenziosa furono indiscutibilmente dannose nei rapporti italo-prussiani. Il ministro mostrava un'assoluta convinzione che non soltanto i magiari, che «il governo italiano sa già da lungo tempo quanto sia facile far insorgere» 110, ma altresì i croati e persino gli slavi dei confini meridionali dell'impero fossero prontissimi ad insorgere al primo aiuto loro offerto 111 • Tuttavia saltava agli occhi l'esistenza di qualcosa di poco chiaro nei rapporti fra Firenze e Berlino. La chiave di lettura di siffatta strana vicenda venne fornita da Chiala. La Marmora sostenne sempre la sua netta contrarietà ad appoggiare la causa ungherese e dichiarò la proposta illustrata da Govone a Bismarck un'iniziativa errata del generale 111• D'altra parte, quest'ultimo agi inequivocabilmente sulla base di dispacci trasmessigli da Firenze. Nel 1869 Nicomede Bianchi, direttore dell'Archivio di Stato di Torino, ricevette da Marcello Cerruti, segretario generale del ministero degli Esteri nel 1866 11 \ una grave confidenza: «Mi parlò - scrisse Bianchi - della lealtà a tutta prova del generale La Mannora, e mi disse queste solenni parole che, giunto a casa, posi per iscritto: 'Bismarck in questo pure ci ha aiutato; ma tutte queste pratiche mi sono presa la somma responsabilità di trattarle io ali ' insaputa del generale La Marmora' » " ' .

In conclusione, l'ipotesi ungherese, che La Marmora aveva troncato, venne ripresa da Vittorio Emanuele II e dal Cerruti e sostenuta dall'Usedom all'insaputa di La Marn1ora 115 : da Firenze partirono, a quanto pare assodato, telegrammi a firma di La Mannora che questi non scrisse nè conobbe "6; a Firenze i due esuli magiari, Tilrr e Csaki, trattavano con Cerruti e Usedom scavalcando La Marmora 111 ; il Ti.irr partì per Berlino, convocato da Bismarck, dopo un colloquio con il re senza che La Marmora ne fosse messo al

"" Bismarck a Usedom in data 13.6.1866, ibidem, p. 280. 110 L. CHIALA, ibidem, pp. 234. "' Ibidem. "' A.LA MARMORA, Ancora un po' più di /uçe cit., p. 193. "' Secondo von Bemhardi il Cerrulli «è l'unico in Italia che sappia guardare le cose con occhio di uno di Stato; egli si regge in piedi sotto tutti i ministeri, perché sempre si esclissa compiutamente>> (in L. CMIALA, Ancora un po' pìlÌ di luce cit., p. 235). 11 ·' Ibidem, p. 229. "' Ibidem, pp. 234-235 e p. 244. "'' Ibidem, pp. 226-230. '" Ibidem, pp. 238-245.


LA CAMPAGNA DEL 1866

641

corrente" 8• Davvero edificante! Obiettività vuole, peraltro, che di una simile deprecabile situazione pa1te della responsabilità ricadesse sul carattere altezzoso e puntiglioso di La Marmora; un carattere che non rendeva facili i rapporti con lui, che lo isolava e lo esponeva ad una critica diffusa. C'era .ancora un aspetto del progetto prussiano che La Marmara non accolse, o, per meglio dire, accolse con sdegno. L'intento di sovvenzionare la rivoluzione in Croazia ed in Ungheria mirava anche a provocare defezioni nei reparti di tali nazionalità, e specialmente nei molti reggimenti croati dislocati nel Quadr ilatero 119• Per La Marmara attizzare un' insurrezione nel paese nemico, trattare alla pari con i rivoluzionari, incitare alla diserzione i soldati dell 'avversario per formare con i disertori unità regolari nel proprio esercito, erano mezzi sfeali di guerra e prcss'a poco disonorevoli, e «la lettera del conte di Usedom - egli disse - non poteva che accrescere questa mia avversione, giacché era per me evidente, che se la Prussia spingeva noi a promuovere l'insurrezione, e ci chiedeva perfino di antic iparne la spesa, gli è che intendeva sporcarsi le mani il meno possibile in q uell a faccenda» 120 • D ' altronde anche il Bernbardi non condivideva affatto il disegno del Turr di costimire una legione ungherese nell'esercito prussiano per attirare i disertori dei reggimenti ungheresi al servizio dell'Austria: «La condizione di una legione siffana in mez.io all'esercito prussiano sarebbe quasi impossibile. Naturalmente io non dico in presenza di Tiirr che questi legionari sarebbero riguardati dai nostri soldati come fedi fraghi , dimentichi dell'onore e trattati perc iò con supremo disprezzo; ma tomo sempre a dire che colle idee cavalleresche che dominano nel nostro esercito il ricorre re a tali strumenti offenderebbe tutù i sentimenti di lealtà e di onestà» "'.

Il telegramma risentito e sconcertato di B ismarck a Usedom, sulle perplessità destate dall 'atteggiamento di La Marmara nei confronti della situazione ungherese, venne mostrato da Turr, rientrato a Firenze il .14 giugno, al re. Vittorio Emanuele ascoltò il resoconto del viaggio a Be rlino ed esclamò con dispetto: «Con La Marma ra non si può combinare nulla! Ma non importa: fra due giorni me lo porto al campo. Allora sarà Presidente del ministri il barone Ricasoli, e farà tulio quanto è necessario per l'artuazione dei nostri piani» 122•

"' Ibidem, p. 276 11 • Useclorn a La Mannora in data 12.6. 1866 cit., ibidem, p. 279. '"' A. LA MARMORA, Ancora 1111 po· pitì di luce cit., p. 31 7. "' Diario von Bembardi in data 3.6.1866. in L. CmALA. Ancora 1m po' pitì di luce ciL, p. 243. Von Bernlwd i scrive in effett i «legione italiana», ma il Ti.l rr ripeté il conce110 a Bismarck rifc· rendosi, ed è anche logico, ad una legione ungherese (ibidem. pp.p. 277). Nei falli, so lo dopo Sadowa Bismarck si indusse non a costifllire, bensì semplicemente ad autorizzare, la formazione di una legione ungherese (seduta del 16.1.1 874 al Reichstag d i Berlino. in A. LA M ARMORA , / segreti di Stato nel governo costifllzio11al e. Barbera, Firenze 1877, p. 16). Cfr Csaki a Visconti Venosta in data 18.7.1866 in D. D.I., VU, doc 160. "' Ibidem. p. 288.


642

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Intanto Barral aveva riferito a La Marmora il malumore di Bismark: «(...) Je regrecte, je dois vous le dire, d'apprendre quc chez vous l'on paraisse vouloir commencer par attaquer le quadrilatère, au lieu de se porter au fond de l'Adriatique et d'obliger l'Autriche à accepter un combar en rase campagne. U y a là une pensée qui m'inquiète. D'un autre coté je ne vous cacherai pas que j 'aurais voulu voir accepter par le général La Marmora, la combinaison qu' au moyen de quelques millions fournis en commun, nous aurait procuré une puissante insurrection en Hongrie. Lcs chefs hongrois que j'ai vus sont tous de mon avis

( ...)» "-'.

La Marmora, urtato perché Bismarck, il quale pur dichiarando che «le secret des premières operations militaires n' est pas le mien, et je ne puis vous le confier»' 24, metteva naso nelle operazioni italiane, ribatté subito: «Je n'entends pas discuter le pian dc campagne, car, d'après ce que vous a dit Bismarck, jc vois quc on ne connait pas là bas notre position. Quant aux Hongrois, il parait qu'on ignorc à Berlin, que la Hongrie est presque dégamie de troupes, et que par conséquent elle pourrait bien se soulever si elle y était disposée» "'.

Torniamo adesso alla Nota Used0rn. Ricevuta la lettera - a lui indirizzata quale presidente del consiglio e ministro degli Esteri - , La Mannora la lesse «con vera rabbia concentrata, e quindi se la mise in tasca senza dirne parola ad anima vivente» 126• In realtà la mostrò a Petitti, anch'egli sdegnato per il linguaggio «altezzoso», e l'informò che per primo pochi giorni prima aveva fatto rispondere a Bismarck che non intendeva affatto condurre una guerra di assedi, e che dell'Ungheria non voleva immischiarsi: s i rivolgessero a Ricasoli 121 • Poi scrisse a Jacini: «(...) Ho ricevuto ogg i la lettera del ministro d'Usedom. È un capo d'opera, che non saprei dire se pecchi più di sconvenienza o di ignoran za, massime delle cose nostre. Dica al Ministro prussiano che non ho tempo per rispondergli, ma la veri t/1 è che se gli rispondessi dovrei dirgli cose assai spiacevoli, e ora non conviene. D'altronde i fatti, io spero, non tarderanno a darci ragione( ...)""'.

Ricasoli, sempre mostratosi più che favorevole ad aiur.are i progetti insurrezionali in Ungheria, aveva già preso in mano la questione ed era in contatto con Usedom e gli esuli magiari. Il 23 giugno il ministro prussiano gli riferì

12.1

13arral a La Marmora in data 15.6. 1866, in L. CrnALA, Ancora un po' pil.ì di luce cit., p.

28 1 "·' i bidem.

'" La Marmara a Barra i in data 15.6. J 866, ibidem, p. 285. "" Riportalo in L. Cii JALA, ibidem, p. 300. '" Ibidem. p. 30 1. '" La Marmora a Jacini in data 19.6. i 866, ibidem, p. 302. Per chiudere sulla Nota Uscdom, vale la pena di riferire il giudizio di Bis•·::,rck, che per un disguido sembw ne sia venu10 a conoscenza un paio d'anni dopo ( !). 11 IO dicembre 1868 Bismarck comunicò a Usedom la propria decisione di proporre al re il suo esonero, in qu anto alla pubblicazione di quella Nota «j e pus y conswter des idées et de expressions incompatibles avec la position de Vostre Excellence. et absol11ment inadmissibles dans w1e Noie. dipfo1J1atiq11e ( .. .)" (ibidem, pp. 229-300).


LA CAMPAGNA DEL L866

643

l'invito di Bismarck di fare il possibile per la partenza di Tiin: per la Croazia o Belgrado «ajìn. d'y commencer ses opérations» 129, e lo stesso giorno gli si rivolse Kossuth, sollecitando la partenza di Tiirr da Livorno per l'iJ1domani: a Belgrado «il n'y trouvera pas un.e organisation prete, il devra la faire», perciò era necessario affrettarsi perché se l'operazione «du coté de la Serbie» non veniva iniziata tempestivamente la spedizione di Garibaldi sarebbe andata in fumo iio. Gli avvenimenti non consentirono sviluppi concreti all' «affare del l'Ungheria» 1' 1• Dire che in quegLi ultimi giorni di pace si venne a concretare il disegno di manovra è sicuramente inesatto. Conosciuta la situazione austriaca, Cialdini si allarmò, temendo di incontrare sulla sua direttrice operativa il grosso dell ' ar1 mata del Sud, e il 20 giugno comunicò per lettera a La Marmora : «(... ) la notizia che mi date dell'allontanamento delle truppe austriache sul Mincio nella direzione di Lonigo sarebbe grave. Sembrerebbe che conoscano il nostro progello, e vogl iano opporsi fonemente al mio passaggio. Spero che ·alla vigilia del mio tentativo sul Po, richiamerete su di voi le forze nemiche» ,.,,.

Il capo di Stato Maggiore si espresse in forma dubitativa: non essendo giunta risposta da parte austriaca alla dichiarazione di guerra, «non si potrebbe principiare ostilità prima del 23. Anzi dalla nostra parte probabilmente non si farà nulla sino al 24» m. Cialdini, convinto di dover subordinare le sue mosse a quelle dell'annata del Mincio, replicò stupito: «Mio tentativo passaggio Po deve essere preceduto da seria dimostrazione sul Mincio. Avvenitemi al più presto se pensate farla il 24 onde io disponga passaggio per la notte dal 25 al

26>,'" .

Intanto, arrivato il re al Quartier Generale nel primo pomeriggio del 20, La Marmora aveva illustrato il progetto espostogli da Cialdinì a Bologna il 17. Ottenuto il placet dal sovrano, diramò la prima direttiva scritta: «( ... ) I comandanti generali dei primi tre corpi d'armata essendo più sollo la mano del comando in capo del.l'esercito, riceveranno direttamente gl i ordini e le istruzioni.

" 9

Usedom a Ricasoli in data 23.6.1866. in Carteggi di Bellino Ricasoli cit., XX.IJ, doc. 37,

p. 34. '"' Kossuth a Ricasoli in data 23.6. 1866, ibidem. XXII, doc. 39. pp. 35-36. ,.,. A prescindere dagli eventi, sembra che tutti i principali in teressati a ll ' intervento in Ungheria abbiano continuato a far di tuLLO per commettere gaffes, complicare le cose, creare intoppi, seguire vie contorte:suscitare sospelli e dispetti nella 4uesLione (Yds. L. CHtALA, Ancora 1.111 po' pitl di luce cit., pp. 303-311). '·'' Cialdin i a La Marmora in data 20.6.1866, in L. C111AL:\. Ancora un po· pii.ì di luce cit., p. 3 13. Nella lettera. scritta appena tre giorni dopo il colloquio ciel 17 a Bologna. Cialdini dichiarò anche «essere io molto con tento che il mio piano vi soddisfi e vi convinca». ' " La Mam1ora a Cialdini in data 21.6.1866, ore 17, 30, in L. Ci-llALA, Preliminari ciL., II, p. 40. '" Cialdini a La ì\.farrnora in dma 21.6.1866, ore 20,30. ibidem. Il. p. 41.


644

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

V.E. [Cialdini) all'incontro viene considerata come comandante di corpo staccato ed avendo S.M. approvato il progetto dell'E.V. comunicatomi a Bologna, Ella riceve ampia facoltà di cominciare e proseguire le operazioni di guerra in quel senso che Le sembrerà più opportuno a seconda delle circostanze. Solo La prego di te nermi sempre al corrente d'ogni cosa.

La informo che l'attacco di Borgoforte dalla sponda sinistra sarà secondato da un attacco contemporaneo dalla sponda destra per cura di truppe del 2° corpo» "'·

Dopo di che La Mam1ora impiegò buona parte del giorno 22 ad impartire personalmente ordini verbali ai comandanti dei corpi d 'am1ata del Mincio, con riserva di conferma telegrafica. In questo mentre pervenne al Quartier Generale il telegramma spedito da Cialdini alle 20,30 della sera precedente. Petitti si affrettò a rispondere: «Generale La Marrnora in giro per dare istruzioni ai comandanti corpi d'armata. Frattanto credo poter assicurare che giorno 24 sarà fatta dimostrazione sul Mincio secondo informazioni che si avranno sul nemico. Ritorno La Mam1ora maggiori schiarimenti » ,,._

Purtroppo anche questo telegramma arrivò a destinazione prima delle direttive in data 21, e Cialdini più tardi commentò: «Quei promessi schiarimenti non vennero mai» 1·11 • Per la verità, poco dopo aveva ricevuto un secondo telegramma di Petitti: «La Mannora ritornato. Domani si passa il Mincio e la cavalleria perlustra il paese al di là» "3. e poi le predette direttive. Ormai troppo tardi - si stava alzando il velo sul profondo dissenso concettuale fra i due protagonisti dell'amara vicenda. Il famoso colloquio di Bologna si era svolto fra sordi , evidenteme nte. La Marmora era rimasto nella sua idea di attaccare con il grosso dal Mincio, richiamando automaticamente su di sé l'attenzione dell ' arciduca Alberto, e di consentire ampia libertà d 'azione a Cialdini: se questi avesse avuto fortuna, l'appuntamento era oltre Adige, in caso contrario la penetrazione dell'armata del Mincio verso Monselice avrebbe aiutato da nord il IV corpo nel forzamento del duplice ostacolo Po-Adige. Rientrato al Quartier Generale e visti i messaggi di Cialdini , li considerò superati dalle direttive. Cialdini, invece, sosterrà di aver accettato obtorto collo la suddivis ione dell 'armata in due blocchi ne lla convinzione che, comunque, una volta effettuata una «seria dimostrazione» sul Mincio, tale da distogliere le forze austriache dal Po, il grosso dell 'esercito italiano sarebbe stato trasportato per ferrovia in Emilia per seguire il IV corpo oltre il Po ,.w_ Tacerà, pe rò, sul telegramma inviatogli dal re il 22 giugno, con il quale il sovrano esprimeva la speranza di esser tra breve su!l' Adige per aiutarlo nel

''' La Marmora a Cialdini in data 2 L.6.1866, ibid(!m, II, pp. 39-40. ,~. Pctitti a Cia ld ini in data 22.6. 1866. ore 13, ibidem, II, p. 41. "' E. CtAw1r,;1, Rispos1a cit., p. 19. •• Pctitti a Cialdini in data 22.6.1866, ore 17,30, in A. Pot.uo, C11s1oza cit., p. 30. '" B. C IAWJN I, Risposta cit., pp. 16-18.


LA CAMPAGNA DEL 1866

645

suo passaggio del Po 140, telegramma che non lasciava alcun dubbio sulle intenzioni di La Marmora. Il Della Rocca ebbe a scrivere: «Per me che ho visto tutto, pesato tutto, mi manca però un dato essenzialissimo, ed è di sapere quale fosse il piano di campagna, se pur ve n'era uno» 141 • Viene immediata la domanda: ritenendolo, giustamente, un dato essenzialissimo, perché lui, generale d'armata, comandante di un corpo d'armata, in ottimi rapporti col re, perché non l'ha chiesto? perché non l'ha preteso? Ad ogni modo, il risultato di tanti contatti e colloqui si può riassumere in questi termini. L'esercito affrontava il nemico con due sforzi distinti, l'uno dal Mincio e l'altro dal basso Po. IL forzamento del Po sarebbe stato agevolato dal passaggio 'del Mincio. Garibaldi doveva agire inizialmente nel Trentino per interrompere o minacciare la via di comunicazione austriaca della val Lagarina; in un secondo tempo, quando l'esercito si fosse riunito oltre l'Adige e la flotta avesse conseguito il dominio dell'Adriatico e beninteso a meno che le circostanze non suggerissero di insistere nel Tirolo, avrebbe effettuato lo sbarco in Dalmazia o nell'Istria o presso Trieste 1' 2 • Se tutto ciò fosse stato precisato ed armonizzato in un documento operativo senza equivoci, che stabilisse scopo, disegno di manovra, articolazione delle forze, compiti, obiettivi, direttrici di attacco, tempi dell'azione, è lecito ritenere che la guerra sarebbe stata affrontata con maggior ponderatezza. Purtroppo si possono considerare solo «orientamenti» ed è innegabile la sensazione che, per quanto malevolo, von Bemhardi abbia colto esattamente le esitazioni di La Marmora nel colloquio avuto con questi il 6 giugno ••:1: «Com'egli voglia procedere oltre Mincio, La Marmora non lo sa: 'quam atLr détails, on ne peut /es fixer d'avance, il /aut voir, etc.·. La forte posizione che gli Austriaci potrebbero prendere a Valeggio lo preoccupa come se l'avessero già presa. Se Cialdini non va oltre Po - e La Marmora tacendo ammette senz'altro che non lo possa - egli, La Marmora, lo chiamerà a sé a Cremona! ( ...). Anzi, egli è già rassegnato, nè più nè meno, a farsi trascinare ad un infelice assedio di Peschiera! 'Si I' on pouvait pre11dre une des places, par e.xemple Pescl,iera, cela faciliterait beau coup /es communications' ( ...)» '".

Insomma, cominciamo a passare il Mincio, poi vedremo.

*** "" Vittorio Emanuele a Cialdini ìn data 22.6.1866, in CCSM, Complememo cit., l, pp. 26-27. Cialdini rispose in data 23 accusando ricevuta e comunicando: «Tenterò passaggio Po notte 25 al 26» (ibidem, p. 27). '" Ibidem, l, p. 17, nota l. "l Ibidem, l, pp. 128-129. "' T. voN B ERNHARDI, Der Krieg 1866 gege11 Oes1erreicl,, pp. 42-56, i n CCSM. Compleme1110 cit., TI, p. 36-44. '"" CCS M, Compleme11to cit., TI, p. 4 1.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

646

Passando agli orientamenti strategici austriaci, è necessario anzitutto vedere quale fosse la valutazione delle possibili direttrici operative italiane. L'offensiva dal Mincio non trovava praticamente ostacoli fino ali' Adige. Qui però le difficoltà si palesavano subito serie, trovandosi l'attaccante in mezzo alle fortezze del Quadrilatero, la cui capacità difensiva consentiva cli guardare con tranquillità agli eventuali tentativi di assalto e le cui possibilità di sbocco offensivo permettevano di agire sul fianco ed anche alle spalle dell 'avversario fermo davanti all'Adige. Peschiera (312 bocche da fuoco) estendeva la sua azione sino a Monzambano, controllava le vie d'accesso alla val Lagarina e si prestava a sortite in Lombardia. Verona (758 pezzi), Pastrengo (54 pezzi) e Ceraino (57 pezzi) assicuravano all'armata del Sud un'ottima via di ritirata in Tirolo ed un altrettanto ottimo appoggio per operazioni fra Mincio ed Adige. Mantova (432 pezzi) e la recentemente fortificata testa di ponte di Borgoforte (79 pezzi) erano validissima base offensiva per uno sbocco a sud del Po e, comunque, obbligavano l'avversario ad impiegare truppe consistenti per osservarla. Legnago (105 pezzi) era diventata un preciso punto di appoggio intermedio per la difesa dell'Adige quando, dopo il 1859, era stata approntata la fortificazione di Rovigo (105 pezzi). Un'offensiva italiana dal basso Po sembrava, a prima vista, offrire le migliori possibilità. Agendo sulla direttrice Ferrara-Padova, l' attacco penetrava rapidamente nel Veneto, aggirava l'intero Quadrilatero, interrompeva la più breve e migliore linea di comunicazione del Lombardo-Veneto con l'Austria. Peraltro la regione fra Po ed Adige non soltanto era solcata in senso meridiano eia due altri corsi d ' acqua, I' Adigett.o ed il Canal Bianco, ma poteva essere superata solo nel Polesine occidentale, cioè in una fascia di ten-eno larga una trentina di chilometri, compresa fra le Grandi Valli veronesi e l'allineamento Boara Polesine-Rovigo-Guarda Veneta. Tirando le somme, un'operazione dal basso Po appariva poco temibile: «Paludi chiudono i fianchi di questa strana regione sul mare e verso Mantova. Rotti i ponti sui canali, distrutti i mezzi di passaggio sull' Adige, tagliate le comunicazioni, inondati i siti più importanti, un grosso corpo d ' annata (... ) incontrerebbe nella sua marcia le più grandi difficoltà. Un corpo proporzionalmente piccolo, purché ben comandato, che si appoggi sopra un punto fortificato, come Rovigo, può dar grave molestia ad un esercito mollo superiore e disturbarne la marcia in guisa che, anche senza combattere, debba questo spendere molti giorn i prima di poter presentarsi grosso a nord dell'Adige» 1• \ Una valutazione austriaca su lle due direttrici espressa nel 1871 sull' Oesterreichische Militiirische Zeitung si conclude con questo giudiz io:

1·"

nota

I.

Dalla

relazione ufficiale

austriaca, in CCS M. La Campagna del 1866 cit. , 1, p. 122.


LA CAMPAGNA DEL 1866

647

«li dirigere l'operazione pel Mincio. oltre alla maggior sicurezza relativamente alla buona base ed oltre i vantaggi tattici, offriva la possibilità di spiegare e far valere la propria preponderan<1a: questi vantaggi però giungevano solo fino ali' Adige, dove i progressi dell'attacco crnno costretti momentaneamente a far sosta. Per contro l'operaz ione pc! Po e pel basso Adige aveva a suo favore la migl iore direzione strategica, ed a suo danno le circostanze tattiche; perciò la prima meritava la preferenza per I'operazione del grosso dell'esercito» ,...

Il confronto tra le opposte forze disponibili non lasciava molta scelta all'arciduca Alberto: la difensiva strategica appariva scontata. Tuttavia era possibile studiare un'azione controffensiva, sia pure a breve raggio e scopo limitato, sulla base della più probabile mossa italiana. Al riguardo, in un primo momento (metà maggio) il veder l'avversario concentrare tre corpi in Emilia e sul bass~ Po, lasciando quasi sguemita la Lombardia, lo aveva indotto a pensare ad una massiccia offensiva dal basso Po in direzione Rovigo-Padova, alle spalle del! ' intero Quadrilatero. Successivamente, le notizie abbastanza precise 1icevute a fine maggio resero evidente e significativo il cambiamento di dislocazione iniziale da parte italiana: il r corpo con tre divisioni in marcia verso l'alto Mincio, il lJ con due divisioni a Cremona ed una in movimento verso Mantova, il TII con quattro divisioni aLLomo ed a nord di Piacenza, la divisione di cavalleria a Crema, il IV corpo con-ben sei divisioni sull' allineamento Parma-Bologna. In definitiva, si svolgeva la netta separazione dell'esercito italiano in due distinte masse. La maggiore, dieci divisioni di fanteria più una di cavalle1ia, si accingeva verosimilmente a penetrare nel Quadrilatero obbligando gli austriaci a rimanere sul MiJ1cio. La minore, sei divisioni, mirava a forzare la linea del Po sulla direttrice Ferrara-Padova per poi volgersi su Verona. Probabil mente, in concomitanza con tale d isegno, la flotta italiana avrebbe consentito lo sbarco di truppe regolari e vo lontari sul litorale friulano o istriano. Altri volontari, una ventina di battaglioni in corso di costituzione a Como ed a Varese, sarebbero entrati nel Tirolo. Inoltre, un quinto corpo d 'armala di quattro divisioni sembrava in via di formazione in Toscana con le truppe ancorà disponibili, cioè due brigate granatieri, sei brigate di linea, otto battaglioni bersaglieri ed una ventina di batterie 117• Per i presidi delle piazze dell 'ltalia settentrionale e gli impegni nel Mezzogiorno risultavano ancora utilizzabili i quarti e quinti ballaglioni degli ottanta reggimenti di fanteria (che nel quadro di battaglia figuravano con tre battaglioni). Ora, per g li austriac i era preferibile, e probabile, dover affrontare per prima la massa proveniente dal Mincio. È pur vero che si trattava della più forte, tuttavia, se appena fosse stato possibile occupare tempestivamenle le alture a sud di Verona, «ci saremmo con ciò stesso posti in grado di costituire

''

16

147

corpo.

Ci-llAl.a , Preliminari cit., I. p. 637. Si 1rattava delle divisioni 17', 18' . I 9· e 20', che invece furnno assegnate al Il ed al

In L.

rv


648

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

un'efficace minaccia di fianco contro tutta la marcia offensiva del nemico, la quale doveva per la maggior parte svolgersi sulle strade più basse» '"8 • Allora si sarebbe presentata la prospettiva di impegnarsi in combattimenti parziali su alture conosciute oppure di scendere verso il piano ed attaccare di fianco le singole colonne italiane. Il battere subito la massa principale italiana, con la quale quasi sicuramente si sarebbero trovati il re ed il Comando Supremo, offriva inoltre il vantaggio di provocare un'inevitabile ripercussione negativa su quella del basso Po. Quanto alle preoccupazioni che poteva destare il corpo di Cialdini, l'arciduca Alberto si mostrava ottimista. Le due barriere vicine e parallele del Po e dell'Adige si opponevano in modo pesante ad una celere avanzata in direzione nord. Bastava far saltare i ponti sui canali e corsi d'acqua, predisporre inondazioni verso Mantova e verso il mare per creare tali e tante difficoltà a Cialdini da consentire ad un piccolo corpo appoggiato a Rovigo di tenerlo a lungo bloccato. «A fronte di questa situazione - riferì l'arciduca a.li 'imperatore il 3 giugno - io credo che il miglior partito da prendere per tenere ugualmente a bada i miei due avversari, sia quello di occupare una posizione centrale sull 'Adige, tra Montagnana e Lonigo; giacché da questa posizione, e in parte da Verona, in parte dal basso Adige presso Badia, non ho d'uopo che di una marcia forzata per portarmi con maggiore o minor probabilità di riuscita contrn quello dei due che mi offre pel primo il fianco . In seguito alle considerazioni sovra esposte, il devotissimo e fedele sottoscritto ha l'intendimento di concentrare a suo tempo tutte le truppe mobili nella posizione indicata(... )» '" .

Negli ultimi giorni precedenti l'inizio delle ostilità sorse il dubbio che anche il corpo di Cialdini, o almeno buona parte di esso, si spostasse verso occidente per raggiungere l'armata del Mincio, ma l'arciduca Alberto non rinunciò al disegno di irrompere sulla sinistra della penetrazione italiana dal Mincio o uscendo da Verona o sboccando da Peschiera. Ad attirare gli italiani sulla sinistra del Mincio, sperava fossero la ritirata di tutte le truppe già dislocate fra Verona, Peschiera e Mantova, nonché l'immobilità dell'armata del Sud fra Verona e Legnago sino all'ultima momento.

*** Per quanto ha tratto alla guerra sul mare, occorre tener presente un'inportate premessa. Se dopo le campagne napoleoniche erano apparse opere òi valore, quali soprattutto quelle di Jomini e di Clausewitz, in cui lo studio della strategia terrestre era portato ad alto livello, la strategia navale era praticamente ignorata: «Sul mare - affermò l'ammiraglio francese Bouet-Willaumaz - si

"8

Vale a dire sboccando dal fronte Valeggio-Goito e prncedendo verso oriente. "' L. CH!ALA Preliminari cit., p. 620. Cfr. CCSM, La campagna del 1866 cit.., pp. 137- 141.


LA CAMPAGNA DEL I 866

649

può dire che la parola strategia non abbia un senso preciso per quanto riguarda la flotta» 150· Bisognerà attendere la fine dell'Ottocento per cominciare a parlare di strategia navale. Nel I 866 valeva l'orientamento a basare le operazioni marittime essenzialmente su duelli di artiglierie fra navi da guerra e posizioni fortificate, e cioè su bombardamenti navali di fortezze terrestri. Ne derivava la concezione d i una guerra costiera e tendenzialmente difensiva, comunq~e priva di ogni mirn di ricercare la battaglia in mare aperto per distruggere la flotta avversaria. Non a caso nel 1861 la commissione incaricata dello studio di un piano di campagna del naviglio da guerra, indicava nell'ordine i seguenti compiti della flotta in caso di guerra: protezione del commercio, difesa delle coste, offensiva, trasporto di truppe e rifornimenti. L'offensiva era presa in considera' quando consigliata dalle circostanze ed in termini di attacco a deterzione solo minati porti (Venezia, nel caso concreto). L'anno successivo la commissione, presieduta dal contrammiraglio Vacca, per il progetto di costruzione di navi corazzate indicò l'opportunità di q uindici navi corazzate con le guaii avrebbe trovato soluzione il problema della difesa marittima dell'Ita lia. Le navi dovevano: «(. ..) essere distribllite nei punti più imeresst1nli del litorale: una stazione di due navi coraz-

Ullc in Ancona, una a Manfredonia, una a Brindisi, una a Siracusa, una a Palenno, una a Napoli. una a Livorno e infine una a Genova, allo scopo di darci un sistema di fortificazioni da're ndere inespugnabile il nostro stato, e s icuro da ogni aggressione non solo dall'Austria. ma da ogni altra potenza mariuima ( ...)» " '.

A tale erronea concezione della guerra navale, alla quale non era estranea la dispon ibilità del s olo porto di Ancona come punto di appoggio nell'Adriatico, si aggiungeva l'assenza di un vero e proprio organo di studio delle operazioni navali, se non di pianificazione, per l'eventualità di una guerra con l'Austria. C'era, è vero, un Consiglio di ammiragliato, presieduto dal ministrn della Marina, ma la sua attività riguardava i problemi tecnici e per di più perse rapidamente buona parte della sua importanza a causa dell'eccessiva autonomia concessa ai comandanti dei dipartimenti marittimi di Genova e N_apoli. Nel 1865 il ministro Angioletti affidò ad una commissione lo studio delle «varie operazioni marittime che una squadra potesse compiere nell'Adriatico» in caso di conflitto, e di pre parare il piano per un attacco al litorale fra Chioggia e il Lido di Venezia. Purtroppo l'elaborato della commissione giunse al tennine ad ostilità inoltrate. In definitiva, nessuna meraviglia se Angioletti , nella sua lettera del 7 maggio a Persano sulla situazione navale italiana, indicasse un orientamento generico di stretta difensiva:

,,, ln A. .IACHIKO. La ca111paK1Ia navale di Lissa cit.. p, 160. '" Ibidem, p. 162.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

650

«(...) stando le cose politiche nella posizione accennata, le ostilità potrebbero da pane dcli' Austria essere aperte di sorpresa, mentre noi non vogliamo in alcun modo prendere l'o!Tensiva. Sarà bene però notare all'E. V. che il governo de l Re si trova, nel momento actuale, meno che con l'Austria, in buoni rapporti con tutte le Potenze d 'Europa, e specialmente con la Prussia e con la Franc ia»"'.

In compenso, il 10 giugno Persano, del tutto all'oscuro degli intendimenti per le operazioni terreslTi contro l'Austria, ricevette vere direttive , anche se piuttosto sommarie: «In attenzione dell'annunzio, che questo ministero starà per darle, in tempo debito, della dichiarazione di guerra, e della conseguente convenienza di comi nciare senza indugio, da parte nostra, le ostilità, credo opponuno d i farle tenere fin d 'ora le prime istruzioni generali, alle quali !'E. V.. vorrà attenersi: IO Sbarazzare l'Adriatico delle nav i da guerra nemiche, attaccandole ove si troveranno. 2° Risparmiare Trieste, a meno che ivi non si trovino navi da guerra nemiche, nel qual caso anche Trieste potrà essere trattata come gli altri pu nti della cosia. Risparmiare Venezia fino a che un attacco contro di essa non sia espressamente ordinato. 3° Stabilire la sua base di opcrazìone in Ancona. ove farà pervenire i suoi rapporti e da dove riceverà gli ordini ulterìori del Quartier generale del re ( ...). Qualora l'E. V. avesse osservazioni da fare a queste istruzioni, La pregherei volerrnele far pervenire per il latore del presente dì spaccio(... )» "'.

Restava indefinito, come ben ha posto in evidenza l'ammiraglio Jachino, la collocazione della campagna navale nel quadro della guerra. Del «Comando supremo delle forze di terra e di mare» non faceva parte alcun ufficiale di marina; nessun collegamento diretto era previsto fra detto Comando Supremo ed il comandante della flotta; nessuno pensò ad armonizzare J'impiego delle forze terrestri con quello delle forze navali. Di conseguenza la situaz ione di partenza era quanto mai lacunosa. Per giunta alla dichiarazione di guerra il generale Angioletti lasciò il dicastero della Marina e prese il comando di una divisione. Stando alla direttive del ministero, una volta ad Ancona la dipendenza di Persano sarebbe passata al Comando Supremo, senonché il n uovo ministro Deprctis intese dirigere personalmente la guerra navale, creando un'ulteriore compl icazione nei già confus i rapporti di servizio cd operativi. Dal canto suo, Pc n,;ano non cercò di chiarire bene l'argomento, con il risultato che sarà il primo a subire le ri percussioni negativa di tale disorganicità. Dal punto di vista delle possibilità strategiche, la posizione austriaca nell'Adriatico era sicuramente migliore d i quella italiana. A prescindere dalle ottime basi di Trieste e di Pola, l'Austria disponeva di Lissa e di Cattaro, nonché d i una serie di punti fortificati sulle coste dalmate, quali Sebenico, Ragusa, Castelnuovo e Budua. Da tale situazione di fatto derivavano sia l"orientamento d i Vienna a teners i sulla d ifens iva, s ia la confe rma che l'avvers ione di La Marmora all ' invio di un corpo di sped iz ione in Dalmazia sul piano tecnico era '" Ibidem. p. 156. '" Angioletti a Po.:rsano in data 8.6. 1866, ibidem. p. 157.


LA CAMPAGNA DEL 1866

651

tutt'altro che infondata, posta l'estrema difficoltà di impadronirsi di uno qualunque di quei porti dalmati per costituirvi l'indispensabile base operativa per l'alimentazione dello sbarco. Quanto poi a Venezia, il tratto di litorale fra Chioggia ed il Lido, il più delicato, era ormai difeso da un complesso di fortificazioni di tutto rispetto con 845 bocche da fuoco di vmio calibro; mentre gli accessi alla laguna erano sbanati da grosse catene e pontoni armati, senza contare sette mercantili carichi di pietre pronti ad essere affondati io posto. In conclusione, la nota direttiva di Angioletti di «sbarazzare l'Adriatico delle navi da guerra nemiche, attaccandole e bloccandole ove si troveranno» era logica, ma considerava il prevedibile blocco di Pola, base e rifug io della flotta austriaca, senza preoccuparsi di un vicino punto di appoggio che impedisse l' o11vio logoramento delle navi destinate al blocco.

4 . DA C USTOZA A LISSA.

La terza guerra d 'indipendenza ha tre punti dì riferimento: Custoza, il dopo Custoza e Lissa. TI primo (24 giugno) fu un insuccesso tattico trasformato in cocente sconfitta strategica proprio dal Comando Supremo italiano; il terzo (20 luglio) fu una drammatica sconfitta navale. Il secondo, per inciso il momento meno conosciuto dal grosso pubblico, mise invece in evidenza una penosa insufficienza nella condotta politico-militare della campagna, che rese ancor più amara l'acquisizione finale del Veneto.

** * La battaglia d i Custoza, cercata dall'arciduca Alberto, si presentò assolutamente inattesa a La Marmora. Questi volle portarsi s in dall'inizio delle ostilità sul Mincio, sia per attirare l'attenzione del nemico e facilitare, come d'accordo, il forzamento del Po da parte di Cialdini, sia - così disse in seguito per l'urgenza di «occupare fortemente le alture fra Peschiera e Verona non solo per separare le due piazze, ma perché ne:,sun' altra operaz ione era possibile senza que lla occupazione» 154• Per quanto tutte le notizie confermassero la presenza delle truppe mobili austriache fra Verona. Lonigo e Montagnana, egli ritenne prudente un 'adeg u ata azione es plorante prima di inoltrars i nel Quadrilatero ed avanzare verso l'Adige. Ordinò perciò il passaggio del Mincio al grosso del I corpo. al lll corpo ed alla divisione di cavalleria De Sonnaz. Le divis ioni di fanteria «poco dovevano allontanarsi dalla sponda sinistra», limitandosi sostanzialmente a garanti re i passaggi sul Mincio con teste di ponte a Valeggio, Pozzolo ed in corrispondanza di Goito. La cavalleria leggera del I e "' A.

L A MA RMORA,

Seconda rela:io11e cit.. in CCSM, Comple111e1110 ci l. , Il, p. 49.


652

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

III corpo e quella di linea «ebbero ordine fonnale di spingere il più lontano possibile le loro ricognizioni» '55 • Il II corpo ricevette l'incarico di impossessarsi dei fortini di Curtatone e Montanara, di isolare la testa di ponte austriaca di Borgoforte e poi impadronirsene. L'artiglieria di riserva rimase a Piadena, ad ovest dell'Oglio, in attesa di disposizioni. I primi ordini contenevano le premesse per la disgraziata giornata di Custoza. La sera del 23 giugno La Mam1ora scrisse a Ricasoli: «Abbiamo questa mane passato il Mincio senza resistenza e occupiamo Valeggio e altre posizioni oltre Mincio, che fino a ieri eravamo persuasi che gli Austriaci ci avrebbero contrastato»1S6.

In verità, questa «persuasione» non convince molto, perché non risulta abbia pesato sensibilmente sugli ordini impartiti il 22 per portare buona parte dell'armata oltre il fiume. Comunque, dipendesse dal timore di trovare sulla sponda sinistra una certa opposizione o da poca chiarezza d'intenti, quanto meno il passo iniziale peccò di timidità. La Marmora si proponeva di saggiare la reazione avversaria. A prescindere da un'implicita rinuncia ad imporre la propria iniziativa (d'altronde lo scopo non era quello di agevolare Cialdini?), egli doveva dar risposta a tre domande: dov'é il nemico? cosa si propone di fare? come affrontare un'eventuale improvvisa battaglia? Le esigenze informative consigliavano di spingere al più presto la cavai leria sino all'Adige, da Verona a Legnago; di iITadiarla sino alla rotabile VeronaPeschiera e sino alle posizioni collinari a sud-ovest ed a sud di Verona. Invece De Sonnaz eseguì male il compito ricevuto e con la sua divisione di cavalleria toccò appena Villafranca (però il mattino del 24 assicurò il Comando Supremo che il nemico si trovava sempre sulla sinistra dell'Adige!); Durando dimostrò carenza di iniziativa e di controllo tattico, infatti la sua cavalleria ebbe un ruolo del tutto insignificante; Della Rocca, che disponeva di ben sette reggimenti di cavalleria, semplicemente non li adoperò e li tenne in riserva '57· Ovvi motivi di sicurezza e di facilità di passaggio del Mincio imponevano di organizzare saldamente le teste di ponte e in primo luogo quella di Valeggio, garantendo la disponibilità di parecchi ponti. Sappiamo che l'arciduca Alberto aveva di proposito lasciato intatti quellì esistenti, proprio per invogliare gli italiani 158 , però erano pochi e qualche altro sussidiario sarebbe stato più che opportuno, specialmente per rendere agevoli le comunicazioni con Valeggio, posizione a buon titolo considerata impo11antissima da La Marmora. «Fa mera"' Ibidem.. '" L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 665. A. LA M-\RMORA, Seconda relazione cit. CCSM, Complememo cit., II, pp. 50-56. '" La Mam1ora fece mente locale ai ponti intatti e chiese al generale Petitti se per caso non si irattasse di un accorgimento degli austriaci inteso ad «attirarci ad una sorpresa da essi predisposta» (Memoria Petitti in L. CHtALA, A11cora 1111 po' più di luce cit.. p. 666). 1 1 "


LA CAMPAGNA DEL 1. 866

653

viglia - osservò Pollio - che non si sia pensato ad una cosa tanto necessaria, oppure fa meraviglia che non si sia creduta necessaria» 1) 9• L'ipotesi, poco probabile ma non scartata, di una battaglia d'incontro con il nemico suggeriva di limitarsi a guardare Mantova, come Peschiera. Invece si imbastì contro di essa un'operazione con l'intero II corpo d'annata e, per di più, si trascurò la convenienza di avvicinare l'artiglieria di riserva, nonché aliquote del parco degli arsenali di Alessandria e di Piacenza, io vista di un'eventuale assedio a questa o quella fortezza del Quadrilatero. Se da un lato il Comando Supremo peccò di insufficiente previsione e di scarsa chiarezza nelle direttive, dall'altro i Comandi in sottordine non orientati sulla situazione, sulle presunte o probabili intenzioni austriache, sul disegno di manovra da attuare e sui compiti delle unità laterali aggravarono i difetti delle disposizioni iniziali. Sta di fatto che gli uomini portati sulla sinistra del Mincio ammontavano a circa 59.000 baionette, 5.880 sciabole e 144 pezzi. Sulla destra rimanevano 42.500 baionette, 1.200 sciabole e 84 pezzi, senza contare i 54 pezzi dell'artiglieria di riserva dimenticati sull'Oglio. Per contro, sin dalla sera del 22 giugno era cominciato il movimento dell' armata austriaca per sboccare da Verona ed attaccare verso sud l'avanzata italiana in direzione est. S i trattava di circa 71.000 baionette, 3.500 sciabole e 168 pezzi 160• Il 23 giugno al Quaitier Generale Principale 16 1 la previsione di una battaglia, in un primo momento piuttosto vaga, andò affievolendosi sempre di più talchè, nel pomeriggio, quando La Marmora indicò a Petitti sulla carta i movimenti da prescrivere ai corpi d 'armata per il domani, «ogni idea d'una possibile sorpresa era scomparsa dalla mente del Generale, per la conferma avuta nel suo giro (d'ispezione] che l'arciduca Alberto e le di lui truppe erano Jontani» 162 • Purtroppo, l'assenza di ogni timore di incontro con l'avversario si rispecchiò negli ordini ed influenzò, inevitabilmente, i comandanti di corpo e di divisione, «i quali non tutti erano all'altezza del loro comando» 163• Eppure le notizie raccolte nel corso di quel giorno erano sufficienti a far comprendere che le truppe austriache stavano uscendo da Verona! Il generale Cerale, comandante della 19 divisione, fu avvertito ne l pomeriggio che forti colonne nemiche muovevano da Verona verso Peschiera, ma ritenne fosse questione di semplice interesse divisionale e non informò nè il Comando di corpo

"

9

A. POLLJO, Custoza cit., p. 45.

''° Ibidem, p. 46. 1 1 Il Quartier Generale Principale si era trasferito a Cerlungo, circa quattro chilometri a • nord-ovesl di GCJilo, nella matlinata del 23. Qui si portò anche la Casa militare del re, da taluno impropriamente chiamala Quartier Generale del re, del tuno priva di significato e funzione operativi. 1• 2 Memoria Petitti in L. CHIAL.A, A12co1·a un po' pilÌ di luce cit., p. 667. ,., A. POLLIO, C11stoza cit., p. 58. «L'ordine per portarsi in posizione - accusò Della Rocca fu dato ai corpi d'armata, come se non si trattasse che di un cambio di posizione lungi dal nemico» (CCSM, Compleme1110 cit., U. p. 203)


LA TERZA GUERRA D' INDIPENDENZA

654

d 'armata nè il generale SiJtori, comandante della 5a d ivisione, alla sua destra. Questi, a sua volta, saputo che una colonna di 45.000 uomini era uscita da Verona in direzione ovest, interrogò personalmente il vetturale che aveva raccontato l'incontro, ma finì per ritenerlo inattendibile e trascurò di informare il Comando del I corpo e perfino di veder chiaro nella questione. Più a sud anche la brigata di cavalleria Cusani raccolse indizi, che tuttavia non pervennero nemmeno allo stesso generale Cusani! In definitiva, purtroppo i rappo1ti inviati quel giorno dai comandanti del I e del m corpo concordarono sulla presenza di isolate pattuglie di ulani e di piccoli distaccamenti austriaci sulla destra dell' Adige. Ed aggiungiamo che il 23 g iugno il Comando del IV corpo ricevette notizia da Polesella e da Padova che il 22 quasi tutto L'esercito austriaco si era posto in movimento per concentrarsi a Verona; ebbene, questa notizia giunse a Cerlungo per posta nel pomeriggio del 24 •6l_ La Marmora, pur ammellendo con amarezza l'insufficiente cura nella raccolta di informazioni sul nemico, causa prima della sorpresa davanti alla quale si trovò l'armata del M incio il 24 giugno, non seppe vedere «qual colpa possa farsene al Quartier Generale Principale» •1>S, ma non spiegò la troppo limitata sete d i notizie che avrebbe dovuto spingerlo a sollecitare, pungolare la cavalleria nella sua esplorazione lontana e vicina, ed i Comandi di corpo d ' armata ne l pretendere esattamente le località raggiunte. Secondo la Relazione ufficiale, gli ordini impartiti la sera del 23 per il «movimento militare» del 24 avrebbero portato il grosso a «campeggiare fra Verona, Pastrengo e Peschiera, sulle a!furc di Sona e Sommacampagna», cioè «circa ottantaduemila uomini(... ) muovendo da una fronte di circa 15 chilometri e mezzo con una mossa obliqua a sinistra sarebbero venuti a presentare un fronte di 11 a 12 chilometri circa, da Santa Giustina a Villafranca· 1t>6_ In realtà non è agevole comprende re cosa intendesse fare La Marmora . Infatti detto grosso si sarebbe trovato con una d ivisione a nord est di Peschiera, per bloccare la piazza da quel lato, e con otto divisioni distese su un semicerchio di una trentina di chi lo me tri (da Santa Giustina a Marmi rolo) sulla sinistra del Mincio, lasciando una divisione cli fron te a Peschiera e due davanti a Mantova sulla destra del fiume. In sostanza, fra Santa Giustina e Villafranca si sarebbero schierate due divisioni del 1 corpo (Santa Giustina-Sona, circa quattro chilometri) e quattro del m corpo (Sommacampagna-Villafranca, circa sci chilometri) con un intervallo fra Sona e Sommacampagna di quattro chilometri. In totale, meno di 50.000 uomini con 120 pezzi su un fronte di quasi quattordici chilometri. Le due divisioni del IT corpo passate oltre Mincio dovevano sistemarsi agli sbocchi da Goito: Roverbella e Marmirolo. Il che significa che l'una dista·

'" L. ClllALA. Preliminari cii., Il, p. 102. 1 •'

A. LA MARMORA, Seconda relazione cit., in CCSM, Complemenro cit., li, p. 50.

'"' CCSM, la compagna del 1866 cii., I, p. 178.


LA CAMPAGNA DEL .1866

655

va da Villafranca una dozzina di chilometri e l'altra quasi diciassette. Non si può certo parlare della salda occupazione del margine orientale delle alture fra Peschiera e Verona e men che meno di concentrazione delle forze. Poiché La Marmora non si aspettava l'incontro con il nemico, non dette ordini per tale sia pur lontana evenienza, non chiamò a sé l'artiglieria di riserva, lasciò che il treno civile seguisse le trnppe. Peggio ancora: volle tenere la divisione di cavalleria dietro il semicerchio della fanteria rinunciando in partenza a qualsiasi esplorazione! Eppure, anche accettando (ma non ammettendo) la totale ignoranza sulle mosse degli austriaci, egli non poteva illudersi che l'arciduca Alberto rimanesse con le mani in mano disponendo di 70-75 .000 uomini, né che si preoccupasse per il basso Adige, posto fra l'altro che Cialdini non era• ancora pronto, né infine che lasciasse all'annata del Mincio la libertà di stabilirsi come meglio credesse nel Quadrilatero. In campo austriaco le cose si erano svolte ben differentemente. Il passaggio del Mincio a Monzambano, a Valeggio ed a Goito fu segnalato sin dalla mattinata del 23 e prese consistenza l'ipotesi che l'annata italiana intendesse avanzare direttamente verso l'Adige. Verso le 11, dunque, l'arciduca convocò i comandanti di corpo d'armata e della divisione di riserva e chiarì il proposito di portarsi sulle alture a sud-ovest di Verona per attaccare sul fianco La Marmora. Alle 14 diramò gli ordini per l'occupazione nella stessa serata di Castelnuovo, sulla rotabile Verona-Peschiera, con la divisione di riserva, e di Santa Giustina e Sona con il V corpo. Il VII ed il IX corpo per il momento rimanevano a S.Massimo e Santa Lucia, appena a sud-ovest di Verona 161 • Mentre squadroni di cavalleria e pattuglie di ricognizione si spingevano alla ricerca del contatto con gli italiani, nel tardo pomeriggio seguì l'ordine di operazione per la prevedibile battaglia dell'indomani. In un primo momento le truppe dovevano attestarsi sull'allineamento Castelnuovo (divisione di riserva) - S. Giorgio in Salici (V corpo) - Sommacampagna (IX corpo seguito dal VII). Successivamente l'armata doveva ruotare verso sud sino all'allineamento Oliosi-Sommacampagna. Complessivamente 71.000 uomini con 168 pezzi si accingevano ad occupare un fronte di circa otto chilometri. Il confronto fra i dispositivi con i quali i due antagonisti si preparavano alle incognite del giorno seguente è tutto a sfavore di La Marmora, le cui disposizioni «sono troppo al di sotto di q uanto si può pretendere da un comandante d'esercito, qualunque sia il concetto da cui egli poteva esser mosso» '(,g. Giustamente Pollio ha tenuto a dar gran risalto ad un particolare. Verso le 19,30 del 23 anivò all'arciduca Alberto la notizia che elementi di Cialdini avevano

1• 1 Nel pomeriggio del 23 si era riunita al VII corpo la brigata Scudier lasciata inizialmente a guardia del basso Po. L'arciduca Alberto lasciò così di fronte a Cialdini soltanto un battaglione cacciatori ed un reggimento di us~eri; tutto il resto lo volle con sé per gettars i su La Marmora. '" A. POLLIO, Custoza cit., p. 86.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

656

occupato alle 18 l'isolotto di Ariano. Senza emozionarsi, aHe 21,30 l'arciduca dispose 1'invio di uno squadrone verso Isola della Scala e Bovolone per riconoscere l'eventuale avanzata di truppe italiane ai margini delle Valli Grandi Veronesi su Legnago e Nogara. E quando, a mezzanotte, arrivò un secondo, più allarmante messaggio: «Il nemico ha passato il Po su tutti i punti da Polesella a valle. Io abbandono la linea del Po ed osservo quella dell'Adige( ...)», l'arciduca non mosse ciglio, più che convinto di dover affrontare al più presto l'armata del Mincio. Le notizie dal basso Po erano del tutto infondate, «ma dopo un annunzio così grave, limitarsi ad inviare uno squadrone in esplorazione è atto da vero generale» 169 • Lo scontro si verificò, inatteso, fra le teste delle divisio1ù austriache che prendevano posizione per attaccare sul fianco (così credevano) l'avanzata italiana e le teste delle divisioni del I e III corpo italiani che andavano, in pratica isolatamente, a raggiungere le località loro indicate, non sospettando l'avvicinarmi del nemico. Senza entrare nella disamina della battaglia 170, diremo che l'errore di previsione da parte austriaca non ebbe effetti negativi e l'azione di comando dell'arciduca Alberto riuscì rapidamente a ben controllare la situazione inaspettata, mentre da parte italiana fin dall'inizio si manifestò l'incapacità di La Marmora di reagire alla sorpresa, un'incapacità non soltanto psicologica ma anche e soprattutto derivante da errori commessi in precedenza: nessuna preoccupazione di efficace attività esplorativa, nessuna predisposizione e nemmeno orientamento mentale ad un inopinato ma non da escludere incontro con il nemico, nessuna cura per la continuità dell'azione di comando. Tale era la convinzione di una giornata tranquilla che i corpi di Durando e di Della Rocca si ino ltrarono verso nord-est con i carriaggi al seguito e La Marmora lasciò il Quartier Generale Principale alle 3,30 del 24, con un aiutante di campo e due guide per recarsi a Villafranca ad assicurarsi di persona dell'esecuzione dei propri ordini. Tornerà a Cerlungo verso le 22! Purtroppo «la giornata che egli credeva di sola marcia-manovra era invece giornata di battaglia» 111 • Verso le 8 il re, anch'egli in ricognizione con un piccolo seguito, raggiunse La Marmora mentre il cannone tuonava dalle parti di Sommacampagna. E' noto il racconto dell'allora capitano Della Rovere, ufficiale d'ordinanza del re: «(...)

S.M. si volse al generale e alludendo alle granate austriache gli disse in piemontese:

Che cosa è ciò? Il generale La Marmora gli rispose: Maestà, sono gli Austriaci dalla Berettare. la stessa posizione che già occupavamo nel 1848; e qui stava S.A.R. il Duca di Genova. Allora il Re

'"' Ibidem, p. 87. 0 " Sulla battaglia di Custoza la bibliografia è nuu·itissima. A nostro avviso meritano particolare citazione A. POLLIO, C11stoza cit., e C. CORSI, Sommario di sroria militare, voi. II, Candeletti, Torino 1885, da parte italiana; e A. VON SCUDIER, Der Krieg 1886 in llalien tmd Siid-Tirol, Wien I 899, da parte austriaca. 1 " A. POLLIO, C11stoza cit., p. 107.


LA CAMPAGNA DEL 1866

657

fissando bene in volto il generale, gli disse: Glielo avevo pur deuo io. Il generale La Marmora, che teneva tre redini nella mano sinistra e una del fileuo nella destra, scosse alquanto i pugni sul pomo della sella e disse: Vostra Maestà ha !liusto il dire; ma bisognerebbe sapere tutto» "'·

La Marmora era sopraffatto dagli eventi. Non pensò a prendersi qualche ufficiale per formarsi una specie di Stato Maggiore di circostanza; a Della Rocca raccomandò di tener fermo a Villafranca; a Dunmdo, a Cucchiari, a De Sonnaz non mandò ordini ; corse di persona in cerca delle divisioni Cugia e Govone per raddrizzare le cose sulle alture di Custoza giustamente individuate come importantissime. Per giunta, anche i comandanti di corpo d' annata manifestarono deficienze di condotta tali che secondo Carlo Corsi, allora sottocapo di Stato 1Maggiore del I corpo: «( ...) la bauaglia rimase slegata e fu combattuta a pezzi (come nel 1848, nel 1849 e nel 1859). Vi fu dunque per li italiani un combattimento di Villafranca (71 e 161 divisione e divisione di cavalleria); un combattimento di Olio~i. Monte Vento e Monzambano (I" e 2~divisione e riserva del f corpo); uno di S.Lucia e Pemisa (51 divisione); uno di Custoza, Belvedere e Monte della Croce t3". 81 e 9' divisione), ed anche in quelli mancò la stretta unità d' azione» m

Verso le 11 la lotta da Oliosi a Villafranca aveva assunto le dimensioni di una vera e propria battaglia. Custoza era al centro della irregolare e frammentaria liJ1ea di contatto. Il cedimento della 3~ divisione, il panico sparsosi ne l treno civile del III corpo rifluito in pieno disordine verso Valeggio, il disorientame nto pressoché generale, erano elementi che pes avano, ma Vittorio Emanuele, pur rattristato, confidava che Cugia e Govone riuscissero a tenere le posizioni di Custoza, che le divisioni Bixio e Princ ipe Umberto avrebbero potuto recarvi un apporto risolutivo, che Durando non trovasse difficoltà a difendersi sulle ottime posizioni collinari a nord di Valeggio. Perciò si diresse verso questa località, dove aveva dato appuntamento a La Marmora, per riprendere a lla mano la situazione complessiva. Il quadro che gli si offrì a Valeggio recava tutti i segni di un'orribile confusione, dello scoramento e della sconfitta. Le notizie raccolte sul posto furono negative: gran parte del I corpo si era già ritirata sulla destra del Mincio, a nord di Valeggio non esisteva una resistenza organizzata atta ad arrestare gli austriac i. Sembrava impossibile, ma nessuna informazione venne a smentire quelle voci ed il disordine cresceva. Allora il re decise di tornare a Cerlungo, al Quartier Generale. Attorno alle 13, una mezz'ora dopo la sua partenza, arrivò a Valeggio La Marmora. Anch 'egli vide e sentì la tristezza del momento e ne subì il netto contraccolpo: «li generale La Marmora, completamente abbattuto e sfiduciato, mentre si avviava per la strada di Castelnuovo, andava ripe tendo fra sé: Che disfaua! Che catastrofe! Nemmeno nel 49!

"' Memori a inedita del generale Giuseppe Della Rovere, in A. LUZIO, S111di e bozzetti di sto· ria letteraria e politica, IT voi., Cogliati, Milano I 910, pp. 416-417. '" C. CORSI, Sommario cit., Il, p. 292.


658

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Anche all'uscita nord del paese l'ingombro e la confusione erano incredibili ( ...). Da loro [altri ufficiali} furono date notizie più precise della disfatta della F e de lla 5• divisione e allora, fatti pochi passi, il generale tornò indietro rifacendo la strada g ià percorsa. Si fu allora che il capitano Sforza Cesarini l'udì esclamare: Bisogna che mi rechi a Goito ad assicurare la ritirata» "'.

Quella decisione fu fatale, afferma Pollìo, e dal momento in cui La Mannora la prese «la battaglia diretta dal caso, come dice giustamente la Relazione Ufficiale austriaca, non poteva che svolgersi a caso, cioè alla peggio!» 175 • La Marmora arrivò a Goito verso le 15 e subito inviò il suo aiutante di campo a Cerlungo per avvisare Petitti e farsi mandare alcuni ufficiali dello Stato Maggiore. In verità un po' strana l'idea, a questo punto della giornata, giacché molto meglio sarebbe stato portarsi al Quartier Generale, sia ,per la presenza del re sia perché ovvio punto di riferimento per tutti. Ad ogni modo, Petitti chiese al re l'autorizzazione a recarsi lui stesso a Goito per ragguagliare La Marmora e ricevere disposizioni. Rimasto solo Vittorio Emanuele rifletté sulle situazione e mandò un aiutante di campo a Valeggio, passando per Goito, per ordinare a suo nome a chi comandava nel paese di tenerlo a qualunque costo 116 • Fu un'iniziativa personale ottima, intesa a consentire di riprendere la battaglia il giorno seguente in condizioni ancora favorevoli. La Mannora, esaminata anch'egli la situazione con il generale Cucchiari, giuntovi sin dalle 9 di mattina, riteneva probabile che gli austriaci avanzassero da Valeggio su Goito per tagliare o quanto meno disturbare la ritirata del III corpo. Siccome la 19g divisione di questo era a Roverbella e la 10g appena arrivata a Goito molto stanca, al sopraggiungere di Petitti mandò ordine a Della Rocca di tenere Villafranca finché e se da lui ritenuto possibile; ove costretto ad abbandonare il paese procurasse di eseguire la ritirata nel massimo ordine, tenendo conto del fatto che, qualora necessario, due divisioni del II corpo avrebbero aiutato il suo ripiegamento su Goito. Un secondo ordine fu spedito a Durando (senza sapere che, ferito , aveva lasciato il campo di battaglia) per impegnarlo a resistere sino ai limiti del possibile a Valeggio e, in caso estremo, a passare il Mincio e tenere Volta. Dopo di che Petitti tornò a Cerlungo per mettere il re al corrente di tali misure. Al Quartier Generale l'atmosfera era turbata ma non eccessivamente cupa. Poco p1ima che Petitti facesse ritorno si presentò al re il capitano Sforza Cesarini, proveniente da Goito con una comunicazione di La Marmora: <<Appena giunto, saranno state le 16,30, s i recò dal Re. Egli era seduto a un tavolino e fumava, secondo il suo solito. Appena vide entrare l'aiutante di campo, esclamò: Lei? meno male! ere-

,,., Note e ricordi del capitano Francesco Sforza Cesarini, riportati da L. DAL VERME in // generale Govone a Custoza, «Nuova Antologia» del 16.1.1902, p. 276. "' A . POLLIO, Custoza cit., p. 229. "'' Lettera del duca Bonelli-Crescenzi del gennaio 1867 a «Italia militare», in L. CHL-1.LA, Preliminari cii., Il, pp. 383-385.


LA CAMPAGNA DEL 1866

659

devo che me lo avessero ammazza,o! ... Lesse il foglio che gli porse e lo gettò via di malumore. Poi chiese notizie dell'azione in genere e volle sapere se Valeggio era ancora occupata dai nostri. Il capitano procurò di ragguagliarlo alla meglio sullo stato delle cose e S.M. lo ascoltò attentamente; quindi, sebbene non potesse nascondere la penosa impressione che gli aveva fatto la gran turba dei fuggiaschi e degli sbandati, disse queste memorabili parole: Ah! D0111a11 j a11do11111a a deje una bo1111a raclée. È facile prevedere, osserva nelle sue memorie lo Sforia Cesarini, quali gravi conseguenze avrebbe avuto, se presa in tempo, questa energica determinazione del capo supremo dell'esercito. Ciò proverebbe, se non altro, che non per ordine del Re furono spediti (se pure lo furono) quei telegrammi allannanti a Cialdini e Garibaldi, di cui ramo si parlò in quel periodo di tempo, e che pare prescrivessero al primo di coprir la capitale. all'altro di salvare Brescia»"'.

Ad ogni modo, Petitti, d'ordine del re, inviò un ufficiale a cercare Pianell e dirgli di assumere il comando del I corpo ed arretrare su Volta, ivi prendendo posizione 178• Non fu tutto. Un telegramma di Cialdini dava notizia dell'occupazione dell'isola di Ariano e dello sgombero di Adria da parte austriaca. Vittorio Emanuele gli fece comunicare: «Da questa mattina siamo at1accati su tutri i punti. Battaglia accanita. Abbiamo tutto l'esercito contro di noi. Passi immediatamente il Po. Non so dirle esito, battaglia continua ancora, essa è dubbia, molte perdite. Divisione granatieri prese la fuga. Mio figlio Principe Amedeo ferito palla nella pancia, le scriverò più tardi se potrò»"".

Ma attorno alle 18,30 si conobbe a Ccrlungo la decisione presa da Sirtori, stanco e sfiduciato nella capacità reattiva della propria divisione, di sgomberare Valeggio. Ne derivarono nuovi ordini: le divisioni Pianell e Sirtori dovevano tenere rispettivamente Cavriana e Volta. Quindi Petitti si recò a Goito a ragguagliare La Mannora, il quale nel frattempo aveva ricevuto due notizie, l'una peggiore dell 'altra: Sirtori aveva rinunciato alla difesa di Valeggio e Della Rocca si era rassegnato aJla ritirata di tutte le truppe del llI corpo. Allora La Marmora decise di abbandonare la lotta e ordinò anche al Il corpo di ripassare il Mincio. Poi rientrò con Petitti al Quartier Generale, dal quale era assente sin da prima dell 'alba. Informato il re della risoluzione, bisognò avvisare Cialdini e Pettinengo. Al primo fu telegrafato dal re: «Combattimento finito col giorno. Perdite immense. Molti generali feriti . Nemico ci fece molti prigionieri. Divisione Sirtori, divisione granatieri Principe Amedeo, divisione Cerale, che b 111 In CCSM, Complemento cit., p. 57. In merito ai due telegrammi che La Marmora avrebbe inviato a caldo a Cialdini: «Disastro irreparabile. Cuopritc la capitale», ed a Garibaldi: «Disastro irreparabile. Cuoprite Brescia», la cui esistenza fu sostenuta dal Riistow (La guerra del 1866 cit.. p. 360) e che a seguito della secca smentita di La Mannora si sospettò fossero stati mandati dal re. in realtà non esiste traccia (Cfr. L. CHtALA, Ancora 1111 fJO ' pitì di luce cit., p. 325). '" Ibidem, p. 60. '" Vittorio Emanuele a Cialdini in data 24.6.1866, ore 16,45, ibidem. p. 59. Cialdini ri spose: «Sono desolato notizia che mi dà V. M.. Generale La Marmara mi aveva promesso limitarsi a semplice dimostrazione. Voglio sperare non infausto esito giornata. lo passerò Po domani come era disposto. Non è possibile cambiare disposizione, sarebbe rovinoso)) (ibidem).


660

LA TERZA GUERRA D'JNDIPENDENZA

ferito, molto non tennero. Quelle Della Rocca fecero tutte buona resistenza. Dato ordine ripassare Mincio. Guarderò tenere Volta e, riposate truppe, riprendere offensiva, ma mi mancano quelle tre divisioni, che manderò organizzare altro luogo. Siamo orribilmente stanchi» '"'·

A Pettinengo fu La Mannora che fornì le notizie ufficiali sulla battaglia: «Oggi accani.to combattimento che durò dall'alba quasi sino al cadere della notte. Il primo corpo d'armata, che doveva occupare posizioni fra Peschiera e Verona, non riuscì nell'attacco. U secondo e terzo corpo non poterono liberare il primo dall'assalto che questo ebbe a sostenere di forze preponderanti. Essi sono quasi intatti e cercherò di trame il maggior partito possibile»"'·

A tale nota, che venne pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 25 giugno, fece riscontro la comunicazione dell'arciduca Alberto a Francesco Giuseppe: "Oggi, durante il suo movimento sul Mincio, l'esercito è stato attaccato dal Re, alla testa di una parte delle sue forze. Sempre combattendo, l'esercito ha continuato il suo movimento di fronte verso il sud e finì per impadronirsi di Monte Vento e, alle ore 5, d.i Custoza. Conquistati parecchi cannoni; molti prigionieri. Dal nostro lato perdite considerevoli. Malgrado il caldo opprimente, l'esercito ha combattuto con una bravura e una costanza straordinaria. Le truppe, sebbene in moto dalle 3 antimeridiane, sono animate dal. migliore spirito»"'.

A questi dispacci occorre aggiungerne due di Cialdini. Ebbero conseguenze sgradevoli. TI primo fu di risposta al re: «Risultato battaglia oggi è grave, e mi pone in grande perplessità, perché con un passo falso si può compromettere sorte guerra, e fors'anche del paese. Domatù risolverò qualche cosa e ne informerò V.M.» "·'.

Il secondo fu per Pettinengo: «Disastro accaduto oggi sul Mincio cambia molto situazione. Passando Po domani, temo compromettere sorti Italia» "''.

*** Il dopo Custoza ha due origini indipendenti: Cialdini e La Marmora. Il

0 " Vittorio Emanuele a Cialdini in data 24.6.1866, ore 22,20, ibidem, I, p. 61. Da notare che non veniva modificato l'ordine a Cialdini di passare il Po. "' La Marrnora a Pettinengo in data 24.6.1866, ore 22,45, in L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 317. Le parole in corsivo in figurano in CCSM, Complemento cit., I, p. 61, e non apparvero nella Gazzetta Ufficiale. ,., In L. CHlALA, Preliminari--e:it., II, p. 366, nota 2. "'' Cialdini a Vittorio Emanuele in data 24.6.1866, ore 24 circa, in CCSM, Complemento cit., l, p. 61. ,.. Cialdini a Pettinengo (a lui solo) in data 24.6.1866, ovviamente a tarda notte, ibidem, I, p. 62. Stranamente, il telegramma è riportato anche a p. 67, ma in data 25 giugno, anziché 24, senza la parola oggi e con l'aggiunta finale «V.S. che ne pensa?».


LA CAMPAGNA DEL 1866

661

primo, come si è visto, si rivolse per consiglio al ministro della Guerra ed in verità non si può che rimanere perplessi: a che titolo chiedeva lumi al ministro? come poteva questi valutare la situazione operativa creatasi? perché non rivolgersi ancora al re od al La Mannora? La risposta è semplice: Cialdini aveva in cuor suo abbandonato l'idea di forzare il Po. Infatti richiamò subito la divisione Franzini, che aveva occupato l'isola di Ariano 185• Naturalmente Pettinengo rispose come doveva: <<Recente avviso V.E. che, per nuova situazione, una doppia operazione sul Po e sul Mincio può compromettere regno d'Italia, credo necessario continuare dimostrazioni sul Po ma preparare tutto per un pronto concentramento truppe, o secondo ordini del Re. Oggi, ovvero domani, succederà qualche fatto che indicherà partito più opportuno, e modo di esecuzione. Prego farmi conoscere detennin~zioni prese di concerto col Re e danni notizie che possa avere» "''.

Allora Cialdini convocò a rapporto i suoi divisionari. La riunione, indetta per le 14, iniziò con quasi un paio d'ore di ritardo. Cialdini dette lettura del telegramma del re e venne al dunque: in quelle precarie circostanze, passare il Po o prepararsi a bloccare un'irruzione nemica da Borgoforte? Cadoma, il più anziano dei comandanti di divisione, volle esprimere per primo il proprio pensiero, ma, non appena fu chiaro che propendeva per mantener fede al disegno iniziale, Cialdini lo interruppe col pretesto di qualche ulteriore precisazione negativa e mostrandosi apertamente urtato per l'evidente intenzione di Cadorna di avanzare, in contrasto con il suo non ancora espresso convincimento. «Ond'é che, da quel momento, questi [Cadoma] dovette considerare quella convocazione di generali fatta per ricevere ordini, non già per esprimere liberamente il loro parere» 187• In definitiva, basandosi sulle prime notizie della sconfitta, Cialdini decise di proseguire nei preparativi per il passaggio del Po in quella stessa nottata sul 26, con riserva di conferma o di disdetta in relazione alle informazioni chieste a La Marmora, attese d'ora in ora. Infatti, esse arrivarono all'imbrunire. Il primo dispaccio portava un ritardo inverosimile, essendo stato spedito all'alba. Si trattava di una pura e semplice situazione, dipinta per giunta a colori neri, non di una direttiva nè tanto meno di un ordine: «Austriaci gettatisi con tutte le forze contro corpi Durando e La Rocca li hanno rovesciati. Non sembra finora che inseguano. Stia quindi all 'eria. Stato armata deplorabile, incapace agire per qualche tempo, cinque divisioni essendo disordinate» '".

"' «Ho dovuto cambiare progetto • telegrafò Cialdini al generale Franzini alle 1,45 del 25 giugno -. Ri torni al più presto alla Mesola e rimandi barche a Comacchio» (in L. CHtAt,A, Ancora 1111 po' pilÌ di luce cil., p. 320). ''° Peuinengo a Cialdini in data 25.5.1866, ore 6,25, in CCSM, Complememo cit., I, p. 67. "'Lettera di R. Cadoma a C. Corsi, ibidem, I, p. 69. "' La Marmora a Cialdini in data 25.6.1866, ore 4,30, presentalo alla stazione di Goito alle 16,45 (!) e arrivato a Ferrara alle 18,10, ibidem, I, pp. 63-64.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

662

Il secondo messaggio, più orientativo anche se contorto, era del re ed anch'esso non conteneva ordini, ma si limitava a chiedere le intenzioni di Cialdini: «Abbiamo ripassato Mincio, siamo in posizione sulla destra. Guardiamo organizzarci alla meglio. Credo converrebbe che aspettasse d'un giomo a passare il Po, avendo io oggi notizie sicure, che le farò pervenire, del luogo ove è il nemico. Non essendo attaccati temo che sia andato in gran forze verso di Lei. Se invece vuole ancora dargli battaglia, cercherò auirarlo verso Piacenza, per facilitare movimento, ed indi io con otto divisioni guarderei da Piacenza andarla a raggiungere, mentre il nemico sarebbe ancora fermo a Piacenza. Che fare? Risposta immediata» •••.

Cialdini annullò l'ormai indesiderata operazione e dispose subito per l'immediato concentramento del IV corpo a Modena '90 • Al Quartier Generale l'atmosfera era tesa. La Marmora non riusciva a sottrarsi alla sfavorevole impressione generata da diversi episodi del 24 che sembravano indicare un mediocre spirito combattico nelle truppe. «Le truppe non tengono!» aveva detto a Petitti a Goito e nello stesso modo si era espresso col re, appena tornato a Cer1ungo. E, bisogna dire che, non essendo ancora conosciuti gli errori di vario genere commessi da molti, troppi, comandanti, era sorta e diffusa un'esagerata sfiducia nei soldati 191 • La situazione era vista con pessimismo: «Per tutto il 24 ed in parte del 25 al Quartier Generale e in parecchie truppe, la condizione dell 'esercito fu creduta molto grave, e soltanto quando si ebbe la certezza che gli Austriaci non inseguivano, e quando si conobbero i particolari dell'utile diversione fatta dal generale Pianell, quelli dell'immensa difficoltà incontrata dagli Austriaci per impadronirsi delle posizioni difese dalle divisioni Govone e Cugia, e finalmente quelli della regolare ritirata fatta dalle divisioni Principe Umberto e Bixio, si conobbe che la vittoria degli Austriaci era loro costata tanto cara, che non avrebbero potuto ricavarne molto profitto»'" .

Ne derivò la sconsolata situazione segnalata il mattino del 25 da La Marmora a Pettinengo ed a Garibaldi 19J e, nel pomeriggio, l'indicazione della nuova linea strategica ('?) al governo: «Stante insuccesso giomata ieri, presentando gravi difficoltà eseguire ulteriormente piano strategico adottato per la presente campagna, si è perciò deciso fare movimento addietro, non per eseguire ritirata, ma per adottare altro piano di gue1Ta. Prego/a concertarsi Ministro Interno perché fuggiaschi 3 ° c01po d'armata sieno diretti Cremo11c1. quelli altri su Piacenza» ,.,...

Vittorio Emanuele a Cialdini in data 25.6.1866, ore 12, ibidem, I, pp. 65-66. Lettera di Ricotti a Corsi, ibidem , p. 70. ''" A.LA MARMORA,.Terza relazione cit., in CCSM, Complemento cit., II, pp. 70-71. ''" Petitti a La Marmora in data 1.8. 1868, in L. CHJALA, Ancora un po' più di luce cit., p.

"9 1 '"

597. ,., C.C.S.M., Complemento cit., I, pp. 64-65. '"' La Marmora a Pellinengo in data 25.6.1866, ore 16, L. CHJALA, Ancora un po' piiì di luce cit., p. 325. La frase in corsivo non figura in CCSM, Complemento cit., I, p. 66.


LA CAMPAGNA DEL 1866

663

Il «movimento addietro» consisteva nel ripiegamento su Cremona (III corpo) e Piacenza (I e II corpo). Inizio dell'arretramento: ore I del 26 giugno. Lo schieramento finale era, per inciso, assai strano, anzi «assolutamente incomprensibile» per usare le parole di Pollio, perché l'esercito si sarebbe disteso su un fronte di oltre 150 chilometri, con la massa principale a Cremona-Piacenza (una trentina di chilometri) e quella minore sul basso Po, dal quale La Marmora non voleva che Cialdini si allontanasse. Un saggio ripensamento, su calda insistenza soprattutto di Govone, che con La Marmora era in relativa confidenza, consigliò di prendere tempo. Il re incaricò Govone di assumere informazioni sulle presumibili inten zioni austriache 195• La Mannora attendeva di conoscere le decisioni di Cialdini. Queste arrivarono in nottata. Verso le 5,30 del 26 Vittorio Emanuele ch iamò La Marmora e gli mostrò il dispaccio di Cialdini: «Dopo disastrn ieri e ritirata oltre Mincio, sarebbe follìa pensare passaggio Po. Ciò comprometterebbe sort.i paese, dinastia. Dati ordini per concentrarmi verso Bologna. Domani le spedirò lettera con aiutante di campo» ,,._

L'espressione «disastro» usata impulsivamente da Cialdini che già l'aveva impiegata nel telegramma a Pettinengo non piacque a La Mannora, che tenne a precisare non potersi affatto applicare alla battaglia de l 24 197• Cialdini si difese con arroganza: «Se mi sono servito della parola disastro attribuitelo telegrammi S.M. che senza darmi precise indicazioni mi hanno sgomentato( ...)» 198• Che si trattasse di una scusa, per di più traballante, è dimostrato dal fatto che Vittorio Emanuele, assai meno sfiduciato di La Marrnora, aveva affermato il proposito di «riposare le trnppe, riprendere l'offensiva». Tuttavia La Marmora, senza effettuare il minimo controllo, prese per buona la spiegazione di Cialdini, sì da lamentarsi con Ricasoli che «il Re, a mia insaputa, mandava a Cialdini telegramma allarmatissimo nel quale chiamava appunto disastro il combattimento del 24» 199 •

19 ' «Insomma è necessario sapere ad ogni co~to ciò che fanno gli Austriaci: Lei che va a Volta - disse il re a Govone - procuri di mandarmi qualcuno sulla sinistra del Mincio (. .. ), ma per carità, che io sappia domani di buon'ora se gli Austriaci vogliono passare il Mincio o no». «Confesso - commentò Govone nel suo diario - che queste parole furono le parole di miglior senno che ho sentito in quel giorno, in alcuni giorni precedenti e in molti dei susseguenti» (U. GovoNE, Il generale G. Govone cit., p. 268). ,.. Cialdini a Vinorio Emanuele notte sul 26, CCSM, Complemento cit., l, p. 75. "' La Marmora a Cialdini in data 26.6.1 866, ore I J .50, ibidem, I, p. 79. ••• Cialdini a La Marmora in data 26.6.1866. ibidem. In L. c ~nALA le parole «telegrammi S. M. » sono sostituite da «altri telegrammi » (Ancora un po' più di luce cit., p 332). Due anni dopo, Cialdini non farà più cenno ai «telegrammi S. M.», ma affem1erà perentoriamente che il dispaccio fatale fu quello di La Marmora del 25 giugno, ore 4,30, in cui lamen tava «stato armata deplorabile, incapace agire per qualche tempo» (E. CIALDINI, Risposra cit., pp. 10-11). ,w La Marmora a Ricasoli in dat a 28.6.1866, in Carreggi Ricaso/i cit., XXII, doc. 129, p. 96.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

664

Per quanto la situazione complessiva risultasse migliore di come sulle prime si fosse pensato e le unità logorate si fossero sufficientemente ricomposte, per quanto si fosse saputo che gli austriaci sino al mattino del 26 non mostravano intenzione alcuna di superare il Mincio nè a Monzambano nè a Valeggio, per quanto fossero disponibili ben 60.000 combattenti (di cui 5.000 di cavalleria) di reparti praticamente freschi, la risoluzione di Cialdini che evidentemente riteneva di esercitare un comando del tutto autonomo determinò La Marmora alla ritirata. I generali Pianell, Govone, di Revel cercarono di fargli cambiare idea, ma inutilmente. In particolare, Govone si prese una reprimenda: «Vado da La Marmora - annota - .Prego, supplico (...). Ma è inesorabile sulla ritirata. Dico: "Ma per carità, è un fatale errore. Si faccia venire qui Cialdini, e, fra pochi giorni, ripasseremo insieme il Mincio ...". Insisto ancora. La Marmora va in collera e mi dice: 'Insomma, Lei vuole ciò che vuole: ha eccellentissime idee, ma è peggio di Cialdini. Lasci fare un poco anche agli altri'» 100 . Il commento di Polli.o è lapidario: «Quella ritirata non necessaria, lo dico con tutta chiarezza, fu un cattivo servizio reso ali 'Italia» 201 • Il previsto abbandono del Mincio da parte del grosso non comportava affatto, secondo La Marmora, anche l'abbandono del basso Po da parte del IV corpo. Tutt'altro. Rimase quindi sgradevolmente colpito «non potendo spiegarmi una così grave risoluzione da parte del generale Cialdini e, preoccupato dalle deplorabili conseguenze che ne dovevano derivare» 202, replicò al suo sottordine antagonista: <<Re ha ricevuto vostro telegramma. Capisco che dopo giornata 24 rinunciate al vostro progetto su Rovigo. Ma vi prego caldamente non abbandonare Po, anzi continuare dimostrazioni per passarlo, onde noi possiamo prendere migliore posizione'"'.

Data l'importanza attribuita al mantenimento della linea del basso Po, non era proprio il caso di «pregare caldamente», bensì di «ordinare» . Comunque, poco dopo, arrivò la comunicazione che il IV corpo aveva già iniziato il movimento su Modena. Allora La Marmora si rafforzò nella sua convinzione e ordinò di cominciare in serata il ripiegamento su Cremona per collegarsi con Cialdini 2°', il quale si limitò a spiegare che rimanere ancora qualche tempo sul Po sarebbe stato pericoloso, perciò si concentrava nella zona di Modena con una divisione a Bologna, in modo da controllare gli sbocchi da Borgoforte e da Pontelagoscuro e da proteggere «vostra ritirata senza abbandonare Bologna nè Firenze»! 205 • A questo punto scoppiò la crisi di comando. 200

U. GOVONE,

Il generale Govone cit., p. 268.

,o, A. POLLIO, Cus/oza cit., p. 279. "" A. LA MARMORA, Terza relazione cit.. in CCSM, Complemento cit., II, p. 72. ""La Marmora a Cialdini in data 26.6.1866, ore 6,30, arr. 10,50, in CCSM, Complemento cit., I, p. 77. ' 0 ' La Marmora a Cialdini in data 26.6.1866, ore 8,40, arr. 15,30, ibidem. "" Cialdini a La Marrnora ed a Pettinengo in data 26.6.1866, ore 15,30, ibidem, I, p. 78.


LA CAM_pAGNA DEL 1866

665

La Marmora si recò dal re e, mentre chiedeva l'autorizzazione ad ordinare l'abbandono del Mincio, rassegnò le dimissioni. «Le mie dimissioni - sostenne più tardi - erano necessarie per protestare non solo contro l'inqualificabile procedere del generale Cialdini, che si era fatto dare otto divisioni con tutto l'occorrente per passare il Po, ed espugnare Rovigo, e che si ritirava malgrado l'ordine di rimanere; ma eziandio per ottenere, a qualunque costo, quella unità di comando e di direzione, di cui tanto mi ero preoccupato prima della guerra e che diventava già necessità suprema» ""'·

Impossibile non rilevare la debolezza della motivazione. Prima di tutto, in nessun esercito si danno le dimissioni perché un dipendente ha disobbedito, ma si prendono provvedimenti a carico di quest'ultimo; in secondo luogo, Cialdini aveva ignorato l'ordine del re, ma per La Marmora evidentemente questo non contava, ed allora bisogna dire che Cialdini non aveva trasgredito un ordine nel senso letterale del termine, bensì semplicemente si era ritenuto nella posizione e nelle circostanze operative di non poter adetire al «vi prego caldamente non abbandonare il Po» di La Marmora; in terzo luogo, se Cialdini aveva otto divisioni è perché La Marmora gliele aveva concesse. Giustamente Pollio osserva che ben diverso sarebbe stato se il capo di Stato Maggiore avesse intimato: «Sua Maestà ordina che rimaniate sulla destra del Po» 201 • E aggiungiamo anche che assolutamente differente era il tratto di La Mannora con altri generali. A Cucchiari, che avanzava obiezioni sull'ora di inizio della ritirata dal Mincio, egli replicò seccamente: «Ricevuto suo foglio. Non posso ammettere le sue osservazioni e siccome mi pare ch'Ella crede non possa, con due div isioni che non combatterono, proteggere il movimento generale del1'esercito, l'autorizzo a rimettere iI comando al generale Cosenz, e in quel caso Ella si recherà a Piacenza ad aspettare gli ordini del min.istero della Guerra al quale farò rapporto»""·

Cucchiari, furibondo, si rivolse a Ricasoli in termini di fuoco: «Se non vengono immediatamente allontanati dall'esercito La Maimora e Petitti tutto andrà di peggio in peggio. Non posso capire come La Mannora osi ancora farsi vedere dopo la solenne sconfitta dovuta unicamente alla sua solenne incapacità. Adesso si ha l'infame rimedio di gettare la colpa sopra i soldati dicendo che non si battono. Perché capisca chi è La Mannora e chi sono i suoi, le basti sapere che egli non ha mai ricevuto i suoi comandanti di corpo d'armata; che non solo non ha domandato il loro parere, ma che neppure ha det.to che cosa si andava a fare( ...). Il generale La Mannora ha trattato i tre comandanti di corpo d'annata come se fossero caporali. E dopo la toccata sconfi tta, che avrebbe dovuto persuaderlo a farsi saltare le cervella, ha ancora il tempo di trattarci così (... )»""·

,.,. A. LA MARMORA, Terza relazione cit., ibidem, II, p. 72. "" A. POLLIO, Custoza cit., p. 288. ''" La Marmora a Cucchiari in data 26.6.1866, in CCSM, Complemento cit., II, p. 167. Cucchiari ribatté che «siccome il dispaccio di V. E. è condizionale» non lasciava il comando. m Cucchiari a Ricasoli in data 26.6.1866, in Carteggi Ricasoli cit., XXII, doc. 95, p. 73.


666

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Ma c'é qualcosa di peggio. Nell'insistere presso Vittorio Emanuele perché accogliesse le dimissioni, «anziché recriminare sulla condotta inesplicabile del generale Cialdini - scrisse La Mannora - , mi limitai a dire e ripetere che quello era l'unico mezzo di ottenere l'unità di comando più che mai indispensabile», in quanto Cialdini era «più atto a comandare che a obbedire». In altri termini, non si riconosceva in grado di imporsi al comandante del IV corpo, perciò «si sacrificava» avendo saputo che quegli «non avrebbe mai accettato il comando o la direzione della campagna senza ch'io mi allontanassi dall'esercito»! 210 • Tale convinzione risultò infondata, tuttavia da questo momento i due generali sostennero a turno di non poter esercitare liberamente ìl comando a causa della presenza del sovrano. Cominciò La Marmora comunicando a Cialdini: «(...) Anzitutto siamo troppi a comandare. Propongo al Re che voi prendiate il comando d i tutto l'esercito di terra e di ma.re, con ampia facoltà di far tutte le nomine che credete»'".

Cialdini rispose con una lettera personale, in cui tentava di giustificare il motivo della sua improvvisa ritirata e riversava elegantemente ogni responsabilità sul re: ,,Se dopo la giornata del 24 e la vostra ritirata, io avessi passato il Po, il nemico poteva sbu care dai Distretti e venire a rompere i miei ponti ed il vostro a Cremona, e tentare quindi senza pericolo un colpo di mano in Bologna o in Piacenza. Era quindi urgente di rinunziare al progetto su Rovigo proprio quando la sua riuscita appariva immancabile( ...). I telegrammi del Re erano gravi. Io doveva pensare seriamente alla possibilità che il nemico passasse .il Po a Borgoforte ed agire in conseguenza, tanto più che S.M. vi diceva in ritirata su Cremona e Piacenza, e ieri sera m'infonnava che il nemico veniva verso di me( ... ). . Intanto vedo che pensate di persuadere il Re ad abbandonare il comando dell'esercito. Sarebbe una fortuna. Egli assolutamente non capisce nulla e può rovinare ogni cosa. Figuratevi che ieri l'altro alle 6 pom., 1icevo un suo telegramma col quale mi annunziava la accanita battaglia, la fuga della Divisione Granatieri, le perdite immense, la ferita del Principe Amedeo e di Cerale e conchiudeva ordinandomi di passare immediatamente il Po'"· Avete finalmente capito ciò che vi ho detto, scritto·e ripetuto più volte, che senza unità di. comando c ioè non si va avanti. E che essendo il Re incapace ed insciente affatto, bisogna che egli non prenda un comando che non può seriamente sostenere, bisogna che se stii a casa come ha fatto l'Imperatore d'Austria. Non c'é che Voi che possa fa.re al Re una simile ambasciata e non so prevedere cosa risponderà e farà S.M.. Era mille volte meno umiliante per Lui l'aver dato prima questa passo. In quanto poi all'idea di da.re a me il Comando dell' An11ata ( ...) dovete riflettere e capire che non è praticabile( ...),>"'.

0 " A. LA MARMORA, Terza relazione cit., in CCSM, Complemento cit., II, p. 72. "'La Marmora a Cialdini in data 26.6.1866, ibidem, I, p. 79. " ' Ventiquattr'anni dopo questa grossolana lettera, Cialdini dirà al generale Pallavicini, che nel 1866 l'aveva pregato di «andare avanti»: «Caro generale, che peccato che io non l 'abbia ascoltato la sera del 26 giugno!» (A. Pot.uo, Custoza cit., p. 288, nota l). Cialdini non disse: «Peccato che io non abbia obbedito all 'ordine del Re»! "'A. Luz10, Studi e bozzetti cit., II, pp. 438-439.


LA CAMPAGNA DEL 1866

667

E continuava, declinando l'offerta con gli stessi argomenti usati prima dello scoppio delle ostilità. Va da sé che inducendo il re a lasciare l'esercito dopo la sconfitta, si veniva ad additare all'opinione pubblica italiana e straniera il sovrano come prima, vera, causa del rovescio. La Marmora annotò la lettera con queste parole: «Gen. Cialdini. Lettera importantissima del 26 giugno, dalla quale risulta che il Generale, malgrado l'ordine fonnale di S.M. di passare il Po e mio invito di rimanere, giudicò di retrocedere» 21 '. Poi si rivolse a Ricasoli per fornirgli maggiori ragguagli sulla battaglia di Custoza e per, in certo modo, sollecitare il suo intervento: «(...) Anzitutto bisogna che un solo comandi. Ora siamo in tre, il Re, io e Cialdini. Ieri ho francameqte manifestato questa mia opinione al Re, proponendogli di affidare a Cialdini il comando generale di tutte le forze, con ampia facoltà di rimandare gli ufficiali che fecero mala prova, e promuovere senz'altro quelli che si distinsero. (...) So ora indirettamente [da Cialdini stesso] che iJ Re ha fatto dire a Cialdini di volergli parlare, e credo, anzi, che l'abboccamento debba aver luogo a Monticelli questa sera. Ignoro qual ne sarà il risultato, ma quel che so di certo è che Cialdini è più di me persuaso essere impossibile dirigere un esercito con un Re ai fianchi che non fa e non lasçia fare . Questa gravissima questione dovrà decidersi al più presto, ed è perciò che privatamente gliene scrivo prima che ufficialmente se ne proponga al Ministero( ... )» ' "·

Ora, che Vittorio Emanuele avesse posto in atto una pesante interferenza in campo operativo non è davvero sostenibile: contro l'opinione di La Marmora riteneva probabile l'incontro col nemico sulle alture a sud-ovest di Verona, però lasciò a La Marmora la decisione sul dispositivo oltre Mincio; prima ancora che la battaglia volgesse al peggio ordinò, data l'urgenza (ma fece passare l' aiutante di campo da Goito), di tenere ad ogni costo Valeggio e La Marmora confermò tale necessità; disapprovava la ritirata dal Mincio216 , ma lasciò a La Marmora la risoluzione. Obiettività vuole si ponga in chiara evidenza anche la tutt'altro che lodevole abitudine di Vìttorio Emanuele di esprimere aperte critiche nei confronti di ministri e generali a destra e a manca. È bensì vero che, soprattutto ai generali, consentiva di parlargli chiaro, ma ciò non basta. Petitti raccontò che proprio in quelle contingenze, il re gli si era mostrato «dispiacentissimo dei progetti di La Marmora» miranti ad allontanarlo dall'esercito, cosa che avrebbe avuto pesanti riflessi sulla monarchia, e lo aveva pregato di 'ammorbidire' La Marmora. Petitti aveva assicurato che avrebbe fatto del suo meglio, poi, approfittando del protrarsi della conversazione e del tono confidenziale da questa assunto, si permise, in termini naturalmente rispettosi, di esporre al sovrano alcune dure verità, «vale a dire che colui che

' " Ibidem, p. 440, nota 1. "'La Marmora a Ricasoli in data 27.6.1866, Carteggi Ricasoli cit., XXII, <loc. 114, pp. 83-

84. " 6 U. GOVONE, Il generale Govone cit., p. 268, G. DI REVEL, La cessione del Veneto , Dumolard, Milano 1889, p. 29.


668

LA TERZA GUERRA D'JNDlPENDENZA

rendeva impossibile il comando a La Mannora, colui che gli toglieva ogni specie di autorità e metteva l'anarchia nel Quartier Generale era lui stesso, il Re»2,1. A prescindere dalla questione del re, era inaccettabile da parte di La Marmora indicare in Cialdini un concorrente al comando in capo. Cialdini si comportava in quel modo, cioè male, perché proprio La Marmora glielo aveva permesso e continuava a permetterglielo. Per inciso, La Marmora insistette con Ricasoli, come già col re e con Cialdini, sulla necessità di «rimandare gli ufficiali che fecero mala prova». E perché non cominciò lui, che aveva constatato la scadente azione di comando di alcuni generali a Custoza? perché nella seconda relazione al ministro della Guerra, nel 1869, espose dure critiche nei confronti di tutti i comandanti di corpo d'armata, Cialdini compreso, e del generale De Sonnaz, ma sul momento non propose alcuna misura? Per fortuna, nel tardo pomeriggio del 27 la maggiore calma, la riflessione ed il buon senso riuscirono a prevalere e la ritirata fu arrestata all'Oglio. La Marmora sostenne trattarsi di sua iniziativa e di una sua decisione approvata dal re, ma altri sicuramente influirono 218 , e forse fu ancora Govone il più ascoltato 219• Quella sera si incontrarono segretamente Vittorio Emanuele e Cialdini. Petitti, in una lettera privata del giorno successivo, scrisse: «Se è vero quello che il Re asserisce, Cialdini accetterebbe il comando dell'armata col Re alla medesima» 220• Ricasoli, alla testa del governo da pochi giorni, si trovava sbilanciato. Alle prime voci incerte sulla battaglia di Custoza erano succedute tè notizie, preoccupanti nella loro sinteticità , trasmesse dal Comando Supremo Giustamente seccato, si rivolse a La Marmora: «Oggi, per via i.ndiretta, giunge la notizia che l'esercito riprende le antiche stanze, cioè ripassa il Mincio e si ristabilisce a Cremona e Piacenza. Io non posso dirle quale effetto abbia fatto in me tale notizia; ma non posso tacerle che, lasciandomi cosl senza informazioni, mi è impossibile di condurre regolarmente il paese e contenerlo in sentimenti di fiducia e di calma. La prego dunque a fare in modo che io venga informato di quelle cose che se non si comunicano dal govemo, sono poi, con colori diversi e guasti, comunicate dal giomalismo» "'. m Petitti a L. Chiala in data 3.6.1879, in L. CHIALA, Ancora un po' più di luce cit., p. 628. All'osservazione di Petitti, Vittorio Emanuele rimase male e cercò di difendersi chiedendo gli venisse citato un solo episodio. li generale allora gli ricordò che proprio quel mal.timo il re aveva ricevuto Govone, il quale biasimava a voce alta le decisioni prese dal capo di Stato Maggiore, e, ascoltatolo, aveva esclamato, incurante dei presenti: «Ella ha ragione, La Marmora non mi fa far altro che sciocchezze, non vuol da1m.i retta, e le cose vanno alla diavola per causa sua» (ibidem). 8 " L. CHIAL\, Ancora un po' pill di luce cit., p. 340. ,.. U. GOVONE, Il generale Govone cii., p. 268. "° L. CHIALA, Ancora unpo' più di luce cit., p. 344. '" Ricasoli a La Marmora in data 26.6.1866, Carte1:1:i Ricasoli cit., XXII, doc. 84, p. 67.


LA CAMPAGNA DEL 1866

669

Nel contempo, non poté fare a meno di sfogarsi col fratello Vincenzo, colonnello comandante del Quartier Generale Principale: <<Mi ricordo le volte che tu mi hai detto che se si fosse seguito il disegno del La Marmora noi avressimo avuto disastri. Ho pensato e penso alla tua profezia! Io sono profondamente inquieto. Sento che l'esercito batte in ritirata. Io non capisco cosa sarà. li La Marmara mi lascia senza notizie; non crede né necessario scrivermi, né mandarmi qualcuno ad is1ruirmi della chiave di questa ritirata. Ho il paese sulle braccia e mi pesa»"'·

La Marmora, il quale dal canto suo stava sulle spine ed aveva chiesto anch'egli un urgente appuntamento con Cialdini, rispose ai rimproveri di Ricasoli appigliandosì alla difficoltà di farsi subito un'idea precisa degli eventi ed all'i111possibilità di indicare i progetti per il futuro: «Oggi prendiamo posizione sull'Oglio e probabilmente [?] vi ci fermeremo, anziché proseguire a Cremona e Piacenza». Poi tornò alla questione del comando e francamente fu incoerente: <<Io aveva necessità di vedere Cialdini per avere spiegazioni su quanto si era fatto, ma assai più per combinare il da farsi. So che il Re lo vedeva iersera, e non mi stupirebbe che lo avesse rimandato a Bologna, perché non ci potessimo parlare. E domando come si può andare avanti così. Se abbiamo abbandonato il Mincio ( ... ) è essenzialmente perché Cialdini telegrafava che dopo il disastro del nostro corpo, egli sì ritirava a Bologna abbandonando il Po(...). Chiedo come si possa procedere. Ripeto: mi necessita di veder Cialdini per proporre al Governo radi<!ali rifom1e e la prima dev' essere che il Re non se ne immischi più. Farò anche di tutto perché Cialdini accetti lui il Comando Supremo. E ' capace e molto autorevole. Io ho la vista troppo stanca(...)» w_

Quello stesso giorno il colonnello Ricasoli confidò al fratello Bettino che La Marmora non godeva più di alcuna fiducia nell'armata, che la situazione era serissima, che i generali Menabrea e Bertolé-Viale, rispettivamente comandante del genio e intendente generale, insistevano per una sua visita «in incognito>> al sovrano ed a Cialdini, il solo, quest'ultimo, ritenuto in grado di prendere il comando in quelle circostanze. E finì: «Menabrea mi ass.icura che La Marmora dopo la lezione ricevuta non ha nulla appreso, che non chiede consigli ad alcuno, che gravi pericoli ci vanno sovrastando, se non si rimedia subito. L'armata tutta oggi è convinta de.Ila sua insulsaggine. Noi siamo sempre forti; e, guidati da chi ispiri fiducia, a tutto è rimediato ( ...). P.S. Bisogna anche pensare che noi abbiamo bisogno di far presto e vincere, prima che gli Austriaci possano aver vinto i Prussiani; poiché allora che avverrebbe di noi?»'"·

Il 29 giugno La Marmora e Cialdini si incontrarono e si accordarono sulla linea da seguire in campo strategico, contando sull'approvazione del re. Cialdini, incaricandosi tacitamente della condotta delle operazioni, avrebbe sferrato un forte attacco contro la testa di ponte di Borgoforte, mentre il IV

Bettino a Vincenzo Ricasoli in data 26.6.1866, ibidem , XXII. doc. 83, pp. 66-67. La Marmara a Ricasoli in data 28.6.1866, ibidem, XXU, doc. 129, pp. 96-97. '" Vincenzo a Bettino Ricasoli in data 28.6.1866, ibidem, XXII, doc. 126, pp. 93-94.

222 2"


670

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

corpo e poi il resto dell'esercito si sarebbero portati sul basso Po per l'offensiva verso Padova. Quanto alla vexata quaestio, si arrivò ad un compromesso del tutto sui generis.Cialdini non intendèva assumere il comando in capo se il re non lasciava il campo; La Marmora rimaneva dimissionario. «È un grandissimo imbroglio - osservò Petitti - da cui non si sa come si uscirà, e frattanto l'esercito rimane quasi senza comando» 225 • Ma Petitti non sapeva nè poteva immaginare la soluzione escogitata. Fino ad avvenuta riunione di tutte le forze, La Marmora sarebbe rimasto in campo, ma de facto ... in qualità di capo di Stato Maggiore di Cialdini! Dopo il passaggio del Po, quest'ultimo avrebbe assunto il comando effettivo dell'esercito e La Marmora quello di un corpo d'armata. Il tutto, naturalmente, se I' ambìto incarico fosse stato offerto a Cialdini. Diversamente .. . si sarebbe visto il da farsi 226 • Senza raccontare a Pettinengo il compromesso raggiunto, La Marmora volle metterlo al corrente delle difficoltà esistenti, ma soprattutto sfogarsi. Sapeva di essere sotto tiro per la giornata di Custoza e per l'indecisione operativa di quei giorni e si riteneva accusato ingiustamente. Il peggio, però, riguardava sempre il comando in capo: «Qui siamo in tre a comandare, il Re, Cialdini ed io, senza contare Garibaldi in una posizione quasi indipendente. Ora scorgo poi un altro ancora che dell 'andamento della guerra si vuole immischiare. Intendo parlare del Barone nostro Presidente, che in una sua recente lett.era, non discute, non propone, ma assevera che bisogna mandare Garibaldi in Croazia e Ungheria (...)».

Aveva cercato di convincere Cialdini, egli scrisse, ad accettare l'incarico di capo di Stato Maggiore offertogli dal re, «ma credo ch'egli abbia oggi risposto al Re negativamente, perché il Re mi rinnovò la sua istanza acciò .i o rimanga». Adesso erano in attesa di Ricasoli. JJ quale, infatti, estremamente allarmato dalle lettere di La Marmora del 26 e del 27, aveva deciso di recarsi al campo221 • Si fermò prima a Modena da Cialdini e probabilmente non si capirono. Fatto sta che il 10 luglio, al Quartier Generale Principale, disse a La Marmora "'Lettera privata di Petitti in data 30.6.1866, L. CMtALA, Ancora un po' più. di luce cit., pp. 350-351. "'· Ibidem, pp. 352-353. Cfr. A. LAMARMORA, Terza relazione cit., in CCSM, Complemento cit., II, p. 82. In questa sede La Marmora precisò che la proposta di assumere il comando di un corpo d'armata gli era stata avanzata da Cialdini! Da notare che il 26 giugno quest'ultimo aveva rifiutato di porre la candidatura al comando in capo con queste parole: «Sotto di me, né Voi [La Marmora), né De]Ja Rocca, né Durando potreste stare. E qualora faceste un atto di abnegazione, io non potrei mai comandare con libertà, né voi altri obbedÌlmi con gustO>>(LA MARMORA, Terza relazione cit., ibidem, p. 81). "' «Reputo posizione gravissima: urgente povvedere» aveva risposto Ricasoli a La Marmora il 28 giugno (L. CHJALA, Ancora un po' pitì di luce cit., p. 339). Lo stesso giorno, visto il silenzio di La Mannora, il presidente del consiglio scrisse al re, comunicandogli la necessità di vederlo al più presto ad anticipandogli la convinzione della utilità di una spedizione di Garibaldi in Dalmazi.a (Carteggi Ricasoli cit., XXII, doc. 131, pp. 98-99).


LA CAMPAGNA DEL l.866

671

che le sue dimissioni erano state accettate e che «la direzione della guerra» sarebbe passata a Cialdini. Peraltro il giorno successivo si ripresentò a La· Mannora: Cialdini non voleva più saperne di dirigere la guerra agli ordini del re, perciò le dimissioni dovevano assolutamente essere ritirate. La Marmora finì per restare al suo posto «finché gli eserciti fossero riuniti, colla responsabilità che ne derivava malgrado le nuove contrarietà» 228 • Era un evidente riferimento ali' accordo con Cialdini, opportunamente mascherato. Ricasoli ripartì convinto di aver raggiunto il massimo risultato, anche se sconfortato perché «non regnano nei capi dell'armata che egoismo e gesuitismo, mentre in seno alla nazione si è fatta adesso una grande concordia». Il re aveva promesso di lasciare ogni libertà ai due generali purché si salvasse la forma Iiei suoi confronti davanti all'esercito ed alla nazione. La Marmora aveva promesso di far fare buona figura al re e di tenerlo informato di tutto, nonché assicurato di andare perfettamente d'accordo con Cialdini. Cialdini non aveva promesso niente. Ricasoli, per la verità, rimase con più d'un dubbio, tanto da riproporsi di studiare bene la situazione per il caso che «questo accomodamento non riesca appieno» 229• La mattina del 3 luglio nella Presse di Vienna apparve il seguente comunicato: <<L'annata imperiale in Italia avendo luminosamente fatto svanire ogni sospetto che un senso di timore avrebbe potuto indu1Te l'Austria a conchiudere una pace durevole coll'Italia, ha ora un altro ufficio da compiere: quello cioè di recarsi a raggiungere l'armata del Nord»''°·

Il 30 giugno i successi prussiani avevano convinto Benedeck a ripiegare verso Kocniggratz, ma era un ripiegamento demoralizzato, privo di qualsiasi intenzione di un nuovo indir izzo strategico. Benedeck sapeva di avere onnai addosso tutto l'esercito prussiano e non nutriva più alcuna speranza di uscire decorosamente dalla campagna. Alle I 1,30 del IO luglio inviò il drammatico, notissimo, messaggio all'Imperatore: «Supplico caldamente Vostra Maestà di concludere la pace a qualunque costo. Una catastrofe per l'esercito è inevitabile». Francesco Giuseppe ribatté: «Concludere la pace è impossibile. Ordino, se inevitabile, di continuare la ritirata in buon ordine. Ha avuto forse luogo qualche battaglia?». Tuttavia fece telegrafare all'arciduca Alberto di non impegnarsi in Italia in operazioni di vasto respiro ed il giomo seguente prese in considerazione la cessione del Veneto alla Francia, secondo il trattato del 12 giugno. Il 3 luglio a Koeniggriitz l'armata del Nord era gravemente battuta. Subito, a "' In L. CHlALA, Ancora 1111 po' pitì di luce cii., p. 354. m Bellino a Vincenzo Ricasoli in data 3.7. 1866. Carteggi Ricasoli cit.. doc. 181, p. 130. Ricasoli chiuse la leuera con un significativo: «serba quesia carta perché può venire il giorno che occorra, giacché contiene le parole testuali pronunziate da una parte e dall'a ltra». "° L. CIIIALA, Ancoro 1111 po' più di luce cit.. p. 369.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

672

Vienna, si addivenne a due decisioni: ottenere la mediazione francese in Italia e recuperare l'armata del Sud per portarla in Boemia. La notizia della disfatta austriaca arrivò a Parigi a mezzanotte del 3 luglio. A Firenze giunse nel tardo pomeriggio del 4 231 e fu seguita dalla comunicazione che Guglielmo I e Bismarck avevano esposto senza ambagi a Barra! l'estrema inquietudine causata dall'inattività italiana, che temevano consentisse all'Austria di spostare truppe dal Veneto alla Boemia 232 • Il 4 luglio La Marmora ebbe un nuovo colloquio con Cialdini, dal quale scaturì un accorcio per l'azione contro Borgoforte all'alba del giorno dopo, al fine di distrarre il nemico dal passaggio del Po, fissato per la notte sull'8 luglio. La Marmora rientrò al Quartier Generale Principale alle 4 del giorno 5 e trovò l'ordine di presentarsi immediatamente al re: «L'Empereur d'Autriche - aveva telegrafato Napoleone a Vittorio Emanuele - accédant aux idées émises dans ma lenre à M. Drouyn dc Lhuis, me cède la Vénétie en se déclarant prèt à accepter une médiation pour amener la paix entre tes bélligérants (...)»"'.

La nuova, per di più pubblicata subito sul Moniteur, ebbe un effetto letteralmente desolante per tutti. Alla mortificazione si aggiungeva il timore che a Berlino si pensasse al tradimento dell'Italia nei confronti della Pmssia. Vittorio Emanuele rispose subito di non poter decidere su una questione di tale gravità senza consultare il governo e l'alleato 234 • Sia Visconti Venosta sia La Marmora rappresentarono a Nigra la penosa situazione nella quale l'Italia ed il suo esercito venivano a trovarsi, e l'ambasciatore a Parigi rispose al primo che «le Roi doit répondre qu' il doit avant tout consulter son allié le Roi de Prusse. Il serait très important avoir une victoire et occuper le Tyrol si /aire se peut; sans cela je crains que nous ne l' aurons pas (. . .)» m. Al secondo, che l'unica· speranza consisteva nel rifiuto prussiano alla proposta dell'imperatore e che «en attendant vous ayez de suite une victoire. Mais si la Prusse accepte, comment voulez-vous re/user?» 2J6• Se prima le cose incontravano difficoltà obiettive di sostanza e di forma, adesso queste gigantivano. Per quanto Visconti Venosta sottolineasse l'assoluta necessità di un'operazione offensiva rapida e vittoriosa prima dell 'armistizio, visto che «le sentiment public est très ajfecté de ce qu' il y a d' humiliant dans la proposition de l' Empereur» 237 , si poteva entrare nel Veneto senza offendere

"' Barrai a Visconti Venosta in data 4.7.1866, ore .12,53, arr. 16.55, in D.D.1., voi. VII, doc. 56, p. 37.

"' Barrai a Visconti Venosta in data 4.7.1866, ore 17.55; D.D.l., VII, doc. 58, p. 37. "" L. C HIALA, Ancora un po' più di luce cit., pp. 373-374. 2).1 Vittorio Emanuele a Napoleone in data 5.7.1866, ore 8,20, ibidem, p. 374. "' Nigra a Visconti Venosta in data 5.7. 1866, ore 10,30, D.D.I., VII, doc. 64, p. 41. 6 " Nigra a La Marmara in data 5. 7. I866, in L. CHIALA, Ancora un po' pilì di luce cit., p. 376. '-'' Visconti Venosta a La Mannora in data 5.7.1866, ore 17,45, D.D.I., VII, doc. 65, p. 41.


LA CAMPAGNA DEL 1866

673

Napoleone? domandò La Marmora a Ricasoli 231 • Il presidente non esitò: in fondo il dispaccio dell ' imperalore, replicò, costituiva una semplice proposla subordinata ali 'armistizio, che non pot.eva essere concluso senza il consenso della Prussia, perciò nel fratte mpo «poursuivez vos opérations militaires sans rélache. Un succès pourrait rendre notre situarion infiniment meilleure», beninteso con un 'attenzione particolare al Tirolo 2.19 • La Marmora mise subito al con ente Cialdini dell'imbarazzante intervento di Napoleone e della risposta del re, ed aggiunse un'implicita sollecitazione, guardandosi bene però dall'inviare direttive: «Situazione molto grave. Non si sente cannone a Borgoforte. Si è egli attaccato? Sembra certo che esercito austria<io Italia si porti difendere Vienna» 240 • Il telegramma si incrociò con il ,esoconto di Cialdini circa Borgoforte: «Fiasco completo·». La mancanza di adeguati osservatori aveva impedito di dirigere il tiro delle artiglierie (!), quindi rimaneva in zona la divisione Nunziante per un assedio più o meno regolare, mentre il IV corpo si dedicava totalmente ai preparativi per l'imminente offensiva 241 • Anche Vittorio Emanuele stimolava La Marmora, percependo la delicatezza del momento: «In qualunque modo vadano le cose è della massima importanza politica che Cialdini passi il Po ed entri nella Venezia: per carità che detto Generale non abbia esitazione, perché forse perderessimo una bella occasione» '"·

Ma Cialdini stava ripensandoci: «Se Venezia fu ceduta Napoleone - chiese a La Mannora - possiamo noi invadere suo territorio, cd in conclusione posso io gettarmi nella provincia di Rovigo? Ohrc ciò. se fealmente Austriaci partono, mi pare che passaggio avrebbe l'aria d'una buffonata»"'.

La Marmora rispose: «Credo convenientissimo facciate egualmente vostra operazione; se siete d' avviso contrario ditemelo subito, entreremo noi dal Mincio, giacch(! per me peggio sarebbe ricevere Venezia senza avervi messo piede» ""'.

, ,. La Mannora a Ricasoli in data 5.7. 1866, ore 20,55, in L.

CHIAt.A,

Ancora un po' piiì di

luce cii., p. 378.

' '" Ricasoli a La Marmora in data 6.7.1866, ore 0,45, D.D.I., VII. doc. 70, p. 44. "'' La Mannora a Cialdini in data 5.7.1866, in L. CHIALA, Ancora 1111 po· più di luce cii., p. 375. "'' Cialdini a La Mannora in data 5.7.1866, ibidem, p. 387, nota I. "' Vittorio Emanuele a La Marmora in data 6.7. 1866, ibide111 , p. 375. "' Cialdini a La Maonora in dal.a 5.7.1866. in CCSM. Complemento ciL., I, p. 84. Negli SICS· si termini si espresse con Ricasoli il giorno successivo (Carteggi Ricasoli cii., XXll, doc. 208, p. 153). 2·" La Mannora a Cialdini in data 6.7.1866, in CCSM, Complememo cit., l, p. 84.


674

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Davvero i dispacci dei due generali erano «concepiti in modo che non si può credere che si trattassero i destini di un grande Paese», commentò con severa amarezza Pollio 245 • La tensione saliva rapidamente. Nigra fece sapere che Guglielmo I aveva sostanzialmente aderito alla proposta di Napoleone in merito ad un annistizio2" 6, ma poiché da Berlino non era ancora pervenuta alcuna comunicazione ufficiale, di ciò si avvalse Ricasoli, consapevole della profonda delusione serpeggiante nella penisola per Custoza e del. desiderio unanime di una sollecita rivincita, per spronare Cialdini: «(...) prosegua le sue operazioni militari alacremente, successo potrebbe rendere la nostra situazione infinitamente migliore» ed indicò l'opportunità di occupare al più presto il Tirolo 2·11• Esistevano tuttavia aspetti da non sottovalutare. Napoleone aveva detto di considerare un fatto compiuto la cessione del Veneto ali 'Italia 248 , e lo stato d'animo a Berlino era passato da un «doloroso stupore» 2• 9 ad una «violente exaspération» 250• Quanto alla questione del comando, Visconti Venosta la vide con ottimismo, tanto da riferirne in termini tranquillizzanti a Nigra 25 ' . La notte sull'8 il IV corpo d'annata cominciò il superamento del Po e due giorni dopo ebbe inizio lo spostamento dei corpi I, II e III dal basso Oglio al basso Po. Nel contempo, si veniva a conoscenza del trasferimento sulla sinjstra dell'Adige della maggior parte dell'armata austiiaca e del crescente malumore di Napoleone, che arrivò a minacciare, in caso di 1ifiuto italiano dell'armistizio, di restituire il Veneto ali' Austria e di prendere seri provvedimenti di natura militare 252 • Come se le circostanze non fossero già abbastanza aggrovigliate, si verificò un incidente di politica interna, che poteva avere conseguenze oltremodo spiacevoli. Visconti Venosta aveva inviato a Nigra due telegrammi. Uno, ufficiale, redatto da Ricasoli, nel quale in sostanza si dichiarava offensiva la cessione del Veneto tramite la Francia e comunque si chiedeva che il Trentino fosse incluso nelle condizioni d'armistizio, quali preliminari di pace. L'altro, personale del re all'imperatore, più cauto nella fonna, in cui si pari.ava soltanto del Veneto m. Ricasoli, fortemente risentito. per l' ingerenza francese, accusò il re di esser troppo conciliante: «Je vois avec peine que l'Empereur semble presque "' A. POLLIO, Cusroza cit., p. 23. "" Nigra a Visconti Vcnosta in data 6.7.1 866, ore 13,45, in D.D.I., VII, doc 79, p. 47. z., Ricasoli a Cialdini in data 6.7. I866, in CCSM, Complemento cit., I, p. 85. 2 ' ' Nigra a Visconti Venosta in data 6.7.1866, ore 21 ,15, D.D.I., VII, doc 78, p. 47. "' Barrai a Visconti Venosta in <lata 5.7. I866, ore 17,33, ibidem, doc. 68, p. 42. :,o Bafl'al a Visconti Venosta in dat" i .6. 1866, ibidem, doc. 89, p. 51. " ' Visconti Venosta a Nigra in data 6.7.J 866, D.D.I., VII, doc. 80, p. 48. "'Nigra a Visconti Venosta in data 8.7.1866, ore 18.10, arr. 22,10, ibidem, doc. 95, p. 56. "' Visconti Venosta a Nigra in data 8.7.1866, Carteggi Ricasoli cit. XXII, doc. 269, pp. 192-

193.


LA CAMPAGNA DEL 1866

675

employer avec VM. le langage de la pression» 254 . Poi, su deliberazione del consiglio dei ministri, mandò Visconti Venosta al Quartier Generale, spiegando l'opportunità della sua presenza al re: «Egli si porta costà al fine di meglio chiarire il modo di giudicare delle cose presenti per parte del Ministero, se, e fino a qual punto, vi fu divergenza tra le vedute del Governo e quelle di Vostra Maestà». Naturalmente, con ciò il ruolo di La Marmora in qualità di ministro senza portafoglio al campo veniva considerato inesistente. Fra le divergenze in questione, c'erano anche la lunga inaccettabile inazione militare e la mancata rapida occupazione del Veneto. Dulcis in fundo, Ricasoli si dichiarò disposto a rassegnare le dimissioni ove il sovrano non avesse accolto il pensiero del governo «non solo nella sostanza, ma anche nella forma» ~s. L'abile comportamento pi Visconti Venosta ed il buon senso di Vittorio Emanuele consentirono di superare il momento difficile ed intanto, su consiglio del ministro degli Esteri, venne espresso a Parigi parere favorevole all'armistizio, con la formula di subordinarlo ad analoga accettazione prussiana, che si sperava negativa. La risposta di Napoleone al re non si fece attendere: «Puisquc Votre Majesté acceptc J'am1istice, qu'elle donne l'ordre à ses troupes de s'arrcter. Le prince Napoléon et un aide de carnp partent cc soir. Mantoue et probablement Vérone vous scront remises immédiatement. Je crois avoir rrouvé un rnoyen dc satisfaire I 'honneur de cbacun»~ .

La Marmora cominciò a temere d'andare incontro a l rischio di un'alleanza austro-francese! Confidò a Pettinengo il suo rammarico: «( ... ) Capirai ora perché rimanemmo più giorni inattivi. Cialdini mi telegrafava ogni giorno che se noi sortiva mo dalle nostre posizioni sul basso Oglio. gli facevamo mancare il suo passaggio del Po, eh 'egli ci garamiva se stavamo fenni. Anche in questo ho dovuto agire con molta abnegazione. Senza quelle calde raccomandazioni di Cialdini, appena gli Austriaci ripassarono il Mincio io li avrei inseguiti(...),,"'.

Ricasoli, invece, sempre molto urtato con la Francia, faceva fuoco e fiamme. A Nigra comunicò che l'Italia non poteva non essere solida le con la Prussia ed era chiaro che l'Austria intendeva indennizzarsi della cessione del Veneto rivolgendo tutta la sua forza militare contrn la Prussia. Quindi, niente armistizio se non a due condizioni: «Que la Prusse I' accepte; que /es justes, les modestes voeux de l'ltalie soient accomp/is». Ed aggiunse orgogliosamente: «Nous 11' avons pas eu de victoire, dir-on, donc nous ne pouvons pas etre exigeants. Mais nous n' avons demandé la paix à personne de meme que nous avons voulu fai re la guerra sans secours étranger (. .. )» 258 • A Barrai telegrafò: "' Ricasoli a Vittorio Emanuele in data 7.7.1866. ibidem, doc. 236, pp. 176-177. "' Ricasoli a Vittorio Emanucl in data 8.7.1866. ibidem, XXll, doc. 279, pp. 198-200. "'' Napoleone a Vittorio Emanuele in data 9.7. I866, L. CHIALA, Ancora un po' f)iù cli luce cit., p. 398. '" La Mannora a Pcuinengo in data 9.7.1866, ibidem, pp. 400-401. "' Rica~oli a Nigra in data 9.7.1 866, in D.D.I., VII, doc. 101 , pp. 58-59.


676

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

«Confirmez au Roi et au comte Bismarck que nous préferons la guerre à toute espèce d' armistice; en tout cas nous voulons marcher d' accord en tout avec Prusse ( ...)» 259 • Poi mandò a Visconti Venosta una serie di raccomandazioni per il re e per La Marmora. Bisognava, egli auspicò, che re e governo formassero «una volontà sola» sì da costringere l'imperatore a «ritirarsi dalla via infelice in cui si è posto con sì poco consiglio». Il re, per suo conto, doveva mettersi «all'altezza dei suoi doveri e(... ) tenere alta la Corona d'Italia», sì da meritare l'affetto e la fiducia degli italiani. In campo operativo non c'era da perdere tempo: era già stata compiuta la seria e durevole occupazione del Trentino? i volontari, sostenuti da truppe regolari, era opportuno si dividessero in due gruppì. L'uno, sotto il gene rale Pallavicini , sarebbe rimasto nel Trentino e l' altro, con Garibaldi, doveva prepararsi per irrompere in Croazia da Fiume: «Il governo crede di urgenza, e meritevoli di pronto studio questa combinazioni. Vorrei ch'ella vi chiamasse sopra senz'altro l'attenzione di S.M., e si discutessero col generale La Marmora le basi di una pronta esecuzione. 11 governo prussiano procede già in questo senso, e ha già suoi mandatari in Serbia e in Ungheria. Questa è la vera via onde l'Austria faccia una pace onorata con noi. Conviene atlaccarla in tulti i pumi, ed io insisto sopra i due argomenti sopraindicati(. .. )»"''.

Non contento, tornò a chiarire con Visconti Venosta che la questione della frontiera era vitale. Occorreva occupare Trento e Trieste ed arrivare al Quarnaro: «La guerra deve condursi in modo da raggiungere questo scopo» 261. E ribadì il pensiero: «Non è soltanto il Tirolo italiano che ci occorre, ma ben anche l'Istria. Senza l'Istria avremo l'Austria sempre padrona dell ' Adriatico»262. A Cialdini scrisse anche che facesse ogni sforzo possibile per tagliare la ritirata agli Austriaci, ed impedire così la r icostituzione dell'armata del Nord263, e il generale spiegò che ormai era impensabile di riuscire ad intercettare il nemico, però lo si poteva inseguire fino a Vienna, il che era meglio ancora 264• In questa prospettiva allettante Ricasoli e Cialdini si incontrarono il 13 luglio a Polesella. Cialdini illustrò il proprio disegno operativo e Ricasoli si incaricò di riferire al re. Il giorno successivo s.i riunì a Ferrara un consiglio cli ministri e generali presieduto da Vittorio Emanuele. Erano presenti Ricasoli, Visconti Venost.a, Pettinengo, Depretis, La Marmora e Cialdini. Premessa la necessità politica cli occupare il Tirolo italiano e l'Istria «se ,,. Risacoli a Barrai in data 9.7.1866, ibidem, doc. 104, p. 60. 00 Ricasoli a Visconli Venosta in data 9.7 . 1866, Carreggi Ricasoli cit, XXII, doc. 288, pp. 207-209. 61 ' Ricasoli a Visconti Venosta in data 12.7.1866, ibidem, XXIl, doc. 352, p. 246. '" Ricasoli a Visconti Venosta in data 12.7. 1866, ibidem, XXII, doc. 358, p. 250. ,;, Ricasoli a Cialdini in data 12.7.1866, ibidem, XXII , doc. 344, pp. 242-243. '" Cialdini a Ricasoli in data 12 .7.1866, ibidem, XXll , doc. 35 1, p. 245. '


LA CAMPAGNA DEL 1866

677

vogliamo che la pace ne sanzioni il pacifico e durevole possesso», le conclusioni, in sintonia con le proposte di Cialdini, si tradussero nella costituzione di un corpo di spedizione di cinque corpi d'armata con 14 divisioni (circa 150.000 uomini) affidato a Cialdini, con il compito di «marciare a grandi giornate verso l'Isonzo, cacciare gli Austriaci da quella frontiera, appoggiarsi a Trieste, e, se il caso lo avesse richiesto, passare le Alpi e marciare su Vienna» 265 • Oltre a questo, un corpo di osservazione di due corpi d'armata con sei divisioni di fanteria e la divisione di cavalleria di linea agli ordini del re, destinato a rimanere nel Veneto a guardia delle linee di comunicazione ed al blocco di Venezia, ed un corpo di riserva, costituito con tre nuove divisioni, sotto il generale Nunziante. Quanto alla flotta, se l'ammiraglio Persano non avesse • attaccato Tegetthoff entro otto giorni, sarebbe stato sostituito nell'incarico. Per ultimo La Marmora ricevette la qualifica di «capo di Stato Maggiore di Sua Maestà» 266 • A Cialdini venne riconosciuta «tutta la libertà di azione nelle operazioni militari a compiersi secondo le direzioni generali che Ella ha ricevuto da S.M. e dal governo del Re, riferendo però delle operazioni così al quartier generale del Re come al ministero della guerra» 261 • lnoltre, Pettinengo lo assicurò che la facoltà di non ammettere al suo Comando alcun rappresentante straniero, tranne quelli prussiani, rientrava nelle sue prerogative di comandante in capo. Ne derivò che non appena il principe Napoleone venne in Italia, speditovi dall'imperatore per definire la questione dell' armistizio, e Vittorio Emanuele manifestò l'idea di portarlo seco a Padova, Cialdini, che ancora non si era spostato a Treviso, si oppose recisamente, temendo di venir costretto ad una tregua d'armi, e accompagnò il rifiuto con un « Vedo che assolutamente non si vuol lasciarmi far nulla di bene. Prego dunque V.M. di accettare le mie dimissioni»268. Al che Vittorio Emanuele ribatté: «Non accetto sue dimissioni, non ci mancherebbe altro! (... )» 269 • Ricasoli calmò Cialdini e suggerì di portare il Quartier Generale Principale a Rovigo anziché a Padova 210 • "' CCSM, La campagna del 1866 cii., il, p. 111. Cfr. Carteggi Ricasoli ciL, XXII, doc. 372, pp. 260-262. ,.. L. CHIALA, Ancora 1111 po' pi1ì di luce cii., p. 248. La Mannora lasciò 1rasparire la sua amarezza: «Cosicché da presidente dei minislri che aveva fatto l'alleanza prussiana (... ) ero diventato primicramente capo di stato maggiore di venti divisioni , e poscia, per decisione del consiglio a Ferrara, diventavo capo di stato maggiore di sci divi sioni» (A. LA MAR1,i0RA, Terza relazione cit., in CCSM, Comple111e1110 cit., U, p. 85. "'' Pellinengo a Cialdini in data 14.7. I866, in CCSM, Complememo cit., I, p. 87. "' Cialdini a Vittorio Emanuele in data 17.7.1866, ibidem, I, p. 89. Delle dimissioni. e in termini analoghi, dette comunicazione anche a Ricasoli nello stesso giorno (Carteggi Ricasoli cit., XXII, doc. 402, p. 284). ,.., Vittori o Emanuele a Cialdini in data 17.7.1866, CCSM, Co111pleme1110 cit., I, p. 89. Ricasoli a Visconti Vcnosta in data 17.7.1866, Carreggi Ricasoli cit., XXII, doc. 404, p. 283.

''°


678

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

L'assillo di Ricasoli era la prosecuzione dell'avanzata il più celermente ed il più lontano p0ssibile. E ritornava sul progetto di inviare Garibaldi in Croazia ed in Ungheria. A tale scopo volle che Visconti Venosta rimanesse presso il re, quale «pegno che il programma nostro politico non resterà offeso da alcuna deviazione o inavvertito» e che l'indirizzo della guerra stabilito nel consiglio del 14 non venisse modificato «se non che quando imponenti ragioni lo consiglino» 211• Però non ignorava che i principali esponenti militari erano apertamente discussi m _ Al suo arrivo a Ferrara, 18 luglio, il princip Napoleone più che notizie recò incalzanti premure dell'imperatore, talché il generale Govone partì immediatamente in missione a Berlino per accertarsi delle concrete intenzioni di Bismarck circa l'armistizio o la prosecuzione delle ostilità, e per cercare di far includere la cessione del Trentino delle condizioni armistiziali. Ricasoli non demordeva. Il 2 luglio espose a Visconti Venosta il suo pensiero sul futuro, qualora l'atteggiamento austriaco avesse costretto l'Italia a continuare la guerra. Fem10 restando che le operazioni avrebbero potuto proseguire per due o tre settimane al più, meno il caso che ali' Austria riesca di riportare qualche vittoria, occorreva assolutamente «prendere il Tirolo e l'Istria» e mandare i volontari in Croazia e in Ungheria m . A Pettinengo disse di ordinare a Garibaldi di far partire per Ancona 20-25.000 dei suoi volontari, rimanendo lui in Tirolo «con quattro buoni reggimenti» 274 • 11 21 luglio Prussia e Austria firmarono a Nikolsburg una tregua d'am1i di cinque giorni, a prutire dal 22 275 • E il 22 arrivava al. Quartier Generale italiano, come una folgore, la notizia della sconfitta di Lissa! Date le circostanze, il re convocò per il 23 un consiglio, con la partecipazione di Ricasoli, Visconti Venosta e La Marm0ra, al termine del quale venne stabilito di combinare con il comandante austriaco in Italia una tregua di otto giorni per trattare le basi del211 Ricasoli a Visconti Vcnosta in data 15.7.1866, D.D.L. doc. 141, pp. 84-90. Cfr. Ricasoli a Pettinengo in data 17.7.1866, in Carteggi Ricasoli cit., XXII , doc. 423, p. 299, nota. 1. m Vincenzo Ricasoli scriveva al fratello Bettino il 16 g iugno commentando con asprezza le nomine dei comandanti dei corpi d'annata previsti dal nuovo assetto dell'esercito: «(...) Intanto si nominano 5 comandanti cl' Annata e fra questi nuove teste di c ... ! Figurati Sonnaz che non sa scri vere una lettera; Brignone che non è buono di prendere nessuna iniziativa (...). Cugia mi diceva, perché non fu subito dimesso Persano? uomo screditato da tutti Un ruffiano, mi dicevano altri, non poteva contenersi che così vi lmente. Questo è il tuono che circola nell'armata. Più nessuna opinione nei capi(... )» (in Car1eggi Ricasoli cit., XXIT, doc. 391, pp. 275-2 76). "' Carteggi Ricasoli cit., XXTI. doc. 482, p. 35. " ' Ibidem, XXII, doc. 478, p. 329. m Merita rilievo il fatto che i dispacci prussiani in data 21 luglio, arrivati a Firenze il 23, dicevano che «à notre quartier général on n'a nullement rcnoncé à la guerre ( ...)» e <<malgré )es négotiations sur J'armistice on a J'intention chez. nous de tenir bon, si l'lrnlie fait de meme», come assicurò Usedom a Visconti Venosta il 23 (L. ÙIIALA, Ancora un po' più di luce cit., pp. 453-454).


LA CAMPAGNA DEL 1866

679

l'armistizio. La Marmora informò Cialdini e Garibaldi, poi, appena giunta la risposta autriaca (ore 23 del 24 luglio), comunicò a Cialdini: <<È stabilita una sospensione d'armi di otto giorni a cominciare da domani 25 luglio, alle ore 4 ant., onde trattare delle basi di un armistizio. Le teste di colonne dovranno immediatamente essere arrestate ove si trovano. Le truppe che sono più indietro potranno muovere, senza però mai oltrepassare le teste di colorme ( ...)>> "'·

Bisogna ammettere che l'inizio della tregua era stato dall'Italia indicato senza soppesare bene tutti gli elementi, comunque l'indicazione era stata di dodici ore dall'accoglimento dell'offerta di tregua, e si ignora come poi si sia ridotta a cinque ore. Cialdini protestò vivacemente cli non essere in grado di avvisare, in quel brevissimo lasso di tempo, le truppe avanzate, jn special modo la• divisione Medici nel Trentino ed il corpo d'armata cli Cadoma presso Udine, e chiese di spostare l'inizio della tregua al mezzogiorno del 26. Poi, impetuosamente, aggiunse: « Voglia l'E. V. riflettere a ciò, non pretendere da me l'impossibile e non espormi alla taccia di mancator dì fede» 277 • La Mannora, naturalmente, confermò l'ora stabilita del resto già superata precisando che gli Austriaci erano stati avvertiti della difficoltà di avvisare in tempo utile le colonne più lontane 278 • Da questo punto si cade nel grottesco. Lasciamo la parola ai telegrammi del 25 e ciel 26, di per sé sufficienti a rendere superfluo ogni commento sul modo in cui veniva comandato l'esercito: Cialdini a Vittorio Emanuele: «Generale La Mam10ra mi ha avvertito stanotte, all'una antimeridiana, che la sospensione ostilità coniinciava questa mattina alle quattro antimeridiane. Egli non doveva stabilire nulla senza prendere meco le opportune inte lligenze. In tre ore e senza comunicazioni telegrafiche, io non poteva arrestare mie teste di colonne in Tirolo e presso Udine. Ho bisogn() perciò di 24 ore almeno. Ne informo V.M. per tutto ciò che potrebbe venirne di disgustoso» "'.

Cialdini a Ricasoli: «Generale La Marmora stan()Lte all'una antimerid iana mi avvertiv,1 di avere conchiusa sospensione ostilità a cominciare dalle 4 antimeridiane di quest 'oggi stesso( ...). Io bisogno di 24 ore almeno( ... ) e d'altronde poi avendo io comando indipendente, egli non doveva così precipi tosamente conchiudere la sospensione d 'ann i senza prendere meco gli opportun i concerti , onde non ponni in condizioni i1npossibili e farmi passare per un mancatore di fede» " 0•

Vittorio Emanuele a Cialdini: «Capisco le Sue ragioni , non temo però inconvenienti, gli Austriaci avendo il telegrafo avranno avvertito le truppe del Tirolo della sospensione. Per le altre Sue truppe l'avverto che la '"· La Mam10ra a Cialdini in data 24.7.1866, ore 23,55, in CCSM, Co111plemelllo cit., I. pp. 96-97. 277 Cialdini a La Marmora in data 25.7 .1866. ore l, ibidem, I. p. 97. "' La Marmora a Cialdini in data 25.7.1866, ore 6, ibidem, I, p. 97. '" Ciald ini a Vittorio Emanuele in data 25.7. 1866, ibidem, I, p. 98. '" Cialdini a Ricasoli in data 25.7.1866, ore 8, ibidem, I, p. 98.


LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

680

Pmssia ha sempre camminato dove non ha trovato nemici da combattere, non capisco c.ome si arrestino teste colonne(...)>>"'.

La Marmora a Cialdini: «Ho agito dietro ordini del Re e del presidente dei ministri, se ho poi rimproveri a farmi, non è certamente di aver mancato di riguardo a V.E. massime in questa campagna: io l' aveva invitata ad un appuntamento per metterla appunto al corrente delle cose politiche concertate! Ella si allontanò da Padova senza accordarmelo"'. Austriaci sono prevenuti che nostri ordini non potranno arrivare in tempo dappertutto»"'.

Ricasoli a Cialdini: «Ella ha ragione. Doveva generale La Marmora porsi prima accordo con Lei e calcolare tempo piò lungo, principio sospensione d'armi. Ella coperto sua protesta, operazioni generale Medici condotte bene, me ne congratulo e spero sia entrato in Trento (...)» "'·

Cialdini a Pettinengo: «Prego V.E. di accettare mie dimissioni da comandante corpo di spedizione e di accordarmi ritiro dal militare servizio. Parto stanotte per Udine dove attenderò mio successore»"'.

Pettinengo a Cialdini: «Ricevuto suo telegramma n.77, che trasmet.to a Ricasoli a Ferrara. La prego dirmi se sua determinazione sia per avventura cagionata qualche disposizione dipendente da me. V.E. pensi alle gravi condizioni in cui si trova l'Italia» " 6•

Cialdini a Pettinengo: «Motivo mia determinazione sono disgusto col comando supremo armata che rovinò la campagna, e modo con cui venne conchiusa stanotte sospensione d'armi»"'.

Vittorio Emanuele a Cialdini: «Non accetto sue dimissioni, anzi conto su di Lei nello avvenire, saprà poi in dettaglio quale fu motivo sospensione d'anni, e quali e quante furono le lotte diplomatiche che ebbi a .sostenere ( ...)»"'.

Cialdini a Vittorio Emanuele: «Spedita mia dinùssione ministro guerra, ed assolutamente non posso ritirarla. Ultime notizie generale Medici erano da Pergine, ossia otto chilometri da Trento alle dieci di stamane(... )»"''. Vittorio Emanuele a Cialdini in data 25.7.1866, ore 9, ibidem, p. 98. Il 18 luglio La Marrnora aveva chiesto a Cialdini un incontro per l'indomani a Monselic<... ma Cialdini, irritato per la richiesta dì mandare una divisione nel Trentino, non si curò di rispondere. "' La Marmora a Cialdini in data 25.7.1866, ore 11, ibidem, I, p. 99. '"' Ricasoli a Cialdini in data 25.7.1866, ore 14,45, ibidem, 1, p. 99. "' Cialdini a Pettinengo in data 25.7.1866, ibidem. ,.. Pettinengo a Cialdini in data 25.7.1866, ibidem. "' Cialdini a Pettinengo in data 25.7. 1866, ibidem. '"Vittorio Emanuele a Cialdini in data 25.7.1866, ore 20, ibidem, I, p. 100. '" Cialdini a Vittorio Emanuele in data 25.7.1866, ibidem. 281

m


LA CAMPAGNA DEL 1866

681

Cialdini a Vittorio Emanuele: «Si poteva concludere sospensione d' armi con meno fretta e più dignità, prendendo ventiquattro o trentasei ore di tempo. Ora nasceranno immancabilmente contestazioni spiacevoli col nemico. Generale La Marmara dice che teste di colonne devono an-estarsi subito; ciò torna a vantaggio esclusivo del!' Austria, che potrà concentrare tranquillamente sue forze sul Danubio; mentre inchioda noi su l terreno in cui stiamo. Io non potrei partecipare a simili fatti e rassegno a V. M. mie dimissioni. Parto stanotte per Udine, ove attenderò successore che piacerà alla M. V. di darmi (...)» ,.,_

Ricasoli intervenne con un lungo dispaccio esplicativo delle necessità politiche cui era stato giocoforza sottomettersi in funzione delle ricercate favorevoli condizioni armistiziali destinate ad influi.re su quelle di pace. La tregua, infatti, ~ra stata stipulata nella speranza di ottenere direttamente dall'Austria qualche beneficio nel Trentino, almeno sulla base dell'uti possidetis.Se il Tirolo italiano non veniva concesso da Vienna, «noi ci rifiuteremmo di segnare e si riprenderanno le ostilità su larga scala», avvertiva Ricasoli, e terminava con l'invito a considerare la gravità della situazione 291• Cialdini non insistette sulle dimissioni, però volle aprire il suo animo al re con una lunghissima lettera, nella quale mescolò un'aspra accusa al ministro della Gue1i-a, Pettinengo, per l'inefficienza del sostegno logistico; un cenno alla ripresa dell'avanzata su Trieste, e poi Lubiana ed oltre; il rammarico di aver dovuto mandare la divisione Medici in Tirolo «onde riparare agli insuccessi del generale Garibaldi», ed un'altra per bloccare Venezia. «Dopo di ciò, colla coscienza di aver adempiuto al debito mio di generale, e cittadino, esponendo schiettamente alla M.Y. lo stato delle cose nella sua cruda verità, attendo, Sire, gli ordini che Le piacerà di darmi» 292 • Però a Ricasol i rispose: «Non accetto posto capo di statO maggiore perché non voglio trovarmi vicino S .M .. Dichiaro poi esplicitamente che se S.M. intendesse raggiungermi, lascio subito comando di questo esercito e niuna considerazione al mondo potrebbe mutare mio proposito»,.,_

Poi ci ripensò e poche ore dopo: «( ... ) Desidero abbandonare esercito perché S.M. e La Marmora rovinano ogni cosa»'".

Davvero e 'è da domandarsi come venissero intesi certi elementari principi di autorità e di disciplina! Davvero c'é da chiedersi come si potesse ignorare pelfino il significato del senso di equilibrio e del controllo dei propri nervi! "'" Cialdini a Vittorio Emanuele in data 26.7. l 866, ibidem. I, p. I OI. " ' Ricasoli a Cialdini in data 26.7. I866, ibidem, I, p. l02. ''" Cialdini a Villorio Emanuele in data 26.7.1866, ibidem, I, p. 103-105. ,,., Cialdini a Ricasoli in data 27.6.1866, ore I, in Car1eggi Ricasoli c it., XXII, doc. 570, p. 397.

""Cialdini a Ricasoli in data 27.7.1866, ore Il, ibidem, XXII, doc. 574, p. 399.


682

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Chiudiamo con questo penoso scambio di telegrammi il cenno sulla campagna terrestre per passare a quella sul mare, nella quale, dopo Custoza, si concentravano le speranze, non infondate, di una brillante affermazione che valesse a rialzare gli spiriti e ad offrire nuove prospettive nel Veneto ed in Balcania.

*** Il 15 giugno Persano diramò da Taranto le istruzioni da seguire per la navigazione e per il combattimento. In sostanza, egli chiarì che le tre squadre dell 'a1mata navale non costituivano una ripartizione tattica, ma semplicemente di azione ed amministrativa; che ogni comandante di squadra, ove impiegato isolatamente, era libero nelle sue decisioni; che l'armata, se riunita in caso di navigazione o di battaglia, sarebbe stata divisa in flotta corazzata e flotta non corazzata; che la flotta corazzata, oltre alla tattica regolamentare, doveva usare quella supplementare enunciata dall'ammirnglio francese Bouet-Willaumez, mentre la flotta corazzata si sarebbe attenuta alla sola tattica regolamentare. Il tutto rientrava nelle idee dell'epoca, specialmente nella scuola francese .. La tattica supplementare, studiata per le navi corazzate, era di recentissima applicazione ed il solo contrammiraglio Vacca ne aveva una certa conoscenza, anche se con una pratica assai limitata, essendo la sua divisione di evoluzione composta da appena tre navi corazzate, ed avendo la scarsa disponibilità di carbone limitato il numero di esercitazioni in alto mare. L'ordine di Persano aveva due allegati; l'uno concerneva le formazioni da tenere in navigazione e l'altro indicava le nonne da osservare in caso di incontro con il nemico. In queste ultime, peraltro, non figurava alcuna prescrizione tattica nè orientamento su come Persano intendesse impostare l ' inizio della battaglia. L'unica cosa certa, d'altronde pressoché scontata, era che le navi in legno dovessere prender parte all'azione soltanto se chiamate dal comandante in capo. Un importante rilievo dell 'ammiraglio Jachino riguarda proprio quest'ordine di base. Ammettendo che Persano non potesse uscire da una certa indeterminatezza circa l'impostazione della battaglia, dipendente molto anche dalla formazione nella quale si sarebbe presentato l'avversario, occorreva tuttavia pensare all'estrema difficoltà di rendersi conto, una volta aperto il fuoco, dello svolgimento della lotta, nonché tener presente la quasi impossibilità per le navi di vedere chiaramente le segnalazioni a bandiera nella nuvolaglia tipica del combattimento. Perciò non rimaneva che spiegare ai comandanti in sottordine, in frequenti 1iunioni, il proprio pensiero su come imporre e svolgere la battaglia nelle varie circostanze, sollecitando discussioni, esaminando cas.i particolari, in una parola rendendo possibile la loro intelligente collaborazione. Questo fece Tegetthoff, questo non fece Persano 295 • "' A. JACHINO, La campagna navale,di Lissa cit., pp. 182-201 .


LA CAMPAGNA DEL 1866

683

Il 20 giugno Depretis telegrafò a Persano di partire subito da Taranto. Lo stesso giorno La Marmora comunicò all'ammiragLio: «Ella salperà con la flotta per l'Adriatico qmmdo crederà meglio, eviterà però qualsiasi atto ostile sino al mattino del 21, e si atterrà del resto alle istruzioni che Ella ha già dal ministero ricevute» 296• Persano partì il 21 verso mezzogiorno, senza essersi dato cura di chiarire una volta per tutte la propria dipendenza operativa 297 • La sera del 25 l'armata navale arrivò ad Ancona. Non soltanto doveva ricevere nuove direttive dal Comando Supremo, ma anche a soprattutto riordinarsi, rifornirsi ed attendere alle indispensabili riparazioni. Non si trattava di cosa di poco conto : su due nuove corazzate, l a Re d'Italia e la Re di Portogallo, il carbone ammassato da mesi nelle carbonaie dava segni di autocombustione, quindi occorreva vuotare i depositi e rifare il pieno; la Terribile doveva cedere al Principe di Carignano otto cannoni cerchiati e rigati in sostituzione di altrettanti ca1moni lisci e non cerchiati; i macchinisti francesi della Varese e della Palestro non intendevano stare sulle navi in operazioni; l'Ancona aveva guasti alle macchine; tutte le navi dovevano fare o completare i 1ifornimenti di viveri, carbone e munizioni. Alle 5 del mattino del 27, quando la rada era ingombra di bettoline, chiatte e imbarcazioni di ogni tipo intente alle operazioni accennate, rientrò l'avviso Esploratore, mandato da Persano proprio quella notte in crociera di vigilanza, segnalando: «Il nemico dirige su Ancona!» Alla sorpresa, assoluta, corrispose, e non poteva essere altrimenti, la materiale impossibilità di uscire subito dal porto. Persano mostrò un ' attività invero di encomiabile energia per informare i comandanti, accelerare i tempi e superare le difficoltà del momento, tuttavia, non potendo inviare le navi alla spicciolata contro l'avversario, schierato in doppia fila di fronte a circa due miglia e mezzo dal porto, ordinò alle navi di dirigere verso sud-ovest, a mano a mano che uscivano, per disporsi in formazione di combattimento. Così facendo sarebbero state, egli pensava (come Tegetthoft), sotto la protezione delle batterie costiere del M. Conero, ignorando (come Tegetthoff) che «i loro armamenti, non avendo ancora ricevuto l'indennità di entrata in campagna, avevano abbandonato i loro posti e lasciati i cannoni disarmati»! 198 • Tegetthoff aveva chiesto l' autorizzazione ad uscire da Pola per «effettuare una ricognizione in forze sulla costa italiana» 299 • Siccome era il giorno della battaglia di Custoza, solo più tardi l'arciduca Alberto poté telegrafargli: «Nessuna limitazione nella libertà d' azione della flotta, ma non più in là di '"' La Mannora a Persona in data 20.6.1 866, ibidem , p. 203. ,., Per le vicende di Lissa vds. C. DI PERSANO, / fatti di Lissa, Un. tip. ed. Torino 1866; A. L UMBROSO, Il processo del/" ammiraglio Carlo di Persano cit.; D. G UERRINI, Lissa cit., H; ma soprattuuo A. JACHJNO, La campa1:na navale di Lissa cit., che, a nostro avviso, si distingue per competenw ed equilibrio. "'' A. JACHINO, La campagna navale di l issa cìt., p. 229. "'' Tegenhoff all'arciduca Alberto in data 24.6.1866, ibidem., p. 229.


684

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Lissa. Sorvegliate le foci del Po e il litòrale veneto» 300 • Tegetthoff puntò su Ancona e, contro ogni sua aspettativa si accorse che vi si trovava l'ìntera flotta italiana. Aveva con sè soltanto le sei corazzate già pronte e qualche unità minore di pari velocità; una forza sufficiente, dunque, per una ricognizione in forze, ma non per offrire battaglia. Rimase in posto per un paio d'ore, poi, visto che l'armata italiana stava assumendo la formazione in linea di fila, ordinò il rientro a Pola. Fin qui nulla giustifica le esagerazioni di parte austriaca, ma anche di critici italiani, secondo le quali Tegetthoff aveva lanciato con audacia il guanto di sfida e Persano non l'aveva raccolto per pavidità. Ma a questo punto Persano commise un grosso errore psicologico. Se avesse inseguito il nemico, lo avrebbe posto nell' alternativa di arrestarsi per accettare il combattimento in condizioni di inferiorità numerica, oppure di continuare la ritirata su Pola con perdita di prestigio e scadimento nel morale degli equipaggi. A Persano sarebbe bastato che le sue corazzate di testa giungessero ad aprire il fuoco sulla retroguardia austriaca, senza neanche spingersi troppo lontano da Ancona. Non considerò l'importanza psicologica di accennare all' intenzione di giungere allo scontro e di mostrare che il nemico lo rifiutava, specialmente essendo al corrente della sconfitta di Custoza. Egli «non si rese conto di questa necessità commentò Jachino - e agì purtroppo in modo da legittimare il sospetto che egli non avesse il coraggio di affrontare la squadra austriaca in campo aperto» 30 1• Persano si era persuaso che lo stato dì impreparazione di molte navi non gli consentisse di dar battaglia e di accettare un rischio ritenuto eccessivo. Si reputò in condizioni di inferiorità rispetto a Tegetthoff e volle rnaschenu·e la decisione che nutriva nell'animo. Riunì sul Carignano un consiglio di guerra limitato al contrammiraglio Vacca ed ai loro due capi di Stato Maggiore, tutti presenti sulla nave 301, e lo condusse in maniera da forzare la conclusione. Rappresentò le avarie e le difficoltà delle diverse navi (che nessuno dei presenti poteva discutere per indisponibilità di dati) ed affermò che le istruzioni ricevute (che, disse, non era autorizzato a rivelare) impedivano di compromettere l'annata navale in vista di altre missioni più importanti. Natural.mente, ·i pareri furono concordi circa il ritorno ad Ancona. Persano telegrafò a Ricasoli: «(...) Il nemico si è presentato all'alba. L'abbiamo inseguito tutti non pertanto ( ...)» 30 \ L'episodio ebbe gravi ripercussioni: la decisione di rientrare in rada era stata accolta su tutte le navi con profondo sdegno e, se prima di quel giorno la figura di Persano non era stata toccata da particolari critiche, «dopo il 27 giu-

.lOO

Arciduca Alberto a Tegetthoff in data 26.6.1866. ibidem .

.,., ibidem, p. 237. "" Per ragioni di tempo Persano non convocò il viceammiraglio Albini ed il suo capo di Stato Maggiore, il che, naturalmente, accentuò la calliva di.~p()Sizi()ne d'animo dei due ufficiali nei confronti del comandante in capo. '°' Persano a Ricasoli in data 27.6.1866, in Carteggi Ricasoli cii., XXll, doc. 105, pp. 78-79.


LA CAMPAGNA DEL 1866

685

gno, invece, la voce unanime dei dipendenti lo accusò più o meno apertamente di pavidità di fronte al nemico» 304. Cominciò allora uno strano periodo di attesa. Depretis mantenne ogni fiducia in Persano: «La prima parola che io vi mando è questa: non vi sconfortate nè vi rattristate se qualche disgrazia vi arriva (...). Voi dovete compiere e perfezionare il vostro armamento; la vostra presenza te1Tà così in scacco il nemico e ne paralizzerà le forze; voi però dovete guardarvi accuratamente dalle sorprese(... )» ""·

Qualche giorno dopo, nuovo incoraggiamento: «Permettete innanzi tutto che mi congratuli per la vostra infaticabile operosità (... ). Non vi lasciate smuovere dal mantenervi circondato da cautele e in una vigilante e minaccio sa difensiva (...). Oggi il barone Ricasoli, nel partire pel campo, mi disse di raccomandarvi di non impegnare la flotta se non con la sicurezza della vittoria( ...)>> 306 •

Persano aveva promesso, non appena completato l'addestramento degli equipaggi e provveduto alle navi, di agire «nel migliore intento per adescare la flotta nemica a cercarmi battaglia, ed annientarla se verrà al cimento» 1-07, e si prodigava in ossequiose espressione di lode verso il ministro: « Vi ammiro, siete la fortuna della Marina» .1os, e <<Siete un portento di attività. Ho avuto più da voi in dieci giorni, che dal cessato ministro in due mesi» 30-->. La Marrnora si dichiarava tranquillamente incompetente in fatto di guen-a navale e, invece di dare direttive, lasciava carta bianca al ministro ed all'ammiraglio: <<Quanto alla parte essenziale della lettera della V.S., la cooperazione della flotta alla guerra in cui la nazione è attualmente impegnata, io, come estraneo alle cose di mare, non saprei dare all 'ammiraglio che la comanda se non che istmzioni generiche; è certo che i particolari dell 'esecuzione dipendono esclusivamente da lui>," 0 ,

e, comunque, ripeteva che prima di pensare a qualche operazione combinata, bisognava che la flotta austriaca fosse distrutta o bloccata a Pola. Il 5 luglio l'annuncio della mediazione di Napoleone sconvolse l'indefinibile situazione di stasi operativa della flotta. Depretis telegrafò a Persano che motivi gravissimi rendevano urgente il completamento dell'annata navale e che voleva sapere quando essa avrebbe preso il largo 3 ". Persano, a quanto pare, '"' A. JACMJ NO, La campagna navale di Lissa cit., p. 242. Cfr. D. G UERRINT, Lissa cit., II, p. 165 e seg. '"' Depretis a Persano in data 30.6.1866, A. JACHJNO, la campafi11a navale di Lissa cit., p. 253. '"' Depretis a Persano in data 4.7.1866, ibidem, p. 256. ,o; Persano a Depretis in data 27.6.1866, ibidem, p. 251. '°' Persano a Depretis in data 30.6.1866, ibidem, p. 253. '"" Persano a Depretis in data 3 .7. 1866, ibidem, p. 253. ~·• La Marmora a Deprctis in data 4.7.1866, ibidem, p. 257. ' " Depretis a Persano in data 5.7.1866, ibidem, p. 263.


686

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

non aveva alcuna intenzione di affrettarsi. Sostenne la convenienza di aspettare l'Affondatore, una nave ariete corazzata, ottima sulla carta ma allestita troppo celermente e con un equipaggio non addestrato; di non essere ancora pronto; cli aver bisogno di nuove istruzioni: tutti motivi in realtà pretestuosi e che il 6 luglio trovarono conclusione in un telegramma più infelice dei precedenti: «Son pronto meno i cannoni. Nemico probabi lmente s i sarà ritirato entro Pola. Spiegate bene, Vì prego, se devo attaccarlo anche quando protetto da fortezze. Se verrà Affondatore, meglio, altrimenti farò senza. Voi conoscete situazione e sapete quindi se basti una buona battaglia, oppure se occorre vincere sicuramente»"'·

Tutto era fuori luogo in q uesto dispaccio. Taceva su quando l' installazione dei nuovi cannoni sarebbe terminata, poneva una domanda di carattere tecnico (se attaccare il nemico anche a ridosso delle sue batterie costiere) a chi era privo di competenza per rispondere, insinuava che senza l'Affondatore sarebbe stato difficile «vincere sicuramente». Depretis gli impose di uscire dalla rada e di tenersi pronto a muovere e, nel contempo, gli preannunciò l'arrivo di una lettera riservata e di istruzioni a mezzo corriere. La replica di Persano, che si limitò a far uscire l'avanguardia, fu ancora di pessimo gusto: «Ammiro vostra operosità. Siete la perla dei ministri . Se foste stato alla direzione delle cose nostre quando ho preso il comando della flotta, ora sarei al completo di tutto ( ...). La mia gente non è ancora capace di respingere un arrembaggio; cercherò di evitarlo. Ho fatto molto nell'essere. arrivato a farli tirar mediocremente col cannone. Se dovessero combaltere corpo a corpo farebbero cattiva prova( ... ). Se possiamo aspettare l'arrivo dell'Affondatore non sarà male l'aspettare, perché io vol1'ei tentare un colpo ardito con quel legno fidandomi sulla sua velocità( ...). Studio le vostre lettere e ne fo tesoro. Aveva stima per 1egetthoff, ma dopo che l'ho veduto saper evi tare battaglia, per non esporsi a forza maggiore, l'ho giudicato grande veramente. lo non sarei capace di ta~to. È· un degno nemico» l".

Il 7 luglio Persano ricevette la lettera personale. Depretis illustrava la situazione politica creata dall'intervento dì Napoleone e quella militare derivante da Custoza, e, rilevato come l'Italia, dopo tutto, non fosse ridotta alle condizioni di rinunciare a battersi e cli subire la mortificazione cli ricevere il Veneto dall'imperatore, venne al dunque: «Io vi prego cli sollecitare l'allestimento completo della flotta e di tenervi pronto a partire per cercare il nem ico nelle sue acque e di agire secondo le istruzioni che riceverete, le quali, come questa lettera, terrete segrete(...). Queste istruzioni, se mai altre non vi prevenissero, sarebbero di cercare la flolla nemica, di combatterla e di bloccarla nei poni. Fatto questo, e in ogni modo assic urato il blocco, agire colle forte disponibili per impadronirsi cli una posizione nelle isole o sulle coste nemic he( ... )»"'.

"' Persano a Depretis in data 6.7. I 866, ibidem, p. 265. 3" Persano a Depretis in data 6.7.1866, ibidem, p. 277. ·"·' Dcpretis a Persano in data 6.7.1866, ibidem, p. 269.


LA CAMPAGNA DEL I866

687

Lo stesso giorno arrivarono le istruzioni operative. Contrariamente a quanto accaduto sino allora, esse non soltanto riguardavano tutte le evenienze, ma scendevano in particolari perfino di stretta competenza dell'ammiraglio. Ci limitiamo a rip011are quattro dei ventidue paragrafi: « 1. Al ricevere delle presenti istruzioni, l'E.V. con l'armata da Lei dipendente si recherà in traccia della squadra nemica, e, incontrandola, l'attaccherà senz'altro, giusta le istruzioni 8 giugno n. l 044, e porterà il combattimento fino alle estreme conseguenze, allo scopo di ottenere un risultato compiuto e decisivo. 2. Se la squadra nemica o frazione della medesima fosse incontrata nell'atto di ripetere gli stessi movimenti eseguìti nella giornata del 27 giugno, la S.V. dovrà attaccare e combattere le navi austriache, e, nel caso in cui il nemico si allontanasse, dovrà essere senza posa inseguito, sia per cagliarlo f uori dai suoi porti di rifugio, onde costringerlo ad accettare battaglia, sia per tenerlo bloccato nel sito in cui andasse a ricoverarsi. 3. Se la squadra austriaca si trova ricoverata nel porto di Pola, o, sfuggendo alla caccia della nostra annata, avesse il mezzo di rientrare nel predetto porto, !'E.V. bloccherà Pola con forze sufficienti per mantenere il blocco, tenendosi in posizione conveniente fuori del tlro delle artiglierie dei forti che difendono Pola e la sua rada di Fasana. 4 . ( ...). IO. Bloccata la squadra austriaca in Pola, !'E.V. s 'impadronirà dell ' isola di Cherso, dalla quale si terrà in continua comunicazione colle navi che sono occupale a bloccare il porto di Pola. Da quella posizione, oltre che di assicurare la divisione di blocco può sorvegliare Fiume e il Quamero, nonché gli sbocchi dei canali dell 'a.lla Dalmazia. 11. (...)»"'·

Persano che nel frattempo aveva ricevuto anche un rude messaggio da La Marmora: «Sua Maestà vuol sapere cosa ha fatto, cosa fa e cosa intende fare la flotta» 3' 6 , al quale aveva replìcato di essersi attenuto alla dìsposizioni del ministro, comprese benissimo le sollecìtazioni ad operare e la disapprovazione per la sua condotta del 27 giugno, ma rispose che le direttive «mi soddisfano». Poi avanzò il sommesso suggerimento di ritardare dì un giorno l'uscita in mare sì da completare la sistemazìone dei cannoni. Poi, ancora, propose un altra dilazione: «( ...) Se puossi aspettare Affondatore credo utile per colpo ardito e terminarla d'un tratto se possibile ( ... ). Acconsentendo, converrebbe prevenire generale La Mannora che mi sembra impaziente; sì che non lo sono anch' io, ma il 24 mi è lezione(... )» ; "_

A prescindere dal superfluo ed inopportuno riferimento a Custoza, Persano aveva appena saputo che l'Affondatore non poteva lasciare Napoli prima del 12 luglio, quindi sarebbe arrivato ad Ancona al più presto il 16, ~e non il 17. Era dunque assurdo chiedere di restare in porto per un'altra settimana, conoscendo la smania generale. Depretis, per tutta risposta, gli ingiunse bruscamente di andarsene: «Affrettate; la flotta non deve rimanere in AncoDepretis a Persano in data 6.7.1866, ibidem, pp. 271 -274. "'' La Mannora a Persano in data 7.7.1866, ibidem, p. 263. ' " Persano a Depretis in daia 7.7.1866, ibidem, p. 277.

»>


688

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

na» 3 ' 8• Finalmente Persano si rassegnò e nel pomeriggio dell'8 luglio l'armata navale uscì in mare. Tuttavia l'ammiraglio fece trasparire al ministro intenzioni per nulla in sintonia con le direttive del governo e del Comando Supremo, chiarissime, di provocare una battaglia navale, il cui successo era dato per scontato: «Non dubiti che fin d'ora la flotta si mette in movimento e tra breve farà la sua apparizione nelle acque del nemico(. ..). Sia persuaso, signor ministro, che, unifonnandomi ai di Lei consigli e alle istru.zioni del governo interamente dichiaratemi. io nulla tenterò che possa parere improvvido o temerario; ma intanto la sola apparizione della flotta italiana sulle coste possedute dal nemico e la minaccia permanente che in essa si contiene, l'incertezza del nemico sul punto dove abbiano a convergere i nostri sforzi, saranno, credo io, un utile sussidio alle operazioni di terra. Che se alcuna favorevole opportunità si presenti di misurarmi col nemico, Ella può essere sicura eh' io non la lascerò sfuggire(...)» ' ".

Dall'8 al 13 luglio l'armata navale fece una crociera mantenendosi in mezzo ali' Adriatico e fuori dalla vista delle coste italiane e dalmate. E, naturalmente, senza abbozzare alcuna mira aggressiva. Non ci soffermeremo sulla crociera, che, peraltro, studiata attentamente da Guerrini 320 e da Jachino n,, palesò in modo indiscutibile la deliberata disobbedienza di Persano alle direttive del ministero, e suscitò negli equipaggi un nuovo e maggior discredito del!' ammiraglio. A conclusione di simile inutile navigazione, appena rientrato ad Ancona Persano ebbe l'improntitudine, è la parola, di telegrafare a Depretis: «Se credete possa cominciare ad attaccare, ordinate; mio avv iso sarebbe aspettare l'Affondatore per non incorrere accusa, in caso di rovescio, per non aver voluto attendere potente appoggio, che sapeva non poter ritardare. Se nemico sonisse gli volerei incontro; ciò che chiedo è se devo fare qualche slancio ardito o se mi occorre aspettare Ajfondtllore. Giudicando come capo aspetterei, come Persano darei dentro a testa bassa(... )» "'·

Depretis aveva già deciso di arrivare ad una chiruificazione e si era consultato con Ricasoli. Senonché questi, buon amico di Persano, si limitò a consegnargli un biglietto per l'ammiraglio con un blando incitamente a muovere: «È fatale - scrisse - che entro una settimana sia distmtta la flotta nemica e occupata l'Istria, altrimenti ci coglierà l'armistizio, la vergogna per le nostre armi e dovremo fare una povera pace(...)» 323 • Il 13 il ministro si presentò in Ancona e, a prescindere dal comportamento di Persano che esigeva un intervento risolutivo, commise due errori non da poco. Prima di vedere Persano si intrattenne in colloqui privati e separati con Albini e Vacca ed i loro capi di Stato Maggiore, i quali concordemente si dichiararono scontenti per un'inazio"' Depretis a Persano in data 8.7.1866, ibidem, p. 278. ,,. Persano a Depretis in data 8. 7. I 866, ibidem, p. 280. 0 " D. GUERRINl, Lissa cit., II, cap. 3. "' A. JACHINO, La campagna navale di Lissa cit., cap. X. "' Persano a Depretis in data 13.7.1866, ibidem, p. 300. "' Ricasoli a Persano in data 13.7.1866, ibidem, p. 310.


LA CAMPAGNA DEL 1866

689

ne della flotta priva di spiegazioni. L'implicita «inchiesta» sull'azione di comando di Persano fu scorretta ed inevitabilmente peggiorò il senso di spiccata sfiducia che ormai troppi ufficiali nutrivano nei confronti del comandante in capo. Il secondo errore fu cli finir per accettare il tenace proposito di Persano cli disporre dell'Affondatore prima di dirigere su Pola. Depretis, perciò, ritornò a Ferrara con questa promessa, che Ricasoli accolse benignamente, ben lungi dal porsi l'interrogativo se affidare la flotta ad altre mani. Il 14 però ebbe luogo a Ferrara il consiglio presieduto eia Vittorio Emanuele, di cui si è fatto cenno in precedenza. Si trattava di stabilire l'indirizzo militare da seguire. E, per quanto concerneva le operazioni navali, le decisioni furono le seguenti: «Questa mane - scrisse La Mannora a Persano - presso S.M. si è riunito un Consiglio al qua le , oltre il generale Cialdini ed io, hanno assistito i ministri Ricasoli , Visconti Venosta, Pettinengo e Depretis. Questo Consiglio è stato unanime nel deplorare che la flotla non abbia ancora trovato l'occasione d'agire energicamente contro il nemico; e, in seguito ad esso, S.M. e il ministero mi incaricaJ'Ono di comunicarle l'ordine perentorio onde una siffatta negazione di risultati utili abbia a cessare al più presto. Non appena adunque l'Ajfo11datore avrà raggiunta la squadra, Ella dovrà prendere il mare e iniziare, sia comro le fortezze, s ia contro la flotla nemica, quelle operai.ioni che crederà più convenienti onde ollenere un successo importante. Nelle difficili condizioni politiche in cui si trova attualmente il paese, conviene assicurare uno di quei fatti compiuti che mettano ne l caso di elevare e sostenere le pretenzioni più estese possibili, quando si verrà a trattative per la sistemazione definitiva delle cose. li ministro Ricasoli mi incarica di comunicare all'E.V. che, ove la flotta perdurasse nell'attuale inazione, esso si vedrà nella dura necessità di surrogarla nel comando supremo della flolla e di affidarla ad altri che sappia meglio giovarsi di un elemento offensivo, la cui preparazione ha costato tanti sacrifici e fatte nascere così giuste esigenze» "' .

È una lettera brutale e illogica. A che scopo deplorare la condotta priva di 1isultati utili di Persano, quando lo si autorizzava ad aspettare l'Affondatore per offrire battaglia, proprio come Persano aveva sempre voluto? A che scopo minacciare di togliergli il comando ove fosse durata «l'attuale inazione»,quando Persano da tempo assicurava che non appena avuto l'Affondatore si sarebbe mosso? A che scopo intimidire un comandante in capo, già scosso nel prestigio e molto discusso, mentre gli si ingiungeva di affrontare una battaglia? Depretis volle riprendere contatto personale con l'ammiraglio. Ad Ancona ebbe nuovi colloqui separati con Albini e Vacca. Un'idea di quest'ultimo, confortata dal parere favorevole del comandante D'Amico, capo di Stato Maggiore di Persano, apparve d'improvviso al ministro come il toccasana: un attacco immediato all'isola cli Lissa, operazione per la quale non era indispensabile l'Affondatore. Ne parlò con Persano, che convenné sull' opportunità dell'im presa, a condizione che gli venissero dati 5.000 uomini da sbarcare. Poiché di un contingente di simile entità non era nemmeno il caso di parlare, almeno in termini ristrettissimi di tempo, dopo vivace discussione - ed in uno stato d 'ani'" La Marmara a Persano in data 14.7. 1866, in D. GuERRINI, Lissa cit., 11, pp. 363-371.


690

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

mo inevitabilmente depresso dall'arrivo in quel momento della dura lettera di La Marmora, minacciante la destituzione - Persano finì per cedere e si dichiarò disposto ad eseguire la missione con le truppe che sarebbe stato possibile raccogliere. Poi, in serata, rifletté sulla questione ed evidentemente si rese conto di avallare con il suo consenso un' operazione sulla quale nutriva più d'una perplessità. Quindi volle mettere subito per scritto i punti principali della precedente discussione con il ministro: «Giusta quanto VS.Ili.ma mi ha verbalmente significato, tralascerò per ora la mia apparizione con l'annata avanti alla rada di Fasana a sfida della flotta austriaca, e partirò domani verso il mezzodì nell 'intento di impadronirmi del gruppo delle isole di Lissa, e di questa in specie che ne è la principale. Io, colle navi corazzate, mi farò ad attaccare e sottomettere i forti che le stanno a difesa, mentre le compagnie da sbarco della 2i squadra, rafforzate da 600 uomini di fanteria di Marina, che la S.V.Ill.ma ordina s'imbarchino su cotesta al proposito in discorso, porran piede a terra in luogo adatto per prendere posse,~so dell'isola e stabilirvisi. Avendo la S.V.lil.ma giudicato non occorra aspettare le forze terrestri, che il signor ministro della Guerra ha telegrafato manderà a questa volta, non mi fermerò altrimenti ad aspettarle.e vedrò di fame senza. Prego pertanto la S. V.Ili.ma di procurarmi una carta geografica di Lissa della maggiore scala possibile, nel mentre che mi faccio ad osservarle che crederei utili in questa mia spedizione l'avervi uniti due ufficiali d 'artiglieria ed uno del genio>>"'.

Depretis non si lasciò coinvolgere in responsabilità che ·non intendeva assumere, né volle aver l' aria di forzare la decisione dell'ammiraglio, e replicò: «( ...) Se V.E. credesse conveniente di andare senz'altro con la flotta avanti a Pola per combattere il nemico e indurlo a accettare battaglia, io posso assicurarla che sono ben lontano dal fare la minima osservazione. V.E. credette che per questa operazione valesse meglio aspettare l'Affondatore, e il Governo si è acquietato a questo suo desiderio. Avendo poi sentito questa stessa mattina dall'E.V. come avrebbe potuto impadronirsi in breve tempo dell'isola importante di Lissa, io, che desidero vivamente che la flotta cominci le sue operazioni e faccia sentire al nemico la sua possanza, l'ho di buon animo confortata in questa impresa, con che vi si desse mano immediatamente. Appena occupata Lissa, la Flotta potrà ricomparire davanti a Pola per combattere ta flotta austriaca( ... ). Che se, nella sua saviezza, Ella credesse che le forze di cui può disporre non sono sufficienti ad espugnare l'isola di Lissa, io la prego di volermene dare notizia questa stessa sera per mia nonna. Non mi è stato possibile procurarmi la carta di Lissa a grande scala che Ella desidera, ma autorizzo V.E. a provvedersene a qualunque patto, se mai può rinvenirla ad Ancona " 6 •

Nella mattinata del 16 l'impresa venne confermata in una riunione fra Depretis e i tre ammiragli. Il solo ad esprimere parere contrario fu Albini 327

"' Persano a Depretis in data 15.7.1866, A. JACHINO, La campagna navale di Lissa cit., p. 321. Persano avrebbe potuto anche cogliere l'occasione per far annullare alcuni cambi di comandanti disposti in quei giorni dal ministero senza nemmeno consu ltarlo! 6 " Depretis a Persano in data 15.7.1866, ibidem, pp. 321-322. La frase finale sulla carta di Lissa tocca il ridicol.o. "' D. GUERRINI, Lissa cii., II, pp. 372-390.


LA CAMPAGNA DEL l866

69 1

Persano subì e fece male. Avrebbe potuto pretendere la preliminare disponibilità dei 5.000 uomini stimati occorrenti per impadronirsi dei forti di Lissa; avrebbe potuto pretendere l'arrivo dell 'Affondatore, come da indicazione del Comando Supremo; avrebbe potuto pretendere il tempo necessario per raccogliere informazioni aggiornate e carte topografiche dell'isola. Invece, mostrò un 'acquiescenza tale da far pensare che nel suo avvilimento non si rendesse conto di addossarsi la piena responsabilità di un ' impresa che affrontava senza convinzione. «Rispondendo alla lettera che ora ricevo dalla S.V.IU.ma, non esito a dichiararle che io assoluwmente credo che la prima e vera operazione da intraprendersi dalla flotta debba essere quella di impossessrumi di Lissa. A quest'oggeuo, per quanto riguarda l'espugnazione dal lato di mare io mi faccio rorte della riuscita, avendo mezzi più che sufficienti allo scopo. Dal lato di terra la cosa mi sembra meno sicura colle sole for,.e delle quali posso disporre per lo sbarco. Ci(> non pertanto le disposizioni sono date per la partenza come era stato dalla S. V. convenuto, e partirò con la speranza di poter fra breve darle nuove di felice risultato»'"·

A La Marmora, Persano inviò un umile biglietto: «Ricevo i rimproveri che V.E. mi manda per parte del ministro, chinando la fronte come si addice a suddito fedele e umile subordinato (... ). Vuol dire che avrò preso abbaglio nei miei giudizi e vedrò di saper fare meglio» 329. Così Persano rimase il primo responsabile di un'operazione decisa avventatamente, accettata passivamente e altuata senza adeguata preparazione. Corre tuttavia l'obbligo di mettere moralmente sotto accusa la pressione esercitata in modo pesantissimo dal governo, preoccupato delle istanze politiche. «E con tale pressione - ha commentato Pietro Silva - il governo si caricò di una responsabilità indiscutibile e gravissima; perché costrinse ad agire un capo che non aveva fiducia nella sua armata, e lo costrinse ad agire, dopo averlo esautorato coi rimproveri, con la minaccia di sostituzione, col favore concesso a dipendenti poco disciplinati, e pieni di malanimo contro il capo. La decisione presa il mattino del 16 preparava il disastro» 330 • Ne siamo convinti solo in parte. La pressione morale ci fu, è verissimo, tuttavia Persano, se persuaso che la flotta non fosse in grado di affrontare l'operazione, aveva il dovere di resistere all' intimidazione a costo di lasciare il comando. Per contro, è innegabile la gravissima e imperdonabile colpa di Depretis di aver esautorato il comandante in capo con i suoi colloqui in privato con i sottordini. L'azione contro Lissa venne sferrata il 18 luglio in tre settori differenti. Nella baia di Comisa (sud-ovest) attaccò Vacca, il quale dopo un paio d'ore di cannoneggiamento constato l'inutilità di «spendere maggior tempo e consuma"' Persano a Depretis in data 16.7.1866, A.

JACHINO,

La campagna navale di Lissa cir .. p.

324.

"' Persano a La MaJTI1ora in data 16.7.1866, ibidem, p. 325. '~ P. S1LVA, /I Sessantasei, cir., pp. 243-244.


692

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

re munizioni in un'impresa che pareva potesse condurre né ad un utile né a pronti risultamenti» e rinunciò al compito 33 1• A Po1to Monego (sud-est) attaccò Albini, il quale, vista l'estrema difficoltà di colpire la batteria nemica, a seguito di un consiglio di gue1n tenuto con i suoi comandanti, si allontanò per incrociare al largo in attesa di nuovi ordini da Persano. A Porto San Giorgio (nord) invece il bombardamento navale di Persano sortì buon esito, anche se non totale. In conclusione, Persano rimproverò per scritto sia Vacca sia Albini per il loro comportamento, ed in entrambi i casi alla sostanziale giustezza degli espliciti 1imarchi non si accompagnò la necessaria - dati i rapporti personali particolarmente tesi - attenzione formale, in particolare nei confronti di Albini. Il giorno dopo, 19 luglio, Persano commise un ennesimo errore psicologico, mandando a Depretis un enfatico bollettino: «(...) L'aspetto [la squadra austriaca) di pié fermo, e tralascerò sbarco che avrei ordinato a dispetto del manifestatomi parere contrario (...). La Gibilterra dell'Adriatico, così denomina ammrniraglio Albini, come detto dal suo capo di S.M.Paulucci, fu espugnata. Non avendo truppe sufficienti da sbarco chieste e non datenù, non posso effettuare sbarco e prendere possesso, che sarebbe imprudenza sprovvedere navi di personale. Attendo nemico ardito e forte. Aspeuando flotta nemica, ripariamo alle avarie ricevute. Nel fatto si ebbero alcuni molti e pochi fe1iti» "'·

Prima di mezzogiorno l'Affondatore si unì finalmente all'annata, con altre tre navi provenienti da Napoli. In realtà, anche se la difesa di Lissa alla sera di quel giugno risultava scossa, non era proprio il caso di parlare nè di espugnazione nè di occupazione dell' isola. Persano stesso non nascondeva il malcontento sull'operazione e l'irritazione verso i suoi due ammiragli. Si affacciavano difficoltà di rifornimento di carbone e munizioni, chiara insufficienza di truppe da sbarco, timore dell'improvviso apparire di Tegetthoff in quel momento di crisi. Tegetthoff aveva ricevuto sin dal mattino del 18 notizia dell'azione italiana. Incerto sul significato effettivo della mossa di Persano, indugiò sino a sera, poi, quando si convinse che l'intera armata navale italiana era a Lissa, chiese istruzioni. Queste furono dapprima evasive, ma a mezzogiorno del 20, ricevuti nuovi dispacci da Zara, Tegetthoff non esitò più ed uscì in mare apetto, dopo aver avuto l'assenso del ministero. Alle 7,45 di quel 20 luglio l'avviso Esploratore comunicò alla flotta il sopraggiungere di quella austriaca. La preparazione al combattimento da parte italiana si aprì con disguidi, errori ed episodi sconcertanti. Alle 10,45 il Principe di Carignano tirò il primo colpo di cannone. Il combattimento si svolse fra le 10,45 e le 13 e fu seguito, nel pomeriggio, da una serie di manovre a distanza, che potevano essere, ma non furono, prodromi di una ripresa della 33'

A. JACHINO, La campagna navale di Lissa cit., p. 349. Persano a Depretis in data 19.7.1866, ibidem, p. 363. Quel giorno Ricasoli informava il principe di Carignano sui colloqui con il principe Napoleone, a Ferrara, e diceva: «Se occupiamo Lissa e distruggiamo flotta nemica [avremo] condizioni migliori [di armistizio]». m


693

LA CAMPAGNA DEL 1866

lotta. Al cader del sole la flotta austriaca entrò in Porto San Giorgio mentre quella italiana ripiegava su Ancona. La sorte infelice della battaglia sarà concordemente addebitata ai tre ammiragli, nell' ordine di triste responsabilità: Persano, Albini e Vacca 333 • Tegetthoff nel suo rapporto non esagerò il successo e nella relazione ufficiale del 23 luglio ammise di non aver neanche cercato di inseguire un nemico «che poteva trarre vantaggio dalla maggiore velocità, dalla maggiore potenza e dal tonnellaggio, in parte maggiore, dei suoi bastimenti» 334. Persano informò Depretis con una sintesi abbastanza aderente al carattere indeciso della battaglia. Tuttavia una frase fu significativa: «Mi fermerò fino a questa h.otte nelle acque del combattimento e dirigerò poi per Ancona onde riparare avarie, rifornirmi di munizioni e carbone, e ripartire per prendere rivincita» 335• e lasciò capire trattarsi di un insuccesso. Depretis, d'accordo con Ricasoli, il 21 diramò un comunicato ufficiale che si concludeva con un «la flotta italiana rimase padrona delle acque del combattimento. I danni del nemico sono gravi» 336· Purtroppo il Cerruti, segretario generale al ministero degli Esteri, telegrafò alle legazioni: «Hier grande bacaille navale près de Lissa, flone autrichienne après lutte achamée a été chasséc en désordre par la niìtre et s 'est refugiée vers Lesina ( ... ). Victoire coùteusc, mais éclatanle» !-') '.

Questo, ed un secondo comunicato del giorno successivo fecero credere a tutto il Paese ad una vittoria italiana, senonché, quando il 23 luglio Depretis si recò ad Ancona per una breve visita e prese contatto con gli ammiragli ed i vari comandanti, emerse una realtà di ben altro genere. Si resta attoniti nel leggere un biglietto del capitano di vascello Bucchia, capo di Stato Maggiore di Vacca, indirizzato e probabilmente consegnato a mano al ministro: «La prego, signor Agostino, di leggere e ponderare anentamente la bella lettera dell'ammiraglio Vacca. Sono grandi verità che egli dice. Persano è un vigliacco. Persano è un uomo che in un' altra Marina oggi stesso andrebbe sottoposto ad un consiglio di guerra. La nostra flotta è compromessa. Lo dico con tuua la convinzione dell 'animo mio, che se Ella non muta immediatamente il capo, da qui a una settimana l'Italia non ha più flotta ( ... ). Se in 48 ore non giunge un nuovo ammiraglio a prendere la direzione dell'armata, io devo dichiararle che sono deciso a dare le mie dimissioni. E l'avviso che dietro mi seguiranno molti altri ( ... )» m .

m Per la battaglia vds. S. JACHlNO, ibidem, cap. XII, XIII e XIV. ""' In A. Luz:10, Studi e bozzetti cit., 459. "'In A. JACHJNO, La campagna navale di Lissa cit., p. 494. "' Ibidem, p. 496. -"' Lenera in data 21.7.1866, D.D.I., VII , doc. 178, p. llO . . ''' Bucchia a Depretis in data 22.7.1866, in A. LUMBROSO, li carteggio di JACHJNO, La campagna navale di Lissa cit., pp. 502-503.

1111

vinto, rip. in A.


694

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Unita al biglietto di Bucchia era una lettera di Vacca, incentrata sulla battaglia ed anch'essa ostile a Persano. Dopo aver affermato che la vittoria non sarebbe dovuta sfuggire alla flotta italiana, soggiungeva: «Ma quando nel primo momento di una ba1taglia si vede sparire il comandante in capo, quando questo comandante in capo, invece di stare al suo posto, va a stabilirsi su un'altra nave senza passarne alcun avviso alla squadra ( ... ) io domando se una squadra, per quanto ardente e valorosa, possa senza comando, senza piani, senza unità d'azione, ripromettersi un felice risultamento delle sue armi e dei suoi potenti mezzi?( ... ). Intanto questa mattina leggo un bollettino firmato Bianchi, sul quale si magnifica il nostro combattimento del 20, facendo ricadere tutta la gloria sull'ammiraglio Persano! Ma che davvero vogliamo spingere l'impudenza da caratterizzare per glorioso ciò che è disonore e chiamare eroe un vigliacco? A questi atti di menzogna l'onore mio soffre, ed io non esiterò a fare quei passi per serbare intatta la mia riputazione, e con me sono certo che scenderanno tutti i valorosi ufficiali che si sono distinti dando le più belle prove di coraggio e di abnegazione( ... )»" ''.

Ovviamente trapelarono indiscrezioni e perfino esagerazioni interessate e l'esplosione di indignazione contro Persano scoppiò irrefrenabile, indescrivibile, violentissima, tanto più che lo si accusò, ingiustamente, di aver scientemente tentato di ingannare la nazione 340 • Vacca, che all'inizio della battaglia di Lissa non aveva sostenuto il gruppo centrale delle corazzate comandate da Faà di Bruno, né, aIJa fine, aveva eseguito l'ordine di Persano di attaccare il nemico, venne, diciamolo pure, premiato con il comando della nuova squadra di operazioni 34 '.

m Vacca a Depretis in data 22.7.1866, ibidem, pp. 503-505. 0 " Vds. Carteggi Ricasoli, cit., XXII, lettere prefetto di Genova data 24.7. 1866, doc . 531, pp. 362-363 e data 25.7.1866, doc. 548, pp. 376-378; prefet.to di Macerata in data 23.7.1866, doc. 598, pp. 353-354; prefetto di Genova in data 28.7.1866, doc . 698; Bartolomeo Ferretti in data 23.7.1866, doc. 518, pp. 354-356; Vincenzo Ricasoli in data 30.7.1 866, doc. 614, pp. 417-418. ' " L'armata di operazioni venne sciolta il 28 luglio e gli ammiragli Persano e Albini sbarcati.


LA CAMPAGNA DEL !866

---.-Scala,

li teatro d i operazioni nel l 866

695


696

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

Isola à t Lissa.

Lissa 1866


Capitolo XIV CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

l. J PROTAGONISTI

Il processo di unificazione politica negli anni 1859-61 era stato così superiore ad ogni aspettativa da generare molte, troppe speranze. Come abbiamo visto, pyr tanti, ed in particolare per la Sinistra, Yillafranca aveva interrotto bruscamente una gue1Ta bene avviata, lasciando delusione e deside1io di ripresa della lotta per l'unità e l'indipendenza: gli obiettivi di Venezia e Roma non soltanto erano conseguibili senza aiuto straniero, ma «dovevano» essere raggiunti quanto prima possibile. Il contagio aveva toccato praticamente l'intera classe dirigente e condotto a spese così gravose, per mettere in piedi un forte esercito ed una moderna flotta, da provocare fatalmente un brusco alt, quando, all'inizio del 1866, l'Italia fu investita dalle gravi ripercussioni della crisi economico-finanziaria europea. E purtroppo la battuta d'arresto si verificò al profilarsi di un'alleanza militare con la Prussia contro l'Austria. La Marrnora fu criticato anche sul piano diplomatico, ma è proprio il caso cli parlare di una politica estera sviluppatesi sotto il segno dell'improvvisazione? Pur riconoscendo l'incertezza della linea politica determinata dai noti fattori intei'ni, sinceramente si esita a condividere l'accusa, ove si tenga sempre ben presente che il vero artefice dell'intera vicenda fu Bismarck; che la «Sfinge imperiale» fu l'elemento condizionatore per tutti i protagonisti; che Prussia, Austria e Francia avevano ciascuna una soluzione alternativa di proprio ed esclusivo interesse, in cui l'Italia costituiva elemento marginale. L'appunto, invece, che davvero ci sentiamo di muovere a La Marmora sta nel non aver cercato di comprendere i rapporti fra Bismarck e Guglielmo I, e fra il governo e l'opposizione nella Dieta prussiana. Un insieme di circostanze anche casuali, inserirono nelle trattative fra La Mannora e Bismarck esitazioni, incertezze ed infine diffidenza. I dubbi del primo sino all'inizio delle ostilità erano tutt' altro che infondati. Quelli del secondo durante la guerra furono compresibili (ma le accuse più tardi mosse a La Marmora assolutamente ingiuste). Comunque, l'alleanza bene o male conclusa da La Marmora consentì all'Italia di «trovarsi in condizioni così favorevoli per far guerra che passeranno forse secoli prima che si ripresentino» '. L'Italia che affrontò la prova era troppo giovane sotto tutti gli aspetti ed in tutte le sue strutture. Fra queste erano l'esercito e la flotta. «Le nostre truppe ' A. Pou.10, Cusroza cit., p. XXXVII.


69&

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

nel 1866 erano valorose e sufficientemente istrutte, ma poco solide» scrisse La Mannora. E addusse, a motivo della scarsa solidità, la mancanza di quella coesione fornita dallo spirito di corpo e dalla reciproca fiducia tra comandanti e truppe. Ciò detto, pur affermando di non voler accusare alcuno, indicò come causa prima la successione di «sei o selle minist1i della guerra, cbe in sei anni si avvicendarono fra di loro, rimanendo in posto tutti poco più o poco meno di un anno». E continuò: «Per cui, se le truppe italiane nel 1866 mancavano di solidità, i più colpevoli sono i nostri faccendieri politici, che prima della guerra cercavano sempre di abba!lere i ministeri, incagliando ogni cosa che alla consolidazione dell'esercito si riferisse; e perché non ebbero una vinoria da pavoneggiarsi, accusarono di tradimento chi aveva fatto di tutto e aveva forse maggiore int.eresse per ottenerla(...)»'.

Anche secondo Cialdini «l'Annata fu ridotta a misero stato. Il Parlamento ne ha molta parte di colpa. Il resto ricade sui Ministri della Guerra e più di tutti sovra Incisa, che, a parer mio, merita un processo» ' . Ma a Cialdini nulla e nessuno andavano bene. Quanto Pettinengo prese il dicastero, egli espresse il suo disappunto di «stare sotto la dipendenza di un uomo, che in altri tempi mi 4 diede noja e dispiaceri» • Quando Ricasoli cominciò a tastare il terreno per la formazione del suo governo, prese subito posizione: «(... ) ho saputo che il Barone Ricasoli pensa di offrire il Ministero della Guerra al Generale Cugia. Vi sarei grato - scrisse a La Mannora - se vi adoperaste ad impedirlo, giacché non anumdo io averlo in quel posto, mi vedrei costretto a rinunciare a qualsiasi comando. Cugia mi è nemico da molto tempo e so la propaganda che ha fatto contro di me. Vada alla Marina. Ciò mi è del tutto indifferente, ma non lo desidero come Ministro della Guerra» 5. C'è dell'esagerazione. Si conviene sulla instabilità dei governi; sull'incompleto amalgama, inevitabile data la troppo recente costituzione dell'esercito e l'impiego nella repressione del brigantaggio, che costrinse a conferire priorità assoluta al problema dell'ordine interno 6; sul fatto che l'abolizione delle divisioni permanenti avesse nuociuto alla formazione dei capi, degli Stati ·Maggiori e dell'affiatamento delle grandi unità; ma non si deve ignorare che, tutto sommato, la tanto lamentata debolezza intrinseca delle truppe non ebbe ' A. LA MARMOR.'\, Seconda relazione cit., in CCSM, Complemento cit., li, pp. 64-65. ' Cialdini a La Marn1ora in data 6.6.1866, in A. Luz10, Studi e bozzeui cir., p. 436. ' Cialdini a La Mam10ra in data 7. 1.1866, ibidem, p. 426. 'Cialdini a La Marrnora in data 24.4. \866; ibidem, p. 433. Occorre ricordare che il ministro della Guerra aveva il comando effettivo dell 'esercito in pace e lo rappresentava in campo poiitico. •cfr. G. ROCHAT e G. MASSOBRtO. Breve storia de/l'esercito iraliano. cit., pp. 56-57, con una precisazione però. In quei primi anni di Unità non si trattava di normale ordine pubblico, bensì di una si tuazione seminsurrezionale in buona parte dell'ex-regno delle Due Sicilie.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

699

modo di affiorare e a Custoza sì manifestò soltanto quando esse furono mal comandate. Molto opportunamente è stato osservato che «la compattezza dell'esercito emerse anche nella capacità dì incassare la sconfitta senza sbandamenti e isterismi, quali invece sì verificarono nella marina dopo Lissa 7• Quindi sembra lecita la critica nei confronti dì tutti coloro, e La Marmora non era fra questi, che sull'onda dell'entusiasmo sì illudevano - come sempre nel Risorgimento che le guerre «sentite» fossero facili e che il numero avesse automaticamente la meglio sulla qualità, ma non si può sostenere che l'impreparazione di fondo dell'esercito abbia pesato su Custoza. Quanto poi ad un confronto con la Prussia., non si vede come possa reggere, considerate le evidenti ed immense differenze tra i due Stati. E, per inciso, ricordiamo che a quel tempo nessuno avrebbe puntato sulla Prussia in una guerra contro l'Austria. Del piano di guerra tanto si è detto, essenzialmente per condannare la mancata gravitazione dello sforzo del basso Po, che avrebbe consentito l'avvolgimento dell'intero Quadrilatero e la minaccia diretta alla principale linea di comunicazione del nemico. La tesi si appoggia al pensiero dì Moltke, al quale, in realtà, premeva che la suddivisione delle forse italiane non implicasse l'intenzione di impegnarsi ìn assedi delle fortezze del Quadrilatero: «L'essenti.e! para1t ètre qu'une fois concenirée dans !es environs de Padoue, n ' impone par quel chemin elle y soit arrivée, que ce soit en passant le Po et en avançant par la Polesina, ou bien en 'traversant le Quadrilatère, l 'armée italiennc établissc scs communications en arrière sur Bologne ( ...)» ' .

Del resto, per Moltke l'apporto fondamentale italiano nella guerra doveva consistere nel bloccare una buona parte delle truppe austriache nel Veneto. Secondo lui un'armata austriaca relativamente debole poteva sostenere una guerra difensiva in Italia appoggiandosi al Quadrilatero e farla durare sferrando di tanto in tanto operazioni offensive, ovviamente a braccio corto. «Gli italiani - dichiarò dopo la campagna - non avevano la forza per impegnarsi in assedi dificili e di lunga durata. Quanto a prendere con un attacco frontale il Veneto con le sue forti piazze era impossibile, [quindi] ciò che essi potevtmo fare era dì attendere il momento in cui gli eventi complessivi della guerra obbligassero l'Austria ad abbandonarlo ed in cui, dì conseguenza, esso sarebbe caduto, per forza di cose, in loro possesso. Ma con ogni probabilità, gli avvenimenti decisivi per creare simile situazione non si sarebbero verificati a sud delle Alpi, bensì a nord» 9• A prescindere dall'articolazione delle forze adottata, che in altre mani 'G. RoCHAT e G.

MASSOBRIO, Breve storia dell'esercito italiano cit., p. 56. ' Mem(lria militare presentata a Usedom da von Bernl1ardi a metà giugno 1866, in C.C.S.M. , Complemento cit., I, pp. 28-35 . ., H. VON MOLTKE, La campag'na del 1866 cit., p. 23.


700

LA TERZA GUERRA D 'INDIPENDENZA

avrebbe forse potuto raggiungere risultati positivi, sta di fatto che La Marmora commise tre errori capitali. Il primo, di carattere operativo, di non definire esattamente compiti, obiettivi e tempi delle due branche della manovra strategica. Il secondo, di carattere ordinativo, addirittura grossolano, di costituire il corpo di Cialdini con ben otto divisioni! Il terzo, di carattere organizzativo, di non assumere tempestivamente la carica di capo di Stato Maggiore e prendere in mano le redini dell'esercito che doveva guidare in guena. Ma insistere sul1' argomento è inutile. I primi due errori trovano la loro ragion d'essere nella preoccupazione assoluta di La Marmora non di elaborare un piano di guerra infatti, a suo avviso, gli accordi del 17 giugno non andavano oltre «il passaggio del Po e l'espugnazione di Rovigo, operazioni entrambe difficilissime» 10 bensì di accontentare Cialdini. Il terzo fu bollato dallo stesso Cialdini: <<(...) non s'inizia, dico, una simile campagna senza dare ordini scritti, ed istnizioni positive, precise e chiarissime. Non si regge il comando di un'armata né si dirigono le so1ti di una campagna col mezzo di concerti verbali. La condizione poi di un corpo staccato merita speciali riguardi da un generale in capo, e prima di abbandonarlo a se stesso accordandogli libertà d 'azione, bisogna pure tracciargli la linea, che deve seguire ed il concetto supremo di guerra, a cui deve subordinare i movimenti e le operazioni» 11 •

Sono rilievi così elementari che c'è soltanto da esprimere lo stupore che si sia verificata un'azione di comando così slegata e superficiale. E in questo La Maimora non può neanche cercare di giustificarsi con la ingombrante presenza del re. Peraltro, osserva Pollio a proposito delle osservazioni di Cialdini, «quelle istruzioni ritenute tanto necessarie, perché non le ha richieste lui stesso al Generale La Marmora?» '2• Che La Marrnora non fosse all'altezza del ruolo di capo di Stato Maggiore generale è suffragato anche da un interesse limitato all'esercito regolare. Garibaldi, in pratica, fu lasciato ai suoi problemi, con un corpo non ancora pronto sotto ogni aspetto e con orientamento quanto meno incompleto. Nulla da dire sull'obiettivo assegnatogli di Riva e, di conseguenza, di Rovereto, però rimase ignorata la possibilità di «impadronirsi» del lago di Garda e di affac.ciarsi a nord-ovest cli Pastrengo. Vero si è che il corpo di Garibaldi present.ava difetti difficilmente sanabili in breve tempo, ed anche per questo i vari progetti croati, ungheresi e dalmati erano pura illusione. I migliori luogotenenti erano entrati nell'esercito, i volontari poco avevano in comune con i Mille e le precarie condizioni di salute dello stesso condottiero non gli consentivano di porsi alla testa dei suoi uomini per infiammarli direttamente. «( ...) se il corpo dei volontari - scriverà dopo la guerra il prefetto di Brescia a Ricasoli - non diede in questa campagne quei risultati che se ne speravano, lo si deve appunto alla impossibilità in

10 A. LA MARMORA, Seconda relazione cit., in CCSM, Complemento cit., II, p. 48 "E. CIALDINI, Risposta cit., p. 22. 12 A. POLLIO, Cu.ttoza cit.. p. 31


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

701

cui trovossi sempre il generale di porsi esso stesso alla testa delle sue milizie (...). Non è stando in carrozza che si conducono le imprese di tal fatta. Di una cosa ancora debbesi tener conto ed è della nissuna confidenza che il Generale ha sempre dimostrato in questa campagna ne' suoi volontari. Esso ne parlò a lungo con me e se le lodi erano scarse, le lagnanze molte per contro(... )»"·

Quanto alla flotta, La Marmora non si peritò di dichiararsi tranquillamente incompetente in tema di cose di mare e, ritenendosi perciò dispensato dall'impartire direttive a Persano, lasciò a Depretis, ancor più incompente di lui, la condotta della guerra navale. Se il piano di guerra si ridusse ad uno pseudo accordo con Cialdini e ad un abbozzo di offensiva oltre Mincio, un d isegno di manovra per Custoza non è nemmeno esistito. Forse La Marmora aveva in mente alcuni propositi, però non li palesò ad alcuno. E, peggio ancora, perse sin dall'inizio la direzione della battaglia. Certamente assai duro deve essere stato lo scossone psicologico riportato nel vedere crollare la convinzione di poter entrare quietamente nel Quadrilatero e qui orientarsi con calma per il passo successivo. E anche la brusca constatazione di trovarsi, per propria imprevidenza, nella materiale impossibilità di ricevere informazioni e di impartire ordini perché isolato dal Quartier Generale e con un solo aiutante di campo, non poté non esercitare un deprimente effetto sul suo morale. Resosi conto dello sparpagliamento delle truppe ad est del Mincio, si mise a galoppare da una località all'altra per prendere contatto con questo o quel comando, per fronteggiare situazioni locali, senza possedere una visione unitaria della battaglia. Non trovò chi cercava e non fu trovato da chi Io cercava e, influenzato da un eccessivo scoraggiamento, finì per recarsi a Goito, ad una ventina di chilometri dal campo di battaglia. Secondo Pollio, «l'inesplicabile abbandono in cui egli lasciò la direzione della battaglia fu la causa principale della sconfitta» 1•. E non fu tutto: «abbandonare la partita nelle condizioni in cui noi l'abbandonammo dopo Custoza fu da troppo cattivi giocatori e non fu atto degno di guerrieri» '5• Alla triste giornata del 24 giugno subentrò una stasi di ben quattordici giorni. Soltanto 1'8 luglio, dopo la frustata dell'intervento diplomatico di Napoleone, il corpo di Cialdini superò il Po e I' 11 si attestò all'Adige, fra Badia Polesine e Anguillara. Se Custoza lasciò un'amarezza difficile a passare, il dopo Custoza mise in piena evidenza il deplorevole comportamento dei protagonisti militari. Abbiamo di proposito riportato integralmente molti dispacci al fine di consentire un giudizio immediato su certi atteggiamenti. J vertici " Prefetto Zoppi a Ricasoli in data 13.8.1866, in Carteg[iio Ricasoli cit., XXJJI, doc 177, pp. l2l-l24. "A. POLLIO, Custoza cit., p. 268. '' Ibidem, p. 280.


702

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

militari non ne escono bene, nemmeno durante il lungo svolgimento delle trattative di a1mistizio e dell'avanzata verso l'Isonzo. Ricasoli si lasciò indubbiamente trasportare da comprensibili sentimenti di orgoglio nazionale ferito e da aspirazioni irredentiste su Trento, Trieste e Istria, tutti territori federali, sì da rischiare davvero che l'Italia si trovasse a continuare la guerra da sola contro l 'Austria; ma, a parte ciò, è doveroso riconoscere che si vide alle prese con una situazione difficilissima. Da un lato il re, La Mannora e Cialdini; dall'altro Persano, Albini e Vacca. In questi capi, nei rapporti personali intercorrenti fra loro sta l'essenza dell'infelice guerra del 1866, la più amara di tutto il Risorgimento, peggiore ancora della campagna di Novara. Vittorio Emanuele teneva moltissimo al comando in capo dell'esercito riconosciutogli dallo Statuto ed ebbe la sua parte di colpa neJJa mancata e franca definizione del ruolo del capo di Stato Maggiore, mal rassegnandosi a far poco di più di un semplice atto di presenza. Per contro, l'invadenza sua nelle prerogative del capo di Stato Maggiore, manifestatasi essenzialmente con frequenti e sgradite osservazioni, ci sembra essere stata molto strumentalizzata. Non per nulla Govone non esiterà a dichiarare: «(... ) l'impressione che io ho si è che tutta la colpa che si mette sul re è un' ingiustizia ed un modo di scusare gli erro1i commessi» 16• La Marmora, infatti, non soltanto attribuì tutti gli inconvenienti al fatto di essere stato nominato semplicemente capo di Stato Maggiore, invece di generai maggiore - argomento che anche Cialdini rilevò privo di attendibilità-, ma non trovò ostacoli da parte del re nei suoi accordi personali con Cialdini del 17 giugno, né nelle sue decisioni successive, anche se disapprovate da Vittorio Emanuele, si noti bene. L'indubbia ambiguità della sua posizione derivava dal non aver avuto il coraggio o, per meglio dire, l'accortezza di un aperto confronto col sovrano. Probabilmente questo dipese in parte dalla freddezza esistente tra i due. Dopo Custoza, poi, non c'è da stupirsi che la demoralizzazione di La Marmora, pur se mascherata, abbia sempre più complicato le cose. In conclusione, pensiamo che Vittorio Emanuele abbia in complesso rispettato le prerogative del capo di Stato Maggiore, salvo almeno in due circostanze: quando ordinò cli tenere Valeggio ad ogni costo e quando ordinò a Cialdini di passare il Po. E, a proposito di tale intervento diretto scavalcante La Marmora, il generale Luigi Cadorna fece una considerazione: ,,Questo in ogni modo prova che Vitt01io Emanuele sapeva benissimo gettar via il rispetto della Costituzione quando voleva. Così essendo, perché non far risalire a V. E. almeno una parte della ritirata, dacché sapendo egli, quando voleva, ordinare (come fece con Cialdini) non si curò di ordinare pure a La Mai111ora ciò di cui, secon-

16

U. Govoi-;E, Il generale G. Govone cii., p. 269.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

703

do il Pollio, era convinto, cioè di rimanere sulla sinistra del Mincio?» 17• Tuttavia occorre considerare che si trattò di atti dettati dall'urgenza della situazione, subito seguiti dall'intervento di La Marmora e sulla cui mancata osservanza il re non si irrigidì. Su La Marmora e Cialdini si sono abbattute gravissime deprecazioni, ed entrambi hanno anche trovato validi difensori che si sono prodigati nello spostare sull'uno o sull'altro il peso maggiore delle responsabilità. Sicuramente La Marmora, dato il suo incarico, raccolse maggior copia di accuse, taluna delle quali obiettivamente eccessiva o mal collocata. Ma la gravità del comportamento di Cialdini è innegabilmente più pesante. Se al primo si possono imputare colpe alla cui base stava l'inadeguatezza del personaggio al compito, al l secondo, in possesso di sicura capacità militare, proprio per questo si è poco disposti a riconoscere attenuanti. I suoi difetti - presunzione, indiscipli~a, egoismo e arroganza - sono andati a tutto danno dei superiori interessi dell'esercito in guerra e dello Stato. La misura migliore sarebbe stata di allontanare entrambi, ma come giustificare simile gesto davanti all'opinione pbblica, all'oscuro dei retroscena? Non dimentichiamo che sarebbe occorso allontanare anche Durando (il quale, comunque, il 17 luglio venne esonerato dal comando del I corpo d'armata) e Della Rocca, per evitare da parte di costoro pretese cli comando giustificate dal grado di generale d'armata. È chiara l'impossibilità dì una simile decapitazione dell'esercito, specialmente in un momento critico come quello del dopo Custoza. E poi con chi sostituirli? Facile indicare questo o quel divisionario bravo e capace, ma nessuno aveva dato prove di saper reggere un corpo d'armata o, meno ancora, un'armata. Era un inconveniente, uno dei molti, del giovane e grosso esercito unitario, messo insieme nel clima politico che conosciamo, senza aver avuto il tempo di «maturare» nei suoi capì oltre che nei reparti. Il discorso sugli ammiragli è differente. Premesso che l'impatto di Custoza sull'opinione pubblica fu infinitamente meno violento e bruciante di quello provocato da Lissa, tanto più che i giornali riportavano, amplificavano e commentavano senza freni le numerose indiscrezioni ed accuse a caldo di testimoni, non sempre attendibili, di Lissa, «Tutta Italia gridava che bisognava sciogliere il corpo degli ufficiali di Marina( ...)» 18 • Per Custoza il giudizio negativo non raggiunse livelli accesi, probabilmente perché attorno all battaglia sul momento non fiorirono ape,te polemiche, ma per Lissa - che alla fin fine fu un insuccesso, non un disastro - si scatenò la cocente delusione dell'intero Paese, convinto di aver raggiunto, con pesanti sacrifici finanziari, un'armata navale tale da garantire l'indiscutibile superiorità

" In L. MOND1N1, La Mormora, Cadoma e l'Alto Comando cit., p. 180. "C. RANl>ACCIO, Storia delle Marine Militari italiane, cit., II voi., p. 238.


704

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

nell'Adriatico e con essa la facile vittoria sulla flotta austriaca. Ciò non essendosi verificato, la spiegazione venne rinvenuta in altri fattori, quali l'incapacità e, più ancora, il tradimento e la viltà del comandante in capo. E il governo, per evitare che il dilagare delle accuse, rapidamente estese a tutri i capi della Marina, provocasse una tremenda crisi morale fra gli equipaggi, seguì l'onda del risentimento pubblico contro Persano.

2. L'EPILOGO Nemmeno le trattative armistiziali andarono purtroppo esenti da drammatici scontri personali. Erano in campo la passionalità di Ricasoli, molto sensibile alle suggestioni popolari e disposto a continuare la guerra anche da soli, se non si fosse ottenuto il Trentino e possibilmente l 'lstria; il desiderio sempre più forte di La Marmora di chiudere la partita al più presto, visto che ormai la Prussia stava curando egregiamente i propri interessi '9 e la Francia non intendeva rendere più complessa una situazione che minacciava di uscire dal suo controllo; le oscillazioni di Cialdini fra il rifiuto delle condizioni di un armistizio ritenute inaccettabili e la visione di un nuovo rovescio militare causato dalla preponderante forza austriaca. Dopo un nuovo consiglio tenuto dal re a Ferrara il 29 luglio, il primo passo malaccorto fu compiuto da Ricasoli, il quale, convinto dell'adesione francese alle condizioni poste dall'Italia per l'accettazione della tregua, incaricò contemporaneamente e separatamente La Mannora 20 e Cialdini 2 1 di sottoscrivere l'atto di annistizio. L'imbarazzo fu superato ... dall'Austria, che chiese la firma del documento per il 5 agosto a Cormons ad opera di due plenipotenziari nominati rispettivamente dall'arciduca Alberto e da La Mannora 22; nonché dal rifiuto di Ricasoli di entrare in trattativa con Vienna, prima perché aveva indicato l'Italia col nome di Sardegna 23, e poi perché «l'Austria pretende si evacui Tirolo e Gorizia» contrariamente agli accordi con la mediatrice "Secondo Moltke, il conte de Barrai fu invi tato a prender parte ai negoziati di Nikolsburg con l'Austria, ma avendo l'ambasciatore dichiarato di non avere né istruzioni né pieni poteri al riguardo, fu deciso di tenerlo costantemente al co1Tente delle discussioni. «Del resto si sapeva già che l'Italia avrebbe dato la sua adesione al risultato dei negoziati, perché si era impegnata a non rifiutare l'adesione alla conclusione della pace ove le si garantisse l'acquisto del Veneto» (H. MOLTKE, La campagna del 1866 cit., p. 586). Bismarck, dal canto suo, temeva l'intervento armato francese, che avrebbe condotto ad una guerra da lui ritenuta difficile, avendo l'Austria e la Germania meridionale nem.iche. Perciò «venn.i indotto - egli scrisse - a fare i più vivi sforzi nel senso della pace» (O. BISMARCK, Pensieri e ricordi cit., 11, p. 83). 20 Ricasoli a La Marmora in data 1.8.1866, in CCSM, Complemento cit., Il, p. 93 " Ricasnl.i a Cialdini in data 1.8.1866, ore 17,12, ibidem, I, pp. 112-113 " Cialdini a Ricasoli in data 3.8. 1866, ibidem, pp.113-114. " Ricasoli a La Mannora in data 3.8.1866, ibidem, II, p. 97.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

705

Francia 24. All'impennata di Ricasoli: «Per ogni caso credo convenga tener preparate le anni, non potendo l'Italia sottostare ad un' umiliazione», si affiancò subito Cialdini: «Sono anch'io del parere che convenga combattere, e perciò prendo misure opportune onde esser pronto per il J O agosto», anche se in crisi di rifornimenti e beoché la sospensione d 'annj avesse consentito all'Austria di concentrare forze superiori sull'Isonzo 2s. Giova dire, però, che il giorno innanzi Cialdini si era espresso il tennini assolutamente negativi con La Marmora: il 1O agosto «potressimo ripigliare la guerra coll'Austria ed avere sulle nostre braccia tutte le sue forze disponibili», osservava allarmato. E denunciava: «l'Italia giudicherà un giorno questa campagna,e pronuncerà un tardo, ma severo biasimo contro chi ci conduce a rovina»; egli si trovava costretto dalle circostanze a restare sull'Isonzo ed a battersi «persuaso però cli commettere un grave errore militare», perché se vittorioso non avrebbe potuto sfruttare il successo per mancanza di viveri, scarpe e riserve, e se vinto «il passaggio del prossimo Tagliamento potrebbe diventare un disastro che rovinerebbe l'Italia». In conclusione, desiderava che questo atto cli accusa contro il ministro della Guerra (e, implicitamente, contro il governo) venisse portato a conoscenza del re e di Ricasoli 2<•. La Marmora annotò di suo pugno: «famosa protesta del 5 agosto per declinare ogni responsabilità» 27 • Vitt01io Emanuele telegrafò subito a Ricasoli per rappresentargli l'opportunità di non riaprire le ostilità il l O, cosa che, secondo il rapporto Cialdini, rischiava cli condurre ad una catastrofe. Perciò, se l'Austria si irrigidiva, conveniva o prolungare la tregua o accettare le proposte austriache pur senza rinunciare a chiedere il Trentino in sede di discussioni per la pace. «L' occupation et possession de la Vénétie ainsi que de ses forteresses est d'une telle importance pour l'Italie - sostenne - qu' il ne convieni de la risquer» 28 • Ricasoli non era affatto propenso ·a subire l'atteggiamento di Vienna, che avrebbe prodotto «le plus dangereux effet sur l'esprit public», e nemmeno intendeva lasciar capire l'eventualità di doverle accettare, a scanso di peggio. Quindi, a conti fatti, avrebbe preferito lasciar fare alla Francia, «qui après tout est engagée avec nous» 29 • Anche La Marmora volle significare a Ricasoli il suo allarme per la dispersione delle truppe e per il serio timore di incappare in una crisi militare, aggravata dalla persistente assenza di un vero Comando unico: " Ricasoli a Cialdini in data 6.8.1866, ibidem, l, p. l 17 " Telegrammi Cialdini a Ricasoli in data 6.8.1866, ore 4 e ore 23,30, ibidem, I, p. 117 e pp. 118-119. "'Cialdini a La Marmora in data 5.8.1866, ididem, I, pp. I 16-117. " A. LUZIO, Studi e bozzetti ciL, p. 44 l , nota J. " Vittorio Emanuele a Ricasoli in data 6.8.1866, ore 13, D.D.l., VII, doc. 299, pp.190-191 " Ricasoli a Vittorio Emanuele in data 6.8.1866, ore 17,10, D.D.T .. Vll , doc. 302, p. 192.


706

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

«( ...) Io tradirei se Lasciassi credere al ministero che abbiamo probabilità di successo. Se cominciamo le ostilità il IO, generale Cialdini dice avere a fronte 100 mila uomini. Generale La Rocca mi riferisce che 60 mila Austriaci sono entrati in Tirolo. Nostre forze sono divise senza unità di comando. P rovveda almeno il ministero a questo gravissimo inconveniente affindando il supremo comando al generale Cialdini. Se per l'insuccesso del 24 giugno l'Italia si commosse, pensi quali sarebbero le conseguenze di un disastro non solo per la Venezia ma per l'Italia tutta»'".

Ricasoli accolse il suggerimento 3' ed il risultato fu contrario all'attesa 12 • «Sono spiacente - rispose dunque - dover annunciare che il generale Cialdini persiste a non voler accettare la carica di capo di stato maggiore generale» J\ La Marmora si rammaricò per non essere stato capito, ma in realtà tornava sempre a galla il difetto d'origine del mai risolto rapporto La MarmoraCialdini. Secondo La Marmora, Cialdini avrebbe certo accettato il comando in capo di tutte le forze (non la carica di capo di Stato Maggiore), ma se per caso l'avesse rifiutato, «gli si doveva ritirare immediatamente il comando indipendente dal suo corpo» ed affidare ad altro generale il comando supremo )4, affermazione del tutto retorica, visto che fu fatta soltanto dopo il termine della guerra. Che la situazione creata «da una politica di debolezze e d'imbrogli» fosse deplorevole è sicuramente vero, ma lui per primo non poteva tirarsene fuori, né poteva assolversi dall' aver sopportato tutto da Cialdini e dal solo Cialdini . Abbiamo visto la presa di posizione nei confronti di Cuccbiari; ebbene, adesso, quando ordinerà a Garibaldi di abbandonare il Trentino sosterrà che «se egli per un motivo o per l'altro avesse disobbedito, io non avrei esitato a dichiararlo ribelle e trattarlo come tale» 35. Garibaldi rispond e rà: «Obbedisco». Ad ogni modo, profondamente persuaso dell'assoluta necessità di venire ad un accordo con l'Austria per evitare che essa attaccasse l'ormai sola Italia, e cogliendo al volo l'affermazione dell'arciduca Alberto che «le condizioni del1'arm.istizio sono di natura esclusivamente militare e indipendenti dal trattato di

'' La Marmora a Ricasoli in data 6.8. 1866, ore 21.30. in CCSM, Complemento cit., II, p.

103. " Nel ie legramma Ricasoli mise in evidenza le delicatissime circostanze e pregò: «El la non può ricusare in questi supremi moment i di prendere l 'ufficio di capo di Sta to Magg iore dell' Esercito rinunziato da La Mannora (...)». (R icasoli a Cialdini in data 7.8.1866, ore 1, 10, in Carteggi Ricasoli cit., XXIII. doc. 83, p. 62. " Cialdini repl icò che la p(evisione d i un a battaglia imm inente non consentiva che lasciasse il suo posto e d'altronde «ripeto una volta per sempre» di non essere disposto ad assumere la carica in questione, «convinto come sono che non .; i può far nulla di bene con S. M.>>(Cialdini a Ricasoli in data 7.8.1866, ore 6,35, ibidem, XXU: Joc. 84, p. 63). " Ricaso!i a La Marmora in data 7.8.1866, ore l6.30, in CCSM. Complemento cit.., TT. p. 104. ,. A. LA MAR.MORA, Terza relazione c it., ibidem, JJ, pp. 105-!06. • Ibidem, II, p. 110.


CONSJDERAZ!Ol'H CONCLUSIVE

707

pace)) :1", l '8 agosto, con l'assenso cli Vittorio Emanuele, La Marmora ordinò a Medici di ripiegare dalla Valsugana. Nelle prime ore del 9 ricevette da Pettinengo la comunicazione che il consiglio dei ministri, dopo lunghe discussioni, aveva deliberato che «se considerazioni strategiche 1ichieclono immediato rienr.ro di tutti i corpi che occupano Tirolo, consiglio dei ministri non si oppone» :1 7_ Allora richiamò anche Garibaldi e ribatté al ministero: «Non solo considerazioni straregiche, ma tulio consiglia cedere sulla questione del Tirolo; perciò ho di ramato gli ordini e prevengo generale austriaco»".

Nello stesso tempo un ripensamento, dovuto alle preoccupanti notizie sul1'aftlusso di nuove forze austriache, determinava Cialdini a ripiegare per suo conto ilil tutta fretta sulla destra ciel Tagliamento 3 9 • La decisione del governo si legge in due telegrammi. A La Mannora: «Consiglio ministri detemiina, che senza sospendere movimenti di concentramento truppe, si astenga da comunicazioni con generale austriaco. Fra due ore riceverà altro dispaccio. Se già fatto comunicazion.i, comunichi testo al ministero» •0•

Il secondo messaggio consisteva nella copia di un telegramma spedito a Nigra, con il quale Visconti Venosta chiedeva l'intervento della Francia, più o meno ritenuta responsabile delle circostanze, affinché pretendesse dall'Austria «l'evacuazione la più pronta possibile della Venezia, come conseguenza della nostra evacuazione del Tirolo» ·11 • La Mannora, già ferito nel vivo per l'implicita mancanza di fiducia da parte del governo, puntò i piedi, dichiarando che gli era «impossibile rimanere più a lungo nella posizione che mi è fatta dal ministero» e che non sopportava oltre «la responsabilità di una politica e di disposizioni che ci preparano ad una catastrofe ». Aveva appena inviato al comandante austriaco a Legnano, d'ordine del re, la comunicazione del ritiro delle truppe italiane dal Trentino e provocato «convegno per quell'armistizio che il presidente del consiglio, pochi giorni or sono, voleva firmato subito»; d' altronde non era possibile che due eserciti rimanessero a lungo a fronteggiarsi senza sapere se dovevano riprendere le ostilità o non. Perciò, «non reggo a simili figure e spropositi. Insisto per le mie dimissioni» •z. Prima ancora che questo messaggio , spedito in ritardo, arrivasse a Firenze. il consiglio dei ministri autorizzò a «firmare un annistizio con condizioni puramente militari, fissando limiti della nostra occupazione entro limite .,. Arciduca Alberto per La Mam1ora ibidem, I, pp. 106-107. " Pettinengo a La Marmora in data 8.8.1866. in CCSM, Complemento cit. , li, p. 108. " La Marmora a Pettinengo in data 9.8.1866. ore 7.30. ibidem, Il. p. I IO. " Cialdin i a La Marmora in daca 9.8. I866, ibidem, I. p. 123. ·'" Pettinengo a la Ma1mora in data 9.8.1866, ore 13, LO, ibidem, 11, p. l 11. ·" Visconti Ycnosta a Ni gra in data 9,8, 1866. ore 12,45, ibidem, , p. 112. ' 'La Marmora a Pettinengo in data 9.8.1866, ibidem, I, p. 113.


708

LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA

tenitorio Veneto, vale a dire al di qua del Trentino e della Gorizia» 4 \ Va da sé che la firma dell'armistizio, alle condizioni austriache, condusse ad un nuovo scontro. Cialdirii chiese «spiegazioni motivo tal passo gravissimo, che non comprendo, ma che può fare r ivoluzione in Italia. Imperatore Francia forse ci abbandona completamente, si mette coli' Austria e ci minaccia?» 44 • La Marmora gli spiegò pianamente la situazione, aggiungendo che «d'altronde l'armistizio non è la pace e se vi è chi crede possa continuar la guerra soli, si può 1imediare». Infine, osservò, se a suo tempo Cialdini avesse accettato la carica di capo di Stato Maggiore, «ella non avrebbe a farmi ora rimproveri altrettanto duri quanto immeritati» "5• Cialdini replicò di rileggersi «con calma» il suo telegramma, di aver chiesto spiegazioni e non di aver mosso rimproveri 46 • L'll agosto venne firmato l'armistizio a Cormons. Il 13 La Marmora rassegnò le dimissioni da ministro senza portafoglio 47 e da capo di Stato Maggiore. Le dimissione ve1mero accolte e due giorni dopo Vittorio Emanuele, tutto soddisfatto, informò Ricasoli che «par rapport amzée, voici ce que j' ai combiné. Général Cialdini prise tout simplement piace Chef Etat Major telle que l' avait Général La Marmara. Armée va de nouveau etre toute reunie» . C'erano però due provvedimenti da prendere: La Marmora, per il momento, doveva lasciare ogni incarico di comando nel! ' esercito e «ensuite il /aut que vous engagez Ministre de la Guerre donner sa démission et le replacer par le Général Cugia ( .. .)» 4s_ Ma ecco subito l'ennesima ripicca di Cialdini, probabilmente dovuta ad un articolo di critica apparso sul «Corriere Italiano», da lui ritenuto di ispirazione governativa: «Décidémment on a juré de me damner à chaque instant - esplose ViHorio Emanuele -. Maintcncnt voici Cialdini, qui, après avoir accepté d'etre cher d 'état-major, m'ayant envoyé celle decision par le comte Verasis, ensuite, étant venu lui-meme chcz moi pour s'entendrc définitivcment, mettant pour condition que La Mannora se fut tiré de service actif et que ministre actuel de la guerre fut remplacé par Cugia, lorsque tout est arrangé com me il I'a vou lu, il m 'envoye ses démission sans ni motif ni raison. Son parti il me parait irrévocable; d 'ailleurs il a agi trop insolemnent avec moi pour qu 'il soit le cas de le prier de restcr (...)»".

''Pettinengo a La Marmora in data 9.8.1 866, ibidem, II, pp. J 13-11 4. "Cialdini a La Marmora in data I 1.8.1866, ore 12,25, ibidem. II, p. 121. " La Mannora a Cialdini in data 11.8.1866, ore 18, ibidem, II, pp. 12 1-122. '•Cialdini a La Marmora in data I 1.8.1866, ore 21,30, ibidem, II, p. 122. " La Marmora a Ricasoli in data 13.8.J 866, in ccmeggi Ricasoli cit., XXlll, doc. 173, p. 177. ' 8 Vittorio Emanuele a Ri.c aso li in data 16.8.1866, ore 11,30, in ibidem, X.XIII, doc. 209, pp. 156-157; e in data 17.8.1866, ore 8, ibidem, doc. 214, p. 164. '" Vittorio Emanuele a Ricasoli in data 20.8.1866, ibidem, doc. 234, pp. 180-181.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

709

Quanto a Pettinengo, posto da Ricasoli a conoscenza della filippica di Cialdini del 5 agosto nei suoi confronti, rassegnò le dimissioni il 14 agosto con una lettera amara e dignitosa 50 • Cugia, infine, a suo tempo estremamente inviso a Cialdini, rimase perplesso perché questi pretendeva che «il Ministero si modifichi profondamente, eliminando tutti gli elementi del Ministero precedente»! 5' . Il guaio era che l'Agenzia Stefani il 19 aveva rese note le dimissioni, accettate, di La Marmora e la nomina di Cialdini. Ricasoli - che aveva appena letto un avvertimento del fratello: «Cialdini o presto o tardi te ne farà delle sue! Egli vuole essere solo a comandare in ltalia» 52 - pregò il re di cercare di salvare la situazione, e Vittorio Emanuele mandò il conte Pepoli dal bizzoso generale, il quale finì per dichiararsi disposto ad accettare l'incarico a condizione che il govem0 intimasse al «Corriere Italiano» di smettere gli attacchi alla sua persona 5,. La Marmora si accomiatò dal Comando Supremo il 23 agosto, manifestando commozione e mortificazione. Accolse freddamente il suo successore e, a quanto sembra, si accomiatò da lui con un eloquente: «Ella per tanti meriti sarà più fortunato di me; ma soprattutto perché non avrà da comandare al generale Cialdini» 50 • In quella tensione, Visconti Venosta ritenne opportuno diramare un comunicato alle legazioni, precisando che le dimissioni di La Mannora da capo di Stato Maggiore Generale e quelle, contemporaneamente, di Pettinengo da ministro della Guerra, «n' ont eu aucune cause politique» 55 • Il commento finale spettò a Ricasoli: «(...) le autorità civili si distrussero duramente in questi cinque anni, quelle militari si sono distrutte da sé in questi due mesi. Queste distruzioni sono costate care al paese» 56 • Occorrevano cambiamenti radicali e gente nuova.

' 0 Peuinengo a Ricasoli in data 14.8.1866, ibidem, XXIII, doc. 185, pp. 129-135. "Cugia a Ricasoli in data 15.8.1866, ibidem, XXIII, doc. 196, p. 141. "Vìncenzo a Bellino Ricasoli in data 19.8.1866, ibidem, doc. 231, p. 178. Ricasoli gli rispo se: «Codesto Quartier Generale fu un vero nagcllo e oggi si mantiene una vera molestia (...)» (data 21.8.1 866, ibidem , XXIII, doc. 25 l, p. 196). ,; Vittorio Emanuele a Rica.~oli in data 21.8.1866, ore 18, ibidem, XXTII, doc. 255, p. 200. " Vincenz.o a Bettino Ricasoli in data 24.8.1866, ibidem, XXIII, doc. 272, pp. 21 4-?J 5. '' Visconti Venosta alle legazioni in Europa in data 24.8.1866, ore 15,15, D.D.T., VII, doc. 4[7,p.290. ••Bellino a Vincenzo Ricasoli in data 26.8. [866, in Carteggio Ricasoli cit., XXIII, doc. 289, pp. 230-231.


INDICI


INDICE DEI NOMI Ano UL-MEDnD, 253. ABERDEEN lord George Hamilton, 250, 291 . ABERCROMBY sir Ralph, 25, 46, 47, 56, 57n, 59, 60, 121, 127, 128, 133, 138, 139, 144, 163, 1670, 168n, 175 , 178, 182-184, 227, 228, 230n, 231-233 , 241n, 246. AcroN lord John, 69. ADAMJ Vittorio, 131 n. ADDA Carlo d ', 38, 43, 44, 212n, 213. AFAN DE RIVERA Gaetano, 443, 457. AGRATI Carlo, 508n, 525n. ALBINI Giovanni Battista, 610, 611, 684n, 688-690, 692, 693, 702. ALESSANDRO Il dì Russia, 494. ALFIERI DI SOSTEGNO Cesare, 55, 134, 138, 139, 147n, 148, 153, 185. ALLEMANDI Michele , 103n, 219n. ALLIAUD Vittorìo, 160, 176, 190. AMODEO A., 250. ANCHIERI Ettore, 16n, 17n, 37n, 46n, 132n, 23111, 27011, 301n, 303n, 310n, 311n, 31611, 31711, 445n, 450n, 530n. ANDRIAN-WERBURG Victor von, 140.

ANGELI Moritz von, 94n. ANGIOLETTI Diego, 547, 592 , 594, 595,609,610, 649-651. ANNONI Francesco, 56. ANTONELLI Giacomo, 466, 467, 475,479,482. ANZANI Francesco, 446. . APPEL Christian, 195. APPIANI, 115, 116n. APPONYI Antal Rudolph , 15 , 250,25In,261, 319n,324. ARBIB Edoardo, 24011, 271n, 272n, 485n, 514n, 525n, 52611, 52711. ARBSTER, 620. ARESE Francesco, 44, 106, 167, 187n,377n,430,43ln. ARNALDI Annibale, 350. ASBURGO Alberto d ' , 32n, 195, 391,491. ASBURGO Carlo d', 28. ASBURGO Ernesto, 98. ASBURGO Giovannì d', 110, 134. ASBURGO Massimiliano d', 305. ASBURGO Ranieri d', 15, 29, 30, 32n, 40, 4 1n. ASBURGO Sigismondo, 98. ASINARI DI SAN MARZANO Carlo Emanuele 19n, 25 , 30n, 33n, 34n, 35,36n,37,46n,47n. ASSIA-DARMSTADT Alessandro d', 305, 373 , 37411.

N.B. In corsivo i nomi degli autori citatj nel testo.


714

L'ESERCITO ITAUANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

AUTEMARRE D'ERVTLLE Charles Xavier d', 358, 393, 396. AVOGADRO DI CASANOVA Alessandro, 609. AZEGLIO Costanza cl', 145n, 155n. AZEGLIO Massimo d', 12, 13, 22, 23n, 24, 161, 163, 176, 249, 251n, 296, 299, 326, 333n, 342,347,426, 539. AZEGLIO Roberto d', 170, 176. AZEGLIO Vittorio Emanuele d ', 155n, 170, 255, 265, 26911, 291, 301n, 426 , 433, 447, 45011, 470, 493, 534n, 53811, 564,565. BALBO Cesare, 12, 13, 43, 44, 47, 54, 56, 59, 65, 67, 81, 82, 109, 11] , 112, 116, 147, 152, 215,229,231,418. BALDASSERONI Giovanni, 248n. BALEGNO DI CARPENETO Placido, 609. BA NNEVILLE Gaston Morin, 320n , 321, 322n-324n , 326, 327n, 328, 329n. BAPST Germain, 29511, 33411, 341n, 343n, 353n, 354n, 366n, 367n, 369n, 370n, 37511, 377n382n,384n,38611,41511,416n. BARAGUEY D, HrLLIERS Achille, 355,356,377,378,380,384, 393. BARBALONGA Gaetano, 498. BARRAL DE MONTEAUVRARD Camillo, 546, 550-552, 555, 562, 564, 565n, 570, 571 n,

575,578,580, 639,642, 672n, 674n,675,67611, 704n. BARIÉ Ottavio, 59n, 6011, 16811, 17 111, 17511, 22711, 229n, 230n 230n, 231n. BASTIDE Jules, 36, 120n, 129131, 137,151. BASTOGI Piero, 524n, 525. BATIAGLINI Tito, 68n, 440n-443n, 44611, 45111, 45611. BAVA Eusebio, 82, 85, 86, 97, 102, 103, 106-109, 113-115, 117-]20, 149, 150, 152, 154, 157, 161, 162, 164, 167, 168, 170, 193 , 194, 226, 28311. BAVA BECCI\RIS Fiorenzo, 473n. BAZAINE Achille, 356. BEDEAU Marie-Alphonse, 147, 151,167,475. BEAUHARNAIS Eugenio de, 70. BELGIOIOSO Cristina di, 151. BELVEDERE CORDERO Giorgio di, 188. BENEDECK Ludwig von, 205, 22611, 361, 374, 393, 395, 412, 491,584,614,615,671. BENEDETTI Vincent, 535, 536, 549,550,560,561,567. BENEVENTANO DEL Bos co Ferdinando, 446. BERETrA Antonio, 232n. BERNHARDI Theodor von, 574n, 633 , 637,640,641,645,69911. BERNSTORFF Albrecht von, 323. BERTANI Agostino, 462, 463, 466, 483, 503, 515. BERTOLÉ-VIALE Ettore, 609-669. BERTONE DI SAMBUY Ca listo, 350, 371.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

BES Michele, 101, 188, 206. BIANCHI Federico, 28. BIANCHI Nicom.ede, 47n, 63n, 64n, 67n, 104n, 129n, 131n, 174n, 184n, 229n, 232n, 24911, 255n, 261n, 263n, 266n, 300n, 434n, 44711, 465n, 466n, 49311, 640n. BIANCO DI SAINT-JORIOZ Carlo, 10. BISCARETTI DI RUFFIA Carlo, 85n, 510. BISMARCK SCHOENHAUSEN Otto von, 23, 246, 308, 315, 323, 542, 545, 546, 548-552, 554563, 566-571, 574-577, 579, 580, 636, 639-643, 672, 676 , 678, 697, 704n. BIXIO Alessandro, 55, 92, 104, 48711. BIXIO Cesare Leopoldo, 239. BIXIO Nino, 452, 457, 458 n, 509n, 523, 539n, 592, 609, 657, 657, 662. BLANQUI Louis-Auguste, 215. Bo1S-LE-COMTE, 139, 167n, 183. BOUATI Enrico, 144n. BONAPARTE Gerolamo Napo leone, 302, 312, 316, 318n, 325n, 333,343,349,355,358, 367, 368, 389, 390, 392, 396, 398,404, 405n,407,409,427, 492, 494n, 531,558,559,561, 579,675,677,678,692n. BONAPARTE Giuseppe, 69. BONAPARTE Luigi Napoleone, 167, 168n, 169,173,245,250. BONCOMPAG NI DI MOMBELLO

7 15

Carlo, 402, 403, 405n, 406, 407n, 408, 409n, 426. BoNFADINl Romualdo, 16n, 44n, 167n. BORGHI Ruggero, 460. BONGIOYANNT DI CASTELBORGO Angelo, 350. BONNAL, 375n. BORBONE Carlo Ludovico di, 17. BORELLI Giuseppe, 25. BORROMEO Vitaliano, 25 ln. BOUร T-WILLAUMATZ Louis Edouard, 648, 682. BOURBAKI Charles-Denis, 342, 343, 357, 370. BouRGOlNG Jean-Franรงois, 16. BOV/0 Oreste, 496n. BRACORENS DE SAVOIROUX Carlo, 359,475. BT<ANCACCIO Nicola, 21n, 8611, 88n, 285n. BRASSIER DE SAINT-SIMON Maria-Joseph von, 318, 323, 234n. BRENIER Anatole, 258, 260, 261, 444. BRICHERASIO DI CACHERANO Teodoro, 149. BRIGANTI Fileno, 451,454, 455 . BRIGNOLE-SALE Antonio, 129, 130, 131. BR IGNONE Filippo; 491, 609 , 678n. BROFFERIO Angelo, 7n, 13n, 19n, 81, 112, 14711, 156, 157, 162n, 169n, 221, 224, 240n, 270,279,280. BROGLIA DI CASALBORGO NE Mario, 81, 97, 189.


716

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

BROGLIA DI MONTENERO Alessandro, 350. BRUNOW Filippo Jvanovié, 46n. BRUSATI Ugo, 598. BUAT, 370. BUCCHJA, 693, 694. BUFFA Domenico, 155, 162- 164, 229. BUGEAUD DE LA PICONNERIE Thomas-Robert, 82, 83, 113, 147, 150, 167. BUGLIONE 01 MONALE Alessandro, 346. BuoL-SCI·IAUENSTEIN Ka rlFerdinand von, 12, 36, 57-59, 247, 250, 251, 255n, 256-258 , 260, 261n, 267n, 268n, 301, 302, 305,307, 308n, 310,316, 320-324, 327-329, 374n, 388. BUSSETTI DI BERSANO Bonìfo1te, 219n. CADORNA Carlo, 127n, 163, 165, 171 n, 174, 176, 179, 180,206, 238,240. CADORNA Luigi, 598, 702. CADORNA Raffaele, 176, 177, 184, 185, 470, 475, 478, 609, 661, 674,. CALDARELLI Giuseppe, 451,454. CAMERANA Carlo, 420. CAMON Hubert, 356. CAMPBELL sir Peter, 103, 122, 134. CANDEWRO Giorgio, 535n. CANERA 01 SALASCO Carlo, 8385, 97, 102, 115, 124, 125, 128, 133,146, 149,153,161,220. CANOFARI Giuseppe 441, 442.

CANROBERT François-Certain, 288 , 343, 347, 348, 355, 357, 369, 370, 374-376, 378, 382, 384, 386, 392-394, 602. CANTONO DI C EVA Giovanni , 272,306. CAP0DISTR1A Giovanni Antonio, 4. CAPPONI Gino, 137. CARAFA DI TRAETfO L uigi, 434, 435n. CARLO ALBERTO, 8, 9, 13-17, 19-25, 28-30, 33, 35-38, 41-49, 51, 54-57, 61 -64, 66, 67, 70, 71, 78, 80-83, 86, 88, 97, 100, 102-109, 111, 113- 123, 125, 127-133, 137, 143, 145-149, 151-154, 157- 161, 167, 168n, 171, 173, 175, 177, 178, 180184, 186,188,194,202,206, 209-217, 219-221, 225, 228, 231, 232n, 233, 241, 242, 248, 287,396. CARLO FELICE 6 , 8, 9, 20, 21, 45, 78. CARLO III di Panna, 247 . CARREGA Giovanni Battista, 64. CASATI Gabrio, 41, 42, 49, 50, 56, 57 , 101 n, 117, 123, 124, 128, 133, 143, 145, 166, 185 , 217, 228-232. CASSINIS Giambattista, 219n, 510n. CASTAGNETTO Cesare Trabucco di, 23, 37, 43, 44, 57 , 114n, 117n, 133,147,217. CASTELLANE Boniface de , 34 1, 342.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

CASTELLI Michelangelo, 250n, 539. CATTANEO Carlo, 14, 41, 42, 48n, 49-51, 57n, 101,105,111, 146,211, 216, 218n, 240n , 483. CAVAIGNAC Louis-Eugène, 130, 131, 150, 151. CAVOUR Camillo BENSO di, 23, 53, 62, 120n, 145n, 149, 161, 176, •181n, 241, 246, 249-254, 261,262,264, 265n, 266, 268274, 289-293, 296, 297, 299, 300, 308-315, 317-326, 328333, 335-338, 342, 343, 346349, 353, 366-369, 375,377, 379, 381, 397, 398, 401-409, 413, 416, 417, 419-421, 426, 429-438,440n,441,442,444n446n,447-449,450n,452,458468, 478-499, 501-505, 507, 510, 512-515, 518, 522, 524527, 529-534, 538, 548, 560n, 562n, 564. CERALE Enrico, 609, 653, 659, 666. CERNUSCHI Enrico, 49n. CERRUTl Marcello, 490n, 640, 693. CESARI Cesare, 437n , 442n, 443n, 448n, 450n, 454n, 455n, 481n, 492n. CESCHI DI SANTACROCE Giovan Battista, 328. CEVA Lucio, 80n, 112n, 113n, 148n, 187n, 223n, 224n, 274n, 286n, 345n, 346n, 495n, 502n, 515n. CHAMPJONNET Jean-Antoine, 69.

7 17

CHANGARNIER Nicolas, 147 , 150, 151. CHAPPERON Alessio, 2 In. CHASSELOUP-L AUBAT Justin Napoléon, 427. CHIALA Luigi, 20n, 36n, 38n, 44n, 45n, .47n, 44n-75n, 82n, 83n, 86n, 92n, 100n, 104n , 109n, 113n, 114n, 117n, 121n, 123n-125n, J 28n-132n, 137n, 142n-147n, 149n-157n, 161n, 163n, 166n-170n, 177n, 180n182n, 187n, 212n, 217n, 225n, 228n, 229n, 232n, 233n, 239n, 268n, 269n, 349n, 505n, 532n, 549n, 550n, 552n, 554n, 565n, 567n, 571n, 572n, 574n, 575n, 580n-582n, 584n-586n, 588n, 597n-599n, 601n, 603n, 604n, 613n, 615n, 624n-643n, 647n, 649n, 652n-654n, 658n-663n, 668n, 67 1n-673n, 675n, 67711, 678n. CHIABRERA CASTELLI Emanuele, 609. CHIODO Agostino, 83, 153, 154, 159, 160, 165, 170, 17 1n, 174176, 179- 183, 185, 186, 189191 , 198, 199, 236, 238, 239, 241. CHRZANOWSKI Alberto, 151 , 152, 157, 160, 164-167, 170172, 174, 179, 180, 182, 186191 , 193-206, 210, 236-239 , 378. CIALDINI Enrico, 339, 350, 367, 371, 38 1, 390, 393, 463, 474, 475,478,479,480,483, 486488, 491-493, 495, 503, 504,


718

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

509n, 514n , 539, 540n, 587, 588, 598-600, 603, 604, 609, 625-635, 643-645, 648, 651, 652, 655, 659-677, 679-681, 689, 698, 700-709. CIAMPINI Raffaele, 68. CIBRARIO Luigi, 300. CILJBRIZZI Saverio, 463. CLAM-GALLAS Eduard, 98, 386, 393. CLA1vt-MARTIN1TZ Karl Johann, 6. CLAR ENDON lord George William, 251 n, 255n, 264n 268n, 270, 290, 300-302, 306, 341, 550, 564. CLARY Tommaso, 443, 445, 446. COGNASSO Francesco, 333n. COLLI DI FELIZZANO Vittorio, 175, 181 , 182,236. COLLOREDO-WALLSEE Franz von, 167n, 183. COLONNA Filippo, 457,458. COLOMBO Adolfo, 25n, 54n, 61n, 114n, 239n, . CORDERO DI MONTEZEMOLO Massimo, 233, 495. CORRENTI Cesare, 41 , 42, 50 , 212n, 241, 242n. CORSI Carlo, 8n, 70n , 86, 87n, 222n , 470, 471, 505n, 526 , 656n, 657, 661. CORSINI Neri, 63n, 427. CORTI Egone, 30511, 36111, 373n, 374n, 389n,392n,397n,494n. CORTI Luigi , 452. COSENZ Enrico, 452, 455, 457 , 487n,503,508,509, 609,665. COSTA DI BEAUREGARD Pantaleone, 47n, 154, 157, 182, 183n.

COWLEY lord Henri Richard, 134, 135, 267, 290, 306, 318322, 369, 374n, 411. CRISPI Francesco, 436, 460, 498, 502. CROCE Benedetto, 233n. CROPT, 477. CROITI DI BRUSASCO, 4. CsAKr Teodoro, 639,640. CUCCHIARI Domenico, 350, 381, 395, 509n, 587, 609, 657, 658 , 665,706. C UGIA Efisio , 592, 593, 609, 657,662,678n,698, 708,709. CURATO Federico, 19n, 25n, 30n, 33n, 36n, 3711, 46n, 47n, 56n6ln, 127n, 129n, 132n-135n, 13911-14ln, 143n- 145n, 163n, 167n, 168n, 16911, 17511, 178n, 183n-185n, 199n, 212n, 228n23011, 233n, 238n, 241n, 24611, 251n, 255n, 26311, 264n-268n, 270n. ÙJSANI CONFALONIERl Ippolito, 654. DABORMIDA Giuseppe, 20n, 81, 83 , 86, 145-159, 161, 18 1n , 185, 186, 193, 217, 225, 22611, 239, 251 , 255n, 260, 26111, 263-266, 268-270, 426. D ' AMICO, 611 , 689. DANESI Alessandro, 350. D AL V ERME Luchino. 658n. D ' ARCO FERRARJ, I02. D'AsPRE Konstantin, 52, 93, 96, 195, 204-206. DEÀK Ferencz, 638. DE BENEDICT!S Biagio, 68.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

DE COURTEN Raffaele Giuseppe, 477. DE FERRARI Domenico, 181184, 185n, 199,238. DEGENFELD-SCHOMBERG August, 361. D EGLI ALBERTI Mario, 258, 291n. DE LA FOREST Albe,to, 609. DE LAUGIER Cesare, 108, 111.. DE LAUNAY Edoardo, 24011, 315, 489n,•494n, 503, 575. D EL BONO Giulio, 580n. DEL N EGRO Piero , 27311, 286n, 46911, 470n, 51511. DELLA CHIESA Camillo, 609. DELLA P ERUTA Franco, l ln. DELLI FRANCJ Giovanni, 456n. DE MARCO Domenico, 27411. DE M ARTINO Giacomo , 445, 451n. DEPRETlS Agostino, 174, 447n, 485, 650, 676, 683, 685-693, 694n,701. DERBY lord Edward George, 310,318. DE SAUGET Ludovico, 455. DE SAUGET Roberto, 18, 497. DESVAUX Nicolas-Tilles, 356. DE VECCHI Cesare Maria, 296n. Dt NOLFO Ettore, 163n, 16711, 171n, 174n, 175n, 181n, 183n, 240n, 246n, 260n, 261n, 290n, 292n, 296n. Dr REGINA, 434n, 450, 451n. DROUYN DE LHUIS Edo uard' 254,256,258, 261n, 262,263 , 267, 268, 537, 541, 544, 558, 566, 574n, 672. DucROT, 342.

719

416n. DuNNE John Willìams, 451. DURANDO Giacomo, 103n, 169n, 170,201,220,509. DURANDO Giovanni, 100, 102, 109, 122, 296, 350, 371, 395, 468, 510n. DURINI Giuseppe, 145.

D UNANT Henri,

ELISABEIT.,\ D'AUSTRIA, 304. ELLIOT sir Henry George, 460, 465. EMANUELE FILlBERTO di Savoia, 8. EUGENIA di Francia 362, 44411. ESPTNASSE Charles-Marie d '' 357. BRUNOAntonio, 694. FABRJS Cecilio, 18n, 2111, 50n, 6811, 89n, 96n, 100n, 10111 , 106n, I l7n-1l9n, 21711, 242n. FAILLY Pierre-Louis de, 358. FANTI Manfredo, 200, 203n, 350,385,395,420,426,429, 431 , 436, 458n, 45911 , 461, 462, 467-469, 471, 473 , 475 , 478 , 479,482,483 , 485n,486493, 495 -497 , 502, 504-507, 509, 510n, 512, 515, 518, 519, 522,527,598, 62811,633. FARINI Luigi Carlo , 14n, 68 , 427, 429, 460-464, 470, 483, 486-488, 492, 493, 495 , 49911, 502-505, 507, 525n, 529, 537. FAVRE Edmond, 613,624. FECIA DI COSSATO Luigi, 16411, 180,182,187,206,345. FAA' DI


720

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

FEDERICI Giovanni Battista, 97, 149,604. FEDERICO II di Prussia, 282, 353. FEDERICO GUGLIELMO I di Prussia, 86n. FEDERICO G UGLIELMO IV di Prussia, 245, 247n, 254, 315. FENNEBERG Fenner von, 28n, 93n, 94n. FERDINANDO I d'Austria, 27, 31, 142. FERDINANDO IV di Napoli e I delle Due Sicilie, 69, 70, 438. FERDINANDO II delle due Sicilie, 17-19, 25, 33, 63, 64, 67-70, 137,175,247,260,304,313. FERRARA, 529. FERRAR! Vittorio, 48n, 56n, 57n, 133n, 217n, 219n,. FERRAR! DI GRADO Federico , 402. FICQUELMONT Karl Ludwig von, 15, 27, 29n, 30n, 32n, 50, 228n. FIL/PUZZI Angelo, 58n, I 09n, 110n, 12311, 12411, 128n, 129n, 135n, 136n, 137n, 170n,228n. FLEURY Emile-Félix, 397. FOREY Elie-Frédéric, 342, 356, 379,380. FRANCESCO GIUSEPPE d'Austria, 94, 142, 174, 247n, 255-259, 304, 305, 318, 322, 324, 326n, 327, 329, 345, 360, 361, 377n, 385, 388-392, 394, 397, 410, 412, 416, 425, 428, 488, 490 , 494, 543, 559, 565, 575, 621, 660, 671.

FRANCESCO IV di Modena, 6. FRANCESCO V di Modena, 17, 247,313,387. FRANCESCO II delle Due Sicilie, 434, 435, 438, 443n, 444, 445, 447, 450, 453, 455-457, 460, 482,485,495,497,498. FRANZINJ Antonio, 43-45, 81-86, 100, 102, 106, 107, 112, 114 , 122, 143, 147, 148, 152, 170, 185,186, 193,231-233. FRANZINI Paolo, 609, 661 . FRIMONT Johann Philipp von,6, 7, 28. FROSSARD Charles-August, 356, 369, 374, 377. GABLENZ Anton, 575. GABRIELE Mariano, 611, 612n.

GALLENGA Antonio, 140, 143 . GALLINA Giuseppe, 55, 232, 233. GALLOITI Domenico 453. GARIBALDI Giuseppe 220, 221 , 337-340, 347, 367, 371, 382, 389,390,393,406,416,426, 432, 435 -438, 440-443, 445452, 454-467, 4 69-471, 481484, 486, 487n, 488, 491-493 , 499, 500, 502-508 , 512-5 17, 522-524, 530, 533, 534, 536539, 555,578,589,590,609, 633, 636, 643, 645, 659, 662, 670, 676, 678, 679, 681, 700, 706,707. GARIBALDI Giuseppe jr, 458n, 459n,. GARRETTI DI FERRERE Vittorio, 97, 149.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

GELOSO Carlo, 205n. GERBAIX DE SONNAZ Ettore, 82, 83, 85, 97, 102, 103, 113, 118120, 152, 161, 163-166, 168, 171, 185. GERBAIX DE SONNAZ Giuseppe Maria, 25n, 154. GERBAIX DE SONNAZ Maurizio, 350, 379, 468n, 475,491, 503, 540n, 609,651,652,657,668, 678n.' Orno Giuseppe, 451, 454, 455. GIANOITI, 202. GIARRIZZO Giuseppe, 306n, 318n, 321n, 322n, 465n, 466n, 467n,489n,492n,493n. GIBBONE Carlo, 473n, 497n, 511n. GIOBERTI Vincenzo, 12, 13, 47, 61n, 117, 123-125, 128,138, 139n, 147, 152, 161-164, 166169, 171, 173- 176, 181, 182, 185, 187n. GIULINI DELLA PORTA Cesare, 166. GtURAIT! Domenico, 212n. GOLTZ Robert von der, 542,543, 550. GoRCAKOV Aleksandr Mikhailovié 253, 254, 259, 307, 315, 434,450,494,566. G6RGEY Arthur, 280. GOVONE Giuseppe, 258, 259, 274,275,337,385,551,552, 554-556, 559-564, 567-571, 572n, 574-576, 609, 636, 637, 639, 640, 657, 662-664, 668, 678,702. Govone Uberto, 275n, 552n,

721

561n, 567n-569n, 571n, 576n, 636n, 664n, 667n, 66811, 70211. GOYON Charles-Marie, 476. GRAMONT Antoine-Alfred de, 292n, 293,434,577,579. GRAZ/OLI Francesco Savero,

210n. GOZZANI DI TREVILLE Luigi Filippo, 350,510. GREGORIO XVI, 7, 15. GRIFEO Luigi, 63. GRJFFlNI A., 475. GRILLPARZER Franz, 106. GRDNNE Karl, 327, 360, 376, 383,388. GUARN!ERI Armando, 606n. GUERRAZZI Francesco Domenico, 220. GUERRIERI-GONZAGA Anselmo, 129, 130, 212n. GUERRINI Domenico, 202, 446n, 448n, 58211, 590n-593n, 683n, 685n, 688n, 690n. GUERZONI Giovanni, 459,517. GUGLIELMO di Prussia, 77, 315, 488,494. GUGLIELMO I di Prussia, 531, 542,545,555,557,559,562, 570, 571, 575, 637, 639, 672 , 674,697 . GUICHE Antoine-Alfred de, 261 263n,265n,269,270,290. GUIZOT François-Pierre, 15, 16, 36, 75. GYULAI DI MAROS-NEMETH Férencz, 305, 324, 327-329, 337 , 361, 362, 364, 365, 371385, 387-389, 404, 410-412.


722

L'ESERCITO !TALLANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

HARDEGG, 30-32, 42, 95, 99n, 110n. HARTIG Franz von, 15, 39, 96, 124,228, 22911. H ARTUNG, 620. I-IATZFELD Paul von, 341. HENICKSTEIN Alfred, 6 13. HERDY, 393. HERRE Franz, 305n. HESS Heinri ch von, 124, 128, 195, 206 , 259, 326, 360, 385, 388-390, 395,397,410,411. HOHENLOH E-INGELFlNGEN Kraft zu, 365. H OBNER Joseph von, 28n, 29, 33n, 34, 46n, 103n, 143n, 154, 255-259, 268,306n, 309n,310, 31 1, 314n, 3 16, 322n, 323n, 329n, 374n, . HUDSON sir Jam es, 263, 264, 265 n, 269 , 270, 290, 3 18n, 321n, 328,429, 447,460, 464467,489,490,492,493,495. Huoo Vietar, 5. HUM MELAUER Kart von, 229, 230. HUTCHENREITER, 620. IDEVILLE Henry

d', 445 n, 447n,

514n, 527n. Virgilio, l J, 275n, 279n, 470. ISASTIA Anna Maria, 337n, 338n, 339n. TSCHITELIA Francesco Emanuele, 445.

ILARI

Ang elo, 590n, 595 n, 6 11n, 621, 648 n, 650,68 1,

] ACHINO

683-685, 688 , 690n, 692n, 693n. ] AC IN I Stefano , 540n, 580n, 642n. JELLAC:lé Josip, 393,412. JoHN Franz von, 615, 620. Jou l ames, 542n. ]OMINI Henri, 210, 353, 354, 377, 379, 381, 648. KÀROLYI Aloys, 549. KELLESPERG Emst von, 328. KISSELEV Pavel Dmitrievi é, 307. KLAPKJ\ Gyorgy, 493, 537, 638. KOLLER August von, 320n. KOSSUTH Lajos, 39, 252, 489, 532, 638, 643. KRITZ, 384. K0BECK VON K0BAU Karl Friedrich, 28. KOHN YO N KOHNEFELD Franz, 372, 383, 384, 620. LACOUR Edmond de, 230, 250. LADMIRAULT Louis-Paul de, 356. LA FARlNA Giuseppe I 8, 304n, 338, 339, 485. LA MASA Giuseppe, 18. LA MARMO RA , FER RERO de, Alberto, 219n. LA MARMORA, FERRERO de, Al essandro, 144, 145n, 146, 170, 179, 180n, 187, 204. LA MARMORA, FERRERO de , Alfonso, 91, 131n, 147, 148, 151 , 156-159, 163, 168, 170, 173, 185, 187, 188, 196, 198 , 199, 204, 214, 226n, 258n, 259, 264, 269 , 270,273-277,


L'ESERCITO ITA LlANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

279-283,285-287,289,291-293, 296, 297 , 299, 301, 302, 328, 330, 332, 333, 337-339, 345348, 351,366,367,369, 376n, 377, 397, 401-406, 416-418, 420,421,426,429,468,469, 492, 49311, 495 , 498, 516-520, 531 , 532, 534, 535n, 538n, 540-552, 555-558, 560-567, 569-582, 585-587, 598-606, 609 ,' 617, 624, 625, 627-634, 643 -645, 650-673, 67 5-677, 679-681, 683 , 685, 687, 689691, 697-709. LAMARTINE Alphonse de, 37n, 47, 55n, 92, 104, 129, 228n. LAMORICIERE Christophe de, 150, 167, 456, 463, 475 , 477 , 480. LANDI Francesco, 442. LA NOUE, 480. LANZA Ferdinando,. 442, 443 . LANZ A Giovanni, 48, 103n, 219n, 239, 529. LA SALVIA Sergio, 515n. LATOUR Theodor von, 134-136. LA TOUR D' AUVERGNE Henri de, 310,426. LAZZARI Fabrìzio, 122. LE BOEUF Edmond, 356,377. LEBZEL:fERN Franz von, 14311. LECHJ Teodoro, 216. LE MASSON A~fred, 109., 193, 213,215,216,224,22511,234. LEMMI Francesco, 6n, 9n, 20n, 25n. LENZONI, 403 . . LEOPOLDO Il di Toscana, 16, 17,

723

19, 63, 66, 173-175, 178,247 , 403. LEOTARDI Alberto, 475. LIDDELL Hart Basi/, 288. LIECHTENSTEIN Edoardo von, 361, 374, 386. LITTA BIUMI Pompeo, 217. LITTA MODIGNANI Giulio, 446, 447. LONGONI Ambrogio, 609. LUDINGHAUSEN von, 86n, 8911, 617. LUDOLF Giuseppe Costantino, 64. LUIGI

XVIII, 8.

Filippo d'Orléans, 5, 7, 9, 15, 25, 34, 36. LUMBROSO Alberto, 590n, 683n, 693n,. LuzIO Alessandro, 59911, 657n, 666n,693n, 698n,705n. LUIGI

MACARTNEY

C.A . , 39n, 52n,

36111, 491n.

Thomas, 466. MACDONALD François, 69. Mc G AW SMYT/-1 Howard, 125n. MACK von LEIBERITZ Karl , 24, 154n, 164n,. M ACK SMJTH Denìs, 53n, 61n, 21411, 249n, 296n, 29911, 302n, 304n, 309n, 314n, 326n-328n, 332n, 338n, 339n, 346n, 34711, 41311, 447n, 44811, 46111, 484n, 502n, 529n. MAC MAHO N Marie -EdrnePatrice, 342, 355, 357, 366, MACAULAY TREVELYA N


724

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

376-378 , 382, 384-386, 392, 393. MAGNAN Bernard-Pierre, 152, 167. MALAGUZZI-VALERI Alessandro, 544,545. MALARET Joseph de, 543,579. MALMESBURY lord J ames Howard, 318, 319, 321n, 32311, 324, 325, 328n, 403. MAMIANl DELLA ROVERE Terenzio, 141. MANARA Luciano, 101. MANCINI Pasquale Stanislao, 461. MANFREDI Cristoforo , 289, 294n. MANIN Daniele, 52, 157, 188, 220,304. MARANINI Giuseppe, 27n, 116n, 126,484n. MARIA LUIGIA di Parma, 17. MAROitré, 620. MARRA Bartolomeo, 451,498. M ARSELLI Nicola, 294. MARTIN! Enrico, 38, 43, 44, 48, 49, 56, 212n. MARTINPREY Edouard de, 356. MASSARANI Tullio, 42n. MASSART Giuseppe 262n, 316n, 328n, 333n, 333n, 347n, 348n, 375n,417n,460n,468n,516n. MASSENA André, 64. MASSOBR/0 Giulio, 526n, 698n, 69911. MATTEI Emilio, 609. MAYOR E., 272n. MAZZACCARA Carlo, 28311.

Massimo, 473n, 496n, 516n. MAZZINI Giuseppe, 8-12, 111, 114, 130n, 175, 212n, 218n, 221, 252, 270, 308, 339, 430, 447, 462, 482, 484, 505, 533 , 535-538, 555. MAZZONIS Filippo, 470n, 501n, 515n. MECHEL Johann Luka von, 454, 457. MEDICI Giacomo, 452, 457 , 487n, 503 , 509, 679-681 , 707. MELENDEZ Nicola, 451, 454, 455 . MELLANA Filippo, 155. MELLINET, 536. MENABREA Luigi Federico, 289, 350,591,592,609,669. MENSDORFF-POUILLY Alexancler von, 374, 389, 549, 565, 566, 575-577, 585 . . MEN51KOV Aleksander Sergejevié 253. MERCIER, 184. MERODE Fréderic François Xavier, 475. MERZBURG, 170. METTER NICH WtNNEBURG Klemens Lothar von, 6, 7, 8n, 9n, 15-17, 24, 27, 30-34, 39, 40,46,58,325,32611. METTERNICH WINNEBURG Richard von, 388n, 397, 492, 566, 573, 577. MEZZACAPO Carlo, 283n, 409n, . MEZZACAPO Luigi, 403, 406, 408,409,420. MILBITZ Aleksander, 457.

MAZZETTI


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

MILLET o'ARYlLLARS Federico, 155. MINGHETTI Marco, 24, 154n, 164n, 239, 240n, 485, 525, 531-533, 537-540. MINTO lord Gilbert, 60, 232. MISLEY Enrico, 157. MISSORI Giuseppe, 452n. MOFFA DI LTSIO Guglielmo 121n, 133, 161n. MoLFESE Franco 46111, 496n, 500n,504n,505n, 508n,. MOLLARD Filiberto, 395. MOLLINARY Anton von, 395, 612. MOLTKE Helmuth von, 282, 354, 355n, 363,383,387, 396,410414, 418. MONDINI Luigi, 496, 509, 51211, 517,598n,60I, 703 . MONTALE, 160. MONTECUCCOLI Albert, 123n, 124, 128n, 13411, 135n. MONTE1LHEI Jean, 75n, 352n. MotvTI Antonio, 200n. MORDINI Antonio, 502 , 504, 538n. MOROZZO DELLA ROCCA Enrico, 24, 26n, 44, 45n, 144, 189n, 308, 309, 345-347, 350, 376n, 379, 384, 392, 397, 475, 478, 486,487,493,504,505 , 507, 509,510,540,547,587,597, 599,601,602,645,652, 656661, 670, 703, 706. MOROZZO DELLA ROCCA Roberto, 350. MORRIS Henri , 356.

725

Rodolfo, 21 ln, 212n, 213n, 228n. MOSCATI Amedeo, 43n, 162n, 169n, 184n, 248n. MOTTEROUGE Joseph-Edouard de la, 357. MUNDY sir George Rodney, 443. MURAT Gioachino, 69, 70,304. MUSOLINO Benedetto, 452n , 523n. MOSCA

NAPOLEONEJ,4,28,69, 70,192, 237, 282, 286, 353, 368, 415, 419,487. NAPOLEONE Ili, 253, 256, 257, 259, 260, 263, 272, 288, 290293, 299, 303, 304, 306-320, 324, 326,332,333, 339n, 340342, 345, 348, 349, 352-354, 356, 366-369, 371, 376-379, 381, 382, 384-388, 391, 392, 396, 397, 403-406, 413-416, 425-432, 444, 450, 462-464, 466, 467, 482, 490, 492-494, 524,530,532,533,535,536, 538, 543, 545, 546, 548-550, 560, 563, 567, 571, 573-578, 672-675,685,686, 701. NASA LLI ROCCA Saverio, I 07 , 162n. NESSELRODE Karl Robert, 46, 253,256. NICOLA I di Russia, 245, 247, 252-255, 258, 260. NICOTERA Giovanni, 462/ 463, 515. NIEL Adolphe, 355, 357, 366370, 378, 382, 384, 392-394, 417.


726

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

NIGRA Costantino, 319n, 320, 322n, 324, 325n, 333n, 336n, 416, 429-434, 437, 444, 447n, 449,462,463,467, 483n, 484, 524n, 533n, 535n, 537, 538n, 541-546, 548, 550, 551n, 558560, 564n, 566-568, 571, 572, 575-577, 579, 638, 672, 674, 675. NoRMANBY lord Constantjne, 129n, 131, 171n. NUGENT DI WESTMEATH Lavai , 93, 98, 105, 106. NUNZIANTE DI MIGNANO Alessandro, 445, 609, 673, 677. O'DONNELL Moritz, 41. OLLIVIER Emile, 343, 352. OMAR Pascià , 254, 258. OMODEO Ado~fo, 25n, 138n, 146n, 168n, 22411, 248n, 272n, 274n,299n,300n-304n,408n. OR/ANI Alfredo, 29611. ORSINI Felice, 308, 310. OUDINOT Nicolas-Charles, 6811, 70, 12311, 151. PAAR Ludwig von, 26 1, 262n, 267n, 306. PALLAVICINO Fabio, 140, 212n, 251. PALLAVICINO Francesco, 151 . PALLAVJCINO TRIVULZIO Giorgio, 460,483,504,536,666n,676. PALLFY-ERDOED Alois, 52. PALMERSTON lord Henry John Temple, 16, 30, 37, 46, 56n, 60, 67n, 103, 127, 131n, 132,

133, 137, 139-144, 163n, 168, 169, 171n, 173, 175, 178, 183, 185, 227, 228, 230, 233, 238, 241n, 259, 266, 289, 291, 310, 341,425,427,428,433,45011, 483, 485, 535. PANJNSKI, 609. PANMURE lord, 292. PARETO Gaetano, 21 ln. PARETO Lorenzo, 43, 46, 54-61 , 6411, 65, 92, 112, 117, 126-129, 132, 139, 140, 144, 177, 228, 229,231-233,285. PASSALACQUA DI VILLAVERNIA Giuseppe, 56, 2JO, 217. PASSAMONTI Eugenio, 43n, 65n. PASTORE Giuseppe, 350. PAULUCCI Giuseppe, 692. PELET Jean-Jacques, 167, 168n. PELISSJER Aimable-Jean-J acques, 296,391. PELLlON DI PERSANO Carlo, 592, 594, 595, 608 , 610, 611, 622, 649, 650, 677, 678n, 682-694, 701. PEPE Guglielmo, 106. PEPOLI Gioachino Napoleone, 538n, 709. PERRIER Luigi, 350. PERRONE DI SAN MARTINO Ettore, Jl 1, 113 , 11411, 128, 139, .141, 142n, 143, 147n, 154n, 161, 163, 185, 188, 189, 193,206,210,217,232. PERSIGNY Jean-Gilbert Fialin de, 427, 450n, . PES DI VILLAMARINA Bernardo, 350,475.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOG UERRA

PES DI VILLAi\1A.RlNA Emanuele, 20, 21 , 81. PES DI VJLLAMARINA Salvatore, 62, 260-263 , 265 , 266n , 26911, 272, 292, 296, 30411, 309, 366, 405, 435n, 436n, 438n, 440n, 446n , 450n, 457,458,465, 46611, 503. PETITTI DI RORETO Ilarione, 154, 210.

PETIT1'I BAGLIANI DI RORETO Agostino, 91 , 347, 420 , 519, 520, 522, 580, 597-600, 602604, 609, 628-634, 652n, 653 , 658, 659 , 662, 665 , 667, 668, 670. PETTINENGO Ignazio Genova di 91, 275 , 350, 510, 547, 551, 565, 58111, 582,584,585, 587589, 599,601 , 603 , 604,629, 631, 63511, 642, 659,660,662, 663, 66411, 670, 675-678, 680, 681,689, 707, 708n , 709. PIANCIANJ Luigi, 452. PlANELL Eleonora, 439n, 443n, 445n, 446n, 45111-45511. PIANELL Salvatore 439 , 443, 445, 451-455 , 609 , 659 , 662, 664. P1ER1 Piero, 11 n, 84n, 87, 88n, 96n, 104n, 110, 153n, 159n, 164n, 187n, 19311, 20211, 209n, 21411, 226n, 275n, 276n, 279n, 280n, 28711, 331n, 38711, 43611, 497n, 49811, 507n, 509n, 510n, 51 ln, 513n-516n, 518n, 523n, 59211. PlLLERSDORF Franz von , 229. PILO Rosalino, 436, 438.

727

PIMODAN George de, 477,480. Ferdinando, l ln, 12n, 21n, 42n , 54n, 84n, 86n, 87n, 8911, 96n, 10311, 10711, 108n, 144n, 163n, 168n, 170n, 182n, 186n, I 87n, 21311, 22611. PTNELLI Pier Dionigi, 138, 143. Pm IX, 14, 15, 63, 64, 66, 105, 106, 2 14, 428 -430, 434, 475, 538. PISACANE Carlo, 122,198, 21411, 200, 239, 24011, 308. P!SCHEDDA Carlo , 63n, 64n, 66n, 138n, 157n, 209n, 27811, 28611, 421n,. PLENER Ignaz von, 491. POLLIO Alberto, 602, 604, 605, 632 , 644n, 653, 655, 656n , 658, 664-666, 674, 697n, 700, 701 , 703. PONIATOWSKY Giuseppe, 404. PORRO Alessandro, 21211. PORZIO Guido, 226. PO UTHAS Charles, 35n, . POZZOLIN! Giorgio, 404. PREVAL Claude Antoine, 352. PROVANA DI COLLEGNO Giacinto, 117, 121, 122, 161, 185, 217. PROVENZALI, 402,403.

PrNELLI

Gaetano, 281. QUIG INI-PULIGA Efisio, 566, 567,585. QUAGLIA

RACCHIA Paolo, 122. RADICE, 112. RADO, 620. RADOWITZ Joseph-Marie V011, 548.


728

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

RAGLAN SOMERSET lord Jame s Henry, 266,289, 290-292. RAMMING Wilhelm , 389, 391, 395. RAMORINO Gerolamo, lln, 147, 157, 188, 196,200,201, 203n. RADETZ[CY VON RADETZ Joseph ' 15, 23n, 27-33, 40-42, 48-50, 53, 65, 79, 92-96, 98- 106, 108'110, 115, 117- 119, 121-125, 127- 129, 133- 136, 139, 140, 154, 155, 161, 172, 178, 194198, 201-204, 206; 210, 213n, 221 , 228n, 241 , 248, 251,260, 305, 361, 362, 365, 384. RANDON César-Alexandre, 354, 378, 37.9. RATI OPIZZONI Carlo Alberto, 577. RATTAZZI Urbano, 123, 156 , 161 , 163, 173, 174, 181 , 182, 184, 225 , 226n , 24011, 269, 302, 304n, 430, 519, 533-537 , 592,598, 610. RECHBERG UND ROTHENLOEWEN Johann Bernhard von, 308n, 329, 388n, 397n. REGIS Matteo, 193 . R EGNAUD DE SAI NT- JEAN D' ANGELY Auguste-Et ie1111e, 355, 356, 377. REISET Gustave-Armand de, 122, 127, 130. RENAULT, 357, 386. RICASOLI Bettino, 62n, 429,437, 438n, 463, 508n, 529, 531 , 533, 534, 539, 571 , 573, 577, 578, 580, 601n, 604, 641, 643n, 652, 663, 665 , 667-671 ,

673-679, 681, 684, 685 , 688, 689, 692n, 693 , 698, 700n, 704-706, 708, 709. RICASOLI Vincenzo, 669 , 67 1, 678n, 694n, 709n, . RICCI Agostino, 604. RICCI Alberto, 129, 130, 131. RICCI Giovanni ,123n. Rrccr Vincenzo, 54n, 116, 126, 181, 183. RICOTTI Ercole, 43n. RICOTII MAGNANI Cesare, 609, 631, 662n. RIDOLFI Cosimo, 64. RIGNON Edoardo 65 . RrITER Gerhard, 77n. RITUCCI Giosué, 455-458. ROC H AT Giorgio 501, 515n, 526n, 69811, 699n. Romé , 620. RODOL!CO Nicolò 24n, 38n, 53n, 133n, 153n. ROMANO Liborio, 453 , 455 . R OMEO Rosario, 3n, 25n, 48n, 146n, 282n, 296n, 349n, 38811, 397n, 404n-406n , 4 16n, 420n, 425n, 426n, 42911, 43211, 437n, 448n, 462n, 464n, 466n, 482n, 483n, 505n, 524n, 526,. ROON Albrecht vo11, 77 , 540, 542, 55011. RosELLI Pietro, 221. ROSSI, 122. Rossi Pellegrino, 178. ROTA Ettore, 1511, 67n, 68n, 84n, 219n. RousSET Carni/le , 28811, 343n,. ROUSSY de Sales Eugenio, 222, 223.


L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

ROVERE Alessandro della, 350, 581. ROVERE Giuseppe della, 656. RUFFINI Giovanni, 16311, 187n. R tJFFO DI CASTELCICALA Paolo, 440, 441, 442. RUGGIERO, 457. R ussEL lord John , 16, 188n, 203n, 252n , 255, 26611, 270, 428,433,450, 464, 46511, 467, • 489, 490,492-495. ROSTOW Wilhelrn, 39111, 44311, 4 58n, 460n, 461, 462n , 508n, 511 , 51711, 523, 524n , 526, 6I7n,622n, 623n,659n. SAINT-ARNAUD Arrnand de, 288. Armando , 320n, 321 n324n. SALAZAR, 452. SALLIER DE LA TOUR Vittorio, 23. SALMOUR Ruggiero, 269. SALUZZO DI MONESIG L IO Alessandro, 1 11. SALVAGNOLI Vincenzo, 50511. SALVEM INI Gaetano, 33 , 42n, 49n, 221n. SANTA Rosa E., 457. S ANTORO Carlo Maria, 548n. SARDAGNA Filiberto, 145n, 209n. S ASSON I A-CO BURGO - GOTHA Alberto dì, 25211. S ASSONIA - COBU RGO - GOTH A Ernesto II Augusto di, 25211. SAULI D ' IGLI AN O Francesco Maria, 168 , 169, 175 , 18411, 185, 238, 4 89n. SAtTTA

729

SAVOIA-AOSTA Amedeo di, 659, 660. SAVOIA-CARIGNANO Clotilde di , 314, 349, 367. SAVOIA-CARTONANO Eugenio di , 427,430,467,495 , 496n, 540, 692. SAVOIA-GENOVA Ferdinando di, 45 , 92, 97, 104, 111, 137, 157, 188 , 201, 203n, 206, 221n , 264, 265, 430 . SAVOI A-Eugenio principe di, 148. SCHAAFFGOTSCH E Franz von, 195, 394. SCHLEINITZ Alexander Gustav von, 318n, 323 , 32411, 325, 532. SCHLJCK zu BASSANO Franz von, 394. SCHLITTER A ., 360, 363 , 374, 394. SCHMIDT, 477. SCHOENl·IALS Georg, 98. SCHOENHALS Kar] von , 12, 33, 4111, 93, 98. SCHWARZENBERG Eduard VOl1 , 362,363, 374,394. SCHWARZENBERG Felix von, 110. 136, 137 , 142, 14311 , 154, 16711, 170 11, 2 47, 248 , 2 50 , 360, 361. SCHWARZENBERG Karl von, 98. SCIALOIA Antonio, 460. SCWPIS DI SALERANO

Federico,

54n, 152. SCOZIA DI CALLIANO Luigi, 350. SCUDIER Amon von, 65611, . · · __ )n, . S ELLA Q umtmo

sr


730

L'ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

William, 55n, 59n, 232n. SERRISTORI Luigi, 63n, 64n. SEYMOUR sir George Hamilton, 252. SFORZA CESARINI Francesco, 658,659. S!GNOREITJ Alfredo, 426n. S!L\IA Pietro , 6n, 15n, 26811, 54911, 691n. SIMBSCHENFerdinand, 98. SIMPSON sir James, 296. SINEO Riccardo, 155, 161, 163, 240n. S10TT0 PINTOR Giovanni, 112. SIRTORI Giuseppe, 457, 483, 487n, 504, 505, 508-510, 525n, 609,659. SKED Alan, 6n, 12n, 15n, 28n32n, 41n, 43n, 50n, 52n, 77n , 80n, 93n-96n, 99n, 109n, 134n136n, 488n. SOLARO DELLA MARGARITA Clemente, 61. SOLAROLI Paolo, 188,196,510. SOMIS, ] 15n. SPAUR Johann Baptist, 27, 41. SPELLANZON Cesare, 116n, 218n, 232n,234n,235n. SnDION Philipp von, 361, 374, 380, 393, 394. STEFANI Filippo, 90, 34911. SuvALVOV Petr A11drejevié, 396. SZTANKOVICS, 384. SENIOR NASSAU

TABACCHI Luigi, 457. TALLEYRAND-PERIGORD Edmo11d

de Dino, 198n, 234n, 241 n, 437,447,466,467. TAMBORRA Angelo, 490n. TASCO, 290. TECCHIO Sebastiano, 161 , 163, 165, 166, 170, 171n, 174, 179, 180, 182, 238, 536. TEGETTHOF Wilhelrn von, 621, 682-684, 692, 693. TI;:JMER, 361 . THAON DE REVEL Adriano, 19n, 30n, 33-37, 46n, 47, 55, 56n, 57n, 60, 6111, 104, 127-129 , 132, 139-142 , 14311, 228n, 229n, 232. THAON DE REVEL Alberto, 249, 251n, . THAON DE REVEL Ottavio, 36, 116, 124, 143, 147, 18111 , 225n,268, 270,303,5lln. THAON DI REVEL Genova, 22511, 275, 509, 510, 51111, 601n, 664, 667n. THlERS Adolphe, 26, 169n, 352, 354, 368, 573. THILE Herma11n von, 561. THOM Ludwig, 129n. THOU\IENEL Edouard 253n, 293, 428,429, 434n, 438n, 444, 464,535. THURN DI VALSASSINA Georg, 109, 118, 123n, 195. TOMMASEO Nicolò,52. TORRE Federico , 407n, 473n, 49711-500n, 502n, 50911, 51111, 520n,521n,581n,585n. · TORELLI Luigi, 38. TRIPOTI Luigi, 483.


L' ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

TROCIIU Lou is-Jules, 342, 352 357. TROCK.11 Lev, 2 15n. TROTTI Ardingo, 101. TURGOT Louis de, 250n. T ORR S tefano, 601, 633, 637, 640,641,643. ULLOA Girolamo, 221, 393, 396, 403, 406,408, 409, 415 ,420. • Karl Guido von, 542USEDOM 544 , 549 , 554, 561, 574, 601 , 635, 636n, 637, 639-643, 678n, 699n. URBAN Karl , 374. URrch Jean-Jacqucs, 358. VACCA Giovanni, 6 10,611,649, 682, 684, 688, 689 , 691 -694, 702. VAILLANT Jean-Baptistc, 340342, 353,354,356,379, 384, 386, 392, 397, 404. VALER IO Lorenzo, 170n, 303, 337. VALFRÉ DI BONZO Leopoldo, 91 , 187,346,347,609. VALSECCHJ Franco, 246 , 247n , 248n, 250n-252n, 254n, 255n, 258n, 25911 , 26ln-263n, 265n, 267n-269n, 27 l n, 272n, 294n, 306n-3 I 2n , 314-3 20n, 322n 325n. VEG EZZ I France sco Saverio , 490n. VEIGL, 394. VERCELLANA Rosina, 348. VIAL Giambattista, 45 1-455. VIGEVANO Attilio, 407n, 4 18n,

73 1

465n, 473n,474n, 479n,481n. VINOY Joseph, 342, 357. VISCONTI DI ORNAVASSO Bonifacio, 111 , 11 3, 114n, 217, 232. VISCONTI VENOSTA Emilio, 38n, 21 3 n, 406n, 538 n, 540n, 638 64111, 672, 674-678, 689, 707, 709. VITTORIA d' Ingh ilterra, 246, 266, 267n , 293, 302, 318, 328, 45011. VITTORIO EMANUELE Il, 97, 188, 206,241 ,248,261 ,266,268, 270,272,299,303,308,309, 311 -313, 3 16, 325, 333, 339, 345-350, 35 3, 367 , 369, 371 , 374-376, 379-382, 384, 385, 387n, 388,391 ,392,397,402, 403, 405, 406n, 408, 4 14, 4 16, 420, 425-432, 434, 436, 437, 441,442, 447 , 448 , 464, 465, 470, 480, 482-490, 492-496, 507, 51 2, 522, 526n, 531-537, 547n,562n...._565 , 579,597-599n, 601 , 602, 604, 609,629,633, 637, 640, 641, 645n, 657-660, 663, 667 , 668 ,672 ,673,675, 677, 679-681, 689, 702, 705, 707-709. WA LEWSKI COLO NNA, Alessandro, 299, 300 , 302, 306, 308, 31 O, 3 2 0 , 321 n , 322 , 323n,324n,326-329,426,428, 482. WALLMODEN-GIMBORN Ludwig von, 93. WEIGELSPERG, 98.


732

L' ESERCITO ITALIANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

Franz Ludwig von, 95, 96, 109, 12311. WERTHER Karl von, 542, 565, 574. WESSENBERG-AMPRù'\fGEN Johann von, 109, 110n, 123n, 124, 12811, I29n, 134-137, 142,230. WEST, 328. WEYGAND Maxime, 75n, 353n, 354n, 35511. WEZLAR, 620. WTLLISEN G. von, 220n. WIMPFFEN Fnmz von, 98 , I 95 . WIMPFFEN Max von, 394. WINDISC H- GRAETZ Alfrecl von, 142. WINSPEARE Francesco Antonio, 454. W1SSlAK, 98. WELDEN

Gustav, 98, 106, 195. WOHLG EMUTH Ludwig, 98, 103, 195. WRATISLAV Eugen , 93, 96, 98, 100, 195. WOCHER

WRATISLAV G ., 98.

Ladislao, 151. Domenico, 811. ZASTAYNIKOVIé, 620. ZAZO A{ji-edo, 434n, 43511, 441n, 444n,445n, 447n,450n,467n. ZEDTW ITZ, 389, 394. ZICIIY-VASONYKEAE Ferd:i.nand, 48, 52. ZIEGER Antonio, 219n. ZINI Luigi, 429, 491. ZOBEL Thomas, 374, 393. ZAMOYSKI

Z1\NICHELLI


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE VOL I (PARTE SECONDA) by Biblioteca Militare - Issuu